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Title: Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, Tomo V (of 16)
Author: Sismondi, J. C. L. Simondo
Language: Italian
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*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, Tomo V (of 16)" ***

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                           STORIA DELLE
                        REPUBBLICHE ITALIANE
                                DEI
                          SECOLI DI MEZZO


                                DI
                      J. C. L. SIMONDO SISMONDI

           DELLE ACCADEMIE ITALIANA, DI WILNA, DI CAGLIARI,
                   DEI GEORGOFILI, DI GINEVRA EC.

                     _Traduzione dal francese._


                             _TOMO V._



                              ITALIA
                               1817.



STORIA DELLE REPUBBLICHE ITALIANE



CAPITOLO XXIX.

      _Nuovi capi dell'Impero e della Chiesa. — Guerre di Genova. —
      Guerra universale in Italia. — Papa Giovanni XXII scomunica e
      depone Luigi IV di Baviera, re dei Romani._

1314 = 1323.


Mentre il governo va incessantemente modificando i talenti, le virtù,
l'ingegno e le abitudini dei popoli, scopronsi non pertanto nel
carattere delle nazioni certi tratti originali, che i tempi e le
circostanze non hanno potuto interamente cancellare. Così gli Spagnuoli
e gl'Italiani sembranci essenzialmente diversi. Queste due nazioni,
sebbene abbiano un'origine quasi comune, perchè formate dalla mescolanza
de' Romani coi Goti; sebbene abitino in climi press'a poco eguali, ed
abbiano idiomi vicinissimi che quasi potrebbero dirsi dialetti d'un solo
idioma; sebbene ricuperassero quasi nella stessa epoca la libertà e
nella stessa epoca la perdessero; sebbene abbiano lungo tempo ubbidito
ai medesimi sovrani e tenuta la medesima religione, hanno qualità
affatto diverse che li distinguono, e che quasi senza alterazione si
sono trasmesse di padre in figlio. E queste fondamentali diversità tra
le razze degli uomini è forse uno de' più importanti oggetti di
meditazione che a noi presenti la storia. Abbiamo di già conosciuta
l'origine del carattere degli Italiani: abbiamo veduti i Barbari portare
loro lo spirito d'indipendenza, raddolcito nelle città d'origine romana,
più ricche e numerose in Italia che nel rimanente dell'Europa. Assai per
tempo queste città manifestarono il desiderio di libertà. Furono esse le
prime che aspirarono a partecipare della sovranità, rompendo i legami
che le attaccavano all'impero e cambiando le loro leggi municipali in
costituzioni repubblicane: furono esse le prime che, tra i membri del
corpo feudale fattesi indipendenti, acquistarono una regolare
organizzazione, e seppero energicamente valersi delle loro forze. Esse
non tardarono a soggiogare il rimanente della nazione: i vescovi furono
spogliati d'ogni sovranità temporale; i principi ed i marchesi
scomparvero a poco a poco rifiniti da intraprese troppo sproporzionate
ai loro mezzi; ed i gentiluomini si videro sforzati a sottomettersi e
cercare il diritto di cittadinanza.

Questa preponderante influenza delle città è la vera origine del
carattere distintivo degl'Italiani, di quel carattere che li rende
essenzialmente diversi dagli Spagnuoli, presso i quali la nobiltà
campagnuola, sempre occupata nelle guerre contro i Mori, a sè chiamando
gli sguardi e la stima della nazione, conservava una importantissima
parte del governo per sè medesima. La costituzione repubblicana delle
città comunicò a tutta la nazione italiana un movimento più attivo,
rendendola capace di grandi azioni, di un maggiore sviluppo di talenti,
di patriottismo, d'intelligenza, accrescendone all'istante la
popolazione e le ricchezze, e facendo in breve fiorire le arti, le
lettere, le scienze. L'influenza de' gentiluomini conservò alla nazione
spagnuola qualità più speciose di valore, di galanteria, di dilicatezza,
d'onore. Tutti gli Spagnuoli presero i loro nobili per modello ed
acquistarono quell'aria cavalleresca che tuttavia conservano.
Gl'Italiani formaronsi invece alla scuola de' borghesi, onde ne
contrassero un non so che di plebeo non per anco affatto cancellato
dalla presente generazione.

Effettivamente il sistema feudale fu prima abolito in Italia che nelle
altre province d'Europa. All'epoca presente questo sistema più non aveva
veruna consistenza, sebbene i giuristi lo insegnassero ancora come parte
della legge dello stato. Le repubbliche che si erano da principio
moltiplicate in tutta l'Italia, non ebbero lunga durata; ed abbiamo già
veduto tutte quelle della Lombardia e dello stato della chiesa cadute in
potere di qualche tiranno. Ma questi nuovi signori, che poi ebbero il
titolo di duca o di marchese, non andavano debitori della potenza loro a
quell'antica costituzione del Nord da cui ebbe principio la nobiltà in
tutto il resto dell'Europa; essi erano i figli di quelle città medesime
di cui eransi fatti sovrani, e dal popolo riconoscevano la loro
autorità. La democrazia, che precedette le nuove signorie, aveva dato un
carattere più assoluto e dispotico al governo d'un solo, col rendere
eguali in faccia al principe tutti i ranghi della nazione, e
distruggendo tutti i privilegi di quegli ordini che avrebbero potuto
impedire lo stabilimento del potere arbitrario. Vero è che i nuovi
signori trovarono ben tosto conveniente di accrescere splendore alle
loro corti col prestigio della nobiltà. Chiamarono presso di loro que'
gentiluomini ch'erano stati avviliti ed oppressi, crearono cavalieri,
chiesero agl'imperatori germanici diplomi di nobiltà pei loro favoriti,
e per ultimo ne accordarono di propria autorità. Ma queste distinzioni
dei cortigiani e le annesse prerogative avevano bensì gl'inconvenienti
dell'antica nobiltà ma non gli utili: i nuovi nobili eccitavano la
gelosia colle loro pretensioni, il disprezzo dei popoli coi loro
depravati costumi; e perchè non erano uniti dallo spirito di
corporazione e non avevano nè credito nè indipendenza, non potevano
salvarsi dall'oppressione. Nè il favore del principe può dare una
nascita illustre, nè la sua collera può toglierla; ma la nobiltà di
creazione come viene accordata dalla libera volontà del padrone, dalla
volontà del padrone può essere egualmente tolta.

Lo spirito cavalleresco, quella gloriosa eredità dei tempi feudali, di
cui era depositaria la nobiltà, si andava distruggendo non meno nelle
piccole monarchie che nelle repubbliche d'Italia: onde gli stimoli
d'onore ed il valor militare vennero meno, e la destrezza montò in
maggiore stima che il coraggio e la forza. È precisamente nel periodo di
tempo di cui ci facciamo a descrivere la storia, che l'Italia, in
confronto del resto dell'Europa, sembra priva d'ogni spirito di
cavalleria. Il quattordicesimo secolo forma un'epoca assai gloriosa,
feconda di grandi ingegni e non isprovveduta di virtù; ma gli uomini
erano più diretti dal calcolo che dalle passioni, dall'interesse assai
più che dal sentimento. Videsi allora crescere a dismisura la potenza
mercantile, la cognizione politica, l'amore della libertà nel popolo; ma
per lo contrario poco valore nella nazione, che affidava la propria
difesa alle bande mercenarie de' _Condottieri_, poca fierezza nei
caratteri, poca fedeltà nelle benevolenze e nelle alleanze, poco
rispetto per la data promessa, per ultimo poco attaccamento al punto
d'onore nella condotta. Il sistema d'equilibrio delle potenze d'Italia
di cui si può attribuire l'invenzione a questo secolo, del quale cotal
sistema è forse il più bel ritrovato; deve risguardarsi quale opera
della più fina politica; ma di una politica affatto priva d'entusiasmo;
sicchè in quel modo che il carattere degl'Italiani voleva che si
cercasse quest'equilibrio, così era proprio del carattere spagnuolo
l'aspirare alla monarchia universale.

Risguardare una vasta contrada, o una parte del mondo come un corpo
sociale, di cui gli stati indipendenti sono i cittadini, ravvisare
nell'oppressione d'un solo di questi cittadini una violazione del
diritto di tutti; riconoscere che la distruzione di uno stato è una
morte che minaccia la vita di tutti gli altri; essere persuasi che in
un'associazione senza autorità centrale ogni individuo deve concorrere
con tutte le sue forze al mantenimento della giustizia e del diritto
delle genti; finalmente sentire la necessità di chiamare sopra di sè un
male immediato e di prendere parte ad una guerra che potrebbe
risguardarsi come straniera per impedire che altri siano oppressi, per
non permettere una violenza, un assassinio dannoso ai rapporti sociali;
gli è questo un nobile sistema che soltanto le repubbliche italiane
erano degne di creare; è l'applicazione possibilmente più perfetta delle
organizzazioni sociali al più grande dei corpi politici.

I Fiorentini, che diedero all'Italia i primi esempj delle più grandi e
virtuose cose, sono probabilmente gl'inventori di questo sistema, e
quelli che lo eseguirono con maggior zelo e costanza. Negli sforzi delle
repubbliche pel mantenimento dell'equilibrio politico, negli sforzi de'
principi per distruggerlo dobbiamo cercare la chiave di tutte le
negoziazioni del quattordicesimo secolo, i motivi delle guerre e delle
alleanze, la ragione dei subiti cambiamenti di partito, e di quel
continuo movimento della politica, che forse impedisce al lettore di
afferrarne l'insieme a colpo d'occhio. Tutti gli avvenimenti del secolo
possono richiamarsi alla sola lotta in favore della libertà, ad un solo
sforzo diretto ad impedire che taluno de' principi, che vedevasi
crescere di potenza, non opprimesse l'Italia formandone una sola
monarchia.

Ma il sistema dell'equilibrio politico è di sua natura un sistema di
divisione, e per certi rispetti un sistema di debolezza: perciocchè
impedisce ad una nazione di agire per riguardo alle altre come agirebbe
se formasse un solo corpo, spesso consuma le proprie forze contro di sè
medesima, mantenendo guerre d'Italiani contro Italiani, di Tedeschi
contro Tedeschi; le quali guerre a' nostri giorni chiamansi civili,
sebbene, propriamente parlando, non possano dirsi tali che quelle fra i
cittadini di un medesimo stato. Gl'Italiani smembrati, soggiogati e resi
inutili a respingere le straniere invasioni, si pentirono degli sforzi
fatti dai loro padri per tener divisi gli stati, facendosi un amaro
rimprovero di aver creduto di giovare alla libertà col procurare la
divisione. I tempi eransi mutati, e con essi ancora la politica. Un
popolo libero deve tutto riferire a sè medesimo, un popolo suddito deve
rammentare che fa parte d'una nazione. Coloro che più non hanno patria,
che più non riuniscono intorno ad un solo centro ogni loro desiderio di
forza, di durata, di gloria, possono ancora riconoscere tra di loro i
diritti della nascita e di un'origine comune; devono amare i loro
fratelli, sebbene non possano risguardarli per loro concittadini,
compiangere il sangue che si versa ed i tesori dissipati nelle guerre
intestine: poichè non è per essi straniero colui che non appartiene al
loro corpo politico, ma quello che ha una diversa lingua.

I più celebri poeti ed oratori rimproverarono ai senati che governavano
le repubbliche italiane il sistema d'equilibrio politico, che,
quantunque lungo tempo cagione della loro gloria e della loro
prosperità, fu in appresso cagione della loro debolezza. Invidiavano la
sorte della Spagna e della Francia, che, riunite sotto grandi monarchi,
disputavansi le spoglie della divisa Italia, che vincevano di potenza,
sebbene non la pareggiassero in popolazione o in ricchezza. Ancora
nell'età nostra siamo disposti a ripetere lo stesso giudizio, ed a
incolpare la politica degl'Italiani della loro debolezza e servitù. Ma
noi ci scordiamo, che colla politica loro godettero due secoli di gloria
e di prosperità, scopo immediato dei loro sforzi; e che se avessero
abbracciato il contrario sistema, sarebbero probabilmente arrivati, per
una diversa strada, ad una dipendenza ancora più grande.

Sotto principi che tentavano ogni giorno di soggiogarli, gl'Italiani
erano minacciati d'immediata servitù; vero è ch'essi avevano cagione di
temere egualmente il giogo degli stranieri sotto il quale caddero due
secoli più tardi; ma quest'ultimo pericolo, conosciuto da chi vede la
serie degli avvenimenti, non poteva in allora essere presentito. Le
vicine nazioni non erano di que' tempi meno divise dell'Italia; ed il
sistema feudale s'andava presso di loro snervando, senza far però luogo
ad un più vigoroso principio d'organizzazione. Soltanto adombravansi
talvolta dell'imperatore piuttosto per le antiche sue pretensioni che
per l'attuale potenza. Questo residuo di timore dell'autorità imperiale,
tenuto vivo dai papi, fu cagione delle prime guerre di cui dobbiamo
occuparci in questo volume; ma queste stesse guerre, e le spedizioni in
Italia di Luigi di Baviera e di Carlo IV manifestarono agl'Italiani
l'estrema sproporzione tra le forze dell'imperatore ed i suoi diritti,
manifestarono loro l'impotenza del corpo germanico nelle guerre
offensive, gli angusti limiti entro i quali la costituzione di Germania
chiudeva il potere del suo sovrano nominale, e l'impossibilità in cui
era questi di scendere in Italia, se i Ghibellini italiani non gli
aprivano essi medesimi le porte.

D'altra parte il re di Francia, sebbene assai più potente
dell'imperatore, non aveva sotto di lui che metà delle province che
parlano in francese. La Provenza apparteneva al re di Napoli, la Lorena,
la Brettagna, la Borgogna, i Paesi Bassi erano governati da duchi quasi
affatto indipendenti; e la Guienna e parte della Normandia erano del re
d'Inghilterra. Una infelice guerra cogl'Inglesi, prodotta dalla
successione dei Valois, consumava le province direttamente dipendenti
dal re: nelle quali province per altro, non riconoscendo i grandi
vassalli, i gentiluomini, i comuni un assoluto potere, impedivano al re
di liberamente disporre degli uomini e delle ricchezze; onde appena egli
s'attentava di accrescere alquanto le leggeri imposte che pagavano i
suol sudditi e le forze militari, quando il regno veniva minacciato da
grave pericolo: di modo che la stessa alleanza del papa, o a dir meglio
il servaggio della corte pontificia in Avignone non bastava a rendere la
Francia formidabile agl'Italiani.

La Spagna trovavasi in continue guerre coi Mori; i Greci, da lungo tempo
inviliti, non erano più temuti; i Turchi non avevano ancora acquistata
quella forza che li rese un secolo più tardi il terrore dell'Europa.
L'Italia circondata da governi deboli e vacillanti vedeva soltanto di
quando in quando sollevarsi nel suo seno un potere dispotico, e
minacciare ad un tempo la propria libertà e l'indipendenza de' suoi
vicini.

Più volte alcune piccole popolazioni erano state sottomesse dai Principi
limitrofi; ma tali conquiste, che potevano un giorno formare dell'Italia
una sola monarchia, furono sempre accompagnate da circostanze che
facevano abborrire il governo monarchico: perciocchè ai popoli
sottomessi era tolta ogni libertà, le persone e le proprietà più non
venivano rispettate. Spenta affatto ogni virtuosa emulazione, ogni
desiderio di gloria; que' cittadini cui i talenti, le ricchezze, i
natali permettevano di aspirare alle più luminose cariche della loro
patria, abbandonavano una città che precludeva ogni adito all'ambizione.
Le ricchezze delle province erano assorbite dal vortice della nuova
capitale; l'allontanamento de' proprietarj faceva languire
l'agricoltura, siccome perivano il commercio per mancanza di ricchi
consumatori, gli studj per difetto d'incoraggiamento: onde quella stessa
città che lungo tempo sembrò troppa angusta per contenere le tempestose
passioni de' suoi cittadini, non era più abitata che da uomini
condannati ad un'oscura esistenza. Tale doveva senza dubbio essere la
sorte di Venezia, di Firenze, di Pisa, di Genova, di Bologna, se i Scala
o i Visconti avessero potuto conseguire il loro progetto di unire
l'Italia sotto il loro dominio. La gloriosa emulazione fra tanti piccoli
stati, fra tante piccole corti che cercavano di nascondere la debolezza
loro sotto l'imponente apparato delle arti e delle lettere, non
sarebbesi mantenuta così viva nell'unica capitale dell'Italia, ove una
sola accademia avrebbe uniti o signoreggiati tutti i talenti, una sola
cabala letteraria deciso del merito, l'intrigo avrebbe dirette le scuole
delle arti del disegno, e tarpate le ali al genio; ovunque l'uomo,
circoscritto da una regola uniforme, sarebbe stato assoggettato a regole
generali alla moda ed alla mediocrità; infine l'Italia formante uno
stato solo e governata da un solo padrone non avrebbe prodotti quei capi
d'opera che, coprendo la sua vergogna, addolcirono i dolori del suo
servaggio.

Se in questa lunga lotta per la libertà trionfava il partilo nemico
dell'indipendenza de' piccoli stati; se Castruccio, Mastino, Bernabò,
Giovan Galeazzo, e Ladislao di Napoli diventavano re di tutta l'Italia,
è incontrastabile ch'essi avrebbero in breve conquistata tutta l'Europa.
Le ricchezze accumulate dalla libertà non vengono immediatamente
distrutte dal despotismo, e l'Italia sola era più ricca che tutti
assieme gli altri paesi del cristianesimo; le armate furono in questo
secolo più mercenarie di quel che lo fossero prima, o dopo: i Tedeschi
che allora avevano voce di essere le migliori truppe, si sarebbero
affrettati di porsi al soldo di un principe italiano; ed infatti li
vedremo in questo medesimo secolo gareggiare coi Provenzali, coi
Guasconi, coi Brettoni, cogl'Inglesi e gli Ungaresi per essere assoldati
dai Visconti o dalla repubblica fiorentina. Un re d'Italia assoluto
avrebbe guerreggiato con troppo vantaggio contro i sovrani feudali della
Germania e della Francia; avrebbero realizzato il progetto tante volte
rinnovato d'una monarchia universale, e gl'Italiani avrebbero come i
Greci sotto Alessandro ottenuta un'efimera gloria in ricompensa della
perduta libertà. Ma così vasto dominio non avrebbe avuto lunga durata,
perciocchè crudeli disastri avrebbero seguito da vicino le subite
conquiste. Il commercio, principalissima sorgente delle ricchezze
degl'Italiani, non può fiorire che sotto gli auspicj della pace; perchè
il commercio viene alimentato dall'agiatezza universale e non dal lusso
dei pochi favoriti dalla fortuna. Nazioni più valorose dei loro
conquistatori non avrebbero lungo tempo sofferto un giogo straniero;
l'insolenza de' vincitori avrebbe reso più forte quell'odio che senza
tali motivi divide le popolazioni che parlano un diverso linguaggio; ed
una generale sommossa avrebbe rivendicata la schiavitù d'Europa. Ma
quand'anche la vergogna de' vinti non si fosse lavata nel sangue
italiano, lo spossamento e la debolezza sarebbero stati una necessaria
conseguenza di troppo vaste conquiste. La Spagna non potè giammai
riaversi dalla nullità in cui fu precipitata dall'ambizione di Carlo V e
di Filippo II: lo stesso destino era riserbato ad altra nazione posta in
eguali circostanze; e se l'Italia fosse stata conquistatrice e non
conquistata, non avrebbe potuto lungo tempo conservare la propria
indipendenza.

Vero è per altro che, nella lunga serie dei secoli, giugne pei popoli
quell'istante in cui devono rinunciare a questi consigli di moderazione.
Se hanno potuto per molti secoli desiderare d'essere abbastanza piccoli
perchè tutte le loro parti partecipino di quello spirito di vita, che,
conservando all'uomo la sua individualità, sviluppa per mezzo
dell'emulazione i talenti ed il genio, giugne il momento in cui devono
pensare non a vivere felici e liberi, ma a conservare la propria
esistenza, respingendo uno straniero usurpatore, onde conservare o
ricuperare quel sentimento d'indipendenza, senza del quale non può
esservi nè patria, nè onor nazionale, nè virtù pubbliche. Quando i varj
popoli che appartengono alla medesima nazione, sono soggiogati dagli
artificj o dalle armi della guerra o della politica; quando uno scettro
di ferro pesa, o minaccia di pesare egualmente sopra stati, lungo tempo
rivali, questi sono costretti di rinunciare alle antiche gelosie, ad
ogni pensiere di quella bilancia de' poteri che più non esiste; ed
invece di porsi in guardia contro gli abusi del governo devono
tollerarli per non cadere sotto un giogo straniero. Allora è che ogni
popolo per unirsi alla gran massa, per salvare la gloria nazionale, deve
di buon grado sagrificare le sue leggi, le sue istituzioni, gli antichi
oggetti del suo affetto e del suo rispetto, tutto, per dirlo in una
parola, perfino la sua venerazione per le forme tutelari della sua
libertà e pel sangue de' suoi principi. Ogni popolo deve sentire che la
stessa lingua è quel simbolo per cui i popoli di diversi stati devono
riconoscere la loro comune origine, quel segno distintivo delle nazioni
per cui i membri della medesima famiglia si riuniscono. I popoli
elettrizzati da un sentimento che agita egualmente tutte le anime,
trovano in questo stesso sentimento, in una passione nazionale i legami
d'un nuovo corpo sociale, ed altro omai non cercano che di valersi delle
comuni forze nel modo più utile e glorioso. Ma l'oppressione che avrebbe
dovuto consigliare gl'Italiani a formare un solo corpo, un solo stato,
per difendersi o vendicarsi, non ebbe luogo che all'epoca in cui termina
questa storia, quando Carlo V avendo trionfato della Francia, assoggettò
tutta l'Italia all'immediato suo dominio o all'influenza de' suoi
consigli. Fino a questo tempo possiamo accompagnare colla nostra ragione
e col nostro affetto la lunga lotta delle repubbliche italiane pel
mantenimento dell'equilibrio; possiamo prendere parte a tutti i loro
interessi, vedendoli spronati da grandi disegni e da grandi virtù a
generosi sforzi, a penosi sagrificj.

Le prime guerre che lacerarono l'Italia all'epoca di cui siamo per
parlare, miravano ad abbassare la potenza imperiale e quella de' signori
Ghibellini che ne erano i depositarj in Lombardia: ma il desiderio di
vendetta, e l'odio di fazione vi ebbero più parte che la gelosia e la
politica, perciocchè o le guerre non avrebbero avuto luogo, o sarebbero
state meno lunghe, se i papi non le avessero eccitate e fomentate,
sagrificando il riposo de' popoli e la coscienza de' loro pastori alla
propria vendetta ed all'ambizione.

Quando i vescovi di Roma, riparatisi in Francia, non si videro più
esposti al pericolo di essere vittime essi medesimi delle guerre che
provocavano, diedero libero sfogo al loro odio contro l'autorità
imperiale, più non curandosi di celare gli ambiziosi progetti che
avevano formati sopra l'Italia. Aveva ravvivata la loro gelosia Enrico
VII di Lussemburgo colla breve ma gloriosa sua amministrazione: egli
aveva mostrato col suo esempio ai papi, che un principe magnanimo e
valoroso potrebbe in poco tempo rovesciare l'edificio da loro innalzato
in più secoli; aveva fatto sentire ai papi che gl'imperatori, quando
fossero potenti in Italia, ridurrebbero i vescovi di Roma nell'antica
dipendenza. Questi per allontanare tanto disastro ricorsero alle
consuete loro pratiche; lasciarono che le forze della Germania si
consumassero in una lunga guerra civile tra i due pretendenti,
approfittando d'un'elezione controversa per usurpare i diritti de'
principi rivali.

(1314.) Seppesi appena in Germania la morte d'Enrico VII, che due
fazioni si posero in campo chiedendo caldamente la corona imperiale. Era
capo della prima Federico, duca d'Austria, figliuolo d'Alberto,
penultimo imperatore, e nipote di Rodolfo, il fondatore della potenza
della casa d'Absburgo. Formavano la contraria parte i partigiani della
famiglia di Lussemburgo, diretti da Giovanni re di Boemia figliuolo
d'Enrico VII, e da suo zio, Baldovino, arcivescovo ed elettore di
Treveri. Nè la corona imperiale era la sola cagione di questa lite; il
titolo di re di Boemia, concesso a Giovanni da suo padre, venivagli
contrastato dal duca di Carinzia. Aveva questi sposata una figlia
dell'ultimo re Ottocare, e perchè voleva trasmettere i suoi diritti alla
casa d'Austria, temeva il re Giovanni d'essere spogliato del suo
patrimonio, se Federico trionfava. Egli non cercava per se medesimo la
dignità imperiale; ma desiderava che fosse accordata a qualche potente
principe suo alleato. Offriva perciò la corona dell'impero a Luigi duca
dell'alta Baviera; e perchè avesse tempo di condurre a termine i suoi
trattati, l'arcivescovo di Magonza, suo zio, aveva protratta dieci mesi,
cioè al 19 ottobre del 1314, la convocazione della dieta d'elezione[1].

  [1] Olenschlager Geschichte des Rom. Kayserthums in der ersten
  haelfte des XIV Jahrhunderts, _c. 31, p. 80_, Francf. 1755.

Nel giorno destinato, gli elettori si recarono alla città elettorale di
Francoforte preparati a sostenere colle armi i loro suffragi; perciocchè
il solo arcivescovo di Treveri conduceva più di quattro mila cavalli[2];
e quello di Magonza aveva occupato il campo di Rense, ove per antica
consuetudine facevansi le elezioni. Si unirono ai due arcivescovi il re
Giovanni di Boemia, Waldemaro elettore di Brandeburgo, e Giovanni il
vecchio, duca di Sassonia Lavemburgo, che pretendeva di essere
l'elettore Sassone. Ma nello stesso tempo Rodolfo conte ed elettore
palatino di Baviera, affatto ligio alla casa d'Austria, invece di unirsi
agli elettori che volevano dare la corona imperiale a suo fratello
Luigi, si fermò a Sachsenhause sobborgo di Francoforte posto sulla riva
sinistra del Meno, aprendovi un'altra dieta elettorale. Era egli munito
della procura dell'arcivescovo di Colonia, il quale, essendo in aperta
guerra colla casa di Lussemburgo, non aveva potuto venire a Francoforte,
e si era unito a Rodolfo e ad Enrico duca di Carinzia che intitolavasi
re ed elettore di Boemia.

  [2] Olenschlager Gesch. _c. 32, p. 83_.

La dieta di Rense intimò al duchi di Sassonia e di Carinzia,
all'elettore palatino e a quel di Colonia di presentare al collegio
degli elettori i loro titoli al diritto elettorale; ma questi invece di
rispondere, nominarono lo stesso giorno, con irregolare elezione,
Federico d'Austria re de' Romani. I cinque elettori che trovavansi nel
campo di Rense, avuta notizia dell'accaduto, nel susseguente giorno
nominarono imperatore a pieni voti Luigi, duca di Baviera, che chiamossi
Luigi IV[3].

  [3] _Gio. Villani l. IX, c. 66. — Schmidt Histoire des Allemands
  trad. l. VII, c. 5, t. IV._

I due pretendenti avevano i medesimi diritti alla stima ed
all'ubbidienza de' loro compatriotti. Il partito austriaco avendo
suscitato un principe della casa di Brandeburgo per disputare il diritto
di Waldemar, più non rimanevano in cadauna delle parti che due elettori
il di cui suffragio non fosse contrastato, ed ognuna ne aveva altri tre,
il di cui diritto era dubbioso. I principi rivali appartenevano a due
illustri e potenti famiglie; amendue erano valorosi ed arditi, amendue
diedero prove, almeno in Germania, di un carattere leale e cavalleresco,
ed amendue avevano zelanti campioni che combattevano per loro
valorosamente. Giovanni di Boemia difendeva la causa di Luigi, come
fosse la sua propria; tenevano le parti di Federico i suoi fratelli, i
duchi d'Austria Leopoldo ed Enrico, e Rodolfo elettore di Baviera.

Siccome pareva che l'osservanza delle formalità prescritte per
l'incoronazione dovesse assicurare all'uno o all'altro di loro il favore
de' popoli, perciò s'affrettarono ambedue di compierle. Luigi venne
introdotto dai borghesi di Francoforte nella loro città; fu come
imperatore eletto presentato al popolo nella chiesa di san Bartolomeo,
consacrata per antica consuetudine a questa funzione; e Federico assediò
inutilmente Francoforte per ottenere lo stesso vantaggio[4]. In appresso
Luigi fu condotto ad Aquisgrana, di dove aveva dovuto ritirarsi il suo
rivale, e vi fu consacrato nel luogo destinato a tale cerimonia, non
però dall'arcivescovo di Colonia, che solo aveva il diritto di farlo,
ma, in sua assenza, dagli arcivescovi di Magonza e di Treveri. Federico
fu invece condotto a Bona dall'arcivescovo di Colonia, e colà consacrato
colle sue mani, ma in un luogo in cui questa consacrazione diventava
illegale. E per tal modo per una differente ragione le due consacrazioni
furono incomplete ed invalide[5].

  [4] _Olenschlager Geschichte, § 33._

  [5] _Litterae archiepiscopi Maguntini et electorum ad Rom. Pontif.
  ap. Raynald. 1314, § 18._

I due imperatori eletti, Luigi e Federico, erano figli d'un fratello e
d'una sorella; il proprio fratello di Luigi, Rodolfo, era il più caldo
alleato del suo rivale; una simile discordia divideva tutte le case dei
principi; tre cappelli elettorali erano contrastati come la corona
imperiale, e le armi dovevano decidere della eredità e dei diritti delle
più potenti famiglie. La stessa eguaglianza de' suffragi e
l'indifferenza de' principi della Germania settentrionale prolungarono
la guerra, soltanto di quando in quando sospesa da reciproco rifinimento
di forze. In tale stato di cose i due rivali non potevano tentare di
farsi riconoscere in Italia senza abbandonare la Germania al nemico;
onde, mentre questa aveva due re de' Romani, l'Italia trovavasi agitata
dagli intrighi degli ambiziosi. Nè andò lungo tempo che la cessazione
d'ogni autorità suprema, che tenne dietro immediatamente alla vigorosa
amministrazione di Enrico VII, produsse tra i Guelfi ed i Ghibellini una
guerra non meno accanita di quella che facevansi in Germania i due
pretendenti al trono. E questa guerra, resa generale da opposti
interessi, da inveterati odj, era cagionata da tante cause diverse
quanti erano i capi che la trattavano.

Il papa ed il re di Napoli uniti dal loro attaccamento alla corte di
Francia, dallo spirito del partito guelfo, e da una comune ambizione,
avevano nemici i nuovi principi Lombardi innalzati di fresco alla
sovranità dall'intrigo e dal valore. Questi erano debitori della loro
potenza alla violenza delle fazioni; ed i Ghibellini avevano comperato
colla perdita della libertà il valore o l'accortezza de' loro capi:
perciò i nuovi principi tenevano vive le burrascose passioni che avevano
sperimentate tanto vantaggiose ai loro interessi; associavansi essi
medesimi ai faziosi, e, quasi la sorte loro fosse attaccata alla difesa
d'un trono ancora vacante, si facevano una feroce ed ostinata guerra.

Regnava ancora Clemente V, quando fu portata alla corte pontificia la
notizia della morte d'Enrico VII. Sembra che questo papa dipendente
dalla Francia, che dimorava ora in una ora in altra provincia di cui non
era sovrano, debole per carattere come per situazione, ed incapace di
meritarsi l'amore o il rispetto de' fedeli, abbia voluto sollevarsi da
questo stato d'avvilimento, manifestando sul primo trono della
cristianità pretensioni sconosciute allo stesso Ildebrando e ad
Innocenzo III. Pubblicò una bolla per annullare la sentenza pronunciata
da Enrico VII contro il re Roberto. «Lo che facciamo, egli diceva, tanto
in virtù della indubitata autorità che noi abbiamo sopra l'impero
romano, quanto pel diritto a noi competente di succedere all'imperatore
nella vacanza dell'impero[6].» In virtù adunque di un tale diritto fin
allora sconosciuto, Clemente accordò subito dopo a Roberto re di Napoli
il titolo provvisorio di vicario imperiale in tutta l'Italia: il quale
vicariato se non veniva rivocato dal sovrano pontefice, durava fino a
due mesi dopo l'elezione del legittimo imperatore[7].

  [6] _Lib. VII, decret. Clementina Pastoralem — Olenschlager Gesch.
  c. 28._

  [7] _Bulla Clementis V, 2 idus martii, ap. Raynad. 1314, §§ 2._ Da
  questa concessione fu eccettuata la Liguria.

Furono queste due bolle gli ultimi atti dell'amministrazione di Clemente
V in Italia. Questo pontefice che aveva così vilmente venduti
gl'interessi della santa sede e quelli della propria coscienza a Filippo
il Bello re di Francia, e che gli aveva sagrificato l'ordine de'
Templari, morì a Rochemauri l'anno medesimo della morte di Filippo il 20
aprile del 1314, mentre preparavasi a tornare a Bordò sua patria per
ricuperare col favore dell'aria nativa la mal ferma sua salute[8]. La
terribile citazione d'un templario, che di mezzo alle fiamme aveva
chiamati Clemente e Filippo innanzi al tribunale di Dio, parve in tal
modo compiuta.

  [8] _Clementis V vita ex Bernardo Guidonis t. III, p. II._

Clemente V aveva ammassati grandi tesori vendendo i beneficj
ecclesiastici, e facendo altri scandalosi mercati, che lo resero
esecrabile ai suoi contemporanei[9]. Oltre il danaro che teneva ne' suoi
forzieri, aveva arricchiti tutti i suoi parenti e famigliari; ma le sue
generosità non gli avevano guadagnato l'affetto di nessuno: perciocchè,
appena morto, tutti coloro che abitavano nel suo palazzo, si scagliarono
addosso ai suoi tesori; e non vi fu fra tanti neppure un solo servitore
fedele che si prendesse cura del cadavere del suo padrone: onde essendo
caduti alcuni torchi che ardevano intorno al feretro, vi appiccarono il
fuoco, che, comunicatosi ben tosto all'appartamento, obbligò finalmente
i rubatori ad occuparsene, e lo spensero; ma il palazzo e la guardaroba
erano stati talmente spogliati, che non si trovò che un vecchio mantello
per cuoprire il corpo mezzo abbrustolito del più ricco papa che
governasse la chiesa[10].

  [9] Il seguente aneddoto riferito da uno de' più religiosi scrittori
  italiani può risguardarsi come una prova della pubblica opinione sul
  conto di questo pontefice. Spaventato dalla morte di un cardinale
  suo nipote, ch'egli molto amava, mostrò grandissimo desiderio di
  sapere ciò che accaduto fosse della di lui anima. Uno de' suoi più
  fedeli cappellani si lasciò, per compiacerlo, trasportare da un
  famoso negromante nell'altro mondo. Questi vide nell'inferno un
  palazzo, entro il quale il cardinal nipote giaceva sopra un letto di
  fiamme in pena della sua simonia; e di contro a questo palazzo i
  demonj ne andavano fabbricando un altro egualmente infiammato.
  _Questo_, disse uno di costoro al cappellano, _è destinato pel tuo
  padrone_. Il cappellano, tornato dalla sua missione, riferì a
  Clemente V la terribile notizia. Il quale spaventato da tale
  racconto, più non fu veduto sorridere; ed in breve morì colla
  coscienza agitata da così spaventosa predizione. _Villani l. IX, c.
  59._

  [10] _F. Francisci Pipini Chron. in fine, p. 780._

Ventitre cardinali adunaronsi a Carpentrasso per dare un nuovo capo alla
cristianità. Sebbene gl'Italiani non fossero che sei, siccome la
lontananza del papa dalla greggia di cui era immediato pastore,
risguardavasi come uno scandalo pubblico che aveva eccitate le lagnanze
di tutti i cristiani, i pochi italiani contrappesavano ancora nel
conclave il credito dei Francesi. Ma due parenti del papa defunto
entrarono il 24 luglio con un corpo di truppa in Carpentrasso, e vi
eccitarono la sedizione per isforzare il conclave a nominar papa un
Guascone. Furono incendiate le case dei cardinali italiani e di molti
cortigiani e mercanti della stessa nazione, e minacciati di morte i capi
della chiesa; finalmente il pericolo si fece così urgente, che i
cardinali italiani, chiusi in conclave, fecero atterrare un muro dietro
al palazzo e fuggirono. Questa diserzione costrinse il collegio de'
cardinali a separarsi, e protrasse più di due anni la nomina del nuovo
pontefice[11].

  [11] _Bernardi Guidonis, vite Clementis V, p. 464._

Filippo conte di Poitou, che fu poi conosciuto sotto nome di Filippo il
lungo, re di Francia, ottenne di riunire a Lione i dispersi cardinali
l'anno 1316. Per averli presso di lui aveva loro solennemente promesso
di non segregarli in conclave; ma mancò loro di parola[12]. Li fece
entrare nel sacro ricinto il 28 di giugno, di dove non uscirono che dopo
quaranta giorni di lotta, proclamando il 7 agosto Giacomo d'Ossa, nativo
di Cahors, in allora vescovo di Porto, che si fece chiamare Giovanni
XXII. Era il d'Ossa cancelliere di Roberto, re di Napoli, e sua
creatura. Era nato vilmente, ma aveva saputo innalzarsi co' suoi talenti
non meno che coll'intrigo e coll'arditezza. Si dice che in principio
della sua carriera aveva recato a Clemente false commendatizie del re
Roberto, e che con tal mezzo ottenne i vescovadi di Frejus e di
Avignone[13]. Si racconta pure che nel conclave in cui fu creato papa
erano divisi i suffragi; che i Guasconi volevano un papa del loro paese,
e che i Francesi ed i Provenzali si unirono agl'Italiani per riportare
la santa sede a Roma. Allora non potendo i due partiti andare d'accordo,
convennero di porre la nomina del successore di san Pietro in arbitrio
del cardinale d'Ossa, il quale con infinito stupore del sacro collegio
nominò sè stesso[14]. Per altro l'aperta parzialità di Giovanni XXII per
gli oltramontani, la sua vile dipendenza dalle corti di Parigi e di
Napoli, la risoluzione da lui presa di fissare in Provenza la sede
pontificia, ed i mali cagionati all'Italia dalla sua ambizione e dalla
sua venalità, inasprirono in modo gl'Italiani contro di lui, che forse
non meritano intera fede le scandalose voci divulgate da' suoi
contemporanei intorno alla sua promozione.

  [12] _Vita Joan. XXII, a Canon. sanct. Victoris t. III, p. II._

  [13] _Ferretus Vicentinus l. VII, p. 1168._

  [14] _Gio. Villani l. IX, c. 79._

Dopo la morte d'Enrico VII, Roberto re di Napoli era rimasto senza
paragone il più potente sovrano d'Italia. Aveva aggiunto al regno della
Puglia la signoria di molte città del Piemonte e l'alleanza di tutti i
Guelfi dello stato della chiesa, della Toscana, della Lombardia, che in
forza della concessione di Clemente V lo riconoscevano per vicario
imperiale. Era Roberto nello stesso tempo sovrano della Provenza, onde
tenevasi i papi affatto soggetti, ed aveva un illimitato credito alla
corte di Francia. Teneva uniti questi stati l'interesse del partito
guelfo, del quale Roberto prendevasi più cura che di tutt'altro affare;
e preparavasi ad approfittare dell'interregno dell'impero e delle guerre
civili di Germania per ischiacciare affatto il partito ghibellino in
Italia.

Ma questo partito era diretto da capi valorosi ed illuminati, da capi
intrepidi e pieni di zelo, che potevano lungamente resistere ai loro
nemici; da capi strettamente uniti dal timore d'imminente ruina, e che
l'implacabile odio della parte guelfa teneva fermi ne' loro principj.
Questi capi di parte avevano ottenuta la sovranità della loro patria.
Contavansi tra i principali Matteo Visconti signore di Milano e di parte
della Lombardia, Cane della Scala signore di Verona e di parte della
Venezia, Passerino Bonacossi signore di Mantova, Castruccio Castracani
signore di Lucca e capo in Toscana del partito cui aveva formato
Uguccione della Fagiuola, e per ultimo Federico di Montefeltro, signore
d'Urbino, capitano dei Ghibellini della Marca d'Ancona e del ducato di
Spoleto. Altri meno potenti e meno rinomati gentiluomini comandavano in
città di minore importanza, in castelli ed in villaggi fortificati, che
tenevano soggetti alla lega ghibellina.

Come capo di tutti i Ghibellini d'Italia veniva risguardato, non meno
per la sua avanzata età, che per i suoi maturi consigli e per la
superiorità delle sue forze, Matteo Visconti. Perciò contro di lui
diresse Roberto i suoi primi attacchi: Ugo di Baux che comandava per lui
in Piemonte, essendosi alleato colle città di Pavia, Vercelli, Asti ed
Alessandria[15], raccolti i fuorusciti della casa de' Torriani coi loro
seguaci e la maggior parte de' Guelfi della Lombardia, portò la sua
armata a due mila cavalli e dieci mila pedoni. Con queste forze entrò
nella Lumellina; ed il giorno 24 decembre del 1313 incontrò presso di
Abbiate Grasso l'armata de' Visconti e la ruppe[16]. Ma non tardò a
manifestarsi la discordia nel campo di Ugo tra i Provenzali ed i
Lombardi. I contadini abbandonati alle molestie delle truppe unironsi ai
suoi nemici; ed Ugo, sebbene vittorioso, si trovò costretto di
abbandonare vergognosamente il territorio milanese[17].

  [15] _Galvan. Flam. Manip. Florum c. 354._

  [16] _Alberti Mussati de Gestis Italic. l. I, R. 6._

  [17] _Tristani Calchi Hist. Patriæ l. XXI._

Nel susseguente anno 1314 Roberto pose alla testa dei Guelfi di
Lombardia Ugo, Delfino del Viennese; il quale riunì come il suo
predecessore una bell'armata composta delle milizie delle città guelfe e
de' fuorusciti delle ghibelline; ma anche quest'armata non ebbe successi
proporzionati alla sua forza. Dopo avere invano tentato d'impadronirsi
di Piacenza, Ugo si ritirò in disordine ad Alessandria; e l'armata si
dissipò senza avere combattuto[18].

  [18] _Alber. Mussati de Gest. Ital. l. III, Rub. 6._

Fu in questo stesso anno che le forze del re Roberto unite a quelle de'
Fiorentini ebbero la terribile disfatta di Montecatini, di cui abbiamo
parlato nel precedente capitolo: come pure appartengono alla stessa
epoca le vittorie riportate da Cane della Scala sopra i Padovani ed i
Guelfi della Marca Trivigiana. Soltanto nel Milanese la vittoria non
erasi dichiarata per verun partito; e nel cominciare della campagna del
1315, Matteo Visconti, stretto dalla banda di Bergamo dai fuorusciti di
questa città[19], e dalla parte del Po dai Guelfi di Pavia, di Vercelli
e di Alessandria[20], fu in pericolo di perdere Bergamo, e costretto ad
abbandonare la Lumellina ai nemici che la saccheggiarono. Ma il
Visconti, che conosceva quanto quella della guerra, l'arte delle
negoziazioni, accordò agli esiliati bergamaschi una pace
vantaggiosa[21], e volgendo tutte le sue forze contro i Pavesi, li ruppe
la prima volta in luglio presso alla Scrivia, e nel susseguente ottobre
s'impadronì per sorpresa della loro città[22]. La morte del conte
Riccardo di Langusco, il capo de' Guelfi pavesi, la prigionia di molti
signori della famiglia della Torre, il saccheggio e la ruina d'una città
che doveva essere considerata come la capitale della parte guelfa in
Lombardia, furono le prime conseguenze di questo avvenimento. Non tardò
il terrore ad impadronirsi de' Guelfi, onde le città di Tortona e
d'Alessandria si diedero volontariamente a Matteo Visconti[23]. Como,
Bergamo e Piacenza erano di già a lui soggette, ed il partito ghibellino
trionfò in quasi tutta la Lombardia.

  [19] _Ibid. l. VII, Rub. 3._

  [20] _Ibid. Rub. 5._

  [21] _Albert. Mussati de Gestis Ital. l. VII. R. 9._

  [22] _Ibid. Rub. 11._

  [23] _Ibid. Rub. 19. — Tristani Calchi l. XXI._

Tale era lo stato delle fazioni, in Italia, quando venne creato in Lione
papa Giovanni XXII. Roberto che aveva avuto una serie di sventure
durante l'interregno della chiesa, volle allora sperimentare se col
mezzo di un pontefice, che gli era affatto ligio, e coi soccorsi delle
sue armi spirituali potrebbe restaurare quell'equilibrio che i suoi
generali avevano lasciato distruggere. Siccome i capi che combattevano
contro di lui, pretendevano di essere rivestiti dell'autorità imperiale,
pensò di volerneli privare; e Giovanni XXII dichiarò con una bolla
pontificia decaduti, alla morte d'Enrico VII, da' loro diritti quelli
che il defunto monarca aveva nominati suoi vicarj imperiali. «Dio
medesimo, diceva il papa, confidò l'impero della terra come quello del
cielo al sommo pontefice, e durante l'interregno tutti i diritti
dell'imperatore sono devoluti alla chiesa; e quello che, senza averne
chiesta ed ottenuta la permissione dalla sede Apostolica, continua ad
esercitare le funzioni che gli aveva accordate l'imperatore, si rende
colpevole, offendendo la stessa divina maestà[24].»

  [24] _Bolla in data dell'undici delle Calende d'aprile 1317. Rayn. §
  27._

Non voleva il Visconti apertamente dichiararsi contro la chiesa, ma non
voleva pure lasciarsi spogliare della sua autorità. S'avvide che il
potere confidatogli da Enrico non poteva sopravvivergli, e rinunciò al
titolo di vicario imperiale, ma chiese ai popoli da lui governati che
colla loro approvazione confermassero la sua autorità, ed assunse il
nuovo titolo di capitano e difensore della libertà milanese[25].

  [25] _Bonin. Morigiæ Chron. Mediol. l. II, c. 22. — Galv. Flam. Man.
  Flor. c. 365. — Trist. Calchi Hist. l. XXI._

Quest'atto di deferenza non salvò il Visconti dalla collera del papa, il
quale lo stesso anno 1317 pronunciò contro di lui sentenza di scomunica,
e pose Milano sotto l'interdetto; ma tutt'ad un tratto le armate
collegate di Roberto, del papa e de' Guelfi s'allontanarono dalla
Lombardia a cagione della rivoluzione scoppiata in Genova; e tutte le
forze delle fazioni si ridussero nella Liguria, in un angusto spazio tra
le montagne ed il mare per decidere del dominio di tutta l'Italia.

Quattro grandi famiglie, i Doria, gli Spinola, i Grimaldi ed i Fieschi
amministravano da lungo tempo la repubblica di Genova: una gioventù
bellicosa, grandi ricchezze, vasti feudi nelle due riviere sparsi di
fortezze assicuravano la loro potenza. Le due prime famiglie erano
ghibelline, guelfe le altre; ed un'impaziente rivalità teneva sempre
divisi coloro, che la stessa fazione avrebbe dovuto conservare uniti. I
Doria e gli Spinola governavano Genova dopo il passaggio d'Enrico VII
fino al presente, ed i Grimaldi ed i Fieschi n'erano sbanditi. Ma i
primi non sapevano frenare la mutua loro gelosia, volendo ogni famiglia
regnar sola; onde, in occasione d'una sommossa nella piccola città di
Rapallo, i Doria attaccarono gli Spinola in febbrajo del 1314[26]. La
guerra civile si prolungò ventiquattro giorni nell'interno della città;
i molti loro palazzi eransi trasformati in fortezze, che venivano a
vicenda attaccate e difese, e la sorte della guerra era sempre
incerta[27]. Intanto i Doria chiamarono in loro soccorso gli esiliati
guelfi, Grimaldi e Fieschi, e costrinsero gli Spinola ad abbandonare la
città.

  [26] _Gio. Villani l. IX, c. 56._

  [27] _Uberti Folietae Genuens. Hist. l. VI._

Ma i vincitori che volevano attaccare gli Spinola nelle loro rocche,
furono costretti prima di tutto di ricompensare gli alleati da cui erano
stati ajutati; onde divisero il governo dello stato coi Guelfi, e non
tardarono ad accorgersi di non essere i più potenti. Nel 1317 i Guelfi
vollero finalmente ridonare la pace alla città, ed ordinarono ai Doria
di riconciliarsi cogli Spinola; e perchè i primi non ubbidivano,
aprirono le porte agli Spinola. Una strana rivoluzione emerse in allora
da così violenta animosità e dal reciproco timore. Spaventati i Doria
dalla superiorità che acquistavano i loro nemici, uscirono, senza
combattere, dalle mura di Genova; e gli Spinola non meno dei Doria
atterriti nel trovarsi in balìa de' Guelfi che gli avevano chiamati,
abbandonarono ancor essi la città; onde i Grimaldi coi Fieschi si
trovarono soli padroni della repubblica loro abbandonata dalle due
fazioni ghibelline.

Le due famiglie rivali che trovaronsi esiliate assieme dopo avere
volontariamente abbandonata la patria ai loro nemici, non tardarono, nel
comune infortunio, a riconciliarsi. S'impadronirono di Savona e di
Albenga, che fortificarono per servire di centro alle loro forze. I
Ghibellini delle montagne si unirono ai fuorusciti genovesi, cui Matteo
Visconti e Cane della Scala promisero larghi soccorsi[28].

  [28] _Georg. Stellae Annal. Gen. t. XVII, p. 1029. — Gio. Villani L.
  IX c. 85. — Uberti Folietae Hist. gen. l. VI, p. 414._

In marzo del 1318 Marco Visconti, figliuolo del signore di Milano, passò
le montagne della Bocchetta con un'armata, e si avanzò fino alle porte
di Genova per assediarla. Una flotta ghibellina, equipaggiata a Savona
dagli emigrati, presentossi nello stesso tempo innanzi al porto, e dopo
varie scaramucce s'impadronì della torre del Faro. L'armata del Visconti
si divise ne' sobborghi di san Giovanni e di sant'Agnese, occupando le
valli di Bisagno e della Polsevera[29]. I Grimaldi ed i Fieschi,
vedendosi addosso tutte le forze de' Ghibellini d'Italia, scrissero al
re Roberto di Napoli ed a tutte le città guelfe per avere soccorsi.

  [29] _Gio. Villani l. IX, c. 90. — Chron. Asten. t. XI, c. 99, p.
  254._

Roberto che fino allora aveva affidato il maneggio della guerra in
Lombardia ed in Toscana ai suoi generali e ai principi del sangue,
credette la difesa di Genova di tale importanza, che volle incaricarsene
egli medesimo. Genova signoreggiava per alcuni rispetti il mar Tirreno,
e teneva aperta la comunicazione tra gli stati di Roberto nella Provenza
e nel regno: e le città che possedeva in Piemonte, e le città guelfe di
Lombardia non potevano difendersi o riconquistarsi che per la via di
Genova. Apparecchiata perciò una flotta di venticinque galere, il re
colla regina sua consorte e due de' suoi fratelli s'imbarcò il 10 luglio
a Napoli, ed entrato il 21 nel porto di Genova, scese all'istante sulla
piazza del palazzo con mille duecento cavalli dichiarando al popolo
adunato ch'era venuto a difenderlo e salvarlo[30].

  [30] _Georg. Stellæ Annal. Gen. t. XVII._

L'apparente generosità del re eccitò quella del popolo; il suo discorso
riscosse i più vivi applausi, e per uno spontaneo movimento l'assemblea
accordò per dieci anni a lui ed al papa congiuntamente la signoria dello
stato. I due capitani o capi dello stato abdicarono la loro autorità, e
tutti i cittadini giurarono ubbidienza al re di Napoli. Questo subito
impensato avvenimento fece sospettare agli stessi Guelfi che fosse stato
anticipatamente preparato dai suoi intrighi[31].

  [31] _Gio. Villani l. IX, c. 92._

La presenza di Roberto non iscoraggiò gli assedianti, i quali
continuarono i loro attacchi contro il corpo medesimo della piazza, e
s'impadronirono di sant'Agnese, che per mezzo d'un ponte comunicava
colle mura della città. Durante l'autunno e l'inverno ebbero luogo quasi
ogni giorno caldissime zuffe, nelle quali i Ghibellini erano d'ordinario
vincitori[32]. Le due parti che dividevano tutta l'Italia, attaccavano
la maggiore importanza all'assedio di Genova, e pareva che i loro
campioni avessero convenuto di trovarsi tra quelle montagne per
combattere. Si videro arrivare un dopo l'altro al campo ghibellino il
marchese di Monferrato, Castruccio Castracani, signore di Lucca, e le
genti mandate dai Pisani, da Federico, re di Sicilia, e dallo stesso
imperatore di Costantinopoli. Dal canto suo, Roberto riceveva soccorso
dai Fiorentini, dai Bolognesi e dai Guelfi della Romagna. Gli assedianti
avevano mille cinquecento cavalli, gli assediati più di due mila
cinquecento; ma questa greve cavalleria, che in tutt'altri luoghi
decideva la sorte delle battaglie, chiusa in mezzo a selvagge scoscese
montagne, non aveva terreno abbastanza piano per combattere, e languiva
nell'ozio e nelle privazioni senza poter metter fine a questa guerra con
un'azione generale. Roberto, la di cui impazienza veniva accresciuta
dalla superiorità delle forze, aveva più volte tentato d'uscire da
questa specie di prigione; ma soltanto il 5 febbrajo del 1319 gli riuscì
di sbarcare a Sestri di Ponente ottocento cavalli e quindici mila fanti.
Con ciò tagliava la comunicazione tra Savona, ove trovavasi il grosso
degli emigrati, ed il campo degli assedianti; i quali essendo stati
rotti nel voler impedire lo sbarco de' nemici, dovettero, dopo dieci
mesi d'inutili attacchi, levare l'assedio di Genova, abbandonando parte
delle loro salmerie, e ritirarsi in Lombardia, senza che Roberto osasse
d'inseguirli attraverso le gole dell'Appennino[33].

  [32] _Georg. Stella Gen. Hist. p. 1033. — Gio. Villani l. IX, c. 93.
  — Ubert. Folieta l. VI._

  [33] _Georg. Stellæ Ann. Genuens. p. 1034. — Gio. Villani l. IX, c.
  95. — Chron. Astense c. 99. — Uberti Folietæ l. VI._

Ma il re volendo consolidare in Genova quell'autorità concessagli dalla
violenza dello spirito di partito, consigliava i Guelfi ad abusare della
vittoria. I magnifici palazzi dei Ghibellini che facevano il principale
ornamento della città, furono dal popolo furibondo incendiati e
distrutti fino ai fondamenti. Furono egualmente distrutte le belle case
di campagna, circondate da deliziosi giardini nelle valle di Bisagno e
della Polsevera: e dopo quest'odioso saccheggiamento, il re, il clero,
ed i cittadini, quasi avessero ottenuta una vittoria contro i barbari e
gl'infedeli, non contro i loro compatriotti, portarono in processione le
reliquie di san Giovanni Battista, e ringraziarono Dio nelle chiese
degli ottenuti vantaggi e del sangue sparso[34].

  [34] _Georgii Stellæ Ann. Gen. p. 1091. — Ubertus Folieta Hist.
  Genuens. l. VI._

Dopo avere in tal modo celebrata la sua vittoria, Roberto partì dalla
Liguria il giorno 29 d'aprile con parte delle sue truppe e delle sue
galere; e mentre andava in Provenza alla corte del papa, i Ghibellini
riconducevano la loro armata sotto Genova per riprenderne l'assedio.
Fino dal 25 di maggio alcune galere di Savona erano entrate nel porto di
Genova facendovi varie ricche prede, ma l'armata assediante si accampò
presso le mura di Genova soltanto il giorno 27 di luglio; ed il 3 di
agosto Corrado Doria chiuse il porto agli assediati con ventotto galere.
I Ghibellini ripresero nuovamente i sobborghi, e vi rimasero quattro
anni, azzuffandosi frequentemente pel possesso d'ogni ridotto, di ogni
chiesa, di ogni casa che poteva fortificarsi. La medesima guerra
sostenevasi con egual furore nelle due Riviere; ma l'occidentale era
principalmente occupata dai Ghibellini, e l'orientale dai Guelfi. I
Genovesi si andavano cercando per azzuffarsi anche ne' più rimoti mari,
e per fino nelle colonie della Grecia e del Levante[35]. Per altro i
principali capi ghibellini dell'Italia non trovaronsi personalmente al
secondo assedio di Genova, e tennero viva la guerra nelle altre
province.

  [35] _Georgii Stellæ Ann. Genuens. p. 1051. — Ubertus Folieta
  Genuens. l. VI._

L'anno 1317, Ferrara era stata tolta alla parte guelfa. Questa città,
già da un secolo sottomessa alla casa d'Este, erasi costantemente
mantenuta fedele al partito della chiesa; ma era stata governata ed
oppressa dai Guasconi mandativi dal papa e dal re Roberto, quando nel
1308 approfittando delle guerre civili che dividevano i principi d'Este,
avevano spogliati gli antichi loro alleati della propria sovranità. I
marchesi d'Este rifugiati a Rovigo avevano perciò dovuto cercare
l'alleanza de' Ghibellini per difendersi contro un papa che gli aveva
traditi; ed i Ferraresi dal canto loro accecati da immenso odio
confondevano la chiesa coi Guasconi, alle di cui soverchierie erano
stati dal papa abbandonati. Improvvisamente presero le armi il 4 agosto
1317, scacciarono i Guasconi da Ferrara, che si rifugiarono in castel
Tealdo, ove furono assediati dagl'irritati cittadini, e costretti a
capitolare il giorno 15 dello stesso mese. I marchesi d'Este furono di
nuovo proclamati signori di Ferrara, e si affrettarono di entrare nella
lega ghibellina che sola poteva mantenerli nella loro signoria[36].

  [36] _Chron. Est. t. XV, p. 381. — Ann. Casen. t. XIV, p. 1137. —
  Joh. de Bazano Chron. Mutin._ _t. XV, p. 579. — Math. de Griffon
  Mem. Hist. t. XVIII, p. 138. — Cron. Misc. di Bologna p. 331, libro
  del polistore, t. XXIV, c. 9, p. 729._

Questa lega cercava in tal tempo di consolidarsi per mezzo di più
regolare organizzazione. In dicembre del 1318 adunossi in Soncino,
grossa borgata posta sulla riva dell'Oglio, una dieta de' principali
capi, ove Cane della Scala, signore di Verona, cui il valore e la
munificenza avevano fatto dare il nome di Grande, fu di comune
consentimento dichiarato direttore e capitano della lega de' Ghibellini
in Lombardia[37].

  [37] _Cortusiorum Hist. l. II, c. 15, t. XII, p. 803. — Tristani
  Calchi Hist. Patriae l. XXI, p. 472._

Mentre Cane, per giustificare la confidenza de' suoi alleati, assediava
Padova, che avrebbe espugnata, se, impensatamente attaccato dal conte di
Gorizia, non avesse dovuto ritirarsi[38], e che Marco Visconti
sorprendeva sotto Alessandria Ugo di Baux, che nella totale disfatta
della sua armata perdè la gloria e la vita[39], il papa, trovandosi in
Avignone al sicuro da tutti i rovesci de' suoi alleati, andava cercando
quale nuovo avversario potesse far insorgere contro i Visconti, che
mortalmente odiava. Un prelato, universalmente creduto suo figliuolo,
Bertrando del Poggetto, cardinale di san Marcello, arrivò in Italia
l'anno 1319 col titolo di legato. Egli aveva ordine di perseguitare
acremente i Ghibellini, che la corte d'Avignone non esitava di
risguardare come eretici. Bertrando, appena giunto in Asti, ordinò a
Matteo Visconti di presentarsi entro due mesi alla corte pontificia per
giustificarsi, se lo poteva, dalle accuse d'eresia ond'era aggravato;
gl'ingiungeva pure di richiamare i Milanesi esiliati, di sottomettersi
al re Roberto, vicario imperiale in Italia, e di rinunciare al governo
della sua patria[40].

  [38] _Gio. Villani l. IX, c. 98, e 118. — Cortusiorum Histor. l. II,
  c. 29, e c. 41. — Albertinus Mussatus Poema; seu de Gestis Ital. l.
  IX, X, XI._

  [39] _Gio. Villani l. IX, c. 100. — Guglielmi Venturæ Chron. Astense
  c. 100, t. XI, p. 258._

  [40] _Raynald. Ann. Eccles. 1320 § 10. — Galvan. Flamma Manip.
  Florum, c. 359._

La corte d'Avignone non era più diretta da religioso fanatismo, e lo
stesso legato, profanamente ambizioso pensava a tirar profitto dalle
guerre civili per formarsi una sovranità in Italia, non già per
sostenere colle armi la purità della fede, ed una religione
costantemente smentita da' suoi perduti costumi: e s'egli adoperava
contro i nemici le armi ecclesiastiche, lo faceva lusingato di fare
ancora qualche impressione sullo spirito del popolo; ma non ignorava che
i Visconti le avrebbero disprezzate, onde cercava più efficaci sostegni
alle sue sentenze.

Filippo di Valois, figliuolo di quel Carlo che un altro papa aveva
chiamato in Italia per sottomettere i Bianchi di Firenze, aveva
accettato con vivo trasporto una tale missione, mercè la quale sperava
di ottenere facile gloria e grandi ricchezze. Filippo, in allora nipote
del re di Francia al quale doveva in breve succedere, scese in Italia
col magnifico corteggio di sette conti, cento venti alfieri, e circa
seicento cavalli. Mille cinquecento cavalieri lo stavano aspettando in
Asti, ed altri mille mandati da Firenze e da Bologna si avanzavano per
incontrarlo. Carlo di Valois, padre di Filippo, il siniscalco di
Beaucaire, il re di Francia ed il re Roberto facevano pure sfilare
alcuni corpi di truppa verso la Lombardia; ma Filippo pensò che prima
del loro arrivo avrebbe potuto condurre a fine qualche gloriosa impresa,
e con circa due mila cavalli entrò nel paese nemico e s'accampò a
Mortara posta fra Tortona e Novara.

Ma non tardò ad accorgersi dell'imprudente sua marcia, quando per altro
non eragli più permesso di riparare al fallo in cui l'aveva strascinato
la sua presunzione. I due figli del signore di Milano Galeazzo e Marco
Visconti si avanzarono sopra di lui con forze assai maggiori, ed invece
di attaccarlo, gli chiesero un abboccamento. «La vostra posizione è
affatto disperata, essi gli dissero; voi vi trovate chiuso tra due
grandi fiumi, il Po ed il Ticino, circondato da città nemiche, e da
forze molto superiori alle vostre; onde dovete aspettarvi di essere
rotto in battaglia, o di perire di fame; ma noi siamo ben lontani dal
voler approfittare della vostra pericolosa situazione. Nostro padre fu
armato cavaliere dal vostro, onde dev'esservi tra di noi amicizia e
fraternità d'armi: ricevete dunque il pegno di quest'amicizia ereditaria
nei regali che vi offriamo, e più non v'immischiate negli affari
d'Italia.» Filippo accettò in fatti i magnifichi presenti che i Visconti
avevan fatti recare per lui e pei suoi consiglieri; poi parte per timore
ed in parte cedendo alla seduzione, invece di pensare a farsi strada
colla punta della spada, si ritirò vergognosamente in Francia dopo aver
aperti ai Ghibellini alcuni castelli, che Roberto gli aveva affidati. I
corpi d'armata che venivano a raggiugnerlo, rimasero esposti ad essere
separatamente attaccati e distrutti dai Visconti[41].

  [41] _Gio. Villani l. IX, c. 107 e 108. — Ann. Mediol. c. 92. —
  Chron. Asten. c. 101. — Bonincontri Morigiae Chron. Modetiens. l.
  II, c. 26. — Cronica Miscella di Bologna t. XVIII, p. 333._

Dopo la ritirata di Filippo di Valois, Raimondo di Cordone gentiluomo
aragonese, ch'erasi assai distinto nell'assedio di Genova, fu scelto da
Roberto e dal papa per comandare i Guelfi in Italia: ma intanto altre
vittorie dei Ghibellini assicuravano sempre più la potenza de' Visconti;
Vercelli dovette loro arrendersi nel 1321, ed il 5 gennajo del
susseguente anno Galeazzo Visconti entrò in Cremona per la breccia e
l'abbandonò al saccheggio.

Fin a quest'epoca il papa erasi lusingato di approfittare delle guerre
civili di Germania per disoggettare affatto l'Italia dall'impero, e
stabilire sopra di lei colle armi francesi una nuova autorità. Però
erano già otto anni passati da che era incominciato l'interregno di
Germania, ed in questi otto anni di confusione e di guerra civile,
l'autorità del papa invece di consolidarsi in Italia, pareva che andasse
declinando. Giovanni XXII non aveva mai voluto dichiararsi per alcuno
dei due canditati all'impero; sperava che, snervandosi vicendevolmente
colla guerra, avrebbe potuto obbligarli a riconoscersi dipendenti dalla
santa sede; e fors'anche, come ne corse allora la voce, pensava di
allontanarli un giorno ambedue, per disporre a suo arbitrio della corona
imperiale. Ma finalmente le vittorie de' Visconti gli fecero cambiare il
suo sistema di politica. Si volse dunque a Federico d'Austria, sul quale
conosceva di avere maggior credito che sopra Luigi di Baviera. Il
primogenito di Federico aveva sposata una sorella del re Roberto, e la
casa d'Austria erasi piuttosto mostrata favorevole ai Guelfi. Giovanni
XXII del 1322 promise a Federico di dichiararsi pel suo partito,
chiedendogli in contraccambio che facesse una diversione in suo favore.
Federico che sommamente desiderava l'appoggio del papa, spedì suo
fratello Enrico in Italia con mille cinquecento uomini d'armi[42].
Enrico d'Austria entrò in Brescia il giorno 11 d'aprile, ove fu
raggiunto dai fuorusciti delle città vicine, dai Torriani rifugiati in
Venezia, e da circa due mila volontarj.

  [42] _Sua lettera presso Raynaldo 1322. § 8._

Il Visconti trovandosi ad un tempo stretto da Raimondo di Cordone e dal
cardinale Bertrando che andava contro di lui rinnovando le scomuniche,
desiderava di evitare una battaglia col nuovo avversario suscitatogli
dal papa in Germania. Fece offrire ad Enrico ragguardevoli donativi
perchè sospendesse la marcia fino all'arrivo de' riscontri che aspettava
da Federico, cui aveva mandati degli ambasciatori. Faceva a questi
rappresentare che senza pretendere di farsi giudice tra i due candidati
all'impero, egli difenderebbe i diritti spettanti al vincitore. Ch'era
pronto a riconoscere Federico come suo superiore, _suzerain_, quando
venisse a prendere la corona a Monza: che allora gli aprirebbe le porte
di Milano, e l'accompagnerebbe co' suoi cavalli per tutta l'Italia: ma
che se egli stesso veniva spogliato dal papa e dal re Roberto, l'impero
più non potrebbe riavere ciò che gli si farebbe perdere; che la nuova
pretensione di Giovanni XXII di dare un vicario all'impero in tempo
dell'interregno, non era meno lesiva dei diritti di Federico, che di
quelli di Luigi; che quand'avrebbe stabilito un eguale diritto sopra
l'Italia, il papa lo stenderebbe subito alla Germania, e con tale
pretesto spoglierebbe in fine i due competitori per giugnere più
direttamente a' segreti suoi fini di dare a Roberto la corona
imperiale[43].

  [43] _Tristani Calchi Hist. Patr. l. XXII._

Federico, illuminato da queste considerazioni, scrisse a suo fratello
che lo vedrebbe con piacere ritirarsi dall'Italia, quando potesse farlo
senza vergogna. D'altra parte Enrico, arrivato a Brescia, chiese come
luogotenente del re de' Romani che la città riconoscesse la sua
autorità. Ma quello che comandava a Brescia per parte di Roberto, si
rifiutò, dichiarando che il suo padrone era il solo vicario in tempo
dell'interregno. Enrico offeso da tale rifiuto, e determinato di non
voler combattere per il solo vantaggio di Roberto, si ritirò senza aver
veduti i confini del territorio di Milano. Il 18 maggio del 1322 si pose
in cammino alla volta di Verona, ove fu magnificamente accolto da Cane
della Scala; talchè i capi del partito ghibellino erano sicuri del
favore dei due pretendenti[44].

  [44] _Jacob. Malvecius Chr. Brixian. D. IX, c. 58. — Gio. Villani l.
  IX, c. 142, 143. — J. D. Olenschlager. Geschichte del Rom. Kay. §
  40. — Raynald. Ann. Eccl. 1322, c. 9, 10._

In tal modo i Ghibellini di Lombardia attaccati nel loro proprio paese
dalla contraria fazione che aveva eguali forze, mentre lottavano al di
fuori colla superiore potenza del re di Napoli e colle ricchezze del
papa, riuscivano a far ritirare due ragguardevoli armate, venute dalla
Francia e dalla Germania per unirsi ai loro nemici: onde quando la loro
condizione sembrava peggiorare, acquistavano maggiore opinione con
inaspettate vittorie. Ma queste costanti prosperità erano in ispecial
modo dovute a Matteo Visconti, e dovevano avere con lui fine. Matteo,
chiamato il Grande, epiteto di cui il quattordicesimo secolo fu a molti
liberale, può risguardarsi come il più perfetto modello dei principi
d'Italia. Valoroso senza ostentazione, buon capitano senza per altro
aver talenti militari superiori al suo secolo, egli s'innalzò al di
sopra di tutti i principi suoi coetanei coi suoi talenti politici, colla
profonda conoscenza del cuore umano, degl'interessi e delle passioni di
tutti coloro ch'egli voleva maneggiare, colla sua calma in mezzo alle
agitazioni, colla sua prontezza nel risolvere e colla costanza nel tener
dietro al suo scopo, colla sua destrezza nel fingere, talvolta
nell'ingannare, col suo talento di saper predominare gli opposti
caratteri e gli spiriti indomabili. Nella prima epoca della sua
grandezza, avanti la fine del secolo terzo decimo, erasi imprudentemente
abbandonato all'orgoglio che gl'ispirava il sentimento della propria
potenza, aveva offesi i principi suoi vicini, e disgustati i popoli da
lui governati; onde la sua caduta l'anno 1302 fu una conseguenza de'
suoi errori. Ma un esilio e un avvilimento di nove anni avevano
sviluppato in lui tutte le qualità di un capo di parte, e insegnatogli
l'arte di sapersi moderare. Dopo che, l'anno 1311, la venuta d'Enrico
VII in Milano gli aveva dato il modo di riprendere la sovranità, l'aveva
conservata undici anni, senza che i popoli indocili ch'egli si era
assoggettati dassero il più piccolo segno di malcontento per la ruinosa
guerra in cui gli aveva strascinati, senza che gli si ribellasse una
sola delle città conquistate, senza che le scomuniche della chiesa, da
cui era frequentemente colpito, smovessero la coscienza di un solo de'
suoi servitori, senza che andasse a male in sua mano una sola della sue
negoziazioni. Matteo Visconti non era un uomo virtuoso; ma la di lui
riputazione, di cui si prendeva estrema cura, non era macchiata da verun
delitto, da veruna perfidia: non era sensibile, nè generoso, ma non gli
si potevano nemmeno rimproverare crudeltà. I suoi quattro figli, i
migliori capitani de' tempi loro, erano quasi parti di lui medesimo; ne
dirigeva egli stesso tutti i movimenti, e soltanto la sua morte fece
conoscere quali caratteri intolleranti, indomabili aveva saputo piegare
all'ubbidienza. Finalmente Matteo era giunto ad un'avanzata
vecchiaja[45], quando un subito cambiamento del suo carattere fu il
presagio della sua morte e delle rivoluzioni che dovea cagionare.

  [45] Il Villani dice novant'anni, _l. IX, c. 144_: però gli storici
  milanesi lo fanno morire di settantadue.

Erano omai più di vent'anni che Matteo Visconti trovavasi in guerra
colla chiesa, e doveva in gran parte l'attaccamento de' suoi partigiani
al loro odio per il governo de' preti; era egli stato più volte
scomunicato, e recentemente, il 14 gennajo di questo stesso anno, il
cardinale del Poggetto con tre giudici inquisitori avevalo condannato
come eretico sulla pubblica piazza di Asti, dichiarandolo empio,
colpevole, nemico di Dio e del nome cristiano[46]. Matteo aveva sempre
con dignitosa calma respinti questi violenti attacchi; aveva protestato
essere pura la sua fede, indipendente il suo principato; aveva risposto
che sottometteva la sua coscienza alla chiesa, ma non il suo governo ai
preti, ed aveva mostrato di accarezzare l'opinione de' cattolici nello
stesso tempo che combatteva il papa. Tutt'ad un tratto sorpreso da un
rimorso, si vide con estremo turbamento sull'orlo del sepolcro involto
in una sentenza che condannava la sua anima agli eterni tormenti;
dimenticando l'esperienza che aveva fatto della politica affatto mondana
del papa, e le regole dietro le quali erasi egli stesso condotto, ad
altro più non pensò che ad involarsi all'inferno che sembravagli aprirsi
sotto i suoi passi. Tra i Milanesi più ben affetti alla chiesa scelse
dodici ambasciatori che mandò al legato, per chiedere di trattare con
lui, e per sapere a quali condizioni potrebbe ottenere l'assoluzione de'
suoi peccati, e far levare l'interdetto dagli stati da lui governati. Il
cardinale Bertrando, cui le sofferte sconfitte non avevano niente tolto
della sua arroganza, domandò che i Visconti richiamassero a Milano tutti
gli esiliati, loro restituendo i proprj beni, e rinunciassero alla
sovrana autorità. Matteo esaminò queste proposizioni, che avrebbero
interamente minata la sua famiglia, le comunicò al consiglio della
città, e da tale istante mancò l'incantesimo con cui aveva governato lo
stato; sentì ognuno che le lunghe guerre in cui vedevasi impegnato, che
i pericoli cui esponeva la sua anima e tutti i suoi beni temporali, non
avevano altro oggetto che la difesa di una famiglia ambiziosa ch'erasi
usurpata l'autorità sovrana nella repubblica. Un vivo desiderio della
pace s'impadronì degli spiriti: ma Galeazzo, il figliuolo primogenito di
Matteo, che, avendo avuto sentore di tale trattato, era sollecitamente
ritornato da Piacenza, si oppose con tanta forza alle ruinose
concessioni cui rassegnavasi il padre, che, non potendo Matteo fare
scelta tra gl'interessi di sua famiglia e quelli del cielo, rinunciò la
sovranità in mano del figliuolo, ad altro più non pensando che a rendere
la pace alla sua coscienza; e fu veduto ne' pochi giorni che sopravvisse
frequentare soltanto le chiese, e tra le pratiche divote ripetere il
simbolo della fede, e chiamare i fedeli in testimonio della sua
ortodossia. Essendo stato a visitare la chiesa di Monza, cui aveva reso
il suo tesoro lungo tempo impegnato, cadde infermo, e morì fuori di
Milano (in Crescenzago) il 22 giugno del 1322; ma non si propalò nè la
morte, nè il luogo in cui fu sepolto, perchè non fossero sparse al vento
le sue ceneri, come avealo ordinato il papa[47].

  [46] _Trist. Calchi Hist. l. XXII. — An. Eccles. 1322, § 5. — Chron.
  Astense, c. 105, p. 260._

  [47] _Trist. Calchi Hist. Pat. l. XXII. — Bonincontri Morigiae
  Chron. Modoet. l. III, c. 2._

Galeazzo si adoperava per farsi molti partigiani nella città e
nell'armata finchè non si conosceva la morte del padre; e quando non
potè più celarla, trovossi abbastanza forte per prendere egli stesso il
titolo di capitano generale; ed il suo credito venne subito assodato
dalla vittoria che Marco Visconti, suo fratello, riportò il 6 di luglio
al ponte di Basignano sopra Raimondo di Cardone e le truppe della
chiesa[48].

