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Title: Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, Tomo IV (of 16)
Author: Sismondi, J. C. L. Simondo
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, Tomo IV (of 16)" ***

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                           STORIA DELLE
                        REPUBBLICHE ITALIANE
                                DEI
                          SECOLI DI MEZZO


                                DI
                      J. C. L. SIMONDO SISMONDI

           DELLE ACCADEMIE ITALIANA, DI WILNA, DI CAGLIARI,
                   DEI GEORGOFILI, DI GINEVRA EC.

                     _Traduzione dal francese._


                            _TOMO IV._



                              ITALIA
                               1817.



STORIA DELLE REPUBBLICHE ITALIANE



CAPITOLO XXIII.

      _Guerra di Sicilia. — Grandezza e decadenza della repubblica di
      Pisa. — Crudel morte del conte Ugolino. — Nuove turbolenze a
      Firenze._


La strage di Sicilia che non aveva tolti al re Carlo che quattro mila
soldati francesi, era più che una disfatta, un affronto ch'egli doveva
vendicare; nè tale perdita era di tanta importanza ch'egli non potesse
ben tosto ripararvi. Se è vero che avesse adunati dieci mila cavalli ed
un proporzionato numero di pedoni per fare l'impresa del Levante; se ne'
suoi vasti progetti calcolava la conquista di tutto l'impero greco, pare
che con queste forze già riunite egli avrebbe in pochi giorni potuto
sottomettere una provincia ribelle, non ancora preparata ad una vigorosa
resistenza, sprovvista di arsenali, di armata, di tesoro, non sostenuta
da uno stabile governo, non difesa da esperti generali; ove tutto quanto
gli si poteva opporre era l'odio profondo contro di lui concepito ed il
timore delle sue vendette. Ma le passioni che agitano un'intera nazione,
che le danno un solo sentimento, una sola vita, un solo interesse in
faccia al quale tutto cede; le passioni che non lasciano calcolare nè
sforzi, nè pericoli, nè sagrificj, danno ad un popolo assai maggiori
mezzi di resistenza, di quelli che potrebbe somministrargli la
previdenza d'un governo regolare, e l'azione uniforme e sempre
subordinata al calcolo della militare disciplina. La Sicilia fu
invincibile: ella resistette agli sforzi combinati del re Carlo, del
papa, del re di Francia, di tutti i Guelfi d'Italia e dello stesso re
d'Arragona, che per rappacificarsi colla Chiesa prese parte in una
vergognosa lega co' suoi nemici. La casa d'Angiò consumossi con inutili
sforzi per ricuperare un regno avuto già in suo dominio; e, mentre
combatteva, l'Italia, di cui aveva minacciata la libertà, ricuperò la
propria indipendenza: anch'essa forse ne abusò, perciocchè, mancati i
grandi interessi che la tenevano unita, e non vedendosi minacciata da
vicino pericolo, si abbandonò alle parziali guerre tra città e città ed
alla violenza delle fazioni.

Ad ogni modo se la Sicilia non era dal mare separata dagli altri stati
del re Carlo, non avrebbe probabilmente potuto lungamente resistere.
Un'armata vendicatrice sarebbesi presentata in faccia a Messina ed a
Palermo pochi giorni dopo la strage dei Francesi; avrebbe trovato il
popolo spossato dai suoi proprj furori e di già in preda al pentimento,
che in lui non si manifesta giammai con maggiore unanimità, che
nell'istante in cui si riposa dopo i suoi primi eccessi.

Del 1282 prima che fosse organizzata la difesa della Sicilia, prima che
Carlo avesse potuto far passare le sue truppe al di là del Faro, e prima
che Pietro d'Arragona si presentasse colla sua armata, gli abitanti di
Palermo avevano spediti alcuni religiosi al papa, acciò che interponesse
i suoi buoni ufficj per ottener loro da Carlo il perdono. Questi
inviati, introdotti in concistoro, gittaronsi in ginocchio, ripetendo
tre volte queste sole parole delle litanie consacrate dalla Chiesa:
_Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, abbi di noi pietà_.
Martino IV, forse più sdegnato di Carlo, alzossi, ripetendo altresì tre
volte queste parole della passione: _Salve, re de' Giudei, dicevano
essi, e gli davano uno schiaffo_: indi scacciò da sè i religiosi, senza
permetter loro di soggiugnere una sola parola[1]. D'altra parte gli
abitanti di Messina cercarono di placare la collera di Carlo, ma questi
gli fece sapere che non si piegherebbe ad accordar loro verun patto; che
le loro vite e quelle de' loro figliuoli erano consacrate come quelle di
traditori alla chiesa ed alla corona; e che omai non dovevano pensare
che a difendersi, se il potevano.

  [1] _Giacchetto Malespini Stor. Fiorent. c. 210, t. VIII, p. 1030. —
  Gio. Villani l. VIII, c. 62, p. 279._

Intanto passò alcun tempo avanti che la flotta e l'armata del re,
adunate in Brindisi per la spedizione della Grecia, potessero porsi in
mare. Lo stesso Carlo andò a Brindisi, ove dovevano pure recarsi le
truppe ausiliarie che gli mandavano le città guelfe della Toscana e
della Lombardia. Fece in appresso marciare la sua armata fino
all'estremità della Calabria, ed egli stesso s'imbarcò per raggiungerla
a Reggio. Soltanto il 6 di luglio del 1282 arrivò in faccia a Messina
con cento trenta galee o grosse navi, e trasportò le sue truppe dall'una
all'altra riva dello stretto. Egli aveva con lui cinque mila uomini
d'armi ed un ragguardevole corpo d'infanteria[2]. I Siciliani non
avevano armata da opporre al re, ma non erano affatto sprovveduti di
navi. Erano cadute in loro potere quelle che Carlo avea fatto allestire
per l'impresa di Grecia a Palermo, a Siracusa ed in altri porti
dell'isola, come pure i materiali che trovavansi ne' cantieri di
Messina, che furono adoperati in difesa della città, dove le mura erano
guaste, facendo palizzate e baluardi, resi forti solamente dal coraggio
de' difensori.

  [2] Negli storici del XIII secolo non troviamo il numero de' pedoni;
  essi li risguardavano come truppa di sì poco conto, che non montasse
  il noverarla esattamente.

Mentre gli abitanti di Messina respingevano valorosamente i giornalieri
assalti di Carlo, Giovanni di Procida, accompagnato dai sindaci e
procuratori di tutte le città siciliane, fece un secondo viaggio alla
corte del re Pietro d'Arragona per affrettarne i soccorsi. Lo trovò ad
Ancolle, porto dell'Affrica, ove, malgrado il cattivo esito della sua
spedizione contro i Mori, si rimaneva, preferendo di lasciare i
Siciliani esposti molti mesi a tutte le vendette di Carlo, più tosto che
esporsi al risentimento di quel temuto monarca avanti di vedere qual
piega prenderebbero gli affari della Sicilia. Ma comprendendo dal
racconto di Giovanni che i Siciliani eransi omai tanto inoltrati nella
ribellione, che per alcun modo non potevano più dare a dietro,
imbarcossi colla sua armata alla volta della Sicilia, e giunse avanti a
Trapani il 30 agosto del 1282[3].

  [3] _Barthol. de Neocastro Historia Sicula c. 45, p. 1050. — Gio.
  Villani l. VII, c. 68, p. 283._

Tutti i baroni dell'isola eransi adunati a Palermo per ricevervi il
nuovo re; che si affrettarono di far incoronare dal vescovo di Ceffalù,
e gli prestarono il giuramento di fedeltà. Non lasciavano per altro
d'essere assai inquieti osservando le deboli forze di Pietro in
confronto di quelle di Carlo; e prevedevano che, presa Messina dai
Francesi, in breve tempo tutta l'isola sarebbe soggiogata; ed avevano
avviso che quella città incominciava ad avere tanta scarsità di viveri,
che non potrebbe oramai tenere più di otto giorni. Fortunatamente il re
arragonese aveva condotta seco la sua flotta composta soltanto di galee
armate in guerra e disposte a combattere, e questa era comandata da
Ruggero di Loria, gentiluomo calabrese, che aveva abbandonata la patria
quando venne in potere de' Francesi, ed era il più esperto e più
fortunato ammiraglio che allora si conoscesse. Carlo all'opposto, non
s'aspettando d'aver nemici sul mare, non aveva seco menato che navi da
trasporto e galere disarmate; almeno con tale pretesto gli storici
guelfi cercano di scusare la debolezza della sua marina veramente strana
ed incauta. Ruggero di Loria, riunite sessanta galee sottili della
Catalogna e della Sicilia, andò ad occupare lo stretto per impedire che
fosse vittovagliata l'armata francese. Nello stesso tempo il re Pietro
fece lentamente avanzare le sue truppe alla volta di Messina[4], e mandò
tre cavalieri catalani a Carlo colla seguente lettera di sfida:

  [4] _Nicolai Specialis Hist. Sicula l. I, c. 17, p. 936._

«Pietro re d'Arragona e di Sicilia a te, Carlo, re di Gerusalemme e
conte di Provenza.

«Noi ti participiamo il nostro arrivo nell'isola di Sicilia, regno che
ci fu aggiudicato dall'autorità di santa Chiesa, da messere il papa e
dai venerabili cardinali; e ti comandiamo che, veduta questa lettera, tu
debba partire dall'isola di Sicilia con tutta la tua forza e la tua
truppa; e sappi che se tu non lo farai, vedrai immantinenti con tuo
danno i nostri cavalieri ed i nostri fedeli attaccare la tua persona ed
i tuoi soldati.»

Carlo il più orgoglioso monarca di cristianità, e fino a quest'epoca
fors'anco il più potente, fremè di sdegno quando lesse una così superba
lettera d'un piccolo principe ch'egli non credeva potergli stare a
fronte; e gli mandò la seguente riposta:

«Carlo, per la grazia di Dio, re di Gerusalemme e di Sicilia, principe
di Capoa, conte d'Angiò, di Forcalquier e di Provenza, a te Pietro, re
d'Aragona, conte di Valenza.

«Noi siamo estremamente maravigliati come tu abbi avuto l'audacia di
venire nel regno di Sicilia a noi conceduto dall'autorità della santa
romana Chiesa; perciò ti comandiamo che, a vista della nostra lettera,
tu debba partire dal nostro regno di Sicilia come malvagio traditore di
Dio e della santa Chiesa. E se tu non lo fai, noi ti sfidiamo come
nostro nemico e traditore verso di noi. All'istante ci vedrai venire a
tuo danno; giacchè noi e la nostra armata desideriamo molto di vederti
colle tue genti che tu hai condotte»[5].

  [5] Queste lettere sonosi prese dalla storia del _Malespini c. 212,
  p. 1033_, e da _Gio. Villani l. VII, c. 70 e 72, p. 285_.

Ma Carlo non potè sostenere coi fatti l'orgoglio della sua lettera: il
suo ammiraglio Enrico de' Mari venne ad avvertirlo che aveva avviso
dell'imminente arrivo di Ruggero di Loria, e ch'egli non poteva
sostenerne l'incontro, perchè le sue grosse navi mal potevano manovrare
nello stretto, ed altronde erano affatto disarmate: gli osservava che
erano nella burrascosa stagione dell'equinozio; che la Calabria non
offriva alcun sicuro porto per ripararvisi; e che, se la flotta era
incendiata dal nemico, la sua armata avrebbe dovuto morire di fame.
Convien che le circostanze fossero urgenti, poichè un monarca così
fiero, così irritato, un monarca così coraggioso fu forzato di cedere;
pure la cosa non è affatto chiara. In tre giorni l'armata francese
ripassò lo stretto, ed il quarto, 28 di settembre, Ruggero di Loria
comparve innanzi al porto di Messina, e s'impadronì di ventinove galere
francesi che non fecero veruna resistenza. Si avanzò poi verso la Catona
e Reggio di Calabria dove avevano dato fondo tutte le galere e le navi
da trasporto del re, in numero di ottanta, e vi fece appiccare il fuoco
sotto gli occhi di Carlo che non poteva difenderle: il quale vedendo
l'incendio della sua flotta rodeva per rabbia lo scettro che teneva in
mano, e gridava: «Ah Dio! Dio! voi m'avete elevato assai! vi prego che
mi facciate scendere dolcemente»[6].

  [6] _Gio. Villani l. VII. c. 73 e 74, p. 286._

Pareva a Carlo che la sua flotta e la sua armata ch'egli era accostumato
a far agire con somma facilità, si rifiutassero tutti ad un tratto di
seguire gl'impulsi della mano che li dirigeva. Trovavasi vinto senza
ancora sapere quale forza impiegasse contro di lui il suo nemico, e
senza aver potuto combattere; onde era impaziente di far prova del
proprio valore, d'incaricarsi egli medesimo della sua vendetta, invece
di confidarla al braccio de' suoi soldati, o di farla dipendere
dall'incostanza degli elementi. Dopo avere abbandonata la Sicilia
scrisse al re Pietro, invitandolo a decidere con un privato
combattimento sottomesso al giudizio di Dio, i loro diritti e la loro
lite. Propose che cento cavalieri combattessero contro cento cavalieri a
Bordeaux, sotto la guarenzia del re d'Inghilterra, cui apparteneva
questa città: i due re dovevano trovarsi alla testa dei loro campioni e
promettere che la sorte della Sicilia dipenderebbe dall'esito della
pugna. Pietro d'Arragona che aveva bisogno di acquistar tempo per
assodare la sua autorità in Sicilia, e terminare i preparativi di
difesa, accettò con piacere la proposta di Carlo, tanto più che avendo
egli minor numero di sudditi, poche truppe e meno tesori, era ben
fortunato di poter combattere con pari forze con un così potente nemico.
I due re promisero di trovarsi a Bordeaux il 15 maggio del 1283,
dichiarando in caso che mancassero all'appuntamento, non solo di
rinunciare ad ogni diritto sul regno di Sicilia, ma inoltre ad essere
spogliati dei loro stati ereditari, e vituperati da ogni assemblea di
nobili e cavalieri, come traditori ed uomini senza onore[7].

  [7] _Barth. De Neocastro Hist. Sicula t. XIII, c. 54, p. 1067._

Gli apparecchi per questa pugna giudiziaria allontanarono alcun tempo i
re rivali dai regni della Sicilia e della Puglia, locchè diede
un'apparenza di pace a queste province, mentre molte altre contrade
d'Italia erano, a quest'epoca, travagliate dalla guerra. In quest'anno
scoppiò la lite tra le due potenti repubbliche di Genova e di Pisa, lite
che doveva essere cagione ad ambedue d'immensa perdita di ricchezze e di
soldati.

L'anno 1276 la repubblica di Pisa era stata costretta dai Fiorentini a
richiamare tutti gli esiliati, ma in tale circostanza la sua sommissione
alla volontà de' suoi nemici le era riuscita vantaggiosa. I nobili
richiamati nel suo seno avevan vissuto in pace, e tale era in questo
secolo la semplicità de' costumi privati e l'economia de' più ricchi
cittadini, che ad una città bastava il riposo di pochi anni per vedere
duplicate le proprie entrate, e trovarsi per così dire imbarazzata dalle
sue ricchezze. Era ignoto ai Pisani il lusso della mensa, degli addobbi
e della numerosa servitù, benchè il loro fertile territorio producesse
ogni anno ubertose ricolte e fossero ad un tempo proprietari e sovrani
di quasi tutta la Sardegna, della Corsica e dell'isola dell'Elba.
Avevano inoltre stabilite colonie a san Giovanni d'Acri ed a
Costantinopoli, e le loro fattorie in queste due città facevano un
estesissimo commercio coi Saraceni e coi Greci. Nè ci voleva meno di
così grosse entrate, come erano le loro, per supplire alle immense spese
delle guerre marittime, e per far fronte alle ruine che accompagnavano
sempre la disfatta di ogni fazione, quand'erano confiscati i beni dei
vinti, e le loro case abbandonate al saccheggio. Nulladimeno perchè in
tempo di guerra non si erano consumate le entrate a venire, la pace
accumulava nuove fortune, e riparava in pochi anni le perdite delle
passate guerre. Pisa a quest'epoca contava tra i suoi cittadini vari
signori che pei loro titoli, le ricchezze ed il numero de' vassalli
avrebbero potuto pareggiarsi ai sovrani d'Italia. Il giudice di Gallura,
il giudice d'Arborea, il conte Ugolino, il conte Fazio, il conte Nieri,
ed il conte Anselmo, avevano cadauno una piccola corte ed una piccola
armata[8]. I Pisani andavano orgogliosi della magnificenza di tanti
signori, che si gloriavano d'essere loro concittadini. Essi soffrivano
di mala voglia la rivalità de' Genovesi che, avendo anch'essi
stabilimenti nel Levante, s'arricchivano egualmente collo stesso
commercio e loro disputavano la sovranità delle isole del
Mediterraneo[9]. Sebbene l'un popolo e l'altro fossero in quest'epoca
governati dalla fazione ghibellina, mal sapevano contenere il concepito
vicendevole odio. Sembra che le prime ostilità fossero provocate dai
Pisani.

  [8] _Gio. Villani l. VIII, c. 83. p. 293._ — I quattro ultimi
  appartenevano alla famiglia Gherardesca.

  [9] _Caffari Annal. Genuen, l. X, t. VI. p. 570._

I ladronecci del giudice, ossia signore di Ginerca in Corsica furono
cagione della rottura. I Genovesi, come protettori della città di
Bonifazio, vollero reprimerli, e nel mese di maggio del 1282 spedirono
in Corsica quattro galere con duecento cavalli e cinquecento soldati. Il
giudice battuto da questa piccola armata venne a Pisa ad implorare i
soccorsi della repubblica, di cui si riconobbe vassallo. I Pisani lo
presero in fatti sotto il loro patrocinio, ed intimarono ai Genovesi di
non recargli ulteriore molestia, facendo in pari tempo passare in
Corsica alcune truppe per ajutarlo a difendersi.

A questo s'aggiunsero altri atti d'ostilità, che fieramente inasprirono
il vicendevole odio dei due popoli. Una galera genovese che tornava
dalla guerra di Sicilia fu, senza averli provocati, presa dai Pisani; i
Genovesi che abitavano in san Giovanni d'Acri furono attaccati dai
borghesi di quella città ad istigazione dei Pisani, cacciati dal loro
quartiere, saccheggiati i magazzini ed incendiate le case[10].

  [10] _Gio. Villani l. VII, c. 83. p. 293. — Caffari Ann. Genuen. l.
  X, p. 577. — Uberti Folieta Genuens. Hist. l. V, p. 282._

Dopo avere per mezzo de' loro ambasciatori domandata invano
soddisfazione di così gravi ingiurie, i Genovesi risolsero di ottenerla
colle armi. Per altro i due popoli s'andarono lungo tempo provocando, ed
in seguito evitandosi, senza venire seriamente alle mani. Ciò facevano,
senza dubbio, gli uni e gli altri per addestrare le loro ciurme alle
manovre militari, ed aver tempo di adunare i loro marinai sparsi su
tutti i mari a servigio del commercio, prima di esporre l'onore delle
loro armi, e forse la sorte delle repubbliche in una battaglia generale.

Alla fine d'agosto, Nicola Spinola si presentò avanti alle foci
dell'Arno con ventisei galere, e si ritirò quando i Pisani uscirono con
trenta per dargli la caccia. Otto giorni dopo, l'ammiraglio pisano,
Guinicello Sismondi, spiegò anch'egli le vele per cercare i Genovesi a
casa loro. S'avanzò fino a Porto Venere senza incontrare la flotta
genovese, e, dopo aver saccheggiato quel porto e la vicina campagna, fu
assalito il 9 settembre, mentre si ritirava, da una burrasca che fece
incagliare la metà delle sue navi tra Viareggio ed il Serchio[11].

  [11] _Guido de Corvaria Fragment. Hist. Pisanæ t. XXIV, p. 690. —
  Ubert. Folieta Hist. Genuens. l. V, p. 383. ap. Graevium t. I._

I Genovesi non potevano darsi vanto del disastro di Guinicello; quindi
fecero quanto potevano per porsi in istato di sostenere con maggior
gloria la guerra. Nominarono una _Credenza_, ossia consiglio di
confidenza, composto di quindici membri, ai quali diedero un assoluto
potere su tutti gli affari marittimi. Ordinarono che niun bastimento
mercantile uscisse del porto, onde la repubblica potesse valersi nella
guerra della ciurma delle navi mercantili, e perchè non fosse
compromesso l'onore della nazione con troppo deboli squadre,
dichiararono che non sarebbe considerato siccome ammiraglio chi
comandasse meno di dieci navi, nè gli sarebbe permesso d'inalberare lo
stendardo di san Giorgio. In seguito la Credenza fece porre sui cantieri
cento venti nuove galere, cioè cinquanta nel cantiere di città, e le
altre ne' porti delle due Riviere.

L'orgoglio di questi due popoli e il desiderio di superarsi l'un l'altro
colla forza aperta e non colle astuzie ch'essi sprezzavano, mantenne fra
loro fin verso alla metà di questa guerra una singolare costumanza. Ogni
repubblica mandava presso l'altra un notajo con quattro esploratori,
dando loro apertamente commissione di rendere conto alla loro patria dei
progetti e degli apparecchi dei loro nemici. I Pisani, ufficialmente
avvisati dai loro esploratori del numero delle galere che facevansi a
Genova, disposero di farne anch'essi altrettante; e nello stesso tempo
nominarono loro ammiraglio Rosso Buzzacherini della famiglia Sismondi
come il suo predecessore[12].

  [12] _Ubert. Folieta l. V, p. 384. — Ann. Genuens. l. X, p. 580. —
  Guido de Corvaria Frag. Pisanae Hist. p. 690. — Marangoni Hist.
  Pisana, p. 558._

Non pertanto l'anno 1283 si passò come il precedente in una specie di
torneo marittimo nel quale non si fece cosa di molta importanza da una
parte e dall'altra, limitandosi a far pompa delle straordinarie loro
forze. I Pisani furono veduti una volta avanzarsi con sessantaquattro
galere fin presso al porto di Genova, mentre sortivano settanta vascelli
genovesi per incontrarli, i quali dopo essere rimasti alcun tempo in
faccia gli uni agli altri, temendo ambedue d'esporsi contro forze
eguali, si ritirarono senza venire alle mani[13]. A stento si può
concepire come due sole città potessero armare due flotte press'a poco
eguali a quelle con cui adesso si batterebbero le due più potenti
nazioni d'Europa.

  [13] _Marang. ib. p. 561, 562. — Ubert. Folieta l. V, p. 385, 386. —
  Caffari Ann. Genuens. l. X, p. 581-585._

L'anno 1284 i Pisani ed i Genovesi trovaronsi abbastanza esercitati e
padroni di tutte le loro forze onde desiderare egualmente di metter fine
alla guerra con più sanguinose e decisive battaglie. I Pisani nominarono
loro ammiraglio Guido Jacia, e gli commisero di scortare con
ventiquattro vascelli il conte Fazio che mandavano in Sardegna con
truppe e danaro per assoldarne delle altre. Il vascello che aveva a
bordo il conte Fazio essendosi separato dagli altri, fu incontrato nel
mar sardo da una flotta genovese di ventidue galere capitanata da Enrico
de Mari. Il vascello fu preso quasi senza battersi, e bruciato dai
Genovesi quando videro la flotta pisana far forza di vele per
raggiugnerli. La battaglia s'appiccò in seguito tra le due flotte il
primo di maggio, e si sostenne tra forze quasi uguali lungo tempo con
notabile perdita da ambo le parti. Finalmente essendo stato calato a
fondo un vascello pisano, ed altri tre danneggiati in modo, che dopo
essere usciti dalla pugna perirono in aperto mare, la vittoria si
dichiarò pei Genovesi, che presero e condussero a Genova otto galere e
mille cinquecento prigionieri; non essendo rientrati nel porto di Pisa
che dodici galere con molta difficoltà[14].

  [14] _Guido de Corvaria Fragm. Hist. Pisanae l. XXIV, p. 691. —
  Marangoni Cronaca di Pisa p. 563. — Gio. Villani l. VII, c. 90. p.
  298. — Ubertus Folieta Genuens. Hist. l. V, p. 387. — Caffari Ann.
  Genuens. l. X, p. 586._

Ma lungi dallo scoraggiarsi per tale disfatta, i Pisani raddoppiarono i
loro apparecchi per farne vendetta. Nominarono loro podestà Alberto
Morosini di Venezia, che godeva nella sua patria riputazione di
eccellente capitano di mare; gli aggiunsero come capitani della loro
flotta il conte Ugolino della Gherardesca ed Andreotto Saracini. Il
tesoro erasi quasi esaurito ne' precedenti armamenti; ma tutti i
gentiluomini pisani s'incoraggiarono a fare colle private loro fortune
un generoso sforzo per ricuperare l'onore della patria. I Lanfranchi,
ch'erano in allora la più numerosa famiglia di Pisa, armarono undici
galere, i Gualandi, i Lei ed i Gaetani ne armarono sei, tre i Sismondi,
quattro gli Orlandi, gli Upezzinghi cinque, i Visconti tre, i Moschi
due, ed altre famiglie si unirono per armarne una. Questo generoso
patriottismo creò una flotta di cento tre galere, che spiegò le vele nel
mese di luglio, e venne a schierarsi in faccia al porto di Genova. Là i
Pisani provocarono i Genovesi ad uscire per combatterli, e lanciarono
contro il porto molte freccie d'argento. Era questa una braveria in uso
tra que' due popoli, che, per quanto sembra, solevano in tal modo fare
pomposa mostra della loro ricchezza e prodigalità. I Genovesi sfidati
risposero che i loro vascelli non erano ancora apparecchiati, ma che
raddoppiarebbero d'attività per rendere ben tosto ai Pisani la loro
visita.

Di fatti non erano da molti giorni rientrati nell'Arno i Pisani, che i
Genovesi avendo armate cento sette galere, si presentarono ne' mari di
Pisa, e mandarono a sfidare i loro nemici. I Pisani rimontarono su le
loro galere con una sollecitudine, con un tale giubilo, che ben
sembrarono felice presagio di vittoria. La maggior parte delle navi
trovavansi ancorate tra i due ponti della città. Venne l'arcivescovo sul
ponte vecchio con tutto il clero, e spiegando al vento lo stendardo del
comune, benedì la flotta. Si moltiplicarono le grida di gioja, si levò
l'ancora, ed i vascelli scesero fino alla foce dell'Arno.

All'indomani 6 agosto 1284 le flotte si scontrarono presso all'isola
della Meloria, e la battaglia incominciò poco dopo il mezzogiorno. I
Genovesi che avevano ricevuto un nuovo rinforzo, nascosero Benedetto
Zaccaria, che l'aveva condotto, con trenta galere dietro la piccola
isola della Meloria; per la quale manovra sembrando le due flotte
d'uguale forza, i Pisani non si rifiutarono di porre in arbitrio d'una
battaglia la salvezza della loro repubblica, ed il dominio del mare
inferiore.

Le due flotte s'avanzarono divise in più corpi. Tra i Pisani il podestà
Morosini comandava la prima squadra, Andreotto Saracino la seconda, ed
il conte Ugolino la terza: le tre squadre della flotta genovese erano
comandate dall'ammiraglio Oberto Doria, Corrado Spinola e Benedetto
Zaccaria. Terribile fu l'urto delle due prime che vennero alle mani
nello stesso istante, e la battaglia si continuò lungo tempo, senza che
si scorgesse una parte più avvantaggiata dell'altra; ma la vista di quel
fatto, dice uno storico genovese, ispirava ad un tempo orrore e
compassione[15]. Infinito era il numero di coloro che perivano in cento
diverse maniere; gli uni cadevano mutilati sul ponte, altri erano
precipitati semivivi nell'onde; allora nuotavano intorno alle navi, ed
imploravano l'ajuto e la pietà de' loro compatriotti e de' loro nemici;
prendevano tutto quanto veniva loro alle mani, s'aggrappavano ai remi,
e, perciò che in tal guisa sospendevano la manovra, per continuare la
battaglia venivano respinti cogli stessi remi, e ricacciati nell'acque.
Intorno ai vascelli il mare era vermiglio pel sangue che usciva dai
bocca-porti; ogni onda era coperta di cadaveri, di scudi, di lance, di
freccie, di caschetti. Frattanto i capitani gridavano per incoraggiare i
loro soldati, non cessando di ripeter loro che questa volta trattavasi
della salvezza della patria; che spesso avevano combattuto coi medesimi
nemici cogli eterni nemici della loro città; ma che prima d'ora i due
popoli non eransi ancora trovati tutt'intieri in faccia l'uno
dell'altro, che non avevano giammai, per ottenere la vittoria in una
sola battaglia, sagrificate tutte le risorse delle battaglie future: ed
i soldati, rispondendo con furibonde grida a tali conforti,
raddoppiavano i loro sforzi.

  [15] _Ubertus Folieta Genuens. Hist. l. V, p. 393._

Le galere battevansi all'arrembaggio, e quella montata dal Morosini era
alle mani col vascello ammiraglio d'Oberto Doria. In quest'istante i
trenta vascelli di Benedetto Zaccaria uscirono dall'opposta riva della
Meloria e s'unirono alle altre navi genovesi. La galera di Zaccaria si
pose dall'altro lato del vascello ammiraglio pisano, il quale, attaccato
da due bande, fu finalmente preso dopo una lunghissima resistenza,
mentre un altro vascello che portava lo stendardo del comune di Pisa,
attaccato da due galere, cadeva pure in potere dei nemici. Questa doppia
perdita sparse il terrore nella flotta pisana, ed il conte Ugolino, come
assicurano gli scrittori pisani, colse quell'istante per dare il segno
della fuga, non per viltà, ma per indebolire la sua patria, onde più
facilmente ridurla in servitù.

La disfatta, dopo così accanita battaglia, fu compiuta; i Genovesi
presero ventotto galere, e sette ne colarono a fondo, valutandosi la
perdita dei Pisani a cinque mila morti, ed undici mila prigionieri.
Siccome questi ultimi furono condotti a Genova e vi rimasero lungo tempo
in prigione, dicevasi comunemente in Toscana che oramai per veder Pisa
bisognava andare a Genova[16].

  [16] _Ubertus Folieta Genuens. Hist. l. V, p. 390-395. — Ann.
  Genuens. Caffar. l. X, p. 587, 588. — Marangoni Cronaca di Pisa p.
  564-569. — Guido di Corvaria Fragm. Pis. Hist. t. XXIV, p. 692. —
  Ann. Pisan. t. XXIV, p. 648. — Cronaca di Pisa Monum. Pisan. t. XV,
  p. 979. — Gio. Villani l. VII, c. 91. p. 299. — Chron. Fr. Franc.
  Pipini, l. IV, c. 31. t. IX, p. 731._

La prima notizia che giunse a Pisa della battaglia, vi sparse la
desolazione e lo spavento; le donne, dimenticando nell'estremo dolore la
consueta loro modestia e la loro cura di nascondersi agli occhi del
pubblico, ingombravano le strade che conducono al mare. Confuse cogli
uomini stringevansi intorno a coloro che tornavano dalla battaglia, non
lasciandoli andare avanti se prima non avevano soddisfatto alle loro
domande. Ma di mano in mano che gli arrivati avevano parlato, si
vedevano staccarsi dalla folla matrone desolate che, informate della
morte de' loro sposi, figli o fratelli, si appartavano, percuotendosi il
petto e stracciandosi i capelli. Tutte partecipavano di questa
universale afflizione; perciocchè non eravi in Pisa una sola famiglia
che non avesse parte a tanto infortunio, e non avesse a versar lagrime
almeno sopra uno de' suoi membri, avendone molte perduti due, tre ed
anche più. Fu d'uopo che i magistrati essi medesimi s'interponessero per
far rientrare, quasi a forza, nelle proprie case tanti infelici che il
dolore rendeva forsennati; e quando, dopo alcuni giorni, le donne
uscirono nuovamente di casa, per pregare ne' templi, non ne fu vista una
sola che non fosse vestita di corrotto. Pel corso di sei mesi non altro
udivansi in Pisa che gemiti, gridi e funebri rimembranze.

Intanto i Genovesi, rientrati in porto, festeggiavano ne' templi la loro
vittoria, e consultavano intorno alla sorte di tanti prigionieri. Alcuni
senatori proponevano di cambiarli contro il forte di Castro in Sardegna,
il quale risguardavasi come il baluardo de' possedimenti de' Pisani in
quell'isola; ed altri preferivano una taglia in danaro. Ma la gelosia
nazionale suggerì il più dannoso consiglio di tenerli in prigione
perpetuamente, affinchè le loro mogli, non potendo rimaritarsi, venisse
Pisa a mancare di nuova popolazione. Questo consiglio fu adottato, ed
essendosi prolungata la guerra tredici anni, quando finalmente la pace
rendette la libertà a quel misero avanzo di prigionieri, trovaronsi per
le riportate ferite, per malattie, per l'età ridotti a così ristretto
numero che, di undici mila, ne tornarono a Pisa appena mille.

Se la condotta de' Genovesi fu poco generosa, quella de' Guelfi toscani
lo fu ancora meno. Pisa era la sola città ghibellina della provincia;
onde essi determinarono di approfittare della presente sventura per
distruggerla colla sua fazione. Fecero perciò proporre ai Genovesi di
collegarsi con loro, promettendo di assediare Pisa per terra, mentre i
Genovesi la chiuderebbero dalla banda dei mare, obbligandosi di non
accordarle la pace a veruna condizione, ma di atterrarne le mura e
disperderne i cittadini nelle vicine terre. Fiorenza, Lucca, Siena,
Pistoja, Prato, Volterra, San Gemignano e Colle sottoscrissero
quest'alleanza coi Genovesi, ed il 10 di novembre tutti i Fiorentini
domiciliati in quella città l'abbandonarono, giusta l'ordine ricevuto
dalla loro patria, mentre seicento cavalieri al soldo di Firenze
entravano, per la strada di Volterra, nel territorio pisano, guastandolo
e facendo ribellare molte terre[17].

  [17] _Gio. Villani l. VII, c. 97, p. 305._

Erano i Pisani informati delle strette relazioni che il conte Ugolino
della Gherardesca aveva conservate coi Fiorentini; conoscevano inoltre i
talenti e l'accortezza di questo ambizioso cittadino, e l'arte con cui
aveva saputo rendersi influente presso le due fazioni, ghibellino di
nascita e guelfo per le contratte parentele. Nella difficile situazione
in cui si trovavano, risolsero i Pisani di mettere il conte alla testa
della repubblica, come i Romani in meno critiche circostanze avrebbero
nominato un dittatore. Si assicura che i Pisani prigionieri in Genova, i
quali dalle loro prigioni non lasciavano di conservare molta influenza
sulle deliberazioni della loro patria, proposero essi medesimi tale
elezione. Il conte Ugolino fu nominato per dieci anni capitano generale
di Pisa; e la prima cura affidatagli fu quella di sciogliere la lega
formata contro la patria.

Il conte Ugolino univa a molta desterità una coscienza poco scrupolosa;
e forse era egli il principale motore della alleanza de' Guelfi contro i
suoi concittadini. A Firenze era risguardato come un dichiarato Guelfo,
onde vedendolo alla testa della repubblica pisana si credette d'aver
ottenuto, senza adoperar le armi, il trionfo del partito guelfo ch'era
stato l'unico motivo della lega. Ugolino fece proporre ai priori delle
arti di Firenze di negoziare con lui; e nelle stesso tempo mandò loro un
regalo di vini, pretendendosi che tra le bottiglie ve ne fossero alcune
piene di fiorini d'oro in cambio di _vernaccia_[18]. Offrì inoltre di
cedere ai Fiorentini molte terre del territorio pisano, ed ottenne con
questi mezzi di sciogliere la lega de' Guelfi coi Genovesi. Vero è che i
Fiorentini, staccandosene, imposero ai Pisani la condizione d'esiliare
tutti i Ghibellini dalla città, onde non rimanesse loro alcun asilo in
tutta la Toscana.

  [18] _Gilacchet. Malasp. Stor. Fior. c. 225, t. VIII, p. 1043._

Il conte tentò in appresso di trattare coi Genovesi, offrendo loro
Castro in Sardegna come taglia de' prigionieri fatti nella battaglia
della Meloria; ma i prigionieri, avuto avviso di questo trattato,
ottennero dai Genovesi il permesso di mandare dei commissarj a Pisa per
esprimere il loro voto. Introdotti questi nel consiglio, dichiararono di
non poter acconsentire a così vergognosa capitolazione; che preferivano
di morire in prigione piuttosto che permettere alla loro patria di
privarsi d'un forte fabbricato dagli antenati loro, e difeso con tanto
sangue e tanti travagli; che se i consigli potevano prendere una tanto
colpevole risoluzione, non sarebbero essi prigionieri prima liberati,
che si farebbero conoscere i più implacabili nemici di que' pusillanimi
magistrati, castigandoli dell'avere sagrificato il proprio onore a vani
e fuggitivi godimenti. In conseguenza di così magnanima risoluzione si
abbandonò il trattato aperto coi Genovesi[19].

  [19] _Marangoni Cron. di Pisa p. 571._ — Gli storici pisani nominano
  in altra occasione i commissarj spediti dai prigionieri a Pisa: se
  sono quelli che fecero rompere il primo negoziato, vogliono essere
  ricordati: Guglielmo di Ricoveranza, Puccio Buzzacherini de
  Sismondi, Guelfo Pandolfini e Jacopo Aldobrandi. _Fragm. Hist.
  Pisanæ t. XXIV, p. 651._

Allora il Conte Ugolino prese a trattar di pace colla repubblica di
Lucca, la quale proponeva per condizione che i Pisani le cedessero i
castelli d'Asciane, Avane, Librafatta e Viareggio. Non era probabile che
i Pisani volessero cedere ai Lucchesi tante fortezze, le quali erano
come la chiave del loro territorio, in tempo che non avevano voluto
liberare undici mila de' loro cittadini, abbandonando ai Genovesi Castro
in Sardegna: ma il conte Ugolino temeva in segreto il ritorno de'
prigionieri ch'egli conosceva incapaci di prestarsi mai alla tirannide
ch'egli meditava di stabilire; mentre per l'opposto desiderava di
procurare non alla patria, ma alla sua famiglia l'appoggio e l'amicizia
de' Lucchesi. Convenne perciò con questi che lascerebbe sorprendere
dalle loro truppe le castella ch'essi chiedevano; e nello stesso tempo
altri ne accordò ai Fiorentini, talchè più non restarono a Pisa che
Motrone, Vico Pisano e Piombino.

Per tal modo credeva il conte Ugolino di avere assicurato in Pisa il suo
potere; ma questa repubblica già così ricca e bellicosa, che ora
vedevasi spogliata di tutto il suo territorio, che più non ardiva
mettere un vascello in mare per paura che le fosse tolto dai Genovesi, e
che per colmo delle sue sventure vedeva fondarsi entro le sue mura una
nuova tirannide, non era in modo tollerante da soffrirne lungo tempo il
giogo. Il conte rendevasi egualmente esoso ai Guelfi ed ai Ghibellini.
Nino di Gallura, suo nipote, era il capo naturale della parte guelfa,
quale erede della famiglia Visconti; ma poichè Ugolino erasi dichiarato
protettore de' Guelfi, gli stessi Visconti sembravano avvicinarsi ai
Ghibellini; e Nino, benchè fosse figliuolo d'una sorella del conte, non
aveva perciò scordata l'antica rivalità delle famiglie de' loro padri.
Ugolino ebbe sentore delle pratiche de' suoi nemici; esiliò molte
famiglie ghibelline, e fece atterrare i palazzi di dieci delle
principali famiglie di Pisa, che accusò di criminose intelligenze collo
stesso partito.

Nino di Gallura, lungi dallo scoraggiarsi in vista di queste esecuzioni
militari, strinse maggiormente i legami che aveva di fresco formati coi
capi dei Ghibellini, i Gualandi ed i Sismondi, mentre il conte veniva
sostenuto dai Gaetani e dagli Upezzinghi. Nino ardentemente desiderava
la liberazione de' Pisani prigionieri in Genova, e perchè lo richiedeva
il bene della repubblica, e per dare maggiore consistenza al suo
partito. Prevedeva Ugolino all'opposto, che tornando questi prigionieri,
si opporrebbero allo stabilimento della sua tirannide, e frapponeva
ostacoli a tutti i trattati che Nino apriva coi Genovesi. Il giudice di
Gallura tentò dì fare violenza al conte, chiamando il popolo a parte
della sua causa: ed i suol partigiani si sparsero un giorno per le
strade, gridando _morte a tutti i nemici della pace_; ma, contro la sua
aspettazione, il popolo non prese le armi a quel grido, e la sua
inazione equivaleva pel conte ad una vittoria. Allora Nino lo attaccò in
una più legal forma, accusando innanzi ai consoli ed agli anziani delle
arti il capitano generale, d'avere in onta delle leggi estesa la sua
autorità, d'essersi attribuito l'ufficio di podestà e d'essersi
impadronito del palazzo della Signoria, che non gli era stato accordato
dal popolo. Effettivamente i magistrati impegnarono Ugolino a ritirarsi
dal palazzo della Signoria, e si misero di mezzo per riconciliare i due
capi di parte. Intanto venne nominato un nuovo podestà, e nel
susseguente anno, senz'essere spogliato della carica di capitano
generale, non potè per altro governare la città a suo arbitrio.

In aprile del 1287, la repubblica ricevette quattro nuovi deputati dei
prigionieri di Genova, che venivano a trattare della pace e della
taglia. Il trattato che essi proponevano, non ponendo verun'altra
condizione alla loro libertà che il pagamento d'una somma di danaro, era
stato sottoscritto dagli stessi prigionieri: pure passarono tredici mesi
senza che a Pisa si fosse potuto ottenerne la ratifica, tanti erano gli
ostacoli che il conte vi andava frapponendo. Intanto Ugolino erasi
nuovamente impadronito del palazzo pubblico, cacciatone il podestà, e
fattosi dichiarare capitano e signore di Pisa. Aveva prescelto per la
inaugurazione il giorno della sua nascita, e, mentre tornando da un
banchetto, rientrava in casa sua gonfio d'orgoglio ed inebbriato della
propria fortuna, disse ad alcuno di coloro che gli erano vicini: «E
bene, Lombardo, cosa mi manca ancora? — Non altro, quegli rispose, che
la collera di Dio.» Ne tardò questa a colpirlo.

Vedendo il conte che il popolo era disposto ad approvare il trattato
sottoscritto a Genova e che Nino di Gallura ed i Guelfi medesimi ne
affrettavano l'esecuzione, commise ad alcuni corsari Sardi d'armare in
corso contro i Genovesi in disprezzo della convenuta sospensione d'armi,
ricominciando in tal modo le ostilità[20]. Volle in pari tempo
ravvicinarsi ai Ghibellini di Pisa, e propose un'alleanza
all'arcivescovo degli Ubaldini ch'erasi fatto loro capo, onde di
concerto cacciare fuori di città Nino ed i Guelfi. Per altro, siccome
non voleva affatto perdere presso i Fiorentini suoi antichi alleati la
riputazione d'essere guelfo ancor egli, quand'ebbe tutto disposto perchè
i suoi satelliti secondassero l'arcivescovo ed i Ghibellini, ritirossi
al castello di Settimo per non essere presente alla imminente
rivoluzione. Ruggeri degli Ubaldini fece rientrare in città i Gualandi,
i Sismondi, i Lanfranchi ed alcune altre famiglie ghibelline, gli unì
alle truppe del conte, e per tal modo si trovò tanto superiore di forze
al giudice di Gallura, che questi senza combattere si ritirò col suo
partito a Calcinara.

  [20] _Jacob Doria Annales Genuens. l. X, p. 594._

(1288) Il popolo volle allora associare nel governo della repubblica
l'arcivescovo Ruggeri al conte Ugolino; e forse era questa una delle
segrete condizioni del trattato tra le due parti: ma Ugolino dichiarò
orgogliosamente che non soffrirebbe compagno, e che non conosceva
eguale. Insistevano invano i Ghibellini perchè alcuno del loro partito
fosse messo a parte del governo; Ugolino voleva essere solo; onde
l'arcivescovo nè meno ambizioso, nè meno dissimulato del conte, si
ritirò dal palazzo della comunità ove il popolo l'aveva fatto entrare,
senza mostrare verun risentimento o dar sospetto ad Ugolino d'aver
cessato d'essere suo amico.

La prosperità, lungi dall'addolcire i tiranni, li rende d'ordinario
suscettibili di più violenta irritazione quando incontrano la più
leggera opposizione alla loro volontà; e non pertanto potrebbero ben gli
uomini rimanere docilissimi sotto il despotismo, che non perciò
cambieranno mai le leggi della natura, ed un tiranno in mezzo ai più
costanti successi troverà ancora motivi d'impazienza. La guerra
marittima, i diplomi civili, e, può darsi ancora, l'irregolarità delle
stagioni, avevano accresciuto il prezzo de' grani e non erano facili a
trovarsi: lagnavasene il popolo, ed accusava il conte dei cari prezzi
delle derrate. Tale era intanto la violenza degl'impeti di collera
d'Ugolino, che niuno osava fargli note le lagnanze del popolo, ed
avvisarlo del pericolo cui potevano esporlo. Uno de' suoi nipoti
incaricossi di così difficile incumbenza, e gli propose di sospendere il
prezzo delle gabelle per minorare il prezzo de' viveri. Egualmente
intollerante di rimproveri e di consigli, Ugolino, cavato il pugnale che
teneva in seno, lo ferì in un braccio, ed avrebbe in quell'impeto di
sdegno ucciso il nipote, se non gli fosse stato tolto dalle mani. Uno
de' nipoti dell'arcivescovo, intimo amico del ferito giovane, nell'atto
che gli fece scudo del suo corpo proruppe in rimproveri contro il conte,
il quale, diventato furibondo, lanciò un'accetta, che gli venne tra le
mani, sul capo del nipote dell'arcivescovo e lo stese morto ai piedi.

Ruggeri degli Ubaldini compresse il suo dolore e la sua collera finchè
non si fu assicurato dell'ajuto di tutti i Ghibellini. Il primo di
luglio essendosi adunato il consiglio nella chiesa di san Bastiano per
deliberare intorno alla pace coi Genovesi, si separò senza aver nulla
conchiuso, perchè il conte non lasciava di frapporre ostacoli
all'esecuzione del trattato, a fronte delle istanze che andavano facendo
caldissime i Ghibellini. Nell'uscire di chiesa l'arcivescovo fu avvisato
che Nino, detto il Brigata, radunava battelli per andare in traccia dei
Guelfi ed introdurli nuovamente in città; perchè l'arcivescovo non
frapponendo più dimora, fece gridare all'armi dai Ghibellini suoi
partigiani, e suonare a stormo la campana del popolo. I Gualandi, i
Sismondi, i Lanfranchi si fecero intorno all'arcivescovo Ruggeri con
parte degli Orlandi, dei Ripafratta e delle altre famiglie ghibelline.
Il conte Ugolino con due suoi figliuoli e due nipoti, gli Upezzinghi, i
Gaetani ed i suoi satelliti difendevano la piazza e le vicinanze di san
Bastiano e di san Sepolcro. Dopo lungo combattimento essendo caduto
morto un suo bastardo, e sembrandogli i Ghibellini più forti, si chiuse
nel palazzo del popolo, che continuò a difendere dal mezzogiorno fino a
sera. Gli assedianti alla fine si determinarono di appiccargli il fuoco,
e penetrandovi in mezzo alle fiamme, fecero prigioni il conte Ugolino, i
suoi minori figli Gaddo ed Uguccione, Nino, detto il Brigata, figliuolo
di Guelfo, suo figliuolo allora assente, ed Anselmuccio figliuolo anche
esso d'un altro suo figliuolo detto Lotto, ch'era morto.

Sono questi i cinque personaggi, di cui Dante rese tanto celebre la
deplorabile morte. Dopo averli chiusi nella torre de' Gualandi alle
Sette Vie sulla Piazza degli Anziani, l'arcivescovo passati alcuni mesi
fe' gettare in Arno le chiavi della prigione, e non permise che fosse
loro recato alcun cibo. L'orrore del suo supplizio fece dimenticare i
delitti gravissimi di Ugolino, ed il suo nome rimase quasi unico esempio
nella storia di un tiranno che ispira pietà, e che viene punito dal suo
popolo più severamente che non meritassero le sue colpe. Dante racconta
d'aver veduto Ugolino nell'inferno fra i traditori della patria entro ad
un eterno ghiaccio, dal quale gli usciva soltanto il capo, ed avanti a
lui stava il capo dell'arcivescovo Ruggeri di cui rodeva il cranio con
avidità pari alla fame sofferta. Ugolino, interrogato da Dante, fa il
patetico racconto delle terribili angosce patite negli ultimi suoi
giorni dall'istante in cui aveva udito chiudersi l'orribile torre fino
al nuovo giorno in cui perì di fame[21].

  [21] Si omettono i versi di Dante riportati dall'autore, siccome
  troppo noti a tutti gl'Italiani.

  I frequenti cambiamenti di partito del conte Ugolino hanno resa
  alquanto confusa la sua storia; onde non deve recare meraviglia che
  sia tanto oscura, a fronte della celebrità del suo nome e
  dell'estrema sua sciagura. Questa storia per altro fu l'argomento
  d'ampie e numerose dissertazioni. Quelle del caval. Flaminio del
  Borgo, che formarono un volume in 4º, non hanno altro scopo che
  quello di purgare i Pisani dal rimprovero di crudeltà loro fatto da
  Dante e ripetuto da tutti coloro che leggono il suo divino poema.
  Prese per epigrafe questo verso

    _Exoritur tandem nostro de sanguine vindex_,

  e crede d'aver giustificata la sua patria, dimostrando che i quattro
  giovani chiusi in carcere con Ugolino, essendo stati presi colle
  armi alla mano, non erano meno di lui colpevoli; sicchè Dante non
  poteva dire di loro con verità: _Innocenti facea l'età novella_, ec.
  Noi abbiamo forse più che il cavalier del Borgo un interesse
  immediato a giustificare Pisa e le famiglie ghibelline da così
  grande crudeltà: pure non sappiamo immaginare qual vi possa essere
  così grave delitto che renda legittimo il supplizio d'Ugolino e de'
  suoi figli. Non vediamo che Dante li supponga nella prima
  fanciullezza; anzi li rappresenta come giovani pronti a sacrificarsi
  al loro padre; e questo zelo generoso ne fa supporre naturalmente
  che avranno pure combattuto al suo fianco; ma non pertanto erano
  essi troppo giovani per aver partecipato al tradimento che
  quattr'anni prima fece perdere la battaglia della Meloria, o a
  quello che diede ai Lucchesi Ripafratta, Viareggio ed altre
  castella. Il conte poteva averli avuti compagni nelle battaglie
  molto prima d'iniziarli ne' misterj della malvagia sua politica. Se
  alcuna cosa può scusare i Pisani, ella è la sofferta fame, la quale
  essi attribuivano alla politica del conte, e non credettero che di
  renderlo vittima di quel supplicio ch'essi in parte sperimentarono
  per sua colpa.

  La critica del cavalier Flaminio intorno agli storici di
  quest'avvenimento è parziale e passionata; quindi approfittandoci
  del suo lavoro non l'abbiamo interamente adottato. Abbiamo
  specialmente appoggiato il nostro racconto sopra un frammento della
  storia pisana scritto da un contemporaneo in dialetto pisano ed
  impresso _Scr. Rer. Ital. t. XXIV, p. 649-655_. Ci spiace di dover
  dire che questo frammento dà a credere che il supplicio del conte
  sia stato una specie di tortura per forzarlo a pagare un'ammenda di
  cinquemila fiorini, cui era stato condannato. Abbiamo pure
  approfittato assai della cronaca di Pisa scritta del 1536 _Script.
  Etruriæ t. I, p. 557-584_. La citiamo talvolta sotto il nome di
  falso Marangoni, perchè ci pare che il cavalier Flaminio abbia
  dimostrato non essere altrimenti opera di Bernardo Marangoni cui
  viene attribuita. Siccome non cade dubbio intorno alla data ed alla
  autenticità, il nome non interessa gran fatto. Ma non sono queste le
  nostre sole autorità; noi le abbiamo sempre confrontate col racconto
  assai circostanziato di _Gio. Villani l. VII, c. 120 e 127, p.
  320-324_; colla cronaca pisana scritta ne' primi anni del
  quindicesimo secolo: _Sc. It. t. XV, p. 979_, e coi commenti fatti a
  Dante da Benvenuto da Imola _An. It. t. I, p. 1140_. Per ultimo
  abbiamo pur letto il frammento di storia pisana di Guido di Corvaria
  contemporaneo, _t. XXIV, p. 694. — Doria continuatore di Caffaro,
  Ann. Genuens, l. X, p. 593-595. — Leon. Aret. Istor. Fior._ fine del
  terzo libro. — _Cronica di Paolin di Piero_, fiorentino
  contemporaneo, _Script. Etrur. t. II, p. 42. — Ubert. Folieta
  Genuens. Hist. l. V, p. 396. — Marchione di Coppo de Stefani_, pure
  contemporaneo, sconosciuto al caval. Flaminio. — _Delizie degli
  Eruditi Toscani t. VIII, l. III, Rub. 164, p. 33._
Per non interrompere la storia delle rivoluzioni pisane, abbiamo lungo
tempo omesso di parlare delle cose di Napoli e di Sicilia che ne'
medesimi anni provarono grandi rivoluzioni. I due re rivali, Carlo
d'Angiò e Pietro d'Arragona, eransi obbligati, come l'abbiamo detto, a
trovarsi il 15 maggio del 1283 a Bordeaux, cadauno accompagnato da
cento cavalieri per decidere in campo chiuso la lite, e la validità
de' loro diritti sul regno di Sicilia. Martino IV erasi opposto a
questo combattimento giudiziario, che risguardava ad un tempo come
impolitico e come irreligioso. Altronde Edovardo, re d'Inghilterra,
che doveva guarentire il luogo della battaglia, vi si rifiutò,
dichiarando in una sua lettera, tuttora esistente, che non darebbe per
tale oggetto sicurezza in verun luogo de' suoi dominj, quand'anche
dovesse con ciò guadagnare i due regni d'Arragona e di Sicilia[22].
Non per questo Carlo d'Angiò si preparò alla pugna con minore
passione; ed il giorno prefisso, Filippo l'ardito, re di Francia,
s'avanzò fino ad un giorno di cammino da Bordeaux con un magnifico
seguito di signori ed un corpo di tre mila uomini d'armi, mentre Carlo
entrò in città accompagnato dai cento cavalieri che dovevano
combattere con lui. Allora il re d'Arragona dichiarò che il campo
chiuso non era bastantemente guarentito, che non eravi per lui
sufficiente sicurezza avanzandosi fino a Bordeaux, finchè l'armata del
re francese trovavasi in tanta vicinanza, e che non mancherebbe di
recarvisi tosto che Filippo farebbe ritirare le sue truppe. Aggiungono
molti che vi andò in persona il 15 maggio per soddisfare al suo
giuramento, e che travestito si presentò al siniscalco d'Inghilterra,
dichiarando ch'egli non si vedeva in Bordeaux abbastanza sicuro, onde
si teneva sciolto della sua promessa; dopo di che ripartì di galoppo
facendo novanta miglia sulla strada d'Arragona senza prendere
riposo[23].

  [22] _Rymer Fœdera, Conventiones, ec. t. I, p. 239._ Raccolta
  pubblicata per ordine di Anna Regina d'Inghilterra. — _Giannone
  Stor. Civile l. XX, c. 7, t. III, p. 82._

  [23] _Gio. Villani l. VII, c. 86, p. 296._ — Il ristretto di Curita
  dà i nomi de' cento cavalieri di Carlo, e di tre che accompagnarono
  il re Pietro fino a Bordeaux. _Hisp. illust. t. III, p. 124._ —
  Guglielmo di Nangì dubita della venuta del re d'Arragona. _Gesta
  Philippi III Audacis in Script. Franc. Hist. t. V, p. 542. —
  Marianna Hist. de las Españas l. XIV, c. 6, p. 623. — Murat. Antiq.
  Ital. t. III, Dissert. XXXIX, p. 649 e seguenti._

Il divieto papale, l'assenza del re d'Inghilterra che doveva presiedere
alla pugna, e la vicinanza dell'armata francese, erano certamente
plausibili motivi per rifiutarsi d'entrare in campo chiuso; ma pare che
Pietro fosse contento di avere trovati questi pretesti per non procedere
ad un combattimento, i di cui apparecchi gli avevavo fatto guadagnare il
tempo che gli abbisognava. Prima che giugnesse il giorno del
combattimento, il papa per non pregiudicarsi, lasciando alla decisione
delle armi una causa che credeva devoluta al suo tribunale, pronunciò in
data del 15 marzo una sentenza di deposizione contro Pietro d'Arragona;
dichiarando che non solamente Pietro d'Arragona non aveva alcun diritto
sul regno di Sicilia, ma che in pena dell'averlo occupato con frode e in
disprezzo della protezione della Chiesa e delle proprie obbligazioni
verso san Pietro, di cui era vassallo, veniva privato del suo regno
ereditario d'Arragona, ed i suoi stati abbandonati al primo che gli
occupasse. In appresso quando Martino IV ebbe avviso che Pietro aveva
mancato al combattimento, e che i re di Francia e di Napoli,
risguardandosi come beffati da lui, erano fieramente sdegnati, confermò
la sua sentenza di deposizione, ed investì del regno d'Arragona Carlo di
Valois secondo figlio del re Filippo[24].

  [24] _Raynald. Ann. Eccles. l. XIV, § 15-22, p. 342. Bulla
  depositionis Petri Arragon. 12 cal. aprilis. Urbevateri Altera 6
  cal. sept. ap. Rayn. 1283, § 25 e seg., p. 344._

Tutte le indulgenze della Chiesa, e tutti i suoi favori furono promessi
a coloro che ajuterebbero la casa di Francia nella conquista di questo
nuovo regno; e si giunse perfino a predicare una crociata in favore di
Carlo di Valois. Ma perchè i principi francesi avevano più a cuore la
Sicilia che l'Arragona, il re Carlo nel presente anno non si occupò che
degli apparecchi necessarj per far l'impresa di quell'isola; e nel mese
di maggio del 1284 partì dai porti di Provenza alla volta di Napoli con
cinquantacinque galere armate e tre grosse navi cariche di truppe.

Ruggeri di Loria, grande ammiraglio di Sicilia, avendo avviso della
vicina venuta di Carlo, si recò in faccia a Napoli con quarantacinque
galere, dopo avere corse le coste del principato per provocare alla
battaglia Carlo detto lo Zoppo, principe di Salerno, e figliuolo del re,
che governava il regno in assenza del padre. Questo principe non
sostenne gli oltraggi de' Siciliani e de' Catalani che accusavano i
Francesi di codardia; fece mettere alla vela venticinque galere che
teneva nel porto, e andatovi a bordo con tutti i suoi cavalieri francesi
e provenzali, si fece incontro all'ammiraglio siciliano, malgrado il
comando espresso del padre che gli vietava di combattere. In fatti egli
era troppo debole da cimentarsi con quell'ammiraglio, il più esperto e
fortunato del suo secolo; i suoi soldati erano similmente in numero e in
zelo minori di quelli del Loria, e meno avvezzi al mare: perciò dopo il
primo attacco, fuggirono le galere di Sorrento e del principato, facendo
forza di remi. Furono dalla flotta siciliana prese otto navi francesi
sulle quali trovavasi lo stesso principe con tutti i suoi più ricchi
baroni.

Accadde che, mentre Ruggeri di Loria manovrava in parata, dopo così
glorioso fatto, innanzi al porto di Napoli, credendo gli abitanti di
Sorrento che quella battaglia deciderebbe della sorte della casa
Angioina, spedirono deputati all'ammiraglio per complimentarlo ed
offrirgli frutta e denaro. I deputati, saliti sulla nave
dell'ammiraglio, e veduto il principe Carlo riccamente vestito in mezzo
a' suoi baroni, credettero che fosse Ruggeri di Loria, onde prostrati
innanzi a lui gli offrirono i fichi e le duecento monete d'oro che
avevano portato, e gli dissero: «Messere l'ammiraglio, aggradisci dal
comune di Sorrento queste frutta e queste monete, e sappi che noi fummo
i primi a dare a' tuoi nemici il segno della fuga. Piacesse a Dio, che
come prendesti il figliuolo, così avessi tu preso anche il padre.»
Carlo, quantunque afflitto da tanta sciagura, non potè trattenersi di
ridere dell'equivoco: «Per Dio, gridò, guarda sudditi fedeli a
monsignore il re[25]!»

  [25] _Gio. Villani l. VII, c. 92, p. 301._

Carlo d'Angiò si sforzò di non mostrarsi abbattuto dall'avviso di questa
disfatta, che ricevè quasi subito, trovandosi la sua flotta innanzi a
Gaeta il giorno dopo la battaglia: ma si vendicò del poco affetto che
gli aveano mostrato i Napoletani, facendone appiccare più di
centocinquanta; colla quale crudele esecuzione pretendeva d'aver fatto
grazia a Napoli, che a suo credere meritava d'essere distrutta. Fissò
per luogo di unione delle sue tre flotte di Provenza, di Salerno e di
Puglia, Concione in Calabria; ed egli andò per terra a Brindisi per
affrettare l'armamento dell'ultima.

Frattanto il papa, sulla domanda del re Carlo, aveva spediti due
cardinali in Sicilia per conferire coi ribelli, e liberare se era
possibile l'unico suo figliuolo, loro prigioniero. Carlo sotto il peso
delle traversie, che da due anni lo perseguitavano incessantemente,
aveva alquanto perduto di quel fermo ed intrepido carattere che aveva
sempre mostrato, e di quella confidenza nella propria fortuna, cui più
che a tutt'altro era debitore delle altre sue qualità. Quantunque avesse
sotto i suoi ordini una flotta di centodieci vascelli, si lasciò
aggirare dai negoziati de' Siciliani, e passò l'estate senza far nulla.
La mancanza di vittovaglie e l'avvicinarsi dell'equinozio l'obbligarono
a tornare a Brindisi. Nell'inverno andò in Puglia, ammassando danaro,
vittovaglie ed uomini, per rinnovare in primavera la guerra con maggior
vigore; ma un amaro presentimento della sua rapida decadenza e del
trionfo di nemici che aveva prima disprezzati, lo rodevano internamente.
Lo sforzo che egli faceva per comprimere il suo dolore ed il suo
scoraggiamento, guastavano la sua salute; sicchè cadde finalmente
infermo a Foggia. Le ultime sue parole furono dirette all'ostia sacra
nell'atto di ricevere la comunione nel suo letto della morte. «Signore
Iddio, diss'egli, io credo veramente che tu sei il mio salvatore, onde
ti prego ad aver pietà della mia anima. E così com'io feci la conquista
della Sicilia più per servire alla santa Chiesa, che pel mio interesse,
o per altra cupidigia, tu perdonami i miei peccati[26].» Morì poco dopo
il giorno 7 di gennajo del 1285 in età di sessantacinque anni, dopo
averne regnato diecinove in Napoli. Malgrado la testimonianza che
rendeva a sè medesimo negli ultimi istanti di vita, non possiamo
facilmente credere che un uomo tanto ambizioso e crudele non avesse
altro scopo nelle ingiuste conquiste che costarono tanto sangue, che la
gloria di Dio.

  [26] _Gio. Villani l. VIII, c. 93 e 94, p. 302 e 303._

La sua morte precedette di poco quella de' principali monarchi, che come
suoi amici, o rivali, avevano con lui travagliata l'Europa. Filippo V
l'ardito, dopo una rovinosa campagna in Arragona, morì a Perpignano il 6
ottobre dello stesso anno; Pietro d'Arragona cessò di vivere a
Barcellona l'otto di novembre per le ferite avute nella stessa campagna;
e Martino IV, fedele creatura e cieco strumento di Carlo, era morto il
25 marzo dello stesso anno a Perugia.

Il principe di Salerno, erede del regno, trovavasi prigioniero degli
Arragonesi, che dalla Sicilia lo avevano trasportato in Catalogna;
sicchè fu il suo figlio primogenito, allora in età di soli dodici in
tredici anni, che prese possesso del regno sotto la direzione di Roberto
conte d'Artois, suo cugino, e d'un consiglio di baroni francesi. In tale
occasione papa Onorio IV, successore di Martino, pubblicò una bolla
intorno al governo del regno e per riformare gli abusi che vi si erano
introdotti[27]. D'altra parte don Giacomo, il secondo figliuolo di
Pietro d'Arragona, fu incoronato re di Sicilia, mentre il fratello
maggiore ereditava gli stati paterni nelle Spagne: e la lotta del mezzo
giorno d'Italia che aveva cominciato a guisa d'una guerra di giganti, si
prolungò molti anni fra deboli principi, i di cui fatti più non meritano
l'attenzione dell'Europa.

  [27] Quest'ordinanza o capitolare viene riportato dal Giannone,
  _Stor. Civile l. XXI, c. 1_.

La debolezza della casa d'Angiò agevolò alla repubblica fiorentina i
mezzi d'impadronirsi dell'amministrazione della parte guelfa fin allora
diretta dal re di Napoli, e di chiamare a sè i negoziati di tutta la
fazione. Ma la repubblica fiorentina in tempo che acquistava tanta
influenza sulle altre province d'Italia, non era meno delle repubbliche
sue rivali travagliata da intestine discordie. Lo zelo che i Fiorentini
mostrarono in favore della loro patria, cui, sacrificando vita ed averi,
innalzarono ad un grado di potenza assai superiore alle loro ricchezze
ed alla popolazione, era un risultamento del loro amore di libertà, di
quella sediziosa democrazia che, solleticando l'amor proprio e le
passioni d'ogni classe di persone, le rendeva tutte energiche e
valorose.

L'anno 1282 fu quello in cui i Fiorentini fissarono quella forma di
governo che poi mantennero fino alla caduta della repubblica, e della
quale sussistono anche al presente alcune istituzioni. Io intendo
parlare dei priori delle arti e della libertà, il cui collegio ebbe il
nome di _Signoria_. Il governo di Firenze, dopo che il cardinal Latino
vi potè stabilire la pace interna, venne affidato a quattordici savj,
otto guelfi e sei ghibellini. Da questa forma di reggimento, il di cui
potere esecutivo era affidato ad un consiglio troppo numeroso per agire
di perfetto accordo, ad un consiglio che fino dalla sua istituzione
medesima aveva in sè gli elementi della discordia e dove regnava lo
spirito di parte, pareva derivarne danno allo stato: inoltre la gelosia
della plebe verso i grandi riusciva pure pregiudicevole a questo
collegio, ove trovavansi molti gentiluomini; e perciò si andava dicendo
che d'una repubblica mercantile dovevano averne l'amministrazione i soli
mercanti. Quindi i Fiorentini verso la metà di giugno del 1282
istituirono una nuova magistratura affatto democratica, i di cui membri
ebbero il titolo di priori delle arti, per indicare che l'assemblea de'
primi cittadini d'ogni mestiere rappresentava tutta la repubblica. Nella
prima elezione non furono ammessi tutti i mestieri indistintamente alla
prerogativa di dare i capi allo stato. La prima volta ebbero quest'onore
tre sole arti, risguardate come le più nobili; ma nella seconda elezione
(cioè due soli mesi dopo, perchè l'elezioni dovevano rinnovarsi tutti i
due mesi) si raddoppiò il numero de' priori, onde ognuna delle sei arti
maggiori, a cadauna delle quali corrispondeva un quartiere della città,
avesse il suo priore. L'arte dei giudici e de' notaj, che per altri
rispetti aveva parte nel governo, fu la sola non chiamata a dare priori
alla repubblica.

Tutto il potere esecutivo e la rappresentanza dello stato fu data a sei
priori. Per tenerli uniti ed accrescerne la vicendevole benevolenza,
furono chiamati a vivere insieme, spesati dal pubblico ed alloggiati nel
suo palazzo. Finchè rimanevano in carica non si permetteva loro d'uscire
di palazzo, diventato ad un tempo carcere pei priori e fortezza per lo
stato[28]. Ma o sia affinchè questa vita interamente pubblica non
tenesse troppo tempo lontani i mercanti dai loro affari, sia perchè non
avessero tempo di maturare ambiziosi progetti e di aspirare alla
tirannide, o perchè si facesse luogo ad un maggior numero d'aspiranti,
la durata d'ogni signoria fu fissata a due mesi, dopo i quali, coloro
che uscivano di carica, non potevano nè raffermarsi, nè rieleggersi se
non passati due anni[29]; di modo che il governo rinnovavasi tutt'intero
sei volte all'anno nella repubblica fiorentina, ed in tutte le altre che
tosto ne adottarono la costituzione.

  [28] _Gio. Villani l. VII, c. 78, p. 279._

  [29] Ciò chiamavasi il _Divieto_. Vedansi gli statuti fiorentini
  raccolti del 1415 e stampati in Firenze del 1787 sotto la data di
  Friburgo in 3 vol. in 4º.

I priori uniti ai capi ed ai consigli di tutte le arti maggiori e ad un
determinato numero d'aggiunti che sceglievano essi medesimi in tutti i
quartieri della città, eleggevano i nuovi priori. Questo consiglio
d'elezione nominava a squittinio segreto ed a pluralità di suffragi. In
seguito si fecero eleggere da una commissione, o _balìa_, tutti
gl'individui che dovevano successivamente per tre o per cinque anni
esercitare il priorato, facendone dipendere l'ordine dalla sorte.
Siccome molti gentiluomini erano mercanti, e facevano parte delle arti e
mestieri, non furono a principio esclusi dalla signoria; ma un governo
di mercanti, lo spirito di corpo e la gelosia di quest'ordine di
cittadini doveva provocare, e provocò ben tosto l'esclusione assoluta di
tutti i gentiluomini dalle cariche del governo.

L'anno susseguente i Sienesi, imitando i Fiorentini, abolirono il
consiglio de' quindici magistrati che governava la loro città, e vi
sostituirono la nuova signoria, che chiamarono i _nove governatori e
difensori della comunità e del popolo di Siena_, o più brevemente, i
_nove_. Come i priori di Firenze, furono ancor essi uniti nello stesso
palazzo, e nudriti alla medesima mensa, fissata la durata delle loro
funzioni a due mesi, e scelti nell'ordine de' mercanti, essendone
assolutamente esclusi i nobili. Questo modo di limitare la scelta ad una
sola condizione, che pure non era la principale dello stato, diede
origine ad una nuova oligarchia, ad una oligarchia plebea, che in Siena
chiamossi l'ordine dei _nove_, perchè i mercanti che si erano
appropriato il governo, escludendone i nobili ed il popolo, formarono in
seguito un registro dei nomi delle famiglie che stimavano ammissibili
all'elezione dei nove difensori. Gl'iscritti su questo registro
formarono a Siena una casta particolare non meno orgogliosa della
nobiltà, non meno ambiziosa, non meno avida del potere esclusivo, e
perciò non meno di quella esposta alla gelosia del popolo e spesso alle
sue persecuzioni[30].

  [30] _Andrea dei Cron. Sanese ad an. 1283, t. XV, p. 38. — Malavolti
  Stor. di Siena p. II, l. III, fol. 50._

La gelosia del popolo verso la nobiltà aveva fatta nascere anche in
Arezzo una somigliante rivoluzione; ma perchè questa città era meno
popolata, ed i nobili proporzionatamente più forti e protetti dal
vescovo Guglielmo degli Ubertini, del 1287 fecero nascere una
controrivoluzione, la quale, rimettendo nelle loro mani tutto il
governo, li consigliò a dichiararsi pel partito ghibellino che in tale
epoca era oppresso in tutta la Toscana. I gentiluomini ed i Ghibellini
perseguitati rifugiaronsi in Arezzo; perchè i Fiorentini, i Sienesi e
tutta la lega guelfa, vedendo innalzarsi in tanta vicinanza lo stendardo
dell'aristocrazia e del partito ghibellino, dichiararono la guerra a
quella città[31].

  [31] _Cron. Aret. di Ser Gorello_ in terza rima _t. XV, c. 3, p.
  822. — Gio. Villani l. VII, c. 109, 114, p. 314_ ec. — _Leon. Aret.
  l. III, p. 102._

Del 1288, poco dopo quella d'Arezzo, scoppiò la rivoluzione di Pisa,
della quale si è detto di sopra in questo capitolo: il conte Ugolino fu
gettato in prigione, e la repubblica dichiarossi pel partito ghibellino,
cui il popolo aveva in ogni tempo segretamente aderito. E per tal modo
due prelati, Ruggeri degli Ubaldini arcivescovo di Pisa, e Guglielmo
degli Ubertini vescovo d'Arezzo, trassero di concerto nel medesimo tempo
le due città alle spirituali loro cure affidate nella fazione opposta
alla Chiesa. Per altro i Pisani, per essere più in istato di sostenere
la guerra loro dichiarata dalla lega toscana, chiamarono il conte Guido
di Montefeltro, e lo nominarono loro capitano. Aveva costui acquistata
opinione di valoroso guerriero nella difesa di Forlì contro il conte
d'Appia, ma in appresso era stato obbligato a pacificarsi colla Chiesa,
ed a ritirarsi in Piemonte nella città d'Asti assegnatagli come luogo
del suo esilio.

