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Title: Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 6
Author: Sismondi, J.C.L. Simondo
Language: Italian
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*** Start of this LibraryBlog Digital Book "Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 6" ***


                           STORIA DELLE
                        REPUBBLICHE ITALIANE
                                DEI
                          SECOLI DI MEZZO


                                DI
                      J. C. L. SIMONDO SISMONDI

           DELLE ACCADEMIE ITALIANA, DI WILNA, DI CAGLIARI,
                   DEI GEORGOFILI, DI GINEVRA EC.

                     _Traduzione dal francese._


                            _TOMO VI._



                              ITALIA
                               1818.



STORIA DELLE REPUBBLICHE ITALIANE



CAPITOLO XXXVIII.

      _Carestia e peste in Italia. — Nuove fazioni di Pisa. — Guerre
      del re d'Ungheria e della regina Giovanna. — Secondo Giubileo._

1347 = 1350.


Il quattordicesimo secolo forma una delle più gloriose epoche
dell'Italia; perciocchè in verun tempo vi si coltivarono le lettere con
maggior ardore, nè furonvi accolti ed onorati i dotti con maggiore
entusiasmo: in verun altro tempo non si acquistarono tanti lumi nè si
disseminarono così generalmente tra gli uomini; in niun altro secolo
furono tramandati alla posterità più nobili monumenti del genio
creatore, o del più ostinato lavoro. Il rinnovamento delle greche e
latine lettere, la creazione dell'idioma italiano e della moderna
poesia, l'arte d'insegnare la politica nella storia e di dare agli
uomini nel racconto degli avvenimenti una lezione allettatrice ad un
tempo ed istruttiva; il perfezionamento della giurisprudenza, i rapidi
progressi della pittura, della scultura, dell'architettura e della
musica, sono cose di cui l'Europa va debitrice agli Italiani del
quattordicesimo secolo. Ma quest'epoca, che per tante ragioni vuol
essere attentamente studiata, non fu per l'umanità egualmente felice.
Molte di quelle virtù che innalzano il carattere degli uomini, che
associandosi alle loro passioni, le nobilitano, erano affatto scomparse,
ed avevano preso il loro luogo que' ributtanti vizj che deturpano la
storia che noi scriviamo. Sicuri mezzi per giugnere alle principali
cariche nelle corti de' principi erano la vile adulazione, la bassezza,
l'intrigo, il vizio. I piccoli sovrani offrivano lo scandaloso esempio
di tutti i delitti; la più ributtante dissolutezza regnava nell'interno
de' loro palazzi; il veleno e l'assassinio erano ogni giorno adoperati a
mantenere il loro governo, e numerose bande di sicarj vivevano al soldo
de' sovrani, i quali ne ricompensavano i servigi con una illimitata
protezione. Nelle case principesche, la passione di regnare, non
raffrenata dal timor del delitto, eccitava frequenti rivoluzioni,
preparate dalla più nera perfidia, consumate coi più atroci delitti, o
prevenute con orribili crudeltà. Nei tribunali un potere arbitrario e
spesso ingiusto trovava nella punizione dei delitti una sorgente di
ricchezze per il sovrano, che, sospettoso per avarizia, valutava le
prove estorte colla tortura e castigava gli accusati con orrendi
supplicj. L'ambizione, che nelle faccende politiche preferiva per
vincere il tradimento alle armi, distruggeva la fede de' trattati, la
sicurezza delle alleanze, ogni legame d'amicizia tra i popoli. Truppe
mercenarie, perfide, crudeli, sacrificavano in guerra il proprio sovrano
al nemico che voleva offrir loro più vantaggiose condizioni; e
risparmiando le armate nemiche, non danneggiavano che le pacifiche
campagne e gl'innocenti cittadini.

Il disprezzo d'ogni legge e d'ogni morale per parte dei principi era un
esempio tanto più pernicioso, in quanto che ogni città aveva una piccola
corte, la quale era pei cittadini una scuola d'immoralità, di
corruzione, di delitto. I tiranni, perchè più vicini alla vita privata,
corrompevano più facilmente i costumi de' loro sudditi; ed essendo
moltissimi, guastavano dappertutto la pubblica morale, perchè i delitti
politici si moltiplicavano in ragione del loro numero. Il sentimento
delle immutabili leggi della morale e della religione era distrutto
dalla storia d'ogni giorno, e dalle rivoluzioni di ogni stato.

Le stesse repubbliche non erano preservate da questa generale
corruzione. Circondate da ogni banda da piccoli principi che loro
tendevano frequenti insidie, adottarono più d'una volta la tortuosa
politica de' loro nemici e si resero sospette di perfidia. Le immense
ricchezze ammassate col commercio avevano alterata la purità de'
principj repubblicani, e l'oro era diventato un mezzo troppo sicuro per
acquistare il favore del popolo, ed ottenere le supreme magistrature.
Non guardavasi più tanto ai modi adoperati per acquistare le ricchezze;
e colui che _malaversava_ in una pubblica amministrazione e si
appropriava il danaro dello stato, sapeva di trovar sempre sufficienti
mezzi per ricuoprire le sue concussioni, qualunque volta gli
procurassero una grande opulenza. Scandalosi furti furono commessi in
Firenze in tempo della guerra di questa repubblica con Mastino della
Scala, e le pene inflitte dal duca d'Atene ai comandanti d'Arezzo e di
Lucca furono, sebbene arbitrarie, fors'anche meritate. Non parleremo
della violenza delle civili dissensioni, nè delle rivoluzioni che davano
e toglievano il governo alle diverse classi dei cittadini: gli è questo
il necessario destino delle repubbliche, e il prezzo con cui esse pagano
i moltiplicati talenti, e l'energia di carattere e le generose passioni
che non trovansi che presso di loro. Rimprovereremo bensì a queste
repubbliche d'avere intieramente abbandonata l'arte e lo spirito
militare, d'aver lasciato che si spegnesse ne' cittadini e ne' sudditi
il valore italiano; e d'essersi in tal modo assoggettate prima alle
mercenarie milizie tedesche che le tradivano, poscia a quelle compagnie
di avventurieri che le rendevano vergognosamente tributarie.

Mentre l'Italia era travagliata da tanti disordini e da tanti mali, fu
colpita tutto ad un tratto dai più terribili flagelli che il cielo abbia
riservati per castigo della terra. Una crudele carestia e la più
mortifera peste di cui le storie abbiano conservata la memoria; e
potrebbe aggiugnervisi per terzo flagello l'invenzione dell'artiglieria,
che rimonta precisamente a quest'epoca sventurata. L'invenzione delle
armi da fuoco ebbe per l'umana specie più funeste conseguenze, che la
peste e la carestia; ella sottopose al calcolo la forza dell'uomo;
ridusse il soldato ad essere una semplice macchina; tolse al valore
quanto era in esso di più nobile, quanto era dipendente dal carattere
personale; accrebbe il potere dei despoti, ed indebolì quello delle
nazioni; spogliò le città dalla loro sicurezza, e le mura della
confidenza che ispiravano. Ma i durevoli effetti di così funesta
invenzione non si manifestarono che dopo lungo tempo. Le bombarde, di
cui parlano gli storici la prima volta, quando furono adoperate il 26
agosto del 1346 nella battaglia di Crécy, tra gl'Inglesi ed i Francesi,
non parvero a principio che macchine proprie a lanciare alcune palle, di
cui tutto il vantaggio riducevasi a spaventare i cavalli coll'esplosione
e col fuoco che produceva. Il re d'Inghilterra che solo aveva
bombardieri nell'armata, gli aveva infatti collocati tra gli arcieri,
sui carri onde aveva circondato il suo campo. «Le loro bombarde, dice
Giovanni Villani, gettavano piccole palle di ferro e fuoco per
ispaventare e confondere i cavalli[1]. Gli arcieri inglesi, dice più
sotto, tiravano tre freccie, mentre che i genovesi al servizio della
Francia ne tiravano una sola. Aggiugnevasi a questo vantaggio il colpo
delle bombarde che facevano tanto fracasso e scuotimento, che sarebbesi
detto che Dio tuonava; uccidendo con ciò molta gente, e mettendo in
disordine i cavalli[2].» Il Villani morì due anni dopo la battaglia di
Crécy, onde non può essere sospetto di anacronismo, e le bombarde di cui
parla sono a non dubitarne un'arma da fuoco della natura delle
presenti[3]; ma egli non suppose tale invenzione di così grande
importanza, che fosse prezzo dell'opera il darne più circostanziata
relazione; ed infatti i cambiamenti che l'artiglieria doveva produrre
nell'arte della guerra, non si fecero sensibilmente conoscere, che un
secolo e mezzo più tardi.

  [1] _Gio. Villani, l. XII, c. 65._

  [2] _Ivi, c. 66._

  [3] Lo storico di Pistoja, che morì ancor egli nel 1348, parla nella
  stessa epoca delle bombarde, _t. XI, p. 516_; e l'anonimo romano
  dice che nel successivo anno, nell'assedio di Calais, _Odoardo gettò
  fuoco nella terra, bombarde, spingarde ed altre orribili cose_. —
  _Ant. Ital. t. III, p. 389._

Lo stesso anno l'intemperie delle stagioni fu la principal cagione della
carestia. L'eccessive piogge dell'autunno del 1345 non permisero le
seminagioni in ottobre e novembre, e fecero marcire il frumento che
cominciava a germogliare. Nella seguente primavera ricominciarono le
piogge con eguale ostinazione, e ne' tre mesi di aprile, maggio e
giugno, la terra fu sempre o inondata o talmente umida che le sementi
sparse in primavera e quelle del granoturco non riuscirono meglio di
quelle dell'autunno. Nè questa sciagura si ristrinse ad una sola
provincia, ma si estese a tutta l'Italia, alla Francia, e ad altri
paesi; onde non erasi mai fatto un così scarso raccolto come nel 1346.
Il vino, l'olio ed ogni altro prodotto della terra mancò egualmente. Ben
tosto si dovettero distruggere quasi tutti i pollami, per non avere di
che alimentarli[4]. La carne da macello si rese subito assai cara; ma
più che tutt'altro il frumento venne meno in una sorprendente maniera,
non avendo le terre dato che il quarto, o soltanto il sesto
dell'ordinario prodotto. Al raccolto una misura di grano pagavasi a
Firenze trenta soldi, ed andò ogni giorno crescendo di prezzo in maniera
che il primo giorno di maggio del 1347 vendevasi più del doppio;
incarirono pure l'orzo e le fave, e carissima era perfino la crusca, lo
che era sicura prova che i miserabili cercavano di alimentarsi con
questo grossolano ed insalubre cibo[5].

  [4] Un pajo di capponi pagavasi dal fiorino d'oro a quattro lire,
  ossia dodici in quindici lire tornesi; i pollastri ed i piccioni
  dieci in dodici soldi fiorentini al pajo, la carne più comune sette
  in otto soldi, e la migliore dodici soldi. Questi prezzi
  corrispondono peso per peso, ma il danaro valeva allora il quadruplo
  di quel che vale al presente.

  [5] La misura o stajo di Firenze pesa 36 libbre peso di marco; il
  fiorino d'oro del valore di 12 lire tornesi, stimavasi allora 3 lire
  e 2 soldi. Un quintale di frumento ammontò dunque al prezzo di 36
  lire peso per peso, cioè a sei luigi calcolando il cambiamento che
  le miniere d'America portarono nel valore delle specie.

Per altro il governo di Firenze fece tutto quanto poteva per procurarsi
un bastante approvigionamento; fece comperare frumento in Calabria, in
Sicilia, in Sardegna, in Tunisi ed in tutta la Barbaria; pagò anticipate
somme, senza lasciarsi sgomentare dalla carezza delle derrate, e
credette di essersi assicurati quaranta mila moggia di frumento, e
quattro mila di orzo[6]. Ma i mercanti pisani e genovesi coi quali esso
era costretto di contrattare per fare sbarcare il grano a Pisa o a
Genova, non poterono soddisfare alle loro promesse, perchè, trovandosi
queste città egualmente afflitte da crudele carestia, i loro magistrati
cominciarono a provvedere ai proprj bisogni prima di lasciar sortire il
grano, onde Firenze non ebbe più della metà del quantitativo acquistato
dal governo. I Fiorentini fecero pure alcune provvigioni nelle Maremme e
nella Romagna, sebbene in queste province, come anche a Bologna, le
derrate non fossero meno scarse nè meno rare di quel che lo fossero in
Firenze[7].

  [6] Il moggio di Firenze equivale a 864 libbre, peso di marco.

  [7] _Cronica Miscella di Bologna t. XVIII, p. 404._

La signoria mandava ogni giorno al mercato sessanta in ottanta moggia di
frumento, che faceva vendere ai prezzi comuni, prima 40 soldi, poi 50
per stajo. Ma siccome tale quantità non era sufficiente, perchè un
immenso numero di cittadini, avvezzi negli altri anni a vendere il loro
frumento al mercato, venivano invece a comperarne; la signoria fece
fabbricare de' forni, ne' quali impiegavansi dagli ottantacinque ai
cento moggia di frumento per far pani del peso di sei once, ne' quali la
crusca era mista colla farina; e questi si distribuivano in ragione di
due per persona pel prezzo di quattro denari fiorentini per pane. Ma
quando alla porta de' venditori si videro formarsi attruppamenti di
persone che facevano più fortemente sentire l'estensione della pubblica
miseria, e spargevano lo spavento nel popolo, il governo risolse di
mandare di casa in casa i due pani per testa, secondo il numero delle
persone che componevano ogni famiglia. In aprile del 1347 apparve dai
registri, che novantaquattro mila persone ricevevano in tal modo il loro
pane dallo stato; e non pertanto i borghesi un poco agiati non erano
compresi in questo ruolo, perchè si erano approvigionati, o compravano
dai fornai a più alto prezzo un pane di migliore qualità. Tutti i poveri
e tutti i Regolari mendicanti che vivevano di elemosine, non erano pure
compresi, sebbene grandissimo ne fosse il numero; imperciocchè erano
stati obbligati ad uscire da tutte le terre e villaggi vicini; e la
miseria o la fame gli aveva riuniti in Firenze. Tale non pertanto fu la
generosità e la carità cristiana de' Fiorentini, che, durante questa
carestia, verun povero, verun forastiere, verun contadino, fa escluso
dalla città, e tutti furono soccorsi ed alimentati colle pubbliche o
private elemosine. «Quindi, soggiugne il Villani, dobbiamo sperare in
Dio, che non vorrà castigare gli enormi peccati de' nostri concittadini;
oimè, noi l'abbiamo pur detto, la città nostra n'è pur troppo macchiata;
ma secondo il suo beneplacito e la sua misericordia, compenserà i nostri
errori colle elemosine dei nostri buoni e virtuosi cittadini, come ha
fatto con Ninive: imperciocchè lo disse egli medesimo, che l'elemosina
cancella il peccato[8].»

  [8] _Gio. Villani l. XII, c. 72._

Questa carestia era stata in Italia generale, nè tutte le città avevano
con sì saggi regolamenti o così generosi, provveduto ai bisogni del
popolo; quindi lasciò una tale debolezza nel temperamento della massa
del popolo, ed una disposizione alle malattie epidemiche, che non
tardarono a manifestarsi. Frattanto, affinchè il povero non fosse ad un
tempo tormentato dalla carestia, dalla malattia e dai creditori, la
signoria di Firenze sospese le procedure forensi per i minuti debiti, e
nel giorno di Pasqua, facendone come un'offerta a Dio, liberò tutti i
carcerati per debiti verso il comune, e tutti coloro che trovavansi
nelle prigioni per leggieri delitti. Nello stesso tempo diede a tutti
quelli ch'erano tediati per multe, la facoltà di redimersi pagando il
quindici per cento della somma portata dalla sentenza; ma la miseria era
tanto grande che pochissimi hanno potuto approfittare di questo
favore[9].

  [9] _Gio. Villani l. XII, c. 82._

Nella state del 1347 la mortalità fu in Firenze grandissima,
specialmente tra i poveri, nelle donne e ne' fanciulli, calcolandosi che
l'epidemia abbia tolti quattro mila individui. Ma nello stesso tempo un
più terribile flagello preparavasi in Oriente. Nelle relazioni de'
fenomeni che accompagnarono la peste non è agevole cosa lo sceverare i
racconti popolari, che la superstizione risvegliata dal timore faceva
avidamente ammettere, dalle più vere calamità cagionate senza verun
dubbio dall'epidemia. Nel regno di Casan, secondo racconta Giovan
Villani, la terra fu agitata da violenti scosse, affondarono molte città
e villaggi, le voragini apertesi vomitavano fiamme, che, comunicandosi
alle erbe aride, si stesero da ogni banda, in distanza di molti giorni
di cammino. Coloro che si sottrassero a questo disastro, seco portarono
una malattia contagiosa che sparsero sulle rive del Tanai ed a
Trabisonda, malattia funesta che di cinque persone quattro ne uccideva.
A Sebastia le piogge furono accompagnate dalla caduta di una enorme
quantità d'insetti neri, che avevano otto gambe e la coda, parte morti e
parte vivi; questi avvelenavano col morso, la putrefazione degli altri
infettava l'aria. La peste cominciata in questi due paesi si sparse in
tutto il Levante, corse la Siria, la Caldea, la Mesopotamia, l'Egitto,
le isole dell'Arcipelago, la Turchia, la Grecia[10], l'Armenia, la
Russia[11]. I mercanti italiani, dimoranti in vari porti del Levante,
cercarono di salvarsi fuggendo colle loro merci; otto galere genovesi,
tra le altre, partirono dalle coste del mar Nero, ma portavano il
contagio con loro. Quando arrivarono in Sicilia, avevano già perduti
tanti marinai, che quattro galere furono abbandonate. Gli ammalati che
scesero a terra, comunicarono l'infezione agli abitanti della città
nella quale avevano sbarcato, di dove rapidamente si sparse in tutta la
Sicilia, la Corsica, la Sardegna, e sulle coste del Mediterraneo. I
mercanti che continuavano a fuggire, sbarcarono gli uni a Pisa, gli
altri a Genova, e perchè di que' tempi non prendevasi veruna cautela per
impedire la comunicazione delle epidemie, seco portarono la morte
ovunque sbarcarono. Nel 1348 la peste dominava in tutta l'Italia ad
eccezione di Milano, e di alcuni paesi presso le Alpi, ove non fu quasi
conosciuta. Lo stesso anno valicò le montagne, e si stese nella
Provenza, nella Savoja, nel Delfinato, nella Borgogna, e, per la via
d'Acquamorta, penetrò nella Catalogna. Nel susseguente anno occupò tutte
le altre terre occidentali fino alle rive del mare Atlantico; la
Barbaria, la Spagna, l'Inghilterra e la Francia. Il solo Brabante parve
sottratto a tanta sventura, o leggermente toccato. Nel 1350 il contagio
si avanzò al Nord, spargendosi tra i Frisoni, Tedeschi, Ungari, Danesi e
Svezzesi[12]. Fu allora e per effetto del contagio, che la repubblica
d'Islanda fu distrutta. La mortalità fu tanto grande in quest'isola
agghiacciata, che gli sparsi abitanti cessarono di formare un corpo di
nazione.

  [10] _Nicephorus Gregoras Hist. Byzan. l. XVI, c. 1., p. 405._

  [11] _Gio. Villani, l. XII, c. 83._

  [12] _Matteo Villani, l. I, c. 2, p. 12, t. XIV, Rer. It._

I sintomi di questa peste non furono in ogni luogo i medesimi.
Nell'Oriente un'emorragia di naso era certo presagio della sopraggiunta
malattia e della morte. A Firenze, in principio della malattia,
manifestavasi o presso l'ano o sotto le ascelle un'enfiatura della
grossezza d'un uovo ed anche maggiore. Più tardi quest'enfiatura, detta
_gavocciolo_, manifestavasi indistintamente in qualsiasi parte del
corpo; ed ancor più tardi la malattia mutò i sintomi, che furono
d'ordinario macchie nere o livide, in alcuni larghe e rare, piccole in
altri e spesse. Vedevansi a bella prima su le braccia o su le cosce, poi
su tutto il corpo[13]: e come il _gavocciolo_, erano queste presagio di
vicina morte. L'arte di niun medico poteva mettere argine al male,
sebbene quando cominciò l'epidemia, oltre i dottori di professione, un
infinito numero di ciarlatani prescrivessero molti rimedj che non
salvarono un solo ammalato. I più morivano il terzo giorno, e quasi
tutti senza febbre o verun nuovo accidente.

  [13] Ho preso quasi per intero questa descrizione della peste dalla
  famosa introduzione del Decamerone di Giovanni Boccaccio.

Bentosto tutti i luoghi infetti furono colpiti da estremo spavento,
vedendosi con quale prodigiosa rapidità dilatavasi il contagio.
Comunicava immediatamente l'infezione non solo il conversare cogli
ammalati, ed il contatto loro, ma ben anche il solo toccare le cose da
loro toccate. Furono veduti animali cader morti per avere toccati gli
abiti degli appestati, gittati nelle strade. Allora non si ebbe più
rossore di mostrarsi vile ed egoista. Nè solo i cittadini evitavansi gli
uni gli altri, ma i vicini abbandonavano i loro vicini, ed i parenti, se
pure talvolta si visitavano, tenevansi a tale distanza dall'ammalato che
manifestava il loro terrore; ben tosto fu veduto il fratello abbandonare
il fratello, lo zio il nipote, la sposa il marito, e perfino alcuni
genitori i proprj figli. E per tal modo all'infinito numero degli
ammalati non rimase altro sussidio che l'eroismo di un piccolo numero di
amici, o l'avarizia de' servi, che per un grossissimo stipendio
disprezzavano il pericolo. Questi ultimi erano per la maggior parte
contadini affatto rozzi, e poco avvezzi a servire ammalati, onde tutti i
loro servigi riducevansi d'ordinario ad eseguire alcuni ordini che loro
davano gli appestati, ed a portare alle famiglie la notizia della loro
morte. Da tale abbandono e dal terrore che colpiva gli spiriti, nacque
un'usanza affatto contraria agli antichi costumi; che una donna giovane,
bella e modesta, non rifiutava di farsi servire nella sua malattia da un
uomo, comunque giovane, e di spogliarsi in sua presenza qualunque volta
lo richiedeva la cura della malattia, come se si fosse trovata con una
donna.

Un'antica costumanza di Firenze richiedeva che i parenti ed i vicini
d'un morto si adunassero nella di lui casa per piagnerlo insieme alle
più strette parenti, mentre i vicini e gli amici si riunivano coi preti
innanzi alla casa. In appresso il morto era portato alla chiesa,
indicata da lui medesimo prima di morire, da uomini della sua
condizione; il feretro veniva preceduto dai preti che cantavano portando
accesi cerei, e chiudevano la pompa funebre i cittadini che si erano
adunati innanzi alla porta. Ma queste costumanze cessarono mentre la
peste infieriva, e furono sostituite contrarie pratiche. Non solo gli
ammalati morivano senz'essere circondati da molte donne, anzi più non
avevano neppure una sola persona che li servisse negli estremi istanti
della vita. Erano tutti persuasi che la tristezza disponeva i corpi a
contrarre più facilmente la malattia; credevasi dimostrato che la gioja
ed i piaceri erano il più sicuro rimedio contro la peste, e le stesse
donne cercavano di farsi inganno sul lugubre apparecchio de' funerali,
col riso, coi giuochi, coi motteggi. Pochi cadaveri si portavano al
sepolcro accompagnati da più di dieci o dodici vicini, ed i portatori
non erano già onorati cittadini della stessa condizione del defunto, ma
persone della più abbietta plebe che facevansi nominare _Becchini_. Per
un grosso stipendio trasportavano precipitosamente il feretro non già
alla chiesa destinata dal morto, ma alla più vicina. Venivano spesso
preceduti da quattro o sei preti con piccolo numero di cerei, e talvolta
ancora andavano senza preti, i quali per non affaticarsi con troppo
lunghe ufficiature o troppo solenni, riponevano il cadavere coll'ajuto
de' _Becchini_ nella prima fossa che trovavano aperta.

La sorte dei poveri e delle persone di mezzana condizione era ancora
peggiore; ritenuti dalla povertà in case malsane, e vicinissimi gli uni
agli altri, cadevano infermi a migliaja; e siccome nè venivano curati,
nè serviti, morivano quasi tutti. Moltissimi sia di giorno sia di notte
terminavano nelle strade l'infelice loro esistenza; altri, abbandonati
nelle loro case, non si sapevano morti dai loro vicini che per la puzza
ch'esalava dal loro cadavere. Il timore dell'infettamento dell'aria,
assai più che la carità, consigliava i vicini a visitare gli
appartamenti, a far esportare i cadaveri dalle case, ed a collocarli
avanti alle porte. Ogni mattina potevano vedersene molti così deposti
nelle strade; facevansi in appresso addurre i feretri, o in loro
mancanza una tavola, sopra la quale portavasi il cadavere alla fossa.
Più d'un feretro contenne nello stesso tempo il marito e la moglie, il
padre ed i figli, o due e tre fratelli. Quando due preti con una croce
accompagnavano un feretro e dicevano l'ufficio de' morti, da ogni porta
vedevansi uscire altri feretri che si associavano al convoglio, ed i
preti che non eransi convenuti che per un solo morto, ne trovavano sette
ed otto da seppellire.

Il terreno sacro più non bastava a tanti cadaveri, onde si cominciò a
scavare ne' cimiterj grandissime fosse, nelle quali collocavansi a
strati di mano in mano che vi si portavano, poi si ricoprivano con poca
terra. Frattanto i vivi, persuasi che i divertimenti, i giuochi, i
canti, l'allegria potevano soli camparli dalla peste, ad altro più non
pensavano che a trovare godimenti, non solo nelle proprie, ma ancora
nelle altrui case, qualunque volta credevano trovarvisi cosa di loro
piacere. Tutto era in loro balìa, imperciocchè ognuno, quasi più non
dovesse vivere, aveva abbandonata ogni cura di sè stesso e delle sue
sostanze. La maggior parte delle case erano diventate comuni; e coloro
che vi entravano, ne usavano come di cosa loro propria. Distrutto era il
rispetto per le leggi divine ed umane; i loro ministri e coloro che
dovevano procurarne l'esecuzione, erano morti o infermi, e privi in
maniera di guardie e di subalterni, che non potevano incutere verun
timore; onde ognuno risguardavasi come libero di fare tutto quello che
venivagli in grado di fare.

Le campagne non erano più risparmiate delle città, ed i castelli ed i
villaggi erano piccole immagini della capitale. Gli sventurati
agricoltori, che abitavano le case sparse ne' campi, i quali non
potevano sperare ne' consigli di medici, nè assistenza di servi,
morivano sulle pubbliche strade, ne' campi, o nelle loro case non come
uomini, ma come bestie. E per tal modo diventati non curanti di tutte le
cose di questo mondo, come se giunto fosse il giorno della loro morte,
più non pensavano di domandare alla terra i suoi frutti, o il prezzo
delle loro fatiche, ed invece sforzavansi di consumare quelli che
avevano di già raccolti. I bestiami, cacciati dalle case, erravano pei
campi abbandonati, tra le messi che non eransi raccolte, e per lo più
rientravano senza guida in sulla sera nelle loro stalle, sebbene più non
rimanessero padroni o pastori per custodirli.

Veruna peste in altro tempo aveva colpite tante vittime. A Firenze e nel
suo territorio, di cinque persone ne morirono tre[14]. Pensa il
Boccaccio che la sola città perdesse più di cento mila individui. A
Pisa, di dieci persone ne morirono sette; ma sebbene in questa città,
come altrove, si fosse conosciuto per prova che chiunque toccava un
morto o le sue vesti, e anche soltanto il danaro, era preso dal
contagio, e sebbene più non si trovasse alcuno che per qualunque somma
volesse rendere ai morti gli estremi ufficj, pure niun cadavere restò
nelle case senza sepoltura. I cittadini chiamavansi gli uni gli altri in
nome della carità cristiana, e si dicevano: «ajutiamoci a portare questo
morto alla fossa, affinchè altri ci portino quando morremo[15].»
Racconta lo storico Angelo di Tura, che a Siena, ne' quattro mesi di
maggio, giugno, luglio ed agosto, la peste rapì ottantamila persone: e
che egli medesimo seppellì colle proprie mani i suoi cinque figli nella
stessa fossa[16]. La città di Trapani in Sicilia rimase affatto deserta,
essendo morti fino all'ultimo tutti gli abitanti[17]. Genova ne perdette
40,000; Napoli 60,000; e la Sicilia, compresa non v'ha dubbio la Puglia,
530,000[18]. In generale si calcolò che in tutta l'Europa, la quale
dall'una all'altra estremità andò soggetta a così terribile flagello,
furono distrutti tre quinti della popolazione.

  [14] _Matteo Villani l. I, c. 2._

  [15] _Chroniche di Pisa t. XV, p. 1021._ — Si veda ancora intorno
  alla peste di Padova, _Cortusior. Hist. l. IX, c. 14, t. XII, p.
  926_.

  [16] _Cronica Sanese t. XV, p. 123._

  [17] _Chron. Esten. t. XV, p. 448._

  [18] _Ibi, e Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 409._

Nè la perdita dell'Europa deve solamente valutarsi pel numero dei morti,
ma inoltre per la qualità degli illustri personaggi che perirono,
mentre, come osserva uno storico di Rimini, la peste risparmiò tutti
coloro la di cui morte era desiderabile[19]. Quello che più merita
d'essere da noi compianto, è Giovanni Villani, lo storico più fedele,
più veridico, più elegante e più animato, che avesse fin allora prodotto
l'Italia. Noi abbiamo fatto non interrotto uso della sua storia pel
corso di un mezzo secolo colla confidenza dovuta ad un autore
contemporaneo e giudizioso, e che personalmente ebbe parte negli affari.
Il Villani, come lo racconta egli medesimo, era stato a Roma nel
giubileo del 1300; e colà fu che, paragonando la decadenza di
quell'antica capitale del mondo colla crescente grandezza della sua
patria, formò il progetto di scrivere la storia di Firenze[20]. Il
Villani, socio di una casa di mercadanti, aveva pure viaggiato in
Francia e ne' Paesi Bassi, senza dubbio per affari di commercio. Fu più
volte membro della suprema magistratura, esercitò diversi pubblici
impieghi, come di direttore della zecca, delle fortificazioni e
dell'ufficio dell'abbondanza delle biade. Nel 1323 aveva servito
nell'armata contro Castruccio; nel 1341 fu uno degli ostaggi dati a
Mastino della Scala pel compimento del trattato fatto con lui. In tal
modo egli si mostrò degno di aver parte a tutti gli affari pubblici e
privati. In sul finire del viver suo fu ruinato dal fallimento dei
Bonaccorsi, dei quali era socio; e fu scritto da taluno che fu
imprigionato per debiti. Gli ultimi libri della sua storia pare che si
risentano di queste private disavventure, ed indicano che l'autore era
diventato diffidente e lento. Quando morì di peste nel 1348, doveva
essere giunto a matura vecchiaja[21].

  [19] E morì di tre persone le due... fuorchè tiranni e grandi
  signori, non morì nessuno. _Cronaca Riminese t. XV, p. 901._

  [20] _Gio. Villani l. VIII, c. 36._

  [21] _Tiraboschi Stor. della Letter. ital. t. V, l. II, c. 6, § 14._

Altre cronache italiane terminano nella stessa epoca; lo che dà luogo a
credere che i loro autori cadessero vittime della stessa epidemia[22].
Giovanni d'Andrea, il più illustre giurisperito d'Italia, e la Laura del
Petrarca, furono tolti al mondo da questo flagello, il primo in Bologna,
l'altra in Avignone.

  [22] Andrea Dei autore della Cronaca Sanese, e l'anonimo di Pistoja.

In tempo della carestia e della peste, i popoli d'Italia, oppressi da
tali calamità, si rimasero per la maggior parte in una forzata inazione.
L'ambizione e le altre passioni politiche più agire non potevano sopra
uomini minacciati ogni giorno dalla morte, e che più non calcolavano
l'avvenire. Non pertanto alcune strepitose rivoluzioni illustrarono
quest'epoca: precisamente in sul finire della carestia, e quando
incominciava la peste, Pisa si divise in due nuove fazioni dei Bergolini
e dei Raspanti, fazioni che presero il luogo di quelle de' Conti e de'
Visconti, i di cui nomi cominciavano a cadere in dimenticanza, e di
quelle tra i nobili ed il popolo ch'erano scoppiate dopo le prime.

Il giovane conte Renieri, erede della famiglia della Gherardesca e del
favore del popolo che questa godeva da lungo tempo, era giunto al suo
diciottesimo anno. Era, per così dire, ancora fanciullo, quando fu
investito, come per diritto ereditario, della carica di capitano di
Pisa; e Dino della Rocca suo parente, ed i principali capi del partito
popolare, presero a governare la repubblica in suo nome. Ma quando
Renieri ebbe finalmente gusti e volontà personali, alcuni uomini che da
lungo tempo appartenevano ad un partito opposto alla sua famiglia,
seppero rendersi padroni del suo spirito. Il più distinto tra questi
nuovi consiglieri, che furono detti _Bergolini_ da un soprannome dato al
giovane conte, era Andrea Gambacorta, capo di una famiglia che si rese
in breve la più potente di Pisa, quando le antiche case indebolite dalla
peste ebbero perduto pressochè tutto il loro credito. Dino della Rocca,
discendente dalla famiglia Gherardesca, cercava di tenere uniti gli
antichi partigiani de' conti, ed i capi del partito popolare; e molte
ragguardevoli case di Pisa avevano abbracciata la sua causa[23], ed
occupavano con lui le principali cariche dello stato. Ma questi venivano
accusati d'essersi nella loro amministrazione appropriato il pubblico
danaro, ond'ebbero il nome di _Raspanti_, e tale accusa che indisponeva
il popolo contro di loro, aggiunta alla loro malintelligenza col
capitano generale, poteva ad ogni istante farli escludere da tutte le
cariche.

  [23] I Raü, Scacchieri, Benedetti, Pandolfini, Rosselmini,
  Lei-Vernagalli, Scarsi, Botticella e Lambertucci. — _Cronica di Pisa
  t. XV, p. 1018._ — Con Gambacorta vedevansi nell'altra fazione Cecco
  d'Agliata, i Gualandi, Sismondi, Lanfranchi e Baccarossi.

Mentre l'incostanza del conte della Gherardesca pareva minacciare a Pisa
una vicina rivoluzione, questo giovane morì; e furono incolpati i
Raspanti d'averlo fatto avvelenare. Questo sospetto accrebbe in modo
l'irritamento delle parti, che in vano i magistrati facevano severamente
castigare coloro che con pungenti motti o popolari canzoni tenevano viva
l'animosità delle due parti; invano costringevano i capi ad unire le
loro famiglie coi matrimonj, a promettere il mantenimento della pace, ed
a giurarlo perfino innanzi all'altare; chè una vicendevole diffidenza
teneva armate nelle proprie case le due fazioni, e pronte a venire alle
mani; ogni notte un incendio acceso per eccitare una sedizione
manifestavasi in qualche quartiere della città; l'irritamento andava
crescendo in modo che più non potè essere compresso; ed il giorno 24 di
dicembre, dopo una zuffa intorno alla casa di Dino della Rocca, nella
quale i Bergolini rimasero vittoriosi, furono i Raspanti cacciati dalla
città, ed Andrea Gambacorta fatto capo della repubblica[24].

  [24] _Cronica di Pisa t. XV, p, 1017-1020. — B. Marangoni Cron. di
  Pisa p. 703. — Gio. Villani l. XII, c. 118._

Ma questa involuzione della repubblica era cosa di non molta
considerazione a fronte delle novità cagionate nell'Italia meridionale
dalla morte di Andrea re di Napoli. Il re Luigi d'Ungheria aveva giurato
di vendicare la morte di suo fratello, e compì il suo disegno appunto in
tempo delle calamità della carestia e della peste. La vigorosa
resistenza che gli avevano opposta i Veneziani innanzi a Zara l'anno
1346, avevangli impedito di unire quella città al suo regno, e di
stabilire per mezzo del suo porto, a traverso dell'Adriatico, una
comunicazione tra l'Ungheria e le province della Puglia. Zara, che Luigi
aveva invano cercato di liberare dall'assedio, dovette infine dopo
diciotto mesi di ostinata resistenza, rendersi ai Veneziani in dicembre
del 1346. I Jadriotti si presentarono colla corda al collo al Senato
veneto, per chiedere perdono della loro ribellione[25]; ed il re Luigi
che aveva promesso di proteggerli, differì la sua vendetta contro
Venezia dopo quella che voleva prendere della regina Giovanna.

  [25] _Chron. Esten. t. XV, p. 433. — Chron. Mutin. t. XV, p. 607._

Nè l'elezione di Carlo IV, e la guerra che provocò in Germania, nè la
morte di Luigi di Baviera, non ridussero il re d'Ungheria a rinunciare
alla stabilita impresa. Egli si fece precedere da suo fratello naturale
il vescovo di Cinque Chiese per disporre i popoli a suo favore. La città
d'Aquila aprì le porte al prelato ungaro, e quasi tutti gli Abruzzi ed
il conte di Fondi si dichiararono per lui[26]. Il re che aveva fatto
noto a tutti i suoi sudditi il desiderio di vendicarsi, si mise più
tardi in cammino, partendo da Buda il 3 di novembre del 1347 con poche
forze, ma con molti tesori, credendo miglior consiglio l'assoldare
truppe in Italia, che condurvele da così lontana parte[27].

  [26] _Gio. Villani l. XII, c. 88._

  [27] Dice il Villani, ch'egli non aveva più di mille cavalli.
  Bonfinio parla di 18 legioni, ma non ci dice di quanti uomini erano
  composte. _Rer. Hun. Dec. II, l. X, p. 262._

L'armata ungara prese la via di terra e fece il giro del golfo Adriatico
per Udine, Padova, Verona, Bologna, e per le città della Romagna. Il re
presentavasi in ogni luogo siccome l'amico dei piccoli signori di cui
doveva attraversare lo stato, e non manifestava altra mira ambiziosa,
tranne quella di vendicare il fratello, e di castigare un atroce
delitto; onde lungi d'essere trattenuto nel cammino, ingrossava l'armata
con una folla di volontarj che si assoldavano sotto le sue bandiere[28].

  [28] _Gio. Villani, l. XII, c. 106. — M. Joh de Thwrocz Chron.
  Hungar, p. III, c. 10, p. 180. — Scrip. Ung. t. I._

Parve, gli è vero, che la Chiesa si disponesse a difendere un regno pel
quale rifiutava di prendere le armi ogni principe secolare. Un legato
del papa fermò a Foligno il re d'Ungheria, ingiungendogli di rinunciare
ad ogni progetto di vendetta, dacchè il giudice deputato dalla santa
Sede aveva di già puniti tutti i veri colpevoli, dichiarandogli in pari
tempo che la sovranità di Napoli apparteneva alla chiesa; e che un
cristiano doveva ricorrere al successore di san Pietro, non alle armi
per far valere i suoi diritti sopra quel regno feudale. «Andate a dire
al vostro santo padre, rispose Luigi, che più di duecento colpevoli
rimangono ancora impuniti in quel regno che mi è dovuto per diritto
ereditario. Penso, coll'ajuto di Dio, di farvi ben tosto miglior
giustizia; e quando mi sarò posta la corona in capo, non rifiuterò alla
chiesa _l'omaggio_ ed il tributo da me dovutole. Se voi frattanto mi
scomunicate, mi appellerò a Dio della vostra sentenza; egli è più grande
del papa, e conosce la giustizia della causa[29].»

  [29] _Gio. Villani l. XII, c. 106._

Luigi continuò dopo questo il suo cammino, e giunse ne' primi giorni di
dicembre ai confini del regno. Il 20 agosto la regina Giovanna aveva
sposato Luigi di Taranto suo cugino; e con tale unione con uno degli
uccisori di suo marito, più non lasciava verun dubbio d'aver presa parte
al delitto di cui l'accusava il re d'Ungheria: i popoli medesimi
invocavano un vindice di sì grave attentato. Aquila, Sulmona e
Sanguinetto aprirono le loro porte agli Ungari; i principi del sangue
gelosi dell'innalzamento d'un loro eguale, abbandonavano Giovanna; il
duca di Durazzo disponevasi a farle guerra[30]; e Luigi di Taranto,
ch'erasi posto a Capoa per contrastare agli Ungari il passaggio del
Volturno, vedeva ogni giorno diminuirsi la sua armata[31].

  [30] _Ivi, c. 98._

  [31] _Dominici de Gravina Chron. de Rebus in Apulia. Gestis, t. XII
  p. 576._

Ma Luigi di Taranto non ebbe pure l'opportunità di sperimentare il
coraggio delle sue truppe, la di cui fedeltà gli era sospetta. Il re
d'Ungheria non tentò il passaggio del Volturno, ma presa la via del
contado d'Alife, giunse l'undici gennajo a Benevento con un'armata
composta di sei mila uomini di cavalleria pesante. L'agitazione e lo
spavento regnavano in Napoli; il gran maniscalco, Nicola degli
Acciajuoli, repubblicano fiorentino che in mezzo ad una corte corrotta
erasi conservato fedele ai principj d'una severa morale, e che adesso
sforzavasi di salvare una regina di cui aveva cercato invano di
prevenirne gli errori e le sregolatezze, non trovava alcuno tra i
cortigiani o nella nobiltà che volesse assecondarlo. La città neppure
pensava a rispingere gli Ungari, e Giovanna si risolse all'ultimo
d'abbandonare il suo regno, senza aver data una battaglia per
difenderlo. Imbarcossi il 15 gennajo a Napoli coi suoi più cari
confidenti, portando sulla propria galera il poco danaro che ancora le
restava dei tesori ammassati dal re Roberto, e fece vela alla volta
della Provenza, ove i suoi baroni dovevano farle sentire la loro
arroganza ed il loro malcontento. Luigi di Taranto e Nicola degli
Acciajuoli imbarcaronsi poco dopo per seguirla, e tutte le città del
regno si affrettarono di mandare deputati a Luigi d'Ungheria per
sottomettersi a lui[32].

  [32] _Gio. Villani l. XII, c. 110. — Gravina Chronicon de Rebus in
  Apulia Gest. p. 578._

I principi del sangue che non avevano seguita Giovanna nella sua fuga,
non sapevano ancora risolversi a porsi in mano del re d'Ungheria. Carlo,
duca di Durazzo, fu il primo a superare ogni riguardo, sdegnando i
consigli de' più timidi amici. Si presentò al re suo cugino, e gli rese
omaggio come a suo nuovo sovrano, e ne ricevette le più lusinghiere
accoglienze. Dietro i replicati suoi inviti, i suoi fratelli e cugini si
recarono alla corte del re che accordò loro il suo favore[33].

  [33] _Domin. de Gravina Chron. Apul. p. 579._

L'armata ungara era giunta ad Anversa; e Luigi, prima di lasciare quella
città, volle vedere il luogo in cui perì suo fratello. Il giorno 14 di
gennajo si avvicinò con tutti i principi del sangue alla finestra ov'era
stato strozzato lo sventurato Andrea. È probabile che tutte le
circostanze di questo delitto, così fortemente richiamate ai suoi occhi
ed alla sua memoria, destassero in lui un'improvviso furore che fu
creduto la conseguenza d'un piano di perfidia formato da qualche tempo;
egli si volse impetuosamente a Carlo di Durazzo, chiamandolo malvagio
traditore; gli rimproverò d'avere co' suoi intrighi preparata la morte
di Andrea, colla speranza di ereditarne la corona. «Conviene che tu
muoja, gli disse finalmente, ove tu lo facesti morire.» In sull'istante
un Ungaro percosse il duca di Durazzo nel petto, altri lo presero pei
capelli, lo gettarono giù dal balcone medesimo dal quale era stato
gittato Andrea, e lo fecero perire nello stesso luogo[34]. Gli altri
principi del sangue vennero imprigionati, e mandati in Schiavonia. Un
figlio di Andrea e di Giovanna, che già aveva il titolo di duca di
Calabria, da sua madre lasciato nel castello dell'Ovo, fu pure mandato
da Luigi ne' suoi stati ereditarj[35]. Dopo questo fanciullo, il duca di
Durazzo era il più prossimo erede dei due troni d'Ungheria e di Napoli;
e siccome aveva sposata Maria, sorella di Giovanna, riuniva i diritti
della famiglia di Roberto ai proprj. Alcune sue lettere, sorprese dagli
Ungari, provavano effettivamente ch'egli aveva alla corte del papa
operato contro Andrea, forse lusingandosi di soppiantarlo; ma egli non
aveva presa parte alla congiura di Luigi di Taranto, anzi era stato uno
de' primi ad impugnare le armi contro di lui; era stato chiamato presso
Luigi colle più aperte assicurazioni d'amicizia e di benevolenza; era
stato invitato alla sua mensa, e fu non pertanto la vittima di una
perfidia che sola bastava a disonorare il cavalleresco carattere
dell'ungaro monarca.

  [34] _Gio. Villani l. XII, c. 111. — Dominici de Gravina Chron.
  Apul. p. 581._

  [35] Tutti questi principi vennero rinchiusi nel castello di
  Wisgrado. _J. di Thwrocz, Chron. Hung. t. III, p. 180, c. 11._

Quest'ultimo prese ben tosto pacificamente possesso di Napoli e del
regno; e perchè non incontrava chi gli si opponesse, congedò le truppe
mercenarie che aveva assoldate, onde liberare dalla loro oppressione le
province conquistate. Tra quei soldati trovavasi lo stesso duca
Guarnieri, il quale poc'anni prima aveva formata la grande compagnia e
guastati i territorj della Toscana e della Romagna. Guarnieri prese cura
di adunare i soldati licenziati dal re, e formatone una nuova compagnia,
entrò dalla banda di Terracina negli stati del papa. Questo corpo di
masnadieri più regolarmente organizzato che non era stato il primo,
doveva più lungamente travagliare tutte le contrade d'Italia[36].

  [36] _Gio. Villani l. XII, c. 112._

Frattanto la peste aveva cominciato a manifestarsi nel regno di Napoli,
ed aveva privato il re d'Ungheria di molti suoi fedeli servitori. I
Napoletani, sempre più proclivi alla ribellione che alla difesa,
cominciavano a dar segni di malcontento; e gli Ungari desideravano di
lasciare un paese in cui erano minacciati tutti da vicina morte. Luigi
affidò il comando de' castelli di Napoli a Corrado Guilford, detto
_Lupo_, barone tedesco, cui lasciava mille duecento cavalli[37], e
nominò suo fratello, Ulrico Guilford, governatore della Puglia. A
costoro aggiunse Stefano, figliuolo di Ladislao Laczk, vaivoda di
Transilvania; indi sotto pretesto di visitare in persona le conquistate
province, passò a Barletta in maggio del 1338, dove s'imbarcò sopra un
leggier bastimento, e, attraversando la Schiavonia, si restituì in
Ungheria, prima che i Napoletani sospettassero vicina la di lui partenza
dal regno[38].

  [37] _Domin. de Gravina Chron. p. 586._ — Bonfinio chiama questo
  generale _Wolfort_; e forse il soprannome di _Lupo_ non sarà che la
  traduzione di tal nome. _Dec. II, l. X, p. 263._

  [38] _Matteo Villani, l. I, c. 13 e 14._ — Cominciamo qui a seguire
  questo storico che continuò la storia di suo fratello Giovanni, ed
  entrò in più circostanziati racconti, poichè non comprese in undici
  libri che la storia di sedici anni. Trovasi pure stampato nel _t.
  XIV della Rac. Scrip. R. It._

Mentre la peste continuava ad infierire, la regina di Napoli, che i suoi
malcontenti baroni avevano tenuta alcun tempo prigioniera in Provenza,
ebbe avviso che i Napolitani, omai stanchi del giogo degli Ungari,
sospiravano il di lei ritorno, e promettevano di riporla sul trono; ma
le sue finanze essendo affatto esauste, ed essa totalmente priva di
credito, risguardò come una singolare fortuna l'offerta fattale dal papa
di acquistare per trenta mila fiorini la sovranità d'Avignone. Clemente
VI, che non aveva voluto riconoscere Luigi di Taranto come re di Napoli,
gli accordò in questa circostanza il titolo di re di Gerusalemme[39]. I
due sposi partirono poco dopo con dieci galee genovesi, prese al loro
soldo, ed in sul finire d'agosto del 1348 giunsero a santa Maria del
Carmine, presso Napoli, ov'eransi affrettati di adunarsi per renderle
omaggio i baroni napolitani. Il duca Guarnieri colla grande compagnia
aveva preso soldo sotto le bandiere della regina, onde Giovanna rientrò
trionfante nella sua capitale, ma non però nel suo palazzo, ch'era
fortificato ed occupato dagli Ungari[40].

  [39] _Matteo Villani, l. I, c. 19._

  [40] _Dominici de Gravina Chron. p. 587._

Luigi di Taranto d'accordo col duca Guarnieri incominciò con molta
attività a ricuperare il regno di sua moglie. S'impadronì in poco tempo
delle tre fortezze che signoreggiavano Napoli, ed in appresso entrò
nella Puglia per opporsi a Corrado Guilford, che col danaro mandatogli
dall'Ungheria aveva fatto leva di numerosa armata[41]. Ma combattendo
contro questi mercenarj con truppe egualmente straniere, Luigi fu
costretto di abbandonare le province a loro discrezione, onde
acquistarsi l'amore de' soldati; perciocchè il generale più crudele era
sicuro d'essere meglio ubbidito. Guilford, che non guardava misura cogli
sventurati Pugliesi, si guadagnava facilmente le truppe del suo nemico.
Egli aveva abbandonata Foggia al saccheggio; e i Tedeschi, non contenti
di avere spogliati questi miseri abitanti d'ogni loro avere, li
sottomettevano eziandio alle più crudeli torture, onde obbligarli a
palesar nuove ricchezze[42]. Il duca Guarnieri che desiderava di
partecipare a tale saccheggio, si lasciò sorprendere da Guilford a
Corneto colla sua armata; e dopo essere stato fatto prigioniere, si
arrolò sotto le bandiere del re d'Ungheria[43]. Luigi di Taranto dopo
tale avvenimento più non potendo resistere; tutte le province del regno
furono in balìa di soldati stranieri, senza fede, senza onore, senza
misericordia.

  [41] _Ivi, p. 594._

  [42] _Dom. de Gravin. Chron. p. 595._ — Convien leggere in Gravina
  le particolarità di questo fatto che fanno raccapriccio. Il racconto
  di questo storico non abbraccia che quattro o cinque anni, ma egli
  parla di cose vedute coi proprj occhi, ed alle quali egli medesimo
  dovette prendere parte.

  [43] La sorpresa di Guarnieri viene attribuita da Matteo Villani a
  tradimento, _l. I, c. 33-40_; da Gravina alla sua imprudenza,
  _Chron. Apul. p. 599_.

L'armata de' mercenarj, dopo avere per molti mesi guastate le province
ed esaurite tutte le loro ricchezze, diedero orecchio ad un legato del
papa, che si presentò ai suoi capitani a nome della regina e della città
di Napoli, che loro proponeva un'enorme contribuzione per prezzo di
alcuni mesi di tregua. I mercenarj riunironsi allora in Aversa, per
dividere tra di loro le prede riposte in questa città. Essi avevano
obbligati con lunghi tormenti i prigionieri a dar loro in mano tutto
quanto possedevano, e tutto quanto potevano ottenere dalla compassione
dei loro parenti ed amici. Avevano levate enormi contribuzioni su tutte
le città salvate dal saccheggio; ed oltre tutto ciò che avevano
consumato durante la guerra, oltre i cavalli, le armi e le gioje che si
erano appropriati, dividevano la somma di cinquecento mila fiorini. Dopo
ciò il duca Guarnieri col conte Lando e Gianni d'Ornich presero la
strada dell'Italia settentrionale. Ma Corrado Guilford rimase nella
Puglia ai servigi del re d'Ungheria, con un altro avventuriere, il Frate
di Monreale, cavaliere di Gerusalemme, che il suo valore e la sua
crudeltà resero ben tosto egualmente celebre che Corrado[44].

  [44] _Dominici de Gravina Chron de Reb, in Apul. Gest. c. 9, p. 679.
  — Matteo Villani, l. I, c. 50._

Nel Nord dell'Italia le repubbliche toscane ed i tiranni di Lombardia si
rimasero alcun tempo in uno sforzato riposo dopo la cessazione della
peste, che non durava più di cinque mesi in ogni paese. Occupati nel
riparare i sofferti danni e nel rinvigorire il governo, non andavano in
traccia di nuove esterne contese, trovandosi tuttavia incapaci di
sostenere le antiche. La totale estinzione di un prodigioso numero di
famiglie aveva dato luogo ad infinite procedure per conseguire la
giacente eredità; la mortalità ancora più grande tra i poveri che tra i
ricchi, aveva privato di braccia l'agricoltura, i mestieri e le
fabbriche. I salarj erano stati portati ad altissimo prezzo, e gli
operaj si abbandonavano ai piaceri della mensa ed alla mollezza, onde
facevano assai meno lavoro che non avrebbero potuto fare. A Firenze la
signoria, volendo ridurre il popolo alla sobrietà, accrebbe le gabelle
delle vittovaglie; ma gli operai viveano in tale agiatezza, che appena
si lagnarono delle più onerose imposte[45]. Frattanto coloro che dal
passato flagello della peste erano stati tocchi da sentimenti religiosi,
preparavansi ad approfittare dell'indulgenza plenaria accordata da papa
Clemente VI per l'anno 1350, come per un giubileo centenario.
Nell'incominciare di quest'anno i fedeli pieni di fervore e di umiltà si
posero in cammino da ogni parte dell'Europa, pazientemente sopportando
l'inclemenza d'una stagione che fu assai rigorosa, i ghiacci, le nevi e
le dirotte piogge che avevano affatto guaste quasi tutte le strade.
Siccome i pellegrini riempivano tutti gli alberghi e tutte le case poste
lungo le strade, alcuni, ed in particolare gli Ungari ed i Tedeschi, si
accampavano in grosse bande presso le strade; ed accendendo grandissimi
fuochi si strignevano gli uni contro gli altri per resistere al freddo.
Questi religiosi viaggiatori davano l'esempio della carità cristiana.
Mai non si videro corrucciarsi tra di loro, nè querelarsi degl'incomodi
che sostenevano. Negli alberghi l'oste non bastava a disporre i conti di
tutti i viaggiatori; pure questi mai non partivano senza lasciare sulla
tavola il danaro dovuto pei cibi che avevano ricevuti. I piccoli
principi, le città, ed i privati cittadini si presero cura della
sicurezza di viaggiatori tanto straordinarj, e mantennero l'ordine sulle
più frequentate strade, di modo che il viaggio di Roma si fece da
parecchi milioni di cristiani, senza che accadessero gravissimi
disordini[46].

  [45] _Matteo Villani, l. I, c. 57._ — La Cronaca di Siena così parla
  dell'abbondanza dopo la peste, e dello sregolamento del popolo, _t.
  XV, p. 124_.

  [46] _Matteo Villani, l. I, c. 56._



CAPITOLO XXXIX.

      _Clemente VI prende a sottomettere la Romagna. — I Pepoli
      vendono Bologna ai Visconti. — Invasione della Toscana per parte
      dell'arcivescovo di Milano, la di cui armata viene respinta. —
      Pace tra il re d'Ungheria e la regina Giovanna di Napoli._

1350 = 1351.


La chiesa romana, pubblicando un giubileo alla metà del quattordicesimo
secolo, appoggiava questo ravvicinamento di una festa centenaria
all'ingiustizia che praticavasi verso le generazioni, cui non era
accordato questo mezzo di ottenere un'indulgenza plenaria; ella voleva
che una tanto singolare grazia fosse una volta in vita offerta ad ogni
uomo. Ma più interessati segreti motivi avevano dato luogo a questa
decisione. L'affluenza de' pellegrini a Roma vi recava immense
ricchezze; ognun di loro faceva un'offerta ad ogni chiesa, ed il papa
divideva tali offerte, come divideva altresì per via delle imposte gli
utili che i Romani ritraevano dall'alloggio di tanti forastieri. Nello
stesso anno la corte d'Avignone volle far servire alle ambiziose sue
viste il tesoro raccolto colla pubblicazione del giubileo.

Lo stato della chiesa che per anco non era stato assoggettato
all'immediata ubbidienza dei papi, sebbene gl'imperatori ne avessero
loro abbandonata la sovranità, era di que' tempi diviso tra molti
piccoli tiranni che comandavano ad una o due città. Ma queste città
erano delle più piccole d'Italia; il coraggio de' loro abitanti erasi
spento nella servitù, ed i signori non potevano, per la loro difesa, far
capitale nè sul numero, nè sulle ricchezze, nè sull'energia de'
cittadini. Credette Clemente VI di approfittare della circostanza in cui
la peste aveva ridotti que' popoli all'ultimo grado di debolezza, per
far riconoscere la sua sovranità a tutti que' piccoli principi: commise
perciò ad Ettore di Durafort, suo parente, ch'egli aveva creato conte
della Romagna, di ricondurre colla forza o coll'astuzia tutte le città
del suo feudo sotto l'autorità della chiesa; affidava perciò al suo
arbitrio una ragguardevole somma di danaro e quattrocento cavalieri
provenzali, che, uniti alle truppe sussidiarie de' signori di Lombardia,
formavano un'armata di mille ottocento cavalli[47].

  [47] _Matteo Villani, l. I, c. 58._

Le segrete istruzioni date ad Ettore di Durafort volevano che spogliasse
tutti i tiranni della Romagna; ma l'apparente motivo dell'armamento era
quello d'attaccare e punire Giovanni dei Manfredi, signore di Faenza,
che per una privata offesa erasi staccato dal partito de' Guelfi e della
chiesa[48]. Durafort fece chieder truppe ausiliarie alla famiglia guelfa
degli Alidosi che governava Imola, ed ai signori di Bologna, Giovanni e
Giacomo de' Pepoli, figli di Taddeo, morto due anni prima. Dall'altro
canto Francesco degli Ordelaffi, signore di Forlì, Malatesta dei
Malatesti, signore di Rimini, e Bernardino da Polenta, signore di
Ravenna e di Cervia, prevedendo la burrasca che li minacciava, si
unirono al signore di Faenza, e presero al loro soldo il duca Guarnieri,
cui di tutta la sua grande compagnia più non rimanevano che cinquecento
cavalli, essendosi gli altri dispersi per consumare negli stravizj le
ricchezze acquistate nella campagna di Napoli[49].

  [48] _Cronaca di Bologna, t. XVIII, p. 415. — Matteo Villani, l. I,
  c. 53._

  [49] _Chron. Esten, t. XV, p. 456._

Il conte di Romagna attaccò, il 13 maggio del 1350, il ponte di san
Procolo, che gli apriva lo stato di Faenza, e lo prese a viva forza; ma
in seguito consumò quasi due mesi nell'assedio del castello di
Salernolo, mentre avrebbe potuto forse in più breve tempo occupare la
stessa città di Faenza[50]. I suoi alleati inquieti sullo scopo delle
conquiste che meditava, cercavano di ritardarle con inutili
negoziazioni; ma il conte era più proprio ai tradimenti che alla guerra.
In mezzo ai Romagnuoli, la di cui perfidia era in Italia passata in
proverbio, un cortigiano del papa avignognese aveva l'avvantaggio
dell'arte della dissimulazione. Il conte mostrava di avere nei Pepoli
intera confidenza, mentre trattava coi cittadini di Bologna di far
assassinare questi due signori; e quando furono scoperte le sue
trame[51], seppe così ben dissipare i sospetti dei due fratelli, che
giunse ad indurre l'uno di loro a venire nel suo campo per farsi
mediatore d'un trattato col signore di Faenza.

  [50] _Matteo Villani, l. I, c. 58._

  [51] _Chr. Est. t. XV, p. 457. — Chron. di Bologna, p. 417._

Giovanni dei Pepoli teneva nell'armata della chiesa duecento cavalli,
che aveva somministrati al conte; ed aveva avuta cura di mantenere colla
maggior parte degli ufficiali della stessa armata relazioni di amicizia
e di ospitalità: or quando giunse il 6 di luglio al campo, accompagnato
dai principali cittadini di Bologna, e da una guardia di trecento
cavalli, poteva credersi nel proprio campo, circondato dai suoi
partigiani e da' suoi soldati; ma il conte che lo accoglieva colle
dimostrazioni del più tenero affetto e della più illimitata confidenza,
aveva ordinato al suo maresciallo di far armare i capitani che gli erano
più ben affetti, e di promettere a tutta l'armata doppia paga, e mese
compiuto[52], a condizione che non si opponesse alla sorpresa che
meditava di fare.

  [52] Erano le ricompense promesse ai soldati dopo le più grandi
  vittorie. Il soldo contavasi per mese e non per giorni, ed il mese
  cominciato era pagato come compiuto.

Pepoli era stato servito di rinfreschi nella tenda del generale; i
gentiluomini bolognesi ed i cavalieri venuti dalla città erano stati
invitati dagli ufficiali e dai soldati dell'armata a sedersi a mense
ch'erano state imbandite per loro in diversi luoghi del campo; e
frattanto il signore di Bologna era rimasto pressocchè solo col conte di
Romagna, aspettando con impazienza l'arrivo degli ufficiali generali
chiamati ad un consiglio di guerra. Finalmente il maresciallo
dell'armata si presentò al padiglione del conte; e nello stesso istante
i soldati che gli stavano intorno, assalirono Giovanni dei Pepoli, lo
presero e rovesciarono in terra. Poichè l'ebbero incatenato lo
trasportarono ad Imola, e lo chiusero nella fortezza, senza che questo
sventurato signore potesse chiamare le proprie guardie in suo soccorso.
Un suo paggio avendo alzata la voce per compiangerlo, venne subito
ucciso ai di lui piedi[53].

  [53] _Matteo Villani, l. I, c. 61. — Cron. di Bologna, t. XVIII, p.
  418._

Mastino della Scala che aveva convenuto con Durafort una segreta
alleanza, fece muovere le sue truppe verso Bologna tosto che seppe
arrestato Giovanni de' Pepoli. Dal canto suo il conte di Romagna lasciò
la guerra che faceva ai suoi nemici, per condurre l'armata contro i suoi
alleati, e prodigando le ricompense militari per tradimenti e per
conquiste senza gloria, promise un'altra volta ai suoi soldati doppia
paga e mese intero, per la presa del castello di san Pietro, che i
Bolognesi non prendevansi cura di difendere[54].

  [54] _Matteo Villani, l. I, c. 62._

Giacomo de' Pepoli ch'era rimasto in Bologna, fu colpito come da un
colpo di fulmine alla novella dell'arresto del fratello, della
diserzione di cinquecento cavalieri rimasti nell'armata del conte, e
della guerra che gli facevano quegli alleati ch'egli aveva soccorsi.
Scrisse in ogni luogo lagnandosi di così solenne tradimento, e chiedendo
assistenza. Malatesta di Rimini ed Ugolino Gonzaga di Mantova recaronsi
in fatti a Bologna, e gli offrirono la loro alleanza[55]. Ma al Pepoli
stava assai più a cuore d'attaccare alla sua causa i Fiorentini ed il
signore di Milano, le due prime potenze dell'Italia.

  [55] _Chron. Esten. t. XV, p. 459._

La repubblica fiorentina non aveva verun motivo di lodarsi dei Pepoli,
che avevano mancato a tutti gl'impegni contratti colla repubblica dei
Bolognesi. Perciò la signoria rispose agli ambasciatori di Giacomo dei
Pepoli, che il suo onore ed i suoi principi non le consentivano di
prendere le armi contro la chiesa in favore d'un usurpatore, e che tutto
quanto poteva fare per lui e per suo fratello, era d'interporre i suoi
buoni ufficj per riconciliarlo col conte di Romagna: ma in pari tempo
aggiugneva che se si fosse trattato di difendere gli antichi suoi
alleati, i cittadini della repubblica di Bologna, non avrebbe
risparmiati nè il sangue nè i tesori fiorentini per tutelare la loro
libertà. Questa dichiarazione fatta agli ambasciatori in pubblica
udienza, fu ben tosto portata a Bologna; ed il propizio istante era
finalmente giunto di scuotere un odiato giogo. «Ma, dice Matteo Villani,
i Bolognesi di già avviliti da servili abitudini, più degni non erano
della libertà; i loro peccati glie l'avevano fatta perdere; la loro
povertà di spirito impedì loro di ricuperarla[56].»

  [56] _Matteo Villani, l. I, c. 63. — Cronica di Bologna, t. XV, p.
  419._

La famiglia Bentivoglio si prese estrema cura di calmare l'effervescenza
eccitata nel popolo dal rapporto degli ambasciatori; i suoi capi
rappresentarono vivamente i pericoli d'una ribellione, il sovvertimento
delle fortune, le violenze de' soldati, il timore di straniera
invasione. Ma la sommissione de' Bolognesi non risparmiò loro veruna
delle calamità rappresentate come conseguenze d'uno sforzo generoso per
rompere il giogo de' loro tiranni. Giacomo de' Pepoli aveva preso al suo
soldo il duca Guarnieri con cinquecento cavalli, ed il duca di Milano
gliene aveva mandati altri cinquecento. Guarnieri chiese che fosse
lasciata alla sua truppa tutta intera una strada della città, ed
alloggiò i soldati in quelle case facendoli padroni di tutto, come se la
città fosse stata presa d'assalto, e lasciata a sua discrezione. D'altra
parte l'armata del conte della Romagna guastava le campagne fino alle
porte; di modo che i Bolognesi erano ugualmente spogliati dai loro
proprj soldati, e dai loro nemici.

Doveva prevedersi che Bologna non sarebbesi lungo tempo mantenuta in
così cattivo stato; quando nuove speranze furono improvvisamente
risvegliate in un modo affatto impensato. Ettore di Durafort aveva due
volte promesso alla sua armata doppie paghe e militari ricompense; ma
lungi dal poter attenere le sue promesse, trovavasi debitore di alcuni
mesi del soldo corrente, e non aveva danaro per pagarlo. Una rivoluzione
che scoppiò nel campo, con minaccia di custodirlo come ostaggio, abbassò
ben tosto la sua ambizione ed il suo orgoglio, obbligandolo a porre in
libertà Giovanni dei Pepoli, per soddisfare colla di lui taglia
all'avidità delle proprie truppe[57]. Questo contrattempo lo dispose a
proporre condizioni di accomodamento; ed i Fiorentini, per farle
accettare, s'affrettarono di spedire una solenne deputazione a Bologna.
Essi chiedevano che questa città tornasse sotto la protezione della
Chiesa; che fosse rimessa in libertà e governata dal popolo come lo era
anticamente; che pagasse a san Pietro il consueto tributo, e che in
segno di sommissione ricevesse entro le sue mura il conte di Romagna con
un ristretto seguito, che i tiranni rinunciassero ad ogni governativa
incumbenza, e che la riforma dell'amministrazione si eseguisse sotto la
direzione de' commissarj fiorentini. Il conte ed i Pepoli, egualmente
smontati dalle loro pretese, mostravano di aderire a tale accomodamento;
ma quando si consigliarono coi signori di Lombardia loro alleati,
Mastino della Scala, che sperava di occupare egli stesso Bologna,
sconfortò il conte da questo trattato; ed il Visconti anch'esso, per
motivi personali, vi fece rinunciare i Pepoli[58].

  [57] Pepoli promise 80,000 fiorini per la sua liberazione, e ne
  sborsò 20,000, dando pel resto statici tre suoi figliuoli. _Cron.
  Misc. di Bol. p. 419. — Ghirar. Stor. di Bologna, l. XXII, p. 198._

  [58] _Matteo Villani l. I, c. 67._

I signori di Bologna avevano fatta scelta de' cittadini più distinti pel
loro patriottismo, di coloro che per talenti, per ricchezze e nascita
erano quasi capi naturali del popolo; e gli avevano spediti a Firenze
per trattare di concerto con questa repubblica intorno al modo di
ristabilire la libertà bolognese. Riccardo Salicetti, capo di
quest'illustre deputazione, diresse alla signoria fiorentina in presenza
del popolo adunato le più vive espressioni di gratitudine, per la
liberazione della sua patria; le applicò queste parole del suo testo:
_Ad Dominum cum tribularer clamavi_, e promise a nome dei Bolognesi
un'eterna riconoscenza per il maggiore de' beneficj. Ma all'indomani di
quest'udienza, seppesi a Firenze che la deputazione bolognese altro non
era che uno stratagemma dei Pepoli per allontanare dalla loro città i
più temuti cittadini; e che, durante l'assenza loro, Bologna era stata
venduta al Visconti, e di già venuta in suo potere[59].

  [59] _Matteo Villani, l. I, c. 67._

Dal 1339 in avanti, Luchino Visconti signoreggiò Milano e quasi tutta la
Lombardia. Grandi talenti militari, una perfida politica, una
impenetrabile dissimulazione, una feroce gelosia della propria autorità,
una diffidenza, cui sagrificò i suoi più stretti parenti, sembrano i
principali tratti del suo carattere. Si lodò molto il suo amore per la
giustizia, o piuttosto la vigilanza con cui mantenne la polizia ne' suoi
stati, e la severità con cui castigò i malfattori: ma sotto lo stesso
nome non dovrebbe confondersi l'amore d'un uomo probo e giusto per le
regole immutabili della giustizia, e l'inflessibilità d'un despota
geloso della propria autorità, che conserva o vendica l'ordine da lui
stabilito. Luchino amava la lode, onde cercava l'amicizia del Petrarca,
che gli uomini potenti ottenevano senza difficoltà lusingando l'amor
proprio del poeta. In fatti Petrarca diresse una pomposa lettera a
Luchino per celebrare la sua virtù e la sua gloria[60]; ma poco dopo
aver ricevuta questa scrittura, morì il 28 gennajo del 1349, avvelenato
dalla consorte Isabella del Fiesco, prevenuta opportunamente che suo
marito in un trasporto di gelosia la condannava alla morte.

  [60] _Franc. Petrarcae Familiares l. VII, epist. 15 — De Sade Memor.
  t. II, l. III, p. 428._

Giovanni Visconti arcivescovo di Milano, succeduto al fratello Luchino,
si trovò signore di sedici delle più potenti città di Lombardia[61].
Giovanni fu quello che prese a trattare con il Pepoli l'acquisto di
Bologna, promettendo ai due fratelli duecento mila fiorini, loro inoltre
lasciando la proprietà dei tre castelli di san Giovanni, Nonantola e
Crevalcuore[62]. A questo prezzo i Pepoli che riconoscevano la loro
grandezza dalla confidenza de' Guelfi loro concittadini, vendettero la
comune patria ad uno straniero tiranno, ad un Ghibellino, i di cui
antenati erano sempre stati nemici dei loro. Il disprezzo di tutta
l'Italia punì i Pepoli di così vergognoso contratto[63]. In Bologna
eccitò la più violenta indignazione, gridandosi rabbiosamente in tutte
le strade, _noi non vogliamo essere venduti_[64]. Ma i cittadini
scoraggiati, e privi dei loro capi, non ardirono ricorrere alle armi, nè
invocare l'ajuto de' Fiorentini che dividevano il loro risentimento; ed
uno dei nipoti dell'arcivescovo fu ricevuto senz'ostacolo entro la città
con mille cinquecento cavalli[65].

  [61] Milano, Lodi, Piacenza, Borgo san Donnino, Parma, Crema,
  Brescia, Bergamo, Novara, Como, Vercelli, Alba, Alessandria,
  Tortona, Pontremoli ed Asti.

  [62] Questo contratto viene riferito dal Ghirardacci sotto il 6
  ottobre del 1350. _Stor. di Bolog. l XXII, t. II, p. 199._

  [63] _Matteo Villani, l. I, c. 68_.

  [64] _Petri Azari Novariensis Chron. t. XVI, p. 326. — Cronica di
  Bologna t. XVIII, p. 420._

  [65] _Petri Azarj Chronicon, t. XVI, c. 11, p. 325. — Chron. Esten.
  p. 462. — Cherubino Ghirardacci, Storia di Bologna, l. XXII, t. II,
  p. 204._

Il duca Guarnieri, personale nemico dei Visconti, passò nel campo del
conte di Romagna con i suoi soldati lo stesso giorno in cui le truppe
milanesi entrarono in Bologna: in pari tempo le truppe ausiliarie di
Mastino della Scala giunsero a rinforzare l'armata della chiesa, sicchè
trovossi tutt'ad un tratto più numerosa e più formidabile assai che
prima non era stata. Ma la corte d'Avignone faceva colla sua avarizia
andare a vuoto tutti i progetti de' suoi generali. Dopo avere cominciata
la guerra con vigore, e promessi considerabili sussidj ai suoi alleati,
mancava senza rossore alle promesse; ricusava di somministrare il danaro
quand'era più necessario, ed abbandonava le proprie creature, perchè
tutte le entrate venivano prese da altri favoriti. Al conte di Romagna
non si mandò il danaro per pagare le truppe. Invano questi rappresentava
al papa suo cugino il grave affronto cui rimaneva esposto il nome della
chiesa, ed i pericoli che soprastavano a tutto il suo patrimonio.
Durafort non potè ottenere da Avignone verun sussidio, e fu alla fine
costretto a permettere che i suoi soldati trattassero col suo nemico.
Barnabò Visconti, che comandava in Bologna, pagò col danaro destinato ai
Pepoli il soldo delle truppe che lo assediavano, prese mille cinquecento
cavalieri della chiesa al suo servizio, obbligò gli altri ad
allontanarsi, ricuperò tutti i castelli occupati dall'armata del conte,
e lasciò che questi tornasse coperto di vergogna ad Imola[66].

  [66] _Matteo Villani, l. I, c. 70, p. 69. — Chron. Esten. t. XV, p.
  463. — Chronica Miscella di Bologna p. 422._

Questa rotta risvegliò per alcuni istanti la collera e l'orgoglio della
corte d'Avignone. Clemente VI fece ricominciare contro i Visconti la
procedura intrapresa da Giovanni XXII per titolo di scisma e di eresia;
citò l'arcivescovo ed i suoi tre nipoti[67] a comparire l'otto aprile
del 1351 innanzi al concistoro dei cardinali, onde giustificarsi della
loro ribellione contro la chiesa; e mandò in Italia, col titolo di
legato, il vescovo di Ferrara, per formare una lega contro i signori di
Milano[68].

  [67] Galeazzo, Barnabò e Matteo erano figliuoli di Stefano, fratello
  dell'arcivescovo, ed il quinto de' figli del magno Matteo Visconti.

  [68] _Matteo Villani, l. I, c. 76._

Il legato si presentò prima all'arcivescovo Visconti, e gl'intimò di
restituire Bologna alla chiesa, e di scegliere in seguito tra la
condizione di prete o di principe, tra la potenza spirituale o la
temporale. Il Visconti chiese al legato di ripetergli lo stesso ordine
la susseguente domenica nella chiesa cattedrale, poichè non era che in
presenza del popolo e del clero, che un arcivescovo ed un principe
poteva rispondere a tale ambasciata. Nel giorno indicato, poichè il
Visconti ebbe solennemente celebrata la messa, il legato pontificio
espose avanti a tutto il popolo l'ambasciata di cui era incaricato:
allora l'arcivescovo prendendo con una mano la croce, e coll'altra
sguainando una spada: _Ecco_, disse, _le mie armi spirituali e
temporali; colle une io difenderò le altre_[69].

  [69] _Corio, Istorie milanesi p. III, p. 224. — Ghirardacci, Storia
  di Bologna l. XXIII, t. II, p. 210._ — Giovanni Visconti si fece
  dipingere nella cappella dell'arcivescovado da lui fabbricata colla
  croce in una mano e colla spada nell'altra. Il ritratto trovasi
  inciso in Grevio, _t. III. p. 306_.

