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Title: Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, Tomo I
Author: Sismondi, J.-C.-L. Simonde (Jean-Charles-Léonard Simonde) de
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, Tomo I" ***

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DEI SECOLI DI MEZZO, TOMO I***


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STORIA DELLE REPUBBLICHE ITALIANE DEI SECOLI DI MEZZO

DI

J. C. L. SIMONDO SISMONDI

DELLE ACCADEMIE ITALIANA, DI WILNA, DI CAGLIARI,
DEI GEORGOFILI, DI GINEVRA EC.

Traduzione dal francese.

TOMO I.



Italia
1817.



INTRODUZIONE.


_La storia c'insegna che il carattere dei popoli, le virtù o i vizj,
l'energia o l'indolenza, i lumi o l'ignoranza non sono quasi mai
l'effetto del clima o della particolar razza, ma l'opera del governo e
delle leggi: che tutto dalla natura vien dato a tutti, ma che il governo
conserva questa comune eredità al suoi soggetti, o ne gli spoglia._

_Tale verità, più che da qualunque altra, viene luminosamente dimostrata
dalla storia d'Italia. S'avvicinino le diverse razze d'uomini che
successivamente abitarono questa terra di grandi memorie; si confrontino
le loro qualità caratteristiche, la moderazione, la dolcezza, la
semplicità dei primi Etruschi, l'austera ambizione, il maschio coraggio
de' coetanei di Cincinnato, l'avidità e l'ostentazione de' partigiani di
Verre, la mollezza e la viltà dei sudditi di Tiberio, l'ignoranza de'
Romani de' tempi d'Onorio, la barbarie degl'Italiani soggiogati dai
Lombardi, la virtù loro nel secolo dodicesimo, lo splendore del
quintodecimo e finalmente il_ decadimento _de' moderni Italiani[1].
Eppure lo stesso suolo alimentò questi esseri di così diverso carattere,
lo stesso sangue circolò nelle loro vene; perciocchè le barbare nazioni
che vi si frammischiarono, perdute, per così dire, nel vasto mare
degl'indigeni, non hanno potuto in verun modo modificare la fisica
costituzione degli uomini che l'Italia produceva. Ma se la natura rimase
la medesima per gl'Italiani d'ogni tempo, cambiò frequentemente il
governo, e le sue mutazioni precedettero sempre o accompagnarono le
mutazioni del carattere nazionale; e le cause non furono mai tanto
evidentemente legate agli effetti._

  [1] L'autore parlava de' tempi in cui gli stati d'Italia erano
  manomessi ad arbitrio dal governo francese. I primi volumi di questa
  storia si pubblicarono in Zurigo del 1807.

_Gli Etruschi, che precedettero i tempi romani, sono i primi popoli
d'Italia di cui la storia abbia fino a noi tramandate poche ed incerte
memorie. Le maremme, oggi deserte, erano allora sparse di borgate[2], e
la terra, sempre fertile in ragione del travaglio, era per loro una
sorgente inesausta di ricchezze in greggie ed in grani. La lunga
prosperità di cui godettero avendo loro permesso di occuparsi delle
scienze e delle arti, se non furono superiori ai Greci, li precedettero
almeno nella gloria letteraria. I poeti chiamarono età dell'oro il regno
di Saturno nell'Etruria, e non si scostarono affatto dalla verità.

  [2] Siccome ignoriamo perfino i nomi degli scrittori etruschi o
  tirreni, e che questi popoli non ci sono conosciuti che per pochi
  frammenti greci e latini, così rimarranno sempre avvolti in molta
  oscurità. Ciò nulla ostante abbiamo una prova della potenza loro
  nelle colossali muraglie di Volterra, del loro gusto ne' vasi che
  conservaronsi fino al presente, del loro sapere nel culto di Giove
  Elieo, cui attribuirono l'arte da loro conosciuta, e rinnovatasi a'
  nostri tempi d'evitare e dirigere i fulmini.

_Avevano gli Etruschi adottato il governo della prosperità e della
libertà, il governo federativo[3]. Diasi lode ai popoli liberi, i quali,
non lasciandosi sedurre dall'ambizione, preferiscono alla potenza ed
alla gloria il migliore d'ogni bene, la libertà: essi chiedevano al loro
governo non conquiste novelle, ma universale amore e moderazione.
Onoriamo le nazioni libere che preferiscono ad ogni altro governo il
federativo, non tanto perchè si limita a difendersi dalle straniere
aggressioni, ma più ancora perchè non si lascia affascinare dai prosperi
avvenimenti, o sedurre da ambiziosi progetti._

  [3] L'autore come buon Svizzero esalta sopra tutti i governi quello
  della sua patria; ma come potrebb'egli provare che il medesimo
  converrebbe anche alle nazioni più numerose, più ricche e più molli
  di quello che sono gli Svizzeri? N. d. T.

_Nè gli Etruschi erano allora i soli popoli federati d'Italia; che anzi
i Sabini, i Latini, i Sanniti, i Bruzi, e quant'altre nazioni
guerreggiarono contro Roma, ebbero tutte un governo federativo. Tali
leghe non fecero, è vero, splendide conquiste, ma seppero solidamente
stabilirsi; perciò che non soggiacquero alla romana possanza che dopo
una lunga prosperità. Queste nazioni sì poco conosciute, e così degne
della comune ammirazione, scomparvero[4], e con loro perdette l'Italia
la felicità, le ricchezze, la popolazione, la vera libertà. Il popolo
romano, quel popolo re, sagrificò tanti beni allo splendore d'un gran
nome, alla perniciosa gloria delle conquiste._

  [4] Il sig. Micali, dotto fiorentino, sta scrivendo la storia de'
  popoli che abitarono l'Italia avanti i tempi romani. (_Si pubblicò
  in Firenze nel 1810._)

_Che se le federazioni dovettero finalmente cedere al fato di Roma,
l'ostinata lotta che sostennero nel corso di tre secoli prova abbastanza
che la debolezza non è un difetto intrinseco delle costituzioni
federative: esse dovettero succumbere perchè non è dato, specialmente ai
governi liberi, d'avere troppo lunga durata, e la felicità è un bene
così sfuggevole, così straniero, per così dire, all'umana specie, che
niuna istituzione è valevole ad assicurargliene il possesso. Se una di
quelle calamità, che sempre minacciano la nostra specie, investe una
nazione libera, se la peste condensa gli uomini nei sepolcri, se una
lunga guerra impoverisce lo stato, se scarseggiano i prodotti della
terra, se languisce il commercio, se manca il travaglio ai lavoratori, i
mali presenti, il timore dell'avvenire, bastano a sovvertire un governo
paterno, tutta la di cui forza essendo posta nell'amore de' sudditi, non
può mantenersi se non quanto dura la loro felicità. La tirannia per lo
contrario prende vigore e consistenza in mezzo alle calamità generali,
imperciocchè quanto più grandi sono le sventure che l'opprimono, tanto
meno una nazione può far fronte all'oppressione; anzi non trova miglior
consiglio per resistere a nuove sciagure, che quello di porre tutte le
sue forze in arbitrio del governo. Le federazioni italiane soggiacquero
a quelle sventure dalle quali verun governo può guarentire le
popolazioni; e colle federazioni ebbero fine gli sforzi dell'Europa per
l'indipendenza. Quando i Sanniti furono oppressi, il mondo intero non
potè più resistere alla potenza romana._

_Questo gran popolo, la di cui gloria riverbera ancora su l'Italia,
riconobbe le sue conquiste e le sue virtù dal primo governo, che altro
non era che una nascente aristocrazia, la quale per essere nuova doveva
necessariamente essere fondata sulla preminenza del merito, ed invece
d'avvilire gli ordini inferiori del popolo, li rendeva più
intraprendenti cogli stessi sforzi che faceva per sottometterli._

_Più tardi il lusso e la cupidigia dei Romani, lo spopolamento delle
campagne, l'avvilimento della plebe furono l'effetto necessario delle
loro vittorie, delle vaste conquiste, dello stabilimento della monarchia
universale, e di quello stesso governo che loro diede la propria
eccessiva potenza._

_Allo stabilimento del despotismo tenne dietro sotto gl'imperatori la
perdita di tutte le virtù. A sovrani militari portati sul trono dai
delitti non dalla nascita o dalle virtù, non potevano ubbidire che gli
schiavi più vili ed abbietti. Costretti a valersi sempre della forza,
distrussero la pubblica opinione, ch'era in addietro il principale
incoraggiamento e la più cara ricompensa della virtù._

_Il despotismo ricondusse la barbarie, la quale fece poi a vicenda
rinascere il valore e la libertà. Il tanto celebrato e glorioso secolo
d'Augusto fu l'epoca fatale in cui gli uomini avviliti perdettero il
coraggio, l'energia, il talento. Augusto raccolse, è vero, i frutti
della libertà e della repubblica; ma cinque secoli di vergogna e
d'avvilimento furono le tristi conseguenze del suo regno, e del mutato
governo. Non vi vollero meno di altri cinque secoli di barbarie per far
dimenticare agli uomini le funeste lezioni del despotismo, per restituir
loro l'energia, per creare presso de' medesimi i soli elementi onde può
formarsi una nazione._

_Questa nazione uscì finalmente di mezzo al caos che pareva avesse
inghiottito il mondo; il cuore degl'Italiani si riaprì di nuovo
all'amore della patria e della libertà, e non mancò loro il coraggio
necessario per acquistare e conservare questi preziosi beni. A lato alle
grandi virtù non tardarono a svilupparsi ancora i grandi talenti; le
scienze e le arti coltivaronsi felicemente, di modo che, quando
Costantinopoli cadde in potere degli Ottomani, l'Italia trovavasi
preparata a ricevere il prezioso deposito della greca letteratura, che
conservatasi in mezzo alle rovine delle province, poteva succumbere
sotto quelle della capitale. L'Europa deve alle repubbliche italiane la
ricca eredità dell'antica sapienza. Ed appunto questa seconda epoca
delle virtù, dei talenti, della libertà, della grandezza, è quella che
mi sono proposto di far conoscere._

_La storia della repubblica romana scritta da tanti eccellenti ingegni
antichi e moderni è di tutte la meglio conosciuta; e non senza ragione
si alimenta la gioventù collo studio delle cose spettanti ad un popolo
così grande, così glorioso, i di cui destini fissarono, per così dire,
quelli del mondo. Quel vivo interesse che avea eccitato la repubblica
romana, ci condusse altresì a studiare le rivoluzioni dell'impero,
quando ancora, perduta la libertà, il valore, l'energia, protraeva una
vergognosa esistenza nel vizio e nella schiavitù. Quantunque nojosa
riesca la storia d'ogni altro governo dispotico in decadimento, si segue
fino alla sua totale dissoluzione quello dell'impero d'Occidente. Dopo
dieci secoli d'oscurità torna l'Italia ad essere ben conosciuta dal
cominciamento del sedicesimo secolo. Dal regno di Carlo V in avanti,
tutti gli stati d'Europa formano come una vasta repubblica, le di cui
parti sono talmente connesse, che non è possibile di separarle per
seguire la storia d'una sola popolazione; di modo che studiando la
storia d'una nazione s'impara altresì quella di tutto il mondo
incivilito. Queste due epoche rispetto all'Italia, ugualmente illustrate
da egregi storici, sono divise dal mezzo tempo, nome con cui vengono
precisamente indicati i dieci secoli che scorsero tra la caduta di Roma
e di Costantinopoli. La storia d'Italia de' mezzi tempi, di que' tempi
che lo storico più grande dell'età nostra[5] chiamò i secoli del merito
sconosciuto, formerà il soggetto della presente opera._

  [5] Johannes Muller.

_Questa storia deve terminare coll'anno 1530 quando Fiorenza, l'ultima
delle repubbliche de' mezzi tempi, fu soggiogata dalle armi spagnuole e
papaline, onde innalzare sulle di lei rovine la dinastia de' Medici[6].
Le tre altre repubbliche italiane, che protrassero la loro esistenza
oltre l'_età di mezzo, _cambiarono all'epoca della caduta di Fiorenza la
loro costituzione, di modo che ebbe allora fine la libertà d'Italia; e
la sorte di così bella contrada, fatta preda a vicenda di vicini
ambiziosi e potenti, o della perfidia di piccoli principi, non altro
sentimento può eccitare nell'animo nostro, che quello della
compassione._

  [6] Il 28 ottobre 1530.

_L'età di mezzo incomincia precisamente l'anno 476, epoca in cui
Odoacre, dopo aver fatto perire il patrizio Oreste, e ridotto in
ischiavitù l'imperatore Augustolo, pose fine all'impero d'Occidente[7]._

  [7] Oreste padre dell'imperatore Augustolo fu ammazzato a Piacenza
  il 28 agosto del 476, e suo figliuolo esiliato a Lucullano castello
  della Campania. Odoacre lo lasciò in vita in considerazione
  dell'estrema sua giovinezza, e dell'antica amicizia colla sua
  famiglia, e lo provvide di larghi appuntamenti. _Hist. miscellæ l.
  XV. p. 99. Scr. Rer. It. t. I. Jornandes de Reg. et temp.
  successione. Ib. p. 239._

_Ma non è propriamente la storia d'Italia che noi abbiamo proposto di
scrivere, bensì quella delle repubbliche italiane. L'oppressione ed il
guasto d'una sventurata provincia, ove più non rimane alcuno spirito
nazionale, alcun vigore, alcun sentimento virtuoso e sublime, può ben
formare un quadro da presentarsi utilmente allo sguardo degli uomini,
onde far loro conoscere le funeste conseguenze di un governo corruttore;
ma non può essere il soggetto d'una perfetta storia. La ripetizione
degli stessi atti di crudeltà e di bassezza affatica lo spirito,
rattrista il cuore del lettore, ed avvilisce il carattere di quell'uomo
che ne facesse troppo lungo argomento de' suoi studi. Non è già la
storia de' paesi che noi amiamo di conoscere, ma quella delle
popolazioni; e questa non incomincia che collo sviluppo di quel
principio di attività che le costituisce nazioni. La storia dell'Italia
sotto la dominazione dei barbari è piuttosto quella delle nazioni
conquistatrici, che quella dei popoli sottomessi._

_L'Italia rinvigorita dall'unione del suo popolo coi popoli
settentrionali, scossa da una scintilla di quella libertà che più non
conosceva, resa energica dalla dura educazione della barbarie e della
sventura; l'Italia, dopo essere stata lungo tempo una debole e mal
difesa provincia dell'impero romano, diventò, non già una nazione, ma un
semenzajo di nazioni. Ogni sua città fu un popolo libero e repubblicano;
ed ogni città del Piemonte, della Lombardia, della Venezia, della
Romagna, della Toscana meriterebbe una storia parziale; ed ognuna in
fatti può presentare una biblioteca di cronache e di scritture
nazionali. Grandiosi caratteri svilupparonsi in questi piccoli stati, e
vi germogliarono le più vive passioni, coraggio, eroismo, virtù ignote
alle grandi popolazioni condannate per sempre all'indolenza ed
all'obblìo._

_Le repubbliche italiane de' mezzi tempi le quali si resero gradatamente
libere dal decimo al dodicesimo secolo, ebbero, durante la loro
indipendenza, grandissima parte all'incivilimento, alla prosperità del
commercio, all'equilibrio della politica d'Europa. Pure sono sconosciute
alla maggior parte degli uomini mediocremente versati nello studio della
storia, perchè l'intera vita appena basta alla lettura delle parziali
loro storie, non essendosi finora trovato chi si prendesse l'incarico di
riunire sotto un solo punto di vista una storia generale. Si è potuto
scrivere la storia della Svizzera perchè la loro federazione presentava
un punto centrale; si potè fare lo stesso della Grecia, perchè la gloria
d'Atene richiamava tutti gli sguardi sopra di sè, e permetteva di
collocare, quasi accessorj del quadro, nelle parti meno illuminate, i
popoli suoi rivali o sudditi. Ma l'Italia ne' tempi di mezzo presenta un
tale labirinto di stati uguali ed indipendenti, che a ragione si teme di
smarrire il filo. Noi non ci dissimuliamo quest'essenziale difetto
dell'argomento che abbiamo preso a trattare, ma speriamo che,
quand'anche i nostri sforzi non venissero coronati da prospero successo,
il lettore vorrà saperci buon grado di ciò che abbiamo fatto per
ottenere l'intento[8]._

  [8] In ragione che un argomento storico è più complicato, richiede
  più o meno lavoro per riunire i materiali necessarj. Ogni stato ha
  la sua storia ed i suoi separati documenti; ho citato a piè di
  pagina i libri ed i documenti di cui mi valsi in appoggio della mia
  scrittura. Non era agevol cosa il riunire tante cose assieme: per
  riuscirvi soggiornai tre anni in Toscana patria dei miei antenati:
  poscia scorsi tre volte quasi tutta l'Italia, riconoscendo que'
  luoghi che servirono di teatro ai grandi avvenimenti. Ho travagliato
  in quasi tutte le biblioteche, visitati gli archivj di molte città e
  conventi; e perchè la storia d'Italia trovasi interamente legata con
  quella della Germania, percorsi ancora tutta questa contrada per
  cercarvi documenti storici. Finalmente ho fatto acquisto di tutti i
  libri che trattano de' tempi e dei popoli, che mi sono proposto di
  far conoscere. Mi sia permesso di parlare di tutte le fatiche da me
  sostenute, onde meritarmi, se fia possibile, la confidenza de' miei
  leggitori.

_Divideremo in due parti presso che uguali quel periodo di quasi undici
secoli che divide la storia dell'impero d'Occidente dal regno di Carlo
V: i primi sei secoli precedettero e prepararono le nostre repubbliche;
i cinque ultimi abbracciano i tempi della loro durata. Tratteremo
sommariamente il primo periodo, consacrando, quasi introduzione, i primi
sei capitoli dell'opera a dare contezza di que' tempi che nascondono tra
le loro tenebre il rinascimento delle virtù pubbliche in seno alla
barbarie e lo sviluppo del carattere nazionale. Col settimo capitolo
soltanto entreremo di proposito nella nostra storia[9]; e dalla pace di
Worms conchiusa tra la Chiesa e l'Impero l'anno 1122, seguiremo passo
passo le nostre repubbliche, tenendo conto degli sforzi che fecero per
assicurarsi l'indipendenza e di quanto operarono sia nella guerra della
libertà che sostennero contro Federico Barbarossa, sia ne' posteriori
tempi, quando l'una appresso l'altra, cedendo alla forza o al
tradimento, caddero in podestà di qualche principe._

  [9] Pare che il nostro autore si proponesse a suo modello la
  prefazione premessa da Robertson alla sua vita di Carlo V, come
  questi aveva preso ad imitare i primi libri della storia fiorentina
  di Nicolò Machiavelli: ma come pensano alcuni che lo scrittore
  inglese non uguagliasse il suo inarrivabile esemplare, il nostro
  storico ancora rimase forse alquanto addietro di Robertson. Coloro
  che non leggessero che i primi sei capitoli di questa storia non
  potrebbero adequatamente giudicare del merito sommo e della nobiltà
  di quest'opera, che riempie un gran vuoto della storia italiana. N.
  d. T.



STORIA DELLE REPUBBLICHE ITALIANE



CAPITOLO I.

      _Mescolanza degl'Italiani coi popoli settentrionali dal regno di
      Odoacre fino a quello d'Ottone il grande._

476 = 961.


In sul declinare del quinto secolo, Romolo Augustolo, imperatore
d'Occidente, figliuolo d'un patrizio che di que' tempi era forse il solo
generale nato romano, fu deposto da' suoi soldati, che gli sostituirono
Odoacre, uno de' capitani delle guardie imperiali, d'origine Erulo o
Scita[10]. Questo usurpatore soppresse per modestia il nome d'impero
occidentale, e si accontentò del titolo di re d'Italia. Allora la
sovranità di Roma fu per la prima volta trasferita alle nazioni
settentrionali.

  [10] Procop. _De Bello Goth. l. 1. c. 1_. — Byzant. t. II. p.
  2. — Jornandes _De reb. Get. c. 46. t. I_. — _Rer. Ital. p. 214._

Un signore italiano, Berengario marchese d'Ivrea, fu cinque secoli dopo
coronato da' suoi compatrioti re d'Italia, e poco dopo dai medesimi
deposto. Allora i grandi feudatarj chiamarono dalla Sassonia Ottone re
d'Allemagna, ed a lui volontariamente si sottomisero, aggiungendo alla
dignità di re di Lombardia il titolo d'imperatore, che gli Occidentali
avevano fatto rivivere due secoli prima in favore di Carlo Magno, e
lasciato poi cadere in dimenticanza. E per tal modo con una strana
rivoluzione, della loro patria indipendente ne formarono una provincia
dell'impero germanico, quantunque assai lontana dalla sede del governo.

Queste due rivoluzioni che sostituirono il nome di monarchia a quello
d'impero, ed il nome d'impero a quello di monarchia, determinano la
durata delle sventure che travagliarono l'Italia avanti che potesse
riprendere il carattere e l'energia di nazione libera. Tali rivoluzioni
che presentano alcuni rapporti di circostanze generali, si
rassomigliarono assai più negli effetti. La prima che sembrava aver
posto il colmo all'ignominia di Roma, fece poc'a poco ripullulare tra
gl'inviliti Italiani le virtù ed il coraggio, che aveva distrutti il
dispotismo dei Cesari. L'ultima che si credette dover porre l'Italia
nella vergognosa dipendenza dei Tedeschi suoi antichi nemici, fu quella
invece che ridestò negl'Italiani il desiderio della libertà, e fu la
cagione immediata del risorgimento de' governi repubblicani.

Incerte ugualmente ed oscure sono le storie d'Augustolo e di Odoacre, di
Berengario e di Ottone; e dense tenebre ricuoprono que' tempi di
profonda ignoranza. Grandissima non pertanto è la diversità che passa
tra gl'Italiani del quinto, e quelli del decimo secolo. Nella prima
epoca troviamo la nazione caduta in quell'estremo avvilimento, cui il
più insultante dispotismo possa ridurre un popolo civilizzato; quando
nella seconda andava ripigliando quell'energia, quell'indipendenza di
carattere, che una lunga serie di traversie può dare ad un popolo
barbaro.

Sotto gli ultimi imperatori la nobiltà di Roma più capace non era di
grandi e generose passioni. Resa straniera alle cariche politiche e
militari, erasi spento nel cuor de' patrizj perfino il desiderio della
gloria; ed avrebbero creduto di avvilirsi col servire allo stato. Se la
storia ricorda ancora di quando in quando i nomi delle antiche generose
famiglie, non è che per parlare delle loro ricchezze e delle loro
sventure. Poteva la storia raccontare quanti preziosi arredi avevan
preso i barbari nei loro palazzi, e di quante migliaja di schiavi
spogliati i loro poderi; ma niente dir poteva di uomini affatto incapaci
di grandi azioni, i quali, senza talenti e senza virtù, passavano
confusi colla plebe abietta non lasciando alcuna traccia di sè medesimi.
Il rimanente della nazione, se fosse stato possibile, ancora più vile
dei patrizj, si nasconde affatto alle nostre ricerche. Osservando le
armate composte soltanto di stranieri e le campagne popolate di schiavi,
si domanda invano alla storia ov'erano allora gl'Italiani. Quando
leggiamo gli annali degli ultimi regni dell'impero d'occidente, quasi
non ci avvediamo che trattasi ancora d'un vastissimo stato: le armate
ridotte ad un pugno di uomini, il tesoro incapace di sostenere le più
piccole spese, l'impero mal difendersi dal più ignobile aggressore, il
popolo ed il senato permettere che un capitano delle guardie dia e tolga
a sua voglia il diadema a persone straniere, niun ordine della nazione
avere un sol uomo capace di prendere coraggiosamente le redini del
governo; tutto ci farebbe credere che trattisi d'un ignobile feudo,
anzichè della nazione erede del nome e della grandezza di Roma[11].

  [11] Veggansi _Gibbon Storia della decadenza dell'impero romano c.
  35. e 36._, _Murat. Ann. d'Italia an. 423=476_. E tra gli autori
  originali la Storia miscella _l. XIV. e XV. Scrip. Rer. It. t. I. p.
  92=99_; come pure le varie cronografie degli scrittori britannici.

Ma allorchè la corona d'Italia passò ad Ottone il grande, molti nobili
fieri indipendenti bellicosi cercavano con entusiasmo la gloria ed il
potere; nè avrebbero senza indignazione tollerato che persone straniere
alla loro classe, fossero i giudici, i generali, i ministri del re, i
difensori della patria. I minori vassalli non lasciavano, benchè meno
potenti, di mostrarsi al par dei primi energici ed audaci. Non potendo
aspirare alla signoria, combattevano per l'indipendenza: fortificavano
le loro rocche, addestravano all'armi i loro paesani, e volevano
intervenire alle assemblee nazionali, rifiutando di sottomettersi alle
leggi e ai tributi, cui non avessero data la sanzione col loro
preventivo assenso. D'altra parte i borghigiani, resi forti dalla loro
riunione nelle città, riclamavano la conservazione delle leggi e delle
costumanze municipali, e chiedevano di partecipare a quella libertà, che
non doveva essere l'appannaggio esclusivo d'una casta privilegiata, ma
appartenere a tutti gli uomini che sanno rendersene degni col coraggio e
colle virtù. E per tal modo l'intera nazione, animata dal medesimo
principio di vita, s'andava agitando per ogni lato, e facendo sperienza
delle proprie forze: e quando ancora non aveva trovato l'arte di
valersene in sua difesa, e per la propria felicità, pronunciava
oscuramente le grandi cose di cui mostrerebbesi un giorno capace.

Così notabile cambiamento nel carattere d'una intera nazione basta a
render degno della più grande attenzione questo primo periodo dell'età
di mezzo: una nazione ringiovenita dopo esser giunta all'estremo grado
di decrepitezza, è un fenomeno singolare, che altrove la storia non ci
presenta. Ma i cinque secoli, nel corso de' quali si rifuse il genere
umano, sono coperti da così dense tenebre, che le più accurate indagini
non dissiperanno giammai interamente. Verun monumento, veruno storico
abbastanza esatto ci rimane di que' tempi in cui tre popolazioni
settentrionali, i Goti, i Lombardi, i Franchi, s'incorporarono
successivamente agl'Italiani resi loro soggetti: troppo erano avviliti
gli ultimi avanzi della popolazione civilizzata; troppo ignoranti i
conquistatori per iscrivere la storia de' loro tempi. Le poche cronache
contemporanee ne conservarono bensì i nomi dei re, le guerre che
sostennero, e le rivoluzioni che frequentemente li balzavano dal trono,
ma non ci danno veruna notizia dei popoli, onde giudicar si possa dei
costumi e dello sviluppo delle sue facoltà. Altronde la storia de'
principi è affatto straniera al nostro scopo, quando non ci fa conoscere
le cagioni che diedero origine alle nostre repubbliche. E per tal modo
forzati di rinunciare al pensiero di dare una soddisfacente storia di
questi tempi d'oscurità, ci limiteremo ad indicare sommariamente il modo
con cui i settentrionali frammischiaronsi alle nazioni del mezzodì, per
richiamare poi separatamente ad esame alcuni oggetti, che in particolar
modo richiedono la nostra attenzione; cioè l'origine, i progressi e lo
scioglimento del sistema feudale, la storia della città e della chiesa
di Roma dopo la caduta dell'impero occidentale, la storia delle città
greche del mezzo giorno d'Italia, quelle delle città marittime, e
finalmente quella della formazione di tutti i municipj che diventarono
governi liberi. Così procedendo, potremo spargere qualche lume sui primi
secoli dell'età di mezzo, senza obbligarci ad una cronologica
nomenclatura di nomi barbari, che il lettore può facilmente trovare in
altre opere.

(476) Allorchè fu distrutto l'impero d'occidente, la _civilizzazione_ si
ridusse entro i limiti dell'impero d'Oriente[12]. I sovrani di
Costantinopoli contavano ancora tra le loro provincie la Grecia, la
Tracia, parte dell'Illirico, l'Asia minore, la Siria e l'Egitto: ma in
quest'epoca l'impero occidentale fu tutto diviso in brani tra le nazioni
del settentrione. I Franchi stabilironsi nelle Gallie, gli Anglo-Sassoni
nella Brettagna, i Visigoti nella Spagna, nell'Africa i Vandali, ed
Odoacre ebbe il regno d'Italia.

  [12] All'epoca di cui si tratta non era dall'Italia, benchè dominata
  dagli stranieri, sbandita affatto ogni coltura, e si possono
  ricordare alcuni uomini illustri nelle lettere sacre e profane.
  Altronde tante facoltose famiglie che seco trassero nelle isole
  della Venezia letterati ed artefici e clienti d'ogni genere, e
  v'innalzarono l'edificio della libertà italiana, hanno potuto
  dividere colle provincie dell'impero greco il sacro deposito della
  coltura e dei lumi che abbandonavano le contrade d'Italia occupate
  dai barbari. Merita intorno a quest'argomento d'essere letta
  l'erudita dissertazione di Gerolamo Zanetti: _Dell'origine d'alcune
  arti principali appresso i Veneziani_. N. d. T.

(476 = 493) Sotto il dominio d'Odoacre non vennero in Italia popolazioni
nuove, e soltanto vi si fissarono più stabilmente que' mercenari
stranieri, che da molti anni formavano essi soli l'armata dell'impero.
Questi mercenarj sotto il comando d'un loro compatriotta si arrogarono
tutti i poteri dell'impero, siccome coloro che ne formavano tutta la
forza. Diedero al loro capo il titolo di re; e dal nuovo re domandarono
ed ottennero una distribuzione di terreni, per cui la terza parte delle
campagne d'Italia passò in proprietà de' barbari[13].

  [13] _Proc. de bello Got. l. I. Byzan. Hist. Scrip. Editio Ven. t.
  II. p. 2._

Il governo de' mercenarj, ed il regno di Odoacre durarono
diecisett'anni[14]: fu questo il passaggio del governo romano al governo
de' barbari. Odoacre si caricò agli occhi de' popoli dell'odiosa memoria
d'aver distrutto il nome ancora riverito dell'impero, ed avvezzò
gl'Italiani a risguardare in appresso come loro monarca uno de'
conquistatori settentrionali, che fino allora avevano considerati come
nemici, o come soldati mercenarj.

  [14] Teodorico entrò in Italia l'anno 489, ma non ne ultimò la
  conquista che colla presa di Ravenna, alla morte d'Odoacre l'anno
  492. Una volta per sempre citerò in appoggio delle cronologie da me
  adottate gli _Annali d'Italia_ del dottissimo Muratori.

(489) Quattordici anni dopo che Odoacre fu fatto re, Teodorico re degli
Ostrogoti entrò in Italia, consentendolo Zanone imperatore d'Oriente, ed
intraprese la conquista del regno di Odoacre, che terminò colla presa di
Ravenna l'anno 493. Teodorico che in gioventù era stato più anni alla
corte di Costantinopoli, univa alle virtù de' popoli barbari il sapere
delle nazioni civilizzate[15]. Egli intraprese di riunire e rendere
felici le due nazioni a lui soggette: chiamò gl'Italiani agl'impieghi
civili, i Goti alla milizia, e facendo rispettare l'Italia dagli altri
popoli barbari, fu il primo che ispirasse alcun poco di confidenza nelle
proprie forze agli avviliti Romani, che probabilmente incominciarono
dopo il regno di Teodorico ad avere in qualche pregio le antiche virtù.

  [15] _Jornand. de reb. Geticis c. 52. p. 217, t. I. Scrip. Ital._

Ma se l'unione coi popoli settentrionali era utile al _rigeneramento_
de' Latini, altrettanto l'esempio di questi poteva snervare il valore
de' barbari. Nella stessa guisa quando si mischiano assieme due fluidi
di diversa temperatura, l'uno acquista il calore con pregiudizio
dell'altro: perciò i primi conquistatori dell'Italia perdettero in poco
tempo il natio valore. La dominazione Gota in Italia durò soltanto
sessantaquattr'anni[16], e gli ultimi diciotto anni della loro monarchia
furono impiegati in una sanguinosa guerra contro i Greci; durante la
quale Belisario, poi Narsete, conquistarono due volte l'Italia, e
distrussero il fiore di quella nazione che cinquant'anni prima faceva
tremare i Greci a Costantinopoli.

  [16] Dopo l'invasione di Teodorico accaduta l'anno 489 fino alla morte
  di Teja ed alla conquista di Cuma fatta da Narsete l'anno 553, i loro
  re furono

    l'anno 489. Teodorico.
           526. Atalarico.
           534. Teodato.
           536. Vitige.
           540. Ildebaldo.
           541. ( Erarico.
                ( Totila.
           552. Teja.

La storia degli Ostrogoti forma parte di quella del basso impero[17]; ma
non può riguardarsi come parte di quella che noi scriviamo, se non in
quanto i Goti furono i primi popoli barbari che s'incorporarono
cogl'Italiani. Le due nazioni soggette agli stessi padroni si unirono
strettamente: l'origine settentrionale de' Goti fu dai Latini
dimenticata; e da quell'epoca in poi non furono che un solo popolo.
Forse quest'unione non avrebbe avuto perfetta consistenza sotto la Greca
dominazione; ma questi non rimasero lungo tempo padroni dell'Italia.
Narsete che l'aveva conquistata e saviamente governata sedici anni, fu
richiamato a Costantinopoli dalla gelosa diffidenza dell'imperatrice. Il
vecchio generale, abbandonando il suo governo, affidava la cura di
vendicarlo ad Alboino (567) re de' Lombardi, che segretamente invitava a
scendere in Italia[18].

  [17] Veggasi Gibbon _Decline and fall of the Rom. Empire Vol. VII.
  cap. 41. e 43_. Il migliore degli storici Bizantini scrisse
  minutamente la guerra de' Goti di cui fu testimonio. _Procop. Cæsar.
  de Bello Goth. Lib. IV. Byzan. t. II._ I Goti ancora ebbero il loro
  storico. _Jornades de Rebus Geticis_. Sembra che costui, allorchè
  rovinò la sua nazione, si facesse monaco. _Scrip. Rer. Ital. t. I._

  [18] Narsete morì a Roma di novantacinque anni nel 567 quando
  disponevasi ad eseguire gli ordini di Giustino II. Alboino entrò in
  Italia l'anno susseguente. Narsete viene accusato d'averlo chiamato
  da Paolo Warnefrido: _Gesta Longob. Lib. II. c. 5. t. I. Rer. Ital.
  p. 427_, e da _Anast. Bibl. Vitæ Rom. Pont._ in Vita Johannis III.
  t. III. 133.

(568) Tra le nazioni germaniche quella dei Lombardi aveva nome d'essere
la più brava, la più fiera, la più libera. I Lombardi credevansi usciti
dalla Scandinavia[19]; e da oltre quarant'anni abitavano la Pannonia,
che cedettero gli Unni loro alleati, quando essi rinforzati da un
considerabile corpo di Sassoni, si avviarono alla volta d'Italia[20].

  [19] _Paul. Warnef. de Gestis Long. l. I. c. 2. p. 408._

  [20] _Ibid. l. II. c. 7. p. 428._

Malgrado la loro bravura, ed il loro numero, i Lombardi non ottennero di
occupare tutta l'Italia. L'immatura morte d'Alboino dopo il breve regno
di tre anni e mezzo, e l'anarchia che ne fu la conseguenza, arrestarono
le loro conquiste. Un popolo indipendente, fattosi forte nelle lagune di
Venezia, si sottrasse alla schiavitù lombarda. Roma col suo territorio,
che allora cominciò ad aver il nome di ducato, si tenne fedele
agl'imperatori d'Oriente sotto la protezione dei Papi[21]. L'Esarcato di
Ravenna, non che la Pentapoli che formava parte della Romagna, e le
città marittime dell'Italia meridionale furono dalle armi greche difese
contro i Lombardi: finalmente un principe lombardo, resosi quasi affatto
indipendente dai re della sua nazione, erasi stabilito nel centro delle
Provincie ond'è oggi formato il regno di Napoli, e vi regnava col titolo
di duca di Benevento. Intanto Alboino, ed i suoi successori avevano
stabilita in Pavia la sede del regno, che stendevasi dalle alpi fin
presso Roma.

  [21] Ciò va inteso in senso assai largo, e con diverse
  modificazioni, perciò che se i Papi tennero alcuna volta
  coll'autorità loro, già cresciuta a dismisura, fedeli i Romani
  all'impero Orientale, furono ancora quelli che sottrassero Roma
  all'impero. N. d. T.

In tal maniera la conquista de' Lombardi fu per certi rispetti cagione
del risorgimento delle nazioni italiane. Principati indipendenti,
comuni, repubbliche, s'andavano agitando per ogni verso, e questa
contrada da tanto tempo addormentata incominciò a risvegliarsi. Poichè
nel susseguente capitolo avremo esaminata l'interna forma del regno
lombardo di Pavia, procederemo separatamente, e partendo sempre dalla
stessa epoca, a parlare del ducato e della repubblica di Roma, del
principato di Benevento, delle repubbliche d'Amalfi, di Napoli, di
Gaeta, di Venezia, e finalmente di tutte le popolazioni che si videro
allora acquistare un'esistenza politica.

(568 = 774) La monarchia de' Lombardi durò abbastanza gloriosa duecento
sei anni[22]; nel quale spazio di tempo ebbe ventun re[23], e tra questi
molti egregi ed illustri principi, come ne fanno prova le savissime
leggi che diedero al loro regno. Ma i Lombardi non s'unirono
agl'Italiani come fecero i Goti loro predecessori. Entrando in Italia
avevano più crudelmente abusato della vittoria[24], di quel che
facessero i Goti, per cui le due nazioni rimasero divise da un
implacabile odio, anche lungo tempo dopo la caduta della monarchia di
Pavia. Ascoltiamo il vescovo di Cremona Luitprando di origine lombarda:
«Noi altri Lombardi, egli dice, siccome i Sassoni, i Franchi, i
Lorenesi, i Bavari, gli Svevi ed i Borgognoni, disprezziamo di sorte il
nome romano, che, in istato di collera, non sappiamo proferire maggior
ingiuria contro i nostri nemici, che chiamandoli _Romani_; giacchè in
questo solo nome comprendiamo tutto quanto vi può essere d'ignobile, di
timido, d'avaro, di lussurioso, di menzognero, e per dirlo in una
parola, tutti i vizj[25].» I Romani dall'altro canto, non è a dubitarsi
che non avessero maggiore antipatia pei loro oppressori. Ma la razza de'
Lombardi prosperava in Italia; mentre quella de' Romani s'andava
gradatamente estinguendo. I corrotti ed effeminati costumi degli ultimi
li tenevano nel celibato; mentre l'attività, il desiderio di perpetuare
ne' loro discendenti col proprio nome la gloria ch'eransi acquistata,
consigliava i Lombardi al matrimonio. I pochi Italiani ancora
bastantemente ricchi abbandonavano un paese, che ogni giorno diventava
per loro sempre più straniero, e si riparavano nel ducato romano,
nell'Esarcato, nella Calabria greca, o nelle lagune veneziane, dove
trovavano concittadini nemici dei loro oppressori. L'indipendenza di
queste provincie, che i Greci abbandonavano quasi totalmente a se
medesime, la loro piccolezza, i continui pericoli cui trovavansi
esposte, ridestavano nel cuore degli abitanti l'amor di patria.

  [22] Dall'anno 568 in cui Alboino invase l'Italia fino al 774 quando
  Carlo Magno, fatto prigioniero Desiderio, o Diego, a Pavia, si fece
  coronare in suo luogo re de' Lombardi.

  [23] I re Lombardi in Italia furono

    L'anno 569 Alboino.
           573 Clefi.
           584 Autari.
           591 Agilulfo.
           615 Adaloaldo.
           625 Arioaldo.
           636 Rotari.
           652 Rodoaldo.
           655 Ariberto I.
           661 ( Pertarito, e
               ( Godeberto.
           662 Grimoaldo.
           671 Pertarito per la seconda volta.
           678 Cuniberto.
           700 Luitberto.
           701 ( Ragimberto, ed
               ( Ariberto II.
           712 ( Aliprando, e
               ( Liutprando.
           736 Ildeprando.
           744 Rachis.
           749 Astolfo.
           757 Desiderio, con
           759 Adelchi suo figliuolo.

  [24] _Paulus Warnefridus de Gestis Longob. lib. II. c. 32. p. 436._

  [25] _Luitp. in Legat. t. II. p. 481_. Bisogna ricordarsi che
  Luitprando parlava così a Niceforo Foca nel calore della disputa,
  perchè questi gli aveva rinfacciato che Ottone suo signore non era
  altrimenti Romano, ma Tedesco.

I popoli stranieri, esposti alla corruzione, ne furono la vittima prima
dei popoli civilizzati. Benchè i Lombardi conservassero fino alla
dissoluzione della loro monarchia la costituzione libera che si erano
data; benchè il codice delle loro leggi fosse migliore assai di tutti
quelli de' popoli barbari; benchè la forma irregolare delle loro
frontiere accrescesse, proporzionatamente all'estensione dello stato, i
punti di contatto coi loro nemici, e che questa stessa irregolarità,
chiamandoli a più frequenti guerre, dovesse più lungo tempo tener vive
le abitudini militari; pure l'influenza del clima, la fecondità delle
terre, la servitù de' popoli della campagna, snervarono anco i Lombardi.
Nel tempo de' loro ultimi re non avevano più il valore de' Franchi, o
dei Tedeschi; da lungo tempo non avevano guerreggiato che cogl'Italiani
e coi Greci; e quantunque superiori a tutti, avevano pure adottato il
loro modo di combattere[26][27].

  [26] I Lombardi ebbero uno storico, forse il migliore de' mezzi
  tempi, Paolo Diacono, o Warnefrido. Egli scrisse in sei libri la
  storia della sua nazione dall'epoca in cui uscirono dalla
  Scandinavia fino alla morte di Luitprando accaduta l'anno 774. Paolo
  Warnefrido fu contemporaneo degli ultimi re Lombardi, e di Carlo
  Magno: visse alla corte de' suoi re, poi dell'imperatore: e
  ritirossi vecchio in un convento, ove scrisse la sua storia. Lasciò
  inoltre alcune opere teologiche scritte per ordine di Carlo Magno.
  Le sue cose trovansi stampate nel _t. I. Rer. Ital._ Gli fu
  attribuito un breve frammento che prosiegue la storia de' Lombardi
  fino alla caduta di quella monarchia _t. I. p. II. Rer. Ital. p.
  183_. Ma lo stile e le passioni dello scrittore lo dichiarano
  affatto diverso da Paolo, e piuttosto Romano che Lombardo.

  [27] In questi due ultimi § il nostro scrittore distrugge due
  principj da lui stabiliti nella prefazione; 1.º che il carattere dei
  popoli, le virtù, i vizj ec., non sono quasi mai dipendenti dal
  clima; secondo, che le nazioni barbare stabilitesi successivamente
  in Italia non cambiarono la razza de' primitivi abitanti, per
  essersi, per così dire, perdute nel vortice della nazione italiana.
  Sembra anzi che in Lombardia non restassero poco più che Lombardi, e
  gli schiavi destinati all'agricoltura. Ma anche in questo vi è
  qualche cosa di esagerato. L'avveduto lettore saprà da sè medesimo
  dedurre dai fatti storici le dottrine generali: quanto è facile che
  lo scrittore sostituisca i suoi principj a quelli che si deducono
  dalla storia! I sistemi sono sempre pericolosi, ed il più delle
  volte fallaci. N. d. T.

La lunga inimicizia de' Lombardi coi Greci e coi Romani cagionò la
caduta della loro monarchia. Luitprando aveva conquistato l'Esarcato di
Ravenna e la Pentapoli; ma i di lui successori Astolfo e Desiderio,
volendo occupare inoltre il ducato di Roma, costrinsero i Papi a porsi
sotto la protezione de' principi Francesi[28]. L'anno 755 Pipino obbligò
Astolfo a rendere, o piuttosto a promettere al Papa la possessione
dell'Esarcato, e delle provincie conquistate a danno de' Greci. Del 774
Carlo Magno, chiamato in Italia da Papa Adriano, conquistò la Lombardia,
fece prigioniere Desiderio, e si pose in capo la corona de'
Lombardi[29].

  [28] Ecco la prima chiamata de' Francesi in Italia. Forse potrà
  giustificarla la debolezza dei Greci; ma non potranno scusarsi i
  Papi d'avere in pregiudizio dell'Impero Greco accettata la donazione
  dell'Esarcato di Ravenna. N. d. T.

  [29] _Annal. Bertiniani scrip. Rer. Ital. t. II. p. 498. Chron.
  Reginon. lib. II. Sc. Germ. Struvii, t. I. p. 36._

Gl'Italiani risguardarono tale conquista come una nuova invasione
barbarica: se non che i talenti e le virtù di Carlo Magno compensarono
in alcun modo il brutale impeto de' suoi sudditi[30]. Questo monarca
assoggettò quasi tutta l'Italia alla sua dominazione. I Lombardi lo
riconobbero loro re, e col nome di Patrizio ebbe pure la signoria
dell'Esarcato, e del ducato romano; ed in fine anche Arigiso duca di
Benevento fu forzato di riconoscere la sua supremazia, e di rendergli
omaggio. All'Italia così riunita, diede uno de' suoi figliuoli per re,
ma il giorno di Natale dell'800 ricevette egli medesimo, per
acclamazione, dai grandi e dal popolo di Roma il titolo d'imperatore. E
per tal modo ripristinò egli l'impero occidentale che si trovò composto
di tutta l'Allemagna, della Francia e dell'Italia, la quale, benchè
dichiarata regno di suo figlio, non fu, rigorosamente parlando, che una
provincia del nuovo impero. La famiglia de' Carolingi occupò il trono
d'Italia dal 774 in cui la conquistò fino all'espulsione di Carlo il
Grosso accaduta l'anno 888.

  [30] I Greci, i Romani ed i Lombardi, ci rappresentano concordemente
  le armate francesi, che più volte invasero l'Italia dai tempi di
  Narsete fino all'età d'Astolfo, come le più feroci di tutte le orde
  nemiche.

(774 = 814) Carlo Magno, uno dei più grandi caratteri de' mezzi tempi,
non tardò ad acquistare sui suoi coetanei l'influenza d'un uomo
straniero al suo secolo. E come v'ebbero prima di lui alcuni uomini
straordinarj, che coll'energia d'un carattere mezzo barbaro
signoreggiarono un popolo civilizzato; così un uomo che ne aveva
prevenuto l'incivilimento ebbe intero dominio sui barbari per la forza
del suo spirito, de' suoi lumi, de' suoi talenti. Carlo Magno
accoppiando alle qualità del legislatore quelle del guerriero, il genio
creatore alla prudente vigilanza che conserva e mantiene gl'imperj, si
trasse dietro sulla strada della civilizzazione le nazioni allemanne, e
finchè visse le rese capaci di giganteschi passi. Con un solo legame
riunì i Barbari ed i Romani sotto un solo impero, i vincitori ed i
vinti. Finalmente egli pose i fondamenti d'un nuovo ordine di cose per
l'Europa, d'un sistema che appoggiavasi essenzialmente sopra le virtù
d'un eroe, e sopra il rispetto e l'ammirazione che ispiravano le sue
virtù.

Non si creda però, malgrado lo splendore di tante conquiste, che il
regno di Carlo Magno contribuisse alla felicità degli uomini. Carlo
Magno è colpevole in faccia all'umanità; del regno de' suoi successori;
dei più malvagi secoli della storia dell'universo, il nono ed il decimo;
delle guerre civili dei Carlovingi; delle insultanti invasioni de'
barbari; della universale debolezza; della totale sovversione
dell'ordine, e del ritorno d'una barbarie più grande assai di quella del
secolo ottavo, nel nono e nel decimo[31].

  [31] Dopo Jornandes, e Paolo Warnefrido, l'Italia non ebbe per molto
  tempo veruno storico che si potesse loro paragonare. Non n'ebbe un
  solo sotto il regno de' Carlovingi, quando non si voglia tener conto
  di Agnello abbate di s. Maria _ad Blachernas_, il quale nel suo
  _liber pontificalis_ dà la storia degli arcivescovi di Ravenna.
  _Scrip. Rer. Ital. t. II. p. 1_. I Francesi n'ebbero in maggior
  numero: gli Annali di Fulda, di Metz, Regino, ed Eginardo furono
  pubblicati dal Duchesne _Scrip. Francor._ Gli Annali Bertiniani si
  stamparono dal Muratori, _Scrip. Rer. Ital. t. II. p. 490_.

Carlo Magno fondò una monarchia quasi universale, ma non ha potuto, come
i Romani, consolidarla colle successive conquiste di sette secoli, e
temprare saldamente le catene che attaccavano l'una appresso l'altra le
nazioni vinte alla vincitrice, ed identificarle di maniera le une colle
altre, che venissero a formare un solo corpo. I sudditi di Carlo Magno,
sottomessi soltanto per il corso d'una vita, erano più tosto attaccati
alla sua persona che alla sua nazione. La feroce indipendenza di que'
popoli barbari si era prostrata innanzi a lui. Durante la loro
sommissione avevano perduto lo spirito nazionale, la forma propria del
loro governo, e tutto quanto poteva porli in situazione di mantenersi o
di difendersi; ma non avevano nemmeno preso ad amare una monarchia
affatto nuova; e l'idea del diritto e della giustizia era affatto
straniera a così violente istituzioni. Invano l'autorità sovrana
determinava tra i principi le successioni e le divisioni; questa
autorità mancante della sanzione de' secoli, cedeva a fronte
degl'interessi particolari, e dava luogo alle contese dei figli di Luigi
il buono. Gli ordini civili e militari non erano rinforzati da veruno
spirito nazionale, da veruna affezione dei popoli per un governo che
aveva sovvertiti tanti altri governi: e di qui ebbero origine le
invasioni de' Normanni e dei Saraceni, di qui la debolezza di un vasto
impero popolato da valorosi soldati, e non pertanto incapace di far
fronte ai più spregevoli nemici[32].

  [32] I Normanni avevano già commesse alcune piraterie su le coste
  quando ancor vivea Carlo Magno, ma non incominciarono a saccheggiare
  la Francia che dell'836 e 837, quando devastarono la Frisia e
  l'isola di Walcheren. _An. Bert. p. 523. Herm. Cont. Chr. p. 229.
  apud Struv. Scr. Germ. t. I._ — I Saraceni cominciarono a
  saccheggiare le coste d'Italia l'anno 839. Carlo Magno era morto in
  gennajo dell'814.

Vero è che i successori di Carlo Magno furono tutti uomini senza
talenti; ma tale è pure l'ordinario andamento delle cose, e non era da
supporsi che il conquistatore dell'Europa, il fondatore d'una nuova
dinastia, dopo un regno glorioso di quarant'anni, avesse in oltre un
successore erede de' suoi talenti e delle sue virtù. Se ciò fosse
accaduto, se due o tre uomini come Carlo Magno avessero successivamente
occupato il trono dei Franchi, la monarchia universale sarebbesi
probabilmente mantenuta; ma l'Europa avrebbe perdute le prerogative che
la distinguono: sarebbesi forse più presto civilizzata, ma sarebbe
ancora rimasta in seguito _stazionaria_ come la China, senza energia,
senza forza, senza genio, senza virtù.

Effettivamente Carlo Magno figurò solo sulla scena del suo secolo; i
suoi Paladini non esistono che ne' romanzi; tra i suoi contemporanei, e
nella susseguente generazione, non sorse verun personaggio distinto. Il
secolo che lo precedette non mancò di grandi uomini; e tutti i popoli
soggiogati da Carlo, ebbero, come i Lombardi, capi meritevoli di essere
registrati nella storia. Almeno prima di lui la metà della specie umana
non era subordinata ad un solo capo, nè mossa dal capriccio d'un solo
uomo.

(814 = 888) Morì Carlo l'anno 814, e la sua famiglia non conservò che
settantatre anni la monarchia da lui fondata. Dopo alcuni regni
vergognosi e miserabili, Carlo il Grosso, l'ultimo de' Carlovingi, fu
deposto in novembre dell'ottocento ottanta sette, e morì due mesi
appresso. La storia de' Carlovingi non appartiene all'Italia, ma a tutta
l'Europa; e noi abbiamo la fortuna di poterci dispensare dal tenerle
dietro in mezzo alle scandalose guerre de' figliuoli contro il padre,
de' fratelli contro i fratelli, che ne formano la principale orditura.
Durante questo periodo di tempo l'Italia fu alquanto meno infelice degli
altri regni subordinati ai successori di Carlo, perchè governata
ventisei anni da Lodovico II principe virtuoso, nè senza talenti, nè
privo di bravura[33]; e fu appunto specialmente sotto il di lui regno,
che l'esempio del valor francese fece rinascere l'amore delle armi, e la
riputazione della milizia italiana. Le campagne d'Italia incominciarono
allora a ripopolarsi, e le città desolate dalle precedenti invasioni
ricuperano i loro abitanti[34].

  [33] Luigi II fu associato alla corona l'anno 849, od 850, da suo
  padre Lotario figlio di Luigi il buono. Morì in agosto dell'anno
  875.

  [34] I monarchi d'Italia della razza Carlovingia furono:

    Pipino sotto Carlo Magno                      781=810.
    Bernardo figlio di Pipino                     812=818.
    Luigi il buono imperatore                     814=840.
    Lotario suo figliuolo                         820=855.
    Luigi II figliuolo di Lotario                 849=875.
    Carlo II il Calvo                             875=877.
    Carlomanno figliuolo di Luigi I di Germania   877=879.
    Carlo il Grosso suo fratello                  879=888.

Sotto il debole governo de' Carlovingi il patto sociale perdette ogni
forza: i re nelle guerre di famiglia furono obbligati di comperare i
soccorsi dei loro sudditi coll'accordar privilegi che resero nulla
l'autorità reale. Occupati nella difesa degli stati contro i nemici
stranieri, o resi deboli dalle loro guerre civili, eransi lasciati
pregiudicare in tutte le loro prerogative, sicchè appena ne' vasti loro
stati rimaneva qualche città o castello che non avesse un altro padrone.
Le province appartenevano ai duchi o marchesi, le metropoli ai vescovi,
le altre città ai conti; il re era senza autorità, quantunque i suoi
diritti non fossero mai passati in mano dei popoli.

(888) Gli avvenimenti ch'ebbero luogo dopo la deposizione di Carlo il
Grosso vogliono essere più attentamente considerati in quanto che si
avvicinano all'origine delle repubbliche. Appartengono in oltre più
strettamente alla nazione italiana che si trovò allora di nuovo
governata da un monarca italiano. Le rivoluzioni del trono, accadute nel
periodo di sessantatre anni dall'espulsione dei Carlovingi fino
all'incoronazione d'Ottone di Sassonia, posero in movimento, fissarono
il carattere nazionale, e svilupparono quella tendenza alla libertà
repubblicana, che ben tosto vedremo prender piede nelle città.

I Lombardi avevano divisa la loro monarchia in 30 principali feudi col
titolo di ducato, de' quali dovremo parlare con maggiore estensione nel
seguente capitolo, ove tratteremo del sistema feudale. Sotto la dinastia
de' Carlovingi furono i feudi ridotti a minor numero, non già, per
quanto sembra, in forza di alcuna legge, ma o col riunire più feudi
sotto un solo padrone, oppure dividendo un ducato in molte contee.
Perciò, allorchè fu deposto Carlo il Grosso, non eranvi in Italia che
cinque o sei grandi signori a portata di comandare alla nazione e di
disputarsi il trono. I grandi feudi di cui erano proprietarj, avevano
quasi tutti indifferentemente il titolo di ducato o di marchesato. Il
vocabolo di _Mart_ indicava presso i Franchi ed i Tedeschi i confini
degli stati; ed in fatto i soli grandi ducati conservati erano posti
alle frontiere dell'Italia, affinchè il loro signore potesse, ancora
senza essere soccorso dal monarca, difendere il regno dalle straniere
invasioni.

Il più potente de' grandi feudi d'Italia era quello di Benevento,
fondato da Zenone l'anno 568, e formato di quasi tutte le province che
oggi appartengono al regno di Napoli. Nel quarto capitolo, tracciando la
storia delle repubbliche dell'Italia meridionale che furono sempre in
guerra coi duchi di Benevento, dovremo con qualche accuratezza tener
dietro alla loro dinastia. Nel nono secolo erasi questo ducato diviso in
tre principati indipendenti, Benevento, Salerno e Capoa, che poi
s'indebolirono reciprocamente con ostinata guerra. È cosa notabile, che
que' signori non facessero mai alcun tentativo per ottenere la corona
d'Italia.

Uguale moderazione manifestò Adalberto conte di Lucca e marchese di
Toscana. Quel signore possedeva la bella provincia, che pare dalla
natura destinata a formare uno stato indipendente, avendola con una
linea di montagne separata dal resto dell'Italia. Fino ai tempi di Carlo
Magno trovansi memorie di certo Bonifacio duca di Toscana[35]. I suoi
discendenti continuarono a governare quella provincia un secolo e mezzo,
e la loro corte aveva credito d'essere la più splendida e magnifica
delle feudali.

  [35] _Muratori Annali d'Italia all'anno 813_. La famiglia di
  Bonifacio marchese di Toscana, di cui fu ultima erede la celebre
  contessa Matilde, è stata l'argomento delle più diligenti ricerche
  di Muratori e di Fontanini. _Memorie della contessa Matilde_.

Di questi tempi venivano spogliati dei loro feudi i marchesi di Fermo e
di Camerino, i quali governavano le due piccole province che ancora
adesso chiamansi le Marche, e che altra volta erano i confini che i
Lombardi dovevano difendere dalle aggressioni dei Greci. Il marchese
d'Ivrea possedeva una provincia del Piemonte, che altra volta formava la
barriera de' Lombardi contro i Franchi: ma due più potenti principi
disputaronsi soli la corona; Berengario marchese del Friuli, ossia della
Marca Trivigiana, e Guido marchese di Spoleti, ossia dell'Umbria. Gli
stati del primo stendevansi dalle Alpi Giulie fino all'Adige: a lui
spettava la custodia del passaggio delle Alpi, il solo che dia facile
accesso in Italia, e quello in fatti per cui eranvi entrati tutti i
popoli barbari nelle precedenti invasioni. Berengario discendeva
dall'antica famiglia dei duchi Lombardi del Friuli; e poichè Carlo Magno
s'impadronì dell'Italia, questa famiglia aveva contratto parentado colla
casa imperiale. Berengario era figliuolo del duca Eberardo e di Gisla
sua consorte figliuola di Luigi il buono[36].

  [36] _Annali di Muratori all'anno 877. t. VII. p. 215. Hadr. Valesii
  Berengarius Augustus, Scrip. Italic. t. II. p. 376._

D'altra parte Guido duca di Spoleti aveva aggiunte ai suoi dominj le
Marche meno considerabili di Fermo e di Camerino, e Guido I suo Avo,
approfittando delle guerre civili ond'era travagliato lo stato di
Benevento, ne aveva acquistata gran parte, o più tosto erasene
impadronito a tradimento[37]. Guido, da tale conquista reso uno de' più
potenti principi, era originario Francese, ed alleato della real casa
de' Carlovingi, come che non se ne conosca il modo. Dopo avere
assoggettata la Chiesa Romana a molti tributi, erasi riconciliato, ed
era stato adottato da Papa Stefano V. Oltre la rivalità di potenza,
Berengario e Guido avevano altro particolar motivo di vicendevole odio.
Guido poc'anni prima era stato per ordine di Carlo il Grosso messo al
bando dell'Impero[38], e Berengario aveva accettato il non agevole
incarico di muovergli guerra, e spogliarlo de' suoi stati[39]. Questi
due principi, pari in potenza, aspirarono al regno d'Italia tostochè
l'impero di Carlo Magno s'andava dividendo fra diversi padroni.
Imperciocchè lo stesso anno che Arnolfo, bastardo della razza
Carlovingia, impadronivasi della Germania, Luigi, figliuolo di Bosone,
faceva lo stesso del regno d'Arles; Rodolfo, figlio di Corrado,
dell'alta Borgogna, ed Eude, conte di Parigi, della Francia occidentale.

  [37] Nell'anno 853. _Erchempertus Hist. Princ. Long. apud Camillum
  Pellegrin. c. 17. Rer. Ital. t. II. p. 241_.

  [38] Si ritiene la frase straniera perchè comunemente adottata per
  indicare la proscrizione dall'impero.

  [39] L'anno 883. _Annales Bertiniani t. II. p. 570_.

Siccome tutti i principi d'Europa risguardavansi allora quali principi
francesi, tutte le guerre prodotte da questo smembramento assunsero il
carattere di guerre civili; guerre promosse dalla sola ambizione de'
grandi, cui il popolo non prende veruno interesse. Di qui ebbe origine,
in mezzo ad una nazione valorosa, la strana debolezza della monarchia, e
quella dissoluzione sociale che doveva alla fine ridurre tutte le città
a provvedere alla propria difesa ed a governarsi da loro.

(888 = 894) Intanto Berengario e Guido andavano sollecitando l'assemblea
degli stati, o più tosto i vescovi d'Italia, a dar loro la corona.
Questi due principi, a vicenda vincitori e vinti, comperarono, allorchè
ebbe luogo qualche rivoluzione, i voti degli elettori con novelle
concessioni; e si videro spogliare la corona di tutti i suoi privilegi,
senz'aver perciò ottenuto il sicuro appoggio dei loro partigiani. I
feudatarj abbracciavano sempre la parte del vinto, perchè il vincitore
richiedeva ubbidienza; lo che pareva loro cosa dura ed obbrobriosa[40].

  [40] Guido morì l'anno 894, dopo aver portato quattro anni il titolo
  d'imperatore. Lamberto suo figlio ereditò le sue pretensioni, e
  portò il titolo d'imperatore fino all'anno 898 in cui morì a
  Marengo, ucciso alla caccia.

(888 = 894) In sessant'anni che durarono le guerre civili, Berengario
regnò trentasei anni, prima col titolo di re d'Italia, e gli ultimi nove
con quello d'imperatore; il quale, dopo aver domati i principi della
casa di Spoleti suoi primarj rivali, rivolse le armi contro gli altri
competitori, che gli suscitarono i suoi sudditi, Luigi di Provenza e
Rodolfo di Borgogna; onde la lotta che sostener dovette per il trono,
durò quanto il suo regno; «imperciocchè, osserva uno storico quasi
contemporaneo[41], gl'Italiani vogliono aver sempre due padroni onde
contener l'uno col terrore dell'altro[42].»

  [41] _Luitpr. Ticin. Historia lib. I. c. 20. Rer. Ital. t. II. p.
  431._

  [42] I sovrani che disputaronsi il trono d'Italia dopo la deposizione
  di Carlo il Grosso fino ad Ottone il grande, sono i seguenti:

                                            _re_,  _imp._, _mort._

    Berengario duca del Friuli               888     915     924
    Guido duca di Spoleti                    889     891     894
    Lamberto figlio di Guido                 892     892     898
    Arnolfo re di Germania                    —      896     899
    Luigi III re di Provenza                 900     901     915
    Rodolfo re della Borgogna transjurana    921      —      937
    Ugo conte duca di Provenza               926      —      947
    Lotario figlio di Ugo                    931      —      950
    Berengario II marchese d'Ivrea           950      —      966
    Adalberto figlio di Berengario           950      —        —
    Ottone il grande re di German.           951     962     973

Il regno di Berengario, reso celebre dalle guerre civili dell'Italia, fu
pure l'epoca sventurata dell'invasione dei popoli nomadi del nord e del
mezzogiorno, gli Ungari ed i Saraceni, che pel corso di cinquant'anni
continuarono le loro devastazioni, cambiando i costumi degl'Italiani
coll'obbligarli ad adottare un nuovo sistema di difesa.

(888 = 924) La debolezza di Luigi, figliuolo d'Arnolfo re di Germania,
aprì le porte della Germania e dell'Italia agli Ungari, nazione barbara
ancor pagana, che, uscita come gli Unni dai deserti della Scizia, ne
aveva seguite le tracce per la rovina degli Occidentali, spopolando le
province, e forzando i Greci, i Bulgari, i Tedeschi, a redimersi dalle
loro devastazioni con vergognosi tributi. Questi feroci popoli furono
principale cagione che si prestasse fede all'opinione dell'avvicinamento
della fine del mondo; ed i teologi discussero gravemente la quistione,
se questi popoli erano coloro che la scrittura indicava coi nomi di Gog
e Magog[43]. Pareva che questi barbari si compiacessero di versare il
sangue umano, e non avessero le loro irruzioni altro oggetto che quello
di distruggere. Scorsero l'Italia e la Germania fino alle loro
estremità, incendiando le città aperte, e lasciando ovunque orribili
tracce del loro passaggio. Ma quantunque l'Europa rimanesse quasi
affatto abbandonata al loro furore, non fecero veruna stabile conquista:
quell'armata che aveva portato la desolazione a traverso dell'Italia
fino a Capoa, ed a traverso dell'Allemagna fino a San Gallo, dopo
essersi dissetata di sangue, si affrettava, senza che niuno la
sforzasse, di rinselvarsi nelle foreste della Pannonia, trasportandovi
le ricche spoglie che aveva raccolte[44].

  [43] Una dissertazione su quest'argomento si conservava MS. nel
  monastero della Novalese, citata dal Denina. _Rivol. d'Ital. lib.
  XI. c. 2. t. II. p. 13._

  [44] Veggansi intorno a queste invasioni _Murat. ant. Ital. Med.
  Aevi Dis. I. t. I. p. 22. — XXI. t. II. p. 149. — XL. t. III. p.
  675. — Luit. Tic. Hist. lib. I. c. 5. p. 428. lib. II. c. 2. e 4. p.
  434. — Sigonius de regno Ital. l. VI. p. 149._

Quando accadde la prima invasione degli Ungari l'anno 900, Berengario,
cui era perfino ignoto il nome di questo popolo, e che lo vedeva
avanzarsi fin sotto le mura di Pavia dopo aver rovinata la Marca
Trivigiana, riuniva frettolosamente tutti i vassalli della corona, e
formava un'armata tre volte più numerosa di quella dei barbari, contro
de' quali si mosse. Gli Ungari spaventati, e non conoscendo ancora il
paese, ritiraronsi fino al di là della Brenta, facendo nello stesso
tempo offerte di pace, e chiedendo la permissione di ritornare senza
ostacolo ai loro focolari non portando con loro le prede che avevano
fatte. Ma Berengario, lusingato di poterli castigare in modo che più non
pensassero ad invadere i suoi stati, li forzò di venire a battaglia.
Egli non aveva abbastanza calcolata l'energia che suol dare la
disperazione, nè le segrete discordie che indebolivano il suo esercito,
e fu pienamente disfatto. Gli Ungari vittoriosi rientrarono nelle
province interne dell'Italia, che corsero senza incontrar resistenza;
perciò che la disfatta di Berengario aveva scoraggiata di maniera tutta
l'Italia, che verun capitano non ardiva porsi a fronte di così feroci
nemici[45].

  [45] Luitp. Ticin. Hist. _l. II. c. 5. e 6. p. 436._

Prima di quest'epoca i Saraceni, altri barbari non meno feroci, eransi
già fortificati alle due estremità d'Italia. Avevano costoro dall'827
all'851 tolta ai Greci la Sicilia[46]. Erano di là passati nel regno di
Napoli, ov'eransi stabiliti dopo l'839; e verso i tempi in cui
Berengario salì sul trono, avevano occupate altre terre de' Latini, e
procuratisi nuovi asili. Avevano in particolare fortificato un castello,
o accampamento sul Garigliano, di dove facevano frequenti scorrerie
nella Terra di lavoro e nella campagna di Roma fino alle porte di
quest'antica capitale del mondo.

  [46] I Saraceni sbarcarono su le coste della Sicilia in luglio
  dell'827, come abbiamo dalla cronaca Arabico Siciliana di Cambridge,
  _t. I. p. II. R. Ital. p. 245._ — Nell'anno 851 presero la città
  d'Enna in cui s'era rifugiato, come nel più sicuro luogo dell'isola,
  il Prefetto Greco. _Chronol. Ismael. Alemuja dad. Regis. Amani ib.
  p. 251._ — Non pertanto rimasero tuttavia ai Greci poche fortezze
  fino alla fine dello stesso secolo.

Altri Saraceni di diversa setta saccheggiavano il Piemonte. Una barca di
corsari musulmani sortiti dalla Spagna aveva fatto naufragio a
Frassineto presso di Nizza sulle frontiere della Liguria e della
Provenza. Questa barca, se crediamo allo storico Luitprando, era montata
da soli venti soldati, che invece di scoraggiarsi, approfittando delle
scoscese rupi su cui erano stati gettati dalla burrasca, vi si
fortificarono[47]. Le prime trincee non furono che siepi di spine: ma
trovarono questo loro asilo abbastanza sicuro per farlo centro delle
nuove piraterie sulle coste e villaggi vicini. I pirati della loro
nazione, avvertiti dai segni esposti, popolarono ben tosto il nuovo
stabilimento in modo, che osarono di avanzarsi fino nelle pianure del
Piemonte, saccheggiando Acqui: e traversando una volta il monte s.
Bernardo, s'impadronirono della città di s. Maurizio nel Vallese.

  [47] Dall'861 all'896. _Luitp. Hist. lib. I. c. I. p. 425._

I Saraceni e gli Ungari tenevano lo stesso metodo di far la guerra. Sì
gli uni che gli altri non avevano che cavalleria leggiere, che batteva
il paese a piccoli squadroni senza tentare conquiste, e senza occuparsi
mai di difendersi alle spalle, o di assicurarsi la comunicazione col
grosso dell'armata. Non si prendevano maggior pensiere dei viveri e dei
foraggi, di cui provvedevansi ovunque colla violenza. La rapidità della
marcia dava loro infinito vantaggio sulla cavalleria pesante de'
gentiluomini, e sulle milizie a piedi delle città. E siccome non
cercavano di combattere, ma di rubare, evitavano possibilmente di
scontrarsi coi nemici. Non avendo altra patria che il piccolo loro
accampamento, invece di ritirarsi in faccia a forze superiori,
avanzavano il nemico in velocità, e si portavano sul di dietro a
saccheggiar le province che avrebbe dovuto coprire. Nè i re, nè i grandi
Feudatarj avevan perduto un palmo dei loro stati; ma in mezzo ai loro
dominj, un nemico che non potevano mai raggiungere, saccheggiava, quando
una e quando l'altra, tutte le loro province.

Gli Ungari spinsero talvolta le loro scorrerie fino a Capoa e fino ad
Otranto, talchè scontraronsi talvolta coi Saraceni. Frattanto questi
popoli nomadi dividevansi l'Italia; desolando (900 = 924) i primi tutto
il paese al nord del Tevere, gli altri tutte le contrade al mezzodì di
questo fiume.

Le guerre degli Ungari e dei Saraceni influirono immediatamente sulla
libertà delle città. Prima di queste incursioni erano in Italia quasi
tutte aperte e senza difesa; non prendevano veruna parte nel governo, nè
avevano milizie; ed i borghigiani godevano di troppo scarsa
considerazione perchè potessero credere d'avere una patria. Ma quando
furono ridotti a doversi difendere colle proprie forze contro un
assassinio, che stendevasi a tutta la contrada, senza che alcuna armata,
alcun ordine pubblico pensasse a reprimerlo; trovandosi abbandonati,
innalzarono a principio le mura, poi formarono le milizie, ed in seguito
le magistrature[48]. Le inferiori classi del popolo furono ancor esse
chiamate a parte della milizia e del governo, ed allora acquistarono
quella energia di carattere, che doveva farli tra poco cittadini.

  [48] I Modonesi, fra gli altri, cinsero la loro città di mura verso
  l'anno 900, e questi versi che trovansi in un vecchio codice della
  cattedrale dovevano essere scritti sopra un muro:

    _Non contra dominos erectus corda serenos_
    _Sed cives proprios cupiens defendere tectos._
                        _Ant. It. Dis. I. p. 21_.

Per altro i popoli nomadi non influirono che colle loro ostilità a
formare il carattere degl'Italiani, non mai coll'unione loro o
coll'esempio. Gli Ungari che venivano creduti più rassomiglianti alle
fiere che agli uomini, ispiravano troppo orrore e spavento, perchè
alcuno pensasse ad imitarli, o ardisse di legarsi in amicizia[49].
Dall'altra parte i Saraceni, colonia militare dei mori d'Affrica, non si
rassomigliavano in verun modo ai sudditi civilizzati dei Califfi. Coloro
che desolarono le campagne d'Italia erano il rifiuto della nazione, non
conoscevano che l'arte della guerra, o per dir meglio dell'assassinio,
ed i loro costumi erano ancora più lontani dalla civiltà orientale, che
dai costumi de' cristiani ch'essi attaccavano. Dopo due secoli la scuola
di Salerno, il commercio col levante dei Pisani, de' Genovesi, de'
Veneziani, e le crociate, procurarono agl'Italiani ed alla loro
letteratura una leggiere tinta orientale: ma non fu che a questa più
recente epoca che si manifestò il gusto arabo. Le bande erranti
degl'Ismaeliti non v'ebbero alcuna parte: nulla avevan esse di
romanzesco o di religioso, nulla che potesse lasciare profonde tracce
nello spirito dei popoli.

  [49] Gli Ungari ed i Turchi, che altra volta formavano un solo
  popolo, si supponeva aver avuto origine dall'unione d'un mago e
  d'una lupa. Essi compiacevansi che fosse data credenza a questa
  mostruosa origine per accrescere lo spavento che ispiravano. Tale
  tradizione si è conservata nelle frontiere della Turchia tra i
  cristiani sudditi dell'Austria.

Il regno di Berengario, cui doveva immediatamente tener dietro una
rivoluzione, fu il più alto periodo della disorganizzazione dell'ordine
sociale. Pure questo principe non era nè di talenti sprovveduto, nè
senza virtù[50]. Benchè avesse più volte comperata la pace coll'oro,
aveva altresì spesse volte saputo conquistarla colle armi: le sue
imprese contro gli Ungari ed i Saraceni, benchè d'ordinario infelici,
sono una prova dei suoi talenti militari e del suo coraggio, come della
niuna disciplina delle sue truppe. I feudatarj che prodigavano ai loro
sovrani il titolo di tiranno, lo trovarono meno de' suoi rivali
colpevole. Tra questi il solo Luigi conte o duca di Provenza fu da lui
crudelmente trattato per delitto di fellonia. In altre occasioni diede
frequenti prove di clemenza e di generosa fiducia verso i suoi nemici:
ed un tratto di eroismo gli costò la vita.

  [50] Il regno di Berengario è una delle più oscure epoche della
  storia d'Italia. Le guerre civili e straniere, e l'estrema
  confusione in cui era caduto lo stato, rendono difficilissimo il
  poter seguire l'ordine degli avvenimenti. Molti storici del
  quindicesimo secolo formarono di Berengario due diversi principi,
  contando tre monarchi di tal nome invece di due. Conservasi fatto in
  onore di Berengario un poema in barbara lingua latina, che gli fu
  intitolato il giorno dell'incoronazione. _Anonymi Carm. Paneg. de
  Laud. Bereng. Aug. Ser. Rer. It. t. II. p. 386._ Sonovi pure i due
  primi libri della storia di Luitprando, scrittore della generazione
  seguente.