Nel 1289 la fortuna non mostrossi egualmente favorevole alle due città
ghibelline nella guerra ch'ebbero a sostenere contro la lega toscana:
gli Aretini, dopo essere rimasti vittoriosi dei Sienesi, furon rotti dai
Fiorentini a Certomondo presso di Campaldino nel Casentino il giorno 11
giugno del 1289, perdendo due mila quattrocento quaranta uomini tra
morti e prigionieri. Contavasi tra i primi il vescovo Guglielmo degli
Ubertini, il fiore della nobiltà aretina, ed i principali ghibellini
emigrati da Firenze. Ma coloro che salvaronsi dalla strage, essendo
entrati in Arezzo, posero la città in tale stato di difesa, che l'armata
combinata di Firenze e di Siena non potè impadronirsene[32].

  [32] _Gio. Villani l. VII, c. 130, 131, p. 326-330. — Dino Compagni,
  Cronaca delle cose de' tempi suoi t. IX, p. 475._ Quest'ultimo
  descrive la battaglia come uno che v'ebbe parte.

Intanto i Pisani condotti dal bravo conte di Montefeltro, malgrado
l'infinita superiorità de' nemici, tra i quali contavansi pure il
giudice di Gallura, i partigiani del conte Ugolino e tutti i Guelfi
fuorusciti di Pisa; e malgrado che i Genovesi ritenessero undici mila
valorosi pisani nelle loro prigioni, trattarono la guerra quasi sempre
con prospero successo, ricuperando per sorpresa o di viva forza quasi
tutte le castella del loro territorio[33]. Il conte ch'era stato ad un
tempo nominato podestà e generale delle armate per tre anni col soldo di
dieci mila fiorini all'anno e con obbligo di seco condurre cinquanta
uomini d'armi e trenta scudieri, incominciò dal cambiare l'armatura
dell'infanteria; indi formò un corpo di tre mila balestrieri, che
diligentemente addestrò all'armi per lo spazio di due mesi; talchè quei
pedoni, risguardati fin allora come truppe di niun conto, diventarono
formidabili alla stessa cavalleria, e sotto alla sua condotta ebbero
fama d'essere i migliori balestrai di Toscana[34]. In appresso pose su
tutti i cittadini un'imposta di guerra per assoldare in comune un corpo
di cavalleria; e mantenendo viva corrispondenza con quasi tutte le
castella del vicinato, colla rapidità delle sue manovre, e coi suoi
prosperi successi, impose in modo alla lega toscana de' Guelfi, che
l'anno 1293 dovette accordare alla repubblica pisana onorevole pace. I
Fiorentini ottennero franchigia da ogni gabella nel porto di Pisa; i
Guelfi furono rimessi in possesso de' loro beni, e, tranne poche
castella lasciate ai Lucchesi, la repubblica di Pisa ricuperò i suoi
antichi confini[35].

  [33] _Gio. Villani l. VII, c. 140, p. 335, 147, 369._

  [34] Frammenti d'un anonimo pisano contemporaneo, _t. XXIV, p. 655 e
  seg._

  [35] _Cronica di Pisa anonima t. XV, p. 980-982. — Falso Marangoni
  Cronica di Pisa p. 597._

Per altro la pace dai Fiorentini accordata ai Pisani non dovevasi alle
sole armi del conte Guido di Montefeltro, ma ancora alle interne
turbolenze della città di Firenze. Le antiche famiglie guelfe dopo lo
stabilimento dei priori delle arti e della libertà, non eransi mai
riunite per ricuperare quella influenza sul governo, di cui erano state
spogliate; anzi ogni casa nobile era in guerra con altra egualmente
nobile, e la città sempre turbata dai reciproci insulti e dai privati
loro combattimenti[36]. Queste dissensioni facevano perdere ai
gentiluomini ogni influenza nel governo della loro patria, ed il popolo
non aveva motivo di nutrire gelosia verso un ordine che aveva così poca
politica; ma se la nobiltà non dava al governo coll'inconseguenza delle
sue intraprese ragionevole motivo di gelosia, non lasciava di provocare
la collera del governo e dei cittadini con passaggere violenze, e
coll'abituale disprezzo dell'ordine e delle leggi. Ogni famiglia nobile
avrebbe creduto d'avvilirsi assoggettandosi ai tribunali; e se alcun suo
individuo veniva arrestato dal capitano del popolo o tratto in giudizio,
tentava di liberarlo a mano armata, senza curarsi di sapere qual delitto
avesse commesso. Non eranvi più trasgressioni personali, perchè
un'intera famiglia s'associava sempre al delitto ed agli sforzi del
colpevole per sottrarsi al castigo. Il governo sentivasi troppo debole
per lottare contro questi potenti avversarj, onde tutte le violenze
usate dalla nobiltà alla plebe rimanevano sempre impunite. Finalmente il
popolo, irritato da tanti insulti privati della nobiltà, si dispose di
volerla in tutto reprimere con tali severissime leggi, che, fino a
quest'epoca, in veruna repubblica, non era stato assoggettato a così
tirannico ed arbitrario trattamento il primo ordine dello stato.

  [36] _Gio. Villani l. VIII, c. 1, p. 343._

Era in Firenze un gentiluomo chiamato Giano della Bella, il quale,
comechè discendesse da una delle più nobili famiglie toscane, o per non
avere una fortuna proporzionata alla sua ambizione, o perchè i disordini
di cui la nobiltà si rendeva colpevole gli avessero ispirato avversione,
rinunciò ai privilegi de' suoi natali per associarsi al popolo contro la
sua casta[37]. Essendo Giano uno de' priori delle arti, approfittò
dell'opportunità d'un'assemblea del popolo, o parlamento, per arringare
sulla pubblica piazza i suoi concittadini[38]. Domandò loro in nome
della libertà di voler mettere fine all'insubordinata insolenza dei
nobili ed agl'insulti cui erano i plebei continuamente esposti. Accusò i
nobili di esercitare l'assassinio a mano armata, di strappare i
querelanti davanti ai tribunali, di allontanarne a forza i testimoni,
d'incutere timore agli stessi giudici e di sospendere o distruggere le
leggi. Domandò altamente che la podestà pubblica si rendesse superiore
alle forze private che osavano di starle a fronte; che si punissero
l'intere famiglie, poichè queste non volevano abbandonare gl'individui
alla correzione dei tribunali; che si rendesse la signoria più forte,
chiamando il poter militare in soccorso dell'autorità civile; e che si
organizzassero in modo le guardie borghesi da non abbandonare giammai il
palazzo de' priori delle arti e della libertà[39].

  [37] La famiglia della Bella, siccome quelle dei Pulci, Nerli,
  Gangalandi e Giandonati erano state fatte nobili da Ugo vicario
  imperiale d'Ottone III avanti il 1000. _Dante Parad. C. XVI, v.
  127._

  [38] _Cronaca di Dino Compagni t. IX, p. 474._

  [39] _Leon. Aretino l. IV. — Scip. Ammirato Ist. Fiorent. l. IV, p.
  188._

Il popolo in conseguenza di questo discorso nominò una commissione per
riformare gli statuti della repubblica e reprimere colle leggi
l'insolenza de' nobili. Una famosa ordinanza, conosciuta sotto il nome
di _Ordinamenti della Giustizia_, fu l'opera di questa commissione[40].
Per la conservazione della libertà e della giustizia sanzionò la più
tirannica ed ingiusta giurisprudenza. Trentasette famiglie delle più
nobili e più rispettabili di Firenze furono per sempre escluse dal
priorato, senza che loro potess'essere in avvenire permesso di
ricuperare i diritti della cittadinanza, facendosi inscrivere sulla
matricola di alcun corpo di mestiere, o esercitando qualunque
professione[41]. Questa esclusione appoggiavasi al favore che i nobili,
dicevasi, accordavano sempre agli altri nobili; si accusavano di avere
inceppate le operazioni della signoria, la quale non fece mai verun atto
vigoroso qualunque volta qualche gentiluomo sedette coi priori. Si
autorizzò inoltre la signoria ad aggiugnere nuovi nomi d'esclusione
qualunque volta alcun'altra famiglia, seguendo le orme della nobiltà,
meritasse d'essere egualmente punita[42]. I membri di queste trentasette
famiglie furono additati anche nelle leggi col nome di grandi e di
magnati; e per la prima volta videsi un titolo d'onore convertito non
solamente in un peso oneroso, ma in castigo. Fu dalla medesima ordinanza
stabilito che quando un grande si farebbe reo di qualche delitto, la
voce pubblica attestata da due probe persone, sarebbe pel tribunale
sufficiente prova a convincere e condannare il prevenuto, poichè fin
allora la violenza de' gentiluomini aveva allontanati i querelanti dal
palazzo della giustizia e costretti a tacere i testimonj. Per ultimo i
complici di coloro che turbassero l'ordine pubblico, si associavano
nelle pene ai principali colpevoli[43].

  [40] _Gli ordinamenti della Giustizia_ sono compresi negli statuti
  di Firenze raccolti del 1415. Sono composti di 101 rubriche o
  titoli, e formano 108 pagine in 4º. Il latino è barbaro come quello
  di tutti gli statuti fiorentini.

  [41] _Ordinamenta Justitiæ Rub. 32-90._

  [42] _Ordinamenta Justitiæ Rub. 22-31._

  [43] _Ibid. 63, 65, 96._

Per eseguire questa nuova giurisprudenza si divisero i borghesi in venti
compagnie, ognuna di cinquant'uomini e indi a poco di duecento; e fu
assegnata ad ogni compagnia la sua piazza d'armi e la sua bandiera.
Furono poi tutte assoggettate ad un nuovo ufficiale, chiamato
confaloniere o porta bandiera della giustizia[44]. Il confaloniere era
un ufficiale civile e non militare, il quale non ispiegava la bandiera
in guerra contro i nemici dello stato, ma soltanto nelle spedizioni, per
riunire sotto le insegne nazionali gli amici dell'ordine e della
libertà. Quando appendeva alle finestre del palazzo pubblico, in cui
abitava coi priori, il confalone della giustizia, i capi d'ogni
compagnia dovevano adunare i loro uomini e raggiugnerlo. Allora usciva
dal palazzo alla testa di questa milizia nazionale, attaccava i
sediziosi e puniva i colpevoli.

  [44] _Ibid. Rub. 18._

Il primo confaloniere fu nominato dai priori, e perciò rimase loro
subordinato; ma l'importanza delle sue funzioni lo fece ben tosto
risguardare da prima come loro eguale, poscia come superiore, come il
capo della repubblica ed il rappresentante della sua maestà. Eletto
collo stesso metodo dei priori, per rimanere in carica soltanto due mesi
come i primi, ed alloggiato insieme nel palazzo pubblico, mise a numero
il collegio della signoria. Non dobbiamo veramente giudicare dai titoli
dell'eccellenza d'un governo; ma pure non può non riconoscersi un certo
che di nobile nella scelta di quelli adoperati dalla repubblica
fiorentina. La giustizia, la libertà, la bontà, tutte le virtù pubbliche
erano chiamate colle arti al governo, e lo stato veniva amministrato dal
_confaloniere della giustizia, dai priori delle arti e della libertà e
dal collegio de' buonomini_.

L'uno de' primi confalonieri di Fiorenza, e ad un tempo il più elegante
scrittore italiano del tredicesimo secolo, ispirò un profondo terrore ai
gentiluomini eseguendo la più importante funzione della sua carica. Alla
testa delle compagnie del popolo spianò le case dei Galigai[45] per aver
uno di quella famiglia ucciso in Francia un cittadino fiorentino. Per
altro i grandi si riebbero ben tosto dal concepito spavento, e trovarono
il modo di porsi in sicuro dalla furia popolare, e sopra tutto di
vendicarsi di Giano della Bella, che risguardavano quale disertore e
traditore del suo ordine e del suo partito. Scoprirono che molti dei più
riputati cittadini erano gelosi della sua influenza; che questi per
isfogare il loro odio contro la nobiltà, erano di sentimento non poter
eccepire lo stesso gentiluomo _demagogo_ che aveva abbassati i suoi
compagni; videro che il suo rango, di cui pareva averne fatto
sacrificio, se gli accresceva riputazione presso la plebe, lo rendeva
esoso in faccia ai capi della cittadinanza. Si avvicinarono a questi
ultimi, e l'odio comune fu il cemento della loro unione.

  [45] Altri li chiamarono Galli o Galetti; ma dobbiamo prestare
  maggior fede a Dino Compagni, ch'era confaloniere. Questo nome di
  Galigai si associa a molte ricordanze. _Cron. t. IX, p. 475. — Gio.
  Villani l. VIII, c. 1, p. 344._

Giano della Bella godeva troppa riputazione presso il popolo perchè
potess'essere vantaggiosamente attaccato a forz'aperta, onde la
proposizione fatta da Berto Trescobaldi di ucciderlo in una sommossa
venne disapprovata come pericolosa. Si preferì piuttosto di approfittare
dei difetti del suo spirito e delle qualità del suo carattere per
alienargli i suoi partigiani. Giano era incapace di transigere tra il
suo interesse e la severità de' suoi principj. Alcuni uomini, ch'egli
credeva suoi amici, gli rappresentarono gli abusi introdottisi
nell'ordine de' giudici e de' notaj, il modo con cui spaventavano il
podestà ed i rettori, minacciandoli di un'estrema severità nel
sindacato, di cui venivano incaricati quando i rettori uscivano
d'ufficio, e le ingiuste grazie che con tal mezzo essi ottenevano da
loro. Giano intraprese subito a reprimere colle leggi così perniciosi
abusi, e con tale tentativo s'inimicò il potente e numeroso ordine de'
giudici e de' notaj.

Quanto quest'ordine aveva di credito innanzi ai tribunali, altrettanto
ne acquistava la corporazione de' macellai in tutte le sommosse: erano
questi gente accostumata al sangue, che niente intimidiva e che nelle
sedizioni era pronta sempre a pigliar le armi. Si stimolò Giano a
rivedere gli statuti de' macellai ed a reprimere le frodi che
commettevano; per tal modo egli si creò de' nemici ardenti e pericolosi
in mezzo a quella plebe medesima che gli era così ben affetta. Siccome
si andava sollecitandolo con nuove denuncie a farsi nuovi nemici, lo
storico Dino Compagni, che aveva scoperte le perfide mire di coloro che
lo consigliavano, ne fece parte a Giano, pregandolo di rinunciare per
alcun tempo ad una pericolosa severità. «Pera piuttosto, rispose, la
repubblica, ed io con lei, anzi che soffrire l'iniquità per un
miserabile privato interesse, anzi che distruggere la vera libertà con
vile tolleranza»[46].

  [46] _Dino Compagni Cronaca de' tempi suoi, l. I, t. X, p. 475-478._

Frattanto i nemici di Giano nella nuova elezione de' priori ottennero di
far cadere la scelta sopra sei de' principali capi di quella
aristocrazia plebea ch'era subentrata alla nobiltà. Tosto che costoro
furono in carica, aprirono innanzi al capitano del popolo
un'inquisizione intorno alla condotta di Giano della Bella, accusandolo
d'avere in segreto eccitata un'insurrezione, che aveva avuto luogo pochi
mesi prima.

Da prima la plebe parve irritarsi per somigliante accusa; si adunò
intorno alla casa di Giano esibendogli di prendere le armi in sua difesa
quand'anche avesse dovuto per ciò impadronirsi della città: il fratello
di Giano si recò pure collo stendardo del popolo fino ad Orsanmichele,
lontano duecento passi dal palazzo della signoria. Ma Giano avvedendosi
di essere tradito da coloro stessi che d'accordo con lui avevano
innalzata la potenza del popolo, e che i suoi nemici erano potenti e
riuniti in armi avanti al palazzo dei priori, non volle esporre la
patria sua ad una guerra civile, nè presentarsi al tribunale de' giudici
la cui equità eragli per lo meno sospetta. Cedette adunque ed uscì di
Firenze il 5 marzo del 1294, sperando che il popolo non tarderebbe a
richiamarlo; ma invece fu condannato dal capitano del popolo e morì in
esilio[47]. «Fu per contumacia condannato nella persona e sbandito, e
morì in esilio, e tutti suoi beni disfatti, e certi altri popolani con
lui; onde di lui fu grandissimo danno alla nostra città e massimamente
al popolo, però ch'egli era il più leale uomo e diritto popolano di
Firenze, amatore del bene comune, e quelli che mettea in comune non ne
traeva. Era presuntuoso e voleva le sue vendette fare, e fecene alcuna
contro gli abati suoi vicini col braccio del comune, e forse per li
detti peccati fu per le sue leggi medesime, ch'avea fatte, a torto e
senza colpa per li non giusti giudicato. E nota che questo è grande
esemplo a quelli cittadini, che sono a venire, di guardarsi di non
volere essere signori di loro cittadi, nè troppo presuntuosi.... Di
questa novitade ebbe grande mutazione e turbazione il popolo e la città
di Firenze, rimanendo al governo de' popolani grossi e possenti[48]».

  [47] _Machiavelli Stor. Fior. l. II. — Dino Compagni Cronaca l. I,
  p. 478. — Leonardi Aret. Stor. Fior. l. IV._

  [48] _Gio. Villani l. VIII, c. 8, p. 350-351._



CAPITOLO XXIV.

      _Pontificato di Bonifacio VIII. — Il partito guelfo si divide in
      due fazioni dei Bianchi e dei Neri. — I Bianchi perseguitati si
      uniscono ai Ghibellini._

1294 = 1303.


Appena nel precedente capitolo abbiamo avuto occasione di nominare i
pontefici che governarono la Cristianità, perchè nello spazio di dieci
anni la loro influenza fu quasi nulla rispetto all'Italia, sia che non
potessero tra le civili rivoluzioni delle repubbliche acquistare sulle
medesime quell'ascendente che avevano avuto ne' gabinetti de' principi,
o sia che la successione di molti papi, che tutti morivano pochi mesi
dopo la loro elezione, scemasse alla sede pontificia gran parte della
sua potenza. Dopo Martino IV, Onorio IV della nobile famiglia de'
Savelli di Roma, regnò due anni[49]. Attratto dalla gotta, incapace di
levarsi, di sedere, d'aprire o chiudere le mani, era stato obbligato,
per celebrare la messa e adempirne le funzioni, di far fare una macchina
che lo alzava, lo abbassava e lo volgeva verso l'altare o verso il
popolo, mentre un altro meccanismo suppliva alle sue dita per sostenere
l'ostia. Pure in mezzo alle sue infermità questo papa possedeva
un'eloquenza persuasiva ed uno spirito vigoroso; ma non impiegò i suoi
talenti ed il suo potere che ad arricchire i Savelli di Roma suoi
congiunti[50]. Dopo un interregno di alcuni mesi, gli fu dato per
successore il cardinale ministro de' frati minori, che prese il nome di
Nicolò IV. Questi regnò quattr'anni[51], duranti i quali pare che non si
prendesse altra cura che quella di colmare di ricchezze e d'onori i
Colonna di Roma, come il suo predecessore aveva fatto pei Savelli. Ne'
libelli di quel tempo venne questo papa rappresentato in atto di uscire
a stento da una colonna di marmo, colla testa coronata da una mitra,
mentre due colonne situate innanzi a lui gli toglievano la vista degli
oggetti[52]. Non si conoscono i motivi dell'affezione di questo papa
verso la casa Colonna colla quale non aveva legame di sangue. Anche in
quell'epoca i Colonna erano annoverati tra le antiche famiglie nobili,
ma la loro potenza territoriale nel patrimonio di san Pietro ed il loro
credito presso la corte pontificia non ebbero cominciamento che sotto
questo papa[53].

  [49] Dal giorno 2 aprile 1285 insino al giorno 3 aprile 1287.

  [50] _Chron. Fr. Francisci Pipini l. IV, c. 22, t. IX, p. 727._

  [51] Dal 22 febbrajo 1288 al 4 aprile 1292.

  [52] In principio del susseguente secolo si vide un libro intitolato
  _Initium malorum_, nel quale trovavasi questa caricatura; essendovi
  ogni papa rappresentato con un disegno satirico che dava a conoscere
  il suo carattere e la sua amministrazione. _Francis. Pipini Chron.
  l. IV, c. 23, p. 728._

  [53] La prima occasione in cui vedasi questa casa figurare nella
  storia d'Italia, è sotto il papato di Pasquale II l'anno 1100.
  Pietro della Colonna mosse guerra a questo pontefice; ed allora la
  di lui casa possedeva già le due terre di Colonna e di Zagarolo.
  _Pandulph. Pisan. Vita Pasqualis Papæ II. Scr. Ital. t. III, p. 355.
  — Ottavio di Agostino Istoria della famiglia Colonna. Venezia 1658
  in foglio._

Alla morte di Nicolò IV tenne dietro un interregno di due anni e pochi
mesi, ne' quali molti cardinali morirono di febbre occasionata dal
cattivo aere della campagna romana, altri giacevano infermi della
medesima malattia. Frattanto eransi manifestate sediziose sommosse in
Roma e nello stato della Chiesa, le quali accrescevano l'inquietudine
che un così lungo interregno cagionava di già ai fedeli. Un giorno il
cardinal Latino, vescovo d'Ostia, fece un discorso nell'adunanza de'
cardinali, scongiurandoli ad unirsi di sentimento per dare un capo alla
Chiesa, avvertendoli a non illudersi intorno ai manifesti segni dell'ira
del cielo; ed avvisandoli che un sant'uomo aveva avuta una visione nella
quale tutti erano minacciati della morte, se nel termine di due mesi non
si riunivano i loro suffragi per collocare un papa sulla cattedra di san
Pietro. È questa senza dubbio, soggiunse ironicamente il cardinale
Benedetto Gaietani, che fu poi Bonifacio VIII, «è questa una delle
solite visioni del vostro Pietro di Morone. — Egli è il vero, replicò il
cardinal Latino, è una rivelazione fatta a questo uomo di Dio, che i
doni dello Spirito Santo fanno così degno di comandare ai fedeli[54].»

  [54] _Poema in vitam Cœlestini V; Card. Sancti Georgii ad Velum
  Aureum, l. II, c. 1, p. 34-64; t. III. Rer. Ital. p. I, p. 626._

Queste parole ottennero sui cardinali di già scossi l'effetto d'una
divina ispirazione. Coloro che non conoscevano Pietro di Morone, seppero
dagli altri che questo vecchio religioso dell'ordine di san Benedetto
viveva di lemosine, facendo vita eremitica sul monte di Motrone presso
Sulmona nell'Abruzzo Citeriore; che colà nella miserabile sua cella
macerava il suo corpo coi più rigorosi digiuni e le più austere
penitenze; che la riputazione di sua santità era appoggiata ai miracoli,
cui in allora davasi intera fede. Alcuni accertavano ch'era venuto al
mondo vestito con un abito da monaco; altri che Gesù Cristo era disceso
da una croce per cantare con lui i salmi; altri infine che una celeste
armoniosa campana lo risvegliava ogni notte all'ora della preghiera[55].

  [55] _Raynal. Ann. Ecclesiast. 1294, § 8, t. XIV, p. 462._

Il cardinal Latino fu il primo a dare il suo voto al venerabile eremita,
ed il suo esempio fu all'istante seguito dagli altri, onde Pietro Morone
fu eletto papa a pieni voti. Gli si mandarono un arcivescovo e due
vescovi per partecipargli la seguìta elezione. Il povero eremita,
vedendo arrivare que' prelati di un rango tanto superiore al suo, si
gittò alle loro ginocchia; ed i prelati anch'essi si prostrarono
chiedendo la benedizione al nuovo papa. Quando gli si potè far intendere
il sorprendente cambiamento del suo stato, tentò di sottrarsi colla fuga
a tanti onori; ma la gente che accorreva da ogni banda per vedere un
mendico trasformato in sovrano, gli chiuse la via e lo sforzò a tornare
alla sua celletta[56].

  [56] _Raynald. § 10, p. 463. — Petrarca de Vita Solitaria, l. II,
  Sett. III, c. 18._

Il nuovo papa potè contare due re tra la folla che venne a vederlo,
Carlo II re di Napoli, che già da sei anni era stato posto in libertà
dagli Arragonesi mediante un trattato di pace che poi non osservò,
perchè il papa lo dispensò dagli emessi giuramenti, e suo figliuolo,
Carlo Martello, che aveva il titolo di re d'Ungheria per avere sposata
l'erede di quel regno. I due re vollero superare le dimostrazioni di
rispetto date a Pietro Morone dai loro sudditi, tenendo ambedue la
briglia del suo asino quando il papa, che si fece chiamare Celestino V,
fece il suo solenne ingresso nella città dell'Aquila. Ma essi con sì
fatti esteriori segni di rispetto acquistarono la più grande influenza
sullo spirito del nuovo pontefice. Incominciarono dal persuaderlo a non
prestarsi al desiderio de' cardinali che lo stimolavano a raggiugnerli a
Perugia, a Roma, o in altra città dello stato ecclesiastico. Celestino
V, malgrado le loro preghiere, fissò la sua residenza all'Aquila, poscia
in Napoli. Poco dopo, Carlo ottenne da lui la nomina di dodici nuovi
cardinali, niuno de' quali nato nello stato della Chiesa, essendo tre
delle due Sicilie e sette francesi: e questa promozione può risguardarsi
come la prima causa del traslocamento della santa sede in Avignone[57].

  [57] _Vita Cœlest. V, a Card. Sancti Georgii, l. III, c. 8, t. III,
  p. 636._

Non tardò Celestino a dare le più luminose prove della sua assoluta
incapacità nel governo della Chiesa; convincendo coloro che potessero
ancora dubitarne, che le virtù negative dì un eremita, l'astinenza, la
penitenza, la non curanza del mondo e de' suoi interessi non sono
qualità che si convengano al sovrano di uno stato, o anche al supremo
direttore delle coscienze di tutta la Cristianità. I ministri che lo
avvicinavano, l'ingannavano ogni giorno rispetto alle grazie che gli
facevano distribuire. Talvolta accordava lo stesso beneficio a quattro o
cinque persone, non ricordandosi mai d'averlo già ad altri conceduto:
talvolta concedeva indulgenze tanto plenarie e così facilmente
acquistate, che scandalizzavano la Cristianità; e non di rado si
ostinava a non voler occuparsi degli affari. Chiudevasi allora in una
cameretta che aveva fatta fabbricare nel suo palazzo, e durante una
delle quattro quaresime ch'egli aveva poste sul suo calendario, non
voleva vedere chicchesia, occupandosi esclusivamente degl'interessi
della sua anima[58].

  [58] _Ptolomeus Lucensis Hist. Eccles. l. XXIV, c. 31. p. 1200,
  Script. Rer. It. t. XI._

Una così stravagante condotta che comprometteva l'onore e l'indipendenza
della Chiesa, allarmò i cardinali. Uno di loro, il cardinale Benedetto
Caietano di Anagni, fomentava i loro bucinamenti, ingrandendo agli occhi
loro i pericoli ond'era minacciata la Cristianità. Questo uomo, per
desterità e per dissimulazione a tutti superiore, aveva saputo ad un
tempo lusingare i cardinali che lo risguardavano come il sostegno delle
prerogative del loro collegio, e signoreggiare lo spirito di Celestino
che tutto faceva dietro le sue istruzioni, e che forse non avrebbe
commessi tanti falli, se il suo perfido direttore non avesse voluto
renderlo odioso e ridicolo. Rimaneva per altro al cardinale Caietano un
potente nemico nel re Carlo II, ch'egli aveva offeso nel precedente
conclave, rispondendo alteramente ai rimproveri che questo monarca
faceva ai cardinali divisi. Raccontasi che una notte andò dal re di
Napoli e gli disse: «Sire, il tuo papa Celestino ha voluto ed ha potuto
servirti, ma non seppe farlo; se tu fai in modo ch'io gli sia
sostituito, io vorrò, io potrò e sopra tutto saprò esserti utile.»
Convenne allora del modo che avrebbe tenuto per assoggettare a Carlo
tutte le forze della Chiesa, se egli gli assicurava i suffragi di dodici
cardinali sue creature, nominati da Celestino. Avutane la promessa, non
si occupò d'altra cosa che di persuadere Celestino a rinunciare ad una
dignità che non gli conveniva[59]. Raccontano alcuni che per mezzo di
una tromba parlante ne facesse venire l'ordine dal cielo[60]. Ma senza
tale artificio, il cardinale aveva mille mezzi per determinare un uomo
così timido e semplice, di cui egli seppe allarmare la coscienza. In
vano quando si sparse la voce che Celestino disponevasi a rinunciare,
una processione di tutto il clero di Napoli venne a supplicarlo di
conservare la sua dignità[61]; che Celestino, di consentimento dei
cardinali, pubblicò una costituzione che dava ai papi il diritto di
rinunciare il papato per la salute delle loro anime; e nel prossimo
concistorio del 13 decembre 1294 presentò la sua rinuncia quale l'aveva
per lui scritta il cardinale Caietano. I cardinali stando alla
costituzione di Gregorio X intorno al conclave, che Celestino aveva
chiamata in vigore, furono immediatamente chiusi in conclave, ed il
giorno 23 dello stesso mese, gli unanimi loro suffragi si unirono a
favore del cardinale Caietano, il quale fecesi chiamare Bonifacio VIII.

  [59] _Gio. Villani l. VIII, c. 6, p. 348._ — Il Villani vuole
  accaduto questo trattenimento dopo la rinuncia di Celestino. Ma non
  è probabile che il cardinale Caietano provocasse tale rinuncia prima
  d'avere assicurata la sua elezione, tanto più che dopo non avrebbe
  potuto aver luogo per essersi i cardinali subito chiusi in conclave.

  [60] _Ferreti Vicent. Hist. l. II, p. 966, t. IX._

  [61] _Ptolom. Lucens. Hist. Eccl. l. XXIV, c. 32, p. 1201._

Temeva il nuovo papa che qualcuno approfittasse della debolezza del suo
predecessore, per rendergli dubbiosa la legittimità della sua rinuncia,
riducendolo a dichiararsi nuovamente papa. Effettivamente parte della
Chiesa negava la validità della rinuncia di Celestino, altri
l'attribuivano ad una vergognosa debolezza, e Dante collocò l'ombra di
colui che fece il gran rifiuto tra la gente dimenticata che visse senza
infamia e senza gloria:

    «Questi non hanno speranza di morte,
      E la lor cieca vita è tanto bassa,
      Che invidiosi son d'ogni altra sorte.
      . . . . . . . . . . . . . .
    «Mischiati sono a quel cattivo coro
      Degli angeli, che non furon ribelli,
      Nè fur fedeli a Dio, ma per se foro.
    «Cacciarli il ciel, per non esser men belli:
      Nè lo profondo inferno li riceve,
      Chè alcuna gloria i rei avrebber d'elli.
      . . . . . . . . . . . . . .
    «Poscia ch'io v'ebbi alcun riconosciuto,
      Guardai e vidi l'ombra di colui,
      Che fece per viltate il gran rifiuto[62].»

  [62] _Inferno c. III, v. 58._ Alcuni commentatori negarono che Dante
  avesse in vista Celestino; ma la loro obbiezione intorno all'epoca
  della sua morte, è mancante di fondamento; e Petrarca l'intese come
  noi, quando ne fece rimprovero a Dante. _De Vita Solit. l. II, Sect.
  III, c. 18, p. 302 ed. Basileæ._

Il debole Celestino avrebbe infine dovuto credersi obbligato in
coscienza a rivocare un atto che tanti Cristiani credevano condannabile.
Bonifacio VIII non volle esporsi a tanto rischio; e mentre lasciava
Napoli per tornare a Roma, seco condusse il papa che aveva abdicato. Ma
questi, in principio del 1295, si sottrasse improvvisamente a' suoi
custodi, e colla sua fuga pose nella più crudele ambascia il suo
successore. Seppesi ben tosto ch'egli si era restituito all'antico suo
eremitaggio; onde Bonifacio gli spedì il suo maestro di camera e l'abate
di Monte Cassino per ordinargli di ritornare presso al papa, se non
voleva esperimentare tutto il suo sdegno. Lo sgraziato vecchio
rammentando le reciproche promesse che precedettero la sua abdicazione,
chiedeva supplichevole che il sommo pontefice gli permettesse di vivere
tranquillamente in quella solitudine, promettendo di parlare solamente
co' suoi fratelli eremiti. Il cameriere, avuta tale risposta, partì per
darne parte al suo padrone; ma incontrò sulla strada un messo che gli
recava l'ordine di condurre subito il sant'uomo a Roma, quand'anche
dovesse impiegare la forza. Il cameriere riprese il cammino
dell'eremitaggio; ma fu prevenuto da un amico di Pietro di Morone che lo
ajutò a nascondersi, indi a fuggire per un appartato sentiere. Questo
infelice vecchio spossato di forze e nella sua grave età più fatto per
l'ozio e pel riposo, che per le fatiche d'un viaggio, si nascose entro
un'oscura macchia della Puglia, accompagnato da un solo religioso,
sperando di trovarvi qualche servitore di Dio che gli desse ricovero.
Passò la quaresima cogli eremiti del deserto; ma coloro che andavano in
traccia di lui per condurlo prigioniero a Roma, giunsero finalmente in
quella foresta. Egli conoscendo allora di non poter più tenersi nascosto
in quella provincia, s'imbarcò per attraversare l'Adriatico e fu dal
vento contrario respinto verso la costa, di cui non erasi scostato che
quindici miglia. Sbarcò a Vestia, ove fu preso dai mandatari di
Bonifacio, che furono però forzati a trattarlo con rispetto, perchè il
popolo si affollava intorno a lui, chiedendogli la benedizione anche in
tempo di notte. Il papa confinò Pietro nella torre della rocca di Fumone
nella Campania, ov'era guardato giorno e notte da sei soldati e da
trenta arcieri con tanta severità, che niuno poteva ottenere il permesso
di parlargli. L'eremita chiese almeno che si permettesse a due frati del
suo ordine di celebrare con lui il divino ufficio. Gli fu accordata
l'inchiesta, ma niun religioso poteva a lungo, senza cadere infermo,
sostenere così stretto carcere. Era nella torre così piccolo spazio, che
il sant'uomo dovea la notte servirsi per origlieri de' gradini
dell'altare su cui di giorno celebrava la messa. In questa prigione morì
Celestino V il 19 maggio del 1296, ventidue mesi dopo la sgraziata sua
elezione[63][64].

  [63] Questo racconto si è preso da una vita di Celestino V scritta
  da Pietro Aliaco, cardinale e suo coetaneo, _l. II, c. 15, 16, 17,
  apud Surium Vita Sanctorum t. III, 19 maggio_.

  [64] Avendo il nostro autore riportato intorno all'abdicazione il
  sentimento di Dante, non dispiacerà ai lettori di vedere quale fosse
  l'opinione del Petrarca: «Ma più d'ogni altro (egli scriveva nel _l.
  II, c. 18 De Vita Solitaria_, che qui riferisco compendiosamente
  tradotto) illustre è l'esempio di Celestino, il quale, deposto il
  gravissimo carico del papato, con quella alacrità cercò di ripassare
  nella mal abbandonata solitudine, che altri avrebbe mostrata
  trovandosi improvvisamente sciolto dalle nemiche catene. Il quale
  magnanimo fatto del santissimo solitario ascriva ognuno liberamente
  a qualsisia motivo, e lo reputi degno di biasimo o di lode; che in
  quanto a me lo credo essere stato egualmente utile a lui ed al
  mondo, per l'inesperienza sua delle umane faccende, le quali, per
  essersi sempre occupato della contemplazione delle celesti, aveva
  affatto trascurate.... Ho udito dire da coloro che furono presenti
  quando usciva dal concistoro in cui aveva deposto il gran peso che
  gli sfavillava negli occhi una cotale allegrezza che aveva
  dell'angelico. Nè a torto, perciocchè sapeva il valore di ciò che
  ricuperava, nè ignorava quello che perdeva. E certo egli passava
  dalle fatiche al riposo, dalle insane agitazioni della corte ai
  divini colloquj ec. — E se non glielo vietava il comando del suo
  successore, sarebbesi all'istante restituito, anche a piedi, su
  quell'ispido monte, da cui gli si apriva facile via al cielo.» _N.
  d. T._

Poichè sì lungo tempo ci siamo occupati della storia ecclesiastica,
crediamo dover qui riferire un pezzo della stessa storia che coincide
appunto coll'epoca presente, e che è troppo celebre e singolare per
meritarsi, se non la nostra credenza, almeno la nostra attenzione: ed è
l'arrivo della _santa casa_ in Italia presso a Loreto il giorno 10
decembre 1294, tre giorni prima della solenne abdicazione di Celestino
V. «Non si sa abbastanza chiaramente, dice Orazio Tursellino istorico di
Loreto, perchè questa casa ch'era giunta in Dalmazia a Tersacto tre anni
e sette mesi prima, fu trasportata a quest'epoca a traverso
all'Adriatico, e deposta nel Piceno. Ciò che è indubitato si è,
soggiugne lo storico, che gli angeli la portarono sulle loro ali, e la
deposero in una macchia appartenente ad una matrona di Recanati detta
Lauretta, da cui questa casa ricevette poi il suo nome; che gli alberi
delle foreste si piegarono verso di lei per riceverla, e che i pastori
del vicinato la scoprirono all'indomani un miglio distante dal mare, in
un luogo ove non aveva mai esistito verun edificio.» Se dobbiamo credere
alle stesse leggende, gli angeli la cambiarono due volte di sito prima
di fissarla stabilmente nel luogo in cui rimase fino a' nostri giorni,
portandola da una all'altra collina[65]. Il miracolo, cui la fiorente
città di Loreto deve la sua esistenza, non viene attribuito ad un tempo
tenebroso, ma ad un secolo abbastanza illuminato ed a noi vicino; quando
già vivevano Dante, il Villani, Dino Compagni, Tolomeo di Lucca, Ferreto
di Vicenza, ed una folla di storici che non fanno parola di così
straordinario avvenimento[66]. Non si può comprendere in qual modo una
così fatta tradizione abbia potuto prender piede, e come all'epoca
stessa di questa tradizione, i templi, le mura quasi romane, e l'intera
città di Loreto siansi fondati su questa sola credenza.

  [65] _Horat. Tursel Hist. Lauret. l. I, c. 6-9. — Rainald. Ann.
  Eccl. 1294 § 24. p. 466 e 1295, § 58. p. 487._

  [66] Noi abbiamo pure due vite di papa Bonifacio VIII, scritte da
  autori quasi coetanei, che riferiscono senza difficoltà i miracoli
  di Celestino V, ma nulla dicono della santa Casa. _Vita Bon. VIII,
  ex MS. Bernardi Guidonis Rer. Ital. t. III, p. 670. — Vita ejusdem
  ex Amalrico Augerio t. III, p. II, p. 435._

La prima traslazione della santa casa dalla Palestina a Tersacto
appoggiavasi ad un avvenimento pur troppo vero, la presa di san Giovanni
d'Acri fatta da Malec Seraph, e l'espulsione assoluta dei Latini da
tutti i possedimenti che avevano in Terra santa. Acri o Tolemaide fu
presa il 19 maggio del 1291; vi perirono trenta mila cristiani, e questa
città ch'era l'emporio generale di tutto l'Oriente, fu chiusa per sempre
ai Latini[67].

  [67] _Marin. Sanuto Secreta Fidelium Crucis l. III, p. XII, c. 21,
  22. — Gesta Dei per Francos t. II, p. 230._

Tosto che Bonifacio si sentì assicurato sul trono pontificio, esortò i
principi cristiani a vendicare gli oltraggi cui era stata esposta la
religione. Scrisse a Edoardo I re d'Inghilterra, e ad Adolfo di Nassou
re de' Romani per esortarli a mettere fine alle guerre nelle quali
eransi avviluppati, ed a portare le loro armi in Terra santa per
riconquistare le città che gl'infedeli avevano prese con tanta vergogna
dei Latini[68]. Ma se nella cristianità non eravi stata bastante energia
da difendere un piccolo numero di fortezze, alle quali sembrava
attaccato l'onore delle nazioni che professavano la religione di Cristo;
non era presumibile che tutta l'Europa si movesse per nuovamente
tentarne la conquista, quando le difficoltà erano tanto cresciute, e il
regno di Gerusalemme distrutto per sempre, sicchè non v'erano più nè
principi nè popoli oppressi che venissero ad affrettare i soccorsi
d'Europa per salvarli da un imminente pericolo. Perciò dopo un breve
fermento prodotto dal sentimento dell'obbrobrio, dall'orrore della
strage di Acri e dalla pietà verso gli sventurati fuggitivi, i cristiani
abbandonarono il pensiero di riconquistare Terra santa, e i mari
dell'Asia furono chiusi all'Europa.

  [68] La lettera ad Edoardo in data di Velletri giorno 5 delle
  calende di giugno anno I, e quella ad Adolfo il giorno 5 delle
  calende di luglio, trovansi in _Raynal. Ann. Eccl. § 43-45. p. 483_.

Il pontefice che più d'ogn'altro avrebbe potuto risvegliare lo zelo per
questa guerra sacra, aveva altri interessi che più gli stavano a cuore,
ai quali sagrificò di buon grado quelle lontane conquiste. Erasi
impegnato verso Carlo II, re di Napoli, di servirlo efficacemente
nell'impresa di Sicilia. Egli era d'una famiglia originaria ghibellina;
ma per mantenere la sua promessa, si gettò nel partito guelfo con tanta
violenza, che niun pontefice, senza eccettuarne lo stesso Martino IV,
non aveva così impudentemente dimenticate le prerogative di comun padre
dei fedeli, per prendere quelle d'un capo di faziosi.

La condotta de' precedenti pontefici, siccome quella ancora della casa
di Francia verso i re d'Arragona, era stata fallace e perfida. Quando
del 1288 Edoardo d'Inghilterra erasi offerto mediatore per ristabilire
la pace, e procurare al re Carlo la libertà, erasi sotto la sua
guarenzia conchiuso il trattato alle seguenti condizioni. Il regno di
Sicilia doveva essere ceduto a Giacomo d'Arragona, e rimanere a Carlo
quello di Napoli, il quale obbligavasi a far rinunciare Carlo di Valois
suo cugino a tutti i diritti che potevano essergli derivati sul regno
d'Arragona dall'investitura di Martino IV: e per prezzo di questa
rinuncia e diritti immaginarj, Carlo di Valois doveva ricevere
dall'Arragonese venti mila libbre pesanti d'argento. Carlo II, che non
era ancora incoronato e portava soltanto il titolo di principe di
Salerno, doveva essere posto in libertà; ed in sua vece lasciava ostaggi
tre figliuoli con sessanta de' principali gentiluomini della Provenza; e
se nel termine di tre anni non soddisfaceva alle stabilite convenzioni,
prometteva di ritornare egli stesso nella prigione, da cui veniva
liberato[69].

  [69] _Mariana Hist. de las Españas l. XIV, c. 11. p. 630._

Ma Carlo giunto a Rieti, ove trovavasi la corte pontificia, fu da Nicolò
IV, allora regnante, incoronato re delle due Sicilie, e sciolto dalle
obbligazioni assunte in virtù delle convenzioni fatte con Alfonso, e dai
giuramenti[70]. Carlo di Valois, lungi dal ritenersi compreso nel
trattato di pace, s'apparecchiò ad attaccare l'Arragonese; conchiuse
un'alleanza con don Sancio re di Castiglia, che per lui dimenticò
l'amicizia d'Alfonso d'Arragona, e si preparò a punire l'Arragonese
della sua confidenza e della sua generosità.

  [70] _Memoriale Potest. Regiens. t. VIII, p. 171._ L'autore era
  presente all'incoronazione. _Raynal. 1289. § 13. p. 408. — Barth. de
  Neocastro Hist. Sicula c. 112. p. 1153._

La guerra portata negli stati d'Alfonso dai re di Castiglia e di Francia
lo costrinse bentosto a soggiacere a più dure condizioni. Promise di
richiamare le truppe ausiliarie mandate in Sicilia a suo fratello, di
rifiutargli in avvenire ogni ajuto, e di esortarlo insieme alla madre a
rinunciare al dominio di quell'isola. Si obbligò innoltre a pagare pel
regno d'Arragona il tributo che uno de' suoi antenati aveva promesso a
san Pietro; ed a questo prezzo doveva essere assolto dalla chiesa, e
Carlo di Valois rinunciare alle sue pretese[71].

  [71] _Mariana l. XIV, c. 14 p. 634._ — _Barthol. de Neocastro Hist.
  Sicula c. 14 p. 1168._

La notizia di questo trattato risvegliò le più amare lagnanze dei
Siciliani che vedevansi abbandonati ai Francesi, i loro più crudeli
nemici, da quella stessa famiglia e da quella nazione ch'essi avevano
scelta per proteggerli. Ma l'esecuzione del trattato rimase sospesa per
la subita morte d'Alfonso re d'Arragona. Suo fratello Giacomo, in allora
re di Sicilia, andò a Saragozza per prendere possesso della fraterna
eredità, e, partendo dalla Sicilia, lasciò l'amministrazione dell'isola
a Federico suo terzo fratello.

Tali erano i trattati cominciati e rotti tra la casa d'Angiò e quella
d'Arragona, quando Bonifacio VIII tentò di ristabilire la pace nelle due
Sicilie, offrendo dei compensi ai re per impegnarli a tradire i loro
popoli. Un primo trattato fu segnato colla sua mediazione fra Carlo II e
Giacomo re d'Arragona, il quale ricevendo in consorte con una
ragguardevole dote Bianca, figliuola del re Carlo, prometteva invece non
solo d'abbandonare la Sicilia alle armi del principe francese, ma ancora
d'ajutarlo a farne l'acquisto, se i Siciliani avessero opposta
resistenza. Per prezzo di così vergognosa condizione il papa accordava
all'Arragonese la sovranità delle isole di Corsica e di Sardegna, che
appartenevano ai Pisani ed ai Genovesi. In appresso il papa cercò di
determinare Federico, ch'era al possesso della Sicilia, ad accedere a
questo trattato, e gli offrì per ricompensa in isposa Caterina, nipote
di Baldovino II, e sola erede de' suoi diritti, la quale aveva il
magnifico titolo d'imperatrice di Costantinopoli; aggiungendovi la
promessa di cento mila once d'oro onde ajutarlo a conquistare l'impero
d'Oriente[72]. Questa proposizione fu fatta dallo stesso Bonifacio
all'infante D. Federico in un congresso tenuto a Velletri. Ma il giovane
principe era accompagnato dal venerabile vecchio Giovanni di Procida e
da Ruggiero di Loria, l'invincibile ammiraglio della Sicilia, che non
permisero che venisse sedotto da tali insidiose offerte.

  [72] _Histoire de Costant. sous les empereurs françois l. VI, c. 17.
  p. 99. — Mariana Hist. de las Españas l. XIV, c. 17. p. 638. —
  Nicolai Specialis Hist. Sicula, l. II, c. 21. p. 961._

Quando del 1296 giunse in Sicilia la notizia del trattato sottoscritto
da Giacomo d'Arragona, i grandi del regno mandarono alla sua corte in
Catalogna tre deputati per verificare le ingiuriose voci che speravano
dover essere da lui smentite. Ma Giacomo non si rifiutò di comunicare ai
deputati lo stesso trattato da lui conchiuso; onde questi stracciandosi
le vesti e riempiendo la corte di gemiti, supplicarono il re a non
abbandonare i suoi fedeli sudditi ed a non darli nelle mani de' loro
crudeli nemici. E perchè niente potevano da lui ottenere, stesero una
scrittura della sua rinuncia all'isola di Sicilia, e la portarono ai
loro concittadini. Allora tutti i baroni, alla di cui testa trovavansi
Giovanni di Procida e Ruggiero di Loria, dichiararono sciolti affatto i
loro legami con Giacomo d'Arragona, ed elessero loro re l'infante
Federico, ch'incoronarono a Palermo. Poco tempo dopo, Bonifacio di
Calamandano, gran maestro dell'ordine di san Giovanni, portò loro de'
fogli in bianco segnati dal papa e da Carlo, offrendosi di aderire a
tutte le condizioni più vantaggiose ed alle riserve de' privilegi
ch'essi vi avessero apposte; ma i baroni risposero che i Siciliani
avevano costume di consolidare la loro libertà colle spade, non con
inutili pergamene[73]. La maggior parte de' Catalani, che trovavansi
allora in Sicilia, rifiutarono d'ubbidire agli ordini di Giacomo,
dichiarando per mezzo di Blasco d'Alagonia[74], che siccome gli
Arragonesi erano i più liberi di tutti i popoli che ubbidivano a re,
erano autorizzati dalle loro leggi e dalle stesse costituzioni del regno
a ritirare ogni obbligazione d'omaggio ad un monarca di cui dovevano
disapprovare la condotta.

  [73] _Nicolai Specialis Hist. Sicula l. II, c. 20-25. p. 959-964._

  [74] Uno de' privilegi dei _Ricos Hombres_ d'Arragona era quello di
  potere rompere ogni legame colla corona, e perfino di dichiarare la
  guerra al re, purchè prima rinunciassero ai feudi da lui ricevuti.
  _Hieron. Blancas. Comment. Rer. Aragon. p. 737._ Gli Alagonia erano
  una delle dodici più antiche famiglie dei _Ricos Hombres_ del regno
  di Soprarbia, culla di quello di Arragona.

E per tal modo ricominciò la guerra nelle due Sicilie con più furore che
mai; e la Calabria ne fu il principale teatro. Ruggiero di Loria e
l'infante Federico furonvi più volte vittoriosi de' Francesi; e la sorte
della guerra non si mostrò favorevole agli ultimi che alloraquando il re
Giacomo d'Arragona, per soddisfare agli obblighi del suo vergognoso
trattato, venne egli stesso a portare la guerra negli stati di suo
fratello, e quando il re Federico, ascrivendo a delitto a Ruggiero
l'avere risparmiato uno de' suoi parenti, disgustò questo illustre
ammiraglio, e lo forzò a passare nelle truppe de' suoi nemici.

Ma prima di vedere quale fu il fine di questa così lunga e tanto crudele
guerra; prima di raccontare in qual modo, a quest'epoca, Bonifacio VIII,
che non aveva mostrato sommissione che per ottenere la tiara, e che
pareva volersi rifare della passata dissimulazione con un eccessivo
orgoglio e colle più stravaganti pretensioni, alienasse Filippo il
bello, re di Francia, suo antico alleato, ed entrasse in guerra colla
famiglia Colonna, debbo riferire le rivoluzioni che nel medesimo tempo
scoppiarono in Toscana, rivoluzioni alle quali non fu straniero lo
stesso pontefice.

Venti miglia lontano di Firenze sulla strada di Lucca alle falde degli
Appennini che dividono la Toscana dal Modenese, è posta una città che,
malgrado la fertilità del suo territorio e la ridente sua situazione,
non si rese illustre nè per popolazione, nè per ricchezze, nè per
commercio, nè per potenza, ma soltanto per la violenza delle sue
rivoluzioni, per l'intenso odio de' partiti che la divisero, per la
fatale influenza di questi partiti sul rimanente della Toscana e quasi
dell'Italia, ove sparsero il lievito della discordia; ove per una
privata offesa, per una lite di famiglia, suscitarono una guerra
universale. Il popolo di Pistoja è forse il più violento, il più
impetuoso, il più sedizioso di cui la storia ci conservi la memoria.
Pare che questo popolo fosse assetato talmente di guerre civili, che la
sua sete di sangue non si spense nemmeno quand'ebbe ridotta la sua
patria ad un oscuro rango tra le città d'Italia: nè si acquietò nemmeno
sotto il despotismo, il quale soffocando tutte le passioni, distruggendo
tutti gl'interessi, suole addormentare i popoli nel riposo della morte;
ma continuò a combattere anche dopo che la libertà, il governo, la
gloria, più non potevano per lui esistere; siccome quel gigante
dell'Ariosto, che nel calore della battaglia erasi dimenticato di essere
morto[75]. Esempio memorando dell'insensato furore che i soli nomi
possono ancora ispirare agli uomini, quando più non sussiste alcuna
delle cagioni che avevano eccitata la loro discordia.

  [75] La guerra civile continuò quasi senza interruzione in Pistoja
  fino all'anno 1539, benchè dopo il 1401 Pistoja non fosse che una
  città suddita dei Fiorentini, e del 1531 sommessa con tutta la
  Toscana ai duchi della seconda casa de' Medici.

Due famiglie di un'antica nobiltà, le quali possedevano vasti feudi
nella pianura e nella montagna di Pistoja[76], eransi poste alla testa
delle due fazioni, i Cancellieri de' Guelfi, ed i Panciatichi de'
Ghibellini; le quali famiglie, durante tutto il tredicesimo secolo,
eransi battute con tanto furore, che quasi erasi dimenticata l'origine
della loro discordia, non indicandosi più il partito che col loro nome.
I capi di queste famiglie erano incomparabilmente più potenti e più
rispettati che i capi della repubblica; tutte le guerre sembravano
prodotte dalle loro passioni, e loro opera tutti i delitti: non è però
da maravigliarsi che il governo di Pistoja nutrisse contro tutto
l'ordine della nobiltà i più caldi sentimenti di odio e di gelosia.
Questi sentimenti si manifestarono prima a Pistoja che a Firenze. Del
1285 il popolo dichiarò i magnati non ammissibili alle magistrature
della città, li sottopose a particolare regolamento, ed ordinò che
qualunque volta una privata famiglia turberebbe l'ordine pubblico,
verrebbe registrata nel ruolo dei nobili, per essere per sempre punita
della sua disubbidienza alle leggi[77].

  [76] Chiamasi montagna di Pistoja una piccola provincia posta in
  mezzo agli Appennini di cui san Marcello è il principal luogo. È la
  parte più pittoresca degli Appennini.

  [77] _Jacopo Maria Fioravanti, Memorie Storiche della città di
  Pistoja. Lucca 1758, più fol. c. 16. p. 239._

Nello stesso tempo presso a poco in cui i Fiorentini avevano cacciato
fuori dalla loro città il conte Guido Novello coi Ghibellini, anche i
Cancellieri avevano scacciati da Pistoja i Panciatichi; che continuavano
a perseguitare nelle loro terre. La famiglia guelfa dei Cancellieri,
sebbene da un decreto esclusa dal governo della città, raccoglieva tutti
i frutti della vittoria: nella prosperità era cresciuta in modo di gente
e di ricchezze, e contavansi più di cento uomini d'armi tutti
Cancellieri, oltre coloro che erano uniti di parentela a questa
famiglia, una delle più potenti che contasse la nobiltà italiana[78]. La
lite che divise in due nemiche fazioni questa famiglia, ed in seguito
tutte le famiglie guelfe della Toscana, può farci conoscere colle sue
particolarità i costumi e la ferocia de' nobili pistojesi.

  [78] _Gio. Villani. l. VIII, c. 37. p. 368._

Molti gentiluomini della famiglia Cancellieri scontraronsi in una
taverna ove giuocarono insieme; poichè furono riscaldati dal vino, un di
loro, detto Carlino, figlio di Gualfredi, insultò e ferì un altro
Cancellieri egualmente cavaliere, chiamato Amadoro, o Doro, figliuolo di
Guglielmo. Questi due giovani, sebbene parenti, appartenevano a due
diversi rami della stessa famiglia, distinti dai soprannomi di Bianchi e
di Neri, loro venuti anticamente dall'avere avuto il loro antenato
comune due donne, da una delle quali che aveva nome Bianca, Bianchi
chiamaronsi i suoi figliuoli, e coll'opposto nome di Neri quelli
dell'altra. Doro era del ramo nero. Apparecchiando la sua vendetta
contro la famiglia che lo aveva insultato, adottò un principio odioso,
che sembra essere stato costantemente seguito in Pistoja; cioè, che a
fine di rendere la vendetta compiuta, richiedevasi che non cadesse sopra
l'offensore; imperciocchè se colpiva quel solo non era che un castigo
che, proporzionato essendo all'offesa ed aspettato, non poteva essere
cagione di un dolore abbastanza profondo a coloro de' quali volevasi
trarre vendetta. La prima offesa era caduta sopra un innocente; onde
perchè la scambievolezza fosse compiuta, era necessario che la seconda
cadesse sopra un uomo ugualmente innocente. Doro, sortendo dalla
taverna, ov'era stata insultato, si pose in un'imboscata, e la sera
dello stesso giorno, vedendo passare un fratello di colui che lo aveva
ferito, il quale era un giudice, detto Vanni, lo chiamò, e Vanni
avvicinandosi senza veruna diffidenza, nulla sapendo nemmeno della rissa
accaduta la mattina, Doro si gettò sopra di lui con intenzione di
ucciderlo, e colla spada gli troncò una mano e lo ferì nel volto.

Il padre di Doro, Guglielmo, lungi dall'approvare una tanto odiosa
vendetta eseguita contro un suo parente, risolse di comporre con una
luminosa soddisfazione la lite che poteva dividere la sua famiglia.
Consegnò lo stesso Doro tra le mani del padre adirato, facendogli dire,
che a lui rimetteva il castigo di un uomo che, malgrado il suo delitto,
non lasciava di essere ancora parente dell'offeso; ma questo padre,
chiamato Gualfredo, insensibile alla generosità del suo procedere, volle
infliggere a Doro una punizione eguale all'offesa, gli tagliò una mano
sopra una mangiatoia di cavalli, lo ferì nel viso com'era stato ferito
suo figlio, ed in tale stato lo rimandò al cancelliero nero,
incaricandolo di dire a suo padre, che col ferro e non colle parole si
guarivano somiglianti ferite[79].

  [79] _Istorie Pistojesi dall'anno 1300 al 1348 anonime t. XI, Scr.
  Rer. Ital. p. 367. — Fioravanti Memorie Storiche di Pistoja, c. 17.
  p. 248. — Istoria di Pistoja e delle fazioni d'Italia di Michel
  Angelo Salvi t. I, Pistoja 1627. 3 vol. in 4.º — Jannotii Manetti
  Hist. Pist. l. I, t. XIX, p. 1013. — Gio. Villani l. VIII, c. 3. p.
  368. — Machiav. Stor. Fior. l. II, p. 118._

Da una banda e dall'altra era stata commessa un'atroce azione, ed i
cancellieri d'ambo i rami per il proprio riposo, come per l'onore della
loro patria, avrebbero oramai dovuto abbandonare i colpevoli alla
vendetta delle leggi, e rifiutare di armarsi a favore di uomini che
avevano infamato il loro nome con azioni tanto inumane; ma così non era
allora avvezza a giudicare la nobiltà italiana[80]. I cancellieri
bianchi ed i cancellieri neri mostraronsi egualmente disposti a
vendicare l'offesa da ognun d'essi ricevuta; e perchè colle loro
parentele e relazioni abbracciavano tutte le famiglie nobili di Pistoja,
le strascinarono tutte nella loro lite. Nè vi prese parte la sola
nobiltà cittadina, che tutti pigliarono le armi i loro vassalli e
clienti nel territorio pistoiese, e tutta la Montagna fu in guerra pei
Bianchi e pei Neri.

  [80] Tolomeo di Lucca, il solo tra tutti gli storici, ne' suoi
  _Annales Breviores t. XI, p. 1301_, fa cominciare questa lite l'anno
  1295, gli altri soltanto nel 1300. Noi adottiamo il parere di
  Tolomeo ch'era vicino e contemporaneo, e crediamo che i fatti
  cumulativamente narrati dagli altri debbano ripartirsi ne' quattro
  anni seguenti. Veggasi intorno a ciò _Flammin. del Borgo diss.
  sull'Ist. Pisana p. 5_.

(1298) Le battaglie ordinate, ch'ebbero luogo in città, erano il minor
male che risultasse da questa discordia, perchè l'uno e l'altro partito,
per portar colpi più inaspettati e più dolorosi, ebbero ricorso a
misfatti non più uditi. Se nell'una o nell'altra famiglia trovavasi un
uomo amato e rispettato per le sue virtù, o pure uno il di cui carattere
pacifico tenesse lontano dalle contese civili, era appunto quello che
l'opposto partito destinava sua vittima, non credendo di poter gustare
tutto il piacere della vendetta se non insultava col delitto la
salvaguardia delle leggi, ed ogni rispetto divino ed umano. Per tal modo
Pero dei Pecorini, che era giudice, fu ammazzato dai Neri senza
provocazione, sul suo tribunale, in presenza dello stesso podestà; indi
gli stessi Neri uccisero il cavaliere Bertino, perchè aveva fama
d'essere il più nobile e più cortese cavaliere di Pistoja. Così
Benedetto de' Sinibaldi, il più rispettato de' Cancellieri neri, cadde
sotto la spada de' Bianchi in una bottega aperta sulla piazza: uno de'
cavalieri del podestà venne ucciso dalla stessa fazione, onde il podestà
vedendo ch'era impossibile di ristabilire l'ordine in Pistoja, e
d'amministrare la giustizia a quel popolo furibondo, pose in terra in
presenza del consiglio la bacchetta della podestaria, e partì abdicando
la sua carica.

Pistoja pareva minacciata dell'intera sua sovversione per gli eccessi
dell'anarchia e della guerra civile; e la repubblica fiorentina che
trovavasi alla testa della parte guelfa in Toscana, cominciava a temere
che l'interesse della sua parte non venisse compromessa con sedizioni
così violenti, e che i Ghibellini da molto tempo esiliati non
approfittassero delle divisioni e dell'indebolimento dei loro avversarj
per ricuperare l'antico potere. Nel 1300 gli uomini più saggi di
Fiorenza e di Pistoja si adunarono per trovare rimedio a tanti mali.
Finalmente con una pubblica deliberazione gli anziani di Pistoja
determinarono di confidare per tre anni la signoria della loro città ai
Fiorentini, perchè riformassero la repubblica, e vi stabilissero la
pace[81]. La signoria, ossia balìa, come di questi tempi cominciò a
chiamarsi, non distruggeva le franchigie d'una repubblica, nè derogava
punto alla sua libertà; era un potere legislativo e stragiudiziale
attribuito per un determinato oggetto, e per un certo tempo ad un
governo che credevasi meritevole di tanta confidenza da sceglierlo come
arbitro.

  [81] _Istorie Pistoiesi anonime t. I, p. 374._

Avendo i Fiorentini accettata la balìa di Pistoja, vi mandarono un nuovo
podestà ed un nuovo capitano del popolo, che furono incaricati di
scegliere metà per ogni partito i nuovi _anziani_. Con tal nome
chiamavasi a Pistoja il collegio dei dodici magistrati preseduto da un
confaloniere di giustizia eletto ogni mese per amministrare la
repubblica. I Fiorentini ordinarono poscia ai capi delle due fazioni
bianca e nera di allontanarsi dalla città che turbavano coi loro odj
[82]; e credendo che un governo vigoroso avrebbe il potere di
riconciliare questi uomini iracondi tosto che più non fossero circondati
dai loro clienti e da gente avida di vendicare le loro ingiurie, i
Fiorentini assegnarono per loro dimora a tutti i Pistojesi esiliati la
città stessa di Firenze.

  [82] _Jannotii Manetti Hist. Pist. l. II, p. 1009._

Ma il riposo di Firenze non era assicurato in maniera che potesse
impunemente ricevere nel proprio seno tanto lievito di discordia; ed i
priori, che mandarono a Firenze uomini avidi di sangue ed accostumati a
sprezzare tutte le leggi, commisero un grave fallo di cui ebber presto
cagione di doversi amaramente pentire. In effetto dopo l'esilio di Giano
della Bella, il vicendevole odio dei nobili e dei cittadini erasi fatto
più vivo, comechè non fosse ancora scoppiato. La città, gli è vero,
pareva nel più prospero stato: ella contava entro le sue mura una
milizia di trenta mila uomini abili a portare le armi, e nel rimanente
dello stato fiorentino eranvi ridotti in reggimento settanta mila
uomini[83]. Per dare maggior lustro alla magistratura, i priori avevano
gittate le fondamenta del magnifico palazzo pubblico, che doveva essere
la residenza e la fortezza della signoria[84]: avevano in appresso fatte
innalzare nuove mura intorno alla città, il di cui cerchio era più
esteso che non era quello delle due più antiche mura: ma questa
apparente prosperità covava i semi di grandi sventure.

  [83] _Gio. Villani l. VIII, c. 38, p. 369._

  [84] Questo palazzo, oggi detto Palazzo Vecchio, fu fondato l'anno
  1298. La piazza davanti fu formata colla demolizione delle case
  degli Uberti, e perchè non si voleva che il palazzo del governo
  stesse sopra un terreno che i Ghibellini avevano profanato colla
  loro dimora, invece di fare il nuovo edificio quadrato, gli fu data
  una forma irregolare che ritiene anco al presente; di modo che
  veruno de' suoi fondamenti trovasi in terreno ghibellino. _Gio.
  Villani l. VIII. c. 26 e 31, p. 561._

Il più riputato uomo tra i nobili che avevano fatto esiliare Giano della
Bella, era Corso Donati, gentiluomo di antica famiglia, al quale sommi
talenti avevano acquistata grandissima influenza in tutti i consigli, ed
il di cui valore non aveva poco contribuito ad assicurare ai Fiorentini
la vittoria di Campaldino. La famiglia popolana dei Cerchi ch'erasi col
commercio fatta ricchissima[85], acquistò il palazzo dei conti Guidi
vicinissimo a quello dei Donati; e perchè i nuovi ricchi sogliono fare
più pomposa mostra della loro opulenza, siccome la sola cosa che onori
la loro famiglia, così i Cerchi ammorzarono l'antico splendore dei
Donati colla dovizia degli abiti, la magnificenza degli arredi, il
numero de' cavalli e de' domestici. Una causa per una eredità accrebbe
la rivalità delle due famiglie, e ne sviluppò il vicendevole odio: onde
i Cerchi sforzaronsi allora di assodarsi nel rango cui s'erano innalzati
impiegando le loro ricchezze ed il loro credito a servire ed a
proteggere gli uomini cui potevano essere utili. Così adoperando
acquistaronsi molti partigiani tra la nobiltà povera, gelosa dei Donati,
come pure fra i cittadini specialmente ghibellini. Innalzatisi a tale
stato di potere lungo tempo dopo la vittoria dei Guelfi, non avevano i
Cerchi conservato verun risentimento di famiglia contro una fazione,
nella quale non avevano mai avuti personali nemici.

  [85] _Cronaca di Dino Compagni, l. I, p. 480, t. IX._ — I Cerchi,
  scrive Dante, erano usciti dal Pivier d'Acone, e per conseguenza
  originariamente contadini. _Parad. C. XVI. v. 65._

Mentre esistevano in Fiorenza questi semi di discordia, vi giunsero, a
seconda degli ordini ricevuti dalla signoria, i Pistojesi esiliati dalla
loro patria: i Bianchi furono accolti ed alloggiati nelle case dei
Cerchi, i Neri trovarono ospitalità presso i Frescobaldi amici dei
Donati: e perchè le due fazioni, che incominciavano a dividere Firenze,
non avevano alcun nome, ed ambedue volevano essere guelfe e popolane,
adottarono la denominazione di Bianche e di Nere, che senza recare
pregiudizio alle loro intenzioni sembrava bastantemente dividerle. Corso
Donati fu riconosciuto capo dei Neri, e Vieri dei Cerchi capo dei
Bianchi di Fiorenza[86].

  [86] _Gio. Villani l. VIII, c. 38, p. 369. — Jannotii Manetti Hist,
  Pist. l. II, p. 1019. — Anon. Pistolese p. 374._

Sebbene non si fosse ancora sparso sangue, erano in Fiorenza gli spiriti
in modo esacerbati, sopra tutto dall'amara ironia di Corso Donati il
quale non cessava di versare a mani piene il ridicolo sul suo rivale
Vieri de' Cerchi, che il più leggiere accidente poteva essere cagione
d'una zuffa. Un giorno che parte della città trovavasi adunata nella
piazza de' Frescobaldi, per rendere gli estremi onori ad una donna di
fresco morta, i dottori ed i cavalieri, com'era l'uso di Firenze in que'
tempi in tali cerimonie, stavano seduti sulle panche intorno alla
piazza, e la gioventù per terra sopra stuoje di giunchi: l'accidente
aveva posti i Donati ed i Cerchi di faccia gli uni agli altri. Un
giovane seduto in terra si alzò per rassettarsi il mantello, e coloro
che gli stavano seduti in faccia, supponendo che questo fosse il segnale
convenuto per attaccarli, si levarono subito anch'essi e sguainarono le
spade; onde si levarono egualmente i loro avversarj, e s'appiccò la
zuffa. I parenti della morta ottennero a stento, cacciandosi nella
mischia, di separare i due partiti.

Guido Cavalcanti, dopo Dante il più illustre poeta del suo secolo, ed il
più rinomato filosofo, quello che per la sublimità della sua mente Dante
indicò come sè medesimo capace di scorrere i tre regni dei morti, era
uno de' più caldi nemici di Corso Donati[87]. Il Cavalcanti, genero
com'egli era di Farinata degli Uberti, inclinava segretamente al partito
ghibellino favorito dai Bianchi; inoltre egli aveva ragione di credere
che Donati avesse cercato di farlo assassinare in un pellegrinaggio
ch'egli di fresco aveva fatto a san Giacomo di Gallizia. Altrettanto
cortese quanto valoroso, ma altero ed amico della solitudine, non fece
veruno apparecchio per vendicarsi. Solamente attraversando una volta le
strade di Firenze a cavallo con molti giovani della famiglia Cerchi,
incontrò Corso Donati pure a cavallo in compagnia de' suoi figliuoli ed
amici; onde corse sopra di lui per ferirlo con una freccia, senza però
averlo potuto cogliere; ma abbandonato dai suoi amici, ed esposto alle
pietre che gli venivano scagliate addosso dalle finestre, dovette allora
fuggire.

  [87] _Cronaca di Dino Compagni l. I, p. 481._ Intorno alla vita di
  Guido Cavalcanti veggasi Dante _Inferno C. X, v. 52_, ed i suoi
  commentatori. _Benv. da Imola Comm. p. 1043-1186. — Ant. Ital. Med.
  Aevi t. I. — Tiraboschi Lett. It. t. IV, l. III, c. 3, § 14, p.
  374._

La parte Bianca pareva a Firenze formata degli uomini più ragguardevoli
pel loro carattere, i loro talenti ed il loro sapere; Dante Alighieri,
Guido Cavalcanti e Dino Compagni, lo storico, gli appartenevano
egualmente; ma per mala sorte Vieri de' Cerchi, il capo di questo
partito, non era degno degli uomini ch'egli doveva condurre. I Neri
avevano maggior credito alla corte di Roma e presso papa Bonifacio, sia
perchè più affezionati alla parte guelfa, che Bonifacio favoreggiava
caldamente, o perchè il banchiere del papa ed altre persone, che lo
circondavano, appartenevano a questa fazione. In conseguenza furono essi
che stimolarono Bonifacio ad interporsi per tornare la pace tra i
Fiorentini; ma il violento suo carattere non si confaceva all'ufficio di
pacere.

Bonifacio fece venire a Roma Vieri dei Cerchi, e lo richiese di fare la
pace con Corso Donati, promettendogli a tale patto la sua protezione; ma
gli rispose Vieri che, non essendo egli in guerra con persona, non aveva
a fare veruna pratica per riconciliarsi con chicchessia, e ripartì senza
aver nulla promesso[88]. Allora il papa mandò in Toscana il cardinale
d'Acquasparta come mediatore dei due partiti; il quale, giunto essendo a
Firenze in giugno del 1300, pregò la signoria di accordargli la balìa
della città per istabilirvi la pace; disse in pari tempo essere sua
intenzione di fare scelta di coloro che dovevano essere priori nel
susseguente anno, in modo che vi fosse un egual numero di Bianchi e di
Neri, e di distribuire i loro nomi nelle borse per tirare a sorte ogni
due mesi, onde evitare i tumulti cui dava luogo ogni elezione in un
tempo che il popolo si abbandonava con tanto furore allo spirito di
parte[89]. Ma all'epoca in cui venne il cardinale a Firenze, avendo i
Bianchi la principal parte nel governo, temettero che la corte di Roma
approfittasse de' poteri che domandava per abbassarli, e rifiutarono al
cardinale la balìa; perchè questi uscendo subito di città, la sottopose
all'interdetto.

  [88] _Dino Compagni Cronaca p. 481._

  [89] _Gio. Villani l. VIII, c. 39, p. 371._

La signoria abbandonata a sè medesima si provò di ristabilire, senza il
concorso di uno straniero, la pace nella città; ciò che credè di
ottenere esiliando i capi delle due fazioni: ed in conseguenza ordinò ai
Neri di portarsi alla Pieve nel territorio di Perugia, ed ai Bianchi di
restare confinati a Sarzana sui confini dello stato di Genova. Il poeta
Dante era uno de' priori che pronunciarono questa sentenza, e Dino
Compagni assicura avere egli medesimo consigliata la signoria a prendere
tale risoluzione[90]. Ma i priori non conservarono lungo tempo quella
parzialità che gli aveva diretti nel primo atto; e dietro inchiesta di
Guido Cavalcanti, caduto infermo a Sarzana, permisero soltanto ai
Bianchi di rientrare in Firenze, protestando l'insalubrità dell'aria nel
luogo del loro esilio.

