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Title: Annali d'Italia, vol. 2 - dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Author: Muratori, Ludovico Antonio, 1672-1750
Language: Italian
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                ANNALI D'ITALIA 2


                 ANNALI D'ITALIA

        DAL PRINCIPIO DELL'ERA VOLGARE
              SINO ALL'ANNO 1750


                  _COMPILATI_

            DA L. ANTONIO MURATORI

      E CONTINUATI SINO A' GIORNI NOSTRI


           _Quinta Edizione Veneta_

                VOLUME SECONDO


                   VENEZIA
    DAL PREMIATO STAB. DI G. ANTONELLI ED.
                    1844



ANNALI D'ITALIA

DAL PRINCIPIO DELL'ERA VOLGARE FINO ALL'ANNO 1500



    Anno di CRISTO CCCXLI. Indizione XIV.

    GIULIO papa 5.
    COSTANZO e
    COSTANTE imperadori 5.

_Consoli_

ANTONIO MARCELLINO e PETRONIO PROBINO.


Un'iscrizione che si legge nella mia Raccolta[1], quando pur sia
indubitata reliquia dell'antichità, ci assicura dei nomi di questi
consoli, in addietro ignoti. _Aurelio Celsino_ dal dì 25 di febbraio
cominciò ad esercitare la prefettura di Roma. Sul fine di giugno diede
Costanzo Augusto una legge in Lauriaco[2], creduto dal Gotofredo luogo
della Batavia, ma che più verisimilmente fu il Lauriaco, luogo insigne e
colonia de' Romani, posta alle parti superiori del Danubio. Era questo
principe divenuto signor delle Gallie, e colà dovette accorrere[3],
perchè i Franchi, passato il Reno, metteano a sacco le vicine contrade
romane. Abbiamo da san Girolamo[4] che seguirono fra que' Barbari e le
armate di Costante varii combattimenti, ma senza dichiararsi la fortuna
per alcuna delle parti. Libanio[5], descrivendo a lungo i costumi e il
genio de' Franchi d'allora, li dipinge per gente turbolenta ed inquieta,
a cui il riposo riusciva un supplizio. Solamente nell'anno seguente ebbe
fine questa guerra. Tanto il medesimo san Girolamo che Idacio mettono
sotto il presente anno spaventosi tremuoti che fecero traballare
moltissime città dell'Oriente. Tennero in quest'anno gli ariani un
conciliabolo in Antiochia, per alterare i decreti sacrosanti del
concilio niceno. Appena terminata fu la sacrilega loro assemblea, che il
tremuoto cominciò a scuotere orribilmente la misera città, siccome
attestano Socrate[6] e Sozomeno[7], e quasi per un anno si andarono
sentendo varie altre scosse. Non parla Teofane[8] se non di tre giorni,
ne' quali probabilmente quella città fu in maggior pericolo. Lo stesso
autore nota che circa questi tempi _Costanzo_ Augusto cinse di forti
mura e fortificò in altre guise Amida, città della Mesopotamia, situata
presso il fiume Tigri, acciocchè servisse di antemurale contro ai
Persiani. Ammiano[9], scrittore di maggior credito, all'incontro, scrive
che molto prima d'ora, cioè vivente ancora il padre, Costanzo Cesare con
torri e mura fece divenir quel luogo un'importante fortezza, di cui
sempre più crebbe la popolazione e la fama ne' tempi susseguenti. Durava
tuttavia la guerra coi Persiani, ovvero, se Socrate[10] non s'inganna,
essa ebbe principio in questi medesimi tempi; ma quali azioni militari
si facessero, non è pervenuto a nostra notizia. Già abbiam detto che
Costantino il Grande con varii editti e in altre guise si studiò di
abolir le superstizioni del paganesimo, distrusse moltissimi templi de'
gentili, vietò gli empii loro sagrifizii: il che vien confermato da
Socrate[11], da Teodoreto[12], da Teofane[13] e da altri. Ma lo svellere
dal cuore di tanta gente gli antichi errori e riti, difficil cosa
riusciva nella pratica. _Costante_ Augusto nell'anno presente, siccome
principe di massime cattoliche e di zelo cristiano, per eseguire
eziandio ciò che il padre gli avea premurosamente raccomandato, pubblicò
una legge, con cui, confermando gli editti paterni[14], sotto rigorose
pene abolisce i sagrifizii de' pagani, e per conseguenza ancora il culto
degl'idoli. Siffatti editti, e l'esempio de' principi seguaci della
legge di Cristo, furono quegli arieti che diedero un gran tracollo al
gentilesimo, con ridurlo a poco a poco all'ultima rovina. Ma se ad
occhio veniva meno la falsa religion de' pagani, per cura massimamente
dell'Augusto Costante, andavano ben crescendo in questi tempi le forze
dell'arianismo in Oriente con discapito della Chiesa cattolica, per la
protezion che avea preso di quella fazione l'Augusto Costanzo. Le
insigni sedie episcopali di Alessandria, Antiochia e Costantinopoli
vennero in questi tempi occupate da' vescovi ariani[15]: e tutte le
chiese d'essa città di Costantinopoli caddero in poter de' medesimi
eretici. Ma intorno a ciò è da consultare la storia ecclesiastica.
Grande solennità nel presente anno fu fatta in Antiochia per la
dedicazione di questa magnifica cattedrale, cominciata da Costantino il
Grande, e compiuta solamente ora per cura del suddetto imperadore
Costanzo.

NOTE:

[1] Thes. Novus Inscript., pag. 377.

[2] L. 31, de Decurion., Cod. Theodos.

[3] Idacius, in Fastis.

[4] Hieron., in Chron.

[5] Liban., Orat. III.

[6] Socrates, Histor., lib. 2, cap. 11.

[7] Sozomenus, Histor., lib. 3, cap. 6.

[8] Theophanes, in Chronogr.

[9] Ammianus, Histor., lib. 18, cap. 9.

[10] Socrat., Histor., lib. 2, cap. 25.

[11] Idem, ibid., lib. 1, cap. 8.

[12] Theodoret., in Histor. Eccl.

[13] Theoph., Chronogr.

[14] L. 2, de Paganis., Cod. Theod.

[15] Socrat., lib. 5, cap. 7. Theoph. Cedr.



    Anno di CRISTO CCCXLII. Indizione XV.

    GIULIO papa 6.
    COSTANZO e
    COSTANTE imperadori 6.

_Consoli_

FLAVIO GIULIO COSTANZO AUGUSTO per la terza volta e FLAVIO GIULIO
COSTANTE AUGUSTO per la seconda.


Ad Aurelio Celsino nella prefettura di Roma succedette in quest'anno
nelle calende d'aprile _Mavorzio Lolliano_[16], il cui impiego durò sino
al dì 14 di luglio, con avere per successore _Acone_ (ossia _Aconio)
Catulino_ (ossia _Catullino) Filomazio_ (o pur _Filoniano_). All'anno
presente riferisce il Gotofredo[17] un editto[18] di Costante Augusto,
dato nel dì primo di novembre, e indirizzato al medesimo Catullino
prefetto di Roma, in cui ordina che, quantunque s'abbia da abolire
affatto la superstizione pagana, pure non si demoliscano i templi
situati fuori di Roma, per non levare al popolo romano i divertimenti
dei giuochi circensi e combattimenti che aveano presa la origine da que'
medesimi templi. Nè già paresse per questo raffreddato punto lo zelo di
questo principe in favore del cristianesimo, perchè egli non altro volle
che conservar le mura e le fabbriche materiali di que' templi, ma con
obbligo di sbarbicar tutto quel che sapeva di superstizione gentilesca,
come idoli, altari e sagrifizii. Fors'anche non dispiaceva ad alcuni
accorti cristiani che restassero in piedi que' superbi edifizii, per
convertirli un dì in onore del vero Dio. Ma che in tanti altri luoghi
venissero abbattuti i templi de' gentili, Giulio Firmico[19], che circa
questi tempi fioriva e scrisse i suoi libri, ce ne assicura. Fino al
presente anno sostennero i Franchi la guerra nelle Gallie contra
dell'Augusto Costante[20]. Tali percosse nondimeno dovettero riportare
dall'armi romane, che finalmente si ridussero a chiedere pace. Un
trattato di amicizia e lega conchiuso con Costante li fece ripassare il
Reno. Libanio[21] con oratoria magniloquenza lasciò scritto che il solo
terrore del nome di Costante obbligò que' popoli barbari ad implorare un
accordo, senza dire che fossero domati coll'armi, come scrissero tanti
altri. Aggiugne ch'essi Franchi riceverono dalla mano di Costante i loro
principi, e stettero poi quieti per qualche tempo. Occorse nell'anno
presente in Costantinopoli più d'una sedizione fra i cattolici ed
ariani[22], da che Costanzo Augusto, sposata affatto la fazione degli
ultimi, mandò ordine che fosse da quella cattedra cacciato Paolo vescovo
cattolico, per introdurvi Macedonio ariano. Crebbe un dì a tal segno
l'impazienza e il furor della plebe cattolica, che andarono ad incendiar
la casa di Ermogene generale dell'armi, a cui era venuto l'ordine
dell'imperadore di eseguir la deposizione del vescovo cattolico; e messe
le mani addosso al medesimo Ermogene, lo strascinarono per la città, e
lo uccisero. Costanzo, che allora si trovava ad Antiochia, udita cotal
novità, tosto per le poste volò a Costantinopoli: cacciò Paolo e gastigò
il popolo, con privarlo della metà del grano, che per istituzione di
Costantino gli era somministrato gratis ogni anno; cioè di ottanta mila
moggia o misure ridusse il dono a sole quaranta mila.

NOTE:

[16] Cuspinianus. Panvinius. Bucherius.

[17] Gothofred., Chron. Cod. Theodos.

[18] L. 3, de Paganis, Cod. eod. Theod.

[19] Julius Firmicus, de error. prof. Rel.

[20] Hieronymus, in Chron. Idacius, in Fastis. Socrates, lib. 2, cap.
13. Theoph., in Chron.

[21] Liban., Orat. III.

[22] Socrates, lib. 2, cap. 13. Sozomenus, Hist. Eccl. Idacius, in
Fastis. Hieronym., in Chron.



    Anno di CRISTO CCCXLIII. Indizione I.

    GIULIO papa 7.
    COSTANZO e
    COSTANTE imperadori 7.

_Consoli_

MARCO MECIO MEMMIO FURIO BABURIO CECILIANO PROCOLO e ROMOLO.


Questa gran filza di cognomi data al primo console, cioè a _Procolo_, si
truova in un'iscrizione creduta spettante a lui, e rapportata dal
Panvinio e Grutero. Non _Balburio_, come essi hanno, ma _Baburio_ viene
appellato nelle schede di Ciriaco, che riferisce lo stesso marmo. Il
secondo console dal suddetto Panvinio, che cita un'iscrizione, vien
chiamato _Flavio Pisidio Romolo_. Vopisco, nella Vita d'Aureliano[23],
ci rappresenta questo Procolo per uomo abbondante, non so se più di
ricchezze o di vanità, scrivendo essersi poco fa veduto il _consolato di
Furio Procolo_ solennizzato con tale sfoggio nel circo, che non già
premii, ma patrimonii interi parve che fossero donati ai vincitori nella
corsa de' cavalli. Ci fan conoscere tali parole in che tempo Vopisco
fiorisse e scrivesse. Nella prefettura di Roma continuò ancora per
quest'anno _Aconio Catullino_. Dappoichè la pace stabilita coi Franchi
rimise la calma in tutte le Gallie, Costante Augusto, il quale si
truovava in Bologna di Picardia nel gennaio dell'anno presente[24],
volle farsi vedere anche ai popoli della Bretagna, e passò nel furore
del verno colà con tutta felicità. Se prestiam fede a Libanio[25],
guerra non v'era che il chiamasse di là dal mare, ma solo timor di
guerra; e da Ammiano Marcellino[26] si ha abbastanza per credere che i
Barbari di quella grand'isola avessero fatta almen qualche scorreria nel
paese de' Romani. Per altro, che non succedessero battaglie e vittorie
in quelle parti, si può argomentare dal suddetto Libanio, giacchè egli
di niuna fa menzione. Truovansi nulladimeno alcune medaglie, dove egli è
appellato[27] _debellatore e trionfatore delle nazioni barbare_, le
quali, se non sono parti della sola bugiarda adulazione, possono
indicare qualche vantaggio delle sue armi in quelle contrade ancora.
Oltre di che, Giulio Firmico[28], parlando ai due Augusti, dice, che
dopo aver essi abbattuti i templi de' gentili nell'anno 341, Dio avea
prosperate le lor armi; che aveano vinti i nemici, dilatato l'imperio;
che i Britanni, all'improvviso comparir dell'imperadore, s'erano
intimoriti. Truovasi poi esso Augusto nel dì 30 di giugno ritornato a
Treveri, dove è data una sua legge. Ci fanno poi altre leggi vedere
Costanzo Augusto in Antiochia, in Cizico, in Jerapoli, tutte città
dell'Asia, imperocchè non gli lasciava godere riposo la guerra sempre
viva coi Persiani. Osserviamo ancora in una delle sue leggi[29] ch'egli
chiamò a militare in quest'anno i figliuoli dei veterani, purchè giunti
all'età di sedici anni, per bisogno certamente di quella guerra. Non so
io dire quale credenza si meriti Teofane[30], allorchè scrive che circa
questi tempi Costanzo, dopo aver vinti gli Assirii, cioè i Persiani
suddetti, trionfò. Niuno de' più antichi e vicini storici a lui
attribuisce alcuna memorabil vittoria di que' popoli, e molto meno un
vero trionfo. Abbiamo inoltre dal medesimo Teofane che la città di
Salamina nell'isola di Cipri per un fierissimo tremuoto restò la maggior
parte smantellata; siccome ancora circa questi tempi ebbe principio la
persecuzione mossa da Sapore re di Persia contra de' cristiani abitanti
ne' paesi di suo dominio.

NOTE:

[23] Vopiscus, in Aurel.

[24] Gothofred., Chron. Cod. Theodos.

[25] Liban., Orat. III.

[26] Ammianus, lib. 20, cap. 1.

[27] Mediob., in Numismat. Imperator.

[28] Julius Firmicus, de error. profan. Rel.

[29] L. 35, de Decur., Cod. Theod.

[30] Theoph., in Chronogr.



    Anno di CRISTO CCCXLIV. Indizione II.

    GIULIO papa 8.
    COSTANZO e
    COSTANTE imperadori 8.

_Consoli_

LEONZIO e SALLUSTIO.


Nel dì 11 d'aprile ad Acone, ossia Aconio, Catullino succedette nella
prefettura di Roma _Quinto Rustico_. Nulla di considerabile ci
somministra per questo anno la storia, se non che truoviamo una
legge[31], con cui Costanzo Augusto concede delle esenzioni ai
professori di meccanica, architettura e ai livellatori delle acque. Il
genio edificatorio veramente non mancò a questo imperadore, ed egli
lasciò molte suntuose fabbriche da lui fatte in Costantinopoli,
Antiochia ed altri luoghi. Ma se egli coll'una mano innalzava materiali
edifizii nel suo dominio, coll'altra incautamente si studiava di
atterrare e distruggere la dottrina e Chiesa cattolica, lasciandosi
aggirare a lor talento dai seguaci dello eresiarca Ario. Però in questi
tempi smisuratamente prevalse in Oriente la lor fazione: laddove
Costante Augusto in Occidente, con dichiararsi protettore dei dogmi del
concilio niceno, divenne scudo della Chiesa cattolica. Se in Oriente si
tenevano conciliaboli contra la fede nicena, in Occidente ancora si
formavano concilii per sostenerla. Ma intorno a ciò mi rimetto alla
storia ecclesiastica. Intanto era flagellato da Dio l'imperador Costanzo
col tarlo della guerra persiana; e benchè Teofane[32] ancora sotto
quest'anno racconti che vennero alle mani le due armate romana e
persiana, e che gran numero di que' Barbari lasciò la vita sul campo;
pure, poco o nulla servirono questi pretesi vantaggi, perchè più che mai
vigorosi i Persiani continuarono a fare il ballo sulle terre romane,
senza che mai riuscisse ai Romani di cavalcare sul paese nemico. Abbiamo
poi da san Girolamo[33] e dal suddetto Teofane che nell'anno presente
Neocesarea, città la più riguardevol del Ponto, fu interamente
rovesciata a terra da un orrendo tremuoto colla morte della maggior
parte del popolo, essendosi solamente salvata la cattedrale fabbricata
da san Gregorio Taumaturgo colla casa episcopale, dove esso vescovo e
chiunque ivi si trovò rimasero esenti da quello eccidio.

NOTE:

[31] L. 3, de excusat. artific.

[32] Theoph., in Chronogr.

[33] Hieronymus, in Chronico.



    Anno di CRISTO CCCXLV. Indizione III.

    GIULIO papa 9.
    COSTANZO e
    COSTANTE imperadori 9.

_Consoli_

AMANZIO ed ALBINO.


Secondo il Catalogo del Cuspiniano e del Bucherio, nel dì 5 di luglio
_Probino_ fu creato prefetto di Roma. Una legge[34] di Costante Augusto,
data nel dì 15 maggio, ci fa vedere questo imperador ritornato dalla
Bretagna a Treveri. Però non so se sussista l'aver creduto il
Tillemont[35] ch'esso Augusto verso il fine del medesimo mese fosse in
Milano, dove invitò lo sbattuto santo Atanasio, per patrocinarlo contra
la prepotenza degli ariani. Certamente cominciò verso questi tempi il
cattolico Augusto a tempestar con lettere il fratello Costanzo,
acciocchè si tenesse un concilio valevole a metter fine a tante
turbolenze della Chiesa. Ma non si arrivò a questo se non nell'anno 347,
siccome allora accenneremo. Da una legge del Codice Teodosiano[36]
apprendiamo che l'Augusto Costanzo, nel dì 12 di maggio del presente
anno, si trovava in Nisibi città della Mesopotamia, e, senza fallo, per
accudire alla guerra coi Persiani. Abbiamo poi da san Girolamo[37] e da
Teofane[38] che in quest'anno ancora i tremuoti cagionarono nuove rovine
in varie città. Fra le altre la marittima di Epidamno ossia di Durazzo,
città della Dalmazia, restò quasi affatto abissata. Anche in Roma per
tre giorni sì gagliarde furono le scosse, che si paventò l'universal
caduta delle fabbriche. Nella Campania dodici città andarono per terra;
e l'isola, o, vogliam dire, la città di Rodi, fieramente anch'essa
risentì la medesima sciagura. Se crediamo alla Cronica Alessandrina[39],
Costanzo Augusto cominciò in quest'anno la fabbrica delle sue terme in
Costantinopoli; ma intorno a ciò è da vedere il Du-Cange[40], che
rapporta altre notizie spettanti a quell'insigne edifizio.

NOTE:

[34] L. 7, de petition., Cod. Theod.

[35] Tillemont, Mémoires des Empereurs et de l'Histoire Ecclesiastique.

[36] L. 5, de exactionib., Cod. Theod.

[37] Hieron., in Chronico.

[38] Theoph., in Chronogr.

[39] Chronic. Alexandrinum.

[40] Du-Cange, Hist. Byz.



    Anno di CRISTO CCCXLVI. Indizione IV.

    GIULIO papa 10.
    COSTANZO e
    COSTANTE imperadori 10.

_Consoli_

FLAVIO GIULIO COSTANZO AUGUSTO per la quarta volta e FLAVIO GIULIO
COSTANTE AUGUSTO per la terza.


Perchè non si dovettero speditamente accordare i due Augusti intorno al
prendere insieme il consolato, o pure a notificarlo, noi troviamo che
nel Catalogo del Bucherio e in un concilio di Colonia per li primi mesi
dell'anno presente non si contavano i consoli nuovi; perciò l'anno
veniva indicato colla formola di _dopo il consolato di Amanzio ed
Albino_. Nella prefettura di Roma stette _Probino_ sino al dì 26 di
dicembre dell'anno presente[41], ed allora in quella carica succedette
_Placido_. Noi ricaviamo dalle leggi del Codice Teodosiano[42] spettanti
a quest'anno che Costante Augusto era in Cesena nel dì 23 di maggio, e
in Milano nel dì 21 di giugno. Dall'Italia dovette egli passare in
Macedonia, perchè abbiamo una legge di lui data in Tessalonica nel dì 6
di dicembre. Per conto dell'Augusto Costanzo, egli non altrove
comparisce che in Costantinopoli, dove confermò o pur concedette molte
esenzioni agli ecclesiastici. All'anno presente riferisce san
Girolamo[43] la fabbrica del porto di Seleucia, città famosa della
Soria, poche miglia distante da Antiochia, capitale dell'Oriente. Anche
Giuliano[44] e Libanio[45] parlano di questa impresa, che riuscì
d'incredibile spesa al pubblico, perchè per formare quel porto non già
alla sboccatura del fiume Oronte, come talun suppone, ma bensì alla
stessa Seleucia, convenne tagliar molti scogli e un pezzo di montagna,
che impedivano l'accesso alle navi, e rendevano pericolosa e poco utile
una specie di porto che quivi anche antecedentemente era. Perchè la
corte dell'imperador Costanzo per lo più soggiornava in Antiochia, di
incredibil comodo e ricchezza riuscì dipoi a quella città il vicino
porto di Seleucia. Teofane[46] aggiugne che Costanzo con altre fabbriche
ampliò ed adornò la stessa città di Seleucia; ed inoltre abbellì la
città di Antarado nella Fenicia, la quale prese allora il nome di
Costanza. Mentre poi esso Augusto Costanzo impiegava in questa maniera i
suoi pensieri e i tesori, cavati dalle viscere dei sudditi, dietro alle
fabbriche, il re di Persia Sapore non lasciava in ozio la forza delle
sue armi; e però, secondochè scrive il suddetto Teofane, nell'anno
presente si portò per la seconda volta all'assedio della città di Nisibi
nella Mesopotamia. Vi stette sotto settantotto giorni, e, non ostante
tutti i suoi sforzi, fu in fine obbligato a vergognosamente levare il
campo e ritirarsi. Nella Cronica di san Girolamo un tale assedio vien
riferito all'anno seguente. Ma cotanto hanno gli antichi moltiplicato il
numero degli assedii di Nisibi con discordia fra loro, che non si sa che
credere. Verisimilmente un solo assedio fin qui fu fatto, cioè se
sussiste il già accennato all'anno 338, un altro non sarà da aggiugnere
all'anno presente. Parleremo, andando innanzi, d'altri assedii di quella
città. Pare che in quest'anno accadesse una sedizione in Costantinopoli,
per cui quel governatore _Alessandro_ restò ferito, e se ne fuggì ad
Eraclea. Tornossene ben egli fra poco al suo impiego, ma poco stette ad
esser deposto da Costanzo, con succedergli in quel governo _Limenio_.
Libanio[47] quegli è che ci ha conservata questa notizia, e che sparla
forte d'esso Limenio, perchè il buon sofista fu cacciato da
Costantinopoli d'ordine suo.

NOTE:

[41] Cuspinianus. Panvinius. Bucherius.

[42] Gothofred., Chronolog. Cod. Theodos.

[43] Hieron., in Chron.

[44] Julian., Orat. I.

[45] Liban., Orat. III.

[46] Theophanes, Chronogr.

[47] Liban., in ejus vita.



    Anno di CRISTO CCCXLVII. Indizione V.

    GIULIO papa 11.
    COSTANZO e
    COSTANTE imperadori 11.

_Consoli_

RUFINO ed EUSEBIO.


Abbiamo dal Catalogo di Cuspiniano, ossia del Bucherio, che nel dì 12 di
giugno dell'anno presente Placido lasciò la prefettura di Roma, e in suo
luogo subentrò _Ulpio Limenio_, il quale nello stesso tempo esercitava
la carica di prefetto del pretorio nell'Italia. Più che mai truovandosi
sconcertata la Chiesa di Dio in Oriente per la prepotenza degli ariani,
a' quali l'ingannato Costanzo Augusto prestava ogni possibil favore, e
vedendosi di qua e di là comparire in Italia i vescovi banditi, per
implorar soccorso dal romano pontefice Giulio e dal cattolico imperador
Costante: finalmente in quest'anno si sperò il rimedio a tanti
disordini. Non meno il pontefice che Costante picchiarono tanto, che
l'Augusto Costanzo acconsentì che si tenesse un solenne concilio[48] di
vescovi, al giudizio e parere de' quali fosse rimessa la cura di queste
piaghe. Ottenne Costante che fosse eletta per luogo del concilio
Serdica, chiamata anche Sardica, città di sua giurisdizione, e non già,
come pensò il cardinal Baronio[49], di quella di Costanzo, perchè
capitale della Dacia novella, la quale nelle divisioni era toccata a
Costante. Quivi dunque fu celebrato un riguardevolissimo concilio, dove
tanto pel dogma cattolico, quanto per la disciplina ecclesiastica,
furono fatti bei regolamenti, e fra le altre cose confermato il gius
delle appellazioni alla sede apostolica, e proferita sentenza in favore
di santo Atanasio e d'altri vescovi cattolici; ma con poco frutto,
perchè Costanzo, ammaliato dagli ariani, in breve guastò tutto, e più
che mai continuarono le divisioni e gli sconcerti. Due sole leggi
spettanti ad esso Costanzo cel fanno vedere nel marzo in Ancira di
Galazia, e nel maggio in Jerapoli della Soria. Di Costante Augusto nulla
si sa sotto l'anno presente, se non che probabilmente egli dimorò nelle
Gallie, dove santo Atanasio fu a ritrovarlo, prima di passare al
concilio di Serdica.

NOTE:

[48] Labbe, Collection Concilior.

[49] Baron., in Annalib. Eccl.



    Anno di CRISTO CCCXLVIII. Indizione VI.

    GIULIO papa 12.
    COSTANZO e
    COSTANTE imperadori 12.

_Consoli_

FLAVIO FILIPPO e FLAVIO SALIO O SALIA.


Perchè s'era introdotto il costume che cadauno de' due Augusti eleggesse
il suo console, si può perciò conghietturare che questo _Filippo_
console orientale fosse quel medesimo che nel Codice Teodosiano e in
altri monumenti delle antichità si truova prefetto del pretorio
d'Oriente, uomo crudele e partigiano spasimato degli ariani, come s'ha
da san Girolamo[50]: del che ricevette egli il gastigo da Dio anche
nella vita presente, siccome vedremo. Era quest'anno il millesimo
centesimo dalla fondazione di Roma, e s'aspettavano i Romani quelle
feste che in altri tempi furono fatte dal paganesimo per celebrare un
tal anno. Niuna cura di ciò si prese il cristianissimo Costante Augusto,
nemico delle superstizioni: del che si duole Aurelio Vittore[51], con
farci anche conoscere che il millesimo di Roma era stato nell'anno di
Cristo 248 solennizzato sotto Filippo Augusto. Per lo contrario, esso
imperadore, veggendo che non venivano ristabiliti nelle lor chiese santo
Atanasio e gli altri vescovi cattolici, dichiarati innocenti nel
concilio di Serdica[52], prese talmente a cuore gl'interessi della
Chiesa cattolica, che risentitamente sopra ciò scrisse al fratello
Costanzo, con giugnere a minacciare di romperla con lui per questo. Un
linguaggio sì fatto mise il cervello a partito a Costanzo, il quale
perciò parte nel presente e parte nel seguente anno consentì al ritorno
di que' vescovi alle lor chiese. Per quanto si può ricavare da santo
Atanasio[53], esso imperadore Costante venne a Milano nell'anno
corrente, e l'Augusto Costanzo fu in Edessa di Mesopotamia. San
Girolamo[54] e Idazio[55] riferiscono sotto quest'anno la battaglia
formidabile succeduta fra i Romani e Persiani presso Singara nella
suddetta Mesopotamia. Ma il Gotofredo e i padri Arduino e Pagi han
creduto che questa appartenga piuttosto all'anno 345, perchè Giuliano
Apostata[56] lasciò scritto che sei anni dopo d'essa battaglia saltò su
il tiranno Magnenzio; e questi senza fallo cominciò le sue scene
nell'anno 350. All'incontro il Petavio, Arrigo Valesio e il Tillemont,
appoggiati al testo espresso de' suddetti due storici, han rapportato
quell'avvenimento all'anno presente, e creduto qualche fallo nel testo
dell'orazion di Giuliano. A me ancora sembra più verisimile l'ultima
opinione, perchè Libanio[57] ne parlò in maniera circa l'anno 349, che
fece intendere quel combattimento come azione accaduta di fresco, e non
già alcuni anni prima, e _combattimento ultimo_, che ne suppone degli
altri antecedenti. Lo stesso Gotofredo[58] riconobbe per recitata
nell'anno 349 quella orazione di Libanio in lode dei due Augusti
Costanzo e Costante, di modo che nel testo di Giuliano si può credere
scappato per negligenza de' copisti un _sexto_ in vece di _tertio_.

Il fatto, in poche parole, fu così. Dopo il secondo assedio di Nisibi
dovette seguir qualche tregua fra i Romani e i Persiani; ma gli ultimi,
poco curanti delle promesse e de' giuramenti[59], si andarono disponendo
per far nuovi sforzi, e questi divamparono dipoi in questo anno. O sia
che Costanzo non volesse o pure che non potesse impedire i passi di così
possente armata, col mezzo di tre ponti gittati sul fiume Tigri
entrarono i Persiani nella Mesopotamia, e vennero sino ad un luogo
vicino a Singara, città di quelle contrade, nel bollore della state.
V'era in persona lo stesso re Sapore. Costanzo, a cui non erano ignoti i
preparamenti de' nemici, s'affrettò anche egli ad unir gente da tutte le
parti, ed essendo poi marciato con tutto il suo sforzo contra d'essi,
andò ad accamparsi poche miglia lungi da loro. Stettero le due armate
per qualche tempo senza far nulla, quando i Romani impazientatisi un
giorno, dopo essere stati in ordinanza di battaglia fin passato il
mezzodì, si mossero, senza poter essere ritenuti da Costanzo Augusto,
per assalire il campo nemico. Contuttochè fosse già sera, cominciarono
inferociti il combattimento, nè la notte potè ritenerli dal menare le
mani. Ruppero le prime schiere nemiche; forzarono ancora alcuni loro
trincieramenti con molta strage d'essi Persiani; fecero gran bottino; ed
ebbero fin prigione il principe primogenito del re Sapore, che fu poi
barbaramente ucciso, se pure, come vuol Rufo Festo[60], egli non lasciò
la vita nel bollore della battaglia. Era la notte, tempo poco proprio
per combattere, e però Costanzo a furia chiamava alla ritirata le sue
genti; ma ebbe un bel dire, un bel gridare. Perchè verisimilmente i suoi
sapevano che più innanzi si trovava qualche fiumicello o canale vegnente
dal Tigri, siccome morti dalla sete, seguitarono i fuggitivi Persiani,
ed arrivati all'acqua, ad altro non attesero che ad abbeverarsi. Allora
gli arcieri persiani postati in quel sito un tal nembo di saette
scaricarono contro degli affollati Romani, che molti vi perirono, e chi
potè, ben in fretta se ne tornò indietro. Aveano questi ultimi, per
attestato di Festo[61], accese varie fiaccole che servirono mirabilmente
ai nemici per meglio bersagliargli. Giuliano, avendo preso in quella
orazione[62] a tessere le lodi dell'Augusto Costanzo, non parla che di
pochi Romani restati in quel conflitto. Libanio[63] slarga un po' più la
bocca. Per lo contrario, Ammiano Marcellino[64], anch'egli vivente
allora, e che volea poco bene a Costanzo, scrive che grande strage fu
ivi fatta delle soldatesche romane: il che si può anche dedurre da Rufo
Festo. Altro non dice Eutropio[65], se non che i Romani per loro
caparbietà si lasciarono togliere di mano una sicura vittoria; e le di
lui parole furono copiate da san Girolamo[66]. Tutti poi gli storici van
d'accordo in dire che il re Sapore prese la fuga; nè mai si credette in
salvo, finchè non ebbe passato il fiume Tigri. Giuliano pretende che
anche prima della zuffa quel valoroso re, al solo mirar da lungi la
poderosa armata de' Romani, battesse la ritirata, e lasciasse il comando
al figliuolo, che poi miseramente morì. Del pari è certo che non
tardarono i Persiani a levar il campo nel giorno seguente, e a ritirarsi
precipitosamente di là dal Tigri, con rompere tosto i ponti per paura di
essere inseguiti dai creduti vincitori Romani. Sicchè, se essi Romani
non poterono cantar la vittoria, nè pure i loro nemici ebbero campo di
attribuirla a sè stessi. E san Girolamo nota che di nove battaglie
succedute durante la guerra suddetta coi Persiani, questa fu la più
riguardevole e sanguinosa; ed essa almen per allora fece svanire i
boriosi disegni del re nemico, il quale, senza aver presa città o
fortezza alcuna, malconcio si ridusse al suo paese.

NOTE:

[50] Hieron., in Chronico.

[51] Aurel. Vict., de Caesarib.

[52] Theodoretus, Hist., lib. 1, cap. 28. Socrat., Histor., lib. 2, cap.
21.

[53] Athan., in Apolog.

[54] Hieron., in Chron.

[55] Idacius, in Fastis.

[56] Julian., Orat. I.

[57] Liban., Orat. III.

[58] Gothofr., Chron. Cod. Theodos.

[59] Liban., Orat. III.

[60] Rufus Festus, in Breviar.

[61] Idem, ibidem.

[62] Julian., Orat. I.

[63] Liban., Orat. III.

[64] Ammianus, lib. 18, cap. 5.

[65] Eutrop., in Brev.

[66] Hieron., in Chron.



    Anno di CRISTO CCCXLIX. Indizione VII.

    GIULIO papa 13.
    COSTANZO e
    COSTANTE imperadori 13.

_Consoli_

ULPIO LIMENIO e ACONE ossia ACONIO CATULINO FILOMAZIO o FILONIANO.


Dal Catalogo de' prefetti di Roma, pubblicato dal Cuspiniano e dal
Bucherio[67], abbiamo che il console _Limenio_ seguitò ad essere
prefetto di Roma e prefetto del pretorio sino al dì 8 di aprile.
Restarono vacanti queste due dignità, senza che se ne sappia il perchè,
sino al dì 18 di maggio, in cui tutte e due furono conferite ad
_Ermogene_. Dall'Apologia di sant'Atanasio[68] si può ricavare che
Costante Augusto ne' primi mesi di quest'anno soggiornasse nelle Gallie;
perchè il santo vescovo, chiamato da lui, si portò colà prima di passare
ad Alessandria, giacchè finalmente di consenso dell'imperadore Costanzo
egli ricuperò in quest'anno la sedia sua. Truovasi poi Costante in
Sirmio della Pannonia nel dì 27 di maggio, ciò apparendo da una sua
legge. Libanio[69] anche egli attesta che questo principe nell'anno
presente visitò le città d'essa Pannonia. Quanto all'Augusto Costanzo,
apprendiamo dalle leggi del Codice Teodosiano ch'egli nel principio
d'aprile soggiornava in Antiochia, e da Emesa scrisse a sant'Atanasio
per sollecitarlo a tornarsene in Oriente. Alcune leggi da lui date in
quest'anno ci fan conoscere la premura di lui per reclutar le milizie
sue, e per ben disciplinarle. Imperciocchè i Persiani, con tutte le
percosse patite nell'anno precedente, non rallentavano punto le
disposizioni per seguitar le guerra, divenuta oramai una perniciosa
cancrena de' Romani in quelle parti; imperciocchè anno non passò,
durante il regno di Costanzo, in cui egli fosse esente dalle minaccie ed
incursioni di quella nemica e potente nazione, ora con vantaggio, ed ora
con isvantaggio delle sue genti. Intorno a che convien osservare due
diverse figure che fecero i due pagani Giuliano Apostata[70] e
Libanio[71]. Finchè visse Costanzo, l'eloquenza loro trovò dei luoghi
topici per esaltare il di lui valore e la sua condotta in fare e
sostenere quella guerra. Ma da che egli compiè la carriera de' suoi
giorni, amendue se ne fecero beffe, e formarono di lui un ben diverso
ritratto. All'udir questi due adulatori, Costanzo più volte gittò dei
ponti sul fiume Tigri, e passò anche sulle terre nemiche, tal terrore
spargendo ne' Persiani, che non osavano di lasciarsi vedere per
difendersi dai saccheggi. Passava egli il verno in Antiochia, e nella
state era in campagna contro i nemici, i quali si stimavano felici se
potevano fuggire e nascondersi dal valore di questo augusto eroe. Che se
riuscì talvolta a coloro di riportar qualche vantaggio sopra i Romani,
fu solamente per mezzo d'imboscate, e col mancare alle tregue. Passato
poi all'altra vita esso Costanzo, mutò linguaggio il sofista Libanio,
con dire che a lui non mancavano già buone milizie per vincere i
Persiani, ma bensì un cuore di principe e una testa di capitano. Alla
primavera comparivano i nemici per assediar qualche fortezza, e Costanzo
aspettava la state per uscire in campagna; ed usciva, non già per andar
contra di loro con tutto il suo magnifico apparato, ma per fuggir con
diligenza, informandosi studiosamente a tal fine de' lor movimenti per
ischivarli; di maniera che terminava ordinariamente la campagna in
tornarsene i Persiani alle lor case pieni di spoglie dei miseri abitanti
della Mesopotamia: dopo di che Costanzo si lasciava vedere per le città
e luoghi saccheggiati, quasichè la venuta sua avesse messo lo spavento
in cuore ai nemici, e fattili ritirare. In somma ci rappresentano
Costanzo per un vile coniglio; e pur troppo, se si ha da parlare
schietto, contuttochè, siccome abbiam veduto, san Girolamo[72] parli di
nove combattimenti seguiti in tutto il corso di questa guerra fra i
Romani e i Persiani; pure ogni storico[73] in fine confessa che l'armi
di Costanzo non cantarono mai vittoria alcuna, anzi ebbero sempre delle
busse; e che i Persiani presero e saccheggiarono or questa, or quella
città, fecero gran copia di prigioni; e quantunque d'essi ancora fosse
talvolta fatta strage, secondo le vicende giornaliere della guerra, pure
senza paragone fu il danno patito dalle armate e terre romane. Ed ecco
in succinto un'idea della lunghissima guerra di Costanzo coi Persiani,
guerra infelice per lui, perchè principe sprovveduto di coraggio e saper
militare, e perchè egli aveva ancora dei non lievi peccati che
meritavano poco l'assistenza di Dio per felicitarlo in questa vita.
Abbiamo da Teofane[74] che un fiero tremuoto diroccò in quest'anno la
maggior parte della città di Berito nella Fenicia, il che fu cagione che
molti di que' pagani ricorressero alla chiesa e chiedessero il
battesimo. Ma costoro dipoi, separatisi dai cristiani, fecero una
assemblea, dove praticavano le cerimonie imparate da essi, vivendo nel
rimanente da pagani.

NOTE:

[67] Cuspinianus. Panvinius. Bucherius.

[68] Athan., in Apolog.

[69] Liban., Orat. III.

[70] Julian., Orat. I et II.

[71] Liban., Orat. III.

[72] Hieron., in Chron.

[73] Ammianus. Socrates. Festus. Eutropius et alii.

[74] Theophan., in Chronogr.



    Anno di CRISTO CCCL. Indizione VIII.

    GIULIO papa 14.
    COSTANZO imperadore 14.

_Consoli_

SERGIO e NIGRINIANO.


Ad Ermogene nella prefettura di Roma succedette nel dì 27 di
febbraio[75] _Tiberio Fabio Tiziano_. Funestissimi furono gli
avvenimenti e le rivoluzioni di quest'anno specialmente per la
sventurata morte di _Costanzo Augusto_. Truovavasi egli nelle Gallie, e
perchè regnava la pace fra tutti i popoli, il familiare suo divertimento
consisteva nella caccia, dietro alla quale era perduto: il che dicono
alcuni fatto per tenersi con questo esercizio sempre disposto per le
occorrenze e fatiche della guerra. Non badò egli che nel suo stesso seno
nudriva de' più fieri nemici. _Magno Magnenzio_ (così il miriamo
nominato nei marmi e nelle medaglie), capitano allora di una o due
compagnie delle guardie, prevalendosi della disattenzione del principe,
quegli fu[76] che nella città di Autun tramò una congiura contra la vita
di lui, con tirar nel suo partito Marcellino, presidente della camera
angustale, Cresto ed altri uffiziali della milizia. Venuto il dì
destinato a fare scoppiar la mina, cioè il dì 18 di gennaio, come s'ha
da Idazio e dalla Cronica Alessandrina, Marcellino (se pur non fu lo
stesso Magnenzio), col pretesto di solennizzare il giorno natalizio di
un suo figliuolo, invitò l'uffizialità ad un lauto convito, e
massimamente Magnenzio. Dopo aver costoro ben rallegrato il cuore, e
fatto durare il banchetto sino ad una parte della notte, _Magnenzio_
alzatosi, e ritiratosi in una camera, quivi si vestì della porpora
imperiale, e poi tornò a farsi vedere in quell'abito ai convitati. Una
parte d'essi già congiurata l'acclamò _Augusto_; gli altri per le parole
e promesse dell'usurpatore si lasciarono anche essi condurre a
riconoscerlo tale. Presa poi la cassa del principe, coll'impiego di quel
danaro seppe Magnenzio guadagnar le milizie quivi acquartierate e il
popolo di Autun, e qualche cavalleria venuta di fresco dall'Illirico.
Proclamato che fu imperadore l'indegno Magnenzio, non differì punto
d'inviar gente per levar la vita all'Augusto Costante, con far anche
tener serrate le porte della città, affinchè niuno uscendo gli recasse
l'avviso della nata ribellione, e lasciando solamente l'adito a chi
voleva entrarvi. Secondo Zonara, fu ucciso il misero Costante verso il
fiume Rodano, dove, ritrovato a dormire stanco per le fatiche della
caccia, da questo passò ad un più lungo sonno. Ma convengono i più
antichi storici[77] in dire ch'egli, non ostante la precauzion presa dal
tiranno, fu immediatamente avvertito della succeduta novità; e però,
deposti gli abiti e le insegne imperiali, fuggì con isperanza di
salvarsi in Ispagna. Ma avendogli tenuto dietro Gaisone con alquanti
cavalieri scelti per ordine di Magnenzio, il raggiunse ad Elena,
castello vicino ai monti Pirenei, a cui Costantino il Grande suo padre
avea dato questo nome in onor della madre, e quivi il trucidò. Presero
di qui motivo alcuni d'inventar una favola, narrata poi da Zonara[78]
come una verità, cioè che dagli strologhi fu predetto a Costantino suo
padre che questo figliuolo morrebbe in seno dell'avola, cioè di
sant'Elena. Morta ella prima di Costante, fu derisa la predizione
suddetta, che poi in altra maniera si verificò, con essere egli stato
svenato nel suddetto castello in età di soli trent'anni.

Come è il costume, dopo la morte di questo sventurato principe, chi ne
fece elogi, e chi mille iniquità raccontò o, per dir meglio, inventò
della sua persona. Si può ben credere che i partigiani di Magnenzio non
lasciarono via alcuna per iscreditar lui, e nello stesso tempo scusare,
se era possibile, la rivolta detestabile del tiranno. E perchè egli fu
principe zelante della religione cristiana, non è da stupire se gli
scrittori pagani[79], cioè Eutropio, Aurelio Vittore e il velenoso
Zosimo, l'infamarono a tutto potere, attribuendogli gran copia di vizii.
E Zonara poi, prestando fede a Zosimo, denigrò anch'egli non poco la di
lui memoria. Sopra gli altri esso Zosimo il descrive per un cane verso
de' suoi sudditi, trattandoli con inaudita crudeltà, ed aggravandoli con
eccessive imposte, e tenendo al suo servigio dei Barbari, ai quali
permetteva l'usare ogni sorta di violenza. Il tacciano ancora d'una
sfrenata libidine, e fin della più abbominevole, di una sordida
avarizia, e di avere sprezzato le persone militari. Sopra tutto dicono
ch'egli sommamente pregiudicò a sè stesso colla cattiva scelta dei
governatori delle provincie, vendendo le cariche, e che specialmente i
perversi suoi ministri gli tirarono addosso l'odio di ognuno; di modo
che divenne insopportabile il suo governo. Può darsi che parte di tanti
vizii non fosse sognata, ma più verisimilmente ancora si dee credere che
con alcune verità sieno mescolate molte calunnie. Certamente gli autori
cristiani[80] parlano con lode di questo principe, gran difensore della
religione cattolica contro gli ariani e donatisti, propagatore del
Cristianesimo, e che non cessava di esercitar la sua liberalità verso i
sacri templi. Confessano gli stessi pagani[81] che gran pruove diede
egli del suo valore in varie congiunture, e che era assai temuto dai
popoli della Germania. Libanio[82] poi, nell'orazione recitata nell'anno
precedente, di lui vivente fa un bell'elogio, rappresentandolo come
principe attivo, vigilante, sobrio, e nemico, non solamente degli
eccessi del vino e delle femmine, ma anche dei teatri e d'altri simili
divertimenti. Pare, in somma, che buona parte de' disordini nascesse non
da lui, perchè la poca sanità sua, per essere gottoso di mani e di
piedi, non gli permetteva di far molto, ma bensì da' suoi cattivi
ministri. Comunque sia, non dovettero mancar dei reati di Costante nel
tribunale di Dio; e grande soprattutto ne sarebbe stato uno, se fosse
vero, cioè che ingiustamente e a tradimento egli avesse procurata la
morte del suo maggior fratello Costantino: del che parlammo di sopra.
Non si sa ch'egli lasciasse dopo di sè figliuoli. E nè pur ebbe moglie.
Avea ben egli contratti gli sponsali con Olimpiade figliuola di Ablavio,
primo ministro di suo padre, ma di tenera età, e per la di lui morte
violenta non si effettuarono le nozze. Questa giovinetta fu poi data da
Costanzo in moglie ad Arsace re dell'Armenia, che se ne compiacque
assaissimo, come di un insigne favore, siccome attesta Ammiano[83]. Ma a
sant'Atanasio[84] parve uno strano mancamento di rispetto al fratello
l'aver Costanzo Augusto maritata con un Barbaro chi era stata
considerata qual moglie dell'imperador Costante.

Restò dunque l'usurpatore _Magnenzio_ padrone delle Gallie, alle quali
tennero dietro le Spagne e la Bretagna; ed essendosi egli affrettato a
spedir truppe, regali e larghe promesse in Italia[85], trasse ancor
queste provincie colla Sicilia e coll'altre isole, ed anche l'Africa
alla sua divozione. Ch'egli, dopo aver ucciso Costante, scrivesse a nome
di lui varie lettere agli uffiziali lontani, che o per lo merito loro, o
per l'amore a Costanzo potessero disapprovar l'assunzione suo al trono,
e che per istrada li facesse uccidere, lo scrive Zonara[86], ma con poca
verisimiglianza. Certo è bensì che Magnenzio, considerando il bisogno
ch'egli aveva di buone braccia per sostenersi nell'usurpata signoria,
conferì dipoi, cioè nell'anno seguente, il titolo di _Cesare_ a
_Decenzio_, che, secondo il giovane Vittore[87], era suo parente, o pure
suo fratello, come vuol l'altro Vittore[88] ed Eutropio[89]. Questi si
trova nelle monete[90] appellato _Magno Decenzio_. Similmente diede
dipoi il nome di _Cesare_ a _Desiderio_ suo fratello, di cui si trova
ancora qualche medaglia, se di legittimo conio, non so. Era
Magnenzio[91] originario dalla Germania, nato da Magno, uno forse di
coloro che furono trasportati da' paesi germanici ad abitar nelle
Gallie. Però Aurelio Vittore[92] il fa nato nelle medesime Gallie. Ma
Giuliano Apostata chiaramente scrive che costui fu condotto prigioniero
dalla Germania nelle Gallie a' tempi di Costantino il Grande, ed,
ottenuta la libertà, si diede alla milizia, dove fece di molte prodezze.
Alto di statura, robusto di corpo, avea studiato lettere, e si dilettava
molto di leggere, nè gli mancava eloquenza e forza nel discorso. Secondo
Zonara[93], egli comandava allora ad alcune milizie appellate Gioviane
ed Erculie, che si suppongono guardie del corpo formate da Diocleziano e
Massimiano Augusti. Filostorgio[94] pretende ch'egli fosse pagano; ma le
medaglie cel rappresentano cristiano, forse di solo nome, e di coloro,
senza fallo, ne' quali l'ambizione sconciamente prevale alla religione.
Chiunque degli antichi[95] parla de' costumi di lui, cel dipinge per
uomo d'insopportabil avarizia e crudeltà, e che tutte le sue azioni
spiravano quella barbarie e salvatichezza ch'egli portò dalla nascita.
Fiero nelle prosperità, timido e vile nelle avversità, dotato
nondimeno[96] di tale accortezza, che sapea comparire un bravo allorchè
più tremava. Sant'Atanasio[97], il quale, per esperienza, sapeva qual
fosse il merito di costui, non ebbe difficoltà di scrivere che egli era
un empio verso Dio, spergiuro, infedele agli amici, amico degli stregoni
ed incantatori, e finalmente una bestia crudele, un diavolo. Non indegno
certamente di questi titoli comparve chi contra tutte le leggi della
religione e della natura aveva assassinato il proprio principe, e
toltogli imperio e vita. Dovette ben tentare Magnenzio ancora di
stendere le griffe alle provincie dell'Illirico, anch'esse in addietro
sottoposte al dominio dell'ucciso Costante; ma gli andò fallito il
colpo.

Trovavasi nella Pannonia generale della fanteria _Vetranione_[98], uomo
originario della Mesia superiore, invecchiato nel mestier della guerra,
cristiano di professione, come eziandio si deduce dalle medaglie[99].
All'udire Aurelio Vittore[100], questi era persona di brutal barbarie,
corrispondente alla vil sua nascita, che nè pur sapea leggere, che
pareva uno stolido, ed era in fine un pessimo uomo. Ben diversamente
parla di lui Giuliano l'Apostata[101], mostrando stima delle di lui
qualità; ed Eutropio[102] ne fa un elogio, con descriverlo vecchio,
fortunato nell'armi, che si faceva amare da tutti per la sua civiltà ed
umore allegro, per la sua probità e pel suo vivere all'antica, ancorchè
nulla avesse studiato, e cominciasse solamente in questi tempi ad
imparar di leggere e scrivere. Vetranione adunque, intesa ch'ebbe la
morte dell'Augusto Costante, e trovata sì bella occasione, si fece
acclamare _Augusto_ dalla sua armata, ed occupò tutte le dipendenze
dell'Illirico, cioè la Pannonia, le Mesie, la Grecia, la Macedonia ed
ogni altra parte di quelle contrade; e ciò nel primo giorno di marzo,
come s'ha dalla Cronica Alessandrina[103], e non già di maggio, come per
errore si legge nel testo d'Idazio[104]. Se abbiamo qui a prestar fede a
Filostorgio[105]; non di suo capriccio Vetranione prese la porpora, ma
per consiglio di _Costantina Augusta_, sorella di Costanzo Augusto e
vedova di Annibaliano, già re del Ponto, la quale, temendo che Magnenzio
non s'impadronisse anche dell'Illirico, con questo ripiego volle parare
il colpo. Aggiugne quello storico che si andò ancora di concerto con
esso Costanzo, e che egli mandò il diadema a Vetranione. Teofane[106]
del pari lasciò scritta la risoluzion suddetta di Costantina, per
opporre questo Augusto, creatura sua, al tiranno Magnenzio; e lo stesso
vien accennato da Giuliano[107]. Scrive inoltre Zonara[108] che
Vetranione mandò a chiedere soccorso di gente e danaro a Costanzo, da
cui, per testimonianza di Giuliano, venne fornito di tutto, giacchè
Vetranione protestava di voler tenere esso Costanzo per suo imperadore,
con far egli non altra figura che quella di suo luogotenente. Dal che
veniamo ad intendere, perchè, avendo anche Magnenzio inviato a lui dei
deputati per tirarlo nel suo partito, tuttavia Vetranione preferì sempre
l'alleanza di Costanzo, e si dichiarò contra del tiranno Magnenzio.

Vegniamo alla terza scena. Avea ben Roma accettato per suo signore il
suddetto Magnenzio; ma _Flavio Popilio Nepoziano_, già stato console
nell'anno 336, per essere figliuolo d'_Eutropia_ sorella del gran
Costantino, trovò d'avere dal canto suo più diritto al dominio di Roma,
che il barbaro traditore Magnenzio; e però[109], unita una gran frotta
di giovani scapestrati, ladri e gladiatori, e presa la porpora nel dì 3
di giugno, venne alla volta di Roma. Uscito con sue genti contra di lui
_Aniceto_, o sia _Anicio_, prefetto del pretorio di Magnenzio, tardò
poco a tornarsene indietro sconfitto, e fece serrar le porte di Roma.
Per forza, al dire d'Aurelio Vittore, Nepoziano v'entrò dipoi, e gran
sangue sparse, verisimilmente di chi sosteneva la fazion di Magnenzio.
Ma che? non passò un mese, che quel _Marcellino_, da cui si può dire che
Magnenzio avea in certa guisa ricevuto l'imperio, e che era divenuto
sopraintendente a tutta la di lui corte, spedito con grandi forze da
esso Magnenzio, venne ad affrontarsi coi Romani[110]. Abbiamo da san
Girolamo[111], che per tradimento di un Eraclida senatore rimasero
sconfitti i Romani, ed ucciso Nepoziano, la cui testa sopra una picca fu
dipoi portata per Roma. A questa vittoria tenne dietro un gran macello
di chiunque s'era dichiarato parziale di Nepoziano. Sfogò Marcellino
inoltre la rabbia sua contra di qualunque persona che avesse attinenza
per via di donne alla famiglia imperiale, e vi perì fra l'altre la
stessa _Eutropia_ madre di Nepoziano e zia dell'Augusto Costanzo. Anche
Temistio fa menzione[112] delle crudeltà usate da Magnenzio contra del
senato e popolo di Roma; queste nondimeno si veggono attribuite da
Giuliano[113] ai ministri di lui, cioè, per quanto si può credere, al
suddetto Marcellino. Santo Atanasio[114] parla anch'egli di tali
carnificine, siccome altresì nella sua Storia Socrate[115], con asserire
che molti senatori vi perderono la vita, e con supporre che Magnenzio in
persona venisse a Roma: del che non resta alcun altro segnale nelle
antiche storie. Abbiamo bensì da Giuliano[116] ch'egli fece morir molti
uffiziali della propria armata, ed obbligò con un eccesso di tirannia i
popoli a pagare al suo fisco la metà dei lor beni sotto pena della vita
(il che se non s'intende della metà delle rendite, io non so credere
vero e nè pur possibile). Diede anche licenza agli schiavi di denunciare
i lor padroni, e sforzò altri a comperar le terre del principato, con
altre iniquità che non sono espressamente dichiarate dagli scrittori
d'allora. E tutto per ammassar danaro e milizie, sotto pretesto di voler
muover guerra ai Barbari, ma in effetto per farla contra di Costanzo.

Mentre in queste rivoluzioni di cose si trovava involto l'Occidente, non
era meno in tempesta l'Oriente. Imperocchè in quest'anno, di nuovo
ritornò Sapore re della Persia[117] ad assediar Nisibi nella
Mesopotamia, dopo aver dato un gran guasto a que' paesi e presi ancora
varii castelli. Non oso io decidere se questo sia il secondo o pure il
terzo assedio di quella città, come fu d'avviso il Tillemont[118]; il
quale scrive che _Lucilliano_, suocero di Gioviano, che fu poi
imperadore, era comandante allora di Nisibi, e fece una maravigliosa
difesa. Zosimo[119], parlando d'esso Lucilliano, e della sua bravura in
difendere quella città, chiaramente riferisce quell'assedio, non al
presente anno, ma bensì all'anno 360, siccome allora vedremo. Può essere
che Zosimo s'ingannasse scambiando i tempi, come il Petavio
avvertì[120]. Quanto al presente, l'abbiamo descritto da Giuliano[121],
da Teodoreto[122], da Zonara[123] e da altri, i quali ci fan vedere i
mirabili sforzi de' Persiani per espugnar quella fortezza. Giacchè a
nulla servivano gli assalti, gli arieti e le mine, ricorse Sapore al
ripiego di levar l'acqua ai cittadini, con voltare altrove il fiume
Migdonio che passava per mezzo alla città. Ma pozzi e fontane non
mancarono al bisogno di quegli abitanti. Quindi si studiò Sapore
d'inondar con quel fiume la città; ma essendo alto il piano d'essa,
altro non fecero le acque che allagarla d'intorno. Se con delle macchine
poste sopra navi fu fatta guerra alle mura, vi si trovarono anche
valorosi difensori che vano renderono ogni sforzo nemico. L'ultima e più
formidabile pruova per vincere l'ostinata città, fu quella di trattener
l'acque del fiume alla maggior possibile altezza, e poi di lasciarle
precipitar addosso alle mura. In fatti ne restò abbattuta una parte, ed
allora i Persiani alzarono un grido, come se già si vedessero padroni di
Nisibi. Ma affacciatisi dipoi alla breccia per entrarvi, vi trovarono
una resistenza sì forte, che furono obbligati a ritirarsi, avendo anche
il cielo combattuto con pioggia e fulmini in favore de' difensori.
Concordano gli storici cristiani che l'assistenza e le preghiere del
santo vescovo della città suddetta, Jacopo, quelle furono che ottennero
da Dio la preservazione di Nisibi tanto ora, quanto ne' precedenti
assedii, sicchè non cadesse in man dei Persiani. Rifecero i Nisibini un
muro interiore, e contuttochè Sapore continuasse pertinacemente anche un
mese l'assedio, pure altro non ne riportò che la perdita d'assaissime
migliaia d'uomini e cavalli, e di moltissimi elefanti, per tal maniera
che scornato dopo quattro mesi si vide sforzato a levar il campo, e a
ritornarsene al suo paese, dove sfogò la sua rabbia contro molti de'
suoi uffiziali, imputando a lor difetto l'infelice riuscita di
quell'impresa, secondo l'uso dei tiranni d'Oriente, presso i quali ogni
perdita si attribuisce a colpa de' generali, e si punisce la sfortuna
come un grave delitto. Restò con ciò abbassata non poco la superbia e
fierezza del re persiano, nel cui regno entrati intanto i Massageti,
fecero vendetta anch'essi dei danni recati al paese cristiano.

Durante questo celebre assedio s'era trattenuto l'Augusto Costanzo in
Edessa e in Antiochia senza osare di comparir in campo contra
dell'innumerabil esercito de' Persiani; e poichè intese la loro
ritirata, tutto lieto rivolse più che mai i pensieri agli affari
dell'Occidente, non parendo probabile ch'egli partisse prima di
quell'assedio dalla Soria, come ha l'autore della Cronica
Alessandrina[124]. Aveva egli in questo tempo raunata quanta gente atta
all'armi egli potè raccogliere dai suoi Stati, ed allestita anche una
formidabil flotta di navi, che dall'adulatore Giuliano[125] vien
chiamata superiore a quella di Serse. L'intenzione sua era di procedere
con tutto queste forze contra del tiranno Magnenzio; ed affinchè i
nemici persiani non si prevalessero della sua lontananza, provvide tutte
le fortezze di frontiera di buone guarnigioni, di macchine e di viveri;
e poi si mosse dalla Soria alla volta di Costantinopoli. Aveva più d'una
volta Magnenzio spediti suoi deputati ad esso Costanzo, per trattare un
qualche accordo, affin di assicurare e legittimare l'usurpazion sua: e
di ciò parla anche sant'Atanasio[126]. Ma Costanzo, che si credeva avere
dalla sua Vetranione, divenuto imperadore dell'Illirico, e, per
conseguente, giudicava il suo partito superiore di forze a quello del
tiranno, niun ascolto avea dato finora a sì fatte proposizioni. Restò
egli dipoi ben sorpreso o stordito, allorchè gli giunse l'avviso che
Vetranione e Magnenzio aveano fatta pace fra loro. Più ancora crebbe
l'apprensione e l'affanno suo, quando arrivò ad Eraclea della
Tracia[127], perchè ivi se gli presentarono gli ambasciadori di amendue,
cioè _Rufino_ prefetto del pretorio, _Marcellino_ già da noi veduto il
braccio diritto di Magnenzio, e general delle sue armi, insieme con due
altri primarii uffiziali, cioè Nuneco e Massimo. Esposero costoro che
Magnenzio e Vetranione erano pronti a riconoscere Costanzo per Augusto
primario, purchè egli volesse lasciar loro godere il medesimo titolo,
cercando di persuaderglielo con ricordare gl'incerti avvenimenti delle
guerre. Magnenzio inoltre, per assodar meglio l'amicizia, proponeva di
torre per moglie Costanza, o pur Costantina, sorella del medesimo
Costanzo, esibendo nello stesso tempo a Costanzo una sua figliuola per
moglie: segno che egli era vedovo allora. Trovossi ben imbrogliato
Costanzo, nè sapea qual risoluzion prendere, se non che Zonara[128]
scrive essergli apparuto in sogno Costantino suo padre, che presentargli
Costante, gli ordinò di vendicarne la morte, e gli promise la vittoria.
Vera o falsa che sia tal diceria, certo è intanto che Costanzo rigettò
ogni proposizion di Magnenzio; ma forse trattò più dolcemente con quei
di Vetranione.

Quindi coraggiosamente marciò innanzi, ed arrivò sino a Serdica,
capitale della Dacia novella[129]. Turbossi veramente Vetranione
all'improvvisa venuta di Costanzo: ma non lasciò di andare ad
incontrarlo con un corpo vigoroso d'armata, maggiore ancora di quella di
Costanzo: il che si crede che inducesse Costanzo a trattar
amichevolmente con lui, e dopo avergli confermato il titolo d'Augusto,
ed unite le sue colle di lui milizie, si diede a trattar seco delle
maniere di opprimere Magnenzio. Un dì poi alla presenza di tutte le lor
truppe salirono amendue sopra un palco, e Costanzo, come più
privilegiato per la preminenza della sua nascita, fece[130] una arringa
in latino a quell'esercito, ricordando ad ognuno la liberalità loro
usata da Costantino suo padre, e il giuramento da essi prestato di dare
assistenza ai di lui figliuoli, e pregando ognuno di mostrar la fedeltà
e l'amore dovuto, per vendicar la morte di suo fratello Costante, e per
non lasciar impunito l'indegno usurpatore Magnenzio. Finì con dire che
egli non dimandava se non quello che gli conveniva di ragione, essendo
di dovere che l'eredità di un fratello pervenisse all'altro. Stava ben
la lingua in bocca a Costanzo, e però tra il suo bel dire, e l'aver
dalla sua tutto il suo esercito, con aver anche guadagnato con regali
segretamente molti dell'armata di Vetranione, ancorchè nulla
specificatamente proferisse contra d'esso Vetranione, tuttavia quelle
milizie all'improvviso con alte grida si lasciarono intendere di non
volere se non _Costanzo_ per imperadore[131], che a lui solo
servirebbono, per lui solo spenderebbono sangue e vita. Accortosi allora
troppo tardi il vecchio _Vetranione_ della rete, in cui era caduto,
altro scampo non ebbe che di gittarsi ai piedi dell'Augusto, e di
deporre la porpora e il diadema. Costanzo, senza lasciarsi vincere in
cortesia, l'abbracciò, chiamollo suo padre, e gli diede volentieri la
mano a scendere dal trono. Succedette questo fatto nel dì 25 di dicembre
dell'anno presente, e non già del seguente, come ha Idazio[132];
imperciocchè la Cronica Alessandrina[133] ed anche Aurelio Vittore[134]
non danno più di dieci mesi d'imperio a Vetranione. Che in Naisso, città
della Dacia novella, si trovasse allora Costanzo, l'abbiamo da san
Girolamo[135], ma Socrate e Sozomeno dicono in Sirmio. Dan qui nelle
trombe Giuliano[136] e Temistio[137], esaltando con lodi magnifiche
Costanzo, per essersi egli con tanta animosità, eloquenza e destrezza
sbrigato di questo competitore, ed aver con sì poca fatica guadagnate
tante e sì fertili provincie, piene di popoli bellicosi, ed insieme
un'armata di venti mila cavalli, e d'una copiosissima fanteria. Quello
che indubitatamente ognun riconoscerà per lodevole in Costanzo è il
trattamento ch'egli fece al deposto Vetranione. Gli avrebbono fra poco
tempo i tiranni sotto qualche pretesto tolta la vita, acciocchè non
potesse risorgere. Ma Costanzo[138], senza permettere che gli fosse
fatto alcun torto, il tenne seco a tavola, poscia il mandò ad abitare in
Prusa di Bitinia, con ordine che gli fosse fatto un trattamento
onorevole ed anche delizioso. Quivi, secondo Zonara[139], egli
tranquillamente campò anche sei anni, esercitandosi in opere di
cristiana pietà e in limosine ai poveri, con trovar più dolce quella
vita, siccome libera dalle spine dei gran governi. Sovente ancora[140]
scrisse a Costanzo, ringraziandolo del bene fattogli, con liberar la sua
vecchiaia dalle inquietudini del principato, ed esortandolo ad
abbracciar anch'egli un eguale stato di felicità. Il testo di Socrate
pare che dica ciò scritto da Costanzo a Vetranione; ma han creduto il
Tillemont[141] e il Fleury[142] che colla mutazion sola d'una parola più
naturale sia il primo senso, e al loro parere par giusto l'attenersi.

NOTE:

[75] Bucher., in Catalogo.

[76] Idacius, in Fast. Zosimus, lib. 2, cap. 42. Zonar., in Eutrop.
Aurelius Victor. Socrat. et alii.

[77] Zosimus. Idacius. Hieron. Aurel. Victor.

[78] Zonaras, in Annal.

[79] Athanasius, in Apolog. Optatus, lib. 3.

[80] Victor, in Epitome. Victor, de Caesarib. Eutrop., in Breviar.

[81] Aurelius Victor. Eutropius.

[82] Liban., Orat. III.

[83] Ammianus Marcellinus, lib. 20, cap. 11.

[84] Athanasius, in Epistol. ad Solitar.

[85] Julian., Orat. I. Zosimus, lib. 2, cap. 43.

[86] Zonar., in Annal.

[87] Aurelius Victor, in Epitome.

[88] Idem, de Caesarib.

[89] Eutrop., in Breviar.

[90] Mediobarbus, Numismat. Imper.

[91] Julian., Orat. I.

[92] Aurelius Victor, de Caesarib.

[93] Zonaras, in Annal.

[94] Philostorgius, lib. 3, cap. 26.

[95] Julian. Libanius. Zosimus et alii.

[96] Aurelius Victor, in Epitome.

[97] Athanasius, in Apolog.

[98] Chron. Alexandrinum.

[99] Mediobarbus, Numismat. Imper.

[100] Aurelius Victor, de Caesarib.

[101] Julian., Orat. I.

[102] Eutrop., in Breviar.

[103] Chron. Alexandrinum.

[104] Idacius, in Fastis.

[105] Philostorg., Histor., lib. 3, cap. 22.

[106] Theophan., in Chronogr.

[107] Julian., Orat. I.

[108] Zonaras, in Annalibus.

[109] Zosimus, lib. 2, cap. 43. Idacius. Aurel. Victor. Eutrop.

[110] Idacius, in Fastis.

[111] Hieronymus, in Chronico.

[112] Temisthius, Orat. III.

[113] Julian., Orat. II.

[114] Athan., in Apolog.

[115] Socrat., lib. 1, cap. 32.

[116] Julian., Orat. I.

[117] Idacius, in Fastis. Socrates, Histor. Eccl., lib. 2, cap. 26.
Chron. Alexandrinum. Zonaras, in Annalib. Julian., Orat. II.

[118] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

[119] Zosimus, lib. 3, cap. 8.

[120] Petav., in Notis ad Julianum.

[121] Julian., Orat. II.

[122] Theodoret., Histor., lib. 2, cap. 26. Chron. Alexandrinum.

[123] Zonaras, in Annalib.

[124] Chron. Alexandr.

[125] Julian., Orat. I.

[126] Athanasius, Apolog.

[127] Petrus Patricius, de Legat. Tom. I Histor. Byzant.

[128] Zonaras, in Annal.

[129] Julian., Orat. II.

[130] Zosimus, lib. 2, cap. 44.

[131] Socrat., lib. 2, cap. 28. Zonar., in Annal.

[132] Idacius, in Fastis.

[133] Chronic. Alexandrinum.

[134] Aurel. Vict., de Caesarib.

[135] Hieron., in Chron.

[136] Julian., Orat. I.

[137] Themistius, Orat. III.

[138] Chron. Alex. Philostorg. Zosimus. Julianus et alii.

[139] Zonar., in Annal.

[140] Socrat., lib. 2, cap. 28.

[141] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

[142] Fleury, Hist. Eccl., lib. 13.



    Anno di CRISTO CCCLI. Indizione IX.

    GIULIO papa 15.
    COSTANZO imperadore 15.

    Dopo il consolato di SERGIO e
    NEGRINIANO.


Così è notato in tutti i Fasti, perchè nei paesi dipendenti da Costanzo
Augusto non furono riconosciuti i consoli che Magnenzio elesse per
quest'anno in Roma. Per altro abbiamo la testimonianza dell'Anonimo[143]
Autore de' prefetti di Roma che _Magnenzio_ e _Gaisone_ (lo stesso che
tolse di vita Costante Augusto) furono consoli in Roma nell'anno
presente. Un frammento nondimeno d'antica iscrizione, da me dato alla
luce[144], parla di _Magnenzio_ e _Decenzio consoli_, e parrebbe che
appartenesse a questo anno. Quanto alla prefettura di Roma, v'ebbe più
volte cangiamento di ministri nell'anno corrente[145]. _Fabio Tiziano_
la tenne per i due primi mesi. Nel primo dì di marzo a lui succedette
_Aurelio Celsino_. Nel dì 12 di maggio _Celio Probato_, al quale nel dì
7 di giugno fu sostituito _Clodia Adelfio_; e nel dì 18 di dicembre
surrogato gli fu _Valerio Procolo_. Fra gli altri Adelfio fu sospettato
di nudrir pensieri pregiudiziali contra di Magnenzio, come s'ha da
Ammiano Marcellino[146]. Passò l'Augusto Costanzo il verno in Sirmio
della Pannonia, dove andò facendo le necessarie disposizioni per
procedere ostilmente al primo addolcirsi della stagione contra del
tiranno Magnenzio. Ma eccoti novelle che il re Sapore di Persia[147] con
formidabile armata minacciava di nuovo la Mesopotamia, e corse anche
voce che entratovi dopo fieri saccheggi fosse ritornato indietro.
Conobbe allora Costanzo di non poter solo accudire a due diverse guerre,
e che per acquistar l'Occidente, correva pericolo di perder l'Oriente; e
però venne alla risoluzione di eleggersi un collega, il quale mentr'egli
guerreggiava nell'una parte, avesse l'occhio alla difesa dell'altra.
Niuna prole maschile fin qui gli aveva dato Iddio, e nè pur gliene diede
dipoi. Rivolse dunque il guardo a _Gallo_ suo cugino, figliuolo di
_Giulio Costanzo_, cioè di un fratello del gran Costantino. Avea _Gallo_
col fratello suo _Giuliano_, che fu poi Apostata, quasi miracolosamente
scappata la morte nell'anno 337, allorchè Costante Augusto fece
quell'orrido macello di tanti suoi parenti, e fra gli altri del padre
d'esso Gallo. Tornato poi in sè stesso, non solo lasciò di perseguitare
i due giovanetti cugini[148], ma ebbe cura di farli signorilmente
educare, con restituire a Gallo buona parte de' beni paterni e a
Giuliano quei della madre, tenendoli nondimeno amendue come in una
specie d'esilio in varii luoghi, e specialmente in una terra della
Cappadocia. L'occasione suddetta portò che gli affari di Costanzo
abbisognassero d'un braccio fedele per costodir l'Oriente dai continuati
insulti de' Persiani. Costanzo adunque, chiamato a sè Gallo, gli conferì
il titolo e la dignità di _Cesare_ nel dì 15 di marzo[149], e nel
medesimo tempo volle ch'egli sposasse sua sorella, chiamata da alcuni
_Costanza_, ma che, per attestato di Ammiano, fu veramente _Costantina_,
vedova del già re Annibaliano. Poscia il mandò alla difesa dell'Oriente,
dandogli per generale dell'armi _Lucilliano_. Benchè _Gallo_ prendesse
allora il nome di _Costanzo_, o per onorare il benefattore Augusto, o
pure per ricreare suo padre Giulio Costanzo, nientedimeno gli scrittori
continuarono a chiamarlo Gallo, per non confondere il nome di lui con
quello del regnante imperadore. Il Gotofredo[150] fu di parere che Gallo
assumesse il nome non di Costanzo, ma di _Costante_, citando in prova di
ciò Idazio[151] e l'autore della Cronica Alessandrina[152], ma il
Tillemont[153] con più fondamento sostenne la precedente opinione; e pur
troppo si trovano nelle memorie antiche sovente confusi e cambiati
questi nomi per la loro vicinità, o per le abbreviature. Dovrebbono
servire a decidere questa per altro poco importante quistione le
medaglie[154] rapportate da varii autori col CONSTANTIVS GALLVS, se noi
fossimo certi della loro legittimità. In passando esso Gallo per
Nicomedia[155], visitò Giuliano suo fratello, ivi dimorante sotto la
disciplina di Eusebio vescovo ariano di quella città.

Solamente in quest'anno fu, per attestato di Zosimo[156] e di
Zonara[157], che il tiranno Magnenzio, trovandosi in Milano, diede il
titolo di _Cesare_ a _Decenzio_ suo fratello, inviandolo poscia alla
difesa delle Gallie, che in questi tempi più che mai rimasero esposte
alla rabbia ed avidità dei Franchi, Sassoni, Alemanni ed altri popoli
della Germania. Libanio[158] non ebbe difficoltà di scrivere che
Costanzo Augusto, considerando più la ragion di stato, fiera turbatrice
del riposo de' popoli, che ogni altro riguardo; e pensando solo a
vincere, senza mettersi pensiero, se legittimi o no fossero i mezzi,
quegli fu che mosse con sue lettere e con danaro i Barbari a far guerra
a Magnenzio nelle Gallie, per facilitare maggiormente a sè stesso la
maniera di atterrarlo. Di simili esempli volesse Dio che le susseguenti
età, ed anche la nostra, non ne avessero mai veduto, ed insieme
deploratane l'iniquità. Certo è che que' Barbari recarono incredibili
danni alle Gallie, posero a sacco molte ricche città, e scorrendo
dappertutto senza trovare resistenza alcuna, talmente fissarono ivi il
piede, che solamente si poterono far isloggiare di là ai tempi di
Giuliano Cesare, siccome diremo. Le tante estorsioni di Magnenzio,
accennate di sopra, per adunare il nerbo quasi principal delle guerre,
cioè il danaro e le diligenze da lui fin qui usate, aveano servito a
metter insieme una sì sterminata copia d'armati non solo suoi sudditi,
ma anche Sassoni, Franchi e di altre nazioni germaniche[159], prese al
suo soldo, che pareva con tante forze atto ad annientare l'Augusto
Costanzo, e ad assorbire il rimanente dell'imperio. Per maggiormente
ancora animar le sue genti, promise loro la libertà dei saccheggi. In
questo mentre Costanzo, stando nella Pannonia, niun movimento faceva;
mostrava anzi paura, con disegno di tirare il nimico nel paese piano
d'essa Pannonia, perchè, quantunque inferiore di fanteria, sperava di
far meglio giuocare la sua cavalleria, superiore di numero a quella di
Magnenzio[160]. In fatti dalla Italia pel Norico s'inoltrò la possente
armata del tiranno alla volta della Pannonia, e mandò innanzi a sfidare
Costanzo, con dire che nelle campagne larghe di Sciscia al fiume Savo
verrebbe a trovarlo, per chiarire chi sapesse più bravamente menar le
mani. E perciocchè intese che Costanzo avea spedite innanzi alcune
schiere per contrastargli qualche passo, in un'imboscata che loro tese,
le mise a filo di spada. Or mentre egli insuperbito per questo primo
vantaggio si andava disponendo per passare il Savo, ecco giugnere
_Filippo_, uno de' primi uffiziali della corte di Costanzo, perchè
prefetto del pretorio, e personaggio di sperimentata prudenza, spedito
dall'Augusto padrone in apparenza, secondo la opinione d'alcuni, per
trattare di pace, ma in sostanza per iscoprire le forze e i disegni di
Magnenzio, e studiarsi di mettere sedizione nella di lui armata.
Diedegli udienza Magnenzio alla presenza di tutte le sue milizie, e
seppe ben valersi l'accorto ambasciatore dell'occasione, mostrando di
parlare al solo tiranno, per fare un'aringa anche alle ascoltatrici
truppe di lui, con rappresentare come cosa vergognosa a gente romana il
portar l'armi contra d'altri Romani, e massimamente contra de' figliuoli
del gran Costantino, principe, a cui tutti aveano tante obbligazioni.
Aggiunse, che se Magnenzio volea cedere a Costanzo l'Italia,
consentirebbe Costanzo a lui la signoria delle Gallie; sotto il qual
nome sembra verisimile che fosse compresa anche la Spagna e Bretagna.
Zosimo e Zonara furono d'avviso che Costanzo veramente desiderasse la
pace, per ischivare lo spargimento inevitabile del sangue di tanti
popoli. Fece tal impressione nel cuore degli ascoltanti il discorso di
Filippo, che durò fatica Magnenzio a far intendere la sua risposta,
consistente in dire ch'egli di buon cuore accettava la proposizion di
pace, ma che gli bisognava un po' di tempo per maturarne le condizioni.
Con tale scappata rimise lo affare al giorno seguente, nel quale aringò
la sua armata, e tanto disse dei mancamenti ed eccessi dell'estinto
Costante, che smorzò in cuore dei più d'essi la inclinazione alla pace.

Tosto dunque fatto prendere l'armi, andò per passare il Savo in
vicinanza di Sciscia; ma gli fu all'incontro la guarnigione di quella
città, che diede una fiera percossa alle di lui genti, parte
precipitandole nel fiume, e parte trucidandole colle spade. Allora
Magnenzio, vedendo tanto scompiglio de' suoi, cacciata la punta
dell'asta sua in terra, fece segno con la mano alle milizie di Costanzo,
di voler parlare di pace; e ne parlò in fatti, mostrando di passare
unicamente per trattarne con Costanzo; di modo che o i soldati di
Costanzo, o Costanzo medesimo ch'era vicino, fecero cessar la battaglia,
e permisero il passo a Magnenzio. Tale è il racconto di Zosimo[161], in
cui nondimeno apparisce poca verisimiglianza. Quel che è certo, valicato
ch'ebbe Magnenzio il Savo, stese il poderoso esercito suo nelle pianure
poste tra il Savo e il Dravo, bramando intanto Costanzo di ridurlo a
Cibala, per dargli battaglia in quel luogo, dove Costantino suo padre,
ventisette anni prima, aveva sconfitto Licinio. Era appunto in Cibala
Costanzo, e quivi teneva mirabilmente afforzato il suo campo, quando
_Tiziano_, senator romano, creduto il medesimo che vedemmo poco fa
prefetto di Roma, spedito da Magnenzio, venne a parlargli. Disse costui
un'infinità d'insolenze contro la memoria del gran Costantino e de' suoi
figliuoli, conchiudendo in fine che se a Costanzo era cara la vita,
dimettesse l'imperio. Non altro gli rispose Costanzo, se non che
rimetteva la sua causa alla giustizia di Dio, sperando che essa
combatterebbe in suo favore, e vendicherebbe la morte indegna del
fratello. Permise ancora a Tiziano di andarsene salvo, ancorchè i suoi
cortigiani fossero in affanno, perchè _Filippo_, già inviato a
Magnenzio, non era per anche tornato indietro dal campo, e nuova di lui
non si sapeva. Accadde poscia che _Silvano_, il quale comandava un corpo
di cavalleria di Magnenzio, con tutti i suoi disertando, passò ai
servigi di Costanzo: azione, che quanto recò di giubilo all'esercito
d'esso Costanzo, altrettanto di affanno portò a Magnenzio, il quale, per
paura che altri imitassero quell'esempio[162], si affrettò per venire
alla decision della lite con qualche combattimento. Assalì Sciscia, e,
presala d'assalto, la desertò. Dopo aver dato il sacco al paese posto
fra il Dravo e il Savo, piombò addosso alla città di Sirmio, capitale
del paese, credendosi di entrarvi senza contrasto. Trovò che i cittadini
e il presidio militare aveano sangue nelle vene e cuore in petto; e
però, lasciata quell'impresa, rivolse i passi e l'armi contro la città
di Mursa, situata alla riva del fiume Dravo, dove ora è il ponte di
Essec; e poichè la trovò ben munita, e costò caro alle di lui genti un
furioso assalto, per cui sperava di prenderla, si mise ad assediarla.
Allora fu che Costanzo, per non lasciar cadere quella città in man del
nemico, mosse il suo campo a quella volta. Avvisato nel cammino che
Magnenzio gli avea tesa un'imboscata, ebbe maniera di far tagliare a
pezzi quella nemica brigata.

Furono dunque a vista le due possenti armate, vogliose amendue di menar
le mani, e nel dì 28 di settembre si schierarono per venire a battaglia.
Stettero in ordinanza la maggior parte del dì, senza che alcuna d'esse
cominciasse la danza: nel qual mentre, se vogliam credere a Zonara[163],
Magnenzio, per consiglio d'una maga, fece un orrido sagrificio d'una
fanciulla. Finalmente, accostandosi la sera, cominciò il terribil fatto
d'armi, le cui particolarità, secondo il solito, son raccontate
diversamente dagli scrittori. Giuliano[164] pretende che la vittoria non
tardasse a dichiararsi in favor di Costanzo, con rimanere rovesciato il
corpo di battaglia di Magnenzio dall'ala sinistra; e dalla cavalleria
d'esso Costanzo; e che Magnenzio non tardò a prendere la fuga; ma che le
sue genti rimesse in ordinanza continuarono a far testa, animate dal
coraggio de' loro uffiziali. Zosimo[165] e Zonara[166], per lo
contrario, scrivono che il combattimento restò dubbioso fino alla nera
notte, quando le genti di Costanzo, fatto uno sforzo, misero finalmente
in rotta i nemici, buona parte de' quali o restò fredda sul campo, o
andò a bere la morte nel fiume Dravo. Presi furono gli alloggiamenti dei
vinti, che andarono a sacco; e Magnenzio, allorchè vide disperato il
caso, e d'aver anche corso pericolo d'essere preso, come scrive
Eutropio[167], deposti gli abiti imperiali, e travestito si diede alla
fuga, lasciando indietro il suo cavallo ben addobbato, acciocchè si
credesse ucciso il padrone, e niuno gli tenesse dietro. Abbiamo da
Sulpicio Severo[168] che l'Augusto Costanzo nel tempo della zuffa stette
aspettandone l'esito nella chiesa de' Martiri di Mursa. Certo egli non
fu mai in concetto di gran guerriero, ed allora dovette raccomandarsi
ben di cuore a Dio, ed implorar l'intercessione de' santi. Fu questa una
delle più fiere e sanguinose battaglie che da gran tempo avesse veduta
l'Europa, e vi perirono assaissimi uffiziali di raro valore dall'una
parte e dall'altra, uno de' quali specialmente è rammemorato da
Zosimo[169], cioè Menelao capitano degli arcieri, il quale con tal forza
e disinvoltura nel medesimo tempo scagliava tre freccie, che colpiva tre
diverse persone. Con una d'esse avendo egli mortalmente ferito Romolo,
generale dell'armata magnenziana, questi non volle desistere dal
combattimento, finchè non ebbe tolta la vita al feritore, con lasciarvi
appresso anch'egli la sua. Nuova più non si seppe di Marcellino, altro
generale d'esso Magnenzio, e gran promotore della di lui ribellione; e
però fu creduto ch'egli perisse nel Dravo. La mattina seguente[170]
Costanzo Augusto si portò a mirare da un'eminenza il campo della
battaglia; ed osservato il funesto spettacolo della innumerabil gente
tanto sua che nemica estinta, non potè contener le lagrime, considerando
come l'imperio romano fosse rimasto privo di sì gran copia di bravi
uffiziali e forti soldati, che sarebbono stati il terror de' Barbari e
il sostegno delle provincie romane. Eutropio[171] anch'egli nota che di
sommo pregiudizio all'imperio riuscì la perdita di sì valorose milizie.
Non sembra poi credibile il dirsi da Zonara che Costanzo di ottanta mila
combattenti, ch'egli avea, ne perdè trenta mila; e Magnenzio di
trentasei mila ne lasciò sul campo ventiquattro mila. Vi sarà dell'error
nel suo testo. Ordinò dunque Costanzo che si desse tosto sepoltura a
tutti i cadaveri senza distinzion d'amici e di nemici, e che si
curassero i feriti dell'una e dell'altra parte. Pubblicò ancora il
perdono per chiunque avesse portate l'armi contra di lui, ed avuta parte
nella morte del fratello Costante. Intanto il fuggitivo Magnenzio[172]
ebbe la fortuna per ora di scappare il meritato gastigo, e di salvarsi,
con ripassar l'Alpi, tornandosene nelle Gallie, giacchè non si fidava
de' Romani e degl'Italiani, a' quali sapeva d'essere in odio. Nè
Costanzo si sentì voglia di fargli tener dietro, nè di proceder oltre,
perchè trovò anche l'armata sua troppo affaticata ed infievolita di
forze[173]. La flotta sua, che s'era lasciata vedere sulle coste
dell'Italia in questi medesimi tempi, senza aver operato cosa alcuna
degna di memoria, solamente servì ad imbarcar molti che fuggivano la
crudeltà di Magnenzio, e fra essi non pochi senatori e principali di
Roma.

NOTE:

[143] Cuspinianus. Bucherius.

[144] Thes. Novus Inscript., pag. 380.

[145] Cuspinianus. Panvinius. Bucherius.

[146] Ammianus, lib. 16, cap. 6.

[147] Philost., lib. 3, cap. 23. Zonar., in Annal.

[148] Julian., in Epist. ad Athen.

[149] Idacius, in Fast. Zonar., in Annal. Socrat., Hist., lib. 2, cap.
28.

[150] Gothofred., in Chron. Cod. Theodos.

[151] Idacius, in Fastis.

[152] Chron. Alexand.

[153] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

[154] Mediobarbus, Numismat. Imper.

[155] Liban., Orat. XII.

[156] Zosimus, lib. 2, cap. 45.

[157] Zonaras, in Annalib.

[158] Liban., Orat. XII.

[159] Julian., Orat. I.

[160] Zosimus, lib. 2, cap. 45 e 46. Zon., in Ann.

[161] Zosimus, lib. 2, cap. 48.

[162] Zosim., lib. 2, cap. 49. Zonar., in Annal.

[163] Zonar., in Annal. Idacius, in Fastis.

[164] Julian., Orat. II.

[165] Zosim., lib. 2, cap. 49.

[166] Zonar., in Annalib.

[167] Eutrop., in Breviar.

[168] Sulpitius Severus, Hist., lib. 2.

[169] Zosimus, lib. 2, cap. 52.

[170] Zonar., in Annalib.

[171] Eutrop., in Breviar.

[172] Zosimus, lib. 2, cap. 53.

[173] Julian., Orat. II.



    Anno di CRISTO CCCLII. Indizione X.

    LIBERIO papa 1.
    COSTANZO imperadore 16.

_Consoli_

FLAVIO COSTANZO AUGUSTO per la quinta volta e FLAVIO COSTANZO GALLO
CESARE.


Tali furono i consoli nell'Oriente e nell'Illirico, cioè nelle provincie
dipendenti da Costanzo imperadore; imperciocchè per conto di Roma, e
dell'Italia e delle provincie oltramontane, tuttavia ubbidienti
all'usurpatore Magnenzio, abbiamo dal Catalogo de' Prefetti di Roma[174]
che furono consoli _Decenzio_ (cioè il fratello del tiranno) e _Paolo_.
Fece fine in quest'anno ai suoi giorni il romano pontefice san _Giulio_,
dopo avere con incredibil fermezza e zelo sostenuta la religione
cattolica contro la prepotenza degli ariani[175]. Accadde il beato
passaggio di lui nel dì 12 d'aprile, e poscia nel dì 21 di giugno,
_Liberio_ in sua vece fu posto nella sedia di san Pietro. Tornò _Valerio
Procolo_ ad essere prefetto di Roma, e a lui poscia nel dì 9 di
settembre in quell'uffizio succedette _Settimio Mnasea_, che lo tenne
sino al dì 26 del medesimo mese, in cui ebbe per successore _Nerazio
Cereale_. Passò l'Augusto Costanzo il verno nella Pannonia, allestendo
intanto le maggiori forze possibili per calare nella prossima primavera
in Italia. Magnenzio, che già prevedeva il colpo, ossia ch'egli non si
fosse ritirato nelle Gallie nell'anno prossimo addietro, o che tornasse
da esse Gallie in Italia, si andò a postare ad Aquileia, per quivi
impedir la calata de' nemici[176]. Quivi, credendosi egli più che
sicuro, attendeva a solazzarsi; quando Costanzo, venuta la prima buona
stagione, mise in marcia l'esercito suo; e la prima sua impresa fu
quella d'impadronirsi senza gran fatica d'un castello situato sull'Alpi
Giulie, creduto da Magnenzio inespugnabile per la numerosa guarnigione
ch'egli avea qui collocata. Ammiano Marcellino[177] sembra attribuire la
facilità di questa conquista ad un conte Atto, il quale si lasciò
prendere da quel presidio, e seppe poi con doni e promesse tirarlo alla
divozion di Costanzo. Per questo colpo veggendo Magnenzio sconcertate le
sue misure, si ritirò da Aquileia, lasciando all'armi di Costanzo libera
l'entrata in Italia. Di quello che dipoi avvenne in queste contrade poco
si sa. Aurelio Vittore[178] in due parole accenna che Magnenzio verso
Pavia diede delle percosse alle milizie di Costanzo, mentre
disordinatamente l'inseguivano: il che nondimeno a nulla servì per
impedire i progressi dell'armi di Costanzo, le quali in fine il
ridussero ad abbandonar l'Italia. Per quanto s'ha da Zonara[179],
contribuì non poco a farlo ritirar nelle Gallie l'averlo abbandonato
molte delle sue soldatesche, per darsi a Costanzo colle fortezze
raccomandate alla lor custodia. Non lasciò per questo il tiranno
d'inviare un senatore, e poi dei vescovi a Costanzo, cercando pure, se
poteva, d'intavolar qualche trattato di pace, con esibirsi infino di
sottomettersi, purchè gli restasse qualche onorevol grado nella milizia.
Costanzo senz'altra risposta rimandò indietro quegli inviati.

In somma non passarono molti mesi che Costanzo Augusto divenne pacifico
padrone di Roma e dell'Italia tutta. Una legge da lui pubblicata[180]
per cassare gli atti del tiranno, se pur la data non è guasta, cel fa
vedere in Milano nel dì 3 di novembre dell'anno presente. E il
Tillemont[181] osservò che se _Nerazio Cereale_, che dicemmo creato
prefetto di Roma, è quel medesimo che si sa essere precedentemente stato
uffiziale della corte di Costanzo, veniamo ad intendere che anche nel dì
26 di settembre Costanzo signoreggiava in Roma, perchè egli inviò colà
un nuovo prefetto, cioè il medesimo Cereale. Ricavasi poi da
Giuliano[182] che Costanzo spedì la sua armata navale dall'Egitto e
dall'Italia, per ridurre alla sua ubbidienza Cartagine e l'Africa: il
che gli venne fatto. Veleggiarono similmente altre navi a prendere il
possesso della Sicilia; ed avendo fatto passar la flotta in Ispagna,
que' popoli sino ai monti Pirenei l'accettarono per loro signore. Ma
questi felici avvenimenti appartengono piuttosto all'anno seguente.
Accudiva in questi tempi Gallo Cesare al governo dell'Oriente, quando,
per testimonianza di Zonara[183], Magnenzio spedì colà un suo sicario
per assassinarlo, e dar con ciò apprensione di novità a Costanzo.
Sovvertì costui alcune persone militari; ma, scoperta la trama, ognun la
pagò colla vita. Ma forse non v'era bisogno d'immaginar costui inviato
da Magnenzio, perchè sì malamente, come vedremo, reggeva Gallo que'
popoli, che da maravigliarsi non sarebbe se nella stessa Soria si fosse
maneggiata qualche congiura per torgli la vita. A questi tempi vien
riferita da san Girolamo[184] e da Teofane[185] una solevazion de'
Giudei nella Palestina. Prese l'armi, uccisero di notte le guarnigioni
romane; poi sfogarono la rabbia loro contra de' Samaritani con fieri
saccheggi, e con giugnere infino, se Aurelio Vittore[186] non falla, a
dare il titolo di re ad un certo Patrizio. Ebbero ben presto a
pentirsene. Marciò colà da Antiochia Galle Cesare; ne mise a fil di
spada molte migliaia, senza nè pur perdonare ai fanciulli; e diede in
preda alle fiamme alcune loro castella e città, e fra l'altre Tiberiade,
Diospoli e Diocesarea. L'ultima soprattutto fu spianata dai fondamenti,
perchè ivi era nata la ribellione. Varie leggi[187] del Codice
Teodosiano ci fan vedere l'imperadore Costanzo nei primi sei mesi, ed
anche nel dicembre dell'anno presente, in Sirmio e Sabaria della
Pannonia; ma si può ben temere che non tutte quelle date sieno giuste.

NOTE:

[174] Cuspinianus. Bucherius.

[175] Chronic. Damasi. Baronius, Annal. Eccl. Pagius, Crit. Baron.

[176] Julian., Orat. I et II.

[177] Ammianus, lib. 31, cap. 11.

[178] Aurel. Victor, in Epitome.

[179] Zonaras, in Annal.

[180] L. 5, de infirmandis bis, quae sub Tyrann. Cod. Theodos.

[181] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

[182] Julian., Orat. I.

[183] Zonar., in Annal.

[184] Hieron., in Chron.

[185] Theophanes, in Chronogr.

[186] Aurelius Victor, de Caesarib.

[187] Gothofred., Chron. Cod. Theod.



    Anno di CRISTO CCCLIII. Indizione XI.

    LIBERIO papa 2.
    COSTANZO imperadore 17.

_Consoli_

FLAVIO COSTANZO AUGUSTO per la sesta volta e FLAVIO COSTANZO GALLO
CESARE per la seconda.


Continuò ad esercitar la prefettura di Roma _Nerazio Cereale_ sino al dì
8 di dicembre, nel qual giorno ebbe per successore _Memmio Vitrasio
Orfito_. L'anno fu questo in cui l'Augusto Costanzo giunse a terminar
felicemente la guerra contra del tiranno _Magnenzio_. S'era, siccome
dicemmo, ritirato costui nelle Gallie, dove attese a premunirsi il
meglio che potè, giacchè prevedeva che le forze di Costanzo erano per
cadere addosso di lui anche in quelle parti. Giuliano[188] ci assicura
ch'egli maggiormente si screditò per le tante estorsioni e crudeltà che
allora commise per unir danari, di modo che abbondavano i desiderosi
della di lui rovina. Abbiamo da Ammiano[189] che la città di Treveri
chiuse le porte a _Decenzio Cesare_ di lui fratello, ed elesse per suo
difensore un certo Pemenio, che poi nell'anno 335 ne pagò il fio.
Zosimo[190] ancora scrive che avvenne in questi tempi l'irruzione de'
Barbari della Germania nelle Gallie, procurata sotto mano con regali dal
medesimo Costanzo Augusto. Ma quello che probabilmente ridusse a mal
termine gli affari di Magnenzio fu l'andare i soldati ed uffiziali suoi
disertando, con passare al servigio del nemico imperadore. Perciò,
impoverito di forze, impedir non potè il passaggio delle Alpi all'armata
di Costanzo, riducendosi solamente a contrastarle i progressi al luogo
di monte Seleuco nell'Alpi Cozzie, posto nel Delfinato d'oggidì fra Die
e Gap. Quivi battaglia seguì fra i due nemici eserciti; e ne andò
sconfitto quel di Magnenzio. Perciò il tiranno, salvatosi a Lione con
poca gente di seguito, si trovò presto in istato di disperazione;
perchè, avvedutosi che i suoi soldati lo aveano come bloccato in casa,
con pensiero di darlo vivo in mano di Costanzo, uscì per ricordar ad
essi il loro dovere nel dì 15 d'agosto, come ha Socrate[191]. Ma
udito[192] che gridavano tutti: _Viva Costanzo Augusto_, rientrato nel
palazzo, e trasportato da rabbia e furore, uccise la propria sua madre,
ferì gravemente _Desiderio Cesare_ suo fratello; svenò ancora, o pure
ferì chi gli capitò davanti de' suoi cortigiani, ed in fine[193] colla
punta della spada rivolta al suo petto, correndo contro al muro, tal
ferita si diede, che col sangue uscì anche l'empia di lui anima,
esentando in tal guisa sè stesso dai tormenti che poteva aspettarsi,
cadendo in mano di Costanzo, ma non già da quei della divina giustizia
per le tante iniquità da lui commesse. _Decenzio Cesare_ suo fratello,
che chiamato veniva in aiuto di lui, arrivato alla città di Sens[194],
dove intese il fine di Magnenzio, anche egli, con istrozzar sè stesso,
terminò i suoi giorni nel dì 18 d'agosto. Zonara[195], che fa solamente
ferito _Desiderio Cesare_, altro di lui fratello, quando v'ha chi il
vuole ammazzato dal medesimo Magnenzio, scrive che guarito esso dalle
ferite, andò poscia a rendersi all'Augusto Costanzo, senza poi dire cosa
ne divenisse. Ed ecco il fine del tiranno _Magnenzio_, per la cui morte
niuna fatica durò più Costanzo ad aver l'ubbidienza di tutte le Gallie e
Spagne, e della Bretagna, e videsi, per conseguente, tutto l'antico
vasto imperio romano ridotto sotto il comando di lui solo.

Abbiamo nel Codice Teodosiano leggi[196] che ci fan vedere questo
imperadore in Ravenna nel dì 21 di luglio, in Lione nel dì 6 di
settembre, e in Arles nel dì 5 di novembre. Certo è ch'egli passò nelle
Gallie per rallegrare i suoi occhi in mirar sì grandi conquiste, ma non
già per recar allegrezze a' popoli di quelle contrade. Giuliano
Cesare[197], nell'orazione seconda fatta in onore d'esso Costanzo,
esalta molto la di lui clemenza verso coloro ancora che s'erano mostrati
più appassionati in favor di Magnenzio; ma è da credere che la sua penna
prendesse unicamente consiglio dall'adulazione. Comincia qui a comparire
in aiuto nostro la storia di Ammiano Marcellino, scrittore
contemporaneo, cioè il libro decimoquarto coi susseguenti, giacchè il
tempo ci ha rubato gli altri tredici precedenti. Ora egli scrive[198]
che pervenuto Costanzo ad Arles sul fin di settembre, o sul principio di
ottobre, quivi passò anche il verno. E che nel dì 8 d'esso ottobre
solennizzò i tricennali del suo imperio cesareo con singolare
magnificenza di divertimenti teatrali e di giuochi circensi: il che
fatto, s'applicò a contaminar la felicità ed allegrezza della vittoria,
con divenir più fiero e superbo, come Zosimo[199] lasciò scritto, e con
mettersi a far rigorosa giustizia degli amici e parziali dell'estinto
tiranno. Il peggio fu che da ogni banda saltarono su accusatori e
calunniatori, a' quali si prestava facilmente credenza, perchè
piacevano; e tanto addosso ai colpevoli (se pur colpa era l'aver dovuto
ubbidire ad un tiranno) quanto agl'innocenti si scaricò l'ira di
Costanzo e l'avidità del fisco, levando a non pochi di loro e roba e
vita, e condannando altri all'esilio. Ammiano ci lasciò un lagrimevol
racconto di tali crudeltà, delle quali spezialmente fu ministro un Paolo
Spagnuolo, notaio di corte, spedito anche nella Bretagna, per far quivi
buona caccia: azioni tutte di grave discredito alla riputazion di
Costanzo, il quale sì malamente pagava i benefizii a lui compartiti da
Dio. Ai primi mesi di quest'anno pare che appartengano le nozze d'esso
imperadore con _Eusebia_, figliuola d'un console di Tessalonica, lodata
dagli antichi scrittori[200] per la sua beltà, ma più per la saviezza e
regolatezza de' suoi costumi, e per la letteratura superiore all'uso del
suo sesso; ma non esente però da difetti, siccome vedremo. Era Costanzo
da qualche tempo vedovo, senza aver potuto ricavar prole da più d'uno
antecedente matrimonio; e quantunque egli amasse non poco questa nuova
compagna, nè pur col tempo da essa riportò alcuno de' sospirati frutti.
Due fratelli ancora aveva essa Eusebia, cioè _Eusebio_ ed _Idacio_, che
furono poi consoli, avendo ella principalmente fatta servire l'autorità
sua per esaltare i suoi parenti e gli amici della sua famiglia. Vero è
che Ammiano parla della di lei prudenza; ma non seppe ella guardarsi dal
fasto e dalla superbia, maligni ed ordinarii compagni delle umane
grandezze. Intorno a ciò abbiamo un caso narrato da Suida[201]. Tenevano
i vescovi ariani d'Oriente un concilio in una città, dove anche
soggiornava l'Augusta _Eusebia_; e portatisi ad inchinarla, furono da
essa ricevuti con gran contegno ed altura. Il solo _Leonzio_, vescovo di
Tripoli in Lidia, ariano anche esso, e di testa non meno alta che quella
dell'imperadrice, si astenne dal visitarla. Fumò per la collera Eusebia;
ma tuttavia si contenne o contentossi di fargli ricordare il suo dovere,
offerendosi ancora di dargli una somma di danaro e di fargli fabbricare
una chiesa. Leonzio le fece rispondere che v'andrebbe ogni qual volta
ella fosse disposta a riceverlo col rispetto dovuto ad un vescovo, cioè
a venirgli incontro, e ad inchinarsi per prendere la sua benedizione;
altrimenti egli non intendeva di voler avvilire la dignità episcopale. A
tale risposta smaniò l'altera principessa, proruppe in indecenti
minaccie, e corse in fatti al marito, dolendosi come di un grave
affronto, ed attizzandolo alla vendetta. Costanzo più saggio di lei,
dopo aver lodato la generosa libertà del vescovo, consigliò l'adirata
signora ad attendere ai grandi affari della sua toletta. Ma se questo
prelato ariano volle correggere il fasto dell'imperadrice con un
maggiore dal canto suo, non si può già lodare; perchè lo spirito del
cristianesimo ha da essere spirato d'umiltà, e i saggi sanno accordar
insieme questa virtù col sostenere nello stesso tempo il decoro dovuto
alla lor dignità. Abbiamo poi da Ammiano[202] che, non ostante così
prosperosi successi dell'armi di Costanzo Augusto, le Gallie non
goderono in questi tempi pace, perchè infestate dalle scorrerie delle
nazioni germaniche, e dai soldati di Magnenzio o cassati o pertinaci
nella primiera ribellione. In Roma ancora si provarono sedizioni per la
penuria del vino, o pure per i mali effetti dell'abbondanza e dell'ozio.
Un bel ritratto fa qui Ammiano del lusso e dei corrotti costumi de'
Romani d'allora, confessando nulladimeno che quella gran città era
tuttavia in venerazione presso d'ognuno. L'Oriente anch'esso fieramente
restò turbato dalle incursioni degli Isauri, che si stesero per varie
provincie, dando il sacco dappertutto; e nel medesimo tempo i Saraceni
infestarono non poco la Mesopotamia. Finalmente, se son giusti i conti
del Gotofredo, appartiene a quest'anno un'importante legge[203]
dell'Augusto Costanzo, indirizzata a _Tauro_ prefetto del pretorio
d'Italia, con cui fu ordinato che per tutte le città e in ogni luogo
d'Italia si chiudessero i templi dei gentili, e fossero vietati i
sacrifizii ai falsi dii; e ciò sotto pena della vita e del confisco di
tutti i beni. A questa legge pare che avesse riguardo Sozomeno[204],
allorchè anch'egli accenna l'imperial comandamento di chiudere i templi
del paganesimo. E perciocchè il tiranno Magnenzio, condiscendendo alle
istanze de' gentili, avea permesso loro il far de' sacrifizii in tempo
di notte, Costanzo con altra legge[205] cassò quella licenza: il che non
bastò già ad estinguere le inveterate superstizioni, trovandosi anche da
lì innanzi dei sagrifizii notturni fatti al dio Mitra, cioè al sole,
come consta da alcune iscrizioni che si leggono nella mia Raccolta[206]
ed altrove.

NOTE:

[188] Julian., Orat. I.

[189] Ammianus Marcellinus, lib. 15, cap. 6.

[190] Zosimus, lib. 2, cap. 53.

[191] Socrates, in Histor. Eccles.

[192] Sozom. Zonaras. Zosimus et alii.

[193] Aurelius Victor, in Epitome.

[194] Idacius, in Fastis. Hieron., in Chronic. Eutrop., in Brev.
Zosimus, lib. 2, cap. 53.

[195] Zonaras, in Annalib.

[196] Gothofr., Chron. Cod. Theodos.

[197] Julian., Orat. II.

[198] Ammianus Marcellinus, lib. 14, cap. 5.

[199] Zosimus, lib. 2, cap. 54.

[200] Aurelius Victor, in Epitome. Julian., Orat. III. Ammianus, lib.
21. Zosimus, lib. 3, cap. 1.

[201] Suidas, in Lexico, ad verbum _Leontius_.

[202] Ammian., lib. 14 et seq.

[203] L. 4, _Placutt._ De Paganis Cod. Theod.

[204] Sozomenus, Histor., lib. 3, cap. 16.

[205] L. 5, de Paganis. Cod. eodem.

[206] Thes. Novus Inscript. Class. Cons.



    Anno di CRISTO CCCLIV. Indizione XII.

    LIBERIO papa 3.
    COSTANZO imperadore 18.

_Consoli_

FLAVIO COSTANZO AUGUSTO per la settima volta e FLAVIO COSTANZO GALLO
CESARE per la terza.


Continuò anche per quest'anno ad esercitar la prefettura di Roma _Memmio
Vetrasio Orfito_, siccome consta dal Catalogo antichissimo pubblicato
dal Cuspiniano e poi dal Bucherio, che in questo anno viene a noi meno,
convenendo cercar altronde i successori in essa dignità. Dopo avere
l'Augusto Costanzo passato il verno in Arles, città allora delle
primarie delle Gallie, avvicinandosi la primavera, passò a Valenza[207],
con animo di portar la guerra addosso a _Gundomado_ e _Vadomario_
fratelli, re degli Alamanni, per vendicar le frequenti incursioni fatte
da loro nel paese romano. La massa delle milizie si faceva a Sciallon
sopra la Sona; ma perchè i tempi cattivi impedivano il trasporto de'
viveri, l'esercito che ne penuriava, si ammutinò, e bisognò inviar colà
_Eusebio_ mastro di camera che, guadagnati con danaro i principali,
quietò il tumulto. Misesi finalmente in marcia quell'armata collo stesso
Augusto, e dopo molti disagi pervenuta al Reno al disopra di Basilea,
quivi tentò di gittar un ponte sul fiume. Per le freccie, che
diluviavano dalla ripa opposta, si trovò quasi impossibile; ma avendo
persona, pratica del paese e ben regalata, scoperto un buon guado, per
di là passarono tutti nel territorio nemico, ed avrebbono potuto
lasciare una funesta memoria agli Alamanni, se qualche uffiziale
dell'esercito imperiale, ma di essa nazione, non avesse pietosamente
avvertiti i re nemici del pericolo in cui si trovavano, e per cui
spedirono tosto ambasciatori ad umiliarsi e chiedere pace. Non durò
fatica l'uffizialità a consentire, forse perchè sapevano essere Costanzo
fortunato nelle guerre civili, molto sventurato nelle altre. Fu dunque
conchiusa la pace, con accettar l'esibizione fatta dagli Alamanni di
somministrare all'imperadore delle truppe ausiliarie. Dovette poi
Costanzo fare un giro per l'Italia,[208] trovandosi leggi da lui date in
Milano, Cesena e Ravenna, con tornare in fine a Milano, dove, per
attestato di Ammiano, egli si trattenne per tutto il verno seguente.

Correva già gran tempo ch'esso Augusto era disgustato di _Gallo Cesare_
suo cugino, a cui già vedemmo appoggiato il governo dell'Oriente; e ciò
a cagione de' suoi mali portamenti. Non aveva questo principe più di
ventiquattro anni, allorchè fu promosso alla dignità cesarea da
Costanzo. Il trovarsi egli portato improvvisamente sì alto dalla bassa
fortuna, in cui era vivuto per l'addietro; l'aver per moglie una sorella
dell'imperadore; l'essere suo cugino, e il godere un'autorità quasi
sovrana in tante belle provincie, gli mandò tosto dei fumi alla testa,
accresciuti da qualche buon successo dell'armi sue contra de' nemici
dell'imperio, e dagli adulatori e panegiristi, fra' quali si conta anche
Libanio sofista. A renderlo anche più cattivo e crudele contribuì non
poco _Costantina_ sua moglie, che portava il titolo d'Augusta, donna
piena d'orgoglio, che Ammiano[209], forse con eccesso di passione,
arrivò a chiamare una Megera; la quale in vece di addolcirlo, lo andava
incitando continuamente ai processi e alle morti, non mancando mai
pretesti per opprimere anche le persone più illustri ed innocenti.
Professava Gallo, è vero, la religione cristiana[210], e per cura sua
seguì in Antiochia la traslazione del corpo del celebre martire s.
Babila; ma non men di Costanzo Augusto favoriva anch'egli e fomentava
l'arianismo: perlochè Filostorgio[211] ariano parla assai bene di lui.
Ma convengono gli storici tutti d'allora che non lieve era la sua
crudeltà ed ingiustizia; e infin lo stesso Giuliano[212] suo fratello,
contuttochè si sforzi di scusar le di lui azioni, e di rigettarne la
colpa addosso a Costanzo Augusto, pure confessa ch'egli fu d'umore
selvatico e fiero, e non fatto per regnare. Ma lo storico Ammiano senza
briglia scorre nelle accuse di questo principe, dipingendolo per uomo di
testa leggiera, pieno sempre di sospetti, credulo ad ogni calunnia, e
però portato a spargere il sangue ancora degl'innocenti, non che dei
veri colpevoli. Faceva egli uno studio particolare col mezzo di
assaissime spie per saper quello che si diceva di lui anche nelle case
private; e per chiarirsene meglio cominciò ad usare di andar la notte
travestito per le osterie e botteghe. Ma non durò molto questa sua
viltà, perchè essendo le strade in Antiochia illuminate da molte lumiere
la notte, in guisa che quasi vi compariva al chiarezza del giorno (il
che si praticava allora anche in altre città), egli fu più di una volta
riconosciuto, nè più si attentò ad esporsi a maggiori pericoli. Ma non
gli mancavano relatori di quanto si diceva, o pur si fingeva che si
dicesse; e ad ognuno si dava benigno ascolto, e poi senza processi, e
senza dar le difese, facilmente si procedeva alle condanne. Perchè
Libanio sofista[213] gli era assai caro (verisimilmente per le sue
adulazioni) la scappò netta un giorno. Da chi gli voleva male fu
subornato un uomo iniquo ad accusarlo di sortilegi contro la persona
dello stesso Gallo. Ma Gallo freddamente gli rispose che andasse a
produr tali accuse davanti ai giudici ordinarii; e con ciò si sciolse in
fumo la meditata trama. Accaddero dipoi varii disordini in Antiochia per
la carestia del grano. Perchè a cagion d'essa i magistrati non poterono
soddisfare alla di lui premura per una festa, ne fece morir alcuni, ed
altri cacciò nelle carceri: il che accrebbe il male. Andossene egli a
Jerapoli, senza provvedere al bisogno del popolo, con aver solamente
dato per risposta che _Teofilo_ governatore della Soria avea gli ordini
opportuni. Lasciò in tal guisa esposto quel ministro al furor della
plebe, la quale, vedendo sempre più incarire i viveri, un dì gli pose le
mani addosso, e dopo averlo barbaramente ucciso, strascinò il di lui
cadavero per le strade.

Erano riferiti a Costanzo Augusto tutti questi ed altri disordini ch'io
tralascio; e però a poco a poco cominciò a ritirare di sotto al comando
di Gallo le milizie di quelle parti. Poscia, in occasione[214] che mancò
di vita _Talassio_ prefetto del pretorio d'Oriente, mandò colà
_Domiziano_ ad esercitar quell'autorevole impiego, riconoscendosi da ciò
che gli imperadori, nel dare allora i governi ai Cesari, si riserbavano
l'elezione almen delle cariche principali. Seco portò Domiziano un
ordine segreto d'indurre con bella maniera e tutta dolcezza Gallo a dare
una scorsa in Italia. Ma siccome costui era un uomaccio ruvido ed
incivile, arrivato ad Antiochia, passò davanti al palazzo del principe,
senza curarsi di usare con lui atto alcuno di rispetto, e portatosi
all'abitazion consueta dei prefetti del pretorio, quivi si fermò per
qualche tempo senza uscirne, con allegar degl'incomodi di sanità, ma
intanto raccogliendo tutto il male che si diceva di Gallo, per avvisarne
l'imperadore. Chiamato poi da esso Cesare, andò in fine a visitarlo, e
fra le altre cose sgarbatamente gli disse, esservi ordine di Costanzo
ch'esso principe andasse in Italia; perchè, altrimenti facendo,
comanderebbe che gli fossero trattenuti i salari e le provvisioni solite
a somministrarsi a lui e alla sua famiglia: e, ciò detto,
dispettosamente se ne andò. Gallo, giacchè Domiziano, benchè invitato
altre volle, non si lasciò più vedere, montato in collera, mandò parte
delle sue guardie a rinserrarlo in casa[215]; e perciocchè Monzio,
ossia, come altri lo appellarono, Magno questore, parlò a quelle
guardie, con dir loro che quando pur volevano far simili violenze a un
sì riguardevole uffiziale dell'imperadore, dovevano prima abbattere le
statue dell'Augusto Costanzo, cioè venire alla ribellione: Gallo Cesare,
di ciò avvertito, andò sì fattamente in furia, che spinse le guardie
addosso al questore, il quale insieme col prefetto Domiziano fu in breve
messo a pezzi, e i lor corpi gittati nel fiume. A questi sconcerti ne
tennero dietro degli altri, che tutti riferiti a Costanzo imperadore, il
misero in grande agitazione, e tanto più, perchè saltò su il timore che
Gallo fosse dietro a far delle novità, e meditasse di usurpare
l'imperio. Questo timore agevolmente in cuore di lui nato, perchè
principe naturalmente sospettoso, poscia fu avvalorato[216] da Dinamio e
Picenzio, iniqui suoi cortigiani, e da _Lampadio_ prefetto del pretorio,
uomo sommamente ambizioso, e dagli eunuchi di corte, che gran credito
aveano presso il regnante. Socrate[217] fu d'avviso che ben fondati
fossero i sospetti di Costanzo, ed Ammiano inclinò anch'egli a credere
dei perniciosi disegni in Gallo. Giuliano[218] di lui fratello, e Zosimo
pretendono tutto ciò falso. La gelosia di Stato ne' principi,
massimamente deboli, è un mantice che di continuo loro ispira le più
violente risoluzioni; e così ora avvenne, con prendere Costanzo la
determinazione di levare al cugino Gallo, non solamente la porpora, ma
anche la vita.

La maniera da lui tenuta, per compiere tal disegno, fu la seguente.
Chiamò prima in Italia _Ursicino_, generale delle armi in Oriente[219],
per paura ch'egli non si unisse con Gallo, o facesse altra novità in
quelle parti. Venuto ch'egli fu, Costanzo spedì a Gallo una lettera,
tutta profumata di espressioni amorevoli, pregandolo di venire a
trovarlo in Italia, per consultar seco intorno ai bisogni presenti, e
massimamente intorno ai Persiani, che minacciavano un'irruzione nelle
provincie romane. Nello stesso tempo fece sapere a _Costantina_ sua
sorella, che se voleva dargli una gran consolazione, venisse anch'ella
alla corte. Attesta Filostorgio[220] che questa chiamata pose in somma
apprensione tanto Gallo che la moglie: tuttavia fu creduto che andando
Costantina innanzi, saprebbe essa ammollir l'ira del fratello ed ottener
grazia pel marito. Però ella si mise in viaggio, e Gallo le tenne
dietro. Ma giunta Costantina nella Bitinia al luogo di Cene, quivi
assalita da maligna febbre, terminò il corso del suo vivere, e il corpo
suo fu portato dipoi a Roma, e seppellito nella chiesa di sant'Agnese,
già da lei fabbricata. Allora Gallo si vide come perduto; e, se Ammiano
dice il vero, pensò ad usurpar l'imperio; ma non ne trovò i mezzi,
perchè odiato dai più, e perchè Costanzo gli avea tagliate le penne, con
levargli le milizie. Incoraggito poi dagli adulatori, arrivò a
Costantinopoli, dove si fermò a vedere i giuochi circensi, benchè
sollecitato dalle lettere di Costanzo che l'aspettava a braccia aperte,
e mandato aveva intanto uffiziali per vegliare sopra le di lui azioni,
sotto pretesto di servirlo nel viaggio. Lasciò Gallo in Andrinopoli
buona parte della sua famiglia, e con pochi de' suoi giunse a Petovione,
oggidì Petau, vicino al fiume Dravo, dove poco stette ad arrivar anche
_Barbazione_ conte de' domestici, ossia capitan delle guardie, che molte
calunnie avea prima inventato contra di lui[221], e non tardò a
spogliarlo della porpora e di tutti gli altri ornamenti principeschi,
assicurandolo poi con più giuramenti a nome di Costanzo, che niun altro
male gli accaderebbe. Ma il misero fu condotto di poi alla fortezza di
Fianone sulle coste della Dalmazia, ossia dell'Istria, vicino a Pola,
dove a Crispo, figliuolo del gran Costantino, negli anni addietro era
stata tolta la vita, e dove Gallo fu sequestrato sotto buona guardia.
Credesi che veramente l'Augusto Costanzo avesse intenzione di non far di
peggio al deposto cugino; ma tanto picchiarono Eusebio e gli altri
eunuchi di corte, che mutò massima. Fu inviato lo stesso Eusebio con
Pentado segretario, per esaminarlo intorno alla morte di Domiziano e
d'altri, secondochè si ha da Ammiano: il che è da contrapporre a
Giuliano[222] e Libanio[223], che il dicono condennato senza ascoltarlo.
Rispedì poi Costanzo lo stesso Pentado ad eseguir la sentenza di morte
fulminata contra di Gallo; e quantunque Filostorgio[224] e Zonara[225]
scrivano ch'egli pentito inviò un ordine in contrario, questo, per frode
degli eunuchi, non arrivò a tempo, e Gallo ebbe mozzata la testa.
Cattivo fine fecero poi coloro che maggiormente colle lor bugie aveano
contribuito alla di lui morte, come Barbazione, Scudilone ed altri.
Scaricossi ancora lo sdegno di Costanzo, principe implacabile, come
avviene a chiunque è di picciolo cuore, sopra gli uccisori di Domiziano
e di Monzio: giacchè trovandosi esso Augusto solo possessore del romano
imperio, diviso per tanto tempo addietro fra più imperatori e
cesari[226], andava ogni dì più crescendo la di lui crudeltà ed
orgoglio. Fatto anche venir dalla Cappadocia _Giuliano_, fratello
dell'estinto Gallo, poco mancò che a lui pure non levasse la vita per le
suggestioni degli adulatori di corte; ma interpostasi in favore di lui
l'Augusta _Eusebia_, fu mandato a Como, e poscia ottenne di poter
passare ad Atene, per continuar lo studio delle lettere che era il suo
favorito.

Abbiamo da Ammiano che in questo anno, per avere alcuni popoli
dell'Alemagna fatte più incursioni nelle terre romane verso il lago di
Costanza, Costanzo Augusto nella state mosse l'armata contra di loro, e
fermatosi nel paese di Coira, inviò innanzi _Arbezione_, che sulle prime
ebbe delle busse, ma poscia in un secondo combattimento sconfisse i
nemici: perlochè Costanzo tutto glorioso ed allegro se ne tornò a
Milano, dove passò ancora il verno seguente. A quest'anno appartiene pur
anche la ribellion[227] di _Silvano_, nobile e valoroso capitano
franzese, quel medesimo che, abbandonato il tiranno Magnenzio prima
della battaglia di Mursa, era passato ai servigi dell'Augusto Costanzo,
e creato dipoi generale di fanteria, fu inviato nelle Gallie per
reprimere i barbari germanici, che mettevano a sacco e fuoco quelle
contrade. Che che dicano di lui Giuliano[228] e Mamertino[229], si crede
che Silvano procedesse da uomo prode ed onorato in far guerra contra de'
Barbari. Ma non gli mancavano emuli e nemici alla corte, i quali
procurarono la di lui rovina. Dinamio, uno dei bassi cortigiani, per
quanto si disse, fu il fabbricator della trama. Impetrò egli lettere
commendatizie da Silvano a varii personaggi di corte, e poi ritenuta la
sottoscrizione, e scancellate con pennello le altre lettere della
pergamena, vi scrisse ciò che volle, cioè delle preghiere in gergo ad
essi suoi amici, per essere aiutato a salire dove la fortuna il
chiamava. Portate dall'iniquo Dinamio tali lettere a _Lampadio_ prefetto
del pretorio, che poi si sospettò complice della frode, passarono sotto
gli occhi di Costanzo; e tosto saltò fuori l'ordine della carcerazione
delle persone alle quali erano indirizzati que' fogli. Fu ancora spedito
nelle Gallie Apodemo, per far venire Silvano alla corte; ma costui prima
di avvisarlo, si predè ad occupare i di lui beni, e a tormentare alcuni
dei di lui dipendenti. Ciò diede impulso a Silvano di non volersi
arrischiare al viaggio d'Italia, essendo egli assai persuaso che in
questi tempi l'essere accusato e condennato era facilmente lo stesso; e
però non sapendo qual partito prendere, si ridusse a farsi proclamare
_Augusto_ dalle milizie di suo comando. Troppo sventuratamente per lui,
perchè in questo mentre essendosi scoperte le furberie di Dinamio alla
corte, e per conseguente la di lui innocenza, se avesse tardato a far
quel gran passo, era in salvo l'onore e la vita sua. Giunto a Milano
l'avviso della di lui ribellione, ne sguazzarono i suoi emuli, al vedere
fortunatamente verificati i lor falsi rapporti; e Costanzo Augusto inviò
tosto nelle Gallie _Ursicino conte_, il quale a dirittura si portò a
Colonia; e fingendo d'essere colà andato per unirsi con Silvano, entrò
seco facilmente in confidenza finchè sotto mano guadagnati alcuni
soldati, il fece un dì tagliare a pezzi, dopo soli ventotto giorni
dell'usurpato imperio. Aspra giustizia fu dipoi fatta di alcuni complici
di Silvano. Contuttociò si mostrò questa volta sì discreto
Costanzo[230], probabilmente perchè capì essere stato precipitato
l'infelice in quella risoluzione non da mala volontà, ma da un giusto
timore, che presto desistè dal perseguitare i di lui amici[231], anzi
volle che fossero conservati tutti i di lui beni ad un suo figliuolo,
lasciato dianzi in corte per ostaggio della sua fede. Vi ha chi mette
all'anno seguente il fatto di Silvano. Io, tenendo dietro a s.
Girolamo[232], ne ho parlato in questo, giacchè egli sotto lo stesso
anno riferisce le tragedie di Gallo e di Silvano.

NOTE:

[207] Ammianus, lib. 14, cap. 10.

[208] Gothofred., Chronolog. Cod. Theodos.

[209] Ammianus, lib. 14, cap. 1.

[210] Sozomenus, Hist., lib. 4, cap. 19. Chrysostomus, in Gen., et alii.

[211] Philostorgius, lib. 3, cap. 27.

[212] Julian., Epist. ad Athen.

[213] Liban., in Vita.

[214] Ammianus, lib. 13, cap. 7.

[215] Sozom., Hist., lib. 4, cap. 2. Epiphan. Scholast. Theoph., in
Chronogr.

[216] Ammian., lib 14, cap. 8, et lib. 15.

[217] Socrates, Hist., lib. 2, cap. 34.

[218] Julian., Epist. ad Athen.

[219] Ammianus, lib. 14, cap. 9 et seq.

[220] Philostorgius, lib. 4, cap. 1.

[221] Ammianus. Philostorg.

[222] Julian., Epist. ad Atheniens.

[223] Liban., Orat. XII.

[224] Philostorg., Histor., lib. 4, cap. 1.

[225] Zonar., in Annal.

[226] Ammianus, lib. 15, cap. 1 et 2.

[227] Aurel. Victor, in Epit. Zonaras, in Annalib. Ammianus, lib. 15,
cap. 5.

[228] Julian., Orat. II.

[229] Mamertinus, in Panegyr. Jul.

[230] Aurel. Victor, in Epitome.

[231] Ammian., lib. 15. Jul., Orat. I et II.

[232] Hieronymus, in Chronico.



    Anno di CRISTO CCCLV. Indizione XIII.

    LIBERIO papa 4.
    COSTANZO imperadore 19.

_Consoli_

FLAVIO ARBEZIONE e QUINTO FLAVIO MESIO EGNAZIO LOLLIANO.


Col favore d'alcune iscrizioni da me rapportate altrove[233], sembrano a
me sufficientemente provati i nomi di questi consoli. _Lolliano_ si
trova ancora col nome di _Mavorzio_. Continuò per alcuni mesi dell'anno
presente nella prefettura di Roma _Memmio Vitrasio Orfito_, ed ebbe poi
per successore _Leonzio_, personaggio assai lodato da Ammiano. Per
quanto si raccoglie dalle leggi del Codice Teodosiano[234], l'Augusto
Costanzo per lo più soggiornò in Milano nell'anno corrente, nè andò a
Roma o a Sirmio, come per errore si legge in due date. Fu appunto in
essa città di Milano tenuto in quest'anno un famoso conciliabolo, a cui
intervenne lo stesso imperadore, spasimato fautor degli ariani: il
perchè prevalse il loro partito. Quivi fu deposto sant'Atanasio[235]; e
perchè papa Liberio con altri vescovi ricusò di sottoscrivere gli iniqui
decreti, d'ordine di Costanzo fu mandato in esilio. Venne anche forzato
il clero romano ad eleggere un altro pontefice, che fu _Felice_;
essendosi poi disputato fra gli eruditi, se questi fosse vero o non vero
papa. Tolto di vita Silvano, l'unico generale di cui rispetto e paura
aveano in addietro i Barbari della Germania, parve che si aprisse la
porta al loro furore, per iscorrere liberamente per le provincie
gallicane, e portar la desolazione dappertutto[236]. Attesta Sozimo[237]
che i Franchi, Alamanni e Sassoni presero e devastarono quaranta città
poste lungo il Reno, e, fatto un immenso bottino, condussero in
ischiavitù una infinità di persone. Nello stesso tempo anche i Quadi e
Sarmati, dandosi probabilmente mano con gli altri Barbari, mettevano a
sacco la Pannonia e Mesia superiore, senza trovar chi loro facesse
resistenza. Del pari i Persiani non lasciavano quieta la Mesopotamia.
Costanzo intanto se ne stava da lungi osservando questi malori, nè
provvedeva al bisogno. Pieno sempre di diffidenze e timori, non osava di
passar nelle Gallie, dove maggiore era il bisogno; e nè pur vi spediva
generali, paventando l'esempio di Silvano. Mentre vacillava, senza
appigliarsi a risoluzione alcuna, l'imperadrice _Eusebia_, donna di
singolar prudenza, ancorchè conoscesse il sospettoso genio dell'Augusto
consorte, massimamente verso de' parenti, pure con sì bel garbo gli
seppe dipingere la persona di _Giuliano_ di lui cugino, e fratello
dell'estinto Gallo Cesare (chiamandolo giovane d'ingegno semplice, che
metteva tutto il suo piacere ne' soli studi delle lettere, usando perciò
il mantello da filosofo, e poco comparendo pratico degli affari
politici), che bel bello indusse Costanzo a richiamarlo da Atene in
Italia, e poscia a conferirgli il titolo di _Cesare_.

Scoperta dai cortigiani questa intenzione dell'imperadore, e temendo di
veder calare la loro autorità e possanza, non dimenticarono[238] di far
quanta opposizione poterono; con rappresentargli i pericoli ai quali si
esponeva, massimamente innalzando un fratello di Gallo, e tanto più
perchè egli non avea bisogno di compagni per governar tutto l'imperio.
Ma più di loro si trovarono possenti le persuasive dell'Augusta Eusebia,
di modo che raunate le milizie tutte in Milano[239], e salito Costanzo
sul trono, dichiarò _Cesare_ il suddetto suo cugino _Flavio Claudio
Giuliano_, gli diede la porpora cesarea e destinollo al governo delle
Gallie, per far testa a tanti barbari scatenati contra di quelle
contrade. Straordinarie in tal congiuntura furono le acclamazioni e il
giubilo de' soldati, ed orribile lo strepito de' loro scudi battuti
sopra il ginocchio: chè questo era il segno consueto dell'allegrezze:
laddove il battere colle lance gli scudi, segno era di sdegno e dolore.
Trovavasi allora il novello Cesare in età di venticinque anni, picciolo
di statura, ma spiritoso ed agile, di volto nondimeno poco avvenente; al
che contribuiva ancora l'aver egli voluto ritener la barba mal pettinata
e rabbuffata[240], che affettavano i filosofi di quel tempo, benchè
avesse deposto il mantello filosofico. Ma qui non finirono gli onori da
Costanzo compartiti a Giuliano. A lui diede ancora in moglie _Elena_ sua
sorella, e poscia nel dì primo di dicembre[241] l'incamminò alla volta
delle Gallie, accompagnandolo fino ad un luogo posto fra Lomello e
Ticino, o vogliam dire Pavia. Appena giunto a Torino intese Giuliano la
funesta nuova che l'insigne città di Colonia, assediata dai Barbari, era
finalmente caduta in loro mani, spogliata e diroccata dal loro furore:
nuova che il rattristò forte, quasi cattivo augurio ai suoi passi. Nè si
dee tacere che il geloso Costanzo si studiò per quanto potè di
ristrignere l'autorità del cognato e cugino Cesare, per paura ch'egli se
ne abusasse, come avea fatto il suo fratello Gallo. Sotto specie d'onore
gli mutò tutta la famiglia; gli diede guardie scelte da sè, con ordini
segreti ad ognuno di vegliare sopra i di lui andamenti; gli prescrisse
infino la tavola[242], come se si fosse trattato di un figlio che si
mettesse in collegio. Deputò per generale dell'armi _Marcello_; in man
di esso e non di Giuliano doveva essere tutto il comando, con ordine
espresso che Giuliano nulla potesse donare ai soldati, e nè pure per la
sua promozione, come si stilò sempre in addietro. Tante precauzioni del
sospettoso Augusto dove andassero a terminare, lo scorgeremo dopo
qualche tempo. Intanto Giuliano Cesare passate le Alpi prima che finisse
l'anno arrivò a Vienna del Delfinato, ivi accolto con gran festa da
tutto il popolo; ed allora fu, se merita fede Ammiano, che una vecchia
cieca di quella città gridò, essere venuto chi ristabilirebbe un dì i
templi de' falsi dii. Malcontento nondimeno fece Giuliano quel viaggio,
perchè Costanzo non gli avea dato seco se non trecento sessanta
soldati[243]; quando le Gallie si trovavano in un estremo bisogno di
forze militari, per resistere alla gran possanza e crudeltà delle
nazioni barbariche, alle quali il Reno non serviva più di confine. Nè
mancò gente maligna, per attestato di Socrate[244], che giudicò averlo
Costanzo Augusto inviato colà apposta per farlo perire, soperchiato dai
Barbari: il che niun colore ha di verisimiglianza. La di lui nobile
promozione, e l'illustre maritaggio smentiscono abbastanza tal voce, e
facilmente apparisce, aver solamente paventato Costanzo che questo
giovane alzato tant'alto, potesse un dì rivoltarsi contra del
benefattore, come in fatti dopo qualche tempo avvenne. Quanto ad Eusebia
Augusta, priva di figliuoli, considerando ella Giuliano per successore
del marito, cercò per tutte le vie di sempre più affezionarselo con
proteggerlo, e perchè conosceva il di lui genio ai libri, gli donò anche
una bella libreria, che forse fu a lui non men cara che i ricevuti
onori.

NOTE:

[233] Thesaur. Novus Inscript., p. 380.

[234] Gothofr., Chron. Cod. Theodos.

[235] Sever. Sulpicius, lib. II. Baron., Annal. Eccl.

[236] Ammian., lib. 15, cap. 8.

[237] Zosimus, lib. 3, cap. II.

[238] Ammianus, lib. 15, cap. 8.

[239] Idacius, in Fastis. Socrates, Hist., lib. 2, cap. 27. Hier., in
Chronico.

[240] Aurelius Vict., in Epitome. Julian., in Misopogon.

[241] Ammian., lib. 15, cap. 9.

[242] Julian., in Epist. ad Athen. Ammian., lib. 15, cap. 5. Zosimus,
lib. 3, cap. 2.

[243] Zosimus, lib. 3, cap. 2. Libanius, Orat. ad Julian. Julian., in
Epist. ad Athen.

[244] Socrat., Histor., tom. 3, cap. 1.



    Anno di CRISTO CCCLVI. Indizione XIV.

    LIBERIO papa 5.
    COSTANZO imperadore 20.

_Consoli_

FLAVIO COSTANZO AUGUSTO per l'ottava volta e FLAVIO CLAUDIO GIULIANO
CESARE.


_Leonzio_, prefetto di Roma, continuò ancora per quest'anno in quel
riguardevole impiego, senza che apparisca se alcuno gli succedesse dopo
il mese d'ottobre, in cui si vede una legge[245] a lui indrizzata da
Costanzo Augusto. In Milano si fermò per tutto il verno esso imperadore,
e qualche apparenza v'ha ch'egli desse, venuta la primavera, una scorsa
nella Pannonia, perchè si sa che chiamò a Sirmio il celebre vescovo
Osio[246], ritenendolo ivi come in esilio. Ma egli si truova poi anche
in Milano nel suddetto ottobre, dove confermò, colla legge poco fa
accennata, i privilegi della Chiesa romana. In questi tempi ancora
affascinato più che mai dai vescovi ariani esso imperadore fece
un'orribil persecuzione al santo vescovo d'Alessandria Atanasio, il
quale fu forzato a fuggire e a nascondersi, con essersi intruso Giorgio
ariano nella di lui sedia. Mandò ancora in esilio il celebre vescovo di
Poitiers sant'Ilario con altri vescovi cattolici, benchè nel medesimo
tempo mostrasse grande ardore in favor della religione cristiana, e
pubblicasse editti contra chiunque sacrificava agl'idoli. Per quel che
riguarda Giuliano Cesare, egli soggiornò per tutto il verno in Vienna,
dove per la prima volta procedette console[247], ed attese a raccogliere
quante milizie potè, e a far preparamenti[248] per uscire in campagna
contro de' Barbari nemici, i quali, più fieri che mai, seguitavano a
dare il sacco alle contrade gallicane. Assediarono essi appunto verso
questi tempi la città di Autun, la quale, ancorchè poco fortificata, fu
bravamente difesa dai soldati veterani che vi erano di presidio. Le
diedero i nemici un dì la scalata, e furono rispinti con loro gran
danno. A quella città pervenne Giuliano verso il fine di giugno, perchè
gli antichi non solevano mettersi in campagna se non dopo il solstizio
di state. Di là passò ad Auxerre, e poscia a Troia, e nel cammino si
vide attorniato dai Barbari con forze superiori alle sue, ma gli riuscì
di dissiparli con grande loro perdita. A Reims, dove i due generali
Marcello ed Ursicino aveano avuto ordine di far la massa di tutte le
milizie, si mise Giuliano alla testa dell'armata, e marciò dipoi verso
l'Alsazia contra degli Alamanni, i quali, ancorchè avessero presa
Argentina, Vormazia, Magonza ed altri luoghi di quel tratto, amavano
piuttosto di abitare alla campagna, che di star chiusi nelle città[249].
Un corpo d'essi che assalì la di lui retroguardia, fu disfatto: dopo la
qual picciola vittoria[250], giacchè non compariva più ostacolo veruno,
rivolse i passi verso la città di Colonia, ed, entratovi, attese a
ristabilire quell'abbattuta città. Colla promessa ancora di un tanto di
danaro per cadauna testa che i suoi portassero de' nemici, animò
ciascuno a far con calore la guerra. Mentre quivi egli dimorava, vedendo
i re dei Franchi che i Romani aveano alzata forte la fronte, proposero e
conchiusero con Giuliano una tregua, che in questi tempi fu creduta
molto utile ai di lui affari. Così è a noi descritta da Ammiano la prima
campagna di Giuliano, che sembra stata gloriosa per lui, e pure,
scrivendo egli stesso agli Ateniesi[251], confessa che assai male
procederono le cose sue in questo primo anno. Libanio[252] aggiugne aver
egli avuto da soffrir molto per la contrarietà de' suoi assistenti, i
quali, in vece di secondare i di lui buoni disegni, parevano stargli al
fianco solamente per contrariarli, a tenore degli ordini segreti che
tenevano dal geloso Costanzo Augusto, quasichè tutta la sua autorità
avesse da consistere in solamente lasciarsi vedere per quei paesi, ma
senza far nulla: il qual dire ha cera di un'esagerazione maligna di quel
sofista pagano. Parla Giuliano[253] dell'andata di Eusebia Augusta a
Roma, mentre il consorte Costanzo facea guerra agli Alamanni con aver
passato il Reno, e del grande onore a lei fatto dal senato e popolo
romano, e dei donativi d'essa ai capi delle tribù e centurioni di esso
popolo. Può essere che questo suo viaggio accadesse nell'anno presente.
Ma noi nulla altro sappiamo della guerra suddetta contro gli Alamanni.

NOTE:

[245] L. 13, de Episcop. Cod. Theodos.

[246] Athanasius, ad Solitar.

[247] Ammianus, lib. 16, cap. 1.

[248] Liban., Orat. IX et XII.

[249] Liban., Orat. XII.

[250] Ammianus, lib. 16, cap. 3.

[251] Julian., Epist. ad Atheniens.

[252] Liban., Orat. IX et XII.

[253] Julian., Orat. III in fine.



    Anno di CRISTO CCCLVII. Indizione XV.

    LIBERIO papa 6.
    COSTANZO imperadore 21.

_Consoli_

FLAVIO COSTANZO AUGUSTO per la nona volta e FLAVIO CLAUDIO GIULIANO
CESARE per la seconda.


Anche per la seconda volta _Memmio Vitrasio Orfito_ esercitò in
quest'anno la carica di prefetto di Roma, come s'ha da Ammiano e dal
Codice Teodosiano. Le leggi di esso Codice[254] attestano essere
soggiornato l'Augusto Costanzo in Milano nei primi mesi dell'anno
presente. Giunta poi la primavera, voglioso di vedere l'augusta città di
Roma, dove, secondo tutte le apparenze, non s'era mai portato per
l'addietro, verso colà si inviò nel mese di aprile, conducendo seco
Elena maritata già con Giuliano. Per attestato d'Idazio[255] v'entrò nel
dì 28 di esso mese con somma magnificenza ed aria di trionfante. Per
questo suo trionfo gli dà Ammiano[256] la burla, perchè nè egli nè i
suoi capitani vittoria alcuna aveano mai riportato de' nemici
dell'imperio, nè egli aveva aggiunto un palmo di terreno al paese
romano, nè mai era intervenuto a verun combattimento; che se avea
abbattuto Magnenzio, non solevano i principi romani trionfare de'
proprii sudditi ribelli. Vedesi appresso descritta da esso istorico
quella splendidissima funzione coll'incontro del senato, e dei vari
ordini dell'immenso popolo romano, coll'accompagnamento delle schiere
militari, e fra le incessanti acclamazioni della plebe e strepiti di
innumerabili suoni di gioia. Poscia con vari giuochi e spettacoli
rallegrò egli il popolo romano e di mano in mano andò visitando le tante
rarità e magnifiche fabbriche di quella regina delle città, le quali non
aveano fin qui provata la distruggitrice fierezza delle nazioni barbare.
Attesta Ammiano ch'egli alla vista di sì belle e grandiose opere dei
precedenti Augusti e cittadini, non capiva in sè stesso per lo stupore,
giugnendo in fine a dire che per le altre città la fama era bugiarda,
perchè troppo ne dicea; ma che non men bugiarda era essa per Roma,
perchè ne dicea troppo poco. Siccome altrove accennammo, al suo
corteggio si trovava sempre _Ormisda_, fratello del re di Persia, che
tanti anni prima s'era rifugiato sotto l'ombra di Costantino il Grande.
Non incresca al lettore, s'io ricordo di nuovo, che interrogato questo
saggio straniero da esso Augusto intorno alle grandezze di Roma qual
cosa gli fosse più data negli occhi rispose: _Che nulla più gli era
piaciuto quanto d'aver imparato che anche in Roma si moriva._ In questa
occasione fu che molte città, e particolarmente Costantinopoli,
inviarono delle pesanti corone d'oro in dono all'Augusto Costanzo,
secondochè s'ha da Temistio sofista[257], il quale avea preparato per
questa congiuntura un'orazione in lode di esso imperadore, ma senza
poterla recitare, perchè restò interrotto il disegno da una malattia
sopraggiuntagli nel suo viaggio. Ci resta tuttavia quella orazione,
siccome un'altra ch'egli recitò in Costantinopoli a gloria del medesimo
Augusto.