Per altro l'arcivescovo promise in seguito d'ubbidire alla citazione del
papa, e di presentarsi personalmente in Avignone; volendo atterrire la
corte pontificia con una singolare ostentazione. Uno de' suoi segretarj,
recatosi in Avignone per preparare gli alloggi, prese in affitto tutte
le case che trovò vuote in Avignone e nel circondario di più leghe; in
pari tempo fece grandiosi approvvigionamenti di vittovaglie e di arredi
per il padrone e pel suo seguito. Il papa, avvisato di tanti movimenti,
fece domandare al segretario quanta gente pensasse di condurre
l'arcivescovo. Questi rispose di avere ordine di disporre i quartieri ed
i viveri per dodici mila cavalli e sei mila pedoni, senza contare i
gentiluomini milanesi che dovevano seguire il loro arcivescovo;
soggiugnendo che aveva in tali apparecchi di già spesi quaranta mila
fiorini. Il papa atterrito da così fatta visita, fece pregare il
Visconti a non esporsi a così disagiato viaggio; e gli spedì deputati
per trattare d'accordo, avendogli in fine data l'investitura di Bologna,
oggetto principalissimo della contesa, per cento mila fiorini[70].

  [70] _Corio, Istorie Milanesi, p. III, p. 224._

Il vescovo di Ferrara, di conformità alle ricevute commissioni, aveva
cercato di eccitare nemici e formare una lega contro i Visconti; ma i
signori di Lombardia, che tutto avevano a temere dall'ambizione
dell'arcivescovo, non avevano forza da resistergli. Giacomo da Carrara
il vecchio era stato assassinato da un bastardo della propria famiglia,
onde la signoria di Padova era stata data a gioventù inesperta[71].
Mastino della Scala morì improvvisamente il 3 giugno del 1351 in età di
42 anni, nell'anno vigesimo terzo del suo regno. Gli succedettero i suoi
tre figliuoli Can grande II, Can signore, e Paolo Alboino, niuno de'
quali aveva i talenti del padre; ed Alberto suo fratello non volle avere
alcuna parte al governo[72]. Le repubbliche di Firenze, Siena e Perugia
avevano, ad insinuazione del legato, spediti dei deputati ad Arezzo, per
concertarsi coi signori di Verona e di Ferrara intorno ai mezzi di
mantenere l'equilibrio d'Italia; ma Siena e Perugia, trovandosi in tanta
distanza da Milano, non si credevano esposte a verun pericolo, onde
ricusavano di fare sagrificj per la causa comune; e la subita morte di
Mastino fece abbandonare da tutti i deputati una dieta che non sapeva
prendere alcun partito. Can grande, che aveva sposata una nipote
dell'arcivescovo di Milano, approfittando di quest'occasione, strinse
con lui nuova alleanza[73].

  [71] _Cortusior. Hist. l. X, c. 4 e 5, p. 933._

  [72] _Chron. Esten. l. XV, p. 464. — Chronicon. Veron, l. VIII, p.
  653._

  [73] _Matteo Villani l. I, c. 76._

E per tal modo la repubblica di Firenze fu la sola che mostrasse
abbastanza coraggio per volersi opporre ai progressi della casa
Visconti. La diserzione di tutte le altre potenze lasciavanla esposta in
prima linea agli attacchi di così pericoloso vicino. Tutti i tiranni di
Romagna, tutti i gentiluomini ghibellini della Toscana si associavano al
signore di Milano, la di cui armata spedita per fare l'assedio d'Imola,
minacciava nello stesso tempo i confini della repubblica fiorentina, la
quale non poteva fidarsi ai trattati di pace che aveva convenuti con
quel tiranno[74].

  [74] _Lo stesso, c. 77. — Cronica di Bologna t. XVIII, p. 423._

Conveniva per lo meno provvedere che le città toscane, che si
governavano a comune sotto la protezione della repubblica, non aprissero
ai Milanesi i passi delle montagne. Prato e Pistoja, città situate nel
piano medesimo di Firenze, stendevano la loro giurisdizione alle
montagne che dividono la Toscana dal Bolognese, ed il governo di queste
due città, che potevano diventare pericolose piazze d'armi in potere dei
nemici, non ispiravano troppa sicurezza al partito guelfo. A Prato la
famiglia de' Guazzalotti, resa potente dal favore dei Fiorentini, godeva
di un quasi tirannico potere. Gli antichi capi di questa famiglia erano
stati rimpiazzati, quando morirono, da gioventù invanita della propria
importanza in quella piccola città; affettava modi principeschi, e
disprezzo pei Fiorentini suoi antichi protettori. L'audacia sua giunse
tant'oltre di condannare a morte due innocenti cittadini, sospetti di
congiura, e di farne eseguire la sentenza malgrado le calde preghiere
della signoria fiorentina. Questa fece allora avanzare le sue milizie
fino alle porte di Prato, e prese in sua custodia la città; trattando in
pari tempo colla regina Giovanna, la quale aveva ereditato dal duca di
Calabria dei diritti sulla città di Prato, e facendo l'acquisto di tali
diritti alla sovranità di Prato per 17,500 fiorini, unì difinitivamente
quel piccolo stato al territorio fiorentino[75].

  [75] _Matteo Villani, l. I, c. 71, 72, 73. — Jannoti. Manetti Hist.
  Pistor. l. III, t. XIX, p. 1061._

I priori di Firenze avevano pure pensato di sorprendere Pistoja, e senza
averne ricevuta l'autorità dal popolo o dai consigli della repubblica,
avevano fatta tentare la scalata la notte del 26 marzo 1351. Ma i
Pistojesi, sdegnati per questo tradimento, avevano vigorosamente
rispinti gli assalitori; e mostravansi disposti di abbandonare il
partito guelfo e le antiche loro alleanze per vendicarsi di una ingiusta
aggressione. Dall'altro canto i Fiorentini, sebbene altamente
biasimassero la condotta de' loro priori, vedevansi costretti a cingere
d'assedio una città che sapevano vicina a darsi in mano dei Visconti.
Per altro le loro milizie astenevansi dal recare danno ad antichi
alleati, che attaccavano loro malgrado, ed i priori chiedevano
caldamente che si entrasse in negoziazioni, onde colla mediazione di
alcuni gentiluomini guelfi ottennero di stabilire un trattato fra le due
repubbliche. La libertà della più debole fu mantenuta nella sua
integrità; ma i Fiorentini ottennero di mettere guarnigione nella
fortezza di Pistoja e nelle altre due fortezze di Serravalle e della
Sambuca[76]. Alcune delle porte della Toscana parvero in tal modo chiuse
al tiranno della Lombardia; ma altrove, rivoluzioni eccitate da' suoi
maneggi in vicinanza di questa provincia gli aprivano nuove strade.
Ovunque un usurpatore occupava il governo, il Visconti acquistava un
alleato, e la repubblica un nemico. Ad Orvieto Benedetto Monaldeschi,
che voleva appropriarsi il supremo potere, si assicurò preventivamente
l'assistenza dell'arcivescovo di Milano; adunò in propria casa i suoi
satelliti, e loro distribuì le armi; fece loro conoscere il segno dietro
il quale dovevano recarsi in piazza, indi portossi in consiglio per
abboccarsi con due de' suoi parenti, i Monaldi ed i Monaldeschi, che
conosceva troppo incorrotti, per isperare che acconsentissero alla sua
usurpazione. Quando fu terminato il consiglio li chiamò da banda, e,
conducendoli innanzi alla propria casa, li fece assassinare sotto i suoi
occhi. Era questo il segno che aspettavano gli sgherri adunati presso di
lui; si affollarono subito in piazza, presero d'assalto il palazzo del
governo, saccheggiarono le case ed i magazzini de' mercanti, uccisero
coloro che facevano resistenza, e proclamarono Benedetto di Bonconte
Monaldeschi signore d'Orvieto. Dopo pochi giorni si rese pubblica
l'alleanza di questo nuovo signore coll'arcivescovo Visconti[77].

  [76] _Matteo Villani, l. I, c. 95, 96, 97. — Cronaca di Bologna, t.
  XVIII, p. 426. — Chron. Est. p. 464._ L'accordo fu fatto il 14
  aprile del 1351.

  [77] _Cron. d'Orvieto t. XV, p. 657. — Matteo Villani, l. I, c. 80,
  p. 78._

Quasi nello stesso tempo Giovanni Cantuccio dei Gabrielli usurpò la
signoria di Gubbio sua patria, mentre gran parte de' suoi concittadini
trovavansi al governo, come podestà, di altre città d'Italia; perciocchè
tutti i gentiluomini di Gubbio seguivano la carriera della giudicatura,
e verun'altra città somministrò tanti rettori alle repubbliche italiane.
Un'armata di emigrati giunse in breve ad attaccare il nuovo tiranno,
formando di concerto coi Perugini l'assedio di Gubbio; ma Giovanni de'
Gabrielli, sebbene originario guelfo, chiamò in suo ajuto i Ghibellini;
le truppe dell'arcivescovo Visconti vennero a difenderlo, obbligando gli
assedianti a dar luogo[78].

  [78] _Matteo Villani, l. I, c. 81 e 82._

Gli Ubaldini, gli Ubertini, i Tarlati ed i Pazzi erano intervenuti ad
una dieta tenuta dai Ghibellini in Milano nel mese di luglio; e si erano
veduti in quest'adunanza gli ambasciatori dei Pisani, i Castracani di
Lucca, i conti di Santafiora e di Spadalunga delle montagne di Siena, ed
i deputati dei signori di Forlì, di Rimini e di Urbino. Ogni cosa faceva
credere la burrasca vicina a piombare sulla repubblica fiorentina; ma
perchè l'arcivescovo di Milano l'andava ogni giorno assicurando del suo
vivo desiderio di conservare la pace e la buona intelligenza, i priori
di Firenze non aprivano gli occhi sui pericoli ond'erano minacciati, nè
pensavano a porsi in istato di difesa[79].

  [79] _Matteo Villani, l. I, c. 77, l. II, c. 2._

Erasi scoperta in Bologna una pretesa congiura contro l'arcivescovo di
Milano, il quale aveva fatto punire colle verghe uno de' Pepoli, e
condannare co' suoi figliuoli a perpetua prigionia, onde ritogliergli il
danaro che gli aveva dato per acquistare la sua sovranità[80]. Mentre i
Fiorentini occupavansi di questo fatto, si seppe improvvisamente che un
emigrato Pistojese aveva sorpreso il castello della Sambucca che
signoreggiava il passaggio degli Appennini, nel mentre che Giovanni
d'Oleggio, generale del signore di Milano, trovavasi soltanto quattro
miglia lontano da Pistoja con un corpo dell'armata che poc'anzi formava
l'assedio d'Imola[81].

  [80] _Chron. Esten. t. XV, p. 465. — Matteo Villani, l. II, c. 3. —
  Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 423._

  [81] _Matteo Villani, l. II, c. 4. — Petri Azarii Chron. c. 11, p.
  327. — Cron di Bologna, p. 424._

Fortunatamente Giovanni d'Oleggio si trattenne due giorni alle falde
dell'Appennino per aspettare il rimanente delle truppe; onde cinquecento
cavalli e seicento fanti di Firenze ebbero tempo di gettarsi in Pistoja
il 28 luglio, prima che la città fosse cinta d'assedio, riparando in tal
modo col loro zelo la negligenza de' magistrati[82]. Ma la congiura
formata contro Firenze nella dieta dei Ghibellini a Milano scoppiò in
ogni parte. Le truppe adunate nelle diverse piazze della Lombardia
marciavano tutte alla volta della Toscana; i signori di Venezia e della
Romagna somministravano i convenuti sussidj di truppe all'armata
milanese; gli Ubaldini armavano tutti i loro vassalli degli Appennini;
ed alla testa de' medesimi bruciarono Firenzuola, le di cui mura non
erano ancora state rifatte, ed occuparono Montecoloreto[83]. Pietro
Saccone dei Tarlati, il più formidabile partigiano che avesse prodotto
l'Italia, guastava cogli Ubertini e coi Pazzi tutte le vicinanze di
Bibiena[84]. Temevasi in Firenze che anche i Pisani non si unissero a
tanti nemici, imperciocchè sapevasi che, come gli altri Ghibellini,
avevano ancor essi mandati i loro deputati alla dieta di Milano; ma il
timore di cooperare all'ingrandimento di un tiranno prevalse nel
consiglio di Pisa al furore dello spirito di partito, e la repubblica
ricusò di prendere le armi contro un popolo, bensì rivale, ma che solo
sosteneva in Italia la causa della libertà[85].

  [82] _Matteo Villani, c. 5._

  [83] _Matteo Villani, l. II. c. 6_.

  [84] _Ivi, c. 7_.

  [85] _Ivi, l. I, c. 4_.

I Fiorentini spedirono deputati a Giovanni d'Oleggio per chiedere i
motivi d'una aggressione non preceduta da veruna dichiarazione di
guerra, mentre sapevano di non aver dato all'arcivescovo di Milano, suo
padrone, verun motivo di lagnanza, e non avevano con lui alcuna
controversia. Oleggio gli accolse in presenza del suo consiglio di
guerra, e loro rispose in questi termini:

«Il nostro signore messer l'arcivescovo di Milano è potente, benigno e
grazioso signore: e non fa volentieri male ad alcuna persona: anzi mette
pace e accordo in ogni luogo, ove la sua potenzia si stende; ed è
amatore di giustizia, e sopra gli altri signori la difende e mantiene, e
qui non ci ha mandati per mal fare; ma per volere tutta Toscana
riducere, e mettere in accordo e in pace. E levare le divisioni, e le
gravezze, che sono tra i popoli, e comuni di questo paese. E però che a
lui è pervenuto e sente le divisioni e discordie, e sette, e le gravezze
che sono in Firenze, le quali conturbano, e gravano la vostra città, e
tutti i comuni di Toscana, ci ha mandati qui a fine, che noi vi
governiamo, e reggiamo in pace, e in giustizia per lo suo consiglio, e
sotto la sua protezione e guardia. E così intende di volere addirizzare
tutte le terre di Toscana. E dove questo non possa fare con dolcezza e
con amore, intende farlo per forza della sua potenzia, e degli amici
suoi. E a noi ha commesso, ove per voi non si ubidisca al suo buono e
giusto proponimento, che mettiamo la sua oste in sulle vostre porte,
intorno alla vostra città. E che ivi tanto manterrà quella,
accrescendola, e fortificandola continuamente; combattendo d'ogni parte
il contado e distretto del vostro comune, con fuoco e con ferro, e con
prede de' vostri beni, che tornerete per vostro bene a fare la volontà
sua[86].»

  [86] _Matteo Villani l II, c. 8, p. 102._

I governi, macchiati dalla ingiustizia e dal tradimento, hanno spesso
fatto abuso dei nomi della virtù e dell'onore, e posto in bocca alla più
sfrenata ambizione i discorsi della moderazione e della giustizia: ben
possono essi, fin dove stendesi la loro autorità, non lasciar sentire
che la propria voce; ma non possono ingannare la posterità, come non
illudono coloro cui addirizzano i loro proclami. Le scritture cui
affidano le loro menzogne, non saranno conservate come documenti storici
che possano far conoscere i fatti o le intenzioni di coloro che le
pubblicarono, ma come infallibili testimonianze della bassezza e falsità
loro. Gli ambasciatori fiorentini, cui il Visconti d'Oleggio negò
passaporti per recarsi a Milano, alla corte dell'arcivescovo, tornarono
a Firenze ad informare la signoria della risposta ipocrita ed altera
loro data, la quale comunicata al popolo, e registrata nelle cronache,
eccitò lo sdegno universale, e somministrò nuove forze alla repubblica.

I Fiorentini mandarono in Prato ed in Pistoja tutte le truppe assoldate
che avevano, confidando la difesa delle altre fortezze agli abitanti
loro, e le milizie fiorentine si riservarono la custodia delle mura
della capitale. La signoria, sorpresa nel cuor della pace, non aveva al
suo soldo verun capitano di guerra, od armata in istato di tenere la
campagna, mentre il Visconti d'Oleggio aveva sotto i suoi ordini, nel
piano di Pisa, cinque mila corazzieri a cavallo, due mila cavallegeri, e
sei mila fanti. Con queste formidabili forze il generale milanese portò
il suo quartiere generale negli aperti villaggi di Campi, Brozzi e
Peretola, e spinse i saccheggi fino alle porte di Firenze[87].

  [87] _Matteo Villani l. II, c. 9. — Chron. Est. p. 468. — Chr.
  Mutin. Joh. de Bazano, p. 617._

Ma i contadini all'avvicinarsi dell'armata nemica eransi fatti solleciti
di riporre in luoghi di sicurezza tutto quanto possedevano di più
prezioso, e si erano riparati essi medesimi nelle castella murate coi
loro bestiami e gli approvigionamenti da bocca: onde i Milanesi non
tardarono a sentire la mancanza delle vittovaglie, ed a soffrire
gl'incomodi del caldo, ch'era di que' giorni estremo. Per procurarsi
approvigionamento, e soltanto per parlare ad un contadino o per entrare
in una casa, erano costretti d'intraprendere un assedio, giacchè la
campagna non aveva abitatori, trovandosi tutti gli agricoltori chiusi in
terre e castella murate. Onde non potendo l'Oleggio più lungamente
tenersi nel piano di Firenze, prese la via della valle di Marina, ed
entrò in quella di Mugello, ove dopo alcuni giorni di riposo intraprese
l'assedio di Scarperia[88].

  [88] _Matteo Villani l. II. c. 11 e 12._

Il borgo di Scarperia era male fortificato, non avendo mura che da un
solo lato, e dagli altri una fossa con palafitta, e dietro la fossa le
muraglie delle prime case. La guarnigione consisteva in duecento
corazzieri e trecento fanti; mentre Oleggio alla sua formidabile armata
aveva di fresco uniti tutti i Ghibellini degli Appennini, onde vedevansi
le sue truppe coprire tutta la campagna. Non pertanto i comandanti di
Scarperia risposero all'intimazione d'arrendersi, che avevano mezzi per
difendere tre anni la fortezza loro affidata, e rispinsero vigorosamente
un primo assalto dato il giorno 20 d'agosto[89].

  [89] _Matteo Villani l. II, c. 15. — Petri Azarii Notar. Novarien.
  Chron. p. 328._

Mentre l'armata del Visconti veniva trattenuta sotto Scarperia, i
Fiorentini andavano assoldando cavalli; ma niun capitano rinomato voleva
entrare al loro servigio per non farsi nemico il signore di Milano.
Furono perciò costretti a rinunciare al progetto di mettersi in
campagna, e a dare ai cittadini fiorentini il comando delle compagnie
che arrolava la repubblica per afforzare i castelli del Mugello e i
passi delle montagne. I contadini accorrevano a militare sotto le
insegne di questi varj comandanti, che gli avvezzavano alla guerra con
giornaliere zuffe, attaccando con vantaggio e prendendo frequentemente i
convogli di viveri che giugnevano di Lombardia per mantenere l'armata
de' Visconti. I Sienesi avevano mandati ai Fiorentini un corpo di truppe
ausiliarie[90], ed i Pisani avevano ostinatamente ricusato di prender
parte nella guerra dell'arcivescovo, e di rompere il trattato di pace
che avevano fatto coi Fiorentini[91]. Entro Firenze l'ordine pubblico e
la tranquillità si mantenevano malgrado la guerra; i cittadini disarmati
attendevano al loro commercio, e la banca ossia _monte_ continuava i
pagamenti senza mostrare veruna diffidenza; mentre i soldati milanesi
sentivano essi soli quasi tutti i danni delle ostilità da loro
cominciate.

  [90] _Agnolo di Tura Cron. di Siena t. XV, p. 126._

  [91] _Matteo Villani l. II, c. 20. — Cron. di Pisa t. XV, p. 1023._
  Ma avvi abbaglio nella data. Pone essa questi avvenimenti nell'anno
  1354, o 1353 volgare. _B. Marangoni Chron. di Pisa, p. 709._

Frattanto il castello di Scarperia veniva ostinatamente attaccato; le
macchine degli assedianti non cessavano nè giorno nè notte di lanciare
enormi massi di pietre; la guarnigione, resa debole da continue zuffe,
cominciava a prevedere che non avrebbe potuto resistere lungo tempo
contro forze tanto superiori; e la cavalleria ausiliaria, che i
Fiorentini aspettavano da Perugia, non aveva potuto giugnere, essendo
stata svaligiata da Pietro Saccone dei Tarlati, che l'aveva sorpresa con
un'imboscata[92]. La signoria, non avendo alla testa delle sue truppe un
generale sperimentato, non osava tentare la liberazione di Scarperia col
dare una battaglia, e cercò piuttosto di rinforzarne la guarnigione. Due
coraggiosi cittadini, un Giovanni Visdomini ed un Medici, che
professavano ambidue il mestiere delle armi, intrapresero di condurre,
il primo trenta corazzieri, l'altro ottanta pedoni scelti, a traverso al
campo nemico fino entro le mura di Scarperia. Tutti i soldati da loro
scelti erano tedeschi; l'armata dei Visconti trovavasi in gran parte
composta di mercenarj della stessa nazione, onde la confusione del
linguaggio agevolava la marcia degli avventurieri, che volevano
penetrare nel castello; altronde erano favoriti dall'oscurità della
notte; ed al loro ardire giovando assai la perfetta conoscenza dei
luoghi, e la sorpresa dei nemici, giunsero in Scarperia, ove questo
pugno di gente valorosa fu ricevuto con trasporti di gioja[93].

  [92] _Matteo Villani l. II, c. 22. — Cronaca d'Arezzo in terza rima
  di Ser Gorello, t. XV, c. 6, p. 838._

  [93] _Matteo Villani l. II, c. 23._

Quando Visconti d'Oleggio vide che la perdita cagionata agli assediati
dalle baliste e dalle grandini delle freccie lanciate contro di loro,
non gli stringeva ad arrendersi, risolse di prendere la piazza
d'assalto. Aveva fatte preparare tutte le macchine da guerra allora
usate nell'attacco delle città; cioè torri mobili di legno, montoni
armati d'uncini, scale; oltre di che aveva fatto riempire le fosse. La
prima domenica d'ottobre diede un generale assalto; ma gli assediati,
fermi al loro posto, rovesciavano coloro che salivano le scale, o si
avvicinavano sui ponti delle torri mobili; versando sugli altri pece
bollente, pietre e dardi. Essi mai non lasciavano un solo istante senza
gente il più angusto tratto di muro, facendo cadere gli uni sopra gli
altri gli assalitori che successivamente si alzavano fino ai merli della
muraglia, e che ricadevano nelle fosse coperti di ferite. Oleggio aveva
calcolato di vincere i difensori di Scarperia colla stanchezza, e
conduceva successivamente all'assalto diversi corpi d'armata, opponendo
ogni mezz'ora truppe fresche a soldati affaticati dalla pugna. Ma gli
assediati, incoraggiati dal buon successo, mostravano di non sentire la
fatica; e per lo contrario gli assalitori si scoraggiavano vedendo le
perdite di coloro che gli avevano preceduti. Durava già da sei ore
l'attacco, quando Oleggio fece ritirare le sue truppe, abbandonando
presso le mura sessantaquattro scale che furono prese dagli
assediati[94].

  [94] _Matteo Villani l. II, c. 29._

In appresso il generale milanese cercò di penetrare in Scarperia per una
mina; ma la galleria, che aveva fatta scavare, fu scoperta, e cacciata
con perdita la sua gente[95]. Dopo quattro giorni di riposo, diede un
secondo assalto generale, che non fu nè meno lungo nè meno ostinato del
primo; ma le sue truppe vennero respinte ancora più vergognosamente.
Tutte le macchine avanzate fin sotto le mura, e le stesse torri mobili,
che non potevano essere rifatte che con lungo lavoro, furono bruciate in
una sortita[96]. La stessa notte successiva al combattimento, gli
abitanti di Scarperia vennero attaccati per sorpresa: Oleggio aveva
promesso ai suoi contestabili tedeschi, per la presa di questo piccolo
castello, doppio soldo, mese intero ed un regalo di dieci mila fiorini.
A mezza notte, mentre gli assediati stavano medicando le loro ferite, o
riparando col sonno le perdute forze, nel campo milanese fu dato il
segno di armarsi. I raggi della luna cadevano obbliquamente sul
castello, ed illuminavano il campo e lo spazio che lo separava dalle
mura, mentre gli edificj di Scarperia gettavano sull'opposto lato
un'ombra estesa ed oscura. In questo cupo spazio, Oleggio aveva posti
trecento sergenti d'armi muniti di scale, mentre tutto il rimanente
dell'armata avanzavasi al suono delle trombe, e mettendo alte grida, dal
lato rischiarato dalla luna. Non dubitava il generale milanese, che
nella prima sorpresa di un notturno attacco, tutti gli abitanti di
Scarperia non si recassero verso la parte minacciata. Ma una migliore
disciplina era stata stabilita nel castello. Dall'istante dell'allarme
ognuno erasi portato in silenzio al suo posto; gli assediati occupavano
tutta l'estensione delle mura, e tenevano nascosti i lumi e le armi;
permisero agli assalitori d'innoltrarsi fino al piede delle mura; non
impedirono ai trecento sergenti di passare colle loro scale le due
fosse, e di cominciare a salire sul muro. Tutt'ad un tratto gli
assediati si fecero vedere, e, fortemente gridando, oppressero gli
assalitori con pietre preparate a tal uopo, e, rovesciando le loro
scale, gli spinsero tutti nella fossa. Dal lato illuminato dalla luna,
la pugna durò più lungamente; ma quando spuntò il giorno Oleggio fece
suonare a raccolta, e rinunciò al progetto di sottomettere un piccolo
castello, innanzi al quale tutta la potenza de' Visconti aveva perduta
la sua gloria[97].

  [95] _Ib. c. 30._

  [96] _Matteo Villani l. II, c. 31._

  [97] _Matteo Villani l. II, c. 32. — Annales Cæsenates, t. XV, p.
  1181._

Realmente i soldati cominciavano a mancare di vittovaglia, ed i cavalli
di foraggi; la stagione si faceva ogni giorno peggiore, onde il campo
milanese era pieno d'ammalati e di feriti. Oleggio dopo essersi
trattenuto ottantadue giorni nel territorio fiorentino, consumandone
sessantuno nell'inutile assedio di un debole castello, levò il campo il
16 ottobre, tornando nello stato bolognese per istrade signoreggiate da
gentiluomini ghibellini suoi alleati[98].

  [98] _Matteo Villani l. II, c. 33._

Dopo la ritirata dell'esercito milanese i Fiorentini si presero cura di
premunirsi in avvenire contro somiglianti invasioni. Fortificarono tutti
i passaggi degli Appennini; assoldarono molte truppe regolari;
accrebbero le imposte in modo d'avere annualmente una rendita di 360,000
fiorini; e per ultimo in dicembre segnarono un trattato d'alleanza
difensiva colle tre comuni di Perugia, Siena ed Arezzo. Le quattro
repubbliche si obbligarono a tenere continuamente in sul piede di guerra
un'armata di tre mila cavalieri per la difesa della libertà. Ma la sola
Firenze ne aveva di già sotto le armi un numero ancora maggiore[99].

  [99] _Ibid._

La potenza de' Ghibellini di Lombardia aveva fino a tale epoca trovato
il suo contrappeso in quella della casa guelfa che regnava in Napoli; ma
dopo che Giovanna era succeduta al saggio Roberto, tutte le forze de'
sovrani e del popolo, consumate in una terribile guerra civile, parevano
quasi affatto spente, ed i Fiorentini, stretti dall'arcivescovo di
Milano, volgevansi invano verso l'erede di quella casa d'Angiò, che
lungi dal potere difenderli, aveva essa stessa bisogno della loro
protezione.

Il re d'Ungheria aveva di nuovo nel 1350 attraversato l'Adriatico per
condurre nel regno di Napoli dieci mila uomini di cavalleria, che lo
avevano seguito montati sopra battelli scoperti[100]. Egli non aveva
galere per proteggere la sua flottiglia, di modo che, se Giovanna non
avesse lasciata perire la sua marina, essa avrebbe potuto agevolmente
fermare gli Ungari sulle opposte rive, o affondare le barche sulle quali
si avventuravano. Le truppe che, per una imperdonabile negligenza,
Giovanna aveva lasciate sbarcare nel regno, lo attraversarono con
facilità; occuparono presso che tutte le città delle due province
chiamate principati, ed in appresso assediarono Aversa, la sola piazza
che tentasse difendersi. Ma gli Ungari servendo il re in forza della
loro dipendenza feudale, non ricevevano da lui pagamento, e dopo un
breve termine avevano il diritto di tornare alle loro case. Aversa non
fu presa che nell'epoca in cui terminava l'obbligo loro, onde chiesero
di ripassare in Ungheria. Lo stesso re stanco delle sue guerre d'Italia,
perdeva ogni speranza di conquistare paesi, ove non pensava di stabilire
la sua dimora, e desiderava egualmente di riprendere la strada del suo
regno. Dal canto suo la regina Giovanna trovavasi debolissima, onde
chiedeva caldamente la pace, ed in seguito ad alcune conferenze, fu
conchiusa in ottobre del 1350 una tregua che doveva durare fino al 1º
aprile del susseguente anno. Si convenne che fino a tale epoca le due
parti conserverebbero i loro possedimenti, che i due re e la regina
uscirebbero dal regno, e che il papa, nel suo concistoro, rimarrebbe
solo giudice dell'attentato commesso contro il re Andrea. Se la corte
d'Avignone pronunciava essere la regina colpevole, questa doveva perdere
il regno, che sarebbe devoluto al re d'Ungheria: se la corte d'Avignone
la dichiarava innocente, il re doveva rinunciare a tutte le sue
conquiste, contro il pagamento di trecento mila fiorini a titolo di
spese della guerra. A queste condizioni Luigi d'Ungheria tornò ne' suoi
stati, dopo avere nominati suoi luogotenenti il cavaliere di Monreale
nella Terra di Lavoro, e Corrado di Guilford in Puglia[101].

  [100] _Joh. de Thwrocz Chron. Hungar. p. III, c. 17, p. 182._

  [101] _Matteo Villani l. I, c. 93. — Chron. Est. p. 462. — Vita
  Nicolai Acciajuoli a Math. Palmerio t. XIII, p. 1214._

Dietro tale tregua il re d'Ungheria e la regina Giovanna spedirono
ambasciatori alla corte d'Avignone per rifare il processo intorno alla
morte del re Andrea. Ma gli Ungari, che oramai credevano di avere
bastantemente vendicato quest'assassinio, non appoggiavano con grande
impegno la loro accusa; ed il papa ed i cardinali erano tutti favorevoli
alla casa di Provenza: pure il delitto di Giovanna era tanto manifesto,
che non sapevano a qual partito appigliarsi per discolparla senza
disonorare sè medesimi. Dopo avere assai protratto il giudizio,
s'appigliarono per ultimo ad un partito, che ben mostra quanto la stessa
regina confidasse poco nella giustizia della sua causa. I commissarj di
Giovanna dichiararono che, quando potesse ancora provarsi che questa
principessa avesse mancato ai doveri coniugali, non doveva imputarsi il
di lei errore nè alla sua intenzione, nè a cattiva volontà, ma
riconoscere ch'ella aveva ceduto alla forza d'un sortilegio, e che la
debolezza d'una donna non aveva potuto resistere alla possanza degli
spiriti infernali. I commissarj confermarono la strana loro
giustificazione colle deposizioni di molti testimonj giurati; e i
giudici, cui le dirigevano, essendo ancor essi desiderosi di trovare un
pretesto per pronunciare un giudizio favorevole alla regina, la
dichiararono innocente del delitto commesso contro Andrea, ed
annullarono l'accusa che da tanto tempo pesava sul suo capo[102].

  [102] _Matteo Villani l. II, c. 24._

Questo giudizio per altro non ridonò immediatamente la pace al regno di
Napoli, perchè la corte d'Avignone trovava di suo utile il prolungamento
dell'anarchia. Clemente VI non aveva voluto dare a Luigi di Taranto,
sposo di Giovanna, altro titolo che quello di re di Gerusalemme, e non
aveva voluto ratificare il trattato tra lui ed il re d'Ungheria. Vero è
che gli Ungari si erano ritirati dal regno, ma Luigi di Taranto doveva
far guerra ai suoi propri baroni, e non trovava in verun luogo chi
volesse ubbidirgli. Egli non aveva danaro per mantenere un'armata, e
nemmeno per supplire ai proprj più immediati bisogni. Erasi avanzato
fino a Sulmona con intenzione di sottomettere i ribelli della Puglia; e
colà vedevasi abbandonato da' suoi soldati, e deriso dalla nobiltà,
mentre le principali città del regno rifiutavano d'aprirgli le porte. In
tale quasi disperata situazione, ebbe notizia in dicembre del 1351, che
il papa lo aveva riconosciuto in pieno concistoro per re di Napoli e di
Sicilia. La coscienza del pontefice erasi risvegliata repentinamente,
quando una grave malattia l'aveva condotto al limitare del sepolcro, e
da quell'istante manifestava la più viva impazienza di rendere la pace
all'Italia[103].

  [103] _Matteo Villani l. II, c. 61._

In un secondo concistoro tenuto nel susseguente mese, cui assistettero
il vescovo di Cinque chiese e Corrado di Guilford quali plenipotenziarj
del re d'Ungheria, Clemente VI ratificò la tregua che esisteva tra i due
monarchi, e la commutò in perpetua pace. Riconobbe Luigi di Taranto e
Giovanna di Provenza come re e regina di Napoli; e nella sua qualità di
abituale signore accordò che il regno venisse a certe epoche
assoggettato al pagamento di trecento mila fiorini, promessi al re
Ungaro per ispese di guerra. Gli ambasciatori d'Ungheria si fecero
allora a parlare, e contro l'universale aspettazione dichiararono che il
re, loro padrone, non avendo fatta la guerra in Italia per ammassare
danaro, ma per vendicare il sangue di suo fratello, assolveva il re, la
regina ed il regno dei trecento mila fiorini a lui promessi, e senza
veruna condizione rimetteva la regina Giovanna nell'intero godimento
dell'eredità de' suoi maggiori[104].

  [104] _Matteo Villani l. II, c. 65. — Bonfin. Rer. Hung. Dec. II, l.
  X, p. 267._ — Il re rilasciò in pari tempo i principi del sangue
  detenuti a Wisgrade, e li rimandò fino a Venezia. — _Joh. de Thwrocz
  Chr. Hun. p. III, c. 25, p. 186._



CAPITOLO XL.

      _Commercio e colonie degl'Italiani in Levante. — Guerra de'
      Genovesi coi Greci. — Coi Veneziani. — Battaglia del Bosforo._

1348 = 1352.


Il continente d'Italia difendeva a stento la propria indipendenza contro
i Visconti. Questa famiglia era comunemente indicata col nome del
serpente che portava ne' suoi stemmi. Essa impiegava alternativamente
contro i suoi vicini l'astuzia o la violenza, la perfidia o la sorpresa,
per distruggere la loro libertà; e la _biscia_[105] de' Visconti
inghiottiva i più deboli stati, o spargeva sugli altri il suo veleno,
per farli poi cadere la volta loro. Ma il mare aveva conservata la
libertà; due repubbliche italiane ne dividevano l'impero, e non
soffrivano sul mare la rivalità d'alcun sovrano dispotico. Non è agevole
cosa il ridurre in servitù uomini cui il vasto Oceano tien luogo di
patria, e che scuotono, abbandonando la spiaggia, il giogo che
vorrebbesi loro imporre; uomini che la forza o l'interesse non legano
alla terra, e che non appartengono al suolo che li vide nascere, che pei
legami dell'amore. La libertà di Genova era più burrascosa, quella di
Venezia più tranquilla e più forte; ma i cittadini delle due città
avevano egualmente quell'energia, quelle generosi passioni, che
conservano ai popoli la loro indipendenza e la loro gloria, che
assicurano agl'individui prosperi successi in ogni stato, e che li
rendono atti ad illustrare il loro nome per mezzo delle armi, a rendersi
immortali colle lettere, ed arricchirsi col commercio e colla
navigazione.

  [105] I Visconti portano in campo d'argento un serpente azzurro,
  coronato d'oro, nell'atto d'inghiottire un fanciullo di color rosso.
  Dal che deriva che tutti gli scrittori italiani hanno designati i
  Visconti col nome di _Biscia_ o _Biscione_.

Gli Arragonesi, o piuttosto i Catalani, avevano ancor essi una marina, e
venivano in allora risguardati come la terza potenza marittima d'Europa.
In tale epoca erano liberi poco meno de' Veneziani o de' Genovesi. Nella
loro unione del 1347 contro il re Pietro IV, detto il _cerimoniere_,
avevano sostenuti i loro diritti colla più coraggiosa fermezza. Poichè
questo principe ebbe in una lunga serie di battaglie vinti i suoi
sudditi, si fece recare il libro delle leggi, e feritasi una mano, fece
colare il suo sangue sul privilegio dell'unione, onde, diss'egli,
abolire e cancellare col sangue d'un re una legge che tanto sangue
costato aveva al suo popolo. Ma non osò violare la libertà de' suoi
sudditi; egli ne conosceva l'indomabile fierezza e l'attaccamento agli
antichi loro privilegi; piuttosto accrebbe le prerogative del
giustiziere, il grande rappresentante dei diritti del popolo, e lasciò
che Barcellona godesse, sotto la protezione d'un re, di tutti i vantaggi
d'una repubblica[106].

  [106] _Hieron. Blancas Rer. Aragon. Comment. p. 668-672. — Fueros y
  observancias del Reyno de Aragon. l. IX, p. 178._

I Siciliani ed i Napoletani tenevano ancora, cinquant'anni prima, un
distinto posto tra le potenze marittime; e la loro marina erasi formata
ne' tempi in cui Amalfi, Napoli e Gaeta erano repubbliche, in cui
Messina e Palermo godevano di una quasi piena libertà sotto la sola
protezione della corona. Ma malgrado i talenti e l'attività di Federico,
re di Sicilia, malgrado le ricchezze e la perseveranza di Roberto re di
Napoli, la marina militare di questi due paesi era affatto spenta,
perchè la marina mercantile non aveva potuto sostenersi senza l'energia
della libertà. La regina Giovanna, sovrana della Provenza e del regno di
Napoli, non aveva vascelli di guerra ne' porti dell'uno o dell'altro
stato; i quali non avevano comunicazione tra di loro che per mare, onde
la loro sovrana trovavasi per tale comunicazione in arbitrio degli
stranieri. Giovanna medesima fu più volte costretta di esporsi al mare,
ed ogni volta dovette per questo viaggio noleggiare galere genovesi.
Minacciata dagli Ungari, che si affidavano all'Adriatico per invadere i
suoi stati, non riuscì a formare una marina, alla quale poteva essere
legata la sua sicurezza, e non potè impedire il passaggio della
cavalleria ungara sui battelli scoperti. Dimenticando la rivalità de'
suoi antenati colla casa di Sicilia, domandò quindici galere in dono a
don Luigi d'Arragona, o piuttosto alla Reggenza di Palermo, che
governava la Sicilia a nome del re minore; ed a tale prezzo rinunciò a
tutti i pretesi diritti che la casa d'Angiò faceva valere da
settant'anni sui paesi al di là del Faro. Ma le galere siciliane a lei
promesse non poterono mai dar le vele.

I Greci, ai quali l'infinito numero delle loro isole e l'assoluto
bisogno di chiudere ai Turchi il passaggio dei mari, imponevano
imperiosamente il mantenimento d'una marina, l'avevano lasciata andare
in ruina. Quella de' Pisani più non aveva potuto rifarsi dalla rotta
avuta alla Meloria nella fatale battaglia contro i Genovesi. E per
ultimo i Francesi nelle lunghe guerre di Filippo di Valois con
l'Inghilterra assoldarono le galere dei Genovesi, e gl'Inglesi non
sapevano ancora circondare la loro isola con quelle nobili fortezze che
assicurano adesso la sua prosperità e la sua gloria. Vero è che nel Nord
le città della vasta rada avevano di già una fiorente marina: ma assai
di rado vedevasi ne' porti del Mezzogiorno.

Il solo Mediterraneo era sempre solcato da navi da guerra, o mercantili;
non ancora per gli Europei esisteva l'America, e sconosciuta era la
strada alle Indie intorno al continente dell'Africa. L'Oceano era
deserto, ed i regni d'Occidente comunicavano piuttosto per terra che per
mare con più fertili ed industriosi paesi. I due più vasti e più ricchi
rami di commercio del mondo, quelli che in ogni tempo fecero prosperare
tutti gli altri, il commercio del Nord-est e quello delle Indie,
facevansi sul Mediterraneo, uno ne' porti del mar Nero, ed alla foce dei
fiumi della Russia, l'altro coll'intervento degli Armeni o degli Arabi
ne' porti della Grecia, della Siria o dell'Egitto.

Gli stessi progressi dell'incivilimento rendevano ogni dì più necessarj
ai popoli i prodotti di una ricca terra, ma tuttavia selvaggia. Quando
la coltivazione s'accresce, le foreste vanno scemando, e scompajono gli
animali selvaggi che le abitavano. In allora conviene chiedere ad altri
paesi, rimasti quasi deserti, i prodotti di quelle stesse foreste, che
sono la principale materia delle arti, e che la civiltà medesima ci
rende necessarj. La Russia, già da più secoli, è il magazzino de' legni
da costruzione di tutta l'Europa, della canape di cui si fanno le vele e
le gomene, della pece, della cera, del sego, delle pellicce. Alcune di
queste mercanzie tanto necessarie alla navigazione ed alle arti, possono
al presente venirci somministrate dall'America settentrionale; tiriamo
il rimanente dai porti del mar Baltico; e più anticamente tiravansi da
quelli d'Arcangelo. Nel quattordicesimo secolo tutto questo commercio
facevasi per il mar Nero; le mercanzie del Nord scendevano i fiumi che
gettansi in questo mare, specialmente il Don o Tanai; tutto quanto
andiamo oggi a cercare nel Baltico, nel mar Bianco, ed alle foce del san
Lorenzo, trovavasi raccolto nella piccola Tartaria; e le repubbliche di
Venezia e di Genova, premurose di dare consistenza ai loro banchi del
mar Nero, fecero diversi trattati di commercio coi successori d'Octai
Kan e di Zengis, che circa nella metà del 13.º secolo avevano
conquistata o corsa la Russia, la Polonia, l'Ungheria e la
Moldavia[107].

  [107] _Ricerche sul commercio veneto del conte Marsigli, p. 54._

Le città di Caffa e della Tana furono preferite a tutte le altre per
essere l'emporio delle ricche esportazioni della Russia, e dei prodotti
dell'industria italiana, destinati al consumo de' Tartari e de' popoli
del Nord. Caffa nella Crimea era una colonia dei Genovesi interamente
soggetta alla loro sovranità. In principio del quattordicesimo secolo
avevano da un capo tartaro comperato il diritto di fabbricare alcune
botteghe e poche case sulla spiaggia; ben tosto i profitti del commercio
vi chiamarono una numerosa popolazione; il muro innalzato per difendersi
da ladri, diventò una regolare fortezza; i Genovesi, che vi si
domiciliavano, alzavano al di sopra de' loro magazzini sontuosi palazzi;
e la colonia che cercavasi di rendere simile alla superba Genova sua
metropoli, prese in breve il più florido aspetto[108].

  [108] _Nicephorus Gregoras Hist. Byz. l. XIII, c. 12, p. 346._

Tana, posta alle foci del Tanai e vicina ad Azour, era soggetta ai
sovrani tartari, ma i Genovesi ed i Veneziani avevano stabilimenti
considerabilissimi in questa città; i Fiorentini ed altri popoli
d'Italia vi avevano pure aperti i loro banchi; onde vi si trovavano
accumulate immense ricchezze; e quando le avanie de' Tartari, i tremuoti
o gl'incendj ruinavano i mercanti della Tana, la perdita loro era
risentita da tutto l'Occidente.

Mentre una delle rive del mar Nero offriva agl'Italiani il commercio che
noi facciamo adesso coll'America, l'altra apriva loro la più frequentata
strada delle Indie orientali. Tutte le città della costa opposta alla
Tartaria erano animate da un attivissimo e vantaggioso commercio. Sopra
tutto Sinope e Trabisonda erano abitate da numerose colonie di mercanti
italiani e visitate ogni giorno dai loro vascelli. Sinope era un
importante punto di comunicazione coi Turchi dell'Asia minore;
Trabisonda, sede d'un piccolo impero greco nato dai rottami di quello di
Costantinopoli, e governato da un Comneno[109], apriva una più
importante comunicazione coll'Armenia, ed agevolava il commercio di
questo ricco regno.

  [109] _Nicephor. Gregoras Hist. Byz, l. XIII, c. 11, p. 346._

Gli Armeni avevano ricuperata la loro indipendenza nel dodicesimo
secolo; e questo popolo montanaro, il più industrioso, il più sobrio e
più attivo dell'Asia, aveva cercata l'alleanza de' Latini, che
professavano la sua medesima religione[110]. Prima degli altri, i
Veneziani avevano ottenuti in Armenia i più grandi privilegi; essi soli
potevano trafficare sui _camelotti_, ed esportare la lana o _camelo_
delle capre d'Angora, la di cui esportazione era vietata a tutti gli
altri mercanti. Essi andavano esenti da gabelle, potevano possedere
case, chiese ed alberghi; avevano pure il diritto di coniare danaro, e
di essere giudicati dai loro proprj magistrati; finalmente vi godevano
un'assoluta franchigia per attraversare tutti gli stati armeni colle
mercanzie che tiravano dalla Tauride e dalla Persia[111].

  [110] La chiesa d'Armenia era stata unita alla chiesa cattolica
  l'anno 1145, 1190, 1247.

  [111] _Ricerche sul commercio veneto, p. 49._

Questa comunicazione a traverso l'Armenia aveva fatto di Trabisonda uno
de' mercati del commercio delle Indie. I prodotti di que' felici climi,
e sopra tutto le spezierie, furono in ogni tempo l'oggetto del più
lucroso commercio del mondo. Tutti i paesi domandano e consumano ciò che
una sola contrada produce, ed ancora scarsamente. Le spese e le
difficoltà del trasporto da una all'altra estremità del globo, hanno
successivamente dati a diversi popoli i mezzi di stabilire un monopolio
sulle spezierie: allora soltanto si è potuto dire con verità ciò che fu
così spesso ripetuto a torto degli altri commerci di oggetti di consumo:
tutte le nazioni sono tributarie di quella che è in possesso di
somministrare le spezierie e gli aromi delle Indie.

Nel 14º secolo, questo ricco commercio facevasi a traverso dell'Asia per
più strade in un tempo medesimo. Ma tutte queste strade erano
pericolose, le frequenti rivoluzioni de' paesi che i mercanti dovevano
attraversare, interrompevano i loro viaggi e ne fermavano le
speculazioni. Fra le carovane che portavano dalle Indie colle spezierie
i prodotti delle manifatture dell'Indostan e della China, alcune
attraversavano la Battriana o grande Bucaria; i convogli delle mercanzie
scendevano in appresso l'Oxus, navigavano a traverso del mar Caspio,
rimontavano il Cyrus, e finalmente per il Faso discendevano nel mar
Nero. Altre mercanzie abbondavano nel golfo Persico, e per mezzo
dell'Eufrate penetravano nell'Assiria, di dove venivano dirette ai
diversi porti di Terra santa o dell'Asia minore. Finalmente alcune per
il mar Rosso passavano ad Alessandria d'Egitto. E per tal modo dalla
foce del Tanai fino a quelle del Nilo, le diverse città marittime
possedute dai Tartari e dai Turchi, dai Greci e dagli Arabi, furono a
vicenda arricchite dal commercio dell'India. I Veneziani ed i Genovesi,
che avevano dato a queste città il nome di Scalo, stabilirono in tutte
fattorie per raccorre gli aromi; ed essi soli ne provvedevano poi tutta
l'Europa.

Costantinopoli trovavasi nel centro del commercio del mar Nero,
dell'Asia minore e dell'Egitto. Gli abitanti di questa città, snervati
da lunga schiavitù, non avevano la necessaria energia per eseguire essi
medesimi le intraprese commerciali, cui erano chiamati dalla loro
situazione[112]. Ma Costantinopoli era sempre il gran mercato
dell'Oriente, ed in mancanza de' Greci, gl'Italiani venivano a fare i
loro proprj affari. I Veneziani possedevano in Costantinopoli un
quartiere circondato di mura, e chiuso da porte, come quegli abitati a'
nostri giorni dagli Ebrei in quasi tutte le città d'Italia. Avevano
inoltre nel porto un ancoraggio separato e circondato di palafitte. La
colonia era governata, come una piccola repubblica, da un balio che
faceva le veci del doge, da' giudici, da' consiglieri e da' savj. I
piccoli stabilimenti de' Veneziani nella Romania erano subordinati a
quello di Costantinopoli, ed i più grandi avevano separati governi.

  [112] La pietà ed il disprezzo che i Greci mostravano per la fatica
  e la miseria di una vita consacrata al commercio viene espressa
  dagli storici loro quando parlano dei latini: Εἰωθὸς νὰρ τοῖς
  λατίνοις, καὶ μάλιςτα τοῖς ἐκ Γεννȣας, ἐμπορικῷ τὰ πλεῖςτα καὶ
  θαλαττίῳ βίῳ προςταλαιπωρεῖςθαι.

  _Niceph. Greg. Hist. Byz. l. XIII, c. 12, p. 346._

La colonia bizantina de' Genovesi era assai più importante. Michele
Paleologo, volendo mostrarsi grato ai soccorsi da loro ricevuti per
racquistare la capitale, aveva loro ceduta la sovranità del sobborgo di
Pera o Galata, posto in faccia a Costantinopoli, e dall'altro lato del
porto. Tutti i Genovesi vi avevano trasportati i loro banchi, e, sotto
il regno del vecchio Andronico, avevano circondata la nascente loro
città prima di una doppia, poi di una triplice linea di mura. Pera, che
stendevasi tra le colline ed il golfo, sopra una lunghezza quattro volte
maggiore della larghezza, aveva quattro mila quattrocento passi di
circuito[113]. Le case alzate a guisa di terrazzi le une sopra le
altre, godevano di tutta la vista del mare e di Costantinopoli.
Ogn'anno vedevasi crescere il loro numero e la magnificenza loro;
e se l'impero greco non fosse caduto sotto le calamità che lo
percossero incessantemente, in meno d'un secolo la città genovese
avrebbe uguagliato in isplendore ed in popolazione la capitale
dell'Oriente[114].

  [113] _Petri Gyllii de Topografia Constan. l. IV, c. 11, p. 329. In
  Banduri Imper. Orient._

  [114] _Petri Gyllii de Topographia Constan. l. IV, c. II, p. 330. In
  Banduri Imper. Orient._

È già molto tempo che più occupati non ci siamo delle rivoluzioni di
Costantinopoli. Siccome l'impero greco si andava debilitando, diminuiva
altresì la sua influenza sulla politica d'Europa; i Paleologi erano ben
lontani dal potere come i Comneni turbare l'Italia coi loro intrighi,
formando su questa contrada progetti di conquista; essi invece non
chiedevano che di essere dimenticati, e lo erano effettivamente. I
principi di Taranto, eredi dei pretesi diritti degl'imperatori latini di
Costantinopoli, erano ancor essi troppo deboli per far valere i titoli
onde continuavano ad onorarsi. Ridotti al rango di nobili faziosi nella
languente monarchia di Napoli, non pensavano pure ad armare l'Europa per
riconquistare l'impero greco. Più non attaccavano, e non erano
attaccati. Da ambo le parti si vivea nel riposo dell'impotenza. I
negozianti soltanto ed i letterati mantenevano le relazioni della Grecia
coll'Italia.

Civili guerre desolarono l'impero greco nella prima metà del
quattordicesimo secolo. Andromico il vecchio, e suo nipote dello stesso
nome, rinnovarono tre volte le ostilità l'uno contro l'altro dal 1321 al
1328. Il vecchio pusillanime, incostante, superstizioso, lasciò infine
il trono al giovane Andromico, non meno di lui incapace di governare.
Sotto il regno dell'ultimo, nuovi disordini afflissero pel corso di
dodici anni l'Impero d'Oriente. Andromico morì nel 1341, e lasciò suo
figliuolo, ancora fanciullo, sotto la tutela dell'ambizioso Cantacuzèno,
in allora curopalata. Sua vedova, l'imperatrice Anna di Savoja,
pretendeva d'aver parte nel governo, ed attaccò Cantacuzèno per
ispogliarlo dell'amministrazione, il quale si fece sforzare dai suoi
partigiani ad assumere la porpora, sotto pretesto di poter meglio
difendere il pupillo[115]. In questo tempo i Turchi guidati da Akmano e
dal suo successore Orcano avevano terminato di conquistare tutte le
province greche dell'Asia; erano poscia entrati in Europa come ausiliarj
di Cantacuzèno; e le conquiste loro in queste province, fino a tale
epoca non invase, minacciavano omai l'ultima ruina al debole impero de'
Greci.

  [115] _Niceph. Gregoras, l. XII, c. II, p. 306._

Nelle guerre civili tra Cantacuzèno e l'imperatrice Anna di Savoja, i
Genovesi avevano abbracciato le parti dell'ultima, e l'avevano varie
volte soccorsa[116]. In mezzo all'universale miseria, essi soli avevano
conservate molte ricchezze. Il vicendevole spossamento costrinse alla
fine i principi rivali a fare la pace. Convennero di regnare assieme; i
due imperatori e le tre imperatrici furono coronati lo stesso giorno, ma
erano ridotti in così povero stato, che in questa cerimonia furono
costretti di presentarsi al popolo quali re da teatro, ornati di diademi
di rame dorato, coperti di gioje di vetro, e serviti a mensa con
vasellami di stagno[117]. Nello stesso tempo i Genovesi avevano
ingrandito il loro commercio; avevano prestato danaro agl'imperatori,
che loro lasciavano in pagamento la riscossione de' reali diritti; e
nell'istante della pace più sovrani che i Paleologhi, essi prendevano
sulle imposte duecento mila bizanti d'oro all'anno, mentre non ne
rimanevano trenta mila all'imperatore[118].

  [116] _Niceph. Gregoras, l. XIV, c. 10, p. 373, e l. XV, c. 8, p.
  393._

  [117] Il giorno 8 gennajo del 1347. _Ivi, l. XV, c. 11, p. 401._

  [118] _Niceph. Gregoras, l. XVII, c. 1, p. 428._ Il bisanto pare che
  fosse _l'aureus_ de' successori di Costantino, la 72.ª parte di una
  libbra d'oro. La libbra d'oro romana valeva circa 960 lire, e quella
  d'argento lire 66, 67. L'aureus o bisanto valeva dunque 13 lire
  cent. 33. Veggasi _Gibbon, Decline and. Fall. c. 17, nota 180_.

Mentre ciò accadeva in Costantinopoli, alcuni gentiluomini genovesi
avevano, per la seconda volta, conquistata l'isola di Chio, e si erano
stabiliti in questa colonia, ov'essi regnavano, mentre nella loro patria
erano perseguitati dal partito democratico[119]. Altri Genovesi avevano
occupata la città di Focea, e tutte le province si lagnavano
dell'arroganza o delle vessazioni di questi ospiti, diventati troppo
ricchi e troppo potenti.

  [119] _L'an. 1246. Niceph. Gregoras, l. XV, c. 6, p. 388._

La pace del 1347 rese a Cantacuzèno la libertà di prendere in
considerazione i disordini cagionati dalle guerre civili, e di pensare
alla loro riforma. Ma quest'imperatore era debole e di carattere lento;
era circondato da nemici e da malcontenti, impegnato in guerre di
religione, la di cui violenza poteva riuscirgli fatale, e minacciato in
pari tempo dalle incursioni dei Turchi e de' Serviani. Egli non avrebbe
di propria volontà osato di aggiugnere ancora i Genovesi a tanti nemici,
ed avrebbe continuato a dissimulare il risentimento che gli cagionavano
le loro usurpazioni; ma questi ambiziosi ed arroganti mercanti lo
forzarono essi i primi a prendere le armi. Essi vedevano con qualche
inquietudine che Cantacuzèno cercasse di ristabilire la sua marina, per
chiudere ai Turchi il passaggio del Bosforo, ed impedire che
saccheggiassero la Tracia. D'altra parte i Genovesi avevano
coll'imperatore un motivo di controversia; essi volevano chiudere entro
le fortificazioni di Pera la parte superiore della collina, sul pendio
della quale era fabbricata questa città; ed offrivano di comperare
questo luogo, da cui un nemico poteva signoreggiarli: l'imperatore,
contento di averli in qualche modo sotto la sua dipendenza, ricusava di
vendere un terreno che i suoi ospiti cercavano di afforzare contro di
lui[120]. Mentre Cantacuzèno trovavasi infermo a Dèmotica, i Genovesi,
intolleranti della lunghezza del negoziato, impadronironsi a forza del
preteso terreno, lo circondarono d'una palafitta, e cominciarono subito
a fabbricare una muraglia, fiancheggiata di torri.

  [120] _Niceph. Gregoras Hist. Byzan. l. XVII, c. 1, p. 428. —
  Cantacuzeni imperat. Hist. l. IV, c. 11, p. 593._

A questo primo insulto, ch'ebbe luogo nel 1348, tennero dietro
immediatamente le ostilità: i Genovesi catturarono alcuni battelli
pescarecci, e forzarono i Bizantini a chiudere le loro porte. Per altro
il senato ed i mercanti di Pera offrivano la pace, a condizioni però,
che loro fosse rilasciato il terreno che avevano occupato: i marinai e
l'assemblea del popolo chiedevano inoltre che Cantacuzèno disarmasse la
sua flotta. Questa ingiuriosa domanda fece rompere le negoziazioni, ed
il senato de' Greci, che in assenza dell'imperatore aveva il governo di
Costantinopoli, dichiarò la guerra ai Genovesi[121].

  [121] _Niceph. Gregoras, l. XVII, c. 1, p. 430._

In quattro giorni gli abitanti di Pera allestirono otto galere e
moltissime barche armate; corsero le due spiagge del _Chrysocheras_, e
bruciarono quasi tutti i magazzini de' Greci, i loro vascelli
mercantili, e le galere che l'imperatore faceva costruire o calafattare.
Per altro tre di queste ultime furono salvate, avendole i Greci di notte
rimurchiate nel fiume Pissa o Barbyssés a molta distanza dalla
foce[122]. Intanto gli abitanti di Pera accrescevano le fortificazioni
della loro città e del ridotto innalzato sulla colina. Vedevansi gli
uomini e le donne trasportare di giorno e di notte la terra, cavare
nuove fosse, e piantare più robuste palafitte.

  [122] _Ibi, c. 2, p. 341. — Cantacuz. imper. l. IV, c. 11, p. 594._

Lusingavansi i Genovesi di ridurre i Greci in meno di quindici giorni a
chieder pace. Siccome le loro galere erano sole padrone del mare,
impedivano ad ogni nave d'approdare a Costantinopoli, o venisse dal
Ponto Eusino, o dalla Propontide, e fino ne' primi giorni delle ostilità
fecero temere alla città una prossima carestia. Ma a fronte delle
privazioni, cui andavano soggetti, i Bizantini si prepararono senza
lagnarsene ad una lunga difesa. Il loro orgoglio era fieramente irritato
dalla considerazione che alcuni stranieri accantonati in un loro
sobborgo pretendessero d'imporre legge alla città; e l'antico odio pei
costumi e la religione dei Latini faceva loro spiegare un'insolita
energia.

Di già era cominciato l'autunno, quando i Genovesi, ricevuti avendo
soccorsi da Chio e dalle altre loro colonie del Levante, tentarono di
dare l'assalto alle mura della città dalla banda del porto. Avanzaronsi
con nove galere e tre grossi vascelli carichi di macchine da guerra, ma
trovarono le mura coperte di difensori; perciocchè l'odio nazionale
aveva superata l'abituale timidezza, ed i cittadini e gli artigiani di
Costantinopoli eransi uniti ai soldati per combattere contro i Latini;
onde questi vedendo riuscire vano ogni loro sforzo, ritiraronsi
perdenti[123].

  [123] _Niceph. Gregoras, l. XVII, c. 3, p. 433._

Cantacuzèno, ritornato a Costantinopoli alla metà d'autunno, fece
assediar Pera dalla banda di terra, mentre i Genovesi tenevano sempre
bloccata la capitale dal lato del mare. In pari tempo faceva costruire
nuove galere ne' cantieri fortificati dell'Ippodromo; assoldava truppe
straniere, e mostravasi risoluto di voler vendicare l'offesa sua
dignità. I cavalieri di Rodi, dopo avere tentato invano di ristabilire
la pace, accolsero nella loro isola le donne ed i fanciulli di Pera, ed
i più preziosi effetti de' Genovesi, onde sottrarli ai pericoli della
guerra[124].

  [124] _Niceph. Gregoras, l. XVII, c. 4, p. 435. — Cantacuzenus l.
  IV, c. 11, p. 595._

Così passò l'inverno: ma in sul cominciare della primavera i Greci
posero in mare nove grandi vascelli e molte navi ad uno e due ranghi di
remi, che essi avevano fabbricati nell'Ippodromo; e perchè non avevano
tutti i marinai che abbisognavano per equipaggiare questa flottiglia,
arrolarono per la manovra un grosso numero di lavoratori e di artigiani.
Quando questa squadra uscì dal porto, l'ammiraglio genovese osservò che
i rematori battevano inegualmente l'onda; conobbe agevolmente con quali
nemici doveva misurarsi, e concepì le migliori speranze della battaglia
che disponevasi a dare. Lasciò che i Greci si avanzassero verso l'isola
del Principe, e che s'impadronissero d'un vascello genovese che giugneva
allora dall'Ellesponto; egli si pose con nuove galere e varj piccoli
bastimenti all'ingresso del porto, aspettando che tornassero
addietro[125].

  [125] _Niceph. Gregoras, l. XVII, c. 5, p. 437. — Cantacuzenus Hist.
  Byzant. l. IV, c. 11, p. 596._

Il giorno era cupo, ed il vento contrario, quando i Greci tornarono
dall'isola del Principe. Per riprendere il porto dovevano raddoppiare la
punta settentrionale di Costantinopoli; ed era volgare opinione che
avanti al tempio di santa Demetria si trovava un vortice, onde le galere
greche passavano lentamente e con timore; la lunga loro linea serravasi
verso la riva, e mostrava di temere, più del vortice o degli scogli, i
Genovesi che trovavansi dall'altro lato del golfo. Un leggiero movimento
della flotta nemica sparse lo spavento tra i contadini che dovevano fare
le funzioni di marinaj; molti di loro balzarono sulla spiaggia tosto che
si videro abbastanza vicini per isperare di poterla afferrare; altri
gettaronsi in mare per giugnervi a nuoto. Bentosto il terrore
s'impadronì di tutti gli animi; e prima che i Genovesi fossero a tiro di
freccia, più di duecento Greci eransi annegati, volendo fuggire: il
rimanente della ciurma erasi posta in salvo sulla spiaggia; e le galere,
rimaste senza gente, furono senza combattere prese dai Genovesi e
rimurchiate a Pera[126].

  [126] _Niceph. Gregoras, l. XVII, c. 6, p. 438. — Cantacuzenus Imp.
  Hist. l. IV, c. 11, p. 597._

Nello stesso tempo le tre galere ch'erano state poste in sicuro entro il
canale di Barbissé nel precedente anno, scendevano a traverso al golfo
con molte altre navi per unirsi alla grande flotta. Allorchè quelli che
le montavano, videro la squadra tutta in mano de' Genovesi, anch'essi
atterriti, comandanti, soldati e marinai, tutti precipitaronsi in mare
per guadagnare la spiaggia; e queste galere, come le altre, caddero in
potere dell'ammiraglio genovese. Finalmente la moltitudine ch'erasi
adunata sulle mura di Costantinopoli, meno per difenderle che per vedere
lo spettacolo d'un combattimento, presa dallo stesso timor panico,
precipitandosi giù dalle mura per fuggire in città in gran parte si
uccise o ferì cadendo; ed intanto i Genovesi attribuivano questa rotta a
qualche castigo di Dio. Gli antichi loro amici, gli antichi vicini, che
avevano vinti senza contrasto, più loro non ispiravano che compassione;
loro gridavano ad alta voce di fuggire più lentamente, e di risparmiare
le loro vite, poichè i nemici non pensavano pure ad inseguirli[127].

  [127] _Niceph. Gregoras, l. XVII, c. 6, § 7, p. 440._

Da quest'istante i Genovesi manifestarono la più nobile e generosa
moderazione. Alcuni ambasciatori giunti da Genova quattro giorni dopo la
rotta della flotta greca, offrirono a Cantacuzèno moderate condizioni,
che furono ben tosto accettate. Gli abitanti di Pera pagarono una grossa
somma di danaro per rifare l'imperatore de' sofferti danni; gli
restituirono il terreno occupato nella parte superiore alla loro città,
e promisero con giuramento di non più abusare dell'amichevole ospitalità
loro accordata[128]. Cantacuzèno non volle dal canto suo essere vinto di
generosità; e dichiarando che possedeva stati abbastanza vasti per non
invidiare ai Genovesi un piccolo angolo di terra che loro riusciva così
caro, loro diede l'intero possedimento della sommità della collina di
Pera, e dei luoghi in cui avevano fabbricato un ridotto[129].

  [128] _Ibid, p. 441._

  [129] _Cantacuzenus, l. IV, c. 11, p. 598._ — In questo racconto
  abbiamo seguiti gli scrittori greci; i genovesi non parlano di
  questa guerra comunque riuscita loro onorevole.

La moderazione dei Genovesi era, a dir vero, prodotta dal timore di
trovarsi impegnati in un'altra guerra coi Veneziani per proteggere il
loro commercio sul mar Nero. Uno Scita era stato ucciso da un Latino
alla Tana in una rissa, e quest'omidicio era stato cagione di una guerra
nella piccola Tartaria. Gianis Beg, il Kan de' Tartari, aveva
determinato di vendicare la morte del suo compatriotto sopra tutti
gl'Italiani che trafficavano sulle coste del mar Nero. Gli aveva
scacciati dalla Tana, e li perseguitava a Caffa, ove i Genovesi avevano
loro aperto un asilo[130]. Ma quest'ultima città poco temeva gli
attacchi d'un'armata indisciplinata. I Tartari in due anni d'assedio non
avevano ancor fatta una breccia nelle mura di Caffa, mentre i Genovesi
avevano bruciata la Tana, guastate le coste del mar Nero, distrutto il
commercio del popolo tartaro, e privata di vittovaglie l'armata che gli
assediava[131].

  [130] _Matteo Villani, l. I, c. 83, p. 81._

  [131] _Niceph. Gregoras, l. XIII, c. 12, p. 347. — Cantacuzenus, l.
  IV, c. 26, p. 648._

Speravano i Genovesi che tutti i Latini prenderebbero parte alla loro
causa, avendo tutti provate le stesse ingiurie, e tutti ugualmente
interessati essendo ad ottenere dal Kan de' Tartari la licenza di
fortificare la Tana come Caffa, onde porsi al sicuro dagl'improvvisi
attacchi d'un popolo barbaro. L'assoluta cessazione del commercio doveva
ben tosto costringere i Tartari a far la pace coi popoli dell'Occidente;
imperciocchè avevano grandissima copia di mercanzie indigene, e
mancavano affatto delle straniere ch'erano avvezzi a consumare, e
l'entrate de' più ricchi loro proprietarj erano ridotte al nulla per
l'impossibilità di vendere le loro derrate[132]. I Genovesi per la
superiorità della loro marina impedivano ai Greci ed agli Asiatici di
comunicare colla Tana. Essi invitavano tutti gli Occidentali a
stabilirsi in Caffa, loro promettendo in questa città tutti i vantaggi
che ottener potevano dal Kan de' Tartari. Ma i Veneziani che in
principio delle ostilità eransi rifugiati nella colonia genovese, non
resistettero a lungo all'allettamento de' beneficj che faceva loro
sperare il commercio cogli Sciti. Visitarono di nuovo i porti delle
Paludi Meotidi, ove i profitti che vi facevano erano più grandi, perchè
non avevano concorrenti[133]. I Genovesi, dall'altro canto, per
mantenere i loro diritti di _blocco_, attaccarono e dichiararono buona
preda alcuni vascelli veneziani che veleggiavano verso le foci del
Tanai[134].

  [132] _Niceph. Gregoras, l. XIII, c. 12, § 6, p. 347._

  [133] _Chronicon Estense, t. XV, Script. Rer. Ital. p. 465._

  [134] _Niceph. Gregoras, l. XVIII, c. 2, p. 446._

La repubblica di Venezia, non volendo lungo tempo perdere i profitti del
commercio del mar Nero, armò trentatre galere, cariche di mercanzie e di
soldati, e le spedì alla Tana sotto il comando di Marco Ruzzini[135].
Quest'ammiraglio incontrò in faccia all'isola di Negroponte undici
galere genovesi che andavano a Caffa; le attaccò, e, dopo un'ostinata
pugna, ne prese nove che mandò a Candia, mentre le altre due si
rifugiarono a Pera. Su queste trovavasi l'ammiraglio Filippino Doria, il
quale invocò dai suoi compatriotti i soccorsi necessarj per vendicarsi,
ed avendoli ridotti a seguirlo con sette galere e molte piccole navi,
attaccò improvvisamente la città di Candia, forzò l'entrata del suo
porto, bruciò alcune case, liberò tutti i prigionieri fatti nel
precedente incontro, e riprese tutte le sue merci e le sue galere, che
rimandò a Genova[136], mentre egli tornava a Pera ricoperto di gloria.

  [135] Matteo Villani non gli dà che quattordici galere, gli altri
  storici sono quasi d'accordo sul numero di trentatre. — _Niceph.
  Gregor. l. XVIII, c. 2, p. 446. — Marin Sanudo, vite de' duchi di
  Venezia, p. 621. — Navagero Historia Veneziana, p. 1034. —
  Cortusior. Hist. l. X, c. 7, p. 935._

  [136] _Matteo Villani, l. I, c. 84 e 85. — Ubertus Folieta Hist.
  Genuens. l. VII, p. 448._

In pari tempo Marco Ruzzini aveva protetto il commercio veneto nel mar
Nero e nella Palude Meotide. A metà d'autunno attraversò di nuovo il
Bosforo[137], ed avuto avviso che i Genovesi di Pera avevano prese nel
porto di Candia le navi da lui catturate, risolse di vendicarsi. Prima
che potessero avere notizia del suo arrivo fece entrare di notte
quattordici de' suoi vascelli nel porto di Costantinopoli, e siccome i
Genovesi per certa quale ostentazione avevano costume di lasciare sempre
aperti i porti di Pera, i Veneziani sbarcarono senza rumore ed entrarono
in questa città. Per altro, al grido delle scolte, i borghesi armaronsi
all'istante, attaccarono furibondi i Veneziani, che avevano di già
appicato il fuoco ad alcuni vascelli mercantili, e li costrinsero a
rimbarcarsi precipitosamente, ed a prendere il largo[138].

  [137] Parmi probabile che Ruzzino non abbia attaccata Pera che nel
  suo ritorno dal mar Nero; lo che però non è chiaramente indicato
  dagli storici.

  [138] _Cantacuzeni Imp. Hist. l. IV, c. 25, p. 646._

Lo stesso giorno un ambasciatore veneziano ottenne udienza
dall'imperator greco, proponendogli un'alleanza offensiva colla sua
repubblica onde scacciare i Genovesi da Pera e dalla Romania. A fronte
dell'odio che Cantacuzèno doveva avere per costoro, volle mantenersi
neutrale fra due rivali egualmente formidabili, persuaso che l'alleanza
di uno di questi popoli non gli sarebbe in modo vantaggiosa da
compensare i mali che gli cagionerebbe la nimicizia dell'altro. Si
limitò quindi ad offrire il rinnovamento della tregua convenuta tra i
suoi predecessori ed il senato di Venezia, la quale stava per spirare. I
Veneziani parvero scontenti del suo rifiuto, ma perchè la stagione era
di già molto avanzata, rimisero alla vela per prendere i porti della
loro patria[139].

  [139] _Cantacuzenus imp. l. IV, c. 25, p. 647. — Nicephorus
  Gregoras, l. XVIII, c. 2, p. 445._

Genova non era da lungo tempo stata mai così potente come a quest'epoca,
imperciocchè tutte le fazioni erano riunite e vivevano in pace sotto il
governo del doge Giovanni di Valente. Il senato approfittò di tanta
concordia per mettere in mare nel susseguente anno 1351, sotto gli
ordini di Paganino Doria, la più formidabile armata. Quest'ammiraglio
spiegò le vele in luglio del 1351 con sessantaquattro galere, sulle
quali trovavasi la metà de' marinai liguri. Egli corse l'Adriatico, e
guastò molte colonie veneziane delle coste. In appresso si diresse verso
l'Arcipelago per cercare Niccolò Pisani, l'ammiraglio veneziano[140],
che comandava venti galere.

  [140] _Matteo Villani, l. II, c. 25._

L'ammiraglio Pisani trovavasi in faccia all'isola di Chio, quand'ebbe
avviso dell'avvicinamento di forze tanto alle sue superiori, e disperse
la sua flotta per evitarle. Egli andò a Costantinopoli con tre vascelli,
ed il suo viceammiraglio cercò rifugio cogli altri nel porto di Calchis
nell'isola d'Eubea, di già fin da quell'epoca chiamata Negroponte. Tirò
le sue diecisette galere sulla spiaggia, e coll'ajuto di quegli
abitanti, sudditi de' Veneziani, si pose in istato di difesa. Paganino
Doria, non avendo l'ingresso del porto, lo bloccò. Nello stesso tempo
sbarcò parte delle sue truppe, ed assediò dalla banda di terra la città
di Negroponte, al quale oggetto fece venire da Pera alcune macchine da
guerra[141].

  [141] _Matt. Villani, l. II, c. 26. — Ubertus Folieta Genuens. Hist.
  l. VII, p. 449 — Marin Sanudo, Vite de' duchi di Venezia, p. 623._ —
  Debbo avvertire che nella descrizione di questa guerra non solo i
  diversi storici sono poco conformi rispetto all'ordine degli
  avvenimenti, ed alla cronologia, ma inoltre riferiscono opposti
  avvenimenti, e sono imbarazzati nella scelta.

Molti marinai veneziani erano caduti vittima della peste, ed il senato
veneto, avvertito del pericolo in cui vedevasi la sua flotta nell'isola
d'Eubea, trovavasi inabilitato ad armarne un'altra abbastanza forte da
poterla liberare. Cercò quindi estere alleanze, e si volse da prima alla
repubblica di Pisa, chiedendole di unire le proprie forze alle sue per
vendicarsi della disfatta alla Meloria. Ma Pisa era in allora governata
dai Gambacorti, uomini nuovi, che non avevano antichi odj da soddisfare,
nè antiche vendette da fare. Inoltre erano essi mercanti, e l'interesse
della mercatura faceva loro desiderare la continuazione della pace[142].
Dietro il rifiuto de' Pisani gli ambasciatori veneti passarono in
Arragona per offrire la loro alleanza al re Pietro IV omai scontento de'
Genovesi, e per risvegliare l'animosità de' suoi sudditi catalani contro
gli abitanti della Liguria.

  [142] _Matteo Villani, l. II, c. 27._

Alcune famiglie genovesi e pisane avevano, dopo la conquista fattane
dagli Arragonesi, conservati i loro feudi in Sardegna. Pietro IV aveva
cercato di spogliare la famiglia dei Doria, ma la repubblica di Genova
aveva preso a difenderla, e costretto il re a renderle le sue
proprietà[143]. Tale era il motivo dell'odio dell'Arragonese contro i
Genovesi, onde accolse avidamente la proposizione de' Veneziani, che gli
offriva il modo di vendicarsi. Egli promise di formare gli equipaggi de'
vascelli, che Venezia gli somministrarebbe, con marinai catalani e con
soldati arragonesi[144]; ed il 3 agosto del 1351 i suoi araldi d'armi
vennero a dichiarare la guerra al doge, al senato, ed al popolo di
Genova[145].

  [143] _Zurita Indices Rerum ab Arag. Regib. gestar., l. III, p.
  197_.