  [90] _Dino Compagni Cronaca l. I, p. 482. — Gio. Villani l. VIII, c.
  40, p. 372._

I capi del partito dei Neri erano confinati in un luogo prossimo a Roma
ed alla corte del papa; ed avendo già protettori ed amici in questa
corte, approfittarono della vicinanza per acquistarne degli altri. Corso
Donati andò a Roma; ed ebbe l'aperto favore dei parenti del papa, del
suo banchiere e del cardinale Acquasparta che non poteva perdonare ai
Fiorentini d'avere rifiutata la sua mediazione. Tutti d'accordo
eccitarono Bonifacio contro i Bianchi e contro il partito del governo, e
lo consigliarono a cercare un principe che punisse i Fiorentini della
poca loro deferenza, e che escludendo dal numero de' Guelfi gli uomini
tiepidi o moderati ristabilisse il partito della Chiesa nell'antica sua
purità. Doveva questo principe pacificare la Toscana e conquistare la
Sicilia, imperciocchè al papa stava più a cuore il vendicarsi di don
Federico e di Ruggiero di Loria, che la punizione de' Bianchi
fiorentini.

Verso quest'epoca Carlo di Valois, fratello di Filippo il bello, re di
Francia, erasi acquistata grandissima riputazione colla conquista di
tutta la Fiandra[91]; onde Bonifacio pose gli occhi sopra di lui. Sapeva
per l'esperienza fattane da' suoi predecessori che i principi francesi
erano proclivi a riconoscere come titoli incontrastabili i doni che loro
faceva la santa sede anche in que' luoghi in cui non aveva alcuna
giurisdizione. Sapeva ch'essi ed i loro soldati erano sempre disposti a
combattere, non per una sola causa, ma per tutte le cause del mondo e
contro tutti gli uomini. Promise a Carlo di Valois come premio della
spedizione, cui l'invitava, la stessa Caterina di Fiandra erede
dell'Impero latino di Costantinopoli, che aveva poc'anzi offerta
all'infante Federico di Sicilia; e perchè questa principessa era
prossima parente di Carlo, gli spedì le necessarie dispense per
isposarla[92], a condizione che sollecitamente venisse con un sufficente
corpo di cavalleria a combattere a proprie spese per la causa della
santa sede contro Federico usurpatore della Sicilia, e contro qualunque
altro nemico della Chiesa. La successione all'Impero di Costantinopoli
non era la principal promessa che Bonifacio facesse a Carlo; non avendo
come papa voluto riconoscere Alberto d'Austria per re de' Romani,
lusingava Carlo di questa medesima dignità, assicurandolo intanto che
gli conferirebbe i diritti di vicario imperiale in Toscana, in quel modo
che uno de' suoi predecessori l'aveva fatto in favore di Carlo d'Angiò.
Aggiugneva Bonifacio a queste lontane speranze immediate concessioni che
avrebbero luogo tosto che Carlo avesse accettato il proposto trattato.
Nel 1301, il papa lo creò conte della Romagna, capitano del patrimonio
di san Pietro, signore della Marca di Ancona, e, con un nuovo titolo,
pacificatore della Toscana[93].

  [91] _Chron. Guilelmi de Nangis, an. 1299, 1300, in Spicilegio
  d'Acheri t. XI, p. 601._

  [92] Bolla di dispensa per questo matrimonio pubblicata
  nell'appendice del Ducange nella sua raccolta _p. 24_, o edizione
  del _Lonore p. 41_. — _Hist. de Costantin. sous les emper. franç. l.
  VI, c. 18 ec. p. 100._

  [93] _Ptolomei Lucensis Ann. Breviores, t. XI. p. 1304._

Prima che il principe francese potesse giugnere in Toscana, la parte de'
Bianchi, che allora dominava ne' consigli di Firenze, aveva cercato di
rendersi forte; e giudicò opportuno di fare a Pistoja l'esperimento
delle sue forze e de' mezzi che poteva impiegare per trionfare. Il
capitano del popolo di questa città non rimaneva in carica che sei mesi.
Il governo fiorentino, in forza della balìa che gli era stata confidata,
diede prima questa carica a Guido Cavalcanti appartenente ad una
famiglia altra volta ghibellina. Questo nuovo magistrato violò la legge
pubblicata per la pacificazione di Pistoja, ed in cambio di dividere
egualmente le magistrature tra le due parti, scelse tutti gli anziani
tra i Bianchi; e poco dopo ajutato dagli stessi anziani, destituì tutti
i Neri che possedevano il governo di qualche castello o carica di
confidenza, per sostituir loro dei Bianchi[94]. Passati i sei mesi, i
Fiorentini nominarono in sua vece Andrea Gherardini, la di cui
amministrazione doveva essere ancora più parziale e più violenta della
precedente. Andrea si afforzò d'armi e di cavalli, si assicurò la
dipendenza delle compagnie popolane e de' loro confalonieri; indi
accusando i Neri di voler dare Pistoja ai Lucchesi, citò, una dopo
l'altra, le principali famiglie del partito nero a presentarsi al suo
tribunale. E perchè queste esitavano a porsi nelle sue mani, andò ad
attaccarle cogli arcieri ed i confalonieri delle compagnie; prese a viva
forza le loro case colle macchine di guerra o col fuoco; e dopo aver
vinto tutto ciò che gli faceva resistenza, cacciò di città tutti i Neri,
spianò i loro palazzi e fortezze, abbandonandone i beni al saccheggio.

  [94] _Dino Compagni Cronaca, p. 484. — Ist. Pistolesi anonime, p.
  364._

I Neri, esiliati da Pistoja, ritiraronsi quasi tutti a Pescia, nella
valle di Nievole, città che, dopo essere stata incendiata dai Lucchesi
l'anno 1282, era rimasta sotto la loro dipendenza. Eranvi in Lucca,
siccome in tutte le città della Toscana, dei Guelfi assai caldi che
dovevano associarsi ai Neri, e dei Guelfi moderati che, non
interessandosi più che tanto delle antiche contese, non facevansi
scrupolo di allearsi coi Ghibellini onde acquistare col mezzo loro
maggior credito nella repubblica; e questi adottarono per sè medesimi il
nome pistojese di Bianchi. I primi trovaronsi rinforzati dall'unione di
tutti gli esiliati di Pistoja, ed erano inaspriti dalla diffidenza che i
Fiorentini mostravano a loro riguardo: onde poco dopo la rivoluzione che
aveva cacciati i Neri da Pistoja, i Bianchi furono esiliati da
Lucca[95]. Castruccio Castracani degl'Interminelli, che in appresso
rialzò il partito de' Ghibellini, e che si fece signore di Lucca, di
Pisa e di Pistoja, venne compreso in questa proscrizione dei Bianchi,
tra i quali egli era il più distinto pel lustro della sua famiglia. In
età di soli vent'anni fissò la sua dimora in Ancona, di dove, avendo in
sul finire dell'anno perduti i suoi genitori, passò in Inghilterra, ove
s'addestrò nelle armi[96]. Intanto Carlo di Valois, cedendo alle istanze
del papa, erasi mosso con circa cinquecento cavalli per servire la
Chiesa ed ajutare il re di Napoli. Attraversò senza difficoltà la
Lombardia, e dopo essersi alcun tempo riposato in Bologna, entrò in
Toscana per le Alpi di Pistoja, ossia strada di Sambuca.

  [95] _Gio. Villani l. VIII, c. 45, p. 374._

  [96] _Vita Castruccii Auctore Nicolao Tegrimo t. XI, p. 1316._ — La
  vita scritta da Machiavelli è più che altro un romanzo cui non può
  darsi fede.

La parte dei Bianchi aveva fatte sue le passioni dei Ghibellini che le
si erano uniti; ma sebbene più non fosse una parte moderata, pure
bramava ancora di essere creduta tale, e però non ardiva confessare
gl'interni sentimenti, credendosi obbligata a conservare certi riguardi
che minoravano la sua forza, senza illudere i suoi nemici. Se i Bianchi
si fossero apertamente dichiarati Ghibellini, avrebbero potuto
fortificare i passaggi della Sambuca, e fermare o ruinar Carlo che non
aveva che un pugno di gente; avrebbero stretta alleanza coi Ghibellini
di Pisa, di Arezzo e delle città di Romagna, e postisi in tale
situazione da non poter essere facilmente oppressi. Ma i Bianchi
volevano ancora coprirsi del nome del partito guelfo; mostrarsi ancora
ligi alla chiesa ed alla casa di Francia, e non osavano prendere alcuna
vigorosa risoluzione; onde senza porsi in istato di resistere ai loro
nemici, non ottennero nè meno di placarli.

I Bianchi di Pistoja, avvisati dell'avvicinarsi di Carlo di Valois,
introdussero molti pedoni e cavalli in città; provvidero di petriere le
porte e le mura, e prepararonsi come coloro che dovessero essere
assediati: in pari tempo invitarono Carlo ad entrare in Pistoja, e
mandarongli incontro per onorarlo giostratori e paggi a cavallo. Egli
scese lungo l'Ombrone, come se avesse intenzione di approfittare di tali
amichevoli disposizioni, ma giunto a Ponte Lungo, due miglia sopra
Pistoja, si volse bruscamente a destra e andò ad accamparsi a Borgo a
Buggiano posto sulla strada di Lucca[97].

  [97] _Istorie Pistolesi anonime, p. 377._

Gli esiliati Neri di Pistoja, ed i capi dello stesso partito a Lucca,
adunaronsi prestamente intorno a lui, e lo trassero agevolmente al loro
partito. Carlo prese in seguito la strada di Fucecchio, san Miniato e
Siena, per recarsi a Roma ed in seguito ad Anagni, onde ricevere gli
ordini del papa, avanti d'entrare in alcuna delle città divise dalla
nuova lite dei Bianchi e dei Neri. Carlo II, re di Napoli, venne a
trovarlo in Anagni a fine di concertare la spedizione di Sicilia, che fu
fissata nella vegnente primavera. Intanto il papa mandò Valois a Firenze
per pacificarla, o piuttosto per farvi trionfare il partito dei Neri e
della Chiesa.

Carlo tornò dunque a Siena ed in seguito a Staggia nell'autunno dello
stesso anno, avanzandosi contro Firenze. Erasi in questa città fatta la
nomina de' nuovi priori che dovevano entrare in carica il 15 ottobre, e
la scelta era più tosto caduta sopra persone inclinate alla pace, e che
non davano sospetto ad alcun partito, che sopra coloro la di cui abilità
avrebbe potuto salvare la repubblica in così difficili circostanze. Dino
Compagni, lo storico di quest'epoca, era uno de' priori, e le sue
scritture ci provano che egli era uno di quegli «uomini uniti,
senz'arroganza, disposti a mettere le cariche in comune», tra i quali
egli colloca sè medesimo[98].

  [98] _Dino Compagni Cronaca l. II, p. 488._ Può vedersi intorno a
  questo particolare l'opera postuma del Pignotti _Storia della
  Toscana_. _N. D. T._

Mentre che i Neri con private contribuzioni avevano messi assieme
settanta mila fiorini per pagare il soldo delle truppe di Valois,
d'altro non si occupavano i Bianchi che dei trattati di pace tra le
famiglie nemiche. I capitani di parte guelfa fecero per ordine de'
priori proposte di accomodamento tra i Cerchi e gli Spini. Questi,
mostrando di dare orecchio alle proposizioni, non lasciavano di
affrettare la venuta di Carlo, mentre i Cerchi, capi dei Bianchi, si
addormentavano su queste speranze di pace, e non facevano verun
apparecchio di difesa.

Carlo mandò da Staggia i suoi ambasciatori a Firenze per domandare
d'essere ricevuto come un amico che veniva a riconciliare la parte
guelfa alla Chiesa. Questi ambasciatori chiesero d'essere introdotti nel
gran consiglio, ciò che loro non potevasi negare. Quand'essi ebbero
parlato, i priori imposero silenzio a tutti i consiglieri, che avrebbero
voluto rispondere in presenza loro, al quale oggetto più d'uno erasi già
alzato; onde agli ambasciatori di Carlo fu agevole il giudicare dalla
premura che ponevano nel voler manifestare la propria opinione in loro
presenza, che il partito de' Neri e del principe aveva riacquistata
forza ed energia. La signoria, dopo la segreta deliberazione dei
consigli e quella delle arti e mestieri, mandò da parte sua ambasciatori
a Staggia, promettendo a Carlo d'accoglierlo onorevolmente, a condizione
che non mutasse le leggi e le costumanze della repubblica e non
pretendesse diritti o giurisdizione di veruna sorte, sia a titolo di
vicario dell'impero, sia per tutt'altra ragione. Se Carlo non accordava
questa promessa, gli ambasciatori avevano ordine di chiudergli il
passaggio di Poggibonzi che era fortificato, e di rifiutargli le
vittovaglie. Carlo accordò senza difficoltà tutto quanto gli fu chiesto,
e confermò la sua promessa a viva voce dopo il suo arrivo[99].

  [99] Ugo Capeto, parlando a Dante di Carlo di Valois, che chiamavasi
  pure Carlo senza terra, annuncia in tal modo i suoi tradimenti.
  _Purg. C. XX, v. 70._

      «Tempo vegg'io non molto dopo ancoi,
    Che trasse un altro Carlo fuor di Francia
    Per far conoscer meglio e sè e i suoi.
      Senz'arme n'esce, e solo con la lancia
    Con la qual giostrò Giuda, e quella ponta
    Sì ch'a Fiorenza fa scoppiar la pancia.
      Quindi non terra, ma peccato ed onta
    Guadagnerà, per sè tanto più grave,
    Quanto più lieve simil danno conta.»

Magnifico fu l'ingresso del principe francese in Firenze. Carlo aveva
portata la sua truppa ad ottocento cavalli; gli abitanti di Perugia
l'avevano accompagnato con duecento uomini d'armi sotto colore di
testificargli il loro rispetto, ed i Lucchesi erano venuti ad
incontrarlo. Cante d'Agobbio, Malatestino, Maghinardo di Susinana, ed
altri gentiluomini di Romagna, che incominciavano a far il mestiere di
condottieri, arrivavano un dopo l'altro con otto o dieci cavalli per
unirsi alla corte, e la signoria non osava negare l'ingresso a verun di
loro.

Allora fu che gli uomini più vili ed abbietti credettero di poter fare
pompa di coraggio. «Per il bene della patria, dicevano costoro, non
temeremo di tirarci addosso la nimicizia della signoria e di mostrare
gli errori ch'ella ha commessi.» In fatti, la signoria non era più a
temersi, nè più poteva castigarli. «Noi oseremo, aggiungevano, prendere
la difesa dei Neri oppressi, e disvelare l'ingiustizia, di cui la
signoria si è fatta colpevole verso di loro, escludendoli dagli ufficj.»
I Neri, che essi affettavano di prendere sotto la loro protezione,
avevano in città mille duecento uomini d'armi ai loro ordini. Altri non
si vergognavano di vantare la tranquillità di cui godevano dopo avere
perduta la libertà. Baldino Falconieri occupava la tribuna la maggior
parte del giorno; e l'argomento de' suoi discorsi era sempre il
confronto delle passate turbolenze coi presenti tranquillissimi tempi,
ne' quali i cittadini potevano abbandonarsi a sicuro sonno[100].

  [100] _Dino Compagni l. II, p. 492._

Mentre uomini senz'onore vantavano questa pretesa tranquillità, i due
partiti si preparavano a nuove zuffe. Ma Vieri de' Cerchi, il capo de'
Bianchi, non aveva nè i talenti nè l'energia necessaria per ridurre a
salvezza il suo partito. I priori, che non volevano perdere il merito
dell'apparente loro imparzialità, non prendevano che deboli partiti; e
niuno osava porsi in aperta difesa per timore di essere da tutti
abbandonato. I Bianchi, che veramente erano d'origine guelfa, cercavano
di rappattumarsi coi loro avversarj ripetendo che tutti appartenevano
alla stessa fazione; onde i Ghibellini associatisi prima con loro,
temevano di vedersi traditi e andavano lentamente ritirandosi per timore
che la pace tra i Guelfi non si effettuasse a loro spese. I campagnuoli
che avevano ricevuto ordine di armarsi, nascondevano i confaloni e si
disperdevano; il podestà coi suoi arcieri aveva fatta una parziale pace
coi Neri; e quantunque lo stendardo dello stato fosse esposto alle
finestre del palazzo della signoria, i cittadini non prendevano le armi
per andarvi in difesa dei loro priori[101]. Frattanto Carlo di Valois
aveva domandate le chiavi di porta romana, presso la quale egli abitava;
e benchè quando fu ricevuto giurasse di far osservare dai suoi soldati
le leggi e le sentenze della repubblica, questa medesima notte fece
entrare, per la porta che gli fu data, Corso Donati e tutti gli
esiliati.

  [101] _Dino Compagni l. II, p. 495, 496._

I priori lagnaronsi con Carlo della violazione dei trattati, ed egli
giurò di non avervi avuta parte e di voler castigarne gli autori,
chiedendo, per poterlo fare, che i capi delle due parti gli fossero
consegnati, ond'essere in istato di metter fine a tanti disordini, e
ristabilire una volta l'autorità della repubblica. I priori, che
andavano sempre più accorgendosi della loro impotenza, aderirono a tale
inchiesta; i capi de' Bianchi e de' Neri andarono volontariamente a
darsi in mano di Carlo, i primi con paura, gli altri con piena
sicurezza; ed infatti il principe rilasciò subito i Neri, e fece
sostenere i Bianchi e custodire in dure prigioni. Allora i priori, ma
troppo tardi, fecero dare campana e martello in palazzo, chè il popolo
atterrito non osò uscir di casa, e dopo quest'istante i Neri, per lo
spazio di sei giorni, abusarono del loro trionfo, senza che fosse
stabilito in città alcun magistrato per reprimere l'eccesso del
disordine[102]. Le case dei Bianchi furono abbandonate al saccheggio ed
in appresso incendiate; molti de' più ragguardevoli uomini di questo
partito furono morti o feriti dai loro _parziali_ nemici; molte
fanciulle _ereditiere_ vennero tolte di mano alle loro famiglie e
maritate per forza ed in mezzo al disordine; e Carlo di Valois fingeva
di non saper nulla, e di credere che l'incendio di tanti palazzi di
città e di campagna fossero fuochi di gioja o accidentali incendj di
qualche povera capanna[103].

  [102] Dal giorno 5 all'11 di novembre 1301.

  [103] _Dino Compagni Cronaca l. II, p. 497-500. — Gio. Villani l.
  VIII, c. 48. p. 375-378. — Jannotii Manetti Hist. Pistor. l. II, p.
  1022, 1023. — Istorie Pistolesi anonime p. 578._

Dopo che la città fu abbandonata al saccheggio per sei giorni, i nuovi
priori, tutti della parte nera, entrarono in funzione l'undici novembre
1301, ed un nuovo podestà, Cante de' Gabrielli d'Agobbio, fu incaricato
dell'amministrazione della giustizia. Il nuovo giudice veniva
incoraggiato alla severità, non solo dalla violenza di quel partito da
cui aveva ricevuta la carica, ma più ancora dall'avarizia di Carlo di
Valois che doveva con lui dividere le ammende che imporrebbe, ed a cui
lo stesso papa aveva rappresentata Firenze come un'inesauribile sorgente
di oro. Nello spazio di cinque mesi in cui Carlo dimorò in Firenze,
Cante dei Gabrielli condannò circa seicento persone all'esilio,
sottoponendole in pari tempo alla multa di sei in ottomila fiorini, con
minaccia di confisca di beni se non pagavano. Dante Alighieri, che a
quest'epoca trovavasi ambasciatore a Roma per la repubblica, fu compreso
in questa proscrizione. Dovremo tra poco parlare di questa condanna
pronunciata il 27 gennajo del 1302. Petracco figliuolo di Parenzo
dell'Ancisa, padre di Francesco Petrarca, fu esiliato nella stessa
circostanza[104]. Altri vennero accusati d'aver cospirato contro la vita
di Carlo di Valois, e messi alla tortura, non tanto per istrappare loro
di bocca la confessione del supposto delitto, che per sapere ove
tenessero nascosti i loro tesori. Finalmente il giorno 4 aprile del 1302
Carlo di Valois partì alla volta della Sicilia carico delle maledizioni
de' Toscani, per i quali aveva preso il titolo di pacificatore.

  [104] _Dino Compagni Cronaca l. II, p. 502._

Fu osservato che Carlo di Valois era entrato in Toscana sotto pretesto
di ricondurvi la pace, e l'aveva lasciata in guerra, ch'era passato in
Sicilia per farvi la guerra; e n'era uscito dopo una vergognosa
pace[105]. Valois s'imbarcò a Napoli con Roberto, principe di Calabria,
figliuolo di Carlo II, e venne a sbarcare in Sicilia con mille
cinquecento cavalli, mentre una flotta di cento galere proteggeva il suo
passaggio e l'ajutava nell'assedio delle piazze che voleva prendere.
Federico, re di Sicilia, non aveva bastanti forze per istare in campagna
contro di lui. Già da vent'anni l'isola resisteva quasi senza stranieri
soccorsi a tutta la potenza de' Francesi e della Chiesa; ed il re
Federico ne' due o tre precedenti anni erasi veduto indebolire
dall'abbandono di Ruggiero di Loria, suo grande ammiraglio, ch'era
passato al nemico, e dall'attacco egualmente vile che crudele del suo
proprio fratello Giacomo d'Arragona, venuto come confaloniere della
chiesa per ispogliarlo di quello stato in cui egli medesimo aveva
regnato. Metà della Sicilia era stata conquistata da Giacomo, o si era
ribellata in conseguenza delle segrete intelligenze ch'egli vi aveva
conservate, quando questo re parve sensibile ai tardi rimorsi, e ripartì
nel colmo delle sue vittorie, dichiarando di non voler essere lo
strumento o il testimonio dell'ultima catastrofe di suo fratello.
Abbandonò la Sicilia l'anno 1299, e poco dopo Federico incominciò a
ristaurare i suoi affari con una battaglia in cui fece prigioniero
Filippo, principe di Taranto, figlio del re Carlo II.

  [105] _Gio. Villani l. VIII, c. 49 p. 379._

Quando Valois sbarcò in Sicilia alla fine d'aprile del 1302,
impadronissi a tradimento di Termoli; ma Federico, il più valoroso
principe ed il più esperto capitano de' suoi tempi, non permettevagli
lungo tempo di essere conquistatore. Evitando sempre una battaglia
generale, cui le deboli sue forze non consigliavano di affidare la somma
della guerra, lo travagliava con continue scaramucce, gl'intercettava i
convogli, gli uccideva i cavalli: e raddoppiatesi alle truppe nemiche le
fatiche della guerra, il caldo clima della Sicilia non tardò a fare sui
soldati francesi i consueti effetti. All'assedio di Sacca la malattia si
manifestò nel campo, ed in breve tempo vi fece tale strage, che Valois
per ritirarsi dall'assedio fu costretto a chiedere la pace[106], la
quale fu fatta a condizioni apparentemente più favorevoli ai Francesi di
quello che in effetto lo fossero. Federico fu autorizzato a conservare,
finchè vivesse, il governo della Sicilia e delle adiacenti isole col
titolo di re di Trinacria; ed egli acconsentiva che dopo la sua morte
tornasse il regno agli Angiovini. Dall'una parte e dall'altra i due re
si restituirono i paesi conquistati in Sicilia ed in Calabria, ed
ambedue confiscarono le terre de' baroni e de' feudatari, che avevano
abbandonata la causa del proprio principe per darsi al nemico. Da questa
legge generale furono per altro eccettuati Ruggiero di Loria e
Vinciguerra di Palazzo. Finalmente si rilasciarono da ambe le parti i
prigionieri, e Federico sposò Eleonora figlia di Carlo II.

  [106] _Nicolai Specialis Hist. Sicula l. VI, c. 10. t. X, p. 1040. —
  Mariana Hist. de las Españas l. XV, c. 5. p. 645._

Sebbene la reversione della corona alla morte di Federico fosse
stipulata in favore dei principi francesi, era facil cosa il prevedere
che prima che accadesse tale avvenimento, che in fatti si protrasse fino
al 1337, nuove guerre e nuovi trattati disporrebbero diversamente della
successione alla corona; e potevasi poi naturalmente prevedere che i
Siciliani che avevano fatto Federico loro re, ed avevano combattuto
vent'anni per iscuotere il giogo degli Angiovini, non credendosi in
verun modo legati da questo trattato, non acconsentirebbero di passare
nuovamente sotto un'odiata dinastia.

Perchè la pacificazione della Sicilia riuscisse intera, rendevasi al
nuovo trattato necessaria l'approvazione della Chiesa, onde fossero
tolte le scomuniche da tanti anni fulminate contro quel regno. Ma
Bonifacio rifiutavasi di aderire alle convenzioni senza farvi alcune
modificazioni; ma per altro scrisse subito a Federico[107] per
attestargli il suo affetto ed il desiderio di riconciliarsi con lui;
onde per aderire alla sua domanda, nel mese di giugno del susseguente
anno 1303, Federico si riconobbe feudatario della santa sede per il
regno di Trinacria, come Carlo lo era per quello di Napoli, promettendo
l'annuo tributo di tre mila once d'oro[108] ed un soccorso di cento
cavalli o di un determinato numero di galere qualunque volta la Chiesa
fosse attaccata. Sotto tali condizioni Federico si riconciliò colla
santa sede; ed il papa, tanto tempo suo nemico, ben tosto ricorse a lui
contro que' medesimi Francesi che aveva fino allora protetti[109].

  [107] La sua lettera degli 8 degl'Idi di dicembre trovasi in
  _Raynald, ad an. 1302, § 5. p. 562_.

  [108] Da una lettera di Benedetto XI delle calende di giugno 1304
  appare che l'oncia d'oro siciliana corrispondeva a cinque fiorini di
  Firenze. Presso _Rayn. t. XIV, p. 597_.

  [109] Il trattato fu segnato in Anagni il 12 giugno 1303. _ap
  Raynaldi § 24-29. p. 578 e seg._

Dacchè Bonifacio VIII ebbe ottenuto il papato, più non si curò di
nascondere due dominanti qualità del suo carattere: un orgoglio senza
pari ed un impeto che s'accostava al furore, quand'era contrariato. Per
giugnere alla tiara aveva saputo in molte occasioni regolarsi con
destrezza e piegare con simulata moderazione alle altrui voglie; ma
risguardando poi queste qualità come sconvenevoli ad un capo della
cristianità, voleva vincere di fronte ogni ostacolo. E perchè aveva da
principio abbracciati gl'interessi della casa di Francia, erasi mostrato
il più implacabile nemico de' suoi nemici, perseguitandoli con una
acerbità tale, che sembrava escludere qualunque speranza di
riconciliazione, onde aveva fatta la guerra otto anni a Federico di
Sicilia con non minore accanimento di Carlo d'Angiò. Quando del 1298
Alberto d'Austria, ribellatosi contro Adolfo di Nassò, si fece
incoronare in sua vece re dei Romani, e poco dopo lo vinse in una
battaglia, in cui Adolfo fu ucciso, Bonifacio non solo rifiutò di
conoscerlo, ma lo trattò da traditore e da ribelle; e postasi la corona
sul proprio capo, prese una spada e gridò: «Il Cesare sono io, io
l'imperatore, io che difenderò i vilipesi diritti dell'impero[110].» Lo
stesso papa, che trattava con tant'altura i sovrani, non aveva verun
riguardo d'inimicarsi i grandi prelati e signori di Roma. Il mercoledì
primo giorno di quaresima, mentre faceva l'augusta e commovente
cerimonia della chiesa romana di spargere la cenere sul capo degli
uomini più superbi per ricordar loro la nullità della propria esistenza
ed il prossimo fine, quando venne la sua volta gli s'accostò per
ricevere le ceneri Porchetto Spinola arcivescovo di Genova. Bonifacio
gli gettò con violenza la cenere negli occhi, gridando: «Ghibellino!
ricordati che tu sei cenere, e che coi Ghibellini tuoi compagni
ritornerai in cenere[111].» Ma la circostanza in cui Bonifacio mostrò
tutta la violenza del suo carattere si fu nelle lite coi Colonna.

  [110] _Chronic. F. Franc. Pipini l. IV, c. 47. p. 745._

  [111] _Præfat. Muratori in Chron. Jacobi de Varagine Archiep.
  Genuens. t. IX. p. 3. — Dissert. II, dell'Ist. Pisana di del Borgo,
  p. 95._

Eranvi nel sacro collegio due cardinali della nobilissima famiglia
Colonna, Pietro e Giacomo, i quali si erano mostrati contrari
all'elezione di Bonifacio[112] e credutisi abbastanza indipendenti per
non nascondere il loro malcontento, poichè la casa Colonna gareggiava di
potenza colle famiglie sovrane d'Italia. La città di Palestrina, quelle
di Nepi, Colonna e Zagarolo, e molte castella erano di assoluta
proprietà della casa Colonna, resa ancora illustre da molti valorosi
personaggi. L'aperta inimicizia del pontefice aveva probabilmente
consigliati i Colonna a far alleanza col re di Sicilia; e questo fu
almeno il pretesto addotto da Bonifacio per fulminare contro di loro una
bolla di scomunica che comincia con queste parole:

  [112] _Ferretus Vicentinus Hist. l. II, p. 968. — F. Franc. Pipini
  l. IV, c. 43. p. 744._

«Avendo prese in considerazione le abbominevoli azioni dei Colonna ne'
passati tempi, la presente loro ricaduta in pessime opere, e le ragioni
di temere dal canto loro una non meno criminosa condotta in avvenire, ci
hanno evidentemente dimostrato che l'odiosa casa Colonna è amara ai suoi
domestici, d'aggravio ai suoi vicini, nemica della repubblica romana,
ribelle alla santa Chiesa, perturbatrice del riposo della città e della
patria, incapace di soffrire eguali, ingrata ai beneficj, troppo
arrogante per servire, troppo ignorante per comandare; straniera alla
modestia, agitata dal furore, priva del timor di Dio, senza rispetto per
gli uomini, tormentata dal desiderio di turbare la città e tutto
l'universo.» Dopo queste invettive tanto indegne di un padre de' fedeli,
e così malsonanti in bocca di qualunque sovrano, Bonifacio accusava i
Colonna di avere approvata ed incoraggiata la rivoluzione dei Siciliani
e dei re d'Arragona, rimproverava loro di non aver voluto dargli in mano
le città e castella che possedevano, ed in conseguenza egli privava
Pietro e Giacomo Colonna della dignità cardinalizia, gli spogliava di
tutti i beni e di tutte le rendite che loro appartenevano e gli
assoggettava alla scomunica con tutti coloro che prenderebbero la loro
difesa: escludeva i loro nipoti, fino alla quarta generazione, dalla
facoltà d'entrare negli ordini sacri, e per ultimo scomunicava chiunque
osasse asserire che Pietro e Giacomo Colonna erano ancora
cardinali[113].

  [113] _Bulla edita Romæ VI idus maii 1297. Apud Raynald. § 27-33. p.
  506._

Ad una così violenta bolla risposero i Colonna con un manifesto, nel
quale dichiaravano: di non riconoscere Bonifacio per papa e capo della
chiesa; che Celestino V non ebbe il diritto, e forse nemmeno la volontà
d'abdicare; che l'elezione del suo successore, fatta mentre egli ancora
viveva e regnava, era di sua natura invalida ed illegittima. Questo
manifesto accrebbe il furore del papa, che con una seconda bolla
confermò la sentenza di deposizione e di scomunica, incaricando
gl'inquisitori di perseguitare per delitto d'eresia i Colonna e tutti
coloro che avevano le loro opinioni. Indi fece pubblicare contro di loro
la crociata con indulgenza plenaria a favore di coloro che vi
prenderebbero parte[114].

  [114] _Raynald. Ann. Eccl. an. 1297, p. 508._

Il papa non era intenzionato di limitarsi ai soli castighi
ecclesiastici, ma, dopo aver atterrato i palazzi de' Colonna in Roma,
mandò l'armata crociata ad assediarne le fortezze sotto la condotta dei
due legati Matteo Acquasparta, cardinale di Porto, ed il vescovo di san
Rufino, che ne presero molte d'assalto: ma Palestrina fece una lunga
resistenza; onde si vuole che Bonifacio, disperando omai di
sottometterla, chiamasse a dirigerne l'assedio Guido di Montefeltro,
quello stesso che del 1282 aveva compiutamente rotti i Francesi a Forlì,
e più tardi difesa Pisa dai Guelfi. Questo generale ghibellino, che si
era nella milizia reso così illustre, aveva abbandonato il mondo, e
viveva penitente vestito dell'abito francescano. Bonifacio, in virtù del
suo giuramento d'ubbidienza alla santa sede, gli ordinò d'esaminare come
potrebbe prendersi Palestrina, promettendogli plenaria assoluzione di
tutto quanto potrebbe fare o proporre contro i dettami della propria
coscienza. Guido cedette alle istanze di Bonifacio, esaminò le
fortificazioni di Palestrina, e non trovando alcun lato debole per
poterla superare a viva forza, tornò al papa chiedendogli di assolverlo
ancora più espressamente da ogni delitto ch'egli aveva commesso, o che
poteva commettere nel consigliarlo, e quando fu munito di quest'ampia
assoluzione: «Io non ci vedo, gli disse, che un solo mezzo, promettere
molto e mantener poco[115].» Dopo avere così consigliata la perfidia, si
ridusse di nuovo al suo convento. Bonifacio offrì agli assediati ogni
larga condizione; accordando il perdono ai Colonna se entro tre giorni
si presentavano al suo tribunale. La città s'arrese; ma la sua vendetta
non fu compiuta per avere i Colonna avuto sentore che il papa li voleva
tutti condannare alla morte: approfittando di tale avviso, e non avendo
più alcun castello nella campagna di Roma che potesse tener lungo tempo,
rifugiaronsi in lontani paesi, ed alcuni ottennero asilo in Francia da
Filippo il bello.

  [115] Per aver tenuto mano a questo tradimento, Dante pose Guido
  all'inferno, perchè la ricevuta assoluzione aveva preceduto la
  penitenza, _c. XXVII, v. 67. — Comment. Benven. Imolens. in Dant.
  Com. ed Ant. Ital. t. I, p. 1110 ec. — Ferreti Vincent. Hist. l. II,
  p. 970. — F. Franc. Pipini Chronic, l. IV, c. 21, p. 741._

Malgrado il favore che Bonifacio aveva in generale mostrato a tutta la
casa di Francia, aveva già avuto qualche disputa col re Filippo, il
quale, nè meno intollerante essendo, nè meno iracondo di Bonifacio,
aveva più presenti le ingiurie che i beneficj. Per un insigne tradimento
Filippo teneva in prigione Gui, conte di Fiandra, ed i due suoi
figliuoli che per far levare l'assedio di Gante avevano con Carlo di
Valois sottoscritto un trattato che Filippo non voleva riconoscere.
Bonifacio instava per la liberazione di questi prigionieri, ed il re si
teneva offeso da queste istanze che facevano più manifesta la vergogna
del suo operare. Inoltre il papa aveva voluto interporsi per terminare
la guerra tra la Francia e l'Inghilterra, e Filippo aveva risguardato
tale atto come un attentato a' suoi diritti. Per ultimo il papa aveva,
senza il consentimento del re, eretto un nuovo vescovado a Pamiers,
nominando il nuovo vescovo legato apostolico in Francia[116].

  [116] _Contin. Guillelmi de Nangis e Monast. Benedict. in Dachery t.
  XI, p. 603 e seg. — Mezeray Abregé Chron. R. de Philippe le bel, t.
  II, p. 788 e seg._ — Lettere di Bonifacio al re an. 1297. —
  _Raynald. § 43, p. 508._

Sebbene in diverse occasioni avesse accordate ai principi francesi
annate e decime per la guerra di Fiandra, talvolta aveva però cercato di
chiudere il tesoro ecclesiastico, o per lo meno che si dispensasse con
maggiore economia che non voleva un principe sempre avido di denaro. Il
re dal canto suo aveva proibito l'esportazione del danaro del regno,
onde privare la corte di Roma di una specie d'entrata che percepiva
sulle coscienze de' suoi sudditi[117]. In occasione di qualche alterco
avuto col vescovo di Pamiers, lo aveva fatto imprigionare, ed intentata
contro di lui un'accusa che lo faceva colpevole di ribellione e di lesa
maestà: e perchè il papa, oltre questa violazione delle immunità
ecclesiastiche, gli rimproverava d'essersi appropriate le entrate di
molte mense vescovili, Filippo pensò di munirsi, contro l'autorità della
Chiesa, di quella degli stati del suo regno[118].

  [117] Lettere di Bonif. al re 7 ottobre 1296, _§ 24 e seg. p. 496_.

  [118] _Raynald. ad an. 1301, § 26, p. 556._

Fu questa la prima volta in cui la nazione ed il clero di Francia si
mossero per difendere le libertà della Chiesa gallicana. Avidi di
servitù, chiamarono _libertà_ il diritto di sacrificare perfino le
coscienze ai capricci dei loro padroni, respingendo la protezione che
loro offriva contro la tirannide un capo straniero ed indipendente. In
nome di queste libertà della Chiesa, fu al papa ricusato il diritto
d'informarsi intorno alle tasse arbitrarie che il re imponeva al suo
clero, all'arbitraria prigionia del vescovo di Pamiers, all'arbitrario
sequestro delle entrate ecclesiastiche di Rheims, di Chartres, di Laon,
di Poitiers; rifiutossi al papa il diritto di dirigere la coscienza del
re, di fargli delle rimostranze intorno all'amministrazione del suo
regno e di punirlo colle censure ecclesiastiche quando violava i
giuramenti[119]. Non è a dubitarsi che la corte pontificia non avesse
manifestata una ambizione usurpatrice; ed i re avevano ragione di
cautelarsi contro la sua prepotenza: ma i popoli dovevano anzi
desiderare che i sovrani despotici riconoscessero al di sopra di loro un
potere venuto dal cielo che li fermasse sulla strada del delitto; e se i
papi, invece di farsi dipendenti di Filippo il bello, fossero sempre
rimasti a lui superiori, la Francia sarebbesi almeno salvata
dall'obbrobrio della condanna de' Templari.

  [119] Lettere del clero di Francia al papa del 1302. _Apud Raynald.
  § 12, p. 563._

Mentre il clero scriveva al papa per riclamare le sue così dette
libertà, i gentiluomini francesi procedevano ancora con maggior impeto
verso il capo della Chiesa. Quegli stessi uomini, che avevano poc'anzi
trucidati gl'innocenti abitanti dell'Arragona e della Sicilia perchè il
papa aveva conceduti que' regni ad uno de' loro principi, osarono per
servire al loro re d'intentare un processo contro lo stesso papa.
Guglielmo di Nogaret presentò, il 12 marzo 1301, una supplica al re, in
presenza de' principi del sangue e de' vescovi, colla quale accusava
Bonifacio di simonia, d'eresia, di magia e di altri enormi delitti,
chiedendo l'assistenza del re onde adunare un concilio generale per
liberare la Chiesa dalla sua oppressione[120].

  [120] _Mezeray Abregé Chronolog. t. II, p. 793._

Bonifacio non era uomo da lasciarsi soverchiare in fatto di violenze:
convocò a Roma un'assemblea del clero francese ad oggetto di riformare
gli abusi introdotti dal re nell'amministrazione civile ed ecclesiastica
del regno[121]; e perchè il re vietò al suo clero d'andare a Roma,
Bonifacio fulminò la scomunica generale contro tutti coloro che
impedissero ai Cristiani d'avvicinarsi alla sede degli apostoli,
qualunque si fosse la condizione de' contravventori, fossero pur anche
rivestiti della dignità reale, e sebbene avessero ottenuto il privilegio
da qualche papa di non poter essere scomunicati[122]. Questa bolla era
diretta contro lo stesso Filippo il bello; e Bonifacio il quale teneva
per fermo che quest'atto di severità lo avrebbe indotto a sottomettersi,
spedì un legato in Francia con facoltà d'assolvere il re tosto che si
fosse ravveduto. Ma invece di sottomettersi, Filippo preparava una tale
vendetta che verun principe cristiano nè prima nè dopo osò mai prendersi
del capo della Cristianità.

  [121] Lettere encicliche al clero di Francia del 7 delle none di
  dicembre del 1301, _Rayn. § 29, p. 557_.

  [122] Bolla di scomunica datata il giorno di san Pietro. Roma 1302.
  _Raynald. § 14, p. 565._

(1303) Guglielmo di Nogaret, quello stesso che aveva prima accusato il
papa, partì alla volta d'Italia con Musciatto Franzesi, cavalier
fiorentino, Sciarra Colonna ed altri nemici di Bonifacio. Fissò la sua
dimora a Staggia, castello posto tra Firenze e Siena, sotto pretesto di
essere più vicino alla corte di Roma, colla quale doveva trattare
gl'interessi del suo padrone. Il papa abitava allora in Anagni sua
patria. Nogareto, che aveva seco condotti circa trecento cavalli,
profuse il danaro per farsi degli amici nello stato pontificio e nella
stessa città d'Anagni. Quando tutto fu apparecchiato, ed ebbe sicurezza
che una porta della città gli sarebbe data in mano da un traditore, si
recò con una rapida marcia ad Anagni il giorno 7 settembre in sul fare
del mattino: la porta gli fu aperta, ed i Francesi, accompagnati dai
partigiani dei Colonna, corsero le strade gridando: _Viva il re di
Francia, muoja Bonifacio!_ Entrarono senza ostacolo nel palazzo
pontificio; e mentre i Francesi si dispersero subito per gli
appartamenti per rubare i molti tesori che il papa vi teneva, Sciarra
Colonna solo cogli Italiani si presentò a Bonifacio[123].

  [123] _Ferreti Vincent. Hist. l. III, p. 1003. — Gio. Villani l.
  VIII, c. 63, p. 395. — Chron. Parmense t. IX, p. 848. — F. Franc.
  Pipini Chron. l. IV, c. 41, p. 740. — Cronaca di Dino Compagni, l.
  II, p. 506. — Georgii cardin. ad velum aureum de canonis S. Petri t.
  III, l. II, c. 11, v. 150, p. 659. — Vita Bonif. Papæ ex MS.
  Bernardi Guidonis, t. III, p. 672. Vita Bonif. VIII, ex Amalrico
  Augerio t. III, p. II, p. 439._

È cosa indubitata che i congiurati erano disposti a trucidare il papa;
poichè non avevano presa alcuna misura nè per condurlo via, nè per
custodirlo sicuramente ov'era. Ma questo vecchio, reso venerando
dall'avanzata età di ottantasei anni, e che, quando senti avvicinarsi i
nemici, aveva vestiti gli abiti pontificali, ed erasi posto a ginocchio
pregando innanzi all'altare, incusse, malgrado loro, un insuperabile
rispetto ai congiurati: minacciarono bensì di tradurlo a Lione
prigioniero per esservi giudicato da un concilio; ma non osarono portar
la mano sulla sua persona[124]; e Guglielmo di Nogareto rimase
interdetto quando Bonifacio si fece ad interpellarlo se da lui, siccome
da discendente da una famiglia eretica, doveva aspettarsi la corona del
martirio. I Francesi continuarono tre giorni a saccheggiare i tesori di
Bonifacio senza nulla risolvere intorno al loro prigioniero. Finalmente
il popolo d'Anagni, ch'era stato sorpreso e che in quel primo istante
pareva quasi favorire i congiurati, eccitato dal cardinale Fiesco a
prendere le armi, attaccò i Francesi, gli scacciò dal palazzo e liberò
Bonifacio.

  [124] Alcuni moderni storici francesi pretesero elle Sciarra Colonna
  desse uno schiaffo al papa. Ma questo racconto viene contraddetto da
  tutti i contemporanei, i quali concordemente asseriscono che niuno
  osò toccarlo.

Ad ogni modo i malvagi desiderj del re di Francia ebbero compimento,
senza che bisogno vi fosse di adoperare la spada contro il pontefice; il
quale avendo sofferto tre giorni di spavento e di angosce in mano de'
suoi nemici, perdette quasi affatto l'uso della ragione, e cadde
infermo: fu trasportato a Roma immediatamente siccome in luogo di
maggiore sicurezza, e confidato agli Orsini, che supponevansi nemici dei
Colonna. Ma ben tosto fu o credette di essere egualmente da loro
trattenuto. Reso estremamente geloso del suo potere e della sua
indipendenza, perchè statone privo tre giorni, risguardava qualunque
menomo atto di resistenza come un attentato contro la sua autorità.
Dall'altro canto, o sia che gli Orsini volessero nascondere al pubblico
lo scandalo d'un papa frenetico, o pure che, sotto tale pretesto, lo
ritenessero d'accordo coi Colonna veramente prigioniero, un giorno che
Bonifacio voleva uscire dal Vaticano ed andare a Laterano ove pensava di
porsi sotto la protezione degli Annibaldeschi, i due cardinali Orsini
gli vietarono l'uscita, forzandolo a rientrare nelle sue camere[125].

  [125] _Ferreti Vicentini Hist. l. III, p. 1006._

Il vecchio, fremente di rabbia, fu lasciato solo con Giovanni Campano
mostratosi a lui fedele in ogni circostanza, il quale lo andava
esortando a sostenere coraggiosamente la sua sventura, confidando nel
consolatore degli afflitti, che vi apporterebbe rimedio: ma Bonifacio,
non rispondendo una sola parola, cogli occhi travolti, colla schiuma
alla bocca, faceva sentire lo stridore dei denti e ricusava ogni
alimento. All'avvicinarsi della notte parve che la sua frenesia
prendesse maggior forza, e passò tutta la notte senza chiudere gli
occhi. Finalmente quando trovossi affatto affievolito dall'eccesso dei
patimenti della sua anima intollerante, ordinò ai domestici che gli
stavano intorno, di ritirarsi, e rimasto affatto solo si chiuse per di
dentro col chiavistello. Quando dopo avere aspettato lungo tempo, i suoi
domestici forzarono la porta, lo trovarono sul letto freddo assiderato.
Il bastone che portava in mano era rosicchiato e lordo di schiuma; e
vedendogli i bianchi capelli rosseggianti di sangue, si conghietturò
che, dopo avere violentemente dato del capo contro le pareti, si fosse
poi gettato sul letto, e che, copertosi il capo colle coltri, morisse
soffocato sotto le medesime[126].

  [126] Perchè Bonifacio morì tre anni dopo la poetica discesa di
  Dante all'inferno, non potendo questi riporvelo, finse almeno che vi
  fosse aspettato. Niccolò III punito come simoniaco ode alcuno
  parlare presso al suo rogo; s'immagina che sia Bonifacio che viene
  per rimpiazzarlo. _Inferno C. XIX, v. 52._

      «Ed ei gridò; se' tu già costì ritto,
    Se' tu già costì ritto Bonifazio,
    Di parecchi anni mi menti lo scritto;
      Se' tu sì tosto di quell'aver sazio
    Per lo qual non temesti torre a inganno
    La bella donna, e di poi farne strazio?»

  Ma per quanto Dante odiasse Bonifacio, per quanto si fosse reso
  colpevole verso Celestino, suo predecessore, non lascia perciò di
  condannare coloro che sì empiamente l'oltraggiarono, e pone in bocca
  d'Ugo Capeto il racconto dei delitti de' suoi discendenti. _Purgat.
  C. XX, v. 86._

      «Veggio in Alagna entrar lo fiordaliso,
    E nel vicario suo Cristo esser catto.
      Veggiolo un'altra volta esser deriso,
    Veggio rinnovellar l'aceto e 'l fele,
    E tra vivi ladroni essere anciso.»



CAPITOLO XXV.

      _Considerazioni intorno al tredicesimo secolo._


Abbiamo terminata la storia del tredicesimo secolo; d'un secolo nel
quale i popoli successivamente e vanamente facendo sperienza di varie
costituzioni popolari, soggiacquero a tutte le calamità che sogliono
accompagnare una disordinata libertà; di un secolo per altro che preparò
la più grande rivoluzione dello spirito umano, e diede la poesia e le
arti alle moderne nazioni[127]. Niun'epoca merita forse di essere più
attentamente esaminata dal filosofo; niuna contiene in sè il germe
d'idee più vaste, di più importanti avvenimenti.

  [127] La poesia a le arti, sebbene risorgessero in Italia nel XIII
  secolo, non progredirono però di pari passo. La prima ebbe
  perfezionamento da Dante, da Petrarca, da Boccaccio; le altre quasi
  due secoli dopo da Michelangelo, da Tiziano, da Raffaello. _N. d.
  T._

Tra le cose che sotto il rapporto politico formano in questo secolo il
principale carattere dello spirito delle città libere sono l'odio del
popolo contro la nobiltà ed i tentativi de' legislatori popolari per
trovare una guarentia dell'ordine sociale, ora nella proprietà e
talvolta contro la stessa proprietà. La quistione della proprietà come
limitante, o come la sola che dia i diritti politici ai cittadini degli
stati liberi fu nuovamente discussa anche nella presente età; ma coloro
che la esaminarono, non conoscevano gli sperimenti fatti dai nostri
maggiori in un secolo veramente libero, e con que' mezzi di buon
successo che la provvidenza non accordò a tutti i tempi. Crediamo di non
iscostarci dal nostro argomento, prendendo qui ad esaminare in un modo
più esteso i saggi di costituzione che si fecero in Italia, sotto i loro
rapporti colla proprietà, e cercando di riconoscere nell'attenta
considerazione di questi rapporti i veri principj dell'ordine sociale.

Ma prima di tutto conviene rimuovere una distinzione, o a dir meglio una
disputa di parole, intorno alla quale si è molto insistito per
uniformarsi alle idee popolari d'ogni secolo, benchè le cose e le idee
rappresentate da questi diversi vocaboli fossero precisamente le
medesime. Nell'età di mezzo si parlava dei diritti esclusivi dei nobili;
oggi di quelli dei proprietarj delle terre: con questi due vocaboli,
talvolta in opposizione l'uno coll'altro, s'intese però sempre la stessa
classe di persone. Di questa classe si formò sempre un'idea composta; e
l'autorità ed il credito che si volle confidarle furono sempre il
risultamento di due diverse attribuzioni ch'ella riunisce. L'idea d'una
fortuna, che non può venir meno, affatto inseparabile dalla sorte della
patria, si unì alla speranza della perpetuità ed all'idea d'una più
accurata educazione, di sentimenti più elevati, d'uno spirito di
famiglia, di uno spirito di corpo attaccato all'onore di lontane
memorie.

Il legislatore de' secoli di mezzo non aveva considerata la nobiltà come
separata dalle sue proprietà territoriali; non aveva supposto che fosse
una prerogativa soltanto inerente al sangue, che non si potesse
acquistare col merito, o ancora più semplicemente colla mutazione della
ricchezza mobiliare nell'immobiliare. La storia delle repubbliche
d'Italia ci presenta in ogni generazione famiglie commercianti che,
fatte proprietarie, si risguardarono come divenute nobili. I Cerchi di
cui abbiamo poc'anzi parlato, gli Albizzi, gli Alberti ed i Medici, che
ben tosto vedremo sorgere in Firenze, e gli Adorni ed i Fregosi in
Genova sono notissimi esempi. Ma si aveva una certa quale vergogna ad
attribuire tanto merito alla ricchezza, che sola potesse collocare un
uomo nel primo rango della società; nè si voleva accordare la nobiltà
come prezzo di quella gara, che è tra gli uomini grandissima, delle
ricchezze; nè stabilire il principio che i beni, in qualunque modo
acquistati da un plebeo, gli dessero un giusto titolo per essere
rispettato ed ubbidito dai suoi eguali.

Anche nell'età nostra quegli economisti, che ne' nuovi loro sistemi
vollero ammettere il principio che la patria appartiene ai soli
proprietarj delle terre, e che sono essi soli i cittadini, non hanno
però supposto che la proprietà desse una sufficiente base all'ordine
sociale in qualunque modo si acquistasse; cosicchè coloro, che
coll'assassinio si rendessero padroni di un governo, possano,
dividendosi le terre dei viventi, acquistar subito i sentimenti
patriotici e gl'interessi sempre conformi a quelli dello stato, come li
suppongono alla classe de' proprietarj. Perciò gli economisti richiedono
una lunga trasmissione, onde l'antico rispetto pel diritto di proprietà
guarentisca il futuro rispetto per lo stesso diritto e per tutti gli
altri. Domandano essi lontane ricordanze e lontane speranze, affezioni
locali, fierezza nata dall'indipendenza, quella benevolenza che mantiene
una professione immune dalle gelosie, la confidenza che eccita una
fortuna non sottoposta agli accidenti nè al capriccio degli uomini, il
lustro ereditario delle virtù degli antenati, finalmente la nobiltà: che
se essi non proferiscono questo vocabolo, è solamente per un vano
rispetto pei pregiudizj del secolo; ed è ancora talvolta perchè si
escludono essi medesimi dalla nobiltà, ponendosi per altro tra i
proprietarj territoriali; e perchè tutto accordando alla classe cui
danno esclusivamente i diritti di cittadinanza, vogliono ad ogni modo
registrare sè medesimi in questa classe.

Effettivamente molte virtù sembrano ereditarie nella classe dei nobili o
proprietarj delle terre; e se una nazione dovesse governarsi da un solo
ordine dello stato, niun altro, senza dubbio, potrebbe scegliersi a
preferenza di quello. Ma fortunatamente le nazioni non sono ridotte alla
vergognosa necessità di crearsi dei padroni; esiste una legge, una legge
universale, senza eccezione, che condanna le nazioni alla servitù
qualunque volta esse avranno attribuite ad una classe, ad un uomo, o
ancora ad una sola assemblea, quand'anche dovesse formarsi di tutti gli
uomini della nazione, la totalità del sovrano potere; qualunque volta
non sarannosi conservati indipendenti dal governo il diritto ed i mezzi
di resistenza, che guarentiscano gl'individui dalle usurpazioni del
potere sovrano, impediscano che la libertà civile sia violata dai
governanti, e mostrino che i cittadini non rinunciarono a tutti i loro
diritti individuali per rifonderli nello stato di cui sono membri. Nè vi
è, nè può esservi governo libero senza essere misto, cioè quello nel
quale una sola parte della nazione non possa appropriarsi tutti i poteri
ed essere rivestita della sovranità, nè un'altra parte essere oppressa e
spogliata di ogni diritto politico e di ogni partecipazione al supremo
potere: non può esservi altro governo libero se non quello in cui
l'equilibrio, mantenendo la libertà, non lasci sussistere nello stato
una tale potenza, che possa impunemente violare il contratto sociale;
che quello finalmente nel quale sta la potenza sovrana; ma che non sia
sovrano, se non è la stessa nazione, poichè la sola nazione riunisce
tutti i diritti che costituiscono la sovranità.

Non è perciò a credersi che tutti gli uomini debbano o possano avere
ugual parte alla sovranità; che per lo contrario l'influenza loro sul
governo dev'essere proporzionata all'affetto ch'essi sentono; e le
inferiori classi del popolo, che non hanno che un'imperfetta o niuna
idea del governo, non hanno nè meno il più delle volte attaccamento al
medesimo. Non conviene nè pure interrogarli intorno a ciò che non ha
potuto essere oggetto de' loro pensieri; il loro suffragio di comando o
d'imitazione non esprime che il voto degl'intriganti che le dirigono. Ma
queste medesime classi arrivano a sentire quando sono oppresse, sacra è
la loro voce quando l'entusiasmo della virtù le spinge a rendere uno
spontaneo omaggio agli uomini più eroici della nazione: se loro vengono
interdette le lagnanze, se sono sprezzate le loro scelte, la tirannide
pesa sopra di loro, e la nazione ha cessato d'essere libera.

I talenti, le ricchezze, i natali, sono cagione di un'infinita
disuguaglianza tra gli uomini; e coloro che riuniscono questi vantaggi,
sono più capaci che gli altri di governare i loro compatriotti. Alla
maggiore attitudine pel governo vi hanno fors'anche maggiore diritto
degli altri. I talenti li rendono più capaci di fare il ben pubblico, e
la ricchezza lega il loro interesse alla pubblica prosperità, come i
natali all'onore nazionale. La società deve perciò approfittare della
loro distinzione, e non confonderli nella folla dei cittadini inetti al
governo; ma in pari tempo deve avere cura di non affidar loro tutti i
suoi diritti. La società, abbandonata come una proprietà ai dotti, corre
pericolo d'essere sagrificata a vane teorie, perciocchè i filosofi
potrebbero con crudeli esperimenti far prova su di lei delle pericolose
loro astrazioni. Abbandonata ai ricchi, sarebbe come un podere messo a
profitto dal loro duro egoismo; la ferrea mano della necessità
s'aggraverebbe sopra i poveri; e la prosperità, che altro non è se non
che una concessione dell'ordine sociale, un privilegio accordato a pochi
pel vantaggio di tutti, sarebbe resa più sacra che la sanità e la vita
degli uomini. La società, assoggettata alla nobiltà, vedrebbe le sue
classi inferiori avvilite dai nobili che si risguarderebbero quasi d'una
natura diversa dai vili plebei, perciò conculcati ed oppressi. In vano
questi riclamerebbero la protezione delle leggi, tutte rivolte a
favorire la casta privilegiata, cui apparterebbero esclusivamente la
gloria e gli onori. Il segreto della legislazione consiste nello
stabilire la guarentia nazionale della libertà, conservando ad ogni
classe, ad ogni ordine, ad ogni individuo i suoi diritti, i suoi
privilegi, la sua influenza sopra la società in proporzione
dell'interesse che può prendervi. Ma il principio sacro, il principio
conservatore di ogni governo libero consiste in ciò, che la sovranità
non appartenga nè alle classi, nè agli ordini, nè ai consigli, nè agli
individui, che la sovranità appartenga non ad una parte, ma all'intera
nazione; che in niuna parte trovisi colui che potrebbe volere, in nome
di tutti, tutto quanto ogni individuo potrebbe volere individualmente,
imporre a tutti i sagrificj che ogni individuo potrebbe acconsentire
d'imporsi.

Per altro, dicono gli economisti, la nazione è composta soltanto di
proprietarj di terre; e come potrebbesi supporre una lega tra questi per
escludere da un paese tutti i non proprietarj, così deve ammettersi che
rimangono in arbitrio de' proprietarj le condizioni sotto le quali
accordano agli altri la facoltà di abitare nel loro terreno[128]. Strano
raziocinio, dal quale potrebbesi pure dedurre la perfetta schiavitù di
tutti coloro che non sono proprietarj; perchè non è più difficile il
supporre un accordo di tutti i proprietarj dell'universo, come di tutti
quelli di una nazione. E quale sarebbe adunque la misura delle
umiliazioni, cui sarebbero costretti di soggiacere gli uomini scacciati
in ogni luogo? _A meno che non violassero le leggi_, dice il già citato
economista. E chi può dubitarne, che dovrebbero violare le leggi, quando
le leggi altro non fossero che il risultamento della volontà di una
classe usurpatrice, che avrebbe spogliata la nazione della sua eredità,
quando la proprietà che non ha che la garanzia del contratto sociale,
sarebbe considerata come principio del diritto di distruggere tutte le
guaranzie che il contratto sociale ha riservate per tutti i cittadini.

  [128] Trovasi tale opinione in _Garnier. Note 32. de sa traduction
  d'Adam Smith_. E questo celebre economista deve qui risguardarsi
  come l'organo della sua setta. Ho di già confutato questo
  ragionamento della mia opera _Richesse commerciale l. I, c. 3, p.
  60_.

Sappiano adunque gli economisti, che il loro sistema venne compiutamente
adottato, e che, per lo spazio di molti secoli, la sovranità tutta
intera fu abbandonata ai soli proprietarj del suolo; giacchè tutto il
terreno d'Europa era stato diviso tra i nobili, i quali altro non erano
che soldati, e che in tutto l'Occidente più non rimaneva una sola
particella di terra, che non fosse proprietà di qualche gentiluomo.
Questi proprietarj prescrissero a coloro che volevano abitare sul loro
suolo, una sola condizione, la servitù: e perchè non rimanesse veruno
asilo aperto a coloro che non volevano soggiacere a tale condizione, i
proprietarj convennero di rinviarsi vicendevolmente i fuggitivi[129]. Ma
grazie alla provvidenza ed allo spirito di libertà, che si alimenta e si
solleva per le riunioni degli uomini, questa legge fu violata. Dovunque
sopra la proprietà d'un nobile, le prossime abitazioni de' mercanti e
degli artigiani formarono una città, i borghesi di questa città, colle
armi alla mano, costrinsero il nobile proprietario a rinunciare alle sue
tiranniche pretensioni, ed a riconoscere egli medesimo i limiti del
diritto di proprietà. In tal modo dal decimo fino al dodicesimo secolo,
gli uomini privi di proprietà territoriale riconquistarono la libertà
per le future generazioni.

  [129] La terza legge di Rotari, re dei Lombardi, stabilisce la pena
  di morte contro colui che tenta di abbandonare la sua provincia.
  _Leges Logomb. t. I, p. II, Rer. It. p. 17._ I guardiani dei porti o
  battelli sui fiumi erano rigorosamente castigati, anche con pena
  capitale, se favorivano i fuggitivi. _Rhotaris Leges 270 e seg. p.
  38._

La lite tra i nobili proprietarj delle campagne ed i borghesi stabiliti
nelle città aveva omai cambiata natura ed oggetto nel tredicesimo
secolo. I primi riconoscevano la libertà civile dei secondi, e
protestavano di rispettarla; ma chiedevano, per un riguardo dovuto alla
loro nascita, e per il decoro delle repubbliche alle quali erano essi
incorporati, di essere esclusivamente incaricati dell'amministrazione
dello stato. Eglino soli, dicevano, potevan nutrire o affamare le città,
di cui erano parte, eglino soli erano radicati al suolo, e non potevano
separare il loro particolare interesse da quello della patria, mentre
avevano veduto sorgere nelle città certe fortune mobili che potevano
prosperare in mezzo alle calamità pubbliche, ed essere dai commercianti
facilmente sottratte a tutte le rivoluzioni. Questi nuovi ricchi,
soggiugnevano, si sottraggono facilmente alle leggi, e non guarentiscono
la società del loro attaccamento e della loro ubbidienza: stranieri alla
propria città, saranno assai più che ai naturali loro magistrati,
subordinati al soldano che regna in Antiochia e conquista san Giovanni
d'Acri, all'imperatore di Costantinopoli o al re di Francia, ove tengono
i loro banchi e le ricchezze.

Dall'altra banda i mercanti, che per un generoso attaccamento alla
patria, sostenevano quasi soli le gravezze dello stato sopra quelle loro
sostanze che i finanzieri della repubblica non avrebbero potuto ferire,
si sdegnarono a ragione vedendo che si tentava di escluderli da quella
sovranità ch'essi avevano conquistata e di cui erano tuttavia il
principale sostegno. E siccome non è mai vero che una qualunque classe
abbia sola un interesse sempre conforme a quello dello stato, potevano
vittoriosamente rispondere alle allegazioni de' gentiluomini. Questi
pretendevano di alimentare il popolo, perchè tutto il grano
raccoglievasi nelle loro terre; i mercanti perchè somministravano al
popolo tutto il danaro per comperarlo. Avevano ancora fatto assai più;
avevano dato ai gentiluomini i mezzi per coltivare le terre: ed i frutti
della campagna non sono meno dovuti al terreno che li porta, che al
capitale mobiliare che li fa nascere. È vero che i negozianti non danno
garanzia allo stato, anzi ne esigono una essi dallo stato, _la libertà_.
Fedeli alla patria finchè si manteneva libera, e ne avevano date
luminose prove in tempo delle sue calamità, non erano uomini che un
tiranno potesse cogliere ed incatenare. In mezzo al libero mare, o
viaggiatori in mezzo a nazioni schiave, maturavano nell'esilio i giorni
della vendetta e della libertà; mentre i nobili, venduti ora
agl'imperatori ora ai condottieri, oppure ai piccoli tiranni che avevano
eretto un principato in mezzo ai loro eguali, avevano pur troppo provato
ch'essi lasciavansi incatenare dalle loro proprietà territoriali, e che
tali proprietà non erano già una guarenzia del loro amore per la patria,
ma della loro obbedienza in tempo di pace al padrone, qualunque egli si
fosse, e della viltà loro in tempo di guerra in faccia a qualsiasi
nemico purchè potesse occupare o guastare le loro campagne. Finchè i
nobili veneziani, dedicati interamente alla mercatura, non possedettero
poderi al di là delle loro lagune, sprezzarono gli sforzi de' barbari e
dell'intera Europa alleata contro di loro: ma quando investirono una
porzione delle loro fuggitive fortune nell'acquisto di fondi in terra
ferma, s'attaccarono essi medesimi al collo quella catena colla quale
ogni potente nemico poteva legarli. «Quale fu, cittadini, la politica
de' nostri antenati?» diceva il conte Ugolino ai Pisani, quando voleva
persuaderli a fare la pace coi Guelfi. «Essi conquistarono la Sardegna e
la Corsica; desiderarono ricchezze e signorie oltre mare; ma vollero
mantenersi amiche le vicine città. Non contesero ai Fiorentini il loro
vasto e ricco territorio: ed infatti qual giovamento possiamo sperare
dalla presente guerra con Firenze? ad inimicarci i nostri sudditi di
Buti e di Calcinaja, perchè le loro proprietà vengono guastate; ad
esporci a dolorose umiliazioni per beni che non costituiscono la nostra
vera ricchezza[130].»

  [130] _Cron. di B. Marangoni. Suppl. Ser. Etr. t. I, p. 570._

Per altro non erano proprietarj i soli nobili: eranvi due altre classi
d'uomini che avevano delle terre, cioè i mercanti possessori di case in
città e di ville in campagna, ed i contadini che le repubbliche avevano
liberati dalla schiavitù. Ma i primi, la di cui proprietà mobiliare era
spesso le trenta e le cinquanta volte maggiore de' beni stabili, non
avevano peranco adottati i sentimenti che inspiravano ai gentiluomini
una proprietà composta di soli terreni; e sebbene il trionfo d'un
partito fosse quasi sempre accompagnato dalla demolizione delle case e
dal sequestro de' fondi della contraria fazione, conservavano non
pertanto anche in mezzo alle rivoluzioni l'indipendenza del loro
carattere. Dall'altro canto i contadini non si prendevano pensiere de'
pubblici affari ed ubbidivano senza deliberare a chi voleva loro
comandare. Agli uomini della più bassa classe non possono essere
ispirate idee superiori alla circoscritta periferia degl'interessi
domestici, nè si può far loro sentire l'esistenza d'una nazione cui
devono le loro cure, che coll'abitudine delle adunanze e della vita
cittadinesca.

Finchè i mercanti delle repubbliche italiane non domandarono di
partecipare alla sovranità, che proporzionatamente all'interesse che
prendevano alla prosperità della loro patria, la loro domanda era giusta
e consentanea ai diritti d'un popolo libero. Ma l'irritamento di una
lunga lite, l'ambizione accresciuta dai prosperi avvenimenti e dai
disordini degli avversarj, spinsero questi nuovi capi di popolo al di là
d'ogni confine; talchè negli ultimi vent'anni del tredicesimo secolo,
non contenti di dividere le prerogative della nobiltà, s'arrogarono
esclusivamente il governo delle repubbliche, che incominciarono allora a
risguardarsi come potenze mercantili. Niuno poteva appartenere in
Firenze al consiglio dei priori, senza esercitare personalmente la
mercatura o un mestiere[131]. Lo statuto, che istituisce i nove signori
e difensori del comune di Siena, vuole che sieno mercanti e della classe
mezzana[132]; e gli anziani di Pistoja dovevano essere mercanti o
borghesi, esclusi a perpetuità gli antichi nobili e coloro che lo stato,
in pena de' loro delitti, descriverebbe nel registro de' nobili[133].
Ne' due ultimi capitoli, rendendo conto de' motivi che provocarono tali
leggi, abbiamo descritte le rivoluzioni che le precedettero. Nè le città
toscane furono le sole che di que' tempi escludessero la nobiltà da ogni
incumbenza governativa. I Modenesi avevano un registro intitolato _libro
dei nobili_, nel quale trovavansi iscritti tutti i gentiluomini con
alcuni borghesi associati coi nobili dai tribunali, siccome colpevoli
de' medesimi disordini, e quindi egualmente esclusi dalle pubbliche
cariche[134]; e la stessa legislazione si stabilì poco dopo in Bologna,
Padova, Brescia, Pisa, Genova ed in tutte le città libere.

  [131] _Ordinat. Justitiæ, Rub. 32 e 90._

  [132] _Malavolti Storia di Siena p. II, l. III, p. 50._

  [133] _Jacopo Maria Fioravanti c. 16, p. 239._

  [134] _Ant. Ital. Med. Ævi t. IV, Diss. LII, p. 673._

L'assoluta esclusione de' possidenti da ogni amministrazione fu cagione
di gravissimi disordini, non per altro di quelli preveduti dai moderni
economisti in simili casi. Il governo fu per molti rispetti
parzialissimo ed ingiusto, come lo sarà sempre in mano di una sola
classe qualunque; ma non sagrificò le campagne all'industria cittadina,
che anzi favoreggiò e protesse l'agricoltura. Ho parlato in altra mia
opera de' residui tuttavia esistenti della somma prosperità delle
campagne toscane sotto il governo delle antiche repubbliche, e
dell'estrema diversità che si ravvisa tra i feudi arricchiti dalla loro
unione a qualche repubblica, e quelli che rimasero miserabili sotto il
perpetuo dominio degli antichi loro signori[135]. Il governo de'
mercanti non si occupò esclusivamente del traffico; che anzi si condusse
con maggiore liberalità de' sovrani che loro succedettero. Siccome i
negozianti impiegavano la maggior parte delle loro sostanze ne' paesi
stranieri, ove non potendo sperare privilegi, limitavansi a domandare la
libertà, e perciò erano i primi a darne l'esempio nel proprio stato. Le
loro leggi non crearono il monopolio, ed è cosa maravigliosa come
essendo tutti mercanti ed i magistrati e gli storici così parcamente
abbiano parlato del commercio.

  [135] _Quadro dell'Agricoltura toscana p. III, § 1, p. 226 ec._

Ma l'aristocrazia de' mercanti, un'aristocrazia plebea, si rese bentosto
esosa a tutte le altre classi della nazione. Ben possono risguardarsi
come ingiusti i privilegi dei natali; ma ancora più ingiusti sono i
privilegi contro la nascita. I nobili non sapevano soggiacere ad una
esclusione che loro doveva parer tirannica; ed i cittadini di un ordine
inferiore ai borghesi vedevano di mal occhio avviliti coloro ch'erano
abituati a risguardare come i più distinti dello stato. Siccome
frequentemente la ricchezza è il premio della viltà o del vizio, così
non suole, scompagnata dal merito personale o dalla nascita, ispirare
confidenza e rispetto. I ricchi borghesi tentarono di distinguersi col
nuovo titolo di _popolani grassi_, onde separarsi dagli inferiori
cittadini cui diedero il nome di _plebei_; ma questa loro opulenza non
gli ottenne quella considerazione cui aspiravano: e la nuova nobiltà fu
bentosto odiata dall'antica, derisa dal popolo, invidiata da tutti.
Attaccata caldamente dagli ordini superiori ed inferiori si difese con
modi affatto arbitrarj: «La stessa cagione, dice il segretario
fiorentino, che tenne disunita Roma, questa, se egli è lecito le piccole
cose alle grandi agguagliare, ha tenuto divisa Firenze; avvegnachè
nell'una e nell'altra città diversi effetti partorissero. Perchè le
inimicizie che furono nel principio in Roma fra il popolo e i nobili
disputando, quelle di Firenze combattendo si diffinivano. Quelle di Roma
con una legge; quelle di Firenze con l'esilio e con la morte di molti
cittadini si terminavano. Quelle di Roma sempre la virtù militare
accrebbero, quelle di Firenze al tutto la spensero. Quelle di Roma da
una egualità di cittadini in una disuguaglianza grandissima quella città
condussero; quelle di Firenze da una disuguaglianza a una mirabile
ugualità l'hanno ridotta. La quale diversità di effetti conviene sia dai
diversi fini che hanno avuti questi due popoli causata. Perchè il popolo
di Roma godere i supremi onori insieme coi nobili desiderava; quello di
Firenze per essere solo nel governo, senza che i nobili ne
partecipassero, combatteva. E perchè il desiderio del popolo romano era
più ragionevole, venivano ad essere le offese ai nobili più
sopportabili; talchè quella nobiltà facilmente e senza venire all'armi
cedeva; di modo che dopo alcuni dispareri a creare una legge, dove si
soddisfacesse al popolo ed ai nobili nelle loro dignità rimanessero,
convenivano. Dall'altro canto il desiderio del popolo fiorentino era
ingiurioso ed ingiusto; talchè la nobiltà con maggiori forze alle sue
difese si preparava; e perciò al sangue ed all'esilio si veniva de'
cittadini. E quelle leggi che di poi si crearono, non a comune utilità,
ma tutte in favore del vincitore si ordinavano[136].»