Osservato ch'ebbe Costanzo tante insigni memorie di magnificenza,
lasciate in Roma dagli antecessori suoi, non volle essere da men di
loro. Pertanto ordinò[258] che si facesse venir dall'Egitto un
superbissimo obelisco (guglia ora lo chiamano) da collocarsi nel Circo
Massimo, per adempiere nello stesso tempo il disegno di Costantino suo
padre, che lo avea fatto condurre da Heliopoli sino ad Alessandria,
senza poi compiere l'impresa per cagion della morte. Ammiano fa qui una
lezione intorno agli obelischi, e racconta il trasporto a Roma di quella
mirabil mole, la stessa che poi l'animo grande di papa Sisto V fece di
nuovo innalzare nella piazza del Vaticano. Il Lindenbrogio[259], che
suppone trasportato non a Roma antica, ma alla nuova, cioè a
Costantinopoli questo stupendo obelisco, citando l'iscrizione che si
trova in un altro esistente in essa città di Costantinopoli, prese un
granchio, chiaramente parlando Ammiano, che il suddetto sopra una
smisurata nave fu pel Tevere introdotto in Roma. Degno è qui di memoria
il glorioso zelo delle dame romane[260], per impetrar la liberazione di
papa _Liberio_, relegato per quasi due anni a Berea. Si presentarono
esse animosamente all'imperadore, per pregarlo di rimettere in libertà
il loro pastore; e perchè egli rispose che avendo elle _Felice_, non
mancava pastore al popolo romano, ne mostrarono esse dell'orrore. Fu
cagione un tal ricorso, che Costanzo pensasse a richiamar l'esiliato
pontefice, ma sedotto dai consiglieri ariani, tanto fece, che lo
indusse poi a comperar la grazia con discapito non lieve della sua
riputazione, siccome accennerò all'anno seguente. Abbiamo ancora da
sant'Ambrosio[261] che Costanzo o prima di giugnere a Roma, o giunto che
vi fu, fece levar dal senato la statua della Vittoria, adorata tuttavia
dai pagani: il che quanto fece risplendere la di lui cristiana
delicatezza, altrettanto diede motivo di mormorazione e collera a chi
tuttavia professava il culto degl'idoli, e massimamente al senato,
giacchè tutti i senatori d'allora, o almeno la maggior parte erano
idolatri. Pensava poi e desiderava esso Augusto di fermarsi più
lungamente in quella maestosa e deliziosa città[262], quando gli vennero
nuove che gli Svevi facevano delle scorrerie nella Rezia; i Quadi nella
Valeria o sia nella Pannonia, e i Sarmati nella Mesia superiore. Per tal
cagione, dopo la dimora di soli trenta giorni, si partì di colà e
tornossene a Milano. Convien credere che cessassero i torbidi della
Rezia, perchè non si sa che Costanzo alcun movimento facesse per quelle
parti. Le leggi[263] bensì del Codice Teodosiano, ed Ammiano[264] ci
assicurano che forse verso il fine dell'anno, per via di Trento, egli
passò nella Pannonia[265], andando a Sirmio, dove si trattenne poi per
tutto il seguente verno[266]. Visitò le frontiere verso i Quadi e
Sarmati, e da quelle barbare nazioni ricevette quante belle parole di
pace ed amicizia egli voleva, ma pochi fatti, siccome vedremo. Non
piaceva certo a Costanzo il faticoso e pericoloso mestier della guerra,
e però si studiava di acconciar le cose come poteva il meglio colle
buone, guardandosi di venire a rottura.

Passiamo ora nelle Gallie, dove Giuliano Cesare si trattenne durante il
verno nella città di Sens, con ritener poche truppe presso di sè, e
distribuire il resto in altri paesi[267], perchè il paese si trovava
disfatto dai Barbari. Non tardarono le spie a ragguagliare i nemici
dello stato presente di Giuliano; e però volarono nel cuor del verno ad
assediarlo in quella città[268]. Così bravamente si difese egli con quel
poco di guarnigione che ivi stava di guardia, che da lì a un mese que'
Barbari levarono il campo e se ne andarono. Quello che specialmente
disgustò Giuliano, fu che Marcello generale delle armi, acquartierato in
quelle vicinanze, niun pensiero si diede per soccorrere la città
assediata e lui posto in sì grave pericolo. Ne fece perciò amare
doglianze Giuliano alla corte, e non le fece indarno, perchè Costanzo,
mentre soggiornava in Milano nella primavera, richiamò esso Marcello, e
toltogli il comando dell'armi, come a persona inetta per quell'impiego,
il mandò a riposare a Serdica patria sua. Alla deposizion di costui
contribuì l'essere stato spedito alla corte da Giuliano, Euterio suo
eunuco, uomo di vaglia, che fece ben valere le ragioni del suo padrone
contro le informazioni dell'altro. Di questa occasione[269] si servì
l'imperadrice Eusebia per ottenere dall'Augusto consorte, che Giuliano
avesse il comando dell'armi, senza dipendere dal pedante. Per suo
tenente generale, e generale della cavalleria[270], gli fu poi inviato
_Severo_, uomo pratico del mestier militare, e discreto, a cui non
rincresceva di ubbidire agli ordini di esso principe. A questi tempi
riferisce Ammiano[271] i rigorosi processi, formati per ordine di
Costanzo contra chi ricorreva ai maghi, strologhi e indovini, per sapere
il significato de' sogni o de' fortuiti incontri degli animali, o pure
facea de' sortilegi per guarire da qualche male. Il che ci fa intendere
sempre più la debolezza di Costanzo, che pien di sospetti, tutte queste
inezie, per altro ridicole, ed insieme viziose e condannabili,
interpretava sempre come tendenti contro la vita propria, ed insieme ci
rappresenta la stoltizia, riferita anche da altri, degli antichi
Gentili, prodigiosamente attaccati a simili superstizioni ed augurii.
Per questo fu pubblicata nell'anno seguente da esso imperadore una
rigorosissima legge contro simili impostori, riguardandoli come rei di
lesa maestà. Inviò poscia Costanzo dall'Italia verso l'Elvezia in
soccorso di Giuliano Cesare _Arbezione_, con titolo di generale della
fanteria[272], dandogli seco venticinquemila combattenti, con intenzione
di cacciar da quelle contrade gli Alamanni, i quali continuamente le
infestavano. Era costui un bravo solenne, ma solamente di parole, e non
già di fatti[273]; e si trovò poi che non perdonava alle calunnie, per
abbassar la gloria di Giuliano. Giunse egli colle sue genti sino alle
vicinanze di quella città, che oggidì porta il nome di Basilea, ma senza
fare impresa alcuna meritevol di lode in quelle parti. Riuscì intanto
circa questi tempi ai Leti, popolo germanico, di giugnere con una
scorreria fin sotto la città di Lione, che andò a pericolo d'essere
occupata e bruciata, come era il loro disegno; ma felicemente quel
popolo si difese, e il solo territorio andò a sacco. Giuliano armò i
passi per dove costoro doveano ritornare, e ne fece tagliar a pezzi la
maggior parte. Il resto passò in vicinanza del campo di Arbezione, che
non volle che si facesse guardia alcuna, e pure scrisse dipoi alla corte
contra di alcuni uffiziali, mal veduti da lui, incolpandoli di non aver
guardati i posti, e li fece cassare. Uno di essi fu _Valentiniano_, che
poi divenne imperadore.

Venuta la state, Giuliano colle sue milizie si mise in campagna. Avea
egli arrolata quanta gente potè, e perchè ebbe la fortuna di trovar
delle armi in un vecchio magazzino, ne fece buon uso[274]. Marciò alla
volta del Reno, e trovò che i Barbari parte s'erano afforzati in vari
siti di qua dal fiume con diversi trincieramenti d'alberi tagliati, e
parte accampati nelle isole di quel fiume, quivi si riputavano sicuri.
Avendo inviato a dimandar delle barche ad Arbezione, nulla potè
ottenere. Non per questo lasciò d'andare innanzi, e trovate l'acque
basse, fece transitar in alcune di quelle isole alquanti de' suoi
soldati, che diedero la mala pasqua a que' Barbari ivi sorpresi, e si
impadronirono delle lor barche, con valersene poi ad assalir le altre
isole, in guisa che ne snidarono tutti i nemici, con ridurli a salvarsi
di là dal fiume. Allora Giuliano attese a formarsi un buon asilo,
fortificando Saverna, luogo dell'Alsazia, e provvedendola di viveri per
un anno. Per lo contrario Arbezione, coll'aver tentato di gittare un
ponte di barche sul Reno, mosse i Barbari a scagliarsi contra di lui.
Tanti alberi tagliati mandarono essi giù pel fiume[275], che ruppero il
ponte, uccisero moltissimi Romani, e gl'inseguirono fin presso a
Basilea. Contento di questa bella impresa Arbezione, ossia Barbazione,
mandò le sue genti a' quartieri d'inverno. Non così operò Giuliano
Cesare[276]. _Cnodomario_ re degli Alamanni, informato dalle spie che
questo principe non avea seco più di tredicimila persone, gli spedì per
uno, o pure per più suoi deputati, lettera, con cui imperiosamente gli
comandava di levarsi da quelle terre, perchè a lui cedute da Costanzo
Augusto mentre Magnenzio viveva, e fece anche veder le lettere di esso
imperadore. Giuliano mostrando di credere che quel messo fosse inviato
per ispia, il ritenne fin dopo la battaglia, di cui ora parlerò, e poi
gli diede la libertà. Non veggendo _Cnodomario_ nè risposta nè messo,
volle venir in persona ad abboccarsi alla testa della sua armata con
Giuliano. Dicono che egli seco menasse trentacinque mila armati, e fra
Saverna ed Argentina attaccò un fatto d'armi, in tempo che era matura la
messe, cioè probabilmente dopo la metà di luglio. Stette dubbioso un
pezzo l'esito del combattimento, descritto minutamente da Ammiano[277].
La cavalleria romana andò quasi in rotta; la fanteria tenne sì forte,
che infine sbaragliata la nemica, e sconfitti gli Alamanni diedero alle
gambe. Strage non poca di loro fu fatta, e forse più di essi ne assorbì
il fiume[278]. Chi dice sei, chi ottomila di loro vi perì. È guasto il
testo di Zosimo[279], che parla di sessantamila nemici estinti. Dalla
parte de' Romani alcune sole centinaia rimasero sul campo. Ma quello che
rendè più gloriosa la vittoria di Giuliano[280] fu la presa del medesimo
re _Cnodomario_, colto fuggitivo in un bosco, che fu poi presentato a
Giuliano alla vista di tutto l'esercito, ben trattato da lui, e fra
pochi giorni inviato prigioniere all'imperador Costanzo. Noi troviamo
esaltata forte dagli scrittori pagani[281] questa felice giornata di
Giuliano, ed essa veramente liberò tutte le Gallie dal peso delle
nazioni germaniche che si ritirarono di là dal Reno. La vittoriosa
armata in quel bollore di allegrezza proclamò Giuliano Augusto; ma egli
represse le loro voci, e diede poi tutto l'onore di tale impresa a
Costanzo, il quale in fatti si pavoneggiò di essa vittoria, come se in
persona fosse intervenuto a quel conflitto; ciò apparendo da un editto,
accennato da Temistio[282] e da Aurelio Vittore. Per profittar poi della
vittoria, Giuliano, formato un ponte sul Reno a Magonza, passò di là, e
diede il guasto al paese nemico, finchè le nevi obbligarono le sue
soldatesche a cercar quartiere. Ebbe inoltre cura di fortificare di là
dal Reno il castello di Trajano, creduto oggidì quello di Cromburgo,
distante circa dieci miglia da Francoforte: azioni tutte che empierono
di spavento gli Alamanni, avvezzi da gran tempo solamente a vincere e a
saccheggiare gli altrui paesi. Perlochè più volte spedirono inviati per
dimandar pace, con ottener in fine non più che una tregua di dieci mesi.
Andò poscia Giuliano a passare il verno a Parigi, luogo, il cui nome
comincia ad udirsi solamente in questi tempi, e che consisteva allora in
un castello posto nel recinto dell'isola della Senna.

NOTE:

[254] Gothofred., in Chron. Cod. Theod.

[255] Idacius, in Fastis. Hieron., in Chron.

[256] Ammianus, lib. 16, cap. 10.

[257] Themistius, Orat. III et VI.

[258] Ammianus, lib. 17, cap. 4.

[259] Lindenbrogius, in Not. ad Ammian.

[260] Theodoret., Histor., lib. 2, cap. 14.

[261] Ambrosius contra Sym. Epist. XII.

[262] Ammian., lib. 16, cap. 10.

[263] Gothofred., in Chron. Cod. Theodos.

[264] Ammianus, lib. 16, cap. 10.

[265] Sozomenus, lib. 4, cap. 14.

[266] Philostorgius, lib. 4, cap. 3.

[267] Ammian., lib. 6, cap. 4.

[268] Julian., Epist. ad Atheniens.

[269] Zosim., lib. 3, cap. 2.

[270] Julian., Epist. ad Atheniens. Libanius, Orat. XII.

[271] Ammian., lib. 16, cap. 8.

[272] Idem, ibid., cap. 11.

[273] Liban., Orat. XII.

[274] Zosimus, lib. 3, cap. 3. Ammianus, lib. 16, cap. 11. Libanius,
Orat. XII.

[275] Liban., Orat. XII.

[276] Ammianus, lib. 16, cap. 12.

[277] Idem, ib.

[278] Idem, ib. Liban., Orat. XII.

[279] Zosim., lib. 3, cap. 3.

[280] Jul., in Epist. ad Athen.

[281] Ammian. Marcellin. Aurel. Vict. Liban. Eutrop. Mamert.

[282] Temist., Orat. IV.



    Anno di CRISTO CCCLVIII. Indizione I.

    LIBERIO papa 7.
    COSTANZO imperadore 22.

_Consoli_

DAZIANO e NERAZIO CEREALE.


Nel grado di prefetto di Roma continuò _Memmio Vitrasio Orfito_ anche
per quest'anno. Seguitò ancora l'imperador Costanzo a trattenersi nella
Pannonia, ciò apparendo da varie sue leggi[283] pubblicate in Sirmio e
Mursa, fallata essendo la data di due, come fatte in Milano.
Trattenevasi egli in quelle parti, perchè durava la guerra coi Quadi e
Sarmati. Costoro nel verno col favore del ghiaccio fecero non poche
scorrerie nella Pannonia e Mesia superiore. Nello stesso tempo i
Giutunghi, popoli della Alamagna, infestarono la Rezia; ma spedito di
poi contra di essi Barbazione[284], gli riuscì per questa volta di dar
loro una rotta, cioè una buona lezione, per portar più rispetto da lì
innanzi alle terre de' Romani. Ora l'Augusto Costanzo sul principio di
aprile[285], ansioso di vendicarsi delle insolenze de' medesimi Barbari,
dopo aver gittato un ponte sul Danubio, passò colla sua armata ai lor
danni; ed essendosi eglino arrischiati ad affrontarsi con lui, conobbero
a loro spese quanto ben fossero affilate le spade romane. Questa lor
perdita e il guasto del loro paese li consigliò a spedire ambasciatori
per aver pace, con esibire ancora di sottomettersi. Costanzo si contentò
di obbligarli solamente a rendere i prigioni e a dar degli ostaggi,
poscia se ne tornò di nuovo nella Pannonia. E perciocchè abbiam detto
altrove, cioè all'anno 334, che i Sarmati erano stati cacciati dal
proprio paese dai loro schiavi appellati Limiganti, Costanzo, pregato di
volerli rimettere in casa, ne prese l'assunto, e con essi portò la
guerra addosso a quella canaglia. Vennero in gran copia i Limiganti a
trovar l'imperadore, con far vista di volersi sottomettere, ma con
disegno di fare un brutto scherzo ai Romani se li trovavano poco
guardinghi. Per loro disgrazia i Romani vegliavano, e al primo cenno che
fecero coloro di dar di piglio alle armi, li prevennero con tagliarli
tutti a pezzi, giacchè niun d'essi volle dimandar la vita. Ora dappoichè
ebbero sofferto un fier sacco delle loro campagne, nè potevano più
resistere a quel flagello, si ridussero i Limiganti a cedere il paese
agli antichi loro padroni, e a ritirarsi in un più lontano[286]. Il che
fatto, Costanzo ebbe la gloria di dare per re ai Sarmati un principe
della lor nazione, per nome _Zizais_, e di rimetterli in possesso dei
lor antichi beni, dopo ventiquattro anni di esilio. Per questa felice
impresa a Costanzo fu dato il titolo di _Sarmatico_ dopo il suo ritorno
a Sirmio, nella qual città egli soggiornò poi nel verno seguente. Ma non
si dee omettere un altro fatto spettante al medesimo Augusto[287]. Avea
nell'anno precedente _Musoniano_, prefetto del pretorio di Oriente,
mossa parola di pace con _Tansapore_ general de' Persiani, il quale
veramente ne scrisse al re _Sapore_ suo padrone, ma con termini che
mostravano l'imperador romano, se non bisognoso e supplicante, almeno
assai voglioso di pacificarsi con lui[288]. Perchè Sapore si trovava
alla estremità del suo regno in guerra con alcuni suoi nemici, le
lettere tardarono a giugnergli, o pure egli tardò a rispondere, finchè
ebbe terminati quegli affari. Allora egli spedì per suo ambasciatore a
Costanzo Augusto uno de' suoi ministri, per nome Narsete, con diversi
regali, e con una lettera riferita da Ammiano, carica di que' bei titoli
che tuttavia usano i vani e superbi Turchi, ed altri monarchi dell'Asia,
cioè _re dei regi, parente delle stelle, fratello del sole e della
luna_. Era essa lettera involta in bianca tela di seta: rito anche
oggidì praticato nelle corti orientali; e con essa il re persiano
parlava alto, richiedendo la restituzion d'immensi paesi stati una volta
della nazion persiana, riducendosi nondimeno a contentarsi dell'Armenia
e Mesopotamia. Scrive Idazio[289] che questa ambasceria passò per
Costantinopoli nel dì 23 di febbraio dell'anno presente, e si portò a
Sirmio a trovar lo imperadore. Anche Temistio[290] la vide prima passar
per Antiochia. Costanzo, senza voler entrare in negoziato alcuno,
rimandò l'ambasciatore con solamente rispondere che sua intenzione era
più che mai di conservare interamente lo imperio, e che darebbe mano
alla pace, purchè ne fossero onorevoli e non vergognose le condizioni.
Poscia anch'egli inviò per suoi ambasciatori a Sapore con lettere e
regali tre scelte persone[291], cioè _Prospero_ conte, _Spettato_, uno
dei suoi segretari, parente di Libanio, che ne parla in varie sue
lettere, ed _Eustazio_ filosofo, discepolo di Jamblico, di cui parla
Eunapio[292] con molta lode, o, per dir meglio, con troppa adulazione.
Nulla di pace fu conchiuso, avvegnachè Costanzo dopo qualche tempo
spedisse altri ambasciadori al Persiano: cioè _Lucilliano_ conte e
_Valente_, che vedremo a suo tempo ribello all'imperio; il perchè
continuò la rottura, nè andrà molto che la vedremo passare in guerra
viva. L'anno fu questo, in cui _papa Liberio_ ottenne da Costanzo
Augusto d'essere richiamato dall'esilio, ma con pregiudizio del suo
onore, perchè si lasciò indurre alla condannazione di sant'Atanasio, per
non condiscendere alla quale s'era esposto in addietro con eroico
coraggio a tanti patimenti. Venne egli in quest'anno alla corte di
Costanzo, esistente in Sirmio; e il padre Pagi[293] pretende che
solamente nell'anno seguente egli ritornasse a Roma, dove ripigliò il
pontificato coll'esclusione di _Felice_ già posto sulla sedia papale in
luogo suo, e cacciato fuor di Roma all'arrivo di Liberio: intorno a che
è da vedere la storia ecclesiastica. Terribile avvenimento ancora
dell'anno presente fu il tremuoto che nel mese d'agosto si fece sentire
spaventosamente in Oriente, ed è mentovato e compianto da più
scrittori[294] di que' secoli. Nicomedia, città della Bitinia, una delle
più popolate dell'imperio romano, che Diocleziano cotanto amò ed
abbellì, bramando di farne un'altra Roma, in un momento fu rovesciata a
terra, con perir ivi, se Libanio[295] non esagera di troppo quella gran
calamità, quasi tutti gli abitanti. Ammiano ci lasciò un lagrimevol
ritratto delle sue rovine. Si stese quell'orrenda scossa della terra per
le contrade dell'Asia, del Ponte e della Macedonia, con iscrivere
Idazio, che ben centocinquanta città ne provarono gran danno.

Per conto di Giuliano Cesare, egli durante il verno, dimorando in
Parigi, attese a regolar le imposte solite delle Gallie con tale
esattezza, che senza metterne delle nuove, ricavò il danaro occorrente
per continuar la guerra in quest'anno[296]. Le mire sue, giacchè durava
la tregua con gli Alamanni, tendevano contra dei popoli Franchi, divisi
in varie popolazioni l'una indipendente dall'altra, e governata da' suoi
principi o re, de' quali non sappiamo il nome. Venuto dunque il tempo
proprio, uscì in campagna, e rivolse l'armi sue verso i Franchi Salii,
abitanti fra la Schelda e la Mosa, dove ora è Breda ed Anversa. Arrivato
a Tongres, trovò ivi i deputati di quella gente che erano inviati a
Parigi, per parlare con lui, ed ascoltò le lor preghiere di lasciarli,
come amici, nelle terre dove abitavano. Con belle parole li licenziò, ed
entrato dipoi nel loro paese, obbligò quella gente a rendersi. Passò di
là contra de' Franchi Camavi, i quali arrischiatisi a far fronte,
rimasero in una zuffa sconfitti, e buona parte prigionieri. Di questi
popoli soggiogati non pochi ne arrolò, ed accrebbe il suo esercito.
Quindi avendo trovati sulla ripa della Mosa tre forti smantellati dai
Barbari, immediatamente ordinò che si rimettessero in piedi con buone
fortificazioni, e li fornì di viveri. A questo fine, ed anche per
sussidio dell'armata, fece venir gran copia di grani dalla Bretagna.
Zosimo[297], storico pagano, che scrive delle maraviglie di queste
spedizioni del suo Giuliano, racconta ch'egli a tal effetto fece
fabbricare ottocento piccioli legni; i quali poi, salendo pel Reno (cosa
non praticata in addietro per l'opposizione o padronanza de' Barbari)
portarono la provvisione opportuna all'esercito e alle fortezze di quel
tratto. Ma forse questo fatto appartiene all'anno seguente. Dovette
intanto spirar la tregua con gli Alamanni, e perchè Giuliano non volle
aspettare[298] ch'essi tentassero cosa alcuna contro il paese romano, e
conosceva il vantaggio di far la guerra in casa de' nemici: gittato un
ponte sul Reno, passò nelle terre alamanniche coll'esercito suo. Si
disponeva a far gran cose, se il suo generale Severo (non si sa bene il
perchè), dianzi sì ardito, non fosse divenuto pauroso ed alieno da ogni
rischio di battaglia. Ciò non ostante, _Suomario_, uno dei re alamanni,
intimorito per questa visita, venne in persona a dimandar pace a
Giuliano. L'ottenne con patto di rendere tutti gli schiavi romani, e di
somministrar vettovaglie alle occorrenze. Colle condizioni medesime
accordò Giuliano la pace ad _Ortario_, altro re o principe
dell'Alamagna. Fatto dipoi con diligenza mirabile raccogliere il nome di
tutti i Romani già menati in ischiavitù da que' Barbari, volle
rigorosamente la restituzione di chiunque non era mancato di vita, e ne
vide ritornare ben venti mila alle lor case. Con tali imprese terminò
Giuliano la campagna dell'anno presente, e poi condusse l'armata a'
quartieri d'inverno.

NOTE:

[283] Gothofred., Chron. Cod. Theodos.

[284] Ammian., lib. 17, cap. 6.

[285] Idem, ibid., cap. 12.

[286] Aurel. Victor, de Caesarib.

[287] Ammian., lib. 16, cap. 9.

[288] Idem, lib. 17, cap. 5.

[289] Idacius, in Fastis.

[290] Temisthius, Orat. IV.

[291] Ammianus, lib. 17, cap. 5.

[292] Eunap., Vit. Sophist., cap. 3.

[293] Pagius, Crit. Baron.

[294] Idacius. Ammianus. Hieronym., in Chronico. Socrates, Sozomenus et
alii.

[295] Liban., Orat. VIII.

[296] Ammianus, lib. 16, cap. 8.

[297] Zosimus, lib. 3, cap. 5.

[298] Ammianus, lib. 17, cap. 10.



    Anno di CRISTO CCCLIX. Indizione II.

    LIBERIO papa 8.
    COSTANZO imperadore 23.

_Consoli_

FLAVIO EUSEBIO e FLAVIO HYPAZIO.


Erano questi consoli amendue fratelli di Eusebia Augusta, moglie di
Costanzo imperadore, la quale non lasciò indietro diligenza alcuna per
esaltare i suoi parenti. Sono amendue lodati da Ammiano[299]; ma sotto
Valente imperadore, benchè innocenti, patirono delle gravi disgrazie.
_Memmio Vitrasio Orfito_ si trova nel dì 25 di marzo di quest'anno
tuttavia prefetto di Roma[300]. _Giunio Basso_ gli succedette; ma il
rapì la morte nel dì 23 d'agosto[301], dopo aver ricevuto il sacro
battesimo. In quella dignità, esercitata per qualche tempo con titolo di
viceprefetto da _Artemio_, entrò dipoi _Tertullo_. Giacchè Ammiano
Marcellino[302] dà principio a quest'anno con raccontar le imprese di
Giuliano Cesare, seguitandolo anch'io, dico ch'egli, dopo avere nel
tempo del verno avuta gran cura di rimettere in piedi, e fornire di
vettovaglie varie città sul Reno, già rovinate dai Barbari, uscì al
consueto tempo da' quartieri coll'esercito, disegnando di passar di là
dal Reno, e di far guerra a quegli Alamanni che tuttavia restavano
nemici. Non volle gittar ponte su quel fiume a Magonza, per non
disgustar Suomario re o principe amico, e negli altri siti trovò le
opposte ripe ben guardate dalle milizie nemiche. Fatti nondimeno una
notte passar in barche tacitamente trecento de' più valorosi suoi
soldati, questi presero posto di là dal fiume, misero in fuga quelle
guardie, e diedero campo all'armata romana di formare il ponte, e di
passare il Reno: il che fatto, si stesero i saccheggi per tutte quelle
parti. _Macriano_ ed _Ariobaudo_, re o principi d'esso paese, altro
scampo non ebbero che di umiliarsi, ed ottenuta licenza si presentarono
supplichevoli a Giuliano. Venne ancora a trovarlo _Vadomario_, padrone
del paese, dove oggidì è Spira, il quale già vedemmo divenuto amico dei
Romani, ma per aver insolentemente voluto da Giuliano il figlio suo[303]
lasciato per ostaggio, senza neppure restituire i prigioni promessi, era
caduto in disgrazia di lui. Fu con cortesia accolto, e si può credere
che soddisfacesse agli obblighi suoi. Ma non impetrò già perdono per
altri principi di quelle contrade, come per Urio, Ursicino e Vestralpo,
esigendo Giuliano che essi o venissero, o mandassero ambasciatori con
plenipotenze. In fatti costoro, dopo d'aver tollerato il guasto del loro
paese, spedirono deputati, a' quali fu conceduta la pace, con obbligo di
rendere i prigioni. Non altro di più si sa di questa terza campagna di
Giuliano, il quale poi si ridusse alle stanze del verno.

Soggiornava tuttavia ne' primi mesi di quest'anno in Sirmio di Pannonia
l'Augusto Costanzo, quando gli fu portata una lettera[304] pazzamente
scritta a _Barbazione_, generale della fanteria, da sua moglie, la quale
perchè uno sciame d'api si era fermato ed annidato in sua casa, secondo
la folle credenza degli auguri d'allora, figurò che il marito, dopo la
morte di Costanzo, diverrebbe imperadore, raccomandandosi perciò che non
abbandonasse lei per isposare _Eusebia Augusta_. Bastò questo perchè
Costanzo facesse levar la vita ad amendue, e fossero tormentate varie
persone innocenti, come complici del fatto. Ed ecco i perniciosi effetti
dei superstiziosi cacciatori dell'avvenire. In quei medesimi tempi[305]
giunse avviso alla corte augusta che i Limiganti, cacciati nell'anno
precedente dalla Sarmazia, partendosi dal paese, dove già si ritirarono,
si accostavano al Danubio, parendo disposti a passarlo coll'occasione
del ghiaccio. Costanzo sul principio della primavera per tal novità andò
ad accamparsi colle truppe lungo quel fiume, nella Valeria, provincia
della Pannonia, e mandò per sapere che pensiero bolliva in capo a que'
Barbari. La risposta fu, che troppo scomodo trovavano il paese dove
s'erano rifugiati, pregando perciò l'imperadore di voler prenderli per
sudditi, con dar loro qualche sito nell'imperio, e di permettere che
venissero ai di lui piedi. Piacque e Costanzo la lor proposizione e li
ricevette ad Aciminco, creduto oggidì un borgo vicino a Petervaradino.
Era egli salito sopra un luogo eminente per ascoltar le loro preghiere,
le quali poco corrispondevano all'aria dei loro volti e alla positura
rigida delle lor teste; e mentre si preparava per parlare ad essi, ecco
un loro capo gridar _marha, marha_, segno di battaglia fra loro. Ebbe la
fortuna Costanzo di salvarsi, posto a cavallo da alcuno dei suoi
cortigiani. Fecero a tutta prima le guardie colle lor vite argine al
furor di que' perfidi, da quali fu presa la sedia imperiale coll'aureo
cuscino. Intanto l'armata romana, dato di piglio alle armi, furiosamente
volò contra de' Barbari, e a niun d'essi lasciò la vita. S'effettuarono,
poi in quest'anno le minacce di _Sapore_ re della Persia contra de'
Romani[306], avendolo spezialmente confermato a questa guerra un
Antonino, già mercatante ricchissimo della Mesopotamia, ma poscia
fallito, che si ricoverò nella Persia, e ben accolto alla corte di
Sapore, gli diede un minuto ragguaglio delle fortezze e guarnigioni, in
una parola, di tutte le forze e debolezze dell'imperio romano. Fatto
dunque un potente armamento, si mise alla testa d'un esercito, composto
almeno di centomila combattenti, assistito anche dai re d'Albania e de'
Chioniti. A tale avviso la corte dell'imperador Costanzo gran bisbiglio
fece; e gli eunuchi, che vi comandavano le feste, seppero far richiamare
dalla Soria _Ursicino_, uffiziale di gran valore e sperienza nella
guerra, per dare il comando dell'armi d'Oriente a _Sabiniano_, uomo
vecchio e poltrone di prima riga, ma ricco. Fu poi rimandato indietro
Ursicino, con titolo bensì di generale della fanteria, ma con restare la
principal autorità del comando nel suddetto Sabiniano. Passato il Tigri,
entrò il re persiano nella Mesopotamia, e per consiglio del traditore
Antonino pensava di tirar diritto all'Eufrate, e passando in Soria, di
dare il sacco a quel ricco paese, con isperanza ancora d'impadronirsene.
Ursicino ai primi movimenti del re nemico mandò ordine per la
Mesopotamia, che i popoli si ritirassero ne' luoghi forti coi lor
viveri, e che si desse il fuoco alle biade già mature, per levare ogni
sussistenza all'armata persiana. Fece parimente fortificar le ripe
dell'Eufrate, e guernirle d'armati: provvisioni che fecero mutar disegno
a Sapore, e determinarlo a portarsi all'assedio della città d'Amida.
Ammiano Marcellino, che diffusamente racconta questi fatti, vi si trovò
in persona, e suo malgrado si vide chiuso in quella città. Grande fu la
difesa di Amida fatta da quella guarnigione; pure dopo due mesi e mezzo
d'ostinato assedio, in essa entrarono per forza i Persiani. Furono
impiccati i principali degli uffiziali romani, e gli abitanti condotti
tutti in ischiavitù, a riserva di chi potè salvarsi con la fuga, come
fortunatamente riuscì ancora al suddetto Ammiano. Costò nondimeno ben
caro al re persiano un tale acquisto, perchè vi restarono morti circa
trentamila de' suoi; la qual perdita unita alla stagione avanzata
indusse Sapore a ritirarsi a' quartieri del verno nel regno suo. Nulla
fece Sabiniano, il generale primario, per soccorrere Amida, ed Ursicino
non avendo mai potuto ottenere alcun braccio da lui, fu costretto a
veder cadere quella città senza maniera di soccorrerla. Se n'andò egli
poscia alla corte dell'Augusto Costanzo, dove se gli formò addosso un
gran processo per quella perdita. Finì poi la faccenda, che Ursicino
ebbe per grazia il potersi ritirare a casa sua, con essere poi dato il
posto di generale della fanteria ad un _Agilone_ di nazion
germanica[307]. A cagione di tali disgrazie, Costanzo dalla Mesia passò
a Costantinopoli, per accudir più da vicino alle piaghe dell'Oriente, e
per reclutare le sue milizie, ben persuaso che il Persiano continuerebbe
con più vigore la guerra nell'anno vegnente. Per attestato del suddetto
Ammiano, inviò egli nel presente, Paolo, suo segretario e principal
ministro della sua crudeltà, a Scitopoli nella Palestina, a fare una
rigorosa inquisizione di chi, tanto nella Soria che nell'Egitto, avesse
consultati gli oracoli de' pagani, o commesse altre superstizioni ed
augurii per indagar l'avvenire. Moltissimi, ed anche de' primarii,
processati per questo, a diritto o torto vi perderono la vita o ne'
tormenti o per mano del boja; ed altri con pene pecuniare o coll'esilio
schivarono la morte. Per colpa anche[308] del medesimo Costanzo il
numeroso consilio di vescovi, tenuto in questo anno a Rimini, dopo aver
condannati gli errori d'Ario, e confermata la dottrina de' Padri Niceni,
andò a terminare in un lagrimevol conciliabolo, con trionfar ivi la
fazione e prepotenza degli Ariani: conciliabolo che fu poi detestato da
tutta la Chiesa di Dio.

NOTE:

[299] Ammianus, lib. 29.

[300] Gothof., Chron. Cod. Theod.

[301] Baronius, ad an. 358.

[302] Ammianus, lib. 18, cap. 1.

[303] Eunap., in Excerpt. de Legat. Tom. I Hist. Byz.

[304] Ammianus, lib. 18, cap. 3.

[305] Ammianus, lib. 18, cap. 11.

[306] Idem, ibid., cap. 5.

[307] Ammianus, lib. 19, cap. 11.

[308] Labbe, Concil. General. Baronius, Annal. Eccl.



    Anno di CRISTO CCCLX. Indizione III.

    LIBERIO papa 9.
    COSTANZO imperadore 24.

_Consoli_

COSTANZO AUGUSTO per la decima volta, e FLAVIO CLAUDIO GIULIANO CESARE
per la terza.


Prefetto di Roma in parte di questo anno continuò ad essere _Tertullo_,
di professione pagano, che nell'anno precedente corse pericolo della
vita in una sedizion del popolo affamato, perchè i venti contrarii non
lasciavano venir le navi solite a portare i grani. L'anno presente fu
quello in cui si sconciò fieramente la competente armonia, durata fin
qui tra l'imperadore Costanzo e Giuliano Cesare, tuttochè anche in
addietro, per testimonianza d'Ammiano[309], nella corte d'esso Costanzo
abbondassero coloro che screditavano a tutto potere Giuliano, e
mettevano in ridicolo ogni azione di lui, non mai nominandolo se non con
parole di disprezzo. Avea esso Giuliano passato il verno in Parigi[310],
quando gli giunse l'avviso che gli Scotti e Pitti, popoli barbari della
Bretagna, facevano delle scorrerie nelle provincie romane di quella
grand'isola. Spedì egli colà con un corpo di soldatesche _Lupicino_
generale, uomo valoroso, ma crudele ed avaro, e così borioso, che
Giuliano ebbe ben cara questa occasione di allontanarselo dai fianchi.
Partì costui sul fine del verno da Bologna di Picardia, ed arrivò
felicemente a Londra. Altro di più non sappiamo della sua spedizione. Ma
eccoti arrivar nelle Gallie _Decenzio_, uno de' segretarii di Costanzo,
con lettere ed ordini indirizzati a _Lupicino_ (era questi andato già in
Bretagna) e a _Gintonio_ primo scudiere[311] di condurre in Levante gli
Eruli, i Batavi, i Petulanti ed i Celti, con trecento altri scelti dalle
truppe di Giuliano. Era fatta istanza di tal gente pel bisogno pressante
della guerra persiana; ma credesi che vi entrasse ancora un'invidia
segretamente portata da esso Augusto al plauso e buon concetto che
s'andava Giuliano acquistando coll'armi nelle Gallie. Intanto ad esso
Giuliano unicamente fu scritto di eseguir certi ordini dati a Lupicino.
Noi qui non abbiamo se non istorici pagani[312] che parlano di questo
fatto, e può dubitarsi della lor fede. A udir costoro, procedette
onoratamente Giuliano in tal congiuntura, col mostrarsi prontissimo
all'ubbidienza, ancorchè sommamente se ne affliggesse, perchè così
veniva a restare spogliato del miglior nerbo della sua armata, per modo
che non solamente niuna impresa poteva egli più tentare, ma restavano
anche le Gallie esposte alla violenza de' Barbari transrenani.
Rappresentò ben egli a Decenzio il pericolo del paese, e la difficoltà
di menar in Oriente que' soldati che s'erano arrolati, o pure come
ausilarii militavano con patto di non passar le Alpi; ma Decenzio non
aveva autorità di mutar gli ordini imperiali; e però scelti i migliori
soldati, senza risparmiare nè pur le guardie del medesimo Giuliano,
intimò a tutti la marcia. Giuliano[313] anch'egli volle che
abbandonassero i quartieri, e fossero lesti al viaggio. Ma si
cominciarono ad udir pianti, grida e querele di quella gente; si
sparsero biglietti pieni di lamenti contra di Costanzo e in favor di
Giuliano, quasichè si volesse condurli alla morte, facendoli pattare a
sì rimoti paesi. Giuliano, per facilitar la loro andata, ordinò che
potessero condur seco le loro famiglie, nè volea che transitassero per
Parigi, dove egli dimorava, affinchè non succedesse sconcerto alcuno. Ma
Decenzio fu di altro parere. Vennero a Parigi, e quanto quel popolo gli
scongiurava di non andare, affinchè il paese non rimanesse esposto alla
crudeltà dei Barbari, altrettanto i soldati mostravano desiderio di
restarvi. Tenne Giuliano alla sua tavola i più cospicui uffiziali,
usando con loro ogni cortesia, e facendo ad essi ogni più larga
esibizione, in guisa tale che tra queste dolci parole e l'abborrimento a
lasciar quel paese, se ne ritornarono tutti molto pensosi ed afflitti al
loro quartiere.

Ma non terminò la giornata, che i soldati già commossi dai biglietti, si
ammutinarono, e, prese l'armi, andarono ad assediar il palazzo dove era
Giuliano, e con alte grida cominciarono a proclamarlo _imperadore
Augusto_, e che voleano vederlo[314]. Fece Giuliano serrar le porte, e i
soldati costanti stettero ivi sino alla mattina seguente, in cui rotte
le porte, l'obbligarono ad uscirne, ed allora rinforzarono le
acclamazioni, dichiarandolo Augusto. Mostrò Giuliano colle parole e coi
fatti quanta resistenza potè; ma perchè i soldati minacciarono di torgli
la vita se non si rendeva, forzato fu in fine di acconsentire. Allora
posto sopra uno scudo, fu alzato da terra, e fatto vedere ad ognuno.
Occorreva un diadema per coronarlo, ed egli protestò di non averne. Si
pensò a prendere una fascia giojellata della toletta della moglie; ma
non parve buon augurio il ricorrere ad un ornamento donnesco. Fu
proposto di pigliare una redine ricamata di cavallo, acciocchè servisse
almeno all'apparenza; ma stimò la cosa vergognosa; finchè un uffizial
moro, cavatasi di dosso una collana d'oro giojellata, l'esibì, e con
questa applicatagli al capo comparve in certa maniera coronato. Il che
fatto, egli promise ai soldati cinque nummi d'oro e una libbra d'argento
per testa. Nella lettera scritta agli Ateniesi, Giuliano protesta e
giura per tutti gli dii (a molti pagani dovea costar poco un tal
giuramento) ch'egli nulla sapeva della risoluzion presa dai soldati, e
nulla operò per indurli a tale atto, e ch'egli fece quanto fu in sua
mano per sottrarsi alla lor volontà; ma che dopo aver acconsentito,
benchè per forza, non era più sicura la sua vita, se avesse voluto
retrocedere. Ne creda il lettore quel che vuole. Ammiano scrive[315] che
nella notte precedente, mentre Giuliano ondeggiava, invocando i suoi
dii, per sapere se dovea cedere al voler dei soldati, gli comparve
un'ombra, qual si dipingeva il genio del popolo romano, che gli disse
d'essere più volte venuto alla sua porta per entrare, e far lui salire
in alto; ma che se fosse rigettato anche questa volta, se ne partirebbe
ben mal contento; avvisandolo nondimeno che non istarebbe gran tempo con
esso lui. Comunque sia di questa o inventata o pazzamente creduta
fantastica visione, ci assicura Eunapio[316] che Giuliano in quella
stessa notte, avendo seco un pontefice gentile, ch'egli segretamente
avea fatto venir dalla Grecia, fece con lui certe cose, delle quali
eglino soli ebbero conoscenza, potendosi non senza fondamento sospettare
che fossero sacrifizii, o incantamenti di magia, per cercar l'avvenire,
de' quali è certo che si dilettò forte l'empio ed ingannato Giuliano.
Ritiratosi poi egli nel palazzo, parve pieno di inquietudine e
malinconia; e perchè corse nel giorno seguente voce ch'egli era stato
ucciso (scrivendo in fatti Libanio[317], essere stato guadagnato un
eunuco, suo aiutante o mastro di camera, per fare il colpo), i soldati
volarono al palazzo, e vollero vederlo, con far susseguentemente istanza
che fossero uccisi gli amici di Costanzo, i quali s'erano opposti alla
di lui promozione. Ma Giuliano protestò che nol sofferirebbe giammai, e
donò anche la vita all'eunuco suddetto. Perchè ad una parte di quelle
milizie che già erano partite arrivò dietro la nuova dell'esaltazione di
Giuliano, se ne ritornarono anch'esse a Parigi, dove esso novello
Augusto, raunata tutta l'armata, fece un'arringa, lodando il lor
coraggio, e protestando che non darebbe mai le cariche alle
raccomandazioni, ma solamente al merito: il che piacque di molto a chi
l'ascoltò.

E tale fu la maniera con cui Giuliano salì alla dignità imperiale,
verisimilmente nel marzo od aprile di questo anno. Certamente gli
storici gentili[318], partigiani spasimati di questo apostata
imperadore, cel rappresentano portato per forza al trono, e senza sua
precedente brama o contezza. Ma gli scrittori cristiani[319] furono
d'opinion diversa, e condannarono la di lui ribellione ed ingratitudine
verso Costanzo, sospettandola o credendola figliuola della di lui
ambizione. Ora, dappoichè Decenzio ebbe veduta questa scena, non tardò a
ritornarsene alla corte di Costanzo. _Fiorenzo_ prefetto del pretorio
delle Gallie, che s'era ritirato apposta a Vienna, perchè prevedeva dei
torbidi, anch'egli s'affrettò ad uscir dalle Gallie. Ebbe Giuliano tanta
moderazione, che gli mandò dietro tutta la sua famiglia, con provvederla
ancora del comodo delle poste. Vi restava il solo _Lupicino_, creduto
capace d'imbrogliar le carte. Ma Giuliano, assai accorto, spedì un
uffiziale a Bologna di Picardia, affinchè non passasse persona in
Bretagna a portargli le nuove; ed intanto con sue premurose lettere il
chiamò di là, e, ritornato che fu, il ritenne prigione. Non tardò poscia
a spedire _Euterio_ suo maggiordomo, e _Pentado_ mastro degli uffizii,
all'Augusto Costanzo con lettera, in cui rappresentava la violenza a lui
fatta, pregandolo di consentirvi, e promettendo d'ubbidire come prima
agli ordini suoi, d'inviargli alcune milizie, di accettar dalle sue mani
un prefetto del pretorio, con riserbarsi l'elezione degli altri
uffiziali. Leggesi questa lettera presso Ammiano[320]. Fece anche
scriverne un'altra dall'armata di tenor poco diverso[321]. Il bello fu
che agli ambasciatori suoi, se non falla Ammiano, diede un'altra segreta
lettera, indirizzata al medesimo Costanzo, piena di sentimenti
ingiuriosi e mordaci, che lo stesso storico confessa indecenti, e tali
da non essere rivelati al pubblico. Zonara[322] veramente rapporta più
tardi, cioè dappoichè seguì aperta rottura fra Costanzo e lui, questa
lettera; ma Ammiano ha il vantaggio sopra di lui d'essere scrittore
contemporaneo ed adoratore dello stesso Giuliano. Andarono gli
ambasciatori, passando con difficoltà, e con assai ritardi per l'Italia
e per l'Illirico; e finalmente arrivati in Asia, trovarono l'imperadore
Costanzo in Cesarea di Cappadocia. Era già stato prevenuto l'arrivo loro
da Decenzio, Fiorenzo ed altri fuggiti dalle Gallie. Costanzo ammise
quei legati all'udienza, si mostrò alterato stranamente contra di
Giuliano, nè più li volle ascoltare. Tuttavia, contenendo la collera
sua, e consigliato dai savii, fece sapere colla spedizione di _Leonas_
questore a Giuliano di non poter approvare il fatto, e che s'egli voleva
provvedere alla salute propria e dei suoi amici, si contentasse del
titolo di _Cesare_, e di ricevere gli uffiziali che gli verrebbero
spediti, cioè _Nebridio_ eletto prefetto del pretorio delle Gallie, e
_Felice_ mastro degli uffizii. Arrivato Leonas a Parigi, fu ben
accolto[323], ed esposti gli ordini di Costanzo, Giuliano si mostrò
pronto ad ubbidire, purchè l'esercito v'acconsentisse[324]. Leonas non
volle rimessa la decision dell'affare a tante teste, per paura d'essere
tagliato a pezzi. Accettò bensì Giuliano per uffiziale Nebridio, ma
rifiutò tutti gli altri, con rimandar poscia Leonas a Costanzo, e
dargli, secondo Zonara, la lettera suddetta ben fornita di querele ed
ingiurie contro il medesimo Augusto. Andarono poi innanzi e indietro
altre ambascerie, ma senza che alcun dei due retrocedesse un passo: con
che rotta affatto restò fra di loro l'armonia, e crebbe l'odio e lo
spirito della vendetta.

Sì preso dalla rabbia per questo tradimento del beneficato Giuliano si
trovò l'Augusto Costanzo, che pose infino in consulta, s'egli dovesse
lasciar la guerra strepitosa de' Persiani per volgere l'armi contra del
cugino. La vinse il parere de' saggi, che gli consigliarono di continuar
la dimora in Oriente: altrimenti non la sola Mesopotamia, ma anche la
Soria correvano rischio di cader nelle mani del re Sapore. Esso re
appunto, venuta la stagione del guerreggiare, uscì in campagna nell'anno
presente ancora con grandi forze[325]. Caddero i primi suoi fulmini
sopra la città di Singara nella Mesopotamia, la quale fece per qualche
dì gagliarda difesa; ma soccombendo essa in fine alla nemica potenza,
furono tutti i suoi abitanti col presidio condotti in una misera
schiavitù, e la città restò smantellata. Di là Sapore passò addosso alla
città di Bezabde, appellata anche Fenice, città forte alle rive del
fiume Tigri, custodita da tre legioni romane. Dopo alcuni giorni
d'assedio il vescovo della città si portò al campo persiano per procurar
la liberazione o la salute del suo popolo. Parlò ai venti, e la città da
lì a qualche tempo fu presa a forza d'armi. Chi de' cittadini scappò al
furor delle sciable, andò a penare schiavo nelle contrade persiane. Con
questa felicità camminavano gli affari di Sapore: ed ancorchè
l'imperadore Costanzo, dimorante in Costantinopoli, udisse tanti suoi
progressi, sembrava più applicato a rovinar la Chiesa cattolica, che a
difendere i proprii Stati. Quando Dio volle, passò pur egli in Asia, e
giunse a Cesarea di Cappadocia, dove poco fa dicemmo che gli capitarono
le disgustose nuove della ribellione di Giuliano. Fece maneggi per tener
saldo nella fedeltà verso l'imperio _Arsace_ re dell'Armenia, il qual
veramente con tutte le minaccie di Sapore corrispose alle speranze de'
Romani. Passò dipoi Costanzo a Melitene, città della picciola Armenia,
per unir ivi tutta la sua armata, e questa non fu all'ordine che dopo
l'equinozio dell'autunno. Se un così timido e negligente generale d'armi
fosse capace di grandi imprese, e di far paura ai Persiani, ognun sel
vede. Marciò egli alla perfine, e, passando per Amida, non potè mirarne
le rovine senza un tributo di lagrime. Si credette di poter ricuperare
Bezabde, e l'assediò; ma sopravvenendo le pioggie e la cattiva stagione,
fu costretto a levare il campo, e a ritirarsi coll'esercito ad
Antiochia, dove si fermò per tutto il verno. In questo mentre[326] il
novello imperador Giuliano, a fin di tenere in esercizio le sue truppe,
passò all'improvviso il Reno, per quanto si crede, verso Cleves, e diede
addosso ai Franchi cognominati Attuarii, che avevano in altri tempi
colle loro scorrerie inquietata la vicina Gallia. Durò poca fatica a
vincerli. Perchè umilmente chiesero pace, loro la diede; e poi, dopo
aver visitate sin verso Basilea le fortezze poste sulla riva del Reno,
per Besanzone passò a svernare in Vienna del Delfinato. Morì circa
questi tempi _Flavia Giulia Elena Augusta_ sua moglie, e sorella
dell'imperador Costanzo[327]: chi disse di parto, chi perchè cacciata
dal palazzo[328]: e non mancò chi parlò di veleno, come s'ha, per
attestato del Valesio, da una orazion manuscritta di Libanio. Fioriva in
questi tempi l'insigne vescovo di Poitiers nelle Gallie sant'_Ilario_,
che per la religion cattolica tanto soffrì e tanto scrisse.

NOTE:

[309] Ammianus, lib. 17, cap. 11.

[310] Idem, lib. 15, cap. 1.

[311] Julian., Epist. ad Atheniens.

[312] Zosimus, lib. 3, cap. 10. Libanius, Orat. X. Ammianus, lib. 20,
cap. 4.

[313] Julian., Epist. ad Atheniens.

[314] Zosim. l. 3, c. 11. Julian., Epist. ad Athen. Ammianus, lib. 20,
cap. 4. Libanius, Orat. XII.

[315] Ammianus, lib. 20, cap. 5.

[316] Eunap., Vit. Sophist., cap. 5.

[317] Liban., Orat. XII.

[318] Liban. Ammian. Zosimus.

[319] Gregorius Nazianzen., Orat. II. Philostorgius, lib. 4, cap. 5.
Theodoret., in Histor. Eccl. Sozom., in Hist. Eccl. Zonaras, in Annal.

[320] Ammian., lib. 20, cap. 8.

[321] Julian., Epist. ad Athen.

[322] Zonar., in Annal.

[323] Liban., Orat. XII.

[324] Zonar., in Annalib.

[325] Ammian., lib. 20, cap. 6.

[326] Ammianus, lib. 20, cap. 10.

[327] Goltzius Tristanus.

[328] Ammianus, lib. 21, cap. 1. Zonar., in Annalib.



    Anno di CRISTO CCCLXI. Indizione IV.

    LIBERIO papa 10.
    GIULIANO imperadore 1.

_Consoli_

FLAVIO TAURO e FLAVIO FIORENZO.


Il secondo console, cioè _Fiorenzo_, quel medesimo è che vedemmo
prefetto del pretorio delle Gallie, e fuggito di là dopo la ribellion di
Giuliano, da cui poscia fu condannato a morte; ma egli si nascose, tanto
che venissero tempi migliori. _Tauro_ era anche prefetto del pretorio
d'Italia, e, per ben servire a Costanzo, aveva oppresso i cattolici nel
concilio di Rimini. Permise Iddio che anch'egli fosse dipoi condannato
all'esilio da Giuliano, tuttochè nulla avesse operato contra di lui.
_Tertullo_ in questo anno ancora si truova prefetto di Roma. In luogo
suo fu poi creato Massimo, dappoichè Giuliano divenne padron di tutto.
Passò esso Giuliano Augusto, siccome già accennai, il verno in
Vienna[329], dove sul principio di marzo gli giunse avviso che gli
Alamanni sudditi del re o principe Vadomario verso Basilea aveano fatto
delle scorrerie nel paese romano della Rezia. Spedì egli Libinone conte
con una brigata di soldati per mettere al dovere que' Barbari; ma essi
misero lui a morte, avendo egli disordinatamente voluto venir alle mani
con loro. Fama corse che _Vadomario_, uomo furbo, trattando con
Giuliano, gli dava i titoli d'Augusto e di dio[330]; menava poi segreti
trattati con Costanzo imperadore, e da lui avea ricevuti ordini
d'infestare il medesimo Giuliano; dicendosi di più ch'erano state
intercette lettere comprovanti tal fatto. Vero o falso che ciò fosse,
Giuliano se ne prevalse per uno de' suoi pretesti di far guerra a
Costanzo. Intanto diede commissione a _Filagrio_ suo segretario, che poi
fu conte d'Oriente, di attrappolar, se poteva, Vadomario, con cui
continuava l'apparenza della pace; ed in fatti gli riuscì di farlo
prigione in un convito. Altro male non gli avvenne, se non che Giuliano
il relegò nelle Spagne, di dove uscito nei tempi susseguenti, fu creato
duca della Fenicia. Passò poi lo stesso Giuliano di là dal Reno per
gastigar coloro che aveano ucciso Libinone; ma non ebbe molto a
faticare, perchè tutti dimandarono pace, o pure la confermarono, con che
restarono quiete quelle contrade. Ma questi non erano i gran pensieri di
Giuliano. Giacchè durava la nimicizia insorta fra lui e Costanzo, andava
egli da gran tempo ruminando qual partito convenisse prendere, cioè di
venire a guerra aperta, o pur d'intavolare qualche accordo con lui anche
con proprio svantaggio. Ma perchè conosceva non essere Costanzo principe
da potersi fidare della di lui parola, antepose la risoluzion di passare
all'armi contra di lui. E tanto più si animò a questa impresa, perchè,
essendo egli perduto nell'arte d'indovinare[331] o per augurii o per
negromanzia, s'immaginò che Costanzo avesse da mancar di vita in questo
anno, e nel mese di novembre. San Gregorio Nazianzeno scrive[332], non
essere da stupire s'egli previde la morte d'esso imperadore, perchè avea
guadagnato uno dei di lui cortigiani per avvelenarlo; e per questa
fidanza s'incamminò dipoi coll'armi verso Levante. Osservò ancora
Sozomeno[333] la follia di Giuliano in prestar fede ai suoi auguri e
indovini, perchè egli non previde punto la propria morte, nè il funesto
fine della sua impresa contro i Persiani. Ammiano il vuole scusar su
questo, con dire ch'egli riguardava, non come cose certe, ma solamente
come conghietture le predizioni de' suoi indovini: scusa familiare ad
altri che s'immergono nell'arte empia e vanissima di voler conoscere
l'avvenire.

La risoluzion presa da Giuliano di sguainar la spada contra di Costanzo
imperadore ognun può scorgere quanta occasion desse a tutti i saggi di
mormorare di lui, trattandosi di volgere l'armi contra di un cugino che
l'avea colmato di benefizii, valendosi dell'autorità a lui conferita per
ispogliare ed abbattere il medesimo suo benefattore. Cresceva anche
l'iniquità ed ingratitudine sua, perchè Costanzo non si movea punto
contra di lui, e trovavasi allora in angustie per la svantaggiosa guerra
che avea coi Persiani. Si studiò lo stesso Giuliano di parare questa
odiosità con varie scuse e pretesti, essendosi spezialmente studiato di
giustificar la sua condotta presso le città della Grecia, come apparisce
dalla lunga sua lettera, o sia dal manifesto scritto agli Ateniesi[334],
che si legge stampata. Il bello è ch'egli pretendeva di essere stato o
consigliato o pure obbligato dai suoi dii a ribellarsi; e Zosimo
scrive[335] che una deità, apparendogli in sogno, l'animò all'impresa,
senza badare ch'egli covava in cuore un interno iniquo dio, cioè
l'ambizione, da cui era più che da altro spronato a tanta sconoscenza
verso chi l'avea tanto beneficato. Anche i suoi soldati e partigiani
dicevano promesso a lui da essi dii un felice successo: il che quanto si
verificasse, si vedrà a suo tempo. Intanto fece egli quanti preparamenti
mai seppe di gente e danaro per marciare verso l'Oriente. L'amore,
ch'egli s'era guadagnato fra i popoli delle Gallie, indusse molti ad
offerirgli spontaneamente ori ed argenti per isperanza di ricavarne buon
frutto a suo tempo; nè si trovò più difficoltà ne' soldati per uscir
dalle Gallie, e passar l'Alpi, facendo egli credere alla sua armata di
non cercar altro per ora che d'impossessarsi dell'Illirico sino alla
Dacia novella, per prendere poi altre misure o di accordo o di guerra.
_Nebridio_, mandato già per prefetto del pretorio nelle Gallie da
Costanzo, il solo fu[336] che protestò di non poter impegnarsi contra
dello stesso Costanzo Augusto, e corse rischio d'essere messo in brani
dai soldati, se Giuliano non l'avesse coperto col suo manto, e datagli
poi licenza di ritirarsi in Toscana. Da Libanio[337] vien chiamato esso
Nebridio un mezzo uomo. Se vuol dire per avventura un codardo, da quando
in qua merita nome di codardo la fedeltà verso il principe suo? Se non
si trattasse di un nobile romano, si crederebbe che egli parlasse di un
eunuco. Fece Giuliano una promozion d'uffiziali, creando generale della
sua cavalleria _Nevitta_, _Dagalaifo_ capitan delle guardie, _Mamertino_
tesoriere, quello stesso che poi compose il panegirico di Giuliano, e
distribuendo ad altri varie cariche militari e civili. Lasciò
_Sallustio_ per prefetto del pretorio nelle Gallie, e finalmente mise in
moto l'esercito suo, diviso in varii corpi, parte inviandone per
l'Italia, e parte per la Rezia, per far credere che fossero più che non
erano le forze sue, quando non più di ventitrè mila persone, se non
s'inganna Zosimo[338], egli conduceva seco. Con gran diligenza
marciarono; ed ordine v'era di trovarsi tutti a Sirmio. Era allora tempo
di state. Arrivato che fu Giuliano dove il Danubio comincia ad essere
navigabile, trovata ivi fortunatamente gran copia di barchette, con tre
mila soldati s'imbarcò, e andò a prendere terra in tempo di notte a
Bononia, nove miglia lungi da Sirmio, capitale della Pannonia. Di là
spedì Dagalaifo con una brigata di soldati, a mettere le mani addosso a
_Lucilliano_ conte, generale d'armi di Costanzo nell'Illirico, il quale
per sua negligenza niun sentore pare che avesse avuto de' frettolosi
movimenti di Giuliano. Coltolo a letto, il menarono via, e presentarono
ad esso Giuliano: dopo di che a dirittura egli marciò a Sirmio, dove fu
con gran pompa e festa accolto da quel numeroso popolo: cosa che gli
fece sperar facile la conquista di tutto l'Illirico. E così in fatti
avvenne, perchè senza adoperar lancia o spada in poco tempo tutto
l'Illirico, la Macedonia e la Grecia il riconobbero per loro
signore[339]. Creò egli allora governatore della seconda Pannonia
_Aurelio Vittore_, quel medesimo che ci lasciò un compendio delle Vite
dei Cesari. Venuto già era l'autunno, e Giuliano si ridusse a Naisso
nella Dacia novella, o nella Mesia, dove, secondo le apparenze, si fermò
sino alla morte di Costanzo, applicandosi intanto ad ingrossar la sua
armata e a munir le fortezze, con disegno poi di entrar nella Tracia, e
far maggiori progressi.

Quello che può parere strano, si è che non sappiamo avere Giuliano
inviato altro corpo di milizie in Italia, se non quel tenue che,
passando per Aquileia, andò a congiugnersi seco a Sirmio: e pure certa
cosa è che Roma e l'Italia tutta, quasi con universale concordia,
abbandonò Costanzo, e si mise sotto la signoria di Giuliano. Convien
credere che questi popoli fossero ben malcontenti del governo d'esso
Costanzo e del suo arianismo, credendo essi tuttavia cristiano e
cattolico Giuliano; e che si prevalessero di questo leggier vento per
sottrarsi dal di lui dominio. Si aggiunse ancora un panico terrore,
perchè si sparse voce[340] che Giuliano calava in Italia con un diluvio
di gente: laonde ognun si affrettò a rendergli ubbidienza. Tale dovette
essere in Roma stessa la commozione e paura, che _Tauro_ e _Fiorenzo_
consoli scapparono, non so se di là, o da altro luogo, dove stessero
allora, e passarono per le poste verso l'Oriente, parendo loro disperato
il caso, e paventando lo sdegno di Giuliano, il quale poi, per
testimonianza di Zosimo[341], mandò ordine che, mettendo il loro nome
negli atti pubblici, si aggiugnesse _consoli fuggitivi o fuggiti_. In
mezzo poi ai pensieri della guerra non dimenticava Giuliano quei del
governo civile, scrivendo Ammiano ch'egli si occupava ad ascoltar e
decidere le liti de' particolari, a riformar gli abusi: notando
nondimeno esso istorico, ch'egli talvolta commetteva delle ingiustizie
per correggere quelle degli altri. Mamertino[342] si stende qui all'uso
de' panegiristi nelle lodi di lui, dicendo ch'egli mise in buon ordine e
stato le città tutte dell'Illirico, della Grecia, Macedonia, Epiro e
Dalmazia. Carestia di grani si provava in Roma. Fu inviato colà da
Giuliano per prefetto di quella città _Massimo_, il quale, contuttochè
permesso non fosse all'Africa di mandar frumenti colà, pure seppe trovar
maniera di provvedere al bisogno, e di prevenire i pericolosi tumulti,
ai quali fu sottoposto il suo predecessore Tertullo. Diedesi poi meglio
a conoscere in tal occasione la vanità e l'ingratitudine di
Giuliano[343], perchè già scorgendo tolta affatto la speranza di
riconciliarsi con Costanzo Augusto, scrisse contra di lui al senato
romano una invettiva piena di mordacità, con esagerar tutti i vizii e
difetti di lui: il che parve sì improprio agli stessi senatori, che, al
leggersi nella loro assemblea quella satira, non poterono contenersi dal
gridare ad una voce che il pregavano di portar più rispetto e riverenza
a chi l'avea creato Cesare e beneficato cotanto. Lo stesso Ammiano,
tuttochè adoratore, non che parziale di lui, non potè di meno di non
condannare una sì ingiuriosa scrittura, e tanto più perchè, non contento
egli di sfogarsi contra di Costanzo, addentò anche la memoria di
Costantino il Grande, proverbiandolo come novatore e perturbatore delle
antiche leggi, e perchè avesse innalzate persone barbare sino al
consolato: sciocca accusa, come Ammiano confessa, perchè lo stesso
Giuliano poco stette a crear console _Nevitta_, Goto di nazione, e
persona selvatica, anzi crudele; laddove Costantino non promosse se non
persone di raro merito e di gran riputazione e virtù[344]. Avvenne
intanto un affare che avrebbe potuto imbrogliar non poco le misure di
Giuliano, se non fosse intervenuta la morte di Costanzo Augusto. Due
legioni e una compagnia di arcieri, che già servivano a Costanzo,
trovate da Giuliano in Sirmio, perchè d'esse egli non si fidava, prese
la risoluzione d'inviarle nelle Gallie; e queste andarono. Ma giunte ad
Aquileia, ricca città, e forte non meno pel sito che per le buone mura,
e trovata la plebe tuttavia divota al nome di Costanzo Augusto, che si
sollevò all'arrivo loro, quivi fermarono il piede, e si afforzarono
contra di Giuliano. Perchè questo fatto potea tirarsi dietro delle
brutte conseguenze, Giuliano mandò ordini a _Giovino_ general della
cavalleria, che era in marcia verso la Pannonia, di accorrere colà, e
convenne formarne l'assedio, che fu lungamente sostenuto con bravura e
spargimento di sangue. Nè finiva sì presto quell'impegno, se non veniva
la nuova della morte di Costanzo, per cui que' soldati in fine
capitolarono la resa, lasciando esposto allo sdegno di Giuliano il
promotore di quella sedizione Nigrino tribuno, che fu bruciato vivo, ed
alcuni pochi altri, ai quali fu reciso il capo.

Tempo è oramai di parlare dell'Augusto Costanzo, che noi lasciammo a'
quartieri d'inverno in Antiochia. Le applicazioni sue tutte erano in
preparamenti di guerra, e in far masse di milizie per opporsi ai sempre
nemici Persiani. Ma non era così occupato da' pensieri guerrieri, che
non ne nudrisse ancora de' mansueti e geniali[345]. Gli avea tolta la
morte poco dianzi _Eusebia_ Augusta sua moglie, donna che non l'avea mai
arricchito di prole, e che (siccome spacciò la fama) per aver voluto
prendere un medicamento, creduto atto a farla concepire, abbreviò a sè
stessa la vita[346]. Voce ancora corse[347] ch'essa con una bevanda data
ad _Elena_ sua cognata, allorchè questa fu per maritarsi con Giuliano
Cesare, la conciasse in maniera che abortisse ad ogni gravidanza. Le
dicerie del volgo son facili in tal sorta di accuse. Ora Costanzo, per
desiderio di lasciar dopo di sè qualche figliuolanza[348], prese in
questi tempi per moglie _Massimo Faustina_, della cui famiglia nulla
dicono le storie. Solamente si sa ch'egli morendo la lasciò gravida, ed
esserne nata una figliuola, appellata _Flavia Massimo Costanza_. Questa
poi prese per marito _Graziano_, che vedremo a suo tempo imperadore.
Forse non si figurava Costanzo che Giuliano si avesse a muovere dalle
Gallie, e però non prese le convenevoli precauzioni per munire l'Italia
e l'Illirico contra dei di lui tentativi. Provvide bensì
all'Africa[349], con inviare colà _Gaudenzio_ suo segretario, il quale,
andando d'accordo con _Crezione_ conte, dispose così ben le cose, che
durante la vita d'esso Augusto da niuno restò turbata la quiete di
quelle provincie. S'udivano intanto le grandiose disposizioni di Sapore
re della Persia per tornare ostilmente ad invadere la Mesopotamia. Il
perchè Costanzo si procacciò con diversi regali l'assistenza e il favore
dei re confinanti co' Persiani, e massimamente di _Arsace_ re
dell'Armenia. Poscia, allorchè vennero nuove che pareva imminente il
passaggio dei Persiani nella Mesopotamia, circa il mese di maggio uscì
anch'egli in campagna, e passato di là dall'Eufrate, andò a fermarsi in
Edessa, con inviare nello stesso tempo i suoi generali _Arbezione_ ed
_Agilone_ alle rive del Tigri, ma con espresso ordine di non azzardare
una battaglia. Stettero ivi le soldatesche romane gran tempo, aspettando
il nemico, senza mai vederlo comparire; ed intanto giunse a Costanzo la
dolorosa novella che il ribelle Giuliano s'era già impadronito
dell'Illirico. Facile è l'immaginare che turbazione ed affanno gli
recassero i passi dell'odiato cugino. Ma nel dì seguente ricevette il
grato avviso che il re Sapore, o sia perchè da' suoi indovini gli furono
predette disgrazie se s'inoltrava, o pure perchè gli diedero apprensione
le forze de' Romani, se n'era tornato addietro. Allora fu che Costanzo,
tenendosi come liberato dalla molestia de' Persiani, lasciate solamente
le guarnigioni opportune nelle città e fortezze della Mesopotamia, se ne
tornò indietro con disegno di procedere armato contra di Giuliano,
giacchè si teneva sicura la vittoria, combattendo con quell'ingrato.
Partecipata all'esercito questa sua intenzione, tutti ne fecero festa, e
si animarono al viaggio. Partissi egli da Antiochia nell'autunno
avanzato; ma arrivato a Tarso nella Cilicia, fu preso da una picciola
febbre, per cui non desistè dal cammino. Si trovò poi forzato dal male,
che andò crescendo, a posare in Mopsuerene, luogo situato ai confini
della Cilicia plesso il monte Tauro[350], dove nel dì 5 di dicembre
(Ammiano scrive nel dì 3) in età di circa quarantacinque anni diede fine
al suo vivere, con essersi detto che Giuliano l'avesse fatto avvelenare.

Lasciò questo principe dopo di sè una assai svantaggiosa memoria.
Certamente a lui non mancavano delle belle qualità, come l'essere
indurato alle fatiche e a dormir poco, se il bisogno lo richiedeva[351].
Negli esercizii militari niuno gli andava innanzi, e quanto fu
moderatissimo sempre nel mangiare e bere, altrettanto si guardò dal
lusso e dai piaceri illeciti, in guisa tale che nè pur chi gli voleva
male arrivò mai ad accusarlo di avere contravvenuto alle leggi della
castità. Ornato delle belle lettere, sapea far discorsi sensati e gravi.
Chi prese a lodarlo vivente (il che fecero Giuliano e Temistio[352]),
cel rappresenta moderato in tutte le passioni, e specialmente padrone
della sua collera, con soffrir le ingiurie senza farne vendetta. E certo
sensibili segni di clemenza diede talvolta[353] sino a perdonare con
facilità alle città che aveano fatta sollevazione: laonde da molti per
questa sua indulgenza era amato non poco. Fece ancora risplendere il suo
zelo contra dell'idolatria, e di sopra accennammo le rigorose sue leggi
contro di essa. Ristaurò pur anche o di nuovo edificò molte chiese in
Oriente, e le arricchì; e gran rispetto conservò sempre verso i vescovi,
facendoli mangiare alla sua tavola, e ricevendo da loro con umiltà la
benedizione. Tali erano i pregi di Costanzo in poche parole.
Ammiano[354] più a lungo ne lasciò descritto quel poco o molto ch'egli
aveva di buono. Ma, voltando carta, troviamo che contrappesavano ben più
i di lui difetti. Gran disgrazia è l'aver principi deboli di testa, e
che si figurano nondimeno di aver testa superiore in intendimento a
quella di ognuno. A Costanzo ne era toccata una di questo tenore. Peggio
poi se il principe non ama e non soffre se non chi il loda, e solamente
si compiace degli adulatori, disprezzando o rigettando chi osa dirgli la
verità, e non sa lodare i difetti, nè far plauso alle azioni viziose o
mal fatte. Costanzo era appunto un di questi[355], pieno di una vanità
ridicola, per cui voleva, a guisa dei tiranni dell'Oriente, essere
appellato Signore di tutta la terra[356]; e si fece alzar archi
trionfali nelle Gallie e nella Pannonia per aver vinto dei Romani
ribelli: gloria abborrita da tutti i saggi imperadori; pavoneggiandosi
ancora delle vittorie riportate da' suoi generali[357], come se in
persona fosse egli intervenuto alle battaglie. Nè la sua clemenza andò
molto innanzi, perchè spietato comparve contro chiunque o tentò o fu
sospettato di tentare contro la di lui corona. Non si può poscia
abbastanza esprimere che predominio avessero nella corte di lui gli
adulatori, e quanta fosse la prepotenza de' suoi eunuchi, i quali,
abusandosi della tenuità del di lui intendimento, e della timidità del
suo cuore, l'ingannavano continuamente, ed arrivarono in certa guisa a
far essi da imperadori di fatto, con lasciarne a lui il solo nome,
perchè nulla operava, nulla determinava senza il lor consiglio, nè pur
osando di far cosa che venisse da lor disapprovata. Di qua poi venne la
vendita delle cariche e della giustizia, e l'elezion degl'indegni
ministri e governatori con immenso danno dei popoli. Non venne anche un
peggior male, cioè un gravissimo sconcerto alla Chiesa di Dio; perchè
quella vile, ma superba canaglia, guadagnata dagli ariani, il portò a
sposar gli empii loro insegnamenti, e a perseguitare i vescovi della
Chiesa cattolica, e ad abbattere per quanto potè la dottrina della vera
Chiesa di Dio. Però nella storia ecclesiastica noi il troviamo dipinto
(e ben sel meritava) con dei neri colori, spezialmente da santo Ilario e
da Lucifero vescovo di Cagliari, come principe o tiranno, che contra le
leggi del Vangelo si arrogò l'autorità di far dipendente da' suoi voleri
la religione santa di Cristo, e volle esser arbitro delle controversie
della fede che Dio ha riserbato al giudizio dei sacri suoi pastori. Lo
stesso Ammiano, ancorchè gentile, il condannò per questa sua prepotenza.
Imbevuto egli così degli errori dell'arianismo, in essi durò poi sino
alla morte, senza mai prendere il sacro battesimo, fuorchè negli ultimi
dì di sua vita[358], nei quali fu battezzato da Euzoio vescovo ariano.
Ma finiamola di parlar di un regnante cattivo, per passare ad un
peggiore, che, provveduto da Dio di molte belle doti personali, avrebbe
potuto far bella figura fra gl'imperadori de' Romani, ma per la sua
empietà si screditò affatto presso de' Cristiani, che tuttavia
rammentano con orrore il di lui nome. Parlo di _Giuliano_, che già aveva
usurpato il titolo d'Imperadore Augusto, e si trovava nell'Illirico
allorchè gli giunse la gratissima nuova della morte di Costanzo Augusto.
Riserbando io di favellare più precisamente di lui all'anno seguente,
solamente ora dirò ch'egli, veggendo tolto ogni ostacolo alla sua
grandezza, marciò a dirittura a Costantinopoli nel dì 11 di
dicembre[359], dove fu ben accolto, e fatto portar colà il cadavere del
defunto cugino Augusto, gli fece dar sepoltura colla pompa consueta
degl'imperatori nella chiesa degli Apostoli, intervenendo egli stesso
alla sacra funzione come cristiano in apparenza, ancorchè qual fosse
internamente, staremo poco a vederlo.

NOTE:

[329] Ammianus, lib. 21, cap. 3.

[330] Liban., Orat. V et XII. Julian., Epist. ad Atheniens.

[331] Ammianus, lib. 20, cap. 1. Liban., Orat. XII.

[332] Gregor. Nazianzen., Orat. III.

[333] Sozom., lib. 5 Hist., cap. 1.

[334] Julian., Epistol. ad Atheniens.

[335] Zosimus, lib. 3, cap. 9.

[336] Ammianus, lib. 21, cap. 5.

[337] Liban., Orat. XII.

[338] Zosimus, lib. 3, cap. 10.

[339] Ammianus, lib. 21, cap 10. Libanius, Orat. XII.

[340] Ammianus, lib. 21, cap. 9.

[341] Zosim., lib. 3, cap. 10.

[342] Mamertinus, in Panegy.

[343] Ammian., lib. 21, cap. 10.

[344] Ammianus, lib. 21, cap. 11.

[345] Ammianus, lib. 21, cap. 6.

[346] Zonar. Cedrenus. Chrysost., Hom. 15 ad Philipp.

[347] Ammianus, lib. 16.

[348] Du-Cange, Hist. Byz.

[349] Ammianus, lib. 21, cap. 7.

[350] Hieronymus, in Chronico. Idacius in Fastis. Chronicon Alexandr.
Theophan., in Chronogr.

[351] Ammianus. Aurel. Victor, de Caesaribus.

[352] Themist., Orat. I et II. Julian., Orat. I et II.

[353] Eutrop., in Breviar.

[354] Ammianus, lib. 21, cap. 16.

[355] Julian., Orat. VII. Liban., Orat. XI.

[356] Athanasius, de Syn.

[357] Ammianus, lib. 16, c. 6, et lib. 21, cap. 16.

[358] Athanasius, de Syn. Socrat., lib. 2, cap. 47. Philostorg., lib. 6,
c. 6.

[359] Mamert., in Panegyr. Ammianus, lib. 22, cap. 1. Idacius, in
Fastis. Chronicon Alexandr.



    Anno di CRISTO CCCLXII. Indizione V.

    LIBERIO papa 11.
    GIULIANO imperadore 2.

_Consoli_

MAMERTINO e NEVITTA.


Fu alzato _Nevitta_ alla dignità consolare, perchè uomo di molto credito
nel mestiere delle armi, e perchè di lui si fidava molto Giuliano, dopo
averlo creato generale della cavalleria. Essendo costui barbaro di
nazione, e probabilmente Goto, di costumi crudeli, ebbe motivo Ammiano
Marcellino[360] di riflettere, come accennammo di sopra, alla malignità
di Giuliano, il quale poco prima avea tacciato Costantino di aver
conferito il consolato a personaggi barbari, quando egli poco appresso
fece lo stesso. Quanto a _Mamertino_ primo console, Giuliano lo avea
dianzi creato prefetto del pretorio dell'Illirico. Essendo egli uomo
eloquente, compose e recitò nel dì primo di quest'anno, cioè nell'entrar
console, un panegirico in lode di Giuliano, componimento salvato dalle
ingiurie del tempo, e giunto sino ai dì nostri. Ma prima di raccontar le
azioni spettanti a Giuliano nell'anno presente, non dispiacerà ai
lettori di conoscere prima chi fosse questo novello Augusto. Altrove
dicemmo che _Flavio Claudio Giuliano_ avea avuto per padre Giulio
Costanzo, fratello del gran Costantino, e per fratello Gallo Cesare, da
noi veduto ucciso da Costanzo imperadore. Nacque in Costantinopoli[361]
nell'anno 331. Allorchè mancò di vita Costantino il Grande nell'anno
337, e fu ucciso suo padre con altri parenti d'esso Augusto per ordine
di Costanzo, anche Giuliano corse rischio di perdere la vita[362]. Il
salvò la sua tenera età. In Macello, luogo della Cappadocia, in
Costantinopoli, e poscia in Nicomedia s'applicò allo studio delle
lettere, avendo per maestro Eusebio vescovo di quella città[363], famoso
capo dell'arianesimo. Essendogli toccato per aio un eunuco, uomo di gran
senno, chiamato Mardonio, questi per tempo gli diede buoni documenti di
moderazione, di sprezzo dei divertimenti, e di fare resistenza alle
passioni. Fu provveduto sempre di eccellenti maestri, ma cristiani, da
Costanzo; e siccome a lui non mancava la felicità del talento, così fece
non lieve profitto nelle scienze, e massimamente nell'eloquenza. Ma
questa felicità d'ingegno consisteva piuttosto in una prontezza
d'intendere e in una vivacità di esprimere i suoi sentimenti, e non già
in una soda penetrazione e riflessione sopra le cose, essendo
superficiale la forza della sua mente, e portata sempre alle novità la
di lui inclinazione. Già si osservò che di nuovo fu in pericolo la di
lui vita, allorchè quella di Gallo Cesare suo fratello mancò. Il
sottrasse a quel rischio Eusebia Augusta, la di cui protezione servì
ancora a farlo promuovere alla dignità di Cesare e al governo delle
Gallie; dal che poi nacque la di lui ribellione contra del benefattore
Costanzo.

Ma la più obbrobriosa delle azioni di Giuliano è quella che riguarda la
sua religione. Era egli, non men che il fratello, stato allevato in
quella di Gesù Cristo sotto varii precettori cristiani; la professava
egli, e con varie opere di pietà si dava a conoscere (ed era in fatti
allora) persuaso della verità e santità della medesima[364]. Confessa
egli stesso che sino all'età di vent'anni stette saldo in essa
religione; anzi, per togliere a Costanzo i sospetti ch'egli aspirasse in
guisa alcuna all'imperio, si arrolò nella milizia ecclesiastica, e col
fratello Gallo esercitò nel clero l'uffizio di lettore. Ma siccome egli
era un cervello leggero e fantastico, insensibilmente si lasciò portare
al paganesimo. Ordine espresso avea dato Costanzo[365] ch'egli non
praticasse con Libanio sofista, letterato di gran credito allora per la
sua eloquenza, ma gentile, per timore che noi sovvertissero le di lui
ciance. Giuliano tanto più s'accese di voglia di leggere e di studiar
segretamente le di lui opere, che servirono non poco ad infettarlo:
tanta era la stima ch'egli professava a quel sofista. La scuola
principale nondimeno della sua apostasia ed impietà fu l'essersi egli
dato a praticar con gl'indovini, strologhi, maghi ed altri impostori,
che gli fecero sperar la cognizion dell'avvenire: con che maggiormente
se gli ammaliò e riempiè il capo d'illusioni, di oracoli, e della
potenza dei falsi dii, con terminar poi i suoi studii in un'aperta
empietà e somma prosunzione. Libanio stesso[366] non ebbe difficoltà di
confessare ch'egli era visitato dagli dii, da loro sapeva quanto si
faceva sopra la terra: il che chiaramente ci fa comprendere le illusioni
della magia. Per maestri di così sacrileghe arti e dottrine ebbe
spezialmente Giuliano[367] Massimo Efesio, mago di professione, Eusebio
discepolo di Edesio, un Jamblico diverso dal pitagorico, ed altri simili
ciurmatori, più tosto che filosofi, i quali colle empie loro istruzioni
il trassero in fine ad abbandonare il Cristianesimo, e ad abbracciare il
culto degl'idoli. Ma come mai potè passare uomo intendente della santità
della religion cristiana e della sua celeste morale all'aperta
sciocchezza dell'idolatria, e a credere e a dare alle creature e a sorde
statue di numi ossia di demonii il culto ed incenso dovuto al solo vero
Dio? In poche parole ne dirò il perchè. Da che la religion cristiana
luminosa comparve sul candelliere con tanta raccomandazione di verità, i
filosofi, pagani, non sapendo come difendere tanta deformità
dell'idolatria, ricorsero al ripiego di sostenere che sotto le più
ridicole favole ed azioni vergognose dei lor creduti dii si nascondeva
qualche mistero o verità o teologica, o istorica, o morale; e
riconoscendo non esservi che un Dio, dicevano poi che nelle differenti
deità si adorava quel medesimo Dio, cioè qualche suo attributo,
rappresentato dai poeti sotto il velo di molte favole. In somma
inorpellavano tanto la detestabil empietà e superstizione del
paganesimo, ne predicavano l'antichità, ne esaltavano l'ampiezza, che la
testa leggiera di Giuliano (per tale la riguardò anche Ammiano[368]) vi
precipitò dentro[369]. E forse la spinta maggiore venne dal promettergli
que' ciarlatani di pervenire per tal via al romano imperio. Dopo questo
salto si studiava ben Giuliano di coprir la sua apostasia e idolatria
nel suo cuore; finchè visse Costanzo Augusto, professava nell'esteriore
il Cristianesimo, e poi la notte faceva dei sacrifizii a Mercurio, senza
mettersi pensiero s'egli tradiva Dio e la propria coscienza. Ma chi
sapeva ben esaminar le di lui azioni, i ragionamenti e quel suo spirito
volubile, inquieto, buffone, sprezzante, giungeva a scorgere ch'egli non
era cristiano, o pur era un mal cristiano, e che si allevava in lui un
fiero mostro all'imperio romano. San Gregorio Nazianzeno[370], che il
conobbe e praticò in Atene, ce ne lasciò un vivo ritratto, per cui
predisse quello che in fatti poi fu. Aggiungasi ora che Giuliano, dopo
essersi applicato alla filosofia di que' tempi, affettò da lì innanzi di
comparir filosofo non solamente in molte azioni, ma con prender anche
l'abito proprio de' filosofi, cioè il mantello, e nudrire le barba:
tutto per acquistarsi credito con tale apparenza presso chi solo misura
gli uomini dal portamento esterno. La sua sobrietà era grande[371]; poco
sonno prendeva, e questo sopra un tappeto e una pelle. De' piaceri e
divertimenti del teatro, del circo, de' combattimenti nulla si
dilettava; in una parola, da che fu creato Cesare, con questa severità
di costumi molta riputazione s'acquistò nelle Gallie, col ministrar
buona giustizia, con frenar le insolenze e l'avidità delle arpie, cioè
dei pubblici uffiziali, che con taglie ed avanie cercavano di accrescere
le calamità de' popoli, e di empiere la propria borsa.

Ritornando ora al corso della storia, convien ripetere che nel dicembre
del precedente anno, mentre esso Giuliano soggiornava in Naisso città
della Dacia (Socrate[372] scrive nella Tracia), gli giunse l'avviso
della morte di Costanzo, avviso il più grato che mai gli potesse
avvenire. Secondo Ammiano[373], fecero a lui credere gli ambasciatori
che Costanzo, prima di spirar l'anima, l'avea dichiarato suo successore:
il che non par vero, quando sussista che l'apostasia di Giuliano fosse a
lui già nota. San Gregorio Nazianzeno[374] aggiugne essere stata fama
che Costanzo sul fin della vita si pentisse di tre cose: cioè di avere
sparso il sangue de' suoi parenti, di aver conferita a Giuliano la
dignità di Cesare e di aver cagionato tante turbolenze nella Chiesa di
Dio. Quando pur si accettasse per vero che Costanzo, giacchè non potea
togliere a Giuliano la successione, gliel'avesse lasciata, ciò sarebbe
stato per procacciare il di lui favore a Faustina Augusta sua moglie, la
quale restava gravida, e partorì dipoi una femmina. Tutto lieto, siccome
già dicemmo, passò Giuliano a Costantinopoli, dove qualche poco ancora
fece la figura di cristiano, e poscia, per attestato di Socrate[375] e
di Ammiano[376], cavatasi la maschera, apertamente professò l'idolatria.
Anzi non aveva aspettato fino a questo tempo, perchè Libanio[377] e il
Nazianzeno[378] attestano che, appena giunto nell'Illirico, avea
ordinato che si aprissero i templi de' pagani, e che si sacrificasse
agl'idoli[379]; nè tardarono punto gli Ateniesi a valersi di questo
sacrilego indulto. Che allegrezza per questa metamorfosi provassero i
gentili, che orrore e dispiacere i cristiani, non occorre ch'io lo dica.
Corsero a gara i deputati delle città e provincie a riconoscere il nuovo
sovrano[380], portandogli delle corone d'oro; e gli Armeni ed altri re
dell'Oriente, fuorchè il persiano, e fin gl'Indiani tributarongli dei
regali. Anche dagli stessi Goti gli furono spediti ambasciatori per
rinnovare i precedenti trattati; ma Giuliano fu vicino a romperla con
loro, perchè non volea legge da que' Barbari, nè lasciarsi far paura,
com'era avvenuto sotto il precedente Augusto. Quindi si diede a riformar
la corte imperiale per risparmiare le spese, cassando una prodigiosa
quantità di cuochi, barbieri ed altri simili, ed anche più riguardevoli
uffiziali, che mangiavano a tradimento il pane del principe.
Specialmente mandò a spasso tutti coloro che aveano servito a Costanzo,
non distinguendo i buoni dai cattivi[381], e sostituendo degli altri a
suo talento. Ancorchè Ammiano[382] pretenda che la maggior parte di
costoro fosse piena di vizii, e s'ingrassasse a forza d'iniquità e di
rubamenti, con dire fra le altre cose che avendo Giuliano dimandato un
barbiere per farsi tosare, se gliene presentò uno sì magnificamente
vestito, che Giuliano gridò[383]: _L'ordine mio è stato che si chiamasse
un barbiere, e non già un senatore_: contuttociò lo stesso Ammiano
condanna sì rigorosa riforma da lui fatta, con ridurre tanta gente in
una misera povertà. Libanio[384] all'incontro il loda forte per questo,
aggiugnendo ch'egli ristrinse al numero di mille e settecento coloro che
si chiamavano _agentes in rebus_, ufficiali del fisco, poco diversi, o
pure gli stessi che i curiosi e frumentarii, cioè ispettori ed esattori
che si mandavano per le provincie. Dianzi si contavano dieci mila di
costoro.

Qui nondimeno non si fermò Giuliano. Eresse un tribunal di giustizia,
affinchè quivi si ascoltassero le molte querele de' particolari contro
gli uffiziali del defunto Costanzo. Capo ne fu _Sallustio Secondo_,
dichiarato prefetto del pretorio d'Oriente, a cui furono aggiunti
_Mamertino_ e _Nevitta_, consoli di quest'anno, _Arbezione_ ed
_Agilone_[385]. Costoro, iti a Calcedonia, cominciarono a processar
chiunque non godea la grazia di Giuliano, principalmente chi gli era in
disgrazia. _Palladio_, già mastro degli uffizii (splendida dignità della
corte), fu relegato in Bretagna; _Tauro_, già prefetto del pretorio, a
Vercelli, benchè non sel meritasse; _Fiorenzo_, anch'esso mastro degli
uffizii, in un'isola della Dalmazia. L'altro _Fiorenzo_ già prefetto del
pretorio delle Gallie, che aveva irritato forte Giuliano, se ne fuggì
colla moglie, e nascoso stette finchè visse Giuliano, perchè contra di
lui fulminata fu la sentenza di morte. D'altri cospicui uffiziali
processati e condannati chi all'esilio, chi a perdere il capo, parla
Ammiano; e perchè non solo a' colpevoli, ma anche a molti innocenti si
stesero le condannagioni, Giuliano si tirò dietro le maledizioni, non
che le mormorazioni de' suoi parziali, e molto più di chi era nemico,
per sì fatte crudeltà. Con tal occasione si può dire che cominciò la
persecuzione di Giuliano contra de' cristiani, perchè tutti i cortigiani
professanti la legge santa di Cristo furono da lui cacciati fuori del
palazzo. Dalle lettere del medesimo Giuliano[386] risulta, aver esso
invitato alla sua corte Massimo filosofo, quello stesso che poco fa
dicemmo essergli stato maestro di magia[387], e dell'arte empia ed
ingannatoria di cercar l'avvenire. Allorchè seguì l'arrivo di costui
alla corte[388], Giuliano era nel senato, e, dimenticata la propria
dignità, corse ad incontrar l'impostore, come se fosse stato qualche re,
o divinità, abbracciandolo e baciandolo: azione lodata da Libanio, ma
ritrovata assai impropria da Ammiano. Questa sua eccessiva degnazione
verso le barbe de' filosofi cagion fu che altri di tal professione[389]
a folla accorsero da varie parti alla corte; alcuni anche vi furono
chiamati. Di carezze e belle parole certamente si mostrò liberale con
esso loro il filosofo imperadore: di tanto in tanto teneva ancora alcun
di essi alla sua tavola, e beveva alla lor salute: pavoneggiavasi
inoltre, nell'uscir di palazzo, di esser corteggiato da essi; ma in fine
i più di loro lasciava colle mani piene di mosche, e laddove erano
coloro venuti lusingandosi di far gran fortuna, si trovavano poi
costretti, per non morir di fame, a ritornarsene delusi ai lor paesi,
maledicendo non so dire se più la furberia ed avarizia di Giuliano, o
pure la stolta loro credulità. Ci lasciò san Giovanni Grisostomo[390]
una descrizion della corte d'esso Giuliano, tale che fa orrore.
Imperocchè, appena si seppe ristabilita da lui l'idolatria, e come egli
era perduto dietro allo studio dell'avvenire, che da ogni banda
fioccarono colà maghi, incantatori, auguri, indovini, e simil razza di
gente, alcuni dei quali di pezzenti divenivano appresso non solo
sacerdoti, ma pontefici del gentilesimo. Con costoro si tratteneva
Giuliano, poco curando i generali e magistrati; e qualora usciva in
pubblico, il seguitava un infame corteggio di tali ciurmatori; nè vi
mancava quello di molte femmine che professavano le medesime empie arti
ed illusioni, uscite da' bordelli e d'altri luoghi, dove vendevano le
inique loro mercatanzie. In testimonio di questa verità il Grisostomo
chiama moltissimi tuttavia allora viventi, e ben pratici della corte
dell'apostata Augusto. E il Nazianzeno[391], che fioriva nell'istesso
tempo, ci assicura che si vedeva Giuliano mangiare pubblicamente e
divertirsi con quelle infami donne, coprendo quest'obbrobrio col
pretesto ch'esse servivano alle cerimonie dei suoi sagrifizii e misteri.

E tale era la vita di questo imperatore, il quale nientedimeno non
ometteva di applicarsi ai pubblici affari, come consta da molte sue
leggi[392]; ed era frequente al senato, dove spezialmente campeggiava la
di lui vanità nel recitar delle arringhe ed orazioni, e nel decidere le
liti. Volendo poi esercitare la gratitudine verso di Costantinopoli
patria sua, per attestato di Zosimo[393], vi costituì un senato simile a
quel di Roma. Ma sapendosi che anche prima d'ora un senato v'era in
quella gran città, vorrà egli dire che gli concedè i privilegii medesimi
e lo stesso decoro che godeva il senato di Roma. Vi fabbricò eziandio un
porto che difendesse dal vento australe le navi, ed anche un portico che
guidava ad esso porto, della figura del sigma greco, che si solea allora
scrivere come il C de' Latini. Formò ancora[394] sopra il portico regale
una biblioteca, dove ripose quanti libri egli possedeva. Studiossi
ancora di condurre da Alessandria colà un obelisco: cosa già meditata
dall'imperador Costanzo, ma nè pure da lui eseguita dipoi per la sua
morte. Di questo parla egli in una epistola da me data alla luce[395].
Bella azione dovette poi parere quella di Giuliano[396], allorchè liberò
dell'esilio tutti i vescovi già banditi da Costanzo ariano, uno de'
quali fu santo Atanasio, benchè poi nel seguente anno per ordine del
medesimo Giuliano di nuovo ne fosse cacciato. Ma infin lo stesso
Ammiano, e poi Sozomeno[397] ed altri chiaramente riconobbero aver ciò
fatto il malizioso Augusto, non già per alcun buon cuore verso i pastori
del popolo cristiano, ma affinchè, trovandosi eglino liberi, si
continuassero come prima le civili discordie tra loro, cioè tra'
cattolici, ariani, donatisti, macedoniani ed eunomiani; e la plebe
interessata in quelle contese non pensasse a far tumulti e sedizioni
contra del regnante: il che fu ancora avvertito da sant'Agostino in
riguardo ad essi donatisti. Dieci mesi pretende Zosimo[398] che Giuliano
si fermasse in Costantinopoli. Dovea dire quasi otto; imperciocchè le
leggi del Codice Teodosiano[399] cel rappresentano in quella città forse
per tutto maggio. Di là poi mosse per passare in Antiochia con disegno
di far pentire i Persiani di tanti danni recati al romano imperio. Per
qualche tempo si fermò nella Bitinia; e massimamente in Nicomedia, città
sì grandiosa ne' tempi addietro, e diroccata dal terribil tremuoto
dell'anno 358: il che cavò le lagrime dagli occhi di Giuliano, e dalla
sua borsa molto danaro per riparar quelle rovine. Una sua legge abbiamo
quivi data nel luglio del presente anno. Per viaggio visitò quanti
templi famosi la gentilità avea riaperti in quelle parti, sagrificando
dappertutto con gioia immensa de' pagani e dolor de' cristiani. Non finì
il luglio che giunse ad Antiochia, ricevuto con acclamazioni indicibili
da quel popolo, e molte leggi si veggono date da lui nei susseguenti
mesi in quella città[400]. Quivi si applicò ad ascoltar le querele dei
particolari, e a decidere le loro liti con giuste bilancio, e senza
guardar in faccia a chi che sia, nè qual fosse la di lui religione.
Confessa nondimeno Ammiano ch'egli camminava in ciò con troppa fretta, e
che, conoscendo poi la leggerezza del suo ingegno e l'impetuosità della
sua collera, raccomandava ai suoi assessori di frenarlo, per non
fallare. Un dì si presentò a' suoi piedi Teodoto, uno de' primi
cittadini di Jerapoli, ma tremando, perchè sapeva d'essere in disgrazia
di lui. Giuliano il ricevette con volto cortese, e gli disse[401] che se
ne ritornasse a casa senza paura, affidato dalla clemenza di un principe
che solamente bramava di sminuire il numero de' suoi nemici con farseli
amici. Belle parole, quand'anche in Antiochia fece continuar i processi
e le condanne contra di molti, da' quali si pretendeva offeso. Ed in
essa città ancora si diede più che mai a perseguitare i cristiani, per
l'odio che portava alla lor religione, e per rabbia, sapendo di essere
detestato da essi, essendovi stati alcuni che a visiera calata lo aveano
rimproverato per la sua apostasia ed empietà. Fin sotto il precedente
anno già dicemmo aver gli dato principio a sfogar questo suo mal animo
contra d'essi cristiani, cacciando dalla sua corte chiunque abborriva di
adorare i suoi falsi dii, uno de' quali specialmente fu celebre[402],
cioè san _Cesario_, fratello di san Gregorio Nazianzeno, e medico suo,
che generosamente abbandonò il posto per non abbandonar la fede di Gesù
Cristo. Escluse dipoi dalla milizia tutti i cristiani; ordinò che niuna
carica si desse, se non agli amatori degl'idoli; proibì ai Cristiani
l'insegnare ed imparar le scienze e le belle lettere. E quantunque non
osasse pubblicamente di levar la vita a chi seguitava la legge di
Cristo, perchè infinito era il lor numero, ed egli paventava delle
sollevazioni: pure in segreto gran copia ne fece uccidere, e sotto di
lui la Chiesa contò moltissimi gloriosi martiri[403], senza poter nè
pure raccogliere il numero di tutti. Mise anche in opera tutte le arti,
lusinghe e premii per sovvertire i medesimi cristiani; e pur troppo non
pochi ne trovò che si lasciarono vincere da così dolci batterie. Ma
intorno a ciò rimetto io il lettore agli Annali Ecclesiastici del
Baronio[404], e sopra tutto al Tillemont[405], che egregiamente ha
trattato questo argomento, siccome ancora al Fleury nella sua Storia
Ecclesiastica[406].

NOTE:

[360] Ammian., lib. 21, c. 11 et 12.

[361] Julian., Epist. LI.

[362] Idem, in Misopog.

[363] Socrates, Hist., lib. 3, c. 1.

[364] Julian., Epist. LI.

[365] Socrates, Histor., lib. 3, cap. 1. Libanius, Orat. V et XII.

[366] Liban., Orat. X.

[367] Eunap., Vit. Sophist., cap. 5. Socrat., Hist., lib. 3, cap. 1.
Liban., Orat. V.

[368] Ammianus, lib. 16.

[369] Theodoret., Hist., lib. 3, c. 1. Gregorius Nazianz., Orat. III.

[370] Gregor. Nazianz., Orat. IV.

[371] Ammianus, lib. 16. Julian., in Misopog. Libanius, Orat. X et XII.

[372] Socrat., lib. 3, cap. 1.

[373] Ammian., lib. 22, cap. 2.

[374] Gregor. Nazianz., Orat. XXI.

[375] Socrat., lib. 3, cap. 1.

[376] Ammianus, lib. 22, cap. 5.

[377] Liban., Orat. XII.

[378] Gregor. Nazianz., Orat. III.

[379] Julian., Epist. ad Atheniens.

[380] Julian., in Misopog. Eunap., Vit. Sophist.

[381] Liban., Orat. X.

[382] Ammianus, lib. 22, cap. 4.

[383] Zonaras, in Annal.

[384] Liban., Orat. X.

[385] Ammianus, lib. 22, cap. 3.

[386] Julian., Epist. XXXVIII.

[387] Liban., Orat. XII.

[388] Ammianus, lib. 22, cap. 7.

[389] Gregor. Nazianz., Orat. IV. Eunapius, Vit. Sophist., cap. 5.
Socrates, lib. 3, cap. 1.

[390] Chrysostomus, in Gent.

[391] Gregor. Nazianz., Orat. IV.

[392] Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.

[393] Zosimus, lib. 3, cap. 11.

[394] Julian., Epist. LVIII. Themistius, Orat. IV.

[395] Anecdota Graeca, pag. 325.

[396] Ammian., lib. 22, cap. 5.

[397] Sozomen., lib. 5 Hist., cap. 5. Chron. Alexandr. Chrysost., Orat.
II in Babyl.

[398] Zosimus, lib. 3, cap. 11.

[399] Gothofred., Chronol. Cod. Theod.

[400] Ammian., lib. 22, cap. 10.

[401] Ammian., lib. 22, cap. 14.

[402] Gregor. Nazianz., Orat. IV.

[403] Idem, Orat. III. Theodor., lib. 3. Hist., cap. 11 et seq.

[404] Baron., in Annalib. Eccl.

[405] Tillemont, Mémoires pour l'Histoire Ecclesiastiq.

[406] Fleury, Hist. Eccl.



    Anno di CRISTO CCCLXIII. Indizione VI.

    LIBERIO papa 12.
    GIOVIANO imperadore 1.

_Consoli_

FLAVIO CLAUDIO GIULIANO AUGUSTO per la quarta volta e SECONDO SALLUSTIO.


Era questo _Sallustio_ console anche prefetto del pretorio delle Gallie,
e diverso da un altro _Sallustio_ prefetto del pretorio d'Oriente,
siccome può vedersi presso il padre Pagi[407]. _Lucio Turcio Secondo
Aproniano Asterio_, uno de' senatori che da Roma furono inviati a
Giuliano, fu creato prefetto di Roma in questo anno, ed è sommamente
lodato da Ammiano[408] pel buon governo che fece col mantenervi
l'abbondanza de' viveri e la pace, e col perseguitar severamente gli
incantatori e malefici che il paganesimo produceva in gran copia. Volle
Giuliano onorato il suo consolato da un panegirico di _Libanio sofista_,
e questo l'abbiam tuttavia. Varii segni diede in questi tempi Iddio
dello sdegno suo con molte calamità inviate all'imperio romano, le quali
avrebbono potuto avvertir Giuliano della sua empietà, s'egli fosse stato
capace di correzione[409]. Frequenti furono i tremuoti che afflissero
molte città. Nicomedia stessa che, per ordine di Giuliano, cominciava a
risorgere, tornò di nuovo alle primiere rovine. Nicea in gran parte andò
per terra; e Costantinopoli corse rischio di un eguale esterminio.
Libanio[410] è testimonio che ne patirono forte le città della Palestina
e della Libia, e traballarono le più grandi della Sicilia e tutte quelle
della Grecia. Si bruciò in Roma il tempio d'Apollo, e nell'ottobre
antecedente era del pari rimasto divorato dalle fiamme l'altro insigne
tempio d'Apollo esistente in Dafne, luogo posto in vicinanza
d'Antiochia[411]. Trovavasi allora in essa città Giuliano; e perchè
sospettò che il fuoco fosse stato attaccato dai cristiani per l'odio che
professavano contra di lui, fece far molti processi, tormentar molte
persone, e chiudere la chiesa maggiore. Anche Alessandria in Egitto
restò fieramente inondata e danneggiata dal mare a dismisura gonfiato. A
questi mali si aggiunse una orribil carestia che afflisse tutto il
romano imperio, e fu seguitata dalla peste: malori che fecero perire una
gran quantità di persone. Entrò la fame con Giuliano in Antiochia, o pur
crebbe a cagion della numerosa sua corte[412]. Il popolo smaniava, e
portò i suoi lamenti ad esso imperadore, con accusare i ricchi, come
cagione del caro de' viveri, tenendo chiusi i loro granai. A questo
disordine si credette di rimediare col suo gran senno Giuliano, tassando
il prezzo di essi viveri assai bassamente. Ne seguì appunto un effetto
tutto contrario a' suoi disegni, perchè laddove prima si scarseggiava
solamente di grano, venne anche a mancare l'olio, il vino ed altre
specie di commestibili, non potendo i mercatanti vendere a quel basso
prezzo la vettovaglia senza rovinarsi. Questa imprudenza di Giuliano
vien condannata fin da Ammiano[413] e da Libanio[414] suoi panegiristi.

Ma il popolo d'Antiochia, che, oltre all'essere naturalmente inclinato
alla satira e alle pasquinate, si trovava per la fame assai malcontento
di Giuliano[415], e maggiormente ancora perchè, troppo avvezzo agli
spettacoli pubblici, osservò che Giuliano gli abborriva, e di alcun
d'essi non li regalò: quel popolo, dissi, ne fece quella vendetta che
potè, dileggiandolo pubblicamente con dei motti pungenti, e deridendolo
con dei versi satirici[416]. Specialmente mettevano in burla la di lui
piccola statura, benchè marciasse con passi da gigante, e la sua lunga
barba, per cui somigliava un caprone, e con cui si poteano far delle
funi. Gli davano il titolo di macellaio per tante bestie ch'egli svenava
ne' suoi empii sagrifizii. Similmente il beffavano per la vanità di
portar egli colle proprie mani i vasi ed altre cose sacre, facendo
piuttosto la funzion di sagrificatore che di principe. Si può ben
credere che molti cristiani, dei quali era senza paragone più che di
pagani piena Antiochia, ebbero parte con imprudenza a questi scherni
dell'apostata Augusto. Al vedersi Giuliano sì sconciamente messo in
commedia[417], smaniava ben per la collera, e minacciava pene e scempii
a quell'indiscreto popolo; ma perchè la positura de' suoi affari non gli
permetteva di venir per ora a verun pubblico gastigo, la vendetta che ne
fece, fu di comporre coll'aiuto di Libanio una invettiva[418] satirica
contro il popolo d'Antiochia, intitolata _Misopogon_, cioè _Nemico della
barba_, carica di velenose ironie, spacciando que' cittadini per gente
interessata, data al lusso, alla crapola, vana, e perduta unicamente
dietro a' teatri e alle bagattelle. Pubblicò egli solamente nel gennaio
di quest'anno essa satira, applaudita non poco dai parziali pagani, ma
derisa prima e dopo la morte di lui dai cristiani. Il peggio fu ch'essa
ad altro non servì[419] che ad aguzzar maggiormente le lingue di quel
popolo contro di lui. In questi tempi evidente fu, celeste e degno di
grande attenzione, un miracolo operato dalla mano di Dio. Avea conceduto
Giuliano, per far dispetto ai cristiani, che i Giudei potessero
rimettere in piedi il loro tempio di Gerusalemme. Corsero da tutte le
parti costoro con immense oblazioni d'oro per eseguire la disegnata
fabbrica. Demolirono le reliquie dell'antico tempio per farne un nuovo,
venendo essi a verificar sempre più la predicazione di Gesù Cristo[420].
Ma dacchè ebbero ben cavato per cominciare i fondamenti, ecco un
tremuoto che rovinò tutte le cave e case vicine colla morte d'assaissime
persone, e specialmente di moltissimi di quegli operai. Non rallentarono
per questo i Giudei il lavoro; ma, nel più bel del cavare, sboccò da più
lati de' fondamenti, e più di una volta, un fuoco che abbruciò gran
numero di persone; e beato chi ebbe tempo da fuggire. In somma questi ed
altri flagelli, riconosciuti per prodigiosi fin dagli stessi Giudei,
fecero cessar l'impresa, e recarono insigne gloria alle parole del
Salvatore e alla santa sua religione. E non già i soli scrittori
cristiani di questo e del seguente secolo, come il Nazianzeno,
sant'Ambrosio[421], il Grisostomo[422], Socrate, e Sozomeno, ed altri
attestarono la verità del miracolo, ma anche lo stesso Ammiano[423]
gentile ne fa fede con iscrivere: _Metuendi globi flammarum prope
fundamenta crebris assultibus erumpentes fecere locum exustis aliquoties
operantibus inaccessum._

Le applicazioni maggiori dell'Augusto Giuliano erano state fin qui
intorno i preparamenti della guerra ch'egli meditava di fare a Sapore re
di Persia, per vendicare, diceva egli, i tanti oltraggi e danni recati
all'imperio romano da' Persiani sotto Costanzo, ma più per avidità di
gloria, figurandosi non da meno d'altri Augusti predecessori che aveano
portate l'armi e il terrore nel cuor della Persia. Ed ancorchè Sapore,
sentendo il turbine minaccioso, dimandasse con sua lettera di potergli
spedire degli ambasciatori per trattar di pace, con offerir anche delle
condizioni vantaggiose[424], Giuliano stracciò la lettera, nè volle
ascoltarlo. Socrate[425] pretende che gli ambasciatori vennero, ma non
riportarono altra risposta, se non che verrebbe l'imperatore a trattare
in persona con quel re senza bisogno d'ambasciatori. Ammassato dunque un
fioritissimo e potente esercito, senza voler aiuto da molte nazioni
orientali che s'erano esibite ausiliarie, a riserva d'un corpo di Goti,
mosse Giuliano da Antiochia nel dì 5 di marzo[426]. Ai nobili antiocheni
che lo accompagnarono un pezzo, e gli augurarono un buon viaggio, e un
felice e trionfal ritorno, con pregarlo di venir più placato e clemente
verso di loro, aspramente rispose che nol vedrebbono più, perchè volea
passare il verno in Tarso della Cilicia. Ve lo passò, ma diversamente da
quello ch'egli credeva. Il viaggio del guerriero Augusto e della sua
armata, e il passaggio dell'Eufrate, si trovano descritti dal medesimo
Giuliano[427], da Ammiano[428] e da Zosimo[429]. Giunto ch'egli fu a
Carres, lasciò uno staccamento di circa venti mila persone sotto il
comando di _Procopio_ e del _conte Sebastiano_, acciocchè custodissero
le frontiere della Mesopotamia, con iscrivere nel medesimo tempo ad
_Arsace_ re dell'Armenia in termini ingiuriosi, perchè era cristiano, e
comandandogli boriosamente di venire ad unire le sue forze colle sue.
Non mancò Sozomeno[430] di rilevar la vanità di Giuliano in quella
lettera, e il di lui veleno contro di Costanzo Augusto: lettera che,
perduta in addietro, ho io poi data alla luce[431]. Intanto una flotta
di settecento barche e di quattrocento altre da carico scendeva per
l'Eufrate, e venne ad unirsi all'armata di terra. Ammiano ne fa molto
maggiore il numero. Prese allora Giuliano il cammino a seconda di quel
fiume, e dopo aver passato il fiume Abora, e fatto rompere il ponte,
affinchè i soldati conoscessero che conveniva menar le mani, e non
fuggire, gl'incoraggì poi col donare a cadaun soldato centotrenta nummi
d'argento[432]. I suoi principali comandanti dell'armata erano _Nevitta,
Arinteo, Ormisda_ fratello bandito del re Sapore, _Dagalaifo, Vittore_ e
_Secondino_. Ascendeva questo corpo d'armata a sessantacinque mila
persone, gente scelta, e con esso entrò Giuliano nel paese persiano
dalla parte dell'Assiria, come dice Ammiano; e trovato quel territorio
fertile e ricco, lasciò metterlo tutto a sacco; e ciò senza consigliarsi
colla prudenza, perchè si privò de' foraggi e viveri che gli avrebbono
potuto servir nel ritorno. Ammiano[433], che si trovava in quella
spedizione, oltre a Libanio[434] e Zosimo[435], descrive minutamente il
continuato viaggio di Giuliano, a cui niuno si trovava che facesse
resistenza. Prese alcune castella, e specialmente la città di Bersabora,
una delle maggiori di quelle contrade, e poscia a forza d'armi
Maozamalca, altra gran città. Non era egli lungi da Ctesifonte, capitale
allora della Persia, quando arditamente fece passare il fiume Tigri
all'armata sua in faccia ai nemici che ne difendevano la ripa opposta, e
andarono ben presto in rotta. Vero è avere Socrate[436] scritto che
Giuliano imprese l'assedio di Ctesifonte, dove era chiuso lo stesso re
Sapore; ma dagli autori contemporanei, cioè da Ammiano, Libanio e s.
Gregorio Nazianzeno, altro non sappiamo se non ch'egli fece dar il
guasto ai contorni d'essa città, e che Sapore si trovava lungi di là,
intento a metter insieme una poderosa armata per resistere ai Romani.
Non lasciò egli di spedir altri deputati a Giuliano per dimandar pace; e
questi s'indirizzarono ad Ormisda, fratello d'esso re, il quale militava
in favor di Giuliano. Ne parlò Ormisda; ma Giuliano, senza volerne
intender parola, gli ordinò di licenziar tosto que' messi, e di coprire
il motivo della lor venuta per timore che le lusinghe della pace non
ismorzassero l'ardor delle truppe. Giacchè riconobbe pericoloso
l'assediar Ctesifonte, non che difficile l'impadronirsene, determinò
Giuliano di tornarsene addietro alla lunga del Tigri[437]. Ma lasciatosi
sovvertire da un furbo disertore persiano, al dispetto de' consigli
d'Ormisda si allontanò da quel fiume, e prese a passare per mezzo al
paese insperanzito ancora di trovar Sapore e di dargli battaglia. Fece
prendere ai soldati dei viveri per venti giorni, ed affinchè la flotta,
da cui ritirò le milizie, non cadesse in man dei nemici, a riserva di
alquante barche, tutta la bruciò. Dio, che voleva alfin liberare la
terra da questo nemico del nome cristiano, e che tanto confidava ne'
falsi dii, permise ch'egli si accecasse in questa forma, appigliandosi
ad una risoluzion tale, che da Ammiano e de altri altamente vien
condannata.

Si mise in marcia l'armata romana, ma piena di mormorazioni, nel dì 16
di giugno: ed ecco comparir Sapore con quante forze potè, non per
decidere la sorte con una giornata campale, ma solamente per infestare e
pizzicar da ogni lato i Romani, sperando specialmente di affamarli,
perchè preventivamente avea desolato il paese per dove aveano da
passare[438]. Così appunto avvenne. D'uopo fu lo star quasi sempre in
armi; frequenti furono le scaramuccie; mancarono in fine i viveri, e
foraggio non si trovava: però i lamenti e la costernazione si diffusero
per tutto l'esercito. Venne il dì 20 di giugno, in cui più arditi che
mai giunsero in grosso numero e in varii corpi i Persiani ad assalire i
Romani che erano in marcia, molestandoli qua e là, e massimamente alla
coda. Giuliano, all'intendere il gran rumore e la strage che faceva de'
suoi il nimico, senza far caso del trovarsi allora senza usbergo, anzi
affatto disarmato, dato di piglio ad uno scudo, volò ad incoraggire i
suoi. Ma mentre egli dà la caccia ai nemici[439], un'asta lanciata da un
cavaliere gli volò addosso, e trapassategli le coste, penetrò sino alle
viscere. Caduto da cavallo, fu immediatamente portato sopra uno scudo in
luogo sicuro; si mise mano ai medicamenti; tale nondimeno era la ferita,
che nella notte seguente si trovò disperata la sua salute. Dimandò egli
che luogo era quello. Gli fu risposto _Frigia_. Allora Giuliano si tenne
spedito, perchè dicono essergli stato gran tempo innanzi predetto che
morrebbe nella Frigia. Di simili predizioni altri esempli ci somministra
la storia, con apparenza che sieno state inventate dopo il fatto dai
gentili, per accreditar le pazze loro superstizioni. In somma Giuliano
in quella stessa notte terminò i suoi giorni in età di circa trentadue
anni. Tale è il racconto che fa della morte di Giuliano lo storico
Ammiano, il quale si trovava in quella stessa armata, ed aggiugne
essersi nel conflitto d'esso giorno fatto gran macello dei Persiani,
finchè la notte diede fine alla pugna, e che restarono sul campo morti
cinquanta dei loro satrapi. Io non la finirei sì presto, se volessi qui
riferir la varietà dei racconti che abbiamo intorno alle circostanze
della morte di questo apostata imperadore. Scrive Teodoreto[440]
ch'egli, preso colla mano del suo sangue, lo gittò in aria dicendo:
_L'hai vinta, Galileo._ Così soleva egli chiamare il Signor nostro Gesù
Cristo. Altrettanto abbiamo da Sozomeno[441]. Secondo Filostorgio[442],
egli bestemmiò il sole, suo gran dio, e tutti gli altri dii, trattandoli
da traditori. Quanto al cavaliere che colla lancia (altri[443] dicono
con un dardo, ed altri colla spada) diede il colpo mortale a Giuliano,
mai non si potè sapere chi fosse. Libanio sofista pagano[444], spacciato
adorator di questa apostata, il solo è che ne fa autore un cristiano,
giacchè egli dice aver prima d'allora i cristiani tramate altre insidie
contro la vita di lui; e che il re persiano, per quante diligenze
facesse, e per quante ricompense promettesse, non potè trovare alcun de'
suoi che si vantasse d'aver fatto quel colpo. Ma il medesimo Libanio
altrove[445] tien un altro parere, attribuendo ciò ad un Aquemenide,
cioè ad un Persiano. Eutropio[446], che si trovò anche egli in quella
spedizione, Rufo Festo[447] ed Aurelio Vittore[448] scrivono che la
ferita venne dalla mano d'un cavalier nemico, che gli gittò l'asta in
fuggire, com'era l'uso de' Persiani. Ammiano e Zosimo, se un cristiano
fosse stato l'uccisore, siccome pagani, verisimilmente non l'avrebbono
taciuto. Il primo d'essi solamente scrive essere corsa voce, che un
Romano l'avesse mortalmente ferito. Qualunque nondimeno fosse un tal
cavaliere, certo egli fu esecutore e ministro della volontà e giustizia
di Dio, nel cui tribunale era acceso il processo della nera apostasia di
Giuliano, e peroravano le lagrime e preghiere de' santi contra di questo
persecutore del popolo e della religion de' cristiani. Però essi
cristiani attribuirono alla onnipossente mano di Dio la di lui
caduta[449], e il rappresentarono dipoi come trafitto con una lancia da
san Mercurio martire. Fu portato il corpo dell'estinto Giuliano a Tarso
di Cilicia[450], dove accompagnato da commedianti e buffoni (che tale
era l'uso dei gentili) ebbe un'assai vile sepoltura, e per accidente fu
posto vicino a quello di Massimino II Augusto, cioè di un altro fiero
nemico della religion cristiana. Non si potrebbe abbastanza dire con che
gioia dai popoli cristiani, con che dolore dai pagani fosse intesa la
morte di questo empio imperadore. Libanio[451] confessa che fu vicino a
darsi la morte a questo avviso; ma volle sopravvivere, per poterne far
l'orazione funebre, ed in fatti la compose dipoi con impiegar la sua
adulatoria eloquenza a dare risalto alle apparenti di lui virtù, e a
caricarlo di lodi eccessive. Ma nè pur fra i cristiani mancò chi con
migliore pennello lasciò dipinti i vizii e le iniquità di Giuliano; e
questi fu san Gregorio Nazianzeno[452], il quale con soda facondia
compose due celebri orazioni contra di lui, e ci lasciò un ritratto più
somigliante al vero di quel che fecero i gentili.

Questo avvenimento poi, quanto men pensato, tanto più dovette recar di
confusione non solo al medesimo Giuliano ferito, ma ancora al paganesimo
tutto. Sforzaronsi ben Ammiano[453] e Libanio[454] per far credere che
gli aruspici indovini e maghi, de' quali cotanto abbondava, e sì forte
si fidava il superstizioso Augusto, osservarono più presagii della di
lui vicina morte; ma il fatto grida in contrario. Certo è che Giuliano,
badando a quegl'impostori, si prometteva gloriose vittorie, ed aveva già
spedito Memorio presidente della Cilicia, perchè gli preparasse buon
quartiere in Tarso, dov'egli pensava di svernare. Si sa inoltre che egli
avea minacciato un fiero scempio ai cristiani, tornato che fosse
glorioso per la sognata vittoria de' Persiani. Fuor di dubbio è ancora
che Giuliano[455] prima di uscire in campagna, e per tutto il viaggio,
fece innumerabili sagrifizii, tanto per aver favorevoli gli insensati
suoi dii, quanto per cercar nelle viscere delle vittime la cognizion
dell'avvenire. Lo stesso Ammiano[456] confessa ch'egli alle volte in un
sol sacrifizio faceva scannar centinaia di buoi, ed innumerabili greggi
d'altre bestie, e bianchi uccelli, cercati per mare e per terra, di modo
che quasi non passava giorno, in cui colle carni di tanti animali uccisi
non solamente s'ingrassassero i falsi suoi sacerdoti, ma ne sguazzassero
ancora tutti i suoi soldati: spesa indicibile, condannata fin da quel
medesimo storico gentile. Così nel celebre tempio di Carres dedicato
alla Luna, per quanto narra Teodoreto[457], chiusosi Giuliano un giorno
durante la suddetta spedizione, non si seppe cosa ivi facesse, se non
che uscito, mise le guardie a quel luogo, con ordine di non lasciarvi
entrar persona sino al suo ritorno. Venuta poi la nuova di sua morte, fu
aperto il tempio, e vi si trovò una donna impiccata col ventre aperto,
per qualche incantesimo fatto da Giuliano, o pure per cercar nelle di
lei viscere quel che gli dovea succedere nella guerra co' Persiani. Che
impostore solenne dovette mai essere il primo che fece credere, e trovò
poi tanti che stoltamente credettero potersi nelle viscere degli animali
scoprir l'avvenire de' fatti degli uomini e degli accidenti della vita!
Che han che fare i fegati e polmoni delle bestie, sagrificate a caso,
colle azioni umane, onde si potesse leggere quivi, come in un libro, le
cifre di quel che dovea accadere? L'evento poi fece pur conoscere quante
fossero in ciò le illusioni di Giuliano, quanto vana la di lui fidanza
ne' suoi idoli. Allorchè egli si credea vicino al colmo della gloria, e
nel tempo stesso, come osservò il Nazianzeno[458], che tutto il
paganesimo immolava vittime per lui: eccolo steso a terra dalla destra
di Dio, e andare in un fascio le sue glorie, e seco tutte le speranze
de' gentili, i quali già si figuravano di dover calpestare la Croce, e
rendere idolatra di nuovo il romano imperio. Perchè erano bene
incamminate le lettere in questi tempi, si possono rammentare sotto il
breve regno di Giuliano varii scrittori che registrarono le azioni di
lui, come _Ammiano Marcellino, Eunapio, Temistio_ e _Libanio_, celebri
sofisti pagani. Abbiamo ancora alcuni libri del medesimo _Giuliano_
pieni di satire e di buffonerie. Non resta più quello ch'egli scrisse
contro la religione cristiana, ma bensì ne abbiamo la confutazione fatta
da san Cirillo vescovo d'Alessandria. Altri sofisti e filosofi fiorirono
allora, de' quali si son perdute le opere, e fu in credito ancora
_Oribasio_ medico, di cui si son conservati varii libri. Ma se i gentili
coltivavano allora le lettere, non men di loro vi si applicarono i
cristiani, fra' quali specialmente gran nome e venerazione venne ai
santi _Basilio, Gregorio Nisseno, Gregorio Nazianzeno, Cesario, Ilario_
e ad altri, dei quali parla la storia ecclesiastica e letteraria.

Trovavasi l'armata romana per l'imprudente condotta di Giuliano in
grandissime angustie, perchè in un paese incognito e difficile; priva di
vettovaglie, e senza sapere onde condurne; sminuita di molto per li
patimenti e per le battaglie; attorniata tuttavia e continuamente
infestata dall'armi persiane. A questi malanni si aggiunse l'inaspettata
morte dell'imperadore: il perchè tutto era confusione ed affanno. Sì
fiera contingenza obbligò gli uffiziali di esso esercito a provvedersi
di un capo senza perdere tempo; e perciò nel dì seguente, giorno 27 di
giugno, concordemente elessero imperador _Gioviano_[459], ch'era allora
capitan della guardia appellata de' domestici, personaggio di gran
riputazione nella corte, e per la sua dolcezza, onoratezza e prudenza
amato e stimato da ognuno[460]. Era stato suo padre _Varroniano_ conte,
nativo di Singidono città della Mesia, che aveva esercitata la stessa
carica nella guardia de' domestici, e poi s'era ritirato per godere il
resto dei suoi giorni in riposo[461]. Anche il credito del padre
contribuì non poco alla esaltazione del figliuolo. Secondo i conti di
Eutropio, nacque Gioviano circa l'anno 331, e nelle medaglie[462] il
troviamo chiamato _Flavio Claudio Gioviano_. Ci vorrebbe far credere
Ammiano[463] che quasi accidentale fosse la di lui elezione, e molti se
ne mostrassero malcontenti; e vorrà dire i pagani. Sparla ancora dei di
lui costumi. Altrettanto fa Eunapio[464]. Erano amendue gentili. Ma
Zosimo[465], che pur era anch'egli pagano, e Teodoreto[466] lo attestano
eletto di comune consentimento; e ciò vien confermato da Eutropio che si
trovò in quell'armata. Cristiano di professione era Gioviano; e ricavasi
da Socrate[467], che avendo l'apostata Giuliano intimato agli uffiziali
di rinunziare alla religion cristiana, o pur ai lor impegni, Gioviano
allora tribuno scelse l'ultimo partito. Ma perchè egli era uomo
sperimentato nella milizia, gli conservò il suo posto. E di questo suo
attaccamento una pruova gloriosa diede egli appena creato
imperadore[468]. Imperocchè, senza temere la possanza de' generali e il
capriccio dei soldati, protestò d'essere cristiano, e di non poter
comandare ad un'armata, che avendo appresa da Giuliano l'empietà, ed
essendo abbandonata da Dio, altro non dovea aspettarsi che l'ultimo
eccidio. Al che risposero ad alta voce i soldati, con dichiararsi
cristiani, perchè parte tali erano, e gli altri elessero di farsi.
Quello che dipoi succedesse per conto della guerra co' Persiani, benchè
spettante al presente anno, pure chieggo licenza di riferirlo al
seguente.

NOTE:

[407] Pagius, Crit. Baron. ad annum 362, n. 32.

[408] Ammian., lib. 26, cap. 3.

[409] Gregor. Nazianz., Orat. IV. Chrysostom., in Gent. Sozomenus, lib.
6 Hist., cap. 2.

[410] Liban., Orat. XII.

[411] Ammian., lib. 22, cap. 13.

[412] Julian., in Misopog. Libanius, Orat. XII.

[413] Ammianus, lib. 22, cap. 14.

[414] Liban., in Vita sua.

[415] Zosimus, lib. 3, cap. 11.

[416] Julian., in Misopog.

[417] Socrates, lib. 3 Hist., cap. 17. Sozomenus, lib. 4 Hist., cap. 19.

[418] Gregorius Nazianz., Orat. IV.

[419] Ammianus, lib. 22, cap. 14.

[420] Theodoretus, lib. 3 Hist., cap. 15. Gregorius Nazianz., Orat. IV.
Socrates, l. 3 Hist., c. 20.

[421] Ambros., Epistol. ad Theod.

[422] Chrysostomus, in Judaeos.

[423] Ammianus, lib. 23, cap. 1.

[424] Liban., Orat. X.

[425] Socrat., lib. 3, cap. 19.

[426] Ammianus, lib. 23, cap. 2.

[427] Julian., Epist. XXVII.

[428] Ammianus, lib. 23, cap. 2.

[429] Zosimus, lib. 3, cap. 12.

[430] Sozom., lib. 6 Histor., cap. 1.

[431] Anecdota Graeca.

[432] Zosim., lib. 3. cap. 13.

[433] Ammianus, lib. 24, cap. 1.

[434] Liban., Orat. XII.

[435] Zosim., lib. 3, cap. 17.

[436] Socrat., lib. 3, cap. 21.

[437] Joan. Malala, Chron. Rufus Fest., in Brev.

[438] Ammianus, lib. 25, cap. 1 et seq. Rufus Festus, in Brev. Aurelius
Victor, in Epitome.

[439] Ammianus, lib. 25, cap. 3.

[440] Theodoretus, lib. 3 Hist., cap. 20.

[441] Sozomenus, Histor., lib. 4, cap. 2.

[442] Philostorg., lib. 6, cap. 15.

[443] Zonaras, in Annalib. Chronicon Alexandrin.

[444] Liban., Orat. XII.

[445] Idem, Orat. XI.

[446] Eutrop., in Breviar.

[447] Rufus Festus, in Breviar.

[448] Aurelius Victor, in Epitome.

[449] Joannes Malala, in Chron. Alexand.

[450] Gregor. Nazianzen., Orat. IV.

[451] Liban., in Vita sua. Idem, Orat. XI et XII.

[452] Gregor. Nazianz., Orat. IV.

[453] Ammian., lib. 23, cap. 2.

[454] Liban., de Templ.

[455] Ammian., lib. 22, cap. 12.

[456] Idem, ibid.

[457] Theodoretus, lib. 3 Hist., cap. 21.

[458] Gregor. Nazianz., Orat. IV.

[459] Eutropius, in Breviar. Hieronymus, in Chronic.

[460] Aurelius Victor, in Epitome. Ammianus, lib. 25, cap. 7.

[461] Themist., Orat. V.

[462] Du-Cange, Hist. Byz. Mediobarbus, Numism. Imper.

[463] Ammian., lib. 25, cap. 7.

[464] Eunap., Vit. Sophist.

[465] Zosimus, lib. 3 Hist., cap. 30.

[466] Theod., lib. 4 Hist., cap. 1.

[467] Socrates, lib. 3 Hist., cap. 22.

[468] Rufin., Hist., lib. 3. Socrates. Sozomen. Theodoret.



    Anno di CRISTO CCCLXIV. Indizione VII.

    LIBERIO papa 13.
    VALENTINIANO e
    VALENTE imperadori 1.

_Consoli_

FLAVIO CLAUDIO GIOVIANO AUGUSTO e FLAVIO VARRONIANO nobilissimo
fanciullo.


Ebbe Gioviano Augusto per moglie _Caritone_, figliuola di Lucilliano
generale rinomato in questi tempi, che gli partorì una figlia ed un
figliuolo, nomato _Varroniano_, in età allora, per quanto si può
raccogliere da Ammiano[469], di circa un anno. Conferì Gioviano a questo
suo rampollo il titolo di _nobilissimo fanciullo_, e il volle console
seco per l'anno presente; ma perchè coi vagiti e colla ripugnanza mostrò
di non voler essere condotto nella sedia curale, i superstiziosi pagani
presero ciò per un presagio di disgrazie. Tornando ora alle avventure
dell'anno precedente, da che Gioviano fu proclamato Augusto, cominciò a
pensare ai mezzi di salvare l'armata dall'evidente rischio di perire
affatto o per le armi de' Persiani, o per la mancanza de' viveri[470].
Intanto un alfiere romano, tra cui e Gioviano erano passati dei
disgusti, desertò, e portò al re Sapore la nuova della morte di
Giuliano; che essendo eletto in luogo di lui un imperadore dappoco, era
venuto il tempo di subissare i Romani. Animato da tali avvisi il
Persiano, per tre giorni con tutte le sue forze inseguì la marcia del
nemico esercito, non senza strage di molti Romani, ma sempre con perdita
maggiore dal canto suo. Arrivò nel primo dì di luglio l'afflitta armata
romana alla città di Dura, non lungi dal Tigri, e si stentò forte a
tener in dovere le ammutinate milizie, che faceano istanza di passar
tosto quel rapido fiume, benchè senza ponte, e prive affatto di barche,
perchè la fame li pungeva, e toccava ai poveri cavalli uccisi di servir
loro di pane. In questo miserabile stato, e in pericolo di restar tutti
preda dei nemici, come si può conghietturare, mosso Iddio in riguardo
del piissimo imperadore a pietà[471], fece che il re persiano
spontaneamente inviò persone a Gioviano Augusto per trattar di
pace[472]. A tale spedizione si credè spinto Sapore dalla notizia
d'essere stati in ogni scaramuccia e fatto d'armi perditori i suoi
soldati, dal timore di peggio, e dal desiderio di liberare il suo paese
da un sì poderoso nemico. Riconobbe lo stesso Ammiano, benchè nemico di
Gioviano, per un favor particolare di Dio, una tale spedizione e
dimanda, quando le apparenze tutte erano che Sapore potea finir la
guerra colla total rovina dell'esercito romano. Trattossi dunque di pace
nello spazio di quattro giorni; e perchè i Romani si trovavano in troppo
svantaggio, e si udiva che _Procopio_, parente del defunto Giuliano,
macchinava ribellione, fu astretto l'Augusto Gioviano a comperar dai
nemici una pace vergognosa bensì per l'imperio romano, ma
necessaria[473]. Gli convenne dunque restituire a' Persiani cinque
provincie picciole con alcune castella che essi aveano già ceduto ai
Romani sotto Diocleziano, ed inoltre abbandonar loro le città di Nisibi
e di Singara, con ritirarne prima gli abitanti. Zosimo[474] aggiugne che
anche buona parte dell'Armenia passò allora in poter de' Persiani, ma
ciò accadde in altro tempo. Non lasciarono gli scrittori pagani, cioè
Ammiano, Eutropio e Zosimo, di processar Gioviano imperadore, quasichè
con questo trattato di pace egli facesse perdere il credito al romano
imperio, il cui chimerico dio Termine si gloriavano una volta i Romani
che non rinculcava giammai. E pure abbiamo veduto che Adriano, Aureliano
e Diocleziano abbandonarono ai Barbari varie provincie che già erano
dell'imperio. Oltre di che, non si doveva a Gioviano attribuir questo
infelice successo, ma bensì alla imprudenza e temerità di Giuliano, per
aver fatta bruciar la flotta necessaria, e poscia impegnata l'armata
romana così innanzi nel paese nemico, fatto altresì devastare da lui,
senza aver punto di comunicazione col proprio, e senza prendere buone
misure per l'importante sussistenza e provvisione de' viveri. In tali
strettezze il consiglio si prende non dall'amore della gloria, nè dalla
propria volontà, ma bensì dalla necessità e dall'arbitrio di chi gode il
vantaggio. Che se da Eutropio[475] è biasimato Gioviano, perchè dopo
essere giunto in salvo non ruppe il trattato: di questa infame politica
non si servono i principi veramente cristiani che rispettano Dio più
della propria utilità, nè adoperano mai il giuramento per ingannare
altrui, sapendo quando Iddio, chiamato in testimonio de' patti,
abborrisca e gastighi gli spergiuri.

Stabilita la pace e dati gli ostaggi, quietamente, ma con gran fatica e
perdita di molte persone annegate, o morte di fame[476], passò l'armata
romana di là dal Tigri, e le convenne far tuttavia viaggio per sei
giorni, senza trovar neppur acqua non che cibo, supplendo al bisogno
l'erbe e la carne de' cammelli uccisi. Arrivati finalmente al castello
d'Ur, trovarono ivi qualche rinfresco, finchè giunsero in siti da
potersi ben satollare. Allora Gioviano Augusto spedì in Italia,
nell'Illirico e nelle Gallie uffiziali a portar la nuova della sua
esaltazione, distribuì i governi e le cariche. Giunto poi che fu a
Nisibi, volle eseguita la capitolazione, consegnando a' Persiani quella
ricca e popolata città, con trasportarne altrove gli abitanti: scena
lagrimevole descritta da Ammiano[477] e da Zosimo[478], e più
pateticamente dal Grisostomo[479], in guisa che intenerisce i lettori.
Nel mese di ottobre finalmente pervenne ad Antiochia, il cui popolo, da
che intese la morte dell'apostata Giuliano, avea fatta gran festa,
gridando dappertutto[480]: _Dio l'ha vinta, e Gesù Cristo con lui_: con
passar poi a dileggiare l'estinto odiato principe, e Massimo filosofo, e
tutta l'altra ciurma degli incantatori e indovini che l'aveano burlato
con tante loro promesse. Applicossi tosto il novello imperadore a
ristabilire la pace della religione cristiana. Se vogliam credere a
Temistio[481], egli permise ad ognuno la libertà di osservar quella che
più gli piacesse, nè ai pagani vietò l'uso dei loro templi e sagrifizii.
Altramente ne parla Socrate[482], con dire che d'ordine suo furono
chiusi di nuovo i templi degl'idoli. Quel che è più, lo stesso
Libanio[483] sofista, sì caro a Giuliano, confessa che dopo la morte di
lui ognun poteva a man salva parlare contra de' falsi dii, e che i
templi de' gentili restavano serrati e andavano in rovina; e che i
sacerdoti filosofi e sofisti pagani erano maltrattati, derisi e
imprigionati. Libanio anch'egli corse gran pericolo della vita[484],
perchè non cessava di piangere e lodar Giuliano; ma il buon Gioviano non
gli volle mai fare un reato di questo suo pazzo impegno. Furono dunque
dal piissimo Augusto restituiti tutti i privilegii alle chiese, al
clero, alle vergini e vedove sacre, e richiamati dall'esilio i vescovi
cattolici, molti de' quali erano stati banditi dal perfido Giuliano, e
massimamente l'insigne vescovo d'Alessandria sant'Atanasio[485]. Andò
egli a trovar Gioviano in Antiochia, e la sua presenza assaissimo giovò
per preservare il di lui cuore dalle suggestioni degli ariani, de'
macedoniani e degli altri eretici o scismatici di questi tempi. Ma che?
Mentre il buon principe s'affatica per la tranquillità della Chiesa e
per la pubblica felicità, ecco un'improvvisa morte troncar il filo di
sua vita, e far abortire tutti i di lui gloriosi disegni. S'affrettava
egli per venire in Occidente affin di mettere riparo alle sedizioni e
rivolte che si temevano. Ed in fatti essendo egli pervenuto a Tiana
nella Cappadocia, gli giunse avviso che _Lucilliano_ suocero suo, creato
ultimamente, o pure confermato generale dell'armi nell'Illirico[486],
essendo passato nelle Gallie, quivi dai soldati batavi ammutinati era
stato privato di vita. _Valentiniano_ tribuno, ch'era seco, ebbe la
fortuna di salvarsi, destinato da Dio per divenir imperadore fra pochi
mesi. Di peggio non accadde nelle Gallie; e quei popoli spedirono poco
dipoi deputati ad umiliar la loro ubbidienza a Gioviano. Trovossi
l'Augusto principe in Ancira, capitale della Galazia, nel primo giorno
del presente anno, e quivi con solennità celebrò il consolato da lui
preso col suo picciolo figliuolo _Varroniano_. Per tal congiuntura il
sofista Temistio compose un'orazione che resta tuttavia. Ancorchè i
rigori del verno dovessero persuadere a Gioviano il fermarsi in Ancira,
tale nondimeno era la di lui premura per arrivare a Costantinopoli[487],
che non si potè trattenere dal continuare il viaggio. Ma pervenuto a
Dadastana nei confini della Galazia e Bitinia, dove se gli presentò
Temistio con altri senatori a lui spediti da Costantinopoli, nella notte
del dì 16 venendo il 17 di febbraio, sorpreso da un maligno accidente,
fu nella seguente mattina ritrovato morto, dopo aver regnato solamente
sette mesi e venti giorni, in età, secondo Ammiano[488] ed
Eutropio[489], di trentatrè anni. Varie furono le dicerie intorno alla
cagion di sì funesto caso. Chi l'attribuì all'aver egli dormito in una
camera poco dianzi imbiancata colla calce; chi all'odore del carbone
acceso in esso per riscaldarla; altri ad un eccesso di mangiare fatto
nel dì innanzi[490]. Il Grisostomo[491] ed altri parlano di veleno, o
ch'egli fosse strangolato dalle guardie; e pare che Ammiano[492] stesso
non si allontani da sì fatto sospetto. Fu poi portato a Costantinopoli
il di lui corpo, ed onorevolmente seppellito nella chiesa degli
Apostoli. _Caritone_ Augusta sua moglie, che vivente non l'avea potuto
vedere imperadore, lo accolse morto nel venirgli incontro a
Costantinopoli. Si trova poi essa tuttavia viva nell'anno di Cristo 380
insieme col figliuolo _Varroniano_[493], a cui nondimeno era stato
cavato un occhio, affinchè non osasse un dì pretendere all'imperio,
vivendo egli nondimeno sempre in timore di qualche peggior trattamento
che venisse consigliato dall'iniqua politica del mondo.