  [144] _Matteo Villani l. II, c. 27_.

  [145] _Zurita Indices Rerum, l. IV, p. 204_.

La notizia dell'alleanza de' Catalani coi Veneziani ridusse l'imperatore
greco ad abbracciare un partito che oramai credeva il più forte[146].
D'altra parte i Genovesi parvero piuttosto disposti a provocare il suo
sdegno, che non a calmarlo. Di pieno giorno lanciarono con una balista
un'enorme pietra da Pera sul palazzo, quasi per far prova della portata
della loro macchina, e, malgrado le lagnanze loro fatte in proposito, ne
lanciarono un'altra all'indomani[147]. I Greci irritati chiamarono
Niccolò Pisani, l'ammiraglio veneziano, e l'incoraggiarono ad
intraprendere l'assedio di Pera. Di già il Pisani aveva ragunata una
nuova flotta di trentadue galere chiamando sotto la sua bandiera tutti i
vascelli della sua patria sparsi nella Romania, nel mar Nero, o mare di
Siria. I Greci, che gli avevano altresì somministrati alcune navi,
segnarono il loro campo per secondarlo ai piè delle mura di Pera[148].

  [146] _Niceph. Gregoras, l. XVIII, c. 2, p. 448._

  [147] _Cantacuzeni imper. l. IV, c. 26, p. 650._

  [148] _Ivi, 648._

Nello stesso tempo Paganino Doria, l'ammiraglio genovese, stringeva
l'assedio di Calcide ov'erasi rifugiata una flotta veneziana. Di là
aveva intavolato un trattato coll'imperatrice Anna di Savoja, cui
offriva soccorsi per rimettere suo figlio Giovanni Paleologo sul trono
usurpato da Cantacuzèno. Intanto venne da lui sorpresa una nave leggera,
che faceva forza di vele per recare in Calcide la notizia agli assediati
d'un pronto soccorso. Erano state armate cinquanta galere, metà a
Venezia e metà a Barcellona, le prime sotto gli ordini di Pancrazio
Giustiniani, le altre di Ponzio di Santa Paz, ed eransi tutte unite in
novembre ne' mari di Messina, di là dirigendosi verso la Grecia. Doria
non le aspettò e fece vela alla volta di Tessalonica per sollecitare
l'imperatrice Anna ad accettare la sua alleanza; al che non avendo
potuto ridurla, sorprese l'isola di Tenedo, ove svernò le sue truppe, e
riparò le galere[149].

  [149] _Matteo Villani, l. II, c. 34. — Cantacuzenus imper. l. IV, c.
  27, p. 662._

Il Pisani, lasciando ai Greci la cura di continuare l'assedio di Pera,
si portò a Negroponte coi vascelli che aveva adunati a Costantinopoli;
prese sotto il supremo suo comando le galere ch'erano state assediate in
Calcide, e le due flotte giunte da Catalogna e da Venezia. Le tempeste
della stagione burrascosa, in cui era costretto di navigare, gli avevano
fatte perdere sette navi e due ai Catalani, ed alcune altre erano state
staccate per secondarie operazioni; ciò null'ostante il Pisani trovavasi
ancora alla testa d'una flotta di settanta galere, che divise tra i
porti di Corone e di Modone, posti nella Morea, per passarvi i due
peggiori mesi dell'inverno[150].

  [150] _Matt. Villani, l. II, c. 34._

Ma i Veneziani ed i Genovesi, ugualmente impazienti di venire alle mani,
appena passato gennajo ripresero il mare. I Genovesi furono i primi a
spiegare le vele verso il Bosforo. Cammino facendo presero Eraclea
d'assalto per vendicare l'assassinio di due loro soldati[151].
Occuparono in appresso Sozopoli, e Paganino Doria potè a stento
contenerli quando vollero attaccare Costantinopoli nella stessa
maniera[152]. Frattanto due galere, che quest'ammiraglio aveva spedite a
Gallipoli, tornarono il 7 febbrajo, dandogli avviso, che l'armata
veneziana e catalana composta di sessantasette galere, entrava in quel
giorno a Preknonesos, o isola del Principe, posta all'apertura della
Propontide dalla banda dell'Elesponto.

  [151] _Cantacuzeni imper. l. IV, c. 28, p. 656._

  [152] _Ib. p. 658._

Le burrasche, frequenti su quegli angusti mari, ritennero alcun tempo le
due flotte quasi prigioniere; la veneziana nel porto dell'isola del
Principe, la genovese in quello di Calcedonia. Finalmente il vento di
mezzodì, che da lungo tempo dominava su quelle acque, parve alquanto
calmato il lunedì 13 febbrajo, e Paganino Doria formò la sua linea con
sessantaquattro galere all'apertura del Bosforo di Tracia per impedire
ai Veneziani l'ingresso di Costantinopoli. Questi erano partiti lo
stesso giorno dall'isola del Principe, e s'avanzavano a piene vele;
erasi di nuovo rinfrescato il vento di mezzodì, e perchè soffiava da più
giorni, le correnti portavano con violenza verso Costantinopoli.
S'avvide il Doria che non potrebbe resistere all'urto de' vascelli
veneziani, secondati dal vento e dalla corrente, perlocchè si strinse
verso le rive dell'Asia, e lasciò che passasse la flotta del Pisani, la
quale entrò trionfante nel porto di Costantinopoli[153].

  [153] _Matteo Villani, l. II, c. 59. — Cantacuzeni imp. Hist. l. IV,
  c. 30, p. 660._

Costantino Tarcuniota, l'ammiraglio de' Greci, si unì ai Veneziani nel
porto con otto galere ed un gran numero di navi, ed eccitò il Pisani ad
approfittare della superiorità delle sue forze, a ritornare
immediatamente contro la flotta nemica, ed a presentarle battaglia. I
vascelli genovesi avevano sofferto assai nelle loro armature per voler
tenersi all'ingresso del Bosforo malgrado il vento ed il mar grosso. Il
Doria non aveva ancor potuto riunire la sua flotta, e rientrare nel
porto di Calcedonia, quando vide avvicinarsi quella de' Veneziani
poc'anzi passata. Altro far non potendo, approfittò della perfetta
conoscenza che aveva di quegli angusti mari per collocarsi con sette
vascelli fuori delle correnti, e dei marosi in un'ansa circondata da
scogli e da bassi fondi. Ordinò in pari tempo coi segni al rimanente
della flotta di avvicinarsi a lui durante la battaglia.

Nicolò Pisani e Ponzio di Santa Paz, invece di attaccare Doria, fecero
forza di remi per tagliar fuori le altre galere, che Doria aveva
chiamate. Frattanto il vento rinforzava, oscure nubi si abbassavano e
parevano appoggiarsi sugli alberi de' vascelli, l'orizzonte s'andava
restringendo, e più non era indicato che dagli scogli contro i quali
andavano a rompersi i grandi marosi, e rottami di navi galleggianti
intorno ai combattenti annunziavano disastri, di cui non conoscevansi le
circostanze. Di già non vedevansi i segni dall'una all'altra estremità
della stessa flotta. Alcune galere genovesi non potendo accostarsi al
loro ammiraglio, gettarono l'ancora e si nascosero tra gli scogli di cui
i loro piloti conoscevano tutte le direzioni. I Catalani, affatto nuovi
in que' mari, quando vollero attaccare i loro nemici in mezzo agli
scogli a fior d'acqua, ed ai bassi fondi, perdettero molta gente e molte
navi[154].

  [154] _Cantacuzeni imp. Hist. l. IV, c. 30, p. 661._

Tre galere veneziane avevano attaccato l'ammiraglio genovese, due da
prora ed una di fianco. Colà cominciò la più accanita pugna, perchè
tutto il rimanente delle due flotte cercava di avanzarsi su questo
punto. I tre vascelli veneziani dovettero soccombere alla manovra
genovese, e furono presi. D'altra parte dieci galere genovesi, spinte
verso sant'Angelo, non potendo difendersi, furono dai loro marinai
mandate a picco sulla riva, e fuggirono essi a Pera, abbandonandole ai
Veneziani, che le bruciarono. Tre altre galere corsero la stessa sorte
in un altro piccolo golfo; per ultimo sei, inseguite a traverso al
Bosforo, fuggirono nel mar Nero. Ma non furono decisivi nè i vantaggi,
nè le perdite, imperciocchè le due flotte, divise dalla violenza del
vento, dagli scogli, e dai promontori dell'ingresso del canale del
Bosforo, si battevano contemporaneamente in sette od otto luoghi[155].

  [155] _Matteo Villani, l. II, c. 59._

Finalmente sopraggiunse la notte, oscura come suol essere dopo un giorno
burrascoso d'inverno; i colpi del vento furioso, il mugghiare delle
onde, le grida de' remiganti e quelle de' feriti risuonavano intorno
agli scogli di Scutari e di Bizanzio. Le vacillanti fiaccole de'
vascelli appena erano visibili nella densità della nebbia, e vedevansi a
vicenda risplendere e scomparire a seconda che le grosse onde
sollevavano, o lasciavano in fondo le navi. A traverso a così spaventosa
oscurità, gl'intrepidi Genovesi di Pera scorsero con leggeri scialuppe
tutte le sinuosità delle due coste dell'Europa e dell'Asia per raccorre
i loro feriti, dar soccorso ai vascelli pericolanti, e sorprendere i
loro nemici dispersi. Secondo ch'essi andavano avanzando colle loro
fiaccole, molte navi veneziane o catalane, volendo tener dietro a quelle
ingannatrici guide, andarono a picco sopra bassi fondi, altre entrarono
da sè inavvedutamente nel porto di Pera, ove furono fatte prigioniere,
altre finalmente s'arresero senza combattere a nemici meno formidabili
che la burrasca e gli scogli. I due ammiragli col grosso delle flotte
nemiche trovavansi intanto uniti nella baja di santa Foca: udivano le
grida nemiche senza vedersi, ed in mezzo alla burrasca non cessavano di
minacciarsi; qualunque volta un colpo di vento avvicinava alcune navi
nemiche, approfittavano della circostanza per venire alle mani. Così
passò la notte del 13 al 14 febbrajo del 1352. Prima che facesse giorno
Nicolò Pisani, che conoscevasi più debole, lasciò la baja di santa Foca
per rifugiarsi nel porto di Terapea o Trapenon, difeso dai Greci. Quando
spuntò il sole, il mare, che cominciava a calmarsi, era coperto di
cadaveri, e di rottami di navi. I Genovesi s'avvidero allora d'avere
perdute tredici galere, oltre le sei che si erano salvate nel mar Nero.
Altronde ne avevano predate quattordici ai Veneziani, dieci ai Catalani
e due ai Greci, avevano fatti mille ottocento prigionieri, ed uccisi due
mila nemici. Ma la perdita loro era troppo grande perchè potessero
rallegrarsi della vittoria. Rimandarono a Costantinopoli quattrocento
prigionieri feriti, ch'essi non potevano curare[156].

  [156] _Matteo Villani, l. II, c. 60. — Mariana Historia de las
  Españas, l. XVI, c. 19._ — Cantacuzèno nella sua relazione dissimula
  la vittoria de' Genovesi e la perdita de' Greci; accusa il Pisani di
  avere mancato di coraggio, ed attribuisce a lui solo il non avere
  ottenuta piena vittoria. Cantacuzèno ha piuttosto scritto il proprio
  panegirico che una storia, e non gli si può dar fede senza un severo
  esame. Meriterebbe maggior fede Niceforo Gregora; ma l'ultima parte
  della sua opera non fu ancora stampata, e secondo assicura Gibbon,
  trovasi soltanto manoscritta nella biblioteca di Parigi.

Mentre le due flotte, ritirate l'una a Pera, l'altra a Terapea,
riparavano i sofferti danni, Cantacuzèno faceva istanza al Pisani perchè
attaccasse i Genovesi approfittando della presente loro debolezza, e
Ponzio di santa Paz appoggiava caldamente l'inchiesta dell'imperatore.
L'ammiraglio arragonese trovavasi allora infermo per dispetto della
sofferta rotta, e quando seppe che il Pisani non voleva rinnovare la
battaglia, se n'afflisse in modo che morì di crepacuore[157]. Stefano
Contarini e Pancrazio Giustiniani, procuratori di san Marco, Giovanni
Steno e Benatino Bembo, viceammiraglio de' Veneziani, erano morti in
battaglia o dopo la battaglia, in conseguenza delle ricevute
ferite[158].

  [157] _Cantacuzenus, l. IV, c. 31, p. 665._

  [158] _Marin Sanudo, storia dei duchi di Venezia p. 624. — And.
  Navagero, storia di Venez. p. 1035, t. XXIII._

I Genovesi furono i primi a rimettersi in mare per bloccare il porto di
Terapea; ma il Pisani approfittando d'un vento fresco passò a traverso i
loro vascelli, ed uscì dal mare di Romania con sole trentotto galere.
Venne a dar fondo a Candia, ove depose gli ammalati ed i feriti, ma ne
aveva in tanta copia, che bentosto si manifestò un'epidemia negli
spedali, la quale comunicossi ai Candiotti.

Partiti i Veneziani, il Doria rivolse tutte le sue forze contro i Greci.
Coll'assistenza d'Orcano, figliuolo d'Osmanno, fondatore dell'impero
Turco, formò l'assedio di Costantinopoli, e costrinse Cantacuzèno a
rinunciare all'alleanza de' Veneziani, soscrivendo il 6 marzo del 1352
una pace separata colla repubblica di Genova[159]. I porti della Grecia
furono chiusi ai Veneziani ed ai Catalani, ed accordata assoluta libertà
al commercio de' Genovesi[160]. Doria in appresso si diresse verso
Creta, sperando di trovare ancora a Candia i Veneziani, ma l'epidemia
dominante in quell'isola si comunicò ai suoi equipaggi, e nel tragitto
da Candia a Genova, ove Paganino Doria arrivò in agosto con trentadue
galere, egli fu costretto di gettare nelle onde i cadaveri di mille
cinquecento de' suoi commilitoni. In tal modo ebbe fine una campagna in
cui le due repubbliche marittime avevano bensì dato prove del loro
valore e dell'abilità de' marinai, ma si erano ancora vicendevolmente
esaurite di uomini e di danaro senza ottenere verun vantaggio[161].

  [159] _Cantacuzenus, l. IV, 31, p. 667._

  [160] _Matteo Villani, l. IV, c. 31._

  [161] _Ubertus Folieta Genuens. Hist. l. VII, p. 450._



CAPITOLO XLI.

      _Disfatta dei Genovesi a Loiera; essi si danno all'arcivescovo
      di Milano. — Disfatta dei Veneziani a Portolongo. — Pace di
      Venezia. — I Genovesi prendono Tripoli. — Congiura del doge
      Marino Falieri. — Introduzione della letteratura greca in
      Italia._

1352 = 1355.


La chiesa e le nazioni occidentali vedevano di mal animo consumarsi le
forze d'Italia e della Cristianità nell'inutile guerra delle repubbliche
marittime, mentre il feroce Orcano approfittava delle loro battaglie, e
della debolezza cui avevano ridotta la Grecia per assoggettare le più
belle province all'impero de' Turchi. Papa Clemente VI fece inutili
sforzi per ristabilire la pace tra le due repubbliche; chiamò i loro
ambasciatori alla sua corte con quelli del re d'Arragona, ma nè la sua
autorità come capo della chiesa, nè la sua abilità per le negoziazioni
ottennero di conciliare le opposte loro pretese[162]. Clemente VI morì
il 5 dicembre del 1332, ed il di lui successore, Innocenzo VI, creatura
ancor esso del re di Francia, tentò di nuovo d'adunare un congresso in
Avignone. Invece di mandarvi i loro ambasciatori, i Genovesi non
pensavano che a procurare nuovi nemici ai loro rivali. S'addrizzarono
per tale oggetto a Luigi d'Ungheria, che non aveva dimenticato che nel
1346 l'armata veneziana lo aveva fermato avanti a Zara, ed aveva in sui
suoi occhi espugnata quella città, ch'egli veniva a difendere,
ritardando in tal modo la vendetta del re Andrea. Il possedimento della
costa di Dalmazia sembravagli necessaria alla prosperità dell'Ungheria,
e gli Schiavoni, che desideravano l'unione a questo regno, erano stati
duramente trattati dalla repubblica di Venezia, e si erano ribellati
contro la medesima qualunque volta avevano avuto l'opportunità di farlo.
Luigi, più potente che verun altro de' suoi predecessori, fece chiedere
al senato veneto la restituzione di tutte le città della Dalmazia,
ch'egli pretendeva di pertinenza de' suoi predecessori, e dietro il
rifiuto della signoria, le dichiarò la guerra ed accettò l'alleanza de'
Genovesi[163].

  [162] _Zurita Indices Rer. ab Aragon. Reg. gestarum, l. III, p.
  205._

  [163] _Matteo Villani, l. III, c. 54. — Joh. de Thwrocz Chron. Ung.
  p. III, c. 26, p. 187._

Un altro celebre negoziatore aveva inutilmente cercato di rappacificare
le due repubbliche; era questi il Petrarca, che si era lusingato di far
servire a politiche viste la letteraria corrispondenza che manteneva con
Andrea Dandolo, allora doge di Venezia. Scrisse a questo magistrato
esortandolo alla pace, ed impiegando le più ardite figure rettoriche per
abbellire i più triti argomenti sugli avvantaggi della concordia, diede
luogo nella sua lettera a tutte le citazioni de' sacri e profani autori,
de' poeti e degli oratori che potevano entrarvi[164]; ma la sua lettera
altro non ottenne che una risposta meno elegante ma più giudiziosa di
Dandolo. Le lettere del Petrarca, in cui fuor di proposito spiegava
tanta erudizione e ricercatezza di concetti, risguardavansi a que' tempi
quali esemplari di eleganza e di gusto; si facevano passare da una
persona all'altra, e spesso non erano ricapitate che dopo essere state
lette da tutto il pubblico.

  [164] _Variarum I, Patavii 15, cal. aprilis. Ed. Bas. p. 1070. — De
  Sade. Memoir. l. IV, t. III, p. 114._

Mentre il re d'Ungheria minacciava le città veneziane della Dalmazia, i
Genovesi, in primavera del 1353, armavano una flotta di sessanta galere
sotto il comando di Antonio Grimaldi[165], e spedivano una piccola
squadra nel golfo Adriatico ad insultare i Veneziani[166]. Questi per
altro ottennero negoziando di sventare l'attacco del re d'Ungheria, ed
in pari tempo armarono di concerto coi Catalani una flotta di settanta
galere. I Veneziani, sotto il comando del Pisani, avevano concertato con
Bernardo Chiabrera, condottiere delle navi di Barcellona, di unirsi ne'
mari di Sardegna[167]. Il Grimaldi, avuto avviso del progetto de' suoi
nemici, sperò di potere scontrarsi coi Veneziani o coi Catalani avanti
la loro unione e sconfiggerli uno dopo l'altro. E perchè le sue sessanta
galere non erano ancora compiutamente armate, ne lasciò otto a porto
Venere, onde ripartirne la ciurma sulle restanti cinquantadue, colle
quali si pose in mare in traccia del nemico.

  [165] _Georg. Stella Ann. Genuens. p. 1092._

  [166] _Matteo Villani, l. III, c. 67._

  [167] _Matt. Villani, l. III, c. 68. — Ubertus Folieta Genuens.
  Hist. l. VIII, p. 450, — Georg. Stella An. Genuens. Hist. t. XVII,
  p. 1092._

(1353) Quando i Genovesi giunsero a Loiera sulla costa settentrionale
della Sardegna, seppero che le due flotte, che speravano di trovare
disgiunte, eransi di già unite, e che stavano attendendoli a non molta
distanza. Ebbero appena passato un promontorio che le scuoprirono; ma i
Veneziani, per timore che i Genovesi si sottraessero alla battaglia,
avevano cercato di nascondere parte delle loro navi, collocando le più
basse dietro quelle di alto bordo, ed affettando ad un tempo una certa
quale immobilità, che dai nemici risguardossi come sicuro indizio di
timore. Il Grimaldi, ingannato da tale apparenza, ricordò ai suoi
marinai la vittoria recentemente riportata in Romania sopra vascelli di
numero superiori ai loro, li prevenne di star pronti alla battaglia,
esortandoli a diportarsi valorosamente. Intanto superò un secondo
promontorio, che prolungavasi in mare tra la flotta del nemico e la sua.

In allora le due flotte si trovarono così vicine da non potere, anche
volendolo, schivare la battaglia: ma i Genovesi, che scoprirono
finalmente l'intera linea nemica, non videro senza inquietudine settanta
galere a fronte delle loro cinquantadue, senza contare tre grandi
vascelli rotondi, chiamati cocche, più forti e di più alto bordo delle
galere, ognuno montato da quattrocento Catalani. Inoltre le navi
veneziane avevano un numero di soldati maggiore del consueto, essendo
esse destinate a lasciare in Sardegna truppe di sbarco.

Non pertanto i Genovesi si prepararono coraggiosamente alla battaglia.
Lusingaronsi che le tre cocche non potrebbero combattere, perchè non si
movevano a forza di remi, ed avevano il vento contrario. Per presentare
al nemico una linea impenetrabile, legarono con lunghe catene le une
alle altre le loro galere tanto pel corpo, che per l'alberatura; quattro
solamente ne riservarono per le due ali, che lasciarono sciolte onde
cominciare la battaglia, ed accorrere ovunque il bisogno lo richiedesse.
I Veneziani ed i Catalani, quando videro tale ordinanza, legarono
insieme dal canto loro cinquantaquattro galere, lasciandone libere
sedici, otto per ogni lato, che spinsero avanti ad attaccare quelle de'
Genovesi[168].

  [168] _Matteo Villani, l. III, c. 79._

Mentre queste galere scaramucciavano assieme, avanzavansi lentamente e
maestosamente le due linee incatenate l'una contro l'altra, formavano
due enormi masse che andavano a rompersi nel loro grande urto. In
quest'istante sgraziatamente pei Genovesi si levò improvvisamente un
vento di mezzo giorno, che gonfiò le vele delle tre cocche, che stavano
ancorate a qualche distanza. I Catalani tagliarono subito le gomene
abbandonandosi al vento, e vennero ad urtare contemporaneamente contro
tre galere d'una estremità della linea genovese e le affondarono; si
serrarono in appresso contro le altre, opprimendole con una grandine di
pietre e di saette.

S'accorse allora il Grimaldi, che, malgrado la coraggiosa resistenza de'
suoi soldati e de' marinai, arrischiava di perdere tutta la flotta. Fece
dunque sciogliere il più presto che fu possibile le galere dell'ala non
ancora attaccata, e liberò undici navi, che aggiunse a quelle lasciate
sulle ali, e facendo vista di voler prendere alle spalle il nemico,
prese il largo. L'ammiraglio veneziano s'adombrò per tale movimento, e
si tenne inattivo finchè chiaramente conoscesse le intenzioni
dell'avversario. Ma ossia che Grimaldi non avesse il coraggio di venire
ad un secondo attacco, o sia che i suoi soldati, trovandosi lontani dal
pericolo, ricusassero nuovi rischj, sia finalmente che non gli rimanesse
verun altra speranza che quella di salvare diecinove vascelli,
approfittò dell'imminente notte per far forza di vele verso Genova; e le
trenta galere ch'egli aveva lasciate legate assieme, vedendosi
abbandonate ed attaccate da una forza doppiamente maggiore, s'arresero
senza ulteriore resistenza. Tre mila cinquecento prigionieri, il fiore
dei nobili e dei popolani genovesi, vennero in potere del vincitore con
trenta galere: due mila genovesi erano periti combattendo, o annegati
sui tre vascelli affondati[169].

  [169] Il 29 Agosto 1353. — _Matteo Villani, l. III, c. 79. — Georg.
  Stellæ Ann. Genuen. p. 1002. — Cronica di Pisa, t. XV, p. 1024._

I Catalani sbarcati in Sardegna dopo questa vittoria, ne raccolsero
pochi frutti. Il giudice d'Arborea, ribellatosi contro di loro e rottili
ad Oristagni, fece poi costar loro assai cara una vittoria che terminò
di snervarli, ed all'ultimo li costrinse ad abbandonare tutte le loro
fortezze, e l'isola stessa[170]. I Veneziani tornarono alla loro patria
coperti di gloria e di ricchezze[171], mentre Grimaldi entrando nel
porto di Genova vi portò lo spavento e la costernazione. Invano gli
ambasciatori fiorentini esortavano la signoria a riprendere coraggio,
offrendole tutte le risorse della repubblica per difesa del popolo
genovese; questo popolo, che poc'anzi pareva signoreggiare i mari
dell'Italia, della Spagna, della Grecia e della Scizia, e che
risguardavasi come il più fiero popolo del mondo, si lasciò talmente
invilire da questa grande sventura, e dalle civili discordie prodotte da
vicendevoli rimproveri, che credette di non trovare altronde salute che
nella servitù. Cercò quale fosse in Italia il più possente protettore,
cui potesse ricorrere; qual fosse il principe più capace di vendicarlo
di un nemico vittorioso, e si rivolse all'arcivescovo Visconti, che, di
già padrone della Lombardia, dell'Emilia e di parte del Piemonte, non
sembrava lontano dal soggiogare ancora la Toscana. Il popolo genovese
domandò egli stesso le catene a quest'ambizioso tiranno. Il 10 ottobre
del 1353 il doge Giovanni di Valente fu deposto, ed il conte Palavicino,
nominato dal Visconti governatore di Genova, fu ricevuto in città con
una guarnigione di settecento cavalli e mille cinquecento pedoni. Il
nuovo signore fece aprire strade di comunicazione colla Lombardia, mandò
al popolo vittovaglie, e danaro al senato per rifare la flotta, quasi
che con tal prezzo pagar potesse la libertà genovese[172].

  [170] _Matteo Villani, l. III, c. 80. — Zurita Indices Aragon. l.
  III, p. 206. — Mariana Histor. de las Españas. l. XVI, c. 19._

  [171] _Marin Sanudo vite dei dogi, p. 626. — Navagero stor.
  Veneziana, p. 1037._

  [172] _Matteo Villani, l. III, c. 86._

Vero è che l'arcivescovo di Milano era stato scelto piuttosto come
arbitro e pacificatore, che come padrone di Genova; onde, se osservate
avesse fedelmente le imposte condizioni, la repubblica sarebbesi
conservata libera sotto la sua protezione. Fu prima sua cura il
ristabilimento della pace tra le fazioni nemiche[173]; poi cercò di dar
fine alla guerra marittima. Incaricò d'un'ambasciata a Venezia il
Petrarca, da poco tempo chiamato alla sua corte, commettendogli di
dichiarare al doge Dandolo, ch'egli non prendeva parte all'odio
nazionale de' nuovi suoi sudditi, che bramava di riconciliare coi
Veneziani; e che, quand'anche non potesse ottenerlo, sperava per lo
meno, ch'egli medesimo ed i suoi antichi stati si conserverebbero in
pace colla repubblica[174]. Ma i Veneziani non meno accaniti dei
Genovesi, risposero col dichiarare la guerra all'arcivescovo, ed i due
popoli marittimi raddoppiarono i loro apparecchi per nuove
battaglie[175].

  [173] _Uberti Folietae Genuens. Hist. l. VII, p. 451._

  [174] _De Sade, Memorie per la vita del Petrarca l. V. t. III, p.
  345._

  [175] _Matteo Villani l. III, c. 93._

I Genovesi scelsero per loro ammiraglio Paganino Doria; quel grand'uomo
cui andavano debitori della vittoria del Bosforo, e gli affidarono
trentatre galere. Dal canto loro i Veneziani ne armarono trentacinque
sempre sotto la condotta di Niccolò Pisani[176]. Mentre quest'ultimo
assecondava le operazioni degli Arragonesi in Sardegna, ove Pietro il
_ceremonioso_ aveva mandata una ragguardevole armata[177], Doria era
entrato nell'Adriatico, ed avea predate varie navi mercantili ed alcune
galere che tornavano da Candia a Venezia; avea guastate le coste
d'Istria, ed il giorno 11 d'agosto occupata la città di Parenzo, che
abbandonò alle fiamme[178]. I Veneziani, atterriti dall'avvicinamento
de' Genovesi, mandarono ordine a Niccolò Pisani di venire a difendere la
patria. Chiusero con una catena l'ingresso del loro porto, guernirono
colle loro milizie _l'arzere_, che servono di riparo alle lagune, e si
prepararono ad una vigorosa resistenza qualora fossero attaccati ne'
loro focolari. Il doge Andrea Dandolo, autore della più antica storia di
Venezia, che siasi conservata, sentì così vivamente la perdita di
Parenzo, e l'avvicinamento de' Genovesi, che ne morì il 7 settembre del
1354. Gli fu sostituito Marin Falieri, al di cui nome è assocciata una
triste celebrità[179].

  [176] _Ivi, l. IV, c. 22._

  [177] _Matteo Villani, l. IV, c. 21._

  [178] _Marin Sanuto vite de' duchi di Venezia, p. 627._

  [179] _Navagero Stor. Venez. p. 1038._

Il Doria, invece d'aspettare nel golfo la flotta veneziana, fece vela
verso la Grecia, ed il Pisani, avuta notizia della direzione da lui
presa, si affrettò di recarsi negli stessi mari. I due ammiragli
cercaronsi nell'Arcipelago senza scontrarsi, onde Pisani prese porto
alla Sapienza, ossia porto Lungo presso Modone, per dar riposo ai suoi
equipaggi, e riparare le navi. Frattanto divise la flotta in due parti
incaricando l'una di fare la guardia, mentre l'altra veniva racconciata.
Egli si collocò all'ingresso del porto con sei grandi vascelli e venti
galere, che unì con catene le une alle altre. Nello stesso tempo
Morosini, suo viceammiraglio, con quindici galere e venti speronare o
barche armate, aveva preso terra in fondo al porto assai lontano
dall'ingresso[180].

  [180] _Matteo Villani, l. IV, c. 32._

Quando Paganino Doria seppe dove trovavansi i nemici venne a presentar
loro battaglia il 3 novembre del 1354, in faccia al canale di porto
Lungo, ed invano con mille ingiurie i suoi equipaggi cercarono di
provocare il Pisani ad accettarla. Questi colle sue galere unite
rimaneva immobile, sdegnando gl'insulti de' Genovesi, ed aspettando
favorevole circostanza per combattere. Finalmente Giovanni Doria, nipote
dell'ammiraglio, con superbo ardimento penetrando tra la flotta
veneziana e la spiaggia, entrò nel porto. Il Pisani non gli si oppose,
vedendo che quest'uomo, posto tra la sua linea e quella del Morosini,
più non avrebbe potuto salvarsi. Lasciò pure che passassero una dietro
l'altra dodici galere comandate dal giovane Doria, le quali attaccarono
impetuosamente la divisione del Morosini in fondo al porto. Le navi
appoggiate alla riva potevano più facilmente difendersi; ma i Veneziani,
sorpresi da così subito attacco quando credevano di trovarsi in luogo
sicuro, non opposero che una debole resistenza. Molti marinai atterriti,
gettaronsi in mare per salvarsi a nuoto, non pochi s'annegarono, e tutte
le navi caddero in potere de' Genovesi. Il giovane Doria venne allora ad
attaccare alle spalle la linea che difendeva l'ingresso del porto, già
combattuta di fronte dallo Zio; spinse contro la medesima due delle navi
predate, cui aveva appiccato il fuoco, onde incendiare tutta la flotta
nemica, locchè cagionò tanto spavento ai Veneziani, che s'arresero senza
più difendersi. Essi avevano di già perduti quattro mila uomini nel
porto, o sulla costa. Il Doria tornò trionfante a Genova, seco
conducendo l'ammiraglio veneziano con tutta la flotta, e cinque mila
ottocento settanta prigionieri. Per tal modo fu interamente cancellata
la vergogna della disfata del Grimaldi alla Loiera[181].

  [181] _Matteo Villani, l. IV, c. 32. — Navagero Storia Veneziana t.
  XXIII, p. 1039. — Ubertus Folietae Genuens. Histor. l. VII, p. 452.
  — Georgii Stellæ Ann. Genuens. p. 1093._

Una rivoluzione scoppiata in Costantinopoli in gennajo del susseguente
anno 1355 fu pei Genovesi un altro motivo di giubbilo. Nelle guerre
civili dell'impero d'Oriente essi si erano mantenuti costantemente
attaccati al partito del giovane imperatore, Giovanni Paleologo. Questo
principe, nè meno corrotto, nè meno debole che qualunque de' suoi
predecessori, trovavasi in allora tenuto come in esilio a Tessalonica da
Cantacuzèno, il quale di camerier maggiore e tutore ch'egli era d'un
imperatore fanciullo, erasi fatto padrone. Un Genovese, Francesco
Cataluzzo, principale ministro e confidente del Paleologo, si dispose a
rimettere sul trono questo monarca poco degno di regnare. Egli fece
rivivere il partito formato dieci anni prima da Apocauco e
dall'imperatrice Anna di Savoja, introdusse segretamente il Paleologo in
Costantinopoli, sorprese Cantacuzèno e lo costrinse a farsi monaco, indi
riunì tutto ciò che rimaneva dell'impero greco sotto il legittimo
sovrano[182]. Cataluzzo sposò la sorella del Paleologo, e ricevette in
feudo dal monarca, ch'egli ripose in trono, l'isola di Lesbo, o
Metelina, che passò in dominio de' suoi discendenti[183].

  [182] _Ducas Michelis Nepos Hist. Byzant. t. XIX, c. 11, p. 16. —
  Georgii Stellæ Annal. Genuens. p. 1094._

  [183] _Ducas Michelis Nepos, c. 12, p. 18. — Matteo Villani, l. IV,
  c. 46._

I Veneziani, che speravano d'impegnare Cantacuzèno a dichiararsi di
nuovo a loro favore, si scoraggiarono quando ebbero notizia di questa
rivoluzione. La loro disfatta a Sapienza aveva pressochè distrutta tutta
la loro marina; il re d'Ungheria minacciava la Schiavonia; il re
d'Arragona, loro alleato, aveva le sue forze in Sardegna, colà rendute
necessarie dalla guerra che gli facevano i Doria, i Malaspina ed i
Gherardesca[184]; in così difficili circostanze scoppiò in Venezia
stessa la più pericolosa congiura, che pose in pericolo l'esistenza
della repubblica. Il senato acconsentì allora ad entrare in negoziazioni
di pace; promise di pagare duecento mila fiorini ai Genovesi per le
spese della guerra, di stabilire per tre anni un banco a Caffa, e di
proibire per tutto quel tempo ai mercanti veneziani di approdare alla
Tana. Tutti i prigionieri vennero rilasciati da ambe le parti senza
taglia; ed il trattato di pace fu firmato in sul finire di maggio, colla
riserva che il re d'Arragona potesse, volendolo, esservi compreso avanti
il 28 di settembre[185].

  [184] _Zurita Indices Rerum ab Arragon. l. III, p. 210._

  [185] _Marin Sanudo vite dei duchi, p. 630. — Matteo Villani, l. V,
  c. 45._

Onde affrettare la decisione di questo monarca la signoria di Genova
aveva spedite quindici galere nei mari di Sardegna sotto il comando di
Filippo Doria. Questo ammiraglio, essendo rimasto perdente in un
tentativo sopra Loiera, passò colla sua flotta a Trapani in Sicilia.
Colà formò il progetto d'un'ardita impresa sopra la Barbaria, cui lo
incoraggiarono le rivoluzioni scoppiate in quel paese.

I figli del re di Tunisi si erano congiurati contro il lor padre, e
l'avevano fatto morire. Dopo questo parricidio il regno fu desolato da
guerre civili di una violenza proporzionata all'atrocità del delitto che
le aveva eccitate[186]. La città di Tripoli, da prima subordinata ai re
di Tunisi, era stata sottratta alla loro ubbidienza, ed il figlio d'un
maniscalco saraceno aveva avuto il mezzo d'innalzarsi alla tirannide.

  [186] _Matteo Villani l. V, c. 11._

Le coste della Barbaria non erano in allora deserte come lo sono al
presente; la marina de' Cristiani rendeva sicura la navigazione del
mediterraneo, e gli Affricani non trascuravano il commercio e
l'agricoltura per darsi alla pirateria ed al ladroneccio. Filippo Doria,
dopo aver fatto preparare a Trapani scale murali e macchine da guerra,
entrò nella rada di Tripoli, una delle più ricche e commercianti città
di quella costa. Sotto pretesto di comperare vittovaglie, fece sbarcare
alcuni marinaj, ordinando ai medesimi di osservare l'altezza delle mura,
e d'informarsi del modo con cui vi si faceva la guardia. Frattanto
ricusò i doni mandatigli dal signore di Tripoli, e fece spiegare le
vele, come se tornasse in Italia[187].

  [187] _Matteo Villani l. V, c. 47._

L'ammiraglio, quando fu in alto mare, partecipò ai comandanti delle sue
galere ed alla loro ciurma il proprio progetto. Promise di farli tutti
ricchi se volevano comportarsi da bravi soldati, e nel cuore della notte
tornò colla flotta nel porto di Tripoli. La città riposava in piena
sicurezza, ed i Genovesi erano già padroni delle mura e di una porta,
prima che i cittadini fossero risvegliati per dar di piglio alle armi.
Per altro il signore di Tripoli, circondato da pochi suoi sudditi, si
avanzò nelle strade per combattere; ma dopo breve zuffa fu costretto ad
uscire di città. I Saraceni, che s'andavano tuttavia difendendo, furono
uccisi, e gli altri si sottomisero tremando alla sorte che gli
aspettava[188].

  [188] _Ivi, c. 48._

I Genovesi diedero dopo ciò cominciamento al saccheggio della città, ma
sotto la direzione de' loro capi, e con una regolarità che rendeva agli
Affricani quest'infortunio ancora più terribile. Essi portarono nel
comune deposito tutte le ricchezze del principe, delle moschee, dei
cittadini, ed in tal modo adunarono in denaro, in gioje, in mercanzie
preziose la somma di un milione ottocento mila fiorini d'oro.
Risguardarono come parte della loro preda sette mila schiavi, uomini,
donne, fanciulli, che imbarcarono sulle loro galere. Mandarono in allora
a Genova per informare la signoria della fatta conquista, e per chiedere
i di lei ordini; ma i Genovesi, sdegnati che il loro ammiraglio avesse
tradito un popolo con cui trovavansi in pace, videro altresì il pericolo
che soprastava ai mercanti genovesi che trovavansi ne' dominj de'
Saraceni in Alessandria, e nelle scale del Levante. Onde invece di
risposta condannarono a perpetuo esilio l'ammiraglio e tutti coloro che
lo avevano assecondato nella sua criminosa intrapresa[189].

  [189] _Matteo Villani, l. V, c. 49._

Filippo Doria, vedendo che la sua repubblica non voleva prendere
possesso della fatta conquista, vendette Tripoli ad un Saraceno, padrone
dell'isola di Gerbi, pel prezzo di cinquanta mila doppie, e mandò
un'altra deputazione a Genova per cercar di calmare la collera del suo
governo. Erasi in questa città avuta notizia che i principi saraceni,
nemici del signore di Tripoli, lungi dal pensare a far uso di
rappresaglie, avevano veduto con piacere la sua disgrazia. Allora la
signoria si raddolcì, e mutò la sentenza pronunciata contro l'ammiraglio
e la flotta. In espiazione del loro delitto Filippo Doria ed i suoi
compagni furono condannati a fare per tre mesi la guerra senza soldo al
re d'Arragona, che non aveva voluto accettare il trattato di pace di
Venezia. Dopo aver passati tre mesi sulle coste della Catalogna,
l'ammiraglio con quindici galere, ancora cariche delle ricchezze e degli
schiavi, fu ricevuto nel porto di Genova. L'oro fece scordare
l'assassinio e la perfidia con cui era stato acquistato[190].

  [190] _Matteo Villani, l. V, c. 60._ — Giorgio Stella non parla di
  questa spedizione. Uberto Folietta la rappresenta con vantaggiosi
  colori, e quasi come un castigo dovuto alle piraterie degli
  Affricani, _l. VI, c. 453_.

Abbiamo detto che la repubblica di Venezia aveva accondisceso ad una
pace svantaggiosa, perchè la scoperta d'una pericolosa congiura aveva
sparso il terrore in tutta la città. Quattro giorni dopo la morte del
doge Andrea Dandolo, accaduta l'undici settembre 1354, i quaranta
elettori avevano proclamato suo successore Marin Falieri, conte di Val
di Marina, uomo di settantasei anni, che le sue grandi ricchezze e le
cariche amministrate facevano risguardare tra i più riputati cittadini
di Venezia[191]. Falieri aveva una bella e giovane sposa, della quale
era perdutamente geloso. Eragli particolarmente sospetto Michele Steno,
uno de' tre capi della quarentia, o tribunal criminale, sebbene le
frequenti sue visite non avessero per oggetto la consorte del doge, ma
una delle donne della sua casa. In una pubblica festa, l'ultimo giorno
di carnevale, avendo Falieri notati i famigliari e poco decenti modi
tenuti da questa donna con Steno, lo escluse dall'adunanza. Questo
gentiluomo in un primo impeto di collera scrisse sul trono ducale posto
nella vicina sala due versi ingiuriosi all'onore del doge, ed alla
fedeltà della di lui sposa[192].

  [191] _Andr. Navagero Storia Veneziana, p. 1034. — Vettor Sandi
  Storia civile Veneziana, p. II, l. V, c. 5, p. 126._

  [192]

    _Marin Falieri dalla bella moglie_
    _Altri la gode ed egli la mantiene._

  _Sanuto vite dei duchi, p. 631._

Era questa pel geloso Falieri la più mortale offesa: riconobbe Steno
autore dello scritto, e lo denunciò agli avogadori. Egli credeva di
vedere vendicata la sua ingiuria dal consiglio de' dieci con una
esemplare severità, ma questa causa invece di essere portata a quel
consiglio, fu dagli avogadori mandata alla quarantia medesima di cui era
presidente lo stesso Steno. Il risentimento, l'agitazione d'una festa,
la licenza autorizzata dalla maschera, ond'era coperto il colpevole,
furono considerati come circostanze che minoravano il delitto, e Steno
venne condannato soltanto ad un mese di arresto. Il doge più sdegnato di
tanta indulgenza, che della prima ingiuria, estese il suo odio, ed il
desiderio di vendetta a tutta la quarantia, che aveva così leggermente
punito il colpevole, ed a tutta la nobiltà, che non aveva presa a petto
l'offesa fattagli.

Conservavasi tuttavia nel popolo di Venezia un segreto odio contro
quella nobiltà, che si era esclusivamente impadronita della sovranità,
spogliando de' suoi diritti la nazione. L'insolenza di alcuni giovani
patrizj accresceva l'animosità del popolo. Vedevansi abusare
dell'impunità che loro dava l'amicizia di potenti personaggi per
introdursi nelle case de' borghesi, sedurre le loro spose e figlie, ed
in appresso maltrattare i genitori, o i mariti da loro disonorati[193].
Israele Bertuccio, plebeo, capo dell'arsenale, era stato insultato in
questo modo. Portò le sue lagnanze al doge contro un gentiluomo di casa
Barbaro. Falieri manifestando la sua impotente compassione, lo assicurò
che non avrebbe ottenuto giustizia. «Non sono io stato insultato al pari
di voi, gli disse, ed il preteso castigo del colpevole, non fu forse per
me, e per la stessa corona ducale una nuova offesa?» Dopo ciò i progetti
di vendetta sottentrarono alle accuse giuridiche. Israele Bertuccio fece
conoscere al doge i principali malcontenti; i conciliaboli de'
cospiratori adunaronsi più notti consecutive in presenza del capo della
repubblica, e nel suo palazzo. Quindici plebei s'impegnarono col doge di
rovesciare la repubblica.

  [193] _Matteo Villani, l. V, c. 13, p. 311._

Convennero i congiurati, che ognuno di loro si associerebbe quaranta
amici, i quali terrebbe disposti ad ogni cenno per agire la notte del 15
aprile 1355. Ma per non manifestare il segreto, risolsero di limitarsi a
dire ai loro associati, che volevano valersi dell'opera loro per
sorprendere e punire per ordine della signoria que' giovani
gentiluomini, che coi loro disordini avevano concitato l'odio popolare.
Il segno per agire doveva essere il suono a stormo della campana di san
Marco, che non poteva suonarsi senza ordine del doge. Per altro i
congiurati non dovevano valersi che di borghesi conosciuti pel loro odio
verso la nobiltà, onde fedelmente tenessero il segreto in parte loro
affidato. Nell'istante in cui suonerebbe la campana, i congiurati
dovevano spargere la voce che la flotta genovese trovavasi presso alla
città, dovevano in pari tempo incamminarsi da tutti i quartieri verso la
piazza di san Marco, occuparne gl'ingressi, ed uccidere i gentiluomini
di mano in mano che giugnerebbero in sulla piazza per soccorrere la
signoria[194].

  [194] _Marin Sanudo vite dei dogi, p. 632. — Andrea Navagero, storia
  Venez. p. 1040._

Erano terminati tutti gli apparecchi, ed il segreto della congiura
fedelmente mantenuto fino alla vigilia della sua esecuzione, quando
certo Bernardo, bergamasco, conciatore di pelli, ch'era stato scelto da
uno dei congiurati per guidare i suoi quaranta associati, seppe molte
circostanze intorno a quanto doveva egli fare all'indomani, le quali
sembravangli non accordarsi coi supposti ordini della signoria, cui fin
allora aveva creduto di prestarsi. Onde la stessa sera si portò a casa
di Niccolò Lioni, uno de' membri del consiglio de' dieci, e gli palesò
la trama nella quale egli trovavasi innocentemente compreso. Siccome nè
l'uno nè l'altro supponeva che ne fosse capo il doge, si recarono
unitamente da lui per manifestargliela. Il Falieri non ebbe la prontezza
o l'accorgimento di sopprimere tale scoperta; egli a vicenda ora non
voleva ammettere come possibili le circostanze che gli venivano
indicate, ora dichiaravasene preventivamente informato, soggiugnendo
d'avere a tutto di già provveduto[195]. Tale inconseguenza eccitò i
sospetti di Niccolò Lioni, il quale lasciò il doge per recarsi al
consiglio dei dieci, portandogli la nota de' congiurati datagli da
Bertrando, i quali furono tutti arrestati nelle proprie case per ordine
del consiglio. Furono poste guardie in ogni angolo della città, ai
campanili ed alla torre di san Marco per impedire che si suonasse a
stormo; molti congiurati, posti alla tortura, rivelarono che lo stesso
doge era capo della cospirazione.

  [195] _Matteo Villani, l. V, c. 13._

Erasi provveduto alla tranquillità della città; i colpevoli trovavansi
in carcere, ed il doge tenuto di vista nel suo palazzo; ma il consiglio
dei dieci non era sicuro di essere dalla costituzione autorizzato a
giudicare il capo dello stato. Chiamò venti de' primi gentiluomini a
risolvere insieme in quest'importante occasione, ed ebbe allora origine
un corpo potente e permanente, che fu chiamato la _Zunta_ o
_Giunta_[196]. Il doge fu tradotto innanzi al consiglio dei dieci unito
alla Giunta, fu posto in confronto de' principali congiurati, che
vennero un dopo l'altro mandati al supplicio; egli confessò la parte
avuta nella congiura, ed il secondo giorno della procedura fu condannato
a morte. Gli fu tagliata la testa il 27 aprile del 1355 sulla gran scala
del palazzo ducale nello stesso luogo in cui i dogi, quando venivano
inaugurati, davano il giuramento di fedeltà alla repubblica. Durante
l'esecuzione le porte rimasero chiuse; ma immediatamente dopo un membro
del consiglio dei dieci si affacciò alla finestra, tenendo in mano la
spada ancora insanguinata, e disse al popolo: _è stata fatta giustizia
d'un grande delinquente_; all'istante si aprirono le porte del palazzo,
ed il popolo, entrato in folla, vide il capo di Martino Falieri lordo
del proprio sangue[197].

  [196] _Sandi Storia civile, l. V, c. 5, p. 130._

  [197] _Marin Sanuto Storia dei duchi, p. 634. — Navagero storia
  venez. p. 1041._

Abbiamo veduto in questo capitolo e ne' precedenti quali rivoluzioni la
mercatura e la guerra marittima avevano introdotte tra gl'Italiani ed i
Greci. Prima di abbandonare gli affari dell'Oriente, d'uopo è parlare
delle relazioni di un altro genere, cioè letterarie e religiose, che
nella stessa epoca si formarono tra i due popoli.

Malgrado il loro orgoglio più non potevano i Greci considerare gli
occidentali e sopra tutti gl'Italiani come popoli barbari di cui
potessero disprezzare le arti, la letteratura, le ricchezze. I loro
mercanti, i loro artisti, i loro soldati, e spesso i loro confidenti e
ministri erano italiani, e mentre il genovese Cataluzzo era il
confidente di Giovanni Paleologo, Cantacuzèno ricorda frequentemente
l'amicizia che aveva stretta col grande ammiraglio Paganino Doria[198];
amicizia che non fu smentita nel calore della guerra che questo eroe
genovese fu forzato di fargli colle flotte della sua patria. Lo stesso
imperatore lodò la fedeltà che fino all'ultimo istante gli aveva
conservata la guardia italiana, comandata da Giovanni di Peralta.
Racconta, che nell'istante di perdere il trono, arringò questa guardia
in lingua italiana[199], che asserisce di aver saputo benissimo parlare.
Infatti Cantacuzèno è quello degli storici greci che sfigura meno i nomi
occidentali[200].

  [198] _Cantacuzenus Histor l. IV, c. 27 p. 656, e 657._

  [199] Πρῶτα μὲν ἠρώτα τῃ λατίνων διαλέκτῳ, ἐξήσκητο γάρ αὐτὴν καλῶς.
  _Cantacuzenus Histor. l. IV, c. 41, p. 697._

  [200] Con diversi caratteri il cambiamento dell'ortografia è più
  scusabile, perchè talvolta mancano in una lingua lettere che
  corrispondano a quelle impiegate dall'altra. Così i Greci più non
  hanno il _b_, poichè il loro β è diventato un _v_. Eglino
  rappresentano il _b_ de' Latini con μῶ. Eglino più non
  hanno il _d_, perchè il loro δ è diventato simile al _th_
  dolce degl'Inglesi, ed eglino rappresentano il nostro _d_ con
  ντ. Il _g_ avanti l'_i_ che non esiste nella loro lingua
  diventa per loro ντς, e scrivono _Giovan_ Ντςιουαν.

  Queste doppie lettere danno per altro un certo che di barbaro ai
  vocaboli che sono più fedelmente traslatati.

Ma mentre i Greci, malgrado la fierezza loro ed il disprezzo che in ogni
tempo mostrarono per le lingue straniere, studiavano le lettere latine,
gl'Italiani facevano progressi grandissimi nella lingua greca; essi
cominciavano a trasportare in Italia la letteratura ateniese, e
s'appropriavano que' monumenti del genio e del gusto, che in tutti i
secoli dovranno servire d'esemplari alla poesia ed all'eloquenza.

Giammai lo studio della lingua greca era stato affatto abbandonato in
Italia. Il dominio de' Greci nella Calabria e nella Puglia si prolungò
fino ai tempi in cui gl'Italiani cominciarono a conquistare paesi nella
Grecia. Relazioni di governo, di alleanze, di matrimonj legarono sempre
abbastanza intimamente i due popoli, mentre i Greci non avevano
comunicazione col rimanente dell'Europa. Più tardi il commercio e la
navigazione li posero in un quasi continuo contatto, di modo che un
prodigioso numero di mercanti, di marinai, di soldati sapevano nel terzo
secolo il greco, come la metà del popolo veneziano lo intende in
quest'età, senza che questa conoscenza della lingua avesse la menoma
influenza sull'italiana letteratura. Non pertanto tali frequenti
comunicazioni avevano, fino dal dodicesimo e tredicesimo secolo, fatte
intraprendere molte latine traduzioni di quelle opere che la filosofia
in allora dominante faceva avidamente ricercare. Eransi, per tacere di
molt'altre, tradotte le opere d'Aristotile, quelle di Galeno e quelle di
alcuni padri delle chiesa[201].

  [201] _Tiraboschi Stor. della letterat. ital. l. III, c. 1, t. V._

Ma il greco altro ancora non era che un idioma utile, che imparavasi per
un determinato scopo, quando Petrarca e Boccaccio, risvegliando verso la
metà del quattordicesimo secolo, il gusto della bella letteratura e
l'ammirazione per gli antichi, comunicarono alla maggior parte de' dotti
il desiderio di conoscere i capi d'opera dell'antica Grecia nella loro
lingua originale, ed estesero l'attività loro in questa parte de' tesori
dell'antichità, che fino a tale epoca erano stati lasciati quale
esclusiva proprietà de' dotti di Bizanzo.

L'ammirazione per gli antichi, lo studio delle loro scritture, della
loro poesia, della loro storia, della loro religione, eransi risvegliate
quasi nello stesso tempo in Grecia ed in Italia. Costantinopoli più omai
non produceva oratori o poeti; ma non mancava di persone che, col loro
entusiasmo pei poeti e gli oratori dell'antichità, sembravano degni di
camminare sulle loro orme. La venuta in Italia di alcuni di questi
uomini, e l'amicizia loro coi capi della letteratura latina,
contribuirono a riunire in un solo corpo i belli avanzi dell'antichità,
a spiegare gli uni per mezzo degli altri, a farli conoscere a diversi
popoli, ed a fare universalmente sentire tutta la perfezione di que'
capi d'opera. In tal maniera le due nazioni salvarono di comune accordo
i preziosi monumenti dell'antica letteratura, quando appunto correvano
pericolo di essere distrutti.

Il monaco Barlaamo ebbe facilmente la parte principale nella
ristaurazione delle greche lettere in Italia. Barlaamo era oriundo di
Seminara, in Calabria, paese a tale epoca ancora popolato da molti
Greci. Avendo vestito l'abito di monaco di san Basilio, passò
nell'Etolia, di là in Tessalonica, e per ultimo a Costantinopoli, ove
giunse nel 1327. Si fece colà conoscere per le sue cognizioni
astronomiche, filosofiche, matematiche e letterarie. Ottenne la
protezione del giovane Andronico, e di Cantacuzèno in allora il favorito
di quest'imperatore. Barlaamo venne accolto in casa di Cantacuzèno, ove
diede lezioni di filosofia e di belle lettere, fu creato abate d'un
monastero, ed interessò la chiesa greca nelle sue dispute con Niceforo
Gregora, lo scrittore di cui abbiamo fatto frequente uso nel precedente
capitolo, poi con Palama ed i monaci del monte Athos intorno alla luce
del Tabor, ed in ultimo coi deputati di Giovanni XXII intorno alle
diverse opinioni delle chiese greca e latina[202].

  [202] _Tiraboschi, l. V, c. 1, § IV, p. 424._ Pretendevano i monaci
  del monte Athos che la luce veduta sul Tabor, in tempo della
  trasfigurazione di Nostro Signore, fosse divina ed increata, e
  ch'essi medesimi potevano vedere questa luce, emanazione della
  divinità, stando in lunga contemplazione, cogli occhi fissi sul
  proprio umbilico.

Queste ultime controversie non ritrassero il giovane Andronico dal
mandare Barlaamo in Avignone presso Benedetto XII, sotto pretesto di
procurare la riunione delle due chiese, ma in sostanza per ottenere
soccorsi contro i Turchi. Barlaamo tornò d'Occidente senza aver nulla
ottenuto; si rinnovarono le sue dispute coi monaci del monte Athos, che
lo disgustarono talmente, che nel 1341, abbandonata la Grecia, venne a
cercare asilo in Napoli, ove fu ben accolto dal re Roberto. Nel
susseguente anno recossi in Avignone; e colà conobbe il Petrarca, e gli
diede lezioni di lingua greca. Con Petrarca lesse le opere di
Platone[203]; ma non potè tanto continuare le sue lezioni da istruire
perfettamente il poeta italiano nell'idioma greco. Alcuni anni dopo un
distinto personaggio bizantino, Niccola Sigeros, avendo regalato un
esemplare d'Omero al Petrarca, questi gli rispose che senza interprete
non poteva intendere il principe de' poeti. «La morte mi privò, gli
diceva, del nostro Barlaamo, o piuttosto io me lo tolsi a me medesimo,
quand'io gli procurai la dignità vescovile, senza riflettere alla
perdita che me ne verrebbe.» Effettivamente Barlaamo, dopo aver
rinunciato alle opinioni della chiesa greca, fu da papa Clemente VI
innalzato alla sede di Girace unita a quella di Locri. «In queste
giornaliere lezioni, prosegue il Petrarca, mi aveva insegnate più cose;
ma egli ingenuamente confessava che ne imparava assai più da me. Ed
invero quant'egli era eloquente nella lingua greca, altrettanto ignorava
la latina, ed essendo di vivacissimo spirito, vedevasi quanta difficoltà
incontrava nell'esprimere i suoi sentimenti[204].»

  [203] _F. Petrarcae, dialog. II, de Contemptu Mundi, t. II, p. 101._

  [204] _Franc. Petrarcae variar. epist. 21, edit. Basil. p. 1102._

Un amico del Petrarca più giovane di lui, ed a ragione non meno celebre,
Giovanni Boccaccio, si avanzò assai più nell'intelligenza della lingua
greca, ed influì più direttamente all'introduzione delle lettere greche
in Italia. Giovanni Boccaccio nato nel 1313, era cittadino fiorentino,
ma originario di Certaldo, castello di val d'Elsa, lontano venti miglia
da Firenze. Suo padre, ch'era mercante, destinavalo alla propria
professione, e lo fece lungamente viaggiare, perchè s'impratichisse; ma
il Boccaccio, appassionato per la poesia, non riuscì felicemente nella
professione paterna. Di ventott'anni abbandonò il commercio,
acconsentendolo il padre, ed intraprese lo studio del diritto canonico,
che poteva procurargli utili impieghi[205].

  [205] Vita di Boccaccio di Filippo Villani, posta in testa del
  Decamerone. _Tiraboschi, l. III, c. 2._

Ma il Boccaccio attendeva di mal animo a questi studj, che altro scopo
non avevano che quello del guadagno. Trascurava il diritto, come si era
presa poca cura del suo commercio, e non occupavasi di proposito che
della poesia e delle scienze, che hanno in sè stesse la propria
ricompensa. Studiò successivamente l'astronomia, la filosofia sacra, la
mitologia, la geografia, la storia; e sopra tutto procurò d'intendere
profondamente gli antichi scrittori greci e latini; ne cercò con somma
cura i manoscritti e li copiò egli stesso. In tal modo ottenne di essere
non solo uno de' più eleganti scrittori, ma uno de' più eruditi, e forse
il miglior critico del suo secolo[206].

  [206] _Tiraboschi, l. III, c. 2, § 40._

Il Boccaccio, che non si era posto in su la via degli onori e della
fortuna, s'innalzò non pertanto ad un distinto rango: il suo ingegno gli
aveva procacciata grandissima riputazione e fu ricercato per impieghi
della più dilicata confidenza. Nel 1347 fu ambasciatore della repubblica
fiorentina presso i signori della Romagna, ed in particolare di Ostasio
da Polenta. Nel 1351 venne incaricato di un'altra onorevole missione
presso il Petrarca. La repubblica aveva determinato di fondare in
Firenze una nuova università: voleva dare una cattedra al Petrarca, e
dopo avere ricomperati tutti i beni del di lui padre, venduti in
occasione della cacciata de' Bianchi da Firenze, gli spedì a Padova, ove
in allora soggiornava, il suo amico Boccaccio, onde persuaderlo a
tornare nella sua patria. La signoria scrisse pure una lettera
contenente i seguenti frammenti.

«Non è lungo tempo che abbiamo risolto di far fiorire tra di noi i buoni
studj, troppo finora trascurati in questa città. Vogliamo che vi si
possa acquistare un'intera istruzione in ogni genere, affinchè, come
fece Roma in altri tempi, la nostra repubblica s'innalzi gloriosamente
al disopra delle altre città d'Italia, e la sua fama vada crescendo di
pari passo colla sua prosperità. Non è che per te solo che la nostra
patria può ottenere lo scopo de' suoi desiderj; onde ti supplica (e
questa distinzione fu rara ancora tra gli antichi) di prendere in
considerazione la sua università, e di fare, che, per mezzo tuo, ella
fiorisca. Scegli tu stesso il libro che ti piacerà d'interpretare,
scegli la scienza che troverai più confacente alla tua riputazione ed al
tuo riposo. Forse si troveranno qui uomini di elevata mente, che,
risvegliati dal tuo esempio, s'incoraggieranno a pubblicare i versi loro
nella nostra città.... Preparati dal canto tuo, se ci è permesso di
confortartene, preparati a terminare l'immortale tuo poema dell'Affrica,
affinchè le muse, neglette da tanti secoli, tornino a prendere stanza
tra di noi. Tu hai finora viaggiato abbastanza, e lungamente esaminate
le costumanze ed il carattere delle nazioni. Oggi i tuoi magistrati, i
tuoi concittadini, i nobili ed il popolo, l'antica casa ed il patrimonio
de' tuoi antenati, che ti rendiamo, ti chiamano, ti aspettano. Torna
adunque, torna dopo tanto tempo, e la tua eloquenza assecondi i nostri
progetti[207].»

  [207] _Ab. Mehus vitae Ambrosii Camaldulensis p. 223. — De Sade
  memorie, l. IV, t. III, p. 125. — Tiraboschi, t. V, l. I, c. 3, §
  26._

Il Petrarca parve commosso da questa lusinghiera lettera, la quale ci dà
una così alta idea del modo con cui i Fiorentini apprezzavano, e
compensavano il merito. Il suo riscontro esprime una viva gratitudine,
ma colla consueta sua pedanteria il Petrarca fa l'enumerazione di tutti
gli antichi ch'erano stati richiamati in patria, e si paragona a
tutti[208]. Incaricò il Boccaccio di far conoscere quali progetti aveva
egli formati pel suo ritorno a Firenze, che poi non ridusse ad effetto,
non essendo mai venuto a stabilirsi nella sua città natale.

  [208] _Variarum Epistolarum 5, p. 1078._

Il Boccaccio venne di nuovo incaricato dalla sua repubblica di altre
ambasciate. Fu mandato nel 1351 al marchese di Brandeburgo, figliuolo di
Luigi di Baviera; per impegnarlo ad attaccare i Visconti. Due in tre
anni più tardi fu spedito a papa Innocenzo VI per concertare quale
condotta doveva tenere la repubblica verso l'imperatore Carlo IV. In
mezzo a questi onorevoli impieghi il Boccaccio compose molti libri, che
contribuirono all'avanzamento delle scienze, ed allo spargimento delle
cognizioni dell'antichità; sopra tutto furono apprezzati i suoi libri
intorno alla genealogia degli dei, ed all'antica geografia. Queste opere
non sono presentemente utili, perchè più estese indagini ci fecero
conoscere più esattamente le cose degli antichi; ma essi dimostrarono
come si possa unire una vasta erudizione alla sana critica, e
distribuire con giudizioso ordine un incoerente ammasso di fatti e di
osservazioni.

Conviene ammettere che la prosa latina del Boccaccio non è elegante; che
le sue poesie latine mancano d'invenzione e di leggiadria di stile; ed
inoltre che le sue poesie italiane non avrebbero potuto assicurargli
quel seggio che occupa nella letteratura; ma la riputazione del
Boccaccio oggi è posta ne' suoi romanzi d'amore e nelle sue novelle. In
questo genere non fu eguagliato da veruno nell'eleganza dello stile,
nella grazia, nella ingenuità. La sua facezia, talvolta troppo libera, è
sempre ne' limiti del gusto, se non sempre entro quelli della modestia;
e la sua narrazione servirà sempre di modello, quando ancora più non si
cercasse ne' suoi racconti la pittura de' costumi del suo tempo.

Ma, quantunque le più serie opere del Boccaccio più non interessino al
presente, non dobbiamo perciò scordarci che a quest'uomo più che a
tutt'altri va debitore l'Occidente del ristabilimento delle lettere
greche. Vi contribuì coi progressi fatti da lui medesimo in questa
lingua, col gusto che sforzossi d'inspirare agli altri per gli stessi
studj, e pei pubblici stabilimenti, che fece consacrare dalla sua patria
al vantaggio de' grecisti. Fu il Boccaccio che trasse in Italia Leonzio
Pilato, filosofo greco, originario della Calabria, come Barlaamo, e non
meno dotto di questi. Era ributtante, dice il Boccaccio, la di lui
figura, deforme la fisonomia del volto, lunga la barba, i capelli, e le
sue maniere grossolane e selvagge: vedevasi di continuo immerso in
profonde meditazioni, ma si aveva in lui come un archivio inesauribile,
in cui raccolte trovavansi tutta la storia e la favola greca[209].
L'anno 1360 Leonzio Pilato, procedente dalla Grecia, sbarcò a Venezia,
di dove era intenzionato di passare in Avignone. Lo incontrò il
Boccaccio, gli chiese la sua amicizia, e lo persuase a venire a
soggiornare in Firenze. In appresso ottenne dal governo di questa
repubblica di fondare a favore del greco filosofo una cattedra di lingua
e di letteratura greca. Egli stesso, sebbene in età di 47 anni, si pose
il primo tra gli scolari del nuovo professore, e sotto di lui studiò tre
anni le opere di Omero. Nel 1364 Leonzio Pilato desiderò di rivedere la
sua patria, abbandonò Firenze malgrado le rimostranze de' suoi scolari,
e tornò in Grecia. Trovò questo paese desolato dai Turchi, ed oppresso
da innumerabili calamità: si rimproverò di non aver saputo apprezzare il
riposo dell'Italia, e si pose in viaggio per ritornarvi; ma la sua nave
fu sorpresa da una terribile burrasca. Lo sgraziato filosofo, tenendo
abbracciata un'antenna, fu colpito dal fulmine, e perì consumato dal
fuoco celeste[210].

  [209] _Boccaccio de Genealogia Deorum l. XV, c. 6._

  [210] _Petrarcae Seniles epist. l. VI, ep. 1, di Gennajo 1365._

Durante la sua dimora in Firenze il professore aveva di concerto col
Boccaccio tradotte in latino l'Iliade e l'Odissea d'Omero, onde
l'Occidente va debitore a questi due uomini della conoscenza di Omero,
di cui per lo innanzi non aveva che una cattiva traduzione in versi.
Altri libri greci furono, per le cure del Boccaccio, sparsi in tutta la
Toscana; perciò egli scrisse con giusto orgoglio nel suo trattato della
Genealogia degli dei. «Con i miei consigli ridussi Leonzio Pilato a non
recarsi alla Babilonia d'Occidente, io lo condussi a Firenze, lo accolsi
in mia casa, e lungo tempo gli diedi ospitalità. Io mi adoperai con zelo
per farlo ammettere tra i dottori dell'università fiorentina; io gli
feci assegnare uno stipendio dal pubblico erario. Io primo fra tutti
gl'Italiani presi da lui private lezioni per udirlo spiegare l'Iliade;
io primo ottenni in appresso che venissero pubblicamente spiegati i
libri d'Omero[211].»

  [211] _De Genealogia Deorum l. XV, c. 7._

Non iscordiamo noi medesimi ciò che dobbiamo al Boccaccio, e mostriamoci
grati all'università ed alla repubblica fiorentina di averci trasmessi i
libri omerici, di aver renduta familiare a tutta l'Europa la lingua del
padre de' poeti; e d'essere stato cagione per ultimo che le virtù, i
monumenti dell'antichità, il patriottismo di Sparta, le arti di Atene,
l'eloquenza, la poesia, la filosofia, la memoria della libertà e della
grandezza de' Greci ci sieno state tramandate, e possano ancora
sollevare l'anima nostra, formare i nostri talenti, e riscaldare il
nostro cuore.



CAPITOLO XLII.

      _L'Italia immagine della Grecia. — Suoi tiranni. — Intraprese di
      Giovanni Visconti, arcivescovo di Milano. — Grande compagnia del
      cavaliere di Moriale. — Il cardinale Albornoz intraprende la
      conquista del patrimonio della chiesa. — Morte di Cola da
      Rienzo._

1351 = 1354.


L'Italia, in cui la greca letteratura era recentemente stata trasportata
per opera del Boccaccio e della repubblica fiorentina, era di tutta
l'Europa la più a portata di far rivivere l'antica Grecia. La natura
medesima si compiacque di prodigare a queste due magnifiche contrade
doni press'a poco eguali. In ambedue moltiplicò le situazioni
pittoresche; innalzò maestose rupi ed aprì ridenti vallate, rinfrescate
da belle cascate; adornò come per un giorno festivo le loro campagne
della più rigogliosa vegetazione; e, mentre arricchì a vicenda l'Italia
e la Grecia coi prodigi della sua possanza, compartì pure agli uomini
che le abitano, somiglianti qualità; se pure può conoscersi l'originario
carattere di un popolo quand'è già stato alterato da diversi governi. Le
qualità comuni ai popoli dell'Italia e della Grecia, le qualità
permanenti, il di cui germe si è conservato sotto tutti i governi, ed
ancora si conserva, sono una vivace e brillante immaginazione, una
sensibilità rapidamente eccitata e rapidamente compressa, finalmente il
gusto innato per tutte le arti, ed organi proprj ad apprezzare ed a
riprodurre ciò che è bello in ogni genere. Nelle feste del popolo delle
campagne, si rinverrebbero in oggi uomini affatto somiglianti a quelli,
che coi loro applausi incoraggiarono i talenti di Fidia, di
Michelangelo, o di Raffaello. Essi ornano il loro cappello d'odorosi
fiori, il loro mantello è pittorescamente acconciato come quello delle
antiche statue, il loro linguaggio figurato e pieno di fuoco, i loro
atti esprimono tutte le passioni, ed essi sono realmente suscettibili
del più violento amore, come della più bollente collera. Veruna festa
sembra loro compiuta se le facoltà morali dell'uomo non v'hanno avuta
qualche parte, se la chiesa, in cui si adunano, non è ornata con
isquisito gusto e pittorescamente, se l'anima loro non viene da una
musica armoniosa sollevata al cielo. Lo spirito medesimo prende parte ai
loro divertimenti; quando possono sottrarre ai loro bisogni parte del
guadagno delle sostenute fatiche, non lo consumano in bevande spiritose,
o in istravizj, ma lo portano come un tributo ai teatri, ai poeti
improvvisatori, ai declamatori di storie, che ravvivano la loro
immaginazione, e che nutrono il loro spirito. L'Italia nell'età presente
è il solo paese ove il bifolco, il vignajuolo, il pastore, riempiano
colle loro mogli e figli le sale degli spettacoli, il solo paese, in cui
le persone di tale condizione possano intendere le tragedie
rappresentanti gli eroi de' tempi passati, e le favole poetiche, che
loro non sono del tutto sconosciute.

Nell'epoca in cui lo studio della greca letteratura fu trasportato in
Italia, e quando esemplari, che s'accostano alla perfezione, furono
offerti all'imitazione degli oratori, de' poeti, de' filosofi e degli
artisti, la rassomiglianza era ancora più compiuta di quel che lo sia
nell'età presente. Una quasi assoluta parità nel governo, ne' costumi,
nelle abitudini, pareva indicare preventivamente uno de' popoli per
camminare sulle tracce dell'altro. Per altro le lettere greche e le arti
languirono ancora qualche tempo, poichè furono introdotte in Italia.
L'imitazione de' migliori esemplari parve piuttosto intiepidire il genio
che animarlo. Non avvi impulso per coloro, che non aspirano che a fare
copie; la pedanteria dell'erudizione, lo studio delle lingue morte, che
invano si sforzava di farle rivivere, ed il servile insegnamento delle
scuole, diedero per lungo tempo una falsa direzione allo spirito
nazionale.

La fine del 14.º secolo, ed il principio del 15.º non produssero che
scrittori latini. Molti di loro giunsero, non v'ha dubbio, ad un alto
grado d'eleganza, ma tutti avevano volontariamente rinunciato ad un
sommo vantaggio, all'incoraggiamento che i soli loro compatriotti
potevano dare. Quando l'intera nazione è dotata d'immaginazione e di
sensibilità, prende alla sua propria letteratura un interessamento che
non può prendere ad un idioma straniero; ella gli comunica il suo
carattere, e concorre a perfezionarla colla sua critica, forse più che
gli autori colle loro fatiche. I difetti, che vengono anche al presente
attribuiti alla letteratura italiana, possono tutti spiegarsi per questo
primo torto, d'avere abbandonato l'idioma nazionale nel secolo che più
eminentemente doveva unire il gusto al genio. Questo secolo, che venne
dopo Dante e Petrarca, fu perduto per le lettere; la pedanteria lo
spogliò d'ogni vigore, e tutti i suoi monumenti rimasero sepolti in una
lingua straniera. Soltanto più di cent'anni dopo la morte del Petrarca
si pubblicarono finalmente in lingua italiana due poemi, risguardati
anche adesso come classici[212]; ma l'uno e l'altro sono semibuffi;
perciocchè credevasi che la lingua, in cui furono dettati, fosse indegna
di serio e grave argomento. Quando ancora più tardi questa lingua fu di
nuovo adoperata da poeti di sommo ingegno, la nazione che doveva
incoraggiarli, aveva perduta la sua fierezza, il suo valore, e
soprattutto que' profondi sentimenti, che fanno, siccome
coll'immaginazione, armonizzare la poesia anche coll'anima; che fanno
concepire un ardito sagrifizio di sè stesso, che comunicano
l'entusiasmo, e che conservano una tinta malinconica ai più animati
quadri.

  [212] Il Morgante Maggiore del Pulci, e l'Orlando innamorato del
  Bojardo, ambidue composti circa il 1480.

Le arti non furono inceppate ne' loro progressi, come lo furono le
lettere, dallo spirito d'imitazione. Non si trovarono antiche pitture, e
queste ancora in iscarso numero, che quando la moderna pittura era omai
giunta alla più alta sua elevazione. I progressi dell'arte furono lenti,
ma regolari, i pittori andarono scoprendo gradatamente e colle proprie
loro forze le regole pittoriche ed i mezzi dell'esecuzione. Il genio
nulla perde del suo nobile entusiasmo quando non si assoggetta alle
leggi che dopo averle egli stesso dettate; così il primitivo fuoco della
creazione risplende sempre nelle più castigate opere della scuola
italiana. Vero è che la scultura va molto più debitrice all'antico, sia
che il genio abbia minor parte in quest'arte, o che questo genio mai non
abbia animati i moderni. Le antiche statue sono per noi il tipo della
perfezione, ed una perfetta copia sarebbe agli occhi nostri un
grandissimo capo d'opera. Non pertanto ancora nella scultura gl'Italiani
crearono prima di copiare, ed è appunto perchè inventarono essi medesimi
l'arte che praticarono nel 13.º e 14.º secolo, che nel 15.º furono a
portata d'imitare i più grandi modelli[213].

  [213] Le antiche statue furono il tipo della perfezione per gli
  scultori egualmente che pei pittori; ed il genio ebbe parte nella
  scultura come nella pittura; e Donatello e Michelangelo furono nella
  prima quello che Vinci e Raffaello nella seconda. _N. d. T._

Ma se questo spirito d'imitazione, sconosciuto ai Greci, formava
un'estrema differenza fra loro e gl'Italiani, che pretendevano imitarli,
dall'altro canto la rassomiglianza era diventata più esatta che giammai
in una cosa non suscettibile d'imitazione, nella politica situazione de'
due paesi. L'Italia era per ogni rispetto ciò che fu la Grecia; Atene
riviveva in Firenze, Sparta in Venezia, Lucca ed il suo Castruccio
ricordavano, sebbene con minori virtù, Tebe ed il suo Epaminonda, Pisa e
Siena potevano paragonarsi a Megara ed a Corinto, Genova a Siracusa,
mentre la fertile Lombardia, come in altri tempi le doviziose colonie
dell'Asia minore, non aveva saputo conservare la libertà. I tiranni
italiani rassomigliavano pure ai tiranni de' Greci. Nè i talenti, e nè
meno le virtù d'un _signore_, potevano rendere legittimo un usurpato
potere; rimanevano sempre al popolo odiosi, ed in preda ai loro
sospetti: frequenti rivoluzioni li precipitavano dal trono, sul quale
non potevano rassodarsi che coi delitti, mentre coloro che gl'Italiani
chiamavano _signori naturali_, i re di Napoli, come altra volta quelli
di Macedonia, l'imperatore, siccome il gran re di Persia, erano
rispettati di generazione in generazione, e potevano dormire sul trono,
senza che i sudditi loro tentassero di rovesciarli.