  [48] _Gio. Villani l. IX, c. 158. — Bonincontri Morigiae Chron.
  Modoet. l. II, c. 27._

Ma gli spiriti ardenti ed inquieti che Matteo Visconti aveva calmati
colla sua destrezza, o compressi coll'autorità, si abbandonarono a tutta
la violenza delle loro passioni. Eravi in Piacenza un gentiluomo
ghibellino detto Vergusio Landi, cui Galeazzo Visconti, avendone sedotta
la consorte, esiliò per non trovarsi esposto alla sua vendetta. Landi
rifugiatosi presso i Guelfi, erasi guadagnata la loro confidenza: ed
avendoli impegnati ad ajutarlo nella sua vendetta, con quattrocento
cavalli che gli affidò il legato, trovò modo d'introdursi in Piacenza il
giorno 9 di ottobre, di far ribellare la città e di riconciliarla colla
chiesa e colla parte guelfa[49]. Nello stesso tempo i negoziatori, che
Matteo Visconti aveva spediti al legato, e che dopo la di lui morte
vedevano perduta ogni speranza di pace, andavano esacerbando il popolo
contro una famiglia che dicevano ambiziosa ed empia, la quale per
conservare la sua tirannide sopra una città libera esponeva ogni giorno
la vita dei cittadini al ferro de' nemici, l'onore delle loro mogli e
de' loro figli alla brutalità de' soldati, i loro beni al saccheggio, le
anime loro ai tormenti dell'inferno. Assicuravano che il papa ed il
legato erano affezionati alla città di Milano, ed altro non desideravano
che di ritornarla libera, essendo disposti ad assecondare gli sforzi che
farebbero i cittadini per ottenere così glorioso intento. Lodrisio
Visconti, parente di Galeazzo, valoroso e caro ai soldati, ma inquieto e
geloso, riscaldava egli stesso i faziosi. La ribellione scoppiò
finalmente in Milano il giorno 8 novembre del 1322, gridandosi per le
strade _pace e viva la chiesa!_ La cavalleria tedesca, cui Galeazzo non
aveva da più mesi pagato il soldo, si unì ai cittadini; e Galeazzo che
in tre diversi quartieri della città volle opporsi ai sediziosi coi
soldati rimasti fedeli, fu tre volte vinto, e per ultimo costretto ad
abbandonare la città in cui aveva regnato[50].

  [49] _Gio. Villani l. IX, c. 176. — Chron. Plac. t. XVI, p. 493. —
  Chron. Astens. t. XI, c. 109._

  [50] _Gio. Villani l. IX, c. 179. — An. Anon. Med. t. XVI, c. 95. —
  Galvan. Flamma Manip. Flor. c. 361. — Georgii Merulae Hist. Mediol.
  l. I, p. 77, t. XXV, Rer. Ital. — Boninc. Morigiae Chr. Modoet. l.
  III, c. 7. — Trist. Calc. l. XXII._ — Colla narrazione di questi
  avvenimenti il Calchi termina la sua storia.

Il governo dei Visconti diede luogo ad una nuova repubblica milanese,
non però amministrata dal popolo come ne' gloriosi tempi dell'antica
repubblica; tutto il potere rimase concentrato in pochi nobili, che
avevano preparata la rivoluzione, ed in alcuni capi di truppe mercenarie
i quali avevano tradito il loro antico signore. Gli uni e gli altri
erano da lungo tempo attaccati al partito ghibellino, e non seppero
risolversi ad abbandonarlo interamente; i della Torre non furono
richiamati, ed il governo, incerto tra i Visconti ed il cardinale
legato, non si consolidò. Galeazzo, ch'erasi ritirato a Lodi, ingrossava
la sua truppa; Ladrisio, rimasto nel consiglio di Milano, era già
pentito d'aver abbassata la propria famiglia, e comperava a prezzo d'oro
que' Tedeschi che aveva prima sedotti acciò che abbandonassero Galeazzo,
perchè nuovamente tornassero al suo servigio. Avvisava questi
frequentemente de' progressi che andava facendo, ed il 12 dicembre gli
aprì una delle porte; Galeazzo entrò arditamente nella città dalla quale
era stato scacciato trentaquattro giorni avanti: la scorse da uno
all'altro lato alla testa della sua cavalleria, e fecesi di nuovo
proclamare signore e capitano generale. Coloro che avevano diretta la
rivoluzione, abbandonarono la città, e si recarono presso al legato[51].

  [51] _Gio. Villani l. IX, c. 182. — Pauli Jovit. Galeacius I
  princeps III. Ap. Graevium t. III, p. 285._

In sul cominciare del 1323 l'armata guelfa che aveva ricevuto rinforzi
da tutte le repubbliche toscane, e dai principi guelfi della Lombardia,
si avanzò per assediare Milano. In due battaglie date una il 23 febbrajo
del 1323 al passaggio dell'Adda, l'altra il 19 aprile a Garazzuolo, fu
disfatto Marco Visconti, il miglior capitano dei fratelli Visconti[52];
le città di Tortona e di Alessandria aprirono le porte al legato, e
riconobbero l'autorità del re Roberto. In pari tempo i Guelfi, assediati
in Genova, sorpresero il 17 febbrajo i Ghibellini ne' sobborghi,
scacciandoli con uccisione di molta gente[53]. Nel mezzodì dell'Italia
gli affari de' Ghibellini erano ancora in peggiore stato, perchè il
conte di Montefeltro che veniva riconosciuto per sovrano in Urbino,
Osimo e Recanati, era stato improvvisamente sorpreso e massacrato col
figliuolo in un ammutinamento del popolo il 26 aprile del precedente
anno[54], i suoi partigiani avviliti affatto, le città d'Assisi, Urbino
ed Osimo cadute in potere de' Guelfi, quella di Recanati abbruciata e
distrutta sotto l'assurdo pretesto che vi si adoravano gl'idoli, e per
ultimo i superstiti figliuoli del conte erano caduti in mano de' loro
nemici, tranne un solo ch'erasi rifugiato a san Marino[55]. Da ogni
banda la sorte della guerra sembrava nemica ai Ghibellini, minacciati
omai d'un totale esterminio, quando tre ambasciatori di Luigi di Baviera
entrarono in Italia. Presentaronsi questi in aprile al legato, che
allora trovavasi a Piacenza, intimandogli di desistere dal recare
molestia al signore della città di Milano il quale era dipendente
soltanto dall'impero[56]. Il legato rinfacciò agli ambasciatori di
prendere le difese di un eretico, e di turbare la chiesa ne' suoi
diritti, e poche settimane dopo incaricò Raimondo di Cardone
dell'assedio di Milano[57]. Ma non tardò a sentire che l'intervento di
un imperatore aveva bastato per restaurare gli affari de' Ghibellini:
gli ambasciatori eransi gettati in Milano con quattrocento cavalli;
dietro loro ordine i signori di Verona, di Mantova, di Ferrara mandarono
ai Visconti cinquecento cavalli; ed inoltre cinquecento Tedeschi che
servivano nell'armata guelfa, vedendo sventolare le bandiere imperiali
sulle mura di Milano, entrarono in città per unirsi ai loro
compatriotti. Raimondo di Cardone indebolito dalla loro diserzione e
dalle malattie che si erano manifestate nel suo campo, il 23 luglio del
1323 abbandonò l'assedio di Milano e si ritirò a Monza[58].

  [52] _Gio. Villani l. IX, c. 189 e 197._

  [53] _Ivi c. 186._

  [54] _Ivi c. 139._

  [55] Questo castello fabbricato in cima alla più alta montagna della
  Romagna, era già libero, e governavasi a comune, ma era alleato de'
  Ghibellini e di Speranza di Montefeltro, cui diede asilo. _Mel.
  Delfico Mem. Stor. della repub. di san Marino, p. 97._

  [56] I conti di Neyssen, Fruhendingen, e Graifspach. _Olenschlager
  Geschich. § 44, p. 119._

  [57] _Gio. Villani l. IX, c. 194._

  [58] _Chron. Asten. c. 112_, ed ultimo. — _Galvan. Flammæ Man.
  Flor., c. 362. — Georgii Merulæ Hist. Mediol. l. I, p. 85. —
  Bonincontri Morigiæ Chr. Modoetianæ l. III, c. 21._

Luigi di Baviera poteva finalmente pensare alle cose dell'Italia, cui i
due concorrenti all'Impero non avevano fino allora preso parte. Amendue
abbandonati dalla nobiltà che gli aveva eletti, non avevano potuto
commettere la decisione dei loro diritti alla sorte delle armi: e
sebbene del 1315 si fossero trovati a fronte nelle vicinanze di Spira,
eransi separati senza battaglia. La più importante zuffa della guerra
civile in Germania era stata quella degli Svizzeri de' tre primi cantoni
a Morgarten, ove disfecero il duca Leopoldo, fratello di Federico
d'Austria. Nel 1320 la Baviera fu in modo saccheggiata dagli Austriaci,
che Luigi fu in procinto di comperare la pace colla rinuncia
all'Impero[59]. Finalmente il 28 settembre del 1322 i due imperatori
eletti incontraronsi a Muhldorf. Luigi ed il suo alleato il re di Boemia
avevano adunate tutte le loro forze; Federico per lo contrario non aveva
ancora ricevuti i rinforzi che gli conduceva suo fratello Leopoldo dalla
Svevia e dall'alto Reno. La battaglia incominciò al levare del sole, e
durò dieci ore. Siccome le due armate erano quasi composte di sola
cavalleria, si combatteva coll'ordine e la regolarità d'un torneo. Dopo
una carica impetuosa, ogni armata riordinavasi in battaglia per fare
dopo breve intervallo una carica non meno violenta. Ma in questo
terribile torneo che doveva decidere del destino d'un Impero, si sparse
un fiume di sangue, avendovi perduta la vita quattro mila cavalieri.
Finalmente gli Austriaci furono rotti compiutamente, e Federico e suo
fratello Enrico fatti prigionieri. Il primo fu mandato nel forte di
Trausnitz nell'alto Palatinato ed Enrico ceduto al re boemo che col suo
valore aveva decisa la battaglia[60].

  [59] _Olenschlager Gesch. des Rom. Kaiserthums § 41, p. 109._

  [60] _Gio. Villani l. IX, c. 173. — Epitome Rer. Brem. R. P.
  Bohuslao Balbino, l. III, c. 17. — Olenschlager Geschichte des Rom.
  Kays. § 42. — Schmidt Hist. des Allem. l. VII, c. 5._

Dopo questo fatto, Luigi di Baviera cominciò a governare l'Impero come
solo legittimo sovrano. In una grande dieta, tenuta a Norimberga
pubblicò una bolla per istabilire la pace, abolì i pedaggi che si
esigevano in tempo della guerra, dispose dei feudi rimasti vacanti,
diede a suo figliuolo il margraviato di Brandeburgo; finalmente volgendo
i suoi sguardi all'Italia, pensò a proteggere in questa contrada coloro
che da lungo tempo eransi eretti campioni dei diritti imperiali.

Luigi di Baviera aveva partecipata la sua vittoria di Muhldorf a
Giovanni XXII, il quale non essendosi fin allora dichiarato a favore
d'alcuno dei due rivali, gli rispose amichevolmente. «Abbiamo ricevuto,
mio caro figlio, le lettere dell'eccellenza tua, le abbiamo
ponderatamente lette, ed uditi ancora i circostanziati racconti fattici
dal portatore. Abbiamo notato con quanta umiltà e prudenza tu
attribuisci al padrone delle battaglie la vittoria di fresco ottenuta
sul tuo competitore. Abbiamo pure osservato che ti sei comportato con
estrema umanità verso di lui nell'istante in cui fu fatto prigioniere e
dopo che tu lo tieni cattivo: noi ti esortiamo a perseverare nella
stessa condotta.... Rispetto al trattato di pace e di concordia fra te e
lui, ci offriamo di occuparcene, e lo faremo ben tosto quando ci avrai
fatte conoscere le tue intenzioni[61].»

  [61] Lettera di Giovanni XXII 15 _cal. januarii_. _Raynald. 1322, §
  15._

(1323) Ma allorchè il papa venne a sapere che Luigi aveva mandati
soccorsi a Galeazzo Visconti, e costretto Raimondo di Cardone a levare
l'assedio di Milano, si abbandonò alla più violenta collera. Determinato
d'intentare un processo contro il re de' Romani, ricorse per dargli un
titolo alla più strana pretensione. Asserì contro l'evidenza di tutti i
secoli e di tutte le storie, «che la santa sede era amministratrice
dell'Impero in tempo dell'interregno, che il solo papa era giudice tra i
due competitori; che l'esame del candidato, la sua approvazione, la sua
ammissione, o la sua ripulsa e riprovazione, erano di esclusiva
pertinenza della sede apostolica; e che fin tanto che il papa non avesse
approvato o rigettato l'uno o l'altro competitore, non esisteva ancora
verun re de' Romani, e non era altrui permesso di assumerne il
titolo[62]». Onde creò a Luigi di Baviera altrettanti delitti, quanti
erano gli affari da lui trattati come re de' Romani. «Era, diceva egli,
una grave offesa verso Dio, un manifesto ed ingiurioso disprezzo della
chiesa romana l'avere assunta l'amministrazione dell'Impero, l'avere,
sotto titolo reale, ricevuto in Germania ed in alcune parti d'Italia un
giuramento di fedeltà, l'aver disposto delle dignità e degli onori
imperiali, e tra questi del marchesato di Brandeburgo; finalmente
d'avere osato di proteggere e difendere i nemici della chiesa romana,
specialmente Galeazzo Visconti ed i suoi fratelli, sebbene condannati da
giudici competenti per delitti d'eresia con sentenza definitiva[63]».

  [62] Sentenza di Giovanni XXII contro Luigi di Baviera. _Raynald.
  1323, § 30. — Gio. Villani l. IX, c. 226._

  [63] _Raynald. 1323, § 30._

In conseguenza l'otto ottobre del 1323 il papa fece affiggere alle
chiese d'Avignone una sentenza contro Luigi di Baviera, con cui, sotto
pena di scomunica, gli veniva ordinato di dimettersi, entro tre mesi, da
qualsiasi amministrazione dell'Impero: amministrazione che egli non
potrebbe riassumere finchè la sua elezione non fosse approvata dalla
sede apostolica. Gli fu nello stesso tempo ordinato d'annullare, per
quanto da lui dipendeva, tutti gli atti precedentemente fatti come re
de' Romani, e proibito a tutti gli ecclesiastici sotto pena di
sospensione, a tutti i laici sotto pena di scomunica e d'interdetto, di
ajutare in verun modo Luigi di Baviera, o di ubbidirlo nell'esercizio
delle funzioni ch'egli si arrogava come re de' Romani.

Il papa si accontentò di far affiggere tale sentenza alle porte delle
chiese d'Avignone senza farle notificare a colui contro del quale erano
state fatte. Non pertanto se n'ebbe tosto sentore in Germania[64]; e
saputolo Luigi, spedì tre deputati alla santa sede, per sapere i motivi
della sua condanna, e chiedere un più lungo termine dell'accordato.
Intanto il monarca passò a Norimberga, ove alla presenza di notaj e di
testimonj confutò ogni imputazione fattagli dalla corte pontificia.
Dichiarò che dopo essere stato nominato re de' Romani dagli elettori con
grande maggiorità di suffragi, dopo avere ricevuta la corona imperiale
ad Aquisgrana, egli trovavasi in possesso di tutte le prerogative
imperiali in conformità al diritto costantemente riconosciuto in ogni
tempo, e senza che vi fosse bisogno dell'approvazione della santa sede.
Soggiunse di non saper capire come presentemente s'intentasse contro di
lui un'azione per avere assunto il titolo di re dei Romani mentre che
già da dieciotto anni, epoca della sua elezione, aveva sempre, anche
nelle lettere dirette alla santa sede, fatto uso di questo titolo, senza
che alcuno lo trovasse incompetente. Protestava che, se aveva preso a
difendere Galeazzo Visconti, non era già per proteggere un eretico, ma
perchè il Milanese dipendeva immediatamente dall'Impero; e perciò a
questa provincia aveva mandato soccorsi, in conformità degli obblighi
che gl'imponeva la sua dignità, quando il suo territorio fu invaso a
mano armata. Per ultimo ritorse contro lo stesso papa la colpa di
proteggere gli eretici, perchè Giovanni XXII non aveva voluto esaminare
l'accusa portata al suo tribunale contro i frati Minori d'avere rivelato
il segreto della confessione. Per tutte queste cause Luigi appellò della
sentenza del papa al giudizio di un prossimo consiglio, di cui chiese
l'adunanza, ed al quale promise di personalmente intervenire[65].

  [64] _Olenschlager Geschichte des Rom. Kaiserth. § 47, p. 124._

  [65] Apologia di Luigi di Baviera. _Presso Raynald. 1323, § 4._

Prima che quest'appello fosse noto alla corte d'Avignone, gli
ambasciatori di Luigi ottennero dal papa una dilazione di due mesi per
trattare la sua causa. Ma questa dilazione in tempi in cui le poste non
erano per anco stabilite, appena bastava per portarne la notizia da
Avignone in fondo alla Baviera, e per riaverne il riscontro. Perciò
Luigi in un manifesto che sparse per tutta la Germania, protestò che il
termine accordatogli era troppo breve, perchè potesse presentarsi in
persona e giustificarsi. Dichiarava di essere e di voler essere il
protettore della chiesa e della religione cristiana; ch'era disposto a
sottoporsi umilmente alle correzioni della prima, se aveva verso di lei
mancato ai proprj doveri; ma che nello stesso tempo riguardavasi come
specialmente incaricato di difendere i diritti e l'onore dell'Impero;
onde non soffrirebbe che venissero lesi in verun modo[66].

  [66] _Raynald. An. Eccles. 1314, § 4._

D'altra parte quando il papa vide l'appello del re de' Romani al
concilio, e la protesta, fulminò subito contro di lui la scomunica. Il
22 marzo del 1324 dichiarò in pieno concistoro, che Luigi di Baviera era
caduto sotto le pene della scomunica, e vietava a tutti i fedeli di
avere con lui veruna relazione[67]. Per altro gli assegnava altri tre
mesi a presentarsi alla corte papale e giustificarsi. Ma perchè entro
quest'ultimo termine Luigi non comparve, e non depose il titolo di re
de' Romani, il papa, con una nuova bolla datata l'undici di luglio,
annullò tutti i diritti che il suffragio degli elettori potesse aver
dato al duca di Baviera, e lo dichiarò per sempre incapace
dell'Impero[68].

  [67] _Ib. § 13. Gio. Villani l. IX, c. 241. — Olenschlager
  Geschichte § 51, p. 133._

  [68] _Raynald. An. § 21, p. 262. — Gio. Villani l. IX, c. 264._



CAPITOLO XXX.

      _Principj di Castruccio Castracani. — Rivoluzioni nelle
      repubbliche di Toscana. — Tirannia dell'abate di Pacciana a
      Pistoja. — Rotta de' Fiorentini ad Altopascio._

1320 = 1325.


Gl'Italiani più non credevano che la Lombardia potesse sottrarsi ad un
governo dispotico. Sebbene i principi che la governavano non fossero
riconosciuti legittimi, più non si pensava all'oppressione ed alla
schiavitù del popolo di cui avevano usurpati i diritti. Ma le città
della Toscana che sempre si consideravano come libere, avevano quasi
tutte conservato l'intero godimento degli antichi loro privilegi;
tenevano gli occhi aperti sulla loro indipendenza con quella stessa
gelosia che formava il carattere dei popoli dell'antichità; e l'odio che
nudrivano pel governo d'un solo, era reso più forte dallo spettacolo
della vicina tirannide.

In Toscana confondevasi la causa dei Guelfi con quella della libertà.
Firenze, Siena, Perugia e Bologna trovavansi da questo doppio interesse
collegate in istrettissima alleanza. Bologna per le sue relazioni
politiche e per la forma del suo governo risguardavasi come appartenente
alla Toscana, benchè posta fuori de' suoi confini. Pistoja, Prato,
Volterra, Samminiato ed altre minori città seguivano la medesima
fazione, ed eransi unite alla stessa lega. Pisa ed Arezzo conservavansi
fedeli ai Ghibellini: la prima libera, l'altra ubbidiente al suo vescovo
Guido Tarlati, uno de' signori di Pietramala. Tutte le città della
Romagna erano schiave di piccoli tiranni, attaccati alla parte
ghibellina; i Malatesti governavano Rimini, gli Ordelaffi Forlì,
Francesco di Manfredi Faenza, Guido da Polenta Ravenna. Ma in mezzo di
questo apparente equilibrio tra le forze delle opposte fazioni, erasi in
Lucca innalzato alla testa del partito ghibellino un uomo che univa
l'accortezza e la dissimulazione al valore ed alle più rare virtù
militari; che aveva l'arte di farsi temere dal popolo ed amare dai
soldati; che sapeva dare il giusto valore all'odio impotente che poteva
disprezzare, all'amicizia ed al favore che gli era utile di acquistare;
e che tenevasi sempre padrone di nuocere senza provocare la vendetta, di
abbandonarsi all'amicizia, senza arrischiare di essere tradito.
Quest'uomo era Castruccio Castracani, signore o tiranno di Lucca.

Nell'istante medesimo in cui Uguccione e Neri della Fagiuola erano stati
scacciati da Pisa e da Lucca, gli abitanti di quest'ultima città, che
riconoscevano da Castruccio la loro liberazione da un giogo straniero,
lo nominarono capitano annuale delle loro milizie, e lo riconfermarono
tre anni consecutivi. Castruccio, uscito dalla famiglia ghibellina degli
Interminelli, era stato molto tempo in esilio per la fazione de' suoi
antenati; nel suo esilio aveva avuta opportunità di militare sotto molti
capi della stessa fazione in Lombardia; ed il trionfo della sua fazione
non gli stava meno a cuore del proprio innalzamento. L'anno 1320,
assicuratosi il favore popolare, fece esiliare da Lucca gli avvocati e
tutta la parte guelfa, indi si presentò al senato domandando il supremo
potere. Di duecento dieci suffragi ne ebbe duecento nove di favorevoli,
ed il suo innalzamento alla signoria fu quasi con perfetta unanimità
confermato dal popolo[69].

  [69] _Beverini Ann. Lucenses p. I, l. VI._ Per istudiare
  quest'epoca, la più bella della storia di Lucca, approfittai di due
  preziosi MS. conservati negli archivj lucchesi. Contiene il primo la
  storia di Giovanni Ser Cambi, lucchese, che dovrebbe essere morto
  del 1409. La seconda parte di questa storia dal 1400 al 1409 si
  pubblicò nella grande collezione degli storici d'Italia _l. XVIII_.
  Ma il Muratori non ebbe copia della prima. Il manoscritto è
  correttissimo, legato in 4.º ed ornato di miniature. Non essendovi
  numeri di pagine nè di capitoli, non ho potuto citarli: altronde Ser
  Cambi, di cui dovremo parlare altrove, è un mediocre storico che
  merita poca confidenza. L'altro MS. è intitolato _Ann. Bartholomei
  Beverini, ab origine Urbis Lucae, 3. vol. in foglio_. Ma avendo il
  Beverini scritte le sue storie dopo il 1648 (vedasi _l. VII, p.
  934_) non può risguardarsi come una fonte storica; ma egli aggiunse
  a Ser Cambi, che aveva tra le mani, tutti i titoli e documenti della
  repubblica conservati nel miglior ordine negli archivj dello stato.
  È scrittore erudito, e buon critico quando non viene traviato dalla
  sua parzialità per Lucca. L'antico governo non aveva permessa la
  pubblicazione di questa storia elegantissimamente scritta in latino.

La sovranità di Lucca non era per Castruccio che un primo passo verso la
grandezza cui aspirava. La sua alleanza coi Ghibellini di Lombardia, e
la stretta amicizia che lo univa alla famiglia Visconti, lo chiamava a
prendere parte alla guerra che guastava il nord dell'Italia; e solo per
mezzo della guerra egli ben vedeva di potere innalzarsi a quell'alto
grado di potenza per cui sentivasi fatto. Era Lucca una ricca e
commerciante città, sebbene minore di Firenze. Le gabelle delle sue
porte davano grandi profitti allo stato, che Castruccio accrebbe con
un'estrema economia. I cittadini, orgogliosi di aver avuto parte alla
vittoria di Montecatini, eransi affezionati alle armi, ed il loro
principe aveva saputo disciplinarli ricompensando le fatiche degli
esercizj militari con premj e distinzioni d'onore. La campagna veniva
coltivata da una robusta e coraggiosa razza di montanari che dava
eccellenti soldati. Le castella degli Appennini, quelli della Varsilia e
della Lunigiana appartenevano a gentiluomini ch'eransi in gioventù
esercitati nelle piraterie di mare e di terra. Castruccio gli unì presso
di lui; chiamò pure alla piccola sua corte gli esiliati e gli
avventurieri che andavano errando d'una in altra città in traccia di
battaglie e di piaceri. Il valore era per Castruccio la prima virtù, che
premiava colla gloria e colla licenza; ma in pari tempo aveva
l'accortezza di assoggettare alla disciplina coloro che scioglieva dalle
regole della morale.

In tal modo avendo Castruccio lentamente formata la sua armata, ebbe
opportunità di entrare in campagna in occasione della spedizione in
Italia di Filippo di Valois. Le repubbliche guelfe che da tre anni
trovavansi con lui in pace, avevano mandati mille cavalli al principe
francese perchè potesse attaccare Matteo Visconti. I Ghibellini
risguardarono la marcia di questa truppa come una violazione della pace
di Toscana, e perciò i Pisani spedirono alcuni soccorsi a
Castruccio[70], il quale s'impadronì del ponte della Gusciana, fiume
paludoso, che divide la pianura di Val di Nievole e dello stato lucchese
dalla Val d'Arno fiorentina; e per questo passaggio entrò
improvvisamente nel territorio di Firenze, occupando tre castella
abbastanza forti, Cappiano, Montefalcone e santa Maria a Monte, e
guastando il territorio di val d'Arno di sotto. Tornando tosto addietro
attraversò lo stato di Lucca per avvicinarsi a Genova assediata dai
Ghibellini, e s'impadronì di molte terre della Garfagnana, della
Lunigiana e della riviera di Levante[71]. I Fiorentini che a vicenda
erano penetrati nella Val di Nievole, richiamarono Castruccio a
difendere il proprio stato: ma le due armate divise dalle paludi si
stettero osservando finchè l'inverno le sforzò a ritirarsi[72].

  [70] _Gio. Villani l. IX, c. 104. — Bever. An. Luc. p. I, l. VI, p.
  754._

  [71] _Gio. Villani l. IX, c. 109. — Leon. Aretinus. l. V._

  [72] _Gio. Villani IX, c. 112. — Beverini An. Lucens. l. VI, p.
  758._

Nel susseguente anno (1321) volendo i Fiorentini attaccare Castruccio da
due lati, si collegarono col marchese Spinetta Malaspina, che il signore
di Lucca aveva spogliato de' suoi feudi in Lunigiana, e gli mandarono un
corpo di truppe, mentre con un'altra armata assediavano Montevetturini
all'estremità della Valle di Nievole. Tutti i vassalli del marchese
presero le armi pel loro signore; ma quando l'una o l'altra armata volle
entrare nello stato di Lucca, essendo ogni villaggio fortificato, e
tutti gli uomini soldati quando trattavasi di difendere la propria
terra, ogni miglio di terreno costava un assedio o una battaglia.
Intanto Castruccio veniva soccorso dai Ghibellini di Milano, di
Piacenza, di Parma, di Pisa e d'Arezzo; e formava un'armata di mille
seicento cavalli che univa alla sua infanteria. Ben tosto obbligò il
capitano fiorentino a levare l'assedio di Montevetturini, saccheggiò
venti giorni l'aperta campagna di Val d'Arno, di cui aveva libero
l'ingresso; indi tornò in Lunigiana a riconquistare le castella che gli
aveva tolto il marchese Spinetta[73].

  [73] _Gio. Villani l. IX, c. 124. — Beverini An. Lucenses l. VI, p.
  759._

Quando Castruccio ebbe, col soccorso degli alleati ghibellini, riportati
questi vantaggi, si mostrò disposto ad abusarne, rendendosi ingrato ai
Pisani, cui andava in parte debitore de' suoi successi. Il conte
Renieri, o Nieri della Gherardesca, che i Pisani avevano fatto capitano
delle loro milizie dopo la morte di suo nipote, aveva abbandonato il
partito democratico, al di cui favore la sua famiglia andava debitrice
d'ogni suo innalzamento, e si era unito ai nobili, perpetui nemici de'
suoi antenati[74]. L'odio delle due fazioni plebea e patrizia, che da sì
lungo tempo teneva divisa la repubblica, era cresciuto a dismisura, ed
un nuovo demagogo, Coscetto del Colle, subentrando al Gherardesca, erasi
fatto capo de' plebei. Finalmente il furore del popolo, lungo tempo
compresso, scoppiò in maggio del 1322, ed i due partiti si batterono due
giorni con estremo accanimento. Coscetto del Colle, fatto prigioniere,
fu dal conte condannato a morte mentre quindici capi delle tre grandi
famiglie Gualandi, Sismondi e Lanfranchi furono dal popolo esiliati, e
spianate le loro case. Frattanto fu recata a Pisa l'improvvisa notizia
che Castruccio, avuto avviso della loro zuffa, avanzavasi con tutte le
sue forze per sorprendere la città. Le due fazioni si riconciliarono
subito per resistere all'assalitore, ed il signore di Lucca trovò contro
ogni sua aspettazione chiuse le porte e le mura coperte di soldati[75].
La sedizione contro il conte Nieri di cui egli era stato testimonio,
fecegli sentire quanto la potenza di un signore sia poco sicura finchè
si appoggia soltanto al favore popolare, ed appena tornato a Lucca,
gettò i fondamenti di una fortezza che chiamò l'_Augusta_, o la _Gusta_,
dalla quale signoreggiava tutta la città[76]. I territorj di Lucca e di
Firenze non confinavano tra di loro che in Val d'Arno di sotto, e colà i
Fiorentini avevano afforzato Fucecchio, Castelfranco e Santa Croce, ove
tenevano molta cavalleria per opporsi alle scorrerie delle truppe
lucchesi. Invece di continuare i suoi attacchi da questa banda,
Castruccio si volse bruscamente contro il territorio di Pistoja. Per la
Valle di Nievole di cui era padrone, egli poteva egualmente penetrare
nel piano e nella montagna pistojese, senza che questa repubblica,
spossata dalle guerre civili e dai sostenuti assedj, fosse in istato di
opporsi alle sue forze.

  [74] _Gio. Villani l. IX, c. 119. — Marangoni Cron. di Pisa, p. 644.
  — Cron. Anon. di Pisa t. XV, p. 997._

  [75] _Gio. Villani l. IX, c. 151. — Marangoni Cron. di Pisa, p.
  647._

  [76] Questa fortezza occupava il luogo del presente palazzo del
  principe. _Beverini Ann. Lucens. l. VI, p. 763._

Di questi tempi il più riputato cittadino di Pistoja era l'abate di
Pacciana, detto Ormanno dei Tedici. In una città indebolita e che aveva
perduto il fiore della nobiltà, le ricchezze ed i soldati, questo monaco
lusingossi di farsi sovrano. Egli declamava continuamente contro i mali
della guerra e rappresentava al popolo la necessità di mettere fine alla
guerra facendo tregua con Castruccio. Il vocabolo _tregua_ era la parola
d'ordine del suo partito; i contadini del piano e della montagna, che
ardentemente desideravano la cessazione delle ostilità, risguardavano
l'abate quale loro salvatore[77].

  [77] _Istor. Pistolesi Anon. t. XI, p. 415. — Jannotii Manetti
  Histor. Pistor. l. II, t. XIX, p. 1031. — Beverini Ann. Lucens. l.
  VI, p. 761._

Sembrava non per tanto impossibile che così accaniti nemici, com'erano i
Fiorentini ed i Lucchesi, volessero accordare una tregua parziale al
territorio di Pistoja che li divideva. Ma Castruccio conobbe i vantaggi
che poteva ottenere grandissimi dall'innalzamento dell'abate di
Pacciana; previde ch'egli solo raccoglierebbe i frutti di tutte le
piccole astuzie del monaco diventato sovrano, e che approfitterebbe
della sua debolezza. Il monaco promettevagli segretamente di dargli in
mano la città quand'egli ne fosse padrone, e Castruccio fingeva di
credergli e mostravasi disposto ad entrar seco in negoziazioni per la
tregua: d'altra banda i Fiorentini mandarono subito deputati a Pistoja
per chiedere al popolo di non impegnarsi in separati trattati, onde non
esporsi agl'inganni del tiranno lucchese: offrirono in pari tempo di
spedire a Pistoja sufficienti soccorsi per impedire che il suo stato
fosse guastato dai nemici.

L'abate di Pacciana accoglieva prima degli altri i deputati fiorentini,
offrendosi mediatore presso al popolo, come tra lo stesso popolo e
Castruccio; sembrava ch'egli si occupasse continuamente di conciliare
ogni cosa, e sostenendo le apparenze di conciliatore andava sempre più
affezionandosi i contadini ed il popolo. Come questi però vedeva che la
tregua non facevasi mai, prese le armi il lunedì di Pasqua 10 aprile del
1322, e, conducendo l'abate quasi in trionfo, s'impadronì delle porte,
del palazzo del pubblico, del campanile e delle mura; ed ovunque si
mutarono le guardie, sostituendovi le persone più ben affette all'abate.
In seguito tentò replicatamente di far assassinare Ettore Taviani e
Bonifacio Ricciardi, che credeva essere i suoi più pericolosi avversarj;
ma non essendo riuscito nell'intento, impegnò Castruccio ad avvicinarsi
fino a mezzo miglio di Pistoja, affinchè gli ambasciatori, i soldati
fiorentini e tutti coloro che sarebbersi opposti ai suoi disegni, si
ritirassero per timore di cadere nelle mani dei Lucchesi, ed accrebbe
egli stesso questo timore, pregandoli artificiosamente a rimanere: ma
appena usciti di città, fece chiudere le porte dietro di loro, adunò un
consiglio al quale non chiamò che artigiani e gente della più bassa
plebe, e si fece proclamar signore per un determinato numero di anni.
Non volle per altro abitare nel palazzo pubblico, e dichiarò che tanto
fasto mal si confaceva all'abate d'un monastero[78].

  [78] _Istorie pistolesi anonime t. XI, p. 417. — Jannotii Manetti
  Histor. Pistor. l. II p. 1032._

Castruccio accordò all'abate di Pacciana una limitata tregua, e questi
incominciò ad esercitare liberamente la sovranità di cui erasi
impadronito. Ma i piccoli intrighi di convento che avevano servito a
farlo principe, non bastavano ad assicurargli la sovranità. Le astuzie
non possono supplire alla profonda politica, nè la crudeltà al
carattere, nè l'ambizione equivale al coraggio ed alla fermezza. «In
tutto ciò ch'egli faceva, dice lo storico pistojese suo coetaneo, agiva
da uomo vile, non sapeva essere signore, ed aveva più fiducia negli
altri che in sè medesimo; ogni suo parente voleva essere padrone, e non
pensava che a derubare il comune o i particolari; per ultimo nulla
facevasi in Pistoja senza che tornasse vantaggioso ai Tedici[79].» Così
l'abate di Pacciana amministrò quattordici mesi lo stato, nel qual tempo
esiliò i Rossi, i Lazzari ed una parte dei Cancellieri. Prometteva
sempre a Castruccio di rinunciargli la sua signoria; ma questi non si
lasciò lungo tempo ingannare dai trattati del monaco. Entrò
impensatamente a Pupiglio, e se ne impadronì, onde occupò ben tosto la
montagna pistojese[80].

  [79] _Istorie pistolesi anonime p. 418._

  [80] _Gio. Villani l. IX, c. 191. — Jannotii Manetti l. II, p.
  1033._

(1323) Intanto quello de' nipoti dell'abate di Pacciana che più degli
altri aveva abusato della sua autorità, Filippo Tedici, congiurò contro
lo zio, non perchè aspirasse ad acquistare maggior potere di quello che
aveva; ma per unire il titolo di signore all'esercizio delle prerogative
della signoria. L'abate scoprì la congiura; ma egli non aveva tanta
grandezza d'animo per disprezzare le trame de' suoi nemici, nè
sufficiente clemenza per perdonare a suo nipote, nè bastante energia per
difendersi e vendicarsi. Tentò vilmente di far assassinare il nipote, e
non osò di resistergli in faccia. In un istante in cui i suoi partigiani
erano adunati presso di lui, mentre i Fiorentini, chiamati in suo
soccorso, avevano spinte le loro truppe fino alle porte di Pistoja, non
ebbe mai il coraggio di avanzarsi verso la porta per farla aprire, e
perdette per viltà quella signoria che aveva acquistata coll'astuzia.

Mentre Castruccio teneva gli occhi aperti sopra i Pistojesi, per
approfittare delle loro divisioni, attaccava i Fiorentini più
vigorosamente. Questi avevan fatto venire dal Friuli Giacomo di
Fontanabuona, gentiluomo che faceva il mestier di _condottiere_, val a
dire che conduceva la sua piccola armata al soldo di coloro che volevano
adoperarla. I Fiorentini erano disposti a mandare questo capitano con
trecento cinquanta cavalli, seco condotti, nella Valle di Nievole, ove
teneva segrete intelligenze, e dove gli si doveva consegnare il castello
di Buggiano. Ma avendo Castruccio avuto sentore di questo trattato, fece
appiccare dodici de' cospiratori di Buggiano, e, coll'offerta d'un
maggior soldo, persuase Giacomo di Fontanabuona a disertare colla sua
truppa ed a passare al suo servigio[81]. Questo è il primo tradimento
de' _condottieri_ che si fecero in breve così frequenti in tutta
l'Italia, e resero così pericoloso l'uso de' soldati mercenari; pure si
andava sempre più loro abbandonando la cura di difendere gli stati;
perchè il loro valore e la perizia dell'arte militare li rendeva di
lunga mano sempre più esperti delle truppe nazionali.

  [81] _Gio. Villani l. IX, c. 207. — Beverini Annales Lucenses l. VI,
  p. 766._

Castruccio, poi ch'ebbe ottenuto questo rinforzo a spese dei Fiorentini,
si affrettò di portare la guerra sul loro territorio. Il 13 giugno del
1313 passò la Gusciana con ottocento cavalli ed otto mila pedoni, ed
entrò in Val d'Arno di sotto, guastando i distretti di Fucecchio di
Castelfranco e di Santa Croce; poi passò l'Arno e saccheggiò le campagne
di Samminiato di Montopoli e della estremità di Val d'Elsa, di dove
tornò a Lucca senza aver incontrati nemici[82]. Dopo aver dato una
settimana di riposo alle sue truppe, presentossi all'impensata sotto
Prato il 1.º luglio con seicento cinquanta cavalli e quattro mila fanti.
Questa piccola città lontana soltanto dieci miglia da Firenze fu
compresa da grandissimo terrore. Vero è che gli abitanti chiusero le
porte, ma fecero sapere ai Fiorentini, che, non venendo prontamente
soccorsi, non tarderebbero ad aprire le porte al nemico.

  [82] _Gio. Villani l. IX, c. 208._

La repubblica fiorentina, tradita dal Fontanabuona, trovavasi
sprovveduta di truppa assoldata, ma la signoria chiamò i cittadini in
difesa della patria. A tale chiamata si chiusero le botteghe, e tutti i
Fiorentini presero le armi; onde lasciata una numerosa guardia alle
porte e sulle mura, mille cinquecento cavalli con venti mila fanti si
recarono il 2 luglio a Prato. Credevasi che l'armata di Castruccio fosse
più forte assai che non era; e nel primo istante di trepidazione i
priori avevano fatto proclamare che sarebbe fatta grazia a tutti i
banditi che si recassero all'armata di Prato. E tale era stata la
violenza delle proscrizioni, che quattro mila Bianchi o Ghibellini
esiliati, assai più de' pacifici cittadini accostumati alle armi, si
unirono all'armata. Castruccio non aspettò fino all'indomani a ritirarsi
innanzi a forze tanto superiori, e si ridusse nella stessa notte a
Serravalle.

Quando i Fiorentini s'accorsero la mattina del susseguente giorno che
Castruccio era partito, tutto il loro campo fu in preda ad un
tumultuario movimento. I borghesi che la vigilia avevano abbandonate le
loro officine, più non respiravano che sentimenti di gloria militare e
vendetta contro Castruccio. «Il nemico, dicevano essi, fugge innanzi a
noi, non ha osato di aspettare l'insegna trionfante del giglio; ma oggi
s'appartiene a noi l'inseguirlo: noi dobbiamo distruggere le messi del
nemico, togliergli i bestiami, e punirlo dell'insolenza con cui insultò
tante volte il nostro territorio. Venti mila soldati uscirono jeri di
Firenze, e non devono rientrare senza aver prima ottenuta una compiuta
vittoria.» Ma i nobili che componevano la cavalleria di quest'armata,
rispondevano con amara ironia, che i cittadini non erano tutto ad un
tratto divenuti soldati per essersi vestiti delle loro armi; che avevano
di già ottenuto il maggiore successo, cui potessero aspirare; che
avevano spaventato il nemico col loro numero, prima che avesse
conosciuto per prova quanto avesse avuto torto di esserne spaventato;
che entrati una volta nel paese nemico, la fame e la sete non meno che
la spada farebbero loro desiderare la tranquillità delle loro officine
che avevano poc'anzi abbandonate. Potevano i nobili temere a ragione
l'esito di una campagna che volevasi intraprendere senza truppe di linea
con un'armata senza disciplina; ma si abbandonarono a quell'impazienza
che in loro eccitavano le millanterie de' borghesi: quindi i motteggi
con cui rispondevano all'entusiasmo del popolo, destavano la collera de'
più pacifici cittadini. Altri motivi di disputa avevano risvegliata la
sopita animosità dei due ordini. Col finire del 1321 era spirata
l'autorità data sopra la repubblica al re Roberto, ed a tale epoca erasi
rinnovata l'ordinanza di giustizia contro i nobili, che li rendeva
garanti dei delitti gli uni degli altri, e si lagnavano che mentre erano
nelle armate i soli difensori dello stato, fossero i soli privati della
protezione delle leggi. Non potendo il consiglio di guerra deliberare,
risolse, per sedare la discordia che agitava l'armata, di chiedere a
Firenze nuove istruzioni. Ma i sentimenti della signoria e dei consigli
si divisero come nel campo. Tutti i nobili volevano che si differisse la
pugna, i borghesi che si marciasse verso il nemico, e perchè le
discussioni si protrassero fino a notte, il popolaccio attruppato nelle
strade fissò le irresoluzioni dei consigli, chiedendo, con forsennate
grida, la battaglia; onde fu mandato ordine al conte Novello di condurre
l'armata contro Lucca. Questo generale tardò alcuni giorni a porsi in
cammino; e perchè i gentiluomini facevano sempre nascere qualche nuovo
ostacolo alla marcia, non si avanzò al di là di Fucecchio.

Gli esiliati, ch'eransi uniti all'armata, in mezzo alle dissensioni che
agitavano il campo, credettero, quando furono a Fucecchio, di dovere
ancora occuparsi del proprio vantaggio; ed i nobili andavano loro
consigliando ad assicurarsi gli effetti dell'amnistia loro promessa.
Abbandonarono perciò le insegne, e si presentarono il 14 luglio, uniti
in un corpo d'armata, alle porte di Firenze per rientrare nella loro
patria. La signoria, atterrita, fece chiudere le porte, e mandò ordine
al conte Novello di ricondurre l'armata per difendere la città contro i
ribelli. Ed in tal modo ebbe fine questa campagna senza che i Fiorentini
vedessero il nemico[83].

  [83] _Gio. Villani l. IX, c. 213. — Leon. Aretinus l. V, p. 153._

Intanto gli esiliati, sempre accampati presso Firenze, mandarono
deputati alla signoria, lagnandosi di essere trattati come nemici, e
riclamando l'esecuzione delle promesse. I gentiluomini appoggiavano con
tutto il loro credito le istanze de' fuorusciti; ma il popolo decise
che, coll'aver tentato di entrare in città per sorpresa, avevano perduto
il beneficio di una amnistia che non era stata accordata che alla loro
sommissione. Si scoperse una congiura dei nobili per introdurli in
città, ed i principali capi furono esiliati[84].

  [84] _Gio. Villani l. IX, c. 218._

E per tal modo infiniti pericoli circondavano la repubblica. Un potente
nemico l'andava continuamente tribolando, guastava le campagne,
sorprendeva le fortezze e facevale temere la perdita delle città la di
cui alleanza eragli più necessaria; un grosso corpo di esiliati non
aveva deposte le armi e valevasi a vicenda della forza e degli artifizj
per rientrare in patria; per ultimo entro la medesima città
manifestavansi non infrequenti sedizioni, ed i più pericolosi nemici
trovavansi forse entro le sue mura. In così difficile situazione
temevansi le agitazioni periodiche occasionate ogni due mesi
dall'elezione della signoria. Il corpo elettorale trovavasi in allora
composto dei priori che uscivano di carica, dei buoni uomini e dei
gonfalonieri delle compagnie, e di un determinato numero di aggiunti di
ogni quartiere. Questi elettori erano in certo modo i rappresentanti del
popolo, e nella loro scelta si uniformavano alla sua opinione che gli
eleggibili cercavano di rendersi affezionata. La città veniva ravvivata
dall'emulazione di coloro che aspiravano alle cariche, ma era pure
frequentemente agitata dalle loro brighe. Il ritorno delle elezioni ogni
due mesi non lasciava quasi riposo alla nazione, e sei volte ogni anno
avevasi cagione di temere sedizioni o guerre civili.

La signoria che aveva regnato in settembre ed in ottobre del 1323, e che
colla scoperta della congiura dei gentiluomini erasi guadagnata la
pubblica confidenza, si prese l'incarico di mutare questo sistema
d'elezioni, e di nominare in una sola volta, di concerto cogli aggiunti
che rappresentavano il popolo, tutti i priori dei quarantadue mesi
avvenire, ossia ventuna magistrature che dovevano successivamente
entrare in carica. Tale elezione si fece nel modo consueto; i nomi degli
eletti vennero scritti in polizze suggellate, che si chiusero in alcune
borse, dalle quali dovevano cavarsi i nomi a sorte, finchè fossero
esaurite le polizze[85]. In tal maniera il rinnovamento della
magistratura si mutò in un lotto, decidendo la sorte della nomina de'
capi della repubblica. Quasi tutte le città libere d'Italia adottarono
ben tosto questa innovazione dei Fiorentini, che conservossi fino alla
presente età in Lucca e nelle municipalità della Toscana e degli stati
della chiesa.

  [85] _Gio. Villani l. IX, c. 228. — Leon. Aretino l. V. —
  Macchiavelli Stor. Fior. l. II._

Questa nuova maniera di elezione sembrò più democratica della
precedente, ponendo maggiore eguaglianza tra i candidati, e chiamando un
maggior numero di cittadini agli onori pubblici. Le sole borse delle tre
supreme magistrature[86] dovevano contenere i nomi di sei in settecento
candidati; ed essendosi adottato lo stesso metodo per tutte le elezioni,
furonvi cento trentasei magistrature od ufficj diversi, cui nominava la
sorte[87]. Per tal modo non facevasi che pochissimo luogo alla scelta, e
tutti i cittadini arrivavano tosto o tardi ad occupare qualche carica.
Gli elettori imborsavano spesso uomini affatto inetti e che non
sarebbero giammai stati eletti se avessero dovuto entrar subito in
carica. Il broglio fu soppresso, ma si spensero col broglio
l'emulazione, il timore de' giudizj di un popolo che condannava il vizio
ed il desiderio di procacciarsi i suffragi coi talenti e colle virtù.
Molte cause tendevano, non v'ha dubbio, a corrompere i costumi nelle
repubbliche italiane; ma è cosa notabile che appunto nell'epoca in cui
s'introdusse l'elezione a sorte, i cittadini rinunciarono alla
professione delle armi; i capi dello stato abiurarono lo studio
dell'arte militare, ed affidarono la difesa della libertà a' generali ed
a' soldati mercenarj. Nella stessa epoca il lusso, la mollezza, la
corruzione s'introdussero in tutte le famiglie, e la pubblica morale
venne macchiata dall'adozione di una falsa e perfida politica. Non
pertanto i talenti de' repubblicani sopravvissero alle loro virtù; sei
in ottocento cittadini continuamente mutati dalla sorte, prima d'aver
avuto tempo d'imparare il mestiere dell'uomo di stato, seguirono con
costanza, e molte volte con intelligenza i medesimi progetti, i medesimi
principj; e Firenze mostrò che ella sola conteneva un maggior numero di
esperti politici, di quello che sarebbesi trovato nel più vasto regno.
Così Atene eleggeva ogni anno dieci generali, mentre Filippo riputavasi
fortunato d'aver potuto, mentre visse, trovarne un solo in
Macedonia[88].

  [86] La signoria composta d'un gonfaloniere e sei priori, il
  collegio de' dodici buoni uomini, e quello dei 16 gonfalonieri delle
  compagnie.

  [87] Statuti Fiorentini _l. V. Tract. I, R. 233_.

  [88] Questo elogio che Filippo accordava a Parmenione era un
  sarcasmo contro gli Ateniesi. Ma tra i generali di questi contavansi
  Timoteo, Ificrate, Cabria o Focione.

Dopo questa riforma dell'interna amministrazione, la repubblica di
Firenze cercò di unirsi più strettamente che mai colle città guelfe;
unione necessaria per la comune salvezza. Ma Perugia trovavasi impegnata
in una interminabile guerra coi Ghibellini d'Assisi e di città di
Castello; Siena era agitata dai cattivi umori eccitati dalle rivali
famiglie de' Salimbeni e de' Tolomei, e più ancora dalla gelosia che
nodrivano tutti gli ordini dello stato contro i mercanti, che sotto nome
di Monte dei Nove eransi impadroniti del supremo potere[89]. Finalmente
Bologna più potente che non erano le altre due repubbliche e più
strettamente legata con Firenze veniva pure scossa da violenti
convulsioni.

  [89] _Gio. Villani l. IX, c. 145. — Cronica Sanese di Andrea Dei t.
  XV, p. 63. — Malavolti Storia di Siena p. II, l. V, p. 82._

Bologna andava debitrice di parte della sua ricchezza, siccome della sua
gloria, all'affluenza degli scolari alla sua università. L'amore delle
scienze era, in questo secolo, diventato una vera passione, una passione
comune a tutti. Prima del ritrovamento della stampa erano i libri tanto
rari e di così alto prezzo, che l'istruzione vocale doveva supplire a
quella che trovasi negli scritti. Quindici mila giovani italiani e
tedeschi frequentavano in Bologna le pubbliche lezioni di diritto civile
e canonico, e di medicina. Questi giovani prendevano in ogni occasione a
difendersi vicendevolmente, di modo che difficilmente si potevano
assoggettare ai tribunali ed alle leggi.

Uno di costoro detto Giacomo di Valenza, che l'avvenenza della sua
persona, l'eleganza delle maniere, la generosità del carattere rendevano
carissimo ai suoi compagni di studio, incontrossi in una chiesa, un
giorno di solenne festa, con Costanza de' Zagnoni d'Argela, nipote di
Giovanni d'Andrea, il più riputato di tutti i giureconsulti
canonisti[90]. Giacomo, rimasone perdutamente innamorato, dopo avere
inutilmente tentata ogni onesta strada per piacerle, la rapì
violentemente dalla propria casa, mentre trovavasi assente il padre, e
coll'ajuto de' suoi amici difese disperatamente la casa in cui l'aveva
condotta quando il padre di Costanza venne ad attaccarlo alla testa del
popolo ch'egli aveva chiamato in suo soccorso. Giacomo di Valenza fu
dopo lungo contrasto arrestato dal podestà, e la commessa violenza non
potendo in verun modo scusarsi, fu condannato a perdere la testa, ed il
giorno dopo la sentenza fu eseguita. Ma gli studenti pretendevano di non
essere subordinati agli ordinarj tribunali, o a dir meglio, riclamavano
l'impunità dei delitti. L'amore che portavano a Giacomo di Valenza
accresceva il loro malcontento, onde la sua condanna, sebbene giusta e
meritata, eccitò l'indignazione di tutta l'università; e gli studenti
coi loro professori partirono alla volta di Siena, dopo aver tutti
giurato di non tornare a Bologna prima di avere ottenuto intero
soddisfacimento[91].

  [90] Intorno a Giovanni d'Andrea, vedasi _Tiraboschi Stor. della
  Lett. t. V, l. II, c. 2. § 3_.

  [91] _Ghirardacci Stor. di Bologna l. XIX, t. II, p. 4. — Cron.
  Miscella di Bologna t. XVIII, p. 333. — Matthaei de Griffonibus Mem.
  Hist. p. 140._

Vivea allora in Bologna Romeo Pepoli creduto comunemente il più ricco
particolare che fosse in Italia. I beni che i suoi maggiori ed egli
stesso avevano ammassati colle usure, facevansi ammontare a cento venti
mila fiorini di rendita, corrispondenti press'a poco ad un milione e
mezzo di lire, di cui ora cominciava a servirsi per aprirsi una strada
alla sovranità della sua patria. Cercava perciò di guadagnarsi il popolo
colle liberalità, spesso ancora accordando protezione e sottraendo i
delinquenti al rigore delle leggi; e si acquistava in tal maniera
opinione d'essere l'amico degli infelici e degli oppressi. Lo stesso
anno aveva tentato di salvare a forza aperta un notajo convinto di
falso: tentò pure di difendere Giacomo di Valenza prima che fosse
giudicato, e dopo morto questi, prese a favoreggiare la causa degli
studenti, annunciandosi come il protettore dell'università. La
diserzione degli scolari aveva sparsa la desolazione in tutta la città,
temevasi di vedere Bologna decaduta per sempre dall'antico suo
splendore, e Romeo di Pepoli, secondato dal favor popolare, mosse il
senato a posporre il rigore della giustizia al comune interesse. Furono
spediti deputati agli scolari rifugiati in Siena; il podestà chiese loro
pubblicamente scusa, rinunciando ad ogni giurisdizione sopra di loro, ed
accrescendo l'onorario de' professori.

Gli scolari soddisfatti con questa sommissione tornarono a Bologna; ma
in tale circostanza la condotta di Romeo aveva svegliati i più vivi
sospetti negli amici della libertà. Quasi tutti i gentiluomini guelfi ed
i migliori borghesi che penetravano più a dentro che il popolo,
scoprirono i progetti di Romeo, e si unirono per impedirne l'esecuzione.
Il loro partito prese il nome di _Maltraversa_[92] ed i fautori del
Pepoli ebbero quello di _scacchesi_. Questa fazione ottenne il 1 luglio
del 1321 di far nominare un podestà affatto ligio a Romeo, il quale non
tardò a manifestare colle sentenze la sua decisa parzialità. Allora i
Maltraversi accusarono apertamente Romeo di aspirare alla tirannide;
spaventarono il popolo, mostrandogli le tristi conseguenze del favore
che gli era stato accordato, il prezzo che questo ambizioso cittadino
voleva ricavare da' suoi beneficj, risvegliando coll'esempio dei tiranni
di Lombardia e di Romagna la tema e l'orrore del potere di un solo, il
17 luglio chiamarono alle armi gli amici della libertà, attaccarono
nella propria casa Romeo, il quale, abbandonato da tutti i suoi
partigiani, trovò modo di fuggire per una porta segreta mentre per suo
ordine andavansi gettando innanzi ai cittadini armati dei sacchi di
danaro per ritardarne la marcia. Tutta la famiglia Pepoli fu esiliata da
Bologna, confiscati i suoi beni, atterrate le sue case, e banditi per un
tempo più o meno lungo, in determinati luoghi, i suoi partigiani[93].

  [92] Il nome di _Maltraversa_ si diede in molte repubbliche al
  partito che difendeva la costituzione; quasi, _che si attraversa al
  male_. Il nome di _scacchese_ veniva dallo stemma della famiglia
  Pepoli ch'era uno scacchiere.

  [93] _Cron. di Bologna t. XVIII, p. 334. — Mathæi de Griffonib. Mem.
  Hist. p. 140. — Gio. Villani l. IX, c. 129. — Cherub. Ghirardacci
  Stor. di Bolog. l. XIX, t. II, p. 12._

Ma nè la scossa cagionata da questa congiura, nè i pericoli della
repubblica avevano avuto fine coll'esilio dei Pepoli. Romeo manteneva
corrispondenze in città, e nel susseguente anno si scoprì una congiura
in suo favore, che costò la vita ai principali suoi fautori[94]. D'altra
parte egli si era collegato coi signori di Mantova, di Verona e di
Ferrara; e tutti i principi delle città lombarde erano sempre disposti a
favorire chiunque cercasse di fondare una nuova tirannide in uno stato
libero. I Fiorentini invece, risguardandosi come i difensori della
libertà, mandavano a Bologna più frequenti ajuti di quel ch'essi
potessero domandarne a questa repubblica loro confederata.

  [94] _Ivi l. XIX, p. 30. — Gio. Villani l. IX, c. 150._

Nel 1323 Castruccio, dopo essersi sottratto alla vendetta dei Fiorentini
per la scissura scoppiata nel loro campo, aveva ricominciato a guastare
Val d'Arno di sotto, non acconsentendogli ancora la debolezza del suo
stato e della sua armata di proseguire la guerra con vigore. Talvolta
nel corso d'una campagna non rimaneva che pochi giorni nel territorio
nemico e solo per agguerrire i cittadini di Lucca che riconduceva ben
tosto alle loro case. Confidava assai più negli stratagemmi e nelle
sorprese, che nella forza delle armi; e ne' suoi progetti
d'aggrandimento non faceva troppa diversità tra gli amici ed i nemici. I
Pisani, coi quali era alleato pel comune interesse de' Ghibellini,
trovavansi al presente impegnati in una pericolosa guerra col re
d'Arragona, per difesa della Sardegna; e Castruccio si lusingò di
potersi approfittare delle loro circostanze per rendersene padrone.
Corruppe Betto de' Lanfranchi e quattro comandanti dei mercenarj
tedeschi, che promisero di aprirgli le porte di Pisa, dopo avere ucciso
il conte Nieri della Gherardesca: ma la trama si scoperse; i Lanfranchi
perdettero la testa sul patibolo, e la repubblica pisana, sdegnata del
tradimento di Castruccio, rinunciò alla sua alleanza, e mise una taglia
sul suo capo[95].

  [95] _Gio. Villani l. IX, c. 229. — Beverini Annales Lucenses l. VI,
  p. 772._

Nel susseguente anno 1324, la guerra tra Castruccio e la repubblica
fiorentina si trattò ancora più debolmente, perchè questa sembrava
unicamente occupata della sommissione di alcuni gentiluomini di Val
d'Arno di sopra, ai quali prese alcune castella; l'altro non prendevasi
pensiero che delle sue pratiche per avere Pisa e Pistoja. Pistoja
trovavasi tuttavia sotto la signoria di Filippo di Tedici, che cercava
di mantenere la sua indipendenza col favore della rivalità de' due più
potenti popoli tra i quali era situata Pistoja; e negoziando sempre con
ambedue, pagava tributi a Castruccio per evitare la guerra, e domandava
sussidj a Fiorenza per sostenerla. Ma finalmente il signore di Pistoja
conobbe di non potere lungo tempo ingannare i suoi vicini con finti
trattati, e s'avvide che Castruccio che aveva voluto lasciargli
praticare tutti i suoi piccoli scaltrimenti, non tarderebbe a perdere la
pazienza: onde risolse di vendergli la sua signoria. Il principe di
Lucca gli offriva dieci mila fiorini, e per pegno della protezione che
gli accordava, e dell'autorità che voleva affidargli nella sua patria,
lo faceva sposo di una sua figliuola. Tedici aprì segretamente il 13 di
maggio del 1325 una porta di Pistoja a Castruccio che stava appiattato a
poca distanza con un corpo di cavalleria; il quale entrò subito in
città, attraversando le strade e rovesciando e tagliando a pezzi i
Guelfi ed i soldati fiorentini che avevano tentato di opporsegli. Ciò
chiamavasi _correre una città_, ed in tal modo se ne prendeva
possesso[96].

  [96] _Beverini Ann. Lucens. l. VI, p. 779._

La notizia della presa di Pistoja giunse a Firenze mentre il popolo
trovavasi adunato per una solenne festa. Nella stessa mattina la
repubblica aveva armati cavalieri, il giudice esecutore dell'ordinanza
di giustizia, ed un contestabile tedesco; onde i priori coi nuovi
cavalieri, tutti i magistrati ed i principali cittadini trovavansi ad un
banchetto. Eransi poste le tavole nella chiesa di san Pietro
Schieraggio, le quali furono rovesciate nell'istante che si seppe
essersi Castruccio impadronito di Pistoja; e perchè non potevasi credere
che fosse interamente perduta, sperando che la guarnigione che v'era
stata mandata difenderebbe almeno una porta, tutti corsero alle armi, e
le compagnie della milizia si avanzarono lo stesso giorno fino a Prato,
ove seppero circostanziatamente il tradimento di Filippo de' Tedici; e
conoscendo che Pistoja era del tutto perduta, tornarono tristissimi a
Firenze[97].

  [97] _Gio. Villani l. IX, c. 294. — Ist. Pistolesi Anon. p. 421. —
  Jannotti Manetti Hist. Pistor. l. II, p. 1235. — Leon. Aretini l.
  V._

All'indomani della caduta di Pistoja il capitano che i Fiorentini
avevano assoldato, entrò solennemente in città. Era quello stesso
Raimondo di Cardone che aveva comandate le truppe della lega guelfa
contro Matteo Visconti ed i suoi figliuoli. Dopo essere stato costretto
del 1323 a levare l'assedio di Milano, fu fatto prigioniero da Galeazzo
Visconti, che lo aveva posto in libertà per intavolare col di lui mezzo
una negoziazione colla chiesa, non altro avendo da lui richiesto che il
giuramento di non portare le armi contro i Ghibellini. Il papa non
contento di rigettare tutte le proposizioni fattegli da Cardone, lo
assolse dal giuramento e lo mandò ai Fiorentini.

Questi adunarono sotto gli ordini del nuovo generale la più potente
armata che avessero fin allora messa in campagna. Mille Fiorentini
servivano a cavallo a proprie spese; ai quali eransi aggiunti mille
cinquecento cavalli mercenarj, quasi tutti Francesi, e quindici mila
pedoni; onde il soldo dell'armata ammontava ogni giorno a più di tre
mila fiorini d'oro[98]. Raimondo di Cardone marciò subito verso Pistoja
ove Castruccio stava fabbricando una fortezza.

  [98] _Gio. Villani l. IX, c. 300. — Ist. Pistol. Anon. p. 423. —
  Cron. Sanese d'And. Dei p. 66. — Beverini Annales Lucen. l. VI, p.
  782._

Poi ch'ebbe prese alcune castella, vedendo il generale fiorentino che
Castruccio non si muoveva per venire a giornata, tentò di provocarlo,
offrendo premj per una corsa di cavalli innanzi alle porte di Pistoja.
In appresso cinse d'assedio Tizzana; ma mentre richiamava su questo
castello l'attenzione di Castruccio, staccò dalla sua armata mille
cavalli che passarono la Gusciana sopra un ponte volante; fece
fortificare quest'importante passaggio che gli apriva il territorio
lucchese, e lo stesso giorno, 10 luglio 1325, trasportò tutte le sue
truppe sull'opposta riva. Attaccò subito dopo i castelli di Cappiano e
di Montefalcone, e se ne rese tosto padrone[99]. Frattanto l'armata
fiorentina ingrossava cogli ajuti delle città guelfe[100], di modo che i
soli ausiliarj contavano più di mille cinquecento cavalli, mentre
Castruccio ne aveva appena altrettanti, sebbene avesse ricevuti i
rinforzi de' suoi alleati, il vescovo d'Arezzo, il conte di santa Fiora
presso di Siena, ed i signori ghibellini di Maremma e di Romagna. Egli
colla sua piccola armata erasi accampato a Vivinaio, in Val di Nievole
per osservare gli andamenti de' Fiorentini[101].

  [99] Siena, Perugia, Bologna, Camerino, Agobbio, Grossetto,
  Montepulciano, Colle san Gemignano, Samminiato, Volterra, Faenza ed
  Imola.

  [100] _Beverini Annales Genuenses l. VI, p. 784._

  [101] _Gio. Villani l. IX, c. 301. — Jan. Manetti Hist. Pistor. l.
  II, p. 1037._

In mezzo alle paludi dell'estremità superiore del lago di Bientina
sollevasi un poggio sul quale fu fabbricato il castello d'Altopascio,
riputato a quell'epoca assai forte. Vi si contavano cinquecento uomini
abili alle armi, e Castruccio lo aveva provveduto di vettovaglie per due
anni. Cardone l'assediò il giorno 3 agosto, ed il giorno 29 lo ebbe a
patti dietro la falsa notizia d'una rotta avuta da Castruccio a
Carmignano[102]. Ma per importante che fosse tale conquista, che era
costata assai meno tempo che non si credeva, non compensava però lo
svantaggio della dimora di più di tre settimane in mezzo alle paludi nel
cuore dell'estate. Le malattie si erano manifestate nell'armata
fiorentina, e le truppe, scoraggiate da un penoso servizio, non avevano
quell'ardore e quella confidenza con cui avevano cominciata la campagna.
Molti cavalieri annojati dall'assedio d'Altopascio avevano dato danaro a
Cardone per ottenere il loro congedo. Risvegliatasi da così vergognoso
commercio la naturale avidità di quest'uomo, sagrificò i più grandi
avvenimenti al guadagno che credeva di fare vendendo i congedi. Per
conseguire più presto il suo scopo, cercò d'accrescere l'impazienza de'
cavalieri e de' ricchi mercanti che aveva nell'armata, tenendo ancora
otto giorni l'armata sotto Altopascio, dopo averlo preso. Finalmente si
mosse l'otto di settembre, ed andò ad accamparsi all'Abbadia di
Pozzevero sempre in riva al paludoso lago di Bientina, in tempo che
avrebbe potuto avvicinarsi alle montagne e trovarvi un'aria assai più
sana.

  [102] _Beverini Annales Lucens. l. VI, p. 785._

Castruccio occupava queste montagne, ed aveva approfittato del tempo che
perdeva Cardone a sollecitare i soccorsi di Galeazzo Visconti, il di cui
figlio Azzo comandava ottocento cavalli a san Donnino nel territorio di
Parma. Il signore di Lucca promise di pagare dieci mila fiorini per
prezzo dell'assistenza che domandava; Azzo Visconti, avendo ricevuto un
rinforzo di duecento cavalli mandatigli da Passerino Bonacossi, prese la
via di Lucca, senza che il legato, Bertrando del Poggetto, che trovavasi
a Parma con forze superiori, facesse verun tentativo per chiudergli la
strada[103].

  [103] _Chron. Placentinum t. XVI, p. 404. — Georg. Merulæ Hist.
  Mediol. l. I. p. 97, t. XXV._

Ma molto tempo prima che Azzo si unisse a Castruccio, la guerra diretta
da tutt'altri che da Cardone, avrebbe potuto ridursi a termine.
Finalmente questo generale tentò l'undici di settembre di occupare le
alture; ed in cambio d'attaccare Castruccio con tutta la sua cavalleria,
gli mandò contro per isloggiarlo un debole distaccamento. I suoi
cavalieri si scontrarono in un più grosso corpo di cavalleria lucchese;
dei rinforzi giunsero successivamente alle due truppe; ma i Fiorentini
li ricevevano più tardi de' Lucchesi, di modo che metà della cavalleria
di Cardone dopo una breve zuffa dovette ritirarsi perdente. Dopo questo
giorno l'armata fiorentina perdette la confidenza che aveva delle
proprie forze, e più non combatteva coll'usato ardore[104].

  [104] _Beverini Annales Lucens. l. VI, p. 790._

Castruccio ebbe finalmente avviso che Azzo erasi mosso per raggiugnerlo;
ma ebbe nello stesso tempo paura che i Fiorentini si ritirassero prima
ch'egli ricevesse un soccorso che otteneva a sì caro prezzo, e senza che
potesse approfittarne per dar loro una battaglia. Per fermare Cardone
fece che giugnessero al suo campo alcuni abitanti di varie castella di
Val di Nievole, che gli proponevano di dargli in mano quelle fortezze.
Cardone, per tener dietro a queste simulate negoziazioni, andò
procrastinando di giorno in giorno la partenza, aspettando in vano che
scoppiassero le trame ch'egli supponeva di dirigere. Finalmente Azzo
Visconti entrò in Lucca il 22 settembre, e ne giunse contemporaneamente
l'avviso ai due campi. Allora i Fiorentini si posero in movimento per
ritirarsi verso Altopascio; e Castruccio, temendo di perdere la preda
sulla quale teneva gli occhi aperti da tanto tempo, corse a Lucca per
affrettare Visconti a combattere lo stesso giorno; ma questi chiedeva
danaro ed un giorno di riposo. La moglie di Castruccio seguita da tutte
le dame lucchesi recossi allora presso al signore milanese e lo pregò a
marciare contro ai nemici, facendogli presentare sei mila zecchini
perchè li distribuisse alle sue genti: ma tutto fu inutile; Azzo
dichiarò che non combatterebbe che all'indomani, onde Castruccio,
tornato alla sua armata, si fece ad inseguire i Fiorentini per vedere se
gli riuscisse di trattenerli[105].

  [105] _Beverini Annales Lucens. l. VI, p. 793._

Era in arbitrio di Cardone il ritirarsi a Galleno, o passare la Gusciana
per mantenersi sempre padrone d'accettare o rifiutare la battaglia; ma
temette che la sua ritirata avesse apparenza di fuga, e volle terminare
la campagna con una bravata. All'indomani, lunedì 23 di settembre, venne
a sfilare in parata innanzi a Castruccio, quasi per invitarlo a
battaglia prima di porsi in marcia. Il signore di Lucca, sebbene non
avesse ancora che mille quattrocento cavalli, accettò la disfida per
ritardare la marcia de' Fiorentini, ed approfittò della vantaggiosa
posizione che occupava, per non impegnare tutta la truppa nella
battaglia, dando a dietro dopo ogni scaramuccia. Con tale accorgimento
si sostenne dallo spuntare del giorno fino alle nove ore del mattino,
che Azzo Visconti giunse alla fine in suo soccorso con i suoi mille
cavalli; ed allora tutta l'armata ghibellina scese al piano e la
battaglia si fece generale.

Malgrado le sofferte perdite, le forze de' Fiorentini trovavansi ancora
per lo meno eguali a quelle di Castruccio, ma quasi al primo tirare di
lancia il maresciallo di battaglia di Raimondo di Cardone fuggì con un
corpo di settecento cavalli da lui comandati, e gettò il disordine in
tutta l'armata[106]. I Fiorentini, scossi e scoraggiati dall'abbandono
di così ragguardevole corpo, non si sostennero lungamente; la cavalleria
fu rotta quasi subito, e l'infanteria che combatteva valorosamente, ma
con armi che sgraziatamente non bastavano a difenderla dall'urto della
cavalleria pesante, dovette anch'essa ripiegare. Quelli che guardavano
il ponte di Cappiano, furono i primi a fuggire; onde Castruccio,
sopravanzando il rimanente de' fuggitivi, s'impadronì del ponte, e
chiuse come in una rete coloro che cercavano di salvarsi al di là del
fiume. Molti distinti personaggi rimasero suoi prigionieri, fra i quali
lo stesso Raimondo di Cardone con suo figliuolo e molti baroni francesi.
Per altro la perdita della battaglia fu più accompagnata da vergogna che
da strage. Molti fuggitivi trovarono modo di tornare a Fiorenza, ma i
castelli di Cappiano, di Montefalcone e d'Altopascio, ch'erano stati
tolti a Castruccio con tanta fatica, furono da lui in pochi giorni
riconquistati. Fece spianare i due primi, e tagliare il ponte di
Cappiano[107].

  [106] _Beverini Annales Lucens. l. VI, p. 794._

  [107] _Gio. Villani l. IX, c. 304. — Ist. pistolesi Anon. t. XI, p.
  425. — Cron. Sanese di Andrea Dei t. XV. — Leon. Aret. l. V. —
  Jannotii Manetti Hist. Pistor. l. II, p. 1038._

Il possedimento di Pistoja rendeva a Castruccio facile e sicure le
scorrerie fino nel cuore degli stati di Fiorenza. Perciò, dopo avere
radunate in Pistoja le sue milizie e quelle di Filippo Tedici, attaccò,
il 27 di settembre, Carmignano che gli si arrese vilmente. Trasportò
allora il suo campo a Signa, e bruciò Campi, Brozzi e Quarrata. Questi
villaggi posti nel piano fiorentino erano appena fortificati e non
capaci di lunga resistenza. Finalmente il 2 ottobre stabilì il suo
quartier generale a Peretola, grosso villaggio due miglia lontano da
Fiorenza, di dove i suoi soldati si avanzavano, tutto guastando, fin
sotto alle mura di Fiorenza. Quella ricca valle era in allora coperta di
magnifici edificj e di deliziosi giardini; perciocchè l'opulenza e
l'eleganza de' Fiorentini non era ancora pareggiata da verun popolo
dell'Europa; e mentre i soldati si arricchivano colle loro spoglie,
Castruccio faceva trasportare a Lucca i quadri e le statue, che dopo il
risorgimento delle arti, formavano il migliore ornamento de' palazzi de'
Fiorentini[108].

  [108] _Beverini Annal. Lucens. l. VI. p. 796._

Era giunto l'istante in cui Castruccio poteva anch'egli provocare i
Fiorentini celebrando i giuochi presso le loro porte, com'erasi
praticato da Cardone presso Pistoja. Uno spazio lungo un miglio la
strada di Peretola a Fiorenza era stato sempre destinato alle corse dei
cavalli. Vien tesa una corda a traverso al ponte alle mosse[109], e
dietro alla corda cavalli barbari ornati di nastri e di fiori aspettano
fremendo d'impazienza, che cadendo la corda loro apra l'arringo: allora
slanciansi soli e senza condottieri nell'arena, e la scorrono con
un'emulazione, una passione così calda per la gloria, che non
crederebbesi propria che degli uomini. Fu in questo luogo medesimo
consacrato dalle feste di molte generazioni, che Castruccio pose, il
giorno di san Francesco, tre premj per la corsa; il primo ai cavalieri,
il secondo ai pedoni, e l'ultimo, per insultare più vivamente i nemici,
alle cortigiane. Voleva così dare a conoscere che gli esseri più deboli
e più vili della sua armata potevano senza pericolo insultare i nemici.
Sebbene i Fiorentini avessero entro le loro mura forze maggiori di
quelle di Castruccio, erano in modo scoraggiati per la fresca disfatta,
che non osarono uscire dalle loro porte per disturbare la festa[110].

  [109] Un miglio fuori di Fiorenza dalla parte di Prato.

  [110] _Gio. Villani l. IX, c. 315._

Dopo la vittoria Azzo Visconti era tornato a Lucca; di dove, poi ch'ebbe
ricevuto venticinque mila fiorini pel soldo e per il premio dovuto alla
sua truppa, aveva raggiunto Castruccio. Voleva anch'esso vendicarsi dei
giuochi dati due anni prima dai Fiorentini alle porte di Milano, quando
Raimondo di Cardone assediava quella città[111]; ed il giorno 26 di
ottobre ricominciò presso alle mura le corse de' cavalli. Ma i
Fiorentini non potevano persuadersi che l'armata nemica fosse ritornata
per questo solo motivo, e sospettavano che i prigionieri di Castruccio
avessero voluto comperare la libertà con qualche tradimento, ed erano
agitati da mortali inquietudini. Intanto la città era in modo affollata
di contadini, che avevano dovuto abbandonare la campagna, che vi si
manifestò una crudele epidemia. La signoria proibì in tale occasione
gl'inviti ai funerali per non occupare la città con sì triste dovere,
che avrebbe dovuto rinnovarsi ogni ora, e per non ispaventare gli
ammalati facendo loro sapere quanti ne perivano ogni giorno[112].