Stettero gli uffiziali dell'armata romana dopo la morte di Gioviano per
nove o dieci giorni senza principe, consultando sempre chi fosse degno
di sì eccelsa dignità. Varii furono i candidati; ma in fine i voti
concordi andarono a cadere in _Valentiniano_, per opera specialmente di
_Sallustio Secondo_, prefetto del pretorio d'Oriente, e d'_Arinteo_ e
_Dagalaifo_ generali delle armi[494]. Per patria sua riconosceva _Flavio
Valentiniano_ (che così egli è nominato nelle iscrizioni e medaglie)
Cibala città della Pannonia; per padre _Graziano_, il quale nato di
famiglia ignobile, ma dotato d'una gran forza, per varii gradi della
milizia era giunto ad essere conte dell'Africa. E quantunque sotto
Costanzo Augusto, mentr'egli era comandante dell'armi nella Bretagna,
fosse spogliato de' suoi beni, siccome incolpato d'aver accolto in sua
casa Magnenzio poco prima della di lui ribellione: non però di meno fu
egli sempre in grande stima tra le persone militari, e il credito suo
giovò al figliuolo per salire sul trono. Anche Valentiniano, nato circa
l'anno di Cristo 321, per la via dell'armi fece il noviziato della sua
fortuna, mostrando in varie occasioni non men coraggio che perizia
dell'arte militare[495]. Per una calunnia del general _Barbazione_,
Costanzo Augusto il cassò nell'anno 357, levandogli un corpo di
cavalleria, a cui nelle Gallie comandava in grado di tribuno. Sotto
Giuliano esercitò la carica di tribuno d'una compagnia delle guardie
d'esso Augusto, nel cui servigio gli occorse un glorioso accidente che
fece molto parlare di lui[496]. Trovandosi esso Giuliano in Antiochia,
ed entrando in un tempio degl'idoli, un di que' sacerdoti che spargeva
dell'acqua sopra chi l'accompagnava come per purificarlo (rito
antichissimo santificato nella religion cristiana) con una goccia toccò
la veste di Valentiniano. Era questi di profession cristiano, e però
sembrandogli d'essere contaminato per quell'acqua spruzzata dalle mani
di un idolatra, il quale forse anche caricò la mano appunto perchè sapea
che egli era cristiano, gli disse una mano d'ingiurie; e v'ha chi crede
che gli desse un pugno, o pure che si tagliasse quel pezzo dell'abito,
dov'era caduta l'acqua. Fu osservato da Massimo filosofo pagano, che ne
informò tosto Giuliano. Irritato l'apostata Augusto per tale sprezzo del
rituale gentilesco, ordinò a Valentiniano di sagrificare agl'idoli, o
pure di dimenticare la carica. Generosamente elesse egli la perdita di
tutto piuttosto che di mancare alla fede verso Dio, il qual poi per
tanta fedeltà il ricompensò sulla terra, e più dovette farlo in
cielo[497]. I più degli antichi tengono che Giuliano il cacciasse in
esilio; ma questo non è certo. Di sopra accennammo che Valentiniano
sotto l'Augusto Gioviano accompagnò nelle Gallie il generale Lucilliano,
e per buona ventura scappò dalle mani de' Batavi, allorchè nella città
di Rems tolsero la vita ad esso Lucilliano. Essendo egli poi venuto a
trovar Gioviano in Oriente, creato capitano della seconda compagnia
delle guardie, restò in Ancira con ordine di tener dietro all'imperadore
dopo qualche tempo. Ma venuto a morte Gioviano, ed essendosi accordati i
principali dell'esercito ad eleggere lui per Augusto, giunsero i
deputati ad Ancira con questa lieta nuova, facendogli istanza che
s'affrettasse a raggiungere l'armata, la quale con impazienza
l'aspettava in Nicea, capitale in questi tempi della Bitinia (ma senza
pregiudizio di Nicomedia), dove era seguita la di lui elezione.

Arrivò Valentiniano nel dì 24 di febbraio a Nicea, ma nel dì seguente
non volle farsi vedere in pubblico, se è vero ciò che scrive
Ammiano[498], perchè nel dì 25 di febbraio di quest'anno correva il
bissesto, e per una ridicola superstizione doveano i Romani d'allora
crederlo giorno di cattivo augurio. Ora nel dì 26, essendo schierato
l'esercito romano fuor di Nicea, montò Valentiniano sopra un palco alla
vista di tutti, e con incessanti acclamazioni fu dichiarato Augusto,
vestito della porpora ed ornato col diadema. Fece egli cenno di voler
parlare; ma i soldati, senza lasciarlo dire, rinforzarono le grida, con
esigere ch'egli in quel punto dichiarasse un collega nell'imperio, non
volendo più restar senza capo, se l'imperatore per disavventura mancasse
di vita. Parevano anche disposti a violentarlo, ma egli senza punto
lasciarsi intimidire, allorchè potè farsi intendere, intrepidamente
disse[499], che dianzi dipendeva da essi il creare lui imperadore; ma da
che aveano creato lui tale, a lui toccava il pensare a quel che più
conveniva al pubblico bene; non ricusar già egli di prendere un collega,
ma che un affare di tanta importanza esigeva matura considerazione: e
così cessò il tumulto. Ci vien dipinto Valentiniano Augusto da Aurelio
Vittore[500] per uomo di bell'aspetto, nel cui portamento ed operare
compariva la gravità ed un ingegno svegliato, inclinante alla severità e
alla collera. Poco parlava, ma quel poco bene e con proprietà, ancorchè,
se vogliam credere a Zosimo[501], egli non avesse studiato lettere, e nè
pur sapesse bene il greco, come pare che si ricavi da Temistio[502]. Si
osservò sempre in lui un abborrimento ai vizii e alla avarizia. Pratico
dell'arte militare degli antichi, andava studiando nuove armi da offesa
e difesa. Dilettavasi di lavorare statue di terra; e nella guerra
compariva sperto in valersi de' luoghi, de' tempi e di ogni menoma
occasione per cavarne profitto. In somma tante doti in lui concorrevano,
che s'egli avesse tenuto in sua corte uomini professori di onoratezza al
pari di lui, e che gli avessero detta la verità, in vece di altri
infedeli da lui presi, credendoli di buona legge, avrebbe potuto
gareggiare coi più accreditati regnanti. Certo è che, nel mediocre
impiego ch'egli esercitava, non dovea immaginare un sì glorioso
ascendente, o almeno non dovette far brighe per ottener l'imperio,
trovandosi allora lontano dall'armata; anzi Vittore sembra dire ch'egli
fece anche della difficoltà ad accettarlo. Comunque sia, alzato al
trono, egli riconobbe dalla mano di Dio l'esaltazione sua e gliene
mostrò da lì innanzi la sua gratitudine, con proteggere la Chiesa e
dottrina cattolica[503], e con tener basso il paganesimo: intorno a che
molte sue leggi abbiamo, non però di molto peso, perchè egli, sto per
dire, non volea che la religione sconciasse la politica sua. Le stesse
sue azioni dipoi mostrarono che non erano assai radicati in suo cuore i
documenti del Vangelo. Ora egli non tardò ad impiegar le sue
applicazioni per togliere gli abusi introdotti ne' tempi addietro, come
consta da molte sue leggi[504] di questo medesimo anno, a noi conservate
nel Codice Teodosiano, le quali ci fanno nello stesso tempo conoscere il
progresso del suo viaggio da Nicea a Costantinopoli, e di là sino a
Milano.

In Costantinopoli appunto volle Valentiniano soddisfare alle premure
dell'esercito, con eleggersi un collega[505]. Se n'era trattato in un
gran consiglio tenuto in Nicea, dove niuno osò di scoprire il suo
interno, a riserva di _Dagalaifo_, il quale animosamente gli disse che
se egli amava la propria famiglia, non gli mancava un fratello; ma se il
pubblico bene, cercasse il migliore. Dichiarossi appunto Valentiniano in
favor del fratello, cioè di _Flavio Valente_, nel dì 28 marzo[506], e
gli diede la porpora e il diadema in un luogo lontano dalla città sette
miglia, e perciò appellato _Hebdomon_. Era anch'egli cristiano, e,
secondo Teodoreto[507], seguitava allora i dogmi del Concilio Niceno, ma
col tempo divenne persecutore del cattolicismo, con lasciarsi sovvertir
dagli Ariani, dei quali comparve sempre gran protettore. Fu applaudita
allora, almeno in apparenza, da tutti l'elezion di Valente, come utile
all'imperio; ed in fatti la concordia, che passò da lì innanzi fra i due
fratelli nel governo, parve cosa mirabile, e giovò non poco al pubblico.
E di vero meritò non poca lode Valente per aver sempre conservata una
fedel dipendenza dal fratello maggiore, nulla di rilevante operando
senza consultarlo, ed ubbidendo ai cenni, come avrebbe fatto un suddito
col principe suo. Scrive Zosimo[508] che nel viaggio da Nicea a
Costantinopoli Valentiniano si ammalò. Ammiano[509], più autentico
scrittore, racconta che dopo la promozione suddetta amendue gli Augusti
fratelli furono presi da gagliarde febbri: il che fece lor sospettare
originata la lor malattia da qualche fattucchieria lor fatta dagli amici
del defunto Giuliano. Perciò fu data incumbenza ad _Orsacio_ maestro
degli ufficii, o sia maggiordomo, uomo crudo, e a _Giuvenco_ questore,
di esaminar questo affare. Nulla si scoprì; e contuttochè fossero
denunziate molte persone illustri, pure la destrezza di Sallustio
Secondo, prefetto del pretorio, tagliò le gambe a tutti i processi. Per
altro erano i due principi assai portati ad odiare chiunque avea goduto
della grazia ed amicizia di Giuliano; e però non la poterono scappare
nell'anno seguente _Massimo_ e _Prisco_ filosofi, che più degli altri
erano stati confidenti dell'Apostata, e riguardati di mal occhio anche
dal popolo. Prisco fu rimandato alla Grecia, come innocente[510];
Massimo condannato alla prigionia, finchè avesse pagato una grossa pena
pecuniaria. Avendo amendue gli Augusti ricuperata la sanità e le
applicazioni ad affari più importanti, fecero poco dappoi cessar quel
rumore e i processi suddetti.

Venuta la primavera, si misero essi in viaggio alla volta
dell'Occidente, e sul fine d'aprile apparisce da una lor legge[511], che
erano in Andrinopoli. Di là passati a Filippopoli, a Serdica, e
finalmente a Naisso della Dacia nuova; quivi nel castello di Mediana,
lontana da Naisso tre miglia, divisero fra loro il governo
dell'imperio[512]. Valentiniano ritenne per sè l'Italia, l'Illirico, le
Gallie, le Spagne, la Bretagna e l'Africa. A Valente cedette le
provincie dell'Asia tutta, coll'Egitto e colla Tracia. Partirono anche
fra loro le milizie e gli uffiziali, con avere Valentiniano voluto al
suo servigio _Dagalaifo_ generale dalla cavalleria, _Giovino_ general
delle milizie delle Gallie. _Equizio_ ch'ebbe poi il comando dell'armata
dell'Illirico, _Mamertino_ prefetto del pretorio dell'Illirico,
dell'Italia ed Africa, e _Germaniano_ prefetto del pretorio delle
Gallie. Con gran vigore e credito di molta giustizia avea _Lucio Turcio
Aproniano_ esercitata la carica di prefetto di Roma. Egli ebbe in
quest'anno per successore _Cajo Cejonio Rufio Volusiano_, che poco
dovette godere di tal dignità, perchè molte leggi del Codice
Teodosiano[513] ci fan vedere prefetto di Roma _Lucio Aurelio Avianio
Simmaco_, pagano di credenza, e padre di quel Simmaco, parimente pagano,
che riuscì celebre per varie cariche e per la letteratura, di cui ci
restan le lettere. Se noi ascoltiamo Ammiano[514], in questi tempi
l'imperio romano si trovava da più parti infestato dai Barbari: il che
accrebbe i motivi a Valentiniano di non differir la elezione del
collega. Cioè nella Gallia e nella Rezia le scorrerie degli Alamanni
recavano frequenti danni. Dai Sarmati e Quadi era infestata la Pannonia:
la Bretagna dai Sassoni, Pitti ed Atacotti, popoli bellicosi di quella
grand'isola. Nè da somiglianti mali andava esente l'Africa, perchè varie
nazioni more di tanto in tanto correvano a darle il sacco. I Persiani
poi dal canto loro aveano mossa guerra ad Arsace re dell'Armenia, con
pretesto di poterlo fare in vigor della pace stabilita con Gioviano, ma
ingiustamente, come scrive Ammiano. A cagion di tali turbolenze si
affrettò Valentiniano di venire a Milano, per istar vicino e pronto per
accorrere dove maggior fosse il bisogno. Chi vuole apprendere i buoni
regolamenti fatti da lui in quest'anno, non ha che leggere nel Codice
Teodosiano varie sue leggi spettanti a questi tempi. Non piacquero già
ai popoli cattolici due di esse. Coll'una[515] proibì ai pagani
solamente i lor sacrifizii notturni, ma non già quei del giorno; ed
altronde si sa che la sua politica, tuttochè certamente egli fosse buon
cattolico, e favorisse la vera Chiesa, il portò a lasciare ad ognuno la
libertà della coscienza, e a non inquietar veruno per cagion di
religione[516]. Per questa indifferenza fu egli processato dal cardinale
Baronio. Coll'altra legge[517] proibì ai vescovi di ricevere nel clero
le persone ricche, sì perchè non si pregiudicasse al bisogno del
pubblico per gli magistrati, e perchè i lor beni non colassero nelle
chiese. Solamente permise a quei che poteano essere decurioni (erano
questi, per così dire, il senato d'ogni città) di farsi chierici, con
sostituire qualche lor parente, a cui lasciassero i lor beni, o pure con
cedere al pubblico essi beni. Ma forse questa legge, fatta per la
provincia Bizacena dell'Africa, fu un regolamento particolare, nè si
stese a tutto l'imperio.

NOTE:

[469] Ammianus, lib. 25, cap. 10.

[470] Ammian., lib. 25, cap. 5. Liban., in Vita sua.

[471] Gregor. Nazianz., Orat. IV. Theodoret., lib. 4, cap. 2. Socrates.
Sozomenus.

[472] Ammianus, lib. 25, cap. 7.

[473] Eutrop., in Breviar.

[474] Zosimus, lib. 3, cap. 31.

[475] Eutrop., in Breviar.

[476] Ammianus, lib. 25, cap. 8.

[477] Idem, ibidem.

[478] Zosimus, lib. 3, cap. 33.

[479] Chrysost., in Gentiles.

[480] Theodoretus, lib. 3 Hist., cap. 22.

[481] Themistius, Orat. V.

[482] Socrat., lib. 3 Histor., cap. 25.

[483] Libanius, Orat. XII.

[484] Liban., in Vita sua.

[485] Gregor. Nazianz., Orat. XXI. Theodoret. Socrates.

[486] Ammian., lib. 25, cap. 10. Zosimus, lib. 3, cap. 35.

[487] Socrates, lib. 3, cap. 26. Zosimus, lib. 3, cap. 35. Sozom., lib.
6, cap. 6.

[488] Ammianus, lib. 25, cap. 10.

[489] Eutrop., in Breviar.

[490] Sozom. Orosius. Hieronym. et alii.

[491] Chrysostom., Homil. XXV in Philipp.

[492] Ammianus, lib. 25, cap. 10.

[493] Zonar., in Annalib. Cedrenus, Histor.

[494] Ammianus, lib. 26, cap. 1, et lib. 30, cap. 7.

[495] Zosimus, lib. 3, cap. 36.

[496] Zosim., lib. 4, cap. 2. Sozomenus, lib. 4, cap. 6. Theodoret.,
lib. 3, cap. 12.

[497] Orosius, lib. 7, cap. 32. Sozomenus. Theodor. Philost.

[498] Ammian., lib. 26. cap. 1.

[499] Ammianus, lib. 26, cap. 2. Sozomen. Theodoret. Philostorg.

[500] Aurel. Victor., in Epitome.

[501] Zosim., lib. 3, cap. 36.

[502] Themistius, Orat. VI.

[503] Sozom., lib. 6, c. 12. Socrat., lib. 4. cap. 1.

[504] Gothofred., in Chronolog. Cod. Theodos.

[505] Ammianus, lib. 26, cap. 4.

[506] Idacius, in Chronic. Chronicon Alexandr.

[507] Theodor., lib. 4, cap. 11.

[508] Zosimus, lib. 4, cap. 1.

[509] Ammian., lib. 16, cap. 4.

[510] Eunap., Vit. Sophist. cap. 5.

[511] L. 5, de re militar., Cod. Theod.

[512] Ammianus, lib. 16, cap. 5.

[513] Gothofred., Chron. Cod. Theod.

[514] Ammianus, lib. 26, cap. 5.

[515] Lib. 7, de Maleficis, Cod. Theod.

[516] Sozom., lib. 6, cap. 21. Socrates, lib. 4, cap. 1.

[517] L. 17, de Episcopis, Cod. Theodos.



    Anno di CRISTO CCCLXV. Indizione VIII.

    LIBERIO papa 14.
    VALENTINIANO e
    VALENTE imperadori 2.

_Consoli_

FLAVIO VALENTINIANO e FLAVIO VALENTE AUGUSTI.


Siccome si ricava dalle leggi del Codice Teodosiano, la prefettura di
Roma per gli cinque primi mesi fu appoggiata a _Simmaco_, e dopo lui a
_Volusiano_, de' quali si è parlato di sopra. Per buona parte dell'anno
presente si fermò l'Augusto Valentiniano in Milano; e ch'egli facesse
una scorsa per varie città d'Italia, si scorge da alcune sue leggi[518]
date in Sinigaglia, Fano, Verona, Aquileia e Liceria, che non può essere
quella del regno di Napoli, e forse fu Luzzara, terra del Mantovano,
ossia del Guastallese. Nelle date nondimeno di quelle leggi si osserva
qualche sbaglio[519]. Passò dipoi Valentiniano nelle Gallie, e andò a
posare in Parigi; veggendosi ancora qualche legge data in quel luogo,
che a poco a poco crescendo di abitatori nel sito fuori dell'isola della
Senna, divenne poi famosissima città. I movimenti degli Alamanni quei
furono che trassero l'imperador nelle Gallie. Imperocchè que' popoli
avendo spediti i lor deputati di buon'ora alla corte per rallegrarsi con
Valentiniano, in vece di riportare a casa dei regali suntuosi, com'era
il costume, non ne ebbero che pochi e di poco prezzo. Furono anche
trattati con asprezza da _Orsacio_, maggiordomo dell'imperadore, a cui
fumava presto il commino. Il perchè disgustati, per vedersi poco
apprezzati da quell'Augusto, rifiutarono quei doni, e poi furiosamente
cercarono di vendicarsene addosso agl'innocenti loro confinanti della
Gallia, e fecero leghe con altre nazioni barbare, istigandole tutte ai
danni dell'imperio romano. Comandò Valentiniano che il generale
_Dagalaifo_ marciasse coll'armata contra di essi Alamanni; ma questi li
ritrovò già ritirati di là del Reno. Era vicino il primo dì di novembre,
quando ad esso Augusto arrivò la dispiacevol nuova che _Procopio_ s'era
ribellato in Levante contra del fratello Valente, con impadronirsi di
Costantinopoli. Per timore che costui non volgesse le armi verso
l'Illirico, che era di sua giurisdizione, spedì Valentiniano colà
_Equizio_, creato general delle milizie di quel paese, con buon numero
di truppe, ed egli stesso facea già i conti di tenergli dietro; ma non
meno i suoi consiglieri che i legati di varie città galliche il
trattennero, con rappresentargli il pericolo, a cui restavano esposte le
Gallie; e con fargli conoscere che Procopio era nimico di lui e del
fratello, ma che gli Alamanni erano nemici di tutto l'imperio romano.
Perciò si fermò, e solamente andò a Rems. Ed affinchè non penetrasse
nell'Africa il turbine mosso in Oriente, spedì colà _Neoterio_, che fu
poi console nell'anno di Cristo 390, ed altri uffiziali, raccomandando
loro che ben vegliassero alla quiete di quelle contrade. Molte leggi
abbiamo pubblicate da esso Augusto in quest'anno, e registrate nel
Codice Teodosiano[520], colle quali proibì il condannare alcun cristiano
a fare da gladiatore; siccome ancora l'esigere danaro dalle provincie
per regalare chi portava le nuove di qualche vittoria, o dei consoli
novelli. Parimente levò i privilegii de' particolari, volendo che ognun
portasse il suo peso ne' pubblici aggravii. Inventò ancora i difensori
delle città, acciocchè proteggessero il popolo contro la prepotenza de'
grandi, e decidessero anche le lor liti di poco momento. Questa
istituzione fatta per bene del pubblico durò poi gran tempo, e cagion fu
che anche gli ecclesiastici ottenessero dagli Augusti dei difensori per
assistere ai lor interessi ne' tribunali.

Per conto di Valente imperadore, sul principio dell'anno presente egli
procedè console in Costantinopoli, e venuta la primavera passò
nell'Asia, perchè facendo i Persiani guerra viva all'Armenia, le
apparenze erano che volessero rompere la pace già stabilita da Gioviano,
ed assalir le terre del romano imperio. I fatti mostrarono che tale non
era la loro intenzione. Ancorchè Socrate[521] scriva che Valente giunse
ad Antiochia, pure abbiamo da Ammiano[522] che s'incamminò bensì a
quella volta, ma poi si fermò a Cesarea di Cappadocia, dove cominciò a
farsi conoscere parziale assai caldo degli Ariani, e persecutor dei
Cattolici. Mentre egli dimorava in quelle parti, un fierissimo tremuoto
nel dì 21 di luglio, secondo Ammiano ed Idazio[523], oppure nel dì 21
d'agosto, come ha la Cronica Alessandrina[524], si fece sentire per
tutto l'Oriente. San Girolamo[525] scrive per tutto il mondo; il che ha
ciera d'iperbole, tuttochè anche Teofane[526] coi termini stessi ne
parli. Amendue lo riferiscono all'anno seguente, quando pure non fosse
cosa diversa. In Alessandria il mare sì stranamente si gonfiò, che portò
le navi sopra le case e mura più alte (ancor questa possiam contarla per
una iperbole), e poscia con pari reflusso retrocedendo lasciò quei legni
in secco. Accorsero quei cittadini (i quali doveano pure essere stati
tutti annegati, se vera fosse la prima parte) per dare il sacco alle
merci; ma ritornando indietro l'acqua, tutti li colse ed annegò. Gran
danno è scritto ancora che patirono l'isole di Sicilia e Creta.
Soggiornava tuttavia in Cappadocia Valente[527], quando arrivò per le
poste _Sofronio_, uno de' suoi segretarii, che poi fu creato prefetto di
Costantinopoli, portandogli la funesta nuova della sollevazione e
ribellion di _Procopio_. Era costui d'una famiglia illustre della
Cilicia, e parente dell'apostata Giuliano[528], uomo d'umor melanconico,
e riconosciuto prima d'ora per cervello capace di far delle novità. Già
il vedemmo lasciato da esso Giuliano nella Mesopotamia con _Sebastiano_
generale al comando di un'armata di trenta mila persone, mentre esso
Giuliano marciava coll'altro maggior esercito contro i Persiani. Ebbe
poi da Gioviano Augusto l'incumbenza di condurre il corpo dell'estinto
Giuliano alla sepoltura di Tarso. Fu creduto (e lo racconta Ammiano) che
nel tempio di Carres segretamente Giuliano gli avesse donata una veste
di porpora, con dirgli di vestirsene e di farsi proclamar imperadore, in
caso che accadesse la morte sua. Aggiunsero altri che Giuliano negli
ultimi disperati momenti di sua vita il dichiarasse suo successore; il
che si niega da Ammiano. Ma per quel che riguarda la porpora,
Zosimo[529] racconta che Procopio, dappoichè fu eletto Gioviano Augusto,
andò a presentargliela, e nello stesso tempo il pregò di lasciarlo
ritirare colla sua famiglia a Cesarea di Cappadocia, per menar ivi una
vita privata, ed attendere all'agricoltura, perchè in quelle parti vi
possedea molti stabili. Vero o falso che fosse l'affare di quella
porpora, si dee ben credere sparsa voce ch'egli avesse aspirato
all'imperio, e però si appigliò al partito della ritirata. Ma nè pur
credendosi sicuro in Cappadocia, passò di poi nella Taurica Chersoneso,
oggidì la Crimea; e conoscendo fra poco tempo che non era da fidarsi di
que' Barbari infedeli, e trovandosi anche in necessità, venne a
nascondersi in una villa vicina a Calcedone in casa d'un amico suo,
nominato Stratego. Di là passava talvolta travestito a Costantinopoli; e
raccogliendo quanto si diceva dell'avarizia di Valente Augusto, e della
crudeltà di _Petronio_ suocero di esso imperadore, s'avvide che il
popolo era mal soddisfatto del presente governo, e questo essere il
tempo di tentare un gran giuoco, giacchè non sapea più lungamente
sofferire quel suo infelice stato di vita. Gli accrebbe ancora l'animo
la lontananza di Valente; e però passato in Costantinopoli, e guadagnato
un eunuco assai ricco[530], si diede a conoscere ad alcuni soldati suoi
vecchi amici, ed animosamente si fece proclamare imperadore Augusto.
Niun forse giammai sì temerariamente cominciò una sì grande e pari
impresa, perchè senza gente, senza denaro e senza altre disposizioni,
per andare innanzi e sostenersi. Eppur si vide costui secondato dalla
fortuna, perchè a forza di artifizii, di bugie, di promesse, e di far
venir di qua e di là persone che asserivano morto Valentiniano, ed
incamminati rinforzi di gente in aiuto suo, egli giunse a tirare nel suo
partito[531] un'incredibil quantità di soldati, o disertori, o tratti
dalla plebe, in maniera tale, che i primarii dell'imperio dubitavano già
che egli potesse prevalere a Valente. Uno degli artifizii suoi ancora
fu, che avendo trovato in Costantinopoli _Faustina Augusta_, vedova
dell'imperador Costanzo, con una sua figliuola di età di cinque
anni[532], vantandosi suo parente, la facea venir seco in lettiga ai
combattimenti, e mostrava ai soldati quella fanciulletta, per isvegliar
in loro la cara memoria di Costanzo Augusto.

Non solamente venne Costantinopoli in poter di Procopio, ma anche la
Tracia tutta, e gli riuscì ancora di occupar Calcedone e Nicea, ed in
fine tutta la Bitinia, e di guadagnare con mirabil destrezza un corpo di
milizie che era stato spedito contra di lui. Valente imperadore, siccome
principe allevato sempre nell'ozio e nella pace, e di poco cuore, a tali
avvisi, accresciuti anche dalla fama, restò sì sbigottito, che già gli
passava per mente di deporre la porpora. Pure animato da' suoi, inviò
_Vadomario_, già re degli Alamanni, all'assedio di Nicea. Ma
_Rumitalca_, che la difendeva per Procopio, con una sortita il fece
ritirar più che in fretta. Portossi lo stesso Valente all'assedio di
Calcedone, dove non riportò se non delle fischiate e degli scherni
ingiuriosi da quei difensori, e fu anch'egli costretto a battere la
ritirata. Accadde poi un caso curioso. Essendosi _Arinteo_, uno de'
bravi generali di Valente, incontrato in una brigata nemica, comandata
da _Iperechio_, in vece di assalirla con l'armi, con quel possesso
ch'egli usava ne' tempi addietro con quei soldati desertori, loro
comandò di condurgli legato il lor capitano, e fu ubbidito. Quel
nondimeno che sconcertò non poco gli affari di Valente, fu che essendosi
ritirato _Sereniano_ suo uffiziale nella città di Cizico colla cassa di
guerra, con cui dovea pagar le armate imperiali, un grosso corpo di
gente di Procopio quivi il colse, ed, espugnata la città, si impadronì
di tutto quel tesoro. Fece inoltre esso Procopio votar la casa di
_Arbezione_, già uno de' generali d'armata sotto Costanzo, che non si
era voluto presentare a lui, colla scusa della vecchiaia e degli
acciacchi suoi. Valsero un tesoro tutti que' preziosi suoi mobili. Diede
poscia Procopio in proconsole all'Ellesponto _Ormisda_, figliuolo di
quell'_Ormisda_ che già vedemmo fratello di Sapore re di Persia, e
rifugiato presso i Romani. Intanto arrivò il verno, ed altro più per
allora non seppe far Procopio[533], che caricar d'imposte i popoli, e
lasciar la briglia alla già coperta sua malignità e fierezza, per cui
cominciò a calar ne' sudditi l'avversione a Valente, e si svegliò l'odio
contra dell'iniquo usurpatore. Sembra ancora ch'egli pubblicasse qualche
editto pregiudiziale ai filosofi, avvegnachè anch'esso pretendesse
d'essere un gran filosofo. In segno di ciò portava un'assai bella barba,
in cui consisteva tutta la di lui filosofia.

NOTE:

[518] Gothofred., in Chronolog. Cod. Theod.

[519] Ammian., lib. 26, cap. 5.

[520] Gothofred., Chronolog. Cod. Theodos.

[521] Socrat., lib. 4, cap. 2.

[522] Ammianus, lib. 26, cap. 7.

[523] Idacius, in Chron.

[524] Chronicon Alexandr.

[525] Hieronymus, in Chronic.

[526] Theophan., in Chronogr.

[527] Ammianus, lib. 36, cap. 7.

[528] Idem ib., cap. 6.

[529] Zosim., lib. 4, cap. 4.

[530] Ammianus, lib. 26, cap. 7. Zosimus, lib. 4, cap. 4. Themist.,
Orat. VII.

[531] Eunap., Vit. Sophist., cap. 5.

[532] Ammian., lib. 26, cap. 7.

[533] Themist., Orat. VII.



    Anno di CRISTO CCCLXVI. Indizione IX.

    DAMASO papa 1.
    VALENTINIANO e
    VALENTE imperadori 3.

_Consoli_

GRAZIANO, _nobilissimo fanciullo_ e DAGALAIFO.


Amendue questi consoli appartengono all'Occidente. Sembra che
_Pretestato_ fosse prefetto di Roma. Il Panvinio ci dà _Lampadio_, e
poscia _Juvenzio_; ed in fatti la prefettura di Juvenzio vien confermata
da Ammiano. Accadde[534] nel dì 24 di settembre dell'anno presente la
morte di _Liberio_ papa, il quale nei torbidi della religione non avea
fatto comparire quel petto, per cui sono stati sì commendati tanti altri
suoi antecessori e successori. Si venne all'elezione di un novello
pontefice, ma questa non succedè senza un lagrimevole scisma[535],
avendo una parte eletto _Damaso_ diacono della Chiesa romana,
personaggio dignissimo; ed un'altra _Ursino_, appellato da altri, contro
la fede de' manuscritti, _Ursicino_, diacono anch'esso della medesima
chiesa. Per questa divisione in gravissimi sconcerti si trovò involta
Roma, e ne seguirono ferite ed ammazzamenti non pochi, tanto dell'una
che dell'altra arrabbiata fazione, e fino nelle chiese sacrosante. Chi
ne attribuì la colpa a Damaso, e chi ad Ursino; ma in fine riconosciuta
la buona causa e l'innocenza di Damaso, la quale si vide allora esposta
a non poche calunnie dei suoi avversarii, restò egli pacifico possessore
della sedia di s. Pietro, e governò da lì innanzi con gran plauso la
Chiesa di Dio. Celebri sono in questo proposito le parole e riflessioni
di Ammiano Marcellino[536], scrittore pagano, e però nulla mischiato in
quelle sanguinose fazioni. Racconta egli che per questa maledetta gara
in un sol giorno nella sacra basilica di Sicinio si contarono fin cento
trentasette cadaveri; nè Juvenzio, prefetto di Roma, fu con tutta la sua
autorità bastante a reprimere la matta inviperita plebe, anzi convenne a
lui stesso di ritirarsi fuori della città nei borghi, per non restar
vittima del loro furore. Scrive dunque Ammiano: _Quanto a me,
considerando il fasto mondano, con cui vive chi possiede in Roma quella
dignità, non mi maraviglio punto, se chi la sospira, non perdoni a
sforzo ed arte alcuna per ottenerla. Perocchè ottenuta che l'hanno, son
certi di arricchirsi assaissimo mercè delle oblazioni delle divote
matrone romane, e che se n'anderanno in carrozza per Roma a lor talento,
magnificamente vestiti, e terranno buona tavola, anzi faranno conviti sì
suntuosi, che si lasceranno indietro quei dei re ed imperadori. E non
s'avveggono che potrebbono essere felici, se senza servirsi del pretesto
della grandezza e magnificenza di Roma, per iscusar questi loro eccessi,
volessero riformar il loro vivere, seguitando l'esempio di alcuni
vescovi delle provincie, i quali colla saggia frugalità nel mangiare e
bere coll'andar poveramente vestiti, e con gli occhi dimessi e rivolti
alla terra, rendono venerabile e grata non meno all'eterno Dio, che ai
veri suoi adoratori, la purità de' lor costumi, e la modestia del loro
portamento._ Così Ammiano. Noi, secondo l'usanza, se miriamo eccessi ne'
pastori della Chiesa e vizii nel popolo, subito caviam fuori i primi
secoli della religion cristiana, come lo specchio di quel che si
dovrebbe fare oggidì; e certo è che grandi esempi di virtù s'incontrano
in que' tempi; ma nè pur mancavano allora i vizii e i mali dei nostri
dì, e le opere di Eusebio Cesariense, e dei santi Gregorio Nazianzeno,
Giovanni Grisostomo e Girolamo, per tacer d'altri, ci assicurano non
essere stati sì fortunati i lor tempi, che facciano vergogna ai nostri.
L'ambizione è mal vecchio; e dove son ricchezze sempre sono tentazioni.
Lo stesso romano pontificato già era divenuto un maestoso oggetto dei
desiderii mondani; ed è altresì famoso ciò che s. Girolamo[537] racconta
di _Pretestato_, uno de' più nobili romani, che fu proconsole, e circa
questi tempi prefetto di Roma, e morì poi console disegnato. Essendo
egli pagano, papa Damaso l'andava esortando ad abbracciare la religione
cristiana: ed egli allora ridendo rispose: _Fatemi vescovo di Roma,
ch'io tosto mi farò cristiano._

Continuò Valentiniano Augusto in questo anno ancora il soggiorno nelle
Gallie, dimorando per lo più nella città di Rems, dove si veggono date
alcune leggi[538], per opporsi, occorrendo, ai non mai quieti Alamanni.
Sul fine dell'anno precedente avea quella gente[539], senza essere
ritenuta dal verno, fatta un'irruzione nel paese romano. Cariettone e
Severiano conti, che guardavano quei confini, colla gente di lor comando
cavalcarono contra di essi, e vennero alle mani. Andò a finir la zuffa
colla morte di que' due conti e di altri Romani, colla fuga del resto, e
colla perdita della bandiera degli Eruli e Batavi, portata poi da que'
Barbari come in trionfo a casa loro. Con rabbia e dolore inteso che ebbe
tal fatto Valentiniano, diede ordine a _Giovino_, generale della
cavalleria, di marciare contra de' nemici, probabilmente nella primavera
dell'anno presente. Giunto questi fra Tullo e Metz, all'improvviso
piombò addosso al maggior corpo di que' Barbari e gran macello ne fece.
Trovò dipoi un altro corpo d'essi che dopo il sacco stava a darsi bel
tempo, e a questi ancora fece provare il taglio delle spade romane. Vi
restava il terzo corpo d'essi Alamanni verso Sciallon. Fu a visitarli
Giovino, e li trovò coll'armi in pronto per far testa. Venuta dunque
l'aurora, messe le sue schiere in ordinanza di battaglia, fece dar fiato
alle trombe. Durò per tutto il giorno l'ostinato combattimento colla
rotta in fine de' Barbari, dei quali restarono sul campo sei mila, e
quattro mila se ne andarono feriti. De' Romani si contarono mille e
dugento morti, e dugento soli feriti: il qual ultimo numero par ben
poco. Preso il re di quella gente nel dare il sacco al campo loro, fu
fatto impiccare senza saputa del generale, da un tribuno, il quale corse
pericolo di perdere la testa per questa sua prosunzione. Abbiam tutto
questo da Ammiano, la cui autorità val più che quella di Zosimo[540],
diversamente parlante di questi fatti, con dire che Valentiniano stesso
in persona diede battaglia agli Alamanni, e che finì la zuffa con suo
svantaggio. Avendo cercato per colpa di chi, trovò rea di tal mancamento
la legione de' Batavi, cioè degli Olandesi, che, siccome dicemmo, aveano
lasciata in man de' nemici l'insegna. Il perchè alla vista di tutto
l'esercito ordinò che i Batavi fossero spogliati delle armi e come tanti
schiavi dispersi per le altre legioni. S'inginocchiarono tutti chiedendo
misericordia, pregando che non volesse caricar di tanto obbrobrio quella
gente e l'armata tutta; e tanto dissero, promettendo d'emendare il
fallo, che ottennero il perdono. Il che fatto, tornò Valentiniano ad
assalire i nemici con tal bravura, che un'infinita moltitudine d'essi vi
restò tagliata a pezzi, e pochi poterono portar l'avviso di tanta
perdita al loro paese. Vero sarà ciò che riguarda i Batavi, ma non già
l'essere intervenuto a que' fatti d'armi lo stesso imperadore. Anche
Idazio[541] di questa vittoria riportata contra degli Alamanni lasciò
memoria.

In Oriente all'aprirsi della buona stagione si mise in campagna Valente
Augusto, per procedere contra del tiranno _Procopio_[542]; e perchè
conobbe quanto potesse in tal congiuntura giovare ai propri interessi
_Arbezione_, vecchio generale, conosciuto ed amato dalle milizie,
fattolo chiamare, a lui diede il comando dell'armata. Ottima risoluzione
che produsse tosto buon frutto. Era Arbezione irritato forte contra di
Procopio pel sacco dato alla sua casa; e non tralasciò diligenza alcuna
per ben servire a Valente. Tirò egli al suo partito _Gomeario_, uno dei
generali di Procopio. Zosimo[543] scrive che ciò avvenne in una
battaglia, in cui mancò poco che a Valente non toccasse la rotta per
valore del giovane _Ormisda_ persiano, da noi veduto di sopra uffizial
di Procopio. Ammiano nulla ha di questa battaglia, parlando solamente di
quella che ora son per narrare. Cioè passato Valente sino a Nacolia,
città della Frigia, quivi trovò Procopio, e con lui venne alle mani.
Dubbioso fu un pezzo l'esito della pugna, finchè _Agilone_ tedesco, uno
de' generali di Procopio, all'improvviso colle sue squadre passò alla
parte di Valente. Per questo inaspettato colpo atterrito Procopio prese
la fuga; ma in fuggendo da due suoi capitani, Fiorendo e Barcalba,
tradito, fu preso e legato; e questi il menarono nel seguente giorno a
Valente, che immantinente gli fece mozzare il capo. Il premio che ebbero
i due suddetti capitani del fatto tradimento, fu d'essere per ordine di
Valente anch'essi uccisi. E tal fine ebbe il tiranno Procopio, la cui
morte vien riferita da Idazio[544] al dì 27 di maggio dell'anno
presente. Prima della di lui caduta, _Equizio_, generale dell'armata di
Valentiniano nell'Illirico, vedendo ridotto lo sforzo della guerra
nell'Asia[545], era entrato colle sue genti nella Tracia, con imprendere
l'assedio di Filippopoli; ma ritrovò quella città più dura di quel che
pensava. Non si volle mai rendere il nemico presidio finchè non vide co'
proprii occhi la testa di Procopio[546], che Valente inviava al fratello
Valentiniano. A questi difensori toccò poscia la disgrazia di provar la
crudeltà d'esso Valente. Osserva Ammiano che il capo del suddetto
Procopio fu presentato a Valentiniano, mentre se ne tornava a Parigi il
general _Giovino_, glorioso per le vittorie di sopra narrate; e però
vegniamo a conoscere che le di lui fortunate imprese contro degli
Alamanni appartengono anch'esse al maggio dell'anno presente. Era senza
figliuoli l'Augusto Valente[547]; uno gliene partorì nel dì 18 o 21 di
gennaio di questo anno _Domenica_ sua moglie: il che fu preso per buon
presagio di que' felici avvenimenti che appresso si videro. Nel testo
d'Idazio[548] stampato egli è detto figliuolo di _Valentiniano_; ma,
siccome osservò il padre Pagi[549], ne' manoscritti è chiamato figliuol
di _Valente_. E così fu in fatti, ciò ricavandosi da un'orazione di
Temistio[550]. Gli fu posto il nome di _Valentiniano juniore_, ed
abbiamo da Socrate[551] e da Sozomeno[552] ch'egli per soprannome venne
poi chiamato _Galata_, perchè nato nella Galazia, a distinzione
dell'altro Valentiniano juniore, figlio del vecchio Valentiniano. Ci
comparirà poi questo figliuol di Valente console nell'anno 369, ma di
corta vita, perchè in uno dei seguenti anni egli diede fine a' suoi
giorni. Oltre a ciò, convien rammentare le conseguenze della ribellion
di Procopio. All'udire Temistio[553] nell'elogio di Valente Augusto,
grande fu la di lui moderazione dopo la vittoria, perchè punì solamente
i principali autori della cospirazione; con sole parole castigò altri
che senza fatica s'erano sottomessi al tiranno; e nulla perdè della di
lui grazia chi per forza gli aveva prestata ubbidienza. Non così parlano
Ammiano[554] e Zosimo[555], da' quali abbiamo una lugubre descrizione
delle crudeltà usate da Valente o collo scuri, o coi confischi, o con
gli esilii verso le persone nobili che si trovarono involte nella
ribellione, e parecchie ancora innocenti, perchè, per non poter di meno,
aveano aderito all'usurpatore. Ma forse quelle penne pagane ingrandirono
più del dovere il rigor di Valente, avendo noi un altro scrittore della
lor setta, cioè Libanio[556], il quale, scrivendo la propria vita, e
però lungi di voler quivi incensar Valente, attesta non aver egli fatto
morir gli amici di Procopio, ed essersi contenuta in molta moderazione
la sua giustizia.

NOTE:

[534] Pagius, Crit. Baron.

[535] Baron., Annal. Eccl. Fleury, Hist. Eccl. Tillemont, Mémoires de
l'Hist. Eccl.

[536] Ammianus, lib. 27, cap. 8.

[537] S. Hieron., Epist. LXI.

[538] Gothofred., Chronol. Cod. Theod.

[539] Ammian., lib. 27, cap. 1.

[540] Zosimus, lib. 4, c. 9.

[541] Idacius, in Fastis.

[542] Ammianus, lib. 26, c. 9.

[543] Zosimus, lib. 4, c. 8.

[544] Idacius, in Fastis.

[545] Ammianus, lib. 26, c. 10.

[546] Idem, lib. 27, c. 2.

[547] Chronicon Alexandrin.

[548] Idacius, in Fastis.

[549] Pagius, Crit. Baron.

[550] Themistius, Orat. IX.

[551] Socrates, lib. 4, c. 26.

[552] Sozom., lib. 6, c. 16.

[553] Themistius, Orat. VII.

[554] Ammian., lib. 4, c. 8.

[555] Zosim., lib. 4, c. 8.

[556] Liban., in Vita sua.



    Anno di CRISTO CCCLXVII. Indizione X.

    DAMASO papa 2.
    VALENTINIANO e
    VALENTE imperadori 4.
    GRAZIANO imperadore 1.

_Consoli_

LUPICINO e GIOVINO.


Abbiam veduto di sopra _Giovino_ generale di Valentiniano Augusto nella
Gallia. Ebbe questi l'onore del consolato in ricompensa delle vittorie
riportate contra degli Alamanni. Era _Lupicino_ anch'egli generale di
Valente Augusto in Oriente, e con avergli condotto a tempo un soccorso
numeroso di truppe, ebbe gran parte ad atterrare il tiranno Procopio,
perlochè si guadagnò la trabea consolare. Libanio[557] ne parla con
lode, e Teodoreto[558], con esaltare la di lui pietà e virtù, ci fa
intendere ch'egli dovette essere cristiano. Ricavasi poi da Ammiano e
dal Codice Teodosiano che la prefettura di Roma fu per alcuni mesi
dell'anno presente esercitata da _Juvenzio_, e poi da _Vettio Agorio
Pretestato_, di cui s'è parlato di sopra. Servono poi le suddette leggi
a dimostrare la continuata permanenza di Valentiniano Augusto nelle
Gallie. L'ordinario suo soggiorno era in Rems; perchè, quantunque
fossero cessate le insolenze degli Alamanni, e fors'anche fosse
succeduta qualche pace con loro, pure conveniva tener sempre l'occhio
alle barbare nazioni, troppo volonterose di bottinar ne' paesi altrui.
Trovavasi egli nella state in Amiens[559], quando gli sopravvenne una
pericolosa malattia, che crebbe a segno di far disperare della di lui
vita il che diede occasione a molti segreti imbrogli per eleggere, in
mancanza di lui, un novello Augusto. Furono in predicamento per questo
due personaggi, amendue temuti per la loro indole sanguinaria, cioè
_Rustico Giuliano_ e _Severo_ generale della fanteria. Dopo lungo
combattimento col male si riebbe l'Augusto Valentiniano[560]; ed allora
i suoi fedeli cortigiani, riflettendo al pericolo in cui egli s'era
trovato, non durarono fatica a persuadergli la necessità di eleggersi un
collega e successor nell'imperio. Venuto dunque il dì 24 d'agosto[561],
e fatto raunar l'esercito fuori d'Amiens, salito Valentiniano sopra un
palco, presentò ai soldati il suo figliuolo _Flavio Graziano_, a lui
partorito da _Valeria Severa_ sua prima moglie, tuttavia vivente; e con
una maestosa allocuzione espose la risoluzione presa di dichiararlo suo
collega ed imperadore Augusto; sopra di che dimandò la loro
approvazione. S'udirono allora incessanti viva, e le trombe e il battere
degli scudi collo strepito loro maggiormente attestarono il giubilo
universale delle milizie. Era allora Graziano in età di otto anni e di
qualche mese[562], perchè nato prima che il padre fosse Augusto, cioè
nell'aprile o nel maggio dell'anno di Cristo 359, benchè Ammiano il dica
_adulto jam proximum_; di grazioso aspetto, d'ottimi costumi e buona
inclinazione, talmente che prometteva assaissimo per l'avvenire. Molti
nondimeno si maravigliarono come il padre, in vece di crearlo _Cesare_,
ad imitazion di tanti altri suoi predecessori, il volesse in un subito
_Augusto_. Aurelio Vittore[563] pretende ciò fatto per impulso della
suocera e della suddetta sua moglie Severa.

E qui convien riferire una strana e biasimevol azione di Valentiniano,
imbrogliata nondimeno dal disparere degli storici, tanto in riguardo al
tempo che alle circostanze. Certa cosa è che, vivente ancora la medesima
_Severa_ madre di Graziano, riconosciuta da ognuno per sua legittima
moglie, fu sposata da lui _Giustina_, la qual poi divenne madre di
Valentiniano II imperadore. Essendo azion tale contraria alle leggi
degli stessi gentili, non che della cristiana religione, diedesi luogo
alle dicerie delle persone; e Socrate[564], fra gli altri, una ce ne fa
sapere che sembra ben mischiata con delle favole. Padre di Giustina era
stato un Giusto, governatore del Piceno, il quale, per aver divulgato un
suo ridicolo sogno in cui gli pareva d'aver partorita una porpora
imperiale, fu fatto morire dal sempre sospettoso Costanzo Augusto. Sua
figlia Giustina cresciuta in età ebbe la fortuna di entrar in corte di
Severa Augusta moglie di Valentiniano, ed arrivò a tal confidenza con
lei, che seco si lavava al bagno. Severa, in osservar la rara beltà di
questa fanciulla, se ne innamorò sempre più; ma sconsigliatamente
avendone lodata la bellezza al marito, cagion fu che egli s'invogliasse
di sposarla. A questo fine pubblicò una legge, che fosse lecito il poter
aver due mogli nello stesso tempo, e poi la sposò; avendo poco prima
creato Augusto il figlio di Severa Graziano, e per conseguente in
quest'anno. Ma giusta ragion ci è da credere, come ha insegnato il
celebre vescovo di Meaux[565], favoloso un tal racconto, che fu poi
preso per cosa vera da Giordano[566], Paolo Diacono[567] e Malala[568].
Se Valentiniano avesse fatta una legge sì contraria all'uso dei gentili,
e molto più de' cristiani, Ammiano e Zosimo non avrebbon lasciata nella
penna cotal novità per iscreditarla. E Zosimo[569] chiaramente scrive
essere stata _Giustina_ dianzi moglie di Magnenzio tiranno, e però non
quale essa ci vien dipinta da Socrate. Pertanto è piuttosto da credere
che Valentiniano, o per qualche fallo di _Severa_, o pure per suggestion
della propria passione, ripudiasse Severa, e sposasse dipoi Giustina: il
che non era vietato dalle leggi del paganesimo, benchè contrarie a
quelle del Vangelo. Di questo abbiamo un barlume nella Cronica
Alessandrina[570] e in quella di Malala[571], dove scrivono che per
l'ingiusta compra di un podere fatta da _Marina_ o _Mariana_ _Augusta_
(così chiamano quegli autori _Severa_), Valentiniano la bandì, e che poi
Graziano suo figliuolo, dopo la morte del padre, la richiamò
dall'esilio. A quest'anno ancora appartengono alcuni fatti d'esso
Valentiniano, per relazion di Ammiano[572]. Cioè, che egli s'era ben
fatto forza ne' primi anni del suo governo per reprimere il suo natural
aspro e fiero, ma che in questo cominciò a lasciargli la briglia, con
far morire in Milano a fuoco lento Diocle conte e Diodoro altro
uffiziale con tre sergenti, e, per quanto sembra indebitamente, perchè i
Milanesi li riguardarono da lì innanzi come martiri, e chiamavano il
luogo della lor sepoltura _agl'Innocenti_. D'altre sue azioni crudeli fa
menzione il suddetto Ammiano. Abbiamo parimente da lui che Magonza, un
dì che i cristiani facevano festa, fu all'improvviso occupata e
saccheggiata da _Randone_, uno de' principi alamanni. All'incontro, i
Romani fecero assassinar _Viticabo_ re di quella nazione, figlio del fu
re Vadomiro, per mano di un di lui familiare. Scrive inoltre quello
storico che i Pitti e gli Scotti, entrati nella Bretagna romana, vi
aveano commesso dei gravi disordini, e minacciavano di peggio. Fu
spedito colà _Teodosio conte_, padre di _Teodosio_ che fu imperadore, il
quale con tal prudenza e valore si condusse in essa guerra, che non
solamente ripulsò i Barbari, ma loro eziandio tolse una provincia, che
restò da lì innanzi aggiunta alle terre dell'imperio romano. Succedette
nella stessa Bretagna una ribellione di certo _Valentiniano_ o pure
_Valentino_, che cercò di farsi imperadore[573]. Fu preso dal conte
Teodosio, e pagò la pena dovuta al suo misfatto. Dalla parte ancora de'
Franchi e Sassoni fu fatta una irruzione nel paese romano della Gallia.
Pare che lo stesso Teodosio quegli fosse che per mare e per terra gli
sbaragliò.

Veniamo ora a Valente Augusto. Pareva che dopo la caduta del tiranno
Procopio avesse in Oriente da rifiorir la pace; ma non tardarono ad
imbrogliarsi gli affari coi Goti, abitanti allora di là del Danubio,
verso dove quel gran fiume sbocca nel mar Nero[574]. Aveano essi Goti
inviato un soccorso di tre mila combattenti al suddetto Procopio, e
costoro, udendolo ucciso, se ne tornavano addietro verso il loro paese,
ma lentamente, perdendosi in dare il sacco a quel dei Romani. Avendo
Valente inviato con diligenza un buon numero di milizie contro di
coloro, gli riuscì di coglierli, e di obbligarli quasi tutti a deporre
l'armi e a rendersi prigionieri. Li fece poi egli distribuire per varie
terre lungo il Danubio, ma senza obbligarli alla carcere. Era in que'
tempi _Atanarico_ il più possente tra i principi goti, quegli stesso che
avea provveduto di quella gente Procopio, ancorchè durasse la pace fra
il romano imperio e i Goti: uomo certamente di gran coraggio, e di non
minor senno ed eloquenza[575], il quale fra i suoi non usava il titolo
di re, ma bensì quello di giudice. Udita ch'egli ebbe la prigionia de'
suddetti suoi soldati, mandò a Valente per riaverli, allegando per
iscusa d'avergli inviati ad un imperador de' Romani, e facendo veder le
lettere di Procopio. All'incontro Valente spedì _Vittore_ general della
cavalleria ad esso Atanarico a dolersi dell'assistenza da lui data ad un
ribello d'esso imperio. Le scuse da lui addotte non furono accettate, e
però Valente determinò di fargli guerra, consigliato anche a ciò da
Valentiniano Augusto, per quanto pretende Ammiano. La riputazione in cui
erano allora i Goti, perchè usati a vincere i vicini, e a non mostrar
paura, siccome gente fiera; e l'esser eglino collegati con altre nazioni
barbare della Sarmazia e Tartaria, faceva apprendere per pericoloso
l'impegno di tal guerra non solamente ai privati, ma anche allo stesso
Valente. Il perchè, non avendo egli fin qui preso il sacro
battesimo[576], volle in tal congiuntura premunirsi con esso, e si fece
battezzare; ma, per disavventura sua e della Chiesa cattolica, da
_Eudossio_ vescovo di Costantinopoli, capo degli ariani, il quale si
fece prima promettere ch'egli costantemente terrebbe l'empia dottrina
della sua setta. Così fu. Da lì innanzi Valente, gran protettore
dell'arianismo, persecutore del cattolicismo più che prima si mostrò.
Dopo il ritorno di Vittore inviato ai Goti s'intese che Atanarico facea
de' gagliardi preparamenti da guerra; ma Valente non perdè tempo ad
uscire in campagna, e da Marcianopoli, capitale della Mesia inferiore,
nella primavera si portò al Danubio[577], e, gittato quivi un ponte,
passò coll'armata addosso al paese nemico. Senza trovare per tutta la
state resistenza alcuna, essendo fuggiti quegli abitanti alle loro aspre
montagne, altro non fece l'esercito cesareo che dare il guasto al paese,
e prendere chi non fu presto a fuggire. Venuto poi l'autunno, se ne
tornò indietro l'esercito a prendere i quartieri d'inverno; e che
Valente lo passasse nella suddetta città di Marcianopoli, si raccoglie
da alcune leggi del Codice Teodosiano[578]. Fa Ammiano[579] anche
menzione di varie scorrerie fatte circa questi tempi dagl'Isauri nella
Panfilia e Cilicia. Loro si volle opporre _Musonio_ vicario dell'Asia,
ma con tutti i suoi tagliato fu a pezzi. Miglior sorte ebbero i paesani
ed altre milizie romane, alle quali venne fatto di costrignere quei
masnadieri a chieder pace: dopo di che per alcuni anni cessarono i lor
ladronecci. Mancò in quest'anno di vita santo _Ilario_, celebre
scrittore della Chiesa di Dio, e vescovo di Poitiers.

NOTE:

[557] Liban., in Vita sua.

[558] Theodor., Vit. Patr.

[559] Ammianus, lib. 27, cap. 6.

[560] Zosimus, lib. 4, cap. 12.

[561] Idacius, in Fastis. Hieronymus, in Chron. Socrates, lib. 4, cap.
11.

[562] Idacius, in Fastis. Chronicon Alexand.

[563] Aurelius Victor, in Epitome.

[564] Socrat., lib. 4, cap. 31.

[565] Bossuet, Des Variations.

[566] Jordan., de Regn. Success.

[567] Paulus Diaconus, in Contin. Eutr.

[568] Joannes Malala, in Chron.

[569] Zosimus, lib. 4, cap. 43.

[570] Chronicon Alexandr.

[571] Joannes Malala, in Chron.

[572] Ammian., lib. 27, cap. 7.

[573] Zosimus, lib. 4, cap. 12.

[574] Ammian., lib. 27, cap. 5. Zosimus, lib. 4, cap 10.

[575] Themist., Orat. X. Eunap., de Legat.

[576] Theodoret., lib. 4, cap. 12.

[577] Ammianus, lib. 27, cap. 5. Themistius, Orat. X.

[578] Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.

[579] Ammianus, lib. 27, cap. 9.



    Anno di CRISTO CCCLXVIII. Indizione XI.

    DAMASO papa 3.
    VALENTINIANO e
    VALENTE imperadori 5.
    GRAZIANO imperadore 2.

_Consoli_

FLAVIO VALENTINIANO AUGUSTO per la seconda volta e FLAVIO VALENTE
AUGUSTO per la seconda.


_Vettio Agorio Pretestato_, per quanto apparisce da una legge del Codice
Teodosiano[580], esercitava tuttavia nel gennaio del presente anno la
prefettura di Roma. A lui succedette in quella dignità, come costa da
altre leggi, _Quinto Clodio Ermogeniano Olibrio_. Era questi della
famiglia Anicia, la più potente, la più nobile che si avesse allora la
città di Roma, divisa in più rami, ed esaltata da tutti gli antichi
scrittori, ma maggiormente gloriosa per aver essa dato il primo senatore
alla religion cristiana, quando tanti altri conservarono anche dipoi il
paganesimo. Intorno alla nobiltà e a tanti personaggi illustri di questa
casa, si può vedere il Reinesio[581], e spezialmente il Tillemont[582],
che diffusamente ne tratta all'anno presente, in parlando di esso
Olibrio e di _Sesto Petronio Probo_, a cui fu appoggiata la prefettura
del pretorio in questi medesimi tempi. Scrive questo Ammiano[583],
essere stato _Probo_ conosciuto per tutto l'imperio romano a cagion
della sua chiara nobiltà, possanza e ricchezze, perchè egli possedea
delle gran tenute di beni per tutte le provincie romane. Leggonsi
moltissime leggi pubblicate da Valentiniano Augusto nel presente anno, e
rapportate nel Codice Teodosiano[584]. Con una di esse egli restituì ai
cherici cattolici della provincia proconsolare dell'Africa i privilegii
loro già tolti dallo apostata Giuliano. Con un'altra egli ordinò che in
cadauno de' quattordici rioni di Roma si mantenesse un medico per
servigio de' poveri. Riformò ancora varii abusi degli avvocati nelle
cause civili, comandando loro di non ingiuriare alcuno, di non tirare in
lungo le liti, e di non far patti per la ricompensa delle lor fatiche.
Pel tempo del verno era soggiornato Valentiniano in Treveri, facendo
intanto le disposizioni opportune per continuar la guerra contra degli
Alamanni. Alla stagione solita d'uscirne in campagna, avendo chiamato
all'armata _Sebastiano_ conte[585], insieme col figliuolo _Graziano_ e
coi generali _Giovino_ e _Severo_, passò egli il Reno senza opposizione
di alcuno; e spedì poi varii distaccamenti delle sue truppe a dare il
guasto ai seminati e alle case de' nemici. Per quanto s'inoltrassero i
Romani, resistenza non si trovò, fuorchè ad un luogo appellato
Solicinio, creduto da alcuni nel ducato ora di Wirtemberg. S'era
ritirato un grosso corpo di Alamanni sopra una montagna, e si sudò non
poco a sloggiarli di là colla morte di molti degli aggressori. Pare che
in fine quei popoli chiedessero ed impetrassero pace dall'imperadore. Il
che fatto, se ne tornò egli a Treveri, come trionfante, non per aver
vinti gli Alamanni, ma per aver desolate le lor campagne, ricavandosi da
Ausonio[586] che in tal congiuntura Valentiniano celebrò de' giuochi
trionfali, e diede de' solazzi al popolo.

Poche faccende ebbe in quest'anno Valente Augusto, tuttochè fosse viva
la guerra di lui coi Goti. Le leggi del Codice Teodosiano cel fanno
vedere in Marcianopoli; nè Ammiano accenna di lui impresa alcuna
militare che si creda appartenere a quest'anno. Perchè il Danubio fu
oltre misura grosso, non si potè passare. Temistio sofista[587], cioè
oratore, nella suddetta città recitò un panegirico, tuttavia esistente,
in lode di lui. Giacchè quivi si legge che un principe orientale avendo
abbandonato gli Stati del padre, Stati di molta ampiezza, era venuto a
servire sotto Valente: giustamente si conghiettura che Temistio
disegnasse con tali parole il figliuolo di _Arsace_ re dell'Armenia,
appellato _Para_, il quale in fatti dopo le disavventure di suo padre
ricorse alla protezion di Valente. Parla appunto Ammiano[588] circa
questi tempi degli affari dell'Armenia. Pretendeva Sapore re di Persia
che, in vigore del trattato di pace conchiuso con Gioviano Augusto, non
potessero i Romani, in caso di guerra, prestar aiuto all'Armenia. Però
da lì innanzi, parte colla forza e parte colle insidie, si studiò
d'impadronirsi di quel regno, con ricorrere in fine al tradimento.
Invitato ad un convito Arsace re d'essa Armenia, fece prenderlo,
cavargli gli occhi, e il privò in fine di vita. Ciò fatto, non gli fu
difficile di rendersi padrone d'essa Armenia, con darne il governo a
Cilace ed Artabano, due nazionali di quel paese. Erasi ritirata la
regina _Olimpiade_ con _Para_ suo figliuolo in una fortezza chiamata
Artagerasta, dove fu assediata dai due governatori del regno, co' quali
passando d'intelligenza, un dì ebbe maniera di far tagliare a pezzi i
Persiani ch'erano in quel presidio. Posto Para in libertà, ricorse
allora al patrocinio di Valente Augusto, e per qualche tempo si fermò in
Neocesarea del Ponto, finchè assistito, per ordine segreto d'esso
Valente, da _Terenzio_ conte, ebbe la fortuna (probabilmente nell'anno
seguente) di rientrar nell'Armenia, e di possederla, ma senza titolo di
re, perchè Valente non volle conferirglielo, per non dar occasione a
Sapore di pretendere rotto il suddetto trattato di pace. In tale stato
era intorno a questi tempi l'Armenia. La città di Nicea, per attestato
di Girolamo[589], restò in quest'anno totalmente atterrata da un orrendo
tremuoto.

NOTE:

[580] Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.

[581] Reines., Inscription. Antiq.

[582] Tillemont, Mémoires des Emper.

[583] Ammian., lib. 27, cap. 11.

[584] Gothofr., Chronol. Cod. Theod.

[585] Ammian., lib. 27, cap. 10.

[586] Auson., in Mos.

[587] Themist., Orat. VIII.

[588] Ammian., lib. 27, cap. 12.

[589] Hieronymus, in Chronico.



    Anno di CRISTO CCCLXIX. Indizione XII.

    DAMASO papa 4.
    VALENTINIANO e
    VALENTE imperadori 6.
    GRAZIANO imperadore 3.

_Consoli_

FLAVIO VALENTINIANO, nobilissimo fanciullo, e VITTORE.


Resta ora deciso fra gli eruditi che questo _Valentiniano_ console non
fu già il figliuolo di Valentiniano Augusto, e molto meno _Giulio Felice
Valentiniano_, come pensò il Panvinio[590], ma bensì il figliuolo di
Valente Augusto, soprannominato _Galata_, di età di tre anni, perchè a
lui nato, come vedemmo, nell'anno 366. Per opinione d'alcuni, il secondo
console _Vittore_ lo stesso fu che _Sesto Aurelio Vittore_, di cui
abbiamo una storia romana; ma avendo osservato il Gotofredo[591] e il
padre Pagi[592] che questo console Vittore fu cristiano, ciò ricavandosi
dalle lettere de' santi Basilio e Gregorio Nazianzeno, e da Teodoreto,
cotal qualità non conviene allo storico che si scuopre gentile. Continuò
_Quinto Clodio Ermogeniano Olibrio_ nella prefettura di Roma.
Valentiniano Augusto nell'anno presente, come costa da varie sue leggi,
si trovava in Treveri, Brisacco, ed altri luoghi verso il Reno[593]. Le
sue maggiori applicazioni consisterono in far fabbricare per tutto il
lungo d'esso fiume, cominciando dalle Rezie sino all'Oceano, torri,
castella e fortezze in gran copia, in siti proprii, affinchè servissero
di freno alle nazioni barbare, le quali troppo spesso e troppo
volentieri venivano a far delle scorrerie e a bottinare nel paese
romano. Ma perchè volle azzardarsi ad alzare di là dal Reno una di
queste fortezze nel monte Piri, gli Alamanni pretendendo ciò contrario
ai patti della pace, giacchè non trovavano giustizia, nè volevano
desistere da questa fabbrica i Romani, tutti un dì li misero a fil di
spada, e non ne scappò alcuno, fuorchè _Siagrio_, segretario
dell'imperadore, che ne portò la dolorosa nuova alla corte, e n'ebbe in
ricompensa la perdita dell'uffizio. Ma questi col tempo risalì in posto,
ed arrivò ad essere console, siccome vedremo. Furono in questi tempi le
Gallie afflitte da gran copia d'assassini da strada, che non perdonavano
alla vita delle persone; e fra gli altri fu colto da loro ed ucciso
_Costanziano_, soprintendente alla scuderia imperiale, e fratello di
Giustina Augusta moglie di Valentiniano[594]. Abbiamo poi sotto il
presente anno una lugubre descrizione delle giustizie, anzi delle
crudeltà fatte in Roma da _Massimino_ prefetto dell'annona, con
permissione dell'Augusto Valentiniano, principe pur troppo privo di
clemenza ed inclinato al rigore. Be parlano ancora Suida[595],
Zonara[596] e la Cronica Alessandrina[597]. Si fecero dunque in Roma de'
fieri processi contra di molti nobili dell'uno e dell'altro sesso, per
veri o per pretesi delitti di veleni, di adulterii e di mala
amministrazione, e simili, con essere stati tormentati in tal
congiuntura e condannati a morte varii di que' nobili, e forse
giustamente i più, ma certo con troppo rigorosa giustizia. Pare che
queste terribili inquisizioni continuassero molto tempo dipoi, e che non
sia scorretto il testo di san Girolamo[598], il quale ne parla all'anno
371, perchè anche Ammiano, in favellarne, rammenta _Ampelio_ prefetto di
Roma, il qual veramente in esso anno esercitò quella carica.

In poche parole racconta Ammiano[599] le imprese di Valente, con dire
ch'egli verso la state, passato il Danubio, fece guerra ai Grutingi e
Gotunni, nazione bellicosa fra i Goti. Osò ben Atanarico, il più potente
de' principi di quella nazione, di far fronte ai progressi dell'armi
romane; ma allorchè si venne ad un combattimento, toccò a lui di voltare
le spalle: il perchè non indugiò a spedir deputati per pregar Valente di
dargli la pace. _Vittore_ ed _Arinteo_, generali, l'uno della cavalleria
e l'altro della fanteria, spediti a trattarne, non poterono mai indurre
Atanarico a passare di qua dal Danubio, allegando egli un giuramento
fatto di non toccar mai il terreno de' Romani. Perciò in mezzo a quel
fiume, dove egli venne in nave, fu d'uopo che anche Valente in un'altra
si conducesse per istabilire i patti della concordia[600]. Dopo di che
Valente si restituì a Costantinopoli. Temistio[601] parla di questo
abboccamento vantaggiosamente per la parte dell'imperadore, come dovea
fare un panegirista. Verisimilmente questa pace quella fu che diede
motivo ad esso Augusto di restituire al popolo di Costantinopoli un
combattimento, o sia giuoco pubblico, che già era stato abolito[602]. E
se fosse vero ch'egli rendesse ai pagani la libertà dei sagrifizii, come
lasciò scritto Cedreno[603], avrebbe egli mal riconosciuta l'assistenza
prestatagli da Dio fin quella guerra. Certamente anche Teofane[604]
racconta ch'egli concedette licenza ai gentili di fare i loro sagrifizii
e le feste lor proprie; e quell'_agon_ restituito, ed accennato da san
Girolamo ed Idacio, forse è un indicio di questo.

NOTE:

[590] Panvin., in Fast.

[591] Gothofr., Chronol. Cod. Theodos.

[592] Pagius, Crit. Baron.

[593] Ammian., lib. 28, c. 2.

[594] Ammian., lib. 28, c. 1.

[595] Suidas.

[596] Zonar., in Annal.

[597] Chronicon Alexandrin.

[598] Hieron., in Chron.

[599] Ammian., lib. 27, cap. 5.

[600] Zosim., lib. 4, c. 11.

[601] Themistius, Orat. X.

[602] Idacius, in Chronico.

[603] Cedren., Histor.

[604] Theophan., Chronogr.



    Anno di CRISTO CCCLXX. Indizione XIII.

    DAMASO papa 5.
    VALENTINIANO e
    VALENTE imperadori 7.
    GRAZIANO imperadore 4.

_Consoli_

FLAVIO VALENTINIANO AUGUSTO per la terza volta, e FLAVIO VALENTE AUGUSTO
per la terza.


Per qualche mese ancora dell'anno presente _Olibrio_ sostenne la carica
di prefetto di Roma, come s'ha dalle leggi del Codice Teodosiano[605].
Una d'esse ci rappresenta _Principio_ in quella stessa dignità nel dì 29
d'aprile. Se ne può dubitare, dacchè Ammiano[606], dopo d'aver parlato
dei buoni e cattivi costumi d'Olibrio, immediatamente viene a quelli di
_Ampelio_, come successore di lui in quella carica. Chi poi amasse di
mirare un ritratto della nobiltà e plebe romana di questi tempi, non ha
che da leggere quanto il suddetto Ammiano (con penna più d'un poco
satirica) lasciò scritto, dopo aver favellato dei due sopra nominati
prefetti. Il lusso, l'ignoranza, il fasto, l'effemminatezza, il
dilettarsi di buffoni e adulatori, il darsi al giuoco e ad altri non
pochi vizii, si veggono ivi descritti. Così la dappocaggine ed oziosità
della plebe, l'essere spasimati dietro agli spettacoli, ed altri loro
ridicoli difetti truovansi dipinti in quello storico, senza ch'io mi
creda in obbligo di rapportar qua tutto il suo pungente racconto.
Abbiamo molte leggi di Valentiniano Augusto[607] date nell'anno presente
quasi tutte in Treveri. Con esse spezialmente egli diede buon sesto agli
studii delle lettere di Roma, prescrivendo buoni regolamenti per gli
scolari che da varie parti concorrevano a quelle scuole, e non men per
li medici che per gli avvocati. Famosa è poi una costituzione sua[608]
indirizzata a papa Damaso, in cui proibisce ai cherici e monaci
l'introdursi nelle case delle vedove e pupille, e il poter ricevere da
esse o per donazione, o per testamento, o per legato, o fideicommesso,
stabili o altri beni sotto pretesto di religione, cassando con ciò ogni
contraria disposizione. Non si vietava già con questa legge il donare
alle chiese; ma non so come si fece poi essa valere per escludere
generalmente tutte le persone ecclesiastiche dalle donazioni pie, in
maniera che poi fu d'uopo che Marziano Augusto nel secolo susseguente
abolisse questo divieto, e lasciasse in libertà la pietà de' fedeli per
poter donare ai luoghi sacri. Il cardinal Baronio[609] fu di parere che
lo stesso Damaso papa fosse quegli che procurasse questa legge per
reprimere l'avarizia degli ecclesiastici romani, giunta oramai
all'eccesso: cotanto andavano essi a caccia della roba altrui sotto
titolo di divozione e in profitto proprio. Di questo abuso in più d'un
luogo fa menzione san Girolamo[610], dolendosi non già della legge, ma
bensì che il clero se la fosse meritata, con fare mercatanzia della
religione. E il santo arcivescovo Ambrosio[611] nè pur egli si lamenta
di tal divieto, perchè è più da desiderare che la Chiesa abbondi di
virtù che di roba. Solamente a lui pareva strano l'essere permesso il
donare ai ministri de' templi de' gentili quel che si voleva, e vietato
poi il fare lo stesso per quei della Chiesa.

Dai sassoni corsari furono in questo anno maltrattati i paesi marittimi
delle Gallie, arrivando essi all'improvviso per mare addosso ai popoli
di quelle contrade[612], e bottinando dappertutto. Contra di costoro fu
da Valentiniano spedito _Severo_ generale della fanteria, che li mise in
tal disordine e paura, che dimandarono pace, e di potersene tornar colle
vite in salvo alle lor case. Si conchiuse il trattato; ma nell'andarsene
que' Barbari, Severo fece tendere ad essi un'imboscata, e tagliarli
tutti a pezzi, con pericolo nondimeno che i suoi restassero sconfitti,
senza alcun riguardo ai giuramenti e alla fede pubblica, la quale,
secondo la legge cristiana, dev'essere osservata anche verso gli eretici
e Turchi, e verso qualsivoglia altro nemico. Pensando poi Valentiniano
alle maniere di reprimere la superbia ed insolenza degli Alamanni e del
re loro _Macriano_, che sì spesso portavano il malanno alle frontiere
romane, segretamente mosse i Borgognoni, popoli confinanti alla Lamagna,
e che si vantavano di trarre la loro origine dai Romani, a muovere
l'armi contra d'essi, giacchè con essi aveano spesso liti a cagion de'
confini e delle saline. Vennero costoro sino alle ripe del Reno con un
fioritissimo esercito. San Girolamo[613] scrisse che ascendeva il lor
numero ad ottanta mila persone. Avea loro promesso Valentiniano di
passare anch'egli il Reno, per secondar colle sue forze le loro. Non
mantenne poi la parola, e perciò se ne tornarono essi indietro mal
soddisfatti, dopo aver ucciso tutti i prigioni da lor fatti. Già era
stato creato generale della cavalleria _Teodosio_, che già vedemmo
vittorioso nella Bretagna, e che fu padre di Teodosio Augusto. Si servì
questo valoroso uffiziale di tal congiuntura per dare addosso agli
Alamanni, i quali, per paura d'essi Borgognoni, s'erano sparsi per le
Rezie, cioè pel paese romano. Molti ne uccise, che vollero far testa.
Tutti gli altri ch'egli fece prigioni, per ordine di Valentiniano,
furono mandati in Italia, e sparsi ne' paesi contigui al Po, dove,
assegnate loro delle buone terre da coltivare, divennero poi fedeli
sudditi del romano imperio. A questi pochi fatti aggiunge Ammiano[614]
una lunga descrizione dei mali cagionati da _Romano_ conte nella
provincia della Libia Tripolitana dell'Africa, e cominciati molto prima
dell'anno presente, senza che que' popoli potessero mai ottener
giustizia e riparo dalla corte imperiale: tante cabale seppe adoprar
quel malvagio uffiziale. Nulla di riguardevole operò in quest'anno
Valente Augusto in Oriente; tuttochè egli passasse a Nicomedia con
pensiero di far guerra ai Persiani, ma con ispendere il tempo in soli
preparamenti. Le leggi del Codice Teodosiano attestano che egli fu a
Jerapoli, creduta dal padre Pagi[615] città della Frigia, e, secondo
Zosimo[616], arrivò anche ad Antiochia; ma ciò convien più tosto agli
anni seguenti. Le maggiori sue applicazioni sembra che fossero quelle di
perseguitare i cattolici[617], de' quali ne fece morir non pochi, e di
esaltar la setta ariana. A questo anno riferisce il padre Pagi[618] la
morte di _Eusebio_, vescovo di Cesarea di Cappadocia, celebre per la sua
storia ecclesiastica e per altri libri che restano tuttavia di lui, ma
con aver lasciato agli eruditi una gran disputa intorno alla di lui
credenza, cioè s'egli tenesse coi cattolici o pur cogli ariani.
Successore di lui fu poi in quella chiesa san _Basilio_ il grande, uno
dei più insigni scrittori e pastori della Chiesa cattolica.

NOTE:

[605] Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.

[606] Ammianus, lib. 28, cap. 4.

[607] Gothofred., Chronol. Cod. Theod.

[608] L. 20, de Episc. Cod. Theodos.

[609] Baron., Annal. Ecclesiast. ad hunc annum.

[610] Hieron., Epist. II ad Nepotian.

[611] Ambros., advers. relat. Symmach., et Epist. XII.

[612] Ammianus, lib. 28, cap. 5.

[613] Hieron., in Chronic.

[614] Ammianus, lib. 28, cap. 6.

[615] Pagius, Crit. Baron.

[616] Zosimus, lib. 4, c. 13.

[617] Socrates, Hist., lib. 4, cap. 14 et seq.

[618] Pagius, Crit. Baron. ad hunc annum.



    Anno di CRISTO CCCLXXI. Indizione XIV.

    DAMASO papa 6.
    VALENTINIANO e
    VALENTE imperadori 8.
    GRAZIANO imperadore 5.

_Consoli_

FLAVIO GRAZIANO AUGUSTO per la seconda volta, e SESTO ANICIO PETRONIO
PROBO.


Il secondo console _Probo_ quel medesimo è che di sopra vedemmo il
principal mobile della casa Anicia, riguardevole personaggio per le
tante dignità da lui sostenute, e per le esorbitanti sue ricchezze.
Esercitava egli nello stesso tempo la carica di prefetto del pretorio
dell'Italia, come consta dalle leggi del Codice Teodosiano[619], le
quali ancora ci assicurano che in quest'anno la prefettura di Roma
seguitò ad essere amministrata da _Ampelio_. Sono esse date la maggior
parte in Treveri, ed alcune in Contionaco, forse luogo vicino a quella
stessa città. Alcune delle medesime giusto motivo somministrano al
cardinal Baronio[620] di biasimar questo imperadore, principe più
politico che cattolico. Imperocchè in una d'esse, indirizzata al senato
romano, egli permise le illusioni degli aruspici gentili, e gli altri
esercizii di religione permessi dalle leggi antiche, purchè non vi si
mischiasse la magia. Confermò ancora ai pontefici pagani i lor
privilegii, concedendo ad essi l'onor medesimo che godevano i conti. In
quest'anno ancora Ammiano[621] ci vien raccontando una mano di crudeltà
usate da _Massimino_, inumano suo uffiziale, e dallo stesso Valentiniano
Augusto, le quali ci fan sempre più conoscere che egli, benchè
professasse la religione di Cristo, poco ne doveva studiare i santi
insegnamenti. Ardeva tuttavia questo imperadore di voglia di abbattere
il sopra mentovato _Macriano_ re degli Alamanni,, che gli stava molto
sul cuore. Colla forza delle sue armi non si credeva egli da tanto di
poterlo opprimere. Si rivolse alle insidie. Passò all'improvviso
nell'autunno il Reno con un buon corpo di milizie, sulla speranza
datagli dalle spie, che potrebbe sorprendere il nemico re, senza aver
seco nè tende, nè grosso bagaglio. Seco andarono i due generali _Severo_
e _Teodosio_. Contuttochè ordini rigorosi fossero dati ai soldati di non
saccheggiar nè bruciar case, acciocchè non ne seguisse dello strepito,
egli non fu ubbidito. Le grida delle persone giunsero agli orecchi delle
guardie di Macriano, le quali, sospettando quel che era, postolo
incontanente in una carretta, il sottrassero all'imminente pericolo. Se
ne tornò indietro Valentiano molto malcontento, dopo aver dato il fuoco
ad un tratto del paese nemico. Agli Alamanni appellati Bucinobanti, che
abitavano di là dal Reno in faccia a Magonza, diede appresso per re
_Fraomario_ della lor nazione; ma perchè questi trovò desolato il paese
per la suddetta scorreria de' Romani, amò meglio d'essere inviato nella
Bretagna per tribuno del reggimento de' suoi nazionali che in quella
isola erano al servigio dell'imperio.

Avea Valente Augusto passato il verno a Costantinopoli. Venuta la
primavera, di nuovo si mise in viaggio per andare ad Antiochia, ma senza
che chiaro apparisca ch'egli vi arrivasse in questo anno, per quanto
pretende il padre Pagi[622]. Una legge sua data nel dì 13 luglio cel fa
vedere in Ancira, capitale della Galazia. Socrate[623] e Teofane[624]
suppongono ch'egli veramente nel presente anno pervenisse in Soria, e ad
Antiochia almen verso il fine dell'anno, e quivi poi si fermasse nel
susseguente verno. Zosimo[625] anch'egli scrive che, messosi Valente in
viaggio, lentamente lo continuò per dar sesto di mano in mano ai
pubblici affari e bisogni delle città per dove passava; e che, giunto ad
Antiochia, attese più che mai ai preparamenti per la meditata guerra di
Persia. Non lasciò egli di stabilire nel medesimo tempo dovunque potè il
suo caro arianismo, e di sfogare l'empio suo zelo contro dei difensori
della verità cattolica. Era in questi tempi _Sapore_ re della Persia
parte colla forza e parte colle insidie intento ad occupare affatto il
regno dell'Armenia: del che s'è parlato di sopra. Vedemmo che _Para_,
figlio del già tradito re _Arsace_, era ricorso all'imperador Valente
per aiuto. Ma Valente[626], che non amava d'essere il primo a rompere i
trattati, andava temporeggiando, e solamente ordinò ad _Arinteo_ suo
generale di portarsi ai confini dell'Armenia, per mettere in apprensione
con tale apparenza i Persiani. Cilace ed Artabano erano stati in
addietro le due potenti braccia di Para per guardare gli Stati dalla
violenza persiana. Sapore, che li teneva per traditori della sua corona,
voleva togliere all'Armenia il loro antemurale: con lusinghe ed offerte,
segretamente fatte all'incauto Para, l'indusse a mandargli le loro
teste. Dopo questo crudele sproposito sarebbe perita l'Armenia, se
l'arrivo di Arinteo coll'esercito romano in quelle vicinanze non avesse
trattenuti i Persiani dall'ingoiarla. Spedì Sapore ambasciatori a
Valente, per dolersi di que' movimenti, pretendendo infranta la pace.
Valente sostenne il suo punto, e li rimandò mal soddisfatti. Si mischiò
ancora negli affari dell'Isauria, disputata fra due cugini[627]; e
consentì che quel paese si partisse tra loro: il che accrebbe le
doglianze dei Persiani. Però dall'un canto e dall'altro si accingeva
ognuno a venire ad un'aperta rottura. Circa questi tempi il
Tillemont[628] sospetta che, trovandosi Valente in Cesarea di
Cappadocia, gli fosse rapito dalla morte l'unigenito suo figlio, che già
vedemmo appellato _Valentiniano Juniore_, e soprannominato _Galata_: del
che s'ha memoria nella vita di san Basilio, vescovo chiarissimo di
quella città. Tal morte di lui è certa, ma non già il tempo in cui essa
accadde. Per un gastigo di Dio interpretata fu dai cattolici questa
perdita fatta da Valente, siccome persecutore della vera Chiesa.

NOTE:

[619] Gothofred., in Chronolog. Cod. Theodos.

[620] Baron., Annal. Eccl.

[621] Ammianus, lib. 29, cap. 3.

[622] Pagius, Crit. Baron.

[623] Socr., lib. 4 Hist., cap. 14.

[624] Theoph., in Chronogr.

[625] Zosimus, lib. 4, cap 13.

[626] Ammianus, lib. 27, c. 12.

[627] Themist., Orat. XI.

[628] Tillemont, Mémoires des Empereurs.



    Anno di CRISTO CCCLXXII. Indizione XV.

    DAMASO papa 7.
    VALENTINIANO e
    VALENTE imperadori 9.
    GRAZIANO imperadore 6.

_Consoli_

DOMIZIO MODESTO ed ARINTEO.


Amendue questi consoli erano uffiziali di Valente Augusto in Oriente.
Nelle leggi del Codice Teodosiano[629] si trova tuttavia prefetto di
Roma _Ampelio_ sul principio di marzo dell'anno presente, e sembra che
egli continuasse anche per tutto il maggio. Trovasi poi in una legge,
data in Nassonaco nel dì 22 d'agosto, prefetto d'essa città un _Bapone_.
Non è certa la prefettura romana di costui, siccome personaggio di cui
non resta altra memoria. Pretende il Panvinio che ad Ampelio succedesse
_Claudio_ in quest'anno; ma ciò avvenne più tardi. Nulla abbiamo di
particolare di Valentiniano Augusto intorno a questi tempi, se non che
egli dimorò molto tempo in Treveri e in Nassonaco, che si crede luogo
delle Gallie. All'anno presente riferisce il Gotofredo l'irruzione de'
Quadi e Marcomanni in Italia, accennata da Ammiano[630], scrivendo egli
aver essi assediata Aquileia, e spianato Oderzo. Ma uno dei difetti
della storia d'Ammiano, oltre l'esser venuta a noi con molte lacune, è
quello di non notare per lo più i tempi precisi delle imprese, di modo
che possiam ben essere sicuri dei fatti, ma non già assegnarne con
certezza gli anni; e verisimilmente accadde più tardi il movimento di
quei Barbari contro l'Italia. Forse sul fine del precedente anno era
giunto Valente Augusto ad Antiochia, ed è almen certo che nella
primavera del presente egli dimorava in essa città, e si truova anche in
Seleucia, città poche miglia distante di là. Quali imprese militari egli
facesse, non si può ben discernere. Quando appartenga a quest'anno ciò
che vien riferito da Temistio[631] nel di lui Panegirico, recitato
nell'anno seguente, egli fece un giro per la Mesopotamia con arrivar
sino al Tigri, dando gli ordini opportuni per le fortificazioni dei
luoghi esposti ai Persiani, e conciliandosi l'affetto dei Barbari che
non erano loro suggetti, ed insieme animando gli Armeni a tener forte
contra de' comuni nemici. Non obbliava egli intanto di far guerra ai
vescovi e personaggi cattolici[632], togliendo loro le chiese, e facendo
altri mali descritti nella storia ecclesiastica. Ma neppur egli godè
molta tranquillità, perchè circa questi tempi furono fatte varie
cospirazioni contro la di lui vita, le quali nondimeno rimasero scoperte
e punite. Di una fa menzione Ammiano, con dire che un certo _Sallustio_,
uffiziale delle sue guardie, avea formato il disegno di ucciderlo,
mentr'egli dormiva al fresco in un bosco. Ma Dio sa a qual anno s'abbia
da riferir questo attentato. Abbondano certamente le tenebre nella
storia civile per i tempi presenti, ed è anche imbrogliata la storia
della Chiesa per quel che concerne la cronologia.

NOTE:

[629] Gothofred., Chronol. Cod. Theod.

[630] Ammian., lib. 29, cap. 6.

[631] Themistius, Orat. XI.

[632] Socrates, lib. 4, cap. 17. Theophan., Chronogr.



    Anno di CRISTO CCCLXXIII. Indizione I.

    DAMASO papa 8.
    VALENTINIANO e
    VALENTE imperadori 10.
    GRAZIANO imperadore 7.

_Consoli_

FLAVIO VALENTINIANO AUGUSTO per la quarta volta e FLAVIO VALENTE AUGUSTO
per la quarta.


Non _Claudio_, come scrisse il Panvinio, ma _Caio Ceionio Rufio
Volusiano_, come risulta dalle leggi del Codice Teodosiano[633],
sostenne in quest'anno la prefettura di Roma. L'aveva egli goduta anche
nell'anno 364. Presero nell'anno presente la trabea consolare i due
Augusti, perchè si celebravano i decennali del loro imperio. Abbiamo da
Simmaco[634] che, in occasione di tal festa, il senato romano fece un
considerabil regalo di danaro non solamente a Valentiniano, ma anche a
Valente, tuttochè questi non comandasse a Roma. Parimente ci resta un
panegirico di Temistio sofista[635] in lode di esso Valente, recitato,
secondo tutte le apparenze, non già in Costantinopoli, ma bensì in
Antiochia, dove per questi tempi fece esso Augusto lunga dimora. Per
testimonianza delle leggi spettanti all'anno presente, Valentiniano si
truova in Treveri nel mese di aprile, e nel seguente giugno in Milano,
dove si scorge ch'egli fece dimora almen sino al novembre, senza
apparire alcuna delle azioni sue. A lui nondimeno non mancarono le
applicazioni, perchè forse nel precedente anno s'era formata in Africa
la sollevazion di Fermo, e questa gli dava non poco da pensare. Era
costui[636] figliuolo di Nabal, polente principe fra i Mori, ed avea
molti fratelli. Perchè uno di essi appellato Zamma si era molto
introdotto nella confidenza di _Romano_ conte, governatore di quelle
provincie, Fermo segretamente il fece ammazzare. Caricato per questo da
Romano di varie accuse alla corte di Valentiniano, e vedendo egli in
pessimo stato e pericolo i proprii affari, prese il partito della
disperazione, con ribellarsi, e sollevar varie nazioni di que' Mori,
gente già disgustata per la strabocchevol avarizia degli uffiziali
romani[637]. Preso il titolo di re e il diadema, aspra guerra fece nella
Mauritania e in altre provincie ai Romani, con impadronirsi di varie
città, e rallegrare i seguaci suoi col sacco di quelle contrade. Questo
incendio obbligò Valentiniano Augusto a spedire in Africa un buon corpo
di milizie, alle quali diede per generale _Teodosio_ conte, il più
valoroso e prudente uffiziale di guerra ch'egli avesse in questi tempi.
L'arrivo e la riputazione di Teodosio, sostenuta dalle forze seco
menate, bastò per consigliar Fermo ad implorar il perdono, ma non osò
già di comparir davanti al generale cesareo, se non dappoichè questi
ebbe ripigliate varie città, e date due rotte alle genti di lui. Allora,
dicendo daddovero, spedì alcuni vescovi a trattar di sommessione e
grazia, e con esso loro, acciocchè restassero per ostaggi, varii parenti
suoi. Fu egli dipoi ammesso da Teodosio all'udienza, ottenne il perdono
e la libertà, e restituì i prigioni. Continuò poscia Teodosio il suo
viaggio contra dei ribelli, e s'impadronì della ricca città di Cesarea,
creduta da molti l'Algeri moderno; ma non tardò ad accorgersi dalla mala
fede di Fermo, perchè lo spergiuro tornò all'armi, e diede più che mai
da fare ai Romani. Seguirono perciò varii e dubbiosi combattimenti, ma
per lo più favorevoli a Teodosio, il quale continuò la guerra nell'anno
seguente, e forse anche nell'altro appresso; finchè, vedendosi ormai
Fermo in rischio di cader vivo nelle mani di Teodosio, da sè stesso, con
lo strangolarsi, si liberò dai soprastanti pericoli, e colla sua morte
tornò la tranquillità in quelle provincie. Ammiano diffusamente descrive
tal guerra e i fatti del suddetto generale Teodosio.

In questi tempi (se pur è possibile il registrare agli anni precisi gli
avvenimenti d'allora) Valente Augusto, come poco fa accennai, dimorava
in Soria, e specialmente nella capital d'essa, cioè in Antiochia. Seppe
egli[638] che _Sapore_ re di Persia finalmente era in moto con possente
armata per passare nella Mesopotamia romana, e però contra di lui spedì
_Marciano_ conte e _Vadomario_ già re di una parte dell'Alemagna, con
ordine nondimeno di stare all'erta, e di non cominciar essi le ostilità,
se non forzati, affinchè non a sè, ma ai Persiani si attribuisse la
rottura della pace. Appena conobbe il barbaro re tali essere le forze
romane, che giuoco troppo pericoloso era il venire ad una battaglia
campale, si contentò di consumar la campagna con varie scaramuccie
solamente, ora vantaggiose ed ora infelici, tanto che, giunto l'autunno,
e conchiusa una tregua, amendue le armate si ritirarono ai quartieri del
verno. Scrive Ammiano che Sapore se ne tornò a Ctesifonte, e Valente
imperadore ad Antiochia, dove poi succedette la scena di Teodoro, di cui
parleremo all'anno seguente. Ma non lascio io di dubitare, se al
presente appartenga il detto di sopra, perciocchè abbiamo due leggi del
medesimo Valente[639], date nel dicembre di quest'anno in
Costantinopoli, che non si accordano col racconto di Ammiano, il qual
pure, siccome storico contemporaneo, non dovrebbe in tal circostanza
fallare. Secondo i conti del padre Pagi[640], terminò la sua gloriosa
vita in quest'anno santo _Atanasio_ arcivescovo d'Alessandria, uno de'
più insigni scrittori e campioni della fede cattolica, per cui sofferì
tante traversie, chiamato da Dio a ricevere il premio delle sue virtù e
fatiche. A quest'anno ancora verisimilmente appartiene un'irruzione
fatta dai Goti della Tracia, di cui s'ha un barlume presso Ammiano[641],
e ne parla ancora Teodoreto[642]. Valente, che si trovava impegnato con
tutte le sue armi contra dei Persiani, inviò lettere all'Augusto
Valentiniano, pregandolo di volerlo soccorrere con un corpo delle sue
soldatesche dalla parte dell'Illirico. Se dice il vero Teofane[643], la
risposta di Valentiniano fu di non potere in coscienza aiutare un
fratello che faceva nello stesso tempo guerra a Dio, cioè che
perseguitava i cattolici, esaltando continuamente la fazion degli
ariani. Ma non è molto sicura in questi tempi la cronologia di Teofane,
e forse Valentiniano non si diede mai a conoscere si zelante della vera
religione.

NOTE:

[633] Gothofr., Prosop. Cod. Theodos.

[634] Symmachus, lib. 10, cap. 26.

[635] Themistius, Orat. XI.

[636] Ammian., lib. 29, cap. 5.

[637] Aurelius Victor, in Epitome. Augustinus, contr. Parmen., lib. 1,
cap. 10.

[638] Ammian., lib. 29, cap. 1.

[639] Gothofred., Chronol. Cod. Theod.

[640] Pagius, Crit. Baron. ad ann. 373.

[641] Ammianus, lib. 30, c. 2.

[642] Theodoretus, lib. 4, cap. 31 et seq.

[643] Theophan., in Chronogr.



    Anno di CRISTO CCLXXIV. Indiz. II.

    DAMASO papa 9.
    VALENTINIANO e
    VALENTE imperadori 11.
    GRAZIANO imperadore 8.

_Consoli_

FLAVIO GRAZIANO AUGUSTO per la terza volta ed EQUIZIO.


Il Relando[644], appoggiato ad una delle inscrizioni del Gudio, chiama
il secondo console _Caio Equizio Valente_. Già s'è detto che non si può
far sicuro fondamento sulle memorie antiche del Gudio; e dacchè
osserviamo che l'ordinario stile in nominar i consoli era quello di
notar l'ultimo lor cognome o soprannome; qualora tali fossero stati i
nomi di questo console, pare che non _Equizio_, ma _Valente_ dovesse
comparir la di lui appellazione ne' Fasti. Fu in questo anno prefetto di
Roma _Euprassio_, e dopo lui _Claudio_. Una legge del Codice
Teodosiano[645], data nel dì 5 di febbraio dell'anno presente, ci fa
veder tuttavia Valentiniano Augusto in Milano, dove si dovette fermare
nel verno. Se ne ritornò dipoi, venuta la primavera, nelle Gallie;
s'incontrano alcune sue leggi date in Treveri ne' mesi di maggio e
giugno. Dopo aver lungamente descritto Ammiano[646] le rigorose, anzi
crudeli giustizie fatte in Roma da _Massimino_ vicario di Roma, tali
certo che screditano il regno di Valentiniano Augusto, egli parla di
altre fatte da _Simplicio_, succeduto a lui nel vicariato di quella gran
città, e non men di lui sanguinario. Nobili non pochi dell'uno e
dell'altro sesso, o furono tormentati o esiliati o privati di vita. Se
tutti con ragione, se ne può dubitare. A me non piace di rattristar qui
i lettori con sì funesti ritratti; ma non vo' già tacere che questi, per
così dire, illustri carnefici di Valentiniano, cioè _Massimino
Simplicio_ e _Doriferiano_ dopo la morte di esso Augusto pagarono
anch'essi il fio della lor crudeltà. Volle in quest'anno esso imperadore
tentar di nuovo la fortuna delle sue armi contra degli Alamanni, e,
passato il Reno coll'armata, lasciò che le soldatesche sue si facessero
onore col saccheggiare un buon tratto del paese nemico. Poi si diede a
fabbricare una fortezza in vicinanza di quella che oggidì chiamiamo
Basilea. Quivi stando, ricevette da _Probo_, prefetto del pretorio
dell'Illirico, l'avviso che i Quadi, fatta una fiera scorreria in quelle
parti, davano anche da temere di peggio, ogni qualvolta non fosse
spedito a lui opportunamente soccorso di gente. Il motivo, per cui que'
popoli uscirono ai danni delle terre romane, fu il seguente. Già dicemmo
le premure di Valentiniano, acciocchè a tutte le frontiere verso i
Barbari si fabbricassero delle fortezze[647]. _Equizio_ console di
quest'anno e generale delle milizie nell'Illirico, secondo l'uso dei più
potenti, ne piantò una di là dal Danubio nel paese de' Quadi. Ne fece
doglianza quel popolo, e si fermò il lavoro. N'ebbe avviso _Marcellino_,
già divenuto prefetto del pretorio delle Gallie, uomo sempre portato
all'alterigia e alla crudeltà, ed ottenne da Valentiniano che si
spedisse colà Marcelliano suo figliuolo, con ordine e facoltà di
compiere quel forte. Questo Marcelliano è chiamato Celestio da
Zosimo[648], forse perchè portò anche questo nome. Venuto dunque costui,
ripigliò arditamente quella fabbrica, senza far caso alcuno delle
pretensioni e querele dei Quadi. Per questo il re loro _Gabinio_ si
portò in persona a trovar Marcelliano, e modestamente il pregò di
desistere dal lavoro, con rappresentargli le sue ragioni. Lo accolse
Marcelliano con civiltà, si mostrò inclinato ad esaudirlo, il tenne
anche seco a tavola; ma dopo il convito, mentre egli voleva tornarsene a
casa, il fece assassinare, e torgli la vita: tradimento infame e troppo
indegno del nome romano, le cui conseguenze funeste tardarono poco a
vedersi.

Per tal ingiuria ed enorme prepotenza sommamente irritati i Quadi,
trassero in lega i Sarmati, stomacati tutti dell'iniquo procedere de'
Romani; e, passato il Danubio, vennero a farne vendetta con dare il
sacco e guasto ad un gran tratto dell'Illirico. Poche erano allora nella
Pannonia e nella Mesia le guarnigioni e forze dei Romani, perchè
Valentiniano avea fatto passare in Africa alcune legioni[649] che ivi
prima stanziavano: perciò niun ritegno trovarono al lor furore que'
Barbari. Passò in così pericolosa congiuntura per la Pannonia la
figliuola del fu imperadore Costanzo, che in una medaglia (se pure è
fattura legittima) si vede appellata _Flavia Massima Costanza_[650].
Andava ella verso le Gallie per unirsi in matrimonio con _Graziano
Augusto_ figliuolo di Valentiniano. Poco vi mancò che questa principessa
non fosse colta un dì da que' Barbari in una villa chiamata Pistrense.
_Messala_ governator della provincia ebbe la fortuna di trafugarla e di
ridurla salva in Sirmio. Crebbe poi cotanto la possanza de' Quadi, che
_Probo_ prefetto del pretorio dell'Illirico, trovandosi in essa città di
Sirmio, fu in procinto di abbandonarla. Ma avendo ripigliato il
coraggio, e fatto quel preparamento che potè per difendersi, i Quadi non
la toccarono, intenti, più che ad altro, a perseguitare _Equizio_,
creduto da essi autore della morte di Gabinio loro re. In fatti diedero
una rotta a due legioni romane comandate da lui, e stesero i lor
saccheggi per buona parte della Pannonia. Vollero nello stesso tempo i
Sarmati fare il medesimo giuoco nella Mesia superiore, ma quivi
ritrovarono un forte ostacolo in _Teodosio_ juniore, figlio di quel
Teodosio generale, che già vedemmo inviato in Africa per la ribellione
di Fermo. Con titolo di duca governava allora esso Teodosio juniore
quella provincia, e benchè giovinetto di prima barba, e provveduto di
poche truppe[651], pure parte con astuzie militari e parte con arditi
combattimenti, e con riportarne vittoria, così ben si maneggiò, che que'
Barbari giudicarono meglio di trattar di pace: ottenuta la quale,
scornati se ne ritornarono al loro paese. Portati gli avvisi di questa
guerra dalle lettere di Probo a Valentiniano Augusto, siccome poco fa
accennai, non se ne fidò egli, e spedì colà _Paterniano_ suo segretario
per chiarirsene meglio[652]. Essendo poi questi ritornato con più
cattive nuove, allora Valentiniano tutto impazienza volea cavalcare alla
volta dell'Illirico; ma i suoi ufficiali tanto dissero, con
rappresentargli la stagion troppo avanzata, e il pericolo che _Macriano_
re degli Alamanni, trovando sguernita di truppe la Gallia, potrebbe far
dei malanni, che rimise alla primavera seguente il suo viaggio. Fu
dunque presa la risoluzion di proporre la pace ad esso Macriano, con
invitarlo a comparire alle rive del Reno. Venne egli in fatti pieno di
albagia al vedersi ricercato di accordo, come s'egli avesse da dar la
legge ai Romani. Comparve anche Valentiniano al congresso in barca con
un magnifico seguito; ed in fine si stabilì fra loro la desiderata
concordia. Mantenne poi Macriano fedelmente l'amicizia coi Romani; ma
avendo dopo qualche tempo voluto entrar nel paese dei Franchi, e dargli
disordinatamente il sacco, questa insolenza gli costò ben caro, perchè,
colto in un'imboscata da _Mellobaude_, chiamato re bellicoso di quella
nazione da Ammiano, quivi lasciò la vita. Credesi oggidì che nell'anno
presente accadesse in mirabil forma l'elezione[653] di santo _Ambrosio_
arcivescovo di Milano, alla cui consacrazione consentì volentieri
Valentiniano che si era restituito a Treveri: intorno al qual fatto si
può consultare la storia ecclesiastica.

Ne' primi mesi di quest'anno, ed anche nel maggio, noi troviam tuttavia
Valente Augusto in Antiochia[654], dove stato era durante il verno il
suo soggiorno. Quivi fu scoperta una congiura tramata contra di lui.
Alcuni pagani, e specialmente certi filosofi, dati allora alla magia e
ad altre arti o imposture per iscoprir l'avvenire[655], si avvisarono di
cercar con sacrilega curiosità chi avesse da succedere nell'imperio ad
esso Valente, giacchè tolto gli avea la morte l'unico suo figliuolo.
Zonara[656] descrive la forma del sortilegio fatto da essi, da cui si
raccolsero queste tre lettere TH, E ed O. Cercando coloro a chi potesse
convenir tal predizione, niuno cadde loro in mente più a proposito di un
_Teodoro_, ch'era in questi tempi secondo notaio, o sia segretario di
Valente, giovane di bell'aspetto, letterato prudente, nobilmente nato
nelle Gallie, e soprattutto pagano: il che servì a quei tali di stimolo
a maggiormente crederlo destinato dai falsi dii al trono. Gliene
parlarono, gliel fecero credere; ed egli invanitosi cominciò a tener
delle combriccole per questo co' suoi aderenti; e poi, siccome fu
provato, furono fatti dei tentativi contro la vita di Valente. Ma
scopertosi l'affare, e ricavata la verità del fatto, un seminario fu
questo di terribili processi e condanne, non solamente di chi avea
tenuta mano, ma ancora di molti innocenti, perchè Valente non si sapea
saziare di perseguitare e punire chiunque ancora era sospettato di
attendere alla negromanzia e ai mezzi d'indovinar le cose future.
Teodoro fu strangolato, o pure gli fu mozzato il capo. Degli altri
uccisi abbiamo una lunga lista presso Ammiano e Zosimo, e fra questi si
contarono dei primi uffiziali della corte[657]. Altri furono banditi, e
massimamente _Eusebio_ ed _Ipazio_, già stati consoli nell'anno 359, e
cognati del fu Costanzo Augusto, i quali da lì a poco tempo furono
richiamati con onore. Scaricossi ancora lo sdegno implacabile di Valente
contro de' filosofi gentili d'allora, siccome persone tutte in concetto
di attendere alla magia e principali autori di quella cospirazione. Ebbe
fra gli altri tagliata la testa _Massimo_[658] il più rinomato di tutti,
che tanta figura avea fatto a' tempi di Giuliano Apostata discepolo suo.
_Libanio sofista_[659], benchè anch'egli attaccato alla negromanzia, la
scappò netta, perchè nulla si potè provare contra di lui. Ed allora fu
che si fece una gran perquisizione dei libri che trattavano di magia e
d'incanti, di sortilegii e di strologia giudiciaria: perchè non si può
dire quanto ubbriachi allora fossero i gentili di sì fatte sacrileghe
imposture. Gran copia d'essi fu pubblicamente bruciata nella piazza
d'Antiochia, e questo fu l'unico bene della rigorosa giustizia, o, per
dir meglio, della crudeltà inaudita che Valente esercitò in tal
occasione. Crudeltà, dico, la qual anche più detestabil sarebbe stata,
se fosse vero ciò che scrivono Socrate e Sozomeno, cioè che egli fece
morir molte persone, perchè portavano il nome di _Teodoro_, _Teodosio_,
_Teodulo_, _Teodoto_ e simili; ma se ne può dubitare. Certo è che Dio
preservò il giovine _Teodosio_, da noi veduto duca della Mesia, avendolo
riserbato in vita per farne un'insigne imperadore, siccome a suo tempo
vedremo. Nè già finì in quest'anno la carneficina suddetta, perchè durò
il resto della vita di Valente. Ed ecco quanti mali può produrre (e
n'abbiam veduto tanti altri esempli) la prosunzion degli uomini in voler
indagare l'avvenire, paese riserbato alla cognizione del solo Dio. A
queste tragiche scene un'altra ne aggiunse Valente Augusto. Tutte le
apparenze sono che _Para_ re dell'Armenia, dacchè implorò il patrocinio
di esso imperadore contro de' Persiani, osservasse una fedeltà onorata
verso di lui. _Terenzio_ duca allora, per quanto sembra, difensor
dell'Armenia, con più lettere lo andò screditando presso del medesimo
Augusto[660], rappresentandolo per inumano verso de' suoi sudditi, e
vicino ad accordarsi coi Persiani. Valente perciò il chiamò a Tarso
città della Cilicia, dove, dopo di essersi fermato non poco tempo senza
ottener licenza di passare alla corte, venne scoprendo i mali uffizii
fatti contra di lui, e che si meditava di mettere in Armenia un altro
re. Bastò questo, perchè egli con trecento de' suoi che l'aveano
accompagnato se ne fuggisse, ed ebbe la fortuna di ritirarsi, al
dispetto di chi il seguitò, salvo nei proprii Stati. Non lasciò egli per
questo di star fedele verso i Romani; ma Valente, che non sel potea
persuadere, diede segreta incumbenza a _Traiano_ conte, comandante
dell'armi romane in Armenia, di sbrigarsi di lui in qualche maniera. In
fatti Traiano tanto seppe adescare l'incauto re con finte lusinghe, che
il trasse un di seco a pranzo. Sul più bello del convito entrò un
sicario che gli tolse la vita: assassinio infame commesso contro le
leggi dell'ospitalità venerate dai Barbari stessi, e simile all'altro
che abbiam veduto di sopra, di Gabinio re dei Quadi: tanto era decaduta
la virtù nei petti romani.

NOTE:

[644] Reland., Fast. Consul.

[645] Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.

[646] Ammianus, lib. 28, c. 1.

[647] Ammianus, lib. 29, cap. 6.

[648] Zosimus, lib. 4, cap. 16.

[649] Ammian., lib. 29, cap. 6.

[650] Mediobarbus, Numism. Imperat.

[651] Themist., Orat. XIV. Zosimus, lib. 4, c. 16.

[652] Ammian., lib. 30, c. 3.

[653] Hieronymus, in Chron.

[654] Gothofr., Chronol. Cod. Theodos.

[655] Zosimus, lib. 4, c. 13. Ammianus, lib. 21, cap. 1 et seq.

[656] Zonar., in Annalib.

[657] Liban., in Vita sua. Socrates, lib. 4, cap. 19. Sozomenus, lib. 6,
c. 35.

[658] Eunap., in Vit. Sophist., c. 3.

[659] Liban., in Vita sua.

[660] Ammian., lib. 30, cap. 1.



    Anno di CRISTO CCCLXXV. Indizione III.

    DAMASO papa 10.
    VALENTE imperadore 12.
    GRAZIANO imperadore 9.
    VALENTINIANO juniore imp. 1.

    Dopo il consolato di GRAZIANO AUGUSTO
    per la terza volta e di EQUIZIO.


Con questa formola si trova ne' fasti e nelle storie segnato l'anno
presente, perchè niun fu disegnato per empiere la sedia curule, e vestir
la trabea consolare. San Girolamo[661] attribuisce la cagion di tale
ommissione alla irruzion de' Sarmati nella Pannonia, quasichè le guerre
dell'imperio romano impedissero la creazion de' consoli. Sembra ben più
probabile che non passasse buona intelligenza fra i due fratelli Augusti
nella nomina d'essi consoli, con iscorrere poi l'anno senza dichiararne
alcuno. Probabilmente _Euprassio_ continuò anche in quest'anno nella
prefettura di Roma. La stanza di Valentiniano Augusto per tutto il verno
dell'anno corrente fu in Treveri, dove anche troviamo una sua
legge[662], data nel dì 9 di aprile. Lasciato poscia alla guardia delle
Gallie _Graziano Augusto_ suo figliuolo, egli ne' seguenti mesi eseguì
la risoluzione presa di portarsi nell'Illirico per reprimere l'insolenza
dei Quadi e Sarmati, che tuttavia malmenavano le contrade romane. Oltre
ad un buon esercito, menò seco _Giustina Augusta_ sua moglie e
_Valentiniano juniore_, suo minor figliuolo, da essa a lui partorito, il
quale si crede che fosse allora in età di quattro o cinque anni[663].
Per la strada se gli presentarono i deputati de' Sarmati per trattar di
pace. Valentiniano li rimandò, con dire che giunto egli al Danubio,
allora se ne palerebbe. Arrivato a Carnunto, città che vien creduta il
luogo del moderno Haimburg, trenta miglia in circa di sotto da Vienna
d'Austria, quivi fermata la corte, si applicò alle disposizioni militari
convenevoli per dare la mala pasqua ai Barbari suddetti; ma senza fare
alcuna ricerca dell'assassinio fatto a Gabinio re de' Quadi. Mostrossi
solamente voglioso di abbattere _Probo_ prefetto del pretorio, il quale,
se s'ha da credere ad Ammiano gentile, cioè ad un nemico dei cristiani,
avea commesso di grandi estorsioni ed ingiustizie, per far colar l'oro
nella borsa del principe, e sostener sè stesso in quell'illustre carica.
E certamente fu creduto che se Valentiniano non si fosse affrettato a
morire, non mancava la rovina di Probo. Durante il tempo di tre mesi che
questo imperadore dimorò in Carnunto, egli fece tagliar la testa a
Faustino, nipote di _Giuvenzio_ prefetto del pretorio delle Gallie,
accusato di aver ucciso un asino per far dei sortilegii; ed inoltre
perchè avendogli per burla un certo Negrino dimandato di essere fatto
segretario di corte, ridendo avea risposto: _Fammi imperatore, se vuoi
quest'uffizio._ Per questa burla Faustino, Negrino ed altri perderono la
vita; e di questo passo camminava la giustizia sotto Valentiniano, che
non voleva essere da meno di Valente suo fratello.

Venuto il settembre, spinse egli innanzi _Merobaude_ e _Sebastiano_
conte con diverse brigate di armati addosso a' Quadi[664]; ed egli
stesso in persona col resto dell'armata passò dipoi il Danubio, e fece
dare il sacco e il fuoco ad un buon tratto del nemico paese, essendosi
ritirati alle montagne quei popoli. Senza far altra bravura che questa,
se ne ritornò poi indietro, e dopo essersi fermato in Acinco per qualche
tempo, si rimise in cammino alla volta di Sabaria con animo di svernare
in quella città. Arrivato che fu alla volta di Bregizione, comparvero
colà i deputati dei Quadi per chiedere perdono e pace. Furono ammessi
all'udienza; e perchè si voleano scusare con pretendere fatte da persone
particolari senza assenso del comune le insolenze passate, a
Valentiniano si accese la bile, di maniera che fremendo rimproverò forte
a quella nazione, come ingrata, i benefizii ricevuti dai Romani.
Calmossi dipoi, ma all'improvviso cominciò a vomitar sangue, e il prese
un sudore mortale. Portato a letto, non si trovò se non tardi un
cerusico che gli aprisse la vena; fatto anche il salasso, non ne uscì
neppure una goccia. Sicchè di lì a poche ore terminò il corso di sua
vita[665] nel dì 17 di novembre, in età d'anni cinquantacinque, e dodici
d'imperio. Ammiano fa qui un compendio delle qualità buone e cattive di
questo imperatore[666]. Altri ancora commendarono la di lui gravità, la
castità, la perizia militare, il coraggio, la vigilanza per dar le
cariche a persone degne, e castigar i dilitti, con altre belle doti, per
le quali fu creduto ch'egli avrebbe potuto uguagliar la gloria di
Traiano e di Aureliano, se egli non avesse avuto il contrappeso di varii
difetti. Il principale fu l'eccessivo suo rigore, che passò ad essere
crudeltà, e talvolta involse non meno i rei che gl'innocenti. Ne abbiamo
accennato alcuni esempli, ed Ausonio stesso, in parlando a Graziano
Augusto di lui figlio, confessa che sotto suo padre la corte era tutta
piena di terrore, e in volto de' magistrati si leggeva una continua
inquietudine e tristezza. Questo suo genio sanguinario bastante ben è a
far parere un nulla tutte le altre sue virtù. Padri amorevoli e
clementi, e non implacabili aguzzini o carnefici de' popoli, han da
essere i principi che tendono alla vera gloria, e fan conto del Vangelo.
Vi si aggiunse ancora l'avarizia; perchè sebben sui principii si guardò
dall'aggiungere nuovi aggravii ai suoi sudditi, col tempo poi mutò
registro, e, per attestato di Ammiano[667] e di Zosimo[668], egli si
acquistò l'odio d'ognuno per le eccessive imposte, che faceva anche
esigere con tutto rigore, e si studiava per tutte le vie anche indecenti
di ricavare ed accumulare danaro. Fu osservato che nello spazio di
trenta anni addietro erano cresciute al doppio le gravezze dei sudditi
del romano imperio. Sicchè, ben pesato il tutto, benchè sant'Ambrosio,
Aurelio Vittore, Sozomeno ed altri esaltino la persona e il governo di
Valentiniano, tuttavia nelle bilance di Dio e degli uomini non avrà mai
credito un principe cristiano a cui manchi la clemenza e la carità verso
de' suoi popoli. Fu poi portato il di lui corpo imbalsamato a
Costantinopoli, per essere seppellito appresso gli altri Augusti
cristiani.

Dacchè cessò di vivere questo imperadore, apprension non poca vi fu che
qualche sedizione potesse insorgere nell'armata, e che taluno
macchinasse di occupar il trono cesareo. Però _Merobaude_, uno dei primi
generali, trovata maniera di allontanar _Sebastiano_ conte, tenne
consiglio con gli altri primarii uffiziali, e fu risoluto di proclamare
Augusto _Flavio Valentiniano juniore_, secondogenito del defunto
imperadore[669]. Era troppo lontano _Graziano imperadore_, suo fratello
maggiore, perchè dimorante allora in Treveri, per poter impedire le
novità temute; e sapendo gli uffiziali qual fosse la di lui bontà e
rettitudine, si avvisarono di poter innalzare questo principe, stante il
pericolo presente, senza incorrere nella di lui disgrazia, per aver ciò
osato prima di ricercarne il di lui consenso. E così fu. Certamente
Graziano se l'ebbe a male, e non men di lui Valente suo zio; ma non
tardarono amendue ad approvar questo fatto; Valente, per non poter di
meno, e Graziano per la sua buona indole e virtù, per cui non lasciò
mai, finchè visse, di far conoscere il suo buon cuore verso di esso
fratello. Trovavasi il fanciullo Valentiniano allora, siccome
accennammo, in età di circa cinque anni, lungi dall'armata ben cento
miglia. Furono spediti corrieri a chiamarlo, e venuto che fu ad Acinco
nella Pannonia con Giustina Augusta sua madre, il dichiararono
_Imperadore Augusto_ nel dì 22 di novembre. Zosimo[670] e Vittore[671]
attribuiscono la di lui promozione principalmente a _Merobaude_ e ad
_Equizio_ generali; il primo di essi storici, siccome ancora
Eunapio[672], lasciarono scritto che i due fratelli divisero fra loro
l'Occidente, con aver Graziano ritenuta per sè la Gallia, la Spagna e la
Bretagna, con assegnar al fratello l'Illirico, l'Italia e l'Africa. Ma
questa divisione si tiene piuttosto fatta dopo l'anno di Cristo 379; ed
il Gotofredo[673] osservò che stante l'essere Valentiniano II in età
pupillare, e però incapace di reggere, Graziano Augusto continuò ancora
da qui innanzi il governo di tutto l'Occidente. Abbiamo inoltre dalla
Cronica Alessandrina[674] ch'esso Graziano, dopo la morte del padre,
richiamò alla corte _Severa_ sua madre già esiliata da Valentiniano
seniore, che utilmente si servì dipoi co' suoi consigli. Parimente in
questi tempi, per attestato di Zosimo[675], si fecero sentire degli
orrendi tremuoti, che specialmente danneggiarono l'isola di Creta, la
Morea e tutta la Grecia, a riserva dell'Attica. Per conto di Valente
Augusto, le leggi del Codice Teodosiano[676] ci assicurano essersi egli
trattenuto in Antiochia sino al principio di giugno, e vi si truova
anche nel dì 5 di dicembre. Andarono innanzi indietro[677] varie
ambasciate di esso Augusto e di Sapore re di Persia per intavolar la
pace; ma in fine nulla si conchiuse, e durò tuttavia la guerra aperta
fra loro: laonde ognun di essi seguitò a far preparamenti per farsi
giustizia coll'armi.

NOTE:

[661] Hieronymus, in Chronicon.

[662] Gothofred., Chronolog. Cod. Theodos.

[663] Ammian., lib. 30, cap. 5.

[664] Ammian., lib. 30, c. 5 et seq.

[665] Idacius, in Fastis. Hieronymus, in Chronic. Socrat., lib. 4, cap.
31.

[666] Ammianus. Victor. Ansonius. Symmachus. Zosim. et alii.

[667] Ammianus, lib. 30, cap. 8.

[668] Zosim., lib. 4, c. 3.

[669] Zosimus, lib. 4, c. 19. Ammianus, lib. 30, cap. 10.

[670] Zosimus, lib. 4, cap. 19.

[671] Aurelius Victor, in Epitome.

[672] Eunap., Legat. Tom. I Hist. Byz.

[673] Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.

[674] Chronicon Alexandr.

[675] Zosimus, lib. 4, cap. 18.

[676] Gothofr., Chronol. Cod. Theodos.

[677] Ammianus, lib. 30, cap. 1.



    Anno di CRISTO CCCLXXVI. Indizione IV.

    DAMASO papa 11.
    VALENTE imperadore 13.
    GRAZIANO imperadore 10.
    VALENTINIANO II imperadore 2.

_Consoli_

FLAVIO VALENTE AUGUSTO per la quarta volta e FLAVIO VALENTINIANO juniore
AUGUSTO.


Portò opinione il Panvinio[678] che la prefettura di Roma fosse in
quest'anno esercitata da _Euprassio_, e poi da _Probiano_. Il Codice
teodosiano[679], a cui si dee più fede, ci mostra ornati di quella
dignità _Rufino_, e poi _Gracco_, il qual ultimo, per attestato di san
Girolamo[680], bruciò e rovesciò gran copia d'idoli in Roma stessa, e
professò dipoi la religione cristiana. In età di circa diecisette anni
era _Graziano Augusto_ allorchè l'imperador Valentiniano suo padre
terminò il corso del suo vivere. Giovane ben fatto di corpo, ma più
d'animo, perchè dotato d'un eccellente naturale, come confessano gli
stessi storici pagani[681]. Di buon'ora fu istruito nelle belle lettere,
con aver per maestro un insigne letterato, cioè _Ausonio_, al quale,
anche dopo aver ricevuta la porpora imperiale, professò sempre un
particolar rispetto, e conferì varie cariche, alzandolo sino al
consolato. Parlano gli autori d'allora[682] della moderazione nel cibo e
nella bevanda di questo principe, della sua rigorosa castità,
affabilità, e soprattutto della sua bontà e pietà cristiana, per cui
meritò gli elogii di santo Ambrosio e di Ausonio. Della sua delicatezza
in questo proposito diede egli sui principii una luminosa pruova, col
ricusar l'abito e il titolo di pontefice massimo[683] che gli portarono
i pagani. In somma arrivò a dire Ammiano, tuttochè storico gentile e
poco amico dei cristiani, essersi unite in Graziano tante e sì belle
doti, che avrebbe potuto aspirare alla gloria de' più rinomati Augusti,
se breve non fosse stata la sua vita, e non avesse avuto ai fianchi de'
ministri cattivi, da' quali non potè guardarsi la sua non per anche
matura prudenza, e l'età sua troppo giovanile, per cui, dandosi ai
divertimenti, lasciava lor fare quanto volevano. Una delle sue prime
azioni fu quella di ascoltar le querele universali de' popoli, e
massimamente del senato romano contro i ministri della crudeltà di suo
padre[684]. Erano questi _Massimino_, allora prefetto del pretorio delle
Gallie, _Simplicio_ e _Doriferiano_. Processati costoro, provarono anche
essi, ma colpevoli, il supplizio che a tanti anche innocenti aveano
fatto provare. E perciocchè il senato romano dovette far doglianze per
tanti dell'ordine suo o uccisi o calpestati in maniere indebite da
Valentiniano, in lor favore spedì Graziano un editto, che con gioia fu
letto dal celebre _Simmaco_[685], uno allora de' senatori. Siccome
riportò plauso da ognuno la morte data a quei crudeli ministri, così fu
detestata l'altra di _Teodosio_ conte, governatore allora dell'Africa.
Aveva questo valente uffiziale estinta già in quelle provincie la
ribellion di Fermo[686], restituita la pace a tutto il paese, e
continuava con gran saviezza il suo governo in quelle parti. Ma
gl'invidiosi, gramigna che specialmente alligna in alcune corti, mirando
con gelosia il di lui merito, seppero così ben dipingerlo al giovinetto
incauto Graziano, come persona pericolosa e capace di far delle novità,
che andò in Africa l'ordine di levargli la vita, e questo venne
eseguito. Fu di parere Socrate[687] che, ad istigazion di Valente
Augusto, per cagione del nome di Teodosio da lui odiato, siccome dicemmo
di sopra, a questo bravo generale fossero abbreviati i giorni del
vivere. Valente non comandava nell'Africa, e pare che neppur passasse
grande armonia fra lui e il nipote Graziano, oltre all'osservarsi già
scorsi due anni dopo la di sopra accennata congiura di Teodoro. Comunque
sia, dappoichè il giovane _Teodosio_ suo figlio arrivò ad essere
imperadore, il senato romano onorò con delle statue la memoria di esso
suo padre, il quale, giacchè ricevette il battesimo prima di morire per
ottener la remission dei peccati, è da credere che più gloriosamente
fosse coronato in cielo. La di lui disgrazia intanto si tirò dietro
quella del suddetto Teodosio suo figliuolo, il quale fu obbligato a
dimettere il governo della Mesia, di cui era duca, e a ritirarsi in
Ispagna patria sua. Nulladimeno non andò molto che Graziano, aperti gli
occhi, e pentito, il richiamò per alzarlo all'imperio.

Probabilmente fu in quest'anno che Valente Augusto, seguitando a
dimorare in Antiochia (non si sa per qual motivo), inviò il filosofo
_Temistio_[688] a Graziano suo nipote, abitante allora in Treveri nelle
Gallie. Passò questo pagano filosofo per Roma, dove nel senato stesso
egli pronunciò un'orazione sua, che contien lodi ancora di esso
Graziano, rappresentando la di lui bontà e liberalità, e l'aver egli
come annientati gli esattori crudeli delle imposte. Sappiamo infatti da
Ausonio[689] che questo benigno Augusto avea rimesso ai popoli i debiti
trascorsi, e fatta abbruciare ogni carta dei medesimi con sua singolar
gloria e benedizion della gente. In questi tempi cominciò a farsi
nominare la fiera nazion degli Unni, Tartari abitanti verso la palude
Meotide, oggidì il mar di Zabacca, che tanti guai, siccome vedremo,
recarono di poi alle contrade dell'Europa. Di essi, cioè de' loro
barbari costumi e paesi, parlano a lungo Ammiano[690], Giordano[691] ed
altri antichi scrittori[692]. Costoro, invogliati di miglior abitazione,
mossero prima la guerra agli Alani, abitanti lungo il fiume Tanai, e li
soggiogarono. Poscia rivolsero le armi contra degli Ostrogoti con tal
felicità, che _Ermenirico_ re di essi Goti, e poscia il di lui
successore vi perderono la vita. Il terrore di gente sì inumana, che non
dava quartiere ad alcuno, si sparse per tutti que' paesi, e cagion fu
che quanti Goti poterono salvarsi, non men Visigoti che Ostrogoti,
crederono meglio di abbandonar le loro terre, e di ritirarsi buona parte
di essi verso quelle dell'imperio romano; e non avendo potuto fermarsi
nella Podolia, s'inoltrarono sino alla Moldavia. Di là spedirono
deputati a Valente Augusto, pregandolo di volerli ricevere ne' suoi
Stati, promettendo di servir nelle armate romane, e di vivere da fedeli
suoi sudditi. _Ulfila_, vescovo loro, ch'era, o pur divenne poscia
ariano, come vuol Sozomeno[693], fu il capo dell'ambasceria. Questi
insegnò poi le lettere ai Goti, tradusse in lingua loro le divine
Scritture, e trasse alla religion cristiana quei che fin qui aveano
professata l'idolatria. Gran dibattimento fu nel consiglio di Valente,
se si doveva ammettere o no questa foresteria negli Stati
dell'imperio[694]. Prese l'affermativa, parte perchè si figurò Valente
di superiorizzare colle lor forze i suoi nipoti, e parte perchè parve
gran vantaggio il poter con questi Barbari provveder di reclute le
armate romane; e forse non era male, purchè fossero state ben eseguite
le precauzioni prese per dare loro ricetto. Cioè che si facessero prima
passar di qua dal Danubio i lor figliuoli, i quali si trasportassero in
Asia per servire di ostaggi della fedeltà de' padri; che ognun di essi
Goti prima di passare avesse da consegnar l'armi in mano degli uffiziali
romani. Quest'ultimo ordine fu per disattenzione ed iniquità di essi
uffiziali malamente eseguito. Credesi che ne passassero in questi tempi
circa ducento mila colle lor mogli e figliuoli[695], e questi si
sparsero per la Tracia e lungo il Danubio. Altre nazioni gotiche[696],
le quali restavano di là da quel fiume, veduto sì buon accoglimento
fatto da Valente ai lor nazionali, spedirono anche esse per ottener la
medesima grazia, ma n'ebbero la negativa, perchè troppo pericoloso si
conobbe l'ammetterne di più. Tuttavia questo esempio produsse delle
brutte conseguenze, perchè innumerabili altri Goti da lì a qualche tempo
anch'essi passarono di qua dal Danubio al dispetto de' Romani, e con
esso loro si unirono anche i Taifali, popolo infame per le sue impurità,
di modo che si vide inondata in breve la Tracia colle vicine provincie
da un'immensa folla di Barbari, amici di quattro giorni, e poi nemici
perpetui, e distruggitori del romano imperio. Cominceremo a chiarircene
nell'anno seguente.

NOTE:

[678] Panvin., in Fast.

[679] Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.

[680] Hieron., Epist. 7 ad Laetam. Prudentius, in Symmac.

[681] Ammian., lib. 27. cap. 6. Victor, in Epitome. Themistius, Or. XV.

[682] Rufinus, Hist., lib. 2, cap. 13. Ausonius, in Panegyric.

[683] Zosimus, lib. 4, cap. 36.

[684] Ammianus, lib. 28, cap. 1.

[685] Symmachus, lib. 10, epist. 2.

[686] Orosius, lib. 7, cap. 33.

[687] Socrates, lib. 4 Hist., cap. 15.

[688] Themist., Orat. XIII.

[689] Auson., in Panegyr.

[690] Ammian., lib. 31, cap. 2.

[691] Jordan., de Reb. Get., cap. 37.

[692] Zosimus, lib. 4, cap. 20. Sozomenus, Agathius el alii.

[693] Sozom., lib. 6 Histor., cap. 37.

[694] Eunap., de Legat. Tom. I Histor. Byzant.

[695] Idacius, in Fastis.

[696] Zosim., lib. 4, cap. 20. Orosius. Hieronymus, in Chronic.



    Anno di CRISTO CCCLXXVII. Indizione V.

    DAMASO papa 12.
    VALENTE imperadore 14.
    GRAZIANO imperadore 11.
    VALENTINIANO II imperad. 3.

_Consoli_

FLAVIO GRAZIANO AUGUSTO per la quarta volta e MEROBAUDE.


Per qualche tempo dell'anno presente continuò ad essere prefetto di Roma
_Gracco_[697], ed ebbe poi per successore _Probiano_. Abbiamo veduto di
sopra come una prodigiosa quantità di Goti avea ottenuta per sua stanza
la Tracia e il lungo del Danubio. Necessaria cosa sarebbe anche stata
che si fosse provveduto al loro bisogno di abitazione e di vitto[698].
Mancò tal provvisione per la colpa di _Lupicino_ conte della Tracia e di
_Massimo_ duca di quelle parti, i quali facevano mercatanzia di quella
povera gente, obbligandola a comperar caro i viveri, e a vendersi
schiavi per ottener del pane. Ecco dunque condotti alla disperazione i
Goti[699], i quali, altro ripiego non conoscendo alla fame che di
ricorrere all'armi, cominciarono a poco a poco ad ammutinarsi.
Accortosene Lupicino, ritirò dalle ripe del Danubio le guarnigioni per
costringerli colla forza a passar più oltre nel paese. Arrivò con essi a
Marcianopoli nella Mesia, e quivi invitò seco a pranzo _Fritigerno_ ed
_Alavivo_ capi dei medesimi, ma senza voler che alcun altro de' Goti
entrasse nella città; e perchè alcuni v'entrarono, li fece uccidere. I
Goti, anch'essi infuriati per questo, ammazzarono alquanti soldati
romani. Fritigerno ebbe l'accortezza di salvarsi, col fingere di
portarsi a pacificare i suoi. Si venne per questo alle mani fra i Goti e
i Romani fuori di Marcianopoli, e gli ultimi ebbero una gran rotta. I
Goti allora colle armi dei vinti molto più vennero a farsi forti. In
questo tempo una infinità d'altri Goti, ch'erano di là dal Danubio,
senza aver potuto ottener la licenza di passar nel paese romano, trovate
sguernite le rive del fiume, e però niun ostacolo ai loro passi, se ne
vennero di qua, e andarono poscia ad unirsi con Fritigerno. Altri Goti
che stanziavano in Andrinopoli fecero lo stesso, e con loro eziandio si
unirono assaissimi altri Goti che erano schiavi; sicchè, divenuta
formidabile l'armata de' medesimi, si mise a dare il sacco alla Tracia,
e si vide infine a crescere ogni dì più il loro numero colla giunta di
moltissimi Romani ridotti alla disperazione per la gravezza delle
imposte. Dimorava tuttavia in Antiochia Valente Augusto, e ricevute
queste amare nuove, e premendogli più i serpenti che egli s'era tirati
in seno, che ogni altro affare, spedì _Vittore_ suo generale al re di
Persia _Sapore_, per conchiudere seco la pace. Fu essa in fatti
conchiusa: non ne sappiam le condizioni; si può ben credere che furono
svantaggiose per chi dovette comperarla.

Intanto Valente premurose lettere inviò al nipote Graziano Augusto,
pregandolo di soccorso in così scabrosa congiuntura. Non mancò
Graziano[700] di mettere in viaggio un buon corpo di gente sotto il
comando di _Ricomere_ capitan delle guardie, e di _Frigerido_ duca. Ma
per la strada molti di queste brigate desertando se ne tornarono alle
lor case, e fu creduto per ordine segreto di _Merobaude_ generale di
esso Graziano, per paura che, sprovvedute le Gallie dell'occorrente
milizia, i Germani, passato il Reno facessero qualche irruzione.
Frigerido anch'egli, preso da vera o da falsa malattia, si fermò per
istrada. Il solo Ricomere, colle truppe che gli restavano, arrivò ad
unirsi con _Profuturo_ e _Traiano_, generali spediti da Valente con
alcune legioni nella Tracia per accudire ai bisogni. Tenuto consiglio di
guerra, determinaro questi uffiziali di andar osservando e stringendo i
Goti, per dar loro alla coda, qualora andassero mutando il campo. Ma i
Goti non erano di parere di lasciarsi divorare a poco a poco; e però,
spediti qua e là avvisi ai loro nazionali, che tutti corsero ad
attrupparsi e formarono un'armata prodigiosa, di lunga mano superiore
alla romana, altra risoluzione non vollero prendere, che quella di una
giornata campale. A questa in fatti si venne un dì nel luogo detto ai
Salici fra Tomi e Salmuride nella picciola Tartaria. Durò la fiera
battaglia dal mattino sino alla sera, senza dichiararsi la vittoria per
alcuna delle parti; ma perchè i Romani erano troppo inferiori di numero
ai Barbari, ogni lor perdita fu più sensibile che quella de' nemici. San
Girolamo[701] all'anno seguente, ed Orosio[702], con iscrivere che i
Romani rimasero sconfitti dai Goti, forse vollero indicare questo
sanguinoso fatto d'armi. Non istimarono bene i generali romani di
tentare ulteriormente la fortuna, e giacchè si avvicinava il verno, si
ritirarono a' quartieri in Marcianopoli. Ingrossati poscia i Goti
coll'arrivo di molti Unni ed Alani, corsi anch'essi all'odore della
preda, non si potè più loro impedire che non facessero continue
scorrerie e saccheggi per la Tracia. Osò Farnobio, uno de' lor capi, con
gran seguito di Taifali di tener dietro a Frigerido generale di
Graziano; ma questi camminando con gran circospenzione, allorchè se la
vide bella, verso Berea gli assalì, e gli sconfisse colla morte dello
stesso Farnobio. Non ne restava un di costoro vivo, se non avessero
implorato il perdono, e si fossero renduti prigioneri. Frigerido mandò
poi costoro in Italia a coltivar le terre poste fra Modena, Reggio e
Parma. Con queste calamità ebbe fine l'anno presente.

NOTE:

[697] Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.

[698] Ammianus, lib. 31, cap. 4.

[699] Hieronymus, in Chronic.

[700] Ammian., lib. 31, cap. 7.

[701] Hieron., in Chron.

[702] Orosius, lib. 7, cap. 33.



    Anno di CRISTO CCCLXXVIII. Indiz. VI.

    DAMASO papa 13.
    GRAZIANO imperadore 12.
    VALENTINIANO II imperad. 4.

_Consoli_

FLAVIO VALENTE AUGUSTO per la sesta volta e FLAVIO VALENTINIANO juniore
_Augusto_ per la seconda.


Giacchè niuna memoria ci resta di chi esercitasse nell'anno presente la
prefettura di Roma, sia a noi lecito il conghietturare che in essa
continuasse _Probiano_. Le leggi del Codice teodosiano[703] ci fan
conoscere Graziano Augusto tuttavia dimorante in Treveri nel dì 22
d'aprile di quest'anno. Poco però dovette stare a mettersi in marcia
colle sue milizie per soccorrere Valente Augusto suo zio, addosso al
quale facevano allora da padroni i Goti. Avvisati preventivamente gli
Alamanni cognominati Lenziani[704], abitanti presso le Rezie, da un lor
nazionale, militante nelle guardie di esso Augusto, della spedizion che
si preparava verso l'Illirico, rotta la pace, neppur aspettarono la
divisata partenza delle milizie romane, per far un'irruzione di qua dal
Reno. Ciò fu loro ben facile nel mese di febbraio, per aver trovato il
ponte formato dai ghiacci di quel fiume. Ma furono respinti dalle
guarnigioni poste in que' siti. Avviatesi poi le soldatesche di Graziano
alla volta del Levante, ecco di nuovo con forze di lunga mano maggiori
comparir gli stessi Alamanni di qua dal Reno, e mettersi a saccheggiar
le terre romane con terrore di tutto quel paese. Fece Graziano allora
retrocedere dall'impreso viaggio le sue milizie, ed unitele colle altre
rimaste nelle Gallie, spedì contro dei nemici quell'armata sotto il
comando di _Nannieno_ prudente suo generale, e di _Mellobaude_ re o sia
principe valoroso de' Franchi, il quale non isdegnava di servire allora
nella corte cesarea in grado di capitan delle guardie, nè altro
sospirava che di venire ad un fatto d'armi. Vi si venne infatti,
essendosi affrontati i due nemici eserciti ad Argentaria, creduta oggidì
la città di Colmar nell'Alsazia. Paolo Orosio[705] pretende (e par seco
d'accordo Ammiano) che lo stesso Graziano v'intervenisse in persona,
confidato nella potenza di Gesù Cristo, siccome buon principe cattolico
ch'egli era. Sulle prime i Romani piegarono, sopraffatti
dall'esorbitante numero de' nemici; ma poi, ripigliato coraggio,
talmente menarono le mani, che gli Alamanni andarono in rotta,
restandone trenta mila morti sul campo, se s'ha da credere alla Cronica
di san Girolamo[706], a Cassiodoro[707] suo copiatore e al giovine
Vittore[708]. Ma l'ordinario costume degli storici e de' vincitori si è
di accrescere il pregio delle vittorie. Ammiano solamente scrive essersi
creduto che non più di cinque mila di coloro si salvassero colla fuga, e
che vi restò morto lo stesso _Priario_ re di quella gente. Non bastò a
Graziano questo felice successo; ma, passato all'improvviso il Reno
colla sua armata, entrò nel paese nemico con intenzione di distruggere
un popolo che non sapea mantener la fede, ed inquietava sì sovente il
territorio romano. Altro scampo non trovarono quegli abitanti, che di
ritirarsi ai siti più rapidi e scoscesi delle loro montagne colle
proprie famiglie. Furono anche ivi perseguitati e bloccati, tanto che si
trovarono costretti ad arrendersi ed arrolarsi ne' reggimenti romani,
col non aver più osato que' Barbari durante l'assenza di Graziano di far
alcun altro moto o tentativo. Io so che san Girolamo, a cui tenne dietro
Cassiodoro, mettono questo fatto all'anno precedente, seguitati in ciò
dal Gotofredo[709], e dal Pagi[710]. Ma chi ben riflette a quanto di
tali battaglie e vittorie narra Ammiano, e massimamente al vedere
ch'esse accaddero poco prima che Graziano s'inviasse verso l'Illirico
(il che egli eseguì nell'anno presente) troverà più fondati i conti
dell'Hermant[711] e del Tillemont[712], che ne parlano sotto quest'anno.
Fa qui Ammiano[713], benchè scrittor gentile, un elogio di Graziano con
dire che sembra incredibile la prestezza con cui egli, assistito da Dio,
fece questa impresa, giovine di primo pelo, di indole buona, eloquente,
moderato, bellicoso e clemente; e che avrebbe potuto pareggiar la gloria
dei più rinomati Augusti, se non avesse trascurato, come anche attesta
Vittore[714], il pubblico governo, perdendosi ne' serragli a tirar di
arco alle bestie e che questo era il suo più favorito sollazzo. Continuò
poscia Graziano il suo viaggio coll'esercito alla volta della Pannonia,
per soccorrere Valente, a cui già aveva inviato _Sebastiano_ conte per
comandare la fanteria. Avendo egli tolto a _Frigerido_ il comando
dell'armi dell'Illirico per darlo a _Mauro_ conte, creduto più animoso,
se n'ebbe poscia a pentire, perchè costui in una battaglia coi Goti,
data al passo de' Suchi, n'ebbe la peggio. Arrivò Graziano a Sirmio, e
di là passato sino al luogo appellato _Castra Martis_, spedì _Riomere_
suo generale all'Augusto zio, per avvisarlo del suo arrivo e pregarlo
che lo aspettasse.

