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Title: Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 7
Author: Sismondi, J.C.L. Simondo
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 7" ***

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                           STORIA DELLE
                        REPUBBLICHE ITALIANE
                                DEI
                          SECOLI DI MEZZO


                                DI
                      J. C. L. SIMONDO SISMONDI

           DELLE ACCADEMIE ITALIANA, DI WILNA, DI CAGLIARI,
                   DEI GEORGOFILI, DI GINEVRA EC.

                     _Traduzione dal francese._


                            _TOMO VII._



                              ITALIA
                               1818.



STORIA DELLE REPUBBLICHE ITALIANE



CAPITOLO XLVIII.

      _Pontefici d'Avignone. Urbano V vuole ricondurre la santa sede
      in Roma. — Seconda spedizione di Carlo IV in Italia; è cagione
      in Pisa della ruina di Giovanni Agnello, ed in Siena di quella
      dei dodici. — Viene scacciato da quest'ultima città. — Rende la
      libertà a Lucca._

1365 = 1369.


Innocenzo IV era morto in Avignone il 12 settembre del 1362, ed il
conclave gli aveva dato per successore Guglielmo Grimoardo, abate di san
Vittore di Marsiglia, che non era cardinale. Questo papa, che prese il
nome d'Urbano V, era di già il sesto tra quelli d'Avignone. Clemente V,
aveva il primo trasportata la santa sede in Francia l'anno 1305. Dopo di
lui Giovanni XXII, Benedetto XII, Clemente VI, ed Innocenzo VI, avevano
continuato a vivere come esiliati lontani dalla loro capitale e dalla
loro greggia. Durante una residenza di sessant'anni, i pontefici e la
loro corte si erano stabiliti in Avignone, come se mai non dovessero
abbandonare questa città, e ne avevano acquistata la sovranità da
Giovanna di Napoli, contessa di Provenza; vi avevano fabbricati
magnifici palazzi, e si erano affezionati ad un soggiorno, ove niun
desiderio di libertà tra il popolo, veruna inclinazione alla turbolenza
tra i nobili, turbava la loro tranquillità, inquietava la loro mollezza.
Omai il collegio de' cardinali più non era composto che di Francesi;
Urbano V era della stessa nazione, ed aveva opinione di essere attaccato
al suo paese natale, quanto poteva esserlo ogni altro suo compatriotto;
il re di Francia vivamente desiderava di ritenere la corte pontificia
ne' suoi stati, ond'era difficile il prevedere in qual modo potessero i
papi ritornare giammai all'antica loro sede.

Per altro la dimora de' pontefici in Avignone aveva avuta la più
perniciosa influenza sui costumi della chiesa, sulla sua politica, sul
suo riposo, sulla sua fede. La corruzione de' prelati, la scandalosa e
disonesta vita de' giovani cardinali, innalzati alla porpora dal favore
o dall'intrigo, erano talmente notorj, che Avignone più non era indicata
con altro nome che con quello di Babilonia occidentale. Nè quest'epiteto
trovasi soltanto nelle amare invettive del Petrarca, ma nelle lettere e
nelle scritture degli uomini più moderati e più religiosi del 14.º
secolo. Avignone conteneva la schiuma degl'Italiani e de' Francesi; colà
venivano a cercare fortuna gl'intriganti d'ogni nazione, che avevano
seco portati i più odiosi difetti de' loro compatriotti; e il popolo e
la corte d'Avignone avevano convertito in costume ciò che dalle altre
nazioni risguardavasi come vizio. Ne' precedenti secoli la corte di Roma
era già stata riconvenuta di smisurata ambizione, di dissimulazione, di
avarizia, d'ingratitudine; ma nel tempo che i papi soggiornarono in
Francia, fu ancora venale e perfida nell'amministrazione dei popoli,
servile nelle sue relazioni colla corte di Francia, licenziosa ed
intemperante nella privata vita de' suoi prelati; e tra gli stessi papi,
Clemente VI non andò esente dal rimprovero di scostumatezza[1].

  [1] _Francisci Petrarcae Epist. sine tit. p. 795, 806, ec._

Gl'Italiani, che i proprj governi cercarono di rendere superstiziosi,
sono meno degli altri popoli inclinati alla credulità. Il misticismo,
siccome un'immaginazione piena d'idee malinconiche e terribili,
appartiene ai climi ove l'uomo soffre sotto una temperatura o ardente o
gelata. Ne' deserti della Tebaide, e sulle arene del Gange, o in riva al
Baltico e tra le rupi della Scozia, si può tremare in faccia al
principio malefico che mai non permette di scordare la sua potenza;
possono offerirsi alla divinità dei dolori che sembrano indivisibili
dall'umana specie; ma innanzi a che si tremerebbe in Italia, ove tutto
sorride all'uomo? Come mai tutti i pensieri possono essere totalmente
rivolti ad un'altra vita, quando così dolce è la presente[2]?

  [2] L'autore parla della naturale inclinazione che in un clima
  piuttosto che nell'altro gli uomini hanno per le cose contemplative,
  come solo effetto dei mali o dei beni dipendenti dalla qualità del
  clima e del suolo: lo che nulla ha di comune colla vita ascetica e
  penitente, cui, non per umana disposizione, ma per impulso della
  divina grazia, che toglie, tanto alle delizie della più prospera
  vita e della più fiorente gioventù, quanto al vivere misero e
  stentato, persone d'ogni condizione, d'ogni sesso, d'ogni età,
  d'ogni paese. E la Grecia avanti che cadesse sotto il giogo de'
  Turchi, e l'Italia e la Spagna, poste ne' più temperati climi
  d'Europa, non furono meno feconde di santi solitari e di penitenti
  claustrali, di quello che lo fossero le infuocate rive del Gange, o
  le gelate coste del Baltico. _N. d. T._

Nel 14.º secolo gl'Italiani aggiugnevano uno spirito d'osservazione
esercitatissimo all'abitudine di comunicare coi popoli di diversa
credenza. Il disprezzo che avevano concepito per la corte d'Avignone,
aveva loro quasi assolutamente fatto scuotere il giogo della chiesa
romana; mentre gli spiriti erano rimasti assai più sottomessi in
Francia, ove il fanatismo persecutore ricompariva sovente con nuove
forze. A Parigi, nel Delfinato, ed in altre province della Francia si
bruciarono nel 1373 molti eretici. Le diverse loro sette, tutte
egualmente punite con atroci supplicj, avevano i nomi di Turlupini,
Beguini, Lollardi, Valdesi[3]. Ma in Italia, l'entusiasmo che faceva
nascere le eresie, ed il fanatismo che le puniva, erano ugualmente
spenti, ed avevano dato luogo alla indifferenza.

  [3] _Raynal. An. Eccl. an. 1373, § 19, p. 520._

I Visconti in tempo delle lunghe guerre che avevano sostenute contro la
Chiesa, eransi vendicati delle censure dei papi sul clero de' loro
stati: raddoppiavano le imposte straordinarie quand'erano percossi dalle
scomuniche. Nè i tiranni della Romagna si erano più de' Visconti
lasciati atterrire dai fulmini de' papi, o dalle crociate predicate
contro di loro; l'innalzamento loro e la loro caduta erano effetto della
lotta tra l'ambizione e la libertà, o dell'affezione, dell'odio, o della
vendetta, che sembravano ereditarj in alcune famiglie, senza che la
religione vi avesse parte. I Siciliani, dopo i famosi loro vesperi, più
non furono in pace colla chiesa per lo spazio di ottant'anni. I loro
principi della casa d'Arragona, non si mostrarono meno indifferenti dei
loro popoli alle scomuniche dei papi. Dall'una all'altra estremità
dell'Italia i popoli ed i governi più non temevano le censure ed i
castighi ecclesiastici[4].

  [4] Il segretario fiorentino aveva fatto sagacemente osservare nelle
  sue storie, che mentre le scomuniche facevano tremare i popoli
  settentrionali, gl'Italiani punto non se ne curavano; e ciò per
  l'abuso fattone da alcuni papi. _N. d. T._

La filosofia d'Aristotele era stata universalmente adottata in tutte le
scuole unitamente ai commentarj d'Averroe. Il greco filosofo, supponendo
un'anima unica animatrice di tutti gli uomini, distrugge la provvidenza
e la moralità delle azioni. Ma il glossatore arabo aveva ancora più
direttamente attaccata la religione; egli aveva opposta la sua triste
dottrina all'islamismo in cui era nato, al cristianesimo ed al giudaismo
che aveva studiati; ed aveva diretti contro i cattolici i suoi sarcasmi
ed i suoi ragionamenti. Il solo Petrarca era quello che cercava di
resistere al torrente degl'increduli; ma la setta ch'egli combatteva
nelle sue filosofiche scritture, e nelle sue lettere, godeva
d'un'illimitata libertà, e mostravasi ogni giorno più ardita. Credevansi
appena le antiche dottrine ancora buone per il popolo; e la religione,
quasi incompatibile con tale filosofia, andava perdendo la sua influenza
sulla condotta degli uomini[5].

  [5] Intorno all'influenza della filosofia peripatetica sulla
  credenza de' cristiani meritano di essere letti Lorenzo Moshemio.
  _Instit. Hist. Eccles. — Brucherus Histor. Phil._ ed il suo
  oppositore Agatopisto Cromaziano, ossia il P. Buonafede nella sua
  storia della filosofia, ove prende alla meglio a difendere gli
  aristotelici cristiani, che vollero conciliare le inconcusse
  dottrine del vangelo coi sogni peripatetici. _N. d. T._

Il Petrarca ci lasciò nelle sue lettere la più triste pittura dei
depravati costumi de' prelati[6], i quali avevano perduto lo spirito di
dominazione, siccome i popoli l'abitudine di essere loro subordinati.
Servilmente sottomessi alla corte francese, nemmeno più si vergognavano
della loro servitù. Più in loro non ravvisavasi quello spirito superiore
al mondo, che mantiene la vera religione, e che, quando si trovasse
ancora presso una falsa religione, la renderebbe pure rispettabile ed
utile agli uomini. Invece di non considerare la terra che dal lato de'
suoi rapporti con Dio, i preti più non pensavano a Dio, che in ragione
dei loro interessi sulla terra. La religione era diventata un mezzo
tutt'affatto umano di governo, uno strumento che i despoti tenevano
nelle loro mani per valersene contro i popoli[7].

  [6] In quasi tutte le lettere del libro _Epistolarum sine titulo._

  [7] Le osservazioni dell'autore sono vere parlando del generale
  depravamento del clero nel 14.º secolo, ma anche in questi tempi
  infelici, non era la chiesa priva di uomini santissimi, onde non
  lasciò d'essere santa nel capo Gesù Cristo, e nelle membra.
  Formavano questi quel piccolo numero di eletti che facevano udire il
  gemito della casta colomba, e che prepararono quella felice riforma
  de' costumi nel clero e nel popolo ch'ebbe compimento per opera del
  concilio di Trento nella seconda metà del 16.º secolo. _N. d. T._

Una religione corre sempre grandissimo rischio quando si dà un capo
sulla terra; poichè facendo dipendere il rispetto che riclama,
dall'eventualità e dalla virtù d'un solo uomo, la chiesa si rende
risponsabile della condotta del pontefice che la rappresenta. Vero è che
ne' tempi della persecuzione ella ha più ragioni di sperare che di
temere dalla condotta del suo capo; imperciocchè egli s'investe in
allora dello zelo medesimo della sua greggia, e non si trova elevato al
di sopra degli altri che per dar loro un più luminoso esempio. I primi
vescovi di Roma, se dobbiamo prestar fede alle loro leggende, furono
quasi tutti santi e martiri; ma poichè la chiesa trionfò dell'idolatria,
la leggenda medesima più non attribuisce ai loro successori tanti onori
e tante virtù. Il capo del clero, depositario del suo potere, non può
evitare di essere strascinato dagl'interessi temporali della sua
amministrazione, e di far servire la religione alla politica. È questo
il maggiore abbassamento cui possa trovarsi esposta un'autorità divina.
Il più nobile ed il più disinteressato sentimento del cuore umano, il
sentimento dell'intero sagrificio di sè medesimo si cangia in cotal modo
nel vile calcolo dell'egoismo e della frode[8].

  [8] Il leggitore non dimenticherà che lo storico tratta questo
  argomento sotto le sole viste dell'umana politica, essendo estraneo
  al di lui istituto ciò che risguarda un ordine di cose superiori.
  _N. d. T._

Ad ogni modo, se una religione, diventata dominante, deve avere un capo;
se deve affidare una quasi illimitata autorità sulle coscienze ad un
solo uomo, conviene almeno che quest'uomo sia indipendente. È una specie
d'indipendenza quella che l'entusiasmo inspira in mezzo alle
persecuzioni; ed il martire è più indipendente dei re, poichè disprezza
i loro ordini e non teme i loro carnefici. Ma quando è cessato
l'entusiasmo, il capo d'una religione altro non sarà che un suddito se
non è sovrano. Vero è che l'amministrazione di uno stato mal si conviene
ad un prete, poichè lo allontana dai pensieri che dovrebbero occuparlo,
e forse dai costumi che dovrebbe avere; ma la servitù è ancora più
sconveniente. Il sovrano pontefice, indipendente dai re, compenserà
spesse volte, col suo coraggio nel biasimare la condotta loro, i torti
della propria; reprimerà, come sempre fecero i papi, i pessimi costumi,
il di cui esempio è tanto pernicioso, quando è dato da chi siede sul
trono; citerà alcuna volta al tribunale di Dio un re come falsario, un
principe perchè impudico o assassino. In mezzo alle loro ingiuste
passioni, ai loro implacabili odj, gl'Innocenti e gli Alessandri quando
diressero le armi della Chiesa contro i re di Francia, di Spagna, di
Germania, d'Inghilterra, fecero se non altro sentire ai popoli che i
sovrani, non meno de' sudditi, possono essere puniti pei loro delitti.

Quando la corte di Roma, trasportata oltremonti, si rese francese, cessò
di esprimere in tale maniera il voto dei popoli o delle future
generazioni. Ella coprì co' suoi veli le scelleratezze di Filippo il
Bello, e gli somministrò infami pretesti per la carnificina de'
Templari. Fece co' suoi successori vergognosi mercati dei beni della
chiesa, sotto pretesto d'una crociata, che mai non pensò di adunare.
Tradì con fallaci speranze i Cristiani orientali, invitandoli a prendere
le armi, poi lasciandoli senza soccorsi preda del ferro de'
musulmani[9].

  [9] _Matteo Villani, l. VII, c. 1, e seguenti._

Clemente VI invece d'aprire a Filippo di Valois tutti i tesori della
chiesa sotto pretesto d'una guerra sacra, cui egli non pensava di fare,
avrebbe dovuto essere animato dal coraggio che manifestò in
quest'occasione frate Andrea d'Antiochia, religioso italiano, che
tornava in allora da Terra santa. Egli prese per la briglia e fermò il
cavallo del re. «Sei tu, gli disse, quel Filippo di Francia che ha
promesso a Dio ed alla santa Chiesa di marciare colle sue genti a
liberare la terra in cui Cristo, nostro Salvatore, ha sparso il divino
suo sangue per la nostra redenzione?» Filippo, colpito dalla imponente
fisonomia del religioso, gli rispose che lo era. «Se tu lo promettesti
di buona fede e con pura intenzione, replicò frate Andrea, io prego
questo benedetto Salvatore d'indirizzare i tuoi passi ad una compiuta
vittoria, di rendere prosperi te e la tua armata, riservandoti la gloria
di purgare quel venerabile luogo dalle abbominazioni degl'Infedeli. Ma
se dopo avere pubblicata questa intrapresa, per la quale moltissimi
Cristiani orientali hanno di già subita la morte in mezzo a terribili
tormenti, tu non pensi di ridurla ad effetto; se tu hai ingannata la
santa Chiesa di Dio, la divina collera scenda sopra di te, sulla tua
casa, sulla tua posterità e sul tuo regno; il flagello della celeste
giustizia s'aggravi sopra di te e sopra i tuoi successori, in faccia a
tutti i Cristiani; ed il sangue di tanti innocenti, sparso in occasione
delle voci che tu facesti falsamente divulgare, chiami vendetta a Dio
contro di te[10]!»

  [10] _Matteo Villani, l. VII, c. 3._

Non è perciò a credersi che i papi francesi non chiamassero altresì
innanzi al loro tribunale i principi con cui guerreggiavano. Si videro
rimproverare ai Visconti i loro delitti, non già col sublime linguaggio
che si conviene al ministro di Dio sulla terra, ma con quello d'un
accanito nemico. Urbano V in una bolla pubblicata contro di Barnabò lo
chiama _figlio di perdizione, animato da uno spirito diabolico_[11];
indi passa a disvelare tutta la turpitudine di questo odioso tiranno. Ma
non erano altrimenti i delitti, bensì le conquiste di Barnabò, che il
papa voleva punire; perciò quando ebbe ottenuta la restituzione di
alcune fortezze, che Barnabò possedeva nel Bolognese, gli rese il suo
favore, assolvendolo da tutte le censure pronunciate contro di lui.

  [11] _Raynald, An. Eccl. an. 1362, § 12, p. 418._

La dipendenza de' papi avignonesi verso la corte di Francia eccitava il
malcontento in tutto il resto dell'Europa. Accusavansi i tribunali
ecclesiastici di parzialità, di venalità i legali ed i governatori
nominati dal papa. Tutti i vescovi erano tenuti di risedere presso la
loro greggia, e quest'obbligazione veniva continuamente ricordata dagli
uomini dabbene al primo vescovo, che avrebbe dovuto dare a tutti gli
altri l'esempio della disciplina, onde il biasimo di tutta la
cristianità ricadeva sul di lei capo. Frattanto gli abusi coll'andare
del tempo prendevano piede; e la corte pontificia non sarebbe mai stata
ricondotta da Avignone a Roma, se la prima di queste città avesse
continuato ad offrire ai papi un sicuro asilo inaccessibile alle armate
ed alle rivoluzioni del rimanente dell'Europa. Ma i Valois, durante il
disastroso loro regno, più non guarentirono alla corte pontificia quella
pace, di cui avea goduto in Provenza in cambio della perduta libertà.

La guerra cogl'Inglesi desolava da lungo tempo il regno di Francia; ma
le perfidie di Carlo il malvagio, re di Navarra, la _Jaquerie_ ossia la
ribellione de' contadini contro i nobili, e più di tutto le compagnie di
ventura, avevano posto il colmo alla ruina di quelle province. Avignone
era stato ad un tempo minacciato da tre di questi corpi, che altro scopo
non avevano che l'assassinio. I borghesi della città ed i cortigiani del
papa erano stati più d'una volta forzati, sotto il pontificato
d'Innocenzo VI, a prendere le armi per difendere le mura; e più
frequentemente ancora la corte aveva dovuto liberarsi dal sacco con
grosse contribuzioni. Tutta l'Europa, invece di compatire in simile
circostanza i prelati, biasimava d'accordo il papa, perchè soggiornava
in una terra d'esilio. Il Petrarca, il di cui solo nome valeva una
potenza, approfittava di tutte le occasioni per richiamare il vescovo di
Roma alla greggia particolarmente affidata alle sue cure, e le lettere,
talvolta eloquenti e sempre ardite, che gl'indirizzava intorno a
quest'argomento, circolavano per tutta l'Europa. Urbano V, mosso da così
urgenti cagioni, dichiarò nell'istante della sua elezione ch'egli
sarebbe contento di poter rimettere la santa sede in Roma, quand'anche
dovesse morire il giorno dopo[12]; ed infatti non tardò a preparare
l'esecuzione di questo progetto.

  [12] _Matteo Villani, l. XI, c. 26._

Nel 1365 Urbano concertò con Carlo IV il suo ritorno nella capitale del
cristianesimo. Questo monarca andò in Avignone in maggio del 1365, sotto
pretesto di concertare col papa i movimenti d'una nuova crociata. Gli
avanzamenti de' Turchi in Europa cominciavano appunto allora a far
desiderare la riunione di tutti i principi cattolici per difendere la
Grecia ed il Levante contro i nemici della fede. La politica non meno
che la religione avrebbero approvata questa guerra sacra[13]; ma tutti
gli sforzi de' sovrani e del clero, tutte le calde istanze di Pietro di
Lusignano, re di Cipro, ch'era venuto a visitare le corti d'Occidente
per ottenere alcuni soccorsi, non riuscirono a risvegliare un entusiasmo
spento già da oltre un secolo. Il re di Cipro riprese la strada del
Levante con un pugno di crociati, coi quali il 3 ottobre del 1365
sorprese Alessandria d'Egitto; ma non si trovò abbastanza forte per
conservarla, e l'evacuò poco dopo[14].

  [13] _Raynaldi An. Eccl. 1365, § 1, p. 441._

  [14] _Fleury Histoire Eccles., l. XCVI, c. 51._

Il papa desiderava assai più l'abbassamento de' suoi nemici in Italia
che la disfatta degl'Infedeli; e l'imperatore coglieva con piacere
l'opportunità di tornare in un paese, ove altre volte avea mietute
ragguardevoli somme di denaro. L'uno e l'altro dava voce di voler
cacciare d'Italia le bande degli assassini che la guastavano. La
compagnia tedesca d'Anichino Bongarten, e la compagnia inglese di
Giovanni Acuto, ruinavano a vicenda la Toscana e lo stato della Chiesa.
Gelosa l'una dell'altra non si erano rifiutate di servire sotto principi
nemici; ma i popoli soffrivano non meno dalla compagnia alleata che
dalla nemica[15]. La compagnia della Stella, che i Fiorentini avevano
chiamata dalla Provenza per fare la guerra ai Pisani, e quella di san
Giorgio, formata da Ambrogio, figliuolo naturale di Barnabò
Visconti[16], entrarono una dopo l'altra nello stato di Siena ed in
quello di Perugia per levarvi delle contribuzioni. Così aperto
assassinio non poteva essere più lungamente tollerato, e l'Italia udì
con piacere che il papa e l'imperatore avevano stabilito di mettervi
termine.

  [15] _Cron. d'Orvieto, t. XV, p. 688._

  [16] _Cronica Sanese, p. 187._

Nel 1366 il cardinale Albornoz, d'ordine dì Urbano V, fece preparare un
palazzo a Viterbo per abitazione del pontefice in tempo d'estate[17].
Fece inoltre riparare gli edificj di Roma che cadevano in ruina, ed
accettò le galere di Venezia, di Genova, di Pisa e della regina di
Napoli, per ricondurre la corte pontificia dalle bocche del Rodano alle
foci del Tevere.

  [17] _Raynald. An. Eccl. 1366, § 26, p. 462._

I due capi della cristianità avevano convenuto di trovarsi in Italia nel
mese di maggio del 1367; ma Carlo IV fu costretto dagli affari della
Germania a protrarre un anno la sua venuta. Urbano V lasciò Avignone
l'ultimo giorno d'aprile del 1367 con molti de' suoi cardinali, che
sebbene di mal animo, avevano acconsentito di seguirlo; altri avevano
presa la strada di Torino; e cinque ricusarono di abbandonare la
Provenza[18].

  [18] _Petrarcae Rerum Senilium, l. IX, ep. 2, p. 947._

Urbano sbarcò il 25 maggio a Genova, e le due fazioni che dividevano
questa repubblica, si sforzavano di superarsi nel fargli onore[19].
Simone Boccanegra, il primo doge di Genova, era morto nel 1363,
avvelenato, per quanto fu creduto, in un pranzo dato al re di Cipro.
Mentre questo magistrato lottava ancora tra la vita e la morte, il
popolo aveva prese le armi, arrestati i parenti del Boccanegra, ed
eletto doge Gabriele Adorno. Era questi un mercante, di famiglia plebea,
ma ghibellina; e manifestò talenti ed un carattere, proprj ad
assicurargli finchè sarebbe vissuto, la direzione del partito
ghibellino[20].

  [19] _Vita Urbani V. ex Bosqueto, t. III, p. II, Rer. Ital., p.
  617._

  [20] _Georg. Stellae An. Genuen., t. XVII, p. 1096._

L'opposta fazione de' Guelfi aveva per capo Lionardo di Montalto, che
ancor esso aspirava al dogado. Nel 1365 era stato costretto ad uscire di
città con i suoi aderenti, e faceva guerra alla sua patria[21], quando
il passaggio del papa a Genova riconciliò per alcun tempo le due opposte
parti.

  [21] _Ib. p. 1100._

Il cardinale Egidio Albornoz venne ad aspettare il papa sulla spiaggia
di Corneto, ove questi sbarcò il 4 di giugno. V'erano pure i deputati
del senato e del popolo romano, i quali offrirono al papa la _signoria_
di Roma e le chiavi di castel sant'Angelo[22]. La gioja prodotta dal
ritorno del capo della religione in Italia, poteva sola ridurre i Romani
a riconoscere un padrone. Quantunque avessero minore costanza, valore e
virtù, che non gli abitanti delle città toscane, erano per altro agitati
dalle medesime passioni. Il loro risentimento ora dirigevasi contro la
nobiltà, ora contro l'arbitrario potere d'un solo. Nel 1362 avevano
creato un nuovo tribuno, detto Lello Pocadotta, il quale era un uomo
della feccia del popolo, un calzolajo, che aveva approfittato del suo
efimero potere per cacciare di città tutti i nobili. Ma l'avvicinamento
della compagnia del Capelletto aveva poco dopo spaventati i Romani; onde
scacciarono dal Campidoglio il tribuno, e si diedero ad Innocenzo VI, a
condizione che non darebbe nella città loro veruna autorità al cardinale
Albornoz[23]. Sotto il regno di Urbano V, erano stati agitati da altre
rivoluzioni ancora meno meritevoli d'essere conosciute.

  [22] _Vita Urbani V, ex Bosqueto, p. 618. — Cronica d'Orvieto, t.
  XV, p. 691._

  [23] _Matteo Villani, l. XI, c. 25, p. 709._ _Tu che leggi_, grida
  il Villani, _ed hai lette le altre maravigliose cose, che feciono i
  buoni Romani antichi, e tocchi queste in comparazione, non ti fia
  senza stupore d'animo._

Quegli in cui Urbano aveva maggiore fiducia per amministrare lo stato
della chiesa era appunto l'Albornoz, che in una legazione di quattordici
anni aveva riconquistata e sottomessa alla santa sede la totalità del
dominio ecclesiastico. Albornoz al suo arrivo in Italia non aveva
trovati fedeli al papa che i due castelli di Montefiascone e di
Montefalco[24]; mentre all'arrivo d'Urbano tutte le città della Romagna,
della Marca, dell'Umbria e del patrimonio, ubbidivano alla santa sede.
Il papa, avendo domandato conto al cardinale del danaro speso nella sua
lunga amministrazione, questi gli mandò per risposta un carro
compiutamente carico delle sole chiavi delle città, che aveva ridotte in
di lui potere[25]. Ma era di poco giunto Urbano in Italia quando
Albornoz morì a Viterbo il 24 agosto del 1367, seco portando il dolore
della corte di Roma e dei popoli, che avevano condonati a' suoi rari
talenti la strana unione delle incumbenze di generale d'armata e di
prelato[26].

  [24] _Vita Urbani V, ex Bosqueto, p. 618._

  [25] _Pompeo Pellini Storia di Perugia, t. 2, in 4.º, p. I, l. VII,
  p. 1025._

  [26] _Raynaldi An. Eccl. 1397, § 15, p. 469._ La città d'Orvieto
  aveva riconosciuto Albornoz per suo diretto signore; ed alla morte
  del legato si diede al papa in forza d'una deliberazione del
  consiglio generale, senza stipulare la riserva delle sue libertà.
  _Cron. d'Orvieto, p. 692._

Questo grande politico aveva, prima di morire, reso l'ultimo servigio al
papa, conchiudendo in suo nome un'alleanza con tutti i nemici de'
Visconti. La lega che fu segnata a Viterbo l'ultimo di luglio e
pubblicata il 5 agosto, comprendeva l'imperatore, il papa, il re
d'Ungheria, ed i signori di Padova, Ferrara e Mantova[27]. Vi prese
parte ben tosto ancora la regina di Napoli, la quale, avendo perduto suo
marito, Luigi di Taranto, il 26 maggio del 1362, si era lo stesso anno
rimaritata in terze nozze col figliuolo del re di Majorica, Giacomo
d'Arragona, cui per altro non aveva accordato il titolo di re!

  [27] _Raynaldi An. Eccl. 1367, § 17, p. 469._

I fratelli Visconti apparecchiavansi dal canto loro a combattere questa
formidabile coalizione; e si erano segretamente alleati a tutte le
compagnie di ventura che guastavano il paese. Il bastardo Visconti,
figliuolo di Barnabò, che ne aveva egli medesimo formata una, adunò
tutte le altre al suo soldo, e fece in tal modo la più bell'armata, che
si fosse ancora veduta in Italia[28]. Galeazzo, il secondo fratello
Visconti, che da qualche tempo aveva stabilita la sua dimora in Pavia,
preparavasi pure a modo suo a combattere i suoi nemici. Il fasto e le
vanità occupavano tutti i suoi pensieri. Il Petrarca, che viveva nella
di lui corte, faceva plauso alla di lui magnificenza ed alla protezione
che accordava alle arti ed alle lettere; ma i suoi sudditi gemevano
sotto il peso delle gabelle; lo detestavano i suoi ministri e soldati
non pagati, e le città da lui dipendenti non erano tenute fedeli che dal
terrore che ispiravano le sue crudeltà[29].

  [28] _Bernardino Corio Stor. Mil. p. III, p. 238._

  [29] _Petri Azarii Chron., c. 14, p. 402._

Galeazzo riponeva la sua vanità ne' parentadi coi più gran re del
cristianesimo. Egli fece sposare in marzo sua figliuola Violante a
Lionello, duca di Chiarenza, figliuolo del re d'Inghilterra; e per
ridurre questo principe ad un tale matrimonio, gli aveva offerti, colla
figlia, duecento mila fiorini di dote e la sovranità di cinque città del
Piemonte[30]. Pretendeva con ciò Galeazzo d'attaccare più saldamente ai
proprj interessi la compagnia inglese: ed infatti Giovanni Acuto alla
testa di questa truppa formidabile penetrò nel territorio di Mantova che
pose a fuoco e a sangue. Ma ben tosto il nodo di quest'alleanza colle
compagnie di ventura si ruppe per un inaspettato avvenimento: Lionello,
duca di Chiarenza, morì dopo pochi mesi, vittima della sua intemperanza.

  [30] Alba, Cuneo, Cerastro, Mondovì e Braida. Le nozze vennero
  celebrate con insolita magnificenza. La corte sedeva a varie tavole,
  secondo il rango de' personaggi; ma il Petrarca fu ammesso a quella
  de' principi sovrani. _Bern. Corio Stor. Mil. p. III, p. 239._

Intanto Carlo IV giunse il 5 di maggio a Conegliano con una
ragguardevole armata, cui si unirono gli alleati d'Italia, onde si vide
alla testa di forze superiori di molto a quelle de' Visconti[31]. Ma
Acuto trattenne alcun tempo quest'armata nello stato di Mantova rompendo
le dighe dell'Adige, che inondò il campo dell'imperatore[32]. D'altra
parte Barnabò, cui era nota l'avarizia di Carlo, approfittò di questo
ritardo per fargli aggradire riguardevoli doni, persuadendolo con tale
mezzo a trattare di pace, ed a licenziare la sua armata. In tre mesi che
le truppe imperiali passarono in Italia non s'impadronirono del più
debole castello de' Visconti, o di Cane signore della Scala loro
alleato; avevano in cambio ruinati i signori di Mantova e di Ferrara,
amici di Carlo IV, e furono vergognosamente congedate, sotto la sola
condizione che i Visconti renderebbero ai Gonzaghi Borgoforte, che
avevano loro tolto[33].

  [31] La cronaca di Piacenza (_t. XVI, p. 509._) pretende che avesse
  sotto il suo comando cinquanta mila cavalli, cosa probabile se aveva
  nell'esercito molte truppe leggiere, ed Ungari.

  [32] _Chron. Estense, t. XV, p. 491._

  [33] _Bernardino Corio Stor. di Milano, p. III, p. 241. — Chron.
  Estense, t. XV, p. 491._

Estrema fu l'indignazione di tutta l'Italia quando fu noto così
vergognoso trattato. Eransi adunati cinquanta mila uomini dalle
estremità della Boemia a quelle del regno di Napoli, e dall'Ungheria
alla Provenza, per liberare l'Italia dalla tirannide de' Visconti e
dagli assassinj delle compagnie, e questa formidabile coalizione era
stata disciolta dal suo capo, come se avesse ottenuto il suo scopo mercè
la restituzione d'un miserabile castello. Frattanto Carlo IV senza
prendersi cura del biasimo universale, quando a tale prezzo poteva
ammassare danaro, innoltravasi verso la Toscana coi deboli avanzi della
sua armata.

Era l'imperatore chiamato in questa provincia dalle preghiere dei
Lucchesi, che, oppressi dai Pisani da loro detestati, avevano a Carlo IV
consacrato l'affetto ed il rispetto loro fino dal tempo in cui questo
monarca, in allora principe di Boemia, governava Lucca a nome di suo
padre il re Giovanni[34]. Molti Guelfi di questa città, forzati ad
emigrare, avevano acquistate grandi ricchezze commerciando in Francia,
ed offrivano all'imperatore di pagargli al più alto prezzo la libertà
della loro patria.

  [34] _Beverini Annales Lucenses mss. ex archivio Lucense, l. VII, p.
  958._

Giovanni Agnello, signore di Pisa, trattava dal canto suo con Carlo IV,
da cui desiderava la conferma dell'usurpato titolo di doge; ma lo vedeva
con rincrescimento avvicinarsi alla testa di mille duecento corazzieri,
e già s'accorgeva che la speranza di vicina rivoluzione rendeva arditi i
malcontenti, e facevagli trovare opposizione perfino nel proprio
consiglio. Ottenne da Carlo la promessa di essere nominato vicario
imperiale di Pisa, e di vedere raffermata in tal modo la sua autorità; a
questo prezzo acconsentì di rinunciare alla più importante conquista che
avesse mai fatta la repubblica di Pisa, e per difesa della quale le
nemiche fazioni eransi più d'una volta riconciliate. Il 23 agosto del
1368 consegnò Lucca a Marcovaldo, vescovo d'Augusta, che ne prese
possesso a nome dell'imperatore. Questa città era stata suddita dei
Pisani fino dal 6 luglio 1342[35].

  [35] _Croniche di Pisa, t. XV, p. 1048. — Paolo Tronci Annali di
  Pisa, p. 417. — Beverini Annales Lucensium, 1. VII, p. 959._

Carlo IV entrò in Lucca il 5 di settembre. A breve distanza da questa
città aveva incontrato Giovanni Agnello, e l'aveva armato cavaliere;
onore che il signore di Pisa rese subito a due suoi nipoti e ad altri
suoi compatriotti. Il monarca, il doge ed i nuovi cavalieri, entrati in
Lucca, salirono sopra palchi innalzati nella piazza di san Michele, ove
Agnello doveva essere dichiarato vicario imperiale in presenza del
popolo; ma tutto ad un tratto il palco, su cui egli trovavasi, crollò
sotto il peso di coloro che vi erano saliti; molti rimasero morti, ed
Agnello si ruppe una coscia. Il tiranno obbligato a letto più non poteva
farsi temere, onde gli amici della libertà presero tosto a Pisa le armi
sotto la condotta di Pietro d'Albizzo di Vico, facendo eccheggiare tutte
le strade delle grida di _viva l'imperatore e morte al doge_.
All'istante forzarono la guardia ducale, saccheggiarono il palazzo del
conservatore, ed elessero nuovi anziani per governare la repubblica
secondo le antiche leggi. Alla notizia di questa rivoluzione tutti gli
esiliati rientrarono in Pisa, tranne Pietro Gambacorti; mentre Agnello,
ritenuto a letto in Lucca, risolse all'indomani di spogliarsi di tutti i
diritti che poteva avere alla signoria, dopo averla conservata poco più
di quattro anni[36].

  [36] _Croniche di Pisa, t. XV, p. 1050. — Beverini Annales Lucenses,
  l. VII, p. 960._

Carlo IV non si affrettava punto di rendere a Lucca la libertà,
risguardando questa città quale residenza sicura e comoda per tener vivi
i suoi maneggi nelle repubbliche toscane, acquistarvi nuovi diritti, e
per lo meno scroccarne assai danaro: in breve una rivoluzione che il suo
avvicinamento aveva fatta scoppiare in Siena, gli offrì l'occasione, che
andava cercando, di vendere la sua protezione.

Quando l'imperatore, tredici anni prima, erasi recato a Siena, un
movimento popolare da lui spalleggiato, aveva esclusa dal governo
l'oligarchia dominante. Dopo tale epoca i ricchi mercanti, che formavano
questa oligarchia, erano stati dichiarati, come la nobiltà, incapaci di
aver parte al governo popolare. Di loro e delle loro famiglie erasi
formato nello stato un ordine separato, che dicevasi il monte dei nove,
a motivo della suprema magistratura che aveva occupato, e ch'era stata
abolita nell'atto che ne era stato spogliato. Ma i borghesi di uno stato
alquanto inferiore, che, dopo i nove, erano pervenuti alla nuova
magistratura dei dodici, avevano camminato così esattamente dietro le
orme de' loro predecessori, che si erano egualmente usurpata tutt'intera
la suprema autorità; onde il monte dei dodici, da loro formato, non era
meno odioso al popolo che quello dei nove.

I dodici, temendo principalmente l'odio della nobiltà, cercarono di far
rinascere le antiche sue contese per indebolirla. Le due illustri
famiglie de' Tolomei e de' Salimbeni erano sempre state a Siena i capi
delle parti guelfa e ghibellina. Finsero i dodici d'essere divisi nelle
stesse fazioni, ed eccitarono le due famiglie a dar mano alle armi l'una
contro l'altra, promettendo a ciascuna di favoreggiarla: ma i nobili, il
di cui odio ereditario erasi quasi spento sotto le persecuzioni
sostenute in comune, si manifestarono i mutui soccorsi loro promessi dai
magistrati; onde vergognandosi d'avere sparso il proprio sangue per
soddisfare alla segreta gelosia de' plebei, convennero di vendicarsene
praticando i medesimi modi adoperati con loro. Finsero un accrescimento
di odio gli uni contro degli altri, fecero venire dai proprj poderi i
loro vassalli, ed adunarono soldati nelle loro case senza che i dodici
si opponessero a questi apparecchi, che credevano destinati alla
vicendevole distruzione dei nobili. Frattanto questi si erano guadagnati
tutti i capi del monte dei nove e molti plebei malcontenti, ed avevano
riuniti in città ottomila uomini sotto le insegne delle due armate
guelfa e ghibellina. Tutt'ad un tratto le due armate si unirono il 2
settembre del 1368, ed i loro capi chiesero alla signoria il possesso
del palazzo e di tutti i luoghi forti. I dodici sorpresi da così subito
avvenimento non ebbero pur tempo d'impugnare le armi per difendersi;
onde ritiraronsi nelle loro case, e rinunciarono al governo che avevano
tenuto tredici anni[37].

  [37] _Cronica Sanese, t. XV, p. 196. — Malavolti Storia di Siena, p.
  II, l. VII, p. 129._

I nobili, padroni della repubblica, dichiararono di volere ristabilire a
Siena il governo consolare, sotto il quale questa città aveva fiorito
nel dodicesimo secolo. Nell'ordine dei nobili distinguevansi cinque
famiglie d'una rimota antichità, i Tolomei, i Salimbeni, i Piccolomini,
i Saracini, i Malavolti. Cinque consoli furono scelti in cinque illustri
famiglie, altri cinque nel rimanente della nobiltà e tre nell'ordine dei
nove, che furono di bel nuovo messi a parte del governo[38].

  [38] _Cronica Sanese di Neri di Donato, p. 197._

Ma il popolo, ch'era stato lungo tempo in possesso delle magistrature,
non poteva pazientemente soffrire di esserne escluso, e nell'agitamento
d'una fresca rivoluzione, ogni parte ricorse all'imperatore e lo scelse
arbitro. Carlo accettò con piacere le funzioni di mediatore, promise a
tutti la sua protezione, ma si assicurò specialmente dei Salimbeni, di
già disposti a separarsi dal loro ordine, e fece all'istante partire con
ottocento cavalli Malatesta Ungaro, uno de' signori di Rimini, che
nominò vicario imperiale a Siena.

I nobili non volevano aprire le porte a questa piccola armata prima di
vedere sanzionati i loro diritti con un trattato, ma il monte dei dodici
ed il popolo erano più desiderosi di affidarsi all'imperatore, perchè
avevano meno da perdere. Niccola Salimbeni, uno de' consoli, tradì i
suoi colleghi per unirsi al popolo, ed il 24 di settembre fece entrare
Malatesta Ungaro per la porta che gli era stata affidata. La nobiltà,
sebbene sorpresa, si difese nelle strade, e soltanto dopo essere stata
superata in più di dieci zuffe sostenute di posto in posto, uscì
finalmente di città e si ritirò ne' suoi castelli[39].

  [39] _Malavolti Storia di Siena, p. II, l. VII, p. 130._

Il popolo vittorioso era chiamato a dare una nuova forma al governo, ed
a regolare la distribuzione dei diritti politici tra i diversi ordini
dello stato. Non credette di potere abolire il passato, non essendo
possibile che i cittadini rinunciassero ad affezioni ed a passioni
ereditate dai loro antenati, ed alle quali andavano debitori della loro
forza e della loro importanza. Perciò i nuovi legislatori riconobbero
l'esistenza dei due monti dei nove e dei dodici, ne formarono un terzo,
nel quale raccolsero i cittadini stranieri alle due precedenti
oligarchie, e questo nuovo ordine, più numeroso che gli altri due, ebbe
dalla riforma, da cui era nato, il nome di monte dei riformatori. La
signoria fu composta di dodici magistrati, tre de' quali presi dalla
prima classe, quattro dalla seconda e cinque dalla terza. La stessa
proporzione si osservò nella formazione dei due consiglj che dovevano
assecondare la signoria, completando in unione alla medesima il
governo[40].

  [40] _Orlando Malavolti Storia di Siena, p. II, l. VII, p. 130._

L'imperatore, che tuttavia soggiornava in Lucca, vedeva con piacere le
rivoluzioni di Pisa e di Siena indebolire le due repubbliche e
prepararle a porsi sotto la sua dipendenza. Avrebbe ancor voluto
eccitare qualche turbamento in Firenze, ond'essere poi chiamato a
prendere qualche parte nel governo di quella ricca repubblica e cavarne
danaro. Egli aveva fatti agli ambasciatori fiorentini amari rimproveri
perchè la signoria avesse occupato Samminiato, Prato e Volterra, da lui
riclamate come terre dell'impero, ed, appena giunto a Lucca, aveva
spediti i suoi corazzieri ad occupare Samminiato ed a fare delle
scorrerie nel territorio fiorentino. Ma tosto che la repubblica,
determinata di difendere i proprj diritti colle armi, ebbe assoldata
gente da guerra, Carlo si raddolcì[41]. Trovavasi allora in così
pressante bisogno di danaro che aveva impegnata in Firenze medesima la
sua corona per sedicimila fiorini, la quale non aveva potuto ricuperare
che prendendo questa somma a prestito dai Sienesi[42]. Abbandonò dunque
le sue pretese e partì alla volta di Siena, ove si trattenne pochi
giorni, passando di là a Roma.

  [41] _Sozomeni Pistoriensis Hist., t. XVI, p. 1084. — Leonardo
  Aretino Storia Fiorentina, l. VIII._

  [42] _Cronica Sanese di Neri di Donato, p. 200._

Il papa non aveva motivo di essere soddisfatto della condotta tenuta
dall'imperatore, che bruscamente abbandonando la guerra intrapresa
contro i Visconti, aveva rovesciate tutte le speranze della Chiesa; ma
Carlo si prese cura di riconciliarsi con Urbano colla più umile e
rispettosa condotta; e mostrò di non avere altro scopo, rendendosi a
Roma, che di abbassare la dignità imperiale innanzi a quella del
pontefice. Si trattenne prima a Viterbo per visitarlo, poi essendo
giunto a Roma prima di lui, tornò addietro per aspettarlo a porta
Angelica, di dove s'incamminò a piedi avanti al papa, prendendo il suo
cavallo per le briglie e guidandolo fino al palazzo del Vaticano. I
Romani, lungi dall'insuperbirsi per gli atti di rispetto renduti al loro
vescovo, concepirono un profondo disprezzo pel monarca, che tanto si
umiliava a' suoi piedi. L'imperatore fece coronare dal papa la sua
quarta consorte, e dopo avere servito il pontefice alla messa come
diacono col libro e col corporale, lasciò Roma e riprese la strada della
Toscana[43].

  [43] _Vita Urbani V ex Bosqueto t. III, p. II, p. 622. — Cronica
  d'Orvieto ad finem, p. 694._ — Il Cronacista di Rimini dice di
  questo imperatore. _E per certo, se io non ti avessi promesso da
  principio di scrivere della sua venuta, non avrei intinta questa
  carta, perchè me ne vergogno, in suo servizio, t. XV, p. 912._

Al suo ritorno a Siena, il 22 dicembre, vi trovò la discordia
risvegliata dagli intrighi di Malatesta Ungaro, il vicario che vi aveva
lasciato. Durante l'assenza dell'imperatore, i dodici avevano eccitata
una nuova sedizione, sperando di ricuperare la loro antica autorità; ma
il tumulto non altro aveva ottenuto che di procurare maggior potere al
monte dei riformatori; eransi aggiunti tre nuovi membri alla signoria, e
si erano presi in quest'ordine, il più povero degli altri ed il più
numeroso. I dodici, delusi per la seconda volta dalle proprie loro
pratiche, erano più che prima irritati contro il governo. Porsero dunque
avidamente orecchio alle segrete proposizioni dell'imperatore, ch'erasi
impegnato di vendere al papa Siena ed altre città della Toscana, e aveva
chiamato presso di sè il cardinale Gui di Monforte, legato di Bologna,
con un grosso corpo di cavalleria, onde dare esecuzione al
contratto[44].

  [44] _Cronica Sanese di Neri di Donato, p. 203._

Carlo IV, assicuratosi dei dodici e dei Salimbeni, domandò che la
signoria mettesse in sua mano i cinque più importanti castelli del suo
territorio[45], e che i gonfalonieri ed i soldati della milizia gli
prestassero giuramento di fedeltà. Quest'inchiesta venne comunicata al
consiglio generale che la rigettò con grandissima maggiorità di voti.
Ricusò pure d'accrescere il potere de' dodici come l'imperatore
desiderava[46]; il quale offeso da queste due negative, risolse di
adoperare la forza. Dietro i di lui suggerimenti il 18 gennajo 1369 la
fazione dei dodici diede mano alle armi, di concerto coi Salimbeni, per
iscacciare di palazzo tre cittadini dell'ordine de' nove, che sedevano
nella signoria. Nello stesso tempo Malatesta Unghero si portò sulla gran
piazza colla sua cavalleria, e l'imperatore, armato di tutto punto, si
pose alla testa de' suoi corazzieri e di quelli della chiesa. Tre mila
corazzieri trovavansi allora riuniti in Siena sotto gli ordini di un
monarca straniero. I tre signori dei nove, ai quali era stato portato
l'ordine di uscire di palazzo per parte di Malatesta Unghero, si erano
effettivamente ritirati, malgrado le istanze dei loro colleghi. Ma
questi, rimasti soli, non si smarrirono; fecero suonare la campana
d'allarme, ed ordinarono al capitano del popolo, Matteino Menzano,
d'attaccare l'imperatore colle compagnie della milizia.

  [45] Massa, Montalcino, Grossetto, Telamone e Casole.

  [46] _Orlando Malavolti, l. VII, p. 133._

Il pubblico palazzo trovavasi di già in parte occupato dai ribelli della
fazione dei dodici e dei Salimbeni; ma essi ne furono cacciati dal
popolo furibondo. Malatesta Unghero stava sulla piazza della Fontana con
ottocento gendarmi, che furono respinti, uccisa la maggior parte de'
cavalli, ed egli stesso costretto a fuggire verso il palazzo de'
Malavolti, ove cercò di afforzarsi. L'imperatore, circondato dai
principi tedeschi, dai suoi capitani e da tutto il rimanente della
cavalleria, avanzavasi verso il palazzo, e di già era giunto fino _alla
croce del travaglio_, quando venne impetuosamente attaccato dalle
compagnie del popolo. La sua truppa fu ben tosto disordinata, ucciso
colui che portava lo stendardo imperiale, e Carlo obbligato a ripararsi
verso la piazza de' Tolomei, ove si fortificò nei palazzi di questi
gentiluomini emigrati. Per più di sette ore egli difese i suoi
trinceramenti, ed in questa lunga pugna si perdette molta gente da ambe
le parti. Più della metà de' soldati di Carlo erano feriti, e
quattrocento de' più valorosi caduti morti ai suoi fianchi, i suoi
corazzieri avevano perduti più di mille duecento cavalli, quando
finalmente fu superata la barricata ch'egli difendeva, ed il monarca
costretto a fuggire nelle case de' Salimbeni[47].

  [47] _Cronica Sanese di Neri di Donato p. 205._

Mentre ancora durava la battaglia, la signoria aveva di già fatti
richiamare i suoi tre colleghi dell'ordine dei nove, che la fazione dei
dodici aveva cacciati di palazzo; furono ricondotti ai loro seggi a
suono di trombette, coperti di ghirlande, e con un tralcio di ulivo in
mano.

Il capitano del popolo non inseguì l'imperatore nelle case dei
Salimbeni, sebbene gli fosse agevole il farlo prigioniere. Credette di
dovere moderatamente usare della vittoria verso il primo monarca della
cristianità, e mostrargli tutti i riguardi nell'istante in cui più non
poteva temerlo. Ma egli lo fece pregare per mezzo dei Salimbeni di
uscire di città; e per rendere più efficace la sua preghiera, fece a
suono di tromba bandire la proibizione di somministrare vittovaglie a
lui o alla sua truppa.

«L'imperatore (dice uno storico sienese contemporaneo) era rimasto solo
colla più grande paura che abbia giammai avuta verun miserabile. Gli
occhi di tutto il popolo armato erano verso di lui rivolti; egli
piangeva, si scusava, ed abbracciava coloro che lo avvicinavano; diceva
d'essere stato tradito dal Malatesta, dal podestà, dai Salimbeni e dai
dodici; e raccontava in qual modo e quali offerte erangli state fatte.
Francesco Bastali, ch'egli indicava come colui che aveva avuta parte in
questa negoziazione, venne arrestato e dato in mano del capitano del
popolo; cercaronsi pure gli altri traditori. Frattanto l'imperatore
trattava colla signoria e col popolo: dava alla prima il vicariato
perpetuo dell'impero nella città e suo territorio, ed accordava al
popolo un'amnistia generale, e più grazie che non gli erano domandate.
Così tremante qual era ed affamato, pareva che avesse del tutto perduta
la ragione; voleva andarsene, poi vedeva di non poterlo, non avendo più
nè cavalli, nè danaro, nè compagnia; e con molti stenti il capitano gli
fece ricuperare parte di ciò che aveva perduto[48].» Quando Carlo ebbe
finalmente ripreso un poco di coraggio, domandò che in ricompensa
dell'affronto che gli era stato fatto, e delle grazie ch'egli aveva
accordate alla signoria, la repubblica gli pagasse una pensione di venti
mila fiorini in quattro rate. I Sienesi vi acconsentirono, e gli
passarono la prima somma immediatamente, per porlo in istato di uscire
dalla loro città.

  [48] _Neri di Donato Cronica Sanese, t. XV, p. 206._ — F. M. Pelzel
  trascorre rapidissimamente questi avvenimenti, ed in particolare la
  seconda spedizione in Italia del suo eroe. _Karl der vierte
  römischer Kaiser, t. II, p. 811._

I Sienesi avevano valorosamente combattuto per difesa della loro
libertà, nell'istante in cui avevano conosciuto il tradimento dei loro
ospiti; ma malgrado questa momentanea unione, le fazioni in cui erano
divisi non eransi riconciliate; ed appena l'imperatore fu partito, il 25
gennajo, che l'anarchia parve raddoppiarsi. I nobili esiliati facevano
la guerra alla repubblica; i dodici ed i Salimbeni eransi resi esosi
colla loro associazione ai nemici dello stato; i nove ed i riformatori
sforzavansi invano di riconciliare le troppo accanite parti le une
contro le altre. La guerra si prolungò parte della seguente state tra la
città e le campagne, e non si terminò che il 30 giugno per
l'intromissione dei Fiorentini, domandata dalle opposte parti. I nobili
furono richiamati in città, rimessi ne' loro diritti, e dichiarati
capaci di tutte le magistrature, tranne la signoria. Gli altri ordini
continuarono a dividere gli ufficj superiori in una proporzione
determinata dalle leggi[49].

  [49] _Malavolti Storia di Siena, p. II, l. VIII, p. 137._

L'imperatore, partendo da Siena, aveva da prima avuto intenzione di
passare a Pisa; ma informato che questa città trovavasi sotto le armi,
temette di trovarsi esposto ad una sedizione somigliante a quella da cui
erasi appena sottratto, ed andò direttamente a Lucca, tenendo la strada
di Vico Pisano.

I Pisani, dopo avere rovesciato il governo d'Agnello, erano stati
sbattuti alcun tempo da diverse fazioni, e l'anarchia gli avrebbe forse
ricacciati ben tosto nella servitù, se i più virtuosi cittadini,
d'accordo coi gentiluomini, non si fossero uniti per mantenere colle
armi in mano la quiete e la libertà. Questa lega, che prese il nome di
compagnia di san Michele, ben tosto si vide composta di quattro mila
combattenti, e si assunse l'impegno di rimanersi neutrale tra i
Bergolini ed i Raspanti. Tostocchè, in grazia del vigore dimostrato
dalla compagnia di san Michele, l'ordine fu in Pisa ristabilito, si alzò
contro i Raspanti un grido, che fino allora era stato compresso dal
timore. La ruina del commercio, la guerra coi Fiorentini,
l'accrescimento delle imposizioni, la tirannide di Giovanni Agnello, e
la perdita di Lucca, erano state le fatali conseguenze della loro
amministrazione. Se la repubblica loro perdonava tanti errori, quali
erano dunque quelli che essa ostinavasi a voler punire in Pietro
Gambacorta, i di cui parenti erano periti, tredici anni prima, vittime
di un'ingiusta sentenza, e di cui lo stesso imperatore aveva
riconosciuta l'innocenza, poichè aveva di nuovo accordato il suo favore
a quest'illustre esule. In fatti Carlo IV aveva promessa la sua
protezione a Pietro, che aveva incontrato a Calcinaja, ed accettatone il
dono di dieci mila fiorini[50].

  [50] _Bernardo Marangoni Cron. di Pisa, p. 748. — Paolo Tronci
  Annali Pisani, p. 421._

Dietro le istanze dei due capi della compagnia di san Michele venne
annullata la sentenza contro i Gambacorti, e Pietro fu richiamato co'
suoi figliuoli in seno alla patria. Questi rientrarono il 24 febbrajo
portando in mano rami d'ulivo, mentre i loro concittadini facevano
eccheggiare le strade con grida di gioja, e le campane della città
suonavano in rendimento di grazie. Pietro Gambacorti, giunto alla
cattedrale, fece a nome di tutti gli emigrati la sua offerta ai piedi
dell'altare maggiore. Giurò in appresso di mantenere lo stato popolare,
di vivere da buon cittadino fra i suoi eguali, e di scordare e perdonare
le antiche ingiurie[51].

  [51] _Bernardo Marangoni Cron. di Pisa, p. 749. — Tronci An. Pisani,
  p. 424._ Quest'ultimo è parzialissimo pei Raspanti.

Ma tutti i Bergolini non avevano per anco rinunciato al loro antico
odio. Due giorni dopo Pasqua molti di loro presero le armi, ed
attaccarono le case dei Raspanti, che volevano bruciare. Gran parte
della città andava forse ad essere distrutta, se Pietro Gambacorti non
veniva a difendere i suoi nemici, rispingendo gl'incendiarj. _Io ho ben
perdonato, loro diceva, io, i di cui congiunti perirono sul palco; con
quale diritto ricuserete voi altri di perdonare?_ Gambacorti
effettivamente fermò i combattenti, ma non impedì il cambiamento del
governo. La parte de' Raspanti venne esclusa dall'amministrazione, tutte
le cariche furono date ai Bergolini, e la compagnia di san Michele si
sciolse di consentimento de' suoi capi[52].

  [52] _Bernardo Marangoni Cron. di Pisa, p. 751._

Trovavasi per altro ancora in mano dei Raspanti una porta fortificata,
quella ai Lioni, che i partigiani di Giovanni Agnello non avevano mai
lasciata. Altri Raspanti eransi adunati a Lucca presso di Carlo IV, e
cercavano di far sentire all'imperatore la facilità di occupare Pisa per
mezzo di questa porta. Carlo, strascinato dai loro consigli, fece
imprigionare dodici ambasciatori che gli aveva spediti la repubblica,
tra i quali contavansi i più distinti uomini dello stato, Pietro
d'Albizzo di Vico, Gualandi di Castagneto, e Manfredo Buzzacherino dei
Sismondi. L'imperatore, tenendoli come ostaggi, si applaudiva d'averli
tolti ai consigli della repubblica. Nello stesso tempo fece avanzare il
suo grande maniscalco con tutta la sua cavalleria verso Porta ai Lioni.
Ma mentre i Tedeschi entrano in città, i Pisani, chiamati dalla campana
d'allarme a difendere la patria, alzano palafitte in faccia alla porta
occupata dai nemici. Tutte le panche della cattedrale, ch'era vicina,
furono all'istante portate in istrada per formarne un nuovo riparo
d'insolita forma, mentre gli arceri salivano sul battistero per
combattere da quell'elevato luogo i nemici che occupavano la muraglia
della porta. Un ingegnere pisano aveva tagliata astutamente la corda che
doveva alzare il ponte levatojo della porta; onde i Tedeschi perdettero
molto tempo prima di poter entrare in città, ed incominciare
l'attacco[53]. Quando ebbero vinto questo primo ostacolo, ne trovarono
un altro maggiore nella ostinata resistenza de' Pisani. Le donne
frammischiavansi ai combattenti per incoraggiarli, somministrando loro
pietre e dardi. Dopo un'accanita zuffa i Tedeschi si ritirarono, ed il
cancelliere dell'imperatore domandò di parlare segretamente cogli
anziani. Si suppose che in questa conferenza avesse ricevuto un
ragguardevole dono, poichè si osservò, che appena terminata, fece
ritirare tutte le sue truppe. Quaranta fanti, che aveva lasciati per
guardia alla porta ai Lioni, furono subito forzati ad arrendersi, e le
opere interne che formavano di questa porta una specie di fortezza,
furono dal popolo spianate[54].

  [53] _Cronica Anon. di Pisa, t. XV, p. 1053._

  [54] _Bernard. Marangoni Chron., p. 753._

L'imperatore, dopo le rotte avute a Siena ed a Pisa, più non pensava che
ad estorcere danaro dalle città toscane, ed a partire alla volta della
Boemia. Mandò la sua cavalleria a guastare il territorio de' Pisani, per
ridurli così ad un trattato; e nello stesso tempo cercò pure
d'inquietare i Fiorentini riclamando certi diritti dell'impero da lungo
tempo andati in desuetudine. Permise in oltre al patriarca d'Aquilea,
suo fratello naturale, di partire da Lucca alla testa di un corpo di
cavalleria, per guastare la Val d'Elsa ed il territorio fiorentino fino
a Montespertoli[55]. La signoria impaziente di sbarazzarsi di un dannoso
vicino, acconsentì di pagare a Carlo cinquanta mila fiorini, per farlo
rinunciare ad ogni diritto sulle terre dell'impero ch'ella aveva riunite
al suo territorio. Ella fece ancora per una eguale somma la pace dei
Pisani; e Carlo IV a tale prezzo riconobbe la città di Pisa per fedele
all'impero; la raffermò nel godimento della sua libertà, e dichiarò
questo privilegio inalienabile, di modo che l'autorità d'un solo mai non
potesse rimpiazzare quella degli anziani e del popolo[56].

  [55] _Marchione di Coppo de Stefani Stor. Fior. l. IX, Rub. 708, t.
  XIV, p. 71. — Delizie degli Eruditi Toscani._

  [56] _Bern. Marangoni Cronaca di Pisa, p. 755. — Paolo Tronci Ann.
  di Pisa, p. 427. — Scipione Ammirato Istoria Fiorent., l. XIII, p.
  667._

I trattati che l'imperatore aveva intavolati a Lucca, erano a lui ben
più vantaggiosi, e non pertanto egli otteneva dai Lucchesi la più viva
riconoscenza per grazie che loro vendeva a peso d'oro. Il 6 aprile in
una solenne adunanza dei più potenti signori tedeschi ed italiani
dichiarò la città di Lucca libera ed indipendente dai Pisani, e due
giorni dopo ratificò tale dichiarazione con una carta, sotto la bolla
d'oro, che consegnò ai dieci anziani[57]. Il popolo di Lucca accolse
questo favore con trasporti di gioja, protestò eterna riconoscenza a
Carlo IV, mentre l'avaro monarca gli chiedeva duecento mila fiorini pel
riscatto della sua libertà. La città, ruinata da lunghe guerre e
dall'oppressivo dominio di molti tiranni, non era in istato di
sborsare immediatamente così enorme somma, onde Carlo IV, pendente
il pagamento, consegnò in pegno la città di Lucca al cardinale Gui
di Monforte, che a nome del papa aveva anticipati cinquanta mila fiorini
all'imperatore[58]. Lucca, che altro ancora non aveva fatto che cambiare
padrone, andava a rischio d'essere venduta al papa, malgrado quella
pergamena, che rendevale la libertà. Ma i Lucchesi mostravano tanta
gioja, tanto amore e riconoscenza verso l'imperatore, che questi si
compiacque di dare ancora maggiore solennità ai privilegi che accordava
alla loro repubblica. Il 6 giugno fece adunare il popolo sulla piazza di
san Michele, ed in un discorso pomposo confermò il dono fattogli della
libertà[59]. Un mese dopo accordò una nuova bolla, con cui dichiarava,
che tutta la Val di Nievole doveva rimanere in proprietà della
repubblica di Lucca[60]. Frattanto questa provincia, di cui i Fiorentini
avevano terminata la conquista nel 1338, era sempre rimasta sotto il
loro dominio, nè mai più in appresso venne loro tolta. Carlo IV non
pensò pure ad inimicarsi i Fiorentini per riconquistarla, ed i Lucchesi
non cercarono mai di rivendicarne il possedimento.

  [57] _Beverini Ann. Lucenses, l. VII, p. 965._ — Pelzel non ha
  conosciute le particolarità della liberazione di Lucca, e passa
  rapidissimamente sull'azione che in Italia fece maggior onore al suo
  eroe, _t. II, p. 814_.

  [58] _Beverini Ann. Lucenses, l. VII, p. 966._

  [59] _Beverini Ann. Lucenses, l. VII, p. 968._

  [60] _Ivi, p. 971._

Le nuove grazie di Carlo costavano ai Lucchesi nuovi regali, e gli
obbligavano a dare nuove feste; onde l'acquisto della loro libertà non
fu compiuto che col prezzo di trecento mila fiorini[61]. Per quanti
sforzi facessero i Lucchesi, non giunsero a pagare l'intera somma avanti
la partenza dell'imperatore. Questi lasciò la città il 5 luglio e
s'avviò per Pescia, Pistoja e Bologna alla volta della Germania. Egli si
valse dei tesori acquistati con tanta vergogna per ornare Praga, sua
capitale, di sontuosi edificj; ed il magnifico ponte da lui fabbricato
sulla Moldava è un insigne monumento della dignità imperiale prostituita
in Italia.

  [61] _Beverini Ann. Luc., l. VII, p. 966._

I Lucchesi rimasero ancora per lo spazio di un anno sotto l'autorità del
cardinale di Monforte; poco mancò che non cadessero in potere di Barnabò
Visconti, che cercava ora di sorprendere la città, ora di comperarla dal
legato[62]. Finalmente riuscirono, col soccorso de' loro amici, a
riunire il danaro necessario per liberarsi dal Monforte. I Fiorentini
prestarono loro venticinque mila fiorini, Francesco di Carrara quindici
mila, quindici mila il marchese d'Este, e cinquanta mila papa Urbano
V[63]; onde in aprile del 1370 il cardinale di Monforte, dopo avere
ricevuto tutto quanto gli si doveva, partì da Lucca per tornare in
Francia, restituendo agli abitanti le chiavi delle porte della città e
della fortezza[64].

  [62] _Ivi._

  [63] _Ivi._

  [64] _Cron. Sanese di Neri di Donato, p. 222. — Scip. Ammirato
  Istor. Fior., l. XIII, p. 674._

Per tal modo la repubblica di Lucca riebbe la sua libertà dopo esserne
rimasta priva dal 14 giugno 1314, giorno in cui una dissensione nel
partito guelfo aveva fatti trionfare i Ghibellini, ed aperta la città ad
Uguccione della Fagiuola[65].

  [65] Osservisi nel t. IV, il c. 28.

In cinquantasei anni di servitù sotto diversi padroni, ma tutti
egualmente oppressivi, Lucca aveva perduta la sua popolazione, le sue
ricchezze, le manifatture, il commercio, oltre un'importante provincia
per così piccolo stato, la Val di Nievole. Ma i suoi cittadini,
sottrattisi in piccolo numero al ferro de' nemici, esiliati e dispersi
in lontani paesi, o incatenati nella stessa loro patria dalla povertà,
non avevano perduto ciò che forma la vita delle nazioni, ciò che può
dopo un lungo intervallo rinnovare la loro esistenza, l'amore ardente
della libertà. Essi non si avvezzarono giammai alla servitù, nè si
risguardarono mai come diventati proprietà de' loro padroni; e sebbene
nati in servitù, si sentirono degni della libertà perchè i loro antenati
l'avevano posseduta. Essi non lasciaronsi avvilire dalle difficoltà, e
ricorsero a vicenda, senza perdere il coraggio, alle armi ed ai
trattati; associarono la sorte loro a quella d'un monarca, ch'essi
sforzarono a meritarsi quella riconoscenza, che anticipatamente gli
prodigavano; tante prove gli diedero d'affetto e di attaccamento, che
terminarono col far credere al più avaro ed al più egoista di tutti gli
uomini, ch'egli ancora gli amava; e nella miseria loro trovarono immensi
tesori per acquistare da lui il più prezioso di tutti i beni.

Le antiche leggi di Lucca erano andate in dissuetudine; la repubblica ne
adottò di nuove press'a poco simili a quelle di Fiorenza. La città,
prima divisa in cinque porte o quartieri, venne allora distribuita in
tre tribù, che presero il nome di san Paolino, san Salvatore e san
Martino. La signoria fu composta d'un gonfaloniere e di dieci anziani,
che rinnovavansi ogni due mesi. Come in Firenze, si faceva l'elezione
per ventiquattro o trenta signorie successive, e la sorte determinava in
seguito ogni due mesi l'ingresso in carica dei nuovi magistrati. Un
collegio di trentasei _buoni uomini_, che rimanevano sei mesi in carica,
doveva formare il privato consiglio della signoria. Un consiglio
generale di cento ottanta membri, eletti ogni anno il 15 di marzo,
riuniva tutti gli altri poteri dello stato[66]. Finalmente i nobili
rimanevano, come a Firenze, esclusi da tutti i principali impieghi[67].

  [66] _Beverini Ann. Luc., l. VIII, t. III, p. 9._

  [67] _Ivi, p. 24._

La cittadella che Castruccio aveva fabbricata, ed intitolata Augusta, o
Gosta, sembrava ai Lucchesi un monumento della passata loro servitù, ed
un pericoloso strumento di tirannide per venturi ambiziosi, e la
spianarono interamente[68]; e perchè l'antico palazzo della signoria,
posto sulla piazza di san Michele, sembrava loro meschino per le
speranze che riponevano nell'avvenire, fondarono sulle ruine della
distrutta fortezza un nuovo palazzo d'una imponente architettura, che
fino ai giorni nostri è stato la residenza del governo[69].

  [68] _Marchione di Coppo de Stefani Stor. Fior. l. IX, Rub. 706, p.
  69. — Beverini Ann. Luc., l. VIII, p. 18._

  [69] _Beverini Ann. Luc., l. VIII, p. 29._

Finalmente la signoria in memoria del beneficio dell'imperatore,
istituì, pel riacquisto della libertà, una festa che fu celebrata finchè
la repubblica ha esistito con una pompa degna di così grande
avvenimento[70]; e volle che il fiorino d'oro, che sarebbe coniato nella
sua zecca, portasse, finchè i Lucchesi si conserverebbero liberi,
l'effigie di Carlo IV[71].

  [70] Gli otto d'aprile d'ogni anno perchè la bolla dell'imperatore
  era in data degli otto aprile 1369. _Beverini, l. VIII, p. 21._

  [71] _Malavolti, Storia di Siena, p. II, l. VIII, p. 135._



CAPITOLO XLIX.

      _Intraprese di Barnabò sopra la Toscana. — Gregorio XI attacca i
      Visconti; tenta di sorprendere la repubblica di Firenze sua
      alleata; i Fiorentini dichiarano la guerra al papa, e fanno
      ribellare tutte le città dello stato ecclesiastico._

1369 = 1378.


Se papa Urbano V, riconducendo la corte pontificia a Roma, non cercò che
la gloria della santa sede, dovette, non v'ha dubbio, chiamarsi contento
della presa risoluzione. Veruno de' suoi predecessori ebbe un regno più
brillante; niuno era stato accolto dai popoli con maggiori dimostrazioni
d'affetto, nè aveva ridotti più grandi monarchi ad umiliarsi ai suoi
piedi. Urbano V vide nello stesso anno gl'imperatori dell'Occidente e
dell'Oriente, prostrati innanzi al trono di san Pietro, mostrare al
rappresentante degli Apostoli un rispetto ed un'ubbidienza che i loro
predecessori erano ben lontani dall'accordargli. Vero è che Carlo IV non
aveva ereditato colla corona dei due Federici la loro fierezza o il loro
coraggio, e che Giovanni Paleologo, il successore di Teodosio o di
Costantino, si vedeva privo di tutta la loro possanza.

Giovanni Paleologo, oppresso dalle armate di Amurat, aveva perduto
Adrianopoli e la Romania, e, rinserrato nella sua capitale, temeva ogni
giorno d'esserne scacciato, quando risolse di venire ad implorare contro
i Turchi i soccorsi degli Occidentali. Abbjurò per la seconda volta lo
scisma de' Greci[72]; fu ammesso a baciare i piedi al papa; condusse la
di lui mula per la briglia come aveva fatto Carlo IV, e divise gli onori
e le umiliazioni degl'imperatori d'Occidente. Ma niun altro frutto
raccolse dal suo abbassamento, che inutili bolle e vane
raccomandazioni[73]. Il re di Francia, sebbene eccitato in suo favore
dal papa, non potè accordargli verun soccorso; e quando il Paleologo,
senza danaro e senza soldati, partì alla volta de' suoi stati venne per
debiti imprigionato a Venezia. Andronico, il maggiore de' suoi
figliuoli, ricusò d'impiegare una parte delle pubbliche entrate per
liberarlo, ed il secondogenito, Emmanuele, non lo rese libero che
costituendosi prigioniero in sua vece[74].

  [72] Aveva di già abbjurato nel 1355 sperando d'ottenere i soccorsi
  d'Innocenzo VI.

  [73] _Raynaldi Ann. Eccles. 1369 § 1, p. 478. — Gibbon Decline and
  fall of the Roman Empire, cap. LXVI._

  [74] _Laonicus Chalcocondyles de rebus Turcicis Script. Byz., t.
  XVI, l. I, p. 20._

Urbano V aveva ottenuti più importanti vantaggi che non sono quelli
d'abbassare i due imperatori ai suoi piedi. Durante la sua dimora di tre
anni a Roma, a Viterbo, e a Montefiascone, ottenne, ciò che non osava
sperare, di ridurre sotto il suo dominio tutto il patrimonio di san
Pietro. La sola repubblica di Perugia erasi conservata indipendente in
mezzo ai feudatarj della chiesa; Urbano risolse di forzarla a
sottomettersi, e dopo una resistenza alquanto lunga, in ultimo i
Perugini riconobbero la suprema signoria del papa, e chiesero per i loro
priori il titolo di vicarj della santa sede[75].

  [75] In conseguenza d'un trattato soscritto a Bologna il 23 novembre
  1370. _Pompeo Pellini Istoria di Perugia, p. I, l. VIII, p. 1081. —
  Vita Urban. V, ex collect. Bosqueti, t. III, Rer. Ital. p. 623._

L'incostanza di Carlo IV aveva mandato a male il progetto, formato da
Albornoz, d'umiliare la casa Visconti, e di disperdere le grandi
compagnie, che ella proteggeva; ma l'imperatore non ebbe appen
abbandonata l'Italia, che i Visconti, resi più orgogliosi dalla sua
ritirata, si provocarono nuovi nemici. Essi forzarono finalmente i
Fiorentini a dichiararsi contro di loro; ed il 31 ottobre del 1369 venne
conchiusa contro i signori di Milano una lega ben più formidabile di
quella che si era disciolta nel precedente anno, avendo in questa presa
parte il papa, i Fiorentini, il marchese d'Este, il signore di Padova,
Feltrino Gonzaga di Reggio, e le repubbliche di Bologna, di Pisa e di
Lucca[76].

  [76] _Sozomeni Pistor. Histor., t. XVI, p. 1086._

Lo stesso Carlo IV aveva gittato i semi di questa nuova guerra. Quando
giunse in Toscana aveva approfittato di una rivoluzione scoppiata a
Samminiato contro i Fiorentini, per prendere questa piccola città sotto
la sua protezione, facendola occupare dai suoi corazzieri. Allorchè
abbandonò la Toscana, avendo chiamata presso di sè la guarnigione che vi
aveva posta, gli abitanti implorarono l'assistenza di Barnabò Visconti,
il quale dichiarò subito che li proteggerebbe. Come vicario dell'impero
intimò ai Fiorentini di lasciarli quieti, e fece avanzare Giovanni Acuto
colla compagnia inglese in soccorso di Samminiato[77].

  [77] _Poggio Bracciolini Hist. Fior., l. I, p. 216. — Leonardo
  Aretino Hist. Fior., l. VIII. — Marchione di Coppo Stefani Istor.
  Fior., l. IX, Rub. 710, 711, p. 72. — Scipione Ammirato Istor.
  Fior., l. XIII, p. 669._

Era questa città assediata da Giovanni Malatacca, di Reggio di Calabria.
Questo capitano de' Fiorentini sembrava in sul punto di ridurre
Samminiato, quando la signoria, che desiderava di terminare prontamente
la guerra, gli ordinò di dare battaglia all'Acuto, ch'erasi innoltrato
fino a Cascina. Il generale fiorentino ubbidì di mal animo, e fu battuto
e fatto prigioniero con molti de' suoi migliori ufficiali[78].
Fortunatamente aveva lasciato avanti a Samminiato Roberto, conte di
Battifolle, con parte dell'armata. Questi, durante l'assenza del suo
generale, guadagnò col danaro uno degli assediati, la di cui casa era
appoggiata alle mura, e di concerto con lui vi praticò una breccia, per
la quale introdusse le truppe fiorentine il 3 gennajo del 1370[79].

  [78] _Ann. Bonincontrii Miniatensis, t. XXI, p. 14 e 15._
  Quest'annalista di Samminia ha gettata qualche confusione nelle
  date.

  [79] _Poggio Bracciolini Hist. Fior., l. I, p. 217. — Chron.
  Estense, t. XV, p. 492. — Marchione di Coppo Stefani Ist. Fior., l.
  IX, Rub. 716, p. 78._

Il papa si felicitava di vedere finalmente i Fiorentini impegnati con
lui nella guerra contro il Visconti. Allorchè era stata conchiusa la
nuova alleanza aveva spediti due legati a Barnabò per portargli una
bolla di scomunica; era questa il segno delle ostilità che in breve
ricominciavano. Barnabò udì con apparente calma il messaggio di cui
erano incaricati il cardinale di Belforte e l'abate di Farfa; li
condusse poi fino sul ponte del naviglio in mezzo di Milano: «Scegliete
(disse loro tutt'ad un tratto) se prima di lasciarmi volete mangiare o
bevere;» e perchè i legati sorpresi non rispondevano; «non credete già
(soggiunse con terribili bestemmie) che noi siamo per separarci senza
che voi abbiate mangiato o bevuto, in modo che vi ricordiate poi sempre
di me.» I legati guardarono all'intorno, e si videro circondati dalle
guardie del tiranno e da un popolo nemico; osservarono il fiume sopra
cui si trovavano, ed uno di loro rispose: «Io amo meglio mangiare che
chiedere da bere ove trovasi tanta copia d'acqua.» «È bene, rispose
Barnabò, ecco le bolle di scomunica che voi mi avete portate, voi non
uscirete da questo ponte prima d'avere mangiata in mia presenza la
pergamena su cui sono scritte, i suggelli di piombo che ne pendono, ed i
legami di seta cui sono attaccati.» In vano i legati riclamarono contro
la violazione del doppio loro carattere d'ambasciatori e di
ecclesiastici, dovettero sottomettersi, ed eseguire l'ordine del tiranno
sotto gli occhi delle sue guardie e di tutto il popolo[80].

  [80] _Andrea Gataro Istoria Padovana, t. XVII, p. 162._

Urbano V pensò meno a vendicarsi di tanta offesa che ad allontanarsi da
un paese, ove trovavasi impegnato in una continua lotta. Egli regnava,
gli è vero, in Italia, ma regnando sospirava il riposo e la sicurezza
d'Avignone. Tutta la sua corte lo andava continuamente sollecitando a
tornare in Provenza; la sua stessa coscienza gliene faceva un dovere,
perchè suppose di potere riconciliare i re di Francia e d'Inghilterra,
tra i quali era ricominciata la guerra. Tornò dunque per mare in
Avignone nel settembre del 1370[81]; ma vi era da poco giunto quando
cadde gravemente infermo, ed il 19 dicembre dello stesso anno morì
compianto da tutta la cristianità. Molti fedeli in lui vedevano non solo
un virtuoso pontefice, ed un buon sovrano, ma ancora un santo, dotato
del dono dei miracoli[82].

  [81] Dichiarò con una bolla in data di Montefiascone (26 giugno
  1370), che i Romani non gli avevano dato verun motivo di lagnanza,
  che fosse cagione della sua partenza. _Raynald. Ann. Eccl. 1370, §
  19, p. 489. — Vita Urbani V, in Bosqueto, p. 625._

  [82] _Fran. Petr. seniles Epist., l. XIII, epist. 13, p. 1026._

I Fiorentini avevano mandato Manno Donati, uno de' loro compatriotti, a
Bologna, con ottocento cavalli, per attaccare i Visconti in Lombardia;
in pari tempo avevano chiamato Ridolfo di Varano, signore di Camerino,
per comandare le truppe che opponevano in Toscana a Giovanni Acuto[83].

  [83] _Sozomeni Pistoriensis Hist., p. 1089. — Poggi Bracciolini
  Hist., l. I, p. 218. — Bern. Marangoni Chroniche di Pisa, p. 759._

Questo generale di Barnabò, dopo avere fatto con infelice esito un
tentativo sopra Lucca, erasi avvicinato a Pisa con Giovanni Agnello, il
deposto doge, e coi Raspanti fuorusciti. Nella notte del 20 al 21 maggio
ottanta de' suoi soldati, diedero la scalata alle mura, e sorpresero la
prima guardia senza lasciarle tempo di dare l'allarme; ma un ufficiale
dei Gambacorti scoprì gl'Inglesi, che salivano in silenzio sulle loro
scale tinte di colore oscuro. Fece suonare campana a martello, ed i
Pisani corsero alle armi con tanta celerità e coraggio, che rovesciarono
nella fossa o fecero prigionieri i nemici, che di già occupavano la
muraglia. Pietro Gambacorti, che si distinse in quest'occasione, fu da'
suoi riconoscenti concittadini nominato capitano generale e difensore
del comune, coll'autorità ch'ebbe altra volta il conte Fazio della
Gherardesca. Dopo tale epoca il Gambacorti fu il capo costituzionale
della repubblica[84].

  [84] _Cronica di Pisa, t. XV, p. 1057, 1058. — Bernardo Marangoni
  Chron. Pisana, p. 672._

Acuto dopo ciò condusse la sua armata nelle Maremme. Saccheggiò il
castello di Livorno, e guastò parte del territorio pisano. I Fiorentini
fecero avanzare contro di lui l'armata della lega, che avevano
richiamata in Toscana per opporla a questo generale, e gli mandarono il
guanto della sfida; ma egli non giudicò a proposito di accettarlo. Si
ritirò da prima nella valle del Serchio, nello stato lucchese, indi
prese la strada della Lombardia, passando per Pietra Santa e per
Sarzana[85].

