Home
  By Author [ A  B  C  D  E  F  G  H  I  J  K  L  M  N  O  P  Q  R  S  T  U  V  W  X  Y  Z |  Other Symbols ]
  By Title [ A  B  C  D  E  F  G  H  I  J  K  L  M  N  O  P  Q  R  S  T  U  V  W  X  Y  Z |  Other Symbols ]
  By Language
all Classics books content using ISYS

Download this book: [ ASCII | HTML | PDF ]

Look for this book on Amazon


We have new books nearly every day.
If you would like a news letter once a week or once a month
fill out this form and we will give you a summary of the books for that week or month by email.

Title: Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 9
Author: Sismondi, J.C.L. Simondo
Language: Italian
As this book started as an ASCII text book there are no pictures available.
Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 9" ***

This book is indexed by ISYS Web Indexing system to allow the reader find any word or number within the document.



                           STORIA DELLE
                        REPUBBLICHE ITALIANE
                                DEI
                          SECOLI DI MEZZO


                                DI
                      J. C. L. SIMONDO SISMONDI

           DELLE ACCADEMIE ITALIANA, DI WILNA, DI CAGLIARI,
                   DEI GEORGOFILI, DI GINEVRA EC.

                     _Traduzione dal francese._


                            _TOMO IX._



                              ITALIA
                               1818.



STORIA DELLE REPUBBLICHE ITALIANE



CAPITOLO LXVI.

      _Stato dell'Italia nell'epoca del viaggio e dell'ingresso
      dell'imperatore Sigismondo in Roma; Eugenio IV in guerra coi
      Colonna, cogli Ussiti, col concilio di Basilea, e coi suoi
      sudditi. — Rivoluzioni di Firenze; esilio e richiamo di Cosimo
      de' Medici._

1431 = 1434.


L'aspetto dell'Italia erasi totalmente cambiato dopo la rivoluzione che
aveva avuto principio ai tempi degli Ottoni di Sassonia; si erano vedute
allora le città acquistare il diritto e la forza per governarsi da sè
medesime; avevano scosso il giogo de' monarchi stranieri, che niuna cura
omai di loro si prendevano; avevano compresso l'orgoglio de' superbi
feudatarj, e forzati i nobili ad ubbidire alle leggi. Ma quattro secoli
in Lombardia, e tre secoli in Toscana, bastarono ai popoli per iscorrere
l'intero cerchio delle istituzioni, che possono convenire a stati
ridotti a civiltà, e per soggiacere a tutte le rivoluzioni che possono
condurre d'uno in altro sistema politico. Gl'Italiani, da prima
ignoranti, poveri, grossolani, erano giunti ad ottenere tutti i vantaggi
del commercio, della ricchezza e del gusto nelle lettere e nelle arti;
si erano mostrati fieri, indocili, impazienti di giogo ed insofferenti
di ogni autorità; e non pertanto avevano provati gli estremi della
tirannide e della libertà. Sebbene non privi di coraggio nè di energia
personale, avevano lungo tempo trascurate le armi, si erano poi
consacrati all'arte della guerra, l'avevano abbandonata dopo alcun
tempo, e di nuovo imparata. Lo spirito d'indipendenza, dopo avere
dissoggettate tutte le città da straniero potere, aveva dato luogo ad
uno spirito d'usurpazione e di conquista: da prima ogni città
risguardava come vergognosa cosa l'ubbidire ad un'altra città, e non
pertanto poche potenti città avevano assoggettate alle loro leggi tutte
le vicine. Nulla più rimaneva delle antiche istituzioni, nè le moderne
sembravano fatte per durare lungo tempo. Di questa rapida successione di
creazioni e di distruzioni, che poteva osservarsi in tutti i governi de'
secoli di mezzo, ma che è più sensibile nelle repubbliche, ne fu dato
specialmente carico alle repubbliche, come se le loro leggi non
potessero per molte generazioni guarentire agli uomini una costante
prosperità.

Basta la più leggera osservazione per rispondere a questo rimprovero.
Niente dura sulla terra, e la storia dell'universo altro non ci presenta
che una rabbiosa guerra del tempo contro le opere degli uomini. Un
individuo sopravvive a molti sistemi di leggi, una famiglia può vedere
la caduta di molti governi; ma la vita di quest'individuo, la
conservazione di questa famiglia non provano la durata delle
istituzioni, cui furono associate. Le cronache non conservano che i nomi
dei re, e si cancellano le rivoluzioni dei loro governi; la creazione o
la caduta d'un ministro, il rapido innalzamento di uomini nuovi al
favore del monarca, o la caduta di grandi personaggi, risguardansi a
stento come avvenimenti storici negli annali d'una dinastia reale;
eppure il cangiamento del ministero in una monarchia esattamente
corrisponde alla rivoluzione di una repubblica. In tutte le forme di
governo vedonsi variare i depositarj del potere, lo spirito che le
anima, le leggi che le reggono, come si vedono perire e rinnovarsi tutte
le opere degli uomini. Tutt'al più i soli nomi si conservano talvolta,
mentre le cose indicate da questi nomi non sono più le medesime. Parve
che l'impero romano si sostenesse mille cinquecento anni, da Augusto
fino all'ultimo dei Costantini; ma la costituzione di quest'impero, lo
stato delle nazioni, le massime del governo, variarono in ogni regno, in
ogni generazione. Tra il secolo di Tiberio, quello di Onorio e quello di
Foca, altra rassomiglianza non si ravvisa, che nella miseria, nelle
pene, nell'avvilimento. Non doveva ragionevolmente sperarsi che la
libertà e le virtù che prosperarono in Milano nel dodicesimo secolo
avessero più lunga vita dell'eleganza e del gusto del secolo d'Augusto,
della filosofia di quello di Marc'Aurelio, della religione di quello di
Diocleziano. Le moderne monarchie, per antica che ne sia la fondazione,
non rassomigliano perciò meglio a sè medesime. La costituzione della
Francia non si mutò meno frequentemente di quella di Firenze. Ora i
Franchi erano vincitori accampati in mezzo ai popoli debellati, ora
cittadini liberamente adunati nel campo di Marte sotto la presidenza
d'un re: la Francia feudale era una repubblica di sovrani, che appena si
degnavano di riconoscere un capo: la Francia rappresentata dagli stati,
la Francia rappresentata dai parlamenti, la Francia governata dai
grandi, dai ministri, dalle amanti, presentava molte volte in ogni regno
un diverso aspetto. Tutte le umane istituzioni sono egualmente caduche;
non v'ha che il despotismo, che nelle sue continue rivoluzioni resti
sempre lo stesso; non è che dove nulla esiste per proteggere i popoli,
che nulla può essere rovesciato, come non può essere atterrata una
colonna, che giace di già sul suolo.

Però la maggior parte delle rivoluzioni e de' cangiamenti accaduti ne'
governi, lasciano poche orme nella storia; ora perchè superficiali
scrittori, trovando negli antichi fasti de' nomi ancora usati,
suppongono che i costumi ed i vicendevoli diritti, da loro indicati,
fossero altravolta ciò che sono ai tempi loro; ora perchè molte
rivoluzioni non mutano l'ordine, o piuttosto il disordine sociale, come
in Turchia e negli stati dispotici, perchè nulla aggiungono e nulla
tolgono all'anarchia; ora infine perchè il paese, in cui accadono, non
avendo acquistata rinomanza nè dalle lettere nè dalle arti, non richiama
in verun modo l'attenzione, ed è privo d'ogni lustro. L'Italia trovasi
in una situazione affatto diversa; i tre o quattro secoli, di cui
abbiamo corsa la storia, fondarono la gloria e la potenza dello spirito
umano nell'Europa intera. Le repubbliche italiane scomparvero, ma i
risultamenti de' loro lavori, i loro generosi sforzi non hanno potuto
scomparire insieme. Per mezzo loro la libertà rese per la terza volta
all'Europa ciò che la libertà aveva prima dato ai Greci, poscia ai
Romani. In seno a queste repubbliche si videro rinascere le lettere, le
arti, la filosofia, frutti condotti a maturità da quell'effervescenza
degli animi. Tante lotte, tante pugne, lo sviluppo di tanti grandi
caratteri e di generose passioni, apparecchiavano un risultamento, non
preveduto nemmeno da coloro che dovevano produrlo; essi conducevano quel
sedicesimo secolo, che brillò d'immortale gloria; quel secolo in cui i
più maravigliosi monumenti vennero innalzati dallo spirito umano allora
che la nazione italiana terminava il suo corso, e che, mentre
acquistava il suo maggior lustro, perdeva tutte le sue virtù, la sua
energia, e tutte le speranze dell'avvenire.

Abbiamo nel precedente volume condotta la storia d'Italia fino alla
morte di Francesco Carmagnola, decapitato in Venezia il 5 maggio del
1432. Nell'istante in cui un grand'uomo viene svelto al teatro del
mondo, può essere conveniente di considerare lo stato della contrada in
cui aveva fin allora esercitata la sua attività, le rispettive forze, e
gl'interessi delle potenze, i di cui destini erano stati più d'una volta
variati dai suoi militari talenti.

L'Italia era nel 1430 divisa in quattro regioni; la Lombardia, la
Toscana, lo stato della Chiesa, e quello di Napoli. Ognuna aveva diverso
carattere e governi diversi, fondati sopra differenti principj. La
Lombardia a settentrione era sottomessa al despotismo militare; i
Visconti, duchi di Milano, ne occupavano la maggior parte; pure i
Veneziani avevano loro tolte alcune province, che trattavano come paese
di conquista, e non riguardavano come parti integranti della repubblica.
Il duca di Savoja ed il marchese di Monferrato a ponente, i marchesi
d'Este e di Gonzaga a levante si dividevano tra di loro gli altri paesi.
Il duca di Milano, più ricco e più potente di tutti, teneva sempre in
piedi numerose armate, che servivano a spaventare i suoi nemici, e
tentare contro di loro nuove conquiste, a mantenere i suoi popoli nel
timore e nell'ubbidienza, ed a far loro pagare enormi contribuzioni. I
piccoli principi che lo circondavano, e che lottavano con lui, erano
costretti di adottare la sua politica, e la fertile Lombardia era il
solo paese abbastanza ricco per sopportare così oneroso governo.

Nel centro dell'Italia la Toscana era sempre animata dall'antico suo
spirito di libertà; prosperava la sua agricoltura; immense erano le sue
ricchezze, ed ancora più grandi dell'opulenza erano i progressi dello
spirito umano. In verun paese dell'Europa la mente aveva ricevuto
maggiore sviluppamento; la politica era stata un'utile scuola per tutta
la nazione; uno spirito profondo ad un tempo e libero erasi
successivamente applicato a tutti gli studj umani. I soli Toscani
vedevano e giudicavano la storia de' loro tempi: gli altri Italiani
erano vittime delle rivoluzioni e delle calamità nazionali, i Toscani ne
erano spettatori; e la calma del loro spirito come la forza del loro
carattere, dava loro spesse volte i mezzi di modificarle, o di
allontanarle. Firenze, superiore d'assai in talenti, siccome in potenza,
a Siena ed a Lucca, a Genova ed a Bologna, innalzavasi in mezzo a loro
come la moderatrice dell'Italia. I Fiorentini mantenevano l'equilibrio
di questa contrada, conservavano ad ogni popolo i suoi diritti, ad ogni
stato i suoi mezzi di resistenza.

Al levante ed al mezzogiorno della Toscana lo stato della chiesa
trovavasi in preda all'anarchia: le passioni generose, che formavano la
grandezza de' Toscani, trovavansi in lotta con un'ambizione ed una
ferocia eguali a quelle che avevano resa schiava la Lombardia. Gli stati
erano meno ricchi, meno popolati, meno potenti; ma gli odj non erano
meno accaniti, o meno violenti le rivoluzioni. I Manfredi, i Malatesti,
i Montefeltro, i Varani, erano in miniatura ritratti dei Visconti, dei
Gonzaghi, dei Marchesi d'Este e di Monferrato. Le fazioni di Perugia, di
Viterbo e d'Orvieto eguagliavano in accanimento quelle di Firenze e di
Genova; ma dal loro urto ne scintillava minor luce, e più breve essendo
il trionfo di ognuno di loro, ai cittadini mancava il tempo di rimontare
dall'amore del loro partito a quello della loro patria.

Per ultimo il regno di Napoli aveva uno spirito affatto diverso: era una
monarchia ereditaria da lungo tempo costituita; i diritti del popolo vi
erano stati interamente subordinati a quelli di una famiglia; ma questa
stirpe reale, abbandonata alla mollezza, al vizio, all'avarizia, non
poteva ispirare nè rispetto, nè amore. E la nazione non era meno
effeminata de' suoi padroni, onde tutto il paese cadeva in quello stato
di dissoluzione sociale, che fa egualmente scomparire le virtù pubbliche
e le virtù private, le grandi speranze, ed ogni pensiero dell'avvenire.

Tale era la situazione dell'Italia quando l'imperatore Sigismondo
risolse di visitarla. Più non era quel tempo in cui gl'imperatori,
seguiti da possente esercito, valicavano le Alpi per dettare leggi nella
campagna di Roncaglia, richiamare all'ubbidienza loro i feudatarj,
riformare la costituzione delle città imperiali, e ridurre sotto il
diretto dominio dell'impero que' feudi che se n'erano emancipati.
L'Italia, sempre risguardata dai pubblicisti tedeschi quale dominio dei
loro imperatori, omai non faceva che di nome parte dell'impero romano. I
diversi membri, che in altri tempi formavano quest'impero, erano
declinati in istati affatto indipendenti, e facevano in proprio nome, ed
a seconda de' particolari loro interessi, la pace e la guerra. Al nord
di questo impero l'incivilimento era stato ritardato dal genio bellicoso
de' popoli germanici, mentre i progressi delle ricchezze e della
popolazione erano stati al mezzodì così rapidi, che molte città d'Italia
non erano nè meno forti, ne meno ragguardevoli de' più vasti ducati
della Germania. Frattanto il viaggio dell'imperatore, diretto al solo
fine di rendere la pace alla Chiesa, parve agl'Italiani un preludio di
grandi avvenimenti politici. Era fresca la memoria delle due spedizioni
di Carlo IV verso la metà del 14.º secolo, di una di Roberto, e di
un'altra dello stesso Sigismondo. Malgrado l'abbassamento della dignità
imperiale, cadauno di questi viaggi aveva prodotte durevoli rivoluzioni;
e perciò la nuova spedizione di Sigismondo chiamò a sè lo sguardo di
tutti i popoli, risvegliò l'attenzione di tutti i sovrani, e fu
preparata, accompagnata e seguita da maneggi e da negoziazioni affatto
sproporzionate all'avvenimento. Sigismondo, occupato trovandosi in una
disastrosa guerra cogli Ussiti boemi, stancheggiato dalla lunga contesa
tra il concilio di Basilea ed il papa Eugenio IV di cui erasi da
principio lusingato d'essere l'arbitro, offeso dalla lentezza delle
diete germaniche, che o non si adunavano dietro i suoi inviti, o si
scioglievano quand'egli giungeva a Ratisbona o a Norimberga per farne
l'apertura, dopo avere nel 1429 minacciato di abdicare l'impero[1],
parve che volesse scaricarsi affatto del peso degli affari facendo un
viaggio in Italia. «Sigismondo (scrive Leonardo Aretino, che l'aveva
conosciuto in Lombardia ed a Costanza) era un uomo veramente distinto.
Aveva gentile aspetto, era grande della persona, nobile e vigoroso,
magnanimo in pace ed in guerra, e tanto grande la sua liberalità, che
gli si ascriveva come suo solo difetto, poichè la sua generosità, che
prodigalità lo privavano sempre dei mezzi di continuare le sue
negoziazioni o le guerre[2].» Infatti tale smisurata liberalità era in
questo monarca un difetto capitale, perchè non solo impediva
l'esecuzione de' suoi progetti e delle sue imprese, ma lo forzava spesse
volte a vendere suo malgrado la propria alleanza, riducendolo ad una
vergognosa versatilità, che gli faceva perdere ogni politica
considerazione.

  [1] _Schmidt Hist. des Allemands, l. III, c. 14. — Eberhardi
  Windeckii Hist. Sigismun., cap. 140, ap. Menckenium. Script. Rer.
  germ. t. I, 3 p. 1186._

  [2] _Leon. Aretini Comm., t. XIX, R. I., p. 936._

Sigismondo, che frequentemente era stato offeso dallo spirito
d'indipendenza degli elettori e de' principi tedeschi, sentivasi invece
solleticato dalla deferenza e dalla sommissione di Filippo Maria
Visconti. Questo duca di Milano, invitando l'imperatore in Italia, aveva
promesso d'impiegare i suoi tesori e le sue armate per far riconoscere
la di lui autorità in tutta la penisola[3]. Pareva a Sigismondo, che,
dopo essere stato capo d'una burrascosa repubblica, fosse chiamato a
risalire sul primo trono della Cristianità. Giunse il 22 novembre a
Milano, e vi fu magnificamente accolto[4]. Ma il sospettoso Visconti non
seppe in tale occasione subordinare il proprio carattere alla politica.
Sempre diffidente di se medesimo e degli altri, non seppe risolversi a
comparire innanzi all'imperatore. Si chiuse nel suo castello d'Abbiate
Grasso con tutte le apparenze d'un ingiurioso timore; e non solo non
venne a ricevere il suo ospite nella capitale, ma non volle pure
accoglierlo nei suo castello, nè fu presente alla cerimonia eseguitasi
nella basilica di sant'Ambrogio, il 25 novembre del 1431, quando
Sigismondo ricevette dalle mani dell'arcivescovo di Milano la corona di
ferro. Lasciò adunque partire l'imperatore senza averlo veduto, e con
questa vile bassezza, prodotta dalla sua vanità o dalla sua debolezza,
fece suo implacabile nemico un monarca, suo naturale alleato, ch'egli
stesso aveva invitato ne' suoi stati[5].

  [3] _Joh. Simonetae Vita Fran. Sfoniae, l. II, p. 221. Scrip. R. I.,
  t. XXI._

  [4] _And. Billii Hist. Med., p. 156, t. XIX, Scrip, R. I._

  [5] _Joh. Simonetae, l. II, p. 222._

Sigismondo aveva seco condotti circa due mila cavalli ungari, boemi o
tedeschi[6], piuttosto come un corteggio di gentiluomini addetti alla di
lui persona, che volevano partecipare agli onori che gli si rendevano in
Italia, che come un'armata. Egli non temette di avanzarsi nel cuore
dell'Italia con tanto deboli forze, sebbene non ignorasse quanto doveva
diffidarsi del duca di Milano, che dicevasi suo alleato, e quanto tale
pretesa, alleanza spiacesse a coloro che trovavansi in guerra contro il
Visconti. Da Milano Sigismondo recossi a Parma, ove fu ritenuto cinque
mesi dalle negoziazioni tra Eugenio IV ed il concilio. Pochi giorni dopo
il supplicio del Carmagnola, abbandonò Parma, ed entrò in Lucca l'ultimo
di maggio del 1432[7]. In settembre del 1430 aveva questa città scosso
il giogo di Paolo Guinigi e ricuperata la libertà, ed era in allora
attaccata dalle armi fiorentine e difesa dal duca di Milano. L'arrivo
dell'imperatore aveva in sulle prime alquanto costernati i Guelfi
toscani; ma Michelotto Attendolo, che comandava l'armata fiorentina, la
ricondusse sotto Lucca, per darle un'evidente prova della debolezza del
corteggio dell'imperatore. In una scaramuccia rispinse pure i soldati
tedeschi che si erano uniti ai Lucchesi[8], ed avrebbe facilmente potuto
assediare Sigismondo in Lucca, ed impedirgli d'uscirne, se alcuni
magistrati fiorentini non avessero amato meglio che il monarca
continuasse il suo viaggio, portando negli stati del papa l'inquietudine
che lo accompagnava[9]. Mentre l'armata fiorentina aveva piegato verso
Arezzo, Sigismondo abbandonò precipitosamente Lucca, e recossi a Siena
il 10 luglio del 1432[10].

  [6] _Poggio Bracciolini Hist. Fior., l. VII, p. 579, Scrip. R. I.,
  t. XX._

  [7] _Comm. di Neri Gino Capponi, t. XVIII, R. I., p. 1175. — Ricordi
  di Gio. Morelli. Deliz. degli Erud. Tosc., t. XIX, p. 103._

  [8] _Poggio Bracciolini, l. VII, p. 379._

  [9] _Scip. Ammirato Ist. Fior., t. II, l. XX., p. 1082._

  [10] _Histor. Senens. Petri Russii, t. XX, R.I., p. 40._

La guerra, che di que' tempi desolava l'Italia, impediva che
l'imperatore raccogliesse i vantaggi che aveva sperati dalla sua
spedizione, ed incagliava tutte le sue negoziazioni. L'antico odio tra
il duca di Milano, e le due repubbliche di Firenze e di Venezia, aveva
più volte rinnovate le ostilità, in onta de' solenni trattati, che non
avevano sospesa che per pochi mesi l'effusione del sangue. Non pertanto
le contrarie parti, indebolite dalle grandi battaglie che si erano date
nel 1431, si facevano una debolissima guerra. I Veneziani avevano posto
alla testa delle loro armate Giovan Francesco Gonzaga, cui Sigismondo
aveva venduto per dodici mila fiorini il titolo di marchese di
Mantova[11]. Nella state del 1432 questo capitano si ristrinse a
soggiogare i castelli di Bardolano, Romanergo, Soncino e la Valcamonica;
mentre Giorgio Cornare, che si era innoltrato nella Valtellina con un
corpo dell'armata veneziana, vi fu attaccato da Jacopo Piccinino, e
totalmente disfatto[12].

  [11] _Gio. Batt. Pigna Stor. de' Prin. d'Este, l. VI, p. 578._

  [12] _Platina Hist. Mantuana, l. V, p. 811. — Poggio Bracciolini, l.
  VII, p. 382._

Tale spossamento degli stati guerreggianti faceva a Sigismondo sperare
di poterli ridurre a trattare di pace; ma per mancanza di truppe e di
danaro veniva ritenuto in Siena come prigioniero, togliendogli tutto il
credito che per il suo solo titolo di capo della Cristianità aveva
sperato di avere; e senti con indignazione, che nell'impero medesimo era
trattato come straniero. Incolpava il duca di Milano del presente
infelice suo stato, e lo storico Bonincontri di Samminiato lo udì
replicare più volte: «verrà un giorno in cui potrò vendicarmi di questo
perfido tiranno, che mi ha chiuso in Siena come una belva in
gabbia[13].»

  [13] _Bonincontrii Miniat. Ann., t, XXI, Rer. Ital., p. 140._

Frattanto passarono otto mesi senza che Sigismondo potesse proseguire il
suo viaggio e condurre a termine un solo de' suoi trattati. Le potenze
italiane, malgrado l'estrema sua debolezza, diffidavano di lui, e non
sapevano risolversi a prenderlo per loro arbitro, riportandosi invece
alla mediazione del marchese Niccolò d'Este e di suo suocero il marchese
Luigi di Saluzzo. Una ferita di Niccolò Piccinino, giudicata mortale,
moderò le pretese del duca di Milano, che credevasi privato per sempre
della assistenza del suo valoroso generale; onde gli arbitri persuasero
finalmente le contrarie parti a soscrivere in Ferrara, il 16 aprile del
1433, un trattato di pace. Tutto quanto erasi acquistato dalle due parti
sia dai Veneziani e dai Fiorentini, come dal duca di Milano, dai Sienesi
e dai Lucchesi, venne restituito; ed il Visconti rinunciò alle contratte
alleanze in Romagna ed in Toscana, per non aver più occasione in
avvenire d'immischiarsi nella politica di quelle due province[14].

  [14] _Jacobi Bracelli Genuen. de bello Hispano. Haganoae, 1530, in
  4.º, l. III, Fr. IV. — Marin Sanuto Vite dei duchi di Ven., t. XXII,
  p. 1032. — Ann. Gen. Joh. Stellae, t. XVII, Rer. It., p. 1310. —
  Cron. di Bolog., t. XVIII, p. 646. — Comment. di Neri di Gino
  Capponi, p. 1179. — Petri Russii Hist. Senens., t. XX, Rer. It., p.
  45, 46. — Malavolti Ist. di Siena, p. III, l. II, p. 23-27. — Poggio
  Bracciolini, l. VII, p. 383._

Erasi appena pubblicata tale pace, che Sigismondo, credendosi pure
d'accordo con Eugenio IV, si pose in cammino alla volta di Roma, ove
fece il suo ingresso il 21 maggio del 1433, ed il giorno 30 dello stesso
mese ricevette la corona imperiale nella basilica del Vaticano[15]. Ma
la pace della Chiesa era assai più difficile a farsi che non quella de'
principi secolari. Tutto era in essa lite e disordine; e Sigismondo, nel
suo lungo soggiorno a Lucca ed a Siena, non aveva potuto conciliare
tante opposte pretese. La Chiesa Cattolica tutta intera trovavasi in
guerra cogli Ussiti boemi, la sede di Roma col concilio di Basilea, il
nuovo papa Eugenio IV con tutti i parenti del suo predecessore della
casa Colonna, ed il governo pontificio era poi in guerra con tutti i
sudditi della Chiesa.

  [15] _Eberhardi Windeckii Hist. Imp. Sigismundi, c. 189-190. Ap.
  Menckenium, t. I, p. 1245._

Era morto papa Martino V la notte del 19 al 20 febbrajo del 1431.
Durante il suo regno aveva ridotte sotto l'autorità della santa sede
tutte le città, ad eccezione di Bologna, e tutte le province che prima
dello scisma erano subordinate ai suoi predecessori. Irremovibile ne'
suoi progetti, e non pertanto pacifico, aveva governati i suoi stati da
buon sovrano. Era stato rimproverato solamente d'essere avaro, e ciò con
grandissima ragione, perchè i tesori da lui raccolti, non erano stati
disposti a beneficio dei popoli che avevano pagate le imposte, nè del
governo che le aveva ricevute[16]. Alla di lui morte i suoi tesori
rimasero sotto la custodia di tre suoi nipoti della casa Colonna, lo che
fu cagione delle prime guerre, che turbarono per tre anni sotto il nuovo
regno lo stato ecclesiastico.

  [16] _Andreae Billii Hist. Mediol., l. VIII, p. 141, l. XIX, Rer.
  It._

Il conclave, adunato per nominare il successore di Martino V, scelse il
3 marzo dei 1431 Gabriele Condolmieri, cardinale vescovo di Siena.
Questo prelato, che non godeva di molta riputazione, riunì appunto a suo
favore tutti i suffragi, perchè niuno lo credeva degno di così grande
dignità. I cardinali non essendo ancora d'accordo con coloro che avevano
maggiore influenza nel conclave cercavano di perdere i loro voti negli
scrutinj che dovevano tenere ogni giorno, vale a dire a dividerli sopra
soggetti insignificanti. Condolmieri, il più insignificante di tutti, si
trovò designato per questa stessa ragione contro l'altrui aspettazione e
la propria, da due terzi dei suffragi. Era Veneziano e nipote di quel
Gregorio XII, che dal concilio di Costanza era stato obbligato ad
abdicare. Aveva passata gran parte della sua vita nella povertà
religiosa, e si era mostrato attaccato a tutto il rigore della
disciplina claustrale. Pieno di confidenza nel proprio ingegno,
l'inaspettato suo innalzamento accrebbe la di lui presunzione. Non
degnavasi di udire gli altrui consiglj, e perchè niuno potesse
dargliene, ogni cosa faceva con inconsiderata prestezza. Dopo aver presa
a chiusi occhi una dannosa risoluzione, credeva dar prove di fermezza di
carattere col non lasciarsi smuovere: e per tal modo offendeva l'amor
proprio ed i diritti de' suoi cortigiani e di coloro che trattavano con
lui; intanto risguardava ogni opposizione come un delitto, che veniva
punito con estremo rigore. Il suo innalzamento non fu cagione di gioja
ai Romani, ed in breve il suo contegno giustificò il pubblico timore.
Egli si fece chiamare Eugenio IV[17].

  [17] _Andr. Billii Hist. Mediol., l. IX, p. 143._

Appena il nuovo papa si vide in possesso di castel sant'Angelo che
domandò i tesori accumulati da Martino V, ed accusò i Colonna suoi
nipoti; cioè il cardinale Prospero, Antonio, principe di Salerno, ed
Edovardo, conte di Celano, di averli sottratti alla camera apostolica.
Mentre con tale domanda s'inimicava tutta la famiglia dell'ultimo papa,
la ribellione di tutte le città del Patrimonio di san Pietro lo
avviluppava in un'altra guerra. Perugia aveva scacciato il legato che la
governava, riclamando gli antichi privilegi, e dichiarando di non volere
d'ora innanzi pagare a san Pietro che il leggiere tributo stabilito ne'
tempi in cui questa città era libera. A Viterbo il partito
dell'aristocrazia, diretto da Giovanni de' Gatti, era rimasto vittorioso
della contraria fazione, ed aveva scacciati i vinti dalla patria. I
tesori di Martino V sembravano necessarj al di lui successore per
assoldare truppe, onde ridurre all'ubbidienza i ribelli; poichè Città di
Castello, Spoleti, Narni, Todi, avevano prese le armi, e tutto lo stato
della Chiesa trovavasi in aperta rivoluzione[18]. Ma il principe di
Salerno, che non voleva privarsi delle ricchezze dello zio, non vedeva
nell'inchiesta del papa di restituirle, che una chiara riprova della di
lui parzialità per gli Orsini suoi nemici; onde piuttosto che porsi in
loro balia, pensò di erogare i suoi tesori nella propria difesa; e levò
soldati, e guastò i feudi degli Orsini, protestandosi sempre rispettoso
ed ubbidiente verso il papa. Eugenio IV, accecato dalla collera,
sagrificò alla propria vendetta tutti gli amici dei Colonna rimasti in
Roma; fece porre alla tortura Ottone, tesoriere dei suo predecessore, e
tormentare questo infelice vecchio fino all'agonìa. Più di duecento
cittadini romani perirono sul patibolo per supposti delitti; la casa di
Martino V venne distrutta, atterrati in tutti i luoghi pubblici gli
stemmi della famiglia, i monumenti del suo pontificato, e nello stesso
tempo spinta con accanimento la guerra contro il principe di Salerno.
Eugenio, assecondato dalle repubbliche di Venezia e di Firenze, lo
ridusse finalmente ad accettare il 22 settembre del 1431 le condizioni
di pace che gli piacque di stabilire. Vennero restituiti ad Eugenio
settantacinque mila fiorini d'oro, ultimo avanzo del tesoro di Martino
V, ed i Colonna ritirarono le guarnigioni dalle città del patrimonio
ch'essi avevano occupate[19].

  [18] _Andreae Billii, l. IX, p. 144. — Bulla Eugenii IV adversus
  Prosperum de Columna, t. III, Rer. It., p. II, p. 872._

  [19] _Vita Eugenii Papae IV, Scrip. Rer. It., t. III, p. 869._

Questi prosperi avvenimenti persuasero vie meglio il papa de' proprj
talenti, e più ostinato lo resero nel continuare le altre liti che aveva
prese a sostenere. Ma gli Ussiti di Boemia, ed i padri di Basilea erano
assai più formidabili dei Colonna, e più pericoloso il cimentarsi contro
di loro. La guerra di Boemia era una conseguenza della morte di Giovanni
Us e di Girolamo da Praga. I Boemi, esacerbati dalla slealtà che aveva
fatti perire i loro riformatori con dispregio de' salvacondotti loro
accordati, avidamente aspiravano a vendicarli. Non avevano voluto
riconoscere Sigismondo come successore di suo fratello Wencislao morto
in Praga il 16 agosto del 1419[20], ed avevano respinte le sue armate
unite a quelle dei duchi d'Austria, di Baviera, di Sassonia e del
marchese di Brandeburgo[21]. Alcune legioni di contadini e di borghesi
crociati contro di loro eransi più volte avanzate fino ai confini della
Boemia, ed altrettante volte erano state costrette a vergognosa fuga, o
distrutte con ispaventevole carnificina da Ziska, dai due Procopj e
dagli altri generali degli Ussiti[22]. Questi formidabili guerrieri
avevano a vicenda invase le province che gli avevano provocati, e
vendicati i ricevuti oltraggi e la persecuzione che loro si era fatta,
mettendo que' paesi a fuoco e sangue. La riforma vestiva presso gli
Ussiti un carattere feroce; si credevano chiamati a distruggere l'impero
del demonio, ed a correggere col ferro e col fuoco le iniquità della
terra. Tutte le umane debolezze, la galanteria, l'ubbriachezza, e
perfino l'eleganza delle vesti sembravano peccati degni di morte ai
Taboriti, i più severi fra questi settarj; la condanna loro stendevasi
fino a quelli che tolleravano i peccati mortali degli altri[23]. Erano
persuasi gli Ussiti, ed in breve persuasero anche i loro nemici,
d'essere i vendicatori del cielo, i flagelli della mano di Dio. Un
panico terrore precedeva le loro squadre, che dissipavano colla sola
presenza le più formidabili armate. I popoli, soverchiati dal valore de'
settarj, si affrettavano di chiedere la pace, ed i Boemi che non
aspiravano ad avere dominio altrove, ma soltanto ad essere liberi nel
proprio paese, accordavano la pace senza difficoltà; ma tostocchè si
aveva in Roma notizia di questi trattati, il papa affrettavasi di
annullarli, dichiarando sacrilega ogni convenzione cogli eretici; e la
sola penitenza che potesse cancellare agli occhi suoi la macchia di
questi empi trattati, era quella di riprendere subito le armi, di
sorprendere gli Ussiti, e di purgarne la terra. «Noi abbiamo udito con
profondo dolore (scrive Eugenio IV in una bolla del primo di giugno del
1431) che fu conchiusa cogli Ussiti una tregua per un determinato tempo,
che non è ancora spirato; tregua sanzionata con vicendevoli giuramenti e
con minaccia di pene contro coloro che la violeranno.... Noi, che con
tutta la nostra podestà cerchiamo di reprimere gli sforzi degli eretici
e di confutarne gli errori, noi, che pazientemente tollerare non
possiamo tale ingiuria, tale bestemmia, ricordandoci che è la fede che
ci ha salvati, e che senza di questa niuno può salvarsi, in vigore
dell'apostolica nostra autorità, di certa nostra scienza e senz'esserne
ricercati, sciogliamo e dichiariamo nullo e come non accaduto ogni
contratto, ogni patto, ogni clausola; sciogliamo dai loro giuramenti i
principi, i prelati, i cavalieri, i soldati, i magistrati delle
città.... Noi gli avvisiamo, li chiamiamo, gli esortiamo in nome del
sangue di Gesù Cristo, pel quale siamo stati redenti, ed in nome dei
loro più cari affetti, e finalmente loro ingiungiamo come penitenza dei
commessi peccati.... di levarsi in massa con tutte le forze loro
nell'istante che verrà loro indicato, di attaccare gli eretici, di
prenderli, di perderli, di sterminarli sulla terra, di modo che non ne
rimanga memoria ne' secoli che verranno»[24].

  [20] _Lenfant, Hist. du Concile de Bâle, l. VI, p. 100. — Jo.
  Adlzreitter Ann. Boicae Gentis, t. II, l. VII, c. 42, p. 127._
  Edizione di Francoforte in fol. del 1710, _cura Leibnitii_.

  [21] L'anno 1420. _Lenfant, Hist. du Concile de Bâle, l. VIII, p.
  127. — Jo. Adlzreitter Ann. Boicae Gentis, t. II, l. VII, c. 53, p.
  149._

  [22] L'anno 1425. — _Hist. du Conc. de Bâle, l. XII, p. 231_; l'anno
  1427, _l. XIII, p. 255_; e l'anno 1431, _l. XV, p. 300_. —
  _Adlzreitter, Ann. Boicae Gentis, t. II, l. VII, p. 156, 158._

  [23] _Schmidt, Hist. des Allemands, l. VII, c. 14, p. 150._

  [24] L'intera bolla è riportata da Raynaldo, lo storico ufficiale
  della corte di Roma del 17.º secolo. _Ann. Eccles. t. XVIII, p. 88._

Ma questa bolla d'Eugenio IV ad altro non servì che a procurare alla
Chiesa nuovi infortunj: quaranta mila cavalieri, che il marchese di
Brandeburgo, i duchi di Baviera e di Sassonia, e la lega sveva avevano
adunati sotto il comando del cardinale Giuliano Cesarini, furono
dispersi dagli Ussiti. Si credette di riconoscere il dito di Dio nelle
successive disfatte de' crociati, ed i prelati cattolici,
particolarmente quelli della Francia e della Germania, cominciarono a
pubblicare che la Chiesa non trionferebbe degli eretici che dopo di
avere fatta in sè medesima quella riforma nel capo e nelle membra,
ch'era stata cominciata dal concilio di Costanza, e che doveva
terminarsi da quello di Basilea[25].

  [25] _Ann. Eccl. Raynal. 1431 § 19, t. XVIII, p. 89._

Martino V per contenere il concilio ecumenico, ch'egli si era obbligato
di adunare, avrebbe desiderato di riunirlo in una città dell'Italia, ove
i numerosi pensionati della corte di Roma avrebbero avuta maggiore
influenza: perciò scelse prima Pavia, poi Siena; ma non potè riunirvi
che quattro o cinque prelati per ogni nazione; e questi ancora
protestarono contro l'illegale influenza che il papa voleva esercitare
sopra di loro. Il concilio di Siena non si fece conoscere che per una
disposizione, che accorda a tutti coloro che concorreranno a
perseguitare gli eretici, le medesime indulgenze che acquisterebbero
recandosi personalmente alla crociata[26]. Venne subito dopo disciolto,
e si convocò un nuovo concilio a Basilea con una bolla del 4 degl'idi di
marzo del 1424[27].

  [26] _Acta Senensis Concilii, 1423 presso Labbe Concil. Gener., t.
  XII, p. 369._

  [27] _Ann. Eccl. Raynaldi, 1424, § 5, p. 66._

Questa solenne assemblea dei deputati della Cristianità s'aprì il 23
luglio del 1431 sotto la presidenza del cardinale Giuliano Cesarini,
scelto prima da Martino V, e raffermato poi da Eugenio IV come legato al
concilio[28]. I più ragguardevoli prelati di tutte le nazioni d'Europa,
gli uomini più distinti per dottrina e per eloquenza trovaronsi assieme
uniti nell'istante medesimo in cui un generale fermento agitava tutti
gli spiriti, in cui da ogni banda si chiedeva ad alta voce la riforma di
scandalosi abusi. In questa imponente assemblea, l'eloquenza, la
dottrina, la stima personale, assegnarono il rango che tutti dovevano
occupare, di preferenza ai titoli ed alle dignità. Non tardò a
manifestarsi uno spirito repubblicano, e la riforma cominciò nel più
formidabile modo per l'autorità della santa sede. I prelati
manifestavano l'intenzione di rendere ad ogni diocesi la propria
indipendenza, di rialzare l'autorità dei vescovi, d'abbassare quella di
Roma, finalmente di sostituire una libera costituzione repubblicana alla
spirituale monarchia fondata dai papi. Innumerabili abusi
d'amministrazione, una corruttela, una venalità, che nemmeno cercavasi
di palliare, fresche usurpazioni, che però non avevano per anco fatti
dimenticare gli antichi diritti, giustificavano le pretese del concilio
agli occhi di tutta la Cristianità. Frattanto veniva scosso l'intero
edificio della romana gerarchia; le entrate non meno che la potenza dei
papi correvano pericolo di essere distrutte; ed Eugenio IV, che non
riconosceva nella Chiesa altra podestà che la sua, era fieramente
sdegnato contro questo spirito di ribellione[29].

  [28] _Acta Concil. Basiliensis. Labbe Concil. Gener., t. XII, p.
  459._

  [29] _Lenfant, Hist. du Concile de Bâle, l. XVI. p. 331. — Ann.
  Eccl. Rayn., t. XVIII, p. 89. — Cronica di Bologna, t. XVIII, p.
  641._

Il concilio nella sua seconda sessione erasi dichiarato superiore al
papa, e lo aveva pure minacciato di assoggettarlo a pene ecclesiastiche,
se tentava di sciogliere l'assemblea, o di traslocarla senza il di lei
assenso in altra città[30]. Il concilio di Costanza aveva ordinato alla
santa sede di convocare ogni sette anni de' concilj ecumenici; ma perchè
non ne aveva determinata la durata, quest'obbligo veniva deluso con un
pronto scioglimento. Quindi il concilio di Siena non aveva esistito che
un solo istante, ed Eugenio IV voleva egualmente distruggere nel primo
anno quello di Basilea[31]. Perciò i prelati adunati determinarono di
sottrarre interamente il loro sinodo all'autorità del papa, togliendogli
nello stesso tempo la facoltà di creare nuovi cardinali[32]. Lo citarono
a recarsi personalmente a Basilea nel termine di tre mesi, dichiarandolo
contumace in caso di mancanza[33], e finalmente si riservarono il
diritto di nominare un successore nell'eventualità di vacanza della
santa sede[34].

  [30] _Acta Conc. Bas. Ses. II, § 3, 4, 5. Labbe Concil. Gener., t.
  XII, p. 477._

  [31] _Acta Conc. Bas. Ses. III, p. 480. Ib._

  [32] _Sessio VI, § 6, p. 488._

  [33] _Sessio IV, p. 494._

  [34] _Ivi, VII, p. 496._

Sigismondo, che trovavasi per proprio interesse impegnato nella guerra
di Boemia, aveva, per sostenerla, bisogno de' sussidj della chiesa di
Germania, e d'altronde vedeva con rincrescimento la corte di Roma tirare
da' suoi stati ragguardevoli entrate; onde si mostrava zelante
protettore della libertà della Chiesa. Credette che recandosi a Roma per
prendere la corona imperiale, potrebbe avere maggiore influenza sopra il
papa, e muoverlo più facilmente ad acconsentire a tutto quanto da lui
chiedeva la Cristianità. Ma Sigismondo non aveva un'armata; fino da
quando aveva cercato di pacificare l'Italia, erasi avveduto che il
credito di un imperatore dipende dai mezzi che ha per farsi temere, e
più vivamente sentì questa verità, quando volle rendere la pace alla
Chiesa; poichè i suoi sforzi furono sempre resi senza effetto
dall'impeto e dall'inconseguenza d'Eugenio, o dall'imprudente zelo de'
prelati. Il primo, che aveva di già tentato di disciogliere il concilio,
o di traslocarlo a Bologna, acconsentì finalmente, dietro le calde
istanze di Sigismondo, a riconoscerlo; ma a condizione che si annullasse
tutto quanto si era fatto fino a quell'epoca, e sottomettendo
l'assemblea alla presidenza di nuovi legati della santa sede[35]. I
prelati, lungi dall'essere contenti di questa bolla, che avrebbe
assoggettata la loro autorità a quella del papa, lo citarono di nuovo a
recarsi nel loro seno, colla minaccia di dichiararlo decaduto, se non
ubbidiva entro sessanta giorni. Sigismondo, dopo essere stato coronato a
Roma da Eugenio IV in tempo di una brevissima tregua, ripigliò la strada
di Basilea, ove l'otto degl'idi di novembre presiedette alla
quattordicesima sessione del concilio; ma non incontrò minori difficoltà
nel conservarsi moderatore di questa turbolenta e democratica assemblea,
che nel far piegare l'orgoglio e l'ostinazione di un pontefice poco
capace di governare[36].

  [35] _Raynaldi Ann. Eccl., 1432, § 8-11; 1433, § 6, 18, 19, t.
  XVIII, p. 99-116. — Lenfant, Hist. du Concile de Bâle, l. XV, p.
  352. — Schmidt, Hist. des Allem., l. VII, c. 16, p. 190._

  [36] _Acta Concil. Basil. Ses. XIV, p. 523._

Durante questa pericolosa lite Eugenio IV si trovò attaccato da nuovi
nemici: egli aveva nominato governatore della Marca d'Ancona Giovanni
Vitelleschi, vescovo di Recanati, suo favorito, il di cui crudele e
perfido carattere fu ben tosto cagione di una universale ribellione. Il
duca di Milano, Filippo Maria Visconti, che aveva di fresco fatta la
pace coi Fiorentini, e licenziati i suoi generali e la maggior parte de'
soldati, ma che non pertanto desiderava che le sue armate rimanessero
unite, anche rinunciando al suo soldo, pensò che la ribellione contro il
Vitelleschi potrebbe essere utile ai suoi disegni. Eccitò segretamente
coloro che congedava, a guastare lo stato della Chiesa, ed a fondarvi,
se lo potevano, principati per sè medesimi. In tal modo ricompensava
senza dispendio i generali che lo avevano fedelmente servito, manteneva
sul piede di guerra delle armate che più non erano da lui pagate,
vendicavasi di Eugenio IV di cui era scontento, ed obbligava i
Fiorentini a grandi spese, tenendo viva la loro inquietudine. Francesco
Sforza e Niccolò Fortebraccio di Perugia entrarono ad un tempo, il primo
nella Marca d'Ancona, l'altro nel patrimonio di san Pietro[37].
Pretendevano l'uno e l'altro di essere stati autorizzati dal concilio di
Basilea a togliere queste province al papa, e furono ambidue
favorevolmente accolti dai Colonna ancora sdegnati per la recente loro
disfatta. Francesco Sforza sorprese Jesi, prese d'assalto Montermo,
accettò le capitolazioni d'Osimo e di Recanati, e trovati in
quest'ultima città gli ostaggi di Fermo, di Ascoli e di altre fortezze
governate dal Vitelleschi, le costrinse tutte ad arrendersi una dopo
l'altra[38]; la sommissione dell'intera provincia fu l'opera di quindici
giorni. L'Ombria e la Toscana inferiore cominciavano ancora esse a
vacillare, e nello stesso tempo Niccolò Fortebraccio, avendo occupato
Tivoli e le altre piccole città più vicine a Roma, minacciava ancora
questa capitale. Eugenio non aveva altri soccorsi per difendersi che la
scelta tra i suoi nemici; all'ultimo determinò di ricorrere a Francesco
Sforza, che si lasciò facilmente persuadere ad opporsi agli avanzamenti
di Fortebraccio, per la memoria delle militari rivalità tra il vecchio
Sforza e Braccio di Montone; oltre di che il papa gli offriva in
ricompensa la Marca d'Ancona col titolo di marchese, promettendo di
lasciarlo per un determinato tempo padrone degli altri paesi da lui
acquistati, e creandolo vicario e gonfaloniere della Chiesa romana[39].

  [37] _Petri Russii Hist. Senens., t. XX, Rer. It., p. 46._

  [38] _Joannis Simonetae Vita Franc. Sfortiae, l. III, t. XXI, Rer.
  Ital., p. 226._

  [39] _Joan. Simonetae, l. III, p. 227. — Franc. Adami Fragmentor. de
  rebus gestis in civitate Firmana, l. II, c. 64, 65, p. 52. In
  Thesauro Burmanni, t. VII, p. II._

Ma l'assistenza dello Sforza non bastò a ristabilire gli affari del
papa, sia perchè Niccolò Piccinino si avanzò ancor esso per sostenere il
suo parente Fortebraccio e per dividere con lui le spoglie della Chiesa,
o sia più ancora perchè i Romani, stanchi di un governo che gli
opprimeva colle contribuzioni e non sapeva difenderli, presero le armi
contro Eugenio, proclamarono il ristabilimento della repubblica, ed
assediarono il papa nella chiesa di san Giovanni Grisogono, ov'erasi
rifugiato. Questi a stento ottenne di fuggire travestito sopra una
piccola barca che lo trasportò ad Ostia frammezzo ad una grandine di
saette. Di là una galera lo condusse a Pisa; indi venuto a Firenze,
chiese un asilo alla repubblica, mentre i suoi stati trovavansi divisi
tra lo Sforza e Fortebraccio, più non conservando egli alcuna autorità
in tutto il territorio della Chiesa[40].

  [40] _Joan. Simonetae Vita Franc. Sfortiae, l. III, p. 234. — Joan.
  Stellae Ann. Genuens., t. XVII, Rer. Ital., p. 1313. — Comment. di
  Neri di Gino Capponi, t. XVIII, p. 1181. — Cronica di Bologna, t.
  XVIII, p. 649._

La repubblica di Firenze, dove Eugenio IV era venuto a cercare asilo,
trovavasi in allora agitata da tali fazioni, che più delle precedenti
dovevano porre in grande pericolo la sua libertà. Dopo la morte di
Giovanni de' Medici, Cosimo, suo figliuolo, erasi fatto capo del partito
anticamente formato dagli Alberti per mettere argine all'autorità
dell'oligarchia, e rialzare quella del popolo. Cosimo aveva un carattere
più fermo che suo padre, operava con maggior vigore, più liberamente
parlava cogli amici, e non pertanto risguardavasi come il più prudente
cittadino di Firenze. Aveva maniere gravi ad un tempo e gentili, e le
infinite sue ricchezze gli permettevano di mostrarsi ogni giorno umano e
liberale. Egli non attaccava il governo, non ordiva trame contro di lui;
ma nemmeno curavasi di palliare le proprie opinioni, che manifestava con
nobile franchezza; ed i moltissimi amici e clienti, che gli avevano
procurati le sue generosità, gli davano l'importanza d'un uomo
pubblico[41]. Coll'ajuto loro egli si credeva sicuro di conservare la
sua libertà ed il suo rango, finchè si manterrebbe la pace interna,
oppure di difenderla colle armi, quando fosse attaccato dai suoi nemici.
Due confidenti erano presso di lui in maggior credito, Averardo de'
Medici e Puccio Pucci, il primo de' quali coll'audacia, l'altro colla
saviezza e la prudenza lo aiutavano a tenere uniti i suoi partigiani.
Questi tre uomini di stato avevano potentemente contribuito a
determinare i Fiorentini alla guerra di Lucca, senza che per altro
fossero stati scelti a dirigerla. Onde, tanto per giustificare i
consiglj che avevano dati, quanto per imbarazzare i loro avversarj,
prendevansi cura di svelare le cagioni di tutti i rovesci dello stato.

  [41] _Niccolò Machiavelli Ist. Fior., l. IV, p. 57. — Scip. Ammirato
  Ist. Fiorent., l. XX p. 1087._

Rinaldo degli Albizzi, il di cui intollerante ed orgoglioso carattere
mal sapeva sopportare un oculato censore, avrebbe voluto sforzare il
Medici a dichiararsi aperto nemico, onde vincerlo in una battaglia, e
scacciarlo poi dalla città. Tutta la gioventù, che era con lui entrata a
parte del governo, divideva la sua impazienza, e Niccolò Barbadori cercò
di persuadere Niccolò d'Uzzano a far attaccare Cosimo de' Medici ed i
suoi amici, onde distruggere un partito che non poteva innalzarsi che
per la loro ruina. Ma questo vecchio capo della repubblica conosceva
meglio d'ogni altro ciò che aveva da lungo tempo resa forte la propria
fazione, e ciò che in allora la faceva debole. Aveva veduti i
Fiorentini, ancora spaventati dal sanguinario e spregevole governo dei
_Ciompi_, gettarsi tra le braccia del partito più opposto al popolaccio,
gli aveva veduti, per qualche tempo, desiderare più d'ogni altra cosa
nel loro governo dignità, considerazione e forza. In tali felici
circostanze egli e l'amico suo Maso degli Albizzi erano stati posti alla
testa degli affari dello stato, ed il loro ingegno ne aveva approfittato
per rendere la repubblica possente al di fuori, ferma ed irremovibile
nell'interno. Ma di mano in mano che la memoria dei Ciompi s'andava
indebolendo o cancellando, si diminuiva egualmente la riconoscenza per
un governo che aveva strappata Firenze dalle mani del popolaccio. La
nazione sentiva più fortemente una presente gelosia, che un passato
timore, e già cominciava a ridonare il suo affetto ai figliuoli di
quegli antichi demagoghi, al di cui giogo era stata sottratta; questi
figliuoli, che non avevano partecipato ai delitti dei loro genitori,
inspiravano, col solo loro nome, una considerazione spogliata da
qualunque timore, si erano accresciute le loro ricchezze, ed ingrandito
il numero de' loro partigiani coll'unione di tutti gli uomini nuovi, che
avevano acquistata qualche indipendenza, mentre l'oligarchia, come
comporta la sua natura, si era sempre più ristretta. Inoltre le
divisioni del partito dominante avevano date nuove reclute
all'opposizione; poichè ogni volta che qualche malcontento staccavasi
dalla sua famiglia o dal suo partito, si poneva sotto lo stendardo dei
Medici. L'antica nobiltà, sempre esclusa dell'amministrazione dall'una e
dall'altra fazione, preferiva quella che vedeva egualmente oppressa, di
modo che Cosimo contava tra i suoi fautori degli uomini per lo meno
uguali ai partigiani degli Albizzi, per nascita, per ricchezze, per
talenti, per zelo, ed in numero assai maggiore. Dietro queste
considerazioni Niccolò d'Uzzano raccomandò a Barbadori di evitare ogni
movimento popolare, ogni zuffa, in cui le forze dei due partiti
dovessero venire al confronto, poichè le loro erano affatto illusorie,
non conservandosi omai la loro autorità che per l'impero dell'abitudine,
e pel favore d'un'opinione che più non aveva fondamenti[42].

  [42] _Niccolò Machiavelli Ist. Fior., l. IV, p. 60._

Ma Niccolò d'Uzzano morì poco dopo la pace di Lombardia, e Rinaldo degli
Albizzi, rimasto solo alla testa del suo partito prese caldamente a
voler mandare ad effetto il progetto di scacciare i suoi nemici. Per
farne la prova egli altro non aspettava, se non che la sorte dasse alla
repubblica una signoria composta de' suoi partigiani. Perciò
l'estrazione dei magistrati che facevasi ogni due mesi eccitava nella
città una spaventosa agitazione, conoscendo tutti che una vicina e quasi
immancabile rivoluzione dipendeva dal carattere de' gonfalonieri e de'
signori, che l'eventualità porterebbe alle cariche.

Finalmente la sorte diede per gonfaloniere dei mesi di settembre e di
ottobre del 1433 Bernardo Guadagni, e con lui otto signori tutti addetti
alla fazione degli Albizzi[43]. Era il Guadagni uomo povero, che non
avrebbe potuto sedere nella magistratura, se Rinaldo degli Albizzi non
avesse per lui pagate le contribuzioni, onde non fosse annoverato tra i
debitori dello stato. Costui, esacerbato da personali animosità,
incapace di timore, e non avendo nulla da perdere, era apparecchiato a
tutto intraprendere per servire il capo del suo partito[44].

  [43] _Priorato ne' ricordi di Gio. Morelli. Deliz. degli Eruditi, t.
  XIX, p. 115._

  [44] _Scip. Ammirato Ist. Fior., l. XX, p. 1088._

Erano appena passati sette giorni da che il Guadagni trovavasi nella
magistratura, quando il 7 di settembre fece intimare a Cosimo de' Medici
di presentarsi in palazzo. Gli amici di Cosimo lo pregavano di fuggire,
o di apparecchiarsi alla difesa, ma egli non volle avere altro appoggio
che la propria innocenza, come se nel tumulto delle rivoluzioni un capo
di partito potesse essere innocente agli occhi de' suoi avversarj, e si
presentò alla signoria. Venne subito arrestato e chiuso nella torre del
palazzo pubblico, ed un'accusa di mal versazione nella guerra di Lucca
servì di pretesto alla sua prigionìa[45]. Non si voleva per altro
assoggettare ai giudici ordinarj la causa di così potente cittadino; la
di lui sorte doveva essere decisa da un'autorità stragiudiziaria, e
Guadagni fece suonare la campana del parlamento per adunare il popolo
nella pubblica piazza, di cui Rinaldo degli Albizzi occupava tutti i
capi strada con genti armate.

  [45] _Jo. Michael. Bruti Hist., Flor., l. I, apud Burmanum, Thesaur.
  Antiqu. et Histor. Ital., t. VIII, p. 11._

Qualunque si fossero le disposizioni del popolo, i parlamenti di Firenze
eransi sempre veduti secondare il partito del più forte. Un cotale
parlamento si convocava per sanzionare una rivoluzione di già fatta, ed
i soli cittadini che l'approvavano erano quelli che venivano sulla
pubblica piazza, mentre i malcontenti n'erano tenuti lontani o dal
timore o dalla violenza. La signoria chiese al popolo adunato di creare
una balìa per salvare lo stato dalle trame di coloro che volevano
minarla; duecento cittadini, ch'erano stati indicati da Rinaldo degli
Albizzi, furono infatti rivestiti dell'illimitato potere che supponevasi
esistere sempre nella nazione adunata in parlamento, al quale si
sottomettevano pure le leggi e la costituzione; e la balìa si adunò
subito in palazzo per deliberare intorno alla sorte che destinava a
Cosimo de' Medici.

Questo capo di parte fu accusato di avere con perfidi avvisi, mandati a
Francesco Sforza, suo amico, rivelati i progetti dei suoi compatriotti
sopra Lucca. Le personali relazioni di questo potente cittadino collo
Sforza e con Venezia, il grande numero de' suoi partigiani, il futuro
trionfo che gli era riservato, giustificano forse bastantemente la
diffidenza di un governo ch'egli voleva soppiantare, e che si era
mantenuto più di mezzo secolo con tanta gloria e con tante virtù. Ma le
armi che Rinaldo degli Albizzi adoperò contro il Medici erano ingiuste
ed illegali; le persone ch'egli pose in opera erano determinate da
estranei vergognosi motivi; perciocchè il Guadagni era stato sedotto dal
danaro che aveva servito a pagare i suoi debiti; la balìa divise delle
lucrose cariche tra Guadagni ed i priori che lo avevano assecondato, ed
i magistrati della repubblica si fecero vilmente pagare per avere
proscritto uno de' suoi più grandi cittadini[46]. Per altro coloro che
in uno stato corrotto si valgono di armi venali, devono aspettarsi che
gli avversarj loro pongano all'incanto quegli uomini che si sono così
venduti, e trovino mezzo di rapirglieli. Dal fondo della sua prigione
Cosimo de' Medici riuscì a far donare a Bernardo Guadagni mille fiorini,
facendolo pregare di salvarlo; ed in fatti questi, invece di domandare
la testa del Medici, come voleva Rinaldo degli Albizzi, chiese soltanto
alla balìa di esiliarlo per dieci anni a Padova. Si assegnarono nello
stesso tempo altri diversi luoghi d'esilio ai suoi principali amici e
parenti, ed il 3 d'ottobre Cosimo de' Medici partì di notte da Firenze
per recarsi al luogo della sua relegazione; e la repubblica di Venezia
lo fece accogliere con ogni maniera di onorificenze, tostocchè entrò nel
suo territorio[47].

  [46] _Ricordi di Cosimo de' Medici presso Roscoe. Life of Lorenzo.
  Appendice, t. III, Edit. of Basel, p. 5-9. — Scip. Ammirato Stor.
  Fioren. l. XX, p. 1090._

  [47] _Ricordi di Cosimo de' Medici, p. 9, 10, 11. — Comment. di Neri
  di Gino Capponi, p. 1180. — Machiavelli Hist. Fior., l. IV, p. 70. —
  Scip. Ammirato, l. XX, p. 1090. — Istor. di Giov. Cambi Deliz. degli
  Erud., t. XX, p. 183. — Nelli Comment., l. II, p. 38._

Rinaldo degli Albizzi invece d'insuperbirsi per aver eseguita questa
rivoluzione, cominciò allora a riguardare come certa la propria perdita;
vide apertamente che Cosimo, sorpreso ed esiliato con ingiusta violenza,
cercherebbe con maggior calore di vendicarsi; che gli omaggi che gli
tributavano gli stranieri accrescevano la di lui riputazione; che
potrebbe sempre disporre delle sue immense ricchezze, de' suoi
partigiani, renduti più numerosi e più zelanti, e che dissipandosi il
loro primo timore, darebbe luogo a più calde pratiche. Inoltre la balìa,
creata dall'ultimo parlamento, sebbene rinnovate avesse le liste di
tutti i magistrati, e riempiti di nomi scelti le borse dalle quali
estraevasi a sorte la signoria, non aveva potuto o non aveva voluto
escludere dallo scrutinio tutti coloro ch'erano sospetti al partito
degli Albizzi, temendo di spingere troppo in là il malcontento
universale, col lasciar vedere a quale strettissima oligarchia volevasi
ridurre un governo essenzialmente popolare. Vero è che Rinaldo chiedeva
caldamente ai suoi amici di afforzare il proprio partito ammettendovi i
grandi e l'antica nobiltà, da lungo tempo esclusi da tutte le cariche;
ma non potè vincere la gelosia de' suoi partigiani, nè trionfare della
ripugnanza del popolo, e fu costretto di aspettare nell'inazione le
conseguenze del pubblico irritamento, che vedeva manifestarsi sempre più
apertamente[48].

  [48] _Niccolò Machiavelli Ist. Fior., l. IV, p. 72._

Era di già un anno passato da che Cosimo ed i suoi amici erano stati
esiliati, quando la sorte chiamò Niccolò di Cecco Donati alla carica di
gonfaloniere pei mesi di settembre e di ottobre del 1434, con otto
signori, che tutti, come lui, eransi dichiarati favorevoli ai Medici.
Dovevano passare tre giorni tra l'estrazione de' nuovi magistrati, e
l'essere posti in carica; Rinaldo degli Albizzi volle approfittare di
quest'intervallo per far prendere le armi ai suoi amici, creare una
nuova balìa, ed escludere dalla magistratura uomini per lui tanto
pericolosi; ma non trovò ne' suoi partigiani che freddezza e timidità.
Palla Strozzi, sul quale contava assai, gli rispose, che un buon
cittadino deve aspettare l'attacco de' suoi nemici piuttosto che
provocarlo, e senza persuadere Rinaldo, lo costrinse a nulla
intraprendere.

Il nuovo gonfaloniere, appena entrato in carica, intentò un processo
criminale al suo predecessore per malaversazione del pubblico danaro.
Subito dopo citò i tre capi del partito degli Albizzi a presentarsi in
palazzo, nella stessa maniera che Cosimo era stato citato dalla
contraria parte; ma invece d'ubbidire Rinaldo degli Albizzi, Ridolfo
Peruzzi e Niccolò Barbadori, si recarono armati sulla piazza di san
Pulinari con quanta gente armata riuscì loro di adunare[49]. Palla
Strozzi e Giovanni Guicciardini, che pure dovevano raggiugnerli,
temettero di compromettersi, e non comparvero. Bentosto Ridolfo Peruzzi
diede orecchio a proposizioni d'accomodamento che gli furono fatte per
parte della signoria, e si presentò in palazzo; il coraggio di coloro
che avevano prese le armi si andò raffreddando, mentre per l'opposto i
partigiani della signoria e quelli di Cosimo, tra i quali contavasi un
fratello dello stesso Rinaldo degli Albizzi, rendevansi sempre più
arditi; per ultimo il papa, che allora soggiornava in Firenze con tutta
la sua corte, offrì la sua mediazione, e diede l'ultimo crollo al
partito degli Albizzi.

  [49] _Comm. di Neri di Gino Capponi, t. XVIII. Rer. Ital., p. 1182.
  — Ricordi di Cosimo de' Medici, t. III, p. 11._

Rinaldo non si attentò di ricusare la mediazione del papa, e fece
ritirare le sue genti, che occupavano armate la piazza sotto gli ordini
di Niccolò Barbadori; ma ad ogni modo l'avere impugnate le armi senza
essere rimasti vincitori, non poteva non risguardarsi come una
ribellione. Firenze ripigliò una apparenza di calma; ma la signoria
approfittò del tempo che i suoi avversarj perdevano in negoziati, per
far entrare in città i soldati dispersi pel territorio, i quali
distribuì nel palazzo ed in tutti i luoghi forti, indi chiamò il popolo
a parlamento, e gli fece creare una nuova balìa tutta favorevole ai
Medici. Il primo atto di questa nuova assemblea fu il richiamo di
Cosimo, e di tutti i suoi aderenti, e l'esilio di Rinaldo degli Albizzi,
di Ridolfo Peruzzi, di Niccolò Barbadori, di Palla Strozzi e di tutti i
cittadini ch'erano stati fin allora alla testa della repubblica[50]. In
tal maniera venne rovesciato quel governo, che aveva amministrata
Firenze con tanta gloria ne' tempi della più alta sua prosperità.
L'Albizzi ed i suoi amici partirono per l'esilio senza opporre veruna
resistenza, e si dispersero per le città che lungo tempo avevano temuto
il risentimento, o cercato il favore di questi esperti capi di una
potente città, mentre Cosimo de' Medici tornava trionfante a prendere
l'amministrazione d'una repubblica, dalla quale era stato di fresco
proscritto.

  [50] _Comment. di Neri Capponi, p. 1182. — Leonardi Aretini Comment.
  de suo tempore, p. 937. — Machiavelli Ist. Fior., l. IV, p. 77. —
  Scip. Ammirato, l. XX 3 p. 1101. — Ricordi di Giov. Morelli, t. XIX,
  p. 121. — Nerli Comment., l. II, p. 42._



CAPITOLO LXVII.

      _Nuova guerra tra il duca di Milano ed i Fiorentini. —
      Rivoluzioni del regno di Napoli; morte di Giovanna II. — Alfonso
      V, che vuole raccoglierne l'eredità, viene fatto prigioniero dai
      Genovesi nella battaglia di Ponza, e posto in libertà dal duca
      di Milano. — Genova ricupera la libertà._

1432 = 1435.


Durante lo stesso anno in cui il governo di Firenze era passato da una
all'altra fazione, ed i Medici erano subentrati nello stesso credito
degli Albizzi, questa repubblica era stata costretta a ricominciare la
guerra col duca di Milano, in onta al trattato di Ferrara del 26 aprile
1433; perchè tanta era l'inquieta ambizione del duca, che immediatamente
dopo un trattato di pace riprendeva le armi, se aveva speranza di
ottenere alcun vantaggio su coloro con cui erasi di fresco riconciliato;
e tale altronde era la leggerezza e l'instabilità del suo carattere, che
appena ricominciate le ostilità, entrava in nuove negoziazioni, e
formava una seconda pace, che lo rimetteva precisamente nello stato
medesimo da cui era uscito. Mentre queste rotture senza motivo e senza
conseguenze impediscono di tener dietro con interessamento alla politica
della corte di Milano, anche il modo con cui trattavasi la guerra non
permette di seguire attentamente le operazioni delle armate. In verun
luogo non vedevansi combattere cittadini, in verun luogo il cuore de'
guerrieri prendeva parte alla causa che difendevano. Lo stesso onore
erasi col patriottismo dileguato dalle armate, perchè i soldati, pei
quali la guerra altro più non era che un mestiere mercenario, passavano
senza scrupolo dall'uno all'altro campo, allettati da pagamento
migliore. Senza curarsi del passato o dell'avvenire, non associavano il
proprio onore a quello dei loro corpo, seco non portando nè la memoria
delle precedenti vittorie, nè una riputazione da conservarsi colla
futura loro condotta. La piccolezza de' risultamenti diminuisce ancora
l'interesse delle battaglie; in queste vergognose guerre non ispargevasi
pure tanto sangue, che bastasse a risvegliare nel cuor degli uomini un
sentimento di compassione per l'umanità. Si leggerebbe più volentieri la
storia de' combattimenti del circo di Roma, che quella delle battaglie
dei generali in Filippo Maria. I combattenti sono egualmente sconosciuti
e quasi tutti anonimi, le uccisioni sono egualmente gratuite e senza
risultamenti, il numero delle vittime press'a poco il medesimo da ambe
le parti, e se è possibile di trovare ancora qualche dignità in mezzo a
tanto avvilimento, se ne troverebbe forse di più nel gladiatore, il
quale anche tra le convulsioni della morte, non si scordava della
pubblica opinione, piuttosto che nel soldato d'un _condottiere_ sempre
disposto ad armarsi prezzolatamente contro la sua religione, la sua
patria, la sua libertà, la sua propria compagnia, e contro tutte le
opinioni che gli erano state care.

La guerra che si accese nel 1434 ebbe cominciamento da una sedizione
sorta in Imola. Questa città avea scacciate le truppe del papa, ed
introdotta il 21 gennajo una guarnigione milanese, contro l'espresso
tenore dei trattati, che vietavano al duca di Milano d'immischiarsi
negli affari della Romagna[51]. Gattamelata, generale dei Veneziani, e
Niccolò di Tolentino, generale dei Fiorentini, vennero subito incaricati
di difendere questa provincia contro il Visconti. Le vessazioni del
primo accrebbero il numero de' suoi nemici; perchè i Bolognesi, volendo
sottrarsi alla sua temuta assistenza, abbandonarono il partito della
Chiesa, e ricevettero nella loro città guarnigione milanese[52]. Niccolò
Piccinino, richiamato dalle vicinanze di Roma, fu dal duca di Milano
incaricato di proseguire questa guerra. Il 28 agosto diede battaglia
presso ad un ponte, tra Imola e Castelbolognese, ai generali delle due
repubbliche; si dice che l'armata di questi, composta di sei mila
corazzieri e di tre mila pedoni sofferse una così terribile rotta, che a
pena salvaronsi colla fuga mille cavalli, rimanendo tutti gli altri
prigionieri con Tolentino, Giovan Paolo Orsino, ed Astorre Manfredi,
signore di Faenza; pure non trovarono sul campo di battaglia che quattro
uomini morti, e trenta leggermente feriti[53].

  [51] _Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 648. — Scipione Ammirato, l.
  XX, p. 1097._

  [52] _Cron. di Bologna, p. 650. — Leonardi Aretini Comment., t. XIX,
  p. 937. — Comment. di Neri di Gino Capponi, p. 1181._

  [53] _Scip. Ammirato, l. XX, p. 1099. — Cron. di Bologna, p. 651. —
  Joannis Simonetae Hist. l. III, p. 233. — Poggio Bracciolini, l.
  VII, p. 584. — Ann. Bonincontrii, p. 142._

Le conseguenze di questa vittoria furono proporzionate non al prodigioso
numero de' prigionieri, ma al poco sangue che aveva costato. Dopo alcune
scaramucce nello stato di Bologna, dopo una lunga inazione delle due
armate, durante la quale si negoziava con molta attività dal marchese di
Ferrara, la pace venne nuovamente soscritta il 10 agosto del 1435, e
raffermate tutte le condizioni del precedente trattato[54].

  [54] _Ricordi di Gio. Moretti, t. XIX, Deliz. degli Erud., p. 138. —
  Scip. Ammirato, l. XXI, t. III, p. 3._

Più importanti rivoluzioni minacciavano in pari tempo il regno di
Napoli; sebbene in questo paese, più che in verun altro, fossero le
guerre ridotte a ridicole millanterie ed a vilissime scaramucce. La
regina Giovanna II aveva da sè allontanato suo figlio adottivo, Luigi
III d'Angiò, tenendolo come in esilio nel suo governo di Calabria, onde
potere abbandonare, senza verun ritegno sè e tutto lo stato in balìa di
Giovanni Caraccioli, suo grande siniscalco. Giovanna, nata nel 1371,
aveva passati i sessant'anni, ma colla sregolata sua vita si era
procacciati innanzi tempo tutti i mali della decrepita vecchiaja. Anche
il Caraccioli aveva sessant'anni[55], e l'amore, cui andava debitore del
suo innalzamento, più non conservava verun impero nè sopra di lui, nè
sopra la regina. Ma una lunga abitudine era subentrata a questa
passione, e l'ambizioso Caraccioli comandava ancora alla sovrana, che la
passione aveva di già resa sua schiava. Egli non era ancora pago di
ricchezze, di onori, di potenza, ed ogni giorno chiedeva a Giovanna
nuove concessioni. Era duca di Venosa, conte d'Avellino, signore, ma non
principe di Capoa, perchè non osava assumersi un titolo devoluto agli
eredi del trono; chiedeva ancora il ducato d'Amalfi ed il principato di
Salerno, che quando morì Martino V Giovanna aveva tolti ad Antonio
Colonna, nipote del papa. Queste smoderate inchieste eccitavano la
gelosia di que' cortigiani che desideravano di partecipare alle grazie
della regina; questa per sollevarsi dalla rabbia che in lei risvegliava
l'imperioso carattere del Caraccioli, aveva ammessa nell'intima sua
confidenza Cobella Ruffa, duchessa di Suessa. Costei, nè meno
orgogliosa, nè meno vana del grande siniscalco, cercava la via di
perdere quest'insolente ministro, che risguardava come una creatura
della fortuna, ed approfittava di tutte le occasioni per inasprire il
risentimento della sua padrona.

  [55] _Tristani Caraccioli Opuscula Historica, t. XXII, Rer. It., p.
  35._

Un giorno la duchessa di Suessa, stando in anticamera, udì il Caraccioli
rinnovare le proprie istanze per ottenere i due feudi d'Amalfi e di
Salerno; questi, piccato dal rifiuto della regina colla quale credevasi
solo, le rimproverò in così amara ed ingiuriosa maniera questa mancanza
di compiacenza, unì alle sue lagnanze tanta arroganza e tanti insulti
che Giovanna proruppe in un dirotto pianto. Tosto che il siniscalco
partì, la duchessa cercò di far subentrare la collera ai singhiozzi, e
di rendere sospetti a Giovanna i progetti del Caraccioli. Questi faceva
sposare a suo figlio la figlia di Giacomo Caldora, il solo generale del
regno: pretendeva la duchessa di trovare in questo matrimonio le prove
d'una cospirazione; il siniscalco, ella diceva, cercava di assicurarsi
di tutte le forze dello stato, aspirava alla suprema autorità, e non
dovevasi più mettere tempo in mezzo per rompere i suoi progetti. Con
licenza della regina la duchessa adunò tutti i nemici del Caraccioli, li
prevenne che gli si voleva togliere tutta l'usurpata autorità, di cui
bruttamente abusava, e si assicurò della loro assistenza[56].

  [56] _Giannone Istor. civ. del regno di Napoli, l. XXV, c. 5, t.
  III, p. 448. — Giorn. Napol., t. XXI, p. 1094. — Jo. Marianae de
  Reb. Hisp., l. XXI, c. 5, t. II, Hisp. Illustr., p. 10._

Le nozze del figlio di Caraccioli e della figlia di Caldora si
celebrarono il 17 agosto del 1432 con una straordinaria magnificenza. Le
feste dovevano continuarsi per otto giorni nel palazzo medesimo della
regina; ma nella notte che precedeva l'ultimo degli otto giorni,
consacrato ai giuochi ed ai tornei, dopo terminate le cene, il ballo, e
quando tutta la corte erasi ritirata, e che lo stesso Caraccioli invece
di andare a casa sua cogli sposi, era entrato per dormire
nell'appartamento che aveva in palazzo[57], un paggio della regina
picchiò alla sua porta, e gli disse che Giovanna, sorpresa da un attacco
apopletico, chiedeva premurosamente di parlargli, prima di morire.
Caraccioli, mentre si vestiva, fece aprire la porta della sua camera, ed
i congiurati, che l'avevano ingannato col falso messo, gli furono subito
a dosso e lo uccisero nel suo letto a colpi di aste e di ascie. La
vegnente mattina, quando si sparse in città la notizia dell'accaduto, la
nobiltà ed il popolo, che avevano tremato innanzi al gran siniscalco, e
per lo spazio di diciotto anni l'avevano veduto regnare con
un'illimitata autorità, cui nè il marito della regina, nè i due suoi
figli adottivi avevano potuto far argine, entrarono in folla nella sua
camera per contemplarlo morto. Era sdrajato per terra vestito per metà,
con una sola gamba calzata, niuno de' suoi servi essendosi presa la cura
di vestirlo o di riporlo sul letto. La regina, che aveva acconsentito a
firmare un ordine d'arresto, non aveva pensato che si volesse ucciderlo,
e mostrò il più vivo dolore, quando le fu detto che la resistenza di
Caraccioli agli ordini che gli si erano recati aveva renduta necessaria
la forza, cui aveva soggiaciuto. Pure accordò lettere d'assoluzione ai
congiurati che lo avevano ucciso, ordinò la confisca di tutti i suoi
beni per titolo di ribellione, fece imprigionare suo figlio e tutti i
suoi parenti, e permise che il popolaccio saccheggiasse tutte le loro
case[58].