  [111] _Gio. Villani l. IX, c. 210. — Istorie Pistol. p. 428._

  [112] _Gio. Villani l. IX, c. 316._

Dopo avere saccheggiato tutto il piano di Fiorenza ed il territorio di
Prato, come pure una parte di Val di Marina dall'altra parte dell'Arno,
Castruccio fortificò Signa, ove lasciò guarnigione, e condusse a Lucca i
suoi prigionieri con un ricchissimo bottino. Scelse pel suo trionfale
ingresso in Lucca il giorno di san Martino, patrono della cattedrale di
quella città, e diede a quest'ingresso la magnificenza di un trionfo.
Conducevasi tuttavia il carroccio dalle armate, sebbene più non si
facesse dipendere l'onore o la sorte delle battaglie dalla conservazione
di questo sacro carro, dopo che non veniva più difeso dalla migliore
infanteria. Il carroccio di Fiorenza preso nella battaglia d'Altopascio
precedeva la comitiva. I buoi che vi stavano aggiogati, erano coperti di
rami d'ulivo e di tappeti collo stemma di Fiorenza, ma questi stemmi
erano capo volti come ancora quelli che ornavano il carro. La campana
_Martinella_[113] che doveva suonar sempre in tempo della battaglia,
suonava ancora in tempo di questa marcia umiliante: veniva dietro al
carro Raimondo di Cardone coi principali prigionieri fiorentini i quali
portavano de' torchi, che deposero avanti all'altare di san Martino.
Frattanto le dame lucchesi erano uscite incontro a Castruccio,
felicitando il vincitore colle loro acclamazioni. I prigionieri che
ornarono il trionfo, furono obbligati a riscattarsi dalla loro
prigionia, lo che produsse al signore di Lucca la somma di quasi cento
mila fiorini, che gli furono utili per continuare la guerra[114].

  [113] Una campana sospesa all'antenna del carroccio.

  [114] _Gio. Villani l. IX, c. 319. — Vita Castrucci Antelminelli a
  Nicolao Tegrimo t. XI, p. 1339. — Beverini Ann. Lucens. l. VI, p.
  800._



CAPITOLO XXXI.

      _La Sardegna tolta ai Pisani dal re d'Arragona. — Il duca di
      Calabria, signore di Fiorenza. — Spedizione in Italia
      dell'imperatore Luigi di Baviera. — Grandezza e morte di
      Castruccio Castracani._

1324 = 1328.


L'attaccamento che i Pisani avevano mostrato pel partito ghibellino, il
loro zelo per Federico II, Corrado, Manfredi e Corradino, ed i sagrificj
fatti per Enrico VII gli avevano chiamati a figurare eminentemente nella
politica continentale dell'Italia. Erano essi stati lungo tempo capi
della fazione ghibellina in Toscana, e gli sforzi fatti per questa causa
avevano pienamente pareggiata, e talvolta superata la loro possanza e la
loro ricchezza: perciò, mentre s'indebolivano nelle guerre del
continente, avevano dovuto sempre più abbandonare il commercio e
l'impero del mare, da cui riconoscevano la loro grandezza. Dopo la
battaglia della Meloria avevano rinunciato alla guerra coi Genovesi, e
l'antica rivalità dei due popoli era spenta in tal modo, che i Pisani
non approfittarono delle guerre civili che desolarono Genova per
ricuperare la perduta superiorità. A poco a poco i più lontani
possedimenti della repubblica furono abbandonati; cessarono d'essere i
più ricchi commercianti di Costantinopoli e dell'Arcipelago;
rinunciarono ai loro banchi della Siria, sentendosi incapaci di
proteggere i loro stabilimenti contro i Musulmani, e la navigazione
contro i corsari; si astennero dal commerciare col regno di Napoli dove,
in odio del nome ghibellino, non erano sofferti dalla regnante famiglia
d'Angiò; nè poterono vantaggiosamente sostenere in Sicilia la
concorrenza coi Siciliani medesimi protetti da' Catalani. L'Africa
soltanto restava loro aperta colle isole di Sardegna e di Corsica che
avevano altra volta conquistate; ma nell'istante in cui Castruccio, dopo
averli impegnati in una guerra contro i Guelfi, aveva cercato di
sorprendere la loro città, la Sardegna veniva attaccata da un potente
monarca, che fino a quel tempo avevano risguardato come loro alleato.

Nel 1295, Bonifacio VIII aveva accordato a Giacomo, re d'Arragona,
l'investitura della Sardegna, per allettare questo monarca ad
abbandonare suo fratello Federico di Sicilia. Ma questa ingiusta mercede
d'un vergognoso contratto non gli si era poi data, ed i soccorsi dalla
repubblica di Pisa sempre somministrati ai principi arragonesi di
Sicilia, avevano fatto scordare questo progetto d'usurpazione, allorchè
alcuni feudatarj dei Pisani in Sardegna istigarono Alfonso d'Arragona,
figlio del re Giacomo, ad intraprendere la conquista della loro isola.

La Sardegna non era per i Pisani che una colonia di commercio; al quale
oggetto avevano fortificate alcune città marittime e specialmente Città
di Chiesa e Castro di Cagliari ove tenevano guarnigioni per difesa dei
loro banchi. Il rimanente dell'isola era posseduto da feudatarj
investiti dalla repubblica, i quali per altro si mostravano poco ben
affetti alla metropoli, della quale erano molti di loro originarj; meno
poi ubbidivano alle sue leggi. I più potenti feudatarj erano il giudice
d'Arborea che possedeva ancora Oristagni, e teneva sotto di lui il terzo
della Sardegna. Quello che allora regnava era Ugo Bassi dei
Visconti[115]; e perchè questi era un bastardo di quell'illustre
famiglia, la repubblica gli aveva fatti pagare per l'investitura del
feudo dieci mila fiorini[116]. Costui, tenendosi offeso di questo
procedere del governo pisano, offrì agli Arragonesi la Sardegna ed
impegnò segretamente nella loro alleanza i marchesi Malespina ed i Doria
possessori di vasti feudi nell'isola. Quando Alfonso ebbe fatti i
necessarj apparecchi, fu il primo a darne avviso alla repubblica,
chiedendole soccorsi; ma distribuì i soldati mandati dai Pisani ne' suoi
castelli; ed il giorno 11 d'aprile del 1323, quando ebbe notizia
dell'avvicinamento d'Alfonso, fece massacrare tutti i Pisani soldati e
mercanti che abitavano ne' suoi stati, ed aprì i porti alla flotta
arragonese[117].

  [115] _Zurita indices rerum ab Aragon. Regib. Gestar. Hisp. illust.
  t. III, p. 165._

  [116] _Gio. Villani l. IX, c. 196._

  [117] _Ibid. — Georg. Stellæ Ann. Genuenses t. XVII, p. 1052._

Il re Alfonso aveva chiesti soccorsi al papa per far l'impresa della
Sardegna, quasi che si trattasse di una guerra sacra; ma Giovanni XXII
erasi limitato ad invitare l'Arragonese a far valere le sue ragioni
innanzi ai tribunali ecclesiastici[118]. Il re era entrato in
negoziazioni con un conte di Donoratico che aveva molti possedimenti in
Sardegna; aveva sedotti due Visconti del ramo di Roccabertino,
finalmente aveva aggiunti tutti i mezzi di seduzione e di tradimento ad
una forza superiore. Il 30 di maggio aveva abbandonate le coste
dell'Arragona con sessanta navi da guerra, venti palandre per la
cavalleria, e trecento navi di trasporto. Conduceva su questa flotta
mille cinquecento cavalieri e più di dodici mila pedoni. Il terzo della
Sardegna fu ceduta agli Arragonesi dal giudice d'Arborea e da Doria; ma
le città di Cagliari, Castro e città di Chiesa si prepararono ad una
vigorosa difesa, come pure Terra nuova, Acqua fredda e Giojosa-Guardia;
ed i Sismondi d'Oleastro armarono i loro vassalli per secondare le
truppe della repubblica[119].

  [118] _Zurita indices rerum ab Aragon. Regib. Gestar. p. 165._

  [119] _Gio. Villani l. IX, c. 209. — Zurita Indices l. II, p. 166. —
  B. Marangoni Cronica di Pisa, p. 649. — Cron. Anon. di Pisa t. XV,
  p. 998._

I Pisani, minacciati dalla lega guelfa di Toscana e da Castruccio, il
solo Ghibellino di questa contrada; traditi dai loro vassalli ed
attaccati dalla potente casa d'Arragona, senz'essere in pace colla casa
rivale di Napoli, non disperarono però di difendere la Sardegna.
Armarono trentadue galere che mandarono nel golfo di Cagliari; ma
l'ammiraglio della repubblica, trovandolo occupato dalla flotta catalana
assai più numerosa della sua, si credette abbastanza fortunato d'essersi
sottratto ad un attacco dopo avere sbarcato Manfredi, figlio del conte
Nieri della Gherardesca, con trecento cavalli tedeschi e duecento
arcieri, che si gettarono in Cagliari[120].

  [120] _Zurita Ind. R. l. II, p. 166._

L'armata arragonese aveva contemporaneamente intrapreso l'assedio di
Cagliari e di Città di Chiesa, che si difesero ostinatamente otto mesi:
l'eccessivo calore, le acque e l'aere corrotti cagionarono tra gli
assedianti terribili malattie, che distrussero dodici mila uomini[121].
Finalmente Città di Chiesa capitolò il 7 febbrajo del 1324; e la
guarnigione uscì cogli onori di guerra e si unì a quella di Cagliari per
continuare la difesa di questa seconda piazza.

  [121] _Gio. Villani l. IX, c. 209._

Intanto Manfredi della Gherardesca, ch'erasi portato a Pisa per avere
nuovi soccorsi, ricomparve il giorno 25 di febbrajo nel golfo di
Cagliari con una flotta di cinquantadue vascelli che aveva a bordo,
cinquecento cavalli e due mila arcieri. Sbarcò senza trovar resistenza
la sua gente, e marciò verso Castro di Cagliari per costringere gli
Arragonesi a levare l'assedio. Di fatti Alfonso abbandonò i suoi
trincieramenti e si fece incontro ai Pisani fino a Luco Cisterna. Colà
le due armate vennero alle mani il 28 febbrajo, e, dopo una lunga
ostinata battaglia, gli Arragonesi, superiori di forze, rimasero
finalmente vittoriosi. Manfredi, sebbene ferito, potè entrare in Castro
con circa cinquecento soldati, ed il rimanente della sua armata fu
dispersa. Le navi da trasporto della sua flotta caddero in potere degli
Arragonesi, i quali attaccarono i feudatarj fedeli ai Pisani e ne
occuparono le province. A quest'epoca molti di costoro furono spogliati
delle piccole sovranità che possedevano fin dall'epoca in cui la
Sardegna era stata tolta ai Saraceni: ma perchè in un paese mezzo
barbaro il potere de' signori ereditarj è il solo che venga rispettato,
gli Arragonesi credettero più utile consiglio il fare la pace con questi
capitani indipendenti, che lo spogliarli de' loro dominj, onde trovansi
ancora per molti anni ne' fasti della Sardegna i nomi delle famiglie
pisane[122].

  [122] _Gio. Villani l. IX, c. 236. — Zurita Ind. l. II, p. 167._ —
  Pare che a quest'epoca i Sismondi fossero spogliati del principato
  d'Oleastro, posseduto da loro duecento settantaquattro anni. Per
  altro un antico storico di Lucca riferisce, sotto l'anno 1404, la
  morte di un Sismondi e di suo figlio Dragonetto, giudici e signori
  d'Arborea. _Cronica di Lucca di Giov. Ser Cambi t. XVIII, p. 838._

Appena terminata la battaglia di Luco Cisterna, Alfonso riprese
l'assedio di Castro di Cagliari, di cui Manfredi, poichè fu guarito
delle sue ferite, prese il comando. Egli tentò di sturbare con una
vigorosa sortita le operazioni degli assedianti, sorprese il loro campo
e vi sparse il disordine, ma le vecchie bande de' Catalani non tardarono
a circondarlo da ogni parte. Di cinquecento cavalli ch'egli comandava,
trecento perirono sul campo di battaglia; ed egli stesso, mortalmente
ferito, ricondusse gli avanzi della sua gente in Castro, ove morì dopo
pochi giorni. Gli assediati, perduta ogni speranza di soccorso,
domandarono di capitolare[123].

  [123] _Zurita Indices rer. ab. Arag. Reg. Gest. l. II, p. 167. —
  Gio. Villani l. IX, c. 250._

Alfonso, che aveva di già perduti quindici mila uomini e che sperava di
consolidare colla pace la sua conquista, accordò agli assediati
onoratissime condizioni. Castro di Cagliari dovea rimanere alla
repubblica pisana a titolo di feudo dipendente dal re, e le private
possessioni possedute dai Pisani nell'isola doveano rimaner pure in
piena loro proprietà: ma la repubblica dovea riconoscere Alfonso come re
di Sardegna. Queste condizioni essendo state accettate dalla signoria,
fu ben tosto fatta la pace; ma Alfonso ne approfittò per fortificare
all'ingresso del porto di Cagliari un castello ch'egli intitolò Bonaria,
o Aragonetta, il quale signoreggiava talmente l'ingresso di Castro, che
i vascelli, le vittovaglie e le mercanzie non potevano giugnere ai
Pisani senza il permesso degli Arragonesi.

La guarnigione di Bonaria non tardò ad abusare arrogantemente del
vantaggio della sua posizione. L'anno seguente s'impadronì di alcune
navi che i Pisani mandavano a Cagliari[124], onde la repubblica fu
forzata a ricominciare la guerra per vendicare questa fresca ingiuria.
Spossata affatto dalle precedenti disfatte, riclamò l'assistenza de'
Ghibellini genovesi, che, rifuggiati a Savona, sussistevano colla
professione delle armi. Col loro soccorso i Pisani equipaggiarono una
flotta di trentatre galere e ne affidarono il comando a Gasparo Doria.
Questa flotta incontrò il giorno 29 dicembre gli Arragonesi nel mare
Sardo, e la fortuna fu ancora per l'ultima volta contraria ai Pisani.
Furono prese otto galere, e le altre si ritirarono assai danneggiate
dopo aver perduti molti soldati e marinai. I Genovesi guelfi e
ghibellini furono egualmente sensibili all'affronto fatto alla bandiera
della nazione, e poco mancò che il desiderio d'umiliare i Catalani non
riconciliasse le due fazioni, spegnendo quell'odio che da tanto tempo le
armava l'una contro l'altra[125]. Ma i Pisani non furono in istato di
aspettare questa tarda riconciliazione. Il castello di Castro, ultimo
possedimento della repubblica in Sardegna, venne ceduto agli Arragonesi,
e nel susseguente anno fu, colla mediazione del papa, conchiusa la pace.
La repubblica di Pisa abbandonò la Sardegna al re d'Arragona, e furono
rilasciati reciprocamente i prigionieri senza taglia[126].

  [124] _Gio. Villani l. IX, c. 307._

  [125] _Georgius Stella Annal. Gen. p. 1054._

  [126] _Cron. Anon. Pisa t. XV, p. 998. — B. Marangoni Cron. di Pisa
  p. 665. — Gio. Villani l. IX, c. 326. — Zurita Ind. rer. l. II, p.
  169. — Mariana Istoria de las Españas l. XV, c. 18. — La pace
  pubblicossi in Pisa il 10 giugno 1326._

Una piccola parte della Toscana riacquistava con questo trattato di pace
la tranquillità. Tutti gli altri stati di questa provincia erano in
allora scossi dall'ambizione di Castruccio; e la parte guelfa, abbattuta
per la disfatta dei Fiorentini ad Altopascio, ebbe poche settimane dopo,
mentre cercava di rifarsi, un nuovo infortunio nello stato di Bologna.

La lega de' signori ghibellini di Lombardia attaccava Bologna con un
accanimento eguale a quello di Castruccio contro i Fiorentini. Romeo de'
Pepoli era morto in esiglio, ma i di lui figliuoli non erano stati
abbandonati dai signori di Lombardia; Passerino Bonacossi, Cane della
Scala, ed il marchese d'Este erano entrambi nel Bolognese con un'armata,
cui si congiunse Azzo Visconti che ritornava da Lucca. I Ghibellini
avevano due mila ottocento cavalli, ai quali i Bolognesi non potevano
opporre che due mila duecento; ma la loro infanteria di oltre trentamila
uomini sopravanzava d'assai quella de' loro nemici. La disfatta avuta
dai Fiorentini ad Altopascio mosse i Bolognesi, persuasi d'essere loro
riservato l'onore di vendicare la parte guelfa, ad affrettare la
battaglia. Malgrado le calde istanze de' Fiorentini che loro mandavano
molte truppe, il 15 novembre offrirono la battaglia ai Ghibellini alle
falde del Monteveglio, e furono rotti. Perirono o furono fatti
prigionieri cinquecento cavalieri e mille cinquecento fanti; e tra i
prigionieri contaronsi Malatestino da Rimini loro generale e podestà, ed
i più ragguardevoli cittadini. I principi lombardi dopo la loro vittoria
cinsero Bologna d'assedio, ma non tardarono ad accorgersi che le loro
forze non bastavano contro una città così potente, e si ritirarono con
un ricchissimo bottino[127].

  [127] _Mathæi de Griffonibus Memor. Histor. de reb. Bonon. t. XVIII,
  p. 142. — Cronica Miscel. di Bologna p. 338. — Chron. Esten. t. XV,
  p. 386. — Chronicon Mutin. Joh. de Bazano t. XV. — Gio. Villani l.
  IX, c. 321. — Istorie Pistolesi, p. 428._

L'antico capo della lega guelfa in Italia solo non prendeva parte alla
guerra generale ed alle disfatte della sua parte. Roberto, re di Napoli,
poi ch'ebbe lasciata Genova l'anno 1319, erasi trattenuto parecchi anni
in Provenza, per sottomettere alle sue pratiche la corte d'Avignone ed
assicurare la sua influenza sopra il papa. Era partito finalmente alla
volta di Napoli in aprile del 1324 con una flotta di 45 vascelli, e,
passando per Genova, erasi fatto riconfermare per altri sei anni la
signoria di quella città[128].

  [128] _Georg. Stellae Annales Genuens. t. XVII, p. 1053._

Un'ambascieria della repubblica fiorentina giunse a Napoli ed espose al
re i gravissimi pericoli de' suoi alleati i Guelfi di Toscana. Gli
esposero quali fossero le forze e l'ambizione di Castruccio, l'unione
ch'egli aveva stabilita nella sua fazione, e quali ajuti aveva ottenuti
dai Ghibellini di Lombardia. Gli ricordarono i servigi che i Fiorentini
avevano resi alla casa d'Angiò, quando i dominj del re erano stati
minacciati in Piemonte, e quando non avevano temuto di provocare
Castruccio per allontanarlo da Genova, ove Roberto trovavasi assediato.
Finalmente gli domandarono, in virtù de' trattati che essi avevano
sempre fedelmente osservati, i soccorsi da lui dovuti alla lega guelfa.
Ma il re di Napoli sapeva egualmente approfittare dei disastri e delle
prosperità de' suoi alleati. Attribuì il suo raffreddamento e le perdite
de' Fiorentini alla mancanza loro che avevano lasciata spirare nel 1321
la sua signoria: soggiugneva d'essere sempre disposto a difenderli, ma
che la sua real dignità e lo stesso vantaggio della fazione non gli
permettevano di prender parte alla guerra che in qualità di capo. Chiese
in somma ch'egli, o suo figlio il duca di Calabria, fossero investiti
dalla repubblica di assoluti poteri. I consigli di Fiorenza, costretti
di comperare l'ajuto dei loro alleati a così caro prezzo, scelsero di
preferenza per loro signore il duca di Calabria, Carlo, unico figlio del
re, e cercarono nelle loro convenzioni d'allontanare ogni arbitrio
dall'autorità che gli confidavano, e di conservare intatta la libertà
della repubblica. Chiesero che mantenesse al suo soldo mille cavalieri
d'oltremonti finchè durerebbe la guerra; e che in tempo di pace
lasciasse in città quattrocento cavalieri sotto gli ordini del suo
luogotenente. Gli furono assegnati duecento mila fiorini nel primo
periodo e cento mila nel secondo. La signoria del duca di Calabria
doveva durare dieci anni, cominciando il 13 gennajo del 1326, giorno in
cui fu firmato il trattato[129].

  [129] _Gio. Villani l. IX, c. 318. — Istor. Pistolesi p. 430. —
  Leon. Aret. l. V._

Un luogotenente del duca di Calabria venne prima di lui in Toscana per
prendere possesso della signoria di Fiorenza. Era questi Gualtieri di
Brienne, duca titolare d'Atene, e figlio di quello ch'era stato ucciso
del 1311 nella grande battaglia di Cefiso, quando i Catalani
conquistarono il suo ducato[130]. Venne accompagnato da quattrocento
cavalieri francesi; ed i Fiorentini gli giurarono fedeltà, e gli
permisero di nominare, a nome del duca Carlo, una nuova signoria[131].

  [130] Vedasi nel tomo IV il capitolo 26.

  [131] _Gio. Villani l. IX, c. 346._

Il duca di Calabria giunse in Toscana verso la metà dell'estate con
intenzione di unire tutte le comuni guelfe sotto una sola direzione.
Approfittò del suo viaggio a Siena per chiedere la signoria di quella
città, che gli fu accordata solamente per cinque anni e sotto più gravi
condizioni che quelle imposte da' Fiorentini[132]. Il 30 luglio entrò
solennemente in Fiorenza accompagnato dai più grandi signori del regno
delle due Sicilie, e da duecento cavalieri dello speron d'oro. Aveva
sotto i suoi ordini mille cinquecento cavalli, che aggiunse a quelli
condotti pochi mesi prima dal duca d'Atene[133].

  [132] _Cron. Sen. di And. Dei t. XV, p. 74. — Orlando Malavolti
  Stor. di Siena p. II, l. V, p. 84._

  [133] _Gio. Villani l. X, c. 1._

Questa bella armata, che fu ben tosto ingrossata dalle truppe ausiliarie
di tutti i Guelfi toscani, avrebbe potuto tentare qualche fatto
d'importanza, approfittando della presente malattia di Castruccio; ma il
duca si ristrinse a far ribellare due castelli della montagna pistojese,
che furono ben tosto ritolti; ed a impegnare Spinetta Malaspina in un
tentativo sopra la Lunigiana ove fu respinto con perdita[134]. Frattanto
Carlo di Calabria faceva sopra i suoi alleati le conquiste che far non
sapeva sui nemici dello stato. Ridusse molte città soggette ai
Fiorentini, Prato, san Gemignano, Samminiato e Colle, a darsi a lui
direttamente[135]. Impose nuovi tributi, e costò alla repubblica
quattrocento cinquanta mila fiorini all'anno, invece dei duecento mila,
che gli erano stati accordati; spogliò i priori di quasi tutte
l'autorità costituzionali; abolì le leggi _sontuarie_ intorno al lusso
delle donne; finalmente si rese tanto più odioso che non compensò tante
vessazioni con alcuna vantaggiosa impresa contro Castruccio[136].

  [134] _Gio. Villani l. X, c. 6. — Ist. Pist. p. 431. — Beverini An.
  Lucens. l. VI, p. 813._

  [135] _Gio. Villani l. X, c. 13._

  [136] _Ivi c. 9._

La città di Bologna seguì, dopo alcuni mesi, l'esempio datole dai
Fiorentini, e cercò di assicurarsi una potente protezione,
assoggettandosi alla signoria di uno dei capi di parte guelfa; e chiamò
in suo ajuto il cardinale Bertrando del Poggetto, legato del papa in
Italia. Questi dal 1322 in poi era stato potentemente secondato da
Vergusio Landi, una volta capo de' Ghibellini di Piacenza, ma ch'era
passato alla parte guelfa per vendicarsi di Galeazzo Visconti, seduttore
di sua moglie. Tortona, Alessandria, Piacenza, Parma, Reggio e Modena
eransi successivamente date alla chiesa per tutto il tempo che l'impero
rimarrebbe vacante. Bologna anch'essa aprì le sue porte al cardinale
legato, conferendogli, il giorno 8 febbrajo del 1327, la signoria della
città e del territorio[137].

  [137] _Matthæi de Griffonibus Memor. Histor. p. 143. — Cron. Miscel.
  di Bolog. t. XVIII, p. 343. — Chron. Mutin. Bonifazii de Morano t.
  XI, p. 113. — Ghirard. Stor. di Bologna t. II, l. XX, p. 75._

Ma in questo medesimo tempo andava condensandosi all'estremità della
Lombardia una tempesta che poteva ruinare tutto il partito guelfo. Era
giunto a Trento Luigi di Baviera, l'imperatore eletto in febbrajo del
1327, ove aveva presieduta un'adunanza de' principali Ghibellini
d'Italia. Marco Visconti, Passerino Bonacossi, Obizzo marchese d'Este,
Guido Tarlati, vescovo d'Arezzo, e Cane della Scala eransi recati presso
l'imperatore, come pure gli ambasciatori di Federico re di Sicilia, di
Castruccio e de' Pisani. Luigi aveva promesso di venire a Roma a
prendere la corona imperiale, ed i Ghibellini gli avevano promesso un
dono di cento cinquanta mila fiorini per ispesare la sua truppa[138].

  [138] _Gio. Villani l. X, c. 15. — Albert. Mussatus Ludovicus Bavar.
  t. X, p. 770. — Istorie Pistolesi p. 442. — Cortusior. Hist. l. III,
  c. 10, t. XII, p. 839. — Chron. Esten. t. XV, p. 388. — Georg.
  Merulae Histor. Mediol. l. II, p. 101, t. XXV. — Leon. Aretini l. V,
  p. 173._

Luigi di Baviera sembrava allora in istato d'intraprendere esterne
guerre, e di vendicarsi del papa che lo aveva tanto crudelmente
oltraggiato. Il suo rivale, Federico d'Austria, dopo una lunga prigionia
a Trausnitz, erasi finalmente stancato della sua schiavitù. Luigi lo
aveva visitato nella sua prigione l'anno 1325, avevagli offerta la
libertà, non domandando altra ricompensa che la sua amicizia ed
alleanza. Una condotta così generosa toccò il cuore di Federico, che
riconobbe Luigi per suo imperatore, obbligandosi a difenderlo verso
tutti e contro di tutti, _anche contro quello_, diceva egli, _che si dà
il titolo di papa_. Molti de' suoi baroni eransi fatti garanti delle sue
promesse, e la sua figlia aveva sposato il figlio di Luigi[139]. Invano
Giovanni XXII annullò questo trattato; invano Leopoldo, fratello del
duca d'Austria, continuò la guerra; che Federico fu fedele alle sue
promesse: i due rivali diventati amici sinceri ebbero comuni la tavola
ed il letto, e furono in procinto di dividere tra di loro la dignità
imperiale[140].

  [139] _Olenschlager Geschichte des Rom. Kays. § 63. — Schmidt, Hist.
  des Allemands l. VII, c. 5._

  [140] _Olenschlager Geschichte § 67._

Ne' cinque anni, ch'erano corsi dopo la battaglia di Muhldorf, Luigi
aveva sforzati gli altri principi della casa d'Austria a fare la pace,
ed aveva sventati gl'intrighi del papa in Germania. Era chiamato in
Italia non meno dal desiderio della vendetta, che da quello di
sanzionare i suoi diritti all'Impero, facendosi coronare a Roma. Vero è
che, indebolito da lunghe guerre, era povero di gente e di danaro; ma il
paese che visitava, era una ricca miniera, onde sperava che la cupidigia
più che l'ubbidienza avrebbe strascinato in folla i Tedeschi in quelle
ricche contrade, per dividerne le spoglie.

L'imperatore eletto apparecchiandosi ad attaccare il papa, il suo più
implacabile nemico, lo aveva già indicato nell'assemblea di Trento come
prete sacrilego ed eretico, usurpatore del supremo pontificato, che i
Cristiani dovevano rifiutare. Un partito numeroso erasi nella chiesa
rivoltato contro Giovanni XXII, nè l'accusa d'eresia era nuova. Questo
papa, ambizioso e cupido troppo più che non si conveniva a principe
cristiano, aveva non pertanto molto zelo per la fede; ma egli credeva di
esserne l'oracolo, e le opinioni da lui adottate erano spesse volte in
aperta opposizione con quelle de' suoi dottori. Così trovavasi in allora
impegnato in una disputa coi Francescani, o frati Minori, intorno alla
povertà di Gesù Cristo. Questi monaci, che in forza dei loro voti
abiuravano ogni proprietà, pretendevano che gli alimenti che mangiavano,
non fossero una loro proprietà, nè pure nell'istante in cui li
mangiavano, e che Gesù Cristo aveva loro dato l'esempio di questa
suprema povertà. Per lo contrario il papa sosteneva che Gesù Cristo
aveva avute alcune proprietà sia personali, sia comuni coi suoi
Apostoli, e che i Francescani non potevano schivare che le cose
appropriate al loro uso non fossero altresì loro proprietà. I Domenicani
erano per l'opinione del papa, ma molti fedeli inclinavano a credere che
negando a Cristo una suprema povertà si attentasse alla sua gloria; onde
i Francescani, ostinandosi nella propria credenza, avevano condannato il
papa come eretico e scomunicato. Giovanni XXII, che attaccava una
crudele importanza a questa disputa di parole, fece bruciare i più
ostinati tra questi frati e spogliò l'ordine di tutti i suoi beni per
ridurlo a quella evangelica povertà, di cui tanto si gloriava[141].

  [141] _Raynald. An. Eccles. t. XV, ad an. 1322 § 53 ec. — Ann.
  Coesenatenses t. XIV, p. 1148._ In questi Annali, opera d'un
  Francescano, viene riportata una lunga lettera del generale de'
  frati Minori intorno a questa controversia.

Indipendentemente dai frati Minori, ancora altri teologi prendevano le
parti di Luigi di Baviera. E questi erano coloro che, stomacati dalle
usurpazioni della santa sede, sostenevano l'indipendenza delle autorità
secolari, ed anche la loro superiorità sul papa. Scrissero con molta
energia e molta eleganza intorno a quest'argomento Marsilio di Padova,
medico di Luigi, e Giovanni Gianduno o di Gand, suo consigliere; ma le
loro opinioni furono condannate come eretiche dalla corte romana[142].

  [142] _Olenschlager Geschichte § 53. — Tiraboschi Stor. della
  Letter. Ital. t. V, l. II, c. 1, § 27._

Incoraggiato dalle esortazioni de' suoi teologi e de' frati Minori, e
sicuro degli ajuti de' Ghibellini, Luigi di Baviera entrò in Italia
senza danaro e col seguito di soli seicento cavalli. Ma Cane della
Scala, signore di Verona, Passerino de' Bonacossi, signore di Mantova,
ed il marchese d'Este, signore di Ferrara, gli vennero incontro colla
loro cavalleria, e presero assieme la strada di Milano, ove il re de'
Romani ricevette il 30 maggio la corona di ferro nella basilica di
sant'Ambrogio dalle mani dei vescovi d'Arezzo e di Brescia, dal papa già
deposti e scomunicati[143].

  [143] _Gio. Villani l. X, c. 18. — Chron. Veron. t. VIII, p. 644. —
  An. Mediol. t. XVI, c. 99, p. 704. — Olenschlager Geschichte § 74,
  p. 182._

Dacchè Galeazzo Visconti, signore di Milano, aveva vinto Raimondo di
Cardone in una grande battaglia e fattolo prigioniere, poco più temeva
gli attacchi de' Guelfi. La sua potenza li teneva lontani da' suoi
stati, ed altronde manteneva una segreta corrispondenza colla corte di
Roma, cui faceva sperare che, abbandonato il partito dell'imperatore,
riconoscerebbe dalla chiesa la sua autorità. Ma Galeazzo aveva trovati
nuovi nemici nella propria famiglia. Quel Lodrisio Visconti, suo
parente, che lo aveva scacciato da Milano, poi richiamato del 1322, non
sapeva nè sottomettersi al governo dispotico di Galeazzo, nè
acconsentire al trattato che gli vedeva stringere col papa. Pretendeva
Marco Visconti, fratello di Galeazzo, di dividere con lui la sovranità
rassodata col suo valore e colle sue vittorie; e la gelosia tra i due
fratelli era poc'a poco declinata in aperto odio. I nobili milanesi
credevansi avviliti dall'innalzamento di una famiglia poc'anzi loro
eguale, il popolo non aveva dimenticata l'antica libertà, e per ultimo
gli altri capi ghibellini di Lombardia, Cane Passerino e Franchino
Rusca, tiranno di Como, eransi alienati da Galeazzo, dopo che i suoi
trattati colla corte pontificia avevano risvegliata la loro diffidenza.
Luigi di Baviera nell'adunanza di Trento, poi a Como ed a Milano, era
stato richiesto da tutti coloro che lo circondavano di privare Galeazzo
del principato[144].

  [144] _Georg. Merulæ Hist. Mediol. l. II. — Albert. Mussati Lud.
  Bavar. p. 771. — Boninc. Morigiæ Chron. Modoet. t. XII, c. 35 e 36.
  — Pet. Azarii Chron. t. XVI, c. 7. — Georgii Stellæ Ann. Genuens. t.
  XVII, p. 1056. — Pauli Jovii Galeaz. p. 288._

Finchè Luigi di Baviera guerreggiò in Germania per farsi riconoscere re
de' Romani, la sua condotta era stata libera, leale, onorata, e talvolta
generosa. In Italia, per lo contrario, fu quasi sempre perfida e venale.
Pare che supponesse l'Italia, in certo modo, abbandonata al saccheggio:
vedevasi circondato da tiranni che non conoscevano scrupoli, e si
credeva anch'esso libero da ogni dovere. È cosa notabile che siasi quasi
sempre fatto uso contro gl'Italiani di quella perfida politica che viene
loro rimproverata, ed i loro nemici accrebbero fede a questa ingiusta
riputazione di falsità per essere liberi da qualunque dovere verso gli
accusati di mala fede. Luigi di Baviera doveva riconoscere in Galeazzo
Visconti il più antico ed intrepido campione del partito ghibellino,
pure non lasciò di tradirlo mentre da lui riceveva una generosa
ospitalità: sedusse i contestabili delle truppe tedesche al di lui
servizio, ed il 6 di luglio in una pubblica assemblea, dopo avergli
aspramente rinfacciato di non avere ancora pagata la promessa
contribuzione, lo fece arrestare unitamente a suo figlio e a due
fratelli. Gli strappò di mano, col timore del supplicio, le chiavi di
tutte le sue fortezze, indi lo mandò colla sua famiglia nelle terribili
prigioni ch'egli medesimo aveva fatto fare a Monza[145].

  [145] _Gio. Villani l. X, c. 30. — Galv. Flam. Man. Flor. c. 365. —
  Chron. Modoet. c. 37. — Georg. Merulæ Hist. Mediol. l. II, p. 104. —
  Olenschlager Geschichte § 76, p. 186._

Dopo ciò, Luigi ristabilì in Milano un simulacro di repubblica, facendo
scegliere dalle ventiquattro tribù della città un consiglio di
ventiquattro membri, cui diede per presidente Guglielmo di Monforte,
governatore imperiale. Ma le grandi contribuzioni imposte per ordine del
monarca fecero bastantemente comprendere ai cittadini, che non avevano
altrimenti ricuperato il diritto di governarsi da sè stessi.

Così solenne tradimento poteva per altro avere per l'imperatore la
triste conseguenza di staccare dal suo partito i capi ghibellini ai
quali appoggiavasi tutta la sua fortuna, onde trovò necessario di
giustificarsi in una dieta, adunata a quest'oggetto ad Orci nel
territorio bresciano. Accusò Galeazzo d'aver voluto tradire la causa dei
Ghibellini per favorire la chiesa, e produsse innanzi all'assemblea
alcune carte che provavano le di lui negoziazioni col papa. Risvegliò
l'animosità e la gelosia degli uditori contro il capo della casa
Visconti, e si scolpò facilmente in su gli occhi di coloro che bramavano
di trovarlo innocente. Chiese in appresso ed ottenne sussidj di danaro e
di soldati; e, chiusa la dieta, s'incamminò verso la Toscana con mille
cinquecento cavalieri tedeschi, la maggior parte de' quali erano stati
al servizio di Galeazzo, e con cinquecento cavalieri somministrati dai
tre signori ghibellini di Lombardia[146]. Passò il Po il 23 di agosto, e
giunse a Pontremoli il primo di settembre, senza che il cardinale
legato, che aveva più di tre mila cavalli nello stato di Parma, osasse
opporsi alla sua marcia.

  [146] _Gio. Villani l. X, c. 32._

Castruccio era stato uno de' primi ad affrettare la discesa in Italia di
Luigi di Baviera, e questi faceva grandissimo capitale de' consigli, del
valore e de' soldati di così riputato capitano. Castruccio desiderava
ardentemente l'arrivo dell'imperatore. Era stato a vicenda tribolato
dagl'intrighi e dalle armi del potente suo vicino il duca di Calabria,
signore di Fiorenza; aveva più che mai bisogno degli esterni ajuti per
difendersi contro la maggioranza delle forze che l'unione dei Napoletani
dava ai Guelfi di Toscana. Una delle più potenti case di Lucca, i
Quartigiani, che, sebbene originariamente Guelfi, avevano contribuito
all'innalzamento di Castruccio, avevano preso parte contro di lui in una
trama ordita dal duca di Calabria. Nuovi progetti di ambizione, o
fors'anco il desiderio di tornare in libertà la loro patria gli aveva
alienati dal signore di Lucca, il quale, scoperta la loro congiura, ne
condannò venti ad orribile supplicio, facendoli sotterrar vivi col capo
allo in giù. Altri cento furono esiliati, e qui si fermarono le indagini
di Castruccio per timore di scoprire più colpevoli che non avrebbe
voluto[147].

  [147] _Beverini Ann. Lucens. l. VI, p. 821._

Dall'altro canto un'armata guelfa di due mila cinquecento cavalli e
dodici mila fanti aveva conquistati santa Maria a Monte ed Artiminio, e
minacciava i territorj di Lucca e di Pistoja, quando, avuto avviso
dell'avvicinamento dell'imperatore, si ritirò bruscamente verso
Fiorenza[148]. Liberato Castruccio da tanto pericolo, corse incontro a
Luigi, facendogli portare a Pontremoli magnifici regali. Gli aprì le
porte del castello di Pietra santa, di dove, lasciata Lucca a sinistra,
gli fece prendere la strada di Pisa.

  [148] _Gio. Villani l. X, c. 28 e 29. — Leon. Aret. l. V. — Beverini
  Annales Lucens, l. VI, p. 825._

I Pisani più non conservavano quel primo caldo attaccamento al partito
ghibellino, di cui avevano date in addietro così luminose prove. Erano
spossati dalla guerra sarda, durante la quale erano stati abbandonati
dagli antichi alleati e traditi da Castruccio, onde desideravano di
tenersi amici i Fiorentini coi quali eransi di fresco rappacificati.
Temevano inoltre la collera del papa, da cui erano stati per lo stesso
motivo altre volte scomunicati; per le quali cagioni gli ambasciatori
mandati al congresso di Trento, invece d'invitare l'imperatore nella
loro città, gli avevano offerti sessanta mila fiorini per prezzo della
loro neutralità ed indipendenza. La condotta tenuta da Luigi verso
Galeazzo Visconti accresceva la diffidenza dei Pisani, i quali per non
essere, come il signore di Milano, traditi dai Tedeschi che tenevano al
loro soldo, li privarono dei loro cavalli e delle armi. Pure, così
consigliati da Guido dei Tarlati, vescovo d'Arezzo e loro alleato,
mandarono a Ripafratta, posta al confine dello stato lucchese, tre nuovi
ambasciatori a Luigi[149].

  [149] Cioè Lemuno Guinicello dei Sismondi, Albizzo da Vico e Giacomo
  da Calci. _Gio. Villani l. X, c. 23. — Marangoni Cronica di Pisa p.
  657._

Castruccio, che non aveva rinunciato al progetto d'assoggettarsi Pisa,
consigliò l'imperatore a non accogliere i deputati di quella repubblica,
rifiutando il loro danaro e le loro offerte: e mentre i deputati
tornavano a Pisa, li fece arrestare al passaggio del Serchio,
protestando che li tratterebbe come ostaggi e li farebbe morire, se la
patria loro non apriva le porte al re de' Romani[150]. Il vescovo
d'Arezzo che aveva impegnata la sua fede per la loro sicurezza, chiese a
Luigi che fossero posti in libertà. Con siffatta violazione del diritto
delle genti, diceva egli, veniva compromessa la sua parola, sagrificato
l'onore del monarca, e tutti gli antichi Ghibellini, spaventati da
questa mancanza di fede, abbandonerebbero la causa del capo dell'Impero,
invece di esporsi per la medesima. Tali dovevano essere per Luigi IV le
conseguenze de' consigli di Castruccio, cui ciecamente si abbandonava.
Il capo dell'Impero, soggiugneva il vescovo d'Arezzo, avrebbe dovuto
ricordarsi che la sua politica niente aver doveva di comune con quella
d'un usurpatore, che tutto sagrificava all'interesse personale ed al
bisogno presente, d'un tiranno pel quale il ben pubblico, l'onore, la
probità, la riconoscenza e la speranza non erano che nomi vuoti di
senso. Castruccio irritato rispose con violenza che non s'aspettava ad
un vile il dirigere i guerrieri, nè ad un traditore il predicare la
virtù: che il vescovo d'Arezzo colle sue pratiche coi Fiorentini era
bastantemente convinto di mala fede o di piccolo cuore, e che s'egli
avesse voluto attaccare Fiorenza dalla banda delle montagne, mentre
Castruccio la stringeva dalla parte del piano, il partito guelfo sarebbe
in Toscana affatto spento. In questa calda disputa Luigi si decise per
Castruccio[151]. Guido dei Tarlati abbandonò all'istante il campo
imperiale e la causa di Luigi; ma col cuore ulcerato dall'indegnità del
trattamento fattogli, dall'ingratitudine de' suoi amici e dai rimorsi di
avere portate le armi contro la chiesa, fu sorpreso da grave malattia
che lo condusse a morte in capo a pochi giorni mentre trovavasi a
Montenero. Gli Aretini che erano stati felici sotto il di lui governo,
affidarono la carica di capitano della loro città ad uno de' suoi
nipoti, Pietro Saccone Tarlati, signore di Pietramala, il più valoroso
de' gentiluomini che conservavano tuttavia inviolata la loro
indipendenza nelle montagne[152].

  [150] _Cron. Sanese d'And. Dei, t. XV, p. 78._ Tale minaccia non fu
  eseguita: gli ambasciatori furono liberati il 10 ottobre, dopo presa
  la città.

  [151] _Leon. Aret. l. V. — Beverini Annales Lucenses l. VI, p. 827._

  [152] _Gio. Villani l. X, c. 34. — Cronica di ser Gorello d'Arezzo,
  c. 4, t. XV, p. 827._

Mentre i Pisani stavano aspettando i loro ambasciatori, Luigi di Baviera
e Castruccio alla testa dell'armata ghibellina si presentarono alle
porte della loro città. La signoria le fece subito chiudere,
rifiutandosi di ricevere l'imperatore; il quale, risoluto
d'intraprenderne l'assedio, si accampò alla sinistra dell'Arno.
Castruccio occupò la riva destra; e due ponti di barche, uno sopra
l'altro al di sotto della città, univano i due campi e terminavano la
linea che chiudeva Pisa, mentre i distaccamenti di cavalleria
approfittavano dell'inclinazione del popolo per la parte ghibellina,
onde soggiogare tutti i castelli della repubblica. Frattanto la signoria
era forzata a praticare certi ritegni che distruggevano le sue risorse;
non osava chiedere soccorso di truppe al duca di Calabria per non
rinunciare con tal passo al partito ghibellino; e non si attentava di
levare nuove contribuzioni, e di prendere le energiche misure che
potevano metter fine agl'intrighi de' suoi interni nemici. Dopo aver
sostenuto un mese d'assedio, quando Luigi incominciava a scoraggiarsi il
governo fu forzato a domandare la pace dalle grida della plebaglia,
ammutinata dai capi del partito democratico per vendicarsi dell'essere
stati da sett'anni in qua esclusi dall'amministrazione.

Onorevoli furono le condizioni accordate da Luigi ai Pisani; promise
loro che nè Castruccio nè gli esiliati entrerebbero in città, ch'egli
medesimo non promoverebbe verun cambiamento nel governo, e che la
contribuzione pagabile da Pisa, siccome da tutte le città imperiali pel
suo felice arrivo, sarebbe fissata in sessanta mila fiorini, che gli
erano stati fin da principio offerti. A tali condizioni e dopo aver
posti in libertà gli ambasciatori trattenuti da Castruccio, entrò
pacificamente in Pisa il 10 ottobre facendo osservare alla sua armata la
più severa disciplina. Ma que' medesimi cittadini che avevano costretta
la signoria a far la pace, il conte Tazio, figliuolo di Gerardo di
Donoratico, e Vanni, figliuolo di Banduccio Bonconti, che volevano pur
vedere rovesciato il presente governo, adunarono tumultuariamente un
parlamento, che annullò la capitolazione accordata dall'imperatore,
richiamò gli esiliati, e permise a Castruccio l'ingresso in città. Il
primo atto di sovranità esercitato da Luigi di Baviera sopra la
repubblica fu una contribuzione di cento cinquanta mila fiorini[153].

  [153] _Gio. Villani l. X, c. 33. — Istor. Pistol. p. 444. —
  Olenschlager Geschichte § 77._

Luigi visitò in appresso Lucca e Pistoja; e per ricompensare lo zelo e
la fedeltà di Castruccio, eresse in suo favore un ducato in Toscana,
formato delle città di Lucca, Pistoja, Volterra e della Lunigiana. Diede
l'investitura di questo nuovo ducato a Castruccio, il giorno di san
Martino, accordandogli in pari tempo d'inquartare i suoi stemmi con
quelli della Baviera[154].

  [154] _Istor. Pistol. p. 448. — Beverini Annales Lucens. l. VI, p.
  830._

La vicinanza dell'imperatore teneva Fiorenza inquieta assai, non
dubitandosi che non fosse per manifestare il suo sdegno contro una
repubblica, che tanto apertamente erasi dichiarata pel partito de' suoi
nemici: pure non furonvi ostilità tra lui e il duca di Calabria. I due
nemici di quasi eguali forze si guardavano con rispetto, e non cercavano
occasioni di fare sperimento della propria forza. Luigi in sul finire di
dicembre prese a traverso le Maremme la strada di Roma; mentre il duca,
per avvicinarsi in pari tempo che l'imperatore a Roma ed a Napoli,
seguiva la strada superiore di Siena, Perugia e Rieti. La piena dei
fiumi ritardò la marcia dell'armata tedesca, e gli cagionò grandissime
difficoltà, ma il duca non osò approfittarne. Il 2 gennajo 1328
finalmente Luigi arrivò a Viterbo, ove fu cordialmente accolto da
Salvestro de' Gatti, signore ghibellino di questa città. Intanto il duca
rientrò per la via dell'Aquila nel regno di Napoli, avendo lasciati in
Fiorenza mille cavalli sotto gli ordini di Filippo da Sanguineto suo
luogotenente[155].

  [155] _Gio. Villani l. X, c. 49._

Poichè Roma fu abbandonata dai papi, il suo governo degenerò in una
irregolare oligarchia. Talvolta i ministri del papa o del re di Napoli
vi esercitavano molta autorità; altra volta si disputavano il supremo
potere le potenti famiglie dei Colonna, de' Savelli, degli Orsini. Per
altro la costituzione della città avrebbe potuto risguardarsi come
repubblicana e democratica: un magistrato forestiere che aveva il nome
di senatore, era incaricato dell'amministrazione della giustizia; un
consiglio di cinquantadue membri eletti dai rispettivi quartieri
trovavasi alla testa dell'amministrazione, ed erano presieduti dal
prefetto di Roma; finalmente veniva frequentemente consultata
l'assemblea del popolo; ed il senatore, siccome i due capitani del
popolo che lo ajutavano, venivano eletti dalla nazione. Tra i nobili, i
Savelli erano ghibellini, guelfi gli Orsini, e dei due fratelli Colonna
Stefano e Sciarra, il primo seguiva le parti del papa, l'altro quelle
dell'imperatore. Quando seppesi in Roma la discesa di Luigi di Baviera
in Italia, un movimento popolare aveva obbligato Napoleone Orsini e
Stefano Colonna a ripararsi colle loro famiglie in Avignone, mentre
Sciarra Colonna e Giacomo Savelli erano stati nominati capitani del
popolo dai Ghibellini vittoriosi[156].

  [156] _Gio. Villani l. X, c. 19._

I deputati del senato romano si fecero incontro all'imperatore fino a
Viterbo per istabilire le condizioni del suo ingresso in Roma: ma Luigi
che si era assicurato l'appoggio dei capi del governo, e che non voleva
nè scontentare il senato, nè legarsi con anticipate convenzioni, fece
onestamente trattenere gli ambasciatori, e giunse egli stesso alle porte
della città il giorno 7 gennajo del 1328, prima che fossero tornati: fu
accolto dai Romani con infinito giubilo ed alloggiato in Vaticano. Il
quinto giorno, fatto adunare tutto il popolo avanti al Campidoglio,
commise al vescovo d'Aleria in Corsica di ringraziare in suo nome i
Romani dell'attaccamento che gli mostravano. Questi promise che Luigi
farebbe prosperare l'eterna città, ridonandole l'antica sua gloria. In
appresso, di consentimento del popolo, stabilì che la ceremonia della
sua incoronazione si farebbe la seguente domenica 27 di gennajo[157].

  [157] _Gio. Villani l. X, c. 23. — Cron. Sanese di And. Dei, p. 79._

Nel giorno destinato Luigi partì da santa Maria Maggiore colla sua
consorte Margarita di Hainault per recarsi in san Pietro di Vaticano. I
capitani del popolo, i consiglieri e tutti i baroni di Roma, vestiti di
drappi d'oro, aprivano il corteggio; venivano dietro al monarca
quattromila cavalli che aveva seco condotti; e le strade che
attraversava, erano addobbate di ricchissimi tappeti. Un legista seguiva
l'imperatore, affinchè tutte le ceremonie si eseguissero conformemente
alle leggi. Castruccio nominato cavaliere e conte del palazzo di
Laterano per questa solennità, portava la spada dell'impero, ch'egli
stesso doveva cingere al monarca. Era il capitano coperto di un abito di
seta chermisì, con due brevi a grandi lettere d'oro sul petto e sulle
spalle che ascrivevano a Dio la sua grandezza, e ne lasciavano
l'avvenire alla provvidenza[158]. Giacomo Alberti, vescovo di Venezia o
Castello, e Gerardo Orlandini, vescovo d'Aleria, l'uno e l'altro dal
papa scomunicati e deposti, stavano aspettando Luigi a san Pietro per
consacrarlo. Dopo questa cerimonia, Sciarra Colonna pose sulla di lui
testa la corona dell'impero, e Luigi, quasi per prendere possesso della
nuova dignità, fece leggere tre decreti, in forza dei quali prometteva
di mantenere la purità della fede cattolica, di rispettare i preti e di
conservare i diritti delle vedove e dei pupilli. Dopo ciò, tutto il
corteggio tornò in Campidoglio. Aveva il popolo conferita al monarca per
acclamazione la dignità di senatore di Roma, e questi la trasmise a
Castruccio affinchè l'esercitasse in suo nome[159].

  [158] Stava scritto sul petto: _Egli è come Dio vuole_: e sopra le
  spalle: _E sì sarà quello che Dio vorrà_. _Gio. Villani l. X, c.
  58._

  [159] _Gio. Villani l. X, c. 55. — Beverini Annales Lucens. l. VI,
  p. 833._

Immediatamente dopo la consacrazione, Luigi avrebbe dovuto marciare
contro Napoli colle imponenti forze ch'egli comandava, e schiacciare il
suo principale avversario, che non era in istato di resistergli
lungamente: ma egli sentiva che la sua coronazione era di niun valore
per l'aperta opposizione del papa. Diffidava de' proprj diritti, e
cercava di assodarli ora con ridicole e talvolta scandalose formalità:
intentò un processo contro il papa, additato col nome di prete, Giacomo
di Cahors, lo citò al suo tribunale, e come colpevole d'eresia e di lesa
maestà, lo condannò alla deposizione ed in seguito alla pena di
morte[160]. Gli diede per successore un frate Minore, chiamato Pietro di
Corvaria, che fece eleggere dal popolo e consacrare sotto nome di Nicolò
V[161]. Ma mentre lasciava inutilmente passare, stando in Roma, la
stagione di agire, Castruccio, il suo più fermo appoggio, era richiamato
in Toscana da una rivoluzione che minacciavalo di rapirgli i suoi stati.

  [160] _Gio. Villani l. X, c. 68. — Olenschlager Geschichte des
  Romisch Kayserthum § 82._

  [161] _Gio. Villani l. X, c. 71. — Albertini Mussati Lodovicus
  Bavarus p. 772. — Vita Joan. XXII ex Amalrico Augerio t. III, p. II.
  — Raynald. Annal. Eccles. § 8, t. XV._

Il luogotenente del duca di Calabria a Fiorenza, Filippo da Sangineto,
aveva la notte del 28 gennajo sorpresa Pistoja. Due emigrati guelfi di
questa città gli avevano date le misure delle fosse e delle mura; i
Guelfi di Pistoja avevano prese le armi ed aperta una breccia per far
entrare la cavalleria fiorentina; e la guarnigione di Castruccio, non
avendo potuto sostenersi nella fortezza, erasi ritirata a Serravalle. Ma
l'armata di Sangineto, quasi tutta composta di Borgognoni, aveva
crudelmente abusato della sua vittoria, saccheggiando dieci giorni
continui la città senza risparmiare piuttosto i Guelfi che i Ghibellini:
ed aveva tanto ben consumate tutte le sue munizioni ed i suoi magazzini,
che si era spogliata di tutti i mezzi di difesa ove fosse stata
attaccata dai nemici[162].

  [162] _Ist. Pist. Anon. t. XI, p. 445. — Gio. Villani l. X, c. 57. —
  Leonard. Aret. l. V. — Beverini Ann. Lucens. l. VI, p. 835._

Non ebbe appena ricevuto l'avviso della perdita di Pistoja, che
Castruccio partì alla volta della Toscana con mille cavalli e mille
arcieri che aveva condotti a Roma per onorare l'imperatore. Giunto a
Pisa, si appropriò il prodotto delle gabelle, ed impose nuove
contribuzioni[163]. Aveva Luigi data all'imperatrice la sovranità di
Pisa; ma quando un suo luogotenente si presentò per prendere possesso
della signoria, Castruccio lo costrinse a ritirarsi, e corse la città
alla testa della sua cavalleria, per sottometterla alla sua
autorità[164]. Frattanto disponevasi ad assediare Pistoja; ed il 13
maggio mandò mille cavalli ed un grosso corpo d'infanteria con ordine di
occupare le comunicazioni della piazza, ed in seguito fece avanzare la
milizia di Pisa, indi passò egli stesso al campo col rimanente delle sue
forze.

  [163] _Gio. Villani l. X, c. 58._

  [164] _Gio. Villani l. X, c. 81. — Olenschlager Geschichte, § 85._

I Fiorentini irritati dalle vessazioni di Filippo da Sangineto, dal
saccheggio di Pistoja, e dal vedere che la sovranità di quella terra
veniva riservata al duca di Calabria, avevano rifiutato di
approvisionarla a loro spese. Pure quando videro Castruccio disposto ad
intraprenderne l'assedio, pentiti della loro ostinazione, adunarono una
forte armata per vittovagliare Pistoja, difesa da trecento cavalieri e
da mille fanti al loro soldo, sussidiati dai Guelfi della città[165]. Il
13 luglio l'armata Fiorentina composta di due mila seicento cavalli, e
secondo alcuni di circa trenta mila pedoni[166], s'avvicinò alla città
assediata, mandando a sfidare Castruccio a battaglia. Il signore di
Lucca accettò garbatamente il guanto della sfida, e fissò il giorno ed
il luogo della battaglia; ma perchè egli non aveva da opporre all'armata
nemica che mille seicento cavalieri, invece di prepararsi alla
battaglia, approfittò dell'indugio per fortificarsi nel suo campo,
rendendone l'attacco quasi impossibile. Quando i Fiorentini nel giorno
convenuto ebbero aspettato alcun tempo l'armata lucchese nel piano, e
s'accorsero d'essere stati beffati, tentarono di forzarla ne' suoi
trincieramenti, ma ne furono respinti con qualche perdita. Pensarono
allora di obbligare Castruccio a levare l'assedio per venire a difendere
i suoi stati trasportando improvvisamente la guerra nello stato di Pisa
che mise a fuoco e sangue. Ma sapendo Castruccio che Pistoja non aveva
vittovaglia che per pochi giorni, lasciò guastare le campagne e non
abbandonò la sua posizione. In fatti gli assediati scoraggiati dalla
partenza dell'armata guelfa, capitolarono, ed aprirono le porte della
città al signore di Lucca il 3 agosto del 1328[167].

  [165] _Istorie Pistolesi, p. 447. — Giovanni Villani l. X, c. 83. —
  Leonardo Aretino l. V. — Beverini Annales Lucenses l. VI, p. 843._

  [166] _Beverini Annales Lucenses l. VI, p. 845._

  [167] _Istor. Pistolesi p. 450. — Gio. Villani l. X, c. 84. — And.
  Dei Cron. Sanese t. XV, p. 81. — Beverini Ann. Lucenses l. VI, p.
  848._

«Quando Castruccio, dice il Villani, ebbe riacquistata Pistoja per suo
grande senno e studio e prodezza,... tornò alla città di Lucca con
grande trionfo e gloria, e trovossi in sul colmo d'essere temuto e
ridottato e bene avventuroso di sue imprese più che fosse stato nullo
signore o tiranno italiano, passati molti anni; e con questo signore
della città di Pisa e di Lucca e di Pistoja e di Lunigiana e di gran
parte della Riviera di Genova di levante, e trovossi signore di più di
trecento castella murate. Ma come a Dio piacque il quale per debito di
natura ragguaglia il grande col piccolo, e 'l ricco col povero, per
soperchio di disordinata fatica prese nell'oste a Pistoja, stando
armato, andando a cavallo e talora a piè a sollecitare le guardie o a'
ripari della sua oste, facendo fare fortezze e tagliate, e talora
cominciava colle sue mani, acciò che ciascuno lavorasse al caldo del
sole Leone, sì li prese una febre continua, onde cadde forte malato. E
per simile modo molta buona gente di Castruccio ammalarono.»

Il più ragguardevole personaggio che perì vittima di quest'epidemia
sotto gli occhi di Castruccio, fu Galeazzo Visconti, già signore di
Milano. L'imperatore lo aveva, ad istanza del signore di Lucca, posto in
libertà il 25 marzo unitamente alla sua famiglia, e Galeazzo in allora
militava sotto le insegne del suo protettore[168]. Fu sorpreso
dall'epidemia nella rocca di Pescia, ove quest'uomo, ch'era stato
signore di Milano e di altre sette grandi città, cioè Pavia, Lodi,
Cremona, Como, Bergamo, Novara e Vercelli, ridotto alla condizione di
povero soldato, morì in pochi giorni miserabilmente e scomunicato.

  [168] _Bonincontri Morigiae Chr. Med. c. 37. — Georgii Merulae Hist.
  Mediol. l. II._

Frattanto la malattia di Castruccio facevasi pericolosa in modo, ch'egli
stesso, conoscendo vicino il termine de' suoi giorni, dispose de' suoi
beni, lasciando ad Enrico, suo maggior figliuolo, il ducato di Lucca nel
modo che lo aveva istituito l'imperatore[169]. Ordinò che subito morto,
questo suo figlio passasse a Pisa con un corpo di cavalleria per
mettersene al possesso, e non prendesse il corrotto finchè non avesse
assodata la sua sovranità. Dopo aver date tali disposizioni rese l'anima
il sabato 3 settembre 1328.

  [169] Castruccio lasciava tre figli legittimi in minor età, Enrico,
  Valerano e Giovanni, sotto la tutela di Pina sua consorte. Aveva
  pure un bastardo chiamato Ortino. _Beverini Annales Lucens. l. VI._

Era Castruccio assai destro della persona, di grande e svelta statura,
di aggradevole aspetto, ma sparuto e quasi bianco; aveva i capelli
diritti e biondi e dolce la fisonomia; morì di quarantasette anni. Fra i
tiranni ebbe nome di valoroso e magnanimo[170], saggio, accorto, pronto
nel risolvere, instancabile nella fatica, valoroso nelle armi,
antiveggente, felice nelle sue imprese, da tutti temuto. Ma nel corso di
quindici anni in cui tenne il governo di Lucca, diede diverse prove
della crudeltà del suo carattere. Diede in preda ad orribili torture i
sospetti, e condannò ad atroci supplicj i suoi nemici. Sempre vago
d'avere nuovi servitori e nuovi amici, non era riconoscente de' ricevuti
beneficj; anzi pareva incrudelire maggiormente contro coloro che lo
avevano ajutato ne' suoi bisogni, quasi volesse scaricarsi in tal modo
di quanto loro doveva. Andava debitore ai Quartigiani del suo primo
ingrandimento, ed abbiamo veduto che li condannò a crudele supplicio. I
Poggi, altra famiglia lucchese, lo avevano tolto dalle mani di Neri
della Faggiuola, e gli avevano aperta la strada alla sovranità; ed egli
approfittò dell'opportunità di una privata quistione in cui ebbero
parte, per far tagliare la testa a due di loro[171].

  [170] _Et quidem is erat Castrucius, ut quoniam ita ferebant
  tempora, nullius manu libertas honestius periret._ _Beverini Ann.
  Lucens. l. VI._

  [171] _Ibidem._

La morte di Castruccio fu a seconda de' suoi ordini tenuta nascosta fino
al giorno 10 di settembre, nel qual tempo il suo maggior figliuolo corse
colla cavalleria le città di Lucca e di Pisa, rompendo i Pisani ovunque
tentarono di opporgli resistenza. Tornò poscia a Lucca per assistere ai
funerali del padre, che fu con grandissima pompa sepolto il giorno 14 di
dicembre nel convento de' frati minori di san Francesco[172].

  [172] _Gio. Villani l. X, c. 85. — Storie Pistolesi p. 451. — Vita
  Castrucci Antelminelli a Nicolao Tegrimo p. 1343. — Andrea Dei
  Cronaca Sanese t. XV, p. 83. — Cronica di Pisa anonima t. XV, p.
  1000._

Estremo fu il giubbilo de' Fiorentini allorchè seppero la morte di
Castruccio. Lo stesso Luigi di Baviera, privo de' consigli e
dell'appoggio di Castruccio, più non era per loro un terribile nemico.
Sapevano che rimasto senza di lui in Roma non d'altro erasi occupato che
di vane e ridicole cerimonie; che colle imprudenti sue invettive contro
il papa e contro la chiesa aveva disgustati i suoi più fedeli
partigiani; che aveva trascurato il momento più opportuno di attaccare
il regno di Napoli; che le truppe del re Roberto eransi avanzate ad
insultarlo fino ad Ostia; che un corpo de' suoi cavalieri era stato
distrutto fra Todi e Narni; che i Romani stanchi di averlo nella loro
città, ed irritati dalle contribuzioni che loro imponeva grandissime,
eransi battuti coi suoi Tedeschi; e finalmente che, partendo da Roma il
4 di agosto per passare in Toscana assieme al suo antipapa, erano stati
dalla plebe gravemente ingiuriati; gettati nel Tevere alcuni de' suoi
soldati rimasti alla coda dell'armata; ed all'indomani accolti e creati
senatori Bartoldo Orsino e Stefano Colonna, ch'erano tornati in Roma coi
Guelfi[173].

  [173] _Gio. Villani l. X, c. 96._

Intanto erasi l'imperatore avanzato fino a Todi con due mila cinquecento
cavalli, disponendosi a tenere la strada d'Arezzo per attraversare la
Toscana. Egli pensava di assediare Firenze prima che potesse
vittovagliarsi col vicino raccolto; nel qual caso avrebbe potuto ridurla
a difficili circostanze. Ma lo rimosse da questo progetto una flotta
siciliana giunta ne' mari di Toscana sotto il comando di don Pedro,
figliuolo del re Federico, che aveva con se mille cento cavalieri
catalani o siciliani. Don Pedro ricordava all'imperatore la concertata
spedizione col re di Sicilia contro Roberto re di Napoli, affrettandolo
a riprendere la strada del regno. In fatti Luigi tornò alquanto addietro
per avvicinarsi al mare: incontrò a Corneto don Pedro, ed i due principi
si caricarono a vicenda di rimproveri. Luigi accusava il Siciliano
d'essere venuto troppo tardi; e questi rinfacciava all'imperatore
d'avere troppo presto abbandonati i suoi progetti. Fecero non pertanto
assieme qualche impresa nelle Maremme; ma trovandosi Luigi a Grossetto,
ebbe notizia il 18 settembre della morte di Castruccio, e di quanto suo
figliuolo Enrico aveva fatto in Pisa; onde partì all'istante per riavere
questa città, che si affrettò di aprirgli le porte per liberarsi dal
giogo dei Lucchesi[174].

  [174] _Gio. Villani l. X, c. 102. — Cronica di Pisa p. 1000. —
  Andrea Del Cronaca Sanese p. 84. — Leonardo Aretino l. V._

Quando moriva Castruccio, Luigi di Baviera perdeva un altro de' suoi
consiglieri e de' suoi confidenti, Marsilio di Padova, il teologo
controversista che aveva combattuta l'autorità dei papi, ed aveva avuta
grandissima parte ne' processi cominciati in Roma contro Giovanni
XXII[175]. Il giorno 9 di novembre morì ancora Carlo, figliuolo del re
Roberto, duca di Calabria e signore dei Fiorentini. Costui non lasciava
che due figliuole[176]; ed il re suo padre non aveva altri figli, di
modo che questa casa, già da tanto tempo la protettrice del partito
guelfo, pareva vicina al suo fine. Perciò i più zelanti Guelfi di
Fiorenza ne furono estremamente afflitti; ma il popolo rallegravasi di
veder terminato, prima che spirasse il termine convenuto, l'arbitrario e
concussionario governo de' Pugliesi. Trovavasi felice nel vedersi
liberato da un signore nè valoroso nè prudente, e che chiamato a
difendere Firenze nelle più difficili circostanze aveva dissipati i
tesori dello stato non pensando che a vane ostentazioni ed a' suoi
piaceri[177].

  [175] _Gio. Villani l. X, c. 104._

  [176] La seconda di queste figlie, Maria, nacque dopo la morte del
  padre.

  [177] _Gio. Villani l. X, c. 109. — Cronaca Sanese di Andrea Dei p.
  84._

La morte suole di rado recar soccorso agli sventurati quando gemono nel
colmo delle sofferenze; più raramente ancora ferisce colui contro del
quale i voti degli uomini invocano la vendetta del cielo. I suoi
inaspettati decreti colgono il giusto, le di cui virtù eccitano il più
vivo rammarico, mentre il grande colpevole non cade che quando i suoi
delitti incominciano ad essere obbliati. Ma nella storia fiorentina la
morte ci si presenta più volte quale liberatrice della repubblica. La
morte d'Enrico VII salvò Firenze dalla collera di questo provocato
imperatore; la morte di Castruccio la liberò dal più valoroso guerriero,
dal più profondo politico, dal più temuto di tutti i suoi nemici; la
morte del duca di Calabria la sottrasse al dominio de' Napoletani nel
momento che più non aveva bisogno de' loro soccorsi.



CAPITOLO XXXII.

      _Grandezza di Firenze. — Ritirata di Luigi di Baviera e ruina
      de' suoi alleati. — Campagna in Italia di Giovanni di Boemia._

1328 = 1333.


Alla morte di Castruccio incomincia un'altra delle più gloriose epoche
della grandezza di Firenze, la quale, liberata da così potente nemico,
dominò tutta l'Italia col vigore de' suoi consigli e colla profonda sua
politica. Sempre disposta a proteggere i deboli e gli oppressi, sempre
apparecchiata ad opporre agli usurpatori un'insormontabile resistenza,
la signoria fiorentina si considerò quale custode dell'equilibrio
politico d'Italia specialmente destinata a conservare ai sovrani la loro
indipendenza, ai popoli il proprio governo.

D'uopo è ricercare nello stesso carattere di una nazione i motivi
dell'abituale condotta del suo governo, e specialmente quando il governo
è democratico. Le qualità caratteristiche de' Fiorentini li rendevano
acconci a sostenere le luminose parti che avevano preso a rappresentare,
e l'Atene d'Italia ricordò quella di Grecia non meno per l'ingegno del
suo popolo, che pei capi d'opera che produsse.

Tra i popoli italiani risguardavasi il fiorentino come il più accorto;
motteggiatore nelle brigate, coglieva con vivacità il ridicolo; quando
trattavasi di affari, la sua perspicacia mostravagli la più breve e
facile via per conseguire l'intento, i vantaggi e la difficoltà d'ambo i
lati; nella politica indovinava i progetti de' suoi nemici, prevedeva le
conseguenze delle loro azioni, e la serie degli avvenimenti. Non
pertanto il suo carattere era più fermo, e la sua condotta più misurata
assai che non sarebbesi potuto presumere da tanta vivacità. Lento a
risolvere, non intraprendeva cose pericolose che dopo lunghi consigli;
ma quando vi si era impegnato, non si lasciava smuovere dai più gravi ed
impreveduti disastri. Nelle cose delle lettere i Fiorentini univano alla
prontezza la forza del raziocinio, alla filosofia la giovialità, la
facezia alle più sublimi meditazioni. La profondità del carattere aveva
presso questo popolo conservato l'entusiasmo, ed il motteggio ne aveva
formato il gusto; la severità del pubblico contro il ridicolo aveva
stabilita intorno alle lettere ed alle arti una non meno severa
legislazione.

La scuola di pittura che allora fioriva nella loro città, porta
l'impronta del genio creatore, di cui venivano per altro corretti i
traviamenti. Il pittore che inventava il paradiso ed osava
rappresentarvi gli eletti nella loro gloria, consigliavasi col pubblico
di cui temeva il giudizio. Giotto fioriva a quest'epoca in Firenze:
figliuolo d'un povero montanaro, aveva ricevuto dalla repubblica l'onore
della cittadinanza ed una ragguardevole pensione. Con una prodigiosa
diligenza arricchiva tutte le chiese di quadri assai più belli di quanto
erasi fatto fino allora, e trovava tempo per dipingerne ancora per le
altre città d'Italia. Aveva egli fatto il modello del bel campanile
della cattedrale di Firenze; ed i molti discepoli ai quali amorosamente
insegnava l'arte sua, erano destinati a darle maggior perfezione[178].
Stefano, Andrea di Cione, Buffalmacco, Taddeo Gaddi ec., ottennero
grandissima celebrità.

  [178] _Vasari, Vita di Giotto p. I._

Ma più che l'amore delle lettere e delle belle arti radicato era nel
popolo fiorentino quello della libertà. La sua gelosia della suprema
autorità lo chiamava ad opporsi vigorosamente ad ogni specie di
aristocrazia; ed i suoi talenti per le combinazioni politiche lo
riconducevano sempre verso lo stesso scopo con venti sperienze in
diverse costituzioni. Nello stesso tempo egli sapeva circoscrivere il
potere dei capi, e porsi in guardia contro le agitazioni delle assemblee
popolari.

(1328) La morte del duca di Calabria diede ai Fiorentini nuova cagione
di riformare la loro costituzione, e di equilibrare i diversi poteri
della repubblica. I parlamenti o assemblee generali dei cittadini che
tenevansi nella pubblica piazza, avevano più spesso servito al
sovvertimento delle leggi che a tenerle in vigore; quindi i buoni
cittadini andavano sempre proponendo di chiamare il popolo all'esercizio
della sovranità per mezzo di rappresentanti, e non direttamente; di
consultare la sua opinione, non di contarne i suffragi; poichè non può
esistere la pubblica opinione, nè ha tempo di formarsi in que' paesi,
ne' quali il regime democratico la converte subito in legge; e quando
vengono interpellati tutti i cittadini sopra oggetti non meditati che da
pochi, quasi tutti non danno la propria ma l'altrui opinione. I
Fiorentini non meno gelosi de' cittadini ateniesi non volevano
persuadersi che la nascita, il rango, gl'impieghi rendessero gli uni più
che gli altri cittadini proprj al governo. Non pretendevano per altro,
che la nazione intera fosse nello stesso tempo sovrana e suddita; ma
bensì volevano tutti giugnere successivamente alla magistratura ed ai
consigli, acconsentendo che la magistratura ed i consigli, finchè durava
la loro amministrazione, governassero soli in nome della repubblica.

Ed a fronte del loro esagerato amore dell'eguaglianza, erano non
pertanto costretti di confessare che molti cittadini avrebbero avvilito
il governo colla bassezza della loro condizione, coi villani loro modi,
e colla loro ignoranza. Non volevano per altro escluderli con leggi
generali, le quali verrebbero considerate e come ingiuriose a coloro
contro i quali erano dirette, ed inoltre come insufficienti; onde
preferirono di provvedervi indirettamente, non accordando le cariche che
a quelli che ne sarebbero giudicati degni da una autorità nazionale.
Chiesero adunque che si facesse una nota generale di tutti i cittadini
eleggibili, guelfi, e dell'età di trent'anni: e questa nota si formò
coll'intervento di cinque magistrature indipendenti, cadauna delle quali
rappresentava un interesse nazionale: i priori in nome del governo, i
confalonieri in nome della milizia, i capitani di parte in nome de'
Guelfi, i giudici di commercio in nome de' mercanti, i consoli delle
arti in nome degli artisti, indicavano tutti la volta loro i cittadini
che riputavano degni de' pubblici onori. Alcuni aggiunti cavati dalla
massa del popolo sussidiavano questi elettori, onde verun cittadino non
fosse dimenticato o escluso per sorpresa: e così colui che non veniva
ricordato da nessuno come abbastanza degno, non era più chiamato alle
cariche.

La nota degli eleggibili veniva poscia assoggettata alla ricognizione di
una balìa. Componevasi questo corpo elettorale dei magistrati in numero
di novantasette[179]; e dovevansi avere sessant'otto suffragi per essere
iscritto nella lista de' priori. I buoni uomini, i consoli delle arti, i
confalonieri della compagnia venivano eletti nella stessa maniera.
Finalmente furono aboliti i quattro antichi consigli, e surrogati due
nuovi; quello del popolo composto di trecento membri che dovevano
provare di essere guelfi e popolani; ed il consiglio del comune formato
di cento venti nobili e di cento venti cittadini dell'ordine popolare. I
due consigli venivano rinnovati ogni quattro mesi[180].

  [179] Cioè sei priori, dodici buoni uomini, diecinove confalonieri
  delle compagnie, ventiquattro consoli delle arti, e sei deputati di
  ogni quartiere. La balìa veniva presieduta dal confaloniere di
  giustizia.

  [180] _Gio. Villani l. X, c. 110. — Leon. Aretino l. V._

Per tal modo ebbero nel governo la loro rappresentanza tutte le
principali parti componenti lo stato, la nobiltà ed il popolo, il
commercio e le manifatture, ogni corpo militare, ogni mestiere, ogni
quartiere della città. La sovranità rimase tutta intera alla nazione,
senza che la nazione fosse adunata; la volontà del popolo giudicò di
tutte le più importanti quistioni, ma dopo essere state lungamente
disaminate dalla magistratura e dai consigli.

Quel medesimo spirito di libertà che aveva presieduto alla formazione
della costituzione, dirigeva il governo nelle sue relazioni esteriori. I
Fiorentini furono appena liberati dal timore di Castruccio, che
determinarono di liberare dal giogo dei tiranni anche i popoli vicini.
Dopo aver veduto l'indipendenza d'Italia minacciata dal Bavaro,
determinarono di opporsi allo stabilimento di qualunque potenza
straniera al di qua delle Alpi.