  [85] _Sozomeni Pistor. Hist., p. 1090._

Verso lo stesso tempo un'altra armata di Barnabò, che assediava Reggio,
fu obbligata a ritirarsi[86]. I confederati in tali circostanze
ricevettero la notizia della morte d'Urbano V, per lo che risolsero di
non ispinger più oltre i loro vantaggi, ma di dare orecchio alle
proposizioni d'accomodamento che loro facevano i Visconti; la pace fu
ben tosto conchiusa, e con questa venne mantenuto ognuno ne'
possedimenti che aveva[87].

  [86] _Bern. Corio Storie Milanesi, p. III, p. 243._

  [87] _Poggio Bracciolini, l. I, p. 219. — Chr. Estense, t. XV, p.
  493._

Questa breve guerra, non illustrata da veruna importante azione, ebbe
non pertanto il vantaggio d'unire in una sola lega tre repubbliche lungo
tempo rivali, Firenze, Pisa e Lucca. Il risultato della loro alleanza
doveva essere quello di dare a Firenze la direzione di tutte le forze
della Toscana; perciocchè questa città, superiore in potenza a tutte le
altre, era in oltre la sola la di cui prosperità non fosse stata turbata
negli ultimi anni; ella aveva date prove di saviezza e di energia; e le
rivoluzioni de' vicini stati avevano fatto conoscere i talenti degli
uomini che dirigevano i suoi consigli. Tra questi si distinguevano
particolarmente Pietro degli Albizzi, Lapo da Castiglionchio e Carlo
Strozzi. Tutti tre appartenevano alla fazione, che fino dal 1357 faceva
servire l'autorità de' capitani del partito guelfo, e le procedure
dell'ammonizione ad allontanare i loro avversarj dal governo. Uguccione
dei Ricci, capo d'una famiglia gelosa degli Albizzi, e ben conosciuto
per Guelfo, era stato l'inventore di queste parziali leggi. Credevansi
gli Albizzi usciti da' Ghibellini d'Arezzo, ed i Ricci avevano pensato
che potrebbero venire esclusi dagl'impieghi a cagione della loro
origine. Ma le leggi di cui Uguccione aveva voluto valersi contro i suoi
rivali, furono rivolte a danno de' suoi partigiani. Gli Albizzi (1371)
avevano contratta alleanza coi Bondelmonti e coi capi dell'antica
nobiltà; erano essi potenti presso i capitani di parte guelfa, e sebbene
non osassero attaccare i Ricci essi medesimi, avevano di già fatti
ammonire, o escludere dalle magistrature più di duecento dei loro amici,
e procedevano con estremo ardore nel far nascere nuove accuse di
ghibellinismo[88].

  [88] _Macchiavelli Istor. Fior., l. III, p. 198. — Scipione
  Ammirato, l. XIII, p. 680, 684._

I Ricci avevano da principio tentato di ristrignere l'autorità de'
capitani di parte, ma mutarono pratica quando videro i Guelfi acquistare
maggior credito colla lega conchiusa col papa: allora cercarono ancor
essi di guadagnare il favore della Chiesa, ed ottennero coi maneggi
qualche influenza sopra i capitani di parte; allora si videro le
procedure contro i Ghibellini, dirette a vicenda dagli Albizzi e dai
Ricci, moltiplicarsi, e tenere tutta la repubblica inquieta ed
agitata[89].

  [89] _Marchione de Stefani Istor. Fior., l. IX, Rub. 725, p. 92._

Durante tutto il 1371 la violenza delle due fazioni parve che andasse
crescendo, e si poteva ragionevolmente temere che la contesa delle due
famiglie facesse scoppiare una guerra civile. Ma vedendo il malcontento
reso universale, la signoria vi rimediò. Permise ai cittadini che
desideravano una riforma di adunarsi a san Pietro Scheraggio[90]. Dietro
loro domanda convocò un consiglio di cinquecento _richiesti_ per calmare
l'agitazione della repubblica. In questo consiglio gli Albizzi ed i
Ricci si accusarono a vicenda. Si rimproverò sopra tutto agli Albizzi
d'essersi dato vanto, presso i signori di Ferrara e di Padova, della
propria autorità sopra la loro patria, assicurando che non era minore di
quella di questi principi ne' loro stati[91]. Il popolo irritato
incaricò una balìa di cinquantasei membri di difendere la libertà di
Firenze contro queste due ambiziose famiglie; e Pietro dei Ricci ed
Uguccione degli Albizzi, cadauno con due de' loro parenti, vennero
esclusi per cinque anni da tutte le magistrature, tranne quelle di parte
guelfa[92]. Subito dopo quest'esclusione fu estesa a tutti i membri
delle due famiglie, e la violenza delle fazioni rimase per qualche tempo
sospesa[93].

  [90] Le leggi non permettevano ai cittadini di adunarsi in maggior
  numero di dodici per trattare gli affari dello stato. _Marchione de
  Stefani, l. IX, R. 731, p. 105._

  [91] _Marchione de Stefani, l. IX, p. 107._

  [92] _Ivi, R. 732, p. 109._

  [93] _Ivi, R. 733, p. 111. — Macchiavelli Ist. Fior., l. III, p.
  207. — Leonardo Aretino Istor. Fior., l. VIII._

I cardinali, adunati in Avignone, avevano intanto dato un successore ad
Urbano V nella persona di Pietro Rogero, conte di Belforte, cardinale
diacono di santa Maria nuova, e nipote di Clemente VI. Fu eletto
l'ultimo giorno del 1370, e prese il nome di Gregorio XI[94].

  [94] _Rayn. Ann. Eccl. 1370, § 25, p. 492. — Fleury Stor. Eccles.,
  l. XCVII, c. 19._

Il nuovo papa ebbe presto motivo di lagnarsi dei Visconti. Feltrino
Gonzaga, tiranno di Reggio, era uno degli alleati della Chiesa, come
pure il marchese d'Este, signore di Modena e di Ferrara. Quest'ultimo
non per tanto prese parte in una congiura tramata contro Feltrino, e
fece avanzare verso Reggio una compagnia di mercenarj tedeschi,
comandata da un fratello del conte Lando[95]. I nemici di Feltrino,
d'accordo col marchese d'Este, aprirono Reggio ai Tedeschi, i quali,
dopo avere saccheggiata la città coll'estrema barbarie, invece di
consegnarla al marchese d'Este, la vendettero il 17 maggio 1371 a
Barnabò Visconti per venticinque mila fiorini[96].

  [95] Il conte Corrado Lando, capo della grande compagnia, era stato
  ucciso presso Novara nel 1363. _Chron. Placent., t. XVI, p. 507_. Il
  nuovo avventuriere tedesco chiamavasi Lucio Lando.

  [96] _Chron. Estense, t. XV, p. 494_.

Barnabò, orgoglioso di tale acquisto, ricominciò la guerra contro gli
alleati della Chiesa; assediò Bondeno nello stato di Ferrara, e minacciò
Modena, mentre che suo fratello Galeazzo attaccava il marchese di
Monferrato con uguale impeto e gli toglieva molte città. Gregorio XI
rinnovò coi principi lombardi la lega, che il suo predecessore aveva
formata contro i signori di Milano; egli avrebbe voluto che vi
prendessero parte anche le città toscane; ma gli Albizzi, i più zelanti
partigiani della Chiesa in Firenze, non avevano più parte
nell'amministrazione; le relazioni di questa famiglia coi legati di
Bologna e di Perugia eransi rese sospette, e temevasi che il papa non
fosse entrato nelle trame contro la libertà fiorentina[97]. Le prime
azioni di Gregorio XI avevano fatta conoscere la sua ambizione, e resa
dubbiosa la sua lealtà. Il cardinale di Burgos, suo legato a Perugia,
aveva approfittato di una sedizione, manifestatasi in questa città, per
far esiliare i Raspanti, i più zelanti partigiani della libertà. Aveva
in appresso gittati i fondamenti di una fortezza per ridurre la città in
servitù, ed il suo successore, l'abate di Montmayeur, approfittando del
cattivo raccolto, e della carestia che affliggeva Perugia, l'aveva
spogliata di tutti i suoi privilegj, e costrettala a riconoscere
l'assoluto potere del papa[98]. Credevasi che somiglianti progetti si
fossero formati contro le repubbliche della Toscana; e Gregorio XI, che
scriveva ai Sienesi per liberarsi da tale sospetto, non lo aveva punto
dissipato[99].

  [97] _Marchione de Stefani Ist. Fiorent., l. IX, Rub. 738, p. 117._

  [98] _Pompeo Pellini Storia di Perugia, p. I, l. VIII, p. 1111._

  [99] Veggasi questa lettera riferita dal _Rayn. Ann. Eccles. 1371, §
  7, p. 495._

Frattanto Gregorio XI aveva dichiarata la guerra ai Visconti in agosto
del 1372. Aveva incaricato il conte Amedeo di Savoja di difendere il
Monferrato, essendo morto il marchese Giovanni Paleologo in principio di
quest'anno. Un'altra armata formavasi nel bolognese sotto gli ordini del
marchese d'Este, alla quale i Fiorentini mandarono il contingente delle
truppe, ch'eransi ne' precedenti trattati obbligati di somministrare al
papa, poichè giusta il diritto pubblico di que' tempi, potevano farlo
senza dichiarare la guerra ai signori di Milano. I Visconti ebbero
l'imprudenza di licenziare in tali circostanze Giovanni Acuto, che
trovavasi al loro soldo colla compagnia inglese. Questo capitano il più
abile di quanti facevano in allora la guerra in Lombardia, passò al
servigio del legato e de' confederati, e mutò la fortuna delle
armi[100].

  [100] _Bernardino Corio Storie Milanesi, p. III, p. 245._

In principio del 1373, Barnabò spedì un corpo di tre mila cavalieri per
guastare il territorio di Bologna. Quest'armata s'innoltrò fino a
Cesena, ma nel suo ritorno venne sorpresa, mentre passava il Panaro, da
Acuto, e rotta[101]. L'armata del papa penetrò subito dopo ne' territorj
di Piacenza e di Pavia, ove tutti i Guelfi dei due stati aprirono i loro
castelli a Pietro di Beziers, cardinale legato di Bologna. Questi
s'avanzò in seguito fin presso Brescia, col conte di Savoja, sperando di
approfittare delle intelligenze che aveva in questa città ed in Bergamo.
Giovanni Galeazzo, per impedire che scoppiasse qualche congiura, si
portò sul fiume Chiesa contro le truppe del papa; ma fu attaccato da
Acuto l'otto maggio del 1373, e dopo un'ostinata battaglia rotto e fatti
prigionieri quasi tutti i suoi capitani[102]. Dopo tale rotta i Guelfi
degli stati de' Visconti si ribellarono da ogni banda. Barnabò incaricò
suo figliuolo naturale Ambrogio di ridurre al dovere quelli delle Valli
del Bergamasco; ma i contadini della Val san Martino sorpresero Ambrogio
il 17 agosto, lo uccisero, e dispersero la sua armata[103].

  [101] _Math. de Griffon. Mem. Histor, t. XVIII, p. 183. — Chron.
  Placent. t. XVI, p. 516._

  [102] _Bernard. Corio Stor. Mil., p. III, p. 246. — Chron. Est., t.
  XV, p. 497._

  [103] _Gazata Chron. Regiense, t. XVIII, p. 81. — Chron. Placent. p.
  519._

Nel susseguente anno gli affari dei Visconti non procedevano con
migliore fortuna; la città di Vercelli cadde in mano de' confederati, e
gli stati di Parma e di Piacenza furono guastati dal marchese d'Este.
Per altro la guerra non facevasi vigorosamente, perchè le inondazioni, e
dopo la peste la carestia travagliarono la Lombardia[104]. Per
procurarsi un poco di riposo in mezzo a tante calamità, il papa ed i
Visconti, egualmente spossati dagli sforzi che fatti avevano,
conchiusero il 6 giugno del 1374 una tregua d'un anno, durante il quale
speravano di mettere fine alle loro contese con una pace generale.

  [104] _Cronica Sanese, t. XV, p. 241._

Ma Guglielmo di Noellet, cardinale di sant'Angelo e legato di Bologna,
lusingavasi di approfittare di questa tregua per mandare ad effetto
un'importante intrapresa. La Toscana, non meno che la Lombardia, aveva
avute le piogge e le inondazioni che avevano distrutte le sementi, di
modo che il frumento scarseggiava ed era carissimo[105]. In Firenze si
era manifestata la peste, e dal mese di marzo a quello di ottobre aveva
portate al sepolcro sette mila persone. La gelosia eccitata tra gli
Albizzi ed i Ricci, non era spenta, e la repubblica chiudeva ancora nel
suo seno molti semi di discordia. I Fiorentini, trovandosi in pace con
tutti i loro vicini, non avevano sotto le armi che poche truppe, come
pure i Sienesi ed i Pisani. Il legato di Bologna, giudicò i Toscani,
dice Poggio Bracciolini, a seconda della leggerezza francese; e pensò
che s'egli rendeva la carestia più sensibile, il popolo, stretto dalla
fame, prenderebbe le armi contro il suo governo, e che la città
travagliata dalle sedizioni interne, quanto dalla guerra, si
rifugierebbe sotto il suo potere[106].

  [105] _Marchione de Stefani Ist. Fior., l. IX, Rub. 746, p. 132._

  [106] _Poggio Bracciolini Stor. Fior., l. I, p. 220._

«Dopo che la santa sede erasi trasportata al di là dei monti (dice
Leonardo Aretino) i legati francesi governavano tutti i paesi sottomessi
alla Chiesa. L'altero loro modo di comandare riusciva quasi affatto
insoffribile; essi sforzavansi di allargare l'autorità loro sopra le
città libere, ed i loro ufficiali, i loro cortigiani non erano uomini di
pace ma di guerra; essi riempivano l'Italia d'oltramontani; in tutte le
città innalzavano fortezze con eccessiva spesa, e lasciavano con ciò
travedere quanto la servitù dei popoli, cui essi avevano tolta la
libertà, era miserabile e forzata; per tal modo rendevano giusti l'odio
de' sudditi e la diffidenza de' vicini[107].»

  [107] _Lion. Aretinus Historiar., l. VIII._

I Fiorentini tiravano ogni anno una parte de' loro grani dalla Romagna e
dal Bolognese; il legato per raddoppiare le difficoltà che provavano, ne
vietò tutto ad un tratto l'esportazione. La signoria col sagrificio di
sessanta mila fiorini acquistò il frumento in lontani paesi; passò
l'inverno, e si vedeva vicino il nuovo raccolto che doveva riempire i
vuoti granai. Il legato per privare i Fiorentini di tale speranza fece
entrare in Toscana Giovanni Acuto il 24 giugno del 1375 con una numerosa
armata, ordinandogli di bruciare le case del territorio fiorentino[108].
Dall'altro canto Gerardo Dupuis, abate di Montmayeur, che comandava a
Perugia, colse il pretesto d'una guerra tra i Sienesi ed i gentiluomini
della casa Salimbeni, per far guastare il territorio di Siena dalle
truppe della Chiesa[109].

  [108] _Cron. San. di Neri di Donato, p. 245. — Scipione Ammirato, l.
  XIII, p. 693._

  [109] _Cron. Sanese, p. 242. — Poggio Bracciolini Istor. Fiorent.,
  l. II, p. 221._

Per salvare almeno le apparenze, il legato scrisse ai Fiorentini che
Acuto aveva formata una compagnia d'avventurieri colle truppe che la
Chiesa ed i Visconti avevano licenziate; ch'egli attaccava la Toscana
senza l'assenso della Chiesa, ma che la signoria potrebbe forse farlo
ritrocedere col sagrificio di cento, e fors'anco di soli sessanta mila
fiorini[110]. In questo medesimo tempo, una congiura scopertasi a Prato,
il di cui oggetto era quello di sottomettere questa città alla Chiesa,
fece conoscere quale fede meritavano tali proteste[111].

  [110] _March. de Stefani Ist. Fior., l. IX, R. 751, p. 139._

  [111] _Leonardi Aretini Hist. Fiorent., l. VIII. — Ann. Bonincontrii
  Miniatensis, p. 23._

La perfidia e l'ingratitudine del legato risvegliarono in Firenze la più
alta indignazione. Verun altro stato in Europa erasi fino dalla sua
origine mostrato con tanta costanza attaccato alla Chiesa, quanto la
repubblica fiorentina. Sebbene avesse di già avuto motivo di lagnarsi
del legato, gli aveva mandato per combattere i Visconti quanti soldati
aveva, e questo perfido alleato coglieva l'istante in cui la repubblica
era stata colpita dalla peste e dalla fame, per darla in balìa di rapaci
soldati. I Fiorentini per fare una strepitosa vendetta di tanto
tradimento, affidarono tutti i poteri dello stato ad otto magistrati,
che chiamarono i _signori della guerra_[112].

  [112] I nomi di questi otto signori, che furono poi detti in Firenze
  gli _otto santi della guerra_, meritano di essere conservati. Erano
  Alessandro Bardi, Giovanni Dini, Giovanni Magalotti, Andrea
  Salviati, Guiccio Guicci, Tommaso Strozzi, Matteo Soldi e Giovanni
  Moni. — _Sozomeni Pistor Hist. p. 1095. — March. de Stefani, l. IX,
  R. 752, p. 142. — Scip. Ammir. l. XIII, p. 694._

Gli otto della guerra, che volevano prima di tutto salvare il raccolto,
aprirono subito un trattato con Acuto, e spedirono in pari tempo
ambasciatori al legato, pregandolo di richiamare questo generale. Il
legato rispose che Acuto più non trovavasi al suo soldo, e diede copia
agli ambasciatori del congedo che diceva di avere dato a questo
capitano. Nello stesso tempo diede al capitano segreto ordine di offrire
ai Fiorentini di risparmiare il loro territorio contro il pagamento
d'una taglia, ma di domandare una così enorme somma che facesse rompere
il trattato. Acuto chiese cento trenta mila fiorini, che gli furono
pagati senza difficoltà, avendone caricati più della metà sul clero
fiorentino. Il legato si affrettò di scrivere al capitano inglese di
rompere ogni mercato, ma questi, cui gli ambasciatori fiorentini avevano
mostrata la copia del congedo, che avevano portato da Bologna, non volle
perdere così ragguardevole somma, ed in oltre prendere sopra di se
l'altrui mala fede[113]. Continuò dunque la sua strada a traverso la
Toscana, tirando dai Sienesi trentacinque mila fiorini; indi si mise al
soldo dell'abate di Montmayeur, legato di Perugia[114].

  [113] _Poggio Bracciolini Ist. Fior. l. II, p. 222._

  [114] _Cronaca Sanese di Neri di Donato, p. 245. — Cron. di Pisa, p.
  1068. — B. Marangoni Cron. di Pisa, p. 772._

Non avendo questa spedizione ottenuto al suo scopo, Gregorio XI scrisse
ai Fiorentini per giustificarla; diceva che Acuto non era da lui
dipendente nelle poche settimane, che aveva passate in Toscana, sebbene
avanti e dopo questa breve campagna fosse notoriamente al soldo de' suoi
legati[115]. Ma d'altra parte raccontaronsi a Firenze ed in tutta
l'Italia alcuni fatti dell'abate di Montmayeur, legato di Perugia, che
resero sempre più odioso il governo degli ecclesiastici. Quest'abate,
che fu in tale occasione creato cardinale, aveva seco condotto un suo
nipote. Questi, innamoratosi della moglie d'un gentiluomo perugino,
s'introdusse celatamente in sua casa, e la sorprese sola in camera. La
donna spaventata volle sottrarsi alla brutalità del suo rapitore, e
passare per una finestra in un'attigua casa; ma le sdrucciolò un piede,
e cadendo nella strada rimase uccisa. Tutto il popolo, compassionando
l'infelice, corse all'abate chiedendo giustizia contro suo nipote. «E
che, rispos'egli, credevate voi dunque che i Francesi fossero eunuchi!»
e così rinviò gli accusatori. Pochi giorni dopo lo stesso nipote rapì la
consorte d'un altro cittadino. Il marito avendola riclamata innanzi ai
tribunali, il legato condannò suo nipote a perdere la testa se non
rendeva la sposa a suo marito prima che passassero cinquanta
giorni[116].

  [115] Lettera di Gregorio XI, presso _Raynaldi Ann. Eccl. 1375, § 13
  e 15, p. 536_.

  [116] _Gazata Chron. Regiense, t. XVIII, p. 85._

Siccome estrema era l'indignazione contro i ministri del papa, la
signoria e gli otto della guerra fecero adunare a Firenze un numeroso
consiglio di _richiesti_. Luigi Aldobrandi, gonfaloniere di giustizia,
si fece a parlare eloquentemente contro le superstiziose paure, che
potevano opporsi alla difesa della libertà. Dimostrò che le censure
ecclesiastiche erano senza forza quando venivano pronunciate da uomini
perfidi ed ambiziosi, che adoperavano la maschera della religione per
servire all'ambizione ed avidità loro. Propose, quale intrapresa degna
della generosità fiorentina, la liberazione di tutti i popoli che
gemevano sotto il superbo e tirannico governo de' legati francesi del
papa; e per ultimo confortò la signoria a cercare l'alleanza di Barnabò.
«Io lo so bene, diss'egli, che il tiranno milanese agirà sempre a
seconda del suo personale interesse, e non guarderà giammai al nostro;
ma è questi un caldo nemico dei preti e della potenza de' Francesi in
Italia; un odio comune accomunerà i nostri interessi[117].»

  [117] _Poggio Bracciolini, l. II, p. 223-226._

Il discorso del gonfaloniere essendo stato applaudito, ed il consiglio
avendo autorizzati gli otto della guerra a prendere contro la Chiesa le
più energiche misure, questi cercarono di rendersi forti colle alleanze.
Cominciarono adunque ad assicurarsi nel mese di luglio dell'appoggio di
Barnabò Visconti[118]. Le repubbliche di Siena, di Lucca e d'Arezzo
presero parte ben tosto alla lega[119], e quella di Pisa vi entrò
l'ultima nel gennajo del 1376[120]. Gli otto della guerra avevano scelto
per capitano un tedesco chiamato Corrado di Svevia: gli affidarono due
stendardi quello del comune, ed un altro, sul quale era scritto a
lettere d'oro _Libertà_. Dichiararono in pari tempo ch'erano
apparecchiati a soccorrere tutti i popoli, che desideravano di
ricuperare la libertà e di scuotere il giogo de' cattivi pastori della
chiesa[121]. Nè eglino avevano mal calcolato di trovare amici ed alleati
tra i sudditi del papa; perciocchè non ebbero appena offerta la loro
assistenza a coloro che volessero liberarsi da un'odiosa tirannide, che
la ribellione si rese generale.

  [118] _Sozomeni Pistoriensis Histor., p. 1095._

  [119] _Cronica Sanese di Neri di Donato, p. 245._

  [120] _Cronica di Pisa, p. 1070._

  [121] _Marchione de Stefani, l. IX, Rub. 753, p. 143. — Chron.
  Placent. t. XVI, p. 520._

I primi a dichiararsi furono gli abitanti di Città di Castello, l'antico
Tiferno. Essi attaccarono furibondi la guarnigione ecclesiastica, e la
forzarono a ritirarsi nel castello. I Fiorentini mandarono subito
soccorsi ai Tifernati, onde la guarnigione assediata non tardò ad
arrendersi.

L'abate di Montmayeur aveva spedito Acuto con parte delle sue truppe per
liberare gli assediati; ma tosto che i Perugini lo videro partito,
presero ancor essi le armi, attaccarono le due fortezze che il legato
aveva innalzate in città, le presero in pochi giorni, e le
spianarono[122]. Nello stesso tempo Giovanni di Vico, prefetto di Roma
fece ribellare Viterbo, di cui era stato lungo tempo signore[123]. Si
sollevò pure Montefiascone, e ben tosto con sorprendente rapidità la
ribellione si dilatò in tutti gli stati della chiesa. Foligno, Spoleto,
Todi, Ascoli, Orvieto, Toscanella, Orti, Narni, Camerino, Urbino,
Radicofani, Sarteano[124], riacquistarono la libertà. Nello spazio di
dieci giorni ottanta tra città e castelli scossero il giogo della
chiesa[125]. Molti vollero darsi ai Fiorentini, ma questi loro mandavano
per risposta lo stendardo della libertà, e gli invitavano a costituirsi
in repubbliche indipendenti[126]. Frattanto altre città approfittarono
del loro soccorso per rimettere i loro antichi signori. Forlì chiamò
Sinibaldo degli Ordelaffi, figliuolo di Francesco e di Marzia, suoi
eroici difensori, e gli restituì la signoria[127].

  [122] _Poggio Bracciolini, l. II, p. 226. — Scipione Ammirato, l.
  XIII, p. 695._

  [123] _Cronica di Siena, p. 246._

  [124] _Ivi, p. 247._

  [125] _Chronichon Estense, t. XV, p. 499._

  [126] _Marchione de Stefani Istor. Fior., l. IX, Rub. 753, p. 144._

  [127] _Ann. Forolivienses, t. XXII, p. 189. — Cronaca Riminese, t.
  XV, p. 914._

Di quanti signori dipendevano dall'abituale dominio della Chiesa, le si
conservò fedele il solo Galeotto Malatesti, e mantenne ubbidienti al
papa le città governate dalla sua casa. Galeotto era succeduto nel 1373
a suo fratello Pandolfo, e suo nipote Malatesta Unghero era morto nel
precedente anno[128]. Nel cominciamento di questa guerra la Chiesa
possedeva sessantaquattro città e mille cinquecento settanta sette
castelli. Perdette nel corso di un anno tutti i suoi stati ad eccezione
di Rimini e delle sue dipendenze[129].

  [128] _Cron. Riminese, p. 914._

  [129] _Ivi._ — Agobbio fu una delle ultime a ristabilire lo stato
  popolare. Questa città si ribellò l'otto settembre del 1376. —
  _Guernieri Bornio Storia d'Agobbio, t. XXI, p. 935._ — Stando a
  questo storico Agobbio erasi costantemente conservato libero fino al
  1350, mediante un censo di cento lire alla camera imperiale.
  _Introduzione, p. 922._

Il papa, spaventato da così subita ruina, cercò di svolgere i Fiorentini
dalle prese risoluzioni coll'intimidire le loro coscienze. Li citò il 3
di febbrajo del 1376 a comparire innanzi al sacro concistoro per
giustificare la loro condotta. In fatti i Fiorentini mandarono tre
ambasciatori per trattare la loro causa in Avignone, cioè Domenico
Barbadori, Alessandro dell'Antella e Domenico di Silvestro. Vennero
introdotti l'ultimo giorno di marzo avanti ai cardinali ed al santo
padre; ed in quest'assemblea Donato parlò col coraggio e colla forza di
un uomo libero. Dichiarò che nulla avrebbe potuto muovere i Fiorentini a
prendere le armi contro la Chiesa, fuorchè la difesa della loro libertà;
«ma noi, egli disse, che abbiamo goduto di questa libertà da quasi
quattro cent'anni, noi l'abbiamo in modo immedesimata alla nostra
natura, e così cara si è renduta al nostro cuore, che non avvi veruno di
noi, che per conservarla non sia al tutto disposto a sagrificare la
propria vita[130].»

  [130] _Poggio Bracciolini, l. II, p. 229._

L'eloquente difesa di Barbadori cavò le lagrime ai cardinali italiani,
ma non fece veruna impressione sui francesi, e quando fu terminata,
Gregorio XI pronunciò contro la repubblica una sentenza di condanna.
Dopo di avere riepilogate tutte le offese ch'egli aveva ricevute,
fulminò l'interdetto contro la città, e la scomunica contro i capi del
governo. Ordinò nello stesso tempo a tutti i principi, amici della
Chiesa, di confiscare a loro profitto tutti i beni de' Fiorentini che
trafficavano ne' loro stati, di prendere le loro persone e venderli come
schiavi[131]. Questa parte della pena inflitta a mercanti resi da lunga
assenza stranieri alle deliberazioni della loro patria era di una
rivoltante ingiustizia; pure, siccome offriva un allettamento alla
cupidigia de' principi, venne eseguita in Francia ed in
Inghilterra[132].

  [131] _Raynaldus Annal. Eccles. 1376, § 1-6, p. 542._

  [132] _Marchione de Stefani, l. IX, Rub. 754, p. 145._

Quando Donato Barbadori udì la lettura di questa sentenza, rivoltosi ad
un crocifisso, che stava in mezzo all'assemblea. «A te io mi appello,
egli gridò, padre onnipossente del genere umano! Tu, che sei giusto
giudice e non esposto ad essere ingannato, poichè i suffragi degli
uomini ci condannano, io t'invoco testimonio dell'iniquità della loro
decisione. Nel tuo ultimo giudizio, tu darai una più giusta
sentenza[133].»

  [133] _Poggio Bracciolini, l. II, c. 233. — Leonardo Aretino, l.
  VIII. — Ghirardacci Storia di Bologna, l. XXV, p. 349. — Scipione
  Ammirato, l. XIII, p. 698._

Mentre il papa agitava in Avignone la sua lite coi Fiorentini secondo le
forme giuridiche, cercava a Firenze di terminarla con un trattato, e vi
aveva spediti ambasciatori; ma il trattato fu improvvisamente rotto
dalla rivoluzione di Bologna. Gli otto della guerra, che il popolo,
malgrado la scomunica del papa, chiamava comunemente gli otto santi,
cercavano da lungo tempo di mettere in movimento la fazione dello
scacchiere a Bologna; poichè sapeva che l'opposto partito dei
Maltraversa godeva del favore del legato[134]. Ma il popolo pareva
determinato a rimanere sotto l'ubbidienza della chiesa; quando il
legato, che non sapeva in qual modo soddisfare Acuto ed i soldati, ai
quali doveva molti soldi arretrati, risolse di cedere loro i due
castelli di Castrocaro e di Bagnacavallo che dipendevano da' Bolognesi e
dalla chiesa, e che furono dai soldati saccheggiati con inaudita
crudeltà[135]. Nello stesso tempo si vociferò che il legato trattava di
vendere Bologna medesima al marchese d'Este; onde i Bolognesi più non
frapposero dimore, e scossero un giogo, che ogni giorno rendevasi più
pesante.

  [134] _Cronaca di Bologna, t. XVIII, p. 497._

  [135] _Cronica di Bologna, t. XVIII, p. 498._

Il più ragguardevole uomo di Bologna era Taddeo degli Azzoguidi del
partito dello scacchiere, ed in sua casa la notte del 19 al 20 marzo
Roberto de' Salicetti adunò i capi delle due fazioni. Tutti i patriotti
di Bologna giurarono nelle sue mani di deporre le antiche loro
nimicizie, e di sacrificare, quando il bisogno lo richiedesse, i loro
beni e le loro vite per ricuperare l'antica libertà della patria.
Frattanto Ugolino di Panico, il conte Antonio Bruscolo, ed alcuni altri
gentiluomini avevano adunata una truppa di montanari degli Appennini,
che segretamente introdussero in città. I cittadini, dopo essere andati
alle case loro a prendere le armi, eransi di nuovo raccolti in silenzio
presso Taddeo degli Azzoguidi. Riunironsi le due truppe avanti la croce
del mercato, ove ad una sola voce rinnovarono il giuramento d'esporre i
loro beni e le loro vite per ricuperare la libertà bolognese. Roberto
Salicetti dispose senza rumore la sua truppa presso il castello, ed
occupò tutti i capi strada della piazza, indi Taddeo fece chiedere al
legato, che fin allora non erasi accorto di verun movimento, le chiavi
della fortezza e delle porte della città, dichiarandogli che i Bolognesi
d'ora innanzi intendevano di guardarsi da se medesimi. Il legato
atterrito fece aprire il castello a Salicetti, ma perchè tardava a dare
altresì le chiavi della fortezza, Taddeo si avanzò immediatamente per
attaccarla. Tutte le uscite della piazza erano di già state occupate,
onde la compagnia inglese non potè montare a cavallo per difendersi; la
prima porta della fortezza fu atterrata, mentre da un'altra banda
Antonio di Bruscolo occupava il palazzo alla testa de' contadini e lo
abbandonava al saccheggio. E perchè si cominciava ad insultare il
legato, Taddeo degli Azzoguidi accorse in suo ajuto, e, presolo sotto la
sua protezione, lo fece passare nel convento di san Giacomo.

Quando si levò il sole alla mattina del giovedì 20 marzo la rivoluzione
era di già compiuta; il gonfalone del popolo volteggiava sulla gran
piazza; le tribù e le compagnie delle arti erano adunate per nominare
dodici anziani ed un gonfaloniere di giustizia; e subito dopo il
consiglio generale pubblicò un'amnistia per tutti i fuorusciti[136].

  [136] _Cherub. Ghirardacci Storia di Bologna, l. XXV, t. II, p.
  340._

Quando i Fiorentini ebbero avviso di questi avvenimenti, spedirono ai
Bolognesi lo stendardo della libertà con due mila cavalli, cinquecento
fanti, e grosse somme di danaro: le fortezze di Bologna vennero
spianate, e la nuova repubblica prese parte nella lega formata contro la
chiesa[137].

  [137] _Cron. di Bologna, l. XVIII, p. 501. — Math. de Griff.
  Memoriale Historicum, p. 186._

Acuto trovavasi a Granaruolo colla maggior parte della compagnia inglese
quando intese la ribellione di Bologna. Sospettava che Faenza
s'apparecchiasse a fare lo stesso, e per tale sospetto vi entrò tutt'ad
un tratto il 29 di marzo per abbandonare i cittadini al ferro de'
soldati: vennero uccise quattro mila persone; molti fuggirono ad Imola o
a Forlì, ma le donne e le vergini medesime consacrate agli altari furono
ritenute per essere disonorate[138]. Dopo tale carneficina Acuto
conchiuse una tregua di sedici mesi coi Bolognesi, per riavere a tale
condizione i suoi due figliuoli, e molti suoi capitani, ch'erano stati
sorpresi e fatti prigionieri a Bologna nell'istante della
rivoluzione[139].

  [138] _Cherub. Ghirardacci Storia di Bologna, l. XXV, p. 343. —
  Marchione de Stefani Ist. Fior., l. IX, Rub. 758, p. 150._

  [139] _Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 504._

Due nuovi cardinali venivano dal papa spediti in Italia per difendere o
ricuperare lo stato della chiesa; Francesco Tebaldeschi, cardinale di
santa Sabina, fu incaricato della legazione di Roma, della Sabina, della
Campania, della Maremma, del patrimonio e del ducato di Spoleti; e
Roberto di Ginevra, che fu poi antipapa sotto il nome di Clemente VII,
ebbe le legazioni della Romagna e della Marca d'Ancona[140].
Quest'ultimo aveva commissione di condurre con sè una nuova armata
pontificia.

  [140] _Ann. Eccles. Raynal., 1376, § 7, p. 544._

Restava ancora in Francia una sola di quelle bande di soldati inglesi e
francesi, che si erano riuniti per rubare. Chiamavasi questa la
compagnia de' Bretoni, composta di sei mila cavalli e di quattro mila
fanti, e si aveva opinione che superasse in ferocia tutte quelle che
l'avevano preceduta. Il papa fece interpellare Giovanni di Malestroit
che la comandava, se gli dava l'animo d'entrare in Firenze: _se il sole
vi entra_, rispose costui, _noi pure vi entreremo_; soddisfatto di
questa rodomontata il papa prese la compagnia al suo servigio, e la
diede al cardinale di Ginevra, che la condusse in Italia[141].
L'avvicinamento di quest'armata parve ai ministri del papa un sicuro
pegno della loro vittoria; non credendo essi che il coraggio che ispira
l'amore della libertà potesse resistere al brutale valore de' loro nuovi
soldati[142].

  [141] _Sozomeni Pistoriensis Historia, p. 1096. — Marchione de
  Stefani, l. IX, Rub. 759, p. 151._

  [142] Gomez Albornoz, nipote d'Egidio, e legato nella Marca, si fece
  fare una bandiera bianca con queste parole: _Ahora se vedra qui
  pueda mas, o los Berton o libertas._ — _And. Gataro Storia Padovana,
  p. 220._

Roberto di Ginevra, attraversando il territorio di Galeazzo Visconti
alla testa di questa formidabile armata, entrò con lui in trattato, e lo
persuase a segnare una pace particolare col papa; pace vergognosa per la
Chiesa, perchè abbandonò senza guarenzia ai loro oppressori tutti i
Guelfi, ch'ella aveva indotti a ribellarsi contro i Visconti[143].

  [143] _Vita papæ Greg. XI a Bosqueto edita, p. 651. — Chron.
  Placent. t. XVI, p. 526. — Bernardino Corio Stor. Milan., p. III, p.
  249._

Mentre Roberto di Ginevra, dopo essersi lasciate a dietro Alessandria e
Tortona, si dirigeva per la strada di Piacenza sopra Ferrara, gli otto
della guerra a Firenze avevano scelto per loro generale Rodolfo da
Varano, signore di Camerino; l'avevano mandato a Bologna, e posto sotto
i suoi ordini un'armata di due mila lance, e sei mila cavalli. Nel
medesimo tempo avevano fortificati e muniti di truppe tutti i passaggi
degli Appennini, ordinando ai contadini di riporre ne' castelli e luoghi
forti i bestiami loro, ed i raccolti[144].

  [144] _Poggio Bracciolini Hist. Fiorent., l. II, p. 233. — Cronica
  Sanese, p. 249._

Barnabò Visconti aveva mandati all'armata della lega a Bologna
cinquecento lance, sotto il comando del conte Lucio Lando, ma d'altra
parte non aveva opposto verun ostacolo alla compagnia de' Bretoni,
quando attraversava i suoi stati; suo fratello aveva di già fatta la
pace colla Chiesa, ed egli stesso offriva di acquistare dal papa la
città di Vercelli per cento mila fiorini. Rodolfo di Camerino credette
adunque di dover diffidare del conte Lando e dei soldati di
Barnabò[145]. D'altra parte i Bolognesi temevano di qualche trama nella
loro città: vedevano di mal occhio Taddeo degli Azzoguidi, il capo della
fazione dello scacchiere, essere troppo premuroso pel richiamo de'
Pepoli, antichi capi dello stesso partito; mentre che questa famiglia,
doppiamente odiosa per avere usurpata la tirannide, e per avere in
seguito venduta la città, era stata la sola eccepita dalla generale
amnistia. Rodolfo di Camerino, per questo doppio sospetto, nè volle
azzardare una battaglia contro i Bretoni quando giunsero nello stato di
Bologna, nè aspettarli in aperta campagna. Roberto di Ginevra per
provocarlo ad una battaglia, lo fece interpellare perchè si rimanesse
ozioso e chiuso entro le mura d'una città. «Io non n'esco, rispose
Rodolfo, perchè voi non c'entriate[146].»

  [145] _Cherub. Ghirardacci, l. XXV, p. 349._

  [146] _Poggio Bracciolini, l. II, p. 235._

Il legato cercò in seguito di staccare i Bolognesi dalla lega,
promettendo loro il perdono del commesso errore, ed il mantenimento
della libertà che avevano ricuperata, purchè riconoscessero la suprema
sovranità della Chiesa e l'autorità dei ministri del papa. «Noi siamo
apparecchiati a tutto soffrire (risposero i Bolognesi) piuttosto che
sottometterci nuovamente a persone, del di cui fasto, insolenza ed
avarizia abbiamo fatto così crudele esperimento.» — «Ed io (disse
Roberto quando ricevette tale risposta) dite loro, che non mi
allontanerò da Bologna finchè non mi sia lavati e mani e piedi nel
sangue loro[147].» La condotta del cardinale era veramente degna di così
feroce discorso; i suoi Bretoni presero successivamente i castelli di
Crespelano, Oliveto e Monteveglio che si arresero loro sotto condizioni,
che da essi poi non vennero osservate, perciocchè li bruciarono dopo
avere saccheggiate tutte le proprietà degli abitanti[148]. Presero in
seguito Pizzano, e passarono a fil di spada tutti coloro che vi
trovarono, senza neppure risparmiare i fanciulli da latte[149].
Finalmente chiesero i quartieri d'inverno, ed il legato obbligò Galeotto
Malatesti ad aprir loro la città di Cesena, che questo signore aveva
persuasa a non ribellarsi[150]. La murata, quel quartiere in cui Marzia
degli Ordelaffi aveva alcuni anni prima fatta una così eroica difesa, fu
assegnata per loro dimora ai Bretoni. Ma questi barbari soldati,
incapaci di disciplina, trattavano una città amica, come se presa
l'avessero d'assalto. Forzavano le case de' borghesi per rapir loro gli
effetti, le mogli, le figlie; aggiugnevano l'insulto al danno, e
finalmente stancarono la pazienza degli abitanti; questi attaccarono
all'impensata i Bretoni il primo febbrajo del 1377, ne uccisero più di
trecento, e costrinsero gli altri a chiudersi nella murata[151]. Il
cardinale di Ginevra, che vi trovavasi ancor esso, mandò Galeazzo
Malatesti a trattare coi borghesi per acquietarli, confessò che i suoi
soldati avevano meritato quel castigo, ed accordò ai Cesenati
un'assoluta amnistia, a condizione che aprissero di nuovo le loro porte.
Furono in fatti aperte, ed il cardinale con atroce perfidia abbandonò
Cesena ad una universale carneficina[152]. Non contento di lasciare in
città i suoi feroci Bretoni, chiamò ancora Acuto che trovavasi
cogl'Inglesi a Faenza; e perchè questo capitano mal sapeva risolversi a
prender parte a tanta iniquità, il cardinale gli disse: _Io voglio
sangue, sangue_: e mentre durava la carneficina fu udito spesso gridare:
_uccideteli tutti_[153]: e niuna persona fu risparmiata. I Bretoni
prendevano pei piedi i fanciulli alla mammella, e loro schiacciavano il
capo contro i muri. I preti, i religiosi, le vergini consacrate agli
altari, tutto fu passato a fil di spada. Cinque mila persone perirono in
quest'orribile carneficina; e tutta la popolazione di Cesena sarebbe
stata distrutta, se alcuni abitanti con una pronta fuga non si fossero
prima sottratti ai carnefici[154].

  [147] _Poggio Bracciolini, l. II, p. 235._

  [148] _Cronica di Bologna, p. 504._

  [149] _Cherubino Ghirardacci, l. XXV, p. 351._

  [150] _Cron. di Rimini, p. 915._

  [151] _Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 510._

  [152] _Chron. Estense, p. 500._

  [153] _Cronica Sanese di Neri di Donato, p. 252._

  [154] _Poggio Bracciolini, l. II, p. 236. — Cronica Rimin., t. XV,
  p. 916. — Leon. Aretino, l. VIII._

Quando la notizia del massacro di Cesena fu portato alle città della
lega, vi cagionò più sdegno ancora che spavento. La signoria di Perugia
fece celebrare l'ufficio de' morti in tutte le chiese, ordinò una pompa
funebre per gl'innocenti uccisi dalle armi dei preti; e tutte le città
in guerra colla Chiesa ne imitarono l'esempio[155].

  [155] _Cronica Sanese, p. 253._

I Fiorentini avevano mandato lo stendardo della libertà a Roma, siccome
a tutte le altre città dello stato ecclesiastico. La repubblica romana
era in allora governata da una signoria di tredici banderali dei tredici
quartieri della città[156]. Ma i Romani, che ardentemente desideravano
di persuadere il loro vescovo a tornare a Roma, erano meno degli altri
popoli zelanti della libertà. Avuto avviso che Gregorio XI pensava di
restituirsi finalmente alla sua naturale sede, entrarono con lui in
trattato, e gli promisero di rendergli la sovrana autorità sopra Roma,
tostochè sarebbe giunto ad Ostia. Acconsentirono pure di sopprimere i
loro banderali, e intanto il papa confermò altri magistrati, chiamati
esecutori di giustizia, sotto condizione che cadauno di loro gli
prestasse giuramento di fedeltà[157].

  [156] Frammento d'un ms. del Vaticano stampato nelle _Antiqu. Ital.,
  t. II, p. 857. — Bonincontri, Annal. Miniat., t. XXI, p. 18_, fa
  rimontare all'anno 1370 l'istituzione de' banderali, e quest'epoca
  fu adottata dallo storico de' senatori di Roma; ma tutta la
  cronologia del Buonincontri è assai fallace; onde io assegnerei
  piuttosto all'anno 1375 la creazione di tale magistratura.

  [157] Il trattato è stampato presso _Raynaldi An. Eccl. 1376, § II,
  p. 545_.

Gli otto della guerra di Firenze, informati di questo trattato,
addirizzarono, il 26 dicembre 1376, la seguente lettera ai banderali per
incoraggiarli a difendere la loro libertà.

«Agli illustri uomini, nostri onorati fratelli, i banderali della città
di Roma.

«Sebbene noi abbiamo fino al presente alzata invano la nostra voce per
esortarvi a difendere con irremovibile coraggio la vostra libertà e
quella dell'Italia, e sebbene noi non abbiamo da voi ricevuto, per
mercede di nostre esortazioni, che lettere elegantemente scritte, e
vanamente ornate di belle sentenze, pure oggi che vediamo imminente la
ruina della vostra libertà, non temeremo di darvi ancora sinceri e
salutari avvisi. Noi non possiamo dubitarne, o nostri cari fratelli! e
se non siete determinati di accecarvi, voi pure dovete facilmente
riconoscere, che il sovrano pontefice, che voi aspettate con sì
amichevoli disposizioni, non sente verun affetto per la vostra città;
non ne ama il soggiorno, e non viene a risedere nella sua propria sede
per consolare il vostro devoto popolo, ma per cambiare la libertà vostra
in servitù. Quando domanda l'abolizione delle vostre magistrature che
altro desidera egli? che spera egli, se non di atterrare la colonna
della romana libertà? Qual freno resterà agli audaci? quale rifugio ai
deboli? se la sacra vostra società, da cui dipendono la pace, il
coraggio e la tranquillità di Roma, è disciolta all'arrivo della corte?
Quando il papa dovesse riporre la città nell'antico suo splendore ed in
tutta la sua bellezza, quando sollevasse i Romani a tutta la maestà del
loro antico impero, quando ricoprisse d'oro le vostre mura, se ciò deve
farsi con pregiudizio della vostra libertà, il dover vostro vi ordina di
non accettarlo. Noi vi supplichiamo soltanto di comportarvi come si
conviene ai figli de' Romani, presso i quali la libertà e la virtù sono
ereditarie. Mentre ancora lo potete, mentre siete ancora in tempo,
mentre l'oppressore della vostra domestica libertà non è per anco tra le
vostre mura, provvedete, per Dio, alla vostra salute, provvedete a
quella del popolo romano: quando voi lo vogliate, quando ne saremo
avvisati da qualche segno, noi impiegheremo a favor vostro tutta la
nostra potenza, come se si trattasse della nostra propria libertà, della
nostra propria salute; imperciocchè noi punto non ignoriamo che quando
il vostro popolo sarà caduto sotto il giogo, per leggiere che possa a
bella prima sembrare, noi più non saremo abbastanza forti per
liberarvi[158].»

  [158] Questa lettera, che alla forza de' pensieri unisce il merito
  della più bella dizione latina, fu scritta da Coluccio Salutati,
  allora cancelliere della repubblica, e prima segretario d'Urbano V,
  e di Gregorio XI. Ella trovasi nella _Storia dei Senatori di Roma,
  t. II, p. 327_; ed in _Rigacci, p. I, ep. 17, p. 58._

In principio del seguente anno i Fiorentini scrissero di nuovo ai
banderali di Roma, loro offrendo tre mila lance per difesa della loro
libertà[159]. Le generose loro esortazioni ed offerte non rimasero
affatto prive d'effetto; per altro i Romani ricusarono di combattere, e
non accettarono le truppe offerte dalla repubblica fiorentina: soltanto
richiesero dal papa meno umilianti condizioni. Gregorio XI, assicurato
d'essere ricevuto in Roma, e convinto che la sua sola presenza poteva
calmare l'universale rivoluzione, era partito da Avignone il 13
settembre del 1376, ma non giunse a Corneto che in sul finire dell'anno,
trattenuto e respinto costantemente dai venti contrarj per più di tre
mesi[160]. Il 17 gennajo rimontò finalmente il Tevere, e sbarcò a san
Paolo. I Romani lo accolsero con grida di gioja mentre attraversava la
città a cavallo per recarsi al Vaticano. I banderali lo avevano
aspettato a porta Capena, entrando egli nella quale, avevano deposte ai
suoi piedi la bacchetta del comando; ma la ripresero all'indomani, e
continuarono ad amministrare la repubblica quali magistrati di uno stato
sovrano, senza che il papa ardisse resistere alla loro volontà[161].

  [159] _Stor. diplomat. de' Senatori di Roma, p. 330._

  [160] _Cronica Sanese di Neri di Donato, t. XV, p. 251. — Georg.
  Stellæ An. Genuens., t. XVII, p. 1106._

  [161] _Vita Gregorii XI a Bosqueto edita, p. 652._

I Fiorentini, informati dell'arrivo di Gregorio XI, gli spedirono, per
parte loro, ambasciatori a Roma, per chiedergli la pace a giuste
condizioni[162]; ma perchè i loro trattati non ottennero il desiderato
fine, ricominciò la guerra con vigore, e Bolsena si ribellò mentre il
papa trovavasi nelle sue vicinanze. I Fiorentini confermarono per la
seconda volta gli otto della guerra nel loro impiego. Questi magistrati
non erano in origine stati creati che per un anno, ma avevano coronati i
loro talenti con tanta prosperità che il popolo non poteva risolversi a
dar loro dei successori. Gli otto persuasero Giovanni Acuto, che aveva
terminato il tempo del suo servigio col papa, a passare al loro soldo
colla compagnia inglese[163]. Ma d'altra parte Rodolfo da Camerino che
fin allora era stato generale dei Fiorentini, abbandonò il loro partito,
malcontento che non gli si concedesse di conquistare la città di
Fabbriano, ch'erasi dichiarata libera, e sulla quale vantava alcuni
diritti[164]. Il papa accolse Rodolfo con singolari dimostrazioni
d'onore, e gli affidò immediatamente il comando della compagnia dei
Bretoni, colla quale il signore di Camerino tenne tribolati gli alleati
de' Fiorentini nella Marca d'Ancona[165].

  [162] _Cronica Sanese, p. 252._

  [163] _Cronica di Pisa, p. 1072. — Scipione Ammirato, l. XIII, p.
  705._

  [164] _Poggio Bracciolini Hist. Fior., l. II, p. 237._

  [165] _Leon. Aret., l. VIII. — Ann. Bonincontri Miniaten., p. 27._

Il conte Lucio Lando di Svevia andò allora ad attaccare Rodolfo, con tre
mila cavalli fiorentini, quasi alle porte di Camerino, sua capitale; gli
uccise dugento soldati, gli prese lo stendardo con mille prigionieri, e
lo sforzò a fuggire quasi solo a Tolentino[166]. In appresso i
Fiorentini presero san Lupidio, santa Maria Serra, e più altre castella
nella Marca d'Ancona[167].

  [166] _Chron. Esten., p. 494._

  [167] _Sozomeni Pistoriensis Hist., p. 1103._

Il papa desiderava la pace coi Fiorentini, ma voleva che la loro
devozione la rendesse per lui più vantaggiosa. Mentre trovavasi ancora
in Avignone, la signoria gli aveva spedita santa Catarina da Siena per
cercare d'addolcirlo. Il papa rimandò la santa a Firenze, assicurandola
che avrebbe poste in sua mano le condizioni della pace. Ma sebbene le
virtù e la conosciuta santità di Catarina ispirassero la più alta
venerazione ai capi della repubblica, essi non credettero di dover
consultare intorno agl'interessi della loro patria gli scrupoli d'una
donna entusiasta[168]. Gregorio mandò dal canto suo ambasciatori a
Firenze; e questi, che speravano di fare maggiore impressione sul popolo
che sul governo, non vollero esporre la loro missione che in presenza
d'un parlamento adunato. In questo recitarono un artificioso discorso:
il pontefice, essi dissero, ben sapeva che il popolo non voleva la
guerra; la quale era l'opera di alcuni capi ambiziosi che si
arricchivano nella pubblica miseria, che di già avevano conservato il
loro impiego oltre il tempo fissato da tutte le leggi, e si lusingavano
di ridurre ben tosto in servitù quel popolo, che traviavano in nome
della libertà. Gregorio chiedeva soltanto che i Fiorentini deponessero i
loro perfidi magistrati, ed in appresso era disposto ad accordar loro la
pace a quelle condizioni ch'essi medesimi avrebbero desiderato. Il
gonfaloniere rispose agli ambasciatori a nome del popolo. Che lunghe
ingiurie abbisognarono, e le prove della più sfrenata ambizione degli
ecclesiastici per istaccare i Fiorentini dal partito della Chiesa, cui
si mostrarono tanto tempo fedeli: che tante offese avevano finalmente
stancata la loro sofferenza, ond'erano unanimi nella presa opposizione:
che non pertanto desideravano sempre i Fiorentini la pace, ma che
dovevasi ben credere che le condizioni della pace dovessero essere
svantaggiose a coloro che avevano imprudentemente provocata la
guerra[169].

  [168] _Raynaldi Ann. Eccles. 1377, § 2, p. 552. — Marchione de
  Stefani, l. IX, Rub. 773, p. 179._

  [169] _Poggio Bracciolini Hist. Fior., l. II, p. 237. — Scipione
  Ammirato, l. XIII, p. 707._

Il pontefice, irritato da questa risposta, raddoppiò le pene
ecclesiastiche pronunciate contro i Fiorentini, e scrisse di nuovo, non
più a tutti i sovrani, ma a tutte le città, per persuaderle a confiscare
le proprietà de' suoi nemici. Dall'altro canto i Fiorentini, che fino a
tale epoca avevano osservato gl'interdetti pronunciati dal pontefice,
risolsero di non rimanere soggetti ad un'ingiusta sentenza. Fecero
aprire tutte le chiese, e costrinsero i preti a celebrare l'ufficio
divino colla stessa solennità, come se l'interdetto non fosse stato
pronunciato[170].

  [170] _Poggio Bracciolini, l. II, p. 239. — Marchione de Stefani, l.
  IX, Rub. 772, p. 178. — Cronica Sanese, p. 256._

Un nipote del papa aveva tentato, alla testa de' Bretoni, di entrare
nella Maremma di Siena, e fu forzato di dare a dietro in faccia ad
Acuto. Ma più che le armi tornarono utili gl'intrighi alla corte
pontificia. Erasi scoperta in Bologna una congiura in favore dei Pepoli,
in sul finire del precedente anno, e Taddeo degli Azzoguidi era stato
esiliato da questa città con una parte della fazione dello
scacchiere[171]. Il restante di questa fazione, fedele alla libertà ed
agl'interessi de' Fiorentini, mutò nome in quest'occasione, e si chiamò
Raspanti. Le famiglie de' Bentivogli, Salicetti, Azzoguidi, Bianchi e
Gozzadini entrarono nella nuova fazione de' Raspanti, e sotto questo
nome governarono la repubblica.

  [171] _Ghirardacci Storia di Bologna, l. XXV, p. 358._

Ma in marzo del 1377 la sorte diede ai Bolognesi un gonfaloniere ed otto
anziani dell'opposta fazione, o de' Maltraversi. Questi, dopo avere
guadagnato destramente il favore del popolo, ed assicurata la loro
autorità, fecero arrestare in un solo giorno tutti i capi dei Raspanti,
e spedirono al legato del papa, che allora trovavasi a Ferrara, per
domandargli una tregua, onde trattare con lui una pace separata.
Gregorio XI accolse avidamente quest'offerta, e non si mostrò difficile
nelle condizioni. Domandò soltanto che fosse ricevuto in Bologna un
vicario pontificio, non per comandare in effetto, ma per averne soltanto
l'apparenza: e perchè non si concepisse veruna diffidenza, nominò per
tale incumbenza uno degli ambasciatori della repubblica, che era dottore
di legge[172]. Acconsentì espressamente che Bologna continuasse a
governarsi liberamente ed in comune[173]; ed a tali condizioni essendo
stata il 21 agosto segnata la pace in Anagni, si pubblicò a Bologna in
principio di settembre[174].

  [172] _Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 515._

  [173] _Chronicon Estense, t. XV, p. 501._

  [174] _Ghirard. Stor. di Bol., l. XXV, p. 364._

Circa lo stesso tempo il prefetto di Vico fece pure una separata pace
colla Chiesa[175]; onde i Fiorentini, vedendosi abbandonati dai due più
potenti alleati, pensarono seriamente a mettere fine alla guerra. Il
vescovo d'Urbino, ambasciatore del papa, propose loro di prendere per
arbitro un loro alleato, Barnabò Visconti, ed infatti i Fiorentini
acconsentirono di aprire, sotto la sua mediazione, un congresso a
Sarzana. Barnabò recossi il primo in questa città in principio del 1378.
Vi giunsero poco dopo il cardinale d'Amiens e l'arcivescovo di Narbona
legati del papa. Il conte di Brienne e l'arcivescovo di Laon arrivarono
in appresso come ambasciatori del re di Francia; ed in breve vi si
adunarono i deputati fiorentini e quelli delle città alleate.

  [175] _Cronica Sanese, p. 255._

Le conferenze cominciarono il 12 di marzo, e si potè allora travedere
dietro quali segrete intelligenze aveva il papa scelto arbitro il suo
più antico nemico, e l'alleato de' Fiorentini. Barnabò Visconti aveva
convenuto col papa di dividere con lui il danaro che farebbe pagare alla
repubblica. Propose nella sua qualità di arbitro, che i confederati
dessero al papa l'enorme somma di ottocento mila fiorini per le spese
della guerra. Le decisioni degli arbitri venivano risguardate come
inappellabili; tutti gli alleati de' Fiorentini più omai non li
secondavano che assai mollemente, e gli ambasciatori delle repubbliche
si videro forzati d'aprire la negoziazione su questa base; e forse la
pace sarebbesi conchiusa a condizioni svantaggiosissime per gli alleati,
se la notizia della malattia del papa, attaccato dalla pietra, e poco
dopo quella della sua morte, accaduta in Roma il 27 marzo del 1378, non
avesse sciolto il congresso di Sarzana[176]. Tutti gli ambasciatori
tornarono a casa loro senza nulla avere conchiuso, ed il gran scisma
d'Occidente, che tenne dietro alla morte di Gregorio XI, permise ben
tosto ai Fiorentini di trattare colla Chiesa sotto più favorevoli
auspicj[177].

  [176] _Chron. Estense, t. XV, p. 502. — Cronaca Riminese, p. 918._

  [177] _Poggio Bracciolini Hist. Flor., l. II, p. 240. — Sozomeni
  Pistor. Hist., p. 1104. — Cronica Sanese, p. 257. — Cronica di
  Bologna, p. 516._



CAPITOLO L.

      _Gran scisma d'Occidente. — Congiura de' Ciompi a Firenze. — La
      regina Giovanna spogliata del regno da Carlo di Durazzo._

1378 = 1381.


L'accanita guerra nella quale le repubbliche italiane avevano preso
parte contro la corte di Roma, fu tutt'ad un tratto sospesa dalla morte
di Gregorio XI, la quale mutava i rapporti delle potenze e de' popoli
d'Italia. L'odio contro i Francesi, che avevano usurpate tutte le
dignità e tutti i poteri della Chiesa, aveva strascinati gl'Italiani a
muovere guerra alla chiesa medesima; e dopo la morte di Gregorio XI, lo
stesso odio attaccò gl'Italiani alla difesa del suo successore. I
pontefici ed i prelati d'Avignone avevano congiurato contro la libertà
italiana; perfida ed ambiziosa era la loro politica, formidabile la loro
potenza. Avevano essi introdotta in Italia la feroce banda de' Bretoni;
facevano servire ai loro progetti la versatilità e la perfidia de'
tiranni lombardi; erano sicuri dell'ubbidienza della regina Giovanna di
Napoli, della protezione e degli ajuti del re di Francia; e per ultimo
la superstizione, sebbene molte volte conculcata, rilevavasi e tornava
opportuna in loro soccorso, tostocchè i loro avversari provavano qualche
sinistro. Tutta questa potenza venne distrutta dal gran scisma
d'occidente; la corte di Roma venne privata dell'appoggio degli
oltramontani, e le sue ricchezze divise tra due competitori e dissipate
in una guerra civile, più non bastarono ad assoldare armate, ed a
corrompere traditori; onde il pontefice italiano si trovò in balìa di
quelle repubbliche, che il suo predecessore voleva distruggere.
Fortunatamente l'odio di queste erasi spento col pericolo che avevano
corso.

Gregorio XI era morto a Roma nella notte del 27 marzo del 1378; e le
esequie e le novene celebrate pel riposo dell'anima sua durarono fino al
7 d'aprile. In tal giorno i cardinali entrarono in conclave, dopo avere
nominato per invigilare alla loro sicurezza, otto ufficiali, cioè due
vescovi, tre laici romani e tre francesi[178].

  [178] _Vita Gregorii XI penes Baluzium Scr. Ital. t. III, p. II, p.
  662._

La chiesa romana aveva allora ventitre cardinali, sei de' quali erano
rimasti in Avignone, ed un altro trovavasi legato in Toscana. Soli
sedici entrarono dunque in conclave nel palazzo del Vaticano[179], de'
quali undici erano francesi, uno spagnuolo, e quattro italiani[180].

  [179] _Addimenta Codicis Patavini ad Ptolom. Lucensem, t. III, p.
  II, p. 677._

  [180] Ecco la nota di tutti i cardinali che componevano allora il
  sacro collegio; che è necessario di ben conoscere per intendere la
  storia dello scisma.

  I cardinali assistenti al conclave furono

  _Uno spagnuolo._
                                  _creato l'an.,    morto l'an._

  Pietro di Luna, cardinale
  diacono, del titolo di
  santa Maria in Cosmedin             1375             1424

  _Quattro Italiani._

  Francesco Tebaldeschi, romano,
  cardinale prete
  del titolo di santa Sabina,
  arciprete di san
  Pietro                              1368             1378

  Pietro Corsino, fiorentino,
  card. prete del titolo di
  San Lorenzo                         1370             1405

  Giacomo Orsini, romano,
  card. diacono del titolo di
  san Giorgio in Velabro              1371             1379

  Simone da Borsano, milanese,
  card. prete di san
  Giovanni e Paolo                    1375             1381

  _Undici Francesi._

  Guglielmo d'Aigrefeuille,
  card. prete di santo Stefano        1367             1401

  Giovanni du Cros, vescovo
  di Limoges, card. prete
  de' santi Nereo ed Achilleo         1371             1383

  Bertrando Lagier, vescovo
  di Glandeves, card. prete
  di santa Prisca                     1371             1392

  Roberto di Ginevra, arcivescovo
  di Chambray,
  card. prete de' 12 Apostoli         1371             1394

  Pietro Flandrin, card. diacono
  di sant'Eustacchio                  1371             1381

  Guglielmo di Nouveau,
  card. diacono di sant'Agnese        1371             1390

  Pietro di Veruche, abate
  di Montmayeur, card.
  diacono di santa Maria
  in velo aureo                       1371             1403

  Ugo di Montrelaix, card.
  prete dei 4 santi Coronati          1375             1384

  Gui di Malesec, vescovo
  di Poitiers, card. prete di
  santa Croce in Gerusalemme          1375             1413

  Pietro de Bernier, vescovo
  di Viviers, card. prete di
  san Lorenzo in Lucina               1375             1394

  Gerardo du Puy, abate di
  Marmoutier, card. prete
  di san Clemente                     1375             1389

  _I cardinali assenti nell'epoca
  del conclave erano_

  Giovanni de la Grange,
  vescovo d'Amiens, card.
  prete di san Marcello,
  in allora legato del papa
  in Toscana                          1375             1402

  _I sei Francesi finalmente
  ch'erano rimasti in Avignone
  sono_

  Pietro di Selvete Montirac
  vescovo di Pamplona,
  cancelliere della chiesa,
  card. prete di sant'Anastasia       1356             1385

  Giovanni de Blandiac, vescovo
  di Sabina, card.
  di san Marco                        1361             1379

  Ugo di san Marziale, card.
  diacono di santa Maria
  in Portico                          1361             1403

  Egidio Ascellino di Montaigu,
  vescovo di Frascati,
  card. prete di san
  Silvestro                           1361             1378

  Angelo de Grimoard, vescovo
  d'Albano, card.
  prete di san Pietro _in
  vincula_                            1366             1387

  Guglielmo de Chanac, vescovo
  di Mandes, card.
  prete di san Vitale                 1371             1394

Durante il tempo consacrato in apparenza alle esequie del precedente
papa, i cardinali chiamati ad eleggere il successore avevano di già
cominciati gli intrighi preparatorj a così importante nomina. I
Francesi, che di lunga mano formavano il maggior numero, erano divisi in
due fazioni. I Limosini sollevati alla romana porpora da Gregorio XI da
Clemente VI eccitavano la gelosia di tutti gli altri. Non volevasi
permettere che la santa sede continuasse ad essere una proprietà d'una
sola provincia, e quasi d'una sola famiglia. Altronde, i Limosini, che
formavano un partito regolare e numeroso, lusingavansi di dirigere
l'elezione a modo loro. In mezzo a tali contese, che non erano chiuse
nel sacro collegio, ma di già rendevansi pubbliche, vedevasi l'un
partito e l'altro egualmente determinato a non eleggere un italiano.
L'avversione de' cardinali francesi pel soggiorno di Roma era abbastanza
conosciuto, e si prevedeva che il nuovo pontefice sarebbesi affrettato
di ricondurre la corte in Avignone. Questo timore eccitò in Roma il più
vivo fermento: il popolo s'attruppò intorno al palazzo del Vaticano il
giorno medesimo in cui i cardinali si chiusero in conclave, per vedere
se colle sue grida potesse avere qualche influenza nella scelta. _Romano
lo volemo lo papa_, gridavano, _romano lo volemo, o almanco
italiano_[181]. Nel momento in cui i cardinali erano entrati in
conclave, la folla si era con loro precipitata in palazzo, _e questi
maledetti romani_, dice il biografo di Gregorio XI, _erano armati, e
ricusavano d'uscire_. Per altro dopo un'ora di tumulto, il vescovo di
Marsiglia li persuase tutti a ritirarsi, ad eccezione di una quarantina,
i quali visitavano tutti gli angoli dell'appartamento sotto colore
d'assicurarsi che non vi fossero corazzieri nascosti nel palazzo, e che
non vi fosse qualche segreta uscita, o qualche mezzo di comunicazione
col di fuori[182]. Mentre praticavano queste indagini, che accrescevano
l'inquietudine de' cardinali, il rimanente del popolo, adunato innanzi
alle porte, non cessava di gridare, _romano lo volemo, romano_.

  [181] _Vita Gregorii XI penes Baluzium, p. 662, 663. — Vita ejusdem
  ex Bosqueto, p. 654._

  [182] _Vita Gregorii XI penes Baluzium, p. 662._

Prima che la plebaglia si fosse ritirata, due de' banderali di Roma
vennero in deputazione per parte di questa magistratura, e chiesero
udienza ai cardinali, che li ricevettero nella piccola cappella del
Vaticano. I banderali rappresentarono al sacro collegio quanto l'intera
cristianità aveva sofferto per avere i papi stabilita la loro residenza
fuori d'Italia. A Roma i templi ed i sacri edificj ruinavano; alcuni
cardinali non avevano pure visitate, in tutto il tempo della loro vita,
le chiese di cui portavano il titolo; essi le lasciavano derelitte,
sebbene loro ne incumbesse il mantenimento. Lo stato ecclesiastico era
stato invaso, dopo partiti i papi, dai tiranni che se lo erano diviso, e
non erasi riacquistato dal cardinale Albornoz che dopo un'accanita
guerra con grave dispendio del sangue dei popoli, e dei tesori della
cristianità. Era poi stato abbandonato a ministri venali, insolenti ed
arbitrari, i quali avevano fatta scoppiare una generale rebellione,
governando in un modo così diverso dal paterno modo della antica Chiesa.
Una guerra generale erasi accesa in Italia, ed il restante del mondo
cristiano si era esaurito per volere riacquistare province ch'erano
state forzate a ribellarsi. Fu per una veramente particolare
disposizione della Provvidenza, aggiugnevano, che il buon papa Gregorio
è venuto a morire in Roma, affinchè il senato della Chiesa, dovendosi di
nuovo adunare nella di lei capitale, fosse più a portata di conoscere i
sentimenti della greggia cui deve dare un pastore, e che i cardinali,
organi de' Romani, che in altri tempi sceglievano il proprio vescovo coi
loro suffragi, si uniformassero fedelmente alle intenzioni di coloro,
che sono incaricati già da alcun tempo di rappresentare[183].

  [183] _Vita Gregorii XI ex additam. ad Ptolom. Lucens., 667. —
  Thomas de Acerno de creatione Urbani VI, Rer. It. t. III, p. II, p.
  716. — Raynaldus Ann. Eccles. 1378, § 4, p. 2._

I banderali ritiraronsi per lasciar deliberare i cardinali; poi furono
nuovamente introdotti, e Pietro Corsino, cardinale di Firenze, loro
rispose a nome del sacro collegio: che maravigliavasi della loro pretesa
d'influire sopra un'elezione, alla quale, nè il rispetto, nè il timore,
nè il favore, nè le grida del popolo dovevano aver parte; che i
cardinali andavano ad udire la messa dello Spirito Santo, e che lo
Spirito Santo determinerebbe solo colla sua ispirazione la scelta che
farebbero[184]. I banderali si ritirarono poco soddisfatti di questa
risposta, ed il popolo rinnovò le grida, _un romano volemo, un romano_.

  [184] _Vita Gregorii XI penes Baluzium, p. 663._

Malgrado la fermezza con cui il cardinale vescovo di Firenze aveva
risposto, i clamori del popolo non lasciavano d'influire sul sacro
collegio. I cardinali esponevansi senza dubbio ad un grandissimo
pericolo, se totalmente disprezzavano la volontà di un popolo, pel quale
la scelta del suo pastore era della più alta importanza. I Romani non
avevano dimenticato, che il diritto di eleggere il papa loro spettava
tre soli secoli avanti; e più tardi ancora Luigi di Baviera e Cola da
Rienzo avevano rinfrescata la memoria di quest'importante privilegio. Il
partito degl'Italiani acquistò in conclave maggiore influenza, e la sua
alleanza venne a gara ricercata dalle due opposte fazioni dei Limosini e
del cardinale di Ginevra[185]. La sola loro adesione poteva decidere la
pluralità dei due terzi dei suffragi necessarj per eleggere un
papa[186].

  [185] Roberto, avanti che morisse Gregorio XI, erasi adoperato assai
  per formare un partito opposto ai Limosini, ed erane rimasto capo.
  _Raynaldi An. Eccl. 1378, § 1, t. XVII, p. 1._

  [186] _Additam. ad Ptol. Lucensem, p. 679_.

I Limosini, veduta l'impossibilità di fare che l'elezione cadesse sopra
uno di loro, scelsero una delle loro creature, che loro sembrava affatto
proprio a conciliare tutti i suffragi; era questi Bartolomeo Prignani,
arcivescovo di Bari, nato nel regno di Napoli. Costui era stato chiamato
in Avignone dal cardinale di Pamplona, limosino, cancelliere della
Chiesa, il quale lo aveva lungo tempo occupato nelle cose della
cancelleria. L'arcivescovo di Bari aveva vissuto tanti anni in Francia,
che quasi ritenevasi per francese; era suddito della regina di Napoli,
protettrice del partito opposto ai Limosini; come italiano doveva
piacere ai cardinali di questa nazione; e finalmente l'arcivescovo di
Bari, allora in età di circa sessant'anni, godeva opinione d'essere uomo
dotto e religioso assai.

Poichè i cardinali d'Aigrefeuille e di Poitiers, capi del partito
limosino, ebbero presentite le disposizioni dei loro colleghi, il primo,
all'indomani del loro congresso in conclave, chiese, immediatamente dopo
la messa dello Spirito Santo, che si raccogliessero i suffragi,
sembrandogli che il sacro collegio fosse bastantemente d'accordo[187].

  [187] _Additam. ad Ptol. Lucensem, p. 680._

Essendosi tutti posti a sedere, tenendo l'ordine dell'anzianità, il
cardinale di Firenze ch'era il primo dei vescovi, nominò ad alta voce
per papa il cardinale di san Pietro. Il cardinale di Limoges, ch'era il
secondo tra i vescovi, levossi e disse: «Il signor cardinale di san
Pietro non ci conviene per papa, perchè è romano; parrebbe, eleggendolo,
che noi avessimo ceduto alla violenza, ed ai clamori del popolo; inoltre
egli è vecchio ed infermo. Nè il cardinale di Firenze ci conviene meglio
perchè appartiene ad una città attualmente in guerra colla Chiesa.
Rifiutò egualmente il cardinale di Milano, suddito di un tiranno, e del
più acerrimo nemico della religione. Per ultimo il cardinale Giacomo
Orsini è romano, ed è troppo giovane. Perciò adunque io eleggo e scelgo
per papa il signor Bartolomeo arcivescovo di Bari[188].»

  [188] _Thomas de Acerno, de creatione Urbani VI, p. 719. — Additam,
  ad Ptol. Lucens, p. 681. Raynald. Ann. Eccles._ — Secondo l'abate di
  Sisterone, e conformemente alla deposizione del vescovo di Recanati
  e Macerata.

I Cardinali di Glandeve, d'Aigrefeuille, di Ginevra, di Milano, tutti
finalmente diedero il loro suffragio all'arcivescovo di Bari, ad
eccezione del cardinale di Firenze, che aveva di già emesso il suo, e
del cardinale Orsini, che dichiarò di non volere in quel giorno eleggere
il papa. Essendosi i cardinali ritirati nelle loro celle per dire le
loro ore, si riunirono poco dopo nella cappella e fecero un secondo giro
di suffragi. Il cardinale di Firenze si unì alla maggiorità, e diede la
sua voce cogli altri all'arcivescovo di Bari, che fu canonicamente
eletto. Il solo Orsini si mantenne nella sua opposizione. Aveva aspirato
egli stesso al pontificato, ed erasi lusingato di ottenerlo, coll'ajuto
delle grida del popolo, che andava sulla piazza ripetendo, _romano lo
volemo_[189]!

  [189] _Thomas de Acerno, de creatione Urbani VI, p. 720._

Frattanto i cardinali temevano d'annunciare al popolo che l'eletto papa
non era romano, tanto più che per antica consuetudine era permessa una
grande licenza nel momento dell'elezione, e che il popolo s'arrogava il
diritto di saccheggiare il palazzo del nuovo pontefice. Siccome le grida
raddoppiavano innanzi al Vaticano, il cardinale Orsini s'affacciò ad una
finestra, e fece fare silenzio, dicendo al popolo che il papa era
nominato. Quando gliene fu chiesto il nome, rispose: _andate a san
Pietro, e lo saprete_. Il vocabolo di san Pietro, ripetuto nella folla,
fece credere che fosse stato eletto il cardinale di san Pietro: tutta la
città tripudiò e la casa del Tebaldeschi, cardinale di san Pietro, fu
saccheggiata da cima in fondo. Mentre il popolo vi accorreva, i
cardinali avevano fatto entrare in Vaticano l'arcivescovo di Bari con
molti altri prelati. Il popolaccio di ritorno dal saccheggio, vedendo
che non aprivasi il palazzo, ne atterrò le porte per rendere omaggio al
cardinale di san Pietro; e l'inquietudine de' cardinali raddoppiò,
quando videro che il popolo credeva di avere ottenuto quanto desiderava,
e che conveniva disingannarlo. Cercarono perciò di salvarsi colla fuga
gli uni per la gran porta che il popolo aveva atterrata, altri per le
camere dei cappellani, e quando nel fuggire si scontravano nella folla,
la confermavano nel suo errore. I Romani si precipitavano nella piccola
cappella ov'era rimasto il cardinale di san Pietro, l'adoravano e gli
chiedevano la benedizione. Il vecchio Tebaldeschi poteva gridare a posta
sua: «non sono io l'eletto, io non sono papa; nè voglio esserlo.» La
debole sua voce non era udita in tanto tumulto, e que' medesimi che
potevano udirlo, credevano che dicesse così per modestia[190]. Più
l'errore andava accreditandosi e più i cardinali temevano l'istante in
cui il popolo verrebbe tolto d'inganno; perciò la maggior parte di loro
uscì di città dopo aver detto ai loro amici che il vero papa era
l'arcivescovo di Bari. I cardinali Orsini e sant'Eustachio si
rinchiusero a Vicovaro, Roberto di Ginevra a Zagarolo, quelli di
Limoges, d'Aigrefeuille, di Poitou, di Viviers, di Bretagna e di
Marmoutiers ritiraronsi in castel sant'Angelo, il cardinale di
sant'Angelo si riparò a Guardia, e gli altri di Firenze, di Milano, di
Montmayeur, di Glandeve e di Luna, rimasero soli nelle proprie case.

  [190] _Thomas de Acerno, p. 721._ — Secondo il Rinaldi che riferisce
  le deposizioni di molti vescovi, quelli che venivano informati
  dell'elezione del Bari volevano ucciderlo, _t. XVII, p. 6_.

Frattanto l'arcivescovo di Bari era in Vaticano, e non meno atterrito
degli altri, stava nascosto in una segreta camera, mentre il popolo
saccheggiava tutte le provvigioni fatte per il conclave. La susseguente
mattina, il 9 aprile, quest'arcivescovo mandò Tommaso d'Acerno, vescovo
di Lucera, dal quale abbiamo presa la maggior parte di queste
particolarità, ad intendere dai cardinali cosa foss'egli, e cosa dovesse
fare. Il cardinale di Fiorenza rispose che l'arcivescovo di Bari era il
vero e legittimo papa; mandò ad informare dell'accaduto i banderali, che
stavano adunati in Campidoglio, e siccome il popolo erasi calmato, i
banderali promisero che il nuovo pontefice sarebbe accetto al popolo, e
riconosciuto, sebbene non romano. Frattanto i cinque cardinali rimasti
in Roma recaronsi in Vaticano presso l'arcivescovo di Bari, che per anco
non aveva accettata la sua elezione. Fu d'uopo spedir varj messi ai
cardinali chiusi in sant'Angelo, prima che si potesse persuaderli ad
uscire[191]. Vennero finalmente ad unirsi agli altri; ed allora il
cardinale di Firenze, come decano, presentò l'arcivescovo di Bari al
sacro collegio con un sermone su questo testo; _Talis debebat esse, ut
esset nobis pontifex impollutus_: l'eletto prese per testo della sua
risposta: _timor et tremor venerunt super me, et contexerunt me
tenebrae_. Per uniformarsi al suo testo non parlò che dello spavento che
gli cagionava così alta dignità, e della sua incapacità di occupare
degnamente il pontificato. Il cardinale di Firenze interruppe questo
discorso, pregandolo di lasciare per allora da un canto la spiegazione e
la parafrasi del suo testo; poichè non costumavasi di fare in
quell'istante un discorso formale; e lo strinse a dire positivamente se
accettava l'elezione che di lui era stata fatta in nome del Signore.
L'arcivescovo di Bari rispose che l'accettava, prese il nome d'Urbano
VI, ed i cardinali, avendo intuonato il _Te Deum_, l'innalzarono sul
trono[192].

  [191] _Thomas da Acerno, p. 722._

  [192] _Additam. ad Ptolom. Lucensem, p. 684._

Nei successivi giorni i cardinali d'Aigrefeuille, di Limoge e di Poitou,
che avevano avuta la principale parte nell'elezione d'Urbano VI,
chiesero e da lui ottennero alcune grazie. Durante la settimana santa i
cardinali, ch'eransi allontanati, tornarono a Roma, e tutti assistettero
alla coronazione il giorno di Pasqua, e l'accompagnarono in pompa alla
basilica di san Giovanni di Laterano[193].

  [193] _Thomas de Acerno, de creat. Urbani VI, p. 723. — Theodorici a
  Niem de Schismate, Editio Basileæ in fol. 1566, l. I, c. 2, p. 2._ —
  Una lettera dei 16 cardinali per comunicare ai loro colleghi rimasti
  in Avignone l'elezione unanime d'Urbano VI è riportata dal _Raynaldi
  an. 1378, t. XVII, p. 8_.

Per tal modo l'elezione del capo della Chiesa era compiuta: il tumulto
del popolo che l'aveva accompagnata non aveva altrimenti determinata la
scelta de' cardinali, che per lo contrario temevano d'avere con questa
medesima scelta provocato lo sdegno del popolo. Altronde essi avevano
riconosciuta e confermata nella calma un'elezione ch'era stata
accompagnata da alcune burrascose circostanze. Ma comunque regolare
fosse quest'elezione, era essenzialmente cattiva, perciocchè la scelta
dei cardinali difficilmente avrebbe potuto cadere sopra un uomo più
imprudente, più collerico, più vano, e più proprio a farsi odiare. A
questi difetti soltanto conviene attribuire l'abbandono in cui si trovò
ben tosto, quando l'intero collegio de' cardinali, che l'aveva creato e
riconosciuto, dichiarossi contro di lui.