Tra le razze de' tiranni, ch'eransi innalzati sopra la ruina dei diritti
dei popoli, quella de' Visconti richiamava più d'ogni altra gli sguardi
su l'Italia. L'aperta sua ambizione tendeva ad invadere tutta intera
questa contrada, ed i talenti che successivamente segnalarono molti capi
di tale famiglia, mentre altri tiranni imbecilli o corrotti regnavano a
Verona, a Padova, a Mantova ed a Ferrara, le immense sue ricchezze, ed
il potere che aveva di già acquistato, sembravano assicurarle il buon
successo de' suoi progetti d'ingrandimento. Ella sapeva approfittare di
tutte le rivoluzioni d'Italia per dilatare vie più ogni giorno il suo
dominio. Ora riduceva i vicini stati a sottomettersi senza riserva, ora
soltanto offriva loro la sua alleanza; ma la protezione, che accordava
ai suoi alleati, li riduceva in servitù. Ella continuava a proteggere
con tutte le sue forze il partito ghibellino, cui gloriavasi di
mantenersi fedele; ma ciò praticava soltanto in quegli stati, ove,
coll'ajuto di questo nome ancora potente, sperava di eccitare sediziosi
movimenti. Non prendeva essa consiglio da questo spirito di parte
nell'interna sua politica, ma cercava di tenerlo vivo soltanto presso i
suoi rivali. Secondo che le tornava meglio cercava indifferentemente
l'amicizia o dei papi o degl'imperatori; gli adulava ambidue, e non
mantenevasi fedele ad alcuno, perchè la corruzione e la perfidia erano
più utili alla sua ambizione di quel che avrebbero potuto esserlo la
buona fede e la lealtà. Nelle città di suo dominio permetteva che si
andassero spegnendo quelle fazioni, col favore delle quali le aveva
spesso ridotte in servitù; ed i Lombardi, corrotti dalla fertilità delle
loro campagne, scordavano volentieri nel lusso e nella mollezza, non
solo gli antichi odj, ma la patria e la libertà, per le quali due secoli
prima avevano fatte così grandi cose. Fra le tante città subordinate ai
Visconti, la sola città d'Asti osava ognora lagnarsi delle violate
capitolazioni, ed agitavasi ancora per le antiche contese degl'Isnardi e
de' Gottuari[214].

  [214] _Benven. di s. Giorgio Hist. Montisferrati t. XXIII, p. 56._

Gli stati dell'arcivescovo Giovanni Visconti erano confinati a ponente
da quelli di Giovanni Paleologo, marchese di Monferrato, da quelli di
Amedeo VI di Savoja, detto il _conte verde_, e dai vassalli di questi,
Giacomo, principe d'Acaja e conte del Piemonte, e Tommaso marchese di
Saluzzo[215]. Tutte le città del Piemonte, in addietro libere,
dipendevano da qualcuno di questi signori. Quelli della casa di Savoja
erano allora minori, ed, in forza di un compromesso col marchese di
Monferrato, avevano scelto l'arcivescovo di Milano per arbitro delle
loro contese, il quale finchè visse mantenne la pace su questi confini.

  [215] _Guichenon, Hist. généalogique t. I, p. 528 e 402._

Dalla banda del levante separavano il territorio dei Visconti da quello
della chiesa quattro signori: i Gonzaga avevano Mantova e Reggio, i
marchesi d'Este Ferrara e Modena, i della Scala Verona e Vicenza, e
Padova i Carrara. La potenza delle case d'Este e della Scala era più
antica che quella de' Visconti, e tutti questi signori avevano titoli
uguali; pure la potenza di queste famiglie era meno stabile assai di
quella de' Visconti. Trovavansi in allora capi di queste famiglie
giovani di perduti costumi, i quali supponevano che il sovrano potere
desse loro il diritto di soddisfare le più vergognose passioni. Per
godere a vicenda di tale prerogativa, e non già spinti da più nobile
passione, i minori di ogni famiglia cercavano sempre di balzare dal
trono i loro maggiori, i nipoti gli zii, i bastardi i fratelli
legittimi. Nello spazio di pochi anni si videro queste quattro case
scosse ed indebolite da tali congiure.

La guerra civile, che scoppiò nella casa d'Este, non mancava per altro
di plausibile motivo. Il marchese Obizzo aveva, morendo, legittimato in
marzo del 1352 i figli avuti da un'amante, ed aveva lasciato al
maggiore, Aldobrandino, la successione alla sua sovranità. Suo nipote,
Francesco, riclamò contro un atto che lo spogliava de' suoi diritti, e
quando vide un bastardo in possesso dell'eredità della sua casa,
ritirossi alla corte dei Visconti; e là ora coi maneggi, ora colle armi,
cercò di ricuperare i diritti ch'egli credeva legittimi[216].

  [216] _Chron. Estense, t. XV, p. 469._

Le divisioni della famiglia della Scala non erano tanto scusabili. Can
Grande, allora regnante, aveva due fratelli legittimi, ed un fratello
bastardo chiamato Fregnano. In febbrajo del 1354 egli era andato a
Bolzano per conferire col marchese di Brandeburgo suo cognato. Fregnano
cercò di approfittare della lontananza del fratello per usurpare la
sovranità, rendendosi con uno stratagemma padrone della persona del più
giovane de' suoi fratelli, ch'era rimasto in Verona, e di quella di Azzo
da Coreggio governatore della città. Allora pubblicò varie lettere, che
pretendeva essere state dirette a questo governatore ed a lui medesimo;
e sotto pretesto che le truppe dei Visconti minacciavano il veronese,
fece uscire in campagna tutte le armate per andare contro ai nemici.
Nella notte del 17 febbrajo annunciò l'improvvisa morte del signore Can
Grande; la mattina del susseguente giorno corse le strade a cavallo col
suo più giovane fratello Alboino, e ricevette l'omaggio de' magistrati e
del popolo. Feltrino, uno de' signori di Gonzaga, che aveva presa parte
in questa trama, giunse ben tosto con un corpo di truppe in suo
soccorso, un corpo di cavalleria gli condusse pure Barnabò Visconti
pochi giorni dopo, ma Fregnano non ardì riceverle in città. Questi
ausiliarj da lui non richiesti, e che sembravano essere accorsi per un
disinteressato amore pei tradimenti, eccitavano, non a torto, la sua
diffidenza.

Ma la stessa notte in cui Barnabò allontanavasi da Verona, ove non era
stato ammesso, Can Grande, avvisato della rivoluzione accaduta nella
capitale, giunse presso alla porta del Campo di Marte, che gli fu
segretamente aperta dal capitano a lui fedele, e subito entrato in
città, chiamando alle armi il popolo cui faceva replicare il suo nome,
occupò il quartiere al di là dell'Adige. Nel susseguente mattino 25
febbrajo, passò il ponte ed attaccò Fregnano, che difendeva l'altra
parte della città. Dopo un'accanita zuffa fu ucciso il bastardo della
Scala, e Paolo Pico della Mirandola, ch'era stato nominato suo podestà
con molti altri complici. Feltrino Gonzaga rimase prigioniero, e non
ottenne la libertà che pagando una taglia di trentamila fiorini. Il
cadavere di Fregnano venne ignominiosamente appeso ad una forca, furono
condannati a morte varj suoi complici, e Can Grande trovossi nuovamente
padrone di Verona: ma la ribellione, che aveva con tanta rapidità
soffocata, gli aveva fatto vedere quanto doveva ripromettersi dai
signori di Mantova e di Milano[217].

  [217] _Gazata Chron. Regien. t. XVIII, p. 73. — Chron. Estense t.
  XV, p. 478. — Libro del Polistore c. 41, t. XXIV, p. 835. — Chron.
  Mutin. Joh. de Bazano p. 618. — Matteo Villani l. III, c. 99._

Le congiure, tramate nelle famiglie di Carrara e di Gonzaga, non
cagionarono la guerra civile, e si eseguirono ambedue entro le mura dei
palazzi dei principi. A Padova uno zio ed un nipote, Jacopino e
Francesco da Carrara regnavano insieme. Quest'ultimo, che vedremo
governare e difendere gloriosamente i suoi stati, fece all'impensata
prendere lo zio mentre con lui stava cenando a tavola[218]; lo accusò
d'avere ordito una trama per farlo assassinare, e lo fece gettare in una
prigione ove lo sgraziato Jacopino visse ancora diciassett'anni. Sua
moglie Margarita Gonzaga, venne rimandata a Mantova col figlio in età di
un anno. Una segreta gelosia tra questa donna e la moglie di Francesco,
era stata la cagione di questa catastrofe[219].

  [218] Il 18 Luglio 1355.

  [219] _Cortusiorum Histor. de novit. Paduae t. XII. — Catari Cron.
  di Padova t. XVIII, p. 41._

L'ultima a scoppiare fu la congiura di Mantova. Guido da Gonzaga,
signore di questa città, aveva tre figliuoli, il primo de' quali,
Ugolino, era stato chiamato dal padre a partecipare del sovrano potere;
e perchè questi mostravasi egualmente valoroso e prudente, Guido,
invecchiato, gli andava poc'a poco abbandonando tutta la sua autorità. I
due minori fratelli Lodovico e Francesco ne concepirono la più violente
gelosia. Nel 1362 congiurarono contro di lui, ed il giorno 2, o come
vogliono alcuni il 13 ottobre, lo assassinarono. Il vecchio Guido da
Gonzaga, che, colla sua congiura a danno di Passerino de' Bonacossi,
aveva nel 1328 innalzata la propria famiglia al rango delle case
sovrane, vide ucciso dai suoi propri figliuoli quello di loro, in cui
aveva tutte riposte le sue speranze; egli stesso fu dai medesimi
spogliato della sovrana autorità, e finì i suoi giorni nel dolore[220].

  [220] _Cronica di Bologna, t. XVII, p. 466. — Platina Histor.
  Mantuanae Urbis, l. III, p. 747._

Tali erano i principi indipendenti che governavano il Nord dell'Italia.
Vi si trovava gli è vero un'altra famiglia principesca, i Beccaria, che
signoreggiavano Pavia. Ma questi erano vicarj ora de' Visconti, ora dei
signori di Monferrato. Molti piccoli principi regnavano pure nelle città
della Romagna e dello stato della chiesa; ma per altro erano in Italia
diminuite assai di numero le case sovrane, e la geografia di questa
contrada erasi molto semplificata. Il numero delle repubbliche era
ancora più diminuito. Genova e Bologna trovavansi, almeno
momentaneamente, sottomesse ai Visconti; Lucca ubbidiva ai Pisani; onde
non rimanevano più che Venezia e Pisa, e i tre comuni guelfi di Toscana,
Firenze, Siena e Perugia: le altre città di questa provincia in addietro
libere erano piuttosto suddite che alleate di queste tre repubbliche.

I comuni guelfi della Toscana erano particolarmente lo scopo de'
progetti ostili e dell'ambizione dell'arcivescovo di Milano; ma d'altra
parte erano anch'essi prevenuti contro di lui dal doppio odio pel
partito ghibellino e per la tirannide. Abbiamo di già veduto in qual
modo i Fiorentini avevano respinta l'aggressione de' Visconti nel 1351,
e come avevano costretto il generale del signore di Milano a levare
l'assedio di Scarperia; ma era meno da temersi la forz'aperta che i
segreti intrighi; perciocchè il Visconti cercava in ogni città, in ogni
borgata di farsi de' partigiani, di avere de' traditori; e dopo
l'inverno del 1351, che venne in seguito a quella gloriosa campagna,
poco mancò che venduta non gli fosse la città d'Arezzo. Il signore di
Milano aveva incoraggiata la famiglia guelfa de' Brandagli d'Arezzo a
farsi tiranna, e si era a di lei favore procurata l'alleanza dei piccoli
tiranni ghibellini di Agobbio e di città di Castello. Di già i Brandagli
avevano occupata una porta, e per mezzo di convenuti segni avevano
chiamate in loro soccorso le truppe de' Visconti, allorchè gli abitanti
d'Arezzo corsero alle armi, e cacciarono i ribelli dalla città, prima
che potessero eseguire i colpevoli loro progetti[221].

  [221] _Matteo Villani l. II, c. 36._

Le repubbliche guelfe di Toscana, riunite dal comune pericolo, essendosi
collegate per la comune difesa[222], spedirono una deputazione al papa,
onde impegnarlo a farsi capo di un partito, formato in origine per
difesa della chiesa, ed a vendicarsi dell'affronto che le sue armi
avevano ricevuto sotto Bologna.

  [222] _Ivi, c. 46._

Ma il Visconti stava già da qualche tempo negoziando colla corte
d'Avignone per placarla. Egli comperava dei partigiani a peso d'oro
perfino nel sacro collegio. La viscontessa di Turenna, l'amica di
Clemente VI, che tutto poteva sul di lui animo, aveva ricevuti i suoi
doni, onde la collera della corte intiepidiva ogni giorno, e le
risoluzioni erano incerte[223]. I cardinali, che sembravano animati dal
più vivo risentimento, e che più fortemente eransi dichiarati per
l'onore della chiesa, non si vergognavano nel susseguente concistoro di
dichiararsi favorevoli a quello stesso Visconti, di cui erano poc'anzi i
più caldi antagonisti[224].

  [223] _Matteo Villani l. II, c. 52. — Raynald. Annal. Eccles. 1352,
  § 7. t. XVI, p. 329._

  [224] _Matteo Villani, l. II, c. 66._

Finalmente il papa cedette alle istanze dell'amica e de' cortigiani, ed
il 5 maggio del 1352 dichiarò nel concistoro dei cardinali, che in
considerazione della sommissione dell'arcivescovo di Milano, e della sua
santa ubbidienza, annullava tutti i processi incominciati contro di lui,
e rivocava le scomuniche e gl'interdetti fulminati contro il medesimo.
Gli ambasciatori del signore di Milano presentarono a Clemente VI le
chiavi di Bologna, quasi in atto di rendergli quella città, ma il papa
gliele restituì. Nello stesso tempo fece cessione per dodici anni della
sovranità di Bologna al Visconti come di un feudo della chiesa, contro
il pagamento annuo di dodici mila fiorini[225]. Cento mila fiorini
furono pagati dal signore di Milano alla camera apostolica per le spese
della precedente guerra in Romagna. Più di duecento mila fiorini erano
stati erogati nel sedurre i più importanti personaggi della corte di
Avignone, e per ottenere un così vantaggioso trattato[226].

  [225] _Cronica di Bologna, t. XVIII, p. 427. — Joseph Ripamonti
  Hist. Mediol. l. II p. 552, apud Graevium Thesaurus t. II. —
  Ghirard. stor. di Bol. l. XXIII, t. II, p. 213._

  [226] _Matteo Villani, l. III, c. 4._

Intanto le repubbliche toscane, costrette di rinunciare ai soccorsi del
loro naturale alleato, eransi rivolte all'erede di una famiglia, contro
i di cui antenati avevano guerreggiato, al nipote d'Enrico VII, al
figlio di Giovanni di Boemia, Carlo IV, che in allora era re de' Romani.
Gli rappresentarono, che quell'avanzo di potere che gl'imperatori
conservavano ancora in Italia verrebbe in breve usurpato dai Visconti,
se il monarca non poneva finalmente freno alla smisurata loro ambizione;
si offrivano d'assecondarlo con tutte le loro forze onde abbassare
l'alterigia del signore di Milano, di levare perciò un'armata, e di
pagare a Carlo i sussidj quando scenderebbe in Italia a prendere le due
corone de' Lombardi e dell'Impero Romano[227]. Venne a Firenze un
cancelliere di Carlo IV per continuare questo trattato. Il sussidio da
pagarsi all'imperatore venne portato a dugento mila fiorini, doveva
comandare un'armata di sei mila cavalli, di cui soltanto un terzo
sarebbe da lui pagato, ed i magistrati delle repubbliche dovevano
prendere il titolo di vicarj imperiali. Il trattato si pubblicò in
Firenze in maggio del 1352, ma Carlo IV non potendo ancora allontanarsi
dal suo regno di Boemia, rifiutò di ratificarlo[228].

  [227] _Matteo Villani, l. II, c. 76._

  [228] _Ivi, l. III, c. 6 e 7._

Nella campagna del 1352 l'arcivescovo di Milano non aveva tentato
d'invadere la Toscana con un'armata considerabile; ma aveva distribuite
le sue forze sopra diversi punti, e soccorsi tutti i nemici delle
repubbliche. Egli eccitò contro Perugia e Siena il conte d'Urbino, della
famiglia di Montefeltro, il signore di Cortona ed il prefetto di Vico,
che governava diverse città dello stato della Chiesa. Negli Appennini il
vecchio Pietro Saccone dei Tarlati, era tuttavia, sebbene in età di
novant'anni, il più attivo nemico dei Guelfi, egli sorprendeva e
guastava con inaspettate incursioni ora le campagne di Mugello, ora
quelle d'Arezzo. Aveva occupato Borgo san Sepolcro, importante fortezza
de' Perugini, e poco dopo Anghiari ed altri due castelli[229].
Finalmente Francesco Castracani intraprendeva nella Garfagnana l'assedio
di Barga con forze considerabili, somministrategli dall'arcivescovo. Ma
la lega guelfa uscì gloriosamente da questa lotta: riacquistò dopo lungo
assedio e spianò fino ai fondamenti il forte castello di Bettona posto
ad otto miglia da Perugia, ch'era stato occupato dai Ghibellini[230];
forzò il Castracani a levare l'assedio di Barga, dopo averlo disfatto
nella Garfagnana[231]; e Pietro Saccone, rotto presso Bibiena, andò
debitore della sua salvezza alla bontà del cavallo[232].

  [229] _Matteo Villani, l. II, c. 42._

  [230] _Ivi, l. III, c. 25, 26, 27._

  [231] _Matteo Villani, l. III, c. 35._

  [232] _Ivi, c. 11._

La guerra non sostenevasi da ambe le parti con forze proporzionate alla
potenza dell'arcivescovo di Milano e de' Fiorentini. Non pertanto i due
partiti desideravano egualmente la pace. Temeva il Visconti gli effetti
delle negoziazioni cominciate dai Guelfi con Carlo IV; temeva inoltre di
cambiamento nelle disposizioni della corte d'Avignone. Clemente VI era
morto il 5 dicembre del 1352, dopo avere vissuto non come conviensi ad
un capo della chiesa, ma come un sovrano voluttuoso e magnifico,
circondato da dame e da cavalieri, nel fasto e ne' piaceri[233]. Il
vescovo di Clermont, cardinale d'Ostia, datogli per successore il 28
dicembre, sotto nome d'Innocenzo VI, poteva essere intenzionato di
rompere un trattato estorto al suo predecessore dalla venalità de'
cortigiani. L'arcivescovo di Milano credette opportuno di fare la pace
coi Guelfi per non aver nulla a temere dal canto della chiesa. Propose
alle repubbliche toscane d'aprire un congresso a Sarzana; gli
ambasciatori vi si recarono da ambedue le parti, e cominciarono le loro
conferenze il primo gennajo del 1353[234]. Fu accettata la mediazione
dei Gambacorti e della repubblica di Pisa, ch'eransi conservati neutrali
tra l'arcivescovo ed i Fiorentini; e colla loro mediazione fu conchiuso
un trattato di pace tra il Visconti e le repubbliche di Firenze,
Perugia, Siena, Arezzo e Pistoja. Pochi castelli presi da una parte e
dall'altra furono restituiti, e la repubblica di Pisa si chiamò garante
dell'esecuzione del trattato[235].

  [233] _Ivi, c. 43._

  [234] _Matteo Villani, l. III, c. 47._

  [235] Si pubblicò in Firenze il primo aprile del 1353. — _Matteo
  Villani, l. III, c. 59._

Ma la pace di Sarzana non procurò ai Fiorentini che pochi mesi di
tranquillità. Bentosto un'armata più formidabile che non era quella
dell'arcivescovo, saccheggiò la Marca d'Ancona e la Romagna, ed una più
disastrosa guerra minacciò le frontiere della Toscana. Un gentiluomo
provenzale, cavaliere di san Giovanni di Gerusalemme, frate Monreale
d'Albano, che gl'Italiani chiamarono fra Moriale[236], erasi distinto
servendo il re d'Ungheria nelle guerre del regno di Napoli. In queste
sventurate province, abbandonate a tutte le vessazioni de' soldati,
aveva il cavaliere imparato a dare una tal quale regolarità
all'assassinio ed a mantenere una certa disciplina tra i suoi soldati,
ai quali erano permessi tutti i delitti. Con quest'associazione della
regola alla licenza, aveva adunata una compagnia di ventura, colla quale
era rimasto nel regno di Napoli dopo la partenza di Luigi d'Ungheria. La
regina Giovanna per liberarsene, aveva preso al suo soldo Malatesta,
signore di Rimini, con una forte armata; questi nel 1352 aveva assediato
in Aversa Moriale, e forzatolo a capitolare ed a uscire dal regno,
restituendo tutta la preda che aveva ammassata[237]. Moriale, col
piccolo numero de' soldati rimasti fedeli, erasi posto al soldo del
prefetto di Vico, signore di Viterbo e d'Orvieto, e d'alcune altre città
del patrimonio di san Pietro; ma egli covava ancora in così basso stato
più vasti progetti. Aveva scritto a tutti i contestabili, che avevano
soldati da loro dipendenti in Italia, offrendo loro paga e servigio come
a truppe regolari, e significando loro inoltre, che goderebbero sotto i
di lui ordini di tutta la licenza permessa ai soldati delle compagnie
avventuriere. Con tali promesse raccolse sotto le sue bandiere mille
cinquecento cavalli e due mila fanti, ch'egli condusse subito nel
territorio del signore di Rimini, di cui voleva vendicarsi. Entrato in
questo piccolo stato nel novembre del 1353, aveva, prima che terminasse
l'inverno, di già presi quarantaquattro castelli[238].

  [236] Veggansi intorno al suo vero nome, _Raynald. Ann. Eccles. 1353
  § 5, p. 380. — Cherub. Ghirardacci, stor. di Bologna, l. XXIII, t.
  II, p. 220. — De Sade, Memoires pour la vie de Petrarque, l. V, p.
  354._

  [237] _Matteo Villani, l. III, c. 40._

  [238] _Matteo Villani, l. III, c. 89._

Mentre Moriale metteva la Romagna a fuoco e sangue, dava alla sua
compagnia una forma regolare. Aveva nominati un tesoriere, consiglieri e
segretarj, coi quali deliberava intorno ai comuni interessi. Alcuni
giudici mantenevano la pace nel campo, e facevano osservare tra i
soldati la più rigorosa giustizia, mentre loro permettevano ogni sorta
di delitti a danno degli abitanti del paese in cui guerreggiavano. La
preda si divideva in un modo regolare tra gli ufficiali ed i soldati;
era poi venduta a certi mercanti, che seguivano l'armata per fare
acquisto degli effetti rubati, e Moriale voleva che si rispettassero le
persone e le proprietà di questa classe d'uomini. Con tale disciplina
faceva regnare l'abbondanza nel campo, e le persone addette alla milizia
d'altro non parlavano in Italia che delle ricchezze che si acquistavano
sotto le sue bandiere. Coloro che trovavansi al servigio dei principi o
delle repubbliche aspettavano con impazienza il termine del loro
servigio per abbandonarli e recarsi al campo di Moriale; e molti ancora
commettevano qualche volontario fallo per farsi congedare prima che
spirasse il tempo del loro servizio[239].

  [239] _Matteo Villani, l. III, c. 108. — Leonardo Aretino stor.
  Fiorent. l. VIII._

Il Malatesta, oppresso da questa compagnia, venne a chiedere soccorso
alle tre comuni guelfe di Toscana. Rappresentò loro che questi
assassini, nemici d'ogni nazione, d'ogni governo, abbandonerebbero tra
poco il suo principato omai esausto per attaccare la Toscana, ove
speravano di trovare maggiori ricchezze, che, ove non si punissero
sollecitamente, l'esempio loro sedurrebbe tutti i soldati d'Italia, e
farebbe rivolgere tutte le forze della società contro la società
medesima. Malgrado così potenti motivi Perugia e Siena rifiutarono di
provocare un nemico che non le aveva attaccate. Firenze accordò qualche
soccorso a Malatesta, ma così sproporzionato al bisogno, che fu da lui
rinviato, ed egli cominciò a trattare d'accordo colla compagnia. Le
promise quaranta mila fiorini perchè uscissero dalle sue terre, e le
diede per ostaggio uno de' suoi figli[240]. Egli non potè pagare così
grossa somma che licenziando tutte le sue truppe, le quali passarono al
servigio di Moriale. Nello stesso tempo (1354) molti de' principali
baroni di Germania entrarono nella grande compagnia, che diventò più
formidabile di quel che lo fosse mai stata[241].

  [240] _Cronica riminese t. XV, p. 902._

  [241] _Matteo Villani l. III, c. 40. — Polistore c. 40, p. 832. t.
  XXIV._

Le repubbliche toscane, che non avevano approfittato delle più
favorevoli circostanze per attaccare la gran compagnia, eransi per altro
collegate per la comune difesa, ed avevano convenuto di montare tre mila
cavalli, ed il contingente de' Fiorentini era di già arrivato a Perugia.
Ma Moriale ottenne facilmente lo scioglimento di tale lega. Egli cercò
l'amicizia de' Perugini, dichiarando che rispetterebbe scrupolosamente
la neutralità loro; chiese di potere attraversare il loro territorio
senza fermarsi e pagando a danaro contante tutto quanto gli
abbisognasse. Lusingati di sottrarsi al pericolo senza guerra e senza
spesa, i Pistojesi vilmente abbandonarono i loro alleati, e fecero
separata pace con Moriale[242]. Allora la compagnia entrò per Asciano e
Montepulciano sul territorio di Siena; onde i Sienesi, atterriti nel
vedersi abbandonati dai loro vicini, trattarono ancor essi con Moriale,
e gli contarono sedici mila fiorini, affinchè continuasse la marcia
senza fermarsi nel loro territorio[243].

  [242] _Matteo Villani, l. IV, c. 14._

  [243] _Cronica Sanese di Neri di Donato, t. XV, p. 141._

I Fiorentini avevano a quest'epoca deboli e mal esperti priori, che non
seppero porre la repubblica in istato di difendersi. Andato a vuoto il
tentativo fatto coi Pisani per rispingere d'accordo il nemico, non
riuscirono a mettere un'armata in campagna. Nel mese di luglio del 1354
la compagnia guastò per otto giorni continui la Val d'Elsa e le
vicinanze di Staggia e di san Casciano senza trovare resistenza: essa
era in allora composta di sette mila cavalli, due mila de' quali erano,
a dir vero, forzati di servire a piedi sotto l'armatura de' corazzieri
per avere perduti i cavalli, di mille cinquecento uomini di fanteria
scelta, che allora chiamavansi _masnadieri_, e di una truppa di servi,
di vivandieri, di gente di perduti costumi, che valutavansi circa venti
mila. Moriale sapeva impiegare vantaggiosamente questa gente, che
seguiva il suo campo, per saccheggiare le campagne, e procacciare
vittovaglie ai soldati[244]. I Fiorentini risolvettero all'ultimo di
pagare venticinque mila fiorini al tesoro della compagnia, ed i Pisani
sedici mila[245], oltre i considerabili regali fatti ai diversi suoi
capi; e Moriale promise alle due repubbliche, che per due anni non
entrerebbe più nel loro territorio. Raccolse in seguito il rimanente
delle contribuzioni dovutegli dai paesi della Romagna, indi condusse la
sua truppa in Lombardia, ove ad istigazione de' Veneziani erasi formata
una lega contro l'arcivescovo di Milano. Moriale si pose colla sua
truppa al soldo della lega, che gli promise cento cinquanta mila fiorini
per quattro mesi di servizio[246].

  [244] _Matteo Villani, l. IV, c. 15._

  [245] _Cronica di Pisa, t. XV, p. 1022._

  [246] _Matteo Villani, l. IV, c. 16._

Dopo avere assicurata con questo trattato la sussistenza della grande
compagnia per tutto l'inverno, il cavaliere di Moriale ne affidò il
comando ad un tedesco, chiamato dagl'Italiani il conte Lando. Egli con
poco seguito si recò a Perugia e poscia a Roma sotto colore di regolare
i suoi domestici affari, ma in fatto per formare corrispondenze nel
mezzogiorno d'Italia, ove pensava di ricondurre in primavera la
formidabile sua truppa. I Perugini, spaventati ancora della sua potenza,
lo accolsero rispettosamente, e gli diedero nelle loro terre il diritto
di cittadinanza: Moriale passò in seguito a Roma. Egli credeva di avere
diritto alla protezione del governo di questa città, perchè i suoi due
fratelli, che aveva lasciati a Perugia, avevano di fresco dato a Cola da
Rienzo il danaro che questo celebre uomo aveva impiegato nella leva di
alcuni soldati, coi quali era rientrato trionfante in Roma.

Ma il tribuno, trovandosi ristabilito in Campidoglio, si risguardò di
nuovo quale rappresentante dell'antica repubblica romana, quale
protettore dell'universo, quale vendicatore dei delitti commessi in
qualunque parte d'Italia. Fece dunque imprigionare il cavaliere di
Moriale e lo fece tradurre innanzi al suo tribunale; lo accusò d'avere
attaccate, senz'esserne provocato, le città della Marca e della Romagna,
di avere portato il ferro ed il fuoco nelle campagne di Firenze, di
Siena e d'Arezzo, di avere comandata una truppa di assassini, colpevoli
di ladronecci e di omicidj: e perchè il Moriale non opponeva a fatti
così notorj, che il preteso diritto della guerra, il tribuno dichiarò
che il titolo di generale punto non iscemava i delitti che punivansi
nelle persone degli altri malfattori; condannò Moriale alla pena di
morte, e gli fece tagliare il capo in Roma il 29 agosto del 1354 nella
piazza delle esecuzioni[247].

Cola da Rienzo, che in dicembre del 1347 era fuggito dal Campidoglio, ed
un mese dopo da castel sant'Angelo travestito, Cola da Rienzo, ch'era
stato condannato come eretico e come ribelle, che aveva languito ora
nelle prigioni dell'imperatore a Praga, ora in quelle del papa in
Avignone, per uno strano cambiamento di fortuna, trovavasi di nuovo
rivestito d'una sovrana autorità nella città medesima da cui era stato
scacciato.

  [247] _Matteo Villani, l. IV, c. 23. — Frammenti di stor. Rom., l.
  III, c. 22. — An. Ital. t. III, p. 351._ — Lettera di papa Innoc. VI
  presso Raynald. _Ann. Eccl. 1354, § 4, p. 352_. Il papa con questa
  lettera dimanda ai banchieri di Padova gli effetti di Moriale per
  applicarli in sollievo di tanti da lui resi infelici.

Il primo asilo di Cola, dopo la sua fuga da Roma, era stata la corte del
re Lodovico d'Ungheria. Ma quando questo principe abbandonò
improvvisamente l'Italia, il tribuno, trovatosi senza difesa, era
passato in Germania per implorare la protezione di Carlo IV[248],
sperando di poter comunicare al re de' Romani il proprio entusiasmo per
Roma, e di rendere questo monarca degno dei titoli ch'egli portava.
Nello stesso senso il Petrarca aveva più volte scritto allo stesso Carlo
per ricordargli i doveri degl'imperatori[249]. Ma il discendente della
casa di Lussemburgo, che non aveva ereditata la generosità, la lealtà, o
altra delle virtù cavalleresche di Enrico VII, o di Giovanni di Boemia,
diede vergognosamente Cola in mano del papa nel 1352, ed il tribuno
giunse in Avignone in mezzo a due arceri[250]. La morte di Clemente VI,
il rispetto che ispiravano l'eloquenza ed i suoi distinti talenti, e
senza dubbio le raccomandazioni del Petrarca, che scriveva al popolo
romano per interessarlo a favore del suo magistrato, salvarono Cola dal
supplicio di cui era minacciato[251]. Alcun tempo dopo, Innocenzo VI,
avendo risolto di liberare tutte le città de' suoi stati dai tiranni che
le governavano, e di ridurle sotto l'immediata autorità della chiesa,
mandò Rienzo al cardinale Egidio Albornoz, incaricato di tale missione,
affinchè questo prelato si giovasse dei suoi talenti, della sua
eloquenza, e dell'opinione che ancora aveva in Roma[252].

  [248] _Chron. Est., t. XV, p. 460._

  [249] Osservinsi queste lettere nelle _Memorie di Sade, t. III, p.
  68 e 340_.

  [250] _De Sade Memorie, l. IV, p. 227._

  [251] _Petrarcae epistolae sine titulo, ep. 4, p. 789. Edit. Basil.
  1554._

  [252] _Rayn. An. Eccles. 1353, § 5, p. 340. — Vita Innocent. VI ex
  additamentis ad Ptolomeum Lucens. e cod. MS. Patavino, t. III, p.
  II, Rer. Ital. p. 608._

Egidio Albornoz si diceva disceso dalle reali case di Leone e di
Arragona; era stato nominato assai giovane arcivescovo di Toledo, lo che
non gli aveva impedito di fare la guerra ai Mori, e di rendersi glorioso
contro gl'infedeli. Dopo la battaglia di Tariffa, aveva di propria mano
armato cavaliere Alfonso XI di Castiglia, e nel 1343 aveva diretto
l'assedio d'Algesiras. Quando morì Alfonso XI Albornoz venne alla corte
d'Avignone, ove Clemente VI gli diede il cappello cardinalizio.
Innocenzo VI l'anno 1353 dovendo nominare un generale nel sacro
collegio, giudicò il cardinale spagnuolo più capace di ogni altro a
riconquistare gli stati della chiesa[253].

  [253] _Memorie di Sade, t. III, l. V, p. 313. — Raynaldi Ann.
  Eccles. 1353, § I, p. 338._

Albornoz entrò in Italia nell'agosto del 1353 mal fornito di truppe e di
danaro, ma con promesse di larghi sussidj. Sebbene la di lui venuta
eccitasse la diffidenza dell'arcivescovo Visconti, questi lo accolse
onorevolmente[254]. Il cardinale prese in appresso la via di Firenze,
ove giunse in ottobre, ed ottenne dalla repubblica il piccolo sussidio
di cento cinquanta cavalli. Fin qui le truppe d'Albornoz trovaronsi
sproporzionate affatto a' suoi vasti progetti; ma egli fidava assai meno
nell'armata, che nelle disposizioni de' popoli; imperciocchè la sua
missione tornava utilissima alla loro prosperità. Era egli incaricato di
rendere alle città la libertà, e quel governo repubblicano, di cui
avevano goduto lungo tempo sotto la protezione della chiesa, e veniva
per fare la guerra a piccoli tiranni, non meno nemici del popolo che del
papa, a tiranni la di cui autorità era odiosa, ed alle di cui passioni
venivano tutte attribuite le pubbliche calamità. Clemente VI aveva prima
di morire pubblicata una bolla di scomunica contro tutti gli usurpatori,
e nominatamente contro Giovanni di Vico tiranno di Viterbo e d'Orvieto,
Francesco degli Ordelaffi tiranno di Forlì, e Giovanni e Guglielmo de'
Manfredi tiranni di Faenza[255].

  [254] _Polistore c. 40, t. XXIV, p. 833. — Cherubino Ghirardacci
  Stor. di Bolog., l. XXIII, p. 317._

  [255] Datata il 7 degli Idi di Luglio 1352. — _Rayn. Ann. 1352, §
  11, p. 331. — Matteo Villani, l. III, c. 84._

I Romani furono i primi a riconciliarsi colla chiesa per l'intromissione
d'Albornoz; ma piuttosto fecero alleanza, con un atto di sommissione
alla sua autorità[256]. Dopo la fuga di Cola da Rienzo avevano sofferte
le più disastrose rivoluzioni; i nobili, tornati in Roma, avevano
ricominciate le loro soverchierie, onde il popolo, sotto la condotta di
Giovanni Ceroni, demagogo, che fu installato in Campidoglio col titolo
di rettore, gli aveva di nuovo cacciati di città[257]; poi gli aveva
richiamati per difendere Roma contro il prefetto di Vico. I nobili, che
mai non sapevano approfittare delle lezioni dell'esperienza, avevano
ravvivate le antiche loro contese; gli Orsini e i Savelli eransi
azzuffati nelle strade, ed il rettore Giovanni Ceroni, avendo invano
chiamato il popolo a prendere le armi per mantenere l'ordine, abdicò la
sua dignità, e si allontanò da una città intollerante d'ogni
governo[258].

  [256] _Ivi, c. 91._

  [257] _Ivi, l. II, c. 47._

  [258] _Matteo Villani, l. III, c. 18._

Quando Innocenzo VI successe a Clemente, egli, di concerto col popolo,
incaricò due senatori, Bertoldo Orsini e Stefano Colonna
dell'amministrazione di Roma; ma poche settimane dopo la loro
installazione, avendo la carenza delle vittovaglie eccitate le lagnanze
del popolo, venne assediato il Campidoglio, lapidato l'Orsini, e il
Colonna non si sottrasse alla morte che fuggendo travestito da una
finestra[259].

  [259] Il 15 febbrajo 1353. — _Matteo Villani, l. III, c. 57. —
  Frammenti di Stor. Rom., l. III, c. 4, p. 491. An. Ital. — Rayn. An.
  Eccles. an. 1353, § 4, p. 339._

In seguito si riaccese una furiosa guerra tra i diversi partiti della
nobiltà, che si protrasse fino all'agosto del 1353. A quest'epoca,
stanchi i Romani di farsi la guerra pei loro signori, nominarono di
nuovo un capo plebeo, Francesco Baroncelli, scrivano o notajo del
senato. In sull'esempio di Cola da Rienzo, questi prese il titolo di
tribuno, mandò al supplicio i nobili più sediziosi, e costrinse gli
altri alla quiete[260]. Il Baroncelli governava Roma, quando il
cardinale Albornoz, accompagnato da Cola da Rienzo, entrò nello stato
della chiesa. Fu il Baroncelli che fece la prima convenzione col legato
a nome del popolo. In pari tempo Montefeltro, Aquapendente e Bolzena,
aprirono le porte ai rappresentanti del romano pontefice; ma Giovanni di
Vico, che portava il titolo di prefetto di Roma, pose in istato di
difesa le sette città[261] di cui erasi fatto padrone, e si apparecchiò
a sostenere la guerra[262].

  [260] _Matteo Villani, l. III, c. 78. — Cherub. Ghirardacci stor. di
  Bol., l. XXII, p. 223._

  [261] Viterbo, Orvieto, Trani, Amalia, Narni, Marta e Camino.

  [262] _Frammenti di Storia Romana, l. III, c. 5, p. 493. — Rayn.
  Ann. Eccl. 1353, § 3, p. 339._

La venuta di Cola da Rienzo ricordò ai Romani, non le ultime
stravaganze, ma i bei tempi del suo governo, e le speranze che aveva
loro fatte concepire. Essi recaronsi in folla ad incontrarlo a
Montefiascone. «Torna a Roma, gli dicevano, torna nella tua città; a te
s'aspetta il liberarla dai suoi mali; fattene signore, e noi ti
sosterremo con tutte le nostre forze; non dubitare, tu non fosti
desiderato mai, nè fosti amato mai tanto come in questo giorno[263].» Ma
Cola più non era indipendente; tutti i suoi atti erano subordinati alla
politica del cardinale, e questi pensava assai meno a dare la signoria
di Roma ad un uomo intraprendente ed ambizioso, che ad approfittare
dell'influenza che quest'uomo aveva sui Romani, onde renderlo utile ad
altri disegni. Lungi dal prestare a Rienzo pochi corazzieri per condurlo
al Campidoglio, chiese ai deputati, che si erano a lui presentati,
d'armare il popolo romano contro il prefetto di Vico, se desideravano
che in appresso Cola ristabilisse in Roma il _buono stato_.

  [263] _Frammenti di Storia Romana, l. III, c. 14, p. 513._

Mentre ciò accadeva, il prefetto, che aveva dovuto avvedersi dell'odio
che gli portavano grandissimo i cittadini di Viterbo e di Orvieto, volle
dare ai più arditi opportunità di manifestare i loro sentimenti, onde
potere castigarli. Dopo avere nascostamente accresciuto il numero de'
suoi sgherri, li distribuì in tutti i luoghi afforzati delle due città,
con ordine di tenersi pronti ad agire. In appresso fece da alcuni suoi
fidati gridare _alle armi, viva il popolo_! Tutti coloro che
sopportavano impazientemente la tirannide s'affollarono a tali voci
nelle strade. Giovanni di Vico a Viterbo, e suo figlio in Orvieto, che
non aspettavano che questo segno, uscirono dai loro nascondigli coi
soldati, e piombando a dosso ai sediziosi, ne fecero una generale
carnificina[264].

  [264] _Matteo Villani, l. III, c. 98. — Cron. d'Orvieto, p. 680._

Con tale esecuzione, credeva il prefetto di avere rassicurata la sua
sovranità, ed invece accrebbe i pericoli della sua situazione, perchè il
popolo sdegnato rifiutava omai di difenderlo contro il legato. In marzo
del 1354 questi occupò Toscanella, ed in maggio assediò
contemporaneamente Viterbo ed Orvieto con mille trecento cavalli e dieci
mila fanti. I Romani andavano ingrossando il campo d'Albornoz, ed altri
rinforzi gli giugnevano da altre bande. Giovanni di Vico non osò esporsi
al risentimento del popolo, che poteva adesso manifestarsi senza
pericolo. S'arrese a discrezione al legato, cedendogli tutte le città
che occupava, e che furono rimesse nella pristina libertà sotto la
protezione della chiesa. Per altro Albornoz, in considerazione della
pronta sommissione del prefetto, gli lasciò il governo di Corneto,
Cività Vecchia e Respampano[265]. In giugno rivolse poi le sue armi
contro Giovanni de' Gabrielli, tiranno di Agobbio, e lo costrinse
egualmente a rimettere in libertà la sua patria[266].

  [265] _Frammenti di Storia Romana, l. III, c. 5, p. 495. — Matteo
  Villani, l. IV, c. 10, p. 240. — Ghirard. Stor. di Bologna, l.
  XXIII, p. 218. — Rayn. Ann. Eccl. 1354, § 1, p. 351. — Cron.
  d'Orvieto, t. XV, p. 682._

  [266] _Matteo Villani, l. IV, c. 13._

La sommissione del prefetto toglieva ad Albornoz ogni pretesto di
ritenere più oltre presso di sè Cola da Rienzo. Gli accordò quindi la
dignità di senatore di Roma, in conformità degli ordini che aveva
ricevuti dal papa[267], e lo lasciò partire alla volta di quella
capitale senza soldati e senza danaro. Cola si era fatti troppi nemici
tra la nobiltà per potere attraversare la campagna di Roma ed il
patrimonio senza avere alcune compagnie di corazzieri che lo
accompagnassero. In questo tempo i due fratelli del Moriale, arricchiti
dai di lui assassinj, trovavansi a Perugia. Cola andò a trovarli, espose
loro i suoi progetti per la prosperità dell'Italia, gli esortò ad
associarsi alla sua gloria, ed al potere che stava per ricuperare; e con
quella persuasiva eloquenza, che nessun altro possedeva in così alto
grado, gli ridusse in fine a sovvenirgli una ragguardevole somma pel
ristabilimento del _buono stato_. Quando Cola, dopo poche settimane,
fece arrestare il cavaliere di Moriale, che meno facile dei suoi
fratelli ad essere sedotto dalle illusioni, veniva a Roma per tenere gli
occhi addosso al tribuno, e forzarlo a mantenere le promesse,
l'ingratitudine di Cola, che condannava questo temuto avventuriere al
supplicio, fu assai più notata che la giustizia della sua sentenza[268].

  [267] _Frammenti di Storia Romana, l. III, c. 16, p. 519._

  [268] _Frammenti di Storia Romana, l. III, c. 21, p. 329._

Al suo arrivo a Roma, Cola da Rienzo vi fu ricevuto con entusiasmo,
perchè il suo esilio aveva cancellata la memoria della sua vanità.
L'autorità, che gli confidava il popolo, veniva resa più forte dalle
decorazioni di cui lo aveva rivestito il papa. Non solo Innocenzo VI
l'aveva nominato senatore, ma riconosciuto inoltre nobile e cavaliere, e
ratificata in tal modo la bizzarra cerimonia della conca di san
Silvestro, in virtù della quale aveva Cola preso il titolo di cavaliere
di santo Spirito[269]. Ma il senatore tribuno invece di correggersi de'
suoi difetti aveva nell'esilio perduto quell'entusiasmo per le virtù e
per la patria, che compensava i suoi difetti. Più difficile erasi fatta
la sua situazione per dover conciliare la volontà del pontefice con
quella del popolo. Il supplicio di Moriale, e quello di Pandolfo
Pandolfucci, cittadino romano universalmente stimato, gli furono
imputati quali atti d'iniquità; e la guerra che doveva sostenere contro
i Colonna raddoppiava il suo imbarazzo. Stefano Colonna il giovane,
rimasto capo di questa casa, erasi afforzato in Palestrina, e Cola, dopo
averla in vano assediata, era stato obbligato a ricondurre i suoi
soldati a Roma senza aver danaro per pagarli[270]. Cercò in tale penosa
situazione di levare una nuova imposta, ma il popolo non la sostenne
lungo tempo.

  [269] Gli scrisse il 3 delle Calende di settembre con questo titolo:
  _Dilecto filio nobili viro, Nicolao Laurentii, Militi, Senatori
  Urbis. Ann. Eccles. § 3, p. 352_.

  [270] _Frammenti di Storia Romana, l. III, c. 19, p. 523._

L'otto ottobre scoppiò contemporaneamente una sedizione ne' due
quartieri di Roma, a Rizza ed in piazza Colonna. Alcuni forsennati
adunaronsi al grido di _viva il popolo, muoja il traditore Cola da
Rienzo!_ S'avvicinarono al Campidoglio, ed il tribuno si trovò
abbandonato dalle sue guardie, da' suoi ministri e dai servitori, tranne
tre sole persone. Non pertanto aveva fatte chiudere le porte del
palazzo; il popolo v'appicò il fuoco, che, avendo investita la scala,
chiuse il passaggio agli assalitori. Cola vestì la sua armatura di
cavaliere, e preso in mano lo stendardo del popolo si presentò alla
finestra d'una sala superiore, e fece segno di voler parlare. Tale era
il prodigioso impero della sua eloquenza, che, se gli fosse stato
concesso di parlare, avrebbe senza dubbio calmata la moltitudine. Ma il
popolo ricusava ostinatamente di ascoltarlo, e scagliava pietre contro
di lui per forzarlo a ritirarsi dalla finestra; onde dopo aver fatti
inutili sforzi pel calmare que' forsennati, essendo stato ferito in un
braccio, ritirossi entro il palazzo[271].

  [271] _Frammenti di Storia Romana, l. III, c. 34, p. 537._

Non perciò perdette ogni speranza di ridurre il popolo alla quiete
quando potesse parlare. Si fece calare a basso in alcuni lenzuoli legati
alle finestre, onde giugnere sul terrazzo della cancelleria, che
trovavasi allo scoperto, ma dove più difficilmente poteva essere offeso.
Di là tentò nuovamente di parlare, ma ogni sforzo per farsi udire fu
vano. Allora fu veduto pendere indeciso tra una morte gloriosa
combattendo e tra la speranza della fuga; spogliarsi dell'armatura, poi
rivestirla per levarsela di nuovo[272]. Finalmente si applicò a
quest'ultimo partito. Il palazzo era già preso dalla plebaglia, la quale
saccheggiava le sale che l'incendio separava dal luogo in cui trovavasi
Cola. Egli cercò di spogliarsi di tutti quegli abiti che potevano dare
indizio della sua dignità, s'avviluppò nel mantello del portiere, si
pose in sul capo alcune coltri da letto, e come persona che tornasse
allora dal saccheggio, attraversando arditamente il fuoco, indicava agli
aggressori in lingua _romanesca_[273] il luogo di dove veniva colla
preda, e gl'incoraggiava ad avanzarsi ancor essi. Passò in tal guisa
senz'essere conosciuto le due prime porte e la prima scala; e se avesse
potuto egualmente superare la seconda, era salvo; ma un Romano lo
trattenne avanti all'ultima porta, e presolo pel braccio, gli disse:
_ove vai tu?_

  [272] _Ivi, p. 541._

  [273] Ecco il dialetto del popolo di Roma, nel quale trovasi scritto
  il frammento di storia romana, comunemente intitolato _vita di Cola
  da Rienzo_. Riportando questo passo, faccio ad un tempo conoscere
  questo dialetto. _L'arma puse ioso in tutto, dolore ene da
  recordarese. Forficaose la varva, e tenzese la faccia de tenta nera.
  Era là da priesso una caselluccia, dove dormea lo portanaro. Entrato
  là, tolle uno vecchio tabarro de vile panno, fatto a lo muodo
  pastorale campanino. Quello vile tabarro vestio; puoi se mese in
  capo una coitra de lietto, e così divisato ne veo ioso. Passa la
  porta la quale fiariava; passa le scale, e lo terrore de lo solaro
  che cascava. Passa la intima porta liberamente; fuoco non lo toccao,
  e misticaose co li aitri, desformato desformava la favella,_ ec.

Cola fermato non cercò più di nascondersi. Gettò le coperte che aveva
sul capo, e dichiarò di essere il tribuno. Fu allora condotto fino in
fondo alla seconda scala del Campidoglio, avanti al Leone di porfido
egizio. Colà egli medesimo costumava di far leggere le sentenze di
condanna. Tra i forsennati che lo circondavano, niuno osava toccarlo, un
profondo silenzio era succeduto alle furibonde grida, ed egli colle
braccia incrocicchiate sul petto aspettava la decisione della sua sorte.
Bentosto alzò gli occhi, e girando lo sguardo sulla moltitudine
disponevasi ad approfittare del silenzio del popolo per arringarlo,
quando Cecco del Vecchio, un artigiano che gli stava al fianco, temendo
gli effetti della sua eloquenza, gl'immerse il suo stocco nel ventre.
Allora tutti coloro che gli erano vicini s'affrettarono a percuoterlo,
ed il suo capo fu separato dal corpo, che coperto di ferite venne
strascinato per la città, ed appeso presso san Marcello all'uncino d'un
macellajo[274].

  [274] _Frammenti di Storia Romana, l. III, p. 543. — Matteo Villani,
  l. IV, c. 16._

Così morì un uomo, che due volte rialzò la gloria del nome romano, e due
volte fu sagrificato dal popolo, cui aveva consacrata la propria
esistenza.



CAPITOLO XLIII.

      _Morte dell'arcivescovo Visconti. — Carlo IV in Italia. — Tratta
      con Firenze; distrugge a Siena il governo dei nove, ed a Pisa
      quello dei Bergolini. — Si ritira vergognosamente. — Anarchia
      della Sicilia e di Napoli. — Conquista di Albornoz; discordia
      tra i Visconti._

1354 = 1355.


L'arcivescovo di Milano aveva condisceso alla pace colle repubbliche
toscane, per aver tempo di prepararsi contro gli ambiziosi progetti
ch'egli supponeva ad Innocenzo VI; ed infatti questo pontefice era
appena salito sul trono che aveva preso a ridurre sotto la sua
ubbidienza tutti i paesi dipendenti dalla santa sede. Ma le conquiste
d'Albornoz negli stati della chiesa, erano pel Visconti un argomento di
sicurezza, perchè il papa non era nè abbastanza ricco, nè potente
abbastanza per fare ad un tempo la guerra in Lombardia e nelle vicinanze
di Roma. Se voleva sottomettere i tiranni che si avevano diviso il
patrimonio di san Pietro, era forzato di conservare la pace coi signori
di Milano, e porre da banda gli odj, che nello spazio di cinquant'anni
avevano contro di loro manifestato i suoi predecessori. Giovanni
Visconti credette adunque di potere nuovamente riprendere i suoi
progetti d'ingrandimento. Pochi mesi dopo la pace di Sarzana, egli
acquistò la signoria di Genova, come si è veduto nel precedente
capitolo, e si trovò ben tosto mal suo grado impegnato nella guerra di
questa città colla repubblica di Venezia.

Il Visconti aveva già dati non pochi motivi di doglianze ai quattro
signori della Marca Veronese, la quale separava i suoi stati da quelli
di Venezia; egli aveva cercato di approfittare di tutti gl'intrighi di
queste piccole corti per formarsi in seno a ciascheduna un partito, ed
ancora per cercare d'impadronirsi di quelle città. Ma i signori di
Mantova, di Verona, di Ferrara e di Padova, deboli per sè medesimi, ed
inoltre tra loro divisi, appena osavano palesare il loro malcontento,
temendo che le loro lagnanze potessero allegarsi dal Visconti come un
pretesto per conquistare i loro stati. La signoria di Venezia, che in
allora altro non possedeva sul continente che la città di Treviso, aveva
bisogno di farsi degli alleati in terra ferma, onde muover guerra al
signore di Milano. Prese perciò a cuore e di rappacificare i piccoli
principi della Marca Veronese, e di armarli contro il loro naturale
nemico. Gli ambasciatori veneziani recaronsi più volte in questa
provincia; invitarono i principi a varj congressi[275]; e per ultimo li
ridussero nel dicembre del 1353 a sottoscrivere un'alleanza, in forza
della quale dovevano allestire quattro mila cavalli per le susseguenti
campagne, onde attaccare l'arcivescovo di Milano. Le case d'Este, di
Gonzaga, di Carrara e della Scala, unironsi ai Veneziani per determinare
i Fiorentini a prendere parte nella stessa alleanza: ma i loro
ambasciatori non persuasero questa repubblica a rinunciare alla pace di
fresco conchiusa. La lega formata dai Veneziani si rivolse in appresso a
Carlo di Boemia, re de' Romani, facendo rivivere le negoziazioni con lui
aperte dai Fiorentini, e gli offrì il suo ajuto per procurargli la
corona dell'impero, purchè dal canto suo il re di Boemia attaccasse il
signore di Milano[276].

  [275] _Chronic. Esten. t. XV, p. 476-482._

  [276] _Matteo Villani, l. III, c. 94._

Era Carlo IV un principe intrigante ed avido, ma senza coraggio; onde
sagrificava sempre gl'interessi dell'impero a quelli del suo regno di
Boemia, e l'onor suo alla cupidigia. Tutte queste negoziazioni
cogl'Italiani non miravano che ad ingannarli, perciocchè egli non
pensava altrimenti di prendere parte alle loro contese, e mentre
trattava con tutti i nemici del Visconti, aveva ricevuti ancora i di lui
ambasciatori, ed esaminate le condizioni proposte per un'alleanza col
signore di Milano. Sembrò a Carlo che queste contraddittorie
negoziazioni avessero finalmente rimosse dalla spedizione d'Italia
quelle difficoltà che avevano sconsigliati dall'intraprenderla i suoi
predecessori[277]. I comuni della Toscana, in ogni tempo nemici
degl'imperatori, erano stati i primi ad invitarlo. Venezia, Verona,
Padova, Ferrara e Mantova cercavano la sua alleanza; il signore di
Milano e del rimanente della Lombardia gli offriva la sua amicizia; per
ultimo la corte d'Avignone l'aveva creato re de' Romani, dando così
motivo ai suoi nemici di chiamarlo il re dei preti. Carlo IV, che
bramava l' onore della corona imperiale, mandò deputati ad Innocenzo VI
per rinnovare le promesse che fatte aveva ai suoi predecessori,
chiedendo che il papa gli permettesse d'entrare in Italia, e nominasse i
legati che dovevano coronarlo. Una deliberazione del concistoro nel
febbrajo del 1354 soddisfece interamente ai suoi desiderj[278].

  [277] Dipingendo il carattere di Carlo IV conviene scegliere tra due
  opposte tradizioni. Gli storici di Boemia e di Lucca ne parlano
  sempre coll'entusiasmo della riconoscenza, mentre quelli di tutto il
  restante della Germania e dell'Italia, gli attribuiscono il
  carattere che qui gli abbiamo dato. Carlo fu, a non dubitarne, un
  buon re per la Boemia; ma gli storici non boemi possono lusingarsi
  che i monumenti della sua magnificenza, o ancora le sue buone leggi,
  bastino a distruggere il giudizio che tutti i suoi contemporanei
  hanno di lui dato. Vedasi non pertanto il panegirista di Carlo,
  Franz Martin Pelzel. _Vorrede Zur Kaiser Karl der Viene, t. I._

  [278] _Matteo Villani, l. III, c. 103._

Frattanto era scoppiata la guerra tra l'arcivescovo di Milano e la lega
della Venezia: il 18 maggio del 1354 Francesco Castracani, generale del
Visconti, erasi avanzato ad assediare Modena, che ubbidiva ai marchesi
d'Este. La famiglia dei Pii e tutti i Ghibellini di Modena passarono nel
campo milanese, e diedero all'armata dell'arcivescovo molte terre
murate[279]. Dall'altro canto i Guelfi di Bologna ed il partito
repubblicano aveva voluto scuotere il giogo di Visconti d'Oleggio, che
comandava in questa città a nome del signore di Milano. La ribellione
era scoppiata il 10 di giugno; si era furiosamente combattuto nelle
strade; ma i repubblicani erano rimasti soccombenti, e dodici de' più
distinti cittadini di Bologna periti sul patibolo[280].

  [279] _Joh. de Bazano Chron. Muttin. p. 619._

  [280] _Ivi, p. 620. — Matteo Villani, l. IV, c. 11 e 12._

Eransi consumati alcuni mesi da ambe le parti, prima che le potenze
nemiche si fossero poste in misura di spingere con vigore le ostilità;
ma la lega Veneta avea preso al suo soldo la grande compagnia formata
dal cavaliere di Moriale, e comandata dal conte Lando. Già si
aspettavano importanti operazioni militari, quando furono sospese in un
modo impensato. Giovanni Visconti, arcivescovo e signore di Milano, morì
subitaneamente il 5 ottobre del 1354, nel farsi levare un carbonchio,
che due giorni prima era comparso sulla sua fronte, e che si credeva
poco pericoloso[281].

  [281] _Matteo Villani, l. IV, c. 25. — Petri Azarii Chron., t. XVI,
  p. 334. — Bernard. Corio Storia di Milano, p. III, p. 229._

Lasciava suoi successori tre nipoti; figliuoli di suo fratello Stefano
Visconti, e la di lui eredità venne divisa tra di loro. Siccome
trovavansi circondati dai soldati adunati dall'arcivescovo per
combattere la lega, non incontrarono difficoltà nel farsi proclamare
signori da tutte le città del loro dominio. Questa cerimonia, che
ricordava ancora que' diritti che il popolo più non esercitava, si fece
in Milano il 12 ottobre del 1354. I tre fratelli divisero in appresso i
loro stati e la loro autorità, di modo che ognuno di loro ebbe un
appannaggio in proprietà, senza che la sovranità fosse divisa. La città
di Milano, centro del governo, rimase comune ai fratelli Visconti,
siccome quella di Genova. Matteo, il maggiore dei tre, uomo voluttuoso e
corrotto, prese per sua parte Piacenza, Parma, Bologna, Lodi e Bobbio, e
non domandò altra parte nell'amministrazione generale, che d'essere
nominato il primo in tutti gli atti. Barnabò, il secondo, ebbe Cremona,
Crema, Brescia e Bergamo, ed in pari tempo egli si prese il carico del
dipartimento della guerra. L'ultimo, Galeazzo, prese sopra di sè
l'amministrazione interna ed ebbe per suo appannaggio Como, Novara,
Vercelli, Asti, Tortona ed Alessandria[282].

  [282] _Matteo Villani, l. IV, c. 28. — Petri Azarii Chron., t. XVI,
  p. 337._

Seppesi pochi giorni dopo che Carlo IV, re di Boemia e de' Romani, era
giunto in Udine il 14 ottobre ed era colà stato ricevuto da suo fratello
naturale, il patriarca d'Aquilea. Ogni stato ed ogni fazione d'Italia
aveva negoziato coll'imperatore eletto, ed eransi tutti lusingati di
valersi della sua potenza contro i loro nemici; ma seppero con estrema
sorpresa che il monarca dell'Occidente non aveva altro seguito che
quello di trecento cavalieri disarmati. Carlo con questo debole
accompagnamento fece successivamente il suo ingresso in Padova ed in
Mantova; ed in queste due città venne ricevuto con eguale rispetto dai
Carrara e dai Gonzaga[283].

  [283] _Matteo Villani, l. IV, c. 27. — Bolusclans Balbinus Epitome
  Rerum Bohemicarum. l. III, c. 21, p. 364. — Franz Martin Pelzel, Kar
  der Vierte, p. I, p. 419._ Ma i due storici Boemi, cui manca ogni
  altra autorità oltre quella del Villani, si lagnano continuamente
  della sua parzialità.

Durante il suo soggiorno in Mantova Carlo IV si offrì mediatore della
pace tra la lega veneta ed i Visconti. Ridusse la prima a congedare la
grande compagnia, che si gettò nello stato di Ravenna per saccheggiarlo:
ma, giunta a Milano la notizia della rotta data dei Genovesi ai
Veneziani a Porto Longo il 3 novembre del 1354, i Visconti accrebbero le
pretensioni, e l'imperatore eletto si limitò a conchiudere tra le
potenze belligeranti una tregua, che doveva durare fino al susseguente
maggio. Tostocchè fu firmata questa tregua, Carlo IV passò a Milano per
ricevervi la corona ferrea di Lombardia[284].

  [284] _Joh. de Bazzano Chron. Mutin, t. XV, p. 622. — Bernardino
  Corio Storia di Milano, p. III, p. 229._

I Visconti non videro senza stupore porsi in loro balìa col suo seguito
disarmato quel monarca, il di cui nome era stato lungo tempo grandissimo
oggetto di timore[285]. Essi vollero dargli almeno un'alta idea della
loro potenza, e lo circondarono nel loro palazzo di tutto il tumulto di
un'accampamento; perciò adunarono in Milano sotto i loro ordini sei mila
cavalli e dieci mila pedoni. I medesimi soldati passavano ogni giorno
più volte sotto le finestre di Carlo IV per fargli credere che l'armata
loro fosse ancora più numerosa. Si portò da Monza a Milano la corona di
ferro, e la ceremonia della coronazione si eseguì il 6 gennajo del 1355
nella basilica di sant'Ambrogio.

  [285] F. M. Pelzel porta il numero de' cavalieri che seguirono
  l'imperatore ad ottocento, _p. I, p. 429_.

Carlo non mostrò verun sospetto dell'apparecchio militare da cui
vedevasi circondato, pure uscì con piacere da questa specie di prigionia
quand'ebbe ricevuta la corona di ferro, e partì alla volta della
Toscana. In tutte le città, che attraversava, trovò duplicate le
sentinelle: i Visconti lo seguirono con un grosso corpo di truppe,
mentre il monarca, circondato da cavalieri disarmati, e montato sopra un
ronzino pareva, piuttosto che un imperatore, un mercante, cui preme di
giugnere presto alla fiera[286]. Giunse perciò a Pisa molti giorni prima
che vi fosse aspettato.

  [286] _Matteo Villani, l. IV, c. 39. — B. Marangoni Cronica di Pisa,
  p. 713. — Neri di Donato Cronica Sanese, l. IV, c. 41, p. 265._

I Fiorentini, sbalorditi nell'udire che avevano così vicino
l'imperatore, pensarono di porsi in istato di difesa, come se venisse ad
attaccarli, e chiusero nelle terre murate i loro bestiami e tutte le
vittovaglie sparse nel territorio. Per altro mandarono in pari tempo sei
ambasciatori a Carlo, offrendo di trattare con lui ad onorevoli
condizioni[287].

  [287] _Matteo Villani l. IX, c. 41._

Sebbene l'imperatore fosse entrato in Toscana senza truppe, la sua
presenza rese ben tosto assai difficile la situazione delle repubbliche
italiane. Abbiamo osservato fino dai tempi della spedizione di Enrico
VII quanto la pubblica opinione, e quella in particolare dei letterati
favoreggiasse le pretensioni imperiali. Petrarca e Cola da Rienzo
avevano sostenuto che la sovranità del mondo apparteneva sempre a Roma
ed all'impero romano. Il primo colle sue lettere, l'altro co' suoi
discorsi avevano frequentemente eccitato Carlo IV ad usare de' suoi
diritti, come se fossero costantemente riconosciuti da tutti i popoli.
Vero è che i più zelanti repubblicani di Firenze, e tra questi il nostro
storico Matteo Villani, figuravansi di trovare nelle leggi e ne'
monumenti dell'antichità una guarenzia della libertà di Roma e della
Toscana. Credevano, appoggiandosi alle prime dichiarazioni di Augusto e
di Tiberio, che gli antichi imperatori, padroni del mondo romano, si
fossero sempre conservati subordinati al senato ed al popolo di Roma;
pretendevano che i Cesari ubbidissero ai cittadini, in tempo che tutte
le nazioni erano tributarie de' Cesari; e perchè le città toscane erano
state ammesse di buon ora alla cittadinanza romana, credevano di essere
tuttavia quello stesso popolo, cui gl'imperatori erano tenuti di
ubbidire[288]. La costituzione di Roma, quale esisteva ai tempi di
Augusto o di Trajano, loro sembrava la sola origine del diritto
pubblico, e se l'avessero essi meglio conosciuta, avrebbero trovate
illegittime tutte le loro pretese alla libertà.

  [288] _Matteo Villani, l. IV, c. 77 e 78._

La presenza dell'imperatore in Italia ed in seno ad una repubblica,
riuniva intorno a lui tutti i partigiani della sua autorità. Essi
sceglievano lui medesimo per giudice degli odj tra le fazioni, e delle
guerre tra gli stati vicini. Essi sostenevano che il governo municipale
non era stato istituito, che per rimpiazzare in sua assenza il legittimo
sovrano; che all'arrivo del monarca ogni altra giurisdizione rimaneva di
sua natura sospesa; che a lui si doveva immediatamente attribuire la
signoria, e che essenzialmente nulle erano tutte le condizioni che gli
si volevano imporre.

Carlo IV dimorò in Pisa dal 18 gennajo al 22 marzo per trattare coi
comuni della Toscana, mentre l'imperatrice ed i principali baroni della
Germania andavano giugnendo alla sua corte. I grandi feudatarj erano
obbligati dalle costituzioni dell'impero ad accompagnare l'imperatore in
Italia, e ad assistere alla sua coronazione. La curiosità e l'amore
della magnificenza erano cagione che soddisfacessero più regolarmente a
questo dovere che agli altri, e Carlo IV si trovò alla testa di quattro
mila uomini di cavalleria, scelti tra il fiore della nobiltà
tedesca[289].

  [289] _Matteo Villani, l. IV. c. 56. — Neri di Donato Cronica
  Sanese, p. 146._

Era questa la seconda volta che Carlo visitava l'Italia, essendovi
venuto la prima come principe reale di Boemia con suo padre il re
Giovanni; egli aveva per qualche tempo governato Lucca, e si era
interamente guadagnato l'affetto dei Lucchesi; egli era, non v'ha
dubbio, superiore a Spinola che lo aveva preceduto, ed a Mastino della
Scala che gli era succeduto nell'amministrazione della stessa città.
Altronde Carlo aveva una certa affabilità, uno spirito di giustizia, ed
altre virtù che lo resero caro ai suoi immediati sudditi, mentre tutto
il restante dell'Italia e della Germania non poteva perdonargli i
difetti del suo carattere. I Lucchesi riguardavano quale monumento
dell'affetto di Carlo IV la fortezza di Monte Carlo, ch'egli aveva
fabbricata nel 1332 presso al Ceruglio, per chiudere il loro territorio
dalla banda di Val di Nievole alle incursioni de' Fiorentini[290]. Il
governo oppressivo de' Pisani faceva sempre più sospirare ai Lucchesi le
speranze che Carlo aveva fatto concepir loro nel tempo del suo breve
soggiorno. Quando venne innalzato alla dignità imperiale, non dubitarono
che questo monarca non s'interessasse a loro favore, perchè essi sempre
si ricordavano di lui. Di già avevano scritto in Germania per implorare
la sua protezione; lo invitarono a Lucca e gli diedero infinite prove
del loro amore[291]. Il re de' Romani non fu insensibile a queste
dimostrazioni di attaccamento, e conferì con alcuni cittadini di Lucca
intorno ai mezzi di tornare in libertà la loro patria.

  [290] _Beverini An. Lucens. MS., l. VII, p. 938. — Vita Caroli IV,
  ab ipso scripta apud RR. steinhemium, p. II, p. 20._ Monte Carlo è
  forse per rispetto al paesaggio il più ben situato castello della
  Toscana. Nulla può paragonarsi al magnifico anfiteatro che formano
  innanzi a lui gli Appennini.

  [291] _Beverini Ann. Lucens., l. VII, p. 939-941._

Ma Carlo era di già legato coi Pisani, che non voleva inimicarsi per
favorire i Lucchesi. Aveva trovati a Mantova gli ambasciatori dei primi,
e con loro aveva conchiuso un trattato, reso inviolabile dai giuramenti;
aveva promesso di rispettare la libertà di Pisa, di conservarle il
dominio di Lucca e di mantenere alla testa del governo la fazione de'
Bergolini e la famiglia Gambacorti. D'altra parte la repubblica si era
obbligata a pagargli sessanta mila fiorini per le spese della sua
coronazione[292].

  [292] _Matteo Villani, l. IV, c. 36. — Cronica di Pisa, t. XV, p.
  1027. — Tronci Ann. Pisani, edizione in 4.º originale di Livorno,
  1682, p. 375._ Citiamo altresì quest'ultimo perchè cominciamo ad
  avvicinarci ai tempi in cui scrisse; pure in questo periodo di tempo
  è confuso ed oscuro, e pare che abbia poco approfittato del Villani,
  che pure aveva sotto gli occhi. _Neri di Donato Cron. Sanese, p.
  143._

La città di Pisa trovavasi divisa in due fazioni, dette dei Bergolini e
dei Raspanti. La prima in addietro era stata quella della nobiltà, ed
aveva per capo Francesco Gambacorta, ricco mercante, che, col titolo di
conservatore del buono stato, era alla testa di tutta la repubblica.
Alcuni potenti borghesi, come pure le tre famiglie dei Gualandi,
Sismondi e Lanfranchi, erano a lui attaccati, ma la peste aveva private
queste famiglie de' loro capi, e de' più bravi soldati. L'opposta
fazione dei Raspanti, chiamati ancora Maltraversi, conservavasi
affezionata alla famiglia dei conti della Gherardesca. Paffetta, conte
di Montescudaio, uscito da questa medesima famiglia, era stato esiliato
dalla patria; onde essendo entrato al servizio dell'imperatore aveva
qualche credito presso di lui quando tornò col suo seguito a Pisa.
All'indomani del suo ritorno, il 19 gennajo, mentre Carlo andava alla
cattedrale per ricevere in pieno parlamento l'omaggio della città, gli
amici di Paffetta e tutti i Raspanti, da lui eccitati, presero le armi
gridando per le strade _viva l'imperatore e la libertà! muoja il
conservatore!_ Carlo per altro mise fine al disordine, e fece mettere
giù le armi ai sediziosi[293]: ma Gambacorta, spaventato dal corso
pericolo, volle colla devozione all'imperatore bilanciare il credito del
Paffetta[294], e fece dare all'imperatore la signoria della città colla
guardia delle porte e l'amministrazione del tesoro.

  [293] _Matteo Villani, l. IV, c. 45._

  [294] _Ivi, c. 47 e 48. — B. Marangoni Cronica di Pisa, p. 714. —
  Tronci An. Pisani, p. 377._

I cittadini delle opposte fazioni non tardarono a pentirsi d'avere
sagrificata la libertà alle loro gelose passioni. I magistrati
chiamarono presso di loro i capi de' Bergolini e dei Raspanti per vedere
di riconciliarli. Furono nominati dodici deputati dalle due parti per
istabilire le condizioni della pace. Dopo di che il Gambacorta ed il
Paffetta chiesero all'imperatore di restituire ai loro concittadini que'
privilegi, cui essi avevano rinunciato in un momento di accecamento.
Carlo, che in allora non aveva che la debole scorta de' cavalieri che
avevano con lui attraversata la Lombardia, non essendogli ancora giunti
i rinforzi ch'ebbe più tardi dalla Germania, acconsentì di buona grazia
al desiderio de' Pisani che potevano imporgli la legge, e ripristinò
nella piena loro autorità le magistrature repubblicane[295].

  [295] _Matteo Villani, l. IV, c. 51._

Avevano i Pisani in ogni tempo seguita la parte ghibellina, onde
riguardavano l'imperatore come capo del loro partito, e protettore della
città: i Guelfi per lo contrario credevano di avere un nemico nell'erede
degli antichi loro oppressori. Firenze, Siena e Perugia, unite meno da
un'antica alleanza che dai comuni interessi, avevano convenuto di
contenersi in un modo uniforme in faccia all'imperatore; i loro
ambasciatori dovevano presentarsi insieme al monarca, ed agire di comune
accordo; ma ben tosto i Perugini approfittarono della circostanza di
essere dipendenti dalla chiesa e non dall'impero, onde rifiutare di
associarsi ai Fiorentini ed ai Sienesi.

A Siena il governo più non era tra le mani del popolo, ma in quelle
d'una oligarchia artigianesca formata già da settant'anni sotto nome di
ordine dei nove. Alcuni ambiziosi avevano artificiosamente approfittato
del modo con cui si eleggevano le magistrature per concentrare in onta
alla costituzione ed alle leggi l'autorità nelle mani di novanta
cittadini. Mantenevansi nell'interno coi mezzi della corruzione e
coll'intrigo contro l'odio della nobiltà e del popolo[296]: al di fuori
speravano d'ingrandirsi colla perfidia. Ordinarono ai loro ambasciatori
di unirsi ai Fiorentini, e di promettere che agirebbero di concerto,
onde far loro tenere una più ardita condotta, volendo poi l'imperatore
rendersi ben affetto col separarsi spontaneamente da loro.

  [296] _Matteo Villani, l. IV, c. 61._

Gli ambasciatori delle due repubbliche furono introdotti il 30 gennajo
all'udienza di Carlo. Parlarono prima i Fiorentini, e chiesero
all'imperatore di accordare al loro comune la sua protezione e la sua
amicizia, e di mantenere il loro popolo nella consueta libertà.
Rispettoso fu il loro discorso ma senza espressioni di sommissione,
senza promessa d'ubbidienza. I Fiorentini schivarono perfino di dare a
Carlo verun titolo, ch'egli potesse interpretare quale riconoscimento
della sua autorità[297]. Parlarono dopo i Sienesi, e, contro la promessa
fatta ai loro alleati, non solo chiamarono Carlo loro imperatore e loro
signore, ma spontaneamente gli offrirono la signoria del loro comune,
senza riserva d'alcuna preventiva condizione[298]. Il monarca, cui
costumavasi di parlare stando in ginocchio, soleva tenere in mano alcune
bacchette di salice da cui andava levando la corteccia con un temperino,
mentre i suoi occhi erravano distratti su tutta l'udienza. Non pertanto
rispose alle due ambasciate ponderatamente e con nobiltà e moderazione,
mostrando maggiore benevolenza ai Sienesi, ma promettendo ai Fiorentini
di fare per loro tutto quanto sarebbe compatibile coll'onore della sua
corona[299].