Luigi di Baviera erasi avanzato fino alle frontiere della repubblica
fiorentina, e pel 13 dicembre del 1328 aveva convocata in Pisa
un'assemblea de' principali capi del partito ghibellino: ma mentre la
teneva occupata soltanto intorno al processo che faceva contro il papa
d'Avignone il suo antipapa Nicolò V[181], la cavalleria fiorentina due
volte s'avanzò ad insultarla fino sotto le mura di Pisa. Luigi di
Baviera aveva perduto in Castruccio il suo miglior consigliere ed il suo
campione. Egli non aveva danaro per mantenere un'armata così lontana dal
proprio paese; ed era talvolta costretto di procurarsene coi più perfidi
e vergognosi modi[182]: veniva perciò doppiamente diffamato, per la sua
povertà e per le frodi e per l'ingratitudine che questa obbligavalo a
praticare[183].

  [181] _Gio. Villani l. X, c. 113 e 114._

  [182] D'ordine di Massimiliano, duca di Baviera, Gio. Giorgio
  Herwart, suo cancelliere, scrisse del 1618 un'opera per difendere
  Luigi IV contro le imputazioni de' Guelfi, e specialmente di Bzovio,
  continuatore degli Annali ecclesiastici. È un grosso libro in 4.º
  stampato a Monaco. Ma ridonda più d'invettive che di ragioni, e non
  basta a ristabilire la riputazione dell'imperatore.

  [183] Il Petrarca vi allude nella canzone _Italia mia_ composta
  quando i Fiorentini pensavano di richiamare il Bavaro in Italia:

    _Nè v'accorgete ancor per tante prove_
    _Del Bavarico inganno_
    _Che alzando 'l dito colla morte scherza?_

Durante la sua dimora in Roma aveva fatto imprigionare e mettere
barbaramente alla tortura Salvestro de' Gatti, signore di Viterbo, per
obbligarlo a scoprire il luogo in cui teneva nascosti i suoi tesori,
sebbene fosse questi il primo signore dello stato ecclesiastico, che
aveva volontariamente data in mano dell'imperatore una fortezza[184].
Cercava in pari tempo di aver danaro da' Visconti e di cavare nuovi
frutti del tradimento loro fatto. Il 6 di luglio del precedente anno
aveva fatto ritenere Galeazzo accusato d'aver trattato coi Guelfi; ma
aveva, senza verun pretesto, fatto imprigionare in Monza il figlio ed il
fratello di questo signore. Dopo otto mesi lasciatosi finalmente piegare
dalle istanze di Castruccio, avea ritornata loro la libertà il 25 marzo
del 1328, ma lasciato morire nella miseria e nell'esilio il valoroso
capo di questa famiglia. Presentemente negoziava coi superstiti di
vender loro la sovranità rapitagli. Egli voleva danaro, ed inoltre
chiedeva un pegno della futura fedeltà di coloro che aveva tanto
crudelmente offesi. Per fargli cosa grata, Giovanni Visconti, il terzo
de' figliuoli del grande Matteo, aveva accettato il cappello
cardinalizio dell'antipapa Nicolò V; e mentre suo nipote Azzo
mercanteggiava coll'imperatore il riacquisto di Milano, un impreveduto
avvenimento affrettò la conclusione del trattato[185].

  [184] _Gio. Villani l. X, c. 65._

  [185] _Gio. Villani l. X, c. 117._

Tutte le truppe imperiali lagnavansi di non essere pagate; ma più
impazienti di tutti erano i Sassoni e gli abitanti della Germania
inferiore, che anche nello stato ecclesiastico avevano minacciato di
battersi coi loro patriotti. Finalmente risolsero di sorprendere una
fortezza, perchè servisse loro di pegno; ed ottocento cavalieri della
bassa Germania con molti pedoni partirono il giorno 29 ottobre del 1329
alla volta di Lucca con tanta celerità, che l'imperatore ebbe appena
tempo di far chiudere le porte della città[186]. Dopo aver saccheggiati
i sobborghi di Lucca ed i villaggi di Val di Nievole, si stabilirono
sulla montagna del Ceruglio, il più alto tra i colli che dividono il
piano delle paludi di Fucecchio da quello del lago di Bientina. Si
afforzarono in questa vantaggiosa posizione, lontana quindici miglia da
Lucca e dodici da Pisa, signoreggiando egualmente le pianure di Val di
Nievole e quelle di Val d'Arno, onde chiudevano l'ingresso ne' territorj
pisano e lucchese. Allora minacciando indistintamente i Guelfi ed i
Ghibellini posero all'incanto i loro servigi e la loro nimicizia[187].

  [186] _Gio. Villani l. X, c. 107._

  [187] _Bart. Beverini Annales Lucens. l. VII._

Luigi di Baviera, conoscendo quanto pericolosa fosse la sua situazione,
volendo richiamare gli ammutinati, si determinò finalmente a conchiudere
la lunga negoziazione coi Visconti, ritornando ad Azzo il titolo di
vicario imperiale e facendogli aprire le porte di Milano. Azzo Visconti
promise il pagamento di cento venticinque mila fiorini, e mandò suo zio
Marco al corpo tedesco di Ceruglio, per informarlo di questo trattato e
pregarlo a pazientare finchè il danaro giugnesse da Milano. Ma i
Tedeschi, dopo avere aspettato pochi giorni, fermarono Marco Visconti,
come sigurtà del danaro che loro aveva promesso[188].

  [188] _Gio. Villani l. X, c. 117._

Intanto l'imperatore cercava d'imporre contribuzioni sui paesi già
governati da Castruccio. Egli aveva accordato ai di lui figliuoli il
titolo di duchi di Lucca, che loro ubbidiva ancora; sebbene molte
famiglie repubblicane, gli Onesti, i Pozzinghi ed i Salamoncelli,
cercassero di ristabilire l'antica forma del governo[189]. Luigi di
Baviera sotto colore di proteggere i giovanetti orfani, de' quali era
naturale tutore, entrò in Lucca, ove fu ricevuto senza sospetto il 16
marzo del 1329. Ma egli ordinò subito al suo maresciallo di correre per
le strade con un corpo di cavalleria, come costumasi nel prender
possesso di una città. I Tedeschi attaccarono gli steccati eretti contro
di loro, bruciarono le case de' Pozzinghi, ove incontrarono resistenza,
ed il fuoco comunicandosi ai vicini edificj ridusse in cenere il più
ricco quartiere della città, quello di san Michele. Dopo ciò
l'imperatore vendette Lucca per ventidue mila fiorini a Francesco
Castracani, parente, ma nemico, di Castruccio e de' suoi figliuoli[190].

  [189] _Beverini Ann. Lucens. l. VII, p. 857-859._

  [190] _Istorie Pistolesi anonime t. XI, p. 453. — Gio. Villani l. X,
  c. 125._

Filippo Tedici, che aveva venduta Pistoja a Castruccio, voleva almeno
conservare la signoria di questa città ai giovani Castracani; ma i
Panciatichi, antichi capi del partito ghibellino, vi si opposero colle
armi, e Tedici fu cacciato di Pistoja coi soldati di Castruccio. Così fu
in pochi mesi distrutta la potenza di questo valoroso ed accorto
principe che fatti aveva tremare tutti i Guelfi d'Italia. I suoi
figliuoli, scacciati dalle città in cui aveva egli regnato, furono
forzati di ripararsi ne' castelli degli Appennini, finchè giunti all'età
atta alle armi professarono il mestiere di _condottieri_. I diversi
stati da Castruccio uniti in un solo, si separarono per essere un dopo
l'altro ridotti in servitù, mostrando così che l'efimera loro potenza
era attaccata ad una sola vita. Que' popoli, cui Castruccio aveva
ispirato il proprio ardore militare, trovaronsi spossati dalle battaglie
sostenute con tanta gloria; esauriti erano i loro tesori, la loro
gioventù perita nelle battaglie, e i Lucchesi pagarono con quaranta anni
di schiavitù la breve gloria onde Castruccio gli aveva coperti.

Luigi di Baviera non prendendosi verun pensiero dei figliuoli del suo
più fedele servitore, ch'egli stesso aveva ruinati, lasciò la Toscana il
giorno 11 aprile. Vedeva ogni giorno venir meno in questa provincia il
suo credito; e non potendo ridurre sotto le sue insegne i Tedeschi del
Ceruglio, temeva di vedersi esposto a grandi rovesci di fortuna, ove
questi prendessero soldo dalla repubblica fiorentina. Affidò la custodia
di Pisa a Tarlatino di Pietra Mala, uno de' signori d'Arezzo,
lasciandogli circa seicento cavalli tedeschi, e s'incamminò col resto
delle sue truppe verso la Lombardia[191].

  [191] _Gio. Villani l. X, c. 128._

Finchè l'imperatore si trattenne in Toscana, i Fiorentini non potevano
disporre delle loro forze, che per difendersi da così potente nemico; ma
ne fu appena lontano, che cominciarono ad approfittare dell'odio che
questo monarca aveva ispirato ai popoli. Dì quante conquiste aveva fatte
Castruccio, più d'ogni altra spiaceva ai Fiorentini quella di Pistoja
che apriva ai Ghibellini il passaggio delle montagne, e li metteva nella
stessa campagna di Firenze. Ma i Panciatichi, capi de' Ghibellini
pistojesi, dopo averne scacciati i Tedici che risguardavano come
traditori, mossero pratica presso il governo fiorentino per
rappacificarsi. Ne aprì le negoziazioni Pazzino de' Pazzi, loro parente,
col di cui mezzo il 24 maggio del 1329 si segnò la pace tra Pistoja e
Firenze. I Pistojesi rinunciarono ad ogni loro diritto sopra Montemurlo,
Carmignano, Artimino e Vitolino, fortezze già occupate dai Fiorentini;
si obbligarono ad avere in ogni tempo per loro amici gli amici dei
Fiorentini, per nemici i loro nemici; ed acconsentirono a ricevere entro
le loro mura, per sicurezza della città, un capitano fiorentino con una
piccola guarnigione[192]. Dopo questo trattato, sebbene si continuasse a
risguardare Pistoja qual città alleata e non suddita de' Fiorentini,
cessò d'avere un'esistenza indipendente, e cessarono i suoi abitanti di
formare un popolo.

  [192] _Istor. Pistolesi anon. t. XI. — Gio. Villani l. X, c. 130._

La più ridente provincia della Toscana, Val di Nievole, occupata dai
Lucchesi l'anno 1281[193] aveva ubbidito a Castruccio. Due piccoli
fiumi, che per altro non sono mai senz'acque, la Pescia e la Nievole,
rendono fertilissimo il piano di questa bella vallata che si copre ogni
anno di ricche messi. Le colline che la circondano sparse di ulivi e di
viti, producono il più delicato olio ed i migliori vini della Toscana:
ne coronano la vetta antiche rocche, le di cui torri, coperte d'ellera e
di capperi, s'innalzano di mezzo ad alti castagni ed ai cipressi. Queste
rocche non appartenevano alla nobiltà immediata, ma vi si erano adunati
per loro sicurezza i proprietarj della valle; un ricinto comune serviva
alla difesa delle case e de' più preziosi effetti, e senza uscire dai
loro ripari gli abitanti di questo delizioso paese potevano custodire le
messi del piano ed osservare il lavoro de' loro agricoltori. Ogni
borgata aveva un governo municipale; e prima di passare sotto il dominio
de' Lucchesi, queste piccole popolazioni, tanto vicine le une alle altre
da potersi intendere parlando da un castello all'altro, si erano
talvolta fatte la guerra, ed avevano contratte fra di loro alleanze
offensive e difensive. Morto Castruccio, desiderando di separare la loro
sorte da quella dei Lucchesi, si collegarono tra di loro per assicurare
la comune indipendenza; ma l'esempio dei Pistojesi li persuase a cercare
l'alleanza e la protezione di Firenze; onde il 21 giugno del 1329 fu
firmato un trattato di perpetua pace tra la repubblica per una parte, e
per l'altra i castelli di Pescia, Montecatini, Buggiano, Uzzano, Colle,
Cozzile, Massa, Monsummano e Montevetturini. Obbligavansi questi a non
avere altri amici che gli amici dei Fiorentini, ed essere nemici dei
loro nemici, e ad ubbidire ad un capitano che manderebbe loro la
repubblica[194].

  [193] _Gio. Villani l. VII, c. 76. — Prosper Omero Baldassaroni,
  Istoria di Pescia, un vol. in 8.º._

  [194] _Gio. Villani l. X, c. 135. — Beverini Annales Lucens. l. VII,
  p. 864._

Parve che allora si presentasse alla repubblica l'opportunità di fare un
acquisto assai più importante. Le fu offerta in vendita la città di
Lucca. I Tedeschi che avevano abbandonato l'imperatore, e ch'eransi
trincierati a Ceruglio, quando seppero ch'era partito, credettero utile
di assoggettarsi ad un capo che conoscesse l'Italia e la politica
italiana, e scelsero quello stesso Marco Visconti che pochi dì prima
avevano arrestato, ma che aveva saputo farsi amare da molti loro
compatriotti per il suo valore ed i talenti militari, e perchè il suo
carattere inquieto ed intraprendente lo rendevano degno del comando
d'una banda di avventurieri. Infatti Marco Visconti trovossi appena capo
di questa temuta gente, che prese a negoziare con tutti i suoi vicini,
col governo di Firenze, coi Tedeschi di guarnigione a Lucca, e cogli
oppressi cittadini di Pisa.

La conquista di Lucca fu il primo frutto di queste segrete pratiche.
L'imperatore aveva lasciati trecento cavalieri tedeschi a Francesco
Castraccani degli Interminelli, suo vicario in Lucca; questi furono
sedotti dai Tedeschi del Ceruglio; ed altri cavalieri della stessa
nazione, che avevano militato sotto Castruccio, ed erano rimasti di
guarnigione nella rocca di Lucca, promisero di ajutare il figlio del
loro duca, che Marco Visconti aveva fatto venire nel suo campo; e nella
notte del 15 aprile le porte della città e la sua rocca furono aperte ai
Tedeschi del Ceruglio, i quali disarmarono i cittadini e ne diedero la
signoria a Marco Visconti[195]. Ma i soldati cui andava debitore della
nuova sovranità, erano accostumati a vivere coi ladronecci, ed il
territorio lucchese che andavano guastando, e la città, impoverita dalle
precedenti guerre, più omai non bastavano a mantenerli[196]. Perciò
desideravano di tornare in Germania, ed erano disposti a cedere Lucca a
qualunque loro pagasse in cumulo il soldo dovuto dall'imperatore; il
quale, stando ai loro calcoli, ammontava a ottanta mila fiorini. Per
tale prezzo offrirono Lucca ai Fiorentini, i quali rifiutarono
l'offerta; o perchè i priori della repubblica non volessero arricchire
coi proprj tesori i loro nemici, Marco Visconti ed il figliuolo di
Castruccio[197]; o perchè una vicendevole diffidenza impedisse ai
Fiorentini ed ai Tedeschi di mandare ad effetto il trattato, negando gli
uni di dare il danaro prima che fosse loro aperta la città; ne volendo
gli altri aprirla avanti di riceverlo[198]; o pure, come vogliono
alcuni, che vi si opponesse una segreta gelosia contro il primo
negoziatore incaricato di questo trattato dalla signoria[199].

  [195] _Gio. Villani l. X, c. 129._

  [196] _Beverini Ann. Lucens. l. VII, p. 861._

  [197] _Leon. Aret. Stor. Fior. l. VI. — Machiav. Stor. Fior. l. II._

  [198] _Andrea Dei Cron. Sanese t. XV, p. 86. — Beverini Ann. Lucens.
  l. VII, p. 863._

  [199] _Gio. Villani l. X, c. 129._

Intanto scoppiava in Pisa una seconda congiura diretta da Marco
Visconti. Questa città, sì lungo tempo fedele agl'imperatori, e che
tanti enormi sacrificj sostenne per cagion loro, aveva esperimentata,
come gli altri stati ghibellini, l'ingratitudine di Luigi di Baviera. Il
diritto delle genti era stato violato nei suoi ambasciatori, la città
assediata, la capitolazione violata, e la signoria affidata
successivamente all'imperatrice, a Castruccio, a Tarlatino di Pietra
Mala; finalmente insopportabili contribuzioni erano state imposte agli
abitanti, le quali avevano fatto succedere la miseria all'antica
opulenza. Marco Visconti concertò il modo di liberare Pisa col conte
Fazio, o Bonifazio della Gherardesca, capo della fazione plebea; gli
spedì una compagnia di cavalieri, col cui ajuto Fazio scacciò di Pisa il
vicario imperiale co' suoi soldati, e ristabilì in giugno del 1329 il
governo indipendente della repubblica[200].

  [200] _Gio. Villani l. X, c. 133._

Intanto Marco Visconti non si credeva del tutto sicuro in mezzo ai
Tedeschi che lo avevano creato loro capo, e venne personalmente a
Firenze per ripigliare il trattato della vendita di Lucca. In questo
frattempo i suoi luogotenenti aprirono un eguale trattato coi Pisani, i
quali, temendo d'essere prevenuti dai Fiorentini in così notabile
acquisto, strinsero il contratto pel prezzo di sessanta mila fiorini, e
ne sborsarono incautamente per caparra tredici mila, senza farsi dare
ostaggi. I Tedeschi si fecero giuoco della data fede e rifiutarono
d'aprire la città. Intanto i Fiorentini adombrati dal tentativo de'
Pisani, fecero ben tosto avanzare le loro truppe per impedirne
l'esecuzione; ed i Pisani che avevano perduta una somma considerabile, e
risguardavano egualmente come loro nemici i Tedeschi di Tarlatino che
avevano cacciati fuori di Pisa, ed i Tedeschi di Lucca che gli avevano
ingannati, furono obbligati a fare la pace con Fiorenza il 12 agosto del
1329, rinunciando all'acquisto di Lucca[201].

  [201] _Gio. Villani l. X, c. 136. — Cronica di B. Marangoni di Pisa.
  — Beverini Annales Lucenses l. VII, p. 865._

I Tedeschi rinnovarono un'altra volta l'offerta di vendere Lucca ai
Fiorentini; e perchè la signoria non aveva voluto accettarla, molti
ricchi mercanti formarono una società, nella quale prese parte anche il
nostro storico Giovanni Villani, per acquistar Lucca col loro danaro.
Essi avevano raccolti tra di loro cinquantadue mila fiorini, e dieci
mila ne aggiungevano i mercanti lucchesi che desideravano di liberar la
loro patria dall'oppressione; onde dalla signoria di Fiorenza si
chiedevano soltanto quattordici mila fiorini, per i quali le si davano
in custodia le mura e la fortezza: e coloro che avevano somministrato il
danaro, sarebbero stati rimborsati col prodotto delle gabelle delle
porte di Lucca. Ma questa volta un inconcepibile acciecamento sorprese
la signoria, che d'ordinario mostrò tanta accortezza, e le fece
rigettare così utili offerte. Temette forse il ridicolo, cui sarebbe
esposta una nazione di mercanti, che invece di soggiogare i nemici colle
armi, non sapeva che comperarli. «Che fama certa, dice il Villani, era
per lo mondo che i Fiorentini per covidigia di guadagno di moneta hanno
comperata la città di Lucca. Ma al nostro parere, e a' più savi, che poi
l'hanno esaminato quistionando, che compensando le sconfitte e danni
ricevuti, e ispendii fatti per lo comune di Firenze per cagione de'
Lucchesi per la guerra Castruccina, niuna più alta vendetta si poteva
fare per li Fiorentini, nè maggiore laude e gloriosa fama poteva andare
per lo mondo che potersi dire, i mercanti e singulari cittadini di
Firenze con la loro pecunia hanno comperato Lucca, e suoi cittadini e
contadini stati loro nemici, come servi[202]».

  [202] _Gio. Villani l. X, c. 142._

Intanto un emigrato ghibellino di Genova, detto Gherardino Spinola, si
fece a trattare cogli avventurieri tedeschi l'acquisto di Lucca; e
questi soldati, impazienti di ripatriare, gli cedettero la città il
giorno 2 settembre per trenta mila fiorini. I Lucchesi ne riconobbero
l'autorità, meno insopportabile al certo che quello della soldatesca cui
succedeva; ed i Fiorentini che gli dichiararono la guerra, si videro
tolti dai Ghibellini le castella di Collodi e di Montecatini[203].

  [203] _Ibid., c. 143. — Leon. Aretino l. VI, p. 191. — Beverini Ann.
  Lucens. l. VII, p. 869._

Tranne questa guerra, poco dannosa, eransi ristabiliti in Toscana
l'ordine e la pace. La stessa repubblica di Pisa aveva cercato di
rappacificarsi col partito guelfo e col papa: al quale oggetto obbligò
l'antipapa Nicolò V ad uscire dalle sue mura; ed in seguito lo fece
arrestare in un castello della Maremma, ove erasi nascosto, e lo mandò
prigioniero in Avignone. Giovanni XXII pianse di gioja vedendosi arbitro
della sorte di così pericoloso rivale, che fece custodire, finchè visse,
in onorata prigione; ammettendo i Pisani alla comunione della chiesa in
premio di così segnalato servigio[204].

  [204] _Gio. Villani l. X, c. 162._

Ma la Lombardia, ove Luigi di Baviera aveva condotta la sua armata, non
andava esente da rivoluzioni. Sebbene i Fiorentini non avessero verun
dominio in questa contrada, non vedevano tranquilli il rapido
innalzamento d'alcuni principi ad una straordinaria potenza, e il
decadimento egualmente rapido di alcuni altri nella dipendenza o nella
disgrazia.

Uno de' più temuti capi del partito ghibellino aveva cessato d'esistere
quando Luigi di Baviera rientrò dalla Toscana in Lombardia. Passerino
dei Bonacossi, signore di Mantova e di Modena, aveva in una sedizione
popolare perduta l'ultima città il 15 giugno 1327[205]. I Guelfi ed il
legato Bertrando erano accorsi in ajuto degl'insorgenti, che loro
avevano aperte le porte. Ma Passerino era rimasto sovrano di Mantova,
città da oltre quarant'anni suddita della sua famiglia. Difesa dai
laghi, che la circondano, dalle aggressioni straniere, pareva che
Mantova non avesse pure a temere interni sconvolgimenti. Il popolo aveva
da molto tempo perduta la memoria d'una libertà appena conosciuta; i
grandi erano sottomessi ed altronde accarezzati dal signore e
confidentemente trattati; finalmente era nota la prudenza, la ricchezza
ed il valor del principe, che risguardavasi come il meglio assodato
sovrano di Lombardia[206]. Una privata offesa provocata dall'arroganza
del figlio di Passerino fu cagione della sua ruina.

  [205] _Chron. Mutin. Joh. de Bussano t. XV, p. 588. — Chron. Mutin.
  Bonifacii de Morano t. XI, p. 113._

  [206] _Chron. Modoetiense t. XII, l. II, c. 41._

I costumi della gioventù, severi nelle repubbliche, erano licenziosi ne'
principati di Lombardia. I sovrani stessi sarebbersi adombrati
dell'austera indipendenza di un uomo onesto e sobrio. L'esempio della
corte invitava alla mollezza; ed i gentiluomini, pei quali non restava
alcuna via alla gloria ed agli onori, si occupavano unicamente dei
piaceri. Compagni delle dissolutezze ed amici del figliuolo di Passerino
erano tre suoi cugini, figliuoli di Luigi da Gonzaga; uno de' quali
avendo eccitata la gelosia del principe, questi giurò nella brutale sua
collera di vendicare sulla propria consorte di Filippino Gonzaga la
supposta infedeltà della sua amante, disonorando quella sotto gli occhi
di suo marito[207].

  [207] _Platina Hist. Mantuae t. XX, l. II, p. 727._

I tre fratelli Gonzaga ed il loro amico Alberti Saviola si disposero a
prevenire così disonorante ingiuria, o a punire il figlio del tiranno
per aver soltanto osato di formarne il disegno. Chiesero segretamente
soccorso a Cane della Scala signore di Verona, e l'ottennero: perchè i
principi vicini, gelosi gli uni degli altri, erano sempre disposti a
nuocersi vicendevolmente. Filippino Gonzaga erasi ritirato nelle sue
terre sotto colore di attendere ai suoi raccolti, ed aveva presso di sè
riuniti lavoratori a lui attaccatissimi e di sperimentato coraggio.
Nella notte del 14 agosto del 1328, avendo loro date le armi, gli
associò ai soldati avuti in prestito da Cane della Scala e li condusse
presso alla porta di Marmirolo, che suo fratello si era fatta aprire
sotto pretesto di essere chiamato in campagna da una galanteria amorosa.
La guardia della porta fu sorpresa, ed i congiurati corsero la città
eccitando il popolo a scuotere il giogo di Passerino ed a distruggere le
gabelle. Questo signore recatosi a cavallo contro i congiurati fu ucciso
in su la piazza, ed il figliuolo gettato nella prigione in cui aveva
fatto morire il vecchio signore della Mirandola, e vi fu ucciso dal
figliuolo di quello sventurato gentiluomo. Luigi da Gonzaga, cognato di
Passerino e padre dei congiurati, fu da loro proclamato signore di
Mantova[208]. I suoi discendenti ne conservarono la sovranità fino alla
metà del secolo XVIII.

  [208] _Cron. Miscel. di Bologna p. 349. — Gio. Villani l. X, c. 99.
  — Bonifazio de Morano Chr. Mutin. t. XI, p. 116._

Luigi di Baviera non si curò di vendicare Passerino de' Bonacossi; per
lo contrario nominò in suo luogo vicario imperiale Luigi da Gonzaga, e
lo invitò al congresso dei signori ghibellini che aveva convocato pel
giorno 21 aprile del 1329 a Marcheria. V'intervennero Cane della Scala,
il Gonzaga ed i signori di Como e di Cremona, come pure gli altri capi
del partito in Lombardia[209]; ma Azzo Visconti ricusò di venire. Questo
principe, alleato dei figliuoli di Castruccio, lagnavasi
dell'ingratitudine con cui lo aveva trattato l'imperatore, e vedeva
nella loro sorte, quella che gli era destinata, se Luigi entrava nel
Milanese; e con un monarca senza fede preferiva ai trattati la guerra
aperta. Quando ebbe avviso dell'avvicinarsi dell'imperatore, fortificò
Milano e Monza per essere in istato di resistergli; ed invitando i
cittadini a difendersi, gli assicurò che di quattro mila cavalieri che
seguivano Luigi, due mila, nella loro miseria, avevano venduti i loro
cavalli sperando di rifarsi col saccheggio di Milano. Di fatti i
Milanesi secondarono il loro signore con tutte le loro forze, e Luigi,
dopo alcuni inutili tentativi per sorprenderli, accettò una piccola
somma di danaro offertagli dal Visconti, ed andò a portare la guerra
nella Lombardia oltre-padana[210].

  [209] _Gio. Villani l. X, c. 128._

  [210] _Chron. Modoet. c. 40, p. 1158. — Georg. Merulæ Hist. Mediol.
  l. III, p. 111._

In questa campagna l'imperatore riportò alcuni vantaggi dovuti piuttosto
all'imprudenza del suo nemico il cardinale Bertrando, che alla propria
abilità. Aveva il cardinale fatto arrestare come ostaggio Orlando dei
Rossi, uno dei signori di Parma e de' principali capi della parte
guelfa; onde le città di Pavia, Parma, Modena e Reggio, sdegnate per
quest'atto tirannico, abbandonarono la causa della chiesa ed aprirono le
porte all'imperatore[211]. Ma Luigi, avanti che terminasse l'anno, andò
a Trento per ottenere dai principi tedeschi altri soldati. Mentre
trovavasi in questa città, morì il 13 gennajo 1330 Federico d'Austria,
ed i suoi fratelli Alberto ed Ottone adunarono truppe per attaccare la
Baviera. Conoscendo le intenzioni degli Austriaci, Luigi abbandonò
l'Italia per difendere i suoi stati ereditarj[212].

  [211] _Gio. Villani l. X, c. 141._

  [212] _Gio. Villani l. X, c. 146. — Bonifaz. di Morano Chron. Mutin.
  p. 117. — Olenschlager Geschichte des Rom. Kayserth. § 89._

Azzo Visconti inimicandosi coll'imperatore, si riconciliò col papa,
sostituendo il titolo di vicario della chiesa a quello di vicario
imperiale, ed ottenne il vescovado di Novara per suo zio Giovanni, cui
fece abiurare il cardinalato degli scismatici[213]. Marco Visconti, il
maggiore de' suoi zii ed il più valoroso, ma in pari tempo il più
formidabile per l'inquieto suo carattere, dopo essergli andato a male il
trattato della vendita di Lucca ai Fiorentini, tornò a Milano in sul
cadere di luglio. I borghesi che più volte lo avevano veduto rientrare
in città trionfante, dopo avere riportate gloriose vittorie, i soldati
coi quali aveva divise le fatiche ed i pericoli, i contadini cui aveva
salvate le messi dal saccheggio de' nemici, accorrevano in folla per
vederlo, ripetendo il suo nome con entusiasmo, ed invocandolo come il
vindice della Lombardia, da cui si ripromettevano la pace, la gloria e
la libertà. Il signore di Milano non vide con indifferenza tanto favore
popolare. Lo invitò ad un magnifico banchetto con tutti i suoi parenti;
e quando Marco stava per ritirarsi, fu da Azzo, sotto colore di
parlargli segretamente, chiamato in un altro appartamento, e strozzato
da alcuni sicarj colà appostati, che lo gittarono dalla finestra nella
pubblica piazza. Così perì il più valoroso figliuolo del magno Matteo
Visconti; quello che il voto de' Ghibellini chiamava a comandare la loro
fazione in tutta la Lombardia[214].

  [213] _Gio. Villani l. X, c. 144._

  [214] _Chron. Modoet. c. 42, p. 1159. — Gio. Villani l. X, c. 133._

Era loro mancato Cane della Scala, signore di Verona, che dodici anni
prima la lega ghibellina aveva proclamato suo capo nel congresso di
Soncino. Cane, in un'epoca in cui la Lombardia abbondò di capitani
illustri e di grandi principi, meritò d'occupare il primo luogo. Ad una
bravura a tutte prove aggiugneva altre qualità omai rese assai rare:
costante ne' suoi principj e leale ne' discorsi, fu mantenitore fedele
delle sue promesse. Nè solo aveva saputo assicurarsi l'amore de'
soldati, ma ancora quello de' popoli da lui governati, sebbene di fresco
sottomessi colle armi. Fu il primo de' principi lombardi che prendesse a
proteggere le arti e le scienze: la sua corte, ch'era l'asilo di tutti i
fuorusciti ghibellini, riuniva i primi poeti d'Italia, i migliori
dipintori e scultori; ed alcuni gloriosi monumenti onde abbellì Verona,
attestano anche al presente la protezione accordata all'architettura.
Per altro le armi erano la sua più favorita passione, e la più grande
impresa del suo regno era stato l'acquisto del principato di Padova, che
i Guelfi avevano fondato l'anno 1318 in favore di Giacomo da Carrara.
Questi era morto l'anno 1322, e gli era succeduto suo figliuolo
Marsilio: ma questo principe indebolito dalle sedizioni de' suoi sudditi
e dalla congiura de' suoi parenti, dopo aver veduto sei anni di seguito
ruinate le campagne ed incendiati i castelli ed i villaggi del suo
territorio; dopo avere senza verun profitto implorati i soccorsi del
papa, del re Roberto, dei duchi d'Austria e di Carinzia, delle
repubbliche di Venezia, di Fiorenza e di Bologna, aprì finalmente le
porte a Cane della Scala il 10 settembre del 1328. Un matrimonio unì le
due famiglie, e Marsilio rimase luogotenente di Cane nella città di cui
era stato principe[215].

  [215] _Cortusiorum Historia de Novitatibus Paduæ l. III, c. 6 usque
  ad l. IV, c. 4. — Gio. Villani l. X, c. 103._

Le città di Verona, Vicenza, Padova, Feltre e Belluno erano allora
soggette al signore della Scala. Nel susseguente anno intraprese di
unirvi anche quella di Treviso, onde avere in tal modo tutta la Marca
Trivigiana in suo potere. L'ebbe in fatti per capitolazione il 18 luglio
del 1329; ma mentre entrava in questa città, sentendosi sorpreso da
pericolosa infermità, si fece portare nella chiesa cattedrale e vi morì
il quarto giorno in età di quarantun anni. Cane non aveva figli
legittimi, e gli succedettero nella signoria i due nipoti figliuoli del
fratello Alboino. Alberto, il primogenito affatto dedito ai piaceri,
abbandonò la cura di tutti gli affari a suo fratello Mastino, erede dei
talenti e dell'ambizione, ma non delle virtù di Cane[216].

  [216] _Hist. Cortusior. l. IV, c. 8 e 9, pag. 850. — Gio. Villani l.
  X, c. 139. — Chron. Veron. t. VIII, p. 646._

E per tal modo quando l'imperatore tornava in Germania, tutti gli
antichi capi del partito ghibellino, tutti coloro che avevano tanto
tempo e con tanta generosità difesa la causa dell'impero contro il papa
ed il re Roberto, erano caduti. Ma questa causa, più che dalla caduta di
tanti illustri personaggi, riceveva danno dalla condotta tenuta in
Italia da Luigi, e dalle triste memorie che di sè vi lasciava.
Protettore nato della nobiltà e delle città imperiali, aveva in ogni
luogo contribuito alla loro ruina; aveva senza vergogna sagrificati i
suoi partigiani alla sua avarizia o all'interesse del momento; non erasi
mantenuto fedele a verun principe, o ad amico di qualsiasi condizione,
ed aveva fatto temere non meno la sua debolezza e la sua incostanza che
la sua crudeltà.

Il partito della chiesa che gli era opposto, era alla stessa epoca
diretto da capi egualmente odiosi. Papa Giovanni XXII, che aveva
preferito di vivere suddito in Avignone piuttosto che sovrano in Roma,
mostravasi assai meno il capo della cristianità, che la creatura e
l'istrumento del re di Francia. Lussurioso, avaro, vendicativo,
scompigliava l'impero con ambiziose pretensioni, di cui gli stessi suoi
partigiani riconoscevano l'ingiustizia; turbava la pace della chiesa
colle oziose dispute ch'ebbe coi Francescani intorno alla povertà di
Cristo, coi cardinali, ed in appresso colla Sorbona per visione
beatifica[217]. Poneva all'incanto le dignità ecclesiastiche; permetteva
e probabilmente incoraggiava col suo esempio la corruzione de' costumi,
talchè la sua corte scandalizzava tutta la cristianità. Quest'uomo, così
indegno del titolo di padre de' Fedeli, aveva nominato suo
rappresentante in Lombardia, Bertrando del Poggetto, che dicevasi suo
nipote, ma veniva universalmente creduto suo figlio. Questo legato
pontificio, cattivo soldato e peggior prete, cercava sotto il nome della
chiesa di formarsi una sovranità in Italia. Impiegava le armi ed i
tesori della santa sede ed i più vili intrighi della mondana politica
per ingrandirsi a spese de' popoli ch'eransi posti sotto la sua
protezione. Avendo colla sua perfidia fatte ribellare le principali
città della Lombardia cispadana, gittava in Bologna, che destinava
essere la capitale de' suoi dominj, i fondamenti d'una fortezza che lo
assicurasse dalle insurrezioni d'un popolo estremamente
maltrattato[218]. Gl'Italiani, sdegnati contro i due capi del
cristianesimo, dai quali vedevansi traditi, si staccavano
dall'imperatore e dal papa, e non pertanto conservavano i nomi di Guelfi
e di Ghibellini che avevano presi quando s'erano armati per la loro
causa. Mentre vedevansi rovesciare a vicenda tirannidi vacillanti, o
rinunciare ad una libertà che non sapevano stabilire, sprezzare un
imperatore perfido e pusillanime, e detestare un papa ipocrita ed
ambizioso, un principe che non pareva occuparsi che della gloria e della
beneficenza s'innoltrò fino alle frontiere della Lombardia, tutti i
popoli si affrettarono di assoggettarsi alla sua sovranità.

  [217] _Gio. Villani l. X, c. 228._

  [218] _Cronica Miscella di Bologna t. XVIII, p. 352._

L'ultimo imperatore Enrico VII aveva fatta sposare a Giovanni, suo
figliuolo, Elisabetta seconda figlia di Wenceslao re di Boemia, mentre
Anna, la primogenita, erasi maritata, vivente il padre, con Enrico duca
di Carinzia. L'imperatore aveva dato a suo figliuolo il regno di Boemia
come feudo vacante dell'impero; i Boemi ne avevano confermata l'elezione
l'anno 1310, ed avevano ajutato il loro re Giovanni a scacciare dal
regno Enrico di Carinzia, che pretendeva, come marito della primogenita
di Wenceslao, quella corona[219]. Ma Giovanni, valoroso, galante,
appassionato per le feste e per i tornei, e per l'avuta educazione,
avvezzo alle maniere eleganti, alla leggerezza ed alla grazia della
corte francese, era mal atto a comandare in un paese ancora mezzo
barbaro, ove i magnati erano gelosissimi della selvaggia loro
indipendenza, e non potevano tenersi sommessi che colla desterità e
coll'artificio. Infatti trovossi involto in molte guerre civili, nelle
quali la stessa sua consorte erasi talvolta posta alla testa de'
ribelli[220]. Giovanni che in Boemia non trovava nè sicurezza nè
obbedienza, affidò il governo del suo regno ad Enrico, conte di
Lippe[221], ed andò a risiedere ne' suoi stati ereditarj di Lussemburgo;
di dove intraprendeva frequenti viaggi alle corti straniere per trovarvi
quella considerazione di cui non godeva ne' suoi dominj[222].

  [219] _Epitome Rer. Boemic., auctore Boluslao Balbino, l. III, c.
  17, p. 316._

  [220] _Epit. Rer. Boem. l. III, c. 18, p. 333._

  [221] _Ib. c. 17, p. 325._

  [222] Il re Giovanni non sapeva probabilmente leggere. Suo figlio
  Carlo IV nel Commentario, che scrisse della propria vita, dice di
  lui: _Præcepit Capellano meo, ut me aliquantulum in litteris
  erudiret, quamvis prædictus rex ignarus esset litterarum. Ex hoc
  didici lecere horas B. M. V. gloriosæ, et eas aliquantulum
  intelligens quotidie temporibus pueritiæ meæ libentius legi. — Vita
  Caroli IV, p. 17, verso, in historia duorum priorum familiæ Luceburg
  imperatorum. Reinerii Reineccii Stein hemii p. II, Helmestad._ 1585
  (nella biblioteca di Vienna).

Il re Giovanni, come abbiamo già veduto, aveva portato Luigi di Baviera
sul trono imperiale, ed aveva adoperate tutte le sue forze per
mantenervelo; doveva Luigi riconoscere dal suo valore la vittoria di
Muldfort e la prigionia di Federico d'Austria. Durante l'assenza
dell'imperatore, erasi preso l'assunto di mantenere la pace in Germania
e di proteggere la Baviera; e quando vide i duchi d'Austria disposti a
ricominciare le ostilità, si recò presso di loro e li persuase a deporre
le armi. Dopo averli rappacificati con Luigi, prese a quietare i
movimenti della Germania, e cercò d'ottenere dal papa l'assoluzione
dell'imperatore. Egli non ambiva di accrescere i proprj stati, de' quali
lasciava l'amministrazione a' suoi ministri; egli non aveva vaghezza che
di gloria e di potenza personale; voleva essere l'arbitro ed il
pacificatore dell'Europa, al quale oggetto trovavasi sempre a cavallo
viaggiando da una corte all'altra, nelle quali il suo nobile aspetto, la
sua eloquenza, il suo disinteresse gli assicuravano un credito, quale
non aveva mai avuto alcun uomo prima di lui[223]. Giunto al più alto
grado della sua riputazione, si recò a Trento in sul finire del presente
anno per fare sposare a suo figliuolo l'erede di quello stesso duca di
Carinzia e del Tirolo, ch'era stato suo rivale.

  [223] _Schmidt Histoire des Allemands l. VII, c. 6. — Olenschlager
  Geschichte des Rom. Kays. in XIV Jahrhund, § 94._

Mentre Giovanni trattenevasi in Trento, ricevette ambasciatori dalla
città di Brescia, che gli offrivano a vita la sovranità del loro stato;
e chiedevangli protezione contro Mastino della Scala con cui erano in
guerra. Brescia, governata dai Guelfi, era stata successivamente
signoreggiata da Filippo di Valois, dal re Roberto e dal legato
Bertrando del Poggetto: ma gli emigrati ghibellini avevano ricorso
all'assistenza del signore di Verona, ed avevano ridotta la patria loro
alle ultime estremità[224].

  [224] _Jacobi Malvecii Chron. Brix. Dist. VII, c. 67. — And. Dei
  Cronica Sanese, t. XVI, p. 88._

Il re Boemo colse con piacere questa occasione di figurare sopra un
nuovo teatro, e recossi a Brescia l'ultimo giorno di dicembre del 1330;
arringò il popolo dignitosamente; riconciliò le parti, richiamando in
città i fuorusciti; persuase Mastino a ritirare le sue truppe; e parve
che un solo atto della sua volontà avesse renduto ad una città da lungo
tempo infelice, la pace e la prosperità[225].

  [225] _Jacob. Malvecius in fine Chron. Brix. p. 1002. — Georg.
  Merulæ Hist. Mediol. l. III, p, 119. — Bon. Morigiæ Chron. Modoet.
  l. III, c. 43, p. 1160._

I Bergamaschi, vicini ai Bresciani e governati ancor essi dalla fazione
guelfa, furono i primi ad imitarne l'esempio. Giovanni accettò
l'offerta, e mandò un luogotenente a governare Bergamo ed a ricondurvi
la tranquillità[226]. Lo stesso fecero Cremona, Pavia, Vercelli e
Novara[227]; e lo stesso Azzo Visconti, mosso dall'esempio de' suoi
vicini, gli offrì la signoria di Milano, e s'intitolò suo vicario[228].

  [226] _Gio. Villani l. X, c. 168._

  [227] _Gazata Chron. Regiense t. XVIII, p. 45._

  [228] _Georg. Merul. Hist. Mediol. l. III. — Ann. Med. t. XVI, c.
  103._

Ma più che tutt'altro paese, aveva bisogno d'un pacificatore la
Lombardia cispadana; perciocchè di là partendo Luigi di Baviera aveva
lasciati soldati nelle principali città, i quali non avevano altro
sostentamento che il saccheggio. Le porte di Parma furono aperte al re
Giovanni dai signori Rossi[229], quelle di Modena e Reggio dai capi
delle famiglie ghibelline. Ogni città imponeva al re la condizione di
non richiamare gli esiliati; ma ogni città vedeva poi con piacere
violato il patto dal re, e riconciliate col richiamo de' fuorusciti le
opposte parti[230].

  [229] _Chron. Mutin. t. XV, p. 592. — Gazata t. XVIII, p. 45._

  [230] _Bonifazio di Morano Chron. Mutin. t. XI, p, 118 e 125. — Joh.
  de Bazano Chron. Mutin. t. XV, p. 593._

In gennajo vennero pure al re Giovanni ambasciatori di Gherardino
Spinola, signore di Lucca. Costui, comperando quel principato, erasi
dato vanto di voler essere in Toscana un secondo Castruccio; ma ebbe
tosto motivo di essere scontento della sua sovranità. Era stato
internamente esposto ad una serie di congiure, mentre al di fuori i
Fiorentini gli facevano un'aspra guerra. Dopo un lungo assedio gli
aveano tolto il castello di Montecatini valorosamente difeso dai
Ghibellini[231]; e fino dal 10 ottobre del 1330 l'armata fiorentina
bloccava la stessa città di Lucca. Quando Spinola seppe che il re
Giovanni aveva accettata Lucca, e che vi spediva i suoi soldati,
abbandonò le città e ritirossi ne' suoi feudi senza che il re gli
restituisse il danaro che aveva sborsato per l'acquisto di quella
signoria[232].

  [231] _Gio. Villani l. X, c. 157. — Ist. Pist. p. 459._

  [232] _Beverini Ann. Lucens. l. VII, p. 880-884._

I Fiorentini che tenevano innanzi a Lucca una grossa armata, rinforzata
dai soldati ausiliari del re Roberto, dei Sienesi e dei Perugini, e che
lusingavansi di entrare ben tosto in città in conseguenza di un trattato
omai condotto a buon termine col signore e col comune[233], rimasero
sbalorditi quando il giorno 12 di febbrajo gli araldi d'armi del re
Giovanni di Boemia intimarono loro di rispettare il territorio dei
sudditi del loro signore, e li prevennero nello stesso tempo che il re
Giovanni, essendo in pace con tutti gli stati d'Italia, non aveva
accettata la signoria di Lucca che per mettervi l'ordine e la concordia,
e per rappacificarla co' suoi vicini[234].

  [233] _Gio. Villani l. X, c. 166._

  [234] _Gio. Villani l. X, c. 171. — Cronica Sanese d'And. Dei t. XV,
  p. 89._

Giovanni, re di Boemia, che era l'amico, il confidente e l'appoggio di
Luigi di Baviera, era in pari tempo rispettato da Filippo di Valois e da
Giovanni XXII, ed aveva strette relazioni colle corti di Francia e
d'Avignone. In Italia non aveva fatta alcuna differenza dai Guelfi a'
Ghibellini, era stato alternativamente chiamato dagli uni e dagli altri,
aveva trattato con tutti, e gli aveva tutti accarezzati. Se talvolta la
sua riputazione eccitava qualche gelosia, le sue maniere aperte ed
amichevoli dissipavano subito i sospetti, e gli conservavano l'amicizia
delle opposte parti. I soli Fiorentini non lasciaronsi ammaliare da tale
incantesimo: videro che questo monarca, figlio dell'antico loro nemico
Enrico VII, aveva in pochi mesi formata in Italia una potenza colossale;
che non trovando chi gli resistesse, non tarderebbe ad esserne
l'arbitro, ed allora farebbe conoscere qual egoismo s'ascondeva sotto la
presente simulata imparzialità; quale dissimulazione avesse impiegata
per conciliarsi la confidenza di accaniti avversarj; quale ambizione
fosse il vero motivo di tanto zelo pel pubblico bene. Determinarono
perciò di opporsi colle armi ai progressi delle sue conquiste, e
ricusarono di levare l'assedio di Lucca: ma dovettero ben tosto chiamare
la loro armata a difendere i proprj confini, ed alcune scaramucce in Val
di Nievole furono i primi fatti d'arme del re di Boemia in Italia[235].

  [235] _Gio. Villani l. X, c. 172. — Istorie Pistol. Anon. p. 461. —
  Leonardo Aretino Stor. Fior. l. VI._

La protezione accordata da questo re ai Ghibellini di Modena e di Reggio
contro al legato aveva risvegliata la collera della chiesa, ed i
Fiorentini ricevettero dal papa una lettera che fu letta in presenza di
tutto il popolo, colla quale Giovanni XXII dichiarava di non aver mai
dato il suo assenso o l'approvazione della chiesa al re di Boemia per le
rivoluzioni fatte in Lombardia[236]. Ma seppesi pochi giorni dopo che
questo re aveva avuto tra Bologna e Modena un segreto intertenimento col
legato Bertrando; fu osservato che questi due ambiziosi emuli si
diedero, separandosi, non equivoci segni di amicizia, e più non si
dubitò che non fossero essi convenuti di dividere tra di loro il dominio
dell'Italia[237]. Sotto il nome del partito guelfo il cardinale si
andava formando un principato, di cui Bologna stata sarebbe la capitale.
Di già comprendeva la maggior parte delle città di Romagna: lo stesso
anno aveva tolto Rimini ai Malatesta e Forlì agli Ordelaffi, non avendo
lasciati i tiranni che regnavano nelle altre città della stessa
provincia, che dopo averli ridotti alla condizione di vicarj
subalterni[238].

  [236] _Gio. Villani l. X, c. 173._

  [237] _Istor. Pistor. Anon. t. XI, p. 462. — Gio. Villani l. X, c.
  178. — Ghirardacci Stor. di Bologna l. XXI, t. II, p. 99._

  [238] _Cronica di Bologna p. 353._

La diffidenza inspirata dal re Giovanni ai Fiorentini e la loro
opposizione fu un avviso dato ai principi d'Europa di aprire gli occhi
sulle intenzioni di questo monarca. Il re Roberto si ristrinse coi
Guelfi, e Luigi di Baviera coi Ghibellini per attaccarlo. Allora fu
veduto con istupore l'imperatore fatto capo di una confederazione nella
quale avevano preso parte i due duchi d'Austria, fin allora mortali
nemici del Bavaro, i conti Palatini, i Margravj della Misnia e di
Brandeburgo ed i re di Polonia e d'Ungheria[239].

  [239] _Schmidt Histoire des Allemands l. VII, c. 6. — Epitome rer.
  Bohemic. l. III, c. 18. — Olenschlager Geschichte § 97._

Giovanni aveva fatto venire a Parma suo figliuolo Carlo, educato alla
corte di Francia. Quando vide la burrasca ond'era minacciato in
Germania, gli affidò il comando di ottocento cavalli per tenere in
soggezione la Lombardia, e partì subito alla volta della Boemia ove
giunse affatto inaspettato e più che mai opportuno[240]. Trattenne gli
Austriaci che volevano penetrare nella Moravia, riguadagnò interamente
la confidenza di Luigi che ben tosto dimenticava i suoi progetti e la
passata gelosia; poi in cambio di pensare agli apparecchi della futura
campagna, approfittò dell'inverno per andare in Francia, onde negoziare
alla corte di Filippo ed a quella di Giovanni XXII, e proseguire i suoi
nuovi disegni sull'Italia[241].

  [240] _Gio. Villani l. X, c. 181._

  [241] _Epit. Rer. Boem. l. III, c. 18. — Gio. Villani l. X, c. 195._

I principi ghibellini della Lombardia, che non si erano opposti a
Giovanni, approfittarono di questa circostanza per ingrandirsi a sue
spese. Mastino della Scala ed Azzo Visconti convennero di attaccare le
città ch'eransi a lui assoggettate, prendendo per confine dei rispettivi
loro stati e delle loro conquiste il fiume Oglio[242]. In fatti il
signore di Verona, il 14 giugno del 1332, s'impadronì di Brescia
coll'ajuto dei Guelfi, abbandonando i Ghibellini suoi antichi alleati
alle loro vendette[243]. Azzo Visconti prese Bergamo. Poco dopo i
Ghibellini gli diedero volontariamente Vercelli; e suo zio Giovanni
Visconti con una singolare astuzia lo fece padrone di Novara, di cui
egli era vescovo. Finse Giovanni Visconti d'essere caduto gravemente
infermo, e, secondo l'uso d'Italia, recaronsi a trovarlo i principali
cittadini del paese. Caccino Tornielli, che da una fazione era stato
fatto signore di Novara, essendo pure andato a ritrovarlo, mostrò
Giovanni vivo desiderio d'intertenersi con lui segretamente avanti di
morire, onde il corteggio del principe si ritirò. Allora il vescovo
mostrossi sorpreso dagli affanni dell'infermità, onde Torniello gli
porse le mani per calmarlo, che il finto ammalato prese ambedue con
molta forza, e chiamati i suoi domestici lo fece porre in una prigione,
e cavategli colle minacce le chiavi della città, v'introdusse i soldati
di suo nipote[244].

  [242] _Georg. Merulæ Hist. Mediol. l. III. — Gazata Chronic.
  Regiense t. XVIII, p. 46._

  [243] _Cortus. Ist. l. V, c. 2, p. 856. — Gio. Villani l. X, c. 203.
  — Chron. Veron. t. VIII, p. 647._

  [244] _Georgii Merulæ Hist. Med. l. III, p, 122._

I signori di Lombardia attaccando il re di Boemia, trovarono d'avere per
loro nemici i nemici del re Roberto e dei Fiorentini. I più ostinati
capi delle parti guelfe e ghibelline facevano la guerra ad un principe,
che dicevasi alleato ad un tempo dell'imperatore e del papa. Il
risentimento delle antiche ingiurie, e perfino l'odio dei repubblicani
contro i tiranni fecero luogo momentaneamente all'interesse immediato; e
si vide con istupore una lega firmata in settembre del 1332 tra i
signori ghibellini di Lombardia, la repubblica fiorentina ed il re di
Napoli. Voleva la salvezza d'Italia che si allontanasse dal suo centro
un principe che aveva fatta coll'imperatore una nuova alleanza, e che
poteva essere tentato di cedere a questo monarca quegli stati che a lui
non convenisse di conservare: voleva la tranquillità d'Italia che si
regolasse la divisione di questi stati fra coloro che facevano la guerra
al Boemo, onde un solo non approfittasse degli sforzi di tutti,
innalzandosi subitamente a troppa grandezza. Era necessario che dopo la
conquista le potenze italiane si trovassero di nuovo in equilibrio, e
che ciascuno, essendo proporzionatamente ingrandito, fosse pure in
istato di difendere la propria indipendenza. Il trattato di divisione
assegnava dunque Cremona e Borgo san Donnino al signore di Milano, Parma
a quello di Verona, Reggio ai Gonzaghi signori di Mantova; Modena al
marchese d'Este signore di Ferrara, e Lucca ai Fiorentini[245].

  [245] _Gio. Villani l, X. c. 203. — Hist. Pistol. Anon. t. XI, p.
  462. — Leonar. Aretin. l. VI._

Sebbene Pavia non fosse compresa in questa divisione, fu la prima a
scacciare la guarnigione del re. I Beccaria, capi in questa città del
partito ghibellino, se ne fecero riconoscere signori sotto la protezione
di Azzo Visconti[246]. Negli stati di Modena e di Ferrara ove cominciò
la guerra nello stesso tempo, i confederati ebbero la peggio, ed il
territorio di Ferrara fu abbandonato al saccheggio dal principe Carlo di
Boemia[247].

  [246] _Gazeta Chron. Regiense t. XVIII, p. 47. — Gio. Villani l. X,
  c. 210._

  [247] _Gio. Villani l. X, c. 209. — Ist. Pistol. p. 464._

Il re Giovanni trovavasi a Parigi mentre suo figlio combatteva in
Italia, ed aveva colà resa più intima la sua alleanza colla casa di
Francia, facendo sposare sua figliuola all'erede della corona, Giovanni,
figliuolo di Filippo VI[248]. Il re di Boemia andò in seguito a trovare
il papa in Avignone, sebbene questa città appartenesse al re Roberto,
suo principal nemico. Al primo vederlo il papa non si contenne dal
rimproverargli le sue imprese d'Italia: ma avendo un amore veramente
paterno per il cardinale Bertrando, vedeva nel re Boemo l'alleato del
cardinale ed il nemico de' capi ghibellini di Lombardia, perlocchè diede
favorevole udienza alla sua apologia, l'accolse con amore, e, dopo
quindici giorni di segrete conferenze, gli promise tutto il favore della
chiesa, e lo licenziò colmo di onori[249].

  [248] Questa figlia, detta Bonna o Gutha, del quale vocabolo si fece
  Giuditta, era stata prima promessa a Locktech figlio del re di
  Polonia, poi a Federico, marchese di Misnia; indi al figlio del
  conte di Bar, in appresso al figlio di Luigi di Baviera, finalmente
  ad Ottone, duca d'Austria. Dopo cinque contratti di matrimonio rotti
  dall'incostanza del padre, Gutha sempre vergine, e bellissima, entrò
  per ultimo nella casa di Francia. _Epitome Rer. Bohemic. l. III, c.
  18, p. 336._

  [249] _Gio. Villani l. X, c. 211._

Da Avignone Giovanni tornò a Parigi per adunare i soldati promessi dal
re di Francia, ed in gennajo del 1333 giunse a Torino con un'armata
composta dal fiore della cavalleria francese. Filippo di Valois gli
aveva prestati cento mila fiorini per montare questa truppa[250]. Il
legato, sapendolo vicino, riprese coraggio, e attaccò di nuovo il
Ferrarese; ruppe il 6 di febbrajo e fece prigioniere a Consandoli il
marchese Nicolò d'Este, dopo il qual fatto intraprese l'assedio di
Ferrara[251]. Ma l'armata della lega, che si era lentamente adunata,
venne introdotta nella città assediata, prima che il legato ne avesse
circostanziati avvisi; questa facendo un'impetuosa sortita dalla porta
opposta a quella per cui era entrata, ruppe il 14 aprile del 1333
l'armata della chiesa, che aveva già ricevuto il rinforzo di sei cento
cavalli di Linguadocca, comandati dal conte d'Armagnac, che fu fatto
prigioniere con molti altri gentiluomini bolognesi, varj signori di
Romagna, ed alcune migliaja di soldati[252].

  [250] _Gio. Villani l. X, c. 213._

  [251] _Ivi, c. 215. — Leonardo Aretino l. VI._

  [252] _Gio. Villani l. X, c. 217._

I marchesi d'Este speravano di cambiare il conte d'Armagnac contro il
loro fratello caduto in mano de' nemici nel fatto di Consandoli; ma il
borioso Guascone pretese avere sortiti più illustri natali del marchese
di Ferrara, e non volle essere cambiato contro di lui[253]. I signori
Romagnuoli avendo chiesti al legato alcuni sussidj pecuniarj per
liberarsi dalla prigionia, ed essendo stati loro negati, ne furono
fieramente irritati, onde i capi della lega li rilasciarono tutti senza
taglia con circa due mila loro vassalli e compatriotti[254]. Per lo che
questi signori, entrando in Romagna, sollevarono i popoli. Francesco
degli Ordelaffi entrato in Forlì il 19 di settembre, nascosto entro un
carro di fieno, adunò in sua casa i suoi amici ed antichi servitori, ed
attaccò alla loro testa la guarnigione guascona del cardinale, e
scacciatala di città, ricuperò in tal modo la perduta sovranità. Il
Malatesta presentossi il 22 di settembre innanzi a Rimini con duecento
cavalli e gli furono aperte le porte dai suoi partigiani. Quasi nello
stesso tempo si ribellò Cesena; ed Ostasio e Ramberto da Polenta
sommossero Cervia e Ravenna. In una parola tutta la Romagna era
sossopra; ed il re Boemo, chiamato a Bologna dal Legato, invece di
calmare queste rivoluzioni, accresceva colla sua presenza il malcontento
de' Bolognesi, e li disponeva a tentare qualche novità contro la
chiesa[255].

  [253] _Istorie Pistolesi p. 466._

  [254] _Gazata Chron. Regien. p. 48. — Ghirardacci Stor. di Bologna
  t. II, l. XXI._

[255] _Gio. Villani l. X, c. 226. — Annales Cœsenat. t. XIV, p. 1154.
— Cron. Rimin. t. XV, p, 899. — Ghirardacci Storia di Bologna t. II, l.
XXI._

Quando il re Giovanni si accorse che il legato era entrato di lui in
sospetto, lasciò Bologna per tornare a Parma. Andò pure due volte a
Lucca per levarvi una contribuzione, e per calmare una sedizione
eccitata dai figli di Castruccio. Volle in quest'occasione che i
Lucchesi gli giurassero individualmente fedeltà, per il quale atto
conobbe che i cittadini atti alle armi non erano che quattro mila
quattrocento cinquantotto; la guerra e la tirannide avevano spopolata
questa un tempo così fiorente città[256]. Intanto Giovanni rifletteva
dispettosamente alla sua mutata fortuna in Italia: tutti i popoli
diffidavano di ogni suo movimento; ogni giorno aveva avviso di nuove
perdite de' suoi alleati, o di ribellioni de' suoi sudditi: e quelli che
conservavansi fedeli, non erano fra loro vincolati da verun interesse,
nè il suo partito era animato da uno stesso spirito. In conseguenza di
tali osservazioni, prese bruscamente la risoluzione di abbandonare i
suoi stati d'Italia dopo averne raccolto tutto il danaro che potrebbe
cavarne. Entrò dunque in trattato coi capi di parte di ogni città per
ceder loro il principato; e vendette ai Rossi, nobili parmigiani, le
città di Parma e di Lucca per trentacinque mila fiorini, Reggio alla
casa di Fogliano, Modena a quella de' Pii, e Cremona a Ponzino Ponzoni.
Allora riuniti i suoi soldati tedeschi in un corpo, mandò suo figlio a
governare la Boemia, ed egli tornò a Parigi per vaghezza di farsi
distinguere ne' festini e ne' tornei. Abbandonò l'Italia il 15 ottobre
del 1333, dopo avervi esercitata per tre anni una influenza, cui non
sembrava chiamato dalla posizione de' suoi stati[257].

  [256] _Beverini Annales Lucens. l. VII, p. 886._ Non eranvi a
  quest'epoca più di trecento novantacinque famiglie che avessero il
  diritto di cittadinanza, e soltanto quarantaquattro di queste non
  erano ancora estinte al tempo del Beverini.

  [257] _Gio. Villani l. X, c. 226._



CAPITOLO XXXIII.

      _Mastino della Scala s'innalza sopra le ruine del re di Boemia e
      del Legato Bertrando del Poggetto. — Viene abbassato dalle
      repubbliche di Fiorenza e di Venezia._

1333 = 1338.


Il vocabolo di Guelfo e di Ghibellino agitava ancora l'Europa dopo
l'origine di quelle famose fazioni. Le abbiamo vedute passare dalla
Germania in Lombardia ai tempi delle guerre civili tra Lotario III e
Corrado II. Allora i Guelfi erano in pari tempo i difensori della chiesa
e dei privilegi del popolo, mentre i Ghibellini erano i campioni delle
prerogative dell'imperatore e della nobiltà. Le due fazioni vantavansi
egualmente amiche della libertà e ne invocavano il nome, ma ne cercavano
la guarenzia per due opposte strade; la prima voleva consolidare le
costituzioni delle città, gli altri mantenere quelle dell'impero.
Accordando loro intenzioni egualmente liberali, ci siamo preferibilmente
attaccati prima ai Guelfi quando nel dodicesimo secolo opposero a
Federico Barbarossa una generosa opposizione; in seguito ai Ghibellini
quando nel tredicesimo secolo difesero con tanta fermezza gli eroici
principj della casa di Svevia contro i pontefici impegnati a
distruggerli. Forse mi verrà chiesto per quale parte desidero
interessare i miei lettori nella prima metà del quattordicesimo secolo,
e sono obbligato di confessare la mia trista imparzialità. Per lo
storico contemporaneo è un merito quello di non ascoltare le passioni
che tuttavia si agitano intorno a lui e di giudicare con severa
imparzialità; ma quando que' popoli più non esistono o sono spente le
fazioni, quando veruno interesse presente non può dipendere da dispute
già abbandonate, solo la giustizia e la virtù ci guidano nella scelta, e
lo storico ed il lettore sono dolenti se debbono rimanere imparziali. I
nomi di Guelfo e di Ghibellino omai più non erano nella prima metà del
quattordicesimo secolo che un'eredità di antico odio. I figli si
facevano la guerra perchè i loro padri eransi combattuti, perchè
rimanevano delle antiche offese da vendicare e del sangue da lavarsi col
sangue. Questi odj sonosi spenti, le famiglie rivali o più non esistono
o più non rammentano le antiche offese; e la storia delle loro contese
non offre da ambe le parti che delitti e violenze. I Guelfi alleati de'
Francesi non sapevano meglio mantenere l'indipendenza d'Italia, di
quello che si facessero i Ghibellini alleati de' Tedeschi. Ogni fazione
contavasi un numero press'a poco eguale di tiranni e di repubbliche. I
marchesi d'Este a Ferrara, i Carrara a Padova, a Parma i Rossi, ed i
Malatesta a Rimini appartenevano al partito guelfo. La sorte, gli è
vero, fece sorgere più grandi uomini tra le famiglie ghibelline. Più
tardi la potenza degli Scala e dei Visconti associò il timore della
tirannide al nome della parte ghibellina. In sul finire dello stesso
secolo vedremo questa lunga lotta assumere un carattere più nobile, e
confondersi con quella dei repubblicani contro il despotismo. Fiorenza,
che stava alla testa del partito guelfo, associò ben tosto alla difesa
di questo partito la difesa della libertà ed illustrò colle sue virtù
una causa che più non era raccomandata dal nome de' papi e
dall'interesse della chiesa.

I Fiorentini, dopo essere stati due volte spaventati dalla discesa in
Italia di Luigi di Baviera e dalla subita grandezza del re Giovanni di
Boemia, credevano di più non aver nulla a temere. Erano ancora, a dir
vero, impegnati in una guerra; ma l'avevano incominciata spontaneamente,
sperando di accrescere lo stato con facili conquiste. I nemici da loro
attaccati non potevano diventare pericolosi, ed era inevitabile e
prossima la loro caduta. Tranne la sola città di Lucca, che avevano
preso a sottomettere colle armi, tutto il rimanente della Toscana
domandava loro alleanza. I Pisani erano indeboliti dalle fazioni tra i
soldati ed il popolo, ed avevano scelto arbitro il vescovo di Fiorenza
onde terminare coi Sienesi una guerra, nella quale avevano presa parte
per il possedimento di Massa di Maremma. Gli Aretini vivevano tranquilli
sotto il governo di Pietro Saccone de' Tarlati. Erano strettamente
legate con Fiorenza pel comune interesse della parte guelfa le
repubbliche di Perugia e di Siena; mentre le più piccole città di
Pistoja, Volterra, Colle e san Gemignano erano piuttosto suddite che
alleate della signoria di Fiorenza. In mezzo a tanta prosperità i
Fiorentini si abbandonavano alla loro inclinazione pei piaceri. Due
compagnie d'artigiani diedero tutto un mese feste e spettacoli nelle
strade. Talora vedevansi scorrere la città in abito uniforme col capo
coronato di ghirlande di fiori, e un'allegra musica dirigeva i loro
misurati passi; altra volta si disputavano nelle pubbliche piazze il
premio delle giostre e de' tornei; finalmente intrattenevano spesso il
popolo cogli spettacoli, ne' quali la pittura, la poesia, la musica
dovevano parlare insieme all'immaginazione e preparare da lontano il
risorgimento del teatro. E per tal modo si andava sviluppando quello
squisito gusto delle arti, quel genio creatore che doveva sollevare i
Fiorentini tanto al di sopra degli altri popoli d'Italia[258].

  [258] _Gio. Villani l. X, c. 218._

Ma ben tosto tenne dietro a queste feste una grande calamità: il primo
di novembre del 1333 cominciò a piovere con tanta furia, sia in
Fiorenza, come in tutte le valli dell'Appennino che tributano le loro
acque nell'Arno, che le cataratte dei cieli parvero aperte ed il popolo
nuovamente minacciato da un generale diluvio. Onde tutta la gente vivea
in grande paura suonando al continuo per la città tutte le campane delle
chiese, infino che non alzò l'acqua, e in ciascuna casa bacini o pajuoli
con grande strida gridando a Dio _misericordia, misericordia_, per le
genti che erano in pericolo, e fuggendo le genti di casa in casa e di
tetto in tetto, facendo ponti da casa in casa, onde era sì grande il
rumore e 'l tumulto che appena si poteva udire il suono del tuono. Per
la detta pioggia il fiume d'Arno crebbe in tanta abbondanza d'acqua, che
prima onde si muove scendendo dell'Alpi con grandi ruine ed impeto sì
che sommerse molto del piano di Casentino; e poi tutto il piano d'Arezzo
e di Valdarno di sopra, per modo che tutto il coperse d'acqua. La Sieve
soverchiò le sponde con non minore violenza ed allagò tutto Mugello.
Ogni piccolo ruscello che metteva nell'Arno sembrava un gran fiume.
Tutti i mulini, tutte le case fabbricate lungo i fiumi, tutti gli alberi
piantati sulle loro rive furono sradicati e strascinati dall'impeto
dell'acque. Le acque che già sollevavansi otto in dieci braccia al di
sopra dei piani, urtavano con istraordinaria forza contro le mura di
Fiorenza. Finalmente il quarto giorno atterrarono il muro ed entrarono
in città per il _corso de' Tintori_ dopo aver fatta nel muro una breccia
larga cento braccia. In pari tempo caddero tre dei quattro ponti che
attraversavano l'Arno: l'acqua inondava tutta la città, e molte case
scosse dall'impeto delle acque caddero sepellendo gli abitanti sotto le
loro ruine, e quelle che rimanevano in piedi erano riempite da una
fetida melma. I magazzini di questa ricca città mercantile furono quasi
tutti distrutti dalle acque. Incalcolabile fu il danno de' privati, e
quello che cadde a carico del governo sorpassò due cento cinquanta mila
fiorini. Finalmente le acque alzandosi sempre più in città, le mura non
ne sostennero il peso, e nella notte del 5 al 6 novembre cadde la
muraglia d'Ogni Santi, e per la fatta breccia di quattrocento cinquanta
braccia l'acqua scolò verso pian d'Arno di sotto.

Tutta la Toscana fu ruinata da così terribile allagamento, i piani
vennero coperti dalle acque, le colline e le montagne spogliate del loro
terreno; molti villaggi furono affatto distrutti dalla violenza de'
torrenti, e tutti i seminati perduti. Pisa, situata in più basso luogo
di Fiorenza, trovandosi circondata da un ampio lago, non si sottrasse a
più grande infortunio che per la nuova strada che le acque si aprirono
al di sotto della città: una metà si rovesciò nell'Arnaccio e venne a
sboccare presso Livorno, mentre l'altra metà si aperse una diritta
strada nel letto del Serchio[259].

  [259] _Framm. d'Anon. Pis. t. XXIV, p. 668. — Andrea Dei Cron.
  Senese t. XV, p. 92._

Le finanze fiorentine erano rifinite per le immense perdite che lo stato
ed i particolari avevano fatto; i cittadini vedevansi scoraggiati da un
flagello che sembrava un castigo del cielo; la città trovavasi aperta
per due enormi rotture, e le comunicazioni erano chiuse tra un quartiere
e l'altro da case ruinate o interrotte per la caduta de' ponti
principali. Se in tali circostanze un successore di Castruccio avesse
avuta parte della sua audacia o della sua attività, la città di Fiorenza
poteva essere facilmente sorpresa. Ma i signori ai quali il re di Boemia
aveva venduti i suoi stati, erano occupati a difendere il proprio, non
che pensassero ad occupare quel d'altri; e gli stessi pericoli della
loro posizione non permettevano loro di pensare ad imprese che avrebbero
potuto liberarli dalle presenti angustie. In settembre avevano fatto un
trattato d'alleanza col cardinale Bertrando del Poggetto. I signori di
Parma, Lucca, Reggio, Modena e Cremona ed il legato eransi
vicendevolmente obbligati a difendersi contro i limitrofi nemici[260].
Ma il legato, capo di questa confederazione, più non comandava allo
spirito di partito, non era più l'arbitro di quell'antica potenza di
opinione che lo aveva per sì lungo tempo secondato in Italia. Tutti gli
occhi erano aperti su gl'interessati motivi della sua condotta; gli
entusiasti si erano disingannati; i popoli sospiravano l'istante di
scuotere il giogo; la Romagna era sollevata, ed il malcontento de'
Bolognesi andava ogni giorno facendosi maggiore.

  [260] _Gazata Chron. Regiense t. XVIII, p. 48._

Bertrando del Poggetto, gettando in Bologna i fondamenti di una
fortezza, col di cui mezzo tenersi la città soggetta, aveva adoperata
l'astuzia perchè il popolo non si opponesse alla sua costruzione. Andava
dicendo che il papa, stanco del soggiorno d'Avignone, pensava di tornare
in Italia, onde fabbricava per lui questo palazzo; ma quando i muri
cominciarono ad essere capaci di difesa, vi alloggiò i suoi soldati di
Linguadocca ed aggravò il giogo sopra una repubblica ancora gelosa della
sua libertà.

Due fazioni esistevano da molto tempo in Bologna; una, che da principio
aveva favorite le viste del legato, era diretta da Taddeo de' Pepoli, il
più ricco ed ambizioso cittadino della repubblica; l'altra, più
favorevole alla libertà, aveva per capi Brandaligi dei Gozzadini, e
Collazzo di Beccadelli colle loro famiglie. Questi si proposero prima
degli altri di scuotere il giogo che pesava sopra la loro patria, ed in
principio del 1334 concertarono col marchese d'Este, capo dell'armata
della lega, i mezzi di sollevare Bologna.

Il marchese d'Este, dopo essersi impadronito del castello d'Argenta,
spinse la sua armata sopra Cento per obbligare il legato a venirgli
incontro. Di fatti la guarnigione dei Guasconi che teneva in rispetto i
cittadini di Bologna, uscì il 17 marzo per attaccare i Ferraresi. Questo
era l'istante aspettato da Brandaligi e da Collazzo per richiamare il
popolo alla libertà. Vennero sulla piazza del Pretorio colla spada in
mano. «Alle armi, gridarono, cittadini di Bologna, prendete le armi e
seguiteci; finalmente è giunto l'istante in cui il nostro coraggio può
bastare a scuotere il giogo della tirannide. Un'armata straniera
attraversa le vostre campagne; questi soldati, nemici del vostro
tiranno, sono i vostri vindici. Quali preferite voi di combattere? essi,
o i Guasconi che vi opprimono? esporrete voi la vita per vivere schiavi
o per vivere liberi? Armatevi, perchè convien scegliere; armatevi perchè
il tiranno vuole mandarvi contro i Ferraresi, se voi rifiutate di
marciare con noi. Osservate le prigioni ch'egli ha fabbricate nella sua
fortezza, osservate i patiboli innalzati sulle vostre mura; queste, se
vincete con lui, sono le ricompense che vi aspettano. Ma noi, se abbiamo
il vostro appoggio, apriremo al popolo quel palazzo in cui i vostri ed i
nostri padri, ove noi stessi e voi rendemmo liberamente giustizia quando
la repubblica sussisteva nella sua gloria, quando noi non conoscevamo
ancora la cupidigia del prete francese, nè la brutale insolenza e
l'impudicizia de' suoi soldati. Noi, le di cui dimora e famiglie sono
conosciute, le di cui case verranno bruciate e le proprietà confiscate
se siamo perdenti, noi tutto allegramente esponiamo per la libertà: fate
voi lo stesso; voi che arrischiate meno di noi».

Di mezzo alla folla si udì rispondere a questo discorso il grido di
_viva il popolo, muoja il legato, muoja il tiranno iniquo e crudele_. I
Guasconi sparsi per le contrade furono uccisi, gli altri fuggirono verso
la fortezza, abbandonando la guardia delle porte che vennero aperte al
marchese di Ferrara. Il popolo condotto da Colazzo e da Brandaligi diede
un primo assalto a questa fortezza in cui erasi chiuso il legato, e non
essendo riuscito ad atterrarne le porte, o a sormontarne le mura, prese
a farne regolarmente l'assedio[261].

[261] _Mathæi de Griffonibus, Memor. Hist. l. XVIII, p. 150. — Cronica
Miscella di Bologna t. XVIII, p. 358. — Cherub. Ghirardacci Stor. di
Bologna l. XXI. — Gazata Chron. Regiense p. 49. — Annal. Cœsenat. t.
XIV, p. 1158. — Istorie Pistolesi t. XI, p. 467._

I Fiorentini, avuto avviso dello stato in cui trovavasi il legato,
mandarono a Bologna quattro ambasciatori e trecento cavalli per prendere
il prelato sotto la loro protezione. Bertrando del Poggetto, quale
signore di Bologna, era stato loro nemico; ma quando conobbero il suo
pericolo, non lo risguardarono sott'altro aspetto che di rappresentante
della chiesa. Gli ambasciatori trattarono con lui e col popolo che lo
assediava; il legato abbandonò di buon grado la sua fortezza che non
poteva lungo tempo difendere, e che, abbandonata ai Bolognesi, fu dal
popolo immediatamente spianata. I Fiorentini coprirono la ritirata del
legato che prese la strada della Toscana co' suoi soldati. La
salvaguardia mandatagli dalla repubblica potè a stento salvarlo dalla
rabbia degli abitanti della campagna che si affollavano lungo la strada,
e volevano vendicarsi della sua lunga tirannia[262].