Urbano cominciò ad alienare i prelati della sua corte con i suoi sforzi
per la riforma della Chiesa. Petrarca aveva spesse volte rimproverato
agli ecclesiastici francesi la loro ghiottonerìa; Urbano volle ridurli a
non avere che un solo piatto sulla mensa, ed egli medesimo ne dava
l'esempio. Volle altresì frenare la simonia, e minacciò di scomunicare i
cardinali che accettassero doni. Queste lodevoli riforme non erano nè
annunciate, nè eseguite colla debita moderazione e prudenza. In altre
occasioni il pontefice si fece ancora conoscere mancante di queste
virtù. Egli annunciò la sua ferma disposizione di non lasciar più Roma,
ed ordinò ai cardinali di prepararsi a passarvi gl'inverni. I banderali
di Roma avendolo pregato di fare una nuova promozione, secondo la
costumanza degli altri pontefici, egli rispose in presenza de' cardinali
oltramontani, che non solo aveva determinato di fare una promozione, ma
che la farebbe così numerosa, che d'ora innanzi i cardinali romani ed
italiani sarebbero nel sacro collegio più potenti che gli stranieri. Il
cardinale di Ginevra, che trovavasi presente a questa risposta impallidì
per la collera, ed uscì all'istante. Ne' concistori segreti Urbano VI
usava ancora minore ritenutezza; interrompeva i cardinali coi più
offensivi discorsi; hai parlato abbastanza, diceva ad uno; taci, che non
sai quello che tu ti dica, diceva ad un altro. Ed una volta giunse
perfino all'eccesso di chiamare _sciocco_ il cardinale Orsini[194], e di
dire al cardinale di san Marcello, quando questi tornò dalla sua
legazione di Toscana, che aveva rubato il danaro della Chiesa: _tu ne
menti come un Calabrese_, rispose lo sdegnato prelato, che sentiva come
gentiluomo francese l'ingiuria che gli si faceva[195].

  [194] _Item cardinali de Ursinis dixit quod erat unus sotus. Thomas
  de Acerno, p. 725._

  [195] Giovanni della Grange, del titolo di san Marcello, cardinale
  vescovo d'Amiens. _Ap. Raynald. an. 1378, § 45, p. 22._

I cardinali, cui la rozzezza del papa riusciva insopportabile[196],
ottennero gli uni dopo gli altri la licenza di ritirarsi ad Anagni, ove,
in conformità degli ordini dati da Gregorio, avevano fatti degli
apparecchi per passarvi l'estate. Urbano VI, che dopo la loro partenza
era rimasto in Roma, invece di seguirli, come n'aveva avuto prima
intenzione, andò a stabilirsi a Tivoli, e loro ordinò di raggiugnerlo. I
cardinali, che avevano fatte ragguardevoli spese, e che si trovavano
senza danaro, non volevano abbandonare tutti gli apparecchi che avevano
fatti ad Anagni, ed esporsi a maggiori spese a Tivoli, ove non eranvi
case in istato di riceverli. Mentre disputavano intorno a quest'ordine,
riscaldando l'odio loro contro Urbano VI col ricordare le ingiurie da
lui ricevute, Onorato Caietano, conte di Fondi, venne a ritrovarli ed
aggiunse la sua collera all'odio loro. Egli aveva prestati mille fiorini
a Gregorio XI, ed Urbano ricusava di restituire questa somma, e perfino
di riconoscere il debito, pretendendo che il suo predecessore avesse
erogata tale somma in suo privato uso e non a vantaggio della Chiesa.
Aveva fatto di più; inasprito da questa contesa, aveva dichiarato il
conte di Fondi decaduto dalla contea di Campania, e gli aveva sostituito
il suo personale nemico, Tommaso di S. Severino. Il conte di Fondi aveva
di già cercato di farsi giustizia colle armi, e si era colla forza reso
padrone di alcuni castelli della Campania[197].

  [196] _Theodorici a Niem de Schism., l. I, c. 4, 5 e 6, p. 5._

  [197] _Thomas de Acerno, p. 726._

Era la fine di giugno quando i cardinali si erano ritirati ad Anagni;
l'arcivescovo d'Arles cameriere del defunto papa Gregorio XI, andò a
raggiugnerli, portando loro la tiara ed i giojelli della corona. Il
comandante di castel sant'Angelo, creatura del cardinale di Montmayeur,
ricusò di più oltre ricevere gli ordini d'Urbano VI; il cardinale
d'Amiens procurò l'alleanza di Francesco di Vico, signore di Viterbo,
prefetto di Roma e ribellatosi contro la Chiesa[198]. Finalmente il
cardinale di Ginevra, che aveva avute colla compagnia de' Bretoni troppo
strette relazioni pel suo onore, trattò con questa compagnia per farla
passare in Anagni al servizio de' cardinali. I Romani vollero fermarlo
al passaggio del ponte Salario, ma vi furono rotti colla perdita di più
di cinque cento uomini. I cardinali, resi orgogliosi da questa vittoria
e dal sentimento delle loro forze, dichiararono al papa che più non
ritornerebbero presso di lui, nè a Tivoli, nè a Roma; consultarono
seriamente se dovevano dargli un coadjutore per amministrare la Chiesa,
e dopo qualche incertezza, deliberarono di annullare piuttosto la sua
elezione sotto pretesto che non era stata libera.

  [198] _Additam. ad Ptol. Lucens., 687._

Ma non si ridussero subito a quest'estremo, perchè i cardinali italiani,
non meno scontenti del papa di quel che lo fossero i francesi, temevano
non pertanto di entrare in disamine, e di far passi, che potessero
richiamare la santa sede al di là dai monti. Cercavano adunque di farsi
mediatori tra i due partiti. Tutti e quattro assistettero a diversi
concistori tenuti da Urbano VI a Tivoli; quelli di Firenze, di Milano, e
l'Orsini stabilirono la loro dimora a Subiaco presso Anagni, e quando i
cardinali francesi abbandonarono in agosto Anagni per recarsi a Fondi,
colà invitati dal conte di quella città, i tre italiani li seguirono
fino a Suessa. Il quarto, Tebaldeschi, cardinale di san Pietro, tornò a
Roma col papa, e colà morì, dichiarando quando stava per spirare,
ch'egli teneva Urbano VI per legittimo pastore della Chiesa[199].

  [199] _Thomas de Acerno, p. 728._ — La dichiarazione del Tebaldeschi
  è stampata negli _Annali ecclesiastici, p. 19_.

La morte del Tebaldeschi privò Urbano VI del solo cardinale che gli
fosse rimasto veramente fedele; i tre italiani senza rifiutarlo, e senza
volere compiutamente associarsi agli oltramontani, avevano cessato di
ubbidirgli; ed i francesi, poichè furono sicuri dell'appoggio del re di
Francia e della regina Giovanna, pronunciarono di comune consentimento,
il 9 agosto 1378, che la santa sede era vacante. Dichiararono che
Bartolomeo Prignani, che facevasi chiamare Urbano VI, era stato
illegalmente eletto in mezzo ad un popolo ammutinato; e perchè essi
formavano più de' due terzi del sacro collegio, protestarono
solennemente contro un'elezione, che dichiaravano nulla, poichè
l'avevano fatta contro la loro volontà.

Urbano VI, ch'era rimasto solo a Roma, ove non aveva potuto richiamare
nè pure i cardinali italiani, fece nella festa dei quattro tempi di
settembre una promozione di ventinove nuovi cardinali. I cardinali
anziani inaspriti da tale notizia, tennero il 20 settembre un concistoro
a Fondi nel quale determinarono di chiudersi in conclave per procedere
all'elezione di un nuovo papa. La scelta cadde ben tosto sopra Roberto
di Ginevra; i suoi talenti ed il suo carattere fecero loro dimenticare
la carnificina di Cesena, e lo scandalo della guerra di Romagna. Roberto
prese il nome di Clemente VII; i cardinali italiani non vollero dargli
le loro voci, ma nemmeno tornarono a Roma. Essi ritiraronsi in diverse
ville della Campania, o ne' castelli degli Orsini, senza prendere
apertamente parte nello scisma, che incominciò a quest'epoca a dividere
il cristianesimo[200]. La Spagna e la Francia seguirono colla regina di
Napoli le parti di Clemente VII; l'Italia, la Germania, l'Inghilterra,
l'Ungheria ed il Portogallo s'attaccarono ad Urbano VI. Intanto
l'autorità pontificia fu quasi distrutta dalla divisione della Chiesa
fra due uomini, niuno de' quali poteva conciliarsi il rispetto del mondo
cristiano.

  [200] _Thomas de Acerno, p. 729. — Theodoricus a Niem de Schismate,
  l. I, c. 9 e 10, p. 9._

In uno de' concistori da Urbano VI preseduti a Tivoli coll'assistenza
de' quattro cardinali italiani, egli aveva sottoscritta la pace colla
repubblica fiorentina a condizioni affatto diverse da quelle che aveva
domandato Gregorio XI nel congresso di Sarzana. Le ostilità non eransi
rinnovate dopo lo scioglimento di questo congresso, non avendo la
repubblica voluto esasperare il nuovo pontefice; ed aveva cercato di
buon ora di approfittare delle difficoltà in cui trovavasi ravvolto, per
riprendere il trattato. Ella acconsentì di pagargli per i danni della
guerra settanta mila fiorini entro un anno, e cento ottanta mila nello
spazio di quattro anni; ed in cambio la repubblica venne assolta con
tutti i suoi alleati dalle censure ecclesiastiche nelle quali era
incorsa[201].

  [201] _Thomas de Acerno, p. 727. — Gino Capponi del tumulto de'
  Ciompi, t. XVIII, p. 1111._ — La pace tra il papa e Perugia fu
  soscritta verso lo stesso tempo, e pubblicata il 4 di gennajo 1379.
  — _Pompeo Pellini Hist. di Perugia, p. I, l. IX, p. 1238._

Potrebbe taluno maravigliarsi come, dopo tante vittorie ottenute in una
giusta guerra, la repubblica acconsentisse ancora a pagare
indennizzazioni ad un nemico ch'ella non poteva più temere; ma tutte le
guerre delle altre potenze colla Chiesa eransi terminate nello stesso
modo, ed i popoli si credevano obbligati di cancellare con un clamoroso
soddisfacimento lo scandalo dato alla cristianità, combattendo il comune
pastore. Altronde Firenze non era omai più in istato di proseguire le
sue vittorie, come non lo era il papa di vendicarsi. L'una e l'altra
potenza erano nello stesso tempo indebolite da un'interna discordia, che
loro non permetteva di pensare agli affari esterni. L'anno 1378 non fu
meno funesto alla pace di Firenze, che a quella della Chiesa: essa fu
l'epoca della più violenta rivoluzione della repubblica, e del gran
scisma della Chiesa.

Le due fazioni che dovevano scuotere lo stato, avevano annunziata la
loro esistenza durante la guerra colla Chiesa; erano esse nate dalla
divisione tra gli Albizzi ed i Ricci, di cui abbiamo altrove parlato. I
primi, alleati colle più antiche famiglie guelfe, che cominciavasi
allora ad indicare col nome di nobiltà popolare, erano secondati dalla
magistratura di parte guelfa. Pietro degli Albizzi, Lapo di
Castiglionchio e Carlo Strozzi erano capi di questa fazione. Il capo
dell'opposta parte, Uguccione dei Ricci, era morto, dopo avere in parte
perduta la sua popolarità; ma Giorgio Scala e Tommaso Strozzi l'avevano
rimpiazzato. La fazione loro era la democratica; pure vi si trovavano
altresì i Ricci, gli Alberti ed i Medici, che, come i loro avversarj,
facevano parte della nobiltà popolare. Le loro famiglie di origine
egualmente plebea, eransi da lungo tempo, per mezzo del commercio,
innalzate ad una grande ricchezza e ad un grandissimo credito.

La fazione dei Ricci era stata gagliardamente abbassata nel 1372, quando
un gran numero de' suoi membri vennero esclusi dal governo o ammoniti
come Ghibellini; ma ella si era rialzata in tempo della guerra colla
Chiesa. L'intera repubblica pareva che avesse adottati i principj dei
Ghibellini; e gli otto della guerra, che avevano procurato alle armi di
Firenze così grandi successi, e che erano stati così gloriosamente
riconfermati d'anno in anno, appartenevano tutti al partito dei Ricci o
dei Ghibellini[202].

  [202] _Leonardo Aretino, l. IX, in principio._

Due magistrature di parte esistevano dunque nella repubblica in
opposizione l'una coll'altra; e si videro con maraviglia, verso il fine
della guerra colla Chiesa, i capitani di parte guelfa, resi arditi dalla
gelosia che gli otto della guerra avevano in fine eccitata, attaccarsi
ai loro clienti, talvolta a loro medesimi per ammonirli come Ghibellini.
Furono veduti fare un irremissibile delitto ai figliuoli dell'avere i
loro antenati fatta guerra alla Chiesa uno o due secoli prima; mentre
essi, mentre la repubblica, trovavansi in guerra colla Chiesa; mentre
questa spigneva i suoi attacchi con un vigore che gli antichi Ghibellini
non avevano conosciuto[203].

  [203] In aprile del 1378 i capitani ammonirono Giovanni Dini, uno
  degli otto della guerra e de' più rispettati uomini dello stato.
  _Marchione de Stefani, l. IX, Rub. 786, p. 207. — Scipione Ammirato,
  l. XIII, p. 213._

La parte guelfa, resa forte dall'unione di tutti coloro ch'erano gelosi
degli otto della guerra e dall'antica nobiltà, pensò di potere
approfittare alla morte di Gregorio XI dei trattati di pace colla Chiesa
per ricuperare un assoluto impero sopra la repubblica. Avevano essi
troppo inasprita l'opposta fazione, perchè fosse ancora possibile un
riconciliamento; perciò erano essi determinati di cacciare fuori di
città i loro avversarj, dietro l'esempio degli antichi guelfi, e
d'impadronirsi a viva forza del palazzo dei priori[204]. Era in aprile
del 1378, quando i tre capi di parte deliberarono intorno a questo
progetto. Lapo di Castiglionchio ne voleva affrettare l'esecuzione,
tanto più che le borse donde si tiravano a sorte i priori, essendo quasi
vuote, sapevasi che vi restava ancora una signoria affatto ghibellina,
di cui Salvestro de' Medici, uomo intraprendente, ed uno de' più
pericolosi avversarj dei Ricci, sarebbe gonfaloniere. Quando questi
magistrati sarebbero in seggio, si poteva temere che essi medesimi non
cominciassero l'attacco. Pietro degli Albizzi per lo contrario voleva
differire fino alla prossima festa di san Giovanni, per approfittare
dell'affluenza dei contadini, che in tal giorno accorrevano da ogni
banda alla città, confondendo tra questi gli uomini di cui volevano
servirsi. Lapo acconsentì di mal animo a questo ritardo; furono prese
delle misure insufficienti per impedire che Salvestro de' Medici
occupasse la carica di gonfaloniere, e si aspettò in riposo la prossima
estrazione[205].

  [204] _Macchiavelli delle Ist. Fior., l. III, p. 212._

  [205] _Scipione Ammirato, l. XIII, p. 714. — Marchione de Stefani,
  l. IV, Rub. 787, p. 208._

Questa diede la signoria dei mesi di maggio e di giugno, alla testa
della quale si trovò Salvestro de' Medici come gonfaloniere[206]. Il
Medici d'accordo con Benedetto Alberti, Tommaso Strozzi e Giorgio Scali,
erano risoluti di opporsi alle usurpazioni segrete dei grandi. Volevano
impedire ai capitani di parte guelfa di cambiare la costituzione in
oligarchia coll'ajuto delle vane accuse di ghibellinismo. La sorte aveva
designato Salvestro de' Medici il 18 giugno per essere prevosto; dignità
che gli dava il diritto di proporre ai consigli nuove leggi e
riforme[207]. Egli ne approfittò per far adunare il consiglio del
popolo, mentre in un'altra sala del pubblico palazzo egli presiedeva al
collegio delle compagnie. Propose a quest'ultima assemblea una legge,
che rinnovava l'ordinanza di giustizia contro i grandi, che minorava
l'autorità dei capitani di parte, e che apriva agli ammoniti una strada
per ricuperare gli onori dello stato. Questa legge incontrò una
gagliarda opposizione nel collegio. Allora Salvestro, abbandonando il
suo luogo senz'essere osservato, passò nella sala ove stava adunato il
consiglio del popolo. «Io aveva creduto, diss'egli, che il mio dovere di
gonfaloniere mi obbligasse a reprimere l'insolenza de' grandi, ed a
correggere leggi, il di cui abuso forma l'infelicità della repubblica;
ma ho trovato tra i nemici del popolo una così gagliarda opposizione,
che lungi dal poter apportare rimedio al male, non mi è pure permesso di
far conoscere ai miei concittadini i regolamenti che aveva proposti.
Poichè trovomi nell'impossibilità di fare il bene, non voglio più lungo
tempo occupare una carica, di cui la pubblica diffidenza mi toglie
d'esercitarne la più augusta funzione. Io rinuncio al gonfalone, e torno
a casa mia per vivere da privato[208].» Nel pronunciare queste parole
Salvestro scese dalla tribuna. Ma il suo discorso aveva eccitato in
consiglio il più vivo fermento. Entraronvi i priori ed il collegio per
calmare il tumulto, e ritennero Salvestro de' Medici, che partiva, o
fingeva di partire. Frattanto tutto il partito degli Albizzi era dai
plebei minacciato; Carlo Strozzi venne preso al collare da un plebeo,
che gli disse essere giunto il termine della potenza de' grandi[209]. E
perchè le parti si riscaldavano, Benedetto degli Alberti s'avvicinò alla
finestra, e chiamò i cittadini alle armi, gridando _viva il popolo!_
All'istante si chiusero le botteghe, la piazza si empì di persone
armate, che colle loro acclamazioni diedero subito a conoscere, ch'erano
del partito degli otto della guerra e de' plebei. Dall'altro canto i
gentiluomini e gli amici degli Albizzi eransi adunati nel palazzo della
parte guelfa, ma non trovandovisi che in numero di circa trecento, si
separarono volontariamente. Il collegio intanto s'accorse d'essere il
più debole, onde approvò la legge proposta da Salvestro de' Medici, che
prima aveva rifiutata. Questa legge venne immediatamente portata al
consiglio del popolo, che la sanzionò[210].

  [206] _Gino Capponi Tumulto de' Ciompi. Rer. Ital., t. XVIII, p.
  1103._

  [207] _Marchione de Stefani, l. X, Rub. 790, t. XV, p. 4._

  [208] _Macchiavelli Ist. Fior., l. III, p. 214. — Gino Capponi
  Tumulto dei Ciompi, p. 1104. — Scipione Ammirato, l. XIV, p. 717._

  [209] _Gino Capponi, t. XVIII, p. 1105._

  [210] _Macchiavelli Stor. Fior., l. III, p. 216._

Il movimento popolare pareva calmato, i cittadini ed i consiglieri del
popolo si ritiravano in pace alle case loro; ma ognuno era d'opinione
che la contesa non fosse finita; che i vinti non soggiacerebbero alla
disfatta, e che i vincitori non sarebbero contenti della loro vittoria.
Di già i più timidi si premunivano contro le rivoluzioni credute
inevitabili. Gli uni afforzavano le case loro, altri trasportavano nelle
chiese o ne' monasteri i loro più preziosi effetti, onde porli in
sicuro; le botteghe non si aprivano, e l'aspetto della città annunziava
la diffidenza o la guerra.

Il domani l'altro era giorno di domenica; ed i corpi delle arti e
mestieri approfittarono di questo dì di riposo per adunarsi tutti
separatamente; nominarono commissarj per conferire coi priori intorno
allo stato della repubblica; e le loro deliberazioni accrebbero il
fermento. Invece di ristrignersi a confermare l'ultima pacificazione si
andò ansiosamente cercando tutto ciò di cui il popolo potev'essere mal
soddisfatto; si trovarono dei giusti motivi del suo malcontento, perchè
se ne trovano sempre; e mentre si voleva arrecarvi rimedio, si faceva
alla moltitudine conoscere che aveva ragione di lagnarsi e di volersi
vendicare.

Il popolo di Firenze era diviso in varie corporazioni politiche, i
quartieri, le compagnie delle milizie, e le arti. Ognuna di tali
divisioni aveva certi diritti e certa parte alla sovranità; ognuna era
rappresentata nel governo della repubblica; ma la più importante di
queste classificazioni era quella delle arti e de' mestieri; perchè in
uno stato mercantile, era la più intimamente legata al lavoro che dava
di che vivere ad ogni cittadino. Eravi un rapporto assai più immediato
tra tutti gl'interessi, tutta l'esistenza de' mercanti o degli artigiani
d'uno stesso mestiere, che non fra i vicini d'uno stesso quartiere, o
tra i fratelli d'armi della medesima compagnia. I mestieri che a Firenze
avevano un'esistenza politica erano ventuno, de' quali i sette più
ricchi ed onorati chiamavansi _arti maggiori_. Questi, ne' quali
trovavansi interessati i più ricchi negozianti della repubblica,
favorivano la nobiltà popolare, la magistratura dei Guelfi e la parte
degli Albizzi. Le arti minori provavano una viva gelosia contro
quest'aristocrazia. Eravi in oltre una numerosa classe di artigiani, che
non avevano un'esistenza politica, ma che, lavorando per conto d'altri,
venivano risguardati come loro dipendenti. L'arte o manifattura della
lana, che aveva acquistata in Firenze la più alta importanza, e che
teneva il primo rango tra le arti maggiori, aveva sotto la sua
dipendenza i cardatori delle lane, i tintori, i tessitori, tutti gli
operaj infine che venivano adoperati dai fabbricatori di stoffe.
Lagnavansi questi operaj, e forse talvolta a ragione, di non poter
ottenere giustizia contro i loro padroni, quando ricorrevano al
tribunale civile, che l'arte della lana aveva stabilito per decidere le
differenze che nascevano tra i membri[211]. Le fazioni aristocratica e
democratica trovavansi dunque di nuovo in contrasto; ma, dopo
l'abbassamento dell'antica nobiltà, si era veduto sorgere tra i mestieri
l'antico loro spirito, che si manifestava per l'opposizione tra le arti
maggiori e minori, e per la gelosia che le arti subalterne nudrivano
contro i mestieri da cui esse dipendevano.

  [211] _Macchiavelli Istor. Fior., l. III, p. 225._

In questa congiuntura si vide, non senza inquietudine, il martedì 22
giugno, ognuna delle arti spiegare il suo stendardo innanzi alla sua
borsa o luogo d'adunanza. I priori, per prevenire la burrasca ond'erano
minacciati, adunarono il consiglio del popolo, il quale a loro
persuasione nominò una balìa, cui accordò un'autorità dittatoriale per
la riforma della repubblica. La signoria, il collegio, gli otto della
guerra, i capitani di parte ed i sindaci delle arti, furono tutti
ammessi in questa balìa; ma mentre stava deliberando, i corpi de'
mestieri eransi di già mossi e recati in sulla piazza coi loro stendardi
e le loro armi[212].

  [212] _Macchiavelli Ist. Fior., l. III, p. 217._

Questa truppa di gente armata non rimase lungamente in riposo; molti
erano inaspriti da lunghe ingiurie, altri animati dall'ambizione, o
avidi di saccheggio. Mentre le arti maggiori tenevansi ferme in piazza,
le minori ed il basso popolo si mossero per attaccare la casa di Lapo da
Castiglionchio[213], il quale travestito da monaco si ritirò nel
Casentino, deplorando l'ostinazione di Pietro degli Albizzi, che non
aveva voluto prevenire i suoi nemici, attaccandoli il primo, ed
accusando la propria debolezza per avere ceduto all'ostinata opinione
dell'amico. La casa di Lapo fu saccheggiata e bruciata, come pure quella
dei Bondelmonti, ed i palazzi di Carlo Strozzi, dei Pazzi, di Migliore
Guadagni, degli Albizzi, e di molti altri capi dei partito guelfo[214].

  [213] _Gino Capponi Tumulto de' Ciompi, p. 1106._

  [214] _Sozomeni Pistor. Hist., t. XVI, p. 1107. — Marchione de
  Stefani, l. X, Rub. 792, t. XV, p. 8. — Scipione Ammirato, l. XIV,
  p. 719._

Uno de' priori, Pietro da Fronte, seguiva a cavallo gl'insorgenti con
alcuni arcieri del palazzo, ed ottenne finalmente colle sue esortazioni,
colle minacce, e col supplicio di alcuni, di calmare il furore degli
altri. La notte fu tranquilla, ma la balìa, spaventata da questo
tumulto, risolse all'indomani d'appagare il popolo con nuove
concessioni. Preparò una legge in forza della quale gli ammoniti
dovevano essere rimessi in possesso dei diritti di cittadinanza, a
condizione per altro che per tre anni non eserciterebbero le
magistrature; abolì le leggi che davano ai capitani di parte una così
formidabile autorità, e dichiarò ribelli Lapo da Castiglionchio, ed
alcuni suoi partigiani[215].

  [215] Gli atti di questa balìa sono stampati. _Delizie degli Eruditi
  Toscani, t. XV, Monum., p. 145._ — Vedasi _Macchiavelli, l. III, p.
  219. — Gino Capponi, p. 1107._

Si estrassero quindi a sorte i nuovi priori, e la carica di gonfaloniere
di giustizia toccò a Luigi Guicciardini. La nuova signoria venne
installata il primo luglio, senza cerimonie, nel pubblico palazzo,
temendosi che la pompa, che d'ordinario accompagnava tale atto, non
eccitasse qualche popolare movimento. I priori, che avevano opinione
d'essere uomini pacifici ed imparziali[216], ordinarono a tutti i
cittadini di deporre le armi, ed a tutti i contadini d'uscire di città
sotto pena capitale. Fecero levare le barricate poste in molti
quartieri, e per dieci giorni parve che Firenze avesse ricuperata
l'antica tranquillità. Ma tutt'ad un tratto le arti adunaronsi di nuovo
gli 11 di luglio, dietro inchiesta degli ammoniti, che trovavano troppo
dura cosa l'aspettare tre anni per rientrare in possesso degli onori
dello stato. I sindaci delle arti, riuniti alla camera de' sei di
commercio, presentarono una petizione alla signoria per ottenere, che
tutti coloro che dopo il 1320 avevano esercitato alcuno de' principali
impieghi della repubblica, non potessero essere ammoniti come
Ghibellini; che se di già ammoniti, rientrassero in tutti i loro
diritti; e per ultimo che la magistratura di parte guelfa fosse tolta
alla fazione che se l'era appropriata esclusivamente, e che si
riempissero di nuovi nomi le borse, dalle quali si estraevano a sorte i
capitani di parte. Oneste domande erano abbastanza eque, onde furono
immediatamente ammesse dai collegi, dal consiglio del popolo, e dal
consiglio comune; perchè il timore che ispiravano i corpi de' mestieri,
che sapevansi armati, non permetteva lunghe deliberazioni[217].

  [216] _Gino Capponi, p. 1108. — Scipione Ammirato, l. XIV, p. 721._

  [217] _Gino Capponi, p. 1109._

I cittadini precedentemente ammoniti come Ghibellini non erano ancora
soddisfatti, volendo esercitare vendette contro coloro che lungo tempo
gli avevano oppressi; ma si vergognavano di chiedere direttamente
proscrizioni, ed avrebbero voluto che la proposizione venisse
spontaneamente dalla magistratura. La signoria adunò i sindaci delle
arti ed i loro consiglieri, ed il gonfaloniere Luigi Guicciardini
rappresentò loro a quali pericoli esponevano la repubblica con queste
nuove incessanti domande. «Quanto più noi vi accordiamo, disse loro, più
s'accresce il vostro orgoglio, e sempre formate più ingiuriose domande.
Voi avete voluto togliere ai capitani di parte la loro autorità, e venne
loro tolta; chiedeste che si bruciassero le borse del loro ufficio e si
facessero nuove riforme, e vi abbiamo acconsentito; avete domandato che
gli ammoniti rientrassero al possesso degli onori dello stato, e
l'abbiamo concesso. Per le vostre preghiere abbiamo perdonato a coloro
che svaligiarono le case e spogliarono le chiese; per soddisfarvi
abbiamo esiliati molti potenti cittadini coperti di gloria; e per
favorirvi abbiamo posto freno al potere de' grandi con nuove ordinanze.
Qual fine avranno adunque le vostre domande? quanto tempo abuserete
ancora della nostra liberalità? Non v'accorgete che ci riesce meno
insopportabile una disfatta, che voi la vittoria?... Volete voi dunque
colle vostre discordie rendere in tempo di pace schiava questa città,
che tanti potenti nemici non soggiogarono colla guerra? Imperciocchè,
sappiatelo, che le vostre vittorie sui vostri concittadini non vi
apporteranno che servitù; quei beni, che voi avete rapiti o che voi
rapirete, non faranno che rendervi più poveri.... Onde noi vi ordiniamo,
e se l'onore della repubblica ci permette quest'avvilimento, vi
preghiamo, di acquietarvi, accontentandovi di quanto abbiamo fatto per
voi, o se ancora dobbiamo accordarvi qualche altra cosa, di chiederla
almeno come si conviene a cittadini, e non col tumulto e colle
armi[218].»

  [218] _Macchiavelli Stor. Fior., l. III, p. 223._ — Trovasi una
  notabile rassomiglianza tra questo discorso e quello di T. Quinzio
  Capitolino nel suo quarto consolato, l'anno di Roma 309. Talvolta
  l'erudizione impedisce a Macchiavelli d'essere originale. _Tit.
  Livii Dec. I, l. III, c. 67._

I sindaci delle arti, commossi da questo discorso, ringraziarono il
gonfaloniere, e gli promisero di occuparsi d'ora innanzi del
ristabilimento della pace in città. D'altra parte la signoria nominò una
commissione per lavorare con loro intorno alle riforme, che si trovasse
ancora conveniente di fare[219].

  [219] _Gino Capponi, p. 1109._

Ma le precedenti sedizioni avevano procurati altri nemici alla
repubblica; le più basse classi della società erano state poste in
movimento da Salvestro de' Medici e da altri demagoghi. Trovavansi
allora in Firenze certe persone, che un lavoro meccanico, che la miseria
e la privata dipendenza, rendevano incapaci di liberali sentimenti, che
non potevano deliberare senza essere quasi ubbriache, nè agire in corpo
senza furore; che sotto il nome di libertà non avevano cercato
nell'esercizio, di un potere pel quale non erano fatte, che l'occasione
d'arricchirsi col saccheggio e colle rapine. Venivano queste indicate
col nome di Ciompi, vocabolo francese sfigurato[220], che loro era
rimasto fino dai tempi della tirannide del duca di Atene. Appartenevano
quasi tutte ai mestieri che non avevano esistenza politica, ed erano
sotto la dipendenza dell'arte della lana.

  [220] Dal vocabolo _compère_. I soldati francesi chiamavano spesse
  volte così i loro compagni di libertinaggio. _Marchione de Stefani,
  l. VIII, Rub. 575, t. XIII, p. 54. — Scipione Ammirato, l. XIV, p.
  728_.

Quando i Ciompi videro che le turbolenze stavano per aver fine, ed
ebbero di più avviso che la signoria faceva venire un nuovo bargello da
città di Castello, temettero che si pensasse a punire i delitti che
avevano commessi in tempo della sedizione, e che coloro che gli avevano
segretamente eccitati, vergognandosi di così colpevole alleanza, non gli
abbandonassero in seguito pubblicamente. Adunaronsi adunque in un luogo
detto il Ronco fuori di porta romana[221]. Colà il più ardito di loro si
fece così a parlare. «I governi, disse costui, mai non puniscono che i
piccoli falli, mentre i grandi colpevoli sono quasi sempre ricompensati.
Quando molti soffrono, poche persone pensano a vendicarsi, perchè si
soffrono con maggiore pazienza le ingiurie universali, che non le
particolari[222]. Cerchiamo adunque col saccheggio e con nuovi attentati
di acquistare perdono. Nella presente nostra situazione la prudenza
medesima ci ordina di essere audaci, poichè non si esce mai di pericolo
che per una pericolosa strada.»

  [221] _Gino Capponi, p. 1110._

  [222] _Macchiavelli Ist. Fior, l. III, p. 228._

Un Simoncino Buggigatti, un Pagolo della Bodda, un Lorenzo Riccomanni
persuasero tutti i Ciompi colle loro esortazioni a giurare d'ajutarsi
vicendevolmente e di difendersi. Tutti promisero di prendere le armi
tostocchè sapessero che si volesse castigare un solo di loro a cagione
de' passati tumulti[223]. Tutti si obbligarono in appresso a cominciare
essi medesimi l'attacco per rendersi padroni dello stato. Dopo molte
segrete adunanze, risolsero di armarsi la mattina del 21 di luglio, e di
riunirsi in quattro piazze d'armi, in separati quartieri[224].

  [223] _Gino Capponi Tumulto de' Ciompi, p. 1112. — Scipione
  Ammirato, l. XIV, p. 723._

  [224] Santo Spirito, santo Stefano a Ponte, san Pietro maggiore, san
  Lorenzo. _Gino Capponi, p. 1114._

La vigilia del giorno destinato all'esecuzione di questa trama, la
signoria ebbe avviso de' movimenti che si dava Simoncino Buggigatti e lo
fece sostenere. Seppe dalla sua volontaria confessione press'a poco
tutto quanto gli premeva di sapere, e sarebbe stata in tempo di prendere
le convenienti misure per difendersi; ma perchè aveva adunati i sindaci
delle arti, il collegio e gli otto della guerra, alcuno propose di porre
alla tortura Simoncino, onde ottenere, se possibile fosse, più estese
particolarità. L'uso della tortura era stato adottato da tutti i
tribunali italiani col rimanente della giurisprudenza romana[225]; ma
non mai forse quest'assurda ed atroce pratica era stata più perniciosa a
veruno stato quanto lo fu in allora ai Fiorentini. Dietro la deposizione
del Buggigatti eransi di già arrestati due de' suoi complici, quando gli
fu dato il tratto nella corte del palazzo del capitano del popolo. La
notte era inoltrata, pure un oriuolajo stava ancora lavorando intorno
all'orologio della torre del palazzo. Di là vedeva distintamente la
corte del capitano illuminata dalle fiaccole de' carnefici.
Quest'operajo conobbe Simoncino alla tortura, ed avvisando che la trama,
cui aveva parte ancora egli, sarebbe svelata, si affrettò di portarsi a
casa sua e chiamò alle armi i suoi vicini del quartiere di san Friano.
«Armatevi, sgraziati, disse loro, la signoria fa giustizia, e voi tutti
sarete uccisi se non vi difendete[226].»

  [225] La tortura era stata adottata anche in Francia, e vi si
  esercitava crudelissimamente, come, per tacere di tutt'altro, ne
  fanno ampia prova gli atti della processura contro de' Templari. _N.
  d. T._

  [226] _Gino Capponi, p. 1114. — Macchiavelli Storia Fiorentina, l.
  III, p. 232. — Scipione Ammirato, l. XIV, p. 725._

Allo spuntare del giorno il 21 luglio tutta la città trovavasi armata ed
i priori non avevano sotto i loro ordini che ottanta cavalli; avevano
bensì ordinato ai gonfalonieri di portarsi sulla pubblica piazza colle
loro compagnie di milizie, ma ognuna di queste compagnie aveva voluto
custodire il proprio quartiere onde salvarlo dall'incendio e dal
saccheggio, di modo che di sedici gonfalonieri, due soli si presentarono
avanti al palazzo; e questi ancora si ritirarono subito, quando si
videro abbandonati dai loro colleghi[227].

  [227] _Marchione de Stefani Ist. Fior., l. X, Rub. 795, t. XV, p.
  18._

Mentre questi uscivano dalla piazza gl'insorgenti, che si erano adunati
a san Piero Maggiore, vi entrarono e chiesero i loro prigionieri. Quando
videro che si tardava a renderli, bruciarono la casa del gonfaloniere,
Luigi Guicciardini. I priori diedero allora la libertà ai tre uomini che
avevano fatto sostenere, e perchè gl'insorgenti non si separavano,
mandarono tre deputati per trattare con loro[228]. Quando questi
deputati scesero nella piazza, gli arcieri del palazzo cessarono di
tirare per non ferirli, e questo istante di sospensione permise
agl'insorgenti d'impadronirsi del gonfalone di giustizia, che stava
sospeso alle finestre dell'esecutore. Questo venerato stendardo venne
dai faziosi portato in tutti i luoghi in cui esercitarono i loro furori.
Essi passavano di casa in casa per darle al sacco ed al fuoco, spesse
volte indotti a ruinare una famiglia dietro l'accusa d'un solo privato
nemico. Tutto il giorno si passò in tal maniera; ben tosto i faziosi
vollero mostrare un disinteresse, che pareva incompatibile con questo
spaventevole disordine. Ordinarono che tutti gli effetti preziosi, di
coloro ch'essi dichiaravano sospetti, fossero bruciati colle case che li
contenevano, e punirono come colpevoli di furto coloro che tentavano di
sottrarre alcuna cosa all'incendio[229].

  [228] Guerriante Marignolli, uno de' priori, con Salvestro de'
  Medici e Benedetto Alberti. — _Gino Capponi Tumulto de' Ciompi, p.
  1115._

  [229] _Marchione de Stefani, l. X, Rub. 795, p. 19._

In sull'ora dei vesperi, s'avvisò il popolaccio d'armare cavaliere
Salvestro de' Medici, e dopo di lui Tommaso Strozzi e Benedetto Alberti.
Ben tosto altri e poi altri ancora vennero rivestiti della medesima
dignità, ed in quella sola notte il popolo ne armò sessantaquattro. I
principali cittadini ricevevano tremando quest'onore; se lo avessero
ricusato, arrischiavano d'essere uccisi all'istante[230]. Si videro
allora alcuni uomini, tra i quali Luigi Guicciardini, cui era stata
bruciata la casa quella mattina, essere armati cavalieri la sera dallo
stesso popolaccio[231].

  [230] _Gino Capponi, p. 1117._ — Marchione de Stefani dà la nota dei
  cavalieri, _l. X, Rub. 795, p. 22_.

  [231] _Macchiavelli, l. III, p. 234. — Sozomeni Pistor. Hist., p.
  1109. — Cronica Sanese, t. XV, p. 259. — Scipione Ammirato, l. XIV,
  p. 727._

All'indomani, 22 luglio, gl'insorgenti attaccarono e presero a viva
forza il palazzo del podestà. Fecero in appresso giugnere alla signoria,
che si era afforzata nel palazzo pubblico, le condizioni, che volevano
da lei ottenere. Chiedevano tra le altre cose che l'arte della lana non
nominasse più un giudice straniero; che venissero create tre nuove
corporazioni pei mestieri, che più non volevano essere subordinati alle
antiche arti; che in avvenire due dei priori si tirassero sempre dalle
arti nuove, tre dalle quattordici minori, e tre dalle maggiori; per
ultimo che venissero accordate grazie pecuniarie a coloro che il popolo
aveva creati cavalieri, per formare un'entrata conveniente al nuovo loro
stato. Volevano ancora che si cancellassero i nomi dei loro amici dalle
liste degli ammoniti; che si confinassero i loro nemici, o che venissero
posti nel numero de' magnati; che fosse sospesa per due anni la
procedura di ogni debito minore di cinquanta ducati; che si escludessero
per dieci anni dal governo tutti coloro le di cui case erano state
bruciate; ed andavano continuamente facendo nuove inchieste, egualmente
sovversive dell'ordine e della costituzione[232]. Ma quando il popolo
minuto comincia a dettare le sue volontà, non avvi più forza nella
nazione che vaglia a resistere. Tra i cittadini interessati nel
mantenimento dell'ordine, gli uni cercavano a difendersi nelle proprie
case, altri seguivano il popolaccio, cercando di moderarne il furore. In
verun luogo una forza nazionale opponevasi alla forza, che distruggeva
la nazione. I priori, assediati in palazzo, vedendo che niuno veniva in
loro ajuto, si fecero a deliberare intorno alle domande de' Ciompi; le
approvarono, e fecero poi suonare le campane per adunare il consiglio
del popolo. I consiglieri riunironsi in palazzo, e le proposizioni dei
Ciompi furono ammesse senza contraddizione.

  [232] _Gino Capponi, d. 1119._

Il consiglio del comune, che doveva dare forza di leggi a queste
deliberazioni, non potev'essere adunato lo stesso giorno che quello del
popolo. Intanto la plebaglia pareva che s'andasse calmando, e faceva
sperare che deporrebbe le armi, purchè la signoria rinviasse i soldati
che aveva chiamati in suo soccorso, e che si erano avanzati fino a
Poggio a Cajano, e purchè le chiavi delle porte si consegnassero ai
sindaci delle arti[233].

  [233] _Gino Capponi, p. 1121._

Ma all'indomani, quando il consiglio del comune era di già adunato, il
popolo occupò la piazza, facendola risuonare colle sue grida per
ispaventare in tal modo i consiglieri, e persuaderli a fare
sollecitamente quanto chiedevano i Ciompi. Queste minacce non erano
punto necessarie, perchè i consiglieri erano in modo atterriti che non
avrebbero frapposto un solo istante. Non pertanto Guerriante Marignolli,
uno de' priori, scese, sotto colore di assicurarsi che la porta fosse
ben chiusa, e fuggì vilmente per sottrarsi ai pericoli, cui erano
esposti i suoi colleghi. Mentre egli cercava modo di ridursi a casa, fu
dal popolo riconosciuto, il quale prese a dire schiamazzando, che tutti
i priori dovevano imitarlo, discendere nella piazza ed abdicare il
governo. Ben tosto Tommaso Strozzi venne introdotto in palazzo, onde
partecipare, per parte del popolo e delle arti, lo stesso ordine alla
signoria[234]. Invano i priori cercarono di trattare col mezzo di
Tommaso Strozzi e di Benedetto Alberti, che pareva avessero ambidue
grandissima influenza sul popolo. Venne loro risposto, che se i priori
non si ritiravano, sarebbe posto il fuoco alla città ed ai loro palazzi,
ed uccise le loro spose e i figli. Gli otto della guerra, i collegi, i
consiglieri del comune gli esortavano tutti a partire per salvare la
città dal maggiore infortunio. Due de' priori Alamanno Acciajuoli e
Niccolò del Nero dichiararono, che quando ancora non potessero ritenere
i loro colleghi, essi non deporrebbero l'autorità, che la patria loro
aveva confidata, prima che spirasse la carica loro; ma il gonfaloniere
più timido, cui di già era stata bruciata la casa, e che credeva di
vedere ben tosto i suoi figliuoli uccisi, raccomandossi a Tommaso
Strozzi che lo fece uscire, e dietro lui, uno appresso l'altro,
fuggirono pure i priori, onde, trovandosi soli, Acciajuoli e del Nero si
scoraggiarono, e consegnarono le chiavi del palazzo al prevosto delle
arti, che le ricevette a nome del popolo[235].

  [234] _Gino Capponi, p. 1122. — Macchiavelli Ist. Fior., l. III, p.
  237. — Scipione Ammirato, l. XIV, p. 729._

  [235] _Gino Capponi, p. 1123. — Scipione Ammirato, l. XIV, p. 730._

Vennero allora aperte le porte del palazzo, ed il popolaccio vi entrò.
In questo momento un cardatore di lane, chiamato Michele di Lando,
teneva il gonfalone della giustizia, di cui il popolo si era impadronito
due giorni prima. Quest'uomo, che aveva vesti stracciate e camminava a
piedi nudi, salendo alla testa del popolo la grande scala della
signoria, quando giunse nella sala d'udienza de' priori, si volse al
popolo affollato, e gli disse: «questo palazzo v'appartiene, questa
città è nelle vostre mani; qual è al presente la vostra sovrana
volontà?» Il popolo rispose ad una voce, ch'esso doveva essere il
gonfaloniere di giustizia, e riformare la signoria. Michele di Lando in
quell'istante avrebbe potuto farsi tiranno, e regnare sopra Firenze con
l'appoggio del minuto popolo; egli avrebbe avuto un impero più assoluto
che non fu quello del duca d'Atene, ma fortunatamente per la repubblica
Michele amava sinceramente la sua patria e la libertà, e malgrado la
parte che aveva presa alla sovversione dello stato, di già pensava ai
mezzi di rimettere l'ordine[236].

  [236] _Macchiavelli Istor. Fior., l. III, p. 239. — Scipione
  Ammirato, l. XIV, p. 731._

Gli otto della guerra erano i soli di tutta l'antica magistratura, che
fossero rimasti in palazzo; e siccome era il loro partito che aveva
cominciata la rivoluzione, siccome essi medesimi vi avevano avuta parte,
credevano di raccogliere i frutti della vittoria, ed avevano di già
nominata una nuova signoria, alla testa della quale volevano mettere
Giorgio Scali[237]. Ma Michele di Lando, avvertito del loro divisamento,
fece loro sapere che il popolo aveva riconquistato per sè medesimo il
diritto di governarsi, che saprebbe dirigersi senza i loro consigli,
onde ordinava loro d'uscire all'istante dal palazzo[238]. Per tal modo
coloro che avevano osato scatenare il popolo, sperando di farlo agire
per sè medesimi, e di frenarlo a voglia loro, furono i primi a trovarsi
delusi dalla loro fallace politica.

  [237] _Gino Capponi, p. 1124._

  [238] _Macchiavelli, l. III, p. 240._

Avendo Michele rimossi tutti i magistrati stabiliti, e bruciate le borse
onde dovevano cavarsi i nuovi, riunì i sindaci delle arti, e quelli del
basso popolo per passare a nuove elezioni. Dispose da prima che tre
membri della signoria, compreso il gonfaloniere, sarebbero presi in ogni
classe, cioè: le arti maggiori, le minori ed il popolo minuto[239].
Questa nuova signoria venne subito installata, e si occupò
immediatamente di far cessare il disordine, minacciando la pena di morte
a chiunque renderebbesi colpevole di saccheggio o d'incendio.

  [239] _Gino Capponi, p. 1124._

Il popolo, maravigliato di non raccogliere ulteriori frutti della sua
vittoria, ripigliò ben tosto le armi e venne in piazza; chiese che i
nuovi priori scendessero di palazzo per conoscere la volontà del popolo
ed uniformarvisi. Michele di Lando rispose ai sediziosi, che senza
sapere ancora ciò ch'essi domandavano, sapeva almeno che il loro modo di
domandarlo era contrario alle leggi, e loro ordinava di deporre le armi,
imperciocchè la dignità della signoria non permettevagli d'accordare
nulla alla forza[240].

  [240] _Macchiavelli Ist. Fior., l. III, p. 241._

Il popolo ammutinato, vedendo la fermezza del gonfaloniere, ritirossi a
santa Maria Novella per meglio organizzarsi. Colà nominò otto
commissarj, che incaricò delle cose del governo; prese molte risoluzioni
contrarie a quelle della nuova signoria, ed all'indomani, 31 agosto,
mandò deputati al palazzo per partecipare ai priori le prese
disposizioni. Questi deputati esposero audacemente le loro commissioni;
rinfacciarono a Michele di Lando la sua ingratitudine e la sua
disubbidienza alla volontà del popolo, che lo aveva innalzato; gli
dichiararono che lo stesso popolo lo spogliava al presente di quegli
onori di cui abusava, e lo minacciarono di più severo castigo in caso di
disubbidienza. Michele non potè soffrire più a lungo; sguainò la spada,
ed avventandosi contro di loro, li ferì gravemente, poi li fece caricare
di catene, ed imprigionare[241].

  [241] _Marchione de Stefani, l. X, Rub. 804, t. XV, p. 52._

Michele di Lando prevedeva le conseguenze di quest'atto di collera; ma
nei due giorni che i commissarj di santa Maria Novella ed il popolo
ammutinato consumarono nel fare progetti di governo, il gonfaloniere si
era occupato intorno ai mezzi di salvare lo stato. Aveva chiamati presso
di sè tutti i proprietarj, tutti coloro cui stava più a cuore il
mantenimento dell'ordine. Aveva incaricato Benedetto Alberti di
richiamare coloro che erano fuggiti in campagna, facendoli rientrare
segretamente in città insieme ai più fidati contadini[242]. Avendo così
ragunata una considerabile truppa, montò a cavallo per andare a
sorprendere e disperdere gli insorgenti di santa Maria Novella. Nello
stesso tempo questi, udito avendo il modo con cui erano stati trattati i
loro deputati, eransi mossi per vendicarli. E volle l'accidente che
mentre Michele di Lando andava verso santa Maria Novella, i Ciompi
andassero verso il palazzo per diversa strada, di modo che non si
scontrarono. Ma Michele tornò subito verso la piazza, che trovò
ingombrata dai Ciompi di già occupati nell'assedio del palazzo. Gli
attaccò vigorosamente, ed approfittando della circostanza che trovavansi
in mezzo ai nemici, gli sgominò compiutamente; molti furono uccisi,
molti altri fuggirono fuori di città, o si nascosero dopo avere deposte
le armi[243].

  [242] _Marchione de Stefani, l. X, Rub. 804, p. 50._

  [243] _Marchione de Stefani, l. X, Rub. 804, p. 54. — Leon.
  Aretinus, l. IX. — Macchiavelli, l. III, p. 242. — Cron. di Siena,
  p. 261. — Sozomeni Pistor. Histor., p. 1111. — Scipione Ammirato, l.
  XIV, p. 733._

Avendo in tal modo colla sua virtù e col suo coraggio gloriosamente
soddisfatto ai doveri del suo ufficio, Michele di Lando uscì di carica
il 1.º di settembre. Alla nuova estrazione, quando le compagnie delle
arti, che si trovavano adunate in sulla piazza, videro uscire i tre
priori ch'erano stati presi nel popolaccio, gli accompagnarono colle
fischiate. Il partito dei Ciompi era vinto, più di mille cardatori di
lana erano in fuga, e le compagnie dichiararono ch'esse non volevano
nella signoria persone di così bassa condizione. La costituzione fu
nuovamente cambiata, la nuova corporazione, stabilita per i Ciompi,
abolita, e gli onori della repubblica divisi tra le arti maggiori e
minori, in maniera che le prime somministrassero quattro priori alla
signoria, e le altre cinque[244].

  [244] _Marchione de Stefani, Rub. 805, p. 56. — Macchiavelli, l.
  III, p. 245. — Scipione Ammirato, l. XIV, p. 735._

La disfatta de' Ciompi ridusse la repubblica sotto il potere di coloro
che avevano cominciata la rivoluzione; il quale partito diretto da
Giorgio Scali, da Salvestro de' Medici e da Benedetto Alberti, contava i
principali suoi partigiani nelle arti minori, ed aveva per avversarj i
due partiti estremi. I Ghibellini, o, a dir meglio, coloro ch'erano
accusati di esserlo, tornarono in favore; i Guelfi zelanti ed i capi
dell'aristocrazia erano esiliati come i Ciompi, e la nobiltà ed il
popolo malcontenti: non pertanto l'anno terminò senza nuova rivoluzione,
sebbene i governanti fossero agitati da continui sospetti.

I pericoli del partito dominante venivano renduti più gravi dalle
turbolenze del rimanente dell'Italia, come vedremo nel seguente
capitolo. Quest'anno la guerra era scoppiata tra Venezia e Genova, e
queste repubbliche corsero pericolo di distruggersi vicendevolmente a
Chiozza. Era morto in quest'anno in Pavia, il 4 di agosto, Galeazzo
Visconti, e lasciava erede della sua parte della sovranità di Milano, e
della metà della Lombardia suo figlio, Giovani Galeazzo, conte di Virtù,
la di cui ambizione e simulato carattere prepararono ben tosto nuove
guerre[245]. Finalmente il 29 novembre di questo medesimo anno
l'imperatore Carlo IV morì a Praga dopo di avere dilatati da ogni banda
i confini de' suoi stati ereditarj, mentre in pari tempo avea resa
spregevole l'autorità imperiale. Portò seco, morendo, l'ammirazione
entusiasta de' Boemi, mentre tutta la Germania malediva la sua debolezza
e pusillanimità. Aveva ottenuto, prima di morire, di far innalzare suo
figliuolo Wencislao alla dignità di re de' Romani[246].

  [245] _Chron. Placent., t. XVI, p. 543. — Bernardino Corio Ist. di
  Milano, p. III, p. 252._

  [246] _Schmidt, Storia dei Tedeschi, l. VII, c. 9, p. 595._

Ma l'anno seguente 1379 vide il principio di una rivoluzione, che più da
vicino interessava la repubblica fiorentina. Urbano VI aveva trovato in
Giovanna di Napoli la sua più pericolosa nemica: aveva questa regina
permesso che si elegesse ne' suoi stati l'antipapa Clemente VII, cui
aveva promessi soccorsi ed accordato asilo, prima in Napoli, poscia a
Gaeta; onde la guerra si era manifestata ai confini del regno tra i
cristiani attaccati ai due rivali pontefici. Urbano VI, ch'era
Napolitano, aveva molti partigiani tra quel popolo, sebbene fosse nemico
della corte. Una sommossa in Napoli atterrì la regina, ed obbligò
Clemente VII a lasciare l'Italia per salvarsi co' suoi cardinali in
Avignone. Nel tempo medesimo la compagnia de' Bretoni, che trovavasi al
soldo della regina e di Clemente, fu disfatta a Marino da Alberico,
conte di Barbiano. Questo gentiluomo romagnuolo aveva formato, sotto il
titolo di san Giorgio, una compagnia d'Italiani, colla quale aveva preso
servigio sotto Urbano VI. La compagnia di san Giorgio doveva ben tosto
servire d'esemplare a tutti gl'Italiani che abbracciavano la professione
delle armi, formare i grandi generali del susseguente secolo, e rialzare
l'onore della milizia italiana. I suoi primi successi resero audace
Urbano VI, cui serviva, onde egli si lusingò di spingere più in là le
sue vendette, e di precipitare dal trono la stessa regina.

Giovanna di Napoli non aveva figliuoli, ed il marito che aveva sposato
in quarte nozze non portava pure il titolo di re. L'infante d'Arragona,
suo terzo marito, non aveva pure avuto questo titolo, ed ella aveva dato
per successore a questi, il 25 marzo del 1376, Ottone, duca di
Brunswick, che da molto tempo soggiornava in Italia[247], ov'era tutore
dei figliuoli del marchese di Monferrato. Il diritto di successione al
regno di Napoli apparteneva a Carlo di Durazzo, figlio di quel Luigi che
il re d'Ungheria aveva fatto morire nel 1348. Questo giovane duca era
l'ultimo dei principi del sangue; imperciocchè tutta la posterità,
altrevolte così numerosa, di Carlo d'Angiò, erasi spenta. Carlo di
Durazzo era in oltre l'unico erede di Luigi re d'Ungheria, e questo
vecchio monarca aveva presso di sè chiamato il suo successore per
ammaestrarlo nell'arte della guerra[248]. In questa corte guerriera, ed
in mezzo ad una nazione cavalleresca, erasi Carlo avvezzato a sprezzare
il lusso e la mollezza di Napoli. Aveva in oltre adottato l'odio degli
Ungari contro Giovanna, che loro sembrava lorda del sangue di Andrea suo
primo consorte. Luigi d'Ungheria aveva perdonata la morte di suo
fratello, ma non aveva dimenticato il delitto della regina; aveva
abbracciato il partito d'Urbano, e risguardava quale nuovo delitto
l'appoggio che Giovanna dava a Clemente, ed i suoi sforzi per dilatare
lo scisma. Perciò Urbano VI cercava dì persuadere il re d'Ungheria e
Carlo di Durazzo ad attaccare la regina, a spogliarla del trono, ed a
prendere possesso d'un'eredità, cui questi principi avevano diritto.
Questo negoziato fu continuato con attività mentre Carlo di Durazzo
trovavasi nella Marca Trivigiana, ove comandava le truppe che il re
d'Ungheria aveva mandato contro Venezia in tempo della guerra di
Chiozza.

  [247] _Giornali Napoletani, t. XXI, p. 1038._

  [248] _Giannone Storia civile del regno di Napoli, l. XXIII, c. 3._

Non solo la repubblica fiorentina ebbe sentore di queste negoziazioni,
ma seppe in oltre che molti emigrati fiorentini si andavano adunando
presso Carlo di Durazzo, invitandolo ad attraversare la Toscana per
passare nel regno. Lo assicuravano che il suo avvicinamento basterebbe
per rivoluzionare la loro patria, e gli promettevano di ajutarlo
potentemente, tostochè avessero ricuperata l'antica loro influenza.
Altri emigrati si adunavano a Bologna presso Giannuzzo da Salerno, uno
de' capitani di Carlo di Durazzo, e questi ultimi cagionavano maggiore
inquietudine ai Fiorentini. La signoria spedì due ambasciatori al
principe per affezionarselo, o per lo meno per ispiare gl'intrighi ne'
quali cercavasi di ridurlo; ma questi ambasciatori, Tommaso Strozzi e
Donato Barbadori, essendo di diverso partito, accrebbero colla
contraddizione de' loro rapporti, quando furono di ritorno,
l'inquietudine e diffidenza[249].

  [249] _Marchione de Stefani, l. X, Rub. 827, t. XV, p. 100. —
  Leonardo Aretino Hist. Fior. l. IX. — Scipione Ammirato, l. XIV, p.
  743._

In novembre per altro fu scoperta una congiura formata dai Ciompi per
occupare Figline ed altri castelli del territorio fiorentino. Molti
uomini della minuta plebe furono in tale occasione puniti; ma gli
artigiani domandavano caldamente che i giudici condannassero altresì gli
aristocratici spossessati, i ricchi mercanti, dei quali era notissimo il
malcontento, e che supponevansi avviluppati nelle svelate congiure[250].

  [250] _Marchione de Stefani, l. X, Rub. 824-826, p. 93._ — Questo
  nojoso ed insipido storico, quali press'a poco sono tutti quelli che
  vennero pubblicati nella voluminosa e pedantesca collezione delle
  _Delizie degli Eruditi Toscani_, si rende assai interessante ne'
  mesi di novembre e dicembre 1379, perchè in tale epoca era egli
  stesso priore. Egli era partigiano delle arti minori.

Il 10 dicembre la signoria ebbe avviso che esisteva una nuova
cospirazione, e Giovanni Acuto, sebbene non fosse allora al soldo della
repubblica, promise di svelarne il segreto, contro una ricompensa di
venti mila fiorini. Ma prima che si fosse conchiuso questo mercato, un
conte Antonio Alberti svelò la medesima cospirazione per poche centinaja
di scudi[251]. Dietro la sua deposizione vennero arrestati Pietro
Albizzi, Filippo Strozzi, Giacomo Sacchetti, Donato Barbadori, Cipriano
Mangioni, Giovanni Anselmi ed alcuni altri. Carlo Strozzi si salvò colla
fuga dagli arcieri; Pietro Albizzi avrebbe potuto difendersi, se avesse
accettate le offerte de' suoi amici adunati intorno a lui[252].

  [251] _Marchione de Stefani, Rub. 829, p. 105._

  [252] _Leonardo Aretino, l. IX._

I prigionieri vennero tradotti innanzi ai rettori[253], che dopo averli
esaminati, dichiararono, ciascheduno dal canto suo, di non trovare
ragione per condannarli al supplicio. Non pertanto i consoli delle arti
ed il popolo chiedevano ad alta voce giustizia. «Questa volta, dicevan
essi, non acconsentiremo che si facciano morire de' poveri, e persone
senza stato; i soli grandi ed i ricchi devono perire.» Benedetto Alberti
dichiarò, che se prima di mezzogiorno i rettori non facevano giustizia,
la farebbe il popolo direttamente[254]. Queste parole riscaldarono di
più il popolaccio, che nominò quattro cittadini per assistere i rettori
e forzarli a fare giustizia. Nello stesso tempo venne posta una guardia
innanzi al loro palazzo ed avanti alle prigioni per impedire che i
prigionieri fuggissero, o si facessero smarrire. Durante la notte i
giudici proseguirono l'interrogatorio de' prevenuti, alcuni de' quali si
compromisero assai essi medesimi colle loro risposte per dar luogo ad
una motivata condanna.

  [253] Con tal nome indicavansi tutti i giudici forastieri, podestà,
  capitano del popolo ed esecutore, ai quali era confidato il diritto
  della spada.

  [254] _Marchione de Stefani, Rub. 833, p. 114._

La mattina il podestà fece giustiziare due degli accusati, ed il
capitano di giustizia condannò egualmente Filippo Strozzi e Giovanni
Anselmi. Ma quando si stava per tagliar loro il capo, le spaventevoli
grida d'una donna riempirono gli assistenti di terrore. Gli spettatori,
le guardie, gli arcieri stessi fuggirono, non dubitando che le truppe di
Carlo di Durazzo non fossero entrate in città per liberare i
prigionieri. Questi, rimasti soli nella piazza destinata alle
esecuzioni, avrebbero potuto egualmente fuggire, tenendo dietro alla
folla. Ma lo Strozzi risalendo con fierezza la scala del palazzo di
giustizia ripetè due volte al suo giudice: «Dio voglia, capitano, che
oggi tu abbia fatto il tuo dovere!» Frattanto il pubblico terrore fu ben
tosto dissipato, ed i prigionieri, ricondotti sulla piazza, perdettero
la testa[255].

  [255] _Marchione de Stefani, Rub. 834. p. 116._

Nell'istante del supplicio il popolo furibondo gridò _gli altri, gli
altri_. Il capitano, Cante de' Gabrielli d'Agobbio, che non aveva
trovato nel loro interrogatorio motivo di supplicio, si volse verso gli
assessori datigli dal popolo: «Andate, disse loro, voi altri, fateli
morire; per me, che li reputo innocenti, non ordinerò io mai il loro
supplicio.» Il popolo, ch'era armato, rispose con furibonde grida: «se
non li fa morire noi taglieremo a pezzi e lui e loro, ed i loro parenti,
uomini, donne, fanciulli, e brucieremo le loro case[256].»

  [256] _Ivi, p. 119. — Scip. Amm., l XIV, p. 746._

Mentre durava ancora il fermento, Pietro degli Albizzi fece sentire ai
suoi compagni d'infortunio che il furore del popolo, e l'abitudine che
presa aveva ne' due ultimi anni di far spargere il sangue loro, non
lasciavano veruna speranza di salute; che se si sottraevano ad una
sentenza giudiziaria, verrebbero immancabilmente con tutti i loro
parenti sbranati dal popolo[257]. Perciò i prigionieri fecero dire al
capitano d'indicare egli medesimo ciò che dovevano rispondere per essere
condannati, dichiarando di essere apparecchiati a confessare tutto
quanto si volesse. Il capitano rispose con fermezza, ch'egli non volea
già far loro confessare delitti che non avevano commessi; ch'egli per
conto suo non aveva verun timore, e ch'essi pure non dovevano averne; ma
che parlassero a seconda della loro coscienza, poichè il nuovo
interrogatorio cui dovevano soggiacere, deciderebbe della loro vita o
della loro morte. I prevenuti si accusarono allora d'avere avute
corrispondenze coi nemici dello stato, e somministrarono al giudice
sufficienti motivi di condanna.

  [257] _Marchione de Stefani, Rub. 835, p. 120._

Non pertanto il capitano comunicò ogni cosa ai priori prima di far
eseguire la sentenza, chiedendo il loro parere; ma questi risposero di
essere stranieri all'amministrazione della giustizia, e che non volevano
prendervi parte. Gli assessori del capitano, approfittando contro di lui
della confessione de' prigionieri e del vile abbandono della signoria,
lo posero in istato di non potere rispondere ai clamori del popolaccio,
ed il venerdì mattina, colla coscienza lacerata dal dolore e dal
rimorso, mandò i prevenuti al supplicio. Tutti avanti da morire
protestarono di essere innocenti. Donati Barbadori, colui che tanto
coraggiosamente aveva sostenuti gl'interessi della sua patria nel
concistoro di Gregorio XI, non trovavasi nelle prigioni del capitano del
popolo, ma in quelle dell'esecutore. Fu condannato dopo gli altri, e
morì nella stessa maniera[258].

  [258] _Marchione de Stefani, Rub. 834, p. 119._

Altri meno illustri accusati furono in appresso condotti al patibolo.
Costoro, che probabilmente erano i soli cospiratori, lungi dal negare la
loro trama, felicitavansi, morendo, che il loro supplicio non
impedirebbe l'esecuzione de' loro progetti. Dichiararono di morire
contenti per l'antico partito guelfo, e disposti a fare di nuovo ciò
ch'erano accusati d'aver fatto[259].

  [259] _Marchione de Stefani, Rub. 839, p. 125._

Mentre il governo delle arti minori, per l'odio che portava ai nobili,
agli antichi cittadini di parte guelfa, ed al minuto popolo, ricorreva
per sostenersi a tali odiosi mezzi, e si macchiava del più puro sangue
della nazione, gli esterni pericoli per lui crescevano a dismisura.
Carlo di Durazzo, che aveva raccolti gli emigrati fiorentini nel suo
campo, erasi finalmente determinato a fare l'impresa del regno di
Napoli. Urbano VI pronunciò in principio del 1380 una sentenza di
deposizione contro la regina Giovanna, sciolse i di lei sudditi dal
giuramento di fedeltà, e fece contro di lei predicare la crociata[260].
Dal canto suo Carlo di Durazzo ebbe impulsi ancora più pressanti che non
erano l'esortazioni del papa per risolversi alla guerra. La regina
Giovanna meditava di escluderlo dalla di lei successione; per riuscire
nel quale divisamento trovò utile di adottare come suo figliuolo, invece
di quello che gli aveva negato la natura, un principe guerriero. Scelse
adunque il conte d'Angiò, fratello di Carlo V, re di Francia, e tutore
di suo figlio Carlo VI. Sperava la regina che questo principe, della
seconda razza dei re Angioini di Napoli, le assicurerebbe la potente
protezione della Francia, e lo presentò a' suoi sudditi, con sue lettere
patenti del 29 giugno 1380, come suo figliuolo e suo successore[261].

  [260] _Raynald. Ann. Eccles. 1380, § 1-3, t. XVII, p. 70._

  [261] _Raynald. Ann. Eccl, § II, p. 73._

Dall'altra parte Giannuzzo di Salerno, che Carlo di Durazzo aveva
mandato a Bologna con tre cento lance e tre cento Ungari, assoldò la
compagnia di san Giorgio o degl'Italiani, che aveva da prima servito la
Chiesa[262]. Con questa armata passò in Toscana, ragunando sotto le sue
insegne tutti gli emigrati di questa provincia. Lusingavasi Giannuzzo
d'operare col mezzo loro in Firenze ed in altre città rivoluzioni, che
tornerebbero in autorità i suoi amici, e che gli aprirebbero i tesori
delle repubbliche[263]. I Fiorentini, per difendersi, presero al loro
soldo Giovanni Acuto, ed adunarono sotto i di lui ordini un'armata di
mille cinquecento lance[264].

  [262] _Cronica di Bologna, t. XVIII, p. 521._

  [263] _Marchione de Stefani, l. X, R. 846-848, t. XV, p. 138-144._

  [264] _Leon. Aretino, l. IX. — March. de Stefani, l. XI, R. 852, t.
  XVI, p. 9. — Scip. Ammirato, l. XIV, p. 750._

Giannuzzo di Salerno corse gli stati di Siena, Perugia, Lucca e Pisa, e
sforzò queste repubbliche a salvarsi colle contribuzioni dal saccheggio
delle sue truppe. Attraversò altresì in varie parti il territorio
fiorentino, ma Acuto lo seguì sempre assai da vicino, ed impedì ai suoi
soldati di allontanarsi per rubacchiare.

Nello stesso tempo Carlo di Durazzo aveva attraversata la Venezia alla
testa di cinque mila Ungari, ed era giunto a Rimini[265]. Fece domandare
alla repubblica fiorentina del danaro per far l'impresa di Napoli, e la
signoria gli rispose che per trattati e per antica amicizia era
attaccata alla regnante casa di Napoli; che vedeva con dolore questa
casa apparecchiata a dividersi ed a battersi; ch'ella non voleva farsi
giudice tra parti e principi, cui era egualmente affezionata; e perciò
pregava Carlo a ricevere un dono di quindici mila fiorini, non come un
sussidio contro Giovanna, ma come un imparziale attestato del suo
affetto[266]. Carlo di Durazzo rifiutò il dono e rimandò corucciato gli
ambasciatori. Il 14 settembre fu da' suoi partigiani introdotto in
Arezzo, e permise agli emigrati che lo seguivano, di uccidere un
deputato fiorentino, che trovavasi in questa città[267]. Dopo qualche
atto ostile Carlo offrì egli medesimo di riconciliarsi coi Fiorentini.
La repubblica aveva perduto l'antico suo vigore e la sua fermezza nella
rivoluzione che aveva scacciata l'aristocrazia. Elia acconsentì il 7
ottobre di pagare a Carlo di Durazzo quaranta mila fiorini, che vennero
diffalcati dalla somma che doveva pagare alla Chiesa[268].

  [265] _Marchione de Stefani, l. XI, R. 860, p. 18._

  [266] _Marchione de Stefani, R. 867, p. 27. — Leon. Aret. l. IX._

  [267] Era Giovanni di Mone, uno degli otto signori della guerra,
  chiamati gli otto santi. _March. de Stefani, l. XI, Rub. 870, p.
  29._

  [268] _Ivi Rub. 873, p. 33. — Leonardo Aretino l. IX. — Sozomeni
  Pistor. Hist., p. 1118._

Carlo di Durazzo, detto ancora Carlo della pace, passò dopo a Roma, per
concertare col papa l'impresa del regno. Urbano VI gli accordò
l'investitura del regno di Napoli sotto le stesse condizioni e riserve
che Clemente IV aveva imposte a Carlo I[269]. Chiese solamente per
Francesco Prignano, suo nipote, che aveva nominato principe di Capoa,
alcuni assai ragguardevoli feudi, che il candidato al trono accordò
senza difficoltà[270]. Dopo queste convenzioni accettate da ambe le
parti, Carlo di Durazzo fu a Roma coronato dal papa sotto il nome di
Carlo III[271].

  [269] _Raynald Ann. Eccl. 1381, § 1, p. 80._

  [270] _Ivi, § 20, p. 87._

  [271] _Giannone Ist. Civ. del regno di Napoli, l. XXIII, c. 5._

Erano omai due anni che il pretendente al trono di Napoli annunciava il
suo progetto d'invasione, e conduceva le sue truppe qua e là per
l'Italia. Con una ben più rapida marcia e con più ragguardevoli forze
l'antico Carlo d'Angiò aveva, nel 1266, conquistato il regno, di cui la
di lui pronipote doveva in breve essere spogliata; ma d'altra parte
Giovanna non aveva nè i talenti, nè il coraggio di Manfredi. La
leggerezza del popolo napolitano, il suo odio contro il principe
francese, che la regina aveva adottato, e la preferenza da tutti
gl'Italiani accordata ad Urbano VI, avevano alienati da Giovanna i
baroni ed i popoli. In oltre ogni spirito militare era affatto spento in
quel regno, ed il disordine delle finanze non permetteva di supplire con
truppe mercenarie al difetto delle nazionali. Perciò Ottone di
Brunswick, il quarto marito della regina, non potè ragunare che un pugno
di soldati, che appostò sulla strada di san Germano per impedire al
nemico d'avvicinarsi a Napoli; ma quando, il 18 giugno, Carlo gli
presentò la battaglia, fu costretto di piegare sopra Cancello e
Maddaloni, posizione che la superiorità del nemico obbligollo ad
abbandonare pochi giorni dopo. Venne allora ad accamparsi sotto Napoli,
fuori di porta Capuana, mentre Carlo giugneva per diversa strada al
ponte della Maddalena tra il Vesuvio e la città[272].

  [272] _Giornali Napolitani, t. XXI, p. 1041._

I Napolitani mandarono rinfreschi al nuovo re, e l'invitarono ad entrare
nella capitale. Ottone vedeva ad ogni istante diminuirsi la sua armata,
ed era ridotto a tale di non poter battersi col conquistatore, e di non
poter difendere contro di lui una città disposta ad aprirgli le porte.
Dopo avere esercitata qualche vendetta contro il popolaccio di Napoli,
prese la strada d'Aversa, mentre Carlo III entrava in Napoli il 16
luglio del 1381 verso sera, senza aver data una sola battaglia per
l'acquisto del regno[273].

  [273] _Giornali Napolitani, t. XXI, p. 1043._

La regina Giovanna erasi chiusa in Castel nuovo, ossia del palazzo, ma
non aveva avuta la precauzione di vittovagliarlo. Carlo lo assediò, ed
il 20 agosto la regina dovette capitolare. Promise di consegnare entro
quattro giorni tutte le sue fortezze, e la medesima sua persona in mano
a Carlo di Durazzo, se entro tale termine non riceveva soccorso. Il duca
Ottone, suo marito, che fino allora aveva risparmiati i pochi suoi
fedeli compagni per valersene in più felici circostanze, quand'ebbe
avviso della capitolazione, risolse di combattere, sebbene fuori di
speranza di vincere. Il quarto giorno venne ad attaccare Carlo di
Durazzo, ma fu dalla sua armata abbandonato ai nemici nel principio
della battaglia: il marchese di Monferrato, suo pupillo, fu ucciso
combattendo ai suoi fianchi, ed egli fatto prigioniere. La regina
Giovanna, perduta l'ultima sua speranza, si diede lo stesso giorno in
mano al suo cugino il principe di Durazzo. Malgrado i legami della
parentela, malgrado il rispetto che potevano ispirare il suo rango e la
sua età, venne dal vincitore duramente trattata. Dopo trentaquattro anni
di regno, subì la pena del delitto commesso in gioventù. Si dice che il
12 maggio del 1382 fu soffocata sotto un letto di piume nel castello di
Muro, nella basilicata, ov'era stata rinchiusa. E si soggiunge che il
vecchio re d'Ungheria consigliasse egli medesimo questo supplicio per
avere una tarda vendetta della morte di suo fratello Andrea[274].

  [274] _Giannone Istor. civ. l. XXIII, c. 5. p. 341. — Tristani
  Caracciuoli opus. Historica, t. XXII, p. 16._ — Maria sorella di
  Giovanna fu pure arrestata e tenuta in prigione. Morì poco dopo non
  senza sospetto di veleno. _Theodorici a Niem hist. Schism. l. I, c.
  25, p. 20._

La catastrofe della regina Giovanna cagionò a Firenze un profondo
dolore. I cittadini di questa repubblica erano stati sempre devoti della
casa d'Angiò dopo il suo stabilimento nel regno di Napoli: amavano la
regina Giovanna come nipote del re Roberto, e come ultimo rampollo della
sua famiglia; e l'amavano a cagione del bene che le avevano fatto,
piuttosto che per quello che potevano da lei sperare. Essi temevano
l'uso che un principe più destro e più intraprendente potrebbe fare
delle forze della più bella parte dell'Italia. Vero è che il nuovo
sovrano non cercò d'impadronirsi delle contee di Forcalquier e di
Provenza, le quali passarono al figlio adottivo di Giovanna: ma Carlo
III era l'erede riconosciuto di Luigi d'Ungheria. Prima delle conquiste
de' Turchi l'Adriatico apriva tra questi due regni una pronta e facile
comunicazione; e chi avesse potuto disporre del valore ungaro e della
ricchezza di Napoli, poteva rovesciare a posta sua l'equilibrio
d'Italia. Coloro che a quest'epoca governavano Firenze sapevano che
Carlo di Durazzo era circondato da emigrati fiorentini, e ch'egli aveva
più volte preso parte alle cospirazioni dei nemici della repubblica. Ciò
nondimeno gli spedirono una solenne ambasciata per conciliarsi il suo
favore; e perchè in allora Carlo non pensava che a stabilirsi nella sua
nuova conquista, si mostrò disposto ad allearsi colla repubblica. Le
arti minori, che governavano Firenze, non avrebbero veduto il loro
potere rovesciato da uno straniero monarca, se non si fossero esse
medesime apparecchiata la propria caduta con un vizio della loro
amministrazione.

Due cittadini d'antica e potente famiglia avevano avuto gran parte nella
rivoluzione, che aveva posta la repubblica sotto la dipendenza del basso
popolo; erano questi Giorgio Scali e Tommaso Strozzi. Personali motivi
di odio o di vendetta gli avevano tratti in questo partito, ed altri
personali motivi d'ambizione e di cupidigia continuavano a dirigere la
loro condotta. Agivano essi come se diventati fossero i padroni della
repubblica, e le vessazioni, che andavano esercitando contro i loro
nemici, ben si confacevano all'arroganza de' loro discorsi ne' consigli,
ed all'insolente loro condotta[275].

  [275] _Leon. Aret. l. IX. — Macchiavelli Ist. Fior., l. III, p.
  250._

Benedetto Alberti, che non meno di loro aveva contribuito alla
rivoluzione, e la di cui condotta in diverse circostanze era stata
riprovevole, non aveva per altro cercato di acquistare colle immense sue
ricchezze una maggiore influenza nel governo del suo paese. Appassionato
per la libertà e per la democrazia, le aveva stabilite con riprovevoli
mezzi, e le aveva mantenute con peggiori modi, coi supplicj. Per altro
nel cuor suo erasi conservato fedele ai principj d'umanità e di
giustizia, e come è costume delle anime generose, non si vedeva mutar
partito, che per passare dal più forte al più debole; e quando i suoi
amici furono vittoriosi, non dissimulò quanto gli riuscissero spiacevoli
la loro ingiustizia ed il loro orgoglio[276].

  [276] _Macchiavelli Ist. Fior. l. III, p. 252._

Un'ultima violenza di Giorgio Scali obbligò Benedetto Alberti a
dichiararsi scopertamente contro di lui; e perchè questa offendeva
egualmente i tribunali ed il popolo, fu cagione della ruina dello Scali
e del suo partito. Tra le creature dello Scali e dello Strozzi eranvi
alcune persone, che facevano il mestiere di delatore, i quali, palesando
sempre nuove congiure, accrescevano il terrore del popolo ed il credito
de' suoi capi. Uno di costoro, avendo accusato Giovanni Cambi,
ragguardevole cittadino, fu riconvenuto di calunnia con evidenti prove,
onde il capitano del popolo fece imprigionare il delatore, e volle
assoggettarlo alla pena che aveva cercato di far cadere sopra
l'innocente. Giorgio Scali impiegò tutto il credito che aveva per
salvare la sua creatura, e perchè le sue preghiere non avevano effetto,
di concerto con Tommaso Strozzi, invase il palazzo del capitano del
popolo con un branco di gente armata, e fattosene padrone il 13 gennajo
del 1382 lo abbandonò al saccheggio, e liberò il suo prigioniere[277].

  [277] _Sozomeni Pistor. Hist. p. 1121. — Marchione de Stefani, l.
  XI, R. 901, p. 67. — Memorie storiche di Ser Naddo da Montecatini.
  Delizie degli Erud., t. XVIII, p. 37._

Una così impudente violazione delle leggi risvegliò l'universale
indignazione, ed il popolo si staccò affatto dalla causa dei due
demagoghi, cui fino a tal epoca erasi consacrato. Il capitano recossi a
restituire ai priori la bacchetta del comando, dicendo che l'onor suo
non permettevagli d'amministrare più oltre la giustizia in una città ove
così colpevoli violenze ne turbavano il corso; ed i priori, che
sospiravano essi medesimi l'istante di ritirare il governo dalle mani
del popolaccio, giudicarono questa occasione favorevole per tentarlo.
Risposero al capitano del popolo, che doveva riprendere l'autorità che
voleva deporre, ed adoperarla nel vendicare l'affronto che aveva
ricevuto. Benedetto Alberti concorse colla signoria all'abbassamento dei
capi audaci, che oltraggiavano la libertà. Tommaso Strozzi, prevenuto a
tempo del pericolo che gli sovrastava, ebbe tempo di fuggire, ma Giorgio
Scali fu arrestato in propria casa, e venti ore dopo perdette il capo
sul patibolo in mezzo alla folla, che applaudiva al suo supplicio.

Giorgio Scali si lagnò avanti di morire, perchè la sua malvagia fortuna
e l'odio di taluno de' suoi concittadini l'avessero persuaso ad
accarezzare un popolo, che non aveva nè fede nè riconoscenza. Avendo in
appresso veduto tra i cittadini armati Benedetto Alberti, gridò; «E tu,
Benedetto, tu consenti adunque che io provi ciò che non avrei io mai
permesso che tu provassi, se io fossi ove tu sei? Ma io ti annunzio che
questo il quale è l'estremo giorno delle mie infelicità, sarà il primo
delle tue.» Così morì in mezzo ai suoi nemici armati, che si
rallegravano della sua morte[278].