  [136] _Stor. Fiorent. Proem. del l. III._

Nelle risse che prima ebbero luogo fra i cittadini ed i nobili, poi fra
i primi ed il popolo, la libertà civile fu spesse volte vilipesa, e
violati i diritti del contratto sociale; pure in mezzo a tanto
disordine, e quando era affatto spenta la libertà civile, non perì la
libertà democratica. Formata non di guarenzie, ma di poteri, non
assicura alle nazioni nè il riposo, nè l'ordine, nè l'economia, nè la
prudenza, ed è solo premio a sè medesima. Niente riesce più dolce ad un
cittadino che l'abbia una volta conosciuta, quanto il poter influire sui
destini della sua patria, avere parte alla sovranità, e più di tutto il
collocarsi immediatamente sotto la legge, e non riconoscere altre
autorità che quelle da lui create. Questa maniera di uscire, se posso
così esprimermi, da sè, per vivere in comune, per sentire in comune, per
far parte d'un tutto, solleva l'uomo e lo rende capace delle più grandi
cose. Le passioni politiche formano assai più eroi che le passioni
individuali; e sebbene non vi si scorga un immediato rapporto, è pure
dall'esperienza dimostrato che sono inoltre più feconde di artisti, di
poeti, di filosofi, di letterati d'ogni maniera. Ne fa luminosa
testimonianza il secolo da noi descritto. In mezzo alle convulsioni
delle sue guerre civili rinacquero in Firenze l'architettura, la
scultura, la pittura; vi fiorirono que' grandi poeti che tanta gloria
spargono ancora al presente su tutta l'Italia; la filosofia ebbe nuovi
ammiratori e seguaci; ed agli studj d'ogni sorte fu dato quel primo
impulso, che secondato dalle altre città libere d'Italia, produsse i
secoli delle belle arti e d'ogni gentil costume.

L'architettura fu di tutte le belle arti la prima a rinascere ne' secoli
di mezzo. Siccome questa non è un'arte imitatrice, e s'innalza al di
sopra degli oggetti creati per rappresentare le forme ideali della
bellezza simmetrica ed astratta come viene dall'uomo concepita, così è
quella tra tutte le arti che presenta più immediatamente il carattere
del secolo e fa meglio conoscere la grandezza e l'energia, o la
piccolezza della nazione in cui fiorì, dell'uomo che la perfezionò. È
questa l'arte che abbisogna meno che le altre delle scoperte delle
precedenti generazioni, che col genio e colla forza della volontà può
supplire alle minute teorie, alle pratiche, alle discipline che conviene
avere imparate prima di farsi creatori nelle altre arti. Le piramidi
d'Egitto anteriori al perfezionamento delle altre arti ed ancora delle
arti meccaniche, trasmisero in distanza di molte migliaja d'anni la
misura della forza e della magnificenza di un popolo che senza tali
monumenti si terrebbero per cose favolose. L'imponente cupola di Firenze
e cento altri stupendi edificj innalzati nel tredicesimo secolo delle
repubbliche italiane, conserveranno egualmente la memoria di questi
popoli liberi e generosi, ai quali la storia non rese finora la debita
giustizia.

L'architettura del tredicesimo secolo porta ancora sott'un altro aspetto
l'impronta de' costumi di quel tempo: ella è affatto repubblicana, e
vedesi interamente destinata ad una comune utilità, o ad un comune
godimento. Le mura delle città, i palazzi del comune, i templi aperti a
tutto il popolo, i canali che portano la fertilità in tutto il
territorio, sono opere di questo secolo. Il numero e la qualità degli
edificj cominciati nella stessa epoca in tutte le città d'Italia, mostra
quanto l'emulazione di tali governi riesca alle belle arti più
vantaggiosa, che non il lusso delle monarchie; quanto lo spirito di
comunità ove si fanno in su gli occhi del pubblico per fino le case
private, incoraggisca gli architetti assai più dello spirito delle
monarchie, nelle quali si fabbricano i pubblici edificj sotto gli occhi
del principe; per ultimo quanto gli artisti si appaghino più delle
ricompense e dell'ammirazione de' loro concittadini, che
dell'approvazione e della mercede di un padrone.

I pubblici canali e le mura delle città immediatamente ed unicamente
destinate all'utilità appartengono più alle scienze che alle belle arti.
Nulla di meno un genio creatore dovette costantemente presedere a queste
intraprese, che ci parranno ancora più grandi quando si confrontino
colle forze dello stato che le ordinava. Il canale, detto _Naviglio
grande_, che conduce le acque del Ticino a Milano per lo spazio di
trenta miglia, intrapreso l'anno 1179, e dopo alcuni anni l'interrotto
lavoro ricominciato del 1257 ed in breve tempo ridotto a termine, forma
ancora la ricchezza d'una vasta porzione della Lombardia[137]. Nello
stesso tempo la città di Milano rifabbricava le sue mura che giravano
ventimila braccia, e faceva innalzare sei porte di marmo, la di cui
magnificenza le rendeva degne della capitale di tutta l'Italia[138]. Dal
canto loro i Genovesi edificarono del 1276 e 1283 le due belle darsene e
la grande muraglia del molo, e nel 1295 terminarono il magnifico
condotto che da lontanissima sorgente conduce a traverso di aspre
montagne in città copiose purissime acque[139]. Tutte le città d'Italia
eseguirono in quell'epoca opere dello stesso genere. Le comunicazioni
tra paese e paese vennero agevolate col mezzo di solidissimi ponti di
pietra fabbricati sui fiumi e coll'aprire comode e sicure strade: e la
comodità de' cittadini e l'interna eleganza delle città si risguardarono
siccome oggetti degni delle cure di un libero governo[140].

  [137] _Memoria della campagna di Milano del conte Giulini t. VII, l.
  LIV._

  [138] _Galv. Flamma Manip. Flor. c. 326, t. IX._

  [139] _Georg. Stellæ An. Genuens. c. 4, t. XVII._

  [140] _Tiraboschi Stor. della Lett. Ital. t. IV, l. III, c. 6._

L'architettura religiosa precedette le opere di cui abbiamo parlato. I
primi edificj degni della nostra ammirazione, innalzati dagli sforzi
uniti de' cittadini, furono destinati ad onorare l'Ente Supremo; e le
due città che prima delle altre acquistarono la libertà, Venezia e Pisa,
furono quelle che dedicarono i primi magnifici templi alla divinità. La
chiesa di san Marco in Venezia, imponente edificio che presenta una
strana mescolanza di grandiosità e di barbarie, fu terminata del 1071;
ed il duomo di Pisa, il primo modello del gusto toscano, di quel gusto
maschio, solido ed imponente che non è nè greco nè gotico, fu cominciato
del 1063 e condotto a termine in sul finire dello stesso secolo[141]. Il
battistero ossia chiesa di san Giovanni della stessa città ebbe
cominciamento del 1152, e la maravigliosa torre, tutt'all'intorno
arricchita da duecento sette colonne di marmo bianco, e che potrebbe
riguardarsi come il più elegante edificio de' secoli di mezzo,
quand'anche la sua inclinazione di sei braccia e mezzo fuori della
perpendicolare non richiamasse l'universale attenzione, fu fondata del
1174.

  [141] Intorno agli edificj di Pisa, oltre le mie osservazioni, io
  consultai soltanto il _Tiraboschi t. III, l. IV, c. 8, § 7_, il
  quale cita le _Dissert. dell'origine dell'università di Pisa del
  cav. Flamminio del Borgo_, che tanto illustrò quella repubblica, ad
  Aless. da Morrona: _Pisa illustrata nell'arte del disegno_; opere da
  me non vedute.

Questi capi d'opera dei Pisani, la bellezza dei marmi ch'essi portavano
dal Levante per abbellire i pubblici edificj della loro patria, i
monumenti dell'antichità che avevano opportunità di vedere ne' loro
viaggi, fecero rivivere in questa città il gusto del bello e del grande,
che poi si diffuse in tutta la Toscana[142]. I migliori architetti del
tredicesimo secolo o furono Pisani, o allevati in Pisa. Suole
risguardarsi come la prima maraviglia dell'arte di quest'epoca il tempio
di san Francesco in Assisi, il quale, per testimonianza di Giorgio
Vasari, fu innalzato da quel Niccola da Pisa che lavorò ancora nel duomo
di Siena, e fu Maestro d'Arnolfo e di Lapo[143]. Arnolfo più celebre che
il maestro, dal 1284 fino al 1300 in cui morì, diresse in Firenze le
fabbriche della loggia e della piazza dei priori, della chiesa di santa
Croce e di quella ancora più magnifica di santa Maria del Fiore.
Quest'ultima non fu veramente terminata da Arnolfo, ma fu suo il primo
pensiero della stupenda cupola, emula di quella di san Pietro in
Vaticano. Lasciò, morendo, incominciata l'opera, senza indicare il
metodo che voleva tenere per terminarla: ma il magnifico ardire di colui
che progettò una tal cupola, mentre tutti gli altri uomini credevano
impossibile il poterla chiudere, ed il sommo ingegno di quell'altro che
la innalzò senza ponti, resero gloriosa la memoria di Arnolfo e di
Brunelleschi[144].

  [142] _Tiraboschi t. IV, l. III, c. 6, § 5._

  [143] _Lettere Sanesi del Padre della Valle, t. I, p. 180_, citate
  dal Tiraboschi.

  [144] Il Vasari nelle sue _Vite dei pittori_ racconta con ingenuità
  e sapore l'imbarazzo de' Fiorentini per condurre a fine la cupola di
  Arnolfo, gli assurdi progetti di tanti architetti e l'arditezza di
  ser Filippo Brunelleschi che sfidava tutti gli artisti del suo
  tempo. Michelangelo che innalzò la più grande di san Pietro, rese la
  più gloriosa testimonianza ai suoi predecessori, bramando che dal
  suo sepolcro a santa Croce stando aperte le porte della chiesa si
  vedesse la maravigliosa cupola d'Arnolfo e di Brunelleschi.

Nè meno sorprendenti furono i progressi fatti in questo secolo dalla
scultura in bronzo ed in marmo, rinnovata dai Pisani, perfezionata dai
Fiorentini. Fino nel 1180 Buonanno di Pisa fuse per il duomo della sua
patria quella magnifica porta di bronzo che poi perì nell'incendio del
1596. Ma per quanto fosse bello questo lavoro, non aggiugneva di gran
lunga alle porte del battistero di Firenze fatte da Andrea Pisano
figliuolo dell'architetto Nicola. Si fecero queste del 1300 per uno
degl'ingressi del battistero; vinte poi di lunga mano da quelle del
Giberti poste ad un altro, le quali Michelangelo giudicava degne del
paradiso; comechè non lasciano perciò di essere un maraviglioso
testimonio del valore di Andrea nell'arte di lavorare i metalli. Si
paragonino queste porte a quelle della basilica di san Paolo di Roma
_fuor di mura_, lavoro de' tempi del magno Teodosio, eseguito dai primi
scultori dell'impero, sotto gli occhi di sì grande monarca, quando gli
artefici, ovunque si volgessero, vedevano maravigliosi modelli di
antiche sculture. Le porte di san Paolo, non iscolpite in rilievo, ma
soltanto incise, hanno le linee formanti il contorno delle figure ornate
d'argento: malgrado però il sussidio della ricchezza questo lavoro prova
l'estremo decadimento dell'arte[145]: per l'opposto le porte del
battistero di Firenze sono di alto rilievo, e divise in iscompartimenti
che formano altrettanti quadri di squisita bellezza. Tali sono gli
effetti del despotismo e della libertà. Tra gli ornamenti del duomo di
Firenze osservansi pure alcune statue di marmo dello stesso scultore;
altre di Nicolò Pisano, suo padre, abbelliscono la faccia del duomo di
Orvieto: ed il padre Guglielmo della Valle assicura che Michelangelo e
Luca Signorelli hanno più volte studiati quei modelli[146].

  [145] La Chiesa di san Paolo fu fondata dal grande Costantino,
  aggrandita da Teodosio l'anno 386, e terminata da Onorio nel 395,
  avendovi impiegati i materiali di altri edificj. Le più magnifiche
  colonne de' templi greci vi si veggono confusamente impiegate a
  sostenere il palco di una vasta capanna.

  [146] _Tiraboschi t. IV, l. III. c. 6. § 6._

Il tredicesimo secolo produsse pure Cimabue e Giotto, che i Fiorentini
risguardano come i ristauratori della pittura, sebbene Pisa, Siena,
Bologna e Venezia, pretendano di avere avuti pittori più antichi e non
inferiori a questi di merito. È probabile che alcuni pittori portassero
in Italia nel dodicesimo secolo il barbaro stile della greca pittura
d'allora, i duri contorni, le loro figure in profilo, le goffe ed
assiderate loro attitudini. Tutti i quali difetti, a fronte della più
barbara maniera degli antichi pittori italiani, venivano imitati ed
ammirati come fossero maravigliose cose, se non altro a motivo della
vivacità del colorito, e del fondo di oro, che dava qualche rilievo alle
loro figure. Ci assicurano il Vasari ed il Baldinucci, che Cimabue,
trovandosi in Firenze del 1240, apprese l'arte da alcuni di questi
pittori greci; ma che ben tosto, spinto dal suo buon genio, abbandonò
quegl'informi esemplari per seguire i migliori che gli presentava la
natura. Fu egli il primo che seppe rappresentarla con alquanto di
verità; e tutti gli antichi scrittori lo rappresentano come un uomo
straordinario, che chiamò sopra di se l'universale ammirazione[147].

  [147] _Dante Purg. c. XIX, v. 94. — Comm. Benven. Imol. ad locum.
  Ant. Ital. t. I, p. 1185._

Tra il 1270 ed il 1276 nacque a Colle di Vespignano presso Firenze da un
povero contadino il suo maggior scolare, Giotto. Un giorno che guardando
la sua greggia, stava disegnando sulla terra, fu veduto da Cimabue, il
quale colpito dal suo ingegno lo condusse seco in città. «Sotto la
direzione di tanto maestro, dice il Baldinucci, si fece a studiare
caldamente e fece così rapidi progressi e così maravigliosi, che si può
dire aver egli risuscitata la pittura. Egli cominciò a dare qualche
vivacità alle teste ed a far loro esprimere qualche passione, l'amore,
la collera, il timore, la speranza. Seppe piegare più naturalmente le
vesti che prima non si faceva, e scoprì qualche regola degli scorti;
finalmente diede alle figure una certa tenerezza, al maestro affatto
sconosciuta[148].»

  [148] _Baldinucci, Notizie dei professori del disegno t. I, presso
  il Tiraboschi t. V, l. III, c. 5, § 7._

Ma al di sopra di Cimabue, di Giotto, e di quant'altri artisti furono
allora, deve collocarsi il poeta creatore che diede all'Italia la sua
lingua, la sua poesia, la sola energia di cui sappia abbellirsi anche al
presente; il poeta che riscaldò sempre ed inspirò tutti i sommi uomini
della sua nazione, che diede il proprio carattere a Michelangelo, e che
cinque secoli dopo la sua nascita formò Alfieri e Monti[149].

  [149] Da uno straniero, comechè buon conoscitore della nostra poesia
  e de' nostri migliori poeti, sarebbe ingiustizia il pretendere
  esattissimo giudizio del carattere della nostra poesia e del merito
  de' nostri poeti. Dante fu il più energico e robusto poeta d'Italia,
  e ciò basta a giustificare il nostro storico. _N. d. T._

Dante nacque in Firenze del 1265 dalla famiglia guelfa degli
Alighieri[150]. Suo padre Aldighiero degli Elisei era stato bandito
cogli altri Guelfi dopo la battaglia di Monte Aperto, ma era tornato in
Firenze prima de' suoi compagni, quando la città era governata dal conte
Guido Novello. Morendo Aldighiero quando Dante era ancora giovanetto, fu
dato in cura a Brunetto Latini, riputatissimo filosofo, di cui abbiamo
parlato nel precedente capitolo, onde col di lui ajuto e del poeta Guido
Cavalcanti, suo amico, apprese tutte le scienze allora conosciute, e
l'antica letteratura tanto estesamente quanto lo permetteva la poca
copia che allora si aveva de' libri classici. Dante aveva in gioventù
visitati gli studj di Bologna e di Padova; e dopo esiliato si trattenne
alcun tempo nell'università di Parigi per imparare la teologia[151].
Egli aggiungeva a quello delle lettere il gusto delle belle arti, onde
fu amico di Oderigo da Gubbio e di Giotto pittori, come pure del musico
Casella[152]. Nè l'amore dello studio lo deviò dalla carriera politica e
militare, che a niun cittadino di uno stato libero è permesso di
abbandonare. Fu nel 1289 alla battaglia di Campaldino, nella quale i
Fiorentini ottennero così segnalata ma sanguinosa vittoria sugli
Aretini; e nel susseguente anno militò pure contro i Pisani allora
capitanati dal valoroso conte di Montefeltro[153].

  [150] Parmi che i biografi di Dante non abbiano fatto attenzione che
  Guido Novello non abbandonò Firenze prima dell'undici novembre 1266,
  e che prima di tale epoca, e specialmente avanti la vittoria di
  Carlo sopra Manfredi, i Guelfi non erano rientrati. Converrebbe che
  il padre di Dante fosse stato richiamato dai Ghibellini.

  [151] _Benven. Imol. Com. in Dantis Comoed. Proemium Ant. Ital. t.
  I, p. 1056._

  [152] _Purg. c. XI, v. 79. — Ib. v. 88._

  [153] _Memor. per la vita di Dante di Giuseppe Benvenuti, premesse
  al t. IV delle opere di Dante edite dallo Zatta, § 8 Ap. Tiraboschi
  t. V, l. III._

Coloro che due secoli dopo commentarono il suo poema, volendo in ogni
cosa mostrarlo grandissimo, dissero ch'era a lui affidata in gran parte
la fortuna della repubblica fiorentina. In una vita inedita di Dante,
pretende Maria Filelfo che fosse incaricato di quattordici ambascerie, e
che, tranne l'ultima, conseguisse sempre l'intento: tutti poi
attribuiscono in gran parte ai suoi consigli la parte presa dai priori,
di esiliare i capi delle due fazioni che dividevano Firenze. Ma di ciò
niuna testimonianza troviamo presso gli autori contemporanei. Dino
Compagni ch'era uno de' priori quando si fece la rivoluzione, e che
circostanziatamente descrive le più minute cose, le pratiche, i
discorsi, la leggerezza di tutti i Fiorentini allora più influenti, non
ricorda altrimenti Dante come uno de' capi dello stato. Nè pure di lui
parla Giovanni Villani, che viveva nella stessa epoca, ed era piuttosto
parziale della parte dei Neri, siccome Dino lo era dei Bianchi. Lo
stesso dicasi di Coppo de' Stefani[154] e di Paolino di Piero, altri
scrittori contemporanei che scrissero cronache dei loro tempi[155], onde
io inclino a credere che il solo fatto ben avverato della parte presa
dal nostro poeta ai pubblici affari, è di essere stato priore dal 15
giugno al 15 agosto del 1299, come vogliono alcuni, e secondo altri del
1300[156]; che fu uno degli ambasciatori mandati a Roma dalla parte
Bianca in gennajo del 1302; e per ultimo, che fu compreso in una
sentenza d'esilio emanata nella stessa epoca contro seicento cittadini
della sua medesima fazione. Viene in tale sentenza accusato d'avere
venduta la giustizia, e ricevuto del danaro contro le disposizioni delle
leggi; ma lo stesso rimprovero veniva fatto con eguale ingiustizia a
tutti i capi del partito vinto. Canto dei Gabrielli era un giudice
rivoluzionario che desiderava trovare dei colpevoli, e che si
accontentava de' più leggeri indizj per condannarli. Questa sentenza è
un curioso documento del costume di que' tempi di mescolare l'italiano
al latino; ed è così barbaramente dettata, che pare appositamente fatta
per offendere il fondatore dell'italiana letteratura[157].

  [154] _Delizie degli Eruditi toscani t. X, Rub. 234._

  [155] _Supplem. in Etruriæ Script. t. II, p. 51. ec._

  [156] Questi priori erano Noffo di Guido, Neri di Mes. Jacopo del
  Giudice, Neri d'Arrighetto Doni, Bindo di Donato Bilenchi, Ricco
  Falconetti, Dante Alighieri, Fazio da Miccio Gonfaloniere, e ser
  Aldobrandino d'Uguccione, loro notajo. _Delizie degli Eruditi
  toscani t. X._ da Campi.

  [157] Ecco la sentenza quale viene riferita nel libro delle
  _Riformagioni_ negli archivi di Firenze. — _Condemnationes facte,
  per Nobilem et Potentem militem, Dom. Cantem de Gabriellis Potestate
  Florentie MCCCII._ Dopo alcuni altri: _XXVII Januarii. Dom.
  Palmerium de Altovitis de Sextu Burghi, Dantem Allagherii de Sextu
  Sancti Petri Majoris, Lippum Becchi de Sextu Ultrarni, Orlandinum
  Orlandi de Sextu Porte Domus_.

  «Accusati dalla fama pubblica, e procede ex officio, ut supra de
  primis, e non viene a particolari, se non che nel Priorato
  contradissono la venuta Domini Caroli, e mette che fecerunt
  baratterias, et acceperunt quod non licebat, vel aliter quam licebat
  per leges, et caet: in libras octo millia per uno, et si non
  solverint fra certo tempo, devastentur et mittantur in commune, et
  si solverint, mihilominus pro bono pacis stent in exilio extra fines
  Tusciae duobus annis. _Delizie degli Eruditi Toscani t. X, monumenti
  n.º 4. p. 94._ — Il Tiraboschi riferisce una sentenza aggravante,
  pronunziata dallo stesso Canto il 10 marzo dello stesso anno,
  condannando Dante ed i suoi compagni, venendo presi, alla morte.

Invano cercò Dante di rientrare in patria. Gli si fece un imperdonabile
delitto d'avere nel 1304 tentato cogli altri fuorusciti di parte Bianca
di sorprendere Firenze; di essersi collegato strettamente colla fazione
ghibellina, e d'avere fatto istanza all'imperatore Enrico VII di
Luxemburgo di prendere in Italia la difesa del suo partito. Per ultimo,
siccome il suo carattere estremamente irritabile, e la sua inclinazione
alla satira lo avevano reso non meno odioso che formidabile ai suoi
nemici, del 1315 fu riconfermata la condanna di perpetuo bando: onde
dopo avere viaggiato assai in tutte le parti d'Italia, si stabilì
finalmente alla corte di Guido da Pollenta, Signore di Ravenna, ove morì
nel settembre del 1321, in età di cinquantasei anni. Nel suo immortale
poema si fa profetizzare da Cacciaguida suo trisavolo, la miseria e la
dipendenza degli estremi suoi giorni, tanto umiliante per un'anima
intollerante e fiera com'era quella di Dante.

      «Tu lascerai ogni cosa diletta
    Più caramente, e questo è quello strale
    Che l'arco dell'esilio pria saetta.»
      «Tu proverai siccome sa di sale
    Lo pane altrui, e come è duro calle
    Lo scendere e 'l salir per l'altrui scale.»

Si fa ancora predire dallo stesso Cacciaguida le nimicizie che si
procaccerà coll'amarezza de' suoi rimproveri; ma queste considerazioni
cedono a quelle della gloria.

      «E s'io al vero son timido amico,
    Temo di perder vita tra coloro
    Che questo tempo chiameranno antico[158].»

  [158] _Paradiso Canto XVII._

Il poema di Dante che gli acquistò sì gran nome, è il racconto, come
ognun sa, d'un misterioso viaggio a traverso all'inferno, al purgatorio,
al paradiso; fissa l'epoca di tale viaggio dal lunedì santo del 1300
fino al giorno di Pasqua, quando il poeta aveva trentacinque anni;
scorre i due primi regni dei morti sotto la direzione di Virgilio, e
quello del paradiso in compagnia di Beatrice dei Portinari, che, da lui
amata in gioventù, era morta del 1290. Questo poema diviso in cento
canti, ciascuno di circa cento cinquanta versi, non è meno sorprendente
per gli animati maestosi quadri di questo paese degli estinti che pone
sotto ai nostri occhi, quanto per la profonda sensibilità di alcuni
episodj e per la ricchezza delle idee e delle cognizioni che fa supporre
nell'autore. Abbiamo già prodotti in quest'opera molti passi di Dante,
nè egli può essere giudicato che sopra il suo poema.

Due scrittori nati prima che Dante morisse, i quali lo commentarono, ed
erano a portata più che tutt'altri di conoscere la sua storia,
affermarono che Dante compose i primi canti prima dell'esilio[159].
Parmi cosa assai difficile che trovar si possano autorità di tal peso
che distruggano quelle di Giovanni Boccaccio e di Benvenuto da Imola. Le
prove desunte dallo stesso poema, che il marchese Maffei, Flaminio del
Borgo ed altri addussero contro l'asserzione dei due contemporanei di
Dante, non possono troppo valutarsi; imperciocchè non è a dubitare che
il poeta non abbia in diversi tempi ritoccato il suo poema, ed aggiunti
in varj luoghi versi analoghi alle cose de' tempi in cui faceva que'
pentimenti. Il più dilicato squarcio del poema, il commovente episodio
di Francesca da Rimini, mostra i riguardi che Dante credeva dovuti a
Guido da Pollenta, padre dell'infelice Francesca, e suo ultimo ospite e
protettore[160]. Nel primo canto dal verso 101 al 111 trovasi una
predizione relativa alla futura grandezza di Cane della Scala, che Dante
non ha potuto scrivere prima del 1318, quando Cane fu nominato capo
della lega ghibellina. Tutti i commentatori, niuno eccettuato, supposero
che si cominci a scrivere un poema dal primo verso, e si prosegua fino
all'ultimo senza mai tornare a dietro; lo che essendo vero, ci
obbligherebbe a conchiudere che Dante incominciò il suo poema tre soli
anni prima di morire, quando non aveva più tutto il vigore della robusta
virilità per idearne il vasto piano, quando la sua mente non era più
riscaldata dagli insegnamenti di Brunetto Latini, morto del 1294, nè più
era incoraggiato ad intraprendere quell'immenso lavoro dal suo amico
Guido Cavalcanti, morto avanti l'esilio di Dante l'anno 1302[161].

  [159] _Giovanni Boccaccio vita di Dante dalla p. 47. ediz. fiorent.
  del 1723, e nel suo comment. Infer. cant. 8. — Presso Flam. del
  Borgo p. 45. — Benven. Imolens. Comment. cant. 8. v. 1._

  [160] _Infer. cant. V, v. 73 e seg._

  [161] L'episodio del canto X dell'Inferno di Cavalcante Cavalcanti
  prova che, quando Dante lo scrisse, Guido, suo figliuolo, era ancora
  vivo. _N. d. T._

Una particolarità riferita da molti autori coetanei appoggia il racconto
del Boccaccio intorno all'avere Dante abbozzati i primi sette canti del
poema avanti d'essere esiliato. Egli sapeva che la copia lasciata a
Firenze non era solamente stata veduta da Dino Frescobaldi e da Dino
Compagni, che gliela rimandarono, ma inoltre da molte altre persone,
alle quali fece del 1304 nascere il pensiere d'una festa affatto strana.
Solevasi d'ordinario festeggiare in Firenze il primo giorno di maggio.
«In fra le altre cose gli abitanti di san Priano mandarono un bando per
la terra, che chi volesse sapere novelle dell'altro mondo, dovesse
essere il dì di Calende di maggio in sul ponte alla Carraja e d'intorno
all'Arno; e ordinarono in Arno sopra barche e navicelle palchi, e
fecionvi la somiglianza e figura dello 'nferno con fuochi ed altre pene
e martorj con uomini contraffatti a demonia, orribili a vedere, ed
altri, i quali avevano figura d'anime ignude, e mettevangli in quelli
diversi tormenti con grandissime gride e strida e tempeste, la quale
parea odiosa cosa e spaventevole a udire e vedere, e per lo nuovo giuoco
vi trassono a vedere molti cittadini; e il ponte pieno e calcato di
gente, essendo allora di legname, cadde per lo peso con la gente che
v'era suso; onde molta gente vi morìo e annegò in Arno, e molti se ne
guastarono la persona, sì che il giuoco da beffe tornò a vero com'era
ito il bando, che molti per morte n'andarono a sapere novelle dell'altro
mondo[162].» I due storici che raccontano quest'orribile festa, non
nominano Dante, ma non può chiamarsi in dubbio che la lettura de' primi
canti del suo poema speditigli da Fiorenza appunto in quest'epoca, non
abbiano suggerito il pensiero di rappresentare ciò ch'egli aveva così
bene dipinto all'immaginazione, ma che non doveva mai presentarsi ai
sensi.

  [162] _Gio. Villani l. VIII, c. 70. — Marchione di Coppo de Stefani.
  Delizie degli Eruditi toscani t. X, l. IV, Rubr. 243._

Non v'ha dubbio che la ricorrenza del giubileo non consigliasse a Dante
di scegliere l'anno 1300 per il misterioso suo viaggio, sia che
scrivesse il poema prima o dopo tale epoca. Un propizio istante per
visitare il vasto impero dei morti era quel punto che divideva un secolo
dall'altro e gli uomini di due generazioni: oltre che in tale festa
secolare eravi qualche cosa che colpiva l'immaginazione, e la forzava a
rivolgersi al passato. Bonifacio VIII, appoggiandosi a pretese
tradizioni, accordò un'indulgenza plenaria per tutti i peccati a coloro
che, essendo confessati, visiterebbero quindici giorni di seguito le
chiese di san Pietro e san Paolo in Roma. I soli Romani, perchè non
avevano il disagio del pellegrinaggio, dovevano visitarle trenta volte
di seguito. Tutti i venerdì e tutte le feste esponevasi all'adorazione
de' fedeli il sudario di Cristo, raccolto da santa Veronica. Sebbene
Bonifacio, come abbiamo già osservato, ispirasse poco rispetto al mondo
cristiano, non si lasciò per questo da tutti i fedeli di essere nel
pieno convincimento dell'efficacia delle indulgenze ch'egli accordava; e
da ogni parte della Cristianità, gli uomini d'ogni rango, s'affollavano
a Roma per partecipare a queste grazie spirituali. Giovanni Villani, che
fu uno de' pellegrini, assicura che durante tutto l'anno trovaronsi
costantemente a Roma duecento mila forastieri, che giugnevano,
visitavano e ripartivano per lasciar luogo ad altri[163]. Questa
moltitudine di forastieri che univansi in un sol luogo da tutte le parti
del mondo, che si premevano, si urtavano, per disporsi a presentarsi
avanti al supremo giudice, viene vivamente rappresentata da quella
sempre nuova gente, che Dante vedeva affollarsi per passare l'Acheronte.

      «Ed avanti che sien di là discese,
    Anche di qua nuova schiera s'aduna[164].»

  [163] _Gio. Villani l. VIII, c. 36._ — Ritornato il Villani da
  questo viaggio colla fantasia ancora calda dall'avere veduta la
  presente generazione sfilare sotto i suoi occhi, prese a scrivere la
  sua storia.

  [164] _Inferno c. III, v. 116._

È pure incerta l'epoca in cui si pubblicò la Divina Commedia. Abbiamo
veduto che Dante vi fece nuove addizioni l'anno 1318, e che forse
continuò a farne fino all'epoca della sua morte. Prima del ritrovamento
della stampa, l'epoca in cui un'opera diventava di pubblico diritto non
era segnata come al presente, e le opere di Dante erano, non v'ha
dubbio, conosciute da moltissimi prima che le avesse rivedute per
l'ultima volta. Racconta Franco Sacchetti che il popolo cantava in
Firenze i versi della Divina Commedia prima dell'esilio del poeta, il
quale non potea frenare la sua collera contro un maniscalco o un asinajo
che gli sfigurava cantando[165].

  [165] Franco Sacchetti fiorentino, nato del 1335, morì verso il
  1400, onde la sua testimonianza intorno all'epoca della
  pubblicazione della Divina Commedia deve molto valutarsi. — Avendo
  l'asinajo interrotto la recita dei versi per gridare _arri_ agli
  asini. Dante lo percosse, dicendo, _codesto arri non vi misi io_.
  _Nov. LII e LIII._

A fronte della severità de' Fiorentini verso Dante e dell'ingiusta loro
sentenza, dopo la di lui morte, la pubblicazione del suo poema lo
sollevò al posto che meritava di occupare. Ovunque si prese a glossarlo;
ed i suoi proprj figliuoli, Pietro e Giacomo, furono i primi ad
arricchirlo di note. Giovanni Visconti, arcivescovo e signore di Milano,
adunò del 1350 i sei più dotti uomini di tutta l'Italia, due teologi,
due filosofi e due antiquarj fiorentini, affinchè scrivessero un
commentario sulla Divina Commedia[166]. A Firenze del 1373 si fondò una
cattedra per commentare Dante, ed il Boccaccio fu il primo professore di
questa nuova scienza; come Benvenuto da Imola fu il primo che la
professasse nell'altra cattedra istituita in Bologna. I Fiorentini
chiesero più volte, e sempre invano, le ceneri di Dante ai successori di
Guido da Pollenta; coniarono medaglie in suo onore, e coronarono
solennemente d'alloro la sua statua nel Battistero.

  [166] _Tiraboschi t. V, l. III._

Dante raccolse nel suo poema così svariate cognizioni, che basterebbe
egli solo a provare i progressi che a' suoi tempi avevano fatto le
scienze e la filosofia; ma non pochi altri tennero la stessa strada: e
sebbene tra questi e Dante si ravvisi la differenza che sempre distingue
il genio dai talenti, non è peraltro che non provino anche questi quanto
l'amore dello studio e l'ambizione della gloria delle lettere fosse
allora universale; e che se Dante s'innalzò al di sopra del suo secolo,
fu perchè s'innalzò sopra l'umana natura.

Da questo numero non isceglieremo che Guido Cavalcanti, poeta ad un
tempo, filosofo e capo di partito. Boccaccio lasciò di lui scritto in
una novella[167]: «Egli fu un de' migliori loici che avesse il mondo, ed
ottimo filosofo naturale, leggiadrissimo e costumato e parlante uomo
molto; ed ogni cosa che far volle ed a gentile uom pertinente, seppe
meglio che altro uom fare; e con questo era ricchissimo, ed a chiedere a
lingua sapeva onorare, cui nell'animo gli capeva che il valesse. Ma
Guido alcuna volta specolando, molto astratto dagli uomini diveniva. E
perciò che egli alquanto tenea della opinione degli Epicurei, si diceva
tra la gente volgare, che queste sue speculazioni eran solo in cercare,
se trovare si potesse, che Iddio non fosse.» Le poesie di Guido, la sola
delle sue letterarie fatiche a noi pervenuta, non appoggiano
quest'accusa d'ateismo; ma n'era stato incolpato anche suo padre, e lo
stesso Dante lo credette, poichè, malgrado la sua stretta domestichezza
con Guido, pose Cavalcante Cavalcanti nell'inferno tra gli eretici
epicurei a lato a Farinata degli Uberti, col quale parlando vede
comparire il Cavalcanti:

      «Allor surse alla vista scoperchiata
    Un'ombra lungo questa infino al mento:
    Credo che s'era inginocchion levata.
      «D'intorno mi guardò, come talento
    Avesse di veder s'altri era meco:
    Ma poi che 'l suspicar fu tutto spento,
      «Piangendo disse: Se per questo cieco
    Carcere vai per altezza d'ingegno,
    Mio figlio ov'è, e perchè non è teco?
      «Ed io a lui: Da me stesso non vegno:
    Colui che attende là, per qui mi mena,
    Forse cui Guido vostro ebbe a disdegno.
      «Le sue parole, e 'l modo della pena
    M'avevan di costui già letto il nome:
    Però fu la risposta così piena.
      «Di subito drizzato, gridò: Come
    Dicesti, egli ebbe? non viv'egli ancora?
    Non fiere gli occhi suoi lo dolce lome?
      «Quando s'accorse d'alcuna dimora
    Ch'io faceva dinanzi alla risposta,
    Supin ricadde e più non parve fuora.
      . . . . . . . . . . . . .
      «Allor, come di mia colpa compunto,
    Diss'io, ora direte a quel caduto
    Che 'l suo nato è co' vivi ancor congiunto[168].»

  [167] _Decamerone Giornata VI, Nov. IX._

  [168] _Inferno c. X, v. 52._ e seg.

Dobbiamo per ultimo parlare degli storici del tredicesimo secolo, e di
coloro che testimonj degli ultimi anni di questo periodo, comechè
abbiano scritto nel quattordicesimo, devono risguardarsi come
contemporanei. Niun altro paese del mondo ne produsse quanti l'Italia,
ove difficilmente si troverà una città che non abbia il suo storico: ed
alcune, come Fiorenza, Padova, ec. possono contarne quattro, cinque ed
anche più: perciò dopo il regno di Federico II la storia prende un altro
carattere; una profonda conoscenza dei fatti, una perfetta verità nei
particolari, una ingenuità piena di grazia, un movimento che proviene
dai più veri sentimenti, sono i caratteri di molti storici di
quest'epoca: e questi tratti sono quelli che ne rendono aggradevole la
lettura, quando ancora non si prenda veruno interesse ai fatti riferiti.
Quanto diverse sono queste storie da quelle nojose cronache delle quali
abbiamo dovuto valerci nel cominciamento del nostro lavoro, tra le quali
ci sforzammo invano di trovare a grandi distanze qualche movimento di
vita in mezzo alla più monotona aridità.

Le annotazioni, con cui abbiamo costantemente giustificate le nostre
asserzioni, hanno dovuto far conoscere al lettore i nomi e le opere
degli storici italiani di quest'epoca, onde diventerebbe inutile una
nojosa enumerazione de' medesimi[169]. Ci limiteremo adunque a
richiamare l'attenzione del lettore sopra uno o due di coloro che
stabilirono la lingua della loro patria, e di coloro che, sempre
impiegando la lingua dotta, si avvicinarono i primi all'eleganza ed alla
purità de' classici latini che prendevano ad imitare.

  [169] Possono leggersi intorno agli storici italiani, le prefazioni
  a cadauno di loro nella collezione del Muratori _Script. Rer. Ital._
  ed i due capitoli del Tiraboschi _t. IV, l. II, c. 6. — t. V, l. II,
  c. 6._

Assai diverso è il merito di queste due classi di storici; l'ingenuità e
la grazia appartiene esclusivamente ai primi, mentre gli altri, a fronte
del maggiore studio e della più ricercata dottrina, non vanno esenti
dalla affettazione e della pedanteria. Perciò sempre interessa la
lettura del Villani; mentre Ferreto di Vicenza ed Albertino Mussato,
malgrado l'amara satira del primo e l'eloquenza del secondo, riescono
spesse volte nojosi e pesanti.

La lingua italiana, che Dante aveva fatto conoscere propria alla più
sublime poesia, fu in pari tempo adoperata da Ricordano Malaspina,
Giovanni Villani, Dino Compagni e dall'anonimo pistojese per iscrivere
in dignitoso stile una corretta ed elegante prosa; di modo che anche al
presente viene citata l'autorità grammaticale di questi scrittori che fa
_testo di lingua_. Giovanni Villani, di tutti il più celebre, scrisse in
dodici libri l'istoria patria dalla sua origine fino al 1348 in cui
morì. Per farlo meglio conoscere abbiamo distesamente riportati alcuni
suoi passi. Non è ben noto l'anno in cui nacque, ma del 1300, epoca del
giubileo, doveva essere già adulto; ed oltre il viaggio di Roma fatto in
quell'anno, racconta egli stesso i suoi viaggi fatti in Francia e ne'
Paesi Bassi del 1302 e 1304[170], onde potè circostanziatamente
raccontare le rivoluzioni di quegli stati, e le guerre di Filippo il
bello col conte di Fiandra. Fu due volte priore nel 1316 e 1320;
sostenne altre onorifiche magistrature ed importanti ambasciarie per la
sua patria; militò nella guerra contro Castruccio; e nello stesso tempo,
esercitando la mercatura, venne ruinato dal fallimento della famiglia
Bonacorsi, e nella sua vecchiaja (1345) imprigionato per debiti[171].
Una vita così agitata somministrò a Giovanni nuove opportunità per
istudiare gli uomini e per descriverli esattamente. Gli storici della
Grecia avevano ancor essi corse tutte le carriere pubbliche e private; e
sotto diversi rapporti il Villani può paragonarsi ad Erodoto.

  [170] _Gio. Villani l. VIII, c. 58 e 78._

  [171] _Elogi d'illustri Toscani di Pietro Massai t. I._

Si fa carico al Villani d'avere, senza mai citarlo, copiati lunghi
articoli della storia di Ricordano Malespini, che giugne fino al 1280,
epoca della morte di Ricordano: ed è verissimo che Villani l'andò qua e
là copiando parola per parola, come nello stesso modo fu copiata la
storia del Villani da Marchione di Coppo Stefani, il quale, dopo avere
adottata l'opera del suo predecessore, la protrasse fino al 1385, epoca
della sua morte[172]. Questo doppio plagio non risguardavasi allora come
un furto letterario; ogni autore facendo una cronaca manoscritta per uso
della propria famiglia o degli amici, occupavasi della autenticità de'
fatti, che, rispetto ai tempi antichi, non poteva riferire che dietro
l'altrui testimonianza, e non del merito che la propria scrittura poteva
procacciargli presso al pubblico. Noi siamo sempre troppo facili a
scordarci che l'invenzione della stampa mutò totalmente gli obblighi
degli autori e le relazioni loro coi leggitori.

  [172] Questa storia si pubblicò nel t. VII e seguenti delle _Delizie
  degli Eruditi Toscani da F. Idelfonso da San Luigi. Carmel. Scal.
  Firenze 1776_.

Nelle altre province d'Italia non erasi ancora adottato il dialetto
fiorentino come lingua universale[173]; onde troviamo avere alcuni
storici del XIII e XIV secolo adoperato nelle loro storie il dialetto
del proprio paese, forse allora creduto elegante come il toscano,
comechè al presente non venga usato che nel conversar famigliare. Un
anonimo pisano, contemporanea del conte Ugolino e di Guido di
Montefeltro, ci lasciò alcuni curiosi frammenti dell'istoria della sua
patria, scritti in un dialetto pisano, che non è ora adoperato in verun
luogo[174]. Matteo Spinelli di Giovenazzo, gentiluomo pugliese, il più
antico di tutti gli scrittori volgari, fece uso ne' suoi giornali, che
vanno dal 1250 al 1268, dell'idioma napoletano, quale press'a poco
parlasi ancora al presente[175]. Egualmente lo storico di Cola di Rianzo
scrisse verso la metà del quattordicesimo secolo il suo giornale in
lingua romanesca, che s'avvicina assai più all'odierno dialetto
napoletano che al moderno della plebe di Roma[176].

  [173] Nè lo fu giammai, ma bensì la lingua volgare italiana, o
  _cortigiana_, come la chiamò Dante nel suo libro _De vulgari
  eloquio_. _N. d. T._

  [174] _Fragmenta Hist. Pisanæ t. XXIV, p. 643._

  [175] _Scrip. Rer. Ital t. VII._

  [176] _Ant. Ital. Med. Ævi t. III, p. 251._ — Veggansi inoltre gli
  _Annali di Lodovico Monaldeschi_ scritti nel medesimo dialetto.
  _Script. Ital. t. XII, p. 529._

La barbarie dei dialetti che si parlavano nel rimanente dell'Italia, ed
il rimprovero d'affettazione che sarebbesi dato ad un Lombardo o ad un
Siciliano che avesse scritto nel dialetto fiorentino, costrinsero quasi
tutti gli altri storici del tredicesimo secolo a fare uso della lingua
latina. Ma mentre molti, non conoscendone altro migliore, si valevano
del barbaro stile de' notari, alcuni distinti personaggi, ch'eransi
interamente dedicati allo studio delle lettere, fecero risorgere, quasi
in tutta la sua purità, la lingua degli oratori e de' poeti romani.
Questi esclusero affatto dalle loro scritture i vocaboli tedeschi ed
italiani adottati specialmente per le cose forensi, e si assoggettarono
alla regola, che spesso degenerò in affettazione, di non adoperare
espressioni che usate non fossero dagli scrittori del secolo d'Augusto.
Devonsi ricordare come capi di questi ristoratori della lingua latina
Giovanni da Cermenate, notajo milanese, Albertino Mussato di Padova e
Ferreto di Vicenza[177]. L'eleganza del loro stile e le loro poesie
storiche gli ottennero in quel secolo molta gloria. Oggi non saprebbesi
ammirare questa sorta di scritture in una lingua morta, ove non
incontrasi quasi mai il fuoco dell'originalità e l'impulso del genio, ma
per lo contrario il solo penoso travaglio della imitazione. Nondimeno
non devesi dimenticare che dobbiamo agli sforzi di questi letterati ed
al pubblico entusiasmo per le loro opere, lo sviluppo del genio del
Petrarca e del Boccaccio, ed in appresso, per le cure di questi due
sommi uomini, il rinnovamento dell'antica letteratura. Senza di loro
oggi non saremmo forse possessori dell'eredità degli antichi.

  [177] _Script Rer. Ital. t. IX, p. 1223. — t. X, p. 1. — t. IX, p.
  935._



CAPITOLO XXVI.

      _Stato della Lombardia. — Affari della Chiesa; traslazione della
      santa sede in Avignone. — Assedio di Pistoja. — Condanna
      dell'ordine dei Templari._

1300 = 1308.


Ci siamo lungamente trattenuti quasi soltanto intorno alla Toscana.
Quella somma importanza che gli storici fiorentini seppero dare ai loro
racconti, il carattere veramente notabile de' loro compatriotti, e per
più secoli la sempre crescente influenza della loro repubblica sulla
politica del mondo incivilito, collocano Firenze sul davanti del quadro
in ogni storia dei popoli d'Italia. Per la stessa ragione non si può
scrivere la storia della Grecia senza farne centro la repubblica d'Atene
e senza cercare le relazioni di tanti stati indipendenti con quella
illustre città, in cambio di tener dietro alle particolarità delle
interne loro rivoluzioni.

Però ne' primi anni del quattordicesimo secolo, la Lombardia e tutte le
province d'Italia, poste al settentrione degli Appennini, furono agitate
da rivoluzioni così grandi che tutta a sè richiamano la nostra
attenzione. Ma quell'attenzione non ci conduce sgraziatamente a farci
conoscere le particolarità che potrebbero sole darci una soddisfacente
idea della più complicata storia del mondo. Quando si fissa la prima
volta lo sguardo su questo tratto di storia, si rimane colpiti da quella
medesima confusione che presenta un formicajo scompigliato: tutti
gl'individui vedonsi animati da un rapido e continuo movimento; ignote
passioni li fanno agire; s'incalzano, si attraversano, si sorpassano, si
combattono; in modo che l'occhio non può tener loro dietro, nè
distinguere gli uni dagli altri.

Ma la storia parziale, la storia circostanziata d'ogni città d'Italia,
attribuisce dei nomi a tutti questi personaggi; ci palesa i segreti
d'ogni carattere ed i particolari motivi che li fanno agire; sviluppa
generose passioni, profondi pensieri, sublimi progetti, in cadauno di
que' gruppi, di cui avevamo al primo colpo d'occhio così bassamente
giudicato. Quanto più gli andiamo osservando, ci è forza persuaderci che
in politica non può ammettersi grandezza relativa; e che tutte le volte
che si disputa intorno alla libertà ed alla sovranità, o sia d'un
villaggio, o dell'impero del mondo, gl'interessi sono sempre i medesimi,
cioè i più grandi e più nobili di cui sia capace il cuor dell'uomo; i
talenti sono i medesimi, e lo studio dell'uomo egualmente compiuto.
Questa universale agitazione, questa vivacità delle passioni,
quest'importanza d'ogni individuo, resero la storia d'Italia una
inesauribile sorgente d'istruzione per gli eruditi. Non trovasi città
che non abbia almeno tre o quattro storici, e spesso anche più; e
ciascheduno storico diventa più interessante in ragione della maggior
quantità di fatti minutamente circostanziati che racconta. La sola
collezione degli scrittori italiani, dopo la caduta dell'impero di
Occidente fino a tutto il secolo quindicesimo, comprende quelli di
sessantotto città o province: si fecero a questa collezione molti
supplimenti, senza però comprendervi le storie assai più voluminose de'
tre ultimi secoli. La bibliografia storica del solo stato pontificio
racchiude in un grosso tomo in quarto i nomi soltanto de' particolari
storici di settantuna città tuttavia esistenti nello stato della Chiesa,
e di sedici città, distrutte[178]. Alcuni secoli di continuata
applicazione appena basterebbero per leggerli tutti.

  [178] _Bibliografia storica delle città e luoghi dello stato
  pontificio._ Roma 1792.

Ciò che accresce la confusione rispetto alla Lombardia, si è che in sul
cominciare del quattordicesimo secolo la maggior parte delle città erano
governate da un signore o tiranno; giacchè gl'Italiani, in sull'esempio
de' Greci, adoperavano questi due nomi come sinonimi; che nello stesso
tempo un altro signore, cacciato dal soglio, tramava, nel paese del suo
esilio, congiure contro la patria; l'uno e l'altro collegandosi a
vicenda al partito de' nobili o della plebe, ai Guelfi o ai Ghibellini:
dimodochè ogni principato presentava una perpetua scena di disordini e
di rivoluzioni.

Impediva a questi stati il godimento di quel riposo che d'ordinario si
ottiene da un governo monarchico, il non essere tale forma di governo
guarentita da veruna legge, nè accreditata dalla pubblica opinione. Il
capo dello stato altro ancora non era in faccia al popolo che il
depositario d'un potere a lui confidato dal popolo medesimo; s'egli ne
abusava, non veniva appoggiato da verun sistema d'ubbidienza passiva che
potesse liberarlo dal rimprovero d'usurpatore e di tiranno; verun
diritto ereditario era riconosciuto o supposto nella famiglia regnante.
Pare che lo stabilimento dell'opinione di tale diritto non avrebbe
dovuto incontrare troppe difficoltà in un paese, ove tante prerogative
erano ereditarie, ove la nobiltà, anche a dispetto delle leggi,
conservava tanta influenza, ove l'ereditaria trasmissione dei feudi
avvezzava i vassalli all'ubbidienza. Era desiderabile che quest'opinione
sì stabilisse; giacchè quando un popolo ha per sempre perduta ogni
speranza di libertà, il riposo d'una regolare monarchia è forse il solo
bene di cui possa godere. Ma i piccoli monarchi d'ogni città opponevansi
essi medesimi alla opinione che il loro podere fosse ereditario, perchè
questo diritto d'eredità avrebbe potuto ritorcersi contro di loro.
Quelli che erano succeduti ad una repubblica, avevano abbassati nobili
più antichi e più illustri di loro; quelli ch'erano succeduti ad altri
signori, non avevano tenuto conto del diritto de' loro predecessori,
perchè avevano interesse di negarlo. Dichiaravansi adunque mandatarj del
popolo; non prendevano il comando di una città, sebbene conquistata
coll'armi, senza farsi solennemente accordare dagli anziani o dalla
assemblea del popolo, secondo che gli uni o gli altri erano più docili,
il titolo ed i poteri di signore generale, per uno, per cinque anni, o a
vita, e con un determinato soldo che doveva levarsi dalle entrate del
comune. In tal maniera l'arcivescovo Ottone Visconti, che governava
Milano, agevolò a suo nipote Matteo la strada della sovranità. L'anno
1287 lo fece dal popolo milanese nominare capitano per un anno; del 1290
gli fece confermare la stessa dignità dalle città di Novara e di
Vercelli; e del 1294, dopo avere per lui ottenuto da Adolfo di Nassau,
re de' Romani, il titolo di vicario imperiale in Lombardia, ottenne dal
popolo un'autorizzazione per accettare questo titolo[179]. In
conseguenza di tali precauzioni quando morì l'arcivescovo in età
d'ottantott'anni, del 1295, suo nipote Matteo trovossi già investito del
potere e non dovette superare veruna difficoltà per succedergli. Un
signore affatto nuovo doveva avere maggior cura di farsi rivestire dallo
stesso popolo dell'autorità principesca. Perciò, l'anno 1290, Alberto
Scotto si fece nominare dall'assemblea del popolo di Piacenza capitano e
signore di quella città[180]: così Giberto di Correggio, essendo entrato
in Parma l'anno 1303 in qualità di pacificatore coi Cremonesi, dopo aver
fatta nascere una sedizione e fatto gridare per le strade da' suoi
partigiani, _viva il signor Giberto_, si diede pensiero di far adunare
lo stesso giorno il grande consiglio, perchè lo proclamasse signore,
difensore e protettore della città e popolo di Parma. Ricevette
l'investitura della nuova dignità per mezzo della _consegnazione_ dello
stendardo di Maria Vergine e di quello del carroccio, facendo tutto
raffermare all'indomani[181] dal consiglio generale.

  [179] _Trist. Calchi Hist. Patriæ l. XVIII._

  [180] _Chronicon Placent. XVI, p. 488._

  [181] _Chronicon parmense t. IX, p. 847._

Se tanto rispetto per la sovranità del popolo avesse potuto essere
accompagnato da un eguale rispetto per la sua libertà, non v'ha dubbio
che la Lombardia avrebbe trovata la sua felicità nella mescolanza di un
governo monarchico colle forme repubblicane. Le magistrature popolari, i
consigli, le assemblee nazionali che ancora esistevano, avrebbero
bastato per temperare l'autorità monarchica, se i nuovi signori non si
fossero data premura di avvilire questi corpi. D'altra parte il principe
sarebbe stato mantenuto dalla guarenzia nazionale; egli avrebbe chiamato
in suo favore le leggi; e la sua forza costituzionale sarebbe stata
protetta da un popolo felice e libero. Ma di rado accade che gli
usurpatori contemplino un così lontano avvenire; ogni ombra di
resistenza divien loro odiosa, onde si affrettano di atterrare qualunque
potere che ponga limiti alla loro autorità, sebbene sappiano che lo
stesso potere si armerebbe per difenderli contro i loro nemici. I
signori di Lombardia governavano dispoticamente, e perciò l'esistenza
loro era breve come quella dei despoti. I parenti o gli amici erano i
primi a cospirare contro di loro; i nemici gli attaccavano apertamente,
e talvolta il popolo gli abbassava con quella stessa rapidità con cui
gli aveva innalzati.

Nell'ultima metà del tredicesimo secolo il Piemonte era stato testimonio
di due rivoluzioni che avevano precipitati due sovrani dall'apice della
grandezza nella più miserabile delle umane condizioni. Bonifacio conte
di Savoja, cui il _Guichenon_[182] dà pure i titoli di duca dello
Sciabalese e d'Aosta, di signore di Bugey e della Tarentesia, di
marchese di Susa e d'Italia, e di principe del Piemonte, non era, a dir
vero, sovrano di tutti i paesi de' quali il suo storico gli dà con
soverchia liberalità i titoli; ma univa alla Savoja ed ai vasti
possedimenti al di là delle Alpi la signoria di Torino e di altre città
del Piemonte. Però gli abitanti di Torino, stanchi del suo governo,
cacciarono improvvisamente fuori di città i suoi ufficiali e gli
dichiararono la guerra. Bonifacio, che allora trovavasi in Savoja,
attraversò le Alpi, l'anno 1262, ed avanzatosi fino a Rivoli, per
sottomettere i ribelli, venne colà sorpreso e fatto prigioniere dal
repubblicani poc'anzi suoi sudditi; i quali lo custodirono incatenato
fino alla morte, che lo tolse a tanta sventura l'anno susseguente, senza
che gli sforzi de' suoi amici e della potente sua casa gli ottenessero
la libertà.

  [182] _Guichenon Hist. généalog. de la maison de Savoie t. I, c.
  11._

Il marchese di Monferrato portava un nome forse ancora più illustre di
quello de' conti di Savoja: l'origine dell'una e dell'altra casa è
ugualmente nascosa nelle tenebre: ma le grandi imprese de' marchesi di
Monferrato in Terra santa ed a Costantinopoli, il possedimento del regno
di Tessalonica, loro accordato quando fu diviso l'Impero d'Oriente, e il
fresco parentado di Jolanda, figliuola del marchese Guglielmo con
l'imperatore Andronico Paleologo, aveva sollevato il marchese al rango
de' più ragguardevoli principi italiani. Oltre i feudi, ch'egli
possedeva per diritto ereditario, era, l'anno 1290, capitano e signore
generale di Pavia, Novara, Vercelli, Tortona, Alessandria, Alba ed
Ivrea. Bramava di avere sotto di sè anche la città di Asti, la più
bellicosa, la più ricca e commerciante repubblica del Piemonte. D'altra
parte i Visconti, signori di Milano, adombrati dalla crescente sua
potenza, favorivano sotto mano la città di Asti. Ma questa, non si
accontentando del loro ajuto, cercò alleati fra gli stessi sudditi del
marchese Guglielmo, ed offrì agli Alessandrini, che mostravansi omai
stanchi del dominio del marchese, trentacinque mila fiorini se volevano
discacciarlo e collegarsi con loro. Guglielmo, avvisato di queste
pratiche, corse verso Alessandria; e, sebbene la città tumultuasse, osò
d'entrarvi con debole accompagnamento, o perchè molto si ripromettesse
della sua presenza, o perchè alcuni traditori gli avessero promesso
l'ajuto d'un partito che poi rivolsero contro di lui. Guglielmo appena
giunto avanti al palazzo del comune fu imprigionato; indi chiuso in una
gabbia di ferro ed esposto al pubblico quale bestia feroce. Visse
miseramente diciotto mesi in questa gabbia, nella quale morì di dolore
l'anno 1292[183].

  [183] _Guglielmi Venturæ Chron. Astense c. 14, t. XI. — Benven. de
  S. Georgio Hist. Montisf. t. XXIII, p. 403._

Una terza catastrofe doveva tra poco far maravigliare la Lombardia,
dando una novella prova dell'instabilità del potere de' signori; fu
questa la caduta della casa Visconti. Matteo, che n'era il capo, aveva
approfittato della morte del marchese Guglielmo e dell'estrema gioventù
di suo figliuolo Giovanni, per estendere la sua signoria sul Monferrato.
Aveva colle armi sforzati i popoli a dargli il titolo di capitano
generale della provincia nella città di Casal Sant'Evasio, che n'era la
capitale: aveva in appresso obbligato il giovane marchese a ratificare
l'usurpato potere con un trattato, in forza del quale ponevasi per
cinque anni sotto la tutela del nemico della sua famiglia[184].

  [184] _Trist. Calchi Hist. patriæ l. XVIII._

Matteo Visconti erasi intanto rinforzato con tali parentadi, che ben
dovevano assicurargli una lunga prosperità: perciocchè nel 1298 aveva
data sua figliuola in isposa ad Alboino della Scala, figliuolo
d'Alberto, signore di Verona, uno dei più potenti capi del partito
ghibellino; e nel 1300 ottenne per consorte di Galeazzo suo figliuolo
una figlia del marchese Azzo d'Este, vedova di Nino di Gallura, capo de'
Guelfi pisani. Questa principessa era stata promessa ad Alberto Scotto,
signore di Piacenza; ma Matteo, che voleva ad ogni costo imparentarsi
colla casa d'Este, signora a quell'epoca di Ferrara, Modena e Reggio,
suppiantò il signore di Piacenza, e contrasse una stretta unione coi più
potenti capi di parte guelfa in Lombardia[185].

  [185] _Chron. Est. t. XV. — Chron. Parm. t. IX. — Dante Aligh. Purg.
  c. VIII, v. 70, ec._ Il poeta rinfaccia a Beatrice le seconde nozze
  con soverchia amarezza. Sembra preferire i Visconti di Pisa, da più
  secoli sovrani di Gallura, ai Visconti di Milano, usurpatori che
  dovevano in breve essere abbattuti. Gli storici milanesi, e
  specialmente il Corio ed il Merula prendono da questi versi motivo
  di farne acerbi rimproveri a Dante. Abbiamo altrove osservato che,
  sebbene queste famiglie portassero lo stesso nome, non avevano però
  un'origine comune.

Lo Scotto non dimenticò tanta ingiuria; e, se vi frappose qualche
indugio, no 'l fece che per ottenerne più strepitosa vendetta. Egli
formò contro i Visconti una lega de' signori che governavano in
Lombardia le città di secondo ordine. Il primo a prendervi parte fu
Filippone, conte di Langusco, che già da alcuni anni erasi reso padrone
di Pavia, cacciandone un altro tiranno, Manfredo Beccaria e la sua
fazione. Anche Filippone quasi in egual modo dello Scotto era stato
ingiuriato dai Visconti. Matteo aveva promessa sua figlia al figlio di
Filippone; ma reso orgoglioso da più elevato parentado, gli aveva
mancato di parola del 1302 dando alla figliuola un altro marito. Alberto
Scotto trasse in seguito nella sua lega Antonio Fisiraga, tiranno di
Lodi, Corrado Rusca, tiranno di Como, Venturino Benzone, tiranno di
Crema, la famiglia Cavalcabò, che aveva somma influenza in Cremona,
quella de' Brusati che dominava in Novara, e l'altra degli Avvocati che
aveva la stessa preponderanza in Vercelli. Per ultimo si unì alla lega
il marchese Giovanni di Monferrato, che il Visconti aveva spogliato de'
suoi stati.

I confederati adunarono la loro armata nella Ghiara d'Adda; e quelli
della Torre, esiliati da Milano già da 25 anni, si affrettarono di
unirsi alla lega, siccome altri molti nobili milanesi, segreti nemici di
Matteo, il quale ne fece imprigionare molti altri sospetti di voler
passare al campo nemico. Tra gli ultimi non risparmiò Matteo il proprio
zio Pietro Visconti; indi uscì di Milano alla testa di una parte delle
sue truppe, avendo lasciato in città il figliuolo Galeazzo con due mila
uomini per contenere i Milanesi, che invece di secondarlo andavano
gridando libertà[186].

  [186] _Ann. Mediol. anonimi t. XVI, c. 74. — Gal. Flammæ Manip.
  Flor. t. XI, c. 341. — Chron. Parm. p. 843. — Trist. Calchi Hist.
  Patriæ l. XVIII. — Bern. Corio delle Stor. Milanesi p. II. — Gior.
  Giulini Memorie della città e campagna di Milano t. VIII, l. LIX. —
  Georgii Merulæ Alexand. Antiq. Vicecom. l. VI. apud Grævium t. III,
  p. 118. — Paulus Jovius in Mathæum Mag. ib. — Petri Azarii Chron. de
  gestis in Lomb. t. XVI, c. 11. — Chron. Placent. t. XVI, p. 484,
  ecc._

La ribellione non tardò a scoppiare in campagna; onde il Visconti
circondato di nemici, e non vedendo giugnere i soccorsi che aveva
domandati al marchese d'Este, accettò la mediazione di alcuni
ambasciatori veneziani e si fece a trattare co' suoi nemici. Durissime
erano le condizioni che gli venivano offerte: tutti gli esiliati
dovevano essere richiamati; e Matteo, rinunciando al supremo potere,
doveva rientrare nella classe de' semplici cittadini. Matteo le accettò,
e licenziata l'armata ritirossi nel suo castello di San Colombano. Prima
che a Milano si avesse notizia di questa trattato, Galeazzo suo
figliuolo era stato dal popolo ammutinato cacciato fuori dalle mura, e
il ristabilimento della repubblica e della libertà proclamato. Con un
decreto del popolo tutti i Torriani venivano richiamati in patria, e
poco dopo con altro decreto esiliati tutti i Visconti.

Questa rivoluzione rinfrescò nell'alta Lombardia le fazioni guelfa e
ghibellina che quasi eransi dimenticate. I Visconti risguardavansi come
Ghibellini, Guelfi i Torriani; ma sì gli uni che gli altri in tempo
della loro signoria non eransi nelle loro alleanze lasciati dirigere
dallo spirito del rispettivo partito. Alberto Scotto per dare maggiore
consistenza al nuovo governo ed alla propria autorità, si diede a vedere
zelante partigiano de' Guelfi, proponendo una lega tra le città che lo
avevano assistito contro i Visconti. In conseguenza di che i deputati di
quelle città si unirono in luglio a Piacenza, ove si pubblicò l'alleanza
tra Milano, Piacenza, Pavia, Bergamo, Lodi, Asti, Novara, Vercelli,
Crema, Como, Cremona, Alessandria e Bologna. Alberto Scotto venne
proclamato capo della lega; e nello stesso tempo, come pacificatore
della Lombardia fu autorizzato a persuadere a tutte le città il richiamo
de' loro fuorusciti, adoperando al bisogno anche la forza[187].

  [187] _Chronic. parmense t. IX._

Ma la potenza d'Alberto non ebbe lunga durata, avendo la stessa lega,
che fu sua opera, volte contro di lui le sue armi; perchè lo spirito di
partito, ch'egli aveva ravvivato, era troppo violento per piegarsi a
voglia sua come richiedeva la sua politica. I Guelfi s'adombrarono,
vedendo che Alberto accoglieva ed accarezzava gli emigrati di ogni
fazione. Perciò del 1303 lo costrinsero colle città d'Alessandria e di
Tortona a lasciare la loro alleanza. Allora Alberto offrì ajuto ai
Visconti per rientrare in Milano, di dove gli aveva egli stesso
scacciati; ma quelle forze che avevano potuto ruinarli, non bastarono a
rimetterli nel perduto stato. Per altro s'unì ai Visconti, ai signori di
Mantova e di Verona, e per ultimo a Giberto da Correggio, che si era
fatto allora nominare signore e difensore di Parma.

Del 1304 le truppe della lega guelfa vennero ad attaccare Alberto in
Piacenza; e perchè questa città, ch'egli governava già da quattordici
anni, era insofferente di più lunga signoria, si ribellò. I cittadini di
Cremona e di Lodi, che non volevano esporre al saccheggio una città
vicina e da lungo tempo loro alleata, si ritirarono, lasciando che
Alberto combattesse come poteva contro i suoi sudditi. Tutta l'armata
guelfa seguì l'esempio de' Cremonesi: ma per lo contrario Giberto da
Correggio, ch'era venuto da Parma con due mila soldati in ajuto dello
Scotto, entrò in città come mediatore, e consigliò l'amico a ritirarsi
al più presto che potesse co' suoi figliuoli, onde sottrarsi alla furia
degli ammutinati. Non era appena Alberto uscito di città, che l'amico
tentò di farsi proclamare in suo luogo dai soldati che lo circondavano,
signore di Piacenza. Ma il popolo, che non aveva scacciato un tiranno
per darsene subito un altro, prese le armi, e ripetendo il grido degli
Italiani liberi, _popolo, popolo!_ forzò Giberto a ritirarsi all'istante
coi suoi cavalieri, senza aver potuto cogliere il frutto del tradimento
meditato contro il suo alleato[188].

  [188] _Chron. Parm. Synchron. t. IX, p. 852. — Chron. Placen. t.
  XVI, p. 485._

(1306) Anche le città di Modena e di Reggio ricuperarono due anni dopo
la libertà. Nel 1289 Modena erasi data al marchese Obizzo d'Este, e del
1293 passò per diritto ereditario in dominio d'Azzo VIII suo figliuolo.
Il 26 gennajo del 1306 il popolo prese le armi e cacciò fuori delle
porte il podestà del marchese, sebbene avesse sotto i suoi ordini una
guarnigione di settecento cavalli e di mille fanti; richiamò tutti i
fuorusciti e ristabilì il governo popolare, manifestando la sua gioja
per la ricuperata libertà con feste continue, alle quali i cittadini
intervenivano ornati di cinture d'oro e di ghirlande di fiori[189].
All'indomani il popolo di Reggio, diretto dai gentiluomini ghibellini,
prese egualmente le armi contro le truppe del marchese, e le costrinse
ad uscire di città[190]. Dopo questa rivoluzione non rimaneva alla casa
d'Este che la sola città di Ferrara, la quale le fu tolta due anni dopo,
quando morì Azzo VIII, come tornerà in acconcio di parlarne nel
susseguente capitolo.

  [189] _An. Vet. Mutin. t. XI. — Chron. Est. t. XV._

  [190] _Chron. Rheg. Gazatœ t. XVIII._

Tante rivoluzioni, eseguitesi in nome dei due partiti guelfo e
ghibellino, potrebbero facilmente farci credere che recenti motivi di
discordia avessero inasprite queste fazioni, e che l'imperatore ed il
papa, pei di cui interessi pretendevano di combattere, avessero fatte
nuove pratiche per mettere loro le armi in mano. Niente di tutto questo;
che anzi Alberto d'Austria, re dei Romani, non si curando punto delle
cose d'Italia, era assai lontano dal dare ajuto ai Ghibellini, ed
osservava con indifferenza questa bella contrada del suo impero desolata
dall'anarchia. Da ciò l'imprecazione di Dante contro di lui:

      «O Alberto Tedesco, che abbandoni
    Costei che è fatta indomita e selvaggia,
    E dovresti inforcar li suoi arcioni,
      «Giusto giudizio dalle stelle caggia
    Sovra 'l tuo sangue, e sia nuovo ed aperto,
    Tal che il tuo successor temenza n'aggia.
      «Che avete tu e 'l tuo padre sofferto,
    Per cupidigia di costà distretti,
    Che 'l giardin de lo imperio sia diserto»[191].

  [191] _Purgat. C. VI, v. 97._ — Alcuni commentatori videro in questa
  imprecazione il presagio della violenta morte d'Alberto d'Austria
  ucciso in maggio del 1308 da suo nipote Giovanni; onde si volle
  conchiudere che fosse scritto dopo: ma il caldo dell'imprecazione lo
  mostra dettato quando Alberto ricusò d'ajutare i Ghibellini.

Dall'altro canto il papa, lungi dal fomentare la discordia tra le
nemiche fazioni, pareva che avesse dimenticato che la guelfa gli era
affatto ligia; onde impiegava i consigli, l'autorità e perfino i più
severi castighi spirituali per riconciliarle.

Nel 1303, dopo la morte di Bonifacio VIII, i suffragi de' cardinali
eransi uniti in favore di Niccola, cardinale d'Ostia, oriondo di
Trevigi. Le virtù ed i talenti lo avevano per gradi, da ignobile e
povero stato, sollevato alla dignità di cardinale[192]. Egli prese il
nome di Benedetto XI quando, soltanto quattro giorni dopo la morte di
Bonifacio, fu proclamato papa (14 ottobre). A tale epoca non contavansi
che diciotto cardinali, il più accreditato de' quali era Matteo Rosso
degli Orsini, quello che aveva tenuto fino alla morte papa Bonifacio in
una specie di prigione. Quattro cardinali suoi parenti gli davano in
collegio la più grande influenza; ma pare che Matteo Rosso non cercasse
di farsi nominare papa; ed è anzi probabile che cercasse di assoggettare
la chiesa ad un governo aristocratico, privando il capo di tutta la sua
autorità. Di fatti Benedetto XI non poteva sottomettere alla giustizia i
cardinali ed i magnati potenti, che, circondati di satelliti,
conquassavano la città di Roma colle loro passioni e non soffrivano il
giogo delle leggi. I Colonna, sebbene ancora proscritti, erano tornati
in città con un corpo di gente armata; altri non meno delinquenti
signori non avevano paura del pontefice; il quale isolato in mezzo ad
una procellosa corte, non aveva, per essere poveramente nato, nè
parenti, nè naturali alleati che lo circondassero e fossero depositari
del suo segreto. Vedevasi perciò sferzato a tollerare o dissimulare uno
scandalo e dei delitti che il suo cuore detestava[193].

  [192] _Raynaldi Ann. Eccles. § 45 ad an._

  [193] _Ferreti Vicentini Hist. l. III, t. IX._

Benedetto dovette soggiacere a tale tirannide fino al cessare
dell'inverno; ma avvicinandosi il caldo della state, del 1304, fece
conoscere la sua intenzione di soggiornare in Assisi finchè durasse il
cattivo aere di Roma. I cardinali si opposero risolutamente a tale
viaggio, ed il papa avrebbe dovuto dimetterne il pensiero, se per
qualche segreto motivo non prendeva a favorirlo Matteo Rosso degli
Orsini. Col di lui favore uscì ben tosto di Roma, e passando per Viterbo
e per Orvieto giunse a Perugia, ove fu ricevuto quale padre de' fedeli,
e non più come il servitore de' cardinali. Colà prese con mano più
sicura le redini della chiesa; e cercò di riconciliare i Bianchi ed i
Neri di Firenze, ordinando al governo di quella repubblica di chiamare
dall'esilio Vieri de' Cerchi: ma vedendo tornar vane le sue inchieste,
fulminò la scomunica contro Firenze.