Quanto ad esso Valente, stette egli fermo in Antiochia ne' primi mesi
dell'anno corrente, attendendo la primavera per muoversi, ancorchè gli
venissero frequenti corrieri con avviso che i Goti desolavano tutta la
Tracia[715] e scorrevano sino alla Macedonia e Tessaglia, con essere
giunte alcune loro masnade infin sotto Costantinopoli, ed averne
saccheggiati i borghi. Dopo aver egli spedita innanzi la cavalleria de'
Saraceni, che bravamente fece sloggiare i nemici dai contorni di quella
regale città[716], anch'egli arrivò là nel dì 30 di maggio dell'anno
presente[717]. Fu mal veduto dal popolo[718], che alla sua soverchia
tardanza attribuiva i tanti danni e mali inferiti dai Barbari a quella
provincia. Giunsero que' cittadini ne' giuochi del circo con una specie
di ammutinamento a chiedergli delle armi, con esibirsi di andar eglino a
combattere co' nemici. Se l'ebbe forte a male Valente. Levato il comando
della fanteria a _Trajano_ conte cattolico, lo diede al poco fa memorato
conte _Sebastiano_, disponendo tutto la giustizia di Dio per punire il
principe ariano e questo generale manicheo, amendue stati finora fieri
persecutori di chi professava il cattolicismo. Per consiglio appunto di
esso Sebastiano venne Valente dipoi all'infelice battaglia, di cui
ragioneremo fra poco; e ciò contro il parere di _Vittore_ generale
cattolico, e di _Arinteo_ altro suo generale. Poco si fermò Valente in
Costantinopoli, e ne uscì nel dì 11 di giugno, minacciando fiera
vendetta, se poteva ritornare, delle ingiurie che quel popolo gli avea
dette o fatte in questa e in altre occasioni. Nel passare davanti alla
cella di un santo romito, appellato _Isacco_[719], questi il fermò con
predirgli un funesto successo nella guerra contra de' Barbari, dacchè
egli era in disgrazia di Dio, ai cui servi aveva fatta tanta guerra
finora. Valente il fece imprigionare ordinando che fosse ben custodito
sino al suo ritorno. Passò dipoi a Melantiade, luogo distante da
Costantinopoli circa venti miglia, e di là inviò Sebastiano conte con un
corpo scelto di gente a dar la caccia a' Goti. Riuscì infatti a questo
generale di sconfiggere alcune loro brigate, e di torre ad essi un
grandissimo bottino; e, se crediamo a Zosimo[720], il suo parere fu di
risparmiar la battaglia, e di andar pizzicando i Barbari in quella
forma. Non volle ascoltarlo Valente, infatuato della speranza di una
vittoria che non potea mancare alla bravura del poderoso suo esercito, e
con tal idea passò ad Andrinopoli, dove arrivò anche _Ricomere_
coll'ambasciata di Graziano. Era di sentimento il general _Vittore_, che
si aspettasse la unione dell'Augusto nipote: lo desiderava anche
Valente; ma gli adulatori, e fra gli altri lo stesso _Sebastiano_,
mutate già le sue massime, sostennero non doversi permettere che
Graziano entrasse a parte della vittoria. In somma fu risoluta la
battaglia, e, benchè giugnesse una deputazion di Fritigerno, di cui era
capo un prete ariano, per proporre qualche convenzione ed accordo, si
rimandò senza farne caso.

Era il dì 9 d'agosto, giorno in cui Valente credendo di raccogliere una
gloriosa vittoria, da' suoi peccati fu condotto alla perdizione. Avendo
egli lasciato il bagaglio dell'armata presso di Andrinopoli con buona
scorta[721], e mandato il tesoro nella città, sul far del giorno s'inviò
in traccia de' nemici. Dopo otto o pur dodici miglia di cammino, sul
bollente mezzogiorno arrivò l'imperiale armata a scoprire il campo de'
Barbari, cinto all'intorno dal numeroso loro carriaggio; e si diedero i
capitani a formar le schiere. Lo astuto Fritigerno volendo guadagnar
tempo, perchè Alateo e Safrace suoi capitani con un buon corpo di gente,
che si aspettava, non eran giunti peranche, spedì ambasciatori a Valente
per pregarlo di pace. La risposta fu, che se Fritigerno mandasse per
ostaggi dei principali della sua nazione, si darebbe orecchio. Innanzi e
indietro andarono le parole, e intanto l'esercito romano in armi pel
caldo e per la sete languiva. Mandò Fritigerno a dire che in persona
sarebbe egli venuto a trattare, purchè se gli dessero de' buoni ostaggi.
_Ricomere_ spontaneamente si esibì di andarvi, e in fatti era già
incamminato verso il campo nemico, quando _Bacuro_, capitano degli
arcieri, senza aspettar gli ordini de' comandanti, attaccò la mischia; e
poco stettero ad essere alle mani tutte le due armate. Terribile e
sanguinoso fu il conflitto, di cui si legge la descrizione in
Ammiano[722]. A me basterà di dire che o venisse il difetto dal poco
buon ordine de' Romani, come vuol taluno, trovandosi la cavalleria
troppo lontana, o pure dal non aver essa cavalleria fatto il suo dovere
con sostener la fanteria: certo è che l'armata romana restò intieramente
sconfitta con sì fatta perdita, che almeno due terzi di essa vi
perirono; e, dopo la battaglia di Canne, altra simil perdita non avea
mai sofferto l'imperio romano. Fra gli altri primi offiziali che vi
lasciarono la vita, si contarono _Trajano_, _Sebastiano_ conte,
_Valeriano_ contestabile, _Equizio_ mastro del palazzo, e trentacinque
tribuni. Ma ciò che maggiormente rendè memorabile così funesta giornata
fu l'infelice morte del medesimo imperadore Valente, che in due maniere
vien raccontata. Vogliono alcuni[723] che malamente ferito restasse
morto nel campo della battaglia, e che spogliato poi dai Barbari senza
conoscere il corpo suo, e confuso con gli altri, non se ne avesse più
contezza. Gli altri (e questi sono i più) tengono[724] ch'egli ferito
cercò di salvarsi, ma non potendo reggersi a cavallo, e sorpreso anche
dalla notte, si rifugiò in una casa contadinesca, alla quale
sopraggiunti i Barbari attaccarono il fuoco, ed egli con gli altri del
suo seguito restò quivi bruciato. Un solo giovane, che ebbe la sorte di
salvarsi con uscire per una finestra, per quanto portò la fama, questi
fu che raccontò poi questo lagrimevol esempio della vanità delle umane
grandezze; e quella certo di Valente Augusto con un soffio venne meno,
con restar egli privo anche dell'onore della sepoltura. La morte sua,
succeduta nell'anno cinquantesimo della sua età, fu dipoi dai cattolici
riguardata come un giusto castigo della mano di Dio per le persecuzioni
da lui fatte al cattolicismo affin di promuovere l'arianesimo; e gli
stessi pagani, ancorchè non molestati per le loro superstizioni, non che
i cristiani, la tennero per un pagamento da lui meritato per le tante
crudeltà commesse. Ammiano[725], raccontando vari presagi della rovina
di Valente, confessa avere avuto in uso il popolo d'Antiochia di dire:
_Che sia bruciato vivo Valente_. Vien poi il medesimo storico
rammentando tanto il buono che il cattivo di questo imperadore.
Soprattutto fra i suoi pregi conta il non aver egli mai accresciuto le
gabelle e gli aggravii del pubblico, ed essere stato rigoroso esattor
della giustizia; nemico de' ladri e dei giudici che si lasciavano
sovvertir dai doni: liberale e splendido per le fabbriche da lui fatte
in varie città. Altre sue lodi si truovano in una orazion di
Temistio[726]. Ma, voltando carta, Ammiano sembra distruggere quanto ha
detto di buono, con rappresentar Valente insaziabile nel radunar danaro;
solito a deputar giudici onorati per le cause criminali, ma con volerne
poi riserbate le decisioni all'arbitrio suo; selvatico, collerico e
troppo inclinato a spargere il sangue de' sudditi col familiar suo
pretesto di essere offesa o sprezzata la principesca sua maestà. Di più
non ne dico, bastando sapere che non fu punto compianta la morte di lui:
il che suol essere la pietra del paragone del merito o demerito dei
regnanti.

Terminata la sanguinosa battaglia coll'eccidio de' Romani, nel dì
seguente i vittoriosi Goti, ben informati che in Andrinopoli erano
ricoverati i tesori e i principali uffiziali della corte, volarono ad
assediar quella città[727]. Ma, privi affatto di attrezzi militari, e
non pratici della maniera di formar assedii, diedero ben dei feroci
assalti, ma con loro gran perdita furono respinti, in guisa tale, che
scorgendo l'impossibilità di quell'impresa, se ne partirono. Andarono
poscia a mettere il campo in vicinanza della città di Perinto, ma senza
osare di assalir quella città, intenti unicamente al saccheggio di quel
fertile paese, con ammazzare o fare schiavi quanti infelici contadini
cadevano nelle loro mani[728]. Di là facevano varie scorrerie sino a
Costantinopoli; ma dalla cavalleria de' Saraceni, che era alla guardia
di quella città, riportarono varie percosse; e però giudicarono meglio
di spendere altrove il tempo e i passi. Diedersi dunque pel restante di
quest'anno a scorrere e saccheggiare per la Tracia, Mesia e Tartaria
minore senza trovare in luogo alcuno opposizione. Troppo erano
sbigottiti, troppo avviliti i Romani. Ebbe perciò a dire uno dei
principali Goti[729], che si maravigliava molto dell'imprudenza di essi
Romani, perchè non solamente negavano di ceder loro quelle provincie, ma
speravano ancora di vincere, quando poi si lasciavano scannare come
tante pecore; e che quanto a lui era già stanco per non aver fatto altro
che ucciderne. Parimente Eunapio[730] attesta che in quei tempi, siccome
i Goti tremavano all'udire il nome degli Unni, altrettanto facevano i
Romani udendo il nome dei Goti: a tale stato avea la empietà e la
imprudenza di Valente e dei suoi cattivi ministri ridotto il romano
imperio in quelle parti. Nè già si fermò nella Tracia e nei vicini paesi
la rabbia ed avidità di quei Barbari; passò nell'Illirico stendendo
coloro i saccheggi sino ai confini dell'Italia. Di questa favorevol
congiuntura si prevalsero anche gli Alani i Quadi e Sarmati per venire
di qua dal Danubio, e devastar quanto paese poterono: il flagello di
tanti Barbari durò poi più anni coll'esterminio delle misere provincie
romane. S. Girolamo[731] circa l'anno di Cristo 396 fece un lagrimevol
ritratto di tante disavventure, con dire che correano già venti anni,
dacchè i Goti, Sarmati, Quadi, Alani, Unni, Vandali e Marcomanni
continuavano a saccheggiare e guastare la Scizia romana, la Tracia, la
Macedonia, la Dardania, la Dacia, la Tessalia, l'Acaia, i due Epiri, la
Dalmazia, e le due Pannonie. Si vedevano uccisi o condotti in ischiavitù
fino i vescovi, non che gli altri del popolo; svergognate le nobili
matrone e le sacre vergini, uccisi i preti e gli altri ministri dei
santi altari; smantellate o divenute stalle di cavalli le chiese, e
conculcate le sacre reliquie. In una parola, tutto era pieno di gemiti e
grida, ed altro dappertutto non si vedeva se non un orrido aspetto di
morte, andando in rovina l'imperio romano, ancorchè neppure per tante
percosse della mano di Dio la superbia degli uomini si potesse piegare.
Altrove attesta il medesimo santo[732], che l'Illirico composto di varie
provincie, la Tracia e la Dalmazia sua patria, erano restate paesi
incolti, senza abitatori, senza bestie, e divenuti boschi e spinai.
Altrettanto va deplorando i mali di allora s. Gregorio Nazianzeno[733].
Era in pericolo di partecipar di somiglianti sciagure anche l'Asia[734],
dove si trovava dianzi gran copia di Goti, i quali, all'udire i
fortunati avvenimenti dei lor nazionali in Europa, già cominciavano a
macchinar sedizioni nelle città d'Oriente. Ma, accortosene _Giulio_
generale dell'armi in quelle parti, seppe così accortamente dar gli
ordini opportuni a diverse di quelle città, che un determinato giorno li
fece tutti tagliare a pezzi. Con questo racconto termina Ammiano
Marcellino la sua storia, siccome ancora s. Girolamo la sua cronica,
continuata dipoi da Prospero Aquitano.

Scappato per sua buona ventura dall'infausta battaglia di Andrinopoli
_Vittore_ generale di Valente, con quella poca cavalleria che restò
illesa, traversò la Macedonia, ed arrivò a trovar Graziano Augusto, il
quale, udite le triste nuove della suddetta battaglia e della morte
dell'Augusto suo zio, se n'era tornato a Sirmio. Perchè ci abbandona qui
Ammiano, cominciamo a penuriar di notizie, e niun preciso lume abbiamo
di quello che operasse di poi esso Augusto. V'ha chi pretende[735]
ch'egli tosto passasse a Costantinopoli, per prendere il possesso degli
stati che in Oriente godeva l'estinto Valente; ma di ciò niun vestigio
s'incontra altrove, e noi il troveremo anche nel gennaio del seguente
anno in Sirmio[736]. Quel che è certo, giacchè Valente non lasciò dopo
di sè alcun figlio maschio, ma solamente due figliuole, appellate
_Carosa_ ed _Anastasia_, Graziano pacificamente venne riconosciuto per
lor sovrano dalle provincie orientali, e massimamente dal popolo di
Costantinopoli. Ma ritrovando egli sì sconvolti gli affari della Tracia
e dell'Illirico a cagion del diluvio di tanti Barbari, e Barbari
insuperbiti per la riportata gran vittoria, allora fu che richiamò alla
corte _Teodosio il giovane_, il quale, dopo la morte indebitamente data
a Teodosio suo padre governatore dell'Africa, si era ritirato ad una
vita privata ed occulta nella Spagna sua patria. Conosceva Graziano il
valore, la prudenza e le altre virtù di questo uffiziale, e che potea
promettersi un buon servigio da lui in sì scabrose contingenze, e però
venuto ch'egli fu, gli diede il comando di una parte della sua armata.
Se si ha da credere a Teodoreto[737] non perdè punto di tempo il
generale Teodosio a marciare contra dei Barbari, cioè, per quanto pare,
dei Sarmati, e diede loro una considerabile rotta, obbligando quei che
sopravanzarono al filo delle spade[738] a salvarsi di là dal Danubio. Ne
portò egli la nuova a Graziano, il quale a tutta prima durò fatica a
crederla, finchè gli fu confermata da più persone la verità di quel
fatto. Gran merito si fece presso di lui Teodosio con questa prima
azione.

NOTE:

[703] Gothofred., in Chronolog. Cod. Theodos.

[704] Ammian., lib. 31, cap. 10.

[705] Orosius, lib. 7, cap. 33.

[706] Hieronymus, in Chronic.

[707] Cassiodorus, in Fast.

[708] Aurelius Vict., in Epitome.

[709] Gothofred., in Chronolog. Cod. Theod.

[710] Pagius, Crit. Baron.

[711] Hermant, Vie de Saint Basil.

[712] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

[713] Ammian., lib. 31, cap. 10.

[714] Aurelius Victor, in Epit.

[715] Zosimus, lib. 4, cap. 21.

[716] Eunap., de Legat.

[717] Idacius, in Fastis.

[718] Socrat., lib. 4, cap. 31.

[719] Sozom., lib. 4. cap. 40. Theodoret., lib. 4, c. 41. Theophan.,
Chronogr. Zonar., in Annalib.

[720] Zosimus, lib. 4, cap. 23.

[721] Idacius, in Fastis. Socrates, lib. 4, cap. 28. Ammianus, lib. 31,
cap. 12.

[722] Ammian., lib. 31, cap. 13. Socrates, lib. 4, cap. 36. Sozom., lib.
6, cap. 40. Liban., in Vita sua.

[723] Hieron., in Chron. Victor, in Epit. Ammian., l. 31, c. 14.

[724] Rufinus, Zosimus, Orosius, Socrates, Sozomen. et alii.

[725] Ammian., lib. 31, cap. 1.

[726] Themist., Or. XI.

[727] Ammian., lib. 3, cap. 15. Socrat., l. 4, cap. 1.

[728] Idacius, in Fastis.

[729] Chrysost., ad Viduam.

[730] Eunap., de Legat.

[731] Hieron., in Epitaph. Nepotian., ad Heliod.

[732] Idem, in Sophon., cap. 1.

[733] Gregorius Nazianzen., Orat. XIV.

[734] Ammianus, lib. 31, cap. 16. Zosimus, l. 4, c. 26.

[735] Pagius, Crit. Baron.

[736] Gothofr.

[737] Theodor., lib. 5, cap. 5.

[738] Pacatus, in Panegyr.



    Anno di CRISTO CCCLXXIX. Indizione VII.

    DAMASO papa 14.
    GRAZIANO imperadore 13
    VALENTINIANO II imperad. 5.
    TEODOSIO imperadore 1.

_Consoli_

DECIMO MAGNO AUSONIO e QUINTO CLODIO ERMOGENIANO OLIBRIO.


_Ausonio_, primo di questi due consoli, celebre scrittore dei presenti
tempi, quel medesimo è che, nato nelle Gallie in Bordeaux di mediocre
famiglia, avea avuto l'onore di essere maestro di Graziano Augusto. La
gratitudine di questo principe, arrivato che fu al governo degli stati,
non si restrinse solamente a farlo prefetto del pretorio delle Gallie;
il volle anche rimunerare colla più cospicua dignità dell'imperio,
creandolo console nell'anno presente. Si disputa tuttavia, se egli fosse
cristiano o pagano[739]. Alcuni suoi versi (se pure sono tutti di lui)
cel rappresentano professore della fede di Cristo; il complesso
nondimeno di tanti altri suoi versi pieni di paganesimo, e di sordide
impurità, porge sospetto giusto ch'egli fosse un gentile. Certamente
s'egli fu cristiano, dovette esser tale più di nome che di fatti: tanto
que' suoi poemi svergognano la professione di sì santa religione.
L'altro console, cioè _Olibrio_, quello stesso è che abbiam veduto in
addietro prefetto di Roma. Nell'anno presente, se non son fallati i
testi del Codice Teodosiano[740], essa prefettura fu appoggiata ad
_Ipazio_. Passò l'Augusto Graziano il verno in Sirmio, e quivi
riflettendo al miserabil sistema dei tempi correnti per la inondazione
di tante nazioni barbariche nell'Illirico e nella Tracia, con essere
nello stesso tempo minacciate anche le Gallie dagli Svevi ed Alamanni;
conoscendo inoltre che non era possibile a lui solo il sostenere in tali
circostanze il peso dell'occidentale e insieme dell'orientale imperio,
trovandosi il fratello Valentiniano in età puerile, e che bisogno ci era
di un braccio forte per rimediare ai presenti disordini e ai maggiori
pericoli dell'avvenire, determinò di scegliere un collega
nell'imperio[741]. Si fermarono i suoi sguardi e riflessi (giacchè
trovar non dovette alcuno dei suoi parenti atto a sì gran soma) sopra
_Teodosio il giovane_, da lui poco fa alzato al grado di generale,
personaggio che negli anni addietro, ed ultimamente ancora, si era
segnalato in varie imprese militari. Però chiamatolo a Sirmio nel dì 19
(Socrate scrive nel dì 16) di gennaio dell'anno presente, ancorchè
trovasse in lui della ripugnanza non finta, il dichiarò _imperadore
Augusto_[742], con approvazione e plauso di chiunque non penuriava di
giudizio. Era Teodosio nato in Ispagna in Cauca città della Galizia, e
non già in Italica patria di Traiano, come scrisse Marcellino conte; e
quantunque non manchino scrittori che il fanno discendente da esso
Traiano[743], pure gran pericolo vi ha che figlia dell'adulazione fosse
la voce di una tal parentela. Certo è bensì che nei pregi egli somigliò
non poco a quel rinomato Augusto, e non già ne' vizii. Ebbe per padre,
siccome dicemmo, quel _Teodosio_ conte, valoroso generale, che per
ordine dello sconsigliato Graziano Augusto fu ucciso in Africa. _Onorio_
vien malamente appellato suo padre da Vittore[744], il quale dà il nome
di _Termanzia_ alla di lui madre. Intorno a vari suoi fratelli e parenti
hanno disputato gli eruditi[745], ma io non vo' fermare i lettori in sì
spinose ricerche. Credesi che Teodosio, allorchè fu alzato al trono, si
trovasse nel più bel fiore della sua età, cioè di circa trentatrè anni.
Aveva per moglie _Elia Flacilla_, nominata per lo più dagli scrittori
greci[746] _Placilla_, ed anche _Placidia_, da alcuni creduta figliuola
di quell'Antonio che vedremo console nell'anno 382. Delle rare qualità e
virtù di questo novello Augusto, per le quali si meritò il nome di
_grande_, ragioneremo altrove. Per ora basterà il dire ch'egli aveva
ereditato dai suoi maggiori l'amore della religion cristiana, tuttochè
per anche non avesse ricevuto il sacro battesimo, secondo l'uso od abuso
di molti d'allora; ma che poco tarderemo a vederlo entrato pienamente
nella greggia di Cristo, con divenir poi da lì innanzi il più luminoso
de' suoi pregi la pietà e l'amor della vera religione.

Fu dunque di nuovo partito il romano imperio. _Graziano_ ritenne per sè
l'Italia, l'Africa, la Spagna, la Gallia e la Bretagna. Vuol Zosimo[747]
che esso Graziano assegnasse a _Valentiniano II_ suo fratello minore le
due prime provincie coll'Illirico, e taluno pensa ciò fatto nell'anno
presente; ma Graziano, attesa la tenera età di esso Valentiniano, almen
come tutore, continuò anche da lì innanzi a comandare in tutte le
suddette provincie di sua porzione. A _Teodosio_ toccò Costantinopoli
colla Tracia, e tutte le Provincie dell'Oriente colle quali solea andar
unito l'Egitto: Sozomeno[748] vi aggiugne anche l'Illirico: per la qual
asserzione gli vien data una mentita dal Gotofredo[749], perchè di ciò
non parlano gli altri storici; e molto più perchè ci son pruove che
Valentiniano iuniore signoreggiò in esso Illirico. Ma il padre Pagi[750]
e il Tillemont[751] eruditamente ha dimostrato che l'Illirico fu in
questi tempi diviso in occidentale ed orientale. Nel primo si contavano
le due Pannonie, i due Norici e la Dalmazia. Nell'altro la Dacia, la
Macedonia, i due Epiri, la Tessalia, l'Acaia e l'isola di Creta. Restò
in potere di Graziano l'occidentale, e l'altro pervenne a Teodosio. Dopo
avere in questa guisa regolati i pubblici affari, Graziano si mise in
viaggio per ritornar nelle Gallie. Le leggi[752] del Codice Teodosiano
cel fanno vedere in Aquileia sul principio di luglio, sul fine in
Milano. Professava questo principe una particolar amicizia e confidenza
con sant'_Ambrosio_ arcivescovo dell'ultima città suddetta; e per le
istanze di lui questo insigne pastore scrisse i suoi libri della Fede.
All'incontro per le premure di sant'Ambrosio si può ben credere che esso
Augusto pubblicasse in Milano nel dì 3 di agosto una legge[753]
riguardante gli eretici. Aveva egli nell'anno precedente, mentre
dimorava in Sirmio, con suo editto permessa la libertà a tutte le sette
degli eretici[754] a riserva degli Eunomiani, Manichei e Fotiniani,
accomodandosi alla necessità de' tempi e per guadagnarsi gli animi degli
Orientali, gente avvezza alle novità e alle eresie. Ora colla legge
suddetta emanata in Milano egli proibì a tutti gli eretici di predicare
i lor falsi dogmi, e di tener delle assemblee, e di ribattezzare: il che
massimamente si usava dai Donatisti. Se non prima, certamente dimorando
Graziano in Milano, gli dovettero giugnere avvisi che gli Svevi e gli
Alamanni faceano de' fieri movimenti, e già erano passati di qua dal
Reno ai danni delle Gallie. Prese egli dunque il cammino frettolosamente
per la Rezia alla volta di Treveri[755], dove una sua legge cel
rappresenta già arrivato nel dì 14 di settembre. Abbiamo ben da
Sozomeno[756] che l'armi sue ripulsarono i Barbari della Germania,
giunto ch'egli fu colà; ma non parlandone Ausonio nel suo panegirico, si
può giustamente dubitar di tali imprese. Non può già restar dubbio
intorno al tempo in cui esso Ausonio recitò il suo panegirico in
rendimento di grazie a questo Augusto pel consolato suo, essendo ciò
avvenuto dappoichè lo stesso Graziano si fu restituito a Treveri, e però
non nel principio dell'anno presente, ma almen dopo l'agosto, e più
probabilmente verso il fin di quest'anno. Nè si dee tralasciare che san
Prospero, nella sua cronica[757] intorno a questi tempi comincia a farci
udire il nome de' popoli _longobardi_, conosciuti nondimeno fino ai suoi
tempi da Cornelio Tacito; e questi son quegli stessi che due secoli dopo
vennero a recar tanti affanni all'Italia. Scrive egli che questa nazione
uscita dalle estremità dell'Oceano o della Scandinavia, cercando miglior
nido, sotto la condotta di Ibor e Aione lor capi, vennero verso la
Germania, e mossa guerra ai Vandali, li vinsero, piantandosi, come si
può credere, nel loro paese.

Restò l'Augusto Teodosio, dopo la partenza di Graziano, nell'Illirico,
attorniato bensì dagli splendori dell'eccelsa novella sua dignità, ma
insieme in una immensa confusione di cose. Piene tutte le contrade
dell'Illirico e della Tracia di Barbari[758] orgogliosi, che in niun
luogo trovavano resistenza; i popoli o trucidati, o avviliti dal
terrore, o fatti schiavi; egli senza armata valevole a far fronte, e
que' pochi combattenti romani che vi restavano chiusi nelle città e
castella, senza osar di muovere un passo contra di quella gente fiera e
vincitrice. Contuttociò Teodosio animosamente si applicò alla cura di
tante piaghe, dichiarando suoi generali _Ricomere_ e _Majorano_ che con
fedeltà e bravura secondarono le sue disposizioni. Venuto a Tessalonica
ossia a Salonichi, nel giugno di quest'anno quivi ricevette gli omaggi
di molte città che gli spedirono i lor deputati. _Temistio_ sofista[759]
specialmente fu uno degl'inviati dal senato e popolo di Costantinopoli,
che non dimenticò di procurar privilegi e vantaggi per i senatori di
quella regal città. Attese Teodosio in Tessalonica ad unir quanta gente
potè atta alle armi, prendendo coloro ancora che lavoravano alle
miniere, come avvezzi ad una vita dura e faticosa. Tutti gli addestrò in
breve all'arte e disciplina militare, e restituì il coraggio a chi lo
avea perduto. Poscia allorchè si vide assai forte, uscì in campagna, e
cominciò a dar la caccia alle nazioni barbare. Prosperose furono in più
incontri le armi di lui. Idacio[760] e Prospero[761] scrivono aver egli
riportate molte vittorie de' Goti, Alani ed Unni, e che nel dì 17 di
novembre le liete nuove ne furono portate a Costantinopoli[762]. Non ci
resta scrittore che più precisa memoria di que' fatti ci somministri,
fuorchè Zosimo[763], il quale parla di un solo di essi, molto
vantaggioso ai Romani. _Modare_, nato di regal sangue in Tartaria,
essendo passato al servigio de' Romani, tal credito si era acquistato
colle sue azioni guerriere, che pervenne al grado di generale. Essendo
egli andato un dì colle truppe di suo comando a portarsi sopra una
collina, fu avvertito dalle spie che un grossissimo corpo di Barbari era
venuto ad accamparsi al piede di quella collina, e che tutti stavano a
tavola in gozzoviglia, tracannando i vini rubati. Li lasciò egli ben
bene aborracchiare e prendere sonno; ed allora coi suoi quietamente
calò, e diede loro addosso. Tutti a man salva gli uccise, e dipoi prese
le donne e i fanciulli con quattromila carrette, sulle quali in vece di
letto posavano ed erano condotte in volta le loro famiglie. Dalle
lettere di san Gregorio Nazianzeno[764] par che si possa ricavare che il
suddetto general Modare fosse cristiano e cattolico. Tra questi
fortunati combattimenti, e l'aver Teodosio tratte alcune altre brigate
di que' Barbari a chieder pace e a dargli ostaggi[765], o pure ad
arrolarsi nell'esercito suo (che di questo ripiego si servì egli ancora
per maggiormente sminuire il numero de' nemici) cangiarono faccia gli
affari, e non passò il presente anno, che la Tracia respirò, e si vide
tutta o quasi tutta libera dal peso di que' crudi masnadieri.

NOTE:

[739] Scalig. Cave, Tillemont et alii.

[740] Gothofr., Chronol. Cod. Theodos.

[741] Themistius, Orat. XIV.

[742] Pacatus, in Panegyr. Idacius, in Chronic. Zos. lib. 4, cap. 24.
Chronicon Alexandrin. Prosper., in Chronic.

[743] Socrates, Hist. Eccl. Victor, in Epitome. Claudian. et alii.

[744] Victor, in Epitome.

[745] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

[746] Du-Cange, Hist. Byzant.

[747] Zosimus, lib. 4, cap. 19.

[748] Sozom., Histor. Eccl., lib. 7, cap. 14.

[749] Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.

[750] Pagius, Crit. Baron. ad ann. 380.

[751] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

[752] Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.

[753] L. 5, de Haeret. Cod. Theodos.

[754] Suidas, verbo _Gratianus_. Socrates, l. 5, cap. 2 et 4. Sozomenus,
lib. 7, cap. 1.

[755] Auson., in Panegyr.

[756] Sozom., ib., cap. 4.

[757] Prosper, in Chron.

[758] Themist., Orat. XVI. Zosim., lib. 4, cap. 25.

[759] Idem, Orat XIV.

[760] Idacius, in Fastis.

[761] Prosper, in Chronic.

[762] Sozom., lib. 4, cap. 25.

[763] Zosim., ibid.

[764] Gregor. Nazianz., Epist. CXXXV et seq.

[765] Sozom., lib. 7, cap. 4.



    Anno di CRISTO CCCLXXX. Indizione VIII.

    DAMASO papa 15.
    GRAZIANO imperadore 14.
    VALENTINIANO II, imperad. 6.
    TEODOSIO imperadore 2.

_Consoli_

FLAVIO GRAZIANO AUGUSTO per la quinta volta, e FLAVIO TEODOSIO AUGUSTO.


Le leggi del Codice Teodosiano[766] ci danno prefetto di Roma nell'anno
presente _Paolino_. Che questi non fosse quel Paolino, il quale fu poi
vescovo santo di Nola, come si diede a credere il cardinal Baronio,
forse sufficientemente l'ho io provato altrove[767]. Passò Graziano
Augusto il verno di quest'anno in Treveri, e dopo il dì 13 di febbraio
sen venne in Italia, trovandosi egli in Aquileia nel dì 14 di marzo, e
in Milano nel dì 24 e 27 d'aprile. Il motivo di questo viaggio abbiamo
ragion di credere che fosse la malattia mortale, da cui fu sorpreso
Teodosio Augusto, mentre soggiornava in Tessalonica nei primi mesi
dell'anno presente, secondochè si ricava da Sozomeno[768], a cui in
questo proposito pare dovuta più fede che a Socrate[769], il quale cel
rappresenta caduto infermo negli ultimi mesi. Benchè questo buon
principe col cuore e colle opere si fosse mostrato fin qui cristiano,
pure non avea per anche preso il sacro battesimo. Il pericolo che gli
sovrastò per quel malore, servì a lui di stimolo per non differir
maggiormente di chiedere, e con ansietà, il lavacro della regenerazione,
affin di ottenere il perdono de' suoi peccati. Per buona fortuna di lui
e della Chiesa cattolica si trovò vescovo di Tessalonica in questi tempi
sant'_Ascolio_ ossia _Acolio_, prelato di eminenti virtù. Anche per
gl'interessi temporali grande obbligo a lui professava la sua città;
imperciocchè, per attestato di sant'Ambrosio[770], nel tempo che tutto
l'Illirico era inondato e desolato dai Barbari, egli non solamente
preservò Tessalonica dai loro insulti, ma li cacciò ancora dalla
Macedonia, non già colla forza delle armi, ma unicamente colle sue
preghiere a Dio, da cui inviata la peste nel barbarico esercito, obbligò
quella fiera gente a fuggirsene e a liberar il paese. Chiamato da
Teodosio il santo vescovo, volle prima esso Augusto saper da lui qual
fede egli professasse, e qual fosse la vera in mezzo a tante sette che
tutte professavano la legge di Gesù Cristo. Il buon prelato gli disse di
seguitar la dottrina insegnata dagli Apostoli, professata dalla Chiesa
romana, capo di tutte, e stabilita nel concilio di Nicea, con asserirgli
inoltre che tutte le provincie dell'Illirico, anzi dell'intero
Occidente, non altra fede tenevano che questa appellata la cattolica; al
contrario delle province orientali divise in più sette. Allora il saggio
Augusto protestò con allegria di voler dare il suo nome alla Chiesa
cattolica; e però secondo i riti e la dottrina della medesima Chiesa
ricevette il sacro battesimo, nè tardò a farlo conoscere all'imperio
romano. Cioè, come si può conghietturare, ad istanza d'esso sant'Acolio,
pubblicò in Tessalonica nel dì 28 di febbraio una celebre legge[771],
con cui ordinò che tutti i popoli a lui ubbidienti dovessero seguitar la
fede che la Chiesa romana avea ricevuto da san Pietro, ed era insegnata
allora da papa _Damaso_ e da _Pietro_ vescovo d'Alessandria, con
intimare l'infamia ed altre pene a chi la rigettasse, e con proibir le
conventicole di qualsivoglia setta ereticale. Questo nobil editto
riguardante nondimeno i soli eretici, e non già i pagani, seguitato poi
da altre azioni di questo glorioso e piissimo Augusto, e dalla
benedizione di Dio, produsse col tempo mirabili frutti per la pura
religione di Cristo, siccome consta dalla storia ecclesiastica.

Ora le nuove della pericolosa malattia di esso Teodosio, la quale
probabilmente fu lunga, fecero muovere dalle Gallie l'Augusto Graziano,
temendo egli, che se in congiunture di tanto scompiglio fosse mancato di
vita il collega, ne avrebbono trionfato i Barbari, e avrebbe potuto
insorgere qualche tiranno in Oriente. Perchè dovettero poi di mano in
mano venir nuove migliori della di lui salute, perciò si andò egli
fermando in Italia; e noi il troviamo anche sul fine di giugno in
Aquileja. Buona apparenza ancora c'è ch'egli passasse a Sirmio verso il
principio di settembre, per abboccarsi con Teodosio, e conferir seco
intorno ai presenti bisogni; perchè nel concilio d'Aquileia, tenuto
nell'anno seguente, si legge ch'egli, stando in Sirmio, avea dati gli
ordini per quella sacra assemblea. Scrivendo poi san Prospero[772], che
mentre Teodosio si trovava infermo in Tessalonica, Graziano giudicò bene
di far pace coi Goti; questo, se è vero, ci fan intendere la grave
apprensione d'esso Augusto che fosse per mancare quel buon principe:
laonde egli cercò di rimediare il meglio che potè alle perniciose
conseguenze che per sì gran perdita si poteano temere. Idazio[773]
scrive che Graziano riportò qualche vittoria nell'anno presente, ma
senza dire se nell'Illirico, oppure nelle Gallie. Parla ancora d'altre
conseguite da Teodosio, e con lui si accordano Marcellino conte[774],
Filostorgio[775] e il Nazianzeno, ma senza che apparisca circostanza
alcuna di sì favorevoli avvenimenti. Per lo contrario Zosimo, scrittore
pagano[776], che per l'odio suo verso di Teodosio distruttore del
gentilesimo, si studia di avvelenar, per quanto può, tutte le di lui
azioni, racconta, che entrato l'esercito dei Goti nella Macedonia,
Teodosio marciò contra di loro con quelle forze che potè adunare. Ma una
notte i Goti, segretamente secondati dai lor disertori che si erano
arrolati fra i Romani, passato il fiume, penetrarono nel campo dei
Cristiani e a dirittura andarono dove era maggior copia di fuochi,
immaginando che quivi fosse il quartiere dell'imperadore. Ebbe tempo
Teodosio di montar a cavallo e di salvarsi. Fecero i suoi gagliarda
resistenza ai Barbari con una strage grande d'essi, ma soperchiati in
fine dall'esorbitante numero de' nemici, quivi lasciarono le lor vite.
In questa occasione Zosimo fa il pedante addosso a Teodosio, tacciandolo
di poca avvertenza per aver ammessi tanti Barbari nelle armate romane,
pretendendo che costoro fossero segretamente congiurati per rivoltarsi,
allorchè si trovassero assai cresciuti di numero. Vero è che, accortosi
Teodosio di questo pericolo, prese lo spediente di inviarne una gran
parte di guarnigione in Egitto sotto il comando di _Ormisda_, che
altrove vedemmo figliuolo di un Sapore re di Persia. Ma costoro, non
volendo alcun freno di disciplina, viveano a discrezione, prendendo i
viveri senza pagare; s'intendevano con gli altri Goti nemici; e colle
loro insolenze guastavano tutto l'ordine delle armate romane. Aggiunge
finalmente Zosimo, aver Teodosio con gran rigore esatti i pubblici
tributi, con ridurre in camicia molti de' suoi sudditi, di maniera che
non si udivano che lamenti dappertutto, augurandosi molti d'essere
piuttosto sotto i Barbari, che vivere nelle terre romane. Così quel
nemico del nome cristiano. Ma può dubitarsi della verità di questi
fatti, giacchè il dirsi da lui, che dopo quella notturna vittoria i
Barbari divennero padroni della Macedonia e Tessalia, resta smentito
dall'autentica testimonianza di sant'Ambrosio[777], che scrive avere il
santo vescovo Acolio più volte difeso colle sue preghiere a Dio da
coloro la città di Tessalonica. Ed in essa città le leggi del Codice
Teodosiano ci assicurano che Teodosio soggiornò per la maggior parte
dell'anno presente. Venuto poi il novembre, egli passò a Costantinopoli,
dove dice Zosimo[778] per irrisione, ch'egli entrò come trionfante,
quasi che avesse riportato delle vittorie e non delle busse; e che poi
si diede alle delizie. Opponsi alle dicerie di costui il giovine Aurelio
Vittore[779], il qual si crede vivuto in questi medesimi tempi,
scrivendo egli tutto il contrario. L'elogio ch'ei fa di Teodosio, lo
vedremo a suo tempo. E già abbiam detto che altri storici attribuiscono
a Teodosio delle vittorie in questo medesimo anno.

Entrò il buon imperadore in Costantinopoli nel dì 24 di novembre
(dovendosi leggere così nel testo d'Idazio[780]), dove fu ricevuto con
gran festa. Una delle sue prime gloriose azioni fu di levar tutte le
chiese agli Ariani, e di consegnarle a san _Gregorio Nazianzeno_[781],
che governava allora il corpo dei cattolici di quella metropoli, finchè
fosse eletto un vescovo della vera credenza. Lo stesso Augusto in
persona gli diede il possesso di quella cattedrale, occupata per
quarant'anni dalla setta ariana; e ciò seguì senza tumulto alcuno, e con
gran gioia di tutti i cattolici. Varie leggi pubblicate nell'anno
presente da questo saggio e pio imperadore, si veggono registrate nel
Codice Teodosiano. In una di esse proibì ai giudici le azioni criminali
ne' quaranta giorni della quaresima. Con un'altra intimò delle pene alle
donne che si rimaritavano entro il termine dello scorruccio, ridotto
allora ad un anno, applicando i lor beni agli eredi naturali, e non al
fisco. Altre sue leggi dichiararono che chiunque avrà ottenuto dalla
camera imperiale beni caduchi, e rimasti senza possessori legittimi,
debba comparire colla spia ossia col denunziatore, da cui sia venuta la
scoperta, che que' beni fossero caduchi, per provarne la verità. Se
l'avviso era falso, s'intimava la pena capitale. Nè già lasciava
Teodosio di odiar le spie, come professione troppo odiosa e turbatrice
della pubblica quiete: il perchè volle che simili denunziatori, se per
tre volte avessero dati simili avvisi, fossero puniti coll'ultimo
supplizio. Ad impedire ancora le accuse di lesa maestà, portate da
alcuni anche contra persone innocenti per profittar del confisco de'
beni, decretò che questi tali non potessero mai ottener somiglianti
beni. Prendeva in addietro il fisco tutte le sostanze dei banditi e
relegati. Teodosio volle che loro si lasciasse la metà di essi beni, da
essere compartita co' figliuoli. I beni poi de' condannati a morte (se
pure non v'ha sbaglio in un'altra legge) volle che restassero
intieramente ai lor figli o nipoti. Con altro editto comandò che non si
potesse dar sentenza contra degli accusatori, se non si costituivano
prigioni anch'essi. Nella qual congiuntura prescrisse de' buoni
regolamenti in favore dei prigionieri, acciocchè non fossero maltrattati
dai guardiani delle carceri, o detenuti più del dovere in quelle
miserie. Per conto di chi avesse trovato un tesoro, vuole che tutto
appartenga all'inventore, se l'ha scoperto nel proprio fondo. Ma se nel
fondo altrui: un quarto ne vada al padrone del luogo. Altre sue leggi io
tralascio, tutte tendenti al pubblico bene. Circa questi tempi pare che
mancasse di vita _Sapore_ re di Persia, quel medesimo che tanto da fare
avea dato in addietro ai Romani[782]. A lui succedette _Artaserse_ suo
fratello, o piuttosto suo figliuolo, come si ha da Eutichio[783].

NOTE:

[766] Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.

[767] Anecdot. Latin., Tom. I, Disser. X.

[768] Sozom., lib. 7, c. 4.

[769] Socrat., l. 5, cap. 6.

[770] Ambr., Epist. XXI et XXII.

[771] L. 1, cunctos Popul. De Fide Catholica, Cod. Theodos.

[772] Prosper, in Chron.

[773] Idacius, in Fastis.

[774] Marcellinus Comes, in Chronico.

[775] Philostorgius, lib. 9, c. 19.

[776] Zosimus, lib. 4, c. 31.

[777] Ambr., Ep. XXII.

[778] Zosimus, lib. 4, cap. 33.

[779] Aurel. Victor, in Epitome.

[780] Idacius, in Fastis.

[781] Gregorius Nazianz., Carm. 1. Marcellin., in Chronico.

[782] Agath., lib 4.

[783] Eutych., in Histor.



    Anno di CRISTO CCCLXXXI. Indiz. IX.

    DAMASO papa 16.
    GRAZIANO imperadore 15.
    VALENTINIANO II imperad. 7.
    TEODOSIO imperadore 3.

_Consoli_

FLAVIO SIAGRIO e FLAVIO EUCHERIO.


Abbiamo da Temistio che _Eucherio_, console fu zio paterno di Teodosio
Augusto. Zosimo[784] parla del medesimo, e sembra chiamarlo zio
dell'imperatore Arcadio, e per conseguente fratello, e non zio del
medesimo Teodosio. Ma Temistio parla chiaro, e Zosimo vorrà dire gran
zio. Dello varie dignità sostenute da _Siagrio_ primo console, è da
vedere il Gotofredo[785]. La prefettura di Roma nelle leggi del Codice
Teodosiano si trova amministrata da _Valeriano_. Per quanto poi si
raccoglie dalle date di alcune di esse leggi, le quali è da dubitare se
tutte sieno giuste, Graziano Augusto sul fine di marzo era in Milano,
sul principio di maggio in Aquileia, verso il fin di settembre in
Treveri, e in Aquileia sul fine dell'anno. Questi salti dalle Gallie in
Italia e dall'Italia nelle Gallie non paiono molto verisimili. Confermò
egli con suo rescritto[786] ad Antidio, vicario di Roma, il lodevol uso
introdotto da Valentiniano suo padre di far grazia ai rei per la
solennità della Pasqua, ma con eccettuare i colpevoli di enormi delitti
pregiudiciali alla quiete del pubblico. Uno de' motivi probabilmente,
per i quali Graziano con Valentiniano suo fratello si portò ad Aquileja
fu un riguardevol concilio tenuto ivi nel settembre di quest'anno,
essendo vescovo di quella città san _Valeriano_, uno de' più insigni
prelati dell'Occidente. V'intervenne ancora sant'_Ambrosio_ vescovo di
Milano, con farvi la prima figura. Trovavasi intanto Teodosio Augusto in
Costantinopoli in molte angustie, perchè un nuvolo di Goti era ritornato
nella Tracia. Avendo egli fatto nell'anno addietro istanza di soccorsi
all'imperadore Graziano, questi gl'inviò un corpo di gente[787] sotto il
comando di _Bautone_ e di _Arbogaste_, di nazione Franchi, uffiziali,
militanti al di lui servigio, amendue chiamati da Zosimo disinteressati,
valorosi e ben pratici del mestier della guerra. Ma di Arbogaste vedremo
a suo tempo un gran tradimento. Arrivati che furono essi nella
Macedonia, se non falla esso Zosimo, i Goti giudicarono meglio di
ritirarsi di là, e di ritornarsene nella misera Tracia, per rodere quel
poco che vi restava di bene. Perchè trovarono sì smunto quel paese, nè
poteano metter piede nelle città e castella forti, cominciarono in fine
a trattar di pace: del che parleremo all'anno seguente. Già vedemmo
negli anni addietro, chi fosse _Atanarico_ re de' Goti, il quale
piuttosto veniva appellato giudice di quella nazione, uomo superbo, che
nell'anno 369 per far pace con Valente Augusto l'obbligò a portarsi in
mezzo al Danubio, col pretesto di un giuramento da lui fatto di non
mettere mai piede nelle terre dei Romani. Da che piombò sopra i Goti il
gran flagello degli Unni, ebbe quel Barbaro il sapere o la fortuna di
conservare i suoi Stati, o almen parte di essi sino al precedente anno,
in cui finalmente restò detronizzato, e costretto a cercar altro
cielo[788]. Zosimo[789] pretende che egli fosse cacciato da Fritigerno,
Aleteo e Safrace, capi della stessa nazione, che danzavano di qua dal
Danubio sulle provincie romane. Nel racconto di Zosimo v'ha delle
frottole, dando egli il nome di Alamanni a questi capi, facendoli venir
dalla Germania verso la Pannonia, ed abbattere prima di ogni altra
impresa Atanarico, perchè il videro costante nella pace fatta con
Teodosio: cose tutte prive di sussistenza. Quel solo che abbiam di
certo, si è che questo principe barbaro, spinto da qualche fiero
temporale, pensò a rifugiarsi sotto le ali di Teodosio, senza far caso
del giuramento poco fa accennato[790], e di sottomettere a lui sè stesso
e i suoi Stati. Temistio, filosofo ed oratore, che nei primi mesi di
questo anno recitò nel palazzo di Costantinopoli alla presenza di
Teodosio la sua orazione XV, con esaltare le virtù di esso Augusto,
adduce[791] appunto la venuta di questo barbaro fiero e superbo a
mettersi senz'armi e senza condizioni in mano di Teodosio, per pruova
del gran concetto di bontà e fedeltà in cui era esso imperadore.

Venne dunque Atanarico a Costantinopoli[792], e vi entrò nel dì 11 di
gennaio[793], incontrato dallo stesso Teodosio fuori della città, ed
accolto con tutte le dimostrazioni di stima e di amicizia. Ma
probabilmente gli affanni da lui patiti il fecero da lì a poco cadere
infermo, di modo che nel dì 25 di esso mese terminò i suoi giorni di
morte naturale, come s'ha vari autori[794], e non già violenta, come ha
il testo di Prospero[795], che dee essere corrotto, dovendosi quivi
leggere _occidit_ colla seconda breve, in vece di _occiditur_. Se
altrimenti fosse stato, Zosimo, sì facile a sparlare di Teodosio, non
avrebbe certamente lasciato nella penna un tal fatto, cioè trascurata
questa occasione per morderlo. Anzi da lui abbiamo ch'esso Augusto fece
seppellire quel barbaro re con tal magnificenza, che ne restarono
ammirati tutti i Goti del suo seguito, e crebbe in loro l'affezione e
stima verso di un sì amorevol regnante con riuscir fedelissimi da lì
innanzi nel suo servigio. Fa poi menzione il suddetto Zosimo[796] di una
vittoria riportata da Teodosio contro gli Sciti e Carpadoci, barbari
settentrionali, ch'erano corsi anch'essi di qua dal Danubio, al vedere
sì fortunati ed arricchiti i Goti. Rimasero essi sconfitti in una
battaglia da Teodosio, ed obbligati a ripassare il fiume. Di più non ne
sappiamo; siccome nè pure di alcun'altra militare impresa d'esso
imperadore spettante all'anno presente, si truova vestigio nelle antiche
istorie. Ma s'egli nulla di più operò contra de' Barbari assassini del
romano imperio, somma gloria almeno conseguì colla protezion della vera
Chiesa e col suo zelo per estirpar l'eresie. Ardente era il suo
desiderio di mettere una volta fine, se mai era possibile, a tante
dissensioni intorno ai dogmi della religion cristiana, cioè di
estinguire tutte le eresie che laceravano allora specialmente le
provincie di Oriente[797]. Il perchè raunò dalle contrade di sua
giurisdizione in Costantinopoli un concilio di centocinquanta vescovi, i
quali nel maggio di quest'anno confermarono la dottrina del concilio
Niceno, stabilirono la divinità dello Spirito Santo, ed accordarono al
vescovo di Costantinopoli un privilegio di preminenza. Non fu esso
concilio a tutta prima riguardato come generale; tale bensì tenuto fu,
dacchè Damaso papa e i vescovi di Occidente l'ebbero confermato. Eletto
fu circa questi tempi vescovo di Costantinopoli san _Gregorio
Nazianzeno_, uno dei più illustri scrittori della Chiesa di Dio; ma poco
tenne quella sedia per la gara ed invidia di molti altri vescovi;
imperciocchè, veggendosi egli mal veduto da essi e da una parte del
popolo, ottenuto il congedo dall'imperadore, si ritirò nella Cappadocia
patria sua. Non fu men gloriosa per Teodosio una legge[798] da lui
pubblicata prima del suddetto concilio del dì 10 di gennaio, con cui
proibì a qualunque setta d'eretici, e particolarmente ai Fotiniani,
Ariani ed Eunomiani, il tenere alcuna assemblea nella città; ed inoltre
comandò loro di consegnare ai vescovi cattolici tutte le chiese da essi
occupate. L'incumbenza di eseguir questo editto fu data a _Sapore_, uno
de' più illustri generali di Teodosio[799], il quale fedelmente
soddisfece alla pia intenzione del principe con gioia indicibile di
tutti i cattolici; nè mancarono i vescovi d'Occidente di rendere per
tanto suo zelo pubbliche azioni di grazie a Teodosio nei loro concilii.
Con altra legge data nel dì 2 di maggio il piissimo imperadore levò la
cittadinanza romana, e il poter far testamento a chi dei cristiani fosse
divenuto pagano, intimando la stessa pena alle varie sette de' Manichei.
Volle dipoi vietata agli Eunomiani ed Ariani il fabbricar nuove chiese
entro e fuori della città. In somma si vede spedito da Dio questo
piissimo imperadore per restituire il suo lustro al cattolicismo in
Oriente; ed ancorchè non cessassero per questo gli eretici di diverse
sette in quelle parti, perchè i saggi imperadori non amavano, di
convertir col terror della mannaie alla vera fede i traviati; pure
quanto venne esaltata la Chiesa cattolica, altrettanto calò l'albagia e
potenza delle diverse eresie.

NOTE:

[784] Zosimus, lib. 5, cap. 2.

[785] Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.

[786] L. 6, de indulgent. crimin. Cod. Theod.

[787] Zosimus, lib. 4, cap. 33.

[788] Marcellinus, in Chronic.

[789] Zosimus, lib. 4, cap. 34.

[790] Socrat., lib. 5, cap. 10.

[791] Themist., Orat. XV.

[792] Zosim., lib. 4, c. 34.

[793] Idacius, in Fastis.

[794] Marcellinus, in Chron. Orosius, lib. 7, c. 34.

[795] Prosper, in Chronic.

[796] Zosimus, ut supra.

[797] Socrates, lib. 5, c. 8. Theodor., lib. 5, cap. 7. Labbe Concil.

[798] L. 6, de Haeret., Cod. Theod.

[799] Theod., lib. 5, cap. 2.



    Anno di CRISTO CCCLXXXII. Indizione X.

    DAMASO papa 17.
    GRAZIANO imperadore 16.
    VALENTINIANO II, imperad. 8.
    TEODOSIO imperadore 4.

_Consoli_

ANTONIO ed AFRANIO SIAGRIO.


_Antonio_, primo console orientale, vien fondatamente creduto, dal padre
Pagi, e da altri, padre di _Flacilla_, ossia _Placilla_, moglie di
Teodosio Augusto. Quanto a _Siagrio_, console occidentale, egli è
riputato personaggio diverso da _Siagrio_, stato console nell'anno
precedente, perchè nei più dei Fasti antichi e nelle leggi si vede
enunziato console, senza esprimere per la seconda volta. Dal padre
Sirmondo e dal Gotofredo fu con buone ragioni creduto quell'_Afranio
Siagrio_ console, di cui in più di un'epistola parla Sidonio Apollinare:
perciò col Relando ho anch'io tenuto che gli si possa dare il nome di
_Afranio_. In due luoghi del Codice Teodosiano comparisce Severo
prefetto di Roma, se pur non vi ha errore, perchè in altre leggi di
questo medesimo anno _Severo_ (se pure è lo stesso) si truova nominato
prefetto del pretorio. Per la maggior parte dell'anno presente, siccome
si ricava dalle date di varie leggi[800], Graziano Augusto dimorò in
Italia, ora in Milano, ed ora in Brescia, Verona e Padova. Una d'esse
leggi cel fa vedere in Viminacio, città della Mesia sul Danubio, di là
da Belgrado nel dì 5 di luglio. Ma trovandosi nel dì 20 di giugno in
Padova, non si può facilmente immaginar questo salto in un paese di
tanta distanza. Però par giusta la conghiettura del Gotofredo, ch'essa
legge fosse non già data, ma solamente pubblicata in Viminacio. Ora il
soggiorno d'esso Graziano in Italia abbastanza compruova, che quantunque
si creda assegnata essa Italia coll'Africa e coll'Illirico occidentale a
Valentiniano II suo fratello, pure Graziano seguitava, a cagion della di
lui tenera età, a ritenerne il governo. Fra le leggi spettanti a questo
anno di esso Augusto Graziano, una ne abbiamo, con cui ordina a Severo
prefetto di fare una rivista de' poveri che fioccavano alla ricca e
limosiniera città di Roma, con separare i robusti ed atti a lavorare, e
di dar questi per ischiavi, se sono di condizion servile, a chi gli ha
scoperti, oppure, se liberi, di obbligargli al lavoro delle campagne.
Anche nel codice di Giustiniano si truovano leggi per rimediare a questi
truffatori delle limosine destinate ai veri ed inabili poveri. S.
Ambrosio[801] si duole anch'egli di questo abuso, e forse da lui venne
il consiglio per provvedervi. Almeno è probabile che ad istanza sua
Graziano con un'altra legge ordinasse[802], che quando i delinquenti
fossero condannati a morte o ad altre severe pene, si aspettasse trenta
giorni ad eseguirle. Dovea essere succeduto che qualche innocente avesse
patita la morte, e che dopo alcun tempo si fosse scoperta la di lui
innocenza. Ma quell'azione di Graziano, che fece più strepito nell'anno
presente, fu l'ordine da lui dato, che si levasse dalla sala del senato
romano la statua e l'altare della Vittoria, sopra il quale si facevano i
giuramenti, ed i pagani soleano offerire dei sagrifizii. Inoltre fece
occupar dal fisco tutte le rendite destinate al mantenimento di quei
sacrifizii e dei pontefici gentili[803]: abolì ancora ogni privilegio
conceduto dai predecessori a tutti i ministri degl'idoli, per la gola
dei quali anche alcuni Cristiani deboli aveano rinunziato alla lor fede
per farsi pagani. Fin qui le vergini vestali di rito gentile aveano
pacificamente esercitato in Roma il loro mestiere. Graziano non le cassò
già, ma tolse loro tutti i privilegi e le esenzioni, e comandò che si
applicassero al fisco tutti gli stabili che per testamento fossero
lasciati a quelle false vergini ed anche ai templi e ministri
degl'idoli. Gran rumore e lamenti ne fecero i senatori, buona parte
tuttavia pagani; e però _Simmaco_, celebre personaggio ed uno di essi,
fu delegato in compagnia di altri, per portare a Graziano a nome del
corpo del senato un memoriale pieno di doglianze per questo cotanto loro
dispiacevole editto. Ma i senatori cristiani, che non erano pochi,
fecero una protesta in contrario, ch'essi non acconsentivano alle
istanze dei pagani, e formarono un'altra supplica in contrario,
dichiarando che non interverrebbono più al senato, qualora vi si
rimettesse quell'obbrobrio. Inviato quest'altro memoriale da papa Damaso
a sant'Ambrosio, cagion fu che Graziano stesse saldo nel suo proposito,
nè volesse dar orecchio al ricorso de' gentili. A ciò dovette anche
contribuire la pia eloquenza di esso sant'Ambrosio, che godeva una
singolar confidenza presso di questo imperadore. Qui nondimeno non finì
la faccenda, siccome vedremo.

Durante tutto quest'anno si fermò l'Augusto Teodosio in Costantinopoli,
dove pubblicò varie leggi[804]. Con una di esse regolò il vario vestire
dei senatori e degli altri ministri della giustizia, senza obbligare
essi senatori a portar la toga, se non nel senato e davanti ai
magistrati, allorchè vi comparissero per proprie loro liti. Confermò con
un'altra le pene intimate contra dei Manichei, accrescendo queste per
altre classi di eretici, poco da noi conosciuti. Pubblicò ancora dei
regolamenti, acciocchè le case dei privati in Costantinopoli potessero
partecipar dell'acqua, introdotta in quella città dieci anni prima da
Valente Augusto con un sontuoso acquidotto[805]. Fu in questo anno che
riuscì all'imperador Teodosio di estinguere il fiero incendio della
guerra dei Goti, non già colla forza, ma colla prudenza e coi maneggi.
Cioè fece lor proporre condizioni di pace dal generale _Saturnino_[806],
e queste accettate da essi, nel dì 3 di ottobre, per attestato di
Idazio[807] vennero i capi dei Goti col re loro (forse _Fritigerno_) a
sottomettersi con tutta la nazione a Teodosio, e a giurar fedeltà al
romano imperio[808]. Loro perciò furono assegnate terre da coltivare
nella Tracia e nella Mesia, con facoltà di possederle come sue proprie,
e senza pagar tributo. Molti di essi Barbari furono arrolati nelle
armate cesaree, e tutti ottennero la cittadinanza di Roma. I politici
che da lì a molti anni videro i mali effetti di questa pace, fecero i
dottori sulla condotta di Teodosio, biasimandola a più non posso come
pericolosa e pregiudiziale all'imperio. Tali furono Idazio[809],
Sinesio[810], e principalmente Zosimo[811]. Ma per ben giudicare delle
risoluzioni dei principi ed anche dei privati, convien mettersi sul
punto medesimo in cui furono prese; e si troverà bene spesso che non vi
mancò prudenza allora e buon consiglio, benchè l'avvenire non
corrispondesse alle speranze. Siccome osserva Temistio[812], che si
trovava allora sul fatto, difficilissimo era in questi tempi, anzi
pericoloso il volere snidar tanti Barbari, penetrati nel cuor
dell'imperio. L'esempio fresco di Valente ognun l'avea davanti gli
occhi. Nella Tracia e negli altri circonvicini paesi s'erano perduti i
loro abitori: bene era il ripopolarli. Divenendo quei Goti sudditi
dell'imperio, se ne poteva sperare buon uso, e forza, e fedeltà come in
tanti altri simili casi era avvenuto. La necessità in fine è una dura
maestra, obbligando a far ciò che la prudenza ricuserebbe. Se poi
coll'andar degli anni amari frutti produsse questo aggiustamento,
disgrazia fu dei successori, ma non già stolidità di Teodosio, come con
temeraria penna scrisse Zosimo pagano. Quel solo che sarebbe stato da
desiderare, era che tanta copia di Barbari fosse stata dispersa per le
moltissime provincie romane, senza lasciarla unita nella Tracia e nelle
contrade adiacenti; ma è da credere che i Goti, gente anch'essa accorta,
non volesse lasciarsi sbandare per paura di essere un dì sagrificati
tutti con facilità ad arbitrio dei Romani.

NOTE:

[800] Gothofr., Chronolog. Cod. Theodos.

[801] Ambrosius, lib. 2, c. 6 de Officiis.

[802] L. si vendicari 13, de poenis Cod. Theodos.

[803] Ambr., Epist. XI et XII.

[804] Gothofr., Chronol. Cod. Theodos.

[805] Socrat., lib. 4, c. 8.

[806] Temist., Orat. XVI.

[807] Idacius, in Fastis.

[808] Marcell. Comes, in Chronico.

[809] Idacius, in Chronico.

[810] Synesius, de Regn.

[811] Zosimus, lib. 4, c. 33.

[812] Themistius, ut supra.



    Anno di CRISTO CCCLXXXIII. Indiz. XI.

    DAMASO papa 18.
    VALENTINIANO II imp. 9.
    TEODOSIO imperadore 5.
    ARCADIO imperadore 1.

_Consoli_

FLAVIO MEROBAUDE per la seconda volta, e FLAVIO SATURNINO.


Questo nome di _Flavio_ che dopo Costantino il Grande cominciò ad esser
cotanto in uso anche fra i generali ed altri nobili, si può credere che
fosse loro conceduto per grazia, e a titolo di onore dagli Augusti, i
quali se ne pregiavano molto. Abbiamo da Temistio[813] che Teodosio,
perchè in quest'anno si aveano a celebrare i quinquennali del suo
imperio, secondo il rito dovea procedere console: passo su cui il padre
Pagi fondò il suo sistema, molte volte nondimeno fallace, de'
quinquennali, decennali, ec. Ma per premiar _Saturnino_ suo generale,
benemerito della pace stabilita coi Goti, conferì a lui il consolato,
siccome ancora Graziano promosse alla stessa dignità _Merobaude_ altro
suo generale. Di grandi obbligazioni aveva il suddetto Temistio al
medesimo Saturnino, e però in tal occasione, cioè probabilmente ne'
primi giorni del suo consolato, recitò un'orazione in ringraziamento a
Teodosio presente, e in lode non men di esso Augusto che dello stesso
Saturnino e de' primi uffiziali della corte. Vi parla ancora di
_Arcadio_ primogenito di Teodosio, ma con apparenza ch'egli finora non
fosse decorato del titolo di Augusto. In questo anno nondimeno[814] e
nel dì 16 oppure 18 di gennaio, Teodosio dichiarò _Imperadore Augusto_
suo figliuolo, cioè _Flavio Arcadio_, il quale potea esser allora in età
di sei anni. È stato osservato che Temistio si adoperò forte per ottener
l'educazione di questo principe e nella suddetta orazione sestadecima
sembra che ne fosse anche intenzionato da Teodosio. Ma essendo Temistio
filosofo di profession pagana, non si attentò già il cattolico saggio
imperadore di dare un sì pericoloso maestro al fanciullo Augusto, e però
scelse per aio di lui _Arsenio_, personaggio di somma pietà ed abilità,
come consta dalla sua vita[815]. Chi fosse nell'anno presente prefetto
di Roma, a noi resta tuttavia ignoto. Il Tillemont[816] con varie
conghietture ne ha fatta diligente ricerca, ma senza poter fissar il
piede. Certamente fu un personaggio di vaglia, come vedremmo fra poco.
Essendo nell'anno seguente succeduto _Simmaco_ in questa dignità ad
_Avenzio_, non è improbabile che questi la esercitasse nel presente.
Anche per tutto quest'anno l'Augusto Teodosio continuò il suo soggiorno
in Costantinopoli; e perchè incessanti erano le sue premure per la pace
ed union della Chiesa lacerata da tante eresie, e soprattutto dagli
Ariani in Oriente, intimò ancora in quest'anno un gran concilio in
Costantinopoli, che tenuto fu nel mese di giugno, e dietro al quale
pubblicò dipoi in questo medesimo anno varie costituzioni[817] contra di
tutte le sette degli eretici, vietando loro sotto varie pene il
raunarsi, il girar per le città e per la campagna, il crear sacerdoti, e
far qualunque atto in pubblico, o privato, che potesse pregiudicar alla
religione cattolica. Leggonsi tali editti nel Codice Teodosiano. Si
godeva intanto una mirabil pace ne' paesi sottoposti ad esso Augusto,
dappoichè si erano quietati i Goti, e ne godeva anche lo stesso
imperadore Teodosio, quando gli giunsero le funestissime nuove della
tragedia di Graziano Augusto, della quale io passo ora a descriverne le
particolarità.

Le leggi del Codice Teodosiano[818] ci mostrano dove questo imperadore
dimorò per i primi sei mesi dell'anno presente, cioè ora in Milano, ed
ora in Verona e Padova, con pubblicar varii editti. In uno di essi
rivocò tutti i privilegii dei particolari, come di troppo pregiudizio al
corpo, di cui son membri. Con un altro diede ordini rigorosi per la
estirpazione de' ladri, de' quali, Simmaco in più sue lettere si lagna,
dicendo essere cresciuto cotanto il lor numero ne' contorni di Roma,
ch'egli non osava più di passare alle sue terre di campagna. Rinnovò le
pene contro degli apostati, e intimò la pena del taglione contro gli
accusatori provati calunniosi. Ordinò parimente che non si dovessero
attendere gli ordini portati dai tribuni, segretarii, e conti, come
ricevuti dalla bocca del principe, ma che dovesse solamente ubbidire
agli scritti e sottoscritti da lui; legge difficile in pratica, e
suggetta a varie eccezioni. Ricavasi da Simmaco[819] che una terribil
carestia si provò in Roma nell'anno presente; e racconta egli con
dispiacere come un atto di grande inumanità l'essere stati allora
cacciati di Roma i non cittadini. A questo proposito v'ha chi produce
quanto scrive sant'Ambrosio[820]. Cioè che fatta la proposizione dal
popolo romano di mandar fuori essi forestieri, il prefetto di Roma
d'allora, che era un venerabil vecchio, fece raunar tutti i nobili e
facoltosi della città e tenne loro un ragionamento così sensato e
patetico, per impedire quell'atto di crudeltà, che tutti si indussero ad
una volontaria contribuzion di denaro con cui si mantenne l'abbondanza,
e si fece sussistere ancora chi non era cittadino di Roma. Ma paiono ben
diverse le carestie e i fatti di Simmaco e quei di sant'Ambrosio; nè
finora si è potuto accertare chi fosse quel saggio vecchio prefetto di
Roma. Racconta il santo arcivescovo altrove[821], che mentre era
afflitta Roma dalla fame accennata da Simmaco, nelle Gallie, nella
Pannonia, Rezia e Liguria si godeva una felice abbondanza di viveri.

Ma una calamità, senza paragone più deplorabile di questa, saltò fuori
nell'anno presente, la quale si tirò dietro la desolazione d'assaissimo
paese, e le lagrime d'infiniti popoli; e questa fu la ribellione di
_Massimo_. Costui, nominato nelle medaglie[822] ed iscrizioni _Magno
Massimo_, ed anche in un'iscrizione e presso Sulpicio Severo, _Magno
Clemente Massimo_, non bene si sa onde traesse l'origine. Zosimo[823] il
fa Spagnuolo di nazione, col qual supposto si accorda l'essersi egli
vantato di aver qualche parentela con Teodosio Augusto nativo di Spagna.
Altri l'hanno spacciato per Britanno di patria. Ma siccome osservò
l'Usserio[824], Pacato[825], scrittore contemporaneo, afferma bensì che
trovandosi egli nella Bretagna, accese questo fuoco, ma che esule e
forestiero egli dimorava in quell'isola, e fuggito dal suo paese; nè si
sapeva chi fosse suo padre, ed avea servito in vilissimo uffizio di
famiglio nella casa di Teodosio molto prima della di lui esaltazione al
trono. Zosimo pretende che costui cresciuto di posto accompagnasse in
varie spedizioni militari il medesimo Teodosio; e che stando nella
Bretagna, non potesse digerire di non aver potuto fin qui conseguir per
sè dignità alcuna riguardevole, quando Teodosio era giunto ad essere
imperadore. Osservata dipoi l'avversione di quelle milizie a Graziano,
perchè questi facea più conto degli Alani e d'altri soldati barbari e
stranieri arrolati nelle sue armate[826], che de' Romani, seppe così ben
fomentare questo lor odio, che nell'anno presente gl'indusse a
ribellarsi e a dichiarar lui _imperadore_, con dargli la porpora e il
diadema. Per altro abbiamo da Sulpizio Severo[827] e da Paolo
Orosio[828], ch'egli fu come forzato in una spedizione da quelle
soldatesche ad accettar suo malgrado il titolo e manto imperiale; ed
egli stesso protestò di poi a san Martino, che non la sua volontà, ma
l'altrui violenza lo avea condotto a questo impegno. Inoltre vien egli
dipinto da esso Sulpizio Severo per uomo di genio feroce, ma senza
apparire che egli fosse crudele; anzi egli si gloriava di non aver fatto
morire alcuno de' suoi nemici, fuorchè nelle battaglie. Orosio poi cel
descrive per uomo valoroso, dabbene e meritevole dell'imperio, se non
l'avesse conseguito colla perfidia, mancando al giuramento di fedeltà
ch'egli avea fatto al suo legittimo principe. Non mancano scrittori[829]
che credono cominciata prima di questo anno la di lui ribellione, con
aggiugnere ch'egli dipoi riportò delle vittorie contra de' Pitti e
Scotti; ma oltre all'asserzione di s. Prospero[830], concorre la ragione
a persuaderci che solamente nell'anno presente egli si rivoltasse,
perchè Graziano Augusto, che si tratteneva in Italia nel mese di giugno
di quest'anno, al primo sentore di questa pericolosa novità, volò nelle
Gallie; nè tornava il conto a Massimo di perdere il tempo a cercar dei
nemici stranieri quando i suoi interessi esigevano ch'egli pensasse
all'offeso Graziano, il quale più di tutti gli doveva importare.

Siccome Massimo era uomo attivo, non perdè punto di tempo a tirar dalla
sua quanti soldati romani si trovavano nella Bretagna; ed, aggiuntavi
molta gioventù scapestrata di quelle parti, ne formò una buona armata.
Sapendo poi che Graziano dimorava in questi tempi in Italia, pensò tosto
che sarebbe anche agevole l'impadronirsi delle Gallie. Imbarcate dunque
le sue milizie, speditamente con esse arrivò alla sboccatura del fiume
Reno[831]; sollevò con bugie, lusinghe e promesse l'una dietro l'altra
alcune di quelle provincie[832]; e poscia si diede a segreti maneggi,
per guadagnar ancora le guarnigioni e milizie del paese; e in parte gli
venne fatto. Socrate[833] e Sozomeno[834] pretendono che Graziano fosse
in questi tempi occupato in far guerra agli Alamanni; del che niun altro
vestigio abbiamo. Fuor di dubbio è ch'egli non tardò a prendere il
cammino verso le Gallie, dove non trovò già d'essere stato prevenuto dal
tiranno. Ammassate dunque le milizie che gli restavano fedeli, e dato il
comando della sua armata a _Merobaude_[835], con avere ai fianchi
_Balione_, uffiziale di sperimentato valore e fedeltà, andò a presentar
la battaglia a Massimo. S. Prospero scrive che il conflitto seguì in
vicinanza di Parigi; ma Zosimo non parla se non di scaramucce fatte per
lo spazio di cinque giorni. Fosse nondimeno o non fosse giornata
campale, convengono gli storici in dire che Graziano si trovò tradito.
La cavalleria de' Mori ed altri corpi di sua gente, abbandonatolo, si
gettarono nel partito contrario. S. Prospero pretende che _Merobaude_,
suo generale e console, fosse nel presente anno il traditore. Ma il
cardinale Baronio[836], il Valesio[837] e il Tillemont[838] fondatamente
tengono che sia guasto qui il testo della sua Cronica, sapendo noi da
Pacato panegirista[839], ch'esso Merobaude combattè bravamente per
Graziano, e che Massimo, per l'odio che gli portava, il ridusse a darsi
da sè stesso la morte. Immaginò il Valesio che in vece di _Merobaude_
avesse scritto san Prospero[840] _Mellobaude_, cioè quel re de' Franchi,
che vedemmo servire di capitan delle guardie a Graziano. Potrebbe
essere; ma questa in fine non è che una conghiettura. Certamente il
fellone che tolse la vita all'infelice imperador Graziano, fu uno dei
suoi principali uffiziali che governava le provincie della Gallia, ed
era uffizial di guerra, come si ricava da sant'Ambrogio[841]. Però
questi sembra essere stato _Andragazio_ generale della cavalleria di
esso Graziano. Imperocchè, trovandosi Graziano derelitto dai suoi, con
trecento soli cavalli se ne fuggì a Lione con disegno di ricoverarsi in
Italia. Da Zosimo[842] abbiamo che gli fu spedito dietro con una mano di
scelti cavalli esso Andragazio, il quale seguitandolo sino alla Mesia
superiore, e raggiuntolo nel passare il ponte di Singiduno, gli levò la
vita. Ma s'ingannò senza fallo Zosimo, confondendo Lugduno con
Singiduno. Gli altri storici[843] attestano che Graziano fu ucciso in
Lione. E sant'Ambrogio, autore più di tutti informato di questi affari,
siccome accaduti quasi sotto i suoi occhi, racconta essere stato
invitato Graziano ad un convito dall'uffizial traditore, rivestito della
porpora, e poi privato di vita dopo la tavola, verisimilmente nel
passare il ponte di quella città. Se poi questi fosse Andragazio, o
altro perfido uffiziale, non abbiam bastanti lumi per accertarlo. Nè in
confronto dell'autorità di sant'Ambrosio meritano fede Socrate[844] e
Sozomeno[845], là dove scrivono che Andragazio arrivato a Lione, ed
entrato in una lettiga, fece credere a Graziano ch'egli conduceva seco
l'_imperadrice Leta_; e però essendo andato ad incontrarla Graziano,
Andragazio, saltato fuori da essa lettiga, il fece prendere e da lì a
poco gli diede la morte.

Il giorno, in cui accadde questa tragedia, fu il 25 di agosto, come
abbiamo da Marcellino conte[846]: o pur di luglio, come taluno ha
creduto; nel qual tempo l'infelice Augusto era giunto all'età di
venticinque anni. Aveva egli sposata in prime nozze _Costanza_ figliuola
postuma di Costanzo Augusto. Pare che si ricavi da s. Ambrosio[847],
ch'essa gli partorisse qualche figliuolo; ma per testimonianza di
Teodoreto, se pur ne ebbe, niun di essi era vivente alla di lui morte.
Perchè mancò di vita questa principessa, si rimaritò Graziano non molto
prima di queste sciagure con _Leta_, alla qual poi, rimasta vedova,
siccome ancora a _Passamena_ di lei madre, fece Teodosio un assegno
decoroso per vivere da pari loro. Zosimo[848] parla delle copiose lor
limosine ai poveri di Roma, allorchè Alarico nell'anno di Cristo 408
tenne assediata quella città. Abbiamo anche dal medesimo storico[849],
che avendo esso Graziano sul principio del suo governo ricusato il
titolo e la veste di pontefice massimo, portatagli dai pagani, uno dei
loro sacerdoti disse: _Se il principe non vuol esser chiamato pontefice,
in breve egli sarà fatto pontefice massimo_; alludendo forse alla sua
morte, accaduta sul ponte di Lione, siccome accennai. Ma questo sarà un
motto arguto, inventato solamente e nato dopo il fatto per accreditar la
superstizion gentilesca; e Zosimo poi è un Etnico che ciò scrive. Che
dolore provasse per la morte di questo amabil principe cristiano il
santo arcivescovo di Milano Ambrosio, suo grande amico e confidente, non
si può abbastanza esprimere. In più luoghi delle sue opere tocca egli
con tenerezza questo punto; andò anche per le istanze di Valentiniano
II, imperatore[850], a trovar Massimo, affin di ottenere le ceneri
dell'ucciso Augusto. Intanto Massimo si protestava sempre innocente
della morte di lui, e diceva di non aver dato l'ordine di sua morte,
mostrando di piangere quando udiva rammentare il di lui nome. Ma qual
fosse la di lui sincerità, diedelo ben a divedere, perchè a
sant'Ambrosio negò le di lui ceneri, per paura, diceva egli, che quella
traslazione non rinnovasse il dolore dei soldati. Della bontà fors'anche
eccessiva di esso principe esaltata da Rufino nella sua storia[851], e
di altri suoi bei pregi mentovati da sant'Ambrogio, io non parlerò di
vantaggio. Ma non si dee già tacere che dopo la di lui morte non mancò
gente, la quale lacerò la memoria di questo buon principe, con
imputargli infino dei reati contro la virtù della pudicizia, quando noi
siamo assicurati da esso sant'Ambrosio, esser egli stato puro non men di
animo che di corpo, nè aver mai conosciuta altra donna che le congiunte
con lui in matrimonio. Peggio, per testimonianza di Fozio, parlò di lui
Filostorgio[852], spacciando varie calunnie, e massimamente col
paragonarlo a Nerone. Ma non è da maravigliarsi, se questo scrittore
ariano, o sia eunomiano sparli di un imperadore che con tanto zelo
professava il cattolicismo, e tenne in freno, per quanto potè,
l'arianismo. Se in questi tempi, o pure più tardi, Massimo obbligasse
_Merobaude_ console ad uccidersi e facesse strangolare il conte
_Balione_, amendue perchè stati fedeli a Graziano, nol saprei dire.
Certo è che Pacato[853] lasciò memoria della lor morte; Ambrosio[854]
fece un rimprovero a Massimo, per aver privato di vita esso Balione. Noi
troviamo nell'anno 384[855] un Merobaude duca di Egitto: forse fu
figliuolo del console suddetto. Una iscrizione recata dal Fabretti[856],
che ci fa veder Merobaude _console per la terza volta_ con Teodosio
Augusto nell'anno 388, non sembra che possa mai sussistere, perchè con
esso Augusto fu console allora _Cinegio_.

La morte di Graziano Augusto quella fu che maggiormente facilitò a
Massimo tiranno il tirar tutte le Gallie alla sua divozione. Già vedemmo
che le provincie della Bretagna gli prestavano ubbidienza. Perchè le
Spagne usavano di riconoscere per lor signore chi dominava nelle Gallie,
però anch'esse vennero in potere di Massimo. Verisimilmente non differì
egli di crear _Cesare_, e poi _Augusto_, _Flavio Vittore_ suo figliuolo,
di cui si veggono iscrizioni e medaglie. Abitava da molto tempo in
Milano _Valentiniano II_ Augusto, fratello minore di Graziano, di età in
questi tempi di dodici in tredici anni. Siccome in addietro egli era
stato incapace di governo, così Graziano aveva anche regolati gli affari
dell'Italia; e perchè nè pur ora si stendevano le sue forze a poter
reggere popoli, l'_imperadrice Giustina_ sua madre prese in parte le
redini, dappoichè s'intese la peripezia di Graziano; e Teodosio Augusto
dipoi ebbe anch'egli[857] qualche mano nel governo degli Stati
dipendenti da esso Valentiniano. Restò sulle prime così sbalordita
Giustina per gl'incredibili e rapidi progressi di Massimo, che paventò
di perdere anche l'Italia. Avvegnachè si fosse scoperta ariana di
credenza, e per conseguente nemica del cattolico arcivescovo
sant'Ambrosio, pure conoscendo quanto in sì pericoloso stato di cose
potesse giovare a lei e al figliuolo l'autorità, il credito e la
prudenza di questo insigne prelato, fattolo chiamare, gli mise in mano
il giovanetto principe, e ardentemente gliel raccomandò. Ambrosio il
ricevette, ed abbracciò. Quindi si diedero a consultare i mezzi per
frenare quel minaccioso torrente. Il primo passo fu quello d'implorare i
soccorsi dell'imperadore Teodosio, il quale, per attestato di
Pacato[858], avea guerra, e riportava delle vittorie nell'estremità
dell'Oriente, senza che si sappia contra di chi, se per avventura non
furono i Saraceni, che lo stesso panegirista dice vinti da lui. Non
mancò Teodosio, secondo l'asserzion di Temistio[859], di far subito un
gran preparamento, per vendicar la morte di Graziano, e salvare
dagl'insulti del tiranno il pupillo Augusto Valentiniano. Anche in
Italia si dovettero allestir quante milizie si potè. Alla seguente
primavera, essendo troppo inoltrata la stagione di quest'anno, Teodosio
era per muoversi. Non so io dire, se questo armamento quel fosse che
fece desistere Massimo dal procedere innanzi contra del giovane
Valentiniano, e in vece di guerra promuovere proposizioni di pace; o
pure se _Probo_, prefetto del pretorio, già fuggito dalle Gallie, e
divenuto primo ministro della corte di Valentiniano, e sant'Ambrosio, e
gli altri consiglieri di esso imperadore, trovandosi senza forze,
giudicassero meglio di ricorrer essi ai maneggi di pace. Temistio[860]
fu di parere che l'apprensione dell'armi di Teodosio portasse Massimo ad
anteporre la pace alla guerra; e Rufino[861] anch'egli attesta essere
stato Massimo il primo a proporre essa pace, ma con pensiero di non
mantenerla (verisimilmente per assodarsi intanto negli usurpati
dominii), e che Valentiniano atterrito dalla potenza di questo nemico,
accettò di buon grado il proposto partito, con pensiero anch'egli di
romperlo subito che si trovasse in forze. Noi all'incontro sappiamo che
dalla parte di esso Valentiniano fu deputato sant'Ambrosio per passar
nelle Gallie affin di maneggiare qualche concordia[862]. Andò
l'intrepido arcivescovo, e trovò a Magonza _Vittore_ conte, il quale
veniva spedito da Massimo per trattare dello stesso negozio in Italia.
Introdotto nel consiglio udì la pretensione di Massimo, cioè che
Valentiniano come più giovane doveva venire in persona a trovarlo, con
sicurezza di ogni amorevole accoglimento. Ambrosio lo scusò col rigore
del verno durante il quale non poteva un fanciullo colla madre vedova
passare i freddi e pericoli delle Alpi; e neppur s'impegnò di farli
venire, con dire di non aver egli commessione alcuna di questo, ma
solamente di trattar la pace. Gli convenne aspettar buona parte del
verno, finchè tornasse Vittore colle risposte d'Italia; nel qual tempo
non volle comunicar nei sacri misteri con esso Massimo[863], dicendo
ch'egli era tenuto a far prima pubblica penitenza del sangue sparso del
suo principe, e principe innocente. Lo stesso fece a tutta prima anche
san Martino vescovo di Tours,[864] ma poi si ridusse a comunicar seco,
probabilmente perchè gli fece credere il tiranno di non aver avuta parte
nella morte di Graziano.

NOTE:

[813] Themist., Orat. XVI.

[814] Idacius, in Chronico. Marcellin., in Chronic. Prosper., in
Chronic. Chronicon Alexand.

[815] Coteler., Monum. Graec. Tom. II.

[816] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

[817] Cod. Theod., lib. 16. Tit. 5, de Haeretic.

[818] Gothofred., Chronol. Cod. Theod.

[819] Symmachus, in Retat.

[820] Ambros., lib 3 de Off., cap. 7.

[821] Idem, Relat. Symmach.

[822] Mediobarbus, Numism. Imperator.

[823] Zosimus, lib. 4, cap. 33.

[824] Usserius, de Britan. Eccl.

[825] Pacatus, in Panegyr. Theodos.

[826] Zosim., lib. 4, cap. 33. Victor, in Epitome.

[827] Sulpic. Sever., Vit. S. Martini, cap. 23.

[828] Orosius, lib. 7, cap. 34.

[829] Gregor. Turonensis, lib. 1, cap. 43.

[830] Prosper, in Chronic.

[831] Zosim., lib. 4, c. 35.

[832] Gildas, de excidio Britan.

[833] Socrates, l. 5, cap. 11.

[834] Sozom, lib. 7, c. 13.

[835] Zosimus, lib. 4, cap. 35. Victor, in Epitome. Pacatus, in Panegyr.
Prosper, in Chronic.

[836] Baron., Annal. Eccl.

[837] Valesius, Rer. Franc., lib. 2.

[838] Tillemont, Mémoires des Emper.

[839] Pacatus, in Panegyr.

[840] Prosper, in Chronic.

[841] Ambros., in Psalm. 61, num. 23 et seq.

[842] Zosimus, cap. 35.

[843] Prosper, in Chronic., Rufinus, Marcellin.

[844] Socrates, lib. 5, c. 11.

[845] Sozom., lib. 7, c. 13.

[846] Marcellinus, in Chronic.

[847] Ambros., de Fid., lib. 1, cap. 20.

[848] Zosimus, lib. 5, c. 39.

[849] Idem, l. 4, c. 36.

[850] Ambr., in Ps. 61 et Epist. XXIV.

[851] Rufinus, lib. 2, c. 13.

[852] Philostorg., lib. 10, c. 5.

[853] Pacat., in Panegyr.

[854] Ambr., Epist. XXIV.

[855] L. 43, de Appellat. Cod. Theodos.

[856] Fabretus, Inscript., pag. 576.

[857] Orosius, l. 7, c. 35.

[858] Pacatus, in Panegyr.

[859] Themist., Orat. XVIII.

[860] Idem, ibid.

[861] Rufinus, lib. 2, c. 15.

[862] Ambros., Epist. XXIV.

[863] Paulin., in Vita S. Ambrosii.

[864] Sulpicius Sever., in Vita S. Martini, c. 23.



    Anno di CRISTO CCCLXXXIV. Indiz. XII.

    DAMASO papa 19.
    VALENTINIANO II imperad. 10.
    TEODOSIO imperadore 6.
    ARCADIO imperadore 2.

_Consoli_

FLAVIO RICOMERE e CLEARCO.


_Ricomere_, primo nella dignità consolare, è quel medesimo valente
generale, che da Graziano Augusto era stato spedito in aiuto a
Teodosio, e si trova anche appellato _Ricimere_. L'altro console
_Clearco_ era forse nell'anno presente anche prefetto della città di
Costantinopoli[865]. _Simmaco_, celebre personaggio, si trova prefetto
di Roma in quest'anno. Di tal sua dignità egli parla in alcune sue
lettere. Egli anche fu che in questo anno inviò _Agostino_, poi santo
vescovo, per maestro di retorica a Milano. Nel dì 11 di dicembre terminò
i giorni del viver suo _Damaso_ pontefice romano[866], riferito poi nel
catalogo de' santi a cagion delle sue opere gloriose, massimamente
concernenti la difesa della dottrina della Chiesa cattolica. Pochi
giorni stette a succedergli nella cattedra di san Pietro, _Siricio_, di
nazione romano. Così il padre Pagi[867], contro l'autorità del cardinal
Baronio e del padre Papebrochio, i quali differiscono all'anno seguente
la elezion di Siricio. Del loro parere sono anch'io, per quel che dirò
all'anno stesso. Già abbiam veduto che _Clearco_ fu in quest'anno
prefetto di Costantinopoli, parendo che la data di una legge di Teodosio
lo intitoli così; ma non possiamo fidarci di quella data, da che abbiamo
indizii che _Temistio_[868], famoso filosofo pagano ed oratore di questi
tempi, fu promosso a quella carica nell'anno presente, e recitò di poi
un'orazione in lode di Teodosio. Il non dir egli parola della nascita di
_Onorio_, secondogenito di esso Augusto, nè dell'ambasciata dei Persiani
fa abbastanza conoscere che quel panegirico fu recitato prima del
settembre di quest'anno. Imperciocchè _Flacilla_, o sia _Placilla_
Augusta, nel dì 9 di settembre partorì all'Augusto consorte _Flavio
Onorio_[869], nato nella porpora, come diceano i Greci, perchè venuto
alla luce dappoichè il padre era imperadore, laddove _Arcadio_
primogenito, e già dichiarato _Augusto_, nella privata fortuna del padre
era stato partorito. Ad esso Onorio fu immantinente conferito il titolo
di _nobilissimo_. Già il defunto _Artaserse_ re della Persia avea avuto
per successore il suo figliuolo _Sapore III_. Abbiamo da Idazio[870]
ch'egli nell'anno presente inviò una solenne ambasciata a Teodosio
Augusto per trattar di pace fra i due imperii. Pacato[871] ne parla
anche egli, con indicare i presenti da lui inviati in tale occasione a
Costantinopoli, cioè di perle, stoffe di seta, ed animali propri per
tirare il cocchio trionfale, e verisimilmente elefanti domesticati.
Orosio[872] e il giovane Vittore[873] scrivono che Teodosio strinse,
mercè di un trattato di pace, buona amicizia coi Persiani; ma non è ben
certo se questa pace ora succedesse, o se fosse piuttosto una tregua,
perchè vedremo nell'anno 389 un'altra ambasceria de' Persiani per questo
effetto; e per altro conto restano in molta oscurità gli affari de'
Romani con quella nazione. Certo è che guerra non fu gran tempo dappoi
fra le suddette due potenze.

Vegniamo ora a Massimo tiranno. Tanto si trattenne nella di lui corte
santo Ambrosio, e tal fu la sua destrezza, che finalmente conchiuse la
pace fra lui e Valentiniano Augusto. Per quel che apparisce dalle
conseguenze, consiste il massiccio della capitolazione in questi due
punti: cioè Valentiniano riconosceva Massimo per legittimo imperador
delle Gallie, Spagne e Bretagna, e vicendevolmente Massimo accordava che
Valentiniano resterebbe pacifico possessore e signore dell'Italia,
dell'Illirico occidentale e dell'Africa. Pretese esso Massimo col tempo
di essere stato burlato con varie promesse, che poi furono senza
effetto, da _Ambrosio_ e da _Bautone_ conte, compagno, secondo le
apparenze, di quella ambasciata: ma il santo arcivescovo sostenne poscia
di nulla avergli promesso, e discolpò ancora Bautone. Nel ritornarsene
egli a Milano, trovò a Valenza del Delfinato altri ambasciatori spediti
a Massimo per iscusar Valentiniano, se non potea passar nelle Gallie,
come il borioso tiranno tuttavia pretendeva. Poco nondimeno teneva per
questa pace sicuro sè stesso Massimo, ogni qualvolta anche Teodosio dal
canto suo non acconsentisse. Però, per testimonianza di Zosimo[874],
spedì altri suoi ambasciatori ad esso Teodosio, nè trovò in lui gran
difficoltà ad approvar quell'accordo e a permettere che l'immagine del
tiranno si mettesse con quelle degli altri due Augusti. Anzi dovendo
partire _Cinegio_ pel governo dell'Africa, Teodosio gli diede ordine di
portare colà l'immagine del medesimo per farla vedere a que' popoli in
segno della contratta amicizia. Ma se crediamo ad esso Zosimo, anch'egli
si accomodò a questa concordia in apparenza, meditando nello stesso
tempo di fargli guerra subito che gliel permettessero i propri
interessi, o piuttosto che gliene desse occasione il perfido usurpatore,
siccome in fatti avvenne. In questa maniera Massimo giunse a restar
pacifico padrone di tanti Stati. Ci ha conservata sant'Ambrosio[875] la
memoria di un altro fatto, senza apparire se spettante a questo o pure
all'anno seguente. Certamente esso accadde dopo la conchiusion della
pace suddetta. Cioè gli Alamanni Giutunghi vennero a bottinar nella
Rezia, perchè seppero ch'era stata regalata da Dio di un buon raccolto.
Bautone conte, poco fa da noi mentovato, ebbe maniera di muovere contra
di loro gli Unni e gli Alani, i quali entrati nel paese di essi
Alamanni, vi diedero un gran sacco sino ai confini delle Gallie. Gravi
doglianze fece per questa irruzione Massimo, perchè l'apprese suscitata
da Valentiniano, per nuocere anche a lui in guisa che esso Valentiniano,
affine di togliere i pretesti di qualche rottura, a forza di danaro fece
tornar que' Barbari alle lor case.

Da una lettera di Simmaco[876] parimente ricaviamo che nell'Illirico
accadde guerra contra de' Sarmati, i quali doveano aver passato il
Danubio per saccheggiare il paese romano. Quel generale, sotto il cui
comando era o la Pannonia, o la Mesia superiore, diede a coloro una tal
rotta, che moltissimi ne uccise, ed altri fatti prigioni inviò a Roma:
perlochè meritò un grand'elogio da Valentiniano. Noi troviamo questo
giovinetto imperadore nell'anno presente quasi sempre in Milano[877], a
riserva di una scorsa da lui fatta ad Aquileia. Aveva egli disegnato
console per l'anno prossimo _Vettio Agorio Pretestato_, celebre
personaggio allora, ma pagano, e che esercitava ora la carica di
prefetto del pretorio d'Italia, di cui si veggono vari elogi presso gli
scrittori gentili, e nelle antiche iscrizioni. Ma prima ch'egli
arrivasse a vestir la trabea consolare la morte il rapì con incredibil
doglia del senato e popolo romano. Ne parla molto Simmaco nelle sue
lettere, ed anche san Girolamo che si trovava allora in Roma. Perchè
costui aveva impetrato da Valentiniano un decreto poco favorevole ai
Cristiani, ciò fece coraggio a Simmaco prefetto di Roma, e agli altri
senatori romani della fazion pagana ed idolatrica, senza saputa, o
almeno senza consenso de' senatori cristiani, di fare un tentativo
maggiore, cioè di formare un decreto, per chiedere a Valentiniano
Augusto che fosse rimesso nella sala del senato l'altare della Vittoria,
già tolto per ordine di Graziano Augusto. Ne formò la supplica ossia la
relazione Simmaco, adducendo quante ragioni (ben tutte frivole) egli
seppe trovare; e questa fu spedita alla corte con forte speranza, che
trattandosi di un regnante sì giovane, e però non atto a discernere la
falsità di quei motivi, il negozio verrebbe fatto. Penetrata questa
notizia all'orecchio di santo Ambrosio[878], con tutta sollecitudine
stese egli una contrasupplica, in cui sì forti ragioni intrepidamente
espose del non doversi accordare quella infame dimanda, che Valentiniano
stette saldo in sostener l'operato dall'Augusto suo fratello, sicchè
andarono falliti i disegni del paganesimo. Fu di poi ampiamente
confutata dal santo arcivescovo la relazione di Simmaco, e noi tuttavia
abbiamo questi pezzi fra le opere di esso Simmaco e di sant'Ambrosio.
Immemorabile era l'uso che i nuovi consoli facessero dei regali agli
amici e ad altre assaissime persone, e che i questori e pretori
solennizzassero la loro entrata in quei posti con dei giuochi pubblici,
nel che conveniva impiegare gran copia d'oro. La vanità di molti aveva
anche introdotti altri intollerabili abusi e spese eccessive, colle
quali stoltamente si venivano ad impoverir le persone nobili, per
comperar del fumo. Simmaco ne promosse la riforma, e la ottenne da
Valentiniano; e pur egli, per attestato di Olimpiodoro[879], due mila
libbre d'oro di peso impiegò per la pretura di un suo figliuolo.
Teodosio anch'esso in quest'anno pubblicò una prammatica per lo stesso
fine, siccome fece altre leggi in favore della religione cristiana, che
si possono leggere nel Codice Teodosiano. Crede in oltre il Gotofredo
che a questi tempi appartenga una di lui legge, con cui proibisce il
matrimonio fra i cugini germani sotto rigorose pene.

NOTE:

[865] Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.

[866] Prosper, in Chronic.

[867] Pagius, Crit. Baron.

[868] Themist., Orat. XVII et XVIII.

[869] Idacius, in Fastis. Chronicon Alexandrin. Socrat., lib. 5, cap.
12.

[870] Idacius, ib.

[871] Pacatus, in Panegyr.

[872] Orosius, lib. 7, cap. 34.

[873] Victor, in Epit.

[874] Zosimus, lib. 4, cap. 37.

[875] Ambr., Epist. XXIV.

[876] Symmach., lib. 10, epist. 61.

[877] Gothofred., Chronol. Cod. Theod.

[878] Ambros., in Symmachum, et alii.

[879] Olympiodorus, apud Photium.



    Anno di CRISTO CCCLXXXV. Indiz. XIII.

    SIRICIO papa 1.
    VALENTINIANO II imperad. 11.
    TEODOSIO imperadore 7.
    ARCADIO imperadore 3.

_Consoli_

FLAVIO ARCADIO AUGUSTO, e BAUTONE.


Abbiam già veduto che questo _Bautone_ conte, uomo di gran valore e
fedeltà, era uno de' generali di Valentiniano juniore Augusto, e però fu
console per l'Occidente. _Agostino_, maestro in questi tempi di retorica
in Milano, recitò nelle calende di gennaio un panegirico che non è
giunto ai dì nostri, in onore di lui esistente in quella città, dove
tuttavia era la corte. Chi fosse in quest'anno prefetto di Roma, non si
è potuto chiarire in addietro. Raccogliesi dalle lettere di Simmaco[880]
ch'egli disgustato per molti affanni da lui patiti nell'esercizio di
questa dignità nell'anno antecedente, fece istanze alla corte per
esserne scaricato; ma senza apparire s'egli fosse esaudito. Tuttavia
tengo io per fermo che in luogo suo venisse surrogato per l'anno
presente _Severo Piniano_. Che questo nobilissimo romano fosse prefetto
di Roma, ne ho addotto le pruove altrove[881], cioè le parole di
Palladio e di Eraclide. E che la di lui prefettura cadesse appunto in
quest'anno, chiaramente si raccoglie da una lettera di Valentiniano
Augusto, indirizzata a lui nel dì 23 di febbraio dell'anno corrente,
riferita dal Cardinal Baronio[882], in cui si rallegra per la elezione
di Siricio papa, accaduta poco tempo prima. M'induco medesimamente a
credere, in vigor di essa lettera che Siricio papa fosse eletto (non
senza contraddizione del tuttavia vivente Ursino, o sia Ursicino, che
avea fatta guerra anche a papa Damaso) non già, come vuole il padre
Pagi, nel dì 22 di dicembre dell'anno precedente, ma bensì nel gennaio
del presente, come tenne il suddetto cardinal Baronio. Non vo' io
trattener qui i lettori coll'esaminar le ragioni del Pagi. A me solo
basterà di dire che l'epitaffio di papa Siricio, su cui egli fonda tutto
il suo raziocinio, non è certo se sia fattura di quei tempi. Noi possiam
con ragione tenerlo per composto da qualche miserabil poeta de' tempi
susseguenti, giacchè esso è un componimento di versi mancanti di
prosodia. Ne' tempi correnti fiorivano mirabilmente in Roma le lettere,
nè si può mai credere che ad un sì ignorante poeta fosse data la
commissione di ornar il sepolcro di un romano pontefice con versi che
gridano misericordia.

Per la maggior parte di quest'anno noi troviamo, siccome poco fa
accennai, Valentiniano Augusto colla sua corte in Milano[883], dove son
date alquante sue leggi. Altre ve n'ha pubblicate in Aquileia, e forse
una in Verona. Teodosio Augusto, per quanto risulta dalle leggi di lui,
sembra non essersi punto mosso da Costantinopoli. Diede questo buon
imperadore nei tempi correnti una pruova luminosa della sua singolar
bontà. Aveano varie persone tenuto delle assemblee contra di lui,
producendo varii augurii, sogni ed altri creduti indovinamenti
dell'avvenire[884]. Scoperto l'affare, ad un rigoroso processo si diede
subito principio, non solamente contro i delinquenti, ma contro quelli
ancora che aveano saputo e non rivelato il fatto. Sotto altri imperadori
nè pur uno d'essi avrebbe scappata la morte. Così non fu sotto il
cattolico Teodosio. Sulle prime egli dichiarò di non voler mischiato in
tal processo chiunque reo solamente era di non aver rivelato i
manipolatori della congiura, o per aver parlato poco rispettosamente di
lui. Pubblicò dipoi nell'anno 393 una legge, con cui proibiva il
procedere giudizialmente contro chiunque avesse sparlato del principe.
Continuarono i processi contra de' veri congiurati; e perchè pareva che
il buon Augusto ne fosse scontento, uno de' magistrati un dì gli disse,
che la principal cura degli uffiziali della giustizia doveva esser
quella di assicurar la vita del principe: _Sì,_ rispose egli, _ma più
ancora vorrei che aveste cura della mia riputazione._ La sentenza di
morte fu pronunziata contra di costoro, ma allorchè i carnefici erano
sul punto di eseguirla, si spiccò dal palazzo una voce che si sparse
immediatamente per tutta la città, che l'imperadore faceva lor grazia. E
così fu. Non solamente donò egli loro la vita, ma anche la libertà di
dimorare in quel paese che più loro piacesse; e volle che Arcadio
Augusto suo figlio anch'egli segnasse la grazia, per avvezzarlo di
buon'ora agli atti di clemenza. Temistio aggiugne che a questo perdono
consentì sopra gli altri l'imperadrice _Flacilla_ ossia _Placilla_, con
cui egli soleva consigliarsi in affari di tal natura. Ma Iddio appunto
nell'anno presente chiamò a sè questa piissima Augusta, le cui rare doti
e virtù, e specialmente la pietà, e un continuo zelo per la religion
cattolica, si veggono esaltate non men dagli scrittori cristiani, cioè
da s. Gregorio Nisseno[885], da s. Ambrosio, da Teodoreto, e
Sozomeno[886], ma ancora dal pagano Temistio. Meritò ella, in una
parola, che la chiesa greca la registrasse nel catalogo de' santi.
Figliuoli di essa e di Teodosio furono _Arcadio_ allora Augusto, ed
_Onorio_ che col tempo fu anch'egli imperadore. Una lor figlia,
appellata _Pulcheria_ mancò di vita circa questi tempi, e se ne vede
l'orazion funebre fra le opere del suddetto Nisseno.

Viveva in questi medesimi tempi un'altra imperadrice, ma di professione
e costumi affatto contrarii, e questa era _Giustina_ madre del
giovanetto Valentiniano Augusto. Dopo la morte del vecchio Valentiniano
suo consorte, cavatasi la maschera, ella si scoprì ariana; e, dimorando
col figliuolo in Milano, città il cui popolo era tutto zelante per la
dottrina e chiesa cattolica, si mise in testa di voler pure promuover
ivi gl'interessi dell'empia sua setta. Per essere il figliuolo di età
immatura, grande era la di lei autorità, e suo gran consigliere le stava
sempre ai fianchi _Ausenzio_[887], che s'intitolava vescovo, venuto già
dalla picciola Tartaria, dopo aver ivi commesso di gravissime iniquità.
Voleva pure costui in quella città una chiesa per servigio dei suoi
pochi ariani, consistenti in alcuni uffiziali di corte, e in quei non
molti Goti che militavano nelle guardie; ma ritrovò contrario a' suoi
disegni l'arcivescovo _Ambrosio_, la cui costanza episcopale non si
lasciava intimorire neppur dalle minacce de' più crudeli supplizii[888].
Questi gli fece fronte, ed insieme il popolo tutto, pronto a perdere
piuttosto la vita, che a dar luogo alla eresia. Si seppe già risoluto in
corte che fosse ceduta agli ariani la basilica Porziana, oggidì chiamata
di s. Vittore, ch'era allora fuori della città, e che il santo
arcivescovo per questo era stato chiamato. Il popolo anch'esso corse a
furia colà; e perchè un uffizial di corte mandato con dei soldati per
dissiparli vi trovò del duro, fu pregato lo stesso Ambrosio di pacificar
quel rumore, con promessa di non dimandar la suddetta basilica. Ma nel
dì seguente, giorno 4 di aprile, vennero uffiziali a chiedergli la
basilica nuova, da lui fabbricata entro la città, appellata oggidì di
san Nazario. Le risposte del santo furono magnanime e risolute, di non
poter dare ciò ch'era di Dio, e su cui l'imperadore non aveva autorità.
Ne' giorni santi seguenti si rinforzò la persecuzione, per occupar pure
una delle basiliche; ma il santo arcivescovo e il popolo resisterono
fino al giovedì santo, in cui cessò quella tempesta, senza che si
spargesse il sangue di alcuno. Di più non rapporto io, perchè s'ha da
prendere questo bel pezzo dalla storia ecclesiastica e dalla vita
dell'incomparabile arcivescovo sant'Ambrosio, la cui saviezza, coraggio
e zelo in tal congiuntura son tuttavia da ammirare[889]. Dopo questo
inutile sforzo non cessò l'infuriata Giustina di tendergli insidie e di
procurarne l'esilio; ma Iddio anche miracolosamente difese sempre il suo
buon servo, non essendo già cessata in quest'anno la guerra contra di
lui e della fede cattolica.

NOTE:

[880] Symmachus, lib. 10, epist. 25, 36, 47.

[881] Anecdot. Latin. Tom. I, Dissert. VI, et inter opera s. Paulini
Edit. Veronens.

[882] Baron., Annal. Eccl. ad hunc annum.

[883] Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.

[884] Liban., Orat. XIV. Themist., Orat. XIX.

[885] Gregor. Nyssenus, in funer. Plac.

[886] Ambros. Theodor. Sozomenus. Themistius.

[887] Ambros., Epist. XX.

[888] Ambros., in Psalm. 36.

[889] Paulin., in Vit. Sancti Ambros.



    Anno di CRISTO CCCLXXXVI. Indiz. XIV.

    SIRICIO papa 2.
    VALENTINIANO II imperad. 12.
    TEODOSIO imperadore 8.
    ARCADIO imperadore 4.

_Consoli_

FLAVIO ONORIO _Nobilissimo fanciullo_, ed EVODIO.


Le leggi del codice Teodosiano[890] ci fan vedere nel dì 11 di giugno
prefetto di Roma _Sallustio_, e poscia di nuovo nel dì 6 luglio in
quella dignità _Piniano_ sopra da noi mentovato, e possessor di essa
anche nell'anno precedente. Seguitò in questo anno Valentiniano Augusto
a dimorare in Milano, e Teodosio Augusto per lo più stette in
Costantinopoli. Quanto al primo di questi regnanti, altro non ci
suggerisce la storia intorno alle azioni di lui per conto dell'anno
presente, se non che egli inviò ordine al suddetto Sallustio prefetto di
Roma di rifabbricare la basilica di san Paolo nella via che conduce ad
Ostia; ciò apparendo da una sua lettera pubblicata dal cardinal
Baronio[891]. Ma l'Augusta Giustina sua madre non tralasciava intanto di
abusarsi del di lui nome ed autorità per esaltare la fazion degli ariani
suoi favoriti, e distruggere, se fosse stato possibile, la cattolica
chiesa di Dio. Ottenne ella dunque che l'Augusto giovane suo figliuolo
formasse un'empia legge in favor degli ariani[892]. Benevolo,
segretario, oppure notaio o archivista della corte incaricato di
stenderla, amò piuttosto di rinunziar la sua carica e ritirarsi ad una
vita privata, che di contaminar la sua penna con quel sacrilego editto.
L'iniquo vescovo degli ariani Ausenzio quegli poi fu che lo compose. Nel
dì 21 di gennaio di quest'anno si vide pubblicata quella legge, con cui
si concedeva un'intiera libertà agli ariani di tener le loro assemblee
dovunque volessero, con rigorose pene contra dei cattolici che a ciò si
opponessero. In vigore di tal proclama andarono ordini a cadauna delle
città di rilasciare ad essi eretici almeno una chiesa, con pena della
testa a chi resistesse. Fu perciò intimato in Milano a santo Ambrosio di
cedere agli ariani la basilica Porziana coi vasi sacri. Con petto forte
il santo arcivescovo ricusò di ubbidire. Per questa ripugnanza un
tribuno gli portò l'ordine di uscir dalla città, ed egli costantemente
protestò di non poter abbandonar quel gregge che Dio avea raccomandato
alla sua custodia. Vennero minacce di farlo morire, ed egli nulla più
desiderava che di sofferire il martirio. Minore non era lo zelo del
popolo suo, il quale per paura che il sacro pastore se n'andasse, o per
amore o per forza, corse alla basilica suddetta, e per più giorni e
notti stette ivi dentro in guardia. Colà inviò la corte una man di
soldati per impedire alla gente di entrarvi; ma eglino stessi
s'accordavano coi cattolici. Fu allora che sant'Ambrosio, affinchè non
si annojasse il buon popolo in quella specie di prigionia, introdusse
l'uso di cantar inni, salmi ed antifone, come già si usava nelle chiese
d'Oriente: tanto che anch'esso influì dipoi alla conversione di
sant'Agostino. D'ordine dell'imperadore fu intimato a sant'Ambrosio di
comparire a palazzo per disputar della fede con Ausenzio davanti ai
giudici da eleggersi dall'una e dall'altra parte. Ma Ambrosio con
lettera a Valentiniano fece intendere i giusti motivi suoi di non
ubbidire. In somma i cattolici conservarono la basilica, e il santo
Arcivescovo a dispetto d'altre calunnie ed insidie a lui tese dalla
furibonda imperadrice ariana, stette saldo[893], e con lui si unirono
dipoi anche i miracoli nella scoperta de' sacri corpi de' santi Gervasio
e Protasio, che accrebbero la confusion degli ariani, e fecero cessar la
persecuzione di Giustina. Chi di più ne desidera, dee far ricorso alla
storia ecclesiastica[894]. Il bello fu che Massimo il tiranno, udita
questa persecuzion de' cattolici, se ne prevalse, per guadagnarsi l'aura
di principe zelante della vera religione, con iscrivere a Valentiniano,
ed esortarlo a desistere dal far guerra alla Chiesa vera di Dio, e di
seguitar la fede de' suoi maggiori; e v'ha chi aggiugne di avergli anche
minacciata guerra per questo.

Nell'anno presente ebbe l'imperadore Teodosio guerra coi popoli
Grutongi, cioè con una nazion barbarica sconosciuta dianzi, e venuta a
dare il sacco alla Tracia, senza dubbio dalla Tartaria. Ma probabilmente
non erano se non alcuna di quelle tribù di Goti, delle quali Ammiano
molto prima di questi tempi fece menzione. Zosimo parla di una irruzione
qualche anno prima. Ma si può giustamente attener qui all'asserzione di
Marcellino conte[895], corroborata da Idacio[896] e da Claudiano[897],
attribuendola ognun d'essi all'anno presente. Vuole esso Zosimo[898] che
la gloria di avere sconfitti questi Barbari sia tutta dovuta a _Promoto_
generale di Teodosio, il quale, stando alla guardia delle rive del
Danubio, e vedendo sì gran gente invogliata di passar quel fiume, tese
loro una trappola, inviando spie doppie, cioè persone pratiche della
loro lingua, che si vantarono di far loro prendere il general romano con
tutti i suoi a man salva. Da questa lusinghevol promessa allettati i
Barbari, imbarcarono una notte in gran copia di piccoli legni la più
robusta gioventù con un altro corpo che tenea dietro ai primi, e in
tempo di notte si misero a valicare il Danubio. Promoto che avea
preparata una flotta numerosa di navi più grosse, fattala scendere, si
mise nella concertata notte con esse alla riva opposta, aspettando i
nemici. Vennero, ed egli con furore gli assalì. Parte di coloro perdè la
vita nell'acqua, parte provò il taglio delle spade, e fra questi perì
_Odoteo_ re o principe loro. I più restarono prigioni e specialmente i
rimasti nell'altra riva, addosso i quali passò dipoi l'armata dei Romani
con prenderli quasi tutti, e le lor mogli, fanciulli e bagaglie. Certo è
che Teodosio col figliuolo Arcadio si trovò in persona a questa guerra.
Zosimo almen confessa che egli era poco lungi di là, nè è da credere che
si facesse tal impresa senza saputa ed ordine suo. Promoto gli presentò
poi quella gran moltitudine di prigioni e di spoglie; ma Teodosio non
solamente li fece tutti mettere in libertà, ma anche dispensò loro non
pochi regali, acciocchè si arrolassero fra le sue milizie, siccome in
fatti avvenne. Abbiamo da Idacio[899] che i due Augusti entrarono
trionfanti in Costantinopoli per tal vittoria nel dì 12 di ottobre. Tal
conto poi fece di questi Teodosio[900], che essendo una parte d'essi di
quartiere a Tomi della picciola Tartaria, ed avendo voluto far delle
insolenze in quella città, perlocchè Geronzio comandante ivi delle
milizie romane li mise tutti a fil di spada: vi mancò poco che invece di
ricompensa non levasse la vita ad esso Geronzio. La salvò egli con donar
tutti i suoi beni agli eunuchi di corte, la potenza de' quali era anche
allora esorbitante. Ma il racconto è di Zosimo, cioè di un nemico di
tutti i principi cristiani. A questo anno ancora pare che s'abbiano a
riferir le seconde nozze di Teodosio Augusto con _Galla_ figliuola di
Valentiniano I imperadore e di Giustina, e per conseguenza sorella di
Valentiniano juniore[901], giacchè ne parlano circa questi tempi
Filostorgio[902] e Marcellino conte[903]. Zosimo rapporta questo
maritaggio all'anno seguente, e forse anche più tardi. Fu dipoi Galla la
madre di _Galla Placidia_, principessa, di cui avremo da parlar non poco
nel decorso della presente storia. Potrebbe essere che avvenisse ancora
in quest'anno ciò che racconta Libanio[904] (giacchè non sussiste, come
pensò il cardinal Baronio[905], ch'egli fosse morto alcuni anni prima),
cioè che uno dei primi senatori, senza sapersi se di Costantinopoli o di
Antiochia, prestando fede ai sogni che gli promettevano le maggiori
grandezze, e contando questi suoi delirii a diverse persone, fu
processato, e con lui diversi degli ascoltatori, fra' quali poco vi
mancò che lo stesso Libanio non fosse compreso. Ma per la bontà di
Teodosio non andò innanzi il rigore della giustizia. Pochi furono i
tormentati, due solamente gli esiliati, e niuno vi perdè la vita.

NOTE:

[890] Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.

[891] Baron., Annal. Eccl. ad hunc Annum.

[892] Rufinus, lib. 2, cap. 15 et 16. Theodoret., lib. 5, cap. 3.
Ambrosius, Epist. XXXI. Gaudentius, in Sermon.

[893] Paulin., in Vit. s. Ambrosii.

[894] Rufinus. l. 2, cap. 16. Theodor., l. 5, c. 14.

[895] Marcell. Comes, in Chronico.

[896] Idacius, in Chron.

[897] Claudianus, in Consul. IV Honorii.

[898] Zosimus, l. 4, cap. 38.

[899] Idacius, in Fastis.

[900] Zosimus, lib. 4, cap. 40.

[901] Idacius, in Fastis.

[902] Philostorg., lib. 10, cap. 7.

[903] Marcell. Comes, in Chronico.

[904] Liban., in Vit. sua.

[905] Baron., Annal. Eccl.



    Anno di CRISTO CCCLXXXVII. Indiz. XV.

    SIRICIO papa 3.
    VALENTINIANO II imperad. 13.
    TEODOSIO imperadore 9.
    ARCADIO imperadore 5.

_Consoli_

FLAVIO VALENTINIANO AUGUSTO per la terza volta, ed EUTROPIO.


Il prefetto di Roma anche per tutto il corrente anno si può credere che
fosse _Piniano_, giacchè nel codice Teodosiano abbiamo una legge a lui
indirizzata nel gennaio. Furono per attestato di Marcellino conte[906] e
d'Idazio[907] celebrati in Costantinopoli nel dì 16 d'esso gennaio i
quinquennali di Arcadio Augusto con gran magnificenza e giuochi
pubblici; e secondo Libiano pare che tal festa desse occasione ad una
sedizion fiera che si svegliò nella città d'Antiochia. Perchè
occorrevano gravi spese, allorchè si celebravano somiglianti feste,
massimamente per regalar le milizie, Teodosio intimò una gravosa imposta
ai popoli del suo dominio, e per cagion d'essa inferocito quello di
Antiochia si alzò a rumore. Gran disputa è stata fra gli eruditi intorno
all'anno di questa sollevazione che fece grande strepito in Oriente,
perchè gli stessi antichi si truovano discorsi fra loro nell'assegnarne
il tempo. Teodoreto e Sozomeno sembrano riferirla ad alcuni anni
appresso; ed altri prima, ed altri dopo la guerra di Massimo tiranno, di
cui parleremo. Però il cardinal Baronio, il Petavio e il Valesio la
mettono nell'anno 388 seguente; ma il Gotofredo, il Pagi e il Tillemont,
fondati specialmente sull'autorità di Libanio[908] testimonio oculare di
questa turbolenza, la tengono succeduta nell'anno presente. Non
tratterrò io i lettori con sì fatte liti, e, non volendo discordare
dagli ultimi, ne fo menzione in quest'anno, con dire che leggendosi in
Antiochia l'editto di quella contribuzione, la quale se fu per cavar
moneta da celebrare i quinquennali suddetti, si doveva intimare molto
prima del gennaio dell'anno presente, parve essa così eccessiva, che fu
accolta con lamenti e lagrime da quel popolo. Passò la feccia di quella
plebe dalle querele ad un tumulto, ed ingrossatosi a poco a poco il loro
numero colla giunta d'altri malcontenti, la prima scarica del loro
furore fu addosso ad un bagno pubblico. Tentarono di poi questi
sediziosi di sfogare la loro rabbia contra del governatore; ma questo fu
difeso dalle guardie; sicchè tutta la matta lor furia si volse alle
statue di Teodosio, di Flacilla Augusta, dei due lor figliuoli Arcadio
ed Onorio, e di Teodosio padre del medesimo imperadore[909]. Con delle
funi le rovesciarono a terra, le spezzarono, le strascinarono per la
città con grida e scherni quanti mai seppero. Attaccarono anche il fuoco
ad una casa de' principali della città, ed avrebbono fatto altrettanto
ad altre, se non fossero giunti gli arcieri del governatore, i quali col
solo ferire un paio di que' fanatici, misero il terrore negli altri, di
maniera che in breve si calmò tutto quel popolare tumulto. Furono ben
presi e fatti giustiziar dal governatore i primari autori della
sedizione, e infino i loro innocenti figliuoli; ma perciocchè in casi
tali facilmente non riputati colpevoli tutti gli abitanti d'una città,
gli uni per aver fatto il male, e gli altri per non essersi opposti, si
sparse un'incredibile costernazione fra tutti que' cittadini, aspettando
essi ad ogni momento (e ne corse anche la fama) che arrivassero le
milizie imperiali a dare il sacco alla città, e ad empierla di sangue.
Perciò si vide in poco tempo spopolata quella capitale, fuggendo chi
alle città vicine, chi alla campagna, chi alle montagne colle loro mogli
e figliuoli, e con quel meglio che poteano portar seco. San Giovanni
Grisostomo, quel mirabile sacro orator della Grecia, che si trovò
presente a scena sì dolorosa, in più luoghi delle sue omelie fa un
patetico ritratto del miserabile stato in cui si trovò allora Antiochia:
dal che nondimeno seppe Iddio ricavare buon frutto, perchè
quell'emendazion di vizii e costumi ch'esso santo con tutte le sue
esortazioni e minaccie non poteva ottenere, l'ottenne il terror
dell'umana giustizia in questa sì deplorabile congiuntura. Tutto fu
allora compunzione e divozione; cessarono i teatri, gli spettacoli, le
danze, le ubbriachezze; ognun correva alla chiesa, alle prediche; ognun
si rivolse alle preghiere, affinchè Iddio ispirasse al cuor del regnante
la clemenza.

Se vogliam credere a Libanio[910] e a Zosimo[911], fu deputato dalla
città esso Libanio, e un Illario, persone di gran credito, per portarsi
alla corte ad implorar la misericordia del principe. Ma abbiamo un
testimonio di maggior autorità, cioè il suddetto Grisostomo, il quale in
varie sue omelie ci assicura essere bensì stati deputati alcuni della
città per sì fatta spedizione, ma che uditosi dipoi ch'essi per alcuni
accidenti s'erano fermati per istrada, _Flaviano_ vescovo d'Antiochia,
uomo di rara santità, benchè vecchio, benchè in malo stato di sanità, e
in stagion rigida, tuttavia prese l'assunto di passare in
Costantinopoli, per disarmare, s'era possibile, l'ira di Teodosio. Si
accordan gli antichi scrittori, cioè i santi Ambrosio e Grisostomo,
Vittore, Teodoreto, Sozomeno, Libanio e Zosimo, in dire che essendo
suggetto Teodosio ne' primi empiti della collera a prendere delle
risoluzioni violente, ebbe in animo e minacciò di voler rovinare
Antiochia dai fondamenti, e levar la vita ad un gran numero di quegli
abitanti, irritato soprattutto dall'ingratitudine d'essi, perchè più che
ad altra città, aveva egli compartito più benefizii e favori ad essa. Ma
siccome i principi ed uomini saggi non mai eseguiscono i primi consigli
della bollente collera, ma dan luogo a più mature riflessioni; così egli
senza precipitar ne' gastighi, ordinò che si levassero al popolo
d'Antiochia tutt'i privilegi, tutti i luoghi de' lor cari divertimenti,
e massimamente il titolo di metropoli[912], con sottometterla a
Laodicea; e poscia spedì colà due suoi uffiziali, cioè _Ellebico_
generale dell'armi in Oriente, e _Cesario_ suo maggiordomo, per
processare chiunque si trovasse colpevole. Le prigioni si trovarono ben
tosto piene, pronunziate le condanne, preparate le mannaie. Ma eccoti
venire alla città i santi romiti di que' contorni, e massimamente _san
Macedonio_ il più illustre degli altri, i quali uniti coi sacerdoti di
essa città (un d'essi era allora il _Grisostomo_) animosamente si
affacciarono ai giudici, ricordando loro l'ira di Dio, e protestando
come sconvenevol azione ad un principe, il volere estinguere le immagini
vive di Dio a cagione di molte immagini e statue, che si sarebbero fra
poco ristabilite. Tanto in somma dissero, che fermarono l'esecuzion
delle condanne con indurre i giudici ad informar prima di tutto
l'imperadore, ed aspettarne dei nuovi ordini. Cesario stesso passò per
le poste con tutta diligenza alla corte, e diede le notizie occorrenti.
Ma intanto il venerabil aspetto, le lagrime e le ragioni del vescovo
_san Flaviano_ avevano fatto breccia nel cuore di Teodosio, cuore non di
macigno, ma inclinato alla clemenza, in guisa che non parlava più che di
perdono. L'ultima mano la diede Cesario colla sua venuta, fiancheggiato
ancora dalle umilissime lettere scritte ad esso imperadore da san
Macedonio e dagli altri santi romiti, e dalla città di Seleucia, a'
quali si aggiunse anche il senato e popolo implorando tutti
misericordia. Concedette infatti Teodosio un intero perdono alla città
d'Antiochia, la ristabilì negli antichi suoi privilegi e diritti, e
cassò tutte le condanne con immortal sua gloria ed inesplicabil
allegrezza di quel popolo, compiuta poi all'arrivo del santo lor vescovo
Flaviano.

Ma questo rumore dell'Oriente, che si suppone accaduto nel presente
anno, un nulla fu rispetto all'altro che indubitatamente in questi tempi
accadde in Occidente. Imperocchè cominciarono a traspirare delle cattive
intenzioni in Massimo tiranno, di rompere la pace con Valentiniano
Augusto, e d'invadere l'Italia. Forse per ispiare i di lui andamenti fu
risoluto nel consiglio d'esso Augusto di rispedire al tiranno quel
medesimo arcivescovo _Ambrosio_ che vedemmo nell'anno precedente così
perseguitato dalla medesima corte, perchè il credito, l'eloquenza e
l'onoratezza sua non avevano pari. Non si ritirò il santo pastore da
questa impresa, e il suo viaggio si dee credere impreso dopo la pasqua
dell'anno presente, accaduta nel dì 25 di aprile; perciocchè in quel
santo giorno egli conferì il battesimo ad _Agostino_, poi santo, vescovo
e dottor della Chiesa; e non già nell'anno seguente, come han creduto
molti, ma nel presente, come han provato varii eruditi, ed ho anch'io
confermato altrove[913]. Passò dunque sant'Ambrosio a Treveri, mostrando
di non aver altra commessione che quella di domandare il corpo
dell'ucciso Graziano Augusto[914]: il che sarebbe un pegno della buona
armonia che dovea continuar fra loro. Trovò Massimo dei pretesti per non
rilasciargli quel corpo, ossia le di lui ossa. E perchè egli pretese che
Ambrosio e Bautone l'avessero ingannato, con avergli promesso molto e
nulla attenuto, sant'Ambrosio discolpò sè stesso e il compagno. Ma
vedendo che nulla restava da sperare, domandò ed ottenne il suo congedo;
e dacchè fu in luogo libero, spedì innanzi a Valentiniano una lettera,
con cui il ragguagliava di quanto era succeduto, conchiudendo che
_l'esortava di star ben in guardia contra di un uomo, il quale sotto le
apparenze della pace si preparava alla guerra_. Non s'ingannò
sant'Ambrosio. Abbiamo da Zosimo[915] che Valentiniano, in questa
incertezza di cose, spedì un'altra ambasciata a Massimo, per chiarirsi
pure se si poteva delle di lui intenzioni; e l'ambasciatore fu
_Donnino_, uomo soriano, di sua gran confidenza e di non minor lealtà.
Tali carezze, così bei regali a lui fece Massimo, che il buon uomo si
figurò non esserci persona sì amica di Valentiniano come quel tiranno.
Anzi avendogli Massimo esibito un corpo delle sue soldatesche, affinchè
servissero a Valentiano contra de' Barbari che minacciavano la Pannonia,
il mal accorto Donnino, le accettò, e con esse se ne ritornò in Italia.
Bel servigio ch'egli fece a Massimo, perchè il tiranno che dianzi
conosceva quanto fosse difficile e pericoloso il mettersi a passar con
un'arma a le strade e i passi stretti dell'Alpi, dopo aver in questa
maniera addormentato Donnino, e mandata innanzi una buona scorta delle
sue genti, a tutto un tempo gli tenne dietro col grosso dell'esercito
suo, e con tal segretezza, che si vide calato in Italia, prima che
giugnesse avviso della mossa delle sue armi. Se sussiste la data di una
legge del codice Teodosiano[916], Valentiniano Augusto era tuttavia in
Milano nel dì 8 di settembre dell'anno corrente. Zosimo cel rappresenta
in Aquileia, allorchè inviò Donnino nelle Gallie.

Ora un sì inaspettato turbine dell'armi del tiranno e la poca forza
delle proprie, colla giunta della voce precorsa, che le mire di Massimo
principalmente tendevano a prendere vivo Valentiniano, fecero pensare
unicamente il giovane Augusto alla fuga[917]. Pertanto imbarcatosi in
una nave coll'imperadrice _Giustina_ sua madre, che più che mai cominciò
a provare il flagello di Dio per li suoi peccati, e con Probo prefetto
del pretorio, fece vela per l'Adriatico alla volta di Tessalonica; dove
giunto, di là spedì a Teodosio Augusto la serie delle sue disavventure
con implorar l'assistenza del di lui braccio in così grave bisogno.
Abbiamo da Teodoreto, avergli Teodosio risposto non essere da stupire
dello stato infelice dei di lui affari e dei prosperosi del tiranno, da
che Valentiniano avea impugnata la vera fede, e il tiranno l'avea
protetta. Per attestato di Zosimo[918] e di Marcellino conte[919], venne
poi esso Teodosio in persona a fare una visita al cognato Augusto e alla
suocera, e s'impegnò di adoperar tutte le sue forze per ristabilirli ne'
loro stati, sì per la gratitudine ch'egli professava a Graziano suo
benefattore, come per essere marito di _Galla_, sorella di esso
Valentiniano. Scrive lo stesso Zosimo che Galla venne colla madre a
Tessalonica, e che ora solamente Teodosio, preso dalla di lei bellezza,
la ricercò ed ottenne per moglie dalla madre. Ma Marcellino conte e
Filostorgio scrivono, essersi effettuate tali nozze nell'anno
precedente. Ordinò ancora Teodosio, che fosse fatto un trattamento
onorevole all'Augusto cognato e a tutta la sua corte. Tenuto poscia
consiglio, fu presa la risoluzione di spedire ambasciatori a Massimo,
prima di venire all'armi, per esortarlo a restituir gli stati occupati a
Valentiniano, e per minacciar guerra in caso di rifiuto, giacchè
l'imminente verno non permetteva di far per ora di più. Sozomeno e
Socrate scrivono, all'incontro, che preventivamente Massimo inviò
ambasciatori a Teodosio, per giustificare (cosa impossibile) le novelle
sue usurpazioni contro la fede dei trattati. Certo è che nè Massimo si
sentì voglia di lasciar la preda addentata, nè Teodosio di fare un
menomo accordo con lui. E qui ci vien meno la storia, tacendo essa
quanto operasse il tiranno, dacchè coll'esercito suo calò in Italia ed
obbligò Valentiniano alla fuga. Abbiam nondimeno bastevol fondamento di
credere, anzi chiare pruove ch'egli si impadronisse di Roma e
dell'Italia tutta, e che infin l'Africa solita a prestare ubbidienza a
quel principe che comandava in Roma, anch'essa ai di lui voleri senza
contrasto si sottomettesse. Sant'Ambrosio[920] in una lettera a Faustino
dopo l'anno 388, scrive che venendo esso Faustino a Milano, potè vedere
_Claterna_, posta di là da Bologna, e poi _Bologna_ stessa, _Modena_,
_Reggio_, _Brescello_ e _Piacenza_, città con assai castella dianzi
floridissime, ma divenute nobili cadaveri, perchè mezzo diroccate
allora, e prive quasi affatto di abitatori. Con ragionevol conghiettura
il cardinal Baronio stimò che la desolazion di queste città e terre sia
da attribuire alla fierezza di Massimo, o perchè i popoli facessero
resistenza al di lui arrivo, o perchè i cittadini con abbandonarle e
ritirarsi alle montagne, gli fecero conoscere di non voler lui per
padrone. Del che abbiamo anche un barlume nel panegirico di Teodosio,
rammentando Pacato[921] le mortali piaghe _(alta vulnera)_ che il
tiranno avea fatto all'_Italia_. Che venissero alla di lui divozion
Bologna e Verona, s'ha dalle iscrizioni[922] a lui poste in quelle
città. E che anche Roma al giogo di lui si sottomettesse, chiaramente
apparisce da sant'Ambrosio[923], là dove scrive a Teodosio Augusto sul
fine dell'anno seguente, che Massimo tiranno, avendo ne' mesi addietro
inteso come in Roma era stata bruciata una sinagoga degli Ebrei, avea
spedito colà un editto, affinchè fosse rifatta. _Quum audisset Romae
Synagogam incensam, Edictum Romam miserat, quasi vindex disciplinae
publicae._ Aggiungasi a ciò l'aver Simmaco, senatore di Roma e letterato
celebre, ma pagano, composto un nuovo panegirico in lode di
Massimo[924], e recitatolo alla di lui presenza, probabilmente nell'anno
seguente, e forse in Aquileja. Per questa infedeltà e arditezza fu egli
poi processato come reo di lesa maestà dai ministri di Teodosio, oppur
di Valentiniano; e se non si salvava in una chiesa de' Cristiani, correa
pericolo della sua testa. Veggonsi inoltre delle iscrizioni comprovanti
il dominio di Massimo in Roma. Dicendo poi Pacato[925] che l'Africa
restò esausta di danari per le contribuzioni ad essa imposte dal
tiranno, abbastanza intendiamo che colà ancora si stese la di lui
signoria. Aquileia intanto, città forte, dovette resistere a Massimo, e
possiam conghietturare che assediata da lui si sostenesse fino all'anno
seguente.

NOTE:

[906] Marcellin. Comes.

[907] Idacius, in Fastis.

[908] Liban., Orat. XXIII.

[909] Zosim., l. 4, c. 41. Sozomen., l. 7, c. 23. Theod. Chrysostom.

[910] Liban., Orat. XIV.

[911] Zosim., lib. 4, cap. 41.

[912] Theodor., l. 5, c. 19. Libanius, Orat. XV. Chrysost., Hom. 17.

[913] Anecdot. Latin. Tom. I, Dissert. 15.

[914] Ambr., Epist. XXIV.

[915] Zosimus, lib. 4, cap. 42.

[916] L. 4, de Principib. agent. Cod. Theodos.

[917] Sozom., l. 7, c. 14. Socrat., l. 5, cap. 11. Theodor., lib. 5,
cap. 14.

[918] Zosimus, lib. 4, cap. 43.

[919] Marcell. Comes, in Chronico.

[920] Ambros., Epist. XXXIX. Class. I. edit. noviss.

[921] Pacatus, in Panegyr., cap. 24.

[922] Malvasia, Marm. Felsin. Thesaur. Insc., pag. 465.

[923] Ambros., Epist. LXI. Class. I.

[924] Socrates, l. 5, cap. 14.

[925] Pacatus in Panegyr., c. 38.



    Anno di CRISTO CCCLXXXVIII. Indiz. I.

    SIRICIO papa 4.
    VALENTINIANO II imperad. 14.
    TEODOSIO imperadore 10.
    ARCADIO imperadore 6.

_Consoli_

FLAVIO TEODOSIO AUGUSTO per la seconda volta, e CINEGIO.


Questi furono i consoli dell'Oriente; imperciocchè per conto dell'Italia
e delle altre provincie sottoposte a Massimo tiranno, sembra infallibile
che altri consoli furono eletti. Trovasi presso il Fabretti[926]
un'iscrizione esistente in Roma, e posta nel dì 17 di gennaio CONS.
MAGNO MAXIMO AVGVSTO. Sicchè lo stesso Massimo prese il consolato in
Occidente per l'anno presente. Un'altra iscrizione[927], da me
rapportata, secondo le apparenze pare che sia da riferire al medesimo
tiranno; e su tal rapporto essa fu in onore di lui alzata da _Fabio
Tiziano console ordinario e prefetto di Roma_. Questi possiam dubitare
che procedesse console non già nell'anno precedente, dappoichè Roma
venne in poter di Massimo, ma bensì nel presente in compagnia d'esso
tiranno, e ch'egli nello stesso tempo esercitasse la carica di prefetto
di Roma. Quanto a _Cinegio_, console orientale e prefetto del pretorio
nel medesimo tempo in Oriente, abbiamo da Idazio[928] ch'egli non più di
due mesi e mezzo godè di questa illustre dignità perchè rapito dalla
morte. E merita ben questo insigne personaggio cristiano che qui si
faccia menzione del suo zelo contro l'idolatria. L'inviò Teodosio
Augusto in Egitto, secondo Zosimo, nell'anno in cui seguì il trattato di
pace fra lui, Valentiniano e Massimo tiranno, cioè nel 384, benchè non
manchino dispute intorno a questo punto di cronologia, come si può
vedere presso il Tillemont[929]. Ebbe ordine Cinegio dal piissimo
Augusto di abbattere per quanto potesse il paganesimo, vietando i
sagrifizii e tutte le superstizioni dei gentili e chiudendo i loro
templi. Confessa il suddetto Zosimo pagano[930], che egli eseguì
mirabilmente tal commissione, e, per quanto sembra, non solo
nell'Egitto, ma per tutte le provincie, dove si stendeva la sua
giurisdizione. Imperciocchè abbiamo da Idazio[931], ch'egli scorrendo
per esse, le liberò dalla corruttela de' secoli precedenti, e penetrò
sino nell'Egitto con ispezzar gl'idoli della gentilità. Perciò in gran
credito era Cinegio, specialmente in Costantinopoli, di maniera tale
che, essendo egli venuto a morte in essa città, col pianto universale di
quel popolo fu condotto alla sepoltura nella basilica degli Apostoli nel
dì 19 di marzo dell'anno presente, e nel seguente fu poi trasportato in
Ispagna da Acanzia sua moglie, perchè verisimilmente era spagnuolo di
nascita. Noi abbiamo un'orazione di Libanio solista, intitolata dei
Templi, e data alla luce da Jacopo Gotofredo, senza ben apparire in qual
anno quel gentile oratore la componesse. In essa si lamenta egli che
persone vestite di nero (e vorrà dire i monaci) ne rovesciavano le
statue e gli altari, e ne demolivano anche i tetti e le mura tanto nelle
città che nei villaggi, ancorchè leggi non vi fossero del principe che
autorizzassero questa licenza. Vuol perciò persuadere a Teodosio che non
permetta un sì fatto abuso, quasi che il culto degli idoli fosse
legittimo, e da tollerarsi da un regnante cristiano. Ma Libanio non avrà
recitata quell'orazione al piissimo Teodosio, e questi certo, per quanto
abbiam veduto di Cinegio, non era disposto a consolar le premure dei
gentili, e maggiormente di ciò verremo accertati andando innanzi.

Attese con gran diligenza l'Augusto Teodosio nel verno di quest'anno a
fare i preparamenti per la guerra risoluta contra di Massimo tiranno.
Prese al suo servizio non pochi Barbari, come Goti, Unni ed Alani, e con
ciò venne l'armata sua ad essere composta di varie nazioni, ma con
essersi poi provata, secondo la testimonianza di Pacato[932], verso di
Teodosio una mirabil ubbidienza e fedeltà di tutti quei Barbari, senza
che ne seguissero tumulti, saccheggi, ed altri somiglianti disordini
contro la militar disciplina. Siccome fra poco dirò, Zosimo[933],
differentemente parla di questo. _Promoto_ fu creato generale della
cavalleria, e _Timasio_ della fanteria. Filostorgio[934] nomina anche
fra i di lui generali _Abrogaste_ e _Ricimere_, uffiziali già veterani
nella milizia. Al defunto Cinegio succedette nella carica di prefetto
del pretorio d'Oriente _Taziano_, personaggio di singolar valore e
perizia nel mestier della guerra, il quale, se non falla Zosimo, si
trovava allora in Aquileia, e fu chiamato di là a Costantinopoli: segno
che allora non dovea per anche quella città essere caduta in mano di
Massimo. Ma la principale speranza di vincere in questa contesa, la
riponeva il cattolico imperador Teodosio nell'assistenza di Dio, amatore
e protettore del giusto, e nelle orazioni dei suoi buoni servi. Uno di
essi principalmente fu _Giovanni_[935] solitario celebre di Licopoli,
che era in concetto di gran santità, e a cui per li suoi messi fece il
buon Augusto ricorso per intendere la volontà di Dio. Con ispirito
profetico questo santo anacoreta gli diede sicurezza della vittoria: il
che accrebbe in Teodosio il coraggio, senza più mettersi in apprensione
del pericolo a cui si esponeva. In effetto, procedeva egli contra di un
nemico che avrebbe potuto fargli dubitare del buon successo delle sue
armi stante la superiorità delle forze, perchè veramente Massimo si
trovava con un maggior nerbo di milizie, e milizie valorose. Stava
inoltre aspettando, per così dire, in casa propria gli sforzi di
Teodosio con abbondante provvision d'armi e di viveri, dopo aver presa
Aquileja ed Emona, e con aver _Andragazio_ suo bravo generale fatto
fortificar tutti i passi e luoghi delle Alpi Giulie, per le quali
dall'Illirico s'entra nella Italia. Ma a chi Dio vuol male non basta
gente nè armatura alcuna. Massimo seco portava il reato della morte del
suo sovrano, dell'usurpazione degli stati altrui, e dell'avere, contro
la fede dei giuramenti, rotta la pace stabilita con Valentiniano.
Aggiungasi che le lagrime dei popoli delle Gallie peroravano
continuamente contro di lui nel tribunale di Dio. Chi bramasse di
raccogliere quante estorsioni e tirannie avesse esercitato in quelle
parti questo mal uomo, non ha che da leggere il panegirico composto da
Pacato[936] in onore di Teodosio. Con insoffribili imposte, con immense
confiscazioni aveva egli spolpate quelle provincie; a moltissimi, ed
anche del sesso debole, avea tolta la vita; tutto ivi era terrore, tutto
gemiti e mestizia. Era anch'egli ricorso ad un santo profeta[937], cioè
al celebre vescovo di Tours, _Martino_, per saper quanto si potesse
promettere della disegnata impresa d'Italia. Ma il santo prelato gli
predisse, che se pure intenzion sua era di assalire Valentiniano, il
vincerebbe; ma anch'egli da lì a non molto resterebbe vinto. Prestò fede
Massimo alla prima parte; forse in suo cuore si rise dell'altra.

Dopo aver dunque l'Augusto Teodosio dato buon sesto agli affari
d'Oriente, e pubblicate ne' primi sei mesi varie leggi[938],
specialmente contro gli eretici, mentre dimorava in Tessalonica e Stubi,
città della Macedonia, dove stava adunando la sua armata; e dopo aver
anche lasciato al governo di Costantinopoli e di Arcadio Augusto suo
figliuolo, che non aveva allora più di undici anni, un consiglio di
scelti ministri, era per muoversi verso l'Italia[939], quando si scoprì
aver Massimo subornato, colla promessa di grossi regali, alquanti di
que' Barbari che militavano nell'esercito di esso Teodosio, acciocchè il
tradissero. Sparsasi tal voce, coloro, a' quali rimordeva la coscienza,
presa la fuga, corsero ad intanarsi nelle paludi e ne' boschi della
Macedonia. Si andò pertanto alla caccia di costoro, e la maggior parte
di essi restò colta ed uccisa, o perì per gli stenti. Seguita a narrare
il medesimo Zosimo che Teodosio spedì per mare con una buona flotta
l'Augusta _Giustina_ col figlio _Valentiniano_ e colla figlia, senza
dire qual fosse, alla volta di Roma, persuadendosi che il popolo romano,
siccome d'animo contrario, loro farebbe un buon accoglimento. Ma di
questo fatto si può dubitare, perchè probabilmente Valentiniano tenne
dietro a Teodosio; e Massimo aveva una gran flotta in mare, condotta da
Andragazio generale. Similmente si può mettere in dubbio l'aggiugnersi
da esso Zosimo, che anche dopo la morte di Massimo, Giustina continuò ad
assistere co' suoi consigli al figliuolo Augusto. Imperocchè, per
attestato di Rufino[940], autore di questi tempi, essa finì i suoi
giorni probabilmente nell'anno presente; e Prospero Tirone[941] mette la
sua morte prima di aver veduto il figliuolo ristabilito sul trono,
avendo voluto Iddio punita anche in vita con tante peripezie l'empietà
di questa imperadrice ariana, dopo la persecuzione da lei fatta alla
Chiesa cattolica. Un colpo ancora della mano di Dio fu creduto che
Massimo staccasse da sè la possente sua flotta, condotta dal suddetto
Andragazio, la quale avrebbe potuto recargli aiuto, o almeno servirgli
di scampo, occorrendo il bisogno di fuggire. Dopo Zosimo[942], scrive
Orosio[943], che non sapendosi qual via volesse tener Teodosio, e
parendo più probabile quella del mare, da che egli faceva il suo
armamento in Tessalonica, _Andragazio_ fu spedito a custodire il mare,
per dove egli poteva passare, con disegno fors'anche di sorprenderlo,
prima che si movesse. Ora l'imperador Teodosio, dacchè ebbe messa in
marcia l'armata sua, divisa in tre corpi, per dar più terrore al nemico,
con somma diligenza continuò il cammino, sperando di arrivare
all'improvviso addosso alle genti di Massimo, giacchè si sapeva aver
egli inoltrato un grosso distaccamento sino al fiume Savo ed alla città
di Siscia[944]. Inaspettatamente arrivò colà l'esercito Teodosiano, e
benchè si trovasse stanca la cavalleria pel lungo viaggio, pure diede di
sproni e passò co' cavalli a nuoto il fiume. Il giugnere su la opposta
riva, e lo sbaragliare il nemico, lo stesso fu. Moltissimi di essi
perirono svenati, altri nel fiume trovarono la lor morte.