  [278] _Macchiavelli Ist. Fior., l. III, p. 253._

La predizione dello Scali si avverò; le antiche famiglie risguardarono
la di lui morte come il segno d'una nuova guerra civile; la città
risuonò del grido _viva la parte guelfa_, e questo nome, che non era
attaccato a verun principio politico, ma soltanto ad affezioni
ereditarie indicava allora gli aristocratici. Effettivamente il 21
gennajo, i nobili, i ricchi mercanti, e l'intero partito degli Albizzi
occuparono la pubblica piazza, e crearono una balìa di cento cittadini
per riformare lo stato[279].

  [279] _Marchione de' Stefani, Rub. 902, p. 70._

Tutte le leggi rivoluzionarie emanate ne' tre precedenti anni vennero
annullate da questa balìa, tutti coloro che il 18 gennajo 1378 erano
stati esiliati o dichiarati ribelli furono ristabiliti ne' loro antichi
diritti. Si abolirono le sentenze d'ammonizione, si rilasciarono i
prigionieri di stato, e le due corporazioni, ch'erano state create per
le arti inferiori, furono disciolte[280]. L'antica fazione guelfa venne
ristabilita in tutte le sue preeminenze, e portate le sue bandiere per
tutta la città[281]. Le arti minori vennero escluse dal gonfalone di
giustizia, e dopo molte risse, che si andarono rinnovando in tutto il
corso dell'anno tra i grandi, le arti ed il popolo, la parte delle arti
minori fa infine ridotta al terzo degli onori pubblici[282].

  [280] _L'arte de' Tintori ed altri membri, e l'arte de' Farsettai,
  Barbieri, ec._

  [281] _Leon. Aretino, l. IX. — Sozomeni Pistor. Hist. p. 1122. —
  Marchione de Stefani, l. XI, Rub. 904, p. 77._

  [282] _Ivi, Rub. 915, p. 100._

Ma il nuovo governo non fu ne' suoi cominciamenti meno rigoroso di
quello che lo era stato il precedente de' plebei. Esiliò i capi di molte
illustri famiglie, che avevano spalleggiato il minuto popolo, ed esiliò
pure molti popolani[283]; confinò a Chiozza Michele di Lando, cui la
patria doveva mostrarsi più riconoscente, avendola egli salvata dal
furore dei Ciompi[284]; per ultimo perseguitò Benedetto Alberti, che più
fedele a' suoi principj che al suo partito, s'accostava sempre a quello
dell'opposizione contro tutte le tirannidi. In molte circostanze il
governo manifestò la diffendenza o l'odio che gli portava. Ma non fu che
nel 1387 che una nuova balìa, incaricata di riformare lo stato e di
ristringere l'aristocrazia osò all'ultimo d'esiliarlo[285]. Benedetto
Alberti prima di partire chiamò presso di sè tutti i suoi parenti, e
vedendo che piangevano, disse loro: «Voi vedete, miei amici, come la
fortuna me colpisce e voi minaccia; io non ne sono per altro sorpreso, e
voi pure non dovete esserlo, imperciocchè tale fu sempre la sorte di
coloro che in mezzo a molti malvagi, vollero conservarsi giusti, e che
si sforzarono di sostenere ciò, che i più cercavano di rovesciare.
L'amore della mia patria mi avvicinò a Salvestro de' Medici, lo stesso
amore mi allontanò da Giorgio Scali, come lo stesso sentimento eccitò il
mio odio contro coloro che hanno presentemente il governo in mano. Non
avendo questi persona che li punisca, non vogliono pur soffrire chi
ardisce biasimarli. Io acconsento a liberarli col mio esilio dal timore
che hanno di me, e di tutti coloro che detestano la loro tirannide, e la
loro scelleratezza; percuotendo me per altro hanno minacciati tutti gli
altri.

  [283] _Ivi, Rub. 910, p. 85._

  [284] Il 14 marzo 1382. _Marchione de Stefani, Rub. 918, p. 108._

  [285] _Mem. di Ser Naddo da Montecatini, t. XVIII, p. 94._

«Io non ho compassione di me medesimo, perchè la patria serva non può
rapirmi gli onori della patria ancora libera; e la memoria della passata
mia vita mi sarà più cagione di godimento, di quel che possa recarmi
dispiaceri l'esilio che io m'apparecchio a subire. Mi crucia soltanto la
sorte della mia patria, caduta sotto il giogo dell'aristocrazia, e
sottoposta al suo orgoglio ed alla sua avarizia. Mi affligge ancora la
sorte vostra; imperciocchè i mali, che oggi finiscono per me, cominciano
per voi, e forse vi opprimeranno assai più, che me non hanno oppresso.
Io vi esorto frattanto a preparare le anime vostre a sostenere
virtuosamente tutti gl'infortunj, e poichè siete minacciati da molte
sventure, vi ammonisco a diportarvi in maniera, che quando sarete
colpiti, sappia ognuno, che non siete infelici per colpa vostra, e che
soffrite come si conviene a uomini virtuosi[286].» Benedetto Alberti
partì in appresso per terra santa, visitò in abito di pellegrino il
sepolcro del Salvatore, e quando stava per tornare in Europa fu sorpreso
da grave infermità, e morì a Rodi[287]. Le sue ossa, trasportate a
Firenze, ebbero onorata sepoltura.

  [286] _Macchiavelli Ist. Fior., l. III, p. 259._

  [287] _Memorie Storiche di Ser Naddo da Montecatini, t. XVIII, p.
  99._

E per tal modo nel giro di tre anni il furore delle fazioni aveva
privata Firenze de' suoi più illustri uomini di stato. Il corso della
natura le aveva di già tolti prima alcuni de' suoi cittadini, che
coll'alta loro riputazione letteraria non avevano forse meno contribuito
alla sua gloria. Petrarca era morto d'apoplesìa il 18 luglio del 1374 in
Arquà, presso Padova, alle falde dei monti Euganei. Era questa una casa
solitaria accordatagli da Francesco di Carrara in allora signore di
Padova[288]. Il Boccaccio morì poco dopo il 21 dicembre del 1375, e
tutta la società de' letterati con cui Petrarca aveva vissuto, quella
società che l'abate di Sade ha fatta conoscere nelle sue voluminose
memorie, era pressochè tutta distrutta. Ma la repubblica fiorentina in
mezzo alle sue rivoluzioni non aveva perduto il germe che fa nascere e
moltiplica i grandi uomini. Malgrado il supplicio de' cittadini, che
avevano amministrata la repubblica con tanta gloria dal 1360 al 1378,
nuovi uomini di stato si presentarono sulla scena per mostrare nel
susseguente periodo nè minori talenti nè minori virtù. A Petrarca ed ai
suoi amici erano succeduti nuovi letterati. Coluccio Salutati di
Stignano era stato nominato cancelliere della comunità il 25 aprile del
1375, ed esercitò trent'anni questa carica con molta eloquenza e molto
ingegno. Era solito dire il Visconti, che più temeva l'effetto d'una
lettera di Coluccio, che non le armi di mille cavalieri fiorentini[289].
Leonardo Bruno, detto l'Aretino, era nato nel 1369, ed era destinato ad
essere uno de' più eloquenti e più giudiziosi storici, che abbia
prodotti l'Italia. La generazione che entrava sulla scena del mondo
quando l'altra si ritirava, doveva succedergli nella gloria delle
lettere, delle arti e delle virtù politiche.

  [288] _Memoires pour la vie de Pétrarque, l. VI, t. III, p. 798._

  [289] _Scipione Ammirato, l. XIII, p. 692. — Tiraboschi Stor. della
  Letter. Ital. l. III, c. 3, § 21, t. V, p. 571._



CAPITOLO LI.

      _Affari dell'Oriente. — Guerra dei Genovesi in Cipro. — Quarta
      guerra di Venezia e di Genova; presa e ripresa di Chiozza. Pace
      di Torino._

1372 = 1381.


Lo stesso anno, reso celebre dal principio del gran scisma di occidente
e dalla sanguinosa rivoluzione dei Ciompi a Firenze, vide altresì
scoppiare la sanguinosa guerra di Chiozza, la quarta delle guerre
marittime tra Venezia e Genova, e quella che espose queste due potenti
repubbliche agli estremi pericoli. Fuori d'Italia e lontano dagli
avvenimenti trattati ne' decorsi capitoli dobbiamo cercare la cagione di
questa accanita guerra.

Tutta l'esistenza delle repubbliche marittime è poco legata alla storia
del rimanente dell'Italia. Le signorie di Venezia e di Genova sembravano
d'ordinario straniere alle rivoluzioni delle province limitrofe, mentre
tutte le loro cure erano volte alle regioni del Levante. Il loro
commercio e le loro colonie nella Turchia ed in Grecia erano la
principale sorgente delle ricchezze del popolo e della potenza dello
stato; e le passioni pubbliche e private non sembravano eccitate che
dagl'interessi e dalle rivoluzioni di queste lontane contrade.

La situazione delle repubbliche marittime le isolava, per così dire, e
loro permetteva di risguardarsi come assolutamente staccate dal
continente italiano. Le montagne che circondano la Liguria, separavano
questa provincia dalla Lombardia, siccome le lagune ne separavano
Venezia. In un tempo in cui la cavalleria pesante formava il nervo delle
armate, riusciva presso che impossibile la conquista d'un paese in cui i
cavalli non potevano agire. Le cure adunque che le due repubbliche si
prendevano delle cose del Levante non venivano in verun modo interrotte
da quelle della loro sicurezza. La regione, da cui ritraevano le
ricchezze e la sussistenza loro, era sempre l'emporio del commercio del
mondo. La barbarie dei Turchi non aveva avuto sopra le province del loro
dominio una influenza tanto funesta, quanto l'ebbe nelle susseguenti età
la loro non curanza. I loro stati venivano ancora arricchiti da alcune
manifatture e dal commercio delle Indie; gli Arabi ed i Greci, che loro
erano soggetti, non avevano ancora rinunciato al lusso che ha bisogno di
commercio, nè all'industria che lo alimenta.

I Turchi erano oramai i veri signori dell'Oriente, e di già chiamavansi
mari di Turchia le acque dette per lo innanzi mari della Grecia. Il
decadimento dell'impero d'Oriente era stato rapidissimo. Ne' primi anni
del XIV secolo il vecchio Andronico aveva perduta tutta l'Asia minore, e
tutti i possedimenti de' Greci al di là del Bosforo e dell'Ellesponto.
Circa il 1350 Cantacuzèno introdusse i Turchi in Europa per impiegarli
come ausiliari nelle guerre civili, ed il suo successore Paleologo,
ch'era stato suo pupillo e suo rivale, perdette nel suo regno dal 1355
al 1391 tutte le province d'Europa, che tutte vennero in potere di
Amurat I. «Chiudi le porte della tua città per regnare entro il
circondario delle tue mura», faceva dire il successore d'Amurat al
figliuolo di Giovanni Paleologo, «poichè tutto quanto trovasi al di
fuori appartiene a me[290].»

  [290] _Hist. Byzant. Nepotis Michaelis Ducæ, t. XIX, Scr. Byz. c.
  13, p. 20._

La stessa Costantinopoli non era quasi meno dipendente dai Turchi di
quello che lo fossero le campagne da questi occupate. Giovanni
Paleologo, perduto nel libertinaggio, cercava con vili piaceri di
allontanare il pensiero della ruina del suo impero[291]. Tributario e
vassallo del Sultano, erasi obbligato a servire sotto i di lui ordini, o
farsi rappresentare nel campo de' Turchi da uno de' suoi figliuoli.
Mentre che d'accordo con Amurat combatteva contro gli Ungari, Andronico,
suo primogenito, prese parte ad una congiura con uno de' figli d'Amurat.
Il progetto di questi ambiziosi giovani pare che fosse quello di balzare
dal trono nel tempo medesimo il sultano e l'imperatore; ma le loro trame
vennero scoperte da Amurat, il quale condannò alla morte suo figlio, ed
ordinò al monarca greco di punire il proprio. Giovanni Paleologo non era
convinto del delitto del principe, ma la viltà sua gli fece far quello
che la collera, o la sete del sangue non gli suggerivano di fare; fece
abbacinare suo figliuolo, e suo nipote, ancora fanciullo: e destinò suo
successore Manuele, il secondo de' suoi figli[292].

  [291] _Hist. Byzant. Nepotis Michaelis Ducæ, t. XIX, Scr. Byz., c.
  12, p. 17._

  [292] _Phranza Protovestiarius, l. I, c. 16, p. 18. Scrip. Byz. t.
  XXIII. — Ducas Michaelis Nepos, c. 12, p. 17. — Raphain Caresino,
  Cancellar. Venetus Chron. R. It., t. XII, p. 443._

Mentre l'impero greco abbracciava ancora molte migliaja di leghe
quadrate, ci dovette sorprendere l'audacia e la potenza della colonia
genovese di Galata; ma nella presente epoca in cui trovavasi ridotto
quasi ad una sola città, e che il suo capo non si ricusava di soggiacere
a qualunque avvilimento, quando l'ordinava il sultano, più non dobbiamo
maravigliarci vedendo i Genovesi di Galata tenere in bilico tutte le
forze dell'imperatore, e l'affetto loro essere cagione in Costantinopoli
di frequenti rivoluzioni: la parte ch'essi presero negli intrighi della
corte greca fu la causa principale della guerra di Chiozza.

Il Paleologo aveva chiusi suo figlio e suo nipote nella torre di Anema,
vicina a Galata. I Genovesi, mossi a pietà di questi due infelici
principi, li fecero fuggire dopo due anni di prigionia. Il supplicio non
era stato eseguito che a metà, ed i medici italiani riuscirono a far
ricuperare uno degli occhi ad Andronico, ed a rendere a suo figliuolo
Giovanni una losca e debole vista[293]. Quando questi due principi più
non si trovarono nell'assoluta dipendenza cui erano obbligati dalla
cecità, i Genovesi li dichiararono capaci di regnare e loro offrirono di
riporli in trono, purchè Andronico loro cedesse in ricompensa l'isola di
Tenedo, la quale, posta essendo all'imboccatura dell'Ellesponto,
signoreggia quest'importante passaggio, ed apre o chiude l'ingresso
della Propontide e del mar Nero. Il trattato fu segnato in agosto del
1376. I Genovesi attaccarono in allora Costantinopoli e furono ajutati
dai nemici del regnante imperatore, onde posero sul trono il cieco
Andronico, mentre che Giovanni ed i suoi due figli vennero chiusi nella
stessa prigione da cui era stato levato Andronico[294].

  [293] _Ducas Michaelis Nepos, c. 12, p. 18._

  [294] _Daniele Chinazzo. Della guerra di Chiozza, t. XV, Rer. It.,
  p. 711. — Raphain Caresino Chron., t. XII, p. 443._

Dopo questa rivoluzione i Genovesi spedirono due galere per prendere
possesso di Tenedo, al quale oggetto erano muniti degli ordini che
Andronico dirigeva al governatore dell'isola. Ma questi essendo, come
pure gli abitanti, affezionato al deposto imperatore, ricusò di
riconoscere i due ciechi monarchi, chiuse il suo porto ai Genovesi, e
vedendo che colle sole sue forze non potrebbe a lungo difendersi contro
di loro, chiese soccorso a Donato Tron, ammiraglio della flotta
veneziana, che ritornava dal mar Nero, e gli consegnò Tenedo colle sue
fortezze. Il senato di Venezia che tutta conosceva l'importanza di
quest'isola, vi mandò all'istante due provveditori con forte
guarnigione, e le somme occorrenti per mettere i castelli in buono stato
di difesa. I Genovesi irritati persuasero Andronico a far imprigionare
il balio con tutti i Veneziani stabiliti a Costantinopoli, e
somministrarono all'imperatore dodici galere per intraprendere l'assedio
di Tenedo. Per altro eglino non dichiararono la guerra ai Veneziani, e
non presero parte all'attacco che in qualità d'ausiliarj de' Greci[295].

  [295] _Daniele Chinazzo Guerra di Chiozza, p. 711. — Marin Sanuto
  Vite dei Duchi di Venezia, p. 680._

In un altro regno del Levante i Genovesi sostenevano una guerra, alla
quale dovevano a vicenda prendere parte anche i Veneziani. Pietro di
Lusignano, re di Cipro, era stato ucciso nel 1372 dai suoi fratelli a
Nicosia, sua capitale; suo figliuolo ancora fanciullo, chiamato Pietro,
come il padre, era stato disegnato per succedergli. I Veneziani ed i
Genovesi, che avevano in quell'isola potenti stabilimenti, pretendevano
gli uni e gli altri di occupare il posto d'onore nella cerimonia della
coronazione. Gli zii del giovanetto re decisero la disputa in favore de'
Veneziani[296]; ma i Genovesi ricusarono di stare al loro giudizio, e
recaronsi al palazzo colle armi sotto il loro mantello, per occupare a
forza il posto cui credevano d'avere diritto. Gli zii del re, avuto
avviso del loro divisamento, li fecero arrestare; si ritennero come
prove del fatto le armi che portavano nascoste, e senza formarne
regolare procedura vennero precipitati dalla sommità di una torre. I
furibondi Ciprioti non si limitarono a far morire i Genovesi ch'eransi
recati al palazzo, ma infierirono contro tutti i loro compatriotti
sparsi nell'isola; tutti furono uccisi e saccheggiate le loro case. Ad
un solo Genovese gravemente ferito in fronte, e creduto morto, riuscì di
fuggire onde portare la notizia dell'accaduto alla sua patria[297].

  [296] _Marin Sanuto Vite dei Duchi di Venezia, P. 679._

  [297] _Uberti Folietae Hist. Genuen., l. VIII, p. 459._

I Genovesi impazienti di vendicare tanto oltraggio, mentre armavano una
formidabile flotta, spedirono immediatamente Damiano Catani ne' mari di
Cipro con sette galere, per far sentire ai Ciprioti i primi effetti
della loro collera. Il Catani ottenne vantaggi assai maggiori di quelli
che potevansi sperare da così debole squadra. Con subiti ed impreveduti
attacchi egli occupò Nicosia il 16 giugno del 1373, e Pafo il 23 dello
stesso mese[298]. Settanta giovani donne di quest'isola, altre volte
consacrate a Venere, caddero in suo potere in un'imboscata, ma malgrado
il malcontento de' suoi marinaj rimandò queste greche bellezze ai loro
padri o mariti, senza permettere che fosse fatto loro il menomo
oltraggio. «Non è già per far prigionieri di questa sorta che la nostra
patria ne ha qui spediti,» rispose a coloro che lo rimproveravano di non
saper usare della vittoria.

  [298] _Georgius Stella Ann. Genuens., p. 1104._

Mentre Damiano Catani con tale condotta ispirava ai Ciprioti la più alta
idea della sua moderazione e della sua virtù, eccitava colle sue
vittorie e colle sue negoziazioni una reciproca diffidenza tra i membri
del consiglio di reggenza. Sospettavasi che avesse qualche intelligenza
coi grandi, e non si osava prendere contro di lui veruna vigorosa
misura. Intanto Pietro di Campo Fregoso, fratello del doge di Genova,
giunse avanti a Famagosta il 3 ottobre del 1373 con trentasei galere e
quattordici mila uomini da sbarco. Il giorno 10 dello stesso mese
Famagosta fu presa, ed il giovane re co' suoi zii ed il suo consiglio
caddero in potere de' vincitori, e l'isola intiera fu soggiogata. Per
altro i Genovesi castigarono con moderazione l'offesa che loro aveva
poste le armi in mano, non avendo condannati a pena capitale che tre dei
gentiluomini che avevano diretta la carnificina de' loro compatriotti:
mandarono a Genova uno degli zii del re, ed i figli dell'altro, che
avevano il titolo di principi d'Antiochia, con sessanta ostaggi della
principale nobiltà; lasciarono una guarnigione a Famagosta per tenere in
suggezione tutta l'isola; ma vendettero il suo regno a Pietro di
Lusignano, con obbligo di pagare un annuo tributo alla repubblica di
quaranta mila fiorini[299].

  [299] _Georgius Stella Ann. Genuens., t. XVII, p. 1105._

Il re di Cipro ed il suo popolo venuti in potere del conquistatore, ben
dovevano aspettarsi, dopo così grave offesa, un più rigoroso
trattamento. Ma Pietro di Lusignano non poteva perdonare ai Genovesi nè
il corso pericolo, nè la dipendenza in cui si rimaneva. Tosto ch'egli
seppe che la contesa pel possesso di Tenedo poteva accendere la guerra
tra i Veneziani ed i Genovesi, cercò l'alleanza de' primi, e concertò
con loro i mezzi di scacciare le truppe straniere che occupavano
Famagosta[300].

  [300] _Uberti Folietae Histor. Genuens., l. VIII, p. 462. — Maria
  Sanuto Storia dei Duchi di Venezia, p. 681._

Nello stesso tempo il re di Cipro sposava Violanta, figlia di Barnabò
Visconti, signore di Milano, ed approfittava di tale parentado per
procurare nuovi nemici ai Genovesi. Chiese che i cento mila fiorini, che
Barnabò Visconti dava in dote a sua figlia, fossero da questo signore
impiegati nella guerra della Liguria[301]; ed in fatti, ad istigazione
del Visconti, i marchesi del Carreto si ribellarono, e tolsero alla
repubblica Castelfranco, Noli ed Albenga[302].

  [301] _Bernard. Corio Storia Milanese, p. III, p. 250._

  [302] _Georgii Stellæ Ann. Genuens., p. 1108._

I Genovesi attribuivano all'odio ed alla gelosia de' Veneziani tutte le
guerre che avevano in Grecia, in Cipro e nelle montagne della Liguria; e
dal canto loro cercavano di risvegliare il coraggio, o di aguzzare
l'odio de' nemici di Venezia, onde opporre alla lega formata contro di
loro un'altra lega d'eguali forze.

S'addirizzarono perciò da prima a Francesco da Carrara, signore di
Padova, la di cui inimicizia contro i Veneziani aveva cominciato nel
1356 colla guerra degli Ungari. Questo principe aveva somministrate
vittovaglie al re Luigi, quando attaccò la repubblica, la quale non avea
mai più perdonato al Carrara questo cattivo ufficio. Il signore di
Padova, sempre esposto ai risentimenti della repubblica, cercò
d'acquistare, con un ardito attentato, un'influenza ne' consiglj della
repubblica che moderasse l'odio loro. I suoi confidenti lo avvisavano
ogni mattina di ciò che si era fatto in senato nel precedente giorno; e
ciò si poteva ben fare, trovandosi Padova a sole venti miglia da
Venezia, e il territorio padovano confinante colla laguna. Una notte
questo signore fece rapire dai suoi gondolieri nelle proprie case tutti
i senatori veneziani che avevano contro di lui perorato con maggiore
veemenza; li fece condurre a Padova nel suo palazzo, e loro ricordando
gli offensivi discorsi contro di lui tenuti, li minacciò di farli
morire. Per altro in appresso si addolcì, loro accordando la vita e la
libertà, a condizione che giurassero di seppellire quest'avvenimento in
un profondo silenzio, e di essergli più favorevoli nelle loro
deliberazioni. Il Carrara gli avvisò congedandoli, che gli sarebbe più
agevole il farli punire d'uno spergiuro con un colpo di pugnale di
quello che gli fosse stato il rapirli dalle loro case e dalla loro
patria. Li fece in appresso trasportare di notte sulla spiaggia di
Venezia.

La religione del giuramento o il timore persuasero i senatori veneziani
a mantenere la promessa; e non fu che dopo molti anni che
quest'attentato venne rivelato dai banditi medesimi ch'erano stati
impiegati dal signore di Padova. I Veneziani provvidero con maggiore
vigilanza alla sicurezza della loro città, e determinarono di vendicarsi
del terrore che Francesco da Carrara aveva inspirato a molti di
loro[303].

  [303] _Daniele Chinazzo Stor. di Chiozza, p. 702._

Essi attaccarono lo stato di Padova in ottobre del 1372. Il re
d'Ungheria, che non aveva scordati i buoni ufficj di Francesco di
Carrara, spedì Stefano Laczk vayvoda di Transilvania in soccorso di
questo signore. Ma il vayvoda fu fatto prigioniero in una battaglia che
egli diede ai Veneziani il primo luglio del 1373, ed i suoi soldati
ricusarono di combattere finchè non fosse redento il loro generale.
Francesco da Carrara trovossi perciò sforzato dai suoi alleati medesimi
a firmare il 23 di settembre una pace umiliante. Suo figlio venne a
Venezia a chiedere in ginocchioni perdono al doge di averlo
ingiustamente attaccato, e promise di pagare in dieci anni trecento
cinquanta mila fiorini per le spese della guerra[304].

  [304] _Daniele Chinazzo Istoria di Chiozza, p. 707._

Quest'ultima umiliazione aveva raddoppiato l'odio del signore da
Carrara, onde l'alleanza offertagli dai Genovesi parvegli un'opportuna
occasione di vendetta, e l'accolse avidamente. Prima di manifestare le
sue intenzioni, fece in Venezia medesima immensi approvvigionamenti di
sali e di droghe, onde i suoi sudditi non avessero bisogno per cinque
anni di commercio marittimo. In pari tempo entrò in trattati con tutti i
principi gelosi delle ricchezze di Venezia, oppure offesi dal di lei
orgoglio. Questo popolo, egli loro diceva, unisce ad una illuminata ed
uniforme politica tanto coraggio e tante ricchezze, che s'egli acquista
una volta qualche stabilimento in terra ferma, non tarderà a
signoreggiare l'Italia collo stesso orgoglio con cui domina di già sui
mari. Il re d'Ungheria, il patriarca d'Aquilea, signore del Friuli, i
fratelli della Scala, signori di Verona, il comune d'Ancona, il duca
d'Austria e la regina di Napoli, mossi dalle persuasioni di Francesco da
Carrara, accettarono l'alleanza dei Genovesi, e si disposero ad entrare
in guerra contro i Veneziani[305].

  [305] _Daniele Chinazzo guerra di Chiozza, p. 712. — Raphain
  Caresino Chron. Venetum, p. 444._

La guerra preparata da tutte queste negoziazioni scoppiò in fatti nel
1378 dall'una all'altra estremità della Lombardia. Barnabò Visconti, che
teneva al suo soldo i principali capitani avventurieri, mandò la
compagnia francese della Stella nella Liguria. Quest'armata attraversò
la Riviera di Ponente, guastò la Polsevera e s'avanzò fino a san Pier da
Arena. Ritirossi in seguito mediante una grossa somma di danaro che il
doge di Genova mandò a' suoi capi[306]. Giovanni Acuto ed il conte Lucio
Lando avevano contemporaneamente condotta un'altra armata di Barnabò
nello stato di Verona[307]. Intanto Giovanni Obizzi, generale di
Francesco da Carrara, faceva delle scorrerie nello stato veneziano, ed
il vayvoda di Transilvania guastava il territorio trivigiano[308]. In
ogni luogo si combatteva, in ogni luogo le campagne erano abbandonate al
sacco, ed intanto non accadeva sul continente verun fatto decisivo.

  [306] _Ubertus Folieta Genuens. Hist., l. VIII, p. 465._

  [307] _Daniele Chinazzo guerra di Chiozza, p. 712._

  [308] _Daniele Chinazzo guerra di Chiozza, p. 717._

Le armate di terra non erano composte che di mercenarj indifferenti alla
causa che sostenevano; ma sopra le flotte delle due repubbliche
combattevano personalmente i cittadini di Genova e di Venezia, e l'odio
inveterato raddoppiava il loro accanimento. È noto che nella prima
campagna i marinaj dispersi dal commercio su tutti i mari non avevano
potuto essere richiamati in servigio della loro patria; erano armate
poche galere, ed anche queste trovavansi sparse in più lontane parti.
Aaron Stroppa comandava dieci vascelli genovesi ne' mari di
Costantinopoli; egli attaccò Lenno, ossia Stalymene, che apparteneva ai
Veneziani, e l'occupò; assediò ancora Tenedo, ma la guarnigione
veneziana rese vani tutti i suoi tentativi[309].

  [309] _Ubertus Folieta Genuens. Hist., l. VIII, p. 463._

Un'altra flotta di dieci galere doveva, sotto il comando di Luigi del
Fiesco, proteggere la navigazione dei Genovesi nel mare di Toscana. I
Veneziani mandarono nello stesso mare Vittore Pisani, il più illustre ed
il più riputato de' loro ammiragli, con quattordici galere. Le due
squadre si scontrarono in luglio presso la riva d'Anzio. Una burrasca
sollevava gigantesche onde, che andavano a spezzarsi contro il
promontorio di Nettuno. Le galere, costrette ad orzare e sempre in
pericolo di rompere sulla costa, cessavano di _manovrare_ per combattere
con accanimento, ed il furore degli uomini superava quello degli
elementi; ma i Genovesi meno numerosi furono alla fine perdenti; una
delle loro galere naufragò sulla costa; cinque furono prese da Pisani, e
quattro si salvarono colla fuga[310].

  [310] _Daniele Chinazzo guerra di Chiozza, p. 714. — Laugier Hist.
  de Venise, l. XV, t. IV, p. 270._

La giovane sposa del re di Cipro, figlia di Barnabò Visconti, fu
condotta nella sua isola da sei galere veneziane, le quali, colà giunte,
si associarono a cinque galere catalane che Pietro di Lusignano aveva
prese al suo soldo, e strinsero insieme d'assedio Famagosta, mentre il
re di Cipro le secondava con una armata di dieci mila uomini. Dopo una
accanita zuffa i Veneziani penetrarono nel porto, e vi bruciarono alcuni
vascelli genovesi; ma quando vollero in seguito dare l'assalto alle mura
della città, vennero respinti con tanta perdita, che abbandonarono il
porto di cui si erano impadroniti ed ancora il mare di Cipro[311].

  [311] _Ubert. Folieta Genuens. Hist., l. VIII, p. 464. — Daniele
  Chinazzo della guerra di Chiozza, p. 715._

I due popoli si offendevano ancora più gravemente nel golfo di Venezia.
Luciano Doria, grande ammiraglio de' Genovesi, vi aveva condotte
ventidue galere; ed inoltre aveva trovati a Zara sussidj d'ogni genere,
che il re d'Ungheria aveva fatti apparecchiare pei suoi alleati. D'altra
parte Vittore Pisani, richiamato dal senato veneziano aveva ricondotta
nel golfo una flotta di venticinque galere per proteggere il commercio
della sua patria, ed i convogli di vittovaglie ch'ella tirava dalla
Puglia. Il Pisani ritolse al re d'Ungheria le città di Cattaro, di
Sebenico, e di Arbo, che gli erano state cedute in fine della precedente
guerra[312]. Nello stesso tempo Luciano Doria occupava Rovigno
nell'Istria, saccheggiava e bruciava Grado e Caorle, e spargeva il
terrore fino nel porto di Venezia[313].

  [312] _Daniele Chinazzo, p. 718._

  [313] _Ivi, p. 700._

Vittore Pisano che già da lungo tempo teneva il mare, in gennajo del
1379 fece chiedere alla signoria la licenza di ricondurre la sua flotta
a Venezia per lasciar riposare la ciurma. Il senato ebbe timore che
Doria, rimasto in qualche modo padrone del golfo, bloccasse nel porto la
flotta veneziana, onde ricusò di ricevere il suo ammiraglio, e Pisani fu
forzato di passare l'inverno battendo le coste dell'Istria. La malattia
si manifestò ne' suoi equipaggi, ed alcune migliaja di marinaj, che
sempre in faccia a Pola sospiravano di prendere riposo su quella riva
ospitale, morirono nelle loro galleggianti prigioni, e trovarono
sepoltura sotto le onde[314]. Il Pisani era finalmente entrato nel porto
di questa città dopo avere fatto un nuovo viaggio nella Puglia, quando
Luciano Doria comparve il 29 maggio del 1379 colla sua flotta di
ventidue galere in distanza di tre miglia. I marinaj veneziani,
impazienti di terminare la loro lunga cattività, obbligarono il loro
ammiraglio ad uscire dal porto colle sue ventiquattro galere per venire
a battaglia[315]. Si rimpiazzarono alla meglio i marinaj rapiti dalla
malattia facendo montare sulla flotta molti abitanti di Pola con alcune
truppe da sbarco[316]. Il Pisani tentò invano di supplire col suo valore
alla debolezza degli equipaggi. Attaccò con furore i Genovesi, e
l'ammiraglio Doria fu ucciso in principio della battaglia; ma Ambrogio
Doria, suo fratello, prese subito il comando della flotta. I Genovesi
animati dal desiderio di vendicare il loro ammiraglio raddoppiarono i
loro sforzi, ed in un'ora e mezza fu decisa la battaglia: quindici
galere veneziane caddero in mano dei nemici con mille novecento
prigionieri, tra i quali contavansi ventiquattro membri del maggiore
consiglio; e Vittore Pisani, che si era rifugiato a Venezia con soli
sette vascelli, fu posto subito in prigione, quasi fosse colpevole della
sua cattiva fortuna[317].

  [314] _Ivi, p. 719. — Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 683. — Laugier
  Hist. de Venise, l. XV, t. IV, p. 292._

  [315] _Marin Sanuto Vite dei Duchi di Venezia, p. 684. — Navagero
  Stor. Venez. p. 1058._

  [316] _Ubertus Folieta Hist. Genuens., l. VIII, p. 466._

  [317] _Daniele Chinazzo, p. 720. — Marin Sanuto Stor. dei Duchi di
  Venezia, p. 685. — Raphain Caresino Chron. Venetum, p. 446._

La vittoriosa flotta dei Genovesi venne bentosto portata al numero di
quarantasette galere da Pietro Doria, che la signoria mandò nel golfo
per succedere a Luciano. Il nuovo ammiraglio si avanzò fino a san Nicolò
di Lido, una delle aperture della laguna, per concertare le sue misure
col signore di Padova; dopo comparve il 6 agosto innanzi alla porta di
Chiozza colla flotta da lui comandata[318].

  [318] _Giorgio Stella Ann. Genuenses, p. 1111. — Daniele Chinazzo,
  p. 723._

La laguna che separa Venezia dal continente, e che alla caduta
dell'impero romano salvò le isole ch'ella racchiude dall'invasione de'
Barbari, è altresì provveduta dalla banda del mare d'una naturale
fortificazione. Una linea d'isole lunghe e strette formano un bastione
contro la furia del mare. In verun luogo ha più di mille passi di
larghezza, mentre la sua lunghezza è di trentacinque miglia. Viene
chiamata _arzere_, argine, e su quest'argine sono costrutte le famose
muraglie detti i _muracci_. Sei aperture, che dall'alto mare comunicano
alla laguna, hanno tagliato l'argine in tante isole prolungate, ognuna
delle quali aperture tiene luogo di porto[319]. Alcuni più stretti
canali tagliano altresì le grandi isole; e più a mezzogiorno le aperture
di Brondolo e del Fossone, che servono di foce alla Brenta ed all'Adige,
comunicano pure colla laguna.

  [319] Le sei aperture da levante a ponente sono chiamate _Treporti_,
  _Lidogrande_, _sant'Erasmo_, _due castelli_ o _san Niccolò_,
  _Malamocco_ e _Chiozza_.

Il senato di Venezia, dopo la disfatta di Pola, erasi affrettato di
chiudere tutte le aperture della laguna. Venne tesa una triplice catena
a traverso ad ogni porto, che di tratto in tratto era difesa da
_sandoni_, grandi vascelli immobili carichi di macchine da guerra e di
soldati. In alcuni luoghi i Veneziani aggiunsero a queste catene una
specie di fortificazione galleggiante composta di grandi travi
artificiosamente legate assieme, le quali sembravano rendere ogni
avvicinamento impossibile[320].

  [320] _Ubert. Folieta Hist. Gen. l. VIII, p. 470._

Pietro Doria dopo avere corsa tutta la lunghezza dell'argine risolse
d'attaccare di preferenza l'apertura di Chiozza lontana venticinque
miglia da Venezia. Francesco da Carrara, informato del divisamento
dell'ammiraglio genovese, aveva preparate a Padova cento barche armate,
che fece scendere verso Chiozza per i canali della Brenta, e questa
flottiglia attaccò per di dietro la catena che chiudeva il porto e le
fortificazioni galleggianti, mentre il Doria l'attaccava di fronte. Il
sandone o vascello immobile, ch'era posto tra i due nemici, non potè
fare lunga resistenza, ed i soldati, che lo difendevano, fuggirono il 12
agosto del 1379 dopo avervi appiccato il fuoco[321].

  [321] _Daniele Chinazzo, p. 725. — Marin Sanuto Vite dei Duchi di
  Ven., p. 689._

Essendosi in tal modo resi padroni dell'ingresso della laguna, i
Genovesi assediarono Chiozza per assicurarsi del possedimento del suo
porto. Francesco da Carrara mandò metà della sua armata nell'isola di
Brondolo, sul di cui lato interno è posta Chiozza: i Genovesi sbarcarono
parte delle loro truppe per assecondarlo, e l'armata degli assedianti,
contando le forze di terra e di mare, ammontava a ventiquattro mila
uomini. I Veneziani avevano introdotti tre mila uomini in Chiozza, i di
cui abitanti facevano pure il servigio militare. Un sobborgo, detto
Chiozza piccola, fu ben tosto preso dagli assedianti. Questo sobborgo
comunicava colla città per mezzo d'un ponte lungo un quarto di miglio,
che attraversava bassi fondi e lagune. I Veneziani occupavano ancora
questo ponte il 16 agosto, quando un marinajo genovese riuscì a condurvi
di sotto un battello incendiario. Le fiamme ed il fumo, che si videro
improvvisamente sollevarsi, fecero credere ai Veneziani che il ponte, su
cui trovavansi, avesse preso fuoco, onde fuggirono, sorpresi da panico
timore, e furono inseguiti così da vicino che non ebbero tempo di alzare
dietro loro il ponte levatojo. I Genovesi ed i Padovani entrarono con
loro in Chiozza, e se ne resero padroni; ottocento sessanta Veneziani
erano morti combattendo; tre mila ottocento furono fatti
prigionieri[322].

  [322] _Daniele Chinazzo guerra di Chiozza, p. 726._

I Genovesi presero possesso di Chiozza a nome di Francesco di Carrara, e
la dichiararono a lui soggetta. Era questa una delle condizioni del
trattato fatto con lui. Quest'acquisto assicurava oramai ai Genovesi una
comunicazione co' nemici de' Veneziani sul continente, e loro apriva
colla laguna la stessa città di Venezia[323], di cui Chiozza era come un
bastione avanzato. Fu perciò estrema la costernazione de' Veneziani, ed
il popolo affollavasi intorno al palazzo di san Marco, e piangendo
supplicava la signoria di domandare la pace ad ogni costo, e di salvare
in tal modo la repubblica dalla sua estrema ruina[324]. Le virtù
repubblicane e la costanza ne' pericoli, sembravano appartenere in
Venezia esclusivamente alla nobiltà, che sola governava lo stato. Il
doge Andrea Contarini oppose il suo coraggio e la sua fermezza
all'abbattimento del popolo desolato; ma egli stesso conosceva tutto il
pericolo che soprastava alla sua patria, e spedì tre ambasciatori a
Chiozza a domandare la pace ai Genovesi.

  [323] _Raphain Caresino Chron. Venet., p. 447._

  [324] _Andrea Navagero Storia Venez., p. 1060._

Il consiglio di guerra, in cui questi deputati furono introdotti, era
preseduto da Pietro Doria e da Francesco da Carrara. I Veneziani
confessarono la propria disfatta, ed invitarono i loro rivali a non
abusare della vittoria. «Il doge ne ha dato questo foglio bianco
(dissero essi presentando una carta a Francesco da Carrara) affinchè vi
facciate scrivere voi medesimi le condizioni che vi piacerà dettare;
egli tutte le accetta preventivamente, e non si riserva che una sola
cosa, che la libertà veneziana rimanga intatta.» Il signore di Padova
parve premuroso di conchiudere una pace di cui dovevano essere così
vantaggiose le condizioni; ma Pietro Doria, che voleva affatto distrutta
la rivale della sua patria, persuase i suoi alleati a ricusar di
trattare, incaricandosi egli di rispondere agli ambasciatori, e loro
disse: «Vi giuro per Dio, signori Veneziani, che voi non avrete mai pace
col signore di Padova o colla nostra repubblica, se prima non abbiamo
noi medesimi messa una briglia ai cavalli di bronzo che sono sulla
vostra piazza di san Marco. Quando gli avremo imbrigliati colle nostre
mani, noi ben sapremo renderli quieti[325].»

  [325] _Daniele Chinazzo guerra di Chiozza, p. 727._

Quando fu riferita a Venezia questa risposta insultante tutto il popolo
ad altro più non pensò che a difendersi contro nemici che non lasciavano
nulla sperare. Frattanto avevasi successivamente notizia che Terra
nuova, Cavarzere e Mont'Albano, fortezze poste alla foce dell'Adige o ai
confini del padovano, eransi arrese senza combattere, atterrite dalla
rotta di Chiozza; che Loredo e Torre delle Bebe erano state prese pochi
giorni dopo; e finalmente che il forte delle Saline era bloccato; questo
per altro coraggiosamente si difese fino alla fine della guerra[326].

  [326] _Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 691._

Il 24 agosto furono viste avanzarsi ventiquattro galere genovesi e
quaranta barche armate dalla banda del _Lido_; la stessa città di
Venezia era minacciata di uno sbarco; ma nell'istante in cui i Genovesi
vollero prender terra furono respinti con un vigore inaspettato, e dopo
la loro ritirata i Veneziani pensarono a fortificare i canali pei quali
i loro nemici erano giunti in vista della capitale[327].

  [327] _Daniele Chinazzo guerra di Chiozza, p. 728._

Un solo uomo aveva l'intera confidenza de' marinaj e del popolo di
Venezia. Uscito da una famiglia nella quale i trofei marittimi
sembravano ereditarj, Vittore Pisani veniva riputato il degno successore
di Niccolò Pisani, che nella precedente guerra avea combattuto coi
Genovesi al Bosforo, e gli aveva rotti in Sardegna. Ma quest'ammiraglio,
reso dal senato responsabile dell'insubordinazione de' suoi equipaggi, e
dei capricci della sorte, era stato gettato in prigione dopo la disfatta
di Pola. Stava egli chiuso sotto le volte che sostengono il palazzo di
san Marco dalla banda del porto. Ode all'improvviso il popolo ammutinato
invocare la signoria e circondare il palazzo, gridando: «Se volete che
noi combattiamo, rendeteci Vittore Pisani, nostro ammiraglio; viva
Vittore Pisani!» egli allora carico di catene, si strascina verso una
delle finestre della sua prigione: «fermatevi, grida egli, Veneziani,
voi non dovete mai gridare che viva san Marco[328]!» Frattanto la
signoria fece uscire Pisani di prigione e lo nominò capitano del mare.
Molti cittadini si offrirono all'istante di armare galere a loro spese
per servire sotto di lui, e tutto il popolo si affrettò di equipaggiare
una nuova flotta. Mentre si stava allestendo, il Pisani fece fortificare
tutti i canali che conducono a Venezia, come pure l'argine di Malamocco;
fece chiudere con paloni ed antenne galleggianti il canal grande e
quello della Giudecca; stabilì barche di guardia tutt'all'intorno di
Venezia, e pose di stazione agli sbocchi de' primarj canali, cocche, o
grandi vascelli rotondi, carichi d'artiglierie. Le armi a fuoco erano
finalmente diventate di uso comune, e per la prima volta nelle guerre
d'Italia si videro adoperate in tutte le battaglie[329].

  [328] _Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 691. — Navagero Stor. Venez.,
  p. 1061._

  [329] _Daniele Chinazzo, p. 729._

Il re d'Ungheria, informato de' prosperi avvenimenti de' suoi alleati,
aveva mandato Carlo di Durazzo con dieci mila uomini ad attaccare il
territorio di Treviso; ma Durazzo, invitato da Urbano VI a conquistare
il regno di Napoli, desiderava di terminare la guerra di Venezia. Entrò
dunque in trattato col doge, e gli permise d'approvvigionare Treviso, di
modo che per tutto quest'anno i Veneziani non ebbero sul continente
perdite importanti[330].

  [330] _Ivi, p. 730._

In mezzo ai loro disastri i Veneziani ricevettero qualche conforto dal
Levante. In sul finire del precedente anno avevano mandato in Corso
Carlo Zeno, uno de' loro più esperti ufficiali, che per lo innanzi aveva
comandato con gloria le truppe di terra nel distretto di Treviso. Zeno
uscì di Venezia con otto galere[331] e passò in mezzo alla flotta
genovese senza esserne impedito. Egli aveva tolti ai Genovesi molte navi
mercantili nei mari di Sicilia, e negoziato con prospero successo presso
Giovanna di Napoli, per renderla alleata della sua patria. Erasi in
appresso diretto verso la Liguria, affinchè i Genovesi tremassero per sè
medesimi nello stesso momento in cui la vittoria di Pola loro ispirava
maggiore arroganza; diede la caccia ad alcune galere nemiche nel golfo
della Spezia, e bruciò o abbandonò al sacco Porto Venere, Panigaglia e
molti altri ricchi villaggi situati lungo la riviera del Levante[332].
Dopo avere incusso un profondo terrore a tutti gli abitanti di quelle
coste, Zeno aveva fatto vela verso la Grecia. La repubblica gli aveva
mandata una galera, che lo raggiunse a Livorno; altre sei ne trovò egli
a Modone, che avevano ajutato Giovanni Paleologo a risalire sul trono
imperiale. Esse avevano scacciati da Costantinopoli suo figlio e suo
nipote; e questi due principi ciechi regnavano presentemente a
Selymbria[333]. Finalmente quattro altre galere veneziane erano
stazionate a Tenedo, le quali si posero altresì sotto gli ordini di
Carlo Zeno. Quest'ammiraglio con una flotta, diventata formidabile, andò
a cercare a Beryta le merci che i Veneziani avevano accumulate in questo
porto della Siria pel valore di cinquecento mila fiorini, e che essi non
ardivano di far venire in Europa. Giunto ne' mari di Cipro ebbe la
notizia della presa di Chiozza, e l'ordine di ricondurre la flotta nel
golfo per difendere la sua patria[334].

  [331] _Vita Caroli Zeni a Jacopo Zeno ejus Nepote, t. XIX, p. 219._

  [332] _Ivi, p. 225. — Daniele Chinazzo guerra di Chiozza, p. 747._

  [333] _Vita Caroli Zeni, p. 226. — Daniele Chinazzo, p. 749. — Ducas
  Michael. Nepos., c. 12, p. 18._

  [334] _Vita Caroli Zeni a Jacopo Zeno Scripta, p. 227. — Laugier
  Hist. de Venise, l. XV, p. 305._

I Veneziani riponevano ogni loro speranza nella flotta che Zeno aveva
adunata. Di già cominciavano a mancare di vittovaglie; i Genovesi
chiudevano la via del mare, e Francesco Carrara quella di terra, e non
introducevansi dal Trivigiano approvvigionamenti in Venezia che a
traverso di mille pericoli[335]. Il popolo disperato domandava di essere
condotto alla battaglia, piuttosto che esposto a morire di fame. Alcune
galere disarmate trovavansi ancora nel porto dell'arsenale, altre in
costruzione sui cantieri erano quasi terminate, ma il tesoro era
esausto, e per armare una nuova flotta bisognava ricorrere al
patriottismo del popolo. La signoria promise d'inscrivere nel ruolo
della nobiltà i trenta plebei che avrebbero mostrato maggiore zelo, e di
accordare a coloro che verrebbero in seguito esenzioni e privilegi,
trasmissibili ai loro discendenti. Il doge Andrea Contarini, che aveva
settantadue anni, scese sulla piazza di san Marco, portando tra le sue
mani il gonfalone ducale, e dichiarando che monterebbe egli medesimo
sulle galere che faceva armare. Invitò poscia il popolo a difendere con
lui la giusta causa della patria e della pubblica libertà[336]; e
malgrado la ruina del commercio, e l'universale povertà, si videro
giugnere in folla al palazzo facchini carichi di danaro, ch'essi
deposero ai piedi della signoria; e coll'ajuto di queste spontanee
contribuzioni, prima della fine d'ottobre, venne compiutamente armata
una flotta di trentaquattro galere[337].

  [335] _Daniele Chinazzo guerra di Chiozza, p. 732._

  [336] _Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 694._

  [337] _Daniele Chinazzo, p. 739. — Raphain Caresino Chron. Venet.,
  p. 449. — Marin Sanuto, p. 701. — Navagero Stor. Venez., p. 1062. —
  Ubertus Folieta Hist. Genuens., l. VIII, p. 477. — Laugier Hist. de
  Venise, l. XV, p. 340, t. IV._

Ma Vittore Pisani non si affrettava di condurre contro i Genovesi i
vascelli che si erano posti in mare. La loro ciurma era composta
d'artigiani, che sebbene nati in mezzo alle acque, appena conoscevano la
navigazione. L'ammiraglio adunque gli esercitò ne' canali della Giudecca
e di san Niccolò di Lido, aspettando che giugnesse Carlo Zeno, sul quale
pareva che si fondasse tutta la fortuna dello stato[338].

  [338] _Daniele Chinazzo, p. 739. — Marin Sanuto, p. 696._

I Genovesi concepirono qualche inquietudine quando videro esercitarsi
una nuova flotta nelle lagune. Concentrarono le loro forze per non
essere sorpresi o divisi, ritirarono da Malamocco e da Poveglia le
truppe che vi avevano poste, diminuirono il raggio di Chiozza, di cui
accrebbero le fortificazioni; e per ultimo disarmarono venti galere per
dare, durante l'inverno, qualche riposo agli equipaggi. Appostarono in
seguito tre vascelli per guardare il porto, e ne spedirono ventiquattro
nel Friuli, a cercare vittovaglie; perchè a Chiozza mancava il frumento
come a Venezia; e queste due città, collocate in mezzo alle lagune, si
affamavano a vicenda, e loro giugnevano i convogli con eguale
difficoltà.

Il doge Contarini, dopo due mesi di ammaestramento, credette di poter
condurre i suoi marinaj alla pugna, e nella notte del 23 dicembre 1379
s'avanzò verso Chiozza con trentaquattro galere, due grandi Cocche,
sessanta barche armate e più di quattrocento battelli[339]. La flotta
genovese mandata sulle coste del Friuli per cercare vittovaglie era di
già rientrata nel porto di Chiozza, e si andavano scaricando le
munizioni che aveva portate; le quarantasette galere comandate dal Doria
erano tutte chiuse nello stesso seno, ed i Genovesi senza verun sospetto
non pensavano che que' nemici, cui avevano negata una vergognosa pace,
pensassero ad attaccarli[340].

  [339] _Daniele Chinazzo, p. 740._

  [340] _Raphain Caresino Chron. Venet., p. 451._

Il doge aveva sbarcati ottocento soldati stranieri, e quattro mila
Veneziani innanzi a Chiozza piccola; ma queste truppe vennero respinte
con perdita. Nello stesso tempo aveva spinta una delle sue cocche nel
canale che dall'alto mare comunica colla laguna, e che vien detto il
porto di Chiozza, con intendimento di fermarla sul luogo e di
fortificarla per chiudere l'ingresso del porto. Questa cocca fu
vigorosamente attaccata dai Genovesi e presa, dopo un'ostinata
resistenza, da sette galere che l'avevano circondata. Ma i Genovesi nel
caldo della zuffa ebbero l'imprudenza d'appiccarvi il fuoco: la cocca
bruciò fino a fior d'acqua, e colò in seguito a fondo all'ingresso del
canale. I Veneziani fecero giugnere in sul momento alcuni battelli
carichi di pietre, che colarono a fondo nello stesso luogo, ed
approfittando d'un accidente che loro era meglio riuscito che i proprj
divisamenti, terminarono in poche ore di chiudere il canale o porto di
Chiozza, naturale uscita della flotta de' loro nemici. Scesero dopo ciò
sulla punta di terra detta la Lova, cui i Genovesi non potevano più
abordare, e v'innalzarono un ridotto per difendere i lavori che avevano
fatto alla bocca del porto[341].

  [341] _Daniele Chinazzo, p. 741. — Marin Sanuto Vite dei Duchi, p.
  700. — Georgii Stellae Ann. Genuens., p. 1114._

La città di Chiozza, fabbricata come Venezia in mezzo alle acque, viene
separata dall'alto mare dall'isola lunga o Arzere di Brondolo. Il canale
che circoscrive quest'isola al nord, è quello che dicesi porto di
Chiozza; un altro canale termina la stessa isola a mezzodì, e si chiama
porto di Brondolo. La laguna, meno larga presso di Chiozza che presso
Venezia, trovasi tagliata da minore quantità di canali. I Genovesi,
seguendo il canale di Lombardia, potevano presentarsi avanti Venezia, o
uscire per qualcuna delle aperture settentrionali della laguna; potevano
inoltre uscire a mezzogiorno per il porto di Brondolo, e riguadagnare
l'alto mare: ogn'altra uscita era loro chiusa. Vittore Pisani, che si
era avanzato egli medesimo per il canale di Lombardia, e che l'occupava
colla sua flotta, colò a fondo molte barche per chiuderlo ai nemici.
Uscì dopo ciò dalla laguna e venne ad appostarsi all'ingresso del canale
di Brondolo per togliere ai Genovesi quest'ultima uscita.

La sorte della guerra era attaccata all'intrapresa di Vittore Pisani:
con marinai senza sperienza e scoraggiati dai rovesci de' loro
compatriotti aveva intrapreso a bloccare una flotta vittoriosa e
superiore di numero. Vero è ch'egli approfittava della circostanza che i
Genovesi non potevano manovrare nel canale o presentarsi in linea di
battaglia; ma d'altra parte egli era costretto di tenersi
all'imboccatura del porto sotto il fuoco dell'artiglieria, che i
Genovesi avevano posta nel convento di Brondolo. Se un colpo di vento,
una burrasca, o il fuoco nemico lo allontanavano alcune ore da questa
stazione, la flotta genovese usciva in alto mare, e la sua decisa
superiorità le assicurava la più compiuta vittoria. Il doge Andrea
Contarini per ispirare il suo coraggio al soldati giurò in loro presenza
di non tornare a Venezia prima d'aver presa Chiozza, ed il Pisani
appostò due delle sue galere nello stesso canale di Brondolo; nel tempo
stesso cercò di sorprendere un ridotto situata sull'altra riva del
canale, sulla punta del Fossone, in faccia al convento che occupavano i
Genovesi; ma i suoi lavoratori a Fossone erano a mezza portata delle
bombarde di Brondolo, e perdevano molta gente; mancavano i viveri
all'armata, i suoi soldati dovevano sempre essere sotto le armi; le due
galere che avvicendavano per custodire l'ingresso del canale trovavansi
ogni momento esposte a colare a fondo sotto il fuoco de' nemici, e le
altre, che manovravano a non molta distanza dalla riva, correvano
rischio di rompere sulla medesima ad ogni colpo di vento. I soldati ed i
marinaj ugualmente scoraggiati domandavano caldamente di essere
ricondotti a Venezia; erano stati lungo tempo lusingati colla speranza
dell'imminente arrivo di Carlo Zeno, e della flotta che ottenuti aveva
tanti vantaggi in Levante; ma nè volevano, nè potevano più aspettarla in
così pericolosa situazione, onde il doge fu costretto di promettere che
se il 1.º di gennajo 1380 non giugneva il desiderato soccorso, leverebbe
l'assedio di Chiozza. In tal caso Venezia sarebbe stata a vicenda
assediata dai Genovesi, e di già si stava consultando, se convenisse
abbandonare la capitale e trasportare in Creta la sede della
repubblica[342].

  [342] _Marin Sanuto, p. 700. — Navagero Storia Venez., p. 1063._

Lo stesso giorno indicato per prendere questa funesta determinazione fu
quello che apportò la salute alla repubblica. La mattina del 1.º gennajo
1380 si vide comparire innanzi al porto di Venezia Carlo Zeno con
quattordici galere cariche di approvvigionamenti da guerra e da bocca e
con ricchezze d'ogni maniera[343]. Ne' susseguenti giorni quattro galere
d'Arbo e di Candia vennero ad unirsi alla flotta veneziana, portandola,
con quella del Pisani, al numero di 52 vele.

  [343] _Daniele Chinazzo, p. 744. — Marin Sanuto, p. 701. — Raphain
  Caresino, p. 452. — Caroli Zeni Vita, l. III, p. 230._

In un solo giorno fu rimessa l'abbondanza sui mercati di Venezia,
riempiuto il tesoro dello stato, rincorati i soldati ed i marinaj, ed
assicurata ai Veneziani la superiorità delle forze marittime, di modo
che se i Genovesi avessero potuto uscire di Chiozza, invece di trionfare
facilmente de' loro nemici, non sarebbersi probabilmente sottratti ad
una disfatta. Frattanto Vittor Pisani riprendeva con ardore il progetto
di chiudere i Genovesi in Chiozza; egli li battè in terra il 6 gennajo
alla punta della Lova[344]; e pochi giorni dopo terminò il ridotto che
stava innalzando all'estremità del Fossone. Colà pose due grosse
artiglierie, una delle quali lanciava pietre del peso di cento
novantacinque libbre e l'altra di cento quaranta. Caricavansi in tempo
di notte questi micidiali stromenti, che di que' tempi chiamavansi
bombarde, e si scaricavano la mattina. Sembra che non si facesse più
d'una scarica in ventiquattr'ore, e le pietre probabilmente lanciate
verso il cielo, come fanno le nostre bombe, descrivevano una parabola;
perciò spessissimo non toccavano il luogo determinato, ma quando
coglievano nel segno cagionavano una prodigiosa ruina. Le fortezze non
avevano nè bastioni, nè terrapieni che potessero sostenerne i colpi,
perciocchè, fino a tale epoca, muraglie di conventi o di chiese, torri e
campanili, avevano sostenuti lunghi assedj; ma tutt'ad un tratto si
videro interi pezzi di muraglie rovesciati da un solo colpo di bombarda,
e schiacciati i difensori sotto le loro ruine. Pietro Doria,
l'ammiraglio genovese, era venuto a Brondolo per assicurare la difesa di
così importante posto. Il 22 gennajo un colpo di bombarda rovesciò sopra
di lui un pezzo di muraglia del convento, e l'uccise con suo nipote;
all'indomani un altro pezzo della muraglia dello stesso convento
schiacciò ventidue soldati[345]. Napoleone Grimaldi successe al Doria
nel comando de' Genovesi chiusi in Chiozza. I Veneziani, protetti
dall'artiglieria del Fossone, avevano colate a fondo due galere nel
canale di Brondolo, e avendole unite assieme con grosse catene avevano
interamente chiusa quest'uscita agli assediati. Il Grimaldi tentò
d'aprirsi una nuova comunicazione coll'alto mare, scavando dietro il
convento di Brondolo un canale che doveva tagliare l'argine, e supplire
ai due porti che avevano chiusi i Veneziani.

  [344] _Daniele Chinazzo, p. 745._

  [345] _Daniele Chinazzo, p. 753. — Marin Sanuto, p. 704._

Il doge per impedire questo lavoro risolse di tentare una discesa
nell'isola di Brondolo. Egli aveva prese al suo soldo due compagnie di
mercenarj, in tutto di cinque mila uomini, e pensava di affidarne il
comando a Giovanni Acuto, ch'era stato chiamato a servire la repubblica.
Ma non arrivando così famoso avventuriere, fu posto alla testa delle
truppe di terra Carlo Zeno, mentre Vittore Pisani s'incaricò d'attaccare
con trentasei galere il convento di Brondolo.

Zeno il 19 febbrajo sbarcò sei mila uomini a Chiozza Piccola, e subito
attaccò la testa del ponte che unisce questa sobborgo alla città. Otto
mila Genovesi all'incirca si avanzarono su questo ponte per difendere il
loro ridotto, mentre avevano fatti uscire mille cinquecento uomini della
guarnigione di Brondolo per prendere i Veneziani alle spalle. Zeno
gettossi con tanta rapidità su quest'ultimo corpo, che non solo lo
ruppe, ma gli tagliò la ritirata sopra Brondolo. I fuggitivi
precipitaronsi allora sul ponte di Chiozza, dove scontraronsi nella
colonna genovese che marciava avanti, e le comunicarono il loro
spavento. La testa rinculava mentre le ultime file avanzavano ancora, e
questi due opposti movimenti accumularono talmente la folla in mezzo al
ponte, che non potè sostenerne il peso e si ruppe. Molti Genovesi si
annegarono nel canale, altri molti, rimasti sulla parte del ponte
separato dalla città, furono uccisi o fatti prigionieri. A questa
perdita tenne dietro ben tosto quella del convento di Brondolo rimasto
quasi privo di difensori, poi quella di dieci galere che Pisani tolse ai
Genovesi avanti ai mulini di Chiozza[346].

  [346] _Daniele Chinazzo, p. 757. — Marin Sanuto, p. 704. — Georg.
  Stellae Ann. Genuens., p. 1115. — Raphain Caresino, p. 452. —
  Navagero Stor. Venez., p. 1604. — Caroli Zeni Vita, l. III, p. 239._

Dopo ciò i Genovesi trovandosi assediati non più nell'isola di Brondolo
ma nella medesima città di Chiozza, cominciarono a sentire la mancanza
di vittovaglie; e dovettero il giorno dopo distribuire le razioni con
maggiore economia: fecero allora uscire di Chiozza le donne ed i
fanciulli, che vennero umanamente accolti dai Veneziani.

La signoria di Genova, informata del pericolo in cui trovavasi a Chiozza
la sua flotta e l'armata, mandò per terra Gaspare Spinola, onde prendere
il comando della città[347], mentre che Matteo Maruffo partiva il 18
gennajo con 13 galere per il golfo Adriatico[348]. Maruffo prese cammin
facendo sette galere veneziane, che trovò cariche di viveri a
Manfredonia. In pari tempo Francesco Carrara fece entrare in Chiozza
quaranta barche cariche di vittovaglie, avendogli un'escrescenza d'acqua
aperti de' passaggi, che fin allora erano stati chiusi[349].
Combattevasi continuamente intorno a Chiozza, ed il valore de' Genovesi
punto non si smentiva ne' rovesci; ma le comunicazioni rendevansi ogni
giorno più difficili, i viveri si andavano consumando, ed i Veneziani,
tenendosi sicuri della vittoria, ricusavano la resa di Chiozza a prezzo
della quale lo Spinola voleva salvare la sua flotta[350].

  [347] _Georgii Stellae Ann. Genuens., p. 1115._

  [348] _Ubertus Folietae Hist. Genuens., l. VIII, p. 481._

  [349] _Daniele Chinazzo, p. 760._

  [350] _Ivi, p. 762._

Come i Veneziani avevano con impazienza aspettato cinque mesi prima la
flotta di Carlo Zeno, così i Genovesi, assediati a Chiozza, sospiravano
l'arrivo di Matteo Maruffo. Questi aveva chiamati sotto la sua insegna i
vascelli genovesi sparsi nel Mediterraneo, e dopo essersi rinfrescato a
Zara, comparve il 6 di luglio avanti al porto di Chiozza. Ma i Veneziani
avevano determinato di non esporre all'incertezza d'una battaglia un
vantaggio omai sicuro. Essi non conservarono che venticinque galere
armate, e le ritennero entro le lagune di cui avevano fortificate tutte
le aperture: il rimanente de' loro marinaj e soldati di marina vennero
distribuiti sopra varie barche ai confini dello stato di Padova. In tal
modo veniva tolta ogni comunicazione ai Genovesi di Chiozza tanto per
terra che per mare, e mentre Maruffo cercava con insulti d'ogni genere
di risvegliare il risentimento de' Veneziani per determinarli ad una
battaglia, questi non gli opponevano che il silenzio ed il riposo[351].

  [351] _Ubertus Folieta Genuens. Hist., l. VIII, p. 481. — Raphain
  Caresino Chron. Venet., p. 456._

Matteo Maruffo condusse allora la sua flotta a Fossone, ed occupò il
passaggio pel quale i Veneziani tiravano da Ferrara i loro convogli di
vittovaglie. Vittore Pisani uscì subito dal porto di Venezia per riavere
quest'importante comunicazione, offrì ancor egli la volta sua la
battaglia a Maruffo e lo trasse in alto mare. Ma quando, allontanandolo
da Fossone, ebbe dato tempo di entrare nella laguna ad un convoglio di
barche che aspettava da Ferrara, manovrò con tanta accortezza, che
riguadagnò la laguna, senza che il nemico potesse raggiugnerlo[352].

  [352] _Daniele Chinazzo, p. 764. — Marin Sanuto, p. 709._

Ne' sei mesi che aveva durato l'assedio, i Genovesi avevano
successivamente perdute tutte le loro barche; ma questi industriosi
marinaj ne fabbricarono altre colle tavole e con varj mobili trovati in
città. Il 15 di giugno fecero forza di superare la palafitta de'
Veneziani per riavere i vascelli de' loro compatriotti, ai quali avevano
ordinato di recarsi a poca distanza dall'_Arzere_. Ma venivano essi
sopravvegliati dagli assedianti, e furono attaccati nel più difficile
momento, mentre attraversavano il Fossone; e malgrado la loro
resistenza, i battelli che avevano fatti con un'industria straordinaria,
e ne' quali era riposta tutta la loro speranza, vennero bruciati mentre
uscivano dal porto[353].

  [353] _Marin Sanuto, p. 710._

Dopo questo sgraziato esperimento, gli assediati, pressati dalla fame,
chiesero nuovamente di capitolare: essendo state rifiutate tutte le loro
proposizioni, il 21 giugno si videro forzati d'arrendersi a discrezione.
Di quarant'otto galere, che si erano chiuse in Chiozza, non ne
rimanevano più di diecinove in buono stato; la guarnigione, che montava
al di là di quattordici mila uomini, era ancor essa diminuita assai, e
perchè i Veneziani licenziarono senza taglia i soldati avventurieri
ch'erano al soldo de' Genovesi, non condussero a Venezia più di quattro
mila prigionieri, abbandonando ai soldati vincitori tutto il bottino che
trovarono nella città[354].

  [354] _Daniele Chinazzo, p. 767. — Marin Sanuto, p. 712. — Georgii
  Stellae An. Gen. p. 1117. — Raphain Caresino Chron. Venet., p. 459.
  — Vita Caroli Zeni, l. IV, p. 255. — Laugier Hist. de Venise, l.
  XVI, p. 422._

La sommissione di Chiozza salvava l'esistenza della repubblica, ma non
terminava la guerra: Maruffo aveva ricevuto rinforzi da ogni banda, e
comandava nell'Adriatico una flotta genovese di trentanove galere, colla
quale minacciava tutte le città marittime de' Veneziani. Era esaurito il
tesoro di san Marco, le sue rendite quasi tutte prese dai nemici, i
particolari avevano per difesa della patria fatti prodigiosi sforzi, che
non potevano più lungamente sostenere; si erano sguarnite tutte le città
suddite per fortificare la capitale; e Francesco di Carrara ne aveva
approfittato per istrignere cogli Ungari l'assedio di Treviso, riducendo
questa città a grandi estremità. Matteo Maruffo conquistò
successivamente Trieste il 26 giugno, Capo d'Istria il 1.º luglio ed
Arbo l'8 agosto. Finalmente i Veneziani perdettero nello stesso tempo un
uomo, che apprezzavano assai più che le migliori città, l'ammiraglio
Vittore Pisani, morto a Manfredonia, ov'erasi recato a cercare
vittovaglie. L'idolo de' marinaj e l'eroe del popolo mai non erasi
mostrato più grande che nella sventura, nè più modesto ed umano che dopo
la vittoria. La morte d'un solo uomo non aveva mai cagionato in Venezia
il più profondo dolore, sebbene la repubblica conservasse ancora un
altro sostegno, un grand'uomo non meno caro al popolo, Carlo Zeno, che
fu nominato successore del Pisani[355].

  [355] _Daniele Chinazzo, p. 772. — Marin Sanuto, p. 714. — Navagero
  Stor. Venez., p. 1066. — Laugier Hist. de Venise, l. XVI, p. 435._

Durante l'inverno gli alleati contro di Venezia ascoltarono proposizioni
di pace e si aprì un congresso a Cittadella. Il re d'Ungheria, i
Genovesi, Francesco di Carrara ed il patriarca d'Aquilea esposero le
loro domande: la repubblica di Venezia sembrava apparecchiata ai più
grandi sacrificj, onde accettò quasi tutte le proposizioni de' suoi
nemici; ma invece d'inspirar loro colla sua moderazione più pacifiche
disposizioni, non tardò ad avvedersi, che ogni concessione faceva
nascere una nuova domanda; onde il 20 aprile del 1381 ordinò ai suoi
ambasciatori di ritirarsi, e ricominciarono le ostilità[356].

  [356] _Daniele Chinazzo, p. 778._

Disperando i Veneziani di salvare Treviso, che fino dal cominciamento
della guerra trovavasi assediata da Francesco da Carrara e dagli Ungari,
la cedettero gratuitamente il 2 maggio a Leopoldo duca d'Austria, che
fin allora aveva mostrato di fare causa comune coi loro nemici, ma che
in tale occasione si disgustò col Carrarese, cui toglieva una conquista
che questi da tanto tempo così avidamente desiderava[357]. I Veneziani,
abbandonando in tal modo l'ultimo possedimento che avevano in terra
ferma, si liberavano da ogni inquietudine per gli affari del continente,
onde dirigere tutte le forze loro verso la guerra marittima. Carlo Zeno
era uscito dalle lagune con tredici galere, e sedici altre ne aveva
trovate nei mari della Grecia, che si posero sotto le sue insegne.
D'altra parte Gaspare Spinola comandava una flotta di trentuna galere
genovesi. Ma i due ammiragli, dividendo e riunendo di nuovo le loro
forze, s'andavano inseguendo alternativamente senza mai raggiugnersi; il
genovese minacciò le coste dell'Adriatico, il veneto quelle della
Liguria; e la maggior parte dell'estate si passò senza verun fatto
d'importanza[358].

  [357] _Daniele Chinazzo, p. 793._

  [358] _Ivi, p. 790._

E per tal modo la guerra trovavasi quasi ridotta a spedizioni di
corsari, ed a danneggiare ogni giorno i vascelli mercantili. L'ardente
odio che aveva messi l'un contro l'altro i due popoli maritimi, pareva
ormai esausto; ognuno sospirava la pace; ed il conte Amedeo di Savoja,
essendosi offerto mediatore, trovò tutte le potenze belligeranti
ugualmente disposte a negoziare. Spedirono i loro ambasciatori a Torino,
ed il trattato di pace venne sottoscritto l'8 agosto del 1381[359]. I
Veneziani evacuarono Tenedo e ne spianarono le fortificazioni; Francesco
di Carrara fu dichiarato sciolto da tutti gli obblighi che aveva in
forza del trattato del 1372, e ristabilito negli antichi suoi confini;
il re d'Ungheria restò possessore di tutta la Dalmazia e soltanto
s'impegnò a non dar pratica ai corsari; per ultimo vennero
reciprocamente rilasciati senza taglia i prigionieri. Così finì questa
accanita guerra, dopo avere tolti ai Veneziani tutti i possedimenti
continentali ed una ragguardevolissima parte delle loro ricchezze, e
dopo di avere fatta perdere ai Genovesi la più bella flotta ed il fiore
de' marinaj[360].

  [359] _Marin Sanuto, p. 720. — Raphain Caresino, p. 464._

  [360] _Daniele Chinazzo, p. 797. — Ubertus Folieta, l. VIII, p. 484.
  — Marin Sanuto, p. 721. — Andrea Navagero, p. 1067. — Georg. Stellae
  Ann. Genuens., p. 1119. — Laugier Hist. de Ven., l. XVII, t. V, p.
  31. — Vita Caroli Zeni, l. VI, p. 297. — Joh. Lucii de Regno
  Dalmatiae et Croatiae, l. V, c. 1, t. III, Rer. Hung., p. 398._



CAPITOLO LII.

      _Rivoluzioni di Genova, di Napoli, del regno d'Ungheria. —
      Conquiste dei Veneziani in Oriente. — Potenza di Giovanni
      Galeazzo Visconti. — Ruina delle case della Scala e di Carrara._

1382 = 1388.


I Genovesi mai non avevano spiegata tutta la loro potenza e tutti i
mezzi della loro repubblica come nella guerra di Chiozza. Avevano essi
sparso il terrore delle loro armi nell'impero greco e nel regno di
Cipro, avevano diretti i consigli del re d'Ungheria, del patriarca di
Aquilea e del signore di Padova, facendo in modo che tutte le operazioni
degli alleati mirassero costantemente al comun bene della lega. Avevano
fatta tremare per la sua esistenza medesima la repubblica di Venezia,
loro rivale, avevano superati i ripari datile dalla natura e con lei
diviso il dominio delle lagune; e quando per soverchia temerità ebbero
perduta la più bella flotta e la più bell'armata, che mai avessero
spedite contro ai loro nemici, eransi ancora trovati in istato di farsi
temere dai Veneziani nel golfo medesimo che da questi prende il nome, e
di dettar loro le condizioni di una pace gloriosa per Genova, e
vantaggiosa a tutti i suoi alleati. Dopo tanti gloriosi avvenimenti,
dovevasi credere che questa repubblica acquisterebbe sull'intera Italia
un'influenza cui non aveva per lo innanzi aspirato, e si assicurerebbe
in pace quella preminenza sopra la sua rivale, che gli avevano ottenuta
in guerra le sue armi. Questi pronostici non si avverarono altrimenti.
Venezia ricuperò in pochi anni colla sua prudenza, col suo coraggio,
colla sua attività, tutte le province che aveva perdute, ed un'opinione
ancora più grande della sua potenza; le sue disfatte a Chiozza parvero
essere state il segnale d'una nuova carriera di prosperi avvenimenti;
Genova per lo contrario più non si rialzò dalle perdite che le stesse
sue vittorie avevano cagionato alle finanze ed alla popolazione. Un
periodo di disastri e di ruine comincia per i Genovesi alla guerra di
Chiozza, e non termina che dopo molti anni di servitù sotto stranieri
padroni. È tanto vero che importa meno ad un popolo il vincere che il
non abusare delle sue forze; e che si può camminare verso la ruina e la
schiavitù per una strada coperta d'archi trionfali.

Le guerre civili terminarono di esaurire un popolo che di già languiva
oppresso da' suoi proprj sforzi. Ad ogni modo è cosa naturale, che
uomini, i di cui talenti tutti e tutta l'energia ebbero uno
sviluppamento ne' campi o sui vascelli d'una repubblica, non sappiano
poi rientrare in riposo e nella nullità, nè piegarsi sotto l'ubbidienza
civile, dopo avere comandato essi medesimi. Si può frequentemente
presagire ad un popolo, che sparse lo spavento presso tutti i suoi
vicini, che i suoi generali medesimi lo faranno un giorno tremare, e lo
puniranno delle sue vittorie.

Circa la metà del secolo, Simone Boccanegra il primo doge di Genova,
avea allontanate dal governo le antiche famiglie nobili; e d'allora in
poi i cittadini che facevansi chiamare _uomini del popolo_ erano
succeduti ai gentiluomini non solo negli impieghi, ma ancora nella
pubblica opinione. Rari talenti, grandi ricchezze, o molto coraggio, ne
avevano illustrati alcuni; e la moltitudine ubbidiva con confidenza ad
una nuova aristocrazia che di già s'innalzava sulle ruine dell'antica.

Distinguevasi tra gl'idoli del popolo Lionardo di Montalto,
giureconsulto ed amico di Simone Boccanegra. Quando nel 1363 morì questo
doge, Lionardo di Montalto ereditò l'influenza che il Boccanegra aveva
esercitata, e rimase capo de' Ghibellini[361]. A molta moderazione
aggiungeva grandissimo coraggio, e sebbene alla testa d'una fazione,
altro scopo non si proponeva che il mantenimento dell'ordine e della
libertà. Ma nella lotta contro meno scrupolosi avversarj dovette ben
tosto rimanere perdente. Gabriele Adorno, ricco mercante, di una
famiglia affatto nuova, era stato nominato doge nel 1363 dal favore del
partito guelfo, e due anni dopo Montalto era stato forzato a ripararsi a
Pisa coi principali Ghibellini[362].

  [361] _Georg. Stellae Annal. Genuens., p. 1095._

  [362] _Ivi, p. 1098._

Domenico di Campo Fregoso, altro mercante di parte ghibellina, adunò
presso di sè gli sparsi avanzi di questa fazione. Così cominciò la
rivalità degli Adorni e de' Fregosi, famiglie per l'addietro ugualmente
sconosciute, e che dovevano illustrarsi col vicendevole loro odio e col
sangue che farebbero versare alle loro fazioni. Gabriele Adorno fu doge
dal 1363 al 1370, e Domenico di Campo Fregoso occupò la stessa carica
dal 1370 al 1378[363]. L'uno e l'altro governarono lo stato con talenti
e con una fermezza proporzionati alla loro ambizione: sì l'uno che
l'altro furono precipitati dal trono ducale da una sedizione popolare.

  [363] _Georg. Stellae Ann. Gen. p. 1100. — Uberti Folietae Hist.
  Genuen., l. VIII, p. 464._

Niccola di Guarco successe nel 1378 al Fregoso; e Niccola fu quello che
tanto gloriosamente sostenne la guerra di Chiozza contro i
Veneziani[364]. Per accrescere le forze della sua patria richiamò alle
cariche di confidenza que' nobili, che nelle precedenti amministrazioni
erano stati allontanati dal governo. I Doria, gli Spinola, i Fieschi, i
Grimaldi comandarono le armate e le flotte della repubblica, e
giustificarono con prosperi successi la scelta del doge e la confidenza
del popolo.

  [364] _Georg. Stellae An. Genuen., p. 1109._

Quando la pace fu stabilita al di fuori, e che la demolizione del forte
di Tenedo calmò le incertezze che si avevano intorno alla fedele
esecuzione del trattato di Torino, si risvegliò la gelosia de' plebei
contro i nobili, ed il 19 marzo 1383 i macellaj eccitarono in Genova una
sedizione. Sebbene fosse uno di que' giorni della settimana santa, ne'
quali la chiesa non permette l'uso delle campane, gli ammutinati
suonarono campana martello per chiamare in Genova gli abitanti della
Polsevera e di Voltaggio[365]. Il popolo, irritato per l'accrescimento
delle imposte, reso necessario dall'ultima guerra, si adunò maledicendo
le gabelle, e minacciando il governo, che veniva accusato di averle
inventate.

  [365] _Georg. Stellae Annal. Genuen., p. 1120. — Uberti Folietae
  Hist. Genuens., l. IX, p. 486._

Leonardo di Montalto, che in quell'istante tornava a Genova, ed
Antoniotto Adorno, che nella fazione guelfa era succeduto al credito di
Gabriele suo padre, non ignoravano che le lagnanze del popolaccio
intorno alle imposte erano poco fondate, ma essi speravano di
approfittare del loro malcontento per ristringere l'autorità del doge,
per allontanare i nobili dall'amministrazione, e forse per salire essi
medesimi alle principali cariche. Si presentarono adunque in qualità di
mediatori tra il popolo ed il governo, ed ottennero dal doge una legge,
che escludeva tutti i gentiluomini dai consiglj della repubblica, che
licenziava una guardia stabilita al palazzo ducale, che aboliva alcune
nuove gabelle, che sopprimeva un tribunale accusato di essere
arbitrario, e che richiamava gli esiliati[366].

  [366] _Georgii Stellae Ann. Genuens., p. 1121. — Uberti Folietae
  Hist. Genuens., l. IX, p. 487._

Le concessioni di Niccola di Guarco calmarono per poco tempo il furore
del minuto popolo; ma il ritorno di Antoniotto Adorno e di Pietro di
Campo Fregoso, ch'erano esiliati, opponeva al doge nemici più ardenti
che quelli che aveva di già combattuti. Questi due capi di parte,
dimenticando le antiche loro divisioni, si riunirono a Montalto per
attaccare il doge nel suo palazzo. S'accorsero tutti tre che Niccola di
Guarco si circondava di gente armata e meditava di ricuperare con aperta
forza l'autorità che la violenza gli rapiva. I soldati adunati nel
palazzo pubblico risvegliarono la collera del popolo, senz'essere
abbastanza forti per disprezzarla. Il 5 aprile vennero attaccati da
tutte le parti, ed il giorno 6 Niccola di Guarco, perdendo la speranza
di potere più lungamente resistere, fuggì sotto mentite vesti colla sua
famiglia[367].

  [367] _Georgii Stellae Ann. Genuens., p. 1123. — Ubertus Folieta
  Genuens. Hist., l. IX, p. 489._

Il popolaccio voleva portare l'Adorno sul trono ducale, i buoni
cittadini preferivano Montalto, e poco mancò che la contesa tra
i due alleati, tornati rivali, non si decidesse colle armi.
Finalmente la vinse Montalto; ma perchè dopo un anno morì di
malattia, Antoniotto Adorno gli fu sostituito dai suffragi unanimi
de' suoi concittadini[368].