Si diceva che Benedetto per liberarsi dalla tirannia de' cardinali e de'
grandi signori di Roma avesse risolto di portare la sede pontificia in
Lombardia. Mentre doveva incessantemente occuparsi della propria
sicurezza, mentre doveva far uso di tutta la sua autorità per
ristabilire la pace ne' paesi in cui pensava di soggiornare stabilmente,
non osava il papa di provocare l'inimicizia del più potente sovrano
d'Europa, di un uomo che aveva di già mostrato di tenere per legittimi
tutti i mezzi che potevano nuocere ai suoi nemici. Perciò Benedetto fece
molte pratiche per riconciliarsi con Filippo il bello, e lo assolse co'
suoi sudditi e ministri dalla scomunica in cui erano incorsi per avere
sostenuti quelli che andavano a Roma, o vi mandavano danaro. È pure
probabile che fossero colla stessa bolla assolti tutti coloro che
avevano presa parte alla sacrilega prigionia di papa Bonifacio, tranne
il solo Guglielmo di Nogareto[194].

  [194] Questa bolla ed una lettera a Filippo il bello, datate amendue
  in Perugia il giorno tre degl'idi di maggio, sono riferite dal
  _Rayn. 1304, § 9 e 10_. — Due frasi incidenti, e che non hanno che
  fare con tutto il resto della bolla, assolvono, senz'addurne motivo,
  i complici della prigionia di Bonifacio. Io le credo aggiunte dopo
  redatta la carta. È cosa abbastanza nota che gli atti di questo
  pontefice e del suo predecessore furono adulterati sfrontatamente in
  tempo della dimora della corte in Avignone. Intere pagine furono
  levate dai registri papali, cancellate ed aggiunte delle linee,
  secondochè il re di Francia lo credette a sè vantaggioso.

Intanto Benedetto ondeggiava irresoluto tra la politica ed i doveri
della sua carica: troppo grave era l'ingiuria sostenuta da Bonifacio e
di troppo pericoloso esempio, perchè i suoi successori la lasciassero
affatto impunita. Se Benedetto avesse ottenuta una perfetta
indipendenza, non avrebbe ommesso di chiedere ragione a Filippo della
sua sacrilega condotta. Manifestò pure scopertamente questa sua volontà
in una nuova bolla datata in Perugia il 7 di giugno. «Abbiamo, egli
dice, differita finora per giusti motivi la punizione dell'esecrabile
delitto che alcuni scellerati commisero contro la persona del nostro
predecessore, Bonifacio VIII di felice ricordanza. Ma non possiamo più
oltre differire a levarci, o piuttosto Dio stesso deve levarsi con noi
per castigare i suoi nemici, e scacciarli dal suo cospetto.» — Benedetto
annovera ad uno ad uno coloro che aveva egli stesso veduto prender parte
a tanta iniquità, fra i quali Guglielmo di Nogareto e quattordici
gentiluomini, quasi tutti italiani: e dopo aver dipinto il loro misfatto
co' più vivi colori, soggiugne: «Avendo dunque osservate le forme di
diritto, dichiariamo che tutti coloro che abbiamo nominati e tutti gli
altri che parteciparono allo stesso delitto, tutti quelli che colla
propria persona concorsero agli attentati commessi in Anagni contro
Bonifacio, e tutti quelli che diedero, per commetterli, soccorsi,
consigli, favore, sono incorsi nella sentenza di scomunica pronunciata
dai sacri canoni. Col consiglio de' nostri fratelli ed in presenza di
tanta moltitudine di fedeli, li citiamo perentoriamente a presentarsi in
persona avanti di noi prima della festa dei ss. Apostoli Pietro e Paolo,
per udire la giusta sentenza che coll'ajuto del Signore noi pronunceremo
sui notorj attentati di cui abbiamo parlato»[195].

  [195] La bolla è riferita dal _Raynald. 1304, t. XIV, § 13_.

Filippo il bello poteva ritenersi colpito da questa nuova bolla di
scomunica, e non tardò ad accorgersi che il papa cominciava a credersi
indipendente; onde concepì forse allora l'ardito disegno, che poi eseguì
in tempo del primo interregno, di assoggettarsi interamente la corte
pontificia: e l'odioso carattere di questo principe che Dante chiamò _la
peste della Francia_, rende verosimile ogni delitto. Secondo Ferreto di
Vicenza, storico contemporaneo[196], avvertito Filippo che il papa stava
contro di lui preparando formidabili bolle, valendosi dell'opera di
Napoleone, cardinale degli Orsini, e di Giovanni le Moine, cardinale
francese, sedusse col danaro due scudieri del papa, i quali posero del
veleno ne' fichi fiori che presentarono al padrone. Il pontefice
sostenne otto giorni i tormenti del veleno che gli mangiava le viscere,
e morì il 4 di luglio del 1304. Giovan Villani accusa di questo delitto
i soli cardinali: e Francesco Pipino e Dino Compagni, altri coetanei,
confermando le circostanze del veleno, non ardiscono nominare alcuna
persona[197]. Il Raynaldo, nell'atto di dar principio alla scandalosa
istoria de' papi francesi di Avignone, par che tema ad ogni istante di
compromettersi, e sopprime quest'accusa di veleno, per lo meno
abbastanza autentica per essere da lui confutata.

  [196] _Ferreti Vicent. Hist. l. III, t. IX._

  [197] _Gio. Villani l. VIII, c. 80. — Fran. Pipini F. Ord. Præd.
  Chron. l. IV, c. 48, t. IX. — Cronaca di Dino Compagni l. III._

Morto Benedetto XI, i cardinali, in numero di venticinque, adunatisi in
Perugia, si chiusero in conclave; ma quando vollero passare all'elezione
del papa, si divisero in due fazioni, dirette da due capi, ambedue della
casa Orsini. Matteo Rosso Orsino, che aspirava egli stesso alla tiara,
aveva nel suo partito il cardinale francese Caietano, nipote di
Bonifacio VIII, e tutti quelli ch'erano attaccati a quel papa, alla sua
famiglia ed all'antico partito guelfo. Napoleone degli Orsini, capo
dell'altra fazione, era appoggiato dal cardinale Niccola d'Acquasparta
di Prato e da tutti coloro ch'erano affezionati ai Colonna, al re di
Francia, al Ghibellini. Dopo sei mesi di replicate inutili prove, i
cardinali si persuasero che niuno dei due capi di parte e niuno dei
membri del sacro collegio riunirebbe giammai i due terzi dei suffragi
necessarj all'elezione.

(1305) Intanto i Perugini, intolleranti di tanto ritardo, cominciavano a
minacciare i cardinali ed a minorare le razioni dei viveri. Bisognava
finalmente uscirne in un modo o nell'altro, onde il cardinale di Prato
propose al cardinale Caietano, capo della contraria fazione, un
espediente che pareva conciliare i diritti di tutti, ed affrettare in
pari tempo l'elezione. Da che si tentò finora invano d'unire i suffragi
in favore di un Italiano, si provi, disse, a nominare un oltramontano: e
acciocchè le due parti abbiano un'eguale parte in questa nomina,
propongo che un partito presenti tre prelati, e che l'altro entro
quattro giorni debba scegliere tra i proposti, oltre di che lasciò al
cardinale Caietano ed alla sua fazione quella delle due funzioni che più
le aggrada. La proposizione essendo accettata ed approvata da tutti i
cardinali, se ne stese un atto che fu sottoscritto da tutti, ed il
partito antifrancese scelse di presentare i tre prelati, credendosi in
tal modo sicuro di avere un papa a modo suo, qualunque fosse l'eletto.
Per essere più certo delle future loro disposizioni, presentò tre
prelati notoriamente nemici del re Filippo, ponendo pel primo Bertrando
di Gotte, arcivescovo di Bordeaux, che aveva gravi motivi di dolersi di
Filippo e di Carlo di Valois suo fratello. Erano francesi anche gli
altri due prelati.

Appena fu questa scelta comunicata al partito ghibellino, che il
cardinale di Prato spedì un corriere a Filippo per informarlo della
convenzione fatta tra i cardinali, e per consigliarlo a scegliere
Bertrando di Gotte dopo essersene assicurato. Filippo, quand'ebbe
ricevuto quest'avviso a Parigi l'undecimo giorno, partì subito per la
Guascogna, invitando il prelato ad un abboccamento in una abbazia posta
in mezzo ad una foresta presso a san Giovanni d'Angely, ove recaronsi
ambedue con poco seguito: «udita insieme la messa, e giurata in su
l'altare credenza, lo re parlamentò con lui con belle parole per
riconciliarlo con messer Carlo di Valois; e poi sì gli disse: _Vedi,
arcivescovo, io ho in mia mano di poterti fare papa, s'io voglio, e però
sono venuto a te, perchè se tu mi prometti di farmi sei grazie, ch'io ti
domanderò, io ti farò questo onore; e acciò che tu sia certo ch'io ne ho
il podere_ trasse fuori e gli mostrò le lettere e le commissioni
dell'uno collegio e dell'altro. Il Guascone convidoso della dignità
papale, veggendo così di subito, come nel re era al tutta il poterlo
fare papa, quasi stupefatto d'allegrezza, li si gittò ai piedi e disse:
_Signore mio, ora conosco che m'ami più che uomo che sia e vuommi
rendere bene per male; tu hai a comandare, e io ad ubbidire, e sempre
sarò così disposto_. Lo re lo rilevò suso, e baciollo in bocca, e poi li
disse: _Le sei speziali grazie che io voglio da te sono queste. La prima
che tu mi riconcilj perfettamente colla chiesa, e facciami perdonare il
misfatto ch'io commisi per la presura di papa Bonifazio. La seconda di
ricomunicare me e miei seguaci. La terza che mi concedi tutte le decime
per cinque anni del mio reame per ajuto alle spese fatte alla guera di
Fiandra. La quarta che tu mi prometti di disfare e annullare la memoria
di papa Bonifazio. La quinta che tu renda l'onore del cardinalato a
messer Jacopoli e messer Piero della Colonna, e rimetterali in istato, e
facci con loro insieme certi miei amici cardinali. La sesta grazia e
promessa mi riserbo a luogo e a tempo, ch'è secreta e grande_.
L'arcivescovo promise tutto per saramento in sul _Corpus Domini_, e
oltre a ciò li diede per istadichi il fratello e due suoi nipoti; e lo
re promise e giurò a lui di farlo eleggere papa.»

Tutta questa negoziazione era stata condotta col più profondo segreto,
ed i cardinali Matteo Rosso e Caietano non sospettarono pure che il re
di Francia conoscesse la loro convenzione. Trentacinque giorni dopo la
partenza del suo corriere, il cardinale di Prato ricevette la risposta
di Filippo e l'ordine di eleggere l'arcivescovo di Bordeaux. Dopo aver
comunicato il riscontro al suo partito, fece prevenire l'altro d'essere
disposto a pronunciare. In una generale assemblea furono notificate con
nuovi giuramenti le precedenti convenzioni; indi il cardinale di Prato
recitò un sermone sopra un passo della scrittura, ed in virtù
dell'autorità conferitagli elesse papa messere Bertrando di Gotte,
arcivescovo di Bordeaux. Allora fu secondo l'usanza intuonato il
_Tedeum_, e con eguale allegrezza da ambo le parti, perchè ognuno
credeva d'avere un papa tutto suo. Quest'elezione si pubblicò il 5
giugno del 1305 dopo un interregno di dieci mesi e ventotto giorni[198].

  [198] Il racconto di _Gio. Villani l. VIII, c. 80_ viene confermato
  da sant'Antonino _p. III, tit. 21, c. 1_, ed adottato da Raynaldo,
  che riportò ne' suoi Annali uno squarcio dell'ultimo, _t. XV, p. I,
  Ann. Eccles._

O sia perchè Bertrando, che prese il nome di Clemente V, volesse far
pompa della sua nuova dignità in su gli occhi de' suoi compatriotti, o
che la maniera con cui i cardinali avevano trattati i due ultimi suoi
predecessori gli facesse paura, o finalmente che il re Filippo si
opponesse al suo viaggio, invece di recarsi a Roma, a seconda
dell'invariabile costumanza della chiesa, invece di venire a dirigere la
sua greggia, a prendere le redini del governo de' suoi stati, il papa
sorprese tutta la Cristianità coll'ordinare ai cardinali di raggiugnerlo
a Lione per la sua incoronazione, fissata nel giorno di san Martino del
1305. I cardinali furono malgrado loro costretti di ubbidire: il re di
Francia, Carlo di Valois ed i principali baroni al di là delle Alpi,
assistettero alla cerimonia della consecrazione; ed il 17 dicembre
Clemente creò dodici nuovi cardinali, cioè Giacomo e Pietro Colonna
deposti da Bonifacio, e dieci Francesi o Guasconi, tutte creature di
Filippo il bello[199].

  [199] _Ann. Eccles, Raynald. t. XV._

La vergognosa condotta tenuta da Clemente e la vile sua ubbidienza a
tutti i capricci della corte di Francia provarono abbastanza a quali
scandalose condizioni aveva acquistata la tiara. Dopo avere introdotte
nel sacro collegio tante creature di Filippo, rivocò tutte le censure
fulminate contro di lui, de' suoi ministri e complici, annullò tutte le
costituzioni di Bonifacio che potevano dargli qualche ombra; accordò al
re Filippo la decima sul clero, e ne accordò delle altre al conte di
Fiandra, affinchè con tale mezzo potesse pagare un tributo ai Francesi,
autorizzò Filippo a prendere in nome della religione tutti gli Ebrei del
suo regno il giorno della festa di santa Maria Maddalena, a confiscare
tutti i loro beni ed a bandirli; finalmente prodigò bolle, prediche,
indulgenze per formare una nuova crociata, la quale sotto la condotta di
Carlo di Valois doveva conquistare l'impero di Costantinopoli, allora
occupato da Andronico, figlio di Michele Paleologo: e la più importante
ragione, allegata contro questo sventurato principe, era quella di non
essere egli abbastanza forte per resistere alle armi turche, onde la sua
disfatta aprirebbe l'Europa ai Musulmani[200].

  [200] Bolla del 6 degli idi di marzo. _Raynald. § 6._

Quale più vergognoso motivo poteva addursi per attaccare Andronico? e se
il papa era veramente intenzionato d'opporre una diga ai barbari, la sua
politica non era meno falsa che ingiusta; poichè fulminando nuovi
anatemi contro Andronico, il suo clero e la sua nazione[201], accresceva
sempre più l'animosità che da molto tempo divideva i Greci dai Latini, e
riduceva i primi a preferire il giogo musulmano a quello de' cattolici
persecutori. Onde è chiaro che il papa non aveva altro oggetto che
quello di soddisfare alla cupidigia ed all'ambizione dei principi della
casa di Francia, di quel medesimo Valois che era stato suo mortale
nemico: e purchè facesse cosa grata al re, egli non calcolava i funesti
effetti della sua politica sul bene della Cristianità.

  [201] Scomunica d'Andronico in data di Poitier, 3 degli idi di
  giugno 1307. _Raynald. § 7._

È per altro vero che la debole e sospettosa amministrazione d'Andronico
esponeva tutta l'Europa alle maggiori calamità. La nazione, e forse in
questo secolo il clero, in nome della nazione europea, avrebbe per
avventura avuto il diritto di deporre questo principe imbecille; ma
soltanto per sostituirgli un principe che, godendo l'amore e la
confidenza de' suoi popoli, potesse fermare gli spaventosi progressi dei
Turchi.

Il vecchio Andronico era succeduto a suo padre Michele Paleologo
l'undici dicembre del 1282[202]: aveva mostrate alcune virtù private,
che facilmente si trovano nel più debole sovrano; di quelle virtù che
l'adulazione degli storici conserva alla posterità, coprendo i vizi che
sempre le accompagnano in un carattere pusillanime. Egli non cominciò ad
avere relazioni coll'Italia che in principio del XIV secolo. Prima
d'allora, perduto tra gl'intrighi della sua corte e del suo clero, aveva
distrutta con imprudente economia la flotta allestita da suo padre con
enorme dispendio per difendersi dal re di Napoli[203]. Suo fratello,
Costantino Porfirogeneta, che aveva eccitata la sua diffidenza, era
stato imprigionato con tutti i suoi amici. Egli introdusse nell'impero
gli Alani, che per sottrarsi al giogo dei Tartari avevano domandato un
asilo nelle province dell'Asia, ma che riuscivano più dannosi a quelle
province de' Turchi medesimi contro de' quali dovevano combattere[204].
Finalmente, dopo avere provocati questi ultimi, opponeva loro una così
debole resistenza, che invadendo essi tutte le province dell'Asia, le
avevano divise in pascialaggi, e cacciati i Greci oltre
l'Ellesponto[205].

  [202] _Nicephorus Gregoras Hist. l. VI. c. 1._

  [203] _Niceph. Gregoras Hist. l. VI, c. 3._

  [204] _Ib. l. VI, c. 10._

  [205] _Id. l. VII, c. 1._

Tali furono gli avvenimenti de' primi vent'anni del regno d'Andronico il
vecchio, quando del 1302 fattasi la pace tra i re di Napoli e di
Sicilia, questi licenziò le veterane milizie che pel corso di venti anni
avevano così valorosamente difesa la Sicilia contro i Francesi. Que'
soldati collettizj di differenti paesi non avevano campi nè focolari che
li chiamassero; ed accostumati a vivere insieme nella licenza, e
talvolta di ladroneccio, temevano il ritorno dell'ordine e della
tranquillità che la pace delle due Sicilie procurava all'Italia
meridionale. Lo stesso spirito avventuriere de' soldati animava ancora i
loro capitani; onde invece di disperdersi in differenti paesi, prendendo
servigio, pensarono di tenersi uniti e di porre tutta l'intera armata al
servigio del primo sovrano che volesse adoperarla[206]. In tale maniera
ebbero cominciamento le compagnie propriamente dette di ventura. I capi
di quest'intrapresa erano Ruggero de Fior, vice ammiraglio di Sicilia,
Berengario di Entença, Ferdinando Ximenes de Arenos e Berengario di
Rocafort, tutti personaggi assai distinti[207]. Il primo, sebbene nato a
Brindes, era originario tedesco; era stato Templario, ed aveva
rinunciato, si disse, a questa vocazione, dopo la presa di san Giovanni
d'Acri, per dedicarsi interamente alle armi, o per dir meglio alla
pirateria[208]. Gli altri erano _ricos hombres_ Arragonesi o Catalani.

  [206] _Gio. Villani l. VIII. c. 50._

  [207] _Hist. de Costant. de Ducange l. VI, c. 23._

  [208] _Georg. Pachymeris Hist. Andron. l. V, c. 12._

I generali della compagnia di ventura offrirono i loro servigi ad
Andronico, per ricuperare le province dell'Asia occupate dai Turchi, e
furono accettati a braccia aperte. Andronico decorò Ruggero della
dignità di gran duca, e gli diede per moglie la propria nipote. Sotto la
condotta di questi capi passarono in Grecia circa otto mila uomini
catalani ed arragonesi detti _Almogavari_[209]. Con tal nome indicavasi
la fanteria spagnuola per lo più composta di Mori e di Cristiani. Questi
soldati si acquartierarono a Cizica, ove vissero colle spoglie de' Greci
ch'eransi incaricati di difendere. I diritti della guerra non
esercitaronsi giammai con maggior barbarie in una città nemica[210].
Questa vita da assassino pareva tanto dolce agli Almogavari, che non
volevano a niun patto lasciarla per andare contro ai nemici. A stento
per altro si ridussero in primavera del 1305 a marciare contro i Turchi
che avevano assediata Filadelfia. L'armata turca comandata da Ali Syras
fu disfatta ad Aulax, mortalmente ferito il generale, e la potenza greca
precariamente ristabilita al di là del Bosforo. Ma la licenza de'
Catalani faceva ai Greci egualmente temere le vittorie e le disfatte.
Andronico, che anche in Tessaglia era stato attaccato dai Bulgari,
desiderava dividere la grande compagnia, onde avere il doppio vantaggio
di renderla meno potente, e di opporre valorosi soldati ai due più
temuti nemici. Invitò quindi Ruggero ad unire parte delle sue truppe a
Michele Paleologo suo figliuolo. Ruggero, dietro tale domanda, passò il
Bosforo, non con alcune truppe, ma con tutta la sua armata, e prese i
quartieri d'inverno e si fortificò a Gallipoli[211].

  [209] Esiste una relazione di questa spedizione, scritta sulle
  memorie di uno de' suoi capitani, intitolata: _Espedicion de Los
  Catelanos y Aragoneses contra Turcos y Griegos por D. Francisco de
  Moncada Conde de Osona_. Io non l'ho ancora veduta.

  [210] _G. Pachymeris Hist. Andron. l. V, c. 21._

  [211] _Ducange Hist. de Costan. l. VI, c. 31. — Niceph. Gregoras l.
  VII, c. 3. — Pachymeris l. VI, c. 3._

(1307) Tale era lo stato dell'Oriente quando Clemente V volle far
rivivere i diritti di Carlo di Valois, sposo di Caterina di Fiandra,
alla successione dell'impero de' Latini. Prima scrisse all'arcivescovo
di Ravenna ed ai vescovi di Romagna, a quelli della Marca d'Ancona e
dello stato di Venezia, come pure ai più vicini prelati della Grecia,
perchè predicassero la crociata contro i Greci[212]. Proibì sotto pena
della scomunica ad ogni principe cristiano l'alleanza con il
Paleologo[213]; e fece ogni sforzo perchè prendesse parte in questa
sacra guerra Federico di Sicilia. Voleva Federico, se gli fosse stato
possibile, conservare qualche autorità sull'armata catalana che lo aveva
servito tanto tempo prima di passare in Grecia; e perciò aveva mandato
presso ai capi di quest'armata, già divisa dalle fazioni, l'infante
Ferdinando di Majorica, suo cugino germano, per riunirla sotto i suoi
ordini: di modo che se questo trattato riusciva, il re di Sicilia era
quello de' principi latini che poteva più facilmente comandare alla
Grecia. Per ultimo il papa scrisse pure ai Veneziani ed a' Genovesi per
ridurli a secondare colle loro flotte l'impresa di Carlo di Valois[214].

  [212] Sua lettera dei 2 degli idi di marzo. 1307. _Rayn._

  [213] Bolla del 3 delle none di giugno. _ib._

  [214] Lettera pontificia del 19 delle calende di febbrajo 1306.
  _Rayn. § 3._

Ma le due repubbliche non erano altrimenti disposte a far causa comune,
intraprendendo per conto de' Francesi la conquista dell'Oriente. Pel
corso di sette anni si erano battute con accanimento per l'esclusivo
dominio dei mari. A questa guerra, cominciata dal 1293, aveva dato
motivo una battaglia accidentale nel mare di Cipro tra quattro galere
veneziane e sette navi mercantili dei Genovesi. L'odio nazionale e
l'estrema gelosia dei due popoli aveano chiusa la via ad ogni
accomodamento per un affare, cui i loro governi non avevano avuto parte,
e ne' cinque susseguenti anni sforzaronsi di opprimersi vicendevolmente
con formidabili apparecchi[215]. Nel 1295 i Genovesi posero in mare
cento sessanta galere, ognuna montata da duecento venti uomini, tutti
abitanti di Genova o delle due Riviere. Questa formidabile flotta
rientrò in porto senza avere incontrato il nemico, dopo averlo
inutilmente cercato nei mari della Sicilia. Nel susseguente anno le due
flotte nemiche si cercarono di nuovo senza trovarsi; ma sessantacinque
galere veneziane, comandate da Ruggero Morosini, vennero ad attaccare i
Genovesi abitanti a Galata in faccia a Costantinopoli, i quali, non
avendo bastanti forze per difendersi, si ritirarono tutti coi loro
effetti nella capitale dell'impero greco, mentre i Veneziani
incendiavano le loro case[216].

  [215] _Ann. Gen. l. X. — Uberti Folietæ Hist. Genuens. l. VI._ — Gli
  annali di Genova, scritti per ordine pubblico da autori
  contemporanei, continuatori di Caffaro, terminano precisamente a
  quest'epoca. L'ultimo continuatore è Giacomo Doria, autore del
  decimo libro.

  [216] _Niceph. Gregoras l. VI, c. 11. — Chron. Januers. Jacobi a
  Voragine t. IX, p. 56._

I Genovesi, protetti in questa circostanza da Andronico, strinsero
sempre più l'alleanza che da molti anni gli univa ai Greci; mentre i
Veneziani dichiararonsi apertamente nemici dell'impero. Ma la potenza di
questi soffrì un terribile crollo l'anno 1298 per la battaglia di
Corzola, o Corcira la nera, che terminò la guerra. L'ammiraglio genovese
Lamba Doria erasi avanzato fino a quest'isola, posta in fondo
dell'Adriatico, per incontrare Andrea Dandolo, il quale con una flotta
di novantacinque galere non ricusò la battaglia. Fu questa lunga e
sanguinosa; ma la vittoria si decise a favore dei Genovesi benchè
alquanto più deboli di forze, tostochè quindici navi, staccate
dall'ammiraglio Doria per avere il vento in poppa, attaccarono di fianco
la flotta veneziana tutta impegnata col rimanente della squadra nemica.
La disfatta fu così compiuta, che si salvarono appena dodici galere,
avendone i Genovesi abbruciate sessantasei e condotte diciotto a Genova
con sette mila prigionieri, tra i quali trovavasi l'ammiraglio Andrea
Dandolo[217]. Dopo così terribile battaglia, le due nazioni, quasi
egualmente snervate dalla vittoria e dalla sconfitta, acconsentirono a
fare la pace, che fu segnata l'anno 1299 colla mediazione di Matteo
Visconti, e restituiti i prigionieri da ambo le parti. Lo stesso anno fu
pure conchiusa la pace tra i Genovesi ed i Pisani in conseguenza della
quale avevano, dopo sedici anni di prigionia, ricuperata la libertà gli
sventurati superstiti della disfatta di Meloria.

  [217] _Ubert. Folietæ Gen. Hist. t. VI. — Marino Sanuto Vite dei
  Duchi di Venez. t. XXII. — Stor. Ven. di And. Navagero t. XXIII. —
  And. Danduli Chron. t. XII, p. II._

Siccome la pace non aveva spente le animosità de' Genovesi e de'
Veneziani, doveva prevedersi che nella guerra di Oriente avrebbero
abbracciato opposti partiti; e così appunto accadde. Il 19 dicembre del
1306 i Veneziani convennero con Carlo di Valois di equipaggiare una
flotta che partirebbe da Brindisi in maggio del 1308, e porterebbe
un'armata capace di ricuperare l'impero di Costantinopoli; promettendo
inoltre di mantenere fino a quell'epoca dodici galere armate nei mari
della Grecia per proteggere i partigiani dell'impero latino[218].
Intanto i Genovesi si univano con più stretti vincoli al Paleologo; lo
avvisarono de' trattati che si andavano maneggiando dai Francesi e da
Federigo di Sicilia coi Catalani, e lo persuadevano a mettersi in istato
di difesa contro quella truppa mercenaria.

  [218] Raccolta di documenti per la storia di Costantinopoli _p. 33_.

Per la morte di Caterina, sposa di Carlo di Valois, che gli dava un
diritto all'impero, e fors'anco per l'esaurimento del suo tesoro, così
vasti progetti di conquista andarono a vuoto. Ma sebbene il principe
francese rinunciasse alla spedizione, e mancasse di parola ai Veneziani,
non per ciò le due repubbliche lasciarono di prendere una parte assai
viva in questa contesa; i Genovesi come alleati dei Greci, ed i
Veneziani quali alleati de' Catalani, la di cui grossa compagnia di
ventura, divenuta sospetta all'imperatore ed esosa ai sudditi, trovavasi
con loro in aperta guerra. Ruggero de Fior venne assassinato dagli Alani
che seguivano il figlio dell'imperatore, e Berengario di Entença cadde
in mano de' Genovesi in un fatto d'armi presso Reggio di Calabria: onde
la grande compagnia, privata da' suoi due capi, si assoggettò ad altri
due da lei nominati; e formando una specie di regolare governo con un
consiglio di reggenza, s'intitolò _armata dei Franchi in Tracia ed in
Macedonia_[219]. Questa formidabile armata, collegatasi coi Turchi,
saccheggiò tutte le province dell'impero greco, e dopo una serie di
curiosi avvenimenti passò del 1311 nel ducato di Atene, che in allora
apparteneva a Gualtieri di Brienne; ed essendosi inimicata col duca, lo
sfidò a generale battaglia, nella quale fu ucciso con circa settecento
cavalieri francesi, i discendenti degli antichi conquistatori della
Grecia. Atene, Tebe e tutto il ducato, caddero in potere dei Catalani, i
quali fissarono il loro soggiorno in quella provincia[220], in tempo che
il figlio dell'ultimo duca francese, chiamato Gualtieri di Brienne come
il padre, passava in Italia, ove lo vedremo in appresso diventare
tiranno di Firenze; così per lo contrario, alquanto più tardi, un
Fiorentino prese possesso del ducato d'Atene.

  [219] _L'hueste de los Francos que reynan en Tracia y Macedonia._

  [220] _Stor. di Costant. del Ducange l. VI, c. 7, ed 8. — Nicephor.
  Gregoras l. VII, c. 7. — Laonici Calcocondilae de rebus Turcicis l.
  I, t. XVI, Biz. Ven. p. 8._

Mentre in Ispagna, in Francia e fino in Grecia, Clemente V dava sicure
prove della sua vile dipendenza da Filippo il bello, e della sua
parzialità, la condotta da lui costantemente tenuta rispetto alle città
toscane fu quella di pacificatore al tutto straniero alle fazioni guelfa
e ghibellina, e più portato a favorire i Bianchi che i Neri, pel solo
motivo che quelli erano esiliati e perseguitati. Per farli ripatriare
Clemente fece, benchè inutilmente, i più lodevoli sforzi. Non era egli
fino dalla fanciullezza stato nodrito ne' pregiudizj di quelle antiche
fazioni, nè ve lo attaccavano le sue parentele. Sebbene i reali di
Francia siano stati gli alleati dei Guelfi, Filippo, in tempo delle sue
contese con Bonifacio, erasi unito ai Colonna ed al cardinal di Prato,
che erano Ghibellini; e l'ultimo, cui Clemente V andava in particolar
modo debitore della sua elezione, aveva sotto il pontificato di
Benedetto XI avuta particolare cagione di essere scontento dei Neri che
governavano Firenze. È d'uopo ripigliare questa parte della storia
toscana, che abbiamo dovuto lasciare imperfetta per non rompere il filo
degli altri avvenimenti.

Abbiamo detto che Benedetto XI desiderava di riconciliare i Bianchi ed i
Neri, e che per tale motivo aveva mandato in Toscana il cardinale di
Prato. Entrò questi in Firenze il 10 maggio del 1303, e dopo avere
adunati tutti i cittadini nella piazza di san Giovanni, diede loro parte
della pacifica missione di cui era incaricato e dell'autorità che il
papa gli aveva data; poi chiese ai Fiorentini di rimettersi
confidentemente alla sua mediazione. Il popolo cominciava ad essere mal
soddisfatto del nuovo governo, e vedeva il pericolo dipendente da una
discordia che guastava tutta la repubblica ed aveva omai ruinata la metà
de' suoi cittadini; di modo che in un parlamento acconsenti di dare al
cardinale piena _balìa_ per riformare la repubblica; non accordandogli
soltanto i poteri necessarj per conchiudere parziali paci tra le
famiglie nemiche, ma in oltre il diritto di nominare il gonfaloniere, i
priori e tutti i magistrati fino al primo di maggio del 1304: la quale
balìa fu in seguito prorogata per un altro anno. Il cardinale approfittò
dell'affidatagli autorità per rappacificare, durante la sua dimora in
Firenze, molte delle più potenti famiglie: rese più forte l'influenza
del popolo sul governo, rinnovando i gonfalonieri delle compagnie; e di
consenso de' nuovi priori ammise in città i deputati dei Bianchi per
trattare col partito dominante. Trovavasi fra i primi Petracco
dell'Ancisa padre del poeta Petrarca[221].

  [221] _Cron. di Dino Compagni l. III. — Gio. Villani, l. VIII. c.
  68._

Ma la cacciata de' Bianchi da Firenze aveva accresciuto a dismisura il
credito dell'antica nobiltà guelfa, la quale vedeva di mal occhio i
tentativi del cardinale per abbassarla di nuovo. Cercò quindi con fina
avvedutezza d'indisporre contro di lui il popolo, e di preparare segreti
ostacoli alla pace generale ch'egli meditava. Questa fazione falsificò
una volta il suggello del cardinale, e spedì da sua parte ordine ai
Bianchi ed ai Ghibellini di Bologna di venire in suo soccorso.
L'avvicinamento di quest'armata eccitò l'indignazione del popolo in
maniera, che il cardinale protestò invano di non aver avuto parte a tale
chiamata ed invano ordinò ai Bolognesi di ritirarsi: la confidenza che
si era con tanta fatica acquistata presso il popolo, fu in un istante
perduta per sempre.

I capi dei Neri domandarono in appresso al cardinale di occuparsi della
pace di Pistoja prima di terminare quella di Firenze. La parte Bianca
dominante a Pistoja, dicevano essi, doveva accordare ai Neri le medesime
vantaggiose condizioni, che i Neri dominanti a Firenze sono disposti di
accordare ai Bianchi fuorusciti. Il cardinale, recandosi a Pistoja,
passò per Prato, che, sebbene fosse la patria de' suoi maggiori, egli
non aveva ancora veduta; ed il rispettoso e distinto accoglimento che
gli fece quel popolo, accrebbe la gelosia dei Neri. I Guazalotti, capi
di questo partito in Prato, ne fecero amara vendetta al suo ritorno da
Pistoja, ove nulla aveva potuto ottenere. Gli fecero chiudere in faccia
le porte della città e ne proscrissero i parenti ed i loro partigiani,
che dovettero salvarsi colla fuga. Il cardinale irritato scomunicò la
città di Prato ed accordò le indulgenze della crociata a coloro che
prenderebbero le armi contro la sua patria. Rientrato in Firenze, non
tardò ad accorgersi che l'accadutogli a Pistoja e Prato aveva distrutta
in modo la sua riputazione, che, in occasione di una sommossa, la
famiglia de' Quaratesi, vicina al palazzo da lui abitato, fece tirare
contro la sua persona. Allora il cardinale volgendosi al popolo che lo
circondava, gridò: «poichè voi volete essere in guerra e maledetti,
ricusando di ascoltare il messaggiere del vicario di Dio; poichè non
volete nè riposo nè pace, rimanetevi adunque colla maledizione di Dio e
della santa Chiesa.» Partì il giorno 4 giugno del 1304, lasciando la
città scomunicata, e Benedetto XI confermò a Perugia questa scomunica.

In Firenze tenne dietro alla partenza del cardinale una sedizione:
mentre coloro che l'avevano forzato a ritirarsi, battevansi contro
quelli che volevano la pace, un prete, chiamato ser Neri Abbati, appiccò
il fuoco alle case dei Bianchi in due diversi luoghi della città.
Questi, occupati trovandosi nella zuffa, non poterono fermare
l'incendio, il quale, stendendosi rapidamente verso il centro della
città, distrusse mille settecento case ne' quartieri occupati dai
magazzini dei mercanti, cagionando un'immensa perdita a molte delle più
ricche famiglie e specialmente ai Cavalcanti ed ai Gherardini, che
furono al tutto ruinati[222].

  [222] _Gio. Villani l. VIII, c. 71. — Dino Compagni Cronica, l.
  III._

In conseguenza della scomunica fulminata contro Firenze furono dal papa
citati a Perugia dodici capi di parte nera con cento cinquanta cavalieri
loro amici. Il cardinale di Prato scrisse allora ai Ghibellini ed ai
Bianchi di Pisa, d'Arezzo, di Bologna e di Pistoja, essere questo il
momento di sorprendere Firenze e di vendicarsi. Infatti i Bianchi si
adunarono e s'avanzarono segretamente; ma gli emigrati fiorentini erano
arrivati alla Lastra, due sole miglia sopra Firenze, coi Bolognesi, gli
Aretini, ed i Romagnoli il 21 luglio 1304, in cambio del 23, ch'era il
giorno destinato. Essi formavano un corpo di mille seicento cavalli e di
nove mila uomini d'infanteria. Il conte Fazio doveva raggiugnerli da
Pisa ed era già arrivato al castello di Marti con quattrocento cavalli;
doveva arrivare da Pistoja Tolosato degli Uberti con trecento cavalli e
molti pedoni, il quale prese la strada della montagna quand'ebbe avviso,
che i suoi alleati erano giunti innanzi tempo presso a Firenze.

Baschiera dei Tosinghi, giovane emigrato fiorentino, comandava il primo
corpo che arrivò alla Lastra. Molti messaggi ricevuti dai Bianchi di
Firenze lo incoraggiavano ad avanzarsi senza aspettare le truppe di Pisa
e di Pistoja, e ciò ch'era ancor peggio, senza aspettare la notte, che
avrebbe calmato quel calore soffocante che opprimeva gli uomini ed i
cavalli, ed inoltre avrebbe permesso agli amici di Firenze di recarsi al
loro campo. I Bianchi entrarono senza trovare resistenza per la porta di
san Gallo, che in allora non era che la porta di un sobborgo, ed
arrivarono fino alla piazza di san Marco, ove si posero in ordine di
battaglia colla spada alla mano, ma colla testa coronata d'ulivo e
gridando _pace! pace!_ Frattanto non essendo raggiunti dai Bianchi della
città, spedirono un piccolo corpo per sorprendere la porta degli Spadai,
ove provarono qualche resistenza. Di là la stessa divisione si avanzò
verso il duomo, e si vide attaccata per le strade da que' medesimi che
sarebbersi creduti pronti a secondare gli emigrati; sia perchè loro
sembrasse l'impresa imprudente e mal condotta, oppure, come racconta il
segretario fiorentino, perchè volevano bensì accordare la pace alle loro
preghiere, ma non alle armi[223]. In questo frattempo, appiccatosi il
fuoco ad alcune case vicine alla porta, i Bianchi ch'erano entrati in
città, temettero di rimanere divisi dal corpo principale, e ripiegarono
verso Baschiera sulla piazza di san Marco. I Bolognesi, rimasti alla
Lastra senza fare alcun movimento, avuto avviso della loro ritirata e
credendo rotta tutta l'armata ghibellina, ripresero subito la strada di
Bologna. Invano Tolosato degli Uberti, che gl'incontrò, venendo co' suoi
Pistojesi, tentò di ricondurli verso Firenze; essi vollero ad ogni modo
abbandonare l'impresa. Intanto Baschiera sulla piazza di san Marco, più
sostener non potendo l'eccessivo calore e la mancanza d'acqua, dovette
dare il segno della partenza. Inseguito nella sua ritirata dai
Fiorentini, perdette molta gente[224]: per tal modo la parte de' Bianchi
che aveva quasi in pugno la vittoria, fu per una continuata serie
d'errori compiutamente disfatta.

  [223] _Machiavelli Stor. Fior. l. II._

  [224] _Gio. Villani l. VIII, c. 72. — Dino Compagni Cronaca l. III.
  — Istorie Pistolesi anonime t. XI._

Fu precisamente all'epoca di quest'attacco disgraziato, che morì
Benedetto XI. Mentre i cardinali erano chiusi in conclave per l'elezione
del suo successore, credettero i Neri di poter dare compimento alle loro
vendette senza timore di esserne impediti dall'arrivo di qualche nuovo
paciere. I due governi di Firenze e di Lucca stabilirono perciò di
occupare Pistoja, ov'eransi ritirati molti dei loro emigrati, ed ove
dominava Tolosato degli Uberti, l'erede di quella famiglia in ogni tempo
ghibellina, che aveva prodotto il magno Farinata. I Fiorentini
differirono l'impresa di Pistoja al mese di maggio del 1305, e
s'impegnarono a non abbandonarne le mura finchè la città non
s'arrendesse. Fecero domandare un generale a Carlo II re di Napoli, il
quale mandò loro Roberto di Calabria, suo figlio ed erede presuntivo,
con trecento cavalieri aragonesi o catalani, ed un ragguardevole corpo
di fanteria almogavara. Queste truppe spagnuole, non diverse da quelle
passate in Grecia con Ruggeri di Flor, erano state licenziate da
Federico di Sicilia, e prendevano soldo da tutte le potenze che
volessero approfittare de' loro servigi.

Il duca di Calabria partì da Firenze il 22 maggio del 1305 alla testa
delle milizie di quella repubblica, ed incontrò in vicinanza di Pistoja
le truppe lucchesi. Le due armate si divisero i lavori dell'assedio ed
alzarono ridotti di distanza in distanza mezzo miglio lontani dalle
mura: dopo di che il duca fece bandire che accordava tre giorni di tempo
per uscire di Pistoja a tutti coloro che non volessero essere
considerati come nemici della Chiesa e del re di Sicilia; ma che dopo
tale termine tutti coloro che rimarrebbero entro l'assediata città,
verrebbero trattati di ribelli, e permesso a chicchessia sarebbe di
ucciderli. Perchè i Pistojesi non avevano sufficiente provvisione di
vittovaglie, approfittarono della concessione del duca di Calabria per
far uscire dalla città molte bocche inutili[225].

  [225] _Istorie Pistolesi anonime t. XI._

Pistoja è posta in un piano; era cinta di mura in allora assai forti e
di poco esteso giro, con larghe fosse piene di acqua che ne impedivano
gli approcci; le porte erano gagliardamente fortificate, e varj ridotti
sostenevano le mura, di modo che l'arte degli assedj, essendo di que'
tempi ancora troppo imperfetta, gli assedianti non potevano lusingarsi
di prendere la città per forza. Perciò i generali guelfi cercarono di
affamarla, e fecero scavare dall'uno all'altro ridotto larghe fosse che
guarnirono di palizzate; ondechè terminato questo lavoro più non fu
possibile di vittovagliare la città. I Pistojesi per interrompere i
lavori facevano frequenti sortite e combattevano valorosamente, ma erano
talmente inferiori di numero, che venivano sempre respinti con perdita.
Tali scaramuccie erano spesse volte seguite da atti crudelissimi, troppo
odiosi perchè se ne debba conservare la memoria. Un violento odio di
partito ed un infinito numero di vendette personali s'aggiungevano
all'animosità nazionale.

I Pisani mandavano bensì alcuni soccorsi di danaro, ma non si trovavano
abbastanza forti per rompere la loro tregua coi Fiorentini, ed avanzarsi
con un'armata capace di far levare l'assedio; ed i Bolognesi, poco
affezionati a Pistoja, non si davano pensiero di soccorrerla. Frattanto
Tolosato degli Uberti ed Agnello Guglielmini, rettori della città
assediata, incominciando a scarseggiare i viveri, fecero uscire di
Pistoja i poveri, i fanciulli, le vedove, e quasi tutte le donne di
bassa condizione. Orribile spettacolo per i cittadini era il veder
condurre alle porte le loro spose, darle in mano de' nemici, e chiudere
le porte dietro di loro. Quelle che non avevano tra gli assedianti
parenti, conoscenti o uomini generosi che prendessero le loro difese,
venivano esposte agli estremi insulti; quelle sopra tutto infelicissime
erano che cadevano in mano agli emigrati neri di Pistoja![226]

  [226] _Cronaca di Dino Compagni, l. III._

(1306) Tosto che il cardinale di Prato giunse alla corte di Clemente V,
lo richiese d'interporre i suoi buoni ufficj in favore degli assediati
Pistojesi, tra i quali il cardinale aveva varj parenti; onde Clemente
mandò ordine al duca Roberto ed ai Fiorentini di ritirarsi dall'assedio
di Pistoja. Il duca ubbidì, ma i Fiorentini tennero fermo, e nominarono
loro capitano Cante de' Gabrielli d'Agobbio, uomo senza pietà, quello
stesso che aveva pronunciata sentenza di condanna contro Dante e contro
i Bianchi esiliati da Firenze.

I governatori di Pistoja non lasciavano trapelare il segreto intorno
allo stato delle vittovaglie, e continuavano a distribuire parchi, ma
sufficienti viveri, onde mantenere i soldati abbastanza vigorosi per
combattere. Avevano determinato, giunti che fossero alla fine delle loro
provvisioni, di annunciarlo al popolo, e di fare in allora una sortita
generale, nella quale o venderebbero ad altissimo prezzo le loro vite, o
fors'anco colla forza che dà la disperazione, otterrebbero di rompere i
nemici. Frattanto il papa, informato che i Fiorentini non avevano fatto
verun conto de' suoi ordini, mandò, dietro le preghiere dei Pistojesi,
il cardinale Napoleone degli Orsini in qualità di suo legato e di
pacificatore della Toscana.

I Fiorentini, avutone sentore, cercarono di prevenirne l'arrivo; e sopra
tutto volendo impedire che Bologna, dominata dai Bianchi, non si armasse
in favore di Pistoja, mandarono ambasciatori, sotto pretesto di lagnarsi
dell'assistenza che i Bolognesi davano ai loro nemici, ma in effetto per
cercare di sollevare contro i Ghibellini, che avevano in mano il
governo, il popolo che per antica abitudine era affezionato alla parte
guelfa. Il cinque febbrajo riuscirono ad eccitare una prima sedizione
che poi terminò con danno dei Guelfi; ma non perdettero coraggio. Si
fece supporre al popolo che la città si fosse alleata coi Ghibellini di
Lombardia, ed il popolo si riscaldò: il conte Tordino di Panico si pose
alla sua testa, e, dopo un combattimento intorno al palazzo, furono
esiliati tutti i Lambertazzi, atterrate le loro case, ed i Bianchi di
Firenze, rifugiatisi in Bologna, costretti a cercarsi un altro
asilo[227].

  [227] _Istorie Pistolesi anonime t. XI. — Gio. Villani l. VIII, cap.
  83. — Cronica miscella di Bologna t. XVIII. — Memor. Histor. Mathæi
  de Griffonibus p. 134. — Ghirardacci Historia di Bologna l. XV._

Il cardinale degli Orsini o trovavasi in Bologna quando scoppiò la
rivoluzione, o vi giunse poco dopo, a stento si sottrasse agl'insulti
della plebe ch'erasi accorta della sua predilezione per i Ghibellini e
per i Bianchi, e dovette ritirarsi precipitosamente ad Imola. Ma il
cardinale, partendo, scomunicò Bologna, la privò della sua università, e
colla bolla che pubblicò, fece che tutti i professori e gli scolari
l'abbandonassero per recarsi a Padova[228].

  [228] _Ghirardacci l. XV._

Nello stesso tempo i Fiorentini fecero entrare in Pistoja un monaco,
incaricato d'offrire onorevoli condizioni agli assediati. Prometteva che
la città rimarrebbe libera, che non sarebbero distrutte nè le mura nè le
case, che le persone ed i beni sarebbero protetti, e che i castelli del
territorio pistojese non ne sarebbero staccati. I Pistojesi non potevano
protrarre le negoziazioni; i viveri erano terminati, e l'indomani era il
giorno destinato per l'ultima sortita. Accettarono le offerte
condizioni, e Pistoja venne ceduta alle armi fiorentine e lucchesi il 10
aprile del 1306 dopo un assedio di dieci mesi e mezzo[229].

  [229] _Dino Compagni Cronaca l. III. — Ist. Pistolesi anonime, p.
  393._

Ma la convenuta capitolazione fu dai vincitori sfrontatamente violata,
perciocchè i Fiorentini ed i Lucchesi si divisero tra di loro il
territorio di Pistoja, e non lasciarono a questa città altro distretto
fuorchè un miglio di raggio intorno alle sue mura; si riservarono
l'elezione dei rettori, eleggendo alternativamente i due popoli, uno il
podestà, l'altro il capitano del popolo; fecero colmare le fosse,
demolire le mura, atterrare le torri dei Ghibellini, ed il tutto a spese
del comune di Pistoja; finalmente ridussero alla disperazione gli
sventurati Pistojesi, e fecero amaramente piangere sulla loro vittoria
quegli stessi emigrati che avevano avuta la follia d'invocare le armi
straniere per rientrare nella loro patria.

Vedendo il cardinale degli Orsini d'essere giunto troppo tardi per
soccorrere Pistoja, pensò di vendicarla. A tale oggetto adunò in Arezzo,
ov'erasi portato del 1307, mille settecento cavalli ed un ragguardevole
corpo d'infanteria; ma egli non seppe approfittarne, nè distruggere
l'armata fiorentina in un momento in cui, presa da timor panico, erasi
da se medesima posta in fuga; di modo che avendo a poco a poco perduto
il credito, fu costretto di abbandonare la Toscana. Lasciò nuovamente
Firenze sotto l'interdetto, e rinnovò contro questa città la scomunica
del cardinale di Prato; dopo di che tornò in Francia presso il papa, che
allora trovavasi in grandissimo bisogno dell'assistenza di tutti i
cardinali.

L'implacabile Filippo il bello perseguitava ancora la memoria di
Bonifacio ch'egli aveva fatto morire disperato: voleva che il papa, con
iscandalo gravissimo di tutta la cristianità, condannasse la memoria del
suo predecessore; voleva che il pontefice l'ajutasse in pari tempo a far
cadere tutte le sue vendette sopra un ordine di cavalieri religiosi,
che, soli del clero francese, avevano anteposta l'autorità della chiesa
a quella del re, ed avevano osato di rimanere dubbiosi se dovessero
prestarsi alle sue volontà. Questi cavalieri avevano inoltre inasprito
il monarca, manifestando il loro malcontento per le frequenti
alterazioni e falsificazioni delle monete che ruinavano il popolo.

Clemente V non poteva accordare al re di Francia la prima domanda, non
potendo condannare la memoria di Bonifacio per delitto d'eresia, nè far
diseppellire le sue ossa per abbruciarle senza esasperare tutta la
cristianità. Bonifacio erasi forse reso colpevole di molti delitti, ma
la sua dottrina era sempre stata conforme a quella della Chiesa,
facendone fede il sesto libro delle decretali da lui compilato. Inoltre
un tale giudizio contro il capo della religione, quand'anche fosse
giusto, era fatto per iscuotere la religione medesima: l'autorità di
Clemente, dopo la condanna del suo predecessore, sarebbesi trovata in
difetto nella sua sorgente medesima, perchè molti de' cardinali che lo
avevano eletto, erano creature di Bonifacio: se questi era eretico, la
loro nomina e l'elezione di Benedetto XI e di Clemente V erano nulle; e
Clemente che cessava d'essere papa, più non aveva il diritto di
condannare il suo predecessore. Tali furono le ragioni che il cardinale
di Prato produsse innanzi al re, quando questi instava caldamente perchè
il papa pronunciasse la sentenza, e che gli dichiarò ch'era la sesta
delle sue promesse, quella di cui erasi riservato il segreto fino
all'istante del suo compimento. Il cardinale, per accontentare Filippo,
offrì di rimettere questo giudizio ad un concilio generale, il qual solo
avea l'autorità di condannare il capo della chiesa[230].

  [230] _Gio. Villani, l. VIII, c. 91._

Supponevasi che coloro che avevano ajutato Filippo nell'insulto fatto a
Bonifacio, fossero quelli che instavano per abolirne la memoria.
Clemente per appagarli, con una bolla delle calende di giugno del 1307,
accordava piena ed intera assoluzione al re, al suo regno, ai suoi
agenti, ed a tutti coloro che in qualunque modo potessero essere
compresi nelle censure ecclesiastiche. Quest'assoluzione fu accordata a
tutti senza condizione, tranne Guglielmo di Nogareto e Reginaldo Supino,
ai quali il papa impose per penitenza una spedizione in Terra
santa[231]. Nel susseguente anno pubblicò le lettere di convocazione del
concilio ecumenico, che doveva adunarsi in Vienna del Delfinato il primo
ottobre del 1310.

  [231] _Bulla apud Rayn. 1307, § 10, et 11. t. XV. — Contin.
  Guillelmi de Nangis in D. L. Acherii Spicilegio, t. XI._

La proscrizione dell'ordine de' Templari, altra domanda di Filippo,
pareva che non gli stasse meno a cuore che la condanna di Bonifacio; e
Clemente V per una vile e crudele politica sacrificò un ordine che tanto
onorava la cristianità, ed espose tanti illustri cavalieri ai più
orribili supplizj, per salvare, non la memoria d'un morto, ma la sua
propria autorità compromessa dalla procedura che gli si voleva
forzatamente far intentare.

L'ordine de' Templari era stato fondato verso il 1128 da nove cavalieri
francesi del numero di coloro che avevano accompagnato Goffredo
Buglione[232]. Sebbene aperto a tutta la cristianità, il numero de'
cavalieri francesi era maggiore di quello de' cavalieri di tutte le
altre nazioni complessivamente presi; quasi tutti i grandi maestri erano
stati francesi, ed in molte lingue erasi conservato ai cavalieri
il loro nome francese, _frères du temple_ φρεριοι τȣ τεμπλȣ[233],
_frieri del tempio_ senza tradurlo. Nel corso de' cento ottant'anni, che
l'ordine aveva esistito, era stato un modello di cristiane e
cavalleresche virtù; e nel formolario francese del ricevimento de'
cavalieri, venivano avvisati dell'immenso sagrifizio che stavano per
fare alla religione. «Voi non conoscete, gli si diceva, i rigorosi
precetti dell'ordine; ed è cosa dura che voi che siete indipendente, vi
facciate servo di altri. Rare volte vi accaderà di fare quello che voi
volete; imperciocchè quando desiderate di essere al di quà del mare,
sarete mandato al di là ec.» Dopo aver ricevuto dal candidato le
promesse di ubbidienza, di castità, di fedeltà; dopo avere avuto sul di
lui conto le più circostanziate informazioni, quello che presiedeva al
capitolo doveva finalmente riceverlo e dirgli: «Noi vi ponghiamo a parte
di tutti i beneficj della casa, vi promettiamo pane e legna, la povera
vittovaglia della casa, e pene e fatiche assai[234].» Di fatti
specialmente a quest'epoca l'ordine trovavasi in assai basso stato;
imperciocchè cacciato dai Turchi da quella Terra santa che aveva
valorosamente difesa il suo grande maestro, il venerabile Giacomo di
Molay, erasi ritirato in Cipro col fiore de' Templari, ed in quell'isola
stava preparando cogli ospitalieri di san Giovanni la conquista
dell'isola di Rodi, che poi gli ospitalieri eseguirono soli.

  [232] _Vita Honorii II ex MS. Bernar. Guidonis t. III, Rer. It. p.
  422._

  [233] _Pachymeris Hist. Andron, l. V, c. 12, t. XIII._

  [234] Veggansi i documenti giustificativi annessi alla tragedia de'
  Templari.

Tali erano gli uomini che improvvisamente la mattina del 13 ottobre 1307
furono imprigionati in ogni angolo della Francia[235]; mentre che
Giacomo di Molay, chiamato d'Oriente dal re, era venuto con piena
confidenza a porsi in mano de' suoi carnefici. Sopra la deposizione di
due malvagi, del priore di Montfaucon condannato per le sue dissolutezze
a perpetuo carcere, e di Noffo Dei fiorentino, appiccato in appresso per
altri delitti, furono accusati delle più ignominiose ad un tempo e più
assurde scelleratezze[236]. Si pretendeva che rinnegassero la religione
per la quale combattevano, che autorizzassero la più scandalosa e
stomachevole dissolutezza; furono citati alcuni fatti che la storia non
può più ricordare, ma che sono smentiti da se medesimi, e tutti questi
generosi cavalieri vennero esposti ad orribili torture; loro si
prometteva intero perdono ed anche quello dell'ordine, se confessavano
le imputazioni che gli si facevano e moltiplicavansi i tormenti fino a
cagionar loro la morte se si ostinavano a negarle. Molti cavalieri,
vinti dal dolore, confessarono tutto quanto venne loro richiesto; ma
quando vollero ritrattarsi, dopo essere usciti di sotto al carnefice,
furono dichiarati eretici, recidivi e condannati al fuoco. Coloro, che
alla tortura non avevano confessati i pretesi delitti dell'ordine,
furono egualmente ritenuti colpevoli: erano preventivamente avvisati che
l'ultimo supplicio sarebbe il castigo della loro ostinazione; e questo
supplicio era terribile. Ascoltiamo Giovanni Villani, autore
contemporaneo, che parla con orrore di tutta questa procedura. «In un
grande parco chiuso di legname fece legare, ciascuno a un palo,
cinquantasei de' detti Tempieri, e fece metter fuoco a piede, ed a poco
a poco l'uno innanzi l'altro ardere, ammonendoli che quale di loro
volesse riconoscere l'errore, il peccato suo, potesse scampare; e in
questo tormento, confortati dai loro parenti e amici, che riconoscessero
e non si lasciassero così vilmente morire e guastare, niuno di loro il
volle confessare; ma con pianti e grida si scusavano, com'erano
innocenti di ciò e fedeli cristiani, chiamando Cristo e santa Maria e
gli altri santi, e col detto martorio tutti ardendo e consumando,
finirono la vita[237].»

  [235] _Contin. Guill. de Nangis apud Acheri Spicileg._

  [236] _Gio. Villani l. VIII, c. 92._

  [237] _Gio. Villani l. VIII, c. 92._

Un poeta francese offre adesso in qualche modo un sagrificio espiatorio
alla memoria degli sventurati Templari, facendo spargere a' suoi
compatriotti lagrime sui patimenti di que' cavalieri, sui delitti del
re, del pontefice, de' loro giudici, de' loro persecutori. Aggiugnendo
al merito poetico una rara erudizione, illustrò sommamente gli eroi che
chiamò sulla scena. Ma gli stessi contemporanei de' Templari non
lasciarono di attestarne l'innocenza: uno de' santi che venera la
Chiesa, dichiarò calunniose tutte le accuse fatte a' Templari, le quali
non furono inventate, egli dice, che dall'avarizia per ispogliare que'
cavalieri de' moltissimi beni che possedevano[238]. Osserva l'annalista
ecclesiastico, che quest'asserzione rendesi probabile quando si osserva
che i consiglieri di Filippo erano scellerati impostori e calunniatori.
Questo re, egli dice, che aveva invasi i beni delle chiese, che aveva
oppressi i suoi popoli, che aveva adulterate le monete, spogliati tutti
i Giudei del regno, e cercati altri vergognosi profitti che ancora più
vergognosamente dissipava, ben potè essere tentato dalle ricchezze del
tempio, di cui s'impadronì, dopo avere dichiarato colle sue lettere
patenti che le avrebbe rispettate. Guglielmo Ventura, lo storico d'Asti,
asserisce pure che questa persecuzione non fu eccitata che dall'invidia
e dalla cupidigia di Filippo, il quale odiava i Templari, perchè questi
religiosi avevano osato dichiararsi per Bonifacio nella lite tra il
pontefice ed il monarca[239]. Molti altri antichi scrittori che si
limitano a riferire con sorpresa così strane accuse, non sonosi astenuti
dal giudicarle, che per rispetto al giudizio già emesso dalla chiesa nel
concilio di Vienna, che del 1311 condannò l'ordine.

  [238] _Sanctus Antoninus Arch. Florent. p. III, tit. 21, n.º 1. c.
  1. Apud Raynald. ad an. 1307, § 12._

  [239] _Chron. Astense Guillelmi Venturae t. XI._

Il concilio di Vienna abolì l'istituzione de' Templari in tutta la
cristianità, dichiarando i loro beni devoluti all'ordine degli
Ospitalieri. Questi beni, che in Francia ed in Italia erano già stati
confiscati, furono comperati a caro prezzo dai cavalieri di san
Giovanni, che si ruinarono con tale acquisto. Nelle Spagne furono
aggiudicati agli ordini militari del paese; in Portogallo servirono a
dotare il nuovo ordine di Cristo, formato dai Templari portoghesi, veri
rappresentanti di quest'ordine illustre. Ma prima di passare questi beni
in mano agli ordini religiosi, i sovrani vollero approfittarne, imitando
tutti l'avidità del re francese e spogliandone i Templari, sebbene non
insevissero come Filippo contro i cavalieri. A tale epoca l'ordine
contava circa quindici mila cavalieri, che tutt'ad un tratto vennero
tolti alla difesa di Cristianità[240]. Il grande maestro Giacomo di
Molay fu dopo tutti gli altri e dopo la sentenza del concilio mandato al
supplicio col fratello del Delfino del Viennese. Molay, sedotto dalle
promesse, o cedendo all'orrore della tortura, pare che confessasse
alcune delle imputazioni fatte all'ordine: ma quando fu sotto gli occhi
del pubblico, si affrettò di ritrattare la confessione che gli era stata
estorta coi tormenti, dichiarandosi meritevole della morte per avere
ceduto alle istanze ed alle minacce del re[241]. Quasi tutti gli storici
raccontano che nell'istante del supplizio, egli, o alcuno de' suoi
cavalieri, citò al tribunale di Dio il papa ed il re, intimando loro di
comparire entro un anno ed un giorno, per rendere ragione della loro
tirannia, giacchè non eravi in terra altro tribunale che potesse
giudicarli. Ambedue morirono di fatti entro l'indicato termine. Il
signor Raynovard approfittò di questa tradizione:

    «Ma in ciel si trova un tribunale augusto
    Che invano mai non implorò l'oppresso
    Mortale: a questo io ti domando, o papa.
    Ancor quaranta giorni! e già ti vedo
    Tremante comparir. Alle parole
    Tutti fremevan di Molay: ma quale
    Sorpresa, quanto orror, qual turbamento
    Ogni cuore occupò, quando soggiunse:
    O Filippo, o mio re, o mio signore!
    Invano io ti perdono, ancor di vita
    Poco ti resta, al tribunal di Dio
    Pria che l'anno si compia, o re, ti aspetto.»

  [240] _Ferreti Vicent. l. III, t. IX._

  [241] _Gio. Villani l. VIII, c. 92._



CAPITOLO XXVII.

      _Affari di Firenze. — Regno e spedizione in Italia
      dell'imperatore Enrico VII di Luxemburgo._

1308 = 1313.


(1308) Il trionfo della parte de' Neri in Firenze e nelle città guelfe
della Toscana, e la sommissione di Pistoja a questo partito pareva che
dovessero per alcun tempo assicurare la pace a tutta questa contrada,
poichè i nemici del governo, vinti in ogni incontro, più non credevansi
in istato di turbare la repubblica. Vero è che il partito ghibellino era
tuttavia dominante nelle due città di Pisa e di Arezzo, ma queste ancora
erano state forzate di domandare ai Guelfi la pace: inoltre la prima
doveva pensare a conservarsi il dominio della Sardegna, di cui il re
d'Arragona, in forza di una concessione del papa, cercava di spogliarla,
onde si guardava dal provocare nuove liti sul continente. Perciò la
potenza del partito guelfo pareva invariabilmente stabilita, quando
un'interna discordia, poi la venuta in Italia di un imperatore
senz'armata, il di cui potere era presso che tutto posto ne' soli titoli
e diritti, crollarono di nuovo la lega guelfa, alla di cui testa
trovavasi Firenze, e tutto rovesciarono l'equilibrio politico
dell'Italia. Esiste nelle repubbliche una soprabbondanza di vita che non
permette godimento di lunga pace o riposo, mentre nelle monarchie un
prematuro letargo non lascia libero corso allo spirito. Nelle prime
l'anima di ogni cittadino, gettata in una diversa forma, pare che
piegare non si possa ad una legge comune; non è pago del godimento della
libertà come membro di un corpo libero ed aspira ad una esistenza
indipendente, non trovando nel più liberale governo abbastanza larghi
confini per lo sviluppo della sua volontà e delle sue passioni. Nella
monarchia per lo contrario, quando il sovrano ha tolto all'uomo ogni
cura de' suoi politici interessi, più non può richiamarlo a generose
passioni per altri oggetti e non può farlo agire che coll'allettamento
di immediati godimenti: la gloria, il potere, la stessa fortuna quando
siano il prezzo di ardite combinazioni e di una lunga perseveranza, più
non offrono bastante allettamento ai sudditi: e quel monarca che si
sforza di risvegliare in un popolo privato d'ogni libertà[242] le
lettere, le belle arti, il commercio, s'assomiglia a quel fisico che,
pei prestigi del galvanismo, eccita in un cadavere alcuni movimenti
della vita che ha perduta.

  [242] Parlando di governi affatto dispotici l'autore ha ragione, e
  ne abbiamo una troppo lunga prova nel dominio de' Turchi ed in altri
  dispotici governi di barbare contrade. _N. d. T._

I vantaggi di una vittoria ottenuta da un partito non possono giammai
appagare le speranze concepite da tutti i suoi capi, e le speranze
deluse sono d'ordinario immediata cagione della divisione de' vincitori.
Corso Donati era stato a Firenze il principal capo di quella rivoluzione
che aveva cacciati i Bianchi in esilio e resi i Neri potentissimi;
pareva che la repubblica avesse adottate perfino le sue private
nimicizie contro Vieri de' Cerchi, e tutte le sue passioni. Non pertanto
Donati s'avvide ben tosto di non avere raccolto verun frutto dalla sua
vittoria: i capi della nobiltà, cui erasi associato, mostraronsi gelosi
della sua riputazione, e tentarono d'indebolire la di lui influenza
nella pubblica amministrazione. Volle allora far prova della sua
individuale potenza, gettandosi nella opposizione, censurò le operazioni
de' principali magistrati, e non tardò ad accorgersi con dolore che non
le poteva impedire, e si procacciava dei nemici. Finalmente cercò di
formarsi un partito contro quello medesimo che egli aveva lungo tempo
diretto; e mentre che Rosso della Tosa, Geri Spini, Pazzino de' Pazzi e
Betto Brunelleschi governavano la repubblica, per combattere questi capi
della nobiltà, si associò coi Bordoni e coi Medici. Formavano i Medici
una famiglia popolana che cominciava ad arricchirsi e ad aver parte a
quest'epoca ne' pubblici affari.

Corso Donati accusava in ogni occasione il governo di venalità e di
dilapidamento; rispondevano i suoi nemici con un'accusa ancora più
popolare, e quindi a Corso più dannosa, lo accusavano di volere usurpare
la tirannide, adducendo per prova il suo lusso, le spese, l'orgoglio del
suo parlare, i clienti di cui s'andava circondando, e più di tutto il
suo recente matrimonio. Infatti era questo assai sospetto. Corso Donati,
il capo del principale partito guelfo tra i Guelfi, Corso che aveva
perseguitati i Bianchi pel solo motivo d'essersi mostrati disposti a
perdonare ad alcuni Ghibellini, sposava la figliuola di Uguccione della
Fagiuola, il capo di tutti i Ghibellini della Romagna e della Toscana ed
il più temuto capitano tra i nemici della repubblica. Allorchè
quest'accusa, destramente sparsa tra il popolo, ebbe risvegliata la
diffidenza contro un uomo da lungo tempo risguardato come il primo
cittadino di Firenze, i suoi nemici credettero che fosse giunto
l'istante di perderlo. La signoria fece un giorno suonare la campana del
comune, e tosto che il popolo armato si fu adunato nella piazza delle
armi, i priori delle arti accusarono solennemente Corso Donati al
tribunale del podestà d'avere voluto tradire il popolo e farsi tiranno.
Citato a presentarsi al tribunale, si rifiutò; e l'accaduto fece
chiaramente conoscere che Corso aveva ragione di diffidare della
parzialità o della dipendenza del podestà; poichè le forme della
giustizia furono totalmente trascurate in questo giudizio: nello spazio
di due ore il giudice passò dalla citazione e dalla informazione alla
sentenza, condannandolo in contumacia, come traditore e ribelle, alla
pena di morte.

I priori uscirono dal pubblico palazzo preceduti dal gonfaloniere di
giustizia, e seguìti dal podestà, dal capitano del popolo,
dall'esecutore e dagli arcieri, indi dalle compagnie del popolo armato.
Con tale ordinanza s'avanzarono contro le case de' Donati e le
attaccarono. Corso aveva intanto riuniti i suoi amici ed afforzato con
barricate il quartiere da lui abitato. Aveva pure chiesto ajuto a suo
suocero, ma gli ausiliarj speditigli da Uguccione non giunsero in tempo.
Corso travagliato dalla gotta, sebbene incoraggiasse i suoi amici colla
voce, non poteva combattere alla loro testa: dopo una resistenza di
alcune ore, vedendo rotte le barricate, fuggì a stento fuori di città;
ma giunto appena in campagna fu arrestato dai soldati catalani che lo
inseguivano. Quando si vide ricondotto verso la città, preferendo una
subita morte al supplicio destinatogli, si gettò di cavallo in maniera
di battere il capo contro un sasso; per la quale caduta, vedendolo
gravemente ferito, le guardie terminarono d'ucciderlo colle
alabarde[243].

  [243] _Gio. Villani l. VIII, c. 96. — Dino Compagni Cron. t. IX. l.
  III. — Leon. Aretino Hist. l. IV. — Nicolò Machiavelli Stor. Fior,
  l. II._

Il governo fiorentino si mostrò più generoso verso i Pistojesi di quello
che lo fosse stato verso un suo cittadino. Dopo la presa di Pistoja,
gl'infelici abitanti di questa città, oppressi da' loro vincitori,
spogliati da' rettori forestieri che presiedevano ai loro tribunali,
aggravati dalle imposte, privati del loro territorio, inoltre lacerati
da una guerra civile che i fuggitivi Ghibellini avevano accesa nelle
terre delle montagne, i Pistojesi, io dico, erano ridotti alla
disperazione, quando videro arrivare alle loro porte il capitano del
popolo scelto dai Lucchesi per governare gli ultimi sei mesi dell'anno
1309. Era questi un uomo di bassa estrazione ed affatto povero, onde
giudicarono dover esser più avido de' suoi predecessori. Nello stato in
cui si trovavano di estremo rifinimento, senza tesoro, senza soldati,
senza protettori, senza amici, senz'altra risorsa che la loro
disperazione, i Pistojesi dichiararono altamente che non avrebbero per
alcun conto ricevuto quest'iniquo magistrato. «Sollevossi nella città,»
dice lo storico di Pistoja che fu testimonio di questa rivoluzione,
«sollevossi nella città, quando a Dio piacque, un grandissimo rumore;
come una divina voce venuta dal cielo; ognuno gridava: _Che si rinforzi
la città!_ e nel medesimo istante, senza che alcun superiore lo
ordinasse, uomini, donne, fanciulli, gentiluomini e borghesi presero
tavole e ferramenta, e portandole sulle diroccate mura, tutte le
barricarono. Questo lavoro, cominciato tre ore avanti mezzogiorno, era
ultimato a compieta. Ben tosto si fecero a cavare le fosse dalla banda
di Lucca; del che avvisatine i Lucchesi, marciarono subito, popolo e
cavalieri, fino in Val di Nievole. I Pistojesi, vedendo avvicinarsi i
nemici, mandarono tutti i loro fanciulli fuori di città, e risolsero di
difendersi disperatamente e di morire tutti assieme piuttosto che
sostenere tanti patimenti[244].»

  [244] _Istorie Pistolesi anonime t. XI, an. 1309._

L'antico capitano del popolo, nominato dal Fiorentini, era rimasto in
città co' suoi arcieri; e siccome Pistoja trovasi di alcune miglia più
vicina a Firenze che a Lucca, è probabile che avesse già ricevuto
qualche rinforzo da' suoi compatriotti, quando gli fu riferito che i
Lucchesi eran giunti a Ponte Lungo, soltanto due miglia distante da
Pistoja. Compassionando il popolo ch'egli aveva governato sei mesi, e di
cui conosceva i patimenti, andò all'incontro dei Lucchesi, cercando di
fermarli ora colle preghiere, ora colle minacce, dicendo loro che la sua
repubblica non acconsentirebbe giammai alla ruina di Pistoja, e ch'egli
stesso era al tutto disposto d'unirsi ai sollevati se i Lucchesi
passavano più oltre; e finalmente li determinò a ritirarsi a Serravalle,
per dargli tempo di trattare l'accomodamento[245]. A lui si aggiunsero
ben tosto altri pacificatori, gli ambasciatori mandati dalla repubblica
di Siena per rimettere la pace tra le città della lega guelfa. Questi
ambasciatori essendo stati scelti per arbitri tra i Pistojesi ed i
Lucchesi, ordinarono che le palafitte di Pistoja sarebbero levate e la
città rimarrebbe otto giorni aperta, ma sotto la loro salvaguardia, per
appagare l'offeso orgoglio de' Lucchesi; che passati gli otto giorni i
Pistojesi potrebbero fortificare la città loro come meglio credessero;
che prenderebbero i loro rettori alternativamente a Firenze ed a Lucca,
scegliendo essi liberamente quel cittadino che più loro piacesse, invece
che prima veniva nominato dalle repubbliche. Questa sentenza ridonò a
Pistoja quasi tutta l'indipendenza e la libertà che aveva perduta dopo
la guerra de' Bianchi e de' Neri.