(921) Berengario aveva felicemente terminata una lunga guerra civile, e
per la prima volta la pace regnava ne' suoi stati. Guido figliuolo
d'Adelberto marchese di Toscana, un altro Adelberto marchese d'Ivrea,
Lamberto arcivescovo di Milano, Olderico conte del Palazzo e maggiordomo
del re, Gilberto potente conte, non sappiamo di quali stati; tutti da
Berengario colmati di beneficj, e che erano a lui debitori del rango o
della sede che occupavano, o del perdono de' loro delitti, congiurarono
contro la sua vita. Offrirono la sua corona a Rodolfo re della Borgogna
transjurana, e lo invitarono a scendere in Italia. Berengario, informato
della cospirazione, credette di disarmare coi beneficj i suoi nemici.
Guido duca di Toscana, e Berta sua madre, caduti poc'anzi in suo potere,
ebbero tosto la libertà. Adelberto e Gilberto furono fatti prigionieri
da una banda di Ungari assoldati da Berengario; il primo seppe deludere
l'altrui vigilanza, e fuggì; ma l'altro dovette la propria salvezza
soltanto alla clemenza del re. Berengario marciò in seguito contro
Rodolfo, e lo vinse: ma reso dalla vittoria meno cauto, fu colto in
un'imboscata, ed interamente sconfitto. Allora Berengario fu costretto
di ritirarsi in Verona, ov'erasi più volte rifugiato prima.
L'inseguirono i congiurati, e persuasero certo Flamberto nobile
Veronese, cui l'imperatore aveva tenuto un figlio a battesimo, ad
assassinarlo.

(924) N'ebbe sentore a tempo, e chiamato innanzi a sè quel signore, gli
ricordò il proprio affetto, i beneficj accordatigli, l'enormità del
delitto, e lo scarso vantaggio che doveva ripromettersene: quindi presa
in mano una coppa d'oro: «Questa coppa, diss'egli, sia tra di noi il
pegno dell'obblìo del vostro fallo e del vostro ritorno alla virtù:
prendetela, e risovvenitevi che il vostro imperatore è il padrino di
vostro figlio.» La stessa notte per mostrare d'essere superiore ad ogni
sospetto, invece di rinserrarsi nel suo palazzo ch'era fortificato, andò
a dormire senza guardie in una casetta posta in mezzo de' giardini. La
mattina susseguente quando Berengario portavasi alla chiesa, gli si fece
incontro Flamberto con alcuni uomini armati, fingendo di volerlo
abbracciare, e lo pugnalò vilmente[51]. L'istoria non ci fece conoscere
le cagioni di così feroce odio e di tanta ingratitudine; solamente
c'informa che il primo e forse il più grande degl'imperatori italiani
non rimase lungo tempo invendicato. Milone, conte di Verona, accorse in
suo ajuto, troppo tardi per difenderlo, abbastanza a tempo per tagliare
a pezzi i suoi assassini.

  [51] _Luitp. Hist. lib. II. c. 16. — 20, p. 440. e seguenti._

Nè i talenti, nè le virtù d'un sovrano potevano in questo sventurato
secolo contribuire efficacemente alla prosperità dello stato:
l'abitudine all'insubordinazione, il monarca senza mezzi di repressione,
i vassalli, deboli contro i nemici, e forti contro il proprio re, il
corpo sociale in dissoluzione, tutto era disordine e confusione. La
perfidia e la violenza avrebbero potuto mantenere un tiranno su quel
trono da cui doveva cadere un eroe.

Forse un tiranno era allora necessario alla nazione italiana per farle
sentire il bisogno di una costituzione libera. La debolezza e
l'insufficienza del potere cui era soggetta, facevanle desiderare un
governo fermo e vigoroso che la sollevasse dall'anarchia. Ella conosceva
i mali presenti dell'anarchia, e non quelli del governo che desiderava;
tal che non potendo paragonare gli uni agli altri, non s'accorgeva che,
ad uguale distanza dal dispotismo e dalla licenza, doveva chiedere la
libertà. Due anni dopo la morte di Berengario (926) si vide montar sul
trono de' Lombardi un uomo che ridusse alla più umiliante sommissione
quegli altieri feudatarj già rivali del suo predecessore, e sostituì
alla debolezza delle leggi la più sfrontata tirannia.

Costui era Ugo conte o duca di Provenza, cui gl'Italiani destinarono la
corona dopo averla tolta a Rodolfo di Borgogna[52]. Ugo era fratello
uterino d'Ermengardo marchese d'Ivrea, e di Lamberto marchese di
Toscana. Egli non ebbe più i rivali de' suoi predecessori nei duchi di
Spoleti e del Friuli, le di cui famiglie eransi estinte, o erano state
spogliate de' loro feudi nel tempo stesso che perdettero la corona. I
nobili inferiori, di cui sapeva mantener viva la vicendevole gelosia,
onde l'uno dopo l'altro isolatamente opprimerli, non potevano far argine
alla sua ambizione. Vero è che Ugo cercò invano, come vedremo in altro
capitolo, di guadagnarsi un appoggio in Roma, sposando la famosa Marozia
che n'era l'arbitra; ma la sua politica fu coronata da un più grande
successo in Lombardia. Dirigendo costantemente i suoi attacchi contro le
più distinte famiglie de' suoi stati, sacrificò l'un dopo l'altro senza
pietà tutti i grandi che potevano dargli sospetto, non perdonando
neppure a coloro che lo avevano fatto re, come suo fratello Lamberto
marchese di Toscana[53], e suo nipote Anscarro figliuolo d'Ermengardo
marchese di Spoleti e di Camerino[54]. Non risparmiava nemmeno i suoi
clienti, che ben tosto trovava troppo potenti per vivere sotto di lui, e
gli spogliava poco dopo averli arricchiti.

  [52] _Luitp. Hist. lib. III. c. 3. p. 445._

  [53] _Ibid. p. 451._

  [54] _Ibid. l. V. c. 2. p. 461._

Nè i vescovi erano meglio trattati dei duchi, cacciando dalle loro sedi
coloro che non sapevano guadagnarsi la sua confidenza, e sostituendo
loro Borgognoni e Provenzali, che non avendo che il suo appoggio, erano
necessariamente da lui solo dipendenti[55]. Molti suoi bastardi furono
inoltre innalzati alle prime dignità della chiesa, o provveduti di
entrate ecclesiastiche, come di abbazie le sue amanti. Insomma il
patrimonio ecclesiastico era in sua mano l'oggetto d'uno scandaloso
commercio, che gli fruttava immense ricchezze. Mentre i grandi ed il
clero erano ridotti a così grande avvilimento, i signori, i conti, i
comandanti delle città, non dovevano sperare d'essere più dolcemente
trattati. Il diritto di successione ne' feudi, comecchè non si
appoggiasse ad una legge dell'impero, era però sanzionato dall'uso di
due secoli. Molti feudatarj del regno di Ugo erano stati investiti de'
loro feudi sotto il regno di Carlo Magno, ed anche sotto quella de' re
Lombardi, rimontando i diritti di taluno fino all'epoca dello
stabilimento della nazione lombarda in Italia. Ugo non ebbe verun
riguardo a questo tacito diritto, che, a dir vero, era contraddetto
dalle formole legali d'investitura, e si arrogò la facoltà di dare e
togliere i feudi, non solamente dopo la morte del beneficiato, ma anche
in vita.

  [55] _Ibid, lib. IV. c. 3. p. 452._ — _Arnulph. Mediol. Hist. lib. I.
  c. 3. 4. Rer. Ital. t. IV. p. 8._

Il solo ordine della nazione che forse non si lagnava, era il popolo,
non perchè meno maltrattato degli altri, ma perchè le sue sofferenze
riputavansi cose di così leggiere importanza, che gli storici non
credettero prezzo dell'opera il farne memoria. Ci dicono soltanto, come
essendosi Ugo impadronito di Frassineto, invece di cacciare da' suoi
stati i Saraceni che occupavano questa fortezza, li trapiantò nella
Marca Trivigiana onde chiudessero il passaggio ai Tedeschi; e che per
farsegli più affezionati, si astenne dal reprimere le loro violenze e
saccheggi[56].

  [56] _Luitp. Hist. l. V. c. 7. p. 464._ — _Sigon. de Reg. Ital. lib.
  VI. p. 160._

Sotto il licenzioso regno di Berengario e de' suoi predecessori, la
libertà cui pretendevano gl'Italiani non trovavasi garantita da un
potere nazionale indipendente da quello dei re. Il trono era il solo
centro dell'autorità, cui per altro i popoli non erano attaccati da
verun legame. Nè era per la forza della loro costituzione che i Lombardi
fossero liberi, ma bensì per la sua debolezza. Da che il tiranno ebbe
successivamente abbattuti i grandi feudatarj, ed innalzate le sue
creature ai più ricchi beneficj della chiesa, la nazione si trovò
schiava senza combattere. Per mancanza d'organizzazione politica, e non
già di carattere, non aveva in sè medesima sufficiente appoggio per
rialzarsi. Erale necessaria un'impulsione straniera, ed un soccorso
straniero per abbattere l'usurpatore.

Tale soccorso le fu dato dalla Germania. A quest'epoca, per la prima
volta, gl'interessi delle due nazioni e delle due monarchie si
frammischiarono, e tale unione portò un re sassone sul trono di
Lombardia.

Di quanti feudatarj ebbe l'Italia, un solo di questi tempi possedeva
ancora l'eredità paterna, non per favore del sovrano, ma per la sua
nascita, e per l'amore de' suoi soggetti: era questi Berengario marchese
d'Ivrea, e nipote dal lato materno dell'imperatore di questo nome. La
zia di Berengario Ermengarda era sorella di Ugo dai suoi maneggi portato
sul trono d'Italia: onde per un residuo di riconoscenza per sua sorella,
e per la fresca giovinezza del marchese, Ugo gli aveva lasciata la vita
ed il governo d'Ivrea. Per altro, da che s'accorse che gli occhi
degl'Italiani erano verso di lui rivolti (940), comprese ch'era tempo di
perderlo; e tutto dispone per rapirlo colla sua sposa e per abbacinarlo.
Berengario avvertitone segretamente, fugge con Gilla sua consorte, cui
l'avanzata gravidanza non impedì di valicare il san Bernardo, che il
tiranno credeva chiuso ancora dai ghiacci[57].

  [57] _Luitp. Hist. lib. V. cap. 4. p. 462._

Ottone il grande regnava allora in Germania; il più potente come il più
magnanimo de' principi ch'eransi divise le spoglie dell'impero de'
Carlovingi. Le virtù sembravano ereditarie nella sua famiglia. Suo avo
Ottone, duca di Sassonia, era stato dalla dieta l'anno 912 dichiarato re
di Germania, ed egli aveva rifiutato tale onorificenza[58]. Suo padre
Enrico I, chiamato l'uccellatore, aveva otto anni dopo accettata la
medesima dignità offertagli dai voti unanimi de' Franchi, dei Bavari,
de' Turingi, de' Sassoni; ed egli ne giustificò la scelta con un regno
glorioso per le continue vittorie riportate sui Danesi, gli Slavi, e gli
Ungari[59]. Ottone il grande che montò sul trono l'anno 937 proseguiva
prosperamente la guerra contro i pagani, e le sue vittorie chiudevano
agli Ungari la strada dell'Occidente che avevano saccheggiato sì lungo
tempo. Il generoso monarca accolse alla sua corte il marchese d'Ivrea,
permettendogli di riunire presso di lui gl'Italiani malcontenti; e senza
soccorrerlo direttamente, gli permise di preparare quant'era necessario
per abbattere il trono di Ugo.

  [58] _Contin. Chron. Regimonis lib. II. apud Istruv. Ser. Ler. t. I.
  p. 101. — Herm. Cont. Chron. ib. p. 257._

  [59] _Sigeberti Gemblacensis Chronog. apud Struvium t. 1. p. 811.
  an. 934._

(945) Infatti la rivoluzione si eseguì colle sole armi italiane.
Berengario, seguito dalla sua piccola armata, calò in Lombardia
attraversando la Marca Trivigiana, avendogli facilitato il passaggio
delle Alpi e delle foreste il malcontento dei popoli. Di mano in mano
ch'egli avanzava s'andò rinforzando talmente la sua armata, che Ugo non
osò di affrontarla. Il marchese d'Ivrea convocò a Milano gli stati del
regno, facendoli arbitri tra l'antico ed il nuovo monarca.
Quell'illustre assemblea sentì d'aver ricuperata l'indipendenza, e per
conservarla sforzossi di stabilire l'equilibrio dei poteri tra i due
pretendenti al trono. Riconobbe re Lotario figliuolo di Ugo, e confidò
poi l'intera amministrazione del regno a Berengario[60].

  [60] _Luit. Hist. lib. V. c. 12 e 13. p. 466._

Non era possibile che le cose rimanessero lungo tempo in tale stato: vi
si opponeva la mal soddisfatta ambizione di Berengario, il quale
considerando che Lotario non aveva meritato col di lui padre l'odio
degli Italiani, e che sua consorte Adelaide era adorata dai sudditi,
aveva giusta cagione di temere che la confidenza degl'Italiani
s'accrescerebbe ogni giorno per Lotario con suo pregiudizio: e
Berengario fu creduto colpevole d'aver avvelenato il giovane re per non
rimanere esposto all'incostanza del favor popolare[61]. Morto Lotario,
chiese per suo figliuolo la mano della vedova Adelaide, e cercò, ma
inutilmente, colle minacce e col trattarla duramente, di ridurla al suo
volere. Egli non s'avvide che non era più il tempo di poter assicurare
il dominio coi delitti, avendo egli col suo esempio avvertiti
gl'Italiani, che trovavasi oltre monti un vendicatore dei delitti dei re
lombardi. I popoli avevano veduta senza interesse l'incoronazione di
Berengario, i prelati sentivano pietà d'Adelaide, i grandi temevano un
despota nel re senza rivali. Di comune accordo ebbero ricorso ad Ottone
il grande, supplicandolo di liberar l'Italia da quello stesso re,
ch'erasi presentato come suo liberatore.

  [61] _Luit. ibid. c. 4. p. 463._ — _Frodoardi Chron. apud Murat. Ann.
  ad an. 950. t. 8. p. 58._ — La storia di Luitprando termina a questa
  rivoluzione; ciò che lascia in una perfetta oscurità il breve regno
  di Berengario II.

(951) Il grande Ottone entrò di fatti in Italia l'anno 951. La regina
Adelaide che dal castello posto sul lago di Garda in cui era custodita
strettamente, aveva potuto rifugiarsi nella fortezza di Canossa, divenne
sposa d'Ottone, e fu dopo morte ascritta al ruolo de' beati. Giunto
Ottone a Pavia senz'ostacolo, vi fu coronato re de' Lombardi; ma,
richiamato in Germania dopo pochi mesi dalle guerre civili e dalle
invasioni straniere, Berengario ne approfittò per pacificarsi con un
rivale così forte. Egli si presentò in Augusta ad una dieta di Tedeschi
con suo figliuolo Adelberto, che aveva pure il titolo di re de'
Lombardi, e fece omaggio della sua corona ad Ottone, che riconobbe per
suo superiore; fece cessione della Marca Trivigiana, e con ciò del
passaggio d'Italia ad un duca tedesco; e sotto la protezione del re
sassone regnò ancora qualche tempo in Lombardia[62].

  [62] _Contin. Regin. Chron. l. II. p, 106. Scrip. Ser. Struvii. t.
  I. — Herm. Contr. Chron. p. 261. ib, — Sigeberti Gemblacensis Chronog.
  p. 815. ib._

Ma mentre Ottone ristabiliva la pace in Allemagna, e batteva sul Lech
gli Ungari in modo che non furono più in grado di pensare nè alla
Germania nè all'Italia, i signori italiani lo dichiaravano arbitro di
tutte le controversie col loro re. Avevano essi, o credevano d'avere
giusti motivi di querelarsi; onde Ottone, mosso dalle loro preghiere, e
da quelle del papa, dopo aver loro mandato in soccorso uno de' suoi
figliuoli, del 961 intraprese egli medesimo per la seconda volta la
conquista d'Italia. Niun ostacolo s'oppose alla sua marcia. Dopo essere
stato di nuovo incoronato a Pavia, ricevette in Roma la corona
dell'impero dalle mani di Papa Giovanni XII; e con un lungo assedio
prese in fine la fortezza di s. Leo al conte di Montefeltero, ove fece
suoi prigionieri Berengario e sua moglie, che mandò a Bamberga, ove
quest'illustri esiliati terminarono i loro giorni. Costrinse il loro
figlio Adelberto a rifuggirsi presso i Greci, e consumò la riunione
dell'Italia all'impero germanico.

Veruna rivoluzione non ebbe mai una più notabile influenza sul carattere
d'una nazione, sulla sua costituzione, e sui futuri destini, quanto
l'unione delle due corone di Germania e di Lombardia n'ebbe su
gl'Italiani. Se i monumenti storici del decimo e dell'undecimo secolo
bastassero per ordire da quest'epoca l'istoria delle città italiane, è
dal regno degli Ottoni che io vi avrei dato cominciamento: imperciocchè
le città riconobbero dalla munificenza e dalla politica di questi
principi la loro costituzione municipale, ed i primi germi dello spirito
repubblicano. Fu l'allontanamento della corte sovrana che gli abituò
all'indipendenza; e finalmente, dopo spenta la famiglia degli Ottoni, le
guerre tra i principi che aspiravano alla corona addestrarono le città
alle armi, dando loro facoltà di combattere sotto le proprie insegne.
Forzati dall'aridità degli storici che ne servono di guida, a lasciare
tra l'ombre questi tempi troppo imperfettamente conosciuti, proseguiremo
ne' susseguenti capitoli ad indicare solamente l'influenza delle grandi
rivoluzioni della monarchia sulla costituzione nazionale, ed i costumi
del popolo. Raccoglieremo in seguito separatamente le poche notizie che
ne rimangono intorno ad alcune repubbliche, la di cui libertà risale ai
tempi di cui abbiamo ora rapidamente percorsa la storia, e non
incominceremo che col dodicesimo secolo ad analizzare l'interno ordine
delle città, per seguitare da vicino e con circostanziato racconto i
generosi loro slanci verso la libertà.



CAPITOLO II.

      _Sistema feudale. — Governo del regno de' Lombardi; modificazioni
      occorse a questo governo dal 951 al 1039 sotto il regno di
      Ottone, d'Enrico II e di Corrado il Salico, imperatori
      d'Allemagna._


Le nazioni settentrionali essendosi mischiate cogl'Italiani, fecero
rinascere in questo popolo il sentimento della dignità dell'uomo,
l'amore della patria, il desiderio della libertà; ma in pari tempo gli
avevano portato un sistema di governo affatto nuovo, e nozioni intorno
ai diritti dell'uomo diverse affatto da quelle degli antichi. I diritti
della patria erano più grandi presso i Romani ed i Greci; ma la feroce
indipendenza individuale più assai rispettata presso i barbari. I popoli
del mezzogiorno avevano incominciato ad essere liberi entro le città,
ove riuniti nelle stesse mura, non tardarono a sentire fortemente
ch'essi non formavano che un solo corpo, e che tutti i loro interessi
erano comuni: per lo contrario i popoli dal settentrione s'erano
mantenuti liberi nelle foreste, ed avvezzi a difendersi da sè medesimi,
non cercarono in un'associazione affatto volontaria che quell'aumento di
forze che potevano acquistare, senza nulla perdere della individuale
indipendenza. Fino agli ultimi periodi delle nostre repubbliche, noi
vedremo gli effetti delle idee portate dal Nord. L'ineguaglianza fra i
cittadini, le diverse classi di uomini diversamente liberi, le
associazioni per respingere una potenza oppressiva, e più di tutto il
diritto di resistenza al governo, furono tutte conseguenze di quel
sistema d'indipendenza, che in appresso si chiamò feudale, e che fu così
frequentemente calunniato senza conoscerlo.

Tutte le nazioni settentrionali riconobbero l'esistenza d'una
grandissima disuguaglianza tra i cittadini. La riconobbero, diss'io, non
già che la stabilissero; perchè fu l'effetto delle loro conquiste,
l'effetto inevitabile dello stato di proprietà. La loro costituzione,
malgrado tanta disuguaglianza, assicurò ai cittadini una illimitata
indipendenza. Ma per un abuso delle loro vittorie, abuso inseparabile
dal loro stato di proprietà, non lasciarono veruna libertà agli uomini
ch'essi non riconobbero cittadini.

L'eguaglianza o l'ineguaglianza tra i diversi ordini di cittadini in
ogni nascente nazione quasi barbara è appoggiata necessariamente alla
prima divisione delle proprietà territoriali. Una nazione quasi barbara
non ha commercio, non ha capitali, non ha manifatture, e non può avere
altre ricchezze che le terre ed i suoi prodotti. La sola terra alimenta
gli uomini privi di commercio e di capitali; e gli uomini ubbidiscono
costantemente a chiunque può disporre dei mezzi di vita e di godimento.

Talvolta una nazione senza rivoluzioni e senza conquiste giunse a quello
stato d'imperfetta civilizzazione nella quale le terre vengono coltivate
senza che il commercio o le arti abbiano fatto verun progresso: allora è
presumibile che le terre sieno state da principio divise in parti
pressochè uguali; o per lo meno, che verun individuo non avrà avuto
dalla nazione una quantità di terreni affatto sproporzionata alle
braccia che dovevano coltivarli. I poderi potranno essere più o meno
estesi, ma non saranno mai province; e l'ineguaglianza tra i privati
cittadini non sarà mai tale che renda gli uni necessariamente dipendenti
dagli altri. I cittadini, benchè disuguali di fortune, non
dimenticheranno ch'erano in origine uguali, e rimarranno tutti liberi.
Tale è la storia degli stati dell'antica Italia e dell'antica Grecia, e
la cagione per cui da' più rimoti tempi non v'ebbero in queste contrade
che governi liberi. Ne' tempi presenti la distribuzione delle fortune
nelle colonie dell'America settentrionale ha qualche rassomiglianza con
questo primo stabilimento delle nazioni agricole: i proprietari delle
piantagioni danno ai loro poderi assai maggior estensione, che non ne
hanno i nostri, ma però sempre proporzionata alle forze della loro
famiglia; onde esiste presso di loro una tal quale _bilancia
territoriale_, per valermi dell'espressione d'Arrington, che
contribuisce al mantenimento della libertà americana[63]. Per altro
questa libertà poteva stabilirsi senza tale bilancia, poichè gli
Americani hanno capitali _accumulati_, commercio, arti e mezzi di vivere
indipendenti, ossiano poveri o pur ricchi.

  [63] James Arrington repubblicano inglese, coetaneo di Carlo I e di
  Cromwel, autore di uno de' migliori libri sul governo, intitolato
  _Oceana_.

Ma questo equilibrio di proprietà territoriali può essere affatto
distrutto da una conquista, le di cui conseguenze possono essere
differentissime secondo che il popolo coltivatore sarà conquistato da un
popolo pastorale o agricolo. Presso i popoli tartari l'accrescimento
delle mandre è illimitato come le campagne della Tartaria. Lo stesso
uomo possiede spesse volte tanta quantità di vacche, di pecore, di
cavalli, che può mantenere al suo servigio alcune migliaja de' suoi
paesani; ed in fatti tutta la sua ambizione si riduce a poter accrescere
il numero de' domestici. E per tal modo, quantunque i Tartari siano
liberi, l'autorità patriarcale è talmente da loro rispettata, che un
capo di famiglia diventa facilmente un capo d'armata. Tali sono i capi,
che seguiti dai loro pastori e dai loro domestici fecero in più riprese
la conquista dell'Asia. Di mano in mano che conquistavano qualche
provincia, la ponevano sotto un governo dispotico, quantunque essi non
avessero tale governo. Ciò facevano essi, perchè il Kan di già
proprietario di tutte le ricchezze della sua armata, credette di poter
diventare ugualmente proprietario di tutto il territorio della nazione
conquistata. Egli aveva fatto curare le sue gregge dai suoi figliuoli e
da' suoi schiavi; dai medesimi farà coltivare i suoi nuovi terreni, e le
sue forze gli sembravano proporzionate ai poderi che si arrogava. Si
esaminino tutti i governi asiatici, e troveremo in tutti il sovrano
riguardato quale proprietario di tutte le terre. Essendo in suo
arbitrio, o de' suoi ministri, il ritenere, o l'escludere i coltivatori,
questi sentono l'assoluta dipendenza verso il padrone che può loro
negare il vitto; e quindi il diritto del monarca sulle terre diventa il
più sicuro appoggio del suo dispotismo.

Ma può altresì accadere che un popolo agricolo venga conquistato da un
popolo semibarbaro, ugualmente agricolo. Se il primo è schiavo ed
eccessivamente corrotto, ed il secondo libero, il conquistatore può
essere meno numeroso assai del vinto. In tale supposto i primi
abuseranno del diritto di conquista, attribuendosi l'intera proprietà
delle terre, e riducendo i vinti coltivatori dalla condizione di
possidenti a quella di fermieri. Dopo che avranno trovato
quest'espediente per dar valore ai loro dominj, niuna estensione di
terreni sembrerà loro eccedente per farne un patrimonio: invaderanno una
provincia come se formasse un solo podere, e per soddisfare alla propria
avidità, non pensando che a farsi ricchi, diventeranno assai potenti.
Per tal modo tutte le province dell'impero romano furono divise tra i
barbari del Nord, ed i coltivatori, come vili mandre di schiavi,
rimasero attaccati alle terre ch'essi coltivavano: per tal modo in tempi
a noi più vicini gli Spagnuoli che conquistarono il Perù ed il Messico,
ebbero l'intere province in patrimonio, non sembrando loro soverchio un
podere di trenta leghe d'estensione quand'era popolato da più migliaja
di coltivatori da lui dipendenti.

I popoli settentrionali che stabilironsi in Italia non conoscevano le
arti di lusso, e ben tosto le fecero sparire dai paesi in cui abitarono.
Il commercio non offri più all'uomo possessore d'una intera provincia i
mezzi di cambiare la sussistenza di più migliaja di persone colle
dilicatezze che niuno con lui divideva. Una futile vanità, il fasto, non
allettavano i conquistatori, i quali, divenuti gentiluomini, non
convertivano il prodotto d'un podere in abiti ricchissimi, in merletti,
in stoffe d'oro. Colossali erano le loro fortune, ma colossale altresì
l'uso che ne facevano. Le loro ricchezze consistevano in derrate che
servono ad alimentare gli uomini, grani, vino, bestiami, che
effettivamente impiegavano nel mantenimento degli uomini dipendenti da
loro. La forza aveva creata la loro ricchezza, e la loro ricchezza ne
accresceva a vicenda la forza. Su tale solidissima base si fondava la
potenza della nobiltà de' mezzi tempi.

Quando i Lombardi conquistarono l'Italia, questi uomini, valorosi,
indipendenti, guerreggiando per sè medesimi, e non per un padrone,
divisero le loro conquiste in altrettanti feudi quanti erano i
guerrieri. Conoscevano per altro i vantaggi della militare disciplina, e
conservarono all'armata la sua forma e la subordinazione nello
stabilimento che doveva farne una nuova popolazione. Diedero ai loro
capitani il titolo di duchi o generali[64], e loro affidarono il governo
delle città con un diritto di alta proprietà o di signoria sul
territorio che le circondava; conservarono a se medesimi il titolo di
_milite_, e cadauno ottenne la proprietà feudale d'una porzione del
territorio d'ogni città, dei castelli, o dei villaggi che ne
dipendevano. D'allora in poi il vocabolo _milite_ fu adoperato per
indicare il gentiluomo più tosto che il soldato.

  [64] Veggansi le Leggi di Rotario nel Codice Longobardo parag. 6, 20
  e 21 nel tomo primo parte seconda _Scriptorum Rer. Italicarum p. 18.
  e 20_.

La proprietà non apparteneva realmente che ai gentiluomini. I
lavoratori, i vassalli, ch'essi avevano spogliati, ed obbligavano a
travagliare per conto loro, dandoli la terza parte dei prodotti,
trovavansi in una condizione assai vicina alla schiavitù[65]. Nel rango
superiore l'autorità dei duchi attaccata alla conservazione d'un
cert'ordine sociale, non fondavasi che sopra una finzione di proprietà,
sopra un diritto imaginario rispetto a territorj e province ch'essi non
possedevano. Pure lo stesso sistema formava la sicurezza del duca
ugualmente che del gentiluomo, sanzionando ad un tempo l'obbedienza del
vassallo e del valvasore: e quindi per il corso di più secoli i duchi
non furono forti che per la forza de' gentiluomini loro subordinati.
Risalendo la scala feudale il re, posto al di sopra dei duchi, avrebbe
dovuto esercitare sopra di loro l'autorità medesima che i duchi avevano
sui gentiluomini. Ma se il diritto di proprietà de' grandi vassalli su
tutta la provincia non era che una finzione della legge, il diritto di
proprietà del re su tutto il regno era una finzione ancora più lontana
dalla realtà: e poichè la stabilità del potere era appoggiata alla
ricchezza territoriale, il potere de' gentiluomini sui loro subordinati
doveva essere assoluto, precario quello del duca, e quello del re quasi
nullo.

  [65] «Coloro tra i Romani, dice Paolo Warnefrido, che non furono
  uccisi, vennero divisi fra i soldati dell'armata, resi tributarj, ed
  obbligati di dare ai Lombardi il terzo del loro raccolto.» _De gest.
  Long. l. II. c. 32, p. 436._

L'anno 576 epoca della morte di Clefi, il secondo de' principi lombardi
che regnarono in Italia, la nazione suppose di poter far senza capo. I
duchi che allora erano trenta, furono risguardati quali rappresentanti
di tutti gli uomini liberi accostumati a combattere sotto le loro
insegne. Si affidò loro l'amministrazione dello stato, ed essi
rappresentarono per dieci anni una imperfetta imagine di repubblica. A
tal epoca gli stessi gentiluomini s'accorsero che per assicurare la loro
libertà, era necessario che i loro capi dipendessero da un superiore, e
colsero l'opportunità d'una pericolosa guerra col Franchi e coi Greci
per sottomettersi nuovamente all'autorità reale[66].

  [66] Paolo Warnefr. _de Ges, Lon. l. III. c. 16. p. 444._

I Lombardi erano indipendenti piuttosto che liberi; l'indipendenza loro
veniva guarentita dalle loro proprietà, dalle armi dei loro vassalli e
dalla debolezza dei re; non già dalla loro costituzione. Varie loro
leggi sembrano anzi fatte per sanzionare la tirannide. «Se taluno di
concerto col re, dice Rotari, prepara la morte ad un altro, o lo uccide
d'ordine del re, non è punto colpevole; nè la di lui persona, nè gli
eredi potranno essere molestati per tal fatto; imperocchè credendo noi
che il cuore del re sta in mano di Dio, non è possibile che si chieda
conto ad un uomo di colui che il re fece uccidere»[67]. E senza questa
legge i giudici del re potevano tenersi risponsabili, non solo alla
nazione, ma ancora alle famiglie de' colpevoli delle più giuste
sentenze. Lo spirito nazionale, l'indipendenza de' gentiluomini e la
debolezza del monarca, impedivano che la vita de' subalterni fosse, in
forza di tal legge, in balìa d'un despota.

  [67] _Leges Rotharis Regis § 2. anno post invasionem Italiæ
  promulgatæ. Scrip, t. I. part. II, p. 17._

Non è a sperarsi di trovare nelle costituzioni, o in verun codice delle
nazioni barbare, qualche garanzia de' diritti del popolo, delle
prerogative dei gentiluomini, o restrizioni alla illimitata autorità
reale; tutto ciò esisteva indipendentemente dalle leggi: ma ciò che
caratterizzava una nazione libera, era la fissazione della pena per ogni
offesa, portata ad una precisione, che al presente parrebbe ridicola, e
che altamente giovava ad impedire gli arbitrarj giudizj[68]; lo stesso
deve dirsi della legge che castigava la disubbidienza al duca o al re
con un'ammenda determinata; di modo che ognuno sapeva sempre a qual
prezzo e con quale pericolo poteva scuotere il giogo dell'autorità[69]:
era per ultimo la garanzia data ad ogni gentiluomo nella propria
giurisdizione[70]. La pubblicazione di tali leggi indicava un popolo
libero, più assai che il loro contenuto: «Io Luitprando, dice il monarca
nella prefazione, re cattolico e cristiano della nazione dei Lombardi,
che Dio ama, di consenso di tutti i miei giudici d'Austria, di Neustria
e delle frontiere della Toscana; di consenso di tutto il rimanente de'
miei fedeli Lombardi, ed in presenza di tutto il popolo, ho trovato ciò
che segue santo e lodevole, e conforme all'amore ed al timor di
Dio»[71].

  [68] _Leges Rotharis § 45_ e seguenti _p. 21_.

  [69] _Ibid. § 18-22, p. 20_.

  [70] _In curte sua. Leg. Roth. § 32-34, p. 21._

  [71] _Prologus ad Leges Luitp. Regis p, 51. Legis Longob. t. I. p.
  II. Rer. Ital._

Il regno de' Lombardi era elettivo. Di diciotto re che avevano preceduto
Rotari, tre o quattro soli succedettero ai loro genitori[72]. Vero è che
dopo Carlo Magno, la corona rimase nella famiglia de' Carlovingi fino
alla sua estinzione; ma dopo Carlo il Grosso la nazione rientrò ne' suoi
diritti, ed esercitò molte volte in breve spazio di tempo il diritto di
nominare i suoi capi, onde mantenersene in possesso. L'assemblea
nazionale che chiamavasi _Placita seu Malli Regni_, riunivasi a Pavia
capitale degli stati lombardi, talvolta a Milano, ed in appresso in
campagna aperta nella pianura di Roncaglia presso Piacenza. Il nuovo
sovrano, o aspirasse al trono per averlo meritato colle sue vittorie,
oppure vi fosse invitato dai grandi, era quello che convocava
l'assemblea, la quale era composta di prelati, di duchi, di conti, dei
legati reali, dei giudici dell'imperatore, degli scabini, de' notai, de'
legisti, e per dirlo in una parola, di tutti gli uomini liberi, ch'erano
tenuti di assistervi quand'anche non vi avessero voce deliberativa[73].

  [72] _Prologus ad Edictum Rotharis p. 17._

  [73] _Antiqu. Ital. Medii Ævi Dissert. XXXI. t. II. p. 958._

Quest'assemblea dava, o piuttosto confermava la corona per acclamazione.
Nel secolo decimo era il più delle volte ridotta a giustificare
un'usurpazione deponendo il sovrano che aveva avuto la disgrazia di
rimaner perdente, a ricevere dal nuovo re il giuramento di conservare i
privilegi accordati alla chiesa dai suoi predecessori, e finalmente ad
esigere da lui le vaghe e generali promesse di rispettare i diritti di
tutti, d'osservare la giustizia, di proteggere i poveri, di reprimere le
vessazioni de' soldati. I soldati che nominavano e deponevano i re
avevan più cura di mantenere la loro indipendenza nelle province loro,
che i diritti dell'assemblea di cui erano membri. La carta d'elezione
terminava d'ordinario colle seguenti parole: «E come il glorioso re N.
si è degnato di promettere che osserverà tutte le condizioni
soprascritte, la di cui osservanza è ben necessaria; e che col divino
ajuto avrà cura della nostra e della sua salvezza, è piaciuto a tutti
noi di eleggerlo nostro re, signore e difensore; obbligandoci di
ajutarlo con tutte le nostre forze nel real ministero, per la sua
conservazione e per quella del regno»[74].

  [74] _Synod, Ticin. pro elect. seu confinatione Widonis in rege
  Italiæ, anno 890. Rer. It. t. II. p. 416., VIII. c. 12._

Intanto agli occhi del popolo il poter sovrano veniva trasmesso al nuovo
monarca col porre in sul suo capo la corona di ferro che custodivasi in
Monza. Quando il grande Ottone fu così coronato, Walperto arcivescovo di
Milano celebrò i santi misteri circondato da molti vescovi. Frattanto il
re depose sull'altare di S. Ambrogio tutti i reali ornamenti, la lancia,
il di cui ferro era stato fatto con un chiodo della croce di nostro
Signore, la spada reale, l'ascia, il budriere e la clamide imperiale; e
servì vestito da sottodiacono, mentre il clero celebrava la messa
secondo il rito ambrosiano. Terminato il sacrificio, l'arcivescovo
arringò i duchi ed i marchesi che lo circondavano, ricordando loro le
virtù di Ottone, che unse col sacro crisma; indi rivestitolo degli abiti
e delle armi deposte sull'altare, pose finalmente sul di lui capo la
corona di ferro de' Lombardi[75].

  [75] _Landulf, Sen. Mediol. Hist. Rer. Ital t. IV. p. 79. l. II. c.
  16._

L'assemblea generale dei _placiti_, alla quale spettava l'elezione del
sovrano, era pure la gran corte di giustizia del regno. È dal suo nome
_placita_ che derivarono i vocaboli di _plaider_ e _plaid_ dei
Francesi[76]. Veniva periodicamente convocata almeno due volte all'anno,
nell'estate e nell'autunno; e tutti gli uomini liberi immediatamente
dipendenti dal re dovevano assistervi. È probabile per altro, che i
vassalli assai lontani dalla residenza della corte potessero dispensarsi
dall'intraprendere un viaggio che doveva loro riuscire assai gravoso;
purchè intervenissero poi alle adunanze ch'erano presedute dal conte del
sacro palazzo in tutte le province a nome del re. Questo conte era il
principale ministro di giustizia della monarchia, cui apparteneva di
pieno diritto la convocazione dell'assemblea nazionale in tutte le parti
dello stato; di presederla in assenza del re; e quand'eran terminati i
pubblici affari, di rendere giustizia in suo nome[77]. Eranvi pure altre
assemblee nelle province di natura analoga alle adunanze del regno,
dette giudizj del signore, cui tutti gli uomini liberi dipendenti da un
grande feudatario dovevano assistere.

  [76] Gl'Italiani ne derivarono i vocaboli _piatire_ e _piato_, ora
  andati quasi affatto in disuso. N. d. T.

  [77] _Antiqu. Ital. Med. Æv. Diss. VII, t. I. p. 362._

Ne' monumenti che ci restano di queste assemblee, non si trova cosa che
possa indicare che si facessero antecedenti discussioni ai decreti del
presidente. È bensì vero che non possiamo sperare di conoscere le
modalità degli stati del regno, stando al formolario, adoperato dai
notaj nella redazione dei loro atti, i quali, non potendo maneggiare il
barbaro latino in cui gli scrivevano, studiavansi di ommettere o
abbreviare tutte le particolarità che non avrebber saputo descrivere.
Siamo di parere che non avessero voce deliberativa che i grandi signori;
che i giureconsulti e gli scrivani non fossero chiamati alle assemblee
dello stato che per giovare al loro signore col consiglio, comecchè,
istruiti assai più degli altri intorno alle cose della legge, potessero
avervi una maggior influenza: supponghiamo ancora che i cittadini si
riunissero in queste assemblee per dar maggiore autenticità agli atti
pubblici, perchè i testimonj e le parti si trovassero più facilmente, e
perchè più facilmente in tanto numero si avessero uomini istruiti
intorno ad ogni legge, i quali servissero d'arbitri ne' processi,
qualunque si fosse il codice nazionale che le parti dichiaravano d'avere
adottato.

Bel privilegio avevano le nazioni settentrionali conservato ai
cittadini, la libera scelta di sottomettersi alle leggi de' loro
maggiori, o pure a quelle che trovassero più conformi alle proprie
nozioni di giustizia e di libertà. Presso i Lombardi trovavansi in
vigore sei corpi di leggi; la legislazione romana, lombarda, salica,
ripuaria, allemanna e bavara; e le parti nell'incominciar de' processi
dichiaravano ai giudici che vivevano, e volevano essere giudicate
secondo la tale o tal altra legge[78]. La stessa facoltà della scelta fu
accordata ancora ai Romani quando il loro ducato venne riunito alla
monarchia dei Carlovingi. «Noi vogliamo, dichiara l'imperator Lotario,
che il popolo romano venga interrogato sotto qual legge vuol vivere; che
ognuno viva in appresso secondo la legge che avrà professata; che ne
siano avvertiti i cittadini e lo sappiano i giudici, i duchi ed il
rimanente del popolo»[79].

  [78] In tutte le carte dei gentiluomini, dopo il loro nome,
  dichiarano in principio la legge sotto cui vivono. _Lege vivens
  salica ec. Ant. It. med. Ævi Dis. XXXI. t. II. p. 958_. — _Præf. ad
  Leg. Long. Rer. Ital. t. I. p. II. p. 2._

  [79] _Leges Lot. I. Imp. § 37 in calce Cod. Longob. p. 140._ Le
  leggi pei Visigoti in Ispagna, sole di tutte le leggi barbare,
  rifiutano questa facoltà ai loro sudditi. _L. II. Lex 9. p. 862.
  Legis Wisig. apud Scrip. Hisp. t. III._ Questa legge è di Recesuind,
  che regnò sui Visigoti dal 650 al 672. Il codice de' Visigoti è il
  più sospettoso e meno liberale di tutti i codici barbari.

Sotto il governo de' Carlovingi l'estinzione di molte famiglie ducali
aveva fatto luogo ad un altro ordine di alta nobiltà, quello dei conti,
i quali venivano dal re incaricati del governo delle città. Di tutte le
classi dei nobili, quella dei conti sembrava più immediatamente
dipendere dal re; poichè quantunque la loro dignità passasse spesse
volte di padre in figlio, non era loro accordata che precariamente; e
fino all'epoca in cui Corrado il Salico autorizzò la trasmissione di
tutti i feudi di padre in figlio, sembra che i conti ricevessero il loro
governo dal sovrano, che poteva a suo piacere riprenderlo. Nella patente
di loro creazione il re dichiarava: «che conoscendo l'amore di N. N. per
la giustizia, gli affida la stessa città, che fu governata dal suo
predecessore, con obbligo di mantenersi costantemente fedele alla
corona; di giudicare tutti gli uomini sottomessi al suo governo, di
qualunque nazione essi siano, secondo le loro leggi e costumi; di
proteggere le vedove e gli orfanelli; di perseguitare i malfattori e di
far pagare al fisco le tasse dovutegli»[80]. In questa carta non è
menzionato un altro importantissimo ufficio dei conti, quello di
condurre le milizie alla guerra. E siccome più volte accadeva che il
conte d'una città n'era in pari tempo ancora il vescovo, questa militare
incumbenza assai male si confaceva al carattere ecclesiastico.

  [80] _Marculfi Formul. l I. c. 8. In capit. Reg. Franc. Balutii t.
  II. p. 330._

Il conte nelle sue particolari corti sceglieva tra gli abitanti gli
Scabini[81] che formavano la magistratura delle città; ed i cittadini li
confermavano col loro voto. Questi Scabini seguivano il loro conte alle
pubbliche assemblee del regno, di modo che ogni città trovavasi in
queste assemblee rappresentata dal suo governatore e dai suoi
magistrati. E come non vi si contavano le voci, e che le parti del
popolo erano quelle di sanzionare o rigettare le proposizioni del
principe colle acclamazioni, una più esatta rappresentanza sarebbe stata
illusoria.

  [81] Il nome di Scabini, o _Schoppen_, viene di preferenza adoperato
  dai re franchi, e quello di Sculdaesi _Schulteis_ dai re lombardi.

A traverso delle rivoluzioni degli ordini superiori della nobiltà, gli
uomini liberi, tra i quali erano state in origine divise le terre di
conquista, conservarono pel corso di cinque secoli almeno la medesima
indipendenza, ed il rango medesimo: sembrò inoltre che acquistassero
maggior considerazione e potenza, allorchè, ripopolatesi le campagne,
s'accrebbe il numero de' loro vassalli. Dopo tale epoca non furono più
considerati come semplici soldati; che anzi presero il titolo di
capitani, _catanei_, quello di conti _rurali_, e quello di signori o di
gentiluomini. Ognuno di loro possedeva un villaggio, le di cui terre
formavano la sua proprietà, ed i di cui abitanti erano suoi vassalli.

Un signore viveva nelle sue terre da piccolo sovrano; e perciò il
soggiorno del suo castello gli doveva essere più aggradevole assai che
quello delle città, ove doveva sostenere il confronto de' suoi eguali, e
l'umiliante superiorità della corte sovrana. Per mettersi in salvo
contro le incursioni degli Ungari e dei Saraceni, ogni gentiluomo nel
nono e nel decimo secolo fortificò il suo castello, che gli diventò
ancora più caro poichè all'indipendenza riuniva il vantaggio della
sicurezza. E per tal ragione le più considerabili città furono
abbandonate dai loro cittadini che coprirono la campagna di fortezze.
L'autorità de' conti e degli scabini sopra i signori rurali diventò
affatto illusoria, allorchè questi furono in istato di poter opporre
agli ordini de' loro superiori, castelli difficilmente espugnabili, e
milizie addestrate all'armi. Intanto le città s'adontarono nel vedere
che i gentiluomini sottraevano alla loro obbedienza parte delle campagne
che formavano il loro distretto, altronde credute necessarie alla loro
sussistenza. E l'implacabile odio che concepirono contro i nobili si
manifestò con una guerra crudele tostochè queste incominciarono a
reggersi a comune.

I nobili castellani venivano ancora indicati col nome di _valvasori_,
che nel sistema feudale esprime la doppia loro dipendenza.
Effettivamente essi erano ad un tempo vassalli dei conti o dei duchi dai
quali dipendevano immediatamente, e valvasori dei re. Circondati dai
loro contadini, ch'essi tenevano in una assoluta dipendenza, non
sentivano il bisogno di coltivare il loro spirito per distinguersi nella
società, nè di acquistare qualità singolari per inspirare rispetto ai
loro inferiori di già sottomessi. La caccia e le armi formavano le loro
delizie, come erano i soli oggetti del loro lusso. L'educazione d'un
gentiluomo riducevasi a saper domare un cavallo bizzarro, a palleggiare
con destrezza una grossa lancia, o lo scudo, ed a sopportare senza
fatica la più pesante corazza: avrebbero creduto di avvilirsi
occupandosi delle lettere o del dirozzamento dei loro costumi. Omai la
lingua volgare incominciava a prendere un carattere affatto diverso
dalla latina, che sola per altro si scriveva. Tutti i contratti dei
gentiluomini, de' quali moltissimi conservaronsi fino a questi tempi,
sono stipulati con istromenti dettati in così barbaro latino, che si ha
difficoltà a crederlo latino. A piè dell'atto l'acquirente, il
venditore, ed i testimoni, d'ordinario tutti gentiluomini, facevano il
segno della croce per non sapere scrivere, in seguito alla quale il
notajo dichiarava essere il segno di cadauno degl'interessati.

I gentiluomini erano non meno stranieri alle arti che alle scienze.
Studiavansi di rendere i loro castelli inespugnabili, ma non si curavano
punto di ornarli e di renderli aggradevoli. Sussistono ancora molti di
questi edificj, cupi, austeri, ma solidi in modo, che dopo aver
trionfato de' nemici, resistono da più secoli alle ingiurie del tempo.
Fabbricati d'ordinario in luoghi selvaggi sulle sommità delle rupi, o in
fondo a difficili passaggi, hanno più l'aspetto di prigioni, che di
signorili abitazioni, onde si lasciano andare in rovina. Nè il lusso
degli abiti era più conosciuto di quello delle case o degli arredi. Alla
corte dell'imperatore, ed a quella dei marchesi di Toscana facevasi
pompa talvolta di qualche abito sontuoso; ma gli abiti che i nobili
usavano ne' loro castelli non differivano molto da quelli dei paesani
loro soggetti.

Poco conosciuta è la condizione degli uomini di campagna subordinati ai
signori, quantunque sia l'oggetto della maggior parte delle leggi de'
Franchi, de' Lombardi, de' Tedeschi, e sia stato l'argomento di molte
dissertazioni, nelle quali Ducange e Muratori non sono sempre dello
stesso sentimento. I diversi nomi che trovansi nelle leggi e nelle
antiche scritture, indicano evidentemente varie classi di uomini
dipendenti; ma la precisa significazione di tali nomi ci è il più delle
volte ignota.

Gli _Arimanni_[82] formavano il primo ordine degli agricoltori ed
abitanti di campagna. Erano costoro uomini di libera ed onorata
condizione, che possedevano o avevano possedute alcune terre allodiali,
ma che in pari tempo coltivavano altresì le terre di qualche signore in
virtù d'un atto che non gli assoggettava a veruna vile condizione. Gli
Arimanni erano i soli abitanti della campagna non gentiluomini, che
fossero tenuti di assistere alle corti dei conti.

  [82] Questo nome, siccome tutti i vocaboli delle leggi lombarde, è
  d'etimologia allemanna. _Chreu mànner_, uomini d'onore. Si può
  ancora tirarne l'etimologia da _heermanne_, uomini o capi
  dell'armata. Veggasi la _Dissertazione XIII. Ant, Ital. t. I. p.
  715._

Porrò nel secondo rango gli uomini di _masnada_ o le guardie del
signore. Questi ricevevano dai gentiluomini alcuni pezzi di terreno, che
possedevano come podere militare. Oltre il canone ch'essi pagavano a
danaro o in derrate, s'obbligavano pure a seguire il loro signore alla
guerra qualunque volta fosse costretto di prendere le armi[83].

  [83] _Masseni_, antico vocabolo tedesco, per dire società, Veggasi
  intorno a quest'ordine il Muratori _Dissertazione XIV delle
  Antichità d'Italia_, Parmi per altro che abbia assegnato agli uomini
  di _masnada_ un più basso rango di quello che effettivamente
  avevano. _Masnadiere_ in italiano fu più tardi sinonimo di soldato,
  e finalmente di assassino. Probabilmente la diversità di rango che
  viene assegnato agli uomini di masnada procede che sotto questo
  vocabolo s'intendevano tanto il capo d'una compagnia, che coloro che
  la componevano. Nell'Aragona, ove queste classificazioni
  continuarono più tardi che altrove a far parte della costituzione,
  trovansi i _Ricos ombres de masnada_, che formano il primo ordine
  dello stato, dopo i _Ricos ombres de natura_ (_Rico_, proveniente
  dal tedesco _reich_, qui prendesi in senso di potere, non di
  ricchezza) i _cavalleros de masnada_, etc. P. Salvanova Ximenes gran
  giustiziere d'Aragona verso il 1320 dice, che, secondo le antiche
  _observancias_, non sono propriamente mesnadarj, che i figli ed i
  nipoti dei nobili, e gli altri da essi discendenti in retta linea.
  Gli uomini di masnada, soggiunge, non devono essere vassalli d'altri
  che del re. _Apud Hieron. Blancam, commentarii regum Aragonensium,
  t. III, rer. Hisp., p. 733._

Gli _aldii_, ossiano _aldiani_ avevano il terzo rango. Somiglianti per
certi rispetti ai liberti de' Romani, erano uomini nati schiavi, che
avevano ottenuta dai loro padroni una quasi intera libertà, ed avevano
cambiata l'assoluta loro dipendenza in rendite determinate ed in servigi
personali[84]. Tenevano essi a pigione le terre de' loro signori, ma le
persone erano libere.

  [84] Ignoro l'etimologia di questo vocabolo conservatosi nella
  lingua spagnuola, nella quale _aldea_ ed _aldeani_ significano un
  villaggio ed i villani. Veggasi _Murat., dissert. XV, t, 1 p. 841._

Finalmente gli schiavi componevano l'ultimo ordine della società, e la
più bassa, siccome la più numerosa classe degli abitanti della campagna.
La condizione loro non era in ogni luogo uguale; gli uni servi della
gleba vivevano sulle terre che coltivavano col prodotto del proprio
travaglio, corrispondendo l'eccedente ai loro padroni secondo certe
precise regole sanzionate dall'uso: altri ridotti ad una dipendenza
assoluta, non lavoravano che per i loro padroni, ed in virtù dei loro
ordini, e da loro avevano il nutrimento[85].

  [85] _Ant. Ital. med. ævi, dissert. XIV, t. 1._

Ma quantunque la condizione degli schiavi fosse assai dura, erano meno
infelici degli schiavi romani in campagna, quando i costumi avevano
incominciato a corrompersi. Molte leggi lombarde proteggono i servi
contro l'ingiustizia o il soverchio rigore de' padroni; dichiarano
libero il marito della donna sedotta dal padrone[86]; assicurano l'asilo
delle chiese agli schiavi che vi si rifuggiassero[87]; e regolano le
pene proporzionatamente ai commessi delitti, invece di abbandonarli
all'arbitraria punizione del padrone. E siccome i signori conoscevano
d'aver bisogno de' loro soggetti qualunque volta venivano attaccati,
procuravano perciò di farsi amare, e li trattavano con dolcezza, onde
aver soldati pronti a difenderli. La schiavitù delle campagne romane ai
tempi degl'imperatori spopolò l'Italia, e la schiavitù delle stesse
campagne sotto la nobiltà feudale non fece danno alla popolazione.

  [86] _ Lex Luitprandi regis, lib. VI, § 87, p. 80._

  [87] _Ibid. § 90, p. 81._

Le leggi lombarde obbligavano i vassalli a seguire alla guerra a proprie
spese il loro signore, procurandosi del proprio il cavallo, le armi e le
vittovaglie. Carlo Magno ordinò che quando l'armata fosse invitata ad
entrare in campagna, ogni soldato si provvedesse di armi d'ogni genere,
d'abiti per un anno, e di viveri fino alla nuova stagione. Vero è,
quanto ai viveri, che i soldati introdussero ben tosto la costumanza di
farli somministrare dalle campagne e dalle province che attraversavano;
costumanza che divenne in seguito un diritto conosciuto sotto il
vocabolo di fodero[88], il quale fu limitato nel trattato di pace di
Costanza. Ogni uomo libero che ricusava di raggiungere l'armata
incorreva nella multa di sessanta soldi (trentasei once d'argento), e
non avendo di che pagarla, veniva ridotto in ischiavitù[89].

  [88] _Futter_, foraggio, vittovaglia.

  [89] _Capit. Cavr. M. in cod. Longob. § 35 p. 98._

Quantunque tutti gli uomini liberi dovessero recarsi all'armata, e che
nelle pressanti circostanze la legge non eccetuasse che un solo maschio
per ogni famiglia che n'avea più d'uno, il quale doveva ancora essere il
più debole[90]; pure le armate erano d'ordinario, poco numerose. Forse
la legge era male eseguita; forse il numero degli uomini liberi era
assai limitato, sia rispetto al numero degli schiavi e dei villani che
non prestavano servizio militare, come rispetto agli uomini troppo
poveri per mantenersi il cavallo, per cui univansi due o tre famiglie
per darne uno: finalmente può ancora supporsi che non si tenesse conto
delle milizie a piedi delle città, quantunque facessero parte delle
armate.

  [90] _Const. Lod. II reg. Italiæ apud Camil. Pelleg., t, II, r. It.
  p. 264._

Il nome di soldato si dava esclusivamente al cavaliere, il quale doveva
essere coperto di pesante armatura; doveva portar un caschetto, la
collana, la corrazza, stivaletti di ferro, ed un largo scudo. Combatteva
colla lancia, colla spada, collo stocco e coll'ascia, che la cavalleria
in appresso abbandonò. Il cavaliere, il giorno della battaglia, montava
il cavallo di battaglia; ma nelle marcie servivasi del palafreno, che
lasciava in mano dello scudiere quando doveva battersi. Secondo gli
ordini di Carlo Magno i pedoni dovevano portare una lancia, uno scudo,
un arco con due corde di cambio, e dodici freccie[91].

  [91] Secondo capitolare dell'anno 813, § 9. _In capit. reg. Franc.
  Steph. Balutii, t. I, p. 508._

Le leggi dei Lombardi, dei Franchi e de' Tedeschi sottomettevano quasi
tutte le cause al giudizio di Dio, ed il combattimento militare era la
più comune forma di giudizio. È ben naturale che da questo stato di
guerra giudiziaria, i gentiluomini passassero a private guerre
frequentissime. Quand'erano stati ingiuriati, le stesse leggi loro
acconsentivano di chiederne soddisfacimento, ed alla loro nimistà, una
volta dichiarata, davasi il nome di _faida_[92]. Le leggi non
gl'imponevano che il dovere di rinunciare alla vendetta quando veniva
loro pagato il compenso pecuniario dell'ingiuria ricevuta. Tale
pagamento chiamato _widrigild_[93] doveva farsi _cessante faida_; ma se
alcuna delle parti rifiutavasi di pagare o di ricevere il prezzo
dell'ingiuria, si prolungava la contesa, e le due famiglie restavano in
guerra[94].

  [92] _Fehde_ inimicizia, guerra, sfida in tedesco; _Feud_, guerra,
  oppure odio di famiglia in inglese.

  [93] _Bidergeld_, argento dato contro, o argento di compenso.

  [94] _Rotharis, leges in cod. Longob. § 45 et 74, p. 21. 22_. Per
  altro Carlo Magno erasi arrogato il diritto di obbligare a dare e
  ricevere il prezzo della faida, ma spesse volte i nobili vi si
  rifiutavano. _Capitul. anni 779 apud Balut. § 22 t. I, p. 198._

La nobiltà trovavasi divisa da infiniti litigi di tal sorte; poichè
quasi tutti i gentiluomini preferivano ad un componimento amichevole la
decisione delle armi. Per tal motivo specialmente si prendevano
grandissima cura di tenere i loro vassalli esercitati nel maneggio delle
armi ed affezionati alla loro persona: e perchè i servi non potevano
entrare nella milizia, i loro padroni trovavano spesse volte conveniente
di affrancarli ed innalzarli al rango d'_uomini di masnada_ o
d'_Arimanni_.

Tale era all'epoca della sua istituzione il sistema feudale, un
miscuglio di barbarie e di libertà, di disciplina e d'indipendenza, la
quale in singolar modo contribuiva a rendere ad ogni uomo il sentimento
della propria dignità ed energia che sviluppa le virtù pubbliche, e
quella fierezza che le mantiene. La schiavitù de' coltivatori era, non
v'ha dubbio, la parte odiosa di questo sistema; ma dobbiamo risovvenirsi
che fu stabilito, allorchè la più assoluta e vergognosa schiavitù
formava parte del sistema e dei costumi di tutte le nazioni incivilite;
che gli schiavi romani che coltivavano la terra, dovettero chiamarsi
felici diventando servi della _gleba_; e che il vassallaggio fu la scala
per cui le più abbiette classi del popolo passarono dalla schiavitù
antica all'attuale loro libertà.

Nel sistema feudale il legame sociale era assai debole, pure
sufficiente, finchè durò nelle piccole popolazioni che l'avevano
adottato lo spirito nazionale. Un'origine ed una gloria comune, un nome
nazionale caro a tutti i cittadini, leggi ammesse dal comun consenso,
spesso portate dall'estremità della Germania, e che costituivano il più
nobil titolo della eredità di ogni guerriero, strinsero, finchè i popoli
rimasero indipendenti, i legami che univano i Lombardi, i Bavari, i
Franchi salici ed i Franchi ripuarj. L'ambizione di Carlo Magno, che li
riunì tutti sotto la sua vasta monarchia, fu la prima cagione della
prossima scomposizione. L'uomo che appartiene all'impero del mondo non
ha più patria, nè sentimento nazionale. Per alcun tempo i governatori
hanno potuto essere sedotti dallo splendore delle conquiste del loro re,
e sentire il solletico delle vittorie, che pure distruggevano ogni
speranza di felicità: ma il vergognoso regno dei discendenti di Carlo
Magno fece cadere questa illusione, ed i popoli conobbero allora tutti
assieme, che l'impero d'Occidente non era una patria, o se pure lo era,
era tale da non far loro provare che dolore e vergogna, per essere
esposta alle continue umiliazioni dei Saraceni, degli Ungari, degli
Avari, degli Slavi, dei Normanni, dei Danesi, i quali tutti erano
divenuti potentissimi per il debole impero de' figli di Carlo Magno[95].

  [95] Niuna distanza assicurava dalle incursioni de' Normanni. La
  città di Luni, capitale della Lunigiana, tra la Toscana e la
  Liguria, fu distrutta l'anno 867 da questa gente del settentrione.
  _Ant. Ital. dissert. I, p. 25._ E stando ad una cronaca, o _jaga_
  islandese, sembra che fossero i figli di Ragner Lodbrog quelli che
  in tal modo guastarono l'Italia, e che avevano pure determinato di
  bruciar Roma se un viaggiatore, esagerando loro la distanza di
  questa città, non li faceva rinunciare al progetto.

Per le nazioni incivilite e corrotte, la perdita dello spirito pubblico
è una specie di morte nazionale, riducendo gli uomini a quello stato di
avvilimento in cui i Greci ed i Romani si trovarono sotto gli ultimi
imperatori. Ma in una nazione ancora piena d'energia, e dove un
principio di vita anima tutto, quando s'estingue lo spirito pubblico,
diventa maggiore il vigor individuale, che conserva ancora la dignità
dell'umana natura in mezzo alle sventure dello stato. Nello stesso tempo
in cui venti Saraceni osarono fondare una colonia nemica a Frassineto,
posto nel centro dell'impero di Carlo Magno, i baroni che lo
circondavano erano bravi soldati, e tutta la sua nazione bellicosissima.
Ma l'abbassamento dello spirito pubblico, la disunione di tutti i membri
dell'impero, le guerre civili, o a meglio dire private tra i signori dei
castelli, infine la diffidenza e la gelosia di ogni villaggio per il
villaggio vicino, rendevano la nazione incapace di far resistenza ai
nemici. Il disordine era cresciuto a segno che i paesani non ardivano
uscire dalle loro muraglie per seminare i campi, le raccolte venivano
distrutte o portate via dai nemici, le strade rese impraticabili dal
ladroneccio.

Nel sesto secolo tutti gli ordini della nazione, separatamente
considerati, erano scontenti del legame che gli univa. Allorchè un
principe ambizioso occupava il trono, aveva costume di dividere tra i
suoi favoriti i grandi feudi, come fossero impieghi civili, lo che
gravemente offendeva i principali signori: le città forzate di
difendersi da sè medesime contro le incursioni de' barbari,
circondaronsi di mura, addestrarono le loro milizie, e terminarono col
disprezzare un governo incapace di proteggerle: i gentiluomini, stanchi
d'un servizio rovinoso, paventavano i messaggieri del re, che non
chiamavanli che a fazioni militari senza gloria, ed a diete senza
libertà: per ultimo i paesani, oppressi dai loro signori e tormentati
dalle rapine delle guerre private, rifiutavano una patria che non gli
aveva in conto di cittadini. Di mezzo a tanta anarchia eransi formate
alcune parziali società per la comune difesa; ed i capi politici
indipendenti esistenti in seno alla nazione, e la formazione loro,
dovevano affrettare lo scioglimento di quel legame sociale che le
recenti associazioni rendevano inutile. Nello stato ordinario della
società, quantunque l'autorità sovrana sia onerosa a coloro che ne
sostengono il peso, tutti non pertanto temono gli effetti dell'anarchia,
e sentono come sarebbero esposti ad ingiuste aggressioni, quanto deboli
e sventurati, se un'autorità protettrice, se una forza superiore a
quella degl'individui, non reprimesse le violenze, e non conservasse
l'ordine fra gli opposti interessi che sogliono produrre fra gli uomini
incessanti motivi di querele. Ma quando la società accoglie nel suo seno
varie parziali associazioni, nè i capi, nè i membri temono più le
conseguenze dell'anarchia.

Un duca di Spoleti o del Friuli risguardava il re d'Italia quale
oppressore, che si arrogava il diritto di usurpare l'eredità ai suoi
figliuoli, di dividere le sue entrate, di porre limiti alla sua
autorità; un geloso nemico, che non potendo sempre opprimerlo colle
proprie forze, procurava di rivolgere contro di lui quelle de' vicini;
che per nuocergli univa l'astuzia alla violenza; ma che in veruna
circostanza accorreva in sua difesa, o gli era in qualsiasi modo utile.

Perciò i grandi feudatarj non risguardavano più la caduta del trono con
quell'inquieto timore che in noi produce un'imminente rivoluzione, di
cui non si possono calcolare gli effetti: al contrario essi erano a
portata di conoscere perfettamente i risultati di tale cambiamento.
Conoscevano ugualmente le forze proprie e quelle de' loro vicini;
vedevano di poter dividere tutte le prerogative dell'autorità reale, e
tutte le spoglie del trono; che senza pericolo di disordine o
d'anarchia, avrebbero anzi conseguito maggior sicurezza, l'indipendenza
e più illimitato potere.

Nè l'interesse de' sudditi era in tal caso in opposizione con quello de'
loro padroni, perchè il monarca non gli aveva mai salvati dalle
vessazioni del duca o del marchese, nè alla deposizione loro avevano mai
dato motivo le lagnanze del popolo: e quando i soggetti sono lasciati in
balìa de' loro padroni, è a desiderarsi che la signoria sia ereditaria,
affinchè i padroni sieno più interessati alla conservazione ed alla
prosperità della medesima. L'autorità d'un signore temporario non era
perciò più limitata, e quand'era destituito, gli era il più delle volte
surrogato un uomo di minor condizione, che la povertà rendeva più avido
e più oneroso ai sudditi.

Doveva inoltre sembrar più agevole ai sudditi de' magnati il limitare
l'autorità di un piccolo principe, che quella d'un gran re; di reprimere
le vessazioni d'un uomo che non aveva che le forze dei proprj sudditi,
piuttosto che quelle d'un sovrano che, adoperando la politica dei
despoti, valevasi dei sudditi d'una provincia per incatenare quelli di
un'altra.

Sembrerà strano che con tali disposizioni gl'Italiani non deponessero
Berengario II, e non abolissero l'autorità reale, invece di chiamare
Ottone dagli estremi confini dell'Allemagna, e sottomettersi a lui: ma
eranvi due altri ordini della nazione, che, quantunque mal soddisfatti,
credevano non pertanto di dover sostenere il trono. Le città non
potevano chiamare in loro soccorso che i re, i quali per altro non le
proteggevano: esse soffrivano tutti i mali dell'anarchia, e non avevano
ancora abbastanza di forze per provvedere alla propria sicurezza; onde i
cittadini antiveggenti dovevano desiderare che si sottraessero
lentamente all'impero, piuttosto che ricuperare tutto ad un tratto
quell'indipendenza che non avrebbero potuto difendere. Altronde anco i
gentiluomini e la nobiltà di secondo rango temevano ugualmente quello
scioglimento della monarchia che gli avrebbe posti in arbitrio de'
magnati limitrofi, amando meglio d'ubbidire ad un re, che ad altri
nobili ch'essi credevano loro eguali.

(961) La concessione della corona imperiale agli Alemanni garantì a
tutti gli ordini della nazione quel grado d'indipendenza che si
conveniva alla sua situazione ed alle sue forze; (961 = 965) facilitò lo
scioglimento pacifico del legame sociale, e l'erezione, nell'interno
dello stato, d'una quantità di piccole popolazioni che diventarono
libere tosto che non ebbero più bisogno della protezione del monarca. Il
regno d'Ottone fu al di fuori illustrato dalle vittorie, internamente
dallo stabilimento di una costituzione proporzionata allo spirito del
secolo ed al bisogno della nazione.

Ben più che a Carlo Magno si conviene ad Ottone il nome di grand'uomo; e
se non altro il suo regno contribuì efficacemente alla prosperità de'
popoli a lui sottomessi. Carlo ebbe l'ambizione de' conquistatori, e,
per ingrandire l'impero, distrusse collo spirito nazionale il vigore dei
popoli vinti. Ottone non fu meno vittorioso di Carlo, ma Ottone trionfò
dei nemici dei popoli ridotti a civiltà, e degli aggressori che
guastavano le province dell'impero colle loro scorrerie. Egli non cercò
di estendere i limiti dell'impero, e non s'arrogò che i poteri necessari
per proteggere i suoi sudditi; e dopo aver data la pace alle sue
province, preparò i popoli a poter un giorno essere indipendenti.

La costituzione che Ottone il grande diede agl'Italiani, poi ch'ebbe
conquistato tutto il regno di Berengario, era di tutte la migliore per
conservare al monarca, obbligato di trattenersi lungo tempo ne' suoi
stati di Germania, la sua autorità. Prima della fatale invenzione delle
truppe di linea, prima di scoprire che uomini liberi potevano ridursi a
vendere la loro volontà e le loro braccia per un miserabile salario, il
despotismo non poteva avere regolare e durevole stabilimento. Fin ch'era
in luogo, l'ascendente d'un grand'uomo faceva piegare ogni cosa alle sue
volontà, e ciò con tanto maggiore facilità, quanto più grande era nei
popoli il dovere della riconoscenza; ma tosto che s'allontanava,
l'interesse personale ripigliava il suo predominio sul cuore d'ogni
individuo, e l'obbedienza del soggetto si proporzionava esattamente al
beneficio che sperava di conseguire dall'ordine pubblico.

Ottone aveva condotto in Italia una grande armata, ma quest'armata era
feudataria. Ogni ufficiale era tenuto, in virtù della sua baronia, di
servire al re per un determinato tempo, ed ogni cavaliere doveva per
tutto questo tempo seguire il suo barone da cui aveva ricevuto il feudo.
Ultimata la spedizione, l'armata voleva ed aveva il diritto di ritornare
ai suoi focolari. Se Ottone avesse voluto stabilire in Italia un gran
signore con una ragguardevole forza, non poteva farlo che dandogli terre
per lui e per i suoi vassalli, e spogliando gli abitanti d'un'intera
provincia delle loro proprietà: tirannica misura che, senza procurargli
assai fedeli vassalli, gli faceva tanti implacabili nemici. Se poi si
accontentava di provvedere le province di governatori stranieri senza
cambiarne gli abitanti, siccome i governatori non avrebbero avuto altra
forza che quella dei loro soggetti, così non potevano sperare d'essere
ubbiditi se non facendosi amare, e finchè i loro ordini non si
opponessero all'interesse dei vassalli. Per ultimo se Ottone si fidava
ai baroni italiani, si poneva, allontanandosi, in loro balìa più che non
lo fossero i suoi predecessori.

Ma Ottone era potente e glorioso; e ne' quattr'anni ch'egli aveva
impiegati alla testa d'una poderosa armata a sottomettere il regno
lombardo, egli aveva con mano forte preso lo scettro, e sempre trionfato
de' barbari, e represse le ribellioni de' sudditi e di suo figlio
medesimo[96]. Sempre caro a' suoi soldati, fu rispettato dal clero,
benchè si fosse valso dei primi per comprimerlo, deponendo due
pontefici, e riducendo la Chiesa nella sua dipendenza. Accrescevano la
sua potenza la fermezza del suo carattere, e la costanza irremovibile
delle sue risoluzioni che tendevano sempre a grandi cose. Pure con sì
grandi mezzi non avrebbe ancora potuto arrogarsi un'autorità dispotica,
senza esporsi a perderla all'istante che ripasserebbe le alpi. Fu troppo
savio, e troppo grande per farne soltanto l'esperimento; egli si valse
all'opposto della medesima sua potenza per gettare i fondamenti della
libertà.

  [96] Lodolfo suo figliuolo del primo letto, che si ribellò l'anno
  953, dopo essersi pacificato col padre morì l'anno 957 in Italia,
  che voleva conquistare.

Le città erano state fino a' quei tempi governate dai loro conti, che
d'ordinario erano pure i loro vescovi: questi signori essendo quasi
tutti italiani dovevano per conseguenza essere poco ben affetti
all'imperatore. Non li rimosse Ottone, non ne ristrinse pure formalmente
le prerogative, ma favorì gli abitanti delle città a dilatare le loro
immunità con pregiudizio delle prerogative signorili. Il conte, come il
re, non aveva truppe sotto i suoi ordini, onde per dar esecuzione ai
suoi voleri in una città assai popolata, ed avvezza alle armi, era
forzato o di guadagnarsi l'affetto de' cittadini col rinunciare ad
alcune prerogative, oppure d'invocare l'autorità del re che non era
disposto a favorirlo.

Le città in certo qual modo abbandonate a sè medesime, si diedero, di
consenso del re, un governo municipale[97]. Tali costituzioni si
stabilirono durante il regno d'Ottone il grande e de' suoi successori,
senza opposizione, senza tumulto, ma altresì senza una carta che ne
attesti la legittimità: quindi l'antichità loro non è comprovata che
dalla prescrizione sempre in progresso allegata dalle città, qualunque
volta vennero richiamati in dubbio i loro privilegi.

  [97] Nel 6.º capitolo si parlerà dell'origine dei municipj.

I nuovi municipj conservarono per Ottone il grande loro benefattore la
debita riconoscenza, che non venne meno finchè durò la di lui famiglia:
ma quando l'ultimo degli Ottoni morì senza figliuoli, trovandosi per
tale avvenimento sciolti dai vincoli che gli univano alla casa di
Sassonia, scossero interamente il giogo tedesco.

Per altro Ottone il grande negl'intervalli che dimorava fuori d'Italia
non lasciò depositarie del suo potere le sole città: poichè aveva
investiti varj signori tedeschi, ed alcuni italiani che gli avevano dato
sicure prove d'attaccamento, dei feudi più importanti, del marchesato di
Verona e del Friuli, e del ducato di Carintia. Enrico duca di Baviera
suo fratello, onde avere in ogni tempo libero l'ingresso d'Italia[98],
creò il marchesato d'Este in favore d'Oberto, uno dei gentiluomini che
lo avevano assistito contro di Berengario; ne instituì un altro che
comprendeva le diocesi di Modena e di Reggio per Alberto Azzone bisavo
della contessa Matilde, quello che aveva accolta nella sua fortezza di
Canossa l'imperatrice Adelaide[99]. Per ultimo creò il marchesato di
Monferrato per suo genero Almarano[100]. Alle città italiane riuscì
utile questa sostituzione degli stranieri e nuovi feudatarj agli
antichi. Il potere de' nuovi signori era vacillante ed incerto; i loro
vassalli ne erano gelosi, e lungi dal difenderli, cercavano di
spogliarli dei loro diritti; i vicini non si movevano per soccorrerli,
ed ogni giorno perdevano qualcuna delle loro prerogative. Abbandonarono
quindi le città, e si ridussero ne' loro castelli, ove credevansi più
sicuri, ma trovaronsi per tal modo, rispetto al potere, ridotti alla
condizione de' gentiluomini, comecchè conservassero la superiorità del
rango.