  [57] _Tristani Caraccioli Opus. Histor., t. XXII, p. 35._

  [58] _Giannone Istor. civ. del regno di Napoli, l. XXV, c. V, t.
  III, p. 450. — Tristani Caraccioli Opus. Histor., t. XXII, p. 35. —
  Giornali Napoletani, t. XXI, p. 1095._

Quando Luigi d'Angiò, che stava a Cosenza, ebbe avviso della morte del
gran siniscalco, lusingossi di potere finalmente essere ammesso a godere
le prerogative annesse all'erede presuntivo della corona. Ma la duchessa
di Suessa, che voleva regnare sola sullo spirito della regina, non
acconsentì al ritorno del di lei figlio adottivo. Giovanna, incapace di
avere ella medesima una volontà, era ornai tanto sottomessa alla sua
confidente, quanto lo era stata al suo amante. Luigi cedette senza far
resistenza agl'intrighi della corte, accontentandosi di vivere in
Calabria, e si ammogliò colla principessa Margarita di Savoja, che venne
a raggiugnerlo. Sempre ubbidiente ai capricci d'una regina, che cedeva
essa medesima a tutti gl'intrighi de' suoi favoriti, di suo ordine
intraprese nel 1434 una guerra, ch'egli credeva ingiusta, contro Giovan
Antonio Orsini, il più potente de' feudatarj napoletani, che i favoriti
volevano spogliare per dividersi fra di loro le sue ricchezze. L'Orsini,
assediato nella città di Taranto da Luigi d'Angiò e da Giacomo Caldora,
trovavasi in pericolo di perdere tutti i suoi stati, quando una febbre
sopraggiunta al duca di Calabria in novembre del 1434, trasse in pochi
giorni questo principe nel sepolcro[59].

  [59] _Giornali Napoletani, t. XXI, p. 1096. — Ann. Bonin. Miniat.,
  t. XXI, p. 143. — Barth. Facii Rerum Gestarum Alphonsi Regis, l. IV,
  p. 46. In Thesauro Antiquit. Ital., t. IX, p. III. — Jo. Marianae de
  reb. Hisp., l. XXI, c. VII, p. 13._

Il pieghevole carattere di Luigi d'Angiò, e l'estrema sua dolcezza gli
avevano guadagnato l'amore di tutti coloro che lo avvicinavano. Si era
fatto amare dai Calabresi, tra i quali visse lungo tempo, ed a lui
devesi quel loro attaccamento alla casa d'Angiò che non si smentì nelle
successive guerre civili. Ma l'eccessiva sua condiscendenza e la sua
debolezza diedero la regina in balìa ai suoi malvagi consiglieri, non
potendosi attribuire che alla di lui pusillanimità il suo lungo esilio
dalla corte. In tal modo egli perdette per sè medesimo e per la sua
famiglia que' diritti che coll'adozione aveva acquistati, e fu la rimota
cagione delle lunghe guerre, che devastarono il regno dopo la di lui
morte[60].

  [60] _Giannone Ist. Civ., l. XXV, c. 6, p. 453._

Quando il re d'Arragona ebbe avviso della morte del gran siniscalco,
pensò subito a rientrare nel favore di Giovanna II, onde farle
confermare la precedente adozione. Risedeva da qualche tempo in Sicilia,
di dove era venuto ad Ischia per tener dietro con maggiore facilità alle
negoziazioni della favorita, che mostrava d'avere abbracciati i suoi
interessi. Ma troppo sollecito essendo di accrescere il numero de' suoi
partigiani, guadagnò ancora il duca di Suessa, che in allora era in
discordia colla moglie, e con ciò risvegliò la diffidenza dell'uno e
dell'altro. I due sposi resero a vicenda infruttuose le loro pratiche,
ed Alfonso, dopo avere rinnovata per dieci anni la tregua tra i regni di
Sicilia e di Napoli, abbandonò le coste di questo[61]. Ma doveva esservi
bentosto richiamato dalla morte di Giovanna II, già da molto tempo
preveduta. Questa principessa, giunta all'età di soli sessanta cinque
anni, era così indebolita di spirito e di corpo, come se giunta fosse
all'estrema vecchiezza. Morì il 2 febbrajo del 1435[62]. Poco prima
aveva fatto un testamento col quale chiamava alla successione del regno
di Napoli Renato, duca d'Angiò e conte di Provenza, fratello di Luigi di
Calabria, da lei precedentemente adottato[63].

  [61] _Giornali Napoletani, t. XXI, p. 1096. — Ann. Bonincontrii, t.
  XXI, p. 141._

  [62] _Giornali Napoletani, p. 1098. — Ann. Bonincontrii, p. 144._

  [63] Viene riportato dal Giannone, _l. XXV, c. 6, p. 454_.

Renato era il più prossimo erede della seconda casa d'Angiò, e di già
regnava in Provenza, antico patrimonio dei re francesi di Napoli. Il
diritto di successione di questa casa non era fondato che sopra
l'adozione dell'antica Giovanna, che per punire l'ingratitudine di suo
cugino Carlo III, aveva diseredata la linea dei Durazzo. Ma siccome
questa linea era del tutto estinta, e più non rimaneva in verun altra
linea alcun discendente del vecchio Carlo d'Angiò, conquistatore del
regno, era ben naturale che altri titoli, ancora meno validi di quelli
di Renato, acquistassero qualche importanza. Alfonso V d'Arragona, che
apparecchiavasi a combatterli, fondava le sue pretese sull'adozione di
Giovanna II, adozione veramente da questa principessa rivocata, ma
ch'egli cercava di far valere come un trattato reciproco, che un solo
de' contraenti non poteva annullare senza l'assenso dell'altro.
Pretendeva in pari tempo d'avere un diritto di successione anteriore a
quello della casa d'Angiò, per Costanza, figliuola di Manfredi. Infatti
Alfonso di già regnava in Sicilia come il più prossimo erede de'
Normanni, che avevano fondato quel regno, e della casa di Hohenstauffen
loro eredi per ragione di donne. Ma questo diritto di successione
sembrava invalido per l'illegittimità di Manfredi che l'aveva trasmesso,
pel grande numero delle donne che lo avevano fatto passare di casa in
casa, e per una prescrizione di cento settantacinque anni. Con altri
diritti, per lo meno non minori di quelli dei due competitori, Eugenio
IV riclamava per la diretta signoria della santa sede quel regno ch'era
stato infeudato alle tre case di Hauteville, di Hohenstauffen e di
Angiò, sotto l'espressa condizione che ritornerebbe alla Chiesa
all'estinzione della linea legittima, linea egualmente estinta nelle tre
case. Ma Eugenio IV, che avanzò tutte queste pretese alla morte della
regina, non era in istato di tentare una tanto importante conquista.
Scacciato da tutto il territorio della Chiesa, egli soggiornava a
Firenze quale fuoruscito; e mentre colla sua bolla del 21 febbrajo
proibiva ai due emuli di far valere i loro diritti coll'esperimento
delle armi, ed ai popoli di prestar loro ubbidienza, egli sceglieva per
governare il regno in suo nome quello stesso Vitelleschi, vescovo di
Recanati e patriarca d'Alessandria, la di cui perfidia e crudeltà gli
aveva fatto perdere la Marca d'Ancona, e la di cui sola riputazione
bastava a persuadere i suoi nuovi sudditi a non porsi sotto le sue
leggi[64].

  [64] La bolla d'Eugenio IV, datata il dì 9 delle Calende di marzo a
  Firenze, viene riportata negli _Ann. Eccles., 1435, § 12, t. XVIII,
  p. 144. — Jo. Simonetae Hist. Franc. Sfortiae, t. III, t. XXI, p.
  243._

I Napolitani, affezionati alla memoria di Luigi di Calabria, ubbidirono
agli ordini della regina anche dopo la di lei morte, e dichiararonsi
concordemente per Renato, duca d'Angiò. Riconobbero un consiglio di
reggenza composto di sedici signori che Giovanna aveva nominati, gli
associarono venti deputati presi dalla nobiltà e dal popolo, ed
aspettarono l'arrivo del nuovo re[65]. D'altra parte Alfonso, che
trovavasi in Sicilia, e che di là stava attento agli avvenimenti con
imponenti forze, risolse di prevenire l'arrivo dei Francesi. Aveva
attaccato ai suoi interessi Giovan Antonio di Marzano, duca di Suessa,
Cristoforo Cajetano, conte di Fondi, e Giovan Antonio Orsini, principe
di Taranto. Mentre che questi per ordine del re stavano adunando i loro
soldati, venne egli medesimo con una ragguardevole flotta ad assediare
Gaeta[66]: intanto il duca di Suessa sorprese Capoa, e vi spiegò lo
stendardo d'Arragona, ed il conte di Fondi col principe di Taranto
fecero prendere le armi agli abitanti degli Abruzzi.

  [65] _Giornali Napoletani, p. 1098._

  [66] _Giannone Istor. civ., l. XXV, c. 7, p. 456. — Barthol. Facii
  Rer. Gest. Alphonsi Regis, l. IV, p. 48._

Se Alfonso riusciva ad impadronirsi di Gaeta, avrebbe aperta una sicura
comunicazione tra Capoa e la Sicilia, e chiusa ai Francesi la strada di
Napoli. E già per sorpresa erasi impadronito di una delle due montagne
che signoreggiano questa città, la quale è posta nella valle che le
divide, sopra un promontorio che si avanza tre miglia fra mare. Le
muraglie sono fondate sopra rupi tagliate quasi perpendicolarmente, ed
una lingua di terra larga trenta sole braccia unisce le due montagne al
continente. Il suo porto, uno de' più belli e de' più sicuri del
Mediterraneo, era in allora frequentato dai Genovesi, che vi avevano
molte case di commercio. Dopo il cominciamento delle turbolenze vi
avevano riunite le loro più preziose merci e le loro immense ricchezze,
onde sottrarle ai pericoli della guerra. Gli abitanti di Gaeta erano
affezionatissimi a questi ricchi ospiti, ed alla morte di Giovanna
avevano invitati i Genovesi a prendere in deposito la loro città, ed a
tenervi guarnigione fino al momento, in cui un legittimo successore al
trono venisse universalmente riconosciuto. Francesco Spinola era stato
dalla città di Genova nominato comandante di Gaeta, ed Ottolino Zoppo,
segretario del Visconti, in allora signore di Genova, gli era stato dato
per aggiunto dal duca di Milano. Difendevano Gaeta tre cento soldati
genovesi con alcune truppe milanesi. Malgrado il terrore, loro da
principio cagionato dall'introduzione degli Arragonesi in alcune torri
della montagna, sostennero gli attacchi d'Alfonso fino all'istante in
cui potè mandar loro de' soccorsi[67].

  [67] _Jacobi Bracelli Genuens. de Bello Hispano, l. III, p. IV_
  verso. Nell'antica edizione di questo distinto storico (Haganoae,
  1350, in 4.º) le pagine non sono numerate, ed io le indico per la
  lettera di stampa che segna i fogli. — _Petri Bizari Senatus
  Populique Genuens. Histor., l. XI, p. 245. — Uberti Folietae
  Genuens. Hist., l. X, p. 569. — Giornali Napoletani, t. XXI, p.
  1100. — Joan. Simonetae Histor., l. III, t. XXI, p. 243._

L'assedio di Gaeta era stato cominciato da Alfonso in maggio, epoca in
cui i granai sono vuoti, la città riceveva dalla campagna il giornaliero
sostentamento, e perchè all'avvicinarsi degli Arragonesi vi si erano
riparati molti contadini, cominciò bentosto a soffrire tutti gli orrori
della fame. Volendo lo Spinola difendersi fino all'estremo, mandò fuori
tutte le bocche inutili. Giunsero al campo d'Alfonso truppe di donne, di
fanciulli, di vecchi, oppressi dalla miseria, estenuati dalla fame, e
fuggendo lontano da quelle mura, ove i figli, i fratelli, gli sposi,
eransi fermati per combattere. I consiglieri d'Alfonso gli
rappresentavano, che il crudele diritto della guerra lo autorizzava a
far rientrare in città tutti coloro che tentavano d'uscire, ed a negare
ai nemici quella compassione che non avevano trovata nei loro prossimi.
Ma Alfonso, il _magnanimo_, in questo giorno meritò in particolar modo
il soprannome che lo distingue nella storia. «Io preferisco, rispose, di
non prendere la città, piuttosto che venir meno ai doveri dell'umanità.»
Fece distribuire cibi ai fuggiaschi, permettendo loro di ritirarsi ove
meglio credevano. In tal modo perdette probabilmente l'occasione di
prendere Gaeta, e si espose inoltre alla sciagura che provò poco dopo,
ma divulgò tra i popoli e tra i suoi nemici medesimi la fama della sua
generosità, guadagnò il cuore de' Napolitani, e si aprì colle sue virtù
la strada del trono, sul quale salì bentosto[68].

  [68] _Uberti Folietae Genuens., l. X, p. 571. — Barth. Facii, l. IV,
  p. 53._

Lo Spinola aveva chiesti soccorsi a Genova, ma l'armamento della flotta
destinata a far levare l'assedio di Gaeta fu ritardato dalle pratiche
dell'opposto partito e dallo scoraggiamento degli antichi repubblicani,
che più non combattevano col consueto zelo per la grandezza della loro
patria, vedendola sottoposta ad uno straniero padrone. Biagio
d'Assereto, illustre uomo di mare dell'ordine popolare, spiegò
finalmente le vele negli ultimi giorni di luglio, e si diresse verso il
regno di Napoli. La sua flotta era composta di tredici vascelli e di tre
galere, ed aveva a bordo due mila quattrocento soldati[69]. Quando
Alfonso fu avvisato dell'avvicinamento della flotta nemica, staccò
cinque grandi vascelli per continuare il blocco di Gaeta; scelse poi in
tutta l'armata sei mila soldati, che mise a bordo de' quattordici
vascelli e delle undici galere, colle quali si avanzò ad attaccare il
nemico. Trovavasi in faccia all'isola di Ponza il 5 agosto del 1435,
quando le due flotte si scontrarono. Alfonso credeva d'avere la vittoria
in pugno, e raccontasi pure che il duca di Milano l'aveva segretamente
istruito delle forze e dei disegni dell'ammiraglio ch'egli stava per
attaccare. Questo principe, che diffidava sempre dello spirito inquieto
de' Genovesi, desiderava di vederli avviliti da una disfatta[70]. Il
vantaggio del numero assicurava l'Arragonese del buon successo; pure
Biagio d'Assereto non temette di rendere ancor più grande la sua
inferiorità, dando ordine a tre de' suoi bastimenti di porsi al largo
per prender vento, mentre col rimanente della flotta attaccava i
Catalani. Il suo vascello ammiraglio s'attaccò a quello montato dal re,
un altro, nominato la Lomellina, battevasi contro i due fratelli
d'Alfonso, uno de' quali era re di Navarra, l'altro gran maestro di san
Giacomo di Calatrava. Ogni vascello genovese doveva nello stesso tempo
combattere contro due vascelli catalani; le tre galere non avevano
ancora presa parte alla battaglia, ma bentosto l'ammiraglio genovese
fece passare tutti i loro equipaggi sui vascelli combattenti, per
riparare le perdite che aveva già fatte. Mentre che, in onta
all'inferiorità del numero, sosteneva gagliardamente la pugna, le tre
navi che aveva staccate per prender vento ed attaccare alle spalle la
flotta nemica, vennero a piene vele ad urtare con grandissimo impeto
contro i vascelli catalani. Quello del re fu gettato con tanto impeto
sul fianco, che non fu più possibile di raddrizzarlo, perchè la zavorra
mal disposta erasi agitata nella cala, e lo faceva orzare. Il re e tutta
la guarnigione furono costretti di scendere tra i ponti, mentre
facevansi inutili pratiche per rimettere il vascello in equilibrio.
Malgrado lo svantaggio di tale situazione, l'equipaggio continuò ancora
qualche tempo a difendersi, ma trovandosi feriti molti di coloro che
avvicinavano Alfonso, i di lui cortigiani lo persuasero finalmente ad
arrendersi. Egli s'informò del nome e dell'origine dei diversi capitani
genovesi, ed udendo che tra questi eravi un Jacopo Giustiniani, la di
cui famiglia aveva la sovranità di Chio, a questi solo acconsentì di
dare la sua spada[71].

  [69] _Jo. Stellae Ann. Genuens., t. XVII, Rer. Ital., p. 1316. —
  Jacobi Bracelli de Bello Hispano, l. III, G. 3 verso. — Petri
  Bizari. S. P. Q. Genuens. Hist., l. XI, p. 246. — Barth. Facii Rer.
  Gestar. Alphonsi Regis, l. IV, p. 58._

  [70] _Giornali Napoletani, p. 1100._

  [71] _Ubertus Folieta, l. X, p. 581. — Joan. Stellae Ann. Genuens.,
  p. 139. — P. Bizari, l. XI, p. 247. — Jacobi Bracelli Hispani Belli,
  l. III, H. 2. — Giornali Napoletani, t. XXI, p. 1100. — Joh.
  Simonetae Hist. Franc. Sfor., l. II, p. 144. — Barthol. Facii Rer.
  Gestar. Alph. I, l. IV, p. 61. — Vol. II des Chroniques d'Enguerrand
  de Monstrelet, p. 108. — Jo. Marianae de rebus Hisp., l. XXI, c. IX,
  p. 15._

Il rimanente della flotta sostenne, ancora dopo la resa d'Alfonso, la
battaglia per qualche tempo, ma i Catalani scoraggiati più non facevano
che una debole resistenza; i loro vascelli andavano uno dopo l'altro
abbassando la bandiera, e dopo dieci ore di combattimento, tranne una
sola nave, tutte le altre erano cadute in potere de' Genovesi.
Contavansi tra li prigionieri Alfonso il magnanimo ed i suoi due
fratelli, il re di Navarra ed il gran maestro di san Giacomo di
Calatrava, il duca di Suessa, il principe di Taranto, conte di Fondi, il
gran maestro di san Giovanni d'Alcantara, e cento principi o signori
arragonesi e siciliani. Cinque mila prigionieri, tra i quali varj
gentiluomini, non creduti abbastanza ricchi per pagare la taglia, furono
posti in libertà lo stesso giorno; ma le moltissime ricchezze ritrovate
sui vascelli furono preda del vincitore. Gli abitanti di Gaeta, volendo
pure aver parte a tanta gloria, fecero una rigorosa sortita, e forzando
le linee del campo nemico, se ne impadronirono.

La notizia di questa vittoria, la più importante, la più gloriosa di
quante in tutto il secolo si fossero ottenute sul Mediterraneo, eccitò
in Genova que' trasporti di gioja che quel popolo più non aveva provati
dopo la perdita della libertà. L'antica ricordanza della gloria
nazionale veniva ravvivata da così strepitosi vantaggi ottenuti sopra un
popolo, che i Genovesi avevano in ogni tempo considerato come loro
nemico. Il senato ordinò che per tre giorni si rendessero a Dio solenni
azioni di grazie in tutte le chiese, e l'anniversario delle none
d'agosto, giorno di san Domenico, venne consacrato con una perpetua
festa[72].

  [72] _Uberti Folietae Gen. Hist., l. X, p. 583. — Jacobi Bracelli
  Genuens., l. III, H. 3. verso._

Ma i Genovesi non tardarono ad accorgersi che Filippo Maria Visconti, il
sovrano che si erano dato essi medesimi, invece di partecipare al loro
giubilo, risguardava la gloria loro coll'occhio dell'invidia. Aveva dato
ordine a Biagio Assereto di condurre immediatamente i prigionieri a
Savona, di dove li farebbe passare a Milano, senza permettere che i
Genovesi godessero del loro trionfo, ed aveva vietato al senato di dar
parte della sua vittoria ai sovrani d'Europa: seppesi bentosto a Genova
con grandissima sorpresa l'accoglimento che Filippo aveva apparecchiato
ad Alfonso, ai suoi fratelli, ed agli altri prigionieri a lui mandati a
Milano[73].

  [73] _Jo. Stellae Annales Genuens., t. XVII, p. 1318_. — Qui finisce
  la narrazione di questo storico contemporaneo, figlio e continuatore
  di Giorgio Stella: in sull'esempio del padre, senza arte ed in
  sull'andare delle antiche cronache, racconta gli avvenimenti della
  sua patria; ma egli ci conserva sempre le impressioni ed i
  sentimenti de' suoi concittadini. Nelle ultime sue linee sentesi che
  s'andava preparando la rivoluzione di Genova. — _Uberti Folietae, l.
  X, p. 585. — Petri Bizarri, l. XI, p. 249. — Jacobi Bracelli, l. IV,
  H. 4._

Filippo d'ordinario poco generoso lo era oltre ogni credere verso i
prigionieri che la sorte delle armi dava in suo potere. Accolse Alfonso
nello stesso modo con cui molti anni prima aveva ricevuto Carlo
Malatesti, e gli diede tante prove d'amore e di rispetto, che quasi
giunse a fargli scordare la sua disgrazia. Con tale condotta incoraggiò
il re d'Arragona a disvelargli il suo sistema politico, a discutere con
lui i suoi veri interessi, ed a proporgli un intero cambiamento del
complesso delle sue alleanze. Alfonso rappresentò al duca di Milano, che
fin allora il regno di Napoli era stato cagione di perpetua lite tra due
case rivali, e che le loro guerre civili avevano permesso al rimanente
dell'Italia di consolidare la propria indipendenza. Per tutto il tempo
che durarono tali guerre, gli diceva egli, i Visconti avevano potuto,
senza offendere la politica, e senza rovesciare l'equilibrio
dell'Italia, attaccarsi ora alla casa di Durazzo, ora a quella d'Angiò.
Ma se la brillante vittoria dei Genovesi e la sua propria prigionia
collocavano finalmente su quel trono la casa d'Angiò, siccome questa non
avrebbe omai verun nemico da temere, riacquisterebbe in breve quel grado
di possanza, ch'ebbe la prima casa d'Angiò sotto il regno del vecchio
Carlo. In tale caso, come non prevedere che i Francesi, che avevano in
ogni tempo aspirato alla conquista dell'Italia, e che verrebbero ad
occuparne le due estremità, non la soggiogherebbero tutta intera? «I
Francesi, gli diceva Alfonso, di tutti i vicini dell'Italia sono i soli
pericolosi alla sua indipendenza. Le loro armate possono penetrare in
pochi giorni nel centro della Lombardia; la rapidità loro e la loro
maniera di trattare la guerra, tanto diversa da quella dei Tedeschi e
degl'Italiani, sorprendono e spaventano i popoli; e l'arroganza loro
dopo la conquista rende doppiamente sensibile la perdita della libertà.
Il sovrano della Lombardia deve ricordarsi continuamente che la
principale sua politica consiste nel chiudere il passaggio delle
montagne. È inevitabile la sua ruina, s'egli medesimo li rende padroni
delle province meridionali, e se gli obbliga a stabilire una giornaliera
comunicazione tra i loro proprj confini ed il regno, ch'egli vuole far
loro acquistare. L'Italia tutta altro in breve non sarebbe, che la
strada di Napoli; sempre attraversata dalle armate francesi, sarebbe da
queste tenuta in perpetua dipendenza e timore. Gli Arragonesi per lo
contrario, che non possono avere alcuna comunicazione continentale col
regno di Napoli, se giungono ad esserne padroni, faranno necessariamente
causa comune con tutti gl'Italiani, onde custodire il solo confine pel
quale può essere attaccata l'Italia. Il paese che i miei antenati mi
lasciarono da governare (soggiunse Alfonso) è piccolo e povero, onde non
avverrà giammai che colle sole mie forze io possa rovesciare
l'equilibrio dell'Europa. Altronde la difficoltà di trasportare numerose
armate sopra una flotta, mi toglierebbe di approfittare di un potere
assai più considerabile, quand'anche io potessi disporne. Oggi che tutti
gli stati tendono ad aggrandirsi, che Sigismondo manifesta l'intenzione
di trasmettere l'Ungheria e la Boemia alla casa d'Austria; che Carlo
VII, di già riconciliato col duca di Borgogna, non tarderà a fare la
pace cogl'Inglesi, e che in allora potrà disporre di tutte le risorse di
una monarchia ancora più vasta, conviene preventivamente pensare alla
resistenza che noi potremo opporre a così formidabili avversarj. Quando
le guerre civili, onde sono ancora travagliati, saranno terminate, si
sforzeranno di rovesciare sopra di noi le armate che hanno avvezzate
alla guerra, per non averle a proprio carico. Gl'Italiani e gli
Spagnuoli sono fatti per unirsi e resistere insieme: rassomiglianza di
governo, di costumi, di lingua, possono rendere più intima la loro
unione, ma non mai gli uomini del mezzogiorno si accostumeranno alle
usanze o all'impero degli uomini del nord; giammai non sopporteranno
l'insolente petulanza de' Francesi, o il sussieguo, e la rigidezza de'
Tedeschi»[74].

  [74] _Ubertus Folieta Genuens. Hist., l. X, p. 585. — Niccolò
  Machiavelli Istor. Fior., l. V, p. 96. — Josephi Ripamontii Hist.
  Urb. Mediol., l. IV, p. 604. — Joan. Simonetae, l. III, p 245. —
  Jacobi Bracelli Hisp. Belli, l. IV, fl. 4. verso. — P. Bizarro Hist.
  Gen., l. XI, p. 249._

A così potenti motivi politici aggiunse Alfonso, per persuadere Filippo,
il prodigioso potere che il suo spirito e l'eleganza delle sue gentili
maniere gli davano sul cuore degli uomini. Questo principe, d'origine
castigliana, aveva un non so che di più fiero, di più aperto, di più
cavalleresco, che non avevano gli Arragonesi suoi sudditi, o gl'Italiani
tra i quali combatteva. La sua vita era divisa tra l'amore, le lettere e
le armi. Conservava nel suo cuore un profondo dolore per la morte di
Margarita d'Hijar, sua amica, che dopo avergli dato un figlio,
Ferdinando, che fu poi re di Napoli, era stata strozzata per ordine di
sua moglie, Margarita di Castiglia. Egli non aveva voluto vendicarla, nè
rivedere la sua carnefice, e si era allontanato dal suo regno, per
alleggerire il suo dolore, occupandosi in pericolose spedizioni. In
mezzo alle continue guerre in cui l'aveva impegnato la sua ambizione,
non erasi in lui punto scemato quell'amore delle lettere che ispirato
gli aveva Antonio Beccadelli di Palermo, primo suo precettore, poi
consigliere, e talvolta suo ambasciatore nelle più importanti occasioni.
La sua corte era composta di letterati, egli riandava sempre col
pensiere l'antichità, viveva con Cesare e con Alessandro non meno che
con i suoi contemporanei, ed in un secolo in cui coltivavansi con
entusiasmo le lettere classiche, in cui la gloria sembrava riservata
all'erudizione, in cui l'eleganza del dire curavasi ancora più che il
pensiere, pareva che Alfonso possedesse tutta la gloria umana. Tutti i
dispensieri della fama erano da lui stipendiati, tutti i letterati
magnificavano le sue imprese, e pareva che il di lui suffragio desse la
misura del merito e del sapere. Egli riuniva nel suo aspetto, nella sua
espressione, nelle sue maniere, tutte le qualità che seducono il cuore,
e che abbagliano gli occhi: vivace era il suo ingegno, persuasivo e
pieno di grazie. Giunse perciò in breve a dominare, ed a cattivarsi in
modo Filippo Maria, il di cui carattere non erasi fin allora aperto
all'amicizia, che il vincitore non ebbe altro consigliere, altro
confidente, fuorchè il suo prigioniero[75]. Si strinse fra di loro
un'intima alleanza, ed il duca di Milano, determinato di far acquistare
al suo ospite il regno di Napoli, ordinò ai Genovesi di apparecchiare
sei grandi navi di linea, per ricondurre Alfonso con tutta la di lui
corte ne' luoghi medesimi in cui l'avevano vinto, e per combattere d'or
innanzi in suo favore[76].

  [75] _Anton. Panhormita de dictis et factis Alphonsi. — Barthol.
  Facii de vita rebusque gestis Alphonsi passim._

  [76] _Uberti Folietae Hist. Genuens., l. X, p. 586. — Giannone
  Istor. civ. del Regno di Napoli, l. XXV, c. 7, p, 457._

Frattanto Filippo Maria non tardò ad avere avvisi dell'indignazione che
i suoi ordini avevano eccitata in Genova, ove il fermento era così
grande, che tutto di già annunciava una ribellione. Credette il duca di
prevenirla col chiamare a Milano una deputazione de' più ragguardevoli
uomini dello stato, sotto colore di trattar con loro intorno alla taglia
del re d'Arragona. Disse loro che Alfonso aveva convenuto di cedere la
Sardegna ai Genovesi quale prezzo della sua libertà, e li rinviò colmi
di gioja per la speranza di un acquisto di tanta importanza. In pari
tempo mandò a Genova due mila uomini, destinati, siccome egli diceva, a
montare a bordo delle galere che prenderebbero possesso della Sardegna.
Ma i Genovesi conobbero bentosto d'essere stati dal duca ingannati, e
che la promessa di render loro la Sardegna non era che un'esca destinata
a far aprire le loro porte alla guarnigione, ch'egli voleva stabilire
nella loro città.

Una nuova offesa rese più vivo il loro risentimento; alcuni deputati di
Gaeta erano venuti a rallegrarsi coi Genovesi della loro vittoria, a
ringraziarli de' soccorsi loro prestati, ed a pregarli di custodire la
città di Gaeta fino alla fine delle guerre del regno di Napoli. Il duca,
informato dell'arrivo di questi deputati, adoperò ogni maniera di
seduzioni per persuaderli ad abbandonare il partito d'Angiò, ad aprire
le porte al re Alfonso, e li rinviò senza permettere che i Genovesi
accettassero l'offerta che gli avevano fatta[77].

  [77] _Jacobi Bracelli Hispani Belli, l. IV, I, 2. — P. Bizarro S. P.
  Q. Genuensis Historia, l. XI, p. 250._

Mentre ciò accadeva, un nuovo governatore, Erasmo Trivulzio, fu dal duca
mandato a prendere il comando di Genova, invece di Pacino Alciati
ch'egli aveva richiamato. Risolvettero i Genovesi di approfittare delle
cerimonie del suo _installamento_ per ricuperare la loro libertà. Il
vecchio governatore era uscito per incontrare il nuovo: nell'istante in
cui rientravano l'uno e l'altro, ed avevano appena passata la porta di
san Tomaso, questa venne chiusa dietro loro, e furono separati i due
governatori da tutti i loro soldati. Quando se ne avvidero, vollero
fuggire, ed il Trivulzio giunse infatti alla rocca del Castelletto, ove
si chiuse. Ma Pacino Alciati, raggiunto presso al _Fossatello_, fu
ucciso, ed il suo cadavere lasciato qualche tempo esposto agli occhi del
popolo avanti alla chiesa di san Siro, mentre risuonavano per tutta la
città grida che invitavano alle armi ed alla libertà. Francesco Spinola,
quello stesso che aveva così valorosamente difesa Gaeta, si fece capo
degl'insorgenti; attaccò i soldati milanesi, scoraggiati dalla perdita
dei due loro capi, e li costrinse ad arrendersi quasi senza combattere.
La città di Savona, avuto avviso della rivoluzione di Genova, si
affrettò d'imitarne l'esempio; sorprese egualmente e scacciò la
guarnigione milanese: i varj castelli che il duca possedeva nei contorni
della capitale e nelle due riviere furono collo stesso impeto ripresi
dal popolo, ad eccezione del Castelletto, che capitolò soltanto ne'
primi mesi del susseguente anno. Fu il 27 dicembre del 1435[78], che i
Genovesi si rialzarono al rango dei popoli liberi. Incaricarono sei de'
più illustri loro cittadini di rivedere le leggi patrie, e di dare alla
costituzione nuovo vigore; nello stesso tempo mandarono ambasciatori a
Venezia ed a Firenze per chiedere l'alleanza delle due repubbliche, e
guadagnare la loro protezione contro il duca di Milano, loro comune
nemico[79].

  [78] _Jacobi Bracelli, l. IV, I. 3. — P. Bizarro, l. XI, p. 253,
  dicono, VI Kal. Januarius_ (il 27 dicembre). Il Foglieta dice la
  vigilia del Natale (24 dicembre). Io ignoro dove il Muratori
  prendesse la data del 12 dicembre ch'egli ha scelta. — _Barth.
  Facii, p. 65._

  [79] _Jac. Bracelli, l. IV, I. 3._ Fu egli medesimo spedito in tale
  occasione presso il governo di Firenze e presso papa Eugenio IV, per
  chiedere soccorsi di grani, onde mettere Genova in istato di
  sostenere, in caso di bisogno, un lungo assedio. I Fiorentini ne
  mandarono subito in abbondanza, ed il papa si limitò a non vietarne
  l'estrazione a loro favore. _Ubertus Folieta Genuensis Hist., l. I,
  p. 588. — Pietro Bizarro, l. XI, p. 251. — Niccolò Machiavelli, l.
  V, p. 99._



CAPITOLO LXVIII.

      _Gli emigrati fiorentini persuadono il duca di Milano a
      rinnovare la guerra contro Firenze: questa repubblica scontenta
      di Venezia soscrive una tregua separata; assedio di Brescia;
      pericolo dei Veneziani._

1436 = 1438.


Due sole repubbliche, Venezia e Firenze, sostenevano con costanza in
Italia la causa della libertà, mostrandosi sempre apparecchiate a fare
argine ai progetti degli usurpatori, ed a mantenere fra i diversi stati
quell'equilibrio che a ciascheduno conservasse la rispettiva importanza
e ricchezza. Pure queste due città non avevano una costituzione che
fosse propria ad assicurare a loro medesime i vantaggi di quella libertà
di cui si mostravano tanto gelose. La forma del governo era tale, che
assicurava bensì l'impiego delle forze individuali a favore della causa
pubblica, ma non guarentiva colla forza pubblica la libertà, la
proprietà e la vita di ogni individuo. Vedevasi in queste repubbliche lo
sviluppamento di sommi talenti, di molto zelo, di molte virtù pel
servigio della patria; ma non vi si trovava quel felice equilibrio dei
poteri, che deve impedire ai magistrati di opprimere il popolo, e ad una
fazione di soverchiare l'altra. A Venezia un'autorità forte e segreta
faceva tacere tutte le personali passioni, fino dalle loro prime mosse
fermava tutte le fazioni, preveniva tutte le rivoluzioni, e non
permetteva che alcun uomo, alcun carattere, alcun individuo si staccasse
dalla massa comune. Lo spirito non aveva che l'astratta nozione di
repubblica; vedevansi sulla scena la signoria, il gran consiglio, il
consiglio dei dieci, vedevansi animati da una ambizione profonda,
orgogliosa, ostinata, che mai non veniva meno; pure non attaccavasi
verun nome alle loro decisioni. Il carattere o le virtù del doge, la
prudenza d'un consigliere, i talenti d'un oratore non trasparivano
giammai dal velo che copriva tutte le deliberazioni della signoria. Gli
stranieri, gli storici, i medesimi sudditi dello stato vedevano sempre
la repubblica come un ente ideale, che mai non mutava sistema, che non
aveva che eterne passioni, e che pure impiegare sapeva per giugnere a'
suoi fini tutti i talenti e tutte le virtù che l'amore di patria può
risvegliare in ogni cittadino, quand'egli sente che questa patria
osserva le sue azioni, e che ancor egli è qualche cosa nello stato.

Affatto diversa era la repubblica fiorentina; la di lei costituzione era
meno forte d'assai che lo spirito pubblico, onde era animata: la
signoria, i consiglj, le magistrature, avevano un credito meno stabile,
un carattere meno marcato dei cittadini che li dirigevano. I corpi
costituiti rientravano nell'oscurità per lasciar figurare gl'individui;
ed il potere dello stato, invece d'essere concentrato nelle mani de'
pubblici magistrati, trovavasi quasi tutto fuori delle magistrature.
Veniva questo esercitato da alcuni uomini la di cui prudenza, la
ricchezza, l'eloquenza e le parentele costituivano il credito. A misura
che questi uomini, trionfavano gli uni degli altri, che riuscivano a
soppiantarsi, a mandarsi reciprocamente in esilio, vedevasi la
repubblica passare dalle mani di una famiglia in quelle di un'altra.
Allora i diritti de' cittadini venivano violati dalla fazione
trionfante, come a Venezia lo erano frequentemente dalla permanente
autorità dei magistrati; ma la forma del governo conservavasi press'a
poco la medesima, ed il suo spirito esterno era ancora più costante.
Vedevasi con maraviglia la politica de' Fiorentini, riguardo a tutto il
rimanente dell'Italia, conservarsi così ferma, così irremovibile, come
se un antico immutabile senato avesse dettate tutte le sue disposizioni.

La fazione degli Albizzi, che aveva dominato per lo spazio di
cinquantatre anni, dal 1381 al 1434, erasi resa benemerita della
repubblica fiorentina. In così lungo tempo aveva dato prove di tanta
saviezza, costanza, e moderazione nella direzione degli affari, che non
era stata pareggiata da quelle che l'aveva preceduta, nè imitata
dall'altra, che la seguì. Furono gli Albizzi, che sventarono più volte
gli ambiziosi progetti di Giovan Galeazzo, primo duca di Milano, di
Ladislao, re di Napoli, e di Filippo Maria Visconti. Nello stesso tempo
che avevano in tal maniera mantenuta la libertà dell'Italia, essi
avevano rispettata quella del proprio paese. Maso degli Albizzi, Niccolò
d'Uzzano e Rinaldo degli Albizzi, che si erano succeduti nella direzione
del governo, non avevano mai lasciato di essere semplici cittadini, mai
non si erano arrogati nè sullo stato, nè sul proprio loro partito,
un'arbitraria autorità, nè avevano impiegato verun mezzo nascosto per
accrescere o la propria influenza o le proprie ricchezze. Invece di
ricorrere alla forza o alla corruzione per consolidare il loro credito,
non avevano altro appoggio che il proprio merito, i talenti ed i
parentadi. La rivoluzione che li rovesciò nel 1434, innalzando in vece
loro Cosimo de' Medici, cominciò da quell'istante ad alterare in Firenze
i principj del governo repubblicano. Il partito dei Medici era distinto
dal nome di partito popolare, e il di lui trionfo venne risguardato come
una vittoria della democrazia sopra l'aristocrazia; ma appunto per ciò
riuscì più funesto ai sentimenti di eguaglianza. Quanto più i partigiani
di Cosimo dei Medici erano di un ordine subalterno, tanto più le immense
ricchezze, e l'infinita considerazione di questo capo erano
sproporzionate alla loro oscurità. Egli diventò l'uomo del suo partito
assai più esclusivamente che non lo era stato del proprio Rinaldo degli
Albizzi; e da quest'epoca in poi la famiglia dei Medici cominciò a
camminare a passi da gigante verso la sovranità della Toscana, di cui si
rese padrona dopo un secolo.

Il trionfo del partito dei Medici fu accompagnato da molti atti
tirannici. La balìa, che aveva data nuova ferma al governo, percosse con
sentenze rivoluzionarie la maggior parte dei capi della vinta fazione.
La signoria che sedeva nei mesi di novembre e dicembre del 1434, e che
assolutamente era addetta ai Medici, fu ancora più rigorosa. Prolungò il
termine dell'esilio di alcuni proscritti, aggravò per altri la pena
della relegazione, obbligandoli a soggiornare in luoghi insalubri, o
lontani da tutti i loro interessi, stese le sue condanne sopra molte
nuove vittime, ed era ne' suoi giudizj meno diretta dalla condotta
tenuta da coloro ch'ella condannava, che dall'importanza che dar loro
potevano le ricchezze, i parenti ed il numero degli amici[80]. Ella mai
non si astenne dallo spargere il sangue. Antonio, figlio di Bernardo
Guadagni, venne decapitato con altri quattro cittadini; e furono visti
con non minore maraviglia che spavento tra coloro che subirono l'estremo
supplicio Cosimo Barbadori e Zanobio Belfratelli, i quali, avendo
abbandonato il luogo della loro relegazione per andare a Venezia, eranvi
stati arrestati per ordine della signoria e mandati a Cosimo de' Medici,
con aperto disprezzo del diritto delle genti, e di quell'ospitalità
universale che i Veneziani medesimi riguardavano come una franchigia
della loro città[81].

  [80] _Machiavelli Ist. Fior., l. V, p. 92. — Ricordi di Gio.
  Morelli. Deliz. degli Eruditi, t. XIX, p. 124. — Ist. di Gio. Cambi.
  Ivi, t. XX, p. 198._

  [81] _Scipione Ammirato, l. XXI, t. III, p. 7._

Tanti esilj e condanne dovevano all'ultimo indebolire la repubblica;
onde il partito vincitore per compensare Firenze delle perdite che le
aveva cagionate, distribuì molte grazie ai suoi aderenti. La famiglia
degli Alberti, che un mezzo secolo prima era stata dichiarata ribelle,
venne riammessa a tutti gli onori che aveva perduti; quasi tutte le
antiche condanne furono abolite, e quasi tutti i grandi ristabiliti
nell'esercizio dei diritti di cittadinanza. Si esaminarono tutte le
borse da cui cavavansi a sorte i magistrati, e ne furono levati tutti i
nomi sospetti di parzialità per gli Albizzi, sostituendovi quelli de'
più zelanti partigiani del nuovo governo. E con più attenta cura si
procedette inoltre nello scegliere i giudici criminali. Gli esiliati,
anche spirato il termine del loro esilio, non furono ammessi a rientrare
in patria che dopo avere ottenuti da trentasette votanti trentaquattro
voti favorevoli in una deliberazione della signoria unita al collegio.
Ogni corrispondenza coi proscritti, ogni azione, ogni parola sospetta,
furono severamente punite; e coloro, tra i partigiani del precedente
regime, che non furono nominativamente condannati, vennero assoggettati
a straordinarie contribuzioni, colle quali si cercò di ruinarli[82].

  [82] _Machiavelli Istor. Fior., l. V, p. 93. — Scip. Ammirato Istor.
  Fiorent., l. XXI, t. III, p. 2._

Rinaldo degli Albizzi, che aveva avuto ordine di allontanarsi più di
cento miglia da Firenze, non tardò a violare i confini assegnatigli, ed
a incorrere per tale motivo in una condanna a morte come ribelle. Ma
poco atterrito da questa impotente sentenza, ad altro più non pensava
che a riaccendere la guerra tra Firenze ed il duca di Milano, onde
tornare in patria coll'ajuto delle armi straniere. Pareva che i
Fiorentini ed i Veneziani avessero violata la pace recentemente segnata,
ricevendo i Genovesi come loro alleati. Col trattato di pace avevano
riconosciuto il Visconti come signore di Genova, onde non potevano
promettere soccorsi ai Genovesi ribelli. Tosto che Rinaldo degli Albizzi
ebbe contezza di questa violazione dell'ultimo trattato si recò presso
il duca di Milano. Ne' suoi discorsi non cercò di palliare la lunga sua
nimicizia colla casa Visconti, nè la vigilanza con cui aveva resi vani i
suoi progetti in tutto il tempo ch'egli era stato alla testa della
repubblica; allora, egli diceva, aveva fatto il debito suo verso la
patria, e non credeva adesso di soddisfare meno utilmente al dovere di
fedele cittadino, armando contro di lei un possente vicino; giacchè non
mirava a farla schiava, ma bensì a renderle la perduta libertà. «La
calamità d'un malvagio governo, gli diceva egli, è ben più durevole e
più perniciosa assai che una guerra; ed il male passaggiero che noi
facciamo oggi alla nostra patria, è il solo mezzo che ci rimane per
preservarla da un perpetuo male.» Fece in appresso osservare, che
Firenze, accettando l'alleanza Genovese, aveva dato al duca un giusto
motivo di riprendere le armi; che questa repubblica, impoverita, divisa,
e che sospirava un liberatore, prometteva al suo nemico quegli
avvenimenti, che mai avuti non aveva nelle precedenti guerre[83].

  [83] _Machiavelli Istor. Fior., l. V, p. 101. — Scip. Ammirato Stor.
  Fior. l. XXI, t. III, p. 6._

Filippo Maria lasciossi persuadere dai discorsi di Rinaldo e degli altri
fuorusciti fiorentini; suppose che potesse scoppiare in questa
repubblica una rivoluzione, e che convenisse porsi in situazione di
approfittarne. Ma i nemici di uno stato, quando fondano le speranze loro
sull'interno malcontento, sono d'ordinario tanto più facilmente
ingannati, quanto sono meglio serviti dalle loro spie. I bucinamenti,
l'impazienza, i desiderj di vendetta, ne' quali confidano, esistono
effettivamente, ma non producono verun effetto, nè mai corrispondono
all'aspettazione. Il pubblico potere, lungi dall'essere inceppato dagli
umori di alcuni malcontenti, trova frequentemente ne' medesimi un
pretesto per ispiegare maggiore energia, e l'orgoglio nazionale rare
volte permette ai popoli, che soffrono maggiormente, di aspettare dagli
stranieri il loro sollievo.

Del rimanente il Visconti era spinto a far la guerra a Firenze, più che
dalle istanze degli emigrati, dalla sua personale animosità. Aveva
ordinato a Niccolò Piccinino d'attaccare immediatamente Genova, e di
soccorrere i soldati milanesi che difendevano il Castelletto; ma tutti
gli sforzi di così valente generale per liberare questa fortezza erano
riusciti vani. Mentre egli sforzava i passaggi della Polsevera, che
riuniva san Pier d'Arena e parte della Riviera di Ponente, il
Castelletto aveva capitolato, sto per dire, sotto i suoi occhi, e dai
Genovesi era stato demolito[84]. Allora il duca ordinò al suo generale
di recarsi nella Riviera di Levante per minacciare nello stesso tempo
Genova e la Toscana, e per approfittare dell'occasione di sorprendere i
Fiorentini prima di dichiarar loro la guerra.

  [84] _Uberti Folietæ Hist. Genuens., l. X, p. 589. — Jacobi Bracelli
  Hisp. Belli, l. IV, t. 4._

Le negoziazioni, non altrimente che i movimenti militari, procedevano
con estrema lentezza, onde passò tutt'intero il 1436 senza che si
dichiarasse la guerra. Il Piccinino dava voce di agire in proprio nome
come condottiere, non già come generale del duca di Milano; annunciava
di voler passare nel regno di Napoli ai servigi d'Alfonso; minacciava di
farsi strada colle armi alla mano, e sotto questo pretesto attaccò
Pietra Santa, poi Vico Pisano, indi Barga, che i Fiorentini difesero
contro di lui[85]. Questi gli opposero il conte Francesco Sforza,
condottiere, che contratta aveva con Cosimo de' Medici la più intima
confidenza ed amicizia, e che innalzandosi al di sopra della falsa e
ristretta politica de' mercanti di soldati, manifestava di già i
sentimenti d'un cavaliere e d'un principe.

  [85] _Machiavelli Ist. Fior., l. V, p. 106. — Scip. Ammirato, l.
  XXI, t. III, p. 7. — Poggii Bracciolini Hist. Flor., l. VII, p.
  385._

Francesco Sforza era stato dichiarato da Eugenio IV sovrano della Marca
d'Ancona e gonfaloniere della chiesa, ed in contraccambio aveva
ristabilita l'autorità del papa in quasi tutti gli stati che si erano
contro di lui ribellati. Anche in sul cominciare di questo stesso anno
1436 gli aveva sottomesso Forlì, cacciandone Antonio degli
Ordelaffi[86]. Ma Eugenio IV non ebbe appena ricuperato il patrimonio
de' suoi predecessori che si era pentito d'averlo ricuperato
coll'alienazione della Marca d'Ancona. Per riacquistare questa provincia
aveva convenuto con Baldassar di Offida, suo luogotenente a Bologna,
ov'egli medesimo in allora risiedeva, di far assassinare il suo
generale. Ma lo Sforza ebbe avviso di questa trama da un cardinale, suo
amico, la vigilia stessa della sua esecuzione; ed avendo intercettata
una corrispondenza che disvelava apertamente il progetto d'Eugenio e del
suo malvagio agente, s'accontentò di rapire il 16 settembre Baldassar
d'Offida di mezzo all'armata pontificia, e di mandarlo nella torre del
castello di Fermo, ove questo sventurato morì tra le catene; lo Sforza
non mostrò verun risentimento contro Eugenio IV, che tutto tremante gli
faceva le più umili scuse, e dava colpa di tutta l'iniquità che aveva
voluto commettere al suo solo consigliere[87].

  [86] _Jo. Simonetae Hist. Fran. Sfortiae, l. IV, p. 250._

  [87] _Jo. Simonetae Hist. Fran. Sfortiae, l. IV, p. 255. — Cron. di
  Bologna, t. XVIII, p. 657._

Era unicamente pel mantenimento dell'equilibrio d'Italia, che il conte
Francesco Sforza mostrava tanta moderazione. La di lui ambizione non
rimaneva soddisfatta, come quella degli altri condottieri, dalle
semplici vicende della guerra; di già nudriva la speranza di raccogliere
un giorno parte dell'eredità del duca di Milano, facendo valere
gl'incerti diritti di Bianca, figliuola naturale di questo duca, di cui
gli era stata da gran tempo promessa la mano. Più non rimaneva alcuna
prole legittima de' Visconti per riclamare la loro eredità, e le pretese
d'una bastarda potevano acquistare qualche valore dall'appoggio d'un
soldato di fortuna. Ma lo Sforza conosceva le astuzie, la falsità e
l'inconseguenza del futuro suo suocero; sapeva che il solo timore aveva
potuto ispirargli l'idea di formare questo parentado; non voleva
comprometterne l'importanza, o cessare un solo istante di comparire
formidabile agli occhi del duca di Milano, di cui domandava sempre la
figlia. Voleva in pari tempo conservare la sua sovranità della Marca, la
riputazione di primo generale d'Italia, ed il comando della più bella
armata. S'egli la metteva al soldo del Visconti, arrischiava di vederla
dispersa o distrutta dagli artificj e dalla gelosia di colui che si
sarebbe dato per padrone. Egli non era ricco abbastanza per mantenere i
suoi soldati a proprie spese; onde richiedeva il suo vantaggio ch'egli
s'unisse alle due repubbliche, che sole bilanciavano la potenza del
duca; che fosse sempre apparecchiato a combatterlo, e che non lasciasse
in pari tempo d'accarezzarlo; finalmente che mantenesse, non meno colle
armi che coi trattati, l'equilibrio dell'Italia, il quale era oggetto
della politica degli stati, cui egli serviva[88].

  [88] _Jo. Simonetae, l. IV, p. 258._

Voleva questa politica che non si alterasse l'unione delle due
repubbliche col papa, poichè la loro lega appena uguagliava la forza di
quella del duca di Milano con Alfonso; e l'equilibrio di queste due
leghe era la sola guarenzia dell'esistenza di tutti i piccioli stati
dell'Italia. Altronde ciascheduno trovavasi avere ai suoi servigj
un'associazione militare, il più delle volte indicata col nome di
_scuola_; e la rivalità di queste due scuole formava la sicurezza
dell'uno e dell'altro partito. Eransi esse formate in sul declinare del
quattordicesimo secolo; l'una da Braccio da Montone, e l'altra da Sforza
Attendolo, padre del conte Francesco. L'inimicizia di questi due grandi
capitani, ch'erasi mantenuta viva fino alla loro morte, passò in tutti
gli allievi ch'essi avevano ammaestrati nel mestiere delle armi, e che,
dispersi in servigio di tutti gli stati d'Italia, erano pur sempre uniti
da questa gelosia di corpo. La milizia, ossia scuola di Braccio, aveva
allora per suo capo Niccolò Piccinino, che si mantenne costantemente
attaccato al duca di Milano; fu questa una sufficiente ragione agli
occhi degli allievi dello Sforza, e del conte Francesco, loro capo, per
non abbandonare il partito delle repubbliche. Niccolò Piccinino e
Francesco Sforza trovaronsi in faccia l'uno all'altro ai confini dei
territorj lucchese e pisano, in ottobre del 1436; ma sì l'uno che
l'altro veniva ritenuto dal timore di dar principio ad una nuova guerra,
cui i sovrani che servivano non erano ancora pienamente determinati. Le
loro scaramucce erano risguardate come effetto della rivalità esistente
tra le due scuole, e non interrompevano i trattati di papa Eugenio
diretti al mantenimento della pace d'Italia. Frattanto il Piccinino
aveva nel cuore dell'inverno assediata Barga, in allora piazza di grande
importanza, e la di cui perdita poteva trarsi addietro quella di tutta
la Liguria fiorentina, onde i consiglj di Firenze si decisero per la
guerra. Ordinarono allo Sforza di soccorrere Barga ad ogni costo, senza
risparmiare più oltre i sudditi del duca di Milano o della repubblica di
Lucca, la quale aveva acconsentito che s'incominciassero le ostilità nel
suo territorio. Lo Sforza fece attraversare le montagne a tre de' suoi
capitani con due mila cinquecento uomini, i quali improvvisamente
piombando sopra gli assedianti, il giorno 8 di febbrajo del 1437, li
ruppero, loro facendo molti prigionieri, e forzandoli a levare
l'assedio[89].

  [89] _Jo. Simonetae Hist. Fran. Sfortiae, l. IV, p. 258. — Scip.
  Ammirato Istor. Fior. l. XXI, t. III, p. 8. — Niccolò Machiavelli
  Ist., l. V, p. 108. — Bonincontrii Miniat. Ann., t. XXI, p. 146._

Alla notizia delle prime ostilità, che ebbero luogo in Toscana, i
Veneziani ordinarono al loro generale, Giovan Francesco Gonzaga,
marchese di Mantova, di occupare la Ghiara d'Adda; questa diversione
costrinse il Piccinino a ripassare in Lombardia per opporsi ai
Veneziani[90]. Ma abbandonando la Toscana lasciava, per così dire, la
repubblica di Lucca esposta alle vendette di Francesco Sforza. Questo
piccolo stato, che conosceva la propria debolezza, e che temeva per la
sua indipendenza, aveva quasi sempre creduto di dover far causa comune
coi nemici de' Fiorentini. I Lucchesi eransi posti in così pericolosa
situazione piuttosto per diffidenza che per ambizione. Dopo avere
provocati i loro potenti vicini per compiacere il duca di Milano,
trovaronsi soli a fronte loro. Altronde il costante oggetto
dell'ambizione della repubblica fiorentina era quello di stendere il suo
dominio su tutta la Toscana, ed a più riprese aveva tentato
d'impadronirsi di Lucca; nella quale impresa non era riuscita il più
delle volte per la gelosia de' proprj alleati piuttosto che per la
potenza dei nemici. In primavera del 1437 Francesco Sforza guastò tutto
il territorio di Lucca senza incontrare ostacolo. Prese poi Camajore,
Monte Carlo ed Uzzano, ragguardevoli castelli che furono mal difesi. Ma
i Lucchesi, abbandonando le loro campagne in balìa de' nemici, eransi
chiusi entro le loro mura, risoluti di difendersi fino all'ultima
estremità. «Che si ruinino i nostri campi (loro aveva detto un
magistrato), che s'inceneriscano le nostre ville, che si occupino le
nostre terre; se noi salviamo la patria, verrà un tempo in cui riaveremo
ogni cosa: ma se perdiamo la patria, invano avremmo salvata ogni altra
cosa. Se conserviamo la libertà il nemico non potrà tener sempre i
nostri poderi; se noi la perdiamo, non sarà forse in allora ancora
padrone de' nostri beni[91]?»

  [90] _M. Ant. Sabellico Hist. Venet., dec. III, l. II, 3 f. 155. —
  Jo. Simonetae Hist., l. IV, p. 261. — Poggii Bracciolini Hist., l.
  VII, p. 387._

  [91] _Nicc. Machiavelli Ist., l. V, p. 115. — Poggio Bracciolini
  Histor. Flor., t. XX, l. VII, p. 386._

Ma i Veneziani, invece di fare una vantaggiosa diversione, attaccando il
duca di Milano, avevano posto il proprio stato in pericolo. Gattamelata,
uno de' loro generali, era stato battuto nel passaggio dell'Adda[92], ed
il Gonzaga, malcontento di non vedersi onorato di un'intera confidenza,
si era dimesso dal comando della loro armata. I Veneziani chiesero
caldamente, ed in ultimo ottennero dai Fiorentini il conte Sforza per
opporlo al Piccinino; onde lo Sforza, abbandonato l'assedio di Lucca,
avanzossi fino a Reggio per richiamare a sè l'armata lombarda che
minacciava gli stati di Venezia; ma essendosi per sistema prescritto
varj riguardi verso il duca di Milano, voleva soltanto combattere contro
le sue armate, ma non invadere i suoi stati. Gli aveva promesso di non
passare il Po per attaccarlo, e per quante istanze gli fossero fatte dai
Veneziani e dai Fiorentini, mai non volle mancar di parola al duca. I
Veneziani sdegnati ricusarono di pagargli il soldo pattuito, e Cosimo
De' Medici andò invano a Venezia per mettere d'accordo questa repubblica
col suo generale; lo Sforza tornò in Toscana senza avere combattuto in
Lombardia. Frattanto una così aperta deferenza pel Visconti gli aveva
dato un nuovo credito alla corte di Milano, onde ricominciò le sue
negoziazioni per ottenere in matrimonio Bianca, figliuola del duca,
tosto che uscirebbe dalla fanciullezza. In pari tempo propose una tregua
tra il duca, i Lucchesi ed i Fiorentini, ed infatti ottenne che fosse
per dieci anni soscritta, il 28 aprile del 1438. I Fiorentini
conservarono le conquiste che avevano fatte sui Lucchesi, i quali furono
ridotti a non avere intorno alla città che un territorio di sei miglia
di raggio. Per altro in breve tutto il paese tolto ai Lucchesi, durante
la guerra, venne loro restituito per accondiscendenza del vincitore, ad
eccezione di Monte Carlo, d'Uzzano e del porto di Motrone[93].

  [92] _Marc'Ant. Sabellico Hist. Veneta, Dec. III, l. II, f. 156._

  [93] _Nicc. Machiavelli Hist., l. V, p. 120. — Scip. Ammirato Stor.
  Fior., l. XXI, t. III, p. 13. — Marc'Ant. Sabellico Hist. Ven., Dec.
  III, l. II, fol. 158. — Jo. Simonetae Histor. Franc. Sfortiae, l.
  IV, p. 265. — Leon. Aretini Comment. t. XIX, p. 939. — Poggio
  Bracciolini Hist. Flor., l. VII, p. 390. — Platinae Hist. Mant., t.
  XX, l. V, p. 814. — Ann. Boninc. Miniat., t. XXI, p. 147._

I Veneziani, che si piccavano di non abbisognare di esterni soccorsi per
mantenere la loro indipendenza, erano stati eccitati invano o a
continuare a pagare la parte loro de' sussidj pel mantenimento
dell'armata, o ad accettare di concerto coi Fiorentini la pace che lo
Sforza offriva di negoziare. Essi rimasero soli impegnati nella guerra,
e non si lagnarono dell'abbandono de' loro alleati. Del resto
quest'abbandono non durò lungamente, perchè il Visconti doveva
nuovamente rendere la guerra generale. La sua inquieta politica, la sua
versatilità sembravano accrescersi coll'età. Difficilissimo riesce il
potergli tener dietro nel continuo cambiamento de' suoi progetti, non
seguendo egli alcun piano vastamente concepito, ma soltanto
l'instabilità del proprio carattere. La sua improvvisa alleanza con
Alfonso eragli costata la perdita di Genova; per ricuperare Genova aveva
posta Lucca in pericolo, ed intrapresa la guerra coi Fiorentini, facendo
la pace coi quali sagrificava parte dello stato di Lucca, abbandonava
Genova e comprometteva gli interessi d'Alfonso, di cui aveva a così caro
prezzo comperata l'alleanza.

Alfonso, carico dei regali del Visconti e libero da ogni taglia, era
ripartito alla volta del regno di Napoli, in principio del 1436. Il 2
febbrajo era venuto a sbarcare a Gaeta con tutti i signori che uscivano
dalle prigioni di Milano. Gaeta, che aveva sostenuto un lungo assedio
per la casa d'Angiò, assedio terminato in un modo così clamoroso per la
disfatta di Alfonso, era stata più facilmente vinta dalla sua
magnanimità che dalle sue armi. Sei mesi dopo la battaglia di Ponza
aveva aperte le porte a don Pedro, fratello del re d'Arragona[94].
Durante questo tempo, Elisabetta di Lorena, moglie del re Renato, erasi
recata a Napoli, per prendere il comando dei partigiani della casa
Angioina. Suo marito non aveva potuto porsi alla loro testa, perchè per
una strana combinazione i due pretendenti al trono di Napoli si
trovavano prigionieri nello stesso tempo. La successione di Carlo I,
duca di Lorena e di Bari, aveva accesa la guerra, che costò a Renato la
libertà. Egli aveva sposata Elisabetta, figlia primogenita di Carlo, che
non aveva maschi, e pretendeva di ereditare la Lorena, che gli veniva
contesa dal conte Antonio di Vaudemont, fratello dell'ultimo duca. I
Lorenesi si erano dichiarati per Renato, il duca di Borgogna si dichiarò
per il conte Antonio, e nella battaglia di Bullegneville, accaduta il 2
luglio del 1431[95], Renato fu fatto prigioniero dal duca di Borgogna.
Egli era stato da prima rilasciato sulla parola; ma il suo nemico, meno
generoso del Visconti, lo costrinse a ritornare alle sue catene quando
venne chiamato al trono di Napoli; e non ottenne la libertà che a
durissime condizioni, e dopo lunghi negoziati; dovette rinunciare ai
suoi diritti sulla Lorena, pagare dugento mila scudi di taglia, e
maritare sua figlia primogenita, Jolanda, al principe Ferrì, figlio del
conte di Vaudemont. Per cagione di questa, Renato II, duca di Lorena e
figliuolo di Ferrì, pretese poi d'avere il regno di Napoli[96].

  [94] _Giorn. Napolet., p, 1103. — Giannone, l. XXV, c. 7, p. 458. —
  Bart. Facii Rer. Gestar. Alphonsis Regis, l. V, p. 68._

  [95] _Rapin Thoyras, Hist. d'Anglet. t. IV, l. XII, p. 252._

  [96] _Hist. de France par Velly e Villaret, t. VIII. Edit. in 4.º,
  p. 43. — Giannone Stor. Civile, l. XXV, c. 7, p. 457. — Giornali
  Napoletani, t. XXI, p. 1102._

Mentre Renato era prigioniere, Elisabetta sbarcava a Napoli senza danaro
e senza soldati. Ella faceva capitale soltanto dell'appoggio de'
partigiani della sua famiglia, costretta di abbandonarsi in loro balia.
Alfonso, poco d'accordo co' suoi stati d'Arragona, non era di lei più
ricco, e tutti due trovavansi ridotti, per fare la guerra, pressocchè
alle sole forze del regno di Napoli. E per tal modo dipendevano dalle
fazioni a vicenda trionfanti o vinte, e più ancora dagl'intrighi, dalla
venalità e dalla gelosia dei varj loro _condottieri_, e de' principi
feudatarj, che loro vendevano a caro prezzo i proprj soccorsi. Giovan
Antonio Orsini, principe di Taranto, era il principale appoggio della
fazione d'Alfonso, mentre che Giacomo Caldora[97], condottiere, che fu
creato duca di Bari, poi contestabile del regno, sosteneva la causa di
Renato. Tutti due non davano che piccole battaglie pei loro principi; ma
le inaudite vessazioni ch'esercitavano nelle province, dove si trovavano
accantonati, spingevano i popoli alla ribellione, e staccavano ora dal
partito d'Angiò, ora da quello d'Arragona i gentiluomini o le città
ch'eransi mostrate le più attaccate alla causa dell'uno o dell'altro re.

  [97] La potente famiglia dei Caldora è pure chiamata dagli storici
  di Napoli _Caudola_ e _Candola_: in Francia, dove si è conservata,
  porta l'ultimo nome. Ne' dialetti napoletani le trasposizioni delle
  consonanti di una sillaba all'altra, sfiguravano i nomi come i
  vocaboli.

Papa Eugenio aveva rinunciato alla conquista del regno per sè medesimo,
ed aveva abbracciata la parte di Renato. Commise a Giovanni Vitelleschi,
patriarca d'Alessandria, che aveva nominato cardinale nel 1437,
d'entrare nel regno per sostenere gli Angioini, e questo guerriero
prelato, che non distinguevasi dagli altri condottieri che per essere
più perfido e crudele, venne ad accrescere le sventure delle province
napoletane, senza rendere molto più forte il partito che difendeva[98].

  [98] _Giornali Napolet., t. XXI, p. 1104. — Annales Boninc. Miniat.,
  t. XXI, p. 146. — Giannone Stor. Civ., l. XXV, c. 7, p. 259. — Bart.
  Facii, l. V, p. 70._

Non può osservarsi senza maraviglia che Filippo Maria Visconti prese
parte in questa guerra per sostenere nello stesso tempo le due fazioni.
Da una parte mandò negli Abruzzi Francesco, figlio di Niccolò Piccinino,
con un ragguardevole corpo di cavalleria, per soccorrere Alfonso:
dall'altro canto lo stesso anno persuase Francesco Sforza, ch'erasi con
lui riconciliato, a condurre la sua armata nel regno di Napoli, sotto
colore di assicurarsi dell'ubbidienza de' feudi che aveva ricevuti dal
padre, ma infatto per assistere il re Renato, cui erasi attaccato da
lungo tempo[99]. Una guerra che indeboliva i suoi vicini, che teneva i
suoi rivali nell'incertezza, che esercitava i suoi soldati ed impiegava
la loro attività, sembrava sempre al duca di Milano un notabile
vantaggio; e non credeva d'acquistarlo a troppo caro prezzo colla ruina
dei popoli, colla diffidenza de' suoi alleati, coll'esecrazione di
tutti. Ma tale detestabile politica fu cagione della ruina de' suoi
stati; lo espose in tutto il tempo del suo regno a continui timori e
pericoli; e per ultimo, alla sua morte, lasciollo nell'impotenza di far
rispettare le sue ultime volontà.

  [99] _Jo. Simonetae Vita Fran. Sfortiae, l. IV, p. 266._

Il Visconti associava la licenza data allo Sforza di attaccare il regno
di Napoli ad intrighi a lui più vicini. Non sapeva risolversi a lasciare
tra le mani de' Veneziani le città di Bergamo e di Brescia, conquistate
in una precedente guerra; ma prima di attaccarle voleva separare la
repubblica di Venezia da tutti i suoi alleati. Cercava dunque di dare al
papa, ai Fiorentini, al conte Francesco Sforza tali occupazioni che non
permettessero loro di prendere parte negli affari di Lombardia[100]. Lo
Sforza, chiamato a difendere contro Alfonso i suoi ricchi feudi nel
regno di Napoli, più non gli era cagione d'inquietudine, finchè
trovavasi a fronte di così formidabile nemico. Rispetto agli altri due,
il Visconti era bensì obbligato a non prendere alcuna parte negli affari
della Romagna e della Toscana, ma l'astuzia tante volte praticata di far
agire i suoi condottieri in loro proprio nome, sempre gli dava il modo
d'eludere tutti i trattati.

  [100] _Nicc. Machiavelli, l. V, p. 125._

Niccolò Piccinino, capo de' soldati formati prima da Braccio, era tra
gli altri generali d'Italia il più ligio al duca di Milano. Sarebbesi
ancora giudicato il migliore e posto forse al di sopra di Francesco
Sforza, se non avesse talvolta arrischiata per soverchio ardire la
propria riputazione. Piccinino, il confidente di tutti i segreti del
duca ed il suo più intimo confidente, si mostrò fieramente adirato,
quando seppe l'accordo di Francesco Sforza e del Visconti, il di cui
prezzo essere doveva la mano di Bianca. Si lagnò altamente che il duca
di Milano promettesse al suo più costante nemico ricompense assai più
brillanti di quelle che avesse mai fatte sperare al suo più fedele
servitore. Nello stesso tempo condusse le sue truppe a Camurata in
Romagna tra Forlì e Ravenna e vi si afforzò, come se volesse porsi al
sicuro dalla collera del suo antico signore. Quando la notizia di questa
contesa si trovò bastantemente accreditata, il Piccinino fece
segretamente offrire al papa di ricuperargli tutti gli stati che aveva
infeudati allo Sforza, e che tanto spiacevagli di avere alienati. Altro
non gli chiedeva il condottiere che un poco di danaro per pagare il
soldo alle truppe. Eugenio accolse subito questa proposizione, mandò
cinque mila fiorini al Piccinino, e promise di accordargli più
magnifiche ricompense, tosto che questi avrebbe fatto discendere
l'odiato rivale Sforza dall'alto rango in cui era salito, e che avrebbe
ristituiti i suoi stati alla Chiesa e privato il duca di un esperto
generale. Il Piccinino allettò lungamente il pontefice con questo
trattato, mentre andava fortificando il suo campo in Romagna, che
occupava tutte le strade di Bologna, e che suo figlio, attraversando lo
stato della chiesa giugneva fino nel centro dell'Umbria. Improvvisamente
quest'ultimo sorprese e saccheggiò Spoleti; ed il padre, cavandosi nello
stesso tempo la maschera, venne il 16 aprile del 1438 ad assediare
Ravenna. Ostasio da Polenta, alleato del papa e dei Veneziani, che
regnava in questa città, fu forzato per fare la pace a congedare la
guarnigione veneziana che aveva ricevuta tra le sue mura, ed a porsi
sotto la protezione del duca di Milano[101].

  [101] _Marin Sanuto Vite dei Duchi, t. XXII. Rer. It., p. 1057. — M.
  Ant. Sabellico, Dec. III, l. II, f. 158. — Jo. Simonetae, l. IV, p.
  268. — Hier. Rubei Hist. Raven., l. VII, p. 626._

Ma lo stratagemma del Piccinino tendeva ad uno scopo assai più
importante e l'acquisto ch'egli ambiva di fare più non poteva fuggirgli
di mano; era questo Bologna, la seconda città dello stato della Chiesa.
Lo stesso papa vi aveva lungamente soggiornato, e credeva, quando tre
anni prima aveva preso possesso di Bologna, di essersene assicurata
l'ubbidienza con un tradimento, ch'egli risguardava come un colpo di
stato. Il suo legato, il vescovo di Concordia, eravi entrato il 6
dicembre del 1435; vi aveva subito pubblicato l'ordine d'Eugenio che
riconciliava tutti i partiti, ed accordava la pace agli emigrati.
Appoggiato a tale assicurazione Antonio Bentivoglio, che da quindici
anni viveva in esilio era rientrato il 4 di dicembre colla maggior parte
de' suoi amici in una patria che aveva governata come sovrano. Il 23
dello stesso mese era andato ad udire la messa, che celebrava lo stesso
legato: uscendo dalla cappella si vide circondato dalle guardie del
legato; gli fu tolto l'uso della lingua in bocca, e senza
interrogatorio, senza giudizio, il podestà, ch'era in allora Baldassar
di Offida, gli fece tagliare il capo nel cortile della sua casa. Il
podestà aveva nello stesso tempo fatto invitare Tommaso Zambeccari a
recarsi presso di lui; questi, andatovi senza diffidenza, venne
impiccato senza che potesse gridare innanzi all'altare della cappella
del palazzo. Il legato, per inspirare maggior terrore, volle che l'uno e
l'altro morissero senza confessione, credendo di perdere in tal modo non
meno le loro anime che i loro corpi. Li fece poi seppellire senza veruna
cerimonia ecclesiastica, ed intanto ebbe l'impudenza di non accusarli di
verun delitto, e non pretese di giustificare quest'orribile esecuzione
che col timore inspiratogli dal numero troppo grande de' loro
partigiani[102].

  [102] _Cron. di Bologna, t. XVIII, R. I., p. 656. — Ann. Bononiens.
  Hier. de Bursellis, t. XXIII, p. 876._

Eugenio IV essendosi in tal modo disfatto di questi capi che il popolo
erasi avvezzato a rispettare, non pensava che Bologna potesse mai più
scuotere il suo giogo; vi aveva fissata la sua residenza, ed eravi
rimasto finchè gli affari del concilio l'avevano chiamato a Ferrara. Ma
la pubblica esecrazione è l'immancabile conseguenza d'una pubblica
perfidia; come più l'arco è fortemente curvato, così con maggiore sforzo
tende a raddrizzarsi. Non fu appena Eugenio IV uscito di Bologna che i
cittadini, diretti dagli amici e dai capi che ancora rimanevano alla
casa Bentivoglio, presero le armi la notte del 21 maggio del 1438,
aprirono le porte a Niccolò Piccinino che pose guarnigione nella
fortezza, nominarono magistrati popolari, e sotto la protezione del duca
di Milano e del suo generale, ritornarono a Bologna l'antico suo governo
repubblicano[103]. Faenza, Imola e Forlì, si sottrassero nello stesso
tempo all'autorità della Chiesa per porsi sotto la protezione del
Visconti e del Piccinino. Astorre Manfredi, principe di Faenza e
d'Imola, abbandonò liberamente l'alleanza del papa per quella del duca;
per lo contrario Antonio degli Ordelaffi, che due anni prima era stato
dal legato scacciato dal suo principato di Forlì, vi rientrò per mezzo
d'una rivoluzione[104]. I Bolognesi e la maggior parte della Romagna
essendo stati tolti al papa da quello stesso che si era cattivata la sua
confidenza, il Piccinino scrisse ad Eugenio per rendergli un derisorio
conto della commissione ond'era da lui stato incaricato, dichiarando che
un pontefice che aveva cercato di porlo in discordia col suo padrone con
vergognosi artificj, aveva giustamente meritato di perdere egli medesimo
i proprj stati per un simile artificio[105].

  [103] _Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 659._

  [104] _Annales Forolivienses, t. XXII, p. 219. — Jo. Simonetae, l.
  IV, p. 271._

  [105] _Niccolò Machiavelli, l. V, p. 127._

Filippo Maria altro non aspettava che l'esito di questi varj intrighi
per attaccare i Veneziani. Di già parevagli d'averli bastantemente
staccati da tutti i loro alleati. Firenze, che in tutte le precedenti
guerre era loro stata così intimamente unita, non sapeva perdonar loro
d'averle nell'ultima fatta mancare l'impresa di Lucca. Altronde questa
città, spaventata dalle rivoluzioni di tutta la Romagna, non doveva
punto curarsi di prendere parte in una pericolosa guerra. Francesco
Sforza erasi innoltrato negli Abruzzi fino ad Atri, aveva fatti
dichiarare tutti i suoi vassalli per Renato d'Angiò, e di già cagionava
ad Alfonso grandissimo danno: ma il Visconti, non volendo compromettere
più oltre il suo vero alleato, fece, contro ogni aspettazione,
significare a questo generale, che dovesse metter fine alle ostilità nel
regno di Napoli, sotto comminatoria di vedersi sospeso il soldo che gli
pagavano i Fiorentini[106]. Lo Sforza, di già impegnato in una difficile
lotta, bisognoso di danaro, ed ignorando fino a qual punto potrebbe il
duca di Milano avverare la sua minaccia, non pareva in istato di portare
le sue armi in Lombardia; ed altronde era scontento de' Veneziani, ed il
Visconti non lasciava d'averlo piuttosto in conto di alleato che di
nemico. Finalmente Eugenio IV, che aveva perduto parte de' suoi stati,
era ancora più atterrito dagli attacchi del concilio di Basilea che da
quelli del Piccinino; imperciocchè il primo lo aveva deposto,
sostituendogli Amedeo VIII di Savoja, amico del Visconti, che prese il
nome di Felice V. Giovanni Francesco Gonzaga, marchese di Mantova, aveva
lasciata l'alleanza de' Veneziani ed il comando della loro armata, per
passare a quella del duca, e la posizione de' suoi stati tra il
Bresciano ed il Veronese rendeva la di lui alleanza doppiamente
importante[107].

  [106] _Jo. Simonetae Hist. l. IV, p. 271._

  [107] _Plat. Hist. Mant. l. V, p. 815, t. XX, Rer. Ital. — Marin
  Sanuto Vite dei Duchi di Venezia, t. XXII, p. 1060._

Niccolò Piccinino venne incaricato di approfittare di così favorevoli
circostanze, e lo fece con quel vigore, con quella rapidità, che
distinguevano gli allievi di Braccio. Attaccò prima Casal Maggiore
presso Cremona, e l'occupò; attraversò l'Oglio, che Gattamelata, il
generale de' Veneziani, volle inutilmente difendere, ed essendosi unito
a Giovan Francesco Gonzaga, attaccò Brescia alle spalle; sottomise tutti
i castelli e le fortezze de' Veneziani poste intorno a questa città, e
sul lago di Garda, e costrinse Gattamelata a chiudersi in Brescia.
Allora condusse le sue truppe nelle montagne per togliere ai Veneziani
ogni comunicazione con questa città; onde il Gattamelata temette di
vedersi affatto separato dagli altri stati della repubblica; risolse
perciò di girare intorno al lago di Garda, attraversando le medesime
montagne attaccate dal Piccinino, e ricondusse i suoi corazzieri a
Verona per così difficili strade, che perdette più di ottocento
cavalli[108].