  [245] _Gio. Villani l. VIII, c 111._

La morte di tre sovrani, Azzo VIII d'Este, Alberto d'Austria, re de'
Romani, e Carlo II, re di Napoli, furono di questi tempi cagione
all'Italia di nuove rivoluzioni. Azzo d'Este era capo della più antica
famiglia de' principi italiani, ed i suoi antenati erano stati fatti
signori di Ferrara prima che verun altra repubblica si fosse ancora
sottomessa al potere di un solo. Ma l'antichità di questa dinastia ad
altro non aveva servito che a renderla più corrotta delle moderne. Azzo
VIII d'Este è forse il più antico esempio di que' tiranni effeminati,
vili e crudeli che nel susseguente secolo furono più numerosi nelle
città lombarde. Abbiamo già veduto nel precedente capitolo che i popoli
di Modena e di Reggio eransi contro di lui ribellati; e poco mancò che
alla morte d'Azzo la sua dinastia non perdesse ancora Ferrara e le terre
che formavano l'antico suo retaggio. Azzo VIII aveva col suo testamento
dichiarato erede il figlio d'un suo figliuolo naturale a pregiudizio di
suo fratello e de' suoi nipoti. Quest'ingiustizia fu cagione di civil
guerra nella famiglia d'Este, e risvegliò l'ambizione de' vicini stati
che sperarono di potersi ingrandire a sue spese. I Veneziani entrarono
in Ferrara come ausiliari del bastardo d'Este, il papa dall'altro canto
mandò in ajuto del fratello d'Azzo un cardinale con un corpo di milizie,
il quale, abbandonando bruscamente il suo cliente, pretese di unire
Ferrara all'immediato dominio della Chiesa, perchè questa città negli
ultimi diplomi degli imperatori era stata dichiarata di pertinenza di
san Pietro. La successione del marchese non fu più oggetto di disputa
tra gli eredi legittimi e testamentarj, ma tra il papa ed i Veneziani.
Il cardinale Arnaldo di Pellagrue, nipote di Clemente V, e da lui
incaricato della guerra di Ferrara, adoperò contro la repubblica le armi
spirituali e le temporali: i Veneziani soggiacquero a grandi infortunj;
ed il marchese d'Este ed i Ferraresi furono egualmente traditi dalla
repubblica di Venezia e dal papa, e spogliati dai proprj alleati.

La morte d'Alberto d'Austria era un avvenimento di tanta importanza che
non poteva non essere cagione di grandi rivoluzioni. Del 1298 Alberto
era succeduto al suo emulo Adolfo di Nassau, da lui vinto in battaglia e
poi fatto morire. Dopo tale epoca Alberto erasi costantemente occupato
dell'ingrandimento della sua famiglia ed aveva cercato di renderne negli
antichi dominj più arbitraria l'autorità. La sua ambizione, che gli
aveva fatti ribelli gli abitanti di Vienna e della Stiria, lo trasse in
pericolose guerre colle città svizzere, Berna, Zurigo e Friburgo, che in
sull'esempio delle città d'Italia eransi sottratte all'impero in tempo
de' suoi lunghi interregni e governavansi a comune; finalmente gli
suggerì l'altrettanto vana che difficile impresa di ridurre in servitù
gli abitanti dei tre Waldstettes, Uri, Schwitz e Underwald, che non
volevano dipendere, e non dipendevano che dall'impero, e che, ridotti
alla disperazione nell'ultimo anno della vita d'Alberto, cacciarono dal
loro paese i suoi governatori ed i suoi satelliti, e giurarono sulla
_rutly_ la confederazione elvetica, il più fermo appoggio della loro
indipendenza[246].

  [246] _Joh. Muller Schweitzerischer Eidgenossenschaft Geschichte l.
  I, c. 18._

Per una conseguenza dello stesso piano d'usurpazioni, Alberto riteneva
l'eredità di suo nipote Giovanni d'Austria, unico figliuolo di suo
fratello Rodolfo, cui, appena giunto alla maggiorità, avrebbe dovuto
dare il possesso d'una parte dei beni della casa d'Absburgo; ed egli
erasi anzi rifiutato alle sue dimande con ingiuriosi motteggi. Il
giovane principe confidò la segreta sua indignazione ad alcuni
gentiluomini egualmente malcontenti d'Alberto, che lo incoraggiarono a
vendicarsi. Il 1 maggio 1308, passando Alberto da Stein a Baden, i
congiurati lo separarono da una parte del suo corteggio nell'uscire
dalle valli che guidano al guado di Windisch, sotto colore che non
conveniva caricare di soverchio il battello che doveva passarli
all'opposta riva; e quando arrivarono sotto il castello d'Absburgo, in
un podere che dalla più rimota antichità apparteneva alla famiglia
d'Alberto, e sotto gli occhi di tutto il suo seguito, che il solo fiume
Reuss teneva da lui separato, Giovanni d'Austria piantò la sua lancia
nella gola dello zio, gridando: _ricevi il prezzo della tua
ingiustizia_. Nel medesimo istante gli furono addosso tutti gli altri
congiurati[247].

  [247] _J. Muller Schweitzerischer Eidgen. Geschichte l. II, c. 1, t.
  II._

Peraltro il principe Giovanni non aveva prese le necessarie precauzioni
per raccogliere il frutto della sua congiura: spaventato dal sangue che
aveva versato, e tormentato dai rimorsi, fuggì tra le montagne, ove
visse alcun tempo solitario: di là venne in Italia, nascondendosi a
Pisa, nel qual luogo si crede che terminasse i suoi giorni in un
convento d'Agostiniani[248]. Nè soltanto i suoi complici, ma tutti i
loro parenti, amici e servitori, perseguitati crudelmente da Agnese,
vedova d'Alberto, perirono per mano del carnefice: e la morte del re fu
vendicata con quella di più di mille persone, quasi tutte innocenti.

  [248] Schiller ha introdotto, nel suo Guglielmo Tell, Giovanni,
  ch'egli chiama parricida, cercando asilo presso l'eroe. Io non posso
  astenermi dal riferire il patetico squarcio con cui l'uccisore
  dipinge la sua sventura.

    «O se pianger sapete, il cuor vi tocchi
    La storia de' miei mali, ahi troppo orrenda!
    Principe io sono — il fui — potea felice
    Vivere ec. . . . . . . .
    Fuggo perciò le popolose strade,
    E la mia mano di picchiar non osa
    Ad una porta: timido m'innoltro
    In solinga foresta, ove mi segue
    L'orror del mio delitto: ogni ruscello,
    L'agitar delle frondi, in cuor mi portano
    Lo spavento: ah se voi pietà sentite
    Dell'infelice umanità . . . . »

  (_cade ai piedi di Tell_)

Filippo il bello, udita la morte d'Alberto d'Austria, chiese al papa che
in compimento della grazia innominata, riservatasi allorchè gli procurò
la tiara[249], l'ajutasse a far ottenere la corona imperiale a Carlo di
Valois suo fratello. Clemente non sapeva rifiutargli alcuna cosa e gli
promise il suo appoggio, ma in pari tempo scrisse agli elettori tedeschi
perchè affrettassero l'elezione se volevano sottrarsi all'influenza
della Francia, e per dir loro che il personaggio più degno de' loro
suffragi era il conte Enrico di Luxemburgo, principe poco ricco e poco
potente, benchè d'illustre famiglia, il quale godeva universale opinione
di avere animo nobile, generoso e leale. L'elezione, con estrema
sorpresa di tutta la cristianità, si pubblicò il giorno 25 o 27 di
novembre, ed avendola il papa approvata senza ritardo, Enrico VII di
questo nome tra i re di Germania, VI tra gl'imperatori, fu coronato il
giorno dell'Epifania del susseguente anno ad Aquisgrana[250].

  [249] Di già in saldo di questa stessa grazia, aveva Filippo
  domandato al papa di fissare la sua corte in Francia, di
  perseguitare la memoria di Bonifacio VIII e di distruggere l'ordine
  de' Templari.

  [250] _Gio. Villani l. VIII, c. 101 e 102._

Sebbene Enrico non possedesse che la piccola contea di Luxemburgo e la
città di Treveri ch'egli aveva aggiunta ai suoi dominj in una fresca
guerra, e della quale era vescovo suo fratello, i suoi parentadi gli
assicuravano il favore di molti principi di second'ordine. Una sorella
di suo padre aveva sposato quel famoso Gui, conte di Fiandra, che aveva
tante volte battuti i Francesi; ed egli stesso aveva sposata una figlia
del duca del Brabante: Amedeo, conte di Savoja, aveva sposata l'altra,
ed il fratello del delfino del Viennese era genero del conte di Savoja.

(1309) La riputazione personale di cui godeva Enrico, chiamò intorno a
lui molti baroni tedeschi, fiamminghi e francesi, i quali fin dal primo
anno del suo regno lo resero abbastanza potente per assicurare alla sua
famiglia il regno di Boemia, facendo sposare a suo figliuolo Giovanni
una figlia di Venceslao il vecchio: il duca di Carizia, che aveva
sposata la sorella, fu con un decreto privato di ogni parte
dell'eredità[251]. Noi vedremo questo stesso Giovanni, re di Boemia,
avere alcun tempo dopo un influenza grandissima nelle cose d'Italia, e
la corona imperiale ritornare per mezzo di suo figliuolo nella casa di
Luxemburgo.

  [251] _Ferreti Vincent. Hist. l. IV, p. 1056. — Notæ Osii ad
  Albertum Mussatum t. X, p. 263._

Ma Enrico VI, che avrebbe eccitata ben tosto la gelosia di tutti i
principi dell'impero se avesse tentato di estendere maggiormente la sua
autorità in Germania, pensò che portandosi in Italia, oltre che avrebbe
acquistata nuova gloria e potenza, calmava l'inquietudine de' principi
tedeschi che non volevano avere alcuno superiore. L'Italia era omai
divenuta in qualche modo straniera all'Impero romano. Dopo la
deposizione di Federico II, ordinata dal concilio di Lione l'anno 1245,
la Chiesa e la sua fazione in Italia più non avevano riconosciuti
imperatori. Vero è che da oltre trentacinque anni regnavano in Germania
i re de' Romani destinati a ricevere la corona imperiale, i quali non
erano semplici candidati, ma capi riconosciuti dell'impero; pure questi
medesimi capi attaccavano la più alta importanza alla consacrazione del
papa, ed al ricevimento dalle sue mani della corona d'oro nella città di
Roma. Tra gl'Italiani e tra gli ecclesiastici d'ogni paese molti eranvi
i quali credevano che l'autorità del monarca sopra l'Italia derivasse da
questa cerimonia, o piuttosto dal trovarsi il monarca al di qua delle
Alpi. Questa supposizione veniva confermata dall'abbandono di Rodolfo
d'Absburgo e de' suoi successori, che quasi non avevano avuta veruna
relazione con l'Italia. Nello spazio di sessantaquattro anni tutti i
governi di questa contrada eransi emancipati dall'impero, come se
l'imperatore più non conservasse veruna autorità sopra di loro.

È veramente uno strano fenomeno, che l'Italia in quel lungo interregno,
lungi dal pronunciarsi contro l'autorità imperiale, di circoscriverla, o
di annullarla, l'abbia per lo contrario ingrandita ed innalzata
oltremodo, atterrando innanzi a lei que' limiti che gli si erano opposti
in altri secoli.

Gli Enrici, Lotario, Corrado e Federico Barbarossa erano i capi di una
libera corporazione; le loro prerogative venivano ristrette dai
privilegi dei grandi e del popolo; il potere legislativo era riservato
alla nazione adunata nelle sue diete; i doveri de' feudatarj, regolati
dal loro vassallaggio, riducevansi a certi servigi perfettamente noti ai
feudatarj ed al loro capo, ed avevano essi insegnato a questo capo a
conoscere ancora quali diritti eransi essi medesimi riservati. Dopo un
secolo e mezzo di guerre, quasi tutte svantaggiose all'impero, dopo
sessantaquattro anni d'interregno, questa costituzione fu sepolta
nell'obblio, e l'imperatore venne risguardato come un monarca assoluto.
Quando era riconosciuto dalla chiesa, consacrato e coronato dal sommo
pontefice, quand'egli soggiornava in Italia ed innalzava il suo
tribunale in una terra dell'impero, più non si supponeva che vi fosse
alcun potere sulla terra, tranne quello del papa, che potesse sollevarsi
contro di lui, verun diritto, verun privilegio, di cui non ne fosse egli
l'arbitro e che non potesse confermare o annullare. Tutte le libere
istituzioni dei popoli del settentrione si dimenticarono, e
l'_imperatore sempre augusto_ venne risguardato come il legittimo
rappresentante dei Cesari di Roma, antichi padroni del mondo, cui tutta
la terra era, o doveva essere sottomessa. Enrico di Luxemburgo era un
povero principe, il quale non aveva altra forza che quella del suo
nobile carattere, generoso, cavalleresco; quindi non fu già in
conseguenza d'una possanza reale, ma per la sola forza dell'opinione che
questo principe riuscì a mutare lo stato dell'Italia; che a sua voglia
abbassò o rialzò i tiranni ed i principi sovrani; che comandò alle
repubbliche e distrusse le loro leggi ed i loro governi; che impose
enormi contribuzioni, pagate senza resistenza; che finalmente unì sotto
le sue insegne popoli, ai quali era stato fin allora straniero e che non
pertanto credevansi tenuti di servirlo a proprie spese. Se tre o quattro
repubbliche soltanto gli resistettero, ciò avvenne pel segreto
sentimento d'aver mancato al loro dovere, poichè i loro storici e gli
scrittori guelfi più zelanti della libertà avevano adottata l'opinione
del loro secolo rispetto agl'illimitati diritti dell'imperatore.

Questo sentimento di diritto e di dovere diventa specialmente notabile
quando viene applicato ad un sovrano elettivo, nominato da un popolo
straniero, e che la nazione che credesi legata verso di lui è per altro
una nazione libera ed avvezza alle costumanze ed alle idee repubblicane.
Un'opinione pubblica tanto contraria alle naturali passioni degli uomini
fu l'opera degli eruditi, e specialmente de' giurisperiti. Lo studio
dell'antichità ch'erasi rinnovato col più vivo ardore nel tredicesimo
secolo, non aveva prodotti, come dovevasi supporre, sentimenti più
generosi, più elevazione d'animo, nè maggior amore per la libertà. La
Grecia era quasi affatto sconosciuta ai dotti, e rispetto a Roma si
conservavano più assai monumenti dell'impero, che della repubblica.
Tutti i poeti latini sonosi infamati colle vili adulazioni prodigate
agl'imperatori; gli storici, sebbene più fieri e più liberi, avevano per
altro reso qualche omaggio ai Cesari sotto de' quali viveano; i filosofi
si erano formati nelle scuole della disgrazia e della tirannide: dirò di
più, che gli scrittori del secolo d'Augusto, ancora pieni delle memorie
di una fresca libertà, non furono risguardati ne' tempi di cui trattiamo
come gli scrittori più illustri della latina letteratura. I dotti del
tredicesimo e del quattordicesimo secolo non si proponevano quasi meno
d'imitare Boezio, Simmaco, Cassiodoro, che Cicerone, o Tito Livio[252];
e quell'antichità che oggi ci rappresentiamo sempre libera, parve ai
nostri antenati sempre soggetta all'impero de' Cesari.

  [252] Felice Osio, nel suo ridicolo commentario intorno alla storia
  d'Albertino Mussato, pretende scuoprire in ogni linea del suo autore
  qualche imitazione di Simmaco, di Macrobio, di Sidonio, di Lattanzio
  ecc. I tre quarti di queste imitazioni sono facilmente sogni della
  sua pedanteria; ed è in questo modo che vediamo sedici linee di
  testo dargli materiali per ottantasei pagine di note in foglio _l.
  I, R. II, p. 39-125_. Da tutti i rapporti che discopre, si può per
  altro conchiudere che lo stile e le idee del Mussato derivano dallo
  studio degli autori della bassa latinità. _Rer. It. Scrip. t. X, p.
  1 e seg._

Ma i giureconsulti, ancora più degli eruditi, contribuirono a
sottomettere l'opinione del tredicesimo secolo alle leggi ed alle
costumanze della corte de' Cesari di Roma e di Costantinopoli. Giammai
la giurisprudenza non fu più universalmente studiata; perchè giammai nè
questo, nè altro studio aprì così larga e sicura strada agli onori ed
alle ricchezze. Studiando le leggi positive di Giustiniano, i legisti
andavano a poco a poco rinunciando alla propria ragione, e s'avvezzavano
a cercare non quello che ordinava la giustizia, ma quello che avevano
pronunciato gl'imperatori. Si può osservare nelle opere di Bartolo e di
Baldo, che fiorirono nel XIV secolo, l'immenso lavoro ad un tempo e
l'abietta servilità de' legisti. Affezionandosi al libro su cui avevano
sparsi tanti sudori, concepivano per le Pandette un rispetto, o
piuttosto una venerazione che s'avvicinava all'idolatria; onde vedevano
nelle leggi d'una monarchia straniera o distrutta l'unica norma del
diritto pubblico, siccome del diritto naturale e civile.

Lo stesso Enrico era intimamente persuaso del suo diritto divino sopra
tutte le terre dell'impero, ma era ancora penetrato del più profondo
rispetto per la Chiesa romana; ammetteva tutte le concessioni che i
Cesari suoi predecessori avevano fatte al papa; risoluto di voler essere
il suo campione, non il suo avversario; e credevasi sicuro del favore di
Clemente V, che l'aveva invitato a recarsi a Roma, e che aveva fatti
partire i suoi legati per accompagnarlo in questo viaggio e coronarlo a
nome della chiesa nel Vaticano. Ma Clemente V, debole, vano, bugiardo,
fu sempre in contraddizione con sè medesimo. Alleato de' principi
nemici, che spesso aveva egli armato gli uni contro gli altri, li
tradiva tutti egualmente, perchè tradiva sè stesso: e la sua politica
pareva agli altri inesplicabile, perchè egli medesimo non ne aveva la
chiave.

Mentre Clemente covava un segreto odio contro Filippo il bello che lo
teneva sotto il suo giogo, e che, per frenarne l'ambizione, gli creava
un rivale in Enrico di Luxemburgo; che, dopo di avere a questi procurati
i suffragi degli elettori in pregiudizio di Carlo di Valois, lo
sollecitava a portarsi in Italia per abbassare l'alterigia della casa di
Francia; lo stesso papa distribuiva i regni ai principi francesi, e gli
arricchiva coi tesori della chiesa. Il 5 maggio del 1309 era morto Carlo
II re di Napoli, la di cui successione fu cagione di grave contesa tra
Roberto suo secondo figliuolo, e Cariberto, o Carlo Uberto, re
d'Ungheria, figlio di Carlo Martello, fratel maggiore di Roberto, morto
prima del padre. Roberto, avanti che suo nipote sapesse della morte
dell'avo, si portò alla corte pontificia in Avignone, dalla quale,
sebbene non assistito che da titoli ereditarj contrari alle leggi
fondamentali dei regni d'Europa, ottenne una sentenza che gli dava il
possesso del regno di Napoli, confermando quello d'Ungheria al nipote.
Roberto ricevette la corona dalle mani di Clemente, che in pari tempo
gli condonò tutto il debito che suo padre aveva colla Chiesa, che si
diceva comunemente di trecento mila zecchini[253].

  [253] _Gio. Villani l. VIII, c. 112._

Enrico di Luxemburgo si avanzò fino a Losanna nella state del 1310, per
prepararvisi a scendere in Italia; e colà ricevette gli ambasciatori di
quasi tutti gli stati italiani. I capi delle fazioni dominanti volevano
coll'ajuto dell'imperatore conservare il loro potere; e gli esiliati
riclamavano il suo favore per rientrare in patria. I Guelfi come i
Ghibellini credevano meritarsi la sua protezione, perchè Enrico era
alleato del papa, e tutti erano in fatti cortesemente ricevuti. Ma nè
Roberto re di Napoli, la di cui corona non proveniva dall'impero, nè le
principali repubbliche guelfe della Toscana, Firenze, Siena e Lucca, e
nemmeno Bologna, gli mandarono ambascerie. Pure anche le città toscane
avevano già nominati i loro deputati, ma avendo avuto avviso che Enrico
dava voce di voler pacificare l'Italia, facendo richiamare gli emigrati
in tutte le città, determinarono di non voler porsi con lui in una
relazione che le renderebbe ben tosto sue dipendenti. I Pisani per lo
contrario concepirono grandissime speranze quando videro l'imperatore
disposto ad entrare in Italia ed incaricarono i loro ambasciatori di
deporre a' suoi piedi il dono di sessanta mila fiorini, supplicandolo a
passare subito in Toscana[254].

  [254] _Gio. Villani l. IX, c. 7._

In sul finire di settembre del 1310 Enrico di Luxemburgo attraversò le
Alpi della Savoja e scese in Piemonte per il Monte-Cenisio. Dopo avere
visitato Torino, entrò in Asti il 10 di ottobre, ove que' cittadini lo
accolsero come loro signore. Allora non aveva con lui più di due mila
cavalli, e questi ancora non arrivarono in un solo corpo, ma erano
venuti di Germania gli uni dietro gli altri per unirsi a lui. Appena
comparso, tutti i signori d'Italia si mossero per incontrarlo. Guido
della Torre che comandava a Milano col favore della parte guelfa, fece
dire all'imperatore di fidarsi di lui, promettendogli di condurlo per
tutta l'Italia, come per una provincia suddita, portando lo sparviero in
pugno, e senza che fosse bisogno di condurre soldati[255]. Filippone,
conte di Langusco, signore di Pavia, Simone di Colobiano, signore di
Vercelli, Guglielmo Brusato di Novara ed Antonio Fisiraga di Lodi,
vennero in persona alla corte con una deputazione scelta nelle città da
loro signoreggiate. Enrico, senza distinzione di parti, gli ammise tutti
al suo consiglio, a tutti promettendo grazie e favori personali, ma
dichiarando in pari tempo che illegittimo era il potere che si erano
usurpato nelle città; ch'egli voleva che queste rientrassero sotto
l'immediato suo dominio, e che fossero richiamati tutti i fuorusciti.
Siccome la sua domanda era conforme al voto di tutti i cittadini,
vedendo i signori di non gli potere opporre veruna resistenza,
mostrarono di rinunciare di buon grado la loro signoria nelle mani
dell'imperatore, e gli consegnarono le chiavi delle loro città. Ebbero
in compenso e feudi e titoli di nobiltà[256].

  [255] _Nicolai Botruntin. Epis. Henrici VII. Iter Ital. t. IX, p.
  888._

  [256] _Albertini Mussati Hist. August. l. I, R. 10. t. X._

Il solo Guido della Torre pareva disposto a far resistenza, sebbene
avesse col suo messaggio riconosciuto l'imperatore. Aveva egli stretta
alleanza colle città toscane, guelfe come lui; ed ancora senza i loro
soccorsi ben poteva colle proprie forze opporre ad Enrico un'armata
eguale alla sua, e pagarla più lungo tempo che l'imperatore. Lo vedeva
privare tutti i signori del loro potere, ed egli aveva più che
tutt'altri ragione di temere un eguale trattamento, perchè Matteo
Visconti suo nemico, e nemico della sua casa, unitosi all'arcivescovo di
Milano, Casone della Torre suo nipote, col quale aveva avuto fresche
dissensioni, si era recato al campo imperiale sollecitando Enrico a
venire a Milano[257].

  [257] _Henrici VII, Iter Italicum t. IX, p. 891._

Enrico soggiornò due mesi in Piemonte, ove riformò il governo di tutte
le città, creando ovunque vicarj imperiali per fare giustizia in suo
nome, in luogo dei podestà e dei magistrati municipali: in pari tempo
abbassò i tiranni, richiamando in tutte le città gli esiliati ed i
fuorusciti. Si pose poi in viaggio alla volta di Milano, facendosi
precedere dal suo maresciallo con ordine di fargli allestire la sua
stanza nello stesso palazzo del comune, abitato da Guido: in pari tempo
fece avvisar Guido di venirgli all'incontro senz'armi, fuori di città,
con tutto il popolo. Ovunque Enrico aveva fin allora cercato di
felicitare i popoli col ristabilire la pace, la giustizia, la libertà;
poichè la libertà veniva ben più rispettata da' vicari generali ch'egli
nominava, che non dai signori forzati ad abdicare la loro tirannide: e
però i cittadini di Milano lo vedevano avvicinarsi con piacere.
Conoscendo Guido queste disposizioni del popolo ed atterrito
dall'inaspettata marcia dell'imperatore e dall'ordine che gli aveva
mandato, prendendo consiglio dalle circostanze, licenziò le sue truppe,
e senz'armi uscì di città alla testa del popolo per ricevere e
riconoscere il suo sovrano[258].

  [258] _Albert. Mussatus Hist. August, l. I, R. II. — Henrici VII,
  Iter Italicum, t. IX, p. 895._

La sommissione di Milano trasse seco quella dell'intera Lombardia.
Invitate dall'imperatore eletto, tutte le città dalle Alpi fino a Modena
e fino a Padova spedirono i loro deputati per assistere
all'incoronazione, che si eseguì il giorno 6 gennajo del 1311 in Milano
colla corona di ferro. «Tutti i deputati giurarono fedeltà
all'imperatore» dice nella sua relazione il vescovo di Botronto che
accompagnava Enrico, «fuorchè i Genovesi ed i Veneziani, i quali, per
non giurare, allegarono molte ragioni che più non so risovvenirmi,
tranne ch'essi sono di una quint'essenza, che non vuole appartenere nè
alla chiesa, nè all'imperatore, nè al mare, nè alla terra, e perciò
negavano di giurare[259].»

  [259] _Henrici VII, Iter Italicum, t. IX, p. 895._

Nel mese successivo alla sua incoronazione, Enrico rappacificò, senza
distinzione di parte, tutte le città a lui subordinate. Fece rientrare i
Ghibellini a Como, a Brescia i Guelfi, a Mantova i Ghibellini, a
Piacenza i Guelfi, e lo stesso fece in ogni città, nominando dovunque,
per rendere giustizia, vicarj generali colle attribuzioni degli antichi
podestà. I signori della Scala, che dominavano in Verona, furono i soli
che si opposero ai desiderj d'Enrico, non avendo voluto acconsentire che
tornassero in città i Guelfi condotti dal conte di san Bonifacio,
esiliati da oltre sessant'anni: nè l'imperatore insistette nella sua
inchiesta, sia che Verona gli paresse città troppo forte e lontana per
tentare di ridurla colle armi, o pure che lo stringessero troppo
importanti obbligazioni ai fratelli Cane ed Alboino della Scala, caldi
partigiani dell'impero, che prima d'ogni altro eransi dichiarati in suo
favore, onde porre in qualche pericolo la loro autorità.

Enrico era povero, e la sua armata era in certo modo composta solamente
d'avventurieri, di principi e di signori che avevano abbandonati i loro
piccoli stati, nella lusinga di fare una rapida fortuna seguendo
l'imperatore; e la necessità in cui trovavasi Enrico di appagare le loro
brame, fu cagione che dovesse ben tosto alienarsi que' popoli cui lo
avevano reso poc'anzi così caro i suoi talenti e le sue virtù.

Per supplire ai suoi primi bisogni aveva domandato alle città un dono
gratuito in occasione del suo coronamento. Fu adunato il senato di
Milano per deliberare della somma che, dietro lo stato della pubblica
fortuna, potrebbero pagargli il popolo ed il comune. Trovavansi in
senato i due capi delle opposte fazioni, Matteo Visconti e Guido della
Torre, che non solo ambivano la sovranità della loro patria, ma ne erano
già stati a vicenda padroni. Avevano l'uno e l'altro il progetto o di
procacciarsi l'esclusivo favore d'Enrico, o d'inasprire il popolo contro
di lui per cacciarlo poi di città. Amendue perciò proposero una maggior
somma di quella di cinquanta mila fiorini progettata da Guglielmo della
Pusterla. Il Visconti disse di aggiugnerne altri dieci mila per
l'imperatrice, ed il della Torre fece ammontare la somma totale a cento
mila. Invano i mercanti ed i legisti fecero supplicare il monarca dai
loro deputati a minorare una contribuzione che la città non poteva
portare, ma egli non volle condonare nulla di quanto il senato gli
accordava, e le tasse vennero all'istante accresciute con infinito
malcontento del popolo[260]. Perchè si cominciò a mormorar fortemente ed
a minacciare gli oltramontani, in modo che il vescovo di Botronto non
ardiva talvolta uscire dal convento in cui era alloggiato, per tema
d'essere insultato dal popolo. Enrico, che appunto in quest'epoca
pensava di lasciar Milano per recarsi a Roma, volle condurre con se
molti ostaggi, onde assicurarsi della fedeltà delle due fazioni. Sotto
colore di rendere più magnifico il suo seguito, domandò al comune
cinquanta cavalieri; ma egli destinò a questa spedizione Matteo
Visconti, Galeazzo suo primogenito e ventitre gentiluomini ghibellini;
Guido della Torre con Francesco, suo primogenito, e ventitre
gentiluomini guelfi. Questa scelta accrebbe il malcontento e parve che
ravvicinasse le due fazioni. Il popolo rassomigliava di nuovo gli
oltramontani a tutti i barbari antichi, nemici del nome romano, dava
loro lo stesso nome, e chiaramente diceva essere cosa indegna
l'assoggettar loro la patria. Alcuni facevano l'enumerazione delle forze
reali d'Enrico e mostravano ai malcontenti come alienandogli le forze
italiane, non Milano, ma la più piccola città lombarda potrebbe a lui
pareggiarsi.

  [260] _Alber. Mussati Hist. Aug. l. II, R. I. — Henrici VII, Iter
  Ital. t. IX, p. 895. — Trist. Calchi Hist. patriae l. XX._

I figli dei due capi di parte, Galeazzo Visconti e Francesco della Torre
ebbero un abboccamento fuori di porta Ticinese, dopo il quale molti
cavalieri girarono le contrade gridando «morte ai Tedeschi! Il signor
Visconti ha fatto pace col signor della Torre![261]» All'istante il
popolo prese le armi, e si riunì in diversi rioni, ma specialmente
presso di porta nuova intorno alle case dei Torriani. Enrico senza
perder tempo spedì tutte le sue truppe ad attaccare quelle case, prima
che fossero più gagliardamente fortificate. Frattanto egli era
estremamente agitato; non dissimulandosi che con un pugno di cavalieri
tedeschi non avrebbe potuto tener fermo in mezzo ad una città nemica,
qualora i Visconti si fossero uniti ai Torriani e la nobiltà al popolo.
Ma pare che Matteo Visconti avesse ordito un doppio tradimento, e che,
avendo persuaso Guido della Torre ad impugnare le armi, egli avesse
adunati i suoi antichi partigiani per essere a portata di piombare
addosso al suo antico rivale. Galeazzo suo figliuolo comandava un grosso
corpo di Ghibellini, i quali dopo essere rimasti alcun tempo indecisi,
probabilmente per vedere da qual parte piegava la vittoria, vennero a
far causa comune coi Tedeschi. I nobili ed i Ghibellini che combattevano
tra le file dei Torriani, non vedendosi comandati da verun capo
ghibellino, uscirono dalla zuffa. Allora le barricate furono rotte, le
case dei Torriani saccheggiate ed incendiate, e Guido e suo figlio
costretti di mettersi in salvo colla fuga[262].

  [261] Questo fatto è una luminosa prova dell'osservazione del
  maggior politico italiano, essere più sicura la fede de' governi
  liberi che de' piccoli principi. _N. d. T._

  [262] _Henrici VII, Iter Ital. t. IX, p. 897. — Abb. Mussati Hist.
  Aug. l. II, R. I, t. X. — Ferret. Vicent. l. IV. — Trist. Calchi
  Hist. patriæ, l. XX._

Questa sommossa di Milano parve un segnale dato a tutte le città guelfe
di Lombardia per ribellarsi e scacciare i vicarj imperiali cogli
emigrati richiamati da Enrico nella loro patria. Crema, Cremona,
Brescia, Lodi e Como si ribellarono tutte ad un tempo, e si allearono
con Guido della Torre, che aveva seco tutti i Milanesi fuorusciti. Ma
queste città non eransi preparate a fare una lunga resistenza: senza
vittovaglie e senza denaro, erano più atterrite della sorte dei
Torriani, che disposte a vendicarli; di modo che, appena passato quel
primo inconsiderato impeto che loro aveva poste le armi in mano, le più
deboli implorarono la clemenza di Enrico, tosto che lo conobbero
determinato a volerle sottomettere. Lodi e Crema gli aprirono le porte
ed ottennero il perdono, che per altro non le salvò da molte particolari
molestie. I capi de' Guelfi cremonesi fuggirono, ed i Ghibellini, avendo
resa la città, furono dall'imperatore crudelmente puniti di una colpa,
cui non avevano avuta parte. Duecento de' principali cittadini, venuti a
gittarsi ai suoi piedi per ottenere il perdono, furono cacciati in
orribili prigioni; furono atterrate le mura e le rocche di Cremona; il
comune fu assoggettato ad un'emenda di cento mila fiorini, e le
proprietà e le persone de' cittadini abbandonate alla licenza ed alle
molestie de' Tedeschi vincitori.

La sola città di Brescia, non peranco sottomessa, aveva ricevuti i
fuggitivi di Lodi e di Crema, onde, udendo dagli ultimi quanto fossero
pentiti d'essersi arresi, determinò di volersi difendere. Il 19 di
maggio del 1311, Enrico l'assediò con tutte le sue genti. In questa
città era capo del partito guelfo Tebaldo Brusati, al quale colla cura
della difesa della patria era stato dato il titolo e l'autorità di
signore e di principe[263]. La città si difese valorosamente tutta la
state, avendo in molte sortite battuti gl'imperiali; e, sebbene una
volta fosse fatto prigioniero Tebaldo, non vollero salvargli la vita a
prezzo della libertà. Anzi questo generoso capo, benchè prigioniero,
esortava i suoi concittadini a difendersi, onde Enrico, per punire tanta
audacia, lo dannò a crudelissimo supplicio, che i Bresciani vendicarono
barbaramente, facendo appiccare ai merli delle loro mura sessanta
prigionieri tedeschi. Poco dopo Valerano, conte di Luxemburgo, fratello
d'Enrico, fu ucciso in una scaramuccia, ed il monarca che si moriva di
voglia di ricevere a Roma la corona imperiale, e che d'altra parte
trovava l'onor suo interessato a vendicare gli affronti ricevuti sotto
Brescia, vedevasi ridotto in difficile posizione, tanto più che le
malattie incominciavano a fare stragi nel suo campo.

  [263] _Jacobi Malvecii Chron. Brixian. Distin. IX, c. 4. t. XIV. —
  Ferreti Vicent. l. IV._

In tale stato di cose pensò di ricorrere alle armi spirituali della
chiesa. Era egli accompagnato da tre cardinali legati, incaricati
d'incoronarlo a Roma in nome del papa, onde pregò uno di loro a
fulminare la scomunica contro i Bresciani; ma questi gli rispose che
sebbene avesse il potere di sciogliere e di legare in suo nome, non
voleva compromettere l'autorità della chiesa senza speranza di felice
riuscita, e soggiunse: «che gl'Italiani si prendevano poco fastidio
delle scomuniche; che i Fiorentini non avevano fatto verun caso di
quelle del cardinale vescovo d'Ostia; che i Bolognesi non temettero
quelle del cardinale Napoleone Orsini, nè i Milanesi quelle del
cardinale Pelagrua. Se la spada temporale non li riduce per timore al
dover loro, meno potrà farlo la spirituale[264].»

  [264] _Henrici VII, Iter Ital. t. IX, p. 903._

I cardinali adunque, invece di fare il dubbio esperimento della
scomunica, cercarono d'interporre il loro credito personale ed i loro
consigli. Avendo potuto entrare in città ottennero dai Bresciani, che
cominciavano a mancare di vittovaglie, un'onorevole capitolazione che
poi fu male osservata. L'imperatore entrò in città per la breccia, ed
ebbe dai Bresciani sessanta mila fiorini; indi, prendendo la strada di
Cremona, Piacenza, Parma e Tortona, arrivò a Genova il 21 di
ottobre[265].

  [265] _Jacobi Malvecii Chron. Brix. Dist. IX, c. 1-19. — Albertini
  Mussati Hist. Aug. l. IV. — Henr. VII, Iter Ital. t. IX. — Ferr.
  Vicent. l. IV. — Trist. Calchi Hist. patr. l. XX._

Genova era stata ne' precedenti anni minata dalle guerre civili. Obizzo
Spinola, sostenuto dal partito ghibellino, aveva signoreggiata un anno
la repubblica con un quasi assoluto potere, e n'era stato cacciato dai
Grimaldi e dai Fieschi, spalleggiati dai Doria. Finalmente stanchi delle
comuni sconfitte erano venuti ad una pace, che non sembravano volere
lungamente osservare, quando la venuta di Enrico in Genova portò, come
osserva lo storico di quella repubblica, un importante cambiamento nella
costituzione dello stato. «Per la prima volta, egli dice, una straniera
potenza fu tra noi riconosciuta, esempio più volte imitato ne'
posteriori tempi; di modo che è cosa veramente maravigliosa, che quello
stesso popolo che non perdonò a dispendio d'uomini e di danaro, che
tanto si mostrò bellicoso ed ostinato quando volle stendere il suo
dominio sulle nazioni straniere affatto lontane; che quel popolo che sì
grandi perdite sostenne e tanti pericoli incontrò per vendicare la
maestà del suo nome contro i più grandi potentati, non abbia poi prese
le armi per conservare la sua indipendenza, ed abbia creduto di metter
fine alle intestine sue discordie sottoponendosi volontariamente ad una
straniera potenza. Vero è ch'egli provò ben tosto essere di tutti i
popoli quello che sapeva meno pazientemente soffrire la servitù, poichè
scacciò tutti i padroni chiamati a governarlo[266].»

  [266] _Ubert. Folieta Genuens. Hist. l. VI._

In fatti i Genovesi accordarono ad Enrico per venti anni un'assoluta
autorità sulla repubblica; ma poi non tardarono a pentirsene. Enrico
licenziò il podestà che amministrava in città la giustizia, surrogandovi
un vicario imperiale; privò de' suoi onori l'abate del popolo, che così
chiamavasi un magistrato popolare, che a guisa de' tribuni di Roma
doveva essere il protettore della plebe; finalmente impose sulla
repubblica una tassa di sessanta mila fiorini[267]. Enrico si trattenne
più mesi in Genova, ove perdette la sua consorte che lo aveva colà
accompagnato; e non andò molto che, trovandosi senza danaro, fu
costretto di contrarre debiti per supplire al suo giornaliero
mantenimento. E siccome non li pagava, i suoi creditori cominciarono a
spargere contro di lui calde invettive. Aveva nello stesso tempo avvisi,
che quasi tutta la Lombardia erasi, per le suggestioni de' Fiorentini,
ribellata un'altra volta, ed aveva formata una lega guelfa, nella quale
erano pure entrati Giberto di Coreggio, signore di Parma, Filippone
Langusco di Pavia, il marchese Cavalcabò esiliato Cremonese, Guido della
Torre esiliato Milanese, Vercelli, Asti, ed altre città[268].

  [267] _Albert. Mussati Hist. Aug. l. V, R. I. — Ferretus Vicent. l.
  V, p. 1088._

  [268] _Alb. Mussati l. V, Rub. 9._

Gli ambasciatori di Roberto, re di Napoli, vennero a Genova alla corte
d'Enrico. Questi due sovrani, che si disputavano il dominio dell'Italia,
dovevano osservarsi con diffidenza. Enrico, malgrado l'imparzialità
mostrata al suo arrivo, non aveva trovati nemici che tra i Guelfi, e
zelanti partigiani soltanto tra i Ghibellini. Dall'altro canto Roberto
era alleato di tutti i Guelfi d'Italia, si era dichiarato loro
protettore e faceva alla scoperta apparecchi per difenderli. Pure fino a
quest'epoca Enrico aveva cautamente evitato ogni motivo di disgusto con
lui, non avendo voluto ricevere il giuramento di fedeltà dalle città
d'Alba e d'Alessandria, nè dal marchese di Saluzzo, sebbene dipendenti
dall'impero, perchè queste città ed il marchese si erano posti sotto la
protezione di Roberto. Enrico mostravasi inoltre apparecchiato a
ravvicinare le due famiglie col matrimonio di una delle sue figliuole
con uno dei principi di Napoli, ma i deputati di Roberto chiedevano per
condizione di questo parentado, che uno de' fratelli del loro re venisse
fatto senatore di Roma e vicario della Toscana. Si seppe in breve che il
principe Giovanni di Napoli era entrato con un'armata in Roma per
difendere il circondario di questa capitale dall'armata imperiale, e
che, essendosi unito agli Orsini, aveva attaccati i Colonna e tutti i
partigiani di Enrico. All'avviso di tali emergenze i deputati di Roberto
fuggirono la notte da Genova: e i due re, senza veruna dichiarazione di
guerra, fecero nuovi apparecchi per offendersi[269].

  [269] _Alb. Mussati Hist. Aug. l. V, Rub. 6. — Ferreti Vicent. l. V,
  p. 1091._

La lega guelfa di Toscana, di cui era capo Roberto, aveva guarnito di
truppe lo stato di Lucca ed il paese di Sarzana per chiudere il
passaggio ad Enrico; faceva guardare gli Appennini tra Fiorenza e
Bologna per difendere anche quest'ingresso della Toscana[270]. Enrico
aveva spediti per questa strada due deputati, incaricati di allestire
gli alloggiamenti e di ricevere dai Toscani il giuramento di fedeltà.
Erano questi Pandolfo Savelli, notajo pontificio, e Nicola Vescovo di
Botronto, autore dell'interessante relazione della spedizione d'Enrico
in Italia[271].

  [270] _Gio. Villani l. IX, c. 20 e 26._

  [271] Questa relazione venne indirizzata a papa Clemente V dal suo
  autore in sul finire del 1313 o in principio del 1314. Difficilmente
  può trovarsi uno scrittore più degno di fede, non avendo riferito
  che quello ch'egli vide.

Questi due deputati giunti sul territorio di Bologna, fecero domandare
al podestà e consiglieri della repubblica il permesso di attraversare la
città per andare in Toscana. In vece di dar loro risposta, fu posto in
prigione il messo, il quale, avendo avuto modo di fuggire, andò ad
avvisare i deputati del comune pericolo. Essendo questi tre sole miglia
lontani dalle mura, si affrettarono di prendere la strada della montagna
senza avvicinarsi a Bologna, ma trovandola guardata dai soldati
fiorentini, a stento e tra molti pericoli ottennero di arrivare il
secondo giorno alle Lastre, due sole miglia lontana di Firenze.

«Prima di giugnervi, dice il vescovo di Botronto, fu da noi spedito al
podestà, capitano, ed altri governatori della città, lo stesso notajo
ch'era stato imprigionato a Bologna, onde prevenirli che venivamo quali
messaggeri di pace pel bene della Toscana con lettere di vostra santità
e del re, pregandoli in pari tempo di prepararci un alloggio. Avendo i
magistrati ricevute le nostre lettere, adunarono, secondo il costume di
Firenze, il gran consiglio che non si sciolse prima del tramontare del
sole. Il nostro messo, dopo avere molto aspettato, non essendogli stata
preparata alcune stanza, si ritirò, incaricando alcuna persona di
avvisarlo nel luogo indicato, quando fosse richiesto per ricevere una
risposta. Appena giunto al suo alloggio, il consiglio si separò e fece
conoscere coi fatti la risposta che aveva determinato di darci. Gli
usceri della città, in ora così avanzata, proclamarono al popolo, per
parte del consiglio, in tutti i luoghi consueti, ch'eravamo giunti due
miglia lontano dalla città, noi messi ed ambasciatori di quel tiranno,
re di Germania, che aveva in Lombardia distrutto il più che avea potuto
del partito guelfo, e che adesso preparavasi ad entrare in Toscana dalla
banda del mare per distruggere i Fiorentini ed introdurre in casa loro i
più fieri nemici; che questo re aveva spediti noi per la via di terra,
noi ch'eravamo preti, per sovvertire la loro patria sotto l'ombra della
chiesa: onde bandivano pubblicamente il signor re e noi ch'eravamo suoi
nunzj, permettendo, a chiunque il volesse, di offenderci impunemente sia
nelle persone che nelle proprietà, essendo a loro notizia che portavamo
molto danaro per corrompere i Toscani ed assoldare i Ghibellini. — Il
nostro messo, atterrito da questa bandigione, non osò uscire dalla casa
in cui erasi ritirato, nè mandare persona ad avvisarci del pericolo in
cui eravamo. Ma un vecchio di casa Spini, ch'era stato banchiere di papa
Onorio, zio del signor Pandolfo, mio compagno, gli fece sapere per
lettera tutte queste cose. Noi eravamo già a letto addormentati quando
ci fu recata la sua lettera alle Lastre; e ci levammo senza sapere quale
partito prendere: il tornare a Bologna o nel suo territorio era per noi
la più pericolosa risoluzione, come ne avevamo di già fatta esperienza;
altronde non conoscevamo verun'altra strada, e l'ora avanzata faceva più
grande il nostro pericolo. Scrivemmo dunque al podestà ed al capitano di
Firenze nati amendue nelle terre della Chiesa, uno a Radicofani, l'altro
nella Marca, per intendere da loro come regolarci dopo quella
_bandigione_. Appena fatto giorno si fecero allestire i nostri cavalli e
caricare gli equipaggi: e mentre stavamo a mensa, in attenzione del
messo, udimmo suonare campana a martello e subito le strade furon piene
di uomini armati a piedi ed a cavallo, i quali circondarono la nostra
casa; ed un uomo di bella presenza della famiglia Magalotti, plebeo,
volle salire la nostra scala, gridando _a morte! a morte!_ ma il nostro
ospite colla spada alla mano non permetteva a chicchessia di salire le
scale.

«In questo tumulto le nostre bestie da soma e quasi tutti i nostri
cavalli ci furono tolti dai soldati, i quali non tardarono ad introdursi
da diverse bande sulla scala; ed entrarono nella nostra camera coi
coltelli sguainati. Alcuni de' nostri domestici fuggirono, gettandosi
dalle finestre nell'attiguo giardino, e così fece il frate mio
compagno[272]; altri si nascosero sotto i letti, temendo d'essere
uccisi; pochi rimasero con noi. Ma Iddio che ci liberò dalle loro mani,
ci diede tanto coraggio, che, posso attestarlo sulla mia coscienza, non
ebbi il menomo timore per me, sebbene fossi il più esposto. Mentre ciò
accadeva alle Lastre, in Firenze si tumultuava; dicevano molti essere
mal fatto il bandirci in tal modo, e specialmente il signor Pandolfo
ch'era uno de' più nobili di Roma. Per questo motivo, e mossi inoltre
dalle preghiere di quel mercante di casa Spini, che chiamavasi, se bene
mi ricordo, Avvocato, il podestà ci mandò una delle sue guardie ed il
capitano un cittadino in compagnia de' quali venne anche il detto
mercante. Essi scontrarono sulla strada alcuni de' nostri cavalli e
delle bestie da soma, che venivano condotti in città; li ripresero ai
soldati, e ce li ricondussero, dicendoci nello stesso tempo che, se ci
era cara la vita, dovevamo subito dar a dietro, mentre si sarebbero essi
occupati di farci rendere tutto quanto eraci stato tolto. Volevamo
esporre loro la nostra ambasciata, ma rifiutarono di ascoltarla;
volevamo far loro vedere le vostre lettere, e non vollero vederle. Si
chiese che ci fosse permesso di attraversare di notte Firenze ben
custoditi affinchè non potessimo parlare ad alcuno; ma lo negarono,
dicendo, che avevano ordine di farci ritornare là onde eravamo venuti.
Questo vecchio Avvocato degli Spini ci aveva appartatamente detto che ci
guardassimo dall'entrare in Bologna, o nel suo territorio, ove già si
sapeva che dovevamo essere scacciati dal distretto di Firenze, e che i
Bolognesi dovevano trattarci come pubblici nemici, affinchè atterrito
dal nostro esempio verun altro osasse entrare nel territorio della lega.
Noi che conoscevamo la vigliaccheria e la malvagità de' Bolognesi,
replicammo che, quand'anche dovessimo essere uccisi, noi non entreremmo
giammai nel bolognese. Dopo avere lungamente consultato tra di loro,
finalmente ci posero sulla strada che conduce alle terre del conte
Guido, tra Bologna, la Romagna ed Arezzo. Essi non riuscirono a farci
restituire che undici cavalli e tre bestie da soma; ed il signor
Pandolfo perdette più di me, perchè aveva più roba. Io perdetti la mia
cappella, e tutto quanto possedevo di cose d'oro e d'argento, tranne uno
stiletto d'oro delle mie tavolette, ed un anello che avevo in
dito»[273].

  [272] Il vescovo di Botronto era domenicano, e giusta le regole
  dell'ordine era sempre accompagnato da un altro religioso del suo
  convento, ma di un rango inferiore.

  [273] _Henrici VII Iter Ital. t. IX, p. 908._

I Fiorentini non senza ragione avevano presa parte di non ricevere gli
ambasciatori dell'imperatore[274]; e per lo migliore avrebbero dovuto
condurli sul territorio neutro di Modena, anzichè permetter loro di
penetrare in Toscana: conciossiachè que' medesimi prelati, che giunsero,
siccome fuggitivi, ne' feudi imperiali degli Appennini, si videro tosto
venire incontro tutti i conti Guidi delle due famiglie guelfa e
ghibellina, i quali diedero loro di molto denaro e cavalli, e prestarono
giuramento di fedeltà al loro imperatore. Gli ambasciatori si recarono a
Ciortella tra Arezzo e Siena, ove alzarono un tribunale, citando subito
a comparire Firenze e Siena. «Siccome queste città, scrive il vescovo di
Botronto, rimasero contumaci, abbiamo proceduto contro di loro,
condannandole a molte pene temporali secondo le nostre facoltà,
osservando costantemente le regole del diritto, del quale per altro io
non sono troppo intelligente; ma il signor Pandolfo mio compagno è molto
versato, secondo dicono, nell'una e nell'altra legge.»

  [274] _Gio. Villani l. IX, c. 25._

In seguito i due prelati citarono gli abitanti di Arezzo, di Cortona, di
Borgo san Sepolcro, Monte Pulciano, san Savino, Lucignano, Chiusi, città
della Pieve e Castiglione Aretino. Tranne gli abitanti di Chiusi e di
Borgo san Sepolcro tutti ubbidirono, e prestarono il giuramento di
ubbidienza; di modo che quando i due prelati furono avvisati dell'arrivo
d'Enrico a Pisa, lo raggiunsero, accompagnati da molti conti e signori e
dalle milizie di varie città.

Enrico, per mettersi in istato d'abbandonare Genova, aveva dovuto
ricorrere ai Pisani, che gli prestarono una ragguardevole somma di
danaro; onde si pose in mare il 16 febbrajo del 1312 con trenta galere
montate da circa mille cinquecento uomini d'armi; e, dopo essere stato
trattenuto diciotto giorni dal cattivo tempo a Porto Venere, era giunto
a Pisa il giorno 6 di marzo[275]. La città di Pisa costantemente
attaccata alla fazione ghibellina, ed agl'imperatori consacrò senza
riserva le sue forze e le sue ricchezze al servigio d'Enrico. Gli aveva
mandato a Genova il conte Fazio di Donoratico, figliuolo di quel conte
Gherardo che aveva perduta la testa sul patibolo con Corradino[276],
facendolo accompagnare da ventiquattro de' suoi principali cittadini.
Due volte lo aveva sovvenuto di denaro, e gli offrì di nuovo un dono
considerabile quando entrò in città. Acconsentì di farlo assoluto
signore, sospendendo il governo de' suoi anziani, per dipendere da lui
solo. Finalmente, per fargli cosa grata, riprese l'interrotta guerra con
Firenze e con Lucca, tirandosi addosso tutte le forze della lega
toscana: ma non per questo lasciò di accompagnare Enrico, che partiva
alla volta di Roma, con un rinforzo di galere e seicento
balestrieri[277].

  [275] _Gio. Villani l. IX, c. 36. — Ferr. Vicent. l. V._

  [276] _Albert. Mussatus Hist. Aug. l. V, R. 5._

  [277] _Cron. di Pisa t. XV, p. 985._

Enrico soggiornò due mesi a Pisa, nel qual tempo ingrossò la sua armata
coi Bianchi e coi Ghibellini esiliati dalle città guelfe, e s'avviò
verso Roma alla testa di due mila cavalli, prendendo la strada di
Piombino e della Maremma. Il re Roberto aveva mandato a Roma suo
fratello Giovanni con una piccola armata per occupare il Vaticano e metà
della città. Non pertanto aveva di nuovo assicurato Enrico, che, lungi
dal volersi opporre alla sua coronazione, non aveva mandate truppe
napoletane a Roma che per onorarlo. Enrico dunque si avvicinava con
piena sicurezza, ma trovò Ponte Molle fortificato dal principe Giovanni
che mandò a sfidarlo, dichiarandogli che teneva ordine dal fratello
d'impedire il suo coronamento. Il giorno 7 di maggio del 1312 Enrico
forzò il ponte, entrando in seguito nella città divisa tra due armate e
due fazioni. I Colonna eransi dichiarati a favore dell'imperatore, pel
re di Napoli gli Orsini. Coll'ajuto dei primi e del senatore Luigi di
Savoja, ebbe Enrico il possesso del Campidoglio e di san Giovanni di
Laterano; e poco dopo s'impadronì ancora del Coliseo, della Torre dei
Conti, di quella di san Marco e del monte de' Savelli formato colle
rovine del teatro Marcello; ma non potè giammai scacciare i suoi nemici
dal Vaticano e dalla città Leonina, di modo che, rinunciando a farsi
coronare nella basilica destinata a tale cerimonia, ottenne dai tre
cardinali, incaricati dal papa di coronarlo, di eseguir tale funzione
nella chiesa di san Giovanni di Laterano, di cui era egli padrone. In
fatti vi fu consacrato il 29 giugno del 1312, giorno della festa de'
santi Pietro e Paolo[278].

  [278] _Henr. VII Iter Ital. p. 919. — Ferretus Vicent. l. V, p.
  1104._

Il nuovo imperatore trovavasi in Roma in assai difficile posizione: metà
della città era in aperta guerra contro di lui, essendovi acquartierata
un'armata nemica eguale alla sua, che poteva da un istante all'altro
essere ingrossata, mentre quella dell'imperatore non poteva ricevere
soccorso che da troppo lontani amici. Cane della Scala ed i Ghibellini
che gli erano in Lombardia rimasti fedeli, venivano tenuti a casa dalla
guerra che loro facevano le città guelfe; e l'aria pestilenziale di Roma
atterriva talmente la sua armata, che non aveva potuto impedirne la
divisione. Il duca di Baviera, il conte Luigi di Savoja, il conte
d'Ainault, il fratello del Delfino del Viennese e circa quattrocento
cavalieri, abbandonarono Enrico nel cuore dell'estate per tornare al
loro paese[279]. Quando trovavasi in tali angustie, la repubblica di
Pisa si affrettò di soccorrerlo. Aveva equipaggiate sei galere per
mandargli dei soldati, le quali essendo cadute alla Meloria in potere
della squadra di Roberto dopo una ostinata difesa, fece all'istante
partire per la via di terra seicento arcieri, e gli mandò un'altra somma
di danaro[280].

  [279] _Albertus Mussatus l. VIII, R. 8._

  [280] _Bernardo Marangoni Chron. di Pisa p. 616._

Enrico erasi ritirato a Tivoli, piccola città più proporzionata alle
debolezze della sua armata, ove stava aspettando in più sano clima il
fine dei calori estivi[281]. In sul declinare di agosto si pose in
marcia per Sutri, Viterbo e Todi, alla volta della Toscana, ansioso di
castigare i Fiorentini e tutti i popoli della lega guelfa che avevano
cercato con tanto accanimento di moltiplicare i suoi nemici in ogni
parte dell'Italia. Guastò il territorio di Perugia, ingrossò la sua
armata coi volontarj che si arrolarono sotto le sue insegne in Todi,
Spoleti, Narni, Cortona, e finalmente giunse presso ad Arezzo, dove fu
accolto con entusiasmo da' Ghibellini.

  [281] _Ferret. Vicent. l. V, p. 1108._

Fu durante la guerra contro Enrico VII, che i Fiorentini per la prima
volta abbracciarono colle loro negoziazioni la politica dell'intera
Italia, e collocaronsi nel centro del partito guelfo, come se ne fossero
i capi. Non si erano essi accontentati della loro alleanza colle vicine
città di Bologna, Lucca e Siena; ma avevano inoltre cercata quella di
Guido della Torre, avanti la sua cacciata da Milano, e, lungi
dall'abbandonarlo dopo la sua caduta, lo avevano sovvenuto di danaro e
di soldati mercenarj per ajutarlo a ricuperare la perduta signoria. I
Fiorentini avevano pure avuta la principal parte nell'insurrezione di
Brescia; ed Enrico in tempo dell'assedio di questa città aveva sorpresa
la loro corrispondenza e trovato che i Fiorentini le avevano
somministrato il danaro per difendersi. Anche recentemente avevano i
Fiorentini consigliata alla ribellione ed alla guerra la città di
Padova, eccitando la sua gelosia contro Cane della Scala, il quale da
Enrico era stato investito della signoria di Verona e di Vicenza.
Avevano essi pagati dodici mila fiorini a Giberto da Correggio per
impegnarlo a far dichiarare la città di Parma contro l'imperatore; e per
ultimo avevano mandate truppe a Roma per opporsi all'incoronazione
d'Enrico. Nello stesso tempo essi stendevano le loro negoziazioni fino
alle corti di Avignone e di Francia; sembrava che avessero i primi
concepita l'idea delle relazioni che devono unire tutti i membri della
repubblica europea, e di quell'equilibrio dei poteri che deve assicurare
la libertà di tutti. È veramente un singolare fenomeno, che questi vasti
piani di politica abbiano avuta la prima loro origine in una repubblica
democratica, il di cui governo si rinnovava interamente ogni due mesi e
i di cui capi, quasi tutti mercanti, stranieri per la condizione loro ai
pubblici affari, non rimanevano abbastanza di tempo in carica per vedere
il fine di verun trattato da loro incominciato. Ma in una piccola
repubblica, la forza della vita, il pensiere, il sentimento, invece di
appartenere soltanto alla magistratura, trovansi nell'intera massa del
popolo. I signori priori di Firenze erano gli organi, non i creatori
della volontà nazionale; ed il vigoroso piano di politica, che univa al
nome della parte guelfa metà dell'Italia contro l'imperatore, era stato
concepito ed adottato dallo stesso consiglio del popolo: tanto
l'educazione data dalla libertà agli uomini cambia per la massa d'una
nazione le abitudini, i sentimenti e le facoltà.

Sgraziatamente tra le pubbliche virtù che i Fiorentini dovevano alla
forma del loro governo, non possono contarsi le virtù militari.
Impiegavansi generalmente in tutta l'Italia soldati mercenarj per fare
la guerra, chiamati Catalani, non già perchè questi mercenarj avessero
tutti militato nelle bande catalane che Federico di Sicilia aveva
licenziate; moltissimi avventurieri di Spagna, di Francia e di altri
paesi, erano venuti ad ingrossare questo corpo per esercitare il lucroso
mestiere del soldato: il brutale valore di questi mercenarj che
vendevano il loro sangue al migliore offerente e che non erano capaci
d'alcun nobile sentimento di patria o di libertà, aveva indebolita agli
occhi degl'Italiani la stima dovuta al vero coraggio. Perciò i
Fiorentini trovavano giusto che i cittadini, che i gentiluomini non si
battessero come questi esseri degeneri, che fino dalla loro fanciullezza
erano stati allevati come cani alani per il combattimento. Senza
giugnere all'estremo di perdonare la viltà, non attaccavano verun
sentimento di vergogna all'inferiorità di bravura e di forza; ne
convenivano essi medesimi, e non pensavano a misurarsi con una più
brillante nazione quando una grande superiorità di numero non
compensasse abbondantemente la riconosciuta inferiorità della virtù
militare.

La guerra de' Fiorentini contro Enrico VII fece ad un tempo conoscere la
coraggiosa loro fermezza, e la loro mancanza di valore. Quando seppero
che Enrico adunava tutte le sue forze per attaccarli, non cercarono di
aprire con lui negoziazioni, o di allontanare la burrasca; e non
calcolando i pericoli cui poteva in avvenire esporli la sua collera, nè
l'immediata ruina delle loro campagne, osarono di far testa colle forze
di una sola città all'imperatore della Germania: ma d'altra parte,
quand'ebbero riunita coi soccorsi degli alleati un'armata due volte
maggiore di quella del nemico, non perciò azzardarono una battaglia, ma
si chiusero invece entro le loro mura, non illudendosi intorno al poco
valore de' loro soldati.

Quando si seppe a Firenze l'arrivo dell'imperatore in Arezzo, la
signoria, senza aspettare i soccorsi delle città alleate, fece partire
quasi tutte le forze della repubblica, cioè 1800 lance ed un grosso
corpo di pedoni per il castello dell'Ancisa, posto in sull'Arno a
quindici miglia da Firenze. Speravano i generali fiorentini di fermare
lungo tempo Enrico avanti a questo castello senza poter essere forzati
di venire ad un fatto d'armi, ch'essi rifiutarono: ma l'imperatore,
diretto dai Ghibellini del paese, girò intorno al castello per una
strada che attraversa le montagne, e venne ad accamparsi tra l'Ancisa e
Firenze, dopo aver rotte alcune truppe della repubblica che volevano
opporsi al suo passaggio. L'armata fiorentina trovavasi per così dire
tagliata fuori all'Ancisa; e se l'imperatore si fosse avvisato di
strignerla, trovandosi questa quasi senza viveri, avrebbe corso un
grandissimo pericolo. Ma egli credette più utile consiglio il marciare
subito sopra Firenze. In fatti quando l'armata imperiale giunse il 19
settembre presso a questa città, abbruciando le case ed i villaggi di
mano in mano che andava avanzando, la riempì di terrore e di
costernazione; non potendo darsi a credere che fosse colà arrivata senza
aver prima distrutta l'armata fiorentina posta all'Ancisa, di cui non
sapevasene novella. Per altro al suono della campana del comune, tutte
le compagnie della milizia si adunarono nella piazza de' Priori,
essendosi armato anche il vescovo co' suoi preti, il quale, coi cavalli
che soleva impiegare nelle cerimonie religiose, venne a prendere la
guardia della porta sant'Ambrogio. Furono palificate le fosse, alzati i
ridotti, e tutto disposto per combattere. Soltanto dopo due giorni,
l'armata fiorentina, avanzandosi di notte per istrade sviate, potè
rientrare in Firenze. Erasi Enrico lusingato che l'improvvisa sua venuta
ecciterebbe qualche tumulto in città, ma non avendo che un migliajo di
cavalli con lui, non si credette abbastanza forte per attaccarla
regolarmente[282].

  [282] _Gio. Villani l. IX, c. 45 e 46. — Ferretus Vicent. l. V, p.
  1111._ — Il vescovo di Botronto pretende invece che l'armata
  fiorentina entrasse in città prima dell'arrivo dell'imperatore.
  _Hen. VII, Iter It. p. 925._

Ne' susseguenti giorni fu raggiunto dal rimanente dell'armata che aveva
lasciato a Todi ed in Val d'Arno di sopra. Ebbe pure rinforzi dai
Ghibellini e dai Bianchi della Toscana e della Marca, che venivano a
militare sotto le sue insegne; ma più considerabili soccorsi arrivarono
ancora ai Fiorentini. I Lucchesi mandarono alla signoria seicento
cavalli e due mila fanti, ed altrettanto fecero i Sienesi; Pistoja cento
cavalli e cinquecento fanti; Prato, Colle, Sanminiato e san Gemignano
duecento cavalli e mille pedoni; Bologna quattrocento cavalli e mille
pedoni; e le città della Romagna e dello stato della chiesa quattrocento
cinquanta cavalli e mille cinquecento uomini a piedi: sicchè i
Fiorentini si trovarono avere quattro mila cavalli, ch'erano il doppio
di quelli che aveva l'imperatore.

Tranquillizzati da forze tanto superiori, i Fiorentini si diedero alle
consuete loro occupazioni come in tempo di pace; tutte le porte erano
aperte, fuorchè quella che metteva direttamente al campo
dell'imperatore, e si spedivano le mercanzie come all'ordinario: ma pure
non osarono mai di attaccare Enrico, o di difendere contro di lui le
loro campagne colla forza; gli lasciarono perfino passar l'Arno e
guastare le campagne presso san Casciano, ove Enrico pose il suo nuovo
quartiere generale finchè finalmente il 6 gennajo 1313, vedendo che
nulla avvantaggiato avrebbe con un più lungo soggiorno e che le malattie
cominciavano a fare strage della sua armata, lasciò Firenze, ed andò a
stabilirsi a Poggibonzi sulla strada di Siena, ove si trattenne due
mesi[283].

  [283] _Gio. Villani l. IX, c. 47. — Albert. Mussati Hist. Aug. l.
  IX, Rub. 4._

I Fiorentini si lodarono senza dubbio di non avere posta in compromesso
la sorte della loro patria con una battaglia quando era noto che
l'armata dell'imperatore s'andava distruggendo per le malattie prodotte
dalle fatiche e dal bisogno; le quali malattie nè la salubrità dell'aria
di Poggibonzi, nè la stagione facevano cessare. A questo disastro
s'aggiungevano le molestie de' Sienesi e de' Fiorentini, i quali
scaramucciando ogni giorno cogl'imperiali, gli toglievano ogni giorno
qualche soldato, e gli rendevano difficile l'approvigionamento. Perchè
conoscendo l'imperatore lo svantaggio di più lunga dimora in Poggibonzi,
partì il 6 di marzo colla sua armata prendendo la strada di Pisa. Colà,
avendo eretto un tribunale imperiale, chiamò in giudizio tutte le città
che avevano a lui resistito, pretendendo di sottomettere colle sentenze
que' nemici che non aveva potuto vincere colle armi. I primi ad essere
condannati furono i Fiorentini; furono annullati i loro privilegi,
cassati i loro giudici e notai, il comune tassato in cento mila fiorini
e privato del diritto di battere monete, il quale fu accordato collo
stesso conio, lo stesso titolo e lo stesso valore ad Ubizzino Spinola di
Genova ed al marchese di Monferrato[284].

  [284] _Gio. Villani l. IX, c. 48._

Finalmente il tribunale chiuse le sue procedure con una condanna più
ardita: il giorno 7 delle calende di maggio Enrico sentenziò Roberto re
di Napoli, dichiarandolo decaduto del trono, come verso di lui colpevole
di lesa maestà, sciogliendo in pari tempo i suoi sudditi dal giuramento
di fedeltà, e proibendo loro di ubbidire per lo innanzi al proprio
re[285].

  [285] _Alber. Mussatus Hist. Aug. l. XIII, R. 5._

Ma queste condanne, nell'atto medesimo che l'imperatore le pronunciava,
erano piuttosto oggetto di derisione che di timore; perciocchè la
sua armata era talmente indebolita, che, se fosse rimasto in
campagna, correva rischio d'essere oppresso dalle truppe repubblicane.
Allora mandò ordine in Germania di formare un'altra armata, e
spedì l'arcivescovo di Treveri suo fratello per condurgliela
sollecitamente[286]. Finchè gli giugnesse questo tanto necessario
rinforzo, non avendo con lui che un migliajo d'uomini d'armi, passò
l'estate sotto la protezione della repubblica di Pisa, facendo guerra ai
Lucchesi per conto di questa città[287] e rendendosi degno fra le
angustie che lo circondavano, dell'elogio che fa di lui il Villani.
Giammai l'avversità turbò questo principe, nè la prosperità lo fece
presontuoso, o troppo lieto.

  [286] _Alber. Mussatus l. XII, R. 6._

  [287] _Cron. di Pisa di B. Marangoni p. 617._

In tempo di questo forzato riposo Enrico contrasse stretta alleanza con
Federico re di Sicilia, convenendo tra di loro di attaccare di concerto
Roberto re di Napoli, quale capo del partito guelfo e, più d'ogni altro,
loro pericoloso nemico. Federico di Sicilia, armate cinquanta galere,
sbarcò mille cavalieri, in Calabria, impadronendosi di Reggio e di poche
altre città. Dietro inchiesta dell'Imperatore le repubbliche di Pisa e
di Genova allestirono una flotta di settanta galere sotto il comando di
Lamba Doria, e la spedirono sulle coste del regno di Napoli. I Pisani
che si spogliavano per dare truppe di terra ad Enrico, equipaggiarono
meno vascelli dei Genovesi[288]. Dall'altro canto incominciavano ad
arrivare all'imperatore potenti rinforzi dall'Allemagna e dall'Italia;
onde il 5 agosto del 1313 si trovò in istato di lasciar Pisa per andare
contro Napoli con due mila cinquecento cavalieri d'oltremonte, mille
cinquecento Italiani, ed un proporzionato numero di pedoni.

  [288] _Gio. Villani l. IX, c. 50._

Come Enrico vedeva nel re di Napoli il suo più potente avversario, i
Fiorentini credettero di averlo per loro ajuto e difensore. Sebbene
l'imperatore non avesse ottenuto contro di loro verun vantaggio, la
situazione della repubblica non era affatto prospera. Nell'inverno il
suo territorio era stato saccheggiato; molti de' suoi gentiluomini e
tutti gli emigrati, Bianchi e Ghibellini, eransi afforzati ne' castelli
delle montagne per farle guerra; il tesoro erasi esaurito negli
armamenti del passato anno, ed i continui rinforzi che andava ricevendo
l'imperatore rendeva inquieti i Fiorentini, non sapendo essi ove
volgerebbe le sue armi. Spedirono perciò due deputati a Napoli per
chiedere ajuto. Le città di Siena, Perugia, Lucca e Bologna unirono i
loro inviati a questa deputazione, che, introdotta in corpo innanzi a
Roberto, gli espose i pericoli della lega guelfa, sforzandosi di fargli
sentire che la sua sicurezza era attaccata alla conservazione
dell'indipendenza delle repubbliche toscane, che con tanto zelo avevano
abbracciato il suo partito. Roberto dava loro le più larghe
assicurazioni d'attaccamento, dichiarando che, se i pericoli del suo
regno non avessero resa necessaria la sua presenza, avrebbe egli stesso
comandate le truppe toscane e fattosi capitano dei Fiorentini; promise
di mandare in sua vece il fratello Pietro con un ragguardevole corpo di
cavalleria; ma in una seconda udienza scemò d'assai la confidenza che
aveva inspirata nella prima, chiedendo loro anticipatamente il soldo
delle sue truppe per tre mesi. L'esaurimento del tesoro della repubblica
fiorentina rendeva assai difficile il trovare la somma domandata da
Roberto, tanto più che le città di Bologna, Lucca, Siena e Perugia, più
lontane dal pericolo, negavano di aver parte a tale contribuzione. I
Fiorentini anticiparono bensì la parte fissata dal trattato di alleanza;
ma perchè non fu pagato il rimanente, le truppe napolitane non si
mossero, ed il danaro sborsato con tanto stento non produsse alcun
frutto.

I Fiorentini credettero pertanto che l'unico mezzo d'obbligare Roberto a
difenderli fosse quello di accordargli alcuni diritti, assicurandosi che
nel presente pericolo della guerra di cui era minacciato non avrebbe
tentato di cambiare l'accordata autorità in tirannide. I consigli
mandarono fuori quindi un decreto che dava ai priori la facoltà di fare
tutto quanto richiedesse la salute della repubblica, e questi con atto
solenne conferirono al re di Napoli i diritti e titoli di rettore,
governatore, protettore e signore della repubblica di Firenze, a
condizione ch'egli manderebbe in città uno de' suoi figli o fratelli per
difenderla, che non richiamerebbe gli emigrati, che conserverebbe le
leggi della repubblica, mantenendo la sovrana magistratura de' priori
nella presente forma[289].

  [289] _Leon. Aretino Istor. Fior. l. V._

Intanto l'imperatore avanzavasi rapidamente colla sua armata sulla
strada di Sanminiato e di castel Fiorentino. Passò tra Colle e
Poggibonzi e venne ad accamparsi nel famoso piano di monte Aperto,
empiendo di terrore la città di Siena che lo vedeva vicino alle sue
porte con sì poderoso esercito. Ma in mezzo alla sua pompa militare,
quando niuna armata credevasi bastante a fermarlo, aveva già cessato di
essere formidabile: egli con lui portava i principj d'una malattia
mortale contratti nel cattivo aere di Roma, o forse più anticamente in
tempo de' patimenti sofferti nell'assedio di Brescia. La disposizione
del suo sangue erasi già manifestata con un carbonchio sotto al
ginocchio, ma perchè continuava a mostrarsi egualmente attivo, niuno
s'avvedeva del suo pericolo. Un bagno intempestivamente preso fece
scoppiare la malattia, che lo costrinse a fermarsi a Bonconvento, dodici
miglia al di là di Siena, ove il giorno 24 agosto del 1313 morì in mezzo
alla sua armata in un modo tanto inaspettato, che molti lo credettero
avvelenato, essendosi perfino sparsa voce che un frate domenicano, nel
comunicarlo, aveva posto del napello nell'ostia o nel vino
consacrato[290].