  [98] _Contin reg. chr. Germ. l. II, p. 106 apud Struvium scr. Germ.
  t. I._

  [99] _Donizo Vit. nat. lib. I c. I. Script. It. V, p. 349._

  [100] _Benvenuti de s. Gregorio hist. Monfer. t. XXIII, p.
  325._ — _Guichen, hist. genolog. di Savoja l. V, tavola III ed
  VIII._ — _Sigon. ad ann. 967, lib. VII._

Vedremo nel susseguente capitolo quali furono le differenze ch'ebbe
Ottone il grande colla Chiesa[101]; e vedremo altrove i motivi della
lunga guerra ch'egli e suo figliuolo sostennero contro i Greci per il
possedimento della Calabria e del ducato di Benevento. Questi sono i
soli avvenimenti del regno di Ottone in Italia, di cui gli storici
abbianci conservata distinta memoria. Dopo aver consumata la conquista
del regno lombardo, Ottone era tornato in Germania l'anno 965. Ripassò
in Italia l'anno susseguente, e risedette successivamente in Ravenna, in
Pavia, in Roma, in Capoa fino al 972; nel quale anno rivide la Germania,
ove morì presso a Maddeburgo il giorno 7 di maggio l'anno 978.

  [101] Una tavola cronologica del regno dei primi imperatori tedeschi e
  delle loro spedizioni in Italia parmi necessaria per far conoscere
  quanto poco influissero nel governo di questa contrada, e per supplire
  alla brevità della mia narrazione.

    EPOCHE DEL REGNO     DELLA CORONA      SPEDIZIONE
    IN ITALIA.           IMPERIALE.        IN ITALIA.

                                 _entrata_,
                                         _ritorno_,
                                                _morte_
    Ottone I   961       962   1º    961    965    ...
                         ...   2º    966    972    973
    Ottone II  962 con
           suo padre     967)  1º    967    972    ...
                solo     973)  2º    980    ...    983
    Ottone III 983       996   1º    996    996    ...
                         ...   2º    997   1000    ...
                         ...   3º   1000    ...   1002
    Ardovino marchese
    d'Ivrea concorrente
    con Enrico II        ...         ...    ...   1015
    Enrico II 1004      1014   1º   1004   1004    ...
                         ...   2º   1013   1014    ...
                         ...   3º   1021   1022   1024
    Corrado II 1024     1027   1º   1026   1027    ...
                         ...   2º   1036   1038   1039

(973 = 983) Gli succedette suo figliuolo, nominato pure Ottone, che il
padre aveva chiamato a parte dell'impero l'anno 967. Una guerra civile
mossa contro di lui da Enrico il rissoso, duca di Baviera, obbligò il
giovane Ottone a rimanere in Germania fino al 980. Passò dopo in Italia,
ove morì del 988. Allorchè parleremo delle repubbliche marittime, e di
quelle della Magna Grecia, dovremo dire alcuna cosa intorno alle guerre
che nel corso del poco illustre suo regno ebbe Ottone II a sostenere
contro le medesime.

(983 = 1002) Ottone morendo lasciava un fanciullo sotto la tutela di
Teofania sua consorte, della propria madre Adelaide, e dell'arcivescovo
di Colonia. Travagliato questo giovane principe, durante la sua età
minorenne, dalle guerre civili ch'ebbe a sostenere contro il duca di
Baviera Enrico il litigioso, non venne poi in Italia che del 996, ove
morì nel fiore dell'età sua l'anno 1002. In esso, che fu Ottone III, si
spense la famiglia di Sassonia, dopo aver posseduto quarantun'anni il
regno unito dell'Italia e della Germania.

In questo spazio di tempo i principi della casa di Sassonia dimorarono
venticinque anni fuori d'Italia, quantunque durante la loro assenza il
governo generale della nazione rimanesse in qualche modo sospeso:
imperciocchè non promulgavasi senza l'imperatore veruna legge criminale,
non riunivasi l'assemblea della nazione, non eravi guerra pubblica, non
leva d'uomini per l'impero, non tasse per il monarca. E siccome la
sovranità nazionale non poteva restar inerte, così rifondevasi nelle
province. I signori ed i prelati emanavano editti, le città leggi
municipali. I feudatarj nominavano i giudici dei villaggi; il popolo i
consoli ed i pretori nelle città. Ogni corpo si rivendicava il diritto
di difendersi, ogni cittadino diventava soldato: per ultimo magistrati
eletti dai loro eguali determinavano per le spese municipali una tassa
quasi volontaria, ed un consiglio che veniva chiamato consiglio di
confidenza, amministrava il danaro della città.

Il sentimento che i popoli attaccano all'idea astratta di patria, è
composto dai sentimenti di riconoscenza per la protezione che accorda,
d'affezione per le sue leggi e costumanze, e di partecipazione alla sua
gloria. Ma lo stato era in modo diviso, che ogni cittadino non poteva
conoscere se non la protezione dei magistrati della sua città; siccome
non poteva conoscere che le leggi, le usanze e la gloria della sua città
e delle di lei armi. Talchè abbandonando l'idea indeterminata di membro
d'un impero che non conosceva, e col quale non aveva alcun rapporto che
incomodo non fosse, ogni cittadino s'avvezzava a circoscrivere alla sua
città l'idea di patria e tutta la sua patria. In tal maniera formossi
nell'opinione degli uomini una strana rivoluzione, e fin qui senza
esempio; imperciocchè quantunque la prosperità e la libertà siano state
sempre il retaggio esclusivo delle piccole nazioni, come appartengono ai
grandi stati il despotismo, i grandi abusi, i traviamenti
dell'ambizione, le guerre senz'oggetto e le paci senza riposo; non erasi
ancor veduto, e forse non si vedrà mai più un popolo rinunciare agli
attributi di grande nazione, alla gloria attaccata ad un nome
collettivo, alla grandezza, alla potenza, per cercare la libertà nello
scioglimento del suo legame sociale.

La subordinazione feudale veniva scossa da ogni rivoluzione dell'impero
in modo che più stranieri rendeva sempre gli uni agli altri i membri
dello stato. La morte di Ottone III liberò le città dalla riconoscenza
dovuta alla famiglia del grande Ottone, e la guerra civile, eccitata
dall'elezione del suo successore, diede loro motivo d'esperimentare le
proprie forze, e di conoscere che non avevano omai più bisogno d'un
protettore straniero.

(1002) Saputasi in Germania la morte d'Ottone III, il marchese di
Turingia, il duca di Germania, ed Enrico III, duca di Baviera figliuolo
d'Enrico il rissoso, si disputarono la corona. Dopo una breve guerra
civile, rimase all'ultimo ch'era nipote del fratello del grande Ottone,
e fu coronato a Magonza sotto il nome d'Enrico II re di Germania[102].
Benchè non fosse per gl'Italiani che Enrico I, non contando questi
Enrico l'uccellatore, il quale non fu loro re, noi indicheremo questo
principe ed i suoi successori dello stesso nome col numero adoperato dai
Tedeschi, per evitare la confusione d'un doppio numero.

  [102] _Chron. Ditmari Epis. Merzepurgii l. V. p. 365. ap. Leibn.
  Scr. Brunsv. t. I._ — _Ann. Hildeghemenges. Ib. p. 721. an.
  1002._ — _Her. Cont. Chr. p. 270._

Intanto la dieta de' signori italiani riunitasi in Pavia eleggeva re di
Lombardia Arduino marchese d'Ivrea[103]. La convenzione dalla nazione
italiana contratta colla casa di Sassonia non aveva più vigore dopo che
questa famiglia aveva cessato di esistere; i regni d'Italia e di
Germania erano affatto l'uno dall'altro indipendenti; e veruna legge
obbligava ad affidarne l'amministrazione allo stesso monarca. A fronte
di così evidenti ragioni l'elezione d'un re lombardo si risguardò dai
Tedeschi come un atto di ribellione; per cui si disposero a
riconquistare l'Italia: e continuando in questa loro strana pretensione,
trattarono sempre gl'Italiani come un popolo nemico o ribelle, che
dovevasi atterrire con rigorosi castighi, e tenere sotto il giogo. Gli
Ottoni furono i protettori della libertà delle città, e gli Enrichi
colla diffidente loro durezza sforzarono queste città medesime a
rivolgere contro di loro quelle forze che avevano ricevute dalla
libertà.

  [103] Arnul_. Hist. Med. l. I. c. 14. et 15. t. IV. Rer.
  It. — Landul. Seni. His. Med. l. II. c. 19. p. 82._

Arduino era stato eletto in Pavia, e tanto bastava perchè i Milanesi si
dichiarassero contro di lui; imperocchè Pavia e Milano si disputavano il
primo rango tra le città lombarde, e sentivansi di già abbastanza forti
ed indipendenti per potersi abbandonare alla vicendevole loro gelosia. A
ciò s'aggiungeva che Arnolfo arcivescovo di Milano aveva particolar
motivo d'essere scontento di Arduino. Egli arrivava dopo chiusa la dieta
di Pavia, da una ambasceria a Costantinopoli, speditovi da Ottone III;
onde risguardò come illegittima l'elezione d'un re senza l'intervento
del primo prelato della nazione. (1004) Approfittando dei soccorsi
dell'arcivescovo e della città di Milano, Enrico di Germania,
riconosciuto re da una nuova dieta di Roncaglia, si affrettava di venire
in Italia per la strada di Verona. Arduino, abbandonato dalle proprie
truppe che si dispersero prima di misurarsi col nemico, si vide
costretto di rifugiarsi nelle fortezze del suo marchesato; lasciando che
il suo rivale s'avanzasse senza incontrare ostacoli fino a Pavia, ove
ricevette dall'arcivescovo di Milano la corona d'Italia.

Lo stesso giorno dell'incoronazione, le indisciplinate truppe d'Enrico
diedero nuove ragioni agli abitanti di Pavia d'attaccarsi al suo rivale.
I Tedeschi riscaldati dal vino insultarono i cittadini in modo che
trovaronsi costretti di reprimere colle armi gli oltraggi d'una
soldatesca indisciplinata. Ad Enrico venne da' suoi cortigiani
rappresentato questo tumulto siccome _un furor di plebaglia, e
l'esplosione d'un'arroganza di schiavo_[104], che dovevasi reprimere
colla forza; ma la ribellione era più estesa, ed il pericolo maggiore
che non era annunciato. Enrico trovossi assediato nel palazzo che le sue
guardie difendevano a stento. Per liberarlo, e sottomettere i Pavesi
ribellati, non potendo, per essere state barricate le strade, avanzarsi
la truppa d'Enrico accampata fuori di Pavia, mise il fuoco alla città.
L'incendio allargandosi rapidamente favoriva il massacro; e la superba
capitale dei Lombardi fu bentosto un mucchio di ruine sparse di sangue,
da cui Enrico s'allontanò subito colla sua armata. Frattanto i Pavesi
rifabbricarono la loro città; e consacrando le nuove mura, giurarono di
vendicarsi dei Tedeschi; e proclamato di nuovo Arduino, dedicarono le
loro armi e le fortune loro al rialzamento del suo trono[105].

  [104] _Ditmarus Chron. l. VI. p. 377. Scrip. Br. t. I._

  [105] _Arnulph. Med. lib. I. c. 16. p. 12._

Enrico, cui stava infinitamente più a cuore la conservazione della
Germania, che l'apparenza di uno sterile potere in Italia, lasciò
passare dieci anni senza portarvi di nuovo le sue armi. D'altra parte
Arduino, mancante di truppe e di danaro, poco profitto ritraeva da' suoi
talenti e dal suo coraggio. Vercelli, Novara, Pavia, e probabilmente
quasi tutte le città del Piemonte riconoscevano i suoi diritti alla
corona: ma queste città non potendo assoldare milizie, rifiutavansi di
ricevere il re entro le sue mura per non ricevere col re le sue truppe
indisciplinate, ed un potere dispotico. Arduino perciò riparavasi nelle
fortezze del suo antico marchesato, e non rammentava ai popoli la sua
dignità reale, se non con qualche donazione ai monasteri; soli documenti
che siano a noi pervenuti del suo regno. Pareva che le città si fossero
parzialmente incaricate di difendere i diritti dei due concorrenti.
Milano attaccava frequentemente colle sue milizie i limitrofi vassalli
di Arduino, mentre i cittadini pavesi guastavano il territorio milanese:
tutti s'esercitavano nelle armi, tutti s'abbandonavano alla gelosia
ond'erano animati verso i loro vicini, tutti s'accostumavano a non
risguardare per loro patria che la propria città, ed adottavano il nome
dei re piuttosto per giustificare le loro guerre, che per voglia che
avessero di abbracciar la causa de' monarchi per cui apparentemente
combattevano.

Enrico II fu in Italia nel 1003 e nel 1014, e ricevette a Roma la corona
imperiale dalle mani di Benedetto VIII, senza che giammai si scontrasse
colle armate di Arduino (1015). Ma dopo il ritorno d'Enrico in Germania,
il re lombardo, sorpreso da grave malattia, depose spontaneamente le
insegne reali, e si fece monaco nel monastero di Frutteria per
prepararsi alla morte[106].

  [106] _Mur. an. 1015. — Arn. Hist. Med. l. I. c. 16. p. 13._

Del 1024 gl'Italiani tentarono ancora di liberarsi dalla tedesca
dipendenza, approfittando della mancanza del re, cui, per essere divisi
i voti degli elettori, non veniva dato alcun successore. Perciò
gl'Italiani offrirono successivamente la corona di Lombardia a Roberto
re di Francia, ed a Guglielmo duca d'Aquitania[107]. Ma questi due
principi, avendo saggiamente riflettuto alla debolezza della monarchia
italiana, ai pericoli, ed alle spese che sarebbe loro costato l'acquisto
d'un onore illusorio, rifiutarono un dono che avrebbe rovinati gli
antichi loro sudditi. L'arcivescovo di Milano che aveva la direzione di
questi trattati, risolvette di passare egli stesso in Germania e trattar
la pace a nome della sua nazione con Corrado il Salico duca di
Franconia, ch'era stato eletto da una dieta tedesca, ed il di cui nome
va unito alle ultime leggi che compirono il sistema feudale[108].

  [107] _Id. ad an. 1025. t. VIII. p. 557. — Notæ ad Arn. Med. l. II.
  c. p. 14._

  [108] Questo Corrado II, per i Tedeschi, perchè ebbero un Corrado I
  dal 911 al 918, era primo per gl'Italiani.

(1024) Corrado II discendeva in linea femminina da Ottone il grande, lo
che gli diede un titolo per aspirare alla corona. Il suo predecessore
Enrico II era morto senza figliuoli; ed una delle virtù, che lo fece
degno con Cunegonda sua moglie dell'onor degli altari, vuolsi che fosse
la fedeltà con cui mantenne fino alla morte il voto di verginità emesso
di consenso della sposa[109].

  [109] _Leo Ostiensis Chron. Monac. Cassinensium, lib. II c. 46. p.
  368._

(1026) Poichè Corrado ebbe pacificata la Germania, e stabilita la sua
discesa in Italia, spedì, secondo l'usanza che di fresco era invalsa,
deputati a prevenire tutte le città della sua venuta, chiedendo loro il
giuramento di fedeltà, ed il pagamento delle tasse, che in questa sola
circostanza erano devolute al tesoro reale. Tali imposte chiamavansi nel
barbaro latino di que' tempi _federum_, _parata_, e _mazionaticum_. Il
primo consisteva in una determinata quantità di vittovaglie destinate al
mantenimento del re e della sua corte, che d'ordinario venivano
rappresentate da una somma di danaro. Il secondo era un tributo col di
cui prodotto riparavansi le strade ed i ponti de' fiumi che doveva
attraversare il re. Il terzo serviva alle spese dell'alloggio de'
cortigiani e dell'armata reale durante il loro viaggio[110].

  [110] _Carol. Sigon. de Regno It. lib. VII. p. 175. — Alho Fris. de
  Gestis Frid. I. lib. II. c. 12. p. 709._

Corrado venne fino a Roncaglia, pianura posta in riva al Po presso a
Piacenza, ove alla venuta degl'imperatori riunironsi sempre le diete
italiche. Pareva che d'improvviso sorgesse una città in mezzo a deserta
campagna. Piazze e strade tirate a filo separavano il padiglione reale,
quelli de' signori, e dell'armata, ed una muraglia circondava tutti
questi quartieri. I negozianti che vi accorrevano da ogni banda,
costruivano le loro botteghe fuori delle mura, e formavano i sobborghi
della città, che avevano l'aspetto d'una magnifica fiera. Il padiglione
del re ergevasi nel centro del suo campo; innanzi al quale vedevasi
appeso ad un'antenna uno scudo, cui tutti i feudatarj invitati
dall'araldo facevano a vicenda la sentinella. La funzione di vegliare
armati le prime notti teneva luogo di revista dell'armata, e gli assenti
potevano essere condannati alla perdita del feudo, per non avere
soddisfatto al loro dovere di accompagnare il re nella sua spedizione. I
primi giorni della dieta erano dal re consacrati a decidere le cause
private, onde tenersi in possesso dell'esercizio del potere giudiziario.
Riceveva ne' susseguenti giorni le ambascerie delle città, regolandone i
rapporti colla monarchia, e terminando le vicendevoli loro controversie.
Finalmente negli ultimi giorni della dieta il re s'occupava
degl'interessi de' signori, e delle quistioni attinenti ai feudi.

La dieta che del 1026 fu preseduta da Corrado il Salico viene indicata
da alcuni storici quale epoca importantissima d'un cambiamento nella
legislazione feudale, credendo che la prima costituzione che trovasi nel
quinto libro dei feudi si promulgasse in quest'epoca[111]. Per la legge
di Corrado il Salico tutti i beneficj militari furono dichiarati
ereditarj di maschio in maschio; e si costrinsero i signori di
rinunciare all'abusivo diritto di privare de' proprj feudi i loro
vassalli; tranne il capo di fellonia, ed anche in allora dopo un
giudizio de' loro pari. Poi ch'ebbe scorsa l'Italia, e rinnovate con
pubbliche udienze ed importanti giudizj la memoria dell'autorità
imperiale, Corrado ritornò colla sua armata in Germania.

  [111] _Sigon. de Reg. l. VIII, ad an. p. 194. — Denin. Rivol. d'It.
  l. X. c. 2. p. 76._ — Può differirsi questa costituzione anche al
  1037, e pare che questa sia l'opinione del Muratori. Ma è probabile
  che nella sua prima discesa in Italia Corrado regolasse con una
  legge un oggetto che da lungo tempo eccitava le lagnanze de'
  feudatarj.

Nè appena fu lontano, nuovi disordini mostrarono i vizj del sistema
feudale, che questo monarca aveva inutilmente cercato di correggere.

(1027 = 1036) Le città del centro della Lombardia godevano, gli è vero,
d'una libertà assai estesa, ed i grandi, e specialmente i prelati,
avevano scosso il giogo dell'imperatore, ed emancipatisi quasi affatto
dalla sua autorità: ma i gentiluomini, i capitani, i valvasori, che
formavano l'ordine equestre, lungi dal partecipare della libertà degli
altri ordini, vedevano peggiorata la loro condizione. Pareva che la
nazione non formasse un solo corpo che nelle diete o udienze di
Roncaglia; ma ancora a queste i gentiluomini intervenivano senza
missione, senza privilegi, senza alcun appoggio per riclamare contro la
soverchieria de' grandi feudatarj, o contro le usurpazioni delle città.
Terminata la dieta, scioglievasi ancora lo stato, ed i signori de'
castelli ritornavano ne' loro dominj per difendervisi, e farsi giustizia
colle proprie armi e con quelle de' loro vassalli. Le campagne venivano
affatto rovinate da queste guerre private, e tutto posto in estrema
confusione.

Il ladroneccio che accompagnava le guerre della nobiltà, fu sotto
Corrado più tosto sospeso che represso dalle ammonizioni di alcuni
uomini pii, i quali pretendevano, e fors'anche credettero di buona fede,
aver loro il cielo rivelato che Dio ordinava agli uomini d'ogni credenza
una tregua di quattro giorni per settimana dopo la prima ora di giovedì
fino alla prima ora del lunedì. Tutti gli uomini, per qualsiasi errore
da loro commesso, dovevano in questi quattro giorni essere in libertà di
occuparsi de' proprj affari; e guai a coloro che durante la _tregua di
Dio_ facessero qualche vendetta contro i proprj nemici o contro quelli
dello stato. Questa pace si predicò la prima volta l'anno 1033 dai
vescovi d'Arles e di Lione, e nella stessa epoca fu introdotta in
Italia[112]; ove non ebbe mai intera esecuzione. Erano gl'Italiani, fra
tutti i cristiani, i meno superstiziosi, e meno degli altri disposti a
prestar fede ad un ordine emanato dal cielo.

  [112] _Landulp. Sen. l. II. c. 30. p. 90. — Ducangius in Glossario
  Latin. voce_ Treva.

Le private guerre dei gentiluomini furono in breve seguite da una guerra
più generale ch'essi di comune accordo dichiararono ai prelati, ch'erano
per lo più loro signori, ed in pari tempo agli abitanti delle città. I
valvasori non potevano vedere senza gelosia questi uomini, nati loro
eguali o inferiori, godere dell'autorità sovrana, i primi come principi,
gli altri come repubblicani. Lagnavansi in ispecial modo dell'orgoglio
d'Eriberto, arcivescovo di Milano, il quale senza avere verun rispetto
alla costituzione di Corrado, spogliava de' suoi feudi qualunque de'
suoi vassalli avesse la sventura di cadere nella sua disgrazia. Allorchè
seppero che l'arcivescovo aveva ingiustamente oppresso un gentiluomo,
tutti i vassalli della sede milanese presero ad un tempo le armi, ed il
loro esempio fu seguito da tutti i gentiluomini della Lombardia[113].
Dall'altra parte i cittadini che erano stati soverchiati più volte dalla
nobiltà, e che credevano partecipare della grandezza de' loro prelati,
presero le armi per difenderli. La prima battaglia si diede nelle
contrade di Milano, ove dopo un'ostinata resistenza i gentiluomini
dovettero abbandonare la città. Ma giunti in campagna trovarono molti
ausiliarj che si posero sotto le loro insegne; e la città di Lodi,
invidiando la grandezza di Milano, dichiarossi a favore de'
gentiluomini, i quali nella battaglia di Campo Malo ruppero i Milanesi
(1035 = 1039) comandati dall'arcivescovo. Chiamato da questi disordini
nuovamente in Italia, l'imperator Corrado convocò la dieta in Pavia,
onde provvedere a tanti mali. Incominciò dall'ordinare l'arresto
dell'arcivescovo Eriberto, e dei vescovi di Vercelli, di Cremona, di
Piacenza[114], ed appoggiò caldamente le lagnanze dei valvasori; ma ogni
sua pratica riuscì inutile al ristabilimento della pace. I prelati,
fuggiti alle guardie imperiali, riguadagnarono le loro città, e
trovarono i cittadini pronti ad armarsi per la loro difesa. Corrado
volle inseguirli, e fu respinto dai Milanesi, e costretto di rinunciare
all'assedio di quella città[115].

  [113] _Anno 1035. Arnul. Hist. Med. l. II. c. 10. p. 16._

  [114] _Sig. Gemblacens. Chron. p. 833. — Her. Cont. p. 279. — Annales
  Hildeshemens. p. 728._

  [115] _Arn. Med. l. II. c. 13, p. 18. — Land. Serv. II. c. 25._

Ad accrescere la confusione prodotta da questa guerra civile s'aggiunse
una nuova scissura. I gentiluomini insorti avevano pur essi dei vassalli
con giurisdizione militare, che in allora chiamavansi _valvassini_, i
quali tenevano schiavi, ossia servi attaccati alla _gleba_. Queste due
classi di uomini, in tempo che gli altri ordini della società
impugnavano le armi per l'indipendenza, si credettero ugualmente in
diritto di riclamarla, e presero le armi contro i loro signori,
chiedendo la libertà generale.

A quest'epoca tutti i ranghi della società trovaronsi in guerra gli uni
contro gli altri: ma l'eccesso medesimo dell'anarchia produsse
finalmente una pace vantaggiosa a tutta la nazione; i diritti di ciascun
ordine furono stabiliti con precisione; la costituzione di Corrado
intorno alla successione dei feudi fu adottata dalla nazione; quasi
tutti gli schiavi furon posti in libertà; e soppresse o addolcite assai
le più umilianti condizioni annesse alla dipendenza feudale[116].
Finalmente, bramando i gentiluomini di avere una patria, si
determinarono quasi tutti di fars'inscrivere alla cittadinanza delle
città vicine; ossia, per valermi della frase di quell'età, di
raccomandare le persone ed i feudi loro alla protezione delle città. È
assai verisimile che questa generale pacificazione si effettuasse l'anno
1039 nell'istante in cui le armate trovandosi a fronte in vicinanza di
Milano, la notizia della morte di Corrado il Salico le consigliò a
deporre le armi[117].

  [116] _Const. Conv. Sal. Imp. l. V. tit. I. lib. Feudorum. — Cod.
  Longob. t. I. p. II., Rer. p. 177._

  [117] _Arnul. lib. II. c. 16. p. 18._



CAPITOLO III.

      _La chiesa e la repubblica romana nella prima metà de' mezzi
      tempi — Dissensioni tra i papi e gl'imperatori. — Regni di Enrico
      III, Enrico IV, ed Enrico V, dal 1039 al 1122. — Pace di
      Wormazia._


Tre principi della casa di Franconia, il figlio, il nipote ed il
pronipote di Corrado il Salico, occuparono la sede imperiale dopo la
morte di questo sovrano fino ai tempi in cui le repubbliche, che formano
l'argomento di quest'opera, ebbero conseguita l'indipendenza; epoca in
cui noi cominceremo a tener dietro alle particolarità della loro storia.
Ma prima di descrivere compendiosamente i regni dei tre Enrichi di
Franconia, convien rimontare alquanto a dietro, e far conoscere ai miei
lettori qual fosse, al principio de' mezzi tempi, lo stato della Chiesa
romana, che protetta dai tre primi Enrichi perseguitò gli ultimi due;
quale lo stato della città di Roma, di cui gl'imperatori contrastarono
ai papi la sovranità; mentre fino dal principio dell'età di mezzo si
andava in silenzio formando una nuova repubblica romana, che talvolta
tenne nella sua dipendenza i pontefici dominatori della cristianità.

Non è facil cosa il render ragione dei motivi che dissuasero i Lombardi
dall'occupar Roma quando Alboino conquistò il rimanente dell'Italia. Le
città marittime potevan essere agevolmente soccorse dai Greci di
Costantinopoli; Ravenna, Venezia e Comacchio erano difese dalle paludi
che le circondavano; Napoli, Gaeta, Amalfi, e le città della Calabria,
dalle montagne; ma Roma era posta in un paese affatto aperto. I
Lombardi, padroni dei ducati di Toscana, Spoleti e Benevento, chiudevano
tra i loro dominj l'antica capitale del mondo, che, difesa dalla lunga
muraglia che Aureliano aveva innalzata per comprendere nella città il
campo Marzio, presentava un circondario immenso, che la popolazione di
Roma, estenuata da continue disgrazie, non era in grado di difendere.
Gl'imperatori greci, o per debolezza o per timore di cimentare l'onore
delle loro armi, non vi tenevano più guernigione. Affidavano il governo
della città ad un prefetto, di poi chiamato duca, che dipendeva
dall'esarca di Ravenna, onde gli storici greci, vergognandosi forse di
confessare che i loro sovrani lasciavano l'Italia abbandonata,
s'astennero dal parlare di Roma pel corso di due secoli, dal principio
fino alla fine della dominazione lombarda[118].

  [118] Teofilatto Simocatta che vivea ne' tempi dell'invasione
  lombarda, scrisse la storia del regno di Maurizio dall'anno 582 fino
  al 602, tenendo dietro alle più minute particolarità, senza che
  nella sua storia si trovi, per quanto io sappia, una sola volta il
  nome de' Lombardi, di Roma, o d'Italia. _Scrip. Byzan. t. III._ Dopo
  di costui, pel corso di quasi quattro secoli, i Greci non ebbero
  alcuno storico, ma soltanto alcuni aridissimi cronisti.

Ad ogni modo Roma non fu giammai occupata dai Lombardi, ed i fuorusciti
delle altre province d'Italia, venuti a cercare asilo in questa città,
ne accrebbero poi la popolazione, e la resero capace di opporsi colle
proprie forze agli attacchi de' successori d'Alboino. I papi
incoraggiavano i Romani a difendere la loro patria, ed a mantenersi
fedeli ai sovrani di Costantinopoli[119]. Erano i papi nominati dal
clero, dal senato e dal popolo romano; ma non potevano essere consacrati
senza il formale consentimento dell'imperatore d'Oriente[120]. Essi
mantenevano sempre due _apocrisiarj_, o nunzj alla corte di
Costantinopoli, ed a quella dell'esarca di Ravenna, per assicurare il
sovrano della loro dipendenza, per provvedere di comun accordo alla
difesa di Roma, e per la regolare amministrazione della Chiesa.

  [119] Finchè lo credettero utile all'ingrandimento della loro sede
  ed alla personale loro considerazione. Ma quando trovarono del loro
  interesse il sottrarla alla sudditanza de' Greci, non si fecero
  scrupolo di darla in mano ai Franchi. N. d. T.

  [120] I Romani si dispensarono una sola volta dal chiedere l'assenso
  imperiale, e fu in occasione dell'elezione di Pelagio II l'anno 577,
  perchè la città era in modo circondata dai Lombardi, che non poteva
  aver comunicazione con Costantinopoli. _Anast. Bibl. in vita Pelagii
  II. t. III. Rer. Ital. p. 133._

I Romani, vedendosi trascurati dagl'imperatori, s'andavano sempre più
affezionando ai papi, che di questi tempi erano anch'essi quasi sempre
romani, e per le loro virtù rispettabilissimi. Risguardavasi la difesa
di Roma come una guerra religiosa, perchè i Lombardi erano tutti o
arriani, o ancora pagani; ed i papi per proteggere le chiese ed i
conventi contro la profanazione de' barbari, impiegavano le ricchezze
della chiesa di cui erano amministratori, e le elemosine che ricevevano
dalla carità de' fedeli occidentali: di maniera che il crescente potere
del papi sulla città di Roma aveva per fondamento due titoli troppo
rispettabili, le virtù ed i beneficj.

Poche storie sono così oscure come quella di Roma e delle province che i
Greci possedettero in Italia fino al regno di Carlo Magno, perchè nè i
Romani nè i Greci ebbero di que' tempi alcuno scrittore delle cose loro.
Le vite dei papi sono opera del secolo nono, e più tosto fatte per
edificazione de' fedeli, che per istruire gli storici[121].

  [121] Le vite dei papi furono raccolte da Anastasio bibliotecario,
  che morì avanti l'anno 882. Si chiama _liber pontificalis_ questa
  raccolta, che fu pure attribuita a papa Damaso II. Fu probabilmente
  l'opera di molti scrittori. Veggansi intorno a tal libro le
  dissertazioni d'Emmanuele Schelestrat, e di Giovanni Ciampini.
  _Script. Ital. t. III. p. 1._

Con tutto ciò in tal periodo di tempi si consumò una rivoluzione ch'ebbe
la più durevole influenza non solo sulla sorte di Roma, ma su quella di
tutto l'Occidente. La riforma, e se così amiamo chiamarla, l'eresia
degl'Iconoclasti alienò l'animo de' sudditi latini dai loro sovrani,
impegnò i papi a distruggere l'autorità che gl'imperatori avevano in
Roma, e fu la principal causa dell'indipendenza della città e della
sovranità della Chiesa.

La pura e filosofica religione di Gesù Cristo aveva fino dai primi
secoli della sua esistenza sofferte grandissime alterazioni, e per il
degradamento del popolo che la professava, e per la perdita d'ogni virtù
pubblica, e per la corruzione dello spirito e del gusto. Le sottigliezze
de' filosofi e l'ignoranza de' plebei avevano pure ugualmente
contribuito ad alterarne la semplicità, facendo rientrare il paganesimo
tutto intero in quella religione che sembrava averlo distrutto[122].

  [122] Ciò deve intendersi sanamente rispetto a molte ceremonie, agli
  abiti, ed a certe opinioni specialmente de' platonici e degli
  eclettici, che si trovarono, o si suppose di trovarle conformi alle
  dottrine evangeliche. N. d. T.

Il più notabile cambiamento che soffrì il cristianesimo ebbe origine
dalla pretesa scoperta di un'imagine di Gesù Cristo, poscia della
Vergine, che si attribuirono a celeste artefice, da che non vi aveva
avuta parte la mano di alcun uomo. Tali imagini ch'ebbero il loro nome
da questa circostanza[123], dopo essere state l'opera del miracolo, non
tardarono a farne ancor esse. Vittorie riportate sui nemici dello stato
e della religione; i Persiani respinti dalle mura di Edessa; infermità
risanate, e tutto ciò che può essere soltanto attribuito alla divinità,
fu l'opera loro. Ben tosto si attribuì la stessa possanza ad altre
imagini, comechè non ne fosse contestata, come delle prime, la celeste
origine: e la religione cristiana, che per più titoli poteva essere
incolpata d'avere retrogradato verso il politeismo, trovossi per
quest'ultimo passo cambiata in vera idolatria[124]. Si riguardarono le
statue e le imagini come aventi nella materia di cui erano formate
qualche cosa di divino; ed ebbero forse più onori per sè medesime che
presso i pagani, indipendentemente dall'oggetto rappresentato[125].

  [123] Αχειροποίητος, fatto senza ajuto delle mani.

  [124] Coloro che amano le belle arti, non incolperanno giammai la
  Chiesa d'aver permesso il culto ragionevole e preso in buon senso
  delle sacre imagini, cui l'Italia deve in gran parte il rinnovamento
  delle arti. N. d. T.

  [125] Dai Cristiani ignoranti; non altrimenti.

Intanto quasi nella medesima epoca un popolo barbaro ricevette da un
ambizioso conquistatore un nuovo sistema di teismo. L'islamismo più
d'ogni altra religione appoggiavasi sulla dottrina dell'umanità, e della
spiritualità di Dio; onde i Musulmani manifestarono sempre un eguale
orrore per l'associazione della creatura al culto dovuto soltanto al
creatore, e per la rappresentazione sotto forme materiali dell'Essere,
che i sensi non possono concepire, che lo spirito non può misurare. I
Musulmani rimproverarono i Cristiani d'idolatria, rivolsero contro di
loro gli argomenti ed il ridicolo, di cui gli antichi apologisti
cristiani eransi utilmente serviti contro i pagani; e questa
controversia diventava tanto più umiliante per gli Ortodossi, in quanto
che la loro professione di fede trovavasi in aperta contraddizione colla
pratica, e che l'odio del nome d'idolatra era ancor vivo nel loro cuore
quando essi medesimi meritavano di più il nome d'idolatri[126].

  [126] Ειδωλα λατρεῖν vuol dire prostrarsi innanzi alle
  rassomiglianze. Il rimprovero adunque formato dall'unione di questi
  due vocaboli, non è già che gl'idolatri tengano le pietre o i marmi
  in luogo di Dei, ma solamente per imagini della divinità, alle quali
  rendono un culto.

I Musulmani fecero ancor di più per disingannare i Cristiani, li
vinsero. Il _Labano_ miracoloso dovette fuggire innanzi a loro, ed
Edessa fu presa a dispetto della sua trionfante imagine. Essi
distrussero i quadri e le reliquie coll'altare che le portava,
dimostrando l'impotenza dei pretesi agenti della divinità, dei santi,
degli angeli, dei semidei de' cattolici e delle loro imagini[127].

  [127] Jejud, nono Califfo della razza degli Ommiadi, fece
  distruggere tutte le imagini della Siria nel 719 o in quel contorno,
  e precisamente nell'epoca in cui cominciava lo scisma
  degl'Iconoclasti. Quindi gli Ortodossi rimproveravano i Settarj di
  seguir l'esempio de' Saraceni e degli Ebrei. _Trag. Mon. Johann.
  Jerosolym. Sc. Byzant. t. XVI. p. 235._

Queste disfatte avevano già da qualche tempo scossa alquanto la credenza
del popolo, allorchè una razza di montanari, che nell'Asia minore
conservava la sua indipendenza[128], l'amore delle armi, ed una
religione più vicina all'antico cristianesimo, ottenne di porre sul
trono di Costantinopoli uno de' suoi capi. Fu questi Leone l'Isaurico, o
l'iconoclasta, il quale segnalò il suo regno coi più violenti attacchi
contro le recenti superstizioni, il culto cioè delle imagini, ed i
progressi del monachismo. Quantunque provasse ancora in Oriente una
resistenza che pose il suo trono in pericolo, è certo che una assai
ragguardevole porzione del popolo professava le opinioni di Leone, il
quale aggiungeva al vigore del suo carattere una grande abilità[129].
L'Occidente era in pari tempo più addetto al culto delle imagini, e più
indipendente dall'imperatore. I Romani rifiutaronsi assolutamente di
sottomettersi agli editti di Leone, ed il papa d'allora, Gregorio II,
dopo avere tentato invano di richiamare gl'iconoclasti alla credenza
della Chiesa, autorizzò i Romani a rifiutare all'imperatore i consueti
tributi[130][131]. Intanto Ravenna e tutte le città dell'Esarcato
aprivano le porte a Luitprando re de' Lombardi, di modo che non
restavano più dell'Italia, sotto il dominio dell'impero orientale,
fuorchè le città marittime della magna Grecia.

  [128] L'Isauria faceva parte della Cilicia.

  [129] Del regno di Leone l'Isaurico e de' suoi successori
  iconoclasti non sappiamo che quanto ne scrisse Teofane, il quale fu
  perseguitato da questa setta. _Theop. Chronog. t. VI. Byz. p. 260. e
  seguenti._ Cedreno si ristrinse a copiare, od a compendiare Teofane,
  _t. VII. Biz. p. 355_.

  [130] _Theop. in Chronog. p. 269. ad an. 9. imp. — Georgii Cedreni
  Hist. Compend. p. 358._

  [131] Lascio che il lettore istrutto giudichi se il dissenso da una
  opinione religiosa giustificar possa la defezione di Gregorio II dal
  legittimo sovrano. Il totale abbandono in cui la corte di
  Costantinopoli lasciava le sue città d'Italia poteva somministrar
  loro un più onesto titolo di procacciarsi un miglior protettore. N.
  d. T.

Gregorio II erasi in varie circostanze fatto conoscere il protettore
della sua greggia, l'aveva difesa contro le invasioni de' Lombardi,
parte coll'opinione di santità che gli dava grandissimo favore presso
Luitprando, parte coi tesori della Chiesa ch'egli seppe utilmente
impiegare nell'assoldar truppe. Sottraendosi all'ubbidienza di Leone
l'Isaurico, Gregorio accusò Marino duca di Roma, e Paolo esarca di
Ravenna d'aver tentato per ordine del loro principe di farlo
assassinare[132]; e senza scacciarli da Roma li privò d'ogni autorità. E
per tal modo mediante la sua influenza, e col consenso del re de'
Lombardi, si stabilì in Roma verso l'anno 726 un simulacro di
repubblica, che sussistette oscuramente dopo il regno di Leone Isaurico
fino alla distruzione del regno lombardo, ed all'incoronazione di Carlo
Magno.

  [132] _Vita Greg. II ex Anastas. Biblioth. t. III. Rer. Ital. p. 1.
  p. 156._

Fu specialmente durante il pontificato di Gregorio III dal 731 al 741
che la repubblica romana sotto l'influenza del papa si governò come
stato indipendente. Allora si videro i nobili, i consoli ed il popolo
associarsi ad un concilio che condannava gl'iconoclasti: allora i Romani
rialzarono le loro mura, fortificarono Civitavecchia, fecero alleanza
coi duchi di Benevento e di Spoleti contro Luitprando re dei Lombardi, e
finalmente stipularono con quest'ultimo un trattato in nome del ducato
romano[133].

  [133] _Vita Greg. III ex lib. Pont. Anast. bibl. t. III. Rer. Ital.
  p. 158. Vita s. Zachariae ib. p. 161._

Si domanderà forse qual era il governo di questa repubblica o ducato; ma
ciò non è facile a sapersi, perchè i Romani ed il papa cercavano di
evitare ogni dimostrazione o positiva dichiarazione, onde non alienare
assolutamente l'imperatore, cui pure prestarono ajuto per ricuperare
l'Esarcato di Ravenna; e dopo di aver rimandato in Sicilia il patrizio
destinato a governarli, ricevettero nuovamente in diverse occasioni gli
ufficiali della corte di Costantinopoli, reclamarono la loro protezione
contro i Lombardi, e chiesero, quantunque inutilmente, truppe a
Costantino Copronimo per difendersi. Dal suo canto l'imperatore pareva
disposto a contentarsi di un'ombra di potere, ed a scaricarsi senza
strepito della difesa di una città, per la sua posizione difficile a
difendersi. Il papa come capo della Chiesa, come padre dei fedeli,
godeva di un altissimo credito e presso i cittadini, e presso i nemici
dello stato. Veniva spesso accordato alla santità del suo carattere
quello che sarebbesi rifiutato alle prerogative del suo rango.
Finalmente i nobili romani avevano imparato dai Lombardi loro vicini a
far rispettare la loro indipendenza, ed avevano terminato col non
ubbidire nè all'imperatore, nè al papa, nè al proprio senato. Come
padroni de' castelli possedevano essi tutto il territorio del ducato di
Roma, e quando dimoravano nella capitale si risguardavano quali principi
superiori alle leggi; ed il loro potere era proporzionato al numero de'
loro vassalli e satelliti. Di mezzo a tale conflitto di giurisdizione,
il papa capo del clero, patriarca di tutto l'Occidente, depositario dei
tesori del cielo, che facilmente cambiava con quelli della terra, il
papa si mostrava il solo difensore del popolo, il solo pacificatore
delle discordie de' grandi. I progressi dell'ignoranza avevano
accresciuta la sua potenza; egli era diventato quasi un semidio in terra
specialmente pei barbari di fresco convertiti, e lontani dalla sua
persona; formava centro di tutta la Chiesa, e solo egli poteva far in
modo che nazioni lontane, il di cui popolo ne conosceva appena il nome,
dessero prova del loro cristianesimo colla carità verso i Romani. La
condotta de' pontefici ispirava rispetto, siccome i loro beneficj
meritavano la riconoscenza. Forse eran essi superstiziosi, ma questa
debolezza si trasforma in virtù in faccia ai popoli ugualmente
superstiziosi: di costumi puri e severi, nè il lusso, nè la possanza gli
avevano ancora corrotti.

Gregorio III fu il primo che invocò la protezione de' Francesi a favore
della Chiesa e della repubblica romana; egli chiese a Carlo Marcello,
maestro del palazzo, soccorso contro Luitprando[134]. Quest'esempio fu
seguito dagli altri papi qualunque volta i Lombardi minacciavano
l'indipendenza di Roma. Oltre le lettere dei papi, ne esiste una dello
stesso Apostolo s. Pietro, che papa Stefano II indirizzò a Pipino, Carlo
e Carlomanno, ed a tutta l'universalità de' Francesi per riporre la
Chiesa di Dio ed il popolo sotto la speciale loro protezione[135].

  [134] L'anno 741. Veggansi le prime due lettere del codice Carolino,
  _t. III. p. II. Rer. Ital. p. 75 e 77_.

  [135] La terza lettera del codice Carolino _p. 92_.

In compenso di tale protezione i papi accordarono alcune grazie ai re di
Francia. Zaccaria approvò la traslazione della corona di Francia da
Childerico a Pipino[136], e Stefano II incoronò quest'ultimo a Parigi
l'anno 764[137]. In appresso il medesimo papa elevò al rango di patrizj
romani Pipino, ed i suoi due figliuoli; ed a nome della Chiesa, de'
duchi, conti, tribuni, popolo ed armata di Roma, gli scrisse per
impegnarlo a difendere contro Astolfo una città di cui erano creati
magistrati[138].

  [136] _Amalrici Augerii Vitae Pont. Rom. t. III. p. II. p.
  78._ — _Frodoardus de Pont. Rom. poema ib. p. 79._

  [137] _Anast. Bibl. Vita Stefani III. t. III. p. I. p. 168._ Lo
  stesso papa vien chiamato da quest'autore Stefano III, e dagli altri
  II.

  [138] Lettere 4. 5. e seguenti del cod. Carol. p. 96.

I papi avevano lo stesso diritto di nominare un patrizio romano, come di
trasferire da una ad un'altra famiglia la corona di Francia. Il patrizio
era un ufficiale nominato dagl'imperatori greci: uno risiedeva in
Sicilia, ed un altro d'ordinario in Roma, ov'erano capi del governo. Ma
forse Pipino aveva un miglior titolo alla dignità reale nell'elezione
del popolo francese, che al patriziato in quella del popolo romano; ma
nella pericolosa situazione in cui trovavasi il popolo di Roma, poteva
il papa scusarsi se a qualunque prezzo gli assicurava un protettore.
Intanto queste trattative corruppero i pontefici, i quali dando ai
Carlovingi diritti ch'essi medesimi non avevano, ricevevano in compenso
terre e ricchezze delle quali i Carlovingi non avevano diritto di
disporre. Pipino costrinse Astolfo, re de' Lombardi, a restituire
l'Esarcato e la Pentapoli non già all'imperatore di Costantinopoli cui
appartenevano, e che faceva riclamare dai suoi ministri, ma bensì a s.
Pietro, alla Chiesa romana rappresentata dai suoi pontefici, ed alla
repubblica. Pare che lo storico di Stefano II adoperasse quest'ultimo
vocabolo per indicare il governo di Roma e delle province, che dopo
essersi staccate dall'impero greco rimanevano indipendenti; imperciocchè
lo storico termina l'elogio di questo pontefice con tali parole: «il
quale coll'ajuto di Dio dilatò le frontiere della repubblica e del
popolo sovrano, che formava la greggia confidata alle sue cure[139].»

  [139] _Annuente Deo rempublicam dilatans, et universam Dominicam
  plebem etc. Anast. Bibl. Vita Steph. III. t. III. p. 172. anno 755._

L'atto della donazione di Pipino non si è conservato, di maniera che non
conosciamo con esattezza le condizioni di così fatta concessione, in
forza della quale la Chiesa acquistò per la prima volta una dominazione
temporale[140][141]. Ma la storia ne istruisce che tale donazione non
ebbe mai effetto. Astolfo permise bensì che l'atto di donazione, e le
chiavi delle città donate si deponessero sull'altare di s. Pietro; e
varj ostaggi giunsero pure a Roma coll'inviato di Pipino; ma la Chiesa
non ebbe il godimento della sovranità di queste province, ed abbiamo
molte lettere dei papi nelle quali si lagnano che nè Astolfo, nè
Desiderio suo successore non avevano ancora dato alla Chiesa ed alla
repubblica romana il possesso delle città promesse[142], o pure che
avendone accordata taluna, se l'erano all'istante ripresa. E quando in
appresso, dietro le istanze della Chiesa, Desiderio lasciò queste città
in libertà, invece d'essere governate dal papa, passarono sotto
l'arcivescovo di Ravenna come rappresentante degli esarchi[143]: e
finalmente allorchè, chiamato da Adriano, Carlomagno conquistò l'anno
774 il regno dei Lombardi, confermò la carta di donazione di suo padre
senza però darle esecuzione; onde Adriano l'andava avvisando di dar
esecuzione a quanto, per la salvezza dell'anima sua, aveva promesso di
fare in favore della Chiesa e della repubblica de' Romani[144].

  [140] La pretesa donazione di Costantino è stata con tanta evidenza
  distrutta, che il nostro storico ha potuto, senza renderne ragione,
  chiamar prima quella di Pipino. N. d. T.

  [141] Il _liber pontificalis_ ne dà i nomi delle città cedute, cioè
  Ravenna, Rimini, Pesaro, Fano, Cesena, Sinigaglia, Iesi,
  Forlimpopoli, Forlì, castel Sussubio, Montefeltro, Acceraggio, monte
  di Lucaro, Cera, castel San-Mariano, Bobbio, Urbino, Cagli, Luceolo,
  Gubbio e Comacchio. _Anast. Bibl. p. 171._

  [142] _Ecclesia sancta Dei et respubblica Romanorum. Epist. 7. 8. et
  9. cod. Caral. p. 104. etc._

  [143] _Agnelli lib. pontif. p. II, in vita Sergii archiepiscopi c.
  4. t. II. Rer. Ital. p. 174._

  [144] _Codex Carolinus epistola 69. p. 213., et passim._

Ma se le donazioni delle sovranità fatte da Pipino, Carlomagno e Luigi
il buono, si ridussero a semplici atti d'ostentazione, che que' principi
non ebbero mai intenzione d'eseguire, essi però arricchirono la Chiesa
con più utili beneficenze, dandole _l'utile dominio_ di una parte
dell'Esarcato e della Pentapoli, cioè i frutti e le rendite delle terre,
mentre la sovranità delle stesse province era riservata alla repubblica
romana, al patrizio, e per ultimo all'imperator d'Occidente. Altronde
all'utile dominio veniva pure annessa l'ubbidienza di moltissimi
vassalli, talchè il papa, che già da gran tempo veniva risguardato come
il primo cittadino di Roma, diventò pure il primo e più potente
barone[145].

  [145] Costantino Porfirogeneta nel decimo secolo dice che i papi erano
  sovrani di Roma. _De Thematibus, l. II. Th. 10. p. 22_. Ρώμη
  ἰδιοκρατορίαν ἔχειν, καὶ δεοπόζεθαι κυρίως, παρά τινος κατὰ καιρὸν
  Πάπα; pure ancora nel decimo secolo non era il papa che il più potente
  signore di Roma.

Le dignità che danno potere e ricchezze diventano l'oggetto dei desiderj
degli ambiziosi, e ben tosto loro preda. Dopo le prime donazioni di
Pipino si videro aspirare alla cattedra dì s. Pietro persone affatto
diverse da quegli austeri sacerdoti che l'avevano fino a quei tempi
occupata, e gli annali della Chiesa incominciarono a macchiarsi dei
delitti del capo dei Cristiani. Due fratelli Stefano II, e Paolo I,
ch'ebbero successivamente il papato dal 762 al 766, vengono accusati
dagli storici della chiesa di Ravenna d'ingiustizia, di rapina, di
crudeltà[146]. Dopo la morte di Paolo, un antipapa s'impadronì colle
armi della sede pontificia; il legittimo papa Stefano III ebbe parte
all'assassinio di alcuni de' principali dignitarj della sua chiesa[147];
e tutto il clero adottò le abitudini ed i feroci costumi dei
gentiluomini del suo secolo.

  [146] _Agnellus in lib. pont, vita Sergii. t. II. p. 172._

  [147] _Vit. Steph. III. in Anas. Bib. p. 174._ — _Vita Stadr. p.
  180._

Ne' tempi della barbarie, mentre l'ignoranza rende la fede più costante,
le passioni indomabili e feroci distruggono affatto la morale. Le
stragi, i tradimenti, gli spergiuri sono avvenimenti comuni nella storia
di quegli uomini cui il nono ed il decimo secolo accordarono il nome di
_Grande_. Ma dopo così enormi delitti, una magnifica penitenza attestava
la religione ed il pentimento del colpevole. L'ambizione del clero
mostrò ai grandi delinquenti una ignota strada per espiare i loro
delitti, e far dimenticare i loro furori; e questa fu quella delle
donazioni alla chiesa per la salvezza dell'anima del donatore[148].
Pipino e Carlo Magno avevano con somiglianti liberalità gittati i
fondamenti della potenza papale: comecchè essi non avessero soltanto
arricchita la santa sede, ma ancora l'arcivescovo di Ravenna in maniera
di poter gareggiare col papa, e poco meno anche l'arcivescovo di Milano,
e molti monasteri. Tutti i loro successori ne imitarono l'esempio, ed i
principali baroni, seguendo la pratica de' loro sovrani, fecero pagare
ai loro eredi i misfatti che avevano commessi: per lo che avanti il
dodicesimo secolo abbiamo più atti di donazioni fatte alle chiese, che
di contratti di qualunque altro genere presi cumulativamente. Di modo
che quando Ottone il grande entrò in Italia, le più ricche città, le
province più popolate venivano possedute dal clero; mentre i grandi
feudi laici erano spenti o divisi. Di quest'epoca i principali e più
potenti sovrani ecclesiastici erano il patriarca di Aquilea, gli
arcivescovi di Milano e di Ravenna, i vescovi di Piacenza, di Lodi,
d'Asti, di Bergamo, di Novara, di Torino, l'abbate di monte Cassino, il
più potente signore del ducato di Benevento, che fino all'età nostra
conservò il titolo di primo barone del regno di Napoli, e l'abbate di
Farfa nella Sabina[149]. Inoltre la maggior parte de' vescovi avevano
acquistato, in forza di un atto di qualche re o gran signore, la
giurisdizione della città in cui risiedevano, e non eravi un solo
vescovo, un solo monastero dell'un sesso o dell'altro, che in alcun
territorio o villaggio non possedesse diritti feudali.

  [148] _Pro remedio animae meæ_, e simili, era la più usitata formola
  con cui i grandi delinquenti colla donazione di poche terre a
  qualche chiesa o monastero presumevano d'avere ampiamente
  soddisfatto alla divina ed umana giustizia per gli assassinj
  commessi nel lungo corso della loro vita; di modo che le più ricche
  donazioni sono d'ordinario un sicuro testimonio della scellerata
  memoria del donatore; come le donazioni non meno frequenti _propter
  nimiam sui corporis dulcedinem mihi praestitam_ fatte dai principi
  alle loro amiche colla maggiore pubblicità, ne attestano la
  scostumatezza. N. d. T.

  [149] _Murat. Antiq. Ital. diss. LXXI. t. V. p. 56._

Alla podestà temporale erano uniti quei doveri che allontanarono affatto
gli ecclesiastici dalle primitive loro funzioni. Quando un vescovo, un
abbate era conte d'una città, sotto questo titolo riuniva la prerogativa
di giudice e di generale; essendo incaricato del governo civile del
contado in tempo di pace, e della sua difesa in tempo di guerra. Come
castellani, gli ecclesiastici credevansi permesso di sostenere un
assedio assai prima che ardissero di porsi in campo alla testa di
un'armata. Ma nel secolo nono avevano già appreso a marciare contro il
nemico. L'imperatore Luigi II lo ordinò loro nel decreto che pubblicò
per l'impresa di Benevento l'anno 866[150]: e lo stesso papa Giovanni X
guidò l'anno 915 le truppe della lega ch'egli aveva riunite contro i
Saraceni.

  [150] Questo bando viene riferito da Camillo Pellegrino. _Hist.
  princ. Longob. t. II. p. I. p. 265._

I tre Carlovingi, spinti da quello spirito religioso che gli aveva
indotti ad arricchire il clero, credettero di santificare
l'amministrazione de' loro stati, fidandola agli ecclesiastici. Il
cancelliere, il principale ufficiale della corona, era quasi sempre un
prelato[151], ed i vescovi e gli abbati intervenivano al consiglio del
re ed agli stati della nazione. Durante il regno di Pipino, e parte di
quello di Lotario, Adelardo abbate di Corbia ed il monaco Wala suo
fratello furono i veri sovrani d'Italia. Dopo costoro altri
ecclesiastici occuparono in consiglio il loro luogo; e fu osservato, che
non rifiutaronsi di dirigere le guerre snaturate che i figli di Luigi il
buono fecero al padre. Il favore del sovrano, il potere, le ricchezze
corruppero in ogni tempo coloro che le possedevano, e non era da
supporsi che il clero sarebbesi conservato incorrotto, quando si fosse
riflettuto che a quell'epoca lo spirito della religione cristiana era
guasto affatto dalla più grossolana superstizione; che i di lei
ministri, scelti tra i secolari, dovevano essere partecipi dei vizj del
secolo; che i grandi signori erano solleciti di collocare tra il clero
alcuno de' loro figli, perchè la fortuna farebbe che in tale stato
servisse loro d'appoggio; che invece di far ammaestrare nelle lettere
ecclesiastiche questi nuovi canditati della Chiesa, venivano, come
giovani cavalieri, addestrati al maneggio delle armi e dei cavalli; che
l'avidità con cui si spogliavano le chiese dei loro beni, uguagliava la
profusione con cui erano state arricchite; che il re Ugo non era stato
il primo a provvedere a forza di beneficj ecclesiastici i suoi sicarj ed
i suoi bastardi; e finalmente molti sovrani deposti, molti grandi
signori ch'erano incorsi nella disgrazia de' loro superiori, venivano
forzati a ricevere la tonsura; onde il corpo del clero composto di così
fatta gente non poteva possedere le virtù proprie del suo stato. A torto
si è voluto opporre alla santità della religione la disordinata vita del
clero del nono e decimo secolo, quando appena sarebbe bastato un
miracolo per santificare gl'impuri elementi di cui era di que' tempi
composto il clero.

  [151] Gli ecclesiastici erano di que' tempi le sole persone che
  sapessero poc'o tanto leggere e scrivere, onde non è maraviglia se
  loro venivano affidati gl'impieghi che richiedevano di saper leggere
  e scrivere. N. d. T.

Abbiamo un'assai circostanziata storia de' papi contemporanei
degl'imperatori Carlovingi. Tale storia scritta da un bibliotecario
della corte romana, è generalmente parziale per i papi[152]. Lo scandalo
cominciò soltanto in sul declinare del secolo nono. Ma prima di
osservare la Chiesa lordata dalla dissolutezza di alcuni giovinastri,
vuole la giustizia che ci fermiamo all'epoca più onorevole del
pontificato di Leone IV.

  [152] Le vite dei pontefici furono scritte da Anastasio
  bibliotecario fino alla morte di Niccolò primo accaduta l'anno 867.
  Le vite d'altri pontefici fino all'889 furono aggiunte da un altro
  bibliotecario detto Guglielmo. Da quest'epoca fino al 1050, in cui
  comincia la raccolta del cardinal d'Arragona, avvi un vuoto che non
  è stato possibile di riempire.

Poco dopo la morte di Carlo Magno non tardarono i Saraceni ad accorgersi
della debolezza della sua immensa monarchia, e cominciarono a
saccheggiare le province marittime dell'Italia. Papa Gregorio IV era
stato costretto l'anno 833 a fortificare contro di loro la città
d'Ostia[153]; che pure non impedì loro di rovinare le città littorali,
per lo che gli abitanti di Civitavecchia dovettero salvarsi nelle
foreste; e l'audacia de' Saraceni crebbe a segno, che nell'847 osarono
di tentar l'assedio della stessa Roma, saccheggiando le basiliche di s.
Pietro in Vaticano e di s. Paolo, poste fuori delle mura. Nella stessa
epoca morì papa Sergio II, onde i Romani, per non trovarsi senza capo,
in così difficili circostanze, elessero papa Leone IV prete romano, uomo
di somma riputazione, e lo consacrarono senza aspettare l'approvazione
dell'imperatore[154]. Quantunque i Saraceni si fossero già allontanati
da Roma, Leone, volendo assicurarsi da ogni insulto, fece rifabbricare
le muraglie della città, ed accrescerne le fortificazioni. Il monte
Vaticano, che fin allora era fuori del circondario di Roma, fu cinto di
mura, e dal suo nome chiamato la _città Leonina_[155]. Rifece
Civitavecchia rovinata dai Saraceni[156], e coll'ajuto delle repubbliche
di Napoli, di Amalfi e di Gaeta, che sotto la protezione greca eransi
rese libere, attaccò una nuova flotta saracena, obbligandola a ritirarsi
con grave perdita. A queste gloriose azioni i suoi biografi aggiungono
il racconto di alcuni miracoli, uno de' quali rese la memoria di Leone
IV più illustre, che la fondazione della città cui diede il proprio
nome. Il borgo dei Sassoni che prolungavasi tra la città Leonina ed il
quartiere di Transtevere fu in parte consumato da un terribile incendio
arrestato dalle preghiere di Leone[157]: argomento della egregia opera
di Raffaello conosciuta sotto il nome dell'incendio di Borgo, che vedesi
nella quarta stanza del Vaticano.

  [153] _Anast. Bibl. in vita Greg. IV. p. 206._

  [154] Vita Leon. IV. Anast. Bibl. _p. 231_.

  [155] _Ibid. p. 240._

  [156] _Ibid. p. 245._

  [157] Vita Leon. IV. Anast. Bibl. _p. 233_.

Dalla deposizione dell'ultimo monarca Carlovingio fino al regno d'Ottone
il grande, l'autorità dei principi che portarono momentaneamente il
titolo d'imperatore, fu sempre vacillante e controversa. Frattanto Roma
non facendo parte del regno d'Italia, ed essendo dipendente soltanto
dall'impero, allorchè vacava l'impero ricuperava la sua indipendenza, o
a dir meglio ricadeva sotto il giogo dell'oligarchia inquieta de' suoi
nobili. Tra costoro quello che poteva occupare il trono pontificio,
otteneva col favore delle ricchezze della Chiesa una grandissima
preponderanza su tutti gli altri, ed era risguardato come capo della
repubblica. Vero è che l'elezione doveva farsi coi suffragi riuniti del
clero e del popolo[158]; ma il clero era quasi tutto militare, e si
presumeva che la voce dei grandi dovesse rappresentare quella della
nazione; era perciò a supporsi che i voti della nobiltà si riunirebbero
a favore del più valoroso del loro corpo, del più accorto, e fors'anco
del più elegante dei giovani ambiziosi che aspiravano alla tiara,
piuttosto che a qualche prete commendevole per la sua santità, ma
incapace d'intrighi[159]. In mezzo all'universale degradamento le dame
romane non avevano perduto l'avvenenza ed i talenti delle antiche
matrone, ed erano perciò assai potenti. Anzi non ebbero mai le donne
tanto credito presso alcun governo, quanto n'ebbero le romane nel decimo
secolo. Sarebbesi detto che la bellezza erasi usurpati tutti i diritti
dell'impero.

  [158] _A cunctis sacerdotibus, seu proceribus, et omni clero, nec
  non et optimatibus, vel cuncto populo romano. Anast. bibl. in Leon.
  III p. 195._

  [159] Il ritratto che fa Anastasio di papa Adriano I. indica le
  qualità che d'ordinario fissavano i suffragi. _Vir valde praeclarus,
  et nobilissimi generis prosapia ortus, atque potentissimis Romanis
  parentibus editus; elegans, et nimis persona decorabilis, constans
  etiam, ec. In Adr. I. p. 179._

Due celebri patrizie, Teodora e sua figliuola Marozia, furono
sessant'anni assolute arbitre di quella tiara, che poc'anni dopo, tre
Enrichi alla testa delle armate tedesche non hanno potuto togliere ai
loro nemici.

Teodora, nata da illustre famiglia, possedeva immense ricchezze e varie
rocche: gli archi trionfali ed i solidissimi sepolcri degli antichi
Romani ridotti in fortezze dai gentiluomini erano custoditi dai suoi
soldati; ed in oltre disponeva a sua voglia degli amanti ch'ella aveva
non pochi tra i nobili romani. Il lodevol uso ch'essa fece di questa
specie d'impero, fu quello di far cessare la scandalosa guerra che
tenevano viva in Roma due opposte fazioni. Erasi veduto Stefano VI,
succeduto l'anno 896 a papa Formoso, far diseppellire il cadavere del
suo predecessore, sottomettere innanzi ad un concilio il morto corpo ad
un ridicolo interrogatorio, condannarlo, farlo mutilare, indi gettarlo
nel Tevere[160]. Dopo tal epoca i susseguenti pontefici ora dell'uno ora
dell'altro partito avevano a vicenda annullati gli atti de' loro
predecessori. La stessa Teodora era della fazione nemica di Formoso, e
sua figliuola Marozia, l'amante di Sergio III, uno de' di lui
persecutori. Ma poichè Teodora ebbe cogli artificj e colla galanteria
sottomessi i grandi ed il clero, i costumi della corte di Roma
diventarono se non più puri, almeno più dolci.

  [160] _Luitp. Ticin. Hist. l. I. c. 8. p. 480._ — _Amalricus Augerius
  vitae pont. t. III. p. II. p. 317._ — _Frodoar. poema de Romanis
  pontif. Ib. p. 318._

Teodora innamoratasi d'un giovane ecclesiastico, chiamato Giovanni, gli
ottenne da prima il vescovado di Bologna, poi l'arcivescovado di
Ravenna; e finalmente disperata per averlo, elevandolo a tale dignità,
allontanato da se, s'adoperò in modo presso i gentiluomini ed il clero,
che il fortunato amico fu col nome di Giovanni X innalzato sul trono
pontificio[161]. L'amore o la riconoscenza di questo papa verso la sua
benefattrice scandalizzarono il cardinal Baronio autore degli annali
della Chiesa; pure Giovanni X non viene accusato nè di veleni, nè
d'assassinj, nè di tradimenti; delitti enormi, che nella successiva età
macchiarono più volte il trono papale. Giovanni X amministrò gli affari
della chiesa con fermezza e con giustizia; seppe, per il comune
vantaggio de' suoi concittadini, pacificare i principi rivali che
dividevansi l'Italia, e gli stessi imperatori d'Oriente e d'Occidente;
egli stesso condusse le armate contro i Saraceni accampati al
Garigliano, ed in questa impresa acquistò la gloria di valoroso
guerriero, professione più confacente al suo carattere, che quella di
padre dei fedeli[162].

  [161] _Liutp. Hist. l. II. t. II. p. 440._ Il Baronio ed il Pagi, e
  tutti gli scrittori ecclesiastici ammisero come veridico il racconto
  di Luitprando vescovo di Cremona. Il solo Muratori ne dubitò ne'
  suoi Annali, appoggiato all'autorità degli epitaffi d'alcuni papi, e
  del panegirico che Frodoardo ha fatto di tutti i pontefici in
  quattro o cinque cattivi versi. Io darei la medesima fede ai sonetti
  che si fanno in Italia per nozze, ne' quali la nobiltà, il valore,
  l'amore, la bellezza, sono a tutti prodigati senza veruna
  parzialità.

  [162] _Luitp. Hist. lib. II. c. 4. p. 441._ — _Leo Ostiensis
  Chronicon Monasterii Cassin. l. I. c. 52. t. IV. Rer. It. p. 325._

Quando Teodora strinse domestichezza con Giovanni, non era omai più nel
fiore dell'età. Prima d'esserne amante, aveva maritata sua figliuola
Marozia con Alberico marchese di Camerino, che dava alla famiglia della
sua sposa un nuovo lustro per la proprietà d'un gran feudo vicino a
Roma.

Intanto la storia non parla più di Teodora; per la di cui morte Giovanni
X aveva forse ottenuta l'indipendenza del suo dominio. Alberico primo
sposo di Marozia, che uno storico quasi contemporaneo dice console de'
Romani[163], fu ucciso in una sedizione, e la vedova Marozia del 925
esercitava sopra i baroni di Roma quell'impero, ch'ebbe prima di lei
Teodora. Solamente il papa, dopo essere stato l'amante della madre, non
poteva sentir amore per la figliuola, la quale dal canto suo aveva
estrema avversione per Giovanni X. Essa s'era impadronita per sorpresa
della mole Adriana, oggi detta castel s. Angelo, torre massiccia, la più
solida di tutti i monumenti dell'antica Roma, ch'era stata molto prima
trasformata in fortezza. Posta sull'altra riva del Tevere all'estremità
del ponte Elio, domina il passaggio tra il Vaticano ed il campo di
Marte, il corso superiore del fiume, gl'ingressi in città dalla banda
della Toscana, e di tutta l'Italia settentrionale: tal che questo
castello ne' tempi di mezzo, siccome ne' tempi presenti, viene
risguardato come la chiave di Roma. Quando si fu ben fortificata nella
mole Adriana, Marozia offrì la sua mano a Guido duca di Toscana; di modo
che colle loro forze riunite i due sposi, trovandosi quasi sovrani di
Roma, fecero ammazzare un fratello di Giovanni X, ch'era nella sua più
intima confidenza, rinchiusero lo stesso papa in una prigione, in cui
cessò ben tosto di vivere, e fecero successivamente eleggere a
quell'eminente dignità due loro creature[164].

  [163] _Leo Ostiensis Chron. Monast. Cassinensis l. I. c. 61. p.
  353._

  [164] _Luitp. Hist. l. III. c. 12. p. 450._

Del 931 Marozia, rimasta vedova la seconda volta, fu non pertanto in
Roma abbastanza potente per riporre sulla santa sede Giovanni XI suo
secondo figliuolo, nella fresca età di ventun'anni, cui la maldicenza
diceva figliuolo di papa Sergio. Questo papa fu assai maltrattato
dall'annalista ecclesiastico[165], benchè in un regno di cinque anni non
potesse rendersi colpevole di verun delitto o mancanza; perchè ridotto
alle sole funzioni ecclesiastiche, non esercitò un solo istante il
potere allora annesso alla sua sede.

  [165] _Baron. Ann. Eccles. ad annum 931._

La stessa Marozia erasene resa padrona; onde Ugo re di Provenza, che di
que' tempi bramava di consolidare il suo nuovo dominio di Lombardia, non
isdegnò di ricercare l'alleanza d'una femmina che doveva soltanto alla
galanteria la sua potenza. Di fatti Marozia sposò Ugo in terze nozze,
quantunque fratello uterino di Guido suo secondo marito: ma questa
unione non corrispose alle speranze concepite dagli ambiziosi sposi.
Pochi giorni dopo il matrimonio, levatosi Ugo da tavola, osò dare uno
schiaffo ad un figlio di Marozia del primo letto, il quale chiamavasi
Alberico come il padre, perchè, presentandogli la brocca, gli aveva con
mal garbo versata l'acqua sulle mani. Sdegnato Alberico per tanta
ingiuria, chiamò i suoi concittadini a prendere le armi, ed a scuotere
il giogo d'un barbaro. Ugo, costretto di salvarsi colla fuga, non potè
mai più rientrare in Roma, e Marozia terminò i suoi giorni in un
monastero[166].

  [166] _Luitp, Hist. l. III. c. 12. p. 450._

E per tal modo i Romani, scosso ad un tempo il giogo dei papi, delle
femmine e dei re, lusingaronsi d'aver ricuperata la libertà dell'antica
Roma; e richiamarono il nome di repubblica, poichè videro un console
alla loro testa, prendendo Alberico indifferentemente il titolo di
console o di patrizio. Alberico intanto era un padrone che, avendo
saputo attaccare i Romani alla propria causa, li teneva in armi per
l'indipendenza della patria; e forse, nello stato in cui li trovò, la
sua amministrazione era la più confacente alla loro gloria. Conservò
ventidue anni il favore che si era acquistato del popolo romano, e
morendo lasciò quasi ereditario il principato di Roma a suo figlio
Ottavio in età di soli diciassett'anni. Nominò fin che visse
successivamente diversi papi, che tenne sempre sotto l'assoluta sua
dipendenza; e quando morì l'ultimo di questi, che gli era sopravvissuto
due anni, Ottaviano, ch'era prete, suppose di assicurare la propria
autorità aggiungendovi la potenza spirituale, e si fece consacrare
pontefice col nome di Giovanni XII: e dalle sue mani Ottone il grande
ricevette la corona imperiale.

Sembrerà cosa strana, senza dubbio, che nel decimo secolo, secolo
dell'ignoranza e della superstizione, il poter dei papi rovinasse così
subitamente; e non si vorrà credere che l'epoca, e la cagione principale
dell'abbassamento del potere sacerdotale fosse appunto la donazione
fatta da Carlo Magno alla santa sede. I papi, diventati in forza di tale
donazione sovrani, o per lo meno grandi feudatarj, dovevano soggiacere
alle stesse cagioni di deperimento, che sordamente attentano alla
potenza di tutti i monarchi e grandi signori. Non erasi ancora ritrovata
l'arte non ignota agli antichi d'esercitare un assoluto potere sopra
città lontane, di modo che tutte le città rendevansi indipendenti.
Scorgesi qualche traccia della protezione che i papi accordavano
talvolta alle città della Pentapoli e dell'Emilia, di cui avevano
ottenuta la restituzione alla repubblica; ma non trovasi verun documento
che dimostri che il papa le governasse. Convien dunque dire che non le
città, ma le possessioni territoriali, i feudi ed i dominj formavano le
ricchezze del papa, ed il pregio delle donazioni de' Carlovingi.

Frattanto i papi per trarre profitto da questi possessi territoriali,
gli avevano infeudati sotto un canone militare. Una nobiltà armata
rimpiazzò gli antichi vassalli plebei, che coltivavano i medesimi
dominj, ma che non avrebbero saputo difenderli: nè si previde allora ciò
che il governo de' preti doveva temere dallo spirito altiero,
indipendente, bellicoso dei gentiluomini.

In sul finire del nono secolo, i papi erano al colmo di quella specie di
potere ch'essi eransi acquistato colle loro proprietà; la nuova milizia
che avevano di fresco formata ne' loro dominj, aveva ancora presenti i
ricevuti beneficj, e sforzavasi d'accrescere il credito de' suoi
benefattori. Al suo valore, all'illimitato suo attaccamento, dovettero i
papi la preponderanza ottenuta nella repubblica romana nell'epoca
appunto in cui erano i più potenti baroni del ducato. Ma le rivalità di
Sergio e di Formoso divisero questa nobiltà in due fazioni; i
gentiluomini rimasero attaccati a quella delle due emule case da cui
avevano ricevuti i beneficj; e quando la fazione di Sergio trionfò, la
dignità pontificia fu resa quasi ereditaria nella famiglia di Teodora,
di Marozia, di Alberico; ed i cavalieri consacrarono la loro
riconoscenza a questa famiglia che gli aveva beneficati, tosto che si
credettero sciolti da ogni legame verso gli sconosciuti, che potevano in
appresso occupare la cattedra di S. Pietro.

Intanto la città di Roma, poi ch'ebbe scosso il giogo dell'impero
d'Oriente, conservò sempre le forme, se non lo spirito d'una repubblica.
Il papa non aveva entro Roma altro potere che quello che nasceva dal
rispetto religioso dovuto al suo carattere, e dal timore delle censure
della Chiesa. Sotto l'amministrazione d'Alberico i diritti del popolo
venivano rispettati, e mantenute le assemblee periodiche. Vero è che
l'uomo, che assicurava alla nazione l'indipendenza, era troppo potente
per lasciarla libera; ma quand'egli morì, suo figlio Ottaviano ereditò
bensì le sue possessioni ed i suoi diritti, ma non l'illimitato potere,
che la sola riconoscenza accordava a suo padre.

Nello stesso tempo che il popolo innalzò Ottaviano, ossia Giovanni XII,
alla dignità papale, affidò le incumbenze amministrative ad un prefetto
della città, cui diede per colleghi e consiglieri i consoli annali,
incaricando della tutela dei propri interessi dodici tribuni o
decurioni, i quali rappresentavano i rispettivi quartieri di Roma[167].
Allora si operò sul carattere nazionale una più importante rivoluzione,
che quella che aveva variate le magistrature. Alla morte del _gran
console_ si vide rinascere lo spirito pubblico, ed il popolo manifestò
il desiderio di circoscrivere l'autorità arbitraria e di metter fine
alle sue usurpazioni. Questo spirito impegnò i Romani in un'ardita, ma
disuguale lotta cogl'imperatori ed i papi; lotta che si protrasse quasi
per tutto lo spazio che abbraccia la presente storia.