  [368] _Georgii Stellae Ann. Genuens., v. 1124. — Ubertus Folieta
  Genuens. Hist., l. IX, p. 490._

Le repubbliche non erano sole agitate da intestine dissensioni e da
guerre civili; la stessa epoca non riuscì meno funesta al riposo delle
monarchie; perciocchè si videro nel mezzodì dell'Italia i popoli
combattere per la scelta de' loro padroni, come più al nord combattevano
per dilatare i loro diritti ed i loro privilegi. Ma Genova, Venezia e
Firenze si esaurivano coll'abuso delle loro forze; per lo contrario il
regno di Napoli perdeva oscuramente le sue risorse nella mollezza e nel
vizio, senza che comprendere si potesse l'impiego ch'egli faceva delle
sue ricchezze e della sua popolazione. Carlo III aveva conquistato
questo regno sopra Giovanna di Napoli senza dare battaglia, e di già
vacillava sopra un trono sempre più facile ad essere occupato, che
difeso. Colle sue lettere patenti del 29 giugno 1380[369] Giovanna aveva
adottato Luigi, duca d'Angiò, figlio di Giovanni re di Francia, fratello
di Carlo V che morì questo stesso anno, e reggente della Francia in
principio del regno di Carlo VI. Luigi d'Angiò, che non aveva potuto
salvare Giovanna, apparecchiavasi a vendicarla, o piuttosto a
conquistare il suo regno ed a raccorne l'eredità. Egli scese in Italia
nel 1383 con un esercito, che i più moderati calcoli portano a quindici
mila cavalli[370]. Lo accompagnavano il conte di Ginevra, fratello di
papa Clemente, il conte di Savoja e molti dei principali signori
francesi; e quando il 17 luglio del 1382 entrò negli Abruzzi,
ingrossarono la sua armata moltissimi signori napolitani, che
desideravano vendicare la morte di Giovanna e scuotere il giogo di Carlo
III. I contadi di Provenza e di Forcalquier avevano di già riconosciuto
Luigi quale legittimo successore della regina, ed una flotta provenzale
giunse sulle coste di Napoli per offrire soccorsi a coloro che si
darebbero al partito d'Angiò. La nobiltà, che sola nel regno veniva
consultata dal monarca, non era soddisfatta delle sue liberalità, e
qualche gelosia di famiglia, qualche feudo tolto o accordato
ingiustamente, inasprivano l'animo di questi orgogliosi baroni. I
San-Severini, i conti di Tricarico, di Matera, di Conversano e di
Caserta, con molti altri, spiegarono lo stendardo di Luigi[371]. Così
cominciò la fazione degli Angioini, che doveva colla sua rivalità colla
fazione di Durazzo costare tanto sangue al regno di Napoli.

  [369] _Raynald. Ann. Eccl. 1380, § II, t. XVII, p. 78. — Giannone
  Ist. Civ. del regn. di Nap., l. XXIII, c. 5, t. III, p. 334._

  [370] _Chronicon Estense, t. XV, p. 508._

  [371] _Giannone Istoria Civile, l. XXIV, c. 1, t. III, p. 352. —
  Giornali Napoletani, t. XXI, p. 1046._

La guerra per altro non si aprì con istrepitosi fatti; Carlo III,
vedendosi abbandonato da' suoi baroni, non s'arrischiò di tenere la
campagna; chiuse le sue truppe nelle piazze forti, ed aspettò che i
Francesi, consumati da mancanza di vittovaglie, dal calore del clima,
dalle malattie, avessero perduto il loro vigore. Mentre egli andava
temporeggiando, gli Angioini occuparono quasi tutte le province poste
lungo il mare Adriatico, ma le loro forze si esaurivano in una lunga
serie di piccole zuffe e di assedj. Intanto il 10 ottobre 1384 il duca
d'Angiò morì a Biseglio, nella terra di Bari, di naturale infermità,
onde la sua armata si dissipò da sè medesima[372].

  [372] _Giornali Napoletani, t. XXI, p. 1051._

Pure la morte di Luigi non rendeva la tranquillità al regno, o la pace a
Carlo di Durazzo. I baroni malcontenti, e tutto il partito angioino si
ostinavano nella loro disposizione alla ribellione, ed Urbano VI, che
aveva data la corona a Carlo, lo andava sempre minacciando di
ritorgliela. Quest'orgoglioso pontefice aveva abbandonata Roma per
venire a Napoli a governare il regno ed il re. Chiedeva per suo nipote
Butillo l'investitura dei principati e dei feudi di Capoa, d'Amalfi, di
Nocera e di Scafa[373], ed autorizzava la più scandalosa condotta di
questo suo nipote[374]. Finchè visse Luigi, Carlo mostrò verso Urbano i
più dilicati riguardi; però gli diede una guardia d'onore, che lo
sopravvegliava ne' castelli d'Aversa o di Napoli. Ma quando il re
condusse il suo esercito nella Puglia contro il suo emulo, Urbano
approfittò della sua lontananza per istabilirsi co' suoi cardinali e
tutta la sua corte nel castello di Nocera, ch'era stato ceduto a suo
nipote. Allora si arrogò un'autorità superiore a quella del monarca;
sindicò tutti gli atti della sua amministrazione, manifestando in faccia
a lui quello stesso violento carattere, impetuoso ed inconseguente, che
gli aveva alienati i cardinali, ed era stato la prima cagione dello
scisma.

  [373] _Theodoricus a Niem. Hist. Schism. l. I, c. 28-32, p. 24. —
  Rayn. Ann. Eccles. 1383, § 3, t. XVII, p. 112._

  [374] Butillo, ch'era di que' tempi in età d'oltre quarant'anni,
  entrò con violenza in un convento, e violò una religiosa, distinta
  fra tutte le altre per la sua nascita e per le sue virtù non meno
  che per la sua bellezza. Quando ne fu portata l'accusa al papa,
  rispose: _Buono! non è questo che un fuoco di gioventù._ — _Costanzo
  Ist. di Napoli, l. VIII. — Giannone Ist. Civile, l. XXIV, c. 1, p.
  353._

Carlo, liberato dalla molestia che gli dava Luigi, tornò a Napoli il 10
novembre, ed invitò il pontefice a recarsi presso di lui. «Non è questa
la costumanza dei papi, rispose Urbano, di frequentare le corti dei re,
ma sì bene quella dei re di porsi in ginocchio ai piedi de' papi. Che
Carlo abolisca tutte le nuove gabelle che ha stabilite, ed allora io
potrò di nuovo riceverlo presso di me con bontà.» Il monarca irritato,
giurò che governerebbe secondo il suo beneplacito un regno che aveva
conquistato soltanto colla sua spada[375], e subito ordinò al grande
contestabile di assediare Nocera. Tre macchine per lanciar pietre
vennero collocate ai tre angoli del castello, e l'attacco si cominciò
sotto gli ordini d'Alberico di Barbiano, valoroso capitano
d'avventurieri, che Carlo aveva nominato grande contestabile del regno.
Dal canto suo il papa affacciavasi tre o quattro volte al giorno alle
finestre del castello di Nocera con una candela ed un campanello in mano
per maledire e scomunicare l'armata del re[376].

  [375] _Giornali Napoletani, t. XXI, p. 1052. — Gazata Chronicon
  Regiense, t. XVIII, p. 91. — Annales Miniatenses Bonincontrii, t.
  XXI, p. 46._

  [376] _Giornali Napoletani, t. XXI, p. 1052._

Nel regno di Napoli non adoperavasi ancora l'artiglieria, ed il castello
di Nocera non poteva prendersi coi mezzi consueti. Negli otto mesi che
durò l'assedio, Urbano cercò esteri alleati che venissero a liberarlo.
Da un canto, Antoniotto Adorno, doge di Genova, colse avidamente
quest'occasione di far sentire i benefici effetti della sua protezione
al capo della Cristianità. La cavalleresca generosità del suo carattere
veniva in tale circostanza secondata dal suo orgoglio. Armò dieci galere
sotto gli ordini di Clemente Fazio che mandò sulle coste di Napoli per
ricevere il pontefice nel momento in cui gli riuscirebbe di
fuggire[377]. D'altra parte Ramondello Orsini e Tommaso di San-Severino,
due baroni di parte angioina, che avevano adottata nello scisma la causa
di Clemente VII, offrirono il loro ajuto ad Urbano, il quale non isdegnò
di essere salvato dagli scismatici. Questi, con tre mila cavalli, fecero
levare l'assedio di Nocera con un improvviso attacco, e condussero il
papa alla foce del Sele al sud-est di Salerno, ove stava aspettandolo la
flotta genovese[378].

  [377] _Ubertus Folieta Genuens. Hist., l. IX, p. 491._

  [378] _Sozomeni Pistor. Hist., t. XVI, p. 1128. — Giannone, l. XXIV,
  c. 1, t. III, p. 357._

Urbano V portava seco sulle galere di Genova que' medesimi cardinali che
egli aveva decorati della porpora romana, dopo che lo aveva abbandonato
tutto il sacro collegio per nominare un antipapa. Ma questi prelati non
sapevano meglio de' loro predecessori accomodarsi alle stravaganze del
pontefice. Erano con lui passati di castello in castello, ed implicati
in guerra senza soggetto, si erano trovati esposti a tutti i pericoli
d'un assedio. Mentre stavano chiusi in Nocera eransi tra di loro
consigliati intorno ai mezzi di contenere un capo della Chiesa che
disonorava la cristianità, e che dopo essere di già stato cagione di uno
scisma, pareva che andasse preparandone un altro tra coloro che gli
erano rimasti fedeli. La scrittura d'un giurista di Piacenza, che
proponeva di dare un curatore al papa, faceva sopra di loro grandissima
impressione[379]. Ma Urbano prevenne la loro risoluzione, facendo
arrestare il 12 gennajo 1385, mentre trovavasi a Nocera, sei cardinali,
che accusò d'averlo voluto assassinare; li fece porre alla tortura, e
strappò la confessione di questo delitto a taluno di loro con terribili
tormenti, ai quali assisteva egli medesimo, recitando il suo
breviario[380]. In appresso li fece custodire in una cisterna, e giunto
a Genova con questi sciagurati, ne fece strozzare alcuni in prigione,
altri gettare in mare legati entro un sacco. Rimaneva vivo il sesto, il
cardinale d'Inghilterra, il quale ottenne per grazia la vita, per
l'intromissione del suo sovrano il re Riccardo II. Due altri cardinali,
atterriti da tante crudeltà, abbandonarono la corte d'Urbano per
rifugiarsi in quella d'Avignone, abbracciando il partito dell'antipapa.
Clemente VII li accolse con piacere e li raffermò nell'esercizio delle
dignità che ricevute avevano dal suo rivale[381].

  [379] _Theodoricus a Niem. Hist. Schismatis. l. I, c. 42, p. 34. —
  Raynald. Ann. Eccl. 1385, § 1, t. XVII, p. 120._

  [380] _Theodoricus a Niem. Hist. Schism., l. I, c. 45, p. 38 e c.
  51, p. 42._ Questo storico venne incaricato egli medesimo dal papa
  di ricevere le deposizioni del cardinale di Sangro, e di alcuni
  altri, mentre trovavansi sotto la tortura.

  [381] _Annales Miniatenses Bonincontrii, p. 48. — Raynald. Ann.
  Eccles. 1386, § 10, p. 126._

La morte di Luigi d'Angiò e la fuga d'Urbano avevano liberato Carlo di
Durazzo dai suoi più pericolosi avversarj; ma quando cominciava appena
ad assicurarsi sul trono, un nuovo oggetto d'ambizione l'avvolse in
nuovi pericoli, e riaccese la guerra civile nel mezzogiorno d'Italia. Il
re Luigi d'Ungheria, il protettore ed il padre adottivo di Carlo di
Durazzo, era morto l'11 settembre del 1382 dopo un regno glorioso
d'oltre quarant'anni[382]. Malgrado i costumi dell'Ungheria, che
escludono le donne dalla successione al trono, la nobiltà aveva
acconsentito che Maria, figlia maggiore di Luigi, portasse la corona a
Sigismondo, marchese di Brandeburgo, secondo figlio dell'imperatore
Carlo IV, cui ella era stata accordata sposa in tenera età. La gloria e
le virtù di Luigi, che moriva senza prole mascolina, avevano meritato
che si accordasse questo favore alla figliuola; Maria venne coronata col
titolo di Re[383]; e fino all'intero compimento del suo matrimonio, sua
madre Elisabetta assunse il governo del regno, che poi divise con
Niccola Gava, palatino d'Ungheria, suo favorito, che Luigi aveva colmato
di ricchezze e di onori[384]. Ma il governo delle due donne e quello del
loro favorito diventarono in breve egualmente odiosi alla nazione. I
nobili malcontenti risolsero di chiamare alla corona Carlo di Durazzo,
l'ultimo erede maschio del re d'Ungheria, di sangue francese. Carlo era
stato allevato nella corte di Luigi, aveva adottate le costumanze del
popolo guerriero cui doveva la propria grandezza; aveva comandate le
armate ungare in molte occasioni, ed in particolare all'assedio di
Treviso; egli finalmente pareva più degno d'una femmina di governare de'
cavalieri. Paolo, vescovo di Sagabria, il suo più zelante partigiano, fu
mandato a Napoli alla di lui corte per offrirgli la corona, e Carlo
malgrado le rimostranze di Margarita sua moglie, che lasciò reggente del
regno di Napoli, s'imbarcò il 4 settembre del 1385 alla volta di Signa
in Schiavonia, di dove passò a Sagabria[385].

  [382] _Joh. de Thwrocz. seu Joh. a Kikullew Chr. Hungar., p. III, c.
  55, t. I, Rer. Hungar., p. 198._

  [383] _Joh. Lucii de Regno Dalmatiae et Croatiae, l. V, c. 2. — Rer.
  Hung., t. III, p. 404._

  [384] _Joh. de Thwrocz ad Steph. de Haserhag, Hist. Caroli Parvi,
  Scrip. Rer. Hungaric., t. I, p. 200, c. 1._

  [385] _Joh. de Thwrocz Hist. Caroli Parvi, c. 3 e 4, p. 204. —
  Giornali Napoletani, p. 1053. — Andrea Gataro Storia Padovana, t.
  XVII, p. 521._

Carlo non s'annunciò alle due regine siccome uno che venisse a
contrastar loro la corona colle armi alla mano; dichiarò anzi che veniva
come un pacificatore del regno, lasciando il pensiero alla nobiltà di
chiedere per lui la dignità reale. Le due regine, dopo averlo
volontariamente ammesso a Buda, furono in fatti forzate ad offrirgli la
loro abdicazione[386]; ed in una dieta tenutasi ad Alba Reale, Carlo
venne con unanimi suffragi della nobiltà nominato re[387]. Ma le due
regine avevano opposta alla dissimulazione di Carlo un'arte eguale;
Niccola Gava adunava a loro favore i suoi satelliti sotto colore di
celebrare le nozze d'una sua figlia, ed un giorno di solenne festa, in
febbrajo del 1386, le regine fecero invitare il re nel loro
appartamento, ove trovavasi ancora il palatino che diede agli appostati
assassini, quando fu tempo, il convenuto segno. Carlo fu atterrato con
un colpo di sciabola sul capo, e tutti i suoi partigiani furono uccisi.
Il re per altro non morì in conseguenza delle sue ferite, ma rinchiuso a
Visgrado, il 3 giugno del 1386, vi perì di veleno[388].

  [386] _Joh. de Thwrocz, c. 6, p. 208._

  [387] _Ivi, c. 7, p. 209._

  [388] _Joh. de Thwrocz, c. 8, p. 210-212. — Andrea Gataro Storia
  Padovana, p. 523._

L'assassinio di Carlo diede in preda alla più ruinosa anarchia i due
regni di Napoli e d'Ungheria. Margarita, sua consorte, rimase reggente
del primo durante la minorità di Ladislao suo figlio, allora in età di
soli dieci anni. Ma la nobiltà di Napoli aveva creata una magistratura
indipendente, che tra poco venne in concorrenza d'autorità colla regina.
La fazione d'Angiò, di cui si fecero capi Tommaso di San-Severino ed
Ottone di Brunswick, ultimo marito di Giovanna, aveva proclamato re
Luigi II d'Angiò sotto la tutela di sua madre Maria. Il San-Severino,
che assumeva il titolo di vicerè, obbligò Margarita ed il partito di
Durazzo, ad uscire di Napoli per chiudersi in Gaeta: ma l'ingratitudine
de' provenzali fece loro perdere il frutto della vittoria; disgustarono
il San-Severino ed il duca di Brunswik, e forzarono l'ultimo ad
abbandonare la loro causa per darsi al partito di Durazzo[389]. Intanto
universale era la confusione; due re ancora fanciulli, sotto la tutela
di due donne più intriganti che avvedute, lottavano l'uno contro
l'altro, ed insieme contro i loro sudditi. Due papi, che si
scomunicavano a vicenda, cercavano di opprimere il principe loro
avversario, e di spogliare il re loro pupillo della sua legittima
autorità per sostituirvi quella della santa sede. Tutti i baroni erano
armati, e sotto pretesto della guerra civile taglieggiavano i borghesi
ed i contadini del loro partito, saccheggiando ed incendiando le
proprietà dei loro nemici. In mezzo a così spaventosi disordini non
sorgeva verun uomo di così singolari talenti da chiamare a sè gli
sguardi della nazione, onde far nascere la speranza di più felice
avvenire.

  [389] _Giannone Istoria Civile del Regno di Napoli, l. XXIV, c. 3,
  t. III, p. 373. — Giornali Napoletani, t. XXI, p. 1057._

Nel regno d'Ungheria la sorte delle due regine eccitò da prima la pietà,
quando vennero spogliate dei loro diritti; ma tenne dietro a questo
sentimento l'universale indignazione, quando ricuperarono la reale
dignità con un'atroce perfidia. Giovanni d'Horwath, _banno_ di Croazia,
avendole sorprese, ed uccise le loro guardie, fece tagliare la testa in
presenza loro a Niccola Gava, e gettar nel fiume la regina madre
Elisabetta. Le damigelle della giovane regina Maria erano intanto
abbandonate alla brutale libidine de' Croati, e la principessa, che,
dicesi, fu la sola non violata, venne rinchiusa nel castello di
Crupa[390].

  [390] _Joh. Thwrocz Chron. Hungar., p. IV, d. 214._

Sigismondo, marchese di Brandeburgo, giugneva di questi tempi in
Ungheria per celebrare le nozze colla giovane sposa. Parte della nobiltà
ungara si attaccò a lui, ma la fazione che aveva chiamato, ed in
appresso vendicato Carlo III, apparecchiavasi alla difesa. Giovanni
d'Horwath fece trasportare la regina Maria, sua prigioniera, nel
castello di Novigrado con intenzione di spedirla nel regno di Napoli
alla vedova di Carlo III, ma vi si opposero i Veneziani. Preferendo il
presente loro vantaggio al risentimento delle passate ingiurie ricevute
dal re Luigi, si allearono con Sigismondo e con Maria; spedirono al
primo consumatissimi negoziatori per ripristinare la pace in Ungheria, e
farvi riconoscere il nuovo re; incaricarono Giovanni Barbadigo, uno de'
loro ammiragli, di tener d'occhio le coste della Croazia perchè la
regina Maria non venisse suo malgrado trasportata a Napoli, e
costrinsero infine colle loro armi Giovanni d'Horwath ed il priore
d'Aurania, suo fratello, a rendere a Maria la libertà. Venne questa
principessa rilasciata il 4 giugno 1387, ed un mese dopo fu maritata a
Sigismondo[391].

  [391] _Joh. Lucii de Regno Dalmatiae et Croatiae, l. V, c. II, t.
  III Rer. Hung., p. 409. — Raphain Caresino Chron. Venet., t. XII, p.
  476._ — Lo Thwrocz prende qualche abbaglio di date, e non parla
  dell'assistenza de' Veneziani. _Chr. Hung., p. IV, c. 2 e 3, p.
  215._

Per tal modo la repubblica di Venezia, tanto travagliata dalla potenza e
dall'ambizione del re d'Ungheria, vide un alleato ch'essa aveva colmato
di benefici succedere all'antico suo rivale. Quand'anche Sigismondo
avesse potuto scordare la riconoscenza dovuta ai Veneziani, egli non
poteva più disporre delle forze comandate da Luigi; perciocchè
l'implacabile sua vendetta nel perseguitare i nemici di Maria eccitava
ne' suoi stati sempre rinascenti ribellioni, e quasi tutti i vecchi
consiglieri ed i generali di Luigi furono assassinati, o perirono sul
patibolo[392]. Alcune province già dipendenti dalla corona d'Ungheria si
staccarono, e Sigismondo fu costretto a riconoscere, nel 1387, tra i
suoi sudditi, un nuovo re di Rascia e di Bosnia, il quale stendeva la
sua giurisdizione sopra Zara, Traù, Sebenico, Spalatro ed altre città
tolte ai Veneziani sulle coste della Dalmazia[393]. Perciò la repubblica
più non ebbe a temere che una marina formata sotto la protezione del re
d'Ungheria potesse un giorno dividere con lei l'impero dell'Adriatico.

  [392] _Joh. de Thwrocz, p. IV, c. 4 e 7, p. 216, 219. — Thomae
  Ebendorfferi de Haselbach Chron. Austriac., p. 821. In Pez. Rer.
  Austr., t. II._

  [393] Twartkus banno di Bosnia, avendo conquistata la Rascia o
  Servia orientale, nel 1386 assunse il titolo di re, e dal 1387 al
  1390, occupò le città marittime in addietro possedute dai Veneziani.
  _Joh. Lucii de Regno Dalmatiae et Croatiae, l. V, c. 3, p. 412._

Passarono altri vent'anni avanti che i Veneziani tentassero di
ricuperare i possedimenti perduti sulle coste della Schiavonia: ma le
rivoluzioni di Napoli e di Ungheria offrirono loro l'opportunità di fare
un importantissimo acquisto all'ingresso del golfo Adriatico. L'isola di
Corfù o Corcira, si diede volontaria ai Veneziani. Quest'isola rimasta
agl'imperatori latini di Costantinopoli, dopo ch'ebbero perduta la loro
capitale, era stata riunita alla corona di Napoli. In tempo delle guerre
civili della Puglia i Corfioti scossero il giogo de' Napolitani; e dopo
essersi alcun tempo governati a comune, implorarono la protezione de'
Veneziani, sottomettendosi a loro il 9 giugno del 1386, a condizione che
fossero conservati tutti i loro privilegi[394]. Durazzo, importantissima
città sulle coste dell'Albania, che il vecchio Carlo d'Angiò aveva tolta
ai Greci, e che col titolo di ducato era passata in un ramo della sua
famiglia fino a Carlo III re di Napoli e d'Ungheria, fu circa lo stesso
tempo conquistata dai Veneziani; e due anni dopo vennero aggiunte ai
dominj della repubblica, in forza delle cessioni dei feudatarj che le
governavano, le due città d'Argo e di Napoli di Romania[395]: e se i
Veneziani non ispinsero più in là le loro conquiste in Ungheria, in
Grecia e nel regno di Napoli in tempi in cui veruna di questi popoli era
in istato di opporre loro resistenza, ciò deve attribuirsi al desiderio
che avevano ardentissimo di vendicarsi di Francesco da Carrara, onde ne'
tempi medesimi tutte le loro forze e tutta la loro ambizione erano volte
al continente di Lombardia.

  [394] Questa negoziazione con tutti i documenti ufficiali trovasi
  nella _Storia di Corfù di Andrea Mormora nobile Corcirese, l. V, p.
  228, un volume in 4.º Venezia, 1672_. — Osservinsi inoltre _Marin
  Sanuto Vite dei Duchi, p. 751. — Raphain Caresino Chron. Venet., t.
  XII, p. 472_.

  [395] _Vettor Sandi Stor. Civile Veneziana, l. V, p. II, c. 12, p.
  190. — Marin Sanuto Vite dei Duchi di Venezia, p. 760._

Francesco da Carrara, signore di Padova, aveva acquistato dall'arciduca
Leopoldo d'Austria la città ed il territorio di Treviso[396], che i
Veneziani avevano ceduti all'arciduca. Gli stati del Carrara venivano
per questo nuovo acquisto a fronteggiare la laguna in tutta la sua
estensione e toglievano ai Veneziani ogni comunicazione col continente.
Un vicino qual era il Carrara, in ogni tempo alleato di tutti i nemici
della repubblica, e che al desiderio di nuocere univa abilità e potenza,
inspirava al senato un'estrema diffidenza. I Veneziani, che ancora non
eransi riavuti dei danni dell'ultima guerra, cercavano di eccitare
nemici contro il Carrara piuttosto che attaccarlo essi medesimi.
Riaccesero segretamente l'odio d'Antonio della Scala, signore di Verona,
e lo persuasero ad assumersi colle proprie le altrui vendette,
attaccando il loro nemico.

  [396] _Chron. Estense, t. XV, p. 508._

Antonio della Scala era figlio naturale di Cane signore della Scala, cui
era succeduto nel 1374 unitamente a suo fratello Bartolomeo[397]. Per
regnar solo aveva fatto assassinare nel 1381 il fratello, e morire la
sua amica con tutta la sua famiglia in mezzo a terribili tormenti,
siccome colpevoli del delitto ch'egli medesimo aveva commesso. Francesco
da Carrara aveva pubblicamente manifestato l'orrore inspiratogli da
tanta perfidia e crudeltà[398]; ed il bastardo della Scala credette,
dichiarando la guerra al signore di Padova, di smentire un'accusa di cui
si vergognava, e di cancellare le tracce del suo delitto. Nel 1385
conchiuse un trattato di sussidj coi Veneziani, e si obbligò per
venticinque mila ducati, che dovevano essergli pagati ogni mese, finchè
durasse la guerra, a spogliare la casa di Carrara di tutti i suoi stati,
cedendo però Treviso ed il suo territorio alla repubblica[399].

  [397] _Chron. Veron. in fine, t. VIII, p. 659._

  [398] _Andrea Gataro Stor. Padov., p. 446._

  [399] _Andrea Gataro Stor. Padov., p. 508._

Invano Francesco da Carrara cercò di far sentire al suo irritato vicino,
che i loro stati non avevano fin allora con altro mezzo conservata la
loro indipendenza che coll'antica alleanza delle due famiglie, e che
colui che ajuterebbe a spogliare l'altro, sarebbe anch'esso bentosto
spogliato da que' medesimi che avrebbero combattuto con lui. Antonio
della Scala, sordo a questi avvisi, adunò soldati, ed il 5 aprile 1386
li mandò nel territorio di Padova sotto il comando di Cortesia di
Sarego. I due signori tenevansi egualmente lontani dai pericoli della
guerra; e Carrara prese al suo soldo Giovanni d'Azzo degli Ubaldini, che
incaricò di respingere il nemico. Il 25 giugno 1386 ebbe luogo una
battaglia alle _Brentelle_, nella quale fu fatto prigioniere il Sarego
con otto mila tra soldati e milizie veronesi, oltre ottocento uomini
rimasti sul campo di battaglia[400].

  [400] _And. Gataro Stor. Padov., p. 528._

Ma si era introdotta la costumanza di rilasciare i prigionieri senza
taglia dopo avergli spogliati de' loro cavalli e delle armi, di modo che
la perdita di una battaglia, altro non era che una perdita di danaro. La
signoria di Venezia regalò sessanta mila fiorini ad Antonio della Scala
per indennizzarlo della disfatta avuta, ed un astrologo gli promise che
sarebbe in breve signore di Padova, onde ricusò tutte le offerte di
conciliazione che il Carrara non aveva mancato di fargli[401].

  [401] _Andrea Gataro Stor. Padov., p. 526-538. — Redusius de Quero
  Chron. Tarvisinum, t. XIX, p. 788._

Nel principio della seguente campagna (1387) l'una parte e l'altra aveva
portate le proprie forze fino a sei in otto mila uomini di cavalleria e
ad undici mila pedoni. Francesco Novello di Carrara, figlio del signore
di Padova, combatteva nell'armata di suo padre sotto gli ordini di
Giovanni d'Azzo e di Giovanni Acuto. Dopo avere guastato il territorio
di Verona, l'armata padovana dovette ritirarsi, avendo in testa forze
assai superiori, comandate dai due generali di Antonio della Scala,
Giovanni degli Ordelaffi ed Ostasio da Polenta signore di Ravenna. Ma
giunta a Castagnaro presso di Castelbaldo, ella si fortificò dietro un
canale e aspettò di essere attaccata dai nemici. Si diede una grande
battaglia l'undici marzo del 1387, e l'armata veronese fu nuovamente
rotta, i suoi due generali furono fatti prigionieri con quattro mila
seicento venti corazzieri, ed Acuto potè portare la desolazione fino
sulle porte di Verona e di Vicenza[402].

  [402] _And. Gataro Stor. Padov., p. 568. — Chron. Estense, p. 514._

Non pertanto Francesco Carrara scrisse un'altra volta al signore della
Scala per domandare la pace; ma nello stesso tempo la signoria di
Venezia gli spediva centomila fiorini per levare una terza armata; e
Giovanni Galeazzo Visconti, signore di Milano, vicino ancora più
pericoloso dei Veneziani, vedeva con piacere l'indebolimento dei due
signori della Marca Trivigiana per tirarne vantaggio: offrì soccorsi
all'uno ed all'altro, aspettando il favorevole istante per ispogliarli
ambidue de' loro stati. Antonio della Scala, porgendo orecchio alle sue
perfide suggestioni, rimandò senza risposta la lettera del Carrara[403].

  [403] _And. Gataro Stor. Padov., p. 583._

Giovanni Galeazzo, che assumeva il titolo di conte di Virtù, era
succeduto nel 1378 a suo padre Galeazzo[404] nel governo della metà
della Lombardia. Egli risedeva a Pavia, mentre suo zio Barnabò
soggiornava in Milano. Avea questi divise tra i numerosi suoi figliuoli
le città del suo dominio[405], e perchè desiderava di accrescere il loro
patrimonio coll'eredità di suo nipote, aveva tenuto mano a diverse
congiure contro la persona o le province di Giovanni Galeazzo. Il conte
di Virtù erasi sottratto ai macchinamenti dello zio, senza dare indizio
d'averli scoperti. Improvvisamente mostrossi divoto, facendosi spesso
vedere con un rosario in mano a visitare le chiese e trattenervisi
lungamente in preghiere. Barnabò ascriveva a pusillanimità il
cambiamento del nipote, e lo confermavano in questo giudizio le
precauzioni che vedevalo prendere per sua sicurezza; perciocchè questo
principe aveva raddoppiate le sue guardie, che mai non l'abbandonavano,
e mostrava per le più piccole cose un subito terrore. Finalmente ne'
primi giorni di maggio del 1385, il conte di Virtù fece sapere di voler
andare in pellegrinaggio al tempio di M. V. sopra Varese, non molto
discosto dal lago maggiore, e si pose in viaggio con una numerosa
guardia, che sempre stavagli ai fianchi. Avvicinandosi a Milano la
mattina del 16 maggio, Barnabò gli andò incontro coi due suoi figli
maggiori. Giovanni Galeazzo, dopo avere teneramente abbracciato lo zio,
si volse ai due suoi capitani, che poi acquistarono tanto nome militando
per lui, Giacomo del Verme ed Antonio Porro, e loro diede in lingua
tedesca, che di que' tempi era la lingua militare di tutta l'Europa,
l'ordine di arrestare Barnabò. All'istante i soldati tolsero di mano a
questo principe la briglia del cavallo, tagliarono il cinturone della
sua spada, e lo strascinarono lontano dalla sua gente, mentre egli
chiamava invano suo nipote, supplicandolo a non essere traditore del
proprio sangue. Milano aprì subito le porte a Giovan Galeazzo, mentre in
uno de' suoi forti vennero chiusi Barnabò ed i figliuoli. Tre volte fu
il primo avvelenato ne' sette mesi della sua prigionia, e morì
finalmente il 18 dicembre del 1385[406]. Le sue crudeltà e le enormi
gabelle l'avevano reso tanto odioso al popolo, che veruno de' suoi
sudditi cercò di difenderlo. Colla medesima indifferenza venne
abbandonato dai suoi alleati; e Giovan Galeazzo, rimasto solo padrone
della Lombardia, depose la maschera religiosa che aveva portata tanto
tempo, e rivolse contro i suoi vicini le forze che aveva rapite allo
zio.

  [404] Morì il 4 agosto nel 1378 in età di 59 anni lasciando a suo
  figliuolo Pavia, Asti, Vercelli, Novara, Piacenza, Alessandria,
  Bobbio, Alba, Como, Casal sant'Evasio, Valenza e Vigevano.

  [405] Cioè Lodi, Cremona, Parma, Borgo san Donnino, Crema, Bergamo e
  Brescia.

  [406] _And. Gataro Stor. Padov., t. XVII, p. 498. — Corio Istor.
  Milan., p. III, p. 258. — Ann. Mediol., t. XVI, p. 784, c. 147. —
  Poggi Bracciolini Histor. Florent., l. III, p. 245. — Andreas
  Redusius de Quero Chron. Tarvisinum, t. XIX, p. 785._

Giovanni Galeazzo aveva più volte offerta la sua alleanza tanto allo
Scala che al Carrara, ma avevano l'uno e l'altro ricusato di associarsi
ad un principe di cui era nota la mala fede. Pure Antonio della Scala,
dopo la rotta di Castagnaro, diede orecchio alle proposizioni di Giovan
Galeazzo, e già stava, coll'intromissione de' Veneziani, per conchiudere
con lui un trattato, quando Francesco da Carrara risolse di prevenirlo,
ed accettò l'alleanza fin allora costantemente ricusata[407]. In questo
trattato, firmato il 19 aprile 1387, Verona veniva ceduta a Giovan
Galeazzo, Vicenza a Francesco; e questi cedeva al Visconti due de'
migliori suoi capitani, Giovanni d'Azzo ed Ugolotto Biancardo, che
l'esaurimento delle sue finanze più non gli consentiva di tenere al suo
soldo[408].

  [407] _And. Gataro Stor. Padov., p. 583. — Ann. Mediol., t. XVI, p.
  779._

  [408] _And. Gataro Stor. Padov., p. 592. — Chron. Tarvis. Redusii de
  Quero, p. 788._

Infatti i principi alleati occuparono uno il territorio di Verona,
l'altro quello di Vicenza. I cittadini di quest'ultima città fecero
sentire al Carrara che non doveva ruinare un paese, sul quale voleva
regnare; che Vicenza, sebbene fedele alla casa della Scala, era non
pertanto disposta a far dipendere la sua sorte da quella di Verona, e
ch'essi gli aprirebbero le porte tosto che saprebbero averle Verona
aperte al Visconti. In pari tempo gli abitanti di Udine, a suggestione
de' Veneziani, attaccarono il Carrara dalla banda di Treviso, e lo
costrinsero ad accettare la proposizione de' Vicentini[409].

  [409] _And. Gataro Stor. Padov., p. 608._

Questa diversione non bastò a salvare lo Scala, la di cui capitale
veniva gagliardamente stretta d'assedio dall'armata del Visconti. I
Veneziani gli avevano somministrati sussidj di danaro e non soldati, e
l'imperatore Wenceslao, cui aveva chiesto ajuto, gli avea spedito un
ambasciatore piuttosto per ostentazione della sua autorità in Italia,
che per assisterlo validamente. Ugolotto Biancardo, che avea il comando
dell'armata milanese, aggiunse la seduzione alla forza; alcuni traditori
gli aprirono la porta di san Massimo nella notte del 18 ottobre, ed
Antonio della Scala, dopo avere consegnate la sua fortezza
all'ambasciatore imperiale, fuggì co' suoi tesori per l'Adige a
Venezia[410].

  [410] _Ivi, p. 618. — Raphain Caresino Chron. Venet., p. 474._

L'ambasciatore di Wenceslao, rimasto padrone della fortezza di Verona, e
dei segni del comando convenuto tra i governatori di Vicenza e de'
castelli[411], li vendette al miglior prezzo possibile a Giovanni
Galeazzo e si ritirò in Boemia col danaro ammassato con così disonesti
modi. Tutte le fortezze vennero allora aperte a Giovanni d'Azzo e ad
Ugolotto Biancardo; e questi occupò ancora Vicenza a nome del conte di
Virtù; e la casa della Scala, che aveva regnato cento vent'otto anni in
Verona, e che due volte aveva aspirato alla corona d'Italia, fu
spogliata di tutti i suoi possedimenti.

  [411] Consegnando una fortezza ad un comandante, si conveniva di non
  cederla che a colui che presenterebbe un segno simbolico, che il
  principe custodiva presso di sè. Chiamavasi il _contrassegno_.

Dietro il trattato convenuto tra il Carrara e Giovan Galeazzo, Vicenza
avrebbe dovuto essergli immediatamente consegnata, ma il signore di
Padova conosceva il suo alleato, e non contava sulla di lui buona fede.
Si tacque, quando seppe che Giovan Galeazzo moveva pretensioni sopra
Vicenza, come fosse una eredità di sua moglie[412]; e pensò soltanto a
difendersi contro gli abitanti di Udine, cui i Veneziani davano
scopertamente soccorso. Udine, capitale del patriarcato d'Aquilea, non
aveva voluto riconoscere Filippo d'Alençon, patriarca consacrato da
Urbano VI, mentre il Carrara proteggeva questo prelato[413]. Ma quando
il signore di Padova vide il turbine mosso contro di lui dalla
repubblica di Venezia, fece a questa vivissime istanze di accordargli la
pace, e chiese la mediazione del marchese d'Este, che venne
rifiutata[414]. Nella stessa epoca Giovanni Galeazzo mandava a Venezia
due ambasciatori per trattare colla repubblica un'alleanza contro il
Carrara; il quale, avuto di ciò sentore, più non potè contenere il suo
sdegno, e scrisse all'imperatore, al papa ed a tutti i sovrani d'Europa
lettere circolari per denunciar loro la perfidia del conte di Virtù, e
chiedere giustizia de' suoi tradimenti. S'addirizzò ai medesimi
Veneziani, sperando che la loro consueta prudenza vincerebbe la loro
animosità: il tradimento, di cui vedevasi vittima, poteva servire di
esempio al senato veneto; perciocchè se la conquista di Verona aveva
aperta a Galeazzo la strada di Padova, la conquista di Padova poteva
altresì agevolargli quella di Venezia. Ma il senato, non ascoltando che
l'implacabile suo odio e la sua ambizione, segnò, il 29 marzo 1388, un
trattato di divisione con Giovanni Galeazzo, in forza del quale Treviso,
Ceneda e le fortezze di Coran e di sant'Eletto apparterrebbero alla
repubblica, e Padova col suo territorio al signore di Milano[415].
Dietro domanda dei Veneziani Alberto, marchese d'Este, Francesco di
Gonzaga, signore di Mantova, e la comunità di Udine furono messe a parte
di questa alleanza[416].

  [412] Giovanni Galeazzo aveva sposata in seconde nozze Caterina,
  figlia di suo zio Barnabò e di Beatrice della Scala. Se per conto di
  questa gli spettava qualche diritto all'eredità degli Scaligeri, non
  era che dopo estinti tutti i maschi di quella casa e di quella di
  Barnabò.

  [413] _Vitæ Patriarc. Aquiliens., t. XVI, p. 60._

  [414] _And. Gataro Stor. Padov., p. 628._

  [415] _And. Gataro Stor. Padov., p. 630. — Marin Sanuto Vite dei
  Duchi, p. 758._

  [416] _Raphain Caresino Chron. Venet., p. 478._

Francesco da Carrara solo, e senz'alleati; circondato da nemici, il
minore de' quali, preso separatamente, lo uguagliava di forze; sapeva
inoltre di dovere guardarsi dal suo popolo non meno che da' suoi vicini.
Da oltre ventiquattro anni il principato di Padova era avvolto in
continue guerre, e l'esaurimento delle finanze aveva costretto Francesco
ad accrescere ogni anno le imposte. Le piazze pubbliche eccheggiavano
sempre di grida minacciose, e lo scoraggiamento e l'impazienza
palesavansi apertamente ne' consigli. Tutti coloro che il Carrara
chiamava a parte delle sue deliberazioni erano suoi segreti nemici[417];
gli uni venduti a Giovanni Galeazzo, gli altri alla repubblica di
Venezia, ed altri ancora, senza avere un determinato scopo, desideravano
soltanto una rivoluzione.

  [417] _Andrea Gataro, p. 632._

Il signore di Padova invocò l'assistenza del duca di Baviera, col quale
era congiunto di parentado, e del duca d'Austria, la di cui amicizia
appoggiavasi ad antichi trattati; e l'uno e l'altro risposero che
verrebbero a soccorrerlo quando loro sovvenisse il danaro necessario
alle spese dell'armamento; ma nello stato d'esaurimento in cui trovavasi
il Carrara, concedergli i chiesti sussidj a cotali condizioni, era un
volerglieli negare.

Alcuni suoi consiglieri gli proposero di abdicare la signoria in favore
di suo figliuolo; dicendogli che Venezia facevagli la guerra per un odio
personale che non giugneva fino al figliuolo, il quale essendosi
guadagnato l'affetto del popolo, troverebbe agevolmente nel di lui
attaccamento inaspettati sussidj: ma quando si accorsero di non lo poter
indurre all'esecuzione de' loro consiglj, cercarono di persuadere il
giovane principe a sorprendere il padre ed a porlo in prigione, indi a
trattare coi suoi nemici. Tali erano i depravati costumi dei tiranni
d'Italia[418], che Francesco parve meritare grandissime lodi per avere
rigettate così perfide insinuazioni[419].

  [418] Perchè d'Italia, se non erano diversi quelli di tutto il
  rimanente dell'Europa, come lo provano infiniti esempj? _N. d. T._

  [419] _And. Gataro Stor. Padov._, _p._ 638-640.

Dopo lunghe deliberazioni, che raddoppiavano ogni giorno le inquietudini
de' signori Carraresi, facendo loro più vivamente sentire
l'impossibilità di difendersi, in ultimo il padre risolse di seguire il
consiglio che aveva prima rifiutato, cedendo la signoria di Padova al
figliuolo e ritirandosi egli a Treviso. Adunò nel pubblico palazzo il
consiglio del popolo come praticavasi ne' tempi della repubblica
padovana; fece che si nominassero quattro anziani, un gonfaloniere ed un
sindaco della comunità, e rinunciò senza condizione nelle loro mani la
signoria ereditata dai suoi maggiori. Ma il popolo di Padova, avvilito
da settant'anni di servitù, più non conservava alcun generoso
sentimento; e sentendosi incapace di vivere libero, non ebbe nè il
coraggio, nè il desiderio di ritenersi il potere che gli si rendeva.
Assistette all'abdicazione del vecchio Francesco da Carrara come ad una
vana cerimonia; un dottore di legge, sindaco della comunità, rispose con
un'ampollosa diceria alla lettura fatta dal procuratore del Carrara
dell'atto di rinuncia; ed il gonfaloniere e gli anziani senza disamina e
senza condizioni investirono all'istante Francesco Novello da Carrara
della signoria abdicata dal padre. Così Padova mutò padrone il 29 giugno
del 1388, ed all'indomani il vecchio Carrara partì alla volta di
Treviso, di cui erasi riservata la sovranità[420].

  [420] _Galeazzo Cataro Stor. Padov., p. 643._ Questo storico
  medesimo era uno degli anziani del popolo. Suo figlio Andrea, che
  citiamo più spesso, diede una nuova forma alla sua cronaca. _Redusii
  de Quero Chron. Tarvis., p. 789._

Questo stesso giorno Giovan Galeazzo Visconti fece portare a Francesco
Novello una sfida ed una dichiarazione di guerra; e non si vergognò in
questo manifesto di appoggiarsi alla giustizia della sua causa ed alla
protezione del cielo, accusando il suo avversario d'essere stato
l'aggressore, e di averlo provocato coi tradimenti[421]. Giovanni
Galeazzo pubblicava con ostentazione documenti ufficiali, e pare essersi
lusingato di palliare agli occhi della posterità le sue scelleraggini
col linguaggio della virtù; mentre per lo contrario l'opposizione tra i
suoi discorsi e la sua condotta non servì che a disvelare tutta la sua
doppiezza. Frattanto le truppe ch'egli aveva adunate a Verona ed a
Vicenza entrarono nello stato di Padova, mentre vi penetravano pure per
la Brenta e per l'Adige i Veneziani; e perchè tanto gli uni che gli
altri si astenevano dal guastare le campagne, persuasero i contadini a
dichiararsi contro il Carrara ed a darsi al loro partito[422].

  [421] _Gataro Stor. Padov., p. 648. — Chron. Placent. Joh. de
  Mussis, p. 550. — Ann. Mediol., c. 150, p. 804._

  [422] _And. Gataro, p. 650._

Un fratello naturale del signore di Padova, il conte di Carrara,
comandava le sue truppe, ed approfittando accortamente dei canali che
tagliano la Marca Trivigiana, impediva al conte del Verme, generale del
Visconti, di avanzare. Ma lo scoraggiamento ed i tradimenti erano comuni
alla città, alle campagne ed alle fortezze del signore di Padova; i
soldati erano frequentemente presi da panico timore; i comandanti spesso
abbandonavano i posti e le fortezze loro affidate senza combattere, ed
il popolo minacciava d'aprire le porte di Padova, se non gli si dava la
pace[423]. I consiglieri chiamati da Francesco Novello gli dichiaravano,
ch'essi non volevano vedere i loro poderi guastati più a lungo da
contese che non li risguardavano; che non volevano esporre più oltre la
città ad essere presa e trattata coll'estremo rigore da una sfrenata
soldatesca; e nello stesso tempo facendogli sentire ciò che doveva
temere per sè medesimo dalla vendetta dei Veneziani, lo consigliavano a
vincere la generosità di Giovanni Galeazzo sottomettendosi a lui[424].

  [423] _Ivi, p. 658._

  [424] _And. Gataro, p. 662._

Francesco Novello, privo di mezzi di difesa, e non trovando tra i suoi
parenti ed amici persona cui potersi interamente fidare, accondiscese
finalmente alle istanze di tutto il suo popolo, consigliandosi colla
necessità. Fece chiedere un salva condotto a Giacomo del Verme, per
recarsi a Pavia presso al conte di Virtù, ed il 23 novembre del 1388
aprì a questo generale la capitale e tutte le fortezze. Preventivamente
aveva caricati sopra varie barche i suoi più preziosi effetti e
mandatili a Ferrara colla moglie e coi figli; egli prese la strada di
Verona, e nell'atto di abbandonare la città, ove i suoi antenati avevano
dominato settant'anni, e mentre attraversava il suo territorio, ebbe il
dolore di essere testimonio delle feste e dell'allegrezze con cui i suoi
sudditi celebravano l'inaugurazione del nuovo sovrano[425].

  [425] _Ivi, p. 676. — Raphain Caresino Chron. Venet., p. 481. —
  Chron. Placent. Joh. de Mussis, p. 551._

Alcuni negoziatori, spacciandosi mandati da Francesco Novello, recaronsi
subito presso suo padre a Treviso, per invitarlo a confidarsi alla
generosità di Giovanni Galeazzo. Gli offrirono un salvacondotto di
Giacomo del Verme per andare a Pavia, persuadendolo ad aprire questa
piazza al suo generale. Il vecchio Carrara trovavasi in più difficile
situazione di suo figliuolo. Era stretto ad un tempo dalle armi de'
Veneziani, dei Visconti e de' Trevisani ribellatisi contro di lui. Egli
si era ritirato nella fortezza, sicura di una morte crudele se veniva in
potere de' suoi nemici. Chiamò dunque Giacomo del Verme, introdusse i di
lui soldati nella cittadella di Treviso, e s'incamminò alla volta di
Pavia per implorare la generosità del vincitore.

Ma i salvacondotti accordati ai signori di Carrara non furono mantenuti.
Giovanni Galeazzo temeva di vederli e di dir loro che non intendeva di
mantenere le sue promesse. Fece dunque fermare il figlio a Milano ed il
padre a Verona, senza loro permettere di proseguire il viaggio.
Frattanto la biscia de' Visconti fu inalberata sulla riva
dell'Adriatico, e gli stendardi di così temuto principe volteggiavano in
faccia ai campanili di Venezia. Di già Giovanni Galeazzo meditava di far
sentire la sua potenza a questa superba repubblica, e quando i deputati
di Padova vennero ammessi alla sua presenza per rendergli omaggio, disse
loro, elle se Dio gli accordava solamente cinque anni di vita renderebbe
i Veneziani loro eguali, e porrebbe fine alla gelosia che una città
mezzo sommersa cagionava da tanto tempo a Padova[426].

  [426] _And. Gataro, Stor. Padov., p. 701._



CAPITOLO LIII.

      _Rivoluzioni nelle repubbliche toscane; intrighi di Giovanni
      Galeazzo. — Francesco da Carrara, suo prigioniero, fugge, e si
      ripara a Firenze; persuade questa repubblica a fare la guerra al
      Visconti. Conduce in Italia un'armata tedesca, e ricupera la
      signoria di Padova._

1388 = 1390.


La condotta di Venezia nel favorire le conquiste di Giovanni Galeazzo
Visconti non aveva corrisposto all'alta prudenza che tanto onorava i
consigli di questa repubblica. Le due case degli Scala e dei Carrara,
abbastanza forti per difendersi, ma non tali da inspirar timore,
potevano servire ai Veneziani di antimurale contro le intraprese dei
Visconti. La repubblica, superiore di forze e di ricchezze, aveva mille
mezzi per tenere in una specie di schiavitù i signori di Verona e di
Padova. I Veneziani mancarono all'ordinaria loro prudenza eccitando lo
Scala alla guerra, poi lasciandolo perire per non avergli somministrati
sufficienti soccorsi; ma un più grande errore fu quello di sagrificare
il Carrara al loro risentimento, acconsentendo che si arricchisse colle
sue spoglie il più potente, il più ambizioso, il più perfido tiranno
d'Italia. La vista degli stendardi milanesi, che volteggiavano in riva
all'Adriatico, richiamò il senato veneto a dolorose considerazioni sulla
propria condotta; e bentosto i minacciosi discorsi di Giovanni Galeazzo,
di cui gli fu dato avviso, accrebbero le sue inquitudini.

Veruna potenza in Italia pareva abbastanza forte per misurarsi col
signore di Milano e per limitarne le conquiste. La Chiesa aveva lungo
tempo guerreggiato contro suo padre e suo zio; ma le sue forze erano
snervate dallo scisma, e più ancora dall'imprudente condotta d'Urbano
VI. Questo pontefice, che andava debitore della sua libertà e forse
della vita al doge Antoniotto Adorno, si disgustò col suo liberatore e
partì precipitosamente da Genova il 16 dicembre del 1386 per passare a
Lucca[427]. In questa città egli predicò la crociata contro il regno di
Napoli ch'egli voleva conquistare. Ma nè le sue esortazioni, nè le sue
bolle acquistarono alla sua causa un solo soldato[428]. In appresso
dichiarò complessivamente la guerra ai Turchi ed ai Greci, guerra poco
sanguinosa, di cui ne affidò la cura all'arcivescovo di Patrasso[429].
In appresso, recandosi a Perugia, vi fece leva di soldati mercenari, coi
quali pensava di fare personalmente l'impresa del regno, quando una
sedizione scoppiata nelle sue truppe, lo fece fuggire atterrito a
Roma[430]. Colà mori il 13 ottobre del 1389 dopo avere coll'impetuoso
suo carattere, colla sua imprudenza, colla sua crudeltà, scandalizzata
la Cristianità forse più che non fecero gli scostumati pontefici del
decimo secolo. Pietro Tommacelli, cardinale di Napoli, che prese il nome
di Bonifacio IX, venne innalzato sulla cattedra di san Pietro il 9
novembre 1389 dai cardinali dell'ubbidienza d'Urbano VI[431].

  [427] _Georgii Stellæ Ann. Genuens., t. XVII, p. 1128. — Uberti
  Folietæ Genuens. Hist., l. IX, p. 491._

  [428] _Rayn. Ann. Eccl. 1387, § 2, t. XVII, p. 128._

  [429] _Ivi, § 8, p. 130._

  [430] _Ivi, 1338, § 8 p. 137._

  [431] _Ivi, 1389, § 12, p. 142._

Di tutte le case sovrane che avevano esistito tra le Alpi e gli
Appennini dopo la caduta delle repubbliche, più non eranvene che quattro
le quali non fossero state spogliate de' loro stati dai Visconti; queste
erano le case di Savoja, di Monferrato, dei Gonzaghi e d'Este. Amedeo
VII, detto il Rosso, conte di Savoja, unicamente occupato degli intrighi
e delle guerre della Francia, evitò ogni cagione di rottura col conte di
Virtù[432]. Teodoro II, marchese di Monferrato, cui Giovan Galeazzo
aveva tolto Asti ed altre importante piazze, fu egli medesimo in certo
qual modo fatto prigioniere nella corte del signore di Milano dalla sua
più tenera infanzia fino al 1400[433]. Francesco di Gonzaga governava
Mantova dopo il 1382; ma non si conservava in questo principato che
mercè la più ossequiosa deferenza a tutte le volontà di Giovanni
Galeazzo. Aveva preso parte a tutte le sue alleanze, ed a tutte le sue
guerre, senza sperarne altro vantaggio che quello di protrarre più in là
l'epoca in cui sarebbe ancor esso spogliato de' suoi dominj[434]. Nella
famiglia d'Este il marchese Alberto era succeduto, il 26 marzo 1388, a
suo fratello Niccolò in pregiudizio d'Obizzo, figlio d'un suo fratello
maggiore che gli era premorto[435]. Alberto, dietro le suggestioni di
Giovan Galeazzo, presso di cui erasi recato a Milano, fece tagliare la
testa ad Obizzo ed a sua madre accusati d'avere contro di lui tramata
una congiura; fece bruciare la sposa di questo sventurato, appiccare uno
de' suoi zii, tenagliare e porre alla tortura molti de' loro
confidenti[436]. Dopo tali atrocità il marchese di Ferrara, resosi esoso
ai popoli ed ai principi, non poteva ad altri fidarsi che a Giovan
Galeazzo, che gliele aveva fatte commettere, e non agiva che a seconda
de' suoi consiglj o de' suoi ordini.

  [432] _Guichenon Hist. généalogique de Savoie, c. 24, t. II, p. 5,
  an. 1383-1391._

  [433] _Benven. de san Geor. Montisfer., t. XXIII, p. 611._

  [434] _Platina Hist. Mantuana, l. III, p. 752, Rer. It., t. XX._

  [435] _Chron. Estense, t. XV, p. 516._

  [436] _Cronica di Pietro Minerbetti, an. 1388, c. 1, p. 156. —
  Scriptores Etruriæ t. II. — Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 530._

Le altre famiglie, un tempo sovrane, erano tutte state spogliate de'
loro stati dai Visconti: i Coreggio, i Rossi, gli Scotti, i Pelavicini,
i Ponzoni, i Cavalcabò, i Benzeni, i Beccaria, i Languschi, i Rusca, i
Brusati, o più non esistevano, o non avevano autorità negli stati altra
volta sottomessi ai loro antenati. La casa Visconti era succeduta sola a
tutta la loro potenza, come a quella degli Scala e dei Carrara.

Se i comuni di Toscana fossero stati uniti dalla considerazione de' loro
pericoli, avrebbero potuto sostenere con pari forze la lotta col conte
di Virtù; ma la sola Firenze sapeva calcolare nelle sue viste la
politica dell'Italia e dell'Europa intera. Le altre città, invece di
stare in guardia contro il nemico d'ogni libertà, erano gelose della
sola Firenze, e le imprudenti loro passioni favoreggiavano i progetti
del tiranno che voleva ridurle in servitù.

Gli stati d'Italia, esposti alle invasioni di Galeazzo, non potevano
sperare soccorso dal rimanente dell'Europa. L'impero era venuto in mano
del più debole, del più spregevole de' principi, Wenceslao, indegno
figlio di Carlo IV, il quale pure aveva anche tanto degenerato dai suoi
gloriosi antenati. La Francia, durante la minorità e la pazzia di Carlo
VI, trovavasi in preda ad un'anarchia, nella quale si videro ben presto
nascere le funeste fazioni dei duchi di Borgogna e d'Orleans.
L'Inghilterra era governata dal debole Riccardo II, sotto il di cui
regno nacquero le fazioni delle due rose. Per le sue guerre civili
l'Ungheria perdeva tutta l'influenza che aveva acquistata sull'Italia e
sul rimanente dell'Europa sotto il gran re Luigi. L'Arragona in tempo
della lunga amministrazione di Pietro IV, detto il ceremonioso, aveva
tenuto un distinto rango tra le potenze marittime; ma questo re era
morto il 4 gennajo del 1387[437], ed il debole Giovanni, che gli
succedeva, riposava in un ozio vile, abbandonando alla consorte tutte le
cure de' pubblici affari[438]. Così dall'una all'altra estremità
dell'Europa tutti i regni erano affetti da un vizio interno, tutti i
regni sembravano nello stesso tempo colpiti d'accecamento, da viltà, o
da demenza, mentre il signore della Lombardia manteneva costantemente al
suo soldo maggiore numero di truppe che verun altro monarca d'Europa,
disponeva d'un'immensa entrata, governava i suoi stati dispoticamente, e
formava progetti di conquista ancora più grandi della sua potenza.
Giovanni Galeazzo aveva un coraggio intraprendente, che stranamente
contrastava colla sua viltà personale. Quell'uomo medesimo, che mai non
mostrossi alla testa dell'esercito, che nel palazzo fortificato di Pavia
non lasciavasi vedere da chicchefosse, che circondavasi di triplici
guardie, e che nel suo appartamento stava sempre apparecchiato a
difendersi contro di queste, come se fosse sicuro d'essere tradito;
quest'uomo non esitava un solo istante nelle sue risoluzioni, non
lasciavasi smuovere dal pericolo, nè scoraggiare dal cattivo esito.
Superiore a tutti nella profondità della sua politica, incapace di
rimorsi per il delitto, o di vergogna per la mala fede, mirava coi vasti
suoi mezzi a sottomettere tutta l'Italia; e se ne avesse terminata la
conquista, pochi ostacoli avrebbe più incontrati a dilatare il suo
dominio sulle vicine contrade. Ma la libertà italiana fu per alcun tempo
salvata ancora, perchè nella carriera della sua ambizione Giovan
Galeazzo si trovò a fronte la virtù, il coraggio, la magnanimità della
repubblica fiorentina, e l'odio implacabile di Francesco da Carrara che
aveva di già spogliato.

  [437] _Mariana Historia de las Españas, l. XVIII, c. 11._

  [438] _Indices Rer. ab. Arag. Regibus Gestarum, Zurita, l. III, p.
  259._

Molte cagioni avevano contribuito ad eccitare l'animosità di diversi
comuni liberi della Toscana contro Firenze, di modo che, malgrado
l'alleanza che le univa, noi vedremo successivamente Pisa, Siena, Lucca,
Perugia e Bologna associarsi al nemico de' Fiorentini e della libertà.

Molte compagnie di ventura erano successivamente entrate in Toscana per
vivere rubando; tutte avevano estorte contribuzioni dalle più deboli
città, mentre la potenza de' Fiorentini le teneva ad una rispettosa
distanza. I popoli oppressi, invece d'accusare se medesimi della propria
debolezza, sospettavano che i Fiorentini fossero segretamente d'accordo
con queste bande d'assassini[439]. I Tarlati della famiglia di Pietro
Saccone, signore di Pietra Mala, si erano nel 1384 dati o raccomandati
alla repubblica di Siena con sessantanove castelli, ed un gran numero di
villaggi[440]. In ogni tempo eransi conservati nemici de' Fiorentini, ed
avevano associati i Sienesi alla loro animosità. Lo stesso anno
Engerrando di Coucy aveva condotta in Italia un'armata francese di oltre
dodici mila cavalli, che guidava nel regno di Napoli in soccorso di
Luigi duca d'Angiò[441]. Un luogotenente di Carlo III occupava in allora
Arezzo, mentre una folla d'emigrati aretini si erano uniti ai Tarlati.

  [439] _Annali Sanesi anonimi, t. XIX, p. 388, 390._

  [440] _Malavolti Stor. di Siena, p. II, l. VIII, fogl. 150._

  [441] _Scipione Ammirato Stor. Fiorent., l. XV, p. 767._

Questi offrirono ad Engerrando di Coucy d'introdurlo in Arezzo col mezzo
delle intelligenze che vi avevano conservate, ed infatti essi gli
aprirono le porte di questa città la notte del 29 settembre 1384. Ma la
morte del duca d'Angiò, di cui nella notte medesima si ebbe avviso a
Firenze[442], determinò Engerrando a rinunciare alla sua spedizione.
Egli cercò prima di occupare il castello d'Arezzo, ov'erasi ritirato il
luogotenente di Carlo III coi Guelfi; ma vedendo che dopo cinquanta
giorni d'assedio non aveva nulla avanzato, e che gli assediati avevano
venduta la loro fortezza ai Fiorentini, trattò ancor esso con questa
repubblica, ed avendo ricevuta una somma di danaro, il 17 novembre 1384
aprì le porte d'Arezzo ai commissarj di Firenze[443]. Nello stesso tempo
i Sienesi stavano con lui contrattando, e lo avevano soccorso, onde
concepirono un estremo dispetto, vedendosi dai loro rivali tolto un
acquisto ch'essi speravano di fare[444].

  [442] _Leon. Aretino Stor. Fior., l. IX. — Marchione de Stefani
  Stor. Fior., l. XII, R. 962, p. 49. — Scip. Ammirato, l. XV, p.
  768._

  [443] _Mem. Stor. di ser Naddo da Montecatini. Deliz. degli Erud.,
  t. XVIII, p. 73. — Scip. Ammirato, l. XV, p. 770._

  [444] _Orlando Malavolti Stor. di Siena, p. II, l. VIII, p. 152._

Frattanto la repubblica di Siena veniva travagliata da rivoluzioni, che
sempreppiù la rendevano debole; ella era governata da artigiani della
più bassa lega, che avevano assunto il nome di riformatori. I nobili
trovavansi con costoro in aperta guerra, e tutto il rimanente della
nazione gemeva oppressa. Ma il 24 marzo 1385 gli ordini dei nove e dei
dodici, che tenevano tra i borghesi un rango superiore, unironsi ai
nobili per attaccare l'oligarchia artigiana de' riformatori. Dopo
un'accanita zuffa cacciarono questi artigiani fuori di palazzo, poi
fuori della città. Quattro mila di costoro fuggirono o furono mandati in
esilio[445]; e nell'ultima classe della nazione si creò un nuovo ordine
sotto il nome di monte del popolo, per separarlo affatto dai riformatori
che si volevano proscrivere. Il governo venne diviso tra i nove, i
dodici ed il popolo; la nobiltà rimase esclusa dagl'impieghi[446].

  [445] _Malavolti Stor. di Siena, l. VIII, p. 153._

  [446] _Marchione de Stefani, l. XII, R. 977, t. XVII, p. 63. — Scip.
  Ammirato, l. XV, p. 771. — Malavolti Stor. di Siena, p. II, l. IX,
  p. 154._

Questa rivoluzione riconciliò per breve tempo i Sienesi coi Fiorentini,
perchè gli ultimi avevano soccorsi i borghesi di Siena. Essi
accomunavano ai riformatori il risentimento che i loro Ciompi avevano
loro inspirato, ed appena usciti essi medesimi dal giogo del popolaccio,
volevano pur rompere quello de' loro vicini. Ma bentosto una contesa di
giurisdizione ravvivò tra le repubbliche una mal assopita animosità.

La comunità di Montepulciano trovavasi da lungo tempo sotto la
protezione di Siena con certe condizioni e riserve che i Sienesi avevano
mal osservate[447]. Ma questa borgata, che più anticamente era stata
sotto la protezione de' Fiorentini, li chiamò come garanti de' suoi
privilegi. La famiglia dei Pecora governava in allora Montepulciano con
una quasi assoluta autorità. Questi piccoli signori erano divisi,
Giovanni di Pecora aveva scacciato suo cugino Gherardo, e questi con un
piccolo numero d'aderenti era rimasto attaccato ai Sienesi, ma il popolo
ed il capo erano spontaneamente ricorsi ai Fiorentini[448].

  [447] _Cronica di Piero Minerbetti Scrit. Etr., t. II, an. 1388, c.
  9, p. 164. — Scip. Ammirato, l. XV, p. 790._

  [448] _Malavolti Stor. di Siena, p. II, l. IX, p. 159._

Questi ultimi, ai quali Giovanni di Pecora offriva la sovranità di
Montepulciano, non vollero accettarla; invece cercarono di riconciliare
questo signore coi Sienesi. Perciò incaricarono il loro ambasciatore di
rinnovare per cinquant'anni il trattato esistente tra i due popoli; ma
nello stesso tempo mandarono alcune compagnie di soldati a
Montepulciano, affinchè questo comune non venisse attaccato finchè
durava la negoziazione[449].

  [449] _Poggio Bracciolini Istor. Fiorent. l. III, p. 249. — Piero
  Minerbetti Ist. Fior. an. 1388, c. 9, p. 164._ Noi faremo oramai
  frequente uso di questo storico fiorentino, che per lo spazio di
  ventidue anni seguì press'a poco il piano dei Villani, ai quali
  trovasi peraltro inferiore. Sembra che abbia avuto disegno di
  continuare la cronica di Marchione de Stefani, che finì nel 1386.
  Ogni anno della sua storia, che seguendo l'usanza fiorentina
  comincia il 25 marzo, forma un separato libro diviso in molti
  capitoli. È stampato nel tomo II degli Scrittori Etruschi, in
  foglio.

I Sienesi, che avevano nome di essere i più vendicativi popoli della
Toscana, irritati perchè i fiorentini avessero presa parte alla contesa
loro coi proprj sudditi, si resero schiavi essi medesimi per trarvi
anche i loro rivali. Mandarono segretamente ambasciatori al conte di
Virtù, offrendogli di darsi a lui. Ma in tale epoca Giovanni Galeazzo,
trovandosi tutt'inteso alla sua guerra con Francesco da Carrara, ebbe
timore di dare motivo alla repubblica fiorentina di soccorrere questo
principe, e spedì immediatamente deputati alla signoria per protestare,
che lungi dal volere turbare la pace della Toscana, aveva rifiutate le
offerte dei Sienesi; e che quando questo popolo stesso a lui si volesse
dare liberamente e senza riserve, egli ancora non lo vorrebbe
accettare[450].

  [450] _Piero Minerbetti, an. 1887, c. 4, p. 150. — Scipione
  Ammirato, l. XV, p. 791._

Per altro Giovanni Galeazzo non aveva fatto, come diceva, così aperto
rifiuto dell'offerta de' Sienesi, perciocchè maravigliosamente si
accordava co' suoi progetti di conquista in Toscana e colle più care sue
speranze. Persuase solamente questa repubblica a negoziare coi
Fiorentini, finchè gli fosse riuscito di soggiogare Francesco da
Carrara, ed allora fece bruscamente rompere le conferenze, mentre i suoi
ambasciatori protestavano a Firenze che il loro signore non desiderava
che la pace[451].

  [451] _Piero Minerbetti, an. 1388, c. 11, p. 167._

Nello stesso anno Giovanni Galeazzo tentò d'occupare Pisa. Pietro
Gambacorti, alleato dei Fiorentini, governava questa repubblica. Tutt'ad
un tratto fu attaccato da una compagnia di ventura, ed avanti che avesse
potuto domandare soccorso ai suoi alleati, vide giugnere da Sarzana
quattro mila cavalli che il Visconti, secondo egli diceva, mandava in
suo soccorso. Questi inaspettati ausiliari chiedevano instantemente di
essere ricevuti in città; ma Pietro Gambacorti, che più temeva tali
difensori che i nemici, fece loro chiudere le porte di Pisa, mentre che
accolse in città senza verun sospetto i rinforzi mandatigli dai
Fiorentini[452].

  [452] _Pietro Minerbetti, c. 5, p. 158._

Passò ancora tutto il 1388 senza che scoppiasse la guerra; ma ogni
giorno vedevansi nascere nuove difficoltà, che davano motivo a nuove
negoziazioni per calmare il risentimento che eccitavano. Il conte di
Virtù aveva alternativamente diretti i suoi progetti su tutte le città
della lega guelfa; ma Bologna trovavasi più d'ogni altra esposta alle
sue pratiche, perchè i Visconti, che n'erano stati in addietro padroni,
vi conservavano alcuni partigiani. La peste e la somma carezza delle
vittovaglie travagliavano nello stesso tempo questa città, onde un
segreto malcontento, eccitato dalle creature di Giovanni Galeazzo che
trassero molti Bolognesi in una congiura contro la libertà, si andava
diffondendo tra i suoi abitanti. Un fortunato accidente fece scoprire
questa trama, ed i capi perdettero la testa sul patibolo[453]. Da prima
parve che il conte di Virtù pensasse a vendicarli, ed ordinò ai
Fiorentini ed ai Bolognesi dimoranti ne' suoi stati di partire entro
otto giorni[454]; fece passare duecento lance a Siena, e la guerra parve
inevitabile. Frattanto Pietro Gambacorti, che temeva d'esservi
strascinato suo malgrado, si adoperò in modo, che ottenne di rinnovare
le negoziazioni. I Fiorentini avevano omai terminati i loro apparecchi,
ed eransi procurati alleati in Germania, quando il Gambacorti li
persuase in ottobre del 1389 a segnare un trattato di pace e di alleanza
col conte di Virtù, col quale si obbligavano reciprocamente, i
Fiorentini a non immischiarsi negli affari di Lombardia, il conte a non
prendere veruna parte in quelli della Toscana[455].

  [453] _Cronica Miscella di Bologna, p. 534._

  [454] _Pietro Minerbetti, c. 8, p. 185. — Scip. Ammirato, l. XV, p.
  797._

  [455] _Pietro Minerbetti, c. 14, p. 188. — Poggio Bracciolini Hist.
  Fior., l. III, p. 251. — Scip. Ammirato, l. XVI, p. 798._

Ma Giovanni Galeazzo non si faceva riguardo di segnare qualunque
trattato, poichè disposto era a non osservarne alcuno. Spedì a Siena
quello de' suoi generali che più odiava i Fiorentini, Giovanni d'Azzo
degli Ubaldini, l'erede di una delle grandi famiglie ghibelline degli
Appennini; e coll'opera sua Giovanni Galeazzo sedusse alcuni cittadini
di Samminiato che vivevano in istretta domestichezza col governatore di
questo importante castello. I congiurati promisero di uccidere il
governatore e di aprire Samminiato alle truppe del Visconti, che per tal
modo avrebbe potuto chiudere ai Fiorentini la navigazione dell'Arno: ma
i cospiratori, cercando complici, si rivolsero ad alcune persone che
manifestarono la trama[456].

  [456] _Piero Minerbetti, c. 21, p. 193._

Giovanni d'Azzo non si lasciò sgomentare dalla mala riuscita di
Samminiato, e tenne dietro ad altre pratiche. Era costui parente d'un
signore cortonese che inutilmente cercò di guadagnare al partito del
Visconti. Tentò pure di sedurre i Perugini, ma questi, agitati da una
rivoluzione, vollero conservare la neutralità. In settembre di
quest'anno i nobili si erano uniti al basso popolo, ed avevano ottenuta
sui borghesi una compiuta vittoria, escludendoli affatto dal governo.
Erano fuggiti più di cinquecento cittadini; la città era stata in parte
saccheggiata, e Pandolfo Baglioni, capo della nobiltà, aveva con questa
rivoluzione fatto il primo passo verso il supremo potere della sua
patria cui celatamente aspirava[457].

  [457] _Piero Minerbetti, c. 14, p. 188. — Pompeo Pellini Istoria di
  Perugia, p. I, l. IX, p. 1375. — Ivi, p. II, l. X, p. 11._

Le pratiche di Giovanni d'Azzo furono più fortunate a Pisa; non già che
ottenesse di staccare dai Fiorentini Pietro Gambacorti, il fedele amico
della repubblica; ma questo virtuoso cittadino, che aveva così lungo
tempo governato la sua patria senza offenderne la libertà e senza mai
abusar del potere che riconosceva dalla confidenza de' suoi
compatriotti, cominciava a perdere il suo credito. Di già i suoi nipoti,
figliuoli di Gherardo suo fratello, avevano l'arrogante procedere de'
nuovi signori; uno di loro era stato nominato arcivescovo di Pisa, un
altro cavaliere del santo Sepolcro, ed un terzo canonico; costoro si
scordavano, che i cittadini di Pisa erano loro eguali, e si permettevano
talvolta certi atti violenti, di cui i tribunali non ardivano
punirli[458]. Un agente di Giovanni Galeazzo inasprì il malcontento del
popolo, e sedusse coll'oro Giacomo Appiano, cancelliere del comune, reso
potente dallo stesso Gambacorti, che in lui ciecamente fidava.

  [458] _Bernardino Marangoni Cronica di Pisa, p. 804._

Nello stesso tempo i Fiorentini avevano cercato di afforzarsi colle
alleanze; ma il solo amico di cui facessero maggior capitale era un uomo
che senza truppe e senza stati era venuto a rifugiarsi in Firenze.
Invece di fortezze e di soldati offrì alla repubblica i suoi talenti, il
suo coraggio, l'energia del suo carattere, e soprattutto
l'irreconciliabile suo odio verso il Visconti. Questi era Francesco
Novello di Carrara, poc'anzi signore di Padova.

Giovanni Galeazzo dopo averlo tenuto lungo tempo a Milano, volle almeno
apparentemente eseguire la convenzione, dietro la quale eragli stata
ceduta Padova. Aveva prima fatto sapere a Francesco, che gli
accorderebbe in ricompensa di Padova la signoria di Lodi; ma non gli
aveva mai acconsentito di venire a Pavia, ed i suoi agenti andavano ogni
giorno diminuendo le loro offerte, e facevano nascere ad ogni istante
nuove difficoltà. Finalmente gli accordarono a nome del conte di Virtù
la signoria di Cortazzone, presso Asti. Era Cortazzone un vecchio
castello mezzo ruinato, con alcuni vassalli, per la maggior parte
assassini di strada, ma Ghibellini appassionati e pieni di prevenzione e
di odio contro la casa guelfa di Carrara[459].

  [459] _Andrea Gataro Stor. Padovana, p. 718._

Francesco da Carrara condusse sua moglie, Taddea d'Este e tutta la sua
famiglia, prima ad Asti, poi a Cortazzone. Colà si occupò come un
semplice gentiluomo a far rifabbricare il suo castello[460]. La città di
Asti era in allora posseduta dal duca d'Orleans, cui Giovanni Galeazzo V
aveva data per dote di sua figliuola Valentina[461]. Il luogotenente del
duca si affezionò a Francesco da Carrara, ed un giorno lo prevenne che
Giovanni Galeazzo aveva appostati degli uomini per farlo uccidere mentre
passerebbe da Cortazzone ad Asti. Lo consigliò pertanto a porsi in
sicuro con una pronta fuga[462].

  [460] _Ivi, p. 720._

  [461] Giovanni Galeazzo aveva maritata Valentina, figliuola della
  sua prima moglie, a Luigi duca d'Orleans fratello di Carlo VI di
  Francia: gli aveva dato in dote il contado di Virtù, e la città di
  Asti. Da questo matrimonio nacquero Carlo, duca d'Orleans, padre di
  Luigi XII, e Giovanni, conte d'Angouleme, avo di Francesco I. Di qui
  le pretese di questi due re sugli stati de' Visconti.

  [462] _Andrea Gataro Storia Padovana, p. 247._

Il Carrara in marzo del 1389 partì repentinamente da Asti con sua
moglie, ed alcuni servitori, dando voce di voler fare un pellegrinaggio
a sant'Antonio di Vienna, nel Delfinato. Il governatore di Asti gli
diede guardia fino ai confini del Monferrato, e s'incaricò egli medesimo
di far giugnere a Firenze i figliuoli del Carrara, i suoi fratelli
naturali e gli effetti preziosi che aveva seco portati da Padova[463].

  [463] _Andrea Gataro, p. 726._

Francesco soddisfece in fatti al suo pellegrinaggio, dopo il quale
recossi in Avignone per chiedere consiglj e soccorsi al papa francese.
Imbarcossi poi a Marsiglia colla moglie, intenzionato di costeggiare
colla sua felucca le due riviere della Liguria, e di sbarcare a Pisa; ma
cammin facendo fu sorpreso dalle burrasche dell'equinozio; e perchè
Taddea, gravida da più mesi, soffriva crudelmente i disagi del mare
agitato, pregò lo sposo di risparmiarle il tormento della navigazione,
preferendo, diss'ella, di fare tutta la strada a piedi piuttosto che
soffrire così aspro martirio. Carrara non ignorava che i dolori del mare
erano senza pericolo, mentre la strada di terra presentava infiniti
ostacoli; si arrese non pertanto ai desiderj della sposa, e si fece
sbarcare sulla costa, ordinando per altro ai suoi marinai di tener
sempre la felucca a portata di valersene quando volesse.

Alcuni castelli della riviera di Ponente appartenevano ai Ghibellini,
ereditarj nemici della famiglia del Carrara; altri erano posseduti da
creature del conte di Virtù; ne' deserti e tra gli scogli stavano in
vedetta alcuni emissarj di questo signore per sorprendere i viaggiatori;
ovunque erano circondati da' pericoli; e Francesco, dopo avere camminato
tutto il giorno per aspri e tortuosi sentieri che s'aggirano sul pendìo
di scoscese montagne, sostenendo sull'orlo dei precipizi colle sue
braccia la sposa, non ardiva poi la sera di entrare in qualche casa per
riposarsi. Presso a Monaco passarono la notte in una chiesa mezza
ruinata; a Ventimiglia il podestà fece tener loro dietro i suoi arcieri,
contro i quali sostennero una zuffa prima di essere riconosciuti. Ivi
s'imbarcarono di nuovo; ma la tempesta ed i patimenti di Taddea li
costrinsero bentosto ad approdare in mezzo ai feudi dei marchesi del
Carreto, Ghibellini affezionati al conte di Virtù, Attraversarono parte
del paese a piedi in una continua diffidenza; ed essendosi all'ultimo
adagiati sotto alcuni alberi per mangiare un capretto, che avevano
comperato da un pastore, una metà della compagnia faceva la guardia,
mentre l'altra metà mangiava[464].

  [464] _Andrea Gataro Storia Padovana, p. 732._

Inaspettatamente furono raggiunti in questo stesso luogo da un messo di
Pacino Donati, agente fiorentino del Carrara e di Antonio Adorno doge di
Genova: l'ultimo prometteva la sua protezione al fuggitivo signore di
Padova e gli spediva un brigantino per condurlo a Genova sotto finto
nome, dandogli una salvaguardia per attraversare gli stati della
repubblica. Carrara andò con tutta la sua famiglia a bordo del
brigantino genovese, ma la burrasca, che non cessava di perseguitarlo,
lo costrinse bentosto a sbarcare in Savona. Era colà aspettato da Pacino
Donati e da altri amici; la mensa era imbandita, e già si disponevano a
mangiare, quando un secondo messo del doge entrò precipitosamente nella
camera, e loro ordinò di rimbarcarsi all'istante. Giovanni Galeazzo
aveva intimato alla repubblica di Genova di arrestarli ovunque si
trovassero, dichiarando di farle sentire gli effetti del suo sdegno, se
loro dava asilo, ed Adorno non ardiva di esporsi per cagione loro alla
collera di così potente signore. I Carrara ripartirono senza avere
mangiato; navigarono tutta la notte, e la susseguente mattina il bisogno
di cibarsi li forzò a dar fondo nel porto di Genova. Erano vestiti da
eremiti tedeschi, ed entrarono così sconosciuti in un albergo[465].

  [465] _Andrea Gataro Storia Padovana, p. 734._

Dopo poche ore di riposo si rimbarcarono, e scorrendo la riviera di
Levante press'a poco con altrettanta difficoltà, sbarcarono finalmente a
Motrone, piccolo porto del territorio di Pisa, ove speravano di trovare
finalmente sicurezza e riposo. Dopo avere congedati i marinaj si
avviarono subito a piedi alla volta di Pisa, facendosi precedere da un
messo per avvisare Gambacorti del loro arrivo.