  [290] _Hist. Aug. Alberti Mussati l. XVI, R. 8._ E tutti gli storici
  citati nel presente capitolo, inoltre le _Note d'Uberto Benvoglienti
  alla Cron. Sanese d'Andrea Dei t. XV_.

Un così inaspettato avvenimento che affatto cambiava la presente
condizione d'Italia, eccitò i più vivi trasporti di gioja ne' Guelfi, di
dolore ne' Ghibellini. I Pisani s'abbandonarono più degli altri alla
disperazione. Avevano consumata per questo monarca la prodigiosa somma
di due milioni di fiorini, ed invece d'aver nulla acquistato colla sua
assistenza, dopo essersi impoveriti di gente e di danaro, si vedevano
abbandonati a se medesimi per difendersi contro tanti nemici provocati
per piacere all'imperatore. Da prima tentarono di ritenere l'armata
sotto i loro ordini, offrendo ai soldati lo stipendio pagato da Enrico;
ma i Tedeschi, perduto il loro imperatore, più non pensavano che a
ripatriare, e molti di loro vendettero ai Fiorentini ed ai Guelfi le
fortezze di cui erano momentaneamente in possesso. Federico di Sicilia
venne personalmente a Pisa per concertare i mezzi di sostenere i
Ghibellini; ma fu in modo spaventato dalla loro situazione, che
rifiutossi di difendere la loro città, quand'anche ne fosse fatto
signore. Lo stesso onore, per lo stesso motivo, venne rifiutato dal
conte di Savoja e da Enrico di Fiandra, onde i Pisani chiamarono
Uguccione della Fagiuola, ghibellino della Romagna, che a quest'epoca
trovavasi vicario imperiale a Genova, e ritennero sotto i suoi ordini
circa mille cavalli tedeschi, brabantesi e fiamminghi. Tutto il
rimanente dell'armata ripassò le Alpi, risguardando l'Italia come un
paese per loro affatto straniero dopo la perdita dell'imperatore che li
conduceva.

Frattanto il corpo d'Enrico era stato portato a Pisa con grandissima
pompa; e fattigli dalla repubblica splendidi funerali, gli fu data
sepoltura in duomo, ove trovasi ancora di presente il suo mausoleo[291].

  [291] Questo sarcofago fu però traslocato due volte, nel 1494 e nel
  1727. Ora è nella cappella della Madonna, sotto l'organo, nel duomo
  di Pisa.



CAPITOLO XXVIII.

      _Consolidamento dell'aristocrazia veneziana; il maggior
      consiglio reso ereditario. — Vittoria d'Uguccione della Fagiuola
      ottenuta sui Fiorentini. — Sua espulsione da Pisa e da Lucca. —
      Padova perde la sua libertà. — Signorie lombarde._

1313 = 1317.


In mezzo al vortice della politica italiana, la repubblica di Venezia
non prendeva mai parte agli avvenimenti che si succedevano ai suoi
confini, e pareva che, isolata dalle acque, non appartenesse all'Italia;
onde si rimase straniera perfino alle fazioni de' Guelfi e de'
Ghibellini, il di cui sangue bagnava tutte le rive delle sue lagune.
Aveva essa fatto conoscere ad Enrico VII il suo rispetto per l'impero,
mandandogli una solenne deputazione; ma nello stesso tempo faceva
solenni proteste pel mantenimento della propria indipendenza, e non
aveva divise nè le conquiste, nè le perdite dell'imperatore. L'assoluta
separazione dagli altri stati in cui si mantenevano i Veneziani non ci
permette di far avanzare di fronte la loro storia con quella degli altri
popoli d'Italia: e solo di generazione in generazione possiamo
riprenderne il filo per tener dietro al progressivo stabilimento
dell'interno loro sistema politico e per conoscere l'estensione e la
solidità che davano alla loro potenza le conquiste ed il commercio del
Levante.

L'anno 1297, epoca della chiusura del maggior consiglio (_serrata del
mazor consejo_), viene comunemente risguardato come l'epoca dello
stabilimento dell'aristocrazia ereditaria in Venezia. Ma siccome questa
rivoluzione si andò preparando in tutto il corso del 13.º secolo, e non
ottenne l'intero suo compimento da questo solo decreto; che anzi la
prima _reformagione_[292] ebbe bisogno d'essere sviluppata ed afforzata
con molte posteriori leggi; ho preferito di renderne conto all'epoca in
cui l'ultimo sviluppo dato al nuovo sistema d'aristocrazia ereditaria la
rese perpetua.

  [292] Così chiamavansi le leggi del maggior consiglio.

Le lente e sorde usurpazioni del maggior consiglio avevano alla fine
risvegliata la gelosia del popolo, il quale in sul declinare del
tredicesimo secolo conobbe d'essere stato escluso affatto dal governo:
dolevasi specialmente di non essere più chiamato alle elezioni, onde la
nobiltà più non gli usava que' riguardi di cui era prodiga ai cittadini
quando i loro suffragi conferivano le cariche dello stato. Il doge,
spogliato di quasi tutte le prerogative, omai d'altro non si curava che
di piacere al maggior consiglio, di cui era la creatura e l'istrumento;
ma rammentando i plebei, che negli andati tempi il doge era il loro
magistrato, desideravano d'innalzare a questa dignità qualche individuo,
che, per ricompensarli della loro confidenza, li riponesse in possesso
delle prerogative spettanti ai cittadini sovrani d'uno stato libero.

Queste disposizioni si manifestarono del 1289 in occasione della morte
del doge Giovanni Dandolo. Mentre i quarantuno elettori, designati dalla
mescolanza della sorte coi suffragi del maggiore consiglio, deliberavano
intorno alla scelta del suo successore, il popolo si adunò sulla piazza
di san Marco e proclamò doge Giacomo Tiepolo, figliuolo di Lorenzo, che
aveva occupata la stessa carica dal 1272 al 1282. Tiepolo erasi
acquistato il favor popolare colle sue private virtù e colla dolcezza
del suo carattere, ma non era altrimenti fatto per essere capo di
partito: niuna parte aveva egli presa ad un movimento popolare che lo
voleva innalzare alla prima dignità della sua patria; anzi egli stesso,
dietro gli ordini del maggior consiglio, aveva cercato di dissiparlo; e,
quando vide che non poteva in verun altro modo rifiutarsi alla
confidenza de' suoi concittadini, fuggì segretamente a Treviso, ove
rimase finchè colle consuete forme fu eletto il nuovo capo della
repubblica[293].

  [293] _Sandi Stor. civ. Venez. p. II, l. V, c. 1. — Andr. Navag.
  Stor. Venez. t. XXIII, Scr. Rer. It. p. 1006. — Marin Sanuto, Vite
  dei Duchi di Venezia t. XXII, p. 577. — Laugier Hist. de Venise l.
  IX, t. III, p. 154._

Gli elettori si tennero dieci giorni chiusi in san Marco, non osando di
dare al popolo un doge diverso da quello nominato da lui. Finalmente
quando il fermento popolare parve calmato, elessero Pietro Gradenigo, in
allora podestà di capo d'Istria. Ma questa scelta accrebbe a dismisura
il malcontento de' plebei, perchè il Gradenigo, uomo vendicativo e
caparbio, aveva in ogni tempo manifestato il suo zelo per il sistema e
per la parte aristocratica. Tiepolo tornò prima di lui a Venezia per
calmare colla sua dolcezza il fermento del popolo; e Gradenigo fece il
suo ingresso in città con dieci galere armate ch'erano andate in Istria
a prenderlo.

Il nuovo doge si trovò ben tosto impegnato in una pericolosa guerra coi
Genovesi, guerra che dal 1293 al 1299 minacciò perfino l'esistenza della
repubblica. Di questa guerra, siccome della rotta de' Veneziani a
Corsola, in conseguenza della quale le due nazioni fecero la pace,
abbiamo di già parlato nel capitolo XXVI. Pare che il popolo, distratto
da così grave motivo, andasse dimenticando il suo malcontento, e
chiudesse gli occhi sui progressi dell'aristocrazia: ma non fece però
perdere di vista a Gradenigo l'esecuzione del suo progetto per abbassare
i plebei, e vendicarsi dell'odio di una parte de' suoi compatriotti.

L'annuale elezione del maggior consiglio era la sola parte della
costituzione che ancora conservasse qualche cosa di popolare. Il modo di
eleggere aveva negli ultimi anni sofferto qualche cambiamento che
difficilmente potrebbe comprendersi senz'essere iniziati nell'interna
polizia e nelle formalità della repubblica: tale cambiamento non aveva,
gli è vero, ratificato il diritto ereditario della nobiltà, ma non aveva
nè meno limitata l'onnipotenza del maggior consiglio, che in fondo si
rinnovava sempre in se medesimo. Nel 1286 dai tre capi della quarantia
era stato proposto un assai più importante cambiamento. Avevano
domandato che si prescrivesse agli annuali elettori di non far entrare
nel maggior consiglio che coloro che ne erano già stati membri, o che
proverebbero che i loro antenati vi erano stati ammessi dopo
l'istituzione di questo consiglio del 1172[294]. Questa proposizione che
mirava a designare in un modo tanto preciso la classe dei nobili, non fu
allora adottata. Senza dubbio ciò che ritrasse il consiglio
dall'adottarla, si fu che tutti i cittadini, nuovi membri del consiglio,
temettero che riconoscendo così espressamente la preminenza della
nobiltà, ad ogni nuova elezione non si andasse escludendo coloro che non
appartenevano alla classe dei nobili, dando la preferenza alle più
antiche famiglie.

  [294] _Vettor Sandi Storia civ. p. II, l. V, c. 1, p. 6._

Pietro Gradenigo non tentò di rinnovare questa legge, sebbene tendesse
direttamente allo scopo preso di mira da lui e da tutto il partito
aristocratico. Invece di farne prova, l'ultimo giorno di febbrajo del
1267, giorno che chiudeva l'anno veneziano, propose quel decreto che fu
poi risguardato come la _serrata_ del maggior consiglio, e che ne
conservò il nome; ma che presentando una più immediata esca agli attuali
membri di questo corpo, apparentemente si allontanava meno dalle usitate
forme e dalle elezioni nazionali.

Gradenigo espose al consiglio, come cosa indubitata, che da oltre un
secolo l'elezione cadeva sempre press'a poco su le stesse persone o
famiglie, di modo che coloro che avevano parte all'amministrazione, o
erano attualmente membri del consiglio, o lo erano stati negli ultimi
anni. In conseguenza propose di non più considerare, rispetto ai membri
del consiglio, se dovevano essere rieletti, ma se avevano meritato di
essere esclusi da un corpo di cui facevano parte; corpo risguardato come
la scelta della nazione, e che da lungo tempo trovavasi in pieno
possesso della sovranità. Un così fatto giudizio sui diritti politici
dei primi uomini dello stato, non poteva attribuirsi, soggiungeva il
Gradenigo, che al primo tribunale dello stato, alla quarantia. In
conseguenza il doge domandò che la lista del maggior consiglio degli
ultimi quattro anni venisse sottomessa al tribunale della quarantia; che
i giudici, uno dopo l'altro, ballottassero i nomi di ogni cittadino
iscritto su queste liste, e che chiunque, di quaranta suffragi, ne
avesse dodici favorevoli, fosse ritenuto membro del maggiore consiglio.
Per altro il doge dichiarò non essere sua intenzione di chiudere affatto
agli altri cittadini l'ingresso al maggior consiglio; per lasciare ai
quali, secondo diceva egli, quel medesimo accesso a questo corpo sovrano
che avevano avuto finora, propose che dal maggior consiglio si
nominassero tre elettori, incaricati di fare un elenco suppletorio di
altri cittadini, limitato al numero che verrebbe determinato dal doge
nel suo piccolo consiglio; il quale elenco, siccome il precedente,
doveva sottoporsi ai suffragi della quarantia; bastando pure ai nuovi
eleggibili d'avere, come i primi, soltanto dodici voti dei
quaranta[295].

  [295] _Sandi l. V, c. I, p. II_, dietro il testo della Parte deposta
  all'Avogaria del Comune. — _Marin Sanuto vite dei duchi di Venezia,
  p. 580, t. XXII._

Fin qui tale decreto non pareva avere altro scopo che quello di deferire
il diritto d'elezione alla quarantia criminale, non essendo apertamente
enunciata l'istituzione posta in suo arbitrio d'una nobiltà ereditaria
esclusivamente sovrana. In fatti il popolo non ne conobbe subito le
conseguenze, nè s'avvide che il rinnovamento del maggior consiglio che
si fece nel susseguente anno colle stesse norme, trovavasi ridotto ad
una vana formalità: perciocchè la quarantia raffermò tre anni di seguito
que' medesimi ch'ella aveva eletti la prima volta. I tre elettori
nominati ogni anno dal maggior consiglio per formare la lista degli
altri cittadini eleggibili (questo era il vocabolo adoperato dalla
legge) seguivano lo stesso principio aristocratico, e soltanto
prendevansi cura di supplire alle vacanze prodotte dalla morte di alcuni
membri. Un decreto del 1298, richiamando quello ch'era stato proposto
del 1286, ordinava agli elettori di non presentare se non individui che
avessero già seduto nel maggior consiglio, o i di cui maggiori ne
fossero stati membri; nel 1300, fu più espressamente vietata
l'ammissione di _uomini nuovi_; nel 1315, nel consiglio della quarantia,
fu aperto un libro nel quale tutti coloro che avessero le qualità
richieste per essere eleggibili, dovevano, giunti che fossero ai
diciott'anni, farsi iscrivere dai notari del consiglio, affinchè gli
elettori avessero sott'occhio tutti coloro ch'era loro permesso di
presentare; l'anno 1319 queste iscrizioni vennero sottomesse
all'ispezione degli _avogadori di comune_, obbligati di verificare, nel
termine di un mese col mezzo di una procedura inquisitoriale, se la
persona iscritta aveva tutte le richieste qualità; e finalmente nello
stesso anno con un decreto che perfezionò il sistema aristocratico,
vennero soppressi i tre elettori annuali, abolito il rinnovamento
periodico del maggior consiglio, che ritenevasi eseguito nella festa di
san Michele; ed ammessi a farsi iscrivere di pieno diritto nel libro
d'oro quelli che in età di venticinque anni avessero i necessarj
requisiti per essere accettati, senza la formalità di nuova elezione,
nel maggior consiglio. Di qui ebbe origine quella formola adoperata
ancora nella nostra età per le prove di nobiltà a Venezia: _per suos et
per viginti quinque annos_: provare, che i suoi ascendenti paterni erano
stati membri del maggior consiglio e provare d'avere 25 anni.

Per tal modo quella rivoluzione, che molti storici rappresentarono come
l'opera d'un giorno[296], non ottenne compimento che nello spazio di 23
anni, sebbene fosse stata preparata nel precedente secolo. Tale lentezza
può sola spiegare la pazienza e la rassegnazione del popolo veneziano
addormentato da una dissimulata politica, ma che non sarebbesi tutt'ad
un tratto lasciata togliere la preziosa eredità dei diritti politici che
aveva fin allora posseduti. Malgrado l'arte adoperata dal Gradenigo per
nascondere al popolo i suoi progetti e le ambiziose mire del maggior
consiglio, non si compì la sedizione senza resistenza e senza
spargimento di sangue.

  [296] Tra gli altri vedasi _Laugier, Hist. de Venise, l. X. t. III_.

La prima sedizione scoppiò nel 1299, poco dopo la pace fatta colla
repubblica di Genova, e ne furono capi i popolari, Marino Bocconio,
Giovanni Baldovino e Michele Giuda. Se la costituzione non avesse subite
mutazioni, costoro e per le loro ricchezze e pei loro talenti avrebbero
a ragione preteso di entrare nella magistratura: onde si proponevano di
ottenere colla forza l'ingresso nel maggior consiglio agli uomini del
loro ordine; ma si trovarono prevenuti dalla vigilanza di Gradenigo, che
fece perire i capi sul palco, esiliare e punire in altri modi i meno
colpevoli.

Una più calda congiura scoppiò del 1310, nella quale presero la
principale parte le più nobili e potenti famiglie di Venezia. Alcuni
gentiluomini eransi veduti esclusi dal maggiore consiglio nella riforma
del 1297, di modo che si trovavano d'inferiore condizione a molti plebei
che vi erano stati ammessi; altri, sebbene avevano luogo nel maggior
consiglio, non erano perciò soddisfatti della rivoluzione; perciocchè
invece d'accrescer l'autorità loro, l'aveva anzi diminuita,
confondendoli nella folla de' consiglieri, dai quali prima d'allora li
separava il favor popolare. Boemondo Tiepolo, fratello di quel Giacomo
che il popolo aveva tentato d'opporre a Gradenigo, si pose alla testa
dei congiurati, associandosi i principali capi delle case Querini e
Badoero. L'ultima di queste famiglie, che prima portava il nome di
Partecipazio, aveva ne' primi secoli della repubblica posseduta quasi
per diritto ereditario la dignità ducale. I Dauri, Barbari, Barocci,
Vendelini, Lombardi ed altri gentiluomini si associarono ai congiurati,
e si resero forti colla massa de' plebei malcontenti e col nome della
Chiesa e del partito guelfo, accusando il doge d'essere ghibellino, per
avere provocate sulla repubblica le scomuniche del papa coll'impresa di
Ferrara: per altro i vocaboli di Guelfo e di Ghibellino non erano fino a
tale epoca in Venezia conosciuti. I congiurati progettarono di occupare
per forza la piazza di san Marco ed il palazzo ducale, di uccidere il
doge, di sciogliere il maggior consiglio e di rimpiazzarlo, secondo
l'antica costumanza, con un'elezione annuale.

Venezia non conosceva ancora quella sospettosa polizia, inventata ne'
susseguenti tempi da quel governo. Ne' tempi a noi più vicini i
malcontenti sempre tenuti di vista dagl'inquisitori di Stato, sempre
circondati di spie e di delatori, lungi dal poter condurre una trama
contro al governo fino alla vigilia della sua esecuzione, non avrebbero
pure avuto il tempo di adunarsi per lagnarsene: perciocchè giunse un
tempo nel quale la sicurezza de' governanti venne risguardata come
l'unico scopo dell'ordine sociale, e a quella si sagrificarono la
sicurezza, la libertà, la tranquillità dei cittadini. Il doge non ebbe
sentore della cospirazione che in sul far della sera della domenica 15
giugno: gli fu dato avviso che adunavansi moltissime persone presso di
Boemondo Tiepolo, ed altre assai innanzi alla casa Querini. Fece
all'istante chiamare i consiglieri della signoria, gli avogadori di
comune, e que' nobili che sapeva attaccati al nuovo ordine di cose.
Mandò ordine ai sediziosi di separarsi, ed in pari tempo afforzò tutte
le strade che fanno capo alla piazza di san Marco[297].

  [297] Lettere del doge ai castellani di Modone e di Corone. _Ad
  calcem Chron. Danduli. t. XII, p. 488._

Intanto i congiurati avevano occupata la camera degli ufficiali di pace
a Rialto e quella delle biade. Il lunedì mattina allo spuntar del giorno
marciarono verso la piazza. Diversi militari stranieri confusi coi
congiurati, assai numerosi anche soli, ne accrescevano le forze; onde la
battaglia, che attaccarono colle truppe comandate dal doge, riuscì
sanguinosissima. Ma questi che aveva avuto molte ore di tempo per
prepararsi, approfittò del vantaggio che davangli le località, immenso
vantaggio per chi sta sulle difese. Le strade che conducono alla piazza
di san Marco sono così anguste e tortuose, che la moltitudine degli
assalitori rendevasi inutile; essi cadevano, senza aver potuto
combattere, sotto i colpi di coloro che difendevano le barricate, e che
gettavano pietre dalle finestre. Dopo un ostinato attacco, Marco Querini
e suo figlio Benedetto caddero morti; e gli altri congiurati,
scoraggiati dall'inutilità de' loro sforzi, ritiraronsi verso il ponte
di Rialto e si afforzarono nel quartiere della città posto al di là di
Canal grande. Se il doge gli avesse inseguiti, avrebbe a vicenda avuto
lo stesso svantaggio, che in conseguenza della costruzione di Venezia
devono soffrire gli assalitori; ma egli offrì accortamente ai congiurati
di entrare subito in negoziazioni, promettendo di usare dolcemente della
vittoria; e seppe così bene approfittare dello scoraggiamento che la
battaglia presso san Marco aveva sparso ne' congiurati, che ridusse
tutti i gentiluomini avversarj ad uscire di città ed a promettere di
recarsi in quel luogo d'esilio che loro verrebbe assegnato[298].

  [298] Il Sandi ed il Muratori vogliono accaduta questa congiura del
  1309, senza che io possa intenderne la cagione. Tutte le lettere
  originali riportate da Rafaino Caresino, nella continuazione di
  Dandolo, portano la data del 1310; ed i due più antichi storici
  della repubblica, Navagero, _p. 1016_, e Marin Sanuto, _p. 588_,
  tengono la stessa data. Vedasi ancora _Laugier Hist. de Venise, l.
  X, t. III, p. 228_.

Il pericolo in cui una così potente congiura aveva posta la repubblica,
o a meglio dire il partito aristocratico, ispirò a questo partito un
lungo terrore, che gli fece per sua salvezza adottare tali misure che
affatto snaturarono la costituzione dello stato. Per tenere di vista i
congiurati, rimasti per la maggior parte sotto le armi a Treviso o nel
suo contado, per dissipare le congiure de' malcontenti, e provvedere con
una forza dittatoriale alla salvezza di coloro che governavano lo stato,
il maggior consiglio creò il consiglio de' dieci, che doveva durare
soltanto due mesi; gli affidò un'autorità sovrana, incaricandolo di
comprimere e punire nei nobili i delitti di fellonia e di alto
tradimento; e nello stesso tempo gli diede ampia facoltà di disporre del
pubblico erario, di ordinare e di provvedere come potrebbe farlo il
maggior consiglio colla pienezza della sua sovranità.

Il consiglio de' dieci venne nominato dal maggior consiglio, che si fece
un dovere di non nominare in pari tempo, per l'esercizio di queste
formidabili funzioni, due membri della stessa famiglia, o solamente
dello stesso casato. Oltre i dieci consiglieri _neri_ che, dopo il 1311,
vennero eletti per un anno, facevano parte di questo consiglio il doge
ed i sei consiglieri _rossi_ che formano la signoria[299]. Gli ultimi
durano in carica solamente otto mesi. Perciò il consiglio dei dieci era
effettivamente composto di diciassette membri che si rinnovavano tutti
in differenti epoche. Il doge era presidente a vita; i dieci neri si
eleggevano in quattro adunanze nei mesi d'agosto e di settembre d'ogni
anno; ed ogni quattro mesi si nominavano tre rossi[300].

  [299] Il colore dell'abito di cerimonia diede loro il nome di rossi
  e di neri.

  [300] _Vettor Sandi Stor. Civile, l. V, c. 11, p. 32. — Andrea
  Navagero Stor. Venez. t. XXIII, p. 1019. — Laugier Hist. de Venise,
  l. X, t. III, p. 243. — Memoires histor. et polit. de Lèopold Curti
  2.ª ediz. p. I, c. 4, t. I, p. 81._ — Per altro Vettor Sandi non
  decide positivamente se fino dalla sua origine il consiglio dei
  dieci fosse presieduto dal doge e dal suo piccolo consiglio.

Il decreto che istituì il consiglio dei dieci, delegava i diritti della
sovranità ad una commissione; lo che riesce sempre pericoloso per la
libertà politica: ma faceva ancora di più, accordava a questa
commissione un potere arbitrario incompetente alla stessa sovranità, un
potere non accordato dai cittadini al governo e che non può esistere
senza distruggere la civile libertà ed i più cari diritti degli
individui. Il consiglio dei dieci fu autorizzato a perseguitare e punire
i delitti dei nobili con una segreta ed inquisitoriale procedura, che,
non dando veruna guarenzia alla società, può salvare il colpevole e
punire l'innocente; ma che col suo medesimo ministero ispirava a tutta
la nazione quel profondo terrore in cui si voleva mantenere. I
testimonj, lungi d'essere confrontati coll'accusato, non gli si
nominavano nè pure, levandosi dalle loro giurate deposizioni tutto
quanto poteva contribuire a fargli conoscere; di modo che la
testimonianza giuridica si cambiò in una perfida delazione, in un vile
spionaggio. Effettivamente il consiglio de' dieci cominciò dopo
quest'epoca a pagare migliaja di delatori per sopravvegliare e talvolta
calunniare la condotta di tutti i cittadini; ed allora ebbe
cominciamento quell'arte perniciosa de' moderni governi, che venne
indicata col mascherato nome di _polizia_. La condanna ed il supplicio
erano d'ordinario tenuti segreti come la procedura. Il consiglio non
rispondeva delle sue sentenze nè della sua condotta a veruna
magistratura della repubblica; non eravi appellazione che allo stesso
consiglio, il quale colla prima sentenza si obbligava spesso a non
rivedere la pronunciata sentenza. In conseguenza dichiarava talvolta che
non accorderebbe grazia al colpevole se non dopo passati alcuni anni, o
senza la maggiorità di due terzi, di tre quarti, di cinque sesti di
suffragi, maggiorità spesse volte impossibile ad ottenersi[301].

  [301] Si vedano le _Memorie istoriche e politiche di Leopoldo Curti
  p. I, c. 4, t. I, p. 81-109; e p. II, c. 4, t. II, p. 1-95_.

Il consiglio dei dieci, fin quasi dalla prima sua istituzione, si arrogò
la suprema direzione della repubblica; riunì i poteri fin allora divisi,
diede un centro all'autorità ed una irresistibile potenza alla volontà
direttrice del governo. Per dirlo in una parola, stabilì il despotismo e
non conservò che il nome della libertà. D'altra parte ebbe le qualità di
un governo fermo, vigilante, che con profonda politica concepiva i suoi
progetti e gli eseguiva con una irremovibile costanza. Ingrandì al di
fuori la repubblica, sebbene in pari tempo la facesse odiare col mancar
di fede; la mantenne internamente tranquilla, soffocando le congiure nel
loro nascere e sempre rendendo impotente l'odio eccitato dal suo
despotismo. Ma la stabilità d'un governo non è un vantaggio per la
nazione che allora quando lo stesso governo è un bene. Quale vantaggio
ne veniva al nobile veneziano dall'aver nulla a temere il consiglio de'
dieci, quando poi ogni giorno la sua libertà, la sua proprietà, la sua
vita erano più minacciate da questo solo consiglio, che da tutti i suoi
nemici? Quale vantaggio ritraeva la nazione dall'ingrandimento del
territorio, se la stessa nazione perdeva la sua felicità sotto il
despotismo, e se colle sue conquiste non faceva che accrescere il numero
de' suoi compagni di schiavitù? Si trova nello stabilimento della vera
tirannide per la conservazione della libertà una così aperta
contraddizione, che mal si può concepire come gli uomini possano esserne
per lo spazio di più secoli contenti. Il consiglio de' dieci durò quasi
cinquecento anni, rendendo ogni giorno, fino all'ultimo di sua
esistenza, più pesante il giogo da lui posto alla nazione; ed intanto
esso l'aveva in modo accostumata a credere alla necessità del suo
potere, che il corpo dei nobili, che più degli altri ne sentiva il peso,
non prese giammai la ferma risoluzione di distruggerlo, com'era ogni
anno in suo arbitrio il farlo in tempo delle elezioni d'agosto e di
settembre, che rinnovavano questo formidabile consiglio. Se in tali
elezioni il maggior consiglio avesse rifiutata l'assoluta maggiorità dei
suffragi a tutti coloro che si fossero presentati per entrare in quello
dei dieci, questo consiglio veniva col fatto soppresso. Più volte i
nobili usarono del loro diritto di rifiutare in tal modo i suffragi, per
ridurre i dieci a mettere alcuni limiti al loro potere; ma non hanno mai
persistito, come avrebbero dovuto fare, fino alla totale abolizione di
questo odioso corpo.

Due cose per altro assai notabili si osservano in questo despotismo
repubblicano. Primo la consolazione che i cittadini possono trovare
della perdita della libertà civile nell'acquisto o nella partecipazione
ad un grande potere; compenso che non può aver luogo che in uno stato in
cui sonovi pochi cittadini, e dove per conseguenza la volta di giugnere
al supremo potere è abbastanza vicina per addolcire il giornaliero
sacrificio che ogni cittadino fa de' suoi diritti a questo potere; e per
tal modo nelle antiche repubbliche non esisteva veruna libertà civile;
il cittadino riconoscevasi schiavo della nazione di cui era parte; si
abbandonava interamente alle decisioni del sovrano, senza contestare al
legislatore il diritto di _controllare_ tutte le sue azioni, o di
violentare in tutto le sue volontà; ma d'altra parte era egli stesso a
vicenda e sovrano e legislatore. Conosceva il valore del suo voto in una
nazione abbastanza piccola perchè ogni cittadino potesse esservi
principe, e sentiva che come suddito sagrificava la sua libertà civile a
sè medesimo come sovrano. Lo stesso accadeva a Venezia ove la nazione si
componeva, dopo la chiusura del maggior consiglio, di soli nobili, e
dove non essendovi più di mille duecento cittadini attivi, tutti avevano
il diritto e la prossima speranza d'essere ammessi a vicenda in quel
tremendo consiglio dei dieci, per esercitarvi quello stesso potere che
aveva temuto in tutto il rimanente del viver suo. Questa specie di
compenso ebbe luogo effettivamente finchè gli affari della repubblica
prosperarono; e malgrado il despotismo del suo governo, i nobili si
mantennero costantemente affezionati alla loro patria. Ognuno comprende
quanto un tale compenso sarebbe illusorio, se invece di soli mille
duecento nobili si fossero contati nella repubblica alcuni milioni di
cittadini attivi. Negli ultimi due secoli diventò illusoria per una
diversa ragione: si formò un'oligarchia in seno all'aristocrazia, e la
porta del consiglio de' dieci non rimase aperta che a sole sessanta
famiglie e forse meno.

L'altro oggetto degno d'osservazione è la facilità con cui, in una
repubblica, un immenso potere esecutivo militare e finanziere può
limitarsi ed anche distruggersi affatto. Se nelle quattro assemblee
annuali in cui i membri del consiglio dei dieci dovevano successivamente
eleggersi, i gentiluomini avessero semplicemente rifiutato di dare i
loro suffragi, questo potente consiglio che disponeva a suo arbitrio di
tutte le finanze, di tutte le forze di terra e di mare, di tutti i
tribunali della repubblica e perfino della vita di tutti gl'individui,
questo tremendo consiglio avrebbe cessato d'esistere senza disamina e
senza un giudizio. In mezzo a tutta la sua dispotica autorità, non pensò
mai nella sua lunga esistenza di cinque secoli di rinnovarsi da sè
medesimo senza aver bisogno del suffragio de' suoi committenti[302]. La
possibilità riservata al sovrano di far cessare un'autorità dispotica,
non guarentisce, gli è vero, bastantemente la libertà; ma indica almeno
essere questa la sola maniera pratica di contenere entro i limiti d'una
dipendenza sociale un troppo vasto potere esecutivo. Invano si vorrebbe
sottoporlo ad una rigorosa risponsabilità innanzi ai tribunali; invano
s'innalzerebbe un'alta corte nazionale per giudicare gli abusi del
potere, coloro che sono gli arbitri dell'armata e del tesoro, non si
lasciano atterrire da vane parole, non risguardando essi un'accusa o una
chiamata in giudizio a rendere conto della loro condotta, che quale
avviso di preparare le armi per difendersi. D'uopo è, come praticavasi
in Venezia, che il primo attacco li faccia immediatamente rientrare
nella classe de' privati cittadini; che vengano spogliati del potere di
nuocere, invece di pensare a punirli; che ne siano spogliati col
semplice rifiuto dei suffragi, che non espone verun individuo alla loro
vendetta e che non richiede l'uso di un grande coraggio civile; che ne
siano spogliati senza che il corpo che li colpisce, subentri
nell'esercizio delle loro prerogative e diritti: imperciocchè rendesi
necessario di rimuovere perfino il sospetto che siasi preso consiglio
dal proprio orgoglio ed ambizione per provvedere alla libertà nazionale.
Quanto più si esaminerà questa semplicissima istituzione di Venezia, ci
si renderà sempre più chiara ed aperta la felice applicazione che si
potrebbe farne in più liberi governi che quello non era[303].

  [302] Il maggior consiglio rifiutò la prima volta i suoi suffragi
  l'anno 1582; l'ultima volta l'anno 1761. Prima di tali epoche aveva
  adoperati mezzi più immediati avanti di far uso di questo estremo
  rimedio. Dopo il 1761 minacciò più volte tale rifiuto fino alla
  caduta della repubblica.

  [303] Questa possibilità di rifiutare il suo suffragio al consiglio
  dei dieci e di abolirne con questo solo fatto la continuazione è
  tanto antica quanto l'istituzione dello stesso consiglio. Colla
  _parte_ del maggior consiglio del 3 gennajo 1311, che rafferma per
  cinque anni il consiglio dei dieci, viene ordinato che tutti i suoi
  membri debbano essere individualmente approvati ogni quattro mesi
  dal maggior consiglio. In tale epoca i dieci non erano ancora
  obbligati dopo un determinato tempo di cedere il loro luogo a nuovi
  eletti, e non erano sottoposti alla _contumacia_, per valermi de'
  vocaboli delle leggi venete; ma potevano essere riconfermati per un
  tempo indefinito. _Navag. Hist. Ven. t. XXIII. p. 1020._

Mentre i Veneziani, occupati trovandosi intorno alla riforma dei loro
governo, ricusavano di prendere parte negli affari generali d'Italia, e
per avere pace colla chiesa, cedevano di nuovo ai legati pontificj le
fortezze di Ferrara di fresco venute in loro potere; mentre le loro armi
venivano esclusivamente adoperate in Dalmazia contro le città di Zara,
di Traù, di Sebenico, che spesso si ribellavano alla repubblica, i
Guelfi toscani liberati finalmente dal terrore che aveva loro ispirato
Enrico VII, preparavansi, coll'unione di tutte le forze del partito, a
distruggere i Ghibellini ed a punire la città di Pisa per avere soccorso
il nemico della loro libertà.

La repubblica di Pisa, come abbiamo osservato nel precedente capitolo,
aveva dato per capo ai cavalieri tenuti al suo soldo Uguccione della
Fagiuola, uno de' più riputati capitani di parte ghibellina. Giunto egli
a Pisa il 22 settembre del 1313, andò subito a guastare il territorio
lucchese; e, prima che i Guelfi si fossero preparati alla difesa, aveva
occupato Buti, svaligiata Santa Maria del Giudice, ed insultati i
Lucchesi fin presso le loro mura. La lega guelfa, ritardata e
contrariata da Roberto re di Napoli, ch'ella si era dato per capo, non
prendeva alcuna misura vigorosa; i Fiorentini abbandonavano i Lucchesi
loro alleati, e Roberto eccitava i Pisani a trattare con lui di pace
quando avrebbe dovuto approfittare, per sottometterli, della superiorità
delle sue forze e dello scoraggiamento che la morte d'Enrico aveva
gettato nel partito ghibellino.

I capi della repubblica di Pisa, e più di tutti Banduccio Buonconti, il
più riputato cittadino, non lasciavansi sedurre da questi primi
avvenimenti e si vedevano esposti quasi soli alla collera di Roberto,
che a quest'epoca trovandosi ancora occupato di più importanti progetti,
non tarderebbe, quando fosse tempo, a rovesciare sopra di loro tutte le
sue forze. Roberto, in virtù d'una bolla del 14 marzo 1314, fu dal papa
nominato vicario imperiale di tutta l'Italia durante la vacanza
dell'impero; in pari tempo venne eletto senatore di Roma; mentre per
diritto ereditario era sovrano di Napoli e della contea di Provenza;
finalmente era stato riconosciuto signore della Romagna e delle città di
Fiorenza Lucca, Ferrara, Pavia, Alessandria e Bergamo, aggiungendovi
parecchi feudi in Piemonte. Così potente sovrano era per la repubblica
pisana un troppo formidabile nemico, e perciò i consoli di mare e gli
anziani si affrettarono, dietro gl'inviti fatti da Roberto, di mandare a
Napoli un ambasciatore, ed approfittando della circostanza in cui il re
preparavasi a portare la guerra in Sicilia, fecero con esso lui un
trattato di pace e d'alleanza alle seguenti condizioni: che i Pisani non
ajuterebbero in verun modo i nemici del re e nominatamente Federico
d'Arragona; che darebbero a Roberto per tre mesi cinque galere e gli
pagherebbero cinquemila fiorini al mese per la spedizione di Sicilia.
Per rendere questa pace comune ai Lucchesi ad ai Fiorentini accordavano
a questi una franchigia dalle gabelle nel loro porto, e restituivano
agli altri i castelli loro occupati. Finalmente essi richiamavano tutti
i Guelfi esiliati, rendendo loro i diritti della cittadinanza[304].

  [304] _Cron. di Pisa di Bern. Marangoni, p. 626. — Monumenta Pisana
  t. XV, p. 989._

In conseguenza di questa pace i Pisani dovevano licenziare Uguccione e
le truppe tedesche: ma Uguccione non poteva sostenersi che colla guerra;
ed il combattere contro forze superiori sembravagli miglior partito che
il riposo; e sia ch'egli molto fidasse ne' suoi talenti, o pure che
fosse determinato d'arrischiar tutto, poich'ebbe cercato invano di
stornare la ratifica della pace, invitò il popolo a prendere le armi, e
facendo portare nelle strade alcune aquile vive, insegna de' Ghibellini,
fece gridare al tradimento contro i Guelfi. La truppa de' sediziosi, da
lui comandata, s'incontrò in quella di Banduccio Buonconti, che voleva
difendere l'indipendenza de' magistrati; egli la disperse, e fatti
arrestare Banduccio e suo figliuolo, ed accusatili d'avere voluto
tradire il partito ghibellino e la libertà della patria, fece loro
tagliare il capo. In seguito adunò il consiglio di già intimidito da
questa esecuzione, facendogli emanare un decreto, che niuno potesse
venir eletto magistrato se non provava ch'egli e i suoi antenati erano
sempre stati ghibellini. In tal modo egli acquistò un'autorità quasi
tirannica sul governo della repubblica e ad altro più non pensò che a
rinnovare la guerra con maggior vigore.

La gelosia che si manifestò tra alcune famiglie guelfe in Lucca, gli
diede ben tosto opportunità d'illustrare la sua amministrazione con una
brillante conquista. Gli Obizzi, famiglia guelfa della nobiltà lucchese,
eransi da più anni innalzati al di sopra delle famiglie rivali;
dirigevano essi soli tutti i consigli della repubblica. Da più d'un
secolo e mezzo che il partito guelfo era in Lucca dominante, avevano
avuto tempo di concentrare i poteri dell'aristocrazia; e la rivoluzione,
che del 1301 aveva cacciati i Bianchi da questa città, assicurò
l'autorità de' gentiluomini. Il popolo gli odiava e compiangeva le molte
famiglie de' Bianchi e degl'Interminelli esiliate; e quando un partito
della nobiltà unì la sua gelosia contro gli Obizzi al risentimento della
plebe, il governo non ebbe più bastanti forze per mantenersi. Arrigo
Bernarducci, capo de' malcontenti, dopo aver fatto innanzi agli anziani
una calda pittura dei guasti cagionati dalla loro guerra coi Pisani e
della negligenza di Roberto nel difenderli, costrinse questi magistrati
a proporre nel maggior consiglio la pace. Unanimi furono i voti di
questo corpo, e furono nominati de' commissarj, che, abboccatisi con
quelli di Pisa a Ripafratta, conchiusero in pochi giorni la pace, a
condizione che i Lucchesi richiamassero tutti gli esiliati[305].

  [305] _Storie Pistolesi anon. t. XI, p. 405._

Alla testa di costoro rientrò in Lucca Castruccio Castracani
degl'Interminelli, giovane che dava già indizio de' straordinarj talenti
che doveva un giorno spiegare, e che ne' dieci anni, in cui fu esule
dalla patria, aveva visitato l'Inghilterra, le Fiandre e le città
ghibelline della Lombardia ove aveva appreso il mestiere delle armi
sotto i più esperti generali[306]. Castruccio volle approfittare della
superiorità che il suo ritorno poteva dare al partito ghibellino, e fece
segretamente domandare soccorso ad Uguccione della Fagiuola; poi il
giorno 14 giugno del 1314 venne con quelli del suo partito a stabilirsi
e fortificarsi avanti a Porta San Freddiano per essere a portata
d'aprirla al generale ghibellino, tosto che questi vi si presentasse.
Castruccio fu attaccato dai Guelfi, e mentre difendevasi nelle case
degli Onesti e de' Fatinelli, Uguccione giunse alle porte di Lucca con
tutta la cavalleria di Pisa. Niun Guelfo si presentò per difendere le
mura, nè veruno del partito di Castruccio s'avvisò d'imporre condizioni
a quest'armata alleata; onde Uguccione, fatta una breccia nelle mura,
entrò in Lucca ed abbandonò la città al saccheggio, prima che i Guelfi
ed i Ghibellini, che combattevano tra di loro, sapessero la sua venuta.
Immenso fu il bottino fatto in tale occasione da' Pisani[307]; oltre
ch'essi spogliarono coll'ultimo rigore i Lucchesi, contro de' quali
avevano lungo tempo nudrito un violento odio, trovarono nella chiesa di
san Freddiano il tesoro del papa, che aveva fatto venire da Roma per
trasportarlo in Francia tostochè le strade fossero state più sicure.
Uguccione, dopo aver fatta questa importante conquista, lasciò suo
figliuolo Francesco governatore di Lucca e tornò a Pisa[308].

  [306] _Nicolai Tegrimi, Vita Castruccii Castracani, t. XI, p. 1318._

  [307] Il bottino fatto a Lucca doveva essere tanto più
  ragguardevole, in quanto che i Lucchesi avevano i primi fatto un
  gran commercio di banco ed erano tutti riputati usuraj. Mentre un
  demonio ne portava uno all'inferno, Dante gli fa dire:

     «Ecco un degli Anzian di Santa Zita:
      Mettetel sotto, ch'io torno per anche
    A quella terra che n'è ben fornita:
      Ogni uom v'è barattier, fuorchè Bonturo.
      Del nò, per li denar, vi si fa ita.»
                        _Inferno, cant. XXI._

  E Bonturo Dati, da lui eccepito solo, era pure il più celebre
  usurajo d'Europa.

  [308] _Storie Pist. anonime t. XI. — Gio. Villani l. IX, c. 59. —
  Croniche di Pisa del Marangoni. — Monumenta Pisana t. XV, p. 991._

I Guelfi lucchesi, cacciati dalla loro patria, si fortificarono in
alcune castella di Val di Nievole e chiesero ajuto ai Fiorentini, i
quali vivamente sentendo la sventura de' loro alleati, e spaventati
dalle funeste conseguenze che questo avvenimento poteva avere, adunarono
soldati da ogni banda ed accordarono una vantaggiosa pace agli Aretini,
onde rivolgere tutte le loro forze contro d'Uguccione. In pari tempo
chiesero al re Roberto i soccorsi che da lungo tempo avrebbe dovuto
mandare in Toscana; perchè, mosso dalle loro istanze, Roberto mandò il
suo più giovane fratello Pietro, il quale entrò in Firenze il giorno 18
agosto del 1314 con trecento uomini d'armi che Roberto mandava in
soccorso della lega guelfa.

Questa truppa non bastava a dare ai Fiorentini un deciso vantaggio sopra
un così attivo e valoroso generale com'era Uguccione, il quale dal canto
suo non lasciava un istante di riposo ai Guelfi vicini, guastando quasi
nello stesso tempo le terre di Pistoja, di Samminiato e di Volterra,
occupando le più importanti castella di Val di Nievole ed assediando
Montecatini, la sola fortezza che rimanesse in mano de' Guelfi tra Lucca
e Pistoja.

I Fiorentini vedevano con sommo timore, senza potervi provvedere, i
rapidi progressi d'Uguccione, perchè s'erano legate le mani col dare nel
precedente anno la loro signoria a Roberto. Altronde non potendo
liberamente disporre delle loro finanze e non avendo un credito
indipendente, erano inabilitati a fare da se medesimi uno sforzo
vigoroso contro il nemico che li tribolava. Dovettero dunque nuovamente
ricorrere al re Roberto, pregandolo a spedire un altro de' suoi
fratelli, Filippo, principe di Taranto, per comandare le loro milizie.
Questo principe arrivò l'undici luglio del 1315 con suo figlio Carlo e
cinquecento uomini d'armi al soldo de' Fiorentini.

Intanto Uguccione andava stringendo l'assedio di Montecatini; ma avuto
avviso degli apparecchi che si facevano in Firenze per attaccarlo, aveva
chiamati al suo campo tutti gli alleati ghibellini, e formata un'armata
di due mila cinquecento uomini d'armi con un proporzionato numero
d'infanteria[309]. Dal canto loro i Fiorentini avevano ricevuti rinforzi
da Bologna, Siena, Perugia, Città di Castello, Agobbio, Pistoja,
Volterra, Prato e dalle città della Romagna; ed avevano formato
un'armata di tre mila duecento cavalli con un grosso corpo di
pedoni[310]. Ne prese il comando Filippo, principe di Taranto, il
maggiore de' fratelli del re, il quale mosse da Firenze il 6 agosto del
1315 per far levare l'assedio di Montecatini.

  [309] Il Marangoni nelle Cronache di Pisa dà ad Uguccione 22700
  uomini d'ogni arma.

  [310] Stando alla Cronaca di Pisa l'armata fiorentina era forte di
  54,000 uomini. Gli altri scrittori non danno il numero de' pedoni.

Uguccione, supponendo che i Fiorentini s'avanzassero per il piano di
Fucecchio, ne aveva afforzati i passaggi; ma invece s'avanzarono essi
dalla banda più settentrionale e giunsero per Monsummano fino in faccia
al suo accampamento, da cui non li separava che la Nievole. Sebbene
questo piccolo fiume non potesse ritardar molto il passaggio delle
truppe, nè l'una parte nè l'altra osava passarlo in faccia al
nemico[311]; sicchè rimasero alcuni giorni al loro posto senza che
Uguccione abbandonasse un solo istante Montecatini e che il principe
potesse soccorrere la fortezza.

  [311] Il nerbo delle armate allora stava tutto nella cavalleria
  pesante, ed ogni disuguaglianza di terreno ne impediva la marcia. La
  Nievole non ritarderebbe un solo istante l'infanteria.

Frattanto i Guelfi di Val di Nievole, incoraggiati dalla presenza di
così forte armata, presero le armi ne' castelli e ne' villaggi posti
alle spalle d'Uguccione; ed avendo preso Borgo a Buggiano, impedirono a
questo generale il trasporto delle vittovaglie. Trovossi allora
costretto a levare l'assedio, e nella notte del 28 al 29 d'agosto diede
il segno della partenza: ma accortosi in sul fare del giorno che i
Fiorentini si disponevano ad inseguirlo, fece voltar faccia alle sue
truppe, e gli attaccò vigorosamente, quando credevano tutt'altro che
d'essere attaccati. Gli ausiliarj di Siena e di Colle furono subito
sgominati, e la debole loro resistenza lasciò esposta tutta l'armata
fiorentina alla cavalleria tedesca d'Uguccione. Per altro i Fiorentini
resistettero lungamente intorno al principe Filippo, ma finalmente
dovettero anch'essi fuggire disordinati. Pietro, fratello del re
Roberto, e Carlo, figliuolo del principe Filippo, rimasero sul campo di
battaglia, come pure il conte di Battifolle, Blasco d'Alagona,
contestabile dell'armata, e molti altri ragguardevoli personaggi.
Duemila furono i morti in battaglia, e millecinquecento rimasero
prigionieri. Molti de' fuggitivi, volendo porsi in sicuro a Fucecchio,
si annegarono nella Gusciana e nelle paludi di questa pianura sommersa.
Anche Uguccione perdette suo figliuolo Francesco, il nipote del
cardinale di Prato e molti valorosi soldati[312].

  [312] _Storie Pistol. anon. t. XI, p. 409. — Gio. Villani l. IX, c.
  70. — Leonardo Aret. l. V. — Bern. Marangoni Cron. di Pisa p. 632. —
  Monum. Pis. t. XV._

Dopo la rotta de' Fiorentini, Montecatini e Monsummano s'arresero al
vincitore; il quale diede il comando di Lucca al suo secondo figlio
Neri, in luogo del primogenito ucciso; ed egli tornò a Pisa ove fu
ricevuto in trionfo.

Ma le vittorie d'un padrone non indennizzano lungo tempo il popolo della
sua tirannia. La nazione non tardò ad accorgersi che quando la gloria ed
i vantaggi più non possono essere suoi, la vittoria del principe è una
rotta de' cittadini. Onde i patriotti pisani trattarono segretamente con
Castruccio Castracani, perchè questi dal canto suo liberasse Lucca dalla
tirannide d'Uguccione. Castruccio aveva avuto molta parte nella vittoria
di Montecatini; era risguardato pel primo cittadino di Lucca, ed
Uguccione, che gli doveva molta riconoscenza, lo trattava con sommo
riguardo, senza però affidargli verun comando. Frattanto avendo
Castruccio attaccati ed uccisi alcuni contadini di Camajore che avevano
tentato d'assassinarlo, Neri della Fagiuola si valse di questo pretesto
per farlo arrestare[313], e scrisse subito a suo padre di venire a Lucca
colla cavalleria tedesca, non osando di mandare al supplicio un uomo che
godeva di così grande riputazione, senza essere sostenuto da
ragguardevoli forze. Infatti Uguccione partì alla testa della sua
cavalleria: era questo l'istante fissato per far ribellare le due città,
le quali per la strada del piano tenuta dalla cavalleria, sono l'una
dall'altra distanti quattordici miglia, e dieci miglia pel cammino della
montagna. Quest'istante fu dai congiurati colto con precisione. Il 10
aprile 1316 non aveva Uguccione ancora fatto due miglia sulla strada di
Lucca, che i patriotti pisani presero le armi. Avevano essi attaccato un
toro alla porta di san Marco di Chinzica, che staccarono in quel
momento, e colle armi sotto il mantello seguirono il furibondo animale
per le più frequentate strade, gridando: fermate il toro, fermate!
Adunarono in tal modo in mezzo alla città molta gente senza eccitare
alcun sospetto nel luogotenente d'Uguccione, il quale credeva il toro
fuggito dal macello. Vedendosi i congiurati in mezzo a sufficiente
numero di cittadini, colà tratti dalla stessa supposizione, gettarono a
terra il loro mantello, ed impugnando la spada ignuda, gridarono: _Viva
il popolo! morte al tiranno!_ A questo grido ripetuto all'istante
dall'un canto all'altro della città, tutti i cittadini presero le armi,
ed unitisi ai congiurati, attaccarono il palazzo d'Uguccione e la porta
di Parlascio; ed avendo ovunque rotti i satelliti del tiranno, li
cacciarono fuori di città. La cavalleria pisana non volle prender parte
a questa sommossa; ma quando fu terminata, si presentarono agli anziani
giurando fedeltà alla repubblica ed alla libertà[314].

  [313] Il Macchiavelli racconta diversamente l'origine di questo
  arresto. Dice che Pietro Agnolo Micheli, riputatissimo gentiluomo di
  Lucca, fu assassinato da un suo nemico, che rifuggiossi in casa di
  Castruccio, il quale prese a difendere l'uccisore. _Vita di
  Castruccio_ tra le opere di Macchiavelli.

  [314] _Monum. Pisana t. XV, p. 996. — Istor. Pistol. anon. t. XI, p.
  411. — Gio. Villani l. IX, c. 76._

Lo stesso giorno presero le armi anche i Lucchesi, o, come vogliono
alcuni, prima che Uguccione entrasse nella loro città, o, secondo altri,
dopo che n'era uscito per reprimere la sedizione di Pisa. Adunaronsi
innanzi alla casa di Neri della Fagiuola, chiedendo altamente la libertà
di Castruccio. Neri non osò rifiutarsi e fece rilasciare il prigioniere,
il quale fu consegnato ai congiurati ancora avente le catene ai piedi ed
alle mani. Queste catene furono lo stendardo dei Lucchesi: essi le
portarono avanti a loro andando ad attaccare i forti ancor difesi da
Neri della Fagiuola; e cacciandolo dalla città co' suoi seguaci, prima
che il padre potesse soccorrerlo, ricuperarono in poco tempo quella
libertà, che già da due anni avevano perduta[315].

  [315] _Vita Castruccii Antelminelli a Nic. Tegrimo t. XI. — Niccolò
  Macchiavelli Vita di Castruccio._

Uguccione e Neri della Fagiuola, perduta ogni speranza di rientrare in
Pisa o in Lucca, si ripararono alla corte di Can grande della Scala in
Verona, ove trovarono un altro più illustre fuoruscito, il poeta Dante,
che si era recato a quella corte dopo la morte di Enrico VII. I Pisani
nominarono allora capitano del popolo e delle milizie il conte Gaddo
della Gherardesca, ed i Lucchesi affidarono per un anno la stessa carica
a Castruccio Castracani. Ma gli uni e gli altri, non essendo più
eccitati alla guerra da Uguccione, acconsentirono volentieri alle
proposte di pace loro fatte da Roberto. I Fiorentini vi si prestarono di
mala voglia, desiderosi di vendicarsi della rotta di Montecatini, ed
accusavano il re di viltà che sì tosto dimenticava la morte del fratello
e del nipote. Ad ogni modo per l'intromissione di Roberto la pace fu
segnata in aprile del 1317 tra tutti i popoli guelfi e ghibellini della
Toscana, restando tutti al possesso delle castella che avevano
conquistate: ai Fiorentini venne assicurata la franchigia del porto di
Pisa; i Pisani promisero di mantenere cinque galere agli ordini del re
Roberto, qualunque volta egli mettesse una flotta in mare, e si
obbligarono, dietro sua domanda, a fabbricare a san Giorgio in Ponte una
chiesa sotto l'invocazione della pace, pel riposo delle anime di coloro
ch'erano morti nella battaglia di Montecatini: la quale chiesa fu poi a
ragione risguardata dai Pisani piuttosto come un monumento della loro
vittoria, che come un segno di triste ricordanza.

Roberto, siccome tutti gli altri principi francesi che guerreggiarono in
Italia dopo Carlo d'Angiò, non ebbe talenti di lunga mano corrispondenti
alla sua ambizione o alla sua profonda politica. Roberto aveva avute
molte rotte anche nella guerra da lui trattata contro Federico di
Sicilia, e perciò, intimamente persuaso della sua incapacità militare,
preferiva, per ingrandirsi, le vie delle negoziazioni.

Un vasto piano era legato alla pace ch'egli aveva fatta segnare alla
Toscana. Le circostanze più favorevoli alla sua ambizione ponevano tutta
l'Italia nelle sue mani. In Germania due principali emuli, Luigi di
Baviera e Federico d'Austria, ambedue coronati nel 1314 come re de'
Romani, l'uno ad Aquisgrana, l'altro a Bonna, distrussero l'autorità
dell'impero volendosene impadronire colle armi. Nella corte d'Avignone
dopo l'interregno di due anni era succeduto a Clemente V, morto del
1314, un nuovo pontefice chiamato Giovanni XXII, affatto ligio a
Roberto: per ultimo questo principe approfittava delle lunghe
dissensioni della Lombardia e della Liguria per cercare di stabilire la
sua autorità in queste due province, e la repubblica di Genova era la
prima conquista che egli disegnava di aggiugnere a' suoi stati. Ma il
nuovo interregno dell'impero, il pontificato di Giovanni XXII e le
rivoluzioni che l'ambizione di Roberto di Napoli causarono all'Italia,
appartengono ad una nuova epoca di questa storia; che serbiamo per
l'altro immediato volume. D'altra parte la caduta dell'ultima repubblica
di Lombardia, dell'ultima fra le città dell'Italia settentrionale che
conservò la libertà democratica, la caduta di Padova, appartiene
all'epoca contemplata dal presente capitolo.

Di quante città aveano segnata la lega lombarda cento cinquant'anni
prima, Padova e Bologna eransi sole conservate in possesso di que'
privilegi pei quali avevano così valorosamente combattuto contro
Federico Barbarossa. Bologna, protetta dalla chiesa, sostenuta dalle
repubbliche toscane, si sottrasse lungo tempo al destino delle città
lombarde, tra le quali non era stata annoverata, sebbene facesse parte
della loro lega. Padova circondata quasi da tutti i lati dai tiranni
lombardi, e conservatasi fedele alla parte guelfa in mezzo ai più
potenti ghibellini, fu più presto esposta agli attacchi, sotto de' quali
doveva finalmente soggiacere.

Il lungo interregno dell'impero era stato per Padova l'epoca più felice.
Dopo la caduta della casa di Romano fino alla discesa d'Enrico VII in
Italia, nella lunga pace di cinquantasette anni[316] questa città,
sempre protetta dalla chiesa e dal partito guelfo, aveva ricuperato, per
la benefica influenza di un libero governo, quella popolazione e quelle
ricchezze ond'era stata spogliata verso la metà del precedente secolo
dalla tirannia d'Ezelino. La città di Vicenza erasi sottomessa ai
Padovani[317]; tutti i Guelfi della Marca Trivigiana si dirigevano a
seconda dei consigli di Padova; finalmente gli studj fiorivano in questa
città, la sua università essendo una delle più rinomate d'Italia; e la
celebrità de' suoi professori per ogni genere di arti liberali vi
chiamava scolari da tutta l'Europa[318]. Padova diede all'Italia nel
quattordicesimo secolo molti de' suoi più riputati storici. Non pertanto
in seno a tanta prosperità l'interna pace della repubblica era
doppiamente minacciata. I Vicentini, vergognandosi di vedersi soggetti
ad una città lungo tempo rivale, odiavano assai più il governo di
Padova, che il despotismo, e piuttosto che rimanere sotto lo stesso
giogo, erano disposti a porsi tra le braccia del primo tiranno della
Lombardia che fosse abbastanza potente per umiliare i Padovani. D'altra
parte la gelosia della nobiltà e del popolo erasi, come nelle altre
città italiane, manifestata anche in Padova, e più volte il governo era
venuto in mano degli artigiani, diretti dai tribuni del popolo detti
_Gastaldoni_: allora lo stato perdeva in faccia agli stranieri la sua
forza e la considerazione di cui godeva; ed i Padovani nel complesso
della loro condotta meritavano spesso tutti i rimproveri che sono stati
fatti alle assolute democrazie. Lo stesso senato era democratico,
venendo composto di mille cittadini che si rinnovavano ogni anno[319];
ed il popolo, sempre diretto dalla passione di dominare, non agiva a
seconda delle regole della più comune prudenza. Una violenta gelosia gli
faceva escludere dal governo que' nobili, che colle loro ricchezze, i
talenti, il coraggio e lo splendore del loro nome, avrebbero dato più di
risalto all'amministrazione: una prevenzione non meno imprudente faceva
loro incautamente confidare la più pericolosa autorità ad una sola di
queste nobili famiglie, a quella che più d'ogn'altra avrebbe potuto
meritare la sua gelosia, e che pure era la sola che n'andasse esente, la
famiglia dei Carrara. I più piccoli avvenimenti ispiravano a questo
popolo un'insensata presunzione, un ridicolo orgoglio; il più leggiero
rovescio ne abbatteva il coraggio, e lo disponeva a soggiacere a tutte
le umiliazioni. Fortunatamente che in que' momenti di terrore i nobili
riacquistavano la loro influenza sopra la moltitudine; ed in allora
guarentivano l'onore nazionale e salvavano la patria.

  [316] _Albert. Mussati De Gestis Ital. l. II, Rub. 2._

  [317] Verso il 1265. I Vicentini avevano già ubbidito quarantasei
  anni ai Padovani, quando del 1311 fecero presso Enrico VII i primi
  tentativi per iscuoterne il giogo. _Ferreti Vicent. Hist. l. IV._

  [318] _Guglielmi Cortusii de novitatibus Paduæ l. I, c. 11, t. XII
  Rer. Ital. p. 778. — Tiraboschi Stor. della Letterat. Ital. l. I, c.
  3, § 12, t. V._

  [319] _Ferreti Vicent. Hist. l. IV, p. 1070._

Durante la spedizione d'Enrico VII, in più modi manifestossi
l'inconseguenza de' Padovani. A vicenda ora volevano resistere, ora fare
con lui la pace. Due volte lo storico Albertino Mussato fu da loro
spedito all'imperatore; due volte comperò da lui sotto dure condizioni
la riconciliazione della repubblica; ed altrettante volte i Padovani
alternativamente gelosi, o di Cane della Scala, o dello stesso Enrico,
ruppero le convenzioni e ricominciarono la guerra: di modo che Enrico,
l'ultimo anno della sua vita, pronunciò in Pisa contro di loro una
sentenza che li privava di tutte le loro onorificenze e franchigie e li
metteva al bando dell'impero[320]. Sedendo nello stesso tribunale,
Enrico aveva pochi giorni prima condannato Roberto re di Napoli.

  [320] _Albert. Mussati Hist. Aug. l. XIV, R. 6._

Gli è vero che le pretese d'Enrico VII erano propriamente fatte per
eccitare la diffidenza della repubblica, e la sua condotta poteva averle
dato giusto motivo di lagnanza. In marzo o in aprile del 1311 aveva
permesso ad un Vicentino emigrato, che trovavasi al suo servigio, di
sollevare cogl'intrighi la sua patria, procurandogli i soccorsi di Cane
della Scala ed istigando tutt'ad un tratto i Vicentini a prendere le
armi, a scacciare la guarnigione padovana e ad inalberare le aquile
imperiali[321]. Quest'avvenimento, che tenne dietro alla prima
infruttuosa missione d'Albertino Mussato, fu cagione di una guerra tra
Padova e Vicenza protetta da Cane della Scala. Nuovi trattati sospesero
subito la guerra ch'ebbe poi fine col trattato di pace di Genova tra
Enrico VII e Padova, di cui il Mussato fu mediatore.

  [321] _Ferretus Vicent. l. IV. — Cortusior. Hist. l. I, c. 13._

Ma mentre l'imperatore, imbarazzato trovandosi nelle guerre di Toscana,
più non incuteva timore alle città lombarde ed alla Marca Trivigiana, il
suo principale campione in questa contrada, Cane della Scala, provocava
di nuovo i Padovani con ostili apparecchi. Fino al 1311 Cane aveva
diviso con suo fratello Alboino il governo di Verona; ma circa un anno
avanti la morte d'Enrico VII morì pure Alboino; perchè Cane più non
trovandosi ritardato o contraddetto ne' suoi vasti progetti da un
collega, diede libero corso al suo carattere inquieto ed audace. Dopo
avere con tutte le sue forze ajutato Enrico, chiese ed ebbe in
ricompensa il governo di Vicenza col titolo di vicario imperiale; e
sebbene ai Vicentini spiacesse di perdere così presto la libertà che
avevano di fresco ricuperata, gli aprirono le porte ed a lui si
sottomisero. Allora Cane della Scala introdusse in Vicenza i soldati
mercenarj ch'egli aveva assoldati di diversi paesi e lingue, e non
risparmiò ai Vicentini le vessazioni che, specialmente in quell'epoca,
accompagnavano un governo militare[322].

  [322] _Ferr. Vicent. l. IV. — Albert. Muss. Hist. Aug. l. VI._

I Padovani, che avevano ragione di temere che Cane in virtù del suo
titolo di vicario imperiale nella Marca Trivigiana, non pretendesse di
avere sopra la loro città que' medesimi diritti ch'esercitava sopra
Vicenza, più non ascoltando che la loro impazienza e la loro collera,
armarono le loro milizie ed assoldarono mercenarj per intraprendere la
guerra. La gioventù aveva piacere che incominciasse: stanca della
monotonia della pace, di cui godeva da tanto tempo la sua patria. «Pure,
dice Ferreto di Vicenza, quando la guerra fu intimata dai due popoli,
gli abitanti delle campagne furono i primi ad essere attaccati: il primo
segno delle ostilità fu la rapina delle loro gregge e de' loro mobili. I
contadini che in questo subito attacco non furono fatti prigionieri,
sforzaronsi di condurre in città e di deporre in luogo sicuro tutto
quanto poteva essere trasportato. Allora si videro gli agricoltori
condurre un lungo ordine di carri, sui quali avevano frettolosamente
caricati i rustici loro mobili e i vasi delle loro cantine; mentre le
madri, coi loro fanciulli al seno o sopra le spalle, venivano a dormire
sotto gli stessi portici delle nostre case. Questa maniera di
guerreggiare, di uccidere e far prigionieri i cittadini, di rubare i
loro beni, e di bruciarne le case, veniva a noi insegnato dagli
stranieri mercenarj che avevano sempre vissuto nei campi. Quante volte
non abbiamo noi veduto strascinarsi da questi empi soldati, che Cane
pagava a prezzo d'oro, truppe di contadini padovani colle mani legate
alle reni? Essi custodivano questi prigionieri nella nostra patria e
crudelmente li maltrattavano per obbligarli a riscattarsi. Nè i
mercenarj di Padova trattavano più dolcemente i contadini di Vicenza:
come mai quest'infelici avevano meritate tante ingiurie!»[323].

  [323] _Ferret. Vicent. l. VI._

La prima conseguenza della guerra fu l'aggravarsi della tirannia di Cane
sui Vicentini: quattro gentiluomini furono da lui incaricati
dell'assoluto governo di questa città; e perchè più prontamente
potessero percepire le imposte, tutte le immunità del popolo, tutte le
leggi furono abolite. Allora scoppiarono in Vicenza delle congiure
contro Cane, le quali giustificarono in certo modo le criminali
inquisizioni, l'esilio, la confisca dei beni di una parte della nobiltà
che rifugiossi in Padova, e che dopo tale epoca portò poi le armi contro
la patria. Ma la libertà non era meno in pericolo a Padova, ove ogni
zuffa era cagione di nuove animosità contro i Ghibellini: il loro capo
Guglielmo Novello, attaccato dai sediziosi nel palazzo pubblico fu
massacrato innanzi allo stesso pretorio; e de' suoi partigiani alcuni
fuggirono, altri come nemici della patria furono condannati a perpetuo
bando[324].

  [324] _Ferreti Vicentini l. VI. — Cortusiorum Historia l. I, c. 15._

Il luogo in cui si veniva più frequentemente a battaglia tra i due
popoli, era quello in cui il Bacchiglione, fiume che attraversa il
Vicentino, si divide in due rami, uno de' quali, dirigendosi al
Sud-Ovest, bagna le campagne d'Este, e l'altro al Sud-Est quelle di
Padova. L'abbondanza delle acque raddoppia la fertilità di quelle ricche
campagne, ed il possesso del fiume per farne scendere una minore o
maggior parte dall'una o dall'altra parte era della più alta importanza
pei due popoli, i quali attaccarono, rovesciarono, rialzarono più volte
le dighe. In queste zuffe i Padovani erano sempre superiori di numero e
di ricchezze; ma Cane, la di cui armata era quasi esclusivamente formata
di mercenarj, accostumati fino dalla fanciullezza al mestiere delle
armi, e che non sapevano cosa fossero la fatica o la pietà, vinceva i
Padovani per conto della disciplina e dell'arte militare.

Avendo i Padovani adunate le truppe sussidiarie di Cremona, di Treviso,
del marchese d'Este e gli esiliati di Vicenza e di Verona; ed inoltre
avendo assoldati alcuni condottieri, tra i quali distinguevansi due
Inglesi, Bertrando ed Ermanno Guglielmo[325], formarono un'armata di
10,000 cavalli e 40,000 fanti; armata formidabile che pareva bastante a
conquistare tutta la Lombardia. Pure sì grande armata, invece di fare
qualche strepitosa impresa, non giovò ad altro che ad attirare sopra la
Venezia un altro flagello. Si tenne lungo tempo accampata, esposta
all'ardore del sole, in riva a' fiumi, le di cui torbide acque appena si
muovono; le malattie vi presero piede, ed una crudele epidemia distrusse
nello stesso tempo i due campi e le due città.

  [325] _Ferret. Vicent. p. 1130._

Il massacro di Guglielmo Novello di Campo Sampiero, e l'espulsione de'
Ghibellini suoi partigiani non riuscirono utili soltanto alla parte
guelfa, ma ancora alla fazione aristocratica che acquistò maggiore
influenza ne' consigli della repubblica. Pel corso di più di mezzo
secolo Padova erasi conservata fedele alla Chiesa, e l'aristocrazia
spalleggiava sempre il partito che una città aveva seguìto più lungo
tempo. Per altro i capi del governo non appartenevano ad antiche
famiglie: erano Pietro Alticlinio, avvocato, e Ronco Agolanti. Avevano
amendue ammassate grandi ricchezze coll'usura, e l'uno e l'altro
abusavano del credito che loro dava lo stato, in particolare permettendo
ai loro figli di valersene per soddisfare alle proprie passioni. Amendue
in onta al partito ghibellino, di cui avevano divise le spoglie, ed in
onta al popolo che avevano escluso dal governo, non erano meno esosi
alla casa dei Carrara, la più ricca della nobiltà, la più popolare, e
quella che colla sua ricchezza minacciava più delle altre la libertà.
Due giovanetti di questa casa, Nicola ed Obizzo, eccitarono, contro il
sentimento de' loro parenti, una sedizione per disfarsi di questi due
capi della repubblica. Introdussero moltissimi contadini in città; ed
incontrando Pietro Alticlinio sulla piazza del mercato, gli furono
addosso e lo sforzarono a fuggire. Nello stesso tempo incominciarono a
gridare, _viva il popolo, viva il popolo solo!_ Da tutte le bande si
corse alle armi: invano il podestà co' suoi sgherri occupò la piazza del
pretorio, i sediziosi si attrupparono in tutte le altre; invano, così
consigliato dal vescovo, il podestà ordinò alle compagnie della milizia
di unirsi nella piazza grande per marciare di là al proprio quartiere:
si allontanarono a stento non più di cento cinquanta passi e ben tosto
tornarono a riempiere la maggior piazza. Intanto i Carrara, ripetendo il
grido di _viva il popolo_, vi aggiunsero quello di _morte ai traditori_;
ed i loro partigiani che si frammischiavano in ogni gruppo di persone,
andavano susurrando di affidare ai Carrara la vendetta nazionale. Ben
tosto fu per acclamazione rimesso lo stendardo del popolo ad Obizzo dei
Carrara; e questi alla testa della plebaglia, ripetendo il grido di
morte, si volse alla casa di Pietro d'Alticlinio. La casa fu
saccheggiata, ed il popolo, ad un tempo credulo e furibondo, si figurò
di avervi trovate le prove de' più odiosi delitti che si attribuivano a
Pietro ed a' suoi figliuoli: prigioni ov'erano stati chiusi di nascosto
i loro nemici; sepolcri nei quali trovaronsi i cadaveri di coloro che
avevano fatto perire; un albergo dipendente da loro, nel quale i
viaggiatori si uccidevano di notte affinchè il proprietario ne
acquistasse le spoglie; per ultimo gl'indizj d'altri inauditi delitti e
meno verosimili: tutte le quali accuse furono confermate con
asseveranza, siccome fatti indubitati[326]. Il primo giorno fu
interamente consacrato al saccheggio di questa potente casa.
All'indomani fu denunciato al popolo Ronco Agolanti, e, sorpreso nel
luogo ov'erasi nascosto, fu massacrato ed il suo cadavere strascinato in
pezzi per le strade. Suo fratello non tardò a provare la medesima sorte;
le loro case e quelle ch'ebbero la disgrazia di trovarsi vicine, furono
saccheggiate, e la plebaglia avida di bottino attaccò in appresso tutti
coloro che gli si denunciavano come amici delle prime vittime. Una voce
propose di vendicarsi di colui, il quale, preparando una nuova tariffa
delle gabelle, voleva impoverire il popolo con odiose contribuzioni.
Quello che veniva in tal modo indicato alla rabbia popolare era
Albertino Mussato lo storico, il quale, per far fronte alle spese della
guerra, aveva proposta una nuova tassa, che credeva più eguale, e stava
formandone il catastro. All'istante i sediziosi si precipitarono verso
la sua casa la quale era assai forte ed unita alle mura della città: ne
furono chiuse le porte, e mentre la furibonda plebe attaccava la
muraglia. Mussato salì a cavallo fuori della vicina porta, e fuggì a
briglia sciolta verso Vico d'Aggere, ove si pose in sicuro. La sua casa
fu salvata dal saccheggio perchè vennero proposte al popolo nuove
vittime. Si seppe che Pietro d'Alticlinio e i tre figliuoli eransi
rifugiati nel vescovado; Pagano della Torre, in allora vescovo di
Padova, fu forzato a consegnarli alla plebe, la quale soddisfatta del
loro supplicio cominciò a calmarsi[327].