Un'altra armata di Massimo s'era postata a Petovione sopra il fiume
Dravo sotto il comando di _Marcellino_ di lui fratello. Non tardò
Teodosio a portarsi colà, e a dar la seconda battaglia, la quale fu
qualche tempo dubbiosa, ma in fine terminata presto colla rotta e strage
di quei di Massimo. Una parte nondimeno de' vinti, calate le bandiere,
messasi ginocchioni, dimandò quartiere. Teodosio non solamente loro
perdonò, ma gli aggregò tutti al vittorioso esercito suo, il quale
continuato il viaggio arrivò ad Emona, città dianzi occupata dopo un
lungo assedio da Massimo. O sia che ivi il tiranno non avesse lasciata
guarnigione bastante a difenderla, o che si unisse coi cittadini,
racconta Pacato, che tutti quegli abitanti con incredibil festa
spalancate le porte, andarono magnificamente ad incontrar Teodosio e a
dargli le chiavi della città. Fra gli altri vantaggi che il corso di
queste vittorie recò a Teodosio, due furono i principali, cioè l'uno di
poter passare le aspre Alpi Giulie, senza trovar opposizione; l'altro,
che scarseggiando egli, anzi mancando di vettovaglia per sostener la sua
armata, vennero alle mani sue varii magazzini preparati dal nemico per
uso proprio, permettendo Iddio che in pro di Teodosio tornasse ciò che
servir dovea contro di lui. Intanto Massimo pieno di confusione, e come
impazzito al mirar così brutti principii, non sapea qual consiglio
prendere; e perchè la vergogna il riteneva dal fuggire, andò a chiudersi
da sè stesso in Aquileia, come s'egli avesse pensato non già a difendere
la propria vita, ma a prepararsi al gastigo de' gravi suoi peccati,
coll'imprigionarsi in quella città[945]. Con delle marcie sforzate, e
con parte della sua armata arrivò improvvisamente alle mura di quella
città Teodosio, e ne formò l'assedio, ma assedio di corta durata[946].
Imperocchè o sia, come lasciò scritto Zosimo[947], che con pochi
combattenti si fosse ivi ristretto Massimo (il che non par molto
credibile), o che con qualche vigoroso assalto, o altro mezzo umano
superasse quelle mura: fuor di dubbio è che da lì a non molto vi entrò
l'armata di Teodosio, e furono messe le mani addosso al tiranno[948].
Spogliato Massimo di tutti gli ornamenti imperiali, tratto fu colle mani
legate davanti a Teodosio, che il rimproverò forte per la sua tirannia,
e principalmente per la voce da lui sparsa di aver usurpato l'imperio
con intelligenza e consentimento del medesimo Teodosio: il che Massimo
confessò di aver finto, per tirar le milizie nel suo partito.
Desideravano, anzi si aspettavano tutti che Teodosio pria di farlo
morire, il suggettasse ai più orridi tormenti; ma egli altra pena non
gli decretò, se non il taglio della testa: la qual sentenza ebbe
l'esecuzione tre miglia fuori d'Aquileia, nel dì 28 di luglio dell'anno
presente, come vuole Idazio[949], o piuttosto, secondo Socrate[950], nel
dì 27 agosto.

Alla morte del tiranno tenne dietro immediatamente il ritorno di tutte
le città dell'Italia, delle Gallie e dell'altre usurpate provincie,
all'ubbidienza di Teodosio e di Valentiniano. Restava in esse Gallie
_Vittore_ figliuolo di Massimo in età fanciullesca, che già dicemmo
dichiarato _Augusto_ dal padre[951]. Fu spedito colà da Teodosio con
tutta diligenza il generale _Arbogaste_, che lo spogliò del diadema e
della vita. _Andragazio_ generale di Massimo, che si trovava in questi
tempi colla sua flotta nel mare Jonio, e che, secondo l'asserzione di
Orosio[952], sembra aver avuta, probabilmente dall'armata navale di
Teodosio, una rotta, udita ch'ebbe la nuova del meritato fine di
Massimo, giacchè non isperava perdono per esser stato l'uccisor di
Graziano,[953] e datosi in preda alla disperazione, si precipitò in
mare, per risparmiare ad altri la briga di farlo morire. Così colla
morte di costui e dei due suddetti illegittimi Augusti terminò questa
gran tragedia. Imperciocchè per conto degli altri tutti, essi trovarono
non un rigoroso giudice, ma un amorevol padre in Teodosio, con aver egli
conceduto il perdono a tutti, senza volere spargimento di sangue, e
senza permettere prigionie, esilii e confische, lasciando con ciò un
memorabile esempio di clemenza, dove altri ne avrebbono lasciato uno di
crudeltà sotto nome di giustizia. E questa forse fu l'azione la più
gloriosa di quante mai facesse questo insigne imperadore, e che sarebbe
a desiderare impressa nella mente e nel cuore di tutti i regnanti
cristiani in somiglianti funeste occasioni. Quel solo che fece Teodosio,
fu di cassare con due editti[954], l'uno del dì 22 di settembre in
Aquileia, e l'altro del dì 10 di ottobre in Milano, tutti gli atti di
Massimo e le elezioni da lui fatte di ministri ed uffiziali, riducendo
le cose al loro primiero stato. Ma non lasciò di richiamar dall'esilio
le figlie di Massimo, e fece anche dar dei danari alla madre tuttavia
vivente del suddetto tiranno. Quello oltre a ciò che parve più mirabile
e degno d'encomio in questo regnante fu l'onoratezza[955], con cui egli
procedette verso di Valentiniano juniore, da cui narrano alcuni degli
scrittori antichi[956], ch'egli fu accompagnato nelle imprese suddette.
Avrebbe potuto altro principe di coscienza larga pretender paesi di
conquista i ritolti da lui a Massimo, o almeno appropriarsene una parte
per compenso delle spese fatte nella guerra. Teodosio, siccome principe
magnanimo, tutto volle restituito al cognato Valentiniano, solamente
riserbandosi parte del governo d'essi stati, finchè Valentiniano si
trovasse in età abile a governar da sè stesso. Abbiamo poi da
Socrate[957] e da Sozomeno[958], che mentre esso Teodosio stava occupato
nella suddetta guerra contra di Massimo, si sparse in Costantinopoli una
falsa voce ch'egli era rimasto sconfitto, e già si trovava vicino a
cader nelle mani del nemico. Gli ariani allora che covavano in lor cuore
non poca amarezza contra di lui per le chiese lor tolte e date ai
cattolici, attaccarono il fuoco alla casa di _Nettario_, vescovo
cattolico di quella città, la qual tutta restò consumata. Vennero poi
nuove felici di Teodosio e gli eretici malfattori ebbero ricorso alla
clemenza di Arcadio Augusto, il quale non solamente ad essi niun
nocumento fece, ma impetrò loro ancora il perdono dal padre. Pare che
l'Augusto Teodosio si fermasse in Milano per tutto il verno seguente.

NOTE:

[926] Fabrettus, Inscript., p. 270.

[927] Thesaurus Novus Inscription., p. 393.

[928] Idacius, in Fastis.

[929] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

[930] Zosimus, lib. 4, cap 37.

[931] Idacius, in Fastis.

[932] Pacatus, in Panegyr.

[933] Zosimus, lib. 4, cap. 46.

[934] Philost., lib. 10, cap 8.

[935] Pallad., in Laus, cap. 43. Rufinus, lib. 2, cap. 32. Theod., lib.
5, cap. 24.

[936] Pacatus, in Panegyr., cap. 25 et seq.

[937] Sulpic. Sever., Vit. S. Martini, cap. 23.

[938] Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.

[939] Zosimus, lib. 3, cap. 45.

[940] Rufinus, lib. 2, cap. 17.

[941] Tiro Prosper., in Chronic.

[942] Zosim., lib. 4, c. 46.

[943] Orosius, lib. 7, cap. 35.

[944] Pacatus, in Panegyr.

[945] Orosius, lib. 7, cap. 45.

[946] Pacatus, in Panegyr.

[947] Zosim., lib. 4, cap. 46.

[948] Philost., l. 20, cap. 8. Prosper, in Chronico. Marcellin. Comes,
in Chronico.

[949] Idacius, in Fastis.

[950] Socrat., l. 5, cap. 14.

[951] Victor, in Epitome. Idac., in Fastis. Zosim., lib. 4, cap 47.

[952] Orosius, lib. 7, cap. 45.

[953] Claud., in Consul. IV Honorii.

[954] Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.

[955] Ambros., Epist. LXI, Class. I.

[956] Zosimus, lib. 4, cap. 47.

[957] Socrat., l. 5, cap. 13.

[958] Sozom., lib. 7, cap. 13.



    Anno di CRISTO CCCLXXXIX. Indiz. II.

    SIRICIO papa 5.
    VALENTINIANO II imperad. 15.
    TEODOSIO imperadore 11.
    ARCADIO imperadore 7.

_Consoli_

FLAVIO TIMASIO e FLAVIO PROMOTO.


Già vedemmo generali dell'armata di Teodosio _Timasio_ e _Promoto_;
essi, in ricompensa del loro buono servigio, ottennero la dignità
consolare in questo anno. Dalle leggi del codice Teodosiano[959] si
ricava che _Albino_ esercitò la prefettura di Roma. Le medesime ancora
ci fan vedere Teodosio e Valentiniano Augusti per tutto maggio in
Milano. Con una d'esse, data nel dì 23 di gennaio, Teodosio dichiarò di
voler ben accettare le eredità e i legati a lui lasciati in testamenti
solenni, ma non già se in semplici codicilli o in lettere, o in
dichiarazioni di fideicommissarii, volendo che lasciti tali pervenissero
agli eredi. Questo atto di disinteresse e generosità del principe,
siccome quello che precludeva l'adito a molti, i quali, come si può
sospettare, cercavano di acquistarsi la grazia del regnante,
procurandogli con delle falsità la roba altrui, vien sommamente
commendato da Simmaco[960]. Proibì ancora esso Augusto agli eretici
eunomiani il far testamento, volendo che i lor beni pervenissero al
fisco. Sembra che o sul fine del precedente anno, o sul principio di
questo un nuovo tentativo facessero i non mai quieti senatori romani
della fazion gentile presso l'Augusto Teodosio, per ottener la
permissione che si rimettesse nel senato l'altare della Vittoria.
Verisimilmente _Simmaco_, siccome primo fra essi, ne fu promotore,
com'era stato in addietro. Si sa che questo eloquente personaggio fece e
recitò circa questi tempi un panegirico in lode di Teodosio[961], dove
destramente ancora lasciò intendere il desiderio del ristabilimento di
quella superstizione. Ma sant'_Ambrosio_, a cui non furono ignote sì
fatte mene del paganesimo, parlò forte a Teodosio di questo affare, in
guisa che il tenne saldo nella negativa. Anzi, perchè Simmaco era in
norma, come reo di lesa maestà, per aver fatto nell'anno addietro un
altro ben diverso panegirico in lode di Massimo tiranno, e vi si
aggiunse questa nuova sua temerità, Teodosio spedì ordine di spogliarlo
d'ogni sua dignità, e di mandarlo in esilio cento miglia lungi da Roma.
Allora fu che Simmaco, per timore di peggio, scappò in una chiesa dei
Cristiani. Si adoperarono poi molti per impetrargli il perdono; e perchè
Teodosio non mai tanto era disposto a far grazia, che quando pareva più
in collera, non solamente gli perdonò, ma l'ebbe anche caro da lì
innanzi, e vedremo in breve che il promosse fino al consolato: il perchè
esso Simmaco in più lettere esalta così benigno e buon regnante. Verso
il fine di maggio volle Teodosio passare a Roma, per vedere
quell'inclita città e farsi vedere dal popolo romano[962]. Seco menò il
picciolo suo figlio _Onorio_ ed insieme con lui _Valentiniano Augusto_.
L'entrata sua in Roma fu nel dì 13 di giugno, e seguì colla magnificenza
di un trionfo, ancorchè i vecchi romani non usassero mai di trionfare
dopo le vittorie riportate nelle guerre civili. Perchè Rufino[963]
scrive aver egli fatto il suo ingresso in quella dominante con un
illustre trionfo, senza nominar Valentiniano; e perchè Pacato[964] parla
solamente nel suo panegirico ad esso Teodosio, il padre Pagi[965]
pretende che il solo Teodosio trionfasse, nè in ciò avesse parte alcuna
Valentiniano. Ma il tacere di quegli scrittori non è già un argomento
bastante, per asserire escluso da quell'onore Valentiniano; e tanto meno
da che abbiano la chiara testimonianza di Socrate[966] e Sozomeno[967],
che amendue essi Augusti trionfarono. Azione troppo sconvenevole al buon
Teodosio sarebbe stata il non voler compagno in quell'onore l'imperador,
collega ed imperadore, più particolar signore di Roma che lo stesso
Teodosio. Altrimenti converrebbe credere che non sussistesse il dirsi da
Zosimo, aver Teodosio restituito Valentiniano in possesso dei suoi
stati: il che niuno negherà; e le leggi concordemente da essi pubblicate
in Roma stessa assai pruovano che amendue andavano concordi
nell'autorità e nel dominio. Abbiamo da Idazio che in tal congiuntura
Teodosio rallegrò il popolo romano con un congiario, cioè con un ricco
donativo. Ed allora fu che _Latino Pacato Drepanio_ o sia _Drepanio
Pacato_, nato nelle Gallie, recitò nel senato quel suo panegirico in
onore di Teodosio, che è giunto fino ai giorni nostri.

A questi tempi attribuisce Prudenzio nel suo poema[968] la conversione
di moltissimi pagani, tanto dell'ordine senatorio ed equestre, quanto
del popolo romano, alla religion di Cristo. Certo è che Roma anche prima
era piena di cristiani, e fra essi gran copia si contava di senatori: ma
specialmente la nobiltà continuava nell'attaccamento all'idolatria.
L'esempio dell'imperator Teodosio, il suo zelo, le sue esortazioni
furono ora un'efficace predica a quelle reliquie del gentilesimo per
abbracciar la fede di Gesù Cristo; di maniera che da lì innanzi si
videro molte principali case di Roma adorare il Crocifisso, abbandonati
i templi degl'idoli, e frequentate le chiese dei Cristiani, con gloria
immortale di Teodosio; il che si ricava ancora da san Girolamo[969],
autore di questi tempi, che descrive come affatto abbattuto il
paganesimo in Roma, ancorchè non lasciassero molti di persistere
ostinatamente nell'antica superstizione. Attese ancora lo zelante
Augusto a purgare quella gran città da varii disordini ed abusi. Uno
particolarmente vien osservato da Socrate[970] e dall'autore della
Miscella[971]. Nel sito de' pubblici forni e mulini v'era gran quantità
di case, divenute ricettacolo di ladri e di femmine di mala vita, che
attrappolavano con facilità la gente concorrente per necessità colà,
ritenendo inoltre come prigioni specialmente i forestieri, per farli
voltar le macine poste sotterra, senza che se ne accorgesse il pubblico,
e vendendo poi le cattive donne la loro mercatanzia. Informato di questa
infamia Teodosio, vi provvide in buona forma. Trovò parimente un
detestabil abuso nella condanna delle donne convinte di adulterio. La
pena destinata al loro fallo era quella di far crescere i lor dilitti,
perchè venivano relegate nei pubblici postriboli. Teodosio fece diroccar
quelle case, e pubblicò altre pene contra delle adultere. Inoltre per le
istanze di _papa Siricio_, che aveva scoperto in Roma una gran quantità
di eretici manichei, ordinò che fossero cacciati tutti costoro fuori
della città, pubblicando gravissime pene contra di loro. Diminuì
parimente il numero delle ferie, acciocchè il corso della giustizia non
patisse pregiudizio. In somma gran bene, per quanto potè, fece a quella
città con riportarne la benedizione di tutti. Verso il principio poi di
settembre si rimise in viaggio per tornarsene a Milano. Le leggi del
codice Teodosiano[972] cel fanno vedere nel dì 3 di esso mese in Valenza
(nome scorretto), poscia nel foro di Flaminio, città una volta
confinante a Foligno, e sul fine di novembre in Milano, dove soggiornò
dipoi nel verno seguente, ed ordinò che i vescovi e chierici eretici
fossero cacciati dalle città e dai borghi. Ricavasi da Gregorio
Turonese[973] che circa questi tempi i popoli franchi avevano fatta
qualche irruzion nelle Gallie. Probabilmente per cagion de' loro
movimenti o passati o temuti, giudicò Teodosio necessaria in quelle
parti la persona di Valentiniano Augusto. Ha perciò creduto taluno che
questo principe passasse colà negli ultimi mesi dell'anno presente; ma
di ciò possiam dubitare; anzi neppur sappiamo s'egli vi andasse
nell'anno seguente. Generale dell'armi era in que' tempi nelle Gallie
_Arbogaste_. Socrate[974] scrive che Teodosio partendosi da Roma, ivi
lasciò Valentiniano. Circa questi tempi racconta san Prospero[975] che i
Longobardi, i quali cominciavano ad acquistarsi nome presso i Romani,
essendo mancati di vita i loro duci, crearono il primo re della lor
nazione, cioè Agelmondo figliuolo d'Ajone.

NOTE:

[959] Gothofred., Chron. Cod. Theodos.

[960] Symmachus, lib. 2, Epist. XIII.

[961] Symmachus, ibid. et Epist. XXXI. Prosper., lib. 4, cap. 38. Socr.,
lib. 5, cap. 14.

[962] Idacius, in Fastis.

[963] Rufin., lib. 11, cap. 17.

[964] Pacatus, in Panegyr.

[965] Pagius, Crit. Baron.

[966] Socrat., lib. 5, cap. 14.

[967] Sozom., lib. 7, cap. 14.

[968] Prudentius, in Symmachum.

[969] Hieron., Epist. V, et in Juvinianum.

[970] Socrates, lib. 5, cap. 18.

[971] Miscell., lib. 8.

[972] Gothofred., Chron. Cod. Theod.

[973] Gregor. Turonensis, l. 2, c. 9.

[974] Socr., l. 5, c. 18. Miscella, I, 13.

[975] Prosper, in Chron.



    Anno di CRISTO CCCXC. Indizione III.

    SIRICIO papa 6.
    VALENTINIANO II imper. 16.
    TEODOSIO imperadore 12.
    ARCADIO imperadore 8.

_Consoli_

FLAVIO VALENTINIANO AUGUSTO per la quarta volta, e NEOTERIO.


Continuò ancora per l'anno presente _Albino_ ad essere prefetto di Roma,
ciò apparendo dalle leggi del Codice Teodosiano[976] promulgate da
Valentiniano Augusto. Dove dimorasse questo principe, e cosa egli
operasse non ce ne dà lume alcuno la storia antica. Noi veggiamo che
Teodosio Augusto governava in questi tempi come dispoticamente l'Italia,
pubblicando nondimeno le leggi a nome ancora di esso Valentiniano.
Consta poi dalle suddette leggi che Teodosio si fermò in Milano sino al
principio di luglio. Il troviamo poi in Verona sul fine di agosto e sul
principio di settembre, e di nuovo in Milano nel dì 26 di novembre, con
aver passato anche il verno susseguente in essa città. Con una delle sue
leggi si studiò egli di estirpare da Roma la infamia di quel peccato di
carnalità che è contrario all'ordine della natura, imponendo la pena di
essere bruciato vivo a chi ne fosse convinto. Con un'altra[977] data in
Verona ordinò che i monaci dovessero starsene ritirati nelle solitudini,
e non più capitar nelle città, acciocchè eseguissero in tal maniera la
lor professione, che è di vivere fuori del secolo e nel silenzio. Furono
i giudici che lo indussero a far questa legge, perchè quei buoni servi
del Signore venivano nelle città per intercedere il perdono ai
condannati alle pene, ed impedivano l'esercizio della giustizia sì
necessaria al buon governo, con esser giunto l'uso della lor compassione
ed intercessione ad alcuni disordini ed abusi, con levare per forza essi
condannati dalle mani de' giustizieri. Ma Teodosio, conosciuto poi
meglio il soverchio rigore di questo editto, nell'anno 392 lo ritrattò,
concedendo ad essi monaci la libertà di entrar nelle città, allorchè
intervenissero motivi di necessità, o di carità del prossimo. Pubblicò
egli ancora un editto nel dì 21 di giugno intorno alle diaconesse;
ordinando che non venissero ammesse a quel grado, se non quelle che
fossero giunte all'età di sessant'anni. Avendo esse dei figliuoli, non
potevano lasciare i lor beni nè alle chiese, nè agli ecclesiastici nè ai
poveri. Ancor questa legge fu poscia rivocata da lui.

Un funesto avvenimento dell'anno presente diede molto da discorrere e
sarà sempre memorabile ne' secoli avvenire. Trovavasi in Tessalonica
_Boterico_ comandante dell'armi di Teodosio nell'Illirico[978]. Perchè
egli fece mettere in prigione un pubblico auriga ossia cocchiere, reo
d'enorme delitto, il popolo di quella città, nel dì che si facea nel
circo una solenne corsa di cavalli, dimandò con istanza la liberazione
di costui, e, non avendola potuta ottenere, sì furiosamente si sollevò,
che a colpi di pietre uccise quel primario uffiziale: e Teodoreto
aggiunge che più d'uno de' cesarei ministri vi perì. Giunta a Milano la
nuova di tal misfatto, Teodosio altamente sdegnato ne determinò un
esemplare gastigo. Teneva allora un concilio numeroso di vescovi
sant'_Ambrosio_ in essa città di Milano contro gli errori dell'eresiarca
Gioviniano, e per altri bisogni della Chiesa. Si mossero quei santi
vescovi, e più degli altri Ambrosio, per placar l'ira del principe, il
quale vinto dalle loro ragioni e preghiere si piegò alla
misericordia[979]. Ma lasciatosi poi svolgere dagli uffiziali della
corte, e massimamente da _Rufino_ suo maggiordomo, mandò segretamente
l'ordine del gastigo, senza che sant'Ambrosio lo penetrasse. Non
s'accordano gli scrittori in raccontar quella tragica scena. Rufino
pretende che raunato il popolo nel circo, i soldati ne fecero un fiero
scempio. Paolino, nella vita di sant'Ambrosio, scrive che per tre ore si
fece strage degli abitanti di quella città. Teodoreto e Sozomeno con
poco divario ne parlano. Chi fa giungere il numero dei morti a sette
mila persone[980]. Teofane[981] e Zonara[982], aprendo troppo la bocca,
dicono quindici mila. Quel che è certo, fece orrore ad ognuno un castigo
sì indiscreto, sì ingiusto, perchè vi perì gran quantità di passeggieri
e forestieri e d'altre persone innocenti. Allorchè si seppe in Milano
questa orrida ed inaudita carneficina ed inumanità, sant'Ambrosio e i
vescovi adunati nel concilio la riguardarono con gemiti e sospiri come
un delitto enormissimo. Ritiratosi in villa il santo arcivescovo,
allorchè Teodosio tornò da non so qual viaggio, gli scrisse una
lettera[983] piena di modestia e d'amore, ma insieme con forza ed
autorità, rappresentandogli il commesso gravissimo eccesso, esortandolo
a farne pubblica penitenza coll'esempio di Davide, e protestando che
senza di questa esso Ambrosio non offerirebbe il divino sacrifizio, se
Teodosio avesse intenzione di assistervi. Non dovette far breccia questa
lettera nel cuore del per altro piissimo Augusto, scrivendo Paolino[984]
e Teodoreto[985], che arrivato esso imperadore a Milano, e volendo,
secondo il suo solito, andare alla chiesa, trovò sant'Ambrosio sul
limitar della porta, che con ecclesiastica libertà gli ricordò il grave
suo reato, e il pubblico scandalo dato con tanta crudeltà al popolo
cristiano, e che così macchiato del sangue di tanti innocenti, non gli
era lecito di entrare nel tempio di Dio. E perchè Teodosio rispose che
anche Davidde avea peccato, prese la parola Ambrosio con dire: _Giacchè,
signore, avete imitato Davidde peccante, imitatelo anche penitente._
Tale impressione fecero queste parole nel cuor di Teodosio, che si
arrendè, accettò la pubblica penitenza, come era allora in uso nella
Chiesa di Dio; pubblicamente pianse il suo peccato, pregando il popolo
per lui; e finalmente riconciliato con Dio, ed assoluto dalla scomunica,
fu ammesso ai divini uffizii[986]. A questo fatto aggiugne Teodoreto
altre particolarità, che non c'è obbligo di crederle, perchè non
s'accordano col racconto d'altri. Quel ch'è fuor di dubbio, non si può
abbastanza ammirar la generosa libertà del santo arcivescovo
nell'opporsi al delinquente imperadore, e l'eroica umiliazione
dell'imperadore stesso. Gloriosa fu la prima, più gloriosa anche
l'altra, di maniera che sant'Agostino[987], Paolino[988], Rufino[989],
Sozomeno[990], Teodoreto[991], Facondo Ermianense[992], Incmaro ed altri
antichi e moderni scrittori, non si saziano di esaltare perciò
l'incomparabile pietà di questi due illustri personaggi, e di proporre
per esempio ai regnanti cristiani e ai sacri pastori la magnifica azione
dell'uno e dell'altro.

Eppure s'è trovato a dì nostri un Crouzas protestante, il quale nella
novella sua logica, gran rumore ha fatto contro l'arditezza, anzi contro
la temerità di questo santo arcivescovo, per aver egli osato impedire
l'ingresso nel sacro tempio al maggior di tutti i monarchi. Dovea certo
delirare costui, allorchè fece una sì indecente scappata contra di uno
dei più insigni vescovi della Chiesa di Dio, e trovò sconvenevole ciò
che ogni altra persona, provveduta di senno e conoscente della forza
della religion cristiana, giudicò allora e sempre giudicherà sommamente
lodevole. Lasciano forse i re e monarchi d'essere degni e bisognosi di
correzione, e di cader anche nelle scomuniche, allorchè prorompono in
enormi misfatti, con iscandalo universale dei loro sudditi? Quel solo
che debbono in casi tali attendere i ministri di Dio, si è di ben
consigliarsi colla prudenza, per non contravvenire ai suoi dettami,
cioè, come lo stesso sant'Ambrosio osservò[993], di non far
temerariamente degli affronti ai principi per delitti lievi o meritevoli
di compatimento; ma per i grandi peccati un vescovo può e dee, come
ambasciatore di Dio coll'esempio di Natan e d'altri santi uomini,
avvertirli de' loro eccessi, e ricordar loro l'obbligo di farne
penitenza. Ed appunto in que' tempi la penitenza pubblica fra i
Cristiani era in gran vigore. Similmente ha il prudente prelato da
riflettere, se principi tali sieno o no capaci di correzione, affinchè
essa correzione, in vece di guarirli, non li renda peggiori, ed essi non
aggiungano qualche nuovo grave delitto ai precedenti; poichè in tal caso
altro non occorre che pregar Dio che gli emendi e conduca al pentimento.
Ora se l'enorme fallo dell'Augusto Teodosio meritasse correzione dal
prelato, a cui come cristiano era soggetto anche quel principe coronato,
ognun sel vede. E per isperarne buon frutto, non mancarono punto i lumi
della prudenza. Nulla dico del gran credito, in cui era anche presso di
Teodosio sant'Ambrosio per la nobiltà de' suoi natali, per l'eminente
sacro suo grado, e più per la straordinaria sua virtù e pietà. Basta
solamente riflettere che sant'Ambrosio assai conosceva qual buon fondo
di massime cristiane, di clemenza e di timor di Dio si trovasse nel cuor
di Teodosio, e che per conseguente non s'aveano da temere stravaganze da
sì saggio e sì ben costumato principe, ma bensì da sperar quella
emendazione e penitenza ch'egli in fatti gloriosamente accettò e fece.
Abbiamo dallo stesso arcivescovo[994] che da lì innanzi non passò
giorno, in cui il piissimo Teodosio non si ricordasse e dolesse del
gravissimo errore da lui commesso nella strage suddetta del popolo di
Tessalonica: tanta era la di lui conoscenza dei doveri del principe, e
principe cristiano[995]. Formò ancora una legge che le sentenze di morte
non si dovessero eseguire se non trenta giorni dopo la lor
pubblicazione. È stato creduto che di lui non di Graziano Augusto sia
una simil legge da noi rammentata all'anno 382, ma il padre Pagi lo
nega. Però da sregolata testa viene la trabocchevol censura fatta da
Crouzas contra di una delle più gloriose azioni di sant'Ambrosio: azione
per cui gli si professò sempre obbligato, finchè visse Teodosio, ed
accrebbe verso di lui il suo amore. Finiamo l'anno presente con dire che
per attestato di Marcellino conte[996] un obelisco magnifico fu alzato
nel circo di Costantinopoli[997] siccome ancora una colonna davanti al
tempio di santa Sofia, su cui fu posta la statua di Teodosio tutta di
argento, pesante settemila e quattrocento libbre. Questa poi, secondo
Zonara[998], fu levata di là da Giustiniano nell'anno diecisettesimo del
suo regno, non per mal animo verso Teodosio, ma per amore a quel
metallo. Aggiunge lo stesso Marcellino conte che fra _Arcadio Augusto_ e
_Galla_ imperadrice sua matrigna insorsero in quest'anno dei dissapori,
per i quali essa uscì, oppur fu cacciata di palazzo. Il natural buono e
pacifico di Arcadio non lascia credere molto verisimilmente un tal
fatto.

NOTE:

[976] Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.

[977] L. 1 de Monach. Cod. Theodos.

[978] Sozom., l. 5, c. 17. Theodor., l. 5, c. 17. Rufinus, l. 2, c. 18.

[979] Paulin., Vit. Sancti Ambros.

[980] Miscell., l. 13.

[981] Theoph. 2 in Chronogr.

[982] Zonar., in Annal.

[983] Ambros., ep. LXI, Class. I.

[984] Paul., Vit. Sancti Ambros.

[985] Theod., lib. 5, cap. 17.

[986] Rufin., l. 3, c. 18. Sozomenus, l. 7, c. 25. Augustinus, de Civit.
Dei, lib. 5, cap. 26.

[987] August., ibidem.

[988] Paulin., Vit. Sancti Ambros.

[989] Rufinus, lib. 3, cap. 18.

[990] Sozom., lib. 7, cap. 25.

[991] Theod., lib. 5, cap. 17.

[992] Facundus, lib. 12, cap. 5.

[993] Ambros., in Psalm. 37.

[994] Ambros., Orat. de obitu Theodosii.

[995] Theodor., l. 5, c. 17.

[996] Marcellinus Comes, in Chron.

[997] Du-Cange, Hist. Byzant.

[998] Zonar., in Annal.



    Anno di CRISTO CCCXCI. Indizione IV.

    SIRICIO papa 7.
    VALENTINIANO II imperad. 17.
    TEODOSIO imperadore 13.
    ARCADIO imperadore 9.

_Consoli_

TAZIANO e QUINTO AURELIO SIMMACO.


_Taziano_, e non già _Tiziano_, fu il console orientale di quest'anno,
Taziano, dico, il quale nel medesimo tempo esercitava la carica di
prefetto del pretorio in Oriente. _Simmaco_ quello stesso è di cui si è
parlato più volte di sopra, già prefetto di Roma, gran promotore del
paganesimo, e celebre fra i letterati per le sue lettere e per la sua
eloquenza alquanto selvatica. Dalle leggi[999] del codice Teodosiano
risulta che nel febbraio del presente anno era tuttavia prefetto di Roma
_Albino_. Trovasi poi nel dì 14 di luglio ornato di quel titolo
_Alipio_, il quale in una iscrizione rapportata dal Grutero[1000], si
vede nominato _Faltonio Probo Alipio_. Abbiamo leggi date col nome
d'amendue gl'imperadori in Milano nel mese di marzo, poscia altre date
ne' susseguenti mesi in Concordia, Vicenza ed Aquileia. Pretende il
padre Pagi[1001] che la pubblicata in Concordia, città d'Italia, sia da
riferire a Valentiniano juniore, il quale per conseguente dovea essere
tuttavia in Italia, senza essere passato nelle Gallie, per osservarsi la
medesima indirizzata a Flaviano prefetto del pretorio d'Italia e
dell'Illirico, giurisdizione d'esso Valentiniano. Noi potremmo tenere
per certa cotal opinione, se fosse indubitato che Teodosio non si
mischiasse per questi tempi nel governo ancora dell'Italia; del che pure
ci dà indizio la sua lunga permanenza in Milano. Noi, per altro, niuna
notizia abbiamo delle particolari azioni di Valentiniano spettanti a
questo anno, se non che le leggi suddette paiono indicare ch'egli stette
in Italia finchè vi dimorò Teodosio, giacchè abbiamo la suddetta legge
data in Aquileja nel dì 14 di luglio, che deve appartenere a lui, poichè
un'altra data in Costantinopoli nel dì 18 d'esso mese (la quale si dee
riferire a Teodosio) ci fa veder questo Augusto già uscito d'Italia, e
pervenuto colà. Ma o la data d'essa ultima legge è fallata, o pur fallò
Socrate in iscrivendo[1002] che Teodosio entrò col figlio suo Onorio in
Costantinopoli solamente nel dì 10 di novembre dell'anno presente.
Racconta Zosimo[1003], essersi esso Teodosio nel suo ritorno fermato in
Tessalonica, capitale della Tessalia e d'altre provincie, perchè trovò
quelle contrade maltrattate dai Barbari sbandati nelle precedenti
guerre, i quali, ricovrandosi ne' boschi e nelle paludi, e prevalendosi
della lontananza di Teodosio, commettevano continuamente saccheggi ed
assassinii. Andò arditamente in persona (se pur è credibile) lo stesso
Augusto a spiare dove era il ricovero di quei masnadieri; e, trovatolo,
mosse a quella volta i soldati, per man de' quali si fece un gran
macello di que' ribaldi. Generale di tale spedizione fu specialmente
_Promoto_, che in questa medesima occasione lasciò la vita in
un'imboscata a lui tesa dai Barbari. Pretende Zosimo che _Rufino_ mastro
degli uffizii, ossia maggiordomo di Teodosio, già molto potente nella
corte, per particolari suoi disgusti il facesse ammazzare, tenendo
segreta intelligenza co' Barbari. Ma parlando Claudiano di questa morte
ne' suoi poemi contro di Rufino, senza attribuirgli un sì fatto
tradimento, si può dubitare dell'asserzion di Zosimo. Secondo il
medesimo Claudiano[1004], Stilicone vendicò poi la morte di Promoto suo
amico con perseguitare i Bastarni uccisori del medesimo, e ridurli
insieme coi Goti, Unni ed altri Barbari che infestavano la Tracia, in
una stretta valle, dove tutti gli avrebbe potuti tagliare a pezzi, se il
traditor Rufino non avesse condotto Teodosio a far pace con essi.

L'anno fu questo in cui principalmente i due cattolici Augusti, fecero
risplendere il loro zelo in favore della religion cristiana e della vera
Chiesa di Dio. Abbiamo tre loro editti[1005], pubblicati contro degli
eretici ed apostati; e similmente due altri contra degli ostinati
pagani, vietando loro, sotto varie pene, ogni culto degl'idoli, ogni
sagrifizio, e l'entrar negli antichi templi del gentilesimo, per
adorarvi i falsi dii. Ma particolarmente stese Teodosio questi divieti e
pene all'Egitto, per le istanze di _Teofilo_ zelantissimo vescovo di
Alessandria. Marcellino conte[1006], all'anno 389 scrive che il gran
tempio di Serapide, anticamente eretto in quella città, fu allora
abbattuto, e l'opinione di lui fu seguitata dal cardinal Baronio, dal
Petavio e dal Tillemont. Ma il Gotofredo e il padre Pagi (forse con più
ragione) ne riferiscono la demolizione all'anno presente, in vigor delle
suddette leggi. Ammiano Marcellino[1007] parla di quel tempio, come di
una maraviglia del mondo, ed alcuni pretesero[1008] che fosse il più
grande e bello che esistesse sopra la terra. Una particolar descrizione
ce ne lasciò Rufino storico di questi tempi, tale rappresentandone la
magnificenza e ricchezza, che sembra ben fondato il giudizio di chi ne
fece il grande elogio. Incredibil era il concorso dei divoti pagani a
questo santuario della loro superstizione, e di qui ancora veniva grande
utilità e vantaggio alla stessa città di Alessandria. Socrate[1009],
Sozomeno[1010], Rufino[1011], Teodoreto[1012] ed altri, raccontano a
lungo l'occasione, in cui quel nido famoso del gentilesimo fu diroccato.
Me ne sbrigherò io in poche parole. Avendo il buon vescovo Teofilo
ottenuto da Teodosio un cadente tempio di Bacco per farne una chiesa, vi
scoprì delle grotte piene di ridicolose ed infami superstizioni dei
gentili, che fors'anche servivano all'impudicizia e alle ladrerie dei
sacerdoti pagani. Perchè fece condurre per la città queste obbrobriose
reliquie, i pagani, massimamente filosofi, scoppiarono in una
sollevazione contro dei cristiani; ne ferirono e ne uccisero molti; e
dipoi si afforzarono nel tempio, poco fa mentovato, di Serapide, da cui
sboccando di tanto in tanto, recavano gravi danni al popolo cristiano.
Informato di questa turbolenza Teodosio, siccome principe clemente, non
volle già gastigar le persone secondo il loro demerito, ma solamente che
fossero loro tolti tutti i templi, perchè occasioni più volte ad essi di
sedizioni. Essendo fuggiti i pagani per paura del gastigo, allora
Teofilo fece demolire quel superbo edifizio. Poscia tutti i busti di
Serapide sparsi per la città, e l'altre statue degli dii bugiardi, ed
ogni altro tempio de' gentili furono atterrati; nè solamente in
Alessandria, ma anche in altre città dell'Egitto e dell'Asia, con
trionfar la Croce, ed annientarsi sempre più l'imperio dell'idolatria e
dei demonii.

NOTE:

[999] Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.

[1000] Gruter., pag. 286.

[1001] Pagius, Crit. Baron.

[1002] Socrates, lib. 5, cap. 18.

[1003] Zosimus, lib. 4, cap. 48.

[1004] Claud., Panegyr. Stilic., et in Rufin., lib. 1.

[1005] Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.

[1006] Marcell. Comes, in Chron.

[1007] Ammian., Marcell., l. 22.

[1008] Theod., lib. 5, cap. 22.

[1009] Socrates, l. 5, cap. 16.

[1010] Sozom., lib. 7, cap. 15.

[1011] Rufinus, lib. 3.

[1012] Theod., lib. 5, cap. 22.



    Anno di CRISTO CCCXCII. Indizione V.

    SIRICIO papa 8.
    TEODOSIO imperadore 14.
    ARCADIO imperadore 10.

_Consoli_

FLAVIO ARCADIO AUGUSTO per la seconda volta, e RUFINO.


Orientali furono amendue i consoli. Il secondo, cioè _Rufino_, è quel
mal uomo che andava crescendo di autorità e potenza nella corte di
Teodosio Augusto. Videsi in questo anno una nuova deplorabil tragedia
nella persona di _Valentiniano II Augusto_. Era giunto questo principe
all'età di vent'anni, e dopo la partenza di Teodosio dall'Italia avendo
ripigliato il governo totale dei suoi stati, se n'era passato nella
Gallia per vegliare agli andamenti de' Barbari e dar buon sesto a quegli
affari. Noi abbiamo le mirabili qualità e belle doti di questo giovane
principe, a noi descritte con pennello maestro da sant'Ambrosio[1013],
cioè da quel sacro eloquentissimo pastore, che amava e teneva lui come
in luogo di figlio, e da lui ancora teneramente era amato. Dacchè mancò
di vita Giustina sua madre, seguace dell'arianesimo, e dacchè egli
cominciò a conversare col cattolico imperador Teodosio, si assodò egli
maggiormente nella vera fede e dottrina, e crebbe sempre più nella
divozion verso Dio, e nella correzione dei suoi giovanili difetti.
Dianzi si dilettava dei giuochi del circo, e dei combattimenti delle
fiere[1014]: rinunziò a tutti questi spassi. Dava negli occhi di ognuno
la sua amorevolezza, la sua modestia, e la cura gelosa della purità,
tuttochè non fosse ammogliato; tenendo egli in servitù il suo corpo e i
suoi sensi, più che non facevano i padroni i loro schiavi. Non si può
dire quanto foss'egli inclinato alla clemenza, quanto alieno dal caricar
di nuove imposte i suoi popoli, quanto abborrisse gli accusatori[1015].
Soprattutto professava amor per la giustizia, applicato agli affari, e
protettor dichiarato della religion cattolica; e siccome egli amava
grandemente i suoi sudditi, così dai sudditi suoi era universalmente
amato e riverito[1016]. Mentr'egli dunque dimorava nelle Gallie in
Vienna del Delfinato, lungi dai consigli di sant'Ambrosio, s'avvisarono
i senatori romani della fazion pagana, che questo fosse il tempo
propizio per rinnovar le batterie affin di ottener il ristabilimento del
sacrilegio altare della Vittoria, ma ritrovarono un principe, a cui
premeva più di piacere a Dio che agli uomini, e ne riportarono la
negativa. Per attestato di sant'Ambrosio[1017], poco tempo prima della
sua morte accadde questo illustre segnale del suo attaccamento alla
religione di Cristo. Insorsero intanto rumori di guerra dalla parte dei
Barbari, che essendo alle mani fra loro, minacciavano anche l'Alpi, per
le quali è divisa l'Italia dall'Illirico. Mosso da questi sospetti
sant'Ambrosio[1018] avea risoluto di passar nelle Gallie, per trattarne
con Valentiniano; ma inteso poi che lo stesso Augusto pensava di passar
egli in Italia, non si mosse. Allorchè Valentiniano seppe avere il santo
arcivescovo mutata risoluzione, gli spedì uno dei suoi uffiziali, di
quei che erano chiamati silenziarii, per pregarlo di non omettere
diligenza per venirlo a trovare, stante il suo desiderio di ricevere
dalle mani di lui il sacro battesimo (perchè non era se non catecumeno),
sì grande era l'amore e la stima sua verso quell'insigne prelato. Dopo
avere scritto e spedito a sant'Ambrosio, tale era la di lui impazienza
di vederlo, che due dì dopo dimandava se era ancor giunto. E ciò avvenne
nell'ultimo giorno di sua vita, come s'egli avesse un chiaro
presentimento della disavventura che gli accadde.

Conviene ora avvertire che dappoichè l'Augusto Valentiniano fu ito nelle
Gallie, per far ivi da padrone, ritrovò un uffiziale che si mise a fare
il padrone sopra di lui. Questi era _Arbogaste_, conte, generale
dell'armi in quelle provincie, lo stesso che avea tolto di vita Vittore
figlio di Massimo tiranno, e rimesse le Gallie alla ubbidienza d'esso
Valentiniano. Costui non si sa bene, se fosse di nazione Franco od
Alamanno, nè se nato nelle Gallie, concordando nondimeno i più[1019] in
riguardarlo di nascita, o almen di origine, Barbaro, e in dire che gran
credito si era acquistato colla sua bravura e perizia nell'arte
militare, ed anche nel disinteresse. Più a lui che al principe si
mostravano attaccati ed ubbidienti i soldati. Suida[1020] anch'egli ne
lasciò un elogio tratto da Eunapio e da Zosimo, autori, che per essere
pagani, volentieri lodarono Arbogaste della loro setta. Ma
Socrate[1021], Paolo Orosio[1022] e Marcellino conte[1023] cel dipingono
qual era in fatti, cioè uomo ruvido, altero, barbaro e capace di ogni
misfatto. Tal predominio prese egli nella corte[1024], che Valentiniano
tardò poco a vedersi divenuto un imperadore di stucco. Gregorio
Turonense[1025] cita qui uno storico più degno degli altri di fede,
perchè probabilmente vivuto nelle Gallie, e in questi tempi, appellato
_Sulpicio Alessandro_; il quale attesta aver Arbogaste tenuto
Valentiniano come prigione in Vienna, a guisa di un privato; aver date
le cariche militari non ai Romani, ma bensì ai barbari Franchi, e le
civili a persone unicamente dipendenti da lui; aver egli ridotta a tal
suggezione la corte, che niuno degli uffiziali osava di far cosa
ordinatagli da Valentiniano in voce o in iscritto, senza che questa
fosse prima approvata da Arbogaste[1026]. Ora trovandosi l'infelice
giovane Augusto in sì duro crogiuolo, altamente se ne lagnava e andava
scrivendo lettere a Teodosio Augusto, con avvisarlo degli strapazzi a
lui fatti, e con iscongiurarlo di venire in diligenza a liberarlo: se
no, ch'egli verrebbe a trovarlo. Una di queste lettere spedita senza
precauzione dovette essere intercetta da Arbogaste, e scoprirgli il
cuore e i desiderii del principe. Penetrato dipoi ch'egli meditava di
far il viaggio d'Italia, allora fu che per paura di vedersi più
efficacemente accusato presso di Teodosio, concepì il nero disegno di
torgli la vita. Certamente santo Ambrosio accenna che il disegno di
Valentiniano di venire in Italia cagion fu della sua rovina.
Zosimo[1027] e Filostorgio[1028] due altre particolarità aggiungono, che
si dovettero spacciare dipoi, senza saper noi se vere o false. Cioè che
un dì Valentiniano, non potendo più sofferire la schiavitù in cui si
trovava, assiso sul trono fece chiamare Arbogaste, e guatatolo con torva
occhiata gli presentò una polizza, portante che il privava della carica
di generale. Gli rispose con fiera altura costui che quella carica non
gliel'aveva egli data, nè togliere gliela poteva; e stracciata la carta
e gittatala per terra, se ne andò. O allora, o in altra occasione
accadde ancora, secondo Filostorgio, che Valentiniano per parole
offensive dettegli da Arbogaste, sì fattamente s'accese di collera, che
volle dar di mano alla spada di una guardia per ucciderlo. La guardia il
trattenne; e benchè egli dipoi cercasse di addolcir questo trasporto,
con dire che per l'impazienza di vedersi così maltrattato e vilipeso,
aveva voluto uccidere sè stesso, pure Arbogaste n'ebbe assai per
conoscere di qual animo fosse il principe verso di lui.

Non fu dunque da lì innanzi un segreto questa dissensione tra
Valentiniano ed Arbogaste[1029]. E perchè questi ne dava la colpa ad
alcune persone innocenti di corte, quasi che ascendessero il fuoco,
Valentiniano si protestava pronto di eleggere piuttosto la morte, che a
sofferir di vederle in pericolo per sua cagione. Nè già mancò chi
s'interpose per riconciliarli insieme, e vi si accomodava con sincerità
il giovane Augusto. Anzi fra gli altri motivi di chiamar santo Ambrosio
nelle Gallie, vi era ancor quello di voler lui per mallevadore della
progettata concordia. E lo stesso santo arcivescovo acerbamente si
afflisse dipoi[1030], per aver tardato ad andare, perchè avendo anche
Arbogaste molta stima di lui, avrebbe sperato di acconciar quegli
affari, e di risparmiare all'infelice principe il colpo che l'atterrò,
mentre esso Ambrosio era in cammino. Ma finiamola con dire che
Arbogaste, fors'anche per aver intesa la venuta di un prelato di tanto
credito, natagli apprensione, che tal maneggio fosse per suo danno,
s'affrettò a levar la vita a questo amabil Augusto. Venuto il dì 15 di
maggio dell'anno presente, secondo la chiara testimonianza di
sant'Epifanio[1031], Zosimo e Filostorgio dicono che egli, mentre si
divertiva sulla riva del Rodano, fu ucciso da Arbogaste, o pure dai di
lui sicarii. Ma la corrente degli scrittori, cioè Orosio, esso Epifanio,
Marcellino conte, Socrate ed altri, scrivono che egli fu una notte
strangolato per ordine di Arbogaste; e per far poi credere che egli da
sè stesso si fosse per disperazione levata la vita, la mattina si trovò
appeso il di lui corpo ad un trave. San Prospero, Rufino e Sozomeno pare
che prestassero fede a questa ingiuriosa voce, la quale è distrutta
dall'autorità di sant'Ambrosio, con aver egli sostenuto nell'orazion
funebre di esso principe, da lui poscia recitata in Milano, che, stante
la premura mostrata d'essere battezzato, l'anima di lui era in salvo. Di
questo così esecrando misfatto niun processo fu fatto dipoi per la
prepotenza di Arbogaste. Procurò egli bensì, per abbagliar la gente, di
comparir doglioso della sua morte, di fargli un solenne funerale nel dì
seguente della pentecoste, e di permettere che il suo corpo fosse
trasportato a Milano. Confessa sant'Ambrosio[1032] che i gemiti e le
lagrime dei popoli in tal congiuntura furono incessanti, parendo a
cadauno d'aver perduto piuttosto il lor padre che un imperadore, e che
fino i Barbari, e chi parea dianzi suo nemico, non poterono risparmiare
il pianto all'udire il miserabil fine di sì buon principe. _Giusta_ e
_Grata_ di lui sorelle, o sia che accompagnassero il di lui corpo, o
pure che si trovassero in Milano, non potevano darsi pace per sì gran
perdita; ed, assistendo alla sepoltura, che dopo due mesi gli fu data in
quella città presso il corpo di Graziano Augusto, ascoltarono quei
motivi di consolazione, che seppe loro somministrare nell'orazione
funebre il santo arcivescovo di Milano.

Si può credere che dopo l'orrida suddetta tragedia il perfido generale
Arbogaste avrebbe volentieri occupato il trono imperiale: ma o perchè
non volle con questo salto dichiararsi colpevole della morte del suo
sovrano, oppure, perchè essendo di nascita barbaro, giudicò pericoloso
il prendere lo scettro dei Romani[1033]: certo è ch'egli scelse persona
che portasse il nome d'imperadore, e ne lasciasse a lui tutta
l'autorità. Gran confidenza passava tra lui ed _Eugenio_, uomo che di
maestro di grammatica e di retorica, s'era alzato al grado di segretario
o d'archivista nella corte di Valentiniano[1034]. Se di lui parla
Simmaco in due sue lettere[1035], dove gli dà il titolo di
_chiarissimo_, potrebbe essere stato anche più eminente il di lui grado:
e Filostorgio[1036] sembra dire che fu maggiordomo. Era amicissimo del
general _Ricomere_, ma più di _Arbogaste_, e però opinion fu che fra lui
ed esso Arbogaste si formasse il concerto della morte di Valentiniano,
avendogli l'indegno conte promesso di crearlo imperadore. Così fu fatto.
Arbogaste imboccò le milizie, acciocchè il volessero e dichiarassero
Augusto; e però Eugenio salì sul trono, nè tardarono le provincie della
Gallia a riconoscerlo per loro signore. Quanto all'Italia abbiam pruove
nell'anno seguente, che anch'essa venne alla di lui ubbidienza. Ma per
conto dell'Africa e dell'Illirico, non v'ha apparenza che accettassero
la signoria del tiranno, tuttochè costui avesse in animo, anzi sperasse
gagliardamente l'acquisto di tutto l'imperio romano[1037], perchè i
pagani cominciarono ad empiergli la testa di vane promesse di vincere
Teodosio, tripudiando essi al vedere che Arbogaste, adoratore anch'egli
de' falsi dii, si dava a conoscere arbitro degli affari sotto il nuovo
tiranno. Portata intanto a Costantinopoli la nuova dell'assassinio di
Valentiniano; ne provò Teodosio una somma afflizione ed
inquietudine[1038], e _Gallia Augusta_, sorella dell'ucciso principe,
coi suoi pianti e lamenti mise sossopra quella real corte[1039]. Andava
il saggio principe ondeggiando fra i pensieri di pace e di guerra,
quando gli arrivò un'ambasceria spedita da Eugenio per intendere s'egli
il voleva o no per collega nell'imperio. Il capo di tal deputazione era
un Rufino ateniese, accompagnato da alcuni vescovi della Gallia, i quali
ebbero tanta sfrontatezza di difendere come innocente Arbogaste davanti
ad esso Augusto. Dopo la dimora di qualche tempo furono essi rispediti,
non si sa con quale risposta; ma ben si sa con ricchi regali, e
probabilmente senza quel frutto che desideravano. Già vedemmo che
_Rufino_ fu console nell'anno presente, e come egli aveva fatto levar di
vita il valoroso generale _Promoto_. Vi restava _Taziano_ prefetto del
pretorio d'Oriente, personaggio che gli faceva ombra, non men che
_Procolo_ di lui figliuolo, prefetto della città di Costantinopoli. Si
accinse Rufino ad atterrarli amendue, e gli riuscì il disegno. Secondo
le apparenze fece saltar fuori contra di loro delle accuse di avanie e
rubamenti da lor tutti ne' loro uffizii. Fu spogliato Taziano della
dignità di prefetto del pretorio, e in questa ebbe per successore lo
stesso Rufino, cominciandosi a veder leggi di Teodosio date sul fine
d'agosto, e indirizzate a lui con questo titolo. Procolo figlio d'esso
Taziano sul principio della tempesta se ne era fuggito, nè si sapea dove
fosse. Lasciossi infinocchiar cotanto suo padre dalle promesse di
Rufino, che il fece venire; ma continuò il processo contra di loro in
maniera tale che esso Taziano fu relegato nel suo paese, e condannato a
morte il figliuolo. La sentenza contra dell'ultimo fu eseguita nel dì 6
di decembre[1040]; perchè Teodosio spedì ben l'ordine della grazia, ma
colui che lo portava, passando d'intelligenza con Rufino, andò sì
lentamente che non arrivò a tempo di farla valere. Furono per ordine di
Teodosio cassati molti atti di Taziano e di Procolo; quantunque
Claudiano[1041] da lì a qualche anno mettesse fra i reati
dell'iniquissimo Rufino questa persecuzione fatta a Taziano e a suo
figlio, pure assai fondamento s'ha per credere che i lor vizi fossero
meritevoli delle suddette condanne[1042]. Certamente Taziano (checchè in
sua lode ne dica Zosimo storico gentile) gran persecutor dei Cattolici,
era stato sotto Valente Augusto; e _sant'Asterio_[1043] riguardò la di
lui peripezia per un gastigo di Dio. In quest'anno il piissimo imperador
Teodosio pubblicò una nuova celebre costituzione[1044] contra tutte le
superstizioni del paganesimo, vietando con rigorose pene ogni culto
degl'idoli, ogni sacrifizio ed ogni impostura dell'aruspicina. Altre
leggi di lui spettanti all'anno presente abbiamo, o contro gli eretici,
o per sollievo dei popoli, o per tener in disciplina i soldati, o per
estirpare i ladri, con altri regolamenti tutti degni di lode.

NOTE:

[1013] Ambros., Oration. de obitu Valentiniani.

[1014] Philostorg., l. 11, cap. 1.

[1015] Sozom., l. 7, c. 22.

[1016] Orosius, l. 7, c. 35.

[1017] Ambr., Epist. LXII, Class. I.

[1018] Ambr., in Oration. de obitu Valentiniani.

[1019] Zosim., lib. 4, cap. 53. Philostorg. Claud. et alii.

[1020] Suidas verbo _Arbogastes_.

[1021] Socrat., l. 5, c. 25.

[1022] Orosius, lib. 7, cap. 35.

[1023] Marcell. Comes, in Chronic.

[1024] Sozom., l. 7, c. 22.

[1025] Gregor. Turonensis, lib. 2, cap. 8.

[1026] Zosim., lib. 4, cap. 53.

[1027] Zosim., lib. 4, c. 53.

[1028] Philostorg., lib. 11, cap. 1.

[1029] Ambros., Oration. de obitu Valentiniani.

[1030] Paulin., in Vit. s. Ambrosii.

[1031] Epiphan., de Mensuris, num. 20.

[1032] Ambros., Orat. de obitu Valentiniani.

[1033] Philost., l. 11, c. 2. Orosius, l. 7, c. 35.

[1034] Socrates, l. 5, cap. 25. Zos., l. 4, c. 54.

[1035] Symmach., l. 2, ep. LX et LXI.

[1036] Philost., lib. 11, c. 2.

[1037] Sozom., l. 7, c. 22.

[1038] Zosimus, l. 4, cap. 55.

[1039] Rufinus, l. 2, cap. 31.

[1040] Chronicon Alexandrinum.

[1041] Claud., in Rufin., lib. 1.

[1042] Rufinus, l. 10, c. 2.

[1043] Asterius, Homil. in fest. Kal.

[1044] L. 12, de Paganis, Cod. Theod.



    Anno di CRISTO CCCXCIII. Indizione VI.

    SIRICIO papa 9.
    TEODOSIO imperadore 15.
    ARCADIO imperadore 11.
    ONORIO imperadore 1.

_Consoli_

FLAVIO TEODOSIO AUGUSTO per la terza volta, e ABONDANZIO.


Questi furono i consoli dell'Oriente, perciocchè per conto
dell'Occidente _Eugenio_ tiranno prese il consolato, e ne abbiamo i
riscontri in qualche iscrizione; una avendone rapportata anch'io[1045].
Solo procedette console Eugenio, per lasciar l'altro luogo all'Augusto
Teodosio, che non gli avea per anche dichiarata la guerra. A chi fosse
in quest'anno appoggiata la prefettura di Roma, a noi resta ignoto.
Sulpicio Alessandro storico, conosciuto dal solo Gregorio Turonense, e
da lui citato[1046], racconta che passava qualche nemicizia fra
_Arbogaste_ generale dell'armi del tiranno Eugenio, e _Junnone_ e
_Marcomiro_ principi della nazion dei Franchi. Per vindicarsi di loro,
Arbogaste passò colla sua armata a Colonia e poi nel furore del verno
dell'anno presente valicato il Reno, andò a dare il guasto al paese
d'essi Franchi, nè vi trovò opposizione alcuna, essendo fuggiti gli
abitanti. Paolino nella vita di sant'Ambrosio[1047] scrive aver egli
fatta guerra ai Franchi, benchè fosse anche egli della lor nazione, e
dacchè ebbe sconfitto molti di essi, aver poi stabilita pace col resto
di loro. Anche il suddetto Sulpicio storico attesta che Eugenio tiranno
con tutte le sue forze si lasciò vedere sul Reno, per rinnovar la pace e
la lega antica coi re dei Franchi e degli Alamanni. Aspettavasi ormai
Eugenio la guerra dalla parte di Teodosio: e però in quest'anno attese
ad ingrossar la sua armata, non solamente con truppe romane, ma ancora
con arrolar quanti Franchi ed Alamanni vollero militar sotto le sue
bandiere. _Arbogaste_ era il general comandante di tutti. Già l'Italia
ubbidiva ad Eugenio, e i pagani, accortisi del loro vantaggio, al vedere
esso Arbogaste pagano arbitro dell'imperio, e lo stesso Eugenio poco
buon cristiano, corsero a dimandargli il ristabilimento dell'altare
della Vittoria, e la restituzione delle rendite tolte ai loro templi e
sacerdoti. Veramente Eugenio, per attestato di sant'Ambrosio[1048] e di
Paolino[1049], diede loro più di una negativa; tante nondimeno furono le
lor batterie, che infine permise quanto chiedevano per l'altare della
Vittoria; ma per conto dell'entrate in vece di renderle ai templi, le
dispensò ad Arbogaste, a _Flaviano_ prefetto del pretorio, e ad altri
nobili romani, ma romani gentili. Venuta poi la primavera sen venne il
tiranno con tutto il suo sforzo in Italia per osservare gli andamenti
del temuto Teodosio. Sul principio dell'usurpazione sua egli avea
scritto a sant'Ambrosio per tirar dalla sua un prelato di tanta
conseguenza e stima. Sant'Ambrosio non gli diede risposta; solamente poi
gli scrisse per raccomandargli varie persone, e, udendosi poi imminente
la di lui calata in Italia, si ritirò da Milano a Bologna, indi a
Faenza, e finalmente a Firenze per non comunicare con chi alla tirannia
avea congiunta la protezione del paganesimo. Da Firenze poi scrisse a
lui una lettera piena di generosità e prudenza per giustificar la sua
ritirata.

Teodosio Augusto in questo mentre faceva tutte le necessarie
disposizioni per procedere contra del tiranno, senza però trascurare di
far del bene al pubblico. Le leggi da lui pubblicate in quest'anno[1050]
tutte si veggono date in Costantinopoli. Con alcune d'esse promosse la
militar disciplina levando varii abusi, e soprattutto ordinando che i
soldati non potessero pretendere nè dimandare a chi gli alloggiava nè
legna, nè olio, nè materazzi, nè di farsi pagare in denaro i naturali
loro dovuti. Allorchè i regnanti del mondo si preparavano a far guerra,
uso loro ordinariamente è di mettere delle nuove imposte addosso ai
miseri popoli. L'ottimo imperadore Teodosio, che cercava nelle imprese
la benedizione di Dio, lungi dal voler imporre nuovi aggravi ai suoi
sudditi in occasion di questo armamento contra di Eugenio, con sua legge
nel dì 12 di giugno, abolì ancora un aggravio dianzi imposto dal
decaduto Taziano, e fece restituire tutti que' beni che quell'uffiziale
indebitamente avea confiscato a varie persone, o esiliate, o fatte
morire: sopra di che il cardinal Baronio lasciò scritte varie eccellenti
riflessioni. Ma ciò che incomparabilmente diede a conoscere
l'impareggiabil bontà di questo imperatore, fu la celebre legge[1051]
emanata nel dì 9 d'agosto. In altri tempi sotto gli Augusti pagani
delitto capitale fu riputato lo sparlare del principe, e il diffamare il
suo nome con parole insolenti ed oltraggiose. Il buon Teodosio ordina
con quell'editto ai giudici, che niuno di questi tali mormoratori sia
suggetto alla pena ordinaria portata dalle leggi, aggiungendo quelle
belle parole: _Perchè se la lor maldicenza proviene da leggerezza
indiscreta, noi dobbiamo sprezzarla; se da cieca pazzia, abbiamo da
averne compassione, e se poi da cattiva volontà, a noi conviene il
perdonar_. Pertanto solamente ordina che sia riferito a lui quanto ne
dicessero le persone per esaminare se occorresse farne ricerca, esigendo
la prudenza che non si trascurino certe insolenze che tendessero a
sedizioni e a turbar la quiete dello Stato. L'anno fu questo, in cui
Teodosio[1052] dichiarò _Augusto_ il suo secondogenito _Flavio Onorio_,
ch'era in età di dieci anni. Si è disputato fra gli eruditi, se tal
dichiarazione accadesse nel gennaio, oppure nel novembre dell'anno
presente, nè si è potuto finora adeguatamente decidere la
quistione[1053]. Fu medesimamente nel presente anno dato compimento in
Costantinopoli ad un'insigne piazza, che portò in nome di Teodosio:
intorno a che è da vedere quanto lasciò scritto nella sua Costantinopoli
cristiana il Du-Cange[1054]. In essa città anche nel seguente anno fu
alzata una statua di Teodosio a cavallo sopra la colonna di Tauro
istoriata, e tale statua si pretende che fosse d'argento.

NOTE:

[1045] Thesaur. novus Inscript., p. 394.

[1046] Gregor. Turonensis, l. 2, c. 8.

[1047] Paulin., in Vit. s. Ambrosii.

[1048] Ambros., Epist. LXI, Class. I.

[1049] Paulin., in Vit. s. Ambrosii.

[1050] Gothofred., in Chronol. Cod. Theodos.

[1051] L. unica, _Si quis Imperatori maledixerit_, Cod. Theodos.

[1052] Philost., l. 11, c. 1. Sozomenus, l. 8, c. 24. Claud. Marcellin.
Comes, in Chronico.

[1053] Chron. Alexandrinum.

[1054] Du-Cange, Hist. Byzant.



    Anno di CRISTO CCCXCIV. Indiz. VII.

    SIRICIO papa 10.
    TEODOSIO imperadore 16.
    ARCADIO imperadore 12.
    ONORIO imperadore 2.

_Consoli_

FLAVIO ARCADIO AUGUSTO per la terza volta, e FLAVIO ONORIO AUGUSTO per
la seconda.


Non più era un segreto la guerra fra Teodosio e il tiranno Eugenio,
avendo cadaun dalla sua parte fatto dei mirabili preparamenti per questa
danza. I gentili, dopo aver trovato così facile alle lor preghiere
l'usurpatore[1055], e cominciato spezialmente in Roma a far gli empi lor
sagrifizii, quegli erano che più degli altri l'animavano ai
combattimenti, perchè cercando nelle viscere delle lor vittime, vi
trovavano a misura dei lor desiderii certa la vittoria di Eugenio. Sopra
gli altri _Flaviano_ prefetto del pretorio (poichè per conto del
prefetto di Roma noi non sappiamo chi fosse nel presente anno), che si
attribuiva una gran perizia nel folle mestier dell'aruspicina[1056],
spacciava per immancabile la rovina di Teodosio. Queste vane speranze,
o, per dir meglio, sicurezze, date ad Eugenio, non servirono poco per
incoraggirlo a portarsi non già a conseguir vittorie, ma a ricevere il
gastigo dovuto alle sue iniquità. E, per testimonianza di s.
Agostino[1057], avendo occupato l'Alpi Giulie, per le quali
dall'Illirico si viene in Italia, e fatte ivi molte fortificazioni, fu
osservato che furono ivi poste alcune statue d'oro, o indorate, di Giove
armato di fulmini, e consecrate con varie superstizioni contra di
Teodosio. Teodoreto[1058] anch'egli notò che l'immagine di Ercole si
mirava nella principal insegna di Eugenio: cotanto il doveano aver
ammaliato le vane promesse dei gentili. Ma ben diverso fu in questa sì
importante congiuntura il contegno di Teodosio. Certamente non trascurò
egli i mezzi umani per ottenere un felice esito alla meditata impresa,
perchè, oltre alle milizie romane, si procacciò un gran rinforzo di
soldatesche ausiliarie, venute dall'Armenia, Iberia ed Arabia[1059].
Moltissimi Barbari ancora abitanti di là del Danubio corsero volontieri
al suo soldo per isperanza di far buon bottino. Giordano storico
scrive[1060] che venti mila Goti si unirono al di lui esercito. Il solo
_Gildone_, conte, governatore dell'Africa, non ostante gli ordini a lui
spediti da Teodosio, trovò delle scuse per non venire; e neppur volle
inviare un fantaccino o una nave, riserbandosi di seguitar poi chi
restasse vincitore; politica che fu col tempo annoverata fra i suoi
reati. Con sì forte armamento si potea promettere buona messe d'allori
l'Augusto Teodosio: tuttavia le sue più ferme speranze erano risposte
nell'aiuto e nella protezione del Dio degli eserciti, e nella giustizia
della sua causa. Aveva egli per tempo inviate persone a consultar s.
_Giovanni_, solitario dell'Egitto, mentovato di sopra, personaggio
tenuto, con ragione, in concetto di profeta del Signore[1061]. Mandò a
dirgli quell'uomo santo, che quella guerra gli costerebbe assai sangue,
ma ch'egli ne uscirebbe vittorioso, con altre predizioni che si
verificarono coi fatti. Oltre a ciò, per attestato di Rufino, si andò
sempre il piissimo Augusto preparando a questa impresa con digiuni,
orazioni e penitenze, e con frequentare i sepolcri de' martiri e degli
apostoli, affin di ottenere, per intercessione dei santi, l'assistenza
del braccio di Dio nei pericoli, ai quali andava ad esporsi.

Venuta dunque la primavera, mise egli in marcia la potente sua armata
alla volta d'Italia, e mentre anch'egli era in procinto di tenerle
dietro[1062], _Galla Augusta_ sua moglie nello sgravarsi d'un figlio che
morì, anch'essa finì di vivere. Lasciò in Costantinopoli i suoi due
figli _Arcadio_ ed _Onorio_ Augusti sotto la direzione di _Rufino_
prefetto del pretorio, come costa da Claudiano, autore più autentico qui
che Zosimo e Marcellino conte, i quali scrivono aver egli condotto seco
il fanciullo Onorio. Una sua legge cel fa vedere in Andrinopoli nel dì
15 di giugno. L'esercito suo con gran diligenza marciava innanzi.
Essendo morto ne' mesi addietro _Ricomero_, a cui Teodosio pensava di
darne il comando, elesse dipoi in suo luogo _Timasio_ per generale delle
milizie romane, e seco unì _Stilicone_, persona assai accreditata, di
cui avremo a parlare non poco nel proseguimento della storia. Generali
delle soldatesche ausiliarie e barbariche erano _Gaina_, _Saule_ e
_Bacuro_, nativi dell'Armenia, ma uffiziali di gran valore e sperienza
nell'arte militare. Con tal sollecitudine l'imperiale armata continuò il
cammino, che contro l'espettazione d'ognuno si vide giunta all'Alpi
Giulie; e il giugnervi, e forzar que' passi, benchè tanto premuniti per
ordine di Eugenio, fu una cosa stessa. Quel Giove che quivi stava con
tanti fulmini pronto ad incenerir l'armi temerarie dei Cristiani, si
trovò un tronco insensato contra di un principe che veniva assistito dal
vero Dio[1063]. Se ne fuggirono tutti quei superstiziosi pagani che
aveano fatto credere all'incauto Eugenio tante maraviglie dalla parte
dei lor falsi dii. _Flaviano_ prefetto del pretorio svergognato allora
in mirar così fallita l'arte sua d'aruspice, e d'avere ingannato colle
sue ciarle il tiranno, secondo quel che scrive Rufino, conobbe di
meritare la morte: parole che han fatto conghietturare ch'egli o si
uccidesse da sè stesso, o disperatamente combattendo cercasse di finir
la vita fra le spade nemiche, non volendo sopravvivere a tanta vergogna.
Se questo non è certo, almen sappiamo[1064] che costui ed _Arbogaste_,
pagano anch'esso, nel partirsi da Milano, aveano minacciato, tornati che
fossero colla vittoria, di far diventare una stalla da cavalli la chiesa
cattedrale di Milano, e di costringere gli ecclesiastici a militare; e
ciò perchè il clero in Milano non voleva comunicar ne' divini uffizii
col tiranno Eugenio, nè ricevere obblazioni da lui, perchè il teneva per
iscomunicato, o per la morte di Valentiniano juniore, o pel favore da
lui dato all'idolatria.

Al calare dalle montagne trovò l'Augusto Teodosio la pianura tutta
coperta dalla fanteria e cavalleria d'Eugenio[1065], non avendo costui,
oppure il suo generale, voluto dividere le sue forze, per non cader
nell'errore che portò seco la rovina di Massimo tiranno. Pertanto si
venne ad una battaglia presso il fiume Freddo[1066], probabilmente nel
contado di Gorizia. Ebbe Teodosio l'avvertenza di dar la vanguardia alle
milizie barbariche ed ausiliarie, sì per loro onore, come anche per
riserbar a sè stesso il corpo di battaglia composto di truppe romane,
giacchè la perdita di quei Barbari era anche una specie di vittoria pel
romano imperio. Ma costoro, benchè con gran coraggio e forza menassero
le mani, non poterono star saldi davanti al valore di Arbogaste; in
guisa che di essi fu fatta grande strage, e il resto si salvò colla
fuga: il che fu permesso da Dio, non già per dare a Teodosio, come
osserva Rufino[1067], questa mortificazione, ma affinchè non si dicesse
essere stati i Barbari coloro che l'aveano fatto vincere. Teodosio,
mirando da una collina questo brutto aspetto dell'oste sua, prostrato a
terra alla presenza d'ognuno, implorò l'aiuto di Dio, difensor delle
buone cause. Animati da questa speranza i suoi uffiziali, non tardarono
più a dar di sproni ai cavalli colle loro schiere, e di entrar nella
sanguinosa mischia, rovesciando le squadre e gli squadroni opposti, e
coprendo di nemici svenati la campagna. Fece delle maraviglie in questo
conflitto _Bacuro_, ma si espose talmente, che vi lasciò la vita. Per
attestato di Zosimo[1068], la sera divise il menar delle mani. Ma il
dirsi da lui, che durante il fatto d'armi avvenne un'ecclissi del sole
con tale oscurità, che parea di notte, non si sa credere vero dagli
eruditi, quando sussista il racconto di Socrate[1069], che la battaglia
suddetta accadesse nel dì 6 di settembre, poichè, secondo i calcoli
astronomici niun'ecclissi occorse allora. Grande fu la perdita dal canto
di Eugenio, ma senza comparazion maggiore quella di Teodosio[1070]; e
però nel consiglio di guerra, tenuto nella notte, il parere dei generali
fu di ritirarsi nel dì seguente, per riparar con delle nuove leve di
gente il danno sofferto. Non era di questo sentimento il buon
imperadore, perchè non sapea levarsi di cuore la confidenza già messa in
Dio: laonde prese tempo a risolvere nel giorno seguente. Entrato poi in
un oratorio trovato in quelle montagne, senza prendere cibo o riposo,
quivi inginocchiato sulla terra nuda spese molte ore della notte ad
implorare il soccorso di Gesù Cristo. Sul far del giorno addormentatosi
suo malgrado, gli apparvero due persone vestite di bianco, le quali
dissero d'essere i santi Apostoli Giovanni evangelista e Filippo, che
l'assicurarono della vittoria. Fatto poi giorno, avendo anche un soldato
avuta una simil visione, si sparse immantinente questa nuova pel campo,
e passò all'orecchio di Teodosio, il quale propalò allora ciò che a lui
stesso era accaduto in sogno: il che mirabilmente incoraggì la sua
armata.

Prese dunque l'armi, ed ordinate le schiere, calò coll'esercito suo
dalla montagna per assalire il campo nemico, quando si osservò che un
grosso corpo di nemici, spedito da Eugenio e da Arbogaste, aveva
occupato dei siti al di dietro per dargli alle spalle, quando fosse alle
mani con gli altri. Il primo favore del cielo fu che il conte
_Arbitrione_, comandante di quell'imboscata, co' suoi prese il partito
di Teodosio, liberando lui dal pericolo ed accrescendo le forze della di
lui armata. Secondo Sozomeno, era già cominciata la battaglia, quando
quel generale mandò ad offrirsegli, e fu accettato con vantaggiose
condizioni. Teodosio a piedi si mise alla testa delle sue schiere, ed
attaccò il terribil conflitto. Apparve allora visibilmente il braccio di
Dio in favor dell'ottimo Augusto; perciocchè all'improvviso si levò un
furiosissimo vento, che direttamente soffiava in faccia ai soldati di
Eugenio con tal impeto e tal polvere negli occhi, che non sapeano dove
si fossero, non poteano tener gli scudi, e le lor frecce andavano tutte
a voto: laddove poco o nulla d'incomodo provando l'armata di Teodosio
per quella furiosa tempesta, i lor dardi e saette felicemente colpivano
tutte nei corpi dei nemici. Di questo miracoloso avvenimento non è
permesso di dubitare ad alcuno, dacchè ne siamo accertati da tanti
autentici scrittori, i quali ne aveano parlato con più e più soldati di
quei che si trovarono in quella terribil giornata, cioè dai santi
Ambrosio[1071] ed Agostino[1072], da Rufino, Paolo Orosio, Paolino,
Socrate, Sozomeno e Teodoreto. Quel che è più, abbiam lo stesso
confermato da Claudiano[1073], celebre poeta, e poeta pagano di questi
tempi, che in lodando Onorio Augusto, attesta con alcuni bei versi il
medesimo prodigio, attribuendo poi ridicolosamente al destino d'esso
Onorio, fanciullo allora di dieci o undici anni, ciò che era dovuto alla
fede e pietà di Teodosio suo padre. Ma Zosimo[1074] più di Claudiano
fece qui comparire il suo cuor pagano, perchè non solamente tacque
l'evidente miracolo che diede la vittoria a Teodosio, ma eziandio sminuì
a tutto suo potere la dignità della stessa vittoria, con dire, che
persuaso Eugenio d'essere restato vincitore nella passata battaglia, si
perdè a regalar i soldati e a far una buona cena, dopo la quale si
diedero saporitamente tutti a dormire. Teodosio sull'alba piombò loro
addosso e trovatili addormentati, ne fece macello; di questo passo
arrivò anche al padiglion di Eugenio, il quale in fuggendo fu preso.
Così quello scrittore pagano, è sempre rivolto a screditare i principi
cristiani e le loro azioni. Ma noi, seguendo tanti altri sopraccitati
storici, abbiamo, che sopraffatti i soldati d'esso Eugenio da
quell'improvviso temporale, conoscendo che Dio combatteva contra di
loro, parte si raccomandarono alle gambe, e parte, calate le insegne, e
chiedendo ginocchioni il perdono, l'ottennero da Teodosio[1075] con
patto che gli menassero prontamente preso il tiranno. Volarono essi al
luogo dove Eugenio stava attendendo l'esito del conflitto; ed egli
credendo che portassero la grato nuova della vittoria, dimandò tosto se
gli conducevano legato Teodosio, come avea loro ordinato di fare. Restò
ben confuso e sbalordito al risponder essi, che non menavano già
Teodosio a lui, ma bensì venivano per menar lui a Teodosio, perchè così
comandava il padrone dell'universo. Condotto costui ai piedi del
vittorioso Augusto, e rimproverato da esso per le commesse iniquità e
per la vana sua confidenza nel suo Ercole, mentre voleva pure pregarlo
di lasciargli la vita, gliela levarono i soldati, spiccandogli la testa
dal busto, che portata dipoi sopra una picca pel campo, servì a ridurre
molti dei suoi, tuttavia pertinaci, ad implorare il perdono.
_Arbogaste_, cagion di tutti questi mali, non osando sperare grazia
alcuna, si rifugiò nelle più scoscese balze di quei monti, credendosi di
potere schivare il gastigo di Dio; ma risaputo che veniva cercato
dappertutto, per non cader nelle mani dello sdegnato Augusto, due giorni
dopo la battaglia col suo proprio stocco si levò la vita.

E tale fu il fine di questi scellerati, affrettato con prodigii dalla
stessa giustizia di Dio, e ben dovuto a traditori del loro sovrano, che
colla loro usurpazione tanti incomodi e danni aveano recato al romano
imperio. Teodosio Augusto, senza punto insuperbire per sì segnalata
vittoria, perchè tutta la riconosceva da Iddio misericordioso verso di
lui, e il suo maggior piacere in averla conseguita era quello di veder
confuso il paganesimo, e tante predizioni e speranze precedenti de'
gentili; si studiò di esercitar anch'egli da lì innanzi la misericordia
dal canto suo verso dei vinti. Non solamente si stese il suo perdono a
chiunque avea prese l'armi contra di lui[1076], ma eziandio fece
partecipe della sua grazia i figliuoli d'_Eugenio_ e di _Arbogaste_, che
s'erano ritirati in chiesa, benchè pagani, valendosi egli di tal
occasione per far loro abbracciare la religion cristiana. In vece di
privarli dei loro beni, diede loro anche delle cariche e dignità
onorevoli, e gli amò con affetto veramente cristiano. Ad un figlio
parimente di _Flaviano_, non ostante il demerito del padre, lasciò parte
de' suoi beni[1077]: e poscia Onorio Augusto interamente il ristabilì
negli onori. Era intanto ritornato sant'_Ambrosio_ a Milano, tenendo per
fermo che Teodosio uscirebbe di quella guerra colla vittoria. A lui
appunto scrisse[1078] tosto il buon Augusto, acciocchè si rendesse
pubbliche grazie a Dio di questo felice successo. E perciocchè molti in
Milano per paura del gastigo erano scappati nelle chiese, il santo
arcivescovo[1079] non solamente in lor favore scrisse lettere a
Teodosio, ma impaziente di ottener loro il perdono, si portò in persona
ad Aquileia ad intercedere per loro. Non gli fu difficile l'ottenerlo, e
il piissimo Augusto gli s'inginocchiò davanti, com'è credibile, per
dimandargli la sua benedizione, secondo il rito d'allora, protestando di
riconoscere il fortunato fine di guerra sì pericolosa dai meriti e dalle
orazioni di sì santo prelato. Da Aquileia passò dipoi l'Augusto Teodosio
a Milano, giungendo colà un giorno solo dopo l'arrivo di sant'Ambrosio.
Quivi si diede a mettere in buon sesto i pubblici e i privati affari,
perchè, per attestato di Rufino, cominciava a declinare la sua sanità,
ed egli stesso già prevedeva di dover in breve dar fine a' suoi giorni.
Per questo chiamò in fretta da Costantinopoli _Onorio_ suo
secondogenito. Paolino scrive[1080] ch'egli fece venire a Milano i
_figliuoli_, e che ricevuti nella chiesa, li consegnò a quell'insigne
prelato; dal che ha argomentato il cardinal Baronio[1081], che anche
_Arcadio Augusto_ venisse a Milano, e sembra ciò detto da qualche altro
autore. Può essere che _Placida_ sua figliuola accompagnasse il fratello
Onorio; comunque sia, questa pretesa venuta di Arcadio non è ben
fondata. Rufino storico e Claudiano parlano in contrario. Fuor di dubbio
è bensì che arrivato a Milano il figlio Onorio (già dichiarato
imperadore due anni prima)[1082], Teodosio a lui diede per sua porzion
di dominio l'Italia, le Gallie, le Spagne, la Bretagna, tutta l'Africa e
l'Illirico occidentale. Deputò ancora per tutore di lui _Stilicone_
generale dell'armi. Abbiamo parimente da Zosimo ch'egli fece venire a
Milano que' senatori romani che tuttavia restavano attaccati
all'idolatria, esortandoli tutti a non più rifiutare la vera religion di
Gesù Cristo, e protestando di non voler più permettere le gravi spese
che il pubblico facea per gli empii sacrifizi del gentilesimo. Ebbe un
bel dire, scrivendo il pagano Zosimo che niuno ne restò convertito; ma
intanto cessarono i sagrifizii, andarono in disuso le cerimonie del
gentilesimo, e furono scacciati i sacerdoti e le sacerdotesse degli
idoli. Zosimo attribuisce a ciò il miserabile stato, in cui ai suoi dì
era ridotto il romano imperio, scioccamente persuaso che solamente da
suoi falsi dii si potesse tenere in piedi sì gran macchina, anzi durare
per sempre.

NOTE:

[1055] Rufin., lib. 2, cap. 33.

[1056] Sozom., lib. 7, cap. 22.

[1057] August., de Civitat. Dei, lib. 5, cap. 26.

[1058] Teodor., lib. 5, cap. 24.

[1059] Claud., de Consult. III Honor. Socrates, Sozomenus.

[1060] Jordan., de Reb. Getic., cap. 28.

[1061] Rufinus, lib. 2, c. 32. Sozomenus, Theodor.

[1062] Zosim., lib. 4.

[1063] August., de Civit. Dei, lib. 5, cap. 26. Rufin., lib. 2, cap. 33.

[1064] Paulin., Vit. s. Ambros.

[1065] Sozom., lib. 7, cap. 24. Claudian., de Consul. IV. Honorii.

[1066] Socrat., lib. 5, c. 28.

[1067] Rufinus, lib. 3, cap. 33.

[1068] Zosimus, lib. 4, cap. 57.

[1069] Socrates, lib. 5, cap. 25.

[1070] Theod., lib. 5, c. 24. Orosius, l. 7, c. 37.

[1071] Ambros., in Psalm. 36.

[1072] August., de Civit. Dei, lib. 5, cap. 26.

[1073] Claud., in Consul. IV Honorii.

[1074] Zosim., lib. 4, cap. 43.

[1075] Theod., lib. 5, cap. 28.

[1076] August., de Civit. Dei, lib. 5, c. 16. Orosius, lib. 7, cap. 35.

[1077] Symmachus, lib. 4, epist. VII.

[1078] Ambros., Epist. LXI. Class. I.

[1079] Paul., Vit. s. Ambros.

[1080] Idem., ib.

[1081] Baron., Annal. Eccl.

[1082] Zosimus, lib. 4, cap. 34.



    Anno di CRISTO CCCXCV. Indiz. VIII.

    SIRICIO papa 11.
    ARCADIO imperad. 13 ed 1.
    ONORIO imperadore 3 e 1.

_Consoli_

ANICIO ERMOGENIANO OLIBRIO e ANICIO PROBINO.


Erano fratelli questi due consoli, amendue occidentali, amendue della
nobilissima e potente famiglia Anicia. Da Claudiano[1083] si ricava che
avendo il senato romano fatta una deputazione ad Aquileia per inchinare
e riconoscere in suo signore il vittorioso Teodosio, il pregò allora di
disegnar consoli per quest'anno i due suddetti fratelli. Ci fan le leggi
del Codice Teodosiano[1084] vedere più di un prefetto di Roma nell'anno
presente, cioè _Basilio_, poscia _Andromaco_, e finalmente _Fiorentino_.
Funestissimi furono i primi giorni di quest'anno a tutto l'imperio
romano, perchè gravemente s'infermò quell'Augusto che l'avea rimesso
nello splendore e nella maestà primiera. Un'idropisia cagionatagli dalle
fatiche della guerra contro d'Eugenio, avendolo già preso, il venne
conducendo al fine della sua vita. Giacchè egli avea disposto degli
stati in favor dei figliuoli, unicamente pensò al bene dei suoi popoli,
comandando ad essi suoi figli di confermare il perdono, da lui dato ai
ribelli, e di darlo a chi non lo avesse anche ricevuto; e similmente di
abolire un'imposta pubblica[1085]. Ordini che furono dipoi puntualmente
eseguiti. Mancò egli di vita, per quanto si crede, nel dì 17 di gennaio,
in età di poco più di cinquant'anni; e sant'Ambrosio, nel solenne
funerale fattogli quaranta giorni appresso, recitò, alle presenza
d'Onorio Augusto e dell'esercito, la sua funebre orazione, in cui
espresse la sua ferma credenza, che un sì pio e sì buono imperadore
fosse volato a ricevere in cielo la ricompensa delle sue opere e delle
tante sue virtù, senza però lasciar di pregare per lui, acciocchè Dio il
ricevesse nel perfetto riposo de' santi. Fu poi portato il di lui corpo
imbalsamato a Costantinopoli, dove nel mese di novembre[1086] gli venne
data sepoltura nel mausoleo degl'imperadori cristiani nella basilica
degli Apostoli. Noi certo abbiam potuto dalle cose fin qui dette
abbastanza comprendere che insigne personaggio, che glorioso imperadore
fosse Teodosio, e che ben giusto motivo ebbero i secoli susseguenti di
dargli il titolo di _grande_: tante furono le sue belle doti, tale il
complesso delle sue virtù. Gli elogi che di lui si trovano presso i
santi Padri[1087] e storici cristiani d'allora, empirebbono più carte;
ma la di lui maggior gloria risulta dalla confessione stessa degli
scrittori pagani di quei tempi, i quali, quantunque poco amore
portassero a questo cristianissimo Augusto, tutti nondimeno andarono
d'accordo in riconoscere in lui un principe mirabile ed ornato
d'incomparabili qualità. E questi furono specialmente Temistio, Libanio,
Pacato, Aurelio Vittore il giovane, Simmaco e Nazario. Il solo Zosimo,
nato per dir solamente male de' regnanti cristiani, il men che può
accenna i di lui pregi, e gli appone ancora dei difetti che si trovano
poi smentiti da tanti altri autori e dalla sperienza stessa.

Potrà bastare al lettore ch'io riferisca qui ciò che in compendio lasciò
scritto di esso Teodosio il giovane Vittore[1088] storico pagano. Fu,
dice egli, Teodosio, sì per gli costumi, che per la corporatura,
somigliante a Traiano, siccome apparisce dagli scritti de' vecchi e
dalle pitture. Miravasi in lui la stessa capigliatura, il medesimo
volto, se non che pel pelo levato dalle guance, e nella grandezza degli
occhi, v'era qualche diversità; e forse non si mira tanta grazia e bel
colore nella di lui faccia, nè ugual maestà nel suo andare. Ma per conto
della penetrazione e vivacità della mente in nulla cedeva egli
all'altro, nè si truova detta cosa di quello che a questo ancora non
convenga. Nell'animo suo come in suo trono abitava la clemenza e la
misericordia, come se fosse persona privata; praticava egli con tutti,
distinguendosi pel solo abito dagli altri; con civiltà accoglieva
ognuno, ma specialmente gli uomini dabbene. Gli davano forte nel genio
le persone che andavano alla buona e senza doppiezza: ed egli stimava
assaissimo i letterati, purchè al loro sapere corrispondesse la bontà
della vita. La grandezza sua non gli fece mai punto obbliare chi era
stato ben veduto da lui nella vita privata; a questi dava cariche,
danari, e compartiva altre grazie; ma riponeva la sua gratitudine più
verso coloro che nelle sue disavventure gli aveano prestato aiuto. Se
nel buono egli pareggiò Traiano, non l'imitò già nelle qualità cattive.
Detestava egli le di lui ubbriachezze ed impudicizie, con aver sempre
custodita gelosamente la castità e una sobrietà continua. Proibì ancora
con una legge l'eccesso delle cantatrici e d'altre impudiche persone ai
conviti; e tanto era il suo amore per la continenza, che fu il primo a
vietar i matrimonii fra cugini germani. Soprattutto abborriva la vanità
ed ambizione di Traiano in muovere delle guerre per avidità di
guadagnarsi un trionfo e la gloria di conquistatore. Ancorchè egli fosse
principe prode nel mestiere dell'armi, non cercò mai di guerreggiare, e
solamente entrò in quelle guerre che trovò già svegliate, o che non si
poterono schivare. Certo è ch'egli mediocramente sapeva di lettere; ma
non lasciava per questo di cercar con premura d'intendere le gesta de'
precedenti Augusti e personaggi famosi lodando poi le ben fatte, e
detestando la superbia, la crudeltà, e massimamente la perfidia ed
ingratitudine dei cattivi e dei nemici della libertà. Essendo suggetto
alla collera, prendeva facilmente fuoco sulle prime contra delle azione
biasimevoli, e prorompeva anche in ordini rigorosi; ma con egual
facilità si lasciava piegare da lì a poco, ritrattava il già ordinato,
pel suo buon naturale praticando ciò che un filosofo aveva insegnato ad
Augusto, cioè che qualor si sentiva adirato ed era per venire a qualche
aspra risoluzione, recitasse prima ad una ad una le lettere
dell'alfabeto greco, per dar tempo di sfumare alla collera. Quel che più
di raro si osservò in questo gran principe, fu l'essere cresciuta sempre
più la sua bontà, umiltà ed amorevolezza, quanto più crebbe la sua
potenza, e molto più dopo le vittorie sue nelle guerre civili: laddove
in altri si era veduto crescere il fasto, l'orgoglio ed anche la
crudeltà. Le diligenze sue grandi sempre furono per mantenere
l'abbondanza de' viveri: la sua liberalità e bontà, incredibile, con
giugner egli infino a restituir di sua borsa ai particolari grosse somme
d'oro e di argento loro tolte e consumate dai tiranni: e nel rendere i
beni indebitamente occupati, non li dava già, come usarono anche i
principi buoni, disfatti e nudi, ma li voleva rimessi nel loro essere di
prima. In casa sua poi e nel suo particolare fu osservato aver egli
rispettato sempre un suo zio paterno (probabilmente _Eucherio_), come se
fosse suo padre; aver tenuti i figliuoli d'un suo fratello (cioè
d'_Onorio_) e di una sua sorella, come se fossero suoi figli proprii,
con praticar lo stesso amore verso cadauno de' suoi parenti. Nella sua
tavola compariva la pulizia e la giovialità, ma non mai il lusso; sempre
fu veduto d'accordo colle mogli; sempre compiacente verso de' figliuoli.
Con gravità ed insieme con affabilità parlava a ciascuno, serbando
nondimeno la misura convenevole, secondo il grado maggiore o minore
delle persone.

Tale è il ritratto che ci lasciò di questo insigne Augusto Aurelio
Vittore il giovane. Ma nulla dice questo istorico pagano della primaria
virtù di Teodosio, cioè della pietà cristiana, per cui sempre fu e
sempre sarà benedetta la sua memoria nella Chiesa di Dio. Da questo buon
fondo procedette l'abborrimento suo ad ogni azione peccaminosa, la sua
divozion verso Dio, l'eroica sua umiliazione davanti ai ministri
dell'Altissimo, e il continuo suo zelo per estirpar le eresie e le
pertinaci reliquie del gentilesimo. Se non gli riuscì di far tutto,
perchè egli, siccome principe saggio, niuno volea violentare in materia
di religione: certamente mise tai fondamenti, che a poco a poco l'eresia
ed ogni superstizione pagana andarono mancando. Moltissimi furono i
templi dei gentili ch'egli fece distruggere; per ordine suo le chiese
occupate dagli eretici tornarono in poter dei cattolici; ed egli stesso
ne fabbricò delle nuove. Giovanni Malala[1089] parla di questo, siccome
ancora della città di Teodosiopoli da lui edificata. Anche Libanio[1090]
fa menzione delle città da lui fortificate, e di diverse altre
fabbriche, per assicurar le contrade romane dagli sforzi delle genti
barbare. Ma non avrebbe fine sì presto il ragionamento, se volessimo
riandar ad una ad una tutte le belle prerogative di questo glorioso
imperadore. Ragion vuole nondimeno che si ricordi al lettore un pregio
che suole accompagnare il regno di quei monarchi, a' quali si dà il
titolo di grandi. Cioè che a' suoi tempi mirabilmente fiorirono anche i
letterati, non men fra i Cristiani che fra i pagani. Per conto degli
ultimi in molto credito furono _Quinto Aurelio Simmaco_ oratore,
senatore, console e spasimato gentile, di cui restano le lettere; _Rufo
Festa Avieno_; _Temistio_ filosofo ed oratore; _Eunapio_, che ci lasciò
le vite de' sofisti; _Pappo_ e _Teone_ matematici; _Libanio_ sofista; e
_forse_ Vegezio, per tacer d'altri. Fu nondimeno più gloriosa la Chiesa
di Dio per tanti scrittori che l'adornarono in questi tempi, cioè per
san _Basilio_ e san _Gregorio Nisseno_ fratelli; san _Gregorio
Nazianzeno_ e san _Cesario_ fratelli; sant'_Ambrosio_; santo _Epifanio_;
sant'_Efrem_; sant'_Anfilocchio_; s. _Filastrio_, e tanti altri, de'
quali parla la storia ecclesiastica e letteraria, oltre ad altri che
prolungarono la lor vita anche sotto i figliuoli di Teodosio.

Questi figliuoli furono, come già s'è veduto, _Arcadio_ ed _Onorio_,
amendue prima d'ora creati imperadori Augusti, il primo dell'Oriente,
l'altro dell'Occidente. Ed ereditarono ben essi gli stati, ma non già il
valore, l'ingegno e l'attività del padre. Quanto ad _Arcadio_, non mancò
in vero Teodosio di provvederlo di buoni maestri; ma questi non ebbero
la possanza di dargli ciò che la natura gli avea negato. Ch'egli fosse
di un natural dolce, buono e pacifico, alieno dalla crudeltà, e
competentemente zelante per la fede cattolica, si può argomentar dalle
azioni sue; ma, per testimonianza di Filostorgio[1091], egli era
malfatto di corpo, di picciola statura, d'una complession dilicata, con
occhi melensi; e la sua bontà andava all'eccesso, di maniera che per la
dappocaggine ed inabilità sua si lasciava signoreggiar da altri[1092], e
la sua gran bontà veniva proverbiata da molti come stupidità, anzi
stolidezza. Perciò _Rufino_, prefetto del pretorio, era divenuto in
quella corte l'arbitro di tutto, e a man salva commetteva quante
iniquità gli cadevano in mente. Per conto poi d'_Onorio_, neppur egli
superava in abilità il fratello. Si sa che la continenza, virtù quanto
rara nei principi, tanto più commendabile in essi, fu in lui eminente,
siccome ancora la purità della fede[1093] e l'amore della Chiesa
cattolica, buon successore essendo egli stato in questo della pietà
paterna. Ma neppur egli era gran testa, e neppur in cuor di lui seme
alcun si ravvisava di valor guerriero. Procopio[1094] cel dipigne per
principe non cattivo, ma insieme neghittoso, senza spirito, e fatto
apposta per lasciar perire l'imperio d'Occidente a' giorni suoi. Per
questa sua debolezza, e massimamente per la sua fanciullesca età, aveva
egli bisogno di chi il sostenesse nel governo; e chi fu scelto per
questo impiego, cioè _Stilicone_, non si doveva mettere gran pena per
insegnargli a comandare, perchè a lui premeva di continuare il comando,
sotto nome d'un così debole Augusto, il più lungamente si potesse.
Sicchè in Occidente si potea dire che Stilicone era imperadore di fatto,
e Rufino in Oriente poco meno dell'altro. Ma non durò molto la fortuna
di Rufino, ed in questo medesimo primo anno dell'imperio d'Arcadio noi
andiamo a mirar quel gran colosso in precipizio.

Bastevolmente si ricava da Claudiano[1095], aver la Guascogna, provincia
delle Gallie, prodotto questo mostro d'ambizione. Grande e robusto di
corpo, vivace di spirito, e gran parlatore, ci vien egli dipinto da
Filostorgio[1096]. Simmaco[1097] suo amico, parlando di lui mentre era
vivo, loda il di lui pronto ingegno, l'eloquenza e la leggiadria nel
burlare. Morto poi che fu egli, Simmaco tenne ben un linguaggio diverso.
Claudiano cel fa vedere il più scellerato uomo del mondo, pieno di
ambizione, avarizia, perfidia e crudeltà. Eunapio, Zosimo, Suida, s.
Girolamo ed altri attestano la di lui insaziabile avarizia e
l'esorbitante ambizione. Teodosio Augusto, benchè signore di buon
discernimento, pure a guisa di tanti altri principi, a' quali piacciono
forte i cervelli pronti, e gl'indoratori delle parole[1098], fu preso
dalla vivacità e dal bel parlare di costui; e però l'ammise alla sua
maggior confidenza, l'alzò agli onori più cospicui, cioè fino a farlo
console, e poi prefetto del pretorio, e finalmente primario ministro di
suo figliuolo Arcadio Augusto. Per altro egli era cristiano, e forse
questa qualità il rendè più odioso agli scrittori pagani, che ne dissero
quanto male poterono dopo la di lui caduta. Abbiamo da Zosimo[1099] e da
Suida[1100] che tanto _Stilicone_ in Occidente quanto _Rufino_ in
Oriente andavano d'accordo in vendere la giustizia e le cariche, e
rovinar le più ricche famiglie, per profittar delle loro spoglie; ma
erano poi discordi fra loro, perchè gareggiavano insieme nell'ambizion
del comando; e Stilicone particolarmente pretendeva di dover governare
non men l'Occidente che l'Oriente, allegando la disposizion fatta
dall'Augusto Teodosio. Il principio della rovina di Rufino fu il
seguente: Avea Stilicone ottenuta in moglie _Serena_, figliuola di
Onorio, fratello del gran Teodosio. Pensò Rufino a fare un passo più
alto con proporre ad Arcadio Augusto in moglie una sua figliuola: che
non fu poi preteso ch'egli per tal via meditasse di arrivare al trono.
Traspirò il suo disegno, e cagion fu che s'aumentasse nel popolo
l'avversione alla di lui insolenza e superbia, che ogni dì più prendea
vigore. Fu interrotto questo maneggio per aver dovuto Rufino fare un
viaggio ad Antiochia affin di soddisfare alle querele di _Eucherio_, zio
o grande zio di Arcadio contra di _Luciano_ governator dell'Oriente. Era
questo Luciano figlio di _Fiorenzo_, già prefetto del pretorio delle
Gallie: era creatura del medesimo Rufino, a cui per ottenere quel posto,
avea ceduto molte sue terre; e il suo governo veniva lodato da tutti.
Non d'altro era colpevole presso d'Eucherio, che per aver ricusato di
far per lui una cosa ingiustamente dimandata. L'iniquo Rufino, più
pensando ad aggiustar Eucherio che ad ogni altro riguardo, arrivato ad
Antiochia, fece prendere Luciano, e batterlo in maniera, che sotto i
colpi l'infelice lasciò la vita: crudeltà, per cui restò irritato forte
quel popolo; e Rufino, se volle placarlo, diede ordine che si
fabbricasse in quella città un portico, il qual poi riuscì il più vago
edifizio di quella città.

Intanto _Eutropio_ eunuco di corte, la cui potenza andremo vedendo
crescere oltre misura, profittando della lontananza di Rufino, invaghì
l'Augusto Arcadio di _Eudosia_ creduta da alcuni figlia di uno dei
figliuoli di _Promoto_, da noi veduto generale di Teodosio, ma da
Filostorgio[1101] asserita figliuola del conte _Bautone_ Franco di
nazione, e celebre generale nei tempi addietro. Allorchè Rufino, tornato
a Costantinopoli, si credea che il preparamento fatto per le nozze di
Arcadio fosse per sua figliuola, eccoti all'improvviso sposata da lui
essa Eudosia nel dì 27 di aprile di quest'anno[1102]. Questa donna
Cristiana e cattolica al certo, ma superba e fiera, noi la vedremo
giungere col tempo a far da padrona non solamente sopra i sudditi, ma
anche sopra il marito. E quindi poi vennero molte vergognose ingiustizie
da lei commesse, fra le quali la più atroce è da dire la persecuzione da
lei mossa contro il più bel lume della Grecia, cioè contro di s.
Giovanni Grisostomo, che l'avea pur dinanzi lodata come madre delle
chiese, nudrice de' monaci e sostegno de' poveri. Decaduto dunque Rufino
dalle concepute sue speranze, e temendo dall'un canto l'ascendente
dell'eunuco Eutropio, e dall'altro l'armi di Stilicone suo avversario,
fu comunemente creduto[1103] ch'egli movesse gli Unni e i Goti a
prendere l'armi contra del romano imperio, avvisandosi di potere in
quella turbolenza far meglio i fatti propri, ed occupar anche il soglio
imperiale. Non sarebbe impossibile che i suoi malevoli avessero
accresciuti dipoi i suoi reati, con ispacciar lui autore di questa
pretesa tela, cagione, per quanto fu detto, della sua total rovina.
Comunque sia, mossi gli Unni, fecero un'irruzione nell'Armenia, e
diedero il sacco a varie Provincie d'Oriente[1104], con ispandere il
terrore sino alla Palestina, dove dimorava allora s. Girolamo[1105].
Nello stesso tempo i Goti, esistenti nella Tracia e nelle vicine
provincie di qua dal Danubio, sotto il comando di vari lor capi, uno dei
quali ero _Alarico_, di cui avremo a favellar non poco, con intelligenza
di Rufino[1106], si scatenarono contra le provincie romane dell'Europa,
saccheggiando la Tracia, la Mesia, la Pannonia. Di là entrarono nella
Macedonia e nella Grecia, depredando tutto, giacchè (se pur fu vero)
avea Rufino date segrete commissioni ad _Antioco_ e _Geronzio_, suoi
confidenti e governatori di quelle parti, di non far loro ostacolo
alcuno. Arrivarono poi le loro scorrerie sino alle porte di
Costantinopoli; ed allora fu che Rufino uscì dalla città vestito alla
gotica, sotto pretesto di andare a trattar di pace, e fu ben accolto da
essi; il che accrebbe i sospetti del progettato tradimento.

Giunti questi funesti avvisi nelle Gallie, _Stilicone_, dopo aver
confermata la pace coi Franchi ed Alamanni, coll'apparenza vistosa
d'andare in soccorso d'Arcadio, ma con pensiero in fatti di abbattere
Rufino, si mosse verso l'Illirico[1107], menando seco la maggior parte
delle milizie che si trovavano nelle Gallie e nell'Italia, cioè quelle
ancora che aveano seguitato Teodosio ed Eugenio nelle precedenti guerre.
Avvertiti i Barbari[1108] di tante armi volte contra di loro, si unirono
tutti nella Tessalia, e Stilicone giunto in quelle parti, tali forze
avea, che avrebbe potuto desertarli[1109]; ma eccoli venirgli un ordine
di Arcadio, procurato do Rufino, di rimandargli tutta l'armata che avea
servito a Teodosio suo padre. Ubbidì Stilicone, e gliela inviò insieme
colla metà del tesoro di Teodosio. Ne costituì generale _Gaina_, di
nazione Goto, e con lui segretamente manipolò la rovina dell'odiato
Rufino, del qual disegno era complice e promotore anche l'eunuco
_Eutropio_. Arrivò questa armata al luogo di Hebdomon fuori di
Costantinopoli[1110], e colà si portò per vederla l'Augusto Arcadio.
Seco ero Rufino pomposamente vestito, il quale già avea fatto de'
maneggi segreti con vari uffiziali per farsi proclamar Augusto. Vero o
non vero che ciò fosse, fuor di dubbio è che quei soldati, dopo aver
inchinato Arcadio, attorniarono Rufino, e sotto gli occhi del medesimo
Augusto (e però non senza vitupero) il tagliarono a pezzi nel dì 27 di
novembre[1111]. La sua testa conficcata sopra di una picca fu portata a
spasso per Costantinopoli. Allora saltarono fuori infinite accuse contra
di lui; furono confiscati i suoi beni, e fatta festa dappertutto per la
di lui sciagura. Sua moglie e una figliuola rifugiatesi in chiesa,
ebbero dipoi la permissione di ritirarsi a Gerusalemme, dove terminarono
in pace i lor giorni. Claudiano compose dipoi due suoi poemi contra di
questo ambizioso ministro, degno certamente di quel fine, purchè
sussistano i reati a lui apposti, e massimamente se fu vero che da lui
procedesse la funestissima mossa dei Barbari. Sappiamo appunto che i
Goti, non avendo più opposizione alcuna, portarono la desolazion per
tutta la Grecia, distruggendo soprattutto le reliquie del
paganesimo[1112], giacchè eglino professavano la religion di Cristo, ma
contaminata dagli errori dell'arianismo. Veggonsi poi nel Codice
Teodosiano varie leggi pubblicate in quest'anno contra degli eretici e
de' pagani da Arcadio, il qual sempre soggiornò in Costantinopoli[1113].
Altre ancora ne abbiamo spettanti all'imperadore Onorio, tutte scritte
in Milano, a riserva d'una che ha la data di Brescia. Confermò egli
tutti i privilegi alle Chiese cattoliche, sollevò la Campania, da un
gran tributo; e con una costituzion generale accordò il perdono a
chiunque avea preso l'armi in favore del tiranno Eugenio, e
principalmente a _Flaviano_ il giovane, figlio dell'altro che fu
prefetto del pretorio, e partigiano spasimato di quell'usurpatore.
L'anno è questo in cui santo _Agostino_ fu ordinato vescovo
d'Ippona[1114], oggidì Bona in Africa.

NOTE:

[1083] Claud., de Consulatu Olybrii.

[1084] Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.

[1085] Ambros., de obitu Theodosii. Socrates, Sozomenus, et alii.

[1086] Chron. Alexandr. Marcellin. Comes, in Chron.

[1087] Ambros., Augustin., Paulinus Nolanus, Synesius, Rufin., Orosius,
Theodor. et alii.

[1088] Aurel. Victor, in Epitome.

[1089] Joannes Malala, in Chronic.

[1090] Libanius, Oration. de Templ.

[1091] Philost., lib. 11, cap. 3.

[1092] Zosimus, lib. 5, cap. 14.

[1093] Orosius, lib. 7, cap. 37.

[1094] Procop., de Bello Vandalic., l. 1, c. 2.

[1095] Claud., in Rufin.

[1096] Philost., lib. 11, c. 3.

[1097] Symmachus, lib. 3, epist. 81 et seq.

[1098] Zosim., lib. 5, c. 1.

[1099] Zosim., ibidem.

[1100] Suidas, Verbo _Rufinus_.

[1101] Philost., lib. 11, c. 5.

[1102] Chron. Alexandr.

[1103] Orosius, lib. 7, cap. 37. Claud., in Rufin.

[1104] Socrat., lib. 6, cap. 1. Sozom., lib. 8, c. 1.

[1105] Hier., Epis. III.

[1106] Marcell. Comes, in Chron. Zosim., lib. 5, cap. 5.

[1107] Claud., in Rufin.

[1108] Rufin., lib. 2.

[1109] Claud., de Laudib. Stilicon.

[1110] Philostor., lib. 11, c. 5. Marcellin. Comes, in Chron. Zosim.
Claudian.

[1111] Chron. Alexandr.

[1112] Eunap., de Vitis Sophistarum. Phil. Zosim. Claudian.

[1113] Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.

[1114] Prosper, in Chron. Cassiodorus, in Chronico.



    Anno di CRISTO CCCXCVI. Indizione IX.

    SIRICIO papa 12.
    ARCADIO imperad. 14 e 2.
    ONORIO imperadore 4 e 2.

_Consoli_

FLAVIO ARCADIO AUGUSTO per la quarta volta, e FLAVIO ONORIO AUGUSTO per
la terza.


Se Onorio Augusto dimorante in Milano prese il terzo consolato con
quella solennità che Claudiano[1115] descrive nel quarto suo, un mirabil
concorso di gente da Roma e dalle provincie d'Occidente dovette vedersi
in quella città nel primo di gennaio, e una straordinaria pompa.
Continuò ancora per quest'anno _Fiorentino_ ad esercitar la carica di
prefetto di Roma, del che ci accertano le leggi del codice Teodosiano.
Merita ben poi d'essere osservato ciò che scrive Simmaco[1116]
(verisimilmente in quest'anno): cioè che un _console surrogato_, o sia
sostituito, mentre nel giorno natalizio di Roma, o sia nel dì 21 di
aprile, con gran pompa era condotto in essa Roma sopra un carro
trionfale, ne cadde, e si ruppe una gamba: accidente che dai
superstiziosi Romani fu preso per presagio di disgrazie in avvenire. Per
tanti anni addietro non si trova menzione o vestigio di _consoli
sostituiti_, che cotanto furono in uso sotto gl'imperadori pagani, se
non che nelle Iscrizioni talun comparisce _console ordinario_: indizio
che non erano cessati i sostituiti. E noi sappiamo di certo che san
Paolino vescovo di Nola era stato console surrogato alcuni anni prima
d'ora, come credo di aver dimostrato altrove[1117]. Nell'anno presente,
per attestato dell'altro Paolino[1118], che scrisse la vita di santo
Ambrosio, accadde, che mentre interveniva il popolo ad un magnifico
combattimento di fiere mandate dall'Africa per celebrare il consolato di
Onorio Augusto _Stilicone_ conte, ad istanza di _Eusebio_ prefetto del
pretorio d'Italia, spedì dei soldati a prendere un certo Cresconio, reo
di gravi delitti, che s'era ritirato in chiesa, ed avea abbracciato il
sacro altare. Godevano anche allora le chiese il privilegio
dell'immunità. Sant'Ambrosio che li si trovava in quel tempo con alcuni
pochi ecclesiastici, cercò ben di difenderlo, ma non potè; del che
sommamente egli s'afflisse, e pianse non poco davanti al medesimo
altare. Ritornati poi che furono all'anfiteatro gli uffiziali che aveano
condotto via Cresconio, e postati al luogo loro, avvenne che alcuni
liompardi sbucati nella platea, con un salto arrivarono sopra le sbarre,
e lasciarono malamente graffiati e feriti que' medesimi uffiziali: il
che osservato da Stilicone, cagion fu che egli, fatta penitenza del
fallo, soddisfacesse al santo arcivescovo, nè gastigasse dipoi il
delinquente.

Era ben riuscito a questo generale di atterrar nell'anno precedente il
suo emulo Rufino, figurandosi forse di poter mettere le mani anche nel
governo dell'orientale imperio a tenore delle sue pretensioni. Ma
insorse nella corte d'Arcadio un competitore anche più potente
dell'altro, cioè l'eunuco _Eutropio_, che tosto fece argine ai disegni
di Stilicone. Intanto i masnadieri goti seguitavano a devastare la
Grecia. Ancorchè questa fosse della giurisdizion di Arcadio, non lasciò
Stilicone di voler passare con assai forze sopra una flotta di navi, che
approdò nel Peloponneso, o sia nella Morea. Zosimo[1119] scrive ciò
fatto nell'anno precedente, ma, secondo Claudiano, ciò sembra avvenuto
nel presente; e forse non sussiste ch'egli si fosse ritirato da quelle
contrade. Gran copia di que' Barbari furono in vari incontri tagliati a
pezzi, ed avrebbe Stilicone potuto farli perir tutti, se non si fosse
perduto nelle delizie e nei divertimenti di buffoni e di donne poco
oneste, concedendo nel medesimo tempo man larga ai suoi soldati di
radere quelle poche sostanze che i Barbari aveano lasciate indietro.
Grande ombra intanto e gelosia prese la corte di Costantinopoli di
questi andamenti di Stilicone, e più ne prese Eutropio, siccome ben
conoscente degli ambiziosi disegni di questo generale, e però si pensò
quivi al riparo. S'erano ritirati i Goti nell'Epiro, e lo distruggevano.
Arcadio, per consiglio de' suoi, maneggiò e conchiuse con loro un
trattato di pace, ed accettò da lì a non molto _Alarico_ per generale
dell'armi sue: con che cessò la paura del barbarico potere. Un passo più
forte fece dipoi (non so dir se in questo, o nell'anno seguente) con
dichiarare Stilicone perturbatore delle giurisdizioni altrui, e nemico
pubblico e con occupar tutti i beni, cioè le terre ed il palazzo ch'egli
godeva in Oriente. Sicchè Stilicone altro non avendo fatto che aumentare
alla Grecia i malanni cagionati dai Goti, fu obbligato a ritornarsene in
Italia. Tali atti per conseguente introdussero della diffidenza e del
mal animo fra i due fratelli Augusti, benchè il maggior fuoco
consistesse nel vicendevol odio dei due principali ministri e favoriti,
cioè di _Stilicone_ e di _Eutropio_. Claudiano[1120] lascia intendere
che si giocò dipoi ancora d'occulte insidie contro la vita di Stilicone,
e per corrompere i generali di Onorio, essendosi intercette lettere che
scoprirono gl'intrighi segreti. Intanto uno de' principali studi
dell'eunuco Eutropio era quello di levarsi d'attorno le persone di
credito, e chiunque potea fargli ombra, ed intorbidar la felicità del
suo comando[1121]. Forse circa questi tempi egli trovò le maniere per
far cacciare in esilio _Timasio_, valoroso general dell'armate, ed
_Abondanzio_ già stato console[1122], con inventar cabale e false
accuse, e trovar persone infami che tenevano mano a tutte le sue
iniquità. Sotto un principe debole possono tutto i ministri cattivi.
Molte leggi abbiamo dei due Augusti in quest'anno[1123], la maggior
parte nondimeno di Arcadio, date in Costantinopoli. Alcune d'esse contro
degli eretici, altre perchè non sia fatto aggravio ai giudici, altre
perchè i magistrati spediscano prontamente le cause criminali, acciocchè
non marciscano nelle prigioni i poveri carcerati.

NOTE:

[1115] Claud., de Consul. IV Honor.

[1116] Symmachus, lib. 4, epist. 61.

[1117] Anecdot. Latin., Dissert. IX ad s. Paulin.

[1118] Paulin., Vit. Sancti Ambros.

[1119] Zosim., lib. 5, cap. 7.

[1120] Claud., de Laud. Stiliconis.

[1121] Idem, in Eutropium, lib. 1.

[1122] Zosim., lib. 5, cap. 11.

[1123] Gothofred., Chron. Cod. Theod.



    Anno di CRISTO CCCXCVII. Indiz. X.

    SIRICIO papa 13.
    ARCADIO imperad. 15 e 3.
    ONORIO imperadore 5 e 3.

_Consoli_

FLAVIO CESARIO e NONIO ATTICO.


Console per l'Oriente fu _Cesario_. Viene appellato dal padre Pagi[1124]
prefetto della città di Costantinopoli; ma chiaramente risulta dalle
leggi del codice Teodosiano, ch'egli era prefetto del pretorio
d'Oriente. Perchè in Roma una iscrizione si trova, dedicata alla madre
degli dii da _Clodio Ermogeniano Cesario, uomo chiarissimo_, il
Reinesio[1125] si avvisò che tali fossero i nomi di questo console; nel
che fu seguitato dal Relando[1126]. Ma _Cesario_ console di questo anno
dimorava in Oriente, e nulla avea che fare in Roma, e conseguentemente
non si può dire spettante a lui quel marmo. _Attico_ fu console per
l'Occidente. Quali ho io posto i nomi di questi consoli, tali si trovano
in due iscrizioni da me date alla luce[1127]. Gran perdita fece
nell'anno presente la Chiesa di Dio e di Milano per la morte
dell'incomparabil arcivescovo di quella città, cioè di santo _Ambrosio_,
accaduta nel dì 4 d'aprile, in cui correva allora il sabato santo. Le
sue rare virtù, gloriose azioni e miracoli, si leggono nella di lui
vita, scritta da Paolino suo diacono[1128], dall'Herman e dal Tillemont.
V'ha chi riferisce all'anno seguente la di lui morte: ma le ragioni
addotte dal padre Pagi, sufficienti sono a stabilirla nel presente.
Seguitava l'Augusto Onorio a tener la sua corte in essa città di Milano,
come consta da varie sue leggi[1129] di quest'anno pubblicate ivi,
contandosene una sola data in Padova nel mese di settembre. Noi troviamo
in esse stabiliti i privilegi e le esenzioni delle persone
ecclesiastiche, e nominatamente del romano pontefice; saggi regolamenti
per la quiete e maestà della città di Roma; e per mantenere in essa
l'abbondanza del grano. Insorse in quest'anno un pericoloso turbine
contra di esso Augusto nell'Africa. Il grado di conte e generale delle
milizie di quelle provincie era da molto tempo esercitato da _Gildone_,
personaggio africano, e fratello di quel medesimo Fermo che noi vedemmo
ribellato all'imperio l'anno 375. Perchè egli aveva ben servito ai
Romani contra d'esso suo fratello, fu promosso agli onori, ed arrivò ad
ottenere l'importantissimo comando suddetto. Ma costui, se non falla
Marcellino conte[1130], era pagano, e certamente i suoi costumi tale il
davano a divedere. Secondo Claudiano[1131], l'avarizia, la crudeltà e la
lussuria più stomacosa, tuttochè egli si trovasse in età avanzata,
davano negli occhi di ognuno, e faceano gemere que' popoli che per dieci
o dodici anni ebbero sulle spalle questo cattivo uffiziale.
Sant'Agostino[1132] attesta anche egli che le di lui scelleraggini erano
famose dappertutto. A compierle vi mancava la perfidia ed infedeltà
verso il sovrano, ed egli a questo anche pervenne. Allorchè seguì la
ribellione di Eugenio, già dicemmo che Teodosio Augusto con tutti gli
ordini a lui inviati di venire in soccorso suo, non fu punto ubbidito,
perchè il malvagio uomo avea risoluto di aspettare la decision della
guerra, per seguitar poi chi restava vittorioso. Ebbe la fortuna che
Teodosio sopravvisse poco, perchè certo ne avrebbe ricevuto da lui il
meritato castigo.

Ora costui, dopo la morte di esso Teodosio, durante qualche tempo
riconobbe per suo signore Onorio Augusto, alla cui giurisdizione
apparteneva l'Africa tutta. Quindi cominciò delle novità. Eutropio,
padrone della corte di Arcadio, e nemico di Stilicone, non cessava[1133]
di attizzar il fuoco fra i due fratelli Augusti, e conoscendo che arnese
cattivo fosse Gildone, si diede a lusingarlo con sì buon successo, che
il trasse ad abbandonare Onorio, e a sottomettere l'Africa ad
Arcadio[1134]. Fu nondimeno creduto che le mire di Gildone tendessero a
rendersi signore assoluto delle provincie africane, senza dipendere da
alcuno dei fratelli Augusti: cosa da lui riputata facile, stante la poco
buona intelligenza che passava fra loro; oltre di che, li riputava egli
come due fanciulli, da non prendersi punto soggezione di essi. Non prese
già costui il titolo di re, come avea fatto Fermo suo fratello; ma non
perciò lasciava di farla da re colle opere[1135], e teneva in piedi una
possente armata di fanti e cavalli, mantenuta ed arricchita colle
spoglie de' più facoltosi di quelle contrade. Da' suoi fedeli avvertito
Onorio di tali andamenti del perfido Gildone, spedì al senato di Roma le
memorie e pruove dei di lui delitti[1136], per le quali fu egli
dichiarato nemico pubblico, e pubblicata la guerra contro di lui. Ma
Gildone l'avea già cominciata contro la stessa Roma col non permettere
che vi si conducesse grano per mare: cosa che accrebbe la carestia in
quella gran città, tribolata dalla fame per altre precedenti disgrazie.
Convenne dunque ricorrere al rimedio di formare una flotta ricca di
molte vele, per menarne dalla Francia e dalla Spagna. In questo medesimo
tempo Stilicone[1137] si applicò con tutta diligenza a fare i
preparamenti opportuni di gente, navi e danari per liberar l'Africa da
questo tiranno. Il senato romano intanto non mancò d'inviar ambasciatori
ad Arcadio, per pregarlo di lasciar l'Africa a chi ne era legittimo
padrone, e di non mischiarsi nella protezion di Gildone, procurando
insieme di rimettere la buona armonia fra lui e l'Augusto suo fratello.
Per la maggior parte di quest'anno si fermò esso Arcadio in
Costantinopoli, e solamente nella state andò a villeggiare ad Ancira
capitale della Gallizia[1138]. Molte leggi di lui si veggono contro chi
entrasse per danaro nelle cariche della corte; editto che non si sa
intendere come uscisse, quando vi dominava Eutropio, accusato da
Claudiano, da Zosimo e da altri per venditore de' governi e
degl'impieghi. Decretò la pena della vita contro i pubblicani
ch'esigessero più delle tasse prefisse alle pubbliche imposte. Volle
ancora che per riparar le strade, i ponti, gli acquidotti e le mura
delle città, si servissero i governatori dei materiali di diversi templi
di gentili ch'erano stati demoliti: con che la distruzione
dell'idolatria anche per questo conto tornò in utilità del pubblico.

NOTE:

[1124] Pagius, Critic. Baron.

[1125] Reines., Ep. LXIX.

[1126] Reland., in Fast.

[1127] Thes. novus Inscript., pag. 394.

[1128] Paulin., Vit. Sancti Ambros.

[1129] Gothofr., Chron. Cod. Theodos.

[1130] Marcell. Comes, in Chronic.

[1131] Claud., de Bello Gildonis.

[1132] August., Ep. LXXXVII. et in Joh. Homil. V.

[1133] Claud., in Eutrop. Zosim., lib. 5, cap. 11.

[1134] Orosius, lib. 7, cap. 36.

[1135] Claud., de Bello Gildonis.

[1136] Symmachus, lib. 4, epist. 4.

[1137] Claud., in Eutrop.

[1138] Gothofred., Chron. Cod. Theodos.



    Anno di CRISTO CCCXCVIII. Indiz. XI.

    ANASTASIO papa 1.
    ARCADIO imperadore 16 e 4.
    ONORIO imperadore 6 e 4.

_Consoli_

FLAVIO ONORIO AUGUSTO per la quarta volta, e FLAVIO EUTICHIANO.


L'imperadore _Onorio_ procedette console in Milano per la quarta volta.
_Flavio Eutichiano_ (che così si trova egli nominato in una
inscrizione[1139]) fece la solennità del suo consolato in
Costantinopoli, siccome console orientale. Era nel medesimo tempo
prefetto del pretorio di Oriente, perchè non sussiste, come fu d'avviso
il Tillemont, che quella prefettura fosse allora appoggiata a
_Cesario_[1140]. Le leggi di Arcadio Augusto pertinenti all'anno
presente quasi tutte son date in Costantinopoli, una in Nicea di Bitinia
ed un'altra in Minizo della Galizia. Ordinò esso Augusto che fosse
lecito ai Giudei di prendere i loro patriarchi per arbitrii nelle lor
liti civili, e che i giudici dovessero eseguire i laudi proferiti da
essi: il che con altra legge promulgata in quest'anno fu medesimamente
conceduto ai vescovi della Chiesa cattolica. Contra degli eretici
eunomiani e montanisti uscirono rigorosissime pene, ed altre ancora
contro gli uffiziali militari che permettevano ai soldati di pascolare i
lor cavalli nelle praterie dei particolari. Ma più delle altre leggi
strepito fece una data nel dì 27 di luglio, di cui parla anche
Socrate[1141], come procurata e voluta da _Eutropio_, ministro
onnipotente nella corte di Arcadio. In questo anno fu essa pubblicata, e
non già nel 396, come stimò il Tillemont[1142], citando Sozomeno[1143],
perchè tanto questo storico, quanto Socrate attestano che non molto
dappoi la vendetta di Dio cadde sopra il medesimo Eutropio. Questa legge
fu che a niuno ricercato dalla giustizia fosse lecito il rifugiarsi
nelle chiese, e che questi tali avessero da estrarsi di là per forza, e
dovessero anche più severamente essere puniti per sì fatto ricorso.
Troppi nemici si andava ogni dì facendo colla sua prepotenza ed avidità
l'iniquo Eutropio, ed egli non voleva che alcuno fosse salvo dalle sue
mani. È sembrato e sembra a molte savie persone, essere cosa ingiusta
che le chiese di Dio servano di asilo e protezione ai malfattori che
turbano la quiete del pubblico, ma giusta, per lo contrario, che sieno
il rifugio dei miserabili. Certamente pare che non possa neppur piacere
a Dio l'impunità dei gravi misfatti con malizia commessi, perchè troppo
incomodo e danno proviene ai comuni dal sofferire nel loro seno certe
erbe cattive, e si dee aver più carità ad un popolo intero che ad un
particolare scellerato. E quando pur anche sia convenevole ammettere un
asilo per cadauna città e terra, di cui godano varii delinquenti, non si
dovrebbe permettere tanta moltiplicità d'altri asili, quanta è
dappertutto la copia delle chiese e degli oratorii. Permise Iddio che
non istesse molto lo stesso Eutropio a provar egli stesso l'ingiustizia
di questa esorbitante legge; e ciò avvenne nel seguente anno. Varie
appendici ancora conteneva il medesimo editto, e fra le altre cose era
proibito ai debitori di qualunque fatta il godere della immunità de'
sacri luoghi; e qualora gli ecclesiastici alla prima chiamata non li
consegnavano alle mani della giustizia, erano costretti gli economi
delle chiese a pagar quei debiti col danaro delle chiese medesime. Ma
perchè questo ed altri capi della legge suddetta oltrepassavano le
misure del giusto, della carità e del decoro della casa di Dio, fu poi
da altre susseguenti riformata e corretta.

Noi lasciammo _Stilicone_ conte, e generalissimo dell'Augusto Onorio,
tutto affaccendato nell'armamento per procedere contra di Gildone conte,
usurpatore dell'Africa; quando la fortuna gli presentò un buon
regalo[1144]. Avea Gildone un fratello, appellato _Masceldel_ o
_Mascezel_, di professione cristiano, il quale, tra perchè vide in
pericolo più volte la vita sua per le barbarie del fratello, e perchè
non volle aver parte alla ribellione da lui meditata, se ne fuggì in
Italia alla corte imperiale. Restarono due suoi figliuoli in Africa
uffiziali di milizie; Gildone per vendetta amendue li fece uccidere: il
che fu una lettera di maggiore raccomandazione per Mascezel appresso di
Stilicone. Destinato questo Africano per capitan generale dell'armata
allestita contra di suo fratello, fece vela con una possente flotta da
Pisa, non ancor venuta la primavera di quest'anno. Abbiamo da Orosio che
in passando Mascezel in vicinanza dell'isola della Capraia, dove,
abitava allora un gran numero di santi romiti, si fece sbarcare colà, e
siccome egli ero cristiano, così tanto fece colle sue preghiere, che
indusse alcuni di que' buoni servi di Dio ad andar seco in quella
spedizione. La lor compagnia, le preghiere, i digiuni, ch'egli con lor
faceva, e il cantar egli de' salmi con essi, furono quell'armi, nelle
quali egli maggiormente ripose la speranza della vittoria. Sbarcò
l'esercito romano nell'Africa, e si accampò nella Numidia fra Tebaste e
Metredera; ma poco tardò ad accorgersi della sua debolezza in confronto
di quello che dalle molte nazioni africane aveva ammassato
Gildone[1145]. Scrivono ch'egli menò in campo settanta mila combattenti,
con deridere per conseguente il poco numero de' Romani, e con vantarsi
di farli tutti calpestare dalla sua cavalleria[1146]. In fatti Mascezel,
ben pesate le strabocchevoli forze nemiche, ad altro non pensava che a
ritirarsi, quando una notte, per attestato di Paolino nella vita di san
Ambrosio, gli apparve in sogno questo santo arcivescovo con un bastone
in mano. Si gittò a' suoi piedi Mascezel, ed il santo col bastone tre
volte picchiò in terra dicendo: _Qui, qui, qui,_ e disparve. Prese da
tal visione il generale gran fidanza della vittoria in quel medesimo
sito, e fra tre dì; e però stette saldo. Dopo aver dunque passata la
notte precedente al terzo giorno[1147] in pregar Dio e salmeggiare, ed
essersi munito col sacramento celeste, fatto giorno, mise in armi le sue
genti per ben ricevere i nemici che si appressavano. Forse era sul fine
di marzo. Alle prime schiere di Gildone, nelle quali s'incontrò, parlò
di pace; ma perchè da uno degl'alfieri avversarii gli fu riposto con
insolenza, gli diede un colpo di spada nel braccio, per cui la di lui
bandiera si abbassò. Coloro che erano più addietro, mirando quel segno,
ed avvisandosi che i primi si fossero renduti, calarono anche essi a
gara le loro insegne, a si arrenderono a Mascezel. Probabilmente erano
milizie romane costoro. I Barbari, veggendosi così abbandonati dai
primi, presi dalla paura, dopo qualche leggiero combattimento, voltarono
tutti le spalle[1148]. Ebbe Gildone tempo da fuggire in una nave, ma
sorpreso da burrasca, fu suo malgrado spinto al porto vicino ad Ippona,
dove gli vennero messe le mani addosso. Esposto agli scherni del popolo,
fu poi cacciato in prigione, dove fra pochi giorni si trovò strangolato,
per quanto si disse, di propria mano, senza che suo fratello Mascezel,
ch'era lungi di là, venisse a sapere il gastigo datogli da Dio, se non
dopo il fatto[1149]. In questa miracolosa maniera si dissipò quel
temporale, e tornò l'Africa alla quieta primiera. Zosimo[1150] in due
parole scrive che Gildone rimasto in una campale giornata sconfitto dal
fratello, per non cadere in mano di lui, s'impiccò per la gola. Ma Paolo
Orosio, che pochi anni dopo fu in Africa, ed informossi ben del fatto, e
Paolino scrittore contemporaneo della vita di sant'Ambrosio, e
Marcellino conte, ci assicurano che la faccenda passò come abbiam detto,
sicchè in Roma nello stesso tempo fu portata la nuova dello sbarco de'
nemici, e della presa di Gildone. I beni di costui, ch'erano immensi, e
di assaissimi complici suoi, rimasero preda del fisco. La moglie e la
sorella di lui si ritirarono a Costantinopoli, dove _Salvina_ di lui
figlia era maritata con un cugino germano di Arcadio Augusto, chiamato
_Nebridio_. Queste donne si veggono lodate dipoi da san Girolamo[1151] e
da Palladio[1152] per la loro pietà. Tornossene _Mascezel_ vittorioso a
Milano, dove fu accolto con assai carezze, e caricato di speranze da
Stilicone. Ma o sia ch'egli pretendesse troppo, e che Stilicone, uomo
tutto di mondo, nulla volesse dargli, abbiamo da Zosimo che Stilicone se
ne sbrigò in una barbarica forma; perchè un dì cavalcando in sua
compagnia con altri molti, Mascezel, nel passare sopra il ponte di un
fiume, egli fu, per ordine di Stilicone, rovesciato nell'acqua, dove
miseramente perì. Orosio[1153] aggiugne essersi egli insuperbito forte
dopo la vittoria suddetta, e che più non curando la compagnia dei servi
del Signore, osò anche violare il rispetto dovuto alle chiese, con
estrarne per forza persone colà rifugiate, probabilmente complici di
Gildone, ed aver egli perciò irritata la giustizia di Dio. Ma non lasciò
per questo di dar negli occhi di ognuno la perfidia ed ingratitudine di
Stilicone.

Sempre più intento questo ministro, siccome arbitro della corte di
Onorio, a stabilir la propria fortuna e possanza, non era ancor giunto
esso Augusto all'età di quattordici anni[1154], quando gli fece prender
per moglie _Naria_ figliuola sua, e di _Serena_ cugina del medesimo
Onorio, ancorchè neppur essa fosse in età nubile. Allorchè fu portata a
Milano la nuova della disfatta di Gildone, si facevano tuttavia le
allegrezze per tali nozze, nozze celebrate da Claudiano con un poema, e
colla predizione di molti re che ne doveano nascere. Ma Claudiano era
poeta, e non profeta: del che meglio si accorgeremo andando innanzi. Nel
dì 26 di novembre dell'anno presente[1155] terminò Siricio romano
pontefice la sua gloriosa vita, con avere meritato per le sue molte
virtù d'essere annoverato fra i santi. Della durazion del suo
pontificato già parlammo di sopra in riferir la sua elezione. Ebbe per
successore nella sedia di san Pietro _Anastasio_ di nazione Romano. Non
abbiamo lumi sufficienti dalla storia per intendere meglio ciò che circa
questi tempi Claudiano[1156] accenna delle azioni di Onorio Augusto e di
Stilicone suocero suo, dicendo ch'erano occupati a ricevere le
sommissioni degli Alamanni, Svevi e Sicambri. V'ha una legge[1157] di
questo imperadore, data nel dì 5 d'aprile dell'anno seguente, dove si
parla di Barbari di diverse nazioni passati ad abitar nel paese romano.
Questi tali venivano chiamati nelle Gallie _Leti_; e le terre che loro
si davano da coltivare portavano il nome di _letiche_, con obbligo
imposto ad essi di servire, occorrendo, nell'armate dell'imperadore, e
per conseguente erano specie di benefizii o feudi. Gran dubbio ho io che
i _Liti_ o _Lidi_ più volte nominati nei Capitolari di Carlo Magno, e
che, secondo le prove da me addotte altrove[1158], non erano servi, ma
uomini liberi, potessero essere gli stessi che _Leti_ di questi tempi,
avendo potuto durare il lor nome sino al secolo nono. Essendo mancato di
vita nel settembre del precedente anno _Nettario_ arcivescovo di
Costantinopoli[1159], san _Giovanni Grisostomo_ fu nel dì 26 di febbraio
dell'anno presente posto in quella cattedra con applauso di tutto il
popolo. Questa fu una delle più lodevoli azioni che mai si facesse
Eutropio, da noi veduto direttor supremo della corte di Arcadio Augusto.
Imperciocchè egli fu quegli che fece venir da Antiochia questo santo e
mirabil ingegno, e procurò che in lui cadesse l'elezione per
l'arcivescovato di Costantinopoli. Felice sarebbe stato costui[1160] se
avesse saputo profittare dell'amicizia di questo incomparabile dottor
della Chiesa di Dio, il quale non mancò di fargli conoscere la vanità
delle speranze umane, fondate sopra illustri dignità e sopra molte
ricchezze; ma egli, ubbriaco della sua grandezza e cieco nella fortuna
presente, si dovette ridere di lui, con giungere poi nel seguente anno a
disingannarsi, ma senza che punto gli giovasse un tal disinganno.
Teofane[1161] osserva che _Libanio_ sofista pagano, interrogato prima di
morire, chi dovesse a lui succedere nella scuola, rispose: _Io direi
Giovanni_ (appellato dipoi Grisostomo) _se non ce l'avessero rubato i
Cristiani_; tanto era fin d'allora stimato il suo ingegno, prezzata la
sua eloquenza.

NOTE:

[1139] Thesaur. novus Inscrip., pag. 194.

[1140] Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.

[1141] Socrat., l. 6, cap. 5.

[1142] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

[1143] Sozom., lib. 8, cap. 7.

[1144] Zosim., lib. 5, cap. 11. Orosius, lib. 7, cap. 36. Claud., de
Laud. Stilic.

[1145] Claud., de Laud. Stiliconis.

[1146] Paulin., Vit. s. Ambros.

[1147] Orosius, lib. 7, cap. 36. Marcell. Comes, in Chronic.

[1148] Claud., de Laud. Stiliconis.

[1149] Idacius, in Chron.

[1150] Zosimus, lib. 5, cap. 12.

[1151] Hieron., in Epist.

[1152] Pallad., in Dialog.

[1153] Orosius, lib. 7, cap. 36.

[1154] Claud., de Laudib. Stilicon. Zosim., lib. 5, cap. 12.

[1155] Anast., Bibliothec. Baronius, Pagius, Papebrochius, etc.

[1156] Claud., de Laudib. Stilicon.

[1157] L. _Quoniam_ de Censitor. Cod. Theodos.

[1158] Antiquit. Italic. Tom. I, Dissert. XV.

[1159] Marcellinus Comes, in Chronic. Socrati, lib. 6, cap. 2.

[1160] Chrysost., Orat. in Eutrop.

[1161] Theoph., in Chronogr.



    Anno di CRISTO CCCXCIX. Indizione XII.

    ANASTASIO papa 2.
    ARCADIO imperadore 17 e 5.
    ONORIO imperadore 7 e 5.

_Consoli_

EUTROPIO e FLAVIO MALLIO TEODORO.


Questo _Teodoro_, console cristiano per l'Occidente, è celebre per le
lodi a lui date da Claudiano nel suo Panegirico[1162], in occasione di
questo consolato, aveva anche sant'Agostino a lui dedicato nell'anno 386
il suo libro della Vita beata. Fra lui e _Simmaco_ senatore passava
stretta amicizia. Dopo aver egli sostenuto varie illustri cariche, e
specialmente quella di prefetto del pretorio d'Italia, giunse nell'anno
presente al colmo degli onori, perchè fatto degno della trabea
consolare. _Eutropio_, console per l'Oriente, quel medesimo eunuco è di
cui tante volte abbiam parlato, già divenuto maggiordomo ed arbitro
della corte dell'imperadore Arcadio, la cui ambizione non mai paga, per
attestato di Filostorgio[1163] e di Claudiano[1164], portò quell'Augusto
a dargli anche il titolo di patrizio e di padre dell'imperadore, e
finalmente a disegnarlo consolo per l'anno presente. Al dir di
Claudiano, Stilicone non permise che questo mezzo uomo fosse
riconosciuto per console nell'Occidente. Perciò si trovano inscrizioni,
dove il solo _Teodoro_ è nominato console. Una legge dell'imperadore
Onorio nel Codice Teodosiano[1165] ci fa vedere in quest'anno prefetto
di Roma _Flaviano_. Le altre leggi del medesimo Augusto cel
rappresentano ora in Milano, ed ora in Ravenna, Brescia, Verona, Padova
ed Altino. In esse veggiamo ordinato[1166], che pel risarcimento delle
pubbliche strade ognun sia tenuto a concorrere, non volendo che alcuno,
e neppure gli uffiziali della corte, e neppur le terre proprie dello
stesso principe godessero per questo riguardo esenzione alcuna. Cagione
eziandio di gravissimi lamenti nella Gallia erano le protezioni dei
grandi, e i privilegi e le esenzioni concedute a non pochi, i quali
perciò non pagavano i tributi, vegnendo con ciò le persone deboli ad
essere aggravate tanto per la parte de' paesi pubblici a loro spettante,
quanto per quella che non pagavano le persone forti: disordine non
ignoto ad altri paesi e ad altri tempi. Con suo editto[1167] ordinò
Onorio che niuno per questo conto potesse allegar esenzioni, e che
qualsivoglia suddito fosse astretto al pagamento di tutte le pubbliche
imposte a rata de' suoi beni. Ma questa legge in pratica si trovò simile
alle tele de' ragni che fermano i piccioli insetti, ma non già i grossi
augelli; e col tempo fece perdere le Gallie al romano imperio. Confermò
per lo contrario l'Augusto Onorio i lor privilegii alle chiese, e
pubblicò nuovi ordini contro l'esecrabil setta dei Manichei. Altre leggi
ancora abbiamo tanto di esso Onorio, quanto di Arcadio suo fratello
intorno ai pagani. In una Arcadio ordina che si demoliscano i templi de'
gentili che si trovino alla campagna, acciocchè si levi il nido, alla
superstizione[1168]. Opinione d'uomini dotti è stata che il nome di
_pagani_ fosse dato agl'idolatri, appunto perchè, non potendo esercitar
nella città i lor sacrifizii e riti superstiziosi, si riducessero a
farli alla campagna. Con altra legge Onorio Augusto proibisce i
sacrifizii e i riti profani, ma non vuol che si distruggano gli
ornamenti delle pubbliche fabbriche. Poscia permette ai pagani le
adunanze, conviti ed allegrie loro solite, purchè non intervenga
sacrifizio nè superstizione alcuna già condannata. Per altro abbiamo da
Idacio[1169], da Prospero Tirone[1170] e da sant'Agostino[1171], che in
questi medesimi tempi si fece un grande abbattimento di templi de'
gentili, intorno a che molto hanno detto il cardinal Baronio[1172], il
Pagi[1173] e il Tillemont[1174]. A me basta di averne dato un cenno.