Francesco da Carrara sostenendo la consorte che più non reggeva alla
fatica, cercava di ridonarle speranza e coraggio. «A Pisa, le diceva
egli, ristoreremo bentosto le nostre membra affaticate; sono sicuro di
essere ben accolto da Pietro Gambacorti, il quale, cacciato ancor esso
come me dalla sua patria, vagò di terra in terra chiedendo soccorso. In
allora mio padre lo accolse nella sua corte colla moglie e i figli, lo
colmò di onori, e maritò una sua figliuola al marchese Spineda, dandogli
poi danaro e soldati per ristabilirsi in Pisa; e se il Gambacorti
trovasi al presente felice e tranquillo, non si scorderà che lo deve
alla nostra famiglia.» Mentre andavano con queste memorie
riconfortandosi, il messo tornò a dir loro, che Pietro Gambacorti non
osava riceverli in patria, perchè Galeazzo Porro, uno de' generali di
Giovanni Galeazzo, era giunto con un corpo di cavalleria, ed aveva
domandato alla signoria di farli arrestare[466].

  [466] _Andrea Gataro, p. 736._

Quando Taddea udì questo annunzio cadde svenuta; lo sposo dopo averle
richiamati gli smarriti spiriti, entrò travestito in Pisa, si procurò un
cavallo per la moglie e cibi di cui tutti abbisognavano. Raggiunse di
nuovo la sua piccola truppa, e tenendo una strada appartata la condusse
a Cascina posta sulla strada di Firenze, e colà si alloggiarono in così
misero albergo, che dovettero tutti passare la notte nella stalla.
Eransi appena coricati sopra la paglia che un messo di Gambacorti li
risvegliò; questi mandava loro in dono dieci cavalli, confetti e torchi,
ordinava a tutti i castellani dello stato di Pisa di trattare il meglio
che potevano questi illustri ospiti. L'albergatore cedette allora il
proprio letto a Francesco da Carrara ed alla sua sposa; e questa fu la
prima notte, da che erano partiti da Asti, che non si coricavano sulla
nuda terra, o sopra la paglia[467].

  [467] _Andrea Gataro, p. 740._

I fuggitivi principi non trovarono pure in Firenze quell'accoglimento
che speravano di ricevervi; perciocchè era il tempo in cui Giovanni
Galeazzo dava alla repubblica le più lusinghiere speranze di mantenere
la pace, ed in cui la repubblica, soffrendo per l'estrema carezza delle
vittovaglie, cercava dal canto suo di non risvegliare la collera del
potente signore di Lombardia. Perciò i magistrati si astennero alcun
tempo da ogni ministeriale relazione col Carrara e non lo risguardarono
che come un particolare che voleva approfittare della protezione che le
loro leggi accordavano a tutti gli sventurati. Frattanto erano pure
giunti in Firenze i figliuoli del Carrara e gli equipaggi che il
governatore di Asti erasi incaricato di spedire. Ed allora il fuoruscito
signore di Padova trovavasi padrone di ottanta mila fiorini in danaro, e
di sessanta mila in gioielli e gemme[468]. Per dare uno stato
indipendente a suo fratello naturale, il conte di Carrara, lo fece
ricevere comandante di cento lance nella compagnia di Giovanni Acuto,
indi, lasciati la moglie ed i figliuoli a Firenze, si rimise solo in
viaggio per procurare nemici a Galeazzo.

  [468] _Andrea Gataro, p. 744._

Passò prima a Bologna, e trovò la signoria di questa città ben disposta
a suo favore; ma prima di risolvere ella desiderava di vedere quale
partito prenderebbe a suo riguardo la repubblica di Firenze. Imbarcossi
poi in Ancona, intenzionato di attraversare il golfo e passare in
Croazia presso al conte di Segna che aveva sposata sua sorella; ma una
burrasca lo spinse verso le lagune, ove fu riconosciuto, contro ogni sua
aspettazione non preso dai Veneziani[469].

  [469] _Andrea Gataro, p. 756._

Sbarcato a Ravenna, Francesco da Carrara, più non poteva avventurarsi ad
attraversare un mare dominato dai Veneziani, e sparso di navi che
cercavano di raggiugnerlo. Tornò dunque a Firenze e vi fu assai meglio
accolto che la prima volta, perchè recenti ingiurie di Giovan Galeazzo
avevano meglio svelate le sue ostili intenzioni; onde la signoria
propose al Carrara di recarsi in Germania, di offrire sussidj al duca di
Baviera, e di persuaderlo ad attaccare il Visconti nel Friuli. Verso lo
stesso tempo il Carrara aveva ricevuto un ultimo messo da suo padre che
trovavasi strettamente guardato nel castello di san Colombano. Questo
vecchio signore ordinava a suo figliuolo di pensare piuttosto a
vendicarlo, che a calmare il suo nemico con vili compiacenze. «Ormai,
gli diceva, io conosco Giovan Galeazzo: nè l'onore, nè la compassione,
nè la giurata fede mai non lo determinarono ad una generosa azione;
s'egli fa qualche bene non vi è spinto che dal proprio interesse,
essendogli sconosciuto ogni altro sentimento; e la virtù siccome l'odio
e la collera vengono da lui assoggettate al calcolo.»

Francesco da Carrara, sicuro dell'approvazione di suo padre, accettò la
commissione della repubblica fiorentina, e partì alla volta della
Germania. Non potendo passare per gli stati del Visconti o de' Veneziani
prese una lunga ma sicura via. Attraversò il golfo di Genova, la
Provenza, il Delfinato e la Savoja[470]. Da Ginevra s'incamminò per la
Svizzera, e giunse a Monaco presso il duca Stefano di Baviera. Era
questi genero di Barnabò Visconti, che Giovanni Galeazzo aveva fatto
morire in prigione. Il Carrara tutto soffiò nel cuore del Bavaro l'odio
che lo infiammava egli stesso, facendogli sentire ciò che doveva
all'ombra sdegnata del suocero, ed ai fratelli della consorte, cui il
conte di Virtù aveva rapita l'eredità, e che non lasciava di
perseguitare nel loro esilio col ferro e col veleno. Gli offrì ottanta
mila fiorini per cominciare il suo armamento, obbligandosi a far sì che
Bologna e Firenze pagassero in appresso le spese della sua armata; ed
ottenne la promessa che nell'entrante primavera scenderebbe in Italia
con dodici mila cavalli[471].

  [470] _Andrea Gataro, p. 758._

  [471] _Andrea Gataro, p. 760._

Lasciando la Baviera Francesco di Carrara prese la strada della
Dalmazia. Una sorella da lui sommamente amata era maritata al conte di
Segna e di Modro, potente signore della Croazia, i di cui feudi si
stendevano lungo il canale dei Morlacchi. Carrara si trattenne alcun
tempo col cognato e colla sorella, che gli diedero i più affettuosi
contrassegni dell'amor loro, e promesse di larghi soccorsi; e colà stava
egli aspettando una risposta dai Fiorentini intorno ai trattati fatti
col Bavaro. Finalmente giunse il suo messo, recandogli i ringraziamenti
della signoria per quanto aveva operato, facendogli però sapere che il
suo trattato non avrebbe effetto, perchè, dopo la sua partenza, Firenze,
e i comuni toscani avevano conchiuso, colla mediazione del Gambacorti,
in ottobre del 1389, una lega offensiva e difensiva con Giovanni
Galeazzo Visconti[472].

  [472] _Ivi, p. 762._

Francesco da Carrara vedendo tutt'ad un tratto svanite le sue più care
speranze, poco mancò che non morisse di dolore, e non vi voleva meno di
tutta la tenerezza della sorella e del cognato, per toglierlo
all'estremo suo avvilimento. Il cognato gli promise d'impiegare tutte le
sue forze per fargli ricuperare la perduta sovranità, assicurandolo che,
mercè le sue alleanze con diversi signori ungari, potrebbe disporre di
tre mila cavalli e mantenerli tutto un anno al suo servigio: ma lo
confortava di andare a chiedere soccorsi al capo di Bosnia che assumeva
il titolo di re di Rascia, il quale nella guerra ch'egli faceva ai
Turchi aveva sperimentata la perfidia di Giovanni Galeazzo[473].

  [473] _Andrea Gataro, p. 763._

Mentre Francesco di Carrara stava per porsi in viaggio alla volta di
questo paese mezzo barbaro, fu raggiunto da Pietro Guazzalotti,
ambasciatore dei Fiorentini, che veniva a chiedergli di rinnovare le sue
pratiche col duca di Baviera. L'attentato di Giovan Galeazzo sopra
Samminiato, ed i suoi intrighi a Perugia ed a Pisa, avevano persuasa la
repubblica alla guerra. Il Carrara condusse l'ambasciatore fiorentino
presso il duca di Baviera, e passò in appresso nella Carinzia a
domandare consigli e soccorsi al conte d'Ottemburgo che aveva sposata
una sua zia[474]. Intavolò poi qualche trattato con alcuni signori del
Friuli, che gli promisero il passaggio per i loro feudi, e degli ajuti
nella sua marcia.

  [474] _Andrea Andrea Gataro, p. 766._

L'inverno erasi consumato in questi trattati, ed all'apertura della
primavera del 1390 il Carrara seppe finalmente che la guerra era stata
dichiarata. I Malatesti ed i signori d'Urbino, alleati di Giovanni
Galeazzo, avevano attaccata e disfatta una truppa al soldo de'
Bolognesi; dopo di che il conte di Virtù, il marchese d'Este ed il
signore di Mantova mandarono i loro araldi d'armi a portare per parte
loro una sfida alle repubbliche di Firenze e di Bologna[475]. Ma nello
stesso tempo seppe Francesco da Carrara che suo fratello naturale, il
conte di Carrara, era stato fatto prigioniere da Carlo Malatesti di
Rimini, alleato del conte di Virtù, e che suo cognato Stefano, conte di
Segna, era morto, lasciando la sua vedova assediata nel castello di
Modro[476]. Carrara sarebbe rimasto vittima del dolore senza i soccorsi
datigli dal conte d'Ottemburgo. Non tardò per altro a riprendere
coraggio, e ritornò in Baviera per affrettare gli apparecchi di quel
duca.

  [475] _Cronica Miscella di Bologna, t. XVIII, p. 539._

  [476] _Andrea Gataro, p. 767._

I Fiorentini avevano dal canto loro invocata la protezione di Carlo VI,
re di Francia, ed ebbero la risposta nell'istante in cui scoppiò la
guerra. Quel re loro offriva potenti soccorsi, ma sotto due condizioni;
la prima, che la repubblica riconoscesse per legittimo papa Clemente
VII, che sedeva in Avignone, e la seconda, che in segno di riconoscenza
la repubblica pagasse al re un annuo, sebbene piccolo tributo, in segno
di ubbidienza. Tali condizioni vennero altamente rifiutate, la prima
come contraria alla coscienza, l'altra alla libertà; e la repubblica
piuttosto che comperare alleati a tale prezzo, amò meglio di vedersi
ridotta alle proprie forze per combattere il suo potente nemico[477].

  [477] _Leon. Aretino Storia Fiorent. l. IX. — Scipione Ammirato, l.
  XV, p. 801._

I dieci della guerra adunarono il così detto consiglio de' _richiesti_,
ossia un'assemblea de' più riputati cittadini; loro esposero lo stato
degli affari, e chiesero che facessero conoscere loro la volontà del
popolo. Lo zelo di tutti i Fiorentini per la difesa della libertà e per
l'onore della patria si appalesò altamente in questo consiglio. Le borse
de' privati furono aperte al governo[478], ed i decemviri trovandosi a
portata di spingere vivamente la guerra, diedero il comando delle loro
truppe a Giovanni Acuto, che in allora trovavasi ai servigi della regina
Margarita di Durazzo, e che nudriva un personale odio contro il duca di
Virtù. Acuto venne posto alla testa di due mila lance, o sei mila uomini
di cavalleria, ed i Bolognesi dal canto loro diedero mille lance al
conte Giovanni di Barbiano[479].

  [478] _Piero Minerbetti an. 1389, c. 24, p. 196. — Poggio
  Bracciolini, l. III, p. 252._

  [479] _Piero Minerbetti an. 1389, c. 26, p. 199._

Giovanni Galeazzo aveva condotti al suo servigio i più abili generali di
quel tempo, e nulla aveva risparmiato per assicurare alle sue armate la
superiorità del numero sopra quelle de' Fiorentini. Nel medesimo tempo
aveva estese le sue alleanze tutt'all'intorno della Toscana. Siena e
Perugia avevano abbracciato il suo partito, mentre gli emigrati di
quest'ultima città ricevevano soccorso dai Fiorentini[480]. Antonio di
Montefeltro, signore d'Urbino, Astorre Manfredi, signore di Faenza, i
Malatesti, signori di Rimini, ed i signori d'Imola e di Forlì, erano
tutti guadagnati dal conte di Virtù. Questi invece di riunire il suo
esercito in un solo corpo, lo distribuì nel territorio de' molti suoi
alleati; mentre Giacomo del Verme si avanzava dalla parte di Modena
verso Bologna, con mille duecento lance e cinque mila pedoni[481].
Giovanni d'Azzo degli Ubaldini comandava mille lance a Siena[482], Paolo
Savelli trovavasi a Perugia alla testa di un altro corpo di truppe, ed
Ugolotto Biancardo, Galeazzo Porro e Facino Cane eransi riuniti in
Romagna ai soldati dei signori di questa provincia. In tutto Giovan
Galeazzo aveva mandato contro Firenze e Bologna quindici mila cavalli e
sei mila fanti[483].

  [480] _Piero Minerbetti an. 1390, c. 5, p. 203, e c. 24, p. 218._

  [481] _Ivi, c. 14, p. 210._

  [482] _Ivi, c. 4, p. 203. — Scip. Ammirato, l. XV, p. 803._

  [483] _Andrea Gataro Stor. Padovana, p. 769._

Ma qualunque si fosse la superiorità delle forze di Giovanni Galeazzo,
le sue truppe, disperse sopra una troppo estesa linea, non diedero
veruna grande battaglia, e la guerra si riduceva a sorprese di castelli,
a scorrerie di cavalleggeri, e a piccole zuffe; quando tutt'ad un tratto
la somma della guerra si ridusse nella Marca Trivigiana per l'invasione
di questa provincia operata da Francesco da Carrara.

I Veneziani, che cominciavano ad adombrarsi della crescente grandezza di
Giovan Galeazzo, avevano promesso alle repubbliche di Firenze e di
Bologna che manterrebbero un'esatta neutralità, e darebbero libero
passaggio alle armate delle due parti pel territorio trivigiano[484].
Francesco da Carrara aveva approfittato di questa concessione per
mettersi in marcia, senza aspettare il duca di Baviera, i di cui
apparecchi non erano per anco terminati. Aveva trovato a Cividale del
Friuli circa trecento lance che Michele di Rabatta, suo strettissimo
amico ed altri gentiluomini di questa provincia avevano ragunate al suo
soldo; ed egli si era avanzato fino ai confini degli stati de' suoi
antenati, facendosi portare avanti tre stendardi, quello del comune di
Padova, gli stemmi di sua famiglia, e di quella della Scala. I
Fiorentini lo avevano impegnato a prendere sotto la sua protezione Can
Francesco della Scala, figlio d'Antonio, cui aveva egli medesimo fatta
la guerra, ma che Giovanni Galeazzo aveva fatto avvelenare, dopo averlo
spogliato de' suoi stati.

  [484] _Ivi, p. 772._

Alla vista degli stendardi di Carrara tutti gli abitanti del territorio
di Padova presero le armi, perciocchè sotto il governo de' Visconti
trovavansi più aggravati di gabelle di quel che lo fossero sotto gli
antichi loro principi; mentre verun sentimento d'affetto per questa
novella razza, veruna abitudine del passato, veruna speranza
dell'avvenire gli ajutava a sopportare il peso ond'erano oppressi. La
capitale trovavasi ridotta al rango di provincia, ed era spento affatto
l'orgoglio nazionale. In ogni villaggio ove presentavasi, Francesco
trovava gli abitanti armati, che lo accoglievano con grida di gioja, e
la sua armata andava ingrossando ogni ora. Il 18 giugno mandò a sfidare
coloro che avevano il comando di Padova a nome del conte di Virtù;
questi incaricarono il suo trombetta di dirgli, che ben folle era colui,
il quale, dopo essere uscito per la porta, sperava di poter rientrare
superando le mura[485].

  [485] _Andrea Gataro, p. 777._

Ma Francesco da Carrara sapeva di già per dove entrerebbe nella sua
capitale; sapeva che al di sotto del ponte della Brenta non trovavasi
acqua nel fiume che fino al ginocchio, e che in questo luogo l'ingresso
della città era chiuso da una semplice palafitta di legno. In su la
mezza notte del seguente giorno scese avanti nel letto della Brenta con
dodici uomini, tutti armati di scuri, e quaranta lanceri. Cominciò
subito ad atterrare la palafitta, e quando il fracasso ch'egli si faceva
cominciò a richiamare sul luogo la guardia, fece che in ogni lato i
contadini uniti alla sua armata mettessero altissime grida, onde
distrarre l'attenzione della guarnigione. Erasi questa divisa per
custodire tutto il giro delle mura, onde non gli furono opposti che
circa cinquant'uomini, a traverso ai quali non tardò ad aprirsi un
passaggio, giugnendo fino al cimitero di san Giacomo, ove fu raggiunto
da due cento de' suoi soldati[486]. Allora il grido di _carro! carro!_
(che era lo stemma di sua famiglia), ripetuto ad alta voce dal popolo,
lo stendardo carrarese dispiegato nelle contrade, ed il suono delle
trombe che udivasi in diversi lati, riempirono di terrore la guarnigione
milanese, e mossero i Padovani a dichiararsi pel loro antico signore. In
breve tempo egli fu padrone di tutte le porte, ed i soldati di Giovan
Galeazzo sì ritirarono nelle due fortezze con alcuni cittadini che si
erano dati a conoscere nemici della casa di Carrara[487].

  [486] _Andrea Gataro, p. 782._

  [487] _Ivi, p. 784._

Nella vegnente notte una delle fortezze fu data in mano a Francesco da
alcuni Padovani che avevano le loro case nel suo ricinto[488]. Le uscite
dell'altra vennero chiuse in maniera che i soldati che l'occupavano più
non potessero entrare in città, e la mattina fu data notizia al Carrara,
che Castelbaldo, Montagnana, Este e Monselice eransi dichiarate a suo
favore, e che subito dopo Pieve di Sacco, Bovolenta, Castel Carro, san
Martino, Cittadella, Limena e Campo san Piero avevano inalberate le sue
bandiere. Nel ricevere queste felici notizie sulla piazza di Padova
Francesco da Carrara s'inginocchiò in mezzo al suo popolo, e ringraziò
Dio ad alta voce di tanti favori, di cui riconoscevasi indegno[489].

  [488] _Ivi, p. 791._

  [489] _Andrea Gataro, p. 793._

I Veronesi informati della rivoluzione di Padova, e dell'arrivo a
Venezia di Can Francesco della Scala, fanciullo di sei anni, figliuolo
del loro ultimo signore, presero le armi il 25 giugno, proclamando il
nome della Scala, ed occuparono le mura e le porte della loro città; ma
non riuscirono ad impadronirsi del castello, nè ebbero l'antiveggenza di
troncare ogni comunicazione tra la città ed il castello. Frattanto si
manifestò tra i cittadini qualche disparere; i borghesi desideravano di
approfittare di questa rivoluzione per ristabilire la repubblica; e per
lo contrario il basso popolo voleva darsi senza condizioni al fanciullo,
erede della casa della Scala[490]. Mentre disputavano, Ugolotto
Biancardo, che Giovanni Galeazzo mandava con ogni diligenza con
cinquecento lance per difendere Padova, entrò nel castello di Verona, di
dove piombò all'improvviso sulla città, abbandonandola al saccheggio,
dopo aver fatta un'orribile uccisione de' suoi abitanti[491]. Prese in
seguito la strada di Padova sperando di avervi un eguale successo; ma
Francesco da Carrara non si lasciò sorprendere, ed il generale milanese
si chiuse nel castello che non aveva più comunicazione colla città.

  [490] _Piero Minerbetti an. 1390, c. 26, p. 221._

  [491] _Andrea Cataro, p. 795._

Il 27 giugno giunsero a Padova sei cento cavalli del duca di Baviera, ed
il primo luglio furono raggiunti dal duca Stefano che conduceva soltanto
sei mila cavalli invece dei dodici mila che si era obbligato di
dare[492]. Il 5 agosto due mila corazzieri mandati dai Fiorentini
entrarono pure in Padova: la città ch'era stata sorpresa con un pugno di
gente si trovò in allora difesa da una numerosa armata; onde il castello
assediato da tante forze riunite s'arrese finalmente il 27 agosto, e
Francesco da Carrara si trovò nuovamente ristabilito sul trono de' suoi
padri, cui la sua attività, la sua perseveranza, il suo coraggio gli
avevano appianata la strada[493].

  [492] _Ivi, p. 798._

  [493] _Andrea Gataro, p. 802. — Piero Minerbetti an. 1390, c. 25, p.
  219, c. 30, p. 224. — Poggio Bracciolini Hist. Fiorent. l. III, p.
  258. — Cronica Miscella di Bologna, t. XVIII, p. 545._



CAPITOLO LIV.

      _Disfatta del conte d'Armagnacco alleato dei Fiorentini. — Bella
      ritirata di Giovanni Acuto; pace di Genova. — Uccisione dei
      Gambacorti in Pisa. — Protezione accordata dai Fiorentini a
      Francesco di Gonzaga, ed a Niccolò III d'Este. L'imperatore
      Wenceslao accorda a Giovan Galeazzo il titolo di duca di
      Milano._

1390 = 1395.


La lotta dei Fiorentini con Giovanni Galeazzo Visconti aveva cominciato
con uno strepitoso avvenimento. Il fuoruscito cui avevano dato asilo
nella loro città veniva di nuovo riconosciuto capo di un popolo fedele;
erano tolti al nemico i tributi di una ricca provincia, ricuperati i
castelli d'una importante frontiera, ed aperta la comunicazione colla
Germania e con Venezia. I Veneziani avevano celatamente somministrate
armi e danaro al Carrara, ed il timore di Giovanni Galeazzo li
persuadeva a favorire il figlio di un uomo che avevano perseguitato con
tanto accanimento. Tutti questi vantaggi eransi conseguiti prima che
giugnesse il duca Stefano di Baviera in Italia; e doveva credersi che
un'armata potente e valorosa, doviziosamente provveduta di danaro e di
vittovaglie, e condotta da un principe animato da personale risentimento
avrebbe approfittato con calore degli ottenuti vantaggi. Ma in breve si
potè osservare quanto la forza del carattere, più assai che la potenza
ed il valore ed i talenti, contribuisca al felice esito delle
intraprese. Tra gli alleati di Francesco da Carrara niuno erasi posto in
campagna con minori mezzi di lui, eppure egli solo superò di lunga mano
tutti gli altri, perchè portava nelle sue intraprese una ferma
risoluzione di vincere, un coraggio ed una perseveranza maggiori d'ogni
ostacolo.

Il duca Stefano di Baviera aveva di già mancato ai suoi obblighi verso
le repubbliche di Firenze e di Bologna, seco non conducendo che sei mila
uomini, invece di dodici mila. Non pertanto la sua armata era tuttavia
formidabile, e veniva consigliato caldamente ad entrare nel territorio
milanese, per battere alla spicciolata i generali di Giovanni Galeazzo,
prima che tutti fossero tornati dai confini della Toscana, e per
incoraggiare alla ribellione i suoi segreti nemici. Ma il Visconti aveva
saputo agghiacciare l'attività del bavaro con ricchi doni. Il duca si
era accampato dietro al canale delle Brentelle, e ricusava di avanzarsi
al di là di queste naturali fortificazioni, offrendosi in pari tempo
mediatore tra gli alleati e suo cugino il signore di Milano, che più non
risguardava come l'uccisore di Barnabò suo suocero; chiedeva nuovi
sussidj e ritardava tutte le operazioni militari[494]. Il suo
raffreddamento risvegliò finalmente tanti sospetti, che i medesimi
alleati gli permisero di ritirarsi in Germania; egli partì, seco
portando molto danaro guadagnato con dispendio della sua gloria[495].

  [494] _Piero Minerbetti an. 1390, c. 30, p. 224. — Poggio
  Bracciolini Hist. Fior., l. III, p. 258. — Ann. Bonincontrii
  Miniat., t. XXI, p. 56. — Ghirardacci Stor. di Bolog. l. XXVI, t.
  II, p. 443. — Scipione Ammirato Stor. Fior. l. XV, p. 809._

  [495] Gli aveva avvisati pochi anni avanti il Petrarca:

    _Nè v'accorgete ancora_
    _Del bavarico inganno, ec._

La diversione della Marca Trivigiana aveva intanto liberati i Fiorentini
di una parte delle truppe spedite contro di loro. Giovanni Galeazzo
aveva richiamati i suoi corazzieri di Siena[496], ove Giovanni d'Azzo
degli Ubaldini, loro capitano, era morto il 24 di giugno[497]. Giacomo
del Verme erasi ritirato dal Bolognese, dove aveva prima condotta
un'altra armata; e Giovanni Acuto, generale dei Fiorentini, aveva
approfittato del loro allontanamento, per avanzarsi fino a Parma con
mille ottocento lance[498]. Dal canto suo Francesco da Carrara guastò il
Polesine di Rovigo ed obbligò in tal modo il marchese d'Este a
rinunciare all'alleanza di Giovan Galeazzo. Il trattato di pace di
questo signore cogli alleati venne segnato il 30 ottobre: prometteva il
marchese di accordare libero passaggio alle loro truppe a traverso a'
suoi stati per attaccare il conte di Virtù, ed a tale condizione riebbe
tutto quanto gli aveva tolto il Carrara[499].

  [496] _Orlando Malavolti Stor. di Siena, p. II, l. IX, p. 170._

  [497] _Piero Minerbetti, c. 27, p. 222._

  [498] _Ivi, c. 31, p. 225._

  [499] _Ivi, c. 34, p. 228. — Cherubino Ghirardacci Stor. di Bologna,
  l. XXVI, p. 447._

Press'a poco nel medesimo tempo in cui il conte di Virtù richiamava le
sue truppe da Siena, la peste erasi manifestata in questa città, e vi
faceva grandissima strage. Gli antichi capi del partito guelfo, i
Tolomei ed i Malavolli, vedevano con dolore, che la patria loro,
oppressa da questo flagello, prendesse parte ad una guerra, nella quale
stavano per lei tutti i pericoli della perdita e perfino la vittoria
poteva essere funesta. I Fiorentini, colla mediazione di questi
gentiluomini, facevano vantaggiose proposizioni di pace, ma l'alleanza
del conte di Virtù aveva dato in quella repubblica una grandissima
influenza al partito ghibellino ed a' suoi capi, i Salimbeni; e questi
erano così fattamente acciecati dall'odio che portavano ai Guelfi, che
per nuocere loro erano perfino apparecchiati a sagrificare la libertà e
l'indipendenza della patria[500].

  [500] _Orlando Malavolti Stor. di Siena, l. IX, p. 170. — Piero
  Minerbetti 1390, c. 38, p. 232. — Scip. Ammirato Stor. Fiorent., l.
  IV, p. 810._

In sul declinare dell'anno Andrea Cavalcabò, intimo consigliere di
Giovanni Galeazzo, fu chiamato a Siena in qualità di senatore[501].
Questo nuovo magistrato domandò alla signoria, a nome del conte di
Virtù, che Siena lo riconoscesse suo sovrano pel comune vantaggio della
fazione ghibellina, ed affinchè Giovanni Galeazzo, capo della medesima,
potesse dirigere i suoi attacchi contro i comuni nemici, con maggiore
attività ed unione. I Salimbeni presentarono in allora al consiglio
generale un progetto di decreto portante che il popolo di Siena
supplicava Giovanni Galeazzo ad accettare la città ed il suo territorio
per governarlo a suo beneplacito, e con un potere non meno assoluto di
quello che aveva sopra Milano, Pavia e qualunque altra delle città
sottomesse al suo dominio. La lettura di questa vergognosa proposizione
eccitò le più vive opposizioni per parte di tutti gli amici della
libertà; ma i Ghibellini erano sostenuti dalle truppe che Giovanni
Galeazzo aveva lasciate in Siena sotto il comando di Giovanni Tedesco
dei Tarlati. Essi attaccarono i Malavolti e gli amici della libertà; ne
uccisero venti prima che avessero potuto porsi in sulle difese; ne
fecero molti altri prigionieri, tra i quali Niccolò Malavolti, al quale
tagliarono il capo insieme a non pochi, che si erano a lui uniti[502].
Posero il fuoco alle case di molti repubblicani che perirono tra le
fiamme[503]; disarmarono tutti i cittadini e fecero una nota dei
quattrocento più riputati, cui ordinarono di uscire di città, avanti che
la campana cessasse di suonare. Questi cittadini, inseguiti dai loro
nemici e dalle truppe mercenarie di Francesco Tarlati, uscirono dalla
città piangendo, seguiti dalle loro spose e figli che ferivano il cielo
colle loro grida: ma lungi che i loro oppressori si muovessero a
compassione, fecero dietro di loro chiudere le porte, e li condannarono
a perpetuo esilio[504].

  [501] Il senatore di Siena, come quello di Roma, era un giudice
  supremo o podestà.

  [502] _Orl. Malav. Stor. di Siena, p. II, l. IX._

  [503] _Piero Minerbetti Stor. Fior. c. 88, p. 232._

  [504] _Ivi, c. 41, p. 235._

Ma quando i Salimbeni ebbero ottenuta questa vittoria sui loro rivali, e
che per soggiogare Siena l'ebbero spogliata de' più riputati cittadini,
un avanzo di vergogna o di tardo rimorso li fermò, avanti che dessero
compimento ai loro criminosi progetti. Il decreto per assoggettare Siena
a Giovanni Galeazzo passò bensì nel consiglio generale il 15 marzo 1391;
ma seppero far nascere ostacoli per ritardarne l'esecuzione,
moltiplicandoli accortamente fino alla conclusione della pace; e non fu
che nella susseguente guerra, otto anni dopo, che finalmente Siena fu
data in piena sovranità a Giovanni Galeazzo[505]. Da lungo tempo egli
era padrone delle fortezze del territorio, teneva truppe in città,
disponeva de' soldati e delle entrate dello stato; onde gli emigrati
guelfi di Siena più non riconoscendo la loro patria caduta in servitù,
cercarono un rifugio in Firenze, ed aprirono ai Fiorentini i castelli di
cui erano tuttavia padroni[506].

  [505] _Il 6 settembre 1399. Malavolti, p. II, l. IX, p. 185._

  [506] _Ivi, p. 171._

I due terzi delle spese della guerra contro Giovanni Galeazzo dovevano
essere a carico dei Fiorentini, ed un terzo soltanto a carico dei
Bolognesi; pure gli ultimi meno ricchi e meno perseveranti erano di già
scoraggiati dall'enormità delle spese che avevano fitte nella prima
campagna[507], e la signoria di Firenze dovette fare molte rimostranze
per ridurli a raddoppiare i loro sforzi onde ottenere una onorevole
pace. Firenze aveva fatti i più grandi apparecchi, e senza lasciarsi
scoraggiare dal poco successo della spedizione del duca di Baviera,
determinò di far attaccare il Visconti ne' confini più lontani della
Toscana.

  [507] _Leon. Aret. Stor. Fior., l. X. — Poggio Bracciolini Hist.
  Fior., l. III, p. 261._

Il conte Giovanni III d'Armagnacco godeva allora in Francia grandissima
riputazione: sua sorella Beatrice aveva sposato Carlo Visconti figlio di
Barnabò, e quest'ultimo, che cercava ogni mezzo di vendicare la morte
del padre e di ricuperarne l'eredità, aveva persuaso Armagnacco a levare
un'armata per attaccare Giovanni Galeazzo. Due ambasciatori fiorentini,
Rinaldo Gianfigliazzi e Giovanni de' Ricci, portarono in dono cinquanta
mila fiorini al conte Giovanni, promettendo inoltre di pagare il soldo
di un esercito di quindici mila cavalli, ch'egli prometteva di condurre
in Lombardia. Invano Giovanni Galeazzo per allontanare questo turbine
mandò ragguardevoli doni al conte d'Armagnacco, che tutti vennero
ricusati; e questo signore proseguì gli apparecchi del suo armamento,
che furono terminati soltanto nel mese di luglio[508].

  [508] _Piero Minerbetti 1390, c. 46, p. 238. — Scipione Ammirato, l.
  XV, p. 816._

Giovanni Acuto aveva intanto attraverso al territorio ferrarese condotta
l'armata fiorentina a Padova, ove a mille quattrocento lance ch'egli
comandava, ne aveva aggiunte seicento di Bologna e duecento di Padova,
in tutto sei mila seicento corazzieri, con mille duecento arcieri ed un
grosso corpo di fanteria; e con questo esercito marciò il 15 maggio alla
volta di Milano[509]; ed attraversando il territorio di Vicenza e di
Verona, entrò in quello di Brescia. Aveva dietro di sè lasciati il
Mincio e l'Oglio, e la sola Adda lo separava da Milano, da cui non era
lontano più di quindici miglia. Tre ambasciatori fiorentini che
seguivano l'armata fecero il 24 giugno celebrare in riva all'Adda ed in
presenza de' nemici giuochi e corse per la festa di san Giovanni
decollato protettore di Firenze[510].

  [509] _Piero Minerbetti 1391, c. 8, p. 247. — Poggio Bracciolini
  Hist. Flor., l. III, p. 260._

  [510] _Leonardo Aretino Hist., l. X._

Mentre ciò accadeva, da un altro lato il conte d'Armagnacco scese in
Lombardia ne' primi giorni di luglio, dopo aver chiuse le orecchie alle
istanze dei duchi di Berry, di Borgogna e di Clemente VII, che
favorivano Giovan Galeazzo. Gli ambasciatori fiorentini, che seguivano
Armagnacco, avevano ordine di condurlo sulla destra del Po fino sotto a
Pavia, di fargli attraversare il fiume solamente dopo il confluente del
Ticino, e di raggiugnere così, evitando ogni battaglia, l'armata d'Acuto
che lo stava aspettando nel territorio di Brescia.

Giovanni Galeazzo aveva opposto al conte d'Armagnacco Giacomo del Verme
con due mila lance, e quattro mila pedoni. Questa truppa per altro
tenevasi chiusa in Alessandria e senza la presunzione del conte
d'Armagnacco il piano della campagna fatto dai dieci della guerra di
Firenze avrebbe probabilmente avuto buon fine[511]. Ma questo signore
che nell'età di ventott'anni aveva di già conseguite grandi vittorie,
sprezzava sovranamente le truppe italiane, che gli erano opposte. Quando
vide che Giacomo del Verme chiudevasi in Alessandria, invitò alcuni de'
suoi a venire con lui a rompere le loro lance contro le porte di questa
città, e perchè il loro numero non iscusasse la villa delle truppe del
Visconti, non prese seco che il fiore de' suoi cavalli, e si avanzò il
25 luglio fino ai piedi delle mura. Cammin facendo ributtò due corpi di
cavalleria, che vennero ad attaccarlo l'un dopo l'altro; ma quando il
del Verme ebbe sicura notizia che dietro la truppa che vedeva non eranvi
altri corpi nascosti, e che il grosso dell'armata trovavasi più di
quattro miglia lontano, fece per un'altra porta sortire trecento lance,
cui ordinò di circondare il nemico, prendendolo alle spalle, mentre con
tutto il rimanente della sua cavalleria veniva egli ad attaccarlo di
fronte.

  [511] _Piero Minerbetti Ist. Fior., c. 18, p. 260._

Era quasi mezzo giorno, e perchè il caldo era grandissimo, i Francesi,
che avevano di già sostenute due scaramuccie trovavansi affaticati, ed i
loro cavalli più abbattuti de' cavalieri. Il conte d'Armagnacco quando
vide uscire di città Giacomo del Verme fece metter piede a terra ai suoi
cavalieri, formandone una falange serrata, che fece avanzare colle lance
basse contro la cavalleria italiana. Del Verme evitò il primo urto e
volteggiando intorno alla medesima se la trasse dietro, allontanandola
dal luogo in cui i Francesi avevano lasciati i loro cavalli. Il peso di
un'armatura che non era fatta per combattere a piedi, l'ardore del sole,
la polvere oppressero i cavalieri d'Armagnacco, che inseguivano il loro
nemico senza poterlo raggiugnere nè combatterlo. Tutt'ad un tratto si
videro circondati dalle trecento lance ch'erano uscite d'Alessandria per
un'altra porta, e tolti tutti i loro cavalli da cui si erano
incautamente allontanati. La cavalleria li caricò poi alle spalle mentre
Giacomo del Verme gli attaccava di fronte. Questi cavalieri francesi di
sperimentato valore sostennero due ore un'ostinata pugna contro nemici
che li circondavano da ogni lato: ma la maggior parte de' guerrieri omai
vinti dalla propria imprudenza, dalla sete, dalla fatica e dall'ardore
del sole, furono parte tagliati a pezzi, parte fatti prigionieri. Il
conte d'Armagnacco fu condotto ferito in Alessandria, ove morì poco
dopo, non senza sospetto di veleno fattogli dare da Giovan Galeazzo.

Il campo francese ch'era rimasto a qualche distanza, venne
immediatamente attaccato da Giacomo del Verme. I soldati privi del loro
generale e de' migliori ufficiali si abbandonarono ad un panico terrore;
i contadini eransi tutti armati contro di loro, e, postisi in guardia
delle strade, uccidevano senza pietà i fuggitivi che si abbattevano in
loro. Tutto il resto dell'armata abbassò le armi. I soldati spogliati di
armi, di cavallo e di quanto avevano, vennero rilasciati, e ritornarono
in Francia elemosinando; gli ufficiali furono tenuti prigionieri, come
pure i due ambasciatori fiorentini, i quali non furono da Giovanni
Galeazzo rilasciati che molto tempo dopo contro grossa taglia[512].

  [512] _Piero Minerbetti 1391, c. 18, p. 260. — Leon. Aretino Istor.
  Fior., l. X. — Poggio Bracciolini Hist. Flor., l. III, p. 262. —
  Ann. Bonincontrii Miniat., t. XXI, p. 57. — Sozomeni Pistor.
  Histor., t. XVI, p. 1146. — Memor. Stor. di Ser Naddo. Deliz. degli
  Erud. t. XVIII, p. 125. — Bernardino Corio Storie Milanesi, p. III,
  p. 271. — Scipione Ammirato, l. XV, p. 819._

Giovanni Acuto, ch'erasi avanzato fino nella Ghiara d'Adda, trovavasi
dopo la rotta d'Armagnacco in grandissimo pericolo: due grandi fiumi
dietro di lui tagliavangli la ritirata, e Giacomo del Verme avanzavasi
per attaccarlo colle sue truppe vittoriose. Acuto, appena avuto avviso
della disfatta de' Francesi, portò il suo campo alquanto a dietro fino
al borgo di Paterno nel Cremonese, ma colà venne raggiunto dai nemici,
che stabilirono il loro quartiere generale soltanto un miglio e mezzo
lontano dal suo, sull'opposta riva d'un piccolo fiume.

L'armata fiorentina doveva nella sua ritirata attraversare varj grandi
fiumi in presenza del nemico, ed Acuto conobbe che non potrebbe
effettuarne con sicurezza il passaggio senza aver prima ottenuta qualche
vittoria sull'armata che lo inseguiva. Si chiuse nel suo campo con tutte
le apparenze del timore, e lasciò avvicinare ai suoi trinceramenti i
corazzieri di Giacomo del Verme che venivano ad insultarlo; quattro
giorni si tenne così chiuso, ed accrebbe l'audacia de' nemici. Il
quinto, mentre le truppe del Visconti si erano avanzate in maggior
numero, mostrandosi disposte a voler sforzare le linee, piombò
subitamente sopra di loro con tanto impeto, che presto le sgominò, e
prese loro più di mille duecento cavalli[513].

  [513] _Leon. Aretino, l. X. — Ann. Bonincontrii Miniat., p. 58. —
  Scipione Ammirato, l. XV, p. 818._

Quando Acuto ebbe ottenuto questo vantaggio si rimise in marcia e passò
l'Oglio senza impedimento, non osando i suoi nemici, che più cautamente
lo seguivano, attaccare le sue ordinanze. Guadagnò pure sopra di loro
una marcia, e passò ancora il Mincio senza che un solo soldato di Giovan
Galeazzo si mostrasse su quelle sponde. Ma doveva passare l'Adige, e la
difficoltà era maggiore, sia a cagione della rapidità di questo fiume,
sia perchè i nemici eransi di già appostati lungo le dighe che lo
contengono. I piani della Lombardia sono quasi tutti inferiori al
livello de' fiumi che gli attraversano, e le acque sono tenute nel loro
letto artificiale da dighe che le sostengono alte abbastanza perchè
possano versarsi nel mare. Ma quando queste dighe sono rotte, i fiumi
inondano la campagna e vi formano laghi e paludi che non possono
asciugarsi che con lungo lavoro. Il piano in cui erasi posto Acuto tra
il Po a mezzogiorno, l'Adige a settentrione ed il Polesine di Rovigo a
levante, venne tutt'ad un tratto inondato da Giacomo del Verme che aveva
fatte rompere le dighe dell'Adige. Questo fiume, abbandonato il suo
letto, precipitavasi nella valle veronese (così chiamansi i bassi piani
cui circondano le più elevate dighe de' fiumi), ed andava formando
intorno al campo fiorentino un lago, che sempre più alzavasi, e più omai
non vedevansi che acque a perdita di vista, che minacciavano di coprire
lo stesso terreno occupato dall'armata. Si cominciava ad avere mancanza
di vittovaglie, e Giacomo del Verme, avendo finalmente riunite tutte le
sue truppe, chiudeva la sola uscita che sembrava rimanere ai Fiorentini.
Era così persuaso che Acuto non aveva altra speranza di salute che
quella di deporre le armi, che fece interpellare Giovanni Galeazzo, in
qual modo voleva che gli fossero dati i nemici[514]. Per mezzo d'un
trombetta mandò ad Acuto una volpe in una gabbia. L'Inglese ricevendo
questo simbolico regalo incaricò il messo di dire al generale milanese,
che la sua volpe non pareva melanconica, senza dubbio perchè sapeva per
quale porta uscire dalla sua gabbia[515].

  [514] _Piero Minerbetti, c. 165 p. 257._

  [515] _Poggio Bracciolini Hist. Flor., l. III, p. 264._

Verun altro generale che Acuto conosciuto non avrebbe, nè osato tentare
quest'uscita; ma il vecchio soldato che univa somma prudenza a grande
coraggio, aveva inspirata tanta confidenza alle sue truppe, che queste
mai non bilanciavano a seguirlo, qualunque fosse il cammino pel quale le
conduceva. Acuto lasciò le tende alzate e piantati gli stendardi nel
luogo elevato in cui aveva tracciato il suo campo e prima che spuntasse
il giorno entrò arditamente nella campagna inondata, avanzandosi alla
testa della sua armata dalla banda delle dighe dell'Adige, sette in otto
miglia al di sotto di Legnago. Camminò così tutto il giorno e parte
della seguente notte avendo l'acqua fino al ginocchio de' cavalli.
Veniva alquanto ritardata la marcia dalla melma entro la quale spesso
affondavano i soldati, e dai canali, di cui per le sovrapposte acque più
non distinguevansi le rive. Attraversò in tal modo tutta la valle
veronese e giunse in faccia a Castel Baldo sulla riva dell'Adige, il di
cui letto non aveva più acqua. In questo castello che apparteneva al
signore di Padova ristorò le truppe dai sostenuti disagi. I più deboli
cavalli erano periti in così difficile e pericolosa marcia; ma l'armata
della lega era salvata, e Giacomo del Verme non s'arrischiò di
attraversare le acque per inseguirla[516].

  [516] _Piero Miner. 1391, c. 16, p. 257. — Leon. Aretino, l. X. —
  Poggio Bracciolini Hist. Flor., l. III, p. 264. — Chron. Est., t.
  XV, p. 523._

I Fiorentini non avevano osato sperare che il loro generale uscirebbe
dal laccio cui erasi lasciato prendere, e credevano di aver perdute una
dopo l'altra le più belle armate che la repubblica avesse mai allestite.
Non perciò si scoraggiarono; richiamarono una terza armata, che sotto
gli ordini di Luigi di Capoa, figliuolo del conte d'Altavilla, guastava
allora il territorio di Siena, e che quasi tutti aveva distrutti i
raccolti di questa provincia. Luigi di Capoa tornò a Firenze con quattro
mila cavalli[517], e ben tosto dopo vi giunse lo stesso Acuto, dopo
avere lasciati a Padova mille duecento cavalli per proteggere Francesco
da Carrara.

  [517] _Piero Minerbetti, c. 5, p. 245, e c. 12, p. 252. — Scipione
  Ammirato, l. XV, p. 823._

Giacomo del Verme vedendo che l'Acuto gli era fuggito di mano cercò
almeno di giugnere in Toscana prima di lui. Attraversò il Po ed il
territorio di Piacenza, valicò gli Appennini, scese nella val di Magra
ed entrò per Sarzana nello stato fiorentino. Scorse il Lucchese, il
Pisano, il Volterrano e s'avanzò fino a Siena; ma l'Acuto, cui Giovanni
di Barbiano, generale dei Bolognesi, erasi unito, tenne dietro
strettamente al del Verme, per impedire che guastasse le campagne. Ne'
mesi di settembre e di ottobre le due armate si osservarono e si
minacciarono senza però venire mai ad una battaglia. Giacomo del Verme,
dando a dietro, attraversò la val d'Elsa, passò l'Arno, e scorse parte
del Pistojese; ma l'Acuto lo seguiva da vicino, onde i di lui soldati
non potevano disperdersi per ruinare il paese. Il generale milanese,
giunto a Montecarlo nella Val di Nievole, ebbe ancor esso paura d'essere
circondato dalle superiori forze de' Toscani; abbandonò a mezza notte il
campo, e fuggì a traverso gli Appennini dopo avere perduta parte
dell'infanteria[518].

  [518] _Piero Minerbetti, c. 24, 25, p. 268. — An. Sanesi anonimi, t.
  XIX, p. 396. — Scipione Ammirato, l. XV. p. 825._

Le potenze belligeranti cominciarono a sentire il peso della guerra,
senza che l'una o l'altra avesse conseguiti gli sperati vantaggi;
diverse potenze amiche eransi offerte mediatrici, ed Antoniotto Adorno,
che questo stesso anno aveva ricuperato colle armi il trono ducale,
persuase il signore di Milano ed i Fiorentini a mandare a Genova i loro
ambasciatori. Vi giunsero pure con ampie facoltà quelli di Bologna e di
Francesco da Carrara; e Riccardo Caraccioli, gran maestro di Rodi, fu
incaricato dal papa di presedere al loro congresso.

Gli ambasciatori avevano convenuto intorno alle basi del trattato di
pace: ma poi scelsero arbitri il doge di Genova ed il gran maestro di
Rodi, perchè decidessero intorno ai particolari non ancora decisi.
Adorno era Ghibellino e perciò parziale pel Visconti, ma il popolo di
Genova favoriva i Fiorentini[519]. Gli arbitri, dopo lunghe disamine,
dettarono finalmente le condizioni della pace il 28 gennajo 1392 sotto
le forme d'una sentenza arbitramentale. A Francesco Novello di Carrara
conservarono Padova ed il suo territorio, tranne Bassano e due altri
castelli; ma gl'imposero un tributo di mille fiorini, ch'egli ed i suoi
successori pagherebbero per cinquant'anni al signore di Milano. I
Bolognesi ed il marchese d'Este vennero compresi nella pace del signore
di Padova quale alleati de' Fiorentini; il signore di Mantova, i Sienesi
ed i Perugini come alleati di Giovan Galeazzo. Finalmente gli arbitri
proibirono ai Fiorentini d'immischiarsi negli affari di Lombardia, ed a
Giovan Galeazzo di prendere parte in quelli di Toscana, tranne la
vicendevole protezione degli alleati loro, riconosciuti dalle due
parti[520].

  [519] _Piero Minerbetti, c. 39, p. 282._

  [520] _Leon. Aretino, l. X, verso il fine. — Poggio Bracciolini, l.
  III, p. 269. — Chron. Estense, t. XV, p. 525. — Scipione Ammirato,
  l. XV, p. 829._

Ma perchè Antoniotto Adorno, uno degli arbitri, aveva in più maniere
data a conoscere la sua parzialità, la signoria di Firenze, prima che si
pronunciasse la sentenza, determinò di non accettarla. A tale notizia
molti ambasciatori si ritirarono dal congresso, e gli arbitri non
pronunciarono intorno ad alcuni articoli ancora in disputa, fra i quali
la liberazione del vecchio Francesco da Carrara che Giovanni Galeazzo
teneva sempre in prigione, il possesso del castello di Lucignano, ed
altri meno importanti oggetti. Non pertanto quando la sentenza degli
arbitri fu nota a Firenze, la signoria l'accettò qual era per mettere
fine alle calamità della guerra, e la fece pubblicare il 18 febbrajo del
1392. Nel congresso di Genova uno degli arbitri aveva domandato che le
parti guarentissero l'osservanza della pace; cui Guido Neri, uno degli
ambasciatori fiorentini, rispose: «la nostra guarenzia sarà la spada,
poichè Giovanni Galeazzo ha sperimentato le nostre forze, e noi abbiamo
provate le sue[521].»

  [521] _Leon. Aretino, l. X. — Annales Bonincontrii Miniat., p. 62. —
  Scipione Ammirato, l. XV, p. 830._

Ma la guarenzia che i repubblicani fiorentini trovavano nel loro
coraggio non poteva bastare a Francesco da Carrara. Questo principe,
lontano da' suoi alleati e troppo debole per difendersi solo, aveva più
a temere di Giovan Galeazzo in pace che in guerra. La sola amicizia dei
Veneziani poteva essere la sua salvaguardia, onde tutto adoperò per
conciliarsela. Dopo varie pratiche andò in ultimo egli stesso a Venezia
il 5 marzo 1393, ed ottenuta dal doge Antonio Venieri pubblica udienza,
domandò che la repubblica scordasse i torti di suo padre; promise d'ora
in poi di essere verso la signoria come un figliuolo ubbidiente e
rispettoso, e chiese per sè e per tutta la sua famiglia la protezione
della repubblica. Dopo questa solenne riconciliazione, colmato di onori
dai Veneziani, tornò nella sua capitale[522], ansioso di condurre a fine
la liberazione di suo padre per la quale offriva una grossa taglia. Ma
prima che fosse accettata, il vecchio Carrara morì in prigione il 6
ottobre del 1393. Il conte di Virtù mandò il corpo di questo sventurato
principe a Padova, ov'ebbe dal figliuolo magnifici funerali[523].

  [522] _Andrea Gataro, p. 811._

  [523] _Ivi, p. 814._

Il trattato di Genova, rendendo la pace alla repubblica fiorentina ed
alla Toscana, non assicurava per altro la loro tranquillità. Giovanni
Galeazzo cercava colle sue pratiche di ridurre a compimento una
conquista che non aveva potuto fare a forz'aperta. Egli aveva, siccome
ancora i Fiorentini, licenziata la maggior parte delle truppe; ma i
soldati congedati dalle due potenze unironsi in compagnie di ventura,
sulle quali il Visconti non lasciava di conservare una segreta
influenza. Egli le spinse a più riprese in Toscana, ma i Fiorentini col
loro fermo contegno le allontanarono ogni volta dai proprj confini[524].

  [524] _Piero Minerbetti 1391, c. 47, p. 290; 1392, c. 1., p. 293; c.
  9, p. 299._

Verso lo stesso tempo Francesco di Gonzaga, signore di Mantova, passò
per Bologna e Firenze, rendendosi a Roma sotto pretesto d'un
pellegrinaggio; ma infatti per formare una potente lega che si opponesse
agli ambiziosi progetti d'ingrandimento di Giovanni Galeazzo. Fino a
tale epoca aveva avute con questo principe strettissime relazioni
d'amicizia; ma un odio implacabile, un ardente desiderio di vendetta
prese il luogo dell'antica amicizia. Il Gonzaga aveva avuta per moglie
una figlia di Barnabò Visconti, cugina ad un tempo e cognata di Giovanni
Galeazzo. Ma quest'ultimo temeva che in cambio di rispettare questo
doppio legame, ella non pensasse che a vendicare suo padre Barnabò,
ch'egli avea fatto morire di veleno, e suo fratello Carlo Visconti da
lui spogliato della paterna eredità. Risolse adunque di rapirle
l'affetto del marito, credendo per tal via di meglio assicurarsi
l'attaccamento del Gonzaga. L'ambasciatore del Visconti avvisò il
signore di Mantova, che sua moglie lo tradiva, ed assicurò questo
principe che potrebbe averne le prove in una criminosa corrispondenza
ch'era in sua mano il sorprendere nel di lei appartamento. Egli stesso
aveva effettivamente nascoste nel luogo che gl'indicava le supposte
lettere: queste si trovarono, ed il segretario della principessa, posto
alla tortura, confessò tutto quanto si voleva, onde il Gonzaga in un
eccesso di furore fece tagliare la testa alla moglie, dalla quale aveva
già avuti quattro figli, ed appiccare il segretario[525]. Ma questo
infernale intrigo venne finalmente scoperto, ed il Gonzaga, tormentato
dai rimorsi, più non respirò che vendetta contro colui che aveva spinta
sua moglie sul patibolo. Giovanni Galeazzo, più non potendolo avere tra
i suoi alleati, si affrettò di essere il primo ad accusarlo; e si dolse
con tutte le corti del supplicio della principessa di Mantova sua cugina
e cognata[526].

  [525] _Piero Minerbetti, 1390, c. 49, p. 240. — Sozomeni Pistor.
  Histor., t. VI, p. 1145. — Scipione Ammirato, l. XV, p. 813._

  [526] _Platina Histor. Mantuana, t. XX, l. III, p. 756._

Intanto il Gonzaga, di ritorno da Roma, adunò a Mantova un congresso per
formare un'unione tra i Guelfi, e l'otto di settembre del 1392 venne
sottoscritto un trattato di alleanza tra le repubbliche di Firenze e di
Bologna, ed i signori di Padova, Ferrara, Mantova, Ravenna, Faenza ed
Imola. Si obbligavano i confederati a concorrere con tutte le loro forze
al mantenimento dell'equilibrio e della pace d'Italia, ed a difendersi
vicendevolmente quando alcuno di loro venisse attaccato[527].

  [527] _Piero Minerbetti, 1392, c. 2, p. 293. — Poggio Bracciolini,
  l. III, p. 270. — Sozomeni Pistor. Histor., t. XVI, p. 1150. —
  Scipione Ammirato, l. XVI, p. 834._

Ma nello stesso tempo Giovan Galeazzo strascinava nel suo partito la
repubblica di Pisa, alleanza quanto per lui vantaggiosa altrettanto
nociva ai Fiorentini. Questa repubblica dopo il 1366, in cui Pietro
Gambacorti col soccorso de' Fiorentini era tornato in patria, era stata
sempre da lui governata. Ogni anno egli era stato confermato nella
carica di capitano generale, e, sebbene si foss'egli condotto con molta
moderazione e modestia, tutte le più importanti magistrature erano state
accordate alla di lui famiglia; ed i suoi nipoti facevano spesso sentire
al popolo col loro fasto e colla loro insolenza, ch'egli era vicino a
perdere la libertà. Il disinteressamento di Pietro Gambacorti, la sua
affabilità ed i suoi costumi repubblicani ritardavano ancora i progressi
del malcontento. Era egli affezionato ai Fiorentini per riconoscenza e
per inclinazione ereditaria; era inoltre alleato di Giovanni Galeazzo, e
mentre aveva cercato d'essere il mediatore tra le due potenze, aveva
conservata alla sua patria una costante pace. I Pisani, malgrado
l'antico loro odio verso i Fiorentini, sentivano il prezzo della
presente prosperità, e Pietro avrebbe indubitatamente conservata fino
alla morte la sua autorità sui proprj concittadini, se non avesse avuto
la sventura d'accordare la sua confidenza ad un traditore.

Il Gambacorti aveva nominato cancelliere perpetuo della repubblica
Jacopo d'Appiano, ch'era inoltre diventato il suo più intimo
consigliere. Il padre dell'Appiano era nato di poveri parenti nel
territorio fiorentino; si era attaccato ai Gambacorti, e quando Carlo IV
aveva incrudelito così barbaramente contro questa famiglia, aveva
perduta ancor'esso la testa sul patibolo coi suoi protettori. Pietro
Gambacorti aveva per riconoscenza chiamato presso di sè Jacopo d'Appiano
che era press'a poco della sua età, e nel quale unicamente fidava[528].

  [528] _Scip. Amm., l. XV, p. 794, e l. XVI, p. 853._

Appiano, uomo di grande ingegno e di somma accortezza, aveva a sè
richiamati i principali affari, si era formate molte creature, ed
un'opinione oramai indipendente da quella del suo protettore[529]. Erasi
dichiarato zelante partigiano di Giovanni Galeazzo, aveva mandato suo
figlio al servigio del signore di Milano; e questi essendo stato fatto
prigioniere dai Fiorentini quando Giacomo del Verme fuggì da Montecarlo,
il Visconti, per ottenere la sua libertà, l'aveva cambiato con un
ambasciatore fiorentino preso col conte d'Armagnacco. Questo singolare
favore di Giovanni Galeazzo aveva fatto sospettare che l'attaccamento
dell'Appiano aveva per base un piano più esteso. I Fiorentini che
vedevano quest'uomo adunare satelliti, ed approfittare dell'odio de'
Pisani contro Firenze per fortificare il suo partito, prevennero più
volte il Gambacorti di tenere gli occhi aperti sopra di lui[530]. Ma
Pietro, incapace di un tradimento egli medesimo, non poteva sospettare
reo un altro, e soprattutto non poteva credere che un vecchio di
settant'anni, allevato in casa sua fino dalla prima fanciullezza, che
gli andava debitore di tutta la sua grandezza, che aveva tenuto uno de'
suoi figli al sacro fonte[531], volesse in sul finire della vita tradire
il suo vecchio benefattore.

  [529] _Bernardo Marangoni Chron. di Pisa, p. 810._

  [530] _Poggio Bracciolini, l. III, p. 270._

  [531] _Memorie Storiche di ser Naddo di Montecatini. Delizie degli
  Eruditi, t. XVIII, p. 133._

Jacopo d'Appiano era aperto nemico di Giovanni de' Lanfranchi, ed
assicurava di avere adunati alcuni soldati soltanto per difendersi
contro questo gentiluomo[532]. Pietro Gambacorti volle riconciliare
questi due cittadini; chiamò a sè il Lanfranchi, e mentre questi usciva
dalla di lui casa il 21 ottobre fu attaccato dai satelliti di Jacopo
d'Appiano, ed ucciso nella strada con suo figlio che aveva voluto
difenderlo[533]. Gli assassini si rifugiarono in casa dell'Appiano;
Pietro li fece domandare, ed Appiano li ricusò. Frattanto la città era
in tumulto, i cittadini prendevano le armi, ed i Bergolini, antichi
partigiani dei Gambacorti, accorrevano ad offrire il loro ajuto a
Pietro. Rispose questi che l'affare doveva terminarsi colle vie
ordinarie della giustizia, senza cagionare movimenti in città, e si
limitò a far armare la guardia, di cui ne mandò parte ad occupare il
ponte vecchio sotto il comando di suo figliuolo. Jacopo d'Appiano non
aveva la stessa moderazione; aveva chiamati da Lucca de' fantaccini o
_masnadieri_, ed inoltre riuniva intorno a sè tutti i più caldi Raspanti
e Ghibellini. Quando si trovò abbastanza forte mandò suo figlio ad
attaccare ponte vecchio. Lorenzo, ferito nel difenderlo, si ritirò
allora colla sua truppa avanti alla casa de' Gambacorti. Jacopo
d'Appiano giunse bentosto sulla stessa piazza per attaccarlo, e la zuffa
sarebbe stata assai lunga e dubbioso l'esito, se Pietro, vedendo dalla
finestra il suo vecchio amico che s'avanzava, non avesse vietato di
tirare contro di lui. Richiestovi da Jacopo egli discese per trattare,
ed acconsentì ad allontanarsi dalla calca solo con lui. Appiano,
chiamandolo suo compare gli stese la mano: era questo il segno convenuto
cogli assassini, che subito lo circondarono, e l'uccisero mentre stava
per montare a cavallo. I suoi amici si dispersero in sul momento, la sua
casa fu saccheggiata, e Jacopo d'Appiano s'avviò verso la piazza degli
anziani, ov'era rimasto un altro figlio del Gambacorti alla testa del
rimanente della guardia: dopo breve resistenza pose in fuga quei
soldati, e fece il figlio dell'estinto amico prigioniere; i figliuoli di
Pietro, tutti e due feriti, perirono avvelenati in prigione avanti il
settimo giorno[534].

  [532] _Marangoni Croniche di Pisa, p. 811._

  [533] _Piero Minerbetti, 1392, c. 18, p. 305._

  [534] _Piero Minerbetti, 1392, c. 20, p. 308. — Chron. Esten., t.
  XV, p. 528. — Sozomeni Pistor. Histor., t. XVI, p. 1152. — Memor.
  Storiche di ser Naddo, p. 132. — Scipione Ammirato, l. XVI, p. 836.
  — Paolo Tronci Ann. Pisani, p. 472._

Intanto andavano giugnendo in città moltissimi fanti assoldati da Jacopo
di Appiano, come pure contadini e banditi, ai quali si abbandonarono le
case de' principali Bergolini e de' più ricchi mercanti fiorentini.
Appiano, approfittando del terrore che ispirava così al popolo, si fece
nominare capitano e difensore di Pisa il 25 ottobre. Due giorni dopo si
fece armare cavaliere, ed allora cominciò a governare la sua patria non
più come principale cittadino, ma come padrone. Giovanni Galeazzo che
colle istigazioni e promesse era stato il primo autore della trama di
Jacopo d'Appiano, ne raccolse pure i principali frutti. Egli si affrettò
di spedire truppe a Pisa sotto colore di soccorrere una sua creatura, ed
il nuovo tiranno più non ardì di operare che a seconda delle volontà del
signore di Milano[535].

  [535] _Leon. Aretino, l. XI._

In sul cominciare del seguente anno i Fiorentini cercarono di calmare
altre non meno pericolose rivoluzioni scoppiate a Perugia. In questa
repubblica, che andava debitrice di tutta la sua grandezza alla fazione
guelfa, la guerra fatta contro il papa nel 1377 aveva tornato in qualche
favore i Ghibellini e l'antica nobiltà. La famiglia Baglioni, la più
illustre di questo partito, ne aveva approfittato per impadronirsi del
governo. Gli antichi Guelfi dopo varj tentativi per ricuperare la
perduta influenza erano stati esiliati. Pandolfo Baglioni erasi nel 1390
posta colla città di Perugia sotto la protezione di Giovanni Galeazzo; e
gli emigrati di questa città si erano attaccati ai Fiorentini. Le due
fazioni avevano continuato a battersi anche dopo la pace di Genova, ed
il territorio di Perugia era guasto dalla guerra civile. I Fiorentini,
che temevano di vedere riaccendersi in quella provincia un nuovo
incendio, persuasero i Perugini a sottomettersi all'autorità del papa, e
determinarono Bonifacio IX a stabilire la sua residenza in Perugia;
colla di lui mediazione venne firmato tra le due fazioni un trattato di
pace il 7 maggio del 1393[536]. Ma accaniti nemici, che credevansi
obbligati a vendicare le proprie offese e quelle che avevano ricevute i
loro antenati, non potevano vivere lungamente in pace entro le stesse
mura. Nel mese di luglio uno degli emigrati rientrato in patria fu
assassinato nelle strade, e Pandolfo Baglioni, il capo della nobiltà,
prese a difendere gli assassini contro al podestà che voleva punirli.
Allora gli altri emigrati si accordarono a vendicarlo. Il 30 luglio
assalirono Pandolfo, mentre tornava dal palazzo di giustizia con circa
venti compagni, lo uccisero con quasi tutti i suoi, e perseguitando poi
tutti quelli della stessa famiglia e della stessa fazione, uccisero
altri cinque Baglioni, più di ottanta gentiluomini, o cittadini
ghibellini, e più di cento plebei, che sotto il nome di Beccarini si
erano addetti alla nobiltà. Dopo questa carnificina furono esiliati più
di trecento Ghibellini. Il papa, testimonio di questi orrori che non
poteva impedire, fuggì la stessa notte in Assisi[537]. In tal modo
Perugia tornò al partito guelfo ed all'alleanza de' Fiorentini, ma
esausta affatto, minacciata da nuove congiure, ed incapace di dare
soccorso ai suoi alleati.

  [536] _Piero Minerbetti, c. 3, 1393, p. 314. — Pompeo Pellini
  Istoria di Perugia, p. II, l. X, p. 35. — Raynald. Ann. Eccles.,
  1392, § 6, t. XVII, p. 72. — Scip. Amm. l. XVI, p. 834._

  [537] _Piero Minerbetti, c. 17, p. 322. — Vita Bracchii Perusini a
  J. Antonio Campano, t. XIX. Rer. Ital. l. I, p. 444. — Pompeo
  Pellini Stor. di Perugia, l. X, p. II, p. 47._

Firenze medesima non andò esente da interne sedizioni. In sul cominciare
di ottobre venne denunciata ai priori una congiura popolare contro la
regnante aristocrazia. I plebei, vedendo che si voleva incrudelire
contro di loro, recaronsi in folla avanti alla casa di Vieri e di
Michele dei Medici, capo di questa famiglia dopo la morte di Salvestro,
pregandoli a prendere il gonfalone del popolo ed a proteggerli contro i
loro oppressori. I Medici fecero al contrario uso di tutto il loro
credito per calmare il basso popolo, e gli Albizzi, allora dominanti, si
valsero di questo movimento per escludere dal governo tutte le famiglie
degli Alberti ch'essi odiavano, e per esiliar i due principali loro
capi[538]. E per tal modo l'aristocrazia degli Albizzi si rassodò
viemeglio, ma è pur d'uopo confessare che verun'altra fazione non aveva
mai dato prove di più vasti talenti, nè di un più grande carattere. Nè
alla repubblica, in mezzo ai pericoli cui l'esponeva l'ambizione di
Giovanni Galeazzo, abbisognavano meno esperti capi.

  [538] _Piero Minerbetti, c. 21-24, p. 325. — Poggio Bracciolini, l.
  III, p. 271. — Sozomeni Histor. p. 1156. — Scipione Ammirato, l.
  XVI, p. 840._

Il Visconti non attaccava ancora i Fiorentini, ma non lasciava fuggire
occasione alcuna di nuocer loro, ed in particolare cercava di opprimere
il nuovo loro alleato, il signore di Mantova. Egli intraprese, svolgendo
dal suo naturale alveo il Mincio, di distruggere la capitale del
Gonzaga, senza violare apertamente la pace, e senza dare alle
repubbliche alleate occasione di dichiararsi contro di lui.

Il Mincio, sortendo dal lago di Garda, attraversa una parte del Veronese
che in allora apparteneva a Giovanni Galeazzo, in appresso entra nel
piano, riempie due bacini chiamati laghi, superiore ed inferiore, e tra
questi è posta la città di Mantova. Questi laghi, ognuno de' quali ha
circa un miglio di larghezza, tengono luogo delle fosse delle ordinarie
fortificazioni; essi sono troppo profondi per essere attraversati a
guazzo, e le loro rive sono troppo fangose e troppo ingombre di canne
perchè le barche possano liberamente avanzarsi. Un ingegnere aveva
proposto a Giovanni Galeazzo di sviare il corso del Mincio, e di
condurlo nelle pianure di Verona, privando in tal guisa Mantova di tutti
i suoi vantaggi, e delle fortificazioni datele dalla natura. Giovanni
Galeazzo fece lavorare sci mesi al di sopra di Valleso per innalzare una
diga di straordinaria solidità onde tagliare il corso del fiume, e nello
stesso tempo fece aprire una montagna a mano manca per aprirgli uno
sfogo nel Veronese. A Francesco di Gonzaga sembrava di già vedere i due
laghi di Mantova cambiati in pantani pestilenziali, e le fortificazioni
della sua capitale distrutte colla salubrità dell'aria e colla speranza
della popolazione. Ne fece lagnanza ai Bolognesi ed ai Fiorentini, e li
supplicò di volerlo ajutare[539].

  [539] _Platina Histor. Mantuæ, l. III, p. 759._

Queste due repubbliche non volevano abbandonare il loro alleato, ma
d'altra parte non credevano di avere sufficiente motivo per rinnovare la
guerra; perciocchè ogni parte contraente erasi riservata, pel trattato
di Genova, il diritto di fare nel suo territorio le opere e le
fortificazioni che credesse convenienti. Non pertanto i Fiorentini
mandarono commissarj a Mantova per riconoscere la natura dei luoghi;
quando furono tornati, i priori fecero chiamare gli ambasciatori del
Gonzaga, e loro dissero: «Fate sapere al vostro padrone, che senza
l'ajuto de' suoi alleati, e senza sguainare la spada, egli sarà liberato
dalla calamità che crede sovrastargli; un despota che vede gli uomini
piegare a tutte le sue volontà, s'immagina frequentemente di potere
altresì comandare alla natura; ma questa si ride de' vani suoi sforzi, e
mostra bentosto la sua indipendenza.» Gli ambasciatori mantovani
tornavano malcontenti alla loro patria con così vaghi conforti; ma
intesero, strada facendo, che il Mincio, ingrossato dalle piogge, aveva
rotte le dighe di Giovanni Galeazzo, e distrutto in una notte l'opera
fatta in più mesi da alcune migliaja d'operai[540].

  [540] _Platina Hist. Mantuan., l. III, p. 760. — Chronicon Estense,
  t. XV, p. 529._

Altre cagioni di guerra sì andavano nello stesso tempo apparecchiando
nello stato di Ferrara. Il 31 luglio del 1393 era morto il marchese
Alberto d'Este, dopo avere dichiarato suo successore suo figliuolo
naturale Nicolò III in età di soli dieci anni. Egli lo aveva legittimato
sposando sua madre in punto di morte[541]; ma il più vicino parente
d'Alberto, Azzo d'Este, non ammetteva i diritti di un figliuolo
d'un'amante, e riclamava a suo favore un'eredità, che suo cugino non
aveva pensato di rapirgli se non nell'istante, in cui la vicina morte
aveva indebolito il vigore della sua mente[542]. Per altro il popolo di
Ferrara riconobbe Nicolò III, non essendo in Italia cosa straordinaria
il vedere i figliuoli naturali succedere ai loro padri[543]. Azzo
implorò in allora l'assistenza di Giovanni Galeazzo; si unì strettamente
con Giovanni di Barbiano, capitano romagnuolo che aveva acquistata
grandissima riputazione militare, e col di lui ajuto attaccò lo stato di
Ferrara. I Fiorentini dal canto loro si dichiararono per Nicolò, e gli
mandarono trecento lance; per tal modo le truppe di Milano
ricominciarono a combattere contro le truppe di Firenze senza che la
guerra fosse dichiarata fra i due stati[544].

  [541] _Chron. Estense, t. XV, p. 531._

  [542] _Gio. Batt. Pigna Istor. de' Princ. d'Este, l. V, p. 411._

  [543] L'autore aveva di già osservato che Nicolò III era stato
  legittimato col matrimonio de' suoi genitori, onde doveva
  risparmiare in questo luogo all'Italia l'imputazione della
  successione all'eredità paterna de' figli illegittimi, cosa non
  tanto comune come pare volerlo insinuare il dotto autore, nè propria
  della sola Italia. _N. d. T._

  [544] _Leon. Aretino, l. XI. — Scip. Ammirato, l. XVI, p. 846._

In quest'epoca, in cui il cominciamento delle ostilità poteva rendere
alla repubblica fiorentina più prezioso un gran capitano, ella perdette
quello, cui doveva, i vantaggi ottenuti nella precedente guerra.
Giovanni Acuto mori di malattia il 16 marzo del 1394 in una campagna
ch'egli aveva comperata presso Firenze. La signoria gli diede
onoratissima sepoltura nella cattedrale, ed il suo sepolcro vi si vede
ancora con al di sopra una statua equestre[545].

  [545] _Piero Minerbetti, 1393, c. 28, p. 331. — Priorato del
  Ridolfi, Deliz. degli Erud. Tosc., t. XVIII, p. 141. — Scipione
  Ammirato, l. XVI, p. 844. — Vita di Gio. Acuto di Domenico Maria
  Manni. Script. Etrur., t. II._

Mentre la guerra di Ferrara trattavasi assai lentamente, i signori di
questa città diedero all'Italia uno spettacolo atroce ad un tempo e
ridicolo. I consiglieri di Nicolò III avevano risoluto di liberarsi con
un assassinio d'Azzo d'Este suo rivale. Proposero questo attentato al
suo amico, e principale appoggio, il conte Giovanni di Barbiano,
offrendogli in ricompensa i castelli di Lugo e di Conselice, posti in
Romagna presso a quello di Barbiano. Il conte accettò le fattegli
offerte, ma in pari tempo ne diede avviso all'amico Azzo. Fecero scelta,
d'accordo fra di loro, di un servitore che rassomigliava ad Azzo e lo
fecero trattenere in una sala rimota. L'ambasciatore di Nicolò III fu
introdotto ad una conferenza con Azzo e col conte nel castello di
Barbiano, imperciocchè egli aveva nascosta la sua perfida missione sotto
il velo di un trattato con ambidue. Uscirono in appresso e passarono
nella camera ove il loro servo gli stava aspettando. Azzo cambiò vesti
con lui, e si ritirò, e subito dopo Giovanni di Barbiano fece uccidere
lo sventurato servo, che ignorava la ragione del suo travestimento, e si
ebbe l'accortezza di sfigurargli il volto con molte pugnalate. Ciò fatto
il Barbiano chiamò l'ambasciatore del marchese d'Este, e gli mostrò il
cadavere ancora palpitante. «Ecco, gli disse, l'amico che si era di me
fidato, e che per servire il vostro padrone, io ho acconsentito di far
perire. La vostra corte pensi a soddisfare agli obblighi suoi, avendo io
fatto quanto doveva.» In fatti l'ambasciatore scrisse a Ferrara d'aver
veduto co' suoi occhi l'ucciso signore, ed i castelli promessi
all'uccisore furono immediatamente consegnati al conte di Barbiano. Ma
tostocchè gli ebbe in suo potere fece ricomparire Azzo d'Este e
ricominciò le ostilità contro Ferrara[546].

  [546] _Gio. Battista Pigna Istor. de' Principi di Este, l. V, p.
  418. — Cronaca di Bologna, t. XVIII, p. 562._

Mentre ciò accadeva, Vencislao mandò ambasciatori in Italia per cavarne
danaro, come praticato aveva Carlo IV suo padre, con vane promesse di
protezione. Vencislao portava in allora i titoli d'imperatore eletto e
di re dei Romani; ma perduto nella dissolutezza, appena governava, e con
mano mal sicura il suo regno di Boemia, mentre la Germania ritornava di
nuovo ad un'assoluta indipendenza. I signori di Padova e di Mantova
diedero retta alle proposizioni del suoi ambasciatori, e di già
progettavano di chiamarlo in Lombardia per farlo combattere contro il
Visconti; ma i Fiorentini, assai meglio informati del carattere di
Vencislao, e riandando la condotta di suo padre in Toscana, rigettarono
tutte le proposizioni, rispondendo ch'essi erano in pace col signore di
Milano, e che speravano che questa pace non verrebbe turbata dalle
insignificanti contese dei signori di Ferrara[547].

  [547] _Leon. Aretino, l. XI._

Vedendo Vencislao che niuno pensava a pagarlo per annientare la potenza
di Giovanni Galeazzo, egli entrò nel susseguente anno in trattato con
lui medesimo, per sollevarlo a nuove dignità; e gli vendette per cento
mila fiorini il titolo di duca di Milano, ed il giorno primo di maggio
del 1395 eresse in ducato ed in feudo imperiale la città di Milano colla
sua diocesi[548]. Giovanni Galeazzo celebrò con isplendide feste
l'acquisto della nuova dignità, ed invitò gli ambasciatori di tutti gli
stati d'Italia ad essere testimonj dell'investitura che ricevette il 5
di settembre. I Fiorentini e tutti i popoli della loro lega vi mandarono
deputati[549]. I due figli della casa di Carrara, Francesco terzo e
Giacomo, vi assistettero personalmente; ed il nuovo duca, volendo
mostrarsi riconoscente, liberò il signore di Padova dal tributo cui
andava soggetto in forza del trattato di Genova[550].

  [548] _Ann. Mediol., t. XVI, c. 157, p. 824._

  [549] _Poggio Bracciolini Hist. Florent., l. III, p. 272. — Scipione
  Ammirato, l. XVI, p. 849._

  [550] _Andrea Gataro Stor. Padov., p. 820._

Vencislao con un secondo diploma riunì l'anno susseguente, sotto il
titolo di ducato di Milano, tutti gli stati posseduti da Giovanni
Galeazzo, tranne Pavia ed il suo territorio, che dichiarò contado. Le
città accordate in feudo dall'imperatore alla casa Visconti, erano
press'appoco le medesime[551] che avevano formata la lega lombarda, il
di cui valore ed intraprese ebbero onorato luogo in principio di questa
storia. Da circa cento trent'anni tutte queste città avevano perduta la
loro libertà; ma l'autorità del loro signore non era perciò ancora
riguardata come legittima, e perchè niuna concessione dell'impero aveva
ancora sanzionate le loro usurpazioni, i popoli venivano sempre
mantenuti nel diritto di annullarla.

  [551] Brescia, Bergamo, Vercelli, Como, Novara, Alessandria,
  Tortona, Bobbio, Piacenza, Reggio, Parma, Cremona, Lodi, Crema,
  Soncino, Bormio, Borgo San Donnino, Pontremoli, Verona, Vicenza,
  Feltre, Belluno, Bassano, Sarzana ed altri luoghi meno importanti.
  _Ann. Mediol., c. 158, p. 827._

I Visconti ricevettero una nuova esistenza dal diploma di Vencislao; in
forza di questo vennero risguardati come _signori naturali_, siccome
diceva il diploma, e non più quali tiranni della Lombardia. Così pure
l'eredità venne regolata fra di loro in un modo stabile dietro il
sistema feudale.

Ma l'investitura, accordata a Giovanni Galeazzo, doveva riuscire tanto
funesta ai suoi successori ed al suo paese, quanto sembrava vantaggiosa
a lui medesimo. Fu questa cagione, quando si spense la sua linea
maschile, delle rivali pretensioni dei duchi d'Orleans, in appresso re
di Francia, quali eredi di una figlia di Giovanni Galeazzo, e di quelle
dell'imperatore come _alto signore_ di un feudo ricaduto all'impero;
mentre gli altri rami della casa Visconti furono esclusi dall'eredità, e
che la Lombardia fu guastata da sovrani stranieri che volevano avervi
regno. Avanti la fine del XIV secolo non eravi nelle famiglie de'
principi verun altro diritto ereditario che la forza sanzionata da
un'apparente approvazione del popolo, e se la Lombardia non fosse stata
eretta in ducato, nè la casa d'Orleans, ne l'impero avrebbero vantati
diritti sopra la medesima. Tale fu il cambiamento che operò in un paese
cui non prendeva veruno interessamento, e dove non aveva alcuna
autorità, un imperatore, che i borghesi della sua capitale tennero lungo
tempo prigioniero, e che all'ultimo fu deposto dai principi del suo
impero.

      _Nota_. Uno storico sienese, contemporaneo, riferisce
      all'anno 1395 un aneddoto che crediamo utile ad
      illustrare la storia de' costumi di questo secolo. La
      dignità della storia può bene scendere qualche volta al
      racconto de' casi dei privati cittadini, quando giovano
      ad istruire.

      L'antica famiglia de' Montanini era stata in guerra con
      quella de' Salimbeni pel corso di molte generazioni.
      L'inimicizia di queste due famiglie aveva cominciato in
      occasione di una caccia del cinghiale, nella quale era
      stato ucciso un Salimbeni. La famiglia de' Montanini era
      stata quasi affatto distrutta nell'accanita guerra
      sostenuta contra i Salimbeni; i suoi poderi erano stati
      quasi tutti invasi o confiscati, e più non rimaneva di
      così illustre famiglia che un fratello ed una sorella.
      Carlo ed Angelica erano figliuoli di Tommaso Montanini,
      soggiornavano nella Val di Strove in un piccolo podere il
      di cui valore appena ammontava a mille fiorini, ed avevano
      ristrette le loro spese alle entrale di così piccola parte
      del vasto patrimonio de' loro animati. Un loro vicino
      desiderava questo piccolo podere per incorporarlo a' suoi
      possedimenti. Era un plebeo assai potente nel governo di
      Siena, e faceva parte di quella oligarchia artigiana,
      sospettosa e gelosa, che sotto la direzione dei Salimbeni
      erasi resa padrona del governo l'anno 1390, e cui non si
      poteva offendere senza il più grave pericolo. Carlo
      Montanini ricusò più volte di vendere le sue terre al
      vicino che voleva comperarle, determinato di conservarle a
      sua sorella Angelica, onde potere aggiungere alla sua
      freschissima età di quindici anni ed alla rara sua
      bellezza una conveniente dote.