  [326] _Albert. Mussati De Gestis Italicor. l. IV, R. I. —
  Cortusiorum Hist. de novitatibus Paduæ l. I, c. 22._

  [327] _Alb. Mussat. Ibid. — Ferret. Vicent. l. VI._

All'indomani, ch'era il primo giorno di maggio del 1314, gli anziani
della città, accompagnati dai tribuni, o gastaldioni, con gli stendardi
del comune e del popolo convocarono l'assemblea dei cittadini. In questa
fu risolto di mettere fine alle vendette; che gli attruppamenti ed il
grido di morte nelle strade sarebbero vietati; che si darebbe opera a
ristabilire la pace tra le famiglie, guarantendola coi matrimonj; che il
governo verrebbe affidato a dieciotto anziani, secondo l'antica pratica;
che sarebbero assistiti dai tribuni; e che la repubblica continuerebbe a
governarsi colla protezione e sotto il nome di parte guelfa. Albertino
Mussato fu richiamato e compensato dal governo de' sofferti danni.

L'indisciplina dei campi non era minore della licenza della città: noi
siamo omai giunti a quegli sventurati tempi in cui la sorte della guerra
non dipendeva più dalle milizie nazionali, a que' tempi ne' quali la
sicurezza e l'onore dello stato venivano confidati a braccia mercenarie
e straniere. Ogni giorno i soldati arrogavansi nuovi privilegi, ed
aggravavano sui popoli i crudeli diritti della guerra; ed in pari tempo
ponevano in dimenticanza la disciplina, l'ubbidienza ed il coraggio
delle antiche repubbliche italiane.

Poco dopo la sedizione del mese di maggio, i Padovani, sotto la condotta
del loro podestà Ponzino Ponzoni cremonese, attaccarono la stessa città
di Vicenza. Cane della Scala erasene allontanato per soccorrere Matteo
Visconti. Il primo di settembre, all'ora de' vesperi, Ponzino alla testa
dell'armata padovana, d'un ragguardevole corpo di mercenarj sotto gli
ordini immediati di Vanne Scornazano e di mille cinquecento carri
destinati al trasporto delle bagaglie e delle armi dell'infanteria
pesante, prese la strada che da Padova conduce a Vicenza. Queste due
città non sono lontane che quindici miglia, ossia cinque ore di marcia,
di modo che l'adunanza de' carri che Ponzino aveva fatta venti giorni
prima, e col più grande segreto per questa spedizione, ci dà la più
straordinaria idea della maniera con cui facevasi allora la guerra; e
tale era la mollezza degli uomini d'armi, che durante questa breve
marcia notturna, la maggior parte avevano deposte le armi sui carri che
li seguivano[328].

  [328] _Albert. Mussatus de Gestis. Ital. l. VI, R. I._

In sul far del giorno l'armata padovana giunse innanzi alle mura del
sobborgo di san Pietro a Vicenza, senza che la sua marcia fosse stata
annunziata da veruno esploratore: le guardie delle porte erano
addormentate; ed alcuni Padovani leggermente armati, attraversando la
fossa, si resero padroni dei ponti levatoj e gli abbassarono prima che i
Vicentini pensassero a difendersi. Le guardie risvegliandosi, fuggirono
in città e ne chiusero le porte; ed i Padovani senza adoperare le armi
rimasero padroni del sobborgo. Il suono delle trombe e le grida di _viva
Padova!_ annunciarono questa vittoria agli abitanti, i quali incerti
della loro sorte, desiderosi di tornare sotto l'amministrazione
repubblicana de' loro padri, desiderosi di scuotere il giogo di Cane, ma
inquieti dell'abuso che forse si farebbe del diritto della guerra,
guardavano tremando i loro vincitori. Ben tosto un proclama in nome di
Ponzino Ponzoni stabilì la pena di morte contro chiunque si rendesse
colpevole di furto o di morte: gli abitanti del sobborgo vi corrisposero
con grida di gioja, gridando ancor essi _viva Padova!_ e le madri
portando i fanciulli nelle braccia sotto i portici, insegnavano loro a
proferire questi due vocaboli.

Frattanto i Vicentini, per meglio difendere il corpo della città,
tentarono d'incendiare le case del sobborgo più vicine alle mura; ed i
Padovani, non sapendo approfittare della loro vittoria, stabilirono il
loro campo duecento passi lontano dal preso sobborgo, di cui affidarono
la guardia a Vanne Scornazano ed a' suoi mercenarj: ma appena giunsero
al luogo in cui volevano fissare il campo, che lo stesso Scornazano,
sortendo dal sobborgo, si avanzò verso il podestà Ponzino e Giacomo di
Carrara, che stava co' principali capi dell'armata: «E qual è, disse,
cittadini di Padova, la vostra maniera di fare la guerra? che significa
quest'indulgenza pei vinti? voi non sapete approfittare della vittoria,
e la vostra pretesa dolcezza sarà da tutto il mondo giudicata debolezza
e pusillanimità. Quando le vostre genti furono vinte si sottrassero alle
ferite o alla morte? vi diedero mai i vostri nemici l'esempio di questa
indulgenza, o piuttosto di questa viltà? Coi nemici accaniti non devesi
risparmiare nè il ferro, nè il fuoco, nè il saccheggio. Accordate ai
vostri soldati il bottino del sobborgo, altrimenti tra poco gli abitanti
ben sapranno trafugare tutte le loro ricchezze[329].»

  [329] _Albertinus Mussatus l. VI, Rub. I._

Ponzino ed i capi del popolo si rifiutarono a questa domanda; ma i
mercenarj non avevano aspettata la decisione del consiglio; ed il
saccheggio era già cominciato. Gli sventurati abitanti del sobborgo, cui
era stata guarentita la sicurezza, furono all'improvviso trattati con
tutto il rigore; e lo stesso Ponzino chiuse gli occhi sulla condotta de'
proprj satelliti che davano l'esempio di tutti i delitti. I mercenarj,
incaricati di custodire la porta che comunica colla città,
l'abbandonarono per ispargersi per le case, e ben tosto la ciurmaglia
del popolo padovano arrivò sollecitamente dal campo per dividere le
spoglie del sobborgo. Furono gettate ne' campi tutte le munizioni che
erano state portate sui carri che seguivano l'armata, onde caricarli de'
più preziosi effetti del bottino: nè i sacri vasi delle chiese, nè le
cose de' monasterj furono rispettate; e la brutalità de' soldati espose
agli ultimi oltraggi le spose e le figlie de' Vicentini, e perfino le
vergini consacrate a Dio[330].

  [330] _Ferreti Vic. Hist. l. VI. — Albert. Mussatus Hist. Ital. l.
  VI, Rub. I. — Cortus. Hist. l. I, c. 23._

Frattanto, avanti l'ora terza del giorno, era stato dato avviso a Cane
della Scala, che trovavasi a Verona, della presa del sobborgo; e tosto
gittatosi in ispalla l'arco, ch'egli soleva spesso portare all'usanza
de' Parti, corse a cavallo a Vicenza con un solo scudiere. Giunto in
città, dopo avere due volte mutato cavallo, chiamò i suoi compagni
d'armi; e non fermandosi che il tempo necessario per bevere un bicchiere
di vino che gli fu presentato da una povera femmina, fece aprire la
porta di Liseria e piombò sui Padovani con soli cento uomini d'armi
ch'eransi adunati intorno a lui. Tutta l'armata padovana era occupata
nel saccheggio o nella dissolutezza. Cane non trovò nel sobborgo veruna
resistenza; alquanto più in là venne fermato un istante da un piccolo
corpo di gentiluomini, fra i quali trovavasi Albertino Mussato, ma
questo pure fu sgominato, ed Albertino scavalcato, fu fatto prigioniere.
A non molta distanza toccò la medesima sorte a Giacomo di Carrara. Tutto
il rimanente dell'armata più non pensò a difendersi, ed era così grande
il terrore de' Padovani, che Cane trovossi, inseguendoli, con soli
quaranta cavalieri, preso in mezzo da cinquecento cavalli fuggitivi
ch'egli si era lasciati addietro. Questi ultimi sembravano agli occhi
de' primi fuggitivi far parte dell'armata di Cane, ed accrescevano il
terrore; essi medesimi conoscevansi posti tra due corpi nemici, e non
osavano di far fronte. In questa disfatta Vanne Scornazano, che l'aveva
procurata, Giacomo e Marsiglio di Carrara ed altri venticinque cavalieri
con circa settecento plebei furono fatti prigionieri. Il numero de'
morti indica il cominciamento di quelle guerre incruenti che avvilirono
il coraggio delle truppe italiane: non si trovarono sul campo di
battaglia che sei gentiluomini e trenta plebei[331].

  [331] _Albert. Muss. l. VI, R. II. — Ferretus Vic. l. VI. — Chron.
  Veron. t. VIII, p. 641._

Dopo tale disfatta i Padovani cercarono di fortificarsi, chiamando in
loro soccorso gli alleati di Treviso, Bologna e Ferrara. Dal canto suo
Cane della Scala fece domandare rinforzi al capo del partito ghibellino,
ai Buonacorsi di Mantova, al duca di Carinzia ed a Guglielmo da
Castrobarco, coi quali credeva di potersi rendere padrone di Padova.
L'eccessive piogge, che inondarono tutta la campagna, ritardarono dieci
giorni tutte le operazioni militari. Frattanto Cane della Scala riceveva
alla sua corte i suoi più distinti prigionieri, Giacomo di Carrara,
Vanne Scornazano ed Albertino Mussato. L'ultimo era nato nella più bassa
classe del popolo, da cui l'avevano innalzato i suoi talenti e la sua
erudizione; ed era risguardato come uno de' più letterati uomini del suo
secolo. «Peraltro, dice Ferreto di Vicenza, non era stato ancora
decorato di una corona di lauro o di ellera col titolo di poeta, non
aveva ancora pubblicata la sua storia, e la sua tragedia d'Ezelino non
comparve che dopo che gli fu dato il titolo di poeta. Ma egli
amministrava già con somma vigilanza gli affari della sua repubblica, ed
in pari tempo compilava con somma cura la storia de' fatti d'Enrico VII
e de' mali d'Italia. Era un uomo di vasti talenti, dotato di prudenza e
di facondia: non andò debitore che a sè medesimo, che ai proprj talenti
del titolo e della corona di poeta; perciocchè non essendo nato
d'illustri parenti non aveva ereditate nè ricchezze, nè credito nella
sua patria; ma sebbene uscito dall'ultima classe, fu dai tribuni e dai
magistrati del popolo innalzato al grado de' padri consolari ed ai primi
onori della repubblica Padovana. Egli ricevette per compenso de' suoi
talenti e delle sue fatiche grandissima fama e grandi ricchezze, che gli
furono assegnate sul tesoro pubblico[332].» Per tal modo il titolo di
poeta, ed una capacità che oggi non ci sembra singolare ottenevano
allora non solo la gloria, ma ancora le ricchezze ed il potere. Al
presente le poesie del Mussato e la sua tragedia non lo salverebbero
dall'obblio; la sua stessa storia è riputatissima solo per essere
contemporanea, e malgrado la molta luce che sparge intorno ai più
importanti avvenimenti di quei tempi, il nome del Mussato non è noto che
a pochi eruditi.

  [332] _Ferretus Vicent. l. IV, p. 1145._

Frattanto la sospensione delle ostilità che non era che una conseguenza
delle inondazioni, e le frequenti conferenze dei capi de' Padovani con
Cane della Scala, ridussero le due parti a proposizioni di pace. Allora
fu che Giacomo da Carrara contrasse segreta amicizia con Cane, onde fu
posto in libertà per trattare personalmente intorno alla pace nella sua
patria.

Giacomo di Carrara ammesso nel senato di Padova dovette disputare contro
Macaruffo, capo de' patriotti, che diffidava della sua ambizione. Non
voleva Macaruffo che la repubblica compromettesse l'onor suo accettando
la pace dopo una disfatta; ma erano così eque le proposizioni di Cane,
che non erano ingiuriose a Padova: ogni città doveva tornare in possesso
del suo antico territorio; i diritti patrimoniali dei cittadini padovani
nel distretto di Vicenza dovevano essere loro restituiti; e la
repubblica di Venezia veniva chiamata garante del proposto trattato. A
tali onorevoli condizioni la pace fu infatti accettata dal senato di
Padova, e sottoscritta il 20 ottobre del 1314[333].

  [333] _Alber. Mussatus l. VI, Rub. 10._

Questa pace per altro non ebbe lunga durata: i Padovani cercavano
opportunità di vendicarsi dell'avuta disfatta; i Vicentini soffrivano
impazientemente il giogo di Cane della Scala e domandavano spesso ai
loro vicini di ajutarli a scuoterlo. Macaruffo ed i suoi partigiani
favorivano i Vicentini malcontenti; ma Giacomo da Carrara era
segretamente attaccato a Cane. I primi si fecero lecito di entrare senza
il consentimento della repubblica in una congiura, che doveva esserle
cagione di grandi calamità.

Il 21 maggio del 1317 gli esiliati di Vicenza, quelli di Verona e di
Mantova ed i loro partigiani di Padova, che avevano prese le armi per
soccorrerli, si portarono di notte presso ad una porta di Vicenza che
alcuni traditori avevano promesso di consegnar loro: ma essi medesimi
erano traditi da coloro che credevano aver guadagnati col danaro. Cane,
avvisato del loro arrivo, gli stava aspettando in città; e quando
duecento di loro ebbero passato la porta, piombò sopra di loro e tutti
gli uccise o fece prigionieri. In seguito attaccò gli altri rimasti al
di fuori, li ruppe, e gl'incalzò fino sul territorio di Padova[334].

  [334] _Ferr. Vicentini l. VII. — Historiæ Cortusiorum l. II, c. 11._

Cane della Scala si lagnò d'avere i Padovani rotta la pace con lui
conchiusa, e domandò che la repubblica di Venezia gli obbligasse a
pagare venti mila marchi d'argento; pena imposta a coloro che
commettessero le prime ostilità. Dal canto loro i Padovani assicuravano
di non aver presa parte nella congiura che non era stata diretta che dai
fuorusciti; ma Cane, dopo avere condannati a morte cinquantadue
congiurati fatti da lui prigionieri, venne colla sua armata a guastare
il territorio di Padova; e prima che terminasse la campagna s'impadronì
dei forti di Monselice, di Montagnana e di Este[335]. Anche nell'inverno
e nella susseguente primavera continuò a guastare le campagne de'
Padovani, senza che questi fossero a portata di fargli resistenza.
Risparmiò per altro le terre appartenenti alla casa da Carrara; ma era
tale la leggerezza del popolo padovano, che a quest'epoca aveva
collocata tutta la sua confidenza nella medesima casa da Carrara; e
rimproverando Macaruffo d'avere eccitata una così disastrosa guerra, lo
sforzò a cercare, con tutti i veri patriotti, sicurezza nell'esilio.
Finalmente come la repubblica soffriva ogni giorno nuovi mali, i
partigiani dei Carraresi, che occupavano soli tutte le magistrature,
adunarono il senato dei decurioni, onde provvedere ai pericoli della
patria. Poichè molti senatori ebbero parlato delle tristi circostanze in
cui trovavasi lo stato, Rolando di Placiola giureperito si levò: «Qual
bisogno di più lungo discorso, diss'egli, o cittadini! il rimedio per
noi salutare e per la nostra patria è bastantemente conosciuto. L'abuso
de' plebisciti l'abbiamo provato, egli ci conduce a certa ruina;
proviamo una volta se le leggi di un solo uomo ci possono procurare
miglior sorte. Ogni cosa sulla terra è sottomessa ad una sola volontà;
le membra ubbidiscono alla testa; le mandre riconoscono un capo. Se
tutto il mondo dipendesse da un re giusto si vedrebbero cessare le
carnificine, la guerra, la rapina e tutte le vergognose azioni. Siamo
docili alle voci della natura, seguiamo l'esempio che ci dà; facciamo
tra noi scelta del nostro principe. Egli solo si prenda cura del
governo, moderi la repubblica colla sua volontà, stabilisca le leggi,
rinnovi gli editti, abolisca quelli che più non si osservano; egli sia,
in una parola, il signore, il protettore di tutto quanto ci
appartiene[336].» Con questi luoghi comuni un partigiano del despotismo
determinò il popolo, stanco di tante agitazioni, a privarsi della
propria esistenza. Il suicidio politico si compì; niuno rispose al
discorso del Placiola, e Giacomo da Carrara fu universalmente indicato
come il solo capace di comandare alla nazione. Non si contarono i
suffragi, secondo l'antica costumanza, con palle segrete; ma con una
acclamazione, che parve universale, Giacomo da Carrara fu proclamato
principe di Padova. Circondato dai consiglieri, presentossi egli al
popolo sulla piazza pubblica, ove Rolando della Placiola replicò il suo
discorso; e le acclamazioni de' partigiani della casa di Carrara, che
occupavano tutte le uscite della piazza, parvero approvare la
risoluzione presa dal senato. Così ebbe fine la repubblica di Padova, e
cominciò il principato dei Carraresi il 28 luglio del 1318[337].

  [335] _Cortusior. Histor. l. II, c. 1. — Albert. Mussatus
  fragmentum, seu l. VIII._

  [336] _Ferretus Vicent. l. VII._

  [337] _Cortusior. Hist. l. II, c. 27, p. 814. — Ferretus Vicent. l.
  VII, p. 1179. — Gattaro Istoria Padovana, t. XVII, p. 9. — Polistore
  t. XXIV, c. 8, p. 724._

Non abbiamo annoverata tra le libere città dell'Italia settentrionale
quella di Cremona, sebbene di que' tempi si governasse a comune; ma
questa città, lacerata da interne fazioni, aveva così frequentemente
mutato governo e tante volte era venuta in dominio d'un solo, che non
conosceva la libertà più di quello che la conoscessero le città da lungo
tempo cadute in servitù. Quasi nello stesso tempo di Padova, Cremona
rinunciò di nuovo e solennemente al governo popolare.

Cremona era stata ruinata dall'imperatore Enrico VII e non erasi più
rialzata dal colpo allora ricevuto: il territorio di questa città era
affatto aperto, atterrate le fortificazioni de' suoi castelli e
villaggi; e nella crudel guerra ch'eransi fatte in quest'epoca le
nemiche fazioni, aveva la città medesima perdute in gran parte le sue
ricchezze e la sua popolazione. Cane della Scala, signore di Verona, e
Passerino dei Bonacorsi, signore di Mantova e di Modena, progettarono di
sottomettere questa città e quelle di Parma e di Reggio. Erano tutte tre
governate dal partito guelfo e sembravano situate a posta loro.
Convennero di dividerle tra di loro, ed attaccarono prima delle altre
Cremona, siccome la più debole e la più vicina[338]. Durante l'estate
del 1315, guastarono il territorio cremonese, occuparono molti villaggi
che non poterono resistere, altri ne presero d'assalto, trucidandone gli
abitanti. I Cremonesi tormentati dalla fame e dalla miseria, col nemico
alle porte, perciocchè Cane si era innoltrato fino al sobborgo di Cossa,
e col territorio tutto guasto, tranne pochissimi villaggi, erano inoltre
agitati da intestine discordie. Il popolo attribuiva ai grandi le
sventure della repubblica ed andava dicendo che per mettere fine alle
loro dissensioni conveniva dare un capo allo stato; che per difendere i
popoli dall'attuale maniera di trattare la guerra, non era vi che il
governo d'un solo; che Verona, Parma, Mantova, Milano, quasi tutte le
città della Lombardia, offrivano un esempio ch'era omai tempo d'imitare;
che tornerebbe minore vergogna ai Cremonesi dall'ubbidire ad un loro
concittadino, che a Cane o a Passerino; e che un principe potrebbe solo
far cessare gli odi che avevano fatto spargere tanto sangue e mandare in
esilio tanti cittadini.

  [338] _Albertini Mussati de gest. Ital. l. VII, R. 19, p. 675. —
  Campi Cremona Fedele, l. III, p. 89._

Frattanto il partito repubblicano cercava di protrarre l'esecuzione di
così funesto consiglio; ed alla testa degli amici della libertà Ponzino
Ponzoni, capo dei Ghibellini, andava ripetendo che preferiva di vedere
la sua patria preda delle fiamme, piuttosto che sotto il giogo di un
tiranno[339]. Malgrado la sua resistenza scoppiò tra la plebe una
sedizione il 5 settembre del 1315. Giacomo marchese Cavalcabò fu
condotto al pretorio dai sediziosi e proclamato signore della città. Gli
amici della libertà si ritirarono ne' villaggi e gli eccitarono alla
sommossa: Ponzino Ponzoni, citato da Cavalcabò a tornare in città,
rispose; «non aver fin allora combattuto contro i nemici dello stato che
per sottrarsi alla servitù; e non sapere adesso quale motivo potrebbe
mettergli le armi in mano contro gli stranieri, mentre la scure della
tirannide stava sospesa sopra tutte le teste; che per ultimo non
riconosceva altra patria che Cremona libera.» L'opposizione del Ponzoni
a questa infelice risoluzione non tardò ad essere giustificata dagli
avvenimenti; dopo sei mesi le guerre civili forzarono il marchese
Cavalcabò a rinunciare la signoria tra le mani di Giberto da Correggio;
le guerre esterne colmarono la miseria di Cremona; ed il giorno 17
gennajo del 1322, impadronitosene Galeazzo Visconti, la riunì alla
signoria di Milano[340].

  [339] _Alberici Mussati de Gest. Ital. l. VII, Scr. Rer. It. 20. p.
  667._

  [340] _Ludov. Cavitelius Cremon. Annales, apud Graevium t. III, p.
  1367._

Molte delle città della Lombardia e della Marca erano governate dai
signori, senza per altro avere rinunciato ad ogni desiderio di libertà.
Tante violenze erano state commesse in nome dei due partiti guelfo e
ghibellino, accesi tanti odj, tante vendette provocate, che il primo
desiderio dei cittadini e specialmente dei gentiluomini, era il trionfo
della propria fazione e la proscrizione degli avversarj. Una selvaggia
indipendenza era per loro preferibile alla libertà; essi misuravano i
loro diritti colle loro forze, e non supponevano che potessero essere
limitati dalle leggi. Nelle città poste nel centro della Lombardia, in
mezzo a quelle vaste campagne che avevano dato tanto vantaggio alla
cavalleria dei gentiluomini sopra l'infanteria de' borghesi, in Cremona,
Crema, Lodi, Piacenza, Pavia, Parma, Modena e Reggio, non eravi durevole
tirannide assicurata ad una sola casa, perchè l'eguaglianza delle forze
dei due partiti guelfo e ghibellino, non lasciava a veruna usurpazione
il tempo di consolidarsi; ma non perciò eravi maggior libertà che
altrove. Ogni anno veniva contraddistinto da qualche nuova rivoluzione;
per altro soltanto cambiavansi gli uomini senza che il governo lasciasse
mai d'essere militare e dispotico. A popoli divisi in partiti che mai
non posavano le armi, erano necessari capi assoluti, e quand'ancora
proclamavansi talora i nomi di libertà e di repubblica, e ripetevansi
per le contrade il grido di _popolo, popolo_, per iscacciare un tiranno
diventato esoso ai cittadini, non per ciò si ristabiliva un libero
governo. I consigli non erano organizzati con abbastanza di forza perchè
potessero ricuperare la sovranità, non conoscevasi omai che l'autorità
degl'individui, e gli atti arbitrari non venivano più risguardati dai
cittadini quale violazione dell'ordine sociale; non credevano illegale
tutto quanto non era ingiusto; ed applaudivano sempre ai podestà ed ai
giudici che castigavano i colpevoli, quand'ancora l'amministrazione
della giustizia era nelle loro mani diventata arbitraria, e che
disprezzavano tutte le forme prescritte dalle leggi andate in
dissuetudine.

Per altro allorchè qualche vittoria faceva entrare un capo di parte in
una di queste città, sebbene i suoi partigiani lo rivestissero del
potere militare e delle attribuzioni giudiziarie de' podestà, non però
doveva trovare abbastanza soddisfatta la sua ambizione: i suoi
partigiani volevano essere troppo indipendenti; i suoi nemici,
quantunque esiliati, non cessavano di essere pericolosi, tenendosi
sempre armati; l'esempio de' suoi predecessori e de' vicini lo avvertiva
che l'autorità sovrana era di breve durata, e che, lungi dal poterla
trasmettere ai suoi figliuoli, non potrebbe conservarla egli medesimo
fino alla morte. Tale incerta situazione eccitava tutte le passioni di
un ambizioso, il quale, dopo essersi innalzato coi talenti militari,
cercava di assicurarsi l'usurpata autorità con una politica, ora
perfida, ora crudele. Il marchese Cavalcabò a Cremona, Alberto Scotto a
Piacenza, Venturino Benzone a Crema, Giberto da Correggio a Parma,
Matteo Visconti a Milano, Manfredi Beccaria e Filippone di Langusco a
Pavia, ed altri venti tiranni occupavansi sempre di così fatte trame.
Abbiamo abbandonate le particolarità degli oscuri loro complotti, che
altro non sono che una lunga serie di tradimenti. Le frequenti
ripetizioni degli stessi atti di slealtà avevano accostumati i tiranni a
non vergognarsene, i popoli a non maravigliarsene: l'arte di tradire
riputavasi abilità, e la crudeltà un utile mezzo d'ispirar timore. Pure
non è che in mezzo ad una società virtuosa che il delitto può condurre
con maggior sicurezza al principato; perciocchè quando tutti disprezzano
egualmente la morale, il tradimento punisce il tradimento; il
delinquente riclama invano a favore del nuovo suo stato la guarenzia
sociale ch'egli stesso ha distrutta; ogni colpevole può rimproverarsi
d'avere gratuitamente violate le leggi protettrici di tutti; e la
perdita del sentimento e della venerazione della giustizia trae seco la
perdita per tutto il popolo d'ogni prosperità.

Le città del centro della Lombardia erano in allora, non v'ha dubbio, le
più infelici dell'Italia: governate con una mano di ferro da signori di
breve durata che ispirare non potevano che orrore o disprezzo, vedevano
continuamente il loro territorio in preda alla guerra civile: molte
castella mantenevansi sempre ribelli contro la capitale; gli emigrati
che vi si rifugiavano, uscivano frequentemente per guastare le campagne
ed abbruciare le messi, e si trovava più facile il punire questi
saccheggi colle rappresaglie, che non il reprimerli col mezzo delle
armi. Non conoscevasi l'esempio di verun signore che avesse potuto
conservare più di dieci anni la signoria d'una città; ed ogni
rivoluzione, preceduta da una zuffa che costava la vita a molti
cittadini, era accompagnata dall'esilio e dalla ruina di tutto un
partito, di cui venivano confiscati i beni e spianate le case.

Non pertanto in mezzo a tanti disastri la popolazione non diminuiva
sensibilmente, nè spegnevasi affatto l'energia nazionale. Eravi troppa
vita in tutte queste zuffe, troppe passioni in movimento perchè ogni
individuo non sentisse il bisogno di sviluppare tutto il suo essere, di
fidarsi alle forze proprie, piuttosto che a quelle della società, e di
conservare la sua morale indipendenza sotto la servitù politica.
L'avvenire che sotto un despotismo stabilito non presenta veruna
mutazione ad un padre di famiglia, ne offriva mille tra le rivoluzioni
di questi tiranni di un giorno. Tutti i cittadini invidiavano non solo
la sorte di quelle repubbliche in cui la costituzione guarentiva la
sicurezza colla libertà, ma perfino la sorte degli stabili principati,
ne' quali almeno godevasi il riposo; ma per altro restava loro almeno la
speranza, mentre non vi è più speranza sotto un despotismo costituito.

Contavansi di già alcune città ove qualche famiglia aveva stabile
signoria, e dove l'ereditaria successione di due o tre generazioni
pareva averne legittimato il dominio. La casa d'Este regnava a Ferrara
dall'epoca dello scacciamento dei Salinguerra e della disfatta dei
Ghibellini, accaduta del 1240, fino alla morte d'Azzo X nel 1308[341]. A
quest'epoca venne spogliata della sua sovranità dai Veneziani e dal
papa, che da prima avevano in qualità d'ausiliari preso parte in una
disputa di successione. Frattanto i marchesi d'Este furono richiamati
del 1317 alla sovranità di Ferrara dall'attaccamento del popolo. Una
casa meno illustre, quella de' Bonacorsi, erasi impadronita nel 1275
della sovranità di Mantova, e dopo averla conservata cinquantatre anni,
cedette il posto ai Gonzaga, che seppero mantenersene signori più lungo
tempo d'assai. Martino della Scala erasi innalzato in Verona al supremo
potere, del 1260, sopra le ruine della casa da Romano, e sebbene del
1277 fosse stato ucciso dai congiurati, la sovranità come una eredità
legittima passò a suo fratello, indi ai figli del fratello. L'anno 1275
Guido Novello da Polenta era stato dichiarato signore di Ravenna, che
senza nuove rivoluzioni restò in potere della sua famiglia. Finalmente
la casa da Camino succedeva a Treviso, Feltre e Belluno alla famiglia
d'Ezelino di cui era stata sì lungo tempo rivale. Eranvi dunque in
Italia alcuni esempi d'una monarchia ereditaria riconosciuta dai popoli
e che conservavasi piuttosto col loro tacito consenso che colla forza.

  [341] Di già l'anno 1208 Azzo VI era stato onorato del titolo di
  signore di Ferrara da una elezione dei Guelfi di questa città; ma
  per lo spazio di trentadue anni egli ed i suoi figliuoli ne
  disputarono la sovranità alla famiglia dei Salinguerra, senza
  potersi solidamente stabilire.

Ma queste dinastie, in allora risguardate come antiche in confronto
delle altre, erano ancora nuove paragonate all'ordinaria durata
degl'imperj. Le più non erano giunte alla terza generazione; il principe
non poteva dispensarsi d'essere soldato, veniva educato in mezzo alle
armi ed era forzato di governare egli stesso sotto pericolo d'essere
balzato dal trono dal favorito cui si fosse confidato. La casa d'Este
non venne spogliata de' suoi stati che per essere, siccome più antica
delle altre, la più corrotta di tutte. Soltanto cinquant'anni dopo noi
vedremo regnare que' tiranni voluttuosi, deboli, pusillanimi, indegni
successori de' guerrieri fondatori delle loro dinastie.

Taluno di questi piccoli principi accordò ben tosto la sua protezione ai
letterati. Fino nel precedente secolo i marchesi d'Este avevano chiamato
alla loro corte i trovatori ed i poeti provenzali. Dante in tempo del
suo esiglio trovò asilo e protezione presso molti signori della
Lombardia: a Ravenna Guido da Polenta, il marchese Malaspina in
Lunigiana, e più d'ogni altro i signori della Scala, in Verona lo
accolsero cortesemente. Can grande, che vedremo in appresso sollevare
questa casa ad un altissimo grado di potenza, manifestò in principio del
suo regno il suo amore per le lettere ed aprì nella sua corte un onorato
ricovero a tutti i fuorusciti illustri d'Italia. Uno di costoro accolti
da Can grande era lo storico di Reggio, Sagacio Muzio Gazzata, che ci
tramandò la relazione del trattamento che i dotti avevano nella corte di
Cane[342]. «Diversi appartamenti venivano loro, secondo la diversa loro
condizione, assegnati nel palazzo del signore della Scala, e tutti
avevano domestici e mensa elegantemente imbandita. I varj appartamenti
erano indicati da simboli e da insegne; il trionfo pei guerrieri, la
speranza per gli esuli, le Muse per i poeti, Mercurio per gli artisti,
il paradiso per i predicatori. In tempo del pranzo, musici, buffoni,
giocolieri, giravano in questi appartamenti; le sale erano ornate di
quadri rappresentanti le vicende della fortuna, e Cane talvolta invitava
alla propria mensa alcuno de' suoi ospiti, specialmente Guido di Castel
di Reggio, che per la sua semplicità chiamavasi il semplice
lombardo[343], ed il poeta Dante Alighieri.» Senza dubbio tra i
proscritti guerrieri eranvene pochi cui la camera de' trionfi
appartenesse a più giusto titolo che ad Uguccione della Fagiuola, cui
Cane diede asilo dopo che questo capo di parte perdette la sovranità di
Lucca e di Pisa. Colà Dante legò con costui strettissima dimestichezza,
e prese occasione di dedicargli la prima parte del suo poema[344].

  [342] Della storia di Gazzata non si conservarono che alcuni
  frammenti pubblicati nel XVIII tomo degli _Scriptor. Rer. Ital._ Il
  pezzo da noi citato, conservato nella prefazione d'una storia MS.
  del Pancirolo, trovasi stampato nella prefazione dello stesso volume
  XVIII, _p. 2_.

  [343] Guido da Castello era un poeta di Reggio attaccato al partito
  repubblicano della sua città, dalla quale fu esiliato cogli amici
  della libertà. Vedasi _Benvenuto da Imola Comment. ad Dant. Purgat.
  c. XVI, v. 124_.

  [344] _Flaminio del Borgo, Dissert. II, p. 74._

La protezione che con tanta frequenza i principi accordano ai poeti
piccoli sacrificj loro costa e procaccia loro molta celebrità. In ogni
tempo, in tutti i paesi, i poeti misurarono la loro ammirazione per un
principe sulle sue liberalità; e non arrossirono di rendere coi versi
immortali le vili loro adulazioni, come non ebbero vergogna di riceverne
il salario. Non dobbiamo perciò essere sorpresi, se in questo e nel
susseguente secolo i più distinti poeti italiani frequentarono la corte
de' principi, dai quali erano festeggiati assai e più splendidamente
pagati che dalle repubbliche. Ma per altro i poeti non hanno potuto
sorgere che ne' tempi in cui lo spirito di libertà animava alcuna delle
parti della sacra terra d'Italia, che durante il tempo che nella stessa
lingua altri trattavano le quistioni che decidono della prosperità e
della gloria degli uomini. Quando la via del pensiero fu chiusa
agl'Italiani, si spense ancora la loro immaginazione. Un padrone non può
scegliere tra le facoltà dello spirito umano, non può dire a' suoi
sudditi: abbiate immaginazione e non intendimento; io vi concedo la
poesia, ma vi rifiuto la filosofia; vi permetto la fisica e vi proibisco
la morale; vi lascio le scienze esatte, ma prendete cura di non toccare
la politica. È necessario di togliere lo steccato che inceppa lo spirito
umano, o rassegnarsi alla sua indolenza, alla sua apatia. Dopo perduta
la libertà, una sola generazione può ancora agitarsi per cercare
l'apparenza della gloria in quegli esercizj dello spirito che un despota
gli permette ancora; una seconda generazione dopo la caduta di questa
può ancora distinguersi nelle belle arti che conservano un simbolo del
pensiere, senza esprimerlo in un modo formidabile pel tiranno; ma gli
avanzi di questa sacra fiamma non possono in verun modo conservarsi un
intero secolo dopo spenta la libertà; è tolto loro lo scopo delle umane
generazioni, sono mancati i motivi de' loro sforzi: non avvi più gloria
quando viene dispensata dal favore d'un principe e divisa tra i suoi
servitori ed i suoi poeti.

Gli artisti più festeggiati dai principi ereditari che si credettero al
sicuro da ogni rivoluzione, furono gli architetti. I marchesi d'Este,
gli Scaligeri, i Visconti, cominciarono assai presto ad innalzare que'
vasti e sontuosi edifici che attaccano tuttavia qualche gloria alla loro
memoria, sebbene la ricordanza delle loro azioni sia quasi affatto
spenta. Le città libere avevano adottato il lusso dell'architettura; per
lo contrario i violenti usurpatori non lasciarono che ruine, avendo
avuto bisogno di tutte le loro forze, delle loro ricchezze, pel momento
presente, onde non osarono di pensare all'avvenire. Nella seconda
generazione i signori ripigliarono il gusto dell'architettura, che
diventò pure in loro mano un oggetto di politica, credendo di dovere far
pompa della propria grandezza per farsi rispettare dai loro sudditi ed
ispirar timore ai nemici. Avevano bisogno di un'idea di perpetuità per
assodare il loro dominio, e perchè loro non bastava il tempo passato,
prendevano possesso de' vegnenti secoli con edifici destinati
all'eternità.

Il lusso di queste piccole corti, le spese che facevano i re d'una
città, per la loro guardia, per l'armata, per gli edifici, pei regali
che davano ai buffoni ed ai cortigiani, provano l'ammasso di grandi
ricchezze. Vero è che la maggior parte de' signori erano stati
ricchissimi proprietari avanti che diventassero padroni della loro
patria; e che aggiugnevano l'entrate dell'antico patrimonio ai pubblici
tributi stabiliti ne' tempi della libertà; imperciocchè sembra che non
osassero di accrescerli, non essendo mai giunti ad ottenere il credito
di cui godevano le città libere, sicchè potessero supplire col prestiti
ai bisogni improvvisi dello stato. Un'imposta territoriale, descritta in
ogni signoria sopra un catastro, formava parte di quest'entrata,
un'altra più importante parte era pagata dagli abitanti delle città in
forza di una gabella posta sulle derrate che vi si consumavano e per un
diritto d'entrata ed uscita delle mercanzie provenienti dall'estero, o
mandate all'estero; poichè il prodotto dell'industria del paese non era
esente dalle tasse. Del rimanente non erasi ancora inventato verun
sistema di protezione per il commercio e per le manifatture; onde in
mezzo alle guerre ed alle rivoluzioni, il commercio e le manifatture
prosperavano infinitamente meglio che non al presente in que' canali
artificiali, in cui le moderne nazioni vollero forzarli ad entrare.
Tutte le città lombarde fabbricavano drappi di lana; i quali, oltre
all'interno consumo, bastavano ad una ragguardevole esportazione che
facevasi per mezzo de' Veneziani[345]. Le manifatture di lana erano
state fondate in Lombardia dai monaci _umiliati_. A Milano il convento
di Brera, diventato oggi il palazzo delle scienze e delle lettere, era
la grande officina della fabbrica dei drappi, ed i monaci di questo
convento l'anno 1309 si obbligarono, per una somma di danaro, a mandare
una colonia per istabilire un'eguale manifattura in Sicilia, mentre i
Milanesi apprendevano dai Siciliani l'arte di lavorare la seta[346].

  [345] _Memorie del conte Figliasi sul commercio Veneto, p. 89._

  [346] _Conte Giorg. Giulini Memor. di Milano l. LX, t. VIII, p.
  585._

I sudditi de' principi di Lombardia oramai si limitavano alle sole
manifatture. Dopo la perdita della libertà essi più non si recavano in
Francia, nelle Fiandre, in Inghilterra, come solevano fare ancora i
Veneziani ed i Toscani; non aprivano più banco in ogni città, non
s'impadronivano più del commercio di banco e di quello dei trasporti
dell'Occidente. Il nome di Lombardi, che i Francesi, invidiando tanta
attività, avevano dato ai prestatori sopra pegno non era più meritato: i
soli Fiorentini e Lucchesi, non già gli abitanti di Asti, di Milano e
d'Alessandria, esercitavano, come per lo passato, questo mestiere.
Abbiamo già dovuto avvertirlo, parlando della Grecia, che il commercio
straniero che domanda lunghi viaggi e vaste combinazioni, non può
intraprendersi e sostenersi senza una certa energia di carattere, senza
uno sforzo dello spirito, che non si trovano nella mezzana classe d'una
nazione, fuorchè presso un popolo libero.

Del rimanente, in questi piccoli principati, il popolo vivea piuttosto
rassegnato che contento, più non si occupando della sua futura sorte, nè
di timori, nè di speranze. Rientrato in quella oscurità da cui l'avevano
fatto uscire le precedenti agitazioni, non lasciava dietro di sè veruna
orma, verun nome che si sollevasse al di sopra degli altri; e la storia
nelle città sottomesse alle nuove dinastie, più non può risguardare che
una sola famiglia, e spesse volte un solo individuo.


FINE DEL TOMO IV.



TAVOLA CRONOLOGICA DEL TOMO IV.


  CAPITOLO XXIII. _Guerra di Sicilia. — Grandezza
  e decadenza della repubblica di
  Pisa. — Crudel morte del conte Ugolino. — Nuove
  turbolenze a Firenze._ 1282-1292.                     _pag._  3

  _Anno_

            Carlo d'Angiò non doveva, a quanto pare,
              essere troppo indebolito dai vesperi
              siciliani                                     _ivi_
            Mezzi di resistenza che una passione
              nazionale dà ai Siciliani                         4
            Gli abitanti di Palermo tentano di placare
              il re ed il papa                                  6
       1282 Il 6 luglio. Carlo attacca Messina con una
              flotta ed una armata imponenti                    7
            Il 30 agosto. Pietro d'Arragona giugne a
              Trapani, e riceve omaggio dai Siciliani           8
            Ruggeri di Loria, ammiraglio de' Siciliani,
              occupa lo stretto di Messina                      9
            Diffida vicendevole de' re d'Arragona
              e di Napoli                                      10
       1282 Carlo costretto ad abbandonare la Sicilia
              ed a tornare in Calabria                         12
            La sua flotta viene incendiata alla Catona
              e a Reggio da Ruggeri di Loria                _ivi_
            Carlo propone a Pietro un combattimento
              in campo chiuso                                  13
            Gli apparecchi per tale combattimento
              lasciano per qualche tempo la Sicilia
              in riposo                                        14
  1276-1282 I Pisani in tempo di pace acquistano
              maggiori ricchezze e potenza                  _ivi_
            Rivalità de' Pisani e de' Genovesi;
              dispute tra queste popolazioni in Corsica        16
       1282 Le flotte dei due popoli si minacciano
              qualche tempo senza battersi                     17
            Disastro della flotta di Ginicello Sismondi        18
            Esploratori mantenuti pubblicamente dalle due
              città                                            19
       1283 Potenti flotte dei Pisani e dei Genovesi che
              si minacciano senza venire a battaglia           20
       1284 Il 1 di maggio. Guido Jacia, ammiraglio pisano,
              battuto da Enrico de' Mari                       21
            I Pisani armano a spese de' particolari
              una flotta di centotre galere                    22
            Il 6 agosto. Battaglia della Meloria
              tra i Genovesi ed i Pisani                       24
       1284 Accanimento di questa battaglia. Oberto Doria,
              ammiraglio genovese, si batte con Alberto
              Morosini, ammiraglio pisano                      25
            Rotta de' Pisani colla perdita di cinquemila
              morti ed undicimila prigionieri                  26
            Costernazione generale de' Pisani
              quand'ebbero notizia della disfatta              27
            I Genovesi ricusano di ricevere la taglia per
              la libertà dei Pisani, che tengono 16 anni
              prigionieri                                      28
            Il 10 novembre. Lega de' Guelfi toscani per
              attaccare Pisa                                   29
       1285 Il conte Ugolino della Gherardesca nominato
              capitano generale di Pisa                        31
            Egli riesce a disciogliere la lega de' Guelfi
              toscani contro Pisa                           _ivi_
            Cerca di liberare i prigionieri, cedendo
              Castro di Sardegna, ma s'oppongono gli
              stessi prigionieri                            _ivi_
            Ottiene la pace dai Lucchesi cedendo loro
              molti castelli                                   32
            Il conte Ugolino prende a perseguitare
              i Ghibellini                                     33
            Nino di Gallura si associa ai suoi nemici e
              cerca di muovere il popolo contro di lui         34
  1285-1287 Il conte Ugolino rassoda la sua tirannide          36
  1285-1287 Si riconcilia coi Ghibellini, e scaccia
              dalla città Nino di Gallura                      37
       1288 Violenza de' suoi trasporti di collera:
              uccide un nipote dell'arcivescovo Ruggeri        38
            Il 1 di luglio. L'arcivescovo Ruggeri l'attacca
              coll'ajuto de' Ghibellini                        39
            Il conte Ugolino viene chiuso co' suoi
              figliuoli nella torre della fame                 40
       1283 Apparecchi per la battaglia in campo chiuso
              che doveva aver luogo a Bordeaux il 15 maggio    44
            Papa Martino IV si oppone a questa battaglia,
              ed Edoardo re d'Inghilterra non vuole
              accordare guarenzia ai due monarchi           _ivi_
            Carlo si porta a Bordeaux; Pietro protesta
              di non esservi per lui sicurezza                 45
            Il 15 marzo. Sentenza del papa che spoglia
              Pietro dei regni di Sicilia e d'Arragona         47
       1284 Carlo torna per mare a Napoli                      48
            Il 5 maggio. Prima del suo arrivo a Napoli,
              suo figlio Carlo vien fatto prigioniere
              da Ruggeri di Loria                              49
            Carlo d'Angiò punisce severamente i Napoletani
              malcontenti                                      50
       1284 Si lascia ingannare dalle negoziazioni de'
              Siciliani, e perde la stagione propria
              ad agire                                         51
       1285 Cade infermo a Foggia e muore il 7 di gennajo
              in età di sessantacinque anni                 _ivi_
            Il 25 di marzo. Morte di Martino IV,
              cui succede Onorio IV                            52
       1282 Nuova costituzione dei Fiorentini; i priori
              delle arti e della libertà                       54
            I priori ne' due mesi della loro carica
              sono prigionieri in palazzo                      56
       1283 Rivoluzione a Siena; stabilimento della
              signoria e dell'ordine dei nove                  57
            Eguale rivoluzione in Arezzo, seguita
              nel 1287 da una controrivoluzione                58
       1288 I Ghibellini di Pisa e d'Arezzo dichiarano
              la guerra ai Guelfi ed ai Fiorentini             60
       1289 L'undici giugno. Rotta degli Aretini a
              Certomondo, presso di Campaldino              _ivi_
  1289-1293 Vantaggi ottenuti dai Pisani sotto la
              condotta del conte Guido da Montefeltro          61
       1292 Dissensioni in Firenze tra i nobili
              ed il popolo                                     63
            Giano della Bella, gentiluomo fiorentino,
              capo del partito popolare                        64
       1292 Ordinanza di giustizia che rende
              sottomessa la nobiltà                            66
            Organizzazione militare della città;
              il gonfaloniere della giustizia                  67
            Dino Compagni, gonfaloniere, atterra
              le case de' Galigai                              69
            Odio de' nobili contro Giano della Bella;
              cercano il modo di perderlo                   _ivi_
            Gli rendono nemici alcuni dei
              corpi dei mestieri                            _ivi_
       1294 Accusano Giano della Bella avanti ad una
              signoria di già resa loro parziale               72
            Il 3 di marzo. Giano viene esiliato, e muore
              lontano dalla sua patria                         73

  CAPITOLO XXIV. _Pontificato di Bonifacio VIII. — Il
  partito guelfo si divide in due fazioni,
  de' Bianchi e de' Neri. — I Bianchi,
  perseguitati, si uniscono ai Ghibellini._
  1294-1303                                                    75

  1285-1287 Pontificato d'Onorio IV                         _ivi_
  1288-1292 Pontificato di Nicola IV                           76
  1292-1294 Vacanza della santa sede                           77
       1294 Elezione di Pietro di Morone che prende
              il nome di Celestino V                           79
            Celestino V fissa la sua residenza in Napoli       81
            Debolezza di questo papa e sua assoluta
              incapacità di governare la Chiesa                82
       1294 Intrighi di Benedetto Caietano, cardinale
              d'Anagni, contro il papa                         83
            Il 13 dicembre. Così consigliato dal Caietano,
              Celestino si dimette dalla dignità pontificia    84
            Il 23 dicembre. Gli succede il cardinale
              Caietano col nome di Bonifacio VIII              85
       1295 Di gennajo. Pietro di Morone fugge per
              tornare al suo eremitaggio                       86
            Bonifacio lo fa inseguire e chiudere
              nella torre di Fumone                            87
       1296 Il 19 maggio. Morte di Pietro
              di Morone, ossia Celestino V                     88
       1294 Il 10 dicembre. Tradizione intorno alla
              Santa Casa trasportata a Loreto                  90
       1291 Il 19 di maggio. Melec Seraf s'impadronisce
              di san Giovanni d'Acri. Uccisione dei
              Cristiani                                        92
            Vani sforzi del papa per eccitare
              una nuova crociata                            _ivi_
  1288-1295 Parzialità dei papi negli affari
              di Napoli e di Sicilia                           94
            Carlo II, dopo uscito di prigione, viene
              dal papa sciolto dal giuramento che gli
              aveva procurata la libertà                       95
            L'Arragona attaccata da Carlo di Valois,
              la Castiglia e la Francia                        96
       1295 Vergognoso trattato conchiuso colla mediazione
              di Bonifacio tra Giacomo re d'Arragona e
              Carlo II                                         97
       1296 Protesta de' Siciliani contro il trattato;
              essi nominano re l'infante don Federico          98
            Inutile tentativo di Bonifacio
              VIII per negoziare con Federico                  99
            La guerra si rinnova con furore
              in Calabria ed in Sicilia                       100
            Situazione di Pistoja. Carattere
              de' suoi abitanti                               101
            Famiglie e fazioni a Pistoja de' Cancellieri
              guelfi e de' Panciatichi ghibellini             102
            Tutti i nobili vengono esclusi
              l'anno 1285 dal governo di Pistoja              103
            La famiglia de' Cancellieri si divide;
              zuffa fra due membri della medesima             104
            Vendetta del ramo Nero de' Cancellieri            105
            Il ramo Bianco de' Cancellieri
              si vendica a vicenda                            106
  1296-1300 La città di Pistoja ed il suo territorio si
              dividono tra i Cancellieri Bianchi e Neri       107
            Atti di crudeltà e di perfidia
              commessi dalle due parti                        108
       1300 La signoria di Pistoja ceduta per tre anni
              ai Fiorentini quali pacificatori                109
       1300 I capi delle due fazioni, Bianca e Nera,
              vengono chiamati a Firenze                      110
            Rivalità in Firenze tra Corso
              Donati e Vieri de' Cerchi                       112
            I Donati si uniscono ai Neri di
              Pistoja, i Cerchi ai Bianchi                    113
            Le due fazioni sempre apparecchiate
              a venire alle mani                              114
            Vieri de' Cerchi, il capo di
              parte Bianca, manca di carattere                116
            Bonifacio VIII cerca di metter
              pace tra i due partiti                          117
            I capi de' Bianchi e de' Neri sono
              in pari tempo esiliati da Firenze               118
            Tornata de' Bianchi in Firenze;
              intrighi de' Neri per vendicarsi                119
            Il papa chiama in Italia Carlo di Valois          120
       1301 I Bianchi opprimono il partito
              de' Neri a Firenze ed a Pistoja                 122
            Il partito de' Neri trionfa a Lucca, e fa
              esiliare Castruccio colla sua famiglia          123
            Carlo di Valois entra in Toscana
              per le montagne di Pistoja                      125
            I Bianchi dispongonsi a difendersi a Pistoja,
              ma non ardiscono di attaccare Valois          _ivi_
            Questi va a Roma per concertare
              ogni cosa col papa                              126
       1301 Torna a Staggia e minaccia Firenze                127
            I Fiorentini acconsentono a riceverlo sotto
              certe condizioni nella loro città               128
            Valois entra in Firenze accompagnato
              da molta cavalleria                             129
            Vieri de' Cerchi ed i Bianchi
              trascurano i loro mezzi di difesa               131
            Valois non osserva le giurate condizioni, e
              fa tornare gli esiliati in Firenze              132
            Fa imprigionare i Bianchi ed
              abbandona le loro case al saccheggio            133
            Cante de' Gabrielli incaricato di
              perseguitare il partito vinto                 _ivi_
            Dante ed il padre di Petrarca esiliati e
              condannati al pagamento di una multa            134
       1302 Il 4 aprile. Valois lascia Firenze e parte
              alla volta della Sicilia                        135
  1296-1302 Continuazione della guerra di
              Sicilia; difesa eroica di Federico              136
            Valois costretto a far la pace con Federico       137
       1303 Federico riconciliato alla Chiesa
              e riconosciuto re della Trinacria               139
  1295-1303 Orgoglio e violento carattere di
              Bonifacio VIII                                _ivi_
            Sua disputa coi cardinali di casa Colonna         141
       1297 Bolla di scomunica contro i Colonna               143
            Crociata contro i Colonna; consiglio
              dato da Guido di Montefeltro                    144
            Origine delle contese tra Bonifacio
              VIII e Filippo il bello                         146
            Gli stati del regno di Francia chiamati a
              difendere le libertà della Chiesa Gallicana     148
            Zelo di alcuni gentiluomini francesi
              contro la Chiesa                                149
            Bonifacio convoca il clero francese
              a Roma, ma questo non ubbidisce                 150
       1303 Guglielmo di Nogaret aduna
              soldati presso Siena                          _ivi_
            Il 7 di settembre sorprende il
              papa in Anagni                                _ivi_
            Il papa tenuto prigioniere, ed i suoi
              tesori saccheggiati dai Francesi                152
            Liberato dal popolo d'Anagni, rimane
              nuovamente prigioniere degli Orsini             153
            Muore frenetico, e forse per le proprie mani      155

  CAPITOLO XXV. _Considerazione intorno al
  tredicesimo secolo._                                     157

            Odio del popolo per la nobiltà
              nel tredicesimo secolo                          158
            I nobili ed i proprietarj delle terre sono
              una stessa classe di persone                    159
            La lunga possessione degl'immobili fu
              risguardata sempre come una specie di nobiltà   161
            Molte virtù sono ereditarie presso
              i proprietarj                                 _ivi_
            Non avvi altro governo libero fuori di
              quello in cui tutte le classi concorrono
              alla sovranità                                  162
            Servitù d'una nazione tosto che una
              sola classe diventa sovrana                   _ivi_
            Errore degli economisti che non vedono in
              una nazione che i proprietarj                   165
            L'antica legislazione feudale lasciava tutta
              la sovranità ai soli proprietarj                167
            La libertà dell'Occidente è il frutto della
              ribellione dei non proprietarj                  168
            Gelosia de' nobili contro i nuovi
              ricchi nel tredicesimo secolo                   169
            I nuovi ricchi rimproverano i nobili d'essere
              attaccati al partito del più forte              170
            I nobili esclusi da qualunque
              incumbenza governativa                          173
            Il governo de' mercanti non ebbe
              uno spirito mercantile                          175
            Un'aristocrazia artigiana eccita l'odio di
              tutte le classi della nazione                   176
            Influenza della libertà politica
              sul carattere degl'Italiani                     179
            Risorgimento delle belle arti e
              delle lettere                                 _ivi_
            L'architettura più che le altre belle arti
              porta l'impronta del suo secolo                 179
            L'architettura del tredicesimo
              secolo è tutta repubblicana                     180
            Canali pubblici, mura delle città,
              fontane, darsene dei porti                      181
            Architettura religiosa, duomi di
              Venezia, di Pisa; battistero                    183
            Architetti e scultori pisani; Nicola da Pisa      184
            Scultura in marmo ed in bronzo.
              Buonanno ed Andrea da Pisa                      186
            La pittura ristaurata. Cimabue                    187
            Giotto allievo di Cimabue                         188
            Poeti. Dante creatore della lingua e della
              poesia italiana nato del 1265                   189
            Dante non ebbe negli affari pubblici quella
              parte che dissero i suoi bibliografi            190
       1302 Gennajo. Sentenza d'esilio pronunciata
              contro Dante                                    193
       1321 Settembre. Dante muore in Ravenna                 195
            Poema di Dante, la Divina Commedia                196
            Epoca in cui compose Dante il suo poema           197
            Festa dell'inferno rappresentata
              in Firenze del 1304                             199
            Giubbileo del 1300, che forse diede
              a Dante l'idea del suo poema                    201
            Incerta è l'epoca della pubblicazione
              del poema di Dante                              202
            Onori resi dopo morte a Dante                     203
            Guido Cavalcanti, poeta, filosofo
              e capo di parte                                 205
            Storici del 13.º secolo                           207
            Storici Italiani. Giovanni Villani                209
            Storici che scrissero in altri dialetti
              d'Italia. Matteo Spinelli                       211
            Storici latini. Albertino Mussato                 213

  CAPITOLO XXVI. _Stato della Lombardia. — affari
  della Chiesa; traslocazione della
  santa sede in Avignone. — Assedio di Pistoja. — Condanna
  dell'ordine de' Templari._
  1300-1308                                                   215

            Stato della Lombardia in principio
              del 14.º secolo; complicazione
              della sua politica                            _ivi_
            Infinito numero degli storici italiani            217
            Il potere monarchico dei signori non era
              guarentito dalla pubblica opinione              218
  1287-1296 Ottone Visconti prepara a suo nipote Matteo
              i mezzi per succedergli                         220
            La sovranità del popolo continua
              a riconoscersi anche quando più
              non se ne rispettava la libertà                 221
            Rivoluzioni del Piemonte; Bonifacio, conte di
              Savoja, muore in prigione a Torino              222
            Il marchese Guglielmo di Monferrato muore
              entro una gabbia di ferro in Alessandria        225
            Grandezza di Matteo Visconti; sua alleanza
              colla casa della Scala                          225
  1287-1296 Odio d'Alberto Scotto, signore di Piacenza,
              contro Matteo Visconti                          227
       1302 Lega di varj tiranni in Lombardia
              contro la casa Visconti                       _ivi_
            Matteo Visconti obbligato a deporre la
              suprema autorità ed a lasciare Milano           229
            Nuova lega guelfa in Lombardia                    230
       1303 Tale lega formata da Alberto Scotto si
              dichiara contro di lui                        _ivi_
            Alberto Scotto privato della signoria
              di Piacenza                                     232
       1306 Modena e Reggio scuotono il giogo della
              famiglia d'Este                                 232
            L'imperatore Alberto d'Austria non si cura
              delle rivoluzioni d'Italia                      233
  1303-1304 Pontificato di Benedetto XI. Succede a
              Bonifacio VIII il 4 di ottobre del 1303         235
            Il nuovo papa oppresso dai cardinali              236
       1304 Si ritira a Perugia e vi si rende
              più indipendente                              _ivi_
            Comincia ad agire contro Filippo il bello
              per l'attentato commesso sulla persona di
              papa Bonifacio                                  238
       1304 Il 4 luglio Benedetto muore avvelenato            240
            Il conclave in dieci mesi non conviene nella
              nomina del papa                                 241
            La scelta del papa lasciata, in conseguenza
              d'una soverchieria, in arbitrio di Filippo
              il bello                                        242
            Filippo fa cadere l'elezione nella persona
              di Bertrando di Gotte, arcivescovo
              di Bordeaux                                     243
       1305 Il 5 giugno, Bertrando di Gotte dichiarato
              papa sotto nome di Clemente V                   245
            Chiama i cardinali in Francia
              e si fa coronare a Lione                        246
            Si rende affatto dipendente dalla
              corte di Francia                                248
       1307 Il papa scomunica Andronico
              Paleologo ed i Greci                            248
  1282-1302 Andronico lascia conquistare ai Turchi tutte
              le province dell'impero nell'Asia               250
       1302 Passaggio in Grecia delle vecchie bande di
              Federico, ossia della grande compagnia          252
  1302-1307 Guerre ed indipendenza della grande compagnia     253
       1307 Clemente V vuole armare una crociata contro
              i Greci in favore de' principi francesi         254
  1293-1299 Seconda guerra tra i Veneziani ed i Genovesi      255
       1299 Vittoria ottenuta dai Genovesi, sotto il
            comando di Lamba Doria, sui Veneziani a Corzola   256
       1306 19 dicembre. Alleanza de' Veneziani
              con Carlo di Valois                             258
  1306-1311 Gelosia e rivalità de' Genovesi
              e de' Veneziani in Grecia                       259
       1311 La grande compagnia de' Catalani
              conquista il ducato d'Atene                     260
            Clemente V vuole riconciliare i
              Bianchi ed i Neri di Toscana                  _ivi_
  1303-1304 Legazione del cardinale di Prato in Toscana       261
            Il partito de' Neri costringe il
              cardinale a ritirarsi                           264
       1304 Il 4 giugno egli scomunica Fiorenza nel
              sortire da questa città                       _ivi_
            Intrapresa di Baschiera de' Tosinghi
              sopra Firenze                                   266
       1305 I Fiorentini attaccano Pistoja
              per iscacciare i Bianchi                        268
            Il 22 maggio. Il duca di Calabria, comandando
              i Fiorentini, assedia Pistoja                   269
       1306 Il cardinale di Prato vuole interessare
              il papa nella difesa di Pistoja                 271
            Penuria degli assediati; essi chiedono
              soccorso a Bologna                              272
            Il 5 di febbrajo i Fiorentini eccitano una
              sommosa in Bologna, facendone cacciare i
              Bianchi                                         273
       1306 Il 10 aprile. Pistoja è costretta di
              capitolare dopo dieci mesi e mezzo d'assedio    274
       1307 Il cardinale Orsini vuole ricondurre i Bianchi
              a Firenze, ma la sua armata si disperde         275
            Filippo il bello domanda a Clemente V di
              condannare la memoria di Bonifacio VIII         276
            1.º di giugno. Clemente assolve
              coloro che attaccarono il papa                  278
            Filippo chiede la proscrizione
              dell'ordine de' Templari                      _ivi_
  1128-1307 Ordine de' Templari; sue regole
              austere e sue guerre                            279
       1307 Il 13 ottobre. I Templari arrestati
              in tutta la Francia                             281
  1307-1311 Assurde accuse prodotte contro di loro          _ivi_
            Loro costanza in mezzo ai supplicj                282
            L'innocenza de' Templari riconosciuta
              da molti storici contemporanei                  283
       1311 Il concilio di Vienna condanna l'ordine de'
              Templari, i di cui beni vengono confiscati      284
            Confessione del gran maestro, Giacomo di Molay,
              che in appresso ritratta                        285

  CAPITOLO XXVII. _Affari di Firenze. — Regno
  e spedizione in Italia dell'imperatore
  Enrico VII di Luxemburgo._ 1308-1315                     287

       1308 Trionfo del partito dei Neri a Firenze ed
              in altre parti della Toscana                    287
       1308 Opposti difetti delle repubbliche
              e delle monarchie                               288
            Corso Donati scontento del partito ch'egli
              medesimo aveva formato, se ne distacca          289
            Citato avanti al podestà, viene
              condannato a morte per contumacia               291
            Raggiunto da' suoi nemici ed arrestato,
              s'uccide per sottrarsi al supplicio             292
       1309 Oppressione de' Pistojesi, loro sommossa          293
            I Fiorentini meno accaniti dei
              Lucchesi contro Pistoja                         294
            La pace stabilita colla mediazione de' Sienesi    295
       1308 31 gennajo. Morte d'Azzo VIII d'Este. Guerra
              civile tra suo fratello ed il figlio di suo
              figlio naturale. La sua casa spogliata
              dal papa                                        296
            Il 1.º di maggio. Morte d'Alberto d'Austria,
              assassinato da suo nipote                       299
            Il 25 novembre. Enrico, conte di Luxemburgo,
              nominato re de' Romani                          302
       1309 Enrico VII occupa il regno di Boemia            _ivi_
            Si dispone a passare in Italia                    303
            L'opinione diventata in Italia più favorevole
              all'autorità imperiale                          304
       1309 Tale cambiamento era dovuto più che a
              tutt'altro agli eruditi                         307
              ed ai giurisperiti                              308
            Sommissione d'Enrico VII al papa                  309
            Il 5 maggio. Morte di Carlo II di Napoli;
              gli succede il suo terzo figliuolo Roberto      310
       1310 Enrico riceve in Losanna i deputati
              degli stati d'Italia                            311
            Il 10 di ottobre arriva in Asti, ed i signori
              di Lombardia si recano alla sua corte           312
            Guido della Torre è incerto se
              debba riceverlo                                 314
            Infine gli va all'incontro e gli
              apre le porte di Milano                         315
       1311 Il 6 gennajo. Enrico VII riceve
              a Milano la corona di ferro                     316
            Pacifica le frizioni delle città
              di Lombardia                                  _ivi_
            Malcontento de' Milanesi per la
              domanda di un dono gratuito                     318
            Enrico chiede ostaggi ai Guelfi
              ed ai Ghibellini                                319
            Sedizione eccitata dai Torriani,
              che sono poi costretti a fuggire                320
            Ribellione della maggior parte
              delle città di Lombardia                        321
       1311 Il 19 di maggio Enrico assedia Brescia            322
            Chiede ai legati pontificj che
              scomunichino i Bresciani                        323
            Onorevole capitolazione accordata ai
              Bresciani nel mese d'ottobre                    324
            Enrico viene a Genova che si dà in suo potere     325
            Malcontento de' Genovesi a cagione delle
              contribuzioni che loro impone                   326
       1312 Trattati tra Enrico VII e Roberto re di Napoli    327
            Questi trattati sono rotti, ed il re di Napoli
              si apparecchia alla guerra                      328
            Due deputati d'Enrico vanno in Toscana            329
            Relazione di un deputato sui
              pericoli corsi presso Firenze                   330
            Questi deputati formano un'armata coll'ajuto
              dei conti Guidi                                 335
            Il 16 di febbrajo. Enrico si pone in viaggio
              da Genova per Pisa                              336
            Attaccamento dei Pisani ad Enrico VII             337
            Enrico va a Roma e contrasta il possesso di
              questa città ai Napoletani                      338
            Il 29 di giugno viene consacrato in san
              Giovanni di Laterano, per non poter entrare
              nella basilica Vaticana                         339
       1312 Si ritira a Tivoli con un'armata
              assai indebolita                                340
            In agosto aduna nuove truppe
              e rientra in Toscana                            341
            I Fiorentini veri capi del partito guelfo;
              estensione della loro politica                _ivi_
            I Fiorentini con molto coraggio civile
              mancavano di coraggio militare                  343
            Notabile contrasto in questa guerra tra la
              loro fermezza e la loro mancanza di valore    _ivi_
            Il 19 di settembre. L'armata imperiale si
              presenta alle porte di Firenze                  345
            I Fiorentini ricevono considerabili rinforzi,
              ma non osano attaccare l'imperatore             347
       1313 Il 6 di gennajo Enrico si allontana da Firenze
              e si accampa a Poggibonzi                       348
            Enrico fa condannare dal suo tribunale i
              Fiorentini ed il re di Napoli                   349
            Giugne all'imperatore una nuova armata
              dalla Germania                                  351
            Il 5 agosto Enrico si pone in viaggio per
              attaccare il regno di Napoli                  _ivi_
            I Fiorentini invocano la protezione
              del re di Napoli                                352
       1313 Danno a Roberto la signoria
              della loro città                                353
            Enrico sorpreso da una malattia
              a Buonconvento                                  354
            Il 24 di agosto muore inaspettatamente          _ivi_
            Sventura de' Pisani che in lui
              perdono il loro protettore                      355
            Danno la signoria ad Uguccione della Fagiuola     356

  CAPITOLO XXVIII. _Consolidamento dell'aristocrazia
  veneta; il maggior consiglio viene
  reso ereditario. — Vittoria d'Uguccione
  della Fagiuola sui Fiorentini. — Sua
  espulsione da Pisa e da Lucca. — Padova
  perde la sua libertà. — Signorie lombarde._
  1313-1317                                                   357

            La repubblica veneta non prende
              parte nelle rivoluzioni d'Italia              _ivi_
            Lente e tacite usurpazioni del
              maggior consiglio                               358
       1289 Il popolo tenta di ricuperare il diritto
              di eleggere egli stesso il doge                 359
            Al doge eletto dal popolo gli
              elettori oppongono Pietro Gradenigo             360
            Gradenigo vuol privare il popolo di ogni parte
              nell'elezione del maggior consiglio             361
       1297 Il 28 di febbrajo. Decreto che ne affida
              l'elezione ad uno scrutinio annuale             363
       1297 Questo scrutinio viene affidato alla
              quarantia criminale, che in tal modo
              subentra ne' diritti del popolo                 364
  1298-1315 Nuovi decreti per impedire l'introduzione
              d'uomini nuovi nel consiglio                    365
       1319 Ultimo decreto che abolisce il periodico
              rinnovamento del maggior consiglio              366
       1299 Prima cospirazione contro la
              nuova aristocrazia                              367
       1310 Seconda cospirazione più formidabile.
              Boemondo Tiepolo                                368
            Il 15 giugno. I congiurati attaccano
              il palazzo ducale e sono respinti               369
            Convenzione tra il doge ed i congiurati,
              che vanno volontariamente in esilio             371
            Istituzione del consiglio de' dieci per
              sopravvegliare e punire i nobili                372
            Arbitrarie procedure del consiglio de'
              dieci; terrore che ispira                       374
            Il consiglio de' dieci s'impadronisce
              della direzione della repubblica                375
            Il consiglio de' dieci poteva essere
              distrutto ogni anno se i nobili
              rifiutavano di rinnovarlo                       377
            Due cose notabili in questo consiglio; il potere
              risguardato quale compenso della libertà      _ivi_
       1310 Mezzo di limitare un potere esecutivo
              immenso in una repubblica                       379
       1313 Apparecchi de' Guelfi di Toscana per opprimere
              il partito ghibellino                           382
       1314 Il 14 di marzo. Roberto viene dal papa
              creato vicario imperiale in Italia              383
            Trattato di pace tra Roberto,
              i Guelfi ed i Pisani                            384
            Uguccione della Fagiuola capitano di Pisa
              impedisce la ratifica di questo trattato        385
            I Lucchesi obbligati di richiamare
              i loro esiliati ghibellini                      386
            Il 14 di giugno. Uguccione della Fagiuola
              sorprende Lucca e l'abbandona al saccheggio     387
            I Fiorentini chiamano i principi di Napoli
              per far la guerra a Fagiuola                    389
       1315 Undici di luglio. Filippo di Taranto e suo
              figlio assumono il comando de' Fiorentini       390
            Uguccione assedia Montecatini; i Guelfi
              tentano di fargli levare l'assedio              391
            Il 29 agosto. Battaglia di Montecatini;
              disfatta dei Fiorentini                         392
            Tirannia d'Uguccione in Lucca e Pisa              394
       1316 Ammutinamento di Lucca occasionato
              dall'arresto di Castruccio                      395
       1316 10 aprile. Il popolo di Pisa si rivolta
              contro Uguccione mentre questi marcia
              contro Lucca                                    395
            Uguccione e suo figliuolo scacciati nello
              stesso tempo da Pisa e da Lucca                 396
       1317 In aprile. Pace fra i Ghibellini
              ed i Guelfi di Toscana                          397
            Progetti del re Roberto sopra
              la Lombardia e Genova                           399
            Padova si conserva libera in
              mezzo ai tiranni della Venezia                  400
  1265-1311 I Vicentini sottomessi ai Padovani;
              vicendevole loro odio                           401
            Gelosia tra la nobilità ed il popolo di Padova    402
            Istabilità da' Padovani e loro
              frequenti rivoluzioni                           403
       1311 Vicenza sottratta al dominio di Padova            404
       1312 Sottomessa al governo di Cane della Scala         405
            Guerra tra Padova e Cane della Scala              409
       1313 Zuffa per la divisione delle acque
              del Bacchilione                                 409
            Potente armata de' Padovani; sua inazione       _ivi_
            Gelosia eccitata contro i capi del governo        410
       1314 Sedizione eccitata dai Carrara;
              uccisione dei due magistrati                  _ivi_
       1314 Pericoli cui viene esposto lo storico Mussato     413
            Indisciplina dell'armata padovana                 414
            I Padovani occupano un sobborgo di Vicenza        415
            Contro le loro promesse l'abbandonano
              al saccheggio                                   417
            Sono sorpresi e rotti da Cane della Scala         419
            Alleanza dei Padovani coi loro vicini             421
            20 ottobre. Pace tra Cane ed i Padovani           423
       1317 21 maggio. I Padovani violano la pace:
              nuovo tentativo sopra Vicenza                   424
            Vantaggi ottenuti da Cane della Scala             425
       1318 23 luglio. La signoria di Padova
              data a Giacomo da Carrara                       426
            Rivoluzioni a Cremona                             428
            Cremona attaccata da Cane e
              da Passerino Bonaccorsi                         429
       1315 5 settembre, il marchese Giacomo Cavalcabò
              nominato signore di Cremona                     430
       1322 17 gennajo. Cremona sottomessa
              a Galeazzo Visconti                             431
            Frequenti rivoluzioni in Lombardia                432
            Incerta situazione di tutti i tiranni d'Italia    433
            La popolazione, malgrado le frequenti
              rivoluzioni, non diminuisce                     435
  1240-1308 Dominio di casa d'Este in Ferrara                 436
            Principio delle case Bonacorsi, Scala
              e Polenta                                       437
            Protezione accordata alle lettere
              da Cane grande                                  439
            I poeti più numerosi presso i principi
              che nelle repubbliche                           441
            Progressi dell'architettura                       442
            Entrate delle piccole corti lombarde              443
            Commercio e manifatture                           444
            Il popolo di Lombardia rientra nell'oscurità      446


FINE DELLA TAVOLA.



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, Tomo IV (of 16)" ***

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