  [108] _Simonetae, l. V, p. 274. — Platinae Hist. Mantuana, l. V, p.
  819. — Poggio Bracciolini, l. VII, p. 394. — M. A. Sabellico Dec.
  III, l. III, f. 162. — Ist. Bresciana, p. 798._

Francesco Barbaro, che in allora aveva il comando di Brescia, era nato
nel 1398 da un'illustre famiglia; era senatore ed era stato incaricato
in altre occasioni di pubbliche missioni; ma sopra tutto andava debitore
della considerazione di cui godeva alla sua eloquenza latina, alle varie
sue opere ed alla stretta sua corrispondenza co' più celebri letterati
del secolo. Difficile assai era la sua presente situazione; Brescia
mancava di munizioni, ed era scoraggiata per la ritirata di Gattamelata
e di tutta la cavalleria; altronde le nemiche fazioni, che si erano più
volte azzuffate, parevano farsi più vive nell'avvicinamento del
pericolo. Il Barbaro pose ogni suo studio nel riconciliarli, e vi
riuscì, loro non lasciando altra emulazione che quella dei sagrificj che
farebbero per l'onore del nome veneziano[109].

  [109] Le più minute particolarità di questo memorando assedio
  vennero riferite da molti storici contemporanei ed amici di Barbaro.
  Questi ne scrisse egli stesso una relazione sotto finto nome.
  _Evangelistae Manelmi Vicent. Commentariolum de Obsidione Brixiae. —
  Poggio Bracciolini Hist., l. VII, p. 392-395. — Platina Hist. Mant.,
  l. V, p. 816. — M. A. Sabellico Dec. III, l. III, f. 163._

Il Gattamelata era uscito di Brescia il 24 di settembre, e dopo tale
epoca il Piccinino aveva dato ogni giorno battaglie a tutte le porte,
ora per isvolgere le acque che riempivano le fosse, ora per istabilire
le sue batterie; dalle quali quindici bombarde facevano contro la città
un continuo fuoco. I Bresciani avevano pure dal canto loro innalzate
delle batterie, e tutta la popolazione veniva chiamata alle armi o al
lavoro. I magistrati, i prelati, i monaci cavavano o trasportavano la
terra in compagnia delle donne e de' fanciulli; tutte le botteghe e le
officine erano continuamente chiuse, perchè ogni privata occupazione
veniva trascurata per non attendere che alla grandissima della difesa
della patria. Erasi in città manifestata la peste nel mese di agosto, e
molti cittadini erano fuggiti per sottrarsi a questo flagello; quando
cominciò l'assedio ritiraronsi ancora molte altre persone; e Barbaro
loro volentieri accordava passaporti per risparmiare le sue munizioni,
come il Piccinino le lasciava passare per rendere minore il numero dei
difensori. Non restavano omai in Brescia due mila persone atte alle
armi, e soltanto ottocento n'erano provvedute. Pure i Bresciani non si
scoraggiarono: un terzo della popolazione invigilava ogni notte sotto le
tende lungo le mura; e negli assalti generali, come fu quello
dell'ultimo di novembre, l'intera città sosteneva l'urto di tutta
l'armata. Ma i lavori degli assedianti si andavano avanzando; di già per
molte strade coperte essi potevano giugnere fino nelle fosse, senza
essere esposti alle artiglierie della piazza; essi avevano in più luoghi
rotte le mura; altrove i minatori avevano condotte le gallerie fin sotto
la città. Nell'assalto dato il 12 dicembre Brescia non andò debitrice
della sua salvezza che al felice accidente, che fece cadere il muro
esterno sopra gli assedianti, e non nella fossa, ov'erasi creduto che
dovesse cadere. Il sanguinoso attacco che aveva cominciato allo spuntare
dell'alba, e che durò fino a sera, si rinnovò all'indomani con eguale
accanimento; ma ne' due assalti prodigiosa fu la perdita degli
assalitori in paragone di quella degli assediati. Finalmente il 16
dicembre, il Piccinino, che di già aveva perduti due mila uomini sotto
le mura di Brescia, e che temeva per la sua armata le malattie
dell'inverno, bruciò tutti gli alloggiamenti, e ritirossi in ordine di
battaglia. Giunto a qualche distanza dalla città, pose sulle tre
principali strade i fondamenti di tre ridotti, tra i quali divise la sua
armata, continuando in tal modo in onta del rigore della stagione il
blocco della città, che più non isperava di prendere d'assalto[110].

  [110] _Cristoforo da Soldo Istor. Bresciana, t. XXI, p. 798-806_. —
  Quest'autore non era letterato, e non apparteneva alla famiglia del
  Barbaro; ma era in Brescia in tempo dell'assedio, combatteva cogli
  altri, ed il suo stile, generalmente pesante e freddo, è animato in
  questa circostanza dalla memoria delle più terribili scene che
  possano accadere sotto gli occhi d'un uomo.

Il Gattamelata cercò di far entrare soccorsi in Brescia a traverso alle
montagne, ma tutti i convogli caddero in mano agli assedianti. D'altra
parte i Veneziani fecero allestire sul Po una flotta d'oltre sessanta
galere e di molti altri bastimenti, della quale ne affidarono il comando
a Pietro Loredano, sperando con queste imponenti forze di conservarsi
l'alleanza del marchese di Ferrara, e d'intimidire quello di Mantova; ma
avanti che la flotta fosse interamente equipaggiata, il Gonzaga ebbe
tempo di guarnire il Po di forti palafitte presso Sermide, Ostiglia e
Revere, e di disporre dell'artiglieria sulle rive; onde il Loredano non
potè avanzarsi[111].

  [111] _Platina Hist. Mantuanae, l. V, p. 816-819._

I Veneziani, che omai più non avevano che un'armata debole e
scoraggiata, vedevansi in pericolo di essere scacciati dal continente. I
territorj di Verona e di Brescia erano occupati dai nemici, e le due
città chiuse così da vicino, che aspettavasi da un giorno all'altro la
notizia della loro resa. La repubblica trovavasi vivamente attaccata dal
marchese di Mantova, e non osava di far fondamento sull'alleanza di
quello di Ferrara: vero è che in appresso si acquistò l'amicizia di
questi ed i suoi buoni ufficj, ma mediante la restituzione del Polesine
di Rovigo, che da oltre trentun'anni teneva in pegno, e che non avrebbe
mai restituito, qualora non si fosse trovata in estremo pericolo.
Venezia, umiliata in una sola campagna, sentì allora tutto il prezzo
dell'alleanza di Firenze, di cui aveva fatto sì poco conto. Malgrado la
estensione de' suoi possedimenti di terra ferma, sentì che ancora non
era giunto l'istante di contrastare colle sole sue armi la suprema
autorità in Lombardia alla troppo potente casa Visconti; e la signoria
spedì Giovanni Pisani nella Marca d'Ancona presso Francesco Sforza e
Francesco Barbarigo presso la signoria di Firenze, per rinnovare
un'alleanza che la tregua di dieci anni, soscritta il 28 aprile del 1438
tra Firenze ed il duca di Milano, aveva in certo qual modo
annullata[112].

  [112] _M. Ant. Sabellico Dec. III, l. III, f. 164._



CAPITOLO LXIX.

      _I Fiorentini abbracciano con vigore la difesa di Venezia;
      battaglia di Tenna, d'Anghiari e di Soncino. — Liberazione di
      Brescia. — Pace di Martinengo, in forza della quale il Visconti
      dà sua figlia a Francesco Sforza, generale de' suoi nemici._

1439 = 1441.


L'alleanza che univa le due repubbliche di Firenze e di Venezia era
l'opera della nobile ed illuminata politica degli Albizzi. Questi grandi
politici avevano sentito che non avvi sicurezza per una nazione, che
nelle alleanze che si associano a tutte le opinioni popolari; in quelle
che sono approvate da ogni cittadino, assecondate dalla sua inclinazione
e mantenute dall'intimo sentimento del suo cuore. Le profonde sensazioni
della libertà della religione, o ancora le memorie di una lunga
protezione, e di una lunga riconoscenza, possono servire di base a
somigliante alleanza, perchè ancora tra gli uomini corrotti i sublimi
sentimenti conservano un'influenza universale; ma le leghe formate per
progetti di conquiste e d'usurpazioni, le leghe fondate soltanto sopra
stretti calcoli di politica, sulle affezioni, o sui privati vantaggi de'
capi dello stato, non hanno base nel cuore degli uomini, e sono
abbandonate nell'istante medesimo in cui rimane sospeso l'interesse che
le dettò: altrettanto infedeli nelle avversità quanto esse parvero
indissolubili nella prosperità, essi ingannano nell'una e nell'altra
fortuna, accrescono ne' prosperi avvenimenti una pericolosa ambizione,
ispirano nella sventura un'ancora più pericolosa sicurezza, e sono quasi
sempre cagione della ruina di coloro che ripongono la confidenza loro in
questi appoggi regali, che poi si trovano tanto caduchi.

Due uomini ambiziosi trovavansi di quest'epoca alla testa delle due
repubbliche, ed avevano ottenuta nella loro patria un'autorità non
riconosciuta dalla costituzione dello stato. Cosimo de' Medici di
null'altro occupavasi in Firenze che dell'aggrandimento della sua
famiglia; a Venezia il doge Foscari voleva procurare alla sua
magistratura lo splendore d'una grande gloria militare: l'uno e l'altro
consultando i privati suoi interessi, o le proprie individuali passioni,
eransi allontanati dalla strada loro indicata dall'amore dei due popoli;
avevano dimenticato che la sola loro politica doveva essere quella di
mantenere la libertà dell'Italia, ed avevano acconsentito che fossero
separati in una guerra cominciata di comune accordo. Francesco Foscari
aveva creduto di poter riposare per la difesa della repubblica sopra
alleanze regali; aveva creduto che i trattati conchiusi dalla signoria
coi piccoli principi della Romagna, il signore di Ravenna, ed i marchesi
di Ferrara e di Mantova sarebbe per lei una sufficiente guarenzia, e non
aveva preveduto che una sola battaglia perduta la priverebbe di tutto
ciò che i principi le avevano promesso sopra la mal sicura loro fede, ma
che non era stato sanzionato dal sentimento dei popoli. Per lo contrario
il Foscari non faceva verun fondamento sopra i Fiorentini, i quali lo
accusavano di aver loro fatto perdere Lucca, il di cui acquisto era
quasi sicuro, e che di già avevano firmata una tregua col nemico; ma
sebbene il trattato d'alleanza fosse disciolto, e qualunque si fosse la
politica de' capi di parte, il sentimento popolare era permanente; i
Fiorentini non si chiedevano già quale patto gli unisse alla repubblica
di Venezia, ma si chiedevano se questo stato non conservava tuttavia il
nome di repubblica, e se non era oppresso da un tiranno. Sempre
apparecchiati ad esporsi pel bene comune ed a sacrificare i presenti
vantaggi della pace a quelli dell'avvenire, avevano di già scordato
l'antico rancore, più ad altro non pensavano che a mantenere
l'equilibrio e la libertà dell'Italia, ed avevano cercato in prevenzione
d'assicurarsi l'appoggio del conte Francesco Sforza.

La sorte della guerra poteva guardarsi come dipendente dalla decisione
che prenderebbe questo generale: pareva ch'egli solo potesse far piegare
la bilancia, dichiarandosi per le repubbliche o pel duca di Milano.
Questi l'aveva sentito, e cercava da lungo tempo ad allacciare lo Sforza
co' suoi intrighi. Per guadagnarselo l'andava continuamente
intrattenendo intorno al vicino matrimonio della promessagli figlia.
Tutti gli apparecchi sembravano di già fatti per la festa; anche le
vesti della sposa erano terminate, e si aveva avuta la destrezza di
farle vedere agli amici dello Sforza. Il giorno delle nozze era stato
determinato replicatamente; i giuochi, i divertimenti coi quali dovevano
celebrarsi erano stati preventivamente ordinati, e non pertanto il
Visconti trovava sempre qualche pretesto per dare addietro, e ritirare
una promessa che non aveva intenzione di mandare ad effetto. Finalmente
i Fiorentini fecero comprendere allo Sforza ch'egli era il trastullo del
duca di Milano, che questi lo teneva ozioso per aver tempo di scacciare
i Veneziani da tutto il continente, che i Fiorentini non erano
abbastanza ricchi per mantenere essi soli l'armata del conte, il quale
troverebbesi ad un tempo senza soldati e senza alleati, e che il duca
non avendo più motivo di temere, non tarderebbe a rompere tutti
gl'impegni con lui contratti. Lo Sforza, offeso da così lunga
dissimulazione, accettò il trattato propostogli da Giovanni Pisani, che
fu sottoscritto il 18 febbrajo del 1439. I Fiorentini davano ogni mese
al conte 8400 fiorini pel mantenimento della sua armata, ed i Veneziani
si obbligavano a dargliene 9000. Inoltre le due repubbliche promettevano
di prendere al loro soldo il signore di Faenza, il marchese di Ferrara,
Pandolfo Malatesti, e Pietro, figliuolo di Giovan Pagolo Orsini. I
Veneziani dovevano portare il peso dei due terzi di questo armamento, il
terzo i Fiorentini[113].

  [113] _Comm. di Neri di Gino Capponi, t. XVIII, p. 1183. — Jo.
  Simonetae Hist., l. V, p. 275. — Poggio Bracciolini Hist., l. VII,
  p. 400. — Cristof. da Soldo Istor. Bresciana, t. XXI, p. 808. Rer.
  Ital._

Neri, figlio di Gino Capponi, che ci lasciò alcune memorie intorno alla
storia de' suoi tempi, fu mandato dalla repubblica fiorentina presso
Francesco Sforza per persuaderlo a passare il Po, ed a fare la guerra al
duca di Milano senza restrizioni e senza riguardi. Di là passò a Venezia
per terminare il trattato. Il Capponi, introdotto avanti alla signoria,
rimproverò i Veneziani di non aver avuta maggior fiducia ne' loro
antichi alleati. «Voi avete esitato a ricorrere a noi, disse a loro, e
non pertanto voi conoscevate per lunga esperienza gli sforzi che noi
siamo apparecchiati a fare per la difesa della libertà; voi sapete che
da lungo tempo questa causa è tra di noi comune. Voi non dovevate
conservare la memoria de' cattivi ufficj che ci rendeste, per tenerci
gli uni lontani dagli altri, ma ricordarvi soltanto de' servigj che
avete da noi ricevuti, i quali sono l'arra di quelli che riceverete in
appresso[114].» Il discorso del Capponi fu dalla signoria ascoltato
coll'attenzione che si darebbe ad un oracolo. I consiglieri non ebbero
la pazienza di aspettare che il doge vi rispondesse secondo il costume
della repubblica; ma fattisi tutti in piedi colle mani alzate e cogli
occhi bagnati di lagrime, ringraziarono i Fiorentini d'avere loro
renduto un così segnalato servigio; ringraziarono il Capponi d'averlo
eseguito con tanta diligenza e zelo, e promisero che giammai nè essi, nè
i loro discendenti dimenticherebbero di dovere la salvezza loro ai
Fiorentini[115].

  [114] _Nicc. Machiavelli Ist., l. V, p. 134 — Comm. di Neri di Gino
  Capponi, t. XVIII. Rer. It., p. 1188. — Platina Fica Nerii,
  Capponii, t. XX, p. 497._

  [115] _Nicc. Machiavelli, l. V, p. 137. — Comment. del Capponi, p.
  1189._ — Gli storici veneziani dissimulano questa riconoscenza, ed
  insistono per lo contrario intorno alla diffidenza del senato.
  _Navagero Stor. Veneziana, t. XXIII, p. 1104._

All'aprirsi della bella stagione, Francesco Sforza con otto mila uomini
di cavalleria pesante partì dalla Marca di Ancona, dove aveva i suoi
quartieri di inverno, attraversò rapidamente la Romagna, i territorj di
Forlì e di Ravenna, passò il Po presso Ferrara, e recossi per Chiozza a
Venezia[116]. Non solo Bergamo e Brescia, ma Verona e Vicenza trovavansi
circondate dai nemici: il Gattamelata erasi trincerato dietro i canali
di Padova col rimanente dell'armata veneziana, e tutto quanto trovavasi
al di là di questi canali, ad eccezione delle quattro città assediate,
era perduto. Il Piccinino, quando si vide a fronte lo Sforza e la sua
nuova armata, non volle compromettere con una battaglia le conquiste
ch'egli risguardava come sicure; si coprì con un profondo canale in
mezzo alle paludi dell'Adige, a cinque miglia da Soave nei veronese; e
siccome l'arte di gettare i ponti sui fiumi era ancora affatto
sconosciuta, egli rese vane tutte le minacce de' nemici, ai quali non fu
possibile di obbligarlo a combattere[117].

  [116] _Jo. Simonetae, l. V, p. 276. — Cron. di Bologna, t. XVIII, p.
  662._

  [117] _M. A. Sabellico, Dec. III, l. IV, f. 170. — Jo. Simonetae, l.
  V, p. 277._

L'armata alleata comandata da Francesco Sforza ammontava a quattordici
mila cavalli e ad otto mila fanti; ma mentre quest'armata non poteva
avvicinarsi al nemico, i corpi staccati che i Veneziani avevano lasciati
presso di Brescia e di Verona venivano successivamente battuti e fatti
prigionieri dai Milanesi. Brescia inoltre provava gli orrori della fame,
e tutta la magnanimità, tutto l'attaccamento di Francesco Barbaro, che
divideva ancor esso coi cittadini tutte le privazioni di una terra
assediata, appenna bastavano a sostenerne il coraggio[118]. Lo Sforza,
impaziente di liberare il territorio della repubblica dalla presenza de'
nemici, vedendo di non poter forzare il passaggio de' canali e de'
trinceramenti del Piccinino, si diresse verso i monti Euganei, e
malgrado l'opposizione de' corpi destinati a difenderli, gli attraversò
e scese nel piano veronese. Il Piccinino vedendosi circondato da ogni
banda si affrettò d'evacuare Soave, e di ripiegare dietro l'Adige. Non
fu però così facile il far levare il blocco di Brescia separata dal
territorio veneziano dagli stati di Mantova. Erasi fin allora sperato di
poter soccorrere questa città attraversando il lago di Garda. Durante
l'inverno i Veneziani avevano trasportato fino a questo lago, per mezzo
alle montagne che lo circondano, due galere grandi e tre mezzane, e
venticinque barche armate[119]. Questa piccola flotta, entrando nelle
acque del lago, si trovò padrona della sua navigazione, ed aprì qualche
comunicazione con Brescia. Ma il duca di Milano fece armare a Peschiera
una flotta assai più considerabile; pose guarnigione in tutti i castelli
situati sulle due rive, ed il provveditore Pietro Zeno, che comandava i
Veneziani, fu forzato di ritirarsi colla sua flotta a Torboli, presso
alla foce della Sarca, all'estremità settentrionale del lago, ove
circondò le sue galere con forti palafitte, per difenderle contro que'
nemici coi quali non poteva più misurarsi[120].

  [118] _M. A. Sabellico, Dec. III, l. IV, f. 169, verso. — Cristof.
  da Soldo Ist. di Brescia, p. 809._

  [119] _Poggio Bracciolini Hist. Flor., l. VII, p. 399. — Platina
  Hist, Mantuana, t. XX, l. V, p. 822. — M. A. Sabellico, Dec. III, l.
  III, p. 165. — Cristof. da Soldo Ist. di Brescia, p. 808._

  [120] _Cristof. da Soldo Ist. Bresciana, p. 812._

Sperava lo Sforza di soccorrere Brescia liberando questa piccola flotta,
e mettendola in comunicazione col piano di Verona. A quest'oggetto venne
ad assediare Bardolino, castello posto sulla riva occidentale del lago
tra Peschiera e Garda, il quale era difeso da una guarnigione mantovana.
Ma i segnali con cui dava avviso alla flotta di avvicinarsi, o non
furono visti, o non furono intesi. Per lo contrario il Piccinino aveva
fatta uscire la sua flotta da Peschiera, ed aveva rinforzata la
guarnigione di Bardolino; onde lo Sforza, dopo avere perduta molta gente
per le malattie, cagionate dall'eccessivo calore in luoghi insalubri, fu
costretto a levare l'assedio[121]. Un'altra perdita tenne subito dietro
a questa: i Veneziani avevano mandati mille cavalli e trecento fanti
nelle montagne poste al settentrione del lago, per condurre alla loro
flotta un convoglio di vittovaglie, e darle modo d'aprirsi un passaggio
fino alla riva occidentale, di dove avrebbe potuto comunicare con
Brescia. Ma il Gonzaga ed il Piccinino, avuto avviso di questo
movimento, il 23 di settembre sorpresero e svaligiarono i soldati che si
recavano alla flotta; il 26 attaccarono la flotta medesima nel suo
trinceramento, presero tutti i vascelli ad eccezione di due che
fuggirono a Peneda, e fecero prigionieri quattro provveditori veneziani,
che si trovavano colla flotta o coll'armata[122].

  [121] _Jo. Simonetae Hist., l. V, p. 279._

  [122] _M. A. Sabellico, Dec. III, l. IV, f. 171. — Jo. Simonetae, l.
  V, p. 280. — Cristof. da Soldo Istor. Bresciana, p. 813._

Francesco Sforza indispettito di non corrispondere che con rovesci
all'alta aspettazione che di lui avevano le due repubbliche, e pressato
dal senato di Venezia a soccorrere gl'infelici Bresciani, risolse
all'ultimo d'aprire alla sua grande armata medesima il cammino di
Brescia, facendo a traverso alle montagne il giro del lago di Garda.
Rimandò adunque i suoi equipaggi a Verona, si avanzò in mezzo
all'alpestre catena di monti che divide il lago dall'Adige praticando
strade nelle quali la cavalleria pesante era sempre in pericolo, e
giunse, superando infinite difficoltà, fino all'angusta pianura di
Peneda alla foce della Sarca. Dall'altro lato il Piccinino, avvisato
delle strade tenute dal conte Sforza, lasciò il marchese di Mantova a
Peschiera, e fece pel lago trasportare la sua armata al castello di
Tenna, che chiudeva la piccola valle ov'era entrato lo Sforza. Ebbero
luogo tra le due armate diverse scaramucce, ma il Piccinino, che aveva
chiuso il suo rivale come in un laccio, evitò lungo tempo un'azione
generale. Si lasciò all'ultimo trasportare dall'abituale suo impeto, ed
il 9 di novembre accettò la battaglia. Mentre che le due armate erano
alle mani, gli abitanti di Brescia, avanzandosi ad incontrare i loro
liberatori, comparvero sull'alto delle montagne dietro i corazzieri del
Piccinino, e cominciarono a far rotolare sopra di loro grossi macigni.
Spesse volte un solo istante decide della sorte delle battaglie;
l'armata milanese venne scoraggiata da una comparsa che non era
accompagnata da un pericolo ben reale; i corazzieri cercarono di
salvarsi, alcuni verso i vascelli, altri verso le fortezze, altri
finalmente verso le montagne. Nella insensata loro fuga, caddero per la
maggior parte tra le mani de' nemici e furono fatti prigionieri.
Contaronsi tra i più illustri Carlo Gonzaga, figlio del marchese di
Mantova, Cesare Martinengo e Sacromoro Visconti[123].

  [123] _Jo. Simonetae, l. V, p. 281. — Cristof. da Soldo Ist.
  Bresciana, t. XXI, p. 814. — Machiavelli Ist. Fior., l. V, p. 141.
  — Poggio Bracciolini, l. VII, p. 403. — Platina Hist. Mant. l. V, p.
  829._

Niccolò Piccinino, strascinato nella fuga de' suoi soldati, erasi chiuso
nei castello di Tenna; ma ben vedeva che questo castello non poteva
lungamente resistere, altronde premevagli di trovarsi in aperta
campagna, onde raccogliere le reliquie della sua armata. Prese dunque
l'audace risoluzione di attraversare tutto il campo di battaglia, e gli
stessi quartieri dei vincitori. Un servitore tedesco, che aveva cura de'
suoi cavalli, uomo robusto ed a lui perdutamente attaccato, lo pose in
un sacco, se lo caricò sulle spalle e scese nel campo la notte medesima
in cui era seguita la battaglia. Raccolse ancora alcune spoglie di
morti, che gittò sopra il suo fardello, e mostrando di non avere altro
pensiere che quello di raccogliere questo bottino, attraversò tutto il
piano in mezzo a' soldati nemici, occupati ancor essi a spogliare gli
estinti. Passò ancora senza difficoltà innanzi ai corpi di guardia
veneziani, e venne finalmente a deporre il suo padrone a Riva, presso al
lago, ove un battello lo condusse a Peschiera[124].

  [124] _Cristof. da Soldo Istor. Bresciana, t. XXI. R. I., p. 815. —
  Jo. Simonetae Hist. Franc. Sfortiae, l. V, p. 281. — M. Ant.
  Sabellico Ist. Ven., Dec. III, l. IV, f. 171._

Appena sapevasi nell'armata dello Sforza che il generale nemico più
chiuso non era nel castello di Tenna, quando s'intese con sorpresa, che
dopo di avere raggiunto il Gonzaga a Peschiera, erano partiti assieme
per dare la scalata a Verona. Si dice che un soldato tedesco avesse loro
indicati i mezzi d'eseguirla con sicurezza. Nella notte del 16 di
novembre si appoggiarono le scale contro il muro del piccolo ricinto
detto borgo di santo Zeno: le truppe milanesi, di cui le prime squadre
erano condotte da Luigi del Verme, genero del Carmagnola, erano di già
padrone della città, prima che la guarnigione pensasse a difendersi. I
governatori veneziani ritiraronsi colla guarnigione nella fortezza di
san Felice ed in quella della porta di Braida; la città s'arrese senza
fare resistenza, ed il marchese Gonzaga, cui era stata promessa in piena
sovranità, la preservò dal saccheggio. I soli equipaggi dell'armata
dello Sforza vennero divisi tra i vincitori[125].

  [125] Avvi qualche incertezza intorno al preciso giorno della presa
  di Verona. Gli Annali di Piacenza dicono il 16, _t. XX, R. I., p.
  876_; la Cronaca di Bologna il 18 alle quattro ore della notte, _t.
  XVIII, p. 663. — Jo. Simonetae Hist., l. V, p. 282. — Platina Hist.
  Mant., l. VI, p. 881. — Machiavelli Ist. Fior., l. V, p. 144. — M.
  A. Sabellico, dec. III, l. IV, f. 173. — Cristof. da Soldo Ist.
  Bresc., p. 815._

La sera medesima della presa di Verona ne fu data notizia allo Sforza,
che stringeva l'assedio di Tenna, e che di già aveva approfittato della
vittoria per mandare a Brescia vittovaglie ed alcuni soldati. Alla
rapidità del suo nemico risolse d'opporre un'eguale prontezza; partì
all'istante, sperando tuttavia che il Piccinino, sebbene padrone di
Verona, non avrebbe potuto in così breve tempo prendere tutte le
necessarie misure per difenderla. In fatti attraversò senza difficoltà
le _chiuse_ dell'Adige. La fedeltà di Giacomo Marancio aveva conservato
a' Veneziani il comando di quest'importante passo, aperto tra due
montagne a picco, pel quale due uomini a cavallo non possono passare di
fronte. Il marchese di Mantova, allorchè prese Verona, vi aveva trovata
la moglie ed i figli di Marancio, comandante delle _chiuse_; gli aveva
fatto sapere, che questi ostaggi risponderebbero della sua ubbidienza;
che s'egli voleva salvarli, doveva chiudere il passaggio allo Sforza ed
impedire il suo ritorno. Questo generoso cittadino non bilanciò punto
tra il suo dovere e gl'interessi del proprio cuore. Egli fece prendere
le armi a tutti gli abitanti della valle: «La sorte di quanto io tengo
di più caro al mondo, disse loro, potrebbe accecarmi intorno a ciò che
la patria e l'onore domandano da me; nelle vostre mani adunque io
depongo il deposito a me confidato, poichè voi non potete scordarvi la
fedeltà dovuta alla signoria di Venezia; custodite questo passo pel suo
onore, e pel vantaggio di Francesco Sforza suo generale[126].» Il
Piccinino non aveva potuto, ne' tre giorni che comandò a Verona,
impadronirsi delle fortezze occupate dai Veneziani, e non aveva creduto
che fosse ancora tempo di separarle dalla città con un nuovo ricinto.
Quand'ebbe avviso dell'impensato arrivo dello Sforza nel piano di
Verona, spedì ordine a Taliano Furlano, uno de' suoi luogotenenti, di
rientrare in città con il corpo di truppe da lui comandate. Taliano
ricusò d'ubbidire, appoggiandosi ad un contrario ordine del duca di
Milano. In fatti il Visconti, ch'erasi obbligato a cedere Verona al
Gonzaga, geloso dell'ingrandimento del suo alleato, aveva prese segrete
misure per far ricadere la sua conquista in mano al nemico[127]. Il
Piccinino, contrariato ne' suoi progetti, non potè vietare allo Sforza
di rientrare in città, la notte del 19 al 20 di novembre, pel castello
di san Felice; ebbe subito luogo una zuffa nelle strade; la cavalleria
milanese rimase perdente e venne cacciata fuori delle mura, e Piccinino
riperdette Verona colla medesima rapidità con cui l'aveva
acquistata[128].

  [126] _M. A. Sabellico, dec. III, l. IV, f. 173._

  [127] _Platinæ Hist. Mant., l. VI, p. 883. — Poggio Bracciolini, l.
  VII, p. 404._

  [128] _Jo. Simonetae, l. V, p. 284. — M. A. Sabellico, dec. III, l.
  IV, f. 174. — Machiavelli, l. V, p. 147._

Ma sebbene non avesse potuto conservare tale conquista, non aveva per
ciò meno operata una possente diversione, e tolto allo Sforza tutto il
frutto della vittoria di Tenna. Egli gli aveva inoltre impedito di
arrecare soccorso agli abitanti di Brescia, sempre più oppressi dalla
fame, dalle malattie e dalle incursioni dei loro nemici. La signoria
eccitava lo Sforza a tornare in soccorso di questi sventurati; e lo
Sforza, malgrado il rigore dell'inverno, uno de' più aspri che si
fossero da lungo tempo provati, condusse di nuovo la sua armata tra le
montagne dalle quali riceve le acque il lago di Garda, e ricominciò
l'assedio di Tenna. Questo piccolo castello, cui il Piccinino non osò di
affidarsi, resisteva sempre, e chiudeva ai Veneziani la strada di
Brescia. Bentosto i ghiacci e le alte nevi, che i soldati italiani non
erano accostumati a disprezzare, stancarono le truppe, e per la seconda
volta fu levato l'assedio di Tenna. L'armata, mancante di viveri e di
foraggi, fu ricondotta ai quartieri d'inverno a Verona[129]; e soltanto
Serpellione e Troilo, due dei luogotenenti dello Sforza, riuscirono ad
attraversare le montagne per isconosciuti sentieri, e ad introdurre in
Brescia un piccolo convoglio di munizioni con trecento fanti.

  [129] _Jo. Simonetae Hist., l. V, p. 280. — M. A. Sabellico Hist.
  Venetae, dec. III, l. IV, f. 175._

Durante tutta la campagna del 1439 le ostilità non eransi stese fuori
della Lombardia; pure Filippo Maria era impaziente di castigare i
Fiorentini della loro interposizione, e di costringerli col conte Sforza
a difendere i proprj stati. Il Piccinino in particolar modo era geloso
dello Sforza; non poteva darsi pace che questo generale avesse preso
posto tra i sovrani coll'acquisto della Marca, mentre egli medesimo, che
l'Italia per talenti e per valore pareggiava allo Sforza, egli medesimo,
che, quale erede ed allievo di Braccio, avrebbe potuto aspirare alla
sovranità che questo generale si era formata, non aveva che una precaria
esistenza dipendente dal principe che lo assoldava. Egli supplicava il
duca di Milano a non farlo combattere in Lombardia per città che poco o
nulla curavasi d'avere o di perdere, ma di mandarlo piuttosto nella
Marca, che sperava di togliere in poco tempo al suo rivale. Sufficienti
truppe, egli diceva, rimarrebbero ancora dopo la di lui partenza per
continuare l'assedio di Brescia; Fiorentini, temendo per la Toscana,
richiamerebbero lo Sforza, il quale vorrà piuttosto accorrere in difesa
de' proprj stati, e prevenuto in ogni luogo, non soccorrerà Brescia, non
coprirà la Toscana, nè salverà il suo principato.

Dal canto suo Rinaldo degli Albizzi aggiugneva le sue istanze a quelle
del Piccinino, e sempre persuaso che i Fiorentini non potessero
accostumarsi al suo esilio, e che accoglierebbero con vivo piacere
quell'armata che lo riconducesse in patria, altro non domandava per
essere sicuro del successo che di essere rimandato in Toscana. Frattanto
una trama ordita con Giovanni Vitelleschi, patriarca d'Alessandria, fu
ancora un più potente motivo per togliere Filippo ad ogni incertezza.
Questo prelato guerriero, favorito ministro di Eugenio IV, rendeva da
lungo tempo odioso il suo signore colla sua arroganza e colla sua
crudeltà. Erasi veduto nella guerra di Napoli promovere il guasto delle
campagne nemiche con esecrabili promesse di grazie spirituali a pro di
coloro che farebbero abuso delle armi temporali; aveva accordato ai suoi
soldati cento giorni d'indulgenza in purgatorio per ogni pianta d'ulivo
che taglierebbero[130]. Sebbene il suo padrone avesse presa parte nella
lega delle due repubbliche, egli conservava un violento rancore contro
Francesco Sforza che lo aveva battuto nella Marca d'Ancona. Lo avevano
pure offeso i Veneziani ed i Fiorentini: aveva da loro ricevuti venti
mila fiorini per allestire l'armata con cui doveva agire contro Filippo
al di là degli Appennini; ma dopo aver toccato il danaro aveva mancato
alle sue promesse, ed impiegati i soldati nell'assedio di Foligno. I
Fiorentini ed i Veneziani se ne querelarono presso Eugenio IV, il quale
ebbe la debolezza di comunicare le loro confidenziali lagnanze al suo
favorito, che giurò di vendicarsene. Il Vitelleschi propose segretamente
al Piccinino di unire le loro truppe per opprimere i Fiorentini; si
soggiunge che volesse in appresso far morire Eugenio IV per innalzarsi
in sua vece sul soglio pontificio[131]. Aspettava con impazienza
l'arrivo dell'armata milanese per dichiararsi; ed il Visconti, sicuro di
così potente alleato, non tardò ad annuire alle inchieste del Piccinino.

  [130] _Giornali Napoletani, t. XXI, Rer. It., p. 1107._

  [131] _Poggio Bracciolini, l, VII, p. 406._

Questi lasciò in febbrajo del 1440 i suoi quartieri d'inverno, seco
conducendo sei mila cavalli. Il giorno 7 passò il Po per unirsi a
Manfredi nel territorio di Faenza[132]; mentre Neri Capponi e Davanzati,
ambasciatori fiorentini, giugnevano nello stesso tempo a Ferrara, per
recarsi a Venezia onde concertare il piano della vegnente campagna[133].
Questi due generosi cittadini, lungi dal lasciarsi intimidire dal
pericolo che si avvicinava alla loro patria, si unirono ai Veneziani per
persuadere lo Sforza a tentare di nuovo la liberazione di Brescia;
dichiararono che Firenze ben saprebbe mettere in piedi un'altra armata
per opporla al Piccinino, quando per lo contrario lo stato di terra
ferma de' Veneziani sarebbe immancabilmente perduto, se lo Sforza lo
abbandonava. In fatti il Gattamelata, quel generale che aveva prima il
comando delle truppe veneziane, era stato tocco da una paralisia nelle
montagne di Tenna, e fino alla sua morte, accaduta il 16 gennajo del
1443, non fece che languire[134]. Verun altro generale non vedevasi da
tanto di poter supplire in assenza dello Sforza, e privi di questo
generale i Veneziani non isperavano di poter salvare le province
occupate dal nemico.

  [132] _Jo. Simonetae, l. V, p. 286. — Machiavelli Ist. Fior., l. V,
  p. 148._

  [133] _Comment. di Neri di Gino Capponi, t. XVIII, p. 1191._

  [134] _Jo. Simonetae, l. V, p. 286. — Marin Sanuto Vite dei Duchi di
  Venezia, t. XXII, p. 1106._

Ma il conte Sforza non era come i Fiorentini disposto a sagrificare il
proprio interesse alla causa comune. Conosceva le ostili disposizioni
del patriarca d'Alessandria, che comandava più di tre mila uomini ai
confini della Toscana e della Marca, e vedeva che il Piccinino, unendosi
a questo prelato poteva sconvolgere l'una o l'altra di queste due
province. Mentre che il suo emulo marciava verso il mezzogiorno riputava
inutile la sua dimora in Lombardia, poichè ad ogni modo sarebbe
costretto d'aspettare che cessasse il rigore della stagione, e che si
sciogliessero le nevi prima di poter intraprendere per la via delle
montagne la liberazione di Brescia; e non aveva egli veruna speranza di
buon successo, qualora avesse presa la strada della pianura[135].

  [135] _Nicc. Machiavelli Ist. Fior., l. V, p. 155. — Comment. di
  Neri di Gino Capponi, t. XVIII, p. 1192._

Mentre ciò discutevasi in Venezia, ov'erasi recato il conte, e che i
Fiorentini assoldavano molti condottieri per formare un'altra armata,
seppesi che i Malatesti, signori di Rimini, cui era stato pagato il
soldo d'un migliajo di corazzieri, che dovevano somministrare alle due
repubbliche, erano passati nel campo di Niccolò Piccinino. Questa
diserzione faceva temere di maggiori danni ed eccitava la più viva
inquietudine intorno alla sorte di Giovan Pagolo Orsini, generale de'
Fiorentini, che si era mandato a difendere lo stato di Rimini[136]. Le
istanze di Francesco Sforza per ottenere il suo congedo si resero a tal
nuova più vive: fortunatamente fu bentosto seguita questa notizia da
un'altra non meno inaspettata, ma di affatto diversa natura.

  [136] _Scip. Ammirato Ist., l. XXI, t. III, p. 22. — Nicc.
  Machiavelli, l. V, p. 155. — Comm. di Neri di Gino Capponi, p.
  1192._

I Fiorentini avevano sorpresa a Montepulciano la corrispondenza del
patriarca d'Alessandria col Piccinino, la quale, sebbene scritta in
cifre, bastò per risvegliare finalmente nel papa, cui si fece conoscere,
i più violenti sospetti contro il suo favorito. Eugenio aveva così
ciecamente affidate al Vitelleschi le sue armate, i tesori, le fortezze,
e tutto il suo potere, che non poteva omai, senza estremo pericolo,
spogliarne un uomo da lui fatto tanto potente. Pure diede segretamente
ad Antonio Redo, comandante di Castel sant'Angelo un ordine eventuale
d'imprigionarlo e di processarlo quando ne avesse l'opportunità. Tale
ordine non era di facile esecuzione, e Redo aspettava in silenzio
qualche favorevole circostanza, allorchè il patriarca, disposto a
partire verso la Toscana alla testa della sua armata, ordinò al
comandante di recarsi la mattina del 18 marzo sul ponte della fortezza
per ricevere le commissioni che gli darebbe partendo. Vide Antonio Redo
che l'occasione sarebbe favorevole; apparecchiò la sua gente, ed aspettò
di buon mattino sul ponte il patriarca, che giugneva alla testa di tutta
la sua armata. Il Redo gli si avvicinò rispettosamente, prese il suo
cavallo per la briglia, e, sotto colore di non volere essere udito da
coloro che lo circondavano, lo condusse a piccoli passi al di là del
ponte levatojo, parlandogli continuamente di cose importantissime, per
occupare tutta la di lui attenzione; ma quand'ebbe appena passato il
ponte fece cenno alle guardie di levarlo, ed intimò al patriarca di
rendersi prigioniero. Il Vitelleschi cercò invano di difendersi, venne
ferito nel capo e rovesciato da cavallo da coloro che lo circondavano.
Allora Redo e Girolamo Orsini cercarono di consolarlo, persuadendolo a
sperar bene; ma il Vitelleschi rispose, che, sebbene ferito, non
morirebbe in conseguenza delle sue ferite. «Non si arrestano, soggiunse,
gli uomini potenti per rilasciarli; e se mi credettero abbastanza
pericoloso per farmi prigioniere, quanto non sarei riputato più
pericoloso se riavessi la libertà[137].» Infatti il patriarca aveva
intimamente conosciuto il suo padrone; egli morì di veleno dopo pochi
giorni. La sua armata, che stava al di là del ponte, mostrava da
principio di voler vendicarlo, ed assediare il castello, ma si sottomise
tostocchè le furono comunicati gli ordini del papa. Ne fu in appresso
affidato il comando al patriarca d'Aquilea, con ordine di difendere la
Toscana con quattro mila cavalli e due mila pedoni. Tutte le fortezze in
cui il Vitelleschi teneva guarnigione rientrarono bentosto sotto
l'ubbidienza del papa[138].

  [137] _Nic. Machiavelli Ist., l. V, p. 152. — An. Bonincontrii
  Miniat., p. 149._

  [138] _Cronica di Bologna, t. XVIII, p. 664. — Scipione Ammirato
  Stor. Fior., l. XXI, p. 23. — Mesticanza di Paulo Petrone, t. XXIV,
  Rer. Ital, p. 1123._

La rivoluzione, che rovesciava il Vitelleschi, poneva in sicuro la
Toscana e la Marca; onde persuase lo Sforza a continuare la guerra in
Lombardia; soltanto egli staccò dalla sua armata mille cavalieri, che
Neri Capponi condusse a Firenze, ove giunsero avanti la fine di aprile,
nello stesso tempo che arrivavano Pagolo Orsini, ed alcuni altri
condottieri[139]. Di già il Piccinino aveva cercato di entrare in
Toscana a traverso alle Alpi di san Benedetto, ed era stato
vigorosamente respinto da Niccolò Gambacorti di Pisa, conosciuto sotto
il nome di Niccolò Pisano. Cambiando allora direzione cercò di aprirsi
un passaggio per Marradi. Questo castello, posto in sull'ingresso della
Val di Lamone, alle falde delle montagne che dividono la Toscana dalla
Romagna, era secondo l'antico sistema di guerreggiare, riputato
fortissimo, perchè il fiume forma dei precipizj intorno al rialto su cui
è posto, e Marradi avrebbe potuto fermare alcuni mesi una grande armata.
Ma Bartolomeo Orlandini, che lo comandava per conto della repubblica di
Firenze, l'abbandonò vilmente, ed il Piccinino entrandovi il 10 aprile
fu sorpreso d'aver fatto, senza tirare un colpo, un acquisto che avrebbe
potuto costargli molto sangue[140]. Marradi gli apriva le porte della
Toscana; i suoi cavalieri corsero tutto il Muggello senza trovare
resistenza; s'innoltrarono fino alle montagne di Fiesole, guastarono il
paese fino alla distanza di tre sole miglia da Firenze, ed alcuni ebbero
ancora il coraggio di passar l'Arno, oltre il quale occuparono Remolo.
In tali frangenti appunto giunse a Firenze Neri Capponi con un
distaccamento dell'armata di Francesco Sforza, cui aggiunse dei fanti
levati tra il popolo; con questi sloggiò i nemici da Remolo, e fermò i
loro guasti[141].

  [139] _Comment. di Neri di Gino Capponi, p. 1193. — Scip. Ammirato,
  l. XXI, p. 24._

  [140] _Nicc. Machiavelli Ist. Fior., l. V, p. 160. — Poggio
  Bracciolini Hist., l. VII, p. 406. — Scip. Ammirato, l. XXI, p. 23._

  [141] _Comment. di Neri di Gino Capponi, p. 1103. — Machiavelli Ist.
  l. V, p. 161._

L'ingresso in Toscana di Rinaldo degli Albizzi in coda all'armata
milanese non aveva ancora prodotto in Firenze verun movimento
d'insurrezione, alcuna dimostrazione di favore per gli emigrati, quando
Francesco di Battifolle, conte di Poppi, venne co' suoi vassalli ad
unirsi al Piccinino. Nel precedente anno questo feudatario della
repubblica era stato da lei protetto contro papa Eugenio IV[142]; ma
pensò di non poter meglio mostrare il suo attaccamento ai Fiorentini,
che secondando il partito ch'egli credeva più proprio a governarli, e
l'antica sua amicizia cogli Albizzi gli tolse di vedere ciò che doveva
alla riconoscenza.

  [142] _Ann. Bonincontrii Miniat., p. 148._

Due strade presentavansi al Piccinino, quella di Val di Marina, per la
quale sarebbe disceso tra Firenze e Prato fino alle rive dell'Arno ed
avrebbe tolta la comunicazione con Pisa, di dove i Fiorentini tiravano
le vettovaglie[143], e quella del Casentino che poteva condurlo a
rompere la comunicazione tra Arezzo e Perugia, di dove veniva l'armata
pontificia; il Piccinino preferì l'ultima. I feudi del conte di Poppi
erano posti nel Casentino; questo signore faceva sperare d'avere
intelligenze ne' castelli de' suoi vicini, ed in fatti col favore di
queste vennero in pochi giorni occupati Romena e Bibbiena; ma in seguito
avendo il Piccinino assediato castello san Niccolò, questa piccola
fortezza diede ai Fiorentini, coll'ostinata sua resistenza, abbastanza
di tempo per adunare la loro armata, essendosi difesa trentasei giorni,
dopo i quali non si arrese che dietro speciale autorizzazione dei
generali della repubblica, che vedevano l'impossibilità di soccorrerla.
Quando il Piccinino vi entrò non vi rinvenne una sola freccia nè una
carica di polvere[144]. Frattanto il suo piano d'attacco non era
riuscito; i vassalli della repubblica avevano ripreso coraggio, i
soldati occupavano tutti i posti più importanti, ed era svanita la
speranza di vedere scoppiare qualche rivoluzione in favore degli
Albizzi. Il Piccinino fece una visita a Perugia, sua patria, sperando
che la memoria di Braccio, e la gloria di cui erasi egli medesimo
coperto, consiglierebbero i suoi concittadini ad accordargli quella
signoria che Braccio aveva esercitata con tanta gloria, ma non ebbe da
loro che un regalo di otto mila fiorini. Cercò di occupare Città di
Castello colle armi, e Cortona col favore d'una congiura, ma tutto gli
riuscì male: per ultimo, dopo avere perduta parte dell'estate nelle
montagne della Toscana, ebbe avviso de' progressi dello Sforza, ed
ordine dal suo padrone di ricondurre l'armata in Lombardia[145].

  [143] _Leon. Aretini Comment. de suo tempore, t. XIX, p. 941._

  [144] _Machiavelli Ist. Fior., l. V, p. 162. — Scip. Ammirato, l.
  XXI, p. 25. — Poggio Bracc. l. VIII, p. 411. — Bonincontrii
  Miniatensis. An. p. 149._

  [145] _Machiavelli Ist. Fior., l. V, p. 164. — Scip. Ammirato, l.
  XXI, p. 26. — Comment. di Neri di Gino Capponi, p. 1194._

Le truppe pontificie erano finalmente giunte a Firenze sotto il comando
di Luigi, medico del papa, ch'egli aveva nominato patriarca d'Aquilea, e
generale d'armata. Era composta di tre mila corazzieri e di cinquecento
pedoni. L'armata fiorentina, portata a tale epoca ad otto in nove mila
cavalli, era ben tale da tenere testa a quella del Piccinino; ma la
signoria non voleva niente avventurare, tanto più ch'era informata dei
vantaggi ottenuti dallo Sforza in Lombardia. Aveva perciò scritto al suo
generale Giovan Pagolo Orsini di non venire a battaglia, aspettando che
il Piccinino si ritirasse spontaneamente. Le stesse ragioni
consigliavano il Piccinino a cercare l'occasione di dare una battaglia,
perchè, costretto ad abbandonare la Toscana, sperava almeno con una
vittoria di salvare il conte di Poppi e gli altri che avevano spiegate
le sue insegne. Sapeva che l'armata fiorentina trovavasi ad Anghiari,
grossa terra lontana quattro miglia da Borgo san Sepolcro, alle falde
delle montagne che separano la valle del Tevere da val di Chiana, ed in
un piano ove poteva spiegare la cavalleria. Partì da Borgo per
attaccarla, seco strascinando due mila abitanti di questa città, che
speravano di approfittare del saccheggio che terrebbe dietro alla
vittoria. Tanta era la negligenza della militare disciplina, che i
Fiorentini non avevano avanti alle loro armate nè scolte nè posti
avanzati; e pure di que' tempi richiedevasi assai maggior tempo che non
al presente, per far vestire ai cavalieri le pesanti loro armature, per
sellare i cavalli e disporli alla pugna. Era il giorno 29 giugno del
1440, e gli uomini d'armi oppressi dal caldo eransi qua e là dispersi a
qualche distanza per cercare luoghi ombrosi e freschi. Michele
Attendolo, parente del conte Sforza, ed uno de' migliori condottieri che
avessero i Fiorentini, osservò il primo a due miglia di distanza la
polvere sollevata dalla cavalleria nemica; onde chiamando alle armi i
suoi commilitoni, ebbe appena agio d'occupare colle sue truppe il ponte
che trovasi avanti ad Anghiari, e dar tempo in tal modo al rimanente
dell'armata di adunarsi e di prendere le armi. Quando gli altri corpi
l'ebbero raggiunto, Micheletto rimase nel centro, il legato della Chiesa
alla diritta, e Giovan Pagolo Orsini coi commissarj fiorentini
dall'altro lato. L'Orsini aveva in prevenzione avuto cura di far empire
tutti i fossi tra il ponte d'Anghiari sul Tevere e la Borgata, di
atterrare tutti gli ostacoli, e di formare una spianata che permetteva
ai diversi corpi dell'armata di muoversi senza stento. Al di là del
ponte la strada per la quale s'avvicinava il Piccinino era fiancheggiata
da profonde fosse, ed ogni campo aveva un riparo difficile a superarsi.
I corazzieri milanesi non potevano avvicinare il nemico che per il
ponte, e l'infanteria fiorentina custodiva sola le rive del fiume per
vietare agli assalitori di guadarlo. I primi squadroni milanesi che
passarono il ponte vennero vigorosamente respinti da Micheletto
Attendolo; ma questi essendo stati rimpiazzati da Astorre Manfredi e da
Francesco Piccinino col fiore della armata, Micheletto venne scacciato
dal ponte, e respinto fino alla salita d'Anghiari. Frattanto i Milanesi,
che avevano passato il ponte, trovavansi scoperti da ambo i lati, ed i
Fiorentini, in piena facoltà di agire sopra di loro, gli opprimevano con
truppe fresche e più numerose. Manfredi e Francesco Piccinino vennero
dunque bentosto respinti verso il ponte sul quale si tennero fermi. Per
lo spazio di due ore il ponte fu tra le due armate vivissimamente
contrastato. I Milanesi lo attraversarono più volte, ma sempre erano
respinti tostocchè giugnevano sul piano posto dall'altra banda.
Finalmente i Fiorentini lo attraversarono ancor essi, e trovandosi in
allora coperti dai due fossi che avevano ai fianchi, rovesciarono coloro
che loro fuggivano innanzi, divisero le due ali che non poterono nè
riunirsi, nè agire contro di loro, e che pel loro retrogrado movimento
si posero in confusione. Bentosto l'intera armata fu rotta, ed un
immenso bottino di prigionieri, di armi, di cavalli, cadde in potere del
vincitore. Di ventisei capi squadra, che contava la nemica armata,
ventidue furono fatti prigionieri con circa quattrocento ufficiali,
mille cinquecento quaranta uomini in istato di pagare la taglia, e tre
mila cavalli. Ma in queste armate mercenarie, nelle quali i soldati dei
due campi, risguardandosi come commilitoni, non volevano nuocersi, i
vincitori cercavano a tutto loro potere di far fuggire i vinti. Neri
Capponi, commissario de' Fiorentini presso l'armata, volle far tradurre
i prigionieri al borgo d'Anghiari, ma invece di ventidue, più non trovò
che sei capi squadra. La seguente mattina volle inseguire il Piccinino,
che con mille cinquecento cavalli mal in ordine erasi chiuso in Borgo
san Sepolcro, ove non aveva alcun mezzo di difendersi; ma di tutti i
condottieri e capitani il solo Giovan Pagolo Orsini era pronto a
seguirlo. Tutti gli altri, occupati trovandosi nella divisione della
preda che avevano fatta, pretestavano le sostenute fatiche, o le ferite
dei cavalli. Essi consumarono tutta la mattina in contese col
commissario, ed a mezzogiorno si allontanarono quasi tutti per porre in
sicuro la fatta preda in Arezzo, di dove non tornarono che la sera al
campo[146].

  [146] Leonardo Aretino, ch'era a quest'epoca uno de' decemviri della
  guerra in Firenze, termina il suo commentario della storia de' suoi
  tempi colla battaglia d'Anghiari, _t. XIX, p. 942_. Morì quattro
  anni dopo, il 9 marzo del 1444, in età di 75 anni. La sua storia
  fiorentina è più celebre che il commentario; ma questo accoppia alla
  stessa eleganza di linguaggio il merito di una ingenuità di
  sentimenti, raro assai presso gli storici latini del mezzo tempo.
  Intorno alla battaglia d'Anghiari veggansi inoltre, _Commentarj di
  Neri di Gino Capponi, p. 1195. — Niccolò Machiavelli, l. V, p. 170.
  — Scip. Ammirato, l. XXI, p. 28. — J. Simonetae, l. V, p. 292. —
  Poggio Bracciolini, l. VIII, p. 413._

Questa grande battaglia, nella quale è così palese l'indisciplina e la
cupidigia delle armate di condottieri, i quali ruinavano gli stati per
cui guerreggiavano, non permettendo loro di approfittare dei loro
vantaggi, è diventala celebre per una circostanza, che se fosse meglio
avverata, darebbe ancora maggior peso alla singolarità di questo quadro.
Assicura il Machiavelli che in questa lunga mischia, che si prolungò le
ultime quattro ore del giorno, non vi fu che un solo uomo ucciso; e
questi ancora non in conseguenza di una nobile ferita, ma per essere
caduto da cavallo e calpestato dai combattenti. «Tale era, egli
soggiugne, la sicurezza colla quale allora si battevano: i soldati
durante la battaglia erano coperti d'impenetrabile armatura, e quando
s'arrendevano non erano mai uccisi; di modo che sotto la doppia
salvaguardia della loro armatura e del diritto della guerra, non
potevano perire nella zuffa, nè dopo[147].» Pare per altro che il
Machiavelli esagerasse alquanto questa sicurezza de' combattenti, per
fare maggiore impressione sui leggitori. Dietro il Biordo, segretario
apostolico, contaronsi nell'armata del Piccinino sessanta morti e
quattrocento feriti; e stando al Poggio, soltanto quaranta morti: in
quella de' Fiorentini, dicono essi, trovaronsi duecento feriti, dieci
de' quali morirono in conseguenza delle loro ferite[148]. Gli altri
storici contemporanei, parlando di questa battaglia, nulla dicono de'
morti o de' feriti[149].

  [147] _Niccolò Machiavelli, l. V, p. 171._

  [148] _Scip. Ammirato, l. XXI, p. 28. — Poggio Bracciolini, l. VIII,
  p. 414._

  [149] _Ist. di Giovanni Cambi, deliz. degli Erud., t. XX, p. 230. —
  Cronica di Lion. Morelli, t. XIX, p. 171._

Il Piccinino, abbastanza fortunato di non essere inseguito a Borgo san
Sepolcro, ove non avrebbe potuto schivare d'essere fatto prigioniero, ne
sortì all'indomani della battaglia, ed i Fiorentini vi entrarono il
giorno dopo. Questi, invece d'accettare la sovranità di Borgo che voleva
porsi sotto la repubblica, restituirono la città alla Chiesa, facendosi
soltanto garanti de' privilegi accordatile nella sua capitolazione.
Frattanto le domande degli abitanti di Borgo risvegliarono qualche
diffidenza tra il generale della Chiesa e quello della repubblica; essi
si divisero; il patriarca con metà dell'armata corse lo stato
ecclesiastico per ristabilirvi l'autorità del papa, mentre Neri Capponi
coll'altra metà entrò nel Casentino, riprese i castelli ribellati, e
cacciò da' suoi feudi il conte di Poppi. Fu questi l'ultimo dei
discendenti del conte Guido, che avesse sovranità in Toscana. Gli fu
accordato di ritirarsi dal Casentino colla moglie, coi figli e con
trenta muli carichi; ma il piccolo suo principato, che comprendeva
diverse fertili valli e molte fortezze presso alle sorgenti dell'Arno, e
che aveva ubbidito cinquecento anni alla di lui famiglia fino dai tempi
del grande Ottone, passò a perpetuità sotto il dominio della repubblica
fiorentina[150]. Dal canto suo Rinaldo degli Albizzi abbandonò per
sempre la Toscana, ed andò a soggiornare in Ancona, di dove fece un
pellegrinaggio in terra santa. Dopo il ritorno, mentre festeggiava le
nozze d'una sua figliuola, morì improvvisamente a tavola; felice, dice
il Machiavelli, di avere lasciata la vita nel meno infelice giorno del
suo esilio[151]!

  [150] _Comment. di Neri di Gino Capponi, p. 1196. — Cacciata del
  conte di Poppi dello stesso, p. 1217. — Poggio Bracciolini, l. VIII,
  p. 414. — Ann. Bonincontrii, t. XXI, p. 150._

  [151] _Machiavelli Istor. Fior., l. V, 173._

Mentre ciò accadeva in Toscana, lo Sforza apparecchiava la sua armata
per soccorrere Brescia, tostocchè le strade della montagna sarebbero
praticabili senza per altro trascurare i mezzi d'aprirsi altresì la
strada della pianura o quella del lago. I Veneziani con lui d'accordo
avevano fatte trasportare nuove galere sul lago di Garda sotto il
comando del provveditore Contarini, e lo Sforza aveva mandato su questa
piccola flotta Pietro Brunoro, uno de' suoi migliori luogotenenti. Il
Contarini ruppe il 10 aprile la flotta milanese comandata da Taliano
Furlano, prese tre galere e molte barche, e costrinse il rimanente della
flotta nemica a chiudersi in Salò; assediò in appresso i castelli di
Riva e di Garda, che si resero il 29 di maggio, e ch'egli trattò con
grandissima crudeltà; ristabilì la comunicazione tra le due rive del
lago, fece ricapitare abbondanti approvvigionamenti a Brescia e forzò le
bande milanesi, disperse tra questa città e Salò, a ritirarsi[152].
Queste vittorie e l'assenza del Piccinino avendo scoraggiata l'armata,
che sotto gli ordini del Gonzaga difendeva il passaggio del Mincio, e
che poteva temere di essere presa alle spalle, lo Sforza tentò
d'aprirsi, per passare a Brescia, la strada diretta, che fin allora gli
era stata chiusa. Il 3 di giugno gettò un ponte di battelli sul Mincio,
e lo passò con tutto il suo esercito forte di circa venti mila uomini,
senza che gli si opponesse il Gonzaga, il quale si tenne chiuso in
Mantova. Taliano Furlano e Luigi del Verme, i due generali del Visconti,
andavano intanto evacuando il territorio di Brescia, ritirandosi innanzi
allo Sforza, finchè si stabilirono in riva all'Oglio, tra Soncino ed
Orci, per conservarsi padroni del ponte che serviva di comunicazione a
questi due castelli. Taliano lo copriva con una parte della sua
cavalleria, ma lo Sforza risolse di forzarlo per occupare Orci, la sola
fortezza che restasse ai Milanesi sulla sinistra dell'Oglio. Non entrò
dunque in Brescia, ove la sua assistenza più non era necessaria, ma,
giunto il 14 di giugno presso all'Oglio, ordinò a Sarpellione, uno de'
suoi luogotenenti, di attaccar Taliano Furlano, e di ritirarsi dopo i
primi colpi per allontanare il nemico dal fiume. In fatti i Milanesi lo
inseguirono, ed avanzatisi incautamente in mezzo a forze superiori
furono così vivamente caricati, che più difendere non poterono nè il
ponte, nè il castello d'Orci. Lo Sforza passò l'Oglio con tutta
l'armata, piombò addosso ai Milanesi presso a Soncino, li ruppe e loro
tolse tutti gli equipaggi con quasi mille cinquecento cavalli. Il figlio
naturale del marchese di Ferrara, Borso d'Este, quello zelante
protettore delle arti e delle lettere, che portò il primo il titolo di
duca di Ferrara, fece le prime prove in questa battaglia, nella quale
perdette quasi tutta la sua cavalleria. Mentre Niccolò d'Este, suo
padre, era attaccato al partito delle due repubbliche, Borso aveva
condotti mille cavalli all'armata del duca di Milano; o perchè avido di
gloria aspirasse ad avere un comando indipendente, o perchè la politica
di suo padre portasse di tenersi amiche le due parti per non essere
vittima di quella che restasse soccombente[153].

  [152] _Cristoforo da Soldo Istor. Bresciana, p. 820, 821. — M. A.
  Sabellico, dec. III, l. V, f. 177. — Jo. Simonetae, l. V, p. 289. —
  Platina Hist. Mantuana, l. VI, p. 834._

  [153] _Jo. Simonetae, l. V, p. 290. — M. A. Sabellico, dec. III, l.
  V, f. 178. — Ann. Estens. Joan. Ferrariensis, t. XX, p. 459. —
  Crist. da Soldo Ist. Bresciana, p. 822._

La vittoria di Soncino, meno brillante di quella d'Anghiari, ebbe
migliori risultamenti pel vincitore: tutto il territorio di Bergamo
venne evacuato dall'armata milanese, come poco prima era stato
abbandonato quello di Brescia. Tutti i castelli, che vi aveva il
Visconti, furono presi colla forza, o capitolarono; ed i Veneziani, in
cambio d'avere la guerra in casa loro, la poterono portare nel
territorio de' loro nemici. Lo Sforza fece alcune scorrerie nel
Cremonese e nel Cremasco. Filippo Maria, ridotto a difendere i proprj
stati, richiamò il Piccinino, dando il comando di Crema a Luigi di san
Severino, e quello di Cremona a Borso d'Este[154].

  [154] _Jo. Simonetae Hist., l. V, p. 291._

Il Piccinino aveva press'a poco raccolti in Romagna tutti i prigionieri
di Anghiari, che i loro vincitori avevano posti in libertà, dopo averli
spogliati; di modo che la sua disfatta non aveva cagionato al padrone
che una perdita di danaro. Di già egli si avanzava verso la Lombardia,
onde lo Sforza rinunciò al progetto di portare la guerra sulla destra
dell'Adda. Tornò quindi a dietro per attaccare il marchese di Mantova, e
punirlo dell'assistenza data al duca di Milano. Gli prese, dopo trenta
giorni d'assedio, la fortezza di Peschiera che altra volta apparteneva
ai Veneziani, e ch'era per loro importantissima, essendo la porta di
comunicazione tra Verona e Brescia. Mentre stava occupato nello stato di
Mantova, il marchese Niccolò d'Este venne al suo campo per parte del
duca di Milano, portando proposizioni di pace. Il marchese d'Este erasi
reso sospetto ai Veneziani dopo la _defezione_ del figliuolo; egli
conosceva il pericolo della sua posizione, ed ardentemente desiderava
una pacificazione, che in altre occasioni aveva maneggiata con felice
esito. Rappresentò al conte che doveva guardarsi pel proprio vantaggio
dal ruinare affatto il duca di Milano, poichè un condottiere non aveva
meno bisogno de' suoi nemici che degli amici per mantenere la propria
importanza. Gli fece sperare di condurre in breve a fine il suo
matrimonio con Bianca Visconti, e per persuaderlo che questa volta
almeno l'offerta veniva fatta di buona fede, gli disse che Bianca era di
già arrivata a Ferrara, e gli promise che sarebbe a lui consegnata
appena conchiuso il trattato[155].

  [155] _Jo. Simonetae Hist., l. V, p. 293._

Francesco Sforza si fece premura di dar parte di tutte queste
proposizioni a Pasquale Malipieri, provveditore veneziano, incaricato di
osservare la sua armata. Rispose in appresso lo Sforza, che i Veneziani
ed i Fiorentini domandavano essi medesimi la pace, e ch'erano disposti a
sottoscriverla ad onorate condizioni; ma che per conto suo, egli non
abbandonerebbe il comando dell'armata fino alla conchiusione della pace,
e che in allora soltanto prenderebbe consiglio dai suoi amici intorno al
parentado che gli veniva proposto. La pubblica voce spargeva nello
stesso tempo dei trattati di affatto diversa natura tra il duca ed il
marchese d'Este; dicevasi che Bianca Visconti era stata mandata a
Ferrara, per essere destinata sposa di Lionello, figlio ed erede del
marchese. Le proteste di questi non ispiravano veruna confidenza allo
Sforza, regnando la più insigne malvagia fede in tutte le negoziazioni,
tanto che i giuramenti, spogliati di ogni credenza, più non erano
nemmeno un mezzo d'ingannare. La sospettosa repubblica di Venezia
osservava tutti i passi del suo generale con una inquieta diffidenza:
l'esempio del Carmagnola faceva sentire ciò che dovevasi da lei temere,
e lo Sforza aveva ragione di temere di essere tradito, dal suo governo,
dal suo nemico, e dal mediatore che negoziava tra di loro. Egli volle
lasciare a questi negoziati il tempo di maturare, ed invece
d'intraprendere qualche importante spedizione, si limitò ad assediare
diversi castelli, che il signore di Mantova aveva presi nel Veronese;
dopo di averli sottomessi ai Veneziani ricondusse le sue truppe ne'
quartieri d'inverno[156].

  [156] _Jo. Simonetae Hist., l. V, p. 296. — M. A. Sabellico, dec.
  III, l. V, p. 179._

I soldati di Francesco Sforza si riposavano in Verona dopo le sostenute
fatiche, quelli del duca di Milano a Cremona, quelli de' Fiorentini in
Toscana, e quelli del papa in Romagna. Il patriarca d'Aquilea aveva dopo
la battaglia d'Anghiari cercato di riprendere Forlì e Bologna, ma era
stato respinto da Francesco Piccinino, che comandava a nome di suo padre
in quelle due città. Si era in appresso proposto di richiamare
all'ubbidienza della Chiesa Ostasio III da Polenta, che tre anni prima
era stato costretto a ricevere guarnigione milanese nella sua capitale.
Ma la signoria di Venezia, sebbene alleata del papa, era al tutto
determinata di non lasciar tornare sotto il dominio della santa sede la
città di Ravenna, che per la sua posizione riusciva a Venezia troppo
vantaggiosa, e sulla quale aveva di già esercitati i diritti di
protezione. Invitò dunque Ostasio a venire a rinnovare l'antica sua
alleanza colla repubblica; questo principe andò a Venezia, e seco
condusse, malgrado i suggerimenti del marchese d'Este, la consorte ed i
figli. L'ambizioso e perfido consiglio dei dieci non resistette alla
tentazione di spogliare una famiglia che trovavasi tutta intiera nelle
sue mani. Eccitò in Ravenna alcuni sediziosi, che presero le armi il 14
di febbrajo del 1441, ed aprirono le porte ai Veneziani, chiedendo loro
giustizia contro la tirannide del loro principe. In fatti Ostasio III
aveva dato motivo al giusto risentimento de' suoi sudditi; il consiglio
si arrogò il diritto di giudicarne, e lo mandò a Candia colla sua
famiglia, ove lo ritenne in esilio fino alla morte. Così la casa da
Polenta, che dal 1275 aveva regnato a Ravenna per lo spazio di cento
sessanta sei anni, si vide spogliata della sua sovranità nel tempo
medesimo che si spense il suo ramo primogenito[157].

  [157] _Diario Ferrarese, t. XXIV, p. 191. — Machiavelli Istor.
  Fior., l. V, p. 182. — Navagero Stor. Venez., t. XXIII, p. 1107. —
  Hier. Rubei Hist. Ravennat., l. VII, p. 633. In Burmanni Thesauro,
  t. VII, p. 1._

La repubblica mostrossi più generosa verso Francesco Sforza, e verso
Francesco Barbaro, provveditore di Brescia, ch'ella accolse in Venezia
con infiniti onori. Invitò l'ultimo, con cento de' gentiluomini che
avevano più degli altri contribuito alla difesa di quella città, a
venire a ricevere i pubblici ringraziamenti. Furono presentati alla
signoria; il doge gli abbracciò colle lagrime agli occhi, ed esortò i
sudditi dello stato ad imitarne la fedeltà, chiedendo ai Veneziani di
conservarne eterna memoria. Questi gentiluomini bresciani e la loro
posterità vennero dichiarati esenti da ogni tassa, e fu rilasciata a
favore del comune un'entrata di venti mila ducati, che il fisco ricavava
dai mulini, per ricompensarlo di tanti sagrificj[158].

  [158] _M. A. Sabellico, dec. III, l. V, f. 180._

Mentre che in Venezia non si pensava che a feste ed a godimenti in onore
dello Sforza e di Barbaro, seppesi con sorpresa che il Piccinino aveva
passata l'Adda e l'Oglio il 13 febbrajo del 1441 con otto mila cavalli e
tre mila fanti, e che a Chiari, nello stato di Brescia, aveva sorpreso
due mila cavalli dello Sforza[159]. Nello stesso tempo i suoi soldati
divulgavano la voce, che il senato di Venezia, avendo concepito contro
lo Sforza que' sospetti ch'erano stati cagione della perdita del
Carmagnola dieci anni prima, l'aveva in egual modo allettato a recarsi a
Venezia, e fattagli subire la medesima sorte. Tutta l'armata dello
Sforza era in sul punto di sbandarsi a cagione di questa notizia, e
questo generale dovette affrettarsi di farsi vedere ai suoi soldati ed
ai suoi amici per ismentire le voci sparse ad arte dai nemici[160]: ma
non arrivò a tempo per impedire l'allontanamento di Sarpellione, uno de'
suoi migliori ufficiali, ch'egli aveva sollevato dalla più abbietta
condizione, e il quale, sedotto dal Piccinino, passò ai servigi di
Filippo Maria con tre cento cavalli[161].

  [159] _Poggio Bracciolini, l. VIII, p. 416._

  [160] _M. A. Sabellico, dec. III, l. V, f. 180. — Poggio
  Bracciolini, l. VIII, p. 416._

  [161] _Jo. Simonetae Hist. Francisci Sfortiae, l. V, p. 249._

Il Piccinino ritirossi all'avvicinarsi dello Sforza, siccome colui che
non voleva intraprendere una campagna d'inverno, e rientrò dal canto suo
ne' proprj quartieri. Lo Sforza rese armi e cavalli ai corazzieri che
tutto avevano perduto a Chiari, richiamò i soldati che aveva lasciati in
Toscana, persuase la signoria a rimpiazzare Gattamelata, prendendo al
suo soldo Michele Attendolo suo parente; ma intanto i promessi sussidj
non venendogli esattamente pagati, non potè entrare in campagna che il
primo di giugno, dopo il Piccinino che aveva di già invaso lo stato di
Brescia.

Le due armate si scontrarono il 25 di giugno presso Cignano: lo Sforza
attaccò il suo nemico senza riportarne vantaggio e si ritirò senz'essere
inseguito[162]. In appresso, ingannando il Piccinino, passò l'Oglio a
Pontoglio, ed andò ad assediare Martinengo che impediva la comunicazione
tra Brescia e Bergamo. Il suo nemico, che non aveva saputo vietargli il
passaggio del fiume, fu ben tosto soddisfatto d'averlo lasciato tanto
avanzare; perchè, mentre egli aveva fatto entrare nel castello Giacomo
Gaivano con mille corazze, che bastavano per rendere vani tutti gli
attacchi dello Sforza, venne a porsi egli medesimo alla distanza di un
miglio dal campo degli assedianti in una tale posizione, che rendeva
loro quasi impossibile la ritirata, intercettando le vittovaglie,
molestando i _foraggeri_, e non lasciando loro la libertà di tentare un
assalto sopra Martinengo, perchè in tempo dell'attacco avrebbe potuto
prenderli alle spalle[163]. La posizione dello Sforza rendevasi ogni
giorno più difficile, ed era omai più di un mese che la sua armata stava
sotto Martinengo. Aveva nel suo campo trenta mila persone; la sua
numerosa cavalleria aveva consumati tutti i foraggi del vicinato; egli
era costretto di mandare a cercarne a dieci miglia di distanza, e
sebbene desse sempre grosse scorte ai _foraggeri_, perdeva sempre la
metà de' convogli. I viveri andavano diminuendo, mentre mantenevansi
abbondantissimi ed a basso prezzo nel campo del Piccinino. I suoi
soldati non passavano un solo giorno, una sola notte, senz'essere
inquietati da falsi rumori, senz'essere risvegliati da improvviso
attacco. Tale era lo svantaggio grandissimo di quelle armate di pesante
cavalleria, cui era affidata la somma delle guerre, che mai non potevasi
forzare il nemico a venire a battaglia, perchè il più piccolo
trinceramento bastava a fermare i corazzieri. Lo Sforza, per uscire
dalle strette in cui era caduto avrebbe avuto bisogno d'attaccare il
Piccinino nel suo campo; ma così forte era la di lui posizione, avuto
riguardo ai mezzi d'attacco della cavalleria, che sarebbe stata cosa
insensata il tentarlo[164].

  [162] _Jo. Simonetae, l. V, p. 302. — M. A. Sabellico, dec. III, l.
  V, f. 181. — Scipione Ammirato, l. XXI, p. 33._

  [163] _Jo. Simonetae, l. V, p. 304. — Comment. di Neri di Gino
  Capponi, t. XVIII, p. 1198. — Platinae Hist, Mant., l. VI, p. 838._

  [164] _Scipione Ammirato, l. XXI, p. 35. — Jo. Simonetae, l. V, p.
  305. — M. A. Sabellico, dec. III, l. V, f. 181._

D'assediante, ridotto ad essere assediato, lo Sforza abbandonavasi alle
più tristi riflessioni; perdendo la sua armata, che omai non sapeva più
in qual modo salvare, vedeva sfumare tutte le concepite speranze di
grandezza e di sovranità; quando circa la mezza notte venne introdotto
nella sua tenda Antonio Guidoboni di Tortona, uno de' più fedeli
servitori del duca di Milano, ed amico ancora del conte Sforza.

«Filippo, che a te mi manda, gli disse, conosce abbastanza la tua
prudenza e la tua esperienza militare per assicurarsi che tu non ignori
i pericoli della tua posizione e di quella de' Veneziani e de'
Fiorentini. La mancanza de viveri non può permetterti di tenere ancora
lungamente assediato Martinengo, e la vicinanza della sua armata non ti
lascia modo di ritirarti senza gravissima perdita. Egli si tiene dunque
in pugno una vittoria vicina ed immancabile; pure egli vi rinuncia:
imperciocchè egli, che sempre è stato padrone, non conosce maggiore
indegnità di quella d'essere sottomesso come un prigioniere alle domande
ed alle condizioni che vogliono imporgli i suoi servitori. Ora i suoi
affari sono ridotti a questo punto, che in mezzo alla guerra, quello
stesso Piccinino, ch'egli tanto innalzò, gli chiede la sovranità di
Piacenza, Luigi di Sanseverino quella di Novara, Luigi del Verme vuole
Tortona, Taliano Furlano Bosco e Figarolo nel territorio d'Alessandria,
e gli altri suoi condottieri altri stati o altri feudi. Com'essi lo
vedono senza prole e senza successore, osano, lui vivente, dividere in
tal modo la sua eredità. Ma piuttosto che sottomettervisi, il Visconti
ha risoluto di cercare il tuo avanzamento, il tuo onore e quello de'
Veneziani e de' Fiorentini, purchè tu sappia approfittarne. Per pegno
porrà in tua mano tutto ciò che fu preso dal Piccinino nello stato di
Bergamo, cominciando dallo stesso Martinengo che tu stringi d'assedio.
Ti darà in matrimonio la figlia Bianca e per dote Cremona col suo
territorio, ad eccezione di due castelli. Io devo dunque chiederti
soltanto un salvacondotto per Eusebio Caimo, suo segretario, il quale
verrà subito nel tuo campo a dare l'ultima mano al trattato»[165].