      Il vicino per vendicarsi del rifiuto di Carlo, e porlo
      nella impossibilità di conservare il suo patrimonio,
      l'accusò al governo di essere entrato in una cospirazione
      coi Guelfi e coi nobili contro i Salimbeni ed il governo
      popolare. L'odio ereditario delle due case rendeva
      probabile l'accusa, rinforzata dall'autorità
      dell'accusatore. Carlo Montanini non fu condannato a pena
      capitale, ma fu invece assoggettato ad un'ammenda di mille
      fiorini da pagarsi, sotto pena di morte, entro quindici
      giorni. Ma l'avidità del delatore fa delusa, perciocchè il
      Montanini per non ridurre la sorella in estrema miseria
      preferì di morire in prigione, piuttosto che uscirne
      mediante la perdita dell'eredità paterna. Aveva alcuni
      parenti materni, che però non osarono di soccorrerlo per
      non rendersi sospetti al governo e tirarsi addosso la
      medesima disgrazia; le donne soltanto recavansi ogni
      giorno a consolare Angelica ed a piangere insieme.

      La mattina del quindicesimo giorno Anselmo Salimbeni
      passando a cavallo innanzi alla casa di Montanini, osservò
      queste donne piagnenti, ed udì da loro la sorte che
      sovrastava all'ultimo crede di una famiglia rivale della
      sua. Aveva di già adocchiata la rara bellezza di Angelica,
      ma non aveva giammai parlato nè a lei, nè al fratello,
      opponendovisi la memoria di tanto sangue versato nelle
      contese della sua famiglia con quella dei Montanini. Per
      altro Anselmo, vinto da compassione all'aspetto di tanta
      sventura, si recò all'istante presso il tesoriere del
      comune, e pagati i mille fiorini dell'ammenda, ordinò al
      carceriere di porre in libertà Carlo Montanini. Questi
      sorpreso di vedersi rilasciato nel momento medesimo, in
      cui aspettava la morte, volò presso la sorella, che stava
      immersa nelle più crudeli angosce. Nè Angelica, nè le sue
      amiche sapevano spiegare o comprendere per quali mezzi
      fosse stata renduta a Carlo la libertà. In breve la casa
      di Montanini si riempì di parenti e di vicini che venivano
      a felicitarli. Carlo, che credeva di trovare tra di loro
      il suo liberatore, gli andava ringraziando l'uno dopo
      l'altro, ma tutti se ne scusavano vergognandosi, ed
      allegando i motivi o i pretesti che loro avevano impedito
      di soccorrerlo. All'indomani andò a chiederne contezza al
      tesoriere del comune, e da lui seppe che andava debitore
      della vita al figlio de' suoi nemici.

      Carlo Montanini, colpito da tanta generosità, volle
      superare in magnanimità il Salimbeni. Non bastando le
      preghiere, dovette far uso della sua autorità per ridurre
      Angelica ad eseguire i suoi voleri; e quando questa ebbe
      promesso di dare in riconoscenza al benefattore di suo
      fratello quanto aveva di più caro al mondo, lo prevenne
      altresì ch'ella penserebbe pure alla propria gloria, e che
      non vivrebbe nel vizio e nel disonore.

      Due ore dopo il tramontare del sole il fratello e la
      sorella recaronsi alla casa d'Anselmo Salimbeni: Carlo
      domandò di parlare senza testimonj a questo cavaliere, ed
      essendo stato introdotto presso di lui colla sorella, gli
      disse: «A voi, o signore, io devo la sgraziata vita che mi
      resta; a voi mia sorella deve suo fratello e l'onor suo.
      Se la fortuna non avesse con tanto accanimento
      perseguitata la mia famiglia non ci sarebbero mancati modi
      di manifestarvi almeno in parte la nostra riconoscenza. Ma
      omai più non ci rimangono che i nostri corpi e le nostre
      anime; voi le avete salvate; a voi dunque appartengono;
      noi le affidiamo alla vostra generosità, alla vostra
      pietà, affinchè ne usiate come di cose vostre.»

      Dopo avere così parlato, uscì bruscamente, e lasciò la
      sorella sola col Salimbeni. Questi si disponeva a
      parlarle, ma colpito dal suo mortale pallore e dalla
      disperazione che le scorgeva sul volto, uscì egli medesimo
      all'istante, fece chiamare le signore del vicinato, e le
      pregò di tenere compagnia alla nobile damigella che
      troverebbero in casa sua. Estrema fu la loro sorpresa
      vedendo Angelica nell'appartamento del Salimbeni; il
      modesto contegno della giovinetta smentiva ogni ingiurioso
      sospetto, ma l'aperta nimicizia delle due famiglie non
      permetteva loro d'indovinare i motivi della sua venuta.
      Tutte stavano in silenzio e si perdevano dietro vane
      congetture. Intanto Anselmo aveva fatto adunare i suoi
      parenti in casa sua, e chiamò con loro Angelica e le
      signore che le tenevano compagnia. Allora pregò colle
      lagrime agli occhi tutti i suoi amici a volerlo
      accompagnare, e senz'altro dire recossi alla casa di
      Montanini con tutto il corteggio preceduto da molte
      fiaccole.

      «Voi avete voluto parlarmi senza testimonj, disse a Carlo,
      io invece vi chiedo di udire la mia risposta in presenza
      di quest'onorata compagnia. È omai lungo tempo ch'io fui
      colpito dalla bellezza, dalla modestia, da tutte le virtù
      di vostra sorella Angelica; io aveva sentito che
      niun'altra donzella meritava più di lei di essere
      nobilmente amata. Io avevo per altro tenuto sempre celata
      questa mia inclinazione, e veruno non la seppe prima di
      voi. La disgrazia che vi colpì, ed il servigio ch'io vi
      resi, vi diedero motivo di leggere nel mio cuore. Non
      sapendo voi sopportare una cortesia senza ricompensa, vi
      siete dato con vostra sorella nelle mie mani, ponendo in
      mio arbitrio la vostra vita, il vostro onore, la vostra
      esistenza. Io accetto questo prezioso dono; ma sarebbe di
      me cosa indegna il possederlo con un titolo illegittimo.
      Se voi dunque vi acconsentite, io prendo alla presenza di
      questa onorata assemblea Angelica Montanini per mia cara
      sposa; accetto suo fratello Carlo per mio cognato, ed
      intendo che d'ora innanzi tutti i miei beni sieno tra di
      noi comuni.» Le nozze si celebrarono immediatamente e con
      gran pompa. La riconciliazione dei Montanini coi Salimbeni
      richiamò l'attenzione del governo; furono riveduti i
      processi di Carlo, e riconosciutasi l'ingiustizia di cui
      poco mancò che non fosse vittima, gli venne resa la pagata
      ammenda, e fu riammesso a tutti i diritti della
      cittadinanza. — _Annali Sanesi di un anonimo vivente dal
      1385 al 1422, t. XIX. Rer. Ital., p. 397-411._



CAPITOLO LV.

      _I Genovesi si danno al re di Francia. — Tentativo di Giovanni
      Galeazzo sopra Samminiato; ricomincia la guerra. — Disfatta dei
      Milanesi a Governolo; tregua. — Gherardo di Appiano vende Pisa a
      Giovanni Galeazzo. Gli si danno ancora Siena e Perugia._

1396 = 1399.


Le perdite cagionate dalla guerra di Chiozza avevano privati i Genovesi
di ogni influenza sul rimanente dell'Italia; onde nello spazio di
quattordici anni non avemmo che due volte occasione di parlare di loro,
quando liberarono Urbano VI assediato in Nocera, e quando colla loro
mediazione ristabilirono la pace fra Giovanni Galeazzo e la repubblica
fiorentina. Non pertanto questi quattordici anni erano stati un periodo
di continue agitazioni e burrasche. Le fazioni erano diventate più
violente, e le guerre civili da loro occasionate privavano i Genovesi di
ogni influenza sui loro vicini. Per ultimo le rivoluzioni si resero così
frequenti, che i cittadini, più non trovando garanzia nelle leggi da
loro pubblicate, o protezione ne' magistrati, ch'essi medesimi avevano
nominati, si assoggettarono volontariamente ad un monarca straniero,
affinchè il suo giogo s'aggravasse egualmente sugli oppressori e sugli
oppressi.

In verun'altra repubblica non eransi mai contate nello stesso tempo
tante fazioni come in Genova. Perciò tra tutti i popoli d'Italia, i
Genovesi passavano per i più volubili ed impazienti. Le fazioni dei
Guelfi e dei Ghibellini non erano per anco spente, sebbene da lungo
tempo non esistesse più l'oggetto per cui s'erano formate. Antichi odj
dividevano ancora le famiglie che si erano altre volte battute, e tali
odj passavano di padre in figlio come parte dell'avito retaggio. Di
quando in quando queste nimicizie scoppiavano di nuovo, ed ogni zuffa
era quasi sempre foriera di rivoluzione nello stato. Un'altra rivalità
segregava i nobili dai cittadini. I primi erano esclusi
dall'amministrazione: le quattro più potenti famiglie dei Doria, degli
Spinola, dei Grimaldi e dei Fieschi eransi rifugiate ne' loro feudi, e
facevano la guerra alla repubblica senza essere in pace fra di loro.
Invano venivano esclusi da ogni partecipazione al governo, i proprj
vassalli, le proprie fortezze loro assicuravano sempre un distinto rango
nello stato; l'asprezza delle montagne, le naturali fortificazioni delle
valli loro agevolavano la difesa dei proprj feudi: i nobili non temevano
nei proprj castelli l'odio del popolo e la vendetta degl'irritati loro
concittadini; ed a dispetto delle leggi trasmettevano di secolo in
secolo ai loro discendenti i loro odj e le loro forze.

Tra le famiglie de' cittadini, loro succedute nell'amministrazione dello
stato, eranvene quattro che s'innalzavano al di sopra de' borghesi, come
le quattro famiglie nobili s'erano innalzate sopra la nobiltà; ed ognuna
aveva un partito nel popolo cui aveva dato il proprio nome. I capi di
queste quattro famiglie erano Antoniotto Adorno, Pietro Fregoso, Antonio
di Montalto e Lodovico Guarco, ognuno de' quali aspirava alla dignità di
doge della repubblica, ed ognuno ottenne la volta sua quest'onore da'
suoi partigiani. Dall'anno 1390 al 1394, dieci rivoluzioni mutarono in
Genova dieci volte il primo magistrato della repubblica, e si vide il
trono ducale a vicenda occupato dai capi di nuove famiglie o da
cittadini che appartenevano ad un altro partito de' borghesi, chiamato
lo stato di mezzo. In questi stessi anni scoppiarono altre turbolenze,
perciocchè i partiti vinti fecero molti inutili tentativi per riprendere
la superiorità[552].

  [552] Ecco l'ordine cronologico nel quale questi dogi efimeri
  succedettero ad Antoniotto Adorno, che, nel 1390, regnava per la
  seconda volta.

  1390 Giacomo Fregoso;

  1391 Antoniotto Adorno III;

  1392 Antonio di Montalto;

  1393 Pietro Fregoso, Clemente Promontorio, Francesco Giustiniani,

  1394 Antonio di Montalto II, Nicolò Zoalio, Antonio Guarco, Antonio
  Adorno IV.

  — _Uberti Folietæ Hist. Genuens., l. IX, p. 495._

Come nelle guerre civili del precedente secolo le famiglie nobili
avevano avuto de' vassalli che loro erano affezionatissimi, così le
famiglie borghesi avevano clienti sempre apparecchiati a versare il loro
sangue, e ad esporre i loro beni per il personale trionfo del capo della
loro fazione. Lo scopo di tutte queste guerre civili pareva limitato ad
innalzare sul trono ducale l'idolo dell'uno o dell'altro partito. Ma il
potere de' nobili e quello de' grandi cittadini aveva un altro
fondamento: i primi comandavano a contadini nati ne' loro feudi, e che
vivevano sui loro poderi, i secondi comandavano a marinaj e ad artigiani
che facevano lavorare. I Genovesi esercitavano il commercio marittimo
coll'attività di un popolo libero; i mercanti non aspettavano, stando
ne' loro fondachi, i risultamenti delle loro speculazioni, scorrevano i
mari sopra navi destinate ugualmente alla guerra ed al commercio;
vivevano sempre insieme ai marinaj che tenevano al loro soldo, che
avvezzavano all'ubbidienza ed al rispetto, e che si affezionavano coi
beneficj. Spesso ogni figlio d'una casa numerosa comandava un vascello,
ed alcune migliaja d'uomini venivano perciò assoldati da una sola
famiglia, cui l'abitudine, la riconoscenza e l'amore assicuravano la
loro ubbidienza.

Inoltre i capi dei varj partili erano uomini eminentemente distinti.
Antonio di Montalto, ch'era assai giovane, aggiugneva a straordinario
valore rara moderazione e clemenza. Antoniotto Adorno, cui
un'insaziabile ambizione non lasciava un istante di riposo, era dotato
di un vasto e raro ingegno, aveva grandi e nobili maniere, cuore
generoso, nome rispettato da tutti i principi d'Europa, e la sua gloria
aveva acquistato grandissimo lustro nella spedizione fatta sulle coste
di Barbaria l'anno 1388 per reprimere le piraterie dei Mori. Aveva
assediato nella sua capitale il re di Tunisi, e costrettolo a dare la
libertà a tutti gli schiavi cristiani, a pagare una somma di danaro per
le spese della guerra, e promettere che in avvenire i suoi sudditi non
eserciterebbero la pirateria[553]. Quattro volle Antoniotto Adorno aveva
ottenuto di sedere sul trono ducale, ed avrebbe meritato un distinto
rango tra i grandi uomini, se una smisurata ambizione non gli avesse
fatto in più circostanze adoperare i suoi talenti a danno della patria.

  [553] _Ubertus Folieta Genuens. Hist., l. IX, p. 491._

La famiglia degli Adorni era attaccata alla fazione ghibellina, ed
Antoniotto aveva coltivata l'amicizia di Giovanni Galeazzo Visconti, e
lo aveva favorito nel trattato di pace, di cui era stato mediatore, tra
questo principe e la repubblica fiorentina. Aveva invece ottenuto in
tempo del suo esilio l'assistenza del Visconti, allorchè aveva tentato
di riavere colle armi la dignità ducale. Ma i soccorsi di Giovanni
Galeazzo erano sempre interessati; egli prendeva parte nelle turbolenze
di Genova, sperando di ricuperare sopra questa città l'autorità di cui
aveva goduto l'arcivescovo di Milano suo pro-zio; e le moltiplicate
rivoluzioni del 1393 e 1394 gli davano speranza di giugnere a questo
scopo. In questi due anni diede potenti soccorsi ad Antoniotto Adorno in
allora esiliato; ma quando lo vide ristabilito sul trono ducale col
favore della rivoluzione del 3 settembre 1394, cercò di rovesciarlo, e
si affezionò il partito di Montalto e di Guarco per fargli guerra.

Questa mala fede, che nulla aveva provocato, apri finalmente gli occhi
ad Antoniotto Adorno, il quale vide che un segreto nemico avvelenava
tutte le fazioni della sua patria, e s'avanzava verso il compimento de'
suoi odiosi progetti col rapido indebolimento della repubblica; vide che
l'autorità di verun doge non potrebbe consolidarsi finchè Giovanni
Galeazzo sarebbe sempre apparecchia o a soccorrere tutti i ribelli e
tutti i nemici dell'ordine; vide finalmente che Genova non era
abbastanza forte per resistere sola ad un così ambizioso vicino.

Nel 1396 Carlo VI era re di Francia; e di già questo monarca era stato
preso da quegli accessi di follìa, che spesso rendevanlo incapace di
governare, e che lasciarono il regno in balìa delle rivali fazioni di
Borgogna e d'Orleans. Una nazione che avrebbe voluto compiutamente
sottoporsi all'autorità monarchica, non sarebbesi lasciata tentare di
darsi un sovrano, che ne poteva farsi ubbidire dai suoi sudditi, nè
preservarli dalle guerre civili e straniere. Ma se i Genovesi si
determinavano di riconoscere un re, non volevano in pari tempo che fosse
abbastanza destro ed ambizioso per usurpare tutti i poteri dello stato,
ed assicurarsi per sempre la di lei sudditanza. La vera debolezza e
l'apparente forza di Carlo VI erano forse ciò che loro meglio conveniva.
Il suo solo nome poteva difenderli contro le aggressioni di Giovanni
Galeazzo, ed intimidire le rivali fazioni; ma egli doveva coll'amore non
col timore governare un paese lontano e separato da' suoi stati da alte
montagne. Antoniotto Adorno per dare la pace alla sua patria, e più
ancora per isventare i progetti di Giovan Galeazzo, trattò coi ministri
di Carlo VI, sotto la di cui protezione offrì di porre la repubblica di
Genova.

Il trattato venne finalmente sottoscritto il 25 ottobre del 1396 dopo
lunghe dispute sia coi ministri regj sia colle diverse fazioni genovesi.
Prometteva il re di mandare un vicario francese per governar Genova
coll'autorità esercitata dal doge, e sotto le stesse leggi. Il consiglio
della repubblica doveva avere lo stesso numero di Guelfi e di
Ghibellini, di cittadini e di nobili; ma il presidente doveva sempre
essere Ghibellino. Il vicario del re doveva avere due voci in consiglio,
ove tutto si sarebbe deciso a pluralità di suffragi. Carlo non poteva nè
stabilire nuove imposte, ne immischiarsi in verun modo nelle finanze
della repubblica. Non aveva pure in sua mano le fortezze dello stato,
tranne dieci castelli datigli per sua sicurezza. Per ultimo i Genovesi
si riservarono la particolare loro alleanza coll'imperatore de' Greci e
col re di Cipro, la scelta tra i partiti che dividevano, in tempo dello
scisma, la Chiesa, e l'integrità del loro territorio; prometteva il re
di Francia di non trasmettere ad altri sovrani una sovranità unicamente
accordata alla sua persona[554].

  [554] _Ubert. Folieta Genuens. Hist., l. IX, p. 510. — Georg.
  Stellae Ann. Genuens., l. III, p. 1151._

Sotto tali condizioni, quando fossero state osservate, la repubblica di
Genova veniva a conservare la sua libertà tutta intera, acquistando per
la protezione del re di Francia maggiore sicurezza senza detrimento
della sua gloria. Ma il popolo era troppo riscaldato dalle passioni, per
rimanere subordinato a così temperata autorità; ed i vicarj reali erano
troppo stranieri ad una libera costituzione per rimanere entro i limiti
della medesima. Antoniotto Adorno morì nella peste del 1397 in privata
condizione, nella quale era volontariamente entrato, prima che le
passioni del popolo, calmate da questo trattato, scoppiassero di nuovo.
Ma nel 1398 la guerra civile, riaccesa dai partiti di Montalto e di
Guarco, e continuata poi dai Ghibellini contro i Guelfi, si manifestò
con tanto furore, che il vicario reale fuggì a Savona, e cinque grandi
battaglie si diedero nell'interno della città dal 12 agosto al primo di
settembre. Trenta de' più magnifici palazzi furono bruciati, e spianati
moltissimi pubblici e privati, edificj di modo che i danni della
repubblica ammontarono a più d'un milione di fiorini. Lo spossamento
universale costrinse all'ultimo le due fazioni a fare la pace, e Colardo
di Calleville, vicario reale nominato da Carlo VI, tornò in Genova per
governare la repubblica con più estesi poteri che prima non aveva[555].

  [555] _Ubertus Folieta Hist. Genuens., l. IX, p. 514._

Il duca di Milano aveva presa parte il quest'ultima guerra civile,
siccome aveva fatto nelle precedenti; sovvenne di truppe e di Danaro
Antonio di Guarco ed Antonio di Montalto, ma l'aveva fatto assai
celatamente, per non provocare la collera della Francia; onde per tema
di compromettersi non aveva raccolto alcun frutto delle sue pratiche.
Giovanni Galeazzo ad una smisurata ambizione aggiugneva una grandissima
timidità. Sebbene fosse sempre in guerra, non vedeva mai le sue armate,
chiudevasi nel suo castello di Pavia di dove usciva poche volte e sempre
circondato da numerosa guardia. Tra i suoi generali aveva uomini
riputatissimi per talenti e per valore, ma non pertanto la guerra
trattata per mezzo loro aveva sempre un carattere di timidità. Non
permetteva mai d'attaccare se non sapeva di avere una marcata
superiorità di forze, e quando aveva a fronte un'armata di uguali forze
ordinava di non avventurare alcuna battaglia generale; faceva chiudere
le sue truppe nella città, abbandonando le campagne alla licenza
militare, ed aspettando che il tempo o le sue pratiche avessero
indeboliti i nemici. Con tanta pusillanimità perdette vantaggi quasi
sicuri, e non ottenne giammai dalla sua situazione o dalle sue forze
tutto quanto poteva sperarne.

Ma più che nelle armi otteneva vantaggio dalle sue negoziazioni,
perciocchè aveva l'arte di dividere e di sciogliere le leghe che si
andavano formando contro di lui, addormentando con false promesse e con
vane lusinghe d'amicizia coloro che voleva attaccare. Poco suscettibile
di collera o di risentimento, non entrava mai in guerra per vendicarsi:
ma nè l'amicizia, nè la memoria di passati servigi lo trattenevano
quando aveva risolto di nuocere. Non arrossiva di apparire perfido e
bugiardo, e non aveva altro consigliere che la propria ambizione
modificata dalla timidità. Pare che le sue parole non avrebbero dovuto
ispirare veruna confidenza, e che a forza di mentire avrebbe dovuto
ridursi in situazione di non poter più ingannare: ma gli uomini,
principalmente quando sono deboli, non si disabusano giammai interamente
dell'illusione della parola. Rendesi necessario troppo coraggio per
cercare un'increscevole verità, che un potente nemico tenta di
nasconderci; troppa risolutezza vuolsi a considerare sempre di fronte un
imminente pericolo, dal quale si può allontanare lo sguardo; finalmente
l'esclusione d'ogni verità nelle relazioni socievoli cagiona una così
desolante confusione, che non può sopportarsi. Un impostore non è mai
tanto screditato perchè la sua parola non possa più ingannare.

I Fiorentini ebbero soli in Italia il coraggio di giudicare Giovanni
Galeazzo; e malgrado le sue carezze ed i giuramenti lo tennero sempre
d'occhio come un nemico apparecchiato a piombare sopra di loro; invece i
piccoli principi e i deboli popoli, erano tutti l'uno dopo l'altro
vittime de' suoi artificj. Bonifacio IX e la repubblica di Venezia
partecipavano di questo acciecamento; essi non ardivano rivocare in
dubbio la fedeltà del duca di Milano, o sospettare soltanto che non
avesse a mantenere i trattati che lo legavano; quindi non prendevano le
necessarie misure per difendere, il primo lo stato della Chiesa, l'altro
il dominio di san Marco, qualunque volta Giovanni Galeazzo avesse
determinato di attaccarli.

Alla testa del governo fiorentino trovavasi sempre la fazione degli
Albizzi, che aveva ripigliata l'amministrazione degli affari l'anno
1381, dopo l'espulsione de' Ciompi. Questa fazione, composta d'antichi
Guelfi e di cittadini per ricchezze e per natali prossimi alla nobiltà,
aveva sempre avuti per capi i migliori politici dell'Italia; uomini che
abbracciavano a colpo d'occhio il presente e l'avvenire, e gl'interessi
tutti de' principi d'Europa; uomini che avevano saputo chiamare dalle
estremità della Francia e della Germania alleati alla repubblica
fiorentina; uomini finalmente che non perdevano il coraggio nelle
calamità, che per variare delle circostanze non rinunciavano alla data
fede, ed alla protezione della libertà d'Italia, che riguardavano come
proprio debito. Maso degli Albizzi, capo di questa fazione, eccitava, a
dir vero, la gelosia de' suoi concittadini; e gli Alberti ed i Medici
facevano di quando in quando alcuni sforzi per rialzarsi. Donato
Acciajuoli, che dopo l'Albizzi era il maggior cittadino di Firenze, e
che fin allora era stato con lui d'accordo, tentò egli medesimo nel
gennajo del 1396 di far richiamare gli esiliati e di ristabilire qualche
eguaglianza tra i due partiti; ma fu prevenuto e confinato a Barletta,
insieme a molti altri che avevano preso parte nella sua congiura[556]:
onde Maso degli Albizzi meglio assicurato nell'interno col bando
dell'Acciajuoli, fu in libertà di volgere tutta l'attenzione ai maneggi
del duca di Milano.

  [556] _Piero Minerbetti 1395, c. 14, p. 354. — Memor. Storiche di
  Ser Naddo, p. 158. — Scip. Ammirato, l. XVI, p. 849._

Giovanni Galeazzo aveva trattato con quasi tutti i capitani delle
compagnie di ventura. Egli loro assicurava una mezza paga costante,
mercè la quale questi avventurieri si obbligavano a tornare al suo
servizio colla loro piccola armata, quando il duca ne aveva bisogno.
Mentre stavano a mezza paga guerreggiavano per conto loro, e vivevano
col saccheggio in mezzo a' paesi che il duca non proteggeva contro di
loro. In tal modo Giovanni Galeazzo indeboliva in tempo di pace coloro
che voleva poi attaccare; quando si riconciliavano con lui, non perciò
erano liberati da queste armate, le quali continuavano le ostilità in
proprio nome. Quando il Visconti voleva in piena pace sorprendere
qualche piazza, cassava una delle compagnie al suo soldo, dandole
ostensibile congedo, ed incaricandola segretamente dell'esecuzione del
suo progetto. Se andava a male, dichiarava di non essere risponsabile
della sua condotta; ma se l'intrapresa riusciva, egli ne raccoglieva
solo tutto il frutto. I Fiorentini, sempre vigilanti, non permisero
quasi mai a queste compagnie d'invadere il loro territorio, ma non
seppero impedire che non guastassero spesso quello de' loro alleati.
Dopo inutili lagnanze determinarono di adottare lo stesso diritto delle
genti, usando rappresaglie sopra gli alleati del duca di Milano, e
facendo loro sentire in seno alla pace le vessazioni de' soldati, delle
quali eransi essi lagnati lungo tempo. Assoldarono adunque Bartolomeo
Boccanera di Prato con una compagnia di due mila cavalli e di mille
pedoni; non molto dopo lo congedarono, ordinandogli celatamente di
entrare nello stato di Pisa.

Bartolomeo prese la strada di questa città in giugno del 1396 con i
Gambacorti ed il conte Niccola di Montescudajo; ma essi si avanzarono
fin presso alle mura senza che, come lo avevano sperato, si facesse
internamente alcun movimento[557]. Giovanni Galeazzo mandò sei mila
cavalli in Toscana per difendere la signoria di Pisa, ed i Fiorentini
non raccolsero che pentimento e vergogna dall'intrapresa loro, come
sempre accade alle persone dabbene, quando vogliono adoperare le armi
de' malvagi. Presero per altro nuove truppe al loro soldo sotto gli
ordini di un gentiluomo di Guascogna detto Bernardo di Serres[558];
intavolarono nello stesso tempo negoziazioni per riconciliare la
signoria di Pisa e la repubblica di Lucca, tra le quali eranvi state
alcune ostilità.

  [557] _Piero Minerbetti, 1396, c. 3, p. 359._

  [558] Gli storici fiorentini lo chiamano _Bernardone_. — _Piero
  Minerbetti, c. 4, p. 361. — Scipione Ammirato, l. XVI, p. 854._

Maso degli Albizzi dall'altro canto era passato in Francia, come
ambasciatore dei Fiorentini, per assicurare alla repubblica i soccorsi
di questa potenza, in caso che di nuovo scoppiasse la guerra con
Giovanni Galeazzo. La casa di Francia aveva oramai coll'Italia interessi
più immediati, dopo che la signoria di Genova erasi data al re, e dopo
che la città di Asti era venuta in mano del duca d'Orleans come dote di
Valentina Visconti. Carlo VI acconsentì dunque il 29 settembre 1396 a
firmare un'alleanza difensiva, in forza della quale il re e la
repubblica si guarentivano vicendevolmente l'integrità de' loro stati. I
Fiorentini promettevano al re, quando fosse attaccato in Italia,
un'armata ausiliaria di tre mila cavalli; in cambio il re prometteva di
spedire in loro ajuto, nel caso di bisogno, un'armata degna di portare
le sue insegne e di essere capitanata da un principe del sangue. Se gli
alleati erano attaccati, e se difendendosi facevano conquiste, quelle di
Lombardia dovevano appartenere alla Francia, e quelle di Toscana alla
repubblica[559].

  [559] _Piero Minerbetti, c. 7, p. 363. — Sozomeni Pistor. Hist., t.
  XVI, p. 1162. — Memor. Stor. di ser Naddo di Montecatini, p. 158. —
  Scipione Ammirato, l. XVI, p. 853._

Quest'alleanza rialzò il coraggio dei Fiorentini e de' loro confederati
d'Italia, che vennero ammessi a prendervi parte. Per altro non procurò
loro verun reale vantaggio. Un avvenimento, accaduto circa lo stesso
tempo all'altra estremità dell'Europa, privò tutt'ad un tratto i
Francesi di uomini e di danaro, e gli alienò per alcun tempo da lontane
intraprese. Un migliajo di cavalieri francesi, il fiore della nobiltà
del regno, erano passati in Ungheria sotto la condotta di Giovanni conte
di Nevers, figliuolo del duca di Borgogna, per difendere Sigismondo
contro il formidabile Bajazette Ilderim, che pareva disposto a tentare
la conquista di tutta la Cristianità. La loro presunzione fu cagione
della disfatta del re d'Ungheria, accaduta a Nicopoli il 28 settembre;
ma il loro valore rese lungo tempo incerta una battaglia nella quale
perirono cento mila uomini. Tutti i cavalieri francesi morirono
combattendo, o furono uccisi dopo la vittoria, tranne ventiquattro
signori, che col conte di Nevers furono ammessi a riscattarsi; fu
portata la taglia del solo duca di Nevers a dugento mila fiorini, e
quella degli altri cavalieri, tra i quali distinguevansi Enguerrando di
Coucy, il maresciallo Boucicault, ed il conte d'Eu, esaurì di danaro la
Francia[560].

  [560] _Piero Minerbetti, c. 8, p. 364. — Jo. de Thwrocz Chron.
  Ungar., l. IV, c. 8, p. 221. — Gibbon Decline and fall of the Empir.
  Rom., c. 64, t. XI, p. 242._

Ma la repubblica fiorentina non si era appoggiata alla sola alleanza del
re di Francia. I dieci della guerra si erano data cura d'accrescere le
milizie dello stato, ed avevano spedito Bernardone con tutte le loro
truppe a Pescia in principio del 1397, per impedire l'invasione del loro
territorio. Dal canto suo Alberico da Barbiano aveva condotti sei mila
cavalieri nello stato di Lucca; e questo generale avventuriere aveva
seco i più valorosi capitani d'Italia. La compagnia di san Giorgio, da
lui formata vent'anni prima aveva loro servito di scuola; Pagolo Orsini
e Pagolo Savelli di Roma, Ottobon Terzo di Parma, Ceccolino de'
Michelotti di Perugia, Broglio di Chieri in Piemonte, e Luca di
Canale[561] erano i suoi principali luogotenenti; questi rialzavano
l'onore della milizia italiana e ravvivavano lo spirito guerriero di
questa nazione. Il conte Alberico di Barbiano riceveva un soldo da
Giovanni Galeazzo, ed era venuto a Lucca per suo ordine; ma non pertanto
egli pretendeva di essere entrato in Toscana come condottiere, non come
generale del duca di Milano. Barbiano vide con piacere l'armata
fiorentina stabilirsi a Pescia perchè egli non aveva intenzione
d'attaccare la Val di Nievole, ma di aspettare l'effetto di una congiura
tramata a Samminiato.

  [561] _Ann. Bonincontrii Miniat., t. XXI, p. 69._

Samminiato, posto a metà strada tra Firenze e Pisa, è un forte castello
fabbricato sulla sommità d'un colle, di dove scuopresi una vasta
estensione di pianure. L'Arno gli scorre alle falde, ed i due fiumi
l'Elsa e l'Era vi mettono foce uno a destra e l'altro a sinistra di
Samminiato. Questa terra, oggi dichiarata città, conteneva circa sei
mila abitanti, i quali eransi molto tempo conservati liberi, ma erano in
appresso caduti sotto il dominio de' Fiorentini per colpa delle
divisioni nate tra le famiglie de' Mangiadori e de' Ciccioni[562].

  [562] _Ann. Bonincontrii Miniat., t. XXI, p. 70._

Benedetto Mangiadori aveva ricorso a Giovanni Galeazzo per iscuotere col
di lui ajuto questo giogo straniero. Erasi egli stabilito in Pisa; ma il
17 marzo si presentò avanti a Samminiato, un'ora prima di mezza notte,
con diecisette compagni d'armi. Pretendeva di aver cose importanti da
comunicare ad Antonio Davanzati, vicario fiorentino, ed entrò
immediatamente col suo seguito nella corte del pubblico palazzo, ove fu
ricevuto senza diffidenza. In tutte le città i palazzi del governatore
erano fortificati; quello di Samminiato appoggiavasi alle mura ed aveva
due uscite, una nell'interno della piazza, l'altra nella campagna. Il
Mangiadori, ammesso all'udienza del vicario, sguainò la spada,
slanciossi sopra di lui e l'uccise: il corpo del governatore coperto di
ventotto ferite, e quello d'uno de' suoi ufficiali, vennero gittati in
sulla piazza dai congiurati, che si trovarono in tal modo padroni del
palazzo; essi poi liberarono tutti i prigionieri, chiamarono a
riprendere le armi per ricuperare la libertà gli abitanti di Samminiato;
ed accesero fuochi per dare il convenuto segno a Pisa, ond'essere
soccorsi[563].

  [563] _Ann. Bonincontrii Miniat., p. 71. — Marangoni Chron. di Pisa,
  p. 815. — Piero Minerbetti, c. 12, p. 368. — Scipione Ammirato, l.
  XVI, p. 856._

In fatti gli abitanti di Samminiato presero le armi, e rimasero alcun
tempo indecisi intorno a ciò che loro convenisse di fare; ma in ultimo
ascoltarono l'affetto loro pei Fiorentini, attaccarono con molto
coraggio il palazzo difeso da Mangiadori e dai suoi compagni prima che
loro giugnessero i soccorsi di Pisa. Volle l'accidente che il capitano
di Giovanni Galeazzo, che s'avanzava per sostenere Mangiadori, si
scontrasse in un corpo di Fiorentini che inseguivano alcuni banditi.
Egli tenne sicuro, vedendoli, che l'intrapresa di Samminiato fosse mal
riuscita, e si ritirò. Mangiadori, dopo avere resistito lungo tempo,
fuggì a traverso ai precipizj, sui quali s'innalzano le mura della
città, seguito dai pochi suoi compagni che non erano stati uccisi, o
fatti prigionieri[564].

  [564] _Sozomeni Pistoriensis, t. XVI, p. 1163. — Leonardo Aretino,
  l. XI._

Era stata annunciata a Firenze la morte del vicario di Samminiato, e la
perdita di questa fortezza; tale notizia aveva sparsa nel popolo la più
alta costernazione. Se Giovan Galeazzo restava padrone di così forte
piazza, nel centro della Toscana, gli sarebbe stato agevole lo spingere
ogni giorno le sue scorrerie fin sotto alle mura di Firenze, e di
ruinare la repubblica con una lenta guerra senza timore di essere
ridotto ad una battaglia, o forzarlo a dare addietro. Ma quando seppesi
in appresso, che la città era salvata, e che il palazzo del vicario era
stato ripreso dai cittadini, la trepidazione fece luogo al desiderio
della vendetta. I priori adunarono immediatamente un consiglio di
seicento _richiesti_, loro fecero il quadro degl'intrighi del duca di
Milano e delle innumerevoli infrazioni de' trattati di pace, e chiesero
se non tornava meglio di esporsi ad un'aperta guerra, piuttosto che
riposare ancora sui giuramenti di un uomo perfido, che non rispettava le
più sacre promesse. Di comune assenso i cittadini domandarono la guerra,
e sollecitarono la signoria a spingerla vigorosamente[565].

  [565] _Piero Minerbetti, c. 13, p. 370. — Scip. Ammirato, l. XVI, p.
  857._

Il conte Alberico di Barbiano, vedendo sventata la sua intrapresa di
Samminiato, attraversò il territorio di Pisa e venne ad unirsi presso
Siena ad altre truppe di Giovanni Galeazzo. Portò in tal modo la sua
armata a dieci mila cavalli, con un ragguardevole corpo
d'infanteria[566]. Mentre girava al di fuori intorno ai confini della
repubblica fiorentina, Bernardone coll'armata della repubblica seguiva
al di dentro la linea degli stessi confini per chiuderne l'ingresso. Ma
in ultimo questo generale si lasciò sorprendere da un'astuzia del
nemico, che minacciava lo stato d'Arezzo. Bernardo sforzavasi di
chiudergli questa provincia, quando Barbiano penetrò per Chianti in Val
di Greve, s'innoltrò fino alle porte di Firenze, guastò la Val d'Arno
inferiore, e fece in tutte le campagne un'immensa preda, perchè non
essendo dichiarata la guerra, i contadini non avevano pensato a riporre
nelle terre murate i loro bestiami e gli altri effetti[567].

  [566] _Leon. Aretino, l. XI._

  [567] _Piero Minerbetti, c. 14, p. 370. — Memor. Storiche di ser
  Naddo, p. 159. — Ann. Boninc. Miniat., t. XXI, p. 72. — Marangoni
  Cron. di Pisa, p. 816._

Frattanto dopo dieci giorni di saccheggio l'armata milanese tornò nello
stato di Siena, ed i Fiorentini trovarono in breve la maniera
d'indebolirla, prendendo al loro soldo Pagolo Orsino, Biordo de'
Michelotti e Cecchino suo fratello, che seco conducevano parte della
cavalleria del duca. Giovanni di Barbiano, fratello d'Alberico, lo
abbandonò ancora esso per andare in Romagna in servigio de' Bolognesi;
ed i Fiorentini, invece di temere per sè medesimi, si videro bentosto a
portata di mandare considerabili soccorsi a Francesco di Gonzaga, nello
stesso tempo attaccato dal Visconti[568].

  [568] _Leon. Aretino, l. XI. — Ann. Boninc., p. 73. — Scipione
  Ammirato, l. XVI, p. 858._

Senza dichiarazione di guerra Giovanni Galeazzo aveva fatti entrare il
31 marzo nel territorio mantovano due armate. Ugolotto Biancardo,
governatore di Verona, conduceva la prima, ad aveva fatti condurre in
coda diversi battelli, onde attraversare o il lago, o il Mincio a
Guarolda[569]. Giacomo del Verme con un'altra armata avanzavasi al
mezzogiorno del Po con intenzione di passarlo a Borgoforte. L'uno e
l'altro volevano penetrare in quella parte del territorio di Mantova che
trovasi tra il lago, il Po, il Mincio e l'Oglio. Questa piccola
provincia, chiamata il _Serraglio_, era la più ricca d'ogni altra;
perchè nelle precedenti guerre non era mai stata esposta ai guasti de'
nemici; ma per lo spazio di tre mesi e mezzo i generali milanesi
tentarono invano di gittare un ponte sul Po o sul Mincio, ed in così
lungo spazio di tempo la guerra si ristrinse ad alcune rapide
incursioni, ed a pochi assedj di castelli. I Mantovani tenevano a
Borgoforte un ponte sul Po, la di cui testa era fortificata, e con ciò
impedivano ai loro nemici di navigare sul fiume. Giacomo del Verme aveva
adunata una flotta di grandi battelli nella parte superiore del Po, ma,
fermato al ponte di Borgoforte, non poteva giugnere fino al Serraglio.
Quando il 14 luglio un impetuoso vento secondando la corrente delle
acque, egli lanciò alcuni vascelli incendiarj contro il ponte che
chiudeva il passaggio, e lo bruciò malgrado la coraggiosa resistenza di
Francesco da Gonzaga. Le campagne lungo tempo rispettate del Serraglio
vennero allora abbandonate ai guasti de' soldati[570].

  [569] _Platina Hist. Mantuana, l. IV, p. 763._

  [570] _Platina Hist. Mant., l. IV, p. 778. — Jacobi de Delayto Ann.
  Est., p. 942._

Quando i Fiorentini ebbero notizia di quest'infausto avvenimento,
staccarono dalla loro armata Carlo Malatesta, Pagolo Orsini e Filippo di
Pisa, con tre mila cavalli per soccorrere il Gonzaga. Soccorrendo
l'alleato, calmavano pure nel loro campo una sedizione che stava per
iscoppiare. Il loro generale Bernardone, sotto pretesto di ristabilire
la disciplina, aveva fatto tagliare la testa, trasportato dalla collera
e dalla gelosia, a Bartolomeo Boccanera di Prato, uno de' capitani che
servivano sotto di lui. Ma i condottieri erano troppo lontani dal
conoscere quella cieca ubbidienza che si esige a' nostri giorni dalle
truppe: non credevano essi, che il generale avesse diritto d'ordinare il
loro supplicio, e domandavano ad alta voce vendetta contro Bernardone
per aver fatto perire uno de' loro compagni d'armi[571].

  [571] _Leon. Aretino Hist. Flor., l. XI. — Scip. Ammirato, l. XVI,
  p. 860._

Mentre che l'armata ausiliaria de' Fiorentini avanzavasi per Ferrara
sopra Mantova lungo la destra del Po, rimontava questo fiume una flotta
formata dal signore di Padova. Era composta di sette galere veneziane
che Francesco da Carrara aveva noleggiate. La repubblica di Venezia,
senza voler dichiarare la guerra a Giovanni Galeazzo, secondava
nascostamente gli sforzi de' suoi nemici per resistergli; aveva
agevolato l'armamento del signore di Padova, e permesso a Francesco
Bembo, nobile veneziano, di assumerne il comando. Trecento barche o
battelli, somministrati dal Carrara e dal marchese d'Este,
accompagnavano le sette galere. Delle due armate milanesi quella di
Ugolotto Biancardo era nel Serraglio, ed assediava il castello di
Governolo al confluente del Po e del Mincio, e quella di Giacomo del
Verme trovavasi accampata in faccia allo stesso castello sull'altra riva
del Po verso mezzodì. Un ponte di battelli innanzi a Governolo
assicurava la loro comunicazione[572]. Tutte queste posizioni vennero
attaccate contemporaneamente il 28 agosto 1397. Il ponte di battelli fu
rotto e bruciato dal Bembo, e cento settanta barche milanesi, che
stavano ancorate al disopra del ponte, caddero in potere del vincitore.
Il Malatesta coi Fiorentini e loro alleati attaccò Giacomo del Verme.
Francesco di Gonzaga, secondato da una sortita della guarnigione di
Governolo piombò sopra Ugolotto Biancardo, ed i Milanesi vennero rotti
su tutti i punti. Sei mila uomini e due mila cavalli furono uccisi o
presi, e le molte ricchezze trovate ne' due accampamenti vennero
abbandonate al saccheggio[573].

  [572] _Andrea Gataro Stor. Padov., p. 826. — Ann. Estens. Jacobi de
  Delayto, l. XVIII, p. 925._

  [573] _Andrea Gataro, p. 830. — Jacobi de Delayto Ann. Estens., p.
  937. — Memorie Stor. di ser Naddo da Montec., t. XVIII, p. 169._
  Questo cronachista termina il suo racconto con tale avvenimento. —
  _Sozomeni Pistor. Hist., p. 1164. — Marin Sanuto Vite dei Duchi di
  Venezia, p. 763. — Scip. Ammirato, l. XVI, p. 863._

Dopo questa segnalata vittoria la guerra si andò rallentando finchè si
venne a stabilire una tregua. I Veneziani che si erano compromessi con
Giovanni Galeazzo, senza che volessero apertamente dichiararsi contro di
lui, cercarono di ristabilire la pace in Lombardia: essi temevano di
venire alla risoluzione che dovevano prendere in breve, e non pensavano
che a guadagnar tempo. Offrirono la loro mediazione alle potenze
belligeranti e fu accettata. Dopo otto mesi di negoziati sentirono
all'ultimo la difficoltà di conciliare interessi lesi da una lunga serie
di perfidie. Si può fondare un trattato sopra la forza e sopra il
diritto di conquista; ma è più difficile il negoziare sopra basi
stabilite dalla frode e dalla mala fede. Lo spergiuro, più che
l'oltraggio o la crudeltà, rende impossibile la pace. Finalmente i
Veneziani proposero di mantenere ognuno de' contraenti nello stato in
cui si trovava, e senza nulla decidere intorno al diritto, di
conchiudere soltanto una tregua di dieci anni, la quale venne infatti
soscritta l'11 maggio del 1398, sotto la guarenzia della repubblica di
Venezia[574].

  [574] _Piero Minerbetti, c. 24, p. 385. — Sozomeni Pistor. Hist., p.
  1165. — Jacobi de Delayto Ann. Estenses, p. 930._

Prima che la vittoria ottenuta a Governolo avesse calmata l'inquietudine
de' Fiorentini, una sedizione fu in sul punto di rovesciare quel governo
che formava la forza e la sicurezza della repubblica. Il 4 agosto otto
giovani delle illustri famiglie dei Medici, dei Ricci, degli Spini e de'
Cavicciuoli, comparvero armati nelle strade, chiamando il popolo a
rovesciare ciò ch'essi chiamavano la tirannia degli Albizzi.
Attraversarono Firenze circondati da una folla di gente che gli andava
considerando con sorpresa, e li seguiva senza corrispondere alle loro
grida. Le spie loro avevano rivelato che troverebbero Maso degli Albizzi
sulla piazza di san Pietro maggiore; ma tardarono pochi minuti, ed
invece uccisero due suoi clienti, sperando di commuovere il popolo colla
vista dello sparso sangue. Si fermarono finalmente nel portico della
cattedrale, ove ricominciarono ad invitare i cittadini alle armi ed alla
libertà; ma nella folla che li circondava mantenevasi un cupo silenzio.
Gli arcieri s'innoltravano per arrestarli, onde, presi da spavento, si
rifugiarono in chiesa, ove furono inseguiti ed incatenati. Confessarono
innanzi al podestà ed al capitano del popolo che avevano avuto
intenzione d'uccidere Maso degli Albizzi, e di rovesciare il governo;
onde furono condannati a perdere la testa sulla piazza del palazzo[575].

  [575] _Piero Minerbetti, c. 12, p. 378. — Memorie di ser Naddo da
  Montecatini, p. 167. — Sozomeni Pistoriens. Histor., p. 1164. —
  Bonincontrii Miniat. Annales, p. 74. — Scipione Ammirato, l. XVI, p.
  861._

Mentre continuavansi in Venezia le negoziazioni di pace, Giovanni
Galeazzo ne manteneva altre più segrete in ogni città per accrescere il
suo potere. La prima delle trame da lui formate scoppiò in Pisa. Jacopo
d'Appiano, che aveva usurpata la tirannide in questa città, contava in
allora settantacinque anni[576]. Vanni, il maggiore de' suoi figliuoli,
che le sue relazioni col duca di Milano, e la sua contesa coi
Lanfranchi, avevano armato contro Gambacorta, era morto nel mese di
ottobre, ed i suoi fratelli non mostravano nè talenti, nè energia. Il
signore di Pisa, inquieto intorno alla sorte di sua famiglia, mandò a
chiedere soccorso a Giovanni Galeazzo per mantenere la sua autorità.
Infatti il duca fece passare a Pisa Pagolo Savelli con trecento lance,
ed incaricò tre ambasciatori d'assicurare l'Appiano della sua protezione
e del suo affetto. Ma il 2 gennajo del 1398 questi ambasciatori si
fecero aprire a mezza notte la casa del vecchio signore di Pisa, e gli
chiesero a nome del loro padrone le chiavi delle cittadelle di Pisa, di
Livorno, di Piombino e di Cascina. Jacopo loro rispose che la sua
persona ed ogni suo avere appartenevano al duca di Milano, ma che non
poteva dargli le fortezze dello stato senza il consentimento degli
anziani della repubblica. Promise di adunarli all'indomani mattina, e
con questa promessa persuase, non senza difficoltà, gli ambasciatori del
duca a ritirarsi. Ma non erano appena usciti dalla sua casa, che si
apparecchiò a difendere la signoria che gli si voleva togliere. Adunò i
suoi soldati, fece armare il popolo, di già irritato contro il duca per
le vessazioni de' suoi soldati, ed allo spuntare del giorno fece
attaccare nella sua casa Pagolo Savelli. Questo capitano fu fatto
prigioniero unitamente agli ambasciatori, ed i suoi soldati di
cavalleria furono parte uccisi, e parte spogliati delle armi e scacciati
di città. Un segretario del Savelli palesò innanzi ai tribunali tutta la
trama del suo padrone, ed i Pisani, che avevano contro di lui cospirato,
furono severamente puniti[577].

  [576] _Piero Minerbetti, c. 20, p. 384._

  [577] _Piero Minerbetti c. 25, p. 387. — Sozomeni Pistor. Hist., p.
  1165. — Bonincontrii Miniat. Ann., p. 15. — Marangoni Cronache di
  Pisa, p. 817. — Scipione Ammirato, l. XVI, p. 865._

I Fiorentini spedirono immediatamente a Pisa a felicitare la signoria ed
il popolo d'essersi sottratti al laccio loro teso dal duca di Milano,
protestandosi apparecchiati a difenderli qualora Giovanni Galeazzo
facesse contro di loro uso della forza. Gli ambasciatori de' Fiorentini
vennero accolti con viva gioja dai Pisani, e pareva che dovesse
conchiudersi tra i due popoli una nuova pace; ma Giovanni Galeazzo,
sempre padrone di contenere le sue passioni, sapeva simulare la calma
quando si credeva che dovesse manifestare la collera. Approvò altamente
la condotta de' Pisani, dichiarò che qualunque volta i suoi commissarj
abusavano delle loro facoltà, o i suoi soldati delle loro armi, per
vessare i principi o i popoli, li vedeva con piacere puniti. Abbandonò i
prigionieri al risentimento del signore di Pisa, ed ottenne di farlo
dubitare ch'egli avesse avuto parte nella trama[578]. Jacopo d'Appiano
fece allora sorgere nuove difficoltà per ritardare il trattato coi
Fiorentini, ricusò in appresso di conchiudere una pace separata, e
chiese soltanto di essere compreso nella tregua generale, che in questo
medesimo tempo trattavasi a Venezia, e che fu pubblicato per dieci anni
in tutte le città il 29 maggio del 1398.

  [578] _Piero Minerbetti, c. 26, p. 389. — Leon. Aretino, l. XI. —
  Corio Istor. Milan., p. IV, p. 279. — Scipione Ammirato, l. XVI, p.
  866._

Pochi mesi dopo la pubblicazione di questa tregua, Jacopo d'Appiano morì
il 5 settembre del 1398. Aveva avuto cura di far riconoscere suo
figliuolo Gherardo per capitano del popolo, e di fargli prestare
giuramento dalle milizie[579], onde la morte di Jacopo non fu cagione di
rivoluzioni. Ma suo figlio, occupando dopo di lui la signoria, si
sentiva mal sicuro, onde cercò appoggi all'estero, e fu detto che
offrisse ai Fiorentini di entrare nella loro alleanza, se questi
volevano mantenere in Pisa a loro spese seicento cavalli e duecento
fanti per difenderlo contro gli ammutinamenti de' suoi sudditi. I
Fiorentini ricusarono di farsi garanti d'una tirannide[580], desiderando
piuttosto di vedere i Pisani rimessi al godimento della libertà, ed i
Gambacorti ristabiliti nella loro patria. Giovanni Galeazzo, meno
scrupoloso, offrì a Gherardo d'Appiano di comperare la sovranità di Pisa
ad altissimo prezzo, promettendogli duecento mila fiorini colla signoria
dell'isola d'Elba e di Piombino. Gherardo rimandò gli ambasciatori
fiorentini troppo pericolosi indagatori delle sue azioni; fece entrare
in città quattro mila uomini delle truppe milanesi; diede loro in mano
tutte le fortezze ed in appresso pubblicò il trattato conchiuso col duca
di Milano[581].

  [579] _Piero Minerbetti, 1398, c. 6, p. 395. — Scipione Ammirato, l.
  XVI, p. 869._

  [580] _Leonardo Aretino, l. XI. — Annales Bonincontrii Miniat., p.
  76. — Marangoni Croniche di Pisa, p. 819. — _Tronci pone in dubbio
  questa negoziazione, _Ann. Pisani, p. 487._

  [581] _Piero Minerbetti, c. 13, p. 398. — Scip. Ammirato, l. XVI, p.
  870._

I Pisani più non erano in tempo di prendere le armi quando seppero di
essere stati indegnamente venduti ad un padrone straniero. Tentarono
almeno di smuovere l'Appiano colle loro preghiere; «Poichè volete, gli
dissero, rinunciare alla signoria, rendete alla vostra patria l'antica
sua libertà. Noi siamo disposti a ricuperarla questa libertà pel prezzo
che vi fu offerto dal duca di Milano, ed anche a maggior prezzo se
volete. Non caricatevi dell'obbrobrio di vendere come schiavi i vostri
concittadini, di vendere uomini la di cui libertà risale a più rimota
età che non quella di verun altro popolo toscano. Potremmo noi forse,
noi Pisani, piegarci alla volontà d'un principe? Potremo noi soffrire
che la passione vinca la ragione, e la forza la giustizia? Vero è che
noi abbiamo volontariamente affidata a vostro padre un'autorità sovrana,
e siamo apparecchiati a riconoscere questa medesima autorità in voi, suo
figliuolo; ma noi vi abbiamo risguardato sempre come nostro concittadino
piuttosto che come nostro padrone, e se voi non volete assoggettarvi
alla fatica del governo, la vostra patria vi ridomanda quella libertà e
quei diritti che aveva soltanto alienati per soverchia confidenza in
voi. Colla libertà ella riavrà l'antico splendore, ma sotto il potere
d'uno straniero la vedremo in breve perdere la numerosa sua popolazione,
il suo splendore, le sue ricchezze[582].»

  [582] _Poggio Bracciolini, l. III, p. 279. — Sozomeni Pistor., p.
  1166. — Piero Minerbetti, c. 15, p. 399._

Gherardo d'Appiano non si lasciò smuovere dalle preghiere de' suoi
concittadini; aveva data la sua parola, e forse più non era in suo
potere il rivocarla. In febbrajo del 1399 abbandonò la città e le
fortezze di Pisa al commissario del duca di Milano, incaricato di
prenderne il possesso, e ritirossi nel castello di Piombino. La signoria
che si era riservata abbracciava l'isola d'Elba, ed i Castelli di
Populonia, di Suvereto e di Scarlino. Così cominciò il principato di
Piombino, che conservossi due secoli nella casa d'Appiano, e che in
appresso venne poi riunito alla corona di Napoli[583].

  [583] _Ann. Bonincontrii Miniat., p. 77. — Marangoni, Cron. di Pisa,
  p. 820._ Un altro figlio di Jacopo d'Appiano viveva povero nella
  Liguria ai tempi di Sozomeno. _Hist. p. 1153_.

Il duca di Milano mandò a Pisa un governatore, che affrettossi di
dichiarare ai Fiorentini essere mente del suo padrone d'osservare
scrupolosamente la tregua convenuta a Venezia, e di comportarsi da buon
vicino[584]. Ma nel medesimo tempo gli emissarj di Giovan Galeazzo
avevano persuasi il conte di Poppi, feudo del Casentino, e tutti gli
Ubertini a darsi al duca. Questi gentiluomini montanari, rompendo i loro
trattati colla repubblica, sforzavansi di provocare una nuova guerra coi
loro assassinj[585]. Altri agenti del duca si adoperavano in Perugia per
ridurre questa repubblica a proclamarlo suo signore.

  [584] _Piero Minerbetti, c. 16, p. 400._

  [585] _Piero Minerbetti 1399, c. 1, p. 402. — Scip. Ammirato, l.
  XVI, p. 871._

Poichè nel 1393 i plebei ed i Guelfi, rientrati in Perugia avevano
occupata la suprema autorità, ucciso Pandolfo Baglioni, e costretti i
lori nemici a salvarsi colla fuga, questa repubblica, a vicenda
travagliata da guerre civili o straniere, non aveva goduto un solo
istante di riposo. Molti gentiluomini della Marca d'Ancona, del ducato
di Spoleti e del patrimonio di san Pietro, facevano il mestiere di
_condottieri_; possedevano in queste province fortezze, ove si
ritiravano quando non erano impegnati nel servigio d'alcuno, ed in
questi intervalli di riposo saccheggiavano i loro vicini, per tenere
esercitati i loro soldati, spingendo talvolta le loro scorrerie fin
presso alle porte di Perugia[586]. Tra i nobili ed i cittadini di questa
repubblica alcuni pure esercitavano la stessa professione, ed allora
prendevano una parte più attiva nelle turbolenze della loro patria: la
compagnia di ventura che formavano per servire a qualche principe
straniero, era in appresso impiegata talvolta a cagionare rivoluzioni
nella repubblica, o a farle la guerra. Braccio da Montone, uno de' più
celebri generali italiani del quindicesimo secolo, era signore del
castello di Montone, vicino a Perugia. Attaccato alla fazione dei nobili
e dei Baglioni egli era stato fatto prigioniere pochi anni dopo l'ultima
rivoluzione, e rilasciato poi a condizione di dare il castello ereditato
dai suoi antenati in mano ai proprj nemici[587]. Biordo dei Michelotti,
altro condottiere, era capo della fazione del popolo a Perugia; la sua
compagnia di ventura aveva più volte guastato il territorio di Pisa e di
Siena, ed aveva attirate severe rappresaglie sopra i Perugini[588].
Biordo erasi impadronito nel 1395 di Todi, ed in appresso d'Orvieto; si
era fatto dichiarar signore di queste due città tolte ai Malatesti, ed
aveva in tal modo offeso papa Bonifacio IX, dal quale dipendevano[589];
aveva quindi sforzato questo pontefice a nominarlo suo vicario nelle
città da lui occupate[590].

  [586] _Piero Minerbetti 1393, c. 30, p. 333._

  [587] _Vita Brachii Perus., t. XIX, l. I, p. 444._

  [588] _Piero Minerbetti 1394, c. 7, 337._

  [589] _Piero Minerbetti 1393, c. 5, p. 348._

  [590] _Ivi, c. 16, p. 358_. — L'anno 1397 Biordo dei Michelotti era
  signore nello stesso tempo di Todi, Orvieto, Assisi, Nocera, ed
  altri castelli. _Pomp. Peliini Stor. di Perugia, p. II, l. X, p.
  89._

Non doveva riuscire agevole cosa il contenere nell'uguaglianza
repubblicana, chi, cittadino di Perugia, era principe in alcune vicine
città, e comandava senza intervento d'altri ad un'armata assoldata;
perciò Biordo de' Michelotti era in qualche modo signore di Perugia. Il
di lui credito, del quale per altro egli non aveva ancora abusato,
inspirò gelosia ad alcuni cittadini: lo zelo della libertà, o forse
l'ambizione d'innalzarsi sopra le ruine di un uomo potente, li trasse in
una congiura. L'abate di san Pietro di Perugia, che era della casa
Guidalotti, legata ai Michelotti dall'amicizia e dall'attaccamento allo
stesso partito, entrò il 10 marzo con suo fratello ed alcuni amici nella
casa di Biordo; disse di voler parlargli in disparte, e quando Biordo
ebbe licenziate le persone che trovavansi con lui, l'abate gli pose la
mano sulla sprilla dicendogli: «Biordo, Biordo, il popolo di Perugia non
vuole tiranni.» Era questo il segno convenuto coi congiurati, i quali
sguainarono all'istante i pugnali ed uccisero Biordo[591]. La famiglia
di Biordo, che non aveva concepito verun sospetto, non s'accorse di
nulla, ed i congiurati uscirono senza ostacolo, e recaronsi alla
cattedrale per arringare il popolo: ma invece di trovarlo disposto a
ricompensarli, non udirono intorno a loro che minacce e voci di
vendetta. Ebbero per altro il tempo di fuggire coi cavalli che tenevano
a tal uopo apparecchiati, ma le case loro furono dal popolo svaligiate,
ed uccisi alcuni de' loro parenti[592].

  [591] Biordo aveva in allora quarantasei anni. _Pompeo Pellini, l.
  X, p. 97._

  [592] _Piero Minerbetti 1397, c. 27, p. 390. — Pompeo Pellini,
  Istor. di Perugia, t. II, l. X, p. 94_.

Papa Bonifacio era probabilmente il principal motore di questa
cospirazione, ed aveva fatto avanzare con un corpo d'armata fino a tre
miglia da Perugia Malatesta de' Malatesti, uno de' signori di Rimini,
per sostenere i congiurati. Ma il popolo affezionato a Biordo più assai
che non pensavano il papa o l'abate di san Pietro, non si alienò per la
di lui morte dal suo partito, ed il Malatesta fu costretto di ritirarsi
senza avere raccolto alcun frutto dalla cospirazione da lui
spalleggiata[593].

  [593] _Piero Minerbetti, c. 27, p. 391._

Un fratello di Biordo, Ceccolino dei Michelotti, aveva il comando
d'Assisi, questa città gli fu tolta per sorpresa dagli abitanti, i
quali, essendosi ribellati, si diedero a Broglio, altro condottiere che
il papa aveva mandato nel loro paese[594]. Questo con mille cinquecento
cavalli guastò quasi tutto il territorio di Perugia; da un altro canto
Ugolino dei Trinci, signore di Foligno, stringeva pure i Perugini, i
quali trovaronsi in tale angustia, che ricorsero a Giovanni Galeazzo, ed
erano sopra pensiero di darsi a lui per difendersi dal papa e dai
condottieri[595]. I Fiorentini, avvisati opportunamente di questo
trattato, spedirono subito ambasciatori a Perugia, per confortare il
popolo a conservare la sua libertà, ed a riconciliarsi colla
Chiesa[596]. In pari tempo rappresentarono al papa il pericolo cui si
esponeva, spingendo i Perugini alla disperazione, poichè gli sforzava a
gettarsi tra le braccia del Visconti. Gli fecero sentire, che se il duca
di Milano metteva una volta piede negli stati della Chiesa, non
tarderebbe a spogliarla di tutti. Con tali considerazioni lo persuasero
a riprendere Perugia sotto la sua protezione mercè il pagamento di
dodici mila fiorini, che gli stessi Fiorentini sovvennero ai Perugini;
perchè questi erano stati in modo ruinati dalle guerre civili, che non
sapevano come pagare così piccola contribuzione[597].

  [594] Questo capitano, la di cui famiglia diede in appresso alcuni
  marescialli alla Francia, discendeva da una delle sette principali
  famiglie di Chieri, piccola città del Piemonte. Viene spesso
  chiamato Broglia ed anche Brogliole. _Lodrisio Crivelli de Vita
  Sfortiae Vicecom., t. XIX, p. 360._

  [595] _Piero Minerbetti 1398, c. 11, p. 397._

  [596] Fu questa la prima ambasciata di Jacopo Salviati, che ne
  lasciò memoria. _Delizie degli Erud. t. XVIII, p. 175._

  [597] _Piero Minerbetti 1398, c. 17, p. 400. — Pompeo Pellini Ist.
  di Perugia, p. II, l. XI, p. 100-107._

Ma Giovan Galeazzo non rinunciava così facilmente alle speranze che
aveva una volta concepite: il papa aveva congedato il Broglio, ed il
duca di Milano, senza prenderlo al suo servizio, lo persuase con grossi
regali a rientrare nel Sienese e nel Perugino l'anno 1399 per guastarne
i territorj, spargendo voce che la compagnia di ventura da lui comandata
riceveva soldo dai Fiorentini. Attribuendo in tal maniera le proprie
frodi ai suoi nemici, ottenne di seminare la diffidenza fra le tre più
grandi repubbliche della Toscana[598].

  [598] _Piero Minerbetti 1399, c. 3, p. 404. — Sozomeni Pistor.
  Hist., p. 1167._

La repubblica di Siena non era meno esausta, nè meno debole della
Perugina. Una lunga guerra con Firenze, i guasti delle compagnie di
ventura, e più di tutto la violenza e l'imprudenza del proprio governo,
alla testa del quale vedevansi uomini della più abbietta classe del
popolo, concorrevano a ruinare lo stato: per colmo di mali la peste
erasi manifestata in questa città; poichè questa fatale epidemia aveva
in sul declinare del secolo ricominciate in Italia le sue stragi con non
minore violenza di quello che avesse fatto cinquant'anni prima. I
Sienesi nello stato d'estrema debolezza, cui trovavansi ridotti, erano
estremamente agitati, perchè vedevano prossima al suo termine l'alleanza
convenuta per dieci anni con Giovanni Galeazzo, il 22 settembre del
1389. Sebbene in suo cuore il duca non desiderasse meno di loro di
rinnovare questo trattato, andava però promovendo difficoltà; ingrandiva
i suoi passati servigj, e dichiarava di non volere per l'innanzi
proteggere che i proprj sudditi. Accrescendo in tal modo l'inquietudine
de' Sienesi, li fece all'ultimo risolvere di darsi a lui. Le condizioni
furono regolate dopo lunghe conferenze; e fu convenuto, che il
luogotenente del duca a Siena avrebbe due voci nella signoria, e che
questa, e il senatore ed il capitano del popolo verrebbero conservati
nell'antica loro autorità. Obbligatasi il duca a non accrescere le
imposte, a non mutare le leggi, e finalmente a non trasmettere a verun
altra persona la propria sovranità, che doveva conservarsi ereditaria di
maschio in maschio nella sua famiglia. Il consiglio generale di Siena
accettò il 6 di novembre queste convenzioni, ed il giorno 11 dello
stesso mese, nell'ora indicata dagli astrologi, otto procuratori
nominati dalla città fecero cessione agli ambasciatori del duca di
Milano della sovranità della repubblica di Siena[599].

  [599] _Annali Sanesi an. 1399, t. XIX, p. 413. — Malavolti Storia di
  Siena, p. II, l. X, p. 185. — Scipione Ammirato, l. XVI, p. 872._

L'esempio di Siena fece una gagliarda impressione sopra gli abitanti di
Perugia. Il duca di Milano aveva mandati nella loro città ambasciatori,
i quali adoperavano ogni mezzo di seduzione per guadagnarli. Aveva
assoldato Ceccolino dei Michelotti, ch'era sottentrato nel credito di
Biordo, suo fratello: egli distribuiva regali tra i più riputati
cittadini, ed adulava il basso popolo promettendogli feste e piaceri.
Invano gli ambasciatori fiorentini cercavano coi loro discorsi di
riaccendere l'amore di libertà, invano offrivano l'assistenza della loro
repubblica per difendere Perugia. I medesimi priori di Perugia proposero
al consiglio generale di dare la signoria al duca di Milano sotto
condizioni press'a poco uguali a quelle convenute coi Sienesi. Ottocento
cavalli vennero introdotti in città da Otto Bon Terzo, uno de' generali
del Visconti, e nell'istante indicato dagli astrologi, il 21 gennajo
1400, un'ora avanti il tramontare del sole, la bandiera del duca di
Milano fu innalzata nella piazza di Perugia e portata in processione
intorno alle mura[600].

  [600] _Piero Minerbetti 1399, c. 14, p. 414. — Sozom. Pistor. Hist.,
  p. 1169. — Bern. Corio Istor. Milan., p. IV, p. 281. — Scipione
  Ammirato, l. XVI, p. 875._ — Il trattato trovasi in compendio presso
  il Pellini, _Istor. di Perugia, p. II, l. XI, p. 117._

E per tal modo, dopo l'ultima pace stipulata col duca di Milano, i
Fiorentini vedevano questo principe dilatare le sue conquiste
tutt'all'intorno del loro territorio. Siena, Pisa e Perugia dalla parte
della pianura, i conti di Poppi e di Bagno ed i feudi degli Ubertini dal
lato delle montagne erano passati sotto il suo dominio, e non pertanto i
Veneziani, garanti dell'ultimo trattato, non osavano parlare per
impedire i progressi di Giovanni Galeazzo[601].

  [601] _Leon. Aret., l. XI._

Sotto un altro punto di vista l'isolamento de' Fiorentini era ancora più
terribile, perchè lo spirito di libertà s'andava spegnendo in tutta
l'Italia. Genova, Perugia e Siena eransi volontariamente date ad un
padrone; Pisa era stata venduta; Lucca e Bologna, che ancora
pretendevano di essere libere, trovavansi in preda ad interne
dissensioni che presagivano vicina la loro ruina; Venezia, chiudendosi
nelle sue lagune, pareva che pensasse di abbandonare l'Italia
all'infelice sua sorte; Roma stagnava ne' vizj della schiavitù: il regno
di Napoli e la Lombardia avevano perfino dimenticato il vocabolo libertà
e questa terra così ferace in altri tempi di cittadini e di eroi pareva
abbandonata da tutte le virtù e da tutti i sentimenti sublimi. Un
tiranno vile e perfido si adoperava nel distruggere in Italia tutto
quanto portava ancora l'impronta della lealtà e dell'onore; non si
riprometteva prosperi successi che In ragione de' crescenti vizj dei
popoli, e rallegravasi quando Vedeva un governo abbracciare la sua
fraudolente politica, tenendosi allora sicuro di poterlo presto
soggiogare. Tali erano i funesti presagi che accompagnavano la fine del
quattordicesimo secolo. Per ultimo la peste si manifestò
contemporaneamente in molte parti dell'Italia, ed i popoli, atterriti da
così grande calamità, riconoscevano i gastighi che si erano meritati, e
piegavansi innanzi alla divina maestà per implorare la sua misericordia.



CAPITOLO LVI.

      _Processioni de' penitenti bianchi. — Paolo Guinigi si rende
      padrone della signoria di Lucca. — Guerre civili a Bologna;
      Giovanni Bentivoglio usurpa l'autorità sovrana. — Deposizione di
      Wenceslao; Roberto di Baviera, suo successore, attacca senza
      profitto Giovanni Galeazzo. Questi si rende padrone di Bologna;
      muore improvvisamente._

1399 = 1402.


Mentre l'Italia teneva con inquietudine aperti gli occhi sopra le
pratiche di Giovanni Galeazzo, e che non sapeva prevedere in qual luogo
i Fiorentini troverebbero soccorsi per difendersi da questo terribile
avversario, l'attenzione dei popoli fu distratta dai progetti ambiziosi
del duca di Milano da un universale movimento di divozione, che per
alcuni mesi allontanò gli uomini da tutti gl'interessi temporali, per
non occuparli che intorno all'eterna salute. Grandi calamità percuotendo
l'Europa, facevano credere vicina la fine del mondo, e tremare i
Cristiani innanzi alla collera di Dio. Bajazette, Ilderim, sultano del
Turchi, aveva ridotta Costantinopoli quasi nella sua totale dipendenza;
nel 1399 aveva invase l'Ungheria e la Polonia, e minacciava tutta
l'Europa. Dietro di lui un conquistatore ancora più formidabile, Timour
o Tamerlano, sultano di Samarcanda, pareva apparecchiarsi alla conquista
dell'universo. L'incapacità di tutti i sovrani d'Occidente abbandonava i
loro stati all'anarchia ed alla ruina. L'imperatore Wenceslao era
ugualmente spregievole e dispregiato; Sigismondo d'Ungheria, suo
fratello, era perduto nell'amore de' piaceri; Carlo VI, re di Francia,
preso da follìa, e Riccardo II d'Inghilterra era stato deposto per dar
luogo a suo cugino Enrico IV, duca di Lancastro. Lo scisma che divideva
la Chiesa aveva palesati ai Cristiani i vizj de' loro pastori;
perciocchè questi si andavano reciprocamente accusando e calunniando;
mentre i devoti non dubitavano che la divisione della Cristianità non
provocasse sopra di lei la collera del cielo, e che la peste, che
ricominciava con violenza le sue stragi, non fosse un castigo
dell'oltraggiata divinità.

Un prete oltramontano, che gli uni dicono spagnuolo, altri scozese,
altri provenzale, scelse quest'istante per predicare la penitenza.
Dietro le sue esortazioni tutti i suoi uditori vestironsi di bianco, e
portando crocifissi innanzi a sè, recaronsi fino alla vicina città
cantando inni per implorare la misericordia del cielo, e per invitare
gli uomini alla pace ed alla penitenza. Questa pratica di divozione fu
introdotta in Italia dalla banda del Piemonte, e mentre passò di città
in città attraverso alla Lombardia, valicò ancora le Alpi liguri. Gli
abitanti della Polsevera, uomini, donne, fanciulli, in numero di cinque
mila, entrarono in Genova il 5 luglio del 1399, coperti di bianche
vesti[602]. Insegnarono ai Genovesi l'inno _stabat mater dolorosa_
ch'era stato recentemente composto, e dopo avere in nove giorni
terminato il loro pellegrinaggio, ed avere ridotti tutti coloro ch'erano
in guerra a riconciliarsi gli uni cogli altri, tornarono alle proprie
case.

  [602] _Giorg. Stella Ann. Gen., l. III, p. 1172, t. XVII._

Appena partiti questi, i Genovesi si mossero per imitarli. Dopo avere
divotamente ascoltata la messa in sullo spuntar del giorno, dopo essersi
confessati e comunicati, tutti si vestirono di bianco, o piuttosto con
alcune lenzuola si fecero certe grandi sottane di tela, che coprivano
tutto il loro corpo, ed il volto. Il venerabile arcivescovo di Genova,
Giacomo del Fiesco, troppo debole e troppo vecchio per camminare, montò
un cavallo coperto pure di bianco, ed in tal modo condusse la
processione. Tutti gli uomini, tutte le donne, tutti i fanciulli lo
seguivano appajati, cantando le litanie, e prostrandosi di tanto in
tanto per implorare sulla terra la celeste pace e misericordia. In
questo divoto spettacolo eravi qualche cosa di seducente; coloro che
avevano osato di porlo in ridicolo, non potevano meglio che gli altri
preservarsi da un sentimento che solo animava tutto un popolo. La
processione visitando tutte le chiese, tutte le cappelle di reliquie, in
Genova e ne' contorni, continuò per nove giorni il suo cammino e le sue
litanie. Il decimo giorno si riaprirono le botteghe, e tutti si
restituirono ai consueti affari; soltanto i più zelanti ed i più robusti
consacrarono questi nove giorni a portare più verso il levante questa
nuova divozione. Alcune processioni genovesi giunsero a Lucca ed a Pisa,
e comunicarono ai Toscani la loro istituzione. Lazzaro Guinigi capo di
una famiglia guelfa che in allora governava Lucca con un'autorità quasi
assoluta, non vide senza inquietudine l'arrivo di questa processione di
maschere, che poteva nascondere qualche stratagemma del duca di Milano,
o de' Pisani suoi nemici. Quando si fu rassicurato da questo primo
timore, concepì un'altra inquietudine, vedendo il movimento popolare che
eccitava questa pratica religiosa, e l'immensa folla che di già
apparecchiavasi ad uscire di Lucca in processione. Temette che la città
non rimanesse vuota e senza difensori, e che i suoi nemici ne
approfittassero per attaccarlo. In conseguenza la signoria di Lucca
vietò alle processioni dei bianchi di uscire dalle mura; ma non potè
impedire, che circa tre mila penitenti, che facevano portare un
crocifisso avanti a loro, non si recassero a Pescia, ove visitarono le
chiese, e persuasero le famiglie nemiche a riconciliarsi. Proseguirono
poi il loro viaggio per Pistoja alla volta di Firenze; in tutti i luoghi
per dove passavano vennero ricevuti con entusiasmo; ed in Firenze la
signoria li fece alloggiare e nutrire a spese del pubblico. Ne'
susseguenti giorni si videro arrivare nella stessa città simili
processioni da Pistoja, da Prato e da Pisa, le quali seguivano l'esempio
loro dato dai Lucchesi, e tutte furono accolte colla stessa
ospitalità[603].

  [603] _Piero Minerbetti, c. 8, p. 409. — Sozomeni Pistor. Hist. p.
  1168._

Quando tutti gli stranieri penitenti furono partiti, i Fiorentini dal
canto loro si apparecchiarono a cominciare la loro corsa di divozione;
ed i priori per impedire il più che potevano a queste religiose
compagnie d'allontanarsi dalla città, diedero loro per guide pubblici
ufficiali. Il vescovo di Firenze accompagnato da quaranta mila persone,
visitava le chiese del vicinato, e riconduceva ogni sera i suoi
penitenti a dormire in città e nelle proprie case; ma un'altra truppa,
condotta dal vescovo di Fiesole, si pose in cammino alla volta d'Arezzo,
e quando giunse a Filigne si trovò composta di ventimila penitenti[604].

  [604] _Piero Minerbetti, c. 9, p. 410._

E per tal modo in tutto il tempo che si continuarono queste pie
scorrerie, non fu commessa violenza alcuna, nè tramata alcuna frode; e
quando le processioni giugnevano ancora ne' luoghi nemici, vi entravano
confidentemente, e vi si ricevevano con ospitalità. Dalla Toscana questa
pratica venne portata negli stati del papa, e da questi nel regno di
Napoli. Corse tutta l'Italia dall'una all'altra estremità, e non venne
fermata che dal mare[605].

  [605] _Chron. Placent., t. XVI, p. 569. — Ann. Mediol., t. XVI, p.
  832. — Math. de Griffonibus Memor. Histor., t. XVIII, p. 207. — Ann.
  Estens. Jacobi de Delayto, p. 957. — Jannotii Manetti Histor.
  Pistor., p. 1069. — Poggio Bracciolini Histor. Flor., p. III, p.
  279. — Platina Histor. Mant., l. IV, p. 792. — Ann. Bonincontrii, p.
  79. — Ann. Forolivien., p. 200. — Comment. Leon. Aretini de rebus
  suo temp. gestis, t. XIX. p. 919. — Corio Stor. Milan., p. IV, p.
  281._

Per altro il papa era ben lontano dall'incoraggiarla; trovandosi sempre
in guerra coll'antipapa e co' suoi proprj baroni e colle città del suo
stato, ogni movimento eccitava la sua diffidenza, onde condannò le
processioni dei bianchi come contrarie alla disciplina della Chiesa.

Ma non fu appena calmato questo universale movimento di divozione, che
si videro manifestarsi nuove trame del duca di Milano. Voleva egli
staccare i Lucchesi dall'alleanza de' Fiorentini, e la fermezza di
Lazzaro Guinigi, che allora reggeva questa repubblica, faceva vani tutti
i suoi tentativi. Pure un fratello di Lazzaro, che batteva la carriera
militare, aveva preso servigio sotto Giovanni Galeazzo, ed era in allora
di guarnigione a Pisa. Il governatore di questa città lo chiamò un
giorno in sua casa: «Felicitatevi, gli disse, che il duca di Milano,
nostro padrone, è intenzionato di farvi signore di Lucca; tutti i
partigiani della vostra casa vi seconderebbero se vostro fratello avesse
cessato di vivere, in quanto a me io tengo ordine di sostenervi con
tutte le truppe di cui posso disporre; d'altro più non si tratta che di
vedere se l'uomo cui sono riservate tante grazie, vuole rendersene
degno.» Il giovane Guinigi, che in ogni tempo era stato riputato uomo
leggiere, si lasciò abbagliare da tali offerte; assunse tutti gl'impegni
che volle il governatore, e la medesima sera passò a Lucca, ove chiesta
avendo una segreta conferenza col fratello, tosto che si trovò con lui
solo lo uccise a pugnalate. Subito dopo scese in piazza per chiamare il
popolo alle armi, siccome aveva concertato di fare col governatore di
Pisa, ma l'orrore del commesso delitto riunì tutte le persone contro di
lui; e Michele Guinigi ch'era in allora gonfaloniere lo fece arrestare,
e condannare immediatamente a morte[606].

  [606] _Piero Minerbetti, c. 16, p. 416._

Giovanni Galeazzo non aspettavasi migliore successo da questa
cospirazione. Voleva la morte di Lazzaro Guinigi e l'aveva ottenuta. La
peste, che si manifestò subito dopo in Lucca, favorì gli ulteriori suoi
progetti. Nella state del 1400 si videro spesso morire in un solo giorno
cento cinquanta persone della città. Perirono quasi tutti i capi della
casa Guinigi; Michele il gonfaloniere, un altro Lazzaro, Bartolomeo, e
tutti coloro che godevano della pubblica considerazione, morirono gli
uni dopo gli altri[607]. I loro amici, i loro clienti fuggivano nelle
campagne e ne' più lontani paesi per evitare la mortalità; ed i
Ghibellini di già si lusingavano d'una vicina vendetta contro la casa
Guinigi, che gli aveva tanto tempo tenuti in basso stato[608].