  [297] Lo chiamarono _santa Corona_, e nel corso del discorso
  _Serenissimo principe_, senza proferire il vocabolo _d'imperatore_.
  _Matteo Villani, l. IV, c. 53 e 54. — Franz Martin Pelzel, Karl der
  Vierte, p. I, p. 435._

  [298] _Neri di Donato Cron. San, p. 146. — Orlando Malavolti Istor.
  di Siena, p. II, l. VI, p. 111._

  [299] _Ivi, e l. IV, c. 74, p. 28._

Quando gli ambasciatori sanesi, di ritorno nella loro patria, resero
conto della loro missione, il popolo, adunato in parlamento, confermò,
non senza per altro qualche disamina, l'offerta fatta dalla signoria
all'imperatore[300]. Le città di Volterra e di Samminiato, che, in
ragione della loro debolezza erano più gelose dei Fiorentini che
premurose della propria libertà, si diedero ancor esse a Carlo IV[301].
La città di Arezzo non fu ritenuta che dal timore de' Ghibellini che
vedeva favoriti alla corte, e quella di Pistoja, che trovavasi sotto la
salvaguardia di Firenze, fece alcuni sforzi per imitare questi dannosi
esempi. In pari tempo tutti i capi delle famiglie ghibelline delle
montagne, il vecchio Pietro Saccone dei Tarlati, Ubertini vescovo
d'Arezzo, Neri della Faggiuola, figliuolo d'Uguccione, ed i Pazzi di Val
d'Arno, si portarono a Pisa con armi e cavalli, ingrossando la corte
dell'imperatore. Essi facevansi vanto presso di lui de' loro servigi e
di quelli degli antenati loro costantemente addetti al partito
ghibellino, ed eccitavano Carlo a vendicare le offese che suo padre e
suo avo avevano ricevuto dai Fiorentini[302].

  [300] _Matteo Villani, l. IV, c. 61. — Cron. d'Orvieto anonim. t.
  XV, p. 684._

  [301] _Matteo Villani, l. IV, c. 63 e 64._

  [302] _Matteo Villani, l. IV, c. 62. — Leonar. Aret. Stor. Fiorent.
  l. VIII._

Ma se Carlo eccitava l'animosità de' Ghibellini, se approvava i loro
progetti di vendetta, se dava pubblicità alle loro offerte, non aveva
altra mira che di spaventare la repubblica, onde averne più danaro.
Chiedeva ch'ella si riscuotesse dalle condanne contro di lei pronunciate
da Enrico VII suo avo, ed a questo prezzo acconsentiva di confermare in
parte la sua libertà ed i suoi privilegi. Per essere rimessi nella
grazia imperiale i Fiorentini offrivano cinquanta mila fiorini; assai
più ne chiedeva l'imperatore, e muoveva dubbj intorno ad alcuni articoli
della convenzione; in ultimo le condizioni del trattato furono fissate
nel seguente modo. L'imperatore annullò tutte le condanne pronunciate
contro Firenze, contro i cittadini, e contro i conti di Battifolle,
Doadola, Mangone e Vernia[303]; li ristabilì nel pieno godimento dei
loro onori e diritti; autorizzò il popolo a governarsi cogli statuti e
proprie leggi municipali, e ramificò colla sua imperiale autorità tutte
le leggi, tanto le già esistenti, che quelle che si farebbero in
avvenire dall'autorità legislativa della repubblica, purchè non fossero
espressamente contrarie al diritto pubblico. Diede irrevocabilmente il
titolo di vicarj imperiali a tutti i confalonieri di giustizia e priori
delle arti, cui il popolo affiderebbe il governo della repubblica.
Finalmente per non turbare la tranquillità di Firenze promise di non
entrare in città, nè in verun castello del suo territorio. In
contraccambio di tali concessioni, ed a saldo di quanto poteva essere
dai Fiorentini dovuto all'impero, accettò la somma di cento mila
fiorini, pagabile in tre rate prima del seguente agosto[304].

  [303] Del ramo guelfo de' conti Guidi.

  [304] Curiosa è la lettura di Pelzel intorno a queste stesse
  transazioni: egli non cita che il Villani; ma vede ovunque il
  trionfo del suo eroe; e così conchiude: _So brachte Karl die stolze
  Stadt Florens wieder unter die Bothmässigkeit des Reichs, und die
  Bürgerschaft beweinte den Verlust ihrer mit Recht verlornen
  Freyheit. t. I. p. 453. — Matteo Villani, l. IV, c. 76._

Questo trattato, che rimetteva Firenze nel rango delle città imperiali,
le conservava tutti i diritti e privilegi della più libera repubblica.
Questa città veniva di nuovo riconosciuta come membro dell'impero
romano, e questo titolo, lungi dal toglierle veruna delle sue
prerogative, le dava anzi diritto ad una potente protezione. Non
pertanto fu meno difficile il far accettare queste condizioni al popolo,
che il farle aggradire all'imperatore. Il consiglio del popolo venne
adunato il 12 marzo per udirne la lettura; ma a Pietro di Grifo, notajo
delle riformagioni, quando la cominciò, la voce rimase soffocata dai
singhiozzi, ed il suo dolore si comunicò all'istante agli uditori, onde
tutto il consiglio non risuonando che di pianti e di gemiti, si dovette
protrarre la lettura all'indomani. In questo intervallo i capi delle
magistrature sforzavansi di far sentire ai cittadini, che il trattato
coll'imperatore, che si offriva alla loro approvazione, non derogava
all'onore della repubblica, nè era contrario alla sua indipendenza. Il
13 fu di nuovo adunato il consiglio, e, posta alle voci la proposizione
d'approvare il trattato, fu sette volte rigettata con maggiorità di
suffragi. Frattanto tutti i cittadini che avevano maggior credito od
autorità, parlarono per richiamare il consiglio del popolo a più
prudente condotta, e la proposizione della signoria venne finalmente
sanzionata, ed all'indomani fu confermata dal consiglio comune con
minore ripugnanza[305]. Il 21 marzo il trattato fu dall'imperatore
pubblicato nel parlamento di Pisa, ed il 13 dalla signoria in quello di
Firenze; ma pochi cittadini intervennero a quest'ultimo, e non si
vedevano dare veruna dimostrazione di gioja, sebbene le campane della
città suonassero in segno di allegrezza[306].

  [305] _Matteo Villani, l. IV, c. 70._

  [306] _Ivi, c. 75._

Appena terminate le negoziazioni colla repubblica fiorentina,
l'imperatore partì alla volta di Siena, ove fece il suo ingresso il 23
di marzo. Questa città, dopo il 1283, era governata da una fazione
chiamata il _monte dei nove_. In origine questa fazione era formata dai
capi del partito popolare, che per escludere la nobiltà dal governo e
assicurare la superiorità ai Guelfi, avevano stabilita una signoria
press'a poco simile a quella dei priori di Firenze. L'avevano composta
di nove magistrati, tre per cadauno de' quartieri della città. I nove
signori dovevano essere plebei, e scelti dal consiglio del popolo in una
generale elezione. I loro nomi venivano poi distribuiti nelle borse come
costumavasi a Firenze, ed estratti a sorte per avere due mesi il
governo.

Ma non avendo le prime elezioni designato che un ristretto numero di
cittadini, ebbero questi l'arte di mantenere ed ancora di ristringere la
loro oligarchia in tutte le successive elezioni. Entravano essi di pieno
diritto nel consiglio del popolo incaricato di fare un nuovo scrutinio.
In tale consiglio bastavano poche voci contrarie per impedire ad un
nuovo cittadino d'entrare nella signoria, e per lo contrario
richiedevasi una grande maggiorità per fare sortire dalle borse i nomi
de' già ammessi cittadini. I capi dell'oligarchia, dopo avere fra di
loro convenuto intorno alla prossima elezione, allontanavano dal
consiglio del popolo, coll'unanime loro opposizione, tutti coloro che
non volevano che fossero eletti. In tal modo avevano essi ridotta la
sovrana autorità tra le mani di meno di novanta cittadini[307]. Ma
questa medesima usurpazione gli avea renduti singolarmente odiosi ed
alla nobiltà che le leggi escludevano dall'amministrazione, ed al popolo
che vedevasi con frode spogliato dei diritti attribuitigli dalla
costituzione.

  [307] _Matteo Villani, l. IV, c. 61._

L'odio de' loro concittadini ridusse i nove signori di Siena ad una
condotta costantemente debole e perfida. Mentre le tre repubbliche
guelfe della Toscana avrebbero dovuto difendere di comune accordo la
loro libertà, i nove tradirono sempre la causa dei loro alleati, prima
nelle loro relazioni coi Visconti, poi colla grande compagnia, e per
ultimo coll'imperatore. Avevano assoggettata a quest'ultimo la loro
patria per guadagnarsi la sua protezione; ma Carlo voleva amici che gli
somministrassero forza e non cercassero di rendersi forti col di lui
mezzo. Nell'istante in cui entrò in Siena, vi fu accolto colle grida di
_viva l'imperatore, muoja l'ordine dei nove!_ Vide alla testa de'
malcontenti i capi della nobiltà, i Tolomei, i Malavolti, i Piccolomini,
i Saricini e perfino parte dei Salimbeni, sebbene altri fossero addetti
al governo. Vide inoltre nell'opposizione moltissimi ricchi borghesi e
tutto il popolo; questo partito era patentemente il più forte; e fu
perciò quello ch'egli trovò più prudente consiglio di abbracciare[308].

  [308] _Matteo Villani, l. IV, c. 81. — Neri di Donato Cronaca
  Sanese, p. 147._

L'imperatore adunque non cercò nè il primo giorno nè all'indomani di
sedare i tumultuosi movimenti del popolo. Nel terzo giorno la sedizione
vestì un carattere più serio; vennero barricate le strade, ed i nove,
assediati nel palazzo della signoria, supplicarono essi medesimi Carlo
di recarsi colà a liberarli. Infatti l'imperatore si presentò alle porte
del palazzo, che gli furono aperte, e vi entrò a cavallo. Ordinò ai nove
di deporre a' suoi piedi il bastone del comando; chiese loro di
liberarlo dalla promessa che aveva fatta di conservare la loro autorità;
e, fattesi rendere le carte loro rilasciate, le fece abbruciare sotto i
suoi occhi. Intanto il popolo forzava le prigioni, l'archivio dei nove,
e la chiesa ove si conservavano le borse della signoria. Queste borse,
colle bandiere dell'ordine, furono strascinate nel fango in presenza
dell'imperatore. Tutta la città risuonava di una sola voce, _muojano i
nove!_ le loro case erano attaccate, insultate le loro persone, e molti
di loro, cui non riuscì di nascondersi o di fuggire, furono fatti in
pezzi. Vero è che l'imperatore salvò la vita dei signori ch'erano con
lui nel palazzo, e ricusò di abbandonarli al popolo irritato[309]. Non
pertanto pareva partecipare egli medesimo del furore popolare, e lo
sanzionava coi decreti che andava emanando contro tutto l'ordine dei
nove: ma in pari tempo si affrettò di far confermare da tutte le classi
della nazione l'autorità sulla repubblica che la distrutta signoria gli
aveva conferita. Nominò in appresso trenta commissarj, dodici nobili e
diciotto plebei, per riformare il governo sotto la presidenza di suo
fratello naturale, l'arcivescovo di Praga, patriarca d'Aquilea. Lasciò
pure a Siena i Tarlati, il signore di Cortona ed i conti di Santafiora,
per conservarvi la propria autorità, e tre giorni dopo, il 28 marzo, si
rimise in viaggio alla volta di Roma[310].

  [309] _Cronaca Sanese di Neri di Donato, t. XV, p. 148._

  [310] _Matteo Villani l. IV, c. 89. — Neri di Donato Cronaca Sanese,
  p. 149. — Orlando Malavolti Stor. di Siena, p. II, l. VI, p. 112._

La coronazione dell'imperatore eletto era stata fissata per la domenica
di Pasqua, 5 aprile; Carlo aveva promesso al papa di non trattenersi che
un solo giorno in Roma, e di partire appena terminata la cerimonia.
Giunse non pertanto il giovedì 2 aprile innanzi alle porte della città;
ma per non mancare alle sue promesse, entrò in Roma soltanto in figura
di pellegrino, confuso tra i baroni e senz'essere conosciuto dai Romani.
Ne' primi due giorni visitò le chiese per farvi le sue divozioni; la
domenica uscì di città avanti lo spuntare del sole con tutto il suo
seguito, onde rientrarvi pomposamente alcune ore dopo[311].

  [311] _Matteo Villani, l. IV, c. 92. — Raynal. Ann. Eccles. 1355, §
  6 e 17, p. 365. — Cron. d'Orvi., p. 684._

Carlo venne consacrato nella basilica del Vaticano dal cardinale vescovo
d'Ostia. Giovanni di Vico, prefetto di Roma, e per lo innanzi signore di
Viterbo e di Orvieto, gli pose in capo la corona d'oro, e Carlo colle
proprie mani coronò l'imperatrice. In seguito partì con tutto il
corteggio, e, coperto degli imperiali ornamenti, attraversò la città di
Roma in quasi tutta la sua maggiore estensione per recarsi al palazzo di
san Giovanni di Laterano, ove gli era preparato un banchetto. Per altro
la sera medesima uscì di città ed andò a dormire a san Lorenzo delle
Vigne. Cinque mila cavalieri tedeschi e dieci mila italiani avevano
formato il suo seguito fino all'esecuzione della ceremonia, dopo la
quale cominciarono a disperdersi, ripigliando quasi tutti la strada del
loro paese[312].

  [312] _Matteo Villani, l. V, c. 2. — Raynal. An. Eccles. 1355, § 17,
  p. 369. — Chron. Mutin. Joh. de Bazano, p. 622. — Ann. Cæsen. t.
  XIV, p. 1182._

Il 19 aprile l'imperatore tornò a Siena. Scontrò il cardinale Egidio
Albornoz, che, quale legato della santa sede, aveva in primavera
ricominciata la guerra contro i tiranni della Marca e della
Romagna[313]. Carlo gli aveva sovvenuti cinquecento corazzieri per
attaccare i Malatesti, signori di Rimini, e questa fu la sola azione
militare che facesse in Italia[314]. Straniero a tutti i partiti,
indifferente per tutto ciò che non risguardava il suo regno di Boemia,
insensibile all'onore della corona imperiale, Carlo non chiedeva agli
Italiani che danaro, e perciò non poteva avere alcun motivo di fare la
guerra a chicchefosse.

  [313] _Matteo Villani, l. V, c. 14 e 15. — Neri di Donato Cronaca
  Sanese, p. 152._

  [314] _Matteo Villani, l. IV, c. 67._

L'imperatore trovò Siena, come l'aveva lasciata, nel caldo della
rivoluzione cagionata dalla caduta dell'ordine dei nove. Il popolo aveva
escluso a perpetuità quest'ordine dall'amministrazione; aveva fatto
cancellare il nome dei nove da tutti i luoghi pubblici, da tutte le
leggi, da tutti i libri dello stato. Aveva voluto che la nuova signoria
fosse composta di dodici governatori o amministratori, invece di nove;
gli aveva scelti tra i popolani, ed aveva fatti distribuire nelle borse
i loro nomi, per rinnovare a sorte la signoria ogni due mesi. Così la
rivoluzione aveva cambiate le persone che governavano, ne aveva mutato
il numero ed i titoli, conservando i medesimi principj; e sulle ruine
d'un'oligarchia plebea, ne aveva innalzata un'altra ancora più
plebea[315].

  [315] _Malavolti Stor. di Siena, p. II, l. VI, p. 112. — Cronaca
  Sanese di Neri di Donato, p. 149._

I Sanesi avevano per altro data alla nobiltà qualche parte nel nuovo
governo, aggiugnendo alla signoria un collegio di sei nobili, e
chiamando cento cinquanta gentiluomini nel consiglio generale dei
quattrocento.

Carlo propose loro, per completare la costituzione, di dare un capo allo
stato, che fosse l'arbitro delle parti ed il moderatore delle contese;
ed ottenne, che riconoscessero in tale qualità il vescovo
d'Aquilea[316], suo fratello naturale, che, valendosi egli della propria
autorità, investì della signoria di Siena[317].

  [316] Nicola, figlio di Giovanni re di Boemia, fu nominato patriarca
  d'Aquilea il 18 maggio del 1351. _Vitæ Patr. Aquilejens. t. XVI, p.
  81._

  [317] _Matteo Villani, l. V, c. 20. — Cron. Sanese di Neri di
  Donato, p. 149._

Ma l'imperatore partì il 5 maggio da questa città per restituirsi a
Pisa[318], e suo fratello non ritenne che un ristretto numero di
cavalli. Il popolo vedeva con estrema gelosia occupato dal patriarca il
palazzo pubblico, e rilegata la signoria in una casa privata; onde prese
le armi il 18 di maggio, ripristinò agli angoli d'ogni strada le catene
di ferro destinate a fermare la cavalleria, e costrinse il patriarca a
rimettere i dodici signori nel palazzo[319]. Quattro giorni dopo scoppiò
in Siena una nuova congiura provocata da una contesa ch'ebbe luogo tra
alcuni borghesi ed artigiani. Carlo, già abbandonato da' suoi baroni
tedeschi, trovavasi in Pisa circondato dai malcontenti, non meno che suo
fratello in Siena; onde, altro non potendo, scrisse ai Sienesi,
quand'ebbe notizia della presente sollevazione, per pregarli a mandar
via sano e salvo il patriarca d'Aquilea, loro promettendo di non più
imbarrazzarsi nel governo della repubblica[320]. I dodici signori fecero
allora venire il patriarca nel consiglio generale; gli fecero deporre il
bastone del comando e rinunciare con atto autentico alla signoria che
gli era stata accordata, obbligandolo a rendere agli ufficj della
repubblica tutti i castelli in cui aveva posta guarnigione, e lo
mandarono a suo fratello il 27 maggio[321].

  [318] _Matteo Villani, l. V, c. 22._

  [319] _Matteo Villani, l. V, c. 29. — Malavolti, l. VI, p. 112.
  verso._

  [320] _Matteo Villani, l. V, c. 35. — Neri di Donato Cron. Sanese,
  p. 152._

  [321] _Matteo Villani, l. V, c. 36._

Frattanto l'imperatore soggiornava in Pisa, e dava un magnifico
spettacolo agli abitanti di questa città. Adunò il popolo a parlamento
sulla piazza del duomo, e prendendo per mano Zanobio di Strata,
fiorentino, capo di una scuola di rettorica e di belle lettere, gli
diede il titolo di poeta e lo coronò d'alloro. Zanobio trovavasi in
allora tra le persone addette a Nicola Acciajuoli, grande siniscalco del
regno di Napoli, aveva molta fama, ed era amico del Petrarca. Per altro
questi, che dieci anni prima era stato coronato in Campidoglio, a stento
seppe nascondere la propria invidia pel trionfo d'un nuovo poeta.
Zanobio corse a cavallo le strade di Pisa, circondato dai primi signori
dell'impero, in mezzo agli applausi del popolo. Ma breve fu la sua
gloria, non essendosi conservata fino ai nostri dì veruna sua
opera[322].

  [322] _Tiraboschi Storia della Letterat. Ital., l. III, c. 2, § II.
  — Matteo Villani, l. V, c. 26. — Cron, di Pisa, t. XV, p. 1032. —
  Neri di Donato Cron. Sanese, p. 153._

Mentre Carlo trovavasi a Pisa, tutti i Lucchesi, che lo avevano
conosciuto nel 1332, accorrevano a lui supplicandolo ad avere pietà
della loro patria[323]. I mercanti emigrati di Lucca si mostravano
disposti a fare i più grandi sagrificj per rientrare nella loro patria,
e le loro offerte pecuniarie avevano ben maggiore influenza su l'avido
spirito del monarca, che le preghiere e la compassione. Si dice che i
soli Lucchesi dimoranti in Francia offrirono all'imperatore cento venti
mila fiorini per prezzo della libertà della loro patria[324]. Questi
trattati non erano affatto ignoti ai Pisani, quando il fuoco distrusse
gran parte del palazzo del comune abitato dall'imperatore. Durante tale
incendio tutto il popolo si tenne costantemente armato; ed i Raspanti ed
i Bergolini, adunati assieme nelle medesime piazze d'armi, promisero
vicendevolmente di scordare le antiche loro discordie, e di concorrere
amichevolmente alla conservazione dell'autorità della repubblica sopra
la città di Lucca da lei conquistata[325].

  [323] _Beverini An. Lucens. l. VII, p. 943._

  [324] _Matteo Villani, l. V, c. 19._

  [325] _Ivi, c. 30. — Marangoni Cronica di Pisa, p. 718. — Cronica
  Sanese, p. 150._

Intanto avendo l'imperatore fatta occupare la fortezza della Gosta, che
Castruccio aveva fabbricata in Lucca, si videro rientrare in Pisa i
soldati che la custodivano per parte della repubblica. L'indignazione si
rese universale; ma i Raspanti furono i primi a prendere le armi contro
i Tedeschi: ne uccisero cento cinquanta, ed assediarono la cattedrale,
ove dimorava Carlo IV dopo l'incendio del pubblico palazzo. Paffetta,
conte di Monte Scudajo, vedeva con dispiacere i suoi partigiani unirsi
ai Bergolini, ed eseguire gli ordini de' Gambacorti, e ne ritirò il più
che gli fu possibile dalle file de' sediziosi; indi venne alla loro
testa innanzi all'imperatore, assicurandolo che i soli Bergolini avevano
eccitata la rivoluzione, ed offrendogli in pari tempo il suo ajuto. I
Gambacorti, trovandosi in allora parte presso l'imperatore e parte
presso il cardinale d'Ostia, furono tutti imprigionati; e gl'insorgenti,
abbandonati dai Raspanti, ed attaccati dal conte Paffetta e dai Tedeschi
si dispersero[326]. Le case dei Gambacorti vennero attaccate dalle
truppe imperiali, prese d'assalto e bruciate; quelle de' Sismondi e de'
Gualandi, dopo una ostinata resistenza, soggiacquero alla stessa sorte,
ed i Lanfranchi abbandonarono vilmente la zuffa[327]. Cinque Gambacorti,
Pietro Gualandi, Guelfo Lanfranchi, Rosso Sismondi, ed altri otto
distinti cittadini, vennero arrestati e chiusi nelle prigioni
dell'imperatore[328].

  [326] _Matteo Villani, l. V, c. 32. — Cron. di Pisa, t. XV, p. 1030.
  — Paolo Tronci Annali Pisani, p. 381._

  [327] _Cron. di Pisa, t. XV, p. 1031. — Cron. Sanese di Neri di
  Donato, t. XV, p. 151._

  [328] _Matteo Villani, l. V, c. 33._

Questa sedizione era scoppiata il 21 maggio, e lo stesso giorno ne fu
data notizia ai Lucchesi, i quali credettero giunto l'istante della loro
liberazione. Carlo IV aveva di già fatto travedere d'essere loro
favorevole, e la sedizione di Pisa doveva tenerlo più fermo in queste
disposizioni, mentre i Pisani trovavansi indeboliti dalle domestiche
loro discordie e dalla diffidenza in cui si trovavano rispetto
all'imperatore.

I Lucchesi si procurarono delle armi; fecero, durante la notte, avanzare
fin presso le mura tutti i contadini delle campagne, che non erano meno
di loro zelanti della libertà; ed all'indomani Lucca avrebbe spezzate le
sue catene, se i suoi antichi cittadini fossero stati chiamati soli a
parte del segreto de' congiurati. Ma quando Mastino della Scala aveva
ceduto i castelli di Val di Nievole ai Fiorentini, alcuni zelanti
Ghibellini di questa provincia avevano abbandonata la loro patria per
ripararsi in Lucca. Costoro temevano assai più il trionfo de' Guelfi che
la servitù, temevano che i Lucchesi, tornati in libertà, non
s'associassero ai Fiorentini, e palesarono ai Pisani le segrete pratiche
dei Lucchesi. I Garzoni ed i Bardini, famiglie trapiantate da Pescia a
Lucca, posero de' segni sulla torre ghibellina, che osservati e ripetuti
dalle guardie accantonate sul monte san Giuliano, fecero conoscere a
Pisa il pericolo in cui si trovava la guarnigione di Lucca[329];
imperciocchè i contadini armati, che occupavano tutte le uscite della
città, non lasciavano passare i corrieri[330].

  [329] _Beverini Ann. Lucen. l. VII, p. 946, 948. — Ser Cambi Cron.
  di Lucca MS. nell'archivio di Lucca._

  [330] Ecco le tracce d'una specie di telegrafo che i Lucchesi, dopo
  tale epoca, pare che più non trascurassero, e di cui si valsero
  frequentemente in tempo delle piccole guerre tra i comuni lucchesi e
  modenesi della Garfagnana. _N. d T._

Appena si ebbe in Pisa avviso dell'insurrezione de' Lucchesi, le due
fazioni che si erano battute la vigilia, obbliarono i loro odj per
salvare i diritti della loro patria[331]. Il quartiere di Chinzica parti
lo stesso giorno alla volta di Lucca; i nobili formavano la cavalleria,
mentre il popolo doveva combattere a piedi. Ma questa prima truppa non
si trovò abbastanza forte per rompere un corpo di sei mila paesani, che
loro chiudeva il passaggio per giugnere alla città. All'indomani le
milizie del quartiere del ponte vennero ad ingrossare l'armata, ed i
paesani furono rotti e dispersi. La guarnigione pisana di Lucca, che,
avvisata dai Garzoni de' progetti degl'insorgenti, erasi tenuta in
possesso delle porte e delle mura, aprì la città alle milizie che
giugnevano di Pisa. I Tedeschi volevano mostrare di starsi neutrali
nella fortezza di Gosta, ma furono attaccati i primi ed obbligati di
cederla ai Pisani. In seguito venne appiccato il fuoco alle case che
circondavano san Michele, ed i Lucchesi, rinserrati tra il fuoco ed i
loro nemici, furono forzati a deporre le armi[332]. Tutti coloro che la
nascita, le ricchezze e il credito loro innalzavano al di sopra della
gente volgare trovaronsi costretti ad andarsene esuli; gli altri furono
disarmati con estremo rigore; ed il governo de' Pisani, che da lungo
tempo era duro e severo, dopo questa sedizione si rese ancora più
tirannico[333].

  [331] _Cron. Sanese di Neri di Donato, t. XV. p. 151._

  [332] _Cron. di Pisa, t. XV, p. 1031. — Beverini Ann. Lucenses, l.
  VII, p. 948._

  [333] _Matteo Villani, l. V, c. 34. — Marangoni Croniche di Pisa, p.
  719._

Carlo IV, avvilito per non essere riuscito ne' suoi progetti sopra
Siena, sopra Pisa e sopra Lucca, cercava di vendicarsi di tante perdite
e dell'abbassamento del presente suo stato. Nominò un giudice per
esaminare i Gambacorti da lui tenuti in prigione, e gli ordinò di
trovarli in qualunque modo colpevoli. Era non pertanto così aperto che
questi illustri cittadini non avevano avuta alcuna parte
all'insurrezione del 21 di maggio, che non furono pure esaminati intorno
a quest'articolo; ma furono invece accusati d'avere ordita una congiura
contro l'imperatore per farlo morire. Quando videro che si voleva ad
ogni modo la loro morte, per non essere più lungamente tormentati,
risolsero di confessare tutto quanto verrebbe loro chiesto, ed il 26 di
maggio sette prigionieri furono condannati come traditori
dell'imperatore[334], e perdettero la testa sulla piazza degli anziani,
di cui erano chiuse tutte le strade dalle guardie tedesche[335].

  [334] Cioè, tre fratelli, Francesco, Lotto e Bartolommeo Gambacorti,
  Cecco Cinquini, Nieri Papa, Ugo di Guitto e Giovanni delle Brache.

  [335] _Matteo Villani, l. V, c. 37. — Cron. di Pisa, t. XV, p. 1032.
  — Cron. Sanese di Neri di Donato, p. 152. — Franz Martin Pelzel Karl
  Vierte, t. II, p. 465._

Dopo avere corrisposto con tanta ingratitudine alla fedeltà d'una
famiglia, che la prima in tutta la Toscana erasi consacrata al suo
servigio[336], Carlo si affrettò di allontanarsi da un paese, ove era
detestato. Partì da Pisa il 27 di maggio, ed andò a chiudersi nella
fortezza di Pietrasanta, che si era fatta dare dai Pisani[337]. Colà si
trattenne fino all'undici di giugno per aspettare il saldo del pagamento
promessogli dai Fiorentini, come pure una contribuzione che aveva
estorta ai Pisani come compenso dei danni a lui cagionati dall'ultima
sollevazione[338]. Quand'ebbe ricevute queste due somme partì alla volta
della Germania. I Visconti, dei quali attraversò il territorio, lungi
dal dargli segni di rispetto, lo trattarono con estrema diffidenza,
facendogli negare l'ingresso in tutte le loro città. Accordarongli
soltanto, e come per grazia, la licenza di trattenersi una notte in
Cremona, ma separato dal suo seguito, che obbligarono a deporre le
armi[339].

  [336] _Matteo Villani, l. V, c. 38._

  [337] _Ivi, c. 40. — Cron. di Pisa, 1033. — Neri di Donato Cron.
  Sanese, p. 154._

  [338] _Paolo Tronci Annali di Pisa, p. 384._

  [339] _Matteo Villani, l. V, c. 54._

Tutta l'autorità che Carlo aveva ricuperata sopra l'Italia sfumò
all'istante che ne fu uscito. Durante la sua spedizione erasi mostrato
estremamente avido di danaro, e ne aveva raccolto assai; ma si era
mostrato indifferente sul conto della pubblica opinione, ed aveva
svergognata quella dignità imperiale che gli Italiani erano ancora
disposti a rispettare[340].

  [340] Petrarca in alcune lettere rendute pubbliche sfogò tutto il
  suo sdegno contro Carlo IV. _Mem. de Sade, l. V, p. 402._

Dopo la partenza dell'imperatore l'Italia rimase in preda a molte
guerre, che contemporaneamente ruinavano i suoi diversi stati. La
condizione del regno di Sicilia aveva sempre peggiorato dopo la morte di
Federico d'Arragona, suo fondatore. Due fazioni vi si erano formate, una
detta dei Catalani, l'altra degl'Italiani o _Chiaramontesi_; le quali
furono sempre in guerra, mentre s'andarono succedendo l'uno all'altro
diversi re quasi sempre minori. Lungi dal poter ridurre i loro baroni
all'ubbidienza, trovavansi anzi i sovrani medesimi dipendenti dalle
stesse fazioni e travolti spesso dall'una all'altra. La Sicilia, un
tempo granajo dell'Italia, era ruinata dalle sue guerre civili, che,
avendo levati gli abitanti all'agricoltura, erano state cagione di varie
carestie. Il partito italiano, di questi tempi opposto alla corte, erasi
alleato col re Luigi e la regina Giovanna di Napoli, ed aveva loro
aperte le porte di Palermo, Trapani, Girgenti, Mazzara e di cento dodici
città o terre murate, onde il re di Napoli, malgrado l'esaurimento del
suo tesoro, la debolezza delle sue armate, l'anarchia de' suoi stati e
la viltà del suo proprio carattere, si trovava più vicino a fare
l'intero acquisto della Sicilia di quello che mai lo fossero stato i due
Carli, o Roberto d'Angiò, in tempo della più alta loro potenza[341]. Il
re di Sicilia, della casa d'Arragona, che ancor esso aveva nome Luigi,
erasi rifugiato a Catania. Nella campagna del 1355, riacquistò parte
delle città perdute[342], ma morì nello stesso anno, come morì pure il
suo secondo fratello don Pietro, e la corona passò sul capo del più
giovane, don Federico, sotto il quale il regno fu travagliato dai
disordini d'una minorità più burrascosa delle precedenti[343].

  [341] _Matteo Villani, l. IV, c. 2 e 3. — Giannone Istoria Civile,
  l. XXIII, c. 2, p. 310._

  [342] _Matteo Villani, l. V, c. 65._

  [343] _Ivi, c. 87._

In questo abbassamento della casa di Arragona, quella d'Angiò avrebbe
potuto agevolmente vendicare l'antico affronto dei vesperi siciliani, se
Luigi di Napoli non fosse caduto egli medesimo nel più vergognoso stato
d'abbassamento e di debolezza per la corona, ed il più funesto per i
suoi sudditi. Gli sregolamenti della regina Giovanna, sua sposa, lo
coprivano di disprezzo in faccia a tutti gli uomini. I principi del
sangue, che il re d'Ungheria aveva posti in libertà nel 1353[344],
avevano manifestato, appena rientrati nel regno, le più allarmanti
pretensioni. Il duca di Durazzo ed il conte Palatino di Minerbino
tenevano i loro feudi in aperta ribellione contro la corona[345]. Un
semplice borghese degli Abruzzi, messer Lallo, avea occupata la città
dell'Aquila ed erasi guadagnato l'affetto de' suoi cittadini, che egli
governava come assoluto principe. Luigi, che voleva ricuperare questa
città, non seppe impadronirsene che incaricando suo fratello maggiore,
che prendeva il titolo d'imperatore di Costantinopoli, di assassinare
messer Lallo: e l'imperatore fu abbastanza vile per eseguire
quest'infame commissione[346].

  [344] _Cronica di Bologna, t. XVII, p. 429._

  [345] _Matteo Villani, l. IV, c. 31._

  [346] _Ivi, c. 17._

Per colmo de' mali, la grande compagnia, che in allora saccheggiava lo
stato di Ravenna, preparavasi ad entrare nel regno di Napoli. Una
privata ingiuria, che si era preso l'impegno di vendicare, l'aveva lungo
tempo trattenuta negli stati di Bernardino da Polenta. Questo signore
del 1350, in occasione che i pellegrini accorrevano in folla a Roma,
fissò gli occhi sopra una contessa tedesca di singolare avvenenza, che
si era fermata in un albergo: il tiranno più non le consentì di
proseguire il suo divoto viaggio; egli voleva essere corrisposto in
amore; onde dopo avere inutilmente adoperati per piacerle tutti gli
accorgimenti della galanteria e della magnificenza, dopo avere lungo
tempo adulato, supplicato, servito, tentò una colpevole violenza. La
bella pellegrina salvò la sua castità con una morte volontaria. Il di
lei scudiere portò in Germania la notizia di questo tragico avvenimento.
Due cavalieri, fratelli della contessa, poveri, e fidati soltanto alla
loro spada, scesero subito in Italia per vendicare la sorella, e
trovarono la grande compagnia presso Mantova. Dopo la morte del
cavaliere di Moriale era questa sotto gli ordini del conte Lando, loro
compatriotto; essi comunicarono il proprio risentimento ai soldati, agli
ufficiali, al medesimo generale, e fecero porre per conto loro lo stato
di Ravenna a fuoco e a sangue[347].

  [347] _Matteo Villani, l. IV, c. 40. — Annales Cæsenates, t. XIV, p.
  1182._

Indi la gran compagnia penetrò negli Abruzzi in sul cominciare del 1355.
Verun preparativo erasi fatto per resisterle, sebbene tutti gli alleati
del re lo avessero avvisato, che dirigevasi verso i suoi stati; ma il
carnovale era di già cominciato, e Luigi non voleva permettere che si
turbassero le feste e le danze della corte con triste nuove, o con
molesti pensieri di affari[348].

  [348] _Matteo Villani, l. IV, c. 56._

Dopo aver saccheggiati gli Abruzzi, la grande compagnia si avanzò verso
la Puglia. La città di Guasto capitolò, e gli aprì le porte, ma gli
assassini, condotti dal conte Lando, non rispettavano troppo i loro
giuramenti; la città fu abbandonata al sacco, ed uccisi barbaramente gli
abitanti[349]. Tutte le altre città della Puglia, atterrite da
quest'esempio, ripararono le loro mura, e risolsero di difendersi fino
all'ultima estremità; ma non pertanto trovaronsi ridotte alle sole forze
dei proprj abitanti, perchè il re non mandò loro verun soccorso. Invece
di levar truppe nel suo regno, si limitò a mandare in Toscana il suo
gran siniscalco, Nicola Acciajuoli, per domandare l'assistenza de' suoi
alleati, mentre egli continuava a darsi buon tempo colle feste, senza
mostrar di curarsi degli avanzamenti della grande compagnia, nè della
ruina de' suoi sudditi[350].

  [349] _Ivi, c. 79._

  [350] _Matteo Villani, l. IV, c. 90._

Poi ch'ebbe guastata la Puglia, il conte Lando condusse la gran
compagnia nella Terra di Lavoro[351], e spinse le incursioni fino alle
porte di Napoli. Affinchè niuna cosa si sottraesse alle diligenze della
compagnia, divise l'armata in due corpi, che battevano tutto il paese.
In verun luogo incontrava resistenza, onde i suoi cavalieri spesse volte
uscivano senz'armi; si stabilivano nelle ville de' signori napoletani,
cacciavano, e si davano feste a vicenda, obbligando i loro domestici a
prendere a viva forza nelle case de' contadini tutto quanto poteva loro
abbisognare[352].

  [351] _Ivi, l. V, c. 10._

  [352] _Ivi, c. 56._

Finalmente il gran siniscalco arrivò dalla Toscana con mille _barbute_,
che così allora chiamavasi un cavaliere seguito da un sergente, montato
anch'esso a cavallo. Ma il re, che aveva caldamente affrettata la venuta
di queste truppe, non aveva danaro per pagarle, onde disertarono in
pochi giorni, andando ad ingrossare l'armata del conte Lando[353].
Soltanto in settembre ottenne il re Luigi di mettere insieme con
istraordinarie contribuzioni trentacinque mila fiorini, che questa volta
rifiutò ai suoi piaceri ed all'avidità de' cortigiani. Diede questa
somma alla compagnia, a condizione che s'allontanasse da Napoli per
ritornare nella Puglia. Le promise di sborsare altri settanta mila
fiorini in due termini, purchè uscisse da tutto il regno; ma finchè si
effettuasse tale pagamento, acconsentì che la compagnia continuasse a
vivere a discrezione nelle province lontane dalla capitale[354].

  [353] _Matteo Villani, l. V, c. 63._

  [354] _Ivi, c. 76._

Mentre il regno di Napoli trovavasi così vergognosamente abbandonato
dalla viltà del suo re ai guasti di un'armata d'assassini, il cardinale
Egidio Albornoz continuava prosperamente negli stati della chiesa la
guerra ch'egli aveva intrapresa per iscacciare o sottomettere i tiranni,
che vi si erano stabiliti. La sua più grand'arte era quella di
guadagnare al suo partito alcuni di que' piccoli signori, loro
accordando vantaggiose condizioni; e suppliva in tal maniera agli scarsi
sussidj che gli mandava la corte d'Avignone; approfittando inoltre della
rivalità delle famiglie e delle vendette dei principi per rivolgere le
armi degli uni contro gli altri.

La Marca d'Ancona e la Romagna, ove il cardinale faceva la guerra, erano
pressocchè le sole province d'Italia, i di cui abitanti si fossero
conservati bellicosi. I piccoli principi di queste contrade non
fidavano, come quelli di Lombardia, la difesa degli stati loro a
mercenarj tedeschi; comandavano essi medesimi le proprie armate composte
de' gentiluomini dei loro piccoli principati, e de' contadini delle loro
montagne. Essi li tenevano sempre esercitati, e quando non
guerreggiavano per proprio loro conto, si ponevano per un determinato
tempo ai servigi di qualche principe o repubblica più potente, piuttosto
che rimanersene oziosi.

Gentile da Mogliano tiranno di Fermo fu il primo signore che il
cardinale Albornoz guadagnò al suo partito. Il legato in sul cominciare
dell'inverno aveva nominato Gentile gonfaloniere dell'armata della
chiesa, e gli aveva conceduta la signoria di Fermo e del suo territorio,
come feudo della santa sede[355]. Albornoz accordava di buon grado
vantaggiose condizioni ai più piccoli signori, confidando, che, ove
coll'ajuto loro gli riuscisse di sottomettere i più grandi, agevole poi
gli sarebbe il ridurre i primi nella sua dipendenza. Egli aveva bisogno
di tutte le sue forze per attaccare Malatesta, signore di Rimini, i di
cui dominj stendevansi da Recanati fino ai confini del territorio di
Forlì: era questo signore non meno formidabile pei suoi talenti politici
e militari, che per le alleanze contratte colle repubbliche guelfe.
Albornoz penetrò negli stati della Marca di Fermo, ed in gennajo
sorprese la città di Recanati, che dichiarò libera sotto la protezione
della chiesa[356].

  [355] _Matteo Villani, l. IV, c. 33. — Raynald. Ann. Eccles. 1354, §
  2, p. 351._

  [356] _Matteo Villani, l. IV, c. 42. — Cron. d'Orvieto, p. 682. —
  Cronica Riminese, p. 903._

Allora il Malatesta fece sentire ai signori dello stato ecclesiastico,
che l'istante era giunto di mettere in disparte le antiche nimistà, e di
unirsi per la comune difesa. La politica del legato era facilmente
conosciuta. La chiesa non aveva maggiori motivi di muover guerra ai
Malatesti, piuttosto che agli altri signori; ed ognuno doveva prevedere
che sarebbe tosto o tardi attaccato. Il valoroso Francesco degli
Ordelaffi, capitano o signore di Forlì, rinunciò il primo ad un'antica
inimicizia che lo divideva dal Malatesti, e contrasse con questi una
sincera alleanza; cui prese subito parte anche Raineri dei Manfredi,
signore di Faenza. Gentile da Mogliano entrò ancor esso nella stessa
lega, sorprese e cacciò da Fermo le truppe della chiesa introdottevi da
lui medesimo, rimandò al legato il gonfalone che aveva da lui ricevuto;
e diede pubblicità all'alleanza di fresco contratta coi signori della
Romagna[357].

  [357] _Matteo Villani, l. IV, c. 50. — Rayn. Ann. Eccles. 1355, §
  19, p. 369. — Cron. Rimin., XV, p. 902._

Era troppo tardi: il legato dopo avere sottomessa più che la metà dello
stato della chiesa, trovavasi abbastanza forte per isfidare questa lega;
altronde altri principi, meno preveggenti, cercavano ancora la di lui
amicizia, e Ridolfo da Varano, signore di Camerino, chiese per sè il
comando dell'armata che Gentile da Mogliano aveva rinunciato. Da
principio Ridolfo fu sorpreso da Francesco degli Ordelaffi, e la sua
armata rotta e dispersa[358]; ma egli si rifece da questa perdita,
battendo poco dopo e facendo prigioniero Galeotto Malatesti, fratello
del signore di Rimini, ed uno de' migliori capitani d'Italia[359].
Questa disfatta scoraggiò il Malatesta, che abbandonò il primo la lega
da lui formata, e offrì condizioni di pace al legato; e perchè era
d'origine Guelfo, le città guelfe lo raccomandarono alle generosità del
cardinale Albornoz. Questi gli fece giurare fedeltà alla chiesa, gli
accordò, mediante una leggiera contribuzione, per dodici anni il governo
di Rimini, di Pesaro, di Fano e di Fossombrone; ma dichiarò libere sotto
la protezione della chiesa Sinigaglia ed Ancona[360].

  [358] _Matteo Villani, l. V, c. 6. — Ann. Cæsenat. t. XIV, p. 1183._

  [359] _Matteo Villani, l. V, c. 18. — Rayn. Ann. Eccles. 1355, § 20,
  p. 370. — Cron. d'Orvieto, p. 682. — Cron. Rimin. p. 903._

  [360] _Matteo Villani, l. V, c. 46. — Cron. Rim. t. XV, p. 903. —
  Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 437._

La sommissione de' Malatesti fu cagione dell'immediata ruina di Gentile
da Mogliano. La città di Fermo gli si ribellò, ed aprì le porte al
cardinale[361]. Raineri de' Manfredi, signore di Faenza, quasi chiuso
nello stato di Bologna, non era per anco esposto agli attacchi del
legato; ma Francesco degli Ordelaffi, capitano di Forlì, rimasto solo in
guerra colla chiesa, doveva prevedere l'avvicinamento della burrasca, e
vi si preparò coraggiosamente[362]. Egli si chiuse nella sua capitale,
ed affidò alla consorte non meno di lui coraggiosa, la difesa di Cesena;
non fece verun conto della crociata e della scomunica pubblicata contro
di lui, e senza alleati osò solo disprezzare in queste due piccole città
tutta la potenza della santa sede[363].

  [361] _Matteo Villani, l. V, c. 57. — Cron. Rim. p. 903._

  [362] _Matteo Villani, l. V, c. 77._ Suo figlio Luigi, che prima
  comandava a Cesena, morì di malattia il 1 gennajo del 1356. _Ann.
  Cæsen. p. 1183._

  [363] _Matteo Villani, l. VI, c. 14. — Rayn. Ann. Eccles. § 21, p.
  370. — Cron. d'Orvieto, p. 683._

Prima che il cardinale legato potesse condurre la sua armata sotto
Forlì, la rivoluzione scoppiata in una delle più potenti città
dipendenti dall'alto dominio della santa sede, presentò nuova esca alla
di lui ambizione, e gli offrì la speranza di nuova conquista. La santa
sede aveva sopra Bologna gli stessi diritti che Albornoz aveva fatti
valere rispetto alle altre città della Romagna; ma Bologna ubbidiva ai
Visconti, e questi potenti signori non potevano essere spogliati come i
piccoli principi d'Agobbio, di Viterbo e di Fermo. Il cardinale non dava
indizio di nutrire progetti ostili contro Bologna; pure la vide con
piacere tolta ai signori di Milano da un tiranno più debole, che sperava
di potere all'opportunità spogliare di così ragguardevole città.

I Bolognesi soffrivano con impazienza la signoria de' Visconti, e fino
dal giugno del 1354 avevano tentato di scuoterne il giogo: ma Giovanni
Visconti d'Oleggio, cui l'arcivescovo di Milano aveva confidato il
governo della loro città, scoprì la congiura ordita contro di lui, mandò
al supplicio due de' principali cittadini, disarmò gli altri, e ridusse
i Bolognesi in così servile condizione[364], che, nella guerra degli
alleati contro i Visconti, Oleggio condusse nel territorio di Modena le
milizie borghesi non d'altro armate che di bastone. Giunto al campo
distribuì loro le armi per combattere, e dopo avere rotte le truppe del
marchese d'Este, loro ritolse quelle armi, che lo avevano renduto
vittorioso, per ricondurli in città col solo bastone in mano.

  [364] _Matteo Villani, l. IV, c. 11 e 12. — Math. de Griffonibus
  Memor. Histor. p. 169. — Chron. Mutin. Johan. de Bazano, t. XV, p.
  620. — Petri Azarii Chron. t. XVI, p. 334. — Ghirardacci Stor. di
  Bolog. l. XXIII, p. 221._

Dopo la morte dell'arcivescovo di Milano, Bologna era toccata nella
divisione dell'eredità a Matteo, il maggiore de' nipoti, e questi avea
raffermato Oleggio nel suo governo. Ma i nuovi signori diffidavano di
questo comandante, la cui politica e dissimulazione non erano minori del
valore militare; oltrecchè il favore dell'arcivescovo, di cui era
creduto figliuolo, lo aveva accostumato ai più ambiziosi progetti. Una
gelosia di amore s'aggiunse a quella del potere in seno a Galeazzo, uno
de' fratelli Visconti[365]. Essi determinarono di privare Oleggio della
sua carica, ma questi avendo avuto sentore de' loro divisamenti prese le
convenienti misure per conservarla loro malgrado.

  [365] _Matteo Villani, l. V, c. 5._

I signori di Milano attaccarono da principio gli ufficiali subalterni
che Oleggio aveva promossi; richiamarono da Bologna varj corpi di
truppe, e citarono molti capitani innanzi ad un tribunale straordinario
per rendere conto dei ladronecci ond'erano accusati. Pareva di già
pendere sul capo loro una sentenza infamante[366], quando in aprile del
1355 un luogotenente di Matteo Visconti venne a chiedere a Giovanni
d'Oleggio, in nome del signore di Milano, la consegna di Bologna con
tutte le sue fortezze, ordinandogli in pari tempo di allontanarsene
all'istante.

  [366] _Petri Azarii Chronic. t. XVI, p. 338._ L'autore di questa
  cronaca fu egli stesso incaricato di rivedere i conti delle truppe a
  Bologna.

Oleggio si mostrò disposto ad ubbidire, e consegnò al suo successore le
chiavi de' principali castelli, consigliandolo ad assicurarsene avanti
che i Bolognesi avessero sentore dell'ordine ond'era incaricato. Quando
il nuovo governatore fu appena uscito di città per eseguire questo
consiglio, Oleggio ritenne in palazzo il 17 aprile i rettori e gli
ufficiali di giustizia; vi fece pure chiamare tutti i cittadini, e loro
annunziò, che i Visconti avevano determinato di togliergli il governo,
dopo averlo forzato, diceva egli, a trattare i Bolognesi con una durezza
tutt'affatto contraria al suo cuore. Essi soli, soggiugneva, erano
colpevoli della sua precedente tirannica condotta; essi gli avevano
chiesto altro sangue, ed oggi lo privavano della sua carica per punirlo
della soverchia sua dolcezza. «Ho risoluto, disse finalmente, di
sottrarvi al capriccio di questi tiranni; io abjuro i crudeli loro
ordini, rinuncio alla loro ubbidenza. Consolate le vostre famiglie colla
certezza che non avrete che me solo per vostro signore; o piuttosto dite
loro che noi governeremo tutti assieme, imperciocchè, incominciando da
questo giorno, i cittadini di Bologna divideranno col loro principe gli
onori e le fatiche dell'amministrazione.»

I Bolognesi ascoltarono questo discorso con un cupo scoraggiamento;
conoscevano l'Oleggio da molto tempo ed a lui solo attribuivano tutte le
violenze che gli avevano veduto commettere. Quand'anche avessero potuto
desiderare di ricuperare l'indipendenza sotto un così fatto signore,
sospettavano che le sue parole velassero qualche coperto inganno, e
temettero d'essere da lui sagrificati al signore di Milano. Scusaronsi
lungo tempo dal prendere nessuna parte, sotto pretesto ch'erano
senz'armi. Finalmente i Maltraversi ed i Ghibellini, più affezionati ad
Oleggio, persuasero i loro concittadini, indifferenti di servire all'uno
o all'altro de' tiranni cui erano venduti[367]. L'assemblea proclamò
Giovanni Visconti d'Oleggio perpetuo signore di Bologna, ed in quella
stessa notte furono restituite le armi ai cittadini.

  [367] _Math. de Griffonibus Mem. Hist. p. 170. — Cronica di Bologna,
  p. 440. — Ghirardacci Stor. di Bolog. l. XXIII, p. 225._

In appresso Oleggio chiamò gli uni dopo gli altri i capitani delle
truppe; comunicò loro le procedure di già incominciate contro di loro,
facendo loro sentire, che la ribellione era omai il solo mezzo che loro
rimanesse per salvare le loro teste[368]. Molti di costoro, attaccati da
molto tempo alla sorte dell'Oleggio, abjurarono il partito de' Visconti,
e gli giurarono fedeltà; ed un solo terzo, a dir molto, de' soldati
ricusò di riconoscerlo per signore di Bologna. Oleggio li fece uscire di
città, dopo averli disarmati, nominò altri rettori ossia ufficiali di
giustizia invece di quelli che aveva ritenuti in palazzo; mandò con
estrema sollecitudine contr'ordini a tutti i suoi castellani, perchè non
aprissero le fortezze al nuovo governatore, e tutte furono salvate,
tranne quella di Lucco. Gli alleati di Venezia, in guerra coi fratelli
Visconti, si affrettarono di riconoscerlo e di promettergli soccorso; il
marchese d'Este gli mandò immediatamente due cento cinquanta cavalli; in
fine la mattina del 20 aprile Oleggio si trovò assoluto signore di
Bologna, e la rivoluzione fu compiuta[369].

  [368] _Petri Azarii Chron. p. 339._

  [369] _Matteo Villani, l. V, c. 12. — Petri Azarii Chron., p. 341._

I Visconti, informati della ribellione del loro luogotenente, spedirono
un'armata contro di lui[370]; ma non ottennero d'impadronirsi di Bologna
per sorpresa, nè si trovarono abbastanza forti per intraprenderne il
regolare assedio; onde le loro truppe si ritirarono, dopo aver guastato
il territorio bolognese[371]; ed altri avvenimenti, più a loro vicini,
rimossero questi principi dal fare per qualche tempo nuove intraprese.

  [370] _Matteo Villani, l. V. c. 67. — Ghirardacci Stor. di Bolog. l.
  XXIII, p. 226._

  [371] _Matteo Villani, l. V, c. 78. — Joh. de Bazzana Chron. Mutin.
  p. 624._

Il maggiore de' fratelli Visconti, Matteo, non si prendeva quasi veruna
cura del governo; perduto nelle dissolutezze non era circondato che da
donne rapite ai loro mariti, o di fanciulle tolte ai loro genitori. Un
giorno fece chiamare un assai rispettato cittadino di Milano, che aveva
bella e giovane sposa, e gli ordinò sotto pena di morte di condurre egli
stesso la moglie nel serraglio, ch'egli si era formato. Questo cittadino
andò, piangendo, a raccontare a Barnabò Visconti l'insultante ordine che
aveva ricevuto, implorando la sua protezione. Barnabò recossi subito da
Galeazzo, altro suo fratello; essi conobbero di comune accordo che il
popolo, spinto agli estremi dalla tirannia di Matteo, potrebbe punirli
tutti egualmente de' suoi disordini. L'amor fraterno aveva poca
influenza sul cuore di questi principi, e facilmente dava luogo
all'interesse ed all'ambizione: lo stesso giorno la mensa di Matteo fu
servita di quaglie avvelenate, ed all'indomani il maggiore de' tre
signori di Milano fu trovato morto nel suo letto[372].

  [372] I Visconti sparsero voce, ed Azario lo ripete dietro loro, che
  Matteo era morto di spossamento in conseguenza delle sue
  dissolutezze. _Chr. Petri Azarii, p. 342. — Matteo Villani, l. V, c.
  81. — Bernar. Corio Storia di Milano, p. III, p. 230. v. Ripamontius
  Histor. Mediolani, l. II, p. 553. — Pauli Jovi Mathaeus Graevii. t.
  III, p. 310._



CAPITOLO XLIV.

      _La Dalmazia vien tolta dagli Ungari ai Veneziani. — Guerra de'
      principi Lombardi contro i Visconti. — Fra Giacomo dei Bussolari
      a Pavia._

1356 = 1359.


Abbiamo di già veduto il re d'Ungheria condurre successivamente due
armate nel regno di Napoli per vendicare la morte di suo fratello.
Abbiamo veduto questo monarca con un carattere cavalleresco, ma
incostante, sommovere tutto il Levante d'Europa per vendicare la propria
ingiuria, coprire la Puglia e la Calabria colle sue armate, stendere le
sue devastazioni da un mare all'altro, confondere nella sua collera
gl'innocenti coi colpevoli, e lordare la sua gloria colla morte di Carlo
di Durazzo, colla prigionia de' principi del sangue, che riposavano
sulla data fede; in appresso lo abbiamo veduto dimenticare tutt'ad un
tratto il suo risentimento, riconoscere l'innocenza di Giovanna, senza
alcun motivo di cambiare opinione, liberare i principi del sangue,
perdonare a Luigi di Taranto, e rilasciare generosamente al regno di
Napoli i rimborsi cui davagli pieno diritto la sentenza pontificia.

Il lungo regno di Luigi forma il più brillante periodo della storia
d'Ungheria. Prima di lui questo regno era ancora barbaro, dopo di lui
venne esaurito dalle guerre civili, o indebolito dai vizj della sua
costituzione; ma finchè visse Luigi l'Ungheria figurò tra le prime
potenze dell'Europa, dominò sui popoli schiavoni che la circondavano, si
fece rispettare dalla Germania, e tenne l'Italia in timore e quasi nella
sua dipendenza. Le costituzioni feudali hanno tutte un periodo di
grandissima potenza, quello in cui i grandi hanno acquistata tutta
l'energia che nasce in loro dalla propria situazione, senza che abbiano
ancora sentita la loro indipendenza. Il re dirige in allora immense
forze, che però non tarderanno molto a rivoltarsi contro di lui. Egli fa
la guerra senza tesori e senza soldati, ed è ubbidito dai suoi vassalli
soltanto a motivo de' feudi loro dati. Ma l'ubbidienza de' feudatarj non
ha lunga durata; perciocchè non tardano ad accorgersi che i feudi non
possono essere loro ritolti da colui che li diede, ed all'istante in cui
pensano di scuotere il giogo, cessa il potere del monarca. Luigi
d'Ungheria andò debitore di tutto lo splendore del suo regno assai meno
al proprio carattere che alle circostanze in cui si trovò la nazione nel
momento in cui usciva dalla barbarie. «Era (come racconta uno di que'
contemporanei, che conosceva e giudicava accortamente degli uomini), era
un principe di gran cuore, ardito, valoroso; grandi erano le sue
intraprese nella prosperità; le avanzava caldamente, coraggiosamente ed
ancora con alquanto di asprezza; sapeva incutere timore ai suoi baroni,
nè loro permetteva di fare negligentemente i servigi che gli dovevano.
Ma spesse volte intraprendeva grandi cose senza essere bastantemente
preparato a condurle a termine, abbandonandosi alla propria fortuna,
fidandosi nel coraggio de' soldati come questi confidavano nel suo,
tanto più che le sue gentili e cortesi maniere gli assicuravano
l'affetto de' sudditi. Più d'una volta diede prove di sollecitudine e di
leggerezza nelle cose di somma importanza; e seppe meglio uscire dalle
avversità, abbandonando le sue intraprese, che opponendo loro il suo
coraggio e le sue virtù[373].»

  [373] _Matteo Villani, l. IV, c. 67._

Le relazioni del re Luigi coll'Italia avevano avuto principio nel 1345
in occasione delle sue controversie coi Veneziani. La morte di suo
fratello Andrea, e la guerra portata nel regno di Napoli, avevano
sospesa la vendetta che voleva fare contro la potente repubblica di
Venezia; ma i Genovesi avendo di nuovo ravvivata la sua animosità, egli
aveva nel 1353 dichiarata la guerra alla signoria di Venezia, e
minacciata ogni anno l'Italia d'una formidabile invasione.

La città di Zara in Dalmazia soffriva con impazienza il giogo de'
Veneziani; più volte erasi ribellata contro di loro, ed altrettante
aveva chiamato in suo aiuto il re d'Ungheria. I Zaratini o abitanti di
Zara, e tutti i sudditi de' Veneziani in Dalmazia ed in Croazia,
trovavansi legati agli Schiavoni ed agli altri sudditi di Luigi per
relazioni di lingua, di costumi, di nome e di onore nazionale. Situati
lungo le coste d'un paese, dal quale sembravano violentemente staccati,
ed al quale erano attaccati per sentimento, nutrivano altrettanto odio
pei Veneziani quanto era l'amore che portavano agli Ungari. Mentre i
primi, per istabilire il loro dominio sul mare Adriatico, avevano quasi
affatto distrutto il commercio e la navigazione dei Dalmatini, i secondi
avrebbero potuto arricchire i loro porti destinati dalla natura a
servire di mercato alle fertili campagne dell'Ungheria. Di già sette
volte, stando agli storici ungari[374], la città di Zara erasi ribellata
per darsi alla corona d'Ungheria; e, sebbene i predecessori di Luigi non
fossero mai stati pacifici possessori di questa città o delle altre
piazze marittime della Dalmazia e della Croazia, Luigi risguardava tutte
queste fortezze come dipendenze della sua corona. Perciò le richiese ai
Veneziani, ed ostinatamente rifiutò di transigere intorno a questi
pretesi diritti, rigettando come oltraggiosa la proposta della signoria,
che voleva calmarlo coll'offerta di un tributo, o di una somma di
danaro. Dopo avere rimandati bruscamente Marco Cornaro e Marin Grimani,
ambasciatori della repubblica, si apparecchiò ad attaccare
simultaneamente da una banda Zara, Spalatro, Traù e Nona in Dalmazia,
dall'altra Treviso, la sola città che Venezia possedesse di que' tempi
nel continente d'Italia[375].

  [374] _Bonfinius Rer. Hung. d. II. l, X, p. 259. — Petrii de Reva de
  Monarchia et sancta Corona Regni Hug. cent. IV. — In Scrip. Rer.
  Hung., t. II, p. II, p. 664._

  [375] _Marin Sanuto vite dei duchi, t. XXII, p. 640. — Navagero
  Stor. Venez. t. XXIII, p. 1043._

Luigi d'Ungheria aveva ordinato ai suoi baroni di adunarsi a Sagabria,
sui confini della Schiavonia, e vi si recò egli medesimo nel mese di
maggio. Ben tosto ebbe intorno tanta cavalleria, che l'intera Lombardia
cominciò a considerare atterrita l'invasione ond'era minacciata[376].

  [376] _Matteo Villani, l. VI, c. 36 e 37._

Gl'Italiani, che nelle loro più importanti guerre radunavano rare volte
più di tre mila corazzieri, potevano a stento figurarsi l'esistenza di
un'armata di quaranta o cinquanta mila cavalli, quale era quella che il
re d'Ungheria mise più volte in campagna. Erasi fino allora creduta cosa
impossibile l'unione di tanta gente, e, vedendola unita, ogni stato
disperava di poterle far testa. Ma le truppe assoldate dei Tedeschi,
degl'Italiani, o de' Francesi, non rassomigliavansi in verun modo alle
armate feudali degli Ungari, le quali non avevano fino allora fatta la
guerra che a popoli tartari, e l'armatura e la disciplina loro non li
rendevano capaci d'altre guerre.

A quest'epoca tutte le terre degli Ungari erano ancora feudi eventuali
della corona; feudi che, a guisa delle starostie di Polonia, non
venivano trasmessi da padre in figlio. Il re li dava e li ripigliava a
suo piacere, o tutt'al più li lasciava al feudatario finchè viveva. In
iscambio il barone obbligavasi a mettere in campagna un certo numero di
cavalieri qualunque volta lo richiedesse il monarca. Tutti gli Ungari
facevano la guerra a cavallo, ma questi cavalieri non avevano altre armi
che un arco, delle frecce ed una lunga spada. Non portavano essi
corazza, nè cotte di maglia, e le loro armi difensive riducevansi al
solo abito, composto di un giubbone di cordovano coperto da un secondo,
poi da un terzo e da un quarto cuciti assieme di mano in mano che il
primo, di cui non spogliavansi mai, si andava consumando. La stoffa così
raddoppiata e rinforzata dalla polvere medesima, ond'era impregnata,
formava una specie di corazza, che difficilmente poteva sforarsi con una
freccia o colla spada.

Gli Ungari, avvezzi a guerreggiare nei deserti contro i Bulgari, i
Russi, i Tartari, i Serviani, accostumavano i loro cavalli a nudrirsi al
pascolo senza scostarsi gli uni dagli altri. Le loro selle erano fatte
in maniera da potere indifferentemente servire la notte al cavaliere per
letto o per copertura. Ognuno di loro portava sul cavallo un sacco pieno
di certa polvere fatta di carne secca, e quali possono presso a poco
essere i nostri pani di brodo. Bastava far bollire una piccolissima
quantità di tale polvere con molt'acqua per formarne grandi masse di
gelatina sostanziosissima. In mezzo ai deserti gli Ungari si
accontentavano di questo cibo; ma poichè guerreggiarono in paesi
inciviliti, ove trovavano pane, vino e carni fresche, essi si annojarono
delle insipide loro gelatine, e più non vollero farne uso. I campi non
somministravano ai loro cavalli foraggi ugualmente buoni di quelli delle
diserte praterie della Bulgaria e della Valacchia: le vittovaglie
venivano chiuse entro le terre murate, che lungo tempo resistevano ai
loro attacchi, e quanto più grande era il numero degli Ungari che
passavano in Italia, più presto erano vinti dalla mancanza di munizioni
e di foraggi[377].

  [377] _Matteo Villani, l. IV, c. 54._

Il re d'Ungheria si fece precedere da mille cavalli capitanati da
Corrado di Wolfart, tedesco, che gl'Italiani chiamarono Lupo, e che
aveva di già militato nel regno di Napoli. Lo accompagnavano i baroni di
Bosnia ed il conte d'Aquilizia. Quest'avanguardia di una più
considerabile armata giunse il 28 giugno del 1356 sotto Treviso[378].
Fantino Morosini era inallora podestà di questa città per la repubblica,
e gli erano stati mandati tre provveditori per ajutarlo nelle presenti
difficili circostanze[379]; i quali magistrati distrussero i sobborghi
di Treviso, la grossa terra di Mestre, e tutti i villaggi, che
credettero incapaci di difendersi. Intanto il re si avanzava con
quaranta mila cavalli, e Francesco di Carrara, signore di Padova,
sebbene alleato della repubblica, si affrettò d'accettare la neutralità
offertagli dagli Ungari a condizione di somministrare le vittovaglie
all'armata[380].

  [378] _Matteo Villani, l. VI, c. 50._

  [379] Marco Giustiniani, Giovanni Delfino e Paolo Loredano. — _Marin
  Sanuto vite dei duchi di Ven. p. 640._

  [380] _Matteo Villani, l. VI, c. 51. — And. Gataro Storia Padovana,
  t. XVII, p. 52._

La vanguardia ungara si era lasciato a dietro il castello di Conegliano,
destinato a chiudere l'ingresso del territorio trivigiano. Il re lo
cinse d'assedio e lo prese l'undici luglio[381]. In appresso occupò
subito Asolo e Ceneda, indi condusse tutta l'armata intorno a Treviso,
Fortissime erano le mura di questa città, e circondate da larghe fosse
piene di acqua. I minatori non potevano rendersi utili agli assedianti,
perchè tutta quella campagna è così abbondante di sorgenti sotterranee,
che non potevasi scavare quattro piedi sotto terra senza che le acque
filtrassero nel cavo. L'armata ungara non aveva altri mezzi per
impadronirsi di Treviso che quelli della fame e di un lungo blocco. Ma
assai prima degli assediati cominciò il re a sentire la mancanza delle
vittovaglie, perchè gli Ungari, insofferenti di disciplina, non
rispettarono il territorio di Padova, e spogliarono i mercanti che
portavano vittovaglie al campo. Più non si trovò persona che osasse
continuare così pericoloso commercio, e gli assedianti si videro tutt'ad
un tratto ridotti ad un'estrema carestia[382].

  [381] _Matteo Villani, l. VI, c. 52. — Anton. Bonfini Rer. Hungar.
  De. II, l. X, p. 268. — Joh. de Thwrocz Chron. Hungar. p. III, c.
  27, p. 181._

  [382] _Matteo Villani, l. VI, c. 55._

In pari tempo i Veneziani facevano al re le più vantaggiose proposizioni
per ottenere la pace. Offrivano di rendere a Zara l'antica sua libertà,
purchè la sua indipendenza venisse riconosciuta ancora dalla corona
d'Ungheria. Proponevano di cedere al re alcune città della Dalmazia, di
ritenerne altre, ma quali feudi della sua corona, cui pagherebbero un
tributo. Luigi non volle ascoltare veruna delle proposte condizioni, e
dichiarò che non accorderebbe la pace ai Veneziani finchè non gli
rendessero tutta la costa dell'Illiria[383]. Ma era appena stato
comunicato al senato cotale rifiuto, che un nuovo corriere gli portò la
notizia della ritirata del re, e della liberazione di Treviso. Luigi,
disgustato di così lunga intrapresa a motivo di qualche sedizione
scoppiata nel suo campo, e della difficoltà di procurarsi le
vittovaglie, il 23 agosto risolse di ritirarsi, e lo stesso giorno,
ripassata la Piave, tornava in Ungheria con un'armata di cinquanta mila
combattenti. Due mila cavalli si lasciava a dietro per guardare
Conegliano[384].

  [383] _Ivi, c. 63._

  [384] _Matteo Villani, l. VI, c. 66._

Vero è che non si tardò a vedere che il re, abbandonando il territorio
veneziano, non aveva perciò rinunciato alla guerra. Le tre armate gli
erano sembrate troppo numerose per trovare viveri e foraggi; d'altronde
il tempo del servizio feudale era troppo limitato, perchè potesse fare
un'importante conquista avanti che i suoi baroni ritornassero ai loro
focolari. Aveva perciò mutato il suo sistema; destinava molti grandi
signori dell'Ungheria per succedersi gli uni agli altri, onde continuare
la guerra ciascuno alla testa di cinque mila cavalli. E perchè il
servizio feudale non era che di tre mesi, ogni capo di armata doveva
passare due soli mesi sul territorio veneziano, ed impiegare il terzo
per l'andata e pel ritorno. Il primo de' generali di Luigi giunse il 15
ottobre a Conegliano, ed attraversò il territorio di Treviso, senza che
i Veneziani, che appena avevano tanta gente che bastasse alla custodia
delle fortezze, osassero tentare di difendere la campagna col venire a
battaglia[385].

  [385] _Ivi, l. VII, c. 28. — Joh. de Thwroc. Chron. Hungar. p. III,
  c. 28, p. 188._

Prima della ritirata del re d'Ungheria il doge Giovanni Gradenigo era
morto l'otto agosto del 1356, e il 13 agosto i quaranta elettori gli
avevano sostituito Giovanni Dolfino, che allora trovavasi provveditore a
Treviso. La signoria fece chiedere al re d'Ungheria, se permetterebbe al
nuovo doge di uscire dalla città assediata per venire a prendere le
redini del governo, ed il re, che non veniva mai meno a coloro che
fidavansi alla sua generosità, vi acconsentì all'istante[386].

  [386] _Andrea Gataro Historia Padovana, t. XVII. p. 54._ Per altro
  Marin Sanuto scrive per lo contrario, che il re non accordò la
  licenza, e che il doge, alla testa di seicento cavalli, si fece
  strada a traverso alle file nemiche. _Vite dei duchi, p. 652._
  Navagero assicura che Dolfino abbandonò Treviso soltanto dopo che il
  re n'ebbe levato l'assedio. _Stor. Venez., p. 1044._ Il più antico
  storico, da me seguito, era facilmente meglio informato e più
  imparziale.

La nomina d'un nuovo doge dava opportunità alla signoria di far nuove
proposizioni di pace, ed i suoi ambasciatori vennero incaricati di
offrire al re tutte le piazze della Dalmazia, ad eccezione della sola
Zara; ma queste offerte furono di nuovo rifiutate. Allorchè gli abitanti
delle città della Dalmazia ebbero notizia di queste offerte, quelli di
Traù e di Spalatro vedendo che la repubblica era disposta a cederli al
re, risolsero di prevenire il trattato di pace, e di cattivarsi il
favore del re con una pronta sommissione, invece d'aspettare che fosse
di loro disposto; attaccarono quindi all'improvviso le guarnigioni che
la repubblica teneva nelle loro città, le disarmarono, ed aprirono le
porte agli Ungari[387].

  [387] _Matteo Villani, l. VII, c. 82. — Navagero Stor. Venez., p.
  1044._

Nel 1357 il re Luigi continuò con accanimento la guerra contro i
Veneziani; mantenne costantemente nel territorio di Treviso un'armata
destinata a bloccare la città, ed a spogliare le campagne. In pari tempo
il congresso de' baroni di Bosnia aveva condotta una seconda armata
nella Dalmazia veneta, ed aveva assediata Zara, città fortissima, che i
predecessori di Luigi avevano più volte assediata con infelice riuscita.
Il congresso de' baroni di Bosnia si tenne un intero anno sotto le sue
mura, e già disperava di riuscire nell'intento a forza aperta, quando la
seduzione compì i suoi desiderj[388]. Due ufficiali tedeschi della sua
armata ebbero segrete intelligenze col priore del monastero di san
Crisogono contiguo alle mura[389]. Il priore, ch'era tedesco, provvide
di scale i suoi compatriotti, ed introdusse gli assedianti nella sua
chiesa; le guardie della vicina porta furono sorprese ed uccise, e
l'armata ungara entrò in città per questa porta. La guarnigione
veneziana, dopo una vigorosa resistenza, fu costretta a ripararsi nel
castello[390].

  [388] _Matteo Villani, l. VIII, c. 19._

  [389] _Marin Sanuto vite de' duchi di Venezia, p. 646._

  [390] Il 23 dicembre 1357. — _Joh. de Bazano Cron. Mutin., t. XV, p.
  627. — Gaetano Storia Padovana, p. 53._

I Veneziani, abbattuti da tante calamità e spaventati dalla perseveranza
del loro nemico, risolvettero in ultimo di chiedere la pace al re
d'Ungheria riportandosi per le condizioni alla di lui generosità.
Scelsero ambasciatori tra i gentiluomini i più ragguardevoli, e fecero
col mezzo loro pregare il re di stender egli medesimo un trattato, che
promisero di sottoscrivere all'istante. Luigi, commosso da tanta
confidenza, rispose, ch'egli non aveva fatta la guerra che per
ricuperare le città spettanti alla sua corona. Queste sole egli
domandava, e la rinuncia del doge e della signoria ad ogni titolo e
diritto sopra le medesime. Soggiunse che non aveva bisogno di danaro, e
che non voleva tributi, ch'era apparecchiato a rendere i castelli
conquistati nel territorio di Treviso, perchè non pensava ad ingrandirsi
con ingiusti acquisti, ma soltanto chiedeva, che, trovandosi egli
obbligato a sostenere qualche guerra marittima, la signoria gli
somministrasse ventiquattro galere, di cui pagherebbe egli le
spese[391].

  [391] Questa condizione riferita dal Villani viene taciuta dagli
  storici della repubblica. _Marin Sanuto vite, p. 646. — Navagero
  Storia Venez. p. 1045._

Queste condizioni vennero subito accettate dalla repubblica di Venezia,
e la pace fra i due stati si pubblicò in febbrajo del 1358[392]. Il doge
che, dopo la conquista di Costantinopoli, portava il titolo di duca di
Venezia, di Dalmazia, di Croazia, e di signore di un quarto e mezzo
dell'impero romano, fu costretto, dopo questo trattato, e fino al 1387,
in cui la signoria ricuperò la Dalmazia, di accontentarsi del più
modesto titolo di duca di Venezia[393].

  [392] _Matteo Villani, l. VIII, c. 30. — Antonii Bonfinii Rer.
  Hungar. Dec. II, l. X, p. 269._

  [393] _Gattaro Storia di Padova, p. 56. — Libro del Polistore, t.
  XXIV, c. 42, p. 840. — Marin Sanuto vite dei duchi, p. 643. —
  Navagero Stor. Venez., p. 1045._

A quest'epoca molte guerre devastavano simultaneamente l'Italia, e
perchè cominciate per diversi motivi e continuate indipendentemente le
une dalle altre, ci è forza di separarne interamente il racconto. Mentre
gli Ungari guastavano lo stato di Treviso, il limitrofo principato di
Padova trovavasi in una guerra coi fratelli Visconti, che non aveva
verun rapporto con quelle de' Veneziani e del re Luigi. I quattro
principati di Padova, Verona, Mantova e Ferrara, eransi collegati, come
fu detto altrove, per difendersi contro i signori di Milano, e, nel
tempo che Visconti d'Oleggio avea fatta ribellare Bologna, egli pure era
entrato in quell'alleanza, che talvolta abbiamo accennata sotto nome di
lega di Venezia. Vero è che la guerra tra questi piccoli signori ed i
Visconti trattavasi lentamente; alcune scorrerie di cavalli, che non
miravano che a guastare il territorio, ruinavano i contadini, ed
esponevano a tutti i disastri della guerra le terre aperte, senza recare
verun decisivo vantaggio all'una o all'altra parte. Ma l'ambizione e
l'orgoglio de' signori di Milano sollevarono ben tosto contro di loro
nuovi nemici, che accrebbero le difficoltà della presente loro
situazione.