  [165] _Jo. Simonetae, l. V, p. 306._

Lo Sforza, colmo di gioja, dichiarò che accettava le parti di mediatore,
e rilasciò i chiesti salvacondotti. La susseguente notte vennero firmati
i preliminari con Eusebio Caimo, senza che nel campo si avesse il più
leggiere sospetto dell'accaduto. Quando in sul fare del giorno il
procuratore di san Marco, Malipiero, venne presso lo Sforza al consiglio
di guerra coi principali ufficiali dell'armata, questi loro annunciò
sorridendo, che la pace era fatta, e vietò all'istante ogni atto ostile.
Comunicò in appresso al Malipiero le convenute condizioni, facendogli
sentire quanto sarebbe imprudente di aspettare, per conchiudere il
trattato, l'approvazione del senato veneto[166].

  [166] _M. A. Sabellico, dec. III, l. V, f. 182._

Caimo dal canto suo ordinò al Piccinino di sospendere le ostilità.
Questo vecchio generale, che già si teneva la vittoria in pugno, ricusò
alcun tempo di ubbidire ad un ordine che sembravagli tanto assurdo, e di
rinunciare ad infallibili successi. Il segretario di Filippo per ridurlo
all'ubbidienza, fu costretto di minacciarlo di fargli ribellare tutti i
soldati milanesi, che servivano nella sua armata, facendoli passare
nell'armata dello Sforza. Il Piccinino, deplorando la propria sventura,
fu costretto di cedere. Omai, diceva egli, sentivasi sorpreso dalla
vecchiaja, era diventato zoppo in guerra, aveva consumata per Filippo la
sua salute e la vita, e questi non lo credeva degno nemmeno d'essere
chiamato ai consiglj in cui trattavasi della pace. Il suo padrone,
piuttosto che accordargli una ricompensa per la quale aveva così lungo
tempo penosamente servito, davasi egli medesimo colla figliuola in mano
al suo nemico. Gli stessi dominj milanesi, che il Piccinino aveva tante
volte difesi e tante volte strappati a potenti armate venivano date al
suo più antico rivale, a quello stesso che aveva cercato di averli a
viva forza. L'ambizione legittima d'un vecchio generale risguardavasi
come un delitto, mentre Filippo appagava i più avidi voti di colui che
aveva scosso il suo trono, e di cui poteva adesso vendicarsi[167].

  [167] _M. A. Sabellico, dec. III, l. V, f. 182. — Platina Hist.
  Mant., l. VI, p. 838. — Machiavelli Ist. Fior., l. VI, p. 186._

Non pertanto i due generali, che si erano così lungamente battuti, si
scontrarono e s'abbracciarono con tutte le dimostrazioni di vicendevole
stima[168]. I due campi si confusero in un solo, non d'altro mostrandosi
occupati che di feste e di conviti. I popoli, ancora più felici,
credettero che questo trattato, sanzionato da una stretta parentela,
avrebbe avuto maggior durata che non i precedenti, e che lungo tempo
assicurerebbe il riposo dell'Italia. Le nozze di Francesco Sforza e di
Bianca Visconti, allora in età di sedici anni, e non meno illustre per
la sua bellezza e pel suo carattere che per la sua nascita, vennero
celebrate il 24 di ottobre, ed in pari tempo il suo sposo fu posto in
possesso di Cremona e di Pontremoli. Egli era stato riconosciuto arbitro
dalle potenze alleate come dal Visconti. Gli ambasciatori di quelle e di
questo si adunarono presso di lui a Capriana; e dopo alcune
negoziazioni, il 20 novembre del 1441, in virtù della sua autorità
arbitramentale, egli loro dettò le condizioni della pace. Con questo
trattato il duca di Milano, la repubblica di Venezia, quella di Firenze,
quella di Genova, il papa ed il marchese di Mantova, vennero rimessi ne'
loro antichi diritti e confini. L'ultimo soltanto fu costretto a
rinunciare ad ogni pretesa sopra Peschiera, Lonato, Asola e Valeggio,
ch'egli aveva conquistate nel territorio veronese, ed in appresso
perdute: dovette inoltre restituire Porto Legnago, Nogarola, e tutto
quanto possedeva ancora delle precedenti sue conquiste; perciò egli solo
lagnavasi di una pace, che pure era cagione dell'universale
allegrezza[169].

  [168] _Poggio Bracciolini, l. VIII, p. 418._

  [169] _Jo. Simonetae Hist. Fran. Sfortiae, l. V, p. 310. — M. A.
  Sabellico Ist. Ven., dec. III, l. V, f. 183. — Scipione Ammirato, l.
  XXI, p. 83. — Comment. di Neri di Gino Capponi, p. 1198. — Poggio
  Bracciolini l. VIII, p. 419. — Navagero Stor. Venez., t. XXIII, p.
  1108._



CAPITOLO LXX.

      _Carattere d'Eugenio IV. — Concilj di Basilea, di Ferrara e di
      Firenze. — Renato d'Angiò contrasta ad Alfonso d'Arragona
      l'acquisto del regno di Napoli. — Egli perde la capitale ed
      abbandona l'Italia._

1436 = 1442.


Accade talvolta che un uomo innalzato a grandi dignità esercita sul suo
paese, sul suo secolo, su tutta l'Europa un'influenza non proporzionata
ai suoi talenti, alle sue virtù, alla sua capacità, ma alla sola
inquietudine del suo carattere. Si vede prendere parte in tutte le
rivoluzioni, veggonsi gli effetti de' suoi maneggi ne' più lontani
paesi, ed in tutti gli avvenimenti che sembrano avere meno relazione con
tutti gli altri. Dopo averlo incontrato in ogni luogo, si fissa
finalmente lo sguardo sopra di lui, e siamo compresi da maraviglia
trovandolo tanto piccolo proporzionatamente agli effetti da lui
prodotti, finchè non siamo ben convinti che le grandi catastrofi non
indicano spesse volte vera grandezza in colui che le cagionò. Tale fu in
particolar modo papa Eugenio IV, il quale alla metà del quindicesimo
secolo scosse senza interrompimento colle sue passioni ed i suoi maneggi
l'Italia, la Chiesa e tutta la cristianità; che prese parte in tutte le
controversie religiose, in tutte le guerre politiche del suo tempo; che
ancora, dopo morto, fece lungamente sentire l'influsso quasi sempre
funesto del suo regno; e che non pertanto quando ci facciamo a
considerarlo attentamente non ci sembra così forte per eccitare i
movimenti che vediamo continuamente partire dal suo trono.

Si videro in sul declinare dei quindicesimo secolo sedersi sulla
cattedra di san Pietro alcuni papi, la di cui riputazione è talmente
screditata, che gli stessi scrittori ecclesiastici non hanno pur tentato
di difenderli. Ma Eugenio IV non trovasi in questa categoria. Per quanto
sia fatale l'influenza ch'ebbe il suo regno sull'autorità della Chiesa,
per quanti errori abbia commessi in tempo del suo pontificato, gli
annalisti della corte romana hanno preso a giustificarlo, opprimendo
tutti i suoi nemici coi loro anatemi, ed in ogni controversia
risguardando un partito come giusto o come empio, secondo che fu da lui
abbracciato o abbandonato. Enea Silvio, che durante il suo regno era
ambasciatore di Sigismondo presso la santa sede, e che più tardi salì
sul trono pontificio, delineò il ritratto d'Eugenio da quel profondo
politico ch'egli era, eppure non gli attribuisce pressochè altro difetto
che quello della sua leggerezza. «Egli aveva l'animo elevato, dice egli,
ma il suo maggior vizio fu di non aver misura in alcuna cosa, e
d'intraprendere sempre ciò che voleva, non ciò che poteva[170].» Il
Vespasiani, contemporaneo di questo papa, di cui ne scrisse la vita, lo
descrive poco meno che un santo[171]. Infatti Eugenio, regolare fino
allo scrupolo in tutte le discipline monastiche, austerissimo nelle
domestiche abitudini, si asteneva quasi da tuttociò che l'uomo volgare
risguarda come piaceri; ma egli non seppe mai porre limite alle passioni
ond'era agitato, nè la sua cupidigia era frenata dal timore de' falsi
giuramenti.

  [170] _Oratio Aeneæ Silvii de morte Eugenii papæ IV. Vitæ Roman.
  Pont., t. III, p. II, p. 891._

  [171] _Vespasiani Vita Eugen. IV, t. XXV. R. I. p. 255._

Nella distanza in cui oggi lo stiamo osservando, dopo che gli odj di
parte si sono spenti, che i pregiudizj più non hanno impero, e che i
papi, come gli altri sovrani, sono particolarmente giudicati per conto
delle azioni pubbliche, pare che pochi pontefici fossero meno meritevoli
d'Eugenio IV di occupare il primo rango tra i Cristiani. Nelle violenti
rivoluzioni in cui si vede sempre avviluppato, nella guerra col suo
clero, co' suoi sudditi, co' suoi benefattori, manca quasi sempre di
buona fede e di politica. A pochi tiranni si possono imputare tanti atti
di perfidia e di crudeltà, pochi monarchi imbecilli hanno date più
aperte prove d'incapacità e di leggerezza. Così quando si osserva, nel
principio del suo regno, vacillante sul suo trono per gli attacchi,
provocati da lui medesimo, dei popoli, dei sovrani e degli stessi
prelati, non sappiamo comprendere come abbia potuto sostenersi tredici
anni, e trionfare quasi sempre di avversarj forniti di maggiori virtù, e
di più singolari talenti.

Le credenze religiose, che formavano il suo appoggio, conservavano in
allora sugli spiriti un'influenza la di cui natura ed i limiti sembrano
inesplicabili. Esse si erano compiutamente sciolte, almeno rispetto alla
maggior parte degli uomini, da ogni superstizione, da ogni calore di
opinione, da ogni entusiasmo; esse non appoggiavansi ad alcuna idea
morale, più non erano preferite a verun calcolo d'interesse privato; ma
inspiravano tuttavia un allontanamento invincibile da tutto ciò che
portava il nome d'eretico o di scismatico. Gli spiriti che avevano
rigettato ogni legislazione morale, ogni freno alle loro passioni, ogni
principio indipendente dai loro interessi, avevano ribrezzo d'entrare in
disamine religiose; essi sollevavansi contro la libertà di pensare, e
non contro i nuovi dommi. Vedevansi senza scandalo accusare il papa o i
suoi prelati di atroci delitti, e vedevansi colla medesima indifferenza
i loro nemici ricorrere contro di loro ad una insigne perfidia[172].
L'indegna condotta del Vitelleschi, patriarca d'Alessandria, non sembrò
più odiosa in ragione della elevata sua dignità ecclesiastica, come non
fu cagione di scandalo il tradimento con cui il papa fece perire il suo
antico amico, il suo ministro. Risguardavasi come una legittima astuzia
della regnante politica l'artificio del Piccinino, che si era dal papa
fatto anticipare il danaro, col quale gli aveva tolto gli stati; com'era
pure un calcolo affatto semplice quello con cui papa Eugenio voleva
togliere allo Sforza la Marca, che gli aveva dato egli medesimo e
garantita con mille giuramenti: egli non era più legato al suo difensore
poichè più non gli abbisognavano i suoi servigi. Sarebbe pure stato
senza difficoltà scusato il principe o il prelato, che si fosse alleato
coi Turchi e cogli eretici, purchè ciò fosse tornato a suo utile e non
fosse stato fatto senza motivo. Ma ancora coloro che ponevano sì poco
freno all'ambizione ed alle passioni politiche, fremevano al solo nome
degli Ussiti. Essi non esaminavano se la loro dottrina fosse
riprovevole, o s'era in opposizione coi dommi primitivi sui quali è
fondata l'umana società, o co' suoi rapporti verso il creatore; bastava
loro che fosse condannata per desiderare ardentemente che fosse
distrutta col ferro e col fuoco. Lo scopo delle crociate, predicate
sotto Eugenio IV, nella Sassonia, nel Brandeburghese nell'Austria,
nell'Ungheria, non tendeva, come nel dodicesimo secolo, a soccorrere i
fratelli oppressi, ma ad esterminare i dissidenti. Non volevansi
convertire i Boemi, ma strascinarli sul rogo. Questo desiderio erasi
fatto nazionale presso popoli sui quali la religione esercitava
pochissima influenza. L'intera Cristianità non aveva allora un solo
uomo, nemmeno tra i più vantati filosofi, che credesse permesso ai
Cristiani il convivere coi miscredenti, e che non rigettasse con orrore
l'idea della tolleranza.

  [172] Il lettore cattolico potrà rettificare le sue idee intorno a
  queste generali osservazioni leggendo i primi capitoli della Storia
  del Concilio di Trento del cardinale Pallavicino. _N. d. T._

Nella forza dell'educazione, dell'esempio, delle abitudini radicate da
più secoli, ed il di cui esame mai non era permesso, può solo trovarsi
la spiegazione delle grossolane contraddizioni, nelle quali vediamo
cadere l'intelletto umano. Non conviene attribuire il nostro modo di
ragionare a que' secoli che si erano formati un'altra logica, nè ricusar
di credere all'impero delle passioni che regnavano allora perchè ci
sembrano non conciliabili. La storia prova pur troppo evidentemente, che
lo sragionamento umano non ha limite, quando credesi appoggiato ad
un'autorità d'un ordine superiore. A questa mescolanza di perfidia e di
fanatismo, d'indifferenza per la morale e di zelo per la fede, i
crociati d'Eugenio IV andarono debitori de' loro prosperi avvenimenti
contro gli Ussiti. Riuscirono a dividerli per distruggerli, ad
ingannarne una parte con false promesse, ad arruolarli sotto i loro
stendardi, ad armare gli uni contro gli altri. Niuno degli artifici più
condannati della più corrotta politica venne risparmiato; e quando
ebbero ottenuto l'intento loro, credettero dovuto alla gloria di Dio il
distruggere gli strumenti di cui si erano serviti. «In fine della
guerra, dice lo storico Cocleo, rimanevano tuttavia tra le mani dei
vincitori molte migliaja di prigionieri, che Mainardo di Casa Nuova
voleva distruggere per liberarsi da questa colpevole razza. Ma perchè
temeva di confondere cogli eretici innocenti contadini, che forse erano
stati forzatamente arruolati, fece pubblicare tra i prigioni che la
guerra non era ancora terminata, che Czapchon era fuggito, e che voleva
inseguirlo; che perciò abbisognava di que' valorosi soldati che avevano
militato sotto i due Procopj; che confidava nel loro coraggio e nella
loro esperienza della guerra; che in conseguenza, diceva egli, aveva
fatto assegnar loro un soldo sul pubblico tesoro, finchè il regno fosse
perfettamente tranquillo; faceva perciò invitare tutti coloro che
volevano servire a passare ne' vicini casolari che faceva aprire,
raccomandando loro di ben guardarsi d'ammettere in loro compagnia
contadini non accostumati alle armi, i quali dovevano anzi essi medesimi
rimandare all'aratro. Dietro tale invito alcune migliaja di Taboriti e
d'Orfanelli entrarono nelle capannine, che secondo l'uso di Boemia erano
tutte coperte di stoppie. Si chiusero subito le porte, ed appiccatovi il
fuoco, questa feccia, questo rifiuto della razza umana, dopo avere
commessi tanti delitti, pagò finalmente tra le fiamme la pena del suo
disprezzo per la religione[173].» Tale era nel quindicesimo secolo la
sensazione che faceva il racconto d'una perfidia, quando n'erano vittima
gli eretici; tale era ancora in Italia verso la metà del diciasettesimo
secolo. Rainaldi, l'annalista della Chiesa, adottando il racconto di
Cocleo, vi aggiugne soltanto, che «queste vendicatrici fiamme fecero
passare gli Ussiti da un fuoco terrestre ad un fuoco eterno[174][175].»

  [173] _Coclaeus Hist. Hussitarum, l. VIII._

  [174] _Rayn. Ann. Eccles. 1434, § 23, t. XVIII._

  [175] Eppure il Rainaldi non era italiano! ed in Italia nel 17.º
  secolo si avevano da molti le stesse opinioni di tolleranza che aver
  si potevano altrove tra i più colti cattolici degli altri paesi; e
  per tacere di tanti altri, ne fanno prova le scritture di F. Paolo
  Sarpi, e di altri teologi e canonisti, che dovettero assumere le
  difese di qualche stato contro le pretese della corte pontificia.
  _N. d. T._

Fu a cagione di quest'orrore per ogni esame della fede, che la riforma
predicata in Boemia con tanto fervore, e spesso accompagnata da tanta
ferocia, non guadagnò un solo partigiano in Italia, nè fece nascere il
menomo dubbio sui sacri diritti d'un papa, o di chi rappresentava la
Chiesa, e de' quali vedevasene così da vicino la corruzione. Per la
stessa ragione un'altra assai più stretta riforma e più limitata, che il
concilio di Basilea intraprendeva nello stesso tempo in seno
all'ortodossia, venne parimente disapprovata; Felice V, che sotto tutti
i rapporti era superiore ad Eugenio IV, fu screditato come antipapa, e
la prodigiosa scossa che ricevette la Chiesa in tempo di questo
agitatissimo pontificato non rendette la libertà agli spiriti.

Una maggiore indipendenza d'opinioni ed in pari tempo un più vero zelo
per i sentimenti religiosi pareva che di quest'epoca avessero dominato
nella Germania. Sebbene il concilio di Basilea avesse invitato alle sue
deliberazioni i deputati di tutte le nazioni cristiane, aveva non
pertanto ricevuto il suo carattere dai principi e dai prelati tedeschi
che vi si trovavano in numero assai maggiore, e sentiva lo spirito
popolare della nazione, in seno alla quale era adunato. Tutte le sue
deliberazioni, tutti i suoi decreti, malgrado l'amore del bene, della
libertà, della religione, ond'era animato, annunciano una mancanza di
precisione nelle idee, che doveva impedire di giugnere giammai in
quest'assemblea ad un'utile riforma, il concilio aveva approvato nel
1436 le _compactata_ dei Boemi col re Sigismondo. Per il bene della pace
e perchè Sigismondo salir potesse sul trono paterno, erasi in qualche
modo convenuto d'ingannarsi vicendevolmente, d'ammettere reciprocamente
una nuova professione di fede, i di cui vocaboli erano così vaghi ed
oscuri, che ognuno poteva intenderli a modo suo, e che i Boemi sembrando
oramai ortodossi, i cattolici non sarebbero più obbligati in coscienza a
far loro la guerra. Sarebbe per avventura stato savio consiglio il
riconoscere per cristiane tutte le sette che sarebbersi accordate
intorno ai dommi fondamentali del cristianesimo, malgrado qualche
dissidenza su cose di minore importanza; ma l'avviluppare con ambigue
parole quelle stesse quistioni che formavano l'oggetto della disputa,
dare una espressione comune ad opinioni diametralmente opposte,
pretendere di andare d'accordo con una professione di fede
inintelligibile intorno a ciò che nè l'una nè l'altra parte voleva
abbandonare, era lo stesso che acconsentire ad ingannarsi
reciprocamente, e mancare nello stesso tempo di buona fede cogli uomini
e col cielo[176].

  [176] Vedansi queste _Compactata in Lenfant Hist. du Concile de
  Bâle, l. XVIII, p. 43_, ed in _Rayn. Ann. 1436, § 16, p. 158._

Questo trattato, sebbene assai diffettoso, fu non pertanto il più
giudizioso atto del concilio, non essendo tutti gli altri decreti che
vane declamazioni contro l'incontinenza, contro la simonia, contro gli
errori di alcuni sconosciuti eretici. Non era possibile di applicare al
governo della Chiesa idee così vaghe, nè di prevedere un risultamento
probabile o possibile da veruno de' suoi decreti. I prelati sinceramente
desideravano la riforma degli abusi, ma non volevano dal canto loro
trovarsi angustiati nella propria diocesi rispetto alla libertà o
all'autorità, e perciò non pensavano a stabilire una più ferma
organizzazione, che potesse comprimere i vizj, che essi condannavano
nelle loro declamazioni.

Il concilio mostrava una più giusta conoscenza degli affari nei suoi
piani d'attacco che ne' suoi stabilimenti permanenti. Per soppiantare il
papa i prelati attaccavano successivamente le annate, le collazioni de'
beneficj, le nuove contribuzioni e tutte le altre sorgenti della
pontificia ricchezza. Denunciavano le une dopo le altre nelle loro
grandi assemblee tutte le usurpazioni della corte di Roma, per le quali
avevano individualmente sofferto[177]. Il concilio trovavasi diviso in
quattro deputazioni, o sia camere, nelle quali i suffragi del clero
inferiore sembrano essere stati ritenuti eguali a quelli dei
prelati, e questa mescolanza faceva in tutte dominare le opinioni
democratiche[178]. Lo spirito di corpo che s'andava sviluppando in
queste assemblee fortificavasi per la persuasione in cui erano i loro
membri, che i loro suffragi riuniti esprimevano la stessa volontà dello
Spirito Santo. Perciò non ponevano verun limite alle loro pretese; si
sforzavano di tutto concentrare nel concilio, e volevano sottomettere la
Chiesa all'autorità popolare della loro assemblea, che agli occhi loro
era l'autorità di Dio. Ogni giorno essi toglievano qualche prerogativa
alla santa sede per attribuirsela; disputavano in pari tempo intorno al
fondo ed alla forma di tutte le questioni; ogni concessione del papa
rendevali più arditi ad esprimere qualche nuova inchiesta; in somma la
tattica loro era quella stessa delle grandi assemblee legislative che
furono viste lottare coi re nelle monarchie che cambiavano costituzione.
Avrebbero infatti mutata la costituzione della Chiesa, se non avessero
spinta troppo lontano la loro ambizione. Ma i padri del concilio
credettero avere una missione dallo Spirito Santo per governare le
potenze temporali egualmente che la Chiesa di Dio; si eressero arbitri
de' principi della Germania e de' re, e le orgogliose loro pretese
terminarono coll'alienare gli animi dell'imperatore Sigismondo e de'
loro più zelanti protettori.

  [177] _Concil. General., t. XII, sess. VIII, p. 499, 500, sess. XII,
  p. 509, sess. XXXI, p. 601 ec_. Può vedersi una rapida enumerazione
  dei loro attacchi in una Bolla d'Eugenio IV, _Raynal. Ann. Eccles.
  1435, § 7, p. 141, e di nuovo 1436, § 2, p. 147._

  [178] _Ann. Eccles. 1436, § 8, p. 152._

Quest'imperatore, che aveva riaccesa la guerra in Boemia, non osservando
verso gli Ussiti le convenzioni che aveva giurate avanti d'essere
coronato, morì l'otto dicembre del 1487. Col suo testamento chiamò, per
quanto da lui dipendeva, suo genero, Alberto II d'Austria, all'eredità
delle sue corone. Era questo l'istante in cui la contesa tra il concilio
ed Eugenio era più viva. Eugenio, che diffidava dello spirito
indipendente dei Tedeschi, che aveva già più volte cercato di traslocare
il concilio per istancheggiare i padri coi viaggi e colle eccedenti
spese, e costringerli in tal maniera a tornare volontariamente a casa
loro, aveva acquistato un ausiliario, sul quale non aveva potuto contare
prima d'allora. Era questi l'imperatore di Costantinopoli, Giovanni VI
Paleologo, che stretto nella sua capitate dalle armi dei Turchi, e
minacciato della vicina distruzione della sua nazione, veniva a chiedere
agli Occidentali una protezione, che la greca fierezza aveva lungamente
ricusata. Egli si sottometteva a rientrare col suo clero in seno della
romana Chiesa, ad abiurare le credenze ed i riti, pei quali i suoi
antenati avevano sparso tanto sangue, e sperava a tale prezzo di
ottenere dai Latini, invocandoli come fratelli, maggiori soccorsi.

Il Paleologo misurava la loro riconoscenza sulla grandezza del
sagrificio che egli loro faceva. Nulla poteva costargli di più quanto
l'unione delle due chiese, cosa da lui sempre giudicata empia e
sacrilega. Voleva in allora farvi acconsentire i suoi sudditi, onde
ottenere a tale prezzo una potente crociata; ma s'egli avesse preveduto
quante poche braccia si sarebbero per sua difesa armate in Occidente,
non sarebbesi al certo assoggettato ad un passo, che a' suoi occhi
feriva l'onor suo e la sua coscienza. Ma anche facendolo egli volle pur
conservare qualche dignità, e rendevasi difficile intorno alle
condizioni. Non voleva trasportarsi ne' lontani e sconosciuti paesi
della Germania e della Francia, ed i suoi prelati vi si sarebbero
rifiutati più di lui. Sebbene mosso dalle offerte del concilio di
Basilea, ed incerto tra il papa e questa assemblea, egli protestò che
non recherebbesi a Basilea; e ricusò egualmente Avignone, come tutte le
città della Savoja, ove i prelati del concilio avevano offerto di
traslocarsi per incontrarlo[179]. Desiderava particolarmente di piacere
al papa, e di corteggiarlo, perchè sembravagli che il papa fosse
tuttavia il dominatore del cristianesimo; le sue ricchezze, l'estensione
de' suoi stati, e la loro prossimità alla Grecia, davano maggior prezzo
alla sua alleanza. Eugenio dal canto suo, che sentiva il vantaggio
grandissimo che l'unione de' Greci darebbe alla sua causa, procurava di
compiacere l'imperatore, e giunse perfino a proporre di adunare in
Costantinopoli il concilio ecumenico progettato, sotto la presidenza di
un suo legato[180], sperando senza dubbio di scoraggiare in tal modo i
vescovi latini, e di sciogliere il concilio di Basilea. In quest'ultimo
si dava pure grandissima importanza all'unione delle due chiese, e gli
ambasciatori greci eranvi trattati con que' riguardi, che più non si
accordavano ad Eugenio IV[181].

  [179] _Labbe Conc. Gen., t. XII, p. 578, 580, sess. 25. — Ann.
  Eccles., p. 1434, § 15, p. 132._

  [180] _Rayn. Ann. Eccles. 1435, § 8, p. 142._

  [181] _Sess. 24, Conc. Gen. Labbe, t. XII, p. 567._

Ma il timore d'impedire la riunione dei Greci alla Chiesa Romana lasciò
luogo finalmente alla sempre crescente collera del concilio. Il papa era
stato da molto tempo citato a presentarsi a quest'assemblea, e perchè
non aveva ubbidito, venne dichiarato contumace nella 28.ª sessione il
1.º ottobre del 1487[182]. Eugenio, in quest'occasione, dovette la sua
salvezza alla precipitazione ed all'indecenza del procedere de' suoi
avversarj. Gli ambasciatori di quasi tutti i principi riclamavano contro
una rivoluzione, che non avrebbe mancato di strascinare il cristianesimo
in un nuovo scisma. Il papa, prendendo ardire da questa favorevole
disposizione de' sovrani, traslocò di propria autorità il concilio a
Ferrara; si trovò tra i padri di Basilea una debole minorità che si unì
a lui; esso accettò la traslazione con decreto che emanò in nome di
tutta l'assemblea, e venne subito a stabilirsi nella città ch'erale
stata assegnata. L'apertura di questo nuovo concilio ebbe luogo l'8
gennajo del 1438, quando non vi si trovavano ancora che cinque
arcivescovi, dieciotto vescovi, e dieci abati, quasi tutti sudditi del
papa[183]. Non pertanto l'imperatore di Costantinopoli vi andò subito
dopo col despota della Morea, suo fratello, il patriarca di
Costantinopoli, venti tra arcivescovi e vescovi greci, ed i veri e
supposti deputati degli altri patriarchi dell'Oriente. Venne a
presiedere il concilio Eugenio IV, e la prima sessione dell'assemblea
delle due chiese fu tenuta il giorno 8 di ottobre del 1488[184].

  [182] _Ann. Eccles. 1437, § 18, p. 177. — Labbe, t. XII, sess.
  XXVIII, p. 590._

  [183] _Labbe Conc. Gen., t. XIII, p. 876._

  [184] _Labbe, t. XIII, Conc. Flor. Hist., sess. I, p. 34. — Hist. du
  Conc. de Bâle, l. XIX, p. 78._

In questo concilio italiano più non rimaneva nulla di quello spirito
d'indipendenza che animava sempre quello di Basilea: i prelati di
Ferrara non si mostrarono meno zelanti per la monarchia della Chiesa, di
quello che i padri di Basilea lo fossero pel suo governo repubblicano.
Condannarono il concilio de' loro avversarj, chiamandolo un
conciliabolo; pronunciarono sentenza di scomunica contro gli
ecclesiastici, che gli rimarrebbero attaccati, contro coloro che
avrebbero col medesimo corrispondenza, contro i mercanti che gli
porterebbero vittovaglie, o altro oggetto necessario alla vita, ed
invitarono i fedeli a dividersi l'avere di questi mercanti,
appoggiandosi a questa autorità evangelica, _justi tulerunt spolia
impiorum_[185]. Altronde ogni cura di riformare la Chiesa, di porre un
limite tra l'autorità della sede romana e quella de' vescovi, a Ferrara
fu abbandonata, e fu trattato esclusivamente il grand'affare dell'unione
delle due chiese. Le quattro quistioni, dell'uso del pane senza lievito,
dell'autorità del papa, del purgatorio e della processione dello Spirito
Santo, vennero trattate con tutta la sottigliezza che può essere
adoperata in argomenti superiori alla portata dell'umana ragione[186].
Il concilio fu come un campo di battaglia pei teologi scolastici: i più
riputati uomini della Grecia e dell'Italia vi vennero a far pompa
d'erudizione e di eloquenza. L'amore delle lettere si era rianimato
quasi con ardore eguale in Oriente ed in Occidente; la filosofia
platonica si studiava dal clero greco, che non ignorava l'antichità e
cercava d'imitare l'eloquenza e la dialettica dell'antica Accademia.
Bessarione, arcivescovo di Nicea, che fu poi cardinale, comunicò ai
Latini con quella sottile filosofia un gusto più puro, una ragione più
severa, cui i suoi compatriotti erano giunti i primi collo studio di una
più vasta letteratura. Ma mentre fu giudicato in Occidente come colui
che si era reso sommamente benemerito delle lettere, ebbe la taccia di
disertore presso i suoi fratelli d'Oriente, poichè si lasciò sedurre
dalle dignità e dalle ricchezze della corte di Roma; egli abbandonò il
partito nazionale e la sua _defezione_ decise della sommissione della
Chiesa greca. Il patriarca di Costantinopoli era morto il 10 giugno dei
1439[187], tutti i vescovi che l'avevano seguito erano stati privati
della piccola pensione loro promessa; volevasi domarli colla cattività e
colla miseria, e con tali mezzi in fatti si costrinsero finalmente a
dare il loro assenso. Essendo scoppiata in Ferrara la peste, erasi
traslocato il concilio a Firenze, nella di cui cattedrale fu proclamata,
il 6 luglio del 1439 nella 25.ª sessione, l'unione dei Greci e dei
Latini[188]. Sebbene la maggior parte della Chiesa greca l'abbia in
appresso rigettata, questa riconciliazione è riconosciuta ancora
nell'età presente dalla piccola congregazione che porta il nome di Greci
uniti.

  [185] _Rayn. Ann. Eccles. 1438, § 5, p. 187._

  [186] Il concilio di Calcedonia, per evitare certe insolubili
  questioni che facevano nascere nuove eresie, aveva proibito di nulla
  aggiungere al Simbolo Niceno; ma i Latini vi avevano fatta
  l'aggiunta del _filioque_, che dichiarando la duplice processione
  dello Spirito Santo, aveva fatto nascere lo scisma. I Greci parevano
  adunque fondati sopra una decisione della Chiesa universale,
  riconosciuta ancora a Roma; ma veniva loro risposto, che il
  concilio, vietando di nulla aggiugnere al Simbolo, aveva
  sott'inteso, _niente di contrario al senso o alla fede della
  Chiesa_. Ora poichè la doppia processione dello Spirito Santo faceva
  parte della fede cattolica, ciò che era in quistione, erasene potuto
  aggiugnere la dichiarazione al Simbolo. _Ann. Eccles. Rayn. 1438, §
  18, p. 196_. Può giudicarsi da quest'esempio della dialettica
  adoperata in questa assemblea.

  [187] _Acta Con. Flor. Labbe Concil. Gen., sess. XXV, t. XIII, p.
  494 e 1131._

  [188] _Ann. Eccles. Raynald. 1439, § 1, p. 201. — Concil. Gener., t.
  XIII, p. 510._ Tutta la storia di quest'unione viene
  circostanziatamente descritta dietro l'autorità degli storici greci
  in _Gibbon, Decline and fall of the Roman Empire, c. 66, p.
  330-346._

In conseguenza di tale unione il papa promise ai Greci in nome dei
Latini, una flotta, un'armata e dei sussidj per difendere
Costantinopoli, quando i Turchi si avanzassero ad attaccarla[189]. A
conto di questo futuro sussidio, Eugenio IV fece pagare dai Medici,
banchieri della santa sede, dodici mila fiorini alla guardia
dell'imperatore. Il viaggio di Paleologo e de' suoi prelati era stato in
gran parte pagato coi regali delle città e dei principi che loro avevano
accordata l'ospitalità. Pure la condiscendenza dei Greci, e la lunga
loro lontananza dalla patria, non ebbero per loro, generalmente
parlando, che i più meschini risultati; il solo Eugenio IV ne tirò tutto
il vantaggio. Dopo quell'epoca egli godette d'una considerazione assai
maggiore che prima non aveva, e venne considerato come continuamente
intento alla pacificazione della Chiesa, mentre che il concilio di
Basilea non tendeva che a dividerla. Nulla trascurò il papa di quanto
potesse contribuire ad accrescere questa nuova gloria. Dopo che i Greci,
non meno che la maggior parte de' prelati latini ebbero abbandonata
l'assemblea di Firenze, Eugenio ne trasportò i deboli avanzi a Roma, ed
in quest'ombra di un concilio ecumenico, ammise le supposte deputazioni
degli Etiopi, dei Sirj, de' Caldei, de' Maroniti; conchiuse con questi
disertori di diverse sette nuovi trattati d'unione, di cui le loro
chiese mai non ebbero notizia, ed in tal modo compì apparentemente la
pacificazione dell'Oriente[190].

  [189] _Ann. Eccles. Rayn. 1439, § 10, p. 205._

  [190] _Annal. Eccles. 1442, § 1, p 264. — Labbe Concil., t. XIII.
  Acta Concil. Flor. p. III, p. 1197 e seg. — Hist. du Concile de
  Bâle, l. XXI, p. 160._

D'altra parte il concilio di Basilea, abbandonato da una parte de' suoi
partigiani, ma sempre frequentato dai vescovi di tutte le contrade della
Cristianità, e sempre riconosciuto dalla Germania, dalla Francia, dalla
Spagna e dall'alta Italia, elesse finalmente per papa il 5 novembre del
1439 Amedeo VIII di Savoja, che in allora più non era che il decano dei
cavalieri di san Maurizio di Ripaglia, e che prese il nome di Felice
V[191]. Questo sovrano, che fino a tale epoca aveva goduto opinione di
uomo prudente, e che, stanco delle cure del governo, aveva nel 1434
rinunciata l'amministrazione de' suoi stati a suo figlio maggiore,
Luigi, principe di Piemonte, accettò la nomina del concilio, che lo
chiamava negli estremi suoi giorni a più cocenti cure, che non erano
state quelle del trono che aveva abdicato. Fissò alternativamente il suo
soggiorno a Basilea, a Losanna ed a Ginevra con una immagine della corte
di Roma, che compose in quattro promozioni di ventiquattro
cardinali[192]. Mentre che i due concilj ed i due papi continuavano per
alcuni anni a caricarsi di scomuniche, le due metà della Chiesa
sforzavansi di diffamarsi a vicenda colle più oltraggiose e calunniose
imputazioni, e questi scandali furono trasmessi ai futuri secoli, non
per mezzo di libelli, ma nelle dichiarazioni infallibili de' concilj e
de' papi[193]. Eugenio IV non doveva soltanto difendere la sua potenza
spirituale colle negoziazioni coi Greci, e con aperta guerra contro il
concilio, ma ancora i suoi temporali dominj, i quali erano egualmente
minacciati dalle guerre ond'era agitata l'Italia; guerra cui la sua
naturale inquietudine non gli permetteva di essere straniero. Abbiamo
osservato che nella guerra della Lombardia egli era diventato l'alleato
attivo delle repubbliche di Venezia e di Firenze: egli prese parte
ancora nella guerra di Napoli, ma meno vivamente; aveva abbracciato il
partito d'Angiò, e si trovò compromesso dai rovesci di questo partito,
ch'egli aveva male secondato.

  [191] _Rayn. Ann. Eccles. 1439, § 33, p. 224. — 1440, § 1, p. 331._

  [192] _Labbe Concil. Gener., t. XII, p. 636, 638. Acta Concil.
  Basil., sess. 39, 40. — Guichenon Hist. Génér. de la maison de
  Savoie, t. II, p. 65._

  [193] Nella _Collezione generale de' Concilj del Labbe_ il tomo XII
  è consacrato al concilio di Basilea, ed il XIII a quello di Ferrara.
  Quasi tutti i documenti di questa scandalosa lite vi si trovano per
  disteso. Può leggersi in _Monstrelet, vol. II des Chroniques, p.
  157_, una bolla d'Eugenio IV diretta al re di Francia ed agli altri
  sovrani della cristianità il 10 aprile del 1439, nella quale accusa
  Amedeo ed i padri del concilio di Basilea di essere _diavoli, sotto
  figure e specie di uomini travestiti_.

Alfonso di Arragona, che disputava la corona a Renato d'Angiò, non aveva
dovuto combattere per lungo tempo che la moglie del suo rivale, Isabella
di Lorena era venuta a Napoli nel 1485, con Luigi suo secondo figliuolo;
la sua saviezza e le sue virtù la rendettero cara agli antichi
partigiani della casa d'Angiò, e di concerto con loro ella sostenne tre
anni una lotta disuguale, finchè venne a raggiugnerla il di lei sposo.
Renato sbarcò nel porto di Napoli il 19 maggio del 1438[194]. Ma la sua
libertà eragli costata un'enorme taglia, i suoi tesori erano esausti,
egli non recava nè sussidj, nè armata in un regno ruinato, le di cui
entrate venivano divise tra i faziosi. I suoi partigiani, non meno
adescati dalla dolcezza e dalla bontà del suo carattere che dal suo
coraggio, avevano da principio mostrato il più vivo zelo; ma quando si
accorsero che soli dovevano fare tutto per lui, il loro zelo scemò ed i
suoi affari andarono sempre più declinando. Nella Calabria gli era stata
tolta Cosenza per tradimento, e tutta la provincia seguì la sorte della
capitale e si sottomise ad Alfonso. Nella Puglia Giovanni Antonio
Orsini, principe di Taranto, chiamò alla ubbidienza dell'Arragonese
quasi tutte le città, tranne Manfredonia ed alcuni castelli in cui
teneva guarnigione Francesco Sforza: negli Abruzzi la sola città
dell'Aquila mantenevasi fedele a Renato colle piazze di confine della
Marca d'Ancona, possedute pure dallo Sforza.

  [194] _Barthol. Facii de Reb. Gest. Alphon. Regis, l. VI, p. 76._

Giacomo Caldora o Caudola, duca di Bari, era morto il 18 novembre del
1439, dopo essere stato il più fermo appoggio del partito d'Angiò[195].
Suo figlio Antonio, che gli successe nel comando delle armate e del
ducato di Bari, era meno del padre affezionato agli Angioini, o meno
disposto ad ubbidire ad un re che non poteva pagarlo, e svegliò la
diffidenza di Renato. Questo principe volle togliergli l'armata, e la
perdette col suo generale, che nell'estate del 1440 passò al servigio
dell'Arragonese. Più non restava nella Campania al principe francese che
la città di Napoli, e questa pure assediata, e mancante di vittovaglie.
Tanto nell'interno del regno, che in altri stati non vedevasi un'armata
o un principe che potessero arrecargli soccorso[196].

  [195] _Barthol. Facii Rer. Gest. Alphon. Regis, l. VI, p. 89._

  [196] _Jo. Simonetae Hist. Franc. Sfortiae, l. VI, p. 311. — Uberti
  Folietae Genuen. Hist., l. X, p. 595. — Barthol. Facii Rer. Gest.
  Alphonsi Regis, l. IV, p. 92._

Alfonso credette il momento favorevole per chiudere per sempre
l'ingresso del regno al solo alleato che avesse Renato; e cercò di
togliere per sorpresa a Francesco Sforza tutto ciò che questo
condottiere possedeva nella monarchia siciliana. Lo Sforza, occupato in
allora nella guerra di Lombardia, aveva lasciate poche truppe ne' varj
feudi che aveva ereditati da suo padre. Era affezionato al re Renato, e
nemico d'Alfonso, contro il quale egli suo padre avevano lungamente
combattuto; ma egli aveva con questo principe fatta una tregua di dieci
anni, in forza della quale le piazze forti da lui occupate erano state
dichiarate neutrali, ed i loro mercati egualmente aperti alle due
fazioni. I Napolitani, di già bloccati da Alfonso, approfittavano di
tale neutralità per tirare vittovaglie da Benevento, e questo fu il
fatale pretesto di cui si valse il re d'Arragona per rompere il suo
trattato, e sorprendere questa piazza in sul finire del 1440.
Approfittando de' primi successi occupò in pochi giorni per accordo o
per forza tutti i castelli del vicinato, e tutto quanto possedeva nella
Campania Francesco Sforza. In principio del susseguente anno fece
attaccare dai suoi luogotenenti i feudi che lo Sforza aveva negli
Abruzzi, mentre andò egli stesso ad assediare Troja.

Francesco Sforza, in allora al servizio de' Veneziani, era abbastanza
occupato dal Piccinino. Non pertanto mandò per il mare Adriatico due de'
suoi luogotenenti, Cesare Martinengo e Vittore Rangone per difendere la
sua eredità. Il corpo di cavalleria che questi conducevano sbarcò a
Manfredonia, ove si affrettarono di raggiugnerlo i partigiani pugliesi
di Renato: s'avanzarono verso Troja per obbligare Alfonso a levarne
l'assedio; ma questi attaccò i due capitani, li ruppe, e disperse
interamente la loro piccola armata. Alessandro Sforza, fratello del
conte Francesco, e suo luogotenente nella Marca d'Ancona, fu più
fortunato contro Raimondo di Caldora, che comandava gli Arragonesi negli
Abruzzi; lo sconfisse e fece prigioniere con circa cinquecento cavalli;
scacciò dalla provincia il rimanente della di lui truppa, ma non cercò
d'inseguirla, e di approfittare della sua vittoria[197].

  [197] _Jo. Simonetae Hist. Franc. Sfortiae, l. VI, p. 312. —
  Giornali Napoletani, t. XXI, p. 1122. — Barthol. Facii Rer. Gest.
  Alphon. Regis, l. VII, p. 95._

Il cardinale di Trento, mandato da Eugenio IV, entrò pure con un'armata
di dieci mila uomini nel contado d'Albi dell'Abruzzo ulteriore per
sostenere il partito di Renato; ma dopo una breve campagna, che non
venne illustrata da verun'impresa importante, fece una tregua con
Alfonso e rientrò nel territorio della Chiesa. Vedendo il re d'Arragona
che gli sforzi de' suoi nemici erano impotenti, ricondusse i suoi
soldati sotto Napoli, e la strinse in modo, che le vittovaglie salirono
ben tosto ad un eccessivo prezzo. Il re Renato faceva distribuire sei
once di pane ai soldati ed agli abitanti il giorno che facevano la
guardia, e tutti gli altri erano ridotti ad alimentarsi di erbaggi o di
animali immondi e schifosi[198]. Nondimeno Renato si era in modo
affezionati i Napolitani, era così apertamente partecipe delle loro
privazioni e dei loro pericoli, che il popolo non si lagnava, e
sottomettevasi per amor suo ai più grandi patimenti. Ma tutta la
speranza degli assediati fondavasi sul conte Sforza; sapevano essi che
dopo la pace di Lombardia questo generale era rimasto alla testa di una
fiorente armata, che si era arricchito coi tesori di suo suocero, e che
niente omai lo riteneva in Lombardia. Renato lo affrettava a salvare un
amico dall'ultima sua ruina, ed a vendicarsi di un nemico che lo aveva
assalito senza essere stato provocato. Infatti lo Sforza animato da
giusto sdegno per la ricevuta ingiuria, si pose in cammino in principio
di gennajo del 1442 per assicurare la propria autorità nel principato
della Marca, e per difendere o riconquistare i suoi feudi ereditarj del
regno di Napoli[199].

  [198] _Giornali Napoletani, t. XXI, p. 1122. — Barth. Facii Rer.
  Gest. Alphonsi, l. VII, p. 99._

  [199] _Jo. Simonetae, l. VI, p. 313. — Sabellico Hist. Venet. dec.
  III, l. VI, f. 185._

Un così formidabile avversario poteva un'altra volta cambiare la sorte
della guerra. Alfonso, avvisato del suo imminente arrivo, supplicò il
duca di Milano a soccorrerlo prima che perdesse una conquista, che omai
credeva sicura. Era il Visconti, egli diceva, che gli aveva posta la
corona in capo; per terminare quest'opera altro più non restava a farsi
che ritenere lo Sforza fuori del regno, finchè Napoli avesse capitolato;
ed in allora la riconoscenza d'Alfonso per così grande beneficio non
sarebbe più impotente[200].

  [200] _Niccolò Machiavelli Istor. Fior. l. VI, p. 187._

È verosimile che nell'istante in cui Filippo Maria si era rappattumato
collo Sforza, e che gli aveva data la figlia, avrebbe avuto tanta
influenza sul di lui animo da persuaderlo a rimanersi inattivo,
particolarmente qualora gli avesse guarentiti o fatti restituire i feudi
che gli si erano tolti. Ma il duca di Milano non voleva mai conseguire i
suoi fini che per mezzo dell'intrigo; egli aveva una decisa passione
disinteressata per gl'inganni, e preferì di ruinare suo genero e sua
figlia, piuttosto che cercare di persuadere il primo a seguire le sue
viste. Forse la morte di Niccolò, marchese d'Este, accaduta il 26
dicembre del 1441, contribuì ad intiepidire il Visconti intorno ad un
parentado trattato da questo principe. Niccolò, uno de' più accorti
sovrani che abbia prodotti l'illustre famiglia d'Este, aveva così ben
guadagnata la confidenza del Visconti, che questi lo aveva indotto a
fissare il 5 aprile del 1441 la sua dimora in Milano, e ve lo aveva
trattenuto come confidente, amico e suo solo consigliere; onde
spargevasi voce che sarebbe stato nominato successore del duca. La morte
di Niccolò, che aprì la successione di Ferrara e di Modena a suo figlio
naturale Lionello, uno de' grandi protettori delle lettere e delle
arti[201], venne attribuita a veleno che si suppose essergli stato dato
da' suoi rivali nella corte di Milano. Filippo, perdendo il suo
consigliere, si ravvicinò a coloro che godevano per lo innanzi il suo
favore, ed in particolare a Niccolò Piccinino; ordinò a questo generale
di assoldare la maggior parte de' corazzieri che i Veneziani avevano
licenziati dopo la pace, e di prendere il cammino di Bologna. Nello
stesso tempo scrisse ad Eugenio IV, che l'istante era finalmente giunto
di ricuperargli la Marca d'Ancona, che pentivasi d'aver data in feudo
allo Sforza, e gli offriva per riconquistarla le truppe del Piccinino
pagate per tutto il tempo che durerebbe la guerra[202].

  [201] _Diario Ferrarese, t. XXIV, Rer. Ital., p. 192._

  [202] _Jo. Simonetae Hist. Francisci Sfortiae, l. VI, p. 314._

Pochi mesi prima lo Sforza comandava le truppe della lega, di cui era
parte anche il papa; era ancora minor tempo che lo Sforza era stato
riconosciuto da questo papa per arbitro nell'ultimo trattato di pace;
finalmente in questa stessa epoca egli accorreva in soccorso di un
alleato della corte di Roma, di già ridotto alle ultime angustie: ma nè
la riconoscenza, nè i giuramenti potevano tenere a freno l'ambizione
d'Eugenio. Egli accettò la proposizione che gli faceva il duca di
Milano, sagrificò senza scrupolo Renato, alla di cui difesa poco prima
credeva attaccata l'indipendenza della santa sede, nominò il Piccinino
gonfaloniere della Chiesa, e senza dichiarazione di guerra, in mezzo
alle più pacifiche proteste, lo autorizzò a sorprendere Todi, e ad
assediare Assisi[203].

  [203] _Jo. Simonetae, l. VI, p. 315._

Lo Sforza, trattenuto nella Marca da così inaspettato attacco, abbandonò
il progetto di soccorrere la casa d'Angiò, per opporsi al Piccinino.
Intanto l'accidente favorì Alfonso. Un muratore, cacciato dalla fame
fuori di Napoli, indicò al re d'Arragona il giro e l'uscita di un
acquidotto abbandonato, pel quale Belisario era entrato in questa città.
Credevasi bastantemente chiuso colle palafitte, ed erasi trascurato di
porre una guardia in que' luoghi umidi ed oscuri. Il muratore condusse
il 2 giugno del 1442 dugento soldati arragonesi a traverso a
quest'acquidotto fino ad una torre cui faceva capo. Nello stesso tempo
Alfonso fece dare l'assalto alle mura per distrarre gli assediati; e
malgrado la valorosa resistenza di Renato, gli Arragonesi penetrarono in
città per due diversi luoghi. È peraltro probabile che sarebbero stati
respinti, se uno di loro non presentavasi nelle strade di Napoli montato
sul cavallo d'un corazziere napoletano da lui ucciso. A tale vista fu
universalmente creduto che una porta della città fosse stata occupata
dal nemico, poichè v'era entrata la stessa cavalleria, ed in allora più
non fu possibile di trattenere i fuggitivi. Renato, strascinato da loro,
si chiuse in Castelnuovo; la città venne saccheggiata per alcune ore; ma
Alfonso, essendovi entrato, ristabilì l'ordine, ed accolse umanamente
tutti gli abitanti. Le fortezze di Capuano e di Capo di monte si
arresero dopo pochi giorni, quelle di Castelnuovo e di sant'Elmo
rimasero più lungamente in potere di Renato. Questo principe non vi si
rinchiuse per difenderle; egli s'imbarcò per passare prima a Firenze,
poi a Marsiglia, ed in sul finire di questo stesso anno, quando perdette
la speranza di ricuperare il regno di Napoli, fece rendere ad Alfonso le
fortezze che venivano ancora custodite per suo conto, onde non
prolungare inutilmente i mali di un popolo, che gli aveva mostrato tanto
amore e tanta fedeltà[204].

  [204] _Giornali Napoletani, t. XXI, p. 1125-1128. — Jacobi Bracelli
  Gen. Hispani Belli, l. V, f. m. — Jo. Simonetae, l. VI, p. 316. —
  Ann. Bonincontrii Miniat., t. XXI, p. 151. — Uberti Folietae
  Genuens. Hist., l. X, p. 597. — Barth. Facii Gest. Alphonsi Regis,
  l. VII, p. 102. — Jo. Mariana, l. XXI, c. 17, p. 27._

Frattanto continuavasi la guerra nella Marca d'Ancona, sebbene i
Fiorentini, che risguardavano la conservazione dello Sforza come
necessaria alla loro propria indipendenza, cercassero, d'accordo coi
Veneziani, di ristabilire la pace. Bernardo de' Medici erasi recato per
commissione loro alle due armate per essere mediatore, e due volte aveva
strappato al pontefice ed al Piccinino l'assenso per un equitativo
trattato. Ma tosto che lo Sforza, fidandosi ai loro giuramenti, prendeva
la strada del Tronto per entrare nel regno di Napoli, il papa o i suoi
legati scioglievano il Piccinino dall'osservanza della sua parola,
fondandosi sul principio, _che nessun trattato svantaggioso alla chiesa
è valido_; e questo generale ricominciava le ostilità[205]. La prima
volta approfittò della buona fede dello Sforza per sorprendere
Tolentino, la seconda per assediare Assisi. Il sovrano della Marca,
impedito in tutti i suoi progetti, perdeva le sue truppe alla
spicciolata; tutti i distaccamenti comandati dai suoi capitani o dai
suoi fratelli, Giovanni ed Alessandro, erano successivamente
battuti[206]. Assisi fu preso, ed il nemico vi entrò per un acquidotto,
come pochi mesi prima era entrato in Napoli. Tre degli ufficiali
generali dello Sforza, Manno Barile, Cesare Martinengo e Vittore
Rangone, credendo i suoi affari disperati, erano passati al soldo del re
Alfonso. Questi sottomise in poco tempo tutto ciò che negli Abruzzi ed
in seguito nella Puglia conservavasi tuttavia fedele a Renato ed allo
Sforza. L'Aquila gli aprì le porte, Manfredonia e Troja capitolarono,
quando lo videro vicino, e prima che terminasse l'anno Francesco Sforza
più non conservava un solo feudo, di quanti suo padre ne aveva
acquistati nel regno di Napoli con tante fatiche e tante vittorie[207].

  [205] _Jo. Simonetae, l. VI, p. 322. — Bulla Eugenii IV 3 augusti
  1442. Florentiae. — Rayn. Ann. Eccles. 1442, § 12, p. 270._

  [206] _Jo. Simonetae, l. VI, p. 320._

  [207] _Jo. Simonetae, l. VI, p. 323. — Barth. Facii, l. VII, p.
  107._

Poteva restare a Renato d'Angiò qualche speranza di risalire sul trono
di Napoli, finchè il valoroso condottiere, che aveva abbracciato il suo
partito, era padrone delle strade degli Abruzzi e della Puglia; ma la
ruina di Francesco Sforza consumava quella degli Angioini, e Renato
dovette infatti differire, fin dopo la morte del suo avversario, ogni
tentativo per rientrare nel regno, cui credeva di avere diritto. Egli si
era tenuto sicuro dell'alleanza del papa; i loro trattati erano stati
sanzionati da tutte le dimostrazioni d'amicizia che mai possono darsi i
Sovrani, e dalla guarenzia ancora più grande del vicendevole vantaggio;
e non pertanto Eugenio IV era il vero autore della ruina del principe
Angioino. Quand'egli aveva preso il Piccinino a suo soldo, e che aveva
assalito lo Sforza in onta alla giurata pace, aveva tolta a Renato la
sola speranza di salute che gli rimanesse, e fatta cadere la corona dal
suo capo. Il principe fuggitivo, prima d'abbandonare l'Italia, aveva
desiderato almeno di rimproverare questa mancanza di fede al suo
imprudente alleato. Venne per lagnarsene a Firenze, ove trovavasi in
allora la corte pontificia; non ebbe difficoltà a provare che la
diversione operata contro il suo difensore aveva accresciuta la miseria
de' suoi fedeli partigiani, che con lui sostenevano l'assedio di Napoli.
Ma Renato trovavasi allora senza stati e senza armate, e non osò alzare
troppo la voce per lagnarsene; si mostrò soddisfatto della buona volontà
che tuttavia gli mostrava la corte pontificia; accettò dal papa con
riconoscenza l'investitura degli stati che aveva perduti; perciocchè
Eugenio IV, quasi riparare volendo il commesso errore, pose in capo a
Renato con grande cerimonia, ed in nome della Chiesa, la corona d'un
regno, che questo principe aveva dovuto abbandonare[208].

  [208] _Ann. Eccles. Raynaldi 1442, § 13, p. 271._



CAPITOLO LXXI.

      _Alfonso di Napoli, Eugenio IV ed il duca di Milano si uniscono
      contro lo Sforza per torgli la Marca d'Ancona. — Le repubbliche
      di Firenze e di Venezia prendono le sue difese. — Rivoluzioni di
      Bologna. — Morte di Eugenio IV e di Filippo Maria Visconti._

1443 = 1447.


Le due lunghe e sanguinose guerre che avevano straziato il nord ed il
mezzodì dell'Italia erano terminate: la pace di Capriana, che aveva
ristabiliti i rapporti di buona vicinanza tra il duca di Milano e le due
repubbliche di Venezia e di Firenze, non era per anco stata violata. La
ritirata di Renato d'Angiò lasciava Alfonso V d'Arragona pacifico
possessore del regno di Napoli, che aggiugneva a quelli della Sicilia e
della Sardegna. La Lombardia, le due Sicilie e lo stato della Chiesa,
spossati da tante guerre, sospiravano il riposo. Ma in mezzo ai
principi, che governavano questi stati, il figlio di un contadino,
Francesco Sforza, aveva fondata una Monarchia militare, che inspirava
diffidenza a tutti i suoi vicini. Egli medesimo non aveva verun
interesse di turbare la pace d'Italia; anzi il proprio vantaggio lo
chiamava a conservarne la tranquillità, onde più solidamente stabilire
il suo principato della Marca; e come condottiere preferiva di fare la
guerra per conto d'altri, non per sè medesimo. Coloro che lo
qualificavano come usurpatore, e che pretendevano che il riposo
dell'Italia non potesse conciliarsi col mantenimento della sua autorità,
non avevano per avventura diritti assai più legittimi di quelli di
Francesco. Alfonso non regnava in Napoli che pel diritto di conquista;
Filippo Maria aveva allargato in Lombardia il suo dominio con una lunga
serie di slealtà, ed Eugenio IV era un prete decorato della tiara
malgrado il voto de' suoi elettori medesimi; ma tutti erano persuasi che
una più pericolosa usurpazione per loro sarebbe quella sanzionata dai
talenti e dal carattere; che un soldato, salito sul trono, ne
indicherebbe la strada a tutti i valorosi, e che il paragone d'un tal
uomo comprometterebbe la sicurezza di tutti coloro che dovevano il loro
rango all'eventualità della nascita.

L'accanimento contro Francesco Sforza pareva accrescersi in ragione
della diffidenza che ogni sovrano aveva diritto di concepire di lui
medesimo. Alfonso V, cui le vicendevoli offese, e la rivalità di parte
tenuta lungo tempo, avevano poste le armi in mano, era non pertanto il
più disposto a riconciliarsi collo Sforza, perciocchè, conscio del
proprio valore, egli non temeva di spogliarsi delle insegne del
principato, e pareggiarsi uomo per uomo con un eroe. Il Visconti, ch'era
suocero dello Sforza e che talvolta trovava nel suo cuore l'affetto
paterno per la figlia e pei nipoti, era per lo contrario divorato da
estrema gelosia, e vedeva nel nuovo signore, ch'era riuscito ad unire il
sangue dei Visconti al sangue del contadino di Cotignola, un successore
che oscurerebbe la sua gloria, e forse un formidabile rivale
apparecchiato a spogliarlo. Non pertanto il più acerbo nemico dello
Sforza era Eugenio IV. Era in su le porte di Roma, e nelle sue stesse
province che un soldato insegnava ad uomini effeminati quale ricompensa
possa ottenere il coraggio, e che a lato alla carriera percorsa dagli
ecclesiastici, ne apriva un'altra che in mezzo a maggiori pericoli ed
alla gloria conduceva agli stessi onori ed allo stesso potere. Lo Sforza
riconosceva dallo stesso Eugenio IV l'investitura della Marca, come
giusto premio de' suoi servigi, e come prezzo del sangue che aveva
versato per la santa sede. Ma Eugenio era determinato di ritogliergli
questa provincia a qualunque costo. Egli aveva sagrificato il suo
alleato Renato d'Angiò a questo ardentissimo desiderio, e si accostò per
soddisfarlo ad Alfonso d'Arragona, che aveva sempre risguardato come suo
nemico. Per istabilire con lui un'alleanza, mandò a Napoli il suo nuovo
favorito, il patriarca d'Aquilea, e pochissimi mesi dopo avere
accordata, così mal a proposito, l'investitura del regno a Renato, firmò
un trattato con Alfonso col quale lo riconosceva re di Napoli, e si
obbligava a mantenergli la corona, guarentendone l'eredità a suo
figliuolo naturale, don Ferdinando. Ma il prezzo di tale alleanza fu
l'obbligo, assuntosi da Alfonso, di portare la guerra nella Marca
d'Ancona, e di continuarla finchè ne avesse scacciato lo Sforza, e
rimesso il papa nella piena sovranità di tutto quanto vi possedeva
questo capitano[209].

  [209] _Jo. Simonetae, l. VI, p. 324. — Rayn. Ann. Eccl. 1443, §. 1,
  p. 273. — Marin Sanuto Vite dei Duchi di Venez., p. 1108. — Barth.
  Facii, l. VIII, p. 111._

Niccolò Piccinino, generale del duca di Milano, trovavasi in allora al
soldo del papa, e comandava l'armata destinata alla conquista della
Marca, mentre Alfonso faceva avanzare le sue truppe verso la stessa
provincia. Lo Sforza, abbandonato da molti suoi luogotenenti, vedevasi
attaccato da ventiquattro mila uomini di cavalleria pesante, cui non
poteva opporre che otto mila. In verun modo non poteva dare battaglia
con forze tanto sproporzionate, onde risolse di destinare la metà circa
de' suoi soldati a formare le guarnigioni di tutte le principali città
della Marca, affidandole a governatori che gli erano legati per
matrimoni o per sangue. Mentre loro ordinava di stancare la pazienza de'
nemici col sostenere lunghi assedj, giudicò opportuno di tenersi al
largo da ogni attacco con circa quattro mila uomini, che formerebbero il
nucleo d'una nuova armata, in testa alla quale gli sarebbe libero di
marciare a disturbare gli assedj delle sue fortezze, qualunque volta
credesse di poterlo fare con vantaggio[210]. Scelse per luogo di sua
residenza la città di Fano, posta negli stati di Sigismondo Malatesti,
suo genero, e la fortificò in modo da potervi, ove fosse d'uopo,
sostenere un lunghissimo assedio. In pari tempo non cessava di
affrettare i soccorsi delle repubbliche di Firenze e di Venezia, e la
sua ritirata in Romagna gli agevolava il modo di riceverli più
sollecitamente. Le due repubbliche sentivano che la sicurezza loro
richiedeva che fosse salvo il generale solo capace di salvarle a vicenda
in un istante di pericolo; pure i loro apparecchi non si facevano colla
dovuta diligenza. Fortunatamente per lo Sforza Filippo, che aveva bensì
voluto indebolirlo, ma non ruinarlo interamente, in sul finire di
quest'anno fece istanza ad Alfonso di desistere dalle ostilità contro il
suo genero, e dietro le sue preghiere, questo re vittorioso abbandona
un'impresa che sembravagli sicura[211].

  [210] _F. Adami Frag. de Reb. Gest. in Civ. Firmana, l. II, c. 85,
  p. 61._

  [211] _Jo. Simonetae, l. VI, p. 331. — Annales Forolivienses, t.
  XXII, p. 222. — Barth. Facii Rer. Gest. Alphonsi, l. VIII, p. 117._

Rivoluzioni assai più vicine avevano tenute inquiete Firenze e Venezia,
e ritardati i soccorsi che le due repubbliche destinavano allo Sforza.
Dopo che Niccolò Piccinino aveva tolta Bologna alla Chiesa, questa città
aveva richiamati i suoi esiliati, e reso al suo governo press'a poco
l'antica forma repubblicana, ma sotto la sopravveglianza di Francesco
Piccinino, figliuolo di Niccolò, che aveva il comando della guarnigione.
Questi non tardò a concepire qualche diffidenza di Annibale Bentivoglio,
pel di cui richiamo egli stesso aveva operato, ma che adesso vedeva
rapidamente riacquistare il credito della sua famiglia, in altri tempi
sovrana. Parevagli inoltre che i Bolognesi si ponessero troppo
pienamente in possesso della libertà loro promessa, e questi per lo
contrario lagnavansi, che andasse troppo ristringendo i privilegj
ch'erasi obbligato a conservare. In tali circostanze Francesco Piccinino
andò a prendere i bagni a Castel san Giovanni, facendovisi accompagnare
da Annibale Bentivoglio, da Gaspare e da Michele Malvezzi, e da più
altri gentiluomini bolognesi. Nell'uscire dal primo pranzo che aveva
fatto con loro, fece arrestare i primi tre, che furono all'istante
tradotti in tre lontane fortezze. I Bolognesi s'addirizzarono al duca
Filippo ed a Niccolò Piccinino per far rilasciare i loro tre illustri
concittadini; ma vane tornarono tutte le loro istanze. Galeazzo
Marescotti preferì in allora di tentare egli stesso la liberazione di
Annibale Bentivoglio, suo amico, piuttosto che ricorrere ad un ingiusto
padrone. Recossi a Varano, nello stato di Parma, ove sapeva ch'era
chiuso Annibale, sedusse un fabbro ferrajo impiegato nel castello, che
gliene fece conoscere tutte le uscite ed i luoghi in cui venivano poste
le sentinelle. Il Marescotti si associò in allora cinque gentiluomini
bolognesi, entrò con loro, scalando le mura, in Varano, uccise la
sentinella che incontrò in sul suo passaggio, sorprese mentre dormiva il
comandante della fortezza ed i cinque o sei soldati che vi si trovavano,
e, facendosi consegnare Annibale Bentivoglio, partì con lui
immediatamente alla volta di Bologna. I loro amici, che gli aspettavano,
procurarono loro l'ingresso in città nella susseguente notte del 5
giugno 1443 con scale di corda che loro gettarono dall'alto delle mura,
mentre nelle loro case eransi segretamente adunati moltissimi loro
partigiani. Tutt'ad un tratto uscirono chiamando ad alte grida il popolo
alle armi ed alla libertà, e facendo nello stesso tempo suonare a stormo
nella chiesa di san Giacomo; una folla di cittadini venne a
raggiugnerli, e fecero prigioniero nel pubblico palazzo Francesco
Piccinino ed i soldati che dovevano difenderlo[212].

  [212] _Jo. Simonetae, l. VI, p. 325. — Comm. di Neri di Gino
  Capponi, p. 1200. — Platina Hist. Mant., l. VI, p. 840. — Marin
  Sanuto Vite dei Duchi, p. 1108. — Hieron. de Bursellis Ann. Bonon.,
  t. XXIII, p. 879. — Cronica di Bologna, t. XVIII, p. 667-670._

Avendo Bologna ricuperata la libertà e posto Annibale Bentivoglio alla
testa del suo governo, fece tosto chiedere ai Fiorentini ed ai Veneziani
di riceverla nella loro alleanza, che sembrava destinata ad accogliere
tutti gli amici della libertà. Malgrado il pericolo di questa
associazione, i due popoli non si mostrarono difficili. I Fiorentini
spedirono a Bologna Simoneta di Campo san Pietro con quattrocento
cavalli, ed i Veneziani Tiberto Brandolini con cinquecento. Questi due
generali, uniti ai Bolognesi, il quattordici agosto riportarono sopra
Luigi del Verme, ufficiale del Piccinino, una vittoria che assicurò
l'indipendenza di Bologna. Il primo uso che Annibale Bentivoglio fece
degli ottenuti vantaggi, fu quello di procurare la libertà ai due
Malvezzi ch'erano stati con lui arrestati, come pure ai due Canedoli,
capi di una contraria fazione, ch'egli sperava di rendersi amici coi
beneficj. Furono tutti quattro rilasciati in cambio di Francesco
Piccinino, che Annibale restituì al padre[213].

  [213] _Jo. Simonetae, l. VI, p. 327._

I Fiorentini medesimi non andarono affatto immuni da interne turbolenze.
Gli è vero che Cosimo de' Medici non cercava di governare la città come
principe; ma come capo di partito non sapeva soffrire veruna
opposizione. Neri, figlio di Gino Capponi, lo pareggiava di riputazione
e quasi di potere; egli solo in Firenze aveva saputo mantenersi in
eminente dignità sotto i due governi. Egli non erasi punto legato agli
Albizzi, onde non era stato strascinato nella loro caduta; ma non
tenevasi nemmeno obbligato a fare la sua corte ai Medici. Tenuto in
molta considerazione da' suoi concittadini, non era meno stimato dai
soldati. Più volte aveva comandate le armate fiorentine, ed egli solo
tra i magistrati aveva fatte brillare ai loro occhi le virtù militari.
Dovevasi a suo padre l'acquisto di Pisa, a lui la vittoria d'Anghiari
sopra il Piccinino e l'acquisto del Casentino. Quanto più l'intera città
stimava il Capponi, altrettanto Cosimo de' Medici rendevasi di lui
geloso. Di già in settembre del 1441 aveva cercato d'umiliarlo col più
sanguinoso affronto. Tra gli amici di Neri Capponi, uno de' più zelanti
era Baldaccio d'Anghiari, fedele condottiere della repubblica, che
sempre aveva comandata l'infanteria, e che si era acquistata grandissima
riputazione in quest'arma, di cui cominciavasi a sentire l'importanza.
Baldaccio poteva all'occasione di un tumulto popolare dare importanti
soccorsi al Capponi, e fare a lui raccogliere il frutto d'una vittoria
che il Medici non voleva dividere con chicchefosse. Così vaghi sospetti
bastarono ai capi del partito dominante per determinarli a disfarsi d'un
uomo eminentemente distinto. All'odiosa loro politica s'aggiunse il
risentimento del gonfaloniere di giustizia, Bartolomeo Orlandini, quello
stesso che aveva tanto vilmente abbandonato Marradi nel 1440. Sapeva
costui che Baldaccio aveva parlato con disprezzo della sua condotta, che
lo aveva accusato di viltà in presenza della magistratura e dell'armata,
e lusingavasi di ricuperare la propria riputazione col far perire il suo
accusatore. Fece un giorno chiamare Baldaccio in palazzo, il quale
v'andò senz'ombra di diffidenza. Il gonfaloniere lo intrattenne alcun
tempo intorno ad affari relativi al soldo delle truppe, passeggiando
lungo i corridoj che guardano la pubblica piazza. Tutto ad un tratto
alcuni soldati appostati dall'Orlandini lanciaronsi sopra Baldaccio, lo
pugnalarono e gettarono il suo cadavere dalle finestre del palazzo sulla
piazza, presso la dogana, ove rimase tutto il giorno esposto alla vista
del popolo. Un così violento atto di tirannia, eseguito in una
repubblica, non venne seguito da veruna procedura o giudizio;
imperciocchè per una strana imprudenza i Fiorentini, tanto gelosi della
loro libertà, niente avevano fatto per guarantirsi dall'abuso del potere
giudiziario. Baldaccio d'Anghiari venne dalla folla risguardato come
colpevole di qualche segreto tradimento, poichè lo vedeva punito; gli
amici di Cosimo insuperbironsi, vedendo che niuno ardiva opporsi alla
loro autorità, quelli di Neri Capponi tremarono, e per qualche tempo non
fu notata ne' consiglj veruna opposizione[214].

  [214] _Niccolò Machiavelli Istor. Fior., l. VI, p. 190. — Scip.
  Ammirato, l. XXI, p. 37._

Quando dopo tre anni di pace i rivali dei Medici cominciarono a
riprendere fiato, Cosimo li percosse con un nuovo spavento, con un mezzo
veramente più conforme agli usi della repubblica, ma non perciò meno
sovversivo della libertà. La signoria, che sedeva in maggio del 1444, si
fece accordare dai consiglj il potere dittatoriale della balia in
compagnia di dugento cinquanta cittadini che vennero prescelti a tale
effetto[215]. Quest'arbitraria magistratura, che le stesse leggi
ponevano al di sopra delle leggi, limitò il numero di coloro che
potevano entrare nella signoria, tolse l'impiego di segretario di stato,
ossia di cancelliere delle riformagioni, a Filippo Peruzzi e lo esiliò,
prolungò l'epoca del richiamo di tutti coloro ch'erano di già esiliati,
ne condannò altri senza nuovo processo, privò d'ogni parte alle
magistrature tutte le famiglie che potevano essere sospette al partito
dominante, e concentrò in tal modo il governo nelle mani della ristretta
oligarchia, che lo aveva usurpato[216].

  [215] _Scip. Ammirato, l. XXII, p. 44._

  [216] _Niccolò Machiavelli. Istor. Fior., l. VI, p. 193._

Dopo essersi in tal modo internamente assicurati del loro potere, e
averlo rassodato al di fuori col rinnovamento della loro alleanza col
duca di Milano[217], i capi della repubblica fiorentina pensarono a dare
più efficaci soccorsi al loro alleato, Francesco Sforza. Di già avevano
essi stipulato un trattato con Filippo Maria Visconti, pubblicato in
Firenze il 18 ottobre del 1443, in forza del quale il duca obbligavasi a
mandare a suo genero tre mila cavalli e mille fanti[218]; e bentosto
ordinarono a quello stesso Simoneta, che aveva difesi i Bolognesi, di
avanzarsi a traverso la Romagna per unirsi allo Sforza.

  [217] _Scip. Ammirato, l. XXII, p. 43._

  [218] _Marin Sanuto Vite dei Duchi, t. XXII, p. 1111._

Intanto il conte Francesco aveva avuti nuovi disastri; era stato
abbandonato da Troilo di Rossano e da Pietro Brunoro, sebbene il primo,
essendo vecchio ufficiale, educato nella scuola di suo padre, e già in
età di sessant'anni, sembrar dovesse inaccessibile alle seduzioni della
cupidigia o all'incostanza. Molti altri ufficiali avevano nello stesso
tempo abbandonate le insegne dello Sforza per passare sotto quelle
d'Alfonso; essi avevano seco trascinati quasi tutti i loro soldati, e
l'incostante popolo della Marca d'Ancona si era ovunque ribellato,
senz'avere altro scopo o altra speranza, che quella di mutar padrone.

Francesco Sforza, esulcerato da tante indegnità, ne fece ancor esso
un'indegna vendetta. Mentre il re Alfonso avvicinavasi a Fermo con
Troilo, Brunoro e gli altri fuggiaschi, che formavano la maggior parte
della sua armata, lo Sforza scrisse a' primi per avvisarli che
finalmente era giunto l'istante di fare quanto essi gli avevano
promesso. Affidò questa lettera ad un messo, che egli sapeva dover
essere preso nel recarsi al campo nemico, e nello stesso tempo fece
spargere incerte voci nel proprio accampamento di una grande rivoluzione
che non doveva tardar molto, e che darebbe ai suoi soldati sommo
contento e ricchezze. Il messo dello Sforza venne infatti fermato, e fu
portata ad Alfonso la lettera addirizzata ai due capitani. Il re
arragonese fu preso da grandissimo terrore, credendosi tradito dai due
disertori; le relazioni delle spie ch'egli teneva nell'armata dello
Sforza accrebbero la sua diffidenza. Fece all'istante armare tutti i
suoi più fedeli soldati, e prendere, spogliare e caricare di catene
Troilo e Brunoro, ch'eransi recati al suo padiglione; e mentre egli
abbandonava i loro soldati all'avarizia ed alla vendetta de' suoi, fece
tradurre i due capitani prima a Napoli, poi in un castello del regno di
Valenza ove languirono in prigione più di dieci anni[219].

  [219] _Jo. Simonetae, l. VI, p. 328. — Giornali Napoletani, t. XXI,
  p. 1128. — Barthol. Facii, l. VIII, p. 123._ Questo scrittore giunse
  nel campo lo stesso giorno.

Pietro Brunoro aveva rapita nella Valtellina una fanciulla, detta Bonna,
che lo seguiva vestita da soldato, e che sempre combatteva al suo
fianco. Questa donna, affezionatissima al suo padrone ed amante, si fece
a procurargli la libertà. Andò di città in città a cercare tutti i
capitani, tutti i magistrati, tutti i principi pei quali Brunoro aveva
combattuto; chiese loro certificati di fedeltà, e commendatizie per
Alfonso; passò anche in Francia, onde ottenere dalla compassione o dalla
galanteria de' principi francesi un'assistenza ch'essi non vollero
ricusare ad una donna. Con queste commendatizie tornò presso Alfonso, lo
commosse collo zelo e colla costanza con cui aveva raccolte tante
raccomandazioni, ed ottenne da lui la libertà di Brunoro. Passarono
insieme al servizio dei Veneziani con un soldo di venti mila ducati, e
Bonna, diventata consorte di colui che aveva salvato, continuò a
combattere al suo fianco, lo seguì in Grecia, ove Pietro Brunoro perì a
Negroponte nel 1466, non potendo sopravvivergli, morì ancor essa lo
stesso anno[220].