Godè ben l'Occidente per l'anno presente un'invidiabil pace, ma non già
l'Oriente, dove _Gaina_, goto ed ariano, mosse delle gravi tempeste.
Costui, che era stato il principal arnese per abbattere Rufino ed
innalzar Eutropio, ancorchè fosse ricompensato col grado di generale
della fanteria e cavalleria, pure da smoderata ambizione invasato,
riputava troppo inferiore al suo merito un tal guiderdone[1175].
Soprattutto mirava egli con isdegno ed invidia Eutropio, nel cui seno
colavano tanti onori e tante ricchezze, e però concepì il disegno di
atterrar quest'altro idolo maestoso della corte[1176], per desiderio ed
anche speranza di fondare sopra la di lui rovina l'accrescimento della
propria autorità e fortuna. Ad effettuar questo disegno gli si presentò
un efficace strumento, cioè _Tribigildo_ conte, goto anch'esso di
nazione, parente suo, che comandava allora ad un corpo di Ostrogoti
nella Frigia, ed era disgustato con Eutropio. Con costui segretamente
s'intese Gaina per quello che si avea da fare; e fu ben servito. Appena
ritornato Tribigildo nella Frigia, uniti i suoi Goti, e cominciata la
ribellione, si diede a saccheggiar quel paese con tal crudeltà, che fin
le donne e i fanciulli non erano salvi dalle loro spade, empiendo con
ciò di terrore tutta l'Asia romana. Pare, secondo Zosimo[1177], che
questo temporale avesse principio nell'autunno del precedente anno,
perchè Gaina non potea sofferire che l'odiato Eutropio fosse anche stato
disegnato console. Ma Claudiano[1178] lasciò scritto essere stata la
primavera il tempo, in cui esso Tribigildo alzò bandiera contra
dell'Augusto Arcadio. Indarno Eutropio impiegò regali per quetare
l'orgoglioso ribello. Veduto fallito questo ripiego, spedì poi Leone suo
confidente con un corpo di milizie contra del ribello, ordinando nello
stesso tempo a Gaina di custodir la Tracia e il mare, acciocchè a
Tribigildo non nascesse voglia di voltarsi a Costantinopoli. V'ha chi
pretende[1179] che lo stesso Gaina invitasse Tribigildo a venire, e che
se costui veniva, la città di Costantinopoli col nemico in seno era
spedita. Non osò tanto il ribello, ed amò piuttosto di volgersi a dare
il sacco alla Pisidia. Intanto ebbe ordine Gaina di passar in Asia colle
milizie. Passò, ma invece di procedere contra del palese nemico segreto
suo amico, spedì Leone alla difesa della Panfilia. Per tutti i mestieri
era buono questo Leone, fuorchè per quello della guerra, e però
all'accorto Tribigildo che finse di fuggire, e l'addormentò, non riuscì
poi difficile il tornargli improvvisamente addosso, e a mettere in rotta
tulle le di lui brigate. Nel fuggire esso Leone s'intricò in una palude,
ed ivi lasciò la vita: colpo che maggiormente accrebbe la paura, per non
dir la costernazione nella corte d'Arcadio. Lo stesso iniquo Gaina non
cessava di dipingere il male più grande di quel ch'era, arrivando insino
a suggerire che altro rimedio non restava che di guadagnar colle buone
Tribigildo, accordandogli le sue dimande, la principal delle quali era
che gli si desse in mano Eutropio, come cagion di tutti i mali. Di qui
scrive Zosimo[1180] che venisse il precipizio di quel potente ministro.

Furono altri di parere che da altra mano fosse dato il crollo[1181].
Indubitata cosa è che Eutropio per la sua insoffribil boria, per
l'insaziabil avidità, e perchè menava pel naso come un bufalo il debole
imperadore, s'era tirato addosso l'odio e l'ira d'ognuno. Dio, che
voleva in fine pagarlo per tanti torti da lui fatti alle chiese e ad
ogni sorta di persone, permise che il forsennato superbo perdesse anche
il rispetto ad _Eudossia imperadrice_, maltrattandola di parole, e
giugnendo fino a minacciare di cacciarla di corte. Eudossia, donna
risentita, e a questo affronto bollente di collera, corse tosto a
prendere le due sue figliuole, cioè _Flacilla_ nata nell'anno 397, e
_Pulcheria_ nata nel gennaio dell'anno presente[1182], e con esse andò a
gittarsi a' piedi di Arcadio Augusto, domandando con alte grida e
lagrime giustizia. A questo assalto Arcadio una volta si ricordò ch'egli
era il principe. O sia che questo solo motivo il mettesse in collera
contro di Eutropio, o che vi si aggiugnesse il desiderio di placare il
ribello Tribigildo, massimamente in tempo che s'intese la morte di
_Sapore_ re di Persia ucciso dai suoi sudditi, e che veniva minacciata
guerra da _Isdegarde_ suo successore al romano imperio: fuor di dubbio è
che fatto immantinente chiamar Eutropio, lo spogliò di tutte le sue
cariche, e di tutti gli immensi beni malamente da lui acquistati, e il
cacciò di palazzo[1183]. Grande scena fu quella: sparì in un momento la
grandezza immaginaria di questo castrone, e tanti suoi adoratori e
adulatori l'abbandonarono, divenendo anche i più d'essi suoi schernitori
e nemici. In istato sì abbietto mirandosi allora il non più baldanzoso
Eutropio, e temendo del furore e dell'odio universale del popolo, altro
scampo non seppe trovare che di rifugiarsi nella chiesa, e di correre ad
abbracciare l'altare: avendo permesso Iddio che costui, dopo aver
nell'anno addietro pubblicata la legge che vietava ai luoghi sacri di
servire di asilo ai miserabili, riconoscesse il suo fallo, col bisogno
di salvarsi in uno di que' medesimi templi. Intanto ognuno gridava
contra di lui nelle piazze e nei teatri, e nella corte gli stessi
soldati ad alta voce dimandavano la di lui morte; _Gaina_ anch'egli
facea premura, acciocchè costui fosse bandito o punito con pena più
convenevole a tanti suoi misfatti. Però Arcadio inviò una mano di
soldati per estrarlo di chiesa. Loro animosamente s'oppose il santo
arcivescovo _Giovanni Grisostomo_, in maniera che coloro irritati
presero lo stesso sacro pastore, e il menarono con grande insolenza a
palazzo, dove tanto perorò, che Arcadio restò non solamente persuaso di
doversi permettere quell'asilo ad Eutropio, ma eziandio colle lagrime e
con vive ragioni studiò di ammollir lo sdegno dei soldati inviperiti
contra di lui[1184]. Pochi giorni nondimeno passarono che Eutropio
uscito di chiesa per fuggire, o trattone per forza, o ceduto con patto
che fosse salva la di lui vita, fu relegato nell'isola di Cipri, ed
ordinato che si levasse il suo nome dai Fasti consolari e dalle leggi,
si abbattessero le sue statue, e si abolisse ogni altra sua memoria.
Abbiamo una legge di Arcadio[1185], data nel dì 17 di gennaio dell'anno
presente, dove si legge la di lui condanna: il che fece credere al
Gotofredo[1186] e al padre Pagi[1187], che questa scena accadesse prima
di quel giorno in questo medesimo anno. Ma, siccome osservò il
Tillemont[1188], troppo forti ragioni abbiamo per giudicar fallata
quella data quanto al mese, specialmente perchè Eudossia avendo
partorita _Pulcheria_ nel dì 19 di gennaio, non avrebbe potuto
presentarla al marito Augusto, come vuol Filostorgio. Per conseguente
sembra più verisimile che la di lui caduta s'abbia da riferire ad alcuni
mesi dappoi, e forse dopo l'agosto. Non si sa quanto tempo durasse la
relegazione di Eutropio in Cipri. Abbiamo bensì da Zosimo[1189] e da
Filostorgio[1190], aver fatto tante istanze Gaina contra di lui, e
suscitati accusatori, che in fine fu ricondotto da Cipri a
Costantinopoli, e processato. Finalmente con uno di que' ripieghi che i
politici san trovare per non mantenere i giuramenti, cioè dicendo che la
promessa di salvargli la vita era solamente per Costantinopoli, il
mandarono a Calcedone, dove gli fu mozzato il capo. Ed ecco qual fu il
fine di un _Eutropio_ eunuco, e già schiavo di Arenteo, giunto dal più
basso e vile stato alla maggior grandezza, da un'estrema povertà ad
incredibili ricchezze e ad una straordinaria potenza. Di rado le gran
fortune, che non han la base sulla virtù, vanno esenti da somiglianti
gravi peripezie.

NOTE:

[1162] Claud., de Consul. Theod.

[1163] Philostorg., lib. 11, cap. 4.

[1164] Claud., in Eutrop., lib. 2.

[1165] Gothofred., in Chronol. Cod. Theodos.

[1166] L. 4, de itiner. munien. Cod. Theodos.

[1167] L. 26, omni amoto de Annona et Tribut. Cod. Theodos.

[1168] Vide lib. 16, tit. 10, Cod. Theod.

[1169] Idacius, in Fast.

[1170] Prosper Tiro, in Chron.

[1171] August., de Civit. Dei, lib. 8, cap. 33.

[1172] Baron., Annal. Eccl.

[1173] Pagius, Crit. Baron.

[1174] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

[1175] Zosimus, lib. 5, cap. 13.

[1176] Socrat., lib. 6, cap. 6. Sozom., lib. 8, cap. 4.

[1177] Zosim., lib. 5, cap. 17.

[1178] Claud., in Eutrop.

[1179] Philostorg., lib. 5, cap. 8.

[1180] Zosim., lib. 5, cap. 17.

[1181] Chrysost., in Psalm. 44, et in Eutrop. Philostorg., lib. 11, cap.
8.

[1182] Marcellin. Comes, in Chronic. Chron. Alexandr.

[1183] Chrysost., Orat. in Eutrop. et in Psalm. 44. Zosimus, lib. 5,
cap. 18. Sozomenus, Claudian.

[1184] Chrysost. Zosimus. Suidas, in Lexico.

[1185] L. 12, de Poenis, Cod. Theodos.

[1186] Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.

[1187] Pagius, Crit. Baron.

[1188] Tillemont, Mémoires des Empereurs.

[1189] Zosimus, lib. 5, cap. 18.

[1190] Philost., lib. 11, cap. 6.



    Anno di CRISTO CD. Indizione XIII.

    ANASTASIO papa 3.
    ARCADIO imperadore 18 e 6.
    ONORIO imperadore 8 e 6.

_Consoli_

FLAVIO STILICONE ed AURELIANO.


Chi fosse _Stilicone_ console occidentale[1191], non ha bisogno il
lettore ch'io gliel ricordi. Quanto ad _Aureliano_ console orientale,
egli era prefetto del pretorio d'Oriente nell'anno precedente. Ho io
altrove[1192] rapportata una iscrizione posta a _Lucio Mario Massimo
Perpetuo Aureliano console_, immaginando che potesse parlarsi quivi di
questo Aureliano. Meglio esaminandola ora, ritrovo che non può convenire
a lui, essendo iscrizione spettante a Roma pagana, senza nondimeno
sapere qual altro sito le si possa assegnare ne' Fasti consolari.
Veggasi nulladimeno all'anno 223. Continuò _Flaviano_ ad esercitar la
prefettura di Roma. Poche leggi[1193] di Arcadio Augusto si trovano
sotto quest'anno, perchè egli ebbe altro da pensare in casa sua, siccome
fra poco diremo: molte sì di Onorio imperadore, date le più in Milano, e
l'altre in Ravenna, Altino, Brescia ed Aquileia, ma non senza qualche
errore e confusione. Aspra è ben quella[1194] emanata nel dì 30 di
gennaio, in cui ordina che sieno arrolati nella milizia i Leti, Gentili,
Alamanni e Sarmati, ed altri non avanzati in età, non troppo piccioli,
non infermi, e i figliuoli de' veterani e i licenziati dalla milizia
prima del tempo, e i passati dalla milizia al clero e all'impiego di
seppellire i morti, pretendendo che questi non per motivo di religione,
ma per poltroneria abbiano abbandonate l'armi. La ragione di questo
rigoroso ordine ce la somministra la storia[1195]. Abbiam fatta qualche
menzione di sopra di _Alarico_, principe fra le nazioni dei Goti, non
della famiglia Amala, ch'era la più nobile di tutte, ma di quella de'
Balti (nome in lor lingua significante ardito), e nato verso le bocche
del Danubio. Non era già costui pagano, come cel rappresenta il pagano
poeta Claudiano[1196], perchè, per attestato di Orosio[1197] e di
sant'Agostino, egli professava la religion cristiana, ma contaminata dal
fermento ariano, come la maggior parte de' Goti praticava da molti anni
addietro. Uomo feroce, e del mestier della guerra intendentissimo, il
quale pieno di spiriti ambiziosi, anche molti anni prima di venir a
gastigare i peccati dei Romani, si vantava che nulla egli crederebbe mai
di aver fatto o vinto, se non prendeva la stessa città di Roma. Ciò si
raccoglie da un poema di Claudiano[1198], composto molto prima ch'egli
eseguisse questo suo disegno; e lo attesta anche Prudenzio[1199],
parendo eziandio ch'egli tenesse d'esserne stato accertato da qualche
oracolo. Nell'anno 396, siccome dicemmo, Arcadio per quetare i Goti che
aveano fatta una terribile irruzione nella Grecia sotto il comando di
esso Alarico, lo avea creato generale delle milizie nell'Illirico
orientale; ed egli perciò abitava in quelle parti, cioè o nella Dacia, o
nella Mesia inferiore, o pur nella Grecia e Macedonia. Giordano
istorico[1200] pretende che rincrescendo a que' Goti, chiamati dipoi
Visigoti, che sparsi per la Tracia e per l'Illirico dipendevano dallo
stesso Alarico, di starsene oziosi, ed apprendendo per cosa pericolosa
alla lor nazione lo impoltronirsi, crearono circa questi tempi per loro
re il medesimo _Alarico_. Il disegno d'essi era di conquistar qualche
regno, perchè loro parea una disgrazia lo starsene ne' paesi altrui mal
veduti, e con pochissime comodità, quasi servi de' Romani. Chiaramente
scrivono san Prospero[1201] e il suddetto Giordano, che nel consolato di
Stilicone e di Aureliano i Goti sotto il comando di _Alarico_ e di
_Radagaiso_ entrarono nell'Italia. Che mali facessero (e certamente far
ne dovettero) in queste parti, la storia nol dice. Abbiamo dal Natale
VIII recitato da san Paolino vescovo di Nola[1202] nel gennaio dell'anno
seguente, che gran rumore faceva in Italia la guerra dei Goti, e che
n'era sbigottito ognuno. Credesi ancora che dessero il guasto al
territorio di Aquileia, e non apparisce che o spontaneamente o per forza
ritornassero per ora indietro. Non sussiste già il dirsi dal suddetto
Giordano che in questa prima visita i Goti andarono ad assediar Ravenna,
dove s'era ritirato l'imperadore Onorio; perchè siamo assicurati dalle
leggi del Codice Teodosiano, che Onorio nel verno venturo e per tutto
l'anno seguente si fermò in Milano.

Neppure ad Arcadio Augusto mancarono guai in Oriente durante questo
anno. Pareva che dopo essere rimasta libera la di lui corte da quel mal
arnese d'Eutropio, avessero da prendere miglior piega gli affari: ma si
trattava di un imperadore buono da nulla, e intanto la caduta di
Eutropio servì all'_imperadrice Eudossia_, tenuta bassa fin qui dal
prepotente eunuco per innalzarsi, e sotto l'ombra di aiutar nel governo
l'imbrogliato consorte[1203], per tirare a sè quasi tutta l'autorità del
comando. Donna superba e stizzosa; donna che voleva partire coi ministri
ed uffiziali iniqui il profitta delle loro ingiustizie; donna infine che
sapea dominar sopra il marito, ma ch'era anch'essa dominata da una man
di dame e da una frotta d'eunuchi, che gareggiavano insieme a chi potea
far peggio per arricchirsi, con vendere le grazie, con usurpare i beni
altrui, e commettere tali iniquità, che le mormorazioni e i pubblici
lamenti erano divenuti uno sfogo incessante de' popoli afflitti. Per
attestato della Cronica Alessandrina[1204], solamente nel dì 9 di
gennaio dell'anno presente a lei fu dato dal marito il titolo di
_Augusta_. Ed essa poi nel dì 3 di aprile partorì la terza figliuola, a
cui fu posto il nome di _Arcadia_. Da una lettera di Onorio Augusto si
ricava che questa ambiziosa donna mandò la sua immagine per le
provincie, come soleano fare i novelli Augusti: del che si dolse esso
Onorio, come di una novità che avea dato da mormorare a tutti. A questi
mali provenienti dalla debolezza del regnante se ne aggiunsero de' più
strepitosi per la perfidia di _Gaina_, che eletto generale dell'armi
romane, per difesa del romano imperio, altro non facea che segretamente
macchinarne la rovina, conservando nel medesimo tempo le apparenze della
fedeltà e zelo nel pubblico bene, e pensando che non si accorgesse la
corte delle sue intenzioni e furberie. Pertanto egli maneggiò un
accomodamento fra Tribigildo ed Arcadio: il che fatto, sì l'uno che
l'altro colle loro armate s'inviarono alla volta di Costantinopoli,
saccheggiando d'accordo il paese per dove passavano. Tribigildo voltò a
sinistra, andando a Lampsaco nell'Ellesponto, e Gaina a dirittura passò
a Calcedone in faccia di Costantinopoli, dove cominciò a scoprire i suoi
perversi disegni. Per li movimenti di questi due barbari uffiziali si
trovava in un gran labirinto Arcadio e il suo consiglio, perchè
scorgevano il mal animo di Gaina, ed armata non v'era da potergli
opporre. Spedì esso Augusto persone per dimandare a Gaina che pensieri
erano i suoi[1205]. Rispose costui di voler nelle mani i tre principali
ministri della corte, cioè _Aureliano_ console di quest'anno,
_Saturnino_ stato console nell'anno 383, e _Giovanni_ segretario il più
confidente che si avesse Arcadio. Ci fa qui intendere il maligno
Zosimo[1206] che dovea passare anche gran confidenza fra questo Giovanni
e l'imperadrice Eudossia, perchè i più credeano che egli, e non già
Arcadio, fosse padre di Teodosio II, principe che vedremo venire alla
luce nell'anno seguente. Secondo Socrate, Gaina dimandò per ostaggi i
suddetti ministri, mostrando probabilmente di non fidarsi
dell'imperadore. Ma Zosimo con più ragione pretende che li volle per
farli morire, perchè dovea loro attribuire i disordini presenti, o i
mali uffizii fatti contra di lui. Tale era lo spavento di quel consiglio
d'Arcadio, che s'indusse a sagrificare quegli onorati personaggi alla
brutalità di Gaina; ed essi generosamente si esposero ad ogni rischio
per la salute pubblica. Vuol Zosimo che la consegna di questi ministri
si facesse dappoichè seguì l'abbocamento di Arcadio con Gaina. Socrate e
Sozomeno[1207] la mettono prima. Certo è che san Giovanni
Grisostomo[1208], siccome apparisce da una sua omilia, fece quanto potè
per salvare almeno la vita a così illustri ministri; e in fatti Gaina
volle ben che provassero l'orror della morte con farli condurre al
patibolo; ma mentre il carnefice avea alzato il braccio per troncar loro
il capo, fu fermato da un ordine d'esso Gaina, il quale si contentò di
mandarli in esilio nell'Epiro; ma questi nel viaggio o per danari, o per
altra loro industria, ebbero la sorte di fuggire, e di comparir poi a
Costantinopoli contro l'espettazione d'ognuno.

O prima o dopo di questo tragico avvenimento, il tiranno Gaina più che
mai insolentendo, fece istanza che Arcadio Augusto, se gli premeva
d'aver pace, passasse a Calcedone per trattarne a bocca con lui. D'uopo
fu il povero imperadore inghiottisse ancora questo boccone e andasse a
trovarlo. Nell'insigne chiesa di Santa Eufemia presso a quella città si
abboccarono insieme, e vicendevolmente giurata buona amicizia tra loro,
si convenne che Gaina deporrebbe l'armi, e tanto egli che Tribigildo
andrebbono a Costantinopoli. Secondo Socrate[1209], allora fu, e non
prima come dicemmo di sopra, che Gaina fu dichiarato generale della
fanteria e cavalleria romana, oltre al comando suo sopra un gran corpo
de' Goti a lui ubbidienti. Di Tribigildo altro di più non sappiamo, se
non per relazion di Filostorgio[1210] ch'egli passato nella Tracia da lì
a poco tempo perì. Quanto a Gaina non ebbe difficoltà di passare a
Costantinopoli, orgoglioso per aver data la legge al regnante, ed ivi
colla medesima altura pretese che si desse una chiesa ai suoi Goti
ariani[1211]; ma l'arcivescovo san Giovanni, imitando la costanza di
santo Ambrosio, talmente gli fece fronte, che restarono vani tutti i di
lui sforzi. Pare che tutti questi sconcerti succedessero nel mese di
maggio. Ma poco durò la pace fatta con chi era di cuor doppio, e non
istudiava se non cabale ed inganni. Perchè in Modena il nome di _Gaino_
è in uso per dinotare i furbi ed ingannatori sotto la parola, ho io
talvolta sospettato che da quel furfante Goto fosse proceduto questo
titolo; ma sempre mi è paruto più probabile ch'esso venga da Gano,
famoso ne' romanzi per le sue ribalderie, e finto ai tempi di Carlo
Magno. Ora il malvagio Gaina generale dell'armi andò a poco a poco
empiendo la città di Costantinopoli de' suoi Goti, e mandando fuori
quanti più potè di soldati romani, ed anche delle guardie del palazzo
sotto varii pretesti[1212]. Era il suo disegno di mettere a sacco in una
notte le botteghe degli orefici oppur dei banchieri, e di attaccare il
fuoco al palazzo imperiale. Zosimo[1213] scrive ch'egli mirava ad
impadronirsi della città e ad usurpare il trono. Se ne avvidero quegli
artisti, e stettero ben in guardia. Per conto del palazzo, andarono
bensì per più notti i suoi satelliti per incendiarlo; ma sempre vi
trovarono una buona guardia di soldati, benchè non ve ne dovesse essere,
con aver poi tenuto per fermo il popolo che quei fossero soldati fatti
comparire da Dio per difesa del piissimo imperadore Arcadio. Se ne volle
chiarire lo stesso Gaina, e trovò che tale era la verità, con
immaginarsi poi che Arcadio avesse fatto venire segretamente delle
milizie per valersene contra di lui, le quali stessero durante il giorno
nascose.

Fu cagion l'apprensione conceputa per questo fatto, che il misleale
Gaina si ritirasse fuori di Costantinopoli nel dì 10 di luglio,
allegando qualche indisposizione di corpo e bisogno di riposo, con
fermarsi circa sette miglia lungi dalla città. Aveva egli lasciato in
Costantinopoli la maggior parte de' suoi Goti con ordine di prender
l'armi contra de' cittadini a un determinato tempo, di cui
preventivamente doveano dare a lui un segnale, affin di accorrere
anch'egli con altra gente a rinforzarli. Ma o sia, come vuol
Zosimo[1214], ch'egli scoprisse il disegno col venire prima del segno,
oppure, come fu scritto da Socrate e da Sozomeno, che i Goti, volendo
asportar fuori della città una quantità d'armi, le guardie delle porte
si opponessero, perlochè restarono uccisi: certo è che il popolo di
Costantinopoli si levò a rumore, e, dato di piglio all'armi, sbarrarono
le strade; e giacchè Arcadio nel dì 12 di luglio dichiarò nemico
pubblico Gaina[1215], tutti si diedero a mettere a fil di spada quanti
Goti s'incontravano. Gaina, non avendo potuto entrare, fu forzato a
ritirarsi. Il resto de' Goti, non tagliati a pezzi, e consistente in
sette mila persone, si rifugiò in una chiesa, e quivi si afforzò. Ma il
popolo, scopertone il tetto, e di là precipitando travi accesi contra di
loro, gli estinse tutti, ed insieme bruciò la chiesa: il che dai
Cristiani più pii, se crediamo a Zosimo, fu riputato fatto peccaminoso.
Con ciò rimase libera e quieta la città, ma non finirono le scene per
questo. Gaina da nemico aperto cominciò a far quanto male potè alla
Tracia, senza che alcuno uscisse di Costantinopoli per opporsegli, o per
trattare d'accordo: tanto facea paura ad ognuno il di lui umore
barbarico, il solo san Giovanni Grisostomo andò animosamente a
trovarlo[1216], e ne fu bene accolto contro l'espettazione d'ognuno. Ciò
ch'egli operasse, nol sappiamo, se non che Zosimo scrive aver Gaina dopo
la total desolazione di quelle campagne (giacchè non potea entrare nelle
città, tutte ben difese dagli abitanti) rivolto i passi verso il
Chersoneso, con disegno di passar lo stretto, e continuare i saccheggi
nell'Asia[1217]. Ma eletto generale della flotta imperiale _Fravita_,
Goto bensì di nazione e pagano, ma uomo di onore, ed applaudito per
molte cariche sostenute in addietro, andò per opporsi ai tentativi del
non mai stanco Gaina. Ed allorchè costui, dopo aver fatto
tumultuariamente fabbricar molte rozze navi da trasporto, si volle
arrischiare a valicar lo stretto, gli fu addosso Fravita colle sue navi
ben corredate, e gli diede una sì fiera percossa, aiutato anche dal
vento, che molte migliaia di Goti perirono in mare. Disperato per questa
gran perdita Gaina, voltò cammino con quella gente che gli restava, per
tornarsene nella Tracia; e perchè Fravita non volle azzardarsi a
perseguitarlo, gli fu fatto un reato per questo. Ma dovette saper ben
egli difendere sè stesso, e ce ne accorgeremo all'anno seguente, in cui
il vedremo alzato alla dignità di console. Fuggendo poi Gaina, se dee
valere l'asserzion di Socrate[1218] e di Sozomeno[1219], fu inseguito
dalle soldatesche romane, sconfitto ed ucciso. Ma Zosimo racconta
ch'egli arrivò a passare il Danubio con quei pochi Goti che potè
salvare, sperando di menare il resto di sua vita nel paese che era una
volta dei Goti. _Ulda_, o _Uldino_, re degli Unni, padrone allora di
quella contrada, non amando di avere in casa sua un sì pericoloso
arnese, gli si voltò contro, ed uccisolo, mandò poi per regalo la di lui
testa ad Arcadio. Dalla Cronica Alessandrina[1220] abbiamo che nel dì 3
di gennaio dell'anno seguente essa testa fu portata in trionfo per
Costantinopoli. Tal fine ebbe questa tragedia, e tal ricompensa la
strabocchevole ambizione di quel furfante di Gaina.

NOTE:

[1191] Claud., de laud. Stiliconis, et in IV Consul. Honor.

[1192] Thesaur. Novus Inscript., pag. 394.

[1193] Gothofred., Chron. Cod. Theodos.

[1194] L. 12, de Veter., Cod. Theodos.

[1195] Jordan., de Reb. Getic., c. 29.

[1196] Claud., de IV Consulatu Honor.

[1197] Orosius, lib. 7, c. 37.

[1198] Claud., de Bello Getico.

[1199] Prudentius, in Symmach.

[1200] Jordan., ut supra.

[1201] Prosper., in Chronico.

[1202] Paulin. Nolanus, Natal. VIII.

[1203] Zosim., lib. 5, cap. 23.

[1204] Chronicon Alexandrinum.

[1205] Socrates, lib. 6, c. 6.

[1206] Zos., lib. 5, cap. 18.

[1207] Sozom., lib. 8, cap. 4.

[1208] Chrysost., Tom. 5, Hom. LXXII.

[1209] Socrat., lib. 6, cap. 6.

[1210] Philostor., lib. 11, cap. 8.

[1211] Theod., lib. 5, cap. 32.

[1212] Socrat., Sozomenus, Philost., ut sup.

[1213] Zosim., lib. 5, cap. 18.

[1214] Zosimus, lib. 5, cap. 19.

[1215] Chronic. Alexandr. Marcellinus Comes, in Chron. Socrates, Sozom.

[1216] Theod., lib. 5, cap. 32.

[1217] Zosim., lib. 5, cap. 20 et seq.

[1218] Socrat., lib. 6, cap. 6.

[1219] Sozom., lib. 8, cap. 4.

[1220] Chronic. Alexandr.



    Anno di CRISTO CDI. Indizione XIV.

    INNOCENZO papa 1.
    ARCADIO imperad. 19 e 7.
    ONORIO imperad. 9 e 7.

_Consoli_

VINCENZO e FRAVITA.


Il primo, cioè _Vincenzo_, console occidentale, era stato in addietro
prefetto del pretorio delle Gallie, e si trova commendato assaissimo per
le sue virtù da Sulpicio Severo[1221], autore di questi tempi. _Fravita_
console orientale è quel medesimo che abbiamo veduto di sopra vittorioso
della flotta di Gaina, e che fedelmente seguitò a servire ad Arcadio
Augusto. Prefetto di Roma abbiamo per l'anno presente _Andromaco_. Ora
noi siam giunti al principio del secolo quinto dell'era cristiana,
secolo che ci somministra funeste rivoluzioni di cose, specialmente in
Italia, diverse troppo da quelle che fin qui abbiamo accennato.
Inclinava già alla vecchiaia il romano imperio, e, a guisa de' corpi
umani, avea, coll'andare degli anni contratte varie infermità, che
finalmente il condussero all'estrema miseria. Tanta vastità di dominio,
che si stendeva per tutta l'Italia, Gallia e Spagna, per i vasti paesi
dell'Illirico e della Grecia e Tracia, e per assaissime provincie
dell'Asia e per l'Egitto, e per tutte le coste dell'Africa bagnate dal
Mediterraneo, colla maggior parte ancora della gran Bretagna, tratto
immenso di terre, delle quali oggidì si formano tanti diversi regni e
principati: grandezza, dissi, di mole sì vasta s'era mirabilmente
sostenuta finora per le forze sì di terra che di mare, che stavano
pronte sempre alla difesa, e per la saggia condotta di alcuni valorosi
imperadori. Certamente, siccome s'è veduto, non mancarono già nei
precedenti anni guerre straniere di somma importanza, fiere irruzioni di
Barbari, e tiranni insorti nel cuore del medesimo imperio; ma il valore
de' Romani, la fedeltà dei popoli e la militar disciplina mantenuta
tuttavia in vigore, seppero dissipar cotante procelle, e conservare non
men le provincie che la dignità del romano imperio. Contuttociò fu
d'avviso Diocleziano che un sol capo a tanta estension di dominio bastar
non potesse; e però introdusse la pluralità degli Augusti e dei Cesari,
immaginando che queste diverse teste procedendo con unione d'animi (cosa
difficilissima fra gli ambiziosi mortali) avesse da tener più saldo e
difeso l'imperio, benchè diviso fra essi, volendo principalmente che le
leggi fatte da un imperadore portassero in fronte anche il nome degli
altri Augusti, affinchè un solo paresse il cuore e la mente di tutti nel
pubblico governo. Per questa ragione, secondo l'introdotto costume,
Teodosio il grande, per quanto ci ha mostrato la storia, con dividere
fra i suoi due figliuoli, cioè Arcadio ed Onorio Augusti la sua
monarchia, avea creduto di maggiormente assicurar la sussistenza di
questo gran colosso.

Ma per disavventura del pubblico, a riserva della bontà del cuore e dei
costumi, null'altro possedeano questi due principi di quel che si
richiede a chi dee reggere popoli; e in fatti erano essi nati per
lasciarsi governar da altri. Miravano poi cresciuti dappertutto gli
abusi; malcontenti i sudditi per le soverchie gravezze; sminuite le
milizie romane; le flotte trascurate. Il peggio nondimeno consisteva
nella baldanza de' popoli settentrionali, a soggiogare i quali non era
mai giunta la potenza romana. Costoro da gran tempo non ad altro più
pensavano che ad atterrar questa potenza. Nati sotto climi poco favoriti
dalla natura, e poveri ne' lor paesi, guatavano continuamente con occhio
invidioso le felici romane provincie, ed erano vogliosi di conquistarle,
non già per aggiugnerle alle antiche lor signorie, ma per passar dai lor
tugurii ad abitar nelle case agiate, e sotto il piacevol cielo de'
popoli meridionali. Questo bel disegno non potè loro riuscire nei tempi
addietro, perchè, ripulsati o sbaragliati, qui lasciarono la vita, o
furono costretti a ritornarsene alle lor gelate abitazioni. Il secolo,
in cui entriamo, quel fu in cui parve che si scatenasse tutto il
settentrione contra del romano imperio, con giugnere in fine a
smembrarlo, anzi ad annientarlo in Occidente. Si può ben credere che non
poco influisse in queste disavventure dell'imperio occidentale l'aver
Valente e Teodosio Augusti (così portando la necessità dei loro
interessi) lasciati annidar tanti Goti ed altre barbare nazioni nella
Tracia e in altre provincie dell'Illirico. Assaissimo nocque del pari
l'avere gl'imperadori da gran tempo in addietro cominciato a servirsi
ne' loro eserciti di truppe barbariche e di generali eziandio di quelle
nazioni. Perciocchè que' Barbari, adocchiata la fertilità e felicità di
queste provincie, ed impratichiti del paese e della forza o debolezza
de' regnanti, non lasciavano di animare la lor gente a cangiar cielo, e
a venire a stabilirsi in queste più fortunate contrade. Già abbiam
veduto in Italia _Alarico re de' Goti_ con _Radagaiso_, e con un potente
esercito, ma senza sapere s'egli per tutto quest'anno continuasse a
divorar le sostanze degli Italiani, o pur se fosse obbligato dalle armi
romane a retrocedere. Certa cosa è che Onorio Augusto pacificamente se
ne stette in Milano, dove si veggono pubblicate alcune leggi[1222]; e
quando non sia errore nella data d'una in Altino, città florida allora
della Venezia, par bene che i progressi di que' Barbari non dovessero
esser molti, e che anzi i medesimi se ne fossero tornati addietro.

Tra l'altre cose[1223] l'imperadore Onorio condonò ai popoli i debiti
ch'essi aveano coll'erario cesareo fino all'anno 386; sospese l'esazione
degli altri da esso anno 386 sino all'anno 395, ordinando solamente che
si pagassero senza dilazione i debiti contratti dopo esso anno 395.
Comandò ancora che si continuasse il risarcimento delle mura di Roma,
con aggiungervi delle nuove fortificazioni, perchè dei brutti nuvoli
erano per l'aria. Venne a morte nel dì 14 di dicembre, dell'anno
presente _Anastasio_ papa, che viene onorato col titolo di santo negli
antichi cataloghi[1224], dovendosi nondimeno osservare che tal
denominazione non significava già in que' tempi rigorosamente quello che
oggidì la Chiesa intende colla canonizzazione de' buoni servi di Dio,
fatta con tanti esami delle virtù e de' miracoli loro. Davasi allora il
titolo di santo anche ai vescovi viventi, come tuttavia ancora si dà ai
romani pontefici. E però noi troviamo appellati santi tutti i papi de'
primi secoli, così i vescovi di Milano, Ravenna, Aquileia, Verona, ec.,
ma senza che questo titolo sia una concludente pruova di tal santità,
che uguagli la decretata negli ultimi secoli in canonizzare i servi del
Signore. Secondo i conti del padre Pagi, a' quali mi attengo anch'io
senza voler entrare in disputa di sì fatta cronologia, nel dì 21 d'esso
mese fu creato papa _Innocenzo_, primo di questo nome. Nulladimeno s.
Prospero[1225] e Marcellino conte[1226] riferiscono all'anno seguente la
di lui elezione. Abbiamo dal medesimo Marcellino che nel dì 11 di aprile
Eudossia Augusta partorì in Costantinopoli ad Arcadio imperadore un
figlio maschio, a cui fu posto il nome di _Teodosio_, secondo di questo
nome. Socrate[1227] e l'autore della Cronica Alessandrina[1228] il
dicono nato nel dì 10 di esso mese: divario di poca conseguenza, e
probabilmente originato dall'essere egli venuto alla luce in tempo di
notte. V'ha ancora chi il pretende nato nel mese di gennaio. Incredibile
fu la gioia della corte e del popolo a Costantinopoli, e se ne spedì la
lieta nuova a tutte le città, con aggiugnervi grazie e con dispensar
danari. Pubblicò Arcadio una legge nel dì 19 di gennaio dell'anno
presente[1229], con cui proibì il dimandare al principe i beni
confiscati finchè non fossero passati due anni dopo il confisco, volendo
esso Augusto quel tempo per poter moderare la severità delle sentenze
emanate contra dei colpevoli, e rendere ad essi, se gliene veniva il
talento, ciò che il rigore della giustizia loro avea tolto. Buona calma
intanto si continuò a godere nell'imperio orientale.

NOTE:

[1221] Sulp. Sever., Dial. 1, cap. 27.

[1222] Gothofred., in Chronol. Cod. Theodos.

[1223] L. 3, de indulg. debit., Cod. Theodos.

[1224] Anastas. Bibliothec. Baronius, Papebroch. Pagius.

[1225] Prosper, in Chron.

[1226] Marcellin. Comes, in Chron.

[1227] Socrates, lib. 6, cap. 6.

[1228] Chron. Alexandr.

[1229] L. 17, de honor. proscr., Cod. Theodos.



    Anno di CRISTO CDII. Indizione XV.

    INNOCENZO papa 2.
    ARCADIO imperad. 20 e 8.
    ONORIO imperadore 10 e 8.
    TEODOSIO II imperadore 1.

_Consoli_

FLAVIO ARCADIO AUGUSTO per la quinta volta, e FLAVIO ONORIO AUGUSTO per
la quinta.


Chi fosse in quest'anno prefetto di Roma non apparisce dalle antiche
memorie. Trovasi nondimeno una iscrizione[1230] posta in Roma ai due
Augusti da _Flavio Macrobio Longiniano prefetto di Roma_, che sembra
appartenere a questi tempi, e perciò indicare chi esercitasse la
prefettura suddetta. Per attestato della Cronica Alessandrina e di
Socrate storico, nel dì 10 di gennaio dell'anno presente l'infante
Teodosio II fu creato Augusto da Arcadio imperadore suo padre. O sia che
_Alarico re dei Goti_ fosse dianzi partito dall'Italia, e ci tornasse
nell'anno presente, oppure ch'egli continuasse qui il suo soggiorno
anche nell'anno addietro: certa cosa è che in questi tempi, dopo aver
preso varie città e terre oltre il Po[1231], si spinse nel cuore di
quella che oggidì si chiama Lombardia, con un formidabil esercito de'
suoi Goti, senza che apparisca più congiunto con esso lui _Radagaiso re
degli Unni_. Erasi l'imperadore Onorio ritirato non meno per
precauzione, che per essere più vicino ai bisogni dello Stato, nella
città di Ravenna, città allora per la sua situazione fortissima, perchè
circondata dal Po e da profonde paludi; e città che divenne da lì
innanzi per alcuni anni la sede e reggia degli Augusti. Ma i felici
avanzamenti dei Barbari avevano talmente costernati gli animi degli
Italiani, che, per attestato di Claudiano, autore contemporaneo, i
benestanti ad altro non pensavano che a ritirarsi colle lor cose più
preziose in Sicilia, oppure in Corsica e Sardegna. Per questo medesimo
spavento, quasichè Ravenna non fosse creduta bastante asilo, Onorio
Augusto se ne partì, con incamminarsi verso la Gallia. Ma _Stilicone_
tanto perorò, che fece fermar la corte in Asti, città allora della
Liguria, che doveva essere ben forte, dacchè s'indusse l'intimorito
Onorio a lasciarvisi serrar dentro, in caso che Alarico vi avesse posto
l'assedio. Prima di questo fiero turbine aveano i movimenti de' Barbari
data occasione ai popoli della Rezia (parte de' quali oggidì sono i
Grigioni) di sollevarsi, laonde fu costretto Stilicone ad inviar colà
alcune legioni romane per tenerli in freno o ricondurli all'ubbidienza.
E il trovarsi appunto quelle truppe occupate fuori di Italia, avea
accresciuto l'animo ad Alarico per più insolentire, e per continuar i
progressi dell'armi sue. Merita qui certo lode la risoluzion presa in
questi pericolosi frangenti da Stilicone. Sul principio dell'anno, e nel
cuor del verno, con poco seguito egli passò il lago di Como, e per mezzo
delle nevi e de' ghiacci s'inoltrò fino nella Rezia. L'arrivo di sì
famoso generale, e poscia le minacce accompagnate da amorevoli
persuasioni, non solamente calmarono la rivolta dei Reti, ma
gl'indussero ancora ad unirsi colle milizie romane per la salvezza
dell'imperadore e dell'Italia. Aveva inoltre Stilicone richiamate alcune
legioni che lungo il Reno stanziavano, ed una infino dalla Bretagna; e
fu mirabile il vedere che i feroci popoli transrenani, tuttochè
osservassero sguerniti di presidii i confini romani, pure si stettero
quieti in quella occasione, nè inferirono molestia alcuna alle provincie
dell'imperio.

Unita che ebbe Stilicone una poderosa armata, la mise in marcia verso
l'Italia, ed egli, precedendola con alcuni squadroni di cavalleria,
arditamente valicò a nuoto i fiumi, passò per mezzo ai nemici, ed
inaspettato pervenne ad Asti con incredibil consolazione dell'imperadore
Onorio, quivi rinchiuso, e di tutta la sua corte. Giunsero dipoi le
legioni e truppe ausiliarie raccolte, e fu conchiuso di dar battaglia al
nemico. Aveva Alarico baldanzosamente passato il Po, con arrivare ad un
fiume chiamato _Urba_, che vien creduto il _Borbo_ d'oggidì, e che passa
non lungi da Asti. Immaginò per ciò Claudiano che avendo gli oracoli
predetto ch'esso Alarico giugnerebbe _ad Urbem_, cioè a Roma, si
verificasse il vaticinio con restar egli deluso, dacchè arrivò a questo
fiumicello. Militava nell'esercito di Stilicone una grossa mano di
Alani, gente barbara e sospetta in quella congiuntura. Il condottier di
costoro, appellato Saule (non so se con vero nome) da Paolo Orosio, e
chiamato uomo pagano, quegli fu che consigliò di attaccar la zuffa nel
santo giorno di Pasqua, perchè in essa i Goti, ch'erano cristiani,
benchè macchiati dell'eresia ariana, sarebbono colti alla sprovvista:
consiglio detestato allora dai buoni cattolici, e massimamente dal
suddetto Orosio. Claudiano all'incontro attribuisce tal risoluzione a
Stilicone stesso, personaggio che in altre occasioni si scoprì poco buon
cristiano, e favorì molto i pagani, fra' quali è da contare lo stesso
poeta Claudiano. Comunque sia, cominciò il conflitto, e i Goti, prese
l'armi, sì fattamente caricarono sopra la vanguardia degli Alani, che ne
uccisero il capo, e rovesciarono il resto. Allora la cavalleria romana
s'inoltrò, e la fanteria anch'essa menò le mani. Durò lungo tempo il
contrasto con ispargimento di gran sangue dall'una parte e dall'altra;
ma finalmente furono costretti i Goti alla ritirata e alla fuga, con
lasciar in poter de' Romani il loro bagaglio, consistente in immense
ricchezze, e con restarvi prigionieri i figliuoli dello stesso Alarico
colle nuore, e liberata gran copia di Cristiani, fatti in addietro
schiavi da quei Barbari. Il luogo della battaglia fu presso _Pollenza_,
ossia _Potenza_, città allora situata vicino al fiume Tanaro, di cui
oggidì neppure appariscono le vestigia nel Monferrato. Il cardinal
Baronio, il Petavio, il Tillemont ed altri rapportano questa vittoria
all'anno 403; il Sigonio e il padre Pagi al presente; Prospero e
Cassiodoro chiaramente l'asseriscono accaduta nel _consolato V di
Arcadio e di Onorio, Augusti_, cioè in questo anno. Più grave ancora è
la discordia degli storici in raccontare quel fatto d'armi; perciocchè
Giordano storico[1232], che corrottamente vien chiamato Giornande, e
Cassiodoro[1233] scrivono che in questo conflitto non già i Romani, ma i
Goti restarono vittoriosi. Giordano prende ivi degli altri abbagli. Per
noi basta il vederci assicurati da Claudiano[1234], da san
Prudenzio[1235] e da Prospero[1236], autori contemporanei, e di lunga
mano più degni di fede, che furono messi in rotta i Goti. Paolo Orosio,
allorchè scrive di questo fatto d'armi, riprovato da lui a cagione del
giorno santo, aggiugne che in breve il giudizio di Dio dimostrò, _et
quid favor ejus posset, et quid ultio exigeret. Pugnantes vicimus,
victores victi sumus_. Quando non si voglia credere che i Romani vinsero
bensì presso Pollenza, ma che nella ritirata di Alarico ebbero qualche
grave percossa (del che niuno degli antichi fa parola), quell'_in breve_
si dovrà stendere fino all'anno 410, in cui Dio permise i funestissimi
progressi di que' medesimi Barbari, siccome, andando innanzi, vedremo.
Terminata la battaglia, Alarico, restando tuttavia un grosso esercito al
suo comando, non si fidò di retrocedere, per paura di essere colto al
passaggio dei fiumi, e però si gittò sull'Apennino, parendo disposto di
marciare da quella parte verso la sospirata Roma. Nol permise l'accorto
Stilicone, perchè fattegli fare proposizioni d'accordo, si convenne con
dargli speranza di ricuperare i figliuoli e le nuore, ch'egli si
avvierebbe pacificamente fuori d'Italia per la Venezia. Colà pertanto
s'incamminò, ma dacchè ebbe passato il Po, ossia ch'egli si pentisse
della convenzione fatta, o che Stilicone gli mancasse di parola, perchè
più non temeva che il Barbaro ripassasse quel fiume reale, si venne di
nuovo alle mani, e il conflitto terminò colla peggio de' Goti. Non so se
fu allora, o pure dipoi, che Stilicone seppe guadagnar con regali una
parte di essi, e loro fece prendere l'armi contra degli altri; laonde
nelle vicinanze di Verona seguì qualche sanguinoso combattimento, che
ridusse Alarico alla disperazione. E poco mancò ch'egli non restasse
preso; ma il colpo fallì per la troppa fretta degli Alani, ausiliarii
dei Romani. Fermossi il Barbaro nell'Alpi, cercando se avesse potuto
condurre il resto dell'armata sua nella Rezia e nella Gallia; ma
Stilicone, preveduto il di lui pensiero, vi prese riparo. Intanto per le
malattie seguitò maggiormente ad infievolirsi l'esercito di Alarico, e
per la fame a sbandarsi le squadre intere, di modo che infine fu egli
forzato a mettersi in salvo colla fuga, lasciando in pace l'Italia. Fu
questa volta ancora incolpato Stilicone di avere sconsigliatamente
lasciato fuggire Alarico; ma è ben facile in casi tali il formar dei
giudizii ingiusti, per chi giudica in lontananza di tempo e senza essere
sul fatto.

NOTE:

[1230] Gruter., Inscription., pag. 165.

[1231] Claud., de Bello Getic., et de Consul. IV. Honor.

[1232] Jordan., de Reb. Getic.

[1233] Cassiodorus, in Chron.

[1234] Claud., de Bello Getic.

[1235] Prud., lib. 2 contra Symmach.

[1236] Prosper, in Chronico.



    Anno di CRISTO CDIII. Indizione I.

    INNOCENZO papa 3.
    ARCADIO imperadore 21 e 9.
    ONORIO imperadore 11 e 9.
    TEODOSIO II imperadore 2.

_Consoli_

TEODOSIO AUGUSTO e FLAVIO RUMORIDO.


Uscito da sì gravi pericoli Onorio Augusto, si era restituito a Ravenna,
nella qual città si veggono date molte leggi di lui, tutte spettanti a
quest'anno, e che comprovano appartenere all'anno precedente il fatto
d'armi di Pollenza. Perciocchè alcune di esse compariscono scritte in
Ravenna nel febbraio, marzo e maggio, nei quali mesi Onorio certamente
non fu in Ravenna, ma bensì in Asti, allorchè Alarico portò la guerra
nella Liguria, e fu sconfitto. Incresceva ai Romani questa residenza
dell'imperadore, avvezzi ad aver sotto gli occhi il principe e lo
splendore della sua corte, senza l'incomodo di far viaggi lunghi per
trovarlo. Perciò gli spedirono una solenne ambasceria, pregandolo di
consolare col suo ritorno a Roma i lor desiderii, e di andare a ricevere
il trionfo che gli aveano preparato. E perciocchè intesero che i
Milanesi aveano fatta una simile deputazione, per tirar esso Augusto
alla loro città, si raccoglie da una lettera di _Simmaco_, che nel mese
di giugno determinarono di spedirgli degli altri ambasciatori colla
stessa richiesta. Di questa congiuntura si servirono alcuni senatori
tuttavia pagani per chiedere ad Onorio la licenza di celebrare i giuochi
secolari. San Prudenzio, valente poeta cristiano, fioriva allora in
Ispagna sua patria. Prese egli a scrivere contro la relazione di Simmaco
prefetto di Roma, composta già nell'anno 384, per rimettere in piedi
l'ara della Vittoria, e confutata in que' tempi da Sant'Ambrosio; e può
parere strano come Prudenzio ne parli, come se Simmaco avesse allora
presentata quella supplica ad Onorio. Ora Prudenzio con parole chiare
attesta la vittoria riportata da' Romani presso Pollenza colla rotta di
Alarico, ed indirizza quell'apologia ad Onorio Augusto, che tuttavia
dimorava in Ravenna, pregando di non permettere più le superstizioni dei
pagani, e specialmente di proibire i sanguinosi spettacoli de'
gladiatori, contrari alla legge di Cristo, e già vietati da Costantino
il grande. Può servire ancora il medesimo poema assai lungo ed erudito
di san Prudenzio a farci intendere seguita la suddetta battaglia di
Pollenza nell'anno antecedente, e non già nel presente. Ora l'Augusto
Onorio prese, prima che terminasse l'anno, la risoluzion di passare a
Roma, per ivi celebrare i decennali del suo imperio dopo la morte del
padre: al qual fine fu disegnato console per l'anno seguente. Descrive
Claudiano[1237] il suo viaggio per l'Umbria, e la magnifica solennità
con cui egli entrò in Roma, avendo al suo lato nel cocchio il suocero
Stilicone, con immenso giubilo del popolo romano. Partorì nell'anno
presente[1238] a dì 10 o 11 di febbraio _Eudossia_ Augusta ad Arcadio
imperadore la quarta figliuola, a cui fu posto il nome di _Marina_.
Furono poi grandi rumori in Costantinopoli per la prepotenza di questa
imperadrice. Divenuta padrona del marito e dell'Oriente, perchè
disgustata di san _Giovanni Grisostomo_, impareggiabile e zelantissimo
vescovo di quella gran città, pontò cotanto, che il fece deporre e
mandare in esilio; dal che seguirono perniciosi tumulti. Ne fa menzione
anche Zosimo[1239], e taglia i panni addosso ai monaci d'allora,
mischiati in quei torbidi, con dire ch'essi avendo già tirata in lor
dominio una gran quantità di beni, e col pretesto di sovvenir con quelle
rendite i poveri, aveano, per così dire, ridotto ognuno alla povertà;
iperbole che scredita il di lui racconto; ma che non lascia di farci
intendere, come i monaci, appena nati nel secolo precedente, s'erano
moltiplicati per le ville, e non trascuravano il mestier di far sua la
roba altrui.

NOTE:

[1237] Claud., de IV Consulatu Honor.

[1238] Chron. Alexandr. Marcell. Comes, in Chronico.

[1239] Zosim., lib. 5, cap. 23.



    Anno di CRISTO CDIV. Indizione II.

    INNOCENZO papa 4.
    ARCADIO imperadore 22 e 10.
    ONORIO imperadore 12 e 10.
    TEODOSIO II imperadore 3.

_Consoli_

ONORIO AUGUSTO per la sesta volta, e ARISTENETO.


Tutta fu in festa la città di Roma pel consolato e per i decennali
dell'Augusto Onorio, che furono celebrati con suntuosi spettacoli. Ma
non già coi giuochi secolari, nè colle zuffe de' gladiatori, come
avrebbono desiderato que' Romani che tuttavia stavano ostinati nel
gentilesimo. Il cardinal Baronio, che di tal permissione aveva accusato
Onorio Augusto, vien giustamente ripreso dal Pagi. Ma nè il Pagi nè
Jacopo Gotofredo ebbero già buon fondamento di credere e chiamare
ingannato il Baronio, allorchè scrisse all'anno 325 che Costantino il
grande, con una legge data in Berito, aveva proibito per tutto l'imperio
romano i giuochi sanguinosi de' gladiatori. Siccome io altrove ho
dimostrato[1240], non può negarsi quell'universale divieto di
Costantino. Ma era sì radicato l'abuso, n'erano si incapricciati i
popoli, che dopo la morte di quell'invitto imperadore tornarono,
malgrado de' suoi successori, a praticarlo, con estorquere eziandio la
permissione di essi da alcuni Augusti. Ma in fine, per attestato di
Teodoreto[1241], Onorio con sua legge vietò ed abolì per sempre
quell'abbominevole spettacolo che costava tanto sangue e tante vite
d'uomini per dare un divertimento al pazzo popolo. In quest'anno poi
Onorio pubblicò una legge[1242], in cui, se crediamo al padre Pagi
suddetto, _Judaeos et Samaritanos omni militia privavit_. Ma non credo
io tale il senso di quella legge, quando pure il Pagi l'intenda per la
vera milizia. Proibisce ivi l'imperadore ai Giudei, l'aver luogo nella
_milizia_, cioè negli uffizii di coloro che _agenti degli affari del
principe_ erano nominati, perchè il nome di _milizia_ abbracciava tutti
gli uffizii della corte. Bollivano tuttavia in Oriente le persecuzioni
contra di san Giovanni Grisostomo, quel mirabil oratore della Grecia
cristiana, e tanto papa Innocenzo I, quanto l'imperadore Onorio si
affaticarono in aiuto di lui. Ma era gran tempo che non passava buona
armonia tra esso Onorio ed Arcadio Augusto di lui fratello; e però
inutili furono le loro raccomandazioni. Per altro sì quel santo
patriarca, quanto Teofilo patriarca di Alessandria, a lui opposto,
riconobbero in tal congiuntura l'autorità primaria del romano pontefice,
al quale il primo si appellò, e l'altro inviò per questa discordia i
suoi legati. Fermossi in Roma l'imperadore Onorio parecchi mesi. Prima
che terminasse l'anno, è più che verisimile ch'egli si restituisse a
Ravenna, perchè quivi si trovano date alcune sue leggi nel principio di
febbraio del susseguente anno. I motivi che l'indussero a ritirarsi
colà, è da credere che fossero i preparamenti che si udivano farsi dai
Barbari per una nuova irruzione in Italia. Alarico sembrava quieto,
perchè guadagnato da Stilicone; ma _Radagaiso_, condottiere, ossia re
degli Unni, ossia de' Goti, Scita, cioè Tartaro di nazione, forse mal
soddisfatto del disonore inferito ai popoli settentrionali nella rotta
data dai Romani ad esso Alarico, pensò a farne vendetta. Più
probabilmente ancora, secondochè era allora in uso dei Barbari,
anch'egli divorava co' desiderii la città di Roma. In essa città, a lor
credere, erano le montagne d'oro, ivi stavano raunate da più secoli le
ricchezze della terra. Perciò costui mise insieme una formidabil armata,
composta di Unni, Goti, Sarmati e di altre nazioni situate di là dal
Danubio. Paolo Orosio[1243] e Marcellino[1244] la fanno ascendere a più
di dugento mila combattenti; Zosimo storico[1245] fino a quattrocento
mila: numero verisimilmente eccessivo. Probabile è che in questo
medesimo anno costui si appressasse all'Italia, e forse ancora v'entrò,
per quanto pare che accenni Prospero Tirone[1246]. Grande spavento,
fiera costernazione si sparse per tutta l'Italia. Pertanto l'Augusto
Onorio, veggendo imminente quest'altra tempesta, giudicò più sicuro il
soggiorno di Ravenna, città pel suo sito fortissima, e maggiormente
ancora per esser più alla portata di dar gli ordini e di provvedere ai
bisogni. Mancò di vita in quest'anno _Eudossia_ imperadrice, moglie di
Arcadio Augusto, chiamata al tribunale di Dio a rendere conto, qual
nuova Erodiade, della fiera persecuzione ch'ella avea mossa contro il
santo ed incomparabil patriarca di Costantinopoli _Giovanni Grisostomo_.
Il Breviario Romano, che nelle lezioni di questo santo mette la morte
d'essa Augusta quattro dì dopo quella del Grisostomo nell'anno di Cristo
407, merita in quel sito di essere corretto. Sì Zosimo[1247] che
Sozomeno, Filostorgio ed altri scrittori riferiscono a quest'anno una
fiera irruzion degl'Isauri per quasi tutte le provincie romane
dell'Oriente. Il generale Arbazacio, spedito contro di costoro, ne fece
gran macello, ma, vinto dai loro regali, non proseguì l'impresa.

NOTE:

[1240] Thesaur. Novus Inscription., pag. 179.

[1241] Teodor., Hist., lib. 5, cap. 24.

[1242] L. 16, tit. 8. Cod. Theod.

[1243] Orosius, lib. 7, cap. 37.

[1244] Marcellinus Comes, in Chron.

[1245] Zosimus, lib. 5, cap. 26.

[1246] Prosper Tiro, in Chron.

[1247] Zosim., ibid., cap. 28



    Anno di CRISTO CDV. Indizione III.

    INNOCENZO papa 5.
    ARCADIO imperad. 23 e 11.
    ONORIO imperadore 13 e 11.
    TEODOSIO II imperadore 4.

_Consoli_

FLAVIO STILICONE per la seconda volta ed ANTEMIO.


Stando l'imperadore Onorio in Ravenna, pubblicò editti[1248] rigorosi
contra de' Donatisti, più pertinaci ed insolenti che mai in Africa,
comandando l'unione fra essi ed i cattolici: rimedio che riuscì poi
salutevole per quella cristianità. Era entrato, o pure entrò in
quest'anno _Radagaiso_ in Italia con quel diluvio di Barbari che ho
detto di sopra, con saccheggi e crudeltà inudite, scorrendo dappertutto
senza opposizione alcuna. L'imperadore Onorio andò raunando quante
soldatesche potè; prese ancora al suo soldo molte squadre di Goti, Alani
ed Unni, condotti da Uldino e Saro lor capitani. Ma Stilicone maestro di
guerra non volle già avventurarsi a battaglia o resistenza alcuna in
campagna aperta. Andò solamente costeggiando i movimenti di sì
sterminata oste, finchè la medesima si diede a valicar l'Apennino con
pensiero di continuare il cammino alla volta di Roma, città che piena di
spavento si tenne ancora come perduta. E in Roma appunto questa terribil
congiuntura diede motivo ai pagani, che tuttavia ivi restavano, di
attribuire tutti questi mali alla religion cristiana, e all'avere
abbandonato gli antichi dii, e di prorompere perciò in orride bestemmie,
con proporre eziandio di rimettere in piedi gli empii lor sagrifizii e
riti. Anzi costoro in lor cuore si rallegravano, perchè Radagaiso,
pagano anch'egli, avesse da venire a visitarli, sperando con ciò di
veder risorgere la tanto depressa loro superstizione. Ma non era ancora
giunto il tempo che Dio avea destinato di punire Roma, capitale del
romano imperio bensì, ma anche di tutti i vizii, e in cui per anche
l'idolatria ostinatamente si nascondea, e la superbia apertamente
regnava. Secondochè osservarono Paolo Orosio e sant'Agostino, colla
venuta di Alarico, e poi di Radagaiso, Dio mostrò in lontananza a quella
città il gastigo acciocchè si emendasse e facesse penitenza; ma indarno
lo mostrò. Nè volle permettere che questo re pagano giugnesse a punire i
Romani, perchè la sua crudeltà avrebbe potuto portarvi un universale
eccidio, e ridurla in una massa di pietre. Fu infatti, secondo tutte le
apparenze, miracoloso il fine di questa tragedia, per cui la
costernazione s'era sparsa per tutta l'Italia. Appena Radagaiso fu
giunto di là dell'Apennino, che Stilicone colle truppe romane ed
ausiliarie cominciò a tagliargli le strade, a togliergli il soccorso dei
viveri, ed a ristringerlo. Il ridusse la mano di Dio nelle montagne di
Fiesole presso Firenze, e quella innumerabil moltitudine di Barbari si
vide serrata fra quelle angustie ed oppressa dalla fame, e con perdere
il coraggio e il consiglio, si diede per vinta. Attesta il suddetto
Orosio che non vi fu bisogno di metter mano alle spade e di venire a
battaglia, e che i Romani mangiando e bevendo e giocando terminarono
questa guerra. Radagaiso senza saputa de' suoi tentò di salvarsi solo
colla fuga, ma caduto in mano de' Romani, fu da lì a poco levato di
vita. Restò schiava la maggior parte dei suoi, che a guisa di vili
pecore erano sì per poco venduti, che con uno scudo d'oro se ne
comperava un branco. E questo fine ebbero i passi e le minaccie di
quest'altro re barbaro con ammirazione di tutti. Ma ben diversamente
Zosimo, storico[1249] greco de' medesimi tempi, racconta quel fatto. Se
a lui crediamo, Stilicone, con poderoso esercito di trenta legioni
romane e colle truppe ausiliarie, all'improvviso assalì que' Barbari, e
passò a fil di spada l'immensa lor moltitudine, a riserva di pochi che
rimasero schiavi: del che egli riportò le lodi ed acclamazioni di tutta
l'Italia.

Si dee anche aggiugnere una particolarità degna di memoria, che Paolino,
scrittore contemporaneo della vita di sant'Ambrosio, ci ha
conservata[1250]. Aveva il santo arcivescovo promesso di visitar spesso
i Fiorentini suoi cari. Ora _nel tempo che Radagaiso_ (son parole da me
volgarizzate di Paolino) _assediava la stessa città di Firenze,
trovandosi quei cittadini come disperati, il santo prelato_ (che
nell'anno 397 avea terminati i suoi giorni) _apparve in sogno ad uno di
essi, e gli promise nel dì seguente la liberazione: cosa che da lui
riferita ai cittadini, li riempiè di coraggio. In fatti nel giorno
appresso, arrivato che fu Stilicone, allora conte, coll'esercito suo, si
riportò vittoria de' nemici. Questa notizia l'ho io avuta da Pansofia
piissima donna._ Tali parole suppliranno a quanto manca nel racconto di
Paolo Orosio. Fa menzione eziandio sant'Agostino[1251] di quel gran
fatto, con iscrivere che _Radagaiso in un sol giorno con tanta prestezza
fu sconfitto, che senz'essere non dirò morto, ma neppur ferito uno de'
Romani, restò il di lui esercito, che era di più di centomila persone,
abbattuto, ed egli poco dopo preso co' figliuoli e tagliato a pezzi_.
Dice ancora in uno de' suoi sermoni[1252], che _Radagaiso fu vinto
coll'aiuto di Dio in maravigliosa maniera_. Prospero[1253] notò che il
grande esercito di Radagaiso era diviso in tre parti, e però più facile
riuscì il superarlo. Non ci maraviglieremmo di questa diversità di
relazioni, se non fossimo anche oggidì avvezzi a udir delle battaglie
descritte con troppo gran divario da chi le riferisce. Vien rapportata
dal cardinal Baronio, dal Petativo, dal Gotofredo e da altri non pochi
questa insigne vittoria all'anno susseguente 406, nel quale veramente
Marcellino conte istorico la mette. Ma, secondochè osservarono il
Sigonio e il Pagi, si ha essa da riferire all'anno presente, in cui vien
raccontata da Prospero nella sua Cronaca e da Isidoro in quella de'
Goti. E di questa verità ci assicura san Paolino vescovo di Nola, che
recitando a dì 14 di gennaio dell'anno 406 il suo poema XIII in onore di
san Felice, che io diedi alla luce[1254], scrive, restituita la pace, e
sconfitti i Goti che già vicini minacciavano Roma stessa. Ecco le sue
parole:

    _Candida pax laetum grata vice temporis annum_
    _Post hyemes actas tranquillo lamine ducit, ec._

Aggiugne che i santi aveano impetrata da Dio la conservazione
dell'imperio romano.

    _Instantesque Getas ipsis jam faucibus Urbis._
    _Pellere, et exitium, seu vincula vertere in ipsos,_
    _Qui minitabantur romanis ultima regnis._

Finalmente che s'era in ciò mirata la potenza di Cristo:

    _.... mactatis pariter cum Rege profano_
    _Hostibus._

Dalle quali parole, conformi ancora a quelle di Prospero nella Cronica,
intendiamo non sussistere l'asserzion di Orosio che ci rappresentò
seguita quella vittoria senza verun combattimento e senza strage de'
Barbari. Il Sigonio[1255] saggiamente immaginò che la battaglia seguisse
sotto Fiorenza, e che, ritiratosi Radagaiso con gli avanzi dell'esercito
nei monti di Fiesole, fosse poi dalla fame forzato a rendersi. Fiorivano
specialmente in questi tempi san _Girolamo_ in Palestina,
sant'_Agostino_ in Africa, san _Prudenzio_ poeta in Ispagna, e san
_Giovanni Grisostomo_ esiliato nell'Armenia, oltre ad altri santi e
scrittori. Ma era infestata la Chiesa di Dio dai Donatisti eretici
nell'Africa, e da Pelagio e Celestio e da Vigilanzio, altri eretici in
Italia e nelle Gallie.

NOTE:

[1248] Gothofr., Chron. Cod. Theodos.

[1249] Zosimus, lib. 5, cap. 26.

[1250] Paulin., Vit. S. Ambros.

[1251] S. August., lib. 5 de Civit. Dei, cap. 23.

[1252] Idem, Serm. 29 in Lucam.

[1253] Prosper, in Chron.

[1254] Anecdot. Latin. Tom. I.

[1255] Sigonius, de Regno Occident., lib. 10.



    Anno di CRISTO CDVI. Indizione IV.

    INNOCENZO papa 6.
    ARCADIO imperad. 24 e 12.
    ONORIO imperad. 14 e 12.
    TEODOSIO II imperadore 5.

_Consoli_

ARCADIO AUGUSTO per la sesta volta ed ANICIO PROBO.


Per la memorabil vittoria riportata contra dei Goti fu innalzato in
quest'anno un arco trionfale in Roma con istatue agl'imperadori allora
viventi, cioè ad Arcadio, Onorio e Teodosio II, figliuolo d'esso
Arcadio, siccome si raccoglie da un'iscrizione presso il Grutero[1256],
la quale, quantunque mancante, pare nondimeno che riguardi il tempo di
quella felice avventura. A Stilicone ancora in riconoscimento del valore
fu innalzata una statua di rame ed argento nella stessa città dal popolo
romano, per cura di _Flavio Pisidio Romolo prefetto di Roma_. Ne
rapporta il suddetto Grutero l'iscrizione[1257]. Seguitò intanto
l'imperadore Onorio a soggiornare in Ravenna, e quivi pubblicò una legge
riferita nel Codice Teodosiano[1258], in cui ordinava a _Longiniano_
prefetto del pretorio di esaminare se i commissari inviati ne' cinque
anni addietro per le provincie, affine di regolar le pubbliche imposte,
aveano soddisfatto al loro dovere; e di gastigare, se erano stati
negligenti, e molto più se avessero fatte delle estorsioni ai popoli.
Convien poi dire che non fossero cessati i pubblici timori e malanni,
perchè in questo anno medesimo a nome di tutti tre gli Augusti uscì
fuori un editto nel mese di aprile, col quale comandavano di prendere
l'armi per amore della patria, non solamente alle persone libere atte
alle medesime, ma eziandio agli schiavi, ai quali vien promessa la
libertà se si arroleranno, giacchè alla sola gente libera era tuttavia
permessa la milizia. Nella legge seguente ancora si promette un buon
soldo a chiunque verrà ad arrolarsi. Queste leggi han fatto credere al
Baronio e al Gotofredo che tante premure di Onorio per aumentare le
armate procedessero dall'irruzione di Radagaiso, la cui guerra perciò
essi riferiscono al presente anno. Ma altre cagioni mossero Onorio
Augusto a procurar l'accrescimento delle sue truppe. Per attestato di
Zosimo storico[1259], Stilicone, prima eziandio che Radagaiso entrasse
in Italia, menava delle trame segrete con Alarico re de' Goti, che s'era
ritirato verso il Danubio per essere fiancheggiato da lui, giacchè
nudriva il disegno di assalire l'Illirico e levarlo ad Arcadio, tra il
quale ed Onorio suo fratello sempre furonvi gare e gelosie, e non mai
buona amicizia. Durava tuttavia questo trattato di Stilicone, dappoichè
terminata fu la scena di Radagaiso. Oltre a ciò, in questo medesimo anno
bolliva un gran moto ne' Vandali, Svevi ed Alani, e s'udiva preparato da
loro un potentissimo esercito, con timore che questo nuovo torrente
venisse a scaricarsi anch'esso sopra la misera Italia. Ma avendo i
suddetti Barbari presente la mala fortuna di Alarico e di Radagaiso in
queste contrade, rivolsero la rabbia loro contro le Gallie, e passati
dal Danubio al Reno, opponendosi indarno i Franchi al loro passaggio,
entrarono in quelle provincie, e quivi fissarono il piede. Nè loro fu
difficile, perchè Stilicone, come dicemmo, per l'antecedente guerra
d'Italia, avea ritirate tutte quelle legioni, che la saviezza de' Romani
teneva sempre ai confini tra la Gallia e la Germania. Testimonii di
questa invasione fatta dai Barbari nelle Gallie in quest'anno, abbiamo
Prospero Tirone, Paolo Orosio e Cassiodoro. Però, senza ricorrere alla
guerra di Radagaiso, la storia ci somministra assai lumi per intendere
onde nascesse il bisogno di nuove e maggiori forze ad Onorio a fine di
rimediare, per quanto si poteva, ai disordini ed alle rovine del
vacillante imperio. Se crediamo ad un antico scrittore citato da Adriano
Valesio[1260], _Godigisclo_ re de' Vandali fu assalito nel suo viaggio
alla volta delle Gallie dai Franchi, popoli allora della Germania, e nel
combattimento lasciò la vita con circa venti mila de' suoi. Accorsi
poscia gli Alani, salvarono il resto di quella gente; ed uniti poscia
insieme, al dispetto de' Franchi, passarono il Reno, e sul fine di
quest'anno entrarono nelle Gallie. _Gunderico_ allora divenne re dei
Vandali. Certo è, per attestato ancora di san Girolamo[1261], che
costoro presero dipoi e distrussero Magonza, metropoli allora della
Germania prima, e dopo lungo assedio s'impadronirono di Vormazia, e la
spianarono. Ridussero eziandio in loro potere Argentina, Rems, Amiens,
Arras ed altre città di quella provincia. E di qui ebbe principio una
catena d'altre maggiori disavventure del romano imperio, siccome andremo
vedendo.

NOTE:

[1256] Gruter., pag. 287, n. 1.

[1257] Idem, pag. 412, n. 4.

[1258] L. 8, cod. Theod. tit. 11, lib. 10.

[1259] Zosimus, lib. 5, cap. 26 et seq.

[1260] Valesius, Hist. Franc., lib. 2, cap. 9.

[1261] Hieron., in Epist. ad Ageroch.



    Anno di CRISTO CDVII. Indiz. V.

    INNOCENZO papa 7.
    ARCADIO imperadore 25 e 13.
    ONORIO imperadore 15 e 13.
    TEODOSIO II imperadore 6.

_Consoli_

ONORIO AUGUSTO per la settima volta, e TEODOSIO AUGUSTO per la seconda.


Una legge del Codice Teodosiano ci avvisa essere stato prefetto di Roma
in quest'anno _Epifanio_. Zosimo storico[1262] quegli è che narra, come
Stilicone con istrana politica, in vece di pensare a reprimere i Barbari
entrati nelle Gallie, facea de' gran preparamenti in quest'anno per
assalire e torre ad Arcadio Augusto l'Illirico, ch'egli meditava di
unire all'imperio occidentale di Onorio. Se l'intendeva egli
segretamente con Alarico, e costui doveva anch'esso accorrere colle sue
forze alla meditata impresa. Ma rimase sturbato l'affare, perchè corse
voce che Alarico avea terminato con la vita ogni pensiero di guerra: e
gran tempo ci volle per accertarsi della sussistenza di tal nuova, che
in fine si scoprì falsa. Accadde inoltre che vennero avvisi ad Onorio
come s'era sollevato l'esercito romano nella Bretagna, con avere eletto
imperadore _Marco_, il quale in breve restò ucciso, e poscia _Graziano_,
anche esso da lì a pochi mesi estinto; e finalmente _Costantino_, il
quale tuttochè fosse persona di niun merito, pure perchè portava quel
glorioso nome, fu creduto a proposito per sostenere quell'eccelsa
dignità. O sia che l'esercito britannico giudicasse necessario un
Augusto presente in quelle parti, e in tempi tanto disastrosi per
l'entrata dei Barbari nelle Gallie, che minacciavano anche la stessa
Bretagna, senza speranza di soccorso dalla parte di Roma; oppure che
niuna paura e soggezione si mettessero di Onorio, imperadore lontano e
dappoco; giunsero coloro a questa risoluzione, che fece sventare i
disegni di Stilicone contra l'imperio orientale di Arcadio. Nè si fermò
nella Bretagna sola questo temporale. Il tiranno Costantino, raunate
quante navi e forze potè delle milizie romane e della gioventù della
Bretagna, passò nelle Gallie, prese la città di Bologna, tirò a sè le
truppe romane, ch'erano sparse per esse Gallie, e stese il suo dominio
fino alle Alpi che dividono l'Italia dalla Gallia. Probabilmente faceva
egli valere per pretesto della sua venuta la necessità di opporsi ai
Barbari; ma intanto egli ad altro non pensava che ad assoggettarsi le
Gallie stesse, lasciando che i Barbari proseguissero le stragi, i
saccheggi e le conquiste nella Belgica e nell'Aquitania, provincie
allora le più belle e ricche di quelle parti.

Mosso da sì funesti avvisi Onorio imperadore, si trasferì da Ravenna a
Roma, per trattar ivi col suocero Stilicone dei mezzi opportuni a fin di
reprimere il tiranno, ed arrestar i progressi de' Barbari. Se nondimeno
vogliam qui fidarsi del mentovato Zosimo, Onorio molto prima era giunto
a Roma, dove ricevette le nuove de' rumori della Bretagna e Gallia,
richiamato a sè Stilicone, il quale in Ravenna stava preparando l'armata
navale colla mira di passar nell'Illirico. Non credette Stilicone utile
a' suoi interessi disegni, tuttochè fosse maestro dell'una e dell'altra
milizia, o sia generalissimo dell'imperadore, d'assumer egli
quell'impresa. Fu perciò risoluto di spedire nella Gallia Saro[1263],
ch'era bensì Barbaro e Goto di nascita, ma uomo di gran valore, e che
fedelmente in addietro avea servito nelle armate romane. Giunto costui
nelle Gallie con quelle truppe che potè condur seco, si azzuffò con
Giustino (chiamato Giustiniano da Zosimo) generale di Costantino
tiranno; l'uccise, e con esso lui la maggior parte delle soldatesche
ch'egli conduceva. Essendo venuto Nevigaste, altro generale di
Costantino, a trovarlo per trattar di pace, Saro la fece da barbaro,
perchè gli levò, contro la fede datagli, la vita. Erasi ritirato
Costantino in Valenza, città ora del Delfinato. Saro quivi l'assediò; ma
dopo sette giorni, udito che venivano a trovarlo due altri generali di
Costantino, cioè Ebominco di nazione Franco, e Geronzio oriondo della
Bretagna, con forze di lunga mano superiori alle sue, sciolse l'assedio
con ritirarsi verso l'Italia. Ebbe anche fatica a salvarsi, perchè
inseguito dai nemici; e al passaggio dell'Alpi gli convenne cedere tutto
il bottino fatto in quella guerra ai Bacaudi, rustici che erano da gran
tempo sollevati contra gli esattori dei tributi romani. Di questo buon
successo si prevalse Costantino per ben munire i passi che dall'Italia
conducono nelle Gallie. Non si sa se prima o dopo quest'impresa
Costantino volgesse le sue armi contra dei Barbari entrati nelle Gallie
suddette. Attesta Zosimo ch'egli diede loro una gran rotta, e che se gli
avesse perseguitati, non ne restava alcuno in vita, e però essi ebbero
tempo di rimettersi, e coll'unione d'altri Barbari tornarono ad esser
forti al pari di Costantino. Ma Zosimo s'inganna in iscrivendo che
Costantino mise presidii al Reno, acciocchè costoro non avessero libera
l'entrata nelle Gallie, essendo certo che già v'erano entrati, e non ne
uscirono per questo. Paolo Orosio[1264] notò che Costantino si lasciò
più volte ingannare dai Barbari con dei falsi accordi, perlochè riuscì
piuttosto nocivo che utile all'imperio. Spedì egli poscia due volte
_Costante_ suo figliuolo, che dianzi era monaco, in Ispagna, dove fece
prigionieri i parenti di Teodosio il Grande padre del medesimo Onorio
Augusto e trasse dalla sua gli eserciti romani che erano in quelle
parti. Ma disgustato _Geronzio_ suo generale, accrebbe i guai, perchè si
rivoltò contra di lui, e se l'intese coi Barbari, con essere dipoi
cagione che molti popoli delle Gallie e della Bretagna si ribellarono
all'imperio romano, e si misero in libertà, senza ubbidir più nè ad
Onorio nè a Costantino. Ho recitato in un fiato tutti questi avvenimenti
sotto il presente anno, quantunque alcuni d'essi appartengano anche ai
susseguenti. Onorio in questo mentre dimorando in Roma non era tanto
occupato dai pensieri della guerra che non pensasse al rimedio dei
disordini della Chiesa. Però pubblicò varie leggi che si leggono nel
Codice Teodosiano, contro i pagani e contro gli eretici donatisti,
manichei, frigiani e priscillianisti. Mancò di vita a dì 14 di settembre
in quest'anno quel grande ornamento della Grecia, ed incomparabile sacro
oratore della Chiesa di Dio, _san Giovanni Grisostomo_, essendo morto
dopo tanti travagli nell'esilio, dove la persecuzion de' suoi emuli
l'aveva spinto.

NOTE:

[1262] Zosimus, lib. 6, cap. 2.

[1263] Zosimus, lib. 6, cap. 2.

[1264] Orosius, lib. 7, cap. 40.



    Anno di CRISTO CDVIII. Indiz. VI.

    INNOCENZO papa 8.
    ONORIO imperadore 16 e 14.
    TEODOSIO imperadore 7 e 1.

_Consoli_

ANICIO BASSO e FLAVIO FILIPPO.


Noi troviamo in una legge del Codice Teodosiano prefetto di Roma nel
presente anno _Ilario_. Zosimo[1265] parla di _Pompeiano_, come prefetto
d'essa città in questi tempi. Diede fine a' suoi giorni _Arcadio_
imperadore d'Oriente nel dì primo di maggio di questo anno, per
attestato di Socrate[1266] e d'altri storici. Da alcuni nondimeno è
differita la sua morte fino al settembre. Ma non veggendosi legge alcuna
di lui, che passi oltre l'aprile, più probabile si rende la prima
opinione. Era egli in età d'anni trentuno, e però universale fu la
credenza de' Cristiani che Dio troncasse così presto il filo della sua
vita, in pena dell'ingiusta persecuzione fatta ad uno dei più insigni
padri della Chiesa cattolica, cioè a san Giovanni Grisostomo. Le
dissensioni passate fra lui e l'imperadore Onorio suo fratello in
addietro gli fecero temere che non fosse ben sicuro nella succession
dell'imperio l'unico suo figliuolo ed erede _Teodosio II_, alcuni anni
prima dichiarato imperadore, perchè fanciullo che appena aveva compiuto
l'anno ottavo di sua vita. Prese dunque una risoluzion, che parve strana
a molti, ma che col tempo riuscì utilissima, cioè di raccomandarlo nel
suo testamento alla protezion d'_Isdegarde re di Persia_, pagano, con
pregarlo di assumere la tutela del figliuolo. Trovò Isdegarde, principe
di grande animo, per quanto narra Procopio[1267], degna di tutta la sua
corrispondenza la confidenza a lui mostrata da Arcadio; e però non mancò
di sostenere gl'interessi del giovinetto Augusto, con far sapere la sua
mente e protezione all'imperadore Onorio: il che bastò a farlo stare in
dovere da lì innanzi. Inviò ancora a Costantinopoli, per aio di
Teodosio, Antemio, personaggio egregio pel sapere e per i costumi, e
mantenne da lì innanzi una buona pace col greco imperio, non senza
vantaggio della cristiana religione, che sulle prime per tal via
s'introdusse e dilatò nella Persia. Ma da lì a pochi anni Isdegarde, ad
istigazione de' magi, mosse una fiera persecuzione ai medesimi Cristiani
del suo paese, con riportarne in tal congiuntura assaissimi di essi la
corona del martirio. Era già passata al paese de' più _Maria_
imperadrice, moglie di Onorio imperadore[1268], e figliuola di Stilicone
e di Serena, nata da Onorio fratello di Teodosio il Grande. Se si ha da
prestar fede a Zosimo[1269], Onorio desiderò d'aver per moglie
_Termanzia_, altra figliuola di esso Stilicone e di Serena. Pareva che
non acconsentisse a tali nozze Stilicone; ma Serena fece premura per
effettuarle, quantunque la fanciulla per la sua puerile età non fosse
atta al matrimonio; ed in fatti si celebrarono le nozze, senza che noi
sappiamo se v'intervenisse dispensa alcuna per parte d'Innocenzo papa.
Verisimilmente ancor qui Stilicone attese a fare il suo giuoco. Avea
data la prima figliuola sì tenera d'età ad Onorio, che non giunse mai a
toccarla, ed ella si morì vergine. Lo stesso fu fatto di quest'altra,
sperando forse Stilicone che accadendo la morte di Onorio senza
figliuoli, Eucherio suo figliuolo potesse succedergli nell'imperio. Nè
Zosimo tacque una voce che allora correa, cioè aver Serena, per mezzo
d'una strega, concio in maniera Onorio, che non fosse abile alle
funzioni matrimoniali. Anche Filostorgio[1270] storico riferisce questa
non so se vera o falsa diceria.

In questi giorni, per testimonianza del suddetto Zosimo, _Alarico_ re o
sia condottiere de' Goti, con grosso esercito passò dalla Pannonia nel
Norico, ed arrivò fino ad Emona, città poco distante da Giulio Carnico.
Di là inviò legati ad Onorio Augusto, soggiornante allora in Ravenna, a
titolo di crediti da lui pretesi, con essersi fermato nell'Epiro a
requisizione di esso Stilicone, allorchè segretamente meditavano di
muover guerra ad Arcadio per occupare l'Illirico. Richiedeva eziandio
che gli fossero pagate le spese occorse nel venire a condurre l'esercito
sino nel Norico. Stilicone, lasciati i legati in Ravenna, volò a Roma
per trattare coll'imperadore e col senato di questa dimanda, che
probabilmente fu accompagnata dalle minacce. La maggior parte de'
senatori inclinava alla guerra contro il Barbaro, come partito più
glorioso. Stilicone con pochi sosteneva quel della pace, e cavò fuori le
lettere di Onorio, per le quali appariva essersi Alarico d'ordine di lui
trattenuto nell'Epiro per far la guerra ad Arcadio, la quale non s'era
poi intrapresa per ordini in contrario venuti dallo stesso Onorio. Il
senato, mostrandosi persuaso di queste ragioni, ma più per timore di
Stilicone, gli accordò, per aver pace, il pagamento di quattro mila
libbre d'oro, non so se di peso o pure di 84 denari d'oro l'una[1271]:
nè vi fu se non _Lampadio_, nobil senatore, che altamente disse: _Questa
non è una pace, ma un patto di servitù per noi_. Dopo le quali libere
parole si ritirò in chiesa, apprendendo l'ira di Stilicone. E di qui
ebbe principio la disavventura e caduta del medesimo Stilicone, avendo
tutti declamato contra di lui, come fautore de' Barbari in pregiudizio
dell'imperio. Determinò Onorio di poi di passar a Ravenna, per dar la
mostra all'esercito ivi preparato. Stilicone, a cui non doveano essere
ignoti i lamenti de' Romani, e i mali uffizii che faceano contra di lui,
si studiò d'impedire quel viaggio, avendo insino fatto svegliare un
tumulto in Ravenna da Saro, capitano de' Barbari che erano al soldo de'
Romani, per intimidire Onorio. Ma non per questo ristette l'imperadore,
e sen venne fino a Bologna. Quivi nacque fra lui e Stilicone una
controversia. Già era venuta la nuova della morte seguita
dell'imperadore Arcadio, e Stilicone disegnava di passar in persona a
Costantinopoli per dare assetto agli affari del fanciullo Teodosio
Augusto. Anche Onorio si lasciò intendere d'aver disegnato il medesimo
viaggio per procurar la sicurezza del nipote. Stilicone impontò; e
mostrata la necessità che vi era della presenza d'Onorio in Italia per
provvedere ai bisogni della Gallia occupata da Costantino e per tenere
d'occhio il barbaro ed infido Alarico vicino all'Italia con sì copioso
esercito, tanto disse, che Onorio depose quel pensiero, ed egli
s'allestì per prendere il cammino alla volta dell'Oriente.

Ma passato che fu Onorio da Bologna a Pavia, non si vide che Stilicone
eseguisse punto quello che avea promesso. Questo servì a' suoi emuli per
maggiormente screditarlo presso l'imperadore con aggiugnere, per lo
contrario, che se Stilicone passava in Oriente, era per levar di vita il
fanciullo Augusto, e mettere la corona dell'imperio orientale in capo ad
Eucherio suo figliuolo. Fra gli altri _Olimpio_[1272], uno degli
uffiziali palatini, quegli fu che principalmente, durante il viaggio
d'Onorio a Pavia, venne creduto che non d'altro gli parlasse che de'
cattivi disegni di Stilicone, non senza ingratitudine verso di lui che
l'avea cotanto esaltato nella corte. Lo narra anche Olimpiodoro storico
presso di Fozio[1273]. Giunto che fu Onorio in Pavia, si fece vedere
all'esercito ivi preparato per passare contra Costantino tiranno nelle
Gallie. Ma eccoli sollevarsi quelle milizie, istigate, se è vero ciò che
ne riferisce Zosimo, dal suddetto Olimpio, con tagliare furiosamente a
pezzi tutti gli uffiziali o di corte o della milizia, creduti partigiani
o complici di Stilicone. Fra questi furono _Limenio_, già prefetto del
pretorio nella Gallia; _Cariobaude_ dianzi generale dell'armata in essa
Gallia, che s'erano salvati dalle mani del tiranno Costantino[1274];
_Vincenzo_ generale della cavalleria, e _Salvio_ conte della scuola dei
domestici; ed altri non pochi magistrati, senza perdonare neppure a
Longiniano prefetto del pretorio d'Italia. Durò gran fatica Onorio a
frenare il pazzo e crudel moto di costoro, e si trovò egli stesso in
grave pericolo. All'avviso di questa sedizione spaventato Stilicone, che
trovavasi allora in Bologna, non sapeva a qual risoluzione appigliarsi.
Saro, capitano di que' Barbari[1275] che militavano al soldo
dell'imperadore, una notte uccise tutti gli Unni che stavano alla
guardia di lui, in maniera che egli stimò bene di scapparsene a Ravenna.
Olimpio intanto avendo guadagnato affatto l'animo d'Onorio Augusto,
l'indusse a scrivere allo esercito di Ravenna, che si assicurassero
della persona di Stilicone. Il che inteso da lui, si ritirò la notte in
chiesa. Fatto giorno, i soldati entrati in essa chiesa, alla presenza
del vescovo con giuramento attestarono, altro ordine non essere stato
loro dato, che di metterlo sotto buona guardia, salva la di lui vita. Ma
uscito che fu della franchigia, l'uffiziale che aveva esibito il primo
ordine, ne sfoderò un altro di ammazzarlo a cagione dei suoi misfatti.
Si misero in procinto i Barbari e famigliari suoi di liberarlo; ma egli
avendo comandato loro di desistere, coraggiosamente si lasciò uccidere
da Eracliano, che da lì a non molto fu ricompensato colla prefettura
dell'Africa. E tal fine ebbe a dì 25 d'agosto Stilicone, per tanti anni
arbitro dell'imperio e degli eserciti romani, e glorioso per le vittorie
da lui riportate. Mille delitti gli furono apposti dopo morte. I più
rilevanti erano che egli con ambiziosi disegni aspirasse all'imperio
d'Oriente, ed anche d'Occidente, o per sè o per suo figliuolo, meditando
perciò e manipolando la morte degli Augusti; e che trattenesse in danno
dell'imperio romano segrete amicizie e trame con Alarico e con gli altri
Barbari a fine di profittarne per le sue segrete mire. Noi sappiamo che
quantunque cristiano (almeno in apparenza) egli era odiato da'
Cristiani, forse perchè favoriva non poco i pagani. Fu creduto che lo
stesso Eucherio suo figliuolo professasse tutte le loro superstizioni,
con aver anche promesso, se giugneva all'imperio, di riaprire i lor
templi. Per questo probabilmente Zosimo ed Olimpiodoro, storici pagani,
assai favorevolmente parlano di lui, e sparlano forte di Olimpio, uomo
cattolico, che tanto si adoperò per la sua rovina. Tuttavia
Rutilio[1276], poeta anch'esso pagano di que' tempi, anch'egli si mostra
persuaso delle cabale e dei disegni ambiziosi di Stilicone. Ma egli è
ben facile che fra tanti delitti a lui apposti, più d'uno se ne contasse
che non avea sussistenza. E certamente allorchè s'ode Paolo Orosio,
Marcellino conte, Prospero ed altri scrittori attribuire a lui la
chiamata de' Vandali, Alani e Svevi, per invadere le Gallie, non par
facile d'accordo questa partita coll'altre che si contano de' disegni
della sua ambizione in favore del figliuolo. Se si fosse lasciato luogo
a Stilicone di far le sue difese, avrebbe forse giustificato molte sue
azioni, che al volgo pareano malfatte e condotte dalla malizia, ma
poterono essere necessità per bene dello Stato. E tanti uffiziali
insigni trucidati in Pavia, si può egli credere che tutti fossero
colpevoli e degni di morte? Per altro non è da maravigliarsi se Onorio
Augusto si lasciasse indurre a decretar la morte di un suocero che
l'avea fin allora mantenuto sul trono contra tanti sforzi de' Barbari.
Egli era un buon principe, ma non di grande animo. È una pensione di
questi tali l'essere o il diventar facilmente sospettosi e crudeli. Si
aggiunse inoltre la grave spinta che gli diedero gli emuli e nimici di
Stilicone, i quali mai non mancano a chi siede in alto, e per lungo
tempo vi siede.

Dopo la morte di Stilicone furono confiscati tutti i suoi beni, e quegli
ancora de' suoi creduti partigiani, uccisi nella sedizion di Pavia, o
pure fuggiti e banditi. Egli, dichiarato nemico pubblico e traditore;
atterrate tutte le statue, e cancellate tutte le memorie di lui.
_Termanzia_, sua figliuola, già sposata ad Onorio Augusto, fu rimandata
vergine a casa, e consegnata a Serena sua madre. Se crediamo alla
Cronica d'Alessandria[1277], questa infelice fanciulla finì anch'ella di
vivere nell'anno 415. Furono inoltre levati via dai lidi e dai porti le
guardie che Stilicone vi tenea, perchè impedivano il commercio, con
aggiugnere ancor questo agli altri suoi delitti, pretendendosi ciò
fatto, affinchè niuno degli Orientali potesse sbarcare in Italia. Si
raccolgono tali notizie dalle leggi pubblicate in quest'anno e riferite
nel Codice Teodosiano[1278]. Ed altre ivi pure si leggono contro i
pagani e donatisti d'Africa, i quali pretendeano fatte da Stilicone, e
non già dall'imperadore Onorio, alcune leggi contra di loro. Escluse
egli dal palazzo chiunque non era cattolico e non seguitava la religione
del principe. E per cattivarsi l'animo de' popoli, abolì un'imposta di
grano e di danaro, che dianzi si pagava per i terreni. _Olimpio_, autore
della rovina di Stilicone, creato dipoi maggiordomo della corte cesarea,
seppe ben profittarne, con rendersi egli padrone dello spirito di
Onorio, e regolar da lì innanzi tutti i negozii del principe, e
dispensar le cariche ai suoi partigiani. Scrive Zosimo[1279] che per
ordine suo furono carcerati varii familiari del morto Stilicone, e fra
gli altri Deuterio mastro di camera dell'imperadore, e Pietro tribuno
della scuola de' notai. Messi ai tormenti, perchè rivelassero se
Stilicone avesse affettato l'imperio, niuno si trovò che somministrasse
lumi di questo preteso tradimento. Inoltre fu deputato Eliocrate,
fiscale in Roma, per unire al fisco i beni di tutti coloro che avessero
ottenuto dei magistrati al tempo di Stilicone. Tutto in somma era in
confusione e tempesta. E a questi malanni s'aggiunse che i soldati
romani, per pescare anche essi nel torbido della repubblica, dovunque
trovarono nelle città mogli e figliuoli de' Barbari collegati e al soldo
dell'imperio, gli uccisero, e saccheggiarono i loro beni: il che fu
cagione che irritati quei Barbari, più di trentamila d'essi andarono ad
unirsi con Alarico.

Seguitava tuttavia a stare esso Alarico alle porte d'Italia, osservando
le tragedie romane, senza nondimeno voler guerra coll'imperadore, e
senza violar la tregua stabilita vivente Stilicone. Inviò ambasciatori
ad Onorio, esibendo la pace, purchè gli fosse pagata una gran somma di
danaro. Non è ben certo se gli fosse sborsata la già promessa quand'era
vivo Stilicone. Sembra nondimeno che Olimpiodoro presso Fozio[1280]
asserisca già seguito quel pagamento. Esibì ancora Alarico di dare
ostaggi ad Onorio per la continuazion della pace, e di ritirarsi poi dal
Norico nella Pannonia. Nulla volle farne l'imperadore, e rimandò carichi
di sole parole i legati. Vien egli qui accusato da Zosimo storico[1281],
perchè con qualche sborso di danaro non istudiasse di differir la guerra
per mettersi in miglior stato di difesa; e se pur voleva la guerra,
perchè non fu sollecito ad unir le legioni romane, con formare un
esercito capace di contrastar gli avanzamenti di Alarico. Il biasima
ancora, perchè non desse il comando dell'armata a Saro, bravo capitan
de' Barbari, e già provato, come di sopra dicemmo; ed in sua vece
eleggesse per condottiere della cavalleria Turpillione, e della fanteria
_Varane_ (forse quello stesso che fu dipoi console nell'anno 410), e
_Vigilanzio_ dei domestici, ossia delle guardie del corpo, personaggi
fatti apposta per accrescere l'ardire ai Barbari, e il terrore ai
Romani. Ma Onorio non si dovette fidare di Saro, perchè barbaro e
pagano. Forse troppo si fidò di Olimpio, divenuto suo favorito, ne'
consigli del quale aveva egli riposta la sua speranza. Ora Alarico,
preso il pretesto di vedersi negate le paghe, e per vendetta ancora di
Stilicone, per quanto scrive Olimpiodoro, cominciò la guerra. E perchè
meditava di gran cose, ordinò con sue lettere ad _Ataulfo_, fratello di
sua moglie, che dalla Pannonia menasse quanti Unni e Goti potesse. Poi,
senza aspettarlo, diede la marcia alla sua armata, ridendosi dei
praparamenti di Onorio. Si lasciò indietro Aquileia, Concordia ed
Altino, e, senza trovare opposizione alcuna, passò il Po a Cremona, e
per Bologna venne a Rimini, e di là pel Piceno alla volta di Roma,
saccheggiando quante terre e castella trovò per via. Poco mancò che non
cadesse nelle mani dei suoi Eucherio figliuolo di Stilicone, nel mentre
che per ordine di Onorio era condotto a Roma da Arsacio e Terenzio
eunuchi. Dopo la morte del padre era questi fuggito a Roma, e protetto
dai Barbari collegati ed amici di Stilicone, si nascose e salvò in una
chiesa. Scoperto infine, ne fu per forza tratto, e probabilmente per
riverenza alla franchigia gli fu promessa la vita. Forse fu di poi
condotto a Ravenna, dove dimorava l'imperadore, il quale non si sa
perchè in questi torbidi il rimandò a Roma, dove o per comandamento di
lui, o perchè s'appressavano colà le genti di Alarico, ebbe un fine
eguale a quello del padre.

Giunse Alarico sotto Roma, e la strinse d'assedio. Allora fu che nel
senato si sollevarono sospetti contra di _Serena_ già moglie di
Stilicone, quasichè ad istigazione sua i Barbari fossero venuti contro
ad essa città. E bastarono tali sospetti al senato per decretar la morte
di questa infelice, probabilmente innocente di simile attentato. Ad un
tale decreto consentì anche _Placida_ sorella dell'imperadore, ancorchè
Serena fosse sua parente dal lato di padre. La sentenza fu eseguita, e
Zosimo pagano[1282] si figurò costei punita dagli dii della gentilità
per aver tolta a Rea madre degli dii una collana di gran valore; ma ella
potea ben avere senza questo falso misfatto degli altri delitti, per i
quali Iddio volle gastigarla quaggiù. Si credevano i Romani che tolta di
mezzo Serena, dovessero i Barbari andarsene con Dio. Ma si chiarirono
ben presto dei loro vani supposti. Più che mai Alarico seguitò ad
angustiare la città, e ad affamarla con impedire l'introduzion dei
viveri sì pel fiume, come per terra, e crebbe talmente la fame, che si
tirò dietro una fiera mortalità di popolo. Allora il senato determinò di
spedir deputati a trattare d'accordo col generale degli assedianti,
perchè erano tuttavia in dubbio se si trovasse ivi Alarico in persona.
Data questa incumbenza a _Basilio_, già presidente della Spagna,
spagnuolo di nascita, e a _Giovanni_, già preposto de' notai
palatini[1283], presentatisi costoro ad Alarico, proposero la concordia;
e per sostenere il decoro, si lasciarono scappare una bravata, con dire
che il popolo romano era anche pronto per una battaglia. Alarico
sogghignando rispose: _Anche il fieno folto si taglia più facilmente che
il raro_: colle quali parole mise a riso tutti gli astanti. Proruppe
poscia il Barbaro in dimande degne di un par suo, cioè che non leverebbe
mai l'assedio, se non gli davano tutto l'oro e l'argento e le
suppellettili preziose della città, e la libertà di tutti gli schiavi
barbari. _Ma e che resterebbe a noi?_ rispose uno dei legati. _Le vite_,
replicò il superbo Alarico. Qui fu chiesta dai legati la licenza di
tornar nella città per trattare con gli assediati, i quali inteso che
quivi era Alarico, e che faceva dimande cotanto esorbitanti, si videro
disperati. Accadde, che venuti o chiamati apposta in Roma alcuni della
Toscana, riferirono d'essersi salvata dai pericoli la città di Narni
coll'avere sacrificato agli dii del gentilesimo. Non vi volle di più,
perchè alcuni dei senatori tuttavia pagani proponessero come cosa
necessaria alla liberazion di Roma quegli empii sagrifizii. Il fatto
vien narrato da Sozomeno[1284] ed anche da Zosimo[1285], che vi aggiugne
una particolarità, unicamente fabbricata dal suo cuore maligno, perchè
pagano: cioè, che _Innocenzo_ papa, consultato sopra di ciò, serrasse
gli occhi, e li lasciasse fare. Ma il fatto grida in contrario: poichè,
per attestato dello stesso Zosimo, niuno de' tanti senatori cristiani
volle intervenire a così abbominevol azione: anzi pare che in effetto
desistessero per questo dal farla, e verisimilmente perchè il pontefice
vi si oppose. Ma quand'anche avessero sagrificato, come sembra supporre
Sozomeno, s'accorsero in breve della vanità di quest'empio rifugio. E
nota il medesimo Sozomeno che i più giudiziosi riguardavano questa
guerra e calamità per un giusto gastigo di Dio, che voleva punire i
tanti peccati di Roma immersa nell'ozio e nel lusso, e tanti ostinati
tuttavia nelle superstizioni del paganesimo. Lo stesso Alarico dicea di
esser mosso da una voce interna che gli andava dicendo di affrettarsi
per l'espugnazion di Roma. Finalmente convenne rimandare ambasciatori ad
Alarico, e capitolare che i Romani gli pagassero cinquemila libbre
d'oro, trentamila d'argento, quattromila giubbe di seta, tremila pelli
tinte in grana, e tremila libbre di pepe. Ma perchè l'erario era
esausto, nè i particolari potevano supplire così in un subito allo
sborso di tanto oro ed argento, si mise mano ai templi de' gentili, con
asportarne le statue d'oro e d'argento, e tutti gli ornamenti preziosi
delle altre: il che viene detestato da Zosimo gentile, e specialmente
per la statua della Fortezza, a cagione della cui perdita i pagani
credettero che dovessero succedere infinite traversie da lì innanzi a
Roma. Pagato il danaro, furono spediti all'imperatore Onorio legati,
pregandolo di consentire alla pace, anzi alla lega con Alarico: al qual
fine aveva anche il Barbaro voluto per ostaggi molti figliuoli de'
nobili romani. Furono da lì innanzi lasciati entrare i viveri in Roma, e
l'esercito nemico si ritirò, col quale s'andarono ad unire circa
quarantamila schiavi barbari, che di giorno in giorno fuggivano di Roma.

Intanto il tiranno Costantino avea fissata la residenza sua in Arles, e
veggendo gli affari dell'imperadore Onorio in pessimo stato[1286],
dichiarò Augusto suo figliuolo _Costante_, a cui dianzi avea conferito
il titolo di _Cesare_[1287]. Inoltre giudicò bene d'inviar ad Onorio
un'ambasceria, che giunta a Ravenna, gli dimandò perdono a nome di
Costantino[1288], con allegare per iscusa la violenza a lui fatta
dall'esercito. Onorio, perchè non potea di meno, e sulla speranza di
salvare la vita a Vereniano e Didimio suoi parenti, condotti prigionieri
di Spagna a Costantino, con trovarsi poi burlato perchè questi già erano
stati trucidati, non solamente fece vista di accettare la scusa, ma
gl'inviò ancora la porpora imperatoria, riconoscendolo per collega
nell'imperio. Probabilmente ciò avvenne nell'anno presente.

NOTE:

[1265] Zos., lib. 5, c. 41.

[1266] Socrates, lib. 6, cap. 23.

[1267] Procop., de Bell. Pers., lib. 1, cap. 2.

[1268] Theoph., in Hist. ad Ann. Alexandr. 406.

[1269] Zosim., lib. 6, cap. 28.

[1270] Philostorg., lib. 12, cap. 2.

[1271] Zosim., lib. 5, cap. 29.

[1272] Zosim., lib. 6, cap. 32.

[1273] Olympiod., apud Photium, pag. 180.

[1274] Sozom., lib. 9, cap. 4. Orosius, lib. 7, cap. 38.

[1275] Zosim., lib. 5, c. 34. Philostorg., lib. 12, c. 3.

[1276] Rutilius, in Itiner., lib. 1.

[1277] Chronicon Alexandrinum.

[1278] Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.

[1279] Zosimus, lib. 5, cap. 35.

[1280] Photius, pag. 181.

[1281] Zosim., lib. 5, cap. 36.

[1282] Zosim., lib. 5, cap. 40.

[1283] Chronicon Alexandrinum.

[1284] Socrat., lib. 9, cap. 6.

[1285] Zosimus, lib. 5, cap. 41.

[1286] Orosius, lib. 7, cap. 40.

[1287] Sozom., lib. 9, cap. 11.

[1288] Zosimus, lib. 5, cap. 43.



    Anno di CRISTO CDIX. Indizione VII.

    INNOCENZO papa 9.
    ONORIO imperad. 17 e 15.
    TEODOSIO II imperad. 8 e 2.

_Consoli_

ONORIO AUGUSTO per l'ottava volta, e TEODOSIO AUGUSTO per la terza.


_Bonosiano_ vien chiamato il prefetto di Roma dell'anno corrente in una
legge del Codice Teodosiano. Quanto si è di sopra narrato della morte di
Stilicone e dell'assedio di Roma vien riferito dal cardinal Baronio, da
Jacopo Gotofredo e da altri nell'anno presente. E sembra certo difficile
che essendo stato ucciso Stilicone verso il fine del precedente agosto,
Alarico, che ne dovette ricevere l'avviso stando fuori d'Italia, potesse
far tanto viaggio, operar tante cose ne' quattro mesi che restavano di
quell'anno. Contuttociò chiaramente narrando Zosimo istorico[1289], che
dopo tali avvenimenti Onorio entrò console per l'ottava volta, e
Teodosio II Augusto per la terza; il che accadde nel principio di
quest'anno; più sicuro è l'appoggiarsi a lui scrittore contemporaneo,
come ha fatto il padre Pagi, che ai moderni. E tanto più perchè, per
attestato del suddetto Zosimo, essendo stati inviati dai Romani, dopo la
liberazion della città, ambasciatori a Ravenna, Onorio Augusto nel
licenziarli levò a Teodoro la dignità di prefetto del pretorio, e la
conferì a Ceciliano, uno di essi legati. Ora nel Codice Teodosiano si
trovano due leggi date in Ravenna nel gennaio del presente anno, ed
indirizzate a Teodoro prefetto tuttavia del pretorio, al quale poi si
vide sostituito nel medesimo grado Ceciliano suddetto, con essere a lui
indirizzate altre leggi date nello stesso gennaio[1290]. Una
specialmente è degna d'essere avvertita perchè testimonio dell'insigne
carità d'Onorio, ordinando egli sotto gravi pene, che ogni domenica i
giudici facciano la visita dei carcerati, per sapere se sieno ben
trattati; e che ai poveri sia somministrato il vitto; e che sopra ciò
vegli lo zelo dei vescovi. S'era anche introdotta dai due Valentiniani
ed altri imperadori cristiani la piissima consuetudine di liberar tutti
i prigioni in onore del santo giorno di Pasqua, a riserva dei rei di
enormi delitti. (Veggasi il codice Teodosiano _de Indulgentia
Criminum_). Il qual rito si osserva tuttavia in assaissimi luoghi della
cristianità, e massimamente in Modena. Furono dunque nel principio di
quest'anno inviati dal senato romano ambasciatori ad Onorio Augusto,
_Ceciliano Attalo_ e _Massimiano_, per pregarlo di approvar la pace, di
cui s'era trattato con Alarico. Uomo timido, e però irresoluto, era
l'imperadore. Non volle dar ostaggi nè acconsentir a varii capi della
capitolazione. Zosimo ne incolpa _Olimpio_ che imbrogliava tutto. Furono
rimandati senza conclusione alcuna; _Ceciliano_ creato prefetto del
pretorio, _Attalo_, sopraintendente al fisco. Ma per difesa di Roma
Onorio spedì a quella volta seimila bravi Dalmatini sotto il comando di
Valente. Parve a questo condottiero vergognosa cosa il guidar quegli
armati per vie disusate, come di nascosto; ma quando meno sel pensava,
li condusse in bocca ad Alarico, il quale gli aspettava, e tutti li fece
prigionieri, a riserva di un centinaio, e dello stesso Valente,
ch'ebbero la fortuna di salvarsi. Attalo fiscale giunto a Roma, avendo
osservato che Eliocrate con troppa piacevolezza si portava nel cercare i
partigiani di Stilicone, e in confiscare i lor beni, il mandò a Ravenna,
dove per questo gran delitto corse pericolo di perdere la vita, se non
si rifugiava in una chiesa. Massimiano, il terzo dei suddetti
ambasciatori, caduto nel ritornare a Roma in mano de' Barbari, fu
ricuperato da Mariniano suo padre con trentamila pezze d'oro.

Cresceva intanto la confusion nel senato e popolo romano tra per le
irresolutezze dell'imperadore, e per aver tuttavia vicino a sè Alarico
minaccioso, e con forze da eseguir le minacce. Però inviarono ad Onorio
altri ambasciatori, tra i quali fu lo stesso Innocenzo papa; ed Alarico
diede lor buona scorta, affinchè andassero sicuri. Dispose Dio in questa
maniera le cose per sottrarre il buon pontefice alla terribil tragedia
che dipoi succedette in Roma, perciocchè egli si fermò da lì innanzi in
Ravenna coll'imperadore. Calò intanto in Italia Ataulfo cognato di
Alarico, conducendo una mediocre armata. Onorio fatti raunar quanti
soldati potè, gl'inviò a contrastargli il passo; e si venne anche ad un
fatto di armi, in cui circa mille cinquecento Goti restarono sul campo,
e solamente diciassette Romani, se pure è da credere. Il rimanente de'
Barbari passò e andò ad unirsi con Alarico[1291]. E fino a questa ora
_Olimpio_ avea comandato a bacchetta nella corte d'Onorio. Seppero gli
eunuchi tanto intronar le orecchie di esso imperadore, rappresentandogli
questo primo ministro come origine di tutti i presenti malanni, che lo
indussero a deporlo. Sotto un principe di testa debole, quando nascono
torbidi, nulla è più facile che il veder di simili scene. Olimpio
temendo di peggio, scappò in Dalmazia. Tornato, non so quando, a Roma, e
ristabilito in qualche uffizio, Costanzo cognato dell'imperadore,
secondochè narra Olimpiodoro[1292], dopo avergli fatto tagliar le
orecchie, il fece anche uscir di vita a forza di bastonate, incolpandolo
di tanti disordini per cagion di lui occorsi all'imperio romano.
_Giovio_, probabilmente pagano di cuore, in suo luogo occupò il
ministero. Era prefetto del pretorio; ebbe anche il titolo di patrizio.
_Attalo_ fu allora creato prefetto di Roma; e seguirono altre mutazioni
nella corte di questo buon Augusto, che tutte per la debolezza del suo
governo tornarono in suo pregiudizio. E perciocchè per le segrete
istigazioni del suddetto Giovio, ammutinati in Ravenna i soldati, più
non vollero per lor capitani Turpillione e Vigilanzio, nè a palazzo
Terenzio ed Arsacio mastri di camera, Onorio li cacciò in esilio, e i
due primi furono uccisi nel viaggio. Fu costituito generale delle truppe
romane esistenti nella Pannonia, Norico, Rezia e Dalmazia, _Generido_,
Barbaro bensì, ma persona di gran valore e disinteressato. Costui,
perchè era pagano, e per una legge d'Onorio, era vietato ai pagani ogni
carica militare, non volle assumere il comando; e con ciò obbligò
l'imperadore ad abolir quella, con lasciare a tutti la libertà della
religione, e l'abilità alle dignità e alla milizia. Egregiamente da lì
innanzi Generido corrispose all'espettazione che si avea della sua
fedeltà e valore, con aver ben difese e conservate le provincie a lui
confidate. Altre leggi diede in quest'anno Onorio, nelle quali
specialmente provvide con piissima sapienza, che non fossero oppressi
gli accusati, che non venissero maltrattati i carcerati. Meritano ben
d'essere lette quelle leggi nel Codice Teodosiano. Inoltre ordinò che
fossero cacciati da Roma e dalle altre città tutti i professori della
strologia giudiciaria, appellati allora matematici, che al dispetto di
altre precedenti leggi seguitavano ad esercitare la lor fallacissima
arte.

Ad istanza di Giovio, primo ministro di Onorio, secondochè scrive
Zosimo[1293], o pure papa Innocenzo, come vuol Sozomeno[1294], Alarico
venne fino a Rimini per trattare di pace. Richiedeva questo Barbaro che
l'imperadore gli pagasse ogni anno una certa somma d'oro e di grano per
mantener le sue genti; che il dichiarasse generale dell'una e dell'altra
milizia; che per abitazione delle sue soldatesche gli assegnasse le due
Venezie, il Norico e la Dalmazia. Ma l'imperadore non senza ragione
troppo abborriva l'avere per generale, e soggiornante nel cuor d'Italia
un barbaro, un infedele, qual era Alarico. Però scrisse a Giovio, il
quale era andato a Rimini per questo trattato, che per lo danaro e grano
si accorderebbe, ma che non poteva patire di dar carica alcuna a costui.
Giovio ebbe l'imprudenza di far leggere in pubblico la lettera
dell'imperadore: cosa che alterò forte il Barbaro, di maniera che
infuriato si mosse subito per ritornare contra di Roma. Ma pentito nel
viaggio mandò varii vescovi ad Onorio per indurlo pure alla pace, con
far proporre condizioni più moderate, contentandosi di stare nel Norico,
e di una discreta paga e contribuzione di grano. Neppur questo ebbe
effetto, perchè Giovio, per levarsi di dosso il sospetto ch'egli se
l'intendesse con Alarico, tornato che fu a Ravenna, giurò egli e fece
giurare (se prudentemente, nol so) ad Onorio e a tutta la sua corte, di
non far mai pace alcuna con Alarico; e perciò inutili riuscirono tutte
le proposizioni di accomodamento. Maggiormente dunque indispettito
Alarico, tornò coll'esercito sotto Roma, minacciando al senato e al
popolo l'ultimo eccidio, se non si accordavano con esso lui contra di
Onorio, principe, a cui pareva che nulla premesse la salute di quella
gran città. Resisterono un pezzo i Romani, ma poichè Alarico si fu
impadronito di Porto, senza più lasciar entrare viveri in Roma, affamati
furono costretti ad accordarsi[1295]. L'accordo fu che _Attalo_ prefetto
della città, ed amico de' pagani, venne dichiarato imperadore, siccome
persona amata dai Goti, perchè battezzata da Sigesario, vescovo della
lor nazione e setta. Veggonsi presso il Mezzabarba[1296] le medaglie
battute in suo onore, dove è chiamato _Prisco Attalo_. Non tardò costui
a creare _Lampadio_ prefetto del pretorio, e _Marciano_ prefetto della
città. Dichiarò ancora Alarico generale delle sue armate, e Ataulfo
conte della cavalleria domestica. Entrato colla porpora in senato, diede
un bel saggio della sua vanità con una diceria piena di arroganza, in
cui si vantava di voler sottomettere tutto il mondo. Quindi unitamente
con Alarico mosse l'esercito contra di Onorio Augusto, che seguitava a
dimorare in Ravenna. E senza voler badare ad Alarico che lo consigliava
d'inviare in Africa un buon corpo di truppe per levare il comando di
quelle provincie ad Eracliano, gli bastò di spedire colà un certo
Costantino con pochi soldati, scioccamente lusingandosi che al comparire
delle sue lettere, tanto Eracliano, quanto l'esercito d'Africa
abbasserebbono la testa, e seguirebbono il partito suo.

Giunta che fu l'armata di Attalo e di Alarico a Rimini, Onorio pieno di
spavento inviò per suo legato colà Giovio, suo primo ministro, per
trattare di concordia, con esibire ad Attalo di accettarlo suo compagno
nell'imperio, ma costui, gonfio per la sua dignità, pretese che Onorio
si eleggesse un'isola, per menar ivi da privato il resto dei suoi
giorni. Il peggio fu che lo stesso Giovio (se pure non fu occulto
artifizio) s'accordò con Attalo per deprimere Onorio, giugnendo infino a
proporre di tagliar qualche membro all'infelice Augusto. E tali erano
gli uffiziali che quel buon principe eleggeva, e a' quali commetteva i
più importanti affari dello Stato. Andò più volte innanzi e indietro
Giovio, e finalmente restò presso d'Attalo, che il dichiarò patrizio,
facendo costui nello stesso tempo credere ad Onorio che per suo bene
operava così. S'era già preparato Onorio per ritirarsi presso il nipote
Teodosio, quando all'improvviso gli venne un soccorso di quattromila
soldati dall'Oriente, che il rincorò e svegliò in guisa, che fidata ad
essi la guardia di Ravenna, quivi determinò di star saldo fino ad
intendere l'esito degli affari dell'Africa. Già tutto era in pronto per
istrignere Ravenna con vigoroso assedio; ma rimase sturbato da altri
avvenimenti il disegno. Alarico non ristette di operar colla forza, che
le città dell'Emilia e della Liguria accettassero Attalo per imperadore.
La sola Bologna fece resistenza e soffrì l'assedio. Quello che
maggiormente disgustò Alarico, fu la nuova venuta dall'Africa, che
_Eracliano_, conte, cioè governatore di quelle contrade, avea fatto
trucidare Costantino colà inviato a nome di Attalo, e poste guarnigioni
in tutte le città marittime, non lasciava più andar grani ed altri
viveri alla volta di Roma: il che cagionò fra poco una fiera carestia e
fame nel numeroso popolo di essa città. Concepì perciò Alarico un grave
sdegno contra di Attalo, che aveva voluto operar di sua testa in negozio
di tanto rilievo. Si aggiunsero i mali uffizii che presso di lui
continuamente faceva Giovio per abbattere questo imperador di teatro, e
forse con buon fine per facilitar la pace con Onorio, levando di mezzo
costui che non serviva se non d'impedimento. Perciò Alarico, per quanto
scrive Zosimo, fuori di Rimini il depose, con ispogliarlo del diadema e
della porpora, e ridurlo a vita privata con Ampelio suo figliuolo. Il
ritenne nondimeno presso di sè, per impetrargli il perdono, se seguiva
la pace con Onorio, di cui pare che si trattasse seriamente fra
l'imperadore ed Alarico. Fu poi un'altra volta esaltato, e da lì a non
molto deposto questo efimero Augusto.

Occorse eziandio che Saro, altre volte nominato di sopra, condottiere di
trecento bellicosi Barbari, il quale non s'era in que' torbidi
dichiarato nè per Onorio nè per Alarico[1297], ma non avea cara la lor
concordia per suoi particolari fini, all'improvviso assalì le
soldatesche condotte da Ataulfo cognato di Alarico, o pur le guardie del
medesimo Alarico, e molte ne tagliò a pezzi; dopo di che andò ad
abbracciare il partito di Onorio. Se volessimo qui prestar fede a
Filostorgio[1298], gli diede anche una rotta; ma questo non s'accorda
con gli altri storici d'allora. Fece nascere il fatto di Saro dei gravi
sospetti in cuore di Alarico, dubitando egli che sotto il color della
pace, che si trattava sempre e mai non si conchiudeva, gli fossero tese
insidie. E però fumando di rabbia, se ne tornò sotto Roma, e di nuovo
l'assediò. Si sostennero i Romani contra le di lui armi; ma non già
contro la fame, la quale crebbe a tal segno, che migliaia di persone ne
perirono, e si trovarono madri che levarono la vita ai figliuoli per
salvare con quel cibo la propria. Ma finalmente bisognò soccombere.
Alarico vittorioso entrò di notte nella città, in quella città, che per
tanti secoli, non vinta da alcuno, avea data la legge a sì gran parte
del mondo. Il Sigonio, il cardinal Baronio, il Gotofredo, il Tillemont
ed altri furono di parere che questa orrida tragedia succedesse
nell'anno 410. Ma il padre Pagi con vari argomenti pruova che nel
presente anno a dì 24 d'agosto Roma venne nelle mani dei Barbari, e
sant'Isidoro chiaramente mette questo fatto sotto l'era 447, che
corrisponde all'anno corrente. Prospero Tirone ne parla sotto il
consolato di Varane, che fu nell'anno seguente. Se nondimeno si
verificasse che Tertullo disegnato console da Attalo in questo anno, nel
principio poi del susseguente avesse assunto il consolato in Roma,
converrebbe mutar opinione. Cassiodoro in fatti e Vittorio mettono
consoli all'anno 410 _Tertullo_ e _Varane_. Orosio chiama questo
Tertullo _console di apparenza_, e pare che neghi ch'egli poi giugnesse
mai ad esercitare il consolato. Strana cosa è intanto, che resti
dubbioso il tempo di sì gran tragedia. Non si può senza lagrime
rammentare la crudeltà esercitata dai Goti in questa occasione. Per tre
giorni diedero il sacco a quante ricchezze e mobili preziosi Roma avea
lungamente raunato in sè colle spoglie e coi tributi di tanti popoli.
Furono tormentati senza compassione alcuna i nobili e benestanti, perchè
rivelassero i tesori creduti nascosi. Non si perdonò all'onore delle
matrone e delle vergini, e neppur delle consecrate a Dio. Furono anche
mietute a migliaia entro e fuori di Roma le vite del popolo in tal
copia, che non v'era gente bastante a dar loro sepoltura. Restò inoltre
ridotta in cenere dalle fiamme buona parte di essa città. Ma Iddio in
punire con sì terribil flagello le reliquie ostinate del paganesimo in
Roma, e la superbia e tanti vizii di quella città, fece nondimeno
conoscere la sua misericordia e potenza agli stessi gentili. Perciocchè
i Goti erano cristiani, benchè professori dell'eresia di Ario; ed
Alarico loro ordinò di rispettare nel saccheggio i luoghi sacri, e
specialmente le basiliche de' santi apostoli Pietro e Paolo: comando che
fu religiosamente osservato da que' Barbari, e ne profittarono gli
stessi pagani che colà si rifugiarono, con aver anche i Barbari portato
rispetto ai sacri vasi delle basiliche suddette. Ma sopra ciò è da
vedere l'insigne opera di sant'Agostino _De Civitate Dei_, scritta dopo
la presa di Roma, per difendere la religione di Cristo dalle bestemmie
vomitate in tal congiuntura dai gentili, quasichè all'avere aboliti
gl'idoli e introdotta la legge sacrosanta di Gesù Cristo si dovessero
attribuire tante calamità che in que' tempi diluviarono sopra Roma e
sopra l'imperio romano. Pretende parimente il celebre monsignor Bossuet,
vescovo di Meaux[1299], che si compiessero in questa rovina di Roma le
profezie di san Giovanni nell'Apocalisse, avendo Iddio voluto dare con
ciò l'ultimo colpo all'idolatria, e vendicare il sangue di tanti santi
svenati dalla crudeltà de' pagani.

A tanti malanni se ne aggiunsero in questo anno altri fuora d'Italia,
perciocchè gli Alani, Vandali e Svevi entrarono di settembre, ossia di
ottobre, nell'Illirico, per attestato di Prospero[1300] e d'Idacio[1301]
storici, empiendo quelle provincie di stragi e saccheggi. E giacchè
troppo era lacerato in Italia ed impotente a fare resistenza l'imperio
romano, si scatenarono tutte le altre nazioni barbare, e penetrando
anche esse nelle Gallie, devastarono le provincie di Lione, di Narbona,
di Aquitania e d'altri paesi. San Girolamo in una sua lettera[1302]
nomina i _Quadi, Vandali, Sarmati, gli Alani, i Gepidi, gli Eruli, i
Sassoni, i Borgognoni, gli Alamanni e gli Unni_. Parte ancora di questi
Barbari, essendo aperti i passi de' Pirenei, tenne dietro ai Vandali,
allorchè marciarono in Ispagna, e con esso loro si unì a conquistare e
distruggere quelle provincie. Ossia poi che i Vandali fossero i più, o
che le altre nazioni barbariche si suggettassero ai re vandali, noi
troviamo varii autori che sotto il nome di Vandali comprendono tutti i
Barbari che s'impadronirono della Spagna. Ritorniamo a Roma. Dopo avere
i Barbari per tre giorni saccheggiata l'infelice città, e commesse in
essa tutte le crudeltà possibili (non si sa il perchè, ma forse mossi da
Dio), ne uscirono, e se ne andarono nella loro malora. Così lasciò
scritto Paolo Orosio[1303]. Se a Marcellino conte prestiam fede[1304],
dopo sei dì seguì la loro ritirata. E Socrate aggiugne che ciò accadde
per paura dei soccorsi che Teodosio II Augusto inviava ad Onorio suo
zio: del che nondimeno niun vestigio si trova presso gli altri autori.
Alarico che, secondo Zosimo, molto tempo prima tenea sotto buona guardia
_Placidia_ sorella d'Onorio, seco la condusse in forma onesta e decente
al suo grado, forse fin d'allora con pensiero di darla per moglie ad
Ataulfo suo cognato, siccome poscia seguì. Passò il barbarico esercito
pieno di ricchezze per le provincie della Campania, Lucania e dei
Bruzii, con commettere anch'ivi tutte le più orrende inumanità. Sappiamo
da santo Agostino[1305] che la città di Nola vi fu devastata, e fatto
prigione san Paolino vescovo di quella, che non avea voluto fuggire.
Continuò Alarico il viaggio fino a Reggio di Calabria con pensiero di
passare in Sicilia, e di là in Africa, sperando di facilmente
impadronirsi di quel paese. Ma Dio, che per gli occulti suoi giudizii
s'era servito di questo barbaro per gastigare i peccati de' Romani, non
istette molto a metter fine alle sue crudeltà. Si fermò costui non poco
all'assedio di Reggio, ed essendosi imbarcata una parte della sua armata
per passare in Sicilia, fiera tempesta sopravvenuta li fece perir tutti
su gli occhi dello stesso re barbaro. E così terminò quest'anno sì
funesto e vergognoso al nome romano. Ma io non vo' lasciar di aggiugnere
qui una notizia degna della curiosità di tutti, di cui siam debitori ad
Olimpiodoro storico greco e pagano di quei tempi, giacchè Fozio[1306] ci
ha conservati alcuni pezzi o estratti della di lui storia, da cui si
raccoglie qual fosse anche allora lo stato della gran città di Roma.
Scrive egli adunque che in cadauno dei grandi palagi di essa città si
trovava tutto ciò che ogni mediocre città può avere, cioè ippodromo per
la corsa de' cavalli, piazza, tempio, fontane e vari bagni. Il perchè
Olimpiodoro compose per essa un verso, così tradotto in latino:

    _Est urbs una domus: mille urbes continent una urbs._

Aggiugne che le terme pubbliche, ossia i bagni, erano di straordinaria
grandezza, fra le quali quelle di Antonino aveano millesecento sedili di
marmo pulito, e quelle di Diocleziano quasi il doppio. Che le mura di
Roma, secondo le misure prese da Ammone geometra, allorchè i Goti la
prima volta l'assediarono, giravano lo spazio di ventun miglia. Scrive
eziandio che molte famiglie romane aveano di rendita annua de' loro beni
quattro milioni d'oro, senza il frumento, vino, ed altri naturali che
avrebbono dato un terzo della suddetta somma d'oro, se si fossero
venduti. Altre famiglie aveano un milione e mezzo, ed altre un milione
di rendita. Che Probo figliuolo di Alipio nella pretura ai tempi di
Giovanni tiranno (cioè l'anno di Cristo 424) spese un milione e
dugentomila nummi d'oro (erano questi, per quanto credo, soldi d'oro,
presso a poco corrispondenti al nostro scudo, ossia ducato, ossia
fiorino d'oro). E che Simmaco oratore, il qual era contato fra i
senatori di mediocre patrimonio, mentre Simmaco suo figliuolo esercitò
la pretura (il che seguì prima che Roma fosse presa da Alarico), avea
speso due milioni d'oro per la sua solenne entrata. E che dipoi Massimo,
uno de' più ricchi e felici, per la pretura del figliuolo, aveva speso
quattro milioni d'oro; perciocchè i pretori per sette giorni davano al
popolo un grandioso divertimento di giuochi e spettacoli. Ma finalmente
Dio venne a visitare il lusso dei Romani; e il peggio è che neppur dopo
sì grave gastigo si emendarono dei lor vizii e peccati.

NOTE:

[1289] Zosimus, lib. 5, cap. 42.

[1290] Cod. Theod., lib. 9, III 3, lib. 7.

[1291] Zosimus, lib. 5, cap. 48.

[1292] Olympiodorus, apud Photium, pag. 180.

[1293] Zosim., lib. 5, cap. 48.

[1294] Sozom., lib. 9, cap. 7.

[1295] Zosimus, lib. 6, cap. 6. Sozomenus, lib. 9, cap. 8.

[1296] Mediob., Numismat. Imperat.

[1297] Sozom., lib. 9, cap. 9.

[1298] Philostor., lib. 12 Hist.

[1299] Bossuet, Expos. de l'Apocal.

[1300] Prosper, in Chronic.

[1301] Idacius, in Chronic.

[1302] Hieron., Epist. ad Ageruchiam.

[1303] Orosius, lib. 2, cap. 19.

[1304] Marcell. Comes, in Chron. apud Sirmondum.

[1305] August., de Civit. Dei, lib. 1, cap. 10.

[1306] Olympiod., apud Photium, pag. 198.



    Anno di CRISTO CDX. Indizione VIII.

    INNOCENZO papa 10.
    ONORIO imperadore 18 e 16.
    TEODOSIO II imperad. 9 e 3.

_Consoli_

FLAVIO VARANE e TERTULLO.


In quest'anno ancora si può credere che continuasse nella prefettura di
Roma _Bonosiano_, perchè ornato di questa dignità il troviamo anche
nell'anno seguente. Ma durante il gran temporale finora descritto che
mai faceva l'imperadore Onorio? Se ne stava in Ravenna senza impugnare
spada, senza muoversi da sedere; nè si sa ch'egli unisse esercito o
facesse altri maneggi per opporsi ai Barbari, quasi che non vi fosse
legione alcuna de' Romani. In tempi tali c'era bisogno d'un valoroso e
saggio imperadore; che non sarebbono succeduti tanti disordini. Tale
certo non si può dire che fosse Onorio. Anzi Cedreno[1307] e
Zonara[1308], storici greci, a' quali precedette Procopio[1309], cel
rappresentano per uno stolido, raccontando inoltre, che portatagli da un
uomo tutto affannato la nuova che Roma era stata presa dai Goti, egli
battendo le mani con ischiamazzo rispose: _Come può esser questo, se
Roma poco fa era qui?_ Intendeva egli di una gallina che gli era molto
cara, a cui avea posto il nome di Roma. _Eh signore_, ripigliò allora il
messo sospirando, _io non parlo di un uccello, parlo della città di
Roma_. Verisimilmente questa fu una finzione de' Greci che sempre hanno
portata antipatia ai Latini. Tuttavia non senza fondamento fu screditata
dai Greci la persona di Onorio. Grande era la pietà di questo principe,
grande il suo amore per la religione cattolica. Abbiamo anche delle
bellissime leggi pubblicate da lui. Ma questo non basta per sostenere il
peso di un vasto imperio, e per ben governare e difendere i suoi popoli.
Ci vuol anche mente e coraggio; e di queste due qualità non era assai
provveduto Onorio, e per questo lo sprezzarono tanto i Barbari quanto i
suoi proprii sudditi, i quali proruppero in tante ribellioni. Sarebbe
egli stato un buon monaco, e per disavventura sua ed altrui fu un
cattivo imperadore. Venuto intanto a sua notizia che gli Africani
s'erano portati con tutta fedeltà, ricusando di sottomettersi ad Attalo
imperadore immaginario, in ricompensa del buon servigio rimise a quei
popoli tutto quel che dovevano all'erario cesareo fino all'Indizione V,
cioè fino all'anno 408. La lettera[1310] è indirizzata a _Macrobio_
proconsole d'Africa, che forse potrebbe essere stato l'autore dei
Saturnali. E perciocchè i donatisti, eretici in quelle parti, per le
disgrazie che opprimevano l'imperio romano, si erano dati più che mai ad
insolentire, egli con rigorose nuove leggi represse la loro baldanza; e
di più, ad istanza dei vescovi cattolici d'Africa, tutti ansiosi della
pace fra que' Cristiani, ordinò che si facesse una pubblica e solenne
conferenza fra essi cattolici e i donatisti, con inviare a tal fine colà
Marcellino tribuno e notaio, acciocchè vi assistesse in suo nome. Fu in
fatti tenuta questa celebre conferenza nell'anno seguente.

In questo tempo il barbaro re _Alarico_, dopo aver consumato del tempo
nell'assedio della città di Reggio in Calabria, fu colpito da Dio con
una morte subitanea. Sant'Isidoro[1311] ciò riferisce all'anno 448
dell'era spagnuola, che corrisponde al presente dell'era nostra. Il
seppellirono i suoi nell'alveo del fiume Baseno, avendone prima fatte
ritirar le acque per altro alveo scavato apposta dagli schiavi, e
fattele poscia ritornar nel primo. Ed acciocchè niuno ne sapesse il
sito, uccisero tutti quei miseri schiavi. Molte ricchezze inchiusero nel
suo sepolcro, e ciò secondo il costume de' Barbari; e presero quella
precauzione, affinchè la cupidigia di quel tesoro e l'odio dei Romani
non concorressero a violarne il sepolcro. In luogo di Alarico fu
riconosciuto per re dai Goti _Ataulfo_ di lui cognato. Dove poi si
stesse, e che operasse in questo e nell'anno appresso questo novello re
dei Barbari, è assai scuro nella storia. Giordano storico scrive[1312]
ch'egli tornò di nuovo a Roma, e a guisa delle locuste ne corrose quello
che vi era rimasto di buono, e che nella stessa forma spogliò l'Italia
delle private ricchezze, senza che Onorio gli potesse resistere.
Aggiugne che da Roma condusse via _Placidia_ sorella di esso imperadore,
e giunto al Foro di Livio, ossia a Forlì (l'autore della Miscella scrive
al Foro di Cornelio, cioè ad Imola), quivi la prese per moglie, dopo di
che divenne amico di Onorio, e sostenne i di lui interessi. Ma di questo
secondo spoglio di Roma non ne parlando alcuno degli scrittori
contemporanei o vicini, difficilmente si può qui prestar fede a
Giordano, che fu più di un secolo lontano da questi fatti. Vacilla
eziandio la sua autorità nell'asserire seguito allora il matrimonio di
Ataulfo con Placidia, essendovi altri scrittori che lo asseriscono
celebrato ben più tardi. Ben credibile è il resto del racconto di
Giordano. Certamente passò Ataulfo per l'Italia andando verso la Gallia;
e perchè conduceva un esercito di gente brutale, sfrenata e masnadiera,
non è da maravigliare se dovunque passarono lasciarono funesta memoria
della loro rapacità e violenza. Sembra nondimeno ch'egli non valicasse
l'Alpi se non nell'anno seguente. Per conto poi del suo buon animo verso
d'Onorio, non se ne ha a dubitare per quel che vedremo. Era Ataulfo di
cuore più generoso e meglio composto che il fiero Alarico. Cominciò di
buon'ora ad aspirar alle nozze con _Galla Placidia_; e questa saggia
principessa gli dovette ben far conoscere che senza l'approvazione
dell'imperador suo fratello ella non consentirebbe giammai a prenderlo
per marito, ed essere perciò necessario che si studiasse di camminar con
buona armonia verso di lui. Perciò la storia non racconta mali
trattamenti fatti da Ataulfo al dominio dell'imperio romano, perchè egli
non ne dovette fare. Aveva, come dicemmo, _Costantino_ tiranno della
Gallia ricercata ed ottenuta l'amicizia di Onorio Augusto, ed era anche
stato riconosciuto _Augusto_ da lui, perchè gli fece credere di voler
passare in Italia per liberarlo dal furore dei Barbari. In quest'anno in
fatti egli calò in Italia[1313] con molte forze: per l'Alpi Cozzie verso
Susa, e giunse fino a Verona; e già si preparava per passare il Po e
venire a Ravenna per trattare con Onorio, quando un accidente gli fece
mutar pensiero. Dappoichè _Giovio_ primo ministro d'Onorio si ritirò da
lui per seguitare il partito di Attalo, succedette nel suo grado
_Eusebio_ mastro di camera dello stesso imperadore. Durò poco la sua
fortuna perchè un dì _Allovico_ generale delle truppe cesaree il fece sì
fieramente bastonare, che il misero sotto a quei colpi lasciò la vita.
Questa indegnità, cioè questo nuovo esempio, accrebbe il poco concetto,
in cui era Onorio, al vedere ch'egli non ne fece risentimento alcuno.
Tuttavia ne impresse ben viva in suo cuore la memoria. Fu dipoi
scoperto, o almen fatto credere a lui in occasione della calata in
Italia di Costantino tiranno, che questo generale se l'intendeva seco,
meditando amendue di levare al vero imperadore quel poco che gli restava
in Italia. Allora fu che Onorio si svegliò, nè passò molto, che
cavalcando a spasso per la città, mentre Allovico, secondo il costume,
gli andava innanzi, diede ordine che costui fosse ucciso, e l'ordine fu
ben tosto eseguito. Scese allora da cavallo Onorio, e inginocchiatosi
pubblicamente rendè grazie a Dio, perchè lo avesse liberato da un
insidiator manifesto. Udita ch'ebbe Costantino la morte di costui, di
galoppo se ne tornò indietro, e ripassate l'Alpi, si ridusse di nuovo ad
Arles, verificando con questa fuga le reità addossate ad Allovico.

NOTE:

[1307] Cedren, Hist. tom. I, pag. 336.

[1308] Zonaras, in Annal. tom. 1, pag. 40.

[1309] Procop., de Bello Vandal., lib. 1, cap. 2.

[1310] Cod. Theodos. tom. 4, pag. 199.

[1311] Isidorus, in Histor. Goth. apud Labbeum

[1312] Jord., de Rebus Getic., cap. 31.

[1313] Olympiod. apud Photium, pag. 182. Sozom., lib. 9, cap. 12.



    Anno di CRISTO CDXI. Indizione IX.

    INNOCENZO papa 11.
    ONORIO imperadore 19 e 17.
    TEODOSIO II imper. 10 e 4.

_Console_

TEODOSIO AUGUSTO per la quarta volta senza collega.


Per quest'anno ancora continuò _Bonosiano_ ad esercitar la carica di
prefetto di Roma, ciò apparendo dalle leggi del Codice Teodosiano.
Credevasi Costantino tiranno di avere stabilito il suo dominio anche in
Ispagna, allorchè inviò colà _Costante_ suo figliuolo, dichiarato poscia
da lui _Augusto_. Ma avvenne che _Geronzio_, il più bravo de' generali
ch'egli avesse, uomo per altro perfido e cattivo, rivoltò contra di lui
l'armi nella medesima Spagna, e tirati nel suo sentimento quanti soldati
romani si trovarono in quelle parti, creò col consenso loro imperadore
un certo _Massimo_, che Olimpiodoro chiama suo figliuolo[1314], ma da
Paolo Orosio[1315], autore più degno di fede, perchè spagnuolo ed allora
vivente, non vien riconosciuto per tale. Frigerido storico presso
Gregorio Turonese[1316], il chiama uno de' clienti di Geronzio: il che
s'accorda con Sozomeno[1317] là dove scrive che costui era familiare di
Geronzio, uomo per altro di bassa nascita e senza ambizione, che allora
militava nelle guardie del corpo dell'imperadore. Pare eziandio che
supponga dichiarato Augusto questo Massimo solamente, dappoichè Geronzio
giunto nella Gallia ebbe atterrato Costante. Comunque sia, certo è che
Geronzio, lasciato questo fantasma in Tarragona, giacchè quella
provincia restava illesa dai Barbari, co' quali, secondo Olimpiodoro,
egli avea fatto un trattato di pace; e raunate quante milizie romane
potè, ed aggiunte ancora molte dei Barbari che erano nella Gallia, si
mosse contra di Costante e di Costantino con isperanza di sottoporre le
Gallie al suo imperadore. Giunto pertanto a Vienna del Delfinato, trovò
ch'era ivi alla difesa Costante figliuolo del tiranno. Ebbe la maniera
di aver la città, e di far tagliare la testa al difensore. Dopo di che
si rivolse contra del di lui padre Costantino, il quale s'era rinserrato
e fortificato in Arles. Sozomeno scrive che appena fu udita da esso
Costantino la ribellion di Geronzio e di Massimo, che spedì di là del
Reno Edobico suo capitano a chieder soccorso ai Franchi e agli Alemanni,
e con questa speranza s'accinse a sostener bravamente l'assedio posto da
Geronzio a quella città.