  [262] _Gio. Villani l. XI, c. 6. — Leon. Aretino l. VI._

Bertrando trovò a Firenze un'ospitalità che avrebbe dovuto fargli
dimenticare il suo precedente malcontento contro la repubblica: pure si
pretende che giunto in Avignone adoperasse ogni mezzo per ridurre il
papa, suo zio, a far vendetta di coloro che gli avevano salvata la vita;
ma il regno di Giovanni XXII non durò ancora tanto, perchè Bertrando,
valendosi del credito che aveva grandissimo presso il pontefice, potesse
far pentire i Fiorentini della protezione che gli avevano accordata.

Giovanni XXII morì in Avignone il 4 dicembre del 1334, dopo un lungo
regno, durante il quale aveva scandalizzata tutta la cristianità. Tale
era stata la sua avarizia, che lasciò, morendo, un tesoro di dieciotto
milioni di fiorini in danaro, e di sette milioni in gioje ed in vasi di
chiesa[263]: aveva raccolte tante ricchezze colla riserva de' beneficj
vacanti in tutti i paesi cristiani de' quali percepiva i primi frutti.
Fu questo papa che attribuì alla santa sede il diritto esercitato prima
dalle chiese di nominare esse medesime i proprj pastori; e la simonia
che presiedeva a queste elezioni eccitò l'universale malcontento. Ma la
condotta del papa in Italia, la perfidia e la crudeltà de' suoi agenti
per conseguire gli ambiziosi loro fini, accrescevano a dismisura
l'indignazione dei popoli. La persecuzione di Luigi di Baviera aveva
stomacata tutta la Germania, ed un grido universale si alzava contro
tante ingiustizie e parzialità; quando finalmente per mettere il colmo
allo scontentamento della chiesa, la stessa fede del papa cadde in
sospetto d'eresia ed i devoti unirono le loro imprecazioni alla furia
de' mondani contro di lui.

  [263] Il fratello dello storico Villani, banchiere del papa in
  Avignone, fu con altri impiegato a numerare questo tesoro. _Gio.
  Villani l. XI, c. 19 e 20._ Bonconte Monaldeschi, per altro, non lo
  fa montare che a quindici milioni di fiorini.

Alle sue passioni politiche univa Giovanni XXII il gusto delle
discussioni teologiche, ed un grandissimo acume per seguirle. La chiesa
non aveva ancora deciso come un punto di domma quale fosse lo stato
delle anime de' beati dopo la loro morte fino alla fine del mondo.
Giovanni XXII, persuaso che soltanto l'ultimo giudizio doveva aprir loro
le porte della celeste gloria, teneva per indubitato che fino a quel
gran giorno le loro anime non vedrebbero Dio in tutta la sua gloria;
egli incoraggiava i teologi a disaminare tale quistione e ricompensava
coi benefizj coloro che nelle scritture o nelle prediche sostenevano la
sua opinione; ma in breve incontrò una opposizione assai maggiore che
non si aspettava. La sua credenza che sembrava a principio indifferente,
poteva avere sulle entrate della chiesa le più tristi conseguenze:
siccome negava alla Vergine Maria, agli apostoli ed a tutti i santi
l'ingresso in cielo prima della fine del mondo, attaccava i fondamenti
della dottrina delle indulgenze, delle messe per il riposo delle anime,
dell'invocazione e della intercessione dei santi, e per ultimo del fuoco
del purgatorio. I Tedeschi e gl'Italiani si affrettavano di appigliarsi
a questo pretesto per domandare la convocazione di un concilio generale
che avrebbe deposto il papa come colpevole d'eresia, e sottratta ad un
tempo la chiesa all'influenza della Francia[264]. Filippo di Valois, per
prevenire le loro pratiche, credette di costringere egli stesso il papa
a rinunciare alle proprie opinioni. Ottenne perciò una decisione dei
teologi di Parigi e dei cardinali in favore della beatifica visione, che
comunicò al papa, dandogli ad intendere che al bisogno sarebbe stato
costretto ad uniformarvisi[265]. Gli dichiarò inoltre che lo avrebbe
trattato come eretico e fatto bruciare se non si ritrattava[266].
Spaventato il papa da tali minacce, permise che fosse riprovata la sua
opinione, e la vigilia della sua morte pubblicò una dichiarazione con
cui professava la credenza della visione beatifica, che dopo tale epoca
diventò un domma della chiesa[267].

  [264] _Olenschlager Geschichte des XIV jahrhund. § 109, p. 252._

  [265] _Fleury Storia Eccles. l. XCIV, c. 33._

  [266] _Gio. Villani l. X, c. 228. — Memorie per la Vita di Petrarca
  del de Sade l. II, t. I._

  [267] _Gio. Villani l. XI, c. 19._

I cardinali adunati in Avignone furono subito chiusi in conclave in
numero di ventiquattro; ma divisi in due fazioni non era sperabile che
s'accordassero sollecitamente; però fino dal primo giorno dello
scrutinio, volendo appositamente perdere il loro suffragio proponendo
uno de' loro confratelli, che ognuno trovasse poco proprio a riunire
tutti i suffragi, si trovarono unanimi nel designare l'uomo meno
riputato del loro collegio, Giacomo Fournier, figlio d'un fornajo di
Saverdun, chiamato il cardinal bianco perchè portava sempre l'abito di
monaco Cisterciense. I cardinali che lo avevano nominato, il popolo cui
venne annunciato ed il candidato che avevano allora adorato, rimasero
egualmente maravigliati di tale elezione. Quest'ultimo non potè
ritenersi dal dire ai suoi fratelli che i loro suffragi eransi _riuniti
a favore di un asino_. Benedetto XII, che così fu chiamato il nuovo
papa, era in fatti perfettamente digiuno di quella scienza di politica e
di dissimulazione che tanto aveva prosperato nella corte d'Avignone; ma
in ricompensa manifestò maggior amore per la pace, bontà e sollecitudine
per la sua greggia, che non ne aveva mostrato alcuno di coloro che da
oltre cinquant'anni avevano occupata la cattedra di san Pietro[268].

  [268] _Gio. Villani l. XI, c. 21._

Il primo pensiere di Benedetto XII fu quello di riconciliare Luigi di
Baviera colla chiesa, e di metter fine alla scandalosa disputa che il
suo predecessore aveva provocata contra il capo della cristianità. Luigi
fin dalle prime aperture che gliene furono fatte, si assoggettò a tutte
le condizioni che gli furono imposte, e già stava per conchiudersi la
pace, quando i re di Francia e di Napoli si diressero per impedirla a
tutte le creature che avevano nel concistoro, e Filippo di Valois fece
ancora in tutta la Francia mettere le mani sulle rendite de' cardinali,
minacciandoli di confiscarne definitivamente i beni se si riconciliavano
col Bavaro. Di fatti un'invincibile opposizione del concistoro ritenne
il papa, e la negoziazione fu rotta[269].

  [269] _Olenschlager Geschichte § 112. — Albertus Argentin. p. 126._

Frattanto la guerra intrapresa dai Fiorentini, di concerto coi principi
lombardi, si continuava con successo; i signori, cui il re Giovanni
aveva venduti i suoi stati, da lui e dal legato abbandonati, si andavano
successivamente sottomettendo, e trattavano coi capi della lega lombarda
per cedere loro le città a vantaggiose condizioni. Cremona fu aperta al
Visconti in maggio del 1334, e le altre città lombarde si diedero una
dopo l'altra nell'estate del 1335. Ma durante questa campagna, i
Fiorentini che mandarono costantemente e con ragguardevole spesa il loro
contingente all'armata dei confederati, non riuscivano che a stento a
far loro osservare le condizioni del primo accordo. I due più potenti
confederati Visconti e della Scala tentarono più volte con segreti
trattati d'impadronirsi delle città assegnate ai loro associati.
Finalmente, colla mediazione de' Fiorentini, Piacenza, Cremona e Lodi
furono occupate dal Visconti, Parma da Mastino della Scala, Reggio dai
Gonzaga, e Modena dal marchese d'Este[270].

  [270] _Gio. Villani l. XI, c. 30-31. — Gazata Chron. Regiens. t.
  XVIII, p. 50. — Joh. de Buzano Chron. Mutin. t. XV, p. 596. —
  Bonifazio di Morano Chron. Mutin. t. XI, p. 126. — Chron. Estense t.
  XV, p. 399. — Chron. Placent. t. XVI, p. 496. — Stor. Pistol. p.
  468._

Tutti i confederati avevano in tal guisa ottenuto l'oggetto per cui
intrapresero la guerra, tranne i Fiorentini, che, essendosi riservato
l'acquisto di Lucca, avevano con poco vigore attaccata questa città per
non guastare una provincia che doveva essere loro suddita e che
speravano di avere con un trattato. I fratelli de' Rossi, signori di
Parma e di Lucca, avendo venduta la prima di queste città a Mastino
della Scala, erano disposti a trattare con lui ancora per la cessione
della seconda, ed i Fiorentini per una imprudente confidenza permisero
al signore, loro alleato, di condurre a termine una negoziazione così
importante per loro, di modo che videro con piacere entrare in Lucca il
20 dicembre del 1335, di consentimento di Pietro de' Rossi che vi
comandava, cinquecento cavalli di Mastino: ma questi non proponevasi
nelle sue negoziazioni il solo vantaggio degli alleati[271].

  [271] _Gio. Villani l. XI, c. 40. — Chron. Veron. t. VIII, p. 649._

I Rossi avevano trattato col solo Mastino, e poco loro importava che
questi tenesse per sè la ceduta città o la dasse in mano de' Fiorentini.
Il principe di Verona, i di cui stati stendevansi in allora dalle
frontiere della Germania a quelle della Toscana, troppo ben conosceva di
quanto vantaggio poteva essergli il possedere in questa provincia una
città forte, per essere disposto a darla altrui. Fu appena signore di
Lucca, che cercò di ravvivare in Toscana il partito ghibellino e di
stendere la sua influenza sopra le città di Pisa e di Arezzo da lungo
tempo attaccate a questa fazione.

Dominava in Pisa il partito democratico, il quale aveva posto alla testa
della repubblica il conte Fazio o Bonifacio della Gherardesca. I plebei
e gli uomini nuovi che componevano i consigli, non avevano ereditati i
vecchi odj di famiglia da cui erano tuttavia animati i nobili; la loro
politica era tutta fondata sopra le presenti circostanze e sopra le
fresche alleanze, non già sull'affezione e le memorie della loro
infanzia: essi avevano chiuse le porte a Luigi di Baviera; avevano vinti
e cacciati dalla loro città i figliuoli di Castruccio; per ultimo
avevano ricercata l'amicizia dei Fiorentini, i capi del partito guelfo.
Ma i nobili, privati delle cariche, vedevano come cosa indegna la loro
patria alleata cogli antichi loro nemici. Attaccavano essi tutta la
gloria alla ricordanza delle antiche guerre contro i Guelfi, e l'odio
contro quella fazione era il più vivo loro sentimento. Credevano
interessati il loro onore e il loro dovere a conservare e trasmettere ai
figliuoli quest'odio implacabile che avevano ricevuto dai loro padri; e
purchè trionfasse il nome ghibellino, poco loro importava che il
commercio della patria fosse florido o languente, che questa conservasse
la libertà o venisse in mano di un principe. Trovavasi capo di questo
partito Benedetto Maccaroni[272], il quale entrò ben tosto nelle viste
di Mastino della Scala, accettando con riconoscenza i soccorsi
offertigli da questo signore per restituire ai nobili ed ai Ghibellini
l'antico potere.

  [272] Maccaroni era il soprannome di un ramo della famiglia
  Gualandi.

Da una disputa che scoppiò nel consiglio, in cui dovevasi eleggere un
cancelliere, Maccaroni prese motivo di chiamare il suo partito alle
armi. Aveva desiderato che un accidentale avvenimento preparasse gli
spiriti de' suoi partigiani senza dover loro confidare una trama, e col
pronto soccorso promessogli da Mastino tenevasi sicuro della vittoria.
Ma in questo inaspettato movimento, il conte Fazio prevenne i
gentiluomini; egli occupò prima di loro la piazza del palazzo pubblico,
e tese le catene che ne chiudevano le uscite per difenderla, mentre i
gentiluomini aprivano le prigioni e bruciavano i libri de' crediti dello
stato per guadagnarsi il favore della plebe. I due partiti vennero in
seguito alle mani sulla piazza di san Sisto, ove i nobili ebbero la
peggio: onde ritiraronsi lentamente verso la porta del lido che
Maccaroni sperava di poter difendere finchè giungessero le truppe di
Mastino. Diede avviso ai suoi compagni dell'imminente arrivo di questo
ajuto onde rianimarli; ma essendosi passata la notizia anche all'opposto
partito, molti cittadini che non avevano voluto prendere parte al primo
combattimento, presero le armi per impedire che la loro patria non
venisse in mano di Mastino della Scala, ed unitisi a Fazio, attaccarono
i gentiluomini con tanto vigore che li cacciarono subito di città. I
Gualandi, Sismondi, Lanfranchi, e quasi tutte le famiglie dell'alta
nobiltà furono esiliate[273].

  [273] _Cron. di Pisa t. XV, p. 1002. — Fram. d'anonimo Pisano t.
  XXIV, p. 670. — Gio. Villani l. XI, c. 42. — B. Marangoni Cron. di
  Pisa p. 684._

I Fiorentini informati di questa sedizione di Pisa, ed avvisati in pari
tempo che Pietro de' Rossi erasi avanzato fino ad Asciano alla testa dei
soldati di Mastino per sostenere i Ghibellini, e che gli aveva
incontrati mentre fuggivano, conobbero facilmente le pratiche che il
signore di Verona stendeva in tutta la Toscana. Essi lo invitarono
ancora una volta ad aprir loro le porte di Lucca, in conformità delle
convenzioni; e per non lasciare veruna scusa alla sua mala fede,
acconsentirono di pagargli tutto quanto saprebbe chiedere per
indennizzarlo delle spese sostenute per conto di Lucca. Mastino portò le
sue pretese all'esorbitante somma di trecento sessanta mila fiorini; e
quando con estrema sua sorpresa gli ambasciatori della repubblica
risposero che erano pronti a pagarla, gridò ch'era abbastanza ricco per
non avere bisogno del loro danaro, e che non evacuerebbe Lucca se i
Fiorentini non gli permettevano d'impadronirsi di Bologna. Così fu rotta
la negoziazione il 23 febbrajo del 1336, e subito cominciarono le
ostilità in Val di Nievole[274].

  [274] _Gio. Villani l. XI, c. 44._

In tal maniera i Fiorentini trovaronsi impegnati in una pericolosa
guerra con un tiranno, ch'essi avevano in parte sollevato a tanto
potere. Mastino era allora signore di nove città altra volta capitali
d'altrettanti stati sovrani[275], e traeva dalle gabelle loro settecento
mila fiorini d'entrata. Verun monarca della cristianità, ad eccezione di
quello di Francia, possedeva tante ricchezze. Tutto il rimanente della
Lombardia era soggetto a principi ghibellini, alleati naturali della
casa della Scala, e la corte di Mastino era l'asilo di tutti gl'illustri
esiliati. Lo storico Cortusio, mandato di que' tempi per un'ambasciata a
Mastino, lo trovò circondato da ventitre principi spogliati dei loro
stati i quali s'erano rifugiati nella sua capitale[276]. Il signore di
Verona, reso orgoglioso dalle sue alleanze, dalle sue ricchezze e dalla
prosperità delle sue armi, non aspirava niente meno che alla conquista
di tutta l'Italia; ed i Fiorentini erano i soli che ardissero opporsi a'
suoi ambiziosi disegni.

  [275] Verona, Padova, Vicenza, Treviso, Brescia, Feltre, Belluno,
  Parma e Lucca. _Gio. Villani l. XI, c. 45._

  [276] _Cortus. Hist. l. VI, c. 1, t. XII, p. 869._

Troppo mancava perchè la repubblica fiorentina potesse pareggiarsi a
Mastino sia pel numero delle piazze forti e de' sudditi, che pel numero
de' soldati e per la quantità delle pubbliche entrate. Pure le private
ricchezze dei Fiorentini in allora padroni di molta parte del commercio
del mondo, davano alla loro repubblica un rango assai distinto tra le
potenze, perchè sagrificavano sempre con piacere le proprie ricchezze in
servigio della patria. Quando scoppiò la guerra con Mastino della Scala,
formarono un consiglio di finanza, incaricato di trovare danaro; e tutte
le casse del commercio gli furono aperte; onde la repubblica si trovò a
portata di opporsi a così formidabile avversario[277]. Fu pure creato un
consiglio militare, detto _Ufficio della guerra_, e composto di sei
cittadini deputati dai sei quartieri della città al quale fu rimessa la
direzione delle operazioni dell'armata per tutto un anno; affinchè la
più frequente rielezione della signoria non interrompesse l'andamento
degli affari.

  [277] _Gio. Villani l. XI, c. 45._

Ma i Fiorentini non erano soltanto esposti ad essere attaccati dalla
parte di Lucca: un ardito capo de' Ghibellini dava loro vivissime
inquietudini all'opposto confine. Pietro Saccone dei Tarlati, uno de'
signori di Pietra Mala, era succeduto, nel governo d'Arezzo, a suo
fratello ch'era stato vescovo di quella città. Allevato nella più
selvaggia regione degli Appennini ove il castello di Pietra Mala
signoreggia i deserti coperti per più mesi dell'anno da alte nevi,
Saccone era avvezzo a sprezzare tutti i pericoli, tutte le fatiche e le
intemperie dell'aria. In un secolo incivilito, tra popoli ammolliti,
conservava Saccone i costumi e le abitudini dei conquistatori del Nord,
autori della sua stirpe. Egli disprezzava il lusso e la mollezza
d'Italia, ma ne conosceva la politica e sapeva valersi de' suoi
artifizj. Era nello stesso tempo sul campo di battaglia uno de' più
formidabili soldati, ed il più accorto ed ingegnoso condottiere quando
trattavasi di sorprendere una piazza o d'ingannare i nemici con qualche
stratagemma. Affezionato alle sue montagne, pareva piuttosto aspirare
alla sovranità delle Alpi, che a signoreggiare le fertili contrade che
stanno alle loro falde; come l'aquila che vola sugli Appennini di balza
in balza, ma che rare volte scende al piano. Egli aveva interamente
sottomessa la famiglia della Faggiuola che aveva spogliata di Massa
Trebaria e di tutta la sua eredità; aveva pure soggiogati gli Ubertini
con tutti i loro castelli ed i conti di Montefeltro e di
Montedoglio[278], di modo che la sua potenza stendevasi su tutte le
montagne della Toscana, della Romagna e della Marca d'Ancona. Dalla
signoria d'Arezzo era in seguito passato a quella di città di Castello e
di Borgo san Sepolcro; e per ultimo aveva attaccata Perugia che a stento
si andava contro di lui difendendo.

  [278] _Gio. Villani l. XI, c. 25._

Saccone aveva osservata fedelmente la pace che vent'anni prima erasi
fatta tra le repubbliche di Fiorenza e di Arezzo, ed aveva, sebbene capo
del partito ghibellino, schivato di provocare sopra di sè le potenti
armi della signoria. Ma quando Mastino della Scala portò la guerra in
Toscana, Saccone accettò la sua alleanza, ed obbligossi ad introdurre in
Arezzo ottocento cavalli che il signore di Verona aveva mandati fino a
Forlì. In tali circostanze l'Ufficio della guerra non volle più rimanere
esposto alle sorprese di un vicino che aspettava il favorevole istante
per ismascherarsi. Perciò i Fiorentini dichiararono la guerra al signore
d'Arezzo, ed il 4 aprile del 1336 spinsero un corpo di cavalleria in
Romagna per opporsi a quella di Mastino, e fecero guastare dalle truppe
tutto lo stato d'Arezzo[279].

  [279] _Gio. Villani l. XI, c. 48. — Leon. Aret. l. VI._

Le città di Siena, Perugia e Bologna erano, siccome ancora il re
Roberto, obbligati da un'antica alleanza a difendere i Fiorentini per la
salvezza del partito guelfo. L'Ufficio della guerra rinnovò
quest'alleanza, sebbene se ne potessero sperare pochi frutti, perciocchè
le repubbliche erano snervate dalle guerre civili, ed il re Roberto
dall'età e dallo scoraggiamento. Non si poteva far conto dei soccorsi
della repubblica di Genova, già da due anni in preda al partito
ghibellino che volgeva tutte le forze dello stato contro la stessa
repubblica[280]. Il potere della chiesa era in Italia omai spento
affatto; e le città della Romagna e della Marca erano dominate da
piccoli tiranni, la di cui politica limitavasi a far lega colla parte
più potente onde essere risparmiati dall'usurpatore almeno per tutto il
tempo che questi avrebbe qualche cagione di temere. Luigi di Baviera
continuava a proteggere Mastino, il quale chiamavasi sempre vicario
imperiale; e se alcuna potenza d'oltremonti doveva prendere parte nella
guerra che stava per ricominciare, non poteva farlo che in favore del
signore di Verona.

  [280] _Gio. Villani l. XI, c. 24._

Venezia soltanto, mossa da più profonda politica, avrebbe potuto
associarsi a Fiorenza per difesa della libertà italiana. La potente
repubblica di Venezia fin allora occupata unicamente delle sue conquiste
del Levante, della marina, del commercio, non aveva acquistato alcun
possedimento sul continente, non aveva voluto contrarre alleanze, nè
prender parte alla politica italiana. I nomi de' Guelfi e de' Ghibellini
erano esclusi dai suoi dominj; non dipendeva dall'impero e teneva il
clero subordinato al proprio governo. Risguardavasi non pertanto
piuttosto come affezionata al partito imperiale; ed una certa gelosia di
commercio o di possanza sembrava che l'alienasse dai Fiorentini.

I signori della guerra di Fiorenza non si lasciarono ributtare da queste
apparenze. Per non risvegliare l'attenzione di Mastino sulle loro
negoziazioni, ne diedero l'incarico ad alcuni mercanti fiorentini
stabiliti in Venezia, e trovarono, siccome lo avevano preveduto, questa
signoria disposta ad ascoltarli.

Aveva Mastino della Scala con diverse imprese offesa la repubblica sua
potente vicina. Aveva tentato di togliere il castello di Camino alla
famiglia di tal nome, che in addietro aveva regnato a Treviso, e che
posteriormente erasi aggregata alla nobiltà veneziana; fabbricava un
castello tra Padova e Chioggia per impedire ai Veneziani di far sali su
quelle coste, e per assicurarne l'esclusiva fabbricazione ai suoi
sudditi; finalmente aveva fatto chiudere con una catena il Po ad
Ostiglia, ed assoggettate ad un gravoso pedaggio le navi che rimontavano
il fiume[281]. Tali novità erano tutte contrarie ai trattati stipulati
dai suoi predecessori colla repubblica, onde la signoria accolse con
piacere l'occasione di rintuzzare l'orgoglio di un vicino potente che
incominciava ad adombrarla.

  [281] _Cortus. Hist. l. VI, c. 2. — Chron. Veron. t. VIII, p. 650. —
  Gazata Chron. Regien. t. XVIII, p. 52. — Marin Sanuto Vite dei
  Duchi. — And. Navagero Stor. Ven. — Sandi Stor. civ. Ven. p. II, l.
  V._

Il trattato d'alleanza tra le due repubbliche fu segnato il 21 giugno
del 1336. Fiorenza non cercava che il vantaggio di sollevare contro
Mastino un potente nemico: obbligavasi a mantenere metà dell'armata ed a
sostenere metà delle spese per attaccare il signore di Verona nella
Marca Trivigiana; ma tutti gli acquisti che farebbe quest'armata,
dovevano appartenere ai Veneziani, non riservandosi i Fiorentini che la
città di Lucca, che dovevano acquistare a proprie spese e colle loro
forze[282].

  [282] _Gio. Villani l. XI, c. 49._

Un solo generale doveva avere l'assoluto comando delle due armate
repubblicane; e la cupidigia di Mastino ne presentò loro uno veramente
meritevole di tanta confidenza. L'illustre famiglia de' Rossi di Parma
era stata capo del partito guelfo fino ai tempi ne' quali la perfidia di
Bertrando del Poggetto l'aveva sforzata a rifugiarsi tra i nemici della
chiesa: nella venuta di Giovanni di Boemia gli aveva ceduta la sua
sovranità, che aveva ricomperata quando Giovanni abbandonò l'Italia.
Finalmente la guerra aveala obbligata a rinunciare a Mastino della Scala
tutti i suoi diritti sopra Parma e sopra Lucca. La città di Pontremoli e
molte castella con ragguardevoli proprietà erano state da Mastino
guarentite ai Rossi; ma quando il signore di Verona ebbe raccolti i
frutti del suo trattato, pensò a sciogliersi dagli obblighi del
trattato. Eccitò contro i Rossi i Corregieschi capi dell'opposta fazione
in Parma; e spogliatili di tutti i loro castelli, gli assediò in
Pontremoli loro ultimo asilo. Pietro de' Rossi, il più giovane de' sei
fratelli, aveva allora opinione di essere il più perfetto cavaliere
d'Italia. Nelle guerre civili che da tanto tempo desolavano il suo
paese, aveva date luminose prove di valore, senza macchiarsi mai con
atti di crudeltà. I soldati tedeschi che servivano allora in Italia,
l'avevano chiamato loro signore e gli mostravano un illimitato
attaccamento. Liberale coi suoi compagni d'armi fino all'imprudenza,
appena per sè conservava una tonaca ed un cavallo. L'alta sua statura e
le sue eleganti maniere chiamavano sulla di lui persona gli sguardi di
tutte le donne, e la verginale purità de' suoi costumi, che assicuravasi
non esser giammai stata smentita, dava un nuovo pregio alla sua nobile
figura[283]. Pietro de' Rossi era ritenuto come ostaggio a Verona, ma
trovò modo di fuggire, e venne a chiedere soccorso ai Fiorentini, che
seppe eccitare alla vendetta. Dopo aver date prove de' suoi militari
talenti in una breve campagna nel territorio di Lucca, passò il primo
ottobre al comando della grande armata della lega nella Marca
Trivigiana[284].

  [283] _Cortusiorum Histor. l. VII, c. 4._

  [284] _Ist. Pistol. t. XI, p. 470. — Gio. Villani l. XI, c. 51. —
  Beverini Ann. Lucens. l. VII, p. 901._

Pietro de' Rossi attraversò colla sua armata i territorj di Treviso e di
Padova, insultò le guarnigioni delle due città, abbandonò le campagne al
saccheggio, e con mille cinquecento cavalli tenne a bada l'armata di
Mastino composta di quattro mila. Ma i Veneziani vedendolo aggirarsi in
quel labirinto di fiumi e di canali, che attraversano in mille maniere
il territorio padovano, ne furono inquietissimi, tanto più che il nemico
aveva rotti tutti i ponti e fortificati i passaggi: ma Pietro finse di
cercar la battaglia, e secondo la costumanza cavalleresca mandò ad
offrirne il pegno al campo di Mastino; perchè questi persuadendosi che
doveva essere per lui vantaggioso il non far quello che desiderava il
nemico, lasciò fuggire l'occasione d'attaccarlo e gli permise di
stabilirsi e di fortificarsi a Bovolento sul Bacchiglione, sette miglia
al di sotto di Padova[285].

  [285] _Gio. Villani l. XI, c. 53. — Cortusior. Histor. l. VI, c. 4,
  p. 874._

Nel tempo che i Fiorentini mantenevano un'armata nella Marca Trivigiana,
e combattevano in Toscana contro i Lucchesi, e contro Pietro Saccone e
gli Aretini, non ignoravano che dovevano stare in guardia contro le
trame dei Ghibellini, che nelle città della provincia ed anche entro
Firenze mantenevano segrete intelligenze, oltre che venivano caldamente
eccitati dalle promesse di Saccone e dagli artificj di Mastino. In così
pericolose circostanze sapevano che i Romani avrebbero creato un
dittatore; onde, seguendo l'esempio loro, credettero di dovere innalzare
un magistrato al di sopra delle leggi, affinchè il grandissimo potere
che gli confidavano, tenesse in dovere i segreti nemici della
repubblica, e la rapidità de' giudizj li colpisse a tempo ne' loro
complotti. Ma presso i Romani, popolo affatto militare, il dittatore
diventava il generale dell'armata. I Fiorentini non avevano trovato tra
i loro concittadini un generale abbastanza sperimentato da mettersi alla
testa di tutto lo stato: accostumati a confidare agli stranieri il
potere dell'armi, avrebbero temuto assai più di riunire in mani
sconosciute la potenza civile e militare; e se giammai si fossero in tal
maniera dato un padrone, difficilmente avrebbero poi potuto scuoterne il
giogo. Immaginarono quindi di non rivestire il loro nuovo magistrato che
dell'autorità di supremo giudice, e lo nominarono conservatore, dandogli
una guardia di cinquanta cavalieri e di cento fanti, autorizzandolo a
giudicare compendiosamente ed a far eseguire all'istante le sentenze.
Uno straniero, Giacomo Gabriello d'Agobbio, fu chiamato il primo ad
occupare questa carica. Il popolo doveva tremare innanzi a questo
magistrato, ma la signoria tenutasi superiore alla sua giurisdizione
poteva sopravvegliarlo ed imporre limiti al suo potere. Frattanto il
Gabrielli, abbandonandosi senza ritegno al suo carattere sospettoso e
crudele, fece spargere dai suoi carnefici molto sangue. Quando uscì di
carica, il popolo, sdegnato contro di lui, promulgò una legge che
proibiva di nominare in avvenire giudici di Agobbio o del suo
territorio[286]. Dopo di lui un altro conservatore, Accorimbeno di
Tolentino, fece succedere la giustizia venale alla crudeltà; ed i
Fiorentini, abolendo tale carica, si convinsero finalmente che la
libertà non si mantiene giammai con mezzi dispotici, e che l'innalzare
un potere al di sopra delle leggi, quand'anche fosse per la loro difesa,
è lo stesso che preparare la loro ruina[287].

  [286] Una simile ordinanza era stata portata a Siena l'anno
  precedente contro gli abitanti d'Agobbio. _And. Dei Cron. Sanese p.
  95._ I gentiluomini di questa città, e specialmente i Gabrielli
  destinavansi tutti al mestiere di giudice.

  [287] _Gio. Villani l. XI, c. 39._

Nel susseguente anno 1337 la campagna s'aprì dai Fiorentini in Toscana
con uno strepitoso avvenimento. Pietro Saccone, stretto dalle armate di
Fiorenza e di Perugia, e non potendo tenere aperta comunicazione con
Mastino che non gli mandava i promessi soccorsi, vedendo di avere già
perduti molti castelli, prese finalmente il partito di negoziare
vendendo ai Fiorentini la signoria d'Arezzo. La repubblica acquistò
separatamente i diritti di Pietro Saccone e quelli del conte Guido; pagò
il soldo delle truppe assediate e sborsò circa sessanta mila fiorini per
ottenere il possesso della città, che le fu aperta il 10 di marzo. Ma
tal acquisto costò alla repubblica assai più che tesori, avendo
compromessa la sua buona fede: per la prima volta fu accusata d'avere
mal osservato i trattati, d'avere combattuto di concerto coi Perugini, e
d'aver sola raccolti i frutti del loro sudore, e del loro sangue[288].
Il partito guelfo venne in Arezzo ristabilito dopo un esilio di
sessant'anni; i Tarlati furono ridotti alla condizione di cittadini; si
fabbricarono nella città due fortezze per tenerla in soggezione, e venne
stabilita una nuova magistratura incaricata di sopravvegliare alla
tranquillità ed al buon essere degli Aretini[289].

  [288] _Gio. Villani l. XI, c. 58-60. — Istorie Pistol. p. 471. —
  And. Dei Cronica Sanese t. XV._

  [289] _Gio. Villani l. XI, c. 59. — Cronaca di ser Gorello d'Arezzo
  t. XV, c. 4._

I Fiorentini che nella precedente guerra erano stati vittima dei loro
riguardi per il territorio di Lucca, tenevansi fermi nello stesso
sistema di politica: la guerra che gl'interessava esclusivamente e che
si faceva senza il concorso de' loro alleati, era quella che facevasi
meno vigorosamente. Accontentaronsi in questa campagna di saccheggiar
Pescia, Buggiano e pochi altri castelli di Val di Nievole e di Val di
Serchio, senza fare verun acquisto[290].

  [290] _Gio. Villani l. XI, c. 62. — Beverini Annales Lucenses l.
  VII, p. 904._

Ma nello stesso tempo spingevano con una straordinaria attività il loro
progetto di eccitare in Lombardia nuovi nemici a Mastino della Scala.
Nella stessa maniera ch'essi avevano chiamati i capi dei Ghibellini a
dividere le conquiste del re di Boemia, abbandonavano adesso alla loro
avidità gli stati del signore di Verona. Ricordavano a ciascheduno
l'insultante arroganza di Mastino, ed offrivano ricompense a qualunque
volesse far lega con loro per punirlo. Obizzo d'Este, Luigi di Gonzaga
ed Azzo Visconti entrarono successivamente nella lega delle due
repubbliche. L'ultimo aveva approfittato della guerra generale, cui
avevano preso parte i suoi vicini per impadronirsi nello stesso tempo di
Lodi, di Como e di Crema[291]. Carlo, figliuolo di Giovanni di Boemia e
duca di Carintia, si unì anch'esso ai nemici di Mastino, e gli tolse in
sul cominciare di luglio le città di Cividiale e di Feltre[292].

  [291] _Chron. Est. t. XV, p. 400. — Marin Sanuto vite dei Duchi, t.
  XXII, p. 603. — Ann. Mediol t. XVI, c. 108._

  [292] _Cortusiorum Hist. l. VI, c. 9. — Istor. Pistolesi, p. 472. —
  Chron. Veron. t. VIII, p. 650._

Mentre un'armata condotta da Lucchino Visconti minacciava a ponente gli
stati di Mastino, indi ritiravasi senza combattere[293], Pietro de'
Rossi rimaneva nelle vicinanze di Padova onde cogliere qualche
opportunità per togliere questa grande città ad Alberto della Scala, che
ne aveva il comando. Alberto, fratel maggiore di Mastino, era suo eguale
in autorità, ma di talenti e di coraggio a lui inferiore d'assai.
Impaziente del travaglio, abbandonava i pubblici affari per dedicarsi
interamente ai piaceri. Marsiglio ed Ubertino da Carrara, gli antichi
signori di Padova e capi del partito guelfo, erano i soli suoi
consiglieri. Nell'ebbrezza dell'assoluto potere aveva fatto violenza
alla moglie d'Ubertino da Carrara; ma come egli aveva dimenticato
quest'oltraggio, figuravasi che lo avesse egualmente dimenticato ancora
l'offeso. Ubertino non erasene in verun modo lagnato, o dato indizio
dell'interna sua rabbia; ma aveva aggiunto alla testa di moro, che
formava il cimiero del suo elmo, due corna di oro, perchè gli
rammentassero continuamente la sua vergogna e la vendetta che meditava
di fare[294].

  [293] _Cortusiorum Hist. l. VI, c. 6. — Gio. Villani l. XI, c. 63._

  [294] _Istoria Padovana di Galeazzo Gataro t. XVII, p. 21._

Mastino, che non accordava ai Carrara tanta confidenza, aveva più volte
scritto a suo fratello di osservarne gli andamenti, di arrestarli ed
anche di farli morire. Alberto mostrava tutte queste lettere ai Carrara;
e questi che già da più mesi trattavano col doge di Venezia[295],
cercavano di risvegliare in Padova lo zelo de' loro partigiani, e
mantenevano strette intelligenze con Pietro de' Rossi, loro nipote, cui
chiedevano all'opportunità soccorso di gente. Mastino scoperse tutte
queste pratiche e scrisse il 2 agosto a suo fratello di far arrestare
senza ritardo i due Carrara che lo tradivano e di farli morire. Quando
fu introdotto il messaggiere, che aveva ordine di consegnare la lettera
al solo Alberto, questi stava giocando agli scacchi. Egli prese la
lettera e senza aprirla la consegnò a Marsiglio da Carrara, che gli
stava vicino. Marsiglio lesse l'ordine del suo supplicio senza lasciar
travedere sul suo volto alcun turbamento. «Vostro fratello, disse in
seguito al signore, domanda che voi gli mandiate senza ritardo un
falcone pellegrino di cui abbisogna per la caccia.» Nello stesso tempo
prevenne Ubertino di apparecchiare ogni cosa per quella notte, e più non
perdette Alberto di vista onde impedire che gli giugnesse qualche nuovo
avviso[296].

  [295] _Navagero Storia Veneta t. XXIII, p. 1018._

  [296] _Istoria Padovana di Galeazzo Gataro p. 27._

A mezza notte i Guelfi ch'erano di guardia alla porta di ponte Curvo,
l'aprirono a Pietro de' Rossi, che entrò in Padova alla testa della sua
cavalleria. I partigiani di Carrara che si erano adunati in silenzio
intorno al palazzo pubblico, sorpresero nell'ora medesima le guardie, le
disarmarono, arrestarono Alberto della Scala nel suo appartamento, e lo
condussero subito nelle prigioni di Venezia. Nicoletto, suo buffone,
domandò di partecipare alla sua sorte, e fu il solo che lo accompagnasse
in quella trista dimora: un così generoso sentimento trovossi in un uomo
che aveva fin allora fatto traffico di una vile buffoneria, e che nelle
altrui risate aveva cercata l'indipendenza[297].

  [297] _Cortusiorum hist. l. VII, c. 5._

Pietro de' Rossi fece osservare ai suoi soldati la più severa
disciplina. Impadronendosi di Padova, non fu commesso verun rubamento,
verun disordine turbò il contento del popolo che tornava alle fazioni
de' suoi padri. Furono sequestrate le sole proprietà della casa della
Scala, siccome appartenenti al vincitore. Marsiglio di Carrara fu
proclamato signore di Padova da' suoi concittadini; ed ammesso nella
lega delle repubbliche, si obbligò a somministrare quattrocento
cavalieri all'armata che faceva la guerra a Mastino[298].

  [298] _Gio. Villani l. XI, c. 64. — Cortus. hist. l. VII, c. 1-2 e
  3._

Questo segnalato vantaggio ottenuto dalla lega fu ben tosto funestato
dalla morte di colui che lo aveva procurato. Pietro de' Rossi avendo
intrapreso l'assedio del castello di Monselice, vi fu colpito il 7
agosto da un colpo di lancia, e morì il susseguente giorno. Suo fratello
Marsiglio che aveva un comando nella medesima armata, morì di febbre
sette giorni dopo[299]. Per riconoscenza e per rispetto dovuto alla
memoria di questi due generali, la lega affidò il comando della loro
armata ad un terzo fratello, Orlando de' Rossi che non aveva i talenti
de' suoi predecessori.

  [299] _Cortus. hist. l. VII, c. 4. — Gio. Villani l. XI, c. 63. —
  Istorie Pistolesi p. 473._

Ma la situazione di Mastino della Scala era diventata così pericolosa,
che la lega non aveva omai più bisogno d'un grande generale per trarre
profitto dai già ottenuti vantaggi. Tutti i Guelfi che avevano ubbidito
a questo signore, tutti i gentiluomini che avevano motivo di dolersi di
lui, coglievano avidamente l'occasione di ribellarsi, e si scoprivano
nella condotta dell'uomo potente caduto in minor fortuna offese prima
egualmente ignorate dall'offensore e dall'offeso. Brescia si ribellò l'8
ottobre contro Mastino; e la guarnigione tedesca, dopo avere difesa
alcun tempo la città nuova, fu costretta anch'essa di capitolare. Questa
nuova conquista passò in dominio d'Azzo Visconti, che vi aveva più degli
altri contribuito[300].

  [300] _Gio. Villani l. XI, c. 72._

Questa guerra non era per anco stata illustrata da una battaglia
formale, nè meno quando le armate nemiche presso a poco di forze eguali
non dovevano temere di far prova del loro valore. Ma dopo l'abbassamento
del signore della Scala, più non poteva aver luogo un fatto importante,
poichè egli tenevasi chiuso nella sua capitale, difendeva i suoi
castelli e non ardiva avventurare una battaglia. Si consumò l'inverno in
trattati infruttuosi, e la seguente campagna del 1338 fu consacrata
all'assedio di alcune fortezze. Frattanto i Fiorentini distribuirono i
premj per la corsa sotto le stesse mura di Verona. Occuparono in
appresso Soave, Montecchio e Monselice, e verso la metà d'ottobre
s'impadronirono finalmente dei sobborghi di Vicenza[301]. Mastino aveva
chiesti gli ajuti dell'imperatore Luigi di Baviera, al di cui partito
erasi sempre conservato fedele. Ma Luigi era allora il nemico della casa
di Lussemburgo, con cui aveva tanto tempo fatto causa comune; ed il
conte Giovanni Enrico, secondo figlio del re di Boemia, occupò i
passaggi delle montagne, e trattenne in Tirolo l'imperatore che con sei
mila cavalli veniva in soccorso del signore di Verona[302]. Mastino
abbandonato da tutti i suoi alleati, e temendo di vedersi in breve
assediato nella propria capitale, si appigliò finalmente alle
negoziazioni. Doveva trattare con una lega, onde impiegò contro la
medesima quell'arte che d'ordinario basta per discioglierle. Offrì di
dare pieno soddisfacimento ad uno de' confederati, e lo fece rinunciare
alla difesa degl'interessi altrui. I Veneziani trattarono con lui
separatamente, ed avendo ottenuto quanto desideravano, il 17 dicembre
del 1338 firmarono un trattato che comunicarono soltanto dopo fatto alla
repubblica Fiorentina, perchè ancor essa vi si uniformasse[303].

  [301] _Gio. Villani l. XI, c. 76-81._

  [302] _Olenschlager Geschichte § 130, p. 302._

  [303] _Gio. Villani l. XI, c. 89._

Con tale trattato Treviso, Castelfranco e Ceneda venivano cedute alla
signoria di Venezia; Bassano e Castel Baldo al signore di Padova; Pescia
ed alcune castella di Val di Nievole ai Fiorentini[304]. La navigazione
del Po era dichiarata libera; i Rossi dovevano rientrare al possesso de'
loro beni nello stato di Parma, ed Alberto della Scala sarebbe liberato
senza taglia.

  [304] Buggiano, la Costa, Colle ed Altopascio. Inoltre Mastino
  rinunciava ai suoi diritti sopra altre castella già acquistate, cioè
  Fucecchio, Castelfranco, santa Croce, santa Maria a Monte,
  Montopoli, Monte Catini, Monsummano, Monte vettorino, Massa,
  Cozzile, Uzzano, Vellano, Scrana e Castel vecchio.

Queste condizioni erano troppo diverse da quelle che i Fiorentini
chiedevano, e che loro erano state promesse dagli alleati. Da una guerra
che loro costava seicento mila fiorini, altro frutto non raccoglievano
che l'acquisto di tre o quattro castelli che Mastino più non poteva
difendere; mentre colla stessa guerra la casa di Carrara aveva
acquistata la signoria di Padova, il Visconti facevasi assicurare quella
di Brescia, ed i Veneziani gittavano i fondamenti d'una nuova potenza in
terra ferma[305]. Rimasero alcun tempo incerti se dovessero restar soli
in guerra contro Mastino, piuttosto che aderire a così svantaggioso
trattato, e lasciarsi in tal modo deludere un'altra volta dai loro
alleati. Pure essi avevano contratto un debito di quattrocento cinquanta
mila fiorini; avevano impegnate ai loro creditori le gabelle per sei
anni; e due enormi perdite fatte in quest'epoca dal loro commercio li
determinarono ad accettare il trattato di Venezia, e la pace si pubblicò
in Toscana il giorno 11 febbrajo del 1339[306].

  [305] _Gio. Villani l. XI, c. 89. — Navagero stor. Venez. p. 1030. —
  Cortusiorum hist. l. VII, c. 18._

  [306] I Guelfi emigrati di Lucca ebbero da Mastino il permesso di
  rientrare in patria. D'altra parte molte famiglie ghibelline di
  Pescia e di Buggiano preferirono l'autorità di Mastino a quella
  d'una repubblica guelfa. I Garzoni, Pucci, Vanni, Nuti, Puccini,
  Lippi, Orsucci ec., si stabilirono a Lucca, ed ebbero i diritti di
  cittadinanza. _Beverini l. VII, p. 908._

Per terminare la guerra, un motivo assai più potente dell'abbandono in
cui trovavansi i Fiorentini, fu la ruina che apportava al loro commercio
la guerra tra Filippo di Valois ed Edoardo III d'Inghilterra. Questi due
monarchi non erano stati troppo scrupolosi nello scegliere i mezzi di
far danaro. Filippo aveva più volte alterate le monete del suo regno, di
modo che il fiorino d'oro di Fiorenza, che ne' primi anni del suo regno
valeva dieci soldi di Parigi, giunse in breve al valore di trenta. In
appresso fece arrestare in un sol giorno (10 aprile 1337) tutti
gl'Italiani che commerciavano ne' suoi stati, ed accusandoli d'usura, li
forzò a liberarsi con enormi contribuzioni[307]. D'altra parte Edoardo
d'Inghilterra aveva scelti per banchieri due negozianti o case di
Firenze, ed i prestiti che faceva per loro mezzo, superavano talmente
gli assegni del rimborso, che i Bardi trovarono d'avergli prestate cento
ottanta mila marchi sterlini, ed i Peruzzi cento trentacinque mila;
ossia, fra l'uno e l'altro, sedici milioni trecento mila lire delle
nostre lire d'Italia, in un tempo in cui il denaro era cinque o sei
volte più raro che a' nostri giorni[308]. Queste due case furono
obbligate di sospendere i loro pagamenti, dal che ne risultò per
contraccolpo un infinito numero di fallimenti in Fiorenza[309]. Tali
furono le circostanze che consigliarono la repubblica ad accettare la
pace di Venezia, senza che la sua pubblicazione cagionasse allegrezza
nel popolo[310].

  [307] _Gio. Villani l. XI, c. 71._

  [308] Il marco sterlino valeva allora quattro fiorini e mezzo, o
  circa sessanta franchi.

  [309] _Gio. Villani l. XI, c. 87._

  [310] _Storie Pistolesi p. 474. — Joh. de Bazano Chron. Mutin. t.
  XV, p. 598. — Marin Sanuto Vite dei Duchi, t. XXII, p. 605. —
  Leonar. Aretino l. V._



CAPITOLO XXXIV.

      _Bologna sottomessa da Taddeo de' Pepoli. — Guerra de' mercenarj
      o di Parabiago. — I Genovesi creano il doge. — Celebrità del
      Petrarca: viene coronato in Campidoglio._

1338 = 1341.


La repubblica di Bologna, posta quasi nel centro dell'Italia, aveva
lungo tempo disputato a Fiorenza il primato nella parte guelfa; nè meno
popolata, nè meno ricca, o meno commerciante, aveva sopra le città della
Romagna quella stessa influenza che Fiorenza sopra quelle della Toscana;
finalmente Bologna era resa celebre dalla più antica università
d'Italia. Irremovibile pel suo attaccamento alla parte guelfa, questa
repubblica aveva acquistati i suoi primi trionfi con lunghe e ruinose
guerre. I Lambertazzi e molte migliaja dei loro partigiani erano stati
esiliati l'anno 1237, e la loro partenza aveva lasciata la città
deserta[311]. Ma i disastri della guerra civile erano stati rifatti
dalla uniforme e vigorosa amministrazione del partito vittorioso. Il
governo più assodato aveva potuto ponderatamente maturare i suoi
progetti ed eseguirli, e procurare allo stato una lunga prosperità. Ora
siamo giunti all'epoca in cui questa prosperità ebbe fine. La tirannide
del legato Bertrando aveva viziato il principio vitale della repubblica;
i cittadini corrotti da alcuni anni di servitù non erano più capaci di
reggersi liberi. I loro odj provocati da più gravi oltraggi avevano
preso un più feroce carattere; essi non erano più repressi dall'antico
spirito pubblico; la salute della patria o il timore di compromettere la
libertà più non essendo bastanti motivi per farli tacere, assoggettarono
Bologna dopo quattro anni di agitazioni ad una nuova tirannide. Questa,
a dir vero, fu più volte rovesciata, ma la libertà che le teneva dietro,
non era di più lunga durata, o meno vacillante ed incerta del potere
tirannico.

  [311] _Vedasi nel t. III il c. 22._

Le recenti fazioni di Bologna eransi manifestate quando Romeo de'
Pepoli, il più ricco cittadino di questa repubblica, era stato esiliato:
egli morì lontano dalla sua patria; ma suo figliuolo Taddeo vi era stato
richiamato in tempo dell'amministrazione del legato. I Pepoli eransi
fatti molti partigiani tra il basso popolo e tra la povera nobiltà col
mezzo delle loro immense ricchezze di cui usavano generosamente. Essi
eransi mostrati zelantissimi per il partito guelfo, ed erano rimasti
attaccati al legato più lungo tempo dei Maltraversa loro avversarj[312].
Accusavano essi questi ultimi di favorire i Ghibellini, e quest'accusa
poco non influiva sullo spirito del popolo. Alcune illustri famiglie
erano attaccate alla loro sorte[313], la più rinomata delle quali era
quella dei Bentivoglio, che i suoi genealogisti fanno discendere da
Enzio, re di Sardegna e figliuolo di Federico II, che morì prigioniere
in Bologna. I nemici di questa famiglia, che doveva un giorno
signoreggiare Bologna, dicevano al contrario che discendeva da un
macellajo[314].

  [312] _Cron. Miscella di Bologna t. XVIII, p. 360._

  [313] I Samaritani, Ghisilieri, Bianchi e Lambertini.

  [314] Filippo Bentivoglio era infatti bargello ossia ufficiale di
  polizia l'anno 1336 per la compagnia de' macellaj. _Cron. Miscella
  di Bologna p. 367._

Poco dopo la cacciata del legato, manifestossi in Bologna una
sollevazione, il 27 aprile del 1334, nella quale le due fazioni
s'azzuffarono sulla piazza, essendo stati rotti i Maltraversi,
saccheggiate le case de' Sabbadini, e tutti i capi di queste grandi
famiglie esiliati[315]. I soli Gozzadini erano stati eccettuati da
questa proscrizione in ricompensa della parte grandissima che avevano
avuta nell'espulsione del legato[316].

  [315] I conti di Panico, Beccadelli, Sabbadini, Robaldi e Boattieri.

  [316] _Cronaca Miscella di Bologna p. 362._

La fazione de' Pepoli, per assicurarsi la vittoria, o per raccoglierne i
frutti, procedette ben tosto a nuovi atti di rigore contro i suoi
avversarj. Tutti i Ghibellini ch'erano stati esiliati coi Lambertazzi, e
che in seguito erano tornati a Bologna per condiscendenza del governo,
furono di nuovo esiliati in numero di trecento cinquantasette; i loro
padri ed i loro fratelli obbligati a fissare il loro domicilio in
campagna; e quando gli affari li chiamavano in città, era loro vietato
d'avvicinarsi alla piazza sino a cinquanta braccia sotto pena di due
mila lire di multa[317].

  [317] _Cron. Miscella di Bologna p. 363._

I Pepoli si comportavano in città come se già ne fossero padroni.
Giacomo, figlio di Taddeo, aveva promesso ad un prete suo amico di
procurargli un beneficio vacante, ed avendolo chiesto inutilmente al
vescovo, in un impeto di collera oltraggiò il prelato cogli schiaffi: il
vescovo, preso un coltello, ferì il Pepoli in una guancia. Si corse alle
armi da ambe le parti; il palazzo vescovile fu saccheggiato ed
abbruciato; ed il capo della Chiesa di Bologna si sottrasse alla morte
colla fuga[318].

  [318] Il 20 agosto 1336. _Cron. Misc. di Bologna t. XVIII, p. 370. —
  Math. de Griffon. Mem. Hist. p. 158._

Non pertanto, la considerazione personale che si era acquistata
Brandaligi dei Gozzadini coll'espulsione del legato, conservava alcuna
indipendenza al partito Maltraversa di cui era capo. L'anno 1337 Taddeo
dei Pepoli eccitò contro i Gozzadini i Bianchi, loro particolari nemici;
e quando seppe che gli uni e gli altri erano armati e pronti a battersi,
si fece innanzi in mezzo a loro sulla piazza maggiore offrendosi loro
mediatore. Prese Brandaligi per la mano, lo chiamò suo fratello e
l'arbitro di Bologna; lo ricondusse a casa sua prodigandogli gli
attestati del suo rispetto e del suo attaccamento; fece deporre le armi
a' suoi proprj figliuoli, ch'eransi associati ai Bianchi, e determinò
tutta la fazione dei Maltraversa a deporre le armi ed a disperdersi; ma
appena si era il Pepoli ritirato, che i suoi partigiani, adunati in un
altro quartiere, piombarono sopra le case dei Gozzadini, le
saccheggiarono, le bruciarono, e forzarono Brandaligi a fuggire. Dopo
ciò i sediziosi scacciarono dalla signoria tutti i magistrati attaccati
al partito Maltraversa, e costrinsero gli altri a condannare all'esilio
i Gozzadini ed i loro partigiani[319].

  [319] Il 7 luglio 1337. _Cronica di Bologna p. 374._

I Bolognesi erano entrati nella lega de' Fiorentini e de' Veneziani
contro i signori della Scala, e la guerra in cui trovavansi impegnati,
obbligavali a tenere molti cavalieri al loro soldo. Questi mercenarj,
per la maggior parte Tedeschi, preferivano il servigio di un principe a
quello della repubblica. D'altra parte, i tiranni la di cui potenza era
fondata sulla forza militare avevano tutti studiata l'arte di rendersi
cari ai soldati. Taddeo dei Pepoli aveva saputo guadagnarsi coloro che
stavano allora in Bologna; avevali impegnati per mezzo di segreti
emissarj ad accorrere a romore sulla piazza il 28 agosto 1337, gridando:
_viva messer Taddeo dei Pepoli!_... I cittadini si ragunarono alle grida
di viva il popolo; ma essi erano senza capo, ed i veri repubblicani
erano stati esiliati colla fazione de' Maltraversa. Taddeo incoraggiava
i suoi soldati, che disarmarono la guardia della signoria, e senza
combattere, anzi senza resistenza, Taddeo fu introdotto nel pubblico
palazzo. I mercenarj, che gli avevano aperto l'ingresso, lo proclamarono
i primi signore generale di Bologna; alcuni giorni dopo le compagnie
delle milizie, e più tardi ancora il consiglio del popolo acconsentirono
a questa elezione. Gli amici della libertà erano affatto scoraggiati; e,
perduta ogni speranza d'impedire lo stabilimento del despotismo, si
assentarono da queste assemblee, nelle quali dieci soli cittadini ebbero
la fermezza, di dichiararsi contro Taddeo dei Pepoli[320].

  [320] _Cron. Miscella di Bologna t. XVIII, p. 375. — Math. de
  Griffon. Hist. p. 161. — Gio. Villani l. XI, c. 69._

Il nuovo signore scoprì ben tosto, o suppose delle congiure contro di
lui per esiliare, sotto questo pretesto, i cittadini che potevano ancora
tenerlo inquieto[321]. Cercò poi di rappacificarsi col papa, che aveva
messa la sua capitale sotto l'interdetto; riconobbe la sovranità dei
pontefici sopra Bologna; promise alla Chiesa un annuo tributo di otto
mila lire bolognesi; obbligossi a far marciare le sue truppe qualunque
volta ne fosse richiesto dalla corte d'Avignone, ed ottenne a questi
patti d'essere ammesso da Benedetto XII in seno della Chiesa, e fu
riconosciuta la legittimità del suo potere[322].

  [321] _Cron. di Bologna p. 377._

  [322] _Ghirardacci Stor. di Bologna l. XXII, t. II, p. 136 e
  seguenti._

La pace di Venezia fu posteriore a queste diverse rivoluzioni di
Bologna. Questa pace, smembrando gli stati di Mastino della Scala, aveva
posto il rimanente dell'Italia al coperto dalla sua ambizione; ma una
casa più potente erasi di già arricchita delle sue spoglie. I talenti e
le virtù d'Azzo Visconti, il quale era succeduto in Lombardia alla
preponderanza di Mastino, rendeva la sua ambizione ancora più
pericolosa. Visconti era in allora il solo signore che si occupasse del
ben essere de' suoi popoli, e che sapesse farsi amare. La dolcezza della
sua amministrazione gli guadagnava ammiratori e partigiani in ogni
luogo, ed i sudditi del tiranno si felicitavano d'essere da lui
conquistati. Brescia erasi ribellata contro Mastino per aprire le porte
al signore di Milano; ed altre città avevano tentato d'imitarne
l'esempio; ma il signore di Verona, facendo la pace con Azzo, occupavasi
di già della sua vendetta; e fu precisamente col deporre le armi che
suscitò contro al principe che lo aveva umiliato, i più pericolosi
nemici.

(1338) Noi abbiamo veduto che i sobborghi di Vicenza erano stati
abbandonati all'armata della lega: i Tedeschi assoldati prima da
Fiorenza e da Venezia, vi si erano accantonati dopo conchiusa la pace,
conservandoli come pegno d'una pretesa indennizzazione; onde rifiutarono
di separarsi minacciando egualmente Mastino e gli alleati al di cui
servigio erano stati fin allora. Il signore di Verona, volendosene
liberare, pensò di rovesciarli addosso ad Azzo Visconti. Incaricò di
quest'affare quello stesso Lodrisio Visconti che aveva due volte
congiurato contro Galeazzo, e, costretto ad emigrare da Milano, erasi
riparato a Verona.

(1339) Enrico VII, Federico d'Austria, Luigi di Baviera, il duca di
Carinzia ed il re di Boemia avevano successivamente condotte in Italia
nuove armate tedesche, e ben pochi degli avventurieri venuti con loro
erano tornati in Germania: i sovrani d'Italia gli avevano assoldati,
promettendo loro ricompense maggiori di quelle che trovar potevano nella
loro patria. La prodigiosa superiorità che aveva nelle battaglie la
cavalleria pesante, dovevasi molto meno al numero che all'abitudine
delle armi: il cavaliere aveva un soldo proporzionato al lungo tempo che
doveva impiegare, ed ai pericoli cui doveva soggiacere per imparare un
tale mestiere; e mentre oggi la paga del soldato è minore di quella
dell'ultimo mercenario, era in allora maggiore di quella del più esperto
e ricco artefice.

I principi e le città d'Italia non erano in istato di tenere
costantemente queste truppe al loro soldo; in tempo di guerra invitavano
i mercenarj che avevano militato in altre armate, e li licenziavano
all'epoca della pace. I Tedeschi, arrivati in Italia al seguito de' loro
principi, erano ben tosto chiamati a servire altre potenze
coll'allettamento di più larga mercede; e perchè le contese
degl'Italiani erano affatto indifferenti a questi stranieri, vendevansi
sempre al migliore offerente.

Generalmente parlando, ai principi tornava meglio d'avere dei Tedeschi
al loro soldo, che dei nazionali, perchè la diversità della lingua li
faceva più stranieri allo spirito di partito, e meno accessibili
agl'intrighi. Sembrò a bella prima che le truppe mercenarie avessero
pure altri vantaggi. Le forze degli stati si proporzionarono alle loro
ricchezze, non alla popolazione; esse s'accrebbero coll'industria e
coll'attività, e si perdettero per l'inerzia; si risparmiò il sangue de'
sudditi cittadini; gli stessi soldati vestirono un carattere più umano,
e la guerra si trattò con minor ferocia, perchè i combattenti erano
quasi tutti compatriotti e non avevano veruna cagione di odio, che gli
esacerbasse gli uni contro gli altri. In tempo della battaglia si
risparmiavano reciprocamente; dopo la vittoria i vinti venivano
spogliati delle loro armi e de' loro cavalli, e posti in libertà senza
taglia. Non si previde a principio che l'uso de' soldati stranieri
faceva perdere alla nazione il carattere militare, e la privava dei
mezzi di respingere colle proprie forze le aggressioni che potevano
opprimerla; non si previde che i mercenarj, ne' quali essa riponeva la
sua confidenza, potevano un giorno tradirla. La negoziazione di Lodrisio
Visconti con quelli che occupavano i sobborghi di Vicenza, fece per la
prima volta conoscere ciò che doveva temersi da tali truppe.

Lodrisio Visconti giunse presso ai Tedeschi che occupavano i sobborghi
di Vicenza, col danaro datogli da Mastino. Propose loro, poichè allora
verun sovrano assoldava truppe, di marciare con lui contro Azzo
Visconti; ed in cambio di soldo promise loro il saccheggio della città e
del territorio di Milano. Richiamò alla loro memoria la grande compagnia
de' Catalani ed Arragonesi che in principio del secolo era passata in
Grecia e vi aveva fondato uno stabilimento, e li determinò ad
intraprendere la guerra per conto loro proprio. I Tedeschi nominarono
generali Lodrisio Visconti ed uno de' loro compatriotti detto Rinaldo di
Givres[323]; presero il titolo di compagnia di san Giorgio, ed in
principio di febbrajo del 1339 passarono l'Adige per entrare nel
territorio milanese. La compagnia quando si pose in cammino era numerosa
di due mila cinquecento cavalli e di molta infanteria, e di mano in mano
che andava avanzando, faceva sempre nuove reclute.

  [323] _Cortusiorum Hist. de novit. Paduæ l. VII, c. 20._

Azzo Visconti trovavasi allora a letto tormentato dalla gotta, onde gli
fu forza di affidare il comando della sua armata a suo zio Lucchino
Visconti. Quest'armata, composta di tre mila cavalli e di dieci mila
pedoni, uscì di Milano il giorno 15 febbrajo per andar contro alla
compagnia di san Giorgio ch'erasi accampata a Legnano, e guastava il
territorio milanese.

Lucchino divise la sua armata in due colonne, una delle quali sotto gli
ordini di Giovanni da Fieno e di Giovanelli Visconti, e stabilì il suo
quartiere a Parabiago; l'altra sotto l'immediato comando di Lucchino
s'accampò a Nerviano. Lodrisio approfittò di questa divisione, e la
notte del 19 al 20 febbrajo piombò improvvisamente sopra la colonna di
Parabiago, e la ruppe interamente. Lasciò allora quattrocento cavalli a
Parabiago per custodire il bottino ed i prigionieri, ne mandò settecento
presso all'Olona per tagliare la ritirata ai fuggiaschi, e col rimanente
s'avanzò contro Lucchino. La battaglia si rinnovò con un furore che non
erasi da molto tempo veduto nelle guerre d'Italia: la speranza del
saccheggio di Milano animava i soldati della compagnia; quelli di
Lucchino erano animati dalla difesa di quanto avevano di più prezioso
contro una truppa di assassini che non avrebbero usato moderatamente
della vittoria. Pure i Milanesi furono vinti, ma dopo una vigorosa
difesa che aveva poco meno dei vinti indeboliti anche i vincitori. Lo
stesso Lucchino venne in potere de' nemici. Mentre durava la battaglia,
un'altra colonna di settecento cavalieri tutti italiani era uscita di
Milano sotto la condotta d'Ettore da Panigo, ed entrata in Parabiago,
aveva sorpresi e tagliati in pezzi i quattrocento cavalieri lasciati da
Lodrisio a guardare il castello, e si era ingrossata coi prigionieri che
aveva liberati. Di là marciò verso Nerviano, e giunse sul campo di
battaglia mentre lo truppe di Lucchino di già rotte si difendevano
ancora debolmente. Ettore da Panigo piomba su la compagnia rifinita
dalla fatica di due battaglie e disordinata dalla caccia data al vinti,
fa un orribile macello di questi avventurieri; libera Lucchino e fa
Lodrisio prigioniero.

In una sola giornata la compagnia aveva ottenute due vittorie, e due ne
aveva pure ottenute il conte da Panigo suo avversario. Questi ricondusse
allora le vittoriose sue truppe verso Milano. Al passaggio dell'Olona
incontrò il capitano tedesco Malerba che da Lodrisio era stato posto
alla custodia di quel fiume per tagliare la ritirata ai fuggitivi. Fu
anche questi disfatto dopo un ostinato combattimento che fu il quinto di
questo giorno e pose fine alla battaglia di Parabiago distruggendo la
compagnia di san Giorgio. Questa rapida campagna, terminata in meno di
venti giorni, richiamò a sè gli sguardi di tutta l'Italia: l'incredibile
accanimento con cui aveano combattuto i mercenarj in quest'occasione,
nella quale portavano le armi contro l'intera società, ispirava tanto
maggiore spavento, in quanto che si paragonava alla mollezza con cui
sostenevano le altre guerre. La spedizione di Parabiago disvelò il loro
segreto.

Si osservò che le loro ordinarie battaglie non erano che un trastullo
nel quale cercavano di guadagnare la paga col minor sangue e fatica
possibile; ma che non facevan uso di tutte le loro forze, che quando le
destinavano alla sovversione dell'ordine sociale. Più di quattro mila
cavalieri delle due armate erano rimasti sul campo di battaglia[324]:
assai maggiori erano i morti dell'infanteria. I soli Milanesi avevano
perduti più di cinquecento cavalieri e di tre mila fanti[325]. Lodrisio
Visconti ed i due suoi figliuoli furono chiusi nelle prigioni di Milano.
Si rimandarono senza taglia gli altri prigionieri dopo aver loro tolti i
cavalli e le armi e avuta da loro la promessa che più non servirebbero
contro i Visconti. Non si sarebbero potuti ritenere senza condannarli ad
una perpetua prigionia, perchè veruna potenza sarebbesi curata di
comperare la loro libertà[326].

  [324] _Cortusior. Hist. l. VII, c. 20._

  [325] _Gio. Villani l. XI, c. 96._

  [326] _Chron. Modoet. l. IV, c. 2. — Galvan. Flamma Opuscula t. XII,
  p. 1022. — Istor. Pistol. Ann. t. XI, p. 475._

Sebbene la guerra di Parabiago togliesse al Visconti alcune migliaja di
soldati, aveva non pertanto accresciuta la sua riputazione e la sua
potenza. Era a quest'epoca sovrano di dieci città lombarde prima
indipendenti[327], senza contare Pavia di cui ne divideva il dominio
colla casa Beccaria. Cercava occasione d'acquistare qualche diritto in
Toscana, onde aprirvi una nuova carriera alle sue pratiche ed alla sua
ambizione; nè dovette aspettarne lungo tempo l'occasione: sua madre
Beatrice d'Este aveva avuto dal suo primo marito, il giudice Nino di
Gallura, una unica figliuola detta Giovanna, sorella uterina d'Azzo
Visconti; la quale morì ed era l'ultima erede dei Visconti di Pisa,
signori di una parte della Sardegna. Azzo presentossi subito per
raccogliere l'eredità di quest'illustre famiglia; chiese ed ottenne la
cittadinanza pisana, entrò in possesso dei beni di sua sorella, e per
far comprendere che le sue pretensioni stendevansi altresì sul terzo
della Sardegna, che gli Arragonesi avevano tolta ai giudici di Gallura,
inquartò i suoi stemmi coi loro[328]. I Pisani desideravano ardentemente
la sua alleanza, e le loro forze riunite avrebbero potuto togliere agli
Arragonesi quest'isola, sulla quale i Pisani avevano così giusti
diritti, ed il di cui possesso era tanto necessario alla sua potenza
marittima. Ma Azzo Visconti fu colpito dalla morte nel colmo delle sue
prosperità e de' suoi vasti progetti. Spirò il 16 agosto del 1339 nella
fresca età di 37 anni[329]; e perchè non lasciava figliuoli maschi, i
suoi due zii, Giovanni, vescovo di Novara, e Lucchino, ambedue figliuoli
di Matteo, furono dall'elezione della nobiltà e del popolo chiamati
insieme alla sovranità di Milano[330]. Il primo rassegnò ben tosto al
fratello la parte della sua signoria, per sollecitare l'investitura del
vacante arcivescovado di Milano, che ottenne dalla corte d'Avignone
contro il pagamento di cinquanta mila fiorini, e la riserva di dieci
mila fiorini di rendita[331].

  [327] Milano, Como, Vercelli, Lodi, Piacenza, Cremona, Borgo san
  Donnino, Bergamo e Brescia.

  [328] _Galvan. de la Flamma Opusc. de Gestis Vicecomitum t. XII, c.
  1028._

  [329] _Gio. Villani l. XI, c. 100._

  [330] _Galv. de la Flam. Opusc. p. 1030._

  [331] _Gio. Villani l. XI, c. 100._

Fu pure quest'anno memorabile per una importante rivoluzione nella
repubblica di Genova. Dopo liberata dall'assedio, ci siamo limitati,
rispetto a questa città, d'indicare sommariamente gli avvenimenti della
guerra civile che laceravano questa repubblica: indebolita da continue
zuffe, non impiegava nelle sue guerre intestine tali forze che richiamar
potessero l'attenzione dell'Italia. Ma le nuove fazioni, che si
manifestarono nel presente anno, meritano di essere più
circostanziatamente descritte, poichè produssero nel governo della
repubblica un durevole cambiamento, che forma epoca nella sua storia.

Era questo il tempo in cui Filippo di Valois sosteneva contro gl'Inglesi
una ruinosa guerra. L'anno 1338 aveva prese al suo servigio venti galere
armate dai Guelfi di Monaco e venti armate dai Ghibellini genovesi.
Queste quaranta galere passarono in Francia sotto il comando d'Antonio
Doria. I marinai genovesi dopo un anno di servigio lagnaronsi che questo
ammiraglio loro non pagasse l'intero soldo. In una sedizione, ch'ebbe
luogo sopra le galere, furono scacciati il Doria ed i suoi capitani, ed
i marinai nominarono altri ufficiali[332]. Il re di Francia si dichiarò
a favore dell'ammiraglio; fece porre in prigione Pietro Capurro di
Valtaggio risguardato quale capo dei sediziosi e quindici suoi compagni.
La subordinazione si ristabilì sulla flotta, ma fu abbandonata da
moltissimi marinai, che tornarono alla loro patria lagnandosi
dell'ammiraglio.

  [332] _Georg. Stellae Ann. Genuens. t. XVII, p. 1071._

Al loro arrivo questi uomini inquieti trovarono molti concittadini mal
disposti contro gli Spinola, i Doria, i Fieschi ed i Grimaldi. Da oltre
sessant'anni queste quattro grandi famiglie avevano scossa la repubblica
colle loro rivalità. A vicenda vittoriose o fuggitive, avevano a vicenda
oppressi gli altri nobili ed il popolo. Sembrava che aspirassero ad
assoggettare Genova ad una oligarchia ereditaria; attribuivansi tutte le
funzioni onorevoli sia nella capitale, sia nelle città e castelli che ne
dipendevano, come nelle flotte e nelle armate. Gli abitanti di Valtaggio
presero i primi le armi per difendere o vendicare il loro compatriota
Pietro Capurro, capo de' sediziosi della flotta. Il loro esempio fu
seguìto dagli abitanti delle valli della Polsevera e di Bisagno ed in
ultimo dai cittadini di Savona; nella quale città i sediziosi si
adunarono nella chiesa di san Domenico, ove uno de' loro capi, salito
sulla cattedra dei predicatori, e richiamando alla memoria de' suoi
uditori le ingiurie e l'orgoglio della nobiltà, gli eccitò a scuotere il
giogo di quest'ordine, ed a vendicarsi. «L'arroganza de' nobili è tanto
grande, egli disse, che sdegnansi perfino che il popolo riclami i
diritti guarentiti dalle leggi. Colui che alza gli occhi sopra di loro,
e che ricordandosi d'essere Genovese osa invocare la libertà, viene
strascinato in prigione o punito di morte come un ribelle. Chi dobbiamo
però accusare di una così ingiuriosa oppressione? La nobiltà che
l'impone, o noi che la soffriamo? La nobiltà prima di tutto nulla fece
di nuovo, nulla che non sia conforme alla sua natura: ma noi con una
vergognosa viltà, con una imperdonabile debolezza, noi non impieghiamo
in nostra difesa le armi che d'ogni tempo sono state riservate al
popolo. Non lo sappiamo noi forse, che agli oppressi non rimane che una
risorsa, la sollevazione? E che in questa sola trovano la guarenzia dei
loro diritti? Speriamo noi forse che un giudizio, o procedure giudiziali
ne ridonino i nostri privilegi? Che potremmo noi sperare dai consigli
composti di soli nobili, da tribunali creati da loro, da giuristi che
sviano con tutti i sutterfugi della cavillazione? Il popolo ha egli un
mezzo regolare d'ottenere giustizia quando la domanda contro i suoi
magistrati? Può egli invocare in suo soccorso l'ordine sociale, quando
questo istesso ordine sociale è corrotto? Non temete, cittadini, i
giudizj dei tribunali venduti ai vostri nemici, l'obbrobrio di cui
vorrebbero vedervi coperti, o i supplicj di cui vi minacciano; non
temete i nomi di ribelli e di sediziosi di cui vi caricano; voi
conoscete i vostri diritti, le leggi che devono proteggervi, e ch'essi
violano senza pudore; voi le avete tutte scolpite nella vostra memoria;
queste medesime leggi si sono fatte delle vostre braccia l'ultima
guarenzia[333].»

  [333] _Uberti Folietae Genuens. Hist. l. VII._

Gli abitanti di Savona, riscaldati da questo discorso, assediano il
pretorio, ove Odoardo Doria governatore della città erasi rifugiato coi
magistrati e con pochi gentiluomini. Dopo averli costretti ad
arrendersi, li rinchiusero nella fortezza di santa Maria; nominarono
capitani del popolo due plebei, e formarono loro un consiglio di venti
marinai. Marciarono in appresso contro Genova, ove tutto era disposto
per un'eguale rivoluzione che non tardò a scoppiare. La repubblica era
governata da due capitani di parte ghibellina, un Doria ed uno Spinola,
i quali avevano spogliato il popolo dell'elezione del suo Abate,
magistrato che come i tribuni di Roma era specialmente incaricato della
protezione e della difesa de' plebei. I malcontenti di Genova, tosto che
videro arrivare in loro soccorso gli ammutinati di Savona, domandarono
che fosse loro restituito il diritto d'eleggere il magistrato del
popolo; ed il governo riconobbe la giustizia di questa domanda.

Venti plebei scelti dai loro concittadini per l'elezione dell'Abate
adunaronsi in pretorio il 23 settembre del 1339[334]. I capitani, i
nobili ed il popolo riuniti intorno a loro ne aspettavano la decisione;
quando un uomo oscuro, alzando la voce, propose di nominare alla vacante
piazza Simone Boccanigra, uomo attivo e pieno d'esperienza, che a somma
prudenza univa un coraggio a tutte prove, e che sempre aveva protetti i
plebei sebbene appartenente ad una delle più antiche famiglie della
nobiltà. Questo nome venne ripetuto con entusiasmo; il popolo unendo la
sua voce a quella degli elettori proclama il nuovo Abate che malgrado la
sua resistenza fu costretto a sedersi tra i due capitani del popolo, e
gli fu posta in mano la spada del comando.

  [334] _Georgii Stellae Annal. Gen. p. 1072._

Quando Boccanigra potè ottenere un istante di silenzio, disse: «Io
sento, cittadini, tutta la riconoscenza ch'io debbo a tanto zelo, a
tanta benevolenza; ma il titolo che voi mi date, non era ancora entrato
nella mia famiglia, ed io non voglio essere il primo ad introdurvelo.
Accordate dunque, vi prego, quest'onore ad alcun altro cui meglio che a
me si convenga[335].» I cittadini sentirono allora che il titolo di
Abate del popolo non poteva appartenere che ad un plebeo, e che
Boccanigra, che contava un capitano del popolo tra i suoi antenati, non
poteva, senza far loro torto, accettare una così diversa
magistratura[336]. «Siate dunque nostro signore, nostro doge, gridarono
essi; ma siete voi, voi solo che vogliamo riconoscere per nostro
protettore.» I medesimi capitani del popolo, temendo che la rivoluzione
si rendesse più feroce, supplicarono Boccanigra ad accettare la sua
elezione; e perchè il titolo di doge, che per accidente eragli stato
offerto, ricordava il doge di Venezia, capo d'uno stato libero simile a
Genova, la nuova costituzione, stabilita in mezzo ai clamori popolari,
rimase libera e repubblicana: Boccanigra ebbe un consiglio popolare, e
la sua autorità venne limitata dai poteri che si riservò la
nazione[337].