  [220] _Muratori Ann. d'Italia all'anno 1443_. Dietro l'autorità di
  _Cristoforo da Costà, Elogi delle donne illustri_. — Porcelli vide
  nel 1453 Pietro Brunoro, che in allora serviva nell'armata di
  Giacomo Piccinino, dopo avere ricuperata la libertà. Dice che questo
  capitano era in allora vecchio, losco ed offeso in un fianco da
  paralisia; che Bonna, che lo accompagnava, portava un turcasso in
  ispalla, un arco in mano e stivaletti da soldato, con un caschetto
  in capo. «È, soggiugne, una donna piccola, vecchia, gialla e
  magrissima; ma è sincera, fedele al suo amico, ed ha più volte
  attraversato l'Oceano per vederlo e procurargli la libertà.» _De
  Gest. Scip. Piccinini, t. XXV, Rer. Ital., p. 43._

Il re Alfonso, dopo avere sbandati egli stesso i disertori che aveva
ragunati, ritirossi nel proprio regno, vinto dalle istanze del duca di
Milano. Dopo di ciò lo Sforza si trovò di avere press'a poco eguali
forze del Piccinino; ed altronde si andava adunando nella Romagna
un'armata sussidiaria di circa quattro mila cavalli, mandata dai
Veneziani e dai Fiorentini. Erano cominciate le piogge dell'autunno, ed
i nemici, che avevano veduto tutta l'estate lo Sforza condannato
all'inazione, non credevano di doverlo temere al ritorno della cattiva
stagione. Alfonso aveva poste le sue truppe ne' quartieri d'inverno, e
Niccolò Piccinino, fortificatosi a monte Lauro, presso Pesaro, non aveva
bisogno di uscire dal suo campo per togliere la comunicazione tra
l'armata delle due repubbliche, che sotto gli ordini di Taddeo d'Este
erasi innoltrata fino a Rimini, e quella che si era chiusa in Fano. Ma
Francesco Sforza era impaziente di ristabilire la propria riputazione
compromessa da tanti rovesci; segretamente chiamò presso di sè i corpi,
che sotto il comando di Alessandro, suo fratello, e di Sarpellione,
avevano difesa la Marca d'Ancona; riunì sotto le sue bandiere molte
compagnie d'infanteria licenziate da Alfonso, quando prese i quartieri
d'inverno; fece avvisare Taddeo d'Este di avanzarsi verso monte Lauro, e
l'8 di novembre si mosse per avvicinarsi al Piccinino. Mentre
avanzavasi, incontrò un araldo d'armi, che questi gli mandava sotto
qualche pretesto per riconoscere i suoi movimenti. «Va a dire al tuo
padrone, gli disse lo Sforza, che andiamo a bere al suo fiume.» Infatti
per giugnere al Piccinino era d'uopo passare la Foglia, l'antico
Pisauro, che copriva il campo posto tra monte Lauro e monte all'Abate.
Per altro lo Sforza non era intenzionato d'attaccare il nemico la stessa
sera del suo arrivo, perchè una leggiere pioggia, che rendeva più
sdruccievole il declivio dell'eminenza su cui stava il nemico,
accresceva lo svantaggio dell'attacco; voleva soltanto accamparsi in
faccia al Piccinino, ed aspettare colà Taddeo d'Este. Ma le scaramucce
ch'ebbero luogo nel passaggio del fiume resero la battaglia generale. I
soldati dello Sforza di già occupati nel formare il loro campo
sull'altra riva, vennero respinti da un numero superiore; essi
presentavansi continuamente al generale per chiedere rinforzi e nuovi
cavalli, e lo Sforza li ricondusse contro il nemico, rinfacciandoli di
poca fermezza; nello stesso tempo aveva staccato Sarpellione con un
ragguardevole corpo, che, girando l'armata del Piccinino alla sinistra,
comparve improvvisamente sopra della medesima sull'alto della collina. A
tale vista il Piccinino più non potè contenere i suoi soldati, e fu egli
stesso strascinato dai fuggiaschi nel campo. Sperava di potervisi
difendere, e molti de' suoi più valorosi sostennero alcun tempo la
battaglia alle porte, ma in ultimo i suoi trincieramenti furono forzati
dall'impeto del vincitore. Un immenso bottino cadde in potere dei
soldati dello Sforza, i quali, mentre si appropriavano le armi ed i
cavalli, facevano fuggire i prigionieri; questi, approfittando della
notte, si rifugiarono nelle città e ne' castelli del vicinato; e lo
stesso Piccinino, errante tutta la notte per aspre montagne, giunse a
stento all'indomani a monte Sicardo, ove si pose in sicuro. Lo Sforza,
per non perdere i vantaggi della vittoria, voleva subito condurre la sua
armata nella Marca d'Ancona, che avrebbe castigata per la sua
ribellione, e tutta sottomessa in pochi giorni; ma Sigismondo Malatesti,
suo genero, lo trattenne colle sue importunità, facendosi pagare
l'ospitalità, che gli aveva accordata, coll'impiegare le di lui truppe a
riconquistare Pesaro[221].

  [221] _Jo. Simonetae, l. VI, p. 338-343. — Ann. Forolivien., t.
  XXII, p. 222. — Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 1112. — Barth.
  Facii, l. VIII, p. 126. — Franc. Adami Frag. de Reb. Gest. in Civit.
  Firmana, l. II, c. 97, p. 66._

Il Piccinino, ajutato dai tesori della Chiesa, trovò modo, durante
l'inverno, d'adunare i suoi soldati; mentre lo Sforza, senza danaro,
poteva difficilmente impedire nuove diserzioni. I sussidj che gli pagava
la repubblica di Venezia furono tutti ritenuti da Sigismondo Malatesti,
che vantava vistosi arretrati. Quelli di Firenze furono mandati al suo
luogotenente Sarpellione, che sosteneva la guerra con molto valore ne'
territorj d'Osimo e di Recanati, ed il grosso dell'armata, che trovavasi
sotto gl'immediati ordini di Francesco Sforza, non riceveva il suo
soldo, onde non poteva rifare i perduti equipaggi. Questa guerra provava
la debolezza della piccola monarchia militare fondata dallo Sforza; il
suo paese era divorato dai soldati, le stesse contribuzioni che
spingevano i popoli alla ribellione, non bastavano al mantenimento del
quarto della sua armata. Colui ch'erasi mostrato così formidabile al
duca di Milano, quando guerreggiava per gli altri, non poteva ne' proprj
stati e per la propria causa, nè approfittare delle sue vittorie, nè
rialzarsi da una disfatta[222].

  [222] _Jo. Simonetae Hist. F. Sfortiae, l. VII, p. 349._

Ma Filippo Maria Visconti, di cui non potevansi mai prevedere le
risoluzioni dettate a vicenda dalla sua incostanza, o da una sottile
politica, venne un'altra volta in soccorso di suo genero. Dietro le
istanze di Venezia e di Firenze mandò Francesco Landriani, uno dei suoi
consiglieri, ai due generali, che combattevano nella Marca, per
invitarli ad una tregua. Nello stesso tempo fece dire a Niccolò
Piccinino, che doveva comunicargli cose di somma importanza, onde lo
invitava a recarsi subito a Milano. Il Piccinino e lo Sforza parevano
egualmente disposti a firmare un armistizio, ma il legato del papa
ricusava di acconsentirvi[223]. Non pertanto il Piccinino, sia per
vaghezza di conoscere i nuovi progetti del duca, sia per ubbidienza,
diede la sua armata al figlio Francesco, e recossi a Milano. Lo Sforza,
ridotto alle ultime estremità, risolse di affidare la sua sorte alle
vicende di una battaglia, mentre trovavasi lontano il suo emulo; impiegò
il poco danaro che aveva a provvedere la sua armata di vittovaglie per
otto giorni; richiamò i soldati da tutte le guarnigioni, ed andò a
cercare il nemico. Francesco Piccinino trovavasi in allora in una
posizione inattaccabile presso di Macerata, ma ebbe l'imprudenza di
abbandonarla, e di avanzarsi fino a Mont'Olmo, luogo per altro forte, ma
non quanto quello che abbandonava. Colà fu dallo Sforza attaccato il 19
agosto del 1444.

  [223] _Ivi, p. 353._

Il legato del papa, che seguiva l'armata del Piccinino esortò i soldati
alla battaglia, promise la vita eterna a coloro che morirebbero per la
santa romana Chiesa, e minacciò ai loro avversarj l'eterna dannazione.
«Ma questi discorsi del legato, dice il Simonetta, storico presente alla
battaglia, non erano ascoltati, o venivano disprezzati, come sempre
accade fra gli uomini accostumati alle armi ed alla guerra, i quali poco
si occupano della religione e della salvezza delle anime loro[224].» Il
quadro della passata miseria, dell'opulenza che seguirebbe la vittoria,
che lo Sforza presentò ai suoi soldati, fece maggiore impressione.
Mentre essi dovevano vincere nello stesso tempo la superiorità del
numero e lo svantaggio del luogo, il loro capitano fece comparire sulle
vette tutti i servitori della sua armata con una lancia in mano, per far
credere ch'egli aveva un corpo di riserva affatto fresco, pronto ad
entrare in battaglia. Questa sola vista decise della vittoria. Giacomo
Piccinino, il più giovane de' figli di Niccolò potè fuggire fino a
Recanati; ma Francesco, suo maggior fratello, fu fatto prigioniere in un
pantano, ove cercava di nascondersi, e dove lo manifestò lo scudiere che
lo accompagnava. Il legato del papa, Capranico, che si era spogliato
degli abiti prelatizj, fu, prima d'essere conosciuto, lungo tempo
maltrattato dai soldati che lo fecero prigioniero. Furono presi la
maggior parte dei capitani e dei centurioni, con tre quarti dei soldati.
Il castello di Mont'Olmo, ove trovavansi tutti gli equipaggi
dell'armata, si arrese all'indomani al vincitore[225].

  [224] _Jo. Simonetae, l. VII, p. 355._

  [225] _Jo. Simonetae, t. VII, p. 357. — Ann. Foroliv., l. XXII, p.
  222. — Marin Sanuto, p. 1115._

In pochi giorni Francesco Sforza sottomise le città di Macerata, di
Sanseverino, di Cingoli, di Jesi, e molte altre che si affrettarono di
mandargli i loro deputati, e di aprirgli le porte. Ma egli era assai più
sollecito di fare la pace col papa che di tentare nuove conquiste. Fece
sapere ad Eugenio, che lungi di voler approfittare de' presenti vantaggi
per ispogliare la Chiesa, nulla più desiderava che di dargli prove della
sua sommissione, e chiedeva caldamente l'apertura di un congresso per
trattarvi della sua riconciliazione. Il papa, che trovavasi non senza
timore a Perugia, luogo di sua residenza, acconsentì ad aprire una
conferenza. Gli ambasciatori di Venezia e di Firenze secondarono lo
Sforza coi loro buoni ufficj e la pace venne sottoscritta il 10 di
ottobre. Per altro le ostilità dovevano durare fino al giorno 18,
essendosi accordati allo Sforza otto giorni per ricuperare, se lo
poteva, le perdute città. Ciò che possederebbe a tale epoca doveva
rimanergli in feudo, col titolo di marchesato, ed il rimanente della
Marca doveva ritornare sotto l'immediato dominio della Chiesa romana. Le
città d'Ancona di Osimo, Fabbriano, e Recanati, furono le sole che in
questi otto giorni non vennero in mano dello Sforza; ma queste ancora
furono obbligate di pagargli in avvenire i tributi ch'elleno pagavano
per lo innanzi alla camera apostolica[226].

  [226] _Jo. Simonetae, l. VII, p. 361. — Ann. Eccles. Raynal. 1444, §
  22, p. 197. — Marin Sanuto Vite dei Duchi di Venezia, p. 1115._

Niccolò Piccinino, che dietro la domanda del Visconti erasi recato a
Milano, venne ricevuto in questa capitale coi più grandi onori. Non si
seppe poi quali motivi avesse avuto il duca per chiamarlo alla sua
corte. Suppone il Machiavelli che non avesse che quello di liberare suo
genero Sforza dall'imbarazzo in cui si trovava; ed assicura che il
dolore, che provò il Piccinino d'essere stato la vittima di così
grossolano artificio, fosse la prima cagione d'una malattia che bentosto
lo sorprese[227]. Se questa fu cagionata da rammarico, questo rammarico
raddoppiossi senza dubbio, quando egli ebbe notizia della disfatta della
sua armata a Mont'Olmo, e della prigionia del figliuolo primogenito. Il
Piccinino, in età già avanzata, non sapeva darsi pace di non aver potuto
con tante battaglie, con tante vittorie, acquistarsi una terra ove
riposare il suo capo. Tutti i grandi capitani del suo secolo si erano
successivamente innalzati al sovrano potere; egli pareva avervi più
diritto d'ogni altro, poichè avrebbe dovuto ricevere a titolo ereditario
il principato di Braccio come ricevette la sua armata; pure egli solo
non era in sul finire della sua lunga gloriosa carriera nè più ricco, nè
più potente di quello che lo fosse in principio. Aveva perduta Bologna
quando credeva di farne la sua capitale; due rotte avute in brevissimo
tempo avevano dissipate le sue ricchezze e dispersi i suoi soldati; uno
de' suoi figliuoli era prigioniero, l'altro fuggiasco, ed egli non
poteva collocare le sue speranze che nella generosità di un principe
accusato d'incostanza da tutta l'Italia, e spesso di perfidia. Questo
principe attualmente, ingannandolo, aveva cagionata la sua ruina.
Altronde il Visconti era omai vecchio, e pareva aver designato per suo
successore il più acerbo nemico del Piccinino. La salute di questo
capitano già da lungo tempo alterata non si era fin allora sostenuta che
per la forza della sua anima; essa finalmente soggiacque alle tristi
riflessioni suggerite dalla presente sua situazione. Morì di cordoglio
piuttosto che di malattia il 15 ottobre del 1444. Il Piccinino
dev'essere annoverato tra i più illustri capitani che abbia prodotto
l'Italia; perciocchè fu il più rapido nelle sue esecuzioni, il più
audace, il più fertile ne' ripieghi, il più pronto a riparare le
perdite, il solo che dopo una totale disfatta fosse ancora in istato di
far tremare i suoi nemici[228]. Filippo Maria, che non l'aveva giammai
degnamente ricompensato ne pianse amaramente la perdita. Egli aveva
bisogno di un uomo sempre ubbidiente ai suoi bizzarri capricci, e sempre
intraprendente; di un uomo cui potesse esclusivamente affidare
l'amministrazione militare de' suoi progetti, senza aver bisogno
d'iniziarlo negli andirivieni della sua politica. Nel medesimo istante
in cui gli era tolto il suo più fidato generale, ne perdeva un altro che
sarebbe stato degno della sua confidenza: Giovanni Francesco Gonzaga,
marchese di Mantova, quello che lo aveva così valorosamente servito
nella guerra di Brescia, era morto l'8 settembre del 1444; e suo
figliuolo Luigi, che gli successe, cercò bentosto di attaccarsi alla
repubblica di Venezia[229].

  [227] _Niccolò Machiavelli Istor. Fior., l. VII, p. 194._

  [228] _Cristoforo da Soldo Istor. Bresciana, p. 831. — Giornali
  Napoletani, t. XXI, p. 1128. — Marin Sanuto Vite dei Duchi, p.
  1115._

  [229] _Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 1116._

Francesco Sforza, genero del Visconti, non sembrava disposto ad ubbidire
a suo suocero con quel cieco attaccamento che gli aveva mostrato sempre
il Piccinino. Aveva ancor esso i suoi progetti e la personale sua
ambizione di cui non sapeva scordarsi. Le sue alleanze con Firenze e con
Venezia, dalle quali non voleva staccarsi, rendevano Filippo diffidente.
Il duca di Milano, cui la figliuola, moglie dello Sforza, aveva dato un
nipote[230], approfittò di questo nuovo legame, e della memoria degli
ultimi servigj che aveva renduti a suo genero, per ottenere da lui la
libertà di Francesco Piccinino. Egli lo chiamò a Milano egualmente che
suo fratello Giacomo, e li pose alla testa delle truppe di Braccio, loro
somministrando danaro, armi e cavalli per rimontare quest'antica
milizia, che voleva poter sempre opporre a quella dello Sforza; e cercò
in ogni modo di sdebitarsi con loro di quanto doveva al padre[231].
Frattanto, siccome non aveva per anco riposta in loro l'intera sua
confidenza, desiderò pure d'avere al suo servigio un capitano già
sperimentato, e dal quale potesse trarre miglior partito: gettò perciò
gli occhi sopra Sarpellione, il migliore luogotenente dello Sforza, cui
fece segrete offerte, e Sarpellione, dopo una negoziazione che non
rimase ignota alla vigilanza del suo capo, chiese un congedo per andare
a Milano. Sapeva lo Sforza che s'egli somministrava un generale a suo
suocero, verebbe bentosto impiegato contro di lui medesimo; conosceva
Sarpellione per uomo avido e crudele, ma aveva sperimentati i suoi
talenti militari e la sua fedeltà in un'epoca in cui tutti gli altri
suoi luogotenenti l'avevano abbandonato; Sarpellione aveva difesa la
Marca d'Ancona con non minore abilità che costanza contro Alfonso e
contro il Piccinino. Era forse difficile il provvedere agl'interessi
dello Sforza, rispettando i diritti del suo luogotenente; ma il partito
cui si appigliò questo generale, tanto celebrato per la sua generosità;
mostra troppo apertamente in quale grado di depravazione fosse caduta la
pubblica morale, e quali esempj avesse il Machiavelli innanzi agli
occhi, quando dettava il suo trattato del Principe. Lo Sforza fece
imprigionare Sarpellione nella fortezza di Fermo, lo atterrì
coll'apparecchio d'un processo criminale, colla prova, o almeno colla
minaccia della tortura, e gli strappò, o almeno si pretende che gli
strappasse di bocca, la confessione di colpevoli trame in forza della
quale lo fece appiccare il 29 novembre del 1444[232].

  [230] Galeazzo Maria, figlio di Sforza e di Bianca Visconti, nacque
  il 14 gennajo del 1444. Suo avo parve allora tutto lieto vedendosi
  rivivere nel nipote. _Jo. Simonetae Hist., l. VI, p. 348._

  [231] _Jo. Simonetae, l. VI, p. 362._

  [232] _Jo. Simonetae, l. VII 3 p. 362. — Franc. Adami Frag., l. II,
  c. 98, p. 67._

Ma Francesco Sforza dovette bentosto pentirsi di questa non meno
impolitica che crudele azione. Filippo Maria Visconti se ne sdegnò
fieramente; pubblicò l'innocenza di Sarpellione, che non aveva perduta
la vita, che per aver voluto passare in tempo di pace dal servizio d'un
genero a quello di suo suocero; giurò di farne vendetta, e da
quell'istante cominciò gli apparecchi per una nuova guerra.

Di già alcuni intrighi in Romagna preparavano la vendetta del Visconti e
di Sarpellione. Sigismondo Malatesti, signore di Rimini, che durante la
guerra della Marca aveva dato asilo a Sforza, suo suocero, non possedeva
che parte degli stati di sua famiglia. Mentre che suo fratello Domenico
regnava a Cesena, Galeazzo Malatesti, suo cugino, era signore di Pesaro
e di Fossombrone; e perchè questi non aveva figliuoli, Sigismondo
sperava di raccogliere l'eredità. Ma Galeazzo aveva per consigliere e
per unico ministro Federico, secondo figliuolo del conte Guido da
Montefeltro, il quale non era favorevole a Sigismondo. Questo Federico,
che in appresso fu l'onore della casa di Montefeltro, passava per un
figliuolo adulterino. Credevasi figlio di Bernardino della Carda degli
Ubaldini, uno de' più valenti condottieri del principio del secolo.
Frattanto il suo legittimo padre, Guido, era morto il 20 febbrajo del
1442. Oddo Antonio, primogenito di Guido, gli successe ed ottenne dal
papa, in aprile dello stesso anno, il titolo di duca d'Urbino. Ma il suo
governo si rese in breve insopportabile al popolo, ed egli fu ucciso in
un ammutinamento il 22 luglio del 1444. Federico venne chiamato da
Pesaro, ed ebbe la sovranità di Montefeltro e di Urbino[233]. Poco tempo
dopo si attaccò a Francesco Sforza, onde imparare l'arte della guerra
sotto così egregio capitano. Entrò al suo servigio in agosto del 1444,
con lance quattrocent'una e d'un egual numero di pedoni[234]; sposò in
appresso una figlia dello Sforza, e negoziando in suo nome con Galeazzo
Malatesti acquistò le sue due signorie pel prezzo di venti mila
fiorini[235]. Francesco Sforza, che aveva somministrato il danaro, si
riservò Pesaro per formare un piccolo principato a favore del proprio
fratello, Alessandro Sforza, e lasciò Fossombrone a Federico da
Montefeltro come premio dell'abilità da lui mostrata in questa
negoziazione. Sigismondo Malatesti vedeva con estremo rammarico uscire
dalla sua famiglia questi piccoli principati, ed il Visconti si prese
cura d'inasprire il suo sdegno. Fece entrare Sigismondo al soldo
d'Eugenio IV, e lo persuase a tenersi apparecchiato pel momento in cui
lo Sforza potrebb'essere spogliato di quella Marca d'Ancona, che gli era
tanto invidiata[236].

  [233] _Guernieri Bernio Istoria d'Agobbio, t. XXI, p. 981, 982. —
  Ann. Forol., t. XXII, p. 222._

  [234] _Guern. Bernio Ist. d'Agobbio, p. 983._

  [235] _Ivi. — Ann. Foroliv., p. 222._

  [236] _Jo. Simonetae, l. VII, p. 364._

Nello stesso tempo il Visconti condusse un'altra pratica contraria ai
suoi trattati, la quale doveva riaccendere la guerra. Egli aspirava alla
sovranità di Bologna di fresco tolta a Niccolò Piccinino, e lusingavasi
di averla coll'ajuto delle fazioni ch'egli manteneva in questa
repubblica. La sua alleanza con Eugenio IV gli aveva agevolato il modo
di unire il partito della Chiesa a quello degli antichi fautori della
casa Visconti; l'uno e l'altro opposti egualmente ai partito
dell'indipendenza, in allora dominante. Annibale Bentivoglio, capo di
questo ultimo, era in pari tempo il capo della repubblica bolognese.
Questo virtuoso cittadino per conservare la pace nella sua patria aveva
cercato coi beneficj di affezionarsi coloro che dirigevano l'opposta
fazione: aveva redenti dalle prigioni del Piccinino due gentiluomini
della casa de' Canedoli, e gli aveva con matrimonj vincolati alla
propria famiglia[237]. A questa stessa famiglia dei Canedoli
s'addirizzarono gli agenti del duca di Milano e del papa per far
assassinare il Bentivoglio. Venne loro promesso l'ajuto della santa lega
di fresco rinnovata tra i due sovrani. Taliano Furlano con mille
cinquecento cavalli del duca di Milano, Carlo Gonzaga e Luigi di
Sanseverino colle truppe della Chiesa dovevano avvicinarsi a Bologna per
assecondarli, tostocchè sarebbe scoppiata la congiura, la quale secondo
lo spirito allora dominante de' prelati pontificj, fu condotta sotto il
sacro manto della religione.

  [237] _Niccolò Machiavelli, l. VI, p. 196. — Scip. Ammirato, l.
  XXII, p. 47. — Hieron. de Bursellis Ann. Bonon., t. XXIII, p. 881._

Francesco Ghisilieri, uno de' congiurati, pregò Annibale Bentivoglio di
levare al sacro fonte un fanciullo che gli era nato due mesi avanti. Il
Bentivoglio, che non trascurava occasione di ravvicinare le due fazioni,
accettò con piacere un offerta che stabiliva una specie di religiosa
parentela tra lui ed i suoi antichi avversarj. Vennero fissati per la
cerimonia il giorno 24 giugno e la chiesa di san Pietro. Dopo il
battesimo Annibale Bentivoglio uscì di chiesa col Ghisilieri per recarsi
al banchetto apparecchiato nella casa dell'ultimo. I Canedoli e molti
loro partigiani formavano il corteggio. Quando giunsero alla casa del
Ghisilieri, Baldassar Canedolo cogli assassini circondarono il
Bentivoglio e sguainarono i loro pugnali. Questi pose la mano sull'elsa
della spada per difendersi, ma Francesco Ghisilieri, afferrategli per di
dietro le braccia, gli disse: «Compare, Compare, conviene che tu abbi
pazienza.» E mentre lo teneva in tal modo fa pugnalato[238]. I Canedoli
ed i Ghisilieri corsero subito le strade di Bologna, gridando _viva il
popolo e la santa lega_, ed uccisero tutti i Bentivoglio che caddero
nelle loro mani. Ma Annibale, che avevano assassinato pel primo, era
amato dai suoi concittadini, i quali si felicitavano d'aver veduto
rinnovarsi sotta la di lui amministrazione l'antica repubblica di
Bologna, e non eravi alcuno che desiderasse di ritornare sotto il giogo
del duca di Milano o della Chiesa. Altronde gli ambasciatori di Firenze
e di Venezia che stavano in Bologna, eransi, udito il tumulto, recati
presso ai magistrati, tutti partigiani dei Bentivoglio, loro offrendo
l'assistenza di Tiberio Brandolini e di Guido Rangoni, generali delle
truppe delle repubbliche, i quali fecero subito avanzare. Nella città
medesima gli amici dei Bentivoglio, sottrattisi alla prima furia dei
congiurati, eransi adunati in piazza. Andarono ad attaccare i Canedoli
nel quartiere in cui si erano trincerati, e gli oppressero col loro
numero; saccheggiarono e bruciarono più di cinquanta loro case, e non
perdonarono nemmeno a Battista Canedolo, capo della famiglia, che non
aveva preso parte nella congiura; avendolo trovato in un sotterraneo,
ove si era nascosto, lo fecero in pezzi. I soccorsi promessi ai
congiurati dal duca e dal papa non giunsero in tempo per salvarli.
Furlano Taliano non comparve nel territorio bolognese che all'indomani
26 giugno, e Carlo Gonzaga col Sanseverino il 2 luglio. Vedendo di non
poter giovare ai loro estinti partigiani, si ritirarono, dopo avere
saccheggiate le campagne intorno alla città[239].

  [238] _Cronica di Bologna, t. XVIII, p. 676._

  [239] _Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 678. — Jo. Simonetae, l. VII,
  p. 365. — Platina Hist. Mant., l. VI, p. 841. — Cristof. da Soldo
  Ist. Bresciana, t. XXI, p. 833._

La vittoria, che i vindici dell'ultimo capo dello stato ottenuta avevano
sui Canedoli, non assicurò affatto nè il loro partito, nè la repubblica,
perchè più non trovavansi uomini nella famiglia Bentivoglio che fossero
capaci di stare alla testa del governo. Annibale non lasciava che un
figliuolo di sei anni; e non presentavasi alcuno che volesse assumere
l'amministrazione, onde si temeva di qualche divisione nella fazione
regnante, che sarebbe cagione della sua ruina e di quella dello stato.
Ma mentre durava quest'incertezza l'antico conte di Poppi, Francesco di
Battifolle, che trovavasi allora in Bologna, disse ai magistrati,
ch'egli metterebbe alla loro testa un prossimo parente d'Annibale, che
loro poteva indicare. Sono più di vent'anni, soggiunse il conte, che
Ercole, cugino d'Annibale, trovandosi a Poppi, si affezionò ad una
giovane del paese, maritata ad Angelo Cascese, della quale ebbe un
figlio chiamato Santi: questo figlio rassomiglia talmente ad Ercole, che
non può dubitarsi della sua origine, ed in fatti Ercole mi disse più
volte questo fanciullo esser suo. I magistrati di Bologna mandarono a
Firenze, chiedendo a Cosimo de' Medici ed a Neri Capponi di far loro
conoscere questo giovane. Santi, che perduto aveva il suo padre
putativo, si era posto sotto la sopravveglianza d'uno zio, chiamato
Antonio Cascese, uomo ricco ed amico di Neri Capponi. Niuno di sua
famiglia pareva formare sospetti intorno alla legittimità di Santi
Cascese, ed egli stesso mai non avevane concepito alcuno. Pure Capponi e
Medici fecero che i deputati di Bologna si scontrassero in Santi. Questi
gli mostrarono tutto il calore dell'attaccamento che lo spirito di parte
poteva far nascere; lo invitarono a recarsi nella loro città a
partecipare degli onori, della ricchezza e della considerazione
riservate al capo di una potente repubblica ed al sangue dei
Bentivoglio. Santi ricusò in sulle prime, arrossendo, queste offerte che
supponevano il disonore di sua madre, e la propria illegittimità. Si
durò molta fatica a persuaderlo di riflettere maturamente. I pericoli
del rango cui veniva chiamato, d'un seggio ancora bagnato del sangue de'
suoi predecessori, facevano pure sul di lui animo una viva impressione.
Cosimo de' Medici, che vedeva il di lui turbamento ed irresoluzione, gli
disse alfine nell'ultima conferenza: «Tu non puoi prendere consiglio che
da te stesso; tu devi dirigerti secondo i suggerimenti del tuo cuore. Se
tu sei figliuolo d'Ercole Bentivoglio, ti sentirai trasportato verso le
azioni degne di tuo padre e della tua casa; se tu sei figlio d'Angelo
Cascese, ti rimarrai in Firenze, consacrandoti alle tue manifatture di
lana e ad un vile riposo.» Queste parole, che mostravano la gloria là
dove Santi non aveva fin allora veduto che il disonore, troncarono
all'improvviso ogni dubbiezza. Accettò le offerte dei Bolognesi ed il
nome di Bentivoglio; fu provveduto d'armi, di cavalli e di copiosa
servitù; i principali cittadini di Firenze lo accompagnarono a Bologna,
ove, sebbene non avesse più di ventidue anni, gli venne
contemporaneamente affidata la tutela del figlio di Annibale, e
l'amministrazione della città. Vi si condusse con tanta prudenza, che
mentre tutti i suoi antenati erano periti sotto il pugnale de' loro
nemici, egli visse sedici anni onorato della pubblica stima, e morì in
pace[240]. Fece il suo ingresso in Bologna il 13 di novembre, nel qual
giorno i capi dello stato, che lo stavano aspettando in palazzo, gli
conferirono l'ordine della cavalleria[241].

  [240] Neri, figlio di Gino Capponi, uno dei principali attori di
  questo singolare avvenimento, lo racconta assai circostanziatamente.
  _Comment., t. XVIII, p. 1207-1211_. Veggasi inoltre il _Machiavelli,
  Ist. Fior., l. VI, p. 199._

  [241] _Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 682. — Hieron. de Bursellis
  Ann. Bonon., p. 883._

Frattanto il duca di Milano aveva preso motivo dalle turbolenze di
Bologna per ricominciare la guerra. Taliano Furlano, che aveva invaso il
Bolognese nella circostanza della congiura dei Canedoli, erasi limitato
ad attraversarlo ostilmente, ed aveva continuata la sua strada verso la
Romagna per concertare le sue operazioni con Sigismondo Malatesti ed
attaccare la Marca. Luigi Sanseverino e Carlo Gonzaga erano dopo di lui
entrati nel Bolognese con cinque mila cavalli. I Fiorentini loro
opposero Simoneta di Campo san Pietro, che frenò le loro scorrerie[242].
Ma il grosso della guerra doveva portarsi nella Marca d'Ancona. Filippo
Maria Visconti e Sigismondo Malatesti avevano associate le loro
animosità per perdere Francesco Sforza, il quale, per una strana
disgrazia, trovavasi perseguitato con eguale accanimento da suo genero e
da suo suocero. Erasi contro di lui formata una formidabile lega:
Eugenio IV ed Alfonso di Napoli eransi fatti solleciti di assecondare la
collera del duca di Milano. Ambidue avevano fatta la pace collo Sforza
da meno di un anno, e dopo tale epoca niuna offesa, niuna nuova pretesa
aveva dato luogo a nuove ostilità; ma Eugenio IV credeva fermamente che
la sua spirituale potenza gli dava diritto di sciogliersi quando voleva
da tutti i trattati, da tutti i giuramenti.

  [242] _Scip. Ammirato, l. XXII, p. 48._

Siccome pareva a Francesco Sforza che il più attivo de' suoi nemici
fosse Sigismondo Malatesti, egli volle attaccarlo prima degli altri,
sperando forse di forzarlo a fare la pace prima che potesse essere
soccorso dagli alleati. Lo Sforza assediò la Pergola, la prese il 22 di
luglio, e la saccheggiò crudelmente[243].

  [243] _Jo. Simonetae, l. VII, p. 364._

Ma bentosto Ascoli nella Marca si ribellò, e Rinaldo Fogliano, suo
fratello uterino, che ne aveva il comando, fu fatto in pezzi dagli
abitanti. Nello stesso tempo Taliano Furlano, generale del duca di
Milano, Luigi, patriarca d'Aquilea, legato e generale del papa, e
Giovanni di Ventimiglia generale del re Alfonso di Napoli, si avanzarono
da diverse parti in un piccolo principato, troppo debole per fare testa,
non che a tutti assieme uniti, a cadauno separatamente.

Francesco Sforza, che aveva ricevute ragguardevoli somme dalla
repubblica di Firenze e dalla privata borsa di Cosimo de' Medici, non
trovavasi però in istato di resistere a così violento turbine. Egli
aveva posto suo fratello Alessandro a Fermo con una forte guarnigione
per tenere in dovere quella fortezza, la più importante di tutte. Egli
stesso erasi collocato col suo campo innanzi a Fano per impedire
l'unione di Taliano Furlano colle truppe del papa e del re[244]; lungo
tempo con destre marcie aveva saputo impedirla, ma la ribellione di
Rocca Contratta, fortezza che assicurava una comunicazione colla
Toscana, distrusse il suo piano di campagna. Costretto di avvicinarsi ai
paesi da cui sperava soccorsi, prese all'ultimo il partito di
abbandonare la Marca alla naturale incostanza di que' popoli, di portare
fino a mille cinquecento corazzieri la guarnigione di Fermo ove
comandava suo fratello, di lasciarne un'altra non meno forte in Jesi, e
di ritirarsi colla sua armata nel territorio del suo alleato, il conte
d'Urbino e di Montefeltro. Ebbe appena presa questa risoluzione, che i
suoi propj stati si ribellarono dovunque, e tutte le città aprirono le
porte al papa, mentre ch'egli credeva vendicarsi di loro attaccando ed
incendiando i castelli di Sigismondo Malatesti[245]. Giunse finalmente
l'inverno a mettere fine a tanti guasti ed alle reciproche barbarie.
Allora lo Sforza si chiuse in Pesaro colla moglie e coi figliuoli,
distribuendo la sua cavalleria in Toscana e nelle parti meno montuose
del contado d'Urbino e dello stato d'Agobbio[246].

  [244] _Jo. Simonetae l. VIII, p. 369. — Barth. Facii, l. VIII, p.
  134._

  [245] _Jo. Simonetae, l. VIII, p. 373. — Franc. Adami Firmani, l.
  II, c. 102, p. 70._

  [246] _Jo. Simonetae, l. VIII, p. 374. — Franc. Adami Firmani, l.
  II, c. 105, p. 70._

Ma lo Sforza provava la sorte che pareva attaccata alle sovranità
fondate dai soldati a punta di spada. I loro popoli, sempre sagrificati
alla milizia, sospiravano l'istante di scuotere il giogo militare; non
risguardavano come legittima l'autorità cui erano costretti di
sottomettersi, e credevano di soddisfare ad un loro dovere, congiurando
contro la medesima in favore de' loro antichi padroni. Gli abitanti di
Fermo, cui lo Sforza credeva di potersi interamente fidare, sorpresero
il 26 di novembre la cavalleria ch'era alloggiata presso di loro, la
spogliarono delle loro armi e de' loro cavalli, e spiegarono sulle loro
mure le insegne del papa. Alessandro Sforza ebbe appena tempo di
salvarsi nella cittadella, e bentosto s'accorse che non aveva ne'
magazzini sufficienti viveri per aspettare la primavera. Allora
capitolò, a condizione che gli abitanti gli sborserebbero mille fiorini,
e ch'egli sarebbe libero di condurre all'armata del fratello la
cavalleria che aveva seco nella fortezza. Dopo quest'ultima perdita
nulla più non restava a Francesco Sforza in tutta la provincia che gli
era stata tanto tempo subordinata fuorchè la città di Jesi[247].

  [247] _Jo. Simonetae, l. VIII, p. 374. — Barth. Facii Rer. Gest.
  Alphonsi, l. VIII, p. 135._

I Fiorentini ed i Veneziani non vennero meno al loro alleato in tanta
calamità. Ognuna di queste repubbliche gli mandò durante l'inverno
sessanta mila fiorini. Nello stesso tempo Cosimo de' Medici lo consigliò
di mutare la difesa in attacco, di penetrare presto nell'Umbria, di
avvicinarsi a Roma per unirsi al conte dell'Anguillara, segreto nemico
del papa[248], di approfittare del malcontento che aveva eccitato il
patriarca d'Aquilea in tutti gli stati d'Eugenio per farli ribellare,
finalmente di tentare un colpo ardito, e tale da ravvivare le speranze
di tutti i suoi partigiani. Effettivamente tutti i feudatarj romani
erano oppressi, tutti avevano manifestato il loro malcontento ai
Veneziani ed ai Fiorentini, e avevano implorata la loro assistenza.
Inoltre le città di Todi, d'Orvieto, di Narni avevano promesso d'aprire
le loro porte quando si avvicinasse un'armata. Ma lo Sforza non seppe
fare i suoi apparecchi colla necessaria prestezza[249]. Per non
iscontentare i suoi soldati, solo elemento della potenza che gli
restava, egli era costretto di dipendere quasi affatto da loro; nulla
osava di ricusar loro; ed era obbligato per pagare gli arretrati
d'impiegare tutti i sussidj che riceveva. Perciò non fu pronto ad
entrare in campagna ed a passare gli Appennini avanti il cominciare di
giugno. A tale epoca la sua posizione era omai disperata; coloro ai
quali offriva il suo ajuto vedevano apertamente che, poichè non aveva
potuto difendere i proprj stati, difenderebbe ancora meno le città
lontane dai suoi confini, se le faceva ribellare; e per tali
considerazioni Todi, Orvieto, Viterbo non vollero aprirgli le porte,
quando si presentò loro, nè somministrargli vittovaglie; e lo Sforza era
così male provveduto di macchine d'assedio, che non potè incutere almeno
tanto timore agli abitanti da ridurli a pagargli qualche contribuzione.
Videsi in allora ciò che forse non si era mai veduto, nè si vedrà in
appresso, un'armata di cavalleria pesante alimentarsi per tre giorni di
fragole colte nelle montagne[250]. Dopo avere crudelmente sofferta la
fame, ed essere stato respinto da tutte le città, lo Sforza ricondusse
la sua armata a traverso dello stato di Siena nel paese d'Urbino, indi a
Fano.

  [248] _Guern. Bernio Cron. d'Agobbio, p. 985._

  [249] _Comment. di Neri di Gino Capponi, t. XVIII, p. 1201._

  [250] _Jo. Simonetae, l. VIII, p. 376. — Guernieri Bernio Cron.
  d'Agobbio, p. 985._

Per altro l'ingresso dello Sforza nell'Umbria e nel patrimonio di san
Pietro aveva gagliardamente intimidito il papa; onde si era affrettato
di adunare tutti i suoi capitani, Taliano Furlano, i fratelli Malatesti,
e gli altri suoi migliori soldati; aveva chiesto soccorso al re
d'Arragona; e questa ragguardevole armata, che aveva allestita per sua
difesa, tenne dietro allo Sforza nel contado d'Urbino ed in Romagna,
quando vi si fu ritirato. Fece un inutile tentativo sopra Jesi, ma la
Pergola si arrese in pochi giorni all'armata pontificia; Ancona fece
pure la pace con Eugenio, e lo stesso Alessandro Sforza, che andava
debitore al fratello della sovranità di Pesaro, credendo affatto perduto
il capo della sua famiglia, pensò di salvarsi nel suo disastro. Egli
fece un trattato parziale colla Chiesa, spiegò in Pesaro le insegne del
papa, fornì alla sua armata viveri e munizioni, e rifiutò ogni soccorso
al fratello, il quale dovette credersi abbastanza fortunato, che
Alessandro non ritenesse presso di sè come ostaggi la consorte ed i
figli, siccome lo consigliava di fare il patriarca d'Aquilea[251]. Il
solo Federico di Montefeltro, conte d'Urbino, si mantenne costantemente
fedele allo Sforza; rigettò ogni proposizione di separata pace che gli
fece la Chiesa, si accontentò di vedere portata la guerra ne' proprj
stati, lasciando che l'armata pontificia andasse inutilmente consumando
tutta la bella stagione nell'assedio delle sue fortezze[252].

  [251] _Jo. Simonetae, l. VIII, p. 377. — Cristoforo da Soldo Ist.
  Bresciana, p. 835._

  [252] _Jo. Simonetae, l. VIII, p. 379. — Guernieri Bernio Stor.
  d'Agobbio, p. 984._

I nemici dello Sforza sembravano determinati a non lasciargli un solo
palmo di terra. Tutti i suoi feudi del regno di Napoli erano stati
occupati da Alfonso, quelli che aveva nello stato della Chiesa dal papa,
e per ultimo quelli che Filippo gli aveva dati in Lombardia, come dote
della consorte, erano nello stesso tempo attaccati da suo suocero. Il
duca di Milano pretendeva in allora di non essersi obbligato a dare a
sua figlia che una dote di cento mila fiorini, di cui gli stati di
Cremona e di Pontremoli non erano che la guarenzia. Offriva di pagare
questa dote a Venezia, e nello stesso tempo faceva assediare le due
città dotali consegnate al genero[253]. Prima che terminasse la campagna
era presumibile l'intera distruzione della potenza dello Sforza, la
quale, dopo l'intima alleanza del duca di Milano col re di Napoli,
sembrava necessaria all'equilibrio dell'Italia. Questo generale in così
pressante pericolo invocava i pronti soccorsi delle due repubbliche sue
alleate. Cosimo de' Medici, che gli era personalmente affezionato,
appoggiava vivamente le sue istanze, ed i Fiorentini abbracciarono con
calore la di lui causa. Mandarono Neri Capponi e Bernardo Giugni a
Venezia per ottenergli più efficaci soccorsi[254]; e questi conchiusero
tra le due repubbliche un nuovo trattato, fondato sull'infrazione fatta
dal Visconti a quello di Capriana. In fatti le città di Cremona e di
Pontremoli erano state cedute al conte Sforza sotto la loro guarenzia,
onde attaccando queste due città il Visconti violava la pace fatta colle
due repubbliche. Per far rispettare la loro autorità, si obbligarono ad
accrescere di quattro mila cavalli, da levarsi a spese comuni, la loro
armata di Lombardia, ed a costringere colle armi il duca di Milano a
mantenere i suoi precedenti obblighi.

  [253] _Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 1121. — Cristof. da Soldo
  Istor. Bresc., p. 834._

  [254] _Comm. di Neri di Gino Capponi, p. 1201._

Le prime negoziazioni dei Fiorentini portarono il disordine nella stessa
armata dei loro nemici; essi entrarono in trattati con Taliano Furlano,
e con Giacomo da Caivano, due condottieri che parvero disposti ad
abbandonare le insegne del patriarca d'Aquilea, per entrare al loro
servigio. Ma questi, avutone sentore, li fece imprigionare e tagliar
loro il capo[255]. Un trattato dello stesso genere si era intrapreso nel
medesimo tempo presso due capitani del duca di Milano, che guastavano il
territorio di Bologna, Guglielmo, fratello del marchese di Monferrato, e
Carlo Gonzaga, fratello del marchese di Mantova, i quali erano fra loro
discordi. I Fiorentini approfittarono delle loro dissensioni per sedurre
Guglielmo, e sorprendere il Gonzaga. Tiberto Brandolino attaccò
l'ultimo, il 6 di luglio, a Castel san Giovanni, fece prigionieri la
maggior parte de' soldati di lui, e lo costrinse a fuggire quasi solo a
Modena[256]. Quest'avvenimento decise la sorte della campagna; Bologna
si trovò liberata; una parte dell'armata fiorentina potè allora passare
nella Marca sotto il comando di Guid'Antonio Manfredi e del Simoneta,
mentre che Guglielmo di Monferrato, entrando al soldo della repubblica
di Venezia, s'unì nello stato di Brescia a Michele Attendolo di
Cotignola, quello stesso che aveva tanto contribuito a guadagnare la
battaglia d'Anghiari e che dopo il 1441 era generale dei Veneziani.
Quest'esperto capitano, trovandosi così rinforzato, fu in istato di fare
una potente diversione in Lombardia.

  [255] _Platinae Hist. Mant., l. VI, p. 842. — Comment. di Neri
  Capponi, p. 1202. — Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 681. — Scipione
  Ammirato, l. XXII, p. 50. — Barth. Facii, l. VIII, p. 136._

  [256] _Scip. Ammirato, l. XXII, p. 50. — Jo. Simonetae, l. VIII, p.
  382. — Cron. d. Bolog., t. XVIII, p. 681. — Cristof. da Soldo Istor.
  Bresc., p. 835. — Benvenuto da san Giorgio Ist. di Monferrato, t.
  XXIII, p. 710._

Non pertanto prima di spingere più avanti le ostilità, i Fiorentini
cercarono nuovamente di mettere fine a questa lunga guerra con una pace
generale. Spedirono ambasciatori al re di Napoli, che era stato a loro
unito in forza di un trattato, ma che il papa aveva poi sciolto dai suoi
giuramenti con una bolla del 23 aprile del 1446, obbligandolo a
rinnovare i suoi attacchi[257]; ne mandarono altri al papa ed al duca di
Milano, che vennero dovunque ricusati. A Puccio Pucci, ch'era passato da
Venezia a Milano per comunicare al duca le loro proposizioni, si andò da
un giorno all'altro dilazionando l'udienza, perchè il Visconti aspettava
il momento che gli astrologi gli avrebbero indicato favorevole. Quando
finalmente fu invitato all'udienza, il Pucci, mal soffrendo questa
mancanza di riguardi per la sua repubblica, rispose a vicenda, che non
era apparecchiato, e che se l'ora era buona pel duca di Milano, non lo
era altrimenti per la repubblica di Firenze[258].

  [257] La bolla viene riportata dal _Raynald. Ann. Eccles. 1446, §
  12, p. 326._

  [258] _Scip. Ammirato, l. XXII, p. 51._

Il duca di Milano aveva incaricato Francesco Piccinino di attaccare
Cremona, ed in pari tempo si era guadagnati dei partigiani entro la
città per mezzo di Orlando Palavicino, che vi si trovava alla testa del
partito ghibellino. Ma Giacomo di Salerno, luogotenente dello Sforza,
sventò tutte le trame contro di lui ordite, e coll'ajuto di alcuni
squadroni, mandati da Venezia, rispinse ancora la forza aperta.
Dall'altro canto Pontremoli era stato attaccato da Luigi da Sanseverino,
e difeso dai Fiorentini[259]. Intanto Michele Attendolo, generalissimo
dei Veneziani, adunò tutte le sue truppe, passò l'Oglio a Ponte Vico,
riprese i castelli cremonesi che si erano ribellati, e venne a cercare
il Piccinino. Quest'ultimo pose il suo campo in un'isola del Po, al di
sopra di Casal Maggiore, fra gli stati di Cremona e di Parma. Un ponte
sopra ogni ramo del fiume gli dava comunicazione colle due rive. Michele
Attendolo, giunto il 29 settembre del 1446 in faccia al nemico, tentò di
ridurlo ad entrare in battaglia con alcune scaramucce sul ponte, mentre
una parte della sua cavalleria mostrava di voler guadare il fiume nel
luogo più largo. Ad una notabile distanza da questo luogo alcuni
cavalieri avevano scoperto un altro guado, che non era custodito;
Attendolo lo fece attraversare in silenzio da un grosso corpo di
corazzieri, che tutti portavano un pedone in groppa. Tutt'ad un tratto
coloro che custodivano il ponte e la riva del fiume vennero attaccati
alle spalle dalla truppa veneziana, sorpresi nel vedere i nemici
nell'isola, abbandonarono il posto con grandissima confusione. Tutta
l'armata di Francesco Piccinino si pose in fuga senza quasi avere
combattuto, ed il suo generale, dando alle truppe un vile esempio di
pusillanimità, passò il secondo ponte che comunicava collo stato di
Parma, poi lo fece subito tagliare, lasciando sull'altra riva quattro
mila de' suoi soldati, che furono fatti prigionieri[260].

  [259] _Jo. Simonetae, l. VIII, p. 380. — Cristof. da Soldo Istor.
  Bresc., p. 834._

  [260] _Jo. Simonetae, l. VIII, p. 383. — Scip. Ammirato, l. XXII, p.
  51. — Cristof. da Soldo Ist. Bresciana, p. 836. — Marin Sanuto Vite
  dei Duchi, p. 1121._

Tutto il paese posto tra l'Adda e l'Oglio fu in conseguenza di questa
vittoria rapidamente conquistato; sottomettendosi tutte le fortezze, ad
eccezione di Crema, ove Filippo aveva mandata grossa guarnigione per
difendere il passo dell'Adda. Ma neppure questo fiume impedì gli
avanzamenti di Attendolo; vi si avvicinò, attraversando alcuni pantani
sopra un argine che credevasi abbastanza fortificato dalla natura, e vi
gittò un ponte il 6 novembre, e con tale mezzo portò le sue truppe nella
Martesana, e nella pianura di Milano, guastando quelle ricche campagne
che da lungo tempo non erano state visitate dai nemici[261].

  [261] _Jo. Simonetae, l. VIII, p. 384. — Istor. Bresciana, p. 837. —
  Scip. Ammirato, l. XXII, p. 52._

Il sacco dell'armata veneziana si stese intorno a Monza e fino alle
porte di Milano, ed alcune bande di prigionieri presi ne' villaggi
seguivano le mandre de' buoi tolti nelle stalle degli agricoltori.
Michele da Cotignola non si limitò a questa momentanea scorreria, ma
occupò Cassano, e vi fortificò una testa del ponte, lasciandovi due mila
cavalli con un corpo d'infanteria, per avere aperto il territorio
milanese, qualunque volta trovasse utile di tornarvi. Diede poi riposo
alla sua cavalleria in Caravaggio, senza che questa sua inazione
lasciasse il nemico tranquillo, perchè ad ogn'istante poteva di nuovo
spingere ancor più lontano le sue scorrerie ed i guasti[262].

  [262] _Jo. Simonetae, l. VIII., p. 385. — Istor. Bresciana, p. 838.
  — Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 1123._

Francesco Sforza aveva approfittato di questa diversione per ristabilire
i suoi affari in Romagna e nel contado d'Urbino. Gli si erano uniti in
principio d'ottobre Guid'Antonio Manfredi e Simoneta di Campo San
Pietro, condottieri al soldo de' Fiorentini; onde trovandosi superiore
di forze, aveva sfidato a battaglia il patriarca d'Aquilea che non ardì
accettarla. Lo Sforza coll'intromissione di Federico da Monte Feltro
erasi riconciliato con suo fratello Alessandro, ed aveva in oltre
ricuperate colle armi varie fortezze del contado d'Urbino e dello stato
di Rimini. Non pertanto sopraggiunse l'inverno, avanti che ottener
potesse qualche decisivo vantaggio, e fu costretto a rimanersi inattivo
pel cattivo tempo, che pure procurò un poco di riposo ai sudditi del
duca di Milano in Lombardia[263].

  [263] _Jo. Simonetae, l. VIII, p. 382. — Scip. Ammirato, l. XXII, p.
  52. — Guern. Bernio Cronica d'Agobbio, p. 986. — Barthol. Facii, l.
  VIII, p. 137._

I popoli di questa provincia non erano altrimenti affezionati al loro
sovrano; e perchè lo vedevano senza successori, pensavano assai meno a
difenderlo, che a guadagnarsi l'affetto de' nuovi padroni che potrebbe
dar loro la sorte delle armi; onde Filippo non aveva il sicuro
possedimento di veruno de' suoi stati. Perciò, durante l'inverno, si
rivolse a tutti i suoi alleati e vicini, caldamente loro chiedendo
potenti soccorsi. Ricordava ad Alfonso, re di Napoli, d'avergli posta la
corona in capo, e lo pregava a volere adesso sostenere la sua; lo
sollecitava a mandare in Lombardia Raimondo Boile, che fin allora aveva
a nome dei re guerreggiato nella Marca, ed a fare un'invasione nella
Toscana per costringere i Fiorentini a difendere sè stessi, invece di
lasciare le forze loro a disposizione dei Veneziani. Gli rappresentava
che il senato di Venezia, più costante che verun monarca ne' suoi
progetti ambiziosi, teneva dietro da oltre un secolo a quello di
conquistare tutta la Lombardia; che adesso era più vicino a conseguire
il suo desiderio, che mai lo fosse stato in addietro, e che se giugneva
una volta ad estendere la sua signoria dalle Alpi agli Appennini, questo
corpo, i di cui consiglj non venivano traviati da personali passioni, nè
i tesori dissipati da verun lusso, si assoggetterebbe facilmente tutto
il restante dell'Italia. Questi timori, che il Visconti faceva
vittoriosamente valere presso Alfonso, non lasciavano di avere altresì
qualche influenza sopra Cosimo de' Medici e sopra lo stesso Francesco
Sforza.

Il mantenimento dell'equilibrio d'Italia non avrebbe mosso l'animo di
Carlo VII, re di Francia, dal quale il duca di Milano sperava pure
soccorsi. Il monarca francese, occupato in una lunga lite
coll'Inghilterra, non poteva fermare lo sguardo sopra l'Italia, ed
avrebbe veduto con indifferenza le conquiste della repubblica di Venezia
e l'abbassamento di tutti i suoi rivali. E se pure la Francia
conservava, in forza delle antiche affezioni, qualche attaccamento ad
alcun partito, era a quello dei Guelfi, alle due repubbliche ed a
Francesco Sforza. Ciò non ostante il Visconti non disperava di averla in
sua difesa, onde mandò a Carlo VII Tomaso Tebaldi di Bologna, suo
segretario, e per prezzo dei corpi di truppe ch'egli domandava, gli
offrì la restituzione della città d'Asti, ch'era stata precedentemente
data alla casa d'Orleans, come dote di Valentina Visconti. Finalmente
un'ultima ambasciata fu spedita allo stesso Sforza, chiedendogli di
prendere le difese del suocero contro i Veneziani, che volevano
spogliarlo de' suoi stati. Gli faceva osservare, che di già oppresso
dalla vecchiaja, e da nuova infermità che quasi lo rendeva cieco, non
aveva altro appoggio naturale che il marito dell'unica sua figlia, cui
destinava la sua eredità, ond'egli almeno desiderare non poteva la ruina
di quegli stati, di cui doveva un giorno essere padrone[264].

  [264] _Jo. Simonetae, l. VIII, p. 386. — Nicc. Machiavelli Istor.
  Fior., l. VII, p. 202._

Lo Sforza assediava in allora il castello di Gradaria, dal quale fu
costretto di levare l'assedio dopo quaranta giorni per mancanza di
danaro e di polvere da cannone. Era egli giustamente adirato contro
Filippo, l'istigatore d'una guerra che sembrava avere avuto per oggetto
la totale sua rovina, e che di già lo aveva privato di tutti i suoi
stati. Sapeva quanta poca fede prestar doveva alle parole del suocero,
dalla di cui perfidia poteva tutto temere, se giammai si trovasse in sua
balìa, dopo avere abbandonata l'alleanza dei Fiorentini e de' Veneziani.
Dall'altro canto sentiva quanto gli sarebbe utile il riconciliarsi col
duca di Milano, potendo soltanto con tale riconciliazione nodrire la
speranza della successione dei Visconti, alla quale era ben lontano di
voler rinunciare. Egli sentiva che se i Veneziani conquistavano una
volta la Lombardia, non potrebbe poi in alcun modo strapparla dalle loro
mani; e la loro vittoria a Casal Maggiore, che in sulle prime lo aveva
colmato di gioja, non aveva lasciato in appresso di tenerlo
inquietissimo. Aspettando opportunità per decidersi senza pericolo,
andava guadagnando tempo con equivoche negoziazioni; per mezzo de' suoi
ambasciatori esponeva ai suoi alleati l'intera sua nudità, ed i sempre
rinascenti bisogni della guerra. I Fiorentini, che più non temevano la
potenza del duca di Milano, andavano più a rilento nell'accordare
sussidj, ed i Veneziani sempre facevano un amaro confronto dei continui
disastri della Marca, coi prosperi avvenimenti di Lombardia. Quando il
conte Sforza domandava nuovi soccorsi, rispondevano che il loro
generale, Michele Attendolo, impiegherebbe più utilmente il loro danaro
e le loro munizioni per la causa comune. L'assedio di Gradaria mal
riuscito, era loro costato, essi dicevano, più tesori che non sarebbero
abbisognati per conquistare metà della Lombardia[265]. Un'universale
diffidenza disanimava i suoi alleati, e lo Sforza, che la conosceva, e
che le dava motivo, non lasciava perciò di sollecitare sussidj, non solo
per conseguirli, ma ancora perchè il rifiuto de' suoi alleati fosse un
motivo per giustificarsi, qualunque volta si risolvesse di
abbandonarli[266].

  [265] _Scip. Ammirato Stor. Fiorent., l. XXII, p. 53._

  [266] _Jo. Simonetae, l. VIII, p. 388._

Il più intimo consigliere dello Sforza, il suo segretario Giovanni
Simonetta, cui andiamo debitori dell'eccellente storia che ci serve di
guida in tutto questo periodo di tempo, assicura che Cosimo de' Medici,
consultato dal suo padrone circa la condotta che tener doveva, lo esortò
segretamente a non seguire altra norma che quella del proprio interesse,
ed a non credersi totalmente legato verso le due repubbliche, che non
l'avevano ajutato pel solo suo vantaggio, ma per il proprio[267]. In tal
modo cominciava a manifestarsi quel piano di politica che in breve
vedremo adottato dal Medici, e quella gelosia contro Venezia, per la
quale mutò tutte le alleanze d'Italia. Lo Sforza accolse con infinito
piacere questo consiglio, risguardandolo come un indizio delle segrete
disposizioni de' Fiorentini, e si trovò incoraggiato ne' progetti che
aveva di già adottati; perciocchè i consiglj d'egoismo e di mala fede
non sono d'ordinario chiesti che da coloro i quali sono di già risoluti
di seguirli. Intanto questi contraddittori trattati tenevano tutti gli
animi sospesi; l'intera Italia si aspettava qualche grande avvenimento,
allorchè impreveduti accidenti mutarono di nuovo i calcoli e le opinioni
delle potenze belligeranti.

  [267] _Ivi._

Papa Eugenio, la di cui inquieta attività era stata cagione di così
violenti scosse allo stato ed alla Chiesa, morì in Roma il 23 febbrajo
del 1447. Le austerità monacali, ch'egli rigorosamente sostenne, fecero
scordare agli scrittori ecclesiastici il suo scandaloso disprezzo pei
giuramenti più solenni, la sua cieca confidenza ne' suoi favoriti, e la
parte che prese in odiose perfidie; essi lo rappresentarono come un
santo[268], mentre la storia non può risguardarlo che come un cattivo
sovrano. Quando gli si accostò l'arcivescovo di Firenze per dargli
l'estrema unzione, Eugenio lo rispinse con vivacità, dicendogli «di
sentirsi ancora forte, che l'istante non era ancora giunto, e che gliene
darebbe avviso, a quando fosse tempo». Allorchè questo aneddoto fu
raccontato ad Alfonso, disse: «Dobbiamo esser noi maravigliati che abbia
voluto combattere contro Francesco Sforza, contro i Colonna, contro di
me, contro tutta l'Italia, colui che osò combattere contro la stessa
morte, e che appena ne fu vinto[269]?» Per altro questa morte poteva
variare tutta la politica dell'Italia meridionale, ed Alfonso, in allora
meno occupato della guerra dello Sforza, si affrettò di passare a Tivoli
sotto colore di occuparsi della sicurezza di Roma, ma in realtà per
esercitare maggior influenza nel conclave, e meglio conoscere le
disposizioni del futuro pontefice[270].

  [268] _Vespasiani Vita Eugenii IV, t. XXV, Rer. Ital., p. 255. —
  Raynald. Ann. Eccles. 1447, § 13, p. 234._

  [269] _Oratio Aeneae Silvii de morte Eugenii IV coram Federico III
  habita, t. III, p. II, Rer. Ital., p. 889._

  [270] _Scip. Ammirato, l. XXII, p. 53. — Barth. Facii, l. IX, p.
  139._

Dall'altro canto i Veneziani, omai più non dubitando che il conte Sforza
non mantenesse segrete corrispondenze col duca di Milano, vollero
prevenire l'istante in cui sarebbesi dichiarato contro di loro. Avevano
essi difesa la sua città di Cremona contro il Visconti, calcolando che
servirebbe di baluardo ai loro stati di terra ferma; ora avevano cagione
di temere che questa città medesima servisse di piazza d'armi per
attaccarli. Commisero dunque al loro generale, Michele Attendolo di
Cotignola, di occuparla. Gherardo Dandolo, ch'essi vi avevano posto per
loro commissario, doveva consegnargli una porta coll'ajuto dei Guelfi
Cremonesi. Ma il luogotenente dello Sforza, egualmente attento ai
progetti dei suoi alleati e de' suoi nemici, sventò questa trama, tenne
tutti gli abitanti in dovere, e quando il 4 marzo comparì l'Attendolo
sotto Cremona, lo sforzò a ritirarsi coperto della vergogna d'un
tradimento che non aveva saputo condurre a buon termine[271].

  [271] _Jo. Simonetae, l. VIII, p. 389. — Cristof. da Soldo Istor.
  Bresc., p. 839._

Francesco Sforza, che tuttavia mostravasi dubbioso nella scelta, più non
bilanciò dopo quest'attentato dei Veneziani; accettò le proposizioni di
suo suocero, il quale gli promise dugento quattro mila fiorini d'oro
all'anno pel mantenimento delle sue truppe, somma eguale a quella che i
Fiorentini ed i Veneziani gli avevano fin allora pagata. Nello stesso
tempo il Visconti gli diede la suprema autorità militare in tutte le
fortezze, e sopra tutti i soldati degli stati milanesi; gli mandò
danaro, e gli fece pagare altre somme in suo nome da Alfonso; onde lo
Sforza, sagrificando gli antichi suoi alleati al nemico, cominciò gli
apparecchi per entrar presto in campagna[272]. Ma fin allora non erasi
ancor veduto Filippo lungamente fedele a verun progetto. Non ebbe appena
conchiuso questo trattato col genero, ch'ebbe timore d'essersi
interamente posto tra le mani di questo ambizioso generale. Era
circondato da consiglieri e da generali formati nella scuola di Braccio,
ed attaccati a quella che chiamavasi fazione militare de' _Bracceschi_.
Tutti vedevano con estremo dolore l'ingrandimento dello Sforza e del suo
partito, che riguardavano come il segno della propria ruina. I due
fratelli Piccinino, Niccolò Guerrieri di Parma, Antonio da Pesaro e
Giacomo d'Imola, abituali consiglieri di Filippo, tostocchè si avvidero
di qualche principio di diffidenza nel principe, si presero cura di
accrescerla. Pretesero che lo Sforza apparecchiavasi ad entrare come
padrone nel Milanese, che di già prometteva anticipate ricompense ai
suoi soldati, terre agli ufficiali, come se fosse già sovrano degli
stati del suocero: e seppero a tal segno inasprire la gelosa anima del
Visconti, che questi fece sospendere i sussidj promessi allo Sforza, cui
ordinò in pari tempo di portarsi direttamente sopra Padova o sopra
Verona, senza avvicinarsi a Milano, e senza toccare i confini de' suoi
stati. E quando seppe che Francesco Sforza aveva mandati suo figlio e
sua figlia a Cremona perchè fossero presentati all'avo loro, lungi dal
mostrarsi desideroso di vederli, fece loro proibire di passare i confini
del Milanese[273].

  [272] _Jo. Simonetae, l. IX, p. 391. — Cron. di Bolog., t. XVIII, p.
  682. — Barthol. Facii, l. IX, p. 140._

  [273] _Jo. Simonetae, l. IX, p. 392._

Francesco Sforza, maravigliato da così subito cambiamento, temette di
avere perduti gli antichi suoi alleati, senza averne acquistato un
nuovo. Il piano di campagna, che gli si proponeva, era contrario a tutte
le regole dell'arte militare. Questo grande capitano, troppo povero per
equipaggiare la sua armata, reso troppo incerto da contraddittorj avvisi
per prendere qualche consiglio, trattenevasi irrisoluto ai confini dello
stato d'Urbino. Egli e suo suocero insieme perdevano in tal modo
l'istante di operare, mentre i Veneziani sapevano approfittarne. In
principio di primavera la loro armata guastò il Cremonese, che tutto
occupò ad eccezione della capitale. Passò in appresso il ponte di
Cassano, e Michele da Cotignola venne a porre il suo campo a tre sole
miglia da Milano. Mentre saccheggiava le campagne fino alle porte della
capitale, cui si presentò più d'una volta[274], teneva vive segrete
intelligenze con coloro ch'egli credeva avere maggiore influenza sul
popolo. I Veneziani annunciavano la vicina morte di Filippo, col quale
spegnevasi la casa Visconti, ed offrivano ai Milanesi o di passare sotto
il loro dominio, conservando tutti i loro privilegi, o pure di
ristabilire la loro repubblica, se volevano prendere le armi senz'altro
indugio, e porsi in libertà[275].

  [274] _Cristof. da Soldo Istor. Bresc., p. 841._

  [275] _Marin Sanuto Vite dei Duchi di Venez., p. 1125. — M. A.
  Sabellico Hist. Venet. Dec. III, l. VI, f. 187, v._

Filippo non ardiva arrischiare una battaglia per liberare la sua
capitale; ordinò al contrario ai suoi generali di tenere i loro soldati
chiusi in città. Altronde il pericolo e la ruina de' suoi stati gli
fecero sentire la necessità di ricorrere a suo genero. Questa volta pare
che mettesse affatto da banda la diffidenza ed i sospetti, non ponendo
veruna condizione alla sua marcia, e facendogli anticipare danaro da
Alfonso, perchè non si trovava in istato di somministrargli quanto gli
aveva promesso. Il re di Napoli, che desiderava liberare sè ed il papa
dall'incomoda vicinanza d'un condottiere, dichiarò di non voler pagare
il danaro chiesto dal Visconti finchè lo Sforza non restituiva a Niccolò
V, successore d'Eugenio IV, la città di Jesi, che tuttavia possedeva
nella Marca, rinunciando ad una sovranità per la quale erasi sparso
tanto sangue. Il conte, che non poteva far uso della sua armata per
mancanza di danaro, e che colla sua inazione correva pericolo di perdere
la sua riputazione militare, i soldati, egli stati, acconsentì
all'ultimo ad abbandonare una città fedele, che durante due anni
d'assedio, aveva per lui infinitamente sofferto. Rendette Jesi al papa,
ricevendo in ricompensa dalle mani di Alfonso trentacinque mila fiorini,
coi quali rifece la sua armata[276].

  [276] _Jo. Simonetae, l. IX, p. 394._

Fino dall'undici di marzo il conte Sforza, colla mediazione del duca
d'Urbino, aveva firmato una tregua con Sigismondo Malatesta, signore di
Rimini, in forza della quale aveva assicurato a suo fratello Alessandro
il pacifico possesso di Pesaro; ed egli abbandonava la Marca, senza aver
più alcun motivo di trattenersi negli stati della Chiesa. Si mosse il 9
agosto, prendendo la strada della Lombardia; ma giunto a Cotignola,
villaggio da cui prendeva origine la sua famiglia, e dove pensava di
lasciare riposare alquanto la sua gente, colà ricevette il 15 agosto un
segreto messo di Lionello, marchese d'Este, che gli annunciava la morte
di suo suocero. Il duca di Milano, sempre invisibile ai suoi sudditi, ed
appena accessibile ad un ristretto numero di consiglieri e di servitori
segreti, era stato il 7 agosto sorpreso da una dissenteria; la malattia
erasi tenuta scrupolosamente celata a tutto il mondo, ed egli era morto
il 13 dello stesso mese nel suo castello di Porta Zobia di Milano, senza
che alcuno lo sapesse tampoco in pericolo[277].

  [277] _Ivi, p. 395. — Scipione Ammirato, l. XXII, p. 54. — Cron. di
  Bologna, t. XVIII, p. 684. — Marin Sanuto Vite dei Duchi di Venezia,
  p. 1126._

Filippo Maria, l'ultimo dei Visconti, duchi di Milano, era grande di
statura, assai magro finchè fu giovane, assai grasso in età avanzata.
Aveva deforme viso e quasi spaventevole, grandissimi gli occhi, e lo
sguardo sempre incerto. Trascurava tutto quanto poteva contribuire a
rendere piacente la sua persona, l'eleganza e la politezza medesima
sembravangli odiose cose, e non ammetteva mai alla sua presenza coloro
ch'erano elegantemente vestiti: la caccia ed i cavalli erano l'unico suo
divertimento; altronde egli era sobrio, timido, e sopra modo lo
spaventavano i lampi, il tuono, e qualunque discorso tendeva a fargli
pensare alla morte; ed il suo carattere e la sua condotta parevano
principalmente spiegarsi per la continua diffidenza di se stesso e degli
altri[278]. Temeva il giudizio che pronuncierebbero intorno a lui coloro
che l'avvicinerebbero, e piuttosto che superare questa timidità per
vedere l'imperatore Sigismondo, in occasione del suo passaggio, si
espose a farsi di quel monarca un irriconciliabile nemico. Egli non
superò tale diffidenza, che quando fu posta in sua mano la sorte de'
principi introdotti innanzi a lui. Perciò vide egli Carlo Malatesti, ed
in appresso Alfonso d'Arragona, l'uno e l'altro suoi prigionieri, che
ricolmò di beneficj quasi per riconciliarli colla sua orribile faccia.
Egli si sottraeva egualmente allo sguardo dei forestieri, ed a quello
de' suoi sudditi d'ogni condizione, che non potevano essere introdotti
vicino a lui senza incontrare mille difficoltà; ma s'egli finalmente si
accontentava di ricevere qualche persona, sapeva mostrarsi dolce ed
affabile, e tutti coloro che giugnevano ad acquistarsi una volta la sua
confidenza, erano quasi sicuri d'avere sopra di lui una grande
influenza. Sospettoso all'eccesso verso coloro coi quali non aveva
domestichezza, cercava sempre anche in mezzo alla pace d'indebolirli, e
ruinarli celatamente colla più malvagia politica, ma era poi capace di
durevole confidenza per coloro che ammetteva alla sua familiarità;
perciò fu sempre veduto falso nelle sue promesse, perfido nelle
alleanze, e non pertanto fedele all'amicizia. Egli temeva, disprezzava,
ed odiava generalmente gli uomini; ma sapeva altresì scegliere coloro
che immediatamente dipendevano da' suoi ordini, ed adoperò quasi sempre
uomini di somma capacità come generali, come consiglieri di stato e come
ambasciatori. Nelle missioni che loro affidava, non limitava le facoltà
loro con gelosa diffidenza; ed in un secolo in cui l'onore e la buona
fede erano sbanditi, in cui egli stesso dava frequenti prove di
perfidia, non fu mai tradito dai suoi ministri o dai suoi generali.
Sovrano senza rispetto per l'umanità, senza amore per i suoi popoli,
flagello de' proprj stati e di quelli de' vicini, non fu così cattivo
uomo come era malvagio principe, e trovavasi in lui qualche mescolanza
di talenti, di virtù e di generosità.

  [278] _Aeneas Sylvius in gestis imperat. Federici III. — Benvenuto
  da san Giorgio, Histor. del Monferrato, t. XXIII, p. 711._



CAPITOLO LXXII.

      _Sforzi de' Milanesi per ricuperare la libertà; Francesco Sforza
      si obbliga al servigio della nuova repubblica; sue vittorie sui
      Veneziani a Piacenza, a Casal Maggiore ed a Caravaggio._

1447 = 1448.


Da oltre quindici anni l'Italia era sconvolta da rivoluzioni di nuovo
genere; vedevansi guerre incominciate senza motivi, trattate senza
vigore, e sospese senza che la pace arrecasse verun vantaggio, alleanze
contratte, rotte, rinnovate, e mille volte violate; la perfidia in tutti
i rapporti politici era diventata la morale di moda; un pericoloso
credito veniva accordata ai comandanti delle armate, mentre l'arte
militare più non era nobilitata dal sacro motivo della difesa della
patria; per ultimo ogni giorno nuovi capitani s'innalzavano ad un potere
indipendente, trattavano coi principi da piccoli sovrani, ed in appresso
perivano quasi tutti sul patibolo senza formalità di giudizio. Ma questo
stato d'Italia così straordinario, così diverso di tutto ciò che lo
aveva preceduto, da tutto ciò che seguì, apparecchiava la grande
rivoluzione ch'ebbe compimento alla metà del quindicesimo secolo. Videsi
in allora e per tutte queste cagioni il più avventurato di tutti questi
avventurieri collocarsi sul primo trono d'Italia, gli Sforza succedere
ai Visconti, un nuovo sistema d'equilibrio riunire il poter militare al
civile, ed il condottiere, che conseguì la più magnifica ricompensa,
fare scomparire tutti gli altri.

Lo Sforza ottenne con una insigne perfidia di succedere a suo suocero;
ma il secolo era talmente corrotto ed abituato alla mancanza di fede
della casa Visconti, di tutti i piccoli principi d'Italia, e dei papi,
che questa mala fede più non risguardavasi come una macchia dalla
maggior parte degli uomini. Quando Machiavelli diceva dello stesso
Sforza, che non era trattenuto da timore o da vergogna di mancare ai
suoi giuramenti, perchè i grandi uomini si vergognavano di perdere, non
di guadagnare coll'inganno[279], egli esprimeva il sentimento di tutti i
suoi contemporanei, più ancora che il suo proprio, e lo Sforza, che in
cotal modo egli scusava, aveva nome d'essere anzi uno de' più generosi,
de' più fedeli nell'amicizia fra tutti i principi del suo secolo.
L'intima sua amicizia con Cosimo de' Medici, che i Fiorentini
intitolarono il padre della patria, e che gli amici delle lettere
risguardano come il ristauratore della filosofia platonica, faceva
egualmente onore all'uno ed all'altro. L'amicizia dello Sforza veniva
nello stesso tempo ricercata da Federico di Montefeltro, in appresso
duca d'Urbino, da Lionello e da Borso d'Este, marchesi e duchi di
Ferrara, e da Luigi Gonzaga, marchese di Mantova, allievo di Vittorino
da Feltre. Il nome di questi principi venne illustrato dalla benefica
protezione accordata alle lettere in sul declinare del quindicesimo
secolo, ed a costoro può attribuirsi la scoperta della bella antichità,
il risorgimento delle arti e della poesia. Francesco Sforza era degno
d'essere loro associato, e noi avremo pur troppo frequenti occasioni di
vedere che questi illustri principi in fatto di onore e di moralità non
vanno meno di lui soggetti a censura. Non possiamo non compiangere un
secolo in cui il sentimento del giusto e del vero era talmente
indebolito, che un uomo di elevato carattere più non arrossiva della
falsità e del tradimento; ma conservando tutto l'orrore che nutrir
dobbiamo per il vizio e per la bassezza, dobbiamo guardarci di addossare
ad un solo uomo il biasimo e la vergogna che appartengono a tutta la sua
generazione.

  [279] _Niccolò Machiavelli Stor. Fiorent., l. VI, p. 212._

Non è già che le pretese di Francesco Sforza all'eredità di Filippo
Maria fossero ingiuste: i suoi diritti non erano meno fondati che quelli
di qual si fosse altro pretendente; o a dir meglio fra tutti coloro che
l'ambivano non vi aveva diritto che la repubblica milanese. I Visconti
altro non erano che i capi della fazione seguita dai popolo innalzati al
potere sovrano ora dal tacito assenso della nazione, ora dall'intrigo e
dalla forza delle armi. Giammai essi non avevano fondata una monarchia
regolare e costituzionale, nella quale fossero riconosciuti i diritti
ereditarj. Dopo Ottone Visconti che nel 1277 diede cominciamento alla
grandezza della sua casa fino a Filippo in cui si spense, non si vide in
cento settant'anni una sola successione regolare. Talora tutt'i fratelli
avevano regnato assieme, talvolta eransi divisi gli stati, ed ora si
erano succeduti gli uni agli altri a pregiudizio de' figli; il
cominciamento di qualunque regno era stato notato da qualche
rivoluzione. La sola forza decideva del diritto, il timore teneva luogo
dell'affetto, ed il sovrano della Lombardia non sarebbe rimasto meno
sorpreso del suo popolo, se gli si fosse parlato dei diversi gradi di
eredità che aprivano la successione al trono.