Giovanni Paleologo, marchese di Monferrato, era da molto tempo l'amico e
l'alleato de' Visconti; ma l'impunità di un'offesa fatta ad alcuni suoi
ufficiali nello stesso palazzo de' Visconti, venne risguardata da lui
come una prova della poca stima che questi orgogliosi signori avevano di
lui, e bastò questo perchè egli si staccasse dalla loro alleanza[394].
Il marchese di Monferrato aveva accompagnato a Roma Carlo IV, ed il
riconoscente monarca lo aveva nominato vicario imperiale in Piemonte e
legittimati i suoi titoli alla signoria di Torino, Susa, Alessandria,
Ivrea, Trino e di più di cento castella nominate nell'imperiale
diploma[395]. Il marchese, di ritorno da Roma, rese più intima
l'alleanza che da molto tempo univa la sua famiglia con quella de'
Beccaria, che da quarantatre anni governava Pavia. Questa andava
debitrice alla protezione dei Visconti della lunga sua signoria su
quella città: e, strettamente parlando, i Beccaria erano piuttosto i
luogotenenti che gli alleati dei signori di Milano. In una lunga pace
avevano essi ragunate grandi ricchezze, e procurata una costante
prosperità alla città da loro dipendente[396]. Posti tra i Visconti ed
il marchese di Monferrato, eransi, per la vicendevole gelosia de' vicini
signori, conservati più potenti di loro.

  [394] _Matteo Villani l. VI, c. 2._

  [395] _Benven. de san. Gregorio Hist. Montisfer. p. 527._

  [396] _Petri Azarii Novariens. Cron., p. 346._

Assicuratosi dell'alleanza de' Beccaria, il marchese di Monferrato
s'apparecchiò apertamente a fare la guerra ai Visconti; nè appena furono
palesi le sue intenzioni, che tutte le città del Piemonte soggette a
Galeazzo Visconti, Chieri, Chierasco, Asti, Alba, Valenza e Tortona,
presero le armi per iscuotere l'odioso giogo di questi tiranni. Galeazzo
opprimeva i sudditi colle imposte, pagava male i suoi impiegati, vendeva
la giustizia e tormentava colla sua avarizia le province a lui toccate
in sorte nella divisione[397]; mentre all'opposto il marchese di
Monferrato era quello de' sovrani, sotto cui i Piemontesi desideravano
di vivere. Onde nell'inverno del 1355 al 1356, tutte le città del
Piemonte passarono sotto il suo dominio[398].

  [397] _Petri Azarii Chron., p. 403._

  [398] _Matteo Villani, l. VI, c. 3. — Petri Azarii Chron. p. 344._

I Visconti per vendicarsi, invece di attaccare il Monferrato, volsero le
loro armi contro i Beccaria, creduti più deboli del marchese. Fecero
marciare nel mese di maggio una numerosa armata[399], la quale, cingendo
Pavia d'assedio, alzò da tre lati tre ridotti di legno, allora chiamati
_bastie_; pose in tutti una grossa guernigione, e si ritirò, lasciando
la città così strettamente bloccata, che difficilmente poteva essere
vittovagliata[400].

  [399] _Matteo Villani, l. VI, c. 23._

  [400] _Ivi, c. 29._

Eravi fondamento di credere che Pavia non avrebbe potuto difendersi
lungamente. La famiglia dei Beccaria, che signoreggiava la città, aveva
molti capi tra loro discordi, ognuno de' quali aveva fortezze ed
alleanze particolari; anzi uno di loro, chiamato Milano, aveva
abbandonato la parte ghibellina attaccata da lungo tempo alla propria
famiglia, per unirsi ai conti di Langusco, capi de' Guelfi pavesi[401].
Una causa di ruina, ancora più immediata che la discordia della famiglia
Beccaria, erano i depravati costumi de' principi e del popolo,
l'immoralità, e la lascivia che i capi del governo ostentavano perfino
nelle pubbliche feste[402].

  [401] _Petri Azarii Chron., p. 372._

  [402] _Ivi, p. 374._

Ma per rispingere gli attacchi de' Visconti un affatto inaspettato
vigore venne comunicato ai Pavesi dalle prediche di un monaco
repubblicano. Fra Giacomo de' Bussolari aveva in fresca gioventù
abbandonato il mondo per consacrarsi ad una vita penitente sotto la
regola di sant'Agostino. Dopo aver vissuto alcun tempo come eremita ne'
deserti, era stato dai superiori del suo ordine rimandato a Pavia, sua
patria. Fu colà incaricato di predicare il mercoledì delle ceneri nella
sala del vescovado, ed aveva in tale circostanza mostrato tanta pietà,
fervore ed eloquenza, che il popolo lo aveva supplicato di predicare
ogni giorno tutta la quaresima, ed il vescovo glielo aveva ordinato.
L'impudenza del vizio e la corruzione, di cui davano il più scandaloso
esempio i giovani Beccaria, offendevano la sua anima pura ed elevata.
Egli aveva predicato contro l'aperta incontinenza delle donne e contro
l'usura, e la sua santa eloquenza era stata cagione di una visibile
riforma ne' costumi de' cittadini[403]. I giovani Beccaria erano omai i
soli che non pensassero a correggersi; mentre i capi della loro casa,
Castellino e Fiorello, che temevano gli effetti dei vizj e delle
dissensioni dei loro nipoti, eccitavano il monaco a predicare
coraggiosamente ed a non risparmiare chicchefosse. Castellino Beccaria,
ch'era ammalato, facevasi sempre portare in lettica alle sue
prediche[404].

  [403] _Matteo Villani, l. VIII, c. 1 e 2._

  [404] _Petri Azarii Chron., p. 374._

Infatti frate Giacomo più non si limitò ad attaccare i vizj privati;
inveì dal pulpito contro quelli della nazione e contro quelli de'
principi, contro la viltà de' cittadini, contro il loro egoismo, contro
la loro tolleranza della schiavitù, contro la corruzione, l'ingiustizia
e la crudeltà de' tiranni. Con questi discorsi risvegliò l'amore di
patria ne' cuori in cui da lungo tempo era già spento, facendolo a bella
prima agire contro i tiranni di Milano che in allora cercavano di rapire
ai Pavesi l'indipendenza nazionale, come i tiranni domestici avevano
loro tolta la libertà. Eccitò il popolo a riprendere, per sua difesa, le
armi da lungo tempo deposte in mano di soldati mercenarj; chiese ed
ottenne i soccorsi dal marchese di Monferrato; indi fece preparare delle
scale, ed il 27 di maggio in sul fare del giorno sortì egli stesso alla
testa d'un corpo di fedeli che aveva adunati nella chiesa e di cui avea
fatta un'armata, e la condusse da valoroso capitano contro il primo
ridotto de' Milanesi posto sul Ticino. I Tedeschi al soldo de' Visconti,
che custodivano questo ridotto, sconcertati dall'impeto straordinario
de' Pavesi, opposero loro breve resistenza; la _bastia_ fu presa ed
abbruciata, ed uccisi, fatti prigionieri o dispersi coloro che
l'occupavano. Frate Giacomo avanti che s'intiepidisse l'entusiasmo de'
suoi concittadini li condusse immediatamente ad attaccare il secondo
ridotto dall'altra banda del Ticino, ove i Tedeschi, spaventati dalla
disfatta dei loro compagni, non fecero maggior resistenza: dietro al
secondo fu preso anche il terzo ed abbruciato come gli altri due. Dopo i
ridotti vennero in potere de' vincitori diverse barche nemiche adunate
sul Po dalla banda di Piacenza; e per tal modo fu in un solo giorno
levato l'assedio di Pavia, e dispersi i soldati che vi teneva il nemico,
quando tutta l'Italia credeva che quella città dovesse arrendersi[405].

  [405] _Matteo Villani, l. VI, c. 36._

I Visconti occupati a tale epoca in altre intraprese, non mandarono
immediatamente nuove truppe contro Pavia. Mentre facevano la guerra nel
Monferrato, e strignevano con un'altra armata i Gonzaghi nello stato di
Mantova[406], cercavano di staccare dai suoi alleati e d'ingannare con
proposizioni di pace Giovanni d'Oleggio, tiranno di Bologna, non
lasciando in pari tempo di mantenere segrete intelligenze tra i suoi
sudditi e i suoi soldati per togliergli il potere e la vita[407].
D'altra parte non erano tranquilli sull'avvicinamento della grande
compagnia, la quale, condotta dal conte Lando, aveva abbandonato il
regno di Napoli, poi, col favore d'un trattato fatto col cardinale
Albornoz, attraversata, senza guastare le campagne[408], la Marca
d'Ancona, e di là era entrata nelle terre di Bernardino da Polenta,
signore di Ravenna[409]. Dopo avere spogliata questa provincia, e
minacciato, quando l'uno e quando l'altro, tutti gli stati d'Italia,
finalmente il 18 di settembre erasi posta al soldo della lega formata
contro i Visconti dai signori di Mantova, di Verona, di Ferrara e di
Bologna[410].

  [406] _Ivi, c. 68. — Joh. de Bazano Chron. Mutin., t. XV, p. 625._

  [407] _Matteo Villani, l. VI, c. 62 e 64. — Math. de Griffonibus
  Memoriale Hist. t. XVIII, p. 172._

  [408] _Matteo Villani, l. VI, c. 56._

  [409] _Ivi, c. 70._

  [410] _Ivi, c. 75. — Beneventus de Sancto Georgio Historia
  Montisferrati, p. 533._

Gli alleati, per accrescere riputazione alle loro armi, si volsero
all'imperatore chiedendogli qualche soccorso. Carlo aveva avuta giusta
cagione di dolersi dei Visconti, i quali nel suo ritorno da Roma avevano
di lui mostrata non minore diffidenza che disprezzo, ed accolse con
piacere l'opportunità di vendicarsi di loro, purchè potesse farlo senza
correre verun pericolo e senza dispendio. Partendo da Pisa aveva colà
lasciato Marcovaldo vescovo d'Augusta col titolo di vicario imperiale;
questi era ormai stanco di soggiornare in una città ove non aveva alcun
potere. Carlo gli concesse di recarsi all'armata della lega, a
condizione di non fare uso del suo nome, e di non ispiegarvi la
rappresentanza imperiale, se non quando l'armata degli alleati sarebbe
abbastanza forte per assicurare la vittoria[411]. Il vescovo d'Augusta
ch'era coraggiosissimo e cercava qualche occasione per farsi più nome,
passò subito all'armata, di già ingrossata dall'unione della grande
compagnia; vi fece spiegare lo stendardo imperiale, e, nella sua qualità
di vicario dell'impero, citò i due fratelli Visconti al suo tribunale,
accusandoli di ribellione contro il sovrano, di tirannide, di
tradimento[412].

  [411] _Matteo Villani, l. VI, c. 76._

  [412] _Ivi, l. VII, c. 23._

I Visconti rigettarono con disprezzo tale intima; risposero ne' loro
manifesti che, essendo essi medesimi vicarj perpetui dell'impero,
intendevano d'assoggettare l'arcivescovo a pena capitale per essersi
posto alla testa di una banda di assassini[413]; ma gli effetti non
corrisposero alle loro minacce. Mentre il vescovo d'Augusta, dopo essere
passato in faccia a Parma, il 10 ottobre, senza trovare resistenza,
stava disegnando il suo campo in distanza di cinque miglia da Piacenza,
l'armata de' Visconti, composta di quattro mila cavalli tedeschi e
brabantesi, ricusava di uscire dalla città, sotto pretesto che i soldati
dell'impero non potevano portare le armi contro lo stendardo
dell'imperatore, loro signore. Fatto è ch'essi non volevano combattere
contro la compagnia, perchè tutti i soldati stranieri, che allora
servivano in Italia, erano associati ai di lei profitti e da lei pagati,
e volevano sempre avere aperto un rifugio nelle sue file quando
venissero licenziati altrove. I Visconti dissimularono coi loro soldati,
e non li congedarono, persuasi che sarebbero tutti all'istante passati
nel campo nemico. Si accontentarono adunque di provvedere alla guardia
della città, abbandonando al sacco le campagne[414].

  [413] _Matteo Villani, l. VII, c. 24._

  [414] _Ivi, c. 26._

Ma la grande compagnia non guerreggiava con migliore buona fede dei
soldati de' Visconti. Invano il marchese di Monferrato, ch'erasi recato
all'armata, affrettava il conte Lando a marciare sopra Milano e ad
attaccare quella città, onde abbattere con un solo colpo tutta la
potenza de' Visconti: la grande compagnia, acquartierata presso
Maggenta, ruinava il paese, spogliava le campagne, disonorava le donne e
le fanciulle, e rifiutava di marciare. Conobbe allora il marchese di
Monferrato, che i soldati delle due armate erano fra loro d'accordo, e
che, nella simulata loro guerra, non erano nemici che degli abitanti che
ruinavano. Temette che questi mercenarj lo vendessero ai Visconti, che
avevano posto una taglia sul di lui capo, ed abbandonò l'armata con
cinquecento cavalieri, coi quali occupò Novara per sorpresa[415]. Azzo
da Correggio, che militava sotto le medesime insegne s'allontanò pochi
giorni dopo con settecento cavalli, per sorprendere Vercelli, ma la sua
intrapresa andò a vuoto[416].

  [415] _Petri Azarii Chron., p. 347._

  [416] _Matteo Villani, l. VII, c. 36._

I signori di Milano avevano dato il comando delle loro truppe al vecchio
Lodovico Visconti, loro parente; quel medesimo che nel 1322 aveva
ristabilita la repubblica milanese, che nel 1327 aveva dato Galeazzo in
mano a Luigi di Baviera, e che nel 1339 aveva condotta la terribile
compagnia di san Giorgio a Parabiago contro il signore di Milano. Tra i
grandi avvenimenti cui Lodrisio aveva presa parte, il suo carattere era
equivoco, ma non era dubbioso il di lui valore, e verun italiano aveva
saputo meglio di lui conciliarsi l'affetto ed il rispetto de' soldati
tedeschi.

Tosto che questo vecchio generale si pose alla testa dell'armata, i
mercenarj non osarono disubbidirgli; promisero di seguirlo ovunque
volesse condurli, e di combattere contro la grande compagnia, sebbene
portasse le insegne imperiali. Altronde aveva Lodrisio seco condotto un
rinforzo di tre mila cavalli italiani, in tempo che l'armata nemica
trovavasi indebolita per l'assenza del marchese di Monferrato, di Azzo
da Correggio, e di mille duecento cavalli che questi avevano seco
condotti. Il vescovo d'Augusta per tenersi in sicuro da ogni sorpresa,
aveva cominciato il 13 novembre a portare l'armata al di là del Ticino,
quando fu bruscamente attaccato da Lodrisio e posto in fuga, malgrado la
più vigorosa resistenza. Egli stesso cadde nelle mani di Lodrisio con
seicento de' suoi corazzieri. I vincitori avevano fatti prigionieri
moltissimi altri cavalieri, e tra questi quasi tutti i capi della
compagnia, il conte Lando, messer Dondaccio di Parma e Ramondino Lupo;
ma coloro che gli avevano fatti prigionieri erano tedeschi, tutti
segretamente associati alla compagnia, onde li sottrassero ai loro
generali, ed in appresso trovarono il modo di farli fuggire[417].

  [417] _Matteo Villani, l. VII, c. 46. — Chron. Placent. Joh. de
  Nisis, t. XVI, p. 502._

La gioja che questa vittoria dovette cagionare ai Visconti venne scemata
dalla notizia che ricevettero poco dopo della rivoluzione di una delle
più importanti città del loro dominio. Nell'imbarazzo in cui gli avea
posti la guerra coi Veneziani, i Genovesi s'erano appigliati al duro
partito di sottomettersi volontariamente all'arcivescovo di Milano; ma
troppo erano essi attaccati alla loro libertà per rimanere lungo tempo
sotto il giogo; tanto più che i nuovi signori di Milano avevano di già
cercato di renderlo più pesante: risolvettero adunque di approfittare
del presente imbarazzo de' Visconti, e non avendo ancora avviso della
vittoria che questi avevano ottenuta il 13 sul Ticino, presero le armi
il 15 di novembre, ed adunandosi alla voce di _viva la libertà! morte ai
tiranni!_ attaccarono il pubblico palazzo, ove il vicario dei Visconti
non potè difendersi lungamente: egli fu costretto d'uscire di città co'
suoi soldati. Allora i Genovesi mandarono a cercare a Pisa Simone
Boccanegra, quello che pel primo era stato decorato del titolo di doge;
lo installarono nuovamente in tale dignità e colle prerogative medesime
accordategli la prima volta. I Pisani mandarono con Boccanegra un corpo
di cavalleria, onde ajutarlo a rimettere la sua patria in libertà[418].
Le due Riviere si posero all'istante sotto l'ubbidienza del nuovo doge,
tranne Savona, Ventimiglia e Monaco, che però egli sottomise
successivamente colle armi[419].

  [418] _Matteo Villani, l. VII, c. 40. — Georgii Stellae Annal.
  Genuens. p. 1094. — Chron. Floren., p. 502. — Ubertus Folieta
  Genuens. Hist., l. VII, p. 453._

  [419] _Matteo Villani, l. VII, c. 49, 86 e 93._

Intanto il predicatore di Pavia, frate Giacomo dei Bussolari, dopo avere
liberata la sua patria dall'armata dei Visconti che la stringeva
d'assedio, aveva continuato a predicare contro la corruzione de' costumi
e contro i vizj de' tiranni. I signori Beccaria, che avevano fatto
plauso alle sue prediche, finchè le avea dirette contro i soli Visconti,
loro nemici, cominciarono ad essere inquieti, quando lo udirono
attaccare la tirannide in generale. Tutto il vantaggio che potevano da
lui sperare, l'avevano omai ottenuto quando i Pavesi, riscaldati dai
suoi sermoni, eransi impadroniti colla spada alla mano dei ridotti che
chiudevano la città. Gli sforzi di Giacomo dei Bussolari per comunicare
una nuova energia ad un popolo suddito, non potevano che riuscire
dannosi ai padroni di quel medesimo popolo. I signori di Pavia
determinarono adunque di farlo morire, e Castellino e Milano dei
Beccaria s'incaricarono di assassinarlo; ma l'accorto frate scoprì, e
rese vane tutte le loro pratiche. I cittadini, temendo per la vita del
loro apostolo, formarono una guardia volontaria che lo accompagnava in
ogni luogo, onde il Bussolari si rese più coraggioso nel rinfacciare ai
Beccaria dall'alto del pulpito le loro crudeltà ed i precedenti
omicidj[420].

  [420] _Matteo Villani, l. VIII, c. 2._

Prima di tentare una rivoluzione nel governo, frate Giacomo volle avere
l'assenso del marchese di Monferrato. Questo signore era stato da Carlo
IV nominato vicario imperiale a Pavia, onde aveva un legittimo titolo
per governare questa città, in tempo che il potere che si arrogavano i
Beccaria era usurpato. Il monaco, sostenuto dall'autorità del marchese,
fece nel suo primo sermone un quadro dei costumi depravati dei tiranni,
della corruzione d'ogni giustizia e dell'avvilimento del popolo in tutte
le città cadute sotto il dominio di un usurpatore: in appresso si fece a
dimostrare da quanti delitti era stata macchiata Pavia dopo che i
Beccaria avevano usurpato il sovrano potere; raccontò come poco era
mancato ch'egli medesimo non fosse assassinato d'ordine de' tiranni;
esortò i Pavesi a non sostenere più lungo tempo così vergognoso giogo,
ed indicò dal pulpito venti cittadini che trovavansi tra gli uditori, i
quali nominò capitani e tribuni del popolo. Ordinò loro di formare venti
compagnie di cento uomini cadauna nel rispettivo quartiere; nominò pure
quattro capi di questa milizia, e quand'ebbe finita la predica il popolo
ratificò co' suoi suffragi le nomine fatte dal predicatore. Tutti gli
eletti accettarono l'impiego loro affidato pel ristabilimento della
religione e della libertà[421].

  [421] _Matteo Villani, l. VIII, c. 3._

I Beccaria, che dal solo impero della parola si vedevano spogliati della
propria autorità, senza un fatto d'armi, senza violenza, e soltanto
perchè il popolo aveva cessato di ubbidire loro, non vedevano altro
mezzo di ricuperare il perduto potere, che la morte di questo monaco
sedizioso. Tentarono perciò di ottenere l'intento, ora colla sorpresa,
ora coll'aperta forza, ma le guardie che il popolo aveva date al
predicatore rispinsero costantemente i loro satelliti. Per ultimo
s'addirizzarono ai Visconti, de' quali erano stati lungo tempo
dipendenti, riconciliaronsi con loro, e cercarono il mezzo di aprire
alle loro milizie le porte di Pavia. Ma il monaco, che teneva gli occhi
aperti sui Beccaria, dopo avere dal pulpito informato il popolo de' loro
complotti, mandò un centurione a Milano de' Beccaria, per portargli
l'ordine d'uscire subito dalla città e dal suo territorio. Milano ubbidì
tremando, e colla famiglia si ritirò in uno de' suoi castelli, ove ben
tosto lo raggiunse suo fratello. Allora diedero ai Visconti tutte le
fortezze che possedevano nel territorio di Pavia, assoldarono truppe e
rinnovarono i loro intrighi in città perchè i loro partigiani ne
aprissero le porte ai Visconti. Questa trama fu pure scoperta, onde
dodici congiurati perdettero la testa, e tutti i Beccaria furono
cacciati fuori di città[422].

  [422] _Matteo Villani, l. VIII, c. 2. — Benvenuti de san. Georgio
  Hist. Montisferrati, p. 539._

Dopo questa rivoluzione i Visconti essendosi riconciliati con tutti i
Beccaria, si tennero sicuri di poter occupare Pavia; e tentarono, se
possibile fosse, di ridurre lo stesso monaco a rinunciare alla difesa
de' suoi concittadini. Il Petrarca aveva strette relazioni con Giacomo
de' Bussolari; egli rendeva giustizia a' suoi talenti, ed avrebbe dovuto
amarlo perchè nemico della tirannide; ma Petrarca, sedotto dalle
cortesie de' Visconti, viveva di que' tempi alla loro corte, e riceveva
impieghi da costoro, sebbene fossero nemici della sua patria, della
chiesa e dell'impero, sebbene macchiati di tutti i vizj e di tutti i
delitti. A loro istigazione il poeta fiorentino scrisse a fra Bussolari
una lunga lettera per esortarlo a predicare la pace e non la guerra, la
sommissione e non la ribellione[423]. Per altro questa lettera, che non
è che un tessuto di luoghi comuni, non ebbe sul predicatore pavese
veruna influenza.

  [423] _Fran. Petrarcae Familiares Epist. l. IX, epist. 17. De Sade
  Memoires pour la vie de Petrarque, l. V, p. 465._

Fra Bussolari non accordò maggiore deferenza agli ordini che i Visconti
gli fecero dare da alcuni superiori della sua religione, che trovavansi
ne' loro dominj. Egli non si limitò a dirigere dalla cattedra i consigli
della nuova repubblica, seguì la sua greggia in campagna, e protetto dal
marchese di Monferrato, fece ricuperare ai Pavesi sul territorio
milanese il raccolto, che avevano perduto nel proprio territorio[424].

  [424] _Matteo Villani, l. VIII, c. 57._

I Visconti in tutto l'anno 1357 non opposero grandi forze ai cittadini
di Pavia; avevano essi divisa l'armata loro in più corpi per combattere
su tutti i punti delle loro frontiere più formidabili nemici che non
erano i Pavesi. Nello stato di Modena i vantaggi furono compensati, e
dopo varie battaglie le truppe de' signori di Milano si ritirarono senza
aver mandati ad effetto i loro progetti[425]. Altri corpi d'armata erano
opposti al marchese di Monferrato, altri ai Genovesi, e l'armata
principale chiudeva alla grande compagnia l'ingresso del territorio
milanese dalla banda di Mantova. Ma tutti i mercenari tedeschi erano
segretamente associati a questa grande compagnia, onde non si battevano
mai di buona fede; rifiutavano di avventurare contro la medesima una
battaglia generale, e facevano andare a vuoto tutti i progetti de'
signori cui servivano. Spesse volte mille o duemila cavalieri della
compagnia avevano attraversata tutta l'armata de' Visconti, e guastato
il territorio fin presso alle porte di Milano, senza che le forze
infinitamente superiori che custodivano il milanese, li fermassero, o
chiudessero loro la ritirata, quando ritornavano al campo carichi di
bottino[426].

  [425] _Joh. de Bazzano Chron. Mutin. p. 628. — Cronica di Bologna p.
  448._

  [426] _Matteo Villani, l. VIII, c. 5._

Stanchi i Visconti d'essere serviti da soldati senza fede, e scoraggiati
dalla perdita di tutte le città del Piemonte, di Novara, di Como, di
Pavia e di Genova, risolsero finalmente di chiedere la pace. Gli alleati
non erano meno di loro stanchi della guerra, poichè già da tre anni le
loro campagne venivano continuamente saccheggiate dai nemici o dai
proprj soldati. Feltrino Gonzaga, uno de' signori di Mantova, offrì la
sua mediazione alle potenze belligeranti, e la pace venne finalmente
conchiusa in maggio del 1358, e pubblicata ne' primi giorni del seguente
mese[427].

  [427] _Joh. de Bazzano Chron. Mutin. p. 626. — Cronica di Bologna,
  p. 446._

In virtù di questo trattato il marchese di Monferrato doveva restituire
Asti ai signori di Milano, e Pavia doveva continuare a governarsi
popolarmente; ma la lega degli alleati lombardi essendosi sciolta,
ognuno di loro prese pochissimo interesse alla sorte de' suoi antichi
alleati, e trascurò di far eseguire le condizioni che non lo
risguardavano. I Visconti non rinunciarono alle loro pretensioni sopra
Pavia, il marchese di Monferrato non restituì Asti, e la guerra si
continuò in Piemonte ed in Lombardia; e soltanto invece d'essere
sostenuta in comune da tutta la lega, il marchese di Monferrato e la
città di Pavia rimasero soli esposti alle vendette de' Visconti[428].

  [428] _Matteo Villani, l. VIII, c. 92._

In allora i signori di Milano mandarono una nuova armata per
ricominciare l'assedio di Pavia; avvicinandosi la quale, temendo fra
Bussolari che il palazzo dei Beccaria non servisse di fortezza ad alcuni
loro partigiani, eccitò il popolo ad atterrarlo, ed a formare nel luogo,
in cui altra volta abitavano i tiranni, una pubblica piazza. La folla,
uscendo dalla predica, si precipitò verso questo palazzo, e lavorò con
tanto ardore a demolirlo, che in poco tempo più non rimase pietra sopra
pietra, ed ogni cittadino portò seco qualche parte de' materiali per
conservarli quale monumento della caduta della tirannia[429].

  [429] _Ib., c. 58. — Petri Azarii Chron., p. 376._

Per sostenere la guerra era necessario il danaro, ed era inoltre
necessario per pagare i sussidj al marchese di Monferrato, che solo era
in istato di far levare l'assedio di Pavia. Frate Bussolari esortò i
cittadini a sagrificare tutte le loro ricchezze alla difesa della
patria, gli esortò a rinunciare al lusso degli abiti e delle pietre
preziose, raccomandando loro di accontentarsi d'un sajo grossolano di
color nero. La repubblica destinò ufficiali incaricati di reprimere il
lusso delle donne, con ordine di stracciare gli abiti di quelle che si
presentassero in pubblico con vesti ricamate, o di stoffa di seta.
D'allora in avanti più non si videro vestite che d'un manto nero, e con
un velo in sul capo. Tutti i loro giojelli furono mandati al frate, che
li fece vendere a Venezia, onde impiegare il valore in difesa dello
stato[430].

  [430] _Petri Azarii Chron., p. 377._

Frattanto i Visconti avevano bloccata Pavia, ed innalzate in faccia alle
porte nuove _bastie_ per levare agli assediati ogni comunicazione colla
campagna. In luglio del 1359, il marchese di Monferrato sorprese queste
bastie, e rinfrescò di vittovaglie la città assediata[431]; ma le forze
de' signori di Milano erano tanto superiori quelle de' Pavesi, che
malgrado questo piccolo successo, la città venne più stretta di quel che
lo fosse mai stata prima. I conti di Langusco e tutti i Guelfi, in
addietro esiliati, erano stati richiamati a Pavia; ma i Beccaria,
vivendo ne' loro castelli, avevano riacquistata l'antica influenza sui
Ghibellini delle campagne, di cui erano lungamente stati i capi. I
campagnuoli, avendo poca parte all'amministrazione della repubblica,
prendevano sempre minore interessamento all'indipendenza della loro
patria che al trionfo del loro partito, e tutti coloro che non
assistevano alle prediche di fra Bussolari, ponevansi volentieri sotto
le insegne d'una famiglia che gli aveva governati molti anni. Tutto il
distretto d'oltre Po, si sottomise ai Beccaria, tranne i castelli di san
Paolo, Stradella e Cicognola; in appresso tutta la Lomellina si arrese
ai signori di Milano, fuorchè i castelli di Brencida e Durno; per ultimo
il terzo distretto al nord del Ticino, detto Campagna, venne occupato
dai Ghibellini, ad eccezione del castello di Curbisto[432]. Il marchese
di Monferrato più non poteva soccorrere i Pavesi, essendo egli stato
indegnamente tradito dalla grande compagnia, che aveva di nuovo
assoldata dopo una spedizione fatta da questa nella Romagna e nella
Toscana, di cui dovremo parlare più abbasso. Il conte Lando lo aveva
abbandonato per passare con mille cinquecento corazzieri nel campo de'
Visconti, e poco poco gli aveva sviato tutto il rimanente della
compagnia, che dopo la sua diserzione ubbidiva ad Anichino
Bongarten[433].

  [431] _Matteo Villani, l. IX, c. 33._

  [432] _Petri Azavii Chron., p. 377._

  [433] Nel mese di ottobre del 1359. _Matteo Villani, l. IX, c. 54._

Conobbe in allora frate Bussolari la necessità di dare Pavia ai
Visconti, tanto più che una crudele epidemia, manifestatasi in città,
abbatteva il coraggio degli abitanti. Stese egli stesso gli articoli
della capitolazione. Assicurò ai Guelfi che aveva chiamati in Pavia, il
diritto di risiedervi; ottenne la conferma del governo municipale da lui
stabilito, e che doveva conservarsi sotto la sovranità de' Visconti. Ma
egli sdegnò d'aggiugnere al trattato veruna condizione per sè medesimo,
e mentre stipulava per la libertà della città, per la sicurezza de'
cittadini e delle proprietà, non domandò nè meno una salvaguardia per la
sua persona. Galeazzo Visconti accettò senza difficoltà queste
condizioni, ma quando si trovò padrone della città e delle fortezze,
dichiarò che nella sua qualità di vicario imperiale di Lombardia, non
era legato da verun patto contrario ai diritti dell'impero o
agl'interessi del fisco. Citò le leggi romane ed i giureconsulti che lo
scioglievano dalle contratte obbligazioni; perciocchè d'ogni tempo
trovaronsi uomini dotti, abbastanza vili per sostenere le più odiose
massime del despotismo. Rimandò quindi al luogo del loro esilio i conti
di Langusco ed i principali Guelfi di Pavia, abbrogò tutte le
costituzioni municipali di questa città, e la sottopose al suo assoluto
potere[434].

  [434] _Petri Azarii Chron., p. 378._

In mezzo alle loro calamità, avevano i Pavesi conservata tutta la loro
venerazione per fra Bussolari; essi lo seguivano con sollecitudine e gli
davano commoventi prove del loro rispetto e del loro amore. Ma quando
Galeazzo Visconti tornò da Pavia a Milano seco condusse il monaco per
allontanarlo dai suoi partigiani; e quando l'ebbe nell'assoluta sua
dipendenza, fece formare contro di lui un processo dai superiori del suo
ordine per titolo di disubbidienza ecclesiastica, e lo fece chiudere
nella prigione del suo convento a Vercelli, ove quest'uomo degno di
miglior sorte e di maggior gloria, terminò miseramente i suoi
giorni[435].

  [435] _Matteo Villani, l. IX, c. 55. — Benvenuto de san. Giorgio
  Histor. Montisfer., p. 540. — Corio Istoria milanese, p. III, p.
  233._

I Visconti innalzarono in Pavia una fortezza, e vi posero grossa
guarnigione per assicurarsi il possesso di quest'importante conquista.
In pari tempo cercarono di spaventare i loro nemici cogli atroci
tormenti che facevano soffrire a coloro che avevano la sventura di
cadere nelle loro mani. Barnabò Visconti, il più crudele dei due
fratelli, ordinò con pubblico editto a tutti i tribunali di prolungare
quaranta giorni il supplicio de' colpevoli di delitti di stato. I
tormenti non dovevano ricominciare che un giorno ogni due, e ne' giorni
pari i dannati al supplicio venivano lasciati in un orrendo riposo. Il
primo, il terzo, il quinto ed il settimo giorno dovevano ricevere cinque
tratti di corda; due giorni si faceva loro bevere acqua mista di calce e
di aceto; due giorni dopo aver loro strappata la pelle dalle piante dei
piedi si facevano camminare sopra ceci; in appresso si cavava un occhio,
indi l'altro; si tagliavano il naso, le mani, i piedi del condannato, e
finalmente il quarantunesimo giorno quest'infelici erano tanagliati, e
terminavano i patimenti sulla ruota. Molte vittime nel 1362 e 1363
furono condannate a quest'orrendo supplicio, ed il tiranno osò
pubblicare la sua infernale ordinanza, che avrebbe dovuto contro di lui
armare la chiesa e l'impero, e tutti i popoli, e gli stessi suoi vili
ministri[436].

  [436] Quest'ordinanza ci fu conservata testualmente da Pietro
  Azario, suddito di Barnabò, e notajo di Novara, _t. XVI, p. 410_.



CAPITOLO XLV.

      _Affari della Toscana. — Rivalità di Firenze e di Pisa; guerra
      di Perugia. — I Fiorentini respingono la grande compagnia. —
      Sommissione della Romagna alla Chiesa._

1356 = 1359.


Non erano passati che pochi mesi da che l'imperatore Carlo IV erasi
allontanato dalla Toscana, dopo avervi cagionate tante rivoluzioni,
quando il capo de' Ghibellini in questa contrada, Pietro Saccone dei
Tarlati terminò la sua lunga carriera. Esiliato da Arezzo, ov'era stato
lungo tempo signore, Saccone risiedeva nel castello di Pietra Mala,
antica fortezza di sua famiglia, posta in su gli Appennini. Colà stando,
dirigeva le intraprese di tutti i Ghibellini delle montagne, eccitava
tutti i movimenti che vedevansi scoppiare nelle meno potenti città della
Toscana, in Arezzo, Cortona, Città di Castello, Borgo san Sepolcro e
Chiusi, e stendeva altresì i suoi maneggi nel Mugello e nel Casentino,
province che appartenevano a Firenze. Sebbene avesse più volte nelle
battaglie dato prova del suo valore, egli aveva ancora maggior nome per
i colpi di mano, per la piccola guerra e per l'arte di sorprendere le
piazze. Giunto all'età di 96 anni sentì in principio del 1356 d'essere
vicino a morte; e leggendo sul volto de' suoi servi la costernazione,
fece avvicinare al letto Marco de' Tarlati, suo figliuolo. «Tu vedi, gli
disse, che più non si dubita ch'io non sia prossimo al termine di mia
vita; ed al certo che la notizia si è già sparsa tra i nostri nemici, e
nell'istante in cui il vecchio Saccone prende congedo dal mondo, essi
credono di non dovere più guardarsi da lui. Il castello di Gressa del
vescovo d'Arezzo sarebbe per la nostra famiglia un'importante conquista;
ecco qual è l'altezza delle sue mura, che io ho fatte misurare;
attaccalo questa stessa notte dandogli la scalata, e fa che prima di
morire io provi la gioja di saperlo in tuo potere.» Marco Tarlati lasciò
il letto del moribondo, ed uscì di Pietra Mala con un ristretto numero
di fedeli soldati. Valendosi delle indicazioni dategli dal padre,
sorprese Gressa; ma gli abitanti che amavano assai il loro signore,
presero le armi e costrinsero i Tarlati ad uscire con perdita dalle loro
mura. Il vecchio Saccone visse abbastanza per avere notizia del cattivo
successo dell'attacco da lui ordinato, lo che rese più penosi gli ultimi
istanti del viver suo[437]. Finchè visse, gli Aretini non avevano mai
osato di appigliarsi a vigorose misure per respingerlo, ma quando furono
informati della di lui morte, afforzarono l'ingresso del loro
territorio, ordinarono le loro milizie, e si posero in istato di più non
temere i suoi successori[438].

  [437] _Matteo Villani, l. VI, c. 11._

  [438] _Ivi, c. 16._

Mentre la morte di Saccone liberava la repubblica fiorentina ed i suoi
alleati dagli attacchi de' Ghibellini delle montagne, il partito di
questi ultimi acquistava una più decisa influenza ne' consigli di Pisa,
e turbava la buona armonia che da più anni mantenevasi tra le due più
potenti comuni di Toscana. I Pisani avevano imprigionato Paffetta, conte
di Monte Scudajo, l'autore della ruina e della morte dei Gambacorti,
facendolo custodire nella fortezza di Lucca, ed avevano esiliati alcuni
de' suoi partigiani. Ma nell'istesso tempo avevano riconfermato l'esilio
del rimanente della famiglia Gambacorti che si era domiciliata in
Firenze; e non perdevano occasione di far conoscere quanto il partito
dominante de' Raspanti fosse attaccato al partito ghibellino. Tutti gli
abitanti de' castelli posti ai confini dello stato fiorentino, che in
altri tempi avevano dato prove di zelo contro i Guelfi, erano sicuri
d'essere favorevolmente accolti dal governo di Pisa. Venivano spesso
segretamente eccitati a distinguersi con qualche ardito tentativo in
vantaggio della loro fazione, ed alcuni Ghibellini di Sorana, castello
di Val di Nievole, situato quattro miglia sopra Pescia, cedendo a queste
sollicitazioni, abbandonarono la loro fortezza ad alcuni soldati pisani,
i quali pochi giorni prima che ciò accadesse erano stati licenziati
dalla signoria di Pisa, affinchè i Fiorentini non potessero incolparla
di questa ostilità. I soldati avevano preso possesso di Sorana in loro
proprio nome, e di là questi banditi infestavano coi loro ladronecci
tutta la Val di Nievole, e cercavano di sollevare questa provincia[439].

  [439] _Matteo Villani, l. VI, c. 19._

Il governo di Pisa dichiarò a quello di Firenze di non avere avuta
veruna parte nella presa di Sorana, e ch'egli non proteggerebbe i
banditi che occupavano quel castello; ma in pari tempo offesero i
Fiorentini in un modo più diretto, sebbene meno grave. Col trattato
conchiuso tra i due popoli nel 1342 i Fiorentini dovevano essere in Pisa
esenti da ogni gabella. Non pertanto i Pisani, sotto pretesto d'armare
alcune galere per nettare il mare dai corsari, ordinarono in giugno del
1356, che tutte le mercanzie che entrerebbero nel loro porto pagassero
un'imposta di due denari per ogni lira del loro valore[440]. Invano
chiesero i Fiorentini che non si pregiudicasse la loro franchigia; non
si volle far eccezione alla legge generale in favor loro. Questi
rifiutarono di soggiacere a questa gabella, per timore che ad un'imposta
da prima tenue, non tenessero dietro più gravose tasse. Altronde erano
essi determinati a non essere i primi a dichiarare la guerra, tanto più
che i magistrati di Pisa segretamente la desideravano, per far
dimenticare le civili discordie. Tutti i mercanti e sudditi fiorentini
ebbero allora ordine di terminare avanti il primo novembre i loro affari
di commercio che avevano a Pisa, onde a tale epoca uscire tutti senza
danni da questa città[441].

  [440] _Matteo Villani, l. VI, c. 47. — Bernardo Marangoni Chron. di
  Pisa, p. 721. — Paolo Tronci Annali Pisani, p. 386._

  [441] _Matteo Villani, l. VI, c. 48._

D'altra parte, vergognandosi la repubblica di Siena d'aver mancato di
fede ai Fiorentini nel precedente anno, trattando coll'imperatore, fece
loro proporre una stretta alleanza[442]. Dieci nuovi magistrati, detti i
dieci signori del mare, erano stati incaricati di proteggere il
commercio marittimo dei Fiorentini. Questi accettarono le proposizioni
de' Sienesi, e formarono il progetto di sostituire, per le merci
destinate per Firenze, al porto di Pisa quello di Telamone nella Maremma
sienese. La signoria di Siena si obbligò di fortificare il porto di
Telamone, di far riparare le strade, d'aprire ai mercanti fiorentini dei
magazzini, e di rompere ogni comunicazione mercantile coi Pisani. Una
corrisponsione di sette mila fiorini d'oro all'anno venne stabilita in
luogo di qualunque gabella, ed i Fiorentini promisero di trasportare a
Telamone tutti i banchi che avevano a Pisa e di mantenersi per dieci
anni in questo nuovo stabilimento[443].

  [442] _Ivi, c. 40._

  [443] _Cron. di Pisa, t. XV, p. 1034._ — Questa cronaca è
  contemporanea, ma estremamente mancante. I due posteriori storici di
  Pisa Marangoni e Tronci, sono abitualmente inesatti e male
  informati. Soprattutto il Marangoni, di mano in mano che ci
  avanziamo verso i moderni tempi, diventa una guida sempre più
  infedele; di modo che io sono di sentimento che la prima parte della
  sua storia, che giugne fino alla fine del tredicesimo secolo,
  appartenga ad altro autore.

Quando i mercanti fiorentini abbandonarono Pisa il primo di novembre per
ritirarsi a Telamone, il commercio della prima città cadde in un estremo
languore. Tutti i mercanti delle altre parti d'Italia, stabiliti in
Pisa, si videro forzati a trasportare altresì i loro banchi a Telamone,
per continuare gli affari che avevano intrapresi coi Fiorentini. Gli
artigiani di Pisa e tutti quelli che ritraevano il sostentamento loro
dal commercio, si trovarono tutto ad un tratto spogliati d'ogni
guadagno[444]; e le loro lagnanze determinarono la signoria ad
abbandonare ogni pretesa, ed a fare ai Fiorentini, per richiamarli nella
loro città, le più vantaggiose offerte, ma non furono accettate. Si
volle far sentire ai Pisani che non avevano bisogno di loro, e che per
castigare la loro arroganza non erano costretti di prendere le
armi[445].

  [444] _Matteo Villani, l. VII, c. 32._

  [445] _Ivi, l. VI, c. 61. — Orlando Malavolti Stor. di Siena, p. II,
  l. VI, p. 116._

I Raspanti che governavano Pisa avrebbero preferita un'aperta rottura,
perchè l'antico odio de' loro compatriotti contro i Fiorentini sarebbesi
ravvivato nelle battaglie, e l'entusiasmo militare avrebbe fatto
scordare i rimproveri che facevansi alla loro amministrazione. Vedendo
tornar vane le loro pratiche per riconciliare i due stati, cercarono
invece di provocare la signoria di Firenze, perchè fosse la prima a
dichiarare la guerra. Tentarono di sorprendere il castello di Uzzano in
Val di Nievole per mezzo di segrete intelligenze che si erano procurate
con alcuni abitanti. I Fiorentini scoprirono le loro trame,
raddoppiarono la guardia del castello, e non se ne lagnarono[446]. I
Pisani d'accordo coi Genovesi, armarono in appresso alcune galere, per
costringere le navi mercantili dirette verso i lidi della Toscana a dar
fondo nel loro porto. Dopo avervele forzatamente fatte entrare, loro
accordavano in città tutte le esenzioni riservate ai popoli più
favoriti, senza levare la menoma tassa sulle mercanzie che venivano
sbarcate per rispedirle altrove di transito. Altri mercanti sarebbersi
lasciati forzare a far quello che tornava realmente a loro vantaggio; ma
i Fiorentini piuttosto che approfittare della franchigia che loro
offrivano i Pisani, fecero venire con grandissima spesa le loro
mercanzie per terra da Venezia, da Avignone, ed ancora dalle Fiandre,
mentre il loro governo faceva armare vascelli in Provenza per proteggere
il loro commercio[447].

  [446] _Matteo Villani, l. VII, c. 62._

  [447] _Ivi, c. 63, e l. VIII, c. 11._

Nel tempo in cui le crescenti animosità delle due repubbliche facevano
temere un'imminente rottura, un'inaspettata guerra scoppiò nell'altra
estremità della Toscana tra la repubblica di Perugia ed il signore di
Cortona. I Perugini non eransi sollevati ad un distinto rango tra i
popoli d'Italia che nel decorso secolo; il soggiorno della corte di Roma
al di là dei monti, aveva lasciato acquistare maggiore indipendenza alle
città soggette alla chiesa. Vero è che la maggior parte erano cadute
sotto il giogo dei tiranni; ma i Perugini che si erano costantemente
conservati liberi, prosperarono in mezzo alle calamità dei loro vicini,
ed erano succeduti a Bologna nel commercio e nelle ricchezze, dopo che
questa città aveva, colla libertà, perduta anche la sua potenza. L'alto
dominio dei papi sopra Perugia, lungi dal nuocere alla sua indipendenza,
l'aveva anzi salvata dalle pretese degl'imperatori sopra le altre città
libere. Intorno a questa potente città erano situati altri più deboli
comuni, molti dei quali, venuti in mano di piccoli tiranni, trovavansi
incapaci d'opporle una lunga resistenza quando fossero attaccati.
Cortona città della Pieve, Todi, Chiusi, Assisi, Foligno e Borgo san
Sepolcro dovevano successivamente cadere sotto il dominio de' Perugini,
come Prato, Pistoja, Volterra, san Miniato e Colle erano cadute in
potere dei Fiorentini[448]. Per dare esecuzione a questi progetti
d'ingrandimento i Perugini attaccarono all'impensata il signore di
Cortona in dicembre del 1357, sebbene fossero a lui legati con un
trattato di pace fatto sotto la garanzia della repubblica
fiorentina[449].

  [448] _Matteo Villani, l. VII, c. 55._

  [449] _Ivi, l. VIII, c. 14._

I Perugini prendendo le armi, cominciarono a lagnarsi pei primi, onde
giustificare la loro mala fede. A Firenze i loro ambasciatori pretesero,
che il signore di Cortona aveva tentato di sorprendere alcune loro
castella. I Fiorentini, senza farsi carico di questi mendicati pretesti,
intimarono alla repubblica, pel suo onore e per quello del partito
guelfo, di rinunciare ad una ingiusta guerra[450].

  [450] _Ivi, c. 17._

Gli assalitori tenevano in Cortona segrete intelligenze che non
riuscirono loro di verun vantaggio; e speravano che scoppiassero
congiure in quella città contro il tiranno, che non era amato: ma i
Cortonesi odiavano ancora più i Perugini che il loro signore, e si
difesero coraggiosamente[451]. In febbrajo del 1358, ricevettero un
soccorso di cento cinquanta cavalieri con pochi fanti da Siena, e questa
repubblica promise in pari tempo di mandar loro fra poco più
ragguardevoli sussidj.

  [451] _Matteo Villani, l. VIII, c. 22._

Bartolomeo di Casale, signore di Cortona, erasi posto sotto la
protezione della repubblica di Siena, ed aveva ottenuto dalla medesima
il diritto di cittadinanza[452]. Aveva presi i Sienesi per garanti del
trattato precedentemente conchiuso coi Perugini; ed i Sienesi di già
irritati dalla ribellione che i Perugini avevano contro di loro eccitata
a Montepulciano, ad altro più non pensarono che a difendere con tutte le
forze il loro alleato. Chiamarono al loro soldo Anichino Bongarten,
gentiluomo tedesco, che aveva formata una compagnia di mille duecento
avventurieri[453]; aggiunsero a questa truppa seicento corazzieri che
avevano precedentemente al loro servigio, e facendoli attraversare i
pantani delle Chiane, forzarono i Perugini a levar l'assedio di Cortona
per andare a difendere il proprio paese[454].

  [452] _Cron. Sanese di Neri di Donato, t. XV, p. 158._

  [453] _Matteo Villani, l. VIII, c. 27 e 28._

  [454] _Matteo Villani, l. VIII, c. 33 e 34. — Cron. Sanese, p. 159._

I Perugini dal canto loro adunarono un'armata di forze quasi uguali
sotto il comando di Smoduccio da san Severino. L'un popolo e l'altro
desiderava di non venire a battaglia, ed i due capitani avevano ordine
di cercare, se possibile fosse, gloria senza pericoli, minacciare e non
combattere. Volle l'accidente che le due armate si scontrassero il 10
aprile presso a Torrita, e che gli avamposti cominciassero una zuffa che
in breve si fece generale. I Sienesi furono battuti, ed il loro capitano
Anichino di Bongarten fatto prigioniere[455]. I Perugini entrarono ancor
essi nel territorio sienese, ed il 29 d'aprile si presentarono in faccia
alla capitale. Per altro perchè bramavano la pace si astennero dal
guastarne il territorio[456]. I Fiorentini vedevano con rincrescimento
le due repubbliche consumare le loro forze le une contro le altre, onde
offrirono la loro mediazione, e si sforzarono d'aprire qualche trattato;
ma i Sienesi che avevano opinione d'essere il più orgoglioso popolo
della Toscana, vollero, prima di negoziare, lavare la vergogna della
disfatta sofferta a Torrita. Questo ardente desiderio di vendetta fece
loro scordare gli interessi del proprio partito, quelli della libertà e
delle antiche loro alleanze; chiesero soccorsi ai Visconti di Milano,
nominarono capitano di guerra il prefetto di Vico, e per ultimo
offrirono danaro alla grande compagnia del conte Lando per tirarla in
Toscana, a condizione che accamperebbe un mese nel territorio perugino
per guastarlo affatto[457].

  [455] _Matteo Villani, l. VIII, c. 40, 41, 42. — Cron. Sanese, p.
  159._

  [456] _Matteo Villani, l. VIII, c. 48. — Cron. Sanese, p. 160._

  [457] _Matteo Villani, l. VIII, c. 62. — Cron. Sanese, p. 161._

La grande compagnia trovavasi allora in Toscana sui confini del
Bolognese, ed era, in assenza del conte Lando, che aveva fatto un
viaggio in Germania, comandata dal conte Broccardo e da Amerigo di
Cavalletto. Era numerosa di tre mila cinquecento cavalieri, e di molta
infanteria. Nel mese di luglio fece domandare il passaggio ai Fiorentini
per recarsi nel territorio di Perugia. Il raccolto non era ancora
terminato, e la repubblica non aveva forze da opporre a così formidabile
compagnia. Pure risolse di vietarle l'ingresso in Toscana: fece di
concerto coi conti Guidi ed Ubaldini fortificare i passaggi degli
Appennini; e nello stesso tempo spedì ambasciatori alla compagnia per
far valere un trattato col conte Lando, in forza del quale la compagnia
non doveva entrare in Toscana che passati due anni[458].

  [458] _Matteo Villani, l. VIII, c. 72._

Il conte Lando, che giugneva appunto allora dalla Germania, indusse gli
ambasciatori fiorentini ad indicare alla compagnia una strada intorno ai
confini toscani, onde attraversare le terre de' feudatarj, in mezzo agli
Appennini, senza discendere nel piano fiorentino[459]. I condottieri per
loro sicurezza in mezzo a queste montagne, ritennero come ostaggi gli
ambasciatori, i quali erano stati scelti tra i più potenti cittadini
della repubblica, e che avevano fatta questa convenzione
senz'autorizzazione della signoria[460].

  [459] Questa strada passava dalla val di Lamone a Marradi, poi tra
  Castiglione e Biforco, a Belforte, Dicomano, Vicorata e Bibbiena.

  [460] Questi ambasciatori erano Manno Donati, Giovanni Medici,
  Amerigo Cavalcanti, Simone Peruzzi e Filippo Machiavelli, antenato
  di quello che tanto illustrò questo nome. _Matteo Villani, l. VIII,
  c. 73. — Cherubino Ghirardacci Storia di Bologna, l. XXIII, t. II,
  p. 236._

Ma gli ostaggi non bastavano alla sicurezza della compagnia, se questa
attraversando le montagne provocava coi furti gli abitanti; ed i soldati
avventurieri erano talmente indisciplinati, che anche per l'interesse
loro non seppero astenersi dal rubare. Il 24 di luglio trovandosi
accampati tra Castiglione e Biforco, essi saccheggiarono questi due
villaggi, i di cui abitanti erano vassalli, i primi del conte Guido di
Battifolle, gli altri del conte Alberghettino degli Ubaldini. Questi
alpigiani, avvezzi ad affrontare i pericoli, si concertarono per
castigare i ladri che gli spogliavano. All'indomani la compagnia doveva
entrare in una stretta e chiusa valle, in fondo alla quale le acque d'un
torrente si precipitano tra i dirupi. Da questa valle, che giace in
mezzo alle più alte cime degli Appennini ed è lunga due miglia, si esce
per un angusto passaggio detto la Scalella, ove un angusto e tortuoso
sentiere sale verso una valle più alta attraversando praterie assai
ripide.

L'armata del conte Lando era divisa in tre corpi quando giunse a questo
passaggio. Gli ambasciatori fiorentini trovavansi coll'avanguardia
comandata da Amerigo di Cavalletto. Questi attraversò la Scalella senza
trovare ostacolo, e continuò la marcia. Il conte Lando, che comandava il
corpo di battaglia, quando giunse allo stesso luogo trovò la sommità
della Scalella occupata da ottanta contadini. Questo pugno di gente
fermò il primo squadrone, che voleva passare, facendo ritolare grosse
pietre sopra di lui. A questo segno si videro comparire sulla cima di
tutte le montagne contadini armati, che signoreggiando la cavalleria
rinserrata nell'angusta valle come in una prigione, la schiacciava sotto
gli enormi massi di pietre che facevano precipitar giù dalla cima del
monte. Invano il conte Lando mandò un corpo d'Ungari a piedi per mettere
in fuga i montanari; gli Ungari furono respinti da que' precipizj, che
non potevano sormontare, in fondo alla valle. Mentre ciò accadeva, il
conte Brocardo, che comandava la retroguardia, entrava in questo
periglioso ricinto; un gran masso staccato dall'alto del monte lo
strascinò col suo cavallo nel torrente ove perì. L'universale disordine,
lo spavento de' cavalli che s'impennavano in un'angusta strada, e
l'inutilità de' loro mezzi di difesa, avevano di già scoraggiati i
soldati, quando i contadini scesero da tutte le parti delle montagne, e
senza interamente perdere il vantaggio del terreno, cercarono con lunghe
picche o lance di spingere a basso ne' precipizj i soldati che
trovavansi al di sotto di loro. Dodici montanari fecero prigioniero il
conte Lando, di già ferito nella testa; ma, sedotti da una grossa
taglia, gli permisero in appresso di fuggire a Bologna. Trecento
cavalieri furono uccisi, e presi moltissimi, oltre mille cavalli da
guerra, trecento palafreni ed un ricco bottino. Gli altri soldati
gettarono fuggendo le loro armi e bagaglio, onde sottrarsi più presto al
pericolo[461].

  [461] _Matteo Villani, l. VIII, c. 74. — Cron. Sanese di Neri di
  Donato, p. 161. — Cronica di Bologna, t. XVIII, p. 448. — Cherubino
  Ghirardacci Storia di Bologna, l. XXIII, p. 237._

La sola vanguardia comandata da Amerigo di Cavaletto non aveva avuto
alcun sinistro, ed era giunta presso a Belforte quando le fu recata la
notizia della totale disfatta dell'armata che la seguiva. I soldati
sottratisi al ferro o alla prigione, erano dispersi e non potevano in
verun luogo fare resistenza, e questa terribile compagnia poteva essere
affatto distrutta. I furti che aveva commessi in Castiglione ed in
Biforco, annullavano le convenzioni con lei fatte; i conti Guidi ed i
loro vassalli erano impazienti di attaccarli, ed i Fiorentini tenevano
nelle montagne quasi dodici mila uomini sotto le armi. Amerigo, che
conosceva il pericolo della sua posizione, condusse la sua truppa a
Decomano e vi si fortificò, minacciando in pari tempo gli ambasciatori
fiorentini, che faceva gelosamente custodire, di farli morire se non
provvedevano alla sua sicurezza. La signoria diede bensì l'ordine
d'attaccare a Decomano il rimanente della compagnia, ma gli ambasciatori
per salvare la propria vita, lo contramandarono; fecero inoltre posare
le armi ai contadini, e consigliarono Amerigo a fare quarantadue miglia,
a traverso le montagne, in un sol giorno; per tal modo egli uscì dagli
Appennini pel passaggio dello Stalo, e fu condotto nel territorio
d'Imola. Colà fu raggiunto dagli altri della compagnia, caldi di
vendicarsi dei Fiorentini. Questi, con riprovevole indulgenza, non
punirono gli ambasciatori, che avevano di propria autorità rivocati gli
ordini della signoria, e che per salvare la loro vita avevano esposto
tutto lo stato[462].

  [462] _Matteo Villani, l. VIII, c. 75-79. — Marchione di Coppo
  Stefani Istor. Fiorent., l. IX, Rub. 677. Deliz. degli Erud., t.
  XIV, p. 20._

La compagnia accantonata in Romagna ricevette ben tosto un rinforzo di
due mila cavalli condotti da Anichino di Bongarten. Erano tutti i
corazzieri tedeschi, che di comune accordo, avevano in agosto
abbandonate le due armate de' Sienesi e de' Perugini per unirsi ai loro
compatriotti a far vendetta insieme sui fiorentini dell'affronto che la
milizia tedesca aveva ricevuto negli Appennini[463]; ma i Fiorentini
avevano con ogni diligenza fortificato tutti i passaggi delle montagne,
e provvedutili di milizie, di modo che la compagnia fu ritenuta in
Romagna tutto il rimanente dell'anno, senza poter mandare ad effetto le
sue minacce[464].

  [463] _Matteo Villani, l. VIII, c. 85 e 90. — Cron. Riminese, t. XV,
  p. 906._

  [464] _Matteo Villani, l. VIII, c. 99._

Frattanto i Fiorentini avevano approfittato della debolezza cui
trovavansi ridotti, dopo la partenza della loro cavalleria, i Sienesi ed
i Perugini, onde ridurre questi due popoli a fare la pace. La signoria
di Firenze essendo stata da loro riconosciuta per arbitra, dettò
l'ultimo giorno di ottobre le condizioni della pace in forma di
sentenza. Accordò per quattro anni ai Perugini il diritto di nominare un
podestà a Cortona; sospese per cinque anni il diritto di cui avevano
goduto i Sienesi di nominare il podestà di Montepulciano; e guarentì per
ogni altro riguardo l'indipendenza dei due più deboli comuni contro i
due più forti. Questa sentenza arbitramentale non fu ricevuta senza
riclami, ma venne osservata, e così fu ridonata la pace alla
Toscana[465].

  [465] _Ivi, c. 102. — Cronaca Sanese di Neri di Donato, p. 162._
  Quest'ultima fu scritta da un rigattiere, e si trova mescolata di
  racconti favolosi e di voci popolari.

Ma a Firenze, siccome nell'antica Roma, le civili discordie succedevano
continuamente alle guerre straniere. Appena cessate le inquietudini
cagionate dall'avvicinamento della grande compagnia, e dalla guerra di
Cortona, le interne turbolenze cominciarono ad agitare lo stato.

Tutti i cittadini non nobili, potevano, secondo le leggi di Firenze,
giugnere indifferentemente alle pubbliche cariche. Non pertanto quanto
più una famiglia era antica e numerosa, più rendevasi difficile ai suoi
membri l'aver luogo nella signoria, perchè in virtù della legge del
_divieto_ due uomini dello stesso casato non potevano trovarsi insieme
tra i priori, tra i buoni uomini, o tra i gonfalonieri; e per tal
cagione quando un membro di una famiglia era in carica, egli escludeva
tutti i suoi agnati, e questi ultimi, se la sorte li chiamava ad un
impiego, perdevano la volta loro nell'estrazione della loro balla. Ora
le antiche famiglie erano prodigiosamente numerose; le nuove per lo
contrario non conoscevano nemmeno i loro parenti, e non portavano lo
stesso nome. I primi erano continuamente respinti dal _divieto_; i
secondi non lo erano mai: di modo che il governo andava poc'a poco a
concentrarsi nelle mani d'uomini nuovi, quasi tutti ignoranti ed
incapaci. Le antiche famiglie, che avevano fondata la libertà, e che
d'ogni tempo erano state fedeli al partito guelfo, lagnavansi, non senza
ragione, d'essere soppiantate da gente, che in gran parte erano forse
d'origine ghibellina.

Da principio i Ghibellini non meno de' Guelfi erano stati favorevoli
alla libertà: molte repubbliche si erano dichiarate a favore dei
Ghibellini, e molti tiranni si erano sollevati tra i Guelfi: ma dopo che
la famiglia Visconti ebbe acquistata in Italia una decisa superiorità,
si fece carico di favorire ad un tempo i Ghibellini e gli usurpatori, e
di confondere il suo proprio partito con quello dell'autorità
monarchica. Quando un Guelfo giugneva alla tirannide abbracciava il
partito ghibellino per avere il favore dei signori di Milano; e quando
una città ghibellina scuoteva il giogo del suo principe, spiegava lo
stendardo dei Guelfi per entrare nell'alleanza de' Fiorentini. Perciò
quando fu annunciato al popolo di Firenze che molti antichi Ghibellini
avevano preso parte all'amministrazione, tutti gli amici della libertà
ne rimasero costernati.

Eranvi a Firenze da quasi un secolo de' capi naturali e costituzionali
della parte guelfa: erano questi i consoli di cavalleria, o capitani di
parte, istituiti nel 1267 per amministrare i beni confiscati a
pregiudizio de' Ghibellini. Due di questi capitani erano nobili, altri
due plebei, ed ogni due mesi venivano rinnovati a sorte come i priori
della repubblica. Coloro ch'erano entrati in carica in gennajo del 1358,
erano uomini ambiziosi ed avidi, che seppero approfittare
dell'inquietudine inspirata da loro stessi, per farsi accordare la più
pericolosa autorità. Fecero sanzionare una legge, in forza della quale
qualunque Ghibellino che accettasse pubblico impiego dovesse essere dal
podestà condannato ad una pena arbitraria dalle 500 lire fino alla
perdita della vita. La denuncia doveva ritenersi come provata quando
fosse appoggiata a sei testimonj; il diritto di esaminare questi
testimonj, e di giudicare intorno alla loro credibilità veniva
esclusivamente attribuito ai capitani di parte ed ai consoli delle arti;
finalmente il cittadino una sola volta condannato ad un'ammenda,
s'intenderebbe per sempre escluso da ogni pubblico ufficio[466].

  [466] _Matteo Villani, l. VIII, c. 24._

Poco dopo la pubblicazione di tale legge, si sparse voce in Firenze che
i capitani di parte avevano fatta una lista di settanta cittadini che
volevano accusare. I primi che trassero in giudizio erano effettivamente
Ghibellini, ma tutta la città fu spaventata dalle forme tenute dal nuovo
tribunale nel fare il loro processo, siccome quelle che attentavano ai
diritti ed all'esistenza di tutti[467]. I Guelfi più zelanti
pretendevano di voler salvare con tanto rigore la minacciata libertà; ma
tutti gli altri cittadini chiedevano che si modificasse la legge. Dopo
calde dispute si convenne di mutare non la legge ma la magistratura di
parte guelfa, onde renderla più popolare. Furonvi introdotti due nuovi
cittadini, rendendo accessibili a tutti i nobili le due piazze per lo
innanzi riservate a due cavalieri, e quando i capitani di parte avessero
con due terzi dei suffragi dichiarato ghibellino un cittadino, era loro
ingiunto di ammonirlo a non accettare impiego sotto pena d'essere
accusato. In tal modo le persone sospette si allontanarono dalle cariche
senza assoggettarle ad una pena[468]; ma una classe di malcontenti,
detti gli ammoniti, venne in alcun modo esclusa dai diritti di
cittadinanza. E per tal guisa, mentre la costituzione aveva cercato di
rendere tutti i cittadini uguali, le due opposte parti cercavano
vicendevolmente di privarsi de' loro diritti, impiegando il _divieto_
contro le antiche famiglie, e l'_ammonizione_ contro le nuove[469].

  [467] _Matteo Villani, c. 31._

  [468] _Istoria Fior. di Marchione di Coppo Stefani L. IX, Rub. 674,
  t. XIV, p. 19. Deliz. degli Erud._

  [469] _Matteo Villani, l. VIII, c. 32._

Questo stesso anno 1358 venne contraddistinto da molti trattati di pace
conchiusi quasi nello stesso tempo in tutta l'Europa. L'Inghilterra fece
la pace colla Scozia, ed il re Davide Bruce uscì di prigione; il re
Giovanni di Francia, prigioniere a Londra, conchiuse pure, con Edoardo
III d'Inghilterra, un trattato che poi non fu accettato dal suo regno;
Pietro il crudele di Castiglia, fece la pace con Pietro il ceremonioso
d'Arragona; la repubblica di Venezia col re d'Ungheria; i Visconti colla
lega de' signori della Venezia; il re di Napoli con suo cugino il duca
di Durazzo, che gli si era ribellato; finalmente i Perugini coi Sienesi.
Le controversie tra Pisa e Firenze non avevano prodotte aperte ostilità,
ma i Fiorentini avevano armate quattordici galere provenzali o
napolitane colla loro bandiera, e sebbene senza porto e senza marina
facevano rispettare la libertà dei mari[470]. I Pisani avevano lasciato
d'inquietare il loro commercio, riconosciuta la franchigia del porto di
Telamone, e permesso ai loro mercanti di portarvi le proprie merci, e di
comperarvi quelle che loro abbisognavano[471].

  [470] _Matteo Villani, l. VIII, c. 37._

  [471] _Ivi, c. 63._

La sola Romagna non venne compresa in questa quasi universale pace
dell'Europa; e la chiesa teneva dietro con calore in questa provincia al
suo progetto di spogliare tutti i tiranni dell'usurpato potere,
riducendo le città dello stato ecclesiastico nella sua dipendenza. Il 10
ottobre del 1356 Giovanni Manfredi, signore di Faenza, erasi sottomesso
al legato Egidio Albornoz; gli aveva aperte le porte della sua capitale
e di tutte le fortezze, ritirandosi egli a Bagnacavallo, il solo di
tanti suoi feudi che la chiesa gli lasciava[472]; Francesco degli
Ordelaffi, signore o capitano di Forlì, era rimasto solo contro tutte le
forze del legato, altra risorsa non avendo che il suo coraggio, quello
di sua consorte, e l'interessata amicizia dei capi della grande
compagnia.

  [472] _Matteo Villani, l. VII, c. 34. — Cron. Riminese t. XV, p.
  904._

Gli abitanti di Forlì, circondati da nemici così potenti, presentaronsi
a Francesco degli Ordelaffi. «Noi abbiamo sempre per la tua casa, gli
dissero, lo stesso amore, di cui abbiamo dato prove in altre
circostanze. Quando i tuoi antenati trovaronsi al par di te esposti alle
umane vicende e furono esiliati dalla loro patria, gli abbiamo ajutati
colle nostre ricchezze e col nostro sangue per farli rientrare in casa
loro e restituir loro la sovranità. Noi siamo disposti a fare lo stesso
per te, tostocchè ci si presenterà favorevole occasione; ma ora ti
preghiamo di considerare che, rimasto solo contro il legato della
chiesa, non puoi sperare di sostenerti lungo tempo, onde al presente
sagrificheremmo inutilmente per salvarti i nostri beni e le nostre
persone.» L'Ordelaffi, udite queste parole, si avanzò verso di loro e
disse: «Voglio che voi apertamente conosciate le mie intenzioni. Io non
tratterò colla Chiesa che a condizione di conservare Forlì, Cesena e
tutte le altre terre da me possedute. Sì, ho stabilito di conservarle e
difenderle fino alla morte. Sosterrò da prima un assedio in
Forlimpopoli, in Cesena, in tutti i miei castelli; quando gli avrò tutti
perduti difenderò le mura di Forlì, poi le sue strade, le piazze, il mio
palazzo e l'ultima torre del mio palazzo, piuttosto che acconsentire a
nulla cedere di quanto mi appartiene»[473].

  [473] _Matteo Villani, l. VII, c. 38._

Ordelaffi affidò la difesa di Cesena a sua moglie Cia, ossia Marzia
degli Ubaldini, figliuola di Vanni, signore di Susinana[474]. Delle
poche truppe che aveva al suo soldo parte ritenne per sè, parte diede
alla consorte, cui assegnò per consigliere un uomo, creduto fedele,
Sgarino di Pietra Gudula, ordinandogli di difendersi fino all'ultima
estremità. Marzia si chiuse in Cesena in principio del 1357 con sua
figlia di già nubile, un figlio e due nipoti ancora fanciulli, le due
figlie di Gentile da Mogliano già signore di Fermo, e cinque damigelle.
Avea per difendersi duecento cavalieri ed altrettanti pedoni, e ben
tosto fu attaccata da un'armata dieci volte più numerosa della sua.
Cesena è divisa in due parti, la città superiore, detta la _Murata_, è
cinta di mura, e la città bassa ancora a quest'epoca era appena
suscettibile di difesa. In sul finire d'aprile gli abitanti aprirono
quest'ultima ai nemici; ma Marzia ritirossi nella città alta con tutti
quelli che non mancavano di coraggio[475]. Ben tosto scoprì che il suo
unico consigliere, il confidente di suo marito, manteneva colpevoli
intelligenze coi nemici, e gli fece troncar il capo sulle mura. D'allora
in poi supplì ella sola a tutte le incumbenze di governatore e di
capitano; più non depose la corazza, ed i nemici la videro sempre alla
testa de' soldati[476].

  [474] _Cronica di Bologna, p. 445._

  [475] _Matteo Villani, l. VII, c. 58 e 59. — Annales Caesenat. t.
  XIV, p. 1184._

  [476] _Matteo Villani, l. VII, c. 64._

Ma il colle su cui è posta la murata non è di solida pietra, onde i
minatori nemici avanzarono le gallerie fin sotto alle mura, e malgrado
la resistenza di Marzia le fecero crollare e vi aprirono larghe brecce.
Marzia si presentò per la prima dietro queste aperture, ne difese lungo
tempo il passaggio, e fece piantare alcune palafitte invece delle
abbattute mura; ma all'ultimo, costretta di cedere al numero, si ritirò
nella cittadella con quattrocento uomini tra soldati e cittadini,
disposti ad ubbidirle fino alla morte[477].

  [477] _Matteo Villani, l. VII, c. 68._

Gli assedianti avevano fabbricate otto macchine destinate a lanciar
pietre, le quali, accostate alla cittadella, facevano piovere una
grandine d'enormi pietre sulle sue torri. Nello stesso tempo i minatori
avevano ricominciato i loro lavori in quel terreno facile a scavare, e
di già avevano innoltrate le gallerie fin sotto le mura. Marzia lo
sapeva, non poteva sperare soccorso da veruna banda, nè aveva notizie
dello sposo assediato in Forlì. Trovavasi in così disperato stato
ridotta, quando vide giugnere Vanni di Susinana suo padre, cui il legato
aveva permesso di entrare nella rocca, onde persuadere la figliuola ad
evitare l'estreme calamità. «Mia cara figlia, gli disse Vanni, tu sai
che l'onor tuo non mi sta meno a cuore che la tua vita; ho fin qui
applaudita la tua generosa difesa, e non ho cercato di allontanarti dai
pericoli. Ma è posto un termine all'umano valore; nè l'onore nè il
dovere obbligano ad una vana resistenza quando manca ogni speranza. Tu
puoi prestar fede alla mia militare esperienza; ho vedute le opere degli
assedianti, ho veduto l'abisso su cui pendi sospesa; tutto è perduto.
Giunto è l'istante d'arrenderti, e di accettare le onorate condizioni
che il legato m'incarica di offrirti.»

«Mio padre, rispose Marzia, quando voi mi consegnaste al mio signore, mi
avete principalmente ordinato di essergli ubbidiente; questo ho io fatto
fino al presente, e questo farò ancora fino alla morte. Egli mi ha
confidata questa fortezza, e mi commise di non abbandonarla, o di
disporne in qualsiasi modo senza suo ordine. Tale è il mio dovere; non
mi atterriscono nè i pericoli, nè la morte; io ubbidisco e non decido.»
Suo padre si ritirò senz'aver potuto smuoverla dal suo proponimento, ed
ella prese nuove misure per difendersi[478].

  [478] _Matteo Villani, l. VII, c. 69._

Ma ben tosto i pericoli preveduti da Vanni di Susinana si realizzarono;
i minatori fecero crollare una delle due torri laterali con un gran
pezzo di muraglia; le loro gallerie giugnevano fin sotto alla principale
torre, e quest'estremo avanzo della rocca avrebbe entro pochi giorni
seppelliti sotto le sue mine tutti i suoi difensori. Allora i soldati di
Marzia le dichiararono di essere disposti ad arrendersi. Le dissero
d'averle date bastanti prove della loro fedeltà e del loro coraggio; che
oramai sarebbero insensati se si facessero schiacciare sotto le ruine
d'una muraglia, che più non potevano difendere. Marzia, costretta di
cedere, prese a trattare direttamente col legato, ed ottenne che i
soldati che l'avevano così valorosamente servita, potessero andarsene
liberi coi loro effetti: per sè non chiese patti, ed il 21 giugno del
1357, aprì le porte della sua fortezza. Il legato le assegnò per
prigione una galera nel porto di Ancona, e vi fu condotta col figlio,
colla figlia, coi due nipoti, le due figlie di Gentile da Mogliano, e le
sue cinque damigelle[479].

  [479] _Cron. Rimin. t. XV, p. 905. — Matteo Villani, l. VII, c. 77.
  — Ann. Cæsen., t. XIV, p. 1185._

Il passaggio della grande compagnia, che a quest'epoca attraversava la
Romagna retrocedendo dalla Lombardia, fece un diversivo a favore di
Francesco degli Ordelaffi[480]. Pure non avrebbe potuto preservarlo
dalla sua ruina, se in pari tempo, cedendo ad un intrigo, la corte
d'Avignone non richiamava il cardinale Albornoz. Gli fu dato per
successore nella legazione di Romagna certo abate di Clugnì, uomo senza
vigore di carattere e senza talenti. Questo nuovo legato provò ben
presto che le virtù d'un monaco non possono supplire a quelle di un
generale e di un uomo di stato, ed in sul finire della campagna del 1357
fu costretto e levare l'assedio di Forlì. Vero è che lo ricominciò in
aprile del 1358, ma ancor questa volta poco felicemente[481]. Ordelaffi,
che conosceva di nome tutti i suoi concittadini e soldati, che loro di
propria mano distribuiva le ricompense e le insegne d'onore[482],
trovava nel loro attaccamento inaspettate forze. Egli si difese in Forlì
tutta la state, e quando la sua situazione cominciava ad essere
pericolosa, fu di nuovo liberato dalla grande compagnia che retrocedeva
dalla sgraziata sua spedizione degli Appennini[483].

  [480] _Matteo Villani, l. VII, c. 75, e 80._

  [481] _Ivi, l. VIII, c. 49._

  [482] _Matteo Villani, l. VIII, c. 52._

  [483] _Ivi, c. 83 e 84. — Cron. d'Orvieto, t. XV, p. 685._

Peraltro la grande compagnia non poteva lungo tempo tenersi nello stato
di Forlì di già ruinato da una lunga guerra. Il conte Lando, poichè fu
guarito delle sue ferite a Bologna, ove il signore Giovanni di Oleggio
gli aveva date non equivoche prove di affetto, tornò a prendere il
comando della sua armata. Egli la condusse nelle terre dei vassalli
della Chiesa, che successivamente abbandonò al sacco passando a Faenza,
Rimini, Pesaro, Fano e Montefeltro[484]. Il legato non erasi preparato a
resistergli, onde la grande compagnia soffrì meno dal ferro nemico che
dall'inclemenza della stagione. L'inverno, che cominciava, fu uno de'
più aspri che si fossero fin allora provati in Italia; le nevi si
elevarono ad un'altezza straordinaria; e quando dai tetti si gettarono
nelle strade, alcuna città ne rimase ingombra in maniera da chiudere per
alcuni giorni gli abitanti nelle loro case[485]. In così lungo inverno
mancarono affatto i foraggi, e la grande compagnia perdette la metà de'
suoi cavalli.