  [167] L'anno 996 esistevano già da più anni queste diverse
  magistrature. _Baron. Annal. Eccles. ad an. 966. — Amalricus Augerius
  in vita Joh. XIII. p. 329 — Pandulp. Pisan., et Catalog. Papar. in
  eund. p. 329 — 332. Rer. It. t. III. p. II._

Ottone il grande depose successivamente Giovanni XII e Benedetto V, onde
il popolo romano adontato da tali atti di potere arbitrario, si dichiarò
due volte a favore dei papi, e sostenne colle armi, benchè con infelice
successo, la legittimità del loro titolo ed il suo diritto d'elezione.
Giovanni XII, dopo aver chiamato Ottone in Italia, non tardò ad
accorgersi d'essersi preparato un giogo sotto cui avrebbe dovuto piegare
il capo. Si collegò con Berengario contro l'imperatore, ma troppo tardi:
dopo essersi alcun tempo difeso nel forte S. Leo, il monarca italiano fu
fatto prigioniere. Ottone s'avanzò contro Roma, ed il papa fuggì a Capoa
con Adalberto figliuolo di Berengario[168]. Allora Ottone adunò un
concilio in Roma per giudicare Giovanni XII, o piuttosto, diceva egli,
per correggerlo de' traviamenti giovanili. Ma questo concilio rese
affatto pubblica la spaventosa corruttela della santa sede. Pietro
cardinale prete si alzò, ed innanzi a tutta l'assemblea passò in revista
i vizj ed i delitti dei papi[169]; e l'imperatore senza voler ammettere
o rigettare quest'accusa, scrisse la seguente lettera a Giovanni XII per
invitarlo a giustificarsi personalmente.

  [168] _Luitp. contin. lib. VI. c. 6. p. 471._

  [169] _Ib. cap. 7. e 8. p. 473._

«Al sovrano pontefice e papa universale il signor Giovanni, Ottone, per
la clemenza di Dio, imperatore augusto, e gli arcivescovi della Liguria,
della Toscana, della Sassonia e della Francia, in nome del Signore,
salute.

«Arrivati a Roma per il servigio di Dio, quando abbiamo interrogato i
vostri figli, i Romani, i cardinali, i preti, i diaconi e tutto il
popolo, intorno ai motivi della vostra lontananza, ed a quelli che
v'impedivano di venire a trovar noi difensori della vostra chiesa, e di
voi medesimo, ci raccontarono tali cose di voi, e tanto vergognose, che
se fossero dette degl'istrioni, ancora li farebbero arrossire. E perchè
tutto non rimanga ignoto alla grandezza vostra, ne riferiremo brevemente
alcune, perchè un giorno non basterebbe a farne di tutte circostanziato
racconto. Sappiate adunque, che voi siete accusato, non già da pochi, ma
da tutti, ecclesiastici e secolari, d'esservi reso colpevole d'omicidio,
di spergiuro, di sacrilegio e d'incesto con due vostre prossime parenti.
Aggiungono ciò che fa orrore ad udirsi, che a tavola beveste alla salute
del diavolo, che invocaste, giocando, Giove, Venere ed altri demonj. Noi
supplichiamo dunque caldamente vostra paternità di venire, e non
frapporre ritardo, a giustificarvi da queste imputazioni. E se mai
temeste la violenza della moltitudine temeraria, noi ci obblighiamo con
giuramento, che niente sarà fatto contro i regolamenti dei sacri canoni.
Dell'8 degli Idi di novembre 963»[170].

  [170] _Luitp. lib. VI. c. 9. p. 474._

Giovanni nella sua risposta rifiutò di riconoscere l'autorità del
concilio, e minacciò di scomunicare coloro che osassero procedere
all'elezione di un nuovo pontefice. Avendolo inutilmente citato la
seconda volta, il concilio lo dichiarò decaduto dalla sua dignità, e
nominò suo successore Leone che fu consacrato sotto nome di Leone VIII.

Intanto i gentiluomini ben affetti alla famiglia d'Alberico, i cittadini
che volevano salvo il diritto del popolo romano di nominare il suo
vescovo, ed i partigiani dell'indipendenza della Chiesa, si riunirono
per dichiarare illegittima la deposizione di Giovanni, e l'elezione di
Leone. L'imperatore prima di partire, fu costretto di reprimere una
sommossa manifestatasi contro il suo papa; e quando fu lontano, Giovanni
XII rientrò in Roma, scacciò Leone, e fece crudelmente mutilare due
cardinali suoi nemici, e si preparò a difendersi. Un impensato accidente
pose fine a tutti i suoi progetti. Sorpreso di notte con una donna
maritata, morì pochi giorni dopo, percosso dal demonio, dice il vescovo
di Cremona, o più tosto dal marito geloso[171][172].

  [171] _Luitp. Hist. l. VI. c. II. p. 475._

  [172] Non dimentichi il cattolico lettore quanto in proposito dei
  papi che disonorarono la sede di s. Pietro lasciò scritto il
  cardinale Bellarmino: _Ne forte putaremus ob vitam et mores
  integerrimos summorum pontificum tam diu stetisse hanc sedem,
  permisit ad extremum Deus, ut etiam quidam parum probi pontifices
  aliquando hanc sedem tenerent et regerent: quales sane fuerunt
  Stephanus VI, qualis Leo V, Christophorus I, Sergius III, Joannes
  XII, aliiqui non pauci_. N. d. T.

Non lasciaronsi i Romani sconcertare dalla morte di Giovanni XII, e gli
sostituirono all'istante un cardinale diacono, che prese il nome di
Benedetto V; e resistettero alcun tempo coraggiosamente all'armata di
Ottone, che intraprese l'assedio di Roma: ma in fine dovettero
arrendersi alla fame più che ai replicati attacchi de' soldati nemici.
Ottone ritornò in Roma seco conducendo il suo antipapa Leone VIII. Papa
Benedetto V, che la Chiesa ritiene come solo legittimo[173], comparve
pontificalmente vestito avanti al suo competitore e ad una numerosa
adunanza di vescovi nella chiesa di s. Giovanni Laterano; ove confessò
genuflesso e piangente d'aver usurpata la cattedra di s. Pietro; e
spogliatosi del suo manto consegnò il suo pastorale all'antipapa Leone,
il quale lo spezzò in presenza dell'assemblea. Dopo ciò il legittimo
pontefice fu mandato in esiglio in fondo della Germania[174].

  [173] _Bar. An. Eccl. ad an. 964 — Pagi Crit. ib. — Sigon. de Regno
  It. lib. VII._

  [174] _Luitp. lib. VI. c. ultim. p. 476._ — _Vita Joh. XII ex Mss.
  Vatic. Pandulphi Pisani t. III. Rer. It. p. II. p. 328._ — Baronio
  trovasi qui in un dilemma somigliante al famoso sofisma del
  menzognero. Se Benedetto è il vero papa, dunque è infallibile,
  dunque ha detto la verità quando ha detto che non era papa.

Dopo la morte di Benedetto e di Leone, quando un nuovo papa, Giovanni
XIII vescovo di Narni, fu designato dall'imperatore, e che le due
podestà trovaronsi unite contro la libertà di Roma, non però i Romani si
ritrassero dalle difese. Ottone trovavasi in Germania; ed i magistrati
di Roma essendo scontenti del papa, gli ordinarono d'abbandonare la
città. Giovanni dovette ubbidire, e rimanere dieci mesi in esiglio in un
castello della Campania.

Di là il papa supplicava l'imperatore di accorrere in suo soccorso, il
quale di fatti scendeva in Italia colla sua armata, e prima ancora del
suo arrivo Giovanni era richiamato in Roma. La sommissione degli
abitanti non bastò ad addolcire l'anima vendicativa del papa, il quale,
poichè le truppe dell'imperatore occuparono la città, fece levare dal
sepolcro e spargere al vento le ceneri di Roffreddo prefetto di Roma,
che gli aveva intimato l'esiglio. Il nuovo prefetto colla testa
inviluppata in un otre, e condotto per la città sopra un asino, fu
esposto allo scherno del pubblico: i consoli furono esiliati in fondo
alla Germania, ed i dodici tribuni del popolo perdettero la vita sul
palco[175]. La gloria di Ottone non fu meno macchiata di quella del papa
da così odiose esecuzioni. «Noi volevamo accoglierti con bontà e
magnificenza, disse il greco imperatore Niceforo Foca allo storico
Luitprando ambasciatore di Ottone, ma l'empietà del tuo padrone non lo
ha permesso; egli occupò Roma come nemico, e fece perire molti Romani
colla spada, altri sotto la scure del carnefice, a non pochi fece cavare
gli occhi, ed alcuni cacciò in esiglio»[176].

  [175] _Bar. An. Ecc. ad an. 966. — Pagi Crit. et Murat. ad an. 967._
  Tutte le vite di papa Giovanni XIII. _Scrip. Rer. Ital. t. III. p.
  II. p. 330._

  [176] _Legatio Luitp. ad Niceph. Fhocam, t. II. R. It, p. 479._

In verun'altra epoca la storia dei pontefici fu forse macchiata da più
delitti, che sotto il regno dei tre Ottoni di Sassonia; ma,
fortunatamente per la memoria dei papi, le cronache che parlano di tali
delitti, non hanno circostanziato il racconto in modo da imprimersi
tenacemente nella nostra memoria.

Poco avanti la morte d'Ottone I, Benedetto VI, nato romano, succedette a
Giovanni XIII. Bonifacio Francone, figliuolo di Ferruccio, e cardinale
diacono, arrestò ben tosto il nuovo papa, e chiusolo in una prigione di
Castel sant'Angelo, lo fece strozzare, o com'altri vogliono, morir di
fame. Asceso egli stesso sulla cattedra pontificia, spogliò in quaranta
giorni le chiese e le basiliche dei loro tesori, e di quanto avevano di
prezioso; e perchè i Romani, mossi da suoi delitti, avevano prese le
armi per iscacciarlo da Roma, fuggì a (984) Costantinopoli colla sua
preda, di dove tornò a Roma dopo dieci anni per brigar di nuovo la
tiara[177].

  [177] _Amalricus Augerius, Pandulphus Pisanus, et Catalogus Papar.
  t. III. p. II. p. 332. — 335. — Ptolomei Lucensis Hist. Eccles. l.
  XVI. c. 27. t. XI. p. 1043._ Molti cataloghi pongono qui un papa
  _Domno_, di cui la Chiesa riconosce l'esistenza sotto nome di
  _Donno_, quantunque i calcoli de' tempi non lascino alcuno spazio
  per il suo regno di diciotto mesi. Io credo che questi sia lo stesso
  Benedetto VI, _Domnus Benedictus_. Sarà stato ommesso in una qualche
  copia del catalogo il nome di Benedetto, ed il titolo di _Domno_
  diventato il nome d'un secondo personaggio supposto, la di cui
  istoria è perfettamente simile a quella di Benedetto VI.

La fazione imperiale fece consacrare l'anno 975 Benedetto VII, nipote
del gran console Alberico, la cui famiglia possedeva il contado di
Tusculano[178]. I conti di Tusculo s'obbligarono di sostenere in Roma il
partito imperiale, e coll'appoggio della casa di Sassonia, dominarono le
elezioni, onde poi i feudatarj, l'imperatore ed il papa uniti, fecero
causa comune contro la libertà.

  [178] Questa genealogia dei conti Tusculani che dà ragione del loro
  credito e subita potenza, non ha fors'altro fondamento che il
  ritorno degli stessi nomi nelle famiglie; ma io la vedo adottata da
  Vitali, _Stor. Diplom. dei Senat. di Roma p. I. p. 23_, ed indicata
  ancor dal Pagi. _Critica an. 975. § 3._

Del 983 morì Benedetto VII, cui i Romani sostituirono Giovanni XIV
vescovo di Pavia; ma otto mesi dopo, Bonifacio VII, tornato da
Costantinopoli a Roma, s'impadronì colle armi del suo rivale, e
rinchiusolo in una prigione di Castel sant'Angelo, ve lo lasciò perir di
fame, mentr'egli stesso occupava per la seconda volta la santa sede, e
governava la chiesa undici mesi.

Tanti delitti stancarono la pazienza de' Romani, ispirando loro così
fatta avversione e disprezzo per il potere sacerdotale, che molti secoli
e memorie poterono a stento renderlo ancora rispettabile. Mentre i papi
erano risguardati quai feroci ad un tempo, e pusillanimi tiranni, e
troppo indegno il loro giogo, un uomo ancora caldo la mente dell'antica
gloria di Roma, e che ardentemente bramava di rinnovare i bei giorni
della repubblica, Crescenzio, cominciava a farsi conoscere, ed
acquistava il favore del popolo coll'eloquenza e col coraggio. Rianimò
il nobile orgoglio de' Romani, che sotto di lui si credettero ancora
degni discendenti dei padroni del mondo; li mosse a scuotere l'autorità
de' papi appoggiata soltanto alla confidenza dei popoli nella santità
d'un ministero apostolico, e che perdeva ogni titolo all'ubbidienza, da
che i pontefici avevano rinunciato alla virtù. Crescenzio incominciò ad
esercitare in Roma qualche potere col titolo di console l'anno 980,
press'a poco all'epoca in cui Ottone II entrò per la prima volta in
Italia: ma quest'imperatore, occupato dalla guerra che faceva ai Greci
nel ducato di Benevento, non pensò a cambiare l'amministrazione di Roma.
Se Crescenzio non potè prevenire i delitti di Bonifacio VII, è però
probabile che prendesse parte al suo castigo[179]. E perchè Crescenzio
procurava di allontanare interamente i papi da quel governo di cui
avevano sì lungo tempo abusato, gli storici pontificj si lagnano delle
sue persecuzioni[180]. Anche Giovanni XV, eletto l'anno 985, e vissuto
fino al 996, fu dal console esiliato; ma da che riconobbe l'autorità del
popolo, fu richiamato a Roma, e visse in buona intelligenza con
Crescenzio[181]. Questo papa morì allora quando, stanco di rimanere nei
limiti della podestà ecclesiastica, aveva spedito un'ambasceria ad
Ottone III, che sortiva allora dalla minorità, per indurlo a passare in
Italia.

  [179] Bonifacio VII fu sottratto ai castighi che aveva meritato da
  subitanea morte: ma il di lui cadavere abbandonato agl'insulti della
  plebe, dopo essere stato strascinato per le strade, fu appiccato al
  cavallo di Costantino. _Catal. Papar. 335._

  [180] _Baron. ad an. 996._ Egli riporta il suo epitaffio. §10.

  [181] _Vita Johan. XV. ex Amalr. Augerio, t. III. p. II. p. 334._

(996) L'imperatore arrivava a Ravenna quando seppe la morte del papa; e
gli destinò successore un signor tedesco, suo parente, chiamato Bruno,
il quale sostenuto dai conti di Tusculo e dall'armata imperiale che
avanzavasi verso Roma, fu posto sulla cattedra di s. Pietro col nome di
Gregorio V.

All'avvicinarsi delle truppe tedesche Crescenzio erasi ritirato nella
mole d'Adriano; onde Gregorio che non voleva incominciare il papato con
atti di rigore, s'interpose per fare la pace tra l'imperatore ed il
console. Ottone partì ben tosto per tornare in Germania, ed il nuovo
pontefice, orgoglioso di una dignità più assai rispettata nella sua
patria che a Roma, degl'illustri suoi natali e del favore d'Ottone, di
cui risguardavasi come il luogotenente, volle farsi superiore alle leggi
ed ai privilegi del popolo. Conobbe Crescenzio a' quali pericoli sarebbe
esposta la libertà romana se gl'imperatori, non contenti di visitare la
città colle armate tedesche, s'avvezzavano a lasciarvi pontefici della
propria famiglia, ed interamente attaccati a' loro interessi.
Gl'imperatori greci, più per debolezza, che per un sentimento di dovere,
avevano maggior rispetto per i privilegi dei popoli. Le repubbliche di
Venezia[182], di Napoli, d'Amalfi fiorivano sotto la loro protezione.
Questi sovrani nè mai viaggiavano, nè mai cercavano d'innovare
l'amministrazione delle province lontane; ed invece di favorire le
usurpazioni del sacerdozio, non avrebbero verisimilmente permesso ai
papi di arrogarsi maggiori poteri, che non ne accordavano ai patriarchi
di Costantinopoli. Perciò credette Crescenzio che, sottomettendo
nuovamente Roma all'impero orientale, assicurerebbe alla repubblica i
sussidj pecuniarj, e la libererebbe ad un tempo dalla artificiosa
ambizione de' papi e dall'alterigia e dalle violenze de' monarchi
sassoni. Alcuni ambasciatori greci, incaricati apparentemente di altre
incumbenze, furono chiamati a Roma, ove si trattennero fin ch'ebbero con
Crescenzio fissate le basi del patto solenne che doveva precedere questa
grande riunione.

  [182] Che fino ai tempi di Carlo Magno, o poco prima, la repubblica
  veneta riconoscesse la supremazia degl'imperatori d'Oriente, è
  opinione assai probabile, comecchè rigettata dagli storici veneti;
  ma dopo i Carlovingi è certo ch'erasi affatto emancipata dalla corte
  di Costantinopoli, colla quale conservava strettissime relazioni per
  la necessità del commercio che aveva con quella capitale. N. d. T.

(997) Era in allora vescovo di Piacenza un Greco, chiamato Filagato, il
quale aveva seguito in Occidente l'imperatrice Teofania quand'ella sposò
Ottone secondo. Crescenzio mise gli occhi su quest'uomo, siccome il più
opportuno a rimpiazzare Gregorio V[183]. Non mancavano ragioni per
adonestare la deposizione d'un uomo, la di cui elezione poteva ritenersi
forzata; e Crescenzio fece valere questo titolo d'illegittimità; onde
cacciato Gregorio, venne innalzato alla sede pontificia il vescovo
piacentino, che prese il nome di Giovanni XVI.

  [183] Era originario di Rossano di Calabria, ed aveva avuto il
  favore di Ottone II.

Se i progetti di Crescenzio avessero potuto condursi a termine, se
Filagato poteva mantenersi sulla sede romana, l'intera sorte dell'Europa
e della religione potevano mutarsi. L'Italia poteva assicurarsi
l'indipendenza, equilibrando le forze dei due imperi, ed accrescendo le
sue relazioni coi Greci essere più presto richiamata all'antica coltura,
e forse comunicar loro invece lo spirito di libertà, il coraggio e le
virtù che avrebbero impedita la caduta dell'impero d'Oriente. Del resto
il potere dei papi non rilevavasi mai più. Gl'Italiani non avevano più
per loro l'antica considerazione; i Greci erano gelosi della loro
pretensione all'universale supremazia; e le nazioni settentrionali, che
ne avevano col loro rispetto stabilita la potenza, sarebbersi alienate
da un papa influenzato dai Greci. Ma avanti che le truppe, che dovevano
appoggiare questa rivoluzione, arrivassero da Costantinopoli, Ottone III
entrò di nuovo in Roma, ed ebbe nelle sue forze Giovanni XVI. Invano san
Nilo, abbate d'un monastero vicino a Gaeta, venne in età di novant'anni
a gittarsi ai piedi dell'imperatore e di papa Gregorio per implorare la
loro misericordia; invano rammentò loro che il vescovo gli aveva levati
ambedue al fonte battesimale; invano supplicò d'accordare all'estrema
sua vecchiaja lo sventurato suo concittadino: niente potè piegare il
feroce animo dell'adirato pontefice. Giovanni XVI barbaramente mutilato,
fu dannato a lungo supplicio, il di cui racconto fa fremere la
natura[184].

  [184] _Acta s. Nili abbatis apud Baron. an. 996. § 16. 17. et 18._

Intanto Crescenzio, coi vecchi amici della libertà, erasi riparato nella
mole d'Adriano, che fu poi lungo tempo chiamata la Torre di Crescenzio.
Questo solido ammasso di pietre, che sopra un diametro di duecento
cinquanta piedi non presenta altro vuoto od apertura, che un'angusta
scala, resistette all'attacco degli uomini, come aveva resistito a
quelli del tempo. Conoscendo inutile ogni sforzo, l'imperatore finse
alla fine di voler entrare in trattative, e s'impegnò colla reale sua
parola di rispettare la vita di Crescenzio ed i diritti de' suoi
concittadini; ma quando col soccorso della data fede l'ebbe in suo
dominio, fece tagliare il capo a lui ed a molti suoi seguaci[185].

  [185] _Arnul. Hist. Med. l. I. c. 11. et 12. t. IV. p. II. — Landul.
  Senior Hist. Med. l. II. c. 19. p. 81. — Chron. Monast. Cassin. lib.
  II. c. 18. p. 352._

Stefania, vedova di Crescenzio, nascondendo il suo profondo dolore, e
non lagnandosi degli oltraggi ricevuti, faceva ogni sforzo per
avvicinarsi all'imperatore, onde fare una segnalata vendetta del tradito
consorte. Poichè una brutale violenza avea, a suo credere, distrutta la
gloria e la purità di sua vita, stimò che la bellezza rimastale non
doveva omai essere che lo stromento della sua vendetta. Ottone era
tornato indisposto da un pellegrinaggio al Monte Gargano, ove l'avevano
forse condotto i suoi rimorsi. Stefania trovò modo di fargli parlare
della sua abilità nell'arte medica; e sotto i suoi abiti di corrotto
potè ancora sedurlo colle sue bellezze; e come sua amante, o come suo
medico, essendosi guadagnata la sua confidenza, gli diede un veleno che
lo trasse ben tosto a dolorosa morte[186].

  [186] _Stephania autem uxor ejus traditur adulteranda Teutonibus._
  Arnulph. Med. loco cit. — _Ab uxore, ut fertur Crescentii
  Senatoris... qua impudice abutebatur, potionatus._ Chronic.
  Cassinense lib. II. c. 24. p. 355. — Landolfo il vecchio dice ch'ella
  lo fece avviluppare entro una pelle di cervo avvelenata, e non meno
  micidiale di quella del Centauro Nesso.

Gli storici tedeschi proclivi ad onorare la fresca gioventù d'un
principe di ventidue anni, si sforzano d'ingrandire il carattere
d'Ottone III[187]. Pure non rammentano veruna grande azione che possa
meritar credenza ai loro elogi. Ultimo rampollo della casa di Sassonia
morì, senza lasciar figliuoli, a Paterno presso a città Castellana
l'anno 1002 detestato dai Romani che cercavano ogni anno di scuotere
l'ingiusto giogo che voleva loro imporre.

  [187] _Annales Hildesemens. apud Leibn. t. I. Brunsvicens. Scrip. p.
  721. — Ditmarus Restitutus l. IV. p. 364. et segu. — Sigeberti
  Gamblacensis Chronog. p. 825._

In principio dell'undecimo secolo, la città di Roma fu nuovamente
straziata da una contesa, quasi ignota, tra i partigiani della libertà,
dell'imperatore e del papa. Un figliuolo di Crescenzio, nominato
Giovanni, aveva dal padre ereditato l'amore del popolo romano, ed il suo
attaccamento alla causa della libertà. Verso il 1010, aveva restituita
alla repubblica l'antica sua forma, i consoli, il senato composto
soltanto di dodici senatori, e le assemblee popolari. Egli stesso
generalmente indicato col nome di Patrizio, era l'anima della nascente
repubblica; ed un secondo Crescenzio, forse suo fratello, col titolo di
prefetto di Roma amministrava la giustizia e presedeva ai
tribunali[188]. Il viaggio e l'incoronazione a Roma dell'imperatore
Enrico II, l'anno 1013, diminuirono la libertà della città ed accrebbero
il potere di Benedetto VIII, che questo religioso sovrano proteggeva con
tutto il suo credito. Il carattere de' Romani era a quest'epoca un
bizzarro composto di grandezza d'animo e di debolezza, e vedremo
l'inconseguenza del loro carattere manifestarsi di tratto in tratto in
tutto il corso di questa storia. Un movimento generale verso le grandi
cose dava luogo improvvisamente all'avvilimento; e dalla più burrascosa
libertà i Romani passavano alla più umile servitù. Sarebbesi detto che
le ruine ed i deserti portici della capitale del mondo tenessero i loro
abitatori nel sentimento della propria impotenza, ed in mezzo ai
monumenti della passata dominazione lo scoraggiamento della presente
nullità. Il nome de' Romani ch'essi portavano, rianimava spesso il loro
coraggio, come lo rianima ancora in questa età; ma ben tosto la vista di
Roma, del foro deserto, dei sette colli restituiti nuovamente al pascolo
delle mandre, i templi desolati, i monumenti dell'antica gloria caduti a
terra, facevan loro sentire che non erano più i Romani d'altri tempi. Se
la chiesa romana, al contrario di questo spirito vacillante, di tali
alternative di coraggio e di pusillanimità, fosse allora stata quello
che mostrossi in appresso, perseverante nelle sue intraprese, immutabile
ne' suoi progetti, ambiziosa per ispirito di corpo, e per sentimento
della propria eternità, ella avrebbe facilmente trionfato del partito
repubblicano. Fortunatamente per questo le tumultuarie elezioni del
popolo davano alla Chiesa per papi soltanto capi di fazione, la di cui
ambizione non andava più in là della propria famiglia, i di cui vizj
assorbivano tutte le ricchezze, e distruggevano ogni vantaggiosa
opinione. A ciò s'aggiungevano i frequenti scismi che indebolivano
ancora più la santa sede. Quando Enrico III venne la prima volta a Roma
per ricevere la corona imperiale, vi trovò tre papi che si disputavano
la tiara; ed il primo atto d'autorità che dovette fare in Roma, fu
quello di ristabilire l'unità della Chiesa.

  [188] _Ditmaris Restit. lib. VI. p. 400. — Mabill. Ann. Benedict. ad
  ann 1011._

L'imperatore Corrado il Salico era morto in Utrech il 4 giugno del 1039.
Aveva avuto da Gisla sua sposa un figlio, Enrico III detto il nero,
ch'egli aveva in sua vita già fatto incoronare re de' Romani[189].
Enrico fu riconosciuto ancora dagli Italiani lo stesso anno, o il
susseguente al più tardi. Eriberto, arcivescovo di Milano, passò in
Germania per ultimare con lui la guerra tra la sua metropoli e Corrado.
Ma, a dispetto di tale pacificazione, Enrico III ritenuto in Germania da
una pericolosa guerra ch'ebbe col re di Boemia[190], tardò alcuni anni a
venire a prendere possesso delle due corone di Lombardia e dell'impero.
La sua assenza diede luogo in Milano a nuove turbolenze, di cui
parleremo altrove; e lasciò altresì manifestarsi in Roma il più
scandaloso scisma che fosse mai stato.

  [189] Ecco la tavola cronologica del regno dei tre Enrichi della casa
  di Franconia, e del regno dei papi loro contemporanei: essa serve di
  continuazione alle tavole già inserite ne' due precedenti capitoli.

    ANNO

    1039 Enrico III  re  Benedetto IX papa (dopo il 1033)
    1044 . . . . . . .   Gregorio VI    Benedetto IX e Giovanni
                                         antipapi.
    1046 . . . . imper.  Clemente II    Prima spediz. d'Enrico
                                         III in Italia.
    1048 . . . . . . .   Damaso II
    1049 . . . . . . .   Leone IX
    1055 . . . . . . .   Vittore II     II. sped. d'Enrico III
                                         d'anni 39 il 5 ott.
    1056 Enrico IV re    . . . . .
    1067 . . . . . . .   Stefano IX
    1059 . . . . . . .   Nicolò II
    1061 . . . . . . .   Alessandro II  Cadolao, o Onorio
                                        II antipapa.
    1073 . . . . . . .   Gregorio VII
    1077 . . . . . . .   . . . . . .    I. spediz. d'Enrico
                                          IV in Italia.
    1084 . . . . imper.  . . . . . .    Guiberto, o Clemente
                                         III antipapa.
    1086 . . . . . . .   Vittore III
    1088 . . . . . . .   Urbano II
    1093 . . . . . . .   . . . . . .    Corrado re d'Italia
                                         figlio ribelle d'Enrico.
    1099 . . . . . . .   Pasquale II
    1101 . . . . . . .   . . . . . .    Morte di Corrado
    1105 . . . . . . .   . . . . . .    ribellione d'Enrico
                                         V figlio d'Enrico IV.
    1106 Enrico V re     . . . . . .    Enrico IV muore il
                                         7 agosto.
    1111 . . . imper.    . . . . . .
    1118 . . . . . . .   Gelasio II     Burdino, o Gregorio
                                        VII, antipapa.
    1119 . . . . . . .   Calisto II
    1122 . . . . . . .   . . . . . .    Pace di Worms.

Non ho indicato che la prima spedizione d'Enrico IV in Italia; principe
guerriero, che ripassò le alpi quasi ogni campagna.

  [190] _Sigeberti Gemblac. Chronog. p. 833._

La famiglia de' conti di Tuscolo, che discendeva da Marozia e da
Alberico, avea dato alla Chiesa tre papi l'uno dopo l'altro, Benedetto
VIII l'anno 1012, Giovanni XIX, fratello di Benedetto, l'anno 1024, e
Benedetto IX, nipote dei precedenti, l'anno 1033; gli ultimi due si
erano fatti eleggere acquistando i suffragi del popolo con manifesta
simonìa, ed avevano renduta la dignità papale quasi ereditaria nella
loro famiglia[191]. Uno storico assicurava che Benedetto IX non aveva
più di dieci anni quando, profondendo l'oro, gli si acquistarono i voti
del popolo[192]. Questa estrema giovinezza non è altrimenti avverata; ma
ciò che non è controverso, è la scandalosa condotta di questo pontefice
nel corso di dodici anni, i furti, i massacri, le impudicizie che
lordarono la santa sede. «Inorridisco nel ripeterlo (scriveva papa
Vittore III, allora suo soggetto, e quarant'anni più tardi suo
successore), quale fu la vita di Benedetto poichè fu consacrato, quanto
vergognosa, corrotta, esecrabile; perciò non incomincerò il mio racconto
che dai tempi in cui il Signore si rivolse di nuovo alla sua chiesa.
Poichè Benedetto IX afflisse molto tempo colle sue rapine, assassinj,
abbominazioni il popolo romano, più non potendo i cittadini soffrire
tanta scelleratezza, riunironsi scacciandolo dalla città e dalla sede
pontificia. Innalzarono in sua vece, ma a prezzo d'oro ed a dispetto de'
sacri canoni, Giovanni, vescovo di Sabina, che, preso il nome di
Silvestro III, occupò tre soli mesi la sede della chiesa romana.
Benedetto nato dai consoli di Roma, e che veniva sostenuto da tutte le
loro forze, travagliava la città co' suoi soldati; ed alla fine obbligò
il vescovo di Sabina a tornare vergognosamente al suo vescovado. Allora
Benedetto riprese la perduta tiara, senza mutar punto gli antichi
costumi.... Ma vedendo che il clero ed il popolo sprezzavano le sue
sregolatezze, e tutti erano scandalizzati dalla fama de' suoi delitti;
siccome inclinato ch'egli era alle voluttà, e più desideroso di vivere
da epicureo che da pontefice, trovò l'espediente di rendere, per una
grossa somma di danaro, il sommo pontificato a certo Giovanni arciprete,
che aveva in città opinione d'essere uno de' più costumati e religiosi
chierici. Benedetto ritirossi ne' suoi castelli; e Giovanni, che si fece
chiamare Gregorio VI, amministrò la Chiesa due anni ed otto mesi, finchè
giunse a Roma Enrico re di Germania»[193].

  [191] _Vitae Pont. roman. ex Amalr. Augerio, Pandulph. Pisan., et
  Catal. Papar. t. III. p. II. p. 340._ e seguenti.

  [192] _Glaber. Hist. lib. IV. c. 5._

  [193] Enrico III fu coronato a Roma l'anno 1046. Vittore III,
  chiamato prima Desiderio, cardinale ed abbate di Monte Cassino, fu
  l'immediato successore di Gregorio VII ed eletto papa del 1086,
  essendo molto vecchio. Lo squarcio che abbiamo riportato, è preso
  dal III libro de' suoi Dialoghi, ed unito come appendice alla
  Cronaca di Monte Cassino. _Lib. II. t. IV. p. 396._

Assicurano i suoi biografi che questo stesso Gregorio VI si dedicò
interamente alle armi per ricuperare colla forza i possedimenti
ecclesiastici ch'erano stati tolti alla santa sede; e siccome colui che
non sapeva leggere, ed era estremamente ignorante, ricevette dal popolo
romano un collega che unitamente a lui esercitasse il papato,
occupandosi delle cose del culto mentre Gregorio combatteva[194].

  [194] _Amal. Auger. di Vitis Pont. p. 340._ — _Catal. Pap. 342._

Queste cessioni e divisioni fatte prima amichevolmente, non si
mantennero; e quando Enrico III giunse in Italia, Benedetto IX risedeva
a s. Giovanni di Laterano, Giovanni, l'aggiunto di Gregorio, a s. Maria
Maggiore, e Gregorio VI a s. Pietro in Vaticano. Enrico prima d'entrare
in Roma riunì a Sutri un concilio per giudicare questi papi; ma il solo
Gregorio VI si presentò innanzi a quest'assemblea. Il concilio avendo
giudicata illegittima la elezione di lui, siccome quelle degli altri
due, fu nominato ad occupare la santa sede, rimasta vacante, Suggero,
vescovo di Bamberga, proposto da Enrico III, il quale prese il nome di
Clemente II[195].

  [195] _Baron, Annal. Eccl. ad ann. 1046. § 3-5. — Pagi Critica ad an.
  § 1._

L'intervento d'Enrico III all'elezione del sommo pontefice rese
all'imperatore l'intero esercizio del diritto ch'ebbero già
gl'imperatori greci e carlovingi di concorrere all'elezione dei papi,
diritto che non vedesi esercitato da Corrado e da Enrico II. Enrico III
acquistò pure a questo riguardo una maggior influenza che veruno de'
suoi predecessori. Fino allora il costume della Chiesa era stato quello
di lasciare ai suffragi de' Romani la scelta del pontefice, e di
aspettare per consacrarlo l'approvazione dell'imperatore: ma Enrico
approfittando della riconoscenza del nuovo papa, del pregiudizio che
l'ultimo scisma aveva arrecato alle elezioni popolari, e dell'appoggio
della sua armata, obbligò il popolo romano a rinunciare al diritto di
presentazione, ed a lasciare in sua mano senza riserva l'elezione de'
futuri pontefici[196].

  [196] _Sancti Petri Damiani opuscula, § 27. 36. apud Murat. ad an
  1047._

Enrico III non abusò del potere che riduceva in così ristretti limiti le
libertà della Chiesa e del popolo. Clemente II, Damaso II e Leone IX,
ch'egli elesse successivamente, erano uomini religiosi, che riformarono
i costumi del clero e della Chiesa. L'ultimo, cui procurò la tiara, fu
Vittore II, prima vescovo (1054) d'Aichstett, che gli fu indicato dal
monaco Ildebrando, in allora sottodiacono della Chiesa romana. Enrico si
risolvette con difficoltà ad allontanare dal suo fianco questo prelato,
ch'era uno de' suoi principali consiglieri e de' più cari amici[197]; e
quando nel susseguente anno fu Enrico sorpreso dalla mortal malattia che
lo condusse al sepolcro in età di trentanove anni, confidò a questo papa
ed all'imperatrice Agnese l'amministrazione de' suoi stati e la tutela
di suo figlio in età di soli cinque anni. Vittore sopravvisse poco tempo
ad Enrico, ed i suoi successori non corrisposero alla confidenza che
l'imperatore aveva riposta nella santa sede.

  [197] _Chron. s. Monas. Cassin. lib. II. c. 89. p. 403._

Fu in fatti dopo la morte d'Enrico III, che i Romani pontefici, benchè
sudditi e creature degl'imperatori, si eressero in loro censori e
padroni. Il successore di s. Pietro ambì apertamente un dominio
universale; ambiziosi prelati si presero cura di destare il fanatismo
del popolo, e per lo spazio di settant'anni d'anarchia la potenza
ecclesiastica e la secolare si fecero guerra non meno colle armi, che
coi delitti. Noi crediamo poterci dispensare dal raccontar di nuovo
circostanziatamente la troppe volte descritta contesa del sacerdozio e
dell'impero, per cagione dell'investiture; e ci limiteremo ad indicare
il carattere dei personaggi che vi rappresentarono le prime parti, e
quale fosse lo spirito del secolo che la vide nascere.

Fino alla prima minorità d'Enrico IV, aveva Ildebrando acquistata
grandissima influenza nella Chiesa e nell'impero. Il carattere della sua
anima lo chiamava a grandi cose; imperciocchè, in onta della società,
non è colle virtù amabili, ma spesse volte coi difetti e coi vizj che si
governano gli uomini. Nel carattere d'Ildebrando trovavasi quell'energia
di volontà che è figlia di smisurata ambizione, tutta la rusticità di un
essere ch'erasi reso nel chiostro straniero all'umana natura, e non
aveva mai amato un suo simile. Siccome questo monaco aveva imparato a
reprimere ogni affetto, le potenze dell'imperiosa sua anima eransi tutte
dirette al conseguimento de' suoi desiderj. Ciò che aveva progettato una
volta, diventava lo scopo delle mire di tutta la sua vita; egli
chiamavalo giusto, vero, ed arrivava a persuader sè medesimo prima di
persuaderlo agli altri, che la sua ambizione era un suo dovere. Egli
aveva veduta la Chiesa dipendente dall'impero, e sostenne che l'impero
era soggetto alla Chiesa; chiamò usurpazioni criminose, ribellioni
sediziose, i tentativi dei laici pel mantenimento d'incontrastabili
diritti; comunicò al clero il suo entusiasmo e la sua convinzione,
dandogli un impulso che si prolungò lungo tempo ancora dopo la sua
morte, e che innalzò i pontefici sopra i re dell'Europa[198].

  [198] Veggansi intorno al carattere di Gregorio gli scrittori
  ecclesiastici ed ortodossi. _Baron. an. 1073. — Pagi Critica
  ibid, — Pandul. Pis. vitae Pont. t. III. p. I. Rer. Ital. p.
  304. — Paulus Bernriedens. de gestis Gregorii VII. ib. p. 317._

Prima di montare egli stesso sulla santa sede, Ildebrando diresse per lo
spazio di vent'anni le elezioni del papi. Vivente ancora Enrico III, era
stato fatto depositario di tutta l'autorità del senato e del popolo
romano, e fu allora che fece alla corte imperiale eleggere Vittore: fu
l'anima della corte di Roma ne' pontificati di Stefano IX, Nicolò II ed
Alessandro II; di modo che può far maraviglia come ad ogni vacanza del
trono pontificio, non vi foss'egli elevato prima del 1073, epoca della
sua elezione; e convien credere che il suo duro ed imperioso carattere
gli alienasse i suffragi del popolo.

Ildebrando per mezzo de' suoi predecessori, de' quali era l'unico
consigliere, fece tentare la riforma del clero. Egli sentiva vivamente
che per renderlo onnipossente conveniva accrescere per lui il rispetto
del popolo, ed attaccarlo più strettamente al suo capo. Molti parrochi,
e probabilmente alcuni vescovi erano solennemente ammogliati; i
regolamenti ecclesiastici non ne avevano loro assolutamente tolta la
facoltà[199]; ma il popolo da molto tempo non accordava la sua
ammirazione che alle virtù monacali, e risguardava come degni di maggior
rispetto gli ecclesiastici celibi. Questi ultimi, rinunciando agli
affetti di famiglia, consacravano tutto intero il loro cuore alla
Chiesa; quindi erano più ligi ai papi, più zelanti e più potenti.
Ildebrando risolse di non soffrire uomini ammogliati tra i ministri
dell'altare, e mosso da' suoi suggerimenti, Stefano IX l'anno 1058
dichiarò il matrimonio incompatibile col sacerdozio, che tutte le mogli
dei preti erano concubine, e che tutti coloro che non le abbandonavano,
erano sul fatto scomunicati. Una tanto grave ingiuria fatta ad uomini
rispettabili, e ch'eransi uniformati alle leggi del loro stato, non fu
pazientemente tollerata: il clero di Milano si tenne più offeso degli
altri, perchè allegava l'espressa permissione del matrimonio accordata
da s. Ambrogio a quella diocesi, e l'esempio di due arcivescovi
ammogliati[200]. Riclamò con vigore, resistette, ed oppose a quella del
papa la decisione d'un concilio: ma Ildebrando sprezzò la sua
resistenza, ed i parrochi refrattarj furono denunciati come infetti
d'eresia, quando altro non facevano che difendere le antiche loro
costumanze. Questi nuovi eretici furono chiamati Nicolaiti[201].

  [199] Tutti gli antichi storici milanesi assicurano che s. Ambrogio
  aveva lasciato al clero della sua diocesi la libertà d'ammogliarsi
  una sola volta, e con una vergine. Non pertanto il Pagi _Crit. An.
  Eccl. an. 1045. § 7-10._, ed il Puricelli nella sua dissertazione,
  _t. IV. Rer. Ital. p. 121_, sonosi sforzati di confutare
  quest'asserzione. Stando ad una lettera di papa Zaccaria a Pipino
  maggiordomo di Francia, § 11, il matrimonio fu vietato ai vescovi,
  prelati e diaconi dal cap. 37. di un concilio africano, restando le
  altre classi in libertà di seguire la costumanza delle chiese
  particolari. _Cod. Carol. t. III. Rer. Ital. p. II. p. 84._

  [200] _Corio Storie Milan. p. I. p. 6._ Galvanei Flam. _Maniss.
  Flor. c. 150. t. XI. Rer. Ital. p. 673._ — _Landulph. Sen. Hist. Med.
  lib. III. c. IV. t. IV. p. 96._ — Inoltre il quarto volume
  tutt'intero del conte Giorgio Giulini, _Memorie della città e
  campagna di Milano_, ove tratta l'argomento con molta estensione.

  [201] _Baron. Annal. Eccl. ad an. 1059. § 43._

Un colpo assai più ardito fu scagliato l'anno 1059 da papa Nicolò II nel
concilio lateranese contro la podestà secolare. Tutti gli ecclesiastici
erano anticamente nominati dal popolo della loro parrochia; ma i signori
ed i re, avendo arricchita la Chiesa, eransi quasi tutti riservati il
diritto di presentazione ai beneficj, ch'essi o i loro antenati avevano
istituiti; vale a dire, il diritto di scegliere il prete che ne sarebbe
rivestito. Indipendentemente da un contratto tra il donatore e la
parrochia, quando una Chiesa possedeva un feudo, il nuovo prelato, in
forza delle leggi dello stato, non poteva prenderne il possesso senza
esserne investito dal signore che aveva l'alto dominio del feudo. Questa
era la legge feudale, la legge universale, che non ammetteva eccezioni
in favore degli ecclesiastici. Con tali diritti di presentazione e
d'investitura era stata tolta alla greggia, e data alla corona la
facoltà d'eleggere la maggior parte dei pastori; ed è verisimile che
alla corte degl'imperatori, come praticavasi prima nelle assemblee della
parrochia, e si usò dopo alla corte de' papi, si acquistassero i ricchi
benefici a prezzo d'oro. Ildebrando denunciò quest'abuso quale scandalo
infame, quale vergognoso mercato dei doni dello Spirito Santo, cui diede
il nome di Simonia. I Simoniaci furono dichiarati eretici e scomunicati,
e per preservare le Chiese da tale corruzione si proibì ai preti di
ricevere alcun beneficio ecclesiastico dalle mani d'un laico, _anche
gratis_[202]. La Chiesa si arrogò d'un sol colpo la prerogativa di
rinnovare i suoi proprj membri, mentre i re ed i grandi vennero
spogliati del diritto di distribuire i beneficj, de' quali i loro
antenati avevangli lasciata la libera disposizione; di un diritto, che
il primitivo contratto loro riservava come una proprietà ch'essi avevano
posseduto molti secoli, e che tutta la cristianità aveva riconosciuto
legittimo.

  [202] _Baron. Annal. ad ann. 1059. § 32-34._

Il canone che proscriveva le investiture non fu da prima applicato
all'elezione dei papi; non avendosi un solo esempio che alcuno
imperatore vendesse questa suprema dignità; e le concessioni fatte dalla
Chiesa ad Enrico III erano troppo fresche per poterle adesso
distruggere; onde il concilio lateranese si limitò a modificarle. Le
future elezioni dei papi, invece di lasciarle, secondo l'antica
consuetudine, al popolo romano, si attribuirono ai cardinali, i quali
non ne avevano per altro l'assoluta esclusiva. Essi dovevano riunirsi
prima degli altri, ond'essere, giusta il decreto, le guide _praeduces_
dell'elezione; il rimanente del clero, ed il popolo dovevano
accontentarsi di seguirli, e doveva l'operazione aver compimento «salvo
l'onore ed il rispetto dovuto al re Enrico futuro imperatore, e
coll'intervento del suo nunzio il cancelliere di Lombardia, cui la sede
apostolica accordò il privilegio personale di prender parte all'elezione
colla propria adesione»[203]. Le vaghe espressioni del canone del
concilio lateranese furono poi il fondamento del diritto esclusivo, che
i cardinali si appropriarono, di nominare i capi della Chiesa. La
riserva, benchè assai più chiara, del diritto monarchico, non impedì che
alla prima vacanza accaduta due anni dopo, non si elegesse Alessandro
II, senza neppur chiedere l'assenso d'Enrico, o dell'imperatrice
reggente[204]. Di modo che la corte irritata nominò in Allemagna un
altro papa Cadolao vescovo di Parma, lo che diede motivo a nuovo scisma.

  [203] _Decret. Nicolai II Papae in Chron. Monast. Farfensis. t. II.
  p. II. Rer. Ital. p. 645._

  [204] _Leo. Ost. Chron. Monast. Cassin. lib. III. c. 21. p. 431._

Nello stesso concilio di Laterano venne espressamente ammesso come
dottrina cattolica il domma della presenza reale nell'Eucaristia. Certo
Berengario, diacono d'Augers, aveva scritta un'opera contro i
propagatori di tale credenza; sosteneva nel suo libro, che la Chiesa non
aveva mai veduto nel Sacramento che una memoria, un simbolo del
sacrificio di Gesù Cristo. La sua professione di fede, che fino a que'
tempi era stata quella della cristianità, fu condannata come un'eresia,
di cui fu forzato a fare l'abjura[205][206].

  [205] _Baron. Annal. Ib. § 15 — 23._

  [206] L'opinione dell'autore non è quella della chiesa cattolica
  vittoriosamente difesa da tante egregie opere, e specialmente da
  quella profondissima d'Antonio Arnaldo intitolata: _Perpetuité de la
  fois ec._

Durante la minorità d'Enrico IV, i suoi ministri, senza pregiudicarne i
diritti, seppero evitare un'aperta rottura colla santa sede. La fazione
degl'Italiani, che volevano difendere contro il papa la libertà della
Chiesa, formava già un sufficiente contrappeso all'ambizione dei
pontefici. Questo partito era quasi sempre dominante a Milano ed in
Lombardia; ed era potente anche in Roma, ove un uomo assai ricco ne
aveva presa la difesa. Questo capo era Pietro Leone, il quale,
quantunque giudeo d'origine, erasi acquistato un immenso credito nella
capitale del cristianesimo[207]. Egli ottenne di far entrare in Roma
l'antipapa Cadolao, che prese il nome d'Onorio II. Cadolao riportò una
vittoria sulle truppe del legittimo papa, e si stabilì nel vaticano; ma
ne fu presto scacciato dalle forze del duca di Toscana[208].

  [207] Pietro Leone non ottenne per altro nè la confidenza
  dell'imperatore, nè quella d'Onorio II. Il vescovo scismatico Benzo
  lo aveva dipinto come un furbo. _Benzoni Episc. Albensis Panegir.
  Hen. III. Im. lib. II. c. 4. et 8. p. 985. 987 apud Menchen. Scrip.
  Germ. t. I._

  [208] _Benzo Paneg. lib. II. p. 982 ec. — Vita Alexandri II ex Card.
  Arrag. t. III. p. I. p. 302. — Vita ejusdem pont. ex Amalrico Augerio
  p. II. p. 356._

Quando Ildebrando, che prese il nome di Gregorio VII, fu l'anno 1073
elevato sulla cattedra di s. Pietro, terminava appunto la minorità
d'Enrico. Questo principe, giunto oltre i vent'anni, aveva un'anima
troppo altiera, ed era troppo valoroso per piegarsi sotto vergognose
condizioni; onde posto da banda ogni riguardo per i pontefici che lo
esacerbavano con reiterati insulti e soverchierie, prese fin d'allora la
risoluzione di esporsi alle usurpazioni colla forza. Facevano alquanto
torto al nobile e generoso suo carattere l'essersi senza alcun ritegno
abbandonato alle giovanili passioni, ed il disprezzo per tutte le cose
religiose che gli aveva inspirato l'ambiziosa furberia del clero. I papi
ed i loro partigiani approfittarono di tali difetti per rappresentarlo
come un empio; pure vedremo, non già Enrico, ma papa Gregorio deturpare
la propria causa colla più ributtante durezza.

La superstizione suole ingrandire i lontani oggetti. Il cieco
attaccamento dei fedeli verso la Chiesa romana era in ragione contraria
della loro lontananza da Roma: i fulmini del Vaticano facevano tremare i
Tedeschi, ai quali pareva meritevole d'eterna censura qualunque veniva
condannato dal papa[209]: ed era precisamente tra la nazione
dell'imperatore, ed in seno alla sua famiglia, che i preti ottenevano
facilmente di abbatter il potere imperiale. Ma mentre i papi trovavano
nella corte imperiale ambiziosi seguaci e creduli fanatici, gl'Italiani,
mal sofferendo di vedere il capo dello stato sottoposto a vergognoso
giogo, abbracciavano le sue parti con tanto ardore, che lo avrebbero
fatto trionfare de' suoi rivali, se fossero loro mancati gli ajuti della
contessa Matilde, eroina de' mezzi tempi, che alla cieca superstizione
del suo sesso univa il coraggio, il vigore e la costanza del nostro; ed
appunto allora aggiungeva all'immensa eredità de' marchesi di Toscana
quella della famiglia di Canossa. Goffredo di Lorena marchese di Toscana
moriva del 1070, e sei anni dopo lo seguiva la consorte Beatrice, che
lasciava questa sola figlia del primo letto signora del più vasto e
potente feudo, che fino a tale epoca esistesse in Italia[210].

  [209] Al nostro segretario Fiorentino dobbiamo questa verissima
  osservazione energicamente sviluppata nelle sue storie. Accadeva ai
  papi ciò che vediamo accadere a chiunque per dignità o per merito
  trovasi elevato a somma riputazione; i lontani ne conoscono soltanto
  le virtù, i vicini le virtù ed i vizj. N. d. T.

  [210] Il sig. Fiorentini detto Lucchese scrisse con prodigiosa
  erudizione la vita della contessa Matilde. Abbiamo pure una vita in
  prosa di un anonimo, ed un'altra in versi di Donizzone suo suddito e
  cappellano di Canossa, ambedue suoi contemporanei, le quali trovansi
  nel tomo V. _Scrip. Rer. Ital._, e nel tomo I. _Script. Brunsvic.
  Leibnitrii._

Unico scopo di tutte le azioni di Matilde fu l'elevazione della santa
sede, cui consacrò tutte le sue forze finchè visse, e lasciò morendo
tutto quanto possedeva. Ebbe due mariti, il giovane Goffredo di Lorena,
e Guelfo di Baviera; ma l'ambizione, o il fanatismo occupando
interamente il suo cuore, abbandonò due sposi che non credeva abbastanza
attaccati alla santa sede, e si consacrò interamente alla difesa dei
papi[211].

  [211] Matilde era nata da Bonifacio e Beatrice l'anno 1046 e morì
  nel 1115.

(1076) Enrico IV irritato dalla durezza di Gregorio VII tentò di deporlo
nella dieta di Worms, mentre Gregorio deponeva Enrico nel concilio di
Roma: ma questi, abbandonato da suoi vassalli di Germania, che volevano
dare la sua corona a Rodolfo di Svevia, e che gli facevano un'arrabbiata
guerra[212], fu costretto di venire in Italia a chiedere perdono a
quello stesso orgoglioso pontefice che aveva di fresco offeso. La
sentenza di scomunica restava sospesa sul di lui capo fino alla seconda
festa di quaresima del 1077, prima della quale eragli ingiunto di
recarsi a Roma. Nel cuore dell'inverno traversò Enrico le pericolose
foci delle Alpi le meno praticate, perchè le strade più agevoli erano
occupate dai suoi nemici; e giunto in Italia, era costretto d'implorare
presso il pontefice il favore di Matilde. Trovavasi allora Gregorio con
questa principessa nel forte castello di Canossa, posto in vicinanza di
Reggio, di dove preparavasi a passare in Germania. Oltre quello della
principessa Matilde, erasi l'imperatore procurato l'appoggio del
marchese d'Este, dell'abbate di Clugnì, e de' più principali signori e
prelati d'Italia. «Il papa resistette lungo tempo, dice Lamberto
d'Aschaffemburgo storico contemporaneo, ma vinto alfine dalle
importunità e dal rango di coloro che gliene facevano istanza: _E bene,
diss'egli, se veramente è pentito di quanto ha fatto, deponga nelle mie
mani la sua corona, e le insegne della dignità reale, onde darmi così
una prova del suo vero pentimento; e dichiari poi, che in conseguenza
della contumacia di cui si è reso colpevole, si conosce indegno della
dignità e del titolo di re_. I deputati trovando tali condizioni troppo
dure, insistevano presso al papa perchè le addolcisse, e non spezzasse
la canna. Cedeva a stento Gregorio alle loro istanze, acconsentendo che
Enrico s'avvicinasse a lui, e facesse penitenza per riparazione
dell'affronto fatto alla santa sede col disubbidire ai suoi decreti.
Venne Enrico, secondo gli era dal papa ordinato, e come il castello era
circondato da triplici mura, fu ammesso nel secondo recinto, rimanendo
tutto il suo seguito fuori del primo. Enrico, deposti gli abiti reali,
non aveva più nulla che lo mostrasse principe, verun indizio del
consueto fasto: colà rimanevasi coi piedi ignudi, e senza cibo dal
mattino fino a sera, aspettando invano la sentenza del pontefice. Così
fece il secondo ed il terzo giorno, e finalmente fu introdotto il quarto
in presenza di tutti, e dopo lunghe discussioni fu assoluto dalla
scomunica a condizione per altro di presentarsi ad ogni richiesta del
papa innanzi ad un'assemblea dei principi di Germania per giustificarsi
intorno alle accuse fattegli: che il papa sarebbe giudice, per lasciare
ad Enrico il regno, ove provasse la sua innocenza, o per ispogliarnelo
in caso contrario, e punirlo secondo il rigore delle leggi
ecclesiastiche..... Che fino a tale epoca non gli erano vietate
l'insegne della reale dignità e l'amministrazione de' pubblici
affari[213].»

  [212] _Lambertus Schafnaburgensis de rebus gestis a German. p. 403.
  apud Struvium Scriptorum Germanicorum, t. I._

  [213] _Lambertus Schafnab. de Rebus German. p. 420._

Per tal modo con un insigne tradimento, dopo averlo assoggettato ad una
durissima penitenza, solo, mezzo ignudo, esposto all'eccessivo freddo
sopra un terreno coperto di nevi nel cuore dell'inverno[214]; invece di
assolverlo dopo così umiliante sommissione, lo sottoponeva ad un altro
tribunale, di cui Enrico non aveva ammessa la competenza, onde venisse
rigorosamente giudicato.

  [214] Riporterò intorno a questo avvenimento i versi di Donizzone,
  cappellano di Canossa, il quale fu probabilmente testimonio
  dell'avvilimento d'Enrico. Sarà questo in pari tempo un saggio della
  sua barbara poesia. _Vita Com. Mathil. l. II. c. I. p. 366._

    _. . . . . . . . . . . . Frigus_
    _Per nimium magnum Janus dabat hoc in anno._
    _Ante dies septem quam finem Janus haberet,_
    _Ante suam faciem concessit papa venire_
    _Regem, cum plantis nudis a frigore captis_
    _In cruce se jactans, saepissime clamans_
    _Parce beate pater, pie parce mihi peto plane._

  Tanto Lamberto, che Donizzone erano partigiani del papa, e nemici
  d'Enrico, onde chiudono tale racconto con invettive contro l'ultimo
  per avere violate le condizioni che gli erano state imposte.

I popoli lombardi ed i vescovi italiani, quasi tutti in guerra col papa,
non dissimularono il concepito sdegno sia per l'inumano proceder di
Gregorio, sia per la vile sommissione d'Enrico. Ma questi, uscito appena
di Canossa, si disponeva con tutti i mezzi a vendicare l'avvilito onor
suo. La sorte delle armi si dichiarò a suo favore. Tornato in Germania
attaccò Rodolfo di Svevia, e lo sconfisse più volte. Perdeva questi la
vita in una battaglia datagli nel 1080[215], nel giorno medesimo in cui
i Lombardi che stavano per Enrico, trionfano della contessa Matilde alla
Volta nel Mantovano.

  [215] _Sigeberti Gemblacensis Cronog. p. 843._

Gregorio aveva formato il piano del dispotismo ecclesiastico, e ne aveva
proclamati i principj. Gli annali ecclesiastici conservarono la raccolta
di queste massime intitolata _dictatus papae_. Fa sorpresa il vedere con
quale audacia la tirannia teocratica ardisce levarsi la maschera. «Non
v'ha al mondo che un solo nome, quello del papa; egli solo può impiegare
gli ornamenti imperiali, e tutti i principi devono baciare i suoi piedi;
egli solo ha l'autorità di nominare e deporre i vescovi, convocare,
presedere, e sciogliere i concilj. Non v'è chi possa giudicarlo; la sola
elezione lo costituisce santo. Egli non ha errato mai, ne può errare in
avvenire. Egli può a sua voglia deporre i principi, e sciogliere i
sudditi del giuramento di fedeltà, ec.[216]»

  [216] _Baronius Annal. ad an. 1076. § 24._

Gregorio non visse abbastanza per vedere maturati i suoi ambiziosi
progetti. Enrico tornato in Italia del 1081 opponeva a Gregorio
l'antipapa Guiberto arcivescovo di Ravenna, che facevasi chiamare
Clemente III. Nell'anno 1084, dopo averla più volte assediata, Enrico si
rese padrone di Roma, e vi fece consacrare il suo papa, da cui riceveva
poscia la corona imperiale. Mentre Gregorio si stava nella mole Adriana,
ed i romani eransi collegati con Enrico per assediare il loro papa,
Roberto Guiscardo capo di que' Normanni, di cui parleremo nel
susseguente capitolo, avanzandosi alla volta di Roma con una
considerabile armata, dopo aver costretto l'imperatore a ritirarsi,
bruciò la città da s. Giovanni Laterano fino al Coliseo, e fece schiavi
un infinito numero di cittadini. Dopo questo saccheggio, l'antica città
rimase quasi affatto deserta, essendosi la popolazione concentrata al di
là del campidoglio in quella parte che altra volta formava il campo di
Marte[217]. Roma fu in preda a tutti i mali che un nemico barbaro suol
cagionare ad una città presa d'assalto, e Guiscardo condusse seco,
partendo, il papa, il quale morì prigioniero in Salerno in maggio del
1085, dopo avere ripetuti i suoi anatemi, e le sue imprecazioni contro
Enrico contro l'antipapa Guiberto e contro i loro principali
aderenti[218]; ma dopo avere altresì colla sua alterigia e durezza di
carattere disgustati quasi tutti i vescovi d'Italia; obbligati gli
stessi romani, che gli erano lungo tempo rimasti fedeli, a prender
l'armi contro di lui; e finalmente dopo essere stato principalissima
cagione della rovina di quella maravigliosa città, di cui era pastore e
quasi sovrano.

  [217] _Vita Greg. VII. ex Card. Arrag. p. 313. — Landulphus Senior l.
  IV. c. 3. p. 120. — Gaufridus Malaterra Hist. Sicula l. III. c. 37.
  tom. V. Rer. Ital. p. 587._

  [218] _Pauli Bernriedens. vit. Greg. VII. c. 110. p. 348._

Vittore III, Urbano, Pasquale e Gelasio II, succeduti nel papato a
Gregorio VII, avevano adottate le sue massime. Matilde dal canto suo
dispiegava una tal quale grandezza d'animo, ch'era figlia della cieca
sua superstizione. Del 1092, Enrico cogli ajuti dell'antipapa rovinava
nel Modonese i possedimenti di Matilde, e ne andava indebolendo il
partito in modo, che i teologi della duchessa, avviliti da tante
disgrazie, la consigliavano nella dieta di Carpineto di prendere
consiglio dalle circostanze presenti, e di riconciliarsi
coll'imperatore: perchè Matilde ordinando loro di tacere, io morirò,
disse, anzi che trattare di pace con un eretico[219].

  [219] _Donizzo Vita comitissae Matil. l. II. c. 7. p. 371._

(1093) Nel susseguente anno riuscì ad Urbano II di far ribellare ad
Enrico il maggior figliuolo Corrado, e la Chiesa[220] applaudì con
feroce piacere alla ribellione ed alle infami calunnie che Corrado, per
giustificare la propria condotta, andava pubblicando in pregiudizio
della gloria paterna[221]. Corrado fu riconosciuto dal papa re d'Italia;
ed in Monza ricevette la corona di Lombardia. Dopo otto anni di guerre
civili morì Corrado disprezzato da que' medesimi che lo avevano istigato
alla ribellione, ed avevano saputo approfittarne. È però vero che la
ribellione di Corrado giovò a stabilire l'equilibrio tra le due nemiche
fazioni.

  [220] Ciò è detto assai impropriamente, confondendo la Chiesa col
  papa e colla sua corte. N. d. T.

  [221] _Dodechini appendix ad Marianun Scotum apud Struvium Scrip.
  Germ. t. I. p. 661. — Sigeberti Gembl. Chronog. p. 848._

Nella stessa epoca il fanatismo religioso eccitava un assai più grande
incendio. Urbano II (1095), quello stesso pontefice che protesse un
figlio ribelle, predicò la crociata nei Concilj di Piacenza e di
Clermont; e scosse in modo tutta l'Europa, che le popolazioni
occidentali attraversavano a guisa di torrenti l'Italia per recarsi in
Oriente[222]. I crocesegnati, risguardandosi come soldati della Chiesa,
non potevano soffrire che venisse opposta veruna resistenza al papa;
onde ristabilirono sulle rovine della potenza imperiale quella della
santa sede. Enrico non si trovò abbastanza forte per resistere a questo
torrente, e del 1097 si ritirò in Germania.

  [222] L'armata de' crociati che attraversò l'Italia era capitanata
  da Ugo fratello del re di Francia, da Roberto di Fiandra, da Roberto
  di Normandia, e da Eustachio di Bologna. Cacciò di Roma l'antipapa
  Guiberto, togliendogli, ad eccezione di castel s. Angelo, tutte le
  fortezze.

Dopo tal epoca, ad altro omai non pensò Enrico che a rendere la pace
alla Chiesa ed all'impero. Benchè inseguito dalle scomuniche papali,
mostrò di non curarsi delle ingiurie de' pontefici; anzi pareva
inclinato a spogliarsi della corona in favore del figliuolo Enrico V,
sperando che più facilmente potessero trattar d'accordo due antagonisti
non ancora esacerbati da lunga discordia[223]. L'inesecuzione di tale
progetto offese l'ambizione del giovane principe, il quale riscaldato
dagli emissarj di Pasquale II, che, valendosi dell'ardente suo desiderio
di regno, seppero rappresentargli la fellonìa che stava per commettere,
come un'azione santa e gloriosa, si fece ribelle. Narrando questi
tragici avvenimenti mi atterrò all'autorità del Sigonio istorico
affezionato alla santa sede[224].

  [223] _Annal. Hildeshemens. apud Leibn. p. 733. — Dodech. append. p.
  666. — Sigeberti Gemb. Chr. p. 854._

  [224] Il Sigonio non è uno scrittore contemporaneo; e perciò la sua
  penna non è ligia alle passioni di un secolo di guerre civili.
  Altronde egli si appoggia alla testimonianza di più antichi autori,
  quali sono _Ottone di Frisinga l. VII. c. 8. 12. p. 113. all'ab.
  Uspergense nel Cronico p. 243, all'anonimo scrittore della vita di
  Enrico IV. ec._

(1106) Doveva il giorno di Natale del 1106 riunirsi in Magonza la dieta,
la quale, per esservisi condotti tutti i fautori del giovane Enrico, fu
più numerosa assai delle precedenti. Il giovane Enrico consigliò il re
suo padre a non porsi in balìa di persone di dubbia fede; onde
l'imperatore che sinceri credeva i consigli dello sleale figliuolo, si
ritirò nel castello d'Ingelheim. Colà gli si presentarono un giorno gli
arcivescovi di Magonza, di Colonia e di Worms, intimandogli, a nome
della dieta, di mandare le decorazioni imperiali, la corona, l'anello ed
il manto di porpora, onde rivestirne il di lui figliuolo. E perchè
l'imperatore chiedeva il motivo della sua deposizione, gli rispondevano
aspramente essere ciò accaduto per avere tanti anni travagliata la
Chiesa con una odiosa contesa, perchè vendette i vescovadi, le abbazie e
tutte le dignità ecclesiastiche; perchè non ubbidì alle leggi
nell'elezione de' vescovi. Ecco, soggiungevano, i motivi che
determinarono il sommo pontefice ed i principi di Germania non solo a
privarvi della comunione dei fedeli, ma ancora del trono.

«Ma voi, replicò l'imperatore, voi arcivescovi di Magonza e di Colonia,
che mi accusate d'avere vendute le dignità ecclesiastiche, dite almeno
quanto esigessi da voi allorchè vi diedi quelle chiese, le più ricche e
potenti del mio impero: e perchè, se forzati siete di confessare ch'io
nulla vi chiesi, perchè v'associate ai miei accusatori, quasi non
sapeste che in ciò che vi risguarda ho esattamente eseguito il mio
dovere? Perchè v'unite voi pure a coloro che hanno mancato alla data
fede ed ai giuramenti fatti al loro principe? perchè vi fate loro capi?
Pazientate ancora pochi giorni, che l'età ed i sofferti affanni mi
mostrano non lontano il naturale termine di mia vita; o se pure volete
ad ogni modo togliermi il regno, fissate un giorno in cui mi toglierò di
mia mano la corona di capo per porla su quello di mio figliuolo.»

Gli arcivescovi gli fecero comprendere di essere disposti a dare anche
colla forza esecuzione agli ordini della dieta, onde Enrico ritirossi; e
consigliatosi coi pochi amici che gli rimanevano ancora, vedendosi
circondato da gente armata cui non avrebbe potuto resistere, si fece
recare le insegne reali ed il manto; indi, salito sul trono, fece
chiamare gli arcivescovi.

«Eccole, disse loro, quelle insegne della real dignità, che la bontà del
re dei secoli, ed i pieni suffragi dei principi dello stato mi
accordarono. Non farò uso della forza per difenderle, che non previdi un
domestico tradimento, nè pensai a prevenirlo. Il cielo mi diede grazia
di non supporre tanto furore ne' miei amici, nè tanta scelleratezza nei
miei figliuoli. Pure, con l'ajuto di Dio, il vostro pudore difenderà
forse la mia corona, o se pure non vi tocca il timore di quel Dio che
difende i re, ne vi cale della perdita dell'onor vostro, soffrirò dalle
vostre mani una violenza da cui non posso difendermi.»

Ai deputati, resi incerti da tale discorso, perchè mai esitate, gridò il
vescovo di Magonza, non è di nostra spettanza il consacrare i re e
vestirli della porpora? Perchè non sarà da noi spogliato quello che per
una «pessima scelta fu da noi vestito?» A tali parole, avventandosi
contro Enrico, i deputati gli tolsero la corona di capo, e forzandolo a
scendere dal trono, lo spogliarono della porpora, e degli ornamenti
reali. Intanto Enrico gridò ad alta voce: «Sia Iddio testimonio del
vostro procedere. Egli mi castiga per i peccati della mia gioventù,
facendomi soffrire un'ignominia che altro re non sofferse giammai. Ma
voi che osaste portar le mani sul vostro sovrano, voi che violaste il
giuramento che vi voleva a me fedeli, voi pure non isfuggirete alla sua
collera: Iddio vi punirà come ha punito l'Apostolo che tradì il suo
maestro.»

Ma gli arcivescovi, disprezzando le sue minacce, si recarono presso il
giovine Enrico per consacrarlo; mentre l'imperatore chiudevasi in
Lovanio, ove s'affollavano intorno a lui gli antichi amici,
promettendogli il loro soccorso. Formarono infatti una potente armata, e
ben tosto si trovarono a fronte in aperta campagna il padre ed il
figlio, e nel primo fatto rimase questi perdente, e costretto a fuggire.
Non tardò per altro a riunire le sue truppe e condurle a nuova
battaglia, nella quale il padre compiutamente battuto, rimase
prigioniero de' suoi nemici che lo caricarono d'oltraggi[225].

  [225] Appartiene senza dubbio a quest'epoca l'abboccamento tra il
  padre ed il figlio, di cui il vecchio Enrico informò Filippo I re di
  Francia con una lettera del 1106. «Appena lo vidi, gli scrive,
  commosso nel più intimo del mio cuore da dolore e da paterno
  affetto, mi gettai a' suoi piedi supplicandolo, scongiurandolo in
  nome di Dio, della sua fede, dell'anima sua, a non macchiare in
  questa occasione, quand'anche co' miei peccati mi sia meritati i
  divini castighi, la sua coscienza ed il suo onore; imperciocchè
  veruna legge umana o divina costituisce il figliuolo vindice dei
  delitti del padre.......» Nella medesima lettera gli parla della
  sofferta prigionia. «Lasciando da un canto gli obbrobrj, le
  ingiurie, le minacce, le scuri pronte a cadermi sul capo, se non
  facevo quanto mi era comandato, la fame e la sete ch'io soffersi per
  opera di tali ch'erami ingiurioso di vedere e d'ascoltare; per non
  dire ciò che ancora più doloroso riesce, che altra volta fui felice
  ec. .....» Questa commovente lettera ci fu conservata da Sigeberto
  Gemblacense presso Struvio _t. I. p. 856_.

Fu l'infelice monarca in così misero stato ridotto, che venne a Spira
nel tempio da lui eretto alla Vergine, chiedendo al vescovo di quella
città gli alimenti, soggiungendo ch'era ancora capace delle funzioni di
chierico, sapendo leggere e scrivere: e perchè gli venne rifiutata così
umile inchiesta, si volse alle persone presenti, dicendo loro: «Voi
almeno, o miei amici, abbiate pietà di me; vedete la mano di Dio che mi
castiga.» Di là a poco tempo dovette il giorno 7 degl'Idi d'agosto
succumbere alla profonda afflizione che lacerava il suo cuore. Il suo
cadavere rimase cinque anni insepolto nella chiesa di Liegi, perchè il
papa aveva vietato di seppellirlo in luogo sacro[226].

  [226] _Sigon. De Reg. Ital. l. IX._

Sentiamo una specie di compiacenza nel vedere il vecchio ed infelice
Enrico vendicato da' suoi medesimi nemici. Il feroce Pasquale fu tradito
e perseguitato dal medesimo principe ch'egli aveva stimolato a
ribellarsi al padre; e questo figlio snaturato d'un padre che lo amava,
umiliato da quella Chiesa per la quale aveva combattuto contro suo
padre.

(1110) Enrico V non potè avanti il 1110 venire in Italia a ricevervi
dalle mani del papa la corona imperiale. Soddisfatta la brama di
occupare prima del tempo la paterna eredità, non era soddisfatta la sua
ambizione se non la possedeva tutta intera. Il diritto delle investiture
veniva con ragione risguardato siccome una delle principali prerogative
della corona, ed Enrico non era disposto di rinunciarvi a verun patto.

Avvicinandosi a Roma, stipulò ai confini della Toscana con Pietro Leone,
uno de' più potenti signori di Roma, una convenzione, che poi rinnovò a
Sutri, tendente ad assicurare la pace tra la Chiesa e l'impero. Convien
dire che considerabili fossero le forze d'Enrico, e che Pasquale benchè
collegato coi Normanni si trovasse ancor assai debole, poichè serviva di
base al trattato una larga concessione del papa a favor
dell'imperatore[227]. Lo stesso Enrico ne dava parte con sua lettera ai
fedeli in tale maniera:

«Il signor Pasquale voleva, senza ascoltarci, privare il regno delle
investiture dei vescovi che noi possediamo, e che nel corso di quattro
secoli possedettero i nostri predecessori, fino dai tempi di Carlo
Magno, sotto sessantatre diversi pontefici, in virtù e coll'autorità dei
privilegi. E perchè noi gli chiedevamo per mezzo dei nostri deputati
qual cosa allora rimarrebbe al re, avendo i nostri predecessori donate
alle chiese quasi tutte le nostre proprietà, rispondeva che gli
ecclesiastici sarebbero contenti delle decime e delle offerte, e che
potrebbe ripigliarsi e conservare per se e suoi successori le terre e
diritti signorili donati alle chiese da Carlo, da Luigi, da Ottone, da
Enrico. A ciò facevamo rispondere che non volevamo renderci colpevoli di
tanta violenza e di tale sacrilegio verso le chiese; ma il papa assicurò
e promise con giuramento che riprenderebbe di propria autorità tutti i
beni alle chiese per rimetterceli legalmente in forza della sua piena
autorità. Allora i nostri deputati dichiararono che s'egli dava
esecuzione alle sue promesse, che pure non ignorava egli medesimo di non
poter mantenere, noi gli avremmo accordate le investiture delle
chiese.... Frattanto per dare a conoscere che di nostra spontanea
volontà non arrechiamo alcun danno alle chiese del Signore, facciamo
sotto gli occhi, ed all'udito di tutti, pubblicare a comune intelligenza
il presente decreto.» Il giorno 12 febbrajo del 1111 il papa e
l'imperatore recaronsi nella basilica Vaticana per eseguirvi
l'incoronazione in presenza di tutto il popolo. «Noi, per la grazia di
Dio, Enrico imperatore augusto de' Romani, doniamo a s. Pietro, a tutti
i vescovi ed abbati, ed a tutte le chiese, quanto i nostri predecessori,
re o imperatori concedettero, diedero, offrirono sperando un eterno
premio. Quantunque peccatore mi guarderò bene, per timore del terribile
giudizio, di sottrarre tali doni alle chiese.» — «Dopo aver letto e
sottoscritto questo decreto invitai il signore papa a dar esecuzione, a
quanto aveva promesso colla carta delle nostre convenzioni, ma mentre
persistevo in tale domanda, tutti i figliuoli della Chiesa, vescovi ed
abbati, tanto suoi che nostri, gli si opposero tutti con fermezza in
faccia, dicendo ad alta voce, che il decreto dal papa promesso (ci si
permetta di dirlo senza offesa della Chiesa) era eretico; ond'egli non
osò proferirlo.»