Nelle famiglie dei signori d'Italia i bastardi stavano quasi a livello
coi figli legittimi, e se si acconsentiva che la successione dei
Visconti potesse passare alle femmine, la nascita di Bianca non era una
sufficiente cagione per escluderla. Nella divisione degli stati di
Giovan Galeazzo, padre dell'ultimo duca, il suo bastardo Gabriele aveva
avuta una parte press'a poco eguale a quella dei figli legittimi;
Lionello d'Este, allora regnante, e dopo di lui Borso, l'uno e l'altro
bastardi di Niccolò III, vennero chiamati alla signoria di Ferrara e di
Modena in pregiudizio de' loro fratelli maggiori nati da legittimo
matrimonio; e la successione della casa della Scala erasi trasmessa dal
principio fino alla fine da bastardo in bastardo. Santi Cascese era
stato di fresco chiamato al governo di Bologna come figlio adulterino di
un Bentivoglio, mentre che Federico di Montefeltro, che sapevasi non
essere figliuolo del conte Guido, di cui portava il nome, veniva
riconosciuto per signore d'Urbino. Effettivamente il popolo non
considerava in verun modo i diritti di successione come sono regolati
dalle leggi per le private proprietà, ma soltanto la garanzia che il
nuovo capo poteva dare per la sua età, per i suoi talenti, al partito di
cui la di lui famiglia era stata capo.

I diritti che la casa d'Orleans pretendeva avere acquistati da Valentina
Visconti, sorella dell'ultimo duca, erano fondati sull'ipotesi che la
Lombardia fosse un feudo femminino; ma la Lombardia non era nè un feudo,
nè una successione aperta alle femmine. I diritti che gl'imperatori
fecero in appresso valere sul ducato di Milano, come ricaduto alla
diretta dell'impero per l'estinzione della linea Visconti, non erano più
legittimi degli altri, perchè Milano, avanti la fondazione del ducato,
ed anche prima della grandezza della casa Visconti, era uno stato libero
sebbene membro dell'impero, nè mai aveva appartenuto all'imperatore. La
corona ducale poteva ritornare a quello che l'aveva accordata, ma la
sovranità non doveva uscire dalle mani dei Lombardi, di cui questi duchi
non erano che i mandatarj. I diritti d'Alfonso V, re d'Arragona e di
Napoli, appoggiati ad un vero o supposto testamento di Filippo Maria a
suo favore, erano egualmente invalidi, perchè al duca di Milano non era
mai stato accordato di disporre per testamento del governo dei suoi
popoli. Finalmente i diritti di Francesco Sforza, come sposo dell'unica
figlia dell'ultimo sovrano, in un paese in cui le figlie non erano mai
succedute, dipendeva totalmente dall'assenso del popolo. Se gli amici
dei Visconti, se i nobili ghibellini, che avevano voluto dare e
conservare un capo al loro partito, credevano che l'educazione di Bianca
fra di loro, che la di lei successione ai beni patrimoniali, che il
reciproco affetto fra di lei ed i servitori di suo padre, loro
assicurassero la sua persistenza e quella del suo sposo nelle massime
del governo di cui essi avevano cercata la guarenzia, erano padroni di
considerare Francesco Sforza, dopo il suo matrimonio con Bianca, come il
rappresentante d'una famiglia, cui essi avevano consacrate le loro spade
e le loro sostanze. Era in conseguenza di questo stesso diritto ch'essi
renduto avevano a Filippo Maria quell'ubbidienza che ritirata avevano a
Giovan Maria suo fratello, che precedentemente avevano sostituito Giovan
Galeazzo a Barnabò ed ai suoi figliuoli, e che più anticamente scelto
avevano a vicenda Azzo, Lucchino e Giovan Visconti, senza giammai
attenersi alla diretta linea di successione. Ma se Bianca non portava
allo sposo l'affetto d'una fazione, e l'attaccamento della maggiorità
della nazione, non aveva verun diritto legale da far valere. La sola
repubblica milanese avea giustissimo titolo per riclamare la sua
sovranità. Non solo quando spontaneamente si era assoggettato alla
signoria de' Visconti non aveva acconsentito che la sovranità passasse
ad un'altra famiglia, ma non aveva pure riconosciuta altra eredità nella
famiglia Visconti, che quella ch'essa sanzionava co' suoi suffragi in
ogni cambiamento di regno. Una deliberazione dei consiglj aveva sempre
deferiti ad ogni Visconti, l'uno dopo l'altro, il titolo ed i diritti di
_perpetuo signore di Milano_; e quand'anche questa deliberazione fosse
stata più volte estorta colla forza, non pertanto questa sola dava al
titolo di signore qualche apparenza di legalità.

Ma quando venne a morte Filippo Maria, i Milanesi erano ben lontani dai
cercare un nuovo capo di parte, e dal sottomettersi a nuovi signori.
Avevano provate tutte le disgrazie che la tirannide di ambiziosi padroni
può chiamare sopra un popolo, ed accusavano dolendosene la memoria de'
loro antenati, che, sedotti dalle pratiche dell'arcivescovo Ottone,
avevano acconsentito che la di lui famiglia riducesse la patria in
servitù[280]. Si era loro tenuta segreta la malattia di Filippo Maria.
Questo principe, che si era sempre renduto invisibile ai suo popolo, e
che non aveva mai accordate agli ambasciatori stranieri che udienze
assai rare, aveva languito otto giorni per una dissenteria, cui dovette
finalmente soggiacere, senza che alcuno, in fuori de' suoi più intimi
familiari, avesse soltanto sospettato che avesse qualche indisposizione
di salute. Il consiglio di Milano volentieri avrebbe ancora lungo tempo
nascosto quest'avvenimento, onde non accrescere il coraggio o dei nemici
che di già si trovavano alle porte della città, o delle diverse fazioni
pronte a scoppiare. Ma l'ambizione ed un antico spirito di parte avevano
fatto abbracciare queste determinazioni a questi consiglieri troppo
egoisti per pensare ai diritti della loro patria. L'antica rivalità
delle scuole militari di Sforza e di Braccio dividevano il consiglio.
Francesco Landriano e Broccardo Persico, addetti alla milizia di
Braccio, volevano far passare al re di Napoli la sovranità della
Lombardia. Alfonso, essi dicevano, era il più ricco ed il più potente
principe d'Italia, egli era stato con lunga alleanza unito a Filippo
Maria, e ne aveva ricevuti beneficj che non aveva dimenticati; onde
trasporterebbe ai consiglieri del duca la propria riconoscenza.
Dall'altro canto Andrea Birago cogli amici dello Sforza, e coloro che
avevano servito nella di lui milizia, facevano valere i legami del
sangue che univano alla casa Visconti il conte Francesco, le promesse
dell'ultimo duca, e la naturale successione di una figlia a suo
padre[281].

  [280] _Joseph. Ripamontii Hist. Urbis Mediol. ap. Graevium. Thesaur.
  Hist. et Antiquitatum Italiae, t. II, l. X, p. 609._

  [281] _Jo. Simonetae, l. IX, p. 397._

La vinsero i partigiani d'Alfonso, i quali pretesero di eseguire in tal
modo la volontà manifestata da Filippo Maria negli ultimi istanti di
vita, e consegnarono la cittadella ed il castello a Raimondo Boile,
luogotenente del re, che di fresco era giunto dalla Puglia con una
piccola armata ausiliaria. Le insegne arragonesi, che si videro spiegate
sul castello del duca, indicarono ai Milanesi la morte del loro sovrano,
e la rivoluzione che pretendeva di fare un consiglio di ministri; ed i
capi del partito popolare furono avvisati di prendersi cura della
libertà del loro paese.

Quattro cittadini egualmente distinti per nascita, per ricchezze, per
talenti, e pel loro zelo per il ben pubblico, Antonio Trivulzio, Teodoro
Bossi, Giorgio Lampugnani ed Innocenzo Cotta, si adunarono per
provvedere alla libertà della loro patria, giurando di non permettere
che ricadesse in servitù. Allo spuntare del giorno tutta la città fu
informata della morte del Visconti, tutte le botteghe si tennero chiuse,
si barricarono le strade con catene, e quelle che conducevano al
castello vennero tagliate con profonde fosse. Trivulzio, Bossi,
Lampugnani e Cotta si divisero i quartieri della città, fecero adunare
il popolo alle sei porte, e furono da ogni porta nominati quattro
deputati. Un supremo consiglio formato da queste sei deputazioni doveva
rappresentare la repubblica, ed essere rinnovato ogni due mesi, come la
signoria di Firenze; i quattro promotori della rivoluzione vennero
nominati i primi a questa nuova magistratura. Nello stesso tempo
Raimondo Boile, cogli antichi consiglieri del duca, aveva chiamati in
castello tutti i condottieri che trovavansi allora in città, cioè Guido
Antonio Manfredi di Faenza, Carlo Gonzaga, Luigi del Verme, Guido
Torello ed i fratelli Sanseverino, e gli aveva tutti persuasi a giurare
ubbidienza ad Alfonso: ma appena furono usciti di castello, che,
strascinati dal movimento popolare, riconobbero il nuovo governo, e si
posero al soldo della repubblica, che veniva allora costituita[282].

  [282] _Jo. Simonetae, l. IX, p. 398._

Questa nuova magistratura aveva permesso che l'ultimo duca si portasse
al sepolcro colle consuete cerimonie; e la marcia del corteggio non
venne sturbata da verun popolare movimento; ma si agitavano in allora
così grandi interessi, timori così vivi, così variate speranze, notizie
così contraddittorie succedevansi con tanta rapidità, che i cittadini,
dopo essersi uniti alla pompa funebre, l'abbandonarono successivamente,
e gli stessi preti se ne allontanarono, onde a stento si potè portare il
corpo di Filippo fino al sepolcro che gli era stato destinato, dietro
all'altar maggiore della cattedrale[283].

  [283] _Josephi Ripamontii, l. V, p. 610. — Jo. Simonetae, l. IX, p.
  398._

Il primo affare che doveva trattarsi dal nuovo governo doveva essere
l'acquisto delle cittadelle, perchè i soldati forestieri che le
occupavano potevano essere tentati di venderle ai Veneziani, ed aprir
loro in tal modo la città. Gli equipaggi di Raimondo Boile vennero
abbandonati al popolo per punirlo d'avere occupato il castello. I
soldati, spaventati da quest'esecuzione, divisi da molte centinaja di
miglia dalle armate del re di Napoli, e non avendo fatto alcun
apparecchio per sostenere un assedio, aprirono le porte quasi subito
dopo. Quelli del castello di porta Zobia pareva che si disponessero a
fare maggiore resistenza; ma perchè non formavano in tutto che tre
compagnie, ascoltarono proposizioni di accomodamento. Venne loro
permesso di dividersi diciassette mila fiorini rimasti nella cassetta
del principe, ed a tale condizione consegnarono il castello. All'istante
queste due formidabili fortezze furono atterrate dal popolo, ed il
grosso de' cittadini più non abbandonò il lavoro, finchè non furono
uguagliate al suolo.

Ne' precedenti mesi, ad istanza di Niccolò V, nuovo papa, erasi
cominciato a trattare di pace. Si era aperto un congresso a Ferrara
sotto la presidenza del marchese Lionello, e di un legato del papa; gli
ambasciatori de' Veneziani, dei Fiorentini e del duca di Milano, che
trattavano ancora per parte di Alfonso, vi si erano di già recati. Le
varie proposizioni, o di una tregua fondata sullo stato attuale di
possedimenti, o di una pace con reciproca restituzione, erano state
discusse, indi lasciate alla scelta di Filippo Maria, e l'opera del
congresso poteva in qualche modo risguardarsi come terminata[284]. I
magistrati della nuova repubblica di Milano, che bramavano di essere in
pace con tutti, dichiararono che volevano proseguire la negoziazione, e
che accetterebbero le condizioni convenute col loro duca: ma i
Veneziani, che vedevano affacciarsi alla loro cupidigia nuove conquiste,
rigettarono quest'offerta quasi con derisione. Prima di restituire ai
Milanesi gli stati che avevano appartenuti a Filippo Maria, chiesero il
pagamento di tutte le spese della guerra, e di tutti i danni loro dalla
medesima cagionati[285]. Ruppero così ogni trattato, e ritiraronsi dal
congresso, ad altro più non pensando che a dividersi le spoglie
dell'ultimo Visconti[286].

  [284] _Niccolò Machiavelli, l. VI, p. 206. — Barth. Facii, l. IX, p.
  141._

  [285] _M. A. Sabellico Dec. III, l. VI, f. 188. — Marin Sanuto Vite
  dei Duchi, p. 1126._

  [286] _Platina Hist. Mant., t. XX, l. VI, p. 843._

Il doge Francesco Foscari, uomo ambizioso, che amava la guerra, e che
lusingatasi d'illustrare il suo regno colle conquiste, trovavasi in
allora dominante nei consiglj di Venezia. Egli strascinò la repubblica a
tener dietro a progetti d'aggrandimento, che parevano favoriti dalle
circostanze. Per altro ella sagrificò le sue antiche massime di
giustizia e di libertà ad una falsa politica. I Veneziani non dovevano
supporre che gli altri stati d'Italia, nè gli stessi loro alleati gli
acconsentissero giammai di soggiogare la Lombardia. Ostinandosi a
combattere, senz'esserne provocati, la repubblica di Milano, la spinsero
sotto il giogo dello Sforza, si procurarono un più pericoloso vicino che
non lo erano i Visconti, e per un necessario concatenamento, furono la
prima cagione delle guerre de' Francesi e de' Tedeschi alla fine del
secolo pel possedimento dello stato Milanese; mentre che se tre potenti
repubbliche, Milano, Venezia e Firenze, si fossero divisa l'Italia
superiore, e ne avessero mantenuto l'equilibrio, questa contrada, assai
più forte e più ricca sotto una paterna amministrazione, non sarebbe mai
più diventata preda dagli stranieri.

Il governo di Milano, in guerra con Venezia, incerto rispetto ai suoi
rapporti con Firenze ed alla condotta che terrebbe il conte Sforza, non
era neppure succeduto a tutta la potenza che aveva esercitata l'ultimo
Visconti. In tutto il ducato un'eguale oppressione aveva fatto nascere
un eguale desiderio di libertà; in tutte le città era stato proclamato
il nome di repubblica, ma in quasi tutte l'amore dell'indipendenza
nazionale pareggiava per lo meno l'amore della libertà politica. Il
giogo dei Milanesi detestavasi quanto quello dei Visconti, ed ogni
città, ch'era stata repubblica, voleva esserlo ancora. Pavia aveva lungo
tempo conteso a Milano il primo rango tra le città lombarde; era stata
la favorita residenza di Giovanni Galeazzo, il più grande dei Visconti;
il suo orgoglio fortificava il suo amore per l'indipendenza, ed ella era
determinata di tutto soffrire, piuttosto che di ubbidire ai Milanesi. Il
popolo di Pavia nominò i suoi magistrati, si costituì in repubblica, ed
intraprese subito l'assedio della fortezza che signoreggiava la città.
Una parte del tesoro del duca e delle munizioni di guerra era stata
deposta in questa fortezza, ma Matteo Bolognini, che ne aveva il
comando, rispinse con ostinazione tutti gli sforzi degli assalitori. Le
città di Como, Alessandria e Novara, ch'erano attaccate ai Milanesi più
per affetto che per ubbidienza, dichiararono di seguire la sorte della
nuova repubblica; ma Lodi, che pei suoi rapporti di commercio, e per la
maggioranza della fazione Guelfa, era unita ai Veneziani, rispinse i due
Piccinini, e li costrinse a rifugiarsi a Pizzighettone, dopo di che la
città mandò a chiedere a Michele Attendolo una guarnigione veneziana,
ch'entrò il 16 agosto, cinque giorni dopo la morte del duca[287]. Il
castello di san Colombano, posto tra Lodi e Pavia, si unì pure
volontariamente ai Veneziani. Piacenza trovavasi divisa in quattro
fazioni, dirette da quattro potenti famiglie. Quella degli Anguissola
era la sola affezionata ai Ghibellini, e le tre altre, riunite dal
medesimo amore per la parte Guelfa, si decisero all'ultimo, per metter
fine alla lite, a sottomettersi ai Veneziani. Taddeo d'Este, uno de'
generali di Venezia, prese possesso di Piacenza il 20 d'agosto con mille
cinquecento cavalli, ed in pochi giorni sottomise ancora tutto il suo
territorio[288]. Parma e Tortona si eressero in repubbliche; Asti aprì
le sue porte a Rinaldo di Dresnay, che ne prese possesso a nome di
Carlo, duca d'Orleans, in conseguenza dei trattati cominciati pochi mesi
prima tra Filippo e Carlo VII, e come dote di Valentina Visconti. In
tutte le città si videro rientrare gli esiliati ed i proscritti, e
riprendere dovunque il possesso de' loro beni, che il fisco si era
appropriati, o aveva venduti, cacciandone colla spada alla mano i nuovi
proprietarj[289].

  [287] _Cristof. da Soldo Istor. Bresc., t. XXI, p. 843._

  [288] _Cristof. da Soldo Istor. Bresc., t. XXI, p. 843. — Plat.
  Hist. Mant., t. XX, p. 843. — Ann. Placent. Anton. de Ripalta, t.
  XX, p. 892._

  [289] _Jo. Simonetae, l. IX, p. 399. — M. A. Sabellico Dec. III, l.
  VI, f. 188._

I capi della repubblica milanese, attaccati dai Veneziani, abbandonati
dalla metà dei popoli ch'erano stati prima governati dal duca, e male
ubbiditi dall'altra, qualunque volta volevano mantenere l'ordine, levare
soldati e fare regolarmente pagare le imposte, minacciati dal re
Alfonso, dai Savojardi e dai Francesi, che tutti annunciavano varie
pretese sull'eredità dei Visconti, credettero di dover chiedere
l'assistenza di Francesco Sforza, per non dover contare tra i suoi
nemici anche questo condottiere. Lo Sforza aveva di già condotta la sua
armata ai confini per soccorrere il principe di cui essi erano rimasti i
rappresentanti, e quest'armata formava l'unica loro speranza.
Scaramuccio Balbo offrì a questo grande capitano, in nome della
repubblica milanese, di mantenere il trattato che con lui aveva fatto il
Visconti, continuandogli pure il medesimo pagamento e le condizioni
medesime per combattere gli stessi nemici e difendere lo stesso paese.
Bentosto Antonio Trivulzio si recò presso al generale, ed aggiunse a
tali offerte, la cessione dei diritti dei Milanesi sopra Brescia, o
sopra Verona, se riusciva allo Sforza di togliere ai Veneziani l'una o
l'altra di queste città. Lo Sforza, che erasi avanzato fino a Cremona
per vedere quale partito potesse tirare dalle turbolenze della
Lombardia, accettò senza difficoltà le offerte condizioni, sebbene gli
paresse dura cosa il dover ubbidire a coloro cui aveva sperato di
comandare. Apparecchiossi dunque alla guerra, ma senza deporre la
speranza di costringere un giorno i Milanesi a riconoscere un'autorità,
che per ora abbassavasi innanzi alla loro[290].

  [290] _Jo. Simonetae, l. IX, p. 401. — Nicc. Machiavelli Ist. Fior.,
  l. VI, p. 205. — Josephi Ripamontii Hist. Urb. Med., l. V, p. 611._

Il primo servigio che rese alla repubblica, dalla quale riceveva il
soldo, fu d'intimidire i Parmigiani, avanzandosi fin sotto le loro mura.
Questi per evitare le ostilità si obbligarono a seguire senza eccezione
la sorte di Milano, ed a riconoscere sempre gli stessi amici e
nemici[291]. Lo Sforza rinnovò in appresso la sua alleanza con Rinaldo
Palavicini, che gli accordò un libero commercio ne' suoi feudi. Trovò a
Cremona mille cinquecento cavalieri di Guid'Antonio Manfredi, ch'erano
stati scacciati dal Lodigiano dai Veneziani, e ch'egli riunì sotto le
sue insegne. Recandosi quindi con una piccola scorta a Pizzighettone,
presso ai due Piccinini, si guadagnò il loro affetto con questa prova di
confidenza; li trovò disanimati nella universale rivoluzione, e disposti
a trattare coi Veneziani, che di già gl'invitavano a dividere le future
loro conquiste, offrendo loro in ricompensa della loro _defezione_,
Cremona in sovranità al primogenito, Crema al secondo. Lo Sforza seppe
così destramente maneggiarli, che malgrado l'antica rivalità tra le due
scuole militari, e malgrado le vicendevoli loro offese, li persuase a
restare ancor essi attaccati alla repubblica milanese, ed a rinnovare
con Luigi Bossi e Pietro Cotta, deputati della repubblica, il trattato
che avevano fatto col duca[292]. Lo Sforza passò in appresso l'Adda con
Francesco Piccinino, il 30 di settembre, ed entrò nel territorio di
Lodi. Il generale veneziano Michele Attendolo, suo parente, che si era
indebolito per le molte guarnigioni ch'era stato obbligato di staccare
dalla sua armata, e per la vasta estensione del paese che occupava, non
si trovò in istato di fargli testa, e lasciò che assediasse il castello
di san Colombano, che si arrese il 15 dello stesso mese[293].

  [291] _Jo. Simonetae, l. IX, p. 401._

  [292] _Jo. Simonetae, l. IX, p. 403. — Marin Sanuto Vite dei Duchi,
  t. XXII, p. 1126._

  [293] _Cristof. da Soldo Istor. Bresc., t. XXI, p. 843._

I Veneziani, disperdendo le loro forze, avevano perduta quella
superiorità che conservata avevano fino a tale epoca sopra Filippo dopo
la battaglia di Casale, e la moltiplicità delle conquiste ebbe per loro
quasi le conseguenze di una disfatta. Per rifare la loro armata,
radunarono quanto fu possibile di gente con nuove leve in Bergamo ed in
Brescia; dall'altro canto i Milanesi erano stati abbandonati da diversi
loro condottieri, tra gli altri da Alberto Pio, signore di Carpi, il
quale, saccheggiati il palazzo del duca ed i castelli che trovaronsi a
lui più vicini, passò, carico di preda, al proprio paese[294]. Per altro
lo Sforza fece un ragguardevole acquisto, prendendo al soldo de'
Milanesi Bartolomeo Coleoni di Bergamo, che, dopo essersi fatto qualche
nome, era stato nel precedente anno arrestato per ordine di Filippo
Maria, e chiuso nelle prigioni di Monza. Il Coleoni trovò modo di
fuggire, quando la morte del duca rese il suo custode meno rigoroso; ed
i suoi antichi soldati, accantonati a Landriano, avendolo riconosciuto
in tempo della sua fuga, si erano nuovamente adunati sotto le sue
insegne. Lo Sforza richiamollo da Pavia, ov'erasi rifugiato, per
incorporarlo all'armata milanese[295].

  [294] _Jo. Simonetae, l. IX, p. 403._

  [295] _M. A. Sabellico Ist. Ven. Dec. III, l. VI, f. 189. — Marin
  Sanuto, Vite dei Duchi, p. 1127. — Ant. Cornazzani de Vita et gest.
  Barthol. Coleionis, l. IV, p. 18, ap. Burmannum Thesaur., t. IX, p.
  VI._

Tutti i principi che avevano qualche diritto all'eredità del Visconti, o
soltanto desiderio di approfittare della rivoluzione accaduta ne' suoi
stati, eransi sforzati di guadagnare a prezzo d'oro partigiani nelle
diverse città della Lombardia. Quella di Pavia, assai più bramosa di
sottrarsi al dominio dei Milanesi che non di conservare la sua libertà,
trovavasi in allora divisa in più fazioni. Vi si contavano i partigiani
di Carlo VII, re di Francia, del Delfino suo figlio di que' tempi in
guerra col padre, di Luigi, duca di Savoja, di Giovanni, marchese di
Monferrato, e di Lionello, marchese d'Este. Tutti gli abitanti
convenivano che per non soggiacere ai Milanesi era d'uopo darsi un
padrone straniero; ma se l'interesse, la corruzione, l'egoismo rendevano
i loro consiglj unanimi in questa assurda determinazione, i medesimi
motivi dividevano i loro suffragi intorno alla scelta del principe. In
mezzo a tali pratiche, Francesco Sforza non perdeva di vista questa
città, ed uno de' suoi agenti, chiamato Sceva Curti, cercò di
procurargli i voti dei Pavesi. Nello stesso tempo Agnese del Maino,
madre di Bianca Visconti, ch'erasi rifugiata nella fortezza di Pavia,
cercò di guadagnare al genero Matteo Bolognini, che ne aveva il comando.
Quest'ufficiale aveva altre volte militato sotto le insegne di Braccio,
onde contavasi tra i nemici del suo rivale; ma Agnese seppe lusingare la
di lui vanità, promettendogli di farlo adottare nella famiglia dello
Sforza, e di ottenergli il titolo di conte di sant'Angelo, e la
sovranità di quel castello dove il Bolognini era nato. In conseguenza di
questo duplice trattato arrivarono al campo sforzesco otto deputati del
senato di Pavia nell'istante medesimo in cui Francesco rispingeva
vigorosamente un attacco di Michele Attendolo, diretto a liberare san
Colombano; essi gli offrirono la sovranità del loro stato, trasmissibile
ai suoi discendenti, col titolo di conte di Pavia, e gli chiesero la
conferma di privilegi che il nuovo principe accordò in sull'istante. Lo
Sforza accolse con gioja tale proposizione; la cittadella gli fu data in
pari tempo che la città, ed egli si recò con magnifico corteggio alla
chiesa di san Siro, per rendere grazie a Dio di così fausto
avvenimento[296].

  [296] _Jo. Simonetae, l. IX, p. 407. — Niccolò Machiavelli Ist.
  Fior., l. VI, p. 212._

I Milanesi avevano avuto sentore di questo trattato, ed avevano
inutilmente cercato di stornarlo, rappresentando allo Sforza che la sua
convenzione colla città di Milano l'obbligava a conservarle tutti gli
stati che appartenevano al precedente duca. Rispose il generale, che se
avesse esitato ad accettare le offerte fattegli da Pavia, questa città
sarebbesi data nelle mani di qualcuno de' potenti sovrani che se ne
disputavano l'acquisto. Soggiugneva di non avere alcun mezzo di ridurla
colla forza, e tornare meglio ai Milanesi che ella si fosse
volontariamente sottomessa ad un amico e ad un alleato, che unita coi
loro avversarj. Nello stesso tempo per acquietarli fece loro la cessione
di san Colombano che aveva allora conquistato. Per altro i suoi
ambiziosi progetti cominciavano allora a manifestarsi scopertamente: ma
i Milanesi, che avevano creduto d'impiegarlo, sebbene di lui
diffidassero, non vollero alienarlo col mostrargli che la loro
diffidenza andava crescendo, poichè durava tuttavia il bisogno della sua
assistenza. Dall'altra parte lo Sforza, ponendo di guarnigione le
proprie truppe ne'castelli del territorio pavese, ordinò di non
molestare quelli di cui eransi di già impadroniti i Milanesi o il duca
di Savoja nella Lomellina, e di mantenersi possibilmente in pace con
quest'ultimo vicino. Fece inoltre armare a proprie spese, a Pavia,
quattro galeoni che mandò giù per Po per attaccare Piacenza, onde
guadagnarsi in tal modo la benevolenza della signoria di Milano[297].

  [297] _Jo. Simonetae, l. IX, p. 408. — Jos. Ripamontii Hist. Med.,
  l. V, p. 611._
Quand'ebbe avviso dell'occupazione di Pavia, il governo di Milano
mandò nuovamente a chiedere la pace ai Veneziani, loro offrendo
vantaggiosissime condizioni, ma di nuovo le sue proposizioni vennero
rigettate con imprudente arroganza. Lo stato dei duchi di Milano
sembrava in allora abbandonato al sacco; tutti i suoi vicini volevano
arricchirsi colle spoglie di colui che gli aveva così lungo tempo
fatti tremare. Lionello, marchese d'Este, si era impadronito di Castel
nuovo e di Cupriaco, ed i san Vitali che gli erano ligi, tenevano in
Parma segrete pratiche per fargli aprire le porte della città. I
Correggi avevano occupato Bressello, i Genovesi, lungo tempo lacerati
da intestine fazioni che loro avevano fatto perdere ogni influenza sul
rimanente dell'Italia, si erano opportunamente riuniti sotto il nuovo
doge, Giano di Campo Fregoso, per occupare Voltaggio, Novi e molti
castelli, e per minacciare Tortona. Il duca Luigi di Savoja, figliuolo
dell'antipapa Felice V, sollecitava le borgate dei territorj di
Alessandria, Novara e Pavia ad aprirgli le porte, offrendo loro per
ricompensa la minorazione delle imposte, ed anche una totale
esenzione. Giovanni, marchese di Monferrato, poneva in opera gli
stessi allettamenti ai confini de' proprj stati; ma un più formidabile
attacco di tutti gli altri era quello di Rinaldo di Dresnay,
governatore d'Asti pel duca d'Orleans, che invadeva i confini del
Milanese, in nome del suo padrone, con un'armata francese.

Carlo d'Orleans era figliuolo di Valentina Visconti, maggiore sorella
dell'ultimo duca. Se il ducato di Milano fosse stato ereditario per
linea femminile, se il loro diritto di successione fosse stato in Italia
riconosciuto per le sovranità fondate dalle città, Carlo sarebbe in
fatti stato il naturale erede di Filippo: ma la sua pretesa non si
accordava nè colle leggi dello stato, nè colla pubblica opinione[298].
Per altro aveva a suo favore l'antica alleanza dei Guelfi colla casa di
Francia, e la potenza del re Carlo VII. Asti, offerto ai Francesi da
Filippo Maria, dopo la rotta di Casalmaggiore, per ottenere soccorsi a
tale prezzo, era stato dato a de Dresnay il giorno precedente alla morte
del duca, forse dietro un ordine carpito alla sua debolezza, quand'era
già oppresso dalla malattia[299]. Questo luogotenente del duca d'Orleans
aveva approfittato della posizione di Asti alle porte della Lombardia,
per adunarvi tre mila cavalli chiamati dal Lionese e dal Delfinato, e
per attaccare in appresso il territorio d'Alessandria. Molte fortezze di
questa provincia, e lo stesso sobborgo di Bergoglio al di là del Tanaro
erano di già venuti in suo potere. I Milanesi avevano gettato in quella
città un migliajo di cavalli, aspettando che l'inverno scoraggiasse i
Francesi prima di attaccarli[300].

  [298] Non trovasi in tutta la storia d'Italia verun esempio di una
  _signoria_, o _principato_ (e con tal nome indicavasi una sovranità
  non feudale innalzata in seno ad una repubblica) che sia passata ad
  una donna. Il Monferrato era bensì passato per le femmine dalla casa
  degli antichi marchesi ai Paleologhi, ma era da lungo tempo un feudo
  imperiale, non una signoria, e com'era diversa la sua origine,
  diverse n'erano ancora le leggi. Il regno di Napoli, egualmente
  retto dalle leggi feudali, passava in eredità alle femmine. Il primo
  diploma per l'instituzione del ducato di Milano non regola l'ordine
  della successione, onde sembra confermare le leggi di già stabilite:
  ma un secondo diploma, emanato in Praga da Wencislao il 13 ottobre
  del 1396, ristringe la successione ai maschi, figli di maschi, nati
  di legittimo matrimonio, ed in mancanza loro, ai discendenti
  naturali di sesso maschile di Giovan Galeazzo, qualora solennemente
  legittimati dall'imperatore. Veruna femmina non viene chiamata in
  qualsiasi caso alla successione. _Ann. Med., t. XVI, c. 158, p.
  828._

  [299] _Jo. Simonetae, l. X, p. 411. — Enguerrand, de Monstrelet
  Chron., v. III, p. 5._

  [300] _Jo. Simonetae, l. X, p. 413._

Frattanto Francesco Sforza, che segretamente aveva accettato l'omaggio
di Tortona, intimò a de Dresnay di rispettare il territorio di questa
città e di quella di Pavia che a lui appartenevano. Dichiarò di essere
determinato a difendere i suoi nuovi stati contro qualunque attacco; ma
che non poteva ridursi a credere che la corte di Francia avesse
intenzione di spogliare un generale, che aveva in sull'esempio di suo
padre combattuto trent'anni per la casa d'Angiò, e perduti per cagion
sua tutti i proprj stati nella Puglia e nella Marca d'Ancona[301].

  [301] _Ivi, p. 414._

In tal maniera lo Sforza evitò di misurarsi coi Francesi, lasciando che
s'indebolissero nell'assedio di Bosco, castello vicino ad Alessandria,
che loro aveva chiuse le porte, mentre egli andava gagliardamente
stringendo l'assedio di Piacenza. Ma quando Bosco, dopo una lunga
resistenza si vide vicino a dover capitolare, i Milanesi mandarono
Bartolomeo Coleoni ed Astorre Manfredi, figliuolo di Guid'Antonio, a
soccorrere la fortezza con circa mille cinquecento cavalli. Un corpo
press'a poco della medesima forza era uscito d'Alessandria, sotto il
comando di Giovanni Trotti, e di concerto furono addosso ai Francesi
l'undici ottobre sboccando da diverse strade, mentre ancora la
guarnigione di Bosco faceva una sortita. Dal canto loro i Francesi,
costretti a dividersi per tener testa ai loro nemici, rovesciarono il
corpo del Trotti, inseguendo senza dar quartiere i suoi soldati, ed
uccidendo, invece di far prigioni, coloro che si arrendevano. Contaronsi
quattrocento morti sul campo, locchè, per corpi così piccoli, e quando
le guerre si trattavano quasi sempre senza spargere sangue, parve una
spaventosa carnificina ed un disastro senza esempio. Ma intanto il
Coleoni ed Astorre Manfredi avevano attaccata l'ala comandata in persona
da de Dresnay; l'avevano rotta e spinta fino ne' suoi trinceramenti, e
costretta a deporre le armi, rimanendo de Dresnay prigioniero con tutti
i suoi soldati. Quando i prigionieri entrarono in Alessandria, trovarono
tutta la città desolata per la disfatta del battaglione di Trotti.
Estremo era il desiderio della vendetta contro barbari, che, calpestando
le leggi della guerra, non avevano voluto dar quartiere; furono
strappati dalle mani dei vincitori i prigionieri di Coleoni e di
Manfredi, e quasi tutti uccisi[302].

  [302] _Jo. Simonetae, l. X, p. 429. — M. A. Sabellico Ist. Ven. Dec.
  III, l. VI, f. 189. — Marin Sanuto Vite dei Duchi di Venez., p.
  1127. — Ant. Cornazzani de Vita et Gestis Bart. Colei., l. IV, p.
  20._

Lo Sforza, ch'erasi tenuto lontano dai Francesi, apparecchiavasi in
questo tempo a riconquistare Piacenza. Aveva da prima inutilmente
tentato di venire a battaglia con Michele Attendolo, generale dei
Veneziani, e credette di ridurlo ad accettarla, intraprendendo un
assedio di tanta importanza. Piacenza era, dopo Milano, la più grande
città di Lombardia; grosse erano le sue mura, fiancheggiate di torri,
circondate da doppia fossa ed afforzate di tratto in tratto da balovardi
innalzati di fresco. La guarnigione consisteva in due mila uomini di
cavalleria, ed in altrettanti fanti, oltre sei mila cittadini che
avevano prese le armi. e la di cui fedeltà era guarantita dal loro odio
contro i Milanesi e dal timore di essere severamente puniti. Lo Sforza,
come genero e rappresentante del Visconti, aveva, gli è vero, moltissimi
partigiani nel corpo della nobiltà, tra i quali gli Anguissola, i Landi,
gli Araceli colla fazione ghibellina; ma questi eransi quasi tutti
ritirati in campagna ne' loro feudi[303]. L'armata con cui questo
generale attaccò così grande città non era molto più numerosa di quella
che la difendeva. Le piogge dell'autunno, che avevano di già cominciato,
rendevano più difficili le operazioni dell'assedio; altronde a Venezia
si armavano dei galeoni, per farli rimontare il fiume e portare soccorsi
a Piacenza.

  [303] _Jo. Simonetae, l. X, p. 419 — Ann. Placent. Ant. de Ripalta,
  t. XX, p. 894._

L'assedio di una città a que' tempi facevasi principalmente consistere
nel privarla di ogni comunicazione colla campagna; e perchè Piacenza
aveva quattro porte, lo Sforza divise la sua armata in quattro corpi,
collocandone uno ad ogni uscita in ridotti ben fortificati, e si limitò
a colmare i fossi in tutto lo spazio che separava un ridotto dall'altro,
e ad appianare il terreno, onde questi corpi staccati potessero
facilmente comunicare tra di loro. Al di sotto della città fece ancorare
in mezzo al fiume i quattro galeoni equipaggiati a Pavia, i quali
sventarono il progetto che aveva Michele Attendolo di far giugnere
rinforzi a Taddeo d'Este, che comandava in Piacenza, opponendo una
vigorosa resistenza all'attacco de' Veneziani.

Di que' tempi l'uso dell'artiglieria non era meno conosciuto dell'arte
d'attaccare una piazza; d'ordinario veniva diretta contro le file
nemiche piuttosto che contro le mura; pure lo Sforza fece battere con
tre delle sue più grosse bombarde la torre sostituita all'antica porta
Cornelia, e la cortina che comunicava colla vicina torre. Per più di
trenta giorni continuò a battere in breccia il muro e le due torri, ed
ognuna di queste bombarde faceva ogni notte perfino sessanta colpi, lo
che in allora risguardavasi come cosa affatto prodigiosa[304].

  [304] _Ant. de Ripalta Ann. Placen., p. 895. — Jo. Simonetae, l. X,
  p. 432._

Michele Attendolo non aveva nulla ommesso in questo tempo per fare una
potente diversione: spinse le sue bande ne' territorj di Milano e di
Pavia, ove facevano orribili guasti, sperando che le lagnanze di queste
due città obbligherebbero il conte Francesco a recarsi in loro soccorso.
Non potendo con ciò smuoverlo, andò ad assediare san Colombano;
perlocchè lo Sforza fece gettare un ponte di battelli sul Po, al di
sotto di Piacenza, onde agevolarsi il modo di sorprendere
improvvisamente l'armata di Attendolo, quale si vide perciò costretto a
ritirarsi. Lo Sforza teneva eccellenti spie, che lo avvisavano
fedelmente de' movimenti del nemico, spesso ancora de' suoi progetti,
onde trovavasi sempre apparecchiato ad impedirli[305].

  [305] _Jo. Simonetae, l. X, p. 422, 425._

Le due torri, e la cortina che le univa, erano state finalmente
rovesciate dai replicati colpi delle bombarde; ed i rottami delle torri,
cadendo nelle fosse, le avevano in parte colmate, e resa la breccia
praticabile; onde lo Sforza risolse di dare l'assalto il giorno 16 di
novembre. Affidò la direzione della sua flotta a Carlo Gonzaga; e perchè
le piogge avevano gonfiate le acque del Po e della Trebbia, i galeoni
accostaronsi alle mura presso la fontana d'Augusto o Forusta che serve
di porto a Piacenza. Manfredi e Luigi del Verme furono incaricati
d'attaccare le mura tra porta san Raimondo e porta Sublata; lo Sforza
per approfittare dell'emulazione tra le sue truppe e quelle di Braccio,
unì i suoi soldati a quelli dei fratelli Piccinino, ed unitamente a loro
si propose di montare la breccia[306].

  [306] _Jo. Simonetae, l. X, p. 433. — Platinae Hist. Mant, l VI, p.
  844._

Lo Sforza si era riservati tutti i suoi più vecchi corazzieri, e tutti
quelli che credeva meno agili per aspettare in vicinanza della breccia
l'istante in cui potrebbero attaccare, o respingere una sortita. I più
giovani e più lesti erano scesi di sella e marciavano alla testa degli
assalitori. Oltre le due fosse esterne che coprivano il muro, e ch'erano
state quasi colmate dai rottami delle torri, Taddeo d'Este, comandante
della piazza e Gherardo Dandolo, provveditore veneziano, ne avevano
fatta scavare un'altra. Gli assalitori, trattenuti da quest'ostacolo,
ebbero ordine di portarvi tutti una fascina; ma n'erano tenuti lontani
da una tempesta di pietre e di palle, e pochi poterono avanzarsi fino
alla fossa col loro carico.

Per altro una grondaja fatta il giorno prima per mettere al coperto i
lavoratori, e che non era stata atterrata, forse perchè il lavoro che
copriva non era per anco ultimato, formava quasi una specie di ponte,
sul quale avrebbero potuto passare due uomini di fronte al di là del
fosso; ma questo ponte veniva difeso dai più valorosi tra gli assediati,
ed un angolo del muro copriva gli archibugieri, che lo scopavano coi
loro colpi; già da lungo tempo si combatteva presso questo ponte, e lo
Sforza, che trovavasi assai vicino, ebbe un cavallo ucciso sotto di lui
da una colombrina; i suoi soldati, vedutolo cadere, lo credettero morto,
e cominciavano a dare a dietro; ma lo Sforza ricomparve subito sopra un
altro cavallo e li rincorò. Nello stesso tempo fece appuntare un cannone
contro l'angolo della muraglia che copriva gli archibugieri, ed essendo
stato rovesciato al primo colpo e schiacciati molti de' suoi difensori,
gli assalitori approfittarono di quest'istante di spavento per
precipitarsi a traverso al ponte, munire il parapetto ed estendersi dai
due lati della breccia nella strada coperta che si prolungava lungo le
mura; in breve giunsero alla porta di san Lazzaro che fecero aprire. Lo
Sforza vi entrò a cavallo in testa ai suoi corazzieri, e Taddeo d'Este,
Gherardo Dandolo ed Alberto Scotto, vedendo la città perduta,
ritiraronsi colla guarnigione nella cittadella, che non fece lunga
resistenza. I cittadini, scoraggiati dalla loro ritirata, abbandonarono
la difesa delle mura, e due ore avanti sera, la città fu in ogni lato
aperta ai vincitori[307].

  [307] _Jo. Simonetae Hist. Franc. Sfor., l. X, p. 436. — Cristof. da
  Soldo Ist. Bresc., t. XXI, p. 845._

Nello stato in cui trovavasi allora l'arte militare, la presa d'assalto
di così grande città era un avvenimento affatto straordinario. Non erasi
mai creduto che fortissime mura potessero venire scosse e rovesciate dal
cannone, che si potessero superare le fosse in faccia ai difensori, e
per ultimo che un'armata potesse essere forzata a combattere, non solo
in una città, ma ne' semplici trinceramenti d'un campo. Quando
rammentiamo l'infelice situazione cui videsi ridotto lo Sforza nel
precedente anno per non essersi trovato a portata di forzare le porte
del più piccolo castello, ci figuriamo quale dovette essere il di lui
trionfo per essere entrato per la breccia in una città, che per
estensione e forza di mura era tenuta la seconda di Lombardia. Ma questo
memorabile avvenimento, che atterrì l'Italia, mostra sotto un aspetto
assai odioso quelle leggi di guerra di cui gl'Italiani vantavano
l'umanità. Mentre il mestiere del soldato omai altro non era che un
giuoco, nel quale appena si esponeva la vita, i cittadini nelle loro
disfatte rimanevano esposti alle più terribili calamità. Piacenza fu
abbandonata al sacco, e non solo vennero spogliate tutte le case, ma
inoltre si permise ai soldati di strappare ai proprietarj con isquisiti
tormenti il segreto de' nascosti tesori, di oltraggiare le mogli e le
figlie dei vinti, di ridurre in ischiavitù dieci mila cittadini, e di
venderli al migliore offerente; per ultimo d'impiegare i quaranta giorni
che l'armata passò in Piacenza a spogliare le case de' loro mobili, de'
loro ferramenti e de' loro legnami, per caricarli sul Po, e venderli
nelle vicine città. Così fu posto il colmo alla ruina di questa grande
città, la quale dopo tanto disastro non potè mai rialzarsi al rango che
gli avevano fatto prima occupare la sua popolazione e le sue
ricchezze[308].

  [308] Antonio di Ripalta, autore degli Annali di Piacenza, dopo
  avere perduti i suoi beni, i suoi libri e le sue proprie scritture,
  fu fatto schiavo; ma il suo padrone, il generale delle galere, lo
  rese libero in vista della sua celebrità letteraria. I suoi figli,
  dopo essere stati venduti, riuscirono a fuggire. _Ann. Piacent., t.
  XX, p. 896. — Jo. Simonetae, l. X, p. 438. — Cron. di Bologna, t.
  XVIII, p. 688._ Non è già, com'è ben manifesto, attribuibile al solo
  cristianesimo l'abolizione della schiavitù, poichè non ebbe intero
  compimento che per la filantropia del 18º secolo.

Dopo avere spogliata Piacenza di tutto ciò che poteva meritare qualche
prezzo, Francesco Sforza accordò alla sua armata i quartieri d'inverno,
e venne egli stesso a Cremona in principio del seguente anno 1448
soltanto con due coorti. L'armata veneziana erasi accantonata tra
l'Oglio, il Mincio e l'Adige, e la flotta di trentadue galeoni, che il
senato veneto aveva fatta armare per liberare Piacenza, erasi ancorata
in vicinanza di Casal Maggiore[309]. Un breve riposo teneva in sospeso
le operazioni militari, mentre i maneggi e le negoziazioni si
continuavano con grandissima attività. La stessa armata di Bartolomeo
Coleoni, che aveva battuti i Francesi a Bosco, erasi avvicinata a
Tortona, e l'aveva costretta a rimandare il comandante datole da
Francesco Sforza, per riceverne un altro dal senato di Milano[310].
Francesco Sforza dissimulò il proprio risentimento: contro la fede del
suo trattato coi Milanesi egli aveva accettato per sè medesimo il
governo di Tortona, e con un atto di violenza glien'era stato levato il
comando. Questi due avvenimenti contribuivano ad accrescere la
vicendevole diffidenza; ma conveniva a questo generale il far uso del
danaro e dei mezzi dei Milanesi per resistere ai Veneziani ed ai
Francesi, che volevano avere l'eredità di Filippo Visconti; e conveniva
egualmente al senato di Milano d'impiegare in sua difesa i talenti e
l'armata del miglior generale d'Italia, sebbene avesse cagione di non
fidarsi di lui.

  [309] _Jo. Simonetae, l. X, p. 440._

  [310] _Jo. Simonetae, l. X, p. 431._

La pace sarebbe stata preferibile ad una tanto sospetta alleanza. I
Piccinini, sempre gelosi dello Sforza, tentarono di negoziarla
coll'intervento del provveditore veneziano, Gherardo Dandolo, che
tenevano prigioniere a Piacenza, e che lasciarono in libertà. Dopo
queste prime aperture la città di Bergamo fu scelta per conferire tra le
parti; il senato di Milano vi mandò Oldrardo Lampugnani, Giovanni Melzi,
Ambrogio Alciati e Franchi Castiglione per trattare coi Veneziani[311].
Questi erano stati scoraggiati dalla perdita di Piacenza, ed
acconsentirono a firmare preliminari che conservavano ad ogni potenza
ciò che aveva acquistato durante la guerra. Ma questo trattato per avere
forza di legge doveva a Milano passare nel consiglio degli ottocento; e
Francesco Sforza, che vedeva da questo trattato ruinate tutte le sue
speranze, approfittò della pubblicità che cominciava ad avere per
renderlo sospetto.

  [311] _Jo. Simonetae, l. XI, p. 442. — Crist. da Soldo Ist.
  Bresciana, t. XXI, p. 816._

Tra i fondatori della libertà milanese, si vedevano di già formarsi due
fazioni. Il Trivulzio era dalle antiche sue alleanze addetto ai Guelfi,
il Bossi ed il Lampugnani ai Ghibellini. Il primo vivamente bramava un
trattato di pace, che proteggesse la repubblica sia contro il suo
generale, sia contro i suoi nemici; gli altri, sedotti dalle
insinuazioni dello Sforza, e dalle segrete sue pratiche, temevano
l'antica alleanza de' Guelfi con Venezia, ed il credito che la pace
darebbe ai loro avversarj. Essi rappresentarono tutto il pericolo di un
trattato, che lascerebbe ai Veneziani Bergamo da una parte, e Lodi
dall'altra, come pure la testa del ponte di Cassano, e molte altre
fortezze sulla destra dell'Adda. Allora, dicevano essi, Milano
rimarrebbe in balìa d'un senato ambizioso e perfido, che aveva più volte
mostrato di prendersi così poca cura della pubblica fede. Numerosi
agenti di Francesco Sforza andavano ripetendo fra il popolo, che
vergognoso riusciva un tale trattato dopo la vittoria di Piacenza, e che
una pace così poco sicura era peggiore della guerra. Il giorno che si
adunò il consiglio degli ottocento per disaminare il trattato, tutta
Porta Comasina, ossia la sesta parte della città, fu posta in movimento
da Teodoro Bossi e da Giorgio Lampugnani, e gl'insorgenti protestarono
con altissime grida contro la pace. Erasmo Trivulzio, atterrito, fu egli
stesso forzato a rinunciarvi, ed il consiglio degli ottocento, che
poteva salvare la Lombardia con un atto di moderazione, perdette la
repubblica votando per la continuazione della guerra[312].

  [312] _Jo. Simonetae, l. XI, p. 443. — Jos. Ripamonti, l. V, p.
  613._

Per non somministrare nuovi argomenti a coloro che stavano per la pace,
Francesco Sforza si astenne dal chiedere gli arretrati considerabili
dovuti alla sua armata, e ciò poteva ben fare, dacchè i suoi soldati si
erano arricchiti col sacco di Piacenza, mentre per lo contrario il
tesoro di Milano trovavasi affatto esausto; ma varj altri condottieri
non tardarono a rappresentare ai Milanesi tutte le difficoltà della
presente loro situazione. Carlo Gonzaga ed Astorre Manfredi pretesero
ambidue d'avere terminato il tempo del loro servigio, e ricusarono di
contrarre nuovi impegni. Il primo si ritirò nel Mantovano, l'altro nello
stato di Faenza, con tutti i loro soldati.

Importava a Francesco Sforza di confermare i Milanesi con altri prosperi
avvenimenti nella presa decisione a favore della guerra. Egli adunò
adunque il primo di maggio la sua armata tra Cremona e Pizzighettone,
regalò a tutti i suoi soldati un fiorino del Reno e viveri per dieci
giorni, e li condusse ad assediare i castelli che i Veneziani
possedevano sulla destra riva dell'Adda. Treviglio, Cassano, Melzi e
Rivalta Secca vennero in suo potere dopo pochi giorni d'assedio[313]; ai
Veneziani più non restava tra l'Adda e Milano che Caravaggio[314] e
Lodi, ed i Milanesi ardentemente desideravano che s'investisse
quest'ultima città. Lo Sforza per lo contrario celatamente desiderava
che non fosse tolta ai nemici, onde così tenere il senato ed il popolo
di Milano in una continua agitazione. Alle istanze che gli si facevano
perchè ne intraprendesse l'assedio, rispondeva che doveva pensare a
porsi in istato di difesa contro la flotta veneziana, la quale era stata
armata nel precedente anno ed era composta di trentadue galeoni. Andrea
Quirini, che la comandava, aveva rimontato il Po da Casal maggiore a
Cremona, ed attaccato il ponte di battelli che copriva questa città e la
flotta milanese; queste erano state coraggiosamente difese da Bianca
Visconti, rimasta in Cremona, e che in tale occasione erasi mostrata
degna consorte di un eroe; ma era a temersi che il Quirini non
rinnovasse l'attacco; e rotto una volta il ponte di battelli, restava il
Po aperto ai Veneziani fino a Pavia, la flotta milanese era perduta, e
tutta la Lombardia meridionale esposta al saccheggio, Francesco Sforza
fece valere queste considerazioni in un consiglio di guerra da lui
adunato, e propose di condurre a Cremona la sua armata[315]. I fratelli
Piccinino stavano per la contraria opinione, dimostrando che un solo
distaccamento sarebbe bastante per assicurare Cremona; che un'armata di
terra non potrebbe mai sforzare una flotta a combattere nè meno sopra un
fiume, di modo che il Quirini, volendolo, potrebbe tenere in iscacco lo
Sforza per tutta la campagna, mentre sommamente importava ai Milanesi di
approfittare della loro superiorità per mettere in sicuro il loro
territorio. Fu dunque risoluto l'assedio di Lodi, e mandati intanto a
Cremona Roberto di Sanseverino, e Manno Barile con un corpo di
cavalleria. Si permise allo Sforza di prendere al servigio dei Milanesi
Guglielmo, fratello del marchese di Monferrato, in sostituzione di
Bartolomeo Coleoni, che aveva disertato il 15 giugno con mille
cinquecento corazzieri, passando al servigio de' Veneziani[316].

  [313] _Jo. Simonetae, l. XI, p. 444. — Crist. da Soldo Ist. Bresc.,
  t. XXI, p. 847. — Jos. Ripamonti Hist. Urbis Med., I. V, p. 614._

  [314] Caravaggio è posto per abbaglio, trovandosi sulla sinistra
  dell'Adda, non tra questo fiume e Milano. _N. d. T._

  [315] _Jo. Simonetae, l. XI, p. 446._

  [316] _Jo. Simonetae, l. XI, p. 447. — Jos. Ripamontii Hist. Urb.
  Mediol., l. V, p. 615._

La giusta diffidenza che i consigli di Milano concepita avevano dello
Sforza gli avevano mossi ad esigere da questo generale, che aspettasse i
loro ordini per le operazioni militari di qualche importanza; e lo
Sforza, che cercava di addormentarli in una falsa sicurezza, aveva loro
mostrata grandissima deferenza. Per altro i senatori milanesi mal
conoscevano l'arte della guerra, e la lentezza dei loro ordini poteva
riuscire fatale all'armata. Perciò quando in principio di luglio Michele
Attendolo passò l'Oglio, e poscia l'Adda, lo Sforza, vedendolo
avvicinarsi, chiese caldamente ed ottenne illimitati poteri[317].

  [317] _Jo. Simonetae, l. XII, p. 449. — Jos. Ripamontii, l. V, p.
  615._

Era sua intenzione di sorprendere in vicinanza di Cremona la flotta
d'Andrea Quirini, ma questi, quando lo seppe vicino, si ritirò sotto
Casal Maggiore, in quello stesso braccio del Po che la flotta veneziana
aveva passato due anni prima, dando a Filippo una così compiuta
disfatta. La flotta veneziana in questo luogo pareva coperta da un canto
dalla stessa borgata di Casal Maggiore, che aveva grossa guarnigione,
dall'altro dall'isola. Il Quirini aveva inoltre fortificato l'ingresso
superiore del canale con palafitte e catene, di modo che questo bacino
era diventato per i suoi vascelli come un campo trincerato. Ma di que'
tempi i migliori generali non avevano per anco un'adequata idea della
portata dell'artiglieria: i bombardieri dello Sforza conobbero che alle
due estremità di Casal Maggiore potevano piantarsi due batterie, che
offenderebbero tutta la flotta. Furono infatti piantate, e cominciarono
bentosto a traforare i fianchi de' vascelli colle pietre e colle palle.
Nello stesso tempo la flotta milanese, facendo il giro dell'isola, erasi
posta, all'apertura inferiore del canale per chiuderlo ai Veneziani.
Biaggio d'Assereto, quello stesso genovese che aveva ottenuta la
memorabile vittoria di Ponza, aveva il comando di questa flotta.
Nell'atto di eseguire il movimento ordinatogli dallo Sforza, gli
rappresentò che i suoi vascelli erano troppo inferiori di grandezza e di
numero a quelli del nemico, e che sarebbero bentosto schiacciati, quando
il Quirini risolvesse di uscire. Ma lo Sforza fondava tutto il suo
attacco sull'apparente pericolo cui esponevasi egli medesimo, pericolo
che doveva impegnare i suoi avversarj ad aspettarlo, e sopra l'esatto
calcolo del tempo che gli era necessario per venire a capo della sua
intrapresa.

Michele Attendolo era stato richiamato dalla sua invasione nel milanese
per l'impreveduta marcia dello Sforza; egli affrettavasi di ripassare
l'Adda per soccorrere la flotta, ed in sul declinare del giorno,
trovandosi a sette sole miglia di distanza, mandò un messo ad Andrea
Quirini, esortandolo a conservare il suo posto malgrado il fuoco
dell'artiglieria nemica; perciocchè lo Sforza sarebbesi trovato tra
l'armata veneziana eguale di numero alla sua, il borgo di Casal
Maggiore, ove si trovavano otto mila combattenti, e la flotta, onde non
potrebbe sottrarsi alla sua distruzione. Quando nel campo dello Sforza
si ebbe avviso dell'avvicinamento di Attendolo, tutti i suoi generali,
ed in particolare i Piccinini, la di cui gelosia accresceva la
diffidenza, lo pregarono a ritirarsi in tempo da così imminente
pericolo. La stessa armata pareva atterrita; ma il solo Sforza, osando
prevedere la condotta de' suoi nemici dietro la perfetta cognizione
ch'egli aveva del carattere di Michele Attendolo e dei provveditori
veneziani che lo accompagnavano, assicurò il suo consiglio di guerra che
non azzarderebbero niente, e che i Veneziani non lo attaccherebbero
durante la notte per essere affaticati da così lunga marcia; onde contro
il comune parere non si mosse.

Poche ore prima Andrea Quirini avrebbe potuto uscire senza difficoltà
dal canale, ma vi restò sotto il fuoco delle batterie per trattenere lo
Sforza, e quando in appresso sentì la necessità di mettere la sua flotta
in sicuro, non potè più porla in movimento, perchè i migliori vascelli
erano disalberati, e traforati dalle palle, molti marinai e soldati
erano stati uccisi, altri molti fuggiti sulle rive, e l'esempio de'
primi scusando la viltà degli altri, in breve non rimasero che
pochissime persone sulle navi. Lo Sforza, conosciuto avendo lo stato
della flotta nemica, fece prendere due vascelli, che si lasciarono
condurre fino ai suoi, senza opporre resistenza. Questo fatto, eseguito
in sugli occhi dell'armata, le ritornò il coraggio; i soldati sforzeschi
passarono allegramente la notte sotto le armi, desiderando il giorno per
saccheggiare questa ricca flotta, che omai vedevano ridotta in loro
potere. Dal canto suo il Quirini, dopo di avere invano chiamato in suo
ajuto Michele Attendolo, ordinò la notte del 16 al 17 luglio a tutti
coloro che restavano a bordo di scendere a Casal Maggiore; e non vedendo
come poter salvare i suoi vascelli, perchè non venissero in mano del
nemico, prese finalmente la risoluzione di bruciarli. Ne fece tagliare
le gomene, sperando che dall'impeto della corrente sarebbero trasportati
addosso alla flotta milanese, che in sullo spuntare dell'aurora
avanzavasi per riconoscerlo, e che l'incendio si comunicherebbe ai
vascelli nemici. Ma Biagio d'Assereto, dopo aver presi a rimorchio due
galeoni veneziani, che non erano ancora danneggiati, si tirò da banda
per lasciar passare i vascelli che bruciavano. Il Quirini, tornato a
Venezia, fu chiamato in giudizio dagli avogadori del comune, e
condannato a tre anni di carcere per non avere difesa meglio la flotta
che gli era stata affidata[318].

  [318] _M. A. Sabellico Dec. III, l. VI, f. 189. — Marin Sanuto Vite
  dei Duchi, p. 1128. — Cristof. da Soldo Ist. Bresc., p. 848._

Frattanto questo prospero avvenimento espose ben tosto l'armata dello
Sforza al più grande pericolo. Stava ordinata in battaglia,
apparecchiandosi a sostenere l'attacco di Michele da Cotignola, mentre
che i vascelli dei Veneziani, abbandonati e di già in preda alle fiamme,
scendevano lentamente a seconda dell'acqua lungo la sponda occupata
dall'armata. I servitori dell'armata ed i contadini adunati nel campo,
cercavano di raggiugnerli a nuoto o con piccoli battelli, onde
spogliarli. Trentadue galeoni, due grandi galere, due più piccole,
trentaquattro bastimenti da trasporto, in tutto settanta vascelli,
carichi d'immensi apparecchi di macchine militari, di vittovaglie e di
ricchezze d'ogni qualità, erano abbandonati al saccheggio. I soldati
vedevano tornare i loro servitori carichi de' più preziosi effetti, e
quasi niuno ebbe la costanza di resistere a così pericoloso
allettamento, e malgrado le minacce, e le calde preghiere dello Sforza,
deponevano le armi e si gettavano a nuoto per aver parte alla preda.
Invano lo Sforza fece pubblicare a suono di tromba su gli stessi
vascelli che punirebbe colla morte chiunque non raggiugnesse
immediatamente le sue insegne; invano fece spargere la notizia
dell'arrivo di Attendolo in faccia al campo; niente potè svellerli dalla
preda. Finalmente impiegò tutti quegli uomini che volevano ubbidirgli ad
appiccare il fuoco ai vascelli che ancora non bruciavano, e così
accrescere dovunque l'incendio. I suoi soldati, scacciati dalle fiamme,
si ritirarono allora presso alle loro insegne, ed egli stesso, dopo
avere compiuta la distruzione di così formidabile flotta, non volle
compromettere la sua vittoria attaccando Casal Maggiore, o aspettando
Michele, e ritirossi in buon ordine fino a Torre de' Picci a metà strada
di Cremona[319].

  [319] _Jo. Simonetae, l. XII, p. 449-456. — Jos. Ripamontii Hist.
  Urb. Med., l. V, p. 615. — Platinae Hist. Mant., l. VI, p. 845. —
  Ant. de Ripalta Ann. Placent., p. 897._

Dopo così grande avvenimento, lo Sforza contava di tentare la conquista
dello stato di Brescia, la di cui proprietà venivagli assicurata dal suo
trattato coi Milanesi; ma il senato, che conosceva palesemente le sue
intenzioni di trarre in lungo la guerra, o di volgerla soltanto a suo
profitto, rivocò i pieni poteri che gli aveva accordati, e gli ordinò di
assediare Caravaggio[320]. Questa terra, posta nella Ghiaja d'Adda, a
metà strada tra l'Adda e l'Oglio, era resa forte dalle sue mura, e dalla
quantità de' canali che la circondavano. Era, dopo Lodi, la conquista
de' Veneziani, che recava maggiore molestia ai Milanesi; e questi, se
potevano riacquistare queste due piazze, si proponevano di fare subito
dopo la pace. Per incoraggiare gli assedianti pagarono loro tutto il
soldo arretrato, e si obbligarono a mandare al campo abbondanti
vittovaglie. Si dolse lo Sforza, che prendevasi motivo da una vittoria
che gli avrebbe meritate delle ricompense, per ispogliarlo
dell'illimitata autorità accordatagli da un pubblico decreto. Non
pertanto si arrese agli ordini della signoria; perchè meditava di far
valere a miglior tempo queste lagnanze, intorno alle quali non parevagli
allora tempo d'insistere gagliardamente. Aveva ricevuto un rinforzo di
quattro mila cavalli sotto gli ordini dei tre fratelli Sanseverino, di
Jacopo Orsini, di Angelo Labello e di Fioravanti[321]. Ma per quanta
diligenza avesse fatta, non aveva prevenuti Matteo Campano e Luigi
Malvezzi, che con settecento cavalli ed ottocento fanti si erano gettati
in Caravaggio. Non pertanto disegnò il suo campo tutt'all'intorno di
questa borgata, la quale, sebbene avesse circa un miglio di giro,
trovossi circondata interamente dalle tende degli assedianti. Questo
campo venne fortificato con una doppia linea esterna ed interna, e rotte
le strade per cui gli si poteva avvicinare il nemico.

  [320] _Jos. Ripamontii Hist. Urb. Med., l. V, p. 616._

  [321] _Jo. Simonetae, l. XIII, p. 459. — Marin Sanuto Vite dei
  Duchi, p. 1128._

Erano appena passati tre giorni, da che lo Sforza trovavasi accampato
sotto Caravaggio, quand'ebbe avviso, il 1.º agosto, che Michele
Attendolo aveva passato l'Oglio, e pareva volersi stabilire a Morengo,
tutt'al più quattro sole miglia lontano dal suo campo. Lo Sforza volle
approfittare della confusione che di que' tempi era quasi sempre
inseparabile dallo stabilimento del campo, e fece attaccare le truppe
nemiche, quando ancora si trovavano cariche del loro equipaggio, e mal
disposte a combattere. Ma il maggiore dei Piccinino, geloso del generale
in capo, preferì di compromettere la propria riputazione e lasciare il
fratello in pericolo, che tener dietro al vantaggio che poteva
riportare[322]. I Veneziani approfittarono per loro difesa di un canale
che attraversa il piano a metà strada tra Caravaggio e Morengo, e
stabilirono il loro campo quasi in vista di quello dello Sforza. Le due
armate chiamarono in appresso in loro ajuto una quantità di fossajuoli;
s'innalzarono trinceramenti sopra trinceramenti, si tagliò con fosse e
baluardi tutto lo spazio frapposto ai due campi, e si diede loro
l'aspetto di due città le di cui mura si minacciavano, mentre che nella
spianata che le divideva, le due armate perdevano ogni giorno molti
uomini e cavalli[323].

  [322] _Jo. Simonetae, l. XIII, p. 460._

  [323] _Ivi, p. 465. — Cristof. da Soldo Ist. Bresc., p. 849._

Non fu che dopo trentacinque giorni, impiegati nel fortificare il suo
campo, che lo Sforza cominciò a battere in breccia con quattro cannoni
le mura di Caravaggio, ed in pari tempo ad attaccarle sotto terra con
una mina. In pochi giorni una vasta estensione di mura fu abbattuta, e
la fossa abbastanza colmata dalle ruine perchè la breccia potesse
praticarsi. Ma lo Sforza temeva di dare l'assalto in presenza di
un'armata nemica, tanto più che aveva ogni ragione di dubitare, che i
soldati che destinerebbe alla guardia de' suoi trinceramenti, non gli
abbandonassero per partecipare al sacco della terra, sebbene si fosse
obbligato a far mettere tutta la preda in comune, ed a dividerla poi in
parti eguali[324].

  [324] _Jo. Simonetae, l. XIII, p. 469._

Frattanto Matteo Campano, comandante di Caravaggio, cominciava a parlare
di capitolazione, ed i capi dell'armata veneziana, sebbene avvisati del
pericolo della piazza, temendo assai più quello, cui si esporrebbero, se
davano una battaglia per liberarla, non sapevano accordarsi intorno al
partito che loro convenisse di prendere. Dopo interminabili dispute nel
consiglio di guerra, convennero, che tutti i capi spedirebbero la
separata loro opinione ed i motivi della medesima a Venezia, ed
aspetterebbero la decisione del senato. Michele Attendolo, Luigi
Gonzaga, Bartolomeo Coleoni e Nicolò Guerrieri opinavano concordemente
di allontanarsi, ma non erano d'accordo intorno al luogo in cui
traslocherebbero il campo. Erano tutti di parere che la diffidenza de'
Milanesi, la discordia tra lo Sforza ed i Piccinino, e la mancanza delle
vittovaglie disperderebbero presto l'armata nemica. Aggiugnevano che il
sacco di Caravaggio, che più non si lusingavano di poter impedire,
accrescerebbe a dismisura il disordine e le cagioni di discordia tra i
vincitori. Ma Tiberio Brandolini, che, travestito da vendemmiatore, era
penetrato fino nel campo dello Sforza, e che credeva di aver trovata una
via facile e sicura per entrare in Caravaggio fece adottare la sua
opinione da altri otto generali[325]. Rappresentarono concordemente, che
la perdita di Caravaggio si trarrebbe dietro infallibilmente quella di
Lodi, che gli abitanti di quest'ultima città non vorrebbero esporsi a
sostenere un assedio, dopo aver veduto i Veneziani determinati a non
avventurare una battaglia per liberare i loro alleati. Aggiugnevano, che
avanzandosi pel cammino scoperto da Brandolino, non solo si salverebbero
gli assediati, ma inoltre si avrebbe il destro di rompere l'armata dello
Sforza. I due provveditori Veneziani, che avevano assistito al consiglio
di guerra, Ermolao Donato, e Gherardo Dandolo, mandarono questi diversi
avvisi al senato, e questi, contro il suo costume, si decise pel partito
più rischioso, dando a Michele di Cotignola l'ordine di attaccare[326].

  [325] _M. A. Sabellico Dec. III, l. IV, f. 189. v._

  [326] _Jo. Simonetae, l. XIII, p. 471. — Nicc. Machiavelli, Stor.
  Fior., l. VI, p. 215. — Jos. Ripamontii, l. V, p. 617._

Il campo dello Sforza era appoggiato dalla banda di mezzogiorno ad un
bosco pantanoso, il di cui passaggio erasi creduto impraticabile; questo
bosco accompagnava colla estremità un argine, che stendevasi fra i
trinceramenti ed il castello. In mezzo al bosco inondato, Tiberio
Brandolini aveva rinvenuto un passaggio, pel quale contava di prendere
l'accampamento dello Sforza alle spalle, e penetrare fino ai suoi
padiglioni, senza dover superare i trinceramenti. Ma egli non aveva
notato un fosso coperto da molti virgulti, che tagliava questo argine,
e, difendendo il campo, chiudeva gli assalitori in un angusto spazio,
circondato in ogni lato dai nemici. Questo fosso aveva in mezzo
all'argine un ponte chiuso da un catro a canto al ponte levatojo. Il
Brandolino comunicò il suo piano d'attacco a Michele Attendolo, e questi
lasciò alla guardia del suo campo Bartolomeo Coleoni con 1500 cavalli e
la maggior parte dell'infanteria, ordinandogli di tenere occupato il
nemico con frequenti scaramucce, come ne' precedenti giorni. In appresso
il 15 di settembre a mezzogiorno, quando potevano supporsi i soldati
dello Sforza occupati intorno al pranzo, fece uscire dal campo tutto il
rimanente dell'armata, vale a dire più di undici mila cavalli, e prese
in silenzio la strada di Mozzanica. Lo Sforza n'ebbe intanto avviso, e
senza sapere su qual punto il nemico potesse recarsi, fece ordinare ai
suoi soldati di tenersi apparecchiati a combattere. Incamminavasi già
egli stesso a cavallo dal lato cui dirigevasi l'armata veneziana, onde
discoprirne i disegni, quando alcuni vennero a dirgli che il nemico,
piegando subito a sinistra, aveva attraversato il bosco, ed era
penetrato nel suo campo. Allora mandò subitamente tutti i soldati di cui
poteva disporre alla difesa del fosso coperto di sterpi e del ponte,
ch'erano la sola difesa della sua armata; e perchè le truppe pesanti,
che si adoperavano in quest'epoca, lentamente si adunavano, e lentamente
si armavano, tutto il campo si trovò in grandissimo pericolo, finchè non
ebbe abbastanza genti per tener testa al nemico. Carlo Gonzago, ferito
in fronte da un colpo di spada, fuggì senza voltarsi addietro fino a
Milano, ove sparse il terrore[327]. Manno Barile, rovesciato da cavallo
e calpestato, venne fatto prigioniere. Michele da Cotignola e Luigi
Gonzaga, quando fu loro condotto avanti, gli dissero: «Barile, in verità
che più negare non potete di non essere stato battuto e posto in rotta.
Piuttosto siete voi altri, rispose, che siete entrati in una rete da cui
mal potrete sbrigarvi.» In fatti la cavalleria, chiusa in una metà
dell'argine, di già cominciava ad essere impedita ne' suoi movimenti,
quando lo Sforza, facendo abbassare il ponte levatojo, mandò contro i
Veneziani due coorti di cavalleria che li presero alle spalle. Vide in
allora le lance dei nemici incrocicchiarsi come un bosco agitato dal
vento; conobbe a tale movimento la loro irrisoluzione, e gridò subito:
«La vittoria è nostra;» indi, facendo aprire il rastrello del gran
ponte, precipitossi sull'armata veneziana, ch'era nello stesso tempo
attaccata alla coda. Il terrore si sparse di fila in fila; i corazzieri
gettavano le armi che più loro non servivano a combattere, e che
ritardavano la loro fuga. Essi precipitavansi verso il bosco pel quale
erano entrati in questo sgraziato recinto; ma la maggior parte, più non
trovando il solo stretto passaggio ov'era chiuso il terreno, cadevano
nel pantano e vi restavano immersi. Pochissimi in tutta questa folla
vennero uccisi[328], pochissimi dei capi o dei soldati poterono fuggire,
e tutto il rimanente fu preso a migliaja. Lo Sforza condusse allora il
rimanente della sua armata contro Bartolomeo Coleoni, che custodiva i
proprj trinceramenti, ed incoraggiando i suoi soldati a mostrarsi degni
dei loro compagni che combattuto avevano all'altra estremità del campo,
forzò le linee di Coleoni, che salvossi quasi solo a Bergamo[329].

  [327] _Jo. Simonetae, l. XIII, p. 472._

  [328] Marin Sanuto pretende, che rimase morto un solo. _Vite dei
  Duchi, p. 1129._

  [329] _Jo. Simonetae, l. XIII, p. 476. — Cristof. da Soldo Ist.
  Bresc., p. 831. — M. A. Sabellico Dec. III, l. VI, f. 190. — Plat.
  Hist. Mant., t. VI, p. 846._

Contavansi dodici mila corazzieri e tre mila fanti nell'armata dello
Sforza, dodici mila cinquecento corazzieri e cinque mila fanti in quella
d'Attendolo. Di quest'ultima non si salvarono che mille cinquecento
cavalli, e niun fante. Immense ricchezze caddero in mano dei soldati, ed
i due procuratori di san Marco furono fatti prigionieri colla maggior
parte degli ufficiali generali. Rispetto ai soldati, lo Sforza preferì
di rimandarli dopo aver loro tolte le armi e gli abiti, piuttosto che
custodire una quantità di prigionieri, il di cui numero uguagliava quasi
quello de' vincitori[330].

  [330] _Jo. Simonetae, l. XIII, p. 478. — Nicc. Machiavelli, l. VI,
  p. 216. — Jos. Ripamontii, l. V, p. 617._



CAPITOLO LXXIII.

      _Francesco Sforza abbandona i Milanesi, e passa colla sua armata
      al servigio dei Veneziani. — Furore del partito popolare a
      Milano, blocco, ed angustie di questa città; i Veneziani gli
      accordano la pace, ma Francesco Sforza continua i suoi attacchi,
      e finalmente costringe i Milanesi a riconoscerlo per loro duca._

1448 = 1450.


La vittoria di Caravaggio pareva che dovesse condurre bentosto quella
pace, che tanto era sospirata dalla Lombardia; tale vittoria doveva
disingannare i Veneziani, e ridurli ad abbandonare gli ambiziosi loro
progetti di conquista, poichè le forze che essi credevano irresistibili
erano state distrutte da così subiti rovesci. Piacenza, la più forte
delle loro città, era stata presa d'assalto; la più bella flotta, che
mai rimontasse il Po sotto lo stendardo di san Marco, era stata
bruciata; e la più bella armata, che avesse tentato la conquista del
Milanese, era stata fatta tutta prigioniera. Dopo tante perdite,
dovevansi finalmente credere i Veneziani animati dal desiderio della
pace, come lo erano anche i Milanesi. La loro repubblica trovavasi
smunta dagli inauditi sforzi ch'ella faceva per mantenere così numerose
armate; sentiva il bisogno di godere della sua esistenza, di
riconoscersi, di organizzarsi; essa temeva una terza campagna, ed il
senato, invece di continuare le sue vittorie nello stato veneziano,
avrebbe soltanto voluto allontanare il nemico dalle piazze più vicine
alle sue mura, ed entrare nello stesso tempo in negoziazioni di pace.
Egli esortava Francesco Sforza a dividere le sue forze per attaccare
nello stesso tempo Bergamo e Lodi; ma questi per lo contrario insisteva
per condurre la sua vittoriosa armata sotto Brescia, onde conquistare a
spese dei Milanesi una città, che doveva restargli in piena sovranità.
Egli omai sentiva avvicinarsi il termine de' suoi voti; ma temeva le
conseguenze delle proprie vittorie, e non voleva così bene assecondare i
Milanesi, che fossero poi in grado di fare senza di lui; temeva la pace,
oggetto degli ardenti desiderj del popolo, e resa facile dalle sue
vittorie, onde omai si rimproverava d'aver troppo abbattuti i Veneziani,
la di cui opposizione era necessaria ai suoi disegni. Questo mutamento
ne' suoi progetti fu la principale cagione della generosità con cui
trattò i prigionieri di Caravaggio, mettendoli tutti in libertà. I
Piccinino, gelosi della sua autorità e della sua gloria, osservavano i
suoi passi, ed eccitavano la diffidenza del senato di Milano. Lo Sforza
credette conveniente di separarsi da loro; li distaccò coi tre
Sanseverini, Ventimiglia e tutti i soldati della scuola di Braccio,
mandandoli sotto Lodi, mentre ch'egli stesso, tre giorni dopo la sua
vittoria, prese la strada di Brescia, e fissò il suo campo nel piano a
piedi delle mura[331].