Erano in tale stato gli affari della Gallia, quando Iddio, che mortifica
e vivifica, accordò alla pietà d'Onorio Augusto ciò che mancava a questo
buon principe, con provvederlo di un braccio gagliardo ed atto a
sostenere il vacillante imperio, voglio dire di un nuovo generale
d'armata. Questi fu _Costanzo_, personaggio non barbaro, ma suddito de'
Romani, nato nell'Illirico, come asserisce Olimpiodoro[1318], in Panese
o sia Naisso, città della Dacia novella. Lo avea la natura formato degno
di comandare ad altri, grande di corpo, con fronte larga, occhi grandi e
vivaci, i quali chinandosi sul collo del cavallo, egli movea di qua e di
là con velocità per osservare tutto quel che passava. All'aspetto era
talmente serio, che sembrava melanconico e scuro; ma nella mensa e nei
conviti si facea conoscere assai gaio ed ameno, e scherzava egregiamente
fin coi buffoni. Valoroso di sua persona e con senno capace di trattar
grandi affari e di comandare un'armata; fra gli altri suoi costumi,
niente era avido dell'oro; virtù nulladimeno, di cui parve che si
dimenticasse, dappoichè arrivò al non più oltre della fortuna. Aveva
egli da giovinetto servito negli eserciti romani a' tempi di Teodosio il
Grande, e per varii gradi era giunto ad avere il titolo di conte,
allorchè Onorio l'elesse per generale dell'armata che dovea passare in
Francia contro al tiranno Costantino. Per compagno e luogotenente gli fu
dato _Ulfila_, il cui nome ci fa abbastanza intendere, ch'egli era o
Goto o pure Unno di nazione. E siccome osservò Paolo Orosio[1319], la
condotta di questo uffiziale, cioè di Costanzo, fece conoscere quanto
più utile era all'imperio l'aver de' generali romani che dei barbari,
come s'era lungamente praticato in addietro. Passò nella Gallia, e alla
comparsa sua nelle vicinanze d'Arles, città allora assediata da
Geronzio, tra l'essersi risvegliato nell'esercito romano di esso
Geronzio l'amore e la venerazione verso il legittimo lor signore ed
imperadore, e mercè del credito, e probabilmente dei segreti maneggi di
Costanzo, i soldati di Geronzio, per altro mal soddisfatti del suo
imperioso e severo procedere, per la maggior parte l'abbandonarono, e
vennero sotto le bandiere del medesimo Costanzo conte. Non perdè tempo
Geronzio a scappare, e con pochi si ritirò in Ispagna. Ma quivi i
soldati spagnuoli, conceputo dello sprezzo per lui a cagion di questa
fuga, determinarono di ammazzarlo. In fatti l'assediarono una notte in
casa sua, ma bravamente si difese coll'aiuto de' suoi servi sino alla
mattina, in cui fuggendo avrebbe forse anch'egli potuto salvare la vita,
ma per amore di Nonnechia sua moglie nol fece. Toltagli poi ogni
speranza di salute, perchè i soldati aveano attaccato il fuoco alla
casa, ucciso prima un Alano suo servo fedele, e la moglie, che
istantemente il pregarono di non lasciarli in vita, poscia con un
pugnale ch'egli si spinse nel cuore, finì anch'egli di vivere: se pure,
come Onorio racconta, non furono i soldati che risparmiarono a lui la
fatica di uccidersi. Sozomeno[1320], che racconta questo fatto, loda la
moglie di costui, come donna d'animo virile, perchè cristiana,
aggiugnendo ch'ella ebbe un fine degno della sua religione, con aver per
quel suo coraggio lasciata una sempiterna memoria di sè stessa ai
posteri; senza badare che presso i gentili erano ben in pregio simili
bravure, ma secondo la religion di Cristo un tal furore non si può
scusar da peccato. La caduta di Geronzio si tirò dietro quella del suo
imperadore _Massimo_, che, abbandonato da' soldati della Gallia, fu
spogliato della porpora e degradato, con essergli nondimeno donata la
vita, perchè essendo uomo umile e modesto, parve che non si avesse più
da temere di lui. Olimpiodoro all'incontro narra che costui dopo la
morte di Geronzio se ne fuggì presso i barbari suoi collegati. Questo
avenne solamente l'anno seguente, secondochè narra s. Prospero nella sua
Cronica. Truovasi poi, per attestato di Prospero Tirone (o sia d'altro
autore), che circa l'anno 419 Massimo colla forza si fece signore _delle
Spagne_, e che nel 422 preso, fu trionfalmente condotto a Ravenna e
mostrato al popolo nei tricennali d'Onorio Augusto. Marcellino conte, e
Giordano storici scrivono lo stesso. Perciò Adriano Valesio e il Pagi
sono stati d'avviso che il medesimo Massimo rinnovasse la ribellione in
Ispagna, e che in fine si rifugiasse tra i Barbari: opinione che si
rende quasi certissima dalle parole d'Orosio, là dove scrive, prima di
dar fine alla sua Cronica, parlando del deposto Massimo: _Costui di
presente bandito vive mendico fra i Barbari in Ispagna._ Qualche partito
di malcontenti dovette di nuovo mettere in teatro questo imperadore da
scena, ma ebbe corta durata. Nel Codice Teodosiano[1321] esistono varii
editti di Onorio contra di costui.

Ma non può già sussistere il dirsi da Prospero suddetto che questo prese
la _signoria delle Spagne_. Di qualche provincia sì, ma non già di tutte
quelle provincie. Già vedemmo che v'erano entrati i Vandali, Alani e
Svevi, e questi in buona parte della Spagna seguitavano a signoreggiare,
cioè ad esercitare quanti atti poteano di crudeltà. Idacio, vescovo in
Ispagna circa questi medesimi tempi, ci lasciò autentica memoria delle
barbariche loro azioni; perciocchè fecero strage de' popoli, e
saccheggiarono quante città e castella non ebbero forze da resistere
alle lor armi. A questi mali tenne dietro una spaventosa carestia, per
cui si trovarono madri sì disumanate che uccisero la lor prole per
cibarsene. Succedette anche la peste che desolò le intere popolazioni.
Anche Olimpiodoro, presso Fozio, fa menzione dell'orrenda fame che
afflisse la Spagna. E non erano già minori in quel tempo i peccati degli
Spagnuoli di quei dei Galli e degl'Italiani, per cavare dalla mano di
Dio i flagelli. Basta leggere Salviano nei suoi libri del governo di
Dio. Contuttociò non fu pigra la misericordia dell'Altissimo a recar
sollievo alle tribulazioni della provincia ispana, coll'ispirare in
quest'anno pensieri di pace a que' Barbari. Conoscendo essi in fine
ch'era meglio il darsi alla coltura delle campagne che vivere di rapina,
si accordarono con que' pochi abitanti del paese, a' quali era riuscito
di salvarsi dalle loro spade e dal furor della fame[1322]. I Vandali, re
de' quali era _Gonderico_, e gli Svevi con _Ermerico_ re loro,
occuparono la Galizia, in cui si comprendeva allora la Castiglia
vecchia; gli Alani presero la Lusitania, oggidì il Portogallo, e la
provincia di Cartagena, ed altri Vandali, chiamati Silengi, la Betica,
dove è Siviglia: essendosi poi creduto che l'Andaluzia d'oggidì
prendesse il nome da costoro, e sia corrotto quel nome da _Vandalicia_.
Sicchè la Spagna tarragonese è da credere che tuttavia stesse salda
nella divozione e fedeltà verso il romano imperio. In questi tempi
ancora non andarono esenti da gravi flagelli l'Egitto, la Palestina, la
Soria e la Fenicia per le incursioni de' Saraceni, o sia degli Arabi,
attestandolo san Girolamo[1323]. Dopo avere il generale d'Onorio,
_Costanzo_ conte, nelle Gallie sbrigato l'affare di Geronzio, si pose
anch'egli all'assedio di Arles, entro la qual città era tuttavia
inchiuso il tiranno Costantino. Costui per la speranza de' soccorsi che
aspettava dai popoli oltrarenani, si sostenne per ben quattro mesi;
quando eccoti in fatti avvicinarsi questo soccorso condotto da _Edobico_
generale d'esso Costantino, e con tali forze, che fu in pensiero il
generale d'Onorio di ritirarsi in Italia. La necessità il costrinse a
fermarsi, perchè Edobico era giunto non molto lungi, e potea troppo
incomodarlo nella ritirata. Prese dunque risoluzione di venire ad una
giornata campale, e passato il Rodano, accortamente si postò colla
fanteria per ricevere in fronte i nemici, e comandò che Ulfila, altro
generale, si mettesse colla cavalleria in un'imboscata, per assalirli
alla coda. Così fu fatto, e lo stratagemma con tanta felicità riuscì,
che l'esercito nemico atterrito si mise in fuga, con restarne assaissimi
estinti sul campo, e molt'altri, impetrato quartiere, rimasero
prigionieri. Edobico, generale di queste truppe, mercè delle buone gambe
del suo cavallo si mise in salvo, e ricoverossi in casa di certo
Ecdicio, obbligato a lui per molti benefizii, e però creduto suo ottimo
amico. La ricompensa che n'ebbe, fu di perder ivi la testa, che fu da
Ecdicio portata ai generali d'Onorio per la speranza di un gran premio.
Questi il ringraziarono molto, ed avendo egli poi voluto fermarsi nel
campo, gli fu detto all'orecchio che l'armata romana non sentiva piacere
di conversare con persona solita a trattar sì bene gli ospiti suoi
amici.

Dopo questa vittoria rinforzato maggiormente l'assedio, Costantino
veggendosi perduto, deposte le insegne imperiali, si ritirò in chiesa, e
si fece ordinar prete dal vescovo di quella città, avvisandosi con
questo ripiego di salvare la vita. Gli assediati allora capitolarono la
resa, ed ottennero il perdono. Costantino e Giuliano suo figlio tolti di
chiesa furono inviati con buona scorta all'imperadore a Ravenna, ma non
vi giunsero, perchè Onorio ricordevole che Costantino avea tempo fa
tolta la vita agl'innocenti parenti d'esso Augusto[1324], mandò ordine,
giunti che furono al Mincio, che venissero decapitati, senza farsi
scrupolo che da' suoi generali fosse loro stata promessa con giuramento
la sicurezza della vita, allorchè si renderono gli Arelatensi. Le teste
di costoro, se crediamo ad Olimpiodoro[1325], furono portate a
Cartagine, ed ivi esposte al pubblico sopra un palo, dove, dic'egli,
erano ancor quelle di Massimo ed Eugenio tiranni, uccisi al tempo di
Teodosio. Ma non sarebbe gran cosa che quel testo fosse scorretto, e che
s'avesse a leggere Roma o altra città. Pareva che dopo la vittoria
suddetta avesse da rimettersi la pace nelle Gallie; ed appunto lasciò
scritto Sozomeno che tutte quelle provincie ritornarono all'ubbidienza
d'Onorio Augusto, e furono da lì innanzi governate dagli uffiziali di
lui. Ma, per quanto andremo vedendo, seguitarono a signoreggiar nelle
Gallie molti Barbari ed alcuni tiranni. Sappiamo inoltre da Frigerido
storico, citato da Gregorio Turonense, che durante lo stesso assedio
d'Arles, venne nuova a Costanzo generale d'Onorio dalla Gallia
occidentale, come _Giovino_, personaggio nobilissimo di que' paesi,
aveva assunto il titolo di _Augusto_ e gli ornamenti imperiali, e
marciava con un poderoso esercito di Borgognoni, Alamanni, Franchi ed
Alani, per soccorrere gli assediati; il che diede motivo a Costanzo di
accordare un'onesta capitolazione ai cittadini d'Arles, acciocchè gli
aprissero le porte. Non so poi dire se in questo, o pure nel seguente
anno accadesse ciò che narra il suddetto Frigerido, cioè, che Decimo
Rustico e molti nobili della provincia d'Auvergne, seguaci di esso
Giovino tiranno, furono presi dai generali d'Onorio, e crudelmente fatti
morire. Presso il Mezzabarba esistono medaglie battute col nome di
questo nuovo tiranno[1326]. Onorio imperadore intanto seguitava a stare
in Ravenna, ed in quest'anno fece solennizzare in Roma l'anno ventesimo
del suo imperio.

NOTE:

[1314] Olympiodorus, apud Photium.

[1315] Orosius, lib. 7, cap. 42.

[1316] Gregor. Turon., Hist., lib. 2, cap. 8.

[1317] Sozom., lib. 9, cap. 13.

[1318] Olympiodorus, apud Phothium, pag. 183 et 193.

[1319] Orosius, lib. 7, cap. 42.

[1320] Sozom., lib. 9, cap. 13.

[1321] Cod. Theod., lib. 15, tit. 14.

[1322] Isidorus, in Chron. Goth.

[1323] Hieronymus, in Epist. ad Marcellio.

[1324] Friger., apud Gregor. Turonens., lib. 2, cap. 8. Hist. Franc.

[1325] Olympiodorus, apud Photium, pag. 183 et 186.

[1326] Mediob., Numismat. Imperat.



    Anno di CRISTO CDXII. Indizione X.

    INNOCENZO papa 12.
    ONORIO imperadore 20 e 18.
    TEODOSIO II imperad. 11 e 5.

_Consoli_

ONORIO AUGUSTO per la nona volta, e TEODOSIO AUGUSTO per la quinta.


_Palmato_ si truova in una legge del Codice Teodosiano prefetto di Roma
per questi tempi. Cosa operasse _Ataulfo_ re de' Goti e successor di
Alarico nell'anno addietro, restando in Italia, niuno degli antichi
storici l'ha registrato. Solamente Giordano, siccome dicemmo,
scrive[1327] che saccheggiò l'Italia, e s'accordò con Onorio; ma per
varii capi non sussiste il suo racconto. Si può non senza fondamento
credere che il trattenessero dall'inferocire le insinuazioni di _Galla
Placidia_ sua prigioniera, alle cui nozze costui aspirava, e a qualche
trattato di accomodamento con Onorio imperadore. Ma non essendo questo
riuscito, Ataulfo, o per paura d'essere colto in mezzo, se Costanzo
generale d'Onorio fosse tornato coll'esercito in Italia, o piuttosto
perchè invitato da _Giovino_ tiranno, oppure con disegno di seco unirsi,
determinò di passar nelle Gallie. _Attalo_ era con lui, cioè quel
medesimo che sotto Alarico due volte comparve imperadore, ed altrettante
fu deposto. Costui, siccome gran faccendiere, proposta l'unione con
Giovino, gli dava ad intendere che coi suoi maneggi gli bastava l'animo
di farlo padrone almeno della metà delle Gallie. In effetto colà s'inviò
Ataulfo[1328], e passate senza opposizione alcuna le Alpi, andò a
saccheggiar il resto di quello che gli altri Barbari per avventura
aveano lasciato alle provincie galliche. Attalo si portò a trattar con
Giovino, credendosi di far gran cose[1329], ma scoprì che costui non
avea gradito l'arrivo di Ataulfo nelle Gallie, e d'esser egli poco
accetto per aver consigliata ad Ataulfo quella risoluzione. Perciò
nacquero tosto dissapori fra Giovino ed Ataulfo. Erasi partito da Onorio
il barbaro Saro, uom valoroso, altre volte di sopra nominato, per
isdegno, a cagione di non avere l'imperadore gastigato chi avea ucciso
Belleride, familiare d'esso Saro. Costui con circa venti persone
meditava di passare al servizio di Giovino. Lo seppe Ataulfo suo nimico,
e con diecimila de' suoi Goti il raggiunse in cammino. Fatta Saro una
gagliarda difesa, in fine fu preso vivo, e poco dopo tolta gli fu la
vita. Crebbe maggiormente il mal animo di Ataulfo contra di Giovino,
perchè, pretendendo il re barbaro di divenir suo collega nell'imperio,
Giovino all'incontro in vece di lui dichiarò Augusto _Sebastiano_ suo
fratello. Adoperossi inoltre per guastare l'union di costoro _Dardano_
prefetto del pretorio delle Gallie, e personaggio lodato assaissimo dai
santi Agostino e Girolamo, ma dipinto da Apollinar Sidonio per uomo
carico di vizii, che non s'era voluto sottomettere a Giovino. Pertanto
di più non vi volle perchè Ataulfo, irritato da un tale sprezzo,
mandasse ad offerir la pace ad Onorio, con promettergli le teste di que'
tiranni, e la restituzione di _Placidia_, esigendo solamente in
contraccambio non so quale quantità di vettovaglie. Tornati i suoi
ambasciatori con gli articoli della concordia accettati e giurati da
Onorio, Ataulfo s'accinse dal suo canto all'esecuzione delle promesse.
Gli cadde fra poco nelle mani _Sebastiano_, e ne inviò la testa a
Ravenna. Ritirossi _Giovino_ a Valenza, città allora assai forte, nel
Delfinato d'oggidì, la quale assediata da Ataulfo, restò in fine presa
per forza. Fu consegnato Giovino a Dardano, acciocchè l'inviasse ad
Onorio; ma Dardano per maggior sicurezza gli tolse la vita in Narbona.
La testa ancora di costui fu mandata all'imperadore, e poi (se crediamo
ad Olimpiodoro) spedita a Cartagine con quelli di Sebastiano.
Idacio[1330] pretende che costoro fossero presi dai generali d'Onorio,
probabilmente perchè s'erano uniti anch'essi con Ataulfo alla distruzion
dei tiranni. Ho io poi raccontata tutta in un fiato sotto il presente
anno la tragedia di costoro; ma forse la lor caduta e morte si dee
differire all'anno susseguente, in cui la riferiscono le Croniche
attribuite a Prospero Tirone. Ma non si può già ricavar questo con
sicurezza da quella d'Idacio, come pretende il Pagi.

Leggonsi nel Codice Teodosiano[1331] molte leggi date in quest'anno da
Onorio imperadore, tutte in Ravenna, dove egli soggiornava. Era seguita
nell'anno precedente in Africa la famosa conferenza tra i cattolici e
donatisti colla decisione di Marcellino tribuno, assistente alla
medesima di ordine di Onorio, in favore de' primi. Gli ostinati
donatisti non si vollero per questo rendere, anzi maggiormente
infuriarono, e seguitarono a commettere degli omicidii: il che obbligò
l'imperadore a pubblicare in quest'anno delle leggi più che mai rigorose
contra di loro. Ordinò che fossero tolte loro le chiese, e date ai
cattolici; che i laici della lor setta fossero puniti con pene
pecuniarie; che non potessero far adunanze. Con altre leggi poi
concedette molte esenzioni ai beni degli ecclesiastici, e determinò che
le accuse contra le persone de' medesimi fossero giudicate dai vescovi
alla presenza di molti testimonii. E perchè dall'Africa venivano
frequenti doglianze delle avanie e concussioni che vi commettevano gli
uffiziali cesarei, deputati tanto a raccogliere i tributi quanto a far
pagare i debiti degli anni addietro, e a cercare i desertori e
vagabondi, Onorio con saggi editti si studiò di rimediare a sì fatti
disordini. Premeva ancora a questo piissimo principe che si rimettesse
in vigore la tanto afflitta città di Roma; e però diede varii privilegi
ai corporati, cioè alla società di coloro che conducevano colà grani ed
altri viveri, acciocchè non penuriasse il popolo di vettovaglia. Roma in
fatti dopo le calamità sofferte dai Goti non istette molto a
ripopolarsi, di maniera che Paolo Orosio[1332] pochi anni dopo scrivendo
la sua storia, attestò, per relazione degli stessi Romani, che non si
conosceva più il danno inferito a quell'augusta città dai Barbari, a
riserva di qualche luogo già devastato dalle fiamme. Ed _Albino_
prefetto di Roma nell'anno 414 (secondochè narra Olimpiodoro)[1333]
scrisse che non bastava al popolo d'essa città la porzione del grano
pubblico assegnatogli dalla pia liberalità dell'imperadore: tanto era
cresciuta la moltitudine degli abitanti.

NOTE:

[1327] Jordan., de Rebus Getic., cap. 31.

[1328] Prosper, in Chron.

[1329] Olymp., apud Photium, pag. 183.

[1330] Idacius, in Chron.

[1331] Gothofr., Chronol. Cod. Theodos.

[1332] Orosius, lib. 7, cap. 40.

[1333] Olympiod., apud Photium, pag. 188.



    Anno di CRISTO CDXIII. Indizione XI.

    INNOCENZO papa 13.
    ONORIO imperad. 21 e 19.
    TEODOSIO II imperad. 12 e 6.

_Consoli_

LUCIO ed ERACLIANO.


_Eracliano_, quel medesimo che di sua mano uccise già Stilicone, e per
guiderdone ebbe da Onorio Augusto il governo dell'Africa col titolo di
conte, fu creato dal medesimo imperadore console di quest'anno, in
compagnia di _Lucio_, avendo voluto Onorio premiare il merito ch'egli
s'era acquistato in isventare negli anni addietro i disegni del falso
imperadore Attalo, con impedirgli l'entrata nell'Africa. Ma costui,
persona di scellerati costumi, dei quali ci lasciò una orrida dipintura
san Girolamo[1334], senza sapersi se in lui fosse maggiore la superbia o
la crudeltà, l'avarizia o la gola, gonfiatosi maggiormente per
quest'onore, e mosso non meno dagli esempi dei tiranni della Gallia, che
dalla poca stima del regnante Onorio: anche egli si sottrasse dalla di
lui ubbidienza; e meditò non solo di farsi padrone dell'Africa[1335], ma
eziandio di levar la corona di testa al suo benefattore Augusto.
Congiurossi pertanto con Sabino, suo domestico e consigliere, uomo
accortissimo, capace di eseguir de' grandi attentati, e di seguito non
minore in Africa, con dargli per moglie una sua figliuola, affine di più
strettamente invischiarlo ne' suoi interessi. Trattenne costui per
qualche tempo con vari pretesti la spedizion de' grani a Roma, pensando
di valersi delle navi pel disegno da lui conceputo. In quest'anno poi
unita una gran flotta con quanti armati potè, spiegò le vele verso Roma,
non già coll'apparenza di andare a prendere il possesso del consolato,
ma colla chiara disposizione di farsene padrone. Paolo Orosio scrive
essere allora corsa fama ch'egli seco menasse tremila e dugento navi:
numero che eccede la credenza nostra, perchè, siccome il medesimo autore
osserva, neppure Serse, e nemmeno Alessandro od altro monarca giunse mai
a formare una flotta sì strepitosa. All'incontro Marcellino conte[1336]
più discretamente narra che costui venne con settecento navi, e tremila
soldati, numero nondimeno di gente che dee parere anch'esso troppo
scarso per chi meditava sì grande impresa. Giunto Eracliano ai lidi
dell'Italia, se gli fece incontro _Marino_ conte, uffiziale di Onorio,
con quante truppe potè, e gli mise tale spavento, che giudicò meglio di
darsi alla fuga, e se ne tornò con una sola nave in Africa. Ma se
vogliam credere allo storico Idacio[1337], seguì tra Eracliano e Marino
un fatto d'armi ad Otricoli, dove restarono morte cinquantamila persone
sul campo: racconto spropositato; perchè se ciò sussistesse, converrebbe
supporre venute alle mani almen centomila persone in tal occasione: il
che non può mai accordarsi colle circostanze d'allora. Nulladimeno può
ben Idacio farci conghietturare che Eracliano conducesse in Italia più
di tremila persone, e che solamente fuggisse perchè la peggio gli toccò
in qualche conflitto. Giunto costui in Africa sconfitto e screditato,
non tardarono a tenergli dietro ordini pressanti dell'imperadore di
ucciderlo dovunque si trovasse. E colto in fatti nel tempio della
Memoria, fu quivi trucidato. Onorio Augusto a' dì cinque di luglio del
presente anno scrisse ai popoli dell'Africa, con dichiarare Eracliano
nemico pubblico, condannando lui e i suoi complici a perdere la testa,
col confisco di tutti i loro beni[1338]. E con altra legge del dì tre
d'agosto, indirizzata ad _Adriano_ prefetto del pretorio, ordinò che si
abolisse il nome ed ogni memoria di lui. Donò eziandio, secondochè s'ha
da Olimpiodoro, tutti i di lui beni a _Costanzo_ conte, suo generale,
che se ne servì per le spese del suo consolato nell'anno seguente, ma
senza essersi trovati que' monti d'oro che la fama decantava. Sabino,
genero d'Eracliano, fuggito a Costantinopoli, fu preso e dato in mano
agli ufficiali d'Onorio, e probabilmente si seppe così ben difendere,
che n'ebbe solamente la pena dell'esilio.

Intanto nelle Gallie si sconciò presto la buona intelligenza che passò
nell'anno addietro fra il suddetto _Costanzo_ conte e _Ataulfo_ re de'
Goti. S'era obbligato questo re di restituire _Placidia_ all'imperadore
suo fratello; e Costanzo, che desiderava e sperava di ottenerla in
moglie, ne andava facendo varie istanze[1339]. Ma Ataulfo, che aspirava
anch'egli alle medesime nozze, non cessava di tergiversare, allegando
che Onorio non gli avea consegnato il grano già accordato nella
capitolazione; e che, ottenuto questo, la renderebbe. Restati dunque
amareggiati gli amici, Ataulfo voltò le sue armi contro di Narbona, e se
ne impadronì nel tempo della vendemmia[1340]. Per attestato di san
Girolamo[1341], fu presa anche Tolosa, e il Tillemont sospetta che da
Ataulfo. Ma molto prima pare scritta la lettera del santo vecchio, dove
conta con tante altre sciagure della Gallia ancor questa. Certo è bensì
(e ne fa testimonianza Olimpiodoro) che Ataulfo tentò di sorprendere con
inganno la città di Marsiglia; ma non gli venne fatto per la vigilanza e
bravura di _Bonifazio_ conte, che coll'armi gli si oppose, con
obbligarlo alla fuga, e regalarlo ancora di una ferita. Questo Bonifazio
conte verisimilmente è quello stesso ch'ebbe dipoi il governo
dell'Africa, e s'incontra nelle lettere di sant'Agostino. Sappiamo
ancora da Prospero Tirane[1342] che l'Aquitania in questo anno venne in
potere de' Goti; e da Paolino penitente[1343], che la città di Bordeaux
ricevette come amico Ataulfo; ma non andò molto che provò miseramente la
crudeltà di que' Barbari, con rimanerne tutta incendiata. Così in questi
tempi ebbe principio nella Gallia meridionale il regno de' Goti, di modo
che quelle provincie per alcuni secoli dipoi portarono il nome di Gotia.
Similmente nella parte settentrionale della Gallia presso il Reno i
Borgognoni sotto il re loro _Guntario_, o _Gondecario_, stabilirono il
loro regno. Erano costoro popoli della Germania: divennero in breve
cristiani, e si domesticarono sì fattamente, che i Romani di que' paesi
volentieri se ne stavano sotto il loro governo. La Borgogna d'oggidì è
una picciola parte di quel regno, perchè costoro a poco a poco stesero
il loro dominio fino a Lione, al Delfinato, e ad altre città di que'
contorni, come avvertì il Valesio[1344]. Dappoichè _Marino_ conte ebbe
nel presente anno sì valorosamente ripulsato da' contorni di Roma il
ribello Eracliano, in ricompensa del merito ch'egli s'era acquistato, fu
spedito dall'imperadore Onorio in Africa con ampia autorità di punire e
confiscare. Costui barbaramente si prevalse del suo potere, colla morte
non solo di molti delinquenti, ma anche di non pochi innocenti, perchè
con troppa facilità porgea l'orecchio a chiunque portava accuse in
segreto. Grande strepito soprattutto fece in quelle parti l'aver egli
tolta la vita a Marcellino tribuno e notaio, cioè a quel medesimo che
aveva assistito alla celebre conferenza tra i cattolici e donatisti,
uomo di rara virtù e di santa vita. Creduto parziale dei cattolici,
trovarono maniera gli eretici di farlo credere reo di non so qual
delitto al suddetto Marino, il quale senz'altro gli fece mettere le mani
addosso ed imprigionarlo. Udita questa nuova, santo Agostino[1345]
scrisse caldamente a Ceciliano governatore allora dell'Africa, con
raccomandargli l'innocente Marcellino, e n'ebbe per risposta che si
studierebbe di salvarlo. Ma nel dì 13 di settembre Marino gli fece
tagliar la testa in Cartagine. Per aver egli incontrata la morte per
odio ed istigazione degli eretici, il cardinal Baronio l'inserì qual
martire nel Martirologio romano a dì 6 d'aprile. Per le premure d'esso
Marcellino, sant'Agostino scrisse la bell'opera della Città di Dio, e la
dedicò al medesimo. Tante doglianze per questa iniquità di Marino fecero
dipoi i cattolici africani[1346], che Onorio Augusto il richiamò in
Italia, e di tutte le cariche lo spogliò. Poscia nell'anno seguente con
suo editto[1347] confermò tutti gli atti seguiti sotto la sua assistenza
fra i cattolici e donatisti. Appartiene ancora a quest'anno una legge di
Onorio, in cui per quattro anni esentò le provincie d'Italia da varie
imposte, mosso, come si può credere, da' saccheggi che avea patito il
paese pel passaggio dei Barbari.

NOTE:

[1334] Hieron., Epist. VIII ad Demetriad.

[1335] Orosius, lib. 7, cap. 42.

[1336] Marcell., in Chronico.

[1337] Idacius, in Chron., apud Sirmondum.

[1338] L. 15, tit. 14, Cod. Theod.

[1339] Olympiod., apud Photium, pag. 185.

[1340] Idacius, in Chron.

[1341] Hieron., Epist. XI ad Ageruch.

[1342] Prosper Tiro, in Chron.

[1343] Paul. Poenit., in Eucharist.

[1344] Hadrian. Valesius Notit. Galliar.

[1345] August., Epist. CLXI, olim CCLIX.

[1346] Orosius, lib. 7, cap. 42.

[1347] Cod. Theod., lib. 55, de Haeretic.



    Anno di CRISTO CDXIV. Indiz. XII.

    INNOCENZO papa 14.
    ONORIO imperad. 22 e 20.
    TEODOSIO II imper. 13 e 7.

_Consoli_

FLAVIO COSTANZO e FLAVIO COSTANTE.


Se non v'ha errore nelle leggi del Codice Teodosiano[1348], la
prefettura di Roma fu nell'anno presente esercitata da _Eutichiano_,
poscia da _Albino_, poscia da _Epifanio_. Di Albino prefetto di Roma fa
anche Olimpiodoro menzione. _Costanzo_ conte, generale d'Onorio Augusto,
entrò console quest'anno in Occidente; e _Costante_, generale di
Teodosio Augusto in Oriente, fu l'altro. Secondo Olimpiodoro, sembra che
Costanzo venuto a Ravenna, quivi nel primo dì dell'anno assumesse gli
abiti consolari. Poscia, così richiedendo i bisogni dell'imperio, se ne
tornò nella Gallia, dove fece nuove istanze ad Ataulfo re de' Goti,
perchè restituisse _Galla Placidia_. Ma Ataulfo sfoderava ogni dì nuove
scuse e pretesti per non renderla. Finalmente coll'interposizione di un
buon sensale, appellato Candidiano, riuscì ad Ataulfo d'indurre quella
principessa a riceverlo per consorte. A tal fine, per quanto scrive
Filostorgio[1349], egli ripudiò la prima moglie, che era Sarmata di
nazione. Racconta Giordano storico che seguirono le nozze in Forlì
(quando non avesse cambiato Frejus di Provenza in Forlì d'Italia),
oppure in Imola. Certamente è un errore, perchè Ataulfo non la sposò
prima dell'anno presente, nè era per questi tempi in Italia. Quel che
più importa, Olimpiodoro[1350] più autentico storico, perchè
contemporaneo, attesta celebrate quelle nozze nella Gallia nella città
di Narbona, correndo il gennaio del presente anno. Altrettanto abbiamo
da Idacio[1351]. Seguì dunque con tutta magnificenza quel nobile
sposalizio in casa di un certo Ingenio, primario cittadino di Narbona, e
fu dato il primo luogo a Placidia che vi comparve in abito da reina.
Ataulfo vestito anch'egli alla romana fece suntuosi doni alla
principessa, e fra gli altri fu singolar quello di cinquanta paggi,
ciascun dei quali portava nell'una mano un bacile pieno d'oro, e
nell'altra un altro simile ripieno di pietre preziose d'inestimabile
valore. Al ladro è facile pulire la sposa. Furono quei regali ricchezze
tutte asportate dai Goti dal sacco di Roma. Cantossi in tal funzione
secondo l'usanza l'epitalamio, ed il primo ad intonarlo fu _Attalo_, che
d'imperadore de' Romani era divenuto cortigiano dei re goti. Terminò poi
la solennità con giuochi, grande allegrezza e tripudio di quanti Romani
e Barbari si trovarono allora in Narbona. Leggesi presso Jacopo
Spon[1352] una iscrizione di sant'Egidio nella Linguadoca, posta ad
_Ataulfo Flavio potentissimo re_, ec., e _alla Cesarea Placidia anima
sua_, ec. Ma è da stupire che un uomo dotto come Spon, ed anche il
celebre Du-Cange, ricevessero per monumento legittimo dell'antichità una
iscrizione sì affettata e ridicola, e che combatte ancora contro la
storia d'allora. Non c'è apparenza alcuna che Onorio imperadore
acconsentisse a tali nozze; perciocchè in questo medesimo anno, secondo
la Cronica di s. Prospero, per consiglio dei Goti e colle loro spalle
_Attalo_ ripigliò nella Gallia la porpora, e la fece da imperadore al
dispetto d'esso Onorio; ma con una assai trista figura, perchè non avea
nè potere, nè danari, nè soldati, e con sì bell'aspetto di signoria non
era che un servo dei Goti. Paolino penitente, di cui resta un poema
eucaristico, ricco cittadino di Bordeaux, e nipote del famoso Ausonio,
scrive che da questo immaginario imperadore ottenne la carica di conte
della tesoreria segreta; tesoreria per confessione di lui fallita, e di
nome solo. A quest'anno nel Codice di Giustiniano è riferita una legge
di Onorio imperadore[1353], in cui stabilisce l'immunità delle chiese,
ordinando che non si possa levare dai sacri templi chi colà si rifugia,
ed intimando la pena di lesa maestà a chi contravvenisse. Forse quella
legge appartiene all'anno 409, in cui Giovio fu prefetto del pretorio in
Italia. Altri editti del medesimo Augusto spettanti all'anno presente
esistono nel Codice Teodosiano[1354], specialmente per sollevare da
tanti aggravii e dalle iniquità de' pubblici uffiziali i popoli
dell'Africa. Perchè non era facile a quella gente il portar le loro
doglianze alla corte, a cagione del mare, perciò i ministri della
giustizia e del fisco a man salva vi faceano non poche estorsioni ed
avanie: al che il buon Augusto andò provvedendo il meglio che potè. In
Costantinopoli mancò di vita Antioco persiano, che fin allora con grande
lode era stato curatore del giovine Teodosio Augusto a nome
d'_Isdegarde_ re della Persia. Allora Teodosio dichiarò _Augusta
Pulcheria_ sua sorella, giovane piissima, e dotata d'insigni virtù, che
saggiamente aiutò da lì innanzi il fratello nel governo dell'imperio, e
dedicò a Dio la sua virginità. Delle sue mirabili qualità e virtù è da
leggere Sozomeno[1355].

Nella Gallia mal sofferì Costanzo conte, generale d'Onorio, il
maritaggio di Galla Placidia con Ataulfo, perchè a quelle nozze
anch'egli da gran tempo aspirava. Ma non potendo di più, attese a
liberare dal barbaro re e da' suoi Goti quanto paese egli potè. Impedì
che non potessero aver navi nè commercio coi paesi forestieri, ed
intanto con segreti trattati procurò di spignere Ataulfo in Ispagna,
facendogli sperare colà a nome dell'imperadore la cession di qualche
provincia per sua residenza. Nè mancava già Galla Placidia di consigliar
al marito la pace con suo fratello, di manierachè Ataulfo prese la
risoluzione di passar in Ispagna, con pensiero di quivi combattere
contro i Vandali, Alani e Svevi in favore d'Onorio Augusto. Scrive Paolo
Orosio[1356], autore che in questi tempi compilava la sua istoria ad
istanza di sant'Agostino, che Costanzo dimorando in Arles, scacciò
Ataulfo da Narbona, e il costrinse a ritirarsi in Ispagna: parole che
sembrano indicare usata la forza dell'armi per isloggiarlo di là. Ma
probabilmente il solo avergli difficultati i viveri e le speranze a lui
date, furono le cagioni principali di mutar quartiere. Narra inoltre lo
stesso Orosio di avere inteso da san Girolamo, che un cittadino di
Narbona, persona riguardevole ed amicissimo dello stesso Ataulfo,
raccontava che questo re sulle prime altro non meditava che di
annientare l'imperio romano e di stabilire il gotico; ma che dipoi
avendo conosciuto che la sfrenata barbarie della sua nazione non voleva
nè briglia nè leggi, siccome personaggio d'animo e d'ingegno grande,
determinò di acquistar più gloria con adoperar le forze della sua gente
per rimettere in auge ed accrescere lo stesso romano imperio, e con
divenire ristorator del medesimo, giacchè non avea potuto esserne
distruttore. Per questo non volle più guerra co' Romani, e trattò
coll'imperadore Onorio di pace; al che contribuivano non poco le
esortazioni di Placidia, principessa provveduta d'ingegno, e creduta di
pietà non volgare. Il perchè abbiamo abbastanza per intendere che
Ataulfo spontaneamente, piuttostochè per forza d'armi, elesse di
trasferirsi in Ispagna. Che poi Costanzo conte in altre maniere
attendesse al bene dell'imperio, si può raccogliere da un'iscrizione
d'Albenga da me data alla luce[1357]. Si ricava da essa che Costanzo
ristorò e fortificò di mura una città (verisimilmente Albenga stessa)
con porte, piazza e porto. Nè può questo applicarsi a Costanzo Augusto
figliuolo di Costantino il Grande; ma sì bene a Costanzo conte di cui
abbiam finora favellato, avendo egli ritolta parte della Gallia a vari
tiranni.

NOTE:

[1348] Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.

[1349] Philost., lib. 7, cap. 4.

[1350] Olympiodorus, apud Photium, p. 184.

[1351] Idacius, in Chronic. apud Sirmond.

[1352] Spon, Miscell. erudit. Antiq., p. 157.

[1353] L. 2, de his qui ad Eccl. confugiunt. Cod. Justinian.

[1354] Gothofr., Chronol. Cod. Theodos.

[1355] Sozom., lib. 9, cap. 1.

[1356] Orosius, l. 7, c. 43.

[1357] Thesaur. Novus Inscript., pag. 697, n. 3.



    Anno di CRISTO CDXV. Indizione XIII.

    INNOCENZO papa 15.
    ONORIO imperad. 23 e 21.
    TEODOSIO II imp. 14 e 8.

_Consoli_

ONORIO AUGUSTO per la decima volta e TEODOSIO AUGUSTO per la sesta.


Abbiamo dalle leggi del Codice Teodosiano prefetto in Roma in quest'anno
_Gracco_. Passato che fu Ataulfo re de' Goti in Ispagna, s'impadronì di
Barcellona, ed ivi poi stabilì la sua residenza[1358]. Gli partorì in
quella città Galla Placidia un figliuolo, a cui fu posto il nome di
Teodosio: del che sommamente si rallegrò esso Ataulfo, e prese più amore
alla repubblica romana. Ma all'allegrezza succedette da lì a non molto
la tristezza, essendo mancato di vita questo loro germoglio, che con
gran duolo de' genitori fu seppellito entro una cassa d'argento in una
delle chiese di Barcellona. Ma peggio avvenne poco appresso, perchè lo
stesso Ataulfo fu anch'egli tolto dal mondo, mentre nella scuderia
visitava, secondo il costume, i suoi cavalli da un suo domestico,
appellato Dubbio. Costui, perchè il suo vecchio padrone, re di una parte
de' Goti, era stato ammazzato da Ataulfo, non gliela perdonò mai più,
finchè ne fece nella forma suddetta la vendetta. Giordano[1359] chiama
il di lui uccisore Vernulfo, aggiugnendo, che costui irritato, perchè il
re metteva in burla la sua corta statura, gli cacciò la spada nella
pancia. E se a tale storico prestiam fede, già Ataulfo s'era inoltrato
nella Spagna, ed avea cominciato a combattere coi Vandali ed Alani in
favore dell'imperio romano. Filostorgio[1360] attribuisce la di lui
morte a varie crudeltà da lui commesse in collera. Prima di morire,
Ataulfo raccomandò a suo fratello, di cui non sappiamo il nome, che
restituisse all'imperadore Onorio la sorella Placidia, e procurasse, in
qualunque modo che potesse, di stabilir pace e lega coll'imperio romano.
Si figurava egli che questo suo fratello gli avesse a succedere nel
regno; ma s'ingannò. _Singerico_, fratello di quel Saro che disopra
vedemmo trucidato per ordine dello stesso Ataulfo, non in vigore della
legge o della parentela, ma colla violenza fu creato re[1361]. Nè tardò
costui a far la vendetta del fratello, perchè strappati dalle braccia di
_Sigesaro_ vescovo (non so se dei Goti stessi, oppure di Barcellona) i
figliuoli di Ataulfo, a lui nati dal primo matrimonio, crudelmente li
fece ammazzare. Oltre a ciò, in onta del re defunto fece camminar la
stessa regina Placidia a piedi davanti al suo cavallo, mischiata con
altri prigionieri per lo spazio di dodici miglia. Ma questo Barbaro in
capo a sette dì fu anche egli scannato, ed ebbe per successore _Vallia_.
Ambrosio Morales[1362], e dopo lui il Baronio[1363] rappresentano un
epitafio posto al re Ataulfo in Barcellona, dove si dice seppellito con
sei figliuoli, uccisi dalla sua gente. Eccolo di nuovo.

    BELLIPOTENS VALIDA NATVS DE GENTE GOTHORVM.
      HIC CVM SEX NATIS REX ATAULPHE JACES.
      AVSVS ES HISPANAS PRIMUS DESCENDERE IN ORAS
      QVEM COMITABANTVR MILLIA MVLTA VIRUM.
    GENS TVA TVNC NATOS, ET INVIDIOSA PEREMIT.
      QVEM POST AMPLEXA EST BARCINO MAGNA GEMENS.

Se antica, o de' secoli susseguenti, sia quest'iscrizione, alcuno ha
dubitato, e ne dubito più d'essi anch'io, parendo che non convenga assai
colla storia quel terzo esametro verso:

    AVSVS ES HISPANAS PRIMUS DESCENDERE IN ORAS

Ma certo egli fu il primo de' re Goti che fissassero la sua residenza in
Ispagna. Potrebbe ben servire ad assicurarci che fosse composto allora
esso epitafio l'autorità di Flavio Destro, storico di que' tempi,
perch'egli scrive che era fattura sua. Ma oggidì è conchiuso fra i
letterati, tinti alquanto di critica, e liberi dalle passioni spagnuole,
che la storia pubblicata sotto nome di Flavio Destro, e commentata dal
Bivario, è una solenne impostura di questi ultimi tempi, e ne sappiamo
anche l'autore, o gli autori, che con altre simili merci hanno sporcata
la storia e il martirologio della Spagna e del Portogallo. Secondo la
Cronica Alessandrina, giunse a Costantinopoli la nuova della morte
d'Ataulfo nel dì 24 di settembre dell'anno presente, e se ne fece festa.

In quest'anno Onorio Augusto pubblicò una legge[1364] severissima contra
dei pagani, con istenderla non solamente per tutta l'Africa, ma per
tutto ancora il romano imperio. In essa comandò egli che dovessero uscir
di Cartagine e da tutte le città metropolitane i sacerdoti del
paganesimo. Unì al fisco tutti i loro luoghi sacri e le entrate che da
loro dianzi s'impiegavano in sagrifizii e conviti, a riserva di quanto
era già stato donato alle chiese de' Cristiani. Si era in altre leggi
mostrato questo imperadore assai favorevole ai Giudei. Anche nel
presente anno loro concedette il poter tenere schiavi cristiani[1365],
purchè loro lasciassero la libertà della religione, nè li seducessero.
Editto disdicevole ad un imperador cristiano, e concessione riprovata
molto prima da Costantino il Grande. E perciocchè essi Giudei gli
rappresentarono che parecchi della loro setta abbracciavano la fede
cristiana, non con animo vero, ma solamente per ischivar le pene de' lor
delitti e i tributi imposti ai Giudei, Onorio permise a costoro di
ripigliare la lor setta, credendo egli che non tornasse il conto neppure
alla religion cristiana l'aver in seno questi finti cristiani. Sono ben
diverse in questo proposito le leggi de' nostri tempi. All'incontro
Teodosio Augusto con altri editti represse l'insolenza d'essi Giudei. E
sappiamo dalla Cronica Alessandrina che nel presente anno terminò i suoi
giorni _Termanzia_ figliuola di Stilicone, e moglie d'Onorio imperadore,
ma ripudiata da lui. Succedettero ancora in quest'anno dei fieri tumulti
nella città d'Alessandria, per i quali di colà furono scacciati i
Giudei. Socrate storico[1366] incolpa forte di tali scandali _Cirillo_
vescovo di quella città, e i monaci di Nitria; ma sopra ciò è da vedere
il cardinale Baronio.

NOTE:

[1358] Olimpiod., apud Photium, pag. 187.

[1359] Jordan., de Rebus Getic., c. 31.

[1360] Philost., lib. 12. c. 4.

[1361] Olymp., apud Photium, pag. 187.

[1362] Morales, Hist. Hisp. lib. 2.

[1363] Baron., Annal. Eccl.

[1364] L. 20, tit. 10, lib. 16. Cod. Theod.

[1365] Lib. 16, tit. 9, l. 3. Cod. Theodos.

[1366] Socrates, lib. 7, c. 15 Hist. Eccl.



    Anno di CRISTO CDXVI. Indizione XIV.

    INNOCENZO papa 16.
    ONORIO imperad. 24 e 22.
    TEODOSIO II imperad. 15 e 9.

_Consoli_

TEODOSIO AUGUSTO per la settima volta, e GIUNIO QUARTO PALLADIO.


_Probiano_ prefetto di Roma nel presente anno si mira nelle leggi del
Codice Teodosiano. Aveano i Goti nella Spagna eletto _Vallia_ per loro
re, con intenzione ch'egli facesse la guerra contro ai Romani. Ed egli
in fatti s'accinse all'impresa, e meditando di far delle conquiste ne'
paesi dell'Africa[1367], fece imbarcare un numeroso corpo de' suoi Goti,
bene armati, per farli passare colà. Ma Iddio permise che costoro
assaliti da fiera burrasca con tutte le navi perissero dodici miglia
lungi dallo stretto di Gibilterra. Questo sinistro avvenimento, e il
ricordarsi Vallia come miseramente fosse terminata un'altra simile
spedizione, allorchè Alarico volea passare in Sicilia, gli mise il
cervello a partito, e determinò di cercar piuttosto la pace
dall'imperadore Onorio, con promettergli la restituzione di Galla
Placidia, ed obbligar la nazione de' Goti a far guerra in favore
dell'imperio romano agli altri Barbari che aveano fissato il piede in
Ispagna, cioè ai Vandali, Alani e Svevi. Cosa curiosa, e, per quanto
osservò Paolo Orosio, quasi incredibile avvenne, cioè che anche gli
altri re barbari, che non erano d'accordo coi Goti, esibirono lo stesso
ad Onorio, con fargli sapere: _Strignete pure, o Augusto, la pace con
tutti, e da tutti ricevete gli ostaggi; che noi, senza che vi moviate,
combatteremo insieme. Nostre saranno le morti, per voi sarà la vittoria;
e un immortal guadagno verrà alla romana repubblica, se noi pugnando
l'un contra l'altro tutti periremo._ Onorio accettò l'esibizione di
Vallia, e, secondochè scrive Filostorgio[1368], concedette ai Goti una
parte della Gallia, cioè la seconda Aquitania, o sia la Guascogna, con
terreni da coltivare. Ma questa concessione più fondatamente si dee
riferire all'anno 418. Giordano storico[1369] non so qual fede meriti
qui, perchè confonde molti punti di storia; tuttavia ascoltiamolo,
allorchè narra che _Costante_ conte, generale dell'imperadore, con un
fiorito esercito si mosse contra di esso re Vallia, con disegno di
ricuperar Placidia o colle buone o colle brusche; ma che essendogli
venuto incontro il re Goto con un'armata non inferiore, seguirono varie
ambascerie, per le quali finalmente si conchiuse la pace. Onorio mandò a
Vallia una gran quantità di frumento già promesso, e non mai dato ad
Ataulfo, cioè, per attestato di Olimpiodoro[1370], seicentomila misure.
Ed allora il Goto rimise _Galla Placidia_ con tutta onorevolezza in mano
di Eupiuzio Magistriano, uffiziale cesareo, spedito a lui per la pace,
il quale la ricondusse o la rimandò al fratello Augusto. Poscia esso ne
attese a mantener la parola data ad Onorio, con far la guerra
valorosamente agli altri Barbari usurpatori della Spagna. Bisogna che
fra i patti della pace tra l'imperadore e i Goti, uno ancora se ne
contasse, cioè che i Goti abbandonassero _Attalo_ imperador da commedia
di que' tempi, oppure che il consegnassero nelle mani d'esso Onorio. Da
Paolo Orosio[1371] sappiamo che costui passò coi Goti in Ispagna, e di
là si partì, probabilmente perchè scorgendo i maneggi di pace
coll'imperadore, sospettò di restar vittima dell'accordo. Si pose dunque
in nave, ma nel mare fu preso, e condotto a Costanzo generale cesareo,
al quale era stato conferito il titolo di patrizio; e questi ordinò che
fosse condotto a Ravenna. Gli fece Onorio solamente tagliar la mano
destra, oppure, come vuol Filostorgio[1372], non altro che il pollice e
l'indice della destra, acciocchè non potesse più scrivere. Anzi questo
autore attesta essere stato costui consegnato dai Goti stessi
all'imperadore; ed è verisimile, con patto segreto di salvargli la vita.
Secondo lui, solamente nell'anno seguente gli furono tagliate le dita.
Prospero[1373] riferisce all'anno precedente la presa d'Attalo; ma nella
Cronica Alessandrina abbiamo che nel dì 28 di giugno e nel dì 6 di
luglio del presente anno furono fatte feste e giuochi pubblici in
Costantinopoli per la presa d'Attalo. Potrebbe essere che l'arrivo di
costui a Ravenna accadesse nel fine di questo o nel principio del
susseguente anno. Erano poi succeduti, duranti le guerre e i passaggi
de' Barbari, nel romano imperio dei disordini incredibili contra le
leggi; ed è probabile che i giudici ed uffiziali imperiali ne
profittassero con formare de' fieri processi contro chiunque vi avea
contravvenuto. Ma l'imperadore Onorio con una legge[1374], indirizzata a
Costanzo conte e patrizio, abolì tutti i reati di chiunque avesse in
quei tempi sì sconcertati rapito ed occupato l'altrui, riserbando
solamente ai padroni di ricuperare il suo, se tale poteano provarlo.
Bolliva intanto l'eresia di Pelagio e Celestio, specialmente in Africa,
dove s'erano raunati i vescovi ne' concilii di Cartagine e di Milevi,
oggidì Mela, in occasion di costoro che si studiavano di seminar
dappertutto il loro veleno. Innocenzo papa, scrivendo in quest'anno ai
padri d'essi concilii, condannò le opinioni di costoro, e ne scomunicò
gli autori: il che gli accrebbe gloria in tutta la Chiesa di Dio.

NOTE:

[1367] Orosius, lib. 7, cap. 43.

[1368] Philost., lib. 12, cap. 4.

[1369] Jordan., cap. 32, de Reb. Getic.

[1370] Olimpiodorus, apud Photium, pag. 190.

[1371] Orosius, lib. 7, cap. 42.

[1372] Philost., lib. 12, cap. 5.

[1373] Prosper, in Chron.

[1374] L. 14, tit. 14, lib. 15. Cod. Theodos.



    Anno di CRISTO CDXVII. Indizione XV.

    ZOSIMO papa 1.
    ONORIO imperad. 25 e 23.
    TEODOSIO II imperad. 16 e 10.

_Consoli_

ONORIO AUGUSTO per l'undecima volta, e FLAVIO COSTANZO per la seconda.


Aveva l'imperadore Onorio già conferito a _Costanzo_ conte suo generale
lo splendido titolo di _Patrizio_, e volendo maggiormente premiare in
quest'anno il suo fedele servigio, oltre all'averlo creato console per
la seconda volta, e presolo per collega nel consolato suo undecimo, gli
avea destinata per moglie _Galla Placidia_ sua sorella. A tali nozze non
inchinava punto Placidia, per quanto scrive Olimpiodoro[1375], autore di
questi tempi, e non si sa se per superbia, o per qual altro motivo.
Onorio, o dubitando o sapendo che dai consigli dei familiari e servitori
di questa principessa procedeva la di lei avversione e renitenza a
questo matrimonio, se la prese contra loro. Ma finalmente la volle
vincer egli, e nel dì primo di gennaio, in cui amendue faceano la
solennità dell'ingresso nel consolato, presala per mano, la forzò a
darla a Costanzo; ed ella, benchè di mala voglia, il prese per marito.
Si celebrarono tali nozze con gran pompa e splendidezza. Partorì poi
Placidia a Costanzo, probabilmente prima che terminasse l'anno, una
figliuola ch'ebbe il nome di _Giusta Grata Onoria_. D'essa è fatta
menzione in un'iscrizione rapportata già dal Grutero[1376], e poscia da
me più corretta nel mio Tesoro nuovo. Volle eziandio in quest'anno
l'Augusto Onorio consolare colla sua presenza i Romani. La Cronica di
Prospero[1377] rende testimonianza ch'egli trionfalmente entrò in quella
città, e che davanti al suo cocchio fece marciare a piedi _Attalo_, già
immaginario imperadore. Filostorgio aggiugne che esso Augusto giunto
colà, al mirare la città tornata così popolata, se ne rallegrò
assaissimo, e colla mano e colla voce fece animo e plauso a chi
riedificava le case e i palagi rovinati dai Barbari. Poscia essendo
salito sul tribunale, volle che Attalo salisse anch'egli fino al secondo
gradino, acciocchè tutto il popolo s'accertasse co' suoi occhi della di
lui depressione. Dopo di che fattegli tagliar le due dita, con cui si
scrive, il mandò in esilio nell'isola di Lipara, vicina alla Sicilia,
con ordine di somministrargli tutto il bisognevole pel suo
sostentamento. Se ciò fosse un atto di sua clemenza, o pure un concerto
fatto coi Goti, allorchè gliel diedero in mano, è tuttavia oscuro. Poco
si dovette fermare in Roma Onorio; perciocchè nel gennaio, maggio e
dicembre, stando in Ravenna, dove certo egli si restituì dopo la visita
fatta ai Romani, abbiamo leggi da lui pubblicate e inserite nel Codice
Teodosiano[1378]. Fra esse una provvede all'annona di Roma. Un'altra
vieta sotto pena di morte il comperare per ischiavo un uomo libero, e il
turbare nel possesso della libertà i manomessi. In un'altra vuole che le
terre incolte sieno esenti dagli aggravii. A dì 12 del mese di marzo,
siccome pruova il Pagi, mancò di vita _Innocenzo I_ papa, pontefice di
gloriosa memoria per le sue virtù e pel suo zelo nella custodia della
religione cattolica e della disciplina ecclesiastica. Ebbe per
successore _Zosimo_, pontefice non assai avveduto, come il suo
predecessore, perchè si lasciò sulle prime sorprendere dalle finte
suppliche di Pelagio e Celestio eretici, ch'egli buonamente credette
innocenti. Ma nel seguente anno, conosciute meglio queste volpi, proferì
la sentenza condannatoria de' loro errori. Seguitava intanto nelle
Spagne _Vallia_ re de' Goti, dappoichè ebbe conclusa la pace con Onorio,
a guerreggiare contra degli altri Barbari, occupatori di quelle
provincie. Idacio[1379] scrive, e dopo lui santo Isidoro[1380], ch'egli
fece di coloro grande strage. Tutti i Vandali, chiamati Silingi, che si
aveano fabbricato un buon nido nella provincia della Betica, dove è
Siviglia, dal filo delle sciable gotiche rimasero estinti. Gli Alani,
dianzi sì potenti, furono anch'eglino disfatti dai Goti, ed ucciso il re
loro _Atace_ Quei che restarono in vita, si sottoposero a _Gunderico_ re
de' Vandali, che regnava nella Galizia, con rimanere abolito il nome del
regno loro. È testimonio ancora di queste vittorie Paolo Orosio[1381],
il quale nell'anno presente diede fine alla sua storia, scritta da lui
in Ispagna, e dedicata a sant'Agostino. Ma forse buona parte di queste
prodezze fatte dai Goti si dee riferire al susseguente anno.

NOTE:

[1375] Olympiod., apud Photium, pag. 191.

[1376] Gruter., Inscription., pag. 1048, n. 1.

[1377] Prosper, in Chron. apud Labbeum.

[1378] Gothofred., Chronol. Cod. Theod.

[1379] Idacius, in Chron. apud Sirmondum.

[1380] Isid., in Hist. Goth. apud Labbeum.

[1381] Orosius, lib. 7, cap. 43.



    Anno di CRISTO CDXVIII. Indizione I.

    BONIFACIO I papa 1.
    ONORIO imperad. 26 e 24.
    TEODOSIO II imperad. 17 e 11.

_Consoli_

ONORIO AUGUSTO per la dodicesima volta, e TEODOSIO AUGUSTO per l'ottava.


Ricuperate ch'ebbe _Vallia_ molte Provincie della Spagna dalle mani dei
Barbari, sembra assai verisimile che le cedesse agli uffiziali
dell'imperadore Onorio; perciocchè, secondochè scrive Idacio[1382], fu
esso Vallia richiamato da Costanzo patrizio nelle Gallie, e d'ordine
dell'imperadore quivi assegnata a lui e alla sua nazione, per abitarvi,
la seconda Aquitania, dove è Bordeaux, con alcuni paesi circonvicini,
cioè da Tolosa fino all'Oceano. Allora la Linguadoca cominciò ad essere
appellata Gotia. Giordano storico[1383] chiaramente scrive che Vallia
consegnò ai ministri dell'imperadore le provincie conquistate, e venne
ad abitare a Tolosa. Ma poco egli godè di questi suoi vantaggi, perchè
venne rapito dalla morte nel presente anno, con essere a lui succeduto
nel regno gotico _Teodorico_, o sia _Teoderico_. Nella Cronica di
Prospero questi avvenimenti son riferiti al susseguente anno. Nel
presente Zosimo papa fulminò, siccome accennai, la sentenza contro gli
errori di Pelagio e di Celestio, e dipoi fece istanza ad Onorio Augusto,
dimorante in Ravenna, acciocchè per ordine suo costoro coi lor seguaci
fossero cacciati da Roma e dall'altre città, e riconosciuti per eretici.
Dobbiamo alla diligenza del cardinal Baronio l'editto allora pubblicato
dall'imperadore, e indirizzato a _Palladio_ prefetto del pretorio
d'Italia. In vigore di questo anche gli altri prefetti del pretorio,
cioè _Agricola_ della Gallia e _Monasio_ dell'Oriente, ordinarono le
medesime pene contra quegli eresiarchi. Nel qual tempo anche i vescovi
africani in un concilio plenario, inerendo alla sentenza della sede
apostolica, concordemente condannarono i suddetti eretici. Terminò il
corso di sua vita in quest'anno a dì 26 di dicembre il medesimo _Zosimo_
papa, e dopo due giorni di sede vacante fu eletto nella chiesa di
Marcello dalla miglior parte del clero, alla presenza di nove vescovi,
per suo successore _Bonifazio_, vecchio prete romano, figliuolo di
Giocondo, ma non senza tumulto e scisma. Imperciocchè un'altra parte del
clero e del popolo, stando _Eulalio_ arcidiacono nella chiesa
lateranense, quivi l'elessero papa: dal che seguirono molti sconcerti
nell'anno appresso. Al presente appartiene ciò che narra Prospero
Tirone[1384], o sia qualche altro Prospero, cioè che _Faramondo_
cominciò a regnare sopra i Franchi. Questo è, per quanto dicono, il
primo re di quella nazione a noi noto, ma esso sta appoggiato
all'autorità di uno scrittore non abbastanza autentico. Nè Gregorio
Turonese, nè Fredegario conobbero alcun re de' Franchi di questo nome.
Ammiano[1385] sotto l'anno 556 fa menzione dei re de' Franchi, ma senza
dire qual nome avessero. Contuttociò è stato creduto dagli eruditi
francesi sufficiente questa notizia, per cominciare da questo Faramondo
il catalogo di essi re franchi; e tanto più perchè fa menzione di lui
anche l'autore _de Gestis Francorum_, il quale si crede che vivesse
circa l'anno di Cristo 700. Ma quell'autore racconta sul principio tante
favole della venuta de' Franchi da Troja, e dà per avolo a Faramondo
Priamo, e per padre Marcomiro, che non fa punto di credito
all'asserzione sua intorno a Faramondo. Potrebbe anch'essere che nella
Cronichetta di quel Prospero fosse stata incastrata ed aggiunta ne'
secoli susseguenti la notizia d'esso Faramondo, da chi prese per buona
moneta le favole inventate dell'origine de' Franchi. In fatti manca essa
in qualche testo. Quello che è certo, questa bellicosa nazione,
conosciuta anche ne' precedenti due secoli, signoreggiava allora quel
paese che è di là dal Reno nella Germania, cominciando da Magonza fino
all'Oceano, collimando, per quanto si crede, colla Sassonia e Svevia.
Ermoldo Nigello[1386], il cui poema composto a' tempi di Lodovico Pio
Augusto, fu da me pubblicato, scrive, essere stata a' suoi dì opinione
che i Franchi tirassero la loro origine dalla Dania, o sia dal mar
Baltico. Sopra di che è da leggere un'erudita dissertazione del celebre
Leibnizio.

NOTE:

[1382] Idacius, in Chronic. Prosper, in Chronic.

[1383] Jordan., cap. 33 de Rebus Getic.

[1384] Prosper, in Chronic. apud Labb.

[1385] Ammian., lib. 16.

[1386] Ermold. Nigellus, lib. 4, in Rer. Italicar., p. 2, tom. 2.



    Anno di CRISTO CDXIX. Indizione II.

    BONIFACIO I papa 2.
    ONORIO imperadore 27 e 25.
    TEODOSIO II imp. 18 e 12.

_Consoli_

MONASIO e PLENTA.


Era insorto scisma, siccome di sopra accennai, nella Chiesa romana per
l'elezione dei due competitori _Bonifacio_ ed _Eulalio_. Quasi tutto il
clero e popolo aderiva a Bonifacio; ma Eulalio avea dalla sua Simmaco
prefetto di Roma, il quale avendo scritto in suo favore a Ravenna, fu
cagione che l'imperadore gli ordinasse con un rescritto cacciar
Bonifacio dalla città, e di confermare Eulalio. Mandò anche Onorio a
Roma Afrodisio vicario, tribuno, per tener il popolo a freno. Simmaco
allora spedì alla chiesa di san Paolo fuori di Roma, dove s'era ritirato
Bonifacio, a chiamarlo, per comunicargli l'ordine imperiale. Il messo fu
maltrattato dal popolo che stava per Bonifacio. Onde Simmaco sdegnato
per questo affronto, pubblicò tosto il comandamento dell'imperadore in
favore d Eulalio, e mise le guardie alle porte della città, affinchè
Bonifacio non entrasse, con dare susseguentemente avviso all'imperadore
dell'operato, e con dipingere Bonifacio come uomo turbolento e
sedizioso. Perciò Eulalio liberamente passò alla basilica Vaticana, e
quivi alla papale celebrò la messa. Ma informato meglio l'imperadore
dagli elettori di Bonifacio, chiamò amendue le parti a Ravenna, e per
procedere saviamente, adunò un concilio di vescovi che ne giudicassero.
Tuttavia perchè il negozio andò più a lungo di quel che si credeva, e
sopravvenne la Pasqua, l'imperadore, per consiglio dei vescovi raunati
nel concilio, mandò _Achilleo_, vescovo di Spoleti, a Roma per le
funzioni di que' santi giorni, con ordinare a Bonifacio e ad Eulalio,
che niun d'essi si accostasse a Roma, finattantochè non fosse decisa la
lor controversia. Chiamò ancora molti altri vescovi più lontani,
acciocchè fosse in ordine un concilio più numeroso del primo, da tenersi
a Spoleti. Anche Placidia scrisse per questo ad _Aurelio_ vescovo di
Cartagine. Ma Eulalio, per la sua superbia, sprezzati gli ordini
imperiali, prima del vescovo di Spoleti volò a Roma di bel mezzogiorno,
accolto dai suoi parziali con festa, ma non senza un gran tumulto,
perchè se gli oppose la parte che teneva per Bonifacio, e in tal mischia
molti furono maltrattati e feriti. Allora _Simmaco_, che dal cardinal
Baronio vien tassato per sospetto e parziale in tal controversia, ma che
nel progresso non si diede a conoscere per tale, immediatamente notificò
tutto il succeduto all'imperadore Onorio ed a Costanzo di lui cognato, i
quali adirati per tale insolenza, rescrissero tosto a Simmaco, che
cacciasse Eulalio, e il confinasse nel territorio di Capoa, con
riconoscere Bonifacio per legittimo papa. Eseguì Simmaco puntualmente
l'ordine, e replicò alla corte con biasimare la temerità di Eulalio. E
da lui stesso sappiamo che Bonifacio fu ricevuto con sommo giubilo e
concordia di tutto il popolo. Tutto questo affare apparisce dalle
lettere di Simmaco[1387], e dai rescritti imperiali, rapportati dal
cardinal Baronio. Poscia Eulalio per misericordia fu creato vescovo di
Nepi, per quanto scrive Anastasio, ossia l'antichissimo autore del
Pontificale romano. E mancò poi di vita un anno dopo la morte di papa
Bonifacio.

In quest'anno a dì 2 di luglio _Galla Placidia_, moglie di _Costanzo_
conte e patrizio, gli partorì in Ravenna un figliuolo, a cui fu posto il
nome di _Flavio Placido Valentiniano_, che poscia divenne
imperadore[1388]. Credono alcuni che _Placidio_, e non _Placido_, fosse
chiamato dal nome della madre. Se non è fallato il testo di Apollinare
Sidonio nel panegirico di Avito, ivi egli è chiamato _Placido_. Onorio
suo zio, per le gagliarde istanze della sorella, gli diede da lì a non
molto il titolo di _nobilissimo_, ch'era il primo grado d'onore per chi
era destinato all'imperio. Avvenne in questo medesimo anno che i Barbari
occupatori di alcune provincie della Spagna, dacchè non erano più
infestati dai Goti, vennero alle mani fra loro[1389]. Gli Svevi, che
aveano per loro re _Emerico_, soccombendo, furono assediati dai Vandali,
dei quali era allora re _Gunderico_, ne' monti Nervasi, che son creduti
quei della Biscaglia. Racconta eziandio Prospero Tirone[1390], che
nell'anno presente _Massimo_ per forza ottenne il dominio delle Spagne,
cioè quel medesimo che da Geronzio negli anni addietro fu creato
imperadore, e fuggì poi ramingo e screditato appresso i Barbari
dimoranti in Ispagna. Ma l'autor d'essa Cronica di troppo apre la bocca,
certo essendo che parte della Spagna riconosceva allora per suo signore
Onorio Augusto, ed un'altra parte era in potere de' Vandali e Svevi. Può
esser che costui in qualche angolo di que' paesi facesse questa nuova
scena. Tuttochè poi più fulmini si fossero scagliati contra l'eresia di
Pelagio, questa più che mai ostinata resisteva e si dilatava. E
specialmente verso questi tempi insorse in difesa d'essa _Giuliano_
vescovo di Eclano, città vicina allora a Benevento, la cui sedia fu poi
trasferita a Frigento. L'infaticabil santo Agostino contra di costui e
contra di tutta la setta seguitò a comporre varii libri; e i vescovi
africani raunati nel concilio di Cartagine soddisfecero alle parti del
loro zelo in condannarla ed estirparla. A questo medesimo fine Onorio
imperadore, probabilmente mosso dal romano pontefice, unì la sua
autorità, con inviare a dì 9 giugno di questo anno ad _Aurelio_ vescovo
di Cartagine la costituzione da lui pubblicata nel precedente anno
contra di Pelagio e Celestio. Abbiamo ancora un editto[1391], con cui il
medesimo imperadore slargò fino a quaranta passi fuori della chiesa
l'asilo, ossia l'immunità, per chi si ricoverava nei luoghi sacri. E
perciocchè talvolta accadeva che delle persone innocenti o perseguitate
da' prepotenti, erano imprigionate, con torsi loro i mezzi di potersi
difendere, il piissimo imperadore ordinò nel medesimo editto che i
vescovi avrebbono un'intera libertà di visitar le prigioni, per
informarsi non meno del trattamento che si faceva a' poveri carcerati,
che de' loro affari, per sollecitar poscia i giudici in loro favore.
Sarebbe da desiderare che questa legge, rapportata dal Sirmondo, e
simile ad un'altra del medesimo Augusto dell'anno 409, non fosse
abolita, o che la pietà de' principi in altra maniera provvedesse al
bisogno dei carcerati, con ricordarsi delle regole importantissime della
carità cristiana.

NOTE:

[1387] Symmachus, in Auctuar. Epist.

[1388] Olympiod., apud Photium, pag. 192.

[1389] Idacius, in Chron. apud Sirmond.

[1390] Prosper, in Chron. apud Labb.

[1391] Sirmond., Append. al Cod. Theodos.



    Anno di CRISTO CDXX. Indizione III.

    BONIFACIO I papa 3.
    ONORIO imperadore 28 e 26.
    TEODOSIO II imp. 19 e 13.

_Consoli_

TEODOSIO AUGUSTO per la nona volta, e FLAVIO COSTANZO per la terza.


Erano, come dissi, assediati gli Svevi nei monti Nervasi della Spagna
dai Vandali. Probabilmente costoro mandarono per aver soccorso da
_Asterio_ conte delle Spagne; perciocchè Idacio racconta[1392] che i
Vandali, all'udire che si avvicinava con grandi forze questo uffiziale
dell'imperadore, levarono tosto l'assedio, ed abbandonata la Galizia,
s'inviarono verso la provincie della Betica, con avere nel passaggio per
Braga commessi alcuni omicidii. Dovea forse la Betica essere allora
scarsa di presidii, e però se ne impadronirono. In Costantinopoli,
secondo che riferisce la Cronica Alessandrina[1393], Teodosio Augusto
era già pervenuto ad età competente per ammogliarsi. Pulcheria Augusta
sua sorella, donna di gran senno, cercò dappertutto moglie che fosse
degna di sì gran principe; e udito ch'egli non curava nè ricchezze nè
nobiltà, premendogli solamente le virtù e la bellezza, gliene scelse
finalmente una di suo genio; e questa fu _Atenaide_, figliuola di
Eraclito filosofo, giovane di rara beltà, e addottrinata in molte
scienze. A lei il padre in morendo avea lasciato solamente cento nummi
in sua parte, con dire che a lei bastava per dote il sapere accompagnato
dalla bellezza; e tutto il resto della sua eredità pervenne a due
maschi, parimente suoi figliuoli. Mancato di vita il padre, Atenaide
pretendendosi indebitamente, perchè senza sua colpa, diseredata ed
aggravata, dimandò ai fratelli la sua legittima; e la risposta fu che
eglino la cacciarono di casa. Ricoverossi ella per questo presso d'una
sua zia materna, la quale seco la menò a Costantinopoli, per chiedere
giustizia all'imperadore, e presentolla prima d'ogni altra cosa
all'Augusta Pulcheria, implorando la di lei protezione. Pulcheria,
adocchiato il graziosissimo aspetto di questa giovane, ed inteso ch'era
vergine, e vergine dotata di gran prudenza e di molta letteratura, la
fece restare in corte. Raccontò poi questa avventura a Teodosio suo
fratello, senza tacere le singolari prerogative di corpo e d'animo che
si univano in questa donzella. Di più non vi volle perchè Teodosio
s'invogliasse di vederla. Fattala dunque di concerto venire nella camera
di Pulcheria, il giovane imperadore in compagnia di Paolino suo compagno
ed amico, che fu poi maestro degli uffizii, ossia maggiordomo maggiore,
stando dietro ad una portiera la guatò ben bene, e in guisa tale, che
straordinariamente gli piacque, e massimamente perchè Paolino proruppe
in atti di ammirazione. _Questa è quella ch'io cerco_, disse allora
Teodosio in suo cuore; ed indottala ad abbracciar le religion cristiana,
perchè era nata ed allevata nel paganesimo, la prese poi nell'anno
seguente a dì 7 di giugno per moglie, avendole fatto mettere nel
battesimo il nome d'_Eudocia_. Onorio Augusto in quest'anno a dì 8 di
maggio in Ravenna fece una costituzione, indirizzata a _Palladio_
prefetto del pretorio[1394], per rinnovar le leggi già fatte contra chi
rapisse vergini consacrate a Dio, o in altra guisa insidiasse o
pregiudicasse alla lor castità. Nella stessa legge presso il
Sirmondo[1395] vien proibito agli ecclesiastici di tenere in casa
persona di differente sesso, a riserva della madre, delle sorelle e
figliuole, e della moglie, tenuta prima del sacerdozio. Giunto san
_Girolamo_, celebre dottor della Chiesa, all'età di novanta anni, diede
fine nel presente alla sua vita ed alle sue penitenze e gran fatiche in
pro della Chiesa cattolica.

NOTE:

[1392] Idacius, in Chronico apud Sirmond.

[1393] Chron. Alexandrinum.

[1394] L. 3, lib. 9, tit. 25. Cod. Theod.

[1395] Sirmondus, Append. ad Cod. Theod.



    Anno di CRISTO CDXXI. Indizione IV.

    BONIFACIO I papa 4.
    ONORIO imperad. 29 e 27.
    TEODOSIO II imp. 20 e 14.
    COSTANZO imperadore 1.

_Consoli_

EUSTAZIO e AGRICOLA.


Non si quietò mai Galla Placidia, finchè non gli riuscì d'indurre il
fratello Onorio Augusto a prendere per suo collega nell'imperio
_Costanzo_ di lei marito. Però tali e tante furono le batterie ed
istanze sue, che in quest'anno Onorio il dichiarò _Augusto_ a dì 8 di
febbraio, per quanto s'ha da Teofane[1396]. L'autore della Storia
Miscella scrive[1397] che Onorio conoscendo essere appoggiata la propria
difesa tanto in guerra che in pace al valore e all'ingegno di Costanzo
suo cognato, incitato anche dall'approvazione di tutti, il prese per suo
collega. Olimpiodoro[1398], all'incontro, scrittore di quei tempi,
asserisce che Onorio contra sua voglia il creò _Augusto_. Ma avendo i
Greci sentita male questa elezione, può sospettarsi che il greco
scrittore parlasse del medesimo tenore. Con tal congiuntura anche Galla
Placidia di lui moglie ebbe il titolo e gli onori d'_Augusta_. Certo è
che l'imperadore d'Oriente Teodosio, il quale probabilmente venendo a
mancare Onorio senza figliuoli, sperava un dì riunire al suo l'imperio
d'Occidente, disapprovò questa promozione; e però non volle ammettere il
messo che gliene portò la nuova. Parimente attesta Filostorgio[1399] che
essendo state mandate, secondo il rito d'allora le immagini di Costanzo
Augusto a Costantinopoli, Teodosio non le volle ricevere, e che per
questo affronto Costanzo si preparava per muovergli guerra, quando Iddio
il chiamò a sè dopo sei mesi e venticinque giorni di imperio, cioè a dì
2 di settembre dell'anno presente. Olimpiodoro[1400] pretende che per
l'afflizione di vedersi rifiutato in Oriente, e pentito d'essere stato
alzato a grado sì sublime, perchè non poteva aver come prima i suoi
divertimenti, egli cadesse malato. Ma Costanzo, uomo d'animo grande, non
era sì meschino di senno e di cuore, da ammalarsi per questo. Una doglia
di costa il portò all'altro mondo. Fama fu che in sogno udì dirsi: _I
sei son terminati, e il settimo incomincia_: parole poscia interpretate
dei mesi del suo imperio. Aggiugne il suddetto storico, che dopo la
morte di Costanzo, molti vennero da tutte le parti a Ravenna a chiedere
giustizia, pretendendosi spogliati indebitamente da lui de' loro beni,
senza poterla nondimeno ottenere a cagione della troppa bontà, anzi
della soverchia familiarità che passava tra Onorio e Placidia Augusta
sua sorella, motivi che affogarono e renderono inutili tutte le
doglianze di costoro. Ma se non merita fede questo istorico pagano,
allorchè dopo aver fatto sì bell'elogio di Costanzo, cel vuole dipignere
per uomo di debolissimo cuore; molto men la merita allorchè soggiugne,
che, rimasta vedova Placidia, le mostrò tanto affetto l'Augusto Onorio,
con baciarla anche spesso in volto, che corse sospetto d'una scandalosa
amicizia fra loro. Queste senza dubbio son ciarle di uno scrittore
gentile, nemico de' regnanti cristiani, o ciarle dei Greci, sempre mal
affetti ai Latini. La virtù che maggiormente risplendè in Onorio, fu la
pietà; e non ne era priva la stessa Galla Placidia.

Il Browero[1401] rapporta un epitafio, che per attestato di lui si
conserva in Treveri nella basilica di san Paolino, posto a _Flavio
Costanzo, uomo consolare, conte, e generale dell'una e dell'altra
milizia, patrizio, e due volte console_. Ma questa iscrizione, quando
sia legittima, potè ben essere fatta vivente Costanzo, ma non già
servire a lui di memoria sepolcrale. Costanzo tre volte era stato
console, e, quel che è più, _Augusto_. Negli epitafii degl'imperadori
non si soleano mettere le dignità sostenute prima di arrivare
all'imperio. Nè Costanzo terminò la vita in Treveri. Racconta
Olimpiodoro[1402] che mentre esso Costanzo regnava con Onorio, venne a
Ravenna un certo Libanio, mago ed incantatore solenne, che professava di
poter far cose grandi contro ai Barbari senza adoperar armi e soldati; e
diede anche un saggio di queste promesse. Pervenutone l'avviso a
Placidia Augusta, mossa ella o da zelo di religione da paura di costui,
minacciò fino di separarsi dal marito Costanzo, se non levava questo mal
uomo dal mondo: il che fu fatto. Dobbiamo al cardinal Baronio[1403]
l'editto indirizzato in questo anno, e non già nel precedente, da esso
Costanzo Augusto a _Volusiano prefetto di Roma_, con ordine di cacciar
via da essa città Celestio, il pestifero collega di Pelagio, con tutti i
suoi seguaci. Attesta eziandio s. Prospero[1404], che ai tempi di
Costanzo e dell'Augusta Placidia, per cura di Orso tribuno, fu atterrato
in Cartagine il tempio della dea celeste, sotto il qual nome disputano
tuttavia gli eruditi, qual falsa divinità fosse onorata dai Pagani,
potendosi nondimeno credere con Apuleio che fosse Giunone. Era
quell'idolo e tempio il più famoso dell'Africa. Aurelio vescovo di
Cartagine lo avea mutato in una chiesa; ma i gentili spargevano
dappertutto, che quivi infallibilmente avea da risorgere la loro
superstizione; laonde, per togliere ad essi così vana speranza, il
tempio fu interamente demolito. Salviano[1405] attesta che neppur molti
de' Cristiani più riguardevoli dell'Africa sapeano trattenersi
dall'adorare la celeste dea del loro paese. Leggesi ancora nel Codice
Teodosiano una legge pubblicata in quest'anno da Onorio e Costanzo
Augusti, in cui è ordinato che se un marito ripudia la moglie per
qualche grave delitto, provato ne' pubblici tribunali, guadagni la di
lei dote, e ripigli la donazione a lei fatta, e possa dipoi passare ad
altre nozze. Lo stesso vien conceduto alle mogli provanti il delitto del
marito, ma senza potersi rimaritare, se non dopo cinque anni. Fu
stabilito con più ragione dalla Chiesa in vari tempi, e specialmente nel
concilio di Trento, una diversa pratica: sopra di che si può vedere il
trattato del Juenin _de Sacramentis_. In quest'anno _Claudio Rutilio
Numaziano_, personaggio di gran merito e nobilità, ma pagano, ch'era
stato prefetto di Roma, tornando nella Gallia sua patria, compose il suo
Itinerario, opera degna di grande stima. Giunto a Piombino, narra che
gli venne la nuova, come a _Volusiano_, suo singolare amico, era stata
conferita la prefettura di Roma, la qual cade nel presente anno,
secondochè si ricava dal soprammentovato editto contro dei Pelagiani.

NOTE:

[1396] Theoph., in Chron.

[1397] Histor. Miscell., lib. 14, tom. 1 Rer. Italic.

[1398] Olympiodorus, apud Photium, pag. 195.

[1399] Philostorg., lib. 12. Hist. Eccl.

[1400] Olympiodorus, apud Photium, pag. 195.

[1401] Browerus, Annal. Trever., lib. 5, num. 34

[1402] Olympiodorus, apud Photium, pag. 194.

[1403] Baron., Annal. Eccl. ad ann. 420.

[1404] Prosper, lib. 3, cap. 38, de Praedict.

[1405] Salvianus, lib. 8, de Gubern.



    Anno di CRISTO CDXXII. Indizione V.

    CELESTINO papa 1.
    ONORIO imperadore 30 e 28.
    TEODOSIO II imperad. 21 e 15.

_Consoli_

ONORIO AUGUSTO per la tredicesima volta, e TEODOSIO AUGUSTO per la
decima.


Solennizzò Onorio imperadore in Ravenna l'anno trentesimo del suo
imperio. Abbiamo da Marcellino conte[1406] che l'allegria di quella
festa fu accresciuta dall'essere stati condotti a Ravenna incatenati
_Massimo_ e _Giovino_ presi in Ispagna, i quali dappoichè ebbero servito
di spettacolo al popolo, dati in mano alla giustizia riceverono colla
morte il premio della lor ribellione. _Massimo_ è quel medesimo che
nell'anno 411 fu creato imperadore da Geronzio nella Spagna, e fuggito
dipoi fra i Barbari, tornò nell'anno 419 in iscena, coll'occupar la
signoria di qualche provincia della Spagna, e dovette poi essere preso
dai Romani. _Giovino_ è probabile che fosse il generale di questo
chimerico imperadore. Ma queste allegrie furono troppo contrappesate da
altri malanni che accaddero al romano imperio. Cassiodoro[1407] notò che
nel presente anno fu spedito un esercito in Ispagna contra de' Vandali,
che si erano impossessati della Betica. Generale di quest'armata fu
_Castino_; e sappiamo da Idacio[1408] ch'egli menava seco un poderoso
rinforzo di Goti ausiliarii. Assalì egli i Vandali, gli assediò, e li
ridusse talmente alle strette, che già pensavano ad arrendersi. Ma
l'imprudente generale avendo voluto cimentarsi ad un fatto di armi con
gente disperata, fu rotto da essi Vandali, perchè ingannato dai disleali
Goti, e si ridusse fuggitivo a Tarragona. Prospero Tirone fuor di sito
racconta che ventimila Romani nella battaglia coi Vandali in Ispagna
restarono morti sul campo. Un altro inescusabil fallo commise il superbo
Castino; perciocchè, secondo l'altra Cronica di Prospero[1409],
ingiuriosamente ricusò di aver per compagno nell'impresa suddetta
_Bonifacio_ conte, persona di sommo credito e sperienza nell'arte della
guerra: il che fu cagione che Bonifacio indispettito passasse poco
appresso in Africa, dove comandava alla milizia, e vi suscitasse quei
malanni che fra poco vedremo. Forse la spedizione contro i Vandali, se
Castino si fosse servito dell'aiuto di questo valoroso campione, sarebbe
succeduta diversamente. Onorio Augusto pubblicò in quest'anno una legge
per mettere freno alle ingiustizie de' creditori, con proibir loro di
cedere essi crediti a persone potenti, vietando ancora ogni azione
contro i padroni per debiti fatti dai servi e fattori. Inoltre con altra
legge regolò le imposte che pagavano i terreni nell'Africa proconsolare,
e nella Bisacena, dopo aver fatto visitare da persone di molta probità
le terre di quei paesi capaci o incapaci di tali aggravii. Ancorchè
Prospero e Marcellino, seguitati dal cardinale Baronio, differiscano
all'anno seguente la morte di _Bonifacio_ papa primo di questo nome,
pure il padre Pagi[1410] pretende ch'egli mancasse di vita nel presente
a dì 4 di settembre. E con ragione, perchè tutti gli antichi cataloghi
de' romani pontefici gli danno anni tre, mesi otto e giorni sette di
pontificato; e contando questi dal dì 29 di dicembre dell'anno 418, in
cui fu intronizzato, cade la sua morte nel settembre del presente. Nel
libro pontificale d'Anastasio in vece di _otto mesi_ è scritto _quattro
mesi_, che sembrano presi dal tempo in cui, ripudiato Eulalio, fu
confermata ossia riconosciuta legittima la di lui elezione dal concilio
dei vescovi e da Onorio imperadore. In suo luogo a dì 10 di settembre fu
eletto _Celestino_, figliuolo di Prisco. Seguì nel presente anno tra
Teodosio II Augusto e il re di Persia la pace, ossia una tregua di cento
anni. E ad esso imperadore Eudocia Augusta partorì una figliuola, a cui
fu posto il nome di _Eudossia_.

NOTE:

[1406] Marcellin. Comes, in Chronico ap. Sirmondum.

[1407] Cassiodorus, in Chron.

[1408] Idacius, in Chron. apud Sirm.

[1409] Prosper, in Chronic. apud Labb.

[1410] Pag., Crit. Baron.



    Anno di CRISTO CDXXIII. Indizione VI.

    CELESTINO papa 2.
    TEODOSIO II imperad. 22 e 16.

_Consoli_

ASCLEPIODOTO e FLAVIO AVITO MARINIANO.


Olimpiodoro, che poco fa ci rappresentò contra ogni verisimile un tale
affetto fra Onorio imperadore e la sorella Placidia Augusta, che si
mormorava di loro, ci vien ora dicendo[1411] che non istette molto a
convertirsi quell'amore in odio. Imperciocchè Placidia badava troppo ai
consigli d'Elpidia sua balia, e di Leonteo suo mastro di casa, e vi era
in Ravenna una fazione che teneva per lei, composta dei Goti servitori
dianzi di Ataulfo suo primo marito, e di altri già aderenti a Costanzo
marito in seconde nozze: e però bene spesso seguivano sedizioni e ferite
in Ravenna fra quei della sua parte e quei dell'imperador suo fratello.
Andò tanto innanzi questa discordia, che Onorio cacciò via Placidia co'
suoi figliuoli, ed ella si imbarcò per rifuggirsi in Costantinopoli
presso l'imperador Teodosio suo nipote. Cassiodoro[1412] e l'autore
della Miscella[1413] scrivono ch'essa _insieme con Onorio e Valentiniano
suoi figliuoli fu mandata dal fratello in Oriente per sospetto ch'essa
invitasse i nemici contra di lui_. S'ha da scrivere nel testo di
Cassiodoro e della Miscella _Onoria_ (e non già _Onorio_) figliuola nata
da lei prima di Valentiniano. Prospero Tirone[1414] è di parere che
Placidia fosse esiliata dal fratello, perchè gli tendeva delle insidie.
Il volgo si prende facilmente l'autorità d'interpretare i segreti dei
principi, e spaccia le sue immaginazioni per buona moneta. Certo è che
Placidia fu cacciata, e se ne andò co' figliuoli a Costantinopoli, dove
fu amorevolmente accolta. Olimpiodoro attesta che il solo Bonifacio
conte le fu fedele, e dall'Africa, ov'era o governatore o general delle
milizie, per quanto potè le andò mandando aiuto di danari, e fece dipoi
ogni possibile sforzo perchè essa e il figliuolo ricuperassero
l'imperio. Ma poco tempo goderono gli emuli di Placidia del loro
trionfo, perchè in questo medesimo anno nel dì 15 agosto Onorio
imperadore pagò l'inevitabil tributo dei mortali, con essere mancato di
vita per male d'idropisia in Ravenna. Principe che nella pietà non fu
inferiore a Teodosio il Grande suo padre, ma principe dappoco, che in
tanti torbidi dell'imperio, e insulti a lui fatti, mai non cinse spada,
nè una volta sola comparve in campo, benchè nel fiore della gioventù, e
nato di un padre così guerriero. Perciò la debolezza del suo governo
diede animo ai Barbari di calpestare e lacerare l'imperio romano, a'
suoi medesimi cortigiani di sprezzarlo, e a' suoi uffiziali di
ribellarsi contra di lui; e tanto più perchè egli non sapeva scegliere
buoni ministri, e si lasciava aggirare or da questo or da quello. Il
cardinal Baronio[1415] fa la di lui apologia, dicendo ch'egli colla
pietà e colle orazioni vinse tanti tiranni e nemici; ed essere meglio
che un imperadore sia dotato di religione che valoroso nell'armi. Egli è
certo da desiderare che tutti gl'imperadori e principi cattolici sieno
eccellenti nella pietà. Tuttavia, quando arrivano sconvolgimenti interni
e ribellioni negli stati, sono ben proprie dei pontefici e prelati le
orazioni a Dio; ma un principe dovrebbe fare di più, essendo allora gran
disavventura per i sudditi l'avere chi loro comanda, timido e debole di
consiglio. E se l'imperio romano patisse sotto il governo d'Onorio,
l'abbiam già veduto. In somma alcuni si fan religiosi che starebbono
meglio principi; e alcuni principi ci sono che starebbono meglio monaci.
Certo Roma, non mai presa se non sotto di lui e saccheggiata dai
Barbari, lasciò una gran macchia alla fama di questo per altro buon
principe ed imperadore piissimo. Teofane e l'autore della Miscella
dicono ch'egli morì in Roma, e fu seppellito in un mausoleo presso il
corpo di san Pietro; ma per quel che concerne il luogo di sua morte non
meritano fede. Idacio e Prospero Tirone l'asseriscono defunto in
Ravenna, nè si può credere altrimenti, perchè vi son leggi pubblicate da
lui in quella città a dì 9 d'agosto, ed essendo egli morto sei giorni
dopo, in sì poco tempo non è verisimile ch'egli idropico si facesse
portare a Roma. Fra le suddette leggi si trova un insigne regolamento da
osservarsi ne' processi criminali, indirizzato ai pretori, ai tribuni
del popolo e al senato di Roma.

Non avendo questo imperadore lasciata dopo di sè prole alcuna, rimase
l'imperio d'Occidente per ora senza principe. Fu spedito tosto l'avviso
a Costantinopoli della morte d'Onorio[1416], e Teodosio la tenne per
qualche tempo occulta al popolo, finchè avesse spedito un corpo di
truppa a Salona, città della Dalmazia, acciocchè fosse pronto, caso che
succedesse novità alcuna in queste parti che non s'accordasse colle idee
del medesimo Teodosio. Divulgata in fine la nuova d'essa morte, se ne
fece duolo, per testimonianza di Teofane[1417], in Costantinopoli per
sette giorni, con tener chiuse le botteghe e le porte ancora della
città. Ma mentre vanno innanzi e indietro lettere alla corte
dell'imperadore greco, un certo _Giovanni_, primicerio dei notai, circa
il fine di quest'anno, si fece proclamare imperadore in Ravenna.
Contribuì, credo io, a questa scena il timore ch'ebbero i popoli
italiani di cadere sotto il dominio de' Greci Augusti troppo lontani.
Perchè poi nell'anno precedente una legge d'Onorio si vede indirizzata a
_Giovanni_ prefetto del pretorio d'Italia, perciò il cardinale Baronio
si figurò che fosse il medesimo che prendesse nel presente le redini
dell'imperio di Occidente. Ma Socrate e Teofane non gli danno altro
titolo che di primicerio de' cancellieri dell'imperadore. Leggesi presso
il Mezzabarba la di lui medaglia, non saprei dire se legittima; ed è
degno di osservazione ciò che di lui scrisse Procopio[1418], e dipoi
Suida[1419]; cioè ch'egli era dotato non men di clemenza che di rara
prudenza, e premurosamente batteva le vie della virtù, con aggiugnere
che questi tenne il principato con molta moderazione, nè diede orecchio
alle spie, nè ingiustamente fece uccidere alcuno; neppure impose
aggravii, nè tolse per forza i suoi beni a chi che fosse. Dal suddetto
Procopio egli è nominato solamente persona militare. Spedì Giovanni i
suoi ambasciatori a Teodosio con umili parole a pregarlo di volergli
confermare la dignità imperiale; ma Teodosio li fece mettere in
prigione, e, secondo Filostorgio, li cacciò in esilio, e quindi si diede
a preparar la forza per deporre questo usurpator dell'imperio. Da una
costituzione di Valentiniano III Augusto apparisce[1420] che Giovanni,
per guadagnarsi l'affetto dei gentili, cominciò ad annullare i privilegi
conceduti dagli altri imperadori alle chiese e agli ecclesiastici, con
rimettere le cause loro al foro de' laici. Renato Profuturo Frigerido,
storico di quei tempi, a noi solamente noto per la diligenza di Gregorio
Turonense[1421], che ne rapporta alcuni passi, racconta che gli
ambasciatori di Giovanni tiranno, sprezzati da Teodosio Augusto, se ne
ritornarono in Italia, rilasciati dalla prigione (se pur sussiste che
fossero carcerati), e gli riferirono in qual disposizione fosse Teodosio
verso di lui. Allora Giovanni spedì nella Pannonia con una gran somma
d'oro _Aezio_ suo maggiordomo a ricercare l'aiuto degli Unni, siccome
persona conoscente ed amica de' medesimi, perchè tempo fa era stato
ostaggio presso di loro, con ordinargli che subito che l'armi di
Teodosio fossero entrate in Italia, quei Barbari venissero contra d'esso
alla schiena, ed egli gli assalirebbe di fronte. Celebre noi vedremo
divenir nella storia questo Aezio, e sappiamo da esso Frigerido ch'egli
ebbe per padre Gaudenzio di nazione scita, ossia tartaro, uno dei primi
del suo paese, il quale venuto al servigio degl'imperadori, cominciò la
sua milizia nelle guardie del corpo, e salito fino al grado di generale
della cavalleria, fu poi ucciso nella Gallia dai suoi soldati. La madre
fu italiana, nobile e ricca. _Aezio_ lor figliuolo militò prima fra'
soldati del pretorio; per tre anni dimorò ostaggio presso d'Alarico; poi
presso gli Unni divenne genero di Carpilione; e finalmente di conte
delle guardie del corpo giunse ad essere maggiordomo del tiranno
Giovanni. Era costui di mezzana statura, ma di bella presenza, d'animo
allegro, forte di corpo, bravo a cavallo, perito in saettare e maneggiar
la lancia, egualmente accorto nell'arti della guerra e della pace. A
questi pregi s'aggiugneva l'esser egli affatto disinteressato, e il non
lasciarsi smuovere dal sentiero della virtù, mostrandosi sempre paziente
nelle ingiurie, amante della fatica, intrepido nei pericoli, e avvezzo a
sofferir la fame, la sete e le vigilie. Tale è il suo ritratto a noi
lasciato da Frigerido. Andando innanzi vedremo se le opere corrispondano
a così bei colori. Noi troviamo che i Francesi parlarono bene di Aezio,
ma non così gli Italiani. In quest'anno il santo pontefice _Celestino_
cacciò d'Italia l'eresiarca Celestio e i pelagiani suoi seguaci, fra i
quali Giuliano indegno vescovo di Eclano, che ritiratosi nella Cilicia
presso Teodoro vescovo Mopsuesteno, personaggio anch'esso infetto
d'opinioni ereticali, scrisse poi contra sant'Agostino in favor di
Pelagio. _Teodoreto_, celebre scrittor della Chiesa, fu creato nel
presente anno vescovo di Ciro, città della Siria. _Eudocia_, moglie di
Teodosio imperadore, solamente in questo anno cominciò a godere il
titolo d'_Augusta_. E Teodosio Augusto pubblicò varie leggi contra de'
pagani e Giudei che si leggono nel Codice ch'egli stesso fece dipoi
compilare.

NOTE:

[1411] Olymp. apud Photium, p. 195.

[1412] Cassiodorus, in Chron.

[1413] Miscell. Tom. I Rer. Italic.

[1414] Prosper, in Chron. apud Labb.

[1415] Baron., Annal. Eccl. ad ann. 423.

[1416] Socrat., Hist. Eccl., lib. 8, cap. 23.

[1417] Theoph., in Chron.

[1418] Procop., de Bell. Vandal., lib. 1, cap. 3.

[1419] Suidas, in verbo _Johannes_.

[1420] L. 47, lib. 16, tit. 1, Cod. Theodos.

[1421] Gregor. Turonensis, lib. 2. cap. 8, Hist. Franch.



    Anno di CRISTO CDXXIV. Indizione VII.

    CELESTINO papa 3.
    TEODOSIO II imper. 23 e 17.

_Consoli_

CASTINO e VITTORE.


_Castino_, che procedette console nell'anno presente, è quel medesimo
che di sopra vedemmo rotto dai Vandali nella Betica. Onorio Augusto
nell'anno precedente lo avea disegnato console pel presente; ed egli
senza scrupolo esercitò il consolato sotto il tiranno Giovanni, se pure
lo stesso Giovanni quegli non fu che gli compartì questo onore, in
ricompensa d'aver serrati gli occhi alla sua assunzione all'imperio, e
non fattogli contrasto alcuno, ancorchè egli fosse generale delle
milizie romane. Certamente Prospero scrive[1422] che Giovanni occupò,
per quanto si credette, l'imperio a cagione della connivenza di Castino.
E restano leggi di Teodosio, date in questo anno, con ivi memorarsi il
solo _Vittore_ console: segno che Teodosio era in collera contro di
Castino, nè il volea riconoscere per console. Dal medesimo Prospero
storico sappiamo ancora che Giovanni tiranno suddetto fece in questo
anno una spedizione in Africa, lusingandosi di poter tirar quelle
provincie sotto il suo dominio. Ma Bonifazio conte, che quivi comandava,
e che proteggeva gli affari di Placidia e di Valentiniano suo figliuolo,
tal opposizione gli fece, che andò a monte tutto il di lui disegno.
Intanto Teodosio Augusto, messa insieme una poderosa armata, la spedì a
Tessalonica, ossia a Salonichi, insieme con Placidia sua zia, ch'egli
allora solamente riconobbe per _Augusta_, e con Valentiniano di lei
figliuolo, ch'era in età di cinque anni, a cui parimente diede il titolo
di _nobilissimo_. Generali di quest'armata furono dichiarati
_Ardaburio_[1423], che dianzi nella guerra contro i Persiani avea fatto
delle insigni prodezze, e con esso lui _Aspare_ suo figliuolo. Fu loro
aggiunto ancora _Candidiano_, che in progresso di tempo creato conte si
scoprì gran fautore di Nestorio eretico. Giunti che furono costoro a
Salonichi, quivi, per attestato di Olimpiodoro e di Procopio[1424],
conferì Teodosio al cugino _Valentiniano_ il nome e la dignità di
_Cesare_, avendo a tal fine inviato colà Elione maestro degli uffizii,
ossia suo maestro di casa. E fin d'allora, per quanto scrive Marcellino
conte[1425], fu decretato il matrimonio d'esso Valentiniano con
_Eudossia_ figliuola di Teodosio. Divisa poi l'armata, Ardaburio colla
fanteria posta nelle navi fece vela alla volta di Ravenna; ma
infelicemente, perchè una fortuna di mare sconvolse tutta la flotta, ed
egli, secondochè scrive Filostorgio[1426], con due galere portato al
lido, fu preso dalle genti del tiranno, e condotto prigione a Ravenna.
Forse ancora la tempesta il colse nel venire da Salonichi per
l'Adriatico, e il trasportò verso Ravenna, perchè, siccome dirò più
abbasso, anche Placidia Augusta corse in quella navigazione gran
pericolo per fortuna di mare, e ne attribuì la liberazione a san
Giovanni Evangelista, a cui si votò. Aspare all'incontro figliuolo di
Ardaburio, colla cavalleria passò per la Pannonia e pel resto
dell'Illirico, ed arrivato a Salona città della Dalmazia, la prese per
forza. Quindi con tanta sollecitudine continuò il viaggio con Placidia e
Valentiniano, che arrivato all'improvviso sopra Aquileia, città allora
una delle più grandi ed illustri dell'Italia, se ne impadronì. Ma giunta
colà la nuova della disgrazia e prigionia di Ardaburio, tanto Aspare che
Placidia, per attestato di Olimpiodoro, rimasero costernati e tutti
pieni d'affanno; se non che da lì a qualche tempo arrivato Candidiano,
glorioso per l'acquisto di varie città, li rallegrò, e fece ritornar
loro in petto il coraggio.

NOTE:

[1422] Prosper, in Chron. apud Labb.

[1423] Olympiodorus, apud Photium, p. 198.

[1424] Procop., lib. 1, cap. 3, de Bell. Vand.

[1425] Marcell., in Chronico.

[1426] Philost., Hist. Eccl. lib. 12, cap. 13.



    Anno di CRISTO CDXXV. Indizione VIII.

    CELESTINO papa 4.
    TEODOSIO II imper. 24 e 18.
    VALENTINIANO III imperad. 1.

_Consoli_

TEODOSIO AUGUSTO per l'undecima volta e VALENTINIANO CESARE.


Una legge del Codice Teodosiano ci fa vedere in quest'anno _Fausto_
prefetto di Roma. Quanto era avvenuto di sinistro ad Ardaburio, generale
di Teodosio Augusto, avea messo in grande agitazione l'animo d'esso
imperadore, sì perchè avea male incominciata l'impresa, sì perchè temeva
che il tiranno Giovanni facesse qualche brutto giuoco ad Ardaburio: di
maniera che egli determinò di passare in persona in Italia contra del
medesimo tiranno, il quale, per attestato d'una iscrizione da me data
alla luce[1427], si vede che avea preso il consolato probabilmente
nell'anno presente. Socrate[1428] ci è testimonio che esso Augusto venne
fino a Salonichi; ma ivi fu colto da una malattia che l'obbligò in fine
a ritornarsene a Costantinopoli. Seguita a scrivere Socrate che Aspare
generale di esso Augusto, considerando dall'un canto la prigionia del
padre, e sapendo dall'altro che era in marcia una possente armata di
Barbari, condotta da Aezio in aiuto del tiranno, non sapea qual partito
prendere. Ma che prevalsero presso Dio le preghiere di Teodosio principe
piissimo; imperciocchè un angelo in forma di pastore condusse Aspare,
ch'era alla testa d'un buon corpo di gente, per una palude vicina a
Ravenna, per la quale non si sa che alcuno mai passasse. Arrivò questa
truppa fino alle porte di Ravenna, che si trovarono aperte, ed entrata
fece prigione il tiranno Giovanni. Portata poi questa felice nuova a
Teodosio, mentre stava col popolo nel circo per vedere la corsa dei
cavalli, il pio Augusto si rivolse al popolo con dire: _Lasciamo un poco
questi spettacoli, e andiamo alla chiesa a ringraziar Dio, la cui destra
ha atterrato il tiranno._ Tutti abbandonarono il circo, e salmeggiando
tennero dietro all'imperadore fino alla chiesa, dove si fermarono tutto
quel dì, impiegandolo in rendimento di grazie all'Altissimo. Ma
Filostorgio[1429] storico, di credenza ariano ed eunomiano, in questa
avventura non riconobbe miracolo alcuno, narrando nella seguente maniera
la presa del tiranno. Dappoichè venne alle sue mani Ardaburio, il trattò
con molta civiltà e cortesia, lusingandosi di tirarlo nel suo partito; e
probabilmente l'astuto prigioniere fece vista di volersi accordare con
lui. Fu dunque data ad Ardaburio la città per carcere; laonde ebbe tutta
la comodità che volle per trattar coi capitani del tiranno, e per
ascoltar varie loro doglianze, ed anzi per iscoprire in loro
inclinazione a tradirlo. Se ne prevalse egli, e disposte le cose, fece
con lettere segretamente intendere ad Aspare suo figliuolo che venisse
prontamente, perchè teneva la vittoria in pugno. Aspare non perdè tempo,
e giunto colla cavalleria a Ravenna, per quanto si può giudicare,
nell'aprile dell'anno presente, dopo una breve zuffa fece prigione il
tiranno per tradimento dei medesimi di lui uffiziali. Anche Marcellino
conte lasciò scritto che Giovanni piuttosto per inganno di Ardaburio e
di Aspare, che per loro bravura, precipitò.

Fu condotto fra le catene Giovanni ad Aquileia, dove s'era fermata
Placidia col figliuolo Valentiniano; e quivi dopo essergli stata
troncata la mano destra, lasciò anche la testa sopra un patibolo.
Idazio[1430] scrive ch'egli fu ucciso in Ravenna, ma più fede merita
Filostorgio che dà la sua morte in Aquileia, siccome scrittore più
informato di que' fatti. E tanto più perchè Procopio[1431] attesta il
medesimo, con giugnere che Giovanni fu menato nel circo di Aquileia
sopra un asinello, e dopo molti strapazzi e dileggi a lui fatti dagli
istrioni, fu ucciso. Pagò la misera città di Ravenna in tal occasione
anch'ella il fio dell'amore ed aderenza che avea mostrato al tiranno,
perchè l'esercito vincitore crudelmente la saccheggiò, siccome abbiamo
da Prospero Tirone[1432] e dall'autore della Storia Miscella[1433].
Stando tuttavia Valentiniano Cesare in Aquileia, pubblicò a dì 17 di
luglio una legge contra dei manichei, eretici e scismatici, che si
trovavano allora nella città di Roma, dove bisogna supporre che
durassero tuttavia alcuni seguaci d'Eulalio, i quali non voleano
riconoscere per vero papa Celestino. È indrizzata quella legge a
_Fausto_ prefetto di Roma[1434]: il che ci fa intendere che già quella
città avea riconosciuto per suo signore Valentiniano dopo la morte di
Giovanni tiranno. Con due altre leggi, parimente date nel presente
agosto, esso Valentiniano, col consenso, come si può credere,
dell'Augusto Teodosio, intimò varie pene contro gli eretici e
scismatici, esistenti nell'Africa ed in ogni altra città del romano
imperio. Egli è da credere che le premure del santo pontefice Celestino
e di santo Agostino impetrassero tali rescritti in favore della dottrina
ed unità della Chiesa cattolica. Ci è parimente una legge[1435] data in
Aquileia dal medesimo a' dì 7 di ottobre, in cui esso Cesare conferma
tutti i privilegi conceduti dagli antecessori alle chiese, che Giovanni
tiranno s'era dianzi studiato di annientare. Intanto Aezio, forse nulla
sapendo di quanto era accaduto in Ravenna, con un esercito di
sessantamila Unni, tre dì dopo la morte di Giovanni tiranno pervenne
presso ad Aquileia, e, secondochè narra Filostorgio[1436], venne alle
mani coll'esercito di Aspare, e nel conflitto rimasero morti non pochi
dall'una e dall'altra parte. Ma inteso poi che Giovanni perduto avea
imperio e vita, intavolò un trattato di pace o di lega con Placidia e
Valentiniano, da' quali ricevette la dignità di conte. Quindi gli
riuscì, mercè dello sborso di buona somma d'oro, d'indurre i Barbari a
ritornarsene pacificamente alle loro case: il che fu puntualmente
eseguito con essersi dati ostaggi dall'una e dall'altra parte. E qui
termina la sua storia Filostorgio, di nazione cappadoce, uomo dotto, ma
fiero eretico eunomiano, che si meritò il titolo d'ateista, e degno che
Fozio chiamasse la di lui fatica piuttosto un encomio degli eretici che
una storia. Anche Prospero nella sua Cronica[1437] notò che fu perdonato
ad Aezio, perchè per cura di lui gli Unni, chiamati dal tiranno
Giovanni, se ne ritornarono al loro paese. Ma _Castino_ console di
quest'anno fu cacciato in esilio, perchè si credea ch'egli avesse tenuto
mano a Giovanni nell'usurpare l'imperio. Fra le epistole di
sant'Agostino[1438] una se ne legge a lui scritta da Bonifazio conte
nell'Africa, in cui gli fa sapere che s'era rifugiato presso di lui
Castino già console, quel medesimo che negli anni addietro avea mostrato
sì mal animo e sprezzo contra d'esso Bonifazio; ma che egli pago
dell'umilazion di costui, pensò dipoi ad aiutarlo. Gli risponde
sant'Agostino che Castino con giuramento avea protestato di essere
innocente delle colpe a lui apposte, e il raccomanda alla clemenza di
Bonifazio. Ma queste lettere, benchè antichissime, troppo diverse dallo
stile di sant'Agostino, son ripudiate dai critici, e specialmente dai
padri benedettini di san Mauro. Il Sigonio[1439], fidatosi delle
medesime, scrisse che Castino, mossa poi guerra in Africa, fu rotto in
una battaglia da Bonifacio conte, e costretto a fuggirsene. Ma di questo
conflitto nulla parlano gli scrittori di quei tempi.

Venne dipoi _Placidia_ con _Valentiniano_ Cesare a Ravenna, e di là
passò a Roma, dove da lì a non molto arrivò anche Elione maestro e
patrizio, spedito dall'imperador Teodosio[1440], che portò a
_Valentiniano_ la veste imperatoria, e il dichiarò Augusto sotto la
tutela di Galla Placidia _Augusta_ sua madre. Egli non avea allora che
sette anni. Qui diede fine alla sua storia anche Olimpiodoro scrittor
pagano, di cui restano solamente alcuni pezzi, a noi conservati nella
sua Biblioteca da Fozio. Marcellino conte[1441] scrive che in Ravenna
succedette la dichiarazione di Valentiniano, terzo fra gl'imperadori di
questo nome. Ma il padre Pagi[1442] sostiene ch'egli s'ingannò,
asserendo Filostorgio, Olimpiodoro, Prospero e Idazio, che questa
solennità si fece in Roma. Poteva egli aggiugnere anche la testimonianza
di Teofane[1443], che scrive portata la porpora imperiale a Valentiniano
dimorante in quella augusta città. Non è però che non possa restar
qualche dubbio su questo. Perciochè esso Pagi ha ben letto nella
versione latina di Filostorgio, che in Roma Valentiniano ricevette la
dignità imperiale; ma nel testo greco di quest'autore non v'ha menzione
di Roma. E il testo d'Olimpiodoro non è chiaro, potendosi interpretare
così: _Ucciso poi che fu il tiranno Giovanni, Placidia col figliuolo
Cesare passò a Ravenna. Ed Elione maestro e patrizio, che avea occupata
Roma, col concorso colà di tutti ornò colla veste imperiale Valentiniano
che avea solamente sette anni._ Ed oltre a Marcellino conte, anche
Giordano storico[1444] del secolo susseguente asserisce che tal funzione
fu fatta in Ravenna; e lo stesso si ha da Freculfo nella sua
Cronica[1445]. Sappiam per altro di certo che Valentiniano, prima che
terminasse il presente anno, passò a Roma; e dalla Cronica
Alessandrina[1446] abbiamo che il giorno della sua assunzione
all'imperio fu il dì 23 d'ottobre del presente anno. Che se fosse certa
la data di una legge sopra mentovata nel Codice Teodosiano[1447] con
queste note: _VIII Idus Octobris Aquilejae D. N. Teodosio XI et
Valentiniano Caesare Coss._; cioè in quest'anno, molto più probabile
sarebbe che in Ravenna fosse stata a lui portata la veste imperatoria,
perchè in sì poco tempo forse egli non avrebbe potuto fare il viaggio da
Aquileia a Roma. Merita qui d'essere rammentata una legge[1448] in
quest'anno pubblicata da Teodosio Augusto, in cui ristaurò e ridusse in
miglior forma le scuole pubbliche di Costantinopoli, con vietare che
niuno potesse leggere in esse, se non era prima approvato per idoneo, e
che non si potesse insegnare in altre scuole che nelle capitoline, cioè
in luogo fabbricato da Costantino il grande ad imitazione del
Campidoglio di Roma, perchè servisse a tale affetto. Deputò in tali
scuole tre oratori e dieci grammatici latini; cinque sofisti e dieci
grammatici greci; un filosofo e due legisti. Le università dei nostri
tempi si scorgono ben più considerabili di quelle d'allora. Da lì a poco
con altra legge[1449] esso imperadore dichiarò conti del primo ordine
Elladio e Siriano grammatici greci, Teofilo grammatico latino, Martino e
Massimo sofisti, e Leonzio legista, ordinando che da lì innanzi que'
lettori che avessero faticato lo spazio di venti anni continui nella
lettura, per premio avessero il medesimo onore. Così fanno i saggi
principi che sanno la vera via della gloria, e cercano soprattutto il
bene de' lor sudditi. Con un'altra legge esso Teodosio Augusto proibì i
giuochi teatrali circensi nei giorni festivi de' Cristiani. Idazio[1450]
sotto questo anno nota che i Vandali saccheggiarono Majorica e Minorica.
Poscia spianarono dai fondamenti Cartagena e Siviglia, commettendo altri
orridi disordini per la Spagna. Ma soggiugnendo egli che invasero anche
la Mauritania provincia dell'Africa, si può dubitare che più tardi
succedessero tante loro insolenze; e massimamente raccontando egli
all'anno 427, che _Gunderico_ re dei Vandali prese Siviglia.

NOTE:

[1427] Thesaur. novus Inscript., pag. 403.

[1428] Socrates, Hist. Eccl., lib. 7, cap. 23.

[1429] Philostorg., Hist. Eccl., lib. 12, cap. 13.

[1430] Idacius., in Chron. apud Sirmond.

[1431] Procop., lib. 1, cap. 3 de Bell. Vand.

[1432] Prosper, in Chronico apud Labb.

[1433] Hist. Miscell., lib. 14.

[1434] L. 62 et seq. lib. 16, tit. 5, Cod. Theodos.

[1435] L. 47, tit. 2, ibid.

[1436] Philost., lib. 2, cap. 14.

[1437] Prosper, in Chron. apud Labb.

[1438] In Appendice tom. 2, Operum s. Augustini.

[1439] Sigonius, de imper. Occident.

[1440] Olympiodorus, apud Photium, pag. 198.

[1441] Marcell. Comes, in Chron.

[1442] Pagius, Crit. Baron. ad ann. 425.

[1443] Theophanes, in Chronogr.

[1444] Jordan., de Reg. Success.

[1445] Frecul., in Chron.

[1446] Chron. Alexandr. ad hunc ann.

[1447] L. ultima, lib. 6, tit. de Episc.

[1448] L. 3. lib. 14, tit. 9, Cod. Theodos.

[1449] L. 3, lib. tit. 21, Cod. Theodos.

[1450] Idacius, in Chron. apud Sirmond.



    Anno di CRISTO CDXXVI. Indizione IX.

    CELESTINO papa 5.
    TEODOSIO II imperad. 25 e 19.
    VALENTINIANO III imperad. 2.

_Consoli_

TEODOSIO AUGUSTO per la dodicesima volta e VALENTINIANO AUGUSTO per la
seconda.


Dalle leggi del Codice Teodosiano apparisce che _Albino_ fu prefetto di
Roma, e che nel gennaio del presente anno Valentiniano Augusto dimorò in
Roma, dove indrizzò tre editti al senato romano, ed uno[1451] al
suddetto _Albino_ prefetto della città. Da uno di essi veniamo a
conoscere che il senato di Roma sì per cattivarsi il nuovo sovrano, come
ancora per solennizzare la poco fa compartita a lui dignità imperiale,
gli avea promesso un dono gratuito. Ma Valentiniano anch'egli compatendo
lo stato della città, che avea patito non poco anche ultimamente sotto
Giovanni tiranno, gli fa remissione di parte di questo dono promesso, e
l'altra parte vuol che s'impieghi in benefizio di Roma stessa: il che
dovette essere ricevuto con plauso grande dal popolo. L'ordine di questa
sua munificenza fu letto in senato da Teodosio primicerio de' notai.
Poscia con Placidia Augusta sua madre se ne tornò a Ravenna, e quivi era
nel principio di marzo, allorchè inviò un suo editto a _Basso_ prefetto
del pretorio. Con altre leggi egli diede favore a que' Giudei che
abbracciassero la fede cattolica, ed intimò varie pene agli apostati
d'essa religione santissima. Pose dunque Galla Placidia Augusta col
figliuolo Valentiniano imperadore, che era tuttavia fanciullo, la sua
sedia in Ravenna, con tener essa le redini del governo. Ma qui bisogna
udire Procopio[1452] che un brutto ritratto ci lasciò non meno di essa
Augusta che di suo figliuolo. Scrive egli adunque che Placidia nudrì
Valentiniano nell'effemminatezza e nei piaceri: dal che avvenne ch'egli
fin dalla fanciullezza contrasse tutti i vizii. Dilettavasi della
conversazione degli stregoni e de' professori della strologia
giudiciaria. E quantunque egli poi prendesse moglie oltremodo bella,
pure menava una vita scandalosissima, perdendosi nell'amore delle mogli
altrui. Furono poi cagione questi vizii che andarono alla peggio
gl'interessi dell'imperio romano, perchè egli non solamente nulla
riacquistò del perduto, ma perdette anche l'Africa e poi la vita. Non è
sì facilmente da prestar fede in questo a Procopio, scrittore greco, e
però disposto a dir male de' regnanti latini; e certamente la perdita
dell'Africa, siccome vedremo, non si può attribuire a Valentiniano,
ch'era allora fanciullo, ma sì bene a sua madre, a cui mancò
l'accortezza per difendersi dagl'inganni de' cattivi. Avevano, per
quanto scrive Prospero[1453], i Goti nell'anno precedente rotta la pace
ai Romani, prevalendosi anch'eglino delle turbolenze insorte in Italia
per cagione del tiranno Giovanni. Perciò con gran forza intrapresero
l'assedio di Arles, nobil città della Gallia. Ma sentendo che si
accostava Aezio generale di Valentiniano con una poderosa armata, non
senza loro danno batterono la ritirata. Non è ben chiaro se Aezio data
la battaglia facesse a forza d'armi sloggiare quegli assedianti. Pare
bensì che Prospero Tirone[1454] riferisca al presente anno questa
liberazione di Arles. E sant'Isidoro[1455] nota, che Teodorico re de'
medesimi Goti, prima dell'assedio di Arles, avea preso varie città de'
Romani confinanti all'Aquitania, assegnata a quella nazione per loro
stanza. In questi pericolosi tempi di Arles, _Patroclo_ vescovo di
quella città restò tagliato a pezzi da un certo tribuno barbaro; e
Prospero, che narra il fatto sotto il presente anno, aggiugne che si
credette commessa questa scelleraggine per segreto comandamento di
_Felice_ generale di Valentiniano, al quale attribuiva eziandio la morte
data a Tito Diacono, uomo santo in Roma, mentr'egli distribuiva le
limosine ai poveri. Viene nondimeno accusato questo _Patroclo_ vescovo
da Prospero Tirone, d'aver con infame mercato venduti i sacerdozii,
iniquità non per anche introdotta nella chiesa. Egli ebbe per successore
_Onorato_ abbate Lirinense, uomo di santa vita. Teodosio piissimo
Augusto in quest'anno pubblicò una legge contra de' pagani, con proibire
sotto pena di morte i lor sagrifizii, e con ordinare che il restante de'
loro templi fosse atterrato, o pure convertito in uso della religione
cristiana.

NOTE:

[1451] L. 14, lib. 6, tit. 2, Cod. Theodos.

[1452] Procop., de Bell. Vand., lib. 1, cap. 3.

[1453] Prosper, in Chronico apud Labb.

[1454] Prosper Tiro apud eumdem.

[1455] Isidorus, in Chronic. Goth.



    Anno di CRISTO CDXXVII. Indizione X.

    CELESTINO papa 6.
    TEODOSIO II imperad. 26 e 20.
    VALENTINIANO III imperad. 3.

_Consoli_

JERIO ed ARDABURIO.


Insolentivano ogni dì più i Vandali nella Spagna, perchè non v'era
armata di Romani, che li tenesse in freno. Abbiamo da Idacio[1456], che
in quest'anno _Gunderico_ re loro, avendo presa Siviglia, e gonfiatosi
per così prosperi avvenimenti, stese le mani contro la chiesa cattedrale
di quella città, volendola verisimilmente spogliare de' suoi tesori, ma
per giusto giudizio di Dio terminò la vita indemoniato. Gli succedette
_Gaiserico_, ossia _Giserico_ o _Genserico_, suo fratello, il quale, per
quanto alcuni assicurano, era dianzi cattolico, e passò poi all'eresia
degli ariani. All'incontro _Teoderico_ re de' Goti, dappoichè fu
ributtato dall'assedio sopra narrato di Arles, veggendo che l'esercito
romano era poderoso, e di aver che fare con Aezio valentissimo generale
di Valentiniano, diede mano ad un trattato di pace coi Romani, di cui fa
menzione Apollinare Sidonio[1457], e che forse fu conchiusa nell'anno
presente. Fra le capitolazioni d'essa pace abbiam motivo da credere che
Teoderico s'impegnasse di muovere le armi contra de' Vandali che
malmenavano la Spagna. Perciocchè Giordano storico[1458] scrive che
_Vallia_ re de' Goti (doveva scrivere _Teoderico_) intendendo come i
Vandali, usciti dai confini della Gallizia, mettevano a sacco le
Provincie della Spagna, allorchè Jerio ed Ardaburio erano consoli, cioè
in questo anno, contra dei medesimi mosse l'esercito suo. Racconta
ancora Marcellino conte[1459] che in questi tempi la Pannonia, occupata
per cinquanta anni addietro dagli Unni, fu ricuperata dai Romani.
Giordano[1460] anch'egli attesta che sotto il medesimo consolato furono
gli Unni cacciati fuori della Pannonia dai Romani e dai Goti. Col nome
di Goti intende egli i Goti che fra poco vedremo chiamati Ostrogoti,
ossia Goti orientali, a differenza degli altri che in questi tempi sotto
il re Teoderico regnavano nella Aquitania, e son riconosciuti dagli
antichi col nome di Visigoti, ossia di Goti occidentali. Ma niuno di
questi autori accenna dove passassero gli Unni, dappoichè ebbero
abbandonata la Pannonia, se non che li vedremo fra poco comparire ai
danni dell'imperio d'Occidente. Due dei più valenti generali d'armate
dell'imperio suddetto, che non aveano pari, erano in questi tempi
_Aezio_ e _Bonifacio_ conte. Di Aezio s'è parlato di sopra, ed ora
solamente convien aggiugnere che egli talmente s'acquistò non tanto il
perdono, quanto anche la grazia di Placidia Augusta, ch'essa cominciò
tosto a servirsi del di lui braccio e consiglio, con averlo inviato
nella Gallia contra dei Goti. Egli, fatta la pace con quei Barbari, se
ne dovette tornare alla corte dimorante in Ravenna, dove ordì un
tradimento che fece perdere l'Africa all'imperador Valentiniano.
Bonifacio conte, per quanto scrive Olimpiodoro[1461], era un eroe che
talora con poche e talora con molte truppe avea combattuto coi Barbari
nell'Africa con aver anche cacciato da quelle provincie varie loro
nazioni. Fra suoi bei pregi si contava l'amore della giustizia, ed era
uomo temperante, e sprezzator del danaro. Ma specialmente sant'Agostino,
tra cui ed esso Bonifacio passava una singolar domestichezza, ne parla
con vari elogi nelle sue lettere. Egli era stato, siccome vedemmo,
sempre fedele a Galla Placidia e al figliuolo Valentiniano; loro anche
avea prestato soccorso di danaro, dappoichè dovettero ritirarsi in
Oriente; e finalmente avea sostenuta l'Africa nella lor divozione contra
gli sforzi di Giovanni tiranno. Morto costui, e dichiarato Augusto
Valentiniano, abbiamo da una lettera del suddetto santo[1462] ch'egli fu
chiamato alla corte, e da Placidia, che gli si protestava tanto
obbligata, non solamente gli fu o dato o confermato il governo
dell'Africa, ma conferite ancora altre dignità. Tuttavia, per quanto
scrive Procopio[1463], vennero accolte le prosperità di Bonifacio conte
con assai invidia da Aezio, il quale andò celando il suo mal talento
sotto l'apparente velo d'una stretta amicizia.

Ma dacchè Bonifacio fu passato in Africa, Aezio, che stava agli orecchi
dell'imperadrice, cominciò a sparlare di lui, e a far credere alla
stessa Augusta che l'ambizioso Bonifacio meditava di farsi signore
dell'Africa, e di sottrarla all'imperio di Valentiniano. _E la maniera
facile di chiarirsene_ (diss'egli) _l'abbiamo in pronto. Basta
scrivergli che venga in Italia: che egli non ubbidirà nè verrà_. Cadde
nel laccio l'incauta principessa, e si appigliò al suo parere. Aezio
intanto avea scritto confidentemente a Bonifacio, che la madre
dell'imperatore tramava delle insidie contra di lui, e manipolava la di
lui rovina: del che si sarebbe accorto, se senza motivo alcuno egli
fosse richiamato in Italia. Altro non ci volle che questo, perchè
Bonifazio troppo credulo, allorchè giunsero gli ordini imperiali di
venire in Italia, rispondesse a chi li portò, di non poter ubbidire,
senza dir parola di quanto gli aveva significato Aezio. Allora Placidia
tenne Aezio per ministro fedelissimo, e sospettò dei tradimenti
nell'altro. Intanto Bonifacio, nè osando di andare a Roma, nè sperando
dopo questa disubbidienza di salvarsi, chiamò a consulta i suoi pensieri
per trovar qualche scampo in sì brutto frangente; e non vedendo altro
ripiego, precipitò in una risoluzione che riuscì poi funestissima a lui
e all'imperio romano. Cioè spedì in Ispagna i suoi migliori amici,
acciocchè trattassero con Genserico re de' Vandali una lega, e lo
impegnassero a passar colle sue forze in Africa per difesa d'esso
Bonifacio, con partire fra loro quelle provincie. Così fu fatto, e i
Vandali a man baciate accettarono la proposizion della lega, e la
giurarono. Sotto quest'anno Teofane[1464] riferisce due insigni vittorie
riportate contro de' Persiani, i quali dopo la morte d'_Isdegarde_ re
loro, essendogli succeduto _Vararane_ di lui figliuolo, aveano mossa la
guerra all'imperio romano d'Oriente. _Ardaburio_ fu generale di
Teodosio, e segnalossi in varie imprese. Ma il padre Pagi pretende che
tali vittorie appartengano all'anno di Cristo 420. La Cronica
Alessandrina ne parla all'anno 421. E Marcellino conte aggiugne che nel
422 seguì la pace coi Persiani. Socrate[1465], autore contemporaneo,
quegli è che più diffusamente narra una tal guerra, senza specificarne
il tempo. Ma allorchè scrive che centomila Saraceni per timor de' Romani
si affogarono nell'Eufrate, ha più del romanzo che della storia. Per
queste fortunate prodezze furono recitati vari panegirici in onore dì
Teodosio Augusto, e la stessa _Atenaide_, ossia _Eudocia_, sua moglie,
compose in lode di lui un poema. Intanto Galla Placidia Augusta,
persuasa che Bonifacio conte governatore dell'Africa non si potesse se
non colla forza mettere in dovere, per testimonianza di san
Prospero[1466], dichiaratolo nemico pubblico, spedì colà un'armata per
mare, di cui erano capitani _Mavorzio, Gallione_ (ossia _Galbione_) e
_Sinoce_. Fu assediato Bonifacio, non si sa in qual città; ma non durò
molto lo assedio: perchè i due primi capitani furono uccisi da Sinoce a
tradimento, e costui poscia accordatosi con Bonifacio, essendosi
scoperta da lì a poco la sua perfidia, d'ordine di esso Bonifacio fu
anch'egli levato dal mondo. Abbiamo da una lettera scritta in questi
tempi da santo Agostino[1467] al medesimo Bonifacio, che i Barbari
africani, animati da questo sconvolgimento di cose, fecero guerra alle
provincie romane dell'Africa stessa, uccidendo, saccheggiando,
devastando dovunque arrivavano, senza che Bonifacio, che pur avrebbe
potuto reprimerli colle forze che avea, se ne mettesse pensiero, perchè
pensava più alla difesa propria che all'offesa altrui. Se ne lagna il
santo vescovo, e da lui sappiamo ancora che Bonifacio era passato alle
seconde nozze con una ricchissima donna, ariana di professione, ma che
per isposarlo aveva abbracciata la religion cattolica: e che, ciò non
ostante, gli ariani aveano una gran possanza in casa d'esso Bonifacio.
Anzi correa voce ch'egli, non contento della moglie, tenesse presso di
sè alcune concubine.

NOTE:

[1456] Idacius, in Chron. apud. Sirmondum.

[1457] Sidon., in Panegyr. Aviti.

[1458] Jordan., de Reb. Getic, cap. 32.

[1459] Marcell., in Chron. apud Sirmond.

[1460] Jordan., de Reb. Getic., cap. 32.

[1461] Olympiod. apud Photium.

[1462] August., Epist. CCXX, n. 4.

[1463] Procop., de Bell. Vand., lib. 1, cap. 3.

[1464] Theoph., in Chronogr.

[1465] Socrat., lib. 7, cap. 18.

[1466] Prosper, in Chron. apud Labb.

[1467] August., Epist. CCXX.



    Anno di CRISTO CDXXVIII. Indizione XI.

    CELESTINO papa 7.
    TEODOSIO II imper. 27 e 21.
    VALENTINIANO III imperad. 4.

_Consoli_

FLAVIO FELICE e TAURO.


Una iscrizione da me data alla luce[1468] fa conoscere che il primo
console era appellato _Flavio Costanzo Felice_. Vedesi continuata la
guerra in Africa contra di Bonifacio conte. Generale dell'armata cesarea
era _Segisvalto_, per quanto scrive Prospero[1469], goto di nazione,
ariano di credenza, ma senza che si sappia ciò ch'egli operasse. Nasce
qui un gruppo difficile di cronologia intorno al passaggio de' Vandali
in Africa, colà invitati nella sua disperazione da esso Bonifacio conte.
Nell'anno precedente il sopra mentovato Prospero notò questo
avvenimento; altrettanto scrisse Cassiodoro[1470]; e furono in ciò
seguitati dal Sigonio. La Cronica Alessandrina, il cardinal Baronio ed
altri scrissero che in quest'anno avvenne la trasmigrazione di quei
Barbari nell'Africa. Ma il padre Pagi sostiene che solamente nell'anno
429 susseguente succedette la lor mossa; perciocchè Idacio[1471] nella
Cronica nell'anno 2444 di Abramo, che comincia nel primo di ottobre del
presente anno, lasciò scritto che Genserico re de' Vandali, abbandonata
la Spagna, passò in Africa _nel mese di maggio_, il quale viene a cadere
nell'anno susseguente. Anche sant'Isidoro[1472] attesta che Genserico
nell'era 467 succedette a Gunderico re de' Vandali, e fece il passaggio
nell'Africa. Quell'anno corrisponde al 429 dell'epoca volgare.
Finalmente varie leggi si leggono di Valentiniano Augusto, indirizzate
prima del maggio dell'anno susseguente a Celere proconsole dell'Africa,
nelle quali non apparisce vestigio alcuno delle calamità dell'Africa. Ma
può ben restar qualche dubbio intorno a questa cronologia, confessando
il Pagi molti altri falli d'Idacio, o per colpa sua, o per difetto de'
copisti. Nè le allegate leggi bastano a decidere questo punto,
perciocchè da che furono entrati i Vandali, conquistarono sol poca parte
dell'Africa. E siccome nella legge trentesima terza _de Susceptoribus_,
data nell'anno 430, si parla delle provincie Proconsolare e Bisacena
dell'Africa, senza che si dica parola della guerra dei Vandali, i quai
pure lo stesso Pagi concede passati nell'Africa nel 429; così nulla si
può dedurre dalle leggi date in esso anno 429 da Valentiniano. Comunque
sia, mi fo io lecito di rammentar qui il funestissimo ingresso di que'
Barbari nelle provincie africane, alle quali erano stati iniquamente
invitati da Bonifacio conte. _Genserico_ re loro, per quanto abbiam da
Procopio[1473], fu principe di gran prodezza nell'armi, e di mirabile
diligenza nelle sue azioni. E, secondochè scrive Giordano storico[1474],
era di statura mezzana, zoppo per una caduta dal suo cavallo, cupo nei
suoi pensieri, di poche parole, sprezzatore della lussuria, inclinato
all'ira, avido di conquiste, sollecito al maggior segno in muovere le
sue genti, ed accorto per seminar dissensioni e promuover odii, dove gli
tornava il conto. Signoreggiava costui insieme colla nazione nella
Betica, ed era padron di Siviglia[1475]. Nel mentre che egli si
disponeva alla partenza verso l'Africa, intese che _Ermigario_ Svevo
metteva a sacco le vicine provincie, e senza perdere tempo mossosi
contra di lui, il raggiunse nella Lusitania non lungi da Merida, dove
uccise non pochi dei di lui seguaci, ed Ermigario stesso fuggendo si
annegò nel fiume Ana. Dopo questa vittoria Genserico, che avea raunata
gran quantità di navi, per lo stretto di Gibilterra traghettò la sua
gente nell'Africa, e sulle prime s'impadronì della Mauritania. Era
l'Africa, per attestato di Salviano[1476], il più ricco paese che
s'avesse l'imperio romano, perchè fin a questi tempi era stato esente
dai malanni, che a cagion dei Barbari settentrionali aveano sofferto
l'Italia, la Gallia e la Spagna. Ma non andò molto che divenne il teatro
della povertà e delle miserie per l'ingresso de' Vandali. Nè solamente
Genserico seco trasse i suoi nazionali, ma con esso lui s'unirono
assaissimi Alani, Goti, ed altri di altre barbare nazioni, come racconta
Possidio scrittore contemporaneo[1477], tutti isperanziti d'inestimabil
bottino, di maniera che riuscì formidabile la sua armata, e a lui facile
il far quei progressi che diremo. In quest'anno Prospero[1478] e
Cassiodoro[1479] scrivono che quella parte della Gallia ch'è vicina al
Reno, dov'erano passati, e s'erano annidati i Franchi, fu colla strage
di molti di loro ricuperata al romano imperio per la bravura d'Aezio. E
Teodosio piissimo imperadore pubblicò in questo medesimo anno un insigne
editto[1480] contra di tutti gli eretici, nominandoli ad uno ad uno. Ma
per disgrazia della Chiesa cattolica Nestorio nello stesso tempo fu
creato vescovo di Costantinopoli, e cominciò tosto a propalare le
perverse opinioni sue.

NOTE:

[1468] Thesaur. Novus Inscript., p. 403.

[1469] Prosper, in Chron. apud Labb.

[1470] Cassiod., in Chron.

[1471] Idacius, in Chron. apud Sirmond.

[1472] Isidorus, in Chron. Vandal.

[1473] Procop., de Bell. Vand., lib. 1, cap. 3.

[1474] Jordan., cap. 33, de Reb. Get.

[1475] Idacius, in Chronic.

[1476] Salvian., lib. 7 de Gubern.

[1477] Possid., in Vita sancti Augustini, cap. 28.

[1478] Prosper, in Chron.

[1479] Cassiodorus, in Chronic.

[1480] L. 65, lib. 16, tit. 8, Codic. Theodos.



    Anno di CRISTO CDXXIX. Indiz. XII.

    CELESTINO papa 8.
    TEODOSIO II imper. 28 e 22.
    VALENTINIANO III imperad. 5.

_Consoli_

FIORENZO e DIONISIO.


O sia che i Vandali passassero solamente nel maggio del presente anno in
Africa, come con buone ragioni pretende il padre Pagi, oppure nel
precedente, certo è che crebbero le calamità in quelle parti, e
massimamente nelle due Mauritanie, sopra le quali si caricò sulle prime
il loro furore. Possidio[1481] è un buon testimonio delle immense
crudeltà da loro commesse. Saccheggi, incendii, stragi dappertutto,
senza perdonare nè a sesso, nè ad età, nè a persone religiose, nè ai
sacri templi. Fa parimente Vittor Vitense[1482] una lagrimevol menzione
de' tanti mali prodotti dalla barbarie di que' tempi in quelle floride
provincie. Salviano[1483] anch'egli, non già vescovo, ma prete di
Marsilia, raccontando la terribile scena dell'irruzione de Vandali
nell'Africa, riconosce in ciò i giusti giudizii di Dio per punire gli
enormi peccati dei popoli africani, inumani, impudici, dati
all'ubbriachezza, alle frodi, alla perfidia, alla idolatria e ad ogni
altro vizio, di maniera che meno malvagi erano i Barbari di que' tempi
in lor paragone. _La nazione gotica_ (dic'egli) _è perfida, ma pudica.
Gli Alani sono impudichi, ma men perfidi. I Franchi son bugiardi, ma
amanti dell'ospitalità. I Sassoni fieri per la lor crudeltà, ma per la
lor castità venerandi; perciocchè tutte queste nazioni hanno qualche
male particolare, ma hanno eziandio qualche cosa di bene. Negli Africani
non si sa trovar se non del male._ Ora qui è da ascoltare Procopio, il
quale vien dicendo[1484] che molti amici di Bonifacio in Roma,
considerati i costumi di lui per l'addietro incorrotti, non sapeano nè
capire nè credere ch'egli per cupidigia di regnare si fosse ribellato al
suo sovrano. Ne parlarono a Placidia Augusta, e per ordine di lei
passarono a Cartagine per discoprire il netto della cosa. Bonifacio fece
lor vedere le lettere d'Aezio, persuaso dalle quali aveva pensato non a
venire in Italia, ma a cercar di salvarsi comunque avesse potuto. Con
queste notizie se ne tornarono i suoi amici a Ravenna, e il riferirono a
Placidia, la quale rimase stupefatta a così impensato avviso; ma non
pensò di farne risentimento nè vendetta contra di Aezio, perchè egli
avea le armi in mano, era vittorioso, e l'imperio romano indebolito non
potea far senza di un sì valoroso capitano. Altro dunque non fece, se
non rivelare anch'essa agli amici suddetti di Bonifacio la trama ordita
da Aezio, e pregarli che inducessero Bonifacio a ritornarsene sul buon
cammino, e a non permettere che l'imperio romano fosse maltrattato e
lacerato dai Barbari, impegnando con giuramento la sua parola di
rimetterlo in sua grazia. Andarono essi, e tanto dissero e fecero, che
Bonifacio si pentì delle risoluzioni già prese e ripigliò la fedeltà
verso il suo legittimo signore, ma troppo tardi, siccome vedremo. Se
queste cose succedessero nel presente o nel susseguente anno non è ben
chiaro. Due belle leggi fra l'altre di Valentiniano Augusto appartengono
a quest'anno. Nella prima[1485], indirizzata a _Volusiano_ prefetto del
pretorio dice: _Essere un parlare conveniente alla maestà del regnante,
allorchè professa d'essere anch'egli legato dalle leggi, e che
dall'autorità del diritto dipende l'autorità principesca. Essere in
fatti cosa più grande dell'imperio, il sottomettere il principato alle
leggi. E perciò egli notifica a tutti col presente editto quel tanto che
non vuole sia lecito neppure a sè stesso._ Nell'altra legge[1486],
indirizzata a _Celere_ proconsole dell'Africa, protesta che, salva la
riverenza dovuta alla sua maestà, egli non isdegna di litigar coi
privati nel medesimo foro, e di essere giudicato colle stesse leggi.
Tali editti fecero e fan tuttavia sommo onore a Valentiniano; ma egli
col tempo se ne dimenticò, e gli costò la vita. Sebbene tai leggi son da
attribuire a qualche suo saggio ministro, e non già a lui, che era
tuttavia di tenera età.

NOTE:

[1481] Possid., in Vita S. Augustini.

[1482] Vict. Vitensis, Praet. lib. 1, de Persec. Vandal.

[1483] Salvian., de Gubern., lib. 7.

[1484] Procop., de Bell. Vandal., lib. 1, cap. 3.

[1485] L. digna vox, Cod. Justinian. de Legib.

[1486] L. 68, lib. II, tit. 30 Cod. Theodos.



    Anno di CRISTO CDXXX. Indizione XIII.

    CELESTINO papa 9.
    TEODOSIO II imp. 29 e 23.
    VALENTINIANO III imperad. 6.

_Consoli_

TEODOSIO AUGUSTO per la tredicesima volta e VALENTINIANO AUGUSTO per la
terza.