  [484] _Matteo Villani, l. IX, c. 4. — Cron. Riminese, p. 907._

  [485] _Chron. Mutin. Joh. de Bazano, t. XV, p. 630._ In Bologna le
  nevi si alzarono 18 piedi, ed a Modena ancora di più.

Frattanto la corte di Avignone erasi avveduta dell'incapacità del suo
nuovo legato, onde ritornò al cardinale Albornoz la mal tolta autorità.
Albornoz giunse in Italia nel dicembre del 1358, e domandò soccorso alla
repubblica fiorentina, che sapeva non meno di lui nemica della grande
compagnia. Di già quando aveva precedentemente fatta predicare la
crociata contro questa banda di masnadieri, aveva tirati più di
centomila fiorini dai cittadini della repubblica[486]. I suoi
predicatori ricevevano danaro da chiunque voleva darne, fossero ancora
donne, poveri, o fanciulli; nè solo ricevevano danaro per la guerra
sacra, ma ancora arredi, mobili, derrate, tutto insomma, tutto quanto
era loro portato[487]. Albornoz quando tornò in Italia ebbe da
Firenze settecento cavalli, che aggiunse alla sua armata. Egli non
se ne valse per combattere, ma per dare maggior peso ai trattati
che aveva intavolati col conte Lando; imperciocchè negoziava con
quest'avventuriere per liberarsene a peso d'oro; e senz'esserne
autorizzato dalla repubblica fiorentina, segnò con lui in febbrajo del
1359 un trattato, in forza del quale la grande compagnia si obbligava
pel corso di quattr'anni a non attaccare nè la Chiesa, nè i Fiorentini;
e ciò contro il pagamento di quarantacinque mila fiorini, che gli
sarebbero dati dal legato, ed ottanta mila dalla repubblica[488].

  [486] _Matteo Villani, l. IX, c. 7._

  [487] _Matteo Villani, l. IX, c. 14._

  [488] _Ivi, c. 6._

Quando questa convenzione venne comunicata ai Fiorentini, eccitò in loro
la più violenta indignazione. Essi avevano replicatamente dichiarato al
cardinale di voler abolire il vergognoso tributo che l'Italia pagava a
questi soldati mercenarj. I tiranni, alleati naturali dei soldati,
favorivano la loro licenza ed i loro eccessi; onde spettava alle
repubbliche lo spezzare quest'odioso giogo, ed i Fiorentini avevano
giurato di farlo. Il legato non aveva potuto credere che si ridurrebbero
ad accettare una convenzione tanto contraria alle loro intenzioni; egli
erasi dunque approfittato delle loro offerte e de' loro soccorsi per
atterrire la compagnia e liberarsene a miglior patto. Dopo la sua prima
entrata in Italia, egli aveva sempre avuti nella sua armata quattro in
cinquecento cavalieri, e sette in ottocento arcieri che la repubblica
gli aveva somministrati per fare la guerra ai tiranni della Romagna; ed
egli in compenso abbandonava così fedele alleata ai nemici che aveva
contro di lei irritati[489]. Infatti i Fiorentini dichiararono che non
sarebbero mai per approvare il trattato segnato in loro nome; onde
Albornoz il 21 marzo conchiuse un trattato separato colla compagnia, e
le promise cinquanta mila fiorini per farla uscire dalle terre della
Chiesa[490].

  [489] _Matteo Villani, l. IX, c. 7._

  [490] _Cronica anonima d'Orvieto, t. XV, p. 685; — Cronaca Riminese,
  t. XV, p. 907._

La repubblica fiorentina, rimasta sola in guerra colla grande compagnia,
diede il comando delle sue truppe a Pandolfo Malatesta, uno de' signori
di Rimini. Ella aveva inallora al suo soldo due mila cavalieri,
cinquecento Ungari e duemila cinquecento arcieri armati di corazza. Ma
ben tosto le giunsero i soccorsi dei signori di Lombardia, che
oltraggiati ed a vicenda venduti dalla compagnia, desideravano tutti di
vendicarsi. Barnabò Visconti mandò mille corazzieri e mille pedoni;
Francesco di Carrara, signore di Padova, le spedì duecento cavalli,
trecento il marchese d'Este, e si videro allora con maraviglia i tiranni
assistere una repubblica, che più d'ogni altra erasi mostrata nemica de'
tiranni, mentre i comuni liberi, che i Fiorentini avevano costantemente
soccorsi, abbracciarono tutti per debolezza o per invidia il partito che
poteva più d'ogni altro riuscire dannoso ai loro antichi alleati.
Perugia trattò colla compagnia per cinque anni, promettendole un
sussidio annuo di quattromila fiorini, il libero passaggio pel suo
territorio, e viveri contro pagamento[491]. Siena e Pisa s'accordarono
facilmente cogli avventurieri a condizioni press'a poco uguali.

  [491] _Matteo Villani, l. IX, c. 20._

Il conte Corrado Lando, avendo nei primi giorni di maggio del 1359
ricevuto il danaro che il legato gli aveva promesso, passò colla sua
compagnia dalla Romagna nello stato di Perugia. Attraversò Città di
Castello e Borgo San Sepolcro, dipendenti da questa repubblica; e non
potè contenere i suoi soldati dal saccheggio in un paese che aveva
promesso di trattare come amico. Tutt'i soldati licenziati dal legato e
da diversi comuni di Toscana avevano raggiunta la compagnia, ond'essa
contava in allora sotto le sue insegne cinque mila cavalieri, mille
Ungari, due mila masnadieri e più di dodici mila servitori, vivandieri e
simile altra gente di perduti costumi. I Perugini trattando colla
compagnia le avevano aperti i passaggi degli Appennini, onde per
giugnere a Firenze non le restava omai più a superare alcuna
fortificazione della natura. Il conte Lando suppose che la signoria,
atterrita dalla presente sua situazione, gli accorderebbe vantaggiose
condizioni, e le offrì di entrare in trattati. Molti gentiluomini che si
dicevano amici della repubblica, molti contestabili della compagnia, che
altra volta avevano serviti i Fiorentini, presentaronsi quali mediatori,
ma la signoria rifiutò di trattare. Giunsero per ultimo a Firenze alcuni
ambasciatori del marchese di Monferrato incaricati di prendere la
compagnia al soldo del loro padrone, e soltanto chiedevano che la
repubblica le accordasse il passaggio attraverso al suo territorio.
Lungi dal chiedere qualche contribuzione per la compagnia come non
eransi fin allora rifiutati di pagare i più potenti sovrani, offrivano
dodici mila fiorini in compenso dei guasti che potrebbe fare. I
gentiluomini ed i proprietarj delle terre, che temevano pei loro beni,
insistevano perchè si accettassero tali condizioni: ma veruna nazione
aveva mai posseduto in così alto grado come i Fiorentini il coraggio
delle risoluzioni, il coraggio civile, di lunga mano superiore al
coraggio militare. Tutti i cittadini si accordarono in riporre l'onore e
la libertà della repubblica al disopra de' personali motivi di pericolo
o di ruina; l'arroganza delle compagnie avventuriere era un giogo
ch'essi più non volevano sopportare; e volevano anzi ch'esse finalmente
provassero quale resistenza erano capaci di opporre, onde dichiararono
essi che a veruna condizione non permetterebbero alla compagnia
d'entrare nel loro territorio[492].

  [492] _Matteo Villani, l. IX, c. 26._

Frattanto l'Italia tutta era partecipe dello sdegno de' Fiorentini
contro questa associazione formata per assassinare, la quale da tredici
anni rubacchiava le province, tradiva i sovrani e copriva di vergogna la
milizia italiana. Questo sentimento fece accorrere in ajuto de'
Fiorentini un gran numero di valorosi che cercavano opportunità di
combattere contro i Tedeschi. Il conte di Nola di casa Orsini, condusse
a Firenze trecento corazzieri mandati dal re di Napoli, e ben tosto gli
tennero dietro dodici cavalieri napoletani, che avevano a loro spese
formata una compagnia di cinquanta uomini[493].

  [493] _Ivi, c. 27._

Dopo essersi trattenuta alcun tempo a Bettona ed a Todi, la grande
compagnia scese nel territorio di Siena, ed il 25 di giugno si avanzò
fino a Buonconvento e Bagno a Vignone. Il 29 giugno i Fiorentini
trassero la loro armata in campagna, e le si diede lo stendardo con
grande ceremonia. Il capitan generale, Pandolfo Malatesti, avendo
ricevuto lo stendardo reale dalle mani del gonfaloniere di giustizia, lo
passò a Nicola de' Tolomei da Siena, che in allora trovavasi ai servigi
della repubblica; confidò l'insegna de' _figliuoli perduti_ ad un
tedesco, detto Rolando, che da lungo tempo era al soldo de' Fiorentini,
mostrando in tal modo, che facendo guerra agli avventurieri tedeschi, la
repubblica non lasciava di continuare a por fede in coloro che le si
erano mantenuti fedeli. L'armata contava quattromila cavalieri ed
altrettanti pedoni, tutta gente scelta e comandata da buoni ufficiali.
Pandolfo, munito di pieni poteri, partì senza che gli fossero dati nè
consiglieri, nè sopravveglianti, ed andò ad accamparsi sulla Pesa per
far testa ai nemici[494].

  [494] _Matteo Villani, l. IX, c. 28._

La compagnia che, sempre minacciando i Fiorentini, tenevasi
rispettosamente lontana dal loro territorio, passò dietro Siena ed entrò
per le Maremme nello stato di Pisa. L'armata fiorentina mutò allora
posizione, e venne ad accamparsi a Montopoli. In appresso la compagnia
s'avanzò fino a Pontadera sull'estremo confine pisano, e l'armata
fiorentina andandole incontro, trovaronsi due sole miglia distanti l'una
dall'altra. Ma i Fiorentini, ch'erano in pace coi Pisani, non volevano
violarne il territorio; ed il conte Lando, sebbene il terreno non
presentasse maggior vantaggio all'una o all'altra parte, non osò
attaccare l'armata di Pandolfo. Dopo essersi tenuto cinque giorni in
presenza di que' nemici, che aveva sì lungo tempo minacciati, il 10
luglio trasportò il suo quartiere a san Pietro in Campo nello stato di
Lucca, girando in tal modo intorno alle frontiere fiorentine senza porvi
mai piede. Pandolfo all'indomani prese posto alla Pieve a Nievole, nella
stessa campagna, ma sul territorio fiorentino. Il paese che divideva le
due armate era aperto e proprio a dar battaglia[495].

  [495] _Matteo Villani, l. IX, c. 29._

Il 12 luglio si videro giugnere al campo fiorentino alcuni trombetti del
conte Lando, che portavano sopra rami di spine un guanto stracciato e
sanguinoso. Uno di loro consegnò al generale una lettera colla quale il
capitano della compagnia invitava quello che avrebbe cuore di combattere
a togliere dal ramo spinoso il guanto tinto di sangue, che i tedeschi
mandavano al fiorentini. Pandolfo in presenza di tutta l'armata levò il
guanto ridendo, e dichiarò di essere pronto a difendere sul campo di
battaglia il nome, la giustizia e l'onore della repubblica fiorentina.
Fece bevere i trombetti e loro diede del danaro, poi li fece
accompagnare colle trombe fino ai confini. Mentre si stava in attenzione
della battaglia, Biordo e Farinata degli Ubertini, ch'erano esiliati
come ribelli, giunsero al campo fiorentino con trenta cavalieri e
chiesero che si facesse loro l'onore di riceverli tra i difensori della
repubblica. Furono accolti con riconoscenza, e Biordo essendo morto non
molto dopo, fu pomposamente seppellito a Firenze a spese dello stato.

Il 16 luglio Corrado Lando si mosse alla fine mostrando di volere
attaccare l'armata fiorentina; e Pandolfo, avutone avviso, si avanzò dal
canto suo per iscontrarlo. Ma quando Lando giunse ad un rialto
circondato da torrenti e da rive scoscese, in allora chiamato _campo
alle mosche_, fece alto, ed invece d'attaccare coloro che aveva sfidati,
vi si fortificò con fosse e palafitte.

Allora i Fiorentini s'avvicinarono fino a minore distanza d'un miglio
dai nemici; ma essi volevano tirarli nel piano non assalirli ne' loro
trincieramenti; onde fecero avanzar alcune truppe leggiere per
scaramucciare fino ai piedi delle palafitte. D'altra parte la compagnia
trovavasi sul territorio pisano già da più di venti giorni oltre il
tempo convenuto, e cominciava a sentire mancanza di vittovaglie. Il
conte Lando sapeva che i Fiorentini spedivano infanteria sulle montagne
per tagliargli la ritirata; onde risolse subitamente di bruciare il suo
campo il 23 luglio avanti giorno, e di ritirarsi a precipizio sul _Colle
alle donne_ posto nel territorio di Lucca, abbandonando vergognosamente
il cominciato attacco, e lasciando ai Fiorentini tutta la gloria della
campagna.

Fu con una più sanguinosa prova del loro valore che gli svizzeri, un
secolo più tardi, rispinsero una compagnia della stessa natura, e che
alla battaglia di san Giacomo, in riva alla Birs insegnarono agli
Armagnacchi a rispettare i confini di un popolo libero[496]. Ma sebbene
i Fiorentini in quest'occasione dessero piuttosto prova di fermezza che
di valor militare, il coraggio con cui fecero testa alla compagnia,
tenne luogo per loro d'una vittoria; perciocchè abbattè per sempre
l'orgoglio de' mercenarj, mise un termine alle loro ribalderie, e liberò
la repubblica da un vergognoso tributo ch'essa era stata forzata a pagar
loro. Gli altri stati d'Italia impararono altresì in quest'occasione,
che la sicurezza si trova meglio nella resistenza che nella sommissione;
perchè gli assassini che non combattono che per la preda, inseguono
coloro che fuggono, e s'allontanano da quelli che si apparecchiano alle
difese[497]. La compagnia scoraggiata e coperta di vergogna si disperse
in gran parte dopo la fuga dal campo alle mosche. Il rimanente, sotto la
condotta del conte Lando e di Anichino Bongarten, passò al servigio del
marchese di Monferrato[498].

  [496] Il 26 agosto 1444. Vedasi il maraviglioso racconto di questa
  battaglia in _Muller. Geschichte der Schweiz IV, Buch. I, cap. t.
  IV, p. 78_.

  [497] _Matteo Villani, l. IX, c. 31._

  [498] _Ivi, c. 42. — Chron. Placent. t. XVI, p. 504._

Pandolfo Malatesti fu ricevuto a Firenze in trionfo allorchè v'andò a
deporre il bastone del comando; egli tornò in appresso a Rimini colmo
de' presenti della signoria. Per altro i Fiorentini non risguardarono la
guerra come affatto terminata per la fuga della compagnia. Quando
seppero ch'erasi posta al soldo del marchese di Monferrato, e che
ostilmente entrava nel territorio di Barnabò Visconti, spedirono a
questi mille cavalieri sotto la loro bandiera per ajutarlo a difendersi
contro questa truppa di assassini, di cui ad ogni costo volevano purgare
l'Italia[499]. Vero è che non hanno potuto combatterli lungo tempo,
imperciocchè il conte Lando, non ismentendo la sua ordinaria infedele
condotta, abbandonò il marchese di Monferrato, cui erasi obbligato di
servire, ed in ottobre passò con mille cinquecento corazzieri nello
stesso campo di Barnabò Visconti, ove militavano i Fiorentini[500]. Poco
dopo traviò ancora il resto della compagnia, che sotto gli ordini
d'Anichino Bongarten era rimasta ai servigi del marchese. Questa doppia
diserzione rendendo preponderante la potenza de' Visconti produsse la
sommissione di Pavia, come abbiamo già osservato, e l'ingresso in Italia
degl'Inglesi, come ausiliarj del marchese di Monferrato, de' quali
parleremo nel susseguente capitolo.

  [499] _Matteo Villani, l. IX, c. 45._

  [500] _Ivi, c. 54._

Dopo che la compagnia ebbe abbandonata la Romagna, Francesco degli
Ordelaffi continuò per due altri mesi a difendersi in Forlì contro il
legato. Ma quando perdette la speranza de' soccorsi della compagnia,
fece col mezzo del signore di Bologna tasteggiare Albornoz, ed essendo
stato assicurato che verrebbe generosamente trattato, si arrese il 4
luglio del 1359 senza capitolare. Si presentò da penitente in un
parlamento che il legato aveva adunato a Faenza; confessò tutti i suoi
torti verso la chiesa romana, e si sottomise ad espiarli colle cerimonie
che gli furono prescritte, visitando certe chiese di Faenza in un
determinato numero di giorni, ed egli continuò questa penitenza fino al
17 luglio. In tale giorno il cardinale Albornoz gli rese la comunione ad
Imola, ed in pari tempo annullò tutte le sentenze contro di lui
pronunciate dai tribunali ecclesiastici. Sua moglie Marzia, i suoi figli
ed i prigionieri fatti a Cesena, furono posti in libertà, e furono a
Francesco accordate per dieci anni le signorie di Forlimpopoli e di
Castrocaro[501]. Così terminò la guerra della Romagna, e tutta questa
provincia rientrò nell'ubbidienza della chiesa romana[502].

  [501] Francesco degli Ordelaffi, volendo in appresso ricuperare la
  sovranità, perdette ancora queste due signorie. Morì a Venezia nel
  1374 in estrema povertà, lasciando quattro figli ed un nipote.
  _Cron. Rimin. t. XV, p. 908._

  [502] _Matteo Villani, l. IX, c. 36. — Cron. d'Orvieto, p. 685._



CAPITOLO XLVI.

      _Bologna sottomessa alla Chiesa; guerra dei Visconti col papa. —
      Conquiste delle repubbliche sopra la nobiltà immediata. —
      Congiure a Firenze, a Pisa, a Bologna ed a Perugia._

1359 = 1361.


In tutto il tredicesimo secolo e ne' primi anni del quattordicesimo, la
città di Bologna contavasi tra le più potenti repubbliche d'Italia. La
sua ricchezza, il commercio, la numerosa popolazione ed il fiorente
stato della sua università, la facevano rispettare dai suoi vicini, e
temere dai suoi nemici. Ma quando nel 1337 Bologna venne in potere della
casa de' Pepoli, cadde in uno stato di languore, di debolezza, di
miseria, che andò sempre peggiorando nelle susseguenti rivoluzioni. Il
dominio de' Visconti era stato più oppressivo di quello de' Pepoli, e la
tirannide di Giovanni d'Oleggio ancora più pesante che quella de'
Visconti. Eppure Oleggio aveva fama di essere uno de' più accorti
politici del suo secolo, ed era risguardato qual uomo che in sè riuniva
tutte le qualità proprie a far prosperare un tiranno. Erasi egli
proposto di farsi temere dai cittadini ed amare dai soldati, ed aveva
perciò sagrificati i primi agli ultimi, i deboli ai potenti. La sua
vigilanza non era mai stata sorpresa, sebbene dovesse guardarsi dai
Visconti, i più perfidi signori d'Italia, i quali profondevano il danaro
per comperar traditori, facendo contro di lui nascere cospirazioni ad
ogni istante. Ma Oleggio aveva sventate tutte le loro trame, e mentre
aveva puniti coi più atroci supplicj i Bolognesi, suoi sudditi, aveva
talvolta perdonato ai soldati complici delle medesime congiure con una
generosità cavalleresca. Così mostrossi clemente verso uno dei figliuoli
di Castruccio che l'aveva tradito, e questa affettata clemenza gli aveva
guadagnato l'amore de' suoi soldati. Rispetto al popolo, poco temeva il
suo odio; egli tenevalo disarmato, e confortavasi delle sue maledizioni,
poichè lo vedeva ubbidiente.

Con non minore destrezza aveva l'Oleggio diretta la sua esterna
politica. Quando la cura della sua difesa, rinforzata dall'ambizione, lo
aveva consigliato ad usurpare la signoria di Bologna, egli era entrato
nella lega de' principi lombardi contro i Visconti, di cui aveva in
allora scosso il giogo; aveva presa una parte attiva nella guerra, e col
suo zelo pei comuni interessi erasi meritata la stima degli alleati.
Nella pace del 1358, fatta tra la lega ed i signori di Milano, Oleggio
era stato riconosciuto da questi quale sovrano indipendente, onde aveva
cercato di ravvicinarsi ad una famiglia cui apparteneva. Nè solo aveva
fedelmente osservati i trattati coi Visconti, ma loro aveva recentemente
spediti sei cento corazzieri, di cui si valsero utilmente contro il
marchese di Monferrato. D'altra parte aveva l'Oleggio assecondato il
legato Egidio Albornoz nella sua spedizione di Romagna, gli aveva
somministrati soldati, ed in appresso erasi fatto mediatore del suo
trattato coi signori di Faenza e di Forlì. Per ultimo egli aveva resi i
più importanti servigi al conte Lando, che, come capo della grande
compagnia, non era al certo il più debole de' suoi alleati. Aveva, dopo
la rotta di Scalella, strappato questo capitano dalle mani degli
Alpigiani, l'aveva fatto guarire dalle sue ferite ed ajutato ad adunare
di nuovo la sua truppa. Oleggio era in pace, era alleato con tutti i
suoi vicini; ma veruna fede, veruna promessa, veruna riconoscenza lega i
tiranni; e quando il signore di Bologna fu improvvisamente attaccato,
niuno di coloro ch'egli si era obbligato co' suoi beneficj, si mosse per
soccorrerlo.

I Visconti erano riusciti in ottobre a sedurre il conte Lando, e poco
dopo Anichino Bongarten, i quali con tutta la compagnia di ventura
abbandonarono le insegne del marchese di Monferrato per prendere
servigio sotto i signori di Milano. Quasi tutta l'armata del nemico era
passata nel loro campo, dove, oltre le proprie truppe, trovavansi mille
corazzieri mandati in loro ajuto dai Fiorentini e seicento dal signore
di Bologna. Essi non avevano più nulla a temere dai loro nemici, e
questo sembrò loro il più propizio istante di schiacciare un alleato con
un atto di perfidia. Ridussero i sei cento cavalieri, mandati
dall'Oleggio, ad abbandonare il proprio padrone, ed a prestar loro
giuramento di fedeltà. Questa diserzione, che in pari tempo indeboliva
il signore di Bologna, e rendeva essi medesimi più forti, fu comperata a
prezzo d'oro. Tosto che l'ebbero ottenuta, dichiararono la guerra a
Giovanni d'Oleggio, ed in dicembre fecero invadere il suo territorio da
Francesco d'Este cugino ribelle del signore di Ferrara[503]. L'armata
che comandava questo generale era composta di tre mila corazze, di mille
cinquecento Ungari, di quattro mila fanti e di mille arcieri. Oleggio
chiese invano soccorso a tutti i suoi alleati; il solo legato gli mandò
quattrocento cavalli, meno pel suo vantaggio, che per avere opportunità
di colorire i progetti ch'egli di già formava sopra Bologna. Questa
truppa non bastando per tenere la campagna, Oleggio si afforzò nella sua
capitale, e si dispose a sostenere un assedio[504]. Nello stesso tempo
ritirò da ogni castello gli uomini di cui credeva non doversi fidare, e
chiese ostaggi agli abitanti per obbligarli a difendersi vigorosamente.

  [503] _Matteo Villani, l. IX, c. 56._

  [504] _Ivi, c. 57._

In fatti Francesco d'Este cominciò l'assedio di alcune fortezze del
Bolognese: Crevalcuore gli si arrese il 20 dicembre, ed alla fine di
febbrajo del 1360 Castiglione. Oleggio vedeva chiaramente che tutti i
suoi castelli gli verrebbero tolti l'un dopo l'altro, se non otteneva
esterni soccorsi. Invano sforzavasi d'interessare i Fiorentini nella sua
difesa; questi, sebbene temessero la vicinanza dei Visconti, volevano
scrupolosamente osservare il trattato di pace che sussisteva tra di
loro. Soltanto il legato lo soccorse quanto bastava perchè non cadesse,
ma non per liberarlo; ed intanto gli andava insinuando di cedere alla
chiesa una signoria che non poteva omai avere fondata speranza di
difendere[505].

  [505] _Matteo Villani, l. IX, c. 65. — Cron. d'Orvieto, t. XV, p.
  686._

Per terminare le conquiste progettate dal cardinale Albornoz, la sola
Bologna mancava agli stati della chiesa. Finchè il signore di questa
città non aveva altri possedimenti, poteva il legato lusingarsi che
tosto o tardi giugnerebbe l'istante di ridurla all'ubbidienza della
santa chiesa; ma avrebbe dovuto rinunciare ad ogni speranza, se veniva
in mano de' Visconti. Il legato voleva dunque approfittare del pericolo
in cui trovavasi l'Oleggio per determinarlo a vendergli la sua
sovranità, ma nello stesso tempo aveva bisogno dell'assenso del papa e
della corte d'Avignone per fare un'intrapresa che poteva essere
pericolosa. Albornoz spedì adunque ad Innocenzo VI per impegnarlo a far
valere i diritti della chiesa sopra una città compresa, come quelle di
Romagna, nelle donazioni degl'imperatori. Questo doppio negoziato
coll'Oleggio e col papa non poteva tenersi segreto, e Barnabò Visconti,
che n'ebbe avviso, si sforzò di sventarlo. Egli cercò con ricchi doni di
guadagnare i suffragi de' cardinali, di modo che questi, divisi tra
l'ambizione e l'avarizia, ora davano ora rivocavano l'assenso loro
richiesto da Albornoz. Ma il legato, ch'era d'un carattere
intraprendente e intrepido, risguardossi come bastantemente autorizzato
da questa stessa irresoluzione[506]. Si affrettò ancora più quand'ebbe
sentore che Oleggio trattava in pari tempo con Barnabò, onde alla metà
di marzo conchiuse col primo un trattato, in virtù del quale Bologna
doveva tornare alla chiesa, ed Oleggio ricevere in compenso la città di
Fermo ed il suo territorio col titolo di marchese.

  [506] _Matteo Villani, l. IX, c. 73. — Raynald. Ann. Eccles. t. XVI,
  p. 407 a 1360, § 6._

Quando in Bologna si rese pubblico questo trattato la gioja fu
universale tra i cittadini, che lusingavansi di ricuperare, almeno in
parte, l'antica loro libertà sotto il governo della chiesa. Ma non
desideravano soltanto di scuotere il giogo d'Oleggio, essi morivano di
voglia di vendicarsi delle precedenti sue crudeltà; e siccome tutti i
suoi soldati erano passati al soldo del legato, lo avevano di già
costretto a rifugiarsi nella fortezza, e cercavano qualche occasione di
averlo in mano. Ma l'accorto tiranno trovò modo di fuggire il 31 marzo
nel cuore della notte[507]; e dopo avere cinque anni governata Bologna
con eccessiva crudeltà, dopo aver fatto scorrere sul palco il sangue di
cinquanta de' più rispettati cittadini, e di moltissime persone non
qualificate, dopo avere finalmente spogliata la città di tutte le sue
ricchezze, cambiò una signoria, ch'era all'istante di perdere, contro
una nuova signoria, ove non aveva da temere verun nemico. Colà trasportò
tutti i suoi tesori lasciando al legato ed ai Bolognesi il pensiere di
continuare soli una guerra che si era contro di lui cominciata[508].
Oleggio morì in Fermo l'otto ottobre del 1366, e a tale epoca solamente
questa città tornò sotto il dominio della chiesa[509].

  [507] _Matteo Villani, l. IX, c. 75._

  [508] _Ivi, c. 76._

  [509] _Libro del Polistore, c. 44, p. 846._

Il legato affidò il governo di Bologna a suo nipote Velasco
Fernandez[510] ed a Niccola Farnese, capitano delle truppe della chiesa.
Nello stesso tempo minorò le contribuzioni poste dall'Oleggio[511], e
ristabilì in Bologna un governo municipale simile a quello che aveva
avuto quand'era repubblica. Furono richiamati i fuorusciti, fra i quali
i Pepoli, Bentivoglio e Vizzani, che abbandonarono il campo di Barnabò
Visconti per ripatriare. Intanto il legato fece avvisare il signore di
Milano, che Bologna era tornata in potere della chiesa, sua legittima
sovrana, e gl'intimava perciò di richiamare la sua armata da uno stato
con cui era in pace. Ma Barnabò, invece di richiamare il suo generale,
gli mandò nuovi rinforzi; e le truppe del Visconti guastarono tutto il
territorio bolognese[512], portarono la ruina fin presso alle mura di
Faenza, tentarono di sorprendere Forlì, occuparono Budrio ed assediarono
Cento, mentre una guerra in mezzo agli Appennini tra due rami della
famiglia degli Ubaldini chiudeva la strada di Toscana ai Bolognesi ed al
legato, ed impediva loro di comunicare col solo paese da cui potessero
sperare soccorsi e vittovaglie[513].

  [510] _Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 452._

  [511] _Cherubino Ghirardacci Storia di Bologna, l. XXIII, p. 244._

  [512] _Matteo Villani, l. IX, c. 97._

  [513] _Matteo Villani, l. IX, c. 79, 80, 81._

Mentre Barnabò Visconti spingeva caldamente la guerra sul territorio di
Bologna, agitava co' suoi maneggi la corte d'Avignone, e faceva valere
le sue pretese innanzi ad un tribunale ecclesiastico. Il papa aveva, per
dodici anni, infeudato Bologna all'arcivescovo Visconti. Su questo
fondamento Barnabò domandava il possesso d'un feudo accordato alla sua
famiglia. Ma gli si opponeva, ch'egli non aveva mai pagato il tributo
convenuto in questa infeudazione, ch'egli aveva riconosciuto due anni
prima i diritti dell'Oleggio, e che questi gli aveva tutti ceduti alla
chiesa. Barnabò fu alla fine, a stento, condannato da' cardinali, non
pochi de' quali erano a lui venduti. Vero è che la corte d'Avignone,
dopo avere pronunciata questa sentenza, non pensò ai mezzi di farla
eseguire. Invece di levare dal suo tesoro alcuni sussidj da mandarsi al
cardinale, sollecitò l'imperatore, i principi di Germania, il re
d'Ungheria, i signori di Lombardia, i comuni toscani ad armare a suo
favore. Le sue proprie entrate venivano dissipate dai cortigiani, ed il
legato non aveva potuto ottenere dalla camera apostolica per le spese
della guerra, che centoventi mila fiorini, che furono pagati in tre rate
lontane; di modo che quando gli giugnevano questi tardi sussidj, erano
di già consumati[514].

  [514] _Matteo Villani, l. IX, c. 90 e 91._

Il generale de' Certosini fu l'ambasciatore mandato dal papa ai
Fiorentini per ridurli ad abbracciare le sue difese. Cercò invano questo
religioso di persuadere alla signoria, che verun trattato obbligava
verso un tiranno, un usurpatore o un nemico della chiesa; cercò invano
di far sentire ai Fiorentini i pericoli che per l'ingrandimento di
Barnabò sovrastavano alla Toscana. La repubblica era determinata di
osservare religiosamente gli obblighi che aveva contratti, e la sua
politica andava d'accordo colla buona fede; perciocchè era ben facile il
prevedere, che la chiesa abbandonerebbe ben tosto chiunque prendesse a
difenderla, e lo lascerebbe sostener solo il peso che avrebbe
acconsentito di dividere[515].

  [515] _Matteo Villani, l. IX, c. 100._

Durante la state del 1360, i castelli del Bolognese caddero quasi tutti
in potere de' Visconti; ed ancora gli abitanti delle città cominciavano
a provare le più dure privazioni. Due de' signori di Rimini Galeotto
Malatesti, e Malatesti Unghero, eransi incaricati della difesa di
Bologna, e comandavano le sortite dei cittadini. Questi, per mantenere
la ricuperata libertà, si sottomettevano alla militare disciplina, e
riprendevano con piacere le armi. Ma non era che colla spada alla mano,
che riuscivano a dividere coi loro nemici i proprj raccolti, ed a far
entrare munizioni in città[516].

  [516] _Cronica di Bologna, p. 455._

Tutt'ad un tratto il generale di Barnabò levò il campo il 15 di
settembre, ed abbandonò, disordinatamente fuggendo, il territorio ceduto
alla chiesa[517]. Egli fuggiva alla vista di un'armata barbara, cui la
liberazione di Bologna era stata predicata come oggetto d'una crociata.
Albornoz aveva promesso agli Ungari le più ampie indulgenze per
chiamarli in Italia; ed in tal modo ne aveva persuasi sette mila a
passare in Romagna con settecento corazzieri mandati dal duca d'Austria.
Ma questi nuovi crociati usciti dalla più ignorante classe di una
nazione da poco ridotta a civiltà, erano uomini senza fede e senza
pietà, avidi soltanto di preda, e che, dal momento che giugnevano in un
paese pellegrinando, dimenticavano il loro progetto di santificarsi, e
si diportavano piuttosto da assassini che da soldati[518].

  [517] _Cron. di Bologna, p. 456._

  [518] _Cherubino Ghirardacci Storia di Bologna, l. XXIII, p. 246. —
  Chron. Placent., t. XVI, p. 505. — Joah. de Thwrocz Chron.
  Hungaric., p. III, c. 31, p. 189._

Gli Ungari, giunti nel Bolognese quando n'era di già uscita l'armata de'
Visconti, terminarono il guasto cominciato dai nemici. Saccheggiavano
essi i raccolti, e spesso uccidevano i contadini fin presso alle porte
della città. All'aspetto di tante crudeltà il legato finse di
corrucciarsi col conte Simone della Morta, capo di quest'armata di
barbari. Barnabò Visconti, avvisato delle divisioni insorte tra i
nemici, licenziò parte delle sue truppe per diminuire in tempo d'inverno
le spese del suo stato militare. Il legato l'aveva preveduto, ed in
allora si mostrò di subito riconciliato cogli Ungari, accolse tutti i
soldati licenziati dal Visconti, e spinse improvvisamente a mezzo
novembre tutta la sua armata nel territorio di Parma: Galeotto
Malatesti, che la comandava, non incontrò chi gli si opponesse, e fece
sul territorio nemico una ricchissima preda[519].

  [519] _Matteo Villani, l. X, c. 10 e 15._

Ma questo piccolo vantaggio non bastava a rimettere in buono stato gli
affari del legato. La corte d'Avignone non gli mandava i promessi
sussidj, e mancando di danaro era forzato a licenziare le truppe dopo
una breve campagna: Barnabò al contrario era ricchissimo onde poteva
impiegare nell'impresa di Bologna seicento mila fiorini; e col danaro
rimontava subito dopo la disfatta un'armata mercenaria. Albornoz,
abbandonato dalla sua corte, le di cui entrate venivano dissipate dalla
corruzione e dall'intrigo, ebbe di nuovo ricorso all'assistenza degli
stranieri. In primavera del 1361 andò per la seconda volta in Ungaria,
ed ottenne dal re Luigi lettere patenti che vietavano a tutti gli
Ungari, che militavano in Italia, di portare le armi contro la
chiesa[520]. Albornoz non raccolse altro frutto dal suo viaggio, nè
furono più felici i suoi deputati presso la signoria di Firenze: quella
repubblica fu costante nella presa risoluzione di essere fedele ai suoi
trattati con Barnabò; e solamente accordò ai Bolognesi alcune
facilitazioni per tirare i loro approvvigionamenti dalla Toscana[521].

  [520] _Matteo Villani, l. X, c. 45 e 48. — Rayn. Ann. Eccles. 1361,
  § 1, p. 411._

  [521] _Matteo Villani, l. X, c. 57._

Una nuova armata dei Visconti, comandata da Giovanni di Bileggio,
cavaliere milanese, guastò in principio dell'estate il Bolognese e gran
parte della Romagna; e persuase a ribellarsi alla chiesa Francesco
Ordelaffi, cui Barnabò prometteva di rendere la signoria di Forlì[522].
Ma quando le cose del legato parevano quasi disperate, fu salvata
Bologna, e rotta l'armata dei Visconti da un raggiro del vecchio
Malatesta di Rimini, che come tiranno e come Romagnolo, doveva essere
tenuto maestro di perfidia: imperciocchè a tale epoca la malvagia fede
degli abitanti della Romagna era in ogni parte d'Italia passata in
proverbio[523].

  [522] _Cherub. Ghirardacci Storia di Bologna, l. XXIII, p. 243._

  [523] _Matteo Villani, l. X, c. 42._

Il vecchio signore di Rimini mandò un suo fidato al generale milanese
per proporgli una segreta alleanza. Doveva questo negoziatore dire a
Bileggio, che il Malatesti non aveva scordata la guerra fattagli dal
legato quando venne in Italia, nè la conquista d'Ancona e di Sinigaglia:
che prevedeva altresì che il legato lo spoglierebbe ancora delle altre
città tostocchè la guerra di Bologna avesse fine: ch'egli perciò
aspettava il propizio istante per iscuotere il giogo; ma che il forte
castello d'Arcangelo, che signoreggiava Rimini, e che trovavasi occupato
dalle truppe della Chiesa, rendeva la sua ribellione pericolosa. Non
pertanto egli aveva saputo, soggiugneva il messo, guadagnare alcuni del
castello, e se mille cinquecento cavalli ghibellini si avanzassero verso
Rimini per proteggerlo, più non tarderebbe a dichiararsi scopertamente:
che suo fratello e suo figlio, che comandavano a Bologna le truppe della
Chiesa, le caverebbero fuori sotto pretesto di soccorrere il loro paese:
che gli assedianti dovevano approfittare di questo incontro per togliere
ai Bolognesi ogni comunicazione colla Toscana, innalzando un ridotto
sulla strada di Pianoro. Bologna privata ad un tempo della sua
guarnigione, sedotta dai Malatesti, e de' suoi viveri, che più non
potrebbero giugnerle dalla Toscana, caderebbe di necessità in mano ai
Visconti.

I motivi di Malatesti erano così plausibili, così bene combinato
sembrava il suo piano, che Giovanni da Bileggio gli prestò intera fede.
Staccò mille cinquecento cavalli per farli avanzare fin presso Rimini,
sotto la condotta di Francesco degli Ordelaffi, quello stesso che era
stato signore di Forlì, e coll'altra metà dell'armata egli si avanzò
sulla strada di Pianoro fino al ponte di san Ruffolo. Colà gettò in
mezzo al letto della Savenna i fondamenti di un ridotto, che, se avesse
potuto terminarlo, avrebbe infallibilmente chiusa la strada della
Toscana.

Galeotto Malatesti, fratello del vecchio signore di Rimini, sortì di
Bologna con cinquecento corazzieri e trecento Ungari, facendo le viste
di voler tener dietro all'Ordelaffi; ma quando giunse a Faenza, chiamò a
sè i corazzieri che vi stavano di guarnigione, e riprese subitamente la
strada di Bologna, ed attraversando il territorio imolese, rientrò in
Bologna il 19 luglio in sul fare della sera, seco riconducendo varj
corpi di truppe, che aveva adunate sulla strada. Suo nipote Malatesti
Ungaro, che comandava nella città, fece credere ai cittadini che i
soldati che rientravano, erano una guardia avanzata che richiamava entro
le mura; ed intanto fece accuratamente guardare le porte, onde veruna
spia non potesse avvisare i suoi nemici ch'egli aveva ricevuto così
grosso rinforzo.

All'indomani, domenica 20 luglio, il suono della maggior campana chiamò
i Bolognesi alle armi. Quattro mila di loro sortirono contro al nemico
sotto il comando del podestà e dei due Malatesti, ed occuparono in
silenzio le due rive della Savenna, prima che l'armata de' Visconti
avesse sentore del loro avvicinamento. Tutt'ad un tratto mostraronsi da
ogni banda coi corazzieri e gli Ungari, che Giovanni da Bileggio credeva
in fondo alla Romagna, ed avendo per loro il vantaggio del terreno,
attaccarono furiosamente i Milanesi chiusi nel letto del fiume. Questi
per altro si difesero valorosamente; ma circa cinquecento di loro furono
uccisi nel luogo medesimo in cui facevasi il ridotto, più di altri
cinquecento perirono nel volere aprirsi un passaggio attraverso ai
nemici, mille trecento corazzieri furono fatti prigionieri, tra i quali
Giovanni da Bileggio e molti signori degli Ubaldini; in fine quasi non
si salvarono altri di quest'armata che trecento corazzieri, che erano
stati staccati per iscortare un convoglio di vittovaglie, e che
fuggirono a tempo. Il progetto di Malatesti tendeva a sorprendere nello
stesso tempo l'altra metà dell'armata ghibellina, che Francesco degli
Ordelaffi aveva condotta in Romagna; ma questi, avvisato della rotta de'
suoi alleati si riparò sollecitamente a Lucco, ove si pose al sicuro.
Quando la notizia di questa disfatta fu recata a Barnabò Visconti, vestì
di nero in segno della sua afflizione; ed i suoi cortigiani temevano in
modo la rabbia ch'egli ne aveva concepita, che niuno di loro, per più
giorni, non osò avvicinarlo[524].

  [524] _Matteo Villani, l. X, c. 59 e 60. — Bernardino Corio Stor.
  Milan., p. III, 235. — Cherub. Ghirardacci Stor. di Bologna, l.
  XXIII, p 243._ Questi peraltro descrive la battaglia con differenti
  circostanze.

I due fratelli Visconti nel caldo della loro collera contro la chiesa,
cercarono di vendicarsi con istraordinarie contribuzioni poste sul clero
de' loro stati. Del resto essi dovevano impiegare ogni mezzo per far
danaro, perciocchè le spese loro superavano sempre le loro immense
entrate. Essi in qualche parte d'Italia guerreggiavano sempre,
comperavano ad ogni prezzo i tradimenti de' generali o de' ministri de'
loro nemici, e nello stesso tempo, siccome ambivano d'imparentarsi colle
reali case d'Europa, pagavano tali alleanze a peso d'oro. Galeazzo
Visconti, il più vano dei due fratelli, aveva saputo approfittare dello
stato di miseria in cui una lunga guerra aveva ridotto Giovanni, re di
Francia, per comperare da lui sua figliuola Isabella di Valois con un
regalo di seicento mila fiorini. Egli l'aveva data in isposa in ottobre
del 1360 a suo figliuolo Giovan Galeazzo, che allora non aveva che
undici anni[525]. I signori di Milano, malgrado tutta la loro potenza,
non avevano ancora verun legittimo titolo sopra gli stati che
occupavano. Essi d'ordinario venivano in Italia chiamati tiranni; ed in
Francia, sebbene fossero di nobile casato, erano sprezzati, come
principi nuovi; onde quel re, affinchè sua figlia avesse almeno un
titolo, investì il suo genero della piccola contea di Virtù, lontana sei
leghe da Scialona nella Sciampagna. In fatti è col titolo di conte di
Virtù che Giovanni Galeazzo, primo duca di Milano, fu chiamato per lo
spazio di trentaquattro anni.

  [525] _Bernardino Corio, Stor. di Milano, p. III, p. 234._

Questo matrimonio, che fece arrossire i Francesi per la loro reale
famiglia, e che non fu meno cagione di mortificazioni ai Visconti per
conto dello stesso prezzo che lo dovettero pagare, venne celebrato con
una pompa che esaurì le finanze dello stato. Tutta la nobiltà d'Italia
fu invitata alle feste date in tale occasione, come pure tutti gli
ambasciatori di tutti i principi e di tutte le città. Contaronsi ne'
banchetti fin cento signore e mille cavalieri delle più illustri
famiglie; tutti i convitati furono magnificamente regalati, e la corte
di Milano cercò con un lusso e con una pompa straordinaria di fare
scordare alla nuova sposa i reali onori che aveva perduti[526].

  [526] _Matteo Villani, l. IX, c. 103. — Petri Azarii Chron., t. XVI,
  p. 405. — Chron. Placent., p. 505._

La Francia, che in tal modo vendeva il sangue de' suoi principi, era
inallora nel più deplorabile stato in cui siasi giammai trovata quella
monarchia. Dall'una all'altra estremità il regno era stato ruinato dalle
incursioni degl'Inglesi, dalle eccessive imposte levate per difesa dello
stato e per pagare la taglia del re, dai tradimenti del malvagio re di
Navarra e dalle guerre civili da lui promosse, dalla ribellione de'
contadini, conosciuta sotto il nome di _Jacquerie_; finalmente, per
mettere il colmo alla sua oppressione, il regno trovavasi in tale epoca
abbandonato al saccheggio delle grandi compagnie, e travagliato dalla
peste. Le prime compagnie si erano formate di soldati francesi ed
inglesi, quando la pace di Bretigny aveva fatte licenziare le due
armate. Molte di quelle compagnie passarono in Provenza, a cagione che
questa parte del regno, più lontana dal teatro della guerra, aveva meno
sofferto, ed i vassalli di Giovanna di Napoli e quelli del papa potevano
ancora pagare grosse contribuzioni. Una compagnia occupò Ponte santo
Spirito otto leghe al disopra di Avignone[527], ed un'altra, detta la
compagnia bianca o inglese, si avanzò a due sole leghe da Avignone,
sotto pretesto di cacciar via la prima, ma in sostanza per ismugnere
danaro dai prelati: una terza, composta di soldati che avevano militato
nella guerra che si fecero i conti di Fois e d'Armagnacco, giunse dalle
frontiere della Spagna[528]. Tutti gli abitanti di Avignone furono
costretti di fare la guardia, e tutta la città si riempì di spavento. Il
papa pagò cento mila fiorini alla seconda compagnia, che aveva sei mila
cavalli, onde persuaderla a passare in Piemonte ai servigi del marchese
di Monferrato; ma quando questa compagnia allontanossi in maggio del
1361, rimasero in Provenza le altre due non meno formidabili, una sulla
destra, l'altra sulla sinistra riva del Rodano, ed i Provenzali non
furono quasi punto sollevati per l'allontanamento di una[529].

  [527] _Matteo Villani, l. X, c. 27. — Raynal. Annal. Eccl. 1361, §
  5, p. 413._

  [528] _Matteo Villani, l. X, c. 34._

  [529] _Matteo Villani, l. X, c. 43._

Lusingavasi la compagnia inglese di sottrarsi alla peste passando in
Italia, ma ella portava seco i semi della pestilenza. Questo terribile
flagello manifestossi in Fiandra nel 1360 con i medesimi sintomi che
l'avevano annunciato nel 1348. Di là si stese nel vescovado di Liegi,
nella bassa Germania, nella Polonia, nell'Ungheria[530]. In sul
cominciare della state del 1361 si spiegò la peste anche in Londra, ove
si videro morire fino mille duecento persone in un giorno, ed in pari
tempo si sparse in tutta la Francia. In Avignone morirono nove
cardinali, settanta prelati ed un infinito numero di abitanti. La
compagnia inglese portò la peste in Lombardia; più delle altre città
soffrirono Milano, Pavia, Como e Venezia; in seguito furono colpite la
Romagna e la Marca; e perfino nelle stesse Alpi, e negli Appennini i
castelli degli Ubaldini[531].

  [530] _Ivi, l. IX, c. 107._

  [531] _Matteo Villani l. X, c. 46. — Chron. Placent., t. XVI, p.
  506._

I fratelli Visconti non opposero armata alla compagnia inglese, che
spediva contro di loro il marchese di Monferrato; si limitarono a far
guardare le città murate, ed in appresso non pensarono che a preservare
sè medesimi dalla peste. Galeazzo si chiuse nel castello di Monza, e
Barnabò in quello di Melegnano. Questo principe non volendo ricevere
chicchefosse diede ordine ad una scolta, che stava di guardia sull'alto
del campanile, di toccare tante volte la campana quanti uomini vedrebbe
avvicinarsi al castello. Un giorno Barnabò, senz'esserne avvisato dal
suono della campana, vide giugnere alcuni gentiluomini milanesi, che
venivano a fargli la loro corte. Diede subito ordine di punire la scolta
della sua negligenza col gettarla giù dalla torre; ma coloro ch'erano
saliti per ucciderla, la trovarono morta di peste presso la campana.
Estremo fu lo spavento di Barnabò a tale notizia; egli fuggì in una casa
destinata alla caccia, posta nel centro delle sue più rimote foreste; a
due miglia di distanza tutto all'intorno fece piantare pali e forche,
ponendo scritture in ogni luogo, che minacciavano di far appiccare senza
remissione chiunque avrebbe l'ardire di avanzarsi oltre la linea[532].
Egli rimase in questa solitudine, senza comunicare con alcuno, finchè
cessò la peste; e la sua assoluta reclusione accreditò ben tosto le voci
della di lui morte, ch'egli non si curò di smentire.

  [532] _Matteo Villani, l. X, c. 64._

La peste, che desolava il rimanente dell'Italia, non penetrò in Toscana
che l'anno dopo; e le repubbliche di questa contrada prosperavano,
quando la guerra de' Visconti colla Chiesa e col marchese di Monferrato
desolava le limitrofe province. Durante questo stesso periodo le
repubbliche toscane allargarono il loro territorio, comperando feudi dai
gentiluomini del vicinato, ed anche forzandoli talvolta a sottomettersi.

I Fiorentini in particolare fecero colle armi o col danaro i più
considerabili acquisti. In agosto del 1359 assediarono Bibbiena, ricca
borgata, che Pietro Saccone aveva in altri tempi tolta al vescovo ed
alla città d'Arezzo, e che al presente era posseduta dai Tarlati suoi
figliuoli[533]. I Fiorentini, che conoscevano l'importanza di Bibbiena
per la difesa di Val d'Arno superiore, non lasciaronsi smuovere dalla
ostinata resistenza degli assediati. Acquistarono i diritti del vescovo
e della città d'Arezzo su questo castello[534], ed il 6 gennajo del 1360
l'ottennero per capitolazione. Tre Tarlati e circa quaranta loro soldati
furono fatti prigionieri[535].

  [533] _Matteo Villani, l. IX, c. 47._

  [534] _Ivi, c. 49._

  [535] _Ivi, c. 61 e 62._

Marco, figliuolo di Galeotto, signore di san Niccola e di Soci,
approfittò di quest'occasione per offrire senza condizioni i suoi due
castelli alla repubblica. Era questo il più sicuro mezzo di venderli ad
alto prezzo, e gli furono generosamente pagati[536]. Circa lo stesso
tempo gli Aretini tolsero ai Tarlati Pieve a santo Stefano, Montecchio e
Chiusi[537]; il castello di Serra si diede volontariamente ai
Fiorentini, e mentre Pietro Saccone aveva nella lunga sua vita
signoreggiati metà degli Appennini, e renduta formidabile a tutta la
parte guelfa la sua famiglia, questa quattro anni dopo la di lui morte
trovavasi ridotta nel più basso stato[538].

  [536] _Ivi, c. 48._

  [537] _Ivi, c. 66._

  [538] _Matteo Villani, c. 70._ Il Villani, come tutti gl'Italiani,
  chiamano col nome di Alpi le alte cime degli Appennini che
  appartenevano a questi immediati feudatarj dell'impero.

Presso ai feudi dei Tarlati e sulla strada di Firenze a Pietra Mala, il
conte Tano, della famiglia Alberti, possedeva i due castelli di Monte
Carelli e di Monte Vivagni, ch'erano diventati asili di assassini. Tano
erasi alleato all'arcivescovo Visconti, quando questi era in guerra coi
Fiorentini, e dopo tale epoca erasi conservato fedele ai signori di
Milano, malgrado l'avviso che un giorno gli diede il suo buffone.
Essendosi questi gettato entro ad un fosso, che divideva i dominj del
conte da quelli della repubblica fiorentina, si fece a gridare all'armi
con quanta voce poteva. I Fiorentini, accostumati dalle frequenti
vessazioni del conte a correre alle armi al menomo segnale, si adunarono
in numero d'oltre cinquecento. Il conte accorse ancor esso e rampognò il
buffone d'avere sparso l'allarme in tutto il paese: «Guarda conte, gli
rispose il buffone, come alle mie sole grida sonosi ragunati cinquecento
uomini del territorio fiorentino, senza che sia venuto in mio ajuto un
solo servitore de' signori di Milano; non vedi tu in buona fede, che tu
potresti suonare il corno d'Orlando tutto l'anno senza poter far venire
da Milano in tuo soccorso cinque uomini[539].» La predizione del buffone
si avverò: stanca la repubblica fiorentina di soffrire in Mugello le
avarie del conte Tano, dopo aver chiesto ed ottenuto l'assenso de'
Visconti, fece assediare i due castelli di Monte Carelli, e di Monte
Vivagni, i quali furono presi e riuniti al territorio fiorentino, e il
conte Tano trattato qual capo d'assassini perdette la testa sul
patibolo.

  [539] _Matteo Villani, t. IX, c. 108._

La famiglia degli Ubaldini, non meno potente di quella dei Tarlati,
possedeva vasti feudi negli Appennini; ma di questi tempi s'andava
indebolendo con una guerra domestica. Era divisa in due rami, chiamati
di Maghinardo e di Susinana, i quali si battevano con accanimento. La
repubblica fiorentina, verso la fine del 1360, comperò tutte le
giurisdizioni del ramo dei Maghinardo, e le due castella di Monte
Gemmoli e di Monte Coloreto pel prezzo di sei mila fiorini. In pari
tempo accordò all'illustre famiglia degli Ubaldini il privilegio di
rinunciare alla sua nobiltà per entrare nella classe de' cittadini di
Firenze, e concorrere ai pubblici impieghi[540]. Lo stesso privilegio
era stato l'anno precedente accordato agli Ubertini per compensarli de'
servigi resi alla repubblica contro la grande compagnia[541]. Di modo
che, quasi nello stesso tempo, le tre grandi famiglie che
signoreggiavano gli Appennini, furono ridotte all'ubbidienza della
repubblica.

  [540] _Matteo Villani, l. X, c. 26._

  [541] _Ivi, l. IX, c. 43._

Nello stesso anno i Sienesi sottomisero al loro dominio i conti di santa
Fiora, i più grandi feudatarj ghibellini ed indipendenti del suo
vicinato[542]. I Pistojesi occuparono il castello della Sambuca[543]: i
Perugini molti di quelli de' Tarlati postisi sotto la loro protezione.
Ma mentre che le repubbliche toscane s'ingrandivano a spese della
nobiltà immediata, furono tutte agitate la volta loro da cospirazioni, e
tutte ebbero la fortuna di scoprire a tempo le trame che minacciavano la
loro esistenza.

  [542] _Ivi, l. X, c. 51._

  [543] _Matteo Villani, l. IX, c. 64._

La congiura di Pisa fu la prima a scoppiare. I mercanti e gli artigiani
di questa città erano ruinati dall'allontanamento de' Fiorentini, i
quali avevano dietro loro tirati a Telamone i più ricchi mercanti
stranieri, lasciando il porto di Pisa ed i suoi mercati deserti. I
Raspanti, che governavano la repubblica, venivano chiamati autori d'ogni
danno che soffriva il commercio: essi, dicevasi, si erano sforzati, per
odio che portavano ai Guelfi, di far nascere una guerra tra Firenze e la
loro patria, mentre i Bergolini, che governavano prima, avevano
rappacificate le due repubbliche. I Gambacorti, capi della precedente
amministrazione, erano ancor essi mercadanti, e non avevano sagrificato
l'interesse generale ai pregiudizj del partito ghibellino, dal quale
cominciavano a staccarsi. Un agente di cambio, detto Federigo del
Mugnajo, assicurato che tutti i mercanti di Pisa erano malcontenti,
intraprese a riunirli per cacciare i Raspanti, e richiamare i Bergolini.
La sua professione lo aveva reso noto a tutti i mercanti, e gli dava
frequenti occasioni d'udire le loro lagnanze intorno allo stagnamento
del commercio. Egli incoraggiava tali lagnanze, faceva il confronto
dell'imprudente animosità dei Raspanti colla savia moderazione de'
Gambacorti. Quando vedeva coloro che lo ascoltavano abbastanza irritati,
sicchè potesse sperare d'impegnarli a secondarlo, loro esponeva i suoi
progetti. I congiurati dovevano occupare la piazza il venerdì santo, 3
aprile 1630, dovevano uccidere i principali capi de' Raspanti,
richiamare i Bergolini dall'esilio, e rendere ai Fiorentini le antiche
loro esenzioni. Questa trama venne denunciata alla signoria il giovedì
santo; onde vennero arrestati diciotto de' principali congiurati, otto
de' quali furono condannati alla morte, e dieci banditi, e vedendo i
Raspanti che un grandissimo numero di cittadini credevasi compromesso,
essi non osarono spingere più in là le loro indagini[544].

  [544] _Matteo Villani, l. IX, c. 78. — Croniche di Pisa, t. XV, p.
  1035. — Cron. Sanese, p. 168. — Tronci Ann. Pisani, p. 360._

Non eranvi quasi meno malcontenti a Firenze che a Pisa; ma per diversa
cagione. I Pisani accusavano l'imprevidenza del loro governo, ed i
Fiorentini erano forzati di riconoscere la prudenza del proprio, nello
stesso tempo che si lagnavano che fosse diventato la proprietà d'una
sola classe di cittadini. Le leggi, ch'erano state fatte per rendere le
magistrature a tutti accessibili, avevano tutte prodotto un contrario
effetto. Il _divieto_ allontanava dagl'impieghi le famiglie più
illustri, e l'ammonizione era un'arma in mano alla regnante oligarchia
per escludere tutti quelli che loro facevano ombra. In forza dell'ultimo
statuto la magistratura di parte guelfa ammoniva coloro, che voleva
escludere dagl'impieghi, di averli sospetti di ghibellinismo, e li
veniva in tal modo a privare de' loro onorifici diritti.
L'incostituzionale oligarchia che così conservava in cotal modo il suo
potere non era formata di nobili famiglie, o di antiche, che
governassero per una specie di prescrizione, nè di cittadini
volontariamente eletti dalla nazione; ma era un'ambiziosa associazione,
una fazione, che coll'ajuto di leggi tutte democratiche, aveva ottenuto
d'entrare tutta intera nel governo e di potervisi mantenere. Ma questa
fazione aveva manifestato nell'amministrazione della repubblica molti
talenti, coraggio e virtù. Senza muovere guerra ai Pisani, gli aveva
fatti pentire della loro mancanza di fede; aveva fatto rispettare in
mare la bandiera d'una potenza, che in verun punto toccava il mare;
aveva dato l'esempio a tutti i sovrani d'Europa di rispingere le grandi
compagnie colle armi, invece di pagar loro vergognose taglie; aveva
finalmente osservati con fedeltà i suoi trattati coi Visconti, sebbene
potesse riuscire vantaggioso alla repubblica il romperli, quando il
legato della Chiesa le chiedeva che il facesse. Pure tanta gloria non
assicurava la fazione regnante dalla gelosia di coloro che ingiustamente
aveva allontanati dallo stesso potere. Si posero alla testa de'
malcontenti Bartolomeo, figlio d'Alamanno dei Medici, Niccolò del Buono
e Domenico Bandini, de' quali gli ultimi due erano stati
coll'ammonizione esclusi dagl'impieghi. Questi si unirono ad un
intrigante, Uberto degl'Infangati, che sospettavano d'avere di già
ordita qualche trama contro lo stato, e lo incaricarono di procurar loro
esterni soccorsi. I tre primi congiurati appartenevano all'ordine de'
cittadini, ma si legarono con alcuni capi di famiglie nobili, che non
erano meno di loro scontenti della fazione dominante; e furono un Rossi,
un Frescobaldi, un Gherardini, un Pazzi, un Donati, un Adimari. I
congiurati si tenevano sicuri del favore del popolo, e supponevano che
per condurre a fine la rivoluzione bastasse l'occupare il palazzo del
pubblico; poichè era questo la fortezza del governo e della fazione
dominante. Scelsero per l'esecuzione il primo dicembre del 1360, nel
qual giorno, dovendo i nuovi priori prendere il posto di que' che
uscivano di carica, tutte le guardie del palazzo verrebbero chiamate
alla parata. Quattro uomini, scelti dai congiurati, dovevano essere
introdotti nella torre del palazzo, ed ottanta de' loro soldati tenersi
nascosti nelle camere, dalle quali uscirebbero tutt'ad un tratto per
occupare tutte le porte. Uberto degl'Infangati, che si era incaricato di
procurare ai congiurati esterni soccorsi, prima di prender parte in
questa congiura, aveva trattato con un milanese, detto Bernardolo Rosso,
che stava ai servigi di Giovanni di Oleggio, in allora signore di
Bologna. Infangati a quell'epoca mirava a dare all'Oleggio la signoria
di Firenze; ma l'imprevveduta agressione de' Visconti e la necessità in
cui trovossi l'Oleggio di vendere Bologna alla Chiesa, aveva sospesa
questa trama. L'Infangati per procurare ai nuovi congiurati una
straniera protezione, si addirizzò allo stesso Bernardolo, che, con le
truppe del signore di Bologna, era passato al servigio della Chiesa.
Bernardolo cercò di mettere a parte della cospirazione il legato
Albornoz, come aveva interessato nell'altra il suo precedente padrone;
ma il legato, che riponeva ogni sua speranza nell'amicizia de'
Fiorentini, rigettò le fattegli proferte, e fece avvisare la signoria di
Firenze di tenersi in guardia, poichè gli era noto che tramavasi qualche
cosa contro di lei.

Quando Bernardolo vide di non poter giovare all'impresa, scrisse egli
stesso alla signoria, offrendole, mediante una ricompensa di venticinque
mila fiorini, di manifestare il segreto della congiura denunciata dal
legato. Tale offerta venne a notizia di Silvestro de' Medici, ch'era in
allora membro di uno degli uffici superiori, ed egli ne diede parte a
Bartolomeo suo fratello. Allorchè questi vide che la signoria teneva
nelle mani un filo che la condurrebbe a scoprire ogni cosa, confessò al
fratello che una immoderata ambizione l'aveva fatto entrare in tale
congiura, e gli promise di scoprirgli il segreto, quando fosse sicuro
del perdono. Niccolò del Bono e Domenico Bandini furono presi e
condannati alla morte, pochi altri de' più colpevoli fuggirono, e
vennero condannati come contumaci: ma la signoria, sospese la procedura,
risguardò la nota de' congiurati, scritta di proprio pugno
dall'Infangati, come calunniosa, onde la fece bruciare senza esaminarla,
e con tale prudente dolcezza riconciliò al proprio governo una parte di
coloro che le erano sembrati più contrarj[545].

  [545] _Matteo Villani, l. X, c. 22-25. — Marchione di Coppo Stefani
  Stor. Fior., l. IX, Rub. 685. — Delizie degli Erud. Tosc. t. XIV, p.
  32. — Cronica di Pisa, t. XV, p. 1035._

Si pretendeva, in Italia, che le quattro principali repubbliche della
Toscana si distinguessero per oppostissimi caratteri. Dicevasi
generalmente che i Sienesi erano leggeri ed incostanti, i Pisani
avveduti e maligni, feroci e collerici i Perugini, gravi, lenti e
costanti i Fiorentini[546]. Questi diversi popoli si regolavano per
altro in un modo abbastanza uniforme; il loro governo si rassomigliava,
e sembravano agitati dalle medesime passioni; tutti quasi nello stesso
tempo trovaronsi esposti a rivoluzioni quasi simili, sebbene quella che
scoppiò in Perugia nel 1361 parve avere l'impronta del carattere che
attribuivasi al popolo di quella città.

  [546] _Matteo Villani, l. X, c. 42._

La signoria di Perugia trovavasi tra le mani del second'ordine della
cittadinanza e della plebe; l'uomo il più riputato di questa repubblica
era Leggieri, figliuolo d'Andreotto de' Michelotti; la fazione dominante
di cui era capo aveva come la Pisana il nome di _Raspante_, e davasi
quello di malcontenti ai loro avversarj. Trovavasi alla testa degli
ultimi Tribaldino dei Manfredini, che le feroci congiure fecero dai
Perugini chiamare il nuovo Catilina. Tribaldino studiavasi d'inasprire
il risentimento de' nobili e de' principali cittadini, che il popolo
allontanava dagl'impieghi; in seguito si era associati quarantacinque
gentiluomini di Perugia, tra i quali venivano particolarmente notati
diversi cavalieri delle due illustri famiglie delle Mecche, e di monte
Mellino; avevano poi preso parte alla congiura novantaquattro cittadini
di ricche famiglie, e più di quattrocento d'inferiore condizione. Ma
prima di confidare il segreto a così esteso numero di congiurati,
Tribaldino, senza avere ancora un complice, aveva fatti pervenire alla
signoria a diverse riprese alcuni falsi indizj per farle cercare una
trama che non esisteva; e tali progressive false denuncie avevano
disposta la signoria a non farsi più carico degli avvisi che le
potessero giugnere intorno alla sua cospirazione.

Tribaldino convenne coi congiurati, che in un determinato giorno, nel
principio di ottobre del 1361, alcuni appiccherebbero il fuoco ne'
diversi quartieri delle città, altri occuperebbero il palazzo, ed
ucciderebbero i priori ed i camerlinghi, ond'era composto il governo,
mentre i loro compagni aprirebbero le porte ai contadini, introducendoli
in città, e rendendosi per tal modo padroni dei borghesi: nello stesso
tempo alcuni uomini, affigliati ai congiurati, dovevano far ribellare
tutti i castelli del territorio perugino. Tutto il piano della
cospirazione sembrava dettato da una vendetta infernale piuttosto che
dall'ambizione d'un cittadino. Dopo un'orribile carnificina de' signori
di Perugia, la repubblica sarebbe probabilmente venuta in mano di
qualche tiranno: per buona sorte Tinieri da monte Mellino, uno de'
congiurati, spaventato da tanti orrori, e lacerato da rimorsi, rivelò ai
priori il segreto della congiura. Niccolò delle Mecche e Ceccherello dei
Boccoli, furono all'istante imprigionati con quattro de' loro satelliti;
tutti gli altri si salvarono colla fuga. Si credette di dover lasciare
al popolo il giudizio di una causa di tanta importanza, ed all'indomani
il parlamento condannò a morte in contumacia, come traditori e ribelli,
quarantacinque tra gentiluomini ed antichi cittadini; novanta altri
furono assoggettati ad un'ammenda; i due congiurati ed i loro satelliti,
arrestati subito dopo la rivelazione della trama, furono i soli
condannati al supplicio[547].

  [547] _Matteo Villani, l. X. c. 75. — Pompeo Pellini Istoria di
  Perugia, 2. t. in 4.º Venez. 1664, p. I, l. VIII, p. 997._



CAPITOLO XLVII.

      _Volterra assoggettata ai Fiorentini; guerra di Pisa e Firenze;
      seconda peste in Toscana; congiura de' Malatesti contro la
      repubblica fiorentina. — Giovanni Agnello occupa la signoria di
      Pisa ed assume il titolo di doge._

1361 = 1364.


Sulla sommità di una montagna, di dove stendesi lo sguardo su quasi
tutta la Toscana, è fabbricata la città di Volterra. Apresi innanzi a
lei a grande distanza il mar Tirreno, e le pianure pisane, ed i colli di
Firenze, e le foreste di Siena scopronsi egualmente dalle sue alte
vedette: enormi blocchi di pietra, posti senza cemento gli uni sopra gli
altri, che sostengonsi col solo loro peso già da oltre due mila anni,
formano le sue mura. A fianco alle mura si è aperta una lezza, che ogni
giorno inghiotte parte della montagna, meno durevole che il gigantesco
lavoro degli Etruschi. Ma Volterra nel quattordicesimo secolo non era
più che l'ombra di ciò ch'era stata ne' primi secoli di Roma. Posta in
mezzo alle tre più potenti repubbliche della Toscana Volterra non aveva
saputo conservare la sua libertà, ed era caduta sotto il tirannico
governo di messer Bocchino dei Belfredotti. Questo signore trovò un
pericoloso nemico in uno de' suoi parenti, che possedeva presso Volterra
la fortezza di Montefeltrano, e le loro dissensioni furono cagione della
ruina d'ambidue e fecero perdere l'indipendenza alla loro patria. Ognuna
delle vicine repubbliche voleva prendere parte a queste contese di
famiglia; Firenze, come garante d'un trattato conchiuso tra Bocchino ed
il suo parente, Pisa come alleata di Bocchino, e Siena come sua nemica.
I sudditi del tiranno, di già alienati dalle sue crudeltà, furono
avvisati che stava per vendere Volterra ai Pisani, e che questi erano di
già in viaggio per prendere possesso della città. A tale notizia i
Volterrani presero le armi e fecero prigioniero il loro signore; in pari
tempo spedirono deputati ai Fiorentini ed ai Sienesi per ottenere che
questi due popoli rispettassero la loro libertà. I soldati pisani, che
si erano avvicinati, furono sorpresi e disarmati senza far resistenza.
Ma la signoria di Firenze non volle esporsi agli effetti dell'incostanza
d'un popolo che usciva allora da una rivoluzione, e che pendeva incerto
tra opposti partiti; onde fece avvicinare le sue truppe a Volterra, e
precludere la strada ai Sienesi, che s'avanzavano ancor essi dal canto
loro; fece occupare diversi castelli, e per ultimo la medesima
cittadella. Allora dichiarò che per dieci anni terrebbe guarnigione in
questa fortezza, ma che per ogni altro rispetto conserverebbe la libertà
e l'indipendenza de' Volterrani. Il primo uso che questi fecero dei
diritti che loro venivano conservati, fu quello di far decapitare il
loro tiranno il 10 ottobre del 1361[548].

  [548] _Matteo Villani, l. X, c. 67. — Cronica Sanese, p. 169. —
  Paolo Tronci Annali Pisani, p. 392._

La sommissione di Volterra ai Fiorentini accrebbe il risentimento de'
Pisani contro di loro; perciocchè vedevano venuta in mano de' loro
rivali un'importante città nell'istante medesimo, in cui credevano di
farne essi l'acquisto. Altronde i due popoli s'andavano ogni giorno
esasperando con fresche ingiurie. Pietro Gambacorti, cui i Pisani
avevano assegnata Venezia per luogo d'esilio, aveva lasciata questa
città per venire a Firenze, ed in principio del gennajo del 1362 erasi
avanzato, alla testa de' suoi partigiani armati sul territorio di Pisa.
Vero è che i Fiorentini avevano severamente proibito ai loro popoli di
unirsi alla sua gente; ma forse potevano ancora impedire un'aggressione,
che pur non ebbe alcun prospero successo[549].

  [549] _Matteo Villani, l. X, c. 85._

D'altra parte Giovanni del Sasso, famoso partigiano, che aveva militato
al soldo dei Fiorentini, erasi reso padrone, non senza loro saputa, del
castello lucchese di Pietrabuona, posto tre miglia al disopra di Pescia.
Questa fortezza era la chiave della valle superiore della Pescia, e del
territorio montuoso di Lucca. I Pisani non eransi lasciati in
quest'occasione ingannare dal bando dato dalla città di Firenze a
Giovarmi del Sasso, e conobbero di dove veniva il colpo, e fecero
avanzare formidabili forze per assediare Pietrabuona[550].

  [550] _Ivi, c. 83._

L'istante era finalmente giunto in cui la lunga nimicizia dei due popoli
più non poteva coprirsi sotto pacifiche forme. Le truppe pisane e
fiorentine, ravvicinate le une alle altre sui confini del territorio di
Lucca, s'insultarono alla Romita, al di sopra di Pietrabuona, alla
Cerbaja ed a Montecarlo[551]. Il popolo ed il governo volevano
egualmente la guerra, ed i priori di Firenze adunarono il 18 di maggio
un parlamento per riportarsi alla sua decisione. Annunziarono alla
nazione adunata, che i banditi, che occupavano Pietrabuona, offrivano di
dare questa fortezza alla repubblica; aggiunsero che avevano creduto di
doverla accettare, onde valersene perchè in cambio fosse loro resa
Coriglia o Sorana, che alcuni pretesi banditi Pisani avevano loro tolte.
Ricapitolarono i torti ricevuti dai Pisani, e chiesero al popolo se
approvava la parte presa dalla signoria, e se volevano assumere la
difesa di Pietrabuona. Ad una sola voce il popolo gridò che difenderebbe
il castello, e per tal modo venne decretata la guerra. Per altro questa
determinazione fu troppo tarda per salvare la piazza assediata.
Passarono alcuni giorni prima che Bonifazio Lupo di Parma, che i
Fiorentini facevano venire per comandare le loro truppe, potesse recarsi
al campo, avanti Pietrabuona[552]. Appena vi fu giunto che tornò a
Firenze il 4 giugno per dichiarare alla signoria ch'era stato chiamato
troppo tardi, e che avendo visitato le posizioni degli assedianti, più
non conosceva mezzo di salvare la piazza, che effettivamente
all'indomani fu presa d'assalto. I Pisani festeggiarono clamorosamente
questo leggiero vantaggio, frammischiandovi insulti e minacce contro i
Fiorentini, e rendendo in tal maniera la guerra inevitabile, sebbene non
fossero per anco cominciate le ostilità, e che fosse di già tornato in
loro potere il castello per cui andavano a battersi[553].

  [551] _Matteo Villani, l. X, c. 91. — Cron. di Pisa, p. 1037. —
  Cron. Sanese, p. 171._

  [552] _Poggio Bracciolini Historia Fiorentina, t. XX, l. I, p. 210._

  [553] _Matteo Villani, l. X, c. 101._

Nell'armata che i Fiorentini adunarono sotto il comando di Bonifazio
Lupo di Parma, contavansi seicento corazzieri, mille cinquecento
arcieri, e tre mila cinquecento pedoni[554]. La signoria diede la
bandiera il 20 giugno nell'ora ch'era stata fissata dagli astrologhi;
imperciocchè il rinnovamento delle scienze aveva dato maggior credito
all'astrologia giudiziaria, ancora tra quei che si credevano
filosofi[555]. L'armata fiorentina dopo avere attraversata Val di
Nievole, girò bruscamente per Fucecchio, passò l'Arno, saccheggiò Val
d'Elsa, e s'impadronì del castello di Ghiazzano[556].

  [554] _Ivi, l. XI, c. 2. — Cron. di Pisa p. 1038._

  [555] _Matteo Villani, l. XI, c. 3._

  [556] _Matteo Villani, l. XI, c. 6._

Bonifazio Lupo, che comandava quest'armata, non aveva per anco
acquistata molta riputazione, in oltre non era di un rango abbastanza
distinto perchè si potessero porre sotto i suoi ordini moltissimi
signori ed ufficiali, che, come alleati o come soldati, seguivano le
insegne della repubblica. La signoria per appagare la vanità di costoro
fece venire il 16 luglio Ridolfo da Varano, signore di Camerino, cui
affidò il comando[557]. Ma questi fece in breve vedere che non aveva nè
i talenti, nè l'attività del suo predecessore[558]. Pure si avanzò ancor
esso nel territorio nemico; saccheggiò Cascina; accampò a san Savino e
diede de' giuochi presso alle stesse porte di Pisa, ove tre volte
distribuì il prezzo della corsa[559]. Più tardi assediò il castello di
Pecciola, e lo prese l'undici d'agosto[560]: capitolarono in seguito
Montecchio, Ajatico e Tojano; la Maremma fu abbandonata al sacco, ed i
Pisani, che nello stesso tempo trovavansi crudelmente tormentati dalla
peste, quasi non opposero veruna resistenza a tanti guasti[561].

  [557] _Poggio Bracciolini Histor. Fiorentine l. I, p. 210._

  [558] _Matteo Villani, l. XI, c. 15._

  [559] _Ivi, c. 17. — Tronci Ann. Pisani, p. 393._

  [560] _Matteo Villani, l. XI, c. 18 e 19. — Cron. di Pisa, p. 1038.
  — Cronica Sanese, p. 171._

  [561] _Cronica di Pisa, p. 1039._

Ma l'indisciplina delle truppe assoldate, cui Ridolfo da Varano
inspirava poco rispetto, sospese i prosperi successi dell'armata
fiorentina. Il conte Niccola d'Urbino con alcuni ufficiali italiani, ed
i principali contestabili tedeschi chiesero che nell'occasione della
presa di Pecciola l'armata ricevesse doppia paga e mese compiuto. La
signoria rifiutò di dare per così piccola conquista una ricompensa
riservata per le più grandi vittorie; i contestabili posero allora un
cappello sulla punta d'una lancia, e fecero pubblicare nel campo un
invito a tutti coloro che volevano doppia paga e mese compiuto di
adunarsi intorno a quest'insegna, e vi si unirono mille cavalieri. Il
generale ricondusse quest'armata sediziosa a san Miniato per non dare al
nemico lo spettacolo della sua indisciplina, e la signoria congedò tutti
i soldati che avevano avuta parte nel tumulto, ma questi non si
separarono, e formarono una compagnia di ventura sotto il nome di
_cappelletto_ in memoria del cappello, che loro aveva servito d'insegna,
poi passarono nel territorio d'Arezzo, ove cominciarono a vivere di
furti[562].