  [335] _Georg. Stellae Ann. Genuens. p. 1073. — Ann. Mediol. t. XVI,
  c. 11._ Quest'ultimo non è, a dir vero, che un miserabile plagiario
  che qui copia verbalmente lo Stella, come in altri luoghi. _Galv.
  Flamma e Azario._

  [336] Un Guglielmo Boccanigra aveva il primo, del 1257, portato il
  titolo di capitano del popolo; e come Simone era stato eletto dalla
  fazione democratica. Veggasi nel _tomo III, il cap. 20_.

  [337] _Georgii Stellae Annal. Gen. p. 1074._

Boccanigra nel corso de' cinque anni che tenne l'affidatogli potere, ne
usò gloriosamente: con mano vigorosa represse gli eccessi cui il popolo
si abbandonava ne' primi istanti della rivoluzione; trasse di mano ai
sediziosi Rebella Grimaldi, sebbene suo particolare nemico; contenne il
marchese del Carretto e gli altri feudatarj che commettevano frequenti
ladronecci in vicinanza de' loro feudi; assoggettò ai magistrati della
repubblica le fortezze tutte ed i castelli delle due riviere, tranne
Monaco, difeso dai Grimaldi, e Ventimiglia in cui si erano uniti i capi
delle quattro grandi famiglie[338]. E la sua amministrazione fu pure
illustrata da alcune vittorie ottenute dalle flotte della repubblica sui
Turchi nel mar nero, sui Tartari presso Caffa, ed in Ispagna sui
Mori[339].

  [338] _Ubertus Folieta Genuens. Hist. l. VII._

  [339] _Ivi. — Georgii Stellæ An. Gen. p. 1076._

Peraltro dovette lottare incessantemente contro gl'intrighi delle
quattro potenti famiglie escluse dal governo; le quali avevano
dimenticate le vicendevoli nimistà ed i nomi di Guelfi e di Ghibellini,
che le tennero tanti anni divise, per collegarsi contro di lui; ed
unitesi in Venti miglia mossero guerra alla repubblica ed al suo
capo[340]. Vedremo altrove il Boccanigra, stanco di così lunga guerra,
deporre spontaneamente il comando, e lasciare in altrui mano la cura di
proteggere il popolo contro la nobiltà.

  [340] _Uberti Folietæ Gen. Hist. l. VII._

E per tal modo gli stati d'Italia o monarchici o repubblicani andavano
perdendo per le interne loro convulsioni i vantaggi dell'ordine sociale;
verun riposo compensava sotto il governo dei principi la perdita della
libertà; nelle repubbliche veruna stabile amministrazione rassicurava
dai timori d'un tempestoso avvenire. Ogni anno un'improvvisa rivoluzione
precipitava dal suo trono un principe italiano, o in una città libera
privava un partito dell'autorità che godeva. Masnadieri riuniti in
regolari corpi d'armata movevano guerra ai sovrani, e ne minacciavano
l'esistenza; avventurieri, scesi in Italia dalla Francia e dalla
Germania, innalzavano rapidamente grandiosi edificj di nuovi potentati
che venivano rapidamente distrutti. Siamo perciò costretti di presentare
ai nostri lettori, come sopra una mobile scena, nuovi stati e nuovi
personaggi che si premono e incalzano e distruggono gli uni gli altri,
senza dar tempo di fissare sopra di loro lo sguardo. Non è da dubitarsi
che i popoli soffrissero per questa instabilità d'istituzioni, ma i loro
patimenti ci pajono ancora più grandi di quel che lo fossero realmente,
perchè nella narrazione storica gli avvenimenti lontani si vanno gli uni
sugli altri ammucchiando. Era l'Italia più tosto agitata che infelice; e
lo sforzo energico e costante di tutti i cittadini rialzava la fortuna
nazionale abbattuta da ogni pubblica calamità: la piccolezza degli stati
favoreggiava la fuga de' proscritti, cui prestava facile asilo la
gelosia de' sovrani, e conforto nel loro esilio la speranza di non
lontana vendetta. Quell'attività di spirito, quella energia di
carattere, quella fermezza di volontà, di cui i moderni tempi non ci
offrono verun esempio, erano per l'intera popolazione il risultato d'una
vita agitata. L'uomo non può giungere alla grandezza, cui fu destinato
dalla divinità, finchè ogni individuo non si risguarda come un essere
indipendente, e come una potenza isolata rimpetto agli altri. Guasto è
l'ordine sociale e degradata l'umana natura, quando ogni uomo cessa
d'essere lo scopo della sua propria esistenza, e non è che un mezzo
impiegato dal sovrano per soddisfare alla propria ambizione.

Passioni più violenti di quelle della presente età strascinavano gli
uomini nei pubblici affari: ma al potere politico non andava congiunta
molta celebrità; e nell'agitamento d'una vita tanto attiva, più che la
vanità, era soddisfatta l'ambizione. Il magistrato d'una repubblica, il
ministro d'un principe appena potevano sperare di rendersi noti a tutta
l'Italia; e un nome che fosse noto a tutta Europa, non poteva
acquistarsi che colla superiorità dell'ingegno. La considerazione era la
ricompensa accordata ad una vita consacrata al ben pubblico; la gloria
si acquistava soltanto colle lettere; e questa divisione riusciva
egualmente utile all'amministrazione ed alla scienza. La piccolezza
degli stati tanto favorevole alla indipendenza, diminuendo alquanto il
lustro de' principi, dava ai sommi ingegni un rango superiore a quello
de' sovrani.

Era infatti convenevole cosa che a coloro, i quali consacravano allo
studio que' talenti che avrebbero potuto procurar loro le principali
cariche ed il supremo potere dello stato, si accordassero le più
onorevoli ricompense. La lingua era appena formata, ed il capo d'opera
di Dante faceva soltanto conoscere quel che poteva diventare. Non erano
per anco stabilmente fissati i confini tra l'italiano ed il latino
idioma; il primo non aveva ancora la sua grammatica, ed ancora incerto
ne era il carattere. Il Villani, il Boccaccio e Franco Sacchetti
formarono la prosa, e lasciarono eccellenti esemplari d'eleganza, di
chiarezza, d'ingenuità e di gusto, che i susseguenti secoli non
superarono. Cino da Pistoja, Cecco d'Ascoli, Petrarca, Zanobio Strada
crearono, o perfezionarono la poesia lirica; facendo a vicenda parlare
ne' loro versi l'amore, la religione, l'immaginazione e l'entusiasmo;
fissarono per l'Italiano il linguaggio poetico, quel linguaggio
pittorico, ove non sono ammessi vocaboli che non presentino alcuna
immagine. L'antichità era mal conosciuta, e su la terra la più doviziosa
d'ogni altra per antiche memorie, il popolo poteva appena approfittare
dell'esperienza de' passati secoli. Ma Albertino Mussato, Ferreto
Vicentino e Giovanni da Cermenate mostrarono come doveva studiarsi la
lingua de' Romani per possederla come se fosse la propria. Cola da
Rienzo, Petrarca e Boccaccio insegnarono il modo di cercare lo spirito
dell'antichità ne' suoi monumenti e ne' suoi scrittori, di spiegar gli
uni col soccorso degli altri, riunendo in un solo corpo le parti
staccate dell'erudizione classica. Giovanni Calderino e Giovanni Andrea
consacrarono un'erudizione dello stesso genere nell'interpretazione
delle leggi civili e canoniche; Giovanni Gianduno e Marsiglio di Padova
rischiararono coi lumi della filosofia i rapporti che esistono tra
l'autorità civile e l'autorità religiosa; la medicina, la fisica, le
scienze naturali cominciarono in pari tempo ad uscire dalle tenebre che
le avevano affatto ricoperte. Lo zelo dei discepoli era più caldo di
quello de' maestri: ogni città voleva avere un'università, per leggere
nella quale chiamava gli uomini più famosi per dottrina, cercando colle
ricompense e cogli onori, che loro accordava, di soverchiare le città
vicine. A fronte di tanti studi pubblici, nella sola Bologna contavansi
dieci mila scolari che udivano le lezioni de' più illustri professori.
In altro tempo non eransi giammai con tanta passione coltivate le
scienze e le lettere; al merito letterario non era mai stata accordata
così larga ricompensa di gloria, nè così magnifici trionfi ai poeti ed
ai filosofi.

Tra i sommi ingegni, che illustrarono il quattordicesimo secolo, parve
che il Petrarca fosse scelto dai suoi contemporanei per ricevere in nome
di tutti i poeti e di tutti i dotti la più luminosa ricompensa che sia
mai stata accordata al merito letterario. Nel 23 agosto del 1340
ricevette una lettera dal senato di Roma, che lo invitava in quella
capitale del mondo, per ricevervi in Campidoglio la corona d'alloro, che
ne' tempi della romana grandezza accordavasi talvolta ai poeti in
occasione de' giuochi capitolini. La sera dello stesso giorno ebbe
Petrarca una seconda lettera da Roberto de' Bardi Fiorentino,
cancelliere dell'università di Parigi, in allora la più celebre
dell'Europa, che in nome della medesima lo invitava colle più
lusinghiere espressioni a Parigi per esservi egualmente coronato
d'alloro. Francesco Petrarca aveva in allora trentasei anni, e vivea nel
suo tranquillo ritiro di Valchiusa, presso Avignone, quando le due più
grandi città del mondo sembravano disputarsi l'onore di preparargli un
trionfo[341].

  [341] _Memorie per la vita del Petrarca dell'ab. de Sade t. I, l.
  II, p. 428._

Petrarca, per la sua coronazione, diventò un personaggio affatto degno
di storia: e fu così altamente collocato nell'opinione del suo secolo,
che da qui innanzi lo vedremo pronunciare i suoi oracoli sulla politica
e sulla letteratura; giudicare i pontefici e gl'imperatori, ed ottenere
un rispetto talvolta esagerato da que' medesimi ch'egli condannava.
Notabile fu l'influenza di tanta gloria sopra un carattere pieno di
vanità: Petrarca non cessò mai nella sua carriera politica di essere un
trovatore; e tutti i tiranni d'Italia, lusingando il suo amor proprio,
ottennero da lui ricompensa di bassa adulazione. Alcuni lo impegnarono
in azioni contrarie a' suoi principj ed a' suoi doveri come cittadino di
Fiorenza e come Guelfo[342]. Anche il suo merito letterario medesimo può
essere attaccato. Molti critici accusarono le sue poesie di ricercatezza
e di affettazione; molti osservarono che nelle sue lettere ed altre
opere latine traspare una stentata vanità, mentre in mezzo ai continui
sforzi che fa l'autore per comparire eloquente, non sanno ove trovare i
suoi veri sentimenti e pensieri; per ultimo molti lo accusano in
particolare d'avere guasto il gusto della sua nazione, ritraendo
gl'Italiani dal cercare il vero bello per farli tener dietro a futili
gentilezze, ad apparenti bellezze. Ma per altro costoro devono
confessare che Petrarca fu dotato di talenti tali, di un tal genio, di
cui non possono forse portar essi giudizio; imperciocchè non è possibile
di riscuotere l'ammirazione d'un intero secolo, nè di trasmettere il
proprio nome alle più remote nazioni, e di generazione in generazione
alla posterità, se tali veri o supposti difetti non vengono largamente
compensati da una vera grandezza degna di una gloria così universale e
durevole.

  [342] Petrarca non era di nulla debitore alla sua patria, da cui
  visse sempre in esilio e che solo assai tardi gli mandò Giovanni
  Boccaccio col decreto del suo richiamo. Desiderò la libertà
  d'Italia, ma non prese alcuna parte ben decisa nè pel partito
  guelfo, nè pel ghibellino.

Era Petrarca figlio di ser Petracco dell'Ancisa, notajo fiorentino,
originario del castello dell'Ancisa posto sulla strada d'Arezzo,
quattordici miglia lontano da Firenze. Ser Petracco era notajo delle
riformagioni[343] quando furono esiliati i Bianchi di Firenze. Bandito
con Dante del 1302, si stabilì in Arezzo, ove nacque Petrarca nella
notte del 19 al 20 luglio del 1304 quasi all'epoca del mal diretto
tentativo fatto dai Bianchi sotto la condotta di Baschiera dei Tosinghi,
per rientrare in Firenze[344].

  [343] Così chiamavasi l'archivista delle deliberazioni della
  signoria.

  [344] Il 22 luglio del 1304. Vedasi nel _tomo IV, il cap. XXVI_. —
  _Memorie per la vita del Petrarca t. I, p. 16._

Il nome di Petrarca dato al poeta toscano non è che il nome del padre
alquanto alterato, Petracco, ossia Pietro. Pare che questa famiglia non
avesse ancora nome proprio, come di que' tempi non lo avevano ancora
molte famiglie della plebe. Petrarca incominciò di otto anni a studiare
in Pisa la grammatica; di dove, perduta ogni speranza di rientrare in
patria, suo padre lo trasportò con tutta la famiglia in Avignone
allorchè morì Enrico VII. Avignone, diventata residenza dei papi,
apparteneva in allora al re Roberto; ma il contado limitrofo Venosino
formava da oltre trent'anni parte del dominio della Chiesa. Filippo
l'ardito, re di Francia, aveva ceduta quella piccola provincia alla
chiesa in forza d'un trattato conchiuso nel 1228 tra il papa e Raimondo
VII, conte di Tolosa.

Petrarca trovò a Carpentasso, lontano quattro sole leghe da Avignone, il
precettore toscano Convannole, che gli aveva date le prime lezioni di
grammatica in Pisa[345], e proseguì a studiare sotto di lui pel corso di
cinque anni la grammatica, la dialettica e la rettorica. Di 14 anni fu
mandato a Monpellier per istudiare il diritto; ma ne' quattro anni che
vi si trattenne trascurava lo studio commessogli per leggere Cicerone;
pel quale fino da quell'epoca sentiva una così violenta passione, che
propose di averlo a suo unico esemplare; e in fatti l'imitazione dello
stile ciceroniano fu la cagione principale della sua gloria. Del 1322 fu
dal padre mandato a Bologna per continuarvi lo studio del diritto sotto
il famoso canonista Giovanni Andrea, sotto Giovanni Caldarini ed altri
riputatissimi professori: ma anche in Bologna lo studio de' classici lo
alienavano in modo da quello della giurisprudenza, che suo padre
credette indispensabile un viaggio a quella città per toglierlo a così
gagliarda seduzione, gettando sul fuoco tutti i prediletti suoi
libri[346].

  [345] _Memorie di Sade t. I, p. 30._

  [346] _Memorie di Sade t. I, p. 44._

Ma in Bologna eranvi di que' tempi, oltre i legisti, altri maestri dai
quali poteva Petrarca ascoltare lezioni al suo gusto più confacenti.
Scelse adunque quelle di Cino da Pistoja e di Cecco d'Ascoli, dopo
Dante, i due più illustri poeti di que' tempi, sebbene fosse il primo
professore di diritto, l'altro di filosofia e di astrologia. L'uno e
l'altro ispirarono a Petrarca il gusto per la poesia lirica italiana
leggendogli le loro poesie ch'egli superò di lunga mano. Del 1327,
sotto il governo del duca di Calabria, il professore d'astrologia
Cecco d'Ascoli, che appunto in tale anno era pure astrologo del
duca, fu abbruciato in Firenze come fattucchiere dal tribunale
dell'Inquisizione[347].

  [347] _Gio. Villani l. X, c. 39, p. 625._

Petrarca aveva, del 1325, perduta la madre, cui nel susseguente anno
tenne dietro anche il genitore; onde gli fu forza di lasciare Bologna e
di recarsi in Avignone col fratello Gerardo per raccoglierne la piccola
eredità[348]. I sottili redditi del loro patrimonio consigliarono i due
fratelli ad abbracciare lo stato ecclesiastico; e Petrarca, già
conosciuto per alcune poesie alla corte pontificia, vi fu cortesemente
accolto da alcuni principali signori romani e da alcuni prelati. Era
Petrarca di gentile aspetto, e gagliardamente inclinato a conversare
colle donne, la di cui protezione, in allora potente alla corte
d'Avignone, conduceva facilmente a grandi fortune. Petrarca, volendo
cattivarsene il favore coi versi, fece scelta della lingua italiana;
perfezionando la quale, e dandole maggiore armonia, si acquistò tanta
gloria[349].

  [348] _Memorie de Sade, t. I, p. 54._

  [349] «Questo dialetto» così parlò l'A. de Sade del maraviglioso
  linguaggio di Dante, «questo dialetto era tuttavia assai grossolano,
  quando Petrarca si degnò di sceglierlo per le sue poesie.» _Memor.
  l. I, p. 80._

La rima formava una parte essenziale della poesia italiana e della
provenzale; e Dante aveva artificiosamente alternate le rime in modo che
si legassero le une alle altre, onde giovare alla memoria di coloro che
canterebbero i suoi versi, senza affaticare l'orecchio con una monotona
consonanza. Petrarca non fu forse di così fino gusto nell'avvicendare le
sue rime; e cercò più d'ogni altra cosa la tortura e la difficoltà,
scrivendo trecento in quattrocento sonetti, e talvolta duplicando la
tortura di questo infernale letto di Procuste, come ingegnosamente
chiamò il Sonetto un poeta italiano[350].

  [350]

    _In questo di Procuste orrido letto_
      _Chi ti sforza a giacer?_

  Petrarca non impiegò per le quattro rime de' quattordici versi ond'è
  composto un sonetto, che le più ricche e più sonore desinenze: lo
  che gli fece più volte trascurare i vocaboli più adattati al
  sentimento. Imitò ancora le sestine de' Provenzali, piccoli poemi di
  sei stanze, cadauna di sei versi, dovendo ogni verso essere
  terminato da un sostantivo di due sillabe, senza che i versi della
  medesima stanza rimino fra di loro. In cambio di rima, gli stessi
  vocaboli sostantivi dissillabici devono soli terminare i versi delle
  seguenti cinque stanze, in modo che la rima che chiude la prima
  stanza sia principio della seconda, e così di seguito; infinchè
  cadauno de' sei vocaboli trovisi a suo luogo in fine di ognuno de'
  sei versi di ciascheduna stanza. Alcune sestine sono doppie, talchè
  la tortura si protrae per dodici stanze. Il poema si chiude col
  ripigliare tre versi che devono essere terminati da tre vocaboli de'
  sei adoperati nelle precedenti strofe. Questo metodico collocamento
  di vocaboli non offre veruna specie d'armonia all'orecchio, ma non è
  perciò meno difficile ad eseguirsi, e sottopone il poeta a tante
  difficoltà, che gli riesce quasi impossibile di conservare il
  pensiero della sua composizione (ciò sarà accaduto più
  frequentemente che al Petrarca, ai poeti provenzali).

  In quasi tutte le edizioni del Petrarca le sestine sono stampate
  sotto il titolo di _canzoni_; ma la 3ª, 21ª, 32ª e 36ª canzoni, sono
  sestine. La 46ª, _Mia benigna fortuna e 'l viver lieto_, è una
  doppia sestina di 12 stanze.

Le canzoni sono i componimenti nei quali il Petrarca spaziò con maggiore
libertà, e sono altresì quelli nei quali trovasi frequentemente una
grandezza lirica che lo pareggia agli antichi lirici, ed a Dante, suo
maestro. Le canzoni sono composte di più strofe di versi endecasillabi e
settenarj; ma ogni strofe dev'essere perfettamente eguale alla prima,
sia per conto delle rime, che per rispetto ai differenti piedi, ed alla
distribuzione dei riposi. La canzone non deve avere più di quindici
strofe, nè la strofa più di venti versi; e terminare con una chiusa o
invio, nel quale l'autore addirizzava la parola ai suoi versi. Rare
volte accade che quest'aggiunta che riconduce in iscena il poeta non
distrugga con alcun poco di vanità o di galanteria l'impressione fatta
dal poema con più elevati pensieri e con un andamento più lirico[351].

  [351] La canzone 5.ª: _O aspettata in ciel beata e bella_, destinata
  ad incoraggiare Carlo IV alla Crociata, può addursi in esempio di
  questa mancanza di gusto. Questo canto di guerra veramente lirico
  viene chiuso da questi versi:

    _Tu vedra' Italia e l'onorata riva,_
    _Canzon, che agli occhi miei cela e contende_
    _Non mar, non poggio o fiume,_
    _Ma solo Amor ec._

Nel 1326, Petrarca strinse amicizia con Giacomo, figliuolo di Stefano
Colonna, di età conforme e di studj, dal papa in appresso nominato
vescovo di Lombez. Questi lo fece conoscere ai più rispettati personaggi
della corte d'Avignone onde potè spiegare i suoi talenti in più vasto
teatro[352].

  [352] _Memorie de Sade t. I, p. 96._

Ma la celebrità del Petrarca crebbe a dismisura da che cominciò a
cantare i suoi amori per madonna Laura, da lui veduta la prima volta
nella chiesa delle monache di santa Chiara il 16 aprile del 1327. Per lo
spazio di venti anni, e fino alla morte di Laura, non cessò d'esprimere
ne' suoi versi la propria passione e di lagnarsi del suo rigore. Era
Laura figlia d'Odiberto di Noves, cavaliere della provincia avignonese,
che la maritò in gennaio del 1325 con Ugo di Sade, figliuolo di Paolo,
ed uno de' sindaci della città d'Avignone[353]; se dobbiamo dar fede ai
versi dell'innamorato giovane, fu scrupolosamente fedele allo sposo,
sebbene non fosse insensibile agli omaggi di così riputato poeta ed alla
celebrità che le procurava; e sebbene non trascurasse i mezzi familiari
alle donne per non perdere un prigioniere che di quando in quando
minacciava di fuggire.

  [353] _Memorie de Sade l. II, p. 130._

In tempo che Petrarca trovavasi a Lombez presso l'illustre suo amico
Stefano Colonna, riprese i suoi studj de' classici. Petrarca sentiva un
vivo trasporto per le cose de' Romani, onde cercava di conoscerne a
fondo i poeti, gli oratori, gli storici. Per avanzarsi in così vasta
erudizione richiedevansi, a que' tempi, maggiori sforzi assai, che ne'
nostri. Rarissimi erano i manoscritti e venduti a caro prezzo; non
trovavansi riuniti nello stesso luogo, ma era d'uopo intraprendere
diversi viaggi per leggere il solo Cicerone, di cui conservavansi alcuni
libri in una provincia, altri in altre. Il Petrarca che aspirava ad
averli tutti, e che apprezzava più d'ogni altro questo autore, possedeva
il trattato _de Gloria_ di Cicerone, che prestò al suo maestro
Convennole, che lo smarrì, senza che fino a' nostri giorni siasi potuto
più rinvenire.

Il Petrarca, pieno la mente ed il cuore delle opere de' Romani
scrittori, non credeva esservi altre scienze oltre quelle da loro
coltivate, nè maggiore grandezza di quella della loro patria. Egli aveva
adottati perfino i pregiudizj dell'antica Roma, che per lui continuava
ad essere la capitale del mondo, risguardando come barbaro tutto quanto
non era romano. Perciò non poteva tenere segreto il suo sdegno contro i
papi per avere trasportata la loro sede in un'oscura e schifosa città
delle Gallie, preferendola alla capitale dell'universo ricca di
magnifici palazzi. I Barbari francesi ed allemanni che osavano scendere
armati in Italia, eccitavano egualmente la sua collera, non vedendo in
costoro che schiavi ribelli, cui di continuo rimproverava i ferri che
avevano infranti[354].

  [354] Così scriveva nel 1333 quando Giovanni di Boemia entrò in
  Italia col conte di Armagnac. «Ove troverò io bastanti lagrime per
  piangere la ruina della mia patria? Terribile destino! quale
  vergognoso giogo siamo vicini a portare! Nemici mille volte vinti
  immergeranno ne' nostri fianchi quelle spade che servirono ai nostri
  trofei, la signora del mondo gemerà nella schiavitù, porterà i ferri
  fabbricati da mani che furono strette dalle sue catene; e ciò che
  pone il colmo alle nostre sventure, ciò che i più feroci popoli e lo
  stesso Annibale non avrebbero veduto senza piangere, la bella, la
  possente Ausonia pagherà tributo ai Galli, a que' barbari, di cui
  Cesare non potè comprimere la rabbia, che tingendo del loro sangue i
  fiumi ed il mare.» Lettera in versi a Bartolomeo Tolomei di Siena.
  _Fran. Pet. Car. l. I, ep. 3. De Sade Mem. l. II, p. 197._ Del resto
  il terrore del Petrarca non fu giustificato dagli avvenimenti.
  Abbiamo di già veduto che Giovanni di Boemia dopo una campagna senza
  gloria tornò in Germania; che il conte d'Armagnac fu fatto
  prigioniero, e l'Italia quasi interamente sottratta a straniero
  dominio.

Non pertanto il Petrarca credette ben fatto di raccogliere da que'
popoli, che tanto spesso chiamava barbari, tutto quanto conservavano di
scienza. Visitò Parigi nel 1333, poi le città delle Fiandre, Aquisgrana
e Colonia, di dove, passando per Lione, tornò ad Avignone[355]. Stefano
Colonna, suo protettore, andava intanto a Roma, di modo che la fama del
Petrarca dilatavasi in tutta l'Europa per mezzo suo e de' suoi amici.
L'anno 1336 venne per mare in Italia, ove visse alcuni mesi in casa dei
Colonna, allora in aperta guerra cogli Orsini; ed avanti di tornare in
Provenza, visitò pure le coste della Spagna[356]; dopo i quali viaggi
comperò in Valchiusa una piccola casa per istabilirsi in quel solitario
paese. Nel 1339 diede principio ad un poema epico in versi latini, di
cui Scipione doveva essere l'eroe, e che intitolò l'Africa. Lusingavasi
di eternare con quest'opera la sua memoria; ma l'effetto non corrispose
alle sue speranze[357].

  [355] _Franc. Petr. Famil. Epist. l. I, ep. 3 e 4. — Memor. de Sade
  l. II, p. 206._

  [356] _Memor. de Sade l. II, p. 330._

  [357] _Ivi, l. II, p. 403._

Ritirato nella sua solitudine, nulla trascurava il nostro poeta che
potesse giovare alla sua celebrità. Le lettere che gli furono ricapitate
nello stesso giorno, per invitarlo a Parigi ed a Roma, gli arrecarono
più gioja che sorpresa; poichè già da lungo tempo andava egli stesso
preparando questo glorioso avvenimento. La sua ammirazione per la romana
grandezza non lo lasciò nell'incertezza; ma per dare maggiore splendore
al suo coronamento in Roma, risolse di subire un esame che non gli
veniva richiesto; e prima di cingersi l'offerto alloro, si addirizzò a
Roberto, re di Napoli, il più letterato sovrano di que' tempi, e grande
protettore de' letterati, pregandolo di giudicare intorno alle sue
cognizioni ed ai suoi talenti. Quando seppe accolta la sua domanda,
Petrarca s'imbarcò alla volta di Napoli, ove sbarcò alla metà di marzo
del 1341[358].

  [358] _Memor. de Sade per tenere alla vita del Petrarca l. II, p.
  435._

Il vecchio Roberto che aveva più gusto per lo studio, e rispetto per le
scienze letterarie che militari, pareva scontare finalmente i delitti da
suo avo Carlo I, il conquistatore di Napoli ed il carnefice di
Corradino. Nel 1328 Roberto aveva perduto l'unico figlio Carlo, duca di
Calabria, il quale morendo aveva lasciata una fanciulla, e la consorte
gravida di un'altra. Il nipote di Roberto, Carlo Uberto, figlio di Carlo
Martello, e nipote di Carlo II di Napoli, regnava allora in Ungheria.
Roberto che gli aveva tolta la corona di Napoli col favore della corte
pontificia, quando vide spenta la sua maschile discendenza, pensò di
ritornare la corona alla casa d'Ungheria. Carlo Uberto venne a
Manfredonia colla sua famiglia, e, valendosi della dispensa del papa,
fece sposare ad Andrea suo secondogenito, allora di sette anni,
Giovanna, maggior figliuola del duca di Calabria, che ne aveva cinque.
Tale maritaggio si celebrò il 26 settembre del 1333; ed Andrea che fu
dal padre lasciato alla corte di Napoli per esservi educato dall'avo
della sposa, ricevette il titolo di duca di Calabria, e fu riconosciuto
erede presuntivo della corona[359].

  [359] _Gio. Villani l. X, c. 224._

D'altra parte il re di Sicilia, Federico, quello stesso che dal 1295
innanzi aveva difesa la Sicilia con tanto coraggio e fortuna contro gli
attacchi de' Napoletani, de' Francesi e della Chiesa, morì assai vecchio
il 14 giugno del 1337, lasciando la corona a D. Pedro suo maggior
figliuolo, che, lungi dall'avere i talenti e le virtù del padre, aveva
opinione di scimunito[360].

  [360] _Gio. Villani l. XI, c. 70._

Roberto tentò invano di approfittare della debolezza del nuovo re
siciliano e della ribellione che si manifestò ne' suoi stati. I
Napoletani, dopo un'inutile campagna nel 1338, furono forzati di
ritirarsi[361]. Genova e molte altre città della Lombardia e del
Piemonte eransi sottratte al dominio di Roberto. La guarnigione che
aveva posta in Asti, non vedendosi pagata, vendè quella importante
piazza al duca di Monferrato[362]. Intanto l'avarizia e la debolezza di
Roberto davano il regno in preda a gravissimi disordini. I conti di
Minerbino e di san Severino si facevano la guerra; e le città di
Barletta, Sulmona, Aquila, Gaeta e Salerno erano divise in accanite
parti che distruggevansi a vicenda. I fuorusciti eransi fatti assassini,
e tutto il regno era esposto alle vessazioni dei proscritti e dei
malviventi[363]. Roberto non andava dunque debitore alla prosperità de'
suoi stati, o alla gloria delle sue armi del titolo di più saggio re
della Cristianità. I letterati da lui beneficati furono i soli artefici
della sua fama, celebrando quali prodigi di scienza e di buon gusto le
lettere del monarca, i suoi editti, le sue scritture d'ogni genere. In
fatti la sua pedantesca erudizione somministrava materia ai loro
elogi[364].

  [361] _Ivi, c. 78._

  [362] _Ivi, c. 103._

  [363] _Gio. Villani l. XI, c. 79. — Dominici de Gravina Chron. de
  rebus in Apulia gestis, t. XII, p. 551._

  [364] Veggasi, tra le altre, la sua lettera ai Fiorentini in
  occasione dell'inondazione, riportata dal Villani nel _l. XI, c. 3_.

Tale fu l'esaminatore scelto da Petrarca per giudicarlo degno di
ricevere la corona in Campidoglio. Dopo l'esame, il poeta addirizzò una
lettera alla posterità per informarla di tutte le particolarità del suo
trionfo. «Roberto, egli scrive, fissò per quest'esame un giorno solenne,
e mi tenne sotto le prove da mezzodì fino a sera; ma perchè discutendo
ogni materia, la vedevamo andar crescendo, ricominciò l'esame ne' due
susseguenti giorni. Così dopo avere tre giorni _scossa_ la mia
ignoranza, il terzo mi dichiarò degno dell'alloro poetico[365]». Allora
Roberto cercò d'indurre Petrarca a ricevere la corona in Napoli; ma non
potendo ottenere l'assenso del poeta, destinò Giovan Barili, uno de'
suoi cortigiani, a rappresentarlo in questa cerimonia, impedito da
vecchiaia di recarsi egli stesso a Roma[366]. Il Barili che sulla strada
di Roma erasi separato dal Petrarca, fu svaligiato dagli assassini e
costretto di rifare la strada di Napoli.

  [365] _Franc. Petrar. Epistola ad posteros._

  [366] _Memorie per la vita del Petrarca, l. II, p. 445._

Roma aveva allora due senatori, Orso, conte d'Anguillara, di casa
Colonna, e Giordano Orsini. Il primo, amico e protettore del Petrarca,
aveva operato per la sua coronazione. Egli usciva di carica all'indomani
di Pasqua, ed il giorno appunto destinato a tale funzione, che nel 1341
cadeva nell'otto d'aprile, fu scelto per la cerimonia[367].

  [367] _Ivi, l. III, t. II, p. I._

Erano passati dodici secoli dopo che il Campidoglio più non vedeva
trionfi; ed il popolo di Roma applaudì il poeta che saliva la sacra
scala collo stesso trasporto con cui applaudiva in altri tempi i
vincitori de' barbari, i liberatori della patria. Alcuni giovanetti
vestiti di porpora indirizzavano ai Romani, in nome del Petrarca, versi
fatti dal poeta per questa cerimonia. Le più illustri famiglie della
nobiltà eransi conteso l'onore di far entrare i loro figli nel corteggio
del grand'uomo[368].

  [368] Dodici giovanetti vestiti di porpora appartenevano alle
  famiglie Forni, Trinci, Capizucchi, Caffarelli, Cancellieri,
  Coccini, Rossi, Papazucchi, Paparesi, Altieri, Leni ed Astalli.
  Altri sei in abito verde, che lo circondavano, portavano gl'illustri
  nomi de' Savelli, de' Conti, degli Orsini, degli Annibaldi, de'
  Paparesi, e de' Montanari.

Il Petrarca, coperto da una veste di porpora, donatagli dal re Roberto,
era preceduto dal suono delle trombe e dei tamburi. Giunto nella sala
della giustizia si rivolse al popolo che lo accompagnava, dicendo ad
alta voce: «Dio conservi il popolo romano, il senato e la libertà!» Indi
postosi ginocchioni innanzi al senatore, questi, che teneva in mano la
corona di lauro, la collocò sul capo di Petrarca, ed il popolo fece
allora eccheggiare il palazzo e la piazza de' suoi applausi, gridando:
«viva il Campidoglio ed il poeta[369].»

  [369] _Annali di Lodovico Bonconte Monaldeschi, t. XII, Rer. Ital.
  p. 540._ Il Monaldeschi incomincia il suo racconto dicendo che ne'
  cento quindici anni da lui vissuti, e de' quali pensa di scrivere la
  storia, non ebbe altra malattia che quella di cui morì. Ma l'autore
  che faceva fondamento sopra una vita così lunga, e che di già
  l'annunziava come una verità storica, non continuò che per pochi
  anni il suo giornale.



CAPITOLO XXXV.

      _I Fiorentini comprano Lucca, mentre i Pisani l'occupano colle
      armi. — Guerra tra le due repubbliche. — Tirannide del duca
      d'Atene in Firenze._

1340 = 1343.


I Fiorentini avevano accettato il trattato di Venezia onde por fine ad
una guerra che mantenevasi in Toscana quasi senza intervallo da oltre
dieciotto anni. Le ostilità, cominciate da Castruccio nel 1320, eransi
continuate contro Gherardino Spinola, Giovanni di Boemia e Mastino della
Scala, senza che le campagne di Val di Nievole, dello stato di Lucca e
di Val d'Arno godessero un solo anno di riposo. A vicenda guaste dai
nemici e dai soldati destinati a difenderle, erano state spogliate delle
loro ricchezze, ed abbandonate da non pochi coltivatori. Non pertanto i
ricchi commercianti di Firenze, proprietarj di non poche di quelle
campagne, soccorrevano i loro spogliati coloni, e riparavano
generosamente i danni della guerra. Infinite ricchezze dei Fiorentini
non esposte alla rapacità del nemico circolavano continuamente dall'una
all'altra estremità dell'Europa. Ne' magazzini d'Anversa e di Venezia,
ne' mercati di Parigi e di Londra, sopra le navi che scorrevano il
Mediterraneo e l'Oceano, nelle carovane che attraversavano la Germania,
la Francia, l'Italia, trovavansi ovunque proprietà fiorentine, ed il
mercante cui appartenevano, disponeva con piacere per la difesa della
libertà, di que' beni che non erano sottoposti alle leggi del paese.

Come i guasti della guerra erano presto risarciti dai Fiorentini, così
erano ben tosto scordate ancora le sue calamità; e lo stato dopo un
breve riposo veniva strascinato in nuove guerre. Il rango che oramai
occupava la repubblica tra le potenze italiane, più non gli permetteva
di rimanersi neutrale nelle rivoluzioni di questa contrada; e la sua
ambizione andava acquistando attività in ragione dell'ingrandimento del
suo potere. Firenze non era più contenta de' suoi antichi confini, e
cercava in ogni occasione di allargarli, aspirando al dominio di tutta
la Toscana: per cui non durò che tre anni la pace conchiusa in Venezia,
sebbene calamità di altro genere, la peste e le civili discordie,
avessero, prima di ricominciare la guerra, privata la repubblica di
quella tranquillità che aveva sperato di godere.

La peste tenne dietro, nel 1340, ai cattivi raccolti di due anni
consecutivi, che avevano fatto soffrire al popolo la fame, ed indebolito
il temperamento dei poveri. Ne' caldi dell'estate l'epidemia colse
quindici mila vittime, non lasciando, per così dire, intatta veruna
famiglia. Pure per impedire che l'immaginazione si spaventasse alla
vista di tanti morti e delle continue processioni funebri, i magistrati
vietarono al banditore pubblico d'invitare alle tumulazioni, ed ai
parenti di tenersi adunati nella chiesa ov'era portato il morto[370]. I
freddi dell'inverno misero finalmente termine al contagio, che dopo
pochi anni doveva riprodursi con maggiore violenza, e rinnovarsi altre
volte in diverse epoche del 14º secolo, togliendo alla terra la metà de'
suoi abitanti.

  [370] _Gio. Villani l. XI, c. 113, p. 840. — Istorie Pistolesi t.
  XI, p. 477._ — Eguali divieti si fecero ancora a Siena, ove la peste
  non fu meno perniciosa. _Andrea Dei Cron. Sanese, t. XV, p. 98._

Quasi senza interrompimento tenne dietro a tanta calamità quella della
civile discordia. Dodici cittadini di Firenze eransi in quest'epoca
usurpata tutta l'autorità della repubblica; non già mutando le leggi
costituzionali, o le magistrature dello stato; ma rendendo le ultime
dipendenti dalla propria autorità, ed assicurando che le elezioni
dell'estrazione a sorte non cadessero che sopra loro, e sui loro amici
clienti. Per conservare questo potere oligarchico, egualmente odioso ai
grandi ed al popolo, e per impedire che una più attenta sopravveglianza
sullo scrutinio de' priori non correggesse gli abusi da loro introdotti,
crearono un nuovo rettore o magistrato; ed in onta della legge che
dichiarava quelli di Agobbio incapaci d'esercitare in Firenze veruna
signoria, chiamarono, col titolo di capitano della guardia, lo stesso
Giacomo Gabrielli d'Agobbio che aveva dato motivo a tale legge; e gli
affidarono una guardia di cento uomini a cavallo e di duecento fanti al
soldo del comune, destinandolo a mantenere, con una giurisdizione
affatto arbitraria, l'usurpato potere[371].

  [371] _Gio. Villani l. XI, c. 117, p. 841._

Fra coloro che trovaronsi esposti i primi alla persecuzione di
Gabrielli, si credettero le più offese le nobili famiglie dei Baldi e
dei Frescobaldi, per essere state condannate ad arbitrarie non meritate
ammende, e costrette a deporre in mano della signoria i castelli di
Mangona, di Vernia ed altri, che avevano comperati dai loro antichi
conti. I Baldi ed i Frescobaldi non si sottoposero senza resistenza
all'oppressione; tentarono di disfarsi di Gabrielli e dell'oligarchia
che governava; fecero entrare in una congiura i principali capi della
nobiltà; in pari tempo mossero una corrispondenza coi signori de'
castelli, che ancora si mantenevano quasi indipendenti, i conti Guidi, i
Tarlati d'Arezzo, i Pazzi di Val d'Arno, i Guazzallotti di Prato, i
Belforti di Volterra, gli Ubertini e gli Ubaldini degli Appennini, e
chiesero il loro soccorso. Tutti questi gentiluomini avrebbero dovuto
trovarsi presso le mura della città la notte d'Ognissanti, ed
all'indomani, in tempo del divino ufficio, i congiurati prendere le armi
per disfarsi di Giacomo Gabrielli, e di coloro che lo avevano chiamato.

Ma la congiura fu scoperta un dì prima dell'esecuzione da Giacomo
Alberti membro della dominante oligarchia; e la stessa sera d'Ognissanti
gli amici del governo si adunarono nel palazzo dei priori, e fecero dar
il segno dell'allarme. Le compagnie del popolo vennero in piazza coi
loro gonfaloni, e furono chiuse le porte della città prima che i
congiurati potessero ricevere i soccorsi dai loro amici di fuori. I
Baldi ed i Frescobaldi, vedendo la trama scoperta, si fortificarono
oltr'Arno, e tentarono di tagliare i ponti; ma non riuscì loro
d'impadronirsi di quello di Rubaconte; onde non essendo impedita la
comunicazione tra le due parti della città, convennero col podestà di
uscire di Firenze senza venire alle mani[372].

  [372] _Gio. Villani l. XI, c. 117, p. 843. — Istorie Pistolesi t.
  XI, p. 477._

La parte vittoriosa fece condannare i Baldi, i Frescobaldi ed altri
gentiluomini all'esilio. In appresso fece atterrare le loro case, ed
invitare le città guelfe sue amiche a non accordar loro asilo. Tanta
asprezza usata dal governo nel vendicarsi forzò gli esiliati a ripararsi
a Pisa, ed unirsi colà ai nemici dello stato, ai quali non fu inutile il
loro soccorso[373].

  [373] _Gio. Villani l. XI, c. 118, p. 844._

Nel seguente anno 1341 i Fiorentini avendo tentato d'acquistare la
signoria di Lucca, fecero esperienza degli ostacoli che i loro emigrati
sapevano opporre ai loro progetti. Mastino della Scala aveva posto ad
altissimo prezzo il possedimento di Lucca quando questa città gli apriva
le porte della Toscana. Il territorio di Lucca comunicava allora per
mezzo dello stato di Parma cogli stati degli Scaligeri posti al di là
dell'Adige. Parma univa in un solo corpo i diversi paesi sottomessi a
questa famiglia, onde per meglio assicurarsi della sua ubbidienza,
Mastino l'aveva ceduta in feudo ai suoi zii materni, i figliuoli di
Giberto da Coreggio. Egli credeva di potersi fidar loro interamente sia
pei legami del sangue, come per la riconoscenza che gli dovevano, e per
l'odio inveterato che la casa di Coreggio nudriva contro quella dei
Rossi da lui spogliata di Parma, e cacciata in esilio. Ma Azzo, il terzo
de' quattro fratelli da Coreggio, non si accontentava del rango di
signore feudatario, ed aspirando alla sovranità, sperava di poterla
conseguire congiurando contro il suo benefattore. Per riuscire ne' suoi
progetti chiese soccorsi a Roberto di Napoli, a Luchino Visconti ed al
Gonzaga di Mantova; ed il 17 maggio del 1341, essendogli state aperte
dai fratelli le porte di Parma, corse la città alla testa de' cavalieri
che aveva adunati, facendosene proclamare signore[374]. Allora fu tolta
ogni comunicazione tra Lucca e gli stati di Mastino, il quale trovossi
impegnato in una pericolosa guerra coi signori di Milano e di Mantova;
onde posto fuori di speranza di ricuperare Parma e di conservare Lucca,
risolse di vendere l'ultima ai Fiorentini o ai Pisani, che ne
desideravano egualmente la signoria.

  [374] _Gio. da Cornazzano Stor. di Parma t. XII, p. 742. — Gio.
  Villani l. XI, c. 126, p. 848. — Istorie Pistolesi, p. 479. —
  Cortus. Hist. l. VIII, c. 6, t. XII, p. 905. — Chron. Mutin. Joh. de
  Bazano, t. XV, p. 600. — Chr. Esten. t. XV, p. 404._

I Fiorentini avevano avuto sentore della trama di Azzo da Coreggio,
senza che volessero avervi parte; ed avevano pure rifiutata l'alleanza
di Luchino Visconti, che loro faceva l'offerta di mille cavalli per
attaccar Lucca[375]: bensì accolsero avidamente le prime aperture loro
fatte da Mastino. Non si era mai cessato di rinfacciare alla signoria il
rifiuto dell'acquisto di Lucca quando i Tedeschi volevano venderla
all'incanto; ed il governo credette giunta l'opportunità di riparare
quest'errore. Si nominarono venti commissarj con illimitate facoltà di
stringere con Mastino il contratto, e di riscuotere le somme necessarie
al pagamento[376]. Questi, coll'intervento del marchese d'Este,
convennero di pagare duecento cinquanta mila fiorini al signore della
Scala pel possesso di Lucca, e si mandarono cinquanta ostaggi a Ferrara
dalle due parti contraenti, per rimanervi fino alla totale esecuzione
del trattato[377].

  [375] _Gio. Villani l. XI, c. 126, p. 848._

  [376] _Ibid. c. 129, p. 850._

  [377] Il Villani era uno degli ostaggi, dandocene egli stesso
  notizia, e non pertanto _eransi scelti dei migliori uomini popolani
  e dei più ricchi di tutta Fiorenza_, dice _Andrea Dei Cron. Sanese
  t. XV, p. 99_. Ma il Villani era ad un tempo ricco mercante, buon
  magistrato e grande storico.

I Pisani, che dal canto loro erano entrati in negoziazioni con Mastino,
ma che non avevano potuto offrire così alto prezzo, intesero con
ispavento che i naturali loro nemici erano in procinto di acquistare
così importante città, e di chiuderli con tale acquisto da ogni lato. La
signoria avendo adunato un consiglio generale nella chiesa cattedrale,
il priore degli anziani si alzò per aprire la deliberazione.

«Signori, egli disse, noi vi abbiamo chiamati presso di noi per
avvertirvi che i Fiorentini hanno comperato Lucca: essi pretendono che
tale acquisto loro aprirà ben tosto le porte di Pisa, e già ne
minacciano di porre steccati fino al piede delle nostre mura, e ridurci
in servitù colle privazioni e colla fame: e finalmente quando la nostra
città si sarà loro resa, di spianare le fortificazioni, di distruggere
tre de' suoi principali quartieri, conservandone un solo, cui daranno il
nome di Firenzuola. Vedete voi medesimi ciò che convenga di fare.»

A tali parole tutta l'adunanza fremè di sdegno. Invano alcuni oratori
tentarono di richiamarla a pacifici sentimenti.

«È a Lucca, risposero, che dobbiamo marciare; per la guerra impegneremo
le nostre fortune e le nostre vite; per la guerra prenderanno le armi
anche le nostre spose, e Dio accorderà la vittoria al diritto contro
l'orgoglio e l'iniquità!» Allora gli Anziani fecero votare per la
proposizione di dichiarare la guerra ai Fiorentini, e fu adottata quasi
unanimamente[378].

  [378] _Cron. di Pisa t. XV, p. 1004. — Bernar. Marangoni Cron. di
  Pisa p. 688._

Gli esiliati fiorentini che si erano rifugiati in Pisa, procurarono a
questa repubblica l'alleanza di tutti i signori che avevano presa parte
alla loro trama nel precedente anno, i conti Guidi, gli Ubaldini,
Francesco degli Ordelaffi signore di Forlì, e tutti i Ghibellini di
Toscana e della Romagna. Unironsi inoltre ai Pisani nemici di Mastino il
doge di Genova, i Gonzaga, i Carrara, i Coreggieschi di Parma, ed in
prima il signore di Milano, Luchino Visconti, che mandò loro due mila
cavalli sotto la condotta di Giovan Visconti d'Oleggio, suo nipote.
Anche prima che arrivassero le truppe sussidiarie, un'armata pisana,
composta delle milizie di due quartieri della città, sostenuta da mille
duecento cavalli, e da cinquecento arcieri, aveva invaso lo stato di
Lucca nel mese di luglio, ed occupati Ceruglio, Montechiaro, Porcari, ed
alcuni ponti sul Serchio[379].

  [379] _Gio. Villani l. XI, c. 139, p. 851. — Beverini Annales
  Lucens. l. VII, p. 912._

I Fiorentini non si erano preparati a sostenere una non preveduta
guerra; ed i Lucchesi non potevano mantenersi in campagna; onde l'armata
Pisana, dopo avere occupate tutte le strade di Lucca, strinse la città
stessa con una linea fortificata di dodici miglia di circuito, quasi
senza incontrare resistenza. Era questa linea formata da due profonde
fosse, difese da una palafitta con ridotti di piazza in piazza. L'armata
dividevasi in tre campi, posti di fronte alle tre porte della città, ed
il frapposto terreno tra l'un campo e l'altro era stato da ogni luogo
appianato ed aperto alla cavalleria. Dopo pochi giorni di servizio le
milizie dei due quartieri di Pisa che formavano l'assedio di Lucca,
venivano rilevate da quelle degli altri due[380]. Intanto si presentò
innanzi a Pisa il Visconti d'Oleggio colle truppe sussidiarie mandate
dal signore di Milano. Si dà per certo che fosse segretamente
intenzionato di occupare la città che avevalo chiamato in suo soccorso;
ma la signoria, che n'ebbe sospetto, aveva spediti ufficiali incontro
alla cavalleria per pagarle un doppio soldo nell'istante che giugnerebbe
alle porte e farla all'istante partire per raggiugnere l'armata.

  [380] _Gio. Villani l. IX, c. 130, p. 853. — Cron. Pis. t. XV, p.
  1006. — And. Dei Cron. Sanese p. 99. — B. Marangoni Cron. di Pisa p.
  491. — Beverini Annales Lucens. l. VII, p. 913._

I Fiorentini avevano consumati due mesi nell'adunare un'armata capace di
attaccare i Pisani nello stato di Lucca. Quest'armata composta di due
mila cavalli al soldo della repubblica, di mille seicento ausiliarj
somministrati in parte da Mastino della Scala, e di dieci mila pedoni,
entrò finalmente in campagna verso la metà di agosto comandata da Matteo
di Pontecarali di Brescia, in allora capitano della guardia. Questo
generale non era nè pel suo rango, nè per la sua esperienza fatto per
così grande impresa, e non tardò a darne prova. Dopo aver fatta
inoltrare la sua armata tra Pisa e Lucca in un luogo acconcio a tagliare
al campo degli assedianti ogni comunicazione colla loro patria, si
ritirò per ripararsi dalle violenti piogge che lo sorpresero[381]. Entrò
in appresso nel territorio lucchese per Val di Nievole, seco conducendo
i commissarj di Mastino che dovevano dargli il possesso di Lucca. Il
signore di Verona, da che seppe essere questa città in pericolo, aveva
abbassate le sue pretese; egli la cedeva ai Fiorentini per cento
cinquanta mila scudi, e l'avrebbe ceduta ancora a più basso prezzo, se
questi avessero saputo tirar profitto dalle circostanze. Pontecarali,
avvicinandosi alle linee pisane, s'aprì il passaggio sopra un punto, che
attaccò di concerto cogli assediati, e fece entrare in città trecento
cavalli e cinquecento pedoni coi commissarj dei due governi; ma invece
di approfittare dell'ottenuto vantaggio attaccando l'armata pisana, che
il suo avvicinamento aveva già posta in qualche disordine[382], si
ritirò sulle colline di Gragnano e di san Gennaro, per isloggiarne
alcuni corpi pisani che le occupavano.

  [381] _Gio. Villani l. XI. c. 133, p. 853. — Ist. Pistolesi p. 481._

  [382] _Gio. Villani l. XI, c. 132, p. 855. — Beverini Ann. Lucens.
  l. VII, p. 915._

Lucca essendo stata consegnata ai commissarj fiorentini da quelli di
Mastino, e congedato la guarnigione ghibellina per far luogo alla
guelfa, la signoria di Firenze ordinò al suo generale di dar battaglia.
Di fatti Pontecarali sfidò i Pisani a battaglia, e questi l'accettarono
pel giorno 2 ottobre; onde svelsero le palafitte, per non avere altra
difesa che il proprio valore, ed ogni armata appianò dal canto suo il
terreno che la separava dal nemico[383].

  [383] _Gio. Villani l. XI, c. 135, p. 857. — B. Marangoni Cron. di
  Pisa p. 692._

Alcuni giovani appartenenti alle più nobili famiglie di Siena che si
ritrovavano in qualità di ausiliarj nel campo fiorentino, si fecero
armare cavalieri la stessa mattina del 2 ottobre prima che cominciasse
la battaglia, e subito si posero nelle prime file della prima divisione
condotta da Pontecarali. Questa divisione si condusse valorosamente,
rompendo le due prime linee pisane che le si opposero consecutivamente,
e facendo prigionieri la maggior parte de' loro capi, fra i quali
Visconti d'Oleggio. Ma la seconda linea de' Fiorentini non si mosse
quando doveva farlo, ed ingannata da un falso avviso sull'esito del
precedente combattimento, fuggì senza avere abbassata la lancia. Ciupo
degli scolari, che comandava la terza linea dei Pisani, piombò in allora
sulla prima divisione fiorentina, i di cui soldati trovavansi in parte
spossati dai due sostenuti combattimenti, ed in parte dispersi
nell'inseguire i nemici fuggitivi: non gli fu quindi difficile di
romperli affatto e di ricuperare tutti i prigionieri, tranne Visconti
d'Oleggio, ch'era di già stato mandato all'altro corpo d'armata, e di
far prigioniero con mille soldati il generale de' Fiorentini Matteo di
Pontecarali[384].

  [384] _Gio. Villani l. XI, c. 133, p. 858. — Istorie Pistolesi p.
  482. — And. Dei Cron. Sanese p. 100. — Cron. di Pisa t. XV, p. 1007.
  — Beverini Annales Lucens. l. VII, p. 918._

Dopo questa disfatta si affrettò di lasciare il territorio di Lucca, e
la signoria, rinunciando per il presente anno ad un secondo attacco,
cercò di afforzarsi con nuove alleanze, per ricominciare più
vigorosamente la guerra nella seguente campagna. Prima di tutto ella si
volse al re Roberto di Napoli, che da lungo tempo non soddisfaceva agli
obblighi contratti nelle precedenti alleanze, e acconsentì pure, per
fargli cosa grata, di riconoscere i pretesi suoi diritti sopra
Lucca[385]; ma perchè Roberto non si mosse per sostenere queste sue
pretese nè per difendere i suoi alleati, i Fiorentini scordarono gli
antichi odj, come altri aveva a riguardo loro scordata un'antica
amicizia, e promossero l'alleanza d'un uomo di cui eransi fin allora
mostrati acerbissimi nemici.

  [385] _Gio. Villani l. XI, c. 136, p. 861. — Beverini Annales
  Lucens. l. VII, p. 919. — Cron. di Pisa t. XV, p. 1008._

Luigi di Baviera, sempre scomunicato dal papa, sempre da lui spogliato
di tutte le dignità, non lasciava perciò di regnare come imperatore
sopra una vasta parte della Germania. Erasi egli intimamente unito al
duca d'Austria, mentre Giovanni, re di Boemia, dichiaravasi suo nemico.
La guerra che i Fiorentini avevano fatta al Boemo diventava per Luigi un
motivo di scordare la guerra fatta prima a lui medesimo: altronde, dopo
l'assenza di quattordici anni, l'imperatore desiderava di rivedere
l'Italia, onde entrò in negoziazioni per condurre, a condizione di
pagargli un considerabile sussidio, un'armata in servigio de'
Fiorentini. I suoi ambasciatori giunsero per quest'oggetto in Firenze, e
furono magnificamente ricevuti; ma mentre un tale trattato incontrava di
sua natura molte difficoltà e veniva inoltre ritardato da nuovi affari
che occupavano l'imperatore in Germania, la sua pubblicità arrecò ai
Fiorentini gravissimi danni, perchè si cominciò a tenere per indubitato
che fossero in procinto di abbandonare la parte guelfa per allearsi
colla ghibellina. I nobili napoletani, che avevano fidate le loro
sostanze al mercanti di Firenze, temettero una rivoluzione che
obbligherebbe il loro re ad entrare in guerra contro la repubblica, e
rivollero i loro capitali; la quale inaspettata domanda fu cagione del
fallimento delle migliori case di Firenze[386].

  [386] _Gio. Villani l. XI, c. 137, p. 863. — Beverini Annales
  Lucens. l. VII, p. 920._

Frattanto Malatesta de' Malatesti di Rimini aveva preso il comando
dell'armata fiorentina; ed il 27 marzo del 1342 si pose in campagna
accampandosi a Gragnano sui poggi che separano la Valle di Nievole dal
piano di Lucca. Colà trovandosi ebbe modo di avere segrete
corrispondenze nel campo nemico, ad oggetto di sedurre i Tedeschi che
militavano per i Pisani. Ma questi avevano nominato loro capitano Nolfo
di Montefeltro, parente di Malatesta, anche esso romagnolo, e non meno
di lui addestrato negli intrighi e nelle trame, di cui la Romagna fu
sempre maestra. Durante un mese e mezzo cercarono d'ingannarsi
vicendevolmente, senza venir mai ad un fatto d'armi. In pari tempo i
Fiorentini, sospettando che i Tarlati, signori di Pietra Mala, avessero
tramato di sorprendere Arezzo, fecero sostenere in prigione i principali
capi di questa famiglia: ma molti altri essendosi rifugiati ne' loro
castelli, li fecero ribellare alla repubblica e spiegarono le insegne
ghibelline[387].

  [387] _Gio. Villani l. XI, c. 138. — Istorie Pistol. p. 483. — Cron.
  di Pisa t. XV, p. 1010. — Ser Gorello, Cronaca d'Arezzo c. 5. p.
  832._

Mentre ciò accadeva, Gualtieri di Brienne, duca d'Atene, quello stesso
che nel 1326 era stato in Firenze luogotenente del duca di Calabria,
andando dalla Francia a Napoli passò per Firenze. Era Gualtieri nato in
Grecia, ed apparteneva a quella tralignata stirpe ch'era in Levante
succeduta ai primi crociati, indicati perciò con ingiurioso soprannome.
Era di bassa statura, ed aveva un ributtante aspetto, che nascondeva uno
spirito sospettoso e falso, un cuor perfido, costumi corrottissimi. La
sua ambizione non sentiva nè il freno della morale, nè quello della
religione, e la sola avarizia avanzava l'ambizione: per dirlo in una
parola, di tutte le virtù che avevano resi gloriosi i suoi antenati, non
aveva ereditato che il valor militare; qualità abbagliante, sebbene non
rara, compatibile con ogni sorta di vizj, e talvolta ancora colla stessa
viltà. Il ducato d'Atene era stato tolto a suo padre dai Catalani l'anno
1312[388]; il ducato di Lecce, in Puglia, gli rimaneva, e quello era il
solo suo patrimonio. Dopo il 1326 la compagnia de' Catalani essendosi
sottomessa al re di Sicilia, tre figliuoli di Federico avevano
successivamente avuto il titolo ed il governo del ducato d'Atene[389].
Nondimeno Gualtieri era tenuto in molta considerazione perchè
supponevasi che avesse il favore dei re di Francia e di Napoli; e
quest'ultimo nelle negoziazioni avute colla repubblica fiorentina le
aveva annunziato che avrebbe dato a Gualtieri il comando della truppa
che disponevasi a mandare in di lei soccorso; onde la signoria
lusingavasi di vincere finalmente l'avarizia e l'irresoluzione
dell'antico alleato, affidando qualche impiego a colui ch'era stato
favorito di suo figliuolo, e che adesso veniva indicato come suo
luogotenente[390].

  [388] _Ducange, Storia di Costantinopoli l. VI, c. 8, p. 118._

  [389] _Ib. l. VII, c. 21 e 22, p. 124._

  [390] _Gio. Villani l. XI, c. 137, p. 862._

Gualtieri di Brienne recossi effettivamente all'armata fiorentina, che
il Malatesta teneva accampata a san Pietro in Campo, presso Lucca, e fu
colà raggiunto da molti baroni di Luigi di Baviera, che venivano in
qualità di volontarj a militare sotto le bandiere di Firenze. Per le
dirotte piogge del mese di maggio le acque del Serchio cresciute a
dismisura, avevano rotti gli argini, e resa l'armata affatto inattiva,
sebbene i Fiorentini avessero due volte più forze dei Pisani. Non
potendo far altro, il duca d'Atene ed i baroni tedeschi si segnalarono
vicendevolmente in alcune scaramucce, nelle quali se fossero stati
sostenuti da Malatesta, avrebbero più d'una volta potuto romper tutta
l'armata pisana: ma il Malatesta diede all'opposto ai Pisani quanto
tempo volevano per afforzare le loro linee; e quando vide che più non
potevano essere vantaggiosamente attaccati, e che le inondazioni del
Serchio impedivano i trasporti delle vittovaglie, s'allontanò da Lucca
il 29 di maggio, riconducendo la sua armata in Val d'Arno. Coloro che
comandavano a Lucca per parte della repubblica fiorentina, vedendo che
l'armata che doveva liberarli, non aveva potuto far levare l'assedio, e
mancando affatto di munizioni, capitolarono, cedendo la città ai Pisani
il giorno 6 di luglio del 1342[391].

  [391] _Gio. Villani l. XI, c. 139. — Istorie Pistolesi; p. 484. —
  Cronica di Pisa t. XV, p. 1011. — B. Marangoni Cron. di Pisa, p.
  696. — Andrea Dei Cronica Sanese, t. XV, p. 104. — Beverini Ann.
  Lucens. l. VII, p. 923._

Il malcontento del popolo manifestossi in Firenze con una terribile
violenza, allorchè fu veduta entrare la potente armata di Malatesta che
aveva lasciato prender Lucca sotto i suoi occhi; il pubblico accusava a
vicenda d'inesperienza e di viltà il generale, d'ignoranza, di
presonzione o di venalità i signori della guerra. Se avesse comandato,
si diceva, il duca d'Atene, non avrebbe sofferta una così dannosa
inazione, nè così vile ritirata; ma questi, a dispetto della fortuna de'
Fiorentini che aveva loro mandato un così riputato generale, era stato
ridotto al rango di semplice spettatore dei mancamenti e dell'ignoranza
di un altro. Convenne, per soddisfare al popolo, dare all'istante il
titolo di capitano di giustizia al duca d'Atene; ed allorchè il 1º
agosto terminò la condotta del Malatesta, si dovette confidare al duca
il comando generale dell'armata. In forza delle quali attribuzioni ebbe
questi il diritto di alta giustizia nella città e nel campo[392].

  [392] _Gio. Villani l. XII, c. 1._

Due fazioni erano di que' tempi in Firenze che miravano a distruggere la
pubblica libertà. Formavasi la prima dell'antica nobiltà. Esclusi i
nobili dal governo da un'ordinanza di giustizia, vedevansi esposti ad
arbitrarie e talvolte ingiuste procedure qualunque volta il solo loro
nome veniva pronunciato in qualche sommossa, e la gelosia del popolo
rimproverava loro perfino il potere di cui esso gli aveva spogliati:
perciò erano essi disposti a tutto intraprendere per rovesciare quella
libertà cui essi non partecipavano. Un'altra non meno potente fazione
trovavasi alla testa del governo, indicata col nome di _popolani
grassi_; i quali in una repubblica, le di cui leggi erano tutte
democratiche, avevano trovato il modo di arrogarsi esclusivamente la
sovranità che doveva appartenere a tutto il popolo. La loro oligarchia
borghese era oggetto dell'universale gelosia; erano accusati
d'imprudenza e d'incapacità nel trattare gli affari, e di venalità
negl'impieghi. Il Villani attesta che costoro s'arricchivano con
vergognosa impudenza, appropriandosi il danaro dello stato, e che a
Mastino della Scala per la compra di Lucca avevano dati cinquanta mila
fiorini meno della somma portata nel conto. Questi per deviare la
pubblica censura dalla loro amministrazione, progettarono di abbandonare
il popolo alle vessazioni di un giudice crudele, lusingandosi di
nascondere le azioni loro dietro questa subalterna tirannide. Sperarono
di dirigere a voglia loro il duca d'Atene, come due anni prima avevano
diretto Jacopo Gabrielli, senza che venisse perciò loro rimproverata la
crudeltà del capitan generale. Eccitavano dunque segretamente Gualtieri
ad abusare del potere ch'essi medesimi gli avevano affidato. Ma questi
più di loro esperimentato nell'arte degl'intrighi, più di loro straniero
alla pubblica ruina ed alle private disgrazie, si offerse come strumento
a que' medesimi, di cui voleva essere padrone, promettendo di servire a
tutte le passioni di que' malaccorti che di già sagrificava alla propria
avarizia ed ambizione.

Ma le prime sentenze capitali che pronunciò il duca d'Atene, lasciarono
travedere le sue intenzioni di non limitarsi ad un potere subalterno.
Egli fece decapitare Giovanni de Medici che aveva il comando della
fortezza di Lucca quando s'arrese ai Pisani, ed a Guglielmo Ottoviti,
governatore d'Arezzo, che con alcune ingiustizie aveva provocata la
sommossa dei Tarlati; sottopose a disonoranti processi Riccardo dei
Ricci e Naddo Rucellai, accusati d'arricchirsi a spese del tesoro, e
condannati avendoli ad enormi ammende a stento si lasciò piegare a
salvar loro la vita[393]. Le quattro famiglie così duramente trattate
dal duca nel primo mese della sua amministrazione facevano parte di
quella dominante oligarchia, cui lo stesso Gualtieri andava debitore
della sua autorità. Mentre le pronunciate sentenze spargevano il terrore
nella classe de' grassi borghesi, rallegravano la nobiltà ed il popolo,
soddisfacendo alla gelosia dei primi, ed all'odio degli altri. La scure
della giustizia vedevasi posta in mano al vendicatore degli ordini
oppressi, innanzi al quale il favore e l'intrigo restavano impotenti, ed
i meglio radicati abusi sarebbero stati distrutti. Avendo Gualtieri dato
a conoscere la strada che voleva tenere, e quali parti desiderava di
rendersi amiche, accolse favorevolmente i loro progetti e s'unì coi più
stretti vincoli ai nemici del governo. Promise ai grandi di far rivocare
l'ordinanza di giustizia, se col mezzo loro poteva ottenere più stabile
dominio, e con tale promessa le principali famiglie della nobiltà si
dichiararono per lui[394]. Poi ch'ebbe guadagnata la nobiltà, si volse
ad alcuni mercanti in procinto di fallire, promettendo loro grosse
sovvenzioni dal tesoro dello stato onde potessero sostenere il ritardato
pagamento de' loro crediti; e molte delle più riputate famiglie borghesi
presero a favorirlo[395]: finalmente non contento di farsi strumento
dell'odio e delle vendette del basso popolo contro la classe superiore,
lo accarezzò mostrandosi popolare con affettata famigliarità e
promettendogli di metterlo a parte de' pubblici onori.

  [393] _Gio. Villani l. XII, c. 1 e 2. — Istorie Pistolesi p. 484. —
  Andrea Dei Cron. Sanese p. 104._

  [394] I Bardi, Frescobaldi, Rossi, Cavalcanti, Bondelmonti, Adimari,
  Cavicciuoli, Donati, Gianfigliazzi e Tornaquinci.

  [395] Come i Peruzzi, gli Acciajuoli, i Baroncelli e gli Antellesi.

Frattanto l'ufficio de' venti commissarj, o signori della guerra
nominati per l'acquisto di Lucca, era spirato in principio di settembre;
onde i partigiani del duca, liberati dalla loro sopraveglianza, ardivano
più apertamente manifestare i loro progetti; dichiaravano che la
repubblica aveva bisogno di essere riformata; che l'esito dell'ultima
guerra dava a conoscere la totale corruzione del governo; che soltanto
una mano vigorosa poteva svellere gli abusi, e riconciliare le parti
esacerbate le une contro le altre; finalmente che il duca d'Atene aveva
già fatto esperimento della sua capacità per così eminente carica, che
richiedeva appunto quella fermezza di carattere, e quella giustizia, che
aveva fin qui mostrata nella sua amministrazione. Simili discorsi
ripetuti nelle adunanze de' corpi de' mestieri, e nelle taverne, ove i
soldati del duca frammischiavansi al popolo per corromperlo,
incoraggiarono alcuni grandi a proporre ai priori di offrire al duca la
signoria di Firenze.

Il gonfaloniere fece, prima di rispondere, adunare il collegio de'
dodici buoni uomini ed i sedici gonfalonieri delle compagnie della
milizia, onde deliberassero colla signoria; e dopo aver manifestati a
questi consiglieri i pericoli che sovrastavano alla pubblica libertà, si
volse ai gentiluomini che avevano parlato per il duca. «Con estremo
dolore, loro disse, vi vediamo dimentichi della virtù de' vostri
antenati, e de' costumi della vostra patria; la repubblica, per la quale
chiedete così estremo rimedio, non conosce verun altro pericolo fuor di
quello, cui l'esponete al presente. Andate non pertanto, e dite al duca
d'Atene, che in altri assai più infelici tempi che questi non sono, i
vostri ed i nostri maggiori chiesero più volte ajuto a stranieri
principi; i Ghibellini a Federico ed a Manfredi; i Guelfi ai due Carli
ed a Roberto; ma non mai, per grande che fosse la dignità del monarca ed
il pericolo dello stato, non mai fu sagrificata la pubblica libertà;
giammai non fu dato a Firenze un signore sovrano. Le nostre consorti ed
i nostri figliuoli non sapranno mai perdonarci la vergogna della
schiavitù; noi medesimi mai non rinuncieremo alla felicità di vivere
liberi»[396].

  [396] _Gio. Villani l. XII, c. 3._

Il duca d'Atene si affrettò di calmare quel movimento d'entusiasmo che
risvegliato aveva il discorso del gonfaloniere, assicurando ch'egli
medesimo non desiderava un potere che sovvertisse la libertà dello
stato, che soltanto chiedeva di aver libere le mani per breve tempo,
finchè avesse potuto fare quel bene di cui sentivasi capace; che non
pretendeva cosa insolita a Firenze, e che un'autorità dittatoriale in
tempi calamitosi era stata più volte accordata a principi che assai meno
di lui amavano la repubblica. Mentre rassicurava in tal modo i
consiglieri della signoria, i suoi araldi d'armi sparsi per la città
chiamavano il popolo a parlamento sulla piazza di santa Croce per
deliberare intorno ai bisogni della repubblica.

L'autorità sovrana del parlamento era riconosciuta in tutte le
repubbliche italiane; il governo non agiva mai che quale rappresentante
della nazione, onde cessava il suo potere tosto che la nazione medesima
era adunata. Non si era potuto far capire al popolo che il numero de'
suoi suffragi non è l'espressione della sua volontà; che, supponendo
ancora tutti i cittadini eguali, nè tutti vogliono, nè tutti sentono
egualmente, e che il popolo non è sovrano che allora quando l'interesse
di tutte le sue classi è ugualmente sacro, non quando la loro voce è
confusa col clamore popolare. Per altro tutti i governi sapevano che
l'interesse nazionale non è mai con tanta facilità sacrificato da
qualunque altra adunanza, come da quella della nazione medesima; e che
mentre i consigli mantenevansi fedeli al proprio dovere, i parlamenti
avevano frequentemente acconsentito alla ruina della libertà, o alla
sovversione della costituzione. I priori di Firenze temettero che il
parlamento dasse la repubblica in mano al duca d'Atene. Essi non
potevano impedire una convocazione che Gualtieri aveva diritto
d'ordinare come capitano del popolo; si rivolsero perciò subito a lui
medesimo, onde impegnarlo a ratificare solennemente le promesse che
andava facendo. Gualtieri vi acconsentì di buon grado, convenne che i
priori aprissero le deliberazioni, a condizione che eglino chiedessero
al popolo la proroga per un anno dell'autorità data al duca d'Atene
cogli stessi privilegi accordati sedici anni prima al duca di Calabria,
e sotto le stesse riserve e restrizioni. Gualtieri obbligò la sua parola
di cavaliere a non chiedere nè accettare maggiori poteri, quand'anche
gli venissero dal popolo offerti. Questa vicendevole convenzione venne
ridotta a formale contratto, ratificata dai notai e confermata con
giuramento[397].

  [397] _Gio. Villani l. XII, c. 3._

All'indomani 8 settembre, giorno della festa della Vergine, il popolo si
adunò nella piazza del palazzo, ove giunse il duca in mezzo a cento
venti uomini d'armi ed ai trecento fanti che formavano la sua guardia;
ma tutti i nobili, tranne la famiglia della Tosa, avevano prese le armi,
ed ingrossato il suo corteggio. I priori e gli altri magistrati scesero
di palazzo e si collocarono presso al duca innanzi alla balaustrata di
ferro. Francesco Rustichelli, uno de' priori, fece, a nome della
signoria, la proposizione, convenuta il giorno avanti, di prorogare per
un anno il potere del duca. Allora molti della più abbietta plebe,
appostati da Gualtieri, interruppero all'istante il priore con grida da
forsennati, chiedendo che gli si accordasse a vita la sovrana autorità.
Nello stesso tempo, strettisi intorno a lui, lo sollevarono sulle loro
braccia, mentre le guardie atterravano le porte del palazzo, e lo
portarono sulla tribuna nelle sale riservate ai priori. Il popolaccio
avido di oltraggiare ciò che aveva sempre rispettato, costrinse la
signoria a ricoverarsi in una sala terrena, e poco dopo ad uscire di
palazzo; diede in mano ai nobili il libro delle ordinanze di giustizia
perchè lo facessero in pezzi, strascinò nel fango il gonfalone dello
stato, indi lo abbruciò sulla pubblica piazza. Per ultimo gittò ovunque
a terra gli stemmi del comune di Firenze, sostituendogli le insegne del
duca[398].

  [398] _Gio. Villani l. XII, c. 3. — Istor. Pist. p. 486. — And. Dei
  Cron. San. t. XV, p. 105._

Pochi giorni dopo il duca approfittò dello spavento dei consigli per far
da loro ratificare quella signoria a vita, che si era arrogata colla
forza. Invece di risguardare le diverse città conquistate da Firenze,
come una dipendenza del medesimo stato, egli si fece successivamente
dare dai popoli delle rispettive città le signorie di Arezzo, di
Pistoja, di Colle di Val d'Elsa, di san Gemignano e di Volterra, onde
lusingare la vanità loro e ravvivare l'animosità che conservavano contro
i Fiorentini. In pari tempo il duca chiamò presso di sè tutti i Francesi
ed i Borgognoni che servivano in Italia, e adunò in tal modo sotto i
suoi ordini ottocento cavalieri suoi patriotti: fece inoltre venire
dalla Francia molti suoi parenti ed amici per affidar loro i comandi
militari. In tal modo egli credeva d'avere solidamente fondata la sua
signoria; ma Filippo di Valois, cui il viaggio a Napoli del duca d'Atene
era stato annunziato come un pellegrinaggio, rispose a chi gli parlava
della recente sua grandezza: «il pellegrino ha trovato albergo, ma in
cattiva locanda[399]».

  [399] _Gio. Villani l. XII, c. 3._

Speravano i Fiorentini che il duca d'Atene li vendicarebbe almeno
dell'affronto ricevuto sotto Lucca; ma il duca era povero, e voleva
prima di tutto impinguare il suo tesoro, per rassodare il suo dominio se
gli veniva fatto di conservarlo, o per avere un compenso se gli accadeva
di perderlo. La guerra sempre dispendiosa non poteva perciò piacergli;
altronde l'avrebbe obbligato ad abbandonare la città di fresco
sottomessa, che avrebbe approfittato del primo rovescio per ricuperare
la libertà. Propose quindi ai Pisani ed ai loro alleati condizioni di
pace, che furono subito accettate. Loro cedette per quindici anni la
sovranità di Lucca, riservando a sè la nomina in tutto questo tempo del
podestà. Dopo tale epoca Lucca doveva tornare libera; essere richiamati
tutti i Guelfi fuorusciti, e posti in possesso dei loro beni; ma in pari
tempo dovevano pure rientrare in Firenze tutti i suoi esiliati, e
rendersi i prigionieri senza taglia: Pisa inoltre si obbligava a pagare
un annuo tributo di otto mila fiorini, ed accordava per cinque anni
l'assoluta franchigia de' suoi porti ai Fiorentini[400].