Dappoichè furono passati in Africa i Vandali, pare, secondo
sant'Isidoro[1487], che gli Svevi sotto il re loro _Ermerico_, non
avendo più ostacolo, s'impadronissero della Gallizia. Ma non l'ebbero
tutta, e seguì ancora un accordo co' popoli di quella parte, che non si
lasciò mettere il giogo. Perciocchè scrive Idacio[1488] sotto il
presente anno, che essendo entrati gli Svevi nelle parti di mezzo della
Gallizia, e mettendole a sacco, la plebe, che s'era ritirata nelle
castella più forti, fece strage di una parte di essi, ed un'altra parte
rimase prigioniera nelle lor mani, di modo che quei Barbari furono
costretti a stabilir la pace con gli abitanti, sì se vollero riavere i
lor prigioni. Racconta inoltre lo stesso Idacio che nelle Gallie venne
fatto ad Aezio di trucidare un corpo di Goti, che ostilmente erano
venuti fin presso ad Arles, con far prigione Arnolfo capo di essi.
Aveano ben costoro pace coi Romani, ma non sapeano astenersi dal
bottinare sopra i confinanti, quando se la vedeano bella. E colla
medesima fortuna sconfisse i Giutunghi e Nori, ma senza dire in qual
parte. Per quanto abbiam veduto altrove, e s'ha da Ammiano
Marcellino[1489], erano i Giutunghi popoli dell'Alemagna. Desippo
storico dice[1490] che i Giutunghi erano popoli della Scitia ossia
Tartaria, forse perch'erano venuti di là. Certamente stavano non lungi
dalla Rezia ai tempi di sant'Ambrosio, che ne parla in una sua
lettera[1491]. I Nori si dee credere che fossero i popoli del Norico,
che in questi tempi si ribellarono. E chiaramente lo attesta Apollinare
Sidonio[1492] nel panegirico di Avito imperadore, con aggiugnere che
Aezio in tali guerre nulla operò senza la compagnia di Avito, persona
allora privata. E perciocchè _Felice_, di cui si è fatta menzione di
sopra, generale delle armate di Valentiniano, fu innalzato alla dignità
di patrizio, _Aezio_ gli succedette nel generalato, per testimonianza di
san Prospero[1493]. Già dicemmo pentito Bonifacio conte in Africa d'aver
preso l'armi contra del suo sovrano, e di aver chiamato colà i Vandali
dalla Spagna. A indurlo alla pace e riconciliazione con Galla Placidia
Augusta, probabilmente fu inviato in Africa _Dario_ conte, di cui parla
sant'Agostino in una sua lettera al medesimo[1494]. E Dario stesso, in
iscrivendo al santo vescovo, dice che se non ha estinto, ha almen
differito i danni della guerra. Sappiamo inoltre che in questi tempi
_Segisvolto_, generale di Valentiniano in essa Africa, mandò da
Cartagine ad Ippona a sant'Agostino[1495] Massimino vescovo ariano, per
conferire con esso lui; il che ci fa argomentare che questo generale
comandava tanto in Cartagine che in Ippona. E questo non si può
intendere accaduto se non dopo la pace fatta con Bonifacio, che
signoreggiava in quelle contrade, nè era stato vinto dall'armi
dell'imperadore.

Tornato dunque in sè stesso Bonifacio e bramando di rimediare al male
fatto, per attestato di Procopio[1496], si studiò d'indurre i Vandali a
ritornarsene in Ispagna, con adoperare quante preghiere potè, e
promettendo loro magnifiche ricompense. Ma un pazzo gitta un sasso nel
pozzo, e cento savii nol possono cavare. Si risero in fatti di lui que'
Barbari, parendo loro di essere burlati; e in fine dalle dolci si venne
alle brusche, con essere seguito un fatto d'armi, nel quale restò
sconfitto l'infelice Bonifazio. Si ritirò egli in Ippone Regio ossia
Ippona, oggidì Bona città marittima e fortissima della Numidia, dove era
vescovo _santo Agostino_ suo singolare amico[1497]. Colà ancora si
rifugiarono come in luogo sicuro molti altri vescovi. Perciò i Vandali
col re loro _Genserico_ verso il fine di maggio, o sul principio di
giugno del presente anno, passarono all'assedio di quella città, che
sostenne lunghissimo tempo gli assalti e il furore di que' Barbari. Ed
appunto nel terzo mese di quell'assedio infermatosi il gran lume
dell'Africa e della Chiesa di Dio, cioè il suddetto sant'Agostino, diede
fine ai suoi giorni nel dì 28 d'agosto di questo anno, e non già del
precedente, come scrisse Marcellino conte, raccogliendosi la verità
dell'anno da san Prospero[1498] e dalle lettere di Capreolo vescovo di
Cartagine al concilio efesino, e da Liberato diacono nel suo Breviario.
Finirono ancora di vivere in quest'anno _Aurelio_ insigne vescovo di
Cartagine, ed _Alipio_ vescovo di Tagaste, primate della Numidia,
celebre amico di sant'Agostino. Il vedere quei santi prelati le
incredibili calamità delle lor contrade, e senza rimedio, non v'ha
dubbio che dovette influire nella lor malattia e morte; e sant'Agostino
fra gli altri in quel frangente pregava Dio, che o liberasse la città
dai Barbari o se altra era la sua sovrana volontà, desse fortezza ai
suoi servi, per uniformarsi al divino volere, oppure che levasse lui da
questo secolo. Un gran fuoco s'era intanto acceso in Oriente per
l'eresia di Nestorio, empio vescovo di Costantinopoli. _Cirillo_ santo e
zelante vescovo alessandrino quegli fu che più degli altri imbracciò lo
scudo in difesa della Chiesa e della sentenza cattolica. Ma tanto egli
quanto Nestorio ricorsero alla Sede apostolica romana, maestra di tutte
le chiese. Perciò _Celestino_, pontefice di gran pietà e valore, raunò
un concilio di vescovi in Roma, ed in esso condannò gli errori di
Nestorio. Sopra ciò è da vedere gli Annali Ecclesiastici del cardinal
Baronio e la Critica del padre Pagi. Nulladimeno perchè Nestorio era
pertinace, nè gli mancava gente che il favoriva, e fra gli altri si
contava _Teodoreto_ celebre vescovo e scrittore di que' tempi, il
piissimo imperador Teodosio intimò un concilio universale da tenersi
nell'anno susseguente in Efeso, per mettere fine a tali controversie ed
orrori. In questo medesimo anno, secondochè abbiamo da Prospero[1499],
da Marcellino conte[1500] e da Idacio[1501], in un tumulto di soldati
eccitato in Ravenna fu ucciso _Felice_ generale dianzi dell'imperadore,
ed allora patrizio, e con esso lui Padusia sua moglie e Grunito diacono.
L'iniquo Aezio, tante volte disopra nominato, fu l'autore di tali
omicidii, secondo Prospero, per avere, diceva egli, presentito che
costoro gli tendevano insidie. Ma questa insolenza tanto più dovette
irritar l'animo di Placidia contra di lui, e gli effetti se ne videro
dipoi.

NOTE:

[1487] Isidorus, in Chron. Svevor.

[1488] Idacius, in Chronic.

[1489] Ammian. Marcellin., lib. 17, c. 6.

[1490] Dexippus, in Eclog. Legat.

[1491] Ambros., Epist. XXVIII, Class. I.

[1492] Sidonius, in Panegyr. Aviti.

[1493] Prosper, in Chron.

[1494] August., Epist. CCXXIX et CCXXX.

[1495] August., Collat. cum maxim. num. 1.

[1496] Procop., de Bell. Vand., lib. 1, cap. 3.

[1497] Possidius, Vita S. Augustin., cap. 28.

[1498] Prosper, in Chron. Notis, Histor. Pelagian., lib. 2, c. 9.

[1499] Prosper, in Chron.

[1500] Marcellin. Comes, in Chronico.

[1501] Idacius, in Chronico.



    Anno di CRISTO CDXXXI. Indizione XIV.

    CELESTINO papa 10.
    TEODOSIO II imper. 30 e 24.
    VALENTINIANO III imperad. 7.

_Consoli_

BASSO e FLAVIO ANTIOCO.


Quasi quattordici mesi durò l'assedio d'Ippona; e benchè il re Genserico
avesse così ben chiuso il porto e il lido, che non vi poteano entrar
soccorsi; e quantunque facesse ogni sforzo per ridurla o colla forza o
con qualche capitolazione alla resa, i difensori tennero forte, e
delusero la di lui bravura e speranza, talmente che stanchi e ridotti
senza viveri que' Barbari, dopo esservi stati sotto per sì lungo tratto
di mesi, nel maggio dell'anno presente, levato l'assedio, si ritirarono.
Non così tosto fu alla larga Bonifacio conte, che si diede a ragunar
quante milizie romane potè[1502]; e perchè era già sbarcato a Cartagine
un gran rinforzo di soldatesche, inviato non meno da Valentiniano che da
Teodosio Augusti, egli mise insieme un poderoso esercito, con cui
credette di poter azzardare una nuova battaglia coi Vandali. Per
generale delle sue truppe avea spedito Teodosio _Aspare_ figliuolo di
Ardaburio, nominato disopra. Si combattè coraggiosamente con ostinatezza
dall'una e dall'altra parte; ma in fine toccò la peggio a Bonifacio e ad
Aspare. Grande strage fu fatta dei Romani, e i generali si salvarono
colla fuga. Aspare se ne tornò a Costantinopoli, e Bonifacio fece vela
verso l'Italia. Idacio vescovo[1503] pare che differisca il ritorno a
Roma di Bonifacio sino all'anno susseguente. Racconta egli bensì sotto
il presente, che avendo gli Svevi di nuovo rotta la pace coi popoli
della Gallizia, e saccheggiando dovunque arrivavano, egli fu spedito per
implorare soccorso da Aezio, il quale nella Gallia faceva guerra coi
Franchi. In Africa i cittadini d'Ippona, dappoichè ebbero intesa la
rotta data dai Vandali all'armata di Bonifacio, abbandonarono la lor
città, non volendo esporsi a sostenere un nuovo assedio. Il perchè
trovatala vota i Vandali, v'entrarono, ed attaccatovi il fuoco, la
desertarono, con essersi nondimeno miracolosamente salvata la libreria
di sant'Agostino[1504]. Fu celebrato in quest'anno sul fine di giugno e
nel susseguente luglio, il terzo concilio universale nella città
d'Efeso, e v'intervennero circa dugento vescovi. Papa Celestino, per
servire di scorta e lume ai Padri che colà si aveano a raunare,
precedentemente tenne in questo anno un altro concilio in Roma, e poscia
spedì ad Efeso sul principio di maggio per suoi legati _Arcadio_ e
_Projetto_ vescovi, e _Filippo_ prete colle istruzioni necessarie. Nè
contento di ciò, diede le sue veci a _Cirillo_ vescovo di Alessandria,
acciocchè presedesse in nome suo a quella sacra raunanza[1505]. In essa
furono condannate le eresie di Nestorio, ed egli stesso deposto, e
mandato in esilio, e in luogo suo fu eletto vescovo di Costantinopoli
_Massimiano_. Diede fine in quest'anno a dì 22 di giugno alla sua santa
vita Paolino vescovo di Nola, le cui virtù il fecero degno d'essere
registrato fra i santi, e le cui opere sì di prosa che di verso si
leggono stampate nella Biblioteca de' Padri, e più pienamente si veggono
unite nell'edizione che ne fu fatta nell'anno 1756 in Verona. E in
quest'anno racconta Marcellino conte[1506], che mancò di vita _Flacilla
figliuola di Teodosio Augusto_. C'è luogo di sospettare, che in vece di
_figliuola_ Marcellino scrivesse _sorella_, sapendo noi che Arcadio
imperadore padre di Teodosio II, fra le altre figliuole una ne lasciò
dopo di sè appellata _Flacilla_, e non raccontando alcuno degli antichi
storici che a Teodosio II nascesse altra figliuola se non _Eudossia_.
Diede Valentiniano III imperadore nel presente anno un ordine a
_Flaviano_ prefetto del pretorio[1507], proibendo qualunque esenzione
dai carichi ordinarii e straordinarii a qualsivoglia persona, con
esentare solamente i beni suoi patrimoniali; perchè, come egli dice, le
rendite di questi si impiegano spessissimo in sollievo delle pubbliche
necessità; impiego sommamente lodevole in un principe che ama i suoi
popoli. Quanto a Teodosio imperadore d'Oriente, ci fa sapere il suddetto
Marcellino, che il popolo di Costantinopoli per carestia di pane gli
tirò de' sassi nell'andar egli ai granai del pubblico. Diede fuori il
medesimo Teodosio in quest'anno una legge[1508], in occasione che molti
schiavi armati si erano rifugiati in chiesa, e n'era perciò nato un gran
tumulto; proibendo da lì innanzi il poter levare per forza, pena la
vita, alcuno dalle chiese e dai recinti di esse, compresi i cortili,
portici e case dei religiosi, che ad esse servivano: con ordinare ancora
che chi portasse armi in chiesa, perdesse la franchigia; ed egli stesso
fu il primo a darne l'esempio. Trovasi intiera questa legge negli atti
del concilio efesino.

NOTE:

[1502] Procop., de Bell. Vandal. lib. 1, cap. 5.

[1503] Idacius, in Chron.

[1504] Possid., in Vit. S. August., cap. 28.

[1505] Concil. Ephesio., Action. 1.

[1506] Marcell. Comes, in Chronico.

[1507] L. 37, lib. 11, tit. 1 Cod. Theodos.

[1508] L. 4 et 5, de his, qui ad Eccl. Cod. cod.



    Anno di CRISTO CDXXXII. Indizione XV.

    SISTO III papa 1.
    TEODOSIO II imperad. 31 e 25.
    VALENTINIANO III imperad. 8.

_Consoli_

FLAVIO AEZIO e VALERIO.


_Aezio_, che fu console nel presente anno, era quel medesimo che abbiam
veduto di sopra esercitare la carica di generale delle armate cesaree in
Occidente. L'altro console _Valerio_ godea varie dignità nella corte
dell'imperadore d'Oriente. A dì 19 di luglio di questo anno diede
compimento ai suoi giorni _Celestino_ papa, come pretende il Pagi[1509],
pontefice santo, pontefice glorioso per molte sue azioni, e spezialmente
pel suo zelo contra de' pelagiani, semipelagiani e nestoriani, e per
avere mandato in Iscozia oppure in Irlanda _Palladio_, che fu apostolo e
primo vescovo di que' popoli barbari. Ebbe per successore nella cattedra
di san Pietro _Sisto III_, di patria romano, il quale non tardò a
procurare, per quanto gli fu possibile, la pace nelle chiese d'Oriente,
divise a cagion di Nestorio. Nel che parimente si adoperò con vigore il
piissimo imperadore Teodosio, tanto che ne riuscì una tollerabil
concordia. Avea ben Galla Placidia Augusta, per non poter di meno,
appagata l'ambizione d'Aezio suo generale, con dichiararlo console
nell'anno presente; ma non per questo cessava in cuore di lei l'odio
conceputo pel tradimento fatto a Bonifacio conte, e per l'uccisione di
Felice patrizio, e probabilmente per altre di lui insolenze ed iniquità.
Noi già vedemmo, seguendo l'autorità di Procopio, che Bonifacio, poco
dopo la rotta datagli dai Vandali, se ne era ritornato in Italia. Ma
ossia che quella giornata campale succedesse nel presente anno, oppure
che Procopio affrettasse di troppo il di lui ritorno, tanto san
Prospero[1510] quanto Marcellino[1511] scrivono ch'egli solamente in
quest'anno dall'Africa venne a Roma, e di là alla corte che dimorava in
Ravenna. Secondo Marcellino, egli fu chiamato dalla stessa Placidia
Augusta per contrapporlo all'arrogante Aezio, il quale in questi
medesimi tempi, per quanto abbiamo da Idacio[1512], guerreggiava nella
Gallia; e dopo aver data una rotta ai Franchi, i quali erano venuti di
qua dal Reno, fece pace con loro. Era in questi tempi _Clodione_ re de'
Franchi, ed avea per figliuolo _Meroveo_, il quale amicatosi molto con
Aezio, coll'aiuto di lui succedette col tempo al padre. Lo stesso
vescovo Idacio, ch'era venuto a trovare Aezio per aver dei soccorsi
contro gli Svevi, altro non impetrò, se non che fu spedito con lui
Censorio per legato ad essi Svevi, che infestavano la Gallizia, per
farli desistere da quelle violenze. Tornato adunque Bonifacio a Ravenna,
non solamente fu rimesso in grazia di Valentiniano Augusto e di
Placidia, ma dichiarato ancora generale dell'una e dell'altra milizia.
Presso il Mezzabarba[1513] si vede in una medaglia di Valentiniano
Augusto nominato _Bonifacio_. Prospero Tirone[1514] ci ha conservata la
notizia che Aezio all'udire richiamato alla corte Bonifacio e conferito
a lui il generalato, con restarne egli privato, per precauzione si
ritirò in siti fortificati, immaginandosi che Bonifacio suo nemico
cercherebbe di far vendetta contra di lui. Nè s'ingannò. Dopo pochi mesi
Bonifacio con molte forze fu a cercarlo, e trovatolo (non dicono gli
storici in qual luogo) gli diede battaglia, e lo sconfisse bensì, ma
perchè erano venuti questi emuli stessi nel conflitto alle mani insieme,
Aezio che, secondo Marcellino[1515], avea preparato il dì innanzi un
dardo ossia un'asta più lunga, il ferì gravemente con restar egli
illeso. Fra pochi giorni, come vuole san Prospero, oppur dopo tre mesi,
come lasciò scritto il suddetto Marcellino, Bonifacio di quella ferita
si morì, lasciando Pelagia sua moglie molto ricca, e con indizio ch'egli
cristianamente perdonasse ad Aezio, perchè esortò la stessa moglie a non
maritarsi con altro uomo che con esso Aezio. _Sebastiano_ conte, genero
di Bonifacio, persona di gran credito, in suo luogo fu creato generale.
Ora Aezio, trovandosi spennato e privo d'ogni autorità, si ritirò nelle
sue terre, non so se nella Gallia, o nell'Italia; e quivi se ne stava
ben in guardia. Ma avendo tentato un dì i suoi nemici con una improvvisa
scorreria di sorprenderlo, egli non veggendosi quivi sicuro, se ne fuggì
in Dalmazia, e di là nelle Pannonie, dove trovò il suo scampo presso gli
Unni suoi antichi amici. In quest'anno Valentiniano Augusto con una sua
costituzione[1516], indirizzata a _Flaviano_ prefetto del pretorio,
confermò i privilegi ai decurioni e silenziarii del palazzo, ch'erano
guardie del corpo suo, per quanto crede il Gotofredo, ma che fors'anche
son da dire una specie di milizia che stava nelle provincie, perchè dopo
aver militato il dovuto tempo, loro è conceduto di venire alla corte,
ancorchè non chiamati dal principe.

NOTE:

[1509] Pagius, Crit. Baron.

[1510] Prosper, in Chronico.

[1511] Marcell. Comes, in Chron.

[1512] Idacius, in Chronico.

[1513] Mediob., Numismat. Imper.

[1514] Prosper Tiro, in Chron.

[1515] Marcell., in Chronico.

[1516] L. 3, lib. 4, tit. 23 Cod. Theodos.



    Anno di CRISTO CDXXXIII. Indizione I.

    SISTO III papa 2.
    TEODOSIO II imp. 32 e 26.
    VALENTINIANO III imperad. 9.

_Consoli_

TEODOSIO AUGUSTO per la quattordicesima volta e PETRONIO MASSIMO.


_Massimo_, che fu console in quest'anno, era uno de' senatori romani più
ricchi e potenti. Gran confidenza passava tra Valentiniano Augusto e
lui. Egli dipoi tirannicamente occupò l'imperio, siccome vedremo. Il
padre Sirmondo[1517] rapporta una medaglia, in cui da una parte si legge
VALENTINIANVS P. F. AVG., e dall'altra PETRONIVS MAXIMVS V. C. CONS. In
quest'anno _Giovanni_ vescovo d'Antiochia che fin qui avea sostenuto il
partito di Nestorio eretico, rinunziò al medesimo, per opera
specialmente di Sisto romano pontefice. Ma non perciò s'ebbe una pace
intera nelle chiese d'Oriente, restando tuttavia alcuni vescovi
contrarii a Cirillo vescovo d'Alessandria, i quali eziandio appellarono
alla santa sede romana, riconoscendo quel privilegio di cui era fin dai
primi tempi in possesso la Chiesa romana. Fioriva in questi giorni nella
Gallia _Giovanni Cassiano_, celebre autore delle Collazioni, ossia delle
Conferenze de' padri, ma creduto infetto di opinioni semipelagiane:
contra del quale prese la penna san Prospero d'Aquitania. Fioriva ancora
in Egitto _sant'Isidoro_ monaco ed abate di Pelusio. Abbiamo da
Socrate[1518], dalla Cronica Alessandrina[1519] e da Marcellino
conte[1520], che nel presente anno seguì in Costantinopoli un fierissimo
incendio, con restar divorata dalle fiamme una gran parte della città
settentrionale colle terre appellate Achillee, e che durò quel fuoco per
tre dì. Il cardinale Baronio attribuisce questo incendio, e la rotta
data in Africa, all'aver Teodosio Augusto proceduto troppo mansuetamente
contra di Nestorio, e all'averlo favorito molti nobili di
Costantinopoli. Ma si fa torto a quel pio imperadore e al popolo di
Costantinopoli che fu contra Nestorio, per nulla dire del concilio che
lo condannò. Noi facciam troppo facilmente gl'interpreti della mente di
Dio, il quale non ha bisogno di consigliarsi colle nostre povere teste,
se vuol permettere le prosperità ai cattivi, nemici suoi, e mandar
tribolazioni ai buoni, suoi amici. Già vedemmo che Aezio aveva spedito
_Castorio_ ambasciatore insieme con _Idacio_ vescovo, autore della
Cronica, agli Svevi che infestavano la parte della Gallizia sottoposta
al romano imperio. Narra il medesimo Idacio[1521] che Castorio portò le
risposte alla corte imperiale di Ravenna; e che _Ermerico_ re di essi
Svevi finalmente rinnovò la pace co' popoli della Gallizia, mediante
l'interposizione de' vescovi, con essergli stati dati perciò ostaggi: ma
che _Sinfosio_ vescovo mandato da lui per affari a Ravenna, se ne tornò
indietro colle mani vote. Erasi, per quanto abbiam detto, rifugiato
_Aezio_ nella Pannonia presso gli Unni, che quivi signoreggiavano; e pel
credito che avea con que' Barbari, cominciò un gran trattato, per
muoverli contro l'Italia. _Rugila_ era allora il re di quella nazione.
Prospero Tirone[1522] chiaramente attesta che Aezio, ottenuto da esso re
un poderoso esercito, s'incamminava verso queste contrade: il che udito
da Valentiniano Augusto, che si trovava senza sufficienti forze da
opporgli, chiamò in suo aiuto i Goti, a mio credere, quelli che
dominavano nell'Aquitania. Ma l'intenzione dell'astuto Aezio era, non
già di portar la guerra in Italia, ma di far paura a Valentiniano,
affine di obbligarlo a rimetterlo in sua grazia, e nelle dignità che gli
erano state levate. Ed in fatti, per attestato di san Prospero[1523],
valendosi dell'amicizia e del soccorso di costoro, ottenne quanto volle
da Valentiniano e da Placidia, i quali giudicarono meglio di cedere,
benchè poco onorevolmente, all'impertinenza di costui, che di tirarsi
addosso una guerra pericolosa. Ed ecco dove era giunta la maestà del
nome romano. Anche Idacio scrive sotto quest'anno, che Aezio fu
dichiarato generale dell'una e dell'altra milizia, e poco dopo ottenne
anche la dignità di patrizio, come parimente attesta l'autore della
Miscella[1524]. Circa questi tempi, come credette il Rossi[1525], ma
forse molto prima, Galla Placidia Augusta terminò in Ravenna l'insigne e
nobilissima basilica di san Giovanni evangelista, fabbricata vicino alla
porta che si chiamava _Arx Meduli_. Allorchè essa venne col figliuolo
Valentiniano da Salonichi verso Salona, o verso Aquileia, nell'anno 424,
corse un gran pericolo per una fiera burrasca di mare; ed essendosi
votata a san Giovanni evangelista, attribuì all'intercessione di lui
presso Dio l'aver salvata la vita. Però, giunta a Ravenna, si diede a
fabbricare in onore di Dio sotto il nome di questo santo Apostolo un
tempio magnifico, che tuttavia esiste. Se ne può veder la descrizione
nello Spicilegio della chiesa di Ravenna da me dato alla luce[1526], ma
non esente da qualche favola nata nel progresso de' tempi. Quivi si
leggeva la seguente iscrizione, di cui anche fa menzione Agnello storico
di Ravenna[1527], che fiorì circa l'anno 830.

            SANCTO AC BEATISSIMO APOSTOLO
                IOHANNI EVANGELISTAE
               GALLA PLACIDIA AVGVSTA
                    CVM FILIO SVO
         PLACIDO VALENTINIANO AVGVSTO ET FILIA
               SVA IVSTA GRATA HONORIA
             AVGVSTA LIBERATIONIS PERICVL.
                 MARIS VOTVM SOLVIT.

Di qui abbiamo che anche _Giusta Grata Honoria_, sorella di
Valentiniano, ebbe il titolo di _Augusta_; e questo ancora apparisce da
una medaglia rapportata dal cardinal Baronio[1528], dal Du-Cange[1529] e
dal Mezzabarba[1530], in cui si legge: D. N. IVST. GRAT. HONORIA. P. F.
AVG. E nel rovescio: SALVS REIPVBLICAE COM. OB. Tornerà occasion di
parlare in breve di questa principessa che lasciò dopo di sè un brutto
nome. Il Rossi aggiugne che in esso tempio alla destra nell'arco del
volto erano formate col musaico le immagini di _Costantino, Teodosio I,
Arcadio, ed Onorio Augusti;_ e alla sinistra, di _Valentiniano III,
Graziano e Costanzo Augusti_, e di _Graziano nipote_ e di _Giovanni
nipote_: i quali due ultimi sono a noi ignoti nella famiglia di Teodosio
il Grande. Eranvi ancora più basso le immagini di _Teodosio II_
imperadore, e di _Eudocia_ sua moglie, siccome ancor quelle di _Arcadio_
imperadore, e di _Eudossia_ sua moglie. Ma presso l'antichissimo
Agnello, e nello Spicilegio suddetto, non troviamo questa sì precisa
descrizione, a noi conservata dal suddetto Girolamo Rossi.

NOTE:

[1517] Sirmondus, in Not. ad Sidon. epist. 11 et 13; et Append. Du-Cange
in Dissert. de Numism.

[1518] Socrat., Hist. Eccl., lib. 7, cap. 39.

[1519] Chron. Alexandr. ad hunc ann.

[1520] Marcell. Comes, in Chron.

[1521] Idacius, in Chron.

[1522] Prosper Tiro, in Chronico.

[1523] Prosper, in Chron.

[1524] Histor. Miscell. lib. 14.

[1525] Rubeus, Histor. Ravenn, lib. 2.

[1526] Rer. Italicar. Scriptor. tom. I, part. 2.

[1527] Agnellus, in Vitis Episcopor. Ravenn. tom. 2, p. 1, Rer. Italic.

[1528] Baron., Annal. Eccl.

[1529] Du-Cange, Hist. Byzantin.

[1530] Mediobarb., Numism. Imperator.



    Anno di CRISTO CDXXXIV. Indizione II.

    SISTO III papa 3.
    TEODOSIO II imperad. 33 e 27.
    VALENTINIANO III imperad. 10.

_Consoli_

ARIOVINDO ed ASPARE.


Dacchè Aezio si vide forte per la ricuperata dignità di generale, colla
giunta ancora dell'altra più riguardevole di patrizio, non tardò a
vendicarsi come potè contro i parenti del defunto Bonifacio conte. Però
in quest'anno, secondo la testimonianza d'Idacio[1531], _Sebastiano_
genero di esso Bonifacio, e succeduto a lui nel generalato, per opera
d'Aezio fu mandato in esilio, o pure per timore di lui elesse l'esilio,
e fuggitivo si ricoverò alla corte di Costantinopoli. Sappiamo ancora da
san Prospero[1532] che _Aspare_ console occidentale, per quanto crede il
padre Pagi (ma fors'anche orientale, non apparendo ch'egli passasse dal
servigio di Teodosio Augusto a quello di Valentiniano imperadore),
Aspare, dico, fu inviato a Cartagine, senza che se ne sappia il motivo,
se non che durava in quelle parti tuttavia la guerra coi Vandali.
Secondo Prospero Tirone[1533], in quest'anno finì di vivere _Rugila_ re
degli Unni, con cui i Romani aveano confermata la pace, ed ebbe per
successore _Bleda_ ed _Attila_ fratelli. Questo Rugila è chiamato Roa da
Giordano storico, e Roila da Teodoreto[1534], il quale aggiugne che
costui avea saccheggiata la Tracia, e minacciato l'assedio alla stessa
città di Costantinopoli, e di volerla schiantare da' fondamenti. Non
tarderà molto a venire in iscena Attila suo successore. Teodosio Augusto
in quest'anno, per quanto potè, sovvenne al bisogno dei poveri di
Costantinopoli in tempo di carestia, con applicare secento undici libbre
d'oro del suo erario per comperar grani in loro sovvenimento[1535],
ordinando che fossero condannati gli uffiziali nel doppio di tutto
quello che avessero ritenuto di questa somma. Comandò eziandio con altra
legge[1536] che i beni dei chierici e monaci, che mancassero di vita
senza testamento, fossero applicati alle chiese, alle quali erano
ascritti; e non già ai parenti o al fisco, siccome dianzi si facea.
Accadde ancora che _Melania_ giovane, donna di santa vita, e monaca non
claustrale, abitante allora in Gerusalemme, fu chiamata a Costantinopoli
da _Volusiano_ suo zio paterno, prefetto di Roma, che per affari era
stato inviato alla corte d'Oriente. Venne la piissima donna, e tanto
seppe dire insieme con _Procle_ insigne vescovo di Costantinopoli, che
Volusiano stato fin allora gentile, si convertì alla religione di
Cristo: e fu cosa maravigliosa ch'egli infermo, subito dopo avere
ricevuta la grazia del battesimo, morì. Ma in Ravenna accadde un fallo
vituperoso per quella corte. _Grata Giusta Onoria Augusta_, sorella di
Valentiniano imperadore, siccome poco fa vedemmo, non per anche
maritata, si stava in corte colla madre e col fratello, ma senza quella
buona guardia, di cui abbisognano le fanciulle. Perciò ella ebbe
comodità di troppo dimesticarsi con Eugenio suo procuratore, e ne restò
gravida. Marcellino conte istorico[1537] quegli è che notò questo brutto
avvenimento, con aggiugnere ch'essa Onoria fu inviata alla corte di
Teodosio Augusto. Qui si dimanda qual sia stata la prudenza di que'
regnanti in tener sì poca guardia alle principesse fanciulle, e quale in
aver preso il ripiego di scacciare la mal accorta principessa. In vece
di occultar questo fallo, par quasi che si studiassero di divulgarlo
dappertutto. In questi tempi fiorì in Provenza _Vincenzo Lerinense_,
autore dell'Aureo Commonitorio contro le eresie, ma creduto per qualche
tempo fautore degli errori de' semipelagiani. San Prospero scrisse
contra di lui.

NOTE:

[1531] Idacius, in Chronic.

[1532] S. Prosper, de promiss., cap. 6.

[1533] Prosper Tiro, in Chronic.

[1534] Theod., Hist. Eccl., lib. 5, cap. 37.

[1535] L. 3, da frument. Urb. Constantinop. Cod. Theod.

[1536] L. unica de bonis Cleric. Cod. Theod.

[1537] Marcell. Comes, in Chron.



    Anno di CRISTO CDXXXV. Indizione III.

    SISTO III papa 4.
    TEODOSIO II imp. 34 e 28.
    VALENTINIANO III imper. 11.

_Consoli_

TEODOSIO AUGUSTO per la quindicesima volta e VALENTINIANO AUGUSTO per la
quarta.


Teodosio imperadore, zelante custode della dottrina della Chiesa, perchè
tuttavia bolliva in Oriente una fiera discordia per cagione del
condannato e deposto Nestorio, in quest'anno fece proibire la lettura
dei di lui libri[1538], con ordinare eziandio che fossero bruciati.
Furono inoltre esiliati non pochi vescovi, che ostinatamente o non
volevano condannar quell'eretico, o ricusavano di aver comunione con
_Cirillo_ vescovo d'Alessandria, cioè col primo mobile di tutti gli atti
contra di Nestorio. Intanto _Aezio_ generale di Valentiniano, secondochè
abbiamo da san Prospero[1539], era passato nelle Gallie per mettere in
dovere i Borgognoni, cioè que' Barbari, che già stabiliti nel paese,
onde poi venne il nome della Borgogna, ed in altri circonvicini paesi,
infestavano le provincie romane. Idacio[1540] scrive che costoro si
ribellarono, con indizio ch'essi signoreggiavano bensì in quelle
contrade, ma con riconoscere l'imperador d'Occidente per loro sovrano.
Riuscì a quel valoroso generale di dar loro una rotta tale, che
_Gundicario_ re de' medesimi fu obbligato a supplicare per ottener la
pace, che gli venne accordata da Aezio. Fa menzione di questa vittoria
anche Apollinare Sidonio[1541], con dire che i Borgognoni s'erano
scatenati contro la provincia belgica; e che _Avito_, il qual poscia fu
imperadore, anche questa volta fu compagno di Aezio nello sconfiggerli.
Abbiamo parimente dal sopraddetto Prospero, siccome ancora da
Cassiodoro[1542], che nel febbraio del presente anno in Africa nella
città d'Ippona fu conchiusa la pace fra l'imperador Valentiniano e
Genserico re de' Vandali, con avere il primo ceduta all'altro una
porzione dell'Africa. Sant'Isidoro[1543] attesta che Genserico in quella
occasione si obbligò con forti giuramenti di non molestar in avvenire le
provincie romane. Questa pace, che l'autore della Miscella[1544] chiama
piuttosto necessaria che utile, fu maneggiata e condotta a fine da
_Trigezio_ uffiziale di Valentiniano. E d'essa fa menzione ancora
Procopio[1545], con lodare la prudenza di Genserico, il quale, senza
lasciarsi gonfiare dalle passate prosperità, pensando che, se continuava
la guerra, poteva voltar faccia la fortuna, giudicò più spediente di
assicurar colla pace le conquiste già fatte. Aggiugne Procopio che
Genserico si obbligò di pagar ogni anno tributo a Valentiniano Augusto,
e che per, sicurezza de' patti, mandò per ostaggio a Ravenna _Unnerico_
suo figliuolo. Certo è che restò in poter dell'imperadore Cartagine;
qual parte toccasse a Genserico, lo vedremo più abbasso. Era fuggito a
Costantinopoli _Sebastiano_ conte, e genero già di Bonifacio patrizio,
siccome è detto di sopra. Bisogna che la persecuzion d'Aezio patrizio il
raggiugnesse fino colà; perciocchè sotto quest'anno racconta Marcellino
conte[1546] ch'egli fuggì dalla città Augusta, e che poi in Africa fu
ucciso. Ma egli non andò a dirittura in Africa, e la sua morte
appartiene ad altro tempo, siccome vedremo più abbasso. Sembra bensì
doversi riferire a quest'anno ciò che narra Prospero Tirone[1547], cioè
che nella Gallia ulteriore succedette una ribellione, di cui fu capo un
certo Tibatone, con essersi levati que' popoli dalla ubbidienza del
romano imperio. Avvenne di più, che in mezzo a quelle turbolenze quasi
tutti i servi, o, vogliam dire, gli schiavi, sottrattisi all'ubbidienza
de' lor padroni, in _Bagaudam conspiravere_. Colle quali parole vuol
dire che costoro si gittarono nella fazione de' Bagaudi. Così erano
chiamati nella Gallia le migliaia di contadini e di altre persone che
per cagione del mal governo degli uffiziali dell'imperadore s'erano
ribellati molti anni prima, e dopo essersi fatti fuori nelle castella e
rocche, viveano di ladronecci e rapine. Veggasi il Du-Cange[1548]. Con
costoro dunque s'attrupparono anche in gran parte i servi di quelle
contrade, per vivere col mestiere infame degli altri. Scrive il
Sigonio[1549] che Valentiniano Augusto si portò in quest'anno a Roma per
solennizzarvi l'anno decimo del suo imperio: il che fu fatto con gran
magnificenza di giuochi e spettacoli. Onde s'abbia egli tratto questo
viaggio dell'imperadore, non l'ho fin qui rinvenuto.

NOTE:

[1538] Pagius, Critic. Baron.

[1539] Prosper, in Chronic.

[1540] Idacius, in Chron.

[1541] Sidon., in Panegyr. Aviti.

[1542] Cassiod., in Chronic.

[1543] Isidorus, in Chron. Vandal.

[1544] Histor. Miscell., lib. 14.

[1545] Procop., lib. 1, cap. 4, de Bell. Vand.

[1546] Marcell. Comes, in Chron.

[1547] Prosper Tiro, in Chron.

[1548] Du-Cange, in Glossar. Latinit. ad vocem _Bagauda._

[1549] Sigon., de Regno Occident. lib. 12.



    Anno di CRISTO CDXXXVI. Indiz. IV.

    SISTO III papa 5.
    TEODOSIO II imp. 35 e 29.
    VALENTINIANO III imper. 12.

_Consoli_

FLAVIO ARTEMIO ISIDORO e FLAVIO SENATORE.


Amendue questi consoli furono creati in Oriente da Teodosio Augusto.
_Senatore_ si trova ancora chiamato _Patrizio_ in una lettera di
Teodoreto[1550] e negli atti del concilio calcedonense. Gli ho io dato
il nome di _Flavio_, perchè così ha un'iscrizione da me prodotta nella
mia Raccolta[1551]. Durava la pace tra i Romani e i Goti appellati
Visigoti, che signoreggiavano nella Gallia le provincie dell'Aquitania e
Settimania. Ma _Teodorico_ re d'essi Goti, non contento de' confini del
suo regno, cercò in questi tempi di dilatarlo alle spese de' vicini.
Però uscito in campagna, secondochè attesta s. Prospero[1552],
s'impadronì della maggior parte delle città confinanti, e pose l'assedio
a Narbona. Fecero lungamente una gagliarda difesa i soldati romani coi
cittadini, ma per la mancanza de' viveri erano vicini a cadere nelle
mani del re barbaro, quando _Aezio_ generale dell'imperadore, che si
trovava allora nelle Gallie, spedì in loro aiuto _Litorio_ conte con un
grosso corpo di milizie. Questi avendo fatto prendere a cadauno de'
cavalieri in groppa due moggia di grano, minori di gran lunga allora,
che quei d'oggidì, spinse coraggiosamente innanzi, e gli riuscì
d'entrare nella città, con provvederla abbondantemente di vettovaglia.
Allora i Goti, ossia che seguisse un combattimento, in cui ebbero la
peggio, oppure che vedessero cessata affatto la speranza di conquistar
quella piazza, e massimamente dopo un sì poderoso rinforzo di viveri e
di gente, ritiratisi in fuga, abbandonarono l'assedio. Idacio[1553]
anch'egli scrive (ma sotto l'anno seguente) che i Goti cominciarono ad
assediar Narbona; e poscia sul fin di esso anno 436, o pure nel
susseguente 437, seguita a dire che Narbona fu liberata dall'assedio
de' Goti per valore di Aezio generale della milizia cesarea: il
che fa vedere che non è sempre sicura la cronologia d'Idacio.
Sant'Isidoro[1554] aggiugne che Teoderico fu messo in fuga da Litorio
capitano della milizia romana, il quale menava in suo aiuto gli Unni. A
quest'anno ancora, o al seguente, s'ha da riferire una scossa grande
data al regno de' Borgognoni nelle Gallie. Prospero Tirone[1555] lasciò
scritto che si accese una terribil guerra tra i Romani e i Borgognoni, e
che essendo venuti ad una giornata campale, Aezio generale de' Romani
riportò un'insigne vittoria colla morte di Gundicario re di quei
Barbari, la nazion de' quali ivi perì quasi tutta. S. Prospero aggiugne
che in quest'impresa gli Unni furono collegati dei Romani, anzi a lor
stessi attribuisce questa gran vittoria. E che in questo fatto d'armi
intervenisse lo stesso _Attila_ re degli Unni, si raccoglie da Paolo
Diacono nelle vite de' vescovi di Metz[1556], dove narra che Attila,
dopo avere atterrato _Gundicario_ re de' Borgognoni, si diede a
saccheggiar tutte le contrade delle Gallie. Ma convien ben confessare
che la storia di questi tempi resta assai scura e mancante di notizie,
non sapendo noi dove allora avessero la lor sede gli Unni, i quali di
sopra vedemmo cacciati dalle Pannonie; nè come Attila entrasse nelle
Gallie, e ne uscisse poco appresso; nè perchè, se era in lega con Aezio,
si mettesse poi a devastar esse Gallie. Aggiungasi che Idacio[1557]
imbroglia la cronologia, perchè sembra rapportar piuttosto questo fatto
all'anno seguente, se è vero ciò che pretende il padre Pagi, cioè che il
suo anno d'Abramo 2453 cominci il primo dì d'ottobre dell'anno nostro
436, perciocchè Idacio sotto quell'anno, dopo la liberazion di Narbona,
scrive che furono uccisi circa ventimila Borgognoni. Bisogna ancora
supporre che gli Svevi nella Gallicia inquietassero i popoli romani,
giacchè il medesimo Idacio sotto lo stesso anno racconta che furono
spediti per ambasciatori a quella barbara nazione Censorio e Fretimondo
per commissione, come si può credere, di Aezio. Per altro non sussiste
ciò che racconta Prospero Tirone, cioè che perisse quasi tutta la nazion
dei Borgognoni, perchè oltre al vederla tuttavia durare, all'anno 456
troveremo anche i re loro, per attestato di Giordano storico. Abbiamo
poi da Marcellino conte[1558] che Teodosio in quest'anno andò a Cizico,
città della Misia, per mare; e dopo aver fatti a quella città molti
benefizii, se ne tornò a Costantinopoli. Da un rescritto ancora, che
vien rapportato dal cardinal Baronio[1559], intendiamo che nel presente
anno da esso piissimo Augusto fu relegato in Oasi, luogo di solitudine
nell'Egitto, l'empio Nestorio; perchè avendolo prima confinato in un
monistero di Antiochia, non lasciava di seminar le sue eresie. Però non
si sa vedere quali bilancie adoperasse il cardinal annalista, là dove
accusa quel pio imperadore di una peccaminosa indulgenza verso
quell'eresiarca. Sbalzato di qua e di là questo mal uomo, e più che mai
ostinato nei suoi errori, finì di vivere e d'infettare la Chiesa nel
presente anno. Evagrio, Teodoro Lettore, Cedreno e Niceforo scrivono che
gli si putrefece la persona tutta, e gli si empiè di vermini la lingua;
ma non c'è obbligazione di prestar fede a questo racconto.

NOTE:

[1550] Theod., Epist. XLIII.

[1551] Thesaur. Novus Inscript. Class. Consulum.

[1552] Prosper, in Chronic.

[1553] Idacius, in Chron.

[1554] Isidorus, in Chron. Gothor.

[1555] Prosper Tiro, in Chronic.

[1556] Paulus Diacon., in Vitis Episcopor. Metens.

[1557] Idacius, in Chron.

[1558] Marcell. Comes, in Chron.

[1559] Baron., Annal. Eccl.



    Anno di CRISTO CDXXXVII. Indizione V.

    SISTO III papa 6.
    TEODOSIO II imper. 36 e 30.
    VALENTINIANO III imper. 13.

_Consoli_

AEZIO per la seconda volta e SIGISBOLDO.


Vedemmo di sopra all'anno 430 _Segisvoldo_ generale dell'armata di
Valentiniano in Africa. Egli è quello stesso che nei Fasti del presente
anno si truova console, essendo lo stesso nome _Sigisboldo_ e
_Segisvoldo_. Ascese dipoi questo personaggio anche alla dignità di
patrizio, facendone fede Costanzo prete nella vita di san Germano
vescovo autissiodorense, ossia di Auxerre nella Gallia. In questi tempi,
per attestato di san Prospero[1560], non contento Genserico di aver
tolto in Africa tanto paese all'imperio romano, si diede ancora a
perseguitar i Cattolici, con pensiero di far ricevere a quegli abitanti
l'eresia ariana, ch'egli colla nazione vandalica professava. L'odio suo
principalmente si scaricò sopra i vescovi cattolici, i quali, senza
lasciarsi atterrire dalle minacce e dai fatti di quel Barbaro,
sostennero coraggiosamente la vera religione. Fra essi i più
riguardevoli furono _Possidio_ vescovo di Calama, _Novato_ di Sitifa e
_Severiano_ di non so qual sedia, a' quali furono tolte le basiliche, e
dato il bando dalle città. Nelle Gallie poi, siccome lasciò scritto il
suddetto san Prospero, in quest'anno Aezio fece guerra ai Goti, avendo
per suoi collegati gli Unni che tuttavia stanziavano in quelle parti. E
sotto questo medesimo anno ci fa sapere Prospero Tirone[1561] che fu
preso Tibatone con gli altri capi della ribellione svegliata nella
Gallia ulteriore, parte dei quali tagliata fu a pezzi; e che questa
vittoria servì ancora a dileguar le insolenze dei Bagaudi sopra
descritti. Avea Valentiniano, quando anche era fanciullo, siccome è
detto di sopra, contratti gli sponsali con _Licinia Eudossia_ figliuola
di Teodosio II, imperador d'Oriente, quand'anche essa era di tenera età.
Ora giunto il tempo di effettuare il matrimonio, Valentiniano si mosse
da Roma per mare alla volta di Costantinopoli. Socrate, scrittor di quei
tempi, osserva[1562] che erano disposte le cose, e convenuto tra
Teodosio e Valentiniano, che le nozze si avessero a fare nei confini
dell'uno e dell'altro imperio, e che perciò era stata eletta
Tessalonica, ossia Salonichi. Ma Valentiniano con sue lettere fece
sapere a Teodosio che non volea permettere tanto incomodo, e che a
questo fine egli andrebbe in persona a Costantinopoli. Laonde, dopo
avere guernito i più importanti luoghi del suo imperio di buone
guarnigioni, passò a quella regal città, dove seguirono le splendide
nozze di questi principi. Ma strana cosa è che Socrate riferisce un sì
rilevante avvenimento sotto il consolato d'Isidoro e Senatore, cioè
nell'anno precedente: laddove Marcellino conte[1563], la Cronica
Alessandrina[1564], Cassiodoro[1565] e san Prospero[1566] lo raccontano
sotto l'anno presente. E l'autore di essa Cronica Alessandrina scrive
che quella suntuosa funzione seguì nel dì 29 d'ottobre. Più sicuro è
l'attenersi a tanti autori tutti concordi, che al solo Socrate, al cui
testo può essere stato aggiunto da qualche ignorante dei secoli
susseguenti quel consolato. Si partì poi Valentiniano colla moglie
Augusta da Costantinopoli; ma perchè non si arrischiò di continuare il
viaggio per mare in tempo di verno, fermossi colla corte in Tessalonica
fino alla nuova stagione. Ma non si dee tacere una particolarità assai
rilevante. Solito era presso i Romani, e dura tuttavia il costume, che i
mariti prendano non solamente la moglie, ma anche la dote pingue, per
quanto si può. Il contrario succedette in queste nozze. Bisognò che
Placidia Augusta e il figliuolo Augusto, se vollero conchiudere questo
matrimonio, cedessero all'imperador Teodosio la parte dell'Illirico
spettante all'imperio d'Occidente. Ne dobbiam la notizia a Giordano
storico[1567]. E Cassiodoro[1568] ancora lasciò scritto, che Placidia si
procurò una nuora colla perdita dell'Illirico, e che il matrimonio del
regnante divenne una division dolorosa per le provincie. Finalmente è da
osservare che Valentiniano ed Eudossia erano parenti in terzo grado, e
pure niuno degli scrittori notò che per celebrar quelle nozze fosse
presa dispensa alcuna.

NOTE:

[1560] Prosper, in Chronico.

[1561] Prosper Tiro, in Chronico.

[1562] Socrat., Hist. Eccl., lib. 7, cap. 44.

[1563] Marcell. Comes, in Chron.

[1564] Chron. Alexandr.

[1565] Cassiodorus, in Chron.

[1566] Prosper, in Chron.

[1567] Jordan., de Success. Regnorum.

[1568] Cassiod., lib. 11, epist. 11.



    Anno di CRISTO CDXXXVIII. Indizione VI.

    SISTO III papa 7.
    TEODOSIO II imperad. 37 e 31.
    VALENTINIANO III imperad. 14.

_Consoli_

TEODOSIO AUGUSTO per la sedicesima volta, e ANICIO ACILIO GLABRIONE
FAUSTO.


I nomi del secondo console, non conosciuti in addietro, risultano da una
iscrizione da me data alla luce[1569]. S'era creduto in passato per
fallo dei copisti, che Teodosio Augusto nell'anno 435 avesse pubblicato
il Codice, chiamato dal suo nome Teodosiano; ma Jacopo Gotofredo[1570]
mise in chiaro, che solamente nel presente anno seguì questa
pubblicazione. In fatti si truovano in esso Codice leggi date anche nel
436 e 437. La legge, con cui fu confermato esso Codice da Teodosio, si
vede indirizzata a _Fiorenzo_, che era prefetto del pretorio
dell'Oriente in quest'anno, e non già nel 435. Prospero Tirone[1571]
anch'egli sotto quest'anno riferisce l'edizion d'esso Codice. Questa
nobil fatica e raccolta di leggi imperiali fece grande onore a Teodosio
imperatore, essendo stato ricevuto esso Codice, non solo nell'Oriente,
ma anche nell'Occidente per l'Italia, Francia e Spagna, e fin presso i
Barbari, che s'erano piantati in queste provincie. Questo credito gli
avvenne, perchè dianzi la giurisprudenza avea delle leggi contrarie fra
loro, e molte d'esse occulte, e sparse qua e là con innumerabili
consulti e risposte, di maniera che i giudici e legisti faceano alto e
basso, e decideano con sommo arbitrio le cause, mancando loro un intero
libro delle costituzioni de' principi. In questo anno pure esso
imperador Teodosio lasciò andare Eudocia Augusta sua moglie a
Gerusalemme a sciogliere un voto fatto a Dio[1572], se potevano maritar
la figliuola, siccome poi loro venne fatto. Anche santa Melania la
giovane, allorchè fu in Costantinopoli, avea esortata l'imperadrice alla
visita di que' luoghi santi; ed essa Melania, trovandosi poi in
Gerusalemme, andò incontro all'imperadrice, e ne ricevette molti onori.
Fanno menzione ancora di questa andata Teofane[1573], e l'autore della
Miscella[1574] ed Evagrio[1575], e tutti concordano ch'ella ornò di
ricchissimi doni le chiese, non solamente di Gerusalemme, ma anche di
tutte le città per dove ella passò nell'andare e tornare. Aggiugne di
più Evagrio, ch'essa rifece le mura della santa città, e quivi edificò
varii monasteri, lasciando dappertutto fama di piissima principessa. Ma
Evagrio confonde con quest'andata l'altra, che seguì dopo alcuni anni, e
della quale parleremo più abbasso. Accadde ancora in quest'anno, che
predicando _Proclo_ vescovo di Costantinopoli le lodi di san Giovanni
Grisostomo suo antecessore[1576], il popolo alzò le voci, domandando che
il suo corpo fosse riportato in quella città, dove era stato
pastore[1577]. Però Teodosio, udito le premure di Proclo e del popolo,
puntualmente ne eseguì la traslazione con gran solennità, e con chieder
egli perdono, e pregare per gli suoi genitori che aveano perseguitato
cotanto un così insigne e santo prelato. E nel presente anno abbiamo da
Evagrio[1578], che furono ancora trasportate le sacre ossa
dell'incomparabil santo martire Ignazio dal cimitero fuori d'Antiochia
entro la città nel tempio appellato Ticheo. Intanto venuta la primavera,
Valentiniano Augusto colla real consorte, per attestato di Marcellino
conte[1579], partitosi da Salonichi, felicemente si restituì a Ravenna.
Duravano tuttavia varii moti di guerra nella Gallia, dove i Goti erano
in armi. San Prospero[1580] nota sotto quest'anno che contra di quei
Barbari fu combattuto con felicità; ed Idacio[1581] ci fa sapere che
riuscì ad Aezio, generale dell'armata imperiale, di tagliar a pezzi
ottomila d'essi Goti. Aggiugne il medesimo autore che gli Svevi, dai
quali era infestata una parte del popolo della Gallicia, si ridussero a
riconfermar la pace. Gravemente s'infermò in questi tempi _Ermerico_ re
de' medesimi Svevi, e però dichiarò re suo figliuolo _Rechila_, il quale
appresso Singilio fiume della Betica con un corpo di gente diede
battaglia ad Andevoto e lo sconfisse, con restare sua preda un
grossissimo valsente d'oro e d'argento. Il Sigonio[1582], a cui
mancavano molti aiuti per la storia, che son venuti alla luce dipoi,
narra in quest'anno, ma fuor di sito, che i Goti in Ispagna sconfissero
Rechila re degli Svevi, e gli tolsero il tesoro. Anzi Rechila fu
nell'anno presente vincitore, e quell'Andevoto era capitano
dell'esercito romano, perciocchè sant'Isidoro[1583] scrive che Rechila
con una gran parte dell'esercito fece giornata con Andevoto duce della
milizia romana, che gli era venuto incontro con gran forza, e presso
Singilio fiume della Betica il mise in rotta, con venire alle sue mani
il tesoro del medesimo. S'era poi formata nell'anno antecedente, per
attestato di Prospero[1584], una compagnia di corsari di mare, composta
di disertori barbari, cioè Vandali, Goti e Svevi; e costoro nel presente
diedero il guasto a molte isole del Mediterraneo, e spezialmente alla
Sicilia. Ma abbiamo sotto quest'anno da Marcellino conte[1585], che
Cotradi, uno de' capi di questi corsari, con assaissimi suoi seguaci fu
preso ed ucciso. Fioriva in questi tempi _Valeria Faltonia Proba_,
moglie di _Adelfio_ proconsole, donna di felice ingegno e scienziata,
che compose i Centoni di Virgilio. Ad imitazione di essa anche _Eudocia_
moglie di Teodosio Augusto formò i Centoni d'Omero. Fiorivano ancora san
_Cirillo_ vescovo d'Alessandria, e _Teodoreto_ vescovo di Ciro,
eccellenti scrittori della Chiesa di Dio.

NOTE:

[1569] Thes. Novus Inscript., pag. 404.

[1570] Gothofred., in Prolegomen. ad Cod. Theodos.

[1571] Prosper Tiro, in Chronic.

[1572] Socrat., Hist. Eccl., lib. 7, cap. 46.

[1573] Theoph., in Chronogr.

[1574] Hist. Miscella, lib. 14.

[1575] Evagr., lib. 1, cap. 20.

[1576] Socrat., lib. 7, cap. 44.

[1577] Baron., Annal. Eccl.

[1578] Evagr., lib. 1, cap. 16. Niceph., lib. 14, c. 45.

[1579] Marcell. Comes, in Chron.

[1580] Prosper, in Chronic.

[1581] Idacius, in Chron.

[1582] Sigonius, lib. 12, de Occident. Imper.

[1583] Isidorus, in Chron. Svevor.

[1584] Prosper, in Chron.

[1585] Marcell., in Chron.



    Anno di CRISTO CDXXXIX. Indizione VII.

    SISTO III papa 8.
    TEODOSIO II imperad. 38 e 32.
    VALENTINIANO III imperad. 15.

_Consoli_

TEODOSIO AUGUSTO per la decimasettima volta e FESTO.


Dopo avere impiegati molti mesi l'Augusta Eudocia nella visita de' santi
luoghi di Gerusalemme, sen venne ad Antiochia, dove quel popolo,
secondochè scritte Evagrio[1586], in memoria sua le innalzò una statua
di bronzo, lavorata con molto artifizio. Ed essa poi, in ricompensa di
questo onore, fu cagione che Teodosio suo consorte fece una considerabil
giunta a quella città, con ampliare il muro sino alla porta che guida al
borgo di Dafne. Ma, secondo la Cronica Alessandrina[1587], Eudocia andò
ad Antiochia nel suo secondo viaggio ai luoghi santi, siccome vedremo
all'anno 448. Finalmente, come narra Marcellino[1588], essa si restituì
a Costantinopoli con portar seco le reliquie di santo Stefano
protomartire, che furono poste nella basilica di san Lorenzo. Pativasi
poi da gran tempo una grave carestia in Oriente, ed attribuendone il
piissimo imperador Teodosio la cagione ai Giudei, ai Samaritani, agli
eretici, e massimamente ai gentili, i quali, ad onta di tanti editti,
seguitavano in segreto a sagrificare ai loro falsi dii, pubblicò in
quest'anno un severissimo editto contra dei medesimi, quale si legge fra
le di lui Novelle[1589]. Altri editti pubblicati dallo stesso imperadore
sopra varie materie in quest'anno si possono vedere fra le stesse
Novelle. Sappiamo ancora dalla Cronica Alessandrina che esso imperadore
fece in questi tempi le mura alla città di Costantinopoli per tutta la
parte che guarda il mare. Ma di Valentiniano Augusto non s'ha memoria
alcuna in quest'anno. Egli probabilmente si dava bel tempo in Ravenna,
città che nel presente, o nel susseguente anno, come sospetta il padre
Bacchini nelle sue annotazioni alle vite de' vescovi ravennati di
Agnello[1590], autore del secolo nono, meritò d'avere per suo vescovo
_san Pier Grisologo_, celebre scrittore della Chiesa di Dio, e
probabilmente primo arcivescovo di Ravenna, la cui elezione, secondochè
s'ha dallo stesso Agnello, fu miracolosa. Nè è da stupire, se dimorando
Galla Placidia e Valentiniano III Augusti in Ravenna, volendo essi
condecorar quella chiesa, ottennero dal romano pontefice ch'essa fosse
eretta in arcivescovato, e che si smembrassero dalla metropoli di Milano
molte chiese, per sottoporle al metropolitano di Ravenna. Già dissi che
nella concordia seguita in Africa tra il suddetto Augusto Valentiniano e
Genserico re dei Vandali, fu dato in ostaggio _Unnerico_ figliuolo del
re barbaro all'imperadore per la sicurezza dei patti. Da lì innanzi si
studiò l'astuto Genserico di mostrare una tenera amicizia e un totale
attaccamento a Valentiniano, tanto che, per attestato di Procopio[1591],
gli venne fatto di riavere il figliuolo in libertà, e di vederselo
restituito in Africa. Allora fu che l'empio e disleale, mettendosi sotto
ai piedi la parola data e i giuramenti, all'improvviso si spinse
coll'esercito sotto Cartagine, metropoli dell'Africa, sottoposta da
tanti secoli all'imperio romano, e l'occupò. Idacio[1592] scrive che ciò
seguì con frode; colle quali parole non si sa s'egli intenda l'avere con
finta pace ed amicizia tradito Valentiniano, o pure, come veramente s'ha
da san Prospero[1593], l'avere con qualche inganno trovata la maniera
d'impadronirsi di quella insigne città. Secondo Marcellino conte[1594],
seguì tal presa nel dì 23 d'ottobre del presente anno; secondo Idacio,
nel dì 19 d'esso mese, ma dell'anno precedente, se è vero, come vuole il
padre Pagi[1595], che Idacio si serva dell'era d'Abramo, il cui anno
cominci nelle calende d'ottobre. Meglio è attenersi a san Prospero e a
Marcellino su questo punto, e tanto più perchè s'incontrano tal falli di
cronologia nella Cronica d'Idacio, sia per difetto suo o dei copisti,
che non si può francamente valere della di lui autorità per istabilire
con sicurezza i tempi. Fu la misera città di Cartagine posta a sacco,
per testimonianza di san Prospero; tormentati i cittadini perchè
rivelassero le ricchezze che aveano e che non aveano; spogliate le
chiese, e date ai preti ariani, con altre orride crudeltà, specialmente
contro i nobili e contro la religione cattolica. Salviano prete di
Marsiglia, e zelantissimo scrittore di questi tempi, là dove narra[1596]
la perdita di quella gran città, descrive ancora il precedente suo
stato, con dire ch'essa per lo splendore e per la dignità gareggiava con
Roma, e poteva appellarsi un'altra Roma, perchè quivi si contavano tutti
i magistrati ed uffizii, coi quali in tutto il mondo si reggono i
popoli; quivi era scuola dell'arti liberali, raro ornamento allora di
una città; quivi la filosofia, le lingue, i costumi s'insegnavano; quivi
stava una buona guarnigion di soldati coi loro uffiziali, e il
governatore dell'Africa, proconsole bensì di nome, ma console quanto
alla potenza. Appresso soggiugne che Cartagine era piena di popolo, ma
più d'iniquità; abbondante di ricchezze, ma più di vizii, e massimamente
di disonestà, ubbriachezze, bestemmie, ladronecci, oppressioni di
poveri, idolatrie, odio contra de' monaci servi di Dio, e d'altre
malvagità ch'io tralascio. Il perchè Salviano attribuisce a manifesto
gastigo di Dio le calamità che si rovesciarono su quella città. Di là fu
cacciato il vescovo con assaissimi del suo clero, per quanto s'ha da
Vittore Vitense[1597], e l'eresia ariana professata dai Vandali
maggiormente si dilatò per l'Africa.

A così funesta disavventura del romano imperio, un'altra se ne aggiunse
nelle Gallie. Durava tuttavia in quelle parti la pace tra i Romani e
TEODORICO re dei Goti, o vogliam dire Visigoti. LITTORIO conte, che dopo
Aezio facea la prima figura nelle armate dell'imperadore, invogliato di
superar la gloria d'esso Aezio, ruppe questa pace, e fatto inoltrar
l'esercito, determinò di dar battaglia a' Goti, con aver in suo aiuto
gli Unni. Costui si fidava assai dei professori della strologia
giudiciaria e delle risposte dei demonii, siccome abbiamo dai santi
Prospero[1598] ed Isidoro[1599]; laonde imbarcato dalle lor false
promesse, attaccò la zuffa, con far sulle prime tal macello di que'
Barbari, che gli parea di tenere in suo pugno la vittoria. Ma rimasto
lui accidentalmente prigioniero d'essi, l'armata sua non fece altro
progresso, e dovette sonare a raccolta. Abbiamo ancor qui la
testimonianza di Salviano[1600], che descrive la superbia e la temerità
di esso Littorio. Imperocchè i Goti informati delle forze che costui
conduceva, bramando la pace, aveano spediti per tempo vescovi a
chiederla; ma Littorio ricusò e sprezzò ogni accomodamento. Teoderico,
all'incontro, benchè ariano, mettendo la sua speranza in Dio, prima di
combattere, prese il cilicio, si diede alle orazioni col suo popolo, e
poi uscì alla battaglia; laddove Littorio, fidandosi de' suoi indovini e
della forza degli Unni, i quali fecero un mondo di mali dovunque
passarono, entrò in campo, ma con rimaner prigioniero. Fu egli condotto
legato fra le derisioni della plebe gotica in Tolosa, città, in cui egli
si era figurato di entrar vincitore in quel medesimo giorno, e in cui
poscia miseramente stette gran tempo fra i ceppi. Cassiodoro ancora,
santo Isidoro e Idacio fanno menzione di questa sconfitta de' Romani; ma
l'ultimo d'essi storici discordando da Salviano, scrive che Littorio,
preso dai Goti, fu da lì a pochi giorni ucciso. Merita ben più fede
Salviano che in que' tempi vivea nelle Gallie. Ma non passò molto che
vedendo Teoderico dall'un canto tuttavia assai poderose le forze de'
Romani; e considerando dall'altro Aezio generale di Valentiniano, che
non era bene l'azzardare una nuova battaglia, si trattò e conchiuse la
pace fra essi Goti e Romani, avendola specialmente chiesta con più
umiltà di prima i Goti. Apollinare Sidonio[1601] attribuisce l'onore di
questa pace ad _Avito_, ch'era allora prefetto del pretorio delle
Gallie, e divenne poi imperadore. Viene attestata questa medesima pace
da san Prospero, da santo Isidoro, da Idacio e da Salviano. E se noi
vogliamo prestar fede a Giordano storico[1602], essa fu fatta sul campo;
perchè dopo aver combattuto, senza che alcuno cedesse, conoscendo
cadauna delle parti la forza dell'altra, si trattò di accordo, e questo
conchiuso, ognuno si ritirò. Aggiugne lo stesso Giordano che per quella
pace s'acquistò gran credito _Attila_ re degli Unni; colle quali parole
il sembra supporre intervenuto a quel fatto di armi, il che non so se
sussista. Narra eziandio san Prospero[1603] sotto questo anno, che
Giuliano, famoso partigiano dell'eresiarca Pelagio, rincrescendogli
d'avere perduto il vescovato di Eclano, tentò furbescamente di
rimettersi in grazia di _Sisto III_ papa, con fingersi ravveduto de'
suoi errori. Ma scoperta la frode da _Leone_ diacono, che fu poi nel
seguente anno creato papa, fu rigettato da Sisto con plauso di tutti i
cattolici. Inoltre abbiamo da Idacio[1604] che in questi tempi riuscì a
_Rechila_ re dei Svevi nella Spagna, d'impadronirsi della città di
Emerita, oggidì Merida nell'Estremadura. Di Valentiniano Augusto neppur
sotto questo anno ci si presenta memoria alcuna, quando non si volesse
dire ch'egli in questi tempi facesse fabbricare in Roma la confessione
di san Paolo[1605], cioè l'ornamento dell'altare sovrapposto al suo
sacro corpo. Pesò esso dugento libbre d'argento: ma molto di più, a mio
credere, avranno testi migliori. Fece ancora esso Augusto, secondochè
sta scritto in una lettera di papa Adriano, un'immagine d'oro, con
dodici porte, e il Salvatore, ornata di gemme preziose, ch'egli, in
adempimento di un suo voto, ordinò che fosse posta sopra la confessione
di san Pietro apostolo. Inoltre alle preghiere di papa Sisto III[1606]
fece una tribuna d'argento nella Basilica Costantiniana, pesante libre
seimila e secento dieci, che fu poi rapita dai Barbari. Si ha bensì in
quest'anno illustre memoria di Teodosio Augusto, non solamente per le
cose già dette, ma ancora per varie leggi da lui pubblicate, che si
leggono fra le sue Novelle[1607]. Particolarmente in una di esse egli
provvide alle prepotenze di chi con mendicati colori faceva prendere
dalla giustizia il possesso de' beni de' poveri. In un'altra ancora
raffrenò i calunniatori de' vescovi, proibendo ai cherici e monaci il
venire a Costantinopoli senza le dimissorie del proprio vescovo.
_Socrate_, _Sozomeno_ e _Teodoreto_, storici greci, fiorirono in questi
tempi.

NOTE:

[1586] Evagr., Hist., lib. 1, cap. 20.

[1587] Chron. Alexandr.

[1588] Marcellin., in Chron.

[1589] Novell. Theodos. tit. 3, tom. 6 Cod. Theod.

[1590] Agnell., Vit. Episcopor. Ravennat. tom. 2, part. 1, Rer.
Italicar.

[1591] Procop., lib. 1, cap. 4.

[1592] Idacius, in Chronico.

[1593] Prosper, in Chron.

[1594] Marcellin. Comes, in Chronico.

[1595] Pagius, Crit. Baron.

[1596] Salvianus, de vero judic., lib. 7.

[1597] Victor Vitensis, de persecutione Vandal., l. 1.

[1598] Prosper, in Chronico.

[1599] Isidorus, in Chron.

[1600] Salvianus, de Provident. Dei, lib. 7.

[1601] Sidonius, in Panegyr. Aviti.

[1602] Jordan., de Reb. Getic., cap. 34.

[1603] Prosper, in Chron.

[1604] Idacius, in Chronico.

[1605] Baron., Annal. Eccl.

[1606] Anastasius, in Sixto III.

[1607] Codex Theod. in Append.



    Anno di CRISTO CDXL. Indizione VIII.

    LEONE papa 1.
    TEODOSIO II imperad. 39 e 33.
    VALENTINIANO III imper. 16.

_Consoli_

VALENTINIANO AUGUSTO per la quinta volta ed ANATOLIO.


Nel dì 11 d'agosto, per quanto pretende il padre Pagi[1608], diede fine
ai suoi giorni _Sisto III_, romano pontefice, il quale fabbricò in Roma
la basilica di santa Maria Maggiore, ed arricchì d'altri ornamenti
preziosi le chiese di Roma: sopra che è da vedere Anastasio
bibliotecario[1609], ossia l'autore antichissimo delle Vite de' papi.
Stette la sede vacante, per attestato di san Prospero[1610], quaranta
giorni, perchè _Leone_ diacono, personaggio di gran credito, era ito in
Francia per amicare insieme _Aezio_, generale di Valentiniano Augusto,
con _Albino_, mandato nella Gallia colla dignità di prefetto del
pretorio. Senza di lui il clero e popolo non volle passare ad elezione
alcuna, e però gli spedirono con pregarlo di sollecitare il suo ritorno.
Appena giunto, sopra di lui si unirono i voti de' sacri elettori, ed
egli fu creato papa a dì 22 di settembre, secondo il padre Pagi. Questi
è san _Leone_ il grande, di patria romano, piuttosto che toscano: papa
glorioso per le sue virtù e memorabili azioni. Intanto _Genserico_ re
de' Vandali, dopo avere occupata quasi tutta l'Africa, più che mai
seguitò a sfogare il suo odio, non solamente contro i vescovi e il clero
cattolico di quelle contrade[1611], ma ancora contra de' nobili di
Cartagine, per timore che non si sollevassero contra di lui. Però
moltissimi ne spogliò de' beni, e cacciatili in esilio, li costrinse a
mendicare il pane nelle provincie del romano imperio: pensione dura, che
toccò parimente a non pochi vescovi e ad assaissimi ecclesiastici. Si
possono leggere le crudeltà di costui presso Vittore Vitense. Anche
Teodoreto ne fa menzione in varie sue lettere. Nè contento Genserico di
aver occupato sì vasto e ricco paese, cominciò ancora a meditar voli più
grandi. E perciocchè per mala ventura aveano imparato i Vandali il
valersi delle navi, in quest'anno esso re loro passò con una flotta in
Sicilia, dove, per testimonianza d'Idacio[1612], diede il sacco a non
poche parti di quell'isola, ed assediò lungamente Palermo, ma nol potè
avere. Cassiodoro[1613] in una delle sue lettere notò che l'avolo suo,
nomato anch'esso Cassiodoro, personaggio di dignità illustre, difese la
Sicilia e la Calabria dall'invasione dei Vandali. Il motivo per cui
Genserico si ritirò dalla Sicilia, e tornò frettolosamente a Cartagine,
fu, secondo san Prospero[1614], perch'egli ebbe nuova che _Sebastiano_
conte, di cui parlammo di sopra all'anno 434 e 435, era passato dalla
Spagna in Africa. Considerò il re barbaro che sarebbe stato troppo
pericoloso per sè e per gli suoi, se durante la sua assenza dall'Africa,
un uomo di tanto credito nell'arte della guerra, e già stato generale
dell'armi romane, si fosse messo in testa di ricuperar Cartagine. Ma
(soggiugne Prospero) Sebastiano andato in Africa, in vece di farla da
nimico, si dichiarò amico de' Vandali, sperando fortuna e vantaggi
presso di loro: cosa che non gli riuscì, anzi gli costò la vita.

Qui con san Prospero non s'accorda Idacio[1615] nel tempo; perciocchè
scrive all'anno 444, che essendo Sebastiano fuggito a Costantinopoli,
scoperto che macchinava cose contra lo stato, gli fu detto all'orecchio
che se ne andasse. Ed egli si rifugiò presso Teoderico re de' Goti, e da
nemico entrò in Barcellona, cercando, per quanto potè, d'impadronirsene.
Sembra che quella città ubbidisse allora al romano imperadore, e che
Sebastiano, mal soddisfatto di Valentiniano, ostilmente v'entrasse. Noi
abbiam già veduto disopra che, per attestato di Marcellino, nell'anno
435 egli scappò da Costantinopoli. Che andasse nelle Gallie, mettendosi
sotto la protezion dei Goti, e passasse dipoi in Ispagna, cioè nella
Catalogna, l'abbiamo da san Prospero e da Idacio. Nota questo ultimo
storico all'anno 445 susseguente, che Sebastiano fu costretto a fuggire
da Barcellona, con rifugiarsi in Africa presso i Vandali. Finalmente il
medesimo Idacio all'anno 450 scrive che Sebastiano esiliato e ramingo
essendosi ricoverato in Africa, e messosi sotto la proiezione di
Genserico, poco tempo dopo il suo arrivo fu, per ordine di esso re,
svenato. Notizie disordinate, perchè s'egli nel 445 passò in Africa, e
poco dipoi gli fu levata la vita, come si può differir la sua morte fino
al 450? Cagione di tutti questi brutti salti di Sebastiano, uomo di alto
affare e di gran prodezza, fu la persecuzione che andò continuando
contro di lui Aezio generale di Valentiniano Augusto, e suo implacabile
nemico. Ma Genserico non si fidò punto di Sebastiano, sospettando
fraudolenta la sua venuta; e però, preso pretesto ch'egli fosse
cattolico, gli propose che per assicurar maggiormente l'alleanza e
fedeltà giurata, abbracciasse la setta ariana. Ma egli, costantissimo
nella vera religione, amò piuttosto di gloriosamente morire
sostenendola, che di guadagnarsi l'amicizia del re barbaro con
abbandonarla. Vittore Vitense[1616] è quegli che a lungo narra questo
fatto. Come poi san Prospero racconti sotto il presente anno il
passaggio di Sebastiano in Africa, e s'egli o Idacio abbia fallato ne'
tempi, non si può ben decidere; ma certo nel racconto d'Idacio si
scuopre della contraddizione. In quest'anno Teodosio Augusto, per animar
la gente alla coltivazion delle terre, ordinò che fossero esenti dai
pubblici carichi tutte quelle persone industriose che guadagnassero
nelle alluvioni, o nel diseccar le paludi[1617]. Con altro editto[1618]
del medesimo Augusto fu fatto sapere ai popoli, che essendosi inteso
come _Genserico_, nemico del romano imperio, era uscito con una
riguardevol flotta fuori del porto di Cartagine, senza sapersi su qual
paese egli dovesse piombare, contuttochè si sperasse che presto
arriverebbe Aezio coll'esercito, e benchè _Sigismondo_ (forse
_Sigisvoldo_) generale delle milizie, avesse fatto le possibili
disposizioni per la difesa delle coste: tuttavia si dava la licenza
dell'armi a tutti, per potersi opporre al tiranno, dovunque egli
comparisse. Andò poi il Barbaro contro la Sicilia, siccome abbiam
veduto. In un'altra legge[1619] ordina che tutti i beni del cesareo
fisco, passati in mano altrui, ancorchè ecclesiastici, sieno suggetti ai
pubblici carichi e tributi. Tralascio altre sue leggi. In questi tempi
fiorì san _Petronio_ vescovo di Bologna, registrato da Gennadio[1620]
fra gli scrittori ecclesiastici. Adone[1621] il chiama figliuolo di
_Petronio_ prefetto del pretorio; e certo si sa da una lettera di
sant'Eucherio[1622], suo contemporaneo, ch'esso santo _dalla pienissima
sede della potestà mondana_ era passato alla cattedra episcopal di
Bologna. Però non è improbabile che anch'egli avesse goduta la dignità
medesima di prefetto del pretorio.

NOTE:

[1608] Pagius, in Crit. Baron. ad hunc ann.

[1609] Anastasius, in Sixto III.

[1610] Prosper, in Chron.

[1611] Victor Vitensis, de persec. Vandal., lib. 1.

[1612] Idacius, in Chron.

[1613] Cassiod., lib. 1, epist. 4.

[1614] Prosper, in Chron.

[1615] Idacius, in Chron.

[1616] Victor Vitensis, de persecut. Vandal., lib. 1.

[1617] Novell. 19, in Append., tom. 6. Cod. Theod.

[1618] Novell. 20, ibidem.

[1619] Novell. 21, ibidem.

[1620] Gennadius, cap. 41, de Scriptor. Eccles.

[1621] Ado, in Chron. Ætat. 6.

[1622] Eucher., de contempt. mundi.



    Anno di CRISTO CDXLI. Indizione IX.

    LEONE papa 2.
    TEODOSIO II imper. 40 e 34.
    VALENTINIANO III imper. 17.

_Console_

CIRO solo.


Questo _Ciro_ fu console in Oriente, nè si sa perchè in Occidente non
fosse creato console alcuno per quest'anno. Era Ciro, per attestato di
Suida[1623], da Pano città dell'Egitto, pagano di professione, e per la
perizia in far versi entrò forte in grazia d'Eudocia imperadrice,
giacchè anche essa si dilettava forte di far la poetessa. Con sì alta
protezione salì egli ai gradi di general d'armata, di prefetto del
pretorio d'Oriente, di prefetto della città di Costantinopoli, di
console e di patrizio. Decaduta poi Eudocia, anch'egli cadde, ed
abbracciata la religion di Cristo fu creato vescovo, come diremo. Ne
parla anche Evagrio nella sua storia. Avendo veduto Teodosio che
Genserico coll'invadere la Sicilia, minacciava ancora l'imperio
orientale, e saputo che avea preso il titolo di re, determinò in
quest'anno di portare contra di lui la guerra in Africa. San
Prospero[1624] ci fa sapere che egli mise insieme una gran flotta, e la
spinse in Sicilia. Erano duci dell'armata _Ariovindo_, _Anassila_ e
_Germano_. Ma costoro, ossia che apprendessero il ritorno di Genserico
in Sicilia, o per ragione che si addurrà fra poco, non finirono mai di
muoversi verso l'Africa; e però passò il presente anno senza operazione
alcuna contra de' Vandali, e solamente con aggravio grande della
Sicilia. Ma Teofane[1625] riferisce questo fatto all'anno 449, con
aggiugnere che la flotta imperiale consisteva in mille e cento navi: dal
che atterrito Genserico, mandò ambasciatori a trattar di pace. Intanto
esso re barbaro, sempre più temendo che i popoli cattolici dell'Africa
si rivoltassero, maggiormente divenne crudele, e perseguitò massimamente
i vescovi e il clero; ed assaissimi in tal occasione soffrirono il
martirio, siccome abbiamo da sant'Isidoro[1626]. In quest'anno ancora,
per attestato d'Idacio[1627], venne a morte _Ermerico_ re degli Svevi in
Ispagna, dopo essere stato infermo per sette anni. Egli avea già
dichiarato re e successore suo nell'anno 438 _Rechila_ suo figliuolo, il
quale in questo medesimo anno stese di molto le sue conquiste, perchè
s'impadronì di Siviglia e delle provincie della Betica e di Cartagena.
Aggiugne esso storico che inviato _Asturio_ duce dell'una e dell'altra
milizia (per quanto si può credere da Aezio generale dell'imperadore)
nel territorio di Taragona in Ispagna, quivi disfece una gran
moltitudine di Bacaudi, cioè di contadini e d'altri, che ribellatisi ai
magistrati padroni, viveano di ladronecci ed assassinii. Prospero
Tirone[1628] è poi testimonio che in questi dì Aezio suddetto, dopo aver
pacificate le turbolenze della Gallia, se ne tornò in Italia,
probabilmente richiamato per unirsi con l'armata di Teodosio contra di
Genserico. Ma in questi tempi anche l'imperio greco patì delle
disgrazie, come lasciò scritto Marcellino conte[1629]. Imperocchè ad un
medesimo tempo si mossero i Persiani, i Saraceni, i Zanni, gl'Isauri e
gli Unni, chi da una parte e chi dall'altra, e devastarono molte
contrade de' cristiani sottoposte all'imperio suddetto. Teodosio Augusto
spedì contra di costoro _Anatolio_, dianzi console, ed _Aspare_, suoi
generali, la bravura de' quali mise freno a que' Barbari, e gl'indusse a
far tregua per un anno. Ma in questa non dovettero entrare gli Unni,
perchè seguita a dire lo stesso istorico, che costoro con grandi forze
entrarono nell'Illirico, e diedero l'ultimo eccidio a Naisso, a
Singiduno e a moltissime altre terre di quelle romane provincie.
Racconta egli finalmente, e lo scrisse ancora l'autore della Cronica
Alessandrina[1630], come cosa notabile, che in quest'anno _Giovanni_, di
nazione Vandalo, generale dell'imperadore, fu ucciso in Tracia, per
frode di _Arnegisclo_, ossia _Arnegisco_, generale della Dacia, oppur
della Tracia, che restò poi morto in una battaglia contro gli Unni,
siccome vedremo all'anno 447. Parimente Teofane[1631] racconta questo
fatto, ma fuor di sito, cioè all'anno 38 di Teodosio Augusto. E più
precisamente impariamo da lui che questo Giovanni, per soprannome
Vandalo, avea cominciato in Roma a far da tiranno contra di Valentiniano
Augusto. Ma che inviati da Teodosio Augusto _Aspare_ ed _Artaburio_ suoi
generali, costui fu sconfitto in una battaglia; ed essendosi egli sotto
la lor parola dato in lor mano, fu condotto a Teodosio, e procurato che
venisse provveduto di qualche posto. Ma Crisafio eunuco, allora
potentissimo nella corte, con inganno il fece levar di vita: la quale
iniquità Dio permise che da lì a poco restasse punita. Essendo succeduta
nel 449, o piuttosto nel 450, la caduta di Crisafio, si scorge a qual
tempo Teofane riferisca la morte di questo Vandalo: cosa che non può
stare, perchè Arnegisco fu ucciso nell'anno 447. Strano è che in Roma
succedesse la sollevazion di costui, e ch'egli fosse poi atterrato in un
conflitto dai generali di Teodosio, e che gli antichi non abbiano messo
meglio in chiaro questo notabil fatto. Pubblicò in questi tempi esso
Augusto una legge[1632], in cui proibì ai conti delle scuole militari di
battere e degradare gli uffiziali subalterni. Con altre leggi dichiarò
che a niuno dei difensori delle città fosse permesso il depor la sua
carica senza la licenza dell'imperadore; e che non si potesse opporre la
prescrizione quando si trattava degli aggravii e delle imposte del
pubblico.

NOTE:

[1623] Suidas, in Lexico, verb. _Cyrus_.

[1624] Prosper, in Chron.

[1625] Theoph., in Chronic.

[1626] Isidorus, in Chronico Vandal.

[1627] Idacius, in Chron.

[1628] Prosper Tiro, in Chron.

[1629] Marcell. Comes, in Chronico.

[1630] Chronicum Alexandrinum ad hunc. ann.

[1631] Theoph., in Chronograph.

[1632] L. viris spectabil. Cod. Justinian. de Privil. Scholar.



    Anno di CRISTO CDXLII. Indizione X.

    LEONE papa 3.
    TEODOSIO II imper. 41 e 35.
    VALENTINIANO III imper. 18.

_Consoli_

DIOSCORO ed EUDOSSIO.


Il primo console si truova chiamato _Flavio Dioscoro_ in un'iscrizione
riferita da me altrove[1633]. Più volte finora si è parlato degli Unni,
barbari settentrionali, che abitavano nella Scitia, che oggidì
appelliamo Tartaria. Un grosso corpo di essi era entrato nelle Gallie,
collegati coi Romani. Ma il nerbo di quella nazione barbarica tuttavia
si fermava nelle sue fredde contrade, e costoro avevano già cominciato a
maltrattare i paesi dell'imperio orientale. Secondo il padre Pagi, in
quest'anno fecero di peggio, se pure si ha da mettere sotto l'anno
presente, e non piuttosto nell'antecedente, questa loro irruzione. Per
attestato di Marcellino conte[1634], nel precedente anno _Bleda_ ed
_Attila_, re d'essi Unni e d'altri popoli della Tartaria, saccheggiarono
l'Illirico e la Tracia. Ma più chiaramente parla di questa turbolenza
l'autore della Miscella[1635], con dire che Attila re degli Unni, uomo
forte e superbo, mentre signoreggiava insieme con Bleda suo fratello,
entrò nell'Illirico e nella Tracia, con dare crudelmente il guasto a
que' paesi, ed impadronirsi di tutte quelle città e castella, a riserva
di Adrianopoli e di Eraclea. Perciò fu richiamato indietro l'esercito
che era ito in Sicilia con intenzioni di far la guerra in Africa contra
di Genserico. Non ci è disdetto il sospettare che lo stesso Genserico
stuzzicasse gli Unni a muoversi contra dell'imperadore greco, per
liberare sè stesso dai pericoli che gli soprastavano. Vedremo in breve i
maneggi segreti che passavano fra questi Barbari, benchè divisi fra loro
da tanto paese. Giordano storico[1636], seguitato qui dal Sigonio,
lasciò scritto anche egli che Attila unito coi Gepidi, dei quali era in
que' tempi re _Arderico_, e coi Goti e Valani, e con altre diverse
nazioni, e coi re loro, diede il sacco a tutto l'Illirico, alla Tracia,
all'una e altra Mesia, e alla Scitia, cioè alla Tartaria minore; e che
avendo Teodosio spinto con quante forze potè _Arnegistio_, ossia
_Arnegisco_, suo generale, per arrestar questo torrente, si venne ad un
fatto d'armi con gli Unni presso Marcianopoli, principale città della
Mesia, così appellata da Marciana sorella di Traiano imperadore, ed in
esso il generale cesareo lasciò la vita. Ma questa battaglia e la morte
di Arnegisco succedette alcuni anni dopo, cioè nel 447, per quanto
scrive Marcellino conte. Di questa irruzione degli Unni parlano ancora
Cassiodoro[1637] e la Cronica Alessandrina[1638]. Il padre Pagi[1639]
crede che nell'anno precedente seguisse una battaglia fra l'armata di
Teodosio ed Attila re degli Unni, presso la Chersoneso, ossia penisola
della Tracia, e che nel presente seguisse la pace fra loro. Rapporta
egli le parole di Prisco retorico[1640], prese dagli estratti delle
legazioni, stampati nel primo tomo della Bizantina. Ma non si raccoglie
sicuramente da Prisco, autore per altro di quei tempi, e che ebbe mano
in que' medesimi scabrosi affari, l'anno di quella pace, potendo essere
che la medesima fosse trattata e conchiusa solamente dopo la battaglia
che dicemmo data da Arnegisclo nell'anno 447, perchè di questa sola
parlano gli antichi storici. Però d'essa mi serbo il farne menzione
allora. Sotto il presente anno sì Idacio[1641] che Marcellino[1642]
scrivono che si vide in cielo un'insigne cometa, e che le tenne dietro
la peste, la qual si diffuse per tutto il mondo. Intanto Genserico re
de' Vandali in Africa, non contento di esercitare la sua crudeltà contra
di que' popoli, e soprattutto contra dei cattolici, colla sua
intollerabil superbia, originata dai fortunati successi dell'armi sue,
venne anche in odio ai primarii uffiziali della sua corte ed armata. San
Prospero[1643] è quegli che racconta il fatto. Però alcuni di essi
macchinarono una congiura contra di lui; ma scoperti, pagarono dopo
gravi tormenti colla vita il fio della mal condotta impresa. E
perciocchè il re crudele sospettò di moltissimi altri, anch'essi li levò
dal mondo, di maniera che venne ad indebolirsi più per questo domestico
accidente, che se fosse stato sconfitto in guerra. Probabilmente di qui
avvenne che Genserico diede orecchio ai trattati di pace, alla quale era
portato anche Valentiniano Augusto, il quale non poteva di meno, al
mirare addosso all'imperio d'Oriente quel gran diluvio di barbari Unni,
d'esserne soperchiato anch'egli nelle parti sue. Fu conchiusa essa pace,
e restò, in vigor d'essa, all'imperador d'Occidente qualche provincia in
Africa; ma qual fosse, nol so io dire. Cominciò in questi tempi, siccome
osservò il padre Pagi, l'eresia d'Eutiche, ossia Eutichete, in Oriente.
E Teodosio Augusto pubblicò un editto[1644] per mettere freno alle frodi
e concussioni che facevano i suoi ministri nel prendere la quarta de'
beni che i curiali lasciavano dopo di sè, da applicarsi al fisco,
ordinando che tutta l'eredità passasse ne' figliuoli, nipoti, pronipoti,
e nel padre, avolo e bisavolo maschi, con altre riserve e provvisioni. E
Valentiniano Augusto con sua legge[1645] data in Ravenna ampliò i
privilegi de' causidici; e con un'altra restituì ai conti del sacro e
privato erario la facoltà di condannare i giudici, che dianzi era stata
loro levata, per mettere briglia all'avarizia de' palatini. È noto che
questa legge è data in _Spoleti_ a dì 27 di settembre: il che ci può far
conghietturare che Valentiniano nel presente anno andasse a Roma.

NOTE:

[1633] Thesaur. Novus Inscript., pag. 406.

[1634] Marcell. Comes, in Chron.

[1635] Histor. Miscell., lib 14.

[1636] Jordan., de Regnor. success.

[1637] Cassiod., in Chron.

[1638] Chron. Alexandr., ad hunc ann.

[1639] Pagius, in Crit. Baron.

[1640] Priscus, in Excerpt. Legation.

[1641] Idacius, in Chronic.

[1642] Marcell. Comes, in Chronico.

[1643] Prosper, in Chron.

[1644] Novell. II, 2, tom. 6 Append. Cod. Theod.

[1645] Novell. 34, ibid.



    Anno di CRISTO CDXLIII. Indizione XI.

    LEONE papa 4.
    TEODOSIO II imp. 42 e 36.
    VALENTINIANO III imperad. 19.

_Consoli_

PETRONIO MASSIMO per la seconda volta e PATERNO, o piuttosto PATERIO.


Il padre Pagi[1646] pretende che _Paterio_, e non già _Paterno_, sia il
console di questo anno. Il Relando[1647] preferisce _Paterno_. Ma facile
è che il nome non tanto usuale di _Paterio_ dagl'ignoranti copisti sia
stato mutato in _Paterno_; e le ragioni del Pagi sembrano più gagliarde.
In quest'anno abbiamo, per testimonianza di Marcellino[1648] conte,
essere caduta tanta neve, che durò sei mesi sopra la terra, e per
cagione dello smoderato freddo perirono migliaia d'animali. Egli
aggiugne che Teodosio imperadore tornò dalla spedizione d'Asia a
Costantinopoli. Altrettanto abbiamo dalla Cronica Alessandrina[1649]. Ma
contra chi fosse tale spedizione, niuno lo scrive. Certo non fu contra
gli Unni, perchè questi per allora non passarono in Asia. Nel presente
anno, per attestato di san Prospero[1650], riuscì alla vigilanza di san
Leone papa di scoprire in Roma stessa una gran ciurma di Manichei
nascosti, i quali furono da lui obbligati a rivelare tutta l'empietà
delle loro dottrine, e i lor libri consegnati al fuoco. Giovò a tutto il
cattolicismo questa scoperta, perchè si venne a sapere in quali
provincie e città dimorassero segretamente i lor falsi vescovi e preti,
di modo che sì in Occidente che in Oriente provvidero i vescovi
all'infezione che andavano seminando. E san Leone sopra ciò scrisse
delle istruzioni a tutti. In Ispagna, per relazione di Prospero
Tirone[1651], gli Alani, re o capo de' quali era _Sambida_, partirono
fra loro le ville abbandonate dai popoli della città di Valenza. E da
Idacio[1652] sappiamo che, in luogo di _Asturio_ generale dell'armata
imperiale di Spagna, fu mandato dall'imperador Valentiniano _Merobaude_,
persona nobile, e che per lo studio dell'eloquenza, e specialmente pel
suo buon gusto nell'arte, poteasi paragonar con gli antichi, e per
questi suoi meriti fu onorato di molte statue. Appena egli ebbe posto il
piede in Ispagna, che mise freno all'insolenze de' Bacaudi, rustici
ribelli, come di sopra accennai, che infestavano Aracillo città della
Cantabria, oggidì Biscaia. Ma questo valentuomo poco durò in
quell'impiego, perchè per invidia d'alcuni fu richiamato d'ordine di
Valentiniano Augusto a Roma. Nel presente anno esso Augusto pubblicò una
legge[1653], con cui vieta il poter procedere contra dei poveri
africani, che, spogliati di tutto, s'erano fuggiti in Italia, per
obbligarli a pagare i debiti e le sigurtà da lor fatte. Altre leggi si
sono emanate da lui in quest'anno, e due specialmente date in Roma nella
piazza di Traiano: il che ci fa intendere ch'esso imperadore fu in
quest'anno sul principio di marzo a consolare il popolo romano colla sua
presenza. Nell'agosto poi susseguente egli si truova in Ravenna. Accadde
in questi tempi, come osservano il cardinal Baronio ed il Pagi, che
l'insigne scrittore e vescovo di Ciro, _Teodoreto_, creduto fautore
degli errori di Nestorio, fu per ordine di Teodosio Augusto sequestrato
nella sua diocesi.

NOTE:

[1646] Pagius, Crit. Baron. ad hunc annum.

[1647] Reland., in Fastis.

[1648] Marcell. Comes, in Chron.

[1649] Chron. Alexandr.

[1650] Prosper, in Chron.

[1651] Prosper Tiro, in Chron.

[1652] Idacius, in Chron.

[1653] Novell. 22, tom. 6 Cod. Theod.



    Anno di CRISTO CDXLIV. Indizione XII.

    LEONE papa 5.
    TEODOSIO II imper. 43 e 37.
    VALENTINIANO III imperad. 20.

_Consoli_

TEODOSIO AUGUSTO per la diciottesima volta ed ALBINO.


Regnavano nella Scitia, ossia Tartaria, i due fratelli _Bleda_ ed
_Attila_, siccome è detto di sopra; e Bleda pare che avesse più popoli
sottoposti che il fratello Attila. Ma potendo più nel cuor d'Attila
l'ambizione che la ragione, e perchè egli non amava di aver compagno nel
trono, fraudolentemente uccise Bleda, per quanto narra san Prospero, nel
presente anno[1654], e dopo lui Cassiodoro[1655], con forzar tutte
quelle popolazioni a rendere ubbidienza a sè stesso. Lo attesta anche
Giordano storico[1656], con aggiugnere che questo re crudele mise
insieme un'immensa armata, per desiderio di soggiogare i Romani e
Visigoti; e correa voce che in questo terribil esercito si contassero
cinquecento mila persone: numero probabilmente ingrandito dal timore di
allora. Ciò può farci sospettare che Attila non fosse mai passato nella
Gallia, come parve di sopra che supponesse lo storico suddetto.
Marcellino conte[1657] riferisce all'anno seguente la morte di Bleda.
Attesta ancora questo scrittore che morì nell'anno presente, in età di
quarantacinque anni, _Arcadia_, figliuola d'Arcadio imperadore, e
sorella di Teodosio Augusto, la quale, seguendo le pie esortazioni di
Pulcheria Augusta sua sorella, conservò la verginità fino alla morte.
Ella godeva il titolo di _nobilissima_, e fabbricò in Costantinopoli le
terme appellate Arcadiane. Gennadio[1658], in iscrivendo che _Attico_,
vescovo di Costantinopoli, indirizzò un libro della fede e verginità
_alle regine figliuole d'Arcadio imperadore_, vi comprende ancora questa
principessa, molto lodata per la sua pietà e per altre virtù. Finì
ancora di vivere nel presente anno san _Cirillo_, celebre vescovo
d'Alessandria, e scrittore insigne della Chiesa di Dio, al cui zelo
principalmente si dee l'abbattimento di Nestorio e della sua eresia. Era
contra di lui esacerbato _Teodoreto_, famoso vescovo di Ciro, e dopo la
di lui morte ne sparlò non poco; ma le virtù di Cirillo sono sopra le
appassionate dicerie di Teodoreto. Sotto questo anno mette l'autore
della Cronica Alessandrina[1659] la discordia nata fra Teodosio Augusto
ed Eudocia sua moglie. Ma perchè il padre Pagi pretende ciò accaduto
anche più tardi, ne parleremo più abbasso. Certo la cronologia si truova
ben imbrogliata in questi tempi. San Leone papa seguitò nel presente
anno a scoprire tutte le ribalderie de' manichei in Roma, e pubblicò il
processo fatto contra di loro. Essendo poi stato in luogo di san Cirillo
eletto vescovo di Alessandria Dioscoro, egli non tardò a spedire
un'ambasceria al romano pontefice. Costui era creduto uomo di rara
pietà, e certamente fu nemico di Nestorio; ma non tardò a scoprirsi
sotto la pelle di agnello un lupo. Veggonsi in quest'anno alcune leggi
di Teodosio e Valentiniano[1660] che riguardano le esenzioni e i tributi
da pagarsi.

NOTE:

[1654] Prosper, in Chronic.

[1655] Cassiod., in Chronic.

[1656] Jordan., de Reb. Get., cap. 35.

[1657] Marcell. Comes, in Chron.

[1658] Gennad., de Script. Eccl.

[1659] Chron. Alexand.

[1660] Append. tom. 6, Cod. Theodos.



    Anno di CRISTO CDXLV. Indizione XIII.

    LEONE papa 6.
    TEODOSIO II imper. 44 e 38.
    VALENTINIANO III imperad. 21.

_Consoli_

VALENTINIANO AUGUSTO per la sesta volta e NOMO, ossia NONIO.


In una iscrizione da me pubblicata nell'appendice, tom. IV della mia
Raccolta, il secondo console si vede appellato _Abinio_. Avvenne in
Costantinopoli in quest'anno, per testimonianza di Marcellino
conte[1661], che, svegliatosi nel circo un tumulto e una rissa popolare,
quivi restarono non pochi privi di vita. Forse ancora appartiene a
questi tempi ciò che narra Prospero Tirone[1662], cioè che i barbari
Alani, ai quali Aezio patrizio avea assegnate delle terre nella Gallia
ulteriore da dividersi con gli abitatori di quelle contrade, trovando
della resistenza negli antichi padroni d'esse terre, misero mano
all'armi, e s'impadronirono di tutto per forza. Aggiugne ancora che la
_Sabaudia_, oggidì la Savoia, fu assegnata a quei Borgognoni ch'erano
rimasti in vita dopo l'eccidio del loro regno (accennato di sopra) da
dividersi con quei paesani. Questa è la prima certa notizia che s'abbia
del nome della Sabaudia; perchè non sappiam di sicuro che Ammiano
Marcellino[1663] ne parli, essendo scorretto il suo testo, ed avendovi
per conghiettura riposto Adriano Valesio il suddetto nome. Abbiamo
parimente da Idacio[1664] che in Astorga città della Gallicia furono
scoperti varii manichei, e ne fu fatto processo, il quale da esso
_Idacio_ e da _Turibio_ vescovi fu inviato ad _Antonino_ vescovo di
Merida. Ed ecco il frutto delle istruzioni che in questi medesimi tempi
furono mandate da san Leone papa a tutte le provincie cattoliche.
Aggiugne esso Idacio che i Vandali all'improvviso sbarcarono in
Gallicia, e ne asportarono assaissime di quelle famiglie. Cominciò in
quest'anno Dioscoro, vescovo d'Alessandria, uomo violento, a perseguitar
i parenti di san Cirillo, fomentato in ciò da Nomo console: sopra di che
son da vedere il cardinal Baronio e il padre Pagi. Non bastò al
vigilantissimo papa san Leone di scoprire in Roma i manichei, e di far
palesi a tutti le loro empie e ridicole opinioni: si servì ancora del
braccio secolare per metterli in dovere, con avere ottenuto da
Valentiniano Augusto un editto[1665], in cui ordina che costoro sieno
cacciati dalla milizia e dalle città, che restino esclusi dalle
successioni, con altre pene che quivi si possono leggere. E perciocchè
_Ilario_, vescovo di Arles, si attribuiva troppa autorità sopra i
vescovi della Gallia, san Leone ottenne dal medesimo Augusto un altro
rescritto[1666], indirizzato ad _Aezio_ generale, nel quale fu
provveduto ai diritti del sommo pontefice. Sopra questa controversia
abbiamo una dissertazione del Quesnel nell'edizione delle opere di san
Leone. Per altro si smorzò presto questo fuoco, ed Ilario fu ed è
tuttavia riconosciuto per uomo santo. Diede egli fine ai suoi giorni
nell'anno 449. È degno d'osservazione un editto[1667], indirizzato in
quest'anno da Valentiniano Augusto ad _Albino_ prefetto del pretorio, da
cui apparisce che i _Numidi_ e i _Mori Sitifensi_ avevano inviati i loro
ambasciatori ad esso imperadore, acciocchè fossero regolati i tributi
dovuti al fisco: il che fu fatto. Quivi ancora si vede nominata
_Costantina_, città della Numidia, alla cui plebe, non meno che ai
curiali, si conservano i privilegii. Di più, è ivi ordinato che chiunque
_nelle provincie africane pertinenti all'imperadore_ vorrà appellarsi,
l'appellazione andrà al prefetto di Roma. Ed erano tuttavia al governo
di quelle provincie un duce, un consolare e un presidente con altri
ufficiali. Per tanto di qui intendiamo che almeno una parte della
Numidia e le due Mauritanie e qualche altra provincia dell'Africa
restavano tuttavia sotto il dominio di Valentiniano imperador
d'Occidente. A tali notizie si aggiunga ciò che Vittore Vitense scrive,
dicendo che Genserico partì le conquiste da lui fatte in Africa col suo
esercito. Prese per sè la provincia _Bizacena, l'Abaritana, la Getulia e
parte della Numidia_; e divise all'esercito la provincia _Zeugitana_,
ossia la _Proconsolare_, dove era Cartagine; e che le altre provincie
devastate rimasero in potere dell'imperadore. Da essa legge, e da altre
ch'io tralascio, noi ricaviamo che ne' mesi di maggio, giugno e luglio
Valentiniano soggiornava in Roma. La cronologia di Teofane[1668] è in
questi tempi imbrogliata. E però non so se appartenga al presente anno
ciò ch'egli narra di _Antioco_ patrizio e balio dell'imperador Teodosio,
il quale per la smoderata sua superbia fu degradato da esso Augusto, e
forzato a farsi cherico, con restar anche confiscato il suo palagio. E
perchè costui era eunuco, uscì un editto che niuno di tal razza, assai
numerosa allora in Oriente, potesse da lì innanzi salire alla dignità di
patrizio.

NOTE:

[1661] Marcell. Comes, in Chron.

[1662] Prosper Tiro, in Chronic.

[1663] Ammianus Marcell., lib. 15, cap. 11.

[1664] Idacius, in Chron.

[1665] Cod. Theod. Append. tom. 6. Novell., lib. 2, tit. 2.

[1666] Ibid., tit. 24.

[1667] Ibid., tit. 23.

[1668] Theoph., in Chronogr.



    Anno di CRISTO CDXLVI. Indizione XIV.

    LEONE papa 7.
    TEODOSIO II imper. 45 e 39.
    VALENTINIANO III imperad. 22.

_Consoli_

FLAVIO AEZIO per la terza volta e QUINTO AURELIO SIMMACO.


Per attestato di Marcellino conte[1669], in quest'anno fu gravemente
afflitta la città di Costantinopoli dalla fame, e a questo malore tenne
dietro la peste. Attaccatosi anche il fuoco al tempio maggiore di essa
città, tutto andò in preda delle fiamme. Abbiamo inoltre da
Idacio[1670], che mandato in Ispagna _Vito_ generale dell'armata
cesarea, costui con un rinforzo ancora di Goti andò a fare il bravo
nella provincia di Cartagine e nella Betica, figurandosi di poter
ricuperare dalle mani degli Svevi quelle contrade. Ma sopraggiunto con
le sue forze _Rechila_ re d'essi Svevi, il coraggioso condottier de'
Romani si raccomandò alle gambe: il che fu cagione che gli stessi Svevi
diedero un terribil guasto a quel paese. Intanto i popoli della Bretagna
erano fieramente infestati, non solo dai Pitti, gente barbara venuta ne'
precedenti secoli in quella parte della gran Bretagna che oggidì
appelliamo Scozia, ma eziandio dagli Scoti, anch'essi barbara gente, che
s'erano anticamente impadroniti dell'Ibernia, oggidì Irlanda, e che
diedero poscia il nome alla Scozia, dappoichè n'ebbero cacciati i Pitti.
Abbiamo da Beda[1671] e dall'autore della Miscella[1672] che i Britanni
in quest'anno mandarono, per cagione di questa calamità, una lettera
piena di lagrime e di guai ad Aezio generalissimo di Valentiniano e
console la terza volta, scongiurandolo d'inviar loro soccorsi, perchè
non poteano tener saldo contra la forza di quei Barbari veramente
crudeli. Scrisse san Girolamo[1673] di aver veduto nella Gallia, quando
era giovane, alcuni degli Scoti, gente britannica, i quali mangiavano
carne umana. E che costoro, benchè trovassero alla campagna gregge di
porci, buoi e pecore, pur solamente si dilettavano di tagliar le natiche
ai pastori e le mammelle alle donne, tenendo questo pel miglior boccone
delle lor tavole. Aezio compatì i Britanni, ma non potè dar loro aiuto
alcuno, perchè era necessitato a tener di vista Attila re degli Unni,
che andava rodendo varie provincie, con prendere e desolare città e
castella. Questa narrazione, autenticata da Beda, ci fa intendere che
Attila seguitava tuttavia a tener in apprensione tanto l'imperio
orientale quanto l'occidente, con far delle scorrerie e rovinar città
nelle provincie romane. Forse anche a questi tempi, e non già, come
pretende il padre Pagi, è da attribuire l'invasione e la pace degli
Unni, ch'egli rapporta all'anno 441 e 442.

Questo ferocissimo re Attila, di professione idolatra, signoreggiando ad
immensi popoli, era talmente salito in credito di crudeltà e potenza,
che facea paura all'Europa tutta. Prisco istorico, che, per
testimonianza di Giordano[1674], fu inviato a lui ambasciatore da
Teodosio Augusto, lasciò scritto: che avendo egli passato nel suo
viaggio la Tisia, la Tibisia e la Dricca (forse il Tibisco e la Drava),
arrivò a quel luogo, dove Fidicola, il più bravo dei Goti, fu ucciso per
inganno dei Sarmati. Poco lungi trovò un borgo, in cui era il re Attila,
borgo a guisa di una città vastissima colle mura di legnami così ben
commessi, che non si scopriva la lor commessura. V'erano vaste sale,
camere e portici con pulizia disposti, e nel mezzo un ampio cortile che
dava assai a conoscere essere quello un palazzo regale. E tale era
l'abitazion barbarica d'Attila, ch'egli preferiva a tutte le città da
lui prese. Descrivendo poi la persona d'Attila, aggiugne che spirava
superbia il suo passeggiare, girando egli di qua e di là gli occhi,
acciocchè dal movimento stesso del corpo apparisse la sua possanza. Era
vago di guerreggiare, ma procedeva con riguardo ne' combattimenti; a chi
il supplicava, compariva indulgente; e il trovava favorevole chiunque si
arrendeva a lui sulla sua parola: di statura bassa, con petto largo,
testa grande, occhi piccioli, poca barba, capelli mezzo canuti, naso
schiacciato, di colore scuro: uomo, secondo il suo naturale, di sommo
ardire, ma accresciuto dall'essergli stata portata da un bifolco una
spada, trovata per accidente, ch'egli si figurò essere la spada di
Marte. Per altro certa cosa è che gli _Unni_, presso i Latini _Hunni_,
furono popoli della Scitia, cioè della Tartaria, la quale si stende per
un immenso tratto dell'Asia settentrionale. _Chunni_ sono ancora
chiamati dagli antichi, perchè pronunziavano con asprezza l'aspirazione.
Ammiano Marcellino[1675], descrivendo i movimenti di costoro circa
l'anno di Cristo 375, ce li rappresenta tali, quali appunto anche oggidì
sono i Tartari confinanti colla Russia; gente fiera, avvezza a vivere
sotto le tende e al nudo cielo, e a sofferire il sole e la pioggia e la
neve, servendosi di rado di tetto alcuno, vivendo, come le bestie, di
radici d'erbe e di carne mezzo cruda. Senza abitazione fissa passavano
da un luogo all'altro, e combattevano su cavalli brutti, ma veloci, non
mai con ischiere ordinate, ma tumultuariamente, fuggendo, tornando,
secondochè se la vedeano bella. Il loro vestito era di pelli d'animali;
e perchè non nascesse loro la barba, si abbrustolavano le guance con
ferri infocati, di modo che parevano piuttosto bestie da due piedi, o
fantocci di legno fatti con un'accetta, che uomini. Fin dove arrivasse
allora il dominio di Attila, nol possiam discernere. Probabile è che
avesse già stese le stabili sue conquiste fino al Danubio, con passar
anche di qua, e che possedesse, se non tutta, almeno in parte la
Sarmazia, oggidì Polonia, e la Dacia antica, cioè quella che è oggidì
Transilvania, con altri paesi. Si sa ancora da Prisco che Attila avea
assediata e presa la città di Sirmio vicina a Tauruno, oggidì Belgrado.
Però, come già avvertì il Bonfinio[1676], e come si ricava dall'autore
della Miscella[1677], da san Prospero[1678] e da Giordano storico[1679],
gli Unni signoreggiavano anche nella Pannonia. Già abbiam detto che
costoro erano colle scorrerie penetrati di qua dal Danubio con devastare
la Mesia e la Tracia. Ed appunto Prospero Tirone[1680], dopo aver
narrato la morte di Bleda, ucciso dal fratello Attila, al susseguente
anno scrive che l'Oriente patì una terribil rovina, perchè non meno di
settanta città furono date a sacco e devastate dagli Unni, non avendo
potuto Teodosio Augusto impetrare soccorso alcuno dall'imperador
d'Occidente. Diede in quest'anno Valentiniano Augusto due leggi[1681] in
Roma, colle quali prescrive buone regole, affinchè sieno valide le
ultime volontà delle persone.

NOTE:

[1669] Marcell. Comes, in Chron.

[1670] Idacius, in Chron.

[1671] Beda, Histor. lib. 1, cap. 13.

[1672] Histor. Miscell., lib. 14.

[1673] Hieron., lib. 2 contra Jovinian.

[1674] Jordan., de Reb. Getic., cap. 34.

[1675] Ammian., lib. 31, cap. 2.

[1676] Bonfinius, Rer. Hungar., decad. 1, lib. 3.

[1677] Histor. Miscell., lib. 14.

[1678] Prosper, in Chron.

[1679] Jordan., de Reb. Getic., cap. 34.

[1680] Prosper Tiro, in Chron.

[1681] Cod. Theod., tom. 6, in Append.



    Anno di CRISTO CDXLVII. Indizione XV.

    LEONE papa 8.
    TEODOSIO II imper. 46 e 40.
    VALENTINIANO III imper. 23.

_Consoli_

GALLIPIO, ossia ALIPIO, ed ARDABURIO.


Fu quest'anno funesto per la città di Costantinopoli, perchè, secondochè
attesta Marcellino conte[1682], con cui si accorda la Cronica
Alessandrina[1683], sì terribili tremuoti si fecero in essa sentire, che
caddero in gran parte le mura di quell'augusta città con cinquantasette
torri. Si stese sopra altre città lo stesso flagello, a cui tenne dietro
la carestia e un pestilente odore dell'aria colla morte di molte
migliaia d'uomini e di giumenti. Nicefero[1684] più diffusamente
racconta i lagrimevoli effetti di questi tremuoti, che durarono,
sentendosi di tanto in tanto le loro scosse, per sei mesi, e fecero poi
gran rovina nella Bitinia, nelle due Frigie, nell'Ellesponto, in
Antiochia e in altre contrade d'Oriente, di modo che il popolo di
Costantinopoli coll'imperadore, temendo sempre d'essere seppelliti sotto
le case traballanti, uscirono alla campagna. A questa domestica calamità
s'aggiunse l'esterna, perchè, segue a dire il suddetto Marcellino, che
il re _Attila_ con passi nimici venne fino alle Termopile, passata la
Tessaglia; e che Arnegisco generale d'armata nella Dacia Ripense per
l'imperador Teodosio, combattendo bravamente contra l'esercito d'Attila,
dopo aver fatta grande strage de' nemici, rimase anch'egli ucciso sul
campo. Nella Cronica Alessandrina[1685] si vede registrato il fatto
medesimo, se non che Arnegisco vien chiamato generale di armata nella
Tracia, ed egli probabilmente difendeva l'una e l'altra provincia. Ivi è
scritto di più, che in quest'anno fu ricuperata Marcianopoli città della
Mesia presso il Ponto Eusino, ossia mar Nero. Sotto quest'anno narra
Idacio[1686] che furono portati in Ispagna gli scritti di _san Leone_
papa contra dei Priscillianisti eretici, e sopra ciò esiste una sua
lettera a _Turibio_ vescovo d'Astorga. Scrisse eziandio il santo
pontefice a _Gennaro_, vescovo d'Aquileia, e a _Settimio_, vescovo
d'Altino, contro i Pelagiani, che in quella provincia alzavano la testa.
Ma intorno a ciò son da vedere gli Annali del cardinal Baronio, la
Storia pelagiana del cardinal Noris, e il Pagi sopra gli Annali di esso
Baronio. Per testimonianza di Prospero Tirone[1687], cominciò a regnare
in quest'anno sopra i Franchi, popoli della Germania, _Meroveo_, essendo
mancato di vita _Clodione_, il quale, per attestato di Prisco[1688]
retorico, fu veramente padre di esso Meroveo. E da questo principe
discese la linea merovingia dei re di Francia, ch'ebbe poi fine a' tempi
del re Pippino. In quest'anno ancora, secondo l'opinione del padre
Pagi[1689], terminò i suoi giorni _san Procolo_ patriarca di
Costantinopoli, ed ebbe per successore san Flaviano. Narra Niceforo
Callisto[1690] che Crisafio eunuco, dai cui cenni era allora aggirata la
corte di Teodosio imperadore, pretendeva che Flaviano mandasse un regalo
ad esso Augusto per l'elezione e consecrazione fatta di lui. Flaviano
gl'inviò dei pani benedetti, ma non già oro, come sperava l'eunuco. E
quindi nacque l'odio di esso Crisafio contra di Flaviano, e il desiderio
di farlo deporre. Ma perciocchè non gli sarebbe mai venuto fatto, finchè
_Pulcheria Augusta_, sorella di Teodosio imperadore, continuava
nell'autorità grande che ella godeva in corte e presso il fratello,
pensò prima a levar di mezzo questo ostacolo, e perciò si unì con
_Eudocia_ moglie dell'imperadore, e la indusse a fare il possibile per
iscavalcar la cognata. S'era già allignata l'invidia in cuor d'Eudocia
al mirar essa Pulcheria, che stava così innanzi nella grazia
dell'imperadore, e il governava, per così dire, coi suoi consigli.
Maggiormente ancora si alterò l'animo suo per una burla fatta da essa
Pulcheria, donna savissima, al fratello Augusto. La racconta
Cedreno[1691]. Era solito Teodosio a sottoscrivere le carte e i
memoriali che gli erano presentati dai ministri, troppo buonamente,
senza leggerli. Volendo la saggia principessa farlo ravvedere di questa
negligenza, lasciò correre un memoriale, in cui, sotto certo pretesto,
il pregava di venderle per serva l'imperadrice _Eudocia_ sua moglie.
Secondo il costume, lo sottoscrisse Teodosio senza leggerlo. Eudocia
dipoi, venuta in camera di Pulcheria, fu ritenuta da essa; e benchè
l'imperador la chiamasse, per alcun poco ricusò di liberarla, adducendo
d'averla comperata. Fu una burla fatta a buon fine; ma i principi non
son gente che facilmente soffra d'essere beffata. Però Eudocia,
probabilmente valendosi di questa congiuntura, e certo delle spinte che
le dava Crisafio, tanto fece, tanto disse, che smosse contra della
cognata il marito Augusto, con persuadergli di farla diaconessa. Egli ne
dimandò il parere al patriarca Flaviano, e questi segretamente ne avvisò
Pulcheria; nè di più ci volle, perchè la buona principessa da sè stessa
si ritirasse dalla città, e si mettesse a far vita privata e tranquilla.
Allora Eudocia, con prendere le redini, si mise a governar l'imperio ed
anche l'imperadore; ed oltre a ciò, irritò il di lui animo contra di
Flaviano, perchè avesse rivelato il segreto. Di qui poi venne un fiero
insulto alla religione cattolica, e una frotta di gravissimi malanni
contra dello stesso Teodosio, per esser egli rimasto privo dei consigli
della saggia e piissima Pulcheria. Valentiniano Augusto nell'anno
presente pubblicò un editto[1692], indirizzato ad _Albino_ prefetto del
pretorio e patrizio, contro i rompitori de' sepolcri: del qual delitto
apertamente dicono che erano allora accusati gli ecclesiastici, i quali,
condotti da uno sregolato zelo contra le memorie de' pagani, si
prendevano la libertà, senza che ne fosse inteso il sovrano, di
atterrare i loro sepolcri. Contra di essi, ancorchè fossero vescovi, è
intimata la pena dell'esilio. Con altra legge esso imperadore si mostrò
favorevole ai liberti, de' quali era ben grande il numero, con ordinare
che da' figliuoli od eredi di chi gli avea manomessi non potessero
essere richiamati alla schiavitù; e che avendo essi liberti dei
figliuoli, ad essi pervenisse l'intera eredità del padre. E morendo
senza figliuoli, un terzo di beni si avesse da consegnare ai figliuoli o
pure ai nipoti di chi loro avea data la libertà. E perciocchè molti
mercatanti faceano i lor traffichi senza entrar nelle città per ischivar
le dogane, con altra legge proibì questa loro usanza.

NOTE:

[1682] Marcell. Comes, in Chron.

[1683] Chron. Alexandr.

[1684] Nicephorus, lib. 14, cap. 46.

[1685] Chron. Alexandr.

[1686] Idacius, in Chron.

[1687] Prosper Tiro, in Chron.

[1688] In Excerpt. Legation., tom. 1 Histor. Byzantin.

[1689] Pagius, in Critic. ad Annal. Baron.

[1690] Nicephorus, lib. 14, cap. 47 Histor. Eccl.

[1691] Cedien., in Histor.

[1692] Cod. Theod. in Append. tom. 6.



    Anno di CRISTO CDXLVIII. Indizione I.

    LEONE papa 9.
    TEODOSIO II imp. 47 e 41.
    VALENTINIANO III imper. 24.

_Consoli_

FLAVIO ZENONE e RUFIO PRETESTATO POSTUMIANO.


_Postumiano_, console occidentale, fu figliuolo di _Flavio Avito
Mariniano_, che era anch'egli salito alla dignità del consolato
nell'anno di Cristo 423, come si ha da una iscrizione del Grutero[1693].
_Zenone_ console orientale, per attestato di Damascio, nella Vita
d'Isidoro presso Fozio, era tuttavia pagano, e si studiò di abolire la
religion cristiana, ma con una morte violenta Dio tagliò la strada ai
suoi disegni. Bisogna che costui avesse gran potere e credito, perchè
Prisco istorico[1694] nota aver Teodosio avuta paura che Zenone gli
usurpasse l'imperio. E sappiamo ancora che fu generale di armata, e
comandava a tutte le milizie dell'Oriente. Succedette in quest'anno un
altro avvenimento famoso nella corte dell'imperadore d'Oriente, che
viene narrato dalla Cronica Alessandrina[1695], da Teofane[1696] e dagli
altri autori greci. _Paolino_, maggiordomo e favorito di Teodosio
Augusto, godeva ancora non poco della grazia dell'imperadrice _Eudocia_,
siccome quegli che influì non poco ad alzarla dal basso suo stato al
trono imperiale. Si trovava egli in letto per male di un piede, allorchè
un pover'uomo presentò all'imperador Teodosio, come cosa rara, un pomo
di straordinaria grandezza, nato nella Frigia. Teodosio gli fece subito
donare centocinquanta scudi d'oro, e mandò il pomo in dono all'Augusta
moglie Eudocia, ed ella il mandò a donare a Paolino, il quale, nulla
sapendo onde l'imperadrice l'avesse avuto, lo spedì come cosa rarissima
per regalo all'imperadore, a cui fu presentato mentre usciva di chiesa.
Teodosio non sì tosto fu al palazzo, che chiese conto del pomo dalla
moglie. Ella rispose di averlo mangiato. Di nuovo la interrogò, se lo
avesse mangiato, oppure inviato a qualche persona; ed ella con
giuramento replicò che lo avea mangiato. Questa menzogna mise certi
sospetti in capo a Teodosio, di modo che ne seguì separazione e divorzio
fra di loro; e fu cagione ch'esso Augusto, conceputo mal animo contro di
Paolino, da lì a qualche tempo il fece ammazzare. Eudocia da questo
colpo vedendo offesa pubblicamente la riputazione sua, perchè venne a
palesarsi ad ognuno che per cagione di lei era incontrata ad esso
Paolino quella disavventura, dimandò licenza all'imperadore di poter
passare alla visita dei luoghi santi di Gerusalemme, e la ottenne.
Allora fu ch'essa passò per Antiochia, secondochè abbiamo dalla Cronica
Alessandrina[1697], e non già nell'anno 439, come ha Evagrio, dove
ricevette di grandi onori. Di là poi si trasferì a Gerusalemme, e quivi
si trattenne sino al fine della vita, con aver allora rifatte le mura
tutte, e compartiti altri benefizii a quella santa città.

Strano è che nella Cronica Alessandrina suddetta venga riferito un tal
fatto sotto l'anno di Cristo 444, quando si è veduto che dopo
l'assunzione di Flaviano alla sedia patriarcale, accaduta nel presente
anno, Eudocia fu esaltata più che mai per la ritirata di Pulcheria
Augusta. Ma finalmente il continuatore di essa Cronica, che si crede
vivuto sotto l'imperadore Eraclio, potè sbagliare nei conti. Più strano
può parere, come nella Cronica di Marcellino conte, più vicino a que'
tempi, si truovi scritto molto più indietro, cioè all'anno 440[1698],
che Paolino maestro degli uffizii, per ordine di Teodosio Augusto, fu
ucciso in Cesarea di Cappadocia. Poscia all'anno 444 narra lo stesso
Marcellino, che _Saturnino_ conte della guardia domestica di Teodosio,
mandato apposta da esso Augusto, uccise Severo prete e Giovanni diacono,
ministri dell'imperadrice Eudocia in Gerusalemme. Eudocia, irritata per
questo fatto, fece tagliare a pezzi il medesimo Saturnino; laonde, per
comandamento del marito Augusto, essa venne spogliata di tutti i reali
ministri, ed in tale stato rimase dipoi fino alla morte nella suddetta
città. Son certamente fuori di sito questi fatti. Teofane[1699] e
Niceforo Callisto[1700] più accuratamente gli scrivono succeduti
dappoichè Eudocia si trasferì a Gerusalemme, e però tali omicidii
dovettero seguire nell'anno seguente. Certo è bensì che avendo in
quest'anno Flaviano patriarca di Costantinopoli congregato un concilio,
in esso condannò l'eresiarca _Eutichete_: sopra che son da vedere gli
Annali del cardinal Baronio e del padre Pagi. Allora Crisafio eunuco,
potentissimo nella corte di Teodosio, e partigiano di quell'eretico,
tanto più si accese di sdegno contro del santo vescovo, e ne giurò la
rovina. Teodosio Augusto pubblicò bene in quest'anno un editto contro i
fautori di Nestorio; ma non prese una buona guardia contro i nascenti
errori dell'altro eretico. A questo anno riferisce il Pagi[1701] la
caduta di _Ciro_ panopolita, che abbiam veduto di sopra console, e che
fu eziandio prefetto del pretorio e prefetto della città di
Costantinopoli, e patrizio, uomo di gran prudenza e maneggi. Era questi,
perchè amante della poesia, carissimo all'imperadrice Eudocia, poetessa
anch'essa. Ma dappoichè ella cadde dalla grazia del marito Augusto, e si
fu ritirata a Gerusalemme, succedette la rovina ancora di questo
personaggio, il quale, secondo molti scrittori, fu creato dipoi vescovo
di Smirna, o piuttosto, siccome accuratamente pruova il padre Pagi, fu
vescovo di Cotieo città della Frigia. Si appoggia esso Pagi all'autorità
di Suida[1702], per rapportare al presente anno la depressione di Ciro.
Ma Teofane[1703] e Niceforo Callisto[1704] fanno menzione di questo
fatto due anni prima della elezione di san Flaviano, e tre prima della
ritirata di Eudocia Augusta. Nulladimeno, soggiungendo Niceforo ch'egli
cadde dopo il tremuoto dell'anno precedente, pare che in quest'anno
seguisse il suo precipizio. E fu perchè avendo egli rifabbricato in
parte le mura atterrate di Costantinopoli, il popolo gli fece plauso nel
circo con gridare: _Costantino fece, e Ciro rinnovò_. V'era presente
l'imperadore, e se l'ebbe a male; perciò, trovato il pretesto che costui
era gentile, o se l'intendeva coi gentili, il degradò, e gli confiscò i
beni. Se ne fuggì egli in chiesa, ed allora fu ordinato cherico, e poi,
per compassione che n'ebbe Teodosio, fu creato vescovo, come ho detto,
di Cotieo. In quest'anno (è Marcellino conte che lo narra) dall'India fu
mandata in dono all'imperadore Teodosio una tigre domata; ed essendo
bruciato il portico fabbricato di marmo di Troade in Costantinopoli
colle due torri delle porte, _Antioco_ prefetto del pretorio rimise
tutto nello stato di prima. Aggiunge ancora quello storico che, essendo
venuti gli ambasciatori di Attila a richiedere il danaro pattuito,
furono licenziati con isprezzo. Nell'agosto del presente anno diede fine
ai suoi giorni, secondo Idacio[1705], _Rechila_ re degli Svevi in
Merida, città della Lusitania, e morì pagano. Ebbe per successore nel
regno _Rechiario_ suo figliuolo, cattolico di religione, quantunque
all'innalzamento suo provasse qualche opposizione dai suoi. Appena egli
si vide fermo sul trono, che si mise a saccheggiar le provincie romane
vicine[1706]. Valentiniano Augusto in quest'anno confermò con suo
decreto[1707], inviato ad _Albino_ prefetto del pretorio, le leggi
novelle di Teodosio imperadore d'Oriente, suocero suo, ma chiamato da
lui padre per riverenza.

NOTE:

[1693] Gruter., Inscript., pag. 464, num. 8.

[1694] Priscus, de Legationib., tom. I Hist. Byz.

[1695] Chron. Alexandr.

[1696] Theoph., in Chron.

[1697] Chron. Alexandr.

[1698] Marcell. Comes, in Chron.

[1699] Theoph., in Chronogr.

[1700] Niceph., lib. 14, cap. 47.

[1701] Pagius, Crit. Baron.

[1702] Suidas, in Lexico, verb. _Cyrus_.

[1703] Theoph., in Chronogr.

[1704] Nicephorus, Hist. lib. 14, cap. 46.

[1705] Idacius, in Chronico.

[1706] Isidorus, in Chronico Svevor.

[1707] Cod. Theod. Append. tom. 6, tit. 13.



    Anno di CRISTO CDXLIX. Indizione II.

    LEONE papa 10.
    TEODOSIO II imper. 48 e 42.
    VALENTINIANO III imper. 25.

_Consoli_

FLAVIO ASTURIO e FLAVIO PROTOGENE.


Il primo fu console occidentale. Dal Relando[1708] è chiamato _Asterio_;
ma verisimilmente s'ingannò. Il cognome assai noto d'_Asterio_ fu
cagione, per quanto mi figuro, che gl'ignoranti copisti scrivessero
_Asterio_ invece di _Asturio_. Venne fatto in quest'anno al
soprammentovato _Crisafio_ eunuco, mercè la sua onnipotenza in corte di
Teodosio Augusto, di abbattere san _Flaviano_ patriarca di
Costantinopoli. Unissi costui con Dioscoro patriarca d'Alessandria, uomo
violento ed empio, che proteggeva a spada tratta l'eretico archimandrita
Eutichete; ed avendo persuasa all'imperadore la necessità di un
concilio, Efeso fu la città destinata per tenerlo quivi. Si tenne, e il
sommo pontefice Leone vi mandò i suoi legati, i quali indarno
strepitarono e protestarono di nullità al vedere che in essa adunanza fu
assoluto Eutichete, scomunicato, deposto e cacciato in esilio san
Flaviano, dove finì i suoi giorni dopo pochi mesi, non si sa se per
morte naturale, o pure violenta. Non so come Marcellino conte[1709]
attribuisce tali disordini alla violenza di Dioscoro e di Saturnino
eunuco. Se Crisafio non avea anche il nome di Saturnino, questo è un
errore. Era ben Crisafio soprannominato Zamma; ma non c'è apparenza che
portasse il nome di Saturnino. Di questo avvenimento tratta a lungo il
cardinal Baronio[1710], e dopo di lui il Pagi[1711]. Non così tosto udì
san Leone tante iniquità, che, raunato un concilio in Roma, riprovò il
falso concilio d'Efeso, e dichiarò nulli tutti i suoi atti. Mancò di
vita in quest'anno _Marina_ sorella di Teodosio imperadore, secondochè
s'ha da Marcellino conte. Essa è spropositatamente chiamata nella
Cronica Alessandrina[1712] _moglie di Valentiniano Augusto_. Era nata
nell'anno 403; non ebbe mai, nè volle avere marito, avendo consacrata a
Dio la sua verginità. Aggiugne esso Marcellino che parimente in
quest'anno finirono di vivere _Ariovindo_, ch'era stato generale d'armi
di Teodosio, console nell'anno 434, e patrizio; e similmente _Tauro_,
che fu console nell'anno 428, ed era salito anch'egli alla dignità di
patrizio. Abbiamo da Idacio[1713] che nel presente anno _Rechiario_ re
degli Svevi in Ispagna avendo incominciato il suo regno col prendere in
moglie una figliuola di _Teodoro_, ossia di _Teoderico_, re de' Visigoti
nella Gallia, nel mese di febbraio andò a saccheggiar la Guascogna.
Aggiugne che un certo Basilio, avendo adunati molti Bacaudi, che noi
possiamo chiamare assassini, mise a filo di spada i cristiani nella
chiesa di Triassone, città della provincia tarraconense, oggidì
Tarazzona nell'Aragona; e che vi restò morto anche _Leone_ vescovo di
essa città. Portossi nel mese di luglio il re suddetto Rechiario a
visitare il re Teoderico suo suocero; e nel ritorno insieme col poco fa
mentovato Basilio diede il saccheggio al territorio di Cesaraugusta,
oggidì Saragozza. Impadronissi ancora con inganno della città d'Ilerda,
oggidì Lerida, e menò di gran gente in ischiavitù. Per attestato di
sant'Isidoro[1714], i Visigoti della Gallia prestarono aiuto a costui a
commettere sì fatte iniquità, tuttochè non vi fosse guerra dichiarata
coi Romani. Chi badasse a Teofane[1715], circa questi tempi Attila re
degli Unni spinse le sue armi nella Tracia, prese e spianò varie città,
e stese il suo dominio sino all'uno e all'altro mare, cioè al Pontico, e
a quel di Gallipoli e Sesto. Fu spedito un esercito contra di lui; ma
conosciuto quello del re barbaro troppo superiore di forze, fu costretto
l'imperador Teodosio a promettergli ogni anno un tributo di danari,
purchè egli si ritirasse dal paese romano: il che seguì. Aggiugne che
poco dopo accadde la morte di esso imperadore. Sappiam di certo che
solamente nell'anno susseguente Teodosio Augusto compiè la carriera de'
suoi giorni. Ma certo la cronologia di Teofane è qui, come in altri siti
ancora, zoppicante; ed alcuni anni prima si dee ammettere l'irruzione
degli Unni, ossia de' Tartari, e di Attila re d'essi, nell'imperio
d'Oriente. Il padre Pagi[1716], siccome dicemmo di sopra, fondato sulla
autorità di Marcellino conte, crede che nell'anno 441 cotesti Barbari
cominciassero quel brutto giuoco contro le provincie romane orientali, e
che nel seguente si conchiudesse la pace; narrando _Prisco_ istorico che
si venne dopo la battaglia del Chersoneso, svantaggiosa ai Romani, ad un
aggiustamento. Ma forse questa battaglia non è se non quella dell'anno
447, in cui restò morto Arnegisco generale di Teodosio Augusto.

Comunque sia, non increscerà ai lettori l'intendere qui in poche parole
ciò che con molte lo stesso _Prisco_ retorico[1717], autore di que'
tempi, lasciò scritto intorno agli Unni, ma senza aver egli distinti gli
anni delle loro imprese. Con sue lettere richiese Attila all'imperadore
Teodosio i disertori e i tributi, perciocchè v'era un'antecedente
convenzion di pagare a que' Barbari annualmente secento libbre d'oro.
Tutto ricusò l'imperadore; ed Attila allora entrò nelle provincie
romane, con venir devastando tutto fino a Raziaria, città grande della
Mesia di qua dal Danubio. Verso il Chersoneso della Tracia si fece un
fatto d'armi con isvantaggio de' Greci, dopo il quale, per paura di
peggio, Teodosio stabilì la pace con obbligarsi di rendere gli Unni
disertori, di pagare sei mila libbre d'oro per gli stipendii decorsi, e
due mila e cento annualmente in avvenire a titolo di tributo. Per
mettere insieme la somma di tanto oro si fecero avanie incredibili ai
popoli. E qui nota Prisco che i tesori dell'imperador e dei privati si
consumavano in ispettacoli, giuochi e piaceri; nè si mantenevano più,
come in addietro si faceva, i corpi d'armata in difesa dell'imperio, nè
v'era più disciplina militare, e però ogni nazion barbara insultava e
faceva tremare in que' tempi la romana. I soli abitanti di Asimo, città
della Tracia, tennero forte un pezzo, senza voler rendere i disertori, e
con far grande strage di que' Barbari. Fatta la pace, Attila per suoi
ambasciatori domandò gli Unni fuggiti nelle terre dell'imperio; e poi ne
spedì degli altri, trovando pretesti di nuove ambascerie, per arricchire
i suoi cari, giacchè tutti sempre se ne tornavano indietro carichi di
doni, che la paura facea loro offerire. Uno di questi ambasciatori per
nome Edicone, guadagnato con grandi promesse da Crisafio eunuco, assunse
il carico di uccidere Attila; ma scoperta la trama, Attila inviò a farne
un gran risentimento con Teodosio Augusto, trattandolo da suo servo,
giacchè gli pagava tributo, e da traditore, perchè gli aveva insidiata
la vita. Nè Prisco racconta che sotto d'esso Teodosio altra guerra fosse
fatta da Attila all'imperio d'Oriente. Il perchè vo io sospettando che
solamente nel 446, dopo la morte di Bleda suo fratello, Attila desse
principio all'invasion delle provincie romane, certo essendo, per
testimonianza di Beda, ch'egli allora portava la desolazione per la
Mesia, Tracia e Ponto; e che nel seguente anno 447 seguisse la
battaglia, in cui restò ucciso Arnegisco generale di Teodosio, nelle
vicinanze del Chersoneso della Tracia. Procopio[1718] racconta in un
fiato varie loro scorrerie, nella prima delle quali saccheggiarono molte
città, e condussero via cento e venti mila cristiani in ischiavitù.
Probabilmente in quest'anno, piuttostochè nel seguente, Teodosio Augusto
inviò Massimino, uno de' suoi primi uffiziali, per ambasciatore ad
Attila, tuttavia minaccioso, perchè non gli erano restituiti i
disertori. Seco andò per compagno il suddetto Prisco retorico, il quale
dipoi descrisse quel viaggio con altri avvenimenti del tempo suo. È da
dolersi che siasi perduta la sua storia, citata anche da Giordano
storico, non essendone a noi pervenuti che pochi estratti, che nel
Trattato delle legazioni, stampato nel primo tomo della Bizantina, si
leggono. Ora scrive egli che, andando a trovar Attila, passarono per
Serdica e Naisso città della Mesia, e di là passarono il Danubio: il che
ci fa intendere che quel re barbaro possedeva allora almeno una parte
dell'antica Dacia, ossia Transilvania, e signoreggiava in quelle
provincie che oggidì chiamiamo Vallachia e Moldavia. Il trovarono in una
villa, in tempo che egli, benchè avesse molte mogli, pure prese ancora
per moglie una sua stessa figliuola, appellata Esca, permettendo ciò le
leggi di quella barbara nazione, costume che non può comparire se non
bestiale a chi è allevato nella legge santa e pura di Cristo. Trovarono
che nel medesimo tempo erano giunti alla corte d'Attila tre ambasciatori
di Valentiniano Augusto, cioè _Romolo_ conte, _Promoto_ generale del
Norico, e _Romano_ colonnello nella milizia romana. Erano costoro
spediti per placare Attila, che pretendeva di avere in sua mano Silvano,
scalco maggiore di questo imperadore, o pure alcuni vasi d'oro asportati
dopo la presa che Attila aveva fatta di Sirmio, e dati in pegno per
denari ricevuti da esso Silvano. Insomma scorgiamo che Attila faceva
palpitare il cuore ad amendue gl'imperadori d'Oriente e d'Occidente, e
trattava come da superiore con loro. Nella Cronica Alessandrina[1719] è
scritto sotto il seguente anno, che quando costui era in procinto di
muovere loro guerra, spediva messi che intonavano all'uno e all'altro
queste parole: _L'imperadore, signor mio e signor vostro, per mezzo mio
vi fa sapere che gli prepariate un palagio_, o in Costantinopoli, o in
Roma. Aggiugne Prisco che Attila era solito ad uscir di casa per
ascoltar le liti dei popoli, e le decideva tosto, senza valersi de'
nostri eterni processi. Furono invitati gli ambasciatori a desinar con
Attila. Si trovò la tavola imbandita d'ogni sorta di cibi e vini. Erano
d'argento i piatti per gli convitati, ma Attila si serviva di una
tagliere di legno. Beveano i commensali in tazze d'oro e d'argento;
Attila in un bicchiere di legno. Gli altri mangiavano di ogni sorta di
vivande; egli solamente del lesso. Così il suo vestire era triviale, e
laddove gli altri nobili sciti portavano oro, gemme e pietre preziose
nelle loro spade, nelle briglie de' cavalli, nelle scarpe, egli nulla di
questo voleva, ed amava di comparir simile a' soldati ordinarii. Si
fecero di molti brindisi; vi furono canti e buffonerie, che diedero agli
ascoltatori motivo di smascellarsi per le risa gran pezzo; ma Attila
sempre col medesimo volto e con una eguale serietà vedeva, ascoltava
tutto. Furono a cena con Reccam, una delle mogli più care del tiranno; e
questa usò loro di molte finezze. Esibirono poscia i doni mandati al
Barbaro da Teodosio Augusto; ne riceverono degli altri da portare a
Costantinopoli, massimamente delle pelli rare; ed in fine, dopo aver
trattato degli affari, se ne tornarono alla corte augusta. È curiosa
tutta quella descrizione, e non se ne maraviglierà chi ha veduto ai
nostri giorni prendere la barbara Russia costumi civili. E perciocchè
ivi è detto che già Eudocia Augusta avea fatto ammazzare _Saturnillo_,
che vedemmo di sopra appellato _Saturnino_ conte, e succeduto quel
fatto, dappoichè essa imperadrice, disgustata col marito, s'era ritirata
a Gerusalemme: intendiamo di qui che questa ambasciata appartiene
all'anno presente, oppure al susseguente. Era in Ravenna Valentiniano
Augusto nel dì 17 di giugno, ed allora pubblicò una legge indirizzata a
_Firmino_ prefetto del pretorio d'Italia[1720], in cui stabilì che, da
lì innanzi, avesse da valere la prescrizione di trent'anni in qualunque
causa e lite, credendo ciò utile e necessario alla quiete de' popoli.
Tuttavia si tratteneva in quella città Valentiniano nel dì 11 di
settembre, come consta da un'altra sua legge[1721], data ad _Opilione_
maestro degli uffizii ossia maggiordomo della corte imperiale.

NOTE:

[1708] Reland., in Fastis.

[1709] Marcellin. Comes, in Chronico.

[1710] Baron., Annal. Eccl.

[1711] Pagius, Crit. Baron.

[1712] Chron. Alexandrinum.

[1713] Idacius, in Chron.

[1714] Isidorus, in Chron. Svevor.

[1715] Theoph. in Chronogr.

[1716] Pagius, Crit. Baron. ad ann. 442, num. 2.

[1717] Priscus, inter Excerpta Legat., tom. 1 Hist. Byz.

[1718] Procop., de Bell. Pers., lib. 2, cap. 4.

[1719] Chron. Alexandr.

[1720] Cod. Theodos. in Append. tom. 7, tit. 8.

[1721] Ibidem, tit. 14.



    Anno di CRISTO CDL. Indizione III.

    LEONE papa 11.
    VALENTINIANO III imper. 26.
    MARCIANO imperadore 1.

_Consoli_

VALENTINIANO AUGUSTO per la settima volta e