  [562] _Matteo Villani, l. X, c. 23. — Cronica Sanese, p. 172._

Mentre la repubblica fiorentina aveva combattuto prosperamente i Pisani
per terra, si era veduta con istupore farsi a combatterli ancora sul
mare. Vero è che i Pisani, dopo la grande rotta avuta alla Meloria nella
guerra contro i Genovesi, avevano cessato d'essere una potenza
marittima. Per lungo tempo era stato loro vietato, in forza del trattato
convenuto con Genova, di aver in mare galere armate. Durante
quest'intervallo avevano essi perdute le antiche loro abitudini; la
gioventù aveva scelta un'altra carriera; i consigli avevano un'altra
ambizione; i pescatori delle Maremme, quelli di Lerici e della Spezia
avevano abbandonato il loro servigio per passare a quello de' Genovesi;
le colonie di Sardegna e di Corsica, che loro somministravano tanti
marinaj, erano state loro tolte. Dopo tale epoca i Pisani eransi dati
alle manifatture ed all'agricoltura, avevano compiuta la conquista dello
stato lucchese, e raddoppiata in tal modo l'estensione del loro
territorio; ma avevano rinunciato alla navigazione ed alla gloria
marittima. Questa stessa repubblica che spesso aveva armati in pochi
mesi sessanta ed ottanta vascelli, non fu in istato di difendersi quando
i Fiorentini assoldarono Perino Grimaldi di Genova con quattro galere ed
un grande vascello; essi gli avevano inoltre dati due vascelli
napolitani, e con questa piccola squadra il loro ammiraglio pose a
contribuzione tutte le coste dello stato pisano[563].

  [563] _Matteo Villani, l. XI, c. 7._

In principio d'ottobre Perino Grimaldi attaccò l'isola del Giglio, ed,
ossia per viltà della guarnigione, o per lo scoraggiamento ispirato
dalla peste, il castello che signoreggia quest'isola, che i Genovesi, i
Catalani ed i Napolitani non avevano mai potuto sottomettere, s'arrese
alla repubblica fiorentina, e ricevette da lei un governatore[564]. In
seguito la flotta volse la prora verso Porto pisano, che non trovò
guardato da verun vascello da guerra. Perino Grimaldi, dopo un'ostinata
pugna, s'impadronì delle due torri che difendevano il porto, tolse la
catena che ne chiudeva l'ingresso, e la fece trasportare a Firenze, ove
se ne vedono ancora alcuni pezzi attaccati alle colonne di porfido, che
stanno innanzi alla porta del battistero[565].

  [564] _Ivi, c. 28. — Poggio Bracciolini Historia Fiorent. l. I, p.
  210._

  [565] _Matteo Villani, l. XI, c. 30._

Finchè la peste regnò in Pisa, i Pisani avevano sofferta la guerra senza
quasi combattere essi medesimi. Alla fine di quest'anno tanto per loro
disastroso, il flagello cessò, ed al principio del susseguente formarono
progetti di conquiste. Rinieri de' Baschi, loro capitano, attaccò
successivamente Altopascio e santa Maria a monte; formò pure l'assedio
di Barga, mentre uno de' suoi ufficiali sorprendeva il castello di Lello
nel Volterrano[566].

  [566] _Ivi, c. 37, 45 e 47. — Cron. di Pisa, p. 1041._

I Pisani avevano bisogno di stranieri soccorsi per difendersi e
vendicarsi delle perdite fatte nella precedente campagna. Si volsero a
Barnabò Visconti, capo de' Ghibellini d'Italia, ed alleato ereditario
della repubblica. Barnabò trovandosi impegnato in una pericolosa guerra,
temeva di provocare i Fiorentini; pure non voleva nè meno vedere affatto
perduti i loro nemici, col di cui mezzo sperava un giorno la signoria di
tutta la Toscana. Questo principe, dopo aver lasciato spargere la
notizia della sua morte durante la peste di Lombardia, era uscito
tutt'ad un tratto in agosto del 1361 dalla foresta in cui si era
ritirato, e si era innoltrato alla testa di due mila cavalli verso
Bologna, sperando di sorprenderla; ma essendo state scoperte le
intelligenze che aveva in città, ritirossi senza venire a
battaglia[567]. Per tal modo erasi ravvivata la guerra di Lombardia, che
ben tosto si rese dannosa ai Visconti. Il legato Albornoz aveva persuasi
i signori della Venezia ad unirsi colla Chiesa per difendere Bologna.
Quelli della Scala, i Carrara ed il marchese d'Este avevano promesso di
tener pronti ognuno cinquecento cavalli, e di unirli ai mille
cinquecento che Albornoz obbligavasi di mantenere. Il trattato
d'alleanza fu soscritto in aprile del 1362[568], ed il papa diede il
segno delle ostilità, scomunicando di nuovo Barnabò Visconti, e
dichiarandolo eretico con tutti i suoi aderenti[569].

  [567] _Matteo Villani, l. X, c. 74._

  [568] _Ivi, c. 96. — Cron. di Bologna, p. 464. — Math. de
  Griffonibus Memor. Histor. de Reb. Bonon. p. 178. — Cherub.
  Ghirardacci Stor. di Bologna, l. XXIV, p. 261._

  [569] _Matteo Villani, l. X, c. 99. — Cron. di Bologna, p. 467._

Mentre l'armata della nuova lega invadeva contemporaneamente gli stati
di Barnabò dalla banda di Modena e di Brescia, e che otteneva diversi
vantaggi, il marchese di Monferrato stringeva la casa Visconti dalla
parte di Novara e di Tortona[570]. In maggio del 1361 egli aveva preso
al suo soldo la compagnia bianca degl'Inglesi, e col di lei ajuto aveva
guastato una parte del Piemonte. Ma gl'Inglesi non avevano fatto minor
danno al marchese che al Visconti; il primo era impaziente di
disfarsene, e Barnabò, sollecitato dai Pisani a soccorrerli, ottenne di
far passare al loro soldo questa compagnia che gli faceva la guerra; e
liberandosi in tal modo di un nemico, soccorreva un alleato, e schivava
in pari tempo di venire ad aperta rottura coi Fiorentini, che non voleva
disgustare[571]. I Pisani promisero quaranta mila fiorini di soldo
agl'Inglesi per quattro mesi da incominciarsi col giorno in cui
cesserebbe la loro convenzione col marchese[572].

  [570] _Matteo Villani, l. XI, c. 4, 9 e 14. — Cron. di Bologna, p.
  465._

  [571] _Bernardino Corio Stor. Milanese, p. III, p. 237._

  [572] _Matteo Villani, l. XI, c. 48. — Petri Azarii Chron., p. 413._

Pietro Farnese, che dal 27 marzo in poi comandava i Fiorentini, e
Rinieri de' Baschi capitano dei Pisani desideravano ugualmente di venire
a battaglia prima che giugnessero gl'Inglesi; il primo temeva la loro
superiorità, l'altro non voleva perdere l'onore della vittoria. Le due
armate scontraronsi il 7 maggio a san Piero presso Bagno alla Vena. I
Fiorentini avevano mille seicento cavalli; i Pisani, orgogliosi per un
leggiero vantaggio ottenuto in Garfagnana, e valutando la superiorità
della loro fanteria, osarono di attaccarli con seicento corazzieri.
Furono disfatti dopo una sanguinosa battaglia, e Pietro Farnese il
giorno 11 maggio entrò trionfante in Firenze conducendo con sè Rinieri
de' Baschi, il generale nemico, fatto prigioniero con cento cinquanta
de' suoi migliori soldati[573].

  [573] _Matteo Villani, l. XI, c. 50 e 51. — Cron. di Pisa, p. 1041._

Dopo qualche giorno di riposo, Farnese marciò di nuovo contro Pisa, e
fece battere monete d'oro e d'argento in faccia alle porte di questa
città[574]. Pose in seguito l'assedio a Montecalvoli, di cui sarebbesi
impadronito, se i Pisani non avessero saputo spargere il timore nel
campo fiorentino. Ogni notte facevano essi uscire di città i loro
corazzieri, e li facevano rientrare in pieno giorno coperti di sudore e
di polvere, ricevendoli come se fossero gente della compagnia inglese.
Le spie fiorentine avvisarono subito i priori dell'arrivo di queste
nuove truppe, e siccome sapevasi che realmente questa compagnia erasi
posta in viaggio alla volta di Pisa, la signoria, temendo di una
sorpresa, ordinò al Farnese di ritirarsi[575].

  [574] _Scipione Ammirato Stor. Fiorent., l. XII, p. 623._

  [575] _Matteo Villani, l. XI, c. 54 e 55._

Il terribile contagio che nel precedente anno aveva fatto strage in
Pisa, erasi manifestato nel campo fiorentino. Il 19 giugno, il generale
Pietro Farnese cadde infermo e morì lo stesso giorno[576]. Questo
flagello si estese anche a Firenze e gli rapì un uomo, la di cui perdita
fu più deplorabile, lo storico cui siamo debitori della pittura così
vera e così animata dei costumi e degli avvenimenti accaduti alla metà
del 14.º secolo. Matteo Villani morì di peste come suo fratello Giovanni
erane morto 15 anni prima. Fu sopraggiunto dalla malattia l'8 luglio, ed
il 12 rese divotamente l'anima a Dio[577]. Attribuivasi al suo sobrio e
temperato vivere la lunga resistenza di cinque giorni alla violenza del
male. Incaricò, morendo, suo figliuolo Filippo Villani di continuare la
sua storia fino all'istante in cui si ristabilirebbe la pace tra Firenze
e Pisa[578].

  [576] _Matteo Villani, l. XI, c. 59. — Poggio Bracciolini, l. I, p.
  211. — Scipione Ammirato l. XII, p. 624._

  [577] Matteo Villani riferisce nell'ultimo capitolo della sua
  storia, che un'armata di Locuste fu il primo luglio spinta dai venti
  sopra Ancona, Fano e Pesaro. Non potè saperlo in Firenze che il
  giorno 3, o il 4, onde si rende chiaro che continuò a scrivere la
  storia fino al giorno in cui morì.

  [578] _Filippo Villani nel proemio, t. XIV. p. 729._

Verun istorico ispira maggior rispetto, stima ed affetto di Matteo
Villani. Religioso senza superstizione, rispetta la Chiesa, e nondimeno
ardisce dipingere coi più vivi colori la corruzione e i delitti di
alcuni suoi capi. Abbastanza versato nella politica e nella conoscenza
del cuore umano per notare tutti gli errori de' governi, e per
attribuire agli avvenimenti la vera loro cagione, è troppo dabbene per
approvare giammai la mancanza di fede, o per supporre che possa derivare
verun vantaggio dalla perfidia. Egli sollevasi al di sopra de'
pregiudizj dell'astrologia giudiziaria, dei quali suo fratello non
andava esente; abbraccia nella sua storia tutto il mondo conosciuto, e
con un colpo d'occhio filosofico e penetrante attribuisce ad ogni popolo
il suo vero carattere. Egli si anima per dipingere la virtù, si sdegna
contro il vizio, s'infiamma per la libertà. Veruno storico d'Italia non
rese mai a quest'ultima un più nobile e più costante omaggio. La fazione
che governava Firenze non sostenne sempre pazientemente le sue censure;
lo fece ammonire come Ghibellino il 29 aprile del 1363, e lo escluse in
tal modo dai pubblici impieghi l'ultimo anno della sua vita[579].

  [579] _Marchione di Coppo Stefani Stor. Fiorent., l. IX, Rub. 692,
  t. XIV, p. 45. — Scipione Ammirato Stor. Fiorent., l. XII, p. 621._

La compagnia bianca degl'Inglesi era giunta il 18 luglio a Pisa in
numero di due mila cinquecento cavalli, e due mila fanti. I Pisani la
riunirono, sotto il comando di Ghisello degli Ubaldini, alle truppe che
di già avevano, cioè ottocento corazzieri assoldati, otto mila pedoni,
ed un grosso numero di gentiluomini e di cavalieri che servivano senza
paga. I Fiorentini avevano nominato capitano Ranuccio Farnese, fratello
di Pietro, morto ai loro servigi; ma l'armata che avevano posta sotto i
di lui ordini era debolissima, e la peste che infieriva in città, nelle
terre e nel campo, rendeva ogni difesa difficile. Era questa la volta in
cui i Pisani potevano senza incontrare ostacolo entrare nel territorio
fiorentino. Essi recaronsi da prima a Lucca, di dove passarono innanzi a
Pistoja, tenendo la strada della montagna; ma invece di fare l'assedio
di questa città, che non poteva opporre lunga resistenza, non pensarono
che a rendere ai Fiorentini sotto le loro proprie mura gli affronti che
avevano da loro ricevuti. Stabilirono il loro campo tra Peretola e
Campi, fecero coniare danaro alle porte di Firenze, distribuirono premj
per una corsa di cavalli, ed appiccarono tre asini ad una forca, con
alcuni brevi che loro davano i nomi dei tre magistrati fiorentini.
Impiegarono in queste ridicole ostentazioni una forza ed un tempo che
sarebbe loro bastato per fare importanti acquisti[580]. Guastarono in
seguito la campagna tra Firenze e Prato, le Lastre, la Val di Pesa, ed
una parte della Val d'Arno; finalmente tornarono a Pisa pel piano di
Empoli[581].

  [580] _Filippo Villani, c. 63. — Cronica Sanese p. 177. — Paolo
  Tronci Annali di Pisa, p. 401._

  [581] _Cronache di Pisa, p. 1042._

Quando la peste cessò, i Fiorentini si presero cura ancora essi di
adunare un'armata. Trattarono colla compagnia della Stella, ch'era in
Provenza e con varj capitani tedeschi, ma Barnabò Visconti ebbe modo di
render vani tutti i loro negoziati, e di ridurli a due mila cavalieri
mal armati e male capitanati, che arrolarono in mancanza di altri[582].
I Fiorentini posero alla loro testa Pandolfo Malatesti, uno de' signori
di Rimini, che poc'anni prima aveva con tanta prudenza e valore difesa
la Toscana contro il conte Lando e la grande compagnia.

  [582] _Filippo Villani, c. 65, p. 731._

Ma il Malatesti era di quella razza romagnuola tanto in Italia rinomata
per la sua perfidia ed i suoi tradimenti. Sapeva in quale stato di
spossamento aveva la peste gettata Firenze; sapeva che alcuni domestici
intrighi, effetti dell'ultima congiura, rendevano debole il governo;
vedeva che la momentanea potenza de' Pisani, e la forza della compagnia
inglese erano cagione di grandi timori in città, e si lusingò, ove gli
riuscisse di accrescere il timore del popolo, di vendergli cari i suoi
soccorsi, ed all'ultimo di avere la signoria di Firenze, siccome in
altre quasi eguali circostanze, l'avevano prima di lui ottenuta i duchi
di Calabria e di Atene.

Questa speranza fece tenere a Malatesti la più perfida condotta e la più
criminosa. L'Omo Santa-Maria, signore di Jesi, nuovo capitano dei
Pisani, era entrato cogl'Inglesi in Val d'Arno di sopra, ed il 17
settembre erasi reso padrone di Filigne senza quasi trovare
resistenza[583]. Malatesti, quasi volesse precludergli la strada,
stabilì il suo campo all'Ancisa, ma diede a questo campo così grande
estensione che riusciva quasi impossibile il poterlo difendere; ne
allontanò i migliori soldati, sotto pretesto di fare una scorreria nel
territorio pisano, ed egli stesso l'abbandonò per tornare a Firenze. In
sua assenza fu sorpreso il campo il 3 ottobre, ed i Fiorentini
perdettero più di quattrocento uomini[584]. Il forte castello
dell'Ancisa rimaneva almeno per coprire Firenze, ma all'indomani il
luogotenente di Pandolfo l'abbandonò ai nemici. Si videro giugnere verso
la città i fuggiaschi che tornavano dall'armata, e Pandolfo, che gli era
andato all'incontro, retrocesse a briglia sciolta, e raddoppiò
l'universale terrore. Andò a dichiarare agli otto signori della guerra,
che non conosceva verun altro mezzo per salvare Firenze, che quello di
unire al potere militare di cui era rivestito un potere giudiziario
sopra i cittadini, onde mantenere l'uno coll'altro, e punire a tempo le
congiure che scoprirebbe in città. I signori della guerra adunarono in
vista di tale inchiesta un consiglio straordinario cui invitarono tutti
i più riputati cittadini[585]. Quando gli otto della guerra ebbero
dichiarato a questa assemblea la domanda del Malatesti, Simone,
figliuolo di Rinieri Peruzzi, si levò, e disse ad alta voce «Abbadate di
non accordare al Malatesti veruna nuova prerogativa, i suoi progetti non
ad altro mirano che ad usurpare la tirannide: ricordatevi del duca
d'Atene, de' suoi cominciamenti, e come osò in seguito trattarvi;
riconoscete la dolcezza della libertà, e vivete e morite conservandola.»
A tali parole tutto il consiglio dimenticò il pericolo della vicinanza
degl'Inglesi, il credito di cui godeva il Malatesti, e la confidenza che
ispiravano i suoi passati servigi. I priori fecero rinnovare ai soldati
il giuramento di fedeltà alla signoria di Firenze; nominarono un nuovo
giudice, affatto indipendente dal Malatesti, dichiarando che il potere
del generale non si stendeva che sopra le truppe e le milizie[586].

  [583] _Filippo Villani, c. 63. — Scipione Ammirato t. XII, p. 627._

  [584] _Filippo Villani, c. 69. — Cronica di Pisa p. 1043. — Poggio
  Bracciolini, l. I, p. 211._

  [585] Tale adunanza chiamavasi il _Consiglio dei Richiesti_, e vi si
  ricorreva in tutte le difficili circostanze.

  [586] _Filippo Villani, c. 69. — Scipione Ammirato l. XII, p. 628._

Pandolfo non mostrò verun malcontento per questa decisione del
consiglio, ma conchiuse che i Fiorentini non erano ancora bastantemente
umiliati. Permise dunque appositamente che venisse saccheggiata la
campagna di Ripoli, senza far resistenza ai Pisani, cui era superiore di
forze[587], e quando l'Omo di Jesi volle scendere la Val d'Arno per
ricondurre le sue genti a Pisa, Malatesti condusse le milizie fiorentine
incontro a lui, quasi per voler precludergli la strada; ma invece di
farle sostenere dai corazzieri, ritenne questi in città e fece chiudere
le porte: di modo che se gl'Inglesi avessero attaccata la milizia
fiorentina, questa sarebbe stata infallibilmente tagliata a pezzi.
Quest'ultimo tradimento fece conoscere alla signoria ciò che doveva
aspettarsi da Pandolfo. In riguardo ai suoi antichi servigi, e pel nome
che portava, volle perdonargli i suoi progetti; ma lo ammonì
severamente, avvertendolo che se usava indulgenza, era in memoria
dell'antica amicizia, ch'egli stesso aveva voluto tradire. Pandolfo
rimase fino al termine convenuto capitano delle genti da guerra, ma
venne spogliato d'ogni autorità sopra la città e sopra le milizie[588].

  [587] _Filippo Villani, c. 70._

  [588] _Filippo Villani, c. 73._

La compagnia inglese di ritorno a Pisa si riposò alcun tempo, indi si
accordò di nuovo per sei mesi in servigio di questa repubblica per la
somma di cento cinquanta mila fiorini. Era in allora composta di mille
lance, e di due mila pedoni. Gl'Inglesi avevano i primi introdotta in
Italia l'usanza di contare i cavalieri per lance. Questo nome in allora
disegnava tre cavalieri, che avevano fatta tra di loro una specie
d'associazione. I loro cavalli non servivano che a trasportarli colla
loro pesante armatura sul campo di battaglia, ove combattevano il più
delle volte a piedi. Erano coperti di cotte di maglia, fortificate sul
petto da una lastra d'acciajo, i loro braccialetti, le corazze, gli
stivaletti erano di ferro, portavano al fianco una forte spada ed una
daga; due uomini tenevano la stessa lancia, essi l'abbassavano e
l'avanzavano lentamente, serrati in falange, fortemente gridando. Ogni
corazziere era seguito da uno o due paggi, quasi unicamente occupati a
ripulire le loro armi, onde brillavano come specchi.

Era la prima volta che si vedevano corazzieri scendere da cavallo per
combattere a piedi. Con tale pratica aggiugnevano all'impenetrabile
armatura de' cavalieri, la solidità dell'infanteria, e la loro falange
difficilissimamente poteva essere rotta. Gl'Inglesi sprezzavano il più
rigido freddo degl'inverni d'Italia, e veruna stagione faceva loro
sospendere le loro operazioni. Non mostravano minore abilità nelle
sorprese e ne' colpi di mano, che valore nelle battaglie. Seco portavano
scale composte di vari pezzi, che s'innestavano gli uni negli altri, e
cadauno non aveva mai più di tre gradi, di modo che potevano facilmente
giugnere alla sommità delle più alte torri, e le loro scale non
oltrepassando mai il muro non potevano essere rovesciate dagli
assediati[589].

  [589] _Filippo Villani, c. 79._ — Queste stesse scale, di cui fece
  uso il duca di Savoja nel 1602 per dare la scalata a Ginevra, hanno
  poi servito di modello a quelle, che s'adoprano per gl'incendi.

I Pisani andavano debitori ai Visconti della venuta di questa prima
compagnia; si volsero di nuovo a questi signori in principio della
seguente campagna per far venire col mezzo loro nuove truppe di
Lombardia. Volevano approfittare dei loro prosperi successi per
ottenerne altri maggiori, e procurarsi una gloriosa pace. I Visconti,
dal canto loro, trovavansi in migliore situazione che mai di soccorrere
Pisa. La campagna del 1363 erasi aperta in Lombardia in un modo
brillante per la Chiesa e per i suoi alleati. Un'armata di duemila
cinquecento corazzieri, comandata da Ambrogio, figliuolo naturale di
Barnabò, era stata rotta il 16 aprile, presso Modena. Ambrogio era stato
fatto prigioniere con un gran numero di ragguardevoli ufficiali[590]. Ma
la guerra non erasi in appresso trattata con vigore. Barnabò,
scoraggiato dalla disfatta del figliuolo, aveva cercato di riconciliarsi
col papa; ed in settembre aveva conchiuso un armistizio che venne
seguito da lunghe negoziazioni. Il 3 di marzo 1364 la pace di Lombardia
venne finalmente conchiusa. Il Visconti rinunciò a tutte le sue pretese
sopra Bologna, e rese al papa tutti i castelli del Bolognese ch'egli
aveva occupati. Ciò peraltro fece a condizione che il cardinale
Albornoz, di cui Barnabò temeva la vicinanza, non amministrerebbe quella
legazione. Un altro cardinale, chiamato Androino della Roche, fu dal
papa deputato al governo di Bologna[591]. I signori lombardi ed i
Visconti si restituirono a vicenda i castelli che si erano tolti. Il
marchese di Monferrato fece dal canto suo la pace con Galeazzo Visconti,
ed i due principi cambiarono alcune parti del proprio territorio per
rotondare vicendevolmente i loro stati. E per tal modo essendosi renduta
la pace alla Lombardia, i signori ed i popoli sentivano eguale premura
di rimandare le compagnie di ventura, che gli avevano così crudelmente
oppressi[592].

  [590] _Matteo Villani, l. XI, c. 44. — Cron. di Bologna p. 467. —
  Cron. Placent. p. 507._

  [591] _Cron. d'Orvieto t. XV, p. 686. — Ghirardacci Storia di
  Bologna l. XXIV, p. 274._

  [592] _Cronica di Bologna p. 471. — Petri Azarii Cron. p. 414. —
  Bernard. Corio Stor. Milan. P. III, p. 237._

Galeazzo Visconti s'affrettò quindi di offrire ai Pisani la compagnia
d'Anichino Bongarten, composta di tre mila corazzieri o _barbute_[593],
la quale si pose in marcia per la Toscana in principio di marzo. I
Pisani trovarono allora d'avere sei mila corazzieri sotto i loro ordini,
ragguardevole armata, che verun sovrano in Italia non aveva ancora
avuta. Gl'Inglesi al loro soldo avevano saccheggiato in febbrajo la Val
di Nievole e le campagne di Vinci e di Lamporecchio[594]. L'istante
pareva ai Pisani propizio per istabilire una gloriosa pace. Supplicarono
il papa di assumerne la mediazione, e questi mandò a tale oggetto a
Firenze fra Marco da Viterbo, generale de' Francescani.

  [593] Davasi questo nome ai corazzieri tedeschi a motivo della
  criniera ond'era ornato il loro caschetto.

  [594] _Filippo Villani, c. 81._

La signoria fiorentina non voleva compromettere l'onore della repubblica
con uno svantaggioso trattato; altronde, rifiutando la pace, temeva di
trovarsi risponsabile degli avvenimenti; adunò dunque un consiglio
straordinario, o dei _richiesti_. Prima di dare udienza al nunzio del
papa, uno degli otto della guerra annunziò ai cittadini adunati, che la
compagnia della Stella di quattro mila corazzieri, che trovavasi in
allora in Provenza entrava ai servigi della repubblica; che due mila
altri erano stati assoldati in Germania, e che gli uni e gli altri
giugnerebbero in Toscana prima che terminasse il mese. Indipendentemente
da queste due compagnie la repubblica aveva di già tre mila corazzieri
al suo soldo. Il tesoriere prese allora a parlare. Assicurò che Firenze,
dopo avere pagate le sue truppe fino alla fine di ottobre, non
troverebbesi in debito che di 166,000 fiorini; e fece vedere quali erano
ancora le risorse dello stato. La signoria dopo di avere fatto così
conoscere al popolo i suoi mezzi di sostenere gloriosamente la guerra,
fece entrare in consiglio il generale de' Francescani. Questi espose le
domande dei Pisani, che parvero così arroganti, che il consiglio ad una
voce risolse di continuare la guerra, e di aspettare a trattare quando
Firenze avrebbe ottenuta qualche vittoria[595].

  [595] _Filippo Villani, c. 82._

Ma Galezzo Visconti avendo corrotti coi regali i capi della compagnia
della Stella impedì loro di recarsi a Firenze nello stabilito termine,
ed i Pisani ne approfittarono per guastare il territorio fiorentino.
Avevano dato il comando dell'armata ad un avventuriere, che si rese in
seguito famoso nelle guerre d'Italia, e che aveva di già servito con
distinzione nelle guerre degl'Inglesi in Francia. Era questi Giovanni
Hawkwood, che gl'Italiani chiamano _acuto_ o _aguto_[596]. Questi
attraversò la Val di Nievole a mezzo aprile; entrò nel territorio di
Pistoja e di Prato, senza trovare opposizione; passò avanti alle porte
di Firenze, e si avanzò fino nel Mugello, facendo una ragguardevolissima
preda in quelle ricche campagne[597].

  [596] _Filippo Villani, c. 79._ Il nome d'Hawkwood è stato sfigurato
  in mille modi; ma la sua traduzione che trovasi in un autore
  contemporaneo, _Falcone in bosco_, lo fa riconoscere.

  [597] _Filippo Villani, c. 84._

Ritornando da questa spedizione gl'Inglesi s'avvicinarono di nuovo a
Firenze l'ultimo giorno di aprile. Eransi fatti avanti alle porte della
città alcuni trincieramenti per difenderle; gl'Inglesi gli attaccarono e
presero d'assalto, dopo avere uccisa molta gente ai Fiorentini. Anichino
Bongarten colse quest'occasione per farsi armare cavaliere in mezzo alla
pugna ed in faccia alla porta della città. In appresso egli conferì lo
stesso ordine a molti contestabili inglesi e tedeschi che militavano
sotto di lui. Durante la notte l'armata celebrò la festa della
cavalleria sul colle di Fiesole, che soprasta a Firenze. Dalle mura
della città vedevansi i soldati nemici danzare in giro con fiaccole in
mano, ed udivansi ripetere nelle loro orgie i venerandi vocaboli che i
priori adoperavano in palazzo nelle pubbliche deliberazioni[598]. Dopo
avere per altri due giorni saccheggiate ancora le campagne di Firenze,
Aguto condusse la sua armata in Val d'Arno di sopra; indi attraversò il
territorio d'Arezzo, quello di Cortona e di Siena, e tornò a Pisa per la
Val d'Elsa, dopo avere portata la desolazione in quasi tutte le province
del territorio fiorentino[599].

  [598] _Guardia, Studia i Collegi, manda per Richiesti ec. Filippo
  Villani, c. 89. — Scipione Ammirato, l. XII, p. 640._

  [599] _Filippo Villani, c. 89._

Il conte Enrico di Monforte, capitano de' Fiorentini, tirò, gli è vero,
qualche vendetta di tanto oltraggio con una rapida incursione nel
territorio nemico, ove abbruciò Livorno e Porto Pisano[600]. Frattanto
ancora non giugneva la compagnia della Stella, onde i Fiorentini si
videro forzati a ricorrere ad altri mezzi per difendersi contro i loro
avversarj. Gl'Inglesi e la compagnia di Bongarten erano vicini al
termine dei loro impegni coi Pisani. Queste truppe mercenarie
indifferenti alla causa per cui combattevano, non pensavano che a
vendere i loro servigi al più alto prezzo. I Fiorentini trattarono
segretamente coi loro capi[601]; li ridussero, mediante una grossa somma
di danaro, a non ricevere nuovo soldo dai Pisani e ad allontanarsi dalla
Toscana: il solo Aguto rimase al servigio di questa repubblica con circa
mille corazzieri inglesi.

  [600] _Filippo Villani, c. 90. — Cron. di Pisa, p. 1044. — Cron.
  Sanese, p. 185._ L'autore di quest'ultima avendo senza dubbio
  copiate Memorie Pisane, confuse l'anno pisano col volgare e
  imbrogliò tutta la cronologia.

  [601] _Cronache di Pisa, p. 1045. — Sozomeni Pistoriensi Historia,
  t. XVI, p. 1078._

I Fiorentini nominarono in seguito un nuovo capitano di guerra, e
sovvenendosi piuttosto gli antichi servigi che una fresca ingiuria,
ricorsero di nuovo alla famiglia de' Malatesti di Rimini. Galeotto,
fratello del vecchio signore di questa città e zio di Pandolfo, era uno
de' più riputati generali d'Italia, e fu questi che la repubblica pose
alla testa delle sue genti di guerra[602]. Galeotto assunse il comando
dell'armata fiorentina in sul finire di luglio, e la condusse a Cascina,
sei miglia lontana da Pisa. Ma, appena giunto, si propose di seguire i
progetti di suo nipote, e non pensò che ad indebolire lo stato di cui
gli era stata affidata la difesa, onde più facilmente sottometterlo. Con
premeditato disegno espose il suo campo ad una sorpresa, non lo avendo
nè fortificato nè circondato di vedette, e permettendo ai soldati di
disperdersi come se si trovassero al sicuro dai nemici. Hawkwood, che
n'ebbe avviso, si pose in marcia con mille cavalli e tutta la fanteria
pisana per attaccarlo. Fortunatamente alcuni antichi contestabili,
attaccati di cuore al servigio de' Fiorentini, sospettarono il
tradimento del loro generale. Manno Donati di Firenze, e Bonifazio Lupo
di Parma adunarono i soldati, li fecero armare e li prepararono alla
battaglia. Ricevettero vigorosamente i Pisani tosto che questi si
presentarono. Hawkwood, che contava sopra una sorpresa, ritirossi a
precipizio co' suoi cavalli, tostocchè conobbe di essere atteso. La
fanteria pisana ebbe mille morti e due mila prigionieri, ed il resto
salvossi a stento, e non avrebbe potuto fuggire se Galeotto avesse
voluto approfittare della vittoria. Ma tutt'all'opposto questo generale
non pensò che ad eccitare il malcontento nell'armata, sollecitandola a
pretendere ricompense di doppia paga e di mese compiuto per avere difeso
il campo, ov'erasi lasciata sorprendere[603].

  [602] _Poggio Bracciolini, l. I, p. 214. — Scipione Ammirato Storia
  Fiorent., l. XII, p. 643._

  [603] _Filippo Villani, c. 97. — Croniche di Pisa, p. 1045._

Gl'intrighi e la malafede de' Malatesti e la discordia che manifestavasi
in diversi corpi dell'armata fiorentina, determinarono finalmente la
signoria a pensare di proposito alla pace. L'onore della repubblica era
stato posto in sicuro dalla vittoria di Cascina; i Pisani erano umiliati
e deboli, e Firenze doveva oramai temere assai più il suo proprio
generale che i nemici. La signoria rinnovò adunque i trattati che il
generale de' Francescani aveva aperti. Urbano V aveva dato l'arcivescovo
di Ravenna per aggiunto a questo monaco. Colla loro mediazione gli
ambasciatori dei due popoli unironsi a Pescia, nella chiesa di san
Francesco, ed il congresso si aprì con egual desiderio da ambe le parti,
di terminare le ostilità[604].

  [604] _Filippo Villani, c. 100. — Cron. di Pisa, p. 1046. — Cronica
  Sanese, p. 187._

Ma, sebbene il trattato fosse in breve ridotto a termine, una strana
rivoluzione sopraggiunta a Pisa rovesciò il governo di questa
repubblica, e fu in procinto di rinnovare la guerra, prima che si
pubblicasse il trattato di Pescia. I Visconti, senza volere apertamente
dichiararsi contro i Fiorentini, avevano per altro cercato di formarsi
coi loro intrighi, o di mantenersi in Toscana un partito, coll'ajuto del
quale potessero un giorno stendere il loro dominio su tutta questa
provincia. Avevano sovvenuto danaro ai Pisani, accordate e fatte passare
al loro servigio due compagnie d'avventurieri, fermata quella che i
Fiorentini avevano presa al loro soldo, e lusingavansi che la
continuazione della guerra determinerebbe all'ultimo i Pisani a porsi
volontariamente sotto la loro dipendenza. Soltanto sembrava loro
necessario di piegare una prima volta lo spirito ed il carattere altero
de' cittadini, e di avvezzarli a riconoscere un padrone. L'ambasciatore
che i Pisani avevano mandato ai signori di Milano parve a questi proprio
alle loro viste. Costui, detto Giovanni dell'Agnello, era un mercante
d'una famiglia borghese, attaccato al dominante partito dei Raspanti, e
che fin allora non aveva avuta veruna onorificenza[605]. Barnabò
Visconti, dopo avere scoperta in Agnello ambizione, spirito d'intrigo e
falsità propria a formare un tiranno, si offrì d'ajutarlo con tutte le
sue forze e con tutte le sue ricchezze, per farlo signore di Pisa; ed
Agnello in contraccambio promise al Milanese, che s'egli comandava una
volta in Pisa, terrebbe questa città dipendente dalla casa Visconti,
come se fosse suo luogotenente e non suo alleato.

  [605] _Benvenuto Marangoni, Cron. di Pisa, p. 736._

Agnello, di ritorno a Pisa, osò di proporre in uno de' consiglj, che
precedettero il trattato di pace, di nominare un signore annuale, onde
ispirare più di confidenza a Barnabò, loro fedele alleato, come pure
alle genti d'armi, ed a fine di tenere più segrete le deliberazioni
dello stato. Indicò in pari tempo per questo comando Pietro d'Albizzi di
Vico, uno de' più virtuosi cittadini di Pisa, che veniva allora nominato
ambasciatore per trattare la pace coi Fiorentini. Pietro rigettò questa
proposizione con orrore, dichiarando ch'era solamente colla pace ch'egli
andava a negoziare, non già col sagrificio della libertà, che conveniva
salvare la patria. Ma dopo la partenza di Pietro di Vico pel congresso
di Pescia, Agnello rinnovò la sua proposizione nel prossimo consiglio,
ed un certo Vanni Botticella, nipote d'un macellajo, ebbe la
sfrontatezza di chiedere per sè la signoria che Agnello proponeva di
stabilire. Questi lodò lo zelo di Botticella, ma gli chiese se aveva in
danaro contante trentamila fiorini, ch'erano necessari a quello che si
caricherebbe del governo, onde pagare il loro soldo alle truppe; e
perchè Botticella confessò la sua impotenza, Agnello domandò di nuovo
che s'indicasse qualche altro uomo abbastanza ricco ed abbastanza abile
per salvare la repubblica.

Questa bizzarra proposizione, ripetuta con tanta asseveranza, eccitò
finalmente i sospetti de' migliori cittadini di Pisa. Nello stesso tempo
si sparse voce che Agnello adunava soldati e persone pericolose nella
propria casa. Una sera molti riputati cittadini presero le armi, e
recaronsi al palazzo degli anziani, chiedendo a questi magistrati di
ordinare una visita nella casa di Agnello, ed ottennero che si eseguisse
in sull'istante. Ma Agnello aveva preveduta questa ricerca, ed aveva
alloggiati i soldati ed i banditi da lui adunati, non nella propria
casa, ma presso alcuni de' suoi amici e complici. Quando ebbe avviso
dell'avvicinarsi degli anziani, si pose a letto, coperto com'era della
corazza; fece che si coricasse al suo fianco la consorte, ed ordinò ciò
che far doveva alla piccola fantesca, che sola stava con loro in quella
casa: poi s'infinse di dormire profondamente.

I cittadini armati, guidati da uno de' magistrati, si presentarono
intanto alla porta d'Agnello, che venne loro aperta all'istante. Essi
avanzaronsi fino alla camera ov'era coricato il padrone della casa, e
l'udirono russare. La consorte, appena coperta d'una veste da camera, si
rizzò di subito. «Mio marito dorme, loro disse, egli è stanco assai; ma
se la patria o i magistrati hanno di lui bisogno, io lo sveglierò». I
cittadini che i primi avevano sospettato arrossirono dei loro sospetti e
si vergognarono d'avere così sorpresa una donna rispettabile,
ritirandosi senza permettere che si svegliasse Agnello. Tornati presso
gli anziani, dichiararono che i loro sospetti non avevano fondamento, e
si disarmarono. Ma si erano appena ritirati, che Agnello balzò
tutt'armato dal letto in cui fingeva di dormire per porsi alla testa de'
banditi che aveva adunati. Marciò con loro al palazzo, e sorprese le
guardie della signoria. Giovanni Hawkwood, guadagnato dal danaro dei
Visconti, favoreggiava la sua usurpazione, ed aveva fatti montare a
cavallo i suoi corazzieri per sostenerlo. Agnello si pose a sedere nella
sala della signoria sulla seggiola del presidente; fece l'un dopo
l'altro risvegliare gli anziani, e condurre innanzi a lui. «Maria
Vergine, disse loro, mi ha rivelato questa stessa notte che per la
prosperità ed il riposo di Pisa io debba prendere, almeno per lo spazio
di un anno, il titolo e le funzioni di doge. In esecuzione di questo
ordine celeste ho di già distribuiti del mio proprio trenta mila fiorini
alle truppe in pagamento del loro soldo arretrato. Io vi ho fatti
chiamare perchè voi raffermiate subito coi vostri suffragi questa
celeste nomina.» Gli anziani sorpresi e spaventati, vedendosi circondati
dai satelliti di Agnello, non opposero resistenza. Giurarono l'un dopo
l'altro ubbidienza al nuovo doge. Questi fece in appresso cercare a casa
loro tutti i più riputati cittadini, e tutti quelli che gli erano
sospetti per far loro dare lo stesso giuramento; e mentre faceva
lampeggiare le spade intorno alle loro teste, non risparmiava promesse
per sedurli. Ad uno offriva il vicariato di Lucca, ad un altro quello di
Piombino, ad un terzo la scelta tra le varie castellanie dello stato.
Durante tutta la notte i magistrati ed i cittadini gli furono gli uni
dopo gli altri condotti, per giurargli fedeltà. Fatto giorno corse la
città, con una pompa ducale, accompagnato dagli anziani, mentre i
soldati, che lo circondavano, sforzavano il popolo a salutarlo col nome
di doge.

Per assodare il suo potere Agnello riunì sedici famiglie di cittadini in
una sola, di cui si dichiarò capo. Tutti i membri di questa nuova
corporazione dovevano portare il titolo di conti, e gli stessi stemmi.
Agnello dava ad intendere che dopo un anno deporrebbe la sua dignità e
darebbe luogo a quello dei conti che il popolo nominarebbe suo
successore. Ma veruno seguì meglio d'Agnello i consigli dati dal conte
di Montefeltro a papa Bonifacio[606]. Promise per farsi de' partigiani;
e per conservarsi loro padrone non attenne le sue promesse. Ben tosto
lasciò il titolo di doge adoperato di già in due repubbliche marittime,
per assumere quello di signore; si circondò della più ridicola pompa;
più non mostrossi al popolo che collo scettro d'oro in mano, e la stoffa
d'oro sospesa in sul capo; pretese finalmente che gli si presentassero
le suppliche stando in ginocchio, sebbene fin allora non si usasse
quest'atto di sommissione che ai papi ed agl'imperatori[607].

  [606] «Lunghe promesse coll'attender corto.» (_Dante, inferno._)

  [607] _Filippo Villani, c. 101. — Croniche di Pisa, p. 1046. —
  Tronci Annali di Pisa, p. 412._ Ma quest'ultimo, secondo il solito,
  è breve e poco soddisfacente.

In questo tempo, Pietro d'Albizzo di Vico, l'ambasciatore de' Pisani al
congresso di Pescia, s'affrettò d'ultimare le vertenze della sua patria
coi Fiorentini. La pace venne segnata il 17 agosto del 1364. Le antiche
esenzioni accordate ai mercanti fiorentini vennero tutte rinnovate; il
castello di Pietrabona, ch'era stata la prima cagione della guerra fu
dai Pisani ceduto ai Fiorentini; gli altri castelli, presi da ambe le
parti, vennero vicendevolmente restituiti, ed i Pisani si obbligarono a
pagare ai Fiorentini entro dieci anni cento mila scudi d'oro per le
spese della guerra, cioè dieci mila ogni anno, la vigilia della festa di
san Giovanni, protettore di Firenze[608].

  [608] _Filippo Villani, c. 102. — Scipione Ammirato, l. XII, p.
  648._


FINE DEL TOMO VI.



TAVOLA CRONOLOGICA DEL TOMO VI.


  CAPITOLO XXXVIII. _Carestia e peste in
  Italia. — Nuove fazioni di Pisa. — Guerre
  del re d'Ungheria e della regina Giovanna. — Secondo
  giubileo._ 1347-1350                                   _pag._ 3

            Splendore del 14.º secolo                           3
            Suoi vizj                                           4
            Influenza de' piccoli tiranni sulla
              pubblica morale                                   5
            Corrompimento delle repubbliche                     6
            Flagelli che affliggono il 14.º secolo              7
            Invenzione delle armi a fuoco, che furono
              adoperate la prima volta nel 1346                 8
       1346 Carestia prodotta dall'intemperie
              delle stagioni                                   10
       1347 Generosità del governo fiorentino
              durante la carestia                              12
            Mortalità cagionata dalla carestia                 15
            Origine della peste in Levante                     15
  1348-1350 Scorre tutta l'Europa                              17
       1348 Sintomi della peste                                18
            Spavento che inspira il contagio                   19
            In qual modo venivano seppelliti i morti           21
            Infelicità de' poveri in tempo del contagio        22
            Licenza ed anarchia universale                     23
       1348 La peste ne' villaggi e nelle campagne             24
            Numero delle vittime della peste,
              i tre quinti della popolazione                   25
            Morte dello storico Giovanni Villani               26
            Morte di altri celebri personaggi                  28
            Origine delle fazioni dei Bergolini
              e dei Raspanti a Pisa                            29
            I Bergolini vincitori; i Raspanti scacciati,
              Andrea Gambacorti capo della repubblica
              il 24 dicembre                                   31
       1346 In dicembre. Zara presa dai Veneziani              32
       1347 Il 3 novembre. Il re d'Ungheria
              parte alla volta d'Italia                        33
            Non si lascia trattenere dagli
              ordini del papa                                  34
            Il 20 agosto. La regina Giovanna
              sposa Luigi di Taranto                           35
       1348 Il 15 gennajo. La regina Giovanna fugge
              da Napoli e passa in Provenza                    36
            Carlo di Durazzo fatto uccidere
              dal re d'Ungheria                                38
            I principi del sangue e il figliuolo di
              Giovanni prigionieri nella Schiavonia            39
            Il re d'Ungheria s'impadronisce
              del regno di Napoli                              39
            Questi torna in Ungheria sul finire di
              maggio per fuggire la peste                      40
       1348 La regina Giovanna e suo marito tornano
              a Napoli in fine d'agosto                        42
       1349 Il regno guastato dai condottieri                  43
            I mercenarj dividono la preda che ammonta
              al valore di cinquecento mila fiorini            44
            Riposo forzato dell'Italia settentrionale          45
       1350 Affluenza de' pellegrini a Roma
              pel nuovo giubileo                               46

  CAPITOLO XXXIX. _Clemente VI vuole
  sottomettere la Romagna. — I Pepoli vendono
  Bologna ai Visconti. — La Toscana invasa
  dall'armata dell'arcivescovo di Milano,
  che viene respinta. — Pace tra il
  re di Ungheria e la regina di Napoli._ 1350-1351             48

            Viste interessate della Chiesa nella
              pubblicazione del secondo giubileo               48
       1350 Clemente VI vuole impiegare le sue nuove
              ricchezze per sottomettere la Romagna            49
            Ettore di Durafort, parente di Clemente VI,
              attacca il signore di Faenza                     51
            Intrighi di Durafort in Romagna                    51
            Il 6 luglio imprigiona nel suo campo
              Giovanni de' Pepoli signore di Bologna           53
       1350 Prodigalizza le ricompense militari
              a' suoi soldati per tradimenti                   54
            Giacomo de' Pepoli fratello di
              Giovanni ricorre ai Fiorentini                   54
            Questi rispondono che sono pronti a difendere
              la repubblica di Bologna, ma non i suoi
              tiranni                                          55
            Una ribellione nell'armata di
              Durafort sospende i suoi successi                57
            I Fiorentini cercano di tornare
              Bologna in libertà                               58
            Ambasciata de' Pepoli a Firenze
              per ingannare i Fiorentini                       58
            Vendono Bologna ai Visconti                        59
  1339-1349 Regno e carattere di Lucchino Visconti             59
       1349 Muore il 13 gennajo avvelenato da sua moglie;
              suo fratello Giovanni, arcivescovo di Milano,
              gli succede                                      60
       1350 Contratto de' Pepoli con Giovanni Visconti         60
            Durafort attacca nuovamente Bologna                62
            Clemente VI fa cominciare un
              processo contro il Visconti                      63
            L'arcivescovo spaventa la corte d'Avignone         65
       1351 Morte di Mastino della Scala il 3 giugno;
              debolezza dei suoi successori                    66
       1351 La repubblica di Fiorenza senza
              alleati contro il Visconti                       67
            Unisce la città di Prato al suo territorio         68
            Tentativo sopra Pistoja. Trattato
              con questa città                                 69
            Alleanza de' Visconti con tutti i tiranni          70
            Benedetto Monaldeschi si fa signore d'Orvieto      70
            E Giovanni Cantuccio de' Gabrielli di Agobbio      71
            Giovanni Visconti di Oleggio entra in
              Toscana con l'armata milanese                    73
            Dichiarazione d'Oleggio ai Fiorentini              75
            Questi mandano tutti i loro soldati
              a Prato e Pistoja                                77
            La campagna di Firenze guastata dall'Oleggio       77
            Entra in Mugello ed assedia Scarperia              78
            I Fiorentini cercano d'intercettare
              le vittovaglie all'Oleggio                       79
            Un Visdomini ed un Medici entrano in Scarperia     83
            Primo assalto dato a Scarperia
              la prima domenica di ottobre                     83
            Secondo assalto vergognosamente respinto           83
            Scarperia inutilmente attaccata
              colla scalata                                    84
       1351 Oleggio leva l'assedio dopo sessantun
              giorni, ed esce dalla Toscana                    86
            Alleanza delle quattro comuni guelfe,
              Firenze, Perugia, Siena ed Arezzo                86
       1350 Il re d'Ungheria rientra nel regno di
              Napoli, ed assedia Aversa                        87
            La regina Giovanna domanda la
              pace ed ottiene una tregua                       88
            Il giudizio della regina deferito
              alla corte d'Avignone                            88
       1351 La regina assolta dalla complicità
              nella morte del marito                           90
            Clemente VI riconosce Luigi di
              Taranto come re di Napoli                        91
            Gli ambasciatori d'Ungheria rinunciano ai
              compensi convenuti a favore del loro sovrano     92

  CAPITOLO XL. _Commercio e colonie
  degl'Italiani in Levante. — Guerra de' Genovesi
  coi Greci. — Coi Veneziani. — Battaglia
  del Bosforo._ 1348-1352                                      93

            Rivalità delle due repubbliche
              marittime Genova e Venezia                       94
            Marina de' Catalani                                94
            Dei Siciliani e dei Napolitani                     95
            Dei Greci, de' Pisani, de' Francesi
              e degl'Inglesi                                   97
            Tutto il commercio del mondo
              facevasi sul Mediterraneo                        97
            Commercio del mar Nero colla Russia                98
            Caffa, colonia de' Genovesi in Crimea,
              e la Tana presso Asow                            99
            Commercio di Sinope coi Turchi
              dell'Asia Minore                                101
            Commercio di Trebisonda cogli Armeni              102
            Commercio delle Indie per mezzo
              dell'Armenia, e della Battriana                 103
            Per mezzo del golfo Persico e dell'Eufrate;
              nel mar Rosso e nell'Egitto                     103
            Costantinopoli centro del commercio del mondo     104
            Colonia de' Veneziani a Costantinopoli            104
            Colonia de' Genovesi a Pera o Galata              105
            La rivalità tra gl'imperatori
              Latini e Greci era cessata                      106
            Guerre civili de' Greci durante
              il regno dei due Andronici                      107
            Guerre civili di Cantacuzèno;
              i Turchi passano in Europa                      108
            Pace del 1347 tra gl'imperatori
              rivali; povertà dell'impero                     108
            Rottura di Cantacuzèno coi Genovesi               110
       1348 I Genovesi fortificano Pera a dispetto
              dell'imperatore e cominciano le ostilità        110
            I Greci si sottomettono ai rigori
              di un assedio                                   113
       1348 Cantacuzèno intraprende il blocco di Pera         114
       1349 I Greci armano una flotta, e la
              mandano all'isola del Principe                  115
            La flotta greca, abbandonata dai
              suoi marinaj, è presa dai Genovesi              116
            Terrore panico de' Greci che
              guardavano le mura                              117
            Moderazione de' Genovesi. Trattato di pace        117
            Guerra nella piccola Tartaria
              tra i Latini ed i Tartari                       118
       1350 I Genovesi rompono ogni commercio coi Tartari     119
            I Veneziani tornano alla Tana e battono i
              Genovesi, che loro volevano precludere il
              cammino                                         120
            Offrono la loro alleanza all'imperatore
              greco ed è rifiutata                            122
       1351 Paganino Doria blocca una flotta
              Veneziana a Negroponte                          124
            I Veneziani cercano l'alleanza
              di Pietro IV d'Arragona                         125
            3 agosto. Il re d'Arragona dichiara
              la guerra ai Genovesi                           126
            I Greci si dichiarano a favore de' Veneziani      126
            Niccolò Pisani libera la flotta
              bloccata a Negroponte                           128
            Pisani e Doria svernano nei mari
              della Grecia                                    130
       1352 13 febbrajo. Battaglia del Bosforo
              tra i due ammiragli                             131
            Si prosiegue durante la burrasca e la notte       133
            Orribile notte passata dalle due
              flotte nella baja di san Foca                   133
            La perdita de' Veneziani supera
              quella de' Genovesi                             134
            Niccolò Pisani abbandona i mari della Grecia      136
            6 maggio. Paganino Doria sforza
              Cantacuzèno a fare la pace                      136

  CAPITOLO XLI. _Disfatta de' Genovesi alla
  Lojera: essi si danno all'arcivescovo di
  Milano. — Disfatta de' Veneziani a Portolongo. — Pace
  di Venezia. — Tripoli
  preso dai Genovesi. — Congiura del doge
  Marin Falieri. — Introduzione delle lettere
  greche in Italia._ 1352-1355                                138

       1352 Morte di Clemente VI il 5 dicembre,
              cui succede Innocenzo VI                        139
            I Genovesi cercano l'alleanza di Luigi
              d'Ungheria, e gli promettono
              la Dalmazia veneziana                           139
       1353 Antonio Grimaldi nominato ammiraglio
              della flotta genovese                           141
            Va in traccia de' Veneziani uniti ai Catalani
              alla Lojera, in Sardegna                        142
            Superiorità delle forze della flotta
              veneziana di Pisani                             142
       1353 29 agosto. Battaglia della Lojera
              perduta dai Genovesi                            143
            Attacco infruttuoso de' Catalani
              in Sardegna dopo questa vittoria                145
            10 ottobre. I Genovesi abbattuti dalla loro
              disfatta si danno a Giovanni Visconti
              arcivescovo di Milano                           147
            Il Visconti cerca di fare la pace con Venezia;
              ma vengono rifiutate le sue offerte             148
       1354 Paganino Doria entra nel golfo
              e minaccia Venezia                              149
            Va in traccia del Pisani che si
              è chiuso nel golfo della Sapienza               150
            3 novembre. Attacca e distrugge
              tutta la flotta veneziana                       151
       1355 Un Genovese fa trionfare in Costantinopoli
              il partito di Giovanni Paleologo                152
            Cantacuzèno rinuncia l'impero e si fa monaco      153
            I Veneziani chiedono la pace; viene
              sottoscritta il 28 settembre                    154
            Tentativo di Filippo Doria sopra Tripoli          155
            Rivoluzioni ne' regni di Tunisi e di Tripoli      155
            I Genovesi sorprendono Tripoli
              e la saccheggiano                               156
            Il senato di Genova punisce il suo ammiraglio
              e la sua flotta per tale tradimento             157
       1354 Marin Falieri succede l'11 settembre
              al doge Andrea Dandolo                          159
       1356 Marin Falieri insultato da Michele Steno          160
            Risentimento del doge; cerca d'armare i
              malcontenti per vendicarsi                      161
            Congiura di Marino Falieri; deve
              scoppiare il 15 aprile                          162
            Ella è rivelata la vigilia al
              consiglio dei dieci                             163
            Il doge ed i principali congiurati
              vengono arrestati                               164
            17 aprile. Viene tagliata la testa al doge
              sulla grande scala del suo palazzo              165
  1340-1364 I Greci cominciano ad imparare
              le lettere latine                               166
            Gl'Italiani si attaccano con ardore
              alle lettere greche                             167
            Prime traduzioni dal greco nel
              XII e XIII secolo                               169
            Erudizione ed entusiasmo per
              gli antichi in Costantinopoli                   169
            Il monaco Barlaamo; prime lezioni
              che dà al Petrarca                              172
            Giovanni Boccaccio; suo zelo
              per le lettere, suo sapere                      173
            Ambasciate a lui affidate                         174
            La repubblica fiorentina lo manda per fare
              alcune offerte al Petrarca                      174
            Dotte opere del Boccaccio dimenticate;
              suoi romanzi e sue novelle                      177
       1364 Ardore con cui studia il greco                    178
            Leonzio Pilato, dotto greco, condotto
              da Boccaccio a Firenze                          179
            Prima cattedra di lingua greca
              fondata dalla repubblica fiorentina             179

  CAPITOLO XLII. _L'Italia immagine della Grecia. — Suoi
  tiranni. — Intraprese di Giovanni
  Visconti arcivescovo di Milano. — Grande
  compagnia del cavaliere di Moriale. — Il
  cardinale Albornoz intraprende la
  conquista del patrimonio della Chiesa. — Morte
  di Cola da Rienzo._ 1351-1354                               182

            Rassomiglianza fisica tra l'Italia
              e la Grecia                                     182
            Tra il carattere degl'Italiani e de' Greci        183
            Il genio degl'Italiani soffocato
              dall'erudizione e dall'uso del latino           185
            Le arti sono meno trattenute dall'imitazione
              di quel che lo siano le lettere                 186
            Rassomiglianza de' governi del XIV secolo
              in Italia e del secolo di Pericle               188
            Carattere ed ambizione della casa Visconti        189
            Le case di Savoja e di Monferrato                 191
       1352 Guerra civile nella casa d'Este                   192
       1354 Congiura nella casa della Scala                   193
       1355 Congiura nella casa de' Carrara                   195
       1362 Congiura nella casa de' Gonzaga                   196
            Non rimangono che le repubbliche di Venezia,
              Pisa, Firenze, Siena e Perugia                  197
       1351 Congiura dei Brandagli d'Arezzo eccitata
              dall'arcivescovo di Milano                      198
            Trattato dell'arcivescovo con Clemente VI         199
       1352 5 maggio. Il papa riconcilia l'arcivescovo
              e la Chiesa, e gli cede Bologna                 199
            Le repubbliche toscane entrano in negoziati
              coll'imperatore Carlo IV                        200
            L'arcivescovo le fa attaccare su
              tutte le frontiere                              203
            5 dicembre. Morte di Clemente VI;
              gli succede Innocenzo VI                        203
       1353 Pace di Sarzana, del 1 aprile, tra il
              Visconti, e le città guelfe                     204
            Compagnia di ventura formata
              da fra Moriale d'Albarno                        205
            Guasta in novembre il territorio di Rimini        206
            Invano il Malatesti implora soccorso
              dalle repubbliche guelfe                        207
       1354 Perugia ed in appresso Siena trattano con
              Moriale ed abbandonano i Fiorentini             209
            I Fiorentini ed i Pisani sono forzati di
              liberarsi col danaro dai danni
              della compagnia                                 210
       1354 Moriale affida la compagnia al
              conte Lando e va a Roma                         211
            29 agosto. Il tribuno Cola da Rienzo lo
              condanna, come assassino, a perdere la testa    212
  1347-1354 Vicende di Cola da Rienzo dopo
              la sua fuga dal Campidoglio                     213
       1353 Il cardinale Albornoz mandato da Innocenzo
              VI in Italia con Cola                           214
            Rivoluzioni a Roma dopo la fuga
              di Cola da Rienzo                               217
            Cola da Rienzo desiderato dai Romani              219
       1354 Il prefetto di Vico, signore di Viterbo e
              d'Orvieto, attaccato da Albornoz                221
            Si sottomette al legato e rende
              la libertà a queste città                       222
            Il legato crea Cola senatore e lo manda a Roma    223
            Cola prende danaro a prestito
              dai due fratelli di Moriale                     223
            Cola disgusta i Romani                            224
            8 ottobre. Sedizione contro di
              lui; viene attaccato nel Campidoglio            225
            Tenta di fuggire sotto mentite vesti              226
            Viene riconosciuto ed ucciso                      227

  CAPITOLO XLIII. _Morte dell'arcivescovo Visconti. — Carlo
  IV in Italia. — Tratta
  con Firenze; distrugge a Siena il governo
  dei nove ed a Pisa quello dei Bergolini. — Si
  ritira vergognosamente. — Anarchia
  della Sicilia e di Napoli. — Conquista
  d'Albornoz; discordia tra i Visconti._ 1354-1355            229

       1353 La pace dell'arcivescovo Visconti assicurata
              dalle intraprese di Albornoz                    229
            I signori di Mantova, Verona, Ferrara e
              Padova esposti ai suoi intrighi                 230
            Dicembre. I Veneziani persuadono questi
              signori ad unirsi tra di loro ed a chiamare
              Carlo IV in loro soccorso                       231
            Carattere intrigante ed avido di Carlo IV         232
            Egli ottiene dal papa la promessa di essere
              coronato a Roma                                 233
       1354 Scoppia la guerra in Lombardia. La grande
              compagnia entra in servigio degli alleati       233
            5 ottobre. Inaspettata morte di Giovanni
              Visconti, arcivescovo di Milano                 234
            Divisione de' suoi stati fra i suoi tre
              nipoti, Matteo, Barnabò, Galeazzo               235
            14 ottobre. Carlo IV entra in
              Italia senza armata                             236
       1354 Si fa mediatore d'una tregua tra
              gli alleati ed i Visconti                       237
       1355 6 gennajo. Viene coronato a
              Milano nella basilica di sant'Ambrogio          238
            Passa in Toscana con piccolo accompagnamento;
              inquietudine de' Fiorentini                     238
            Durante il suo soggiorno a Pisa (18 gennajo
              al 22 marzo) si aduna un'armata presso di lui   239
            Prove d'affezione che gli danno i Lucchesi        242
            Carlo, impegnato coi Pisani,
              non può dare a Lucca la libertà                 243
            Stato delle fazioni pisane; i Gambacorti
              alla testa del governo                          244
            Sedizione eccitata dai Raspanti;
              nuovo trattato coll'imperatore                  245
            Gli si presentano gli ambasciatori
              di Siena e di Firenze                           247
            L'ordine dei nove di Siena dà all'imperatore
              l'illimitata signoria della repubblica          249
            Movimento di tutti i Ghibellini
              toscani contro Firenze                          249
            Trattato dei Fiorentini coll'imperatore           250
            Il popolo di Firenze viene a stento
              persuaso di ratificare questo trattato          252
       1355 L'imperatore va a Siena. Oligarchia dei nove      253
            Odio del popolo contro i nove,
              e perfidia di quest'ordine                      255
            23 marzo. Sedizione in Siena contro i
              nove, quando vi giugne l'imperatore             255
            I nove perseguitati dal popolo;
              loro palazzo aperto a Carlo IV                  256
            L'imperatore passa a Roma, e
              vi è coronato il 5 aprile                       258
            19 aprile. Di ritorno a Siena trova escluso
              a perpetuità dal governo l'ordine dei nove      260
            Istituzione di una nuova oligarchia. I dodici     260
            Carlo nomina suo fratello, il patriarca
              d'Aquilea, signore di Siena                     261
            Questi viene scacciato dal popolo                 261
            L'imperatore corona in Pisa coll'alloro
              poetico Zanobio Strata                          263
            I Lucchesi sollecitano l'imperatore
              a rendere loro la libertà                       263
            Sedizione a Pisa contro l'imperatore.
              I Bergolini imprigionati                        265
            Sedizione a Lucca contro i Pisani                 266
            Zelo de' Pisani per difendere
              Lucca; i Lucchesi sottomessi                    268
       1355 26 maggio. L'imperatore fa tagliare
              il capo ai Gambacorti                           269
            Carlo ritorna in Germania                         270
            Guerre civili nel regno di Sicilia                272
            Anarchia nel regno di Napoli;
              debolezza del re Luigi                          273
            La grande compagnia guasta lo
              stato di Ravenna                                274
            Guasta in seguito gli Abruzzi e la Puglia         276
            S'avvicina a Napoli senza trovare ostacoli        277
            Continuazione delle conquiste di Albornoz         278
            Gentile da Mogliano, signore di Fermo,
              riconciliato colla Chiesa                       279
            Lega formata da Malatesti per
              difendersi contro il legato                     281
            Malatesti obbligato a sottomettersi.
              Gentile da Mogliano spogliato                   282
            Francesco degli Ordelaffi, signore di Forlì,
              si ostina a difendersi, benchè solo             283
            Giovanni Visconti di Oleggio luogotenente
              dei signori di Milano a Bologna                 284
            I Visconti vogliono privarlo del governo          285
            Cospirazione d'Oleggio per rendersi indipendente  286
       1355 Il 17 aprile si fa proclamare
              signore di Bologna                              288
            Matteo, il primogenito Visconti,
              avvelenato da' suoi fratelli                    290

  CAPITOLO XLIV. _La Dalmazia tolta ai Veneziani
  dagli Ungari. — Guerra de' principi
  lombardi contro i Visconti. — Fra Giacomo
  de' Bussolari a Pavia._ 1356-1359                           292

            Influenza del re Luigi d'Ungheria sull'Italia     292
            Gli Ungari giunti sotto questo principe
              alla più alta potenza feudale                   293
            Carattere intraprendente ed incostante di Luigi   294
            Attaccamento di Zara e della
              Dalmazia al re d'Ungheria                       295
       1356 Luigi attacca i Veneziani per
              conquistare la Dalmazia                         296
            Numerose armate degli Ungari                      298
            Cavalleria leggiera ed armatura degli Ungari      298
            Loro maniera di guerreggiare e di nudrirsi        299
            Quaranta mila Ungari entrano
              nella Marca Trivigiana                          300
            Luigi intraprende l'assedio, poi
              il blocco di Treviso                            301
            Dopo un mese si ritira a precipizio               302
            Continua la guerra con corpi di cavalleria
              che si succedono gli uni gli altri              303
       1356 La signoria gli fa invano proposizioni di pace    304
       1357 Gli Ungari si rendono padroni
              di Zara, 25 dicembre                            305
       1358 Pace tra gli Ungari e Venezia,
              di cui ne detta Luigi le condizioni             306
  1355-1358 Guerra de' piccoli principi lombardi
              contro i Visconti                               308
       1355 Giovanni Paleologo, marchese di Monferrato,
              dichiara la guerra ai Visconti                  309
            I marchesi Beccaria di Pavia si
              uniscono al marchese di Monferrato              310
       1356 Maggio. I Visconti assediano Pavia                311
            Fra Giacomo de' Bussolari, predicatore di Pavia   312
            27 maggio. Eccita i suoi uditori a vendicare
              la patria, e fa levare l'assedio ai Milanesi    313
            La grande compagnia assoldata
              dai nemici dei Visconti                         316
            Il Vescovo d'Augusta, vicario
              imperiale, l'accompagna                         317
            I soldati dei Visconti non vogliono
              combattere contro la grande compagnia           318
            Questa dal canto suo non vuole
              spingere la guerra con vigore                   319
            13 novembre. Il vecchio Lodrisio Visconti
              determina l'armata milanese a combattere,
              e rompe la grande compagnia                     320
       1356 15. I Genovesi scacciano la guarnigione
              dei Visconti, e si rimettono in libertà         322
       1357 Fra Giacomo de' Bussolari predica
              a Pavia contro la tirannide                     323
            Gelosia dei Beccaria che vogliono
              farlo assassinare                               323
            Bussolari ritorna co' suoi sermoni
              l'esistenza alla repubblica di Pavia            324
            I Beccaria ricercano l'alleanza dei Visconti
              e sono cacciati da Pavia                        325
            Corrispondenza di Petrarca col Bussolari          326
            Continui tradimenti delle truppe mercenarie       328
       1358 Maggio. I Visconti fanno la pace
              coi signori di Lombardia                        329
            Ricominciano l'assedio di Pavia                   330
            Sforzi del Bussolari per difendere
              questa città                                    332
       1359 I contadini del territorio di Pavia
              prendono la parte dei Visconti                  332
            Bussolari tratta coi Visconti senza
              nulla chiedere per sè                           333
            Pavia apre le porte. Bussolari termina
              i suoi giorni in una prigione                   335
            Orrendi supplicj inflitti dai Visconti
              ai loro nemici                                  335

  CAPITOLO XLV. _Affari della Toscana. — Rivalità
  tra Firenze e Pisa; guerra di Siena
  e di Perugia. — I Fiorentini respingono la
  grande compagnia. — Sommissione della
  Romagna alla Chiesa._ 1356-1359                             337

       1356 Morte del vecchio Pietro Saccone, che cerca
              di approfittare della sua agonia per
              sorprendere i suoi nemici                       337
            Animosità dei Pisani contro i
              Guelfi ed i Fiorentini                          339
            Eccitano alcuni avventurieri a sorprendere
              qualche fortezza de' Fiorentini                 340
            Attentano nel loro porto all'esenzione
              dei Fiorentini                                  341
            I Fiorentini trasportano il loro
              commercio a Siena e Telamone                    342
       1357 I Raspanti di Pisa vogliono provocare
              i Fiorentini alla guerra                        344
            I Fiorentini non si lasciano illudere
              e conservano la pace                            345
            Grandezza ed ambizione dei Perugini               346
            Dicembre. Attaccano all'impensata
              il signore di Cortona                           347
       1358 Febbrajo. Siena soccorre il signore di Cortona    348
            10 aprile. I Sienesi disfatti a
              Torrita dai Perugini                            349
            I Sienesi chiamano in Toscana la grande
              compagnia del conte Lando                       350
            La compagnia chiede il passo ai
              Fiorentini, che lo rifiutano                    351
       1358 Sceglie un cammino attraverso le montagne,
              ove si avanza incautamente                      352
            Il 24 luglio. La compagnia rotta
              dai montanari alla Scalella                     353
            L'avanguardia si salva e torna in Romagna         355
            Rinforzi che riceve la compagnia,
              e suoi progetti di vendetta                     356
            I Fiorentini mediatori della pace
              tra Perugia e Siena                             357
            Semi di discordia a Firenze; il divieto           358
            Gli antichi Guelfi si lagnano che il
              governo passa in mano ai Ghibellini             359
            Legge emanata per allontanare i Ghibellini
              dagl'impieghi; l'ammonizione                    360
            Grande numero di paci in tutta l'Europa           362
            La sola Romagna non vi è compresa;
              conquiste d'Albornoz                            363
       1356 Gli abitanti di Forlì pregano inutilmente
              Francesco degli Ordelaffi a sottomettersi
              al legato                                       364
       1357 L'Ordelaffi affida la difesa di Cesena a
              sua moglie Marzia degli Ubaldini                365
            Indomabile coraggio di Marzia, che si
              difende d'uno in altro trinceramento            366
       1357 Suo padre la prega invano ad arrendersi           368
            L'ultima torre della cittadella in cui è
              chiusa, trovandosi minata, viene da' suoi
              soldati costretta ad arrendersi il 21
              di giugno                                       369
            Un nuovo legato dato per successore ad Albornoz   370
       1358 La grande compagnia libera Forlì dall'assedio     370
            Dicembre. Albornoz rimandato in
              Romagna in qualità di legato                    372
       1359 Febbrajo. Albornoz allontana
              col danaro la grande compagnia                  373
            I Fiorentini determinati di far
              testa soli alla compagnia                       374
            Maggio. La compagnia entra in
              Toscana per lo stato di Perugia                 376
            Vuole spaventare i Fiorentini e
              ridurli a negoziare                             377
            Pandolfo Malatesti, generale dei
              Fiorentini, si avanza contro la compagnia       379
            La compagnia gira intorno al
              territorio fiorentino                           380
            12 luglio. Manda il guanto della
              sfida a Pandolfo Malatesti                      381
            23 luglio. Ella fugge dal Campo alle mosche       382
            I Fiorentini soccorrono contro
              di lei Barnabò Visconti                         384
            4 luglio. Francesco degli Ordelaffi
              cede Forlì al legato                            385

  CAPITOLO XLVI. _Bologna sottomessa alla Chiesa;
  guerra dei Visconti col papa. — Conquiste
  delle repubbliche sopra la nobiltà
  immediata. — Congiure a Firenze, Pisa
  e Perugia._ 1359-1361                                       387

  1307-1359 Decadimento di Bologna sotto diversi tiranni      387
            Abilità di Giovanni d'Oleggio
              signore di Bologna                              388
            Sue alleanze                                      389
            Sue truppe guadagnate dai Visconti                390
       1360 Viene attaccato all'impensata                     391
            Albornoz tratta con Oleggio per
              l'acquisto di Bologna                           392
            Bologna ceduta il 31 marzo alla Chiesa.
              Oleggio si ritira a Fermo                       393
            Barnabò Visconti fa la guerra alla Chiesa
              per riconquistare Bologna                       395
            Il papa chiede soccorsi al re di
              Ungaria ed ai Fiorentini                        397
            I Milanesi respinti dagli Ungari                  398
       1361 Una nuova armata milanese attacca Bologna         401
            Cospirazione dei Malatesti per
              sorprendere i Milanesi                          402
            20 luglio. I Milanesi disfatti sulla Savenna      405
       1360 Ottobre. Giovan Galeazzo Visconti
              sposa Isabella di Valois                        407
            Stato deplorabile della Francia                   408
            Alcune compagnie d'avventurieri
              saccheggiano la Provenza                        409
       1360 La compagnia inglese chiamata dalla Provenza
              in Italia dal Marchese di Monferrato            410
            Porta seco la peste in Lombardia                  410
  1359-1361 I Fiorentini tolgono molti castelli ai Tarlati    412
            Prendono e puniscono il conte Tano Alberti        414
            Acquistano varj castelli dagli
              Ubaldini e dagli Ubertini                       415
            Decadimento del commercio di Pisa                 417
       1360 Congiura di Federigo del Mugnajo
              contro i Raspanti                               418
            Malcontento del popolo di Firenze                 419
            Congiura di Bartolomeo de' Medici                 420
            Viene scoperta, e puniti i congiurati             423
       1361 Congiura a Perugia di Tribaldino de' Manfredini   424
            Viene scoperta, e mandati i capi al supplicio     426

  CAPITOLO XLVII. _Volterra sottomessa ai Fiorentini;
  guerra tra Pisa e Firenze; seconda
  peste in Toscana; trame de' Malatesti
  contro la repubblica fiorentina. — Giovanni
  Agnello occupa la signoria di Pisa ed
  assume il titolo di doge._ 1361-1364                        427

            Situazione di Volterra e sua antica grandezza     427
       1361 Bocchino de' Belfredotti, tiranno di Volterra,
              vuole vendere la città ai Pisani                428
       1361 I Fiorentini occupano Volterra il 10 ottobre      429
            Vicendevoli offese de' Fiorentini e de' Pisani    429
       1362 I Fiorentini dichiarano la guerra
              ai Pisani in occasione di Pietrabuona           431
            Scorrerie nel territorio di Pisa di Bonifacio
              Lupo e di Ridolfo da Varano                     433
            Indisciplina de' soldati fiorentini;
              compagnia del cappelletto                       434
            I Fiorentini attaccano ancora i
              Pisani per mare                                 435
       1363 I Pisani chiedono soccorso a Barnabò Visconti     437
  1361-1363 Guerra di Barnabò contro la Chiesa e contro
              il marchese di Monferrato                       439
       1363 Barnabò persuade la compagnia inglese a
              prendere soldo dai Pisani                       440
            7 maggio. Vittoria di Pietro Farnese,
              generale fiorentino sui Pisani                  440
            La peste si manifesta in Firenze e rapisce
              Matteo Villani lo storico                       442
  1361-1363 18 luglio. La compagnia inglese
              giugne a Pisa                                   444
            Guasta il territorio fiorentino ed
              insulta la capitale                             445
            I Fiorentini danno il comando della loro
              armata a Pandolfo Malatesti                     446
  1361-1363 Malatesti vuole indebolire i Fiorentini
              per occupare la tirannide                       446
            Cerca che siano battute le milizie
              fiorentine. Viene licenziato                    447
            Campagna d'inverno degl'Inglesi,
              loro modo di combattere                         450
       1364 3 marzo. La pace conchiusa in Lombardia
              tra i Visconti e la Chiesa                      452
            Barnabò manda ai Pisani la
              compagnia di Anichino Bongarten                 453
            Apparecchi de' Fiorentini per difendersi          454
            Giovanni Hawkwood e Bongarten
              attaccano le porte di Firenze                   456
            Le truppe ausiliarie de' Pisani gli abbandonano   457
            I Pisani battuti a Cascina da
              Galeotto Malatesti                              460
            Congresso per la pace a Pescia                    461
            Giovanni Agnello aspira alla signoria di Pisa     463
       1364 Agnello inganna i magistrati di Pisa che
              vanno a visitare la sua casa                    464
            S'impadronisce della signoria e
              prende il titolo di doge                        466
            17 agosto. La pace segnata a
              Pescia tra le due repubbliche                   468


FINE DELLA TAVOLA.



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.





*** End of this LibraryBlog Digital Book "Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 6" ***

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