  [607] _Gio. ser Cambi Cron. di Lucca, t. XVIII, Rer. It., p. 799._

  [608] _Ivi, p. 804._

Paolo Guinigi, il più giovane de' figli di Francesco, era rimasto a
Lucca: dotato di scarsi talenti e non risoluto, la di lui ambizione non
era superiore ai suoi mezzi. Ma un intrigante notajo, ser Giovanni
Cambi, che ci lasciò la storia di una rivoluzione di cui fu principale
agente, si rese padrone del suo spirito, e lo determinò ad approfittare
delle circostanze per innalzarsi alla tirannide. Gli fece credere che
s'egli non attaccava verrebbe attaccato in breve, e s'incaricò di tutte
le negoziazioni e di tutti gl'intrighi che lo dovevano condurre allo
scopo. Guinigi cominciò coll'abjurare il partito guelfo, e l'alleanza
de' Fiorentini, onde chiedere soccorso a Giovanni Galeazzo, il
sostenitore di tutti gli usurpatori; ed il duca ordinò al governatore di
Pisa di secondare il Guinigi con tutte le forze di cui poteva
disporre[609].

  [609] _Gio. ser Cambi Cron. di Lucca, t. XVIII, Rer. It., p. 806._

Il gonfaloniere e gli anziani, che la sorte aveva designati per
governare Lucca nei mesi di settembre e di ottobre del 1400, erano
creature della casa Guinigi, onde gli permisero di corrompere i soldati,
di introdurre contadini in città, di occupare con gente armata il
palazzo e le strade vicine. Nella notte del 14 ottobre, e nella
susseguente mattina il gonfaloniere avendo adunati i dodici consiglieri
della balìa, dichiarò loro che per la sicurezza di Lucca e della
famiglia Guinigi, e pel mantenimento della libertà medesima, egli
credeva necessario di nominare Paolo Guinigi capitano della città e
delle milizie[610]. La balìa rigettò questa proposizione, e la ricusò
egualmente il consiglio ch'era adunato; ma Paolo Guinigi era sulla
piazza circondato dai soldati e dai contadini armati; il podestà erasi
dichiarato per lui, ed il gonfaloniere gli rimise, in nome della
repubblica, lo stendardo del popolo ed il bastone del comando[611].

  [610] _Ser Cambi Cron. di Lucca, p. 806._

  [611] _Ivi, p. 807, 808._

La limitata autorità che fu in allora attribuita a Guinigi, non bastò a
soddisfare questo nuovo signore, o piuttosto il suo intrigante
consigliere. Il primo prese motivo da una trama da lui scoperta per
domandare ed ottenere un assoluto potere; in principio del susseguente
anno soppresse la signoria degli anziani, e si alloggiò egli stesso nel
pubblico palazzo[612].

  [612] _Ivi, 811._

Mentre i Fiorentini vedevano con estrema inquietudine la città di Lucca
staccarsi dalla loro alleanza, e l'usurpatore, che l'aveva fatta serva,
cercare l'appoggio del tiranno di Lombardia, venivano informati che
quest'ultimo, ossia il governatore che aveva mandato a Perugia, erasi
per sorpresa impadronito della città d'Assisi[613]. Di già la guerra
pareva inevitabile, quando il solo generale in cui avessero piena
confidenza, messer Broglio, morì di peste il 15 luglio ad Empoli[614].
La loro città era pure travagliata dallo stesso flagello; ma mentre vi
spargeva lo spavento, sorprendeva ancora taluno de' loro nemici.
Uguccione di Casale, signore di Cortona, morì quando si apparecchiava a
lasciare l'alleanza della repubblica per accettare quella del Visconti,
e suo figlio Francesco che gli successe, rimase fedele ai Fiorentini.
Nello stesso tempo morì Roberto conte di Popi; egli aveva sempre fatto
la guerra ai Fiorentini, ed era l'alleato di tutti i loro nemici; ma
morendo supplicò la repubblica ad accettare la tutela de' suoi figli. La
signoria accolse la sua domanda ed amministrò la tutela di questo nemico
con non minor prudenza che generosità[615].

  [613] _Piero Minerbetti, 1400, c. 2, p. 420._

  [614] _Ivi, c. 5, p. 422. — Scip. Ammirato, l. XVI, p. 878._

  [615] _Bonincontrii Miniat. Ann., p. 81._

In novembre di quest'anno, si scoprì in Firenze una cospirazione, nella
quale i Ricci, gli Alberti, alcuni Adimari, Strozzi e Medici erano
entrati per ricuperare la loro antica parte al governo. Alcuni de'
congiurati avevano trattato, senza saputa degli altri, col duca di
Milano, l'anima di tutte le congiure d'Italia; ed i movimenti che si
osservarono nelle sue truppe a Siena ed a Pisa, convinsero, ch'egli solo
avrebbe raccolti tutti i frutti della cospirazione, se ella non veniva
scoperta. I più colpevoli de' suoi capi perirono sul patibolo[616]. Ma
non era per anco passato lo spavento cagionato da questa trama, che una
nuova rivoluzione privò di libertà l'ultima delle repubbliche che
rimanesse attaccata al partito fiorentino.

  [616] _Piero Minerbetti, c. 11, p. 428. — Sozomeni Pistor. Histor.,
  p. 1170. — Scip. Ammirato, l. XVI, p. 879._

La repubblica bolognese era da qualche tempo governata dalla fazione che
portava il nome dello scacchiere, essendo stata la contraria fazione de'
Maltraversi esiliata. Trovavansi alla testa della prima nel 1398 due
cittadini dotati di sommi talenti, e che godevano grandissima
riputazione, Nanne Gozzadini e Carlo Zambeccari. Ambiziosi ambidue
volevano elevarsi oltre il grado che si conviene a cittadini d'uno stato
libero, e pensarono di formarsi un partito separato, per soppiantarsi
vicendevolmente, ed occupare la sovranità. Il Gozzadini sceglieva i suoi
partigiani nella fazione dominante, e per piacer loro perseguitava o
esiliava quelli della contraria parte. Lo Zambeccari all'opposto
assumeva la protezione degli oppressi, e colla sua dolcezza e
moderazione aveva intorno a sè riuniti tutti coloro ch'erano affezionati
al partito Maltraversa[617]. Il 6 maggio 1398 fece prendere le armi al
popolo, e costrinse il senato ad accordare un'amnistia generale, ed a
richiamare tutti i fuorusciti[618]. Quest'atto di clemenza accrebbe
molto il credito dello Zambeccari, e la sua pubblica riconciliazione coi
Gozzadini che tenne dietro a quest'avvenimento, pareva promettere un
nuovo periodo di prosperità alla repubblica di Bologna.

  [617] _Jacobi de Delayto Ann. Esten., t. XVIII, p. 931._

  [618] _Cherub. Ghirardacci Stor. di Bologna, t. II, l. XXVII, p.
  496. — Mathei de Griffonibus Memor. Histor. p. 205._

Ma, sebbene questa pacificazione fosse stata consolidata da matrimonj
tra le due famiglie, Nanne Gozzadini la turbò bentosto. Egli si associò
Giovanni Bentivoglio, gentiluomo i cui talenti ed attività uguagliavano
la smisurata ambizione, e dopo avere seco convenuto intorno ai mezzi di
sollevare il popolo, impegnò Giovanni, conte di Barbiano, capitano
ch'era stato lungamente al soldo dei Bolognesi, a secondarlo colla sua
compagnia di ventura. I partigiani dei Gozzadini, e tutta la fazione
dello scacchiere doveva prendere le armi in principio del 1399, occupare
la porta della strada san Donato, per aprirla al Barbiano, ed introdurre
in città i suoi soldati. Il Gozzadini s'impadronì realmente di questa
porta; ma il Barbiano, ritardato da un impreveduto ostacolo, non arrivò
all'ora convenuta. Carlo Zambeccari al primo allarme aveva ragunata una
numerosa e determinata truppa, e gli sarebbe stato agevole cosa
l'opprimere i suoi nemici; ma tostocchè questi offrirono proposizioni di
pace, egli dichiarò che non verserebbe il sangue de' suoi concittadini,
qualunque fosse il danno che gliene verrebbe dalla sua clemenza. Chiese
che il Gozzadini ed il Bentivoglio deponessero le armi coi loro alleati,
ed uscissero di città. Il primo fu relegato a Genova, l'altro a Zara, e
la sedizione fu compressa senza spargimento di sangue[619].

  [619] _Math. de Griff. Mem. Hist., p. 206. — Cron. Miscel. di Bol.,
  p. 564. — Cher. Ghirardacci Stor. di Bol., l. XXVII, p. 500._

Lo stesso partito eccitò nel medesimo anno una seconda sedizione, che
venne egualmente compressa dai talenti e dal coraggio di Carlo
Zambeccari. Questo cittadino acquistava ogni giorno una maggiore
considerazione, ed un maggiore ascendente nella repubblica, quando la
peste si manifestò in Bologna e portò la desolazione ne' consiglj. In
uno stesso giorno morirono Carlo Zambeccari ed i suoi più zelanti
partigiani, Obizzo Lazzari e Giacomo Griffoni. Questi due uomini soli
avrebbero potuto prendere il suo luogo, e farne scordare la
perdita[620]. Il partito Maltraversa, che richiamato dall'esilio dallo
Zambeccari, erasi posto sotto la sua protezione, venne assai più
maltrattato dalla peste che il contrario partito. Il senato si trovò
bentosto costretto a richiamare dal loro esilio Nanne Gozzadini e
Giovanni Bentivoglio. Questi, appena ritornati, fecero prendere le armi
ai loro partigiani, attaccarono i Maltraversi, di cui uccisero un gran
numero, e forzarono il senato ad esiliare quasi tutti i capi della casa
Zambeccari[621].

  [620] _Cherub. Ghirardacci, l. XXVII, p. 505. — Math. de Griff., p.
  206. — Ann. Esten. Jacobi de Delayto, p. 956._

  [621] _Cherub. Ghirardacci, l. XXVII, p. 507._

Appena Gozzadini e Bentivoglio si videro vincenti che si divisero per
cogliere i frutti della vittoria. Il Gozzadini ricercò tutti i suoi
partigiani nel popolo e furono le persone della classe infima che cercò
di promuovere agl'impieghi. Il Bentivoglio per lo contrario prese i
nobili sotto la sua protezione, ed ottenne di farsi risguardare come
loro capo. Gli storici bolognesi lo fanno discendere da un bastardo del
re Enzio che morì prigioniero in questa città. Ma questa favolosa
origine prova soltanto che la famiglia dei Bentivoglio non era antica,
nè aveva avuta uomini che la illustrassero, poichè se ne cercava
l'origine in così vicini tempi[622]. Per altro siccome al Bentivoglio
non bastava l'appoggio dei nobili, si riconciliò colla vinta fazione dei
Zambeccari, ed ottenne dal senato il decreto del loro richiamo[623].
Siccome non aveva altro scopo che il suo personale innalzamento, e non
quello del partito, sapeva meglio che il suo avversario riunire sotto la
sua condotta uomini di contrarj interessi e di opposti principj.

  [622] Infatto Giacomo di Delayto dice che la famiglia Bentivoglio
  non era illustre. _Ann. Estens., t. XVIII, p. 962._

  [623] _Cherub. Ghirardacci, l. XXVIII, p. 511._

In tutto il 1400 i due capi di parte continuarono le loro pratiche l'uno
contro l'altro senza venire alle mani. Mentre il Gozzadini confidava nel
favore del popolo, il Bentivoglio, sicuro dell'amicizia dei nobili e de'
Maltraversi, aveva inoltre contratta una segreta alleanza con Astorre
Manfredi, signore di Faenza, che trovavasi allora in guerra coi
Bolognesi; e colla sua mediazione entrò pure in trattato col duca di
Milano, sempre apparecchiato a soccorrere tutti i cospiratori.

Quando il Bentivoglio ebbe tutto apparecchiato, e che si credette sicuro
dell'esito con alcune prove che aveva fatte delle proprie forze, il 27
febbrajo del 1401, diede ordine a suo figlio Bente Bentivoglio di
prendere le armi co' suoi partigiani e soldati, mentre egli medesimo
trattenne nel palazzo pubblico Nanne e Bonifaccio Gozzadini, che vi si
trovavano nello stesso tempo che il Bentivoglio. La piazza pubblica fu
vivamente attaccata da Bente e valorosamente difesa da Gozzadino
Gozzadini; ma rimasto gravemente ferito quest'ultimo, e molti riputati
cittadini uccisi dall'una parte e dall'altra, ed il popolo mostrando
alla fine di decidersi a favore dei Bentivoglio, rimasero questi padroni
del campo di battaglia e del palazzo pubblico.

Giovanni Bentivoglio usò moderatamente della vittoria, rese la libertà
ai Gozzadini prigionieri, offrì loro la sua amicizia, richiamò gli
esuli, e dopo avere nel corso d'un mese ricompensati i suoi partigiani,
accarezzati i vinti nemici ed adulato il popolo, si fece proclamare
signore di Bologna, il 28 marzo 1401, da un consiglio generale di
quattro mila cittadini[624].

  [624] _Cherub. Ghirardacci, l. XXVIII, p. 517. — Math. de
  Griffonibus Mem. Hist., p. 208. — Cron. Miscella di Bologna, p.
  567._

La notizia della rivoluzione di Bologna riempì Firenze di costernazione.
La lega formata contro il Visconti per la difesa della libertà italiana
era disciolta. Più non rimaneva alcun popolo libero alleato della
repubblica; e, ad eccezione di Francesco da Carrara, tutti i principi,
de' quali aveva abbracciati gl'interessi, eransi staccati dalla sua
causa. Francesco di Gonzaga, signore di Mantova, che i Fiorentini
avevano difeso con tanto dispendio nell'ultima guerra, erasi nel
successivo anno riconciliato col Visconti, colla mediazione di Carlo
Malatesta suo generale[625]. Il marchese Niccola d'Este cercava dal
canto suo di assicurarsi la neutralità nella prossima guerra, e
quest'anno stesso si recò a Milano per farsi amico del duca[626]. Non
perciò la signoria di Firenze si scoraggiò: mandò ambasciatori a
Giovanni Bentivoglio per felicitarlo intorno alla sua nuova dignità, e
per persuaderlo a non abbandonare l'alleanza dei Guelfi, ch'era sempre
stata utile a Bologna. Infatti il Bentivoglio, sebbene di già entrato in
negoziazioni col duca, non volle farsi suo alleato, e promise di
conservare la neutralità[627]. Ma la signoria, che poco contar poteva
sopra di lui, stese nello stesso tempo le sue viste fuori d'Italia, e si
sforzò di trarre profitto da una rivoluzione accaduta in Germania, per
attirare da questa contrada in Lombardia un difensore dei diritti del
popolo, un vendicatore degli oppressi.

  [625] _Platina Hist. Mantuana, l. IV, p. 789-791._

  [626] _Gio. Battista Pigna Stor. de' Princ. d'Este, l. V, p. 442. —
  Cron. di Piero Minerbetti, 1401, c. 7, p. 361._

  [627] _Leon. Aretino, l. XII. — Cherub. Ghirardacci, l. XXVIII, p.
  522._

L'autorità imperiale erasi in Germania ormai ridotta al nulla; il capo
di quella confederazione era privo di mezzi costituzionali, per dirigere
quel corpo composto di tanti membri indipendenti, e per mantenere la
pace fra tanti rivali. Le guerre civili, e le ricompense che gli
elettori avevano chieste per ogni elezione[628], avevano tutte dissipate
le entrate imperiali, e tutte annullate le prerogative e le
giurisdizioni che la costituzione aveva riservate ai signori abituali.
Per molto tempo i Tedeschi avevano risguardata ogni concessione
strappata agl'imperatori come un acquisto fatto a favore della libertà;
ma in sul declinare del quattordicesimo secolo, riconoscevano alla fine
che l'indebolimento della primitiva costituzione della Germania altro
risultamento non aveva avuto, che continue guerre interne, o piuttosto
uno stato permanente di assassinio, ed al di fuori un'estrema debolezza,
che poteva diventare ruinosa all'epoca in cui i progressi dei Turchi
minacciavano tutta l'Europa.

  [628] _Wahl capitulation._

Quando i principi secolari ed ecclesiastici cominciarono a sentire le
tristi conseguenze della debolezza degl'imperatori, invece di convenire
che l'avevano provocata essi medesimi col loro spirito di indipendenza,
ne accusarono l'incapacità del monarca ch'essi avevano spogliato; ed il
carattere di Wencislao, in allora regnante, dava verosimiglianza
all'accusa. Questo principe, dopo due deboli esperimenti per ristabilire
la pace in Germania[629], erasi chiuso nel suo regno di Boemia, come se
il rimanente dell'impero non lo riguardasse; ed ancora ne' suoi stati
ereditarj la sua ghiottonerìa e la sua negligenza l'avevano reso tanto
spregevole, che i suoi sudditi l'avevano tenuto due volte in prigione.

  [629] La pace d'Egra del 1389, che doveva osservarsi per sei anni, e
  la seconda pace di Francoforte del 1398, che doveva durare dieci
  anni.

Le lagnanze ed i rimproveri de' Tedeschi consigliarono finalmente gli
elettori ad adunarsi nel 1399 a Marpurgo per deporre Wencislao come
incapace[630]. Essi procedettero con estrema lentezza. Il 22 marzo 1400
diedero udienza agli ambasciatori dell'imperatore; e siccome le sue
giustificazioni non soddisfacevano, citarono il monarca a comparire
personalmente a Rensè, l'undici agosto. Wencislao non ubbidì, ed il 20
agosto del 1400 quattro elettori lo dichiararono decaduto dalla dignità
imperiale[631]; ed all'indomani elessero in sua vece Roberto, elettore
palatino.

  [630] _Schmidt Hist. des Allemands, l. VII, c. 10, t. V, p. 36._

  [631] I tre elettori ecclesiastici e l'elettore palatino.

La capitolazione che imposero al nuovo monarca l'obbligava a prendersi
cura degli affari d'Italia. Desideravano i principi che l'imperatore si
trovasse di bel nuovo abbastanza ricco e potente per difendere la
Germania; ma essi non intendevano di spogliare sè medesimi per
arricchirlo. Parve loro che il migliore spediente fosse quello di
riempire il tesoro imperiale a spese dell'Italia. Il commercio aveva
arricchita questa contrada, mentre la Germania era rimasta povera; le
entrate di Firenze, di Venezia, di Genova, o di Bologna superavano
quelle dei duchi d'Austria o di Baviera, e le ricchezze di Giovanni
Galeazzo sorpassavano quelle di tutto l'impero. Credevano i Tedeschi
questa sproporzione ancora più grande, e risguardavano l'Italia quale
inesauribile sorgente di danaro. Sarebbesi detto che l'investitura
accordata da Wencislao al duca di Milano li privasse d'un'entrata
esigibile, e togliesse all'impero una delle sue provincie, poi ch'essi
obbligarono espressamente Roberto, il nuovo re de' Romani, ad annullare
tale investitura, ed a ricondurre il milanese sotto l'immediata
sovranità dell'impero. Per pagare le spese di questa guerra gli
assegnarono l'entrata delle città d'Italia che occuperebbe[632].

  [632] _Schmidt Hist. des Allemands, l. VII, c. 10, p. 44._

Per soddisfare alle condizioni imposte, Roberto aveva spediti
ambasciatori in Italia per notificarvi la sua elezione. Questi
ambasciatori giunsero a Firenze il 30 gennajo del 1401; chiesero che la
repubblica accordasse la sua amicizia all'eletto imperatore e lo
ajutasse a farsi riconoscere dal papa. Infatti i Fiorentini nominarono
deputati per accompagnare a Roma gli ambasciatori dell'imperatore; ma nè
le loro istanze, nè quelle di Francesco da Carrara[633], non persuasero
Bonifacio IX ad esporsi alla collera del duca di Milano.

  [633] _Memorie di Jacopo Salviati, uno degli ambasciatori
  fiorentini, t. XVIII, Deliz. degli Erud., p. 199. — Piero
  Minerbetti, 1400, c. 12, p. 430. — Scip. Ammirato, l. XVI, p. 882._

I Fiorentini trovavansi ancora in pace con questo duca, se pure può
darsi il nome di pace ad uno stato di diffidenza, e di vicendevoli
ingiurie. Ogni giorno vedevansi sviluppare nuove trame formate dal
Visconti. In agosto di quest'anno Riccardo Cancellieri coi suoi
partigiani tentò di dare Pistoja in mano al duca di Milano. I
Panciatichi, da più secoli rivali della sua famiglia, lo prevennero e lo
cacciarono fuori di città, ma egli sorprese il castello della Sambuca, e
di là continuò per tre anni una guerra da pirata nel territorio di
Pistoja; la quale non si terminò che colla soppressione di tutti i
privilegj di Pistoja, e coll'intera unione di questa città allo stato
fiorentino[634].

  [634] _Piero Minerbetti, 1401, c. 6, p. 438. — Jannotii Manetti
  Hist. Pistor., p. 1070. — Cron. di Lucca di ser Giovan Cambi, p.
  824. — Scip. Ammirato, l. XVI, p. 884._

Dopo tante offese i Fiorentini più non dovevano avere rispetti per il
duca di Milano. Roberto loro scriveva dal canto suo di volere caldamente
agire contro il Visconti che aveva cercato di farlo avvelenare dal suo
medico[635]. Prometteva di condurre in Italia sufficenti forze per
togliere al Visconti tutti gli stati che aveva usurpati. Francesco da
Carrara doveva aprirgli l'ingresso della Lombardia, ed i Fiorentini
pagargli nel mese di ottobre duecento mila fiorini per le spese della
guerra, ed un'eguale somma sei mesi più tardi, quando si troverebbe di
già nel territorio del duca di Milano[636].

  [635] _Piero Minerbetti, 1401, c. 4, p. 436. — Sozomeni Pistor., p.
  1172._

  [636] _Piero Minerbetti, c. 8, p. 440. — Leoni Aretino, l. XII._

La guerra d'Italia dovendo farsi a nome della nazione germanica, ed in
forza di un decreto del collegio elettorale, Roberto ordinò all'armata
dell'impero di adunarsi a Trento. A seconda delle costituzioni avrebbe
dovuto ammontare a trenta mila cavalli, ma non se ne trovarono a Trento
quindici mila[637]. Roberto, preso il comando dei Bavari, ch'erano tre
mila, affidò a Francesco da Carrara gl'Italiani emigrati di Lombardia,
lasciando le truppe dell'impero sotto gli ordini del burgravio di
Norimberga, e del duca Leopoldo d'Austria[638]. Prima di porsi in
cammino, Roberto aveva intimato a Giovanni Galeazzo di evacuare tutte le
città dell'impero che ingiustamente occupava, cui il Visconti rispose
d'esserne stato investito dal legittimo imperatore Wencislao, e che non
si lascerebbe spogliare da un usurpatore[639].

  [637] _Piero Minerbetti, c. 10, p. 442. — Scip. Ammirato, l. XVI, p.
  885._

  [638] _And. Gataro Istor. Padov., p. 841._

  [639] _Bernard. Corio Stor. Milanesi, p. IV, p. 284._

Gli apparecchi che il duca aveva fatti per difendersi erano
proporzionati all'importanza della guerra. Aveva levata una
straordinaria contribuzione di seicento mila fiorini ne' suoi stati, ed
aveva posto ai confini un esercito di tredici mila cinquecento corazze,
o dodici mila fanti[640]. Era quest'armata comandata da Giacomo del
Verme di Verona, ed era quasi tutta formata di soli soldati italiani.
Trovavansi sotto di lui quasi tutti i capitani che da circa vent'anni
eransi resi famosi nelle guerre d'Italia. Il conte Alberico di Barbiano,
Facino Cane, Ottobon Terzo di Parma, Galeazzo di Mantova, Taddeo del
Verme, Galeazzo ed Antonio Porro di Milano, il marchese di Monferrato,
Carlo Malatesta di Rimini, ed altri. Tutti questi capitani avevano più
volte comandate intere armate; ognuno di loro aveva un corpo di truppe
separato ch'erasi volontariamente attaccato alla di lui fortuna, e che
dipendeva da lui solo[641].

  [640] _Piero Minerbetti, c. 9, p. 441. — Ann. Mediol., c. 163, p.
  834._

  [641] _Andrea Gataro Stor. Padov., p. 841._

Da lungo tempo le truppe italiane più non avevano combattuto contro
armate tedesche; ma gl'Italiani come i Tedeschi, rammentando le vittorie
delle antiche compagnie avventuriere, non dubitavano della superiorità
degli oltramontani. I Fiorentini menavano di già trionfo, quando Roberto
entrò il 21 di ottobre sul territorio di Brescia, ed il duca di Milano,
per evitare una disfatta, aveva ordinato ai suoi generali di chiudersi
nelle città fortificate.

Ma Giacomo del Verme ed i suoi capitani avevano una più adequata
opinione del proprio valore, e delle loro truppe. Dopo avere assaggiato
il nemico in alcune scaramucce, ed avere così renduta ai soldati
italiani la sicurezza che dovevano avere, Giacomo del Verme uscì di
Brescia il terzo giorno ed attaccò il primo l'armata imperiale. La
Germania e l'Italia impararono con eguale sorpresa dall'esito di questa
battaglia a conoscere la superiorità della cavalleria italiana. I
Tedeschi non avevano altrimenti perfezionata la loro armatura o la loro
tattica nel corso dell'ultimo secolo, ed i freni e le briglie erano
troppo deboli perchè potessero signoreggiare il loro cavallo nel calore
della pugna. Per lo contrario gl'Italiani, dopo che avevano riaperta la
carriera militare, avevano fatto uso del loro ingegno inventore e della
loro industria per rendere più forte l'armatura, per avvezzarsi a più
rapide evoluzioni, per rendere più docili i cavalli e perfezionarne il
movimento[642]. Il primo incontro tra le due armate decise della
vittoria; il burgravio di Norimberga, opposto al marchese di Monferrato,
fu rovesciato da cavallo; il duca Leopoldo d'Austria, che combatteva
contro Carlo Malatesta, fu fatto prigioniere; e l'armata imperiale
sarebbe stata tutta disfatta, se Giacomo da Carrara non ne proteggeva la
ritirata con un corpo di cavalleria italiana che serviva sotto
l'imperatore[643].

  [642] _Leon. Aret., l. XII. — Ejusdem Comment. Rer. suo temp. gest.
  919._

  [643] _Andrea Gataro Stor. di Pad., p. 842. — Pog. Bracciol. Hist.
  Fior., p. 282._

Tale rotta scoraggiò affatto gl'imperiali, perchè non potevano
ascriverla nè ad inferiorità di numero, nè a sorpresa, nè a svantaggio
di terreno, nè a militare astuzia. Leopoldo d'Austria, fatto
prigioniero, non fu sordo alle proposizioni di Giovanni Galeazzo; venne
rilasciato il terzo giorno, ma per seminare nel campo imperiale il
sospetto e la diffidenza. Dichiarò ben tosto, e lo stesso fece
l'arcivescovo di Colonia, di voler tornare in Germania. Le istanze
dell'imperatore e degli ambasciatori fiorentini non valsero a ritenerli;
e dopo la loro partenza Roberto medesimo si trovò così debole, che
ritirossi verso Trento[644].

  [644] _Piero Minerbetti, c. 10, p. 443. — Cron. di Lucca di Gio. Ser
  Gambi, t. XVIII, p. 826. — Sozomeni Pistor. Hist., p. 1174._

Per altro l'imperatore non sapeva risolversi a rivedere la Germania
senza vendicarsi della ricevuta rotta; non voleva pure rinunciare del
tutto ai sussidj dei Fiorentini, de' quali non aveva avuta che la più
piccola parte. Il 6 di novembre tornò dunque a dietro, ed entrò in
Padova con quattro mila cavalli; perciocchè era stato costretto a
licenziare le truppe dell'impero che avevano chiesto il loro congedo, e
non rimanevagli danaro per pagare la piccola armata che non abbandonò le
sue insegne. Perciò entrando in Padova, chiese avanti ogni altra cosa se
erano giunti in questa città ambasciatori fiorentini che potessero
sovvenirgli alcuni sussidj[645].

  [645] _Piero Minerbetti, c. 12, p. 444._

Gli ambasciatori ch'egli aspettava con tanta impazienza arrivarono poco
dopo, ma non disposti a prestarsi a tutti i suoi desiderj. Erano già
stati pagati all'imperatore cento dieci mila fiorini a conto de'
promessi sussidj, ed i Fiorentini si lagnavano ch'egli non aveva dal
canto suo soddisfatte le condizioni del trattato. Non aveva, essi
dicevano, condotto abbastanza gente per assalire il Visconti, ed inoltre
non aveva mostrata la debita perseveranza. Non era già per trattenersi
tre giorni nel territorio del duca di Milano e per licenziare in
appresso l'armata, che il collegio degli elettori lo aveva invitato a
scendere in Italia; nè la repubblica gli aveva per così piccola cosa
aperti i suoi tesori. Firenze non gli rimproverava una disfatta, essendo
ogni generale esposto agl'infortunj della guerra; ma gli rinfacciava il
congedo accordato alle truppe dell'impero, quando poteva ancora tenere
la campagna. Non pertanto offrivano gli ambasciatori di pagare i novanta
mila fiorini, ch'essi ancora gli dovevano, purchè guarantisse
d'impiegargli nel fare la guerra al Visconti[646].

  [646] _Piero Minerbetti, c. 12, p. 445._

Siccome si accusavano vicendevolmente di aver male osservato il
trattato, l'imperatore ed i Fiorentini lasciarono la cosa in arbitrio
de' Veneziani; e Roberto passò a Venezia, ove fu ricevuto con molta
magnificenza. Il senato di Venezia vedeva con estrema inquietudine
l'ingrandimento di Giovanni Galeazzo, e senza osare di dichiararsi
apertamente contro di lui, favoriva i suoi nemici il meglio che poteva.
Non pertanto la signoria sperava di aver celate al duca le sue pratiche,
ed evitata la sua collera, perchè questi dissimulava il suo
risentimento, e non ne faceva lagnanza. Scordavano i Veneziani che il
Visconti divideva sempre i suol nemici prima di combatterli. Il doge ed
il suo consiglio cercarono di riconciliare l'imperatore coi Fiorentini;
esortarono il primo a mettersi in campagna, i secondi a somministrare il
danaro, rifiutando essi di nulla fare, quasi che non si trattasse della
loro libertà e di quella dell'Italia. Durante queste negoziazioni
l'armata di Roberto andava ogni giorno diminuendo, ed il suo
indebolimento scoraggiava gli ambasciatori fiorentini. Il trattato stava
per rompersi, e l'imperatore era già apparecchiato a tornare in
Germania, ma fu trattenuto; i Fiorentini pagarono sessantacinque mila
fiorini a conto, ed egli promise di mantenere il suo quartiere generale
in Padova, e di ricominciare in primavera la guerra con maggior
vigore[647].

  [647] _Piero Minerbetti, c. 14, p. 447. — And. Gataro Stor. Padov.,
  p. 845. — Scip. Ammirato, l. XVI, p. 887._

Ma le sue forze non erano più temute, e Giovanni Galeazzo invece di
pensare a dividere i suoi nemici, non temette di provocarne un nuovo.
Dichiarò la guerra a Giovanni Bentivoglio, ed in dicembre spedì contro
di lui Alberico da Barbiano, personale nemico del signore di Bologna.
Mentre il Bentivoglio si adoperava per giugnere alla signoria, aveva
promesso al Visconti di cedergli poi la sovranità di Bologna per un
convenuto prezzo; ma quando si trovò in possesso della medesima più non
pensò a cederla[648]. Alberico adunò tutti i nemici del Bentivoglio e
gli emigrati bolognesi ne' suoi castelli di Barbiano e di Luco in
Romagna. Col loro ajuto occupò in principio del 1402 molti castelli in
su quel confine; ma una malattia fermò le sue conquiste, e diede
opportunità al Bentivoglio di sorprendere il suo campo con una compagnia
di corazzieri fiorentini, e di ricuperare i castelli che aveva
perduti[649].

  [648] _Piero Minerbetti, c. 3, p. 435._

  [649] _Ivi, 1401, c. 1, p. 449. — Ghirard. Stor. di Bol., l. XXVIII,
  p. 527._

Intanto Luigi, duca di Baviera, ed il vescovo di Spira erano passati a
Firenze come ambasciatori di Roberto. Questi, vedendo il suo onore
compromesso, desiderava la continuazione della guerra, ma trovavasi
privo di mezzi; e se la repubblica non provvedeva sola a tutte le spese
della sua armata, gli era impossibile il mantenerla[650]. I dieci della
guerra a Firenze opinarono, che quando Roberto altro non doveva essere
che il generale delle loro truppe, ogni altro capitano costerebbe alla
repubblica meno di un imperatore, e le sarebbe più subordinato.
Risposero adunque di essere apparecchiati ad eseguire il loro trattato
di sussidj, purchè Roberto adempisse dal canto suo ai suoi obblighi, e
ricusarono di fare ulteriori sagrificj[651]. L'imperatore, dopo il
ritorno de' suoi deputati, rinunciò finalmente alla sua spedizione, ed
il 15 aprile prese la strada della Germania[652].

  [650] _Piero Minerbetti, c. 17, p. 450._

  [651] _Ivi._

  [652] _Ivi, 1402, c. 1, p. 453. — Scip. Ammirato, l. XVI, p. 889._

Giovanni Galeazzo attaccando il Bentivoglio l'aveva sforzato a gettarsi
tra le braccia dei Fiorentini; era stata fra loro stipulata il 20 marzo
1402 una stretta alleanza[653]; ed ancora prima la repubblica aveva di
già mandato nello stato di Bologna Bernardone, suo generale, colla
maggior parte de' suoi corazzieri. Giacomo del Verme vi entrò nel mese
di maggio con sei mila cavalli e guastò tutte le campagne. Subito dopo
una seconda armata, sotto gli ordini di Alberico da Barbiano, venne ad
accamparsi a tre miglia dalla città. Bernardone, che aveva da prima
tracciato il suo campo a Casalecchio, voleva ritirarsi innanzi a forze
superiori, e chiudersi in Bologna, persuaso che il Barbiano non sarebbe
per intraprendere l'assedio di questa città. Ma Giovanni Bentivoglio,
con una presunzione non giustificata da veruna gloria militare, volle
arrischiare una battaglia. Bernardone, che gli era subordinato, scrisse
a Firenze per rappresentare la pericolosa sua situazione, ne, ed
aspettando riscontro, fortificò, come seppe meglio, il suo campo di
Casalecchio[654]. Il 26 giugno venne attaccato da Alberico; i Bolognesi,
che detestavano il giogo del Bentivoglio, rifiutarono di
combattere[655], e malgrado la vigorosa resistenza de' corazzieri il
campo fiorentino, fu forzato, Bernardone fatto prigioniere, come pure
due figliuoli di Francesco da Carrara, e la più parte de' suoi
cavalieri[656].

  [653] _Piero Minerbetti, c. 22, p. 453._

  [654] _Poggio Bracciolini, l. IV, p. 288._

  [655] _Cherub. Ghirard., l. XXVIII, p. 532._

  [656] _Piero Minerbetti 1402, c. 7, p. 457. — Cron. di Bolog., p.
  571. — Bonincont. Miniat. Ann., p. 87. — Sozomeni Pistor. Histor. p.
  1175. — Andrea Gataro Stor. Padov., p. 853._

Giovanni Bentivoglio era fuggito in Bologna, e sperava ancora di poter
difendere la sua capitale; ma il suo emulo Nanne dei Gozzadini trovavasi
nel campo nemico con tutti gli emigrati bolognesi. Giovanni Galeazzo
aveva loro promesso di ripristinare la repubblica, e tale speranza aveva
loro procurati in città molti partigiani. Nella notte successiva alla
battaglia, si attrupparono, gridando: _viva il popolo, muoja il
Bentivoglio!_ Questi li battè coraggiosamente nelle strade, ove ebbe
uccisi sotto di lui due cavalli. In questo tempo altri insorgenti
aprirono ai Milanesi la porta chiamata Saragossa. Il Bentivoglio li si
fece loro incontro, e cercò di difendere il passo coi soldati che gli
erano rimasti; ma perchè più non aveva che un pugno di gente, fu fatto
prigioniere, e due giorni dopo ucciso per ordine di Alberico da
Barbiano[657]. Bardo Rittafè, uno de' due ambasciatori fiorentini, che
trovavansi in Bologna, morì per le riportate ferite. L'altro, Niccola
d'Uzzano, fu fatto prigioniere con molti suoi compatriotti: era in
allora uno dei dieci della guerra, e dei principali capi dello
stato[658].

  [657] _And. Gataro, p. 854._

  [658] _Piero Minerbetti, c. 8, p. 458. — Math. de Griffon. Hist., p.
  209. — Cron. di Bologna, p. 572. — Cherubino Ghirardacci, l. XXVIII,
  p. 533._

Il duca di Milano aveva promesso al Gozzadini di rimettere Bologna in
libertà, ed infatti permise che si eleggessero di nuovo gli anziani, e
che tutti gli ordini si dessero a nome della repubblica; ma all'indomani
la sua cavalleria corse le strade per prendere possesso della città; un
nobile bolognese, Jacopo Isolani[659], propose la signoria al duca di
Milano; il simulacro della repubblica fu atterrato, e Nanne de'
Gozzadini forzato di nuovo ad emigrare[660].

  [659] _Jacobi de Delayto Ann. Esten., p. 971._

  [660] _Ghirardacci, l. XXVIII, p. 536. — Math. De Griffonibus, p.
  210._

Dopo la conquista di Bologna Giovanni Galeazzo piuttosto che spingere
immediatamente le sue armate nel territorio fiorentino, pensò di ruinare
il commercio di questa repubblica, togliendole ogni comunicazione col
mare e cogli altri stati dell'Italia. I Fiorentini più non erano ammessi
ne' porti di Pisa e del Sienese, ed erano ridotti a quello di Motrone
presso di Pietra Santa in Lunigiana[661]. Di là per passare a Firenze la
strada attraversa una parte dello stato di Lucca. Giovanni Galeazzo
mandò ottocento cavalli in Val di Serchio, per togliere questo solo
passaggio ai mercanti fiorentini[662]. In pari tempo Riccardo
Cancellieri, padrone del castello della Sambuca, infestava tutto il
territorio di Pistoja colle sue scorrerie, e nuovi tentativi eransi
fatti per sorprendere Samminiato; gli Ubaldini avevano fatto ribellare
parte delle montagne, e minacciavano Firenzuola[663]. Da ogni parte la
guerra si avvicinava al territorio fiorentino. Da dieci anni in poi
questa repubblica sosteneva una lotta disuguale contro il duca di
Milano; ella trovavasi spossata dalle crescenti spese, e da una
continuazione di rovesci; altro alleato più non restavale che il signore
di Padova, questi ancora aveva bisogno d'essere soccorso, anzicchè poter
dare ajuto altrui. L'imperatore era stato costretto a ritirarsi; il
papa, senza credito e senza forze, sopportava in silenzio gli oltraggi
che ricevuti avea da Giovanni Galeazzo, e non voleva provocare il suo
sdegno. Venezia, acciecandosi intorno ai pericoli che correva, ricusava
di combattere per la libertà d'Italia; la Francia, malgrado la sua
fresca alleanza coi Fiorentini, non le aveva dato un solo soldato;
Genova, Perugia, Siena, Pisa, Lucca e Bologna avevano perduta la loro
libertà. Ma quando più non restava un solo difensore alla repubblica
fiorentina, parve che il cielo la soccorresse. La peste manifestossi in
Lombardia: Giovanni Galeazzo per evitarla, lasciò Pavia, e venne a
chiudersi in Marignano, ove suo zio Barnabò erasi rifugiato in altra
simile circostanza. Ma il contagio lo attaccò. Era di già infermo quando
apparve in cielo una cometa, onde il Visconti, dedito com'egli era
all'astrologia, più non dubitò che questo fenomeno non fosse il sicuro
annunzio della sua morte. «Ringrazio Dio, egli disse, d'aver voluto che
si mostrasse in cielo agli occhi di tutti gli uomini un segno della mia
chiamata[664].» L'evento giustificò il presagio; il duca di Milano morì
il 3 settembre del 1402, e l'equilibrio d'Italia ch'egli aveva quasi
rovesciato, si ristabilì da sè stesso[665].

  [661] Pietra Santa non appartiene alla Lunigiana, ma sibbene alla
  Versilia, ed è posta sulla strada da Massa di Carrara a Lucca. _N.
  d. T._

  [662] _Cron. di Lucca di Ser Cambi, p. 835._

  [663] _Piero Minerbetti, c. 9, p. 459._

  [664] _Ann. Bonincontrii Miniat., p. 88._

  [665] _Piero Minerbetti 1402, c. 12, p. 461. — Leonardo Aretino_, il
  quale chiude con quest'avvenimento il suo dodicesimo ed ultimo
  libro. — _Andrea Gataro Stor. Padov., p. 858. — Jacobi de Delayto
  An. Esten., p. 972. — Marangoni Cron. di Pisa, p. 824. — Scipione
  Ammirato, l. XVII, p. 893._


FINE DEL TOMO VII.



TAVOLA CRONOLOGICA DEL TOMO VII.


  CAPITOLO XLVIII. _Pontefici d'Avignone. — Urbano
  V vuole ricondurre la santa sede in
  Roma. — Seconda spedizione di Carlo IV
  in Italia; è cagione in Pisa della rovina
  di Giovanni Agnello, ed in Siena di quella
  dei dodici. — Viene scacciato da quest'ultima
  città. — Rende la libertà a Lucca._ 1365-1369          _pag._ 3

       1362 12 settembre. Morte d'Innocenzo VI.
              Gli succede Urbano V                              3
  1305-1365 Corruzione della corte pontificia in Avignone       5
            Gl'Italiani meno superstiziosi degli
              altri popoli                                      6
            I Visconti, i tiranni di Romagna ed i Siciliani
              disprezzano le scomuniche                         8
            Propagamento della filosofia d'Aristotile
              e di Averroe                                      9
            La religione renduta un mezzo
              affatto umano di governo                         10
            Indipendenza spirituale dei papi
              quand'erano perseguitati                         12
            L'indipendenza de' papi diventati sovrani
              fu vantaggiosa ai popoli                         13
  1305-1365 Apostrofe di Frate Andrea d'Antiochia
              a Filippo di Valois                              14
            L'assoggettamento dei papi alla corte di
              Francia eccita le lagnanze di tutta
              la cristianità                                   16
            In tempo delle guerre civili i
              papi non sono sicuri in Avignone                 17
            Urbano V dichiara di voler ricondurre
            la santa sede a Roma                               18
            Vani sforzi di questo papa per mettere
              in movimento una nuova crociata                  19
            Vuol pure distruggere le compagnie
              di ventura che devastavano l'Italia              19
       1366 Preparativi del cardinale Albornoz
              per ricevere il papa                             20
       1367 30 aprile. Urbano V parte da
              Avignone per Roma                                21
            Passa a Genova; guerre civili
              di questa repubblica                             21
            4 giugno. Sbarca a Corneto, ed i Romani
              lo riconoscono per loro signore                  22
            4 agosto. Morte d'Albornoz,
              suo carattere, suoi servigi                      24
            Formidabile lega contro i Visconti tra il papa,
              l'imperatore, il re d'Ungheria ed i signori
              di Padova, Ferrara e Milano                      25
       1368 Maggio. Galeazzo Visconti fa sposare
              sua figlia a Lionello, figlio del
              re d'Inghilterra                                 26
       1368 5 maggio. Ingresso di Carlo IV
              in Italia con una forte armata                   27
            Tratta coi Visconti e congeda la sua armata        28
            S'avanza verso la Toscana e tratta coi Lucchesi    29
            5 settembre. Nel suo ingresso in Lucca, il
              signore di Pisa, Giovanni Agnello, si rompe
              una coscia, e quest'accidente fa ribellare
              i Pisani                                         30
            Carlo IV vuole approfittare delle
              turbolenze di Siena                              32
  1355-1368 Governo tirannico dei dodici di Siena              32
            2 settembre. I dodici ingannati dai nobili,
              ch'essi eccitavano a prendere le armi gli
              uni contro gli altri                             33
            Carlo IV manda Malatesta Unghero
              per essere suo vicario a Siena                   35
            Sedizione del popolo; nuova forma
              data al governo di Siena                         36
            L'imperatore contrasta ai Fiorentini
              il possesso delle terre dell'impero              37
            Passa a Roma, e dà al papa
              molte testimonianze di rispetto                  38
            22 dicembre. Nuove turbolenze in Siena
              in occasione del ritorno dell'imperatore         39
       1369 18 gennajo. Carlo IV vuole adoperare
              la forza contro i Sienesi                        40
            Le sue truppe sono battute, ed egli
              resta a discrezione del popolo                   41
            Spavento ed umiliazione dell'imperatore            43
            Fine delle turbolenze di Siena
              dopo la ritirata dell'imperatore                 45
            Carlo IV non ardisce entrare in Pisa,
              trovandosi questa città in armi                  45
            24 febbrajo. I Gambacorti richiamati a Pisa        47
            Moderazione di Pietro Gambacorti che
              diventa capo della repubblica                    48
            I Raspanti ed i Tedeschi scacciati
              dalla porta dei Lioni                            50
            L'imperatore vende la pace ai
              Fiorentini ed ai Pisani                          51
            6 aprile. Rende ai Lucchesi la
              libertà per duecento mila fiorini                52
            6 giugno. Accorda ai Lucchesi nuovi privilegi      53
            5 luglio. Parte alla volta della Germania          54
       1370 Aprile. I Lucchesi, avendo pagate le
              contribuzioni promesse all'imperatore,
              ricuperano la libertà                            55
  1314-1370 Bella costanza de' Lucchesi durante
              la loro servitù                                  55
       1370 Nuova organizzazione data alla loro repubblica     56
            Spianano la fortezza, ed istituiscono una
              festa in memoria della ricuperata libertà        57

  CAPITOLO XLIX. _Intraprese di Barnabò sopra
  la Toscana. — Gregorio XI attacca i Visconti;
  tenta di sorprendere la repubblica
  di Firenze sua alleata; i Fiorentini dichiarano
  la guerra al papa, e fanno ribellare
  tutte le città dello stato ecclesiastico._ 1369-1378         59

       1369 Giovanni Paleologo imperatore d'Oriente
              a Roma, ai piedi del papa                        60
       1370 23 novembre. La città di Perugia
              sottomessa alla santa sede                       61
       1369 Samminiato si pone sotto la protezione
              di Barnabò                                       63
       1370 3 gennajo. Samminiato assediato
              e preso dai Fiorentini                           64
       1369 Il papa scomunica Barnabò, il quale fa
              mangiare ai legati le bolle di scomunica         64
       1370 Urbano V torna di settembre in Avignone,
              e vi muore il 19 di dicembre                     66
            20 maggio. Tentativo di Giovanni Acuto
              per sorprendere Pisa colla scalata               66
       1370 Firenze fa la pace con Barnabò dietro la
              notizia della morte del papa                     68
            Discordia in Firenze tra gli Albizzi ed i Ricci    69
       1371 I capi di queste due famiglie esclusi
              per cinque anni dal governo                      72
       1370 31 dicembre. Gregorio XI, nipote di Clemente
              VI, succede ad Urbano V                          72
       1371 Barnabò riprende la guerra contro la Chiesa        73
            I Fiorentini diffidano del papa,
              e ricusano la di lui alleanza                    74
  1372-1373 Guerra de' Visconti colla Chiesa                   75
       1374 6 giugno. Tregua d'un anno
              conchiusa tra le potenze                         77
            Il legato di Bologna vuole approfittarne
              per sorprendere i Fiorentini                     77
            Ambizione ed avarizia de' legati
              francesi della corte di Avignone                 79
       1375 24 giugno. Giovanni Acuto entra in Toscana
              per bruciare le messi                            79
            Il legato protesta di non avere
              mandato l'Acuto contro i Fiorentini              80
            I Fiorentini comprano la ritirata d'Acuto          82
            Il legato di Perugia rende più
              odioso il governo della Chiesa                   83
       1375 I Fiorentini risolvono di muover
              guerra alla Chiesa                               84
            Lega colle repubbliche di Siena,
              Lucca, Arezzo e Pisa                             85
            Lo stendardo della libertà mandato
              ai sudditi della Chiesa                          87
            Ribellione generale negli stati della Chiesa       86
       1376 5 febbrajo. I Fiorentini citati al concistoro
              vengono difesi da Tomaso Barbadori               88
            Condanna de' Fiorentini; protesta del Barbadori    90
            I Fiorentini cercano di sollevare
              Bologna contro il papa                           91
            19 marzo. Rivoluzione di Bologna
              eseguita da Taddeo degli Azzoguidi               92
            20 marzo. La repubblica di Bologna
              ricupera la libertà                              93
       1376 29 marzo. Gli abitanti di Faenza uccisi
              dall'armata della Chiesa                         94
            La compagnia de' Bretoni viene
              assoldata dalla Chiesa                           96
            Roberto di Ginevra coi Brettoni attacca
              Bologna, difesa da Rodolfo di Camerino           98
            Feroci minacce di Roberto di Ginevra               99
       1377 1.º febbrajo. Gli abitanti di Cesena uccisi
              per ordine di Roberto, cardinale di Ginevra     101
       1377 La repubblica romana alleata dei Fiorentini       102
            Lettera degli otto della guerra
              ai banderali di Roma                            103
            17 gennajo. Gregorio XI torna a Roma ma
              non vi esercita la sovranità                    106
            Giovanni Acuto passa al servigio de'
              Fiorentini, mentre che Rodolfo di
              Camerino gli abbandona                          107
            Negoziazioni di pace cominciate senza
              buon successo da S. Catarina da Siena           109
            I Fiorentini disprezzano l'interdetto,
              e fanno riaprire tutte le chiese                111
            Agosto. I Bolognesi si staccano dalla lega,
              e fanno separata pace col papa                  112
       1378 Si apre in Sarzana un congresso per la pace       113
            27 marzo. Il papa muore impensatamente
              di mal di pietra, ed il congresso si scioglie   114

  CAPITOLO L. _Grande scisma d'occidente. Congiura
  de' Ciompi in Firenze. — La regina
  Giovanna spogliata del regno da Carlo
  di Durazzo._ 1378-1381                                      116

            La morte di Gregorio XI cambia
              il sistema della politica d'Italia              116
       1378 7 aprile. Quali cardinali entrarono in conclave   118
       1378 Due fazioni contrarie nel conclave;
              i Limosini ed i Francesi                        121
            Il popolo di Roma domanda un papa romano          122
            Deputazione dei banderali al conclave
              per chiedere un papa romano                     123
            Il cardinale Pietro Corsini loro
              risponde con fermezza                           125
            I Limosini risolvono di eleggere una delle
              loro creature, l'arcivescovo di Bari            126
            Il cardinale di Limoges propone
              in conclave l'arcivescovo di Bari               128
            8 aprile. Viene eletto a maggiorità di suffragi   128
            I cardinali non osano annunziare
              tale elezione al popolo                         129
            9 aprile. L'elezione del papa partecipata
              ai banderali ed al popolo                       131
            L'arcivescovo di Bari accetta l'elezione,
              e prende il nome di Urbano VI                   132
            Legalità di tale elezione                         133
            Carattere di Urbano VI, sua imprudenza,
              suo orgoglio e suo impetuoso carattere          134
            I cardinali ricusano di abbandonare Anagni
              per recarsi a Tivoli, ove il papa vuol
              villeggiare nell'estate                         136
       1378 Tutti i malcontenti si uniscono ai cardinali,
              e la compagnia de' Bretoni entra ai loro
              servigi                                         137
            I cardinali pensano di dare un
              coadjutore al papa                              138
            9 agosto. Dichiarano vacante la santa sede
              ed illegale l'elezione di Urbano VI             139
            20 settembre. I cardinali francesi eleggono
              papa Roberto di Ginevra, che prende il
              nome di Clemente VII                            140
            Urbano VI soscrive la pace colla
              repubblica fiorentina                           141
            La più violenta di tutte le rivoluzioni
              di Firenze scoppia nello stesso tempo
              che lo scisma della Chiesa                      143
  1372-1378 Contesa tra i Ricci e gli Albizzi                 144
       1378 Il partito degli Albizzi pensa a scacciare
              colle armi i suoi nemici dalla città            145
            Maggio. Salvestro dei Medici, eletto
              gonfaloniere, riunisce il partito che
              avevano formato i Ricci                         146
            Salvestro si appella al popolo
              dell'opposizione del collegio                   147
            Benedetto Alberti chiama il popolo alle armi      148
            Una legge favorevole ai Ghibellini ed ai
              plebei viene accettata forzatamente             149
       1378 I corpi de' mestieri si adunano per chiedere
              nuove riforme delle leggi                       150
            Opposizione tra le arti maggiori e le minori      151
            Le case dei capi del partito degli Albizzi
              sono svaligiate e bruciate                      153
            Nuove concessioni accordate al popolo
              dal governo                                     154
            1.º luglio. Luigi Guicciardini
              nuovo gonfaloniere                              154
            Nuove pretese del partito ghibellino
              e de' plebei                                    155
            Discorso di Luigi Guicciardini
              per calmare il popolo                           156
            Movimenti sediziosi della più infima classe
              dei cittadini, i Ciompi                         158
            Alcuni delinquenti gl'incoraggiano al saccheggio  159
            La signoria fa arrestare Simoncino
              Buggiggatti, capo dei sediziosi                 161
            21 luglio. I Ciompi prendono
              le armi per liberarlo, o vendicarlo             162
            S'impadroniscono del gonfalone di giustizia,
              e bruciano molte case                           163
            Armano diversi cittadini cavalieri                164
            Loro smoderate pretese                            165
            Tutte le loro domande accordate dai consigli      167
       1378 I priori spaventati fuggono dal palazzo           168
            Michele di Lando, cardatore di lana,
              tiene il gonfalone di giustizia                 169
            Viene dal popolo proclamato gonfaloniere          169
            Dimette tutti gli antichi magistrati
              e muta la costituzione                          170
            Il popolo, scontento di Michele di Lando,
              si aduna a santa Maria Novella                  171
            Michele di Lando ferisce i deputati che gli
              sono mandati, e li fa porre in catene           172
            Michele di Lando si apparecchia
              a resistere ai Ciompi                           173
            Combatte contro di loro nella
              pubblica piazza, e li rompe                     173
            Il partito degli Alberti e dei Medici
              raccoglie i frutti della rivoluzione            175
            Rivoluzioni in altre parti d'Italia:
              Galeazzo Visconti muore il 4 di agosto          175
            29 novembre. Morte di Carlo IV a Praga.
              Gli succede il figliuolo Wencislao              176
       1379 Una sollevazione in Napoli sforza
              Clemente VII ad abbandonare l'Italia            177
            Carlo di Durazzo, erede naturale di Giovanni
              di Napoli, allevato in Ungheria                 178
       1379 Urbano VI persuade Carlo ad
              attaccare Giovanna                              179
            Negoziati di Carlo di Durazzo
              colla repubblica fiorentina                     179
            Congiure contro la repubblica, nelle quali
              prendono parte i generali di Carlo              180
            I capi del partito degli Albizzi
              arrestati e tradotti in giudizio                181
            I giudici non trovano motivi per condannarli      181
            Il popolo furibondo domanda il loro supplicio     182
            Gl'imputati si accusano essi medesimi
              preferendo il supplicio ai furori del
              popolo; sono decapitati                         184
       1380 Urbano VI dichiara deposta la regina Giovanna     186
            29 giugno. Giovanna adotta Luigi d'Angiò
              per suo figlio e successore                     187
            Giannuzzo di Salerno attraversa la Toscana
              coll'armata di Carlo di Durazzo                 188
            14 settembre. Arezzo vien dato a
              Carlo di Durazzo                                189
       1381 Carlo di Durazzo riceve dal papa l'investitura
              di Napoli, e prende il nome di Carlo III        189
            Estrema debolezza della regina
              e del suo partito                               190
            16 luglio. Carlo III entra in
              Napoli senza aver combattuto                    192
       1381 20 agosto. La regina è costretta
              d'arrendersi al nipote                          192
       1382 12 maggio. Questi la fa morire soffocata
              sotto un letto di piume                         193
            Inquietudine dei Fiorentini per
              l'innalzamento di Carlo                         193
            Arroganza di Giorgio Scali e di Tomaso Strozzi    195
            Benedetto Alberti si dichiara contro di loro      196
            13 gennajo. Sedizione eccitata dallo Scali
              e dallo Strozzi per liberare un loro cliente    197
            Irritamento del popolo. Giorgio
              Scali perisce sul patibolo                      198
            21 gennajo. Trionfo delle arti maggiori e
              del partito guelfo sopra il popolo              199
  1382-1387 Rigore del nuovo governo. Esilia
              Michele di Lando                                200
            Benedetto Alberti, esiliato, muore a Rodi         201
       1374 18 luglio. Morte del Petrarca                     203
       1375 21 dicembre. Morte del Boccaccio                  203
            Coluccio Salutati e Leonardo
              Bruno detto l'Aretino                           204

  CAPITOLO LI. _Affari dell'Oriente. — Guerra
  di Genova in Cipro. — Quarta guerra
  tra Venezia e Genova; presa e ripresa di
  Chiozza; pace di Torino._ 1372-1381                         205

            Le repubbliche marittime isolate dell'Italia
              non si occupano che del Levante                 205
  1355-1391 Tutte le greche province dell'Asia
              conquistate dai Turchi                          207
            Giovanni Paleologo fa abbacinare
              il figlio ed il nipote                          208
            I Genovesi di Galata si fanno
              protettori de' principi abbacinati              209
            I principi promettono Tenedo ai Genovesi;
              il loro padre cede la stessa isola
              ai Veneziani                                    210
       1372 Rivalità dei Genovesi e dei Veneziani in Cipro    212
            Uccisione dei Genovesi fatta dai Ciprioti         213
       1373 Vittorie e moderazione di Damiano
              Cataneo in Cipro                                213
            10 ottobre. L'isola di Cipro conquistata
              da' Genovesi, e renduta feudataria              214
            Alleanza del re di Cipro con Barnabò
              Visconti per vendicarsi dei Genovesi            216
  1356-1372 Odio dei Veneziani contro Francesco
              da Carrara, signore di Padova                   218
  1372-1373 Guerra di Francesco da Carrara contro
              Venezia; egli viene umiliato                    218
            Alleanza di Francesco da Carrara col re
              d'Ungheria e coi Genovesi contro Venezia        219
       1378 Barnabò Visconti fa attaccare i
              Genovesi per terra                              220
            Luglio. Battaglia navale d'Anzio tra
              Vettore Pisani e Luigi del Fiesco               222
       1378 I Genovesi attaccati a Famagosta
              dal re di Cipro e dai Veneziani                 223
       1379 29 maggio. Vettore Pisani disfatto
              in faccia a Pola da Luciano Doria               225
            Fortificazioni delle lagune dalla
              banda del mare, dette l'Aggere o Arzere         226
            Pietro Doria, ammiraglio genovese, attacca
              il canale, ossia porto di Chiozza               228
            16 agosto. I Genovesi occupano Chiozza            229
       1379 Spavento de' Veneziani, domandano la pace         230
            Pietro Doria ricusa la pace ai Veneziani          231
            I Veneziani rendono la libertà a Vettore
              Pisani, e gli danno il comando della flotta     233
            Vantaggi di Carlo Zeno, ammiraglio
              de' Veneziani, in Levante                       235
            Carlo Zeno viene richiamato in patria             236
            Il gran consiglio offre la nobiltà per
              prezzo delle volontarie contribuzioni           237
            Una nuova flotta si arma e si
              esercita sotto Vettor Pisani                    238
            23 dicembre. Il doge Andrea
              Contarini attacca Chiozza                       239
       1379 Il canale di Chiozza chiuso per
              accidente ai Genovesi                           240
            Vettor Pisani blocca i Genovesi
              all'apertura del Brondolo                       242
            Critica situazione degli assedianti
              e degli assediati                               243
       1380 1.º gennajo. Carlo Zeno giugne colla sua
              flotta in soccorso della patria                 244
            Vettor Pisani chiude i Genovesi
              nell'isola di Chiozza                           245
            Modo di adoperare l'artiglieria a que' tempi      245
            22 gennajo. Pietro Doria, l'ammiraglio
              genovese, viene ucciso da un colpo
              di bombarda                                     246
            I Genovesi tentano di tagliar
              l'argine con un canale                          246
            19 febbrajo. Carlo Zeno sbarca nell'isola
              di Chiozza, e chiude i Genovesi in città        247
            Matteo Maruffo mandato da Genova nel golfo
              con una nuova flotta                            249
            6 giugno. Si affaccia al porto di Chiozza,
              ed i Veneziani ricusano la battaglia            250
            15 giugno. I Genovesi tentano di fuggire
              sui battelli, vengono sorpresi e bruciati
              i battelli                                      251
            21 giugno. Sono costretti di arrendersi
              a discrezione                                   252
            Conquiste di Matteo Maruffo nel
              golfo; morte di Vettor Pisani                   253
       1381 Negoziazioni di pace senza effetto                254
            2 maggio. Treviso venduto dai
              Veneziani a Leopoldo d'Austria                  255
            8 agosto. Pace di Torino tra i due popoli
              marittimi, ed i loro alleati                    256

  CAPITOLO LII. _Rivoluzioni di Genova, di
  Napoli, del regno d'Ungheria. — Conquiste
  dei Veneziani in Oriente. — Potenza
  di Giovan Galeazzo Visconti. — Ruina
  delle case della Scala e di Carrara._ 1382-1388             258

            Potenza spiegata dai Genovesi
              nella guerra di Chiozza                         258
            Fu cagione del suo indebolimento
              e della sua servitù                             260
  1356-1378 Nuova aristocrazia formatasi in
              Genova tra i plebei                             260
  1363-1378 Rivalità di Gabriele Adorno e
              di Domenico di Campo Fregoso                    261
  1378-1383 Niccola di Guarco, doge in tempo
              della guerra di Chiozza                         262
       1383 19 marzo. Sedizione contro Niccola
              di Guarco; tutte le fazioni si uniscono
              contro di lui                                   264
  1384-1390 Antoniotto Adorno doge di Genova                  265
  1382-1384 Guerre tra Luigi I d'Angiò e Carlo III
              di Durazzo per il possedimento del
              regno di Napoli                                 266
       1384 10 ottobre. Morte di Luigi d'Angiò
              a Biseglio nella terra di Bari                  268
  1383-1385 Contese di Carlo III con Urbano VI                269
       1384 Urbano assediato dall'armata del
              re nel castello di Nocera                       270
       1385 Fugge da Nocera e si ritira a Genova              271
            Crudeltà d'Urbano verso i suoi cardinali          273
       1382 11 settembre. Morte del re Luigi
              d'Ungheria, sua figlia gli succede              274
       1385 4 settembre. Carlo di Durazzo chiamato
              in Ungheria lascia il governo di Napoli
              a sua moglie Margarita                          276
       1386 Febbrajo. Carlo assassinato in
              presenza delle due regine                       277
            Rivalità di Luigi II d'Angiò
              e di Ladislao di Durazzo                        278
            La morte di Carlo III vendicato
              contro le due regine d'Ungheria                 279
       1387 4 giugno. I Veneziani fanno restituire
              la libertà a Maria regina d'Ungheria,
              che sposa Sigismondo, marchese di Brandeburgo   280
            Indebolimento della corona di
              Ungheria, nuovo re di Rascia                    281
       1387 L'isola di Corfù, Durazzo, Argo
              e Napoli si danno ai Veneziani                  282
            I Veneziani vogliono vendicarsi
              di Francesco da Carrara                         283
       1386 Muovono contro di lui Antonio
              della Scala, signore di Verona                  284
            25 giugno. Battaglia delle Brentelle,
              rotta dell'armata veronese                      285
       1387 11 marzo. Battaglia di Castagnaro, ove i
              Veronesi vengono nuovamente disfatti            287
            Giovanni Galeazzo era succeduto,
              il 4 agosto 1378, a suo padre Galeazzo          288
            Il 6 maggio del 1385 aveva arrestato suo
              zio Barnabò, ed occupati i di lui stati         289
            19 aprile. Francesco da Carrara accetta
              l'alleanza di Giovanni Galeazzo Visconti        291
            18 ottobre. Verona presa da Giovanni Galeazzo.
              Il della Scala fugge a Venezia                  292
            Giovanni Galeazzo occupa pure Vicenza, e non
              la cede secondo le convenzioni a Francesco
              Carrara                                         293
       1388 Giovanni Galeazzo propone la sua alleanza
              ai Veneziani per ispogliare il Carrara          294
            Malcontento del popolo di Padova
              contro il suo signore                           296
       1388 Francesco da Carrara abdica la signoria a
              favore di suo figliuolo Francesco Novello       297
            29 giugno. Giovanni Galeazzo manda una
              diffida a Francesco Novello                     299
            I Padovani ricusano di difendere
              il loro signore                                 300
            23 novembre. Francesco Novello cede Padova
              a Jacopo del Verme, e s'incammina alla
              corte di Giovanni Galeazzo                      301
            Francesco il vecchio cede pure
              la fortezza di Treviso                          302
            Giovanni Galeazzo non mantiene i salvacondotti
              dati ai Carrara e li ritiene in prigione        302

  CAPITOLO LIII. _Rivoluzioni nelle repubbliche
  toscane; intrighi di Giovanni Galeazzo. — Francesco
  da Carrara fugge a Firenze, e
  persuade questa repubblica a muovere guerra
  al Visconti. Conduce in Italia un'armata
  tedesca, e ricupera la signoria di
  Padova._ 1388-1390                                          304

            Imprudenza dei Veneziani nel permettere
              l'ingrandimento di Giovanni Galeazzo            304
            La Chiesa non poteva più far
              argine alla potenza de' Visconti                305
       1389 9 novembre. Morte di Urbano VI.
              Gli succede Bonifacio IX                        306
            Le case di Savoja, di Monferrato, dei Gonzaga
              e d'Este dipendenti da Giovanni Galeazzo        307
            Gli altri stati d'Europa tutti deboli e divisi    309
            Ambizione e carattere di Giovanni Galeazzo        311
  1384-1389 Gelosia delle città libere di Toscana
              contro i Fiorentini                             312
       1384 La città d'Arezzo venduta ai Fiorentini
              il 17 novembre del 1384, mentre i Sienesi
              desideravano di conquistarla                    314
       1385 L'oligarchia artigiana dei riformatori
              scacciata da Siena il 24 marzo 1385             315
       1388 Turbolenze a Montepulciano, nelle quali
              intervengono i Fiorentini contro i Sienesi      316
            I Sienesi irritati offrono di darsi a Giovanni
              Galeazzo che non gli accetta                    317
            Tentativi di Giovanni Galeazzo
              per occupare Pisa                               318

       1389 Cospirano in Bologna a favore
              di Giovanni Galeazzo                            319
            Ottobre. Trattato di pace e di alleanza
              conchiuso coll'intervento del Gambacorti        320
            Nuovi intrighi di Giovanni Galeazzo, suoi
              tentativi sopra Samminiato, Cortona e Perugia   321
            Seduce Giacomo d'Appiano confidente di Pietro
              Gambacorti di Pisa                              322
       1389 Fuga di Francesco Novello da Carrara              323
              Giovanni Galeazzo, dopo avergli dato
                Cortazzone presso Asti, aveva voluto
                farlo assassinare                             323
            Marzo. Carrara fugge colla moglie,
              e passa in Avignone                             325
            S'incammina colla moglie lungo la riviera
              di Genova per entrare in Toscana                326
            Dovunque viene minacciato ed inseguito            327
            Pietro Gambacorti non ardisce riceverlo in Pisa   329
            La signoria di Firenze s'astiene
              con lui da ogni relazione ministeriale          330
            Va a Bologna per eccitare questa repubblica
              contro Giovanni Galeazzo                        331
            I Fiorentini l'incaricano di condurre dalla
              Germania un'armata contro Giovanni Galeazzo     331
            Carrara chiede soccorsi al duca di Baviera
              ed al conte di Segna                            333
            Si pone in cammino per andare nella Rascia
              e nella Bosnia, quando è richiamato
              dai Fiorentini                                  334
       1390 Giovanni Galeazzo ed i suoi alleati dichiarano
              la guerra a Firenze ed a Bologna                335
       1390 Apparecchi de' Fiorentini per difendersi          337
            Le armate del Visconti occupano tutte le
              frontiere della Toscana                         339
            Francesco da Carrara si presenta
              alle frontiere del padovano                     341
            Gli abitanti della campagna prendono
              per lui le armi                                 341
            Il 19 giugno entra in Padova
              pel letto della Brenta                          343
            Gli si danno tutte le fortezze
              di Padova e del territorio                      344
            I Veronesi si ribellano contro Giovanni
              Galeazzo, ma sono sottomessi di nuovo           344
            1.º agosto. Il duca Stefano di Baviera
              giugne a Padova colla sua armata                345

  CAPITOLO LIV. _Disfatta del conte d'Armagnacco
  alleato dei Fiorentini. — Bella ritirata
  di Giovanni Acuto; pace di Genova. — Uccisione
  dei Gambacorti in Pisa. — Protezione
  accordata dai Fiorentini a Francesco
  di Gonzaga ed a Niccolò III d'Este.
  L'imperatore Wencislao accorda a Giovanni
  Galeazzo il titolo di duca di Milano._ 1390-1395            347

            Francesco da Carrara sorpassa l'aspettazione
              dei Fiorentini. Non vi corrispondono i loro
              alleati di Germania                             348
       1390 Il duca di Baviera ricusa di agire, e torna
              in Germania senza combattere                    349
       1390 30 ottobre. Il marchese d'Este costretto ad
              unirsi ai Fiorentini                            350
            Domande di Giovanni Galeazzo
              alla repubblica di Siena                        351
            I Malavolti e gli amici della libertà uccisi
              o esiliati da Siena                             352
       1391 I Fiorentini invitano il conte d'Armagnacco
              a combattere contro Giovanni Galeazzo           355
            Giovanni Acuto si avanza fino nella Ghiara
              d'Adda, e minaccia Milano                       356
            Luglio. Il conte d'Armagnacco entra in Lombardia  357
            Provoca Giacomo del Verme chiuso in Alessandria   357
            25 luglio. È battuto, fatto prigioniero,
              e muore poco dopo                               358
            Pericolo di Giovanni Acuto avviluppato
              nella Ghiara d'Adda                             360
            Ottiene un vantaggio a Paterno sopra Jacopo
              del Verme, e passa l'Oglio ed il Mincio         361
            Viene chiuso nella valle Veronese
              tra l'Adige ed il Po                            362
            Giacomo del Verme rompe le dighe dell'Adige
              ed inonda il piano                              362
            Acuto attraversa il piano inondato
              ed esce a Castebaldo                            364
       1391 Jacopo del Verme porta la guerra in Toscana,
              e vi trova l'Acuto                              365
            Proposizioni di pace fatte da Antoniotto
              Adorno                                          366
       1392 28 gennajo. Condizioni della pace
              dettate dagli arbitri a Genova                  367
            Francesco da Carrara cerca l'alleanza
              dei Veneziani                                   369
            Nuove pratiche di Giovan Galeazzo in Toscana      370
            Sua perfidia verso Francesco di Gonzaga,
              e risentimento di questi                        371
            3 settembre. Nuova lega tra i Guelfi
              firmata ad istanza del Gonzaga                  372
            Seguito degl'intrighi di Giovan Galeazzo a Pisa   373
            Congiura di Jacopo d'Appiano contro Pietro
              Gambacorti, suo benefattore                     375
            21 ottobre. Pietro Gambacorti assalito ed
              ucciso coi suoi figliuoli da Jacopo di Appiano  377
            Le case de' suoi partigiani abbandonate al
              saccheggio. Jacopo d'Appiano tiranno di Pisa    378
  1390-1393 Guerre civili a Perugia tra i Guelfi
              ed i Ghibellini                                 379
       1393 30 luglio. Uccisione di Pandolfo Baglioni e
              dei Ghibellini di Perugia                       380
       1393 Sollevazione in Firenze contro gli Albizzi,
              che non serve che a consolidare il loro potere  381
            Giovanni Galeazzo intraprende
              a deviare il Mincio di Mantova                  383
            Francesco Gonzaga chiede l'assistenza
              dei Fiorentini                                  383
            Il Mincio rompe i lavori di Giovan Galeazzo       384
            31 Luglio. Morte d'Alberto d'Este; guerra
              civile in Ferrara tra i suoi eredi              385
       1394 16 marzo. Morte di Giovanni Acuto                 386
            Il marchese d'Este vuole far assassinare
              suo cugino; ma viene ingannato da Giovanni
              da Barbiano, incaricato di tale assassinio      387
            Wencislao si offre per danaro
              di muovere guerra al Visconti                   388
       1395 1.º maggio. Erige in ducato Milano e la sua
              diocesi, e ne investe Giovanni Galeazzo         389
            Conseguenza di tale infeudazione per il
              diritto pubblico e per la pace d'Italia         391
            Avventure di Carlo Montanini
              e d'Anselmo Salimbeni                           392

  CAPITOLO LV. _I Genovesi si danno al re di
  Francia. — Tentativo di Giovanni Galeazzo
  sopra Samminiato; si rinnova la guerra. — Disfatta
  dei Milanesi a Governolo;
  tregua. — Gherardo d'Appiano vende Pisa
  a Giovan Galeazzo. — Siena e Perugia si
  danno pure a lui._ 1396-1399                                398

            Spossamento dei Genovesi dopo
              la guerra di Chiozza                            398
            Molti partiti che si facevano
              guerra in questa repubblica                     399
  1390-1394 Dieci rivoluzioni in Genova e dieci dogi
              che si soppiantano l'uno l'altro                400
            I marinai, clienti delle famiglie borghesi        401
            Carattere d'Antoniotto Adorno                     402
            Sua alleanza con Giovanni Galeazzo                403
            Adorno, ingannato da Giovan Galeazzo, si
              accosta al re di Francia                        405
       1396 25 ottobre. Genova si dà a Carlo VI, re di
              Francia, conservando i suoi privilegi           406
  1396-1398 Nuove guerre civili. Morte d'Antoniotto Adorno    407
              Smisurata ambizione di Giovanni Galeazzo
                unita ad una somma timidità                   408
              Malgrado l'abituale sua falsità molti
                lasciavansi tuttavia ingannare
                dalle sue parole                              409
              I soli Fiorentini ardiscono di giudicarlo,
                e di opporsi ai suoi disegni                  410
  1396-1398 Maso degli Albizzi alla testa del governo;
              esilio di Donato Acciajuoli                     412
            Le compagnie di ventura hanno
              mezzo soldo da Giovanni Galeazzo                413
            I Fiorentini vogliono imitarne la politica
              e torna a loro danno                            413
       1396 29 settembre. Alleanza dei Fiorentini
              col re di Francia                               414
            Resta senza effetto per la battaglia
              di Nicopoli                                     416
       1397 Alberico da Barbiano entra in
              Toscana senza dichiarazione di guerra           417
            17 marzo. Attentato di Mangiadori per
              togliere Samminiato ai Fiorentini               418
            Gli abitanti di Samminiato scacciano
              i congiurati, e conservano la loro
              città alla repubblica                           419
            I Fiorentini dichiarano la guerra
              a Giovan Galeazzo                               421
            Alberico da Barbiano guasta la Val d'Arno         422
            31 marzo. Giovanni Galeazzo attacca
              Francesco Gonzaga senza dichiarazione
              di guerra                                       423
            14 luglio. La sua armata penetra
              nel _serraglio_ di Mantova                      424
       1397 I Fiorentini spediscono soccorsi al Gonzaga       425
            28 agosto. L'armata e la flotta
              milanesi disfatte a Governolo                   426
       1398 11 maggio. Tregua di dieci anni garantita
              dai Veneziani                                   427
       1397 4 agosto. Congiura dei Medici, Ricci, Spini
              ec., contro Maso Albizzi                        428
            Trama del Visconti per togliere
              Pisa a Jacopo d'Appiano                         430
       1398 2 gennajo. I milanesi tentano di occupare
              le fortezze di Pisa e sono respinti             430
            Giovanni Galeazzo abbandona i congiurati
              ed applaude al loro gastigo                     432
            5 settembre. Morte di Jacopo d'Appiano.
              Gli succede Gherardo suo figliuolo              433
            Gherardo acconsente di vendere
              Pisa a Giovan Galeazzo                          434
            Suppliche dei Pisani a Gherardo
              perchè loro renda la libertà                    434
       1399 Febbrajo. Giovanni Galeazzo prende possesso
              di Pisa. Origine del principato di Piombino     436
            I conti di Poppi e gli Ubertini
              dichiaransi pel Visconti                        437
  1393-1399 Rivoluzioni di Perugia; condottieri
              usciti da questa provincia                      437
  1393-1399 Braccio di Montone e Biordo dei Michelotti        438
       1398 10 marzo. Congiura contro Biordo. Viene ucciso    440
            I congiurati costretti a fuggire.
              Ceccolino succede a Biordo                      441
       1399 I Fiorentini riconciliano Perugia col papa,
              e prestano danaro a questa città                442
            Giovanni Galeazzo fa saccheggiare dagli
              avventurieri gli stati di Perugia e di Siena    443
            Debolezza ed anarchia di Siena                    444
            11 novembre. Si dà al duca di Milano              445
       1400 21 gennajo. Perugia si dà pure al duca di Milano  445
            Gran numero d'alleati perduti dai Fiorentini      446
            Caduta dello spirito di libertà in Italia         447

  CAPITOLO LVI. _Processioni de' penitenti bianchi. — Paolo
  Guinigi si rende padrone
  della signoria di Lucca. — Guerre civili
  a Bologna; Giovanni Bentivoglio usurpa
  l'autorità sovrana. — Deposizione di Wencislao;
  Roberto di Baviera, suo successore,
  attacca senza profitto Giovanni Galeazzo.
  Questi si rende padrone di Bologna; muore
  improvvisamente._ 1399-1402                                 449

            Stato deplorabile di tutta la Cristianità         449
       1399 5 luglio. Arrivo a Genova dei penitenti bianchi   451
       1399 Le processioni genovesi comunicano questa
              divozione a Lucca ed a Pisa                     452
            Inquietudine di Lazzaro Guinigi,
              capo del governo di Lucca                       453
            Processioni dei Fiorentini                        454
            Il papa condanna le processioni
              de' penitenti bianchi                           455
            Congiura contro Lazzaro Guinigi. È assassinato    456
       1400 Paolo Guinigi prende parte in un'altra congiura   458
            14 ottobre. È dichiarato capitano
              della città e della milizia                     459
            La città d'Assisi passa sotto il
              dominio di Giovan Galeazzo                      460
            Congiura a Firenze dei Ricci, Alberti e Medici    461
  1398-1400 Rivalità in Bologna de' Gozzadini e
              de' Zambeccari                                  462
            Moderazione di Carlo Zambeccari, egli rialza
              il partito Maltraversa                          462
            Perdona ai Gozzadini e Bentivogli suoi nemici     464
            Morte dello Zambeccari; richiamo de'
              suoi avversarj                                  464
       1400 Giovanni Bentivoglio si separa da Nanne
              Gozzadini                                       465
       1401 27 febbrajo. Bentivoglio occupa il palazzo
              pubblico, e si fa proclamare signore            467
            Francesco di Gonzaga e Niccolò d'Este
              abbandonano l'alleanza dei Fiorentini           468
       1401 Caduta dell'autorità imperiale in Germania        469
            Wencislao oggetto del pubblico disprezzo          471
       1400 20 agosto. Wencislao deposto;
              è nominato Roberto suo successore               471
       1401 30 gennajo. Ambasciatori di Roberto a Firenze     473
            I Fiorentini si legano con Roberto
              contro Galeazzo                                 474
            Apparecchi di Giovan Galeazzo
              per resistere a Roberto                         476
            21 ottobre. Gl'imperiali battuti dagl'Italiani    478
            Leopoldo d'Austria e l'arcivescovo di Colonia
              abbandonano l'imperatore                        479
            Nuove negoziazioni dell'imperatore
              coi Fiorentini                                  480
            Ambidue ricorrono alla mediazione
              de' Veneziani                                   481
       1402 Giovanni Galeazzo attacca Giovan Bentivoglio,
              signore di Bologna                              482
            15 aprile. L'imperatore Roberto
              torna in Germania                               484
            I Fiorentini soccorrono Giovanni Bentivoglio      484
            26 giugno. Il Bentivoglio disfatto
              a Casalecchio                                   485
       1402 Bologna abbandonata ai Milanesi;
              è posto a morte il Bentivoglio                  486
       1402 Giovanni Galeazzo fa chiudere tutte le
              strade al commercio di Firenze                  488
            Cattivo stato dei Fiorentini                      489
            3 settembre. Giovanni Galeazzo muore di peste     489

FINE DELLA TAVOLA.



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 7" ***

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