  [331] _Jo. Simonetae, l. XIV, p. 481. — Cristof. da Soldo Ist.
  Bresc., p. 852._

I Veneziani non ismentirono la riputazione loro di costanza ne' rovesci;
si affrettarono di rimontare la loro armata; ma prima di tutto ne
levarono il comando a Michele Attendolo di Cotignola. Questo antico
soldato, compagno e parente del primo Sforza, venne assoggettato ad una
processura intorno alla condotta da lui tenuta nella battaglia di
Caravaggio. Se non cadde in sospetto di criminosa intelligenza col suo
avversario, perchè apparteneva alla di lui famiglia, fu fatto per altro
risponsabile della sua cattiva fortuna. Una deliberazione del senato,
del 19 di novembre, lo rilegò a Conegliano, che gli era prima stato dato
in feudo, e lo ridusse ad un'annua pensione di mille ducati[332].
Pasquale Malipieri e Giacom'Antonio Marcello vennero nei Veronese per
raccogliere tutti i fuggiaschi del campo di Caravaggio, e render loro
armi e cavalli. Nello stesso tempo chiamarono da ogni banda nuovi
condottieri al servizio della repubblica, ed ottennero dalla repubblica
di Firenze, in virtù dell'antica loro alleanza, un sussidio di due mila
cavalli, e mille fanti, sotto gli ordini di Sigismondo Malatesti, e di
Gregorio d'Anghiari[333].

  [332] _Navagero Stor. Ven., t. XXIII, p. 1113. — Marin Sanuto Vite
  dei Duchi, p. 1131. — M. A. Sabellico Dec. III, l. VI, f. 190._

  [333] _Jo Simonetae, XIV, p. 483. — Nicc. Machiavelli, l. VI, p.
  218. — M. A. Sabellico Dec. III, l. VI, f. 190._

Ma Pasquale Malipieri cercava nello stesso tempo di procurare alla sua
repubblica un assai più potente appoggio. Uno de' suoi segretarj,
prigioniero nel campo del vincitore, aveva intavolato un segreto
trattato con Angelo Simoneta, segretario dello Sforza e zio dello
storico. Mentre i Milanesi offrivano la pace ai Veneziani, e si
obbligavano a garantir loro il possedimento di Brescia, Malipieri
offriva allo Sforza la stessa sovranità di Milano, se voleva passare al
servigio dei Veneziani. L'amico ed il segretario dello Sforza, che ci
lasciò la migliore storia de' suoi tempi che posseda l'Italia, quando
giugne a questo enorme tradimento, cerca di far credere che il suo eroe
vi fu strascinato dalle circostanze, e provocato dall'ingratitudine dei
Milanesi. Ma tutta la condotta dello Sforza fu così destra, così
costantemente diretta al medesimo scopo, che mal si può credere che
tutto non fosse antecedentemente preveduto e meditato, fin dall'istante
che entrò al servigio dei Milanesi. Per innalzarsi alla sovranità,
ch'egli mai non perdette di vista, non poteva dispensarsi dal procurarsi
l'appoggio, ed i sussidj d'un altro popolo. Egli doveva egualmente
temere i Milanesi ed i Veneziani; gli conveniva valersi degli uni per
indebolire gli altri, combattere alternativamente per tutti e due,
risparmiare i proprj soldati, esporre i loro, strascinarli di spese in
ispese, e non gettare in ultimo la maschera per combattere in proprio
nome, che quando sarebbe egli solo l'arbitro dei loro soldati e delle
loro ricchezze[334].

  [334] _Jo. Simonetae, l. XIV, p. 484. — Jos. Ripamontii Hist. Urb.
  Mediol., l. V, p. 619. — Platinae Hist. Mant., l. VI, p. 846. —
  Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 1130._

Il trattato tra Venezia e Francesco Sforza, che fu soscritto il 18
ottobre del 1448, trentatre giorni dopo la rotta di Caravaggio, portava
che lo Sforza porrebbe in libertà tutti i prigionieri, che evacuerebbe
tutte le piazze conquistate negli stati di Bergamo e di Brescia, che
rinuncerebbe ai diritti dei Visconti e dei Milanesi sopra il Cremasco e
sopra la Ghiaja d'Adda, cedendo queste due province ai Veneziani, i
quali dal canto loro si obbligavano ad ajutare Francesco Sforza a
conquistare gli stati già posseduti da Filippo Maria; gli promettevano
perciò quattro mila cavalli, e due mila fanti, e si obbligavano inoltre
a pagargli tredici mila fiorini al mese, finchè Milano fosse ridotto in
poter suo; in allora Venezia ed il nuovo duca dovevano rimanere alleati,
e darsi vicendevolmente ajuto in tutte le loro guerre, sul piede
dell'eguaglianza[335].

  [335] _Jo. Simonetae, l. XIV, p. 486. — M. A. Sabellico Dec. III, l.
  VI, f. 190 v. — Niccolò Machiavelli Ist. Fior., l. VI, p. 219._

Dopo di aver segnato questo trattato, Francesco Sforza fece adunare la
sua armata per informarla dell'accaduto. Nel suo discorso dichiarò ai
suoi soldati, che i Milanesi, dimenticando gli obblighi loro, avevano
voluto tradirlo; che, non contenti di volere far la pace coi Veneziani,
ciò ch'era per la sua armata una potente ingiustizia, non tendevano le
negoziazioni loro a nulla meno che all'intera sua ruina; che il senato
di Milano aveva proposto a quello di Venezia un'alleanza per togliergli
Pavia e Cremona, e che il solo desiderio di difendersi coi suoi
figliuoli e compagni d'armi lo forzavano a mutare partito[336]. Non
abbisognavano troppo convincenti argomenti per persuadere i soldati, i
quali, facendo del battersi un mestiere mercenario, non avevano giammai
posto mente alla giustizia o alla iniquità delle guerre, e che
volentieri abbracciavano una nuova spedizione, il di cui prezzo essere
doveva il sacco delle ricche campagne milanesi. Risposero pertanto al
loro generale con clamorose acclamazioni, ch'erano apparecchiati a
seguirlo dovunque. Pure lo Sforza seppe con sommo suo dispiacere che
Lodi, che doveva essere a lui consegnato dalla guarnigione veneziana,
erasi arreso ai Milanesi lo stesso giorno 18 ottobre[337], e che Carlo
Gonzaga aveva abbandonato il suo campo durante la notte con mille
duecento cavalli e cinquecento fanti, per mantenersi fedele ai
Milanesi[338].

  [336] _Jo. Simonetae, l. XIV, p. 486. — Jos. Ripamontii Hist., l. V,
  p. 619._

  [337] _Cristof. da Soldo Ist. Bresc., p. 856._

  [338] _Jo. Simonetae, l. XIV, p. 490._

Ogni memoria di libertà non era per anco spenta in Lombardia;
nell'istante in cui erasi spezzato l'antico giogo, erasi cercato di
rialzare dovunque il governo repubblicano, come il solo felice e
legittimo. Ma gli animi erano stati indeboliti da lunga servitù, e
questa razza effemminata sentiva che l'avere una volontà propria, dei
progetti ed una condotta a suo arbitrio, era un sottomettersi ad una
grande fatica. Tostocchè un uomo di genio pretese di comandare a'
Lombardi, trovò una folla di schiavi, che domandavano di ubbidire. Le
città e le borgate, gelose della grandezza di Milano, mostraronsi
disposte ad abbracciare il partito dello Sforza. Quella di Piacenza,
ch'egli stesso aveva così crudelmente trattata nel precedente anno, si
dichiarò a lui favorevole, o perchè non volesse esporsi un'altra volta
alla sua vendetta, o perchè egli vi avesse fatti entrare molti de' suoi
partigiani, o che finalmente l'odio contro i Milanesi vincesse la
memoria de' più sanguinosi oltraggi. Ella chiuse le sue porte a Giacomo
Piccinino, ed il conte Sforza ardì d'entrarvi senza guardie per
prenderne possesso, ponendosi senza difesa tra le mani di coloro cui
aveva saccheggiati i beni e disonorate le figlie: e non ebbe motivo di
pentirsene[339]. I tre fratelli Sanseverino abbandonarono pure le
insegne dei Milanesi per unirsi allo Sforza. Figli naturali d'uno de'
principi dell'illustre casa di Napoli, che possede il feudo di
Sanseverino, erano stati arricchiti da Filippo Maria Visconti, e si
credevano obbligati da una tal quale lealtà ad attaccarsi a suo genero,
sebbene lasciassero in Milano le loro spose ed i loro figli. Essi gli
condussero circa otto cento cavalli[340]. Il condottiero Luigi del Verme
si pose pure sotto gli ordini dello Sforza, e raffermò questa nuova
alleanza col matrimonio dell'unica sua figlia con un figlio naturale del
conte Francesco. Guglielmo di Monferrato trattò altresì con lui,
chiedendo per prezzo dei servigj, che gli renderebbe, la cessione
d'Alessandria. Lo Sforza, dopo essersi acquistati nuovi alleati con
questi trattati, condusse in principio di novembre la sua armata nella
campagna milanese che confina col pavese; occupò i castelli di Rosate e
di Binasco, che non fecero resistenza, e pose i suoi soldati ai
quartieri d'inverno nelle più ricche e fertili campagne della Lombardia.

  [339] _Jo. Simonetae, l. XV, p. 491. — Ant. de Ripalta Ann.
  Placent., p. 898._

  [340] _Jo. Simonetae, l. XV, p. 493. — Jos. Ripamontii, l. V, p.
  620._

Due volte i deputati Milanesi eransi recati presso al conte per ridurlo
a rinunciare a così inaspettate ostilità, e per testificargli,
conservando sempre alcuni riguardi, il dolore che il suo tradimento
cagionava alla repubblica, e per offrirgli di fargli giustizia se voleva
esporre le sue lagnanze. Ma quello stesso Sforza, che fino a tale epoca
aveva tenuto col senato di Milano il linguaggio di un servitore
ubbidiente, prese tutt'ad un tratto verso i suoi superiori il tuono di
un padrone verso i sudditi ribelli. Era il suo avere, rispose egli, che
chiedeva ai Milanesi, era una sovranità che gli apparteneva, e loro
soltanto prometteva indulgenza pei passati errori, ed un'amnistia per
coloro che prontamente rientrerebbero in dovere[341].

  [341] _Jo. Simonetae, l. XV, p. 496. — Jos. Ripamontii Hist.
  Mediol., l. V, p. 620._

Non contento di rispondere in tale maniera ai deputati milanesi, mandò
Benedetto Riguardati a Milano per tenere al popolo adunato lo stesso
linguaggio. Ma appena quest'inviato era sceso dalla tribuna delle
arringhe, che vi salì Giorgio Lampugnani. Questi esortò i Milanesi ad
esporsi a tutto, a tutto soffrire piuttosto che perdere la libertà
comune, piuttosto che piegare la cervice sotto il giogo un uomo che gli
aveva ingannati con sì nera perfidia, di una donna che degl'illegittimi
suoi natali facevasi un titolo, perchè in qualunque modo procedevano dal
sangue dei loro tiranni. In questa famiglia dello Sforza, che sembrava
non conoscere i sacri nodi del matrimonio, vedevasi, disse loro, un
infinito numero di fratelli, di quasi fratelli e di figliuoli legittimi,
bastardi ed adulterini. Se il conte conseguiva lo scopo della sua
ambizione, un solo non vi sarebbe de' suoi parenti che non si
risguardasse quale padrone dei Milanesi, un solo che spegnere non
volesse la sete del comandare, l'avarizia, il lusso, le vergognose
dissolutezze, a spese dei cittadini. Che ascoltassero il conte Sforza,
coloro che potevano risolversi ad abbandonare le loro spose, le loro
figlie, alla seduzione ed all'adulterio, le loro case, i loro campi, le
borse loro, alle fiscali estorsioni ed alle confische, i loro figli al
capriccio d'un capo di soldati; coloro che non temevano di rassodare di
nuovo coi loro sudori e col sangue quella cittadella quell'antimurale
della tirannide, ch'essi avevano atterrato. In quanto a sè ed ai suoi,
viverebbero liberi o saprebbero morire per la libertà[342].

  [342] _Jo. Simonetae, l. XV, p, 497._

Il popolo, strascinato da questo discorso, più non contenne la sua
collera contro lo Sforza, ed i titoli di traditore, di disertore erano
associati al suo nome in ogni bocca; più niuno eravi che si rifiutasse
ai sagrificj di danaro, che potevano salvare la libertà. Francesco
Piccinino fu nominato generalissimo, Carlo Gonzaga comandante della
piazza, e la milizia della città somministrò numerose truppe di
fucilieri. Non vedevasi ancora che raramente questa nuova arma negli
eserciti, ma la ricchezza di Milano aveva permesso di moltiplicarla.
Furono mandate guarnigioni a Monza, ad Abbiate, a Busto Arsiccio, a
Cantù; e corpi di milizie andarono a Como ed a Novara, mentre i
magistrati chiamavano al loro soldo tutte le lance spezzate[343], che
andavano allora vagabonde per l'Italia. Scrissero pure a Federico III,
re dei Romani, al re Alfonso, al duca Luigi di Savoja, a Carlo VII di
Francia, al Delfino, al duca di Borgogna, per denunciar loro il
tradimento dello Sforza, e chiedergli soccorso[344].

  [343] Chiamavansi allora _lance spezzate_ i corazzieri che
  trattavano individualmente pel loro soldo, e non facevano parte
  della compagnia di un condottiero.

  [344] _Jos. Ripamontii, l, V, p, 621._

Ma la grande rivoluzione dell'arte militare, che si terminò ai nostri
giorni, aveva di già avuto cominciamento; i mezzi di difesa delle piazze
più non erano proporzionati coi mezzi d'attacco. Risguardavasi in
addietro come capace di sostenere un assedio ogni borgata circondata di
buone mura, sebbene non sostenute da terrapieni. Per altro queste mura
più non potevano resistere al cannone; le pretese fortezze de' Milanesi
più non potevano trattenere un'armata provveduta d'artiglieria ed una
breccia praticabile fa fatta in tre giorni nelle mura di Abbiate Grasso.
Lo Sforza desiderava di risparmiare gli estremi disastri a questa
borgata per compiacere Bianca Visconti, che vi aveva passata la sua
infanzia. Ma gli abitanti, sebbene perduti senza rimedio, non volevano
conoscere il loro pericolo, e non acconsentirono a capitolare che a
stento, per evitare l'assalto ed il sacco[345]. Un'altra parte
dell'armata dello Sforza svolse il canale o _naviglio_, che dal Ticino
conduce a Milano, per impedire il trasporto delle vittovaglie alla
città, e privare i borghesi dell'uso de' loro mulini; ma in Milano
eranvi tuttavia sufficienti provvigioni di frumento, ed i mulini a
braccia supplirono a quelli mossi dall'acqua.

  [345] _Jo. Simonetae, l. XV, p. 499. — Jos. Ripamontii, l. V, p.
  622._

Il rinforzo di quattro mila cavalli, promesso dal senato di Venezia, fu
condotto nel Milanese da Giacomo Antonio Marcelli, Pasquale Malipieri e
Luigi Loredano. Quando lo Sforza l'ebbe ricevuto condusse la sua armata
verso i laghi, ed occupò i castelli di Busto Arsiccio e di Varese.
Questo paese era tuttavia abitato da molti membri della famiglia
Visconti, parenti degli antichi duchi, ma la di cui agnazione rimontava
a tempi anteriori alla grandezza di questa casa. Tutti si dichiararono a
favore di Francesco Sforza. Tutte le rive del lago maggiore, di Lecco e
di Lugano, seguirono quest'esempio, ma le città di Arona, di Como e di
Bellinzona si mantennero fedeli ai Milanesi[346]. Lo Sforza, disceso
dalle montagne in sul piano, cagionò tanto terrore ai Novaresi, che si
fece aprire le loro porte il 20 di dicembre. Luigi del Verme prese in di
lui nome Romagnano, ch'era occupato da tre mila Savojardi; lo Sforza
mandò cinquecento cavalli a Tortona, e la città gli fu data dalla
fazione a lui favorevole, mentre Alessandria dietro le sue istanze
apriva le porte a Guglielmo di Monferrato[347]. Per compensare tanti
disastri i Milanesi non avevano ottenuti che insignificanti vantaggi.
Francesco Piccinino aveva saccheggiate le campagne di Pavia, ma senza
osare di trattenervisi lungamente, e suo fratello Giacomo era stato
introdotto in Parma, perchè questa repubblica, in allora alleata di
Milano, aveva scoperta entro le sue mura una trama di alcuni cittadini,
che volevano darla ad Alessandro Sforza.

  [346] _Jo. Simonetae, l. XV, p. 501._

  [347] _Jo. Simonetae, l. XV, p. 503. — Crist. da Soldo Ist.
  Bresciana, p. 857._

Carlo Gonzaga, fratello del marchese di Mantova, ed uno degli allievi di
Vittorino da Feltre, era stato nominato comandante di Milano. Questo
ambizioso principe cercava di rendersene assoluto padrone. Doveva, gli è
vero, sentirsi troppo debole per isperare di rimanervi sovrano; ma forse
al desiderio di comandare aggiugneva qualche segreto pensiero di vendere
in seguito vantaggiosamente ai Veneziani, od allo Sforza un potere che
andava dilatando colle sue perfide pratiche. Scelse i suoi partigiani
tra i membri della fazione Guelfa, si fece riconoscere per loro capo, e
cercò che avessero parte nel governo. I nobili Ghibellini, che fin
allora vi avevano avuta la parte principale, ed in particolare il conte
Vitaliano Borromeo, Teodoro Bossi, e Giorgio Lampugnani, costretti a
difendersi contro questi nuovi avversarj, cominciarono a volgere i loro
sguardi allo Sforza, sperando d'impegnarlo a dare le basi alla
costituzione della loro patria, conciliando la loro libertà colla sua
ambizione, in caso che fossero costretti a riconoscerlo per duca[348].

  [348] _Jo. Simonetae, l. XVI, p. 506. — Jos. Ripamontii, l. V, p.
  622._

Il conte Sforza, giunto a Landriano; vi accolse i segreti deputati dei
capi ghibellini della repubblica, ma trovò inammissibili le loro
proposizioni; pretese che il volerlo sottomettere alle leggi fosse un
trattarlo da vinto piuttosto che da vincitore. Pure, siccome la
negoziazione non era rotta, restò presso di lui un segretario di questi
magistrati. Poco dopo un dispaccio da lui scritto in cifre cadde in mano
di Carlo Gonzaga, e fu denunciato alla parte guelfa, come prova d'un
tradimento dei nobili e dei Ghibellini. Il Gonzaga, invece di attaccare
questi magistrati ne' consiglj, fece nominare coloro di cui più
diffidava ambasciatori presso Federico III. Diede loro una scorta per
accompagnarli fino a Como, ma furono appena usciti dalle porte, che la
scorta li fermò, e li condusse nelle prigioni di Monza. Colà Giorgio
Lampugnano perdette la testa sul patibolo; Teodoro Bossi, assoggettato
alla tortura, nominò molti suoi compagni nelle negoziazioni collo
Sforza, che furono subito imprigionati. Il rimanente de' nobili
ghibellini salvossi colla fuga; i più trovarono asilo nel campo del
conte Francesco, mentre il Gonzaga, di concerto con Ambrogio Trivulzio
ed Innocenzo Cotta, diede nuova forma al governo di Milano. La
superiorità venne data ai Guelfi ed alla fazione democratica; plebei
dell'ultima classe, come un Giovanni d'Ossa ed un Giovanni d'Appiano,
furono innalzati alle prime magistrature; la confisca de' beni dei
nobili fuorusciti empì il pubblico tesoro, ed il governo prese un
aspetto rivoluzionario. Carlo dichiarò ne' suoi editti che piuttosto che
dare Milano al conte Sforza, era disposto a darsi al Gran Turco, o al
gran demonio dell'inferno[349]. Ma l'armata milanese andava scemando con
nuove diserzioni: il conte Ventimiglia, che aveva il comando di Monza,
passò nel campo dello Sforza con cinquecento cavalli e quattrocento
pedoni; Francesco Piccinino, ch'era accampato presso Landriano, e che
cominciava a mancare di vittovaglie, aprì dal canto suo un trattato per
essere ricevuto nell'armata nemica, e quando fu sicuro di esserlo a
vantaggiose condizioni, disertò ancor esso. Forse, come lo accusarono i
partigiani dello Sforza, aveva fin d'allora intenzione di tornare, in
primavera, al servigio dei Milanesi, dopo essersi nutrito nella cattiva
stagione coi granai del suo nemico[350]. Suo fratello Giacomo, che
allora trovavasi a Parma, cambiò pure partito, ed uscì da quella città
per passare nel campo d'Alessandro Sforza, che l'assediava; ma Parma non
aprì le porte che in febbrajo a questo fratello del conte Sforza. Questa
città aveva resistito alle pratiche del conte Rossi, che entro le sue
mura secondava gli assalitori, agli attacchi di Alessandro, ed alla
diserzione del Piccinino. L'avvicinamento di Bartolomeo Coleoni con due
mila corazzieri e mille cinquecento fanti, la ridusse all'estremità:
allora volle darsi al marchese Lionello, ma la repubblica di Venezia non
permise che Lionello accettasse l'offerta; onde i Parmigiani dovettero
finalmente cedere alla loro cattiva fortuna[351]. Lo Sforza accordò
vantaggiose condizioni, e trovò modo di riconciliarsi con quelle stesse
famiglie che fin allora gli si erano mostrate più nemiche[352].

  [349] _Jo. Simonetae, l. XVI, p. 510. — Jos. Ripamontii, l. V, p.
  623._

  [350] _Jo. Simonetae, l. XVI, p. 507. — Ant. di Ripetila Ann.
  Placent., p. 899._

  [351] _Jo. Simonetae, l. XVII, p. 514. — Cron. di Bologna, t. XVIII,
  p. 692._

  [352] _Jo. Simonetae, l. XVII, p. 518._

Durante l'inverno gli affari dei Milanesi avevano sempre peggiorato. Lo
Sforza aveva stabiliti i suoi quartieri presso alle porte della loro
città, delle quali porte ne teneva cinque così strettamente bloccate
ch'era quasi impossibile il ricevere per mezzo di queste provvigioni
dalla campagna; ma in primavera alcuni più felici avvenimenti parvero
rianimare le speranze degli assediati. Luigi del Verme, Ventimiglia e
Dolce, che dallo Sforza erano stati mandati ad assediare Monza, e che di
già avevano aperta una breccia praticabile nelle mura di quella
fortezza, furono sorpresi da Carlo Gonzaga, e compiutamente rotti. Più
tardi attribuirono questo disastro a tradimento di Francesco Piccinino,
ch'erasi loro associato. Furono presi con tutta la loro artiglieria e
quasi tutti i cavalli. Il Dolce morì in conseguenza delle ricevute
ferite, e Luigi del Verme dovette per molti mesi guardare il letto[353].

  [353] _Jo. Simonetae, l. XVII, p. 520. — Ann. Placent, t. XX, p.
  899._

Dall'altra banda la vedova di Filippo Visconti, Maria di Savoja, che
stava sempre in Milano, dov'era rispettata dai magistrati ed amata dal
popolo[354], negoziò un'alleanza tra suo fratello Luigi, duca di Savoja,
e la repubblica milanese. Il duca di Savoja fece invadere il Novarese da
Giovanni Compeys, signore di Torrens[355], con un'armata di sei mila
cavalli. Il nome di barbari che i Greci davano altre volte a tutti i
popoli che non parlavano il loro linguaggio, veniva altresì dagli
Italiani del quindicesimo secolo prodigato a tutti gli oltramontani; e
con tal nome indicarono i Savojardi condotti da Compeys[356]. In fatti
questi montanari mezzo selvaggi trattarono con eccessiva crudeltà tutti
i villaggi e castelli di cui s'impadronirono, ma non poterono entrare in
Novara che avevano sperato di sorprendere[357].

  [354] _Jos. Ripamontii, l. V, p. 625._

  [355] _Cuichenon Hist. généalog. de la maison de Savoie, t. II, p.
  85._

  [356] _Ed erano da sei mila barbari_, dice Marin Sanuto, e gli altri
  storici di quel tempo usano tutti le medesime espressioni. _Vite de'
  duchi di Venez., p. 1131._

  [357] _Jo. Simonetae, l. XVII, p. 526._

Un terzo avvenimento ancora più importante fu in sui punto di ruinare
l'armata dello Sforza; fu questo la diserzione dei due Piccinino, che,
incaricati di ricominciare l'assedio di Monza, abbandonarono Guglielmo
di Monferrato, cui si erano associati, e si gettarono in città con tre
mila cavalli. Giacomo, il più giovane, voleva sortire all'istante per
un'altra porta, attaccare Guglielmo, e, approfittando della sua
sorpresa, disfarlo affatto. Credeva di giustificare questa doppia
perfidia col carattere di colui contro al quale l'esercitava. Non è egli
per un tradimento, diceva, che Sforza rivolse contro Milano un'armata
pagata dai Milanesi? i suoi progetti per ridurre in servitù l'Italia non
sono forse conosciuti? si crede egli legato nella loro esecuzione dalle
leggi della buona fede? Francesco Piccinino, cui spettava il comando,
non lasciossi traviare da questi sofismi suggeriti dall'odio. «Nel
nobile mestiere del soldato, rispondeva egli, il sentimento dell'onore
non deve assoggettarsi alle sottigliezze della dialettica. Se in ogni
guerra io dovessi giudicare i potentati, a pro o contra de' quali io
servo, forse non ne troverei giammai un solo di giusto, un solo contro
il quale io non potessi, per la stessa ragione, autorizzare una
perfidia. In mezzo ai risentimenti ed agli odj che risveglia, il soldato
non dorme tranquillo che perchè non crede possibili le azioni infami. Io
senza dubbio non ispingo fino all'esagerazione lo scrupolo intorno alle
leggi della guerra, e la mia diserzione ne è una prova; ma se sullo
stesso campo di battaglia, ove sono stato posto dallo Sforza tra le sue
squadre, e nel giorno medesimo, io rivolgessi contro di lui le armi che
mi aveva affidate, se io abusassi della sua confidenza per iscannare i
suoi soldati, che si credevano miei fratelli, quand'ancora io ne fossi
applaudito a Milano per avere tradito un traditore, la posterità più
imparziale mi giudicherebbe, ed il nome di Piccinino non si purgherebbe
da questa macchia.» Questa discussione salvò il luogotenente dello
Sforza, che ritirassi, mentre il più giovane fratello disputava col
primogenito[358]. I Piccinino dopo essersi mostrati a Milano, ove furono
ricevuti con trasporti di gioja, marciarono contro una armata veneziana
che nello stesso tempo aveva cinto d'assedio Crema, e la forzarono a
ritirarsi. Tornando da questa spedizione sorpresero nel castello di
Melzi l'artiglieria che lo Sforza teneva colà apparecchiata per
l'assedio di Monza, e se ne impadronirono[359].

  [358] _Jo. Simonetae, l. XVIII, p. 532. — Jos. Ripamontii, l. V, p.
  625._

  [359] _Jo. Simonetae, l. XVIII, p. 534. — Crist. da Soldo Ist.
  Bresc., p. 869._

Il popolo di Milano, sentendo da questi avvenimenti rilevarsi il suo
coraggio, formò compagnie di milizie più numerose di tutte quelle che da
lungo tempo si erano vedute nelle guerre d'Italia. Lo Sforza aveva
assediato Marignano, e la fortezza di questa terra dovevagli essere
consegnata il 1.º di maggio, se non era prima soccorsa. Per fargli
levare l'assedio i Piccinino ed il Gonzaga uscirono da Milano con sei
mila cavalli, e quasi tutta la milizia. Si dice che non avevano meno di
venti mila uomini armati di fucile. Quest'arma ancora poco in uso
ispirava grandissimo terrore anche ai più provetti corazzieri, mentre i
generali delle due armate sapevano egualmente che potevano cavarne poco
frutto. In fatti i fucili erano in allora fatti in maniera che
abbisognava quasi un quarto d'ora per caricarli, ed in tutto questo
tempo i fucilieri erano inabilitati ad agire o a difendersi dopo una
scarica. Non si erano per anco inventate le bajonette, che dovevano
trasformare queste bocche da fuoco in formidabili armi bianche; non
erasi nè meno inventato il fuoco non interrotto della colonna, e
l'evoluzione che, facendo passare le prime file in sul di dietro dopo di
avere tirato, oppone sempre nuovi fucilieri al nemico. I generali
milanesi, imbarazzati da tanta folla di soldati, avrebbero voluto far
levare l'assedio col solo terrore. Facevano circolare esagerate notizie
intorno al numero dei loro soldati, ed alla portata delle palle, contro
le quali, essi dicevano, la corazza non resiste. I corazzieri dello
Sforza, avvezzi a battaglie poco sanguinose, erano spaventati dall'idea
di un pericolo, contro il quale non giovavano nè il valore, nè la
destrezza. Invano il loro generale cercava di far loro comprendere che
una sola carica della cavalleria rovescierebbe questa truppa poco
agguerrita prima che potesse far fuoco. Difficilmente potè ispirare alla
sua armata sufficiente risoluzione perchè restasse al suo posto; ciò era
tutto quanto egli le chiedeva; in fatti i Milanesi non osarono
avanzarsi, e Marignano si arrese[360].

  [360] _Jo. Simonetae, l. XVIII, p. 537. — Marin Sanuto Vite dei
  duchi, p. 1132. — Jos. Ripamontii Hist. Urb. Med., l. V, p. 626._

L'ingresso de' Savojardi in Lombardia non aveva cagionati importanti
avvenimenti. Bartolomeo Coleoni era stato incaricato di tenerli di
vista, e perchè trovavasi al soldo della repubblica di Venezia, allora
in pace col duca di Savoja, non volle passare la Sesia, che separava il
Piemonte dalla Lombardia. Dal canto loro i Savojardi non facevano che
rapide scorrerie al di là dei confini, non si allontanavano mai, e le
frequenti loro scaramucce non erano mai decisive. In una di queste, gli
è vero, che fu fatto prigioniero Giovanni Compeys, generale dei
Savojardi, ma in molte altre il Coleoni, inferiore di numero, ebbe
qualche svantaggio; all'ultimo le due armate vennero a battaglia, il 20
aprile, presso Borgo Mainero. I Savojardi rinnovarono molte brillanti
cariche e sempre accompagnate da buon successo, ma perchè si erano
persuasi esservi qualche imboscata nella vicina macchia, non uscivano
dal campo di battaglia, e non approfittavano del loro vantaggio. Così
timida condotta rese arditi i nemici, i quali erano furibondi perchè
questi barbari, com'essi li chiamavano, non davano quartiere. Il
Coleoni, di già celebre per un'antecedente vittoria sugli oltramontani,
ricondusse i suoi corazzieri ad un'ultima carica ch'ebbe pieno effetto.
I Savojardi furono sbaragliati con grave perdita e posti in piena rotta.
Quelli che fuggirono ritiraronsi in Piemonte, e più non recarono
molestia alla Lombardia. Il campo di battaglia, coperto di morti, fece
non pertanto sugl'Italiani una profonda sensazione. I Savojardi, più
accostumati alle guerre della Francia che a quelle dell'Italia,
combattevano con un accanimento sconosciuto in quest'ultimo paese. Non
perdevano tempo nel fare prigionieri, uccidevano coloro che rovesciavano
da cavallo; ed i soldati dei condottieri, che nelle guerre ordinarie
credevano appena di arrischiare la vita, fremevano ancor dopo la
battaglia d'aver avuto a fare con tali nemici. Essi non temevano l'arte
militare, nè il valore de' Francesi, ma la loro ferocia, e conservarono
delle guerre francesi un cotale terrore, che, passato d'una in altra
generazione tra queste razze effemminate, apparecchiò le vittorie degli
oltramontani in sul finire del secolo, e le conquiste del re Carlo
VIII[361].

  [361] _Jo. Simonetae, l. XVIII, p. 541. — Ann. Placent. Ant. de
  Ripalta, p. 899. — M. A. Sabellico Dec. III, l. VI, f. 191._

Un'altra diversione recò ancora maggiore sollievo ai Milanesi, e fu la
ribellione di Vigevano, grossa borgata della Lomellina, che cacciò il
comandante mandato dallo Sforza, e spiegò le insegne della repubblica.
Gli abitanti, dopo avere ottenute dalla metropoli alcune squadre di
cavalleria, cominciarono a guastare le campagne di Pavia, ed obbligarono
lo Sforza a ripassare il Ticino per venire ad assediarli. Nello stesso
tempo questo generale ricevette una segreta denuncia contro Guglielmo di
Monferrato, uno de' suoi luogotenenti, che si pretendeva apparecchiato a
passare dalla banda del nemico. Senza potere giustificare quest'accusa,
lo Sforza fecelo arrestare il 13 di maggio e sostenere nella cittadella
di Pavia; ma conservò sempre per lui tali riguardi, che manifestavano la
sua intenzione di riconciliarsi colla casa di Monferrato[362].

  [362] _Jo. Simonetae, l. XVIII, p. 544. — Ann. Placent. Ant. de
  Ripalta, p. 900._

L'assedio di Vigevano fu uno dei fatti militari in cui gl'Italiani
mostrarono maggior valore e costanza. Desideravano i Milanesi che questo
tenesse lungamente occupato lo Sforza, per dar loro tempo di fare il
raccolto del frumento, che cominciava allora a fiorire. Ma lo Sforza,
che non isperava di prendere Milano che colla fame, desiderava di
avanzarsi a tempo per guastare la campagna. La guarnigione milanese e
gli abitanti di Vigevano gareggiavano di zelo e di attaccamento. In
pochi giorni consumarono tutta la polvere da cannone, ma impiegarono con
altrettanta bravura che buon successo le antiche armi per resistere alle
nuove. Quando l'artiglieria dello Sforza ebbe fatto nel muro una breccia
praticabile, vide alzato in sul di dietro un nuovo trinceramento formato
di terra e di concime, e legato con grosse travi. Impiegò di nuovo
l'artiglieria per rovesciarlo, ma tutt'ad un tratto le mura ed i
baluardi furono coperti di balle di lana, che ammorzavano i colpi delle
pietre lanciate dalle bombarde. Finalmente questo nuovo trinceramento
venne ancor esso aperto, e lo Sforza risolse di dare l'assalto il 3 di
giugno.

Conoscendo l'ostinazione ed il coraggio de' suoi nemici, s'avvide che
non potrebbe vincerli che colla fatica e lo spossamento. Divise la sua
armata in otto corpi; il primo cominciò a battersi all'alba del giorno,
e quando fu respinto dagli assediati, gli succedette un altro, poi un
altro ancora, sicchè l'attacco, rinnovato sempre con truppe fresche, non
fu mai interrotto. Dal canto loro Jacopo di Rieti, Enrico di Carreto, e
Ruggero Galli, che comandavano nella piazza, avevano a tutto preveduto.
I borghesi erano distribuiti lungo le mura, e sui terrapieni, oggetto
principale dell'attacco, la brava guarnigione; le donne della terra,
poste dietro i soldati, loro distribuivano i rinfreschi, o le pietre da
lanciarsi contro gli aggressori, mentre che i preti, radunati nella
chiesa principale con tutte le fanciulle, pregavano per i loro
concittadini che combattevano. Per altro tutta la guarnigione era stata
costretta fino dal principio ad opporsi tutt'intera al nemico, e mentre
vedeva avvicendarsi gli assalitori per combatterla, non poteva nè
sperare straniero soccorso, nè avere un istante di riposo. Malgrado il
vantaggio della sua posizione, ella andava pure facendo qualche perdita,
e le sue file diventavano sempre più rare; ma quando veniva rovesciato
un soldato, una donna si copriva subito colle insanguinate sue armi, e
prendeva il suo luogo. Gli assalitori, vedendo ricomparire guerrieri
caduti morti sotto i loro occhi, mentre il suono delle campane e le
processioni di immagini mischiavano la religione alla battaglia,
credevano di provare in questa resistenza qualche cosa di
soprannaturale, e si lasciavano abbattere da religioso terrore.

Finalmente dopo un assalto che aveva durato una lunga intera giornata di
giugno, i soldati dello Sforza all'avvicinarsi della notte si
stabilirono sul terrapieno. I borghigiani spaventati abbandonavano le
mura, e già la città era presa, quando sdrucciolando tre o quattro degli
assalitori cadono sul terreno in pendìo bagnato di sangue; coloro che li
seguono danno a dietro, tutta la colonna si rovescia spaventata, ed i
soldati precipitano uno sopra l'altro nelle fossa, seco strascinando
masse di ruine che gli schiacciano. Essi sono compresi di terrore
innanzi a quelle mura che credono incantate, e lo Sforza per non
compromettere di più la gloria della sua armata, fa suonare la ritirata.

Ma Vigevano più non poteva difendersi. Durante la notte gli assediati
proposero, ed a stento ottennero dal vincitore una capitolazione. Fu
ancora più difficile il farla rispettare dai soldati; risguardando
questi il saccheggio come un loro diritto, diedero ancora un assalto
alle mura dopo soscritto il trattato, e furono richiamati al loro dovere
con molta fatica da Francesco Sforza, il quale rinfacciò loro d'avere
rinculato in faccia alla breccia in tempo della battaglia, e di volervi
salire adesso contro la data fede. La città fu salva, e soltanto
obbligossi a ristabilire a sue spese il castello, ch'era stato distrutto
in nome della libertà[363].

  [363] _Jo. Simonetae, l. XVIII, p. 544-548._

Dopo la sommissione di Vigevano, lo Sforza, secondo il suo progetto,
cominciò a far tagliare le biade ancora verdi sul territorio di Milano.
Nello stesso tempo ricondusse all'ubbidienza gli abitanti delle rive dei
laghi, e quelli di varie terre che si erano contro di lui ribellati.
Dall'altro canto i Milanesi, che rifacevano ogni due mesi la signoria,
scossero per breve tempo il giogo del popolaccio, che opprimeva la loro
repubblica, e che doveva essere cagione della sua ruina. Giovanni d'Ossa
e Giovanni d'Appiano, due plebei che avevano così crudelmente abusato
della loro autorità come capitani del popolo, furono imprigionati il 1.º
luglio, quando uscivano di carica, e loro furono surrogati uomini
superiori assai per nascita e per educazione, Guarnieri Castiglione,
Pietro Pusterla e Galeotto Toscani. Questi, nella breve loro
magistratura, cercarono la sola risorsa che ancora poteva restare alla
repubblica. Incaricarono Enrico Panigarola, mercante milanese, stabilito
in Venezia, d'entrare in trattato coi Veneziani; e trovarono il doge
Francesco Foscari ed il consiglio de' dieci più disposti per la pace di
quello che avevano sperato[364].

  [364] _Jo. Simonetae, l. XIX, p. 552. — Jos. Ripamontii, l. V, p.
  627._

Finalmente i Veneziani cominciavano a sentire quanto in politica era
grande l'errore d'avere voluto abbandonare il ducato di Milano ad un
principe guerriero ed ambizioso, piuttosto che lasciarlo sussistere in
repubblica. Marcello, il procuratore di san Marco, che seguiva le
armate, aveva da lungo tempo cercato di far sentire ai suoi commettenti
il pericolo di questo sistema. Il trattato, agevolato da questo ritorno
alla moderazione, si continuò tra Milano e Venezia con profondo segreto,
per non lasciarlo traspirare al conte Sforza. Non era per anco terminato
al primo di settembre, quando una nuova signoria entrò in carica a
Milano, e tolse ogni potere al partito moderato per renderlo a feroci
demagoghi. Il senato di Venezia aspettava, per dichiararsi, il
risultamento di una pratica, di cui lo Sforza teneva il filo, e questa
scoppiò l'undici di settembre. Le città di Crema e di Lodi gli furono
date per tradimento. La prima spiegò l'insegna di san Marco, e l'altra
quella del conte. Questo fu il termine che i Veneziani pensarono di
porre alle sue conquiste. Siccome egli conduceva la sua armata sotto le
mura di Milano, il consiglio dei dieci gli partecipò di essere stato
sottoscritto un armistizio coi Milanesi; e richiamò nello stesso tempo
Bartolomeo Coleoni e la sua armata[365].

  [365] _Nicc. Machiavelli Ist. Fior., l. VI, p. 226._

I deputati di Venezia, annunciando al conte Sforza che il loro senato
accettava la pace e che lo invitava ad accedervi, erano incaricati di
fargli sentire quanto fosse ancora incerto il fine della guerra, e
quanto doveva ancora credersi lontano da una piena vittoria, di modo che
avrebbe dovuto ritenersi ben fortunato di accettare le vantaggiose
condizioni, che i Veneziani gli avevano procurate. Per lo contrario egli
ben sapeva, che le rapide sue conquiste erano quelle che avevano
risvegliata la gelosia del senato, e che non gli si proponeva la pace
che per timore di vederlo in breve padrone di Milano. Le sue speranze
venivano rinforzate dall'arrivo al suo campo di moltissimi emigrati che
il governo rivoluzionario aveva cacciati di città, e dall'arrivo dello
stesso Carlo Gonzaga, fin allora comandante della piazza[366]. Frattanto
lo Sforza aveva dal canto suo fatte dolorose perdite, ed in particolare
di ufficiali generali: il conte del Verme, alla cui figlia aveva dato in
isposo un suo bastardo, era stato ucciso sotto Monza. Roberto di monte
Albotto, Cristoforo di Tolentino, Jacopo Catalani, ed il conte Dolce
dell'Anguillara gli erano stati tolti da una febbre pestilenziale, che
aveva travagliato il suo campo e quello de' Veneziani, ed in pari tempo
lo aveva privato di moltissimi soldati. Aveva ancora pianto di più Manno
Barile, vecchio capitano di settant'anni, che lungo tempo aveva militato
sotto suo padre, indi lo aveva costantemente servito con somma fedeltà,
ed erasi annegato nel Lambro[367]. Altronde Alfonso d'Arragona pareva
che volesse prendere la difesa dei Milanesi; egli aveva mandati in
diversi tempi due piccoli corpi d'armata, ch'erano entrati nello stato
di Parma, e colà poi dispersi da Alessandro Sforza. Queste medesime
disfatte potevano agli occhi d'Alfonso essere motivi per mandare in
Lombardia più imponenti forze.

  [366] _Platina Hist. Mant., l. VI, p. 847._

  [367] _Jo. Simonetae, l. XIX, p. 553. — Ant. de Ripalta Ann.
  Placent., p. 900._

La pace fra le due repubbliche era stata sottoscritta in Brescia il 27
settembre, ed il 30 Pasquale Malipieri venne a parteciparne le
condizioni allo Sforza. Questa pace lo innalzava al rango de' primi
sovrani d'Italia, onde non poteva lagnarsi d'essere stato sagrificato
dalla sua alleata. Il territorio della nuova repubblica di Milano doveva
stendersi soltanto fra i tre fiumi Adda, Ticino e Po, senza nemmeno
comprendere la parte di questa penisola che un tempo appartenne ai
Pavesi. Lo Sforza doveva restituire Lodi, e rinunciare ad ogni pretesa
sopra Milano, Como ed il loro territorio; del rimanente veniva
riconosciuto sovrano di Novara, Tortona, Alessandria, Pavia, Piacenza,
Parma e Cremona, colle fertili loro province. Pasquale Malipieri
soggiunse soltanto, che accordava venti giorni al conte Sforza per
accedere ad un trattato che gli assicurava tanti vantaggi[368].

  [368] _Jo. Simonetae, l. XIX, p. 565. — Crist. da Soldo Stor.
  Bresc., p. 860. — M. A. Sabellico Dec. III, l. VI, f. 192. — Marin
  Sanuto, p. 1135._

Ma l'ambizione dello Sforza era andata crescendo colle conquiste, e non
potev'essere soddisfatta che collo stato posseduto già da suo suocero;
soltanto egli sentiva la necessità d'opporre l'astuzia a questo
cambiamento di politica. Accordò ai Milanesi la tregua di venti giorni
che gli erano stati domandati, la quale loro non permetteva
d'approvigionare la città, e siccome propriamente arrivava alla stagione
delle semine, egli accortamente calcolava, che nella speranza di certa
pace, gli assediati affiderebbero alla terra quasi tutto il grano che
loro rimaneva. Mandò nello stesso tempo tre ambasciatori a Venezia, uno
de' quali era lo stesso suo fratello Alessandro, per recarvi la sua
adesione al trattato di pace; ma segretamente loro commise di tirare in
lungo il trattato, evitando, se possibile fosse, di apporre al trattato
le loro firme. In appresso allontanò da Milano le sue truppe, ma
conservando tutti i passi che potevano agevolarne il pronto
ritorno[369].

  [369] _Jo. Simonetae, l. XIX, p. 552-572. — Cristof. da Soldo Istor.
  Bresc., p. 861. — M. A. Sabellico Dec. III, l. VI, f. 192. — Nicc.
  Machiavelli Ist. Fior., l. VI, p. 228. — Platina Hist. Mant., l. VI,
  p. 848._

Mentre ancora durava questa ingannatrice tregua, morì a Milano
d'idropisia il 16 ottobre 1449 Francesco Piccinino. Questo generale
aveva cagionato ai Milanesi più mali che beni. Inferiore al padre ed al
fratello di talenti, di coraggio, ed ancora di forza di corpo, perdeva
talvolta nell'ubbriachezza l'uso delle sue facoltà. I suoi falli avevano
apportato alla milizia di Braccio frequenti rotte, che l'avevano
umiliata e scoraggiata. Il comando in capo di questa milizia passò dopo
la sua morte a suo fratello Giacomo, capitano assai più rapido in ogni
movimento, e più valoroso in battaglia. Giacomo fu dai Milanesi
riconosciuto generalissimo, e proclamato dalle truppe. Queste per altro,
confessando la superiorità dell'ultimo, non lasciavano di sospirare
Francesco, il quale si affezionava il soldato colla sua prodigalità e
colla sua ingenuità, mentre il secondo veniva notato d'avarizia[370].

  [370] _Jo. Simonetae, l. XX, p. 571._

Era appena spirato il giorno della tregua, e terminate le semine del
Milanese, quando Francesco Sforza dichiarò che non ratificava la pace
segnata in di lui nome dai suoi deputati. Per altro, per mettere il suo
onore e la sua coscienza in riposo malgrado la sua mala fede, fece ciò
che ancora generalmente si fa in Italia, quando vuolsi riconciliare
l'opinione pubblica ad un'azione immorale[371]; indusse de' teologi, che
ne fanno professione, a scrivere dissertazioni, che sparse in ogni
luogo, onde provare che non era tenuto ad osservare un trattato che la
sola forza delle circostanze gli avevano fatto conchiudere. Non trasse
per altro fuori le sue truppe dai quartieri d'inverno, i quali erano
così avvedutamente disposti, che senza abbandonarli poteva continuare il
blocco di Milano; ma fece uscire numerose squadre di cavalleria, che
guastavano le campagne, e che rompevano ogni comunicazione tra l'armata
veneziana e gli assediati.

  [371] Lo stesso facevano i re di Francia colle adunanze de' loro
  vescovi, poi colla università Parigina, ed in ultimo colla Sorbona.
  In tutti i paesi e non nella sola Italia si abusò pure della
  religione. _N. d. T._

Il senato veneto, ricevendo questa notizia, risolse di forzare colle
armi quest'ambizioso condottiere a stare alle condizioni accettate dai
suoi ambasciatori. La signoria ordinò a Sigismondo Malatesta, generale
in capo della sua armata, di aprirsi a forza una comunicazione con
Milano, e di vittovagliare quella città. Sigismondo passò l'Adda presso
Lecco, ed entrò in mezzo alle ridenti colline che separano il lago di
Como da quello di Lecco, dette _monti di Brianza_; colà doveva recarsi
il Piccinino, che infatti partì da Milano per raggiugnerlo. Ma lo Sforza
colla sua rapidità prevenne la loro unione; battè il Piccinino il 28 di
dicembre, respingendolo in Milano, e si portò subito dopo sopra
Sigismondo, cui costrinse a ripassare l'Adda dopo avergli fatti molti
prigionieri; e così terminò l'anno con una importante vittoria[372].

  [372] _Jo. Simonetae, l. XX, p. 576-579. — Jos. Ripamontii. l. V, p.
  630._

Cominciò il seguente con un trattato non meno vantaggioso. I suoi
ambasciatori, uno de' quali era Bartolomeo Visconti, vescovo di Novara,
segnarono per lui il 20 gennajo con Luigi di Savoja un trattato di pace,
in forza del quale i due sovrani si guarentivano le vicendevoli loro
conquiste. Lo Sforza rinunciava a molti distretti e castelli, che il
Piemontese gli aveva tolti ne' territorj di Pavia, di Novara, e di
Alessandria; ma era troppo contento di liberarsi a tale prezzo da un
formidabile nemico, che avrebbe potuto fare contro di lui una potente
diversione, finchè trovavasi impegnato nella presente guerra[373].

  [373] _Jo. Simonetae, l. XX, p. 573. — M. A. Sabellico Dec. III, l.
  VII, f. 193. — Ann. Placent., t. XX, p. 901. — Guichenon, Hist.
  généal. de la maison de Savoie, t. II, p. 86._

La situazione dei Milanesi e quella dello Sforza erano egualmente
difficili e pericolose; l'uno e gli altri mancavano di vittovaglie; più
non trovavasi grano nelle esauste campagne, e quello che lo Sforza
faceva venire da Lodi, appena bastava al mantenimento del terzo della
sua armata. I Milanesi trovavano tuttavia de' contadini, che, sedotti da
un immenso guadagno, avventuravansi a portar loro vittovaglie con
pericolo della vita, mentre le sottraevano accortamente ai soldati dello
Sforza, che, le avrebbero prese senza pagarle. Niuna sanguinosa azione
affrettava la conchiusione della guerra; l'armata di Sigismondo
Malatesta e quella dello Sforza non tenevano la campagna, e gl'Italiani,
educati nella mollezza, non supponevano che in mezzo ai rigori
dell'inverno si potesse agire alla scoperta. Frattanto i due generali si
facevano ne' loro accantonamenti una guerra di scaramucce. Le truppe
dello Sforza, alloggiate nelle borgate del Milanese, battevano la
campagna per fermare i convogli di viveri; dall'altro canto il Malatesta
ed il Coleoni avevano adunati in Bergamo ragguardevoli magazzini, di
dove sforzavansi di approvigionare Milano.

Bartolomeo Coleoni, sperando d'aprirsi una comunicazione, passò di nuovo
l'Adda, e si avanzò fino a Como. Giacomo Piccinino vi si recò dalla
banda di Milano, ed altro non restava da farsi al Piccinino che di
tornare per la già fatta strada a Milano coi convogli che il Coleoni gli
aveva condotti a Como. Tutti i luogotenenti dello Sforza consigliavano
il loro capo a ritirarsi, ed a non ostinarsi a guardare accantonamenti
così pericolosi tra una grande città assediata ed un'armata nemica. Lo
Sforza si ostinò solo ne' suoi progetti, e senza trar fuori dai
quartieri tutta la sua cavalleria, seppe tagliare al Piccinino la strada
di Milano. Le ricche borgate del Milanese gli offrivano comodi
alloggiamenti, e la sua armata era non meno concentrata che se fosse
stata in un campo[374].

  [374] _Jo. Simonetae, l. XX, p. 590. — Crist. da Soldo Ist. Bresc.,
  p. 862. — M. A. Sabellico Dec. III, l. VII, f. 193. v._

Il pericolo raddoppiavasi per le due parti per la slealtà di tutti i
capitani, che, non pensando che ad arricchirsi, mettevano continuamente
all'incanto l'onore e la fedeltà loro. Il Ventimiglia era entrato in
trattati coi Veneziani nello stesso tempo che il Piccinino collo Sforza;
ma il primo di cui fu scoperto l'intrigo, venne imprigionato dal conte,
e mandato a Pavia; il secondo, non osando di porsi in mano del suo
nemico sebbene lusingato dalle più larghe promesse, ruppe il trattato,
già condotto molto avanti, e fece morire come falsario il deputato che
aveva trattato con lui[375].

  [375] _Jo. Simonetae, l. XX, p. 592._

Intanto Milano trovavasi in preda a tutti gli orrori della fame: di già
i più ricchi avevano mangiati i loro cavalli, i muli ed i cani chiusi
con loro, mentre il popolo strappava le radici e le erbe che crescevano
lungo le mura, senza che avesse sostanze untuose per cucinarle. Migliaja
di poveri erano periti in mezzo alle strade, altri in maggior numero
tentavano rifugiarsi nelle campagne; ma lo Sforza, che aveva riposta
ogni speranza d'avere Milano nella sola fame, li faceva rientrare di
nuovo in città. Le fanciulle sole erano sottratte a così rigoroso
ordine, non dalla compassione, ma dall'incontinenza de' soldati[376].

  [376] _Ivi, p. 594. — Crist. da Soldo Ist. Bresc., p. 863._

L'armata di Sigismondo Malatesta era più numerosa di quella dello
Sforza, ma credesi che questo generale, il quale non mancava nè di
abilità, nè di coraggio, non osasse di venire ad una battaglia
necessaria alla liberazione di Milano, per timore di soggiacere, quando
rimanesse perdente, alla meritata vendetta dello Sforza. Egli aveva in
addietro sposata Polissena, figliuola di Francesco, e poco dopo l'aveva
fatta perire per isposare un'amica; temeva la sorte d'una battaglia, che
poteva esporlo a restar prigioniero di suo suocero mortalmente
offeso[377].

  [377] _Jo. Simonetae, l. XX, p. 594. — Nicc. Machiavelli Ist. Fior.,
  l. VI, p. 232._

I capi del governo di Milano, disposti a tutto soffrire piuttosto che
venire sotto la tirannia dello Sforza, si adunarono nel tempio di santa
Maria della Scala, e proposero di assoggettare la città al governo di
Venezia, onde muovere questa repubblica a difenderla più potentemente.
Era questo da lungo tempo l'oggetto della segreta ambizione de'
Veneziani e dell'ambasceria del Venieri. Ma mentre stavano deliberando,
la sera del 25 febbrajo cominciò un gravissimo tumulto tra la plebe
affamata del quartiere di Porta nuova. Il podestà, Domenico da Pesaro, e
Lampugnano Birago, uno dei magistrati, furono respinti a sassate.
Gaspare da Vimercate e Pietro Cotta si posero alla testa
degl'insorgenti, ed attaccarono il palazzo. Un'ala di questo edificio
era occupata dalla signoria, un'altra dalla duchessa Maria, vedova
dell'ultimo duca. Gl'insorgenti, respinti dalla guardia del primo corpo
dell'edificio, entrarono per il secondo e si precipitarono a traverso ai
suoi lunghi andatoj per giugnere alle sale del governo. Leonardo
Venieri, ambasciatore de' Veneziani, si presentò loro, cercando di
trattenerli, ma venne ucciso da que' furibondi. Allora i magistrati
fuggirono dal palazzo, che venne occupato dal popolaccio, e
l'insurrezione si estese ad altri quartieri della città. Ambrogio
Trivulzio, che comandava a porta Romana, cercò invano di resistere, e
togliere la patria dalle mani della plebe; all'ultimo si sottomise ancor
egli, per non accrescere i mali di Milano coi disastri d'una guerra
civile[378].

  [378] _Jo. Simonetae, l. XXI, p. 597-599. — Nicc. Machiavelli Stor.
  Fior., l. VI, p. 234. — Jos. Ripamontii, l. V, p. 632._

Il tumulto aveva cominciato la sera, e si era continuato tutta la notte.
La mattina del 26 febbrajo i cittadini si adunarono nuovamente in santa
Maria della Scala per deliberare intorno a ciò che conveniva di fare;
perciocchè quegli stessi insorgenti, che avevano rovesciato il governo,
e manifestato tanto furore contro coloro che continuavano la guerra, non
avevano verun piano determinato, veruna speranza intorno ai mezzi di
farla finire. All'odio contro lo Sforza, radicato in tutti i cuori,
aggiugnevasi quello contro i Veneziani, de' quali i Milanesi erano
sempre stati gelosi, e che adesso accusavano di essere la cagione d'ogni
loro male. Piuttosto che cadere sotto il loro giogo, o sotto quello
dello Sforza, alcuni proposero in quest'assemblea tumultuosa di darsi al
re Alfonso, altri a quello di Francia, altri al papa, altri al duca di
Savoja; ma Gaspare da Vimercate, che prese la parola dopo tutti gli
altri, e che avendo lungo tempo servito sotto Francesco gli era
segretamente affezionato, non ebbe difficoltà a dimostrare, che il re di
Napoli, il re di Francia ed il papa erano così lontani, che il popolo di
Milano perirebbe di miseria, prima che potesse essere soccorso. Aggiunse
che il duca di Savoja era troppo debole per salvarli, come era stato
dimostrato dalla precedente campagna; all'ultimo dichiarò, che,
volendosi far cessare all'istante la fame e la guerra, non eravi che un
solo spediente possibile, quello cioè di darsi a Francesco Sforza, di
cui vantò la clemenza e la bontà, e di riconoscere il genero ed il
figliuolo adottivo dell'ultimo duca quale legittimo successore dei
Visconti. Questa speranza di così vicina pace, dell'immediata cessazione
d'insoffribili mali, produsse nella moltitudine una sorprendente
rivoluzione. Quegli che poc'anzi era oggetto di esecrazione, parve a
tutti il solo salvatore dei Milanesi, ed il Vimercate fu subito
incaricato di portare al conte Sforza le offerte ed i voti di tutto il
popolo[379].

  [379] _Jo. Simonetae, l. XXI, p. 600. — Crist. da Soldo Ist. Bresc.,
  p. 863. — Nicc. Machiavelli Stor. Fior., l. VI, p. 235._

Lo Sforza, avvisato di questa rivoluzione, si era posto in cammino da
Vimercate, ov'era il suo quartiere, ed avvicinavasi a Milano alla testa
della cavalleria. Aveva ordinato ai suoi corazzieri di prendere seco
tanto pane quanto ne potevano portare. A sei miglia dalla città trovò la
folla dei Milanesi che gli si faceva all'incontro, e senza sospendere la
marcia fece dai soldati distribuire il pane che portavano agl'infelici
che soffrivano la fame, onde contrarre con loro un legame d'ospitalità
col primo beneficio. Giunto a Porta Nuova trovò Ambrogio Trivulzio con
un piccolo numero di fedeli cittadini, che prima di lasciargli libero
l'ingresso della città volevano imporgli alcune condizioni, e fargli
giurare l'osservanza delle leggi della libertà della loro patria; ma più
non era tempo di resistere, nè alla soldatesca insolente, nè al medesimo
popolaccio, che ad altro non pensava che al cibo ed alla pace di cui
voleva godere. Lo Sforza, incoraggiato dal Vimercate e da coloro che lo
seguivano, passò avanti senza volersi legare con veruna promessa[380].
Spinto e quasi portato col suo cavallo tra le braccia de' cittadini,
venne prima nel tempio di santa Maria a rendere grazie a Dio di questo
felice avvenimento, indi passò nella pubblica piazza, ove fu salutato
tra mille acclamazioni col nome di principe e di duca. Dispose guardie
in molti luoghi della città, occupò le mura e le porte, poi tornò fuori
di Milano immediatamente, onde affrettare l'arrivo d'altri convoglj di
vittovaglie. Fece pubblicare in tutte le campagne che tutti i
commestibili sarebbero ricevuti nella nuova sua capitale senza pagamento
di gabella, ed in pari tempo fece a proprie spese trasportare da Cremona
e da Pavia grandi convoglj di frumento e di pane da distribuirsi ai
poveri. Ne' due susseguenti giorni Monza, Como e Bellinzona, sole piazze
forti rimaste in potere dei Milanesi, gli aprirono le loro porte.
Sigismondo Malatesta, avvisato della seguìta rivoluzione dai fuochi di
gioja che vide farsi in città, ripassò l'Adda coll'armata veneziana; e
Francesco Sforza in possesso di tutto il ducato di Milano, pose, finchè
durò la cattiva stagione, le sue truppe ne' quartieri d'inverno[381].

  [380] _Jo. Simonetae, l. XXI, p. 601._

  [381] _Jo. Simonetae, l. XXI, p. 602-603. — Ant. de Ripalta Ann.
  Placen., t. XX, p. 901. — Marin Sanuto, t. XXII, p 1137. — Navagero
  Stor. Venez, t. XXIII, p. 1114._

Se nell'istante in cui Francesco Sforza conseguiva l'oggetto della sua
ambizione, delle sue guerre e della sua politica, egli avesse potuto
prevedere l'avvenire, non v'ha dubbio che la sua gioja sarebbesi
turbata, paragonando il valor reale dell'acquistato trono col prezzo che
gli era costato. «La corona, dice il Ripamonti storico milanese del
diciassettesimo secolo, non doveva arrivare fino al sesto erede, e le
cinque successioni, per le quali doveva trasmettersi, essere dovevano
accompagnate da altrettante tragiche vicende nella sua famiglia.
Galeazzo, suo figliuolo, fu, per i suoi delitti e per la sua
dissolutezza, ucciso da alcuni gentiluomini contro di lui congiurati in
presenza del popolo, innanzi agli altari, in mezzo alle feste
consacrate; e l'intera città fu in appresso insanguinata dall'uccisione
de' cospiratori. Giovanni Galeazzo, che gli successe, morì avvelenato da
Lodovico il Moro, e fu vittima dei delitti dello zio. Questi, fatto
prigioniere dai Francesi, morì di dolore in prigione. La sorte d'uno de'
suoi figli fu simile alla sua: l'altro, dopo un lungo esilio ed una
misera vita, ristabilito già vecchio e senza figli sopra un trono
vacillante, vide finire ad un tempo il suo impero e la sua vita. Tale fu
la ricompensa del tradimento che soggiogò Milano; e per questo Francesco
Sforza passò tutta la sua vita tra gl'inganni, le privazioni ed i
pericoli»[382].

  [382] _Josephi Ripamontii Can. Sanctae Mariae ad Scalam Historia
  Urbis Med., l. V, p. 620._



CAPITOLO LXXIV.

      _Politica di Cosimo de' Medici. — Guerra di Piombino tra il re
      di Napoli ed i Fiorentini. — Ultimi sforzi de' Veneziani e di
      Alfonso contro lo Sforza sostenuto dai Fiorentini. — Pace di
      Lodi._

1447 = 1454.


Milano mai non sarebbesi conquistata da Francesco Sforza, nè la
Lombardia sarebbe diventata la preda di un ambizioso capo di mercenari
soldati, se la repubblica di Firenze, quella che aveva fatte fiorire le
arti, le lettere antiche, la filosofia e la poesia, non avesse
antecedentemente mutato governo. Per lo spazio di cinquant'anni si era
veduta quest'illustre città diretta da uomini di stato patriotti, che
risguardavano il mantenimento della libertà italiana, come il nobile
ufficio della loro repubblica. Giammai non avevano temporeggiato a porsi
nella prima linea per opporsi alle usurpazioni di Barnabò e di Galeazzo
Visconti, di Ladislao di Napoli, e di Filippo Maria. Maso degli Albizzi
e Nicolò d'Uzzano credevano fermamente che la libertà fosse la sola
guarenzia della pace e della prosperità d'Italia; che sollevandosi un
tiranno non solo schiacciava i proprj suoi sudditi, ma minacciava tutti
i vicini; che i vizj e la bassezza di una corte corrompevano col loro
fatale esempio i cittadini di uno stato libero chiamati a trattare con
lei. Si credevano per dovere obbligati e per coscienza ad abbracciare le
difese di un popolo che prendeva le armi per mantenere o per ricuperare
la libertà; essi calcolavano meno l'interesse della loro repubblica, di
quello che si affidassero alla nobiltà de' loro proprj sentimenti; e
perchè non erano meno illuminati che giusti, avevano sentito e fatto
riconoscere ai loro concittadini che la più alta prudenza si trova nella
più alta virtù, e che una condotta nobile e generosa conduce alla
grandezza ed alla gloria.

Sgraziatamente questa memorabile aristocrazia, una delle più brillanti
per i talenti, delle più commendevoli per le virtù, delle più scrupolose
a favorire la libertà dei popoli, provò, siccome tutto ciò che
s'avvicina alla perfezione, la fatale influenza de' tempi. Rinaldo degli
Albizzi, meno abile e più prosontuoso di suo padre, abusò di un'autorità
che i suoi rari talenti più non rendevano benefica. Venne esiliato co'
suoi vecchi amici della libertà, che in tempo della loro amministrazione
avevano dato un così nobile carattere alla loro repubblica. Cosimo de'
Medici aveva ereditata la loro gloria e la loro autorità: egli raccolse
i frutti di tutto quanto essi soli avevano fatto pei progressi dello
spirito umano, per lo sviluppo del pensiere e dell'immaginazione,
sebbene egli fosse lontano dall'uguagliarli. Eppure Cosimo de' Medici è
il solo conosciuto dalla posterità; mentre sono dimenticati gli Albizzi,
perchè noi siamo più tocchi dallo splendore che circonda un grand'uomo,
che da quello di cui egli stesso è la causa, o perchè possiamo ancora
leggere le adulazioni di coloro che incensarono il primo Medici, di
Ambrogio Traversari, di Poggio Bracciolino, d'Argirogilo, di Lapo da
Castiglionchio, di Benedetto Accolti, di Flavio Biondo, di Giannozzo
Manetti e di Leonardo Aretino, che tutti vissero a lui famigliari, che
vennero sostenuti dalla sua borsa, e gli dedicarono le scritture colle
quali maggiormente contribuirono al rinnovamento delle lettere; ma il
governo virtuoso che fece nascere e che formò tutti quegli uomini
distinti, e lo stesso Cosimo con loro, non trovò alcuno che lo
celebrasse, perchè fu rovesciato nell'istante in cui questi scrittori,
di già arrivati al perfezionamento delle loro facoltà, potevano rendere
gloria in ricompensa della ricevuta protezione, e perchè la riconoscenza
anche tra i più celebri autori sopravvive poche volte al credito dei
loro benefattori.

Cosimo de' Medici era non per tanto un grand'uomo, e non ha usurpata la
riputazione con cui attraversò i secoli futuri. Questo mercante di
Firenze, che in mezzo alla luminosa sua carriera non abbandonò mai il
traffico de' suoi padri, che sparse intorno a sè il ben essere ed animò
l'industria coll'immensa sua ricchezza, questo mercante era uno de' più
destri politici d'Europa, un uomo di squisito gusto nelle arti, d'una
vasta erudizione letteraria, di un giusto e profondo giudizio in
filosofia, di cui fu uno de' principali ristauratori.

La ricchezza di Cosimo de' Medici, prima cagione della sua potenza e
della sua gloria, non apparve senza limiti che perchè questo grand'uomo
ebbe la saviezza di rimanersi sempre cittadino. Anche calcolando, non
solo le sue entrate, ma i profitti del suo commercio al maximum; egli
non dispose mai di più di cinquanta mila fiorini all'anno, circa 600,000
italiane, ed il suo capitale non oltrepassò mai i dugento cinquanta mila
fiorini. Questa somma sarebbe stata ben poca cosa pel bellicoso suo
amico Francesco Sforza, che ancora prima di essere duca di Milano spese
diverse volte più di trecento mila fiorini all'anno. Ma i calcoli degli
ambiziosi gl'ingannano sempre; il danaro, che prodigalizzano ai loro
soldati per innalzare la loro potenza, li renderebbe veracemente più
grandi se lo erogassero nelle arti della pace. Cosimo de' Medici non
conobbe il lusso nè nella pubblica nè nella privata sua vita, e nell'una
e nell'altra fu veramente grande. Non profuse il suo patrimonio
nell'assoldare armate, o nel fomentare intrighi presso le straniere
potenze, non cercò d'abbagliare i suoi concittadini nè collo splendore
delle vesti e degli equipaggi, nè colla magnificenza della tavola, nè
con numerosi servi riccamente vestiti; ma innalzò monumenti alle arti
non uguagliati da verun principe d'Europa, estese le sue beneficenze a
tutti gli uomini illustri del suo secolo, e coi capi d'opera creati col
di lui favore, e coi monumenti dell'antichità ch'egli ci ha conservati,
farà sentire i benefici effetti delle sue ricchezze fino alla più
lontana posterità[383].

  [383] La sostanza di Cosimo de' Medici ci viene fatta conoscere da
  due inventarj riportati ne' _Ricordi di Lorenzo de Medici Ap.
  Roscoe, App. III, p. 41-44_. Il primo fu dato alla morte di Lorenzo,
  fratello di Cosimo, di quattro anni di lui più giovane. La sostanza
  d'ogni fratello ammontava allora a 235,137 fiorini d'oro. Dopo 29
  anni si fece del 1469 un inventario dell'eredità di Pietro, figlio
  di Cosimo, e la sua sostanza ascendeva allora a 237,989 fiorini, di
  modo che non aveva nè aumentato nè diminuito. I prodotti del
  commercio, calcolati al 20 per cento su questo capitale, non sono
  che 46,000 fiorini. Conviene ricordarsi che il fiorino fu
  costantemente l'ottavo d'un'oncia d'oro, o la 64ª parte del marco,
  mentre il Luigi d'oro nuovo n'è la 32ª.

Cosimo de' Medici illustrò la sua munificenza, aprendo al pubblico vaste
raccolte di preziosi manoscritti in un'epoca in cui ogni libro era
considerato quasi come un tesoro. In occasione del suo esilio a Venezia
lasciò per pegno della sua riconoscenza allo stato, che gli avea dato
asilo, una pubblica biblioteca nel convento di san Giorgio, che vi si
mantenne fino al 1614[384]. Uno de' suoi compatriotti, Niccolò Niccoli,
poco ricco cittadino, aveva adunati ottocento manoscritti latini, greci
ed orientali, molti de' quali erano stati da lui copiati ed arricchiti
di utili commenti. L'aveva, morendo, legata al pubblico sotto la cura di
sedici deputati; ma fu Cosimo che procurò ai Fiorentini il godimento
della liberalità del Niccoli, pagando tutti i suoi debiti, e stabilendo
a sue spese questa biblioteca nel convento di san Marco, che aveva fatto
magnificamente fabbricare[385]. Nello stesso tempo la privata sua
collezione fu il primo fondo della biblioteca, che da suo nipote ebbe
poi il nome di Laurenziana[386].

  [384] _Vita di Lorenzo de' Medici di Roscoe, t. I. — Ginguené Hist.
  Litter. d'Italie, chap. XVIII, t. III, p. 255._

  [385] _Poggi Orat, parentalis Nicolai Nicoli, p. 276. — Ginguené,
  chap. XVIII, p. 258._

  [386] _Vita di Lorenzo de' Medici, t. I._

Cosimo de' Medici, alzandosi tra i primi contro il primato che la
filosofia d'Aristotile aveva ottenuto nelle scuole, seguì le lezioni di
Gemistio Pleto, uno dei greci teologi del concilio di Firenze; acquistò
da lui un vivissimo gusto per la filosofia platonica, e destinò uno
degli scolari di Pleto, Marsilio Ficino, ad essere il ristauratore
dell'accademia. Gli fece dare un'educazione tutta diretta a questo
scopo, ed egli, più ancora che l'allievo da lui scelto, fu il padre dei
nuovi Platonici[387]. Le sue immense ricchezze, le sue corrispondenze,
che abbracciavano tutto il mondo conosciuto, erano costantemente
impiegate in servigio dell'erudizione; dietro inchiesta del Poggio o del
Traversari egli incaricava i commessi delle sue case di commercio di
comperare, o di far copiare i manoscritti che altri dotti avevano
scoperti in Germania, in Inghilterra, in Francia, in Grecia ed in Siria.
Palazzi, conventi, chiese, venivano innalzati a sue spese in ogni città
nel territorio, ed egli faceva in tal modo godere del lusso delle belle
arti i poveri cittadini d'uno stato libero, mentre incoraggiava il genio
del Michelozzi e di Filippo Brunelleschi. Egli fu l'amico ed il
protettore di Donatello e di Masaccio, ai quali la scultura e la pittura
devono i rapidi loro progressi. In mezzo alla protezione ch'egli
accordava a tutti i lavori eleganti o utili, non dimenticò
l'agricoltura, ed i suoi due poderi di Careggi e di Caffagiuolo, di cui
tanto amava il soggiorno, vennero arricchiti dalle cure e
dall'intelligenza di questo agricoltore consolare.

  [387] _Ginguené, chap. XVIII, t. III, p. 262._

Non pertanto è come uomo di stato che Cosimo de' Medici ottenne la più
grande riputazione, ed in questa carriera, in cui sparse così luminosi
raggi, la sua gloria non va esente da ogni rimprovero. Conoscendo
profondamente gli uomini e l'arte di guidarli, egli si mostrò in
particolar modo fermo ne' suoi progetti, paziente, coraggioso,
irremovibile; ma la di lui politica, invece di essere mossa da superiori
considerazioni, tutta si riferiva a lui solo; e le viste del personale
interesse sono più corte di quelle dell'amore della patria o della
libertà. Cosimo, volendo internamente ed esternamente assicurare il
poter suo e quello della sua famiglia, fece perdere a Firenze ciò che
formava la sua gloria e la sua grandezza; volendo farsi al di fuori un
potente alleato, che gli fosse personalmente affezionato, ruppe le
antiche alleanze della sua patria, e la fece rinunciare a massime, che
non erano state meno savie che generose. Cosimo de' Medici conservò
Firenze libera, senza mostrare troppo attaccamento per la libertà. Sotto
colore d'impedire le sommosse popolari ristrinse l'oligarchia tra le
mani del minor numero possibile; nel 1452 fece attribuire il diritto di
nominare la signoria a cinque soli cittadini, non senza eccitare la
diffidenza e le lagnanze degli amici della patria[388]. Impiegò contro i
suoi nemici severe e violenti misure, che scossero dai fondamenti la
costituzione, ed egualmente ferirono gl'individui; sostituì allo spirito
di corpo, che animava gli Albizzi, uno spirito di famiglia che
riferitasi soltanto ai Medici; si sforzò d'uscire dall'eguaglianza
repubblicana, mentre i suoi concittadini sforzavansi di mantenervelo.
Cercò nell'amicizia di Francesco Sforza un appoggio di cui conoscevasi
bisognoso, assai più per sè stesso che per la repubblica; talvolta, se
dobbiamo prestar fede al Simonetta, diede a questo amico tali consiglj,
che ben dimostrano che la sua politica non era frenata da verun
principio di lealtà[389]. Persuase all'ultimo Firenze a secondare lo
Sforza nell'oppressione dei Milanesi, mentre le inclinazioni non meno
che l'interesse de' Fiorentini dovevano preferire in Lombardia uno stato
libero, che servisse di contrappeso all'ambiziosa oligarchia veneziana,
ed alla militare monarchia di Napoli.