  [400] _Gio. Villani l. XII, c. 8. — Istor. Pistol. p. 487. — Cron.
  di Pisa t. XV, p. 1012._

Come tale trattato, che si pubblicò il 14 ottobre nelle due città, non
cancellava pei Fiorentini la vergogna delle ultime disfatte, scontentò
perfino i partigiani del duca. Invano cercava questi di accarezzare il
popolaccio, non chiamando agl'impieghi che persone della più bassa
classe, gli artigiani de' mestieri minori, che appunto allora vennero a
Firenze chiamati _ciompi_, voce derivata dal viziato vocabolo di
_compères_ che loro davano nelle orgie loro i soldati francesi[401]. Ma
gl'impieghi del duca più non appagavano nè meno l'ambizione della
plebaglia. Gualtieri aveva cacciati i priori dal loro palazzo, e
rilegatili in quello in addietro abitato dal giudice esecutore; gli
aveva spogliati di ogni appariscenza e di ogni autorità; distrutto
l'ufficio de' gonfalonieri di compagnia, levati i gonfaloni, e distrutta
egli stesso la ricompensa che mostrava di promettere al popolaccio. In
appresso annullò tutte le ordinanze intorno alle arti e mestieri, e
successivamente indispose tutte le classi del popolo, tranne i macellai,
i mercanti di vino ed i conduttori delle lane, de' quali cercava di
conservarsi l'attaccamento con vili adulazioni.

  [401] _Marchione de Stefani Ist. Fior. l. VIII, Rub. 575, t. XIII. —
  Deliz. degli Erud. Tosc._

Accrebbero ben tosto il malcontento altre novità: voleva rendere il
pubblico palazzo da lui abitato una fortezza capace di tenere in freno
la città; ed a tale oggetto fece atterrare molte case vicine; altre fece
occupare dai suoi soldati cacciandone i proprietarj senza dar loro verun
compenso. Ai creditori dello stato levò le gabelle loro date in
pagamento, appropriandosene i profitti; accrebbe l'imposta del
territorio, che portò dai trenta mila agli ottanta mila fiorini;
assoggettò i più ricchi cittadini a prestiti forzati, e stabilì nuove
gabelle delle prime assai più onerose; di modo che in dieci mesi e mezzo
cavò da Firenze più di quattrocento mila fiorini, de' quali ne mandò più
di duecento mila in Puglia o in Francia[402].

  [402] _Gio. Villani l. XII, c. 7. — Istor. Pistol. p. 493._

Non era ignoto al duca d'Atene il malcontento da lui eccitato; onde si
assicurò i soccorsi degli stranieri contro i suoi sudditi, naturali
nemici di un tiranno, facendo, in primavera del 1343, alleanza coi
Pisani, con Mastino della Scala, col marchese d'Este e col signore di
Bologna. Obbligavansi i confederati a mantenere reciprocamente il loro
governo ed a difenderlo contro tutti i nemici: e questa lega parve
formarsi tra tutti i tiranni d'Italia per privare affatto questa
contrada della sua libertà. Ma il duca d'Atene di mano in mano che
vedeva rendersi più stabile la sua signoria, abbandonavasi con minore
riserva alle proprie passioni. Le mogli de' più riputati cittadini erano
esposte alle seduzioni che loro preparava il suo libertinaggio; e gli
uomini che osavano lagnarsi, coloro che domandavano gli antichi
privilegi, o in qualsiasi altro modo rendevansi sospetti al tiranno,
erano condannati ad atrocissimi supplizj[403].

  [403] _Gio. Villani l. XII, c. 7, p. 881._

Il potere di un solo era stato creato dalla discordia degli ordini della
nazione; ma tutte le classi de' cittadini provavano a vicenda
l'oppressione e si adiravano contro il giogo che le opprimeva. I grandi
che avevano procurata al duca la signoria, erano disgustati della sua
ingratitudine, vedendo che non dava loro parte alcuna nel governo. La
superior classe de' borghesi, che prima di lui era la sola potente,
l'odiava mortalmente trovandosi da lui ingannata e spogliata
degl'impieghi; nè meno di questi erano irritati i borghesi del
second'ordine a cagione dell'accrescimento delle imposte, del
sovvertimento d'ogni giustizia, e pei vergognosi trattati fatti in nome
della loro patria; finalmente il minuto popolo, sedotto da ineseguibili
promesse, aveva aperti gli occhi; all'odio contro i suoi magistrati, era
succeduta la compassione, onde la gioja che a principio avevano
manifestata pei supplicj ordinati dal duca, eccitava adesso l'orrore.
Una carestia probabilmente non imputabile a Gualtieri accresceva il
malcontento del popolo. _Firenze_, dice un antico suo proverbio, _non si
muove se tutta non si duole_. Firenze soffriva tutta intera, e tutta
intera si sollevò. Ogni classe era separatamente oppressa; ed ogni
classe cercò separatamente di liberare la patria senza l'altrui
soccorso. Tramaronsi molte congiure senza che le une avessero sentore
delle altre; ma tre furono più potenti delle altre, e più delle altre a
portata di presto eseguire i loro progetti. Capo della prima era lo
stesso vescovo di Firenze, di casa Acciajuoli, e vi entravano quasi
tutti i grandi e spezialmente i Bardi, i Rossi, i Frescobaldi, gli
Scali, ed alcuni potenti borghesi, come gli Altoviti, i Magalotti, gli
Strozzi ed i Mancini. Questi congiurati erano uniti coi Pisani, coi
Sienesi, coi Perugini e coi conti Guidi. Erano intenzionati d'attaccare
il duca d'Atene nel proprio palazzo nell'atto che riunirebbe il
consiglio; ma il duca che facevasi ogni giorno più sospettoso, licenziò
una parte delle sue guardie, tra le quali trovavansene molte guadagnate
dai congiurati, e loro sostituì nuovi soldati più fedeli ed in maggior
numero, onde porsi in sicuro contro qualunque attacco; fece inoltre
chiudere con cancelli di ferro tutti i passaggi pei quali i congiurati,
delusi ne' loro progetti precedenti, pensavano d'entrare in
palazzo[404].

  [404] _Gio. Villani l. XII, c. 15._

Dirigevano la seconda congiura Manno e Corso Donati coi Pazzi, coi
Cavicciuoli ed alcuni Albizzi. Avevano questi determinato d'attaccare il
duca il dì della festa di san Giovanni nell'atto ch'entrerebbe nel
palazzo degli Albizzi per vedere una corsa di cavalli. Ma il duca ebbe
qualche sospetto del pericolo, e non v'andò.

Principali della terza congiura erano Antonio degli Adimari, i Medici, i
Bordoni, gli Oricellai, gli Aldobrandini e moltissimi altri ricchi
borghesi. Saputosi da questi che il duca manteneva una corrispondenza
amorosa in una delle case Bordoni, fecero alcuni preparativi per
sbarrare la strada, e posero cinquanta uomini de' più coraggiosi alle
due estremità, i quali dovevano chiudere l'uscita tosto che il duca
sarebbe entrato nella casa dei Bordoni; ma Gualtieri che rendevasi ogni
giorno più sospettoso, cominciò appunto allora a farsi accompagnare,
anche nelle visite galanti, da cinquanta cavalli e da cento pedoni ben
armati, che restavano di guardia presso la casa in cui entrava; ed erano
tali da sostenere vantaggiosamente un primo attacco.

Le tre congiure, sebbene continuamente impedite dal timore o antivegenza
del duca, sussistevano sempre, e meditavano nuove imprese, quando la
terza fu scoperta per l'imprudenza d'un uomo d'armi ch'essa aveva
guadagnato. Tostochè il duca ebbe un leggero sospetto, fece il 18 luglio
arrestare due oscuri cittadini del numero de' congiurati, e per mezzo
della tortura strappò loro di bocca la confessione della congiura, ed il
nome di Antonio di Baldinaccio degli Adimari che n'era capo; il quale fu
subito per ordine del duca posto in prigione ed avvisato di prepararsi
alla morte[405].

  [405] _Istorie Pistolesi p. 494._

Ma la notizia dell'imprigionamento di così distinto cittadino, e
dell'imminente suo pericolo, sparse il terrore in tutta la città:
ciascuno trovavasi a parte di qualche congiura, o conoscevasi colpevole
d'avere assistito a qualche adunanza in cui disponevansi nuove trame;
ciascuno credevasi compromesso, e cercando di porsi in istato di difesa,
mostrava di essere reo. Il duca, veduto questo generale movimento,
s'accorse che tutta la città era contro di lui congiurata, e trovandosi
troppo debole per incrudelire all'istante contro coloro che aveva fatti
sostenere, volle prima di tutto assicurarsi i soccorsi de' suoi alleati,
ond'essere poi in istato d'avviluppare i capi di tutte le congiure in
una sola vendetta. Fece chiedere a Taddeo Pepoli, signore di Bologna, di
spedirgli alcuni rinforzi, e quando seppe che trecento cavalli eransi
avanzati negli Appennini per venire in suo ajuto, ordinò a trecento de'
principali cittadini di Firenze di portarsi all'indomani, 26 luglio, nel
suo palazzo, per deliberare con lui intorno alla sorte de' colpevoli.
Per l'adunanza di questo consiglio scelse una sala le di cui finestre
erano difese da cancelli di ferro, ed ingiunse alle sue guardie di
chiudere le porte del palazzo tosto che sarebbersi adunati i cittadini,
di assalirli all'impensata ed ucciderli, promettendo loro in premio di
tanta barbarie il sacco della città[406].

  [406] _Gio. Villani l. XII, c. 15._

Tra coloro che il duca aveva chiamati nel suo consiglio, trovavansi i
principali capi di tutte le congiure, i quali avevano ragione di credere
il tiranno almeno in parte informato delle loro trame, e non erano
altrimenti disposti di porsi essi medesimi nelle sue mani. Altronde un
confuso bucinamento dei preparativi che facevansi in palazzo erasi
sparso in tutta la città, e ne accresceva ii terrore. Fin allora eransi
tutti per timore taciuti, ma un nuovo motivo di timore più grande e più
imminente fece rompere questo silenzio; tutti presero a domandare
consiglio o assistenza ai loro vicini, ai loro amici; tutti fecero
conoscere la situazione in cui si trovavano; durante quella notte tutti
i diversi conciliaboli comunicarono assieme, ed i Fiorentini vennero in
chiaro che tre congiure indipendenti le une dalle altre erano in
procinto di scoppiare nello stesso tempo. L'occasione di sorprendere il
tiranno non era più sperabile, ma le forze per attaccarlo apertamente
erano maggiori assai che non lo avevano creduto gli stessi congiurati.
Tutti coloro che il duca aveva chiamati, convennero prima di tutto di
non andare al consiglio, tenendosi invece armati nelle proprie case coi
loro servi, clienti ed amici. Intanto molte persone s'andavano in
silenzio adunando senza che si facesse per le strade verun movimento:
seicento cavalli del duca occupavano diversi quartieri della città per
mantenervi la quiete, e gli ajuti che aspettava da Bologna e dalla
Romagna avevano di già passata la sommità degli Appennini. Tutto ad un
tratto alcuni oscuri plebei diedero il segno della rivoluzione gridando
alle armi sulla piazza di mercato vecchio ed alla porta di san Pietro. A
questo grido tutti i palazzi di Firenze s'aprirono, e le truppe che vi
si erano adunate in silenzio marciarono rapidamente alle loro piazze
d'armi; le strade furono barricate, ovunque spiegati gli stendardi del
comune e del popolo, e tutti i cittadini chiamaronsi e si risposero col
grido di viva il popolo, il comune, la libertà.

La cavalleria del duca, sorpresa ne' diversi quartieri della città,
faceva ogni sforzo per ritirarsi verso il palazzo ed unirsi presso al
duca, ma non ve ne giunsero che trecento, essendone stati uccisi molti,
altri fatti prigionieri e spogliati delle loro armi. Frattanto il
principale corpo della cavalleria del duca occupava la piazza de' priori
innanzi al palazzo, onde il popolo vi accorse affollato, e, barricando
tutte le strade che vi conducevano, impedì alla cavalleria d'attaccare i
cittadini, e di scorrere la città. Allora tutte le case che circondano
la piazza si aprirono ai cittadini armati per la libertà; tutti i tetti
si cuoprirono di assalitori che passando dagli uni agli altri,
lanciavano pietre e tegole contro i soldati, bersagliati ancora dagli
arcieri che stavano alle finestre. La cavalleria chiusa in piazza ed
esposta ad una grandine di saette, fu avanti sera forzata a fuggire in
palazzo, abbandonando i cavalli al popolo, che occupò pure la piazza
medesima.

Intanto era stato attaccato e preso da altri insorgenti il palazzo del
podestà, aperte le prigioni della Stinca e di Volognano, e liberati i
prigionieri. Dall'altra parte dell'Arno gl'insorgenti avevano occupate
le porte, le mura ed i ponti e convertito il loro quartiere in una
fortezza, nella quale erano disposti a difendere la loro libertà, se i
loro concittadini rimanevano altrove soccombenti; ma in sul fare della
sera attraversarono essi medesimi i ponti, distrussero le barricate, e
riaprirono le comunicazioni cogli altri quartieri della città; poi si
avanzarono verso la piazza dei priori ripetendo la parola che aveva
servito di segnale all'insurrezione: _muora il duca, viva il comune e la
libertà!_ Ebbe allora Firenze sotto le armi mille cittadini a cavallo, e
dieci mila, che, quantunque a piedi, erano armati di corazze e di
barbuti come i cavalieri. Quelli non avevano intera armatura, o soltanto
gli stromenti che avevano mutati in armi non furono contati.

Il duca assediato nel suo palazzo da forze tanto superiori, cercò di
calmare il popolo. Armò cavaliere di propria mano Antonio degli Adimari
che aveva prima fatto imprigionare, e lo mandò verso i congiurati per
cercar di calmare la loro collera. Di già molti satelliti della sua
tirannide erano stati sorpresi in varj luoghi, ed implacabilmente
uccisi. Da ogni banda giugnevano soccorsi ai Fiorentini, i quali avevano
di già organizzato un nuovo governo composto di sette nobili e di sette
cittadini; e il duca che difendeva il palazzo con circa quattrocento
Borgognoni, cominciava a soffrire la fame. In tale stato di cose il
vescovo di Fiorenza, che aveva congiurato contro la tirannide, si fece
mediatore tra il popolo irritato ed il tiranno per salvargli la vita; ma
il duca non ottenne grazia dal popolo, che abbandonandogli Guglielmo
d'Assisi il più odiato de' suoi ministri, il giudice che aveva prestato
il proprio ministero a tutte le sue crudeltà. Quest'uomo feroce fu dalla
plebe furibonda fatto in pezzi con suo figliuolo, il quale non contava
più di quattordici anni, ed aveva un volto fatto per intenerire il
popolo; ma era stato veduto sempre assistere ai supplicj ordinati dal
padre, e domandare in grazia agli esecutori la continuazione della
tortura, ch'era il suo più favorito spettacolo; onde a suo riguardo
veniva dato un nuovo colpo di corda a coloro che il carnefice aveva
cessato di tormentare.

In forza del trattato convenuto colla mediazione del vescovo, il duca
d'Atene rinunciava a qualunque siasi autorità sopra Firenze, ed a
qualunque diritto dipendente dalla elezione del popolo. Prometteva di
ratificare tale rinuncia tostochè fosse condotto sano e salvo fuori del
territorio fiorentino. D'altra parte il vescovo, i quattordici
commissarj del popolo, gli ambasciatori dei Sienesi ed il conte di
Battifolle, ch'era accorso in ajuto degl'insorgenti, si obbligavano di
proteggere la ritirata del duca e de' suoi soldati, assicurandoli
dagl'insulti del basso popolo finchè fossero in sicuro fuori del
territorio della repubblica. Il duca d'Atene aprì il 3 agosto il suo
palazzo ai negoziatori, dopo avere sofferti otto giorni di assedio; ma
vi rimase, così da loro consigliato, fino alla notte del mercoledì 6
agosto, onde dar tempo al popolo di calmarsi. Uscì finalmente in quella
notte dal palazzo e dalla città sotto la scorta de' più potenti
cittadini di Firenze, che dovevano guarentire da ogni insulto la sua
persona, e fu condotto per la via di Valombrosa a Poppi, feudo
indipendente, posto su le montagne. Giunto in questo territorio neutrale
rinunciò a tutti i diritti che aver poteva sopra Firenze, suo distretto,
e sopra le città che gli si erano assoggettate, promettendo di non
cercare mai più vendetta della loro ribellione. In appresso attraversò
la Romagna, e passò a Venezia, ove s'imbarcò, quando meno si credeva,
per andare in Puglia, abbandonando senza averli pagati i suoi più fedeli
soldati. Il 26 luglio, giorno di sant'Anna, in cui la sua tirannide era
stata distrutta, fu dai Fiorentini dichiarata festa solenne[407].

  [407] _Gio. Villani l. XII, c. 16. — Ist. Pist. p. 494. — Andrea Dei
  Cron. Sanese, p. 108._



CAPITOLO XXXVI.

      _Firenze, dopo la cacciata del duca d'Atene. — Grande compagnia
      del duca Guarnieri. — La regina Giovanna succede a Roberto, e fa
      uccidere suo marito. — Carlo IV eletto in opposizione a Luigi di
      Baviera._

1343 = 1346.


La tirannide di pochi mesi basta a distruggere la prosperità, prezzo di
molti anni di vittoria, e la saggia economia di molte generazioni.
Firenze che uguagliava Venezia in ricchezze ed in potere, e superava
tutte le altre repubbliche d'Europa, perdette nel breve corso della
signoria del duca d'Atene tutti i suoi tesori, e tutti i suoi stati. In
tempo della guerra con Mastino della Scala la signoria aveva guarnigione
propria in Arezzo, Pistoja, Volterra e Colle di Val d'Elsa, possedeva
diecinove castelli murati nel territorio di Lucca, e quarantasei nel
proprio, senza contare quelli che appartenevano ai nobili suoi
cittadini. Le pubbliche entrate ascendevano allora a trecento mila
fiorini[408]. Il solo re di Francia era più ricco assai fra tutti i
monarchi della cristianità; quelli di Sicilia e di Arragona erano più
poveri, e quello di Napoli aveva un'entrata eguale appena a quella de'
Fiorentini[409].

  [408] Peso per peso 3,600,000 lire; ma il valore del danaro era
  quadruplo del presente, ed inoltre tutti i sovrani erano
  infinitamente più poveri.

  [409] _Gio. Villani l. XI, c. 91._

Le spese del comune in tempo di pace non consumavano il sesto delle
entrate[410]. Lo stato ordinario delle spese non oltrepassava i quaranta
mila fiorini, senza per altro contare il salario delle truppe a cavallo.
Ma perchè la repubblica, appena falla la pace, licenziava i suoi
condottieri, essa riprendeva un reggime economico, che la poneva ben
tosto in situazione di pagare i suoi debiti[411]. A me pare che nel
circostanziato conto della spesa siavi qualche cosa di commovente,
quando ci ricordiamo essere un cotal conto di uno de' più potenti stati
d'Europa, e che non vi si trova pagato un solo pubblico funzionario
quando non sia forastiere. In una repubblica è sufficiente compenso del
lavoro l'onore di governare, e quando il buon nome è la sola ricompensa
de' magistrati, tutti si sforzano di meritarlo; per lo contrario,
ricevendo un salario, conseguono il loro intento quando ottengono la
mercede, e l'impiego non lascia d'essere loro utile sebbene non siansi
meritato l'amore del popolo, nè il rispetto della posterità.

  [410] Di quest'epoca appunto abbiamo uno stato dell'entrate e delle
  spese della repubblica fiorentina, dettato da Giovan Villani ed in
  appresso copiato con poche variazioni da Marchione de Stefani. Gli è
  questo un curioso documento per l'economia politica e per la storia
  delle finanze.

  _Entrate della città e repubblica di Firenze dal 1336 al 1338 a
  fiorini d'oro del peso di 72 grani, di 24 carati._

  Gabella delle porte e diritto di
    entrata ed uscita, appaltate per un anno      _fior._  90,200
  Gabella per la vendita del vino alla
    spicciolata 1/3 del valore                             59,300
  Estimo                                                   30,100
  Gabella del sale venduto quaranta soldi
    per stajo ai borghesi e venti soldi ai
    contadini                                              14,450
  Entrata dei beni de' ribelli, esiliati e
    condannati                                              7,000
  Gabella sui prestatori ed usuraj                          3,000
  Prestazione dei nobili possidenti nel
    territorio dello stato                                  2,000
  Gabella dei contratti (iscrizioni in ipoteca)            11,000
  Gabella dei macellaj di città                            15,000
  Gabella dei macellaj di campagna                          4,400
  Gabella degli albergatori                                 4,050
  Gabella delle farine e mulini                             4,250
  Tassa sui cittadini nominati podestà in
    paesi esteri                                            3,500
  Gabella delle accuse                                      1,400
  Prodotto della zecca sulle monete d'oro                   2,300
  Simile per le monete di rame                              1,500
  Rendita dei beni del comune e de' pedaggi                 1,600
  Gabella sui mercanti di bestie in città                   2,150
  Gabella per la verificazione dei pesi e
    delle misure                                              600
  Immondezza ed affitto dei vasi d'Orsanmichele               750
  Gabella sugli albergatori di campagna                       550
  Gabella dei mercanti della campagna                       2,000
  Ammende e condannazioni delle quali si
    ottengono il pagamento                                 20,000
  Mancanza de' soldati (per esempio a titolo
    di dispensa dalla milizia)                              7,000
  Gabella sulle porte delle case di Firenze                 5,550
  Gabelle sulle fruttajuole e venditrici alla
    spicciolata                                               450
  Licenza per portar armi a 20 soldi per testa              1,300
  Gabella dei sergenti                                        100
  Gabella sulla zattera dell'Arno                             100
  Gabella dei revisori delle guarenzie date
    alla comunità                                             200
  Parte spettante allo stato dai diritti percetti
    dai consoli delle arti                                    300
  Gabelle sui cittadini abitanti in campagna                1,000
                                                          -------
                                                  _fior._ 297,100
  Gabella sulle possessioni di campagna
  Gabella sulle battaglie senz'armi
  Gabella di Firenzuola
  Gabella de' mulini e pescagioni
                                                          -------
                             Il totale oltrepassa _fior._ 300,000

  [411] _Spese della repubblica di Firenze dal 1336 al 1333 in lire
  fiorentine, valutato il fiorino d'oro lir. 3, sold. 2._

  Salario del podestà e della sua famiglia,
    cioè arcieri e birri                            _lir._ 15,240
  ---- del capitano del popolo e della
    sua famiglia                                            5,880
  ---- dell'esecutore dell'ordinanza di giustizia           4,900
  ---- del conservatore con cinquanta cavalli
    e cento fanti (ufficio straordinario
    ben tosto abolito )                                    26,040
  Giudice delle appellazioni sui diritti della
    comunità                                                1,100
  Ufficiale incaricato di contenere il lusso
    delle donne                                             1,000
  ---- del mercato d'Orsanmichele                           1,300
  Ufficio del salario delle truppe                          1,000
  ---- delle paghe morte ai soldati                           250
  Tesorieri del comune loro ufficiali e notaj               1,400
  Ufficio delle entrate fondiarie del comune                  200
  Custodi e guardie delle prigioni                            800
  Tavola dei priori e della loro famiglia
    in palazzo                                              3,600
  Salario dei donzelli del comune e dei
    guardiani delle torri del podestà e dei
    priori                                                    550
  Sessanta arcieri e loro capitano in servigio
    dei priori                                              5,700
  Notajo delle riformazioni col suo ajutante                  450
  Leoni, torcie, lumi e fuoco in palazzo                    2,400
  Notajo al palazzo de' priori                                100
  Salario degli arcieri ed uscieri                          1,500
  Trombetti del comune                                      1,000
  Elemosine ai religiosi ed agli spedali                    2,000
  Seicento guardie di notte in città                       10,800
  Stendardi per le feste e corse de' cavalli                  310
  Spie e messaggieri del comune                             1,200
  Ambasciatori                                             15,500
  Castellani e guardie delle fortezze                      12,400
  Approvvigionamento annuale di armi e freccie              4,650
                                                          -------
          Fior. 39,119 a lir. 3, ss. 2 per fiorino _lir._ 121,270

  I lavori alle mura, ai ponti, alle chiese formano la spesa
  straordinaria unitamente al soldo delle milizie di guerra. In tempo
  di pace la repubblica non manteneva che settecento in mille cavalli
  ed altrettanti pedoni.

Tutte le classi della nazione avevano prosperato sotto questo provido
governo, e quanto più l'entrate dello stato venivano economicamente
amministrate, vedevansi maggiormente crescere le ricchezze de' privati.
La sola vista di Firenze annunciava l'opulenza de' cittadini. Deliziosi
giardini circondavano la città, ed in quella ridente campagna ogni
poggio era coronato da qualche edificio, ed ogni casa privata sembrava
un palazzo. Entro la città l'architettura era ancora più magnifica,
antichi monumenti, che ne formano anche al presente uno de' più vaghi
ornamenti, univano la solidità e la maestà. Il lusso de' nostri antenati
aveva su quello della presente età il vantaggio di essere destinato a
durare lungamente. L'emulazione de' suoi cittadini nasceva da desiderio
di gloria, onde aveva sempre innanzi agli occhi la posterità; la nostra
non è che vanità, e, non cercando che l'ammirazione de' contemporanei, i
nostri monumenti si distruggono in pari tempo che la nostra fama.

La città di Firenze contava 25 mila cittadini atti alle armi; ritenuto
per altro che l'obbligo della milizia durava dai quindici anni fino ai
settanta; e l'intera popolazione ammontava a 150 mila abitanti[412]. Gli
uomini atti alle armi nel territorio ammontavano ad 80 mila; mille
cinquecento nobili erano subordinati alle ordinanze di giustizia,
sessantacinque de' quali soltanto erano ordinati cavalieri. Le scuole di
leggere e scrivere venivano frequentate da otto in dieci mila fanciulli;
mille duecento studiavano l'aritmetica sotto sei maestri, e cinque in
sei cento applicavansi allo studio della grammatica e della logica.
Contavansi entro le mura cento dieci chiese, cinquantasette delle quali
erano parrocchiali, cinque abbazie, due priorati abitati da ottanta
regolari; ventiquattro monasteri di donne, che racchiudevano cinquecento
religiose; settecento monachi di differenti ordini, duecento cinquanta
in trecento preti cappellani, e trenta spedali con mille letti per i
poveri e gli infermi. Oltre gli abitanti trovavansi sempre in Firenze
almeno mille cinquecento forastieri.

  [412] Calcolando in ragione di 5,800 in 6,000 battesimi all'anno, lo
  stesso Villani ritiene la popolazione di Firenze assai più bassa, ma
  nella peste, del 1348, morì più gente in Firenze, che il Villani non
  credeva trovarsi in città.

La prosperità del commercio era proporzionata alla popolazione; eranvi
duecento fabbriche di lane che davano ogni anno settanta in ottanta mila
pezze di stoffe del valore complessivo di un milione e cinquecento mila
fiorini. Calcolavasi che il terzo di questa somma serviva al pagamento
di trenta mila operai ch'erano impiegati in questa manifattura. Il
commercio delle stoffe straniere si faceva da venti mercanti riuniti
sotto il nome di compagnia della _Calimala_, che smerciava, un anno
compensato l'altro, dieci mila pezze del valore di trecento mila
fiorini. Ventiquattro case erano destinate al commercio di banco, e la
zecca coniava ogni anno trecento cinquanta in quattrocento mila fiorini
d'oro, e venti mila lire in bilione di rame[413]. Trent'anni prima le
manifature delle lane avevano occupate un centinajo di fabbriche di più,
e date perfino cento mila pezze di stoffe; ma quelle stoffe erano molto
più grossolane, ed il loro valore minore della metà, perchè ancora non
vi s'impiegavano le lane dell'Inghilterra.

  [413] _Gio. Villani l. XI, c. 93._ Il collegio dei giudici era
  composto di ottanta in cento persone; quello de' notai di seicento.
  Eranvi sessanta tra medici e chirurgi, cento farmacisti o droghieri,
  cento quarantasei maestri muratori o falegnami, trecento maestri o
  calzolaj; non erasi potuto calcolare il numero de' merciajuoli
  perchè avevano botteghe ambulanti. _Ibid._

Tale era la prosperità della repubblica fiorentina prima che l'ambizione
e la discordia de' suoi cittadini, la gelosia, e l'avarizia dasse loro
un padrone. Allorchè ne scossero il giogo, e con uno sforzo generoso
giunsero a ristabilire la repubblica, trovaronsi spogliati di ogni loro
conquista. Gli Aretini, all'avviso che il duca d'Atene trovavasi
assediato dal popolo, presero le armi per ricuperare la loro libertà,
attaccarono la fortezza fabbricata dai Fiorentini nella loro città, e
costrinsero Guelfo Bondelmonti, suo comandante, a darla in loro potere.
In pari tempo i Tarlati con i Ghibellini d'Arezzo occuparono Castiglione
Aretino[414]. I Pistojesi cacciarono la guarnigione fiorentina, e
spianarono il castello che occupava, ricuperarono Serravalle, la chiave
del loro territorio, e ripristinarono il governo de' loro padri, quello
del popolo e della libertà[415]. Santa Maria a Monte e Montopoli, due
castelli in altri tempi tolti ai Lucchesi, si ribellarono, e presero a
governarsi come terre indipendenti; altrettanto fecero Colle e san
Gemignano; e per ultimo ancora Volterra prese le armi, a ciò consigliata
da Ottaviano de' Belforti, ch'era già stato signore di questa città; ma
in cambio di racquistare la perduta libertà, mutò la signoria del duca
d'Atene con quella del suo domestico tiranno.

  [414] _Gio. Villani l. XII, c. 16._

  [415] _Storie Pistolesi p. 496._

I Fiorentini frattanto, dopo ch'ebbero cacciato il duca, pensarono al
ristabilimento della loro repubblica, ed alla riforma delle leggi. Il
Vescovo, gli ambasciatori di Siena ed i quattordici cittadini eletti
durante la sedizione cercavano di conciliare le pretese delle opposte
fazioni. Prima di tutto mutarono la divisione della città, e ridussero a
quattro i sei quartieri, facendoli presso a poco eguali di popolazione e
di ricchezze, i quali dovevano avere un'eguale rappresentanza nella
suprema magistratura[416].

  [416] Nell'antica divisione i due sestieri d'Oltr'Arno e di san
  Pietro Scheraggio comprendevano essi soli la metà di tutta la città.
  I quattro nuovi quartieri furono santo Spirito (Oltr'Arno), santa
  Croce, santa Maria Novella, e san Giovanni.

Ma era più facile assai il ricondurre all'uguaglianza i diversi
quartieri della città, che non i diversi ordini dei cittadini. I nobili
erano esclusi dal governo in forza dell'ordinanza di giustizia. I ricchi
borghesi avevano formata più tardi una nuova oligarchia, che non
eccitava meno la gelosia del popolo, di quello che si facesse altra
volta l'oligarchia della nobiltà. A guisa dei nobili avevano essi
palazzi fortificati, grandi possedimenti in campagna, vassalli, clienti,
ed una numerosa famiglia; essi educavano nelle case loro una gioventù
orgogliosa; e per dirlo in una parola, univano tutti que' mezzi di forza
e di resistenza che possono rendere pericoloso un ordine di cittadini.
L'abuso del passato potere, faceva temere che tentassero di rinnovarlo;
e loro si rinfacciavano tutte le perdite fatte dalla repubblica per la
mala fede di Mastino della Scala, per la guerra di Lucca, per la
tirannide del duca d'Atene. La gelosia ed il desiderio di dominare
manifestavasi egualmente nelle inferiori classi del popolo, e già sotto
il nome di mezzi borghesi e di artigiani si distinguevano due separati
ordini di cittadini, le di cui rivalità difficilmente si sarebbero
potute conciliare.

Venticinque deputati di ogni quartiere, otto nobili e diecisette
cittadini, furono chiamati dal vescovo e dai commissarj del popolo a
formare una _balìa_ per riunire i diversi partiti, e dare una nuova
forma alla costituzione. La balìa decise che, avendo tutti i cittadini
preso parte alla distruzione della tirannia, dovevano tutti partecipare
alla libertà. La balìa non volle riconoscere che due ordini nella
nazione, il popolo e la nobiltà; attribuì al primo i due terzi degli
onori pubblici, l'altro terzo ai secondi; e sospese il rigore
dell'ordinanza di giustizia, affinchè i delitti de' grandi fossero
puniti colle forme e le leggi comuni agli altri cittadini.

Ma i grandi non si videro appena usciti dall'oppressione in cui vissero
sì lungo tempo, che presero a vendicare le ingiurie fin allora sofferte
in silenzio. Molti loro nemici furono uccisi non solo nelle campagne, ma
nelle contrade e nelle piazze della città, senza che le leggi comuni
avessero forza di reprimere o punire tanta audacia. Una generale
indignazione secondò la gelosia de' borghesi; perfino alcuni nobili
unironsi al popolo, ed il 22 settembre del 1343, non ancora compiuti due
mesi dopo la cacciata del duca d'Atene, cominciò una sedizione sulla
pubblica piazza de' priori, ed i quattro nobili che sedevano nella
signoria, furono forzati dalle minacce e dalle grida del popolo ad
uscire del palazzo ed a rinunciare alla loro magistratura[417].

  [417] _Gio. Villani l. XII, c. 18._

Ma i nobili non si ritrassero per altro dalle difese. Uno di loro,
Andrea Strozzi, cercò d'ammutinare il popolaccio contro i borghesi; ma
dissipati i sediziosi da lui adunati, fu costretto di sottrarsi colla
fuga ad una condanna di morte[418]. I suoi consorti facevano entrare in
città i loro vassalli e contadini, e gli armavano; si diceva pure che
avevano domandato ajuto alla nobiltà immediata degli Appennini, ai
Pisani ed ai tiranni di Lombardia. Ma il popolo li prevenne; chiamato
dai Medici alle armi nel quartiere di san Giovanni, attaccò i palazzi
degli Ademari-Cavicciuoli situati in vicinanza della cattedrale, e dopo
una lunga accanita zuffa, gli sforzò a capitolare; le loro barricate
furono atterrate, disarmati e dispersi i loro clienti; ma rispettate le
loro persone e le proprietà. Dopo questa vittoria il popolo assediò
successivamente tutti i palazzi fortificati. Non poteva opporsi lunga
resistenza alle forze di tutti adunate contro un solo; i Donati ed i
Cavalcanti furono i primi a sottomettersi, maggior tempo resistettero i
gentiluomini che abitavano oltr'Arno e che avevano afforzate le teste
dei ponti; ma occupato finalmente dal popolo il ponte della Carraja,
s'arresero subito i Frescobaldi, i Nerli ed i Rossi; le case de' Bardi
furono prese d'assalto, saccheggiati e distrutti ventidue palazzi di
questa famiglia[419].

  [418] _Ivi, c. 19._

  [419] _Gio. Villani l. XII, c. 20._

Dopo tale vittoria fu creata una nuova balìa per cambiare un'altra volta
la costituzione. La signoria continuò ad essere composta di un
gonfaloniere di giustizia e di otto priori delle arti e della libertà,
scelti due per ogni quartiere. Di questi nove magistrati dovevano
prendersene tre a sorte da ciascheduna classe del popolo. Dodici buoni
uomini e sedici gonfalonieri delle compagnie furono dati per consiglieri
alla signoria[420].

  [420] _Gio. Villani l. XII, c. 21, p. 903._

L'ordinanza di giustizia contro i grandi fu rimessa in attività colle
modificazioni volute dall'equità; e fu ristretto ai più vicini parenti
del reo l'obbligo di rispondere per il commesso delitto, che prima
estendevasi a tutti i membri d'una nobile famiglia; cinquecento trenta
famiglie furono cancellate dal ruolo della nobiltà, per essere poste in
quello dei popolani. Gli uni col loro impoverimento, o coll'estinzione
di molti rami collaterali avevano cessato d'ispirar timore; altri colla
lodevole loro condotta eransi meritata la benevolenza del popolo, onde
alcune delle più illustri case di Firenze furono ascritte alla classe
de' popolani[421].

  [421] Come gli Spini, gli Scali, i Brunelleschi, i Compiombesi, i
  Giandonati, i Guidi, alcuni Tosinghi, ed i conti di Certaldo e di
  Puntorno. _Gio. Villani l. XII, c. 22._

Mentre i Fiorentini venivano agitati da queste interne rivoluzioni,
cercavano di mantenersi in pace colle vicine potenze, affinchè i nemici
del nuovo governo non trovassero appoggio presso i nemici dello stato;
perciò il 16 novembre ratificarono il trattato che il duca d'Atene aveva
fatto coi Pisani, aggiugnendovi soltanto alcune nuove condizioni[422].

  [422] _Ivi, c. 24._

Dopo la conquista di Lucca pareva che la repubblica di Pisa tenesse il
primo rango tra gli stati toscani. Pistoja e Volterra, staccandosi dai
Fiorentini, eransi poste sotto la sua protezione, e l'alleanza che i
Pisani avevano contratta coi Visconti poteva moltiplicare le sue
risorse[423]. Ma l'ultima guerra aveva costato ai Pisani un milione e
mezzo di fiorini, le antiche contese tra la nobiltà ed il popolo si
andavano ravvivando, e Lucchino Visconti, invece d'essere un utile
alleato, doveva ben tosto riconoscersi per un terribile nemico.

  [423] _Cronica di Pisa t. XV, p. 1014._

Mentre Betto dei Sismondi aveva condotte al signore di Milano le truppe
ausiliarie della repubblica pisana, Giovanni Visconti d'Oleggio
cospirava in Pisa unito ad un altro Sismondi[424] e ad alcuni capi
dell'antica nobiltà. Volevano essi richiamare i figli di Castruccio, e
cacciare fuori di città il conte della Gherardesca, in allora capitano
generale. Ma, scopertasi la trama, uno de' congiurati perdette la testa
sul palco, altri cacciati in bando, e furono spianate le loro case, e
Giovanni d'Oleggio costretto ad uscire vergognosamente da Pisa. Avutane
notizia il signore di Milano, fece imprigionare i Pisani che militavano
nella sua armata, e rimandò Oleggio in Toscana con due mila cavalli per
vendicarsi; ma quest'armata avanzatasi per la via di Pietra Santa e di
Lucca, essendo poi entrata nelle Maremme, dovette combattere un clima
più pericoloso che i nemici. Onde dopo avere perduta molta gente senza
essersi azzuffata colle truppe pisane, fu richiamata dal Visconti il
quale fece la pace con Pisa nel 1345[425].

  [424] Guelfo Buzzaccherini, secondo la cronaca di Pisa, o
  Bartolomeo, secondo quella di Pistoja.

  [425] _Cron. di Pisa t. XV, p. 1012-1015. — Storie Pistol. Anon. p.
  490-505. — B. Marang. Cron. di Pisa, p. 697. — Gio. Villani l. XII,
  c. 28, e 37._

E per tal modo questa guerra tra le due prime potenze d'Italia non si
rese notabile per alcuno importante avvenimento; lo che non sarebbe
accaduto se Pisa avesse conservata sotto i suoi ordini la bella
cavalleria colla quale aveva protetto l'assedio di Lucca; ma quand'ebbe
sottoscritto il suo trattato di pace col duca d'Atene, si era data
premura di licenziarla, e quell'armata che già militava sotto i suoi
ordini, erasi resa indipendente: nuova potenza senza stati e senza
sudditi, e che non essendo composta che di soldati, era appunto per tale
motivo più formidabile. Un avventuriere tedesco, che facevasi chiamare
il duca Guarnieri, aveva proposto ai soldati che si licenziavano dai
Pisani, di rimanere uniti e di fare la guerra per conto loro. Si obbligò
di pagare il soldo ai militari che volessero servire sotto di lui, e con
ciò ottenne senza difficoltà d'essere riconosciuto per capo da uomini
che guerreggiavano per mestiere e non per dovere. Non proponevasi già
Guarnieri di fare in Italia qualche conquista di paese, ma solamente di
taglieggiare tutti quelli che si proporrebbe di trattare come nemici.
Quando sortì di Pisa la sua armata, ch'egli intitolò la grande
compagnia, contava due mila cavalli. Si diresse colla medesima verso il
territorio di Siena con intenzione d'abbandonarlo al saccheggio, e ne'
pochi giorni che durò la marcia ingrossò l'armata con molte
reclute[426].

  [426] _Gio. Villani l. XII, c. 8. — Cron. di Pisa t. XV, p. 1012._

Le repubbliche ed i piccoli principi d'Italia non potevano opporre che
una debole resistenza a queste formidabili compagnie che cominciarono in
quest'epoca a minacciare l'esistenza di tutti gli stati. La loro
formazione era sempre inaspettata; e siccome niun sovrano teneva in
tempo di pace al suo soldo un grosso corpo di truppe, niuna forza
trovavasi in istato di opporre loro una valida resistenza. E
quand'ancora i soldati arruolati in queste compagnie non fossero stati
superiori di numero, l'abitudine della guerra dava loro un infinito
vantaggio sulle milizie che dovevano combatterli. Se in cambio venivano
loro opposti altri soldati mercenarj, erano questi sempre disposti ad
abbandonare i loro stendardi per entrare nella compagnia; in ogni evento
essi non si battevano che mollemente, non dimenticandosi mai che
potrebbero in breve trovare vantaggioso un asilo in seno ai loro
fratelli d'arme, entrando a parte dei loro pericoli e dei loro guadagni.
La più sfrenata licenza regnava nel campo di questi assassini: gli
stessi capi applaudivano ai loro eccessi per guadagnarsi l'amore dei
soldati, ed allettare un maggior numero di reclute ad arruolarsi sotto
le loro insegne. Essi non si vergognavano di verun delitto o crudeltà;
ed il duca Guarnieri accoppiava al titolo di signore della grande
compagnia quelli di _nemico di Dio, della pietà e della misericordia_.
Aveva fatti incidere questi odiosi titoli sopra una lastra d'argento che
portava per ornamento sul petto[427].

  [427] _Istorie Pistolesi t. XI, p. 489._

I cittadini sienesi, che non sospettavano nè meno di vedere turbata la
profonda pace di cui godevano, furono all'impensata assaliti da questi
feroci soldati, che, non contenti del saccheggio delle case e delle loro
mandre, cercavano frequentemente di levar loro il danaro, sottoponendoli
a crudeli torture. Il governo non sapeva come difendere i suoi sudditi,
che fuggivano all'avvicinarsi degli assassini, seco portando gli effetti
che avevano potuto sottrarre al saccheggio; e la città riempivasi di
contadini, di donne, di vecchi. Frattanto Guarnieri, cui la signoria
faceva chiedere la ragione di quest'attacco, le offeriva di uscire
all'istante dal territorio di Siena per la tenue somma di dodici mila
fiorini. Egli voleva ostentare in faccia ai più deboli stati le
umilianti condizioni che accordava alla repubblica di Siena, onde
maggiormente atterriti dall'avvicinamento della compagnia si
sottoponessero più facilmente ancor essi alle condizioni ch'egli
crederebbe loro d'imporre[428]. In fatti i Sienesi gli pagarono la
chiesta contribuzione, e Guarnieri, abbandonando il loro territorio, si
gettò in quello di Montepulciano, di Città di Castello e di Perugia, le
quali tre città, per non esporsi a maggiori danni, furono costrette di
pagare la taglia che volle Guarnieri.

  [428] _Stor. Pistol. p. 487. — And. Dei Cron. Sanese t. XV, p. 105._

Dopo avere sparso il terrore in tutto il patrimonio di san Pietro,
Guarnieri piegò bruscamente a sinistra, ed attraversò la Romagna,
mettendola a fuoco e sangue. Era in allora questa provincia divisa fra
molti piccoli tiranni, nemici gli uni degli altri, sebbene troppo deboli
per farsi la guerra: perciò ognuno di loro offriva danaro a Guarnieri,
perchè danneggiasse i suoi rivali; poi era ognuno costretto di pagare
altro danaro per liberarsi dalle sue molestie. Francesco degli
Ordelaffi, signore di Forlì, impegnò il duca ad attaccare Rimini, ove
comandava Malatestino de' Malatesta; e Ferrantino Malatesta approfittò
di quest'occasione per ribellarsi contro il suo parente; onde il
territorio di Rimini fu per tutto un mese saccheggiato dagli assassini
della compagnia, i quali nel susseguente mese guastarono il Cesenatico,
benchè Cesena appartenesse a Francesco degli Ordelaffi che gli aveva
chiamati in Romagna[429].

  [429] _Cronaca Riminese t. XV, p. 900._

Conosceva Guarnieri il pericolo di rimanere in una provincia così lungo
tempo da ridurre gli abitanti agli estremi di prendere in comune le armi
contro di lui. Perciò sempre avanzandosi d'uno in altro stato, senza
mettere distinzione alcuna tra amici e nemici, era omai pervenuto ai
confini del territorio bolognese. Per quanto far potesse di male nel suo
passaggio, un nemico era sempre meno odioso ai repubblicani di Bologna,
del tiranno che gli opprimeva; il primo guastava le campagne a guisa di
passaggero turbine, l'altro corrompeva il principio dell'esistenza, come
que' pestilenziali miasmi de' pantani che infettano l'aria. I Gozzadini,
i Beccadelli, e tutti i vecchi amici della libertà recaronsi al campo
del duca, promettendogli quante ricchezze sapeva desiderare, se cacciava
di Bologna Taddeo dei Pepoli, e ridonava alla libertà quest'antica e
potente città. Ma il generale tedesco preferiva alle promesse de'
fuorusciti le immediate offerte del signore di Bologna, che aveva
trovato alla testa di tre mila cinquecento cavalli in vicinanza di
Faenza. La battaglia era dubbiosa, e la vittoria non lo avrebbe
compensato del sangue che gli sarebbe costata. Accettò dunque sessanta
mila lire di Bologna, che Taddeo Pepoli gli fece dare a titolo del soldo
di due mesi dovuto alle sue truppe, ed attraversò pacificamente il
territorio bolognese, conducendo la grande compagnia nello stato di
Modena[430].

  [430] _Cron. di Bologna t. VIII, p. 387._

In questa breve campagna aveva Guarnieri levate ragguardevoli
contribuzioni, e le sue truppe eransi arricchite col saccheggio; onde il
capitano ed i soldati desideravano del pari di tornare in Germania per
godervi tranquillamente le ammassate ricchezze. Ma non sembrava loro che
la Lombardia, che dovevano attraversare, potesse facilmente essere vinta
o intimidita come i piccoli stati che avevano fino allora posti a
soqquadro. Guastarono, gli è vero, una porzione del territorio di
Modena, di Reggio, di Mantova finchè non si trovarono a fronte con
ragguardevoli forze i marchesi d'Este ed i Gonzaga, spalleggiati da
Mastino della Scala, dai Pepoli e dallo stesso Luchino Visconti.
Guarnieri non conosceva ancora tutto il vantaggio che la compagnia
avrebbe avuto sulle truppe che gli venivano opposte; egli non aveva
ancora perfezionata con una lunga pratica quell'arte del saccheggio
che doveva ancora esercitare molti anni, ed acconsentì, per una grossa
somma di danaro, che gli venne pagata dai principi lombardi, di
ricondurre in Germania la formidabile sua truppa, divisa in così piccoli
corpi, che non potessero incutere spavento alle province che egli
attraversava[431]. Guarnieri ed i suoi soldati più non ricomparvero in
Italia finchè tutto ebbero dissipato ne' vizj e nelle dissolutezze il
danaro ammassato colle rapine.

  [431] _Istor. Pist. p. 990. — Cortusior. Hist. l. VIII, c. 10, p.
  909. — Chron. Estensa t. XV, p. 408._

Se le burrascose passioni delle repubbliche, se la debolezza delle
piccole signorie esponevano le prime a frequenti rivoluzioni e le altre
a crudeli vessazioni, nè meno i grandi stati d'Europa erano in
quell'epoca più felici o più tranquilli, perciocchè trovavansi tutti in
preda ad accanite guerre, o internamente divisi da violenti rivoluzioni.
La Germania era agitata dagl'intrighi della corte pontificia, che si
valeva della gelosia e dell'ambizione de' principi per tenere
perpetuamente vive le guerre civili. Giovanni di Boemia erasi fatto capo
dei nemici dell'imperatore, e la sua attività aveva ridotto l'impero a
mal termine ed accresciuti gl'imbarazzi di Luigi di Baviera. La Francia,
perduto il suo antico splendore sotto il rovinoso regno di Filippo di
Valois, veniva saccheggiata dagl'Inglesi; ma in pari tempo le vittorie
d'Edoardo III non riuscivano meno funeste all'Inghilterra, spogliandola
d'uomini e di danaro. La Spagna consumava le proprie forze nelle guerre
civili suscitate dalle tiranniche imprese dei due Pietri, il crudele di
Castiglia, ed il cerimonioso d'Arragona. Per ultimo il regno di Napoli,
avendo perduto il vecchio re Roberto, trovavasi nuovamente esposto
all'anarchia ed alle convulsioni da cui l'aveva preservato sessant'anni
il regno dei principi Angioini.

Roberto era morto in Napoli il 19 gennajo del 1843 in età di ottant'anni
dopo un regno di oltre trentatre anni[432]. Suo nipote Cariberto, o sia
Carlo Uberto, re d'Ungheria, cui Roberto aveva sottratto il regno di
Napoli, era morto sei mesi prima di lui, il 14 luglio del 1342, a
Visgrado, dopo avere regnato quarantadue anni[433]. Il primo lasciava
erede una figlia di suo figlio, chiamata Giovanna, maritata ad Andrea,
secondo figlio di Cariberto. Il primogenito Luigi, re d'Ungheria, era
succeduto al padre.

  [432] _Gio. Villani l. XII, c. 9. — Dominici de Gravina Chron. de
  rebus in Apulia Gestis t. XII, p. 553._

  [433] _Antonii Bonfinii Rer. Hungar. Dec. II, l. X, p. 254._

Pochi sovrani godettero così alta riputazione di sapere e di virtù al
pari di Roberto, re di Napoli; ma la pubblica opinione, indulgente per i
principi, colloca spesse volte tra gli uomini grandi coloro che, se
fossero privati, non uscirebbero dalla mediocrità. La costante
protezione da Roberto accordata ai letterati, e l'equità di molte sue
leggi, gli meritarono in parte a giusto diritto gli elogi del suo
secolo: ma devonsi rimproverare alla sua avarizia gli arbitrj dati ai
giudici di permettere che si scontasse col danaro la pena dei
delitti[434]; alla sua ambizione l'aver fomentato l'odio tra Guelfi e
Ghibellini, quando era già cessato il motivo dei loro partiti, e di
avere suscitate quasi tutte le guerre che lacerarono, durante il suo
regno, l'Italia e la Germania, dalle quali ne derivarono a' suoi stati
più mali che prosperità. Il regno della nipote Giovanna fece dimenticare
i suoi falli, e diede all'Italia gravi motivi di desiderare una più
ferma e felice amministrazione.

[434] Tra le sue _lettere arbitrali_ vedasi la 4.ª _de componendo et
commutatione pœnarum_, colla quale autorizza i giudici _in certa
quantitate pecuniæ componere pro curiæ nostræ parte. Gian. l. XXII, c.
5, t. III, p. 251._

La regina Giovanna contava soltanto sedici anni quando successe a suo
avo, ed Andrea, suo cugino e suo sposo, era nato pochi mesi prima di
lei. Molti principi del sangue, figliuoli de' fratelli di Roberto[435],
facevano splendida e voluttuosa la corte di Giovanna, e cercavano a gara
il favore de' giovanetti sposi, onde governare lo stato in loro nome.
Sebbene i sovrani fossero più inclinati ai piaceri che alla gloria o al
potere, davano di già non equivoci indizj di rivalità. Gelosi l'uno
dell'altro, ma egualmente incapaci di amministrare il regno, nè il re,
nè la regina sapevano soffrire che l'altro volesse regnare in proprio
nome[436]. Andrea, figliuolo di Cariberto, nipote di Carlo Martello e
pronipote di Carlo II, pretendeva d'essere il legittimo erede del trono.
Vero è che suo padre era stato soppiantato da Roberto; ma dopo la morte
di questi risguardavasi come rientrato negli originarj suoi
diritti[437]; e gli Ungari che aveva seco condotti, ed in particolare un
monaco, detto frate Roberto, suo principale consigliere, cercavano di
fomentare questa sua pretesa onde avere poi esclusivamente nelle loro
mani l'autorità reale. D'altra parte Giovanna ed i principi del sangue
suoi cugini sostenevano che legittima era stata la successione di
Roberto e convalidata dall'approvazione di Clemente V l'anno 1309; e che
un re, riconosciuto legittimo dal suo popolo nel corso di trent'anni,
non poteva essere altrimenti considerato come un usurpatore. Roberto,
che prima di morire aveva già veduto gl'indizj di questa gelosia, si era
fatto sollecito di consolidare i diritti della nipote. Aveva richiesto
da tutti i baroni suoi feudatarj, e dagli ufficiali della corona, che
prestassero il giuramento di fedeltà a Giovanna; ed aveva nel suo
testamento ordinato che si dilazionasse la coronazione d'Andrea fino
all'epoca in cui questo principe toccherebbe i ventidue anni[438].

  [435] Filippo di Taranto e Giovanni di Durazzo, fratelli di Roberto,
  avevano ambidue lasciati tre figli; Roberto, Luigi e Filippo di
  Taranto; Carlo, Luigi e Roberto di Durazzo.

  [436] _Domin. de Gravina de rebus in Apulia gestis, p. 554._

  [437] Il re Luigi d'Ungheria, fratello d'Andrea, acconsentì nel 1344
  a pagare 44,000 marche alla corte pontificia per ottenere da
  Clemente VI che per diritto di successione coronasse Andrea, re di
  Sicilia. _Contin. Chr. Hungar. Jo. de Thwrocz a Jo. Archid. de
  Kikullew, p. III, c. 4, p. 176. Scrip. rer. Hungar, t. III._

  [438] _Matteo Villani Ist. Fiorent. t. XIV, l. I, c. 9._

In questa corte, la più colta ad un tempo e la più corrotta d'Europa, il
principe ungaro aveva conservata la natìa rozzezza. Orgoglioso ed
iracondo dava il nome di ribellione alla più leggiera resistenza, e di
oltraggio al sorriso o al silenzio de' cortigiani della regina.
Disprezzava i costumi e gli usi de' Napoletani, e non pertanto credevasi
continuamente oggetto delle loro derisioni; sdegnavasi di non avere che
il titolo di duca di Calabria, di non essere re che per i cortigiani, e
di non potere pretendere da tutti ubbidienza[439]. Fu spesso udito
minacciare la regina, i principi del sangue, ed i principali baroni del
regno, aspettando ogni giorno una bolla pontificia che acconsentisse
alla sua coronazione, onde sullo stesso stendardo reale destinato a tale
cerimonia aveva fatto dipingere al di sopra de' suoi stemmi due
stromenti di supplicio, la mannaja e la scure, quasi per annunciare che
dall'istante in cui regnerebbe, farebbe giustizia de' suoi nemici, ai
quali volle anticipatamente mostrare questa bandiera[440].

  [439]

    «Oltraggio chiamo io l'alterigia, i modi
    Superbi, usati a me dagli insolenti
    Ministri, o amici, o consiglieri, o schiavi;
    Ch'io ben non so come a nomar me gli abbia,
    Quei che intorno ti stanno. E oltraggi chiamo
    Quanti ogni giorno a me si fan; del nome
    Appellarmi di re, mentre mi è tolto
    Non che il poter, perfin la inutil pompa
    Apparente di re; vedermi sempre
    Più a servitù che a libertà vicino;
    E i miei passi e i miei detti, opre e pensieri,
    Tutto esplorarsi, e riferirsi tutto.»
          _Alfieri in Maria Stuarda Att. II, Sc. 3._

  [440] _Domin. de Gravina Chron. rer. Apulia p. 559._

Andrea aveva sospetta la regina di tenere colpevoli pratiche con Luigi
di Taranto, suo cugino; e la pubblica opinione accreditava tali
sospetti, accusando inoltre la regina d'altri secondari amori. Caterina,
madre dei principi di Taranto, che portava il titolo d'imperatrice di
Costantinopoli, dava l'esempio della più scandalosa scostumatezza, ed
avendo la più alta influenza sul cuore della sua pronipote, favoreggiava
le di lei pratiche con Luigi, sperando di potere coll'allontanare Andrea
dalla corona farla dare a suo figliuolo. La regina Sancha, vedova di
Roberto, abborriva tanta corruzione, ed erasi ritirata in un convento,
ove morì un anno dopo il consorte; onde più veruno salutare rispetto
contener poteva la piena di questa voluttuosa corte.

Gl'intriganti che avvicinavano la giovane regina, non si appagarono di
averle ispirata avversione per Andrea; ma mirando a disfarsi d'un
principe, di cui avevano a temere le vendette ed il collerico
temperamento, fomentavano la criminosa passione della regina per suo
cugino: poi tutt'ad un tratto l'atterrivano riferendole i sospetti e le
minacce del marito; talvolta ancora gli parlavano del bene de' suoi
popoli, del tiranno cui permetterebbe di regnare sopra di loro,
rappresentandogli come un atto virtuoso il delitto che gli proponevano
di commettere. In mezzo a tante seduzioni, Giovanna, strascinata,
sedotta dalla sua passione, permise ai suoi cortigiani di servirla,
acconsentendo alla loro trama senza volerne conoscere le circostanze.

Il conte d'Artusio, bastardo del re Roberto, e Filippina la Catanese,
confidente della regina, si fecero capi della congiura[441]. Ottennero
che la corte abbandonasse Napoli in settembre del 1345, per villeggiare
in un luogo solitario, nel convento di san Pietro di Morone o dei
Celestini posto a poca distanza d'Aversa. La notte del 18 di settembre,
mentre Andrea stava a letto a canto alla regina, alcune cameriere
vennero ad avvisarlo essere giunte da Napoli importanti notizie, e che i
consiglieri lo aspettavano per avere i suoi ordini. La regina
mostrossene turbata, e cercò di trattenere il marito; ma questo
impotente rimorso fece luogo al timore[442]. Andrea uscì, e le cameriere
chiusero dietro lui le porte della camera della regina.

  [441] Gli altri congiurati erano, Bertrando figlio del conte
  d'Artusio, Tommaso e Massolo della Lionessa camerieri del re,
  Caraffello Caraffa, i conti di Tralizzo e di Eboli, Raimondo di
  Catania, Giacomo Capanno gran marescalco, i conti della Stella, Pace
  di Turpia, e Nicola di Merizzano.

  [442] _Chron. Mutin. Joh. de Bazano t._ XV, _p._ 612.

I congiurati aspettavano Andrea nel vicino corritojo, ove appena giunto,
gli furono sopra; ma persuasi che un anello regalatogli da sua madre
fosse un talismano che gl'impedirebbe di morire di ferro o di
veleno[443], cercavano di passargli intorno al collo un laccio di seta.
Andrea difesesi vigorosamente, e ferì alcuni de' congiurati; ma
finalmente fu spinto fuori d'una finestra, ed alcuni de' congiurati, che
stavano appostati nel giardino, lo presero per i piedi, e terminarono di
strozzarlo[444].

  [443] _Domin. de Gravina Chr. de rer. Apulia p._ 560.

  [444] _Gio. Villani l._ XII, _c._ 50, _p._ 931.

La nudrice d'Andrea, chiamata Isolda, che lo aveva accompagnato a
Napoli, e che, teneramente amandolo, gli stava quasi sempre vicina,
improvvisamente risvegliata dalle grida e dal tumulto, entrò nella
camera della regina, e la vide sola seduta presso al letto nuziale
tenendosi la testa tra le mani. Le chiese affannosa ove fosse il suo
padrone; e spaventata dalla di lei risposta, si affacciò con una
fiaccola ad una finestra, onde i congiurati fuggirono, lasciando il
cadavere d'Andrea steso al suolo: l'infelice Isolda chiamando con
disperate grida alla vendetta la corte, il convento e la stessa città
d'Aversa, non lasciò tempo ai congiurati di mascherare il loro
delitto[445].

  [445] _Chron. Estense t_. XV, _p._ 421.

Giovanna, oppressa dal terrore e dal rimorso, tornò subito a Napoli seco
conducendo il cadavere dello sposo, che fu sepolto con poca pompa nella
chiesa di san Luigi[446]. Coloro che non avevano avuta parte nella
congiura, non dissimulavano l'orrore che loro ispirava così grave
delitto; ognuno si precauzionava come se fosse personalmente minacciato,
o come se questo delitto avesse tutti infranti i legami della società.
Roberto di Taranto, fratello di Luigi, armava i suoi vascelli, e
fortificava i suoi palazzi; Carlo di Durazzo eccitava il popolo a
vendicare la morte del suo re; questi, avendo sposata la sorella di
Giovanna, sperava probabilmente di succederle, quando il popolo la
privasse del trono. Finalmente la regina ed il suo amante, Luigi di
Taranto, adunavano i loro partigiani, e preparavansi a sostenere la
guerra civile di cui vedevansi minacciati.

  [446] _Tristani Caraccioli opus. historic. t. XXII, p. 12. — Domin.
  de Gravina Chr. Apul. p. 562._

Tutta l'Europa parve sollevarsi udendo tale attentato. Clemente VI, che
il 7 maggio 1342 era succeduto a Benedetto XII morto il 25 aprile, si
credette chiamato dalla sua suprema dignità e dall'alto dominio sul
regno di Napoli a punire i colpevoli che non potevano essere giudicati
dai giudici ordinarj. Incaricò pertanto Bertrando di Baux, grande
giustiziere del regno, a formare un processo contro l'uccisore del re
Andrea, e di perseguitare il delitto senza aver riguardo a veruna
persona, e senza rispetto alcuno per le secolari dignità[447]. La regina
che non ardiva proteggere i congiurati, per non confessarsi complice,
vide soggiacere alla tortura Raimondo di Catania, suo grande maniscalco;
dopo di che il grande giustiziere, facendosi portare innanzi uno
stendardo, sul quale era dipinto l'assassinio d'Andrea, venne seguito
dal popolaccio di Napoli a prendere perfino nel palazzo della regina i
suoi amici, i suoi servitori più affezionati, ed in particolare la
Catanese, confidente de' suoi più intimi segreti. Vero è che la regina
tentò alcun tempo di difenderla, ma, temendo il furore popolare,
l'abbandonò poscia ai suoi carnefici[448].

  [447] _Gio. Villani l. XII, c. 51. — Note alle Memorie per la Vita
  del Petrarca, t. II, p. 23. — Domin. de Gravina p. 564._

  [448] _Chron. Esten. t. XV, 442. — Istor. Pist. p. 513. — Memor. per
  la Vita di Petr. t. II, l. III, p. 145._

Prima d'essere condotti al supplicio, gl'imputati furono sottoposti a
terribili torture per istrappar loro la confessione del proprio delitto;
nel qual tempo uno steccato custodito dai soldati non permetteva al
popolo di udire le loro deposizioni. La Catanese morì tra gli orrori
della tortura; gli altri furono condannati ad un ributtante supplicio,
durante il quale venne loro posto un amo in bocca perchè non potessero
parlare[449].

  [449] _Gio. Villani l. XII, c. 51._

È indubitato che temevasi da coloro che venivano mandati al supplicio
l'accusa della complicità della regina; ma le precauzioni prese per
impedirla, l'accusavano ancora più apertamente. Non pertanto Giovanna
scrisse al re d'Ungheria, fratello di suo marito, per iscolparsi di un
delitto di cui l'accusava la voce pubblica. In risposta ricevette una
lettera, resa celebre dal suo laconismo. «Giovanna, gli scriveva Luigi,
i disordini della tua passata vita, l'ambizione che ti fece ritenere il
regio potere, la vendetta trascurata, e le scuse in appresso allegate,
provano abbastanza che tu sei complice della morte di tuo marito[450].»
Alcuni ambasciatori del re d'Ungheria eransi nel mese di maggio del 1346
presentati alla corte del papa chiedendo che al loro padrone fosse dato
il possesso del regno di Napoli, di cui era il più prossimo erede, e
venisse deposta Giovanna, resasi, per il commesso delitto, indegna di
regnare. In pari tempo Luigi appellava ad un altro tribunale, a quello
delle armi, invocando il valore de' suoi sudditi. Fece fare uno
stendardo sul quale era dipinto l'assassinio d'Andrea, e lo inalberò
egli stesso in su gli occhi d'una dieta ungarese per impegnare quella
valorosa nobiltà a vendicare il fratello del suo re. In appresso marciò
verso Zara, in Dalmazia, con trenta mila cavalli, sperando d'obbligare i
Veneziani a levare l'assedio di quella città che si era loro ribellata,
onde colà imbarcarsi alla volta del regno di Napoli[451].

  [450] _Johanna! inordinata vita præterita, ambitiosa continuatio
  potestatis, neglecta vindicta, et excusatio subsequuta, te viri tui
  necis arguunt consciam, et fuisse participem._ — _Bonfinius de rebus
  Hungaric. Dec. II, l. X, p. 261. — Chron. Esten. t. XV, p. 445. —
  Cron. di Bologna t. XVIII, p. 408. — Giannone Ist. Civile del regno
  di Napoli l. XXIII, t. III. p. 301._

  [451] _Bonfinius Rer. Hungar. Dec. II, l. X, p. 259. — Petri de
  Reva, De Monarchia et S. Corona Regni Hungar. Cent. VI. — In Script.
  Rer. Hung. t. II. p. II, p. 644._ (Vienna 6 vol. in foglio 1746) —
  _Joh. de Kikullew Chr. Ungaror. p. III, c. 8, p. 178. — Scr. Rer.
  Hungar. t. I._

I Veneziani, all'avvicinarsi del re d'Ungheria, afforzarono il loro
campo, guastarono il paese intorno a loro, ma non si rimossero perciò
dall'assedio, e senza esporsi all'eventualità d'una battaglia,
impedirono al re di comunicare cogli assediati, e di avanzarsi fino al
mare. Gli Ungari non tardarono a soffrire mancanza di vittovaglie ed a
conoscere l'impossibilità di attraversare l'Adriatico coperto da una
flotta veneziana; onde il re Luigi, rinunciando nel presente anno
all'impresa del regno, tornò in Ungheria onde entrare in trattati coi
suoi vicini ed assicurarsi della loro amicizia, mentre rimarrebbe
lontano da' suoi stati[452].

  [452] _Gio. Villani l. XII, c. 38, p. 938. — Hist. Pist. p. 515._

Mentre il re d'Ungheria s'impegnava in una lontana guerra, gli si
rendeva più che mai necessaria l'amicizia de' Polacchi; e fortunatamente
trovavansi unite queste due nazioni da stretta alleanza, giacchè Luigi
dal canto di sua madre Elisabetta era nipote di Loctec, re di Polonia; e
suo zio Casimiro, non avendo figliuoli, lo aveva destinato suo
successore[453]. Il re d'Ungheria era inoltre alleato dell'imperatore
Luigi di Baviera, e questo monarca, padrone del Tirolo, poteva aprire
agli Ungari le porte dell'Italia. Il nuovo papa Clemente VI aveva
rinnovate contro i Bavari le scomuniche fulminate da Giovanni XXII;
aveva rotte le negoziazioni aperte da Benedetto XII; non voleva ad alcun
patto accordare l'assoluzione all'imperatore, e non curandosi delle sue
offerte e delle sue umiliazioni non si lasciava placare dalla sua
penitenza, e voleva costringerlo alla guerra a dispetto de' suoi
scrupoli[454]. Luigi di Baviera, ridotto alle ultime estremità, accettò
le proposizioni del re d'Ungheria, promise di scendere nel susseguente
anno in Italia con suo figlio il marchese di Brandeburgo, e con il suo
alleato il duca d'Austria, allettato dalla speranza di potersi una volta
vendicare de' Guelfi, della Chiesa e di quella casa d'Angiò che pel
corso di trent'anni l'aveva tanto crudelmente perseguitato.

  [453] La successione al trono di Polonia era stata assicurata a
  Luigi fino nel 1338 nel congresso di Visgrado. _Bonfinius, decad.
  II, l. IX, p. 254._ Pure Luigi non ebbe quella corona che nel 1371,
  dopo morto Casimiro. Maritò la più giovane delle sue figlie, Adiuga,
  al principe di Lituania, che prese il nome di Ladislao Jagellon,
  facendosi cristiano. Di qui ebbe origine l'illustre famiglia de'
  Jagelloni, e le pretese della corona d'Ungheria sulla Polonia.
  _Bonfin. Rer. Hung. Dec. II, l. X, p. 273-275._

  [454] _Schmidt Hist. des Allem. l. VII, c. 7, t. IV, p. 522._

Ma il papa non poteva essere indifferente al movimento della metà
dell'Europa verso l'Italia. Allorchè assoggettava la regina Giovanna
alle criminali procedure del conte Bertrand de Baux, onde umiliare in
tal modo i troni al di sotto della cattedra di san Pietro, era ben
lontano dal voler permettere che questa regina, sua vassalla, venisse
spogliata dal re d'Ungheria, e molto meno dall'imperatore. Accrebbe
pertanto le sue pratiche per muovere contro il Bavaro nuovi nemici, e
risolse finalmente di nominare il suo successore, estremo rimedio
protratto dalla santa sede fino a quest'epoca.

A tale oggetto Clemente VI s'addirizzò a Giovanni, re di Boemia, quello
stesso che procurato aveva a Luigi la corona imperiale, e che già da più
anni mostravasi il più accanito de' suoi nemici. Giovanni era diventato
cieco, ma non aveva perduti que' militari talenti e quella rapidità che
confondeva tutti i progetti de' suoi nemici, nè quella instabilità che
gli toglieva di condurre a buon fine i proprj. Non era proponibile per
imperatore un cieco, ma suo figlio, Carlo, margravio di Moravia,
sembrava opportunissimo ai disegni del papa; onde il re di Boemia
cominciò a sollecitare a di lui favore i suffragi degli elettori.

Carlo, che acconsentiva a ricevere la corona dai preti, si portò subito
in Avignone per concertare col papa le condizioni della sua elezione.
Soscrisse una capitolazione, colla quale prometteva di abrogare tutti
gli atti di Luigi in Italia, di rinunciare ad ogni diritto sopra lo
stato ecclesiastico, e non entrarvi che con espressa licenza del papa,
di non trattenersi che un solo giorno in Roma in tempo della sua
coronazione[455]. A tale prezzo Clemente VI prometteva a Carlo tutto il
suo appoggio; e dopo avere, con una nuova bolla, dichiarato il Bavaro
infame, eretico, scismatico ed incapace di più regnare, adunò gli
elettori a Rense per nominare il successore.

  [455] Il diploma _apud Olenschlager Geschichte § 93._ — _Kaiser karl
  der vierte von Franz Martin Pelzel I. Theil, p. 143._ (2 vol. in 8
  Praga 1780) — _Schmidt, Stor. dei Tedeschi l. VII, c. 7, p. 532._ La
  vita di Carlo IV scritta da lui medesimo finisce sgraziatamente
  all'epoca della sua coronazione. _Apud R. Reim. Steinhemium, p. II,
  p. 39, v._

Baldovino fratello d'Enrico VII occupava ancora la sede elettorale di
Treveri, ed il suo suffragio era per suo nipote[456]. L'elettore di
Colonia era ugualmente attaccato alla casa di Lussemburgo; ma Enrico di
Virnebourg, elettore di Magonza, gli era contrario: perciò Clemente VI
lo depose, e nominò per succedergli un giovane di vent'anni, chiamato
Gerlach di Nassau. Rodolfo duca di Sassonia, che Luigi di Baviera aveva
spogliato del Brandeburghese, si unì ai suoi nemici per vendicarsi.
Finalmente il re Giovanni portava alla dieta di Rense il voto della
Boemia; nella quale non facendosi carico dell'assenza dell'elettore
palatino di Baviera, e del marchese di Brandeburgo figliuolo di Luigi,
il 10 di luglio fu solennemente eletto re de' Romani Carlo, margravio di
Moravia, e posto in trono.

  [456] _Epitome Rerum Bohemicarum l. III, c. 18, p. 348._

Ma nel collegio elettorale la pluralità de' suffragi non decideva di
quella degli stati e delle forze della Germania; ed il nuovo re de'
Romani chiamavasi comunemente l'imperatore de' preti. La casa di Baviera
che si era appropriata il Tirolo, il Margraviato di Brandeburgo, le
province dell'Olanda, della Zelanda e della Frisia che si era afforzata
coll'alleanza de' re d'Ungheria e di Polonia, e dei duchi d'Austria,
poteva far pentire Carlo IV dell'ardir suo, tanto più che, sei settimane
dopo la sua elezione, Giovanni di Boemia, suo padre era stato ucciso
nella battaglia di Crecy, il 26 agosto del 1346[457]. Lo stesso stato
della chiesa e l'equilibrio d'Italia potevano essere rovesciati
dall'imprudente maniera, colla quale Clemente VI provocava un potente
monarca. Il collegio de' cardinali erasene accorto, perciò non aveva
dato il suo assenso all'elezione di Carlo IV, che in seguito ad un
violento alterco, nel quale furono veduti i cardinali di Perigueux e di
Comminges sguainare i loro coltelli per azzuffarsi[458]. Ma la Chiesa fu
avventurosamente salvata dai pericoli in cui la strascinava il suo capo.
Luigi di Baviera, dopo avere avuti molti vantaggi sopra il suo rivale
pel corso d'un anno, si uccise quando meno credevasi cadendo da cavallo
l'undici ottobre del 1347. Invano i suoi partigiani offrirono la corona
ad Odoardo III re d'Inghilterra, ed a Federico margravio di Misnia. In
vista del loro rifiuto proclamarono re de' Romani Gontieri, conte di
Schwarzembourg, che a poco a poco, abbandonato dai suoi fautori, fu
costretto di rinunciare egli stesso alla corona, e venne riconosciuto
Carlo IV legittimo monarca, non meno dall'impero che dalla chiesa[459].

  [457] _Gio. Villani l. XII, c. 66. — Epit. Rer. Boemic. Balbini, l.
  III, c. 18, p. 348._

  [458] _Gio. Villani l. XII, c. 59._

  [459] _Schmidt, Storia degli Allemanni, l. VIII, c. 8, p. 540._



CAPITOLO XXXVII.

      _Cola da Rienzo dà una nuova costituzione alla repubblica
      romana. — Abbagliato dalla sua grandezza, disgusta il popolo che
      lo abbandona._

1347


Mentre gli apparecchi del re d'Ungheria per vendicare l'assassinio di
suo fratello, a sè chiamava tutti gli occhi degl'Italiani; mentre la
resistenza de' Veneziani in Dalmazia chiudeva a questo monarca il
passaggio dell'Adriatico, e che l'elezione di Carlo IV privava gli
Ungari de' soccorsi che loro poteva dare Luigi di Baviera; mentre per
ultimo si trepidava tra il timore d'un'invasione de' barbari, ed il
desiderio di vedere punito un delitto, un'inaspettata rivoluzione fissò
sull'antica capitale del mondo l'attenzione di tutta la cristianità. La
città di Roma, risvegliata da un eloquente entusiasta demagogo, riclamò
le antiche sue prerogative, e volle sottomettere alla sua sovranità il
papa e l'imperatore, che dividevansi i diritti e le spoglie del popolo
romano.