  [227] Le prime convenzioni fatte con Pietro Leone vengono riportate
  dal Baronio all'anno 1110. § 2, e quelle di Sutri all'anno 1111. §
  2; ma per ben intenderle convien leggere _Petrus Diacon. Contin.
  Chronici Cassin. l. IV. c. 35. p. 513._ e le lettere d'Enrico V.
  presso Dodechin. _Ap. p. 668._, ed abbreviate in _Sigibertus Gemlac.
  Chronog. p. 861._

E per tal modo, mentre Pasquale intimava ad Enrico di rinunciare al
diritto d'investitura, faceva che il suo clero non gli permettesse di
rilasciargli i diritti signorili posseduti dalla Chiesa. Tale contesa
diede luogo ad un violento tumulto che impediva la cerimonia
dell'incoronazione; perlochè Enrico adirato fece sostenere il papa e la
maggior parte degli ecclesiastici che lo accompagnavano, dandogli in
guardia al patriarca d'Aquilea[228]. Ma al cardinale di Tuscolo ed al
vescovo d'Ostia riuscì di fuggire inosservati in mezzo al tumulto, e
rientrarono travestiti in Roma, eccitando i cittadini a prendere le armi
per liberare il capo della Chiesa. La mattina susseguente, appena fatto
giorno, le milizie romane uscirono impetuosamente dalla città, ed
assalirono i Tedeschi che occupavano la città Leonina, ossia il
quartiere del Vaticano in Transtevere. Lo stesso Enrico trovossi in
grave pericolo di perdere la vita, e la sua armata sarebbe stata
interamente disfatta, se i Romani non avessero lasciata imperfetta la
vittoria per ispogliare i fuggiaschi. Enrico approfittando di tanto
errore, riunito un corpo di Tedeschi e di Lombardi, caricò le milizie
romane, e le spinse parte nel Tevere, parte sforzò a salvarsi in estremo
disordine entro le mura della città. Ad ogni modo non credette di
cimentarsi, con un'armata troppo debole, a nuovi insulti, rimanendo in
una città nemica; e si ritirò sollecitamente nell'alta Sabina, seco
conducendo il papa prigioniere[229], il quale rimase due mesi rinchiuso
con sei cardinali nella fortezza di Tribucco. Altri cardinali furono
rinserrati in altro castello, e tutti duramente trattati, onde disporli
ad accettare una convenzione che ponesse fine alla lite.

  [228] _Chron. Monast. Cassin. l. IV. c. 38. p. 517. — Pandulp. Pisani
  vita Paschalis II. p. 357. — Vita Pascalis II ex Cardin. Arragonio p.
  361._

  [229] _Chron. Cassin. l. IV. c. 39. p. 517._

Non isperando altronde soccorso, ed oppresso dai patimenti proprj e da
quelli de' compagni della sua disgrazia, Pasquale, cui veniva fatto
credere che l'imperatore procederebbe tosto alle ultime estremità, e lo
farebbe morire con tutti i suoi cardinali, se non s'arrendeva alle sue
domande, acconsentì finalmente di fare all'imperatore espressa e formale
cessione, con atto firmato da lui e da sedici fra cardinali e vescovi,
dell'investitura dei vescovadi e delle abbazie del suo regno, purchè
l'accordasse gratuitamente e senza simonia[230]; promettendo inoltre di
non prender veruna parte in quest'oggetto. Assolse poi tutti i
partigiani d'Enrico dalle scomuniche che potessero aver incorse; promise
di non scomunicare in avvenire Enrico, ed accordò che le ossa d'Enrico
IV fossero finalmente collocate in luogo sacro. Questo trattato solenne,
munito di tutte le formalità, fu riconfermato con giuramento sull'ostia
sacra divisa tra le parti che ricevevano l'eucaristia. Dopo di ciò il
pontefice pose di propria mano la corona imperiale sul capo d'Enrico, ed
ebbe da Enrico la libertà. Durante questa cerimonia rimasero chiuse le
porte di Roma, onde impedire che i cittadini irritati non la turbassero
con improvviso assalto[231].

  [230] Veggasi quest'atto presso _Sigeb. Gembl. Chron. p. 863._

  [231] _Chron. Monast. Cassin. l. IV. c. 40, p. 518._

Se il trionfo d'Enrico fu intero, non fu però di lunga durata. Il
collegio dei cardinali, tosto che vide liberato Pasquale, manifestò il
suo malcontento perchè il capo della Chiesa avesse ceduti i suoi più
cari privilegi, per i quali Gregorio VII, ed i suoi successori eransi
esposti a tanti pericoli, avevano fatto versare tanto sangue, e dannate
al fuoco eterno le anime di tanti fedeli fulminati dalle scomuniche
generali, o morti durante l'interdetto. Questi clamori andarono
crescendo allorchè, ritiratosi Enrico colla sua armata in Allemagna, il
clero si vide liberato da ogni timore. I cardinali prigionieri con
Pasquale, che avevano ricevuta la libertà quando il papa col loro
assenso aveva firmato l'atto delle investiture, invece d'appoggiare il
di lui operato, credettero giustificarsi da ogni rimprovero con
un'equivoca dichiarazione. «Noi approviamo quanto abbiamo
precedentemente approvato, e condanniamo ciò che sempre abbiamo
condannato[232].»

  [232] _Baron. Annal. Eccl. ad ann. 1111. § 25._

Volevano i più zelanti cattolici, che il papa annullasse il giuramento
da lui emesso ed il trattato, e scomunicasse l'imperatore; ed intanto i
legati della santa sede, prevenendo il giudizio della Chiesa, avevano
promulgata tale sentenza ne' concilj provinciali; onde in principio del
susseguente anno, Pasquale fu costretto di convocare un concilio
generale nel palazzo di Laterano per decidere tale quistione. (1112)
Questo concilio abolì il privilegio estorto al papa, e fulminò la
scomunica contro Enrico. Pasquale nè s'oppose, nè ratificò tale
sentenza. Quantunque spiegasse nella persecuzione d'Enrico IV un
eccessivo fanatismo, non lasciava di essere religioso e di buona fede;
avendone già dato prova quando propose ad Enrico V di cedergli le
regalie, come ne diede un'altra col resistere alle importune istanze del
suo clero per annullare un giuramento estorto colla violenza. (1116)
Tornò Enrico in Italia del 1116, per prendere possesso dell'immensa
eredità della contessa Matilde, morta il 24 luglio del precedente anno.
Vero è che questa principessa aveva con testamento del 1102 lasciati
tutti i suoi beni presenti e futuri alla Chiesa romana per la salvezza
della propria e delle anime de' suoi parenti; ma questo testamento in
cui non trattasi che delle proprietà, e non dei feudi, o de' beni
signorili, non si ebbe per valido[233]. Si pretese che una donna non
potesse disporre delle proprie terre, e l'eredità di Matilde fu in tutto
il secolo dodicesimo un soggetto di contestazione tra gl'imperatori ed i
papi.

  [233] Siccome i pretesi diritti de' papi alla sovranità di una parte
  dell'Italia non avevano altro fondamento che la donazione della
  contessa Matilde, è cosa veramente notabile, che in quell'atto di
  donazione non s'incontri un solo vocabolo indicante sovranità,
  diritti signorili, dominj di paesi e città, giustizie, omaggio di
  vassalli; nulla in somma fuorchè la semplice trasmissione dei dominj
  rurali. _Pro remedio animae meae et parentum meorum, dedi et obtuli
  Ecclesiae sancti Petri, per interventum Domini Gregorii Papae VII,
  omnia bona mea jure proprietario, tam quae tum habueram, quam ea
  quae in antea aequisitura eram, sive jure successionis, sive alio
  quocumque jure, ad me pertinent, et tam ea quae ex hac parte montium
  habebam, quam illa quae in ultramontanis partibus ad me pertinere
  videbantur_. La contessa aveva già fatta tale donazione sotto il
  papato di Gregorio VII, ma perdutasi la carta, la rinnovò in favore
  di Pasquale II. Questa carta è stampata in calce al poema di
  Donizzone. _Script. Rer. Ital. t. V. p. 384._

Poichè fu riconosciuto possessore dell'eredità della contessa, Enrico
s'avanzò verso Roma, chiamatovi dai principali nobili contro papa
Pasquale, che loro aveva dato varj motivi di malcontento. Enrico veniva
ricevuto in Roma quasi in trionfo, mentre il papa fuggiva a monte
Cassino, indi a Benevento[234].

  [234] _Chron. Monas. Cassin. l IV. c. 60. e 61. p. 528._

Morì Pasquale nel susseguente anno in età assai avanzata senza che
potesse tornare a Roma. Mentre la maggior parte de' cardinali, uniti ai
vescovi ed ai senatori di Roma, elessero a succedergli Gelasio II, la
fazione imperiale gli sostituì Bordino arcivescovo di Braganza, che la
Chiesa risguarda come antipapa. Gelasio che trovavasi sciolto da
qualunque giuramento, nell'atto di ricevere la tiara, scomunicò
l'imperatore, indi riparossi in Francia per non rimanere esposto alle
vendette d'Enrico. A Gelasio, morto dopo due anni, successe Calisto II,
con cui l'imperatore, stanco di trovarsi in una guerra di così incerto
fine, trattò di componimento. Il suo antipapa era caduto in potere de'
cattolici, e tutti i grandi di Germania lo scongiuravano a dar pace alla
Chiesa ed all'impero.

(1122) L'accomodamento si fece a Worms l'anno 1122, ove Enrico aveva
aperta la dieta. L'imperatore concedette alla Chiesa il diritto di dare
le investiture coll'anello e col pastorale, promettendo in pari tempo di
restituirle tutte le possessioni ed i beni signorili di s. Pietro,
appresi da lui o da suo padre. Dall'altra parte il papa accordava ad
Enrico il privilegio, che tutte l'elezioni de' vescovi e degli abbati si
dovessero ne' suoi stati d'Allemagna eseguire alla sua presenza, ma
senza simonia o violenza. Il candidato era obbligato a ricevere
dall'imperatore l'investitura de' beni signorili spettanti alla sua
chiesa per mezzo della consegna dello scettro. Furono quindi levate
tutte le scomuniche, e la contesa che aveva divisa tutta la cristianità,
fu terminata con un così semplice espediente, che reca a prima vista
sorpresa come non siasi avvertito assai prima, poichè almeno in
apparenza contentava le due parti. I diritti feudali venivano in tal
modo separati da quelli della Chiesa, e le due potenze conservavano le
prerogative più convenienti alla propria natura[235]. Fatto è però che
le due parti avevano avvertitamente fino a tal epoca allontanato simile
accordo. L'imperatore non meno che il papa cercavano di confondere i
diritti spirituali e temporali; e non si deve che alla spossatezza d'una
lunga guerra, ed al raffreddamento del fanatismo de' loro partigiani,
l'essersi convenuti a condizioni di giustizia e di equità.

  [235] _Card. Arag. in vita Calix. II. p. 420. — Baronius Annal. Eccl.
  an. 1122. § 11. ec. p. 149. t. XII._



CAPITOLO IV.

      _I Greci, i Lombardi, i Normanni dal VII secolo fino al XII
      nell'Italia meridionale. — Repubbliche di Napoli, di Gaeta e
      d'Amalfi._


Le repubbliche che formeranno l'argomento del rimanente di quest'opera,
appartengono tutte alla parte settentrionale, o all'interno dell'Italia;
le quali tutte s'andarono lentamente e sordamente staccando dall'impero
d'occidente, sotto il di cui favore erano nate; e tutte riconobbero i
principj della loro libertà dagl'imperatori Tedeschi, che in appresso
cercarono di annientare l'opera delle loro mani. Ma durante la prima
metà de' mezzi tempi, benchè più ignorati, ebbero pur luogo gli stessi
avvenimenti in quella parte dell'Italia meridionale che forma al
presente il regno di Napoli. Le città di questa contrada, in allora
soggette ai sovrani di Bisanzio, avevano senza rivoluzione e senza
violenza scosso il giogo di quegl'imperatori, ed avevano ugualmente
trovato nella libertà un nuovo principio di forza, e mezzi per resistere
alle straniere invasioni; siccome nel reggime repubblicano quello
spirito intraprendente e commerciale che le rese tanto ricche e potenti.
Le scarse memorie che ci rimangono di quelle repubbliche, non permettono
di darne perfetta conoscenza. Appena si vedono qua e là sorgere
debolmente indicate in alcune cronache greche e latine, e le dense
tenebre che le circondano, non ci permettono d'avvicinarle, di ben
distinguerne le forme, d'illustrarne le azioni. Non pertanto importa
assaissimo di conoscere il meglio che si possa le loro istituzioni, i
loro prosperi ed infelici avvenimenti; da che l'esempio da queste
repubbliche dato all'Italia, non andò perduto per le città
settentrionali; da che i mercadanti di Pisa e di Genova, che vedremo ne'
susseguenti capitoli istituire i primi governi liberi nella Toscana e
nella Liguria, attinsero probabilmente a Napoli o in Amalfi quegli
elevati sentimenti, quella repubblicana fierezza che comunicarono poi ai
Milanesi, ai Fiorentini ed alle altre città del centro dell'Italia.

Lo stabilimento, la possanza, la divisione e la rovina del gran ducato
lombardo di Benevento meritano altresì d'essere attentamente
considerati. Questo ducato si conservò glorioso anche dopo la disfatta e
la prigionia di Desiderio, re di Pavia: mantenendo ai Lombardi dopo
spenta la loro monarchia pel corso di tre secoli i diritti di nazione
sovrana; contribuendo colle relazioni che teneva coi Greci e cogli
Arabi, ad introdurre in Occidente il commercio, le arti, le scienze: e
per ultimo i suoi stretti rapporti con Napoli, Gaeta, ed Amalfi legano
strettamente la sua alla storia di queste repubbliche.

Le romanzesche avventure, e le quasi incredibili conquiste dei Normanni
nelle stesse province formano pure una parte assai interessante della
storia de' mezzi tempi: tali avvenimenti appartengono per più ragioni al
soggetto che noi trattiamo, e perchè operarono la distruzione delle
repubbliche della Magna Grecia, e perchè fondarono la monarchia delle
due Sicilie, la di cui sorte fu sempre legata a quella delle repubbliche
lombarde e toscane. Procurerò adunque di far alla meglio conoscere in
questo capitolo la storia dell'Italia meridionale nel corso di que'
cinque secoli in cui le repubbliche Greche, i Greci di Bizanzo, i
Saraceni, i Lombardi, i Normanni se ne disputavano il possedimento.

Quando del 568 i Lombardi conquistarono l'Italia sopra Giustino II, le
province rimaste in potere de' Greci, a stento difese dagl'imperatori,
separate le une dalle altre, deboli, scoraggiate, trovaronsi abbandonate
a sè medesime. Autari terzo re de' Lombardi, dopo Arduino, conquistò
Benevento, ed attraversando tutta l'Italia meridionale fino a Reggio,
spinse entro l'onde il suo cavallo, e percotendo colla lancia una
colonna innalzata in mare, gridò, essere quello il solo confine ch'egli
dava alla monarchia lombarda[236]. Lasciò poi a Benevento Zottone uno
dei suoi generali per governare la recente conquista. Questa spedizione
eseguitasi del 589 è l'epoca probabile della fondazione del ducato di
Benevento[237]; il quale trovandosi posto nel centro dell'attuale regno
di Napoli, interrompeva la comunicazione tra le province possedute
ancora dagl'imperatori. Un ufficial greco, nominato da questi, risiedeva
in Ravenna col titolo di esarca, e faceva centro a tutti i governatori
delle altre città d'Italia. Le città della Pentapoli e della Marca
d'Ancona gli erano immediatamente subordinate; egli nominava i duchi di
Roma, i maestri de' soldati di Napoli, ed i governatori della Calabria e
della Lucania. Ma il ducato di Spoleti che pei Lombardi serviva alla
comunicazione, talvolta interrotta, tra l'Italia settentrionale ed il
ducato di Benevento, teneva separata Roma da Ravenna. Nello stesso modo
il ducato di Benevento separava Roma e Ravenna dalla Campania, dalla
Puglia, dalla Calabria e da tutti i possedimenti marittimi dei Greci.
Questi ultimi erano sparsi sulle coste, affatto divisi gli uni dagli
altri.

  [236] _Pauli Diac. de Gest. Longob. l. III. c. 31. p. 451._

  [237] Questo punto di Cronologia viene assai contrastato. Alcuni
  scrittori riferiscono la nomina di Zottone sotto l'anno 568, ed
  ancora ad un'epoca anteriore alla invasione d'Alboino, mentre altri
  Lombardi erano ausiliarj di Narsete. Veggasi _Camilli Pellegrini
  Dissertatio I de ducatu Beneventano. Murat. Scrip. Rer. Ital. t. V.
  p. 165_.

Il mare era signoreggiato dai Greci, ed i Lombardi non avevano marina;
ma i Greci erano timidi e deboli; bellicosi ed intraprendenti i
Lombardi. Stavano i primi sulle difese, e cercavano di fortificare le
loro terre. Rispetto all'Esarcato, credevanlo difeso dalle maremme di
Ravenna, come affidavano la salvezza di Roma al credito dei papi ed
all'antica gloria del nome romano: finalmente speravano che le mura e
l'amore di libertà dei popoli chiamati a difenderle, salverebbero le
città della Calabria[238]; imperocchè i sovrani di Costantinopoli, senza
conoscere la libertà, la protessero presso i loro sudditi occidentali
per risparmiarsi la pena di regnare sopra di loro.

  [238] Quando Belisario assediò Napoli, non solo questa città era già
  fortificata, ma inoltre governata e difesa dai suoi cittadini, che
  temevano sopra tutto di avere guarnigione nella loro città. _Procop.
  de Bello Gothico l. I. c. 8. 9. et 10. p. 14._

Belisario aveva con debolissime armate conquistata l'Italia e l'Affrica.
I tralignati figliuoli de' Romani e de' Greci fuggivano atterriti dalla
milizia, e gl'imperatori non potendo assoldare le loro legioni,
perdettero ben tosto le conquiste di Giustiniano perchè non avevano
soldati che le difendessero. Fino all'istante in cui perdettero i loro
possedimenti d'Italia, i Greci non mandaronvi mai sufficienti forze. Le
poche truppe disponibili formavano la guarnigione di Ravenna, e si
accantonavano dietro le paludi che la circondavano. Felicemente scelta
era la loro posizione; perchè i re Lombardi non potevano senza pericolo
avanzarsi verso il mezzogiorno d'Italia, lasciandosela alle spalle,
tanto più che una nuova armata poteva dalle coste dell'Illirico sbarcare
nel porto di Ravenna, e tagliare ogni comunicazione tra l'armata e gli
stati lombardi. Le città della Campania e della Calabria non rimanevano
dunque esposte che agli attacchi meno vigorosi dei duchi di Benevento.

O sia che il dolce clima e le delizie della Magna Grecia snervassero il
vigore de' Lombardi Beneventani; o pure che i Campani, i Pugliesi, i
Calabresi avessero con una vita laboriosa, e forzati a mettersi in salvo
dalle frequenti aggressioni, ricuperato in parte il valore de' loro
antenati; dopo due o tre generazioni non v'ebbe più una sensibile
diversità tra il valor militare delle due nazioni. Per assicurare ai
Greci le città marittime bastava interessare gli abitanti a difenderle,
rendendo loro una patria: ciò avrebbe dovuto farsi dalla politica, e non
fu che la conseguenza della debolezza dell'impero greco, e dell'azzardo.
L'imperatore rinunciò a parte de' suoi diritti, e tanto bastò perchè le
istituzioni municipali che non eransi mai abolite, e che tutte erano
repubblicane, riprendessero l'antica loro forza.

La repubblica romana aveva formato i governi municipali e quelli delle
colonie sul suo proprio modello, e soltanto in alcune città aveva
conservate alcune istituzioni ancora più antiche, ma ugualmente
repubblicane; nè gl'imperatori eransi adombrati di questo spirito e di
queste impotenti forme che oscuramente sussistevano nelle piccole città.
Due secoli dopo l'intera schiavitù della Grecia, sussistevano ancora
nell'isola d'Eubea le assemblee del popolo, che giudicavano ed emanavano
leggi, i demagoghi, gli agitatori, e tutte le apparenze d'un'assoluta
democrazia[239]. Le costituzioni municipali, modellate su quella di
Roma, conservaronsi ancora lungo tempo, perchè più consentanee alle
leggi generali. Anzi è probabile che sopravvivessero all'impero
d'occidente, poichè l'imperatore Majoriano, negli ultimi periodi di
quest'impero, aveva ristabilita e rassodata l'amministrazione
repubblicana delle città e dei municipj[240].

  [239] Dall'anno 30 fino al 60 dell'era volgare. _Dion. Grisos.
  Discorso intorno alla vita campestre presso Cousin Despreaux, Storia
  della Grecia l. 66. t. XV._

  [240] Dall'an. 457 al 461. Novella di Majoriano _Cod. Teod._ verso
  il fine _t. V. p. 34_. — _Gibbon c. 36. t. VI._

In sul finire del sesto secolo i Greci possedevano tuttavia alcune città
nella Lucania, o Basilicata, l'antica Calabria, o terra d'Otranto, e il
Bruzio, o la nuova Calabria ulteriore[241]. Riconquistarono più tardi
sui Lombardi le terre di Bari, e la Capitanata, di cui le più forti
città erano Otranto, Gallipoli, Rossano[242], Reggio, Girace,
Santaseverina e Crotone[243]. Avevano inoltre conservate nella Campania,
o Terra di Lavoro, due piccole province marittime, chiuse tra una catena
di montagne ed il mare, e fortificate dalla natura, le quali formavano i
ducati di Gaeta e di Napoli. Il primo ducato, posto tra il Cecubo ed il
Massico, montagne rese famose da Orazio, stendevasi lungo una spiaggia
privilegiata, ove il viaggiatore partendo da Roma vede i primi aranci,
gli aloè, i cacti pendenti dalle rupi, e tutti i prodotti del
mezzodì[244]. La città di Gaeta fabbricata sopra sterile e scoscesa
montagna che sorge di mezzo alle acque, ed è unita al continente da una
striscia di terra assai bassa, era stata facilmente fortificata in modo
da renderla presso che inespugnabile. A questa fortezza appoggiati i
Greci, difendevano le gole d'Itri e di Fondi, e la fertile pianura del
Garigliano. Il ducato di Napoli propriamente detto, lontano un giorno da
Gaeta, non comprendeva che la spiaggia infestata dai fuochi sotterranei
da Cuma fino a Pompea, e separata dal rimanente della Terra di Lavoro
dallo spento vulcano della Solfatara e dal nuovo del Vesuvio. Ma pel
corso d'alcuni secoli si riguardò come parte del ducato di Napoli tutto
il promontorio di Sorrento, il quale è una penisola che divide i golfi
di Salerno e di Napoli, o piuttosto un mucchio di montagne affatto
impraticabili. Veggonsi come sospesi sopra il mare sul pendio di queste
montagne molti ricchi villaggi, e le città di Sorrento e di Amalfi
occupano una a ponente e l'altra a levante, il fondo de' due angusti
seni, talmente chiusi da scoscese montagne, che non vi si può quasi
giugnere che dalla banda del mare[245]. Questi due ducati, siccome i più
separati dall'impero e dai suoi ufficiali, han più agevolmente potuto
darsi un governo repubblicano. Ogni città aveva un municipio, o formato
in sull'esempio della costituzione romana, o conservato fino dai tempi
delle repubbliche della Magna Grecia. I magistrati venivano eletti dai
cittadini in un'assemblea annuale, ed il popolo suppliva colle tasse,
ch'egli medesimo s'imponeva, alle spese che non avevano altro scopo che
il proprio vantaggio; mentre quasi tutto il prodotto delle pubbliche
imposte veniva trasportato a Costantinopoli.

  [241] _Camil. Pelleg. de ducatu Beneven. Disser. V. VI. et VII. Rer.
  Ital. t. V. p. 173.-187._

  [242] _Const. Porphirog. de Admin. Imp. p. II. c. 27. p.
  68. — Byzant. Ed. Venet. t. XXII._

  [243] _Id. de Thematibus l. II t. X. p. 22._

  [244] Terracina ov'incontrasi questa ricca vegetazione, era la città
  più occidentale del ducato di Gaeta. _Camillo Pellegrini Diss. V. p.
  173._

  [245] Io non trovai in paese persona che volesse guidarmi a traverso
  quelle montagne; per altro vedremo in questa storia, che alcune
  armate le attraversarono; tra le altre una di Ruggero I re di
  Sicilia l'anno 1135.

Le città erano state assai ben fortificate dagl'imperatori; ma perchè i
cittadini le difendessero, rendevasi necessario di ordinare la milizia.
Eransi già riuniti per gli uffici civili, si assoggettarono ancora alle
leggi della milizia, eleggendo i loro capitani, sotto i quali difendere
le loro persone e proprietà: ed in tal modo si fecero veramente
cittadini.

Nel settimo secolo, ed in principio dell'ottavo, l'esarca di Ravenna
nominava il primo magistrato o duca delle principali città
marittime[246]. Ma poichè Ravenna cadde in potere de' Lombardi, il
governo delle città greche fu diviso fra il duca, o maestro de' soldati
di Napoli, ed il patrizio di Sicilia, i quali fino al decimo secolo
vennero eletti dall'imperatore[247]. Dopo tal epoca, il maestro dei
soldati di Napoli veniva nominato dai suffragi de' suoi concittadini.

  [246] _Costan. Porphyr. de Adminis. Imperii, p. II. cap. 27. p. 68._

  [247] Camillo Pellegrini _de ducatu Benev. Diss. V. p. 175._

Nel periodo dei cinque secoli che racchiude la durata delle repubbliche
della Campania, furono queste frequentemente chiamate a guerreggiare
contro i Lombardi padroni del ducato di Benevento. Ma, per il corso di
tre secoli, tali guerre ci vengono appena indicate da pochi monumenti
storici, ed assai confusamente, non avendo verun istorico antico delle
città greche, e non incominciando le cronache degli scrittori lombardi
beneventani che col regno di Carlo Magno. Per altro, poco dobbiamo
dolerci di non avere di quelle guerre più circostanziati racconti;
perciò che la debolezza dei due popoli nemici, e la natura del paese, li
forzavano a limitare le loro imprese all'attacco di qualche castello o
villaggio posto su le montagne; e quando non accadeva loro
d'impadronirsene nel primo impeto, non avendo modo di formarne regolare
assedio, i principali guerrieri, approfittavano di qualche opportunità
per dar prove del loro valore battendosi in singolar duello, o tentando
qualche ardita scorreria nel cuore del paese nemico; poi si ritiravano.
I Lombardi s'avanzarono più volte fin sotto le mura di Napoli, di Gaeta,
d'Amalfi, ed allora i Greci, in cambio d'impedire al nemico lo stendersi
nelle loro campagne, riparavansi, fossero cittadini o villani, entro le
mura dei loro castelli. E perchè avanti che s'inventassero le
artiglierie, i mezzi d'attaccar le piazze erano affatto sproporzionati
ai mezzi di difesa, non potendosi ridurre che per fame o per viltà,
tutti gli attacchi de' Lombardi tornarono vani.

Erano omai cento cinquant'anni passati da che i ducati di Napoli e di
Gaeta. mantenevansi indipendenti in mezzo ai Lombardi Beneventani,
allorchè Leone l'Isaurico, coll'abolire ne' suoi stati il culto delle
imagini, disgustò i suoi sudditi d'Italia, e perdette parte delle
province che possedeva in questa contrada. Esilarato, duca di Napoli,
volendo obbligare quegli abitanti, fortemente attaccati al culto delle
imagini, all'osservanza delle ordinanze imperiali, li rese ribelli. In
pari tempo papa Gregorio II, avendo accusato il loro duca d'aver preso
parte in una trama per assassinarlo, essi massacrarono il duca e suo
figlio; rimandarono il duca Pietro destinato suo successore a
Costantinopoli; forzarono il patrizio Eutichio a giurare di nulla
intraprendere contro il papa, e convennero coi Romani e col re Lombardo
di difendere contro chiunque si fosse il successore di s. Pietro[248].
Non perciò lasciarono di riconoscere la supremazia degl'imperatori
orientali; e perchè questi, per lo stesso motivo delle imagini, avevano
già perduto l'Esarcato di Ravenna, trovarono conveniente di non
s'opporre apertamente al culto delle imagini: onde i Napoletani
accolsero il nuovo duca loro mandato da Costantinopoli. Intanto questo
scisma indebolì sempre più i legami che univano le città Campane
all'impero, e lo spirito d'indipendenza vi fece rapidissimi progressi.

  [248] _Anastas. Bibl. de vit. Greg. II p. 156. t. III. p. I._

Quando del 774 fu da Carlo Magno distrutta la monarchia lombarda, era
duca di Benevento Arichis, genero dell'ultimo re Desiderio; il quale non
volendo riconoscere il nuovo sovrano d'Italia, fu il primo de' principi
beneventani a dichiararsi indipendente, facendosi coronare ed ungere dai
vescovi del suo principato. In pari tempo si pacificava coi Napoletani,
ond'essere in istato di difendersi contro Pipino, figliuolo di Carlo
Magno, allora re d'Italia, il quale si disponeva ad inseguire i Lombardi
nel ducato di Benevento. Ad ogni modo, dopo una guerra disgraziata,
vedevasi costretto di cedere, riconoscendosi tributario dell'impero
d'Occidente, e dando il figliuolo Grimoaldo in ostaggio a Carlo
Magno[249]. Da che i Lombardi furono oppressi, l'imperatore d'Oriente
prese a proteggerli, ed accolse in corte Adelgiso figliuolo dell'ultimo
re. Onde il duca di Benevento per facilitarsi i soccorsi di
Costantinopoli fortificò Salerno, il solo porto di mare ch'egli avesse
ne' suoi stati, e vi fissò stabilmente la sua residenza[250].

  [249] _Erchempertus Monacus Cassin. Hist. Longob. Beneventi c. 2. et
  3. p. 237. t. II. Rer. Ital._

  [250] _Erchemp. c. 4. p. 238. — Anon. Saler. ap. Camil. Pell. p. 287.
  t. II. p. I._ — Il porto di Salerno trovasi propriamente a Vietri,
  due miglia a ponente dalla città, poichè la medesima rada di Salerno
  è assai cattiva.

(787) Al duca di Benevento, suo padre, succedeva Grimoaldo, cui Carlo
Magno permetteva di regnare in Benevento a condizione però che i
Lombardi suoi sudditi si raderebbero la barba, che in testa agli atti, e
sulle monete del ducato s'iscriverebbe il nome di Carlo Magno, e
finalmente che sarebbero distrutte le fortificazioni di Salerno,
d'Acerenza e di Consa[251]. Ma questo trattato ebbe breve durata.
Grimoaldo e Pipino, figlio di Carlo Magno, erano pari d'età, egualmente
avidi di gloria, e perciò rivali. Grimoaldo seppe affezionarsi il suo
popolo, e, quantunque privo d'ogni forza straniera, seppe con tanta
destrezza approfittare dell'asprezza del paese che doveva difendere,
delle fortificazioni delle città, del clima meridionale nocivo alle
armate francesi, che respinse sempre le armate dell'imperatore
d'Occidente, e non fu sottomesso[252].

  [251] _Erchemp. Monac. c. 4. p. 238._

  [252] _Id. c. 5. p. 238_. — Grimoaldo mandò in risposta a Pipino che
  gl'intimava d'arrendersi il seguente distico latino:

    _Liber et ingenuus sum natus utroque parente,_
    _Semper ero liber, credo, tuente Deo._

Un secondo Grimoaldo mantenne l'indipendenza di Benevento fino alla
morte di Carlo Magno[253]. Ma allorchè, mancato questo principe, i duchi
di Benevento avrebber potuto approfittare della debolezza de' suoi
successori per dilatare lo stato con nuove conquiste, comportandosi
tirannicamente, perdettero l'affetto del popolo, e con questo le loro
forze. Grimoaldo II fu ucciso da' suoi sudditi ammutinati, che dell'817
gli sostituirono un rifugiato di Spoleti, chiamato Sicone, il quale a'
tempi della conquista di Carlo Magno aveva chiesto asilo al duca di
Benevento, e da Grimoaldo II fatto poi conte d'Acerenza[254].

  [253] Questo secondo Grimoaldo aveva un soprannome tedesco, o
  piuttosto danese. _Store Seitz_, la grande costa; e questo nome
  popolare è una testimonianza che tra i Lombardi Beneventani del nono
  secolo parlavasi ancora l'idioma tedesco. _Anon. Salern. Paralipom.
  c. 29. t. II. p. II p. 195._

  [254] _Ib. c. 33. p. 198._

Questo nuovo principe, alleato di Teodoro, in allora duca di Napoli,
erasi giovato de' suoi ajuti per conseguire il principato. Ma il popolo
di Napoli, scontento del suo primo magistrato, lo scacciò dalla città,
sostituendogli uno de' suoi compatriotti chiamato Stefano[255]. Teodoro
rifuggiatosi presso Sicone, lo persuase ad assediare Napoli, con tutte
le sue forze. I Napoletani, non avendo che le milizie del ducato contro
nemici infinitamente più numerosi, non potevano sperar salvezza che dal
proprio coraggio e dalle mura: ma queste furono ben tosto scosse dal
montone in modo, che una larga breccia apriva la città agli assedianti;
per cui i Napoletani disperati conobbero la difficoltà di difendersi più
a lungo. Avvicinavasi la notte apportatrice del massacro, del saccheggio
e di tutti gli orrori cui si danno in preda le città occupate d'assalto.
Il loro duca Stefano aveva una madre e due figli degni di più felice
repubblica: questi si presentano a lui pregandolo, come capo della
famiglia e dello stato, a mostrarsi il padre de' loro concittadini, anzi
che il loro, sacrificandoli al ben pubblico. Una deputazione, mandata al
duca di Benevento, gli espone che la città trovatasi ormai in sua balìa;
che s'egli la risparmia, sarà la miglior gemma della sua corona; che se
per l'opposto le dà un nuovo assalto in sul cadere del giorno, egli non
potrà nè contenere i suoi soldati, ne salvar Napoli dal massacro, dal
saccheggio e dall'incendio che gli assediati provocheranno con una
disperata difesa: gli rappresenta la sua gloria medesima interessata ad
aspettare che il sole rischiari il suo trionfo; lo prega di risparmiare
tanti infelici che non domandano per arrendersi che il brevissimo spazio
d'una notte; e come pegno della vicina loro sommissione, gli viene
presentato tutto quanto il duca Stefano aveva di più caro, la madre ed i
due figli. Sicone riceve gli ostaggi, e fa suonare la ritirata,
aspettando d'entrare in città allo spuntare del giorno[256].

  [255] _Johan. Diaconi Chron. Epis. Neapol. Ecclesiae, t. I. p. II.
  p. 313._

  [256] _Erchemp. Mon. Cassin. Hist. Longob. Ben. c. 10. p.
  239. — Giannone Istoria civile del Regno di Napoli, l. VI. c. 6. p.
  517._

Frattanto Stefano riunisce a parlamento i suoi soldati e concittadini.
«Io non sono più maestro dei soldati, dice loro; ho perduto questo
glorioso titolo nell'istante in cui ho acconsentito di sottomettere la
vostra patria al giogo de' Beneventani. Voi siete liberi, sceglietevi un
capo il quale più di me fortunato rialzi le mura e vi conduca alla
vittoria.» Stefano dopo questo discorso sortì da Napoli, offrendo il suo
capo alla vendetta del nemico. Egli fu ucciso dai soldati di Sicone
innanzi alla chiesa di santa Stefania[257].

  [257] _Johan. Diac. Chr. Episc. Neap. p. 313._

I Napoletani, attenendosi ai suoi consigli, avevano dato il titolo di
maestro dei soldati ad un loro capitano, chiamato Bon, il quale ordinò
subito che le donne, i fanciulli ed i vecchi, unendosi ai soldati
travagliassero con ardore tutta notte a rialzare le mura, ed a cuoprirle
di larga fossa. Fu ubbidito, ed allorchè, fatto giorno, Sicone
presentossi alla testa dello sue truppe, conobbe l'impossibilità
d'occupare la breccia d'assalto.

I Napoletani, abbandonati dai Greci, avevano in tanto pericolo chiesto
soccorso a Luigi il buono, imperatore d'Occidente, che loro spediva
alcuni rinforzi, che arrivarono opportunamente per sostenere ancora un
lungo assedio; e quando Sicone incominciava a scoraggiarsi, chiesero di
entrare in trattati di pace, che da lui ottennero a condizione di
pagargli un tributo, e cedergli il corpo di s. Gennaro, il quale fu
levato dalla basilica di Napoli, e con solenne pompa trasferito a
Benevento[258].

  [258] _Anon. Salern. Frag. apud Camil. Pelleg. p. 290. — Leo Ost.
  Chron. Cassin. Lib. c. 20. p. 294._

Poc'anni dopo, anche Sorrento, una delle principali città del ducato di
Napoli, fu, per quanto assicura una leggenda, liberato per
l'intercessione del santo suo patrono da formidabile assedio. Ma,
convien confessarlo, l'espediente adoperato dal celeste patrono fu assai
meno nobile e generoso di quello del duca cittadino. A suo padre Sicone
era succeduto nel principato di Benevento Sicardo, il quale, o perchè i
Napoletani si rifiutassero dal pagare il pattuito tributo, o che il suo
umore inquieto lo determinasse alla guerra, fatto è che invase e devastò
le terre del ducato di Napoli, riunendo infine le sue truppe avanti
Sorrento, che ridusse alle ultime estremità. Una notte, mentre pensava
al modo di occupare l'assediata città, gli apparì l'ombra di s.
Antonino, un tempo abbate di Sorrento. Il sant'uomo teneva la mano un
nodoso bastone, con cui percosse cinque o sei volte le larghe spalle del
duca, soggiungendo con terribile voce: «Soffri il debito castigo de'
tormenti che tu procuri al mio gregge, e ti sottometti, incredulo, al
poter del cielo e de' suoi santi.» Allora rialzava di nuovo il bastone,
disposto a ricominciare; ma Sicardo, prostrandosi ai piedi dell'ombra
veramente rispettabile, giurò di non molestar più oltre i suoi fedeli.
Nè mancò alla promessa, perchè in sul far del giorno si affrettò di
ritirarsi colla sua armata[259]. Qualunque siasi la credenza che si vuol
accordare a tale leggenda, certo è intanto che nell'836 Sicardo stipulò
un trattato di pace col vescovo, col maestro de' soldati e collo stato
di Napoli, che vien chiamato in quell'atto repubblica, all'opposto dei
paesi di dominio lombardo intitolati stati del principe[260].

  [259] _Acta Sanct. apud Bollandistas in vita sancti Antonini abbatis
  Surrentini ad diem 14 febbr. — Muratori Annali d'Italia an. 837._

  [260] Veggasi presso il Pellegrini questo trattato sotto il titolo:
  _Capitulare Principis Sicardi. t. II. p. 256._

Per ridurre Sicardo a trattar di pace, Andrea, maestro dei soldati di
Napoli, s'appigliò ad un partito assai pericoloso, il di cui esempio
riuscì funesto a tutta l'Italia meridionale. Privo dell'appoggio
degl'imperatori d'Oriente, si rivolse ai barbari, chiamando in suo
soccorso i Saraceni di Sicilia[261], che da pochi anni avevano in
quell'isola fondata una colonia militare. Un Greco, chiamato Eufemio,
perseguitato dal patrizio di Sicilia per aver rapita una religiosa, di
cui erasi perdutamente innamorato, si rifugiò in Affrica, ove indicò ai
Saraceni i mezzi d'impadronirsi della Sicilia. Di fatti era ritornato in
Sicilia dell'828 con un'armata di Saraceni, che ne aveva intrapresa la
conquista[262]. E per coraggio e per talenti militari erano a
quest'epoca i Saraceni di lunga mano superiori ai Greci, ai quali
avevano già tolta quasi tutta l'Asia, l'Egitto e l'Affrica, ed alcun
tempo dopo l'isola di Creta, ed altre isole dell'Arcipelago. Avevano in
oltre conquistata la Spagna sui Visigoti; e quello spirito religioso e
militare che incominciava a raffreddarsi nell'Arabia e nella Siria,
infiammava sempre i Musulmani alle frontiere del loro impero, e li
spingeva a nuove imprese. Da che i Saraceni ebbero posto piede in
Sicilia, acquistarono un'assoluta preponderanza sulle truppe
dell'imperatore Michele che allora regnava a Costantinopoli, e su quella
di Teofilo, suo figlio e successore. Dell'831 fu ucciso in battaglia il
patrizio Teodoto, e presa dagli Arabi Messina, i quali nel susseguente
anno, impadronitisi di Palermo, incominciarono ad infestare colle loro
piraterie le coste d'Italia: pure, finchè visse Sicardo, non venne lor
fatto di occupare veruna terra nelle sue province.

  [261] _Johan. diac. Chron. Epis. Neapol. p. 314._

  [262] _Georgii Cedreni Hist. Comp. t. VIII. Byz. Ven. p. 403. — Anon.
  Salern. Paralipom. c. 45. p. 208._

Sicardo ci viene rappresentato qual uomo che a molta bravura accoppiò
moltissimi vizj che lo resero odioso a' suoi sudditi. Egli fu il primo
de' principi lombardi, che obbligò la città d'Amalfi a riconoscerlo suo
signore. Solo motivo della guerra tra i Lombardi e gli Amalfitani furono
le reliquie di santa Trifomene, patrona d'Amalfi. Benchè le
dissolutezze, la crudeltà, i sacrilegi di Sicardo potessero
difficilmente associarsi a tanto zelo religioso, egli cercava ad ogni
modo di radunar reliquie per ornare la cattedrale di Benevento, e come
aveva già costretti i Napoletani a cedergli quelle di s. Gennaro, e
rubate quelle di s. Bartolomeo alle isole di Lipari, così mosse guerra
agli Amalfitani per quelle di s. Trifomene. La piccola repubblica
d'Amalfi, ancora dipendente da Napoli, era allora divisa da fazioni che
l'avevano in modo snervata, da non poter opporsi vigorosamente alle armi
di Sicardo; il quale, essendosene impadronito, dopo avere spogliato il
santuario delle casse che formavano l'argomento de' suoi ambiziosi
desiderj, forzò tutti gli abitanti a seguirlo a Salerno, dove volendoli
stabilmente unire al suo popolo, fece che contraessero matrimonio co'
suoi sudditi, e gli ammise a partecipare di tutti i diritti de'
Lombardi[263].

  [263] _Anon. Salern. Paralip. c. 58. — 60. p. 217. — Chron. Amalph.
  Frag. ap. Murat. Antiqu. Ital Med. Aevi. t. I. c. 2. et 4. p. 208._

Intanto Sicardo erasi reso co' suoi sacrilegj odioso al clero; alla
nobiltà, da prima colla galanteria, poscia coll'insopportabile alterigia
della moglie; a tutto il popolo, colle sanguinose esecuzioni.
Ingelositosi di Siconolfo suo fratello (839), lo aveva chiuso in una
prigione a Taranto: onde ridotto a non avere presso di sè che segreti
nemici, fu ucciso alla caccia presso di Benevento; e quegli abitanti
destinarongli successore Redalchiso suo tesoriere[264].

  [264] _Anon. Salern. Paralip. c. 62. p. 219. — Erchempertus Monac. c.
  13. p. 240._

Quando la notizia della morte di Sicardo giunse a Salerno, gli abitanti
d'Amalfi, che trovavansi quasi soli in città, perchè i Salernitani
facevano allora il raccolto, corsero al porto, e caricando i vascelli
delle spoglie delle chiese e delle case, per compensarsi del saccheggio
sofferto poc'anni prima, tornarono trionfanti all'antica loro patria, e
ne rialzarono all'istante le mura. Da quest'epoca gli Amalfitani si
emanciparono affatto dalla supremazia del maestro de' soldati di Napoli,
ed incominciarono a governarsi come repubblica indipendente[265].

  [265] _Anon. Saler. Paralip. c. 63. et 64. p. 221._

Dal canto loro i Salernitani rifiutaronsi di riconoscere per loro
principe Radelchiso eletto dai Beneventani; e riconciliatisi cogli
abitanti d'Amalfi, condonarono loro la fresca ingiuria, a condizione che
gli aiutassero colle loro navi a liberare il legittimo erede del
principato, Siconolfo fratello dell'estinto Sicardo, che sapevano
custodito in prigione a Taranto.

Alcuni vascelli mercantili equipaggiati dai cittadini di Salerno e
d'Amalfi fecero vela alla volta di Taranto. I mercanti si sparsero la
sera per le strade di questa città, chiedendo ad alta voce, come
costumavasi a que' tempi, ospitalità; ed alcuni di loro, siccome
avevanlo sperato, furono ricevuti dai carcerieri di Siconolfo. «Noi
abbiamo una camera ben disposta, dissero costoro; alloggiate presso di
noi, e se domani vorrete donarci alcuna cosa, ve ne saremo grati.»
Questa è press'a poco l'usanza con cui in quelle province s'alloggiano
anche ai dì nostri i viaggiatori. I Salernitani incaricarono i loro
ospiti di provveder vino ed altre cose; e gl'incoraggiarono poi a darsi
buon tempo; ma quando li videro ubbriachi e in preda ad un profondo
sonno, liberato subito Siconolfo, lo condussero a Salerno sulla loro
flotta[266].

  [266] _Anon. Salern. Paralip. c. 63. et 64. p. 221._

La simultanea elezione di due principi, Radelchiso a Benevento, e
Siconolfo a Salerno, diede origine a lunghe guerre civili, a divisione,
a debolezza, e finalmente, dopo due secoli, alla total rovina della
nazione lombarda nel mezzogiorno d'Italia. I Saraceni, venuti di Sicilia
in soccorso di Radelchisio, incominciarono dall'occupare, a danno del
loro alleato, la città di Bari. Siconolfo, autorizzato dall'esempio del
suo nemico, chiamò di Spagna altri Saraceni della setta degli Aglabiti e
nemici de' Saraceni affricani; i quali, secondo la più probabile
opinione, s'impadronirono di Taranto e saccheggiarono le Calabrie[267].

  [267] _Erchemperti Chron. c. 17. p. 241._

Questi sconsigliati principi si fecero una guerra tanto più crudele, in
quanto che le loro armate composte essendo di Lombardi e di Musulmani,
questi rovinavano le campagne e saccheggiavano le città, senza che i
sovrani che gli avevano assoldati osassero di metter freno alla feroce
loro barbarie; come non ottennero verun vantaggio dal loro ajuto
nell'andamento della guerra. Era in allora duca di Spoleti il vecchio
Guido, d'origine francese, e secondo le costumanze della sua nazione
chiamato Erchemperto, il quale ajutando prima Siconolfo, poi Radelchiso,
s'arricchì a danno de' due principi, cui vendette la sterile sua
protezione[268]. Finalmente l'anno 851 colla mediazione di Guido, e
sotto la protezione dell'imperatore Luigi II fu diviso tra i due
competitori il ducato di Benevento. Taranto, Cosenza, Capoa, Sora coi
loro territorj, e la metà del contado d'Acerenza; ossia tutte le
province dell'attuale regno di Napoli poste sul mediterraneo, tranne i
ducati di Napoli e di Gaeta, furono ceduti al principe di Salerno: ebbe
quello di Benevento l'altra metà del principato, cioè il rimanente del
regno di Napoli verso l'Adriatico. Il confine dei due stati venne
fissato ad ugual distanza tra Benevento e Salerno, e Benevento e Capoa.
In conseguenza di questo trattato s'obbligarono i due principi a
scacciare di concerto i Saraceni dai loro stati[269].

  [268] _Erchemper. Mon. Cassin. c. 17. p. 241. — Anon. Salern.
  Paralip. c. 67. p. 223._

  [269] _Capitulare Radelchisi Princ. Benev. de divisione Princip.
  apud Camil. Pelleg. t. II. p. 260._

Ma così poco sopravvissero ambedue a questo trattato, che non ebbero
tempo di riparare i danni cagionati ai popoli dalla guerra civile. I
Lombardi che, nel ducato di Benevento, eransi, come in Pavia, riservato
il diritto di eleggere i loro sovrani, non permisero che la sovranità si
perpetuasse nelle famiglie di Radelchisio e di Siconolfo, ed i
principati s'andarono indebolendo con nuove divisioni. Landolfo, conte
di Capoa, si rese indipendente, ed il suo esempio fu imitato da molti
altri conti; di modo che i principi lombardi, ridotti al dominio d'una
sola città, ed indeboliti dalle piccole guerre e dai piccoli intrighi,
si ridussero a così oscura condizione, da cui difficilmente e con
pochissimo vantaggio si richiamerebbero in vita.

Nè le repubbliche greche sfuggirono alle calamità che la discordia de'
principi lombardi procurò all'Italia meridionale. Una colonia militare
di Saraceni si stabilì presso alla foce del Garigliano in una fertile
pianura, che ancora a' nostri giorni par che conservi le impronte della
barbarie musulmana; mentre altri Saraceni si resero padroni di Cuma,
colonia Greca fondata dagli Eubei, e la più occidentale città del ducato
di Napoli. Il soggiorno de' Saraceni in così illustre città la ridusse
in pessimo stato, e due secoli dopo venne interamente distrutta quando
ne furono scacciati. I Saraceni eransi pur resi padroni di Acropoli, o
capo della Licosa e di Misene. Dell'846 assediarono ancora Gaeta; ma i
cittadini di Napoli, d'Amalfi e di Sorrento riunitisi sotto Andrea,
maestro de' soldati, o console di Napoli, e di Cesario suo figliuolo,
costrinsero gli Affricani a levar l'assedio[270]. La flotta di Gaeta
rinforzò allora quelle delle altre repubbliche greche, e si presentò
innanzi ad Ostia per soccorrere contro gli stessi nemici papa Leone
IV[271].

  [270] _Johan. diac. Chron. Epis. Neap. p. 315._

  [271] _Vita Leon. p. IV. apud Anast. bibl. p. 237._

Le repubbliche greche della Campania erano i soli stati cristiani che
avessero una marina sul mediterraneo. Le loro flotte da guerra e
mercantili difendevano ugualmente il territorio ed accrescevano ogni
anno le ricchezze di Napoli, di Gaeta, d'Amalfi. Quest'ultima, dopo
ricuperata la libertà sotto il regno di Siconolfo, andava crescendo in
popolazione ed in ricchezze, impadronendosi a poco a poco del commercio
d'Oriente. Gli Amalfitani credevansi discesi da una colonia romana;
dicevano che i loro antenati, mandati dal gran Costantino a Bisanzio,
erano naufragati a Ragusi, e rimasti lungo tempo nell'Illirico; che in
appresso attraversato l'Adriatico, e stabilitisi a Melfi nella Puglia,
vi soggiornarono parecchi anni; che finalmente, abbandonata questa
provincia, per cercar un paese in cui, avessero intera libertà,
fabbricarono una città sul Golfo di Salerno, cui diedero il nome
dell'ultima loro stazione[272]. Era il loro piccolo stato formato di
quindici in sedici villaggi e castelli posti intorno alla capitale sul
pendio delle montagne che chiudono dalla banda d'Occidente il golfo di
Salerno. Alcuni, trovandosi rinserrati tra il mare e le rupi, danno
opportunità agli abitanti di occuparsi della pesca e del commercio; ma
altri vedonsi come sospesi a metà della china del monte che signoreggia
il mare, quasi nascosti dagli oliveti che coprono tutto questo
distretto. I dorati rami degli aranci che fanno corona alle bianche
abitazioni, richiamano i lontani sguardi dei passeggieri, che ammirano
le case de' ricchi ed industri proprietarj; mentre dall'altro lato di
questo magnifico golfo i maestosi avanzi de' templi di Pesto s'innalzano
solitarj in mezzo ad un deserto e desolato piano, che da oltre due mila
anni non fu più visitato dalla libertà.

  [272] _Anon. Saler. Paralip. p. 73 — 75. p. 228. — Chron. Amalph.
  Frag. c. 1. p. 207. Antiqu. Ital. tom. I._

Prima della conquista di Sicardo, gli Amalfitani ricevevano il loro
governatore dal duca, console o maestro dei soldati di Napoli: ma poichè
nell'839 si posero in libertà, si sottomisero ad un magistrato annuale
eletto dai suffragj del popolo, che chiamarono prima prefetto, poi
conte, maestro de' soldati, o duca[273]. Sotto questi capi la repubblica
d'Amalfi coprì il mare di navi, sparse in tutto l'Oriente le sue monete
conosciute col nome di _tari_[274], acquistò fama di saviezza, di
coraggio, di virtù; e diede all'Europa tre leggi ben degne di
perpetuarne la memoria. Flavio Gisia o Gioja, cittadino d'Amalfi,
inventò la bussola; in Amalfi si trovò l'esemplare delle Pandette, che
fece rinascere in tutto l'Occidente lo studio e la pratica della
giurisprudenza di Giustiniano; finalmente le leggi d'Amalfi intorno al
commercio servirono di commentario al diritto delle genti, e furono la
base della giurisprudenza commerciale e marittima. Le leggi d'Amalfi
ottennero nel mediterraneo quell'opinione, che negli antichi tempi
eransi acquistata ne' mari medesimi quelle di Rodi, e che due secoli
dopo fu accordata nell'Oceano a quelle d'Oleron[275].

  [273] _Anon. Salern. Paralip. c. 76. p. 130. — Chron. Amalph. c. 8.
  p. 209._

  [274] Il tari che vale due grani, o un _quinto_ più del _carlino_,
  trovasi ancora, almeno come moneta di conto, usato nel regno di
  Napoli dopo i tempi della repubblica Amalfitana.

  [275] _Freccia de Subfeudatione. Presso Giannone storia civile del
  Regno di Napoli, l. VII. c. 3._

Ecco quanto fra le tenebre della storia ci fu dato di raccogliere
intorno all'origine ed ai progressi delle repubbliche greche dell'Italia
meridionale. Tre secoli più tardi le vedremo invase dai Normanni, e
cancellate dal numero delle nazioni; di modo che con poche cose che ci
rimangono a dire intorno a questa seconda epoca, sarà compiuta la storia
della loro lunga esistenza. Della loro popolazione, delle ricchezze,
dell'estensione del commercio non abbiamo che poche ed incerte memorie.
I sepolcri che racchiudono le ceneri de' generosi cittadini d'Amalfi, di
Napoli, di Gaeta, avvolgono nelle loro tenebre ancora la rimembranza
delle loro imprese e delle loro virtù. E quel nobile amore di libertà
che gl'infiammava, e quella patria cui tutto sacrificavano, e quelle
leggi dettate dalla sapienza, i duchi, i magistrati di cui ne temevano
le usurpazioni, i nemici che li circondavano, e contro i quali
combattevano con tanta gloria, tutto è perito. Tante generose imprese
loro ispirate dall'amor della gloria, tanti richiami alla posterità
imparziale, le avversità sostenute con eroico coraggio, sperando che le
future generazioni vendicherebbero le ingiurie de' contemporanei; tante
belle speranze tornarono vane, e la razza degli eroi si spense, senza
che l'ingrata posterità abbia mai soddisfatto a ciò che loro doveva.

Gl'infelici Lombardi crudelmente maltrattati dai Saraceni chiamarono
l'anno 866 a Benevento Luigi II imperatore e re d'Italia. Gli ultimi
possedevano in tutte le parti d'Italia diverse montagne di cui avevano
afforzati i passaggi, castella ed anche città di dove facevano frequenti
sortite per saccheggiare i paesi cristiani. Luigi II attaccò
successivamente le fortezze degli Arabi, s'impadronì di Matera, di
Venosa, di Canossa, ed intraprese l'assedio di Bari, la miglior piazza
che i Saraceni possedessero sul golfo Adriatico; ma conoscendo di non
poterla occupare senza l'ajuto d'una flotta, si alleò coll'imperator
greco Basilio, il quale aveva allora liberata Ragusi e le altre città
dell'Illirico dalla incursione de' Saraceni medesimi[276]. Bari dovette
succumbere alle forze riunite dei due imperatori: per la qual cosa i
Greci riacquistarono ancora qualche influenza sull'Italia meridionale,
la quale si rese maggiore poichè Lodovico disgustò i Lombardi che
l'avevano chiamato in loro soccorso. Il principe di Salerno arrestò per
sorpresa l'imperatore d'Occidente, e lo tenne alcun tempo prigioniero
nel suo palazzo; per la qual mortale ingiuria, dovendo il principe di
Salerno temere i risentimenti di Luigi II, quand'anche un trattato di
pace gliene assicurasse il perdono, si gettò fra le braccia di Basilio,
e gli giurò fedeltà per assicurarsi della sua protezione.

  [276] _Const. Porphirog. de Basil. Maced. t. XVI. p. 132._

La rovina della famiglia di Carlo Magno, ed i burrascosi regni di
Berengario, di Ugo, di Berengario II, nell'Italia settentrionale, pel
corso quasi d'un secolo, agevolarono ai Greci le conquiste che fecero
nella provincia ch'essi chiamavano Lombardia, perchè rimasta assai più
tempo delle altre in potere de' Lombardi. L'impero d'Oriente riparò
talvolta le sue perdite, non perchè acquistasse maggior vigore, ma
perchè sopravvisse al decadimento dei popoli nemici[277]. I Lombardi, i
Franchi, i Saraceni, che tutti ebbero impero in queste province, erano
affatto tralignati. Resi orgogliosi dalle passate prosperità, si
abbandonarono al lusso ed alla mollezza; oltre che i loro dominj,
trovandosi divisi in piccoli principati, non potevano resistere nè meno
ad un debole nemico, quali erano i Greci. Questi s'impadronirono di
quasi tutte le città e fortezze che i Saraceni avevano nella Puglia, ed
in tal modo formarono il loro nuovo _Thême_ di Lombardia[278]. I
principi lombardi trovandosi alle frontiere dei due imperi d'Oriente e
d'Occidente, attaccavansi a vicenda or all'uno, or all'altro; e secondo
che lo richiedevano le private loro viste, trasferivano il loro
vassallaggio ed il giuramento dal successore di Carlo Magno al
successore di Costantino.

  [277] È appunto in questo modo che i sudditi ribelli della Porta ed
  i suoi nemici ricadono sotto il giogo della medesima, aspettando
  essa pazientemente che le loro forze si diminuiscano. Di là ebbe
  origine il proverbio turco, _che con un carro tirato dai buoi il
  gran signore piglia le lepri alla corsa_.

  [278] Questo è il nome che nella nuova divisione dell'impero
  d'Oriente diedero i Greci alle province. Eranvene diciassette in
  Asia, e dodici in Europa. _Const. Porph. de Themat. ap. Banduri Imp.
  Orient. t. I._

Ma poichè le corone d'Italia e dell'impero passarono nella casa di
Sassonia, gli Ottoni si posero in dovere di difendere o di ricuperare le
antiche province dell'impero d'Occidente; di fare che i principi
lombardi riconoscessero la loro signoria, e di scacciare dall'Italia i
Greci ed i Saraceni. Lunga fu la guerra che Ottone I sostenne in Italia
contro Niceforo Foca, terminata soltanto del 970, quando Niceforo fu
assassinato. Il suo successore Giovanni Zimisco ambì l'alleanza
d'Ottone, ed un matrimonio unì le due famiglie imperiali[279].

  [279] Ottone II sposò Teofania figlia dell'imperatore romano
  Lecapeno, predecessore di Foca, e sorella di Costantino e Basilio,
  che succedettero a Zimisco.

Ottone II mise in campo le pretensioni paterne sulla sovranità
dell'Italia meridionale, cui gli dava un nuovo diritto il suo matrimonio
con Teofania: chiedeva agl'imperatori d'Oriente per dote della consorte
le province della Lucania e della Calabria, e l'alta signoria sopra le
repubbliche di Venezia[280], di Napoli, di Gaeta, d'Amalfi, che
nascondevano la loro indipendenza sotto il velo d'una pretesa fedeltà
verso l'impero d'Oriente.

  [280] Non è a dubitarsi che in sul finire del decimo secolo non si
  fosse Venezia totalmente emancipata dall'impero greco; tanto più che
  aveva gente e ricchezze per difendersi da sè medesima contro le
  potenze settentrionali, non esclusi gl'imperiali. N. d. T.

Gl'imperatori Costantino e Basilio, dopo avere inutilmente cercato di
allontanare il turbine che minacciava i loro dominj d'Italia, chiesero
ajuto ai Saraceni di Sicilia e d'Affrica. Intanto Ottone entrava in
Italia (980) con una potente armata, resa più forte dall'alleanza di
Pandolfo testa di ferro, che possedeva quasi tutto il ducato di
Benevento qual era anticamente. Occupata dell'892 la città di Taranto,
Ottone avanzavasi nella Calabria ulteriore fino alla borgata di
Basentello posta in riva al mare. Era colà aspettato dall'armata
combinata greca e saracena. Al primo vigoroso attacco de' Tedeschi, gli
Orientali si disordinarono; ma una colonna di Saraceni, che formava la
riserva, piombò sui vincitori nell'istante che questi, inseguendo il
nemico, avevan rotte le loro linee, e ne fece un miserabile massacro.
Pandolfo testa di ferro, e parecchi altri conti e prelati guerrieri,
perdettero la vita in quest'incontro.

Già l'armata d'Ottone era interamente distrutta, nè v'era più alcun
corpo che sostenesse l'impeto de' nemici; e l'imperatore medesimo
fuggiva lungo la spiaggia temendo d'essere preso dai Saraceni e
massacrato. Una galera greca erasi ancorata su quella riva, onde
l'imperatore preferì di darsi nelle mani di nemici inciviliti, piuttosto
che rimanere vittima d'un'orda di barbari. Si fece conoscere al capitano
della galera, ed a lui s'arrendette, cercando asilo a bordo della nave.
Non tardò Ottone ad avvedersi che quest'ufficiale subalterno, sorpreso
da tanta fortuna, sagrificherebbe i vantaggi del suo paese al proprio;
perchè gli offerse immense somme d'oro qualora volesse condurlo a
Rossano, ov'era chiusa l'imperatrice Adelaide sua madre. La galera fece
tosto vela verso Rossano, essendosi conchiuso un segreto trattato tra il
capitano, Ottone, e l'imperatrice; per cui quando giunsero in faccia a
quella città, varj muli assai carichi furono condotti verso la riva.
Alcune guardie imperiali comandate da Teodoro, vescovo di Metz,
s'avvicinarono in una barca alla galera per accertarsi se il personaggio
coperto di porpora, che loro mostravasi sul banco era veramente Ottone;
e mentre i Greci distratti dalle trattative, ed avvezzi a non veder
camminare i loro imperatori senza appoggiarsi agli eunuchi, non si
prendevan cura del prigioniere, Ottone slanciossi in mare, e guadagnata
a nuoto la barca delle sue guardie, fece voltar bordo, e prendendo
anch'egli un remo, giunse in porto avanti che la galera potesse
raggiungerlo. Il Greco stordito vide ritornare in città dietro
all'imperatore i muli ch'eransi fatti sortire per ingannarlo, e dovette
allontanarsi dalla rada di Rossano senza poter vendicarsi
dell'inganno[281].

  [281] _Ditmar. Restit. apud Leibn. t. I. l. III. p. 346. — Herm.
  Cont. Chron. p. 267. Scrip. Germ. apud Struv. t. I. — Arnulph, Hist.
  med. l. I. c. 9. t. IV. Rer. Ital. p. 10._

Benchè i Greci si lasciassero uscir di mano così importante preda, non
perdettero però i frutti di tanta vittoria. Durante il regno d'Ottone
II, e la minorità di suo figliuolo, dilatarono in Italia i confini del
loro impero[282], e stabilirono in Bari un governatore col titolo di
Catapane[283]. In pari tempo fabbricarono in Puglia la città di Troja, e
molti castelli, onde rimaner coperti da nuovi attacchi. Non perchè
tranquillamente abbiano potuto intraprendere e condurre a termine tali
opere, doveva credersi che Ottone fosse disposto a lasciar loro il
pacifico possesso de' paesi conquistati. Egli aveva convocata a Verona
una dieta degli stati di Lombardia e d'Allemagna, fatte passare molte
truppe nell'Italia meridionale, ed egli stesso erasi portato a Roma per
terminare i preparativi dell'impresa che meditava, non solo contro la
Calabria, ma ancora contro la Sicilia; quando sorpreso da una infermità
cagionatagli dall'avvilimento e dal dispetto, lo condusse al sepolcro
nel fior dell'età. Le repubbliche di Venezia, di Napoli, d'Amalfi, di
Gaeta, comprese nel progetto di vendetta, che Ottone andava maturando
contro gl'imperatori d'Oriente, furono da quest'immatura morte liberate
da una disastrosa guerra.

  [282] _Lupus Protopasta Chron. Barense t. V. p. 40._

  [283] Dal nome di questo governatore ricevette il suo la provincia
  di Capitanata. Fu prima chiamata _Catapanata_, poi accostossi per
  abitudine al vocabolo italiano _Capitano_. _Leo Ostien. Chron.
  Cassin. l. II. c. 50. p. 371._

Alla battaglia di Basentello, ed alla morte di Pandolfo testa di ferro
tenne dietro la divisione del ducato di Benevento, ripartito in piccoli
principati, ch'egli aveva avuto la destrezza di unire in un solo.
Durante la minorità d'Ottone III, i Greci continuarono le loro
conquiste, ed i Saraceni i loro saccheggi. Quantunque questi ultimi
avessero molto perduto di quello spirito di attività che li rendeva
valorosi ed intraprendenti, non lasciavano ancora d'essere superiori ai
popoli effeminati da cui erano circondati; ed i loro saccheggi avevan
gettate tutte le province poste al mezzogiorno del Tevere in quello
stato di debolezza e di spossamento, che solo può spiegare la strana
rivoluzione che doveva ben tosto eseguirsi. Vent'anni dopo la disfatta
d'Ottone a Basentello, alcuni avventurieri settentrionali, approfittando
della debolezza di queste province, posero al confine dei due imperi i
fondamenti di una potenza, che in meno d'un secolo assorbì tutta
l'Italia meridionale, soggiogò le antiche repubbliche, e fece
dagl'Italiani chiamare regno quella Magna Grecia, che due volte era
stata la patria primogenita della libertà[284].

  [284] Il _Regno_ per eccellenza intendesi presso gli scrittori
  italiani il regno di Napoli.

I Normanni o Danesi, dopo avere lungo tempo saccheggiate le coste della
Francia, del 900 ottennero uno stabilimento nella Neustria, che dal loro
nome fu poi chiamata Normandia. La lunga permanenza d'un secolo in
questa provincia non iscemò nel cuor loro l'antica passione per le
strane e difficili intraprese. Avevano abbracciata la religione
cristiana, ma come i Greci avevano introdotte nella religione le
sottigliezze scolastiche, gli Egizj e gli Assirj il carattere
contemplativo e la loro morale ascetica; così i popoli settentrionali la
resero cupa e sanguinaria com'era quella del loro Odino; insegnando il
disprezzo della morte, eccitando il valore, e promettendo alle azioni
gloriose una compensa nell'altro mondo.

Popoli coraggiosi ed intraprendenti essendosi fatti cristiani
credettero, o si compiacquero di credere, che non potevano salvarsi
senza visitare i sacri luoghi illustrati dalla presenza dei fondatori e
dei martiri della religione. Una lodevole curiosità, una sensibilità
virtuosa, e quell'amore, per così dire, innato dell'uomo per tutto ciò
che gli richiama simbolicamente l'antichità, erano sufficienti motivi
per condurre molti Cristiani in terra santa, quand'anche la Chiesa non
avesse risguardate quelle fatiche come un mezzo di eterna salute; ma il
numero de' divoti viaggiatori crebbe all'infinito quando in compenso di
questo pellegrinaggio, pericoloso è vero, ma interessante, variato e
sempre nuovo, promise la remissione di tutti i peccati e l'ingresso del
cielo.

I Normanni furono di tutti i popoli settentrionali i più caldi
pellegrini. Per portarsi in terra santa non vollero esporsi alla troppo
lunga monotonia d'un viaggio marittimo, tanto più che non incontravano
nel mediterraneo quelle impetuose borrasche che sconvolgono i mari del
Nord, le triste e cupe nebbie, i galleggianti scogli di ghiaccio, e
tutti i pericoli ch'eransi avvezzati a disprezzare nella loro patria.
Attraversavano perciò la Francia e l'Italia, lasciando alla loro spada
la cura di provederli del danaro necessario alle spese del viaggio, ove
non bastassero le elemosine de' fedeli. Floridissimo era il commercio
che Napoli, Amalfi, Gaeta e Bari mantenevano sulle coste della Siria:
onde i pellegrini vi trovavano facilmente imbarco. Di più, su la strada
delle prime città eravi Monte Cassino; il monte Gargano o degli Angeli
su la strada dell'ultima: ambedue resi illustri, dicevasi, da frequenti
miracoli. Per queste ragioni i devoti pellegrini visitavano passando i
monasteri fabbricati su quelle montagne, e quasi tutti, andando o
ritornando di terra santa, prendevano la strada della Magna Grecia.

In sul cominciare dell'undecimo secolo, circa quaranta religiosi
viaggiatori, tornati da Terra santa sopra navi amalfitane, trovaronsi in
Salerno nell'istante in cui una piccola flotta di Saraceni si presentò
innanzi a questa città, chiedendo una contribuzione militare. Gli
abitanti del mezzogiorno d'Italia, snervati dalle delizie di quel clima
incantato, avviliti dall'esempio de' Greci, e fors'anco riputandosi
stranieri agl'interessi ed alle contese de' loro principi, avevano
perduto l'antico coraggio militare. L'insulto fatto dai Saraceni a
Salerno offese i quaranta cavalieri normanni, i quali, avendo da
Guaimaro III, allora principe di quello stato, ottenuto armi e cavalli,
si fecero aprire le porte, e caricarono que' pirati così valorosamente,
che ne ruppero tosto le file. I Salernitani, colpiti dalla bravura de'
guerrieri normanni, ne imitarono l'esempio, ed in breve la campagna si
vide coperta dei cadaveri de' Musulmani, salvandosi gli altri a
precipizio sulle loro navi[285].

  [285] _Leo Ost. Cron. Mont. Cassin. l. II. c. 37. t. IV. p.
  362. — Anon. Mon. Cassin. t. V. p. 55._

Guaimaro ricompensò largamente i valorosi stranieri che lo avevano
difeso e condotti i suoi sudditi alla vittoria; e desiderando di
approfittare della loro bravura, nulla trascurò di quanto poteva
allettarli a rimanere alla sua corte. Ma vedendo che volevano ad ogni
modo ripatriare, li pregò a voler almeno mandare in loro vece altri
guerrieri della loro nazione a cogliere sugl'infedeli i frutti del
proprio valore.

Le offerte del principe di Salerno accompagnate dalla vaghezza degli
aranci e degli altri ricchi frutti di quel clima beato[286], il racconto
di quanto era accaduto ai quaranta guerrieri, e la facilità della
vittoria, riscaldarono la fantasia della gioventù normanna. Un
cavaliere, per nome Drengot, trovandosi, a cagione d'una lite con un suo
rivale, disgustato del soggiorno della sua patria, risolvette di
trasferirsi con tutta la sua famiglia in questa terra così favorita dal
cielo. Gli si associarono quattro suoi fratelli coi loro figli e nipoti,
e pochi altri concittadini; di modo che quando giunsero questi
pellegrini al monte Gargano, termine apparente del loro viaggio,
trovaronsi in numero di cento. Furono colà incontrati da certo Melo,
cittadino di Bari, poc'anzi uno de' più ricchi e potenti signori della
Puglia, il quale dopo avere inutilmente tentato di liberare i suoi
concittadini dal giogo de' Greci e dall'autorità vessatoria de'
catapani, era stato costretto ad abbandonare la patria. Melo aveva
saputo guadagnarsi il favore de' principi lombardi, e specialmente di
Guaimaro di Salerno; dai quali avendo ottenuti alcuni soccorsi, potè
offrire un grosso stipendio ai Normanni che volessero abbracciar la sua
causa, oltre le larghe promesse di magnifica ricompensa quando fossero
vittoriosi[287].

  [286] I frutti del mezzogiorno eccitavano i caldi desiderj de'
  settentrionali. Allettati dal racconto dello squisito loro sapore, i
  Varangiani andavano dal fondo della Scandinavia a Costantinopoli per
  formar la guardia imperiale; e nell'idioma islandese, altra volta
  comune a tutti gli Scandinavi, dicesi anche al presente
  _figiahasta_, desiderar i fichi, per desiderare alcuna cosa
  appassionatamente. _Bonstetten._

  [287] _Leo Ost. l. II. c. 87. p. 363. — Guilelmi App. de rebus Norm.
  Poema l. I. t. V. p. 253._

La guerra che Drengot co' suoi Normanni intraprese contro i Greci, ebbe
incominciamento l'anno 1016, ma le sue armi non furono costantemente
felici; e Melo dopo tre consecutive vittorie fu battuto a Canne l'anno
1019[288], ove rimasero sul campo la maggior parte de' Normanni. Melo
andò in Germania per impegnare nella sua causa l'imperatore Enrico II,
facendogli sentire la necessità di metter freno alle usurpazioni dei
Greci; ma terminò colà i suoi giorni avanti che potesse veder l'esito
delle sue pratiche, che non furono senza effetto. I pochi Normanni,
salvatisi dalla rotta di Canne, abbandonarono la Puglia, e si posero ai
servigi dei principi di Salerno e di Capoa; e la perdita fatta a Canne,
quantunque grandissima, rispetto al loro piccolo numero, fu ben tosto
riparata coll'arrolamento di nuovi avventurieri che ogni giorno
pellegrinando giungevano a Capoa e Salerno.

  [288] _Georg. Cedr. Hist. Compend. p. 553. — Guil. Appul. l. I. p.
  254._

Finalmente Enrico II del 1021 entrò nella Puglia con un'armata. Le
trattative di Melo erano state continuate da papa Benedetto VIII; ma
l'impresa d'Enrico si terminò coll'acquisto di Troja nella Puglia[289];
perchè una malattia epidemica che faceva strage della gente tedesca,
l'obbligò a ritirarsi. Intanto questa spedizione riuscì utilissima ai
Normanni, i quali, militando tutti sotto gli stendardi d'Enrico,
trovaronsi, allorchè ritirossi l'armata tedesca, riuniti tutti assieme
sotto Rainolfo sopravvissuto al fratello Drengot. Dietro i consigli di
Rainolfo essi abbandonarono per la seconda volta la Puglia, e
s'impadronirono d'Aversa, in allora piccolo castello del ducato di
Napoli sulla strada di Capoa, e vi si stabilirono e fortificarono,
volendone formare una seconda patria. Eransi da poco tempo stabiliti in
questo castello, quando Pandolfo IV, principe di Capoa, sorprese Napoli,
che fino a tal epoca aveva resi inutili gli attacchi de' Lombardi.
Sergio, maestro de' soldati e capo di quella repubblica, mal soffrendo
di rimanere in una città caduta in potere d'uno straniero, sortì coi
principali cittadini, e si riparò in Aversa: di dove, poi ch'ebbe coi
soccorsi de' Greci e de' cittadini rimasti fedeli alla patria,
accumulato quanto danaro bastava per saziare la cupidigia normanna,
venne alla loro testa ad attaccare la guarnigione del principe di Capoa,
e battutala, rientrò in Napoli. Allora confermò ai Normanni il possesso
di Aversa e del suo territorio, erigendolo in contea, di cui investì
Rainolfo: di modo che i primi Normanni ch'ebbero stabile dimora in
Italia, furono feudatarj della repubblica di Napoli[290].

  [289] _Leo Ostiens. l. II. c. 39. p. 364._

  [290] _Leo Ost. l. II. c. 58. p. 378. — Guilel. App. lib. I. p.
  255. — Giannone Istoria Civile l. IX. c. I. t. II. p. 17._

Pure nè la famiglia di Rainolfo, nè la colonia d'Aversa erano destinate
a fondare il regno di Napoli, ma bensì una delle principali famiglie di
Normandia, quella di Tancredi d'Auteville. Aveva questo signore dodici
figli, i più attempati de' quali, udendo i prosperi successi de' loro
compatriotti, s'invogliarono di correre la stessa sorte, e giunsero in
Italia l'anno 1035, accompagnati da molti guerrieri vestiti da
pellegrino[291].

  [291] _Gauf. Malaterrae Hist. Sic. l. I. c. 5 et 6. t. V._

Il giovane Guaimaro, principe di Salerno[292], non si mostrò meno pronto
ad accogliere questa seconda colonia, di quel che lo fosse stato suo
padre verso la prima; ed approfittando delle loro braccia per dilatare i
suoi dominj, assediò subito Sorrento, indi Amalfi, ch'espugnò l'una
appresso l'altra[293]. Amalfi per altro non s'arrese che in virtù d'una
capitolazione che assicurava ai cittadini la libertà loro ed i
privilegi; onde quella piccola repubblica non fu incorporata al
principato di Salerno, ma soltanto ne fu dai suffragi del popolo
dichiarato duca Guaimaro in aprile del 1039. La moderazione di Guaimaro
non ebbe lunga durata; ma tosto che gli Amalfitani videro violati i loro
privilegi, congiurarono contro il principe di Salerno, che, ferito da
trentasei colpi di pugnale, perì su la spiaggia che divide Salerno da
Amalfi[294].

  [292] Se deve credersi a Camillo Pellegrini, era Guaimaro IV: ed il
  principe di Capoa, di cui si parlò poc'anzi, era Pandolfo IV.
  Antonio Caraccioli _Propilea_ chiama il primo Guaimaro III, l'altro
  Pandolfo II _t. 5. p. 8._, ma credo che prenda abbaglio.

  [293] _Leo Ost. l. II. c. 65. p. 385._

  [294] _Henr. Brencmannus de Rep. Amalfit. Diss. I. ad Calc. Hist.
  Pandect. p. 8. — Leo Ost. lib. II. c. 85. p. 401._

Dai servigi di Guaimaro passarono i Normanni sotto le insegne di Michele
Paflagone, imperatore di Costantinopoli. Il greco Patrizio Meniace che
faceva in Calabria grandi apparecchi per riprendere la Sicilia agli
Arabi, allora divisi da una guerra civile, assoldò i tre figli maggiori
di Tancredi, Guglielmo braccio di ferro, Dragone, ed Umfredo con
trecento Normanni[295]. Questa spedizione che doveva riconciliare i
Normanni coi Greci, fu invece cagione dell'intera loro separazione;
perciocchè i Normanni conobbero più da vicino la viltà, la venale
cupidigia e la dissimulazione de' Greci. Poco dopo essi s'unirono al
lombardo Ardoino, il quale servendo con loro nell'armata di Maniace, e
mostrandosi valoroso soldato, fu non pertanto da quel generale di
vilissimi schiavi che più non avevano sentimento d'onore, percosso col
bastone in presenza delle sue truppe per cagione di un cavallo che gli
si voleva rapire. I Normanni non fecero travedere la loro indignazione
finchè non furono dai vascelli greci portati al di qua dello stretto: ma
poichè trovaronsi sulle coste d'Italia, convennero di riunirsi in Aversa
il giorno di Natale del 1041, chiamandovi ancora il lombardo Ardoino; il
quale, soffiando nel cuor de' Normanni l'implacabile suo odio, li
determinò ad attaccare le province dell'impero d'Oriente ed a
conquistare per sè medesimi ciò che i Greci possedevano ancora nella
Puglia e nella Calabria. Così ardita intrapresa veniva resa meno
difficile da una rivoluzione, che avendo posto sul trono di
Costantinopoli un nemico di Maniace, forzò questi a ribellarsi, e per
tal modo a lasciar le province greche quasi senza difesa. I Normanni si
assoggettarono a dodici capi scelti da loro, cui diedero il titolo di
conti; affidando ad Ardoino il supremo comando della piccola loro
armata, accresciuta di trecento uomini che gli diede Rainolfo conte
d'Aversa. Avanzatisi nell'interno della Paglia, occuparono Melfi, che
gli aprì le porte senza opporre veruna resistenza; presero in seguito
Venosa, Ascoli e Lavello, ed in tre successive battaglie trionfarono tre
volte dei Greci. Rinforzaronsi poi con nuove alleanze, e per
ricompensarli de' ricevuti soccorsi, accordarono l'onore del comando a
due altri capi Atenolfo ed Argiro; il primo de' quali, essendo fratello
del duca di Benevento, gli aveva procurato il soccorso de' Lombardi,
mentre Argiro, ricchissimo cittadino di Bari e figliuolo dell'illustre
Melo, li favoreggiò col suo credito presso i Pugliesi e presso i
partigiani che aveva suo padre nelle greche città. In questa guerra il
valore e l'intrepidezza spesso appoggiate dall'astuzia e dall'intrigo
stavano dal lato de' Normanni: i Greci all'opposto erano vili, disuniti,
scoraggiati. Quasi tutta la Puglia fu conquistata in due anni, e nel
1042 divisa tra i conquistatori. Melfi dichiarata capitale dei loro
stati, rimase proprietà comune d'Ardoino e di Guglielmo braccio di
ferro, capo dei Normanni: i loro dodici conti ebbero altrettante città,
Siponto, Ascoli, Venosa, Lavello, Monopoli, Trani, Cannes, Montepiloto,
Trigento, Aceranza, Sant'Arcangelo e Minerbino. E per tal modo si formò
nella Puglia una specie di repubblica militare ed oligarchica[296].

  [295] _Leo Ost. l. II. c. 67. p. 387. — Cedr. Comp. Hist. p.
  577. — An. Borr. cum notis Camilli Pellegrini p. 150._

  [296] _Leo Ost, lib. II. c. 67. p. 389. — Gauf. Malaterra Hist,
  Sicula l. I. c. 9 et 10. p. 551. — Guilel. App. l. I. p. 257._

Benchè i Normanni avessero scelto a loro capo Guglielmo braccio di
ferro, degnavansi poche volte di eseguirne gli ordini; viveano essi coi
soli prodotti del saccheggio, e non essendo legati da veruna
convenzione, piuttosto che la guerra, esercitavano il ladroneccio alla
testa de' loro satelliti. I conventi, le chiese, e quegli stessi luoghi
santi che furono poc'anzi l'oggetto dei loro pellegrinaggi, non
isfuggivano alle loro rapine[297]: di modo che tanti replicati insulti
riunirono finalmente contro di loro i vicini potentati.

  [297] Racconta Leone Ostiense, che essendosi i Normanni impadroniti
  di molte possessioni di Monte Cassino, e di due fortezze s. Vittore
  e s. Andrea, ogni giorno riceveasi da loro qualche oltraggio, onde
  l'abbate del monastero era ridotto a tale, che aveva risoluto di
  abbandonare il monastero e stabilirsi al di là dei monti.
  All'improvviso lo stesso conte di questi Normanni, chiamato Rodolfo,
  o più tosto Rainolfo, giunse a Monte Cassino accompagnato da molti
  soldati, e si temeva che avesse intenzione di prendere l'abbate e
  d'ucciderlo, pure egli e le sue genti lasciarono, come vogliono le
  leggi ecclesiastiche, i loro cavalli e le armi fuori del tempio, in
  cui essi entrarono per pregare. Mentre stavano inginocchiati avanti
  all'altare maggiore, i frati serventi del monastero si avventarono
  ai loro cavalli, ed alle armi, chiusero le porte del tempio, e
  sonarono campana a martello. Gli abitanti della città accorsero
  armati di freccie, attaccarono i Normanni che non avevano che le
  spade per difendersi, e che invano imploravano il rispetto pei sacri
  luoghi, ch'essi avevano tante volte profanati. Quindici di loro
  furono ammazzati, il conte posto in prigione, e ricuperate colle
  forze tutte le possessioni di Monte Cassino, o restituite ai monaci
  come prezzo della liberazione di Rainolfo. _Chron. Mon. Cassin. l.
  II. c. 71. p. 390._

Leone IX formò la lega dei due imperi contro gli avventurieri normanni.
Essendo anch'esso tedesco, riclamò i soccorsi dovuti da Enrico III,
imperatore di Germania, ai popoli ed alla Chiesa, e n'ebbe cinquecento
uomini d'arme che furono il nervo della sua armata. Pubblicò intanto
come sacra la guerra che intraprendeva per la sicurezza dei popoli e
delle chiese; e che sarebb'egli capo dell'armata, onde combattere
piuttosto col soccorso del cielo, che coi mezzi umani. I Pugliesi, i
Campani, gli Anconitani e quelli dello stato della Chiesa si riunirono
sotto le sue insegne; e lo stesso fecero i Greci. Allora il santo
pontefice con un'armata assai numerosa, ma priva di generale, diede
principio alla sua spedizione con un pellegrinaggio a Monte Cassino per
ottenere sulla sacra armata la benedizione del cielo[298].

  [298] _Leo Ost. lib. II. c. 87. p. 402._

I Normanni opposero alla sacra armata truppe meglio agguerrite. Era già
morto Guglielmo braccio di ferro, e Dragone a lui succeduto era stato di
fresco ucciso dai rivoltosi[299]; ma Unfredo il terzo de' fratelli, e
Roberto Guiscardo l'ultimo figliuolo del secondo letto di Manfredi di
Hauteville potevano riguardarsi e principalmente l'ultimo siccome i più
destri e più valorosi guerrieri d'Europa. Roberto Guiscardo giungeva
allora dalla Puglia con un ragguardevole rinforzo di Normanni, e
Riccardo conte d'Aversa della famiglia Drengot s'unì con tutte le forze
di cui poteva disporre ai suoi patrioti, per dividerne i pericoli e la
gloria. Benchè meno numerosi assai che le truppe del papa, i soldati
normanni erano uomini costantemente esercitati nel mestiere della
guerra, che quantunque divoti, erano per altro inaccessibili agli
scrupoli[300].

  [299] _Gaufredi Malaterræ l. I. c. 11 et 13. p. 552._

  [300] _Guilelmus Appulus l. II. p. 260._

Ad ogni modo prima d'intraprendere le ostilità tentarono i Normanni di
placare il pontefice, lasciando in suo arbitrio le condizioni, con cui
potessero ottenere perdono. Ma Leone IX, che trovavasi spalleggiato
dall'alleanza dei due imperi, e sicuro dei soccorsi del cielo, negava di
venire a trattative prima che i Normanni sgombrassero per sempre
l'Italia. Si venne dunque a battaglia presso di Civitella il giorno 18
giugno del 1053, e la vittoria rimase assai breve tempo dubbiosa;
imperciocchè tutta quella timida plebaglia riunita sotto le insegne
papali dalle prediche dei monaci, e di cui il papa aveva torto di
credere d'aver fatto un'armata, fuggì al primo incontro. Rimasero fermi
i Tedeschi, ma non essendo più di cinquecento, o come altri vogliono,
settecento uomini d'arme; avviluppati dai Normanni, perirono quasi tutti
sul campo di battaglia. Il papa che all'istante della disfatta erasi
riparato in Civitella, dovette uscirne e rimanere senza difesa fuori
delle porte, perchè gli abitanti non vollero esporsi al risentimento
dell'armata vittoriosa.

I Normanni s'avanzarono verso di lui, e quando gli furono vicini si
gittarono in ginocchio, e coprironsi di polvere implorando il suo
perdono e la sua benedizione. Lo condussero nel loro campo, trattandolo
sempre col più profondo rispetto: ma in mezzo a tante dimostrazioni di
religiosa umiltà lo tennero alcun tempo prigioniero, sicchè potè
persuadersi che ad un pontefice non si convengono le funzioni di
generale d'armata. E come aveva prima creduto che il cielo lo avrebbe
soccorso, credette allora che il cielo si fosse apertamente dichiarato
contro di lui, e fece egli stesso i primi passi per riconciliarsi con
quegli stessi uomini, contro i quali aveva predicato una specie di
crociata. Per soddisfare alla loro domanda, e riporsi in libertà,
accordò ai Normanni l'investitura in nome di s. Pietro, e come feudo
della Chiesa, di tutto quanto avevano conquistato, e di quanto potessero
ancora conquistare nella Puglia, nella Calabria e nella Sicilia[301].

  [301] _Gaufredi Malaterræ l. I. c. 14. p. 553._

E per tal modo una disfatta diede alla santa sede ciò che ottenuto mai
non avrebbe con una vittoria, e la debolezza d'un pontefice pio ed
affatto ignaro della politica del mondo, conquistò quello che i più
arditi suoi predecessori non avevano pur osato di tentare. Infeudando ai
Normanni le province già possedute dai Greci e dai Lombardi, il papa se
ne attribuiva la proprietà, comecchè niun diritto potesse allegare su le
medesime, o formarne la più remota pretensione. Pure i Normanni chiesero
tale investitura, perchè così credevano di sanzionare in faccia ai
popoli superstiziosi i diritti meno sacri della forza e della conquista;
ma infiniti vantaggi derivarono da questo trattato alla Chiesa; poichè
dopo questa fatale investitura, il regno di Napoli rimase feudo di s.
Pietro, non con altro fondamento che di un dono strappato colla forza ad
un prete, che non sapeva pur egli d'avere alcun diritto sopra ciò che
donava.

I Normanni approfittarono della vittoria per estendere il loro dominio a
tutte le province comprese nell'infeudazione del papa. Unfredo soggiogò
la Puglia: Roberto Guiscardo con pochi compagni andò in Calabria, ove
fortificatosi nel castello di san Marco, faceva frequenti scorrerie nel
territorio greco, più degne di un assassino, che di un conquistatore.
Gli abitanti avevano abbandonati tutti i vicini villaggi; ed il maestro
di casa di Guiscardo gli dava talvolta avviso che mancavano le
provvisioni per l'indomani, nè aveva danaro per comperarne, e che,
quand'anche ne avesse, non troverebbe a molte leghe di distanza chi gli
vendesse alcuna cosa. Allora Guiscardo usciva dal suo forte, alcuna
volta coi Normanni, altre volte con degli Schiavoni banditi ch'erano a
lui accorsi da ogni banda, ed andava a saccheggiare i più lontani
villaggi[302].

  [302] _Gaufredi Malaterræ l. I. c. 16. p. 553._

Moriva Unfredo del 1057, onde Guiscardo lasciava il ladroneccio per
impossessarsi del contado di Puglia. Chiamò allora di Lombardia Ruggero
l'ultimo de' suoi fratelli, che stabilì in Calabria col titolo di conte
perchè vi continuasse le sue conquiste: ma sia per avarizia, sia per
gelosia, lo lasciò più ancora sprovveduto di danaro di quel che fosse
stato egli medesimo; onde il giovane conte, che doveva pur essere il
conquistatore della Sicilia, ed il padre de' suoi re, non avendo
ricevuto da Roberto che un solo cavallo in premio de' suoi lunghi
servigi, tornò in Puglia, e si fece a rubar cavalli, ed a spogliare i
mercanti nelle vicinanze di Melfi. Egli stesso, poichè pervenne alla
sovranità, ordinò al suo storico Gaufrido Malaterra di conservare la
memoria di tali avventure, onde la posterità conoscesse da quale stato
di miseria si fosse innalzato a così alto grado[303]. Ruggiero danneggiò
pure i possedimenti di Guiscardo, e v'ebbe tra i Normanni una specie di
guerra civile; se pure gl'insulti del giovane guerriero non debbono
piuttosto risguardarsi quali attentati d'un capo d'assassini in guerra
con tutta la società.

  [303] _Gaufr. Malaterræ l. I. c. 25 et 26. p. 556._

Intanto Guiscardo, dopo aver soggiogata quasi tutta la Puglia, volendo
estendere le sue conquiste alla Calabria, fu costretto di pacificarsi
con suo fratello, cui nel 1060 affidò pure il comando di parte del suo
esercito. Attaccarono di conserva e s'impadronirono di Reggio, poi di
molte città della stessa provincia; per cui Roberto Guiscardo, trovando
il titolo di conte inferiore alla presente sua condizione, s'intitolò di
propria autorità duca di Puglia e di Calabria, titolo che gli fu alcun
tempo dopo riconfermato da papa Niccolò II[304].

  [304] _Gaufridus Malaterra l. I. c. 35. p. 553. — Guilelmus Appulus
  lib. II. p. 262._

Benchè avessero guerra coi due imperi, non interrompevano i Normanni il
corso delle loro conquiste, non trovandosi spesse volte a fronte nè
armate, nè generali. Enrico IV di Germania non era per anco uscito dalla
sua lunga minorità, quando gli attentati dei papi misero in pericolo la
sua corona. In Grecia Costantino duca, Romano Diogene e Michele duca,
trovandosi l'un dopo l'altro impegnati nella più pericolosa guerra col
Turco, non poterono distrarre le loro forze per soccorrere le province
occidentali, che in tempo d'alcuni brevissimi intervalli di tregua. E
già del 1061 più non rimanevano al Greci in Italia che Bari, Gallipoli,
Taranto, Brindisi, Otranto e poche castella. Ruggiero che comandava a
nome di suo fratello in Reggio di Calabria, approfittando delle
difficili circostanze in cui trovavasi l'impero greco, e delle intestine
divisioni de' Saraceni, formò l'ardito progetto di conquistare la
Sicilia occupata da questi ultimi, mentre Guiscardo terminerebbe di
scacciare i Greci dalla Calabria e dalla Puglia.

I Saraceni, tanto temuti due secoli prima, erano a tale stato di
languore e d'impotenza ridotti, da provare essi medesimi quel terrore,
che in altri tempi spargevano tra i loro vicini. L'entusiasmo religioso
gli aveva fatti soldati, il tranquillo possesso delle loro conquiste ne
aveva spento lo spirito guerriero. Educati in una religione voluttuosa,
privi di patria, quantunque dimorassero ne' più bei paesi del mondo,
dissiparono le ricchezze acquistate colle armi nel procurarsi i più
grossolani piaceri, e si resero effeminati al paro delle popolazioni
asiatiche di cui avevano da principio trionfato. Non è però che qualche
avanzo di valore non si conservasse ancora nelle ultime classi del
popolo; onde i Normanni che non trovarono resistenza ne' Saraceni
d'Italia, assoldarono tra costoro uomini valorosi che servirono
Guiscardo utilmente in tutte le guerre; ma i capi de' Saraceni, privi di
talenti e di coraggio, si governavano debolmente. La loro monarchia era
divisa in principati quasi indipendenti. Ogni città aveva un piccolo
principe, o emiro: e la discordia di due di loro _Benhumena_, e _Ben
Stammend_, che consigliò l'ultimo a recarsi a Reggio per implorare la
protezione di Ruggiero, agevolò ai Cristiani l'ingresso nella
Sicilia[305].

  [305] Ismaele Alèmujad, più conosciuto sotto il nome d'Abulfida, fa
  incominciare le turbolenze della Sicilia e la divisione dell'isola
  in piccioli principati l'anno 426 dell'Egira (1034 — 1035) _Hist.
  Sarac. Sicula p. 253. t. I. p. II. Rer. Ital._

Ruggiero non aveva che soldati di ventura, i quali lo seguivano
spontaneamente per essere a parte delle sue conquiste: ma questi non
essendo troppo numerosi, e restando breve tempo sotto le sue bandiere,
vedevasi obbligato a ritirarsi dopo pochi mesi dall'isola, senza avervi
fatto alcuno stabile acquisto. Per altro le sue imprese eseguite con
centocinquanta, e talvolta con trecento cavalieri ebbero un'apparenza
ancora più romanzesca, che le prime conquiste de' Normanni nella
Puglia[306].

  [306] _Gaufr. Malaterra l. II. c. 1 — 15. p. 560._

I Cristiani greci che abitavano nella città di Traina posta nella valle
di Dèmone, ne aprirono le porte a Ruggiero, il quale vi si fissò colla
giovinetta sua sposa e con trecento cavalieri, infestando i Saraceni del
vicinato. Ma gli stessi Cristiani disgustati dell'arbitrario procedere
de' loro ospiti, si rivoltarono, ed introdussero in città i Saraceni che
ne occuparono una parte. Non avendo allora altro luogo fortificato che
li coprisse, trovaronsi i Normanni esposti a continue battaglie contro
forze assai superiori, e nell'impossibilità di procurarsi i viveri con
lontane scorrerie. In così trista situazione soffersero ogni maniera di
disagi, e talvolta la fame. La contessa, e due o tre donne del suo
seguito dovevano preparare il vitto per Ruggiero, e per i suoi compagni
d'armi, avendo ascritti alla milizia tutti i domestici: ed erano a tale
carestia d'abiti ridotti, che il conte e la contessa non avendo che un
solo manto, valevanse alternamente quando l'uno o l'altro doveva uscire
in pubblico. Al conte, in un combattimento rimasto solo in mezzo ai
nemici, fu ucciso il cavallo; ma egli si fece largo colla spada, e
prendendo sulle spalle la sella, perchè non rimanesse in mano de' nemici
testimonio della sua disfatta, ritornò, attraversando lentamente le file
nemiche, al proprio alloggiamento. In tali miserie seppero i Normanni
sostenersi quattro mesi, occupando la metà d'una città di cui il
restante trovavasi in potere de' loro nemici. Il rigore dell'inverno fu
la loro salvezza. La città di Traina, posta a' piedi dell'Etna in un
suolo assai elevato, fu coperta di neve; onde i Saraceni ed i Greci, non
avvezzi a così acuti freddi, rallentarono i loro attacchi, ed i Normanni
giunsero una notte a sorprenderli, ed a scacciarli dall'altra parte
della città. Padroni allora delle nuove fortificazioni, si risguardarono
come in luogo d'intera sicurezza, quantunque in mezzo ad un'isola
nemica[307].

  [307] _Gaufr. Malaterra l. II. c. 29 et 30. p. 556._

Malgrado la cavalleresca bravura de' guerrieri normanni, le loro
conquiste furono assai lente, o perchè le armate erano troppo piccole, o
perchè i soldati erano poco subordinati ai loro capi. Quando i primi
avevano fatta una ragguardevole preda separavansi dai loro stendardi per
andare a godersela tranquillamente, raggiungendo poi i loro compagni
quando erano di nuovo ridotti in povertà. A Ruggiero abbisognarono
trent'anni per conquistare la Sicilia, e poco meno a Roberto Guiscardo
per occupare tutta la Puglia. Soltanto nel 1080 riuscì a quest'ultimo di
scacciare per l'ultima volta dall'Italia i Greci, e di riunire ai suoi
stati Taranto, Castaneto, Bari e Trani[308]. Ma poc'anni prima avevano i
Normanni rivolte le loro armi contro i principi lombardi, che si
dividevano il restante del gran ducato di Benevento, e gli avevano
spogliati senza incontrar resistenza. Riccardo, conte d'Aversa, e
discendente di Drengot, del 1062 impadronissi del principato di Capoa,
di cui aveva preso il titolo[309]. Il principato di Benevento si estinse
l'anno 1077 per la morte di Landolfo IV, e fu smembrato da Viscardo, il
quale, tenendo per sè il territorio, ne cedette la città alla santa
sede, la quale pretendeva di averne il supremo dominio in forza di una
concessione dell'imperatore Enrico III. Finalmente Guiscardo attaccò
Salerno, la capitale dell'altro principato lombardo, ov'erasi rinchiuso
l'ultimo de' suoi principi Gisulfo. Per obbligarla più presto ad
arrendersi, Guiscardo si alleò cogli Amalfitani, i quali si felicitarono
dell'alleanza de' Normanni, e nominarono Guiscardo loro duca,
obbligandosi ad assisterlo nell'impresa di Salerno colle loro flotte: ma
non solamente si riservarono l'antica loro costituzione e la libertà, ma
inoltre fu convenuto che le truppe di Guiscardo non entrerebbero giammai
nella loro città e territorio, riservandosi esclusivamente la custodia
di tutte le loro fortezze. Sussidiato dagli Amalfitani, Guiscardo chiuse
Salerno dalla banda del mare, mentre colle sue truppe l'andava
vigorosamente stringendo per terra; di modo che fu costretta di
capitolare l'anno 1077. Gisulfo si ritirò nello stato di Roma, e Salerno
accrebbe il territorio del duca normanno[310].

  [308] _Chron. Breve Normannicum t. V. p. 278._

  [309] _Leo Ostiens. l. III. c 16. p. 423._

  [310] _Gaufr. Malater. l. III. c. 3. p. 576._

Così fu spenta l'ultima dinastia de' regnanti lombardi cinquecentonove
anni dopo la prima loro discesa in Italia sotto il comando di Alboino, e
trecentotre dopo la disfatta di Desiderio ultimo loro re. A tale epoca
soltanto questa nazione, altra volta così potente, perdette il diritto
d'avere i suoi proprj sovrani. Presso agli Occidentali il nome di
Lombardia rimase a quella più settentrionale parte d'Italia ch'era
immediatamente soggetta ai re di Pavia; ma i Greci, forse con più
ragione, chiamarono Lombardia il regno di Napoli, di cui i Lombardi
beneventani conservarono il pieno ed indipendente dominio più di cinque
secoli.

Cacciati i Greci dalla Puglia e dalla Calabria, ed i principi lombardi
da Salerno e da Benevento, e conquistata la Sicilia che Ruggiero
governava come un feudo del ducato di Puglia col titolo di gran conte,
Roberto Viscardo si trovò capo d'un vasto stato acquistato colle forze
d'un semplice gentiluomo, il quale aveva egli stesso formata di
avventurieri e di pellegrini l'armata che combatteva sotto i suoi
ordini. La sua ambizione non era per altro ancora soddisfatta, essendosi
proposto di conquistare l'impero d'Oriente; per colorire il quale ardito
progetto, del 1081 attraversò il mare Adriatico, s'impadronì di Corfù e
di Botronto, ed assediò Durazzo. Non terremo dietro a Roberto in questa
spedizione estranea al nostro soggetto, e ci limiteremo ad osservare che
nello spazio di tre anni questo principe ebbe la gloria di veder
fuggitivi innanzi a lui i due imperatori d'Oriente e d'Occidente. In
ottobre del 1081 disfece l'esercito dell'imperatore Alessio Comneno,
venuto in persona per fargli levar l'assedio di Durazzo[311]. Chiamato
in Italia da una ribellione scoppiata ne' suoi stati, accorse del 1084 a
liberare Gregorio VII di cui erasi dichiarato protettore, quantunque lo
avesse poco prima scomunicato. Allora fu ch'Enrico IV, levato l'assedio
da Castel sant'Angelo ove trovavasi chiuso il papa, avanti che
arrivassero i Normanni, ritirossi da Roma, di cui Guiscardo ne abbruciò
la metà, abbandonandola al saccheggio de' Saraceni che formavano parte
della sua armata. Furono queste probabilmente l'estreme imprese di
Roberto Viscardo, che morì in Cefalonia il 17 luglio del 1085 mentre
rinnovava i suoi tentativi contro il greco impero[312].

  [311] _Alexias Annae Comnensis l. IV. t. XI. p. 83._

  [312] _Guilel. Appulus l. V. p. 276. ad fin._

La storia degl'immediati suoi successori non merita d'essere così
attentamente considerata. Suo figlio e suo nipote conservarono a stento
una monarchia ch'egli solo aveva fondata. Le guerre civili resero
inquieto il regno di Ruggiero I duca di Puglia. Ebbe costui un fratello
maggiore, chiamato Boemondo, famoso nella storia delle Crociate, che fu
poi principe d'Antiochia. Questo principe era stato spogliato de' suoi
diritti ereditarj dal testamento paterno e da un giudizio della Chiesa.
Guiscardo, volendo passare a seconde nozze, aveva fatto divorzio colla
prima moglie, sotto pretesto di lontana parentela, e Boemondo suo
figliuolo era stato ridotto al rango di figliuolo bastardo. Egli riclamò
contro l'ingiustizia del testamento paterno, e cercò di far valere colle
armi i suoi diritti, finchè la predicazione della crociata, aprendo una
nuova carriera alla sua ambizione, lo strascinò in Asia colle armate
cristiane. Partì del 1096 con suo cugino Tancredi, ed i Normanni
spiegarono nell'Asia la stessa bravura, la stessa politica, la stessa
avidità, la stessa ambizione che gli aveva già resi potenti e temuti
nella Neustria, in Inghilterra, in Italia ed in Grecia[313].

  [313] La ricordanza delle imprese di Boemondo e di Tancredi, celebri
  eroi del Tasso, ci fu conservata da un loro contemporaneo Radolfo
  Cadomense, che ne scrisse la storia metà in prosa e metà in versi.
  _Murat. Scrip. Rer. Ital. t. V. p. 285._

La lontananza di Boemondo e de' suoi guerrieri ridonò la tranquillità a
Ruggiero, duca di Puglia, che non aveva più rivale, ma d'altra parte
indebolì i suoi stati, e s'oppose ai progetti d'ingrandimento e di
conquista[314]. Guglielmo, figliuolo di Ruggiero, succedette al padre
nel 1111, e regnò fino al 1127 in cui morì senza lasciar figliuoli, per
cui tutta l'eredità dei figli di Tancredi Hauteville venne in dominio di
Ruggiero II, gran conte di Sicilia e figliuolo di Ruggiero I. Il regno
di Guglielmo non fu, come quello del padre, fecondo d'importanti
avvenimenti, onde ci affretteremo d'arrivare a quello di Ruggiero, che
terminò di consolidare la monarchia normanna, acquistandole il titolo di
regno, ed unendo a' suoi dominj il principato di Capoa e le repubbliche
della Campania, rimaste fino a tal epoca indipendenti. Quantunque il
regno di Ruggiero sia posteriore alla pace di Worms ed al periodo di
tempo compreso in questo volume, abbiamo creduto di doverci alquanto
scostare dal metodo prescrittoci per non interrompere il racconto della
fondazione d'una monarchia nelle due Sicilie, e per terminare la storia
delle repubbliche greche della Campania, onde non essere in dovere di
parlarne in avvenire.

  [314] Intorno al regno di Ruggiero, duca di Puglia, merita d'esser
  letto il quarto ed ultimo libro di Gaufredo Malaterra, _p. 590._

Ruggiero II, conte, poi re di Sicilia, ai talenti ed alle virtù di
Guiscardo univa maggior vanità e minor grandezza d'animo. Trovando il
titolo di duca inferiore alla sua potenza, ambì il nome di re, ed
abbracciò opportunamente, all'occasione d'uno scisma che divideva la
Chiesa, il partito dell'antipapa Anacleto II, cui era più che mai
necessaria la sua protezione, mentre tutta la cristianità riconosceva
per legittimo papa Innocenzo II. Questi non poteva pagare a troppo caro
prezzo la protezione dell'unico principe dichiaratosi a suo favore, d'un
principe vicino a Roma, ed abbastanza potente per riporre il suo
protetto sulla sede pontificia e per mantenervelo colle sue armi. In
forza dell'alta signoria sulle due Sicilie che Leone IX aveva acquistata
alla santa sede, Anacleto decorò il suo vassallo del titolo di re,
ponendogli colle sue mani la corona in capo. In pari tempo per formare
il nuovo regno unì alla Puglia, alla Calabria, alla Sicilia il
principato di Capoa, che apparteneva ai Normanni d'Aversa, e la
repubblica di Napoli, sui quali stati egli non aveva verun diritto[315].

  [315] _Petrus Diac. Contin. Chron. Cassin. lib. IV. c. 97. p.
  554. — Abbas Telesinus lib. II. c. I. et sequ. p. 622. t. V. — Falco
  Benev. Chr. t. V. p. 106._

Dopo l'incoronazione, Ruggiero si prese cura di ricompensare il
pontefice scismatico che lo aveva fatto re, e spinta la sua armata verso
Roma, ove Innocenzo II, ajutato dai Francipani suoi parenti, erasi posto
in possesso del supremo pontificato, sconfisse le milizie della Chiesa,
stabilì Anacleto in Roma, e costrinse Innocenzo a salvarsi a Pisa, di
dove passò in Francia per implorare soccorso contro l'usurpatore.

Ruggiero, appena fatto re, pensò a limitare i privilegi de' suoi popoli.
La libertà degli Amalfitani attrasse i primi sguardi di Ruggiero. Dopo
il 1038 in cui que' repubblicani eransi sottomessi a Guaimaro, principe
di Salerno, avevano sempre posti de' principi stranieri alla testa del
loro governo. I Normanni succedettero ai Lombardi: Roberto Guiscardo e
suo figliuolo Ruggiero avevano ottenuta quasi per forza la dignità
ducale; e comunque ogni capitolazione assicurasse agli Amalfitani la
conservazione della libertà e de' privilegi loro, andavano non pertanto
perdendo sotto un capo straniero quel sentimento di assoluta
indipendenza che prima formava la principale loro forza. Ma mentre la
repubblica d'Amalfi piegava a men libero governo in Europa, alcuni suoi
cittadini gittavano in Palestina i fondamenti d'un ordine, che doveva
ereditare il suo potere sui mari, ed essere depositario della gloria
cavalleresca d'Europa.

Alcuni mercanti d'Amalfi chiamati dagl'interessi di commercio in
Oriente, ed in seguito condotti dalla divozione a Gerusalemme; l'anno
1020 ottennero dal Califfo d'Egitto la facoltà di costruire presso al
santo Sepolcro un ospedale dedicato a s. Giovanni per alloggiarvi i
viaggiatori della propria nazione, ed i Cristiani che venivano a
visitare i luoghi santi. Nello stesso tempo fabbricarono una chiesa
dedicata a santa Maria dei Latini, ed un convento per le femmine
consacrato a santa Maria Maddalena. Questi edificj innalzati a spese
degli Amalfitani, e da loro provveduti di sufficienti entrate, rimasero
quasi un secolo esclusivamente in mano dei cittadini d'Amalfi, fino ai
tempi in cui Goffredo Buglione pose alla testa de' crociati l'assedio a
Gerusalemme. Gherardo della Scala, borgata del territorio d'Amalfi, era
a tal epoca rettore del convento degli ospitalieri di s. Giovanni, il
quale avendo armati i cenobiti in favore de' crociati, gli ajutò
potentemente a sottomettere la città. La guerra sacra cambiò la natura
di quest'ordine religioso; gli ospitalieri abbandonarono la cura degli
ammalati per difendere la nuova patria, e combattere contro gl'infedeli,
e l'ordine che il commercio aveva creato, non rimase più aperto che alla
nobiltà militare. Pure i cavalieri di Malta, successori de' borghigiani
d'Amalfi, riverberano ancora qualche gloria su la repubblica che li
produsse[316].

  [316] _Brencmannus de Rep. Amal. Diss. I. p. 7._

Gli Amalfitani, come abbiamo osservato, erano, in forza de' loro
trattati, rimasti in possesso dell'interna amministrazione delle loro
magistrature repubblicane e della guardia delle fortificazioni delle
città e de' castelli del territorio. Allorchè Ruggiero fu coronato re,
li richiese di rinunciare a tutti i privilegi che erano, secondo ch'egli
diceva, contrarj alle prerogative di un monarca. Irritato dal rifiuto
degli Amalfitani, riunendo le flotte siciliane e le truppe normanne
attaccò con tutte le sue forze questa piccola repubblica, e dopo avere
con regolari assedj sottomesse l'una dopo l'altra tutte le sue fortezze,
le costrinse a conformarsi ai suoi voleri[317]. I gentiluomini che
militarono per Ruggiero contro Amalfi, caddero anch'essi vittima della
sua immoderata ambizione. Tanto è vero, che quando uomini liberi
congiurano contro l'altrui libertà, non devono lusingarsi di conservare
lungo tempo la propria.

  [317] _Abbas Telesinus l. II. c. 7. p. 623._

In fatti Ruggiero intraprese di sottomettere i principali baroni del suo
regno, i quali non avendo fino allora combattuto che in qualità di
volontarj, godevano d'un'assoluta indipendenza. Roberto, principe di
Capoa, era il primo de' gentiluomini normanni. Discendente da Drengot,
fondatore della colonia normanna d'Aversa, non era unito di parentela
alla famiglia di Hauteville; era capo d'uno stato conquistato dai suoi
antenati, e rimasto quasi indipendente. Pure il principe di Capoa non si
era rifiutato di rendere omaggio al nuovo re quando fu coronato a
Palermo; e solo quando il re volle forzare i suoi baroni a far guerra al
legittimo papa, il principe di Capoa non volle marciare, e s'alleò con
Sergio, maestro dei soldati di Napoli, e con molti baroni normanni
ugualmente disposti a difendere la loro libertà civile e religiosa.

La guerra de' baroni contro il re non ebbe felice fine, perchè essendo
stati battuti l'un dopo l'altro, e presa la città di Capoa, la città di
Napoli restò sola indipendente, circondata da ogni lato dagli stati di
Ruggiero, che comprendevano tutta l'Italia meridionale. Colà riparossi
il principe Roberto di Capoa, ma vedendo che sarebbe tosto inseguito
dalle armate del re Ruggiero, convenne col maestro de' soldati della
repubblica sul modo di difendere quest'ultimo asilo della libertà.

Fu Roberto dai Napoletani mandato a Pisa, repubblica già fatta potente,
ch'era già succeduta nel commercio marittimo alle città di Napoli e
d'Amalfi. Egli invocò per sè e per la repubblica di Napoli i soccorsi
de' Pisani contro un re che tentava di distruggere nel mezzogiorno
d'Italia la libertà delle antiche loro alleate, e che inoltre teneva la
Chiesa nell'oppressione, mantenendo sulla cattedra pontificia l'antipapa
invece del legittimo pontefice[318]. I Pisani ch'eransi già caldamente
dichiarati a favore d'Innocenzo II, allestirono una flotta sulla quale
imbarcarono circa otto mila uomini per soccorrer Napoli, chiedendo per
le spese dell'armamento ai Napoletani tre mila libbre d'argento. Questi
sacrificarono di buon grado gli argenti delle loro Chiese alla difesa
della libertà[319].

  [318] _Alexand. Abb. Telesin. l. III. c. 1-7. p. 634._

  [319] _Falco Benevent. Chron. p. 118._

Intanto il re Ruggiero che aveva già fatto abbruciare i sobborghi di
Napoli, e fortificare Aversa, armava una flotta in Sicilia per attaccare
la città dalla banda del mare, mentre la guarnigione d'Aversa, ed i varj
posti che avea stabiliti nella Campania, toglievano ai Napoletani ogni
comunicazione colla terra. Egli aveva per questo servigio richieste le
migliori milizie degli Amalfitani costretti di favorire la causa di
Ruggiero e degli scismatici. Le galere d'Amalfi dovettero pure unirsi
alla flotta di Sicilia; ed Amalfi, avendo le sue milizie accantonate in
Aversa ed in Salerno, rimase senza difesa[320]. N'ebbero avviso i
consoli di Pisa Alzopardo e Cane, che avevano il comando della flotta
forte di quarantasei vele, e con un colpo di mano presero Amalfi, che fu
saccheggiata. In tale occasione i Pisani acquistarono il famoso
esemplare delle Pandette di Giustiniano, di cui arricchirono la loro
patria[321]. Ma il re ch'era entrato in Aversa, di cui faceva riparare
le fortificazioni, non tardò ad esserne vendicato. Fece sfilare le sue
truppe per sentieri creduti impraticabili a traverso le montagne, e
piombò addosso ai Pisani che assediavano il castello di Fratta,
uccidendo, o facendone prigionieri mille cinquecento, tra i quali uno
de' loro consoli, sforzando gli altri a rimbarcarsi a precipizio[322].

  [320] _Abb. Telesin. l. III. c. 24. p. 638._

  [321] _Brencmannus Dissert. II. de Amalphi Pisanis diruta, c. 24 et
  sequ. ad calcem Historiæ Pandectarum._

  [322] _Abbas Teles. l. III. c. 25. p. 638._ Racconta una cronaca
  pisana, che una flotta di Ruggiero forte di sessanta vele soccorse
  dalla banda del mare l'improvviso attacco del re. _Breviar. Hist.
  Pisanæ t. VI p. 170._

Nel susseguente inverno il principe di Capoa tornò a Pisa accompagnato
da Sergio medesimo, maestro de' soldati di Napoli. Ma questo
rispettabile magistrato, che già da trentadue anni governava la sua
patria, rappresentò invano ai Pisani riuniti a Parlamento su la pubblica
piazza, che l'ultima delle repubbliche che ancora sostiene la causa
della libertà nel mezzogiorno d'Italia era vicina a succumbere; che
Ruggiero, il quale aveva preso il titolo di re, non tarderebbe di
attentare alla libertà di tutta l'Italia[323]; che l'interesse
dell'indipendenza e della comune salvezza trovavasi unito a quello della
religione e della Chiesa: ma i Pisani, spossati da una lunga guerra coi
Genovesi e dalla rotta avuta alla Fratta, ricusarono di sostenere essi
soli il peso d'una guerra cui erano stranieri. Roberto volle fare altre
pratiche; e recatosi in Germania implorò a nome d'Innocenzo II, della
repubblica di Napoli e de' baroni normanni oppressi da Ruggiero, i
soccorsi dell'imperatore; mentre Sergio tornò a Napoli ad annunciare a'
suoi concittadini, che omai non dovevano sperare d'essere liberati che
dal proprio valore.

  [323] Stando ad un frammento di cronaca pisana, che termina a
  quest'epoca, pare che i Pisani si determinassero alla guerra per
  aver Ruggiero preso il titolo di re d'Italia. _Chron. Pis. t. VI. p.
  110._

Le pratiche di Roberto presso l'imperatore Lotario furono più felici che
non credeva. Il celebre abbate di Chiaravalle s. Bernardo che aveva
abbracciato il partito d'Innocenzo II, mal soffriva di vedere Anacleto
pacificamente in Roma; e perchè Ruggiero era il solo sovrano che lo
proteggeva, scrisse a Lotario caldissime lettere per animarlo a punire
il siciliano protettore del pontefice scismatico[324]. L'imperatore
cedette alle istanze del santo, e prima che terminasse l'inverno
s'incamminò alla volta d'Italia; ma siccome doveva fermarsi in ogni
provincia per riformarne l'amministrazione e ricuperare i diritti
dell'impero, Roberto lo prevenne, e, recatosi a Pisa, equipaggiò col
soccorso de' Pisani cinque navi ch'ebbe la fortuna di condurre cariche
di viveri nel porto di Napoli, sfuggendo alla vigilanza delle galere
reali, che lo tenevano strettamente bloccato. Le provvisioni della città
erano terminate; ma quelle portate da Roberto, e l'avviso di un prossimo
soccorso rianimarono il coraggio degli abbattuti cittadini.

  [324] Veggasi la lettera di s. Bernardo a Lotario _apud Baron. Ann.
  Eccles. an. 1135. § 19._

Poi ch'ebbe vittovagliata la città, l'instancabile Roberto tornò presso
l'imperatore onde affrettarne la marcia. Lo trovò accampato in vicinanza
di Cremona, e scegliendo l'istante in cui questo monarca, circondato dai
suoi generali, faceva la rassegna del suo esercito, si prostrò a' suoi
piedi, e coprendosi di polvere, supplicava Lotario a rendergli la
paterna eredità, ed a soccorrere gl'infelici suoi alleati, che,
abbandonati da lui, perirebbero in breve di fame. Di fatti Napoli
trovavasi ridotta agli estremi; le donne, i fanciulli, i vecchi cadevano
sulle piazze vittima della fame; «ma Sergio (mi valgo delle espressioni
d'un autore contemporaneo[325] che partecipò di tante sofferenze); ma
Sergio il maestro de' soldati, ed i fedeli cittadini che avevan cura
della libertà della patria, e che non avevano tralignato dagli antichi
costumi de' loro padri, preferivano morir di fame alla perdita della
libertà, ed al giogo di così detestato nemico.»

  [325] Falcone di Benevento allora esule dalla sua patria ribelle ad
  Innocenzo II erasi rifugiato in Napoli. _Chron. p. 120. A._

Fortunatamente l'imperatore s'avanzò alla fine per far cessare i
lamenti, e prevenire lo scoraggiamento. I messaggieri di Napoli, che
avevano accompagnato Roberto, rientrarono in città, dichiarando con
giuramento innanzi al maestro de' soldati ed al popolo adunato in
assemblea, che avevano veduto l'imperatore a Spoleti colla sua armata.
Pochi giorni dopo entrarono pure in Napoli alcuni messaggieri di
Lotario, dichiarando ch'era giunto in riva al fiume di Pescara; e
finalmente l'arcivescovo di Napoli, ed alcuni principali cittadini,
mandati a Lotario, riportarono ai Napoletani la sicura notizia del suo
imminente arrivo; perchè, sostenuti da tale speranza, continuarono a
soffrir la fame, rigettando le offerte del nemico, quantunque ridotti a
soli trecento uomini in istato di portare le armi[326].

  [326] _Abbas Teles. l. IV. c. 2. p. 642._

(1137) La loro costanza non rimase lungo tempo senza premio.
L'imperatore, dopo avere staccati dall'esercito tre mila uomini che
sotto il comando d'Enrico di Baviera, suo genero, dovevano accompagnare
Innocenzo II e metterlo in possesso del ducato di Roma e della
Campania[327], passò il fiume di Pescara nel giorno di Pasqua. La città
di Termoli e tutti i signori degli Abruzzi si affrettarono di
sottomettersi all'imperatore, che, entrato nella Puglia, s'impadronì di
Siponto e del monte s. Angelo, e sparse tanto terrore tra i sudditi di
Ruggiero, che tutte le città, non eccettuata Bari, prevennero le sue
armi e gli s'arresero. Il papa intanto avanzavasi per la strada di s.
Germano alla volta di Capoa, ove ristabilì il principe Roberto. I
Normanni, battuti ovunque tentarono d'opporsi alle armate imperiali, non
fecero più resistenza, di modo che in una sola campagna Ruggiero
perdette tutte le province al di qua del Faro.

  [327] _Pet. Diac. Chr. Cassin. lib. IV. c. 105. p. 561._

I Pisani avevano, per la libertà di Napoli, fatto uno sforzo ancora
superiore a quello de' potenti loro alleati. Avevano armata una flotta
di cento navi con cui entrando vittoriosamente nel porto vi
ristabilirono ben tosto l'abbondanza[328]. Rivolsero in seguito le loro
armi contro di Amalfi onde rivendicare l'affronto soffertovi due anni
prima. La città s'affrettò di capitolare, ma i castelli di Scala e di
Scalella che ne dipendevano avendo voluto resistere, furono presi a viva
forza, ed abbandonati al saccheggio. Questo secondo disastro compì la
rovina della repubblica d'Amalfi, che d'allora in poi andò sempre
decadendo. A quest'epoca la sola città aveva cinquanta mila abitanti; e
Brencman assicura che quand'egli v'andò in principio del secolo
decimottavo ne contava appena mille[329]. Oggi ne ha sei in otto mila.
Questa repubblica ebbe banchi di commercio in tutti i porti della
Sicilia, dell'Egitto, della Siria, della Grecia, i quali furono tutti
abbandonati, tosto che verso il 1350 i re di Napoli abolirono le forme
repubblicane dell'interna sua amministrazione. Non pertanto due uomini
nati in Amalfi illustrarono ancora questa città dopo perduta l'antica
sua potenza; cioè Flavio Gioja che del 1320 inventò, o perfezionò la
bussola, e Masagnello celebre capo della sedizione di Napoli l'anno
1647. Questo pescivendolo, giunto senza educazione al governo di un
potente stato, si mostrò ancora superiore all'elevato rango in cui lo
aveva posto l'azzardo, e meritò d'essere risguardato come padre di un
popolo di cui aveva saputo calmare i furori.

  [328] _Falconis Beneventani Chron. p. 122._

  [329] _Brencmannus de Rep. Amal. Dis. I. c. 13._

La repubblica di Napoli non godette a lungo del suo trionfo sul re di
Sicilia a cagione della discordia che si manifestò tra i suoi
confederati nella presa di Salerno. Sdegnaronsi i Pisani che
l'imperatore, senza il consentimento loro, segnasse la capitolazione di
quella città, alla cui resa aveva contribuito la loro flotta quanto, o
più dell'armata imperiale. Dal canto suo Innocenzo pretendeva, non si sa
con quale fondamento, che Salerno fosse di spettanza della santa sede.
Questa doppia contesa consigliò la ritirata de' confederati: i Pisani
fecero vela per la Toscana, Corrado si mosse alla volta della Germania,
ed il papa si stabilì in Roma. Ruggiero che non aveva omai in faccia che
nemici vinti più volte, rientrò nel suo regno di qua del Faro. Salerno
gli aprì le porte, sottomise Nocera, bruciò Capoa, e colla rapidità con
cui le perdette, riebbe quasi tutte le province che gli furono tolte
nella precedente campagna[330].

  [330] _Falco Benev. Chron. p. 124. — Chr. Mon. Cas. l. IV. c. 126. p.
  598. — Romual. Arch. Saler. Chr. p. 189. t. VII. Rer. Ital._ Nel
  racconto di questo storico debbono esservi senza dubbio delle
  lacune, benchè si pubblicasse come una narrazione continuata.

Innocenzo II, disgustato dell'imperatore, tentò di metter fine alla
guerra ed allo scisma colle trattative. Tre cardinali del suo partito
furono ammessi in presenza di Ruggiero a discutere contro tre altri del
partito d'Anacleto i titoli della validità dell'elezione dei due
competitori. Questa conferenza, come d'ordinario accade, lasciò tutti
nella propria opinione; sicchè, quando fu terminata, i due papi si
scomunicarono di nuovo perchè l'avversario non aveva voluto arrendersi
all'evidenza delle proprie ragioni. Fortunatamente per la pace della
Chiesa, Anacleto morì poco dopo; e quantunque i suoi partigiani si
affrettassero di eleggere il successore, che prese il nome di Vittore
III, Innocenzo con una grossa somma di danaro ne ottenne l'abdicazione e
la cessazione dello scisma[331].

  [331] _Petrus Diac. Chr. Monast. Cassin. l. IV. cap. ultimum, p.
  602_.

(1138) In un sinodo tenuto in Roma l'anno susseguente, Innocenzo rinnovò
le censure fulminate prima contro Ruggiero ed i suoi aderenti, e per
appoggiarle colla forza s'avanzò alla testa d'una piccola armata fino al
castello di Galluzzo, di cui ne cominciò l'assedio, durante il quale fu
sorpreso ed inviluppato dalle truppe di Ruggiero e di suo figlio, poste
in fuga le sue truppe, ed egli, fatto prigioniero e condotto nel campo
nemico.

La sorte di Napoli venne decisa da questa catastrofe. Innocenzo
prigioniero sacrificò, senza difficoltà, i suoi antichi difensori al
loro più caldo nemico; accordò a Ruggiero l'investitura di Capoa
spogliandone lo sventurato suo amico Roberto; accordò pure al re di
Sicilia l'onore di Napoli e delle sue dipendenze, vale a dire, la
sovranità su questa repubblica, su cui i papi non avevano mai avuto
verun diritto[332]. I Napoletani che avevano perduto il duca Sergio in
una delle ultime battaglie[333], e che non sapevano a chi rivolgersi per
ottenere soccorso, dovettero sottomettersi, cedendo alla necessità.
Mandarono deputati a Benevento ad offrire la corona ducale al re
Ruggiero, da cui furono uniti alla monarchia[334].

  [332] Veggasi questa Bolla presso il Baronio _ad an. 1138._

  [333] _Romuald. Salern. Chron. p. 190._

  [334] _Falco Benev. p. 129._

Il re che fin allora aveva trattati i paesi conquistati con estrema
crudeltà, si mostrò più generoso verso i Napoletani. Confermò tutti i
loro privilegi che non erano in opposizione col potere monarchico, e ne
conservò l'amministrazione municipale, che mantennesi intatta quasi un
secolo[335]. Intanto colla sommissione di Napoli a Ruggiero si spense
affatto la libertà nell'Italia meridionale; e Napoli, perduta la sola
prerogativa che possa rendere grandi le piccole nazioni, diventa
straniera alla nostra storia. Quantunque crescesse in popolazione
allorchè diventò la capitale del regno, le sue ricchezze ed il suo
commercio diminuirono. Le leggi reali di Ruggiero, l'istituzione d'una
nobiltà militare, l'introduzione d'una moneta falsificata posta in corso
con infinito danno del commercio e dell'agricoltura, cavarono dagli
occhi de' Napoletani amare lagrime sulla perdita della loro
libertà[336].

  [335] _Falco Benev. ad finem cum nota Camilli Pellegrini._

  [336] Il re vietò la circolazione dei _Romesini_, moneta di bassa
  lega di Costantinopoli, ossia della nuova Roma; ed in loro vece
  coniò dei ducati metà argento e metà rame. _Falco Benev. p. 131._



CAPITOLO V.

      _Origine di Venezia, sue rivoluzioni avanti il dodicesimo
      secolo — Pisa e Genova nuove repubbliche marittime — Loro rivalità
      con Venezia, e loro primi progressi._


Di tutte le repubbliche che fiorirono in Italia, Venezia fu la più
illustre, e quasi la sola la di cui storia sia conosciuta fuori
d'Italia; siccome è pur quella che durò più lungamente. La sua origine
precede di sette secoli l'indipendenza delle città lombarde; la sua
caduta, di cui fu testimonio la presente generazione, è posteriore di
tre secoli a quella della repubblica fiorentina, la più interessante
delle repubbliche de' mezzi tempi.

Poc'anni sono la repubblica di Venezia era il più antico stato d'Europa.
La stessa nazione sempre indipendente, sempre libera, fu tranquilla
spettatrice delle rivoluzioni dell'universo; vide la lunga agonia e la
fine dell'impero romano; in Occidente la nascita dell'impero francese
quando Clodoveo conquistò le Gallie; l'innalzamento e la caduta degli
Ostrogoti in Italia, dei Visigoti in Ispagna, dei Lombardi che
succedettero ai primi, dei Saraceni che spossessarono i secondi. Vide
nascere l'impero de' Califfi, minacciare la totale invasione della
terra, poi dividersi e distruggersi. Alleata per più secoli
degl'imperatori Bizantini, li soccorse a vicenda, e gli oppresse; levò
de' trofei alla loro capitale; ne divise le province, ed aggiunse a'
suoi titoli quello di padrone _d'un quarto e mezzo_ dell'impero romano.
Essa ha veduto cadere quest'impero, ed alzarsi sulle sue rovine il
feroce Musulmano; finalmente vide abbattuta la monarchia francese[337];
e sola irremovibile quest'orgogliosa repubblica contemplò i regni e le
nazioni passare innanzi a lei. Dopo tutte le altre dovette anch'essa
succumbere alla legge universale; ed il governo veneto che legava il
presente al passato, ed univa le due epoche della civilizzazione del
mondo, cessò ancor esso di esistere.

  [337] L'autore scriveva nel 1808.

Alla natura del paese che abitarono i Veneziani devesi ascrivere la
cagione della lunga loro indipendenza. Il golfo Adriatico riceve nella
sua parte superiore tutte le acque che scendono dalle Alpi verso
mezzodì, dal Po che trae origine sul pendio meridionale delle montagne
di Provenza, fino all'Isonzo che nasce in quelle della Carniola. La foce
del più meridionale di questi fiumi non è lontana più di trenta leghe da
quella del più settentrionale; ed in questo spazio il mare riceve ancora
l'Adige, la Brenta, la Piave, la Livenza, il Tagliamento, ed un infinito
numero d'altri minori fiumi. Tutti nella stagione piovosa strascinan
seco enormi masse di melma e di ghiaja, in guisa che il golfo che le
riceve, colmato poc'a poco dai loro depositi, non è più mare, ma non è
ancora terra, e si chiama laguna, sotto il qual nome si comprende uno
spazio di venti o trenta miglia dalla riva. La laguna, vasta estensione
di bassi fondi, e di fango coperto d'uno o due piedi d'acqua, che i più
leggeri battelli possono a pena attraversare, viene divisa da canali
scavati, non v'ha dubbio, dai fiumi che si scaricano in mare, ma in
seguito conservati dall'opera degli uomini per l'interesse del
commercio. Questi canali sono strade aperte ai grandi navigli,
abbondanti di sicuri ancoraggi: il mare che si rompe impetuosamente
contro i _murazzi_ e le lunghe e strette isole che circondano la laguna,
è sempre in calma oltre questi limiti, nè i venti possono sommover
l'onde ove non sonovi profondi abissi. Ma i tortuosi intralciati canali
della laguna formano un impenetrabile labirinto per i piloti non
istrutti da lungo studio, e dall'esperienza dei loro andirivieni. In
mezzo ai bassi fondi alzansi alcune centinaja d'isolette che
incominciano al mezzogiorno di Chiozza presso alle foci del Po e
dell'Adige, e stendonsi senza interrompimento fino a Grado oltre le
bocche dell'Isonzo. Alcune non sono divise che da stretti canali, come
quelle su cui è fabbricata Venezia, altre dominano la laguna a
ragguardevoli distanze, quasi bastioni avanzati per difendere gli
approcci di terra ferma. Tali isole non sono generalmente suscettibili
di grande coltivazione, ma così vantaggiosamente situate per la pesca,
per la fabbricazione del sale che vi si raccoglie quasi senza travaglio
in alcuni bassi fondi chiamati _estuari_, per la navigazione e pel
commercio; e coloro che le abitano hanno tanta facilità di commerciare
con semplici barche con tutte le città della Lombardia, coi porti
dell'Istria, della Dalmazia, della Romagna, che questo Arcipelago
dovette in ogni tempo essere popolato da uomini industriosi. Le isole
veneziane non sono meno sicure che comode, fortificate ugualmente contro
gl'insulti de' pirati e contro le armate de' conquistatori; non sono
attaccabili nè per terra nè per mare, e non possono cadere in mano de'
nemici che per tradimento de' proprj abitanti.

Il dotto conte Figliasi provò nelle sue memorie sui Veneti[338], che dai
più rimoti tempi questa nazione che occupava il paese detto poi Stati
veneti di terra ferma, abitava pure le isole sparse lungo le coste, e
che di là ebbe origine il nome di _Venezia prima e seconda_,
applicandosi la prima al continente, la seconda alle isole ed alle
lagune. Ne' tempi dei Pelasgi e degli Etruschi, abitando i primi Veneti
una contrada fertile e deliziosa, dedicavansi all'agricoltura, i secondi
posti in mezzo ai canali, alla foce de' fiumi, ed a portata delle isole
greche, e delle feconde campagne dell'Italia, consacravansi alla
navigazione ed al commercio. Gli uni e gli altri si sottomisero ai
Romani non molto avanti la seconda guerra Punica; ma non fu che dopo la
vittoria ottenuta da Mario sui Cimbri che il loro paese fu ridotto in
provincia romana.

  [338] _Mem. dei Ven. primi e sec. del C. Figliasi t. VI._

Sotto il governo degl'imperatori la prima Venezia fu per le sue sventure
rammentata più volte dagli storici. Ricca, fertile, popolata, presentava
agli ambiziosi una preda che si divisero spesso in tempo delle guerre
civili. Questa provincia chiudeva l'Italia dal lato per cui poteva
essere invaso l'Impero dalle nazioni germaniche, scita e schiavona.
Allorchè quest'impero incominciò ad essere debole, tutte le volte che
venivano forzate le barriere del Danubio, i barbari non tardavano a
piombare sopra la Venezia, ed a desolarla colle loro stragi. La
provincia marittima occupavasi della pesca, delle saline, del commercio,
ed i Romani risguardavano gli abitanti come indegni della dignità della
storia, e perciò li lasciavano nell'oscurità, come la loro umile
condizione non invitava i conquistatori al saccheggio, al massacro, alle
devastazioni.

Questa oscurità valeva al certo molto più che il tristo splendore di
Padova e di Verona. Fu un tempo in cui gli abitanti di queste città,
altra volta così opulenti, ma effemminate, deboli, aperte a tutte le
invasioni, sentirono vivamente quanto fosse crudele la loro sorte in
confronto di quella degli isolani, malgrado le privazioni e la vita
laboriosa degli ultimi. I popoli Nomadi che invasero l'impero,
associarono alle loro conquiste una ferocia che la nostra immaginazione
sa appena concepire. Essi non s'appagavano di appropriarsi col
saccheggio tutto ciò che potevano togliere ai sudditi di Roma, ma sembra
che si proponessero di rendere le contrade che invadevano affatto simili
ai deserti di dove erano usciti. Gl'incendi distruggevano i villaggi e
le città, e la carnificina degli uomini, delle donne, dei fanciulli
cancellava le generazioni.

In questa guisa esercitò Attila il suo furore sulle città d'Aquilea,
Concordia, Oderzo, Altino e Padova. Ma la fama annunciatrice delle sue
crudeltà lo precedette, e quegli abitanti della prima Venezia ch'ebbero
tempo di fuggire, si ripararono nella seconda. Uomini, donne, vecchi e
fanciulli, tutti si salvavano nelle isole. Nel mezzo di quelle che
oggidì copre Venezia colle portentose sue case, eravi la borgata di
Rialto, che diede asilo alla maggior parte de' fuorusciti, che poi
cresciuti a dismisura si sparsero in tutte le altre isole, coprendosi
con capanne fatte all'infretta finchè passasse la burrasca
sterminatrice[339].

  [339] _Const. Porphir. de Adm. Imp. Par. II. c. 28. p. 70. Biz.
  Venet. t. XXII. Andreae Danduli Chr. l. V. c. 5. t. XII. Rer.
  Ital. — Marin Sanuto istoria dei duchi di Venez. p. 405. t. XXII.
  Rer. Ital. Andrea Navagero storia veneziana, p. 926. t.
  XXIII. — Storia civile veneta di Vettor Sandi, l. I. c. 2. t. I. p.
  14._

Poichè Attila si ritirò nella Pannonia, tutti quelli che non avevano
portato nel loro ricovero verun mezzo di sussistenza, s'affrettarono di
ritornare alle antiche loro abitazioni: e sopra tutto gli agricoltori
richiamati dai loro campi, dall'amore del suolo natale, dai bisogni
della famiglia, tornarono a coltivare le campagne; ma i grandi
proprietarj, i nobili romani, coloro tutti, che colle proprie ricchezze
avevano potuto procurarsi nelle isole i comodi della vita, e che
rinvennero in quest'asilo la sicurezza non iscompagnata dall'agiatezza,
si astennero dall'abbandonare la recente dimora, per rifabbricarsi le
ancora fumanti case sempre minacciate da nuove orde di barbari. Vero è
che i loro possedimenti continentali ricevevano danno dalla loro
lontananza; ma seguendo l'esempio de' loro ospiti cercarono di supplirvi
col commercio e colla navigazione. In tal maniera abbiam veduto a' dì
nostri una nobiltà rovinata dedicarsi a quella mercatura, che senza
degradarsi non avrebbe avanti potuto esercitare. I disastri delle
province rendevano il commercio più necessario e più lucroso. I
Veneziani dovevano moltiplicare il loro travaglio per somministrare agli
abitanti delle città incendiate le cose necessarie alla rifabbricazione
delle loro case, e le vittovaglie fino al nuovo raccolto. Un assai
maggior numero di marinai e d'artigiani poteva impiegarsi nel commercio,
onde della popolazione povera ma industriosa ch'erasi rifugiata nelle
isole, la miglior parte fu ritenuta in questo asilo coll'allettamento di
maggior lucro, e col godimento di una sicurezza che non poteva trovarsi
altrove. Con ciò s'andò formando in mezzo alle lagune una nuova nazione
risultante dall'unione forzata de' Veneti primi ai secondi; una nazione
di nobili, d'operai laboriosi, e di marinai, i quali tutti dovevano
vivere non dei prodotti della terra, ma di quelli di un'industria attiva
e crescente.

Pare che la piccola città di Rialto ricevesse i consoli, o i tribuni che
formavano il governo municipale di Padova: ma Padova era incendiata, ed
i nobili, i cittadini più potenti, eransi riparati nella seconda
Venezia, e nulla poteva lusingarli a riprendere un soggiorno che la
forza non poteva assicurare, niun particolare vantaggio rendere
volontario. La nuova repubblica faceva bensì parte dell'impero romano,
ma quest'impero impotente, non sussisteva omai più che di nome,
disponendone i barbari, benchè ricevessero ancora come una distinzione
onorevole i titoli delle sue magistrature. Ogni provincia, ogni
straniera popolazione posta nell'interno dell'impero poteva senza
contrasto far valere la propria indipendenza. Ella ne aveva il diritto
tosto che sentivasi abbastanza forte per resistere alle aggressioni de'
barbari; e quantunque i provinciali d'origine romana non avessero
affatto dimenticata l'affezione ed il rispetto dovuto all'antico nome di
Roma, trovavansi però felici di potere scuotere il giogo d'un governo
oppressivo e tirannico; di liberarsi dalle eccessive tasse che non
soccorrevano per altro alla miseria del fisco; di sottrarsi all'odiosa
sorte delle milizie, che non provvedevano alla vergognosa impotenza
delle armate. I Veneziani adunque rimasero liberi allorchè l'invasione
di Attila li ridusse a fondare un nuovo stato; e le disastrose
incursioni dei Vandali, degli Eruli, degli Ostrogoti, resero loro sempre
più cara la libertà.

Abbiam già avuto opportunità di osservare che, fino agli ultimi tempi
dell'impero romano, il governo municipale si conservò democratico.
L'assemblea popolare di ogni città decideva dei comuni interessi, e
sanzionava le leggi locali. Le stesse assemblee nominavano pure i
magistrati annuali incaricati delle funzioni di giudici; ed è probabile
opinione che lungo tempo avanti l'invasione d'Attila questi magistrati
avessero già il titolo di tribuni. Accresciutasi la popolazione di molte
migliaia di fuorusciti, tutte le principali isole ebbero il proprio
tribuno nominato dagli abitanti. Questi tribuni riunivansi alcune volte
per deliberare intorno ai comuni interessi della Venezia marittima; ma
la principale loro incumbenza era quella di giudicare ed amministrare il
popolo conformemente alle istruzioni che da lui ricevevano nelle
generali assemblee d'ogni isola[340]. In tal maniera la nascente
repubblica senza l'opera d'un legislatore, senza rivoluzioni, e quasi
senza deliberare, si trovò regolata da una libera costituzione.

  [340] _Vettor Sandi storia civile, l. I. c. 2. e 3._

Quell'ombra d'impero che il patrizio Oreste aveva conservato, innalzando
Augustolo sul trono, fu distrutta da Odoacre come una pompa inutile e
dispendiosa; ed i legami che potevano ancora unir Venezia a Roma, mentre
conservavasi l'impero, furono distrutti da questa rivoluzione. Per altro
allorchè Teodorico fondò il regno degli Ostrogoti, i Romani
riconciliaronsi alquanto col giogo d'un barbaro virtuoso e saggio; ed i
Veneziani vissero in pace con lui, e forse i servigi importanti che gli
resero, possono essere risguardati come un indizio di dipendenza. Il più
antico documento della repubblica è la lettera da Cassiodoro, segretario
di Teodorico, diretta ai Veneziani in nome del re d'Italia[341]. Il
retore per dar risalto alla sua eloquenza dimentica l'argomento della
lettera, e descrive ai medesimi Veneziani, cui è diretta, la strana
apparenza del loro paese, l'industria, l'attività, l'eguaglianza, la
libertà, e le buone loro costumanze.

  [341] Questa lettera, che tra le lettere di Cassiodoro è la 24. del
  XII. libro, fu inserita nella maggior parte delle storie veneziane;
  in quella dell'abbate Laugier, _l. I. p. 149._ nella cronaca di
  Dandolo, _l. V. c. 10. p. 88._, ed in Sandi con alcune osservazioni,
  _t. I. p. 86. della storia civile._

Dopo aver fatta conoscere la fondazione della repubblica di Venezia,
passeremo a scegliere nella sua storia della prima età de' mezzi tempi i
più importanti avvenimenti, che di quando in quando contribuirono alla
formazione del carattere nazionale, a modificare la costituzione dello
stato, oppure ad accrescere l'influenza del nuovo popolo sul rimanente
dell'Italia. Sarebbe straniera al nostro istituto una regolare e
circostanziata storia de' tempi anteriori al dodicesimo secolo; altronde
tale è la secchezza e l'oscurità degli storici rispetto a que' tempi,
che siamo forzati di passare rapidamente sulla storia de' secoli di cui
ci offrono così confuse ed incerte notizie.

(518 = 627) A' tempi dell'imperatore d'Oriente, Giustino il vecchio, gli
Schiavoni, seguendo la strada tenuta dalle altre barbare nazioni che
invasero l'impero, entrarono nella Dalmazia, e vi si stabilirono. Ma
come quel paese, più volte saccheggiato, non bastava a saziare la loro
avidità, approfittarono dei numerosi porti di mare della fresca loro
conquista, ed adottando le costumanze degli antichi Illirici, di cui
avevano occupato il paese, si diedero alla pirateria. I Veneziani che
coprivano costantemente quel mare con deboli barche, rimanevano più
degli altri esposti ai loro insulti; ma una vita attiva, e l'abitudine
di sprezzare i pericoli del mare avevano rinforzato il loro coraggio.
Quei medesimi popoli ch'eran fuggiti come vili armenti innanzi ai
conquistatori del Nord, armarono i loro piccoli navigli per farsi
incontro agli stessi nemici a molta distanza dalle loro abitazioni: gli
attaccarono senza timore, e gli sconfissero, assicurando la libertà dei
mari; e la rivalità che manifestossi tra queste due nazioni marittime, e
le frequenti loro guerre, che terminarono colla sommissione di tutta la
Dalmazia, accrebbero l'energia de' Veneziani; li costrinsero ad
aggiungere il valore all'industria, e furono la principale cagione della
futura loro grandezza. Questa prima guerra incominciata avanti il regno
di Giustiniano, viene riportata siccome una delle testimonianze
dell'antichità della loro indipendenza[342].

  [342] _Vettor Sandi storia civile veneta, l. I. p. 65. — Dandolus
  Chronic. l. V. c. 7. p. 84._

(558) Quarant'anni dopo, la discesa de' Lombardi in Italia apportò alle
isole veneziane un doppio vantaggio; non solo perchè obbligò nuovamente
gli abitanti del continente a procacciarsi salvezza in queste isole, ma
perchè gli ottenne altresì un clero indipendente. Il patriarca d'Aquilea
venne a stabilirsi in Grado, ove fondò la sua nuova cattedrale; il
vescovo d'Oderso si trasferì in Eraclea fabbricata dai suoi compatrioti;
quello d'Altino portò la sua sede a Torcello; quello di Concordia a
Caorle, e quello di Padova a Malamocco. E perchè i Lombardi stabilirono
un clero arriano in tutte le città continentali di cui si resero
padroni, e perchè lo scisma tra le chiese delle due comunioni produsse
una sanguinosa guerra tra i patriarchi di Aquilea e di Grado, i vescovi
ch'eransi rifugiati nelle isole non pensarono più ad abbandonarle[343].

  [343] _Vettor Sandi l. I. c. 3. § 4. p. 82. — Chr. Danduli l. V. c.
  12. e l. VI c. I. p. 95._

La costituzione delle città e delle isole veneziane poteva considerarsi
come federativa; ma i poteri de' magistrati e quelli della nazione, i
diritti della lega e quelli dei popoli legati, non erano bastantemente
definiti, perchè così fatta costituzione assicurasse ad un tempo
l'interna tranquillità dello stato, e potente lo rendesse al di fuori. I
tribuni si abbandonarono alla loro ambizione, le città alle discordie e
gelosie di vicinanza, mentre i Lombardi dalla parte del continente, e
gli Schiavoni da quella del mare approfittavano di queste contese, di
questo stato di anarchia. Pareva che la repubblica fosse affatto
prossima all'estrema sua rovina: se non che un popolo libero ed energico
ha in sè medesimo i principj della sua salute: una rivoluzione che
dovrebbe indebolirlo, il più delle volte gli rende di là a poco un nuovo
vigore.

(697) L'anno 697 si convocò ad Eraclea una generale adunanza di tutti i
membri dello stato, ed i nobili trovaronsi riuniti al clero ed ai
cittadini. Colà, dietro proposizione del patriarca di Grado, la nazione
risolvette di darsi un capo, che col titolo di duca o doge fosse
incaricato del comando delle forze comuni contro gli esterni nemici, e
contro i faziosi dell'interno; il quale, superiore ai tribuni delle
isole riunite, potesse con mano ferma troncare le loro discordie e
punirne le usurpazioni. Ma da questo secolo d'ignoranza non si poteva
sperare una costituzione abilmente bilanciata. I Veneziani, volendo
essere liberi, riservaronsi le loro assemblee generali, la di cui
sovranità s'era universalmente riconosciuta; volendo essere potenti,
diedero al capo dello stato tutti gli attributi di un monarca. Egli
nominava a tutte le cariche, ammetteva o rifiutava gli avvisi de' suoi
consiglieri scelti da lui medesimo, trattava solo la pace e la guerra,
ed infine la sua autorità non aveva limiti. Paolo Luca Anafesto
d'Eraclea fu il primo che la nazione decorasse di così sublime
dignità[344].

  [344] _Dand. Chron. l. VII. c. 1. p. 127. Marin Sanuto storia dei
  duchi di Venez. p. 443. — Navagero storia veneziana p. 933. — Vettor
  Sandi storia civile veneta l. I. c. 4. p. 94. — Laugier hist. de
  Venise l. II. p. 189._

Per alcun tempo non ebbero i Veneziani motivo di pentirsi della nuova
forma data al loro governo. Anafesto ristabilì l'interna tranquillità,
respinse gli Schiavoni, e forzò i Lombardi a riconoscere l'indipendenza
della repubblica ed i confini del suo territorio. Il suo successore ne
seguì le tracce, ma non così il terzo, che mal soffrendo gli ostacoli
che talvolta contrariavano la sua volontà, volle rendersi assoluto
signore dello stato, e diede principio ad una funesta lotta col popolo.
In questa lite, in cui le ingiuste usurpazioni erano respinte da feroci
insurrezioni, perdettero la vita il presente doge ed altri suoi
successori. Nel tempo che Venezia era lacerata da questa contesa, il
dominio lombardo in Italia fu abbattuto, e rimpiazzato da quello dei
Carlovingi[345].