Cola da Rienzo, autore di questa rivoluzione, era un uomo di bassi
natali[460]. Non pertanto era stato ammaestrato nelle lettere, ed i suoi
singolari talenti avevangli fatti fare rapidissimi progressi. Erasi egli
in particolar modo dato allo studio degli storici e degli oratori
dell'antichità; e trovandosi in mezzo ai monumenti della gloria della
romana potenza, aveva cercato altresì d'investirsi dell'antico spirito
de' suoi concittadini. Niun altro uomo del suo secolo aveva maggiore
venerazione per l'antichità, o una più nobile emulazione per farne
rivivere le virtù; veruno aveva più profondamente studiati i costumi e
le leggi della repubblica romana, nè meglio sapeva interpretare le
iscrizioni ed i monumenti che fino allora erano stati con occhio stupido
risguardati dal popolo, senza trovarvi memoria delle virtù de' loro
antenati; verun altro uomo era animato da uno zelo più puro per il ben
comune, o da più caldo patriottismo; verun altro finalmente sapeva agli
altri comunicare con più persuasiva eloquenza i proprj pensieri e
sentimenti. Questo distinto letterato, questo profondo antiquario, dai
suoi talenti fatto capo del governo, non tardò a far conoscere che non
aveva nè il coraggio necessario per la difesa del popolo, nè la modestia
che avrebbe dovuto preservarlo dall'abbagliamento dell'inaspettata sua
grandezza, nè la cognizione degli uomini, che si acquista difficilmente
sui libri, e senza la quale un dotto non è un uomo di stato.

  [460] Suo padre Rienzo, diminutivo di Lorenzo, era oste, e sua madre
  lavandaja.

Durante l'assenza dei papi, Roma trovavasi in preda alla più turbulenta
anarchia; i baroni romani avevano afforzate tutte le castella dello
stato della chiesa, e tutti i palazzi che possedevano in città; avevano
posta guarnigione in tutti gli antichi monumenti capaci d'essere ridotti
a fortezze, e perchè nel vasto circondario delle mura di Aureliano la
metà dei quartieri era deserta, i baroni trovavansi soli padroni di
molte strade, ove avevano innalzati steccati ed altre difese in mezzo
alle ruinate case. Ma perchè non erano abbastanza ricchi per tenere
continuamente truppe regolate al loro soldo, ne confidavano la guardia
ad assassini, a persone perseguitate dai tribunali, cui accordavano la
loro protezione e l'impunità de' delitti, accordando loro un luogo
sicuro onde riporre i profitti degli assassinj[461].

  [461] _Frammenti di Storia Romana d'anonimo contemporaneo, l. II, c.
  5, p. 411. — Ant. Ital. t. III._

Per altro vedevansi ancora in Roma gli avanzi d'un governo popolare: i
tredici quartieri della città nominavano il rispettivo capo, e
l'adunanza di questi magistrati, chiamati _Caporioni_, rappresentava il
sovrano; ma non aveva nè la forza nè l'autorità per farsi ubbidire. Il
papa erasi usurpata l'elezione del senatore, e non affidava questa
sublime dignità che a nobilissimi personaggi; quindi il potere
giudiziario e la forza armata trovavansi in mano di quell'ordine contro
del quale avrebbero dovuto adoperarsi.

Il senatore chiudeva gli occhi sui disordini dei gentiluomini, non
prendendo le armi per punire i delitti che quando trattavasi di un suo
personale nemico. Allora la vendetta nazionale si esercitava in modo da
turbare maggiormente la pubblica tranquillità. I nobili scendevano
frequentemente ai più bassi intrighi per ottenere dalla corte d'Avignone
grazie o beneficj, non però essi riconoscevano nel papa un'autorità
sovrana, ed i feudatarj della Chiesa credevano di avere diritto ad una
maggiore indipendenza, che quelli dell'impero. Ne abusavano specialmente
nelle guerre civili; la rivalità delle case Colonna ed Orsini divideva
in due partiti tutta la nobiltà, e rinnovava ogni giorno le ostilità.
Cola da Rienzo quando commettevasi qualche delitto, un ratto, un
omicidio, un incendio, aveva nuovi motivi d'imputare ai nobili
l'anarchia in cui versavano i Romani; sentivasi animato contro di loro
da un odio che confondeva colle memorie della storia, da un odio
ereditato dai Gracchi; ed egli aveva ben più ragione degli antichi
tribuni, di trovare i patrizj del suo tempo degni della collera e della
vendetta del popolo.

Cola si mostrò per la prima volta rivestito di un pubblico carattere
poco dopo l'elezione di Clemente VI. Egli fu spedito ad Avignone nel
1342 per supplicare il nuovo papa di ritornare la santa sede nella sua
naturale residenza[462]. In tale deputazione sebbene gli fosse associato
il Petrarca, parlò Cola; la sua eloquenza ed il suo entusiasmo per Roma
gli avevano già guadagnata l'amicizia del poeta. Clemente VI non si
lasciava dirigere nelle sue decisioni politiche dagli oratori popolari;
ma notò lo straordinario talento del deputato romano; lo nominò notajo
apostolico con ragguardevole assegno[463], e lo incaricò di annunciare
ai suoi compatriotti che pel loro vantaggio e di tutta la cristianità
pubblicherebbe un secondo giubbileo l'anno 1350 colle indulgenze che
Bonifacio aveva accordate alla festa secolare, e che dovevano rendersi
comuni a tutte le generazioni.

  [462] _Framm. della storia Romana, l. II. c. I, p. 399._

  [463] _Memorie per servire alla vita del Petrarca, l. III, t. II, p.
  50._

Cola, di ritorno a Roma, si acquistò il rispetto de' suoi concittadini
esercitando con integrità la sua nuova carica. Cercò di ricondurre i
suoi colleghi alla stessa purità di condotta; ma dovette ben tosto
avvedersi che nulla poteva da loro sperare, e che doveva rivolgersi allo
stesso popolo se voleva far cessare l'anarchia, e rendere a Roma quella
gloria e quella grandezza, quella giustizia e quella potenza, ch'egli
enfaticamente chiamava il buono stato.

Per fare impressione sopra la moltitudine, parlò da principio ai suoi
occhi. L'impiego lo chiamava in Campidoglio; ed egli vi fece esporre un
quadro dalla banda della piazza in cui tenevasi il mercato. «Vi si
vedeva, dice lo storico di Roma anonimo e contemporaneo, un gran mare
burrascoso; nel mezzo una nave senza timone e senza vele in procinto di
affondare. Una donna stava inginocchiata sul cassero vestita di nero e
colla cintura della tristezza; aveva la veste squarciata sul petto, i
capegli sparsi, le mani incrocicchiate in atto di chi prega per essere
salvato da imminente pericolo. Vedevasi in cima al quadro un breve che
diceva: _è questa Roma_. Intorno a questo vascello stavano altri quattro
che già avevano fatto naufragio; le loro vele erano cadute, rotte le
antenne, spezzato il timone; e sopra cadauna di loro vedevansi i
cadaveri di una donna coi nomi di _Babilonia_, _Cartagine_, _Troja_,
_Gerusalemme_, ed al di sopra: _l'ingiustizia è quella che le pose in
pericolo, e che le fece finalmente perire_[464]». Quando il popolo
affollato intorno a questo quadro l'ebbe considerato alquanto, Cola si
avanzò in mezzo a tutti e con maschia eloquenza inveì contro i delitti
dei nobili che strascinavano la loro patria nell'abisso.

  [464] _Frammenti di Storia Romana, l. II, c. 2, p. 401._

Pochi giorni dopo, fece collocare nel coro di san Giovanni di Laterano
una tavola di rame con una bella iscrizione latina ch'egli aveva
scoperta. Invitò i dotti ed il popolo a venire ad interpretarla, e
quando l'assemblea fu adunata, egli si fece innanzi per leggere
l'iscrizione. Era un senatoconsulto, col quale il senato conferiva a
Vespasiano i diversi poteri de' Romani imperatori: atto di schiavitù,
nel quale erano ancora conservate le forme de' tempi liberi. Cola, poi
ch'ebbe terminata l'interpretazione, si volse al popolo adunato: «Voi
vedete, o signori, egli disse, quale era l'antica maestà del popolo
romano; egli era quello che conferiva agli imperatori, come suoi vicarj,
i proprj diritti e la propria autorità. Questi ricevevano l'essere e la
possanza dalla libera volontà de' vostri antenati, e voi, voi avete
acconsentito che a Roma fossero cavati gli occhi; che il papa e
l'imperatore abbandonassero le vostre mura, e non fossero più da voi
dipendenti. Da quell'istante la pace fu sbandita dalle vostre mura, il
sangue de' vostri nobili e de' vostri cittadini fu versato inutilmente
in private contese; le vostre forze esaurite dalla discordia, e la
città, già regina delle nazioni, diventata oggetto del loro scherno.
Romani, io ve ne scongiuro, riflettete che voi vi esponete ad essere lo
spettacolo dell'universo; il giubbileo si avvicina, i Cristiani verranno
dall'estremità del mondo a visitare la vostra città; volete che non
trovino che debolezza e ruina, che oppressione e delitti[465]!»

  [465] _Frammenti di Storia Romana, l. II, c. 3, p. 405._

I nobili, da Cola da Rienzo attaccati così gagliardamente, ascoltavano
motteggiando i suoi discorsi, e non pensando che potessero avere qualche
effetto; i cittadini andavano dicendo che un oratore romano non
cambierebbe lo stato di Roma coi quadri e colle allegorie; ma il popolo
cominciava a fermentare, e le persone suscettibili di entusiasmo erano
non meno scosse del volgo. Cola conobbe ch'era tempo di andare più
avanti, ed il primo giorno di quaresima fece affigere alla porta di san
Giorgio al Velabro una scrittura con queste sole parole: _entro pochi
giorni i Romani ritorneranno nel loro antico e buono stato_. Dopo ciò
tenne sul monte Aventino una segreta adunanza di tutte le persone che
credette animate da patriotici sentimenti. Ebbero parte a quest'unione
mercanti, letterati, ed ancora varj nobili di second'ordine. Cola da
Rienzo supplicò quest'assemblea di veri Romani, di ajutarlo a salvare la
patria; rappresentò loro la miseria, la servitù, i pericoli cui
trovavasi abbandonata la loro città patria; ricordò l'antica estensione
della romana repubblica, la fedele sommissione delle città d'Italia, che
tutte al presente erano ribellate; egli piangeva parlando, e con lui
piangevano i suoi uditori: ma ben tosto cercò di risvegliare il loro
coraggio, assicurandoli che Roma non aveva ancora perduti gli elementi
della sua potenza, che le sole imposizioni da loro pagate ogni anno
bastavano per rendere la forza al governo e sottomettere i loro sudditi
ribelli[466]; che il papa approvava gli sforzi ch'essi facevano per
repristinare il _buono stato_, e che potevano far capitale della sua
assistenza. Dopo averli raggirati con questi discorsi, Cola volle che
tutti gli adunati sul monte Aventino giurassero sul Vangelo di prestarsi
con tutte le loro forze al ristabilimento della romana libertà[467].

  [466] Lo storico Romano fa dire a Cola, che oltre la capitazione, le
  gabelle del sale e quella delle porte, le entrate di Roma
  ammontavano a trecento mila fiorini; ma vi dev'essere senza dubbio
  qualche cosa di esagerato: le entrate di Roma non potevano di que'
  tempi uguagliare quelle di Firenze.

  [467] _Frammenti di Storia Romana, l. II, c. 4, p. 409._

Era necessario valersi d'un favorevole istante per privare i nobili
della sovrana autorità. Cola avvisato, il 19 maggio, che Stefano Colonna
aveva condotto un grosso numero di gentiluomini a Corneto per iscortare
un convoglio di biade, non aspettò più oltre; fece pubblicare a suono di
trombe, in tutta la città, che chiunque dovesse nel susseguente giorno
recarsi senz'armi presso di lui, onde provvedere al buono stato di Roma.
Dalla mezza notte fino alle nove ore del mattino fece dire in sua
presenza trenta messe dello Spirito Santo, nella chiesa di san Giovanni
della Piscina; ed il 20 maggio, giorno dell'Ascensione, uscì di chiesa
armato, ma col capo scoperto. Gli stava intorno molta gioventù che
faceva risuonare l'aere con grida di giubbilo. Raimondo, vescovo
d'Orvieto, vicario del papa in Roma stava al suo fianco; tre de' più
grandi patriotti di Roma portavano i gonfaloni innanzi a lui, ne' quali
vedevansi figurati soggetti allegorici della libertà, della giustizia e
della pace. Lo scortavano cento uomini d'armi ed un'infinita moltitudine
di popolo disarmato, e tutto questo pacifico corteggio si avanzò
tranquillamente verso il Campidoglio.

Giunto al limitare dello scalone, Cola fermossi presso al Leone di
basalto, e, voltosi al popolo, lo richiese di approvare i regolamenti
per lo stabilimento del buono stato, che fece tutti leggere ad alta
voce. Questo primo schizzo di costituzione provvedeva alla pubblica
sicurezza, piuttosto che alla libertà dei diversi ordini dello stato. Si
stabiliva per ogni quartiere della città una guardia di venticinque
cavalli e di cento pedoni; alcuni vascelli guardacoste venivano
destinati lungo le rive del Tevere per proteggere il commercio, i nobili
erano privati del diritto di tenere fortezze, ed il popolo doveva avere
la guardia dei ponti, delle porte e di tutti i luoghi fortificati. In
ogni quartiere della città si dovevano stabilire pubblici granaj;
guarentire i sussidj di carità ai poveri; ed i magistrati dovevano dare
sollecito corso alle procedure ad al castigo dei delitti[468]. Queste
leggi vennero accolte con entusiasmo dal popolo adunato, che autorizzò
Cola a dar loro esecuzione, investendolo a tale effetto del suo sovrano
potere.

  [468] _Frammenti di Storia Rom. l. II, c. 6, p. 413._

Il vecchio Stefano Colonna, avuto avviso in Corneto de' movimenti del
popolo, rivolò a Roma coi suoi gentiluomini. Questo signore era ad un
tempo il più potente de' Romani baroni, ed il più amato dal papa.
All'indomani del di lui arrivo, Cola gli ordinò di uscire dalla città; e
quando seppe che il Colonna aveva con disprezzo lacerato il suo ordine,
fece suonare la campana d'allarme del Campidoglio; onde tutto il popolo
fu in armi, e Colonna ebbe appena il tempo di fuggire con un servitore
verso Palestrina. Gli altri baroni romani ebbero tutti ordine
d'abbandonare la città, ed ubbidirono. Allora tutti i luoghi fortificati
della città, le porte, i ponti ec. furono dati in custodia alle
compagnie della milizia. I più famosi banditi che da molti anni
sprezzavano la giustizia e le leggi furono mandati al supplicio; ed il
popolo adunato in parlamento conferì i titoli di tribuno e di liberatore
di Roma a Cola da Rienzo. I medesimi titoli furono pure accordati al
vescovo d'Orvieto, vicario del papa, che raggirato, come gli altri,
dalla eloquenza di quest'uomo straordinario, contribuiva di buon cuore
all'abbassamento dell'antica oligarchia ed al ristabilimento del buono
stato[469].

  [469] _Frammenti di Storia Romana l. II, c. 7, p. 415._ — Il vicario
  dei papa in Roma lo rappresentava in sua assenza per le cose
  spirituali, non per le temporali.

Il tribuno, dopo aver fatta riconoscere la propria autorità entro il
circondario di Roma, cercò di richiamare il territorio all'ubbidienza
del popolo romano. Erano le campagne di Roma sotto l'immediata
giurisdizione della nobiltà, la quale vi teneva un infinito numero di
fortezze, ed inoltre poteva far capitale della fedeltà dei contadini
suoi vassalli. Non pertanto Cola mandò ad ordinare a tutti i
gentiluomini di recarsi in Campidoglio a giurare di contribuire dal
canto loro al buono stato di Roma. Un giovane Colonna si presentò a
Cola, non mosso da desiderio d'ubbidire, ma per osservare ciò che
facevasi in città: poichè vide il tribuno in Campidoglio, circondato da
un popolo immenso, cui faceva giustizia, e sempre preparato ad eseguire
i suoi ordini, giurò sull'Eucaristia e sul Vangelo quanto gli veniva
domandato. Poco dopo si videro arrivare tre altri Colonna, un Orsini ed
un Savelli, ed altri distinti baroni, che prestarono lo stesso
giuramento. Obbligavansi tutti a spedire vittovaglie al mercato di Roma,
a mantenere la sicurezza delle strade, a proteggere le vedove e gli
orfani, ed a presentarsi in Campidoglio colle armi o senza ad ogni
richiesta. Promettevano in pari tempo di non attaccare i tribuni ed il
popolo di Roma, di non prestare asilo ai malfattori ed agli assassini, e
finalmente di non appropriarsi le entrate del comune. I gentiluomini, i
giudici, i notaj, i mercanti furono chiamati a dare lo stesso giuramento
di mantenere il buono stato[470].

  [470] _Frammenti di Storia Romana l. II, c. 8, p. 417._

Dopo una violenta anarchia, durante la quale uomini colpevoli di
orribili misfatti osavano passeggiare per le contrade di Roma con piena
sicurezza e facendo tremare i pacifici cittadini, sembrava a' Romani
d'avere ricuperata la libertà quando videro puniti gli assassini, i
furti, gli adulterj. Arbitrarie ma giuste sentenze atterrivano i
delinquenti; e l'ordine vedevasi ristabilito in Roma. La giustizia d'un
despota non era più separata da quella d'un popolo libero, e la
sicurezza del maggior numero faceva dimenticare l'arbitrario potere che
opprimeva pochi individui.

Frattanto Cola da Rienzo aveva spediti ambasciatori in Avignone per
informare il papa di quanto aveva fatto, ed averne la sua approvazione.
Le proteste del tribuno di sommissione e di ubbidienza calmarono
alquanto l'estremo terrore che prodotto aveva nella corte pontificia il
primo avviso della recente rivoluzione[471]. Era il secolo
dell'erudizione e della pedanteria: le stesse opinioni intorno agli
eterni diritti de' Romani, alla loro antica potenza, all'ubbidienza loro
dovuta dai papi, dagl'imperatori, da tutto il mondo, che avevano invaso
Cola da Rienzo, e procuratogli un caldo difensore ed entusiasta nel
Petrarca, erano poco più poco meno comuni a tutti i letterati d'Europa,
ed ottenevano a Cola partigiani che da lui si ripromettevano le più
grandi imprese. In allora, secondo lo andava con orgoglio dicendo il
Petrarca, il solo nome di Roma valeva assai. La sicurezza ridonata alle
strade nelle vicinanze di Roma risguardavasi da tutta l'Europa come un
pubblico vantaggio, perchè mantenevasi tuttavia in vigore la moda dei
pellegrinaggi, e perchè il giubbileo annunciato per l'anno 1350 andava a
richiamare la moltitudine de' fedeli nella capitale della cristianità. I
corrieri di Cola portavano una bacchetta argentata colle insegne del
popolo di Roma, del papa e del tribuno; e tale distintivo li faceva
ovunque rispettare. «Ho portata questa bacchetta, diceva uno di loro,
nelle strade delle città e nelle foreste; migliaja di persone sonosi
poste in ginocchio, e la baciarono con lagrime di gioja, riconoscenti
della sicurezza resa alle strade, e dell'espulsione degli
assassini[472].»

  [471] _Petrar. Epistolæ edit. Basil. in fol. 1071. — Mem. per la
  vita del Petrar. l. III, p. 328._

  [472] _Frammenti di Storia Romana l. II, c. 11, p. 421._

In effetto i corrieri di Cola avevano attraversata quasi tutta l'Europa,
essendo stati mandati alle città ed ai comuni della Toscana, della
Lombardia, della Campania e della Romagna, al doge di Venezia, ai
signori di Milano e di Ferrara, ai principi di Napoli, al re d'Ungheria,
al papa ed ai due imperatori eletti, per annunciar loro il
ristabilimento in Roma del buono stato, della pace e della giustizia.
_Nicola severo e clemente, tribuno della libertà, della pace e della
giustizia, illustre liberatore della santa repubblica romana_ (tali sono
i titoli ch'egli prendeva[473]) gli eccitava colle sue lettere a mandare
a Roma deputati, muniti di bastanti istruzioni, per deliberare con lui
in un'adunanza europea intorno al buono stato dell'Europa. Tutte le
strade, soggiugneva egli, sono oramai sicure, ed i pellegrini, non meno
che gli ambasciatori dei principi, possono fare senza timore il viaggio
di Roma[474].

  [473] In appresso adottò titoli più fastosi e più ridicoli:
  _Candidatus Spiritus Sancti, Miles Nicolaus, severus et clemens,
  liberator Urbis, zelator Italiæ, amator Orbis, et Tribunus
  augustus_. _Ist. Pist. p. 520. — Cron. Sanese, p. 118. — Cron. Est.
  p. 441._

  [474] _Cron. Est. p. 438._

Questi messi del tribuno furono ben accolti, e più che altrove in
Toscana: i Fiorentini onorati dal titolo di figliuoli di Roma, e Colonia
de' Romani, gli spedirono cento cavalieri, promettendo di mandarne un
maggior numero, tostochè ne avesse bisogno[475]. I Perugini gli
mandarono sessanta cavalli, cinquanta i Sienesi[476]; e l'intera Italia
mostrossi disposta ad assecondare, o fors'anco a ricevere ben tosto i
suoi ordini.

  [475] _Gio. Villani l. XII, c. 89._

  [476] _Andrea Dei Cronica Sanese t. XV, p. 118._

Ma il capo del tribuno non era abbastanza forte per resistere alla
vertigine cagionata da un inaspettato innalzamento. Pochi uomini usciti
da una classe subalterna sanno conservarsi veramente grandi in mezzo
alla prosperità. Cola da Rienzo aveva fatta impressione sul popolo di
Roma colle allegorie, seguendo in ciò il gusto del suo secolo, e lo
spirito di una nazione avida di spettacoli; proseguì anche quand'ebbe
conseguito il potere, a voler abbagliare il popolo coi medesimi mezzi; i
suoi abiti, le corone, le bandiere che portavansi innanzi a lui, le
iscrizioni sulla croce e sul globo che teneva in mano nelle processioni,
ogni cosa era simbolica e destinata ad istruire i Romani. Frattanto lo
stesso tribuno era più abbagliato da questa pompa, che il popolo
spettatore. Di già egli andava moltiplicando le feste e le ceremonie non
meno per viste politiche, che per piacere o per vanità; e dimenticando
che la sua grandezza consisteva nell'essere uomo unico e non
paragonabile a verun altro, sforzavasi d'imitare gli altri sovrani, e di
emularli nel fasto dei titoli, e nella pompa che lo circondava.
Compiacevasi di vedersi servito dai principali signori, e godeva della
loro umiliazione. La sua consorte era corteggiata dalle signore, i suoi
parenti innalzati a grandi dignità; ed egli medesimo cercava il
parentado dell'antica nobiltà maritando la sorella ad un barone
romano[477].

  [477] Lo storico anonimo di Roma ci lasciò nel suo ingenuo dialetto
  una curiosa descrizione di questa corte. «Puoi se faceva stare
  denanti a se, mentre sedeva, li baroni tutti in piedi, ritti, colle
  vraccia piecate, e colli capucci tratti. Deh! como stavano paurosi!
  aveva questo Cola una sia moglie molto iovene e bella, la quale
  quanno ieva a santo Pietro, ieva accompagnata da iovani armati.
  Delle patricie la sequitavano. Le fantecche colli sottili pannicelli
  nanti a lo visaio li facevano viento, e innustriosamente rostavano,
  che soa faccia non fosse offesa da mosche. Havea uno sio zio, Janni
  Barbieri avea nome, Barbieri fò, e fatto fò granne signiore, e fò
  chiamato Janni Roscio; ieva a cavallo forte accompagnato da
  cittatini romani. Tutti li siei parenti ievano a paro; havea una soa
  sorella bedoa, la quale voize maritare à barone de castella, ec.»
  _Frammenti di Storia Romana p. 20, p. 439._

La prosperità delle imprese di Cola e l'approvazione dell'universo che
sembrava aspettare i suoi ordini, accresceva la presunzione del tribuno.
Giovanni di Vico, signore di Viterbo e prefetto di Roma, era stato
forzato a sottomettersi: assediato dai Romani in Viterbo, ne uscì col
favore d'un salvocondotto ed era venuto in Campidoglio a gettarsi ai
piedi di Cola implorando la sua grazia e la clemenza del popolo romano,
che gli conservò il suo governo[478]. Tutte le fortezze del patrimonio
di san Pietro erano state cedute ai luogotenenti del tribuno, il quale
vedeva continuamente arrivare a Roma solenni ambascerie di Fiorenza,
d'Arezzo, Siena, Todi, Terni, Spoleti, Rieti, Amelia, Tivoli, Velletri,
Pistoja, Foligno ed Assisi. Il popolo di Gaeta gli mandò dieci mila
fiorini, i Veneziani gli fecero offerta delle loro persone e beni per
difesa del buono stato. Luchino Visconti di Milano gli scrisse
chiedendogli la sua alleanza. Vero è che gli altri tiranni d'Italia,
Taddeo de' Pepoli, il marchese d'Este, Mastino della Scala, Filippino
Gonzaga, i signori di Carrara, gli Ordelaffi ed i Malatesti avevano
ingiuriosamente risposto alle sue lettere; ma siccome il tribuno aveva
annunciato il progetto di liberare l'Italia dai tiranni, la nimicizia
loro poteva essere per lui compensata dall'affetto de' loro popoli.
Luigi di Baviera che ancora viveva colla coscienza inquieta per
scomuniche contro di lui fulminate, gli aveva scritto, pregandolo a
riconciliarlo colla Chiesa. Il duca di Durazzo, il principe Luigi di
Taranto, e la regina Giovanna l'avevano nelle loro lettere chiamato
_carissimo amico_; per ultimo il re Luigi d'Ungheria gli aveva spedita
un'ambasciata per chiedergli vendetta degli uccisori di suo fratello. Il
tribuno condusse gli araldi d'armi di quest'ambasciata innanzi al popolo
adunato, e ponendogli la corona tribunizia in sul capo, rispose loro:
_io giudicherò il globo della terra secondo la giustizia, ed i popoli
secondo l'equità_[479]. Ben tosto infatti la causa della regina Giovanna
e del re Luigi fu disputata innanzi al suo tribunale dagli ambasciatori
nominati dalle contrarie parti[480]; ma Cola non pronunciò veruna
sentenza.

  [478] _Chronic. Estense t. XV, p. 439._

  [479] _Framm. di Storia Romana l. II, c. 22, p. 443._

  [480] _Ivi, c. 24, p. 447._

Frattanto la sempre crescente vanità del tribuno l'impegnò a farsi
armare cavaliere, come se tale distinzione, che lo innalzava al rango
della nobiltà, non lo riponesse al di sotto di coloro, di cui era in
avanti padrone. Questa ceremonia si fece il primo giorno d'agosto nella
chiesa di san Giovanni di Laterano. Venne preceduta da una corte
plenaria, ove splendidissime feste furono date a tutti gli ambasciatori,
agli stranieri ed ai più distinti Romani nei tre palazzi di Laterano. La
vigilia della festa di san Pietro in Vincola, il tribuno bagnossi nella
conca di porfido, ove la tradizione dice che si era bagnato Costantino,
dopo essere guarito dalla lepra da papa san Silvestro. Cola passò la
notte nel recinto del tempio, e nel susseguente giorno si presentò al
popolo coperto di scarlatto e di vajo, facendosi cingere la spada da
messer Vico Scotto, cavaliere e gentiluomo romano[481]. Ascoltò poscia
la messa nella cappella di papa Bonifacio, durante la quale si volse al
popolo gridando: «Noi vi citiamo messer papa Clemente a venire a Roma,
sede della vostra chiesa con tutto il collegio de' vostri
cardinali[482]. Citiamo voi Luigi di Baviera e Carlo di Boemia, che vi
chiamate re ed imperatori de' Romani, e con voi tutto il collegio degli
elettori germanici, perchè giustifichino innanzi a noi i diritti che
hanno all'impero, e su quali fondamenti pretendono disporne. Dichiariamo
intanto, che la città di Roma e tutte le città d'Italia sono e devono
conservarsi libere; noi accordiamo a tutti i cittadini di queste città
la cittadinanza romana, e chiamiamo il mondo in testimonio che
l'elezione dell'imperatore romano, la giurisdizione e la monarchia
appartengono alla città di Roma, al suo popolo ed a tutta l'Italia.» In
appresso sguainando la sua spada, percosse l'aria verso cadauna delle
tre parti del mondo, ripetendo: _questo appartiene a me, questo
appartiene a me, questo appartiene a me_. Spedì subito corrieri a
portare le citazioni alla corte d'Avignone ed ai due imperatori[483]. Il
vicario del papa, vescovo d'Orvieto, che aveva assistito a tutta questa
cerimonia, rimaneva come fuor di sè vedendo tanto e così inaspettato
ardire. Chiamò per altro un notajo per protestare in faccia a lui ed al
popolo, che ciò facevasi dal tribuno senza sua saputa e senza l'assenso
del papa. Ma Cola fece subito suonare le trombe, onde i Romani non
potessero udire tali proteste[484].

  [481] _Framm. di Storia Romana l. II, c. 25, p. 449._

  [482] Il signor de Sade lascia in dubbio la chiamata del papa, ed
  adduce varj buoni motivi per distruggere la testimonianza
  dell'anonimo di Roma.

  [483] Alcune lettere mandate in tale occasione a tutte le città
  d'Italia, sono riferite da Giovanni di Bazzano, _Chron. Mut. t. XV,
  p. 609_.

  [484] _Frammenti della Storia Romana l. II, c. 26, p. 451. — Cortus.
  Histor. l. IX, c. 12, p. 923. — Chron. Esten. t. XV, p. 440._

Ciò null'ostante il vicario non rifiutò di pranzare solo col tribuno
alla tavola di marmo, mentre la moglie di Cola presiedeva nel palazzo
nuovo alla mensa di nobili signore. Altre tavole venivano servite nel
palazzo vecchio, senza distinzione di ranghi, ad abbati, a monaci, a
cavalieri, a mercanti, invitati alla ceremonia; e fin allora non erasi
altrove veduta in un banchetto tanta magnificenza[485].

  [485] _Frammenti di Storia Romana, l. II, c. 27, p. 453._

Questo fasto esauriva l'entrate di Roma, e le persone sagge cominciavano
ad avvedersene. In un pranzo dato da Cola poche settimane dopo ai
principali signori della nobiltà romana, il vecchio Stefano Colonna
propose se meglio convenisse ad un popolo l'essere governato da un
prodigo o da un avaro. Dopo molte parole Stefano sollevò il lembo del
mantello del tribuno ch'era ornato di frange d'oro e di ricami, e gli
disse presentandoglielo: «Tu stesso, o tribuno, dovresti portare i
modesti abiti de' tuoi eguali, piuttosto che questi pomposi ornamenti.»
Cola turbossi ad un rimprovero che pareva accomunarlo al volgo, ed uscì
della sala senza rispondere; ed in un primo movimento di collera ordinò
l'arresto di tutti i nobili che si trovavano nella sala. Per
giustificare questo subito rigore, disse ben tosto d'avere scoperta una
congiura che i nobili ordivano contro il popolo e contro di lui[486].
Fece adunare in Campidoglio il parlamento, o assemblea generale, per il
susseguente giorno 17 di settembre, ed annunciò che per liberare per
sempre il popolo dal giogo dell'oligarchia, disponevasi a far decapitare
tutti i nobili che avevano presa parte al tradimento. Tutto parve
disposto per quest'orribile esecuzione; nella sala de' giudizj si stese
un drappo di seta bianca screziata a colore di sangue; fu mandato ad
ogni barone un frate minore per confessarlo e dargli la comunione, ed
intanto le campane del Campidoglio suonavano per adunare il popolo. Il
vecchio Stefano Colonna, cui pesava il morire, rimandò il frate e la
comunione, dichiarando che non era disposto, e che gli affari dell'anima
sua e quelli della sua famiglia non erano altrimenti accomodati, nè lo
potevano essere così presto[487].

  [486] Nella sala furono arrestati il vecchio Stefano Colonna, Pietro
  Agapito Colonna, signore di Jenazzano, ch'era allora senatore, il
  conte Bertoldo Orsino suo collega, Giovan Colonna, Giordano,
  Rainaldo e Nicola Orsini, e Bertoldo di Vicovaro. _Frammenti di
  Storia Romana l. II, c. 28, p. 453._

  [487] _Frammenti di Storia Romana, l. II, c. 28, p. 455._

Forse il Tribuno non aveva altra mira che quella di spaventare i nobili,
e fors'anco si lasciò piegare dalle istanze de' loro amici: quando vide
il popolo adunato salì la tribuna delle arringhe, e prese per tema le
parole _dimitte nobis peccata nostra_, e si fece presso al popolo
intercessore per i baroni prigionieri; dichiarò in loro nome che questi
gentiluomini si pentivano dei loro errori, e che d'or innanzi
servirebbero il popolo con fedeltà. I prigionieri si presentarono l'un
dopo l'altro innanzi al popolo, e ricevettero la grazia a capo chino; in
seguito risguardando la loro fedeltà come indubitata, Cola accordò loro
importanti cariche, prefetture e ducati nella Campania ed in
Toscana[488].

  [488] _Idem, c. 29, p. 455._

La clemenza che tien dietro ad un'ingiusta collera, non merita in verun
caso riconoscenza; i nobili furono appena fuori delle prigioni del
tribuno e delle mura di Roma, che pensarono a vendicarsi. Il Colonna e
due Orsini presero a fortificare il castello di Marino; vi adunarono
uomini d'armi e munizioni, senza che Cola pensasse ad opporsi a questi
ostili apparecchi; in breve spiegarono lo stendardo della ribellione,
ed, occupato Nepi, abbruciarono molte castella, e portarono i loro
guasti fino alle porte di Roma[489].

  [489] _Frammenti di Storia Romana, l. II, c. 50, p. 457._

Il ristauratore della repubblica romana non era fatto per le cose della
guerra; egli non conosceva altrimenti quel valore che ammirava negli
antichi, e che pensava di far rivivere: e per tal modo l'opposizione tra
il coraggio di spirito spiegato nella sua impresa, e l'assoluta mancanza
di coraggio militare che mostrò in appresso, può sembrare
all'osservatore o ridicola o affliggente. Lungo tempo prima di prendere
le armi, cercò d'intimidire i suoi nemici colle citazioni o colle
minacce. Finalmente le grida del popolo, che non sapeva pazientemente
soffrire il guasto delle campagne, l'obbligarono a muovere la milizia
romana. Ottocento cavalli e venti mila pedoni sotto la condotta di Cola
da Rienzo si avanzarono contro i Colonna e guastarono il territorio di
Marino com'era stato guastato quello di Roma. Dopo otto giorni di
minacce piuttosto che di battaglie, il tribuno ricondusse l'armata in
città; si fece vestire in Vaticano della _dalmatica_, mantello fino
allora riservato ai soli imperatori, ed accolse con tale abito un legato
che il papa mandava a Roma per farvi rivivere la propria autorità[490].

  [490] _Frammenti di Storia Romana, l. II, c. 31, p. 459._

Frattanto i Colonna avevano, dal canto loro, fatta ribellare Palestrina;
e molti de' loro partigiani li richiamavano in Roma, assicurandoli
d'essere pronti ad aprir loro le porte tosto che li vedessero
avvicinarsi con sufficienti forze. Perciò i Colonna adunarono in
Palestrina seicento uomini d'armi e quattro mila fanti, avanzandosi poi
fino al luogo, detto il Monumento, lontano quattro miglia dalle porte.
Ma il romano valore era egualmente spento nel petto de' nobili come nel
popolo, e la lotta per difendere o per rovesciare il buono stato, la
libertà e la repubblica, trattavasi da ambo le parti con una
pusillanimità indegna di così gloriosi nomi. Benchè il tribuno avesse
ragguardevoli forze, non osava sortire di città; ma invece faceva ogni
mattina chiamare a suono di campana il popolo a parlamento; e per
incoraggiare il popolo adunato, faceva il racconto de' sogni avuti la
precedente notte, e le promesse di soccorsi a lui fatte da papa san
Martino, figlio di un tribuno di Roma, o da Bonifacio VIII, nemico dei
Colonna[491].

  [491] _Frammenti di Storia Romana l. II, c. 32, p. 461._

I nobili, dal canto loro, occupavansi ancor essi dei loro sogni; e
Pietro Agapito Colonna voleva persuadere i suoi compagni d'armi a
ritirarsi, perchè aveva veduto ne' suoi sogni sua moglie in abito di
corrotto. Malgrado questo presagio, il vecchio Stefano Colonna
presentossi ad una delle porte di Roma accompagnato da un solo
servitore, e domandò d'essere introdotto in città; le guardie lo
minacciarono, senza per altro cercare di farlo prigioniero, come
avrebbero potuto agevolmente fare. L'armata dei nobili erasi avanzata
dalla banda di Monte Testaceo[492] fin presso alla porta di san Paolo,
di dove i Colonna potevano udire la campana del Campidoglio che suonava
sempre a stormo; onde argomentarono che v'erano aspettati, e si
ritrassero dall'attaccare il popolo, tostochè ebbero perduta la speranza
di sorprenderlo. Ma senza voler venire ad un fatto d'armi, risolsero,
prima di ritirarsi, di sfilare avanti le porte in atto di sfidare il
tribuno. La truppa loro era divisa in tre battaglioni; i due primi
passarono senz'essere molestati, e la porta fu tenuta chiusa finchè
cominciò a passare il terzo battaglione, ed allora fu aperta per
rispondere colle bravate alle bravate. Il giovane Giovanni Colonna
quando vide aperta la porta sperò che i suoi partigiani se ne fossero
impadroniti, spronò il cavallo ed entrò in città, avanzandosi fino ad un
tratto d'arco. Con eguale viltà i suoi compagni d'armi lo lasciarono
solo mentre i cittadini fuggivano innanzi a lui. Quando Giovanni
s'accorse d'essere abbandonato, volle dar addietro, ma il suo cavallo
inciampò, ed il popolo affollandoglisi addosso, lo uccise mentre
domandava la vita in dono. Suo padre, il vecchio Colonna, giunto la
volta sua innanzi alla porta volle entrare per soccorrere il figliuolo,
poi ripartì quando conobbe la grandezza del pericolo; ma ferito con un
sasso lanciatogli mentre fuggiva, fu atterrato ed ucciso alla stessa
porta senza avere neppure potuto valersi delle sue armi. Gli altri
gentiluomini non tentarono nè meno di prendere parte alla battaglia,
inseguiti nella loro fuga da un popolo furibondo, che ne fece molti
prigionieri: Pietro Agapito Colonna ed il signore di Belvedere furono
uccisi in una vigna ove cercavano di nascondersi; gli altri gittarono le
armi e non si fermarono avanti di giugnere ne' loro castelli[493].

  [492] _Storie Pistolesi t. XI, p. 521._

  [493] _Frammenti di Storia Romana l. II, c. 34, p. 467._ Ho seguito
  il racconto dell'anonimo di Roma, che trovavasi presente a tale
  fatto, e che non aveva pensiere di dileggiare i suoi compatriotti.
  Non devesi per altro lasciar di dire che altri contemporanei più
  lontani da Roma, raccontarono ch'erasi combattuto da ambe le parti
  con valore ed ostinazione. _Ist. Pistol. t. XI, p. 521. — Gio.
  Villani l. XII, c. 104. — Andrea Dei Cron. Sanese, t. XV, p. 119. —
  Cron. Esten. p. 444._

La gioja del tribuno dopo questa vittoria cui aveva presa sì poca parte,
fu tanto più smoderata, quanto più grande era stata la sua paura. Tornò
trionfante in Campidoglio, e depose innanzi all'immagine della Vergine
in Araceli la sua bacchetta tribunizia, e la sua corona d'argento a
foglie d'ulivo. Arringò in seguito il popolo, e si vantò d'aver
abbattute quelle teste che nè gl'imperatori nè i papi avevano potuto mai
far piegare. Finalmente non permise che si rendessero gli onori funebri
ai cadaveri dei Colonna[494]: ma invece di approfittare della vittoria e
di assediare Marino, che i nobili avrebbero, in quel primo istante di
terrore, abbandonato, perdette un tempo prezioso nelle feste ed intorno
a ridicole cerimonie; armò cavaliere della vittoria suo figliuolo, nel
luogo medesimo in cui era stato ucciso Stefano Colonna; accrebbe le
imposte per pagare i soldati, e ne consumò i proventi in un fasto
insensato. Frattanto il popolo s'andava da lui alienando; vedeva
Giordano Orsini portare la desolazione fino sulle porte di Roma; vedeva
che il tribuno era incapace di far rispettare il suo governo, e lo
accusava egualmente degli errori che gli vedeva commettere e degli
oltraggi che gli facevano i suoi nemici.

  [494] _Frammenti di Storia Romana, l. II, c. 56, p. 469._

Il legato che Clemente VI aveva spedito a Roma, chiamavasi Bertrando di
Deux; il quale manteneva corrispondenza colla nobiltà romana, e dopo il
suo arrivo in Italia erasi formato una svantaggiosa opinione del
tribuno. Passando per Siena aveva detto a que' magistrati, che Cola da
Rienzo era un nemico della chiesa; che il papa disponevasi a farlo
processare per delitto di ribellione, onde pregava la repubblica a
richiamare le truppe ausiliarie che gli aveva fin allora
somministrate[495]. Non pertanto il legato era stato ricevuto, entrando
in Roma, da Cola da Rienzo con segni di profondo rispetto per la sua
persona e per il pontefice; era stato presentato al popolo in pieno
parlamento, ed assicurato dell'ubbidienza della repubblica e del suo
capo. Ma Bertrando di Deux non si appagò di queste esteriori
dimostrazioni di sommissione; egli volle privare il popolo dell'autorità
per renderla alla nobiltà romana che godeva il favore del papa e del
collegio de' cardinali: perciò fece alleanza con Luca Savelli e
Sciarreta Colonna; ed accusando il tribuno di eresia, fulminò contro di
lui una sentenza di scomunica.

  [495] _Cron. Sanese di And. Dei t. XV, p. 119._

Un altro ancora più pericoloso nemico e più intraprendente armavasi in
pari tempo contro Nicola da Rienzo. Giovanni Pepino, conte di Minorbino,
esiliato dal regno di Napoli, dove aveva, col mezzo di assassinj,
tentato di vendicare la morte del re Andrea[496], erasi rifugiato in
Roma con alcuni de' suoi compagni d'armi, accostumati com'egli a
disprezzare gli ordini e le leggi. Il tribuno, avvisato dei disordini
che commettevano e degli omicidj di cui si rendevano colpevoli, volle
arrestarli, o costringerli ad uscire di Roma: ma il conte di Minorbino
erasi fatto forte coll'alleanza del legato e dei Colonna; e con cento
cinquanta cavalli si pose nel quartiere ove i Colonna tenevano i loro
palazzi, ed avevano più partigiani che altrove; vi si afforzò con
barricate; e rimandò con disprezzo coloro che gli portavano gli ordini
del tribuno.

  [496] _Dom. de Gravina Chron. de reb. in Apulia gestis._

Cola da Rienzo andò ad attaccare con una compagnia di cavalleria le
barricate del conte di Minorbino, e nello stesso tempo fece suonare a
stormo la campana di sant'Angelo Pescivendolo. Ma tutto quel giorno e
tutta la seguente notte il popolo non volle prendere le armi sebbene la
campana suonasse sempre. I Romani rifiutavansi ugualmente di combattere
contro il conte di Minorbino, o di difenderlo, non prendendo verun
interesse alla sorte di questo straniero; perciò non pensavano nè a
seguire il suo esempio, resistendo al tribuno, nè ad approfittare di
quest'occasione per ribellarsi. Erano omai diventati affatto
indifferenti per quel _buono stato_ tanto pomposamente annunciato, poi
trovato così poco stabile; erano stanchi delle rappresentazioni teatrali
e delle arringhe del tribuno; determinati di aspettare tranquilli gli
avvenimenti, e non di prepararli essi medesimi.

Frattanto molto popolo erasi adunato in Campidoglio, ma disarmato; il
tribuno lo arringò, ma inutilmente; parlò della propria amministrazione,
del bene che aveva fatto, di quello che voleva fare; imputò all'altrui
invidia d'aver posti ostacoli a' suoi benefici progetti, pianse,
sospirò, e la sua eloquenza seppe ancora farsi strada al cuore, di modo
che i sospiri e le lagrime del popolo risposero alle sue; ma non perciò
si vide tra i suoi uditori alcun movimento coraggioso, niuno gli
annunziò una vittoria facile ad ottenersi. «Dopo aver governato sette
mesi, disse alla fine, io deporrò adunque la mia autorità;» e niuna voce
fu udita per fargli una dolce violenza per pregarlo di tenere ancora le
redini del governo. Allora Cola da Rienzo fece suonare le trombe
d'argento, e coperto di tutte le insegne della sua dignità, accompagnato
da tutti coloro che trovavansi dipendenti dalla sua fortuna, e dai suoi
soldati, scese dal Campidoglio, attraversò in pompa Roma quasi in tutta
la sua lunghezza ed andò a chiudersi in Castel sant'Angelo. Sua moglie
si trasvestì per seguirlo; e tre giorni dopo la sua ritirata i baroni
esiliati rientrarono in Roma, che ricadde all'istante in uno stato di
anarchia peggiore di quella che precedette il governo del tribuno[497].

  [497] _Frammenti di Storia Romana l. II, c. 38, p. 475. — Gio.
  Villani l. XII, c. 104. — Chron. Estense t. XV, p. 446._

La rivoluzione che rovesciò Cola da Rienzo, ebbe luogo il 15 dicembre
del 1347, meno di sette mesi dopo essersi fatto capo della repubblica.
In questo breve spazio di tempo, quest'uomo aveva dato al mondo un
maraviglioso esempio del poter dell'eloquenza e dell'entusiasmo che il
nome e le memorie di Roma eccitavano in tutta l'Europa, come pure
dell'inebriamento cui si espone il dotto che dalla sua biblioteca viene
portato sul trono, e che non ha potuto prepararsi che coi libri
all'esercizio del sovrano potere.


FINE DEL TOMO V.



TAVOLA CRONOLOGICA DEL TOMO V.


  CAPITOLO XXIX. _Nuovi capi dell'impero e
  della chiesa. — Guerre di Genova. — Guerra
  universale in Italia. — Papa Giovanni XXII
  scomunica e depone Luigi IV di Baviera,
  re de' Romani._ 1314-1323                              _pag._ 3

            Differenze fondamentali tra i caratteri
              delle razze diverse degli uomini                  3
            Il carattere degl'Italiani formato dai
              borghesi delle città, quello degli
              Spagnuoli dalla nobiltà delle campagne            4
            Una nuova nobiltà, che non era feudale,
              era stata creata nelle città d'Italia             6
            Ogni spirito cavalleresco distrutto in Italia       8
            L'invenzione del sistema dell'equilibrio delle
              potenze devesi al 14º secolo                      9
            I Fiorentini mirarono in tutto il
              quattordicesimo secolo a mantenere
              quest'equilibrio                                 10
            Tale equilibrio giovando al mantenimento
              della libertà interna indebolisce
              l'esterna potenza di una nazione                 11
            La divisione dell'Italia in molti stati fu
              tanto utile nel quattordicesimo secolo,
              quanto fatale in appresso                        12
            Gl'Italiani non erano in tale epoca
              minacciati da esterni nemici                     13
            Funesta sorte delle città invase da un
              principe italiano                                15
            Cosa sarebbe stato dell'Italia se un usurpatore
              l'avesse avuta tutta in suo potere               16
            In quale epoca le nazioni devono sagrificare
              l'interno equilibrio al bisogno di difendere
              la loro indipendenza                             18
            Quest'epoca cominciò per l'Italia in sul
              finire del regno di Carlo V                      20
            Condotta dei papi d'Avignone rispetto
              all'Italia ed alla Germania                      21
       1314 Rivalità delle case d'Austria e di Luxemburgo
              all'istante dell'elezione d'un nuovo
              imperatore                                       22
            La casa di Luxemburgo fa eleggere Luigi IV
              di Baviera, e quella d'Austria Federico          24
            Carattere dei due pretendenti all'impero           25
            Illegali consacrazioni e coronazioni
              dei due imperatori                               26
       1314 Anarchia d'Italia durante l'interregno             27
            Papa Clemente V pretende di succedere
              all'imperatore durante la vacanza dell'impero    28
            Questo pontefice muore il 20 aprile del 1314       29
            Il conclave di Carpentras sforzato a
              disciogliersi da una banda di sediziosi          32
            Giacomo d'Ossa eletto due anni dopo a Lione
              il 7 agosto 1316 prende il nome di Giovanni
              XXII                                             33
            Potenza di Roberto, re di Napoli,
              capo del partito guelfo                          34
            Talenti e carattere dei capitani ghibellini,
              e di Matteo Visconti loro capo                   35
            Matteo Visconti attaccato senza vantaggio
              dai generali di Roberto                          36
       1315 Matteo occupa Pavia, Tortona ed Alessandria        38
       1316 Giovanni XXII tenta di rianimare in Lombardia
              il partito guelfo                                39
       1317 Matteo Visconti scomunicato dal papa per non
              avere deposta l'autorità conferitagli
              dall'imperatore                                  39
            Tutte le forze dei due partiti chiamate a
              Genova dalle turbolenze di quella città          40
       1317 Principio della guerra civile di Genova
              in febbrajo del 1314                             41
            I Ghibellini divisi tra di loro abbandonano
              ai Guelfi la loro città                          41
            I Ghibellini riconciliati nel loro esilio
              invocano l'assistenza di Matteo Visconti
              e di Cane della Scala                            42
       1318 Assedio di Genova cominciato dai Ghibellini
              in marzo del 1318                                43
            Il re Roberto vuole chiudersi in
              Genova per difenderla                            44
            Il re Roberto nominato dal popolo
              signore di Genova                                44
       1319 Egli sforza i Ghibellini di tutta l'Italia
              adunati innanzi a Genova a levare l'assedio
              di questa città il 5 febbrajo del 1319           46
            Abusa della sua vittoria                           47
            Il re lascia Genova, ed i Ghibellini
              ricominciano subito l'assedio                    47
            I marchesi d'Este, spogliati dal papa della
              loro eredità, s'uniscono al partito ghibellino,
              ed il 15 agosto del 1317 ricuperano
              la sovranità di Ferrara                          49
            Bertrando del Poggetto cardinal legato
              viene dal papa mandato in Lombardia              51
       1320 Filippo di Valois, dietro istanza del papa,
              scende in Italia per attaccare i Ghibellini      52
       1320 Filippo si lascia chiudere tra il Po ed il
              Ticino, e si ritira dopo un vergognoso
              trattato coi Visconti                            53
       1321 Raimondo di Cardone, altro generale dei Guelfi,
              viene battuto dai Visconti                       54
       1322 Il papa ricorre a Federico d'Austria,
              offerendosi di riconoscere la sua elezione,
              invece dell'assistenza che gli domanda           55
            Il Visconti dopo avere illuminato Federico
              intorno alla politica del papa, lo persuade
              a richiamare l'armata spedita
              contro i Ghibellini                              57
            Matteo Visconti onorato del nome di grande;
              suo carattere                                    58
            Matteo perde tutt'ad un tratto il suo vigore       61
            Suoi trattati colla chiesa, cui
              desidera di sottomettersi                        62
            Sua morte accaduta il 22 giugno del 1322           63
            Sedizioni dirette contro Galeazzo
              Visconti suo figlio e suo successore             64
            Galeazzo costretto a fuggire da Milano il
              giorno 5 novembre del 1322                       65
            Rientra in Milano il 12 dicembre dello
              stesso anno, e ricupera la sua signoria          67
       1322 Perdite avute dai Ghibellini negli stati
              della chiesa. Federico di Montefeltro,
              signore d'Urbino, Osimo e Recanati, è
              massacrato il 26 aprile del 1322                 68
       1323 Gli ambasciatori di Lodovico di Baviera
              venuti in Italia per ristabilire la pace,
              si dichiarano per Galeazzo Visconti
              allora assediato in Milano                       69
  1314-1322 Guerra civile tra i due imperatori in Germania     70
       1322 28 settembre. Vittoria di Lodovico di Baviera
              sopra Federico d'Austria a Muhlndorf             71
       1323 Collera del papa contro Lodovico a cagione de'
              soccorsi dati ai Visconti                        73
            8 di ottobre. Prima sentenza di Giovanni XXII
              contro Lodovico                                  75
            Protesta dell'imperatore                           76
       1324 Il 22 di marzo il papa scomunica l'imperatore,
              deponendolo e dichiarandolo incapace
              di regnare sopra l'impero                        78

  CAPITOLO XXX. _Principj di Castruccio Castracani. —
  Rivoluzioni nelle repubbliche
  toscane. — Tirannia dell'abate di Paciana
  a Pistoja. — Rotta de' Fiorentini ad
  Altopascio._ 1320-1325                                       80

            Lega delle città guelfe della Toscana              80
            Carattere di Castruccio, capo
              del partito guelfo di Lucca                      82
       1320 Castruccio si fa accordare la signoria
              dal senato di Lucca                              82
            Castruccio attacca i Fiorentini, saccheggia
              Val d'Arno e la Lunigiana                        85
       1321 I Fiorentini attaccano a vicenda
              Castruccio senza effetto                         86
       1322 In maggio. Rivoluzione di Pisa: sono esiliati
              i capi della nobiltà                             88
            Castruccio cerca di approfittare di queste
              turbolenze per sorprendere Pisa                  88
            Porta la guerra sul territorio di Pistoja          89
            L'abate di Paciana, promettendo la pace al
              popolo, usurpa la signoria di Pistoja            90
            Intelligenza dell'abate di Paciana
              con Castruccio                                   90
       1323 L'abate viene soppiantato da Filippo
              Tedici suo nipote                                93
            Castruccio invade lo stato fiorentino,
              e minaccia Prato                                 95
            Armamento de' Fiorentini per respingerlo,
              loro presunzione                                 97
            Discordia tra la nobiltà ed il popolo              98
            I Fiorentini lasciano in balìa della sorte il
              rinnovamento de' loro magistrati                102
       1323 Inconvenienti del nuovo metodo d'elezione         103
            Potenza di Bologna; celebrità
              di quella università                            105
            Sedizione eccitata dagli scolari per cagione
              di Giacomo di Valenza                           107
            Romeo de' Pepoli si dichiara pel partito
              degli scolari, per aprirsi la strada
              alla tirannide                                  109
            Romeo de' Pepoli viene esiliato
              il 17 di luglio del 1321                        110
            Castruccio tenta di occupare Pisa                 111
       1324 Intrighi di Castruccio in Pistoja
              presso Filippo de' Tedici                       112
       1325 Il 5 maggio, acquista la signoria di Pistoja
              e ne prende possesso                            113
            I Fiorentini danno il comando della loro
              armata a Raimondo di Cardone                    115
            Il Cardone occupa i passaggi della Gusciana       116
            Assedia e prende il castello di Altopascio        117
            Castruccio riceve soccorsi da Galeazzo Visconti   118
            Obbliga il Cardone a dimorare in una
              svantaggiosa posizione                          118
            Gli dà battaglia il 23 settembre del 1325         121
            Intera disfatta dei Fiorentini.
              Cardone è fatto prigioniero                     122
       1325 Castruccio va ad accamparsi presso
              le porte di Firenze                             123
            Fa correre due pallj sotto le sue mura            124
            Entra in Lucca trionfante                         126

  CAPITOLO XXXI. _La Sardegna tolta ai Pisani
  dal re d'Arragona. — Il duca di Calabria
  signore di Firenze. — Spedizione in Italia
  dell'Imperatore Luigi di Baviera. — Grandezza
  e morte di Castruccio Castracani._ 1324-1328                129

            I Pisani rinunciano a poco a poco alla
              navigazione ed al commercio marittimo           130
            Importanza della loro Colonia in Sardegna         131
       1323 Congiura contro di loro di Ugo Bassi
              dei Visconti                                    131
            Egli fa uccidere nel giorno 11 aprile
              del 1323 tutti i Pisani stabiliti in Sardegna   132
            La Sardegna è invasa da Alfonso re d'Arragona     133
            Sforzi de' Pisani sotto il comando di Manfredi
              della Gherardesca per difendere la Sardegna     134
       1324 Assedio e presa della città di
              Chiesa e di Castro di Cagliari                  135
            I Pisani cedono la Sardegna al re d'Arragona
              il 10 giugno del 1326                           139
       1325 I Ghibellini lombardi attaccano Bologna           139
       1325 Rotta de' Bolognesi a Monteveglio
              il 15 novembre del 1325                         140
            I Guelfi chiedono soccorso a Roberto
              re di Napoli                                    141
       1326 Il 13 gennajo i Fiorentini accordano per
              dieci anni la signoria della loro città
              al duca di Calabria figlio del re Roberto       142
            Inazione del duca di Calabria e dell'armata
              da lui condotta a Firenze                       144
       1327 Bologna si dà al legato del papa
              Bertrando del Poggetto                          145
            Luigi di Baviera arriva a Trento, e presiede
              al congresso dei Ghibellini d'Italia            146
            Vuole vendicarsi del papa e l'accusa d'eresia     149
            Prende la corona di ferro in Milano
              il 30 maggio del 1327                           151
            Fa imprigionare Galeazzo Visconti, e
              s'impadronisce delle sue fortezze e
              delle sue truppe                                154
            Egli accusa i Visconti in una dieta d'avere
              tradita la causa dei Ghibellini                 155
            Castruccio sollecita Luigi di Baviera
              a passare in Toscana                            156
            Gli apre il castello di Pietra Santa, e gli
              fa prendere la strada di Pisa                   157
       1327 Lo induce a far arrestare tre ambasciatori
              pisani, per servirgli d'ostaggio                158
            Luigi di Baviera assedia Pisa e la sforza
              ad aprirgli le porte                            162
            Luigi erige in ducato gli stati di Castruccio     163
       1328 Marcia con Castruccio alla volta di Roma          164
            Luigi si fa coronare in Vaticano
              il 17 gennajo senza l'autorizzazione
              del papa                                        167
            Fa cominciare un processo contro
              il papa, cui dà un successore                   168
            Pistoja viene sorpresa da un
              luogotenente del duca di Calabria               169
            Castruccio torna in Toscana ed assedia Pistoja    170
            La costringe a capitolare il 3 agosto del 1328    172
            Cade infermo in conseguenza
              delle sostenute fatiche                         173
            Galeazzo Visconti, che trovavasi al suo soldo,
              s'ammala ancor esso e muore                     173
            Castruccio muore il 3 settembre del 1328.
              Suo carattere                                   174
            Suo figlio maggiore prende possesso
              di Lucca e di Pisa                              176
            Debole ed impotente condotta di Luigi di Baviera  177
       1328 Suo colloquio a Corneto con don Pedro di Sicilia  178
            Morte di Carlo, duca di Calabria, signore
            dei Fiorentini, il 9 novembre del 1328            179

  CAPITOLO XXXII. _Grandezza di Firenze. — Ritirata
  di Luigi di Baviera e ruina de'
  suoi alleati. — Campagna in Italia di
  Giovanni di Boemia._ 1328-1333                              181

            Carattere dei Fiorentini                          181
            Loro progressi nelle arti del disegno;
              Giotto ed i suoi allievi                        183
       1328 Riformano la loro costituzione dopo la
              morte del duca di Calabria                      184
            Fanno in maniera che tutti i grandi interessi
              dello stato siano rappresentati nel governo     185
            Si dispongono a liberare i loro
              vicini dal giogo dei tiranni                    188
            Ingratitudine e perfidia di Luigi
              di Baviera verso i suoi partigiani              189
            Tratta coi Visconti per vender loro Milano        190
            Parte de' suoi soldati l'abbandona
              e si fortifica al Ceruglio                      191
       1329 Luigi di Baviera occupa Lucca il 6 marzo
              del 1329, e vende in seguito quella città
              a Francesco Castracani                          192
       1329 I figli di Castruccio scacciati ancora da
              Pistoja, si rifugiano tra le montagne           193
            Luigi di Baviera parte dalla Toscana
              l'undici aprile del 1329                        194
            Pistoja viene abbandonata ai Fiorentini
              dai Panciatichi il 24 maggio 1329               195
            Val di Nievole si sottomette
              volontariamente ai Fiorentini                   197
            Marco Visconti coi Tedeschi del Ceruglio
              s'impadronisce di Lucca il 15 aprile            199
            Offre di vendere quella città ai Fiorentini       200
            Ajuta i Pisani a scacciare dalle
              loro mura la guarnigione dell'imperatore        201
            I Tedeschi rinnovavano l'offerta
              di vendere Lucca ai Fiorentini                  202
            Vendono finalmente questa città a Gherardino
              Spinola emigrato di Genova                      204
            La città di Modena tolta a Passerino Buonacossi
              da una sedizione il 5 giugno del 1327           205
       1328 Congiura dei Gonzaghi di Mantova
              contro Passerino Buonacossi                     207
            Passerino viene ucciso il 4 agosto
              del 1328, e Luigi da Gonzaga si fa
              signore di Mantova                              208
       1329 Azzo Visconti chiude in faccia a Luigi di
              Baviera le porte di Milano                      209
            Luigi di Baviera torna in Germania                210
            Azzo Visconti fa assassinare suo zio perchè
              godeva il favore del popolo                     211
            Cane della Scala, ultimo dei capitani
              ghibellini, muore il 22 luglio del 1329,
              dopo avere sottomesse Padova e Treviso          212
       1330 I due capi dell'impero e della chiesa
              ugualmente sprezzati dal loro partito           214
            Giovanni di Boemia, figlio di Enrico VII,
              diventa l'idolo della Germania                  217
            Intraprende a farsi l'arbitro ed
              il pacificatore dell'Europa                     219
            Passa in Italia ed a lui si danno
              volontariamente tutte le città della
              Lombardia                                       220
       1331 Gherardino Spinola gli offre pure la
              signoria di Lucca                               222
            I Fiorentini che assediavano Lucca entrano
              in guerra col re di Boemia                      224
            Il legato Bertrando del Poggetto
              sembra d'accordo col re Giovanni                225
            Il re Giovanni torna in Germania per
              combattere contro i suoi nemici                 227
       1332 I signori ghibellini di Lombardia
              gli dichiarano la guerra                        228
            Lega del re Roberto e de' Fiorentini
              coi Ghibellini di Lombardia                     229
            Il re di Boemia ottiene soccorsi
              dal papa Giovanni XXII                          232
       1333 L'armata del legato, suo alleato, viene
              battuta presso Ferrara il 14 aprile del 1333    233
       1333 Ribellione della Romagna contro la Chiesa         234
            Il re Giovanni vende a diversi signori le
              città che si erano a lui date, e lascia
              l'Italia il 15 di ottobre del 1333              236

  CAPITOLO XXXIII. _Mastino della Scala s'innalza
  sopra le ruine del re di Boemia, e
  del legato Bertrando del Poggetto. — Viene
  abbassato dalle repubbliche di Fiorenza
  e di Venezia._ 1333-1338                                    237

            Spirito delle due fazioni guelfa e Ghibellina     237
       1333 Prosperità dei Fiorentini; celebrano
              alcune feste                                    240
            Terribile inondazione del primo novembre 1333     241
            I signori cessionarj di Giovanni di Boemia
              fanno lega con Bertrando del Poggetto           245
       1334 Rivoluzione di Bologna contro Bertrando del
              Poggetto, accaduta il 17 marzo del 1334         246
       1334 I Fiorentini ricevono il legato
              sotto la loro protezione                        248
            Morte di Giovanni XXII accaduta in Avignone
              il 4 dicembre del 1334                          250
            I teologi lo avevano accusato
              d'eresia, e forzato a ritrattarsi               252
            Elezione del suo successore Benedetto XII         253
            I Fiorentini di concerto coi principi lombardi
              attaccano i signori cessionarj del re di
              Boemia                                          255
       1335 Mastino della Scala acquista
              Lucca a nome dei Fiorentini                     256
            Vuole conservare quella città e
              rendersi potente in Toscana                     257
            Eccita la nobiltà di Pisa a prendere
              le armi contro il popolo                        257
            I Fiorentini intimano invano a
              Mastino di rendere loro Lucca                   260
       1336 Essi muovono guerra a questo signore              261
            Pietro Saccone dei Tarlati, signore d'Arezzo,
              alleato di Mastino                              263
            Siena, Perugia e Bologna alleate dei Fiorentini   265
            Tentativi dei Fiorentini per assicurarsi
              l'alleanza di Venezia                           267
       1336 Trattato d'alleanza tra le due repubbliche
              fatto il 21 giugno del 1336                     268
            Pietro de' Rossi di Parma generale
              della loro armata                               269
            Ardire ed abilità di Pietro de'
              Rossi nella prima campagna                      271
            I Fiorentini stabiliscono capo della
              giustizia un conservatore con autorità
              arbitraria                                      272
            Amministrazione tirannica di Jacopo
              Gabrielli d'Agobbio conservatore                273
       1337 I Fiorentini comperano la signoria d'Arezzo       274
            Eccitano nuovi nemici contro
              Mastino della Scala                             276
            Pietro de' Rossi offre ajuto ai
              malcontenti di Padova                           277
            Congiura di Marsilio ed Ubertino
              di Carrara a Padova                             279
            Marsilio di Carrara proclamato signore di
              Padova il 3 di agosto                           280
            Morte di Pietro de' Rossi accaduta
              il 7 agosto del 1337                            280
            Rivoluzione di Brescia contro
              Mastino della Scala                             281
       1338 Luigi di Baviera non può entrare in Italia
              per soccorrere Mastino                          282
            I Veneziani trattano separatamente con
              Mastino il 18 dicembre del 1338                 283
       1338 I Fiorentini costretti di accettare il
              trattato di pace l'undici febbrajo del 1339     285
            Perdite fatte nel commercio de' Fiorentini        285

  CAPITOLO XXXIV. _Bologna sottomessa da Taddeo
  de' Pepoli. — Guerra de' Mercenarj o
  di Parabiago. — I Genovesi creano il doge. — Celebrità
  del Petrarca: viene coronato
  in Campidoglio._ 1338-1341                                  288

            Prosperità di Bologna sotto il
              governo del partito guelfo                      288
            Popolarità di Taddeo de' Pepoli                   290
            Trionfo della sua fazione in un tumulto
              popolare il 27 aprile del 1334                  291
            Secondo sollevamento popolare e seconda
              vittoria della stessa fazione il 7 luglio
              del 1337                                        292
            Taddeo de' Pepoli si fa proclamare
              signore dai soldati                             294
            Viene riconosciuto dal consiglio
              di Bologna e dal papa                           295
            Mastino della Scala cerca di
              vendicarsi di Azzo Visconti                     296
       1338 I mercenarj dell'armata della lega
              custodiscono in pegno i sobborghi di Vicenza    296
       1339 Lodrisio Visconti propone loro
              di condurli a Milano                            299
            Formazione della compagnia di san Giorgio
              comandata da Lodrisio Visconti                  300
       1339 Battaglia di Parabiago tra la compagnia e
              Lucchino Visconti il 20 febbrajo                301
            La compagnia viene distrutta da cinque
              combattimenti datisi nello stesso giorno        302
            Azzo Visconti ottiene in Pisa il
              diritto di cittadinanza                         304
            Muore improvvisamente il 16 agosto del 1339       305
            Sedizione de' marinaj genovesi
              al servizio della Francia                       306
            Portano lo spirito di ribellione
              tra il popolo di Genova                         307
            Sedizione di Savona diretta contro i nobili       309
            Il popolo di Genova accorda la dignità di doge
              a Simone Boccanigra il 23 settembre 1339        312
            Vigorosa amministrazione del
              Boccanigra primo doge di Genova                 313
            Stato convulsivo di tutta l'Italia                314
            Gloria attaccata alle lettere;
              zelo per lo studio                              316
       1340 La corona d'alloro offerta nello stesso tempo
              al Petrarca in Roma ed in Parigi                319
            Carattere del Petrarca                            320
            Sua origine e prima sua educazione                321
            Maestri sotto i quali studiò in Bologna           323
       1341 Forma da lui data alla poesia italiana            325
            Suoi amori                                        328
            Viaggi in Germania ed in Italia                   332
            Prima d'essere coronato in Roma domanda di
              sottoporsi a pubblico esame                     333
            Egli va a Napoli presso il re
              Roberto in marzo del 1341                       333
            Debolezza del re Roberto; sua
              avarizia e sua pedanteria                       334
            Roberto esamina il Petrarca in tre giorni
              consecutivi, e lo dichiara degno dell'alloro
              poetico                                         337
            Petrarca coronato in Campidoglio dal
              senatore di Roma l'otto aprile 1341             338

  CAPITOLO XXXV. _I Fiorentini comprano Lucca,
  mentre i Pisani l'occupano colle armi. — Guerra
  tra le due repubbliche. — Tirannide
  del duca d'Atene in Firenze._ 1340-1343                     340

       1340 Prosperità del commercio fiorentino               340
            Peste in Firenze nel 1340                         342
            Tentativi del partito oligarchico; crudeltà
              di Jacopo Gabrielli d'Agobbio                   343
            Cospirazione contro il Gabrielli
              e contro l'oligarchia                           344
            Viene scoperta; esilio dei Bardi
              e dei Frescobaldi                               345
       1341 I figli di Giberto da Coreggio tolgono Parma
              a Mastino della Scala                           346
            Mastino perduta perciò ogni comunicazione
              con Lucca cerca di venderla                     347
            I Fiorentini risolvono di comperarla
              a carissimo prezzo                              348
            I Pisani pensano di opporvisi                     349
            I Pisani in luglio assediano Lucca                350
            I Fiorentini entrano in campagna
              nel susseguente agosto                          352
            La città di Lucca viene da Mastino
              consegnata ai Fiorentini                        353
            I Fiorentini sono disfatti il 2 ottobre
              del 1341 alle porte di Lucca                    355
            I Fiorentini domandano soccorso
              a Luigi di Baviera                              356
            Malatesta coll'armata fiorentina
              rientra nello stato di Lucca                    357
            Gualtieri di Brienne, duca d'Atene,
              passa per Firenze                               358
       1342 Il Malatesta coll'armata fiorentina
              s'allontana da Lucca                            361
            Lucca s'arrende ai Pisani il 6
              di luglio del 1342                              361
            Malcontento dei Fiorentini, che danno al duca
              d'Atene il titolo di capitano di giustizia      363
            Severità del duca d'Atene contro
              diversi membri dell'oligarchia                  364
       1342 La nobiltà ed il popolo favoriscono
              il duca d'Atene                                 365
            Vien chiesto ai priori di dargli la signoria      366
            Rifiuto del gonfaloniere di giustizia             367
            Intrighi del duca per essere eletto
              dal parlamento                                  368
            Compromesso tra la signoria ed il duca            368
            La sovranità viene dal popolo deferita al duca
              l'otto settembre del 1342                       370
            Il duca cerca di consolidare l'usurpata
              tirannide                                       372
            Fa la pace coi Pisani, e loro cede Lucca          373
            Primi sintomi del malcontento de' Fiorentini      374
       1343 Il duca per sua difesa contrae
              alleanza cogli altri tiranni d'Italia           376
            Sdegno di tutte le classi del popolo
              contro il duca                                  377
            Tre congiure formate contro di
              lui nello stesso tempo                          378
            Una di queste viene scoperta il 18 luglio
              del 1343                                        380
            Il duca vuole punire ad un tratto
              tutti i suoi nemici                             380
            Tutti i cittadini armansi contro il duca          382
            Il duca assediato nel suo palazzo acconsente
              al supplicio de' suoi ministri                  385
       1343 Rinuncia alla signoria, e parte da Firenze
              il 26 luglio del 1343                           387

  CAPITOLO XXXVI. _Firenze dopo la cacciata
  del duca d'Atene. — Grande compagnia
  del duca Guarnieri. — La regina Giovanna
  succede a Roberto, e fa morire
  suo marito. — Carlo IV eletto in opposizione
  a Luigi di Baviera._ 1343-1346                              388

            Perdite fatte dai Fiorentini in tempo della
              tirannide del duca                              388
            Entrate della repubblica dal 1336 al 1338         389
            Sue spese nella stessa epoca                      390
            Popolazione di Firenze                            395
            Stato del suo commercio                           396
       1343 Rivoluzione d'Arezzo, Pistoja,
              Colle, san Gemignano e Volterra                 397
            Nuova costituzione de' Fiorentini                 400
            La nobiltà nuovamente ammessa
              ai pubblici onori                               400
            Se ne fa privare un mese dopo                     403
            Giovanni Visconti d'Oleggio conspira a
              Pisa per farsene sovrano                        405
  1343-1345 Guerra tra questa repubblica ed i Visconti        405
            Grande compagnia formata in
              Toscana dal duca Guarnieri                      406
            Essa saccheggia le campagne di
              Siena, e mette la città a contribuzione         408
  1343-1345 Opprime uno dopo l'altro i
              piccoli principi della Romagna                  410
            Obbliga il tiranno di Bologna
              a comperare la pace                             411
            Si divide di concerto coi signori di Lombardia,
              ed i suoi soldati tornano in Germania           412
       1343 Guerra civile in tutta l'Europa                   413
            Morte di Roberto, re di Napoli,
              il 19 gennajo del 1343                          414
            Gelosia tra la regina Giovanna ed il re
              Andrea, suo cugino e suo marito                 416
       1343 Minacce e progetti di vendetta del re Andrea      419
       1345 Trama dei cortigiani della regina
              contro il re Andrea                             420
            Andrea strozzato presso la porta della camera
              della regina il 18 settembre 1345               422
            Gli stessi principi del sangue prendono le
              armi contro la regina                           423
       1346 Il papa nomina un giudice per
              punire gli uccisori del re                      424
            Supplicio de' principali confidenti
              della regina                                    425
            Luigi d'Ungheria accusa la stessa
              regina di complicità                            426
            S'innoltra fino a Zara per passare
              nel regno di Napoli                             427
            Non potendo attraversare l'Adriatico, fa la
              pace co' suoi vicini e preparasi a fare per
              terra il giro del Golfo                         427
       1346 Il papa vuole opporre un nuovo imperatore a
              Luigi di Baviera alleato del re d'Ungheria      429
            Fa eleggere Carlo IV figlio del
              re Giovanni di Boemia                           431
            Morte inaspettata di Luigi di Baviera,
              accaduta il 10 ottobre del 1347                 433

  CAPITOLO XXXVII. _Cola da Rienzo dà alla
  repubblica romana una nuova costituzione. — Affascinato
  dalla propria grandezza
  disgusta il popolo che lo abbandona_                        435

       1347 Carattere di Cola da Rienzo                       436
            Anarchia di Roma sotto i senatori
              ed i caporioni                                  437
            Cola da Rienzo spedito deputato
              al papa nel 1342                                439
            Cola, di ritorno a Roma, risveglia con alcuni
              quadri l'immaginazione del popolo               441
            Spiega a san Giovanni Laterano
              una iscrizione romana                           442
            Invita i Romani allo stabilimento
              del buono stato                                 444
            Il 20 maggio 1347 prende possesso
              del Campidoglio                                 445
            Il popolo gli dà il titolo di tribuno e di
              liberatore di Roma                              448
            I nobili giurano di mantenere
              il buono stato                                  448
            Cola domanda al papa d'approvare
              le sue operazioni                               450
            Entusiasmo da lui eccitato in
              tutta l'Europa                                  451
       1347 Invita le potenze a ristabilire il
              buono stato in tutta la Cristianità             452
            Vanità eccessiva e magnificenza del tribuno       453
            Molti sovrani rivolgonsi a lui
              facendolo arbitro delle loro liti               456
            Il primo agosto si arma cavaliere                 457
            Cita innanzi a sè il papa, i due imperatori,
              i cardinali e gli elettori                      458
            Offeso da Stefano Colonna minaccia
              di morte tutti i nobili                         460
            Loro fa grazia, e dà alcuni impieghi              462
            I Colonna e gli Orsini escono di
              Roma, e prendono le armi                        463
            Incapacità militare di Cola da Rienzo             463
            I Colonna s'avvicinano a Roma,
              e periscono per propria viltà                   466
            Smoderata gioja del tribuno, che
              non sa approfittare della vittoria              468
            Viene a Roma un legato del papa e si
              dichiara contro il tribuno                      469
            Giovanni Pepino, conte di Minorbino,
              insulta il tribuno in Roma                      470
            Cola, abbandonato dal popolo, scende dal
              Campidoglio il 15 dicembre del 1347             471


FINE DELLA TAVOLA.



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, Tomo V (of 16)" ***

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