  [345] _Dand. Chron. l. VII. c. 5. et seq. p. 134._

I Veneziani non odiavano meno i Franchi degli Unni, degli Ostrogoti, o
dei Lombardi. Da tutti questi popoli le province dell'impero erano state
ugualmente rovinate. Gloriavansi i Veneziani d'essere discendenti dai
soli Romani, e davano alla loro repubblica il nome di figliuola
primogenita della repubblica di Roma[346]. Isolati ed indipendenti in
mezzo alle popolazioni della stessa origine fatte schiave, prodigavano
il nome di barbari agli stranieri che opprimevano l'Italia; ed i soli
Greci, inciviliti al par di loro ed attaccati ugualmente al nome ed alla
gloria di Roma, venivano risguardati come degni della loro alleanza.
Prendevano perciò parte alle loro prosperità, e gli assistevano colle
loro forze, come da loro chiedevano essi protezione nelle proprie
avversità, confondendosi, per così dire, innanzi ai loro occhi gli
ufficj della benevolenza con quelli del dovere: e se i Veneziani
rifiutarono d'essere sudditi, vollero almeno essere fedeli alleati
dell'impero di Costantinopoli[347].

  [346] Benchè la nazione veneziana non si formasse di Romani
  propriamente detti, ma d'Italiani, ben fondata era la pretesa loro;
  perciocchè ebbe origine quando sussisteva ancora l'impero, ed ella
  si compose tutta di cittadini romani d'origine italiana, senza
  mescolanza di stranieri.

  [347] Queste dilicate distinzioni non devonsi ricercare tra gli
  scrittori bizantini. Costantino Porfirogeneta fa dire ai Veneziani,
  che sempre sono stati, e vogliono essere sempre schiavi dell'impero
  d'Oriente. _De administ. Imp. p. II. p. 70. Edit. Venet. t. XXII._

Pipino, figliuolo di Carlo Magno, formò l'ardito progetto di allargare
il suo nuovo regno con pregiudizio di Niceforo imperatore d'Oriente:
sperava di levargli la Dalmazia e l'Istria, ed aveva saputo far entrare
ne' suoi interessi Obelerio allora doge regnante di Venezia, cui la
corte francese accordava molti favori. Ma questo magistrato non solo non
potè ridurre i Veneziani a prender parte ad una lite tanto contraria
alle loro inclinazioni, ma non potè pure impedire che l'assemblea
generale convocata a Malamocco non facesse a Pipino conoscere il rifiuto
delle sue offerte, e le relazioni della nazione coi Greci. Di ciò offeso
il principe, rivolse le sue armi contro i Veneziani, bruciando loro le
due città di Eraclea e d'Aquilea, la prima delle quali era stata alcun
tempo la capitale della repubblica fino all'epoca in cui Teodato quarto
doge trasferì la sede del governo a Malamocco[348]. Nè andò molto che,
credendosi nuovamente provocato, fece allestire una flotta a Ravenna, e
provvedutala di truppe da sbarco, s'impadronì di Chiozza e di Palestina,
indi approdò all'isola d'Albiola separata da un angusto canale da
Malamocco. In così difficile circostanza Angelo Participazio, uno de'
principali cittadini[349], consigliò i suoi compatrioti ad abbandonare
le mura della capitale, ed a trasportare a Rialto tutte le loro
ricchezze, essendo la sua situazione più forte assai per essere
quest'isola propriamente nel centro della laguna. I vascelli di Pipino
tentarono d'inseguirli, ma le barche leggieri dei Veneziani, fuggendo
innanzi a loro, seppero attirarli sopra bassi fondi, ove, non potendo
nella discesa della marea manovrare, furono attaccati con vantaggio, ed
abbruciati quasi tutti, o presi dai Veneziani. Pipino, sdegnato ed
umiliato, incenerì le città di cui erasi impadronito, e ritirossi a
Ravenna. Poco dopo i due imperi si pacificarono, ed i Veneziani furono
compresi nell'accordo come fedeli a quello d'Oriente[350].

  [348] _Dandolus Chron. l. VII. c. 15. p. 153._

  [349] La sua casa mutò nome nel decimo, o nell'undecimo secolo,
  prendendo quello di Badoero: essa sussiste ancora.

  [350] _Dand. Chron. l. VII. c. 15. p. 23. p. 158. — Vettor Sandi l.
  II. c. 4. p. 253. e c. 5. p. 259._

Dopo quest'epoca Rialto rimase la capitale del nuovo stato, cui furono
riunite col mezzo di ponti le sessanta isolette che lo circondavano, e
sulle quali innalzasi oggi la città di Venezia. Il palazzo ducale fu
eretto sulla piazza ove trovasi ancor al presente; ed il nome di
Venezia, fin allora comune a tutta la repubblica, si ristrinse alla sola
capitale. Vent'anni dopo si trasportò d'Alessandria in questa città il
corpo di s. Marco. Raccontasi che i mercadanti, che tolsero questa
reliquia alla chiesa d'Egitto, le sostituirono accortamente quelle di s.
Claudio meno venerate. Dopo tale epoca s. Marco fu il patrono della
repubblica: egli o il suo leone diventarono l'impronta delle sue monete
e lo stendardo delle sue armate; ed il nome di s. Marco s'andò in modo
identificando con quello dello stato, che più di quello della
repubblica, più della ricordanza delle sue vittorie, scuote le orecchie
veneziane, e fa cader le lagrime dagli occhi de' patrioti[351].

  [351] _Dand. Chron. l. VIII. c. 2. p. 170._

(837 = 864) Verso la metà del nono secolo una lite manifestatasi fra
alcune famiglie patrizie divise tutta la repubblica. Il popolo prese
parte con furore ad una animosità probabilmente cagionata da sola
rivalità di gloria; la cura dell'esterna difesa dello stato fu
sacrificata all'insensato zelo delle parti, ed il mare Adriatico rimase
esposto alle piraterie de' Saraceni e dei Narentini. I primi abitavano
la Sicilia e l'Affrica, gli altri erano pirati della Dalmazia, che
riunitisi nella città di Narenta, in fondo al golfo dello stesso nome,
posto quasi in faccia d'Ancona, l'avevano fatta centro delle loro
piraterie[352]. Un secolo più tardi altri pirati stabilironsi in alcune
città dell'Istria, ed una ardita intrapresa richiamò su di loro
l'attenzione e lo sdegno della repubblica.

  [352] _Const. Porphir. de Admin. imp. p. II c. 36. p. 85. — Chron.
  Dand. l. VIII. c. 3. p. 172._

Per antica consuetudine i matrimonj de' nobili e de' principali
cittadini celebravansi in Venezia lo stesso giorno nella medesima
Chiesa. La vigilia della candellara in cui la repubblica dava la dote a
dodici fanciulle, era il giorno consacrato a questa pubblica festa. Di
buon mattino le gondole elegantemente ornate recavansi da tutti i
quartieri della città all'isola d'Olivolo, o di Castello, posta ad una
delle sue estremità, ove il capo del clero, allora vescovo, adesso
patriarca, teneva la sua residenza. Gli sposi sbarcavano colle loro
spose in mezzo al suono degli strumenti sulla piazza di Castello, e
tutti i parenti e gli amici in abito di gala facevano loro corteggio. Vi
si portavano in pompa i regali fatti alla sposa, ed il popolo affollato
lungo la riva degli Schiavoni, ed in tutte le strade che guidano a
Castello, seguiva senz'armi e senza alcun sospetto questa fastosa
processione.

I pirati istriani, istrutti da lungo tempo di questa costumanza
nazionale, ardirono di sorprendere gli sposi nella stessa città. Il
quartiere al di là dell'arsenale affatto vicino d'Olivolo non era a tal
epoca abitato, nè l'arsenale era ancora stato fabbricato. Gl'Istrioti si
posero di notte in aguato presso quest'isola deserta, nascondendovisi
colle loro barche. La mattina quando gli sposi furono nella Chiesa, e
che seguiti da uomini, donne, fanciulli, assistevano ai divini uffici,
attraversano il canale d'Olivolo, sbarcano armati sulla riva, entrano in
Chiesa i corsari da tutte le porte nel medesimo tempo colle sciabole
sguainate, e prendendo le desolate spose ai piedi dell'altare, le
costringono a montar sulle barche a tal uopo disposte, e con loro
rapiscono le gioje portate dai domestici; ed a forza di remi
s'affrettano di riguadagnare i porti dell'Istria.

Il doge Pietro Candiano III, presente alla cerimonia, dividendo la
rabbia e l'indignazione degli sposi, esce impetuosamente coi medesimi di
Chiesa, e scorrendo i vicini quartieri, chiama ad alta voce il popolo
alle armi ed alla vendetta. Gli abitanti di santa Maria Formosa
riuniscono alcune navi, nelle quali, entrato il doge e gli sposi
irritati, approfittano d'un vento favorevole, ed hanno la fortuna di
sorprendere gl'Istrioti nelle lagune di Caorle. Un solo de' rapitori non
si sottrasse alle vendette degli amanti e degli sposi furibondi: e lo
stesso giorno le belle Veneziane furono condotte in trionfo alla Chiesa
d'Olivolo. Una processione di giovanette, e la visita che il doge faceva
ogni anno la vigilia della candellara alla parrocchiale di santa Maria
Formosa, solennizzarono fino ai tempi della guerra di Chiozza la memoria
di questo avvenimento[353].

  [353] _Marin Sanuto stor. dei duchi di ven. p. 461. — Navas. stor.
  ven. p. 953. — Laugier hist. de Venise l. III. p. 296._

Ma il doge non si limitò a questo primo castigo; che si dispose a purgar
il mare Adriatico dai corsari che l'infestavano, e venendo a morte,
trasmise col trono ducale ai suoi successori questa importante impresa.
Egli aveva già rese tributarie della repubblica le città di Capo
d'Istria e di Narenta, ma la condotta ora sregolata e talvolta ambiziosa
di suo figlio Pietro Candiano IV, le insultanti usurpazioni di questo
principe, e la sua morte, funesto esempio della vendetta popolare[354],
sospendettero per lo spazio di più anni le spedizioni de' Veneziani.
Agitata da continue guerre civili, non riebbe Venezia l'interna
tranquillità che in sul finire del decimo secolo, ed allora, uscendo
dalle lagune con poderose forze, gettò nelle province d'oltre mare i
fondamenti di quell'impero che conservò fino ai nostri giorni.

  [354] _Chron. Dand. l. VII. c. 14. p. 206._

Allorchè Teodosio divise le province romane, assegnò la costa orientale
dell'Adriatico all'impero di Costantinopoli; ma questa divisione fu ben
tosto dalla potenza dei barbari distrutta. Alcuni conquistatori di razza
schiavona, occupando l'Illirico colle loro genti, vi fondarono due regni
indipendenti e nemici di Bizanzo, quello della Croazia al Nord, e
l'altro della Dalmazia al Mezzogiorno. I Greci che non avevano potuto
conservare sotto il loro dominio che alcune città marittime, e non
avevano abbastanza truppe per formarne la guarnigione, ricorsero per
difenderle allo stesso metodo, di cui abbiamo veduto che si valsero
ancora nel regno di Napoli, cioè di accordare agli abitanti il diritto
di armarsi, e quello di eleggersi le proprie magistrature. Dopo avere in
tal modo loro data una patria, ed ispirato il desiderio di difenderla,
si credettero a ragione scaricati dal debito di proteggerle[355]. Le
città marittime dell'Istria dipendenti dall'impero d'Occidente non eran
meno libere delle prime; e per tal modo la costa illirica dall'una
all'altra estremità era sparsa di nascenti repubbliche, e quasi sempre
in guerra coi barbari.

  [355] _Const. Porphir. de adm. imp. p. II. c. 29. p. 71. et
  seq._ — Questa è l'epoca della prima indipendenza di Ragusi. Veggasi
  intorno all'origine di questa repubblica, ed intorno alle sue forze
  militari, una nota curiosa del Raguseo Banduri: _Animadversiones in
  lib. de administratione imper. p. 36. t. XXII. Bis._

Tra questi i più pericolosi nemici delle città marittime erano i
Narentini, popolo di razza schiavona, che dopo essersi impadronito d'un
porto di mare, infestava colle sue piraterie tutto l'Adriatico.
Fortissima era la città di Narenta e sicuro il suo porto; e trovandosi
tra la Dalmazia e la Croazia, reclutava facilmente ne' due regni i suoi
soldati. I suoi migliori guerrieri erano destinati ad equipaggiare le
flotte che corseggiavano l'Adriatico: lucrosa professione, che in un
secolo barbaro non era disonorante. Tutte le piccole repubbliche
danneggiate da costoro erano separatamente troppo deboli per reprimerli;
onde convennero di collegarsi per mettere a dovere i Narentini, e perchè
fidavansi principalmente alla potenza della repubblica veneziana, ebbero
l'imprudenza di farla capo della lega, comperando i suoi soccorsi e la
sua protezione coll'accordarle quelle prerogative che dovevano ben tosto
porle a sua discrezione. S'incominciarono le trattative col doge Pietro
Orseolo II, e si convenne che i magistrati delle città presterebbero
fede ed omaggio alla repubblica, e le loro truppe marcerebbero sotto i
suoi stendardi contro il comune nemico[356].

  [356] _Chron. Dand. l. IX. c. 1. p. 223._

(997) L'anno 997 mosse da Venezia la più gran flotta che avesse fin
allora armato la repubblica. Passò prima a Pola, una delle più potenti
città dell'Istria, e vi ricevette gli omaggi di Parenzo, di Trieste, di
Giustinopoli o Capo d'Istria, di Pirano, Isola, Emone, Rovigno, Umago, e
per dirlo in una parola, di tutte le città dell'Istria. Colà riunì pure
alla sua flotta i rinforzi delle città alleate; indi passò a Zara, la
più antica alleata de' Veneziani in Dalmazia, e vi ricevette ugualmente
gli omaggi delle città di quella contrada, Salone, Sebenigo, Spalatro,
Fran, None, Belgrado, Almissa e Ragusi; e le isole di Coronata, Pago,
Ossero, Lissa, Brazza, Arbo e Cherzo seguirono l'esempio delle prime, e
tranne le due isole di Corzola e di Lezinia, che, più tosto che
rinunciare alla loro indipendenza, s'allearono coi Narentini, tutte le
città illiriche riconobbero volontariamente la supremazia de' Veneziani.

Il doge portò da prima le sue forze contro queste due isole, le quali
sotto certi riguardi chiudevano il golfo di Narenta, ed avendole
sottomesse dopo la più viva resistenza, pose a ferro ed a sangue tutto
il paese de' Narentini, e non accordò loro una vergognosa pace che dopo
averli ridotti a tanta debolezza, che non poterono mai più rifarsi[357].

  [357] _Chron. Dand. l. IX. c. 1. p. 227. — Navas. stor. venez. p.
  957. — Marin Sanuto vita dei dogi di Venez. p. 467. — Vett. Sandi
  stor. civile venez. l. II. c. 9. p. 325._

La presa di Narenta fu per Venezia cosa meno vantaggiosa assai
dell'alleanza cui aveva dato motivo. Le associazioni dei deboli coi
forti sono sempre pericolose; e le città vinte e le vincitrici furono
dai Veneziani ridotte ben tosto alla medesima condizione. Pretori o
podestà tolti dal corpo della nobiltà furono mandati a governarle, ed il
doge prese il titolo di duca di Venezia e di Dalmazia.

Mentre Venezia stendeva il suo dominio sulla costa orientale del golfo
Adriatico, e poneva i fondamenti di quell'alta potenza cui non tardò a
conseguire, due città del mar Tirreno, Pisa e Genova, cominciavano a
scuotere il giogo che avevano lungo tempo sofferto, e sviluppavano i
primi germogli di quella potenza che doveva in appresso contrappesare
quella di Venezia, e con una lunga e sanguinosa rivalità rendere
gl'Italiani degni dell'impero del mare.

(980) Quando Ottone II meditava la conquista della Magna Grecia aveva
fatto chiedere a Pisa un soccorso di navi per portare la guerra nelle
due Sicilie; e questo fatto è il primo che ne mostri la grandezza d'una
città che nel dodicesimo secolo ottenne prima di molte altre
l'indipendenza ed un governo consolare[358]. La foce dell'Arno, meno che
non lo è a' dì nostri ingombrata di arena, formava per i leggeri
vascelli usati allora un porto ugualmente difeso dalle burrasche e
dagl'insulti de' corsari. La navigazione ed il commercio erano già da
qualche tempo l'oggetto che più occupava gl'industriosi Pisani. In tempo
che tutte le isole del mediterraneo erano occupate dai Saraceni quasi
sempre nemici, quando ancora i Veneziani e gli Amalfitani, gelosi
dell'impero del mare, cercavano di escluderne gli altri popoli, le
intraprese marittime richiedevano forse più coraggio, che industria.
Queste risvegliarono il valore della gioventù pisana, e loro ispirarono
l'amore dell'indipendenza. Nell'età di Solone erasi già osservato che
gli uomini di mare sono degli altri più fieri e più entusiasti per la
libertà. Quest'osservazione verificossi nelle città anseatiche ed in
Atene, e spiega pure l'antica prosperità di Pisa, e la rimota origine
della sua indipendenza. Le ricchezze acquistate col commercio si
versarono ben tosto sulle vicine campagne: il Delta dell'Arno, quella
fertile pianura oggi mezzo incolta, fu asciugata e trasformata in
giardini; il porto pisano e quello di Livorno si aprirono alle galere,
ed i molti gentiluomini che abitavano le colline dalla valle di Nievole
fino all'Ombrone, chiesero ed ottennero la cittadinanza pisana, e la
protezione della repubblica.

  [358] Anco un secolo prima trovasi un indizio del commercio e della
  crescente popolazione di Pisa. L'anonimo Salernitano racconta che
  l'anno 871, quando Guaffero, principe di Salerno, preparavasi a
  sostener l'assedio minacciato dai Saraceni, affidò la difesa di una
  parte dei muri di Salerno a due mila Toscani, che trovavansi in
  questa città. Questi erano, a non dubitarne, Pisani, giacchè più
  tardi assai cominciarono le altre città toscane a dedicarsi al
  commercio, o ad aver marina. _Anon. Saler. Paralip. t. II. p. II. c.
  III. p. 256._

Le sette più antiche famiglie di Pisa che formarono alcun tempo un
ordine separato di quella nobiltà, fanno risalire la loro venuta in
Toscana fino ai tempi della discesa in Italia d'Ottone il rosso. A sette
baroni dell'impero si attribuì l'origine di queste sette famiglie; cioè
Visconti, Godimari, Orlandi, Verchionesi, Gualandi, Sismondi e
Lanfranchi[359]. I tre ultimi erano figliuoli dello stesso padre, da
taluno chiamato Lanfranco Duodi, e gentiluomo di Bologna; per cui lo
storico di Pisa Marangoni contandoli per una sola famiglia ne aggiunge
altre due Ripafratta e Gaetani[360]. Pare che costoro spediti fossero a
Pisa del 982, perchè questa città mandasse le sue galere per ajutarlo
nell'impresa di Calabria, che l'imperatore voleva fare. Mentre stavano
occupati in questa missione, Ottone morì. Sedotti dalla bellezza del
cielo e dalla fertilità dell'Etruria, determinarono di rimanervi, ed
ottennero dai Pisani il diritto di cittadinanza, e da quel vescovo
l'infeudazione di alcuni castelli o poderi. I cognomi delle famiglie non
usavansi ancora nel decimo ed undecimo secolo, ma la pratica costante di
dare al nipote il nome dell'avo suppliva a tale mancanza, e serviva a
distinguere i casati; e questo nome d'affezione che si riproduceva ogni
seconda generazione, diventò nel susseguente secolo il cognome della
famiglia. In tal maniera i sette baroni d'Ottone II trasmisero il loro
nome a sette famiglie pisane, che furono lungo tempo le principali della
fazione nobile e ghibellina. Più volte perseguitate e cacciate in
esiglio, non per questo rimasero meno affezionate alla patria ed alla
sua libertà fino all'epoca fatale della caduta di Pisa[361].

  [359] Tutti gli autori pisani non vanno d'accordo rispetto al nome
  di queste famiglie; ed alcuni fanno entrare in questo ruolo le
  Benetti e le Sardi. _Raineri Sardo, Trattato dell'origine delle
  famiglie pisane. — Libro della Cancel. Comun. di Pisa, contenente gli
  stemmi e distinzioni di diverse famiglie pisane, f. 135, 137._ Io
  non conosco questi due libri che dagli estratti
  mandatimi. — _Comment. Const. Cajetani II. t. III. Rer.
  Ital. — Bernardi Marangoni Scrip. Etr. t. I. p. 316._

  [360] Il Gaetani non ammette questa origine della sua famiglia,
  facendola per l'opposto venire da Gaeta, cui attribuisce tutte le
  vittorie di quei duchi, i quali essendo elettivi non dovettero
  appartenere ad una sola famiglia. _Comment. in Vit. Gelasii II t.
  III. Rer. Ital. p. 410._

  [361] Siccome la tradizione dell'origine di queste sette famiglie
  non è appoggiata ad autori contemporanei, potrebbe supporsi
  inventata dai genealogisti per compiacere la vanità di alcuni
  nobili, se la storia non ci somministrasse ne' cinquant'anni che
  succedono a quest'epoca i nomi di tutti questi gentiluomini, e se
  molte autentiche scritture non attestassero la loro esistenza ed il
  loro potere fino negli ultimi anni dell'undecimo secolo. _Veggasi
  Murat. Antiq. Ital Med. Aevi LXIV. p. 1104 — 1161._

Nello stesso tempo che questa città metteva a profitto il fertile
territorio dell'Arno, e le ricche pianure che la circondavano, Genova
situata sopra sterili montagne, fra scogli privi di verzura, e presso un
mare da cui par che fuggano i pesci, e non avendo altro vantaggio che
quello di un porto vasto e sicuro, Genova si occupava con ugual ardore
del commercio e della navigazione: le arti medesime le procuravano le
medesime ricchezze, e le sterili sue montagne la separavano dalla sede
dell'impero e da' suoi oppressori. Questa era rimasta sotto il dominio
de' Greci lungo tempo dopo la prima invasione lombarda; ed anche
allorquando venne in potere de' Lombardi, ne rimase in modo separata,
che trovandosi mal guardata dai suoi nuovi padroni, l'anno 936 fu
saccheggiata dai Saraceni. Ma in sul finire dello stesso secolo la
propria popolazione inclinata alla milizia la guarentiva da somiglianti
sciagure[362].

  [362] _Ubertus Folieta Genuens. Hist. l. I. p. 225. Apud Graevium
  Scrip. Ital. t. I._

Pisa non pertanto continuò ad essere alcun tempo più florida e popolosa.
Le sue imprese non chiudevansi entro i ristretti confini della Toscana;
ma i Saraceni, la Spagna, l'Affrica, la Grecia appresero dai Pisani a
rispettare il valore italiano, e l'energia d'una nascente nazione.

I Pisani mantenevano relazioni commerciali coi Greci della Calabria, ed
avevan banco ne' principali loro porti. In quella provincia i sudditi
dell'impero orientale, snervati da lunga servitù, non sapevano difendere
le terre loro e le persone dalle aggressioni de' Musulmani. Una colonia
di Mori, stabilitasi in quella provincia, insultava le città e devastava
le campagne senza trovar resistenza. I mercadanti e viaggiatori pisani
mal soffrivano gli oltraggi fatti agli amici ed al nome cristiano, e
desideravano di porvi riparo: perchè di ritorno in patria eccitarono i
proprj concittadini a prendere le armi contro gl'infedeli. Il loro
entusiasmo si propagò in tutte le classi del popolo; e tutta la gioventù
montò sulle navi, che spiegarono le vele per la Calabria ove dovevansi
assalire i Saraceni.

Intanto un re moro, chiamato Muset, erasi impadronito della Sardegna,
posta quasi in faccia di Pisa, e vi aveva stabilita una colonia di
corsari (1005). Ebbe questi avviso che la più valorosa gente di Pisa
erasi impegnata in quell'impresa cavalleresca, lasciando la città quasi
senza difesa. Le sue galere entrarono una notte nella foce dell'Arno, e
rimontarono il fiume quasi fino all'anteriore sobborgo della città. Gli
abitanti risvegliati da orribili grida, conobbero ad un tempo l'incendio
delle loro case, e lo sbarco de' nemici. Tutti fuggivano in tanta
trepidazione alla campagna, e sola una donna della famiglia Sismondi,
chiamata Cinzica, invece di seguire i fuggitivi, corse al palazzo de'
consoli a traverso de' Musulmani medesimi che occupavano la strada
lung'Arno, ed il ponte che univano il sobborgo alla città. Annunciò ai
magistrati il pericolo della patria, e fece suonare la campana d'allarme
del palazzo, alla quale risposero le altre della città; onde
risvegliatisi i cittadini accorsero alla vendetta; ma i Saraceni,
temendo l'urto delle milizie repubblicane, rimontarono a precipizio
sulle loro navi, ed uscirono dalla foce dall'Arno. Cinzica ebbe una
statua nel distrutto sobborgo, che, rifabbricato di nuovo, assunse il di
lei nome[363].

  [363] _Tronci Ann. Pis. ad an. 1105. — Bern. Marangoni Cronaca di
  Pisa p. 318._ Il Muratori dubita di questo avvenimento, perchè il
  nome di Chinzica essendo arabo, per quanto egli crede, è più
  probabile che si desse ad un quartiere d'Arabi, che ad una
  Cristiana. Ma il Muratori s'inganna. Il vocabolo Chinzica è tedesco
  e non arabo. Un luogo chiamato Chinzica presso Fulda viene ricordato
  in molte carte di quell'abbadia. _Antiqu. Fuldens. lib. I. p. 409,
  507, 508 ec. t. III. Rer. Germ. Struvii._ E Cinzica Sismondi aveva
  sicuramente ricevuto nascendo una di quelle voglie _Hennzeichen_ che
  aveva motivato il suo nome. Tutti i nomi delle sette grandi famiglie
  di Pisa hanno un'etimologia tedesca.

Intanto la flotta spedita in Calabria aveva avuti prosperi successi
contro i Saraceni ch'erano stati obbligati di concentrarsi in Reggio per
difendere questa città da loro posseduta, nelle di cui vicinanze furono
pur battuti dai valorosi Pisani avanti che la flotta abbandonasse il
mare siciliano[364].

  [364] _Ann. Antiq. Pis. t. VI. Rer. It. p. 108 e 168._

Appena rientrati nel porto di Pisa seppero i vittoriosi guerrieri che i
corsari sardi avevano insultata la loro patria, e giurarono di
vendicarla; ma la guerra che ardeva tra Lucca e Pisa, ed altre cagioni a
noi sconosciute, protrassero la spedizione che meditavano, finchè un
nuovo attentato dei Mori di Spagna, sbarcati l'anno 1012 sulle loro
coste, li costrinse a punire tanta insolenza[365]. Papa Benedetto VIII
aveva spedito un legato per eccitarli alla guerra, e fu probabilmente il
pontefice che propose un'alleanza tra Pisa e Genova, riunendo le armi
delle repubbliche rivali contro il comune nemico. Muset vide atterrito
avanzarsi su la Sardegna la più potente flotta che da molti secoli
avesse corso il mar Tirreno. Invano tentò d'impedire lo sbarco delle
truppe, le quali rinforzate dai Cristiani dell'isola, lo attaccarono su
tutti i punti, e lo sconfissero in modo che dovette a precipizio
abbandonare la sua conquista, valendosi per la fuga delle navi che aveva
allestite per corseggiare il Mediterraneo.

  [365] _Ib. — Bernardo Marangoni p. 316._

Ma l'antica rivalità non tardò a gittar la discordia tra i vincitori
quando si venne alla divisione della preda. I Genovesi che in principio
della guerra non osavano di sperare così prosperi avvenimenti, avevano
domandato le spoglie per loro, lasciando ai Pisani le terre spogliate
che conquisterebbero. A fronte però di tutto il rigore adoperato
nell'impadronirsi di quanto presero ai Saraceni, videro con estremo
rammarico che la parte loro era troppo lontana dal valore del regno che
rimaneva in potere dei rivali alleati[366]. Cercavano quindi di deviare
dalle stabilite condizioni, e procedettero con tale insistenza, che i
Pisani ricorsero alle armi per far eseguire il trattato, scacciando
dalla Sardegna coloro che gli avevano ajutati ad impadronirsene. Pare
che questa contesa non iscoppiasse che l'anno 1021, allorchè Muset aveva
già perdute le ultime sue fortezze e le nuove truppe che aveva egli
stesso condotte di Spagna[367].

  [366] _Benvenuti Imol. Comment. ad Dantis Comœd. Antiqu. It. Medii
  Aevi t. I. p. 1089._

  [367] _Bern. Marangoni Cron. di Pisa p. 320. — Ubertus Folieta
  Gennens. Hist. l. I. p. 236._

Per altro il re moro lusingavasi ancora di riavere la Sardegna; ed ogni
primavera veniva con una nuova flotta ad insultare le guarnigioni della
repubblica, o a tentar di sorprenderle. I Pisani, dopo avere lungo tempo
combattute queste squadre sulle coste dell'isola, risolvettero di
terminare una guerra incominciata diciott'anni avanti, attaccando i
Saraceni nel proprio paese. Corsero vincitori le spiagge dell'Affrica
insultando Cartagine, ed occupando Bona, l'antica Ippona di s. Agostino.
Muset fu costretto a chieder la pace, e, ciò che più gli dolse, a
mantenerla molti anni. Pure negli estremi periodi di sua vita volle di
nuovo tentar la sorte, quando gli altri uomini non cercano che il
riposo. Andò a chieder soccorso ai Mori di Spagna; e di là dirizzando le
vele verso la Sardegna, sorprese le guarnigioni pisane cui non diede
quartiere, e s'impadronì, tranne Cagliari, di tutta l'isola[368].

  [368] _Bern. Marang. Cron. p. 324._

A fronte di tanta costanza che la repubblica pisana manifestò nella
guerra contro i Mori, diede in fine segni di scoraggiamento. Il popolo
snervato da lunghe e dispendiose imprese, spaventato dal massacro della
fresca gioventù che formava le guarnigioni sarde, era estremamente
abbattuta; ma la nobiltà che credevasi in ispecial modo interessata a
difendere l'onore di Pisa, rianimò l'ardore de' suoi soldati. Per
possedere ancora la Sardegna bisognava riconquistarla, e la repubblica
si dispose a farlo. Tutti i gentiluomini suoi vassalli contribuirono
uomini e navi; e le cronache ricordano particolarmente i Gherardeschi, i
Sismondi, i Sardi, i Cajetani. Le promisero soccorsi la repubblica di
Genova, il marchese Malaspina di Lunigiana, il conte Bernardo Centilio
di Mutica in Ispagna; offrendosi i due ultimi di andare in persona a
questa guerra sacra. Gualduccio plebeo pisano, assai noto per i suoi
militari talenti, che comandava la flotta alleata, seppe eseguire lo
sbarco delle sue truppe presso Cagliari in presenza del nemico che
l'assediava. Ben tosto si venne alle mani su la spiaggia medesima; e
Muset, quantunque giunto oltre gli ottant'anni, fece prodigi di valore;
ma i suoi Mori, esposti ad un tempo agli attacchi de' Pisani, alle
frecce lanciate dalle navi, ed alle sortite degli abitanti di Cagliari
conservatisi fedelissimi alla repubblica, si abbandonarono a disordinata
fuga. Muset, doppiamente ferito, cadde da cavallo, e fatto prigioniere,
fu condotto a Pisa ove morì tra i ferri, e tutta l'isola tornò in potere
de' Cristiani. Gualduccio di consentimento della repubblica ne divise i
distretti tra i confederati. I Gherardeschi ricevettero in feudo il
circondario di Cagliari, i Sismondi Oleastro, i Sardi Arborea, i
Cajetani Oriseto, i Genovesi Algaria, il conte di Mutica Sassari, ed i
Malespina le montagne. Il rimanente dell'isola, compreso Cagliari,
rimase sotto l'immediata giurisdizione di Pisa[369].

  [369] _Ann. Laur. Bonincontri Miniatensis, frag. apud Mur. Scrip.
  Rer. Ital t. III. part. I. p. 421._ Questo frammento viene riportato
  nelle note alla vita di P. Gelasio II. Gli Annali di Loren.
  Bonincontri non furono stampati interamente, e soltanto la parte
  posteriore al 1360. _Rer. Ital. t. XXI. Præf. Murat. ad
  Bonincontrum._

Nell'undecimo secolo la repubblica di Venezia non prese parte alla
gloria di cui si coprì quella di Pisa colle sue imprese contro
gl'infedeli, perchè tormentata da civili dissenzioni smorzava contro di
sè medesima la sua energia. Due fazioni si combattevano con furore nel
suo seno i Morosini ed i Caloprini, sia che questi nomi appartenessero
prima a due illustri famiglie della repubblica, o pure che queste
famiglie adottassero in appresso il soprannome irrisorio che davansi gli
opposti partiti[370]. Una privata querela aveva loro poste le armi in
mano; ma perchè tra le persone violenti e valorose, credevasi cosa vile
l'abbandonare ai tribunali la difesa del proprio onore, i risentimenti
di due individui divisero le due famiglie, e ben tosto furono cagione
d'una guerra civile. La prima offesa erasi confusa colla moltitudine
delle susseguenti, e si nasceva, e si avea nemici soltanto per il nome
che si portava. Queste contese ebbero fine avanti che terminasse il
secolo undecimo[371], ed in principio del dodicesimo le città marittime
di Pisa, Genova e Venezia, di già abbastanza potenti per essere meno
invidiose, separarono i loro interessi da quelli dell'Italia, e
passarono a procacciarsi gloria, ricchezze, possanza ne' paesi
degl'infedeli. Accadde fatalmente che in così lontani paesi si trovarono
in concorrenza, e la rivalità di gloria facendo loro dimenticare la
comunione degl'interessi, macchiarono più volte di sangue italiano i
mari e le spiagge dell'Asia.

  [370] Questi nomi sono greci Μωροζεινοι e καλοπρηνες, che pronunciando
  secondo i moderni greci si direbbe Moroxini e Caloprinis: cioè gli
  ospiti o i compagni degli sciocchi, e le persone che si prostrano
  assai. Forse questi soprannomi equivalgono a quelli di adulatori e
  storditi, che davansi le parti nemiche; e forse sono più antichi della
  contesa, ed erano già a quell'epoca cambiati in nomi di famiglia.

  [371] _Andreæ Danduli Chron. l. IX. c. 2 et seq. p. 238._

In questa oscura epoca in cui la storia delle repubbliche non è composta
che di pochi avvenimenti isolati, affidati per accidente a scritture
estranee all'argomento; o assai posteriori; quella di Genova ha un
grandissimo vantaggio sulle altre, essendosi conservata la sua cronaca
composta da Caffaro, uno de' principali suoi magistrati. Questa cronaca
presentavasi ogni anno ai consoli in pieno consiglio, e quando il senato
l'aveva approvata si riponeva ne' pubblici archivj. Incomincia col 1101,
epoca in cui Caffaro serviva sulla flotta, e viene continuata fino al
1164 in cui lo scrittore morì in età di ottantasei anni. Dopo la sua
morte si continuò da varj pubblici storici fino al 1294. Quantunque tali
racconti pecchino apertamente di parzialità, siccome destinati a
lusingare i magistrati ed il popolo, per onore dei quali scrivevansi, si
può agevolmente separare ciò che gli autori accordarono all'amor proprio
de' Genovesi; ed in allora, malgrado la sua parzialità, non lascia
questa storia d'essere il più curioso ed istruttivo documento di quei
secoli.

La cosa più meritevole d'attenzione è ciò che risguarda il governo di
Genova in que' tempi e le sue rivoluzioni. I supremi magistrati avevano
in Genova, siccome nelle altre repubbliche, il titolo di consoli; ma
variarono nel numero e nella durata. Ne' primi anni del dodicesimo
secolo furono alternativamente ora sei, ora quattro, rimanendo sempre
tre o quattro in ufficio. Del 1122 la durata del consolato si ristrinse
ad un anno, e nel 1130 furono divise le incumbenze di questi magistrati
per farne due ufficj distinti. Allora si chiamarono _consoli del comune_
i quattro o sei capi della repubblica, che, nominati ogni anno dal
popolo, erano incaricati del potere esecutivo, e specialmente del
mantenimento della polizia, dell'esecuzione degli ordini criminali,
della corrispondenza colle potenze straniere, del comando delle forze di
terra o di mare, ed ancora delle lontane spedizioni. Questi consoli,
sortendo di carica, rendevano conto al popolo in una generale assemblea
dell'impiego del danaro dello stato[372].

  [372] _Caffaro An. Gen. Scrip., Rer. It. t. VI. p. 284._

Altri magistrati talvolta di ugual numero, talvolta in numero assai
maggiore, si crearono lo stesso anno col titolo di _consoli alle liti_
per essere i supremi giudici della repubblica. La divisione del popolo
in sette compagnie, e della città in sette quartieri, serviva in pari
tempo a classificare gli elettori, ed a limitare la giurisdizione dei
giudici, perciocchè ogni giudice eleggevasi dalla compagnia ch'egli
doveva giudicare. In appresso furono formati due tribunali, uno per la
città, l'altro per il sobborgo; e l'anno 1179 venne stabilito che il
difensore potrebbe richiamare l'instante a quello dei due tribunali
ch'egli sceglieva[373]. Tanto i primi che i secondi consoli rimanevano
in carica un anno.

  [373] _Ottobonus Scriba Annal. Genuensium lib. III. p. 355._

In certe occasioni, e dietro domanda del popolo, la repubblica nominava
i correttori delle leggi. Questi commissarj in numero non maggiore di
dodici o quindici erano depositarj del potere legislativo[374].
Gl'Italiani lungi dal formare di questo potere una proprietà del popolo,
lo risguardavano quale attributo della giurisprudenza, e ne
abbandonarono l'esercizio ai giurisperiti, i quali eransi ciecamente
sottomessi alle decisioni fondate nelle massime della scuola e
nell'autorità di Giustiniano. In generale lo studio del diritto era
separato dalle incumbenze amministrative, di modo che i legisti non
avevano un interesse di corporazione per abusare della confidenza del
popolo, o per renderlo schiavo; ma la legislazione romana ed imperiale
aveva loro comunicato un cotal carattere servile, per cui in tutto il
corso delle dispute tra le repubbliche e l'impero, favoreggiarono il
dispotismo contro la libertà.

  [374] _Id. ib._

Eravi in Genova un consiglio o senato che doveva assistere i consoli; ma
i poteri di tal corpo dovevano essere assai ristretti, poichè due o tre
sole volte viene rammentato nella storia[375]. Il popolo riunito _in
parlamento_ sulla pubblica piazza prendeva parte all'amministrazione
dello stato, ricevendo i conti de' magistrati, e deliberando intorno ai
comuni interessi nelle più importanti occasioni[376].

  [375] _Caffar. ad init. hist. Obertus Cancell. lib. II. Annal.
  Gennen. p. 342._

  [376] _Caffar. lib. I. p. 284. — Ottob. Scriba lib. III. p. 304._

Questa costituzione era semplice, ma sufficiente per tutelare la libertà
del popolo, per interessarlo vivamente ne' pubblici affari, e per
affezionarlo alla patria in ragione della parte che gli dava nel
governo. L'elezione de' magistrati, il conto che rendevano
dell'amministrazione, le deliberazioni della piazza pubblica, facevano
ogni giorno sentire ai cittadini che gli affari dello stato erano i loro
affari, che il privato loro interesse era quello della comunità. La
salvaguardia dell'ordine pubblico contro l'anarchia e la turbolenza
democratica, affidavasi ai costumi ed all'abitudine di rispettare il
rango de' magistrati, piuttosto che alle leggi. I consoli erano tutti o
quasi tutti gentiluomini. E perchè quest'ordine erasi mostrato il
protettore del popolo contro gl'imperatori ed i grandi, il popolo
riconoscente gli aveva affidati tutti i suoi diritti; onde le liste del
consolato presentano i nomi illustri degli Spinola, dei Doria, dei
Ruffo, dei Fornaro, dei Negri, dei Serra, dei Picamiglio, ec. Felice la
repubblica in cui il popolo ha un illimitato diritto d'elezione, e dove
ciò null'ostante i nobili sono degni de' suoi suffragi!

La storia di Genova non deve separarsi da quella di Pisa: queste due
repubbliche, di costumi, di potenza, di governo quasi uguali,
cominciarono assai presto a mostrarsi rivali, seguitando a combattersi
finchè Pisa succumbette dopo una lotta di molti secoli. Ma agli occhi
della posterità, Pisa rimasta nelle tenebre della storia, non sostiene
il confronto di Genova con quella gloria con cui seppero sostenerla i
suoi guerrieri colle armi. Del periodo di cui parliamo, i soli documenti
che siano rimasti di questa città, sono una declamazione sui trionfi, un
poema mezzo barbaro intorno alla guerra di Majorica, e due sterili e
spezzate cronache[377]: di modo che conviene prendere dai documenti de'
suoi nemici il racconto delle vittorie e delle disfatte. Gli storici
veneziani sono ancora più poveri, non avendone di più antichi del doge
Andrea Dandolo, che fioriva verso la metà del quattordicesimo secolo, e
che non può essere creduto a chiusi occhi rispetto ai fatti anteriori
assai all'epoca in cui visse[378].

  [377] _Chronica Varia Pisana t. VI. Rer. It._

  [378] _Chronica Danduli t. XII. Rer. Ital._ — Sandi autore della
  Storia civile di Venezia ebbe sott'occhio più manoscritti, cui per
  altro accordò poca confidenza. Gli archivj della cancelleria, ove
  consultò moltissimi antichi documenti meritano intera fede.

Le tre repubbliche presero ugualmente parte alle imprese de' Cristiani
in Terra Santa. Mentre per gli altri popoli la guerra sacra non è che un
episodio della storia, è forse il più importante avvenimento di que'
tempi per le repubbliche marittime. La posizione di Venezia era la più
opportuna per quel passaggio, e vi si prestò con molto zelo. I Turchi
avevano nell'Asia invase le province e le città ove la repubblica faceva
il più lucroso commercio, e minacciavano di spingere ancor più lontano
le loro conquiste, soggiogando i Greci ed i Saraceni; ed in allora non
sarebbe rimasto ai Veneziani alcun mercato libero in tutto il Levante.
Nè ciò solo dovevano temere; ma di veder in breve attaccati i loro
dominj divenuti frontiera degli stati ottomani. Trasportarono perciò
con estrema prontezza, non iscompagnata per altro da conveniente
profitto, i crociati sulle coste dell'Asia, ove incaricandosi
dell'approvvisionamento delle armate, ed esercitando simultaneamente la
milizia ed il commercio, riportarono a Venezia i più ricchi carichi con
quelle flotte medesime con cui avevano fatto tremare gl'infedeli.
Assicurano gli storici della repubblica, che la flotta che accompagnò la
prima crociata era composta di duecento vascelli, e comandata dal figlio
del nuovo doge Vital Michieli, il quale, prima di giungere al suo
destino, diede sulle coste di Rodi una sanguinosa battaglia alla flotta
pisana. Questi due popoli acciecati dalla gelosia dimenticarono d'essere
Cristiani, Italiani e crociati, per non ascoltare che le private loro
animosità. I Veneziani occuparono in seguito Smirne, che abbandonarono
al saccheggio, e facilitarono all'armata terrestre l'acquisto di Jaffa o
Joppe[379].

  [379] _Andreæ Danduli Chronicon lib. IX. c. 10. p. 256._

In agosto del susseguente anno i Genovesi mandarono in Oriente ventotto
galere e sei vascelli con truppe da sbarco sotto il comando d'un console
della repubblica. Lo storico Caffaro era del numero de' guerrieri
imbarcati. Nel tempo stesso anche i Pisani fecero partire una, flotta di
cento vascelli capitanati dal loro arcivescovo Daimberto, che fu poi
patriarca di Gerusalemme. Queste due flotte svernarono a Laodicea, e
mantennero le province marittime ubbidienti ai Latini nell'istante in
cui la morte del buon re Goffredo di _Bouillon_ metteva in pericolo il
nuovo suo regno.

(1101) La vegnente primavera i Genovesi coi Pisani ed altri crociati
intrapresero l'assedio di Cesarea. I repubblicani, portando al campo i
liberi usi della loro patria, prima di dar l'assalto alle mura di
Cesarea, unirono i cittadini in parlamento per consultare di ciò che far
dovevano quando dopo pochi istanti tornerebbero al rango di soldati.
Daimberto fu il primo a parlare e come profeta e come soldato; esortò i
suoi cittadini a ricevere la mattina susseguente la santa comunione, e
poichè fossero muniti di questo pegno della celeste protezione, ad
avanzarsi fin presso alle mura, attaccandole colle sole scale delle
galere, senza perder tempo a preparare altre macchine d'assedio,
promettendo loro in nome del cielo, che Dio li farebbe quello stesso
giorno padroni della città. Il console genovese Malio prese in seguito
la parola, ed appoggiò colla sua eloquenza guerriera le profetiche
esortazioni del prelato pisano. Le più calde acclamazioni manifestarono
l'entusiasmo del popolo, che il susseguente giorno andò coraggiosamente
all'assalto appoggiando alle mura le scale navali. Il console genovese
colla spada in mano fu il primo che salisse sulla sommità delle mura,
ove si sostenne alcun tempo solo contro gli sforzi de' nemici, finchè
raggiunto da' suoi soldati potè rovesciare i Musulmani, e prendere la
città che fu abbandonata al saccheggio. La preda, secondo l'antica
usanza delle armate romane, fu divisa dai consoli; un quindicesimo fu
posto in serbo per i marinai rimasti alla custodia delle galere, una
porzione fu levata per i magistrati e per gli uffiziali, ed ogni
semplice soldato ricevette quarantotto soldi d'argento, circa cento
settanta franchi, e due libbre di pepe. Dopo così segnalata vittoria
spiegarono le vele per ritornare ne' porti della loro patria[380].

  [380] _Caffaro Ann. Genuens. p. 248. 253. — Gesta triumphalia per
  Pisanos facta p, 100. — Chron, Pis. p. 168. t. VI. Rer. It._

Se le città italiane resero importantissimi servigi ai crociati, seppero
altresì chiedere in compenso utili privilegi ne' paesi di nuova
conquista. Con un diploma accordato ai Veneziani l'anno 1130, Baldovino
II, re di Gerusalemme, promette loro in tutte le città del regno latino
un quartiere indipendente, nel quale vi sarebbe una chiesa, una piazza,
un bagno, un forno ed un molino. I gabellieri non potevano entrarvi, nè
porre ostacoli alla libertà del loro commercio[381]. I Veneziani nel
proprio quartiere erano sottomessi soltanto alle leggi patrie, ed ai
magistrati eletti da loro medesimi, in guisa che in mezzo al regno di
Gerusalemme formavano delle piccole colonie repubblicane alleate per sua
difesa, ma indipendenti dalle sue leggi.

  [381] _Diploma apud Murat. Antiq. It. t. II. p. 919._ Questo diploma
  conferma i precedenti privilegi accordati ai Veneziani da Baldovino
  I, e dalla reggenza del regno in tempo della prigionia di Baldovino
  II.

Perchè i soccorsi de' Pisani furono più utili, e fors'anco più
disinteressati che quelli de' Veneziani, eran loro stati accordati assai
prima gli stessi privilegi da tutti i principi latini. Il generoso
Tancredi, l'eroe del Tasso, che nel 1108 succedette a Raimondo nel
principato d'Antiochia, accordò ai Pisani un quartiere in Antiochia ed
in Laodicea, inoltre il libero uso de' suoi porti, come lo avevano i
suoi sudditi. Questi privilegi vennero poi confermati ed ampliati da
Amauri l'anno 1169, e da Baldovino IV l'anno 1182, amendue re di
Gerusalemme, da Boemondo III, principe d'Antiochia, l'anno 1170, da
Raimondo, conte di Tripoli l'anno 1187[382].

  [382] Questi diplomi sono tutti prodotti dal Muratori _t. II. p. 905
  e seguenti. Antiq. Italic. Med. Aevi_.

Intanto le moltiplicate relazioni dei Veneziani coi crociati del regno
di Gerusalemme diedero luogo ben tosto a disgusti tra essi ed i Greci. I
crociati avevano portato in Oriente quel disprezzo che i popoli barbari
hanno quasi sempre per i più inciviliti: non rispettavano le pubbliche
costumanze, violavano le leggi, offendevano la religione dei Greci colle
superstizioni e col fanatismo, e quando la pubblica autorità voleva
reprimere i loro eccessi, se ne appellavano alla propria spada, e
versavano il sangue di que' Cristiani che dicevano di soccorrere. I
Comneni che avevano invocato prima di tutti l'appoggio degli
Occidentali, e che si vollero tenere risponsabili di tutte l'esazioni
degli ufficiali subalterni, delle frodi de' mercadanti loro sudditi, e
per fino della inclemenza delle stagioni, furono ben tosto costretti di
porsi in guardia contro i Latini, e talvolta di prendere l'armi contro
di loro. I Veneziani che fino a tal epoca colla rispettosa loro condotta
avevano dato luogo di dubitare, se fossero sudditi o alleati dell'impero
di Bizanzio, resi orgogliosi dai prosperi avvenimenti, e volendo imitare
i crociati loro nuovi alleati, rinunciarono bruscamente all'antico
sistema di rispettosa deferenza. Giovanni Comneno, detto Calojano, uno
de' più valorosi guerrieri, e de' più virtuosi imperatori che
occupassero il trono di Bizanzio (1124), ordinò che fossero poste in
sequestro tutte le navi veneziane che trovavansi ne' suoi porti, finchè
la repubblica soddisfacesse alle lagnanze provocate dalla condotta de'
suoi cittadini. Il doge Domenico Michieli che comandava allora una
flotta che aveva di fresco conquistato Tiro con molta gloria, la
condusse innanzi a Rodi, e dopo aver presa questa città d'assalto,
l'abbandonò al saccheggio. Passò inseguito a Scio (1125), di cui si rese
padrone, e vi svernò la flotta. Nella susseguente primavera saccheggiò
le isole di Samo, di Mitilene, di Andres. Facili erano tali successi e
poco gloriosi, perchè i Greci, dopo l'indebolimento de' Saraceni, non
avendo che temere dalla banda del mare, avevano trascurate le
fortificazioni delle loro isole, e, ritirate le guarnigioni e gli uomini
atti alle armi per opporli al Turco sul Continente. Vero è che la
repubblica di Venezia raccolse molti allori sul territorio dell'impero
greco, ma ella deve, assai più che gli altri popoli crociati,
rimproverarsi d'averne occasionata la caduta. La nazione greca era bensì
corrotta dal lungo dispotismo che l'opprimeva, ed aveva da gran tempo
perduta quell'energia, quello spirito vitale che conserva gli stati, e
lega gli uomini al destino della loro patria; ma una felice combinazione
aveva portata sul trono di Costantinopoli una valorosa famiglia; l'amor
delle lettere veniva incoraggiato dai Comneni, come quello della
milizia, perchè i principj cavallereschi de' crociati eransi sparsi
nella nazione. Sembrava inoltre che i Greci incominciassero ad attingere
dallo studio degli antichi l'amore della patria e della libertà; che se
può accadere, che una nazione sia rigenerata da' suoi padroni, la
nazione greca era assai prossima a questa felice rivoluzione; di modo
che, abbandonata affatto a sè medesima, o bastantemente soccorsa,
avrebbe in breve trionfato dei Turchi, il di cui guerriero fanatismo non
poteva essere di lunga durata. Ma i Latini, pericolosi ugualmente ed
amici e nemici, ruinarono i Greci nel loro passaggio; saccheggiarono le
città, massacrarono gli abitanti, ne distrussero le mura e le
fortificazioni, e s'impadronirono della loro capitale. Per ultimo quando
abbandonarono l'Oriente come nemici, lasciarono l'impero talmente
spossato, che fu agevol preda de' Musulmani.

Breve fu questa prima guerra de' Veneziani contro i Greci. Il doge
Michieli, rientrando nell'Adriatico, prese agli Ungaresi Spalatro e
Trau, che questi avevano conquistato nella Dalmazia; ma morì non molto
dopo nella sua capitale[383]. La guerra ch'egli aveva fatta ai Greci fu
dimenticata, cosicchè quando Manuele Comneno fu vent'anni dopo assalito
da Ruggiero, re di Sicilia, domandò ajuto ai Veneziani, i quali fecero
una vigorosa diversione sulle terre del suo nemico.

  [383] _Dand. Chron. l. IX. c. 12. p. 272._

Mentre i Veneziani accrescevano le loro relazioni coi crociati di
Gerusalemme, cui erano sempre necessarj i sussidj degli Occidentali, i
Pisani risolvettero di liberare il mar Tirreno dalle piraterie dei
Musulmani. Nazaredech, re di Majorica, corseggiava continuamente le
coste della Francia e dell'Italia, ed era comune opinione (1113) che
languissero nelle sue carceri ventimila Cristiani. Pietro, arcivescovo
di Pisa, approfittando della circostanza della festa di Pasqua, in cui
gli abitanti delle vicine campagne accorrevano a Pisa per ricevervi la
benedizione vescovile, presentò loro alla porta del tempio la croce, gli
esortò con impetuosa eloquenza in nome del Dio dei Cristiani a liberare
i loro fratelli che gemevano nelle prigioni degl'infedeli, ed erano
continuamente esposti a rinegare la fede. Alcuni vecchi, che, essendo
giovani, avevano militato nell'impresa della Sardegna, ed avevano
trionfato sui Saraceni di Bona e d'Almeria, applaudirono alla voce del
loro prelato, e ripetendo il racconto mille volte udito delle loro
imprese, esortarono la nascente generazione a conservare la gloria di
Pisa, ed a fare in modo che nuovi trionfi facessero dimenticare i
passati. Il loro entusiasmo si comunica alla gioventù che prende la
croce; ed il popolo sceglie dodici capitani, cui viene affidata la cura
dell'impresa, dei preparativi di guerra e delle alleanze[384].

  [384] _Laur. Vernensis rerum a Pis. in Major. gestor. Poema t. VI.
  Rer. Ital p. 111. — Ber. Marang. Cron. di Pisa p. 340._

Parte della state fu consacrata ad allestire la flotta e le macchine
guerresche; nel qual tempo giunsero a Pisa i soccorsi de' Lucchesi e di
Roma: e Pasquale, nunzio del papa, venne espressamente a Pisa per
benedire la flotta che fece vela in sul cominciar d'agosto, il giorno di
s. Sisto, in cui i Pisani festeggiavano una vittoria ottenuta sui
Saraceni affricani nel precedente secolo. I crociati passarono prima in
Sardegna tanto per avere più accertate notizie, come per ricevere i
soccorsi de' feudatarj che i Pisani avevano in quell'isola. Di là, dopo
quindici giorni di riposo, si diressero verso le isole Baleari; breve
tragitto, ma non iscompagnato da' pericoli e da difficoltà in tempo che
non si conosceva la bussola, e si avevano carte assai imperfette.

I crociati, dopo aver sofferta una burrasca, scoprirono una terra, che
subito attaccarono, persuasi che fosse l'isola di Majorica. Essi
gettaronsi sugli abitanti delle coste, che misero in fuga, o fecero
prigionieri. Non tardarono per altro a rilevare da questi ultimi che
avevano sbarcato sulle rive di Catalogna, e che devastavano le campagne
de' Cristiani. Allora, deposte le armi, si sdrajarono lungo la spiaggia
del mare affatto scoraggiati, e perduta ogni speranza di approdare alle
isole Baleari[385]. La lunga dimora che dovettero fare in Catalogna,
ritenutivi dai venti contrarj, non tornò inutile, perchè si associarono
in questa guerra sacra Raimondo, conte di Barcellona, Guglielmo, conte
di Mompellieri, Emerì, conte di Narbona, ed altri signori di Francia e
di Spagna. Costretti in appresso dalla cattiva stagione a differire la
spedizione al susseguente anno, si ritirarono paghi d'avere agguerriti i
soldati, ed accresciuti i confederati[386].

  [385] _Laurent. Vernens. Poema l. I. p. 115._

  [386] _Id. lib. II. p. 118._

(1114) In aprile del 1114 la flotta crociata approdò finalmente ad
Ivica, rendendosi dopo un sanguinoso incontro padrona dell'isola. Passò
in seguito a Majorica ove intraprese l'assedio della città che dà il
nome all'isola, la quale, dopo un anno di ostinata difesa, cadde in
potere de' Pisani (1115) nelle feste di Pasqua del 1115 malgrado la
coraggiosa resistenza del re saraceno e dei molti alleati chiamati a
difenderla. Il re morì combattendo, ed il suo successore fatto
prigioniero fu condotto a Pisa trionfalmente colle immense ricchezze
della sottomessa isola[387].

  [387] _Laur. Ver. Poema l. VI. et seq. p. 129._

Tornavano i Pisani dalle isole Baleari, quando papa Gelasio II,
perseguitato da Enrico V, avendo abbandonato Roma per ripararsi in
Francia, si fermò alcun tempo in Pisa da cui sperava di essere
potentemente soccorso. Questo papa discendeva dall'illustre famiglia
pisana de' Gaetani, onde per riconoscere i ricevuti beneficj, o per amor
di patria, dichiarò i vescovi corsi suffraganei della Chiesa
metropolitana di Pisa. Vero è che fino del 1092 il prelato di Pisa aveva
il titolo di arcivescovo, ma pare che non avesse verun vescovo
suffraganeo. Il popolo festeggiò la recente dignità conferita al
metropolitano; ed i consoli ed i senatori condussero pomposamente il
loro pastore nell'isola di Corsica per ricevere il giuramento
d'ubbidienza e di fedeltà dai vescovi, e per consacrarne le chiese. I
rivali della repubblica, e più di tutti i Genovesi, concepirono per tale
avvenimento una gelosia proporzionata all'alta importanza che vollero
darvi i Pisani[388].

  [388] _Gest. triumph. Pisan. t. VI. p. 105. Bernard. Marangoni Cron.
  di Pisa p. 362._

(1119) La guerra che si dichiarò del 1119 tra le due repubbliche fu
provocata da questa gelosia. Se prestiam fede a Caffaro, i Genovesi
attaccarono porto pisano con ottanta galere e quattro grandi navi
cariche di macchine militari. Portava la flotta ventidue mila uomini da
sbarco, cinque mila de' quali armati di corazza e di caschetti di
ferro[389]. I Pisani non ricordano questo armamento veramente
prodigioso, essendo l'opera di una sola città. Ambedue le nazioni si
chiamarono vittoriose nella prima campagna, e nello spazio di
quattordici anni che durò la guerra, si bilanciarono i vantaggi in modo
da accrescerne l'emulazione, senza soddisfarne le speranze. Furono prese
a vicenda molte navi, bruciate o colate a fondo; saccheggiati varj
castelli e villaggi posti lungo le coste, altri incendiati e distrutti;
periti in tante battaglie i più valorosi cittadini; non pertanto il
commercio delle due repubbliche non prosperò mai tanto, nè la marina fu
in altri tempi più attiva.

  [389] _Caffar. Ann. Genuens. l. I. p. 254._

(1133) Finalmente l'anno 1133, Innocenzo II, ch'erasi rifugiato a Pisa,
s'intromise per trattar di pace tra le nemiche nazioni, che lo avevano
ugualmente soccorso contro l'antipapa Anacleto. E perchè l'innalzamento
dell'arcivescovo di Pisa aveva destata la gelosia de' Genovesi, il papa
accordò la stessa dignità al loro vescovo, sottraendo la loro Chiesa al
metropolita di Milano, ed elevandola al rango di arcivescovile. Volle
pure che non fosse priva di vescovi suffaganei, ed eresse due vescovadi
nelle due riviere soggette; rimanendo quelli di Sardegna subordinati
alla chiesa pisana, e quelli di Corsica alla genovese ed alla
pisana[390].

  [390] _Baron. An. Eccl. ad an. 1132. § 6. — Ubertus Folieta Hist.
  Gen. lib. I. p. 249._

Nel tempo di questa lunga guerra, e forse prima, i feudatarj della
repubblica pisana in Sardegna si erano affatto sottratti alla suprema
sua signoria, e dichiarati sovrani. Quelli di Cagliari, Sassari,
Logodoro ed Arborea usurparonsi perfino poco dopo il titolo di re;
altri, come i Visconti di Gallura ed i Sismondi d'Oleastro, rinunciando
alla vanità dei titoli, non si erano resi meno indipendenti[391]. In
questi tempi all'incirca i Visconti ed i Sismondi si allearono colla
repubblica di Genova, e n'ebbero la cittadinanza. Un ramo della famiglia
Sismondi, dimenticando i doveri di cittadino, ed i sacri legami che
l'univano a Pisa, si stabilì in Genova, e da questo ramo discendono i
Sismondi Mascula, console l'anno 1146, e Corso, console ed ambasciatore
di Genova presso Federico II l'anno 1164[392]. Un altro ramo della
stessa famiglia era però rimasto fedele alla repubblica pisana, la quale
con un importante acquisto contribuì a chiudere agli stranieri il
territorio della repubblica, ed a liberare i suoi porti da una dannosa
rivalità. I Corsi erano governati in nome dell'impero dal marchese
Alberto, che si era dichiarato indipendente; e questi possedeva pure un
terzo del castello di Livorno, il di cui porto, quantunque non ancora
ingrandito e fortificato dall'arte, era non pertanto di grandissima
importanza, sia per la sua vicinanza al porto pisano, quanto per essere
posto in mezzo al territorio della repubblica tra la capitale e le
inferiori valli della Maremma. Del 1146 questo paese fu dato a titolo di
feudo a due fratelli Sismondi, come apparisce dall'atto che ancora
conservasi nell'archivio di Pisa, e che Muratori pubblicò[393].

  [391] Fu allora senza dubbio ch'essi presero per stemma quello de'
  loro feudi, lasciando quello di famiglia.

  [392] _Caffaro Ann. Genuens. l. I. p. 161. — Ubertus Cancell. Ann.
  Gen. lib. II. p. 292._

  [393] _Antiqu It. Mœd. Aevi t. III. Diss. LXIV. p. 1161._

Il territorio pisano stendevasi lungo il mare da Lerici fino a Piombino;
ma non tutta questa contrada era immediatamente soggetta a Pisa; perchè
i villaggi e castelli posti sulle due rive di Lerici, Viareggio, Massa,
Piombino e Grosseto, eransi soltanto posti sotto la sua protezione, ed
acconsentito che le loro milizie guerreggiassero sotto gli stendardi di
assai più potente repubblica ch'esse non erano; sottomettendosi alle
decisioni de' consoli pisani nelle loro quistioni, invece di deciderle
colle armi. Nello stesso modo avevano i Genovesi ridotto nella loro
dipendenza non solo la vallata della Polsevera, e le altre che
circondano la città, ma inoltre tutte le piccole città delle due
Riviere, Lavagna, Ventimiglia, Savona, Albenga[394]. E le due
repubbliche tenevano queste terre press'a poco in quella dipendenza in
cui Roma teneva gli alleati del Lazio.

  [394] _Caffaro An. Gen. l. I. p. 259._

Le tre repubbliche marittime trovavansi quindi avanti la metà del
dodicesimo secolo alla testa di tre piccole confederazioni formate dai
Veneziani delle libere città dell'Illirico, dai Pisani di quelle delle
Maremme, e dai Genovesi di quelle delle Riviere. Tutte tre eransi
assicurate un tale predominio sopra alleati acquistati quasi colla
forza, che già li risguardavano come soggetti. È per altro notabile, che
qualche residuo di libera costituzione presso le piccole città secondò
l'energia delle grandi, e contribuì a dilatarne la potenza ed a renderla
più stabile.

Di queste tre confederazioni la meno prospera era la pisana, non avendo
quella repubblica potuto stendere la sua protezione che verso le
Maremme, provincia assai fertile, ma malsana[395], che per l'influenza
della libertà era stata guadagnata alla coltura, ma che non poteva però
mai acquistare una troppo numerosa popolazione, o dare alla repubblica
robusti soldati ed esperimentati marinai. Dagli altri due lati, e
nell'interno delle terre lo stato pisano veniva rinserrato da quelli di
Lucca e di Fiorenza, città abbastanza forti per opporsi ad ogni suo
progetto d'ingrandimento. Lucca fu la prima a dar consistenza al suo
governo riducendo sotto di sè le vallate vicine; per cui fino nel secolo
undecimo trovavasi in guerra con Pisa. Fiorenza per l'opposto era in
allora alleata dei Pisani, e Giovanni Villani, storico fiorentino,
pretende che i suoi concittadini venissero a custodir Pisa mentre quegli
abitanti trovavansi occupati in una spedizione marittima. Aggiunse che i
Fiorentini s'accamparono due miglia fuori di Pisa per difenderli dai
Lucchesi, avendo proibito sotto pena di morte ai soldati l'ingresso in
città per timore che i vecchi e le femmine, rimasti soli in guardia
delle mura, non dubitassero della loro fede[396].

  [395] Il vocabolo di maremma abbreviato dal latino _maritima_ viene
  dato a tutte le parti della Toscana poste lungo il mare dalle alpi
  liguri fino al Serchio, e da Cecina fino allo stato della Chiesa.
  Tutto questo paese è malsano assai, ma non tutto paludoso,
  comprendendo al contrario diverse colline spesso prive di acqua.

  [396] _Gio. Vill. St. Fior. l. IV. c. 30. t. XIII. p. 123._

L'anno 1133 in cui i Pisani pacificaronsi coi Genovesi, volendo far cosa
grata a papa Innocenzo, ed all'imperator Lotario, spedirono la loro
flotta nel regno di Napoli contro il re Ruggiero e l'antipapa Anacleto.
Noi abbiamo già parlato nel precedente capitolo di questa gloriosa
spedizione illustrata dalla scoperta delle Pandette e dalla ruina
d'Amalfi.



CAPITOLO VI.

      _Tutte le città italiane incominciano a reggersi a comune avanti
      il dodicesimo secolo._


Abbiamo condotta la storia dell'Impero e della Chiesa fino al principio
del dodicesimo secolo; e ripigliando in seguito separatamente quella
delle repubbliche nate avanti quest'epoca, si descrissero, come lo
permettevano l'oscurità di que' primi secoli, le rivoluzioni di Roma, di
Napoli, d'Amalfi, di Venezia, di Pisa e di Genova. Ma nel secolo
dodicesimo tutte le città incominciarono a reggersi a comune, e perciò
nel susseguente capitolo le vedremo tutte vestir forme e carattere
repubblicano, e tutte dispiegare le passioni proprie di tale governo. Le
rivoluzioni d'Italia, di cui si è dato uno schizzo, e lo sviluppo che
diedero al carattere nazionale, ci prepararono a contemplare i movimenti
delle città per rendersi indipendenti: ma quest'ultima rivoluzione non
può presentarsi allo sguardo dei lettori[397]. Quantunque l'origine de'
governi repubblicani, ed i progressi loro, siano un argomento degno
della nostra curiosità ed assai vario ed interessante, non possiamo
darne una sufficiente idea ai nostri lettori per esserci ignote tutte le
particolari circostanze; ed appena può sollevarsi leggiermente il velo
che coprirà per sempre questa prima epoca delle città libere. L'Italia
settentrionale quasi non ebbe istorici nei secoli decimo ed undecimo;
onde per far conoscere le contese di Enrico colla santa sede fummo
costretti di appigliarci ai racconti degli scrittori tedeschi assai più
completi e circostanziati a quest'epoca, di quelli degl'Italiani. Se
avvenimenti di così grande importanza, che dovevano ne' posteriori tempi
eccitare tanto interessamento, non trovarono scrittori che ne
perpetuassero la memoria, non è da stupirsi che lo stabilimento ed i
progressi delle municipalità oscure, le quali procuravano di nascondere
al pubblico l'indipendenza che andavano sordamente acquistando, non
siano stati registrati in veruna storia. I borghesi rendevansi liberi
appropriandosi a poco a poco le prerogative de' principi; combattevano
gli abusi con quelle armi medesime che gli avevano introdotti;
usurpavano la libertà nella stessa maniera che i gentiluomini avevano
acquistata la tirannia; e perchè procuravano di nascondere a' principi,
interessati alla loro servitù, i prosperi successi, così non permisero
che se ne tramandasse la memoria ai posteri. All'ombra del silenzio
andavan sempre introducendosi nuovi privilegi favoreggiati dal tempo; e
prima che se ne contestasse il diritto, potevano difenderli coll'uso
costante di molte generazioni.

  [397] La debolezza degl'imperatori d'Oriente, ed il timore ch'essi
  avevano de' Saraceni, non permettevano loro di pensare alle cose
  dell'Italia meridionale, come le guerre della Germania impedirono ad
  alcuni imperatori occidentali di prendersi cura delle città
  dell'alta Italia. In tale stato di cose i grandi feudatarj,
  rendendosi affatto indipendenti, andarono a poco a poco aggravando
  il giogo delle città, le quali avendo incominciato a far esperimento
  delle proprie forze, giunsero a scuotere il giogo de' loro tiranni,
  ed a farsi libere. In mezzo però alla loro libertà, e quantunque in
  guerra talvolta cogl'imperatori, non cessarono di riconoscerne
  l'alta supremazia, anche quando erano vittoriose; come apparisce
  chiaramente dalla pace di Costanza, che riconoscendo la libertà
  delle repubbliche lombarde, non le dissoggettava affatto
  dall'impero. N. d. T.

Ma quando le città credettero d'aver acquistata maggior considerazione,
cominciarono pure a desiderare maggiore celebrità; ed allora ebbero
storici che sforzaronsi di sparger lume sulla prima loro origine, e
talvolta di nobilitarle col racconto di favolose tradizioni. Le
scritture di questi storici sono tanto più aride, in quanto che vissero
ancor essi in tempi assai rimoti; e le cronache del dodicesimo e del
tredicesimo secolo, alle quali, allorchè mancano scrittori
contemporanei, dobbiamo prestar fede, si contentano, quando rimontano
oltre al decimo secolo, d'indicare ogni anno la morte d'un vescovo o
d'un santo, la fabbrica di una chiesa, o l'invasione d'un popolo
barbaro. Una frase loro basta per descrivere un avvenimento, e questa
frase è d'ordinario così insignificante, quanto per sè stesso il fatto
isolato.

Col soccorso degli storici stranieri, e sopra tutto dei documenti
estratti dagli archivj de' conventi e delle famiglie, i dotti del
passato secolo ottennero non pertanto di potere scrivere la storia delle
proprie città nel decimo ed undecimo secolo, in modo di appagare la
curiosità de' loro concittadini, e la vanità de' loro nobili, ai quali
somministrano prove, se non di virtuose opere dei loro antenati, almeno
della loro esistenza: ma tali storie cessano d'essere interessanti
quand'escono dalle mura della propria città[398]. Sono inoltre in
qualche maniera intermittenti, se può farsi uso di tale espressione,
perchè gli avvenimenti abbastanza circostanziati non si presentano che
ad intervalli assai lontani, duranti i quali nulla troviamo che fermar
possa la nostra attenzione. Rinunciando adunque ai particolari storici
di ogni città i minuti racconti, ci limiteremo ad indicare con alcuni
tratti generali ciò che appartiene alle città di Lombardia, della
Venezia e della Toscana; i primi elementi di una costituzione
repubblicana nella formazione dei loro municipj, il primo acquisto dei
diritti di guerra e di pace, il primo impulso dato all'industria ed al
commercio, le prime loro contese colla nobiltà, ed il primo ricevimento
in seno alle nascenti repubbliche, di questa classe straniera che
comunicò alla plebe cui si associava il proprio lustro, e che procurò
alle città maggiore considerazione nelle diete dell'impero.

  [398] Ciò deve intendersi della generalità, essendovene alcune
  scritte abbastanza filosoficamente, ed interessanti ancora per i
  forestieri.

Il primo diritto acquistato dalle città, che diventasse loro utile per
conseguire l'indipendenza, fu, come abbiamo altrove osservato, quello di
circondarsi di mura per difendersi nel nono secolo, ed in principio del
decimo, dalle rapine degli Ungari e dei Saraceni. I Germani e gli Sciti
avevano estrema avversione per le città chiuse, risguardandole come
prigioni. Perciò in tutti i paesi da loro conquistati avevano spianate
le fortificazioni delle città, le quali chiamavansi fortunate quando non
vedevano arse le case, e massacrati o dispersi gli abitanti. E per tal
motivo tutte le fortificazioni furono distrutte nel regno dei Lombardi,
e non si permise di rialzarne di nuove senza l'espresso assenso del re,
cui spettava la difesa del regno.

Di qui accadde, senza dubbio, che nei posteriori tempi le città aperte e
rovinate dalle incursioni dei barbari, dovettero ricorrere al monarca
per ottenere la facoltà di difendersi. Fu sempre in virtù d'una carta
dei re, o degl'imperatori, che le città rifecero le proprie mura, e
queste carte, accordate prima con difficoltà, s'andarono moltiplicando
nel nono e decimo secolo in tal modo, che ben tosto non solo le città,
ma non v'ebbe quasi monastero, borgata o castello, che non avesse in
forza d'un diploma imperiale ottenuto il diritto di fortificarsi[399].

  [399] Molti di questi diplomi vengono riportati dal Muratori nelle
  Antichità; e fra gli altri, due di Berengario I del 911 e 912. _t.
  II. p. 467, et 469._

Allorchè le città poteron difendersi da loro medesime, cominciarono ad
acquistare il sentimento della propria importanza; e quando formarono un
corpo politico, la principale loro cura fu quella di accrescerne i
privilegi. Pure fino al regno del grande Ottone, a fronte degli aperti
vantaggi delle fortificazioni, le città, trovandosi abbandonate dai
nobili che ne potevano accrescere il lustro, furono invece impoverite
dalle frequenti contribuzioni imposte dai barbari, e più ancora dai
disordini dell'anarchia, o di un cattivo governo. Niun cittadino poteva
distinguersi; non colle lettere affatto neglette, non colla nascita che
presso la plebe non aveva splendore, non colle ricchezze possedute dai
soli nobili, non col commercio allora quasi nullo, non infine coi
militari talenti e col valore che non avevano occasione di far
conoscere: e per tal modo erano le città a tale epoca avvolte in una
profonda oscurità.

Abbiamo già veduto che sotto il regno d'Ottone I, e colla sua
protezione, la maggior parte delle città si diedero un governo
municipale fondato nella confidenza e nella scelta del popolo. Esse
ebbero in ogni tempo alcuni magistrati popolari chiamati dalle leggi
lombarde _schultheis_, e dalle franche _scabini_; i quali formavano il
consiglio del conte delle città, e ne rappresentavano la plebe: ma
quando Ottone I permise ai cittadini di darsi un'amministrazione più
libera, abbandonate queste istituzioni settentrionali, procurarono di
costituirsi dietro il modello della repubblica romana e delle sue
colonie, per quanto glielo permettevano le imperfette nozioni della
storia[400].

  [400] _Murat. antiq. Ital. dissert. XLV. et XLVI. tom. IV._

Da principio tutte le città preposero alla loro amministrazione due
consoli annuali eletti coi suffragi del popolo. Principale loro
incumbenza fu quella di render giustizia ai loro concittadini; perciò
che la divisione dei poteri e l'indipendenza dell'ordine giudiziario,
cui si dà somma importanza ne' vasti stati, non fu nè conosciuta nè
ricercata dalle piccole repubbliche. La più importante funzione del
governo d'un piccolo popolo è quella di giudicare. Questo ha poche
leggi, che difficilmente vengono alterate, poche pubbliche entrate,
poche spese e pochi impieghi da distribuire. Non abbisogna di capi cui
affidare il poter legislativo o esecutivo, ch'egli stesso esercita
direttamente, ma ne abbisogna per reprimere i disordini, punire i
delitti e decidere le contese de' cittadini. Ne' secoli di mezzo le
funzioni di generale erano sempre accoppiate a quelle di giudice. Coloro
che turbavano lo stato al di fuori, o internamente coi loro delitti,
erano ugualmente considerati nemici della società, e lo stesso capo
doveva dirigere la forza pubblica contro gli uni e contro gli altri.
Come i duchi prima, poi i conti d'ogni città, erano stati ad un tempo e
generali e giudici, così i consoli che presero il loro luogo, ne
esercitarono ancora le incumbenze. Quando il re o l'imperatore radunava
l'_host_, e le milizie delle città ricevevano l'ordine di seguire il
monarca in un'impresa; o pure quando per le prescrizioni del diritto
feudale una città vendicava un'offesa particolare con una guerra
privata, i consoli marciavano alla testa de' loro concittadini, e
comandavan loro nel campo.

Altra funzione de' consoli era quella di convocare e presedere i
consigli della repubblica. D'ordinario eranvi due consigli in ogni
città, oltre il consiglio generale di tutto il popolo. Il primo era poco
numeroso, e propriamente destinato a coadiuvare i consoli in quelle
funzioni che credevansi troppo importanti per confidarle ad altri
magistrati. Chiamavasi questo corpo il consiglio di _credenza_, vale a
dire consiglio di confidenza, o consiglio segreto. Era questo incaricato
dell'amministrazione delle finanze della città, di sopravegliare i
consoli, e di tutte le relazioni esteriori dello stato. Un altro corpo,
composto di cento consiglieri o più, aveva in molte città il nome di
senato, di gran consiglio, di consiglio speciale, o di consiglio del
popolo. Nel senato disponevansi i decreti che dovevano proporsi alle
deliberazioni del popolo che radunavasi in assemblea generale sulla
pubblica piazza al suono della grossa campana, ed era chiamata
parlamento. L'assemblea del popolo era sovrana, ed i magistrati la
consultavano nelle più importanti occasioni: ma in quasi tutte le città
la legge non permetteva che si assoggettasse alcun atto alla
deliberazione dell'assemblea del popolo, prima che il consiglio di
credenza ed il senato avessero dato il loro assenso al proposto
progetto[401].

  [401] _Antiq. Ital. t. IV. dissert. XLV et XLVI._

Le città dividevansi in quattro o sei quartieri, che d'ordinario avevano
il nome della porta più vicina, perchè gli abitanti del quartiere erano
specialmente incaricati della difesa della loro porta e delle mura
dipendenti. Questa divisione era ad un tempo civile e militare. Molte
città coll'andar del tempo accrebbero il numero de' loro consoli, onde
ve ne fosse uno per quartiere, che sceglievasi tra gli abitanti dello
stesso quartiere. L'elezione del consiglio di credenza e del senato
ripartivasi nella stessa maniera, cosicchè eravi nella costituzione
delle città una mescolanza di sistema rappresentativo.

I quartieri formavano altresì corpi militari con differenti stendardi.
Ognuna sceglieva tra i suoi più ricchi cittadini, e quando i nobili si
posero sotto la protezione delle repubbliche, sceglieva tra i nobili una
o due compagnie di cavalieri armati da capo a' piedi. Lo stesso
quartiere formava poi due altri corpi scelti, cadauno dei quali doveva
essere il doppio numeroso dei precedenti; e questi erano i balestrai e
l'infanteria pesante. Quest'ultima era armata del pavese, specie di
scudo, della cervelliera o cuffia di ferro e della lancia. Gli altri
cittadini divisi pure in compagnie, ed armati soltanto di spada, eran
obbligati di trovarsi sulla piazza d'armi del proprio quartiere
qualunque volta suonava campana a martello. Tutti gli uomini dal
diciottesimo anno fino al settantesimo dovevano soddisfare a questo
dovere. I consoli comandavano le armate, ed avevano sotto i loro ordini
il capitano del quartiere, il suo gonfaloniere o portastendardo, ed il
capitano d'ogni compagnia. Non conoscevasi allora quell'infinito numero
d'ufficiali e di sottufficiali introdotti dalla tattica moderna.
L'ordine era di combattere, l'unica regola di non iscostarsi dal
gonfalone che restava sempre visibile. Per tutto il rimanente ogni
soldato poteva agire di proprio impulso, e non era parte, come a' nostri
tempi, d'una macchina complicata, i di cui movimenti sono tutti diretti
da una superiore intelligenza; mentre ogni individuo, ridotto ad agire
come una ruota di così gran macchina, ignora lo scopo della propria
azione[402].

  [402] _Antiqu. Ital. M. Aevi diss. XXVI. t. II._

Siccome le città erano state erette in corporazioni per metterle in
istato di difendersi, lo stesso atto che loro aveva permesso di
fortificarsi permetteva ancora di agguerrire le loro milizie. Nè fu
solamente per le guerre pubbliche dell'impero che facessero uso di
questo stabilimento militare, ma riclamarono per sè medesime il diritto
di cui erano in possesso i conti, i marchesi, i prelati e perfino i
signori de' castelli, di vendicare coll'armi proprie le proprie
ingiurie. Nel sistema feudale i tribunali terminavano le liti con una
specie d'arbitramento: quando l'offesa era riconosciuta, dichiaravano
quale era il legittimo compenso, coll'offerta del quale le due parti
dovevano rinunciare al loro odio, alla loro _faida_; ma essi non
obbligavano a dare o a ricevere il compenso. Quando il diritto era
dubbioso, invitavano le parti a terminare la contesa col duello, in cui
il giudizio di Dio facevasi palese come in una guerra sostenuta da tutte
le forze dei due rivali, ma con minore effusione di sangue e con minor
danno. In somma tutta la legislazione fondavasi sopra il diritto della
naturale difesa, e su quello di farsi giustizia da sè medesimo; essendo
autorizzato ogni membro dell'impero a rifiutare un giudice parziale e ad
appellarsi al suo buon diritto, alla sua spada[403]. Le prime guerre
fatte dalle città le une contro le altre, o contro i marchesi ed i conti
che volevano opprimerle, non furono dunque risguardate quali atti di
ribellione, ma come atti legittimi di giustizia o di naturale difesa
conformi ai diritti degli altri membri dell'impero.

  [403] _Montesquieu esprit des lois l. XXVIII._

La rivalità tra comuni d'uguale potenza gelosi della grandezza loro e
della rispettiva popolazione, rese più acerbe queste guerre private,
dando loro un carattere più nazionale e meno giuridico. Le due metropoli
della Lombardia furono le prime ad abbandonarsi a quest'odio di
vicinato. I re de' secoli di mezzo non avevano capitale propriamente
detta, dimorando d'ordinario nei loro castelli, e visitando quando l'una
e quando l'altra delle loro città. Pure Pavia e Milano disputavansi il
primato tra le città italiane. Pavia perchè fu la favorita residenza de'
più illustri sovrani lombardi, aveva il loro più magnifico palazzo.
Posta ad egual distanza dalle Alpi svizzere e dalle liguri, e padrona
del passaggio del Ticino, signoreggiava le due pianure che stendonsi
alla diritta ed alla sinistra del Po. Padrona ugualmente della
navigazione di questo fiume, le sue barche potevano seguirne il corso
fino all'Adriatico, o rimontare i fiumi che gli tributano le acque fino
ai laghi da cui le ricevono. Pavia nel centro delle terre della
Lombardia era quasi la chiave di tutti i suoi fiumi, ed il suo
territorio formato dalle più ricche loro deposizioni, irrigato dalle
loro acque, non era ad alcuno inferiore in fertilità[404]. Profittando
di tanti vantaggi Pavia era diventata una vasta e popolosa città, che
pure non pareggiava Milano in ricchezze ed in potenza, o perchè il lungo
soggiorno e l'esempio della corte avessero snervata la sua energia, o
perchè il denso aere che vi si respirava[405], e le nebbie
frequentissime avessero resi gli abitanti meno proprj alla carriera
dell'ambizione e della gloria.

  [404] _Anonimi Ticin. de laudibus Papiae Comm. Rer. Ital. t. X. p.
  1. — Bernardi Sacci patrit. Pap. hist. Ticinensis l. II. apud
  Graevium t. III. p. 603._

  [405] Ai tempi del Petrarca si aveva migliore opinione del clima di
  Pavia. N. d. T.

Milano, antica capitale degl'Insubri e di tutta la Gallia cisalpina, era
pure stata la residenza di alcuni degli ultimi imperatori d'Occidente, e
la prima e più antica sede arcivescovile di tutta la Lombardia. Salubre
è l'aere di questa città, fertili i campi che la circondano; pure come
la sua posizione non sembra darle alcun vantaggio esclusivo, che dovesse
assicurarle quella superiorità di cui ha costantemente goduto sulle
altre città lombarde, convien supporre che la sua grandezza e la sua
popolazione siansi conservate a traverso i secoli barbari, dopo i tempi
dell'impero occidentale, come una eredità dei Romani. Trovandosi i
Milanesi in principio del secolo undecimo più ricchi, più potenti, più
agguerriti dei Pavesi, non potevano darsi pace che Pavia pretendesse
d'essere la prima città del regno. Fu in occasione della doppia elezione
al trono di Lombardia, rimasto vacante per la morte d'Ottone III, che
queste due capitali, dichiaratesi l'una per Arduino, l'altra per Enrico
II, s'abbandonarono la prima volta alla loro gelosia, e si procurarono
colle loro rivalità l'attenzione degli storici.

Dopo che le milizie delle due città si furono lungo tempo esercitate
nelle private loro guerre, e che incominciò a risvegliarsi ne' loro
cittadini l'amore della patria e della indipendenza, confidando i
Milanesi nelle proprie forze e mossi dalle istigazioni del loro
arcivescovo, credendo di sostenere coi diritti nazionali la causa della
Chiesa, osarono misurarsi contro un nemico più potente. Abbiamo parlato
in un altro capitolo della loro guerra coll'imperator Corrado il Salico:
nel corso della qual guerra l'arcivescovo Eriberto diede compimento al
loro sistema militare con una invenzione adottata ben tosto da quasi
tutte le città d'Italia. In sull'esempio dell'arca dell'alleanza delle
tribù d'Israele, egli pose alla testa dell'armata uno stendardo d'un
genere affatto nuovo che chiamò il _carroccio_.

Il carroccio era un carro a quattro ruote, cui si aggiogavano quattro
paja di buoi. Dipingevasi di color rosso, e rossi tappeti coprivano fino
ai piedi i buoi che lo tiravano; e di mezzo al carro alzavasi un'antenna
ugualmente rossa, la di cui altissima sommità terminavasi in un globo
dorato. Al di sotto, tra due bianche vele, spiegavasi lo stendardo del
comune, e più sotto ancora verso la metà dell'antenna vedevasi un Cristo
in croce che colle braccia stese pareva benedire l'armata. Una specie di
_piattaforma_ sul davanti del carro veniva occupata da alcuni valorosi
soldati destinati a difenderlo, mentre sopra altra simile stavano sul di
dietro i sonatori colle loro trombette. I sacri misterj celebravansi sul
carroccio prima che sortisse dalla città, e spesse volte vi era addetto
un cappellano che lo seguiva al campo di battaglia. La perdita del
carroccio risguardavasi come l'estrema ignominia cui potesse esporsi una
città; e perciò i più valorosi soldati, il nerbo dell'armata veniva
destinato a custodire il sacro carro, onde il grosso della battaglia
riducevasi d'ordinario intorno a lui[406].

  [406] _Arnulph. Mediol. l. II. c. 16. p. 18. t. IV. — Ricord. Malas.
  stor. Fior. c. 164. t. VIII. p. 987. — Burchardus epistola de excidio
  Urbis Mediol. t. VI. Rer. Ital p. 917. — Può vedersene un buon
  disegno in Ludov. Cavitell. Ann. Crem. t. III., Graevi p. 1289._

Dovevasi rendere l'infanteria potente per opporla alla cavalleria dei
gentiluomini, dovevasi darle unione e solidità ed ispirarle confidenza
nella propria forza; e coll'invenzione del carroccio si supplì a tutto.
Non potevano sperarsi rapidi movimenti da una truppa subordinata a
quelli di un carro pesante tirato dai buoi; la ritirata doveva essere
lenta e misurata; e la fuga, a meno che non fosse vergognosa, riusciva
impossibile; le marcie della cavalleria trovavansi legate a quelle
dell'infanteria; le milizie avvezzavansi a sostener l'urto della
cavalleria senza aprir gli ordini, mentre l'urto dell'infanteria doveva
riuscire alla cavalleria tanto più formidabile, quanto era più uniforme
e meglio diretto verso un solo punto. Non sarà fuor di proposito il
notare che i buoi d'Italia camminano più leggermente che i Francesi,
sicchè la loro marcia si conviene meglio a quella dell'infanteria.

L'epoca dell'invenzione del carroccio fu altresì quella della prima
celebre contesa fra i nobili ed il popolo; contesa suscitata, come
abbiamo già detto, dall'arcivescovo Eriberto, il quale abusò del diritto
di supremazia sui gentiluomini dipendenti dalla mensa arcivescovile di
Milano. La gelosia manifestata in quest'occasione dai popoli contro la
nobiltà, è una prova che allora le città non erano soltanto popolate di
timidi e poveri artigiani, ma che i plebei avevano acquistato quel
sentimento di dignità e d'indipendenza verso i signori, che nasce
dall'uguaglianza di ricchezze e d'istruzione. I cittadini sentivano che
tutta la fortuna dello stato non era in mano dei nobili, che questi più
non potevano a voglia loro accollare o togliere la sussistenza alle
classi inferiori della nazione; che l'educazione loro non li rendeva più
atti de' borghesi al governo de' popoli, e che i cambiamenti operatisi
nello stato dall'introduzione del commercio, dal miglioramento della
coltivazione fatta dalla plebe, e dall'ignoranza de' gentiluomini,
avevano ridotte le due classi ad un'eguaglianza di diritti.

Presso i popoli più oppressi e più barbari, il commercio non può essere
affatto distrutto: l'uomo cercherà sempre di provvedere col cambio ai
suoi bisogni, e coloro che s'incaricheranno di facilitarlo, vi
troveranno sempre il proprio vantaggio. Perciò le repubbliche di
Venezia, di Napoli e d'Amalfi, che fino al decimo secolo ebbero un
governo che proteggeva ed animava l'industria, ottennero sulle vicine
popolazioni un immenso vantaggio, esercitandone esse sole tutto il
commercio. I Veneziani erano i mediatori dei due imperi: accolti ed
accarezzati dai Greci portavano agli Occidentali i prodotti delle
manifatture che prosperavano in Costantinopoli e nella Morea, e le merci
indiane ch'essi acquistavano indistintamente dai Greci e dai Musulmani.
Rimontavano poi colle loro barche leggieri i fiumi dell'Italia, e
provvedevano le città fluviali di tappeti e stoffe dell'Asia, di
spezierie delle Indie, e del sale delle proprie saline di cui erano gli
esclusivi provveditori di Lombardia. Ricevevano in cambio grani, cuoi,
lane ed altri prodotti del suolo; ma nelle città loro coltivavano in
oltre le arti meccaniche, e la prima fonderia di campane si stabilì in
Venezia, onde introdussero l'uso delle campane nella Grecia e
nell'Occidente quando le regalarono ai monarchi di Costantinopoli ed a
quelli d'Europa[407]. Lo storico Luitprando che fu spedito ambasciatore
da Ottone il grande all'imperatore Niceforo Foca, nulla vide nel lusso
di Costantinopoli che lo sorprendesse o gli riuscisse nuovo; perchè,
com'egli disse ai Greci medesimi, i magazzini di Venezia gli avevano già
mostrate tutte quelle ricchezze[408].

  [407] Veggasi il conte Marsigli. _Ricerche storico-critiche
  sull'opportunità della laguna veneta pel commercio, sull'arti e
  sulla marina di quello stato 8. vol. 1803._

  [408] _Luitprand. de legatione p. 487._

La natura del commercio veneziano nel decimo secolo e la sua prosperità
provano evidentemente la pochissima industria delle altre città e la
loro miseria. Questo commercio non arricchiva i suoi agenti che con
quella specie di monopolio ch'essi esercitavano a danno de' loro
compratori, perchè non essendo fondato sulla moltiplicità delle
produzioni e dei bisogni, ma povero al contrario e limitato a pochi
oggetti, pure dava considerabili profitti. Nè tale commercio era uguale:
i Veneziani somministravano tutte le produzioni delle manifatture, tutte
le merci di lusso, e non ricevevano in cambio che le materie brute o
danaro. Secondo il sistema degli economisti che oggi pretendono di
favorire il commercio col vincolarlo, la bilancia sarebbe stata a solo
vantaggio dei Veneziani, e sempre contraria ai Lombardi. Ma il commercio
degli ultimi era affatto libero; e tale fu l'influenza della libertà,
tali furono i vantaggi per i Lombardi di questa pretesa sfavorevole
bilancia, che in meno d'un secolo ammassarono abbastanza capitali onde
rivalizzare d'industria coi loro corrispondenti. Bentosto le città loro
riempironsi di officine e di manifatture, e trionfando degli svantaggi
d'una posizione mediterranea, il più prospero commercio ravvivò tutti i
loro mercati.

La lingua italiana nacque pure o si sviluppò nelle città insieme al
commercio, vale a dire nel dodicesimo secolo, e l'essere universalmente
adottata contribuì a rimpiccolire le distanze che separavano le diverse
classi della società.

È cosa veramente singolare che non siasi conservato verun documento del
linguaggio adoperato dal popolo d'Italia fino alla fine del decimo
secolo. Il dottissimo Muratori ricercò con infaticabile pazienza tutti i
vecchi archivj, tutti i depositi d'antiche scritture di famiglie e di
comunità, senza che siasi abbattuto a scoprirne una sola dettata in
quell'idioma che chiamavasi _volgare_, diverso dal _latino_ riservato ai
dotti, dal _romano_ che parlavasi nelle Gallie, e dal _tedesco_ dei
popoli venuti dal Settentrione. Pare per altro che la lingua _volgare_
avrebbe dovuto essere non solo quella del comune conversare, ma ancora
quella delle lettere famigliari e del commercio. È dunque a credersi che
gl'Italiani fino ad dodicesimo secolo non sospettassero nè meno che il
loro dialetto potesse scriversi. Per la stessa ragione non si
troverebbero forse dell'età nostra atti o lettere scritte ne' dialetti
limosino, piccardo, normanno, piuttosto che in francese, o ne' dialetti
bolognese e genovese piuttosto che italiano[409].

  [409] _Murat. antiq. Ital. t. II. diss. XXXII, p. 989._

Sembra probabile che ne' tempi della potenza romana i provinciali
avessero una viziosa maniera d'esprimersi in latino, e che
s'avvicinassero fin da que' tempi al moderno italiano. La mescolanza
delle nazioni barbare contribuì non poco a corrompere ancor più questo
linguaggio provinciale, introducendovi gli articoli ed i verbi ausiliarj
adoperati nel Settentrione per tener luogo delle declinazioni e delle
conjugazioni latine che rendevano la grammatica troppo complicata[410].
Il _sermone volgare_, che così chiamavasi, dovette essere il dialetto
abituale de' campagnuoli e de' cittadini, ma non dei nobili, i quali,
comecchè d'ordinario niente meglio educati de' loro inferiori, essendo
quasi tutti di razza allemanna, oltre la lingua volgare che dovevano
necessariamente parlare, avevano pure conservato l'uso della tedesca.
Abbiamo veduto che nel secolo nono i Lombardi Beneventani davano ancora
ai loro principi il soprannome tedesco; ma abbiamo una prova che
andavano a poco a poco perdendo l'uso del linguaggio materno nella
pratica tenuta dagli storici del susseguente secolo, che, riferendo
questi soprannomi, vi aggiungevano la spiegazione[411]. Gl'imperatori
francesi e tedeschi portarono in Italia il costume della lingua tedesca,
perchè tutti i Franchi la parlavano, come lo mostra la lettura delle
leggi salica, ripuaria e bavara, ed anche i capitolari di Carlo Magno,
ove tutte le parole non latine derivano dal tedesco. E per tal modo due
lingue, una per la nobiltà, l'altra per il popolo, parevano dividere
questi due ordini, e rammentando ad ogni istante la loro differente
origine, rinnovare tra di loro l'avversione e la gelosia.

  [410] La maggior parte de' conquistatori d'Italia uscirono da quella
  parte della Germania ove parlasi il più grossolano tedesco, in cui
  tutti i nomi sono indeclinabili. In Allemagna la conjugazione de'
  verbi non ha che due tempi semplici, il presente ed il passato,
  tutti gli altri in ogni modo sono indicati dai verbi ausiliarj. La
  grammatica italiana tiene un di mezzo tra la tedesca e la latina.

  [411] _Store Seite_, il soprannome di Grimoaldo II, deriva, o parmi
  che derivi da _Store, grande_, in danese, o da _Störer_ in tedesco,
  _perturbatore_, e da _Seite, costa_, cioè _la gran costa_, o il
  _perturbatore delle coste, l'uomo inquieto_. Ma l'anonimo
  Salernitano traduce questo soprannome con tal frase: _qui ante
  obtutum principum et regum, milites hinc inde sedendo præordinat,
  Paralip. t, II. p. II. c. 29. p. 195._ Ed un giornale tedesco me ne
  diede la spiegazione, che io non aveva potuto ritrovare: _Störer
  Sitzen, il disordinatore delle scranne_, era facilmente un maestro
  delle ceremonie.

Richiedevasi veramente che i gentiluomini, i cherici, e sopra tutto i
legisti, intendessero il latino; ma il modo con cui lo scrivevano ci
somministra una poco vantaggiosa idea dello stile della loro
conversazione, se pure valevansi di questa lingua. Abbiamo infinite
carte scritte in questo preteso latino. Vedesi quanto poco scrupolosi
fossero i notaj nell'ammettere nei loro atti i più grossolani
barbarismi, e come a fronte di tanta licenziosità esprimevano a stento i
loro concetti. Soffresi, leggendoli, doppia fatica; ci stanchiamo
d'occuparci di così fastidiose cose, ma più ancora ci stanchiamo
sentendo la fatica che sostennero coloro che le scrissero[412].

  [412] Ecco una carta del 782, che darà un'idea del latino dei secoli
  più barbari; è una donazione della Chiesa di s. Damaso di Lucca
  fatta ad un'abbadessa della città, figliuola d'un re degli Anglo
  Sassoni. _Antiq. Ital. Diss. I. p. 19. — In Dei nomine, Regnante
  Domno nostro Carulo Rex Francorum, et Langobardorum, et Domno nostro
  Pipino idem Rex filio ejus, anno regni eorum nono et secundo, mense
  augusto per indictione quinta. Promitto et manus meam facio, ego
  Magniprand Clericus, filio quondam Magniperti, tivi Adeltruda Saxa,
  Dei ancilla, filia Adelwaldi, qui fuit rex Saxonorum, Ottramarini,
  de Ecclesia Monasterii Sancti Dalmati, vel casis et omnia res, et
  hominibus ibidem pertinentibus, ubi te per alia cartula confirmavi,
  excepto Magnulo, quem liverum dimisi, ut si quacumque homo (excepto
  de qualibet pubblico) de ipsa et Clericis, et casi et hominibus
  eidem Ecclesiæ perninente, et vel successores tuo, quem tu ibidem
  ordinaveris, foris expellere potuerit, extra omnem meum conludio,
  per jura legem et justitia (excepto ut dixi de quolivet publico) ut
  ego redda vobis solidas septinientas Lucani et Pisani, quas mihi
  dedisti . . . . etc. etc._

Durante il regno della casa Sassone una nuova mescolanza di gentiluomini
allemanni colla nobiltà italiana, rimise in vigore per la terza volta il
linguaggio teutonico, che era quello della corte e del governo; ma tale
linguaggio così difficile, ed affatto straniero agli organi italiani, si
manteneva vivo con difficoltà, ed alla seconda, o al più nella terza
generazione veniva trascurato. I fanciulli imparavano naturalmente il
linguaggio del popolo; e nelle scuole gli ecclesiastici non insegnavano
che il latino: nè sembra che un orgoglio nazionale si prendesse cura di
conservare nelle famiglie la lingua tedesca, perchè i Tedeschi conobbero
assai tardi il prezzo della propria lingua. Intanto in ragione
dell'importanza maggiore che andavano acquistando i borghesi, le città
crescevano pure in popolazione ed in ricchezze, e la _volgar_ lingua che
si era adottata s'avvantaggiava pure sul latino e sul tedesco, ed
approssimavasi ad essere la lingua nazionale. Di fatti nel secolo
dodicesimo si rese compiutamente dominante, ed in allora incominciò a
formarsi, ad ingentilirsi, ed a prendere regole generali, di modo che
nel secolo susseguente la vedremo finalmente adottata, e resa bella
dagli storici e dai poeti.

In quell'epoca in cui gl'Italiani, forniti di tre idiomi, non ne
possedevano un solo, ed in mezzo all'ignoranza del decimo secolo,
Luitprando compose una storia de' suoi tempi, che ancora al presente
leggesi con interesse e piacere. Quest'opera è quasi il solo documento
letterario dell'Italia settentrionale nel decimo secolo. Si ripassano
con estrema noja le cronache de' suoi coetanei per ritrovare qualche
fatto storico; ci alletta invece l'opera di Luitprando, e si lascia con
rincrescimento. Vero è che non devesene incominciar la lettura subito
dopo quella degli scrittori dell'età d'Augusto, perocchè allora ci
offenderebbe la durezza del suo stile; ma quando si paragona al suo
secolo, ci sorprende il suo stile conciso ed energico, e di quando in
quando qualche profondo pensiere, e più d'ogni altra cosa certa
aggradevole varietà che seppe dare alla sua narrazione. Egli manca di
ordine, e pecca di parzialità, ma pure alletta: provveduto di non
ispregevole erudizione cita a proposito gli autori romani, e
frequentemente fa pompa della sua conoscenza della lingua greca, e non
poche volte con ridicola vanità; si vede che gli era ugualmente
familiare la lingua allemanna; e per ultimo qualunque volta la sua
fantasia viene riscaldata dal soggetto, passa dalla prosa alla poesia,
ed i suoi versi non sono affatto privi di lepore.

Luitprando era canonico di Pavia, e segretario di Berengario II, dal
quale nel 946 fu mandato ambasciatore a Costantinopoli presso Costantino
Porfirogeneta. Ritornato in patria, ebbe qualche motivo di disgusto con
Berengario, e passò in Germania alla corte d'Ottone il grande, che
accompagnò in Italia quando venne a conquistarla. Ebbe dall'imperatore
il vescovado di Cremona, e fu suo ambasciatore a Roma ed a
Costantinopoli. Scrisse una curiosa relazione della sua andata in
quest'ultima città presso l'imperatore Niceforo Foca[413]. Alcuni troppo
liberi racconti che Luitprando innestò nelle sue scritture non ci
permettono di formarci una troppo favorevole idea della gentilezza dei
grandi di que' tempi, e di quella che allora chiamavasi buona compagnia;
soprattutto quando rammentiamo il rango che aveva alla corte e le
funzioni ecclesiastiche di questo storico.

  [413] _Rer. Ital. Scrip. t. II, p. 479._

Alcuni scrittori dell'Italia meridionale che fiorirono nel decimo e
nell'undecimo secolo, meritano pure distinta ricordanza. L'anonimo di
Salerno, Gaufrido Malaterra, Alessandro di Telesa e Falco di Benevento
si fanno tutti leggere con interesse. Gli storici dell'attuale regno di
Napoli conservarono per lo spazio di più secoli una notabile superiorità
sul resto dell'Italia; la quale si fa pure sentire quando confrontasi il
poema di Guglielmo il Pugliese intorno alle conquiste de' Normanni cogli
altri poemi storici di cui abbonda quest'età più d'ogn'altra[414]. I
poemi storici d'un secolo barbaro sono i più nojosi e ributtanti
documenti che ci è forza di leggere per pescarvi i fatti storici. Lo
scrittore incapace di porre ne' suoi scritti vera poesia, pare che non
siasi presa la cura di dare un ordine simmetrico alle sue parole, che
per ispogliare d'ogni armonia il suo stile e togliere la libertà ai suoi
pensieri. Giammai dice quello che vorrebbe dire, nè mai soddisfa con
quello che dice: e siccome pare aver presa cura d'escludere i numeri ed
i nomi proprj da' suoi versi, o d'esprimere gli uni e gli altri in un
modo classico, non parla che con enigmi, e fa tanto penare per
intenderlo, quanto è il dispetto che si prova del pochissimo che
s'impara quando si è inteso.

  [414] _I principali poemi storici dal X al XII secolo sono: Donizo:
  Vita Comitis. Mathildis. t. V, p. 335. — Magister Moses, de Laudibus
  Bergomi t. V, p. 521. — Laurent. Verniens. Rer. Pisanar. t. VI, p.
  111. — Panegir, Berengarii Augus. apud Leibnitz. t. I. — Guilelmus
  Appulus de Gestis Normann. t. V, p. 245. — Cumanus de excidio Novo
  Comi t. V, p. 399. — Guntherus in Ligurino. Edit. Basileæ
  1569. — Benzo Albensis, Panegyricus Henrici IV apud Menchenium
  Scriptorum German. t. I._

Tutti i primi storici dell'Italia erano o prelati o monaci. Soltanto
nell'undecimo secolo alcuni laici cominciarono altresì a scrivere la
storia, quando i progressi dell'agiatezza nelle città diedero
opportunità d'applicarsi agli studj, quando l'influenza che i cittadini
andavano acquistando nel governo dello stato fece loro prendere maggiore
interessamento ai pubblici affari. I due primi storici delle città sono
Arnolfo e Landolfo il vecchio di Milano, che ambedue vissero verso la
metà del secolo XI, quando vi s'agitavano le dispute intorno al
matrimonio dei preti. O sia per conto dell'esattezza, o per l'interesse
della loro narrazione, non meritano troppo onorevole ricordanza; ma la
natura medesima della loro storia è una prova della crescente importanza
delle città, comprendendo i tempi delle prime contese tra la nobiltà ed
il popolo; contese che modificarono la costituzione delle nuove
repubbliche.

Abbiam già parlato nel secondo capitolo della lite de' valvassori, o
gentiluomini coll'arcivescovo Eriberto e la plebe milanese, ed abbiamo
detto che terminò del 1039 all'epoca della morte di Corrado, in forza
delle nuove leggi promulgate da questo imperatore intorno ai feudi. Le
città lombarde approfittarono assai di questa pace, perchè molti
gentiluomini, e specialmente i meno potenti, domandarono ed ottennero la
cittadinanza delle più vicine città, ponendosi essi ed i loro feudi
sotto la protezione di queste recenti comuni, le quali meglio d'ogni
altro membro dello stato sapevano far rispettare i loro amici. I
gentiluomini con tali adozioni acquistaronsi una patria, che il regno
lombardo, nella sua attuale dissoluzione, non poteva loro offrire; ed in
ricompensa le città ebbero distinti cittadini, ne' quali il valore
sembrava ereditario, e che collo splendore della loro nascita, e col
loro desiderio della gloria resero illustri gli altri cittadini divenuti
loro eguali.

Merita d'essere considerata la condotta delle nuove repubbliche verso i
conti _rurali_, ed i gentiluomini del loro territorio. Molti di questi
non avevano voluto seco allearsi, o ricevere il diritto di cittadinanza.
I poderi delle città erano chiusi entro queste piccole sovranità; e
siccome la loro popolazione andava crescendo, se non avessero potuto
liberamente commerciare in campagna coi vassalli del conti _rurali_
sarebbero ben tosto rimasti esposti alla fame. Conveniva perciò che si
guardassero d'indisporre con soverchia alterigia, o troppo alte pretese
i signori, perchè se questi si fossero collegati contro le città, le
avrebbero esposte ai più grandi pericoli, tanto più che per la loro
posizione potevano temporeggiare e tirar la guerra in lungo. Dai loro
castelli piombavano sui viaggiatori ed i mercanti per ispogliarli; o
pure guastavano le diocesi delle città fin presso alle porte, mentre i
borghesi, quantunque più forti, erano dal bisogno richiamati alle loro
giornaliere occupazioni, e non potevano tenersi lungo tempo in campagna.
Non era per anco abbastanza perfezionata l'arte degli assedj perchè
potessero forzare i gentiluomini ne' loro castelli; ed i signori, chiusi
nelle torri fabbricate sopra scoscese rupi e circondati soltanto dalla
loro famiglia, e da un piccolo numero di scudieri al loro soldo,
sfidavano tutta la ferocia delle più potenti armate.

Le repubbliche cercavano perciò di conciliarsi l'affetto dei conti
_rurali_ ammettendoli alla loro cittadinanza, ed affidando loro i
principali impieghi dello stato. Pure qualunque volta i signori
abusavano de' loro vantaggi, ed i cittadini avevano cagione di lagnarsi
delle loro esazioni, la repubblica abbracciava caldamente la causa
d'ogni suo membro, nè deponeva le armi finchè il gentiluomo, che l'aveva
offeso, non fosse umiliato.

Il popolo milanese dividevasi in sei tribù, ognuna delle quali prendeva
il nome da una delle porte della città; e poichè i nobili vennero
ammessi a partecipare dei diritti di cittadinanza, eransi posti
nell'esclusivo possesso dell'ufficio di capitani delle porte, di consoli
e di capi delle milizie. Quei medesimi che pure non erano rivestiti
d'alcun impiego, assicurati della protezione de' magistrati, che tutti
appartenevano alla loro casta, trattarono con insultante arroganza gli
artigiani e le inferiori classi del popolo. Nel 1041 un gentiluomo osò
di bel mezzogiorno bastonare in istrada un plebeo; e la causa di questo
oscuro plebeo diventò all'istante quella di tutto il popolo. Un altro
nobile, chiamato Lanzone, forse popolare per ambizione, s'offerse capo
ai cittadini irritati; e la sua offerta fu ricevuta a piene mani da
coloro che desideravano d'umiliare la nobiltà, orgogliosi d'avere un
nobile alla loro testa: tanta forza ha sullo spirito umano il
pregiudizio favorevole alla nascita! Lanzone fu fatto capo del consiglio
di credenza; nuovi consoli si elessero nella classe de' plebei, e le
milizie sotto i loro ordini attaccarono successivamente le torri e le
fortezze che i gentiluomini avevano alzate entro le mura della città, e
di dove ridevansi del potere de' tribunali: molte di queste fortezze
sostennero un regolare assedio prima d'essere spianate; furonvi nelle
strade molti sanguinosi incontri per difenderle; ma finalmente i nobili
troppo inferiori di forze, e sempre battuti, furono forzati a sortire
assieme dalla città colle loro famiglie, ed a lasciare in mano del
popolo le loro torri e case fortificate, che vennero distrutte lo stesso
giorno[415].

  [415] _Arnulph Hist. Mediol. lib. II, c. 18, t., IV, p. 19._

I nobili, circondati dai campagnuoli loro vassalli, trovarono fuori
delle mura il vantaggio del numero, ed intrapresero il blocco della
città che continuarono pel corso di alcuni anni. Lanzone, sempre alla
testa del partito del popolo, risolvette alla fine di portarsi in
Germania per ottenere la protezione di Enrico III. Quel monarca che non
vedeva senza inquietudine rendersi le città indipendenti, accolse con
piacere quest'occasione per ristabilire la propria autorità in Milano.
Offerse perciò a Lanzone quattromila cavalli, e chiese caldamente che
fossero ricevuti in città. Lanzone, tornato a Milano, annunciò questo
soccorso al popolo onde rilevarne il coraggio abbattuto dalla fame; ma
il popolo s'accorse che la vendetta d'una fazione riduceva la sua patria
nell'antica dipendenza. Entrò in trattative coi capi della nobiltà, e
facendo loro sentire il comune pericolo, li ridusse finalmente a segnare
una pace che loro lasciava una parte del governo della città senza
escluderne affatto il popolo[416].

  [416] _Landulph Sen. Hist. Med. l. II, c. 26, p. 86._

Dopo questa guerra fino a quella di Como, che formerà l'argomento del
susseguente capitolo, ci si presenta un vuoto nella storia delle
repubbliche lombarde e di tutte le città dell'alta Italia. È questo uno
spazio di settant'anni, ne' quali questa infelice contrada fu il teatro
delle più strane rivoluzioni e delle più accanite guerre; duranti le
quali tutti gli scrittori contemporanei non fanno verun cenno intorno
allo stato politico delle città. La guerra delle investiture e delle
vicende degl'imperatori e dei papi venne ampiamente descritta, ma da
autori quasi tutti tedeschi. Questi grandi avvenimenti fissavano soli la
loro attenzione, e mancando a quest'epoca le città di storici, ci è
forza di raccogliere con avidità la sterile e faticosa narrazione del
giovane Landolfo[417], scrittore milanese, gli è vero e contemporaneo,
ma che invece di scrivere la storia della sua patria, ne dà quelle delle
vessazioni da lui sofferte pel godimento d'un miserabile beneficio,
delle dispute cogli eretici nicolaiti e de' fastidiosi intrighi del
clero milanese. I nostri lettori ci sapranno buon grado d'aver
abbandonata così nojosa guida, per trasportarli d'un salto fino al
secolo XII, ad un tempo in cui gli autori contemporanei incominciando ad
essere meno sterili, potremo noi medesimi scrivere la storia, invece
d'essere costretti a scorrerla sommariamente.

  [417] _Landulph. Jun. sive de Sancto Paulo Hist. Med. t. V. Rer.
  Ital._

Ma prima di procedere più avanti fermiamoci un istante ad osservare lo
spazio già percorso. La rivoluzione creatrice di nuove nazioni e di
uomini nuovi era compiuta. Come la terra, riscaldata dopo il diluvio dai
raggi del sole, s'agitava per un ignoto principio di vita fino nelle
profonde sue viscere[418]: così gl'Italiani posti in movimento, ed
animati dai primi successi, sorgevano dall'inerzia; e l'intera nazione,
lasciata l'antica rozzezza, s'ingentiliva col commercio, colle arti,
colle liberali istituzioni d'ogni maniera e con una forma di governo più
conforme al presente suo stato. Perduti in mezzo ad un ammasso di fatti
troppo imperfettamente conosciuti, abbiam forse lasciato sfuggire quello
spirito intollerante d'ogni freno che animava la massa della
popolazione, quando ogni marchese, ogni prelato, facendosi giudice del
proprio principe, pesava al tribunale della propria coscienza i diritti
dell'Impero e della Chiesa, e si determinava per il partito de' papi o
de' Cesari; quando ogni gentiluomo, ogni cavaliere, disprezzando una
subalterna esistenza, cercava nelle sue fortezze, ne' suoi vassalli, nel
proprio coraggio una sicurezza di cui si sdegnava di andar debitore ai
superiori o alle leggi: quando ogni città, fidata alle sole sue forze,
al reciproco sussidio, bastava a sè medesima, e sfidava il rimanente
dell'universo. Pareva che una mano invisibile, una mano benefica avesse
sparsi nello stesso tempo in tutti i cuori i sentimenti della dignità
dell'uomo e della sua naturale indipendenza. Nè questi semi erano sparsi
sulla sola Italia, ma su tutta l'Europa: i principj liberali avanzavansi
lentamente bensì, ma con moto uniforme dal mezzogiorno al settentrione.
L'Italia e la Spagna ne diedero l'esempio, e le seguirono ben tosto la
Svizzera, la Germania, la Francia e l'Inghilterra.

  [418]

    _Cætera diversis tellus animalia formis_
    _Sponte sua peperit, postquam vetus humor ab igne_
    _Percaluit solis, cœnumque undæque paludes_
    _Intumuere æstu, fœcundaque semina rerum_
    _Vivaci nutrita solo, ceu matris in alvo_
    _Creverunt, faciemque aliquam cepere morando._
                              Ovid. Metam. l. I. v. 416.

Le prime istituzioni liberali furono portate dal Nord ai tralignati
Romani. Questo movimento retrogrado dal Mezzogiorno al Nord nello
sviluppo del sistema repubblicano è un fenomeno costante ed assai
notabile. Abbiamo veduto in Italia, Napoli, Gaeta, Amalfi, e la stessa
Roma, precedere tutte le altre città; nella Spagna fino dal secolo nono,
i valorosi guerrieri, che fondarono il regno di Soprarbia, avevano
stabilito tra il re ed il popolo un giudice intermedio, il primo modello
del giustiziere degli Aragonesi[419]; e nel 1115 Alfonso I, il
conquistatore di Saragozza, aveva accordato ai borghesi della sua
capitale i diritti e la libertà dei gentiluomini, ossia
_infançone_[420]. Le città della Svizzera e della Germania non
incominciarono a conoscere la libertà che negli ultimi anni del
dodicesimo secolo; e quelle della Francia e dell'Inghilterra
acquistarono ancora più tardi i diritti di comunità.

  [419] _Hieronym. Blancœ Aragon. Rer. t. III. Hisp. Illust. p. 588._

  [420] _Ibid. Privilegium Reg. Alfonsi Bellatoris p. 640._

La forza individuale e la forza sociale devono precedere le altre
qualità necessarie all'acquisto della libertà. Queste due qualità hanno
una diversa origine, anzi sembrano derivare da opposti principj;
pochissime nazioni furono abbastanza fortunate per possederle
equilibrate. La forza individuale, quella confidenza nei proprj mezzi,
quella costanza che fa disprezzare i pericoli personali, e la forza
straniera quando è ingiusta; quella determinazione di non seguire che i
dettami della propria coscienza e de' proprj lumi, sono qualità e virtù
del selvaggio. Con questa gli abitanti della Germania e della
Scandinavia si stabilirono ne' paesi meridionali; recarono seco
l'indipendenza; e quando costituirono nazioni, non seppero mai ridursi a
dar loro legami abbastanza forti per tenerli uniti. I loro stessi
principj dovevano naturalmente produrre gli effetti che produssero, la
libera fierezza di tutti i cavalieri, ma in pari tempo la disunione
loro, e l'opinione de' conquistatori, che per essere liberi era d'uopo
essere principi.

Per l'opposto la forza sociale non poteva nascere che nelle città, e le
città che sono l'opera de' popoli civilizzati non esistevano che ne'
paesi meridionali. Credendo gli Scandinavi che non potessero gli uomini
vivere riuniti senza diventare schiavi, facevansi un dovere di
distruggere le città; e quelle che diedero in Italia l'esempio di quella
forza sociale, di cui i barbari non ne conoscevano l'esistenza, eransi
quasi prodigiosamente sottratte alle loro devastazioni, o s'erano
rialzate dalle proprie ruine.

La forza sociale è riposta nel totale sacrificio dell'individuo alla
società di cui è membro. Quest'abrogazione di sè medesimo, è fondata,
non v'ha dubbio, sul pieno convincimento che il bene comune è quello
degl'individui; ma il solo calcolo non condurrà mai il cittadino
all'intero sacrificio che da lui domanda la patria: invano gli si
dimostrerà che mille volte l'utile della patria è stato anco il suo;
nell'istante del suo pericolo personale l'utile patrio cessa d'influire
sulla sua prosperità. V'ebbe dunque nell'unione sociale alcun più nobile
motivo d'un contratto tra i privati interessi: è la virtù, non
l'egoismo, che riunisce l'uomo alla patria: è la riconoscenza de'
ricevuti beneficj che ci lega agli amici, ai fratelli; la filiale e
religiosa riverenza che ci lega alla patria, a quell'essere sovrumano
che la nostra imaginazione pone tra Dio e gli uomini; la tendenza
dell'anima all'immortalità che associa la nostra esistenza ai secoli
passati, ed ai secoli futuri, e ci costituisce depositarj della gloria
dei nostri antenati e dalla prosperità dei nostri discendenti.

I popoli settentrionali non conoscevano che una libertà senza patria;
mentre quelli del Mezzogiorno avevano una patria senza libertà. Gli uni
e gli altri dovevano rimanere stranieri alla più alta virtù umana, al
sacrificio di sè medesimo: i primi non dovevano tale sacrificio a veruna
persona: i secondi non possedevano tanta virtù per farlo. L'eroismo
degli Scandinavi e quello degli eroi di Ossian era di uno strano
carattere, perchè non aveva alcuno scopo: il guerriero affrontava la
morte, senza sacrificarsi nè alla patria, nè alla memoria de' suoi
padri, nè alla prosperità de' suoi figli[421]; la sua gloria era tutta
personale. Al Mezzodì per lo contrario si conobbe lo scopo dei sacrificj
prima che si avesse il coraggio di sacrificarsi: ogni cittadino sentiva
ciò che doveva alla città natale, alla città in cui riposavano le ceneri
de' suoi antenati, le di cui mura proteggerebbero la sua posterità. Così
nella grande mescolanza delle nazioni il Settentrione ed il Mezzodì
offrirono le virtù rispettive. I popoli conquistatori l'energia, i
conquistati la sociabilità. Dovevano gli ultimi, caduti nell'estrema
corruzione, essere rigenerati prima d'essere ammessi a dare alcun
esempio, ad insegnare alcuna virtù. Intanto l'affetto loro per i luoghi
che gli avevano veduti nascere, per il nome che portavano, per i
compagni, i di cui padri erano stati associati ai loro padri, coi di cui
figliuoli sarebbero associati i loro figliuoli, quest'affetto era
un'antica eredità di Roma; e non mancava loro che la libertà per
sentirne di nuovo tutto il prezzo. In mezzo alle calamità che
affliggevano i popoli d'Italia, tutti gli avvenimenti osservati a certa
distanza, parvero diretti allo stesso scopo, e preparar quel periodo di
gloria e di libertà che doveva aprirsi agl'Italiani nel dodicesimo
secolo.

  [421] L'esistenza della repubblica d'Islanda dal IX al XIII secolo
  s'oppone a quest'osservazione sull'origine dello spirito sociale
  nelle sole città. Io non conosco abbastanza la storia delle
  repubbliche d'Islanda per dare una sufficiente contezza della loro
  esistenza. Si può non per tanto comprendere che sotto un cielo di
  ferro, in un clima tanto nemico, gl'individui sono troppo deboli per
  non unirsi subito in società; che quantunque sianvi state in Islanda
  poche città, le calde sorgenti delle radici dell'Ecla ed i porti più
  proprj alla navigazione ed alla pesca, dovevano essere punti di
  riunione ove gli uomini imparavano tosto ad amarsi ed a trattarsi
  come fratelli.

La conquista dei Lombardi, trinciando l'Italia, e formando d'una sola
provincia molte nuove nazioni, avvicinò la patria al cittadino; il
Romano s'unì al Romano, il Greco al Greco, e diversi stati indipendenti
da Napoli fino a Venezia acquistarono di quest'epoca la loro libertà.

Le conquiste di Carlo Magno, ed il regno de' suoi successori ritardarono
la civiltà; ma distruggendo la monarchia lombarda, ed accrescendone la
disorganizzazione, i Carlovingi resero più necessaria una nuova
organizzazione, e fecero le città lombarde partecipi dei vantaggi che le
buone istituzioni municipali procuravano da lungo tempo a Napoli, Amalfi
e Venezia.

I guasti degli Ungari e de' Saraceni, e la desolazione che sparsero in
tutte le province, resero necessaria l'istituzione delle milizie,
l'innalzamento delle mura, ed il popolo nuovamente depositario della
forza nazionale.

Prima che la distrutta monarchia facesse luogo ai governi municipali,
l'anarchia era generale. Il grande Ottone scese dall'Allemagna in Italia
per essere il legislatore d'una nazione, di cui avrebbe dovuto essere
soltanto il padrone; e le nuove istituzioni da lui proclamate attestano
la sua saggezza ed il suo perfetto disinteressamento.

Nè i disordini dei papi del X secolo, nè l'ambiziose mire di quelli
dell'XI riuscirono inutili agl'Italiani; i primi rallentarono le catene
della superstizione di que' tempi; i secondi colla sanguinosa lite
sostenuta contro l'impero, diedero opportunità al popolo di far valere i
suoi servigi, dichiarandosi per coloro che già furono suoi padroni, non
come suddito, ma come zelante alleato.

E per tal modo nel piano generale della provvidenza di cui non è
permesso all'uomo di comprendere l'economia, nasce spesse volte il bene
dal male, e le disgrazie pubbliche possono essere forriere d'una[422]
riforma universale. Non disperiamo dunque giammai dei principj e delle
virtù che formano la nobile eredità dell'umana specie; e quand'ancora le
vedessimo poste in dimenticanza, o furiosamente attaccate, confidiamo
nel lento lavoro de' secoli, persuasi che l'eterne verità sopravvivendo
ai loro nemici, rinasceranno nel cuore dell'uomo quand'anche non
restasse sulla faccia della terra verun monumento per attestare l'antica
loro esistenza, ed il culto che fu loro reso.

  [422] Qui l'autore con molta dignità accenna quelle rivoluzioni dei
  governi, che sono il necessario effetto dell'allontanamento loro
  dalla rispettiva istituzione. Ammessi con Aristotele tre sole
  qualità di governi, il monarchico, quello degli ottimati ed il
  democratico, le nazioni non passano giammai dall'uno all'altro di
  salto, ma bensì provando i mali che accompagnano il corrompimento
  loro, o la rispettiva sconvenienza al paese ed ai costumi.
  Perciocchè come una sterile e ristretta regione verrebbe esposta ad
  insopportabili aggravj se dovesse provvedere allo splendore di regia
  corte; così in ampio e fertile territorio e tra il lusso e la
  disuguaglianza infinita delle ricchezze de' privati mal può provare
  la frugalità repubblicana.


FINE DEL TOMO I.



TAVOLA CRONOLOGICA DEL TOMO I.


  INTRODUZIONE                                           _pag._ v

  CAPITOLO I. _Mescolanza degl'Italiani
  coi popoli del settentrione dopo il regno di
  Odoacre fino a quello d'Ottone il grande
  476-961_                                                      1

  _Anno_

        476 Caduta dell'impero d'Occidente                      8
    476-493 Regno d'Odoacre                                     9
        489 Discesa degli Ostrogoti in Italia                  10
    489-526 Regno di Teodorico re degli Ostrogoti           _ivi_
    526-553 Successori di Teodorico; abbassamento
              e caduta del regno degli Ostrogoti               11
    553-567 L'Italia sottomessa a Giustiniano                  12
        568 Alboino, re de' Lombardi, entra in Italia          14
            Divisione dell'Italia in molti stati
              indipendenti                                  _ivi_
    568-774 Regno de' Lombardi                                 15
    755-774 I principi francesi proteggono i papi contro
              i re lombardi                                    20
        774 Carlo Magno conquista la Lombardia              _ivi_
        800 Carlo Magno ristabilisce l'impero d'Occidente      21
    774-814 Regno di Carlo Magno                               22
        888 Rapida decadenza dei successori di Carlo Magno     26
        888 Deposizione di Carlo il grosso, potenza de'
              grandi feudatarj                              _ivi_
    888-894 Rivalità di Berengario e di Guido.
              Berengario, marchese del Friuli, e Guido,
              marchese di Spoleto, di disputar la corona       31
    888-924 Regno di Berengario I                              34
    827-950 Invasioni dei popoli nomadi del Nord e del
              Mezzogiorno                                      35
    900-950 Invasione degli Ungari                          _ivi_
    827-851 Conquista della Sicilia fatta dai Saraceni         38
    891-896 Stabilimento dei Saraceni nella Liguria            39
    850-950 Le città si fortificano, e le milizie dei
              borghesi si formano per opporsi ai barbari       41
        921 Congiure contro Berengario I                       45
        924 Morte di Berengario I                              46
    926-947 Regno tirannico di Ugo, conte di Provenza          47
        940 Fuga in Germania di Berengario marchese
              d'Ivrea, o II                                    52
        945 Berengario II ritorna in Italia con l'ajuto
              d'Ottone I                                       53
    950-966 Regno di Berengario II, sue guerre con Ottone I    55
        961 Incoronazione d'Ottone I come imperatore           57

  CAPITOLO II. _Sistema feudale — Governo del
  regno del Lombardi; modificazioni che
  subisce questo governo dal 961 al 1039
  duranti i regni degli Ottoni, di Enrico II
  e di Corrado il Salico, imperatori tedeschi_                 59

            Differenze tra i sistemi di libertà dei
              popoli del Nord e del Mezzodì                 _ivi_
            Influenza della distribuzione della
              proprietà sullo stato politico                   62
            Proprietà territoriale nei paesi
              conquistati dai popoli del Nord                  63
            Sistema feudale dei Lombardi basato
              sulla proprietà territoriale                     66
        576 Tentativi dei Lombardi per governarsi
              in repubblica                                    68
            Leggi dei Lombardi                                 69
            Assemblea nazionale o corte del regno              71
            Elezione ed incoronazione dei re lombardi          72
            Prerogative delle corti del regno               _ivi_
            Ogni cittadino poteva scegliere le leggi
              sotto le quali voleva vivere                     76
    774-814 Istituzione dei conti                              78
            Stato degli uomini liberi gentiluomini
              o valvasori                                      80
            Condizione degli uomini di campagna                83
            Arimanni                                        _ivi_
            Uomini di masnada                                  84
            Aldiani                                            85
            Schiavi                                            86
            Stato militare del regno dei Lombardi              87
            Giudizj di Dio                                     89
            Debolezza del legame sociale nel
              sistema feudale                                  91
            Scioglimento della società nel X secolo            92
            I grandi bramano lo scioglimento
              della monarchia                                  96
            Lo desiderano ancora i sudditi de' grandi       _ivi_
            Le città ed i gentiluomini rimangono
              attaccati al re                                  98
    961-965 Sommissione del regno lombardo ad Ottone
              il grande                                     _ivi_
            Governi municipali accordati alle città           102
            Ottone istituisce molti marchesati                103
        973 Morte d'Ottone il grande accaduta
              il 7 maggio presso Maddeburgo                   106
    973-983 Regno d'Ottone II                               _ivi_
   983-1002 Regno d'Ottone III                                107
   961-1002 Indipendenza delle città durante
              il regno degli Ottoni                         _ivi_
       1002 Enrico II coronato in Germania                    109
            Arduino, marchese d'Ivrea, eletto
              re di Lombardia                                 110
       1004 Enrico II viene in Italia per
              disputarne il possesso ad Arduino               111
       1004 Pavia abbruciata dai Tedeschi                     112
  1004-1015 Guerra tra Milano e Pavia in nome dei
              due re Arduino ed Enrico                        114
       1024 Morte d'Enrico II; gli succede Corrado II         116
       1026 Corrado II, o il Salico, tien corte
              a Roncaglia                                     117
            Legge di Corrado intorno alla
              successione dei feudi                           118
  1027-1036 Guerra dei capitani e valvasori
            contro le città                                   119
       1033 La pace o tregua di Dio                           120
       1035 Guerra dei gentiluomini contro
              Eriberto, arcivescovo di Milano                 121
            Ribellione dei sotto vassalli e
              degli schiavi                                   123
       1089 Morte di Corrado il Salico                        124

  CAPITOLO III. _La Chiesa e la repubblica di
  Roma nella prima metà del medio evo — Contese
  dei papi e degl'imperatori — Regni
  d'Enrico III, d'Enrico IV e d'Enrico
  V, dal 1039 al 1122 — Pace di
  Worms_                                                      125

    568-717 Roma non viene conquistata dai Lombardi           126
            I papi eccitano i Romani a tenersi
              fedeli agl'imperatori greci                     127
            Credito che acquistano i papi
              per la debolezza dei Greci                      128
    717-741 Riforma degl'iconoclasti                          129
            Immagine miracolosa d'Edessa                      130
            I Musulmani accusano i Cristiani d'idolatria      132
    717-741 Regno degl'imperatori isaurici ed iconoclasti     133
    726-731 I Romani incoraggiati da papa Gregorio II
              ricusano d'ubbidire agl'imperatori iconoclasti  134
    726-774 Ristabilimento della repubblica romana
              sotto l'influenza de' papi                      135
            Governo incerto di questa repubblica              136
        741 Gregorio III domanda per la prima volta la
              protezione de' Francesi contro i Lombardi       138
            I papi sanzionano l'usurpazione de' Carlovingi    139
        755 Pipino sforza i Lombardi di cedere alla Chiesa
              ed alla repubblica romana l'esarcato e la
              Pentapoli                                       140
            Questa donazione non ha mai effetto               141
        774 Carlo Magno conferma tale donazione,
              che poi non eseguisce                           142
            Ma cede al papa l'utile dominio
              di considerabili poderi                         143
    762-766 Primi sintomi della corruzione dei papi           144
            Ricchezze del clero che ne accrescono
              la corruzione                                   146
            Doveri militari uniti ai feudi dati al clero      147
            Gli ecclesiastici incaricati dai
              re delle funzioni civili                      _ivi_
    847-855 Pontificato glorioso di Leone IV                  151
            Elezione popolare e quasi militare del papa       152
            Influenza delle donne nelle elezioni              153
    890-920 Potere della patrizia Teodora                     154
        914 Ella dà la tiara a Giovanni X suo amante          155
    925-932 Potere di Marozia                                 157
        931 Il secondo figlio di Marozia fatto
              papa sotto il nome di Giovanni XI               158
        932 Alberico di Camerino, figlio di
              Marozia, console di Roma                        159
    956-964 Ottaviano, o Giovanni XII figlio d'Alberico
              papa e signore di Roma                          160
            Decadimento del potere sacerdotale
              nel X secolo                                  _ivi_
            I gentiluomini feudatarj dei papi
              aspirano all'indipendenza                       162
            Spirito repubblicano della città di Roma        _ivi_
            Il popolo difende i papi contro gli Ottoni        164
        963 Giovanni XII deposto da Ottone il grande          166
        964 L'imperatore gli sostituisce Leone
            VIII, il popolo Benedetto V                     _ivi_
        966 Giovanni XIII eletto dall'imperatore
              oggetto dell'odio de' Romani                    169
    973-983 Guerre civili dei papi; delitti di
              Bonifacio VII                                   171
    980-988 Crescenzio, console di Roma                       173
        996 Ottone III fa elegger papa suo
              cugino Gregorio V                               175
        997 Crescenzio vuole ricondur Roma sotto la
              protezione degl'imperatori d'Oriente            176
            Dà la tiara a Giovanni XVI, prelato greco         177
        998 Vittoria d'Ottone III e Gregorio V,
              Giovanni XVI condannato al supplicio            178
            Crescenzio vittima della perfidia d'Ottone        179
       1002 Vendetta di Stefania, vedova di Crescenzio      _ivi_
  1010-1013 Giovanni, figlio di Crescenzio,
              patrizio di Roma                                181
       1039 4 giugno, Enrico III, detto il nero,
              succede a Corrado il Salico, suo padre          183
  1012-1033 Papi simoniaci della famiglia dei
              conti di Tusculo                                185
  1035-1046 Pontificato scandaloso di Benedetto IX            186
       1046 Enrico III trova in Roma tre papi                 188
            Enrico III ristabilisce i diritti
              degl'imperatori di concorrere
              all'elezione dei papi                           189
            Egli usa piamente di questo diritto               190
       1056 Il 5 ottobre, morte d'Enrico III, suo figlio
              Enrico IV, ma sotto tutela del papa           _ivi_
            Carattere del monaco Ildebrando                   191
            Nel corso di 30 anni è l'anima
              della corte di Roma                             192
       1058 Fa proibire da Stefano IX il
              matrimonio de' preti                            194
       1059 Fa proibire agli ecclesiastici dal concilio
              di Laterano di ricevere benefici dai laici.
              Investiture                                     196
            Questo canone non si applica
              all'elezione dei papi                           197
            Il domma della presenza reale
              nell'Eucarestia consacrato dal
              concilio di Laterano                            198
       1061 Scisma dell'antipapa Onorio II                    200
       1073 Ildebrando papa col nome di Gregorio VII        _ivi_
            Carattere della contessa Matilde                  202
       1077 Umiliazione d'Enrico IV ai piedi
              di Gregorio VII                                 204
            Guerra dei partigiani dell'impero
              e del papa per le investiture                   207
            Massime di Gregorio VII. _Dictatus papæ_        _ivi_
       1084 Enrico assedia Gregorio, che
              viene liberato da Roberto Guiscardo             208
       1085 Maggio. Morte di Gregorio VII a Salerno         _ivi_
       1093 Urbano II fa rivoltar Corrado
              contro Enrico IV suo padre                      210
       1095 Il passaggio della prima crociata
              dannosa ad Enrico IV                            211
       1105 Pasquale II fa ribellare Enrico
              V contro il padre                               212
       1106 Gli arcivescovi di Germania spogliano
              Enrico IV degli ornamenti reali                 213
            Guerra tra il padre ed il figliuolo               216
            Morte d'Enrico IV il 7 agosto 1106                218
       1110 Enrico viene a Roma a prendere
              la corona imperiale                             219
            Si disgusta con Pasquale II                       222
       1111 12 febbraio. Pasquale arrestato da Enrico V     _ivi_
            Pasquale accorda ad Enrico le investiture         223
            Viene disapprovato dai suoi cardinali             224
       1112 Un concilio di Laterano scomunica l'imperatore    225
       1116 Enrico V va al possesso dell'eredità
              della contessa Matilde                          226
       1118 Morte di Pasquale II. Scisma di Burdino           227
       1122 Pace di Worms tra la Chiesa e l'impero            228

  CAPITOLO IV. _I Greci, i Lombardi ed i Normanni
  dal settimo al dodicesimo secolo
  nell'Italia meridionale — Repubbliche di
  Napoli, di Gaeta e d'Amalfi_                                230

        589 Zottone fonda il gran ducato de'
              Lombardi in Benevento                           233
            Le città marittime della Campania e della
              Calabria fedeli all'imperatore Greco            234
            Guerre dei Lombardi contro le
              città marittime                                 236
            Costituzione municipale delle città greche        237
            Ducati di Gaeta e di Napoli                       238
    600-717 Le città greche dipendenti dall'esarcato
              di Ravenna                                      241
            Natura delle loro guerre coi Lombardi           _ivi_
        726 Le città diventate più indipendenti
              dopo la perdita dell'esarcato                   243
    774-787 Arichis, duca di Benevento, mantiensi
              indipendente contro Carlo Magno                 244
        787 Grimoaldo I si difende dalle forze francesi       245
        806 Grimoaldo II, Store Seitz                         246
        817 Sicone, duca di Benevento                       _ivi_
    826-830 Generosa difesa di Stefano, duca
              di Napoli, contro Sicone                        247
        836 Sorrento difeso contro Sicardo
              successore di Sicone                            250
            Andrea, maestro dei soldati di Napoli,
              introduce i Saraceni in Italia                  252
            Sicardo, duca di Benevento, occupa Amalfi         253
        839 È assassinato, ed i suoi dominj divisi            255
            Gli abitanti d'Amalfi ricuperano
              la libertà e governansi repubblicamente       _ivi_
            Il ducato lombardo diviso tra Radelchiso,
              principe di Benevento, e Siconolfo, principe
              di Salerno. Landolfo, conte di Capoa            258
            I Saraceni si fanno potenti in Calabria           259
            Stabilisconsi al Garigliano, a Cuma
              ed alla Licosa                                _ivi_
        846 Le repubbliche di Napoli, Gaeta
              ed Amalfi fanno guerra ai Saraceni              260
            Costituzione, commercio e grandezza d'Amalfi      260
        866 Luigi II, imperatore, ajuta i
              Lombardi contro i Saraceni                      264
            Basilio, imperatore greco, rendesi
              potente in Italia                               266
    870-980 _Thême_ di Lombardia dei Greci in Puglia        _ivi_
        980 Ottone II vuole spogliare i Lombardi
              dell'Italia meridionale                         267
        982 Disfatto a Besantello                             268
            Fatto prigioniere, fugge a nuoto                  269
   982-1002 I Greci stendono le loro conquiste
              nella Capitanata                                271
            Passione de' Normanni per i pellegrinaggi         273
  1000-1010 I pellegrini normanni difendono
              Salerno contro i Saraceni                       275
       1016 Drengot conduce in Italia cento
              avventurieri normanni                           277
            Melo, emigrato di Bari, li riduce
              a fare la guerra ai Greci                       278
       1019 Melo ed i Normanni battuti a Canne              _ivi_
       1021 Enrico II attacca i Greci nella Puglia            279
            Rainolfo, fratello di Drengot, si
              stabilisce in Aversa coi Normanni             _ivi_
       1035 I figli di Tancredi d'Hauteville
              passano in Italia                               280
            Vanno ai servigi di Guaimaro
              IV, principe di Capoa                           281
       1041 Sotto il comando de' Greci attaccano
              i Saraceni in Sicilia                           282
            Malcontenti dei Greci, li dichiarano
              guerra e li tolgono la Puglia                   284
       1042 La Puglia divisa dai Normanni in XII contee     _ivi_
       1045 Ladronecci dei Normanni                           285
            Leone IX forma un'alleanza contro di loro         286
       1053 Il papa disfatto rimane prigioniero dei Normanni
              il 18 giugno nella battaglia di Civitella       289
            Accorda ai Normanni l'investitura dei paesi
              conquistati come feudi della Chiesa           _ivi_
  1053-1057 Unfredo soggioga tutta la Puglia                  291
       1057 Suo fratello Roberto Guiscardo gli succede      _ivi_
       1060 Di concerto con Ruggiero conquista la Calabria    293
       1061 Ruggiero passa in Sicilia coi Normanni            295
            Debolezza e discordia dei Saraceni di Sicilia   _ivi_
  1060-1090 Ruggiero conquista la Sicilia                     296
            Sua critica posizione nella città di Traina     _ivi_
  1060-1080 Roberto Guiscardo scaccia i Greci d'Italia        298
       1062 Il principato di Capoa viene in
              potere dei figliuoli di Drengot               _ivi_
       1077 Benevento e Salerno conquistati da Guiscardo      299
            Guiscardo nominato duca d'Amalfi                _ivi_
       1081 Guiscardo attacca i Greci nell'Illirico           301
       1085 Morte di Roberto Guiscardo accaduta il 17 luglio  302
  1085-1111 Ruggiero I duca di Puglia                       _ivi_
       1096 Boemondo suo fratello, e Tancredi suo cugino
              vanno in Asia coi crociati                      303
  1111-1127 Guglielmo figliuol di Ruggiero duca di Puglia   _ivi_
  1127-1138 Ruggiero II, di Sicilia, duca di Puglia           305
       1130 L'antipapa Anacleto II dà la
              corona reale a Ruggiero                       _ivi_
  1020-1098 L'ordine militare di s. Giovanni fondato
              e mantenuto dagli abitanti d'Amalfi             307
       1131 Ruggiero sforza Amalfi a sottomettersi            308
       1132 Ruggiero sottomette i suoi baroni normanni      _ivi_
            Roberto, principe di Capoa, fa alleanza
              colle repubbliche di Napoli e di Pisa           310
       1135 I Pisani acquistano Amalfi. Le Pandette           311
       1136 Napoli assediato da Ruggiero                    _ivi_
            Lotario lo sforza a levare l'assedio              316
       1137 Tutte le province di qua del
              Faro si ribellano a Ruggiero                    317
            Nuove perdite per la repubblica d'Amalfi          318
            Ritirata dell'imperatore e dei Pisani             319
       1138 Innocenzo II fatto prigioniero da Ruggiero
              conferma tutti i suoi diritti                   321
            Napoli apre le sue porte al re Ruggiero         _ivi_

  CAPITOLO V. _Origine di Venezia; sue rivoluzioni
  avanti il dodicesimo secolo — Pisa
  e Genova nuove repubbliche marittime;
  loro rivalità con Venezia e loro primi
  progressi_                                                  323

            Natura e forma della laguna veneta                324
            Antichi Veneti                                    327
            La propria Venezia devastata dai barbari          328
        452 I fuggiaschi della prima Venezia si riparano
              nella seconda cacciati da Attila                329
            La città di Rialto asilo de' Padovani           _ivi_
            Indipendenza de' Veneziani rifugiati              331
        476 I Veneziani resi affatto liberi
              per la caduta dell'impero occidentale           334
        523 I Veneziani ai tempi di Teodorico               _ivi_
    518-527 Gli Schiavoni invadono la Dalmazia                335
        568 I Lombardi invadono l'Italia, il clero
              cattolico si rifugia nella seconda Venezia      337
        697 Paolo Lucca Anafesto primo doge di Venezia        339
    774-809 Querele dei Veneziani coi Franchi                 341
            Pipino, figlio di Carlo Magno,
              prende Chiozza e Palestina                      342
            Rialto diventa la capitale della repubblica,
              ed assume il nome di Venezia                  _ivi_
    837-864 Guerre civili a Venezia                           344
        959 Gl'Istrioti rapiscono le spose veneziane          345
    961-976 Regno tirannico di Pietro Candiano IV             347
            Città marittime dell'Istria e dell'Illirico       348
        997 Loro alleanza coi Veneziani contro i Narentini    350
            Tutte le città marittime fanno
              omaggio al doge                               _ivi_
            Sommissione di Narenta. Il doge, duca di
              Venezia e di Dalmazia                           351
        980 Ottone II domanda ai Pisani l'ajuto
              delle loro flotte                               352
            Sette baroni d'Ottone ceppo di
              sette famiglie pisane                           354
    936-980 Accrescimento di Genova; sua
              potenza marittima                               356
       1005 Imprese dei Pisani contro i Saraceni
              in Calabria                                     358
            Muset, re saraceno di Sardegna, abbrucia un
              sobborgo di Pisa; coraggio di Chinzica        _ivi_
       1017 I Pisani acquistano la prima
              volta la Sardegna                               361
       1021 I Pisani difendono contro i Genovesi
              la loro conquista                             _ivi_
       1050 Muset ritoglie la Sardegna ai Pisani              363
            Seconda conquista della Sardegna:
              morte di Muset                                  364
  1000-1100 Fazioni di Venezia: Morosini e Caloprini          365
       1101 Incominciamento delle cronache
              autentiche de' Genovesi                         367
  1100-1130 Costituzione di Genova                          _ivi_
            Accomodamento della nobiltà col popolo            371
            Storici di Pisa e di Venezia                      372
       1099 Le tre repubbliche prendono
              parte alla crociata                             373
            Flotta de' Veneziani sotto Vitale Michieli        374
       1100 Daimberto, arcivescovo di Pisa,
              coi Pisani ed i Genovesi                      _ivi_
       1101 I Pisani ed i Genovesi prendono Cesarea           375
  1108-1187 Privilegi accordati alle tre repubbliche
              dai re di Gerusalemme                           376
       1124 Briga de' Veneziani coi Greci                     378
  1124-1125 I Veneziani saccheggiano le isole
            dell'Arcipelago                                   379
            Nuove conquiste dei Veneziani in Dalmazia         381
       1113 Crociata de' Pisani contro Nazaredech,
              re di Majorica                                  382
  1113-1115 Sommissione delle isole Baleari ai Pisani         385
       1118 I Pisani soccorrono papa Gelasio
              contro Enrico V                               _ivi_
  1119-1133 Sanguinosa guerra tra Pisa e Genova               386
            Indipendenza dei feudatarj pisani in Sardegna     388
            Le Maremme pongonsi sotto la
              protezione dei Pisani                           389
            Le due Riviere sotto quella dei Genovesi          390
            Buoni ufficj dei Fiorentini verso i Pisani        392

  CAPITOLO VI. _Tutte le città italiane adottano
  il governo repubblicano prima del secolo
  dodicesimo_                                                 393

            L'Italia in quest'epoca importante
              manca di storici                                394
            Primo diritto delle città; quello
              di fortificarsi                                 398
            Avvilimento de' cittadini prima
              d'Ottone il grande                              399
   960-1002 Costituzioni municipali accordate da Ottone       400
            Consoli annuali eletti dal popolo               _ivi_
            Consilio generale di credenza                     402
            Assemblea sovrana del popolo                    _ivi_
            Divisione delle città in quartieri o porte        403
            Corpi militari ed armature delle milizie          404
            Diritto di guerra privata accordato alle città    405
  1002-1024 Rivalità di Pavia e di Milano                     406
  1026-1039 Guerra dei Milanesi contro Corrado
              il Salico e contro i gentiluomini               409
            Eriberto, arcivescovo di Milano, inventa il
              carroccio, o carro degli stendardi ad
              imitazione dell'arca dell'alleanza              409
            Commercio dei Veneziani in Lombardia              412
            Sviluppamento dell'industria in Lombardia         414
  1000-1100 Origine della lingua italiana                     415
            Corruzione e barbarismo della lingua latina       418
            Uso della lingua allemanna presso
              i Lombardi ed i Franchi                         419
            Carte latine dei tempi barbari                  _ivi_
            La lingua volgare parlata dagl'ignobili,
            il tedesco dai nobili ed il latino dai preti      420
    940-960 Distinto merito dello storico Luitprando          421
            Scrittori dell'Italia meridionale                 422
            Poemi storici                                     423
  1000-1050 Primi storici delle città, Arnolfo
              e Landolfo di Milano                            424
  1039-1100 I gentiluomini adottati dalle città lombarde      425
            Politica delle città, rispetto ai gentiluomini    427
       1041 Sedizione di Milano contro i nobili             _ivi_
            Lanzone, capo dei plebei, ricorre ad Enrico III   428
  1078-1122 Silenzio degli storici rispetto
              alla guerra delle investiture                   430
            Influenza della libertà sul popolo italiano       431
            L'indipendenza portata dal Nord al Mezzodì;
            la libertà sociale ritorna dal Mezzodì al Nord    433
            La forza individuale e la virtù del selvaggio     434
            La forza sociale è una creazione
              dei popoli governati dalle leggi                435
            I popoli del Nord avevano libertà senza
              patria: quelli del Mezzogiorno avevano
              patria senza libertà                            436
            Ogni rivoluzione dell'Italia giovò
              alla sua rigenerazione                          437


FINE DELLA TAVOLA.



      *      *      *      *      *      *



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute,
così come le grafie alternative (fellonia/fellonìa e simili),
correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, Tomo I" ***

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