  [388] _Ist. di Gio. Cambi Deliz. degli Erud. Tosc., t. XX, p. 300._

  [389] Consigliò Francesco Sforza, i di cui affari in primavera del
  1447 parevano affatto disperati a rifare la sua armata scoraggiata
  coll'abbandonarle a sacco Pesaro, sola delle città del suo dominio
  conservatasi fedele, e nella quale trovavasi inallora chiuso;
  soggiugnevagli che omai non doveva altro consultare che il proprio
  interesse, e non cercare ajuti che in se medesimo, rinunciando
  all'alleanza delle repubbliche, che non potevano amare gli uomini
  educati nella militare disciplina. Dice il Simonetta che lo Sforza
  rigettò quest'iniquo consiglio, e che si maravigliò d'aver ritrovato
  in così riputato uomo tanta barbarie. _Joan. Simonetae, l. VIII, p.
  388._ _NB._ Questo aneddoto, raccontato dal solo storico di
  Francesco Sforza, intento ad allontanare dal suo eroe ogni sospetto
  di slealtà, ci darebbe una idea troppo svantaggiosa di un uomo che i
  suoi coetanei e la posterità collocarono fra i più illustri
  personaggi del 15.º secolo, e che ebbe per le sue virtù il nome di
  _padre della patria_. _N. d. T._

Vero è che i Fiorentini non erano rimasti oziosi durante la guerra di
Milano, nè affatto liberi nella scelta del partito cui dovevano
appigliarsi. In sul cominciare della state del 1447, mentre ancora
viveva Filippo Maria, e che i Fiorentini, uniti ai Veneziani, cercavano
di terminare nel congresso di Ferrara la loro guerra con questo
principe, Alfonso, re di Napoli, fece ribellare la piccola fortezza di
Cennina, in val d'Arno di sopra, e vi mandò guarnigione per aprirsi
l'ingresso della Toscana, qualunque volta vi volesse condurre l'armata
che in allora aveva adunata a Tivoli. Per altro non prese le opportune
misure per difendere questo castello, lasciando che i Fiorentini lo
ripigliassero dopo quindici giorni[390]. Le rivoluzioni di Lombardia e
la morte di Filippo lo tennero senza dubbio incerto per qualche tempo
intorno alla condotta che doveva tenere; per altro seppesi alla fine di
settembre, che aveva sotto i suoi ordini sette mila cavalli, quattro
mila fanti e quattro mila foraggeri; che si era innoltrato fino a monte
Pulciano, ai confini dello stato di Siena, e che aveva cercato di
guadagnarsi quest'ultima repubblica. Gli ambasciatori Giannozzo Pitti e
Bernardo Medici, che gli furono mandati, riferirono che voleva staccare
i Fiorentini dall'alleanza di Venezia, e difendere così la Lombardia, al
di cui possedimento aspirava essendovi chiamato dal testamento di
Filippo Maria[391]. Entrò in fatti nel territorio fiorentino per la
provincia di Volterra; colà come pure nelle Maremme di Pisa occupò
alcune castella di non molta importanza, e fermossi in dicembre innanzi
a quello di Campiglia, che gli oppose un'ostinata resistenza. Dal canto
loro i Fiorentini avevano nominati i decemviri della guerra; avevano
chiamato al loro soldo Federico, conte di Montefeltro, ed in appresso
Sigismondo Malatesta; gli avevano rappattumati l'uno coll'altro, e non
avevano perduto tempo nel levare un'armata, e porsi in istato di
difesa[392].

  [390] _Scip. Ammirato Stor. Fiorent., l. XXII, p. 54. — Nicc.
  Machiavelli Ist. Fior., l. VI, p. 207._

  [391] _Scip. Ammirato, l. XXII. p. 55. — Barthol. Facii, l. IX, p.
  144._

  [392] _Nicc. Mach. Ist. Fior., l. VI. p. 208. — Comm. di Neri di
  Gino Capponi, t. XVIII, p. 1204._

La vigorosa resistenza di Campiglia costrinse il re a levare l'assedio,
ed a prendere i quartieri d'inverno nelle Maremme presso alle ruine
dell'antica Populonia. Non era in allora lontano che tre miglia da
Piombino, e si propose d'assicurarsi di questo forte castello. Piombino,
altravolta povera borgata in mezzo a campagne quasi abbandonate, era
diventato nel 1399 un piccolo principato, ov'erasi ritirata la casa
d'Appiano, dopo avere tradita la repubblica di Pisa. Giacomo I d'Appiano
aveva afforzato il castello, aveva sparso qualche danaro nella
coltivazione di quelle fertili ma insalubri campagne, e renduto alquanto
mercantile il suo piccolo porto. Egli morì, e sua figlia Catarina portò
come dote il principato di Piombino a suo marito Rinaldo Orsino. Questi
aveva precedentemente avuto qualche contesa coi Fiorentini, ma aveva
imparato dall'esempio del conte di Poppi quanto fosse pericolosa cosa
l'abbracciare contro la repubblica il partito d'un lontano monarca, che
non mancherebbe in appresso di abbandonarlo e di sagrificarlo. Chiuse
dunque il proprio castello ad Alfonso ed ai suoi soldati, ricusò loro i
viveri, ed eccitò in modo lo sdegno del re, che questi, nel seguente
marzo, dopo avere nuovamente minacciata Campiglia, si ripiegò
bruscamente sopra Piombino, e ne intraprese l'assedio[393]. L'Orsini
erasi posto sotto la protezione della repubblica di Siena, e colla frase
di quel tempo, chiamavasi suo _raccomandato_; ma Siena non era
abbastanza forte per proteggerlo, onde s'addirizzò a Firenze, e Lucca
Pitti, che in allora era gonfaloniere di giustizia e pareggiava di
credito Cosimo de' Medici, promise che la repubblica lo difenderebbe
come se fosse uno stato suo.

  [393] _Poema d'Antonio degli Agostini sull'assedio di Piombino, t.
  XXV Rer. It., p. 321-324. — Scipione Ammirato, l. XXII, p. 57. —
  Nicc. Machiavelli, l. VI, p. 209. — Comm. di Neri di Gino Capponi,
  t. XVIII, p. 1205. — Barth. Facii Rer. gest. Alphonsi, l. IX, p.
  146._

In fatti le galere fiorentine condussero a Piombino l'otto luglio
trecento fanti ed un approvvigionamento di polvere e di piombo[394].
Questo convoglio doveva bentosto essere seguito da un altro più
considerabile, ma Alfonso, che risguardava l'acquisto di Piombino come
cosa di molta importanza, perchè il suo porto poteva in ogni tempo
aprirgli la Toscana, fece venire in quelle acque una flotta napoletana
per assediarlo ancora dalla banda del mare. In pari tempo questa flotta
assicurava ai Napoletani abbondanti convoglj di provvigioni, mentre
un'armata fiorentina, ch'erasi avanzata fino alle alture di Campiglia,
si vedeva chiusa la strada dall'armata d'Alfonso, e trovavasi mancante
di provvigioni d'ogni sorta e particolarmente di vino, necessario ai
soldati in un clima insalubre, ove le acque sono infette e l'aere
pestilenziale[395].

  [394] _Ant. degli Agostini Poema dell'assedio di Piombino, p. III,
  c. 3, p. 339. — Barth. Facii, l. IX, p. 148._

  [395] _Scip. Ammir., l. XXII, p. 57. — Comm. di Neri di Gino
  Capponi, t. XVIII, p. 1205._

Le due armate napoletane e fiorentine, poste sulle alture come sopra un
anfiteatro, e gli abitanti di Piombino dall'alto delle loro mura
consideravano inquieti il vasto mare di dove potevano giugnere tutti i
loro convoglj. Dieci galere napolitane, comandate da Garcilasso di
Requesens, stavano presso la riva. I Fiorentini non ne avevano che
quattro; ma o perchè confidassero nella grandezza e nella superiorità
de' loro movimenti, o perchè tentar volessero ad ogni costo la
liberazione di Piombino, essi non temettero di attaccare la flotta reale
la sera del 15 luglio 1448. La battaglia durò cinque ore protraendosi
fino a notte avanzata. La presenza delle due armate, che non levavano
gli occhi da una battaglia per loro decisiva, e le grida dei soldati,
che cercavano d'incoraggiare i loro ausiliari, rianimavano la pugna
quando era in sul punto di terminarsi per la spossatezza de'
combattenti; ma dopo prodigj di valore, i Fiorentini furono vinti. Due
galere caddero in mano de' nemici e le altre due, gravemente danneggiate
nei loro attrezzi e dopo avere perduta molta gente, si salvarono a
stento[396].

  [396] _Comment. di Neri Capponi, p. 1205. — Nicc. Machiavelli Ist.
  Fior., l. VI, p. 210. — Barth. Facii, l. IX, p. 149._

Dopo la perdita di queste navi, Neri Capponi, che comandava l'armata
fiorentina col titolo di commissario, risolse di ritirarsi.
Allontanandosi da Piombino andò ad assediare alcuni castelli delle
Maremme, che il re aveva occupati nel precedente autunno e li prese
tutti. Intanto persuase i suoi compatriotti a rifiutare le proposizioni
di pace di Alfonso, perchè il primo articolo richiedeva l'abbandono del
signore di Piombino.

Questi già da oltre tre mesi difendevasi vigorosamente; l'armata di
Alfonso era indebolita dalle malattie; in quella pestilenziale campagna
erano omai periti più di mille soldati napolitani di febbre maremmana, e
quasi tutti gli altri n'erano affetti. Frattanto l'artiglieria d'Alfonso
avendo rovesciata una delle torri che sostenevano le mura di levante,
egli risolse di dare un ultimo assalto alla piazza alla metà di
settembre. Divise l'armata tra Pietro di Cordova ed Inigo di Guevara,
facendo nello stesso tempo avvicinare la flotta comandata da
Berlinghieri Barili, e dopo di avere incoraggiati i suoi soldati con
tutto ciò che poteva risvegliare l'orgoglio e la cupidigia loro, o il
desiderio della vendetta, spinse le sue truppe all'assalto, e in questo
i Catalani rivalizzarono coi Napolitani, dispiegando agli occhi del re
tutta la loro bravura. Dall'altra parte Rinaldo Orsini, avendo adunati
gli abitanti di Piombino e la sua piccola guarnigione, fece loro sentire
che se soccumbevano, non caderebbero in mano d'Italiani, ma di barbari
soldati, che non intendevano il loro linguaggio, e che non conoscevano
nè le leggi della guerra nè quelle dell'umanità. Fece porre le femmine
dietro i loro mariti e fratelli per somministrar loro munizioni e
rinfreschi; ed egli stesso, precedendo gli altri col suo esempio, fu
maravigliosamente secondato dagli abitanti e dai soldati. Gli assediati
aggiugnevano alle armi comuni dei fiumi d'olio bollente e di calce viva,
che, penetrando sotto le armature degli assalitori, cagionavano loro
insopportabili dolori. Nello stesso tempo i vascelli catalani si
avanzavano dalla banda della Rocchetta; alcuni battelli, pieni di gente
armata, ed innalzati con carrucole fin all'altezza degli alberi,
dovevano trovarsi a livello delle mura, attaccarvisi con uncini, e dare
in tal modo un facile passaggio agli assalitori. Ma un avventurato colpo
di bombarda, partito dalla Rocchetta colpì, nel mezzo uno de' battelli,
e tutto lo fracassò; gli altri, sebbene avessero più volte lanciati i
loro arpesi, mai non riuscirono ad afferrare la muraglia. La battaglia
durava già da più ore con uguale accanimento, quando i Napolitani si
videro improvvisamente alle spalle alcuni squadroni di cavalleria
fiorentina. Credettero fermamente che il Capponi riconducesse tutta la
sua armata per attaccarli a' piedi di quelle medesime mura, ove omai
sentivansi oppressi da soverchia fatica: non vollero esporsi all'incerta
sorte di una nuova battaglia, e si ritirarono al loro quartiere[397].
Alfonso, scoraggiato da quest'ultimo tentativo, levò l'assedio di
Piombino. In pari tempo abbandonò la Maremma, ove la febbre gli aveva
tolta assai più gente che il ferro nemico: ricondusse la sua armata a
Roma, ed in appresso a Napoli per rifarla durante l'inverno; e sebbene
minacciasse la repubblica di vendicarsi contro di lei nel susseguente
anno, più non tornò a fare triste sperimento della funesta influenza di
un clima mortifero, contro il quale spesso non vale il coraggio del più
valoroso soldato[398].

  [397] _Poema dell'assedio di Piombino, p. IV, c. V, p. 362. — Scip.
  Ammirato, l. XXII, p. 60. — Comment. di Neri di Gino Capponi, p.
  1206. — Barthol. Facii, l. IX, p. 151._

  [398] _Nicc. Machiavelli Ist. Fior., l. VI, p. 211. — Pandolfo
  Collenuccio Comp. delle Istor. del regno di Napoli, l. VI, f. 197._
  Edit. Ven. 8.º, 1557. — _Poema dell'assedio di Piombino, p. IV, c.
  6, p. 365._ Antonio degli Agostini di Samminiato, autore di questo
  poema, trovavasi alla corte del principe di Piombino in tempo
  dell'assedio. Pare che fosse una specie di trovatore, o di poeta
  cortigiano, addetto a Rinaldo Orsini, di cui celebrò in terza rima
  il valore e la morte. Trovansi in questi versi alcuni curiosi
  dettagli intorno alle costumanze del tempo; ma le invocazioni degli
  Dei, i discorsi, le similitudini, finalmente tutta la parte poetica
  di queste cronache rimate ne rendono la lettura faticosissima.
  Questo poema trovasi, _t. XXV, Rer. Ital., p. 319-370._

Poichè si fu il re ritirato, i Veneziani fecero istanze ai Fiorentini di
mandar loro soccorsi in forza dell'alleanza tra loro esistente, e di
ajutarli a rialzarsi dalla loro disfatta di Caravaggio. Effettivamente i
Fiorentini mandaron loro Sigismondo Malatesta con due mila cavalli è
mille pedoni; questa è la sola parte che scopertamente essi presero
nella guerra del Milanese, nella quale fin allora avevano voluto
mantenersi neutrali. Ma quando in sul finire di settembre del 1449 i
Veneziani fecero una pace parziale coi Milanesi, il conte Sforza,
rimasto solo in guerra contra questi due popoli, fece calde istanze alla
repubblica fiorentina perchè gli accordasse quella protezione, cui andò
debitore della propria salvezza nelle guerre della Marca. Nello stesso
tempo eccitò Cosimo de' Medici a non mancare all'antica loro amicizia, e
Cosimo gli fece rendere venti o venticinque mila scudi, che gli erano
dovuti dalla repubblica per un reso conto per lo meno controverso[399].
Inoltre gli prestò del proprio più grosse somme; egli avrebbe pur voluto
far entrare la repubblica in un'alleanza aperta collo Sforza, ma ne fu
impedito dall'opposizione di Neri Capponi. Neri, il miglior negoziatore
ed il più bravo guerriero che avessero i Fiorentini, uomo di grandissima
autorità per i meriti del padre e pei proprj, era stato a vicenda
incaricato d'importantissime ambascerie, e del comando delle armate col
titolo di commissario. La di lui riputazione erasi accresciuta per la
vittoria riportata ad Anghiari sopra il Piccinino, e per la negoziazione
del precedente anno, colla quale aveva saputo rappattumare ed armare in
favore della repubblica Sigismondo Malatesta e Federico di Montefeltro,
e più recentemente per avere comandata l'armata che costrinse Alfonso a
levare l'assedio di Piombino. Egli solo tra gli uomini di stato di
Firenze aveva conservato lo stesso rango e lo stesso credito in tempo
dell'amministrazione degli Albizzi e dei Medici. Egli non amava Cosimo,
nè da questi era amato; aveva motivo di credere, che in odio suo
avessero i partigiani di Cosimo fatto perire Baldaccio d'Anghiari,
capitano dell'infanteria e suo amico, e dal canto suo temeva l'appoggio
che poteva dare ai Medici l'amicizia di un gran generale; ma
indipendentemente da questi personali motivi egli credeva che Firenze,
come repubblica, avesse obbligo di sostenere la repubblica di Milano;
che per l'equilibrio d'Italia fosse necessario che due stati liberi si
dividessero la Lombardia; che un soldato avventuriere, diventato sovrano
degli stati di Filippo, sarebbe le mille volte più formidabile di quello
che lo fosse stato lo stesso Filippo, o quel medesimo soldato non
essendo che condottiere; che nella lotta tra lo Sforza ed i Veneziani,
il primo, qualora uscisse vincitore, dimenticherebbe bentosto la sua
riconoscenza per tener dietro ai progetti de' suoi predecessori; che se
per lo contrario i Veneziani ottenevano di ridurre i Milanesi a porsi
tra le loro braccia, sarebbero in breve padroni di tutta l'alta Italia,
e che omai conoscevasi quanto si doveva temere dalla politica e
dall'ambizione loro. Da lungo tempo Neri Capponi avrebbe voluto che
Firenze avesse impiegata la potente sua mediazione a condurre una pace
che assicurasse la repubblica milanese. Credeva per altro che si fosse
ancora in tempo di soccorrerla; la salute della patria sembravagli
attaccata all'indipendenza di questa repubblica, e parevagli che si
dovesse ad ogni patto impedire che stati così potenti e formidabili ai
loro vicini passassero da un governo civile, che rispetta le leggi ed i
trattati, ad un governo militare che non conosce altre regole che i
capricci d'un uomo.

  [399] _Scip. Ammirato, l. XXII, p. 62. — Poggio Bracciolini Hist.
  Flor., t. XX, l. VIII, p. 425._

Dall'altra parte Cosimo de' Medici sosteneva che una repubblica non
poteva formarsi nè mantenersi che presso popoli virtuosi; ch'era assurdo
il fondare speranze sopra coloro ch'erano corrotti dal despotismo, che i
Milanesi e gli altri Lombardi eransi sempre mostrati poco gelosi d'una
libertà tante volte da loro sagrificata; che le fazioni che laceravano
la nuova repubblica, ed il sangue di già versato, indicavano la prossima
sua caduta; e che, dovendo i Fiorentini avere per vicini in Lombardia un
governo assoluto, meglio era che fosse quello del conte loro amico, che
non quello de' Veneziani loro rivali, o d'un tiranno che si solleverebbe
colle proprie forze, e ch'essi ancora non conoscevano[400]. I consiglj,
divisi fra due uomini di tanta autorità nella repubblica, non sapevano a
quale partito appigliarsi, e Cosimo si adoperava per accrescere la loro
lentezza. Finalmente, dopo avere molto tardato, spedirono ambasciatori
al conte con ordine di esaminare le stato delle forze sue e di quelle
dei Milanesi, e di non sottoscrivere con lui trattati d'alleanza che nel
caso che vedessero apertamente non essere possibile che Milano si
salvasse. Questi ambasciatori non erano per anco giunti a Reggio, che
seppero essere il conte salito sul trono di Filippo Maria[401].

  [400] _Nicc. Machiavelli Ist. Fior., l. VI, p. 229._

  [401] _Ivi, pag. 231._

Qualunque si fosse l'incertezza de' consigli il popolo di Firenze mostrò
la più sincera gioja per la vittoria di Francesco Sforza. Egli vedeva
sottentrare alla casa Visconti, sua acerba nemica da oltre un secolo,
una casa che in certo modo gli doveva la propria grandezza, e sua antica
alleata. Lusingavasi di trovare finalmente de' fedeli amici in que'
Milanesi, le di cui forze tutte e tutte le ricchezze erano state
costantemente impiegate a danno suo. Per ciò vollero i Fiorentini
presentare con magnifica ambasciata le loro felicitazioni a Francesco
Sforza; e gli vennero deputati gli stessi capi della repubblica. Furono
scelti Pietro, figlio di Cosimo de' Medici, Neri Capponi, Lucca Pitti e
Diotisalvi Negri. Tranne Cosimo, questi quattro uomini erano i più
riputati cittadini di Firenze; l'accoglimento loro fatto da Francesco
Sforza corrispose a così onorevole scelta. Egli espresse loro con
vivacità la costante sua intenzione di vivere e di morire amico dei
Fiorentini, e di mostrar loro una riconoscenza proporzionata agli ajuti
che nel corso di vent'anni aveva ricevuti dalla repubblica[402].

  [402] _Scip. Ammirato, l. XXII, p. 63. — Jo. Simonetae, l. XXI, p.
  608. — Nicc. Machiavelli Ist. Fior., l. VI, p. 235._

Francesco Sforza stava in allora occupato a celebrare il suo coronamento
con feste e tornei, a sorprendere il popolo, ad affezionarsi la nobiltà
coi favori che le accordava, a rialzare le fortezze, ed in particolare
quella di Porla Zobia ch'era stata atterrata in tempo della libertà,
finalmente ad assicurarsi coll'esilio o colla prigione di coloro che si
erano mostrati più affezionati al governo da lui distrutto[403].

  [403] _Jo. Simonetae, l. XXI, p. 607._

Il nuovo duca era stato senza difficoltà riconosciuto da tutti gli stati
d'Italia; ma gli oltramontani parevano più disposti a contestargliene i
diritti. L'imperatore Federico III riclamava la prerogativa sua propria
di creare i duchi nelle terre dell'impero: a' suoi occhi il ducato di
Milano aveva cessato colla linea dei Visconti, i di lui stati erano
ricaduti alla diretta dell'impero, e lo Sforza era un usurpatore: dal
canto suo Carlo VII, re di Francia, non conosceva altro duca di Milano
che suo nipote, il duca d'Orleans, figliuolo di Valentina Visconti[404].
Per altro veruno di questi sovrani sembrava apparecchiato a far valere
le proprie ragioni colle armi, nè lo Sforza prevedeva alcun movimento
militare per parte della Francia o della Germania. Propriamente parlando
non trovavasi l'Italia nè in pace nè in guerra. L'armata veneziana aveva
ripassata l'Adda, ed afforzava il ponte conservato a Rivalta, senza però
commettere veruna ostilità[405]. Una stanchezza, uno spossamento
generale, forzavano al riposo queste potenze, che avevano così lungo
tempo combattuto. Altronde una calamità d'un altro genere bastava in
allora per opprimere i popoli, ed occupare i governi; la peste,
conseguenza di tanti patimenti e privazioni, era scoppiata in Lombardia.
Manifestassi prima a Milano, ove la fame avevale apparecchiata la
culla[406]; ed il giubileo, accordato pel 1450 da Niccolò V, fu cagione
che i pellegrini la diffondessero di città in città. Il contagio fece
perdere a Milano trenta mila abitanti; a Lodi venne di buon'ora fermato
dalla vigilanza del governo; ma Piacenza rimase pressochè diserta; altre
città soffrirono egualmente assai, e non fu risparmiata Roma, dove i
pellegrini portavano il suo veleno. Il papa si ritirò prima a Spoleti,
poi a Foligno, indi a Fabriano, ma i suoi sudditi, che non potevano
imitarlo furono vittima di una immatura divozione[407].

  [404] _Ivi. — Bern. Corio Istor. Milan., p. 938_, Ediz. Ven. 1565.

  [405] _Jo. Simonetae, l. XXII, p. 610._

  [406] _Bern. Corio Istor. Milan., p. VI, p. 941._

  [407] _Jo. Simonetae, l. XXII, p. 610. — Ant. de Ripalta Ann,
  Placent., t. XX, p. 901. — Crist. da Soldo Ist. Bresc., t. XXI, p.
  867. — Ann. Foroliv., t. XXIII, p. 223._

Prima di ricominciare la guerra, gli stati d'Italia avevano inoltre
bisogno di conoscere quali fossero i veri loro interessi, di sapere
quali alleanze loro fossero più utili, quale sistema di politica
dovevano seguire dopo che le precedenti loro combinazioni erano tutte
mutate. Per lungo tempo le due repubbliche avevano fatto testa al re di
Napoli ed al duca di Milano; ma dacchè Firenze, abbandonando il suo
antico sistema, si associava al duca, la repubblica di Venezia doveva
accostarsi al re di Napoli. Ne' precedenti anni però avevano avuto luogo
alcune ostilità tra Alfonso ed i Veneziani a cagione di qualche vascello
mercantile predato dai corsari di Napoli. Luigi Loredano, ammiraglio
della repubblica, incaricato di vendicarsi, aveva bruciate quarantasette
navi nel porto di Siracusa in sul finire del 1449, ed aveva guastate le
coste della Sicilia e di Napoli[408]. Ma un odio comune contra lo Sforza
riconciliò queste due potenze, mentre i Veneziani perdonare non sapevano
ai Fiorentini il loro rifiuto di ajutarli nell'ultima guerra, nè i
secreti sussidj che sospettavano essere stati da loro mandati a
Francesco Sforza. Lo stesso popolo che aveva ajutato Venezia a
conquistare Verona, Brescia, Bergamo, e tanta parte della Lombardia,
mostravasi ormai geloso della sua grandezza e si era scopertamente
rallegrato dei vantaggi del suo nemico. Il senato de' Veneziani,
profondamente offeso da tale abbandono di un'antica alleanza, mostrava
verso i Fiorentini tant'odio, e tanta diffidenza, quant'era stata in
addietro la sua confidenza in loro.

  [408] _M. A. Sabellico Dec. III, l. VII, f. 192, v. — Giorn.
  Napolet., t. XXI, p. 1130. — Barth. Facii, l. IX, p. 152._

Le potenze che occupavano in Italia il secondo od il terzo rango non
erano meglio stabilite nelle loro alleanze. Il marchese di Mantova, i di
cui stati erano quasi da ogni banda circondati da quelli della
repubblica di Venezia, mostravasi sconcertato nella sua politica. Luigi
III era succeduto nel 1444 a suo padre Giovan Francesco di Gonzaga.
Vittorino da Feltre, chiarissimo professore di belle lettere, aveva
educato questo principe il di lui fratello e la sorella in una scuola,
dal maestro intitolata la casa del piacere, nella quale aveva ricevuti
sufficienti alunni per mantenere fra loro l'emulazione[409]. Luigi III
mostrossi degno della fama del suo maestro coi progressi che fece
nell'antica letteratura, e colla protezione che accordò ai dotti. Ma le
sue pubbliche e private virtù non corrisposero alle sue cognizioni ed ai
suoi talenti. Spogliò il fratello Carlo della sua parte della paterna
eredità; e si videro questi due Gonzaga, nemici l'uno dell'altro,
abbracciare opposte parti in tutte le guerre d'Italia. Carlo,
alternativamente attaccato allo Sforza ed ai Milanesi, aveva spesso dato
prove della sua mala fede. Era di nuovo ai servigj dello Sforza, quando
questi occupò Milano, e venne fatto comandante della piazza da quello
stesso principe, contro al quale pochi mesi prima aveva difesa la stessa
città; in premio de' suoi servigj ricevette dallo Sforza il governo di
Tortona: ma nello stesso tempo all'incirca Luigi Gonzaga, o perchè fosse
scontento de' Veneziani, o per servire alla propria incostanza, cominciò
a trattare col duca di Milano. I due fratelli non vollero trovarsi sotto
le medesime insegne. Troppo difficile cosa sarebbe oggi lo scifrare a
traverso delle reciproche loro accuse da qual parte stesse la ragione,
se pure stava da qualche parte. È noto soltanto che Carlo Gonzaga fu
arrestato il 15 novembre del 1450 per ordine di Francesco Sforza, e
chiuso nella fortezza di Binasco; che gli furono tolti nello stesso
tempo Tortona ed il comando delle truppe; che in appresso fu posto in
libertà pel prezzo di 60,000 fiorini d'oro, e relegato nella Lumellina;
ma che quando potè fuggire, lasciò il luogo del suo esilio per passare a
Venezia, ove prese servigio contro il fratello e contro il duca di
Milano, mentre Luigi Gonzaga erasi alleato collo Sforza contro i
Veneziani[410].

  [409] _Ginguené Hist. Litteraire d'Italie, t. III, chap. XVIII, p.
  251._

  [410] _Platinae Hist. Mant., l. VI, p. 849. — Cron. di Bologna, t.
  XVIII, p. 700. — Jo. Simonetae, l. XXII, p. 609. — M. Antonio
  Sibellico, Dec. III, l. VII, f. 194. — Marin Sanuto, p. 1140._

I marchesi di Ferrara erano più potenti che quelli di Mantova, ma erano
di più pacifica natura. I figli di Niccolò III erano stati educati da
Guarino di Verona, e questo dotto grecista aveva saputo ispirar loro il
gusto delle lettere e della poesia, la passione pei monumenti
dell'antichità, per l'eleganza, per il lusso. Sebbene Lionello, il
maggiore di questi principi, avesse in seguito, uscendo dalla scuola del
Guarino, imparata l'arte della guerra nella milizia di Braccio, portò
nel suo governo disposizioni affatto pacifiche, quando regnò dal 1441 al
1450. Fece fiorire gli stati di Ferrara e di Modena col commercio e
coll'agricoltura, si circondò, non di soldati, ma di dotti e di poeti,
coi quali rivalizzava egli medesimo, e cercò di ridurre i principi suoi
vicini a godere, com'egli, dei beni della pace[411]. Aveva adunato in
Ferrara il congresso che pareva in sul punto di pacificare l'Italia,
quando Filippo morì, e Lionello vi aveva con imparzialità e con
moderazione sostenute le parti di mediatore. L'ambizione de' Veneziani,
cui si apriva un nuovo campo, rendette allora vane le sue fatiche; ma
nel 1450 si offerse di nuovo per mediatore tra i Veneziani ed il re
Alfonso, di cui aveva sposata la figliuola Maria. Gl'interessi di queste
due potenze cominciavano ad essere gli stessi; le vicendevoli offese
vennero facilmente dimenticate, e Lionello ebbe la soddisfazione di far
loro sottoscrivere il 2 di luglio un trattato di pace[412]. Non
sopravvisse lungo tempo a questa negoziazione, essendo morto a
Belriguardo il primo ottobre del 1450. Ebbe per successore suo fratello
Borso, come lui illegittimo, a preferenza di Niccolò suo figlio, ancora
fanciullo, e de' suoi fratelli Ercole e Sigismondo nati di legittimo
matrimonio. Borso, non meno di Lionello affezionato alle scienze ed alle
arti della pace, si mantenne alleato dei Veneziani senza però prendere
parte nella guerra che stavano per cominciare; ed accettò la mediazione
dei Fiorentini, nemici de' suoi alleati, per troncare alcune ostilità
scoppiate tra i suoi sudditi delle montagne Modenesi, ed i
Lucchesi[413].

  [411] _Ginguené Hist. Litter. d'Italie, t. III; chap. XVIII, p.
  250._

  [412] _Ann. Estens. Fr. Joan. Ferrariensis, t. XX, p. 457._

  [413] _Annales Estenses, t. XX, p. 462._

Il duca di Milano confinava all'occidente col marchesato di Monferrato e
col ducato di Savoja. Lo Sforza aveva offesa la casa di Monferrato,
facendo imprigionare Guglielmo, che aveva lungo tempo militato sotto le
sue insegne, ed era fratello del principe regnante. Lo rilasciò il 26
maggio a condizione che questo generale gli restituirebbe la signoria
d'Alessandria. Egualmente aveva fatto imprigionare Carlo Gonzaga, cui
avea resa la libertà mercè la cessione di Tortona. Una tale condotta
tenuta verso due capitani, cui il duca aveva donate due città come
prezzo de' loro servigj, dà motivo di credere che il solo loro delitto
fosse quello d'avere richiesti troppo ricchi compensi. Ma tostochè
Guglielmo trovossi negli stati di suo fratello, egli protestò contro una
cessione estorta colla violenza, e persuase il marchese di Monferrato ed
il duca di Savoja ad allearsi coi Veneziani, prendendo di concerto le
armi contro il loro ambizioso vicino.

Mentre le pratiche degli ambasciatori, secondati dall'irritamento degli
spiriti, gettavano ovunque i semi di una nuova guerra, altre
negoziazioni tendevano altresì a ristabilire la pace. Ve n'ebbero di
dirette tra lo Sforza ed i Veneziani; il primo domandava soltanto la
restituzione dei due castelli di Brivio e di Rivalta, che la repubblica
voleva conservare per aprirsi l'ingresso nel Milanese, in caso che si
riaccendesse la guerra[414]. Altre si trattarono alla corte di Napoli da
due ambasciatori fiorentini, Franco Sacchetti, renduto celebre dalle sue
novelle, e Giannozzo Pandolfini. Parve che ottenessero un felice esito,
essendosi firmata la pace tra il re Alfonso ed i Fiorentini il 29 giugno
del 1450, a condizione che il signore di Piombino pagherebbe al re un
annuo tributo di cinquecento fiorini d'oro[415]. Ma nel tempo medesimo
altre negoziazioni di ben diversa natura si continuavano tra la
repubblica di Venezia ed il re di Napoli, cui il desiderio di vendicarsi
delle loro precedenti disfatte, acciecava ugualmente sul vantaggio de'
loro stati e de' loro popoli. I Veneziani non ebbero appena firmata la
nuova loro alleanza col re, che cominciarono a far conoscere ai
Fiorentini il loro irritamento, aggravando di grosse gabelle i mercanti
forastieri che trafficavano nella loro città, e le stoffe che
importavano[416]. Matteo Vettori, ambasciatore veneziano, passò in
appresso a Firenze con Antonio di Palermo, il celebre segretario di
Alfonso, ed il 6 marzo del 1451 comunicarono alla signoria la nuova
alleanza dei due stati. Dichiararono che lo scopo loro non era stato
quello di riaccendere la guerra, ma bensì il desiderio di conservare la
pace d'Italia. Per altro il Vettori si valse di quest'opportunità per
rinfacciare ai Fiorentini il passaggio accordato ad Alessandro Sforza a
traverso alla Lunigiana nella precedente guerra, ed il danaro sovvenuto
a suo fratello. Cosimo de' Medici rispose a queste imputazioni, e
rintuzzò con molta nobiltà le indirette minacce che il Vettori aveva
frammischiate al suo ragionamento. Ricordò i soccorsi prestati dai
Fiorentini ai Veneziani dopo la rotta di Caravaggio, a quei medesimi
Veneziani che rifiutato avevano pochi mesi prima di soccorrerli contro
Alfonso; rinfacciò loro di avere strascinati i Fiorentini, senza
consultarli nella guerra collo Sforza, e d'avere, senza consultarli,
pure fatta col medesimo la pace. Per altro i Fiorentini avevano
accettata questa pace, colla quale si era rinnovata l'amicizia da lungo
tempo esistente fra essi e lo Sforza, e che il solo bisogno de'
Veneziani aveva potuto far loro dimenticare; egualmente senza
interpellarli, e senza neppure avvisarli, Venezia erasi in appresso
disgustata con questo generale. Ma l'incostanza de' consigli di san
Marco, o le variazioni della loro politica, che nemmeno erano state
notificate a Firenze, non bastavano ad alienare i Fiorentini dal loro
antico capitano, diventato duca di Milano[417]. Parve che l'ambasciatore
veneziano ammettesse la verità di queste allegazioni, e ch'egli si
ritirasse soddisfatto. Per altro il 20 giugno susseguente tutti i
Fiorentini ed i loro sudditi ebbero ordine di uscire dal territorio di
Venezia[418]; e lo stesso giorno si pubblicò in Napoli un'eguale
notificazione. I Veneziani tentarono di far emanare un somigliante
ordine da Costantino Paleologo, l'ultimo imperatore d'Oriente; ma questo
sventurato principe, omai vicino a vedersi tolti dalle armi turche
l'impero e la vita, non era disposto a crearsi nuovi nemici[419].

  [414] _Jo. Simonetae, l. XXII, p. 610._

  [415] _Scip. Ammirato, l. XX, p. 64. — Bart. Facii, l. i IX, p.
  154._

  [416] _Scip. Ammirato, l. XXII, p. 65._

  [417] _Scip. Ammirato, l. XXII, p. 66. — Niccolò Machiavelli, l. VI,
  p. 237._

  [418] _Poggio Bracciolini Hist. Fior., l. VIII, p. 426. — Platinae
  Hist. Mant., l. VI, p. 849._

  [419] _Niccolò Machiavelli, l. VI, p. 240. — Marin Sanuto vite dei
  duchi di Venezia, p. 1140._

I Veneziani si provarono altresì di sollevare contro Firenze le due
repubbliche più vicine. Cercarono prima l'alleanza de' Sienesi per
aprirsi la porta della Toscana, ma i Sienesi non accettarono la loro
alleanza che a condizione che non accorderebbero il passaggio ad
alcun'armata destinata a turbare il riposo di Firenze. Per istaccare
Bologna dai Fiorentini, i Veneziani credettero necessario di ricondurvi
la fazione dei Canedoli contraria a quella dei Bentivoglio. Fecero
gustare la loro alleanza ai signori di Coreggio e di Carpi, che
s'accostarono a Bologna il sette di giugno con circa tre mila cavalli.
Un rastrello, destinato a chiudere un canale, venne di notte aperto ai
Canedoli, i quali entrarono in città ed occuparono la piazza maggiore.
Ma mentre i medesimi magistrati abbandonavano il palazzo pubblico, Santi
Bentivoglio, postosi alla testa dei partigiani della sua famiglia,
caricò vigorosamente i ribelli, li rispinse fuori delle mura, e mostrò
con questo primo fatto ch'era degno del nome che gli si era fatto
prendere. Spedì subito dopo un'ambasciata a Firenze per rinfrescare la
sua alleanza e quella di Bologna con questa repubblica[420].

  [420] _Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 697. — Scip. Ammirato, l.
  XXII, p. 68. — Niccolò Machiavelli, l. VI, p. 238. — Anton. de
  Ripalta Ann. Placent., t. XX, p. 902. — Ann. Bonon. Hier. de
  Bursellis, p. 886._

I Fiorentini conobbero facilmente per così manifeste animosità, che
sarebbero attaccati tostocchè spirasse la loro alleanza con Venezia, val
a dire in principio del seguente anno. Si apparecchiarono perciò dal
canto loro a vicine ostilità; il 12 giugno nominarono i decemviri della
guerra, e posero tra questi magistrati Cosimo de' Medici, Neri Capponi,
Angelo Acciajuoli, e Luca degli Albizzi. Erano questi i più riputati
politici dell'Italia. Strinsero col duca di Milano un'alleanza, colla
quale guarentivansi reciprocamente i loro stati; assoldarono Simoneta di
Campo Sampiero, ch'era stato altre volte al loro servigio, ed
aspettarono gli avvenimenti[421].

  [421] _Scip. Ammirato, l. XII, p. 69._

Il cominciamento delle ostilità venne inoltre ritardato da una
circostanza che ne' precedenti secoli avrebbe potuto essere cagione
d'importanti rivoluzioni. Era il viaggio in Italia di Federico III, che
veniva a cercarvi la corona dell'impero. Sigismondo, l'ultimo
degl'imperatori coronato dal papa, aveva mal sostenuta la dignità
dell'impero nelle ultime sue spedizioni d'Italia; pure vi era stato
aspettato e temuto come un potente monarca; ed i due suoi viaggi eransi
associati a grandi avvenimenti. Sigismondo aveva avuto per successore il
18 marzo del 1438 suo genero, Alberto II d'Austria, re d'Ungheria e di
Boemia[422], che i Tedeschi contano tra i loro migliori monarchi, ma che
non figurò in verun modo nella storia d'Italia. Alberto, occupato dalle
contese del concilio di Basilea col papa, persuase la Germania ad
un'esatta neutralità. Scacciò dalla Boemia, dalla Slesia e dalla Lusazia
il principe Casimiro, fratello di Ladislao V, re di Polonia, ch'era
stato elettore dagli Ussiti; ma non fu egualmente fortunato contro
Amurat II, che avendo conquistata la Servia, minacciava l'Ungheria. Fu
in mezzo ai suoi disastri in una campagna contro i Turchi, che Alberto
II morì a Langendorf tra Gran e Vienna il 17 ottobre del 1439[423],
lasciando la sua vedova Elisabetta gravida di Ladislao, in appresso re
d'Ungheria e di Boemia, che venne conosciuto sotto il nome di
Postumo[424]. Il 2 febbrajo del 1440 gli elettori nominarono suo
successore il di lui cugino Federico III, nato il 23 dicembre del 1415,
da Ernesto duca d'Austria e di Stiria. Questo debole principe, cui il
suo segretario Enea Silvio, che poi fu Pio II, cercò invano di dare
qualche celebrità, veniva nel dodicesimo anno del suo regno a chiedere
al papa la corona d'oro conservata a Roma, per aggiugnere il titolo
d'imperatore a quello di re dei Romani. Era sceso in Italia senz'armata,
sebbene risguardasse come suo nemico Francesco Sforza, il più potente
sovrano di quella contrada. Per non riconoscerlo come duca di Milano non
volle andare a Monza a prendere la corona di ferro di Lombardia. Passò
da Venezia a Firenze, ove fu ricevuto con grandissime onorificenze.

  [422] _Spiegel der Ehren Buch IV, e. VIII, p. 465, edit. Nuremb.,
  1668, in fol. — Thomae Ebendorffer de Haselbach Chron. Austriae. Ap.
  Pez. Script. Rer. Aust., t. II, p. 853, l. III._

  [423] _Spiegel der Ehren des Erzhauses Oesterreich B. IV, c. 13, p.
  506. — Thom. Ebendorffer de Haselbach, p. 855, l. III._

  [424] _Spiegel der Ehren, B. V, C. V, p. 516._

Federico III aveva dato appuntamento in Toscana alla principessa
Eleonora di Portogallo, figlia del re Odoardo, e sorella d'Alfonso V,
che aveva chiesta per sua sposa. Questo parentado, proposto tra le
famiglie sovrane d'Austria e del Portogallo, era un indizio dei
progressi dell'incivilimento, e delle relazioni che il commercio
cominciava finalmente a stabilire tra i diversi membri della repubblica
europea. Pure i paesi non Italiani erano ancora molto lontani dalla
civiltà e dall'ordine sociale che regnano nell'età nostra in Europa.
Niccolò Lanckman di Falkenstein, cappellano dell'imperatore, era uno
degli ambasciatori mandati in Portogallo per isposare Eleonora, e si è
fino al presente conservato il giornale del suo viaggio[425]. Non si
crederebbe, leggendolo, che appartenga al secolo dei Medici, perchè ci
rappresenta l'Europa così poco sicura pei viaggiatori, quanto lo
sembrarono pochi anni dopo agli ambasciatori Veneziani presso Ussum
Cassan la Turchia e la Persia. Questi ambasciatori recavansi, travestiti
da pellegrini, dalla Germania, passando per Ginevra, il Delfinato e la
Linguadocca, nella Catalogna, nell'Arragona, nella vecchia Castiglia e
nella Galizia. Nè il diritto delle genti nè la polizia li proteggevano
dagli assassini che spogliavano i passaggeri, o dai comandanti delle
città che li taglieggiavano. Soltanto dopo il loro disastro trovavano in
ogni luogo banchieri fiorentini, che loro somministravano danaro.

  [425] _Historia desponsationis et coronationis Federici III et
  conjugis ipsius Eleonorae, authore Nicolao Lanckmanno de
  Valckenstein. Apud Pezium. Script. Austriac., t. II, p. 569-602._

Per altro i paesi abitati dai Mori conservavano tuttavia l'antica loro
civiltà. Formavano questi la più industriosa porzione della popolazione
di tutte le grandi città della Spagna, e queste città erano ancora
fiorenti. Dopo il suo matrimonio Eleonora s'imbarcò per passare in
Toscana, ma dovette dar fondo a Ceuta in Africa, città in allora, al
dire di Lankman, due volte più grande e più popolata che Vienna
d'Austria.

Eleonora arrivò dal Portogallo a Livorno il 3 febbrajo del 1452, e per
un singolare accidente era entrato quattro dì prima in Firenze Federico
il 30 gennajo. Essi si riunirono il 19 di febbrajo a Siena. I Toscani
osservavano con estrema curiosità un altro non meno illustre ospite che
viaggiava coll'imperatore. Era questi Ladislao il Postumo, figlio
d'Alberto II, che Federico III conduceva seco, dopo averlo ingiustamente
spogliato della sua eredità. Gli Ungari, che domandavano il loro re,
avevano formato il progetto di farlo rapire a Firenze; ma i Fiorentini
credettero di mancare ai doveri dell'ospitalità, se permettevano entro
le loro mura una violenza contro il loro ospite, sebbene tendente a
riparare un'ingiustizia. Per altro fecero presso l'imperatore nobili
rimostranze a favore di un re oppresso e di un pupillo tradito dal suo
tutore. Le loro istanze non ebbero effetto, ma non lasciarono d'ispirare
a Ladislao sentimenti di riconoscenza verso i Fiorentini.

Dopo avere attraversata la Lombardia e la Toscana come viaggiatore non
come monarca, senza riclamare sul governo le prerogative della sovranità
imperiale omai andate in dissuetudine, Federico III proseguì la sua
strada alla volta di Roma, ov'entrò colla sua sposa l'otto marzo; furono
sposati il 16 da Niccolò V, e coronati il 18[426]. Il 25 di marzo
partirono alla volta di Napoli, ove furono ricevuti da Alfonso, zio
della nuova imperatrice, col più splendido lusso. L'antica diffidenza,
che teneva d'occhio tutti i passi degli imperatori d'Italia, aveva fatto
luogo al desiderio di ostentare, in faccia ad un monarca che più non era
temuto, tutti i prodigi di questa contrada incantatrice. Tra le feste
celebrate a Napoli dalla magnificenza d'Alfonso la più sorprendente fu
una caccia illuminata coi fanali nel recinto della Solfatara, ove la
disposizione dei lumi in quel circolo fatto dalla natura, il numero
degli animali, la musica, e la vaghezza degli abiti de' cacciatori,
parevano realizzare i prodigi della magia. Il 20 aprile Federico III
lasciò Napoli per riunirsi a Roma a Ladislao il Postumo, dal quale non
separavasi senza inquietudine. Intanto l'imperatrice Eleonora imbarcossi
a Manfredonia per Venezia, ove fece il suo ingresso il 18 di maggio. E
soltanto il 19 di giugno arrivò coll'imperatore a Newstad, nella diocesi
di Salisburgo, luogo di sua residenza.

  [426] La descrizione del suo ingresso in Roma fu scritta in tedesco
  assai circostanziatamente da un autore contemporaneo e stampato da
  Pez. _Scrip. Rer. Aust., t. II, p. 561-569. — Niccolò Machiavelli
  Ist., l. VI, p. 241. — Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 698. —
  Comment. di Neri di Gino Capponi, p. 1211. — Spiegel der Ehren, B.
  V, c. VII, p. 476._

Mentre Federico III tornava da Roma a Venezia, passando per Ferrara
diede con grande cerimonia il titolo di duca di Modena e di Reggio, e di
conte di Rovigo e di Comacchio, al marchese Borso d'Este[427]. Questi
feudi dipendevano dall'impero; lo stato di Ferrara, che spettava
all'alto dominio della santa sede, non venne eretto in ducato a favore
della medesima famiglia che dopo altri diciannove anni[428].

  [427] Il Muratori porta quest'investitura sotto il 18 di aprile; ma
  dev'essere corso abbaglio nella data, poichè dietro il giornale di
  Lankmann, Federico non partì da Napoli che il 20 aprile. Pare che
  lasciasse Ferrara il 16 maggio, e che l'investitura sia stata data
  la vigilia al nuovo duca.

  [428] _Ann. Est. Frat. Joan. Ferrariensis, t. XX, p. 464. — Ist. di
  Brescia di Cristof. da Soldo, p. 870._ Per altro nè l'uno nè l'altro
  parlano del contado di Comacchio. Appoggiato all'autorità del
  Muratori che esaminò questo punto di diritto con molta erudizione,
  ma non senza parzialità, io credo il feudo di Comacchio dipendente
  dall'impero piuttosto che dal papa.

Questa decorazione data alla casa d'Este, decorazione che per la
medesima diventò l'epoca di una nuova grandezza, non era dovuta che alla
venalità del monarca che attraversava allora l'Italia. Trovando tuttavia
in questo paese un popolare rispetto pel potere ch'egli aveva perduto,
egli pose all'incanto gli estremi avanzi della sua dignità. Vendette al
maggior offerente tutti i titoli e tutte le prerogative imperiali che si
vollero da lui comperare. Si moltiplicarono con profusione i diplomi di
nobiltà, di notariato imperiale: i diritti di legittimare i bastardi, e
quelli del perdono de' falsarj furono offerti a chiunque volle pagarli;
e la bassa venalità della camera imperiale terminò di distruggere tutto
quanto restava ancora in Italia di rispetto per gl'imperatori.

Il 16 maggio, giorno in cui l'imperatore lasciava Ferrara ed entrava
nello stato della repubblica veneta, questa dichiarava la guerra al duca
Francesco Sforza, e l'11 giugno il re Alfonso dichiarò la guerra ai
Fiorentini[429]. Quest'ultimo, che destinava suo successore nel regno di
Napoli suo figlio naturale Ferdinando, volle procurargli un'occasione
d'illustrarsi. Gli diede per consigliere e per guida Federico di
Montefeltro, conte d'Urbino, uno de' più esperti guerrieri e de' più
gentili sovrani dell'età sua: pose sotto i suoi ordini un'armata di otto
mila uomini d'armi, e lo mandò in Toscana, persuaso che questo principe
ne occuperebbe una gran parte. Ma, o sia che per qualche accidente
l'artiglieria non potesse tener dietro all'armata, come dice lo storico
d'Agobbio,[430] o sia che Ferdinando non avesse talenti per la guerra,
nè docilità pel suo Mentore, questa spedizione non ebbe felici
risultamenti. L'armata napoletana assediò da principio Fojano, piccolo
castello posto in val di Chiana, che chiudeva la comunicazione tra lo
stato di Siena e quello di Firenze. I suoi bravi abitanti, secondati da
una guarnigione di dugento uomini, fermarono Ferdinando per trentasei
giorni, e diedero tempo alla repubblica di raccogliere la sua armata
sotto gli ordini di Sigismondo Malatesta. Due case di campagna della
famiglia Ricasoli, Brolio e Cacchiano, che secondo l'usanza degli
antichi tempi erano circondate da alcune fortificazioni, fecero una
difesa ancora più sorprendente, poichè Ferdinando non potè
impadronirsene. Finalmente Ferdinando andò ad assediare Castellina,
piccolo castello lontano dieci miglia da Siena all'ingresso della valle
di Chianti, e vi stette quarantaquattro giorni senza rendersene padrone.
Finalmente le piogge dell'autunno lo costrinsero a levare l'assedio il 5
di novembre; ed allora uscì dal territorio fiorentino, dopo avere
incagliato con tutta la potenza del re di Napoli contro piccoli
castelli, che appena credevansi capaci di difesa[431].

  [429] _Scip. Ammirato, l. XXII, p. 72._

  [430] _Guernieri Bernio Cron. d'Agobbio, t. XXI, p. 989._

  [431] _Nic. Machiavelli, l. VI, p. 243. — Scip. Ammirato, l. XXII,
  p. 73. — Comm. di Neri di Gino Capponi, p. 1212. — Poggio
  Bracciolini Hist. Flor., l. VIII, p. 428. — Ann. Bonincontrii
  Miniat., t. XXI, p. 156. — Pandol. Collenuccio Stor. di Napoli, l.
  VI, f. 198 — Bart. Facii, l. X, p. 164._

La campagna di Lombardia non fu più memorabile; la prima operazione dei
Veneziani fu diretta contro Bartolomeo Coleoni, loro proprio generale,
di cui diffidavano, e che perciò tentarono di fermare disarmando i suoi
soldati. Il Coleoni, avvisato di quest'attacco dal tumulto del suo
campo, ebbe appena il tempo di fuggire presso lo Sforza che gli diede un
comando. I Veneziani gli sostituirono Gentile di Lionessa che posero
alla testa dell'armata che adunavano tra Verona e Brescia. Dall'altra
banda la signoria di Venezia aveva promesso a Lodovico, duca di Savoja,
la città di Novara, ed a Giovanni, marchese di Monferrato, quella
d'Alessandria, per ridurli a prendere con lei le armi contro lo Sforza;
l'armata che lo doveva attaccare da quella banda era comandata da
Guglielmo, fratello del marchese di Monferrato[432].

  [432] _Jo. Simonetae, l. XXII, p. 611. — Marin Sanuto vite de' duchi
  di Venez., p. 1140. — M. A. Sabellico dec. III, l. VII. f. 194. —
  Crist. da Soldo Ist. Bresciana, p. 868._

Ai confini dell'Alessandrino il duca di Milano oppose a Guglielmo suo
fratello Corrado Sforza. La fedeltà dei popoli verso il loro nuovo
sovrano non era abbastanza sicura; si aspettavano di essere dal loro
padrone ceduti al re di Francia o al duca di Savoja come prezzo di una
nuova alleanza, ed erano tentati di darsi da sè medesimi prima di essere
venduti. Molti castelli vennero in mano di Guglielmo senza combattere, e
la posizione di Corrado rendevasi sempre più difficile, allorchè
Sagramoro di Parma gli condusse un rinforzo di due mila cavalli, e lo
pose in istato di sorprendere il 26 di luglio Guglielmo nel suo campo
sotto le mura di Canina, mentre che i suoi soldati, oppressi dal calore
del giorno, eransi dispersi e disarmati per prendere riposo. Il principe
di Monferrato, dopo avere perduti tutti i suoi equipaggi, ritirossi
disordinatamente dall'Alessandrino, ed abbandonò le sue conquiste[433].

  [433] _Jo. Simonetae, l. XXII, p. 619. — Plat. Hist. Mant., l. VI,
  p. 851. — Crist. da Soldo. Ist. Bresc., t. XXI, p. 872. — Marin
  Sanuto vite de' duchi di Venez., p. 1142._

Il duca di Milano aveva affidata la difesa de' confini orientali e
meridionali de' suoi stati a suo figlio Tristano ed al fratello
Alessandro. Aveva loro dato il comando di due corpi d'osservazione,
mentre che col grosso dell'armata, composta di 18 mila cavalli e 3 mila
pedoni, egli aveva passato l'Oglio ed invaso il territorio bresciano.
L'armata Veneziana di Gentile di Lionessa era di 15 mila cavalli, e di 6
mila fanti. Questa passò l'Adda per la negligenza di Tristano Sforza, ed
occupò Soncino ed altri castelli del Milanese[434]; piegò in appresso
sopra Cremona, mentre un'altra armata veneziana, capitanata da Carlo
Fortebraccio, figlio di Braccio da Montone, e da Matteo Campano, entrava
nel Lodigiano, dove in sul finire di luglio sorprese Alessandro Sforza,
uccidendogli o prendendogli circa ottocento soldati, e sforzandolo ad
abbandonare la campagna per chiudersi ne' castelli[435]. Le due
principali armate eransi in seguito ravvicinate, ma i due nemici
generali cercavano l'uno e l'altro di non venire a battaglia. Immensi
apparecchi ed un'eccedente spesa facevano stare i popoli in attenzione
di grandi avvenimenti, e di un sollecito fine della guerra; ma il
pericolo di tutto perdere ad un tratto, spaventava l'uno e l'altro
capitano assai più che la ruina di un lungo ritardo. Avrebbero
desiderato di parer valorosi senza nulla arrischiare, e credettero di
avere l'intento con vane rodomontate. Francesco Sforza mandò a sfidare i
Veneziani ad una battaglia generale nella pianura di Montechiaro. La
proposta fu dal Lionessa e da Jacopo Piccinino accettata. In uno de'
primi giorni del mese di novembre le due armate si adunarono in
battaglia su quel piano; erano ambedue coperte da densa nebbia, che loro
impediva di vedersi, ed in tale oscurità si andavano provocando colle
grida e cogli insulti, senza che nè l'una nè l'altra si risolvesse in
ultimo di attaccare. Le due armate mandavano a vicenda i loro trombetta
a suonare fin presso agli avamposti nemici; veruna pensava però a
battersi, aspirando soltanto all'onore di non avere ricusata la
battaglia. Finalmente, sciogliendosi la nebbia in una pioggia
agghiacciata, i soldati, dopo essere rimasti lungo tempo in presenza del
nemico, tornarono ai loro alloggiamenti. Così ebbe fine questa campagna
nella quale i migliori generali d'Italia erano alle prese, e facevano
sperare dagl'immensi loro apparecchi i più grandi risultamenti[436].
Porcelli, letterato napolitano, scrisse la storia di questa
insignificante guerra con tanta ampollosità, con così eccessiva
adulazione, che pare quasi derisoria. Per dare una maggiore apparenza
d'antichità al suo racconto lo scrisse in facile ed elegante latino,
chiamando il Piccinino Scipione ed il duca di Milano Annibale. Nell'atto
di adulare il primo, cui dedica la sua opera, credesi pure costretto ad
adulare il suo avversario. Erano potenti ambidue, e tali da poterli
giovare e nuocere; ma nè l'uno nè l'altro doveva mostrarglisi
riconoscente, perciocchè un vile adulatore si rende sospetto di
menzogna, anche quando loda il vero merito[437].

  [434] _Jo. Simonetae, l. XXII, p. 615. — M. A. Sabellico Dec. III,
  l. VII, f. 195. — Crist. da Soldo Ist. Bresc., t. XXI, p. 872. —
  Marin Sanuto vite de' duchi di Venez., p. 1142._

  [435] _Jo. Simonetae, l. XXII, p. 622. — M. A. Sabellico dec. III,
  l. VII, f. 194. — Crist. da Soldo Ist. Bresc., p. 873._

  [436] _Jo. Simonetae, l. XXII, p. 629. — Crist. da Soldo Ist.
  Bresciana, p. 876._

  [437] La prima decade di questi commentarj è stampata nel _t. XX,
  Rer. It. p. 66-154_, e la seconda _t. XXV, p. 1-66._

S'impiegò dall'una e dall'altra parte l'inverno non già nel ristabilire
la pace, ma nel procurarsi dei disertori nelle file nemiche. Evangelista
Sabello, ch'era stato nell'armata veneziana, passò ai servigi dello
Sforza con cinquecento cavalli, abbandonandogli il posto a lui affidato.
Tiberto Brandolini, generale di non comune riputazione, ebbe più
riguardi per l'onore militare in un trattato della stessa natura. Il suo
servigio coi Veneziani era ultimato, ed egli voleva abbandonarli; ma
prima di porsi sotto le insegne dei duca di Milano, andò a passare
l'inverno alla Mirandola con due mila cinquecento cavalli che gli
appartenevano, onde non battersi immediatamente contro coloro coi quali
aveva fin allora militato[438].

  [438] _Jo. Simonetae, l. XXII, p. 631._

Se dobbiamo dar fede a Neri Capponi, la repubblica di Venezia era nello
stesso tempo entrata in più vergognosi trattati. Il senato tentò di fare
assassinare Francesco Sforza nella fortezza di Cremona, ed in appresso
di farlo avvelenare. Il veleno era stato portato dal Levante; doveva
essere gettato sul fuoco nella camera ove trovavasi il duca, ed
eccitarvi un così pericoloso fumo, che niuno di coloro che sarebbero
stati nell'appartamento avrebbero potuto sopravvivere dopo averlo
respirato. L'avvelenatore, cui il consiglio dei dieci aveva promessi
dieci mila fiorini di premio, manifestò il segreto a Francesco Sforza,
il quale ritenne questo veleno per adoperarlo quando lo trovasse
opportuno[439].

  [439] _Comment. di Neri di Gino Capponi, t. XVIII, p. 1212._ — Neri
  Capponi, uomo pubblico, e che fu più volte ambasciatore presso i
  Veneziani e presso lo Sforza, sembra degno di fede intorno ad un
  avvenimento, che poteva per tante vie avere saputo. Pure il
  Simoneta, segretario del duca, che mai non lo abbandonava, non ne fa
  verun cenno.

Il duca di Milano era meglio provveduto di soldati che di danaro, ed i
Fiorentini avevano più danaro che soldati; onde i due alleati convennero
di giovarsi con vicendevoli cambi. Alessandro Sforza entrò,
attraversando la Lunigiana, in Toscana nella primavera del 1453 con due
mila cavalli, e raggiunse Sigismondo Malatesta che assediava Fogliano; i
Fiorentini invece si obbligarono di pagare a Francesco Sforza un
sussidio annuo di ottanta mila fiorini[440], e presero inoltre al loro
soldo Manello d'Appiano, nuovo signore di Piombino, con mille cinque
cento cavalli[441], Rinaldo Orsini era morto il 13 luglio del 1450, e
sua moglie Catarina lo aveva raggiunto nel sepolcro in marzo del
susseguente anno. Emanuele, zio di Catarina, aveva occupata la sua
eredità ad armata mano, e perchè aveva dato a conoscere di voler
continuare nelle alleanze della sua famiglia, era stato riconosciuto
dagli stati vicini per legittimo sovrano[442]. L'armata fiorentina era
più numerosa che non quella di Ferdinando; essa riprese Fojano, Rencina
e Vado, mentre che i Napoletani, costretti di campeggiare in luoghi
malsani, furono tormentati da febbri maremmane, ed indeboliti da più
pericolose malattie che non erano le armi de' loro nemici[443].

  [440] _Jo. Simonetae, l. XXIII, p. 634._

  [441] _Scip. Ammirato, l. XXII, p. 76._

  [442] _Ist. di Gio. Cambi, Delizie degli eruditi Toscani, t. XX, p.
  274._

  [443] _Poggio Bracciolini Hist. Fior., l. VIII, p. 431. — Barth.
  Facii, l. X, p. 167._

Il più notabile avvenimento di questa campagna, illustrata da pochi
fatti militari, fu la ruina di Gherardo Gambacorti, conte di Bagno. Era
costui figliuolo di Giovanni, l'ultimo capo di parte della repubblica
Pisana, il quale aveva venduta la sua patria ai Fiorentini nel 1406, ed
aveva ottenuto in premio del suo tradimento la sovranità feudale d'un
piccolo stato, posto presso le sorgenti del Tevere ai confini del
Casentino e dello stato della Chiesa. Gherardo era cognato di Rinaldo
degli Albizzi; lo spirito di partito gli fece ascoltare le proposizioni
d'Alfonso. Questi gli offriva, in cambio del feudo che aveva ricevuto
dalla repubblica fiorentina, un altro assai più ragguardevole feudo nel
regno di Napoli. I Fiorentini avendo avuto sentore di questo trattato,
il Gambacorti non esitò a dare ai capi della repubblica il proprio
figlio in ostaggio, per dissipare così ogni sospetto. Questo fanciullo
in età di quattordici anni fu condotto a Firenze, e dopo ciò la signoria
più non volle dar fede agli avvisi che le venivano dati intorno al
tradimento del Gambacorti. Pure non aveva questi rinunciato ai suoi
progetti; il 12 agosto del 1453 frate Puccio, cavaliere di san Giovanni
di Gerusalemme, luogotenente d'Alfonso, si presentò con quattro cento
cavalli e tre cento pedoni alle porte di Corzano, principale fortezza
del conte di Bagno. Il Gambacorti, disposto a darla ai nemici della
repubblica, fece abbassare il ponte levatojo, e s'innoltrò egli stesso
verso il cavaliere; ma un cittadino pisano, detto Antonio Gualandi, che
stava a canto al Gambacorti, osservando in viso a tutti i vassalli del
conte la costernazione pel cambiamento che facevano della protezione
della repubblica col dominio d'uno straniero padrone, spinse rapidamente
colle due mani il Gambacorti fuori del ponte levatojo, che fece poi
rilevare, abbassando il rastello e spiegando di nuovo lo stendardo de'
Fiorentini tra le grida _di viva la repubblica!_ Tutti i vassalli del
conte di Bagno seguirono l'esempio degli abitanti della fortezza, e
vennero riconosciuti per immediati sudditi di Firenze. Il conte
ritirossi colmo di vergogna coll'armata napoletana; e la repubblica ebbe
la generosità di ritornargli senza taglia il figlio, che egli aveva così
barbaramente dato in ostaggio; ma accordò magnifiche ricompense ad
Antonio Gualandi, ed a due giovani Pisani che lo avevano ajutato[444].

  [444] _Scip. Ammirato, l. XXII, p. 77. — Machiavelli, l. VI, p. 249.
  — Ann. Bonin. Miniat., p. 157. — Ist. di Gio. Cambi, t. XX, p. 313._

I Fiorentini desideravano che non in Toscana ma in Lombardia si
continuasse la guerra con vigore; perciò fino dal precedente anno
avevano trattato col re di Francia per persuaderlo a mandare in Italia
Renato, conte d'Angiò e re titolare di Napoli: in principio del presente
anno rinnovarono le loro pratiche, e promisero a Renato, finchè
continuerebbe la guerra per loro in Lombardia ed in Toscana, l'annuo
assegnamento di cento venti mila fiorini, e quando questa sarebbe
terminata, si obbligavano unitamente al duca di Milano ad assistere
Renato con tutte le loro forze per riporlo sul trono di Napoli. Questo
trattato si negoziò in loro nome da Angelo Acciajuoli, ed a nome del
duca da Abramo Ardiccio di Vigevano[445].

  [445] _Jo. Simonetae, l. XXIII, p. 633. — Corio Stor. Mil., p. 946._

Ma Francesco Sforza, ritenuto dallo spossamento di tutti i popoli,
conseguenza di così lunghe guerre, dal timore di disgustare i suoi
sudditi poco avvezzi ad ubbidirgli, e dal timore ancora più grande di
far dipendere la sua corona dalla sorte di una battaglia, nulla fece,
siccome pure nulla fecero i suoi avversarj che degna fosse dei generali
che comandavano le armate e dei sagrificj che costava la guerra.

Gentile di Lionessa, generalissimo dei Veneziani, ferito da un colpo di
fucile sotto Manerbio, morì il 15 aprile, ed il senato gli sostituì
Giacomo Piccinino[446]. Questo generale occupò Ponte Vico e fece alcune
scorrerie nel Cremonese, prima che lo Sforza potesse trar fuori dai
quartieri d'inverno la sua armata. D'altra parte Carlo Gonzaga entrò nel
Mantovano, e cominciò a guastare le campagne: ma quando i primi prosperi
avvenimenti l'ebbero fatto più coraggioso, suo fratello Lodovico,
secondato da Tiberto Brandolini, lo sorprese il 15 giugno nelle
vicinanze di Godio, lo ruppe, e gli prese più di mille cavalli[447].
Francesco Sforza, avendo finalmente adunato il suo esercito, lo condusse
nello stato di Brescia per tirare colà il teatro della guerra; in fatti
il Piccinino gli tenne dietro. Frequenti furono le scaramucce tra gli
avanposti dei due eserciti, ed ebbe luogo un fatto generale presso Ledo,
di cui lo Sforza s'era impadronito; ma i due generali, temendo
egualmente un'azione decisiva, andarono poc'a poco ritirando le loro
truppe quando il sole acquistava maggior vigore, e l'uno e l'altro
evacuarono il campo di battaglia, senza che l'una parte fosse più
avvantaggiata dell'altra[448]. Gli Italiani d'allora non volevano
combattere che quando erano sicuri dell'esito; così Sagramoro Visconti
di Parma, luogotenente dello Sforza, sorprese il 15 agosto e disfece a
Castiglione presso di Lodi quattro mila cavalli del Piccinino; ma questi
parziali vantaggi non potevano mai decidere della sorte della guerra; e
questa, che sembrava ridotta a marcie, a scaramucce, ad assedj
insignificanti, ruinava interamente i sudditi senza esporre i
soldati[449].

  [446] _Jo. Simonetae, l. XXIII, p. 635. — Porcelli de Gestis Scip.
  Piccinini, t. XXV, l. I, p. 5. — Ist. Bresc., p. 878. — M. A.
  Sabellico dec. III, l. VII, f. 197. — Barth. Facii, l. X, p. 169._

  [447] _Jo. Simonetae, l. XXIII, p. 638. — Porcelli de Gestis
  Scipionis Piccinini dec. II, l. II, p. 16. — Platina Hist. Mant., l.
  VI, p. 853. — Ist. Bresc., p. 880. — Bart. Facii, l. X, p. 172._

  [448] _Jo. Simonetae, l. XXIII, p. 643. — Porcelli de Gest.
  Piccinini dec. III, l. III, p. 19. — Platinae Hist. Mant., l. VI, p.
  852-855._

  [449] _Jo. Simonetae, l. XXIII, p. 647._

Lo Sforza aspettava con impazienza l'arrivo del re Renato per agire di
concerto con lui più vigorosamente; ma questo re veniva trattenuto nelle
Alpi dal duca di Savoja e dal marchese di Monferrato, che ricusavano
d'accordargli il passo. Renato, mal soffrendo ogni indugio, si recò per
mare a Ventimiglia, ed il Delfino, che poi fu Lodovico XI, tanto si
adoperò negoziando, che finalmente il duca di Savoja accordò all'armata
francese di passare nel mese di settembre in Lombardia[450]. Renato, che
ancora nella guerra portava la sua universale benevolenza e lo spirito
di conciliazione, si trattenne ancora qualche tempo alle falde delle
Alpi per trattare la pace tra il marchese di Monferrato ed il duca di
Milano. Le due parti lo lasciarono arbitro, e col suo lodo pronunciato
il 15 di settembre terminò le loro liti[451].

  [450] _Niccolò Macchiavelli, l. VI, p. 253._

  [451] _Jo. Simonetae, l. XXIII, p. 649. — Ist. Bresc. di Crist. da
  Soldo, p. 883. — Benvenuto da san Giorgio, Hist. Montisferrati, t.
  XXIII, p. 731._

L'arrivo di Renato al campo dello Sforza portò la sua armata a più di
quindici mila uomini di cavalleria pesante; e dopo circa un mese
Alessandro Sforza lo raggiunse pure con quattro in cinque mila uomini
d'arme che riconduceva dalla Toscana. Ma il duca di Milano non seppe o
non volle approfittare di tanta superiorità di forze per isforzare il
nemico ad una battaglia generale. Si limitò a dare il 19 di ottobre un
assalto alla fortezza di Ponte Vico, in cui i vincitori entrarono per la
breccia. Ma i soldati di Renato non partecipavano in verun modo della
dolcezza o della bontà del loro capo; ossia che nelle loro guerre
cogl'Inglesi essi si fossero avvezzati alla ferocia, o che la diversità
delle costumanze e della lingua loro ispirasse per gl'Italiani
quell'odio e quel disprezzo, che sogliono spesse volte rendere le armate
più feroci verso i popoli che non conoscono; entrando in Ponte Vico essi
uccisero tutti coloro che scontrarono; non risparmiarono nè le donne, nè
i fanciulli; nè que' medesimi che di già si erano resi prigionieri ai
soldati dello Sforza. Questi, offesi da tanta barbarie, risguardaronsi
come insultati ne' loro prigionieri, videro nell'accanimento dei
Francesi l'effetto di un odio universale verso la nazione italiana, e
lungo tempo non sostennero tanto oltraggio; diedero addosso ai soldati
di Renato nelle strade, posero fuoco alle case in cui trovavansi
ritirati i Francesi, e gl'inseguirono con tanto furore, che Francesco
Sforza ottenne a stento di separare i combattenti[452].

  [452] _Jo. Simonetae, l. XXIV, p. 655. — Ber. Corio Stor. Mil. R.
  VI, p. 947. — Crist. da Soldo Ist. Bresc., p. 884. — Marin Sanuto
  vite de' duchi di Venez., p. 117. — Barth. Facii, l. X, p. 173._

Questa ferocia delle truppe francesi inspirò tanto terrore agli abitanti
di tutti i castelli e di tutte le borgate del Bresciano, che
s'affrettarono di mandare deputati al campo dello Sforza per offrirgli
le loro chiavi e domandargli salvaguardie. Anche que' castelli che
trovavansi un solo miglio lontani dal campo del Piccinino parteciparono
di cotale panico terrore. In breve si comunicò anche all'armata
veneziana, che fuggì disordinata fino alle porte di Brescia che le
furono chiuse in faccia[453]. Lo Sforza non ebbe avviso di questa fuga,
che quando più non poteva approfittare della confusione dei suoi nemici,
i quali si erano di già fortificati sotto le mura di Brescia; ma i
territorj, Bresciano e Bergamasco, si assoggettarono al duca di Milano.
Il castel di Roate alle falde della montagna di Brescia, e quello d'Orci
nel piano, l'uno e l'altro difesi da numerosa guarnigione, furono i soli
che sostenessero un regolare assedio. Dopo essersene impadronito lo
Sforza ridusse le sue truppe ne' quartieri d'inverno[454].

  [453] _Jo. Simonetae, l. XXIV, p. 657. — Cron. di Bol., t. XVIII, p.
  703. — Comm. di Neri di Gino Capponi, p. 1264. — Ist. Bresciana, p.
  884._

  [454] _Jo. Simonetae, l. XXIV, p. 660. — M. A. Sabellico dec. III,
  l. VII, f. 199. — Platina Hist. Mant., l. VI, p. 856. — Ist.
  Bresciana, p. 885._

Frattanto gli uomini d'armi francesi, che avevano accompagnato Renato in
Italia, vi avevano appena passati tre mesi, che già premurosamente
domandavano di essere ricondotti ne' loro focolari. Si erano disgustati
per la loro contesa cogli uomini d'armi dello Sforza a Ponte Vico;
altronde sentivansi umiliati dalla loro inferiorità; vedevano che nelle
guerre d'Italia la destrezza era sempre avantaggiata sul valore, e che
la tattica italiana era in allora incontrastabilmente superiore alla
francese. Dal canto suo Renato, di già vecchio ed omai fuori di speranza
di conquistare Napoli, malvolentieri sopportava le fatiche della guerra,
e divideva l'impazienza de' soldati. Francesco Sforza andò a trovarlo a
Piacenza per trattenerlo; ma a tutte le sue istanze Renato opponeva
un'invincibile risoluzione, che per altro accompagnava colle proteste di
attaccamento e di confidenza. Promise soltanto che nella susseguente
primavera suo figlio Giovanni, che aveva il titolo di duca di Calabria,
e la di cui età era più atta agli avvenimenti delle spedizioni militari,
scenderebbe in sua vece in Italia. La partenza di questo vecchio
pretendente al trono di Napoli, rendendo debole lo Sforza, accrebbe in
esso il desiderio di fare la pace, e di godersi una volta
tranquillamente i suoi nuovi stati[455].

  [455] _Jo. Simonetae, l. XXIV, p. 664. — Niccolò Machiavelli Ist.
  Fior., l. VI, p. 254. — Corio Stor. di Milano, p. IV, p. 948._

Uno spaventoso avvenimento, che colpì di terrore tutta la cristianità,
rendeva generale il desiderio della pace, ed esponeva ai rimproveri di
tutta l'Europa coloro che vi mettevano qualche ostacolo. Costantinopoli
era stata presa da Maometto II il 29 maggio del 1453; l'ultimo
imperatore de' Greci, Costantino Paleologo, era stato ucciso con
quaranta mila Cristiani; moltissimi mercanti italiani ed in particolare
veneziani, che soggiornavano in quell'antica capitale dell'Oriente,
avevano nel saccheggio perduta ogni loro proprietà, ed erano stati fatti
schiavi[456]; ed i Turchi, la di cui arroganza era cresciuta a
dismisura, minacciavano di assoggettare all'impero della mezza luna
tutta la cristianità. La città imperiale, risguardata come il baluardo
de' paesi ridotti a civiltà, pareva effettivamente che aprisse colla sua
caduta l'Occidente ai barbari. Quando questa notizia fu portata ai due
opposti campi dello Sforza e del Piccinino, eguale fu la costernazione;
i capi dei soldati si rimproverarono inique guerre, che invano tutte
consumavano le loro forze, nel momento in cui le loro armi avrebbero
dovuto essere soltanto consacrate alla difesa de' loro fratelli. Il
cardinale di sant'Angelo, nunzio di papa Niccolò V, loro rammentò i
soccorsi per così lungo tempo implorati dai Greci e così crudelmente
rifiutati dai Latini, e rigettò sull'ostinazione di quest'ultimi la
vergogna di questa grande calamità. Si adunò sotto la presidenza del
papa un congresso in Roma, e tutti gli stati manifestarono egualmente il
loro desiderio di fare la pace, per rivolgere tutte le forze d'Europa
contro i Turchi[457].

  [456] Quarantasette, o secondo altri sessantatre gentiluomini
  veneziani, membri del gran consiglio, erano nel numero degli schiavi
  de' Turchi. _Cron. di Bol. t. XVIII, p. 701. — M. A. Sabellico dec.
  III, l. VII, f. 198. — Marin Sanuto vite de' duchi di Venez., p.
  1150._

  [457] _Epist. card. sancti Angeli apud Porcelli de Gest. Scipionis
  Piccinini dec. III, l. V, p. 35. — Jo. Simonetae, l. XXIII, p. 645._

Ma questo così vivo pentimento, quest'obblìo de' più vicini interessi,
non ebbero lunga durata; ognuno conobbe, che la crociata, cui
rimproveravasi ognuno di non avere intrapresa, era fuori di stagione;
deboli soccorsi avrebbero difesa Costantinopoli, mentre sarebbero
abbisognate immense forze per riconquistarla. Ognuno adunque, portando
al congresso parole di pace, vi palesò così esagerate pretese, che
rendevano la pace impossibile. Voleva Alfonso che i Fiorentini gli
rimborsassero le spese della guerra, questi per lo contrario chiedevano
che Alfonso restituisse loro Castiglione della Pescaja in Maremma. I
Veneziani ripetevano dallo Sforza la restituzione di tutto quanto egli
aveva conquistato nel Bresciano e nel Bergamasco, la cessione di
Cremona, e le rive del Po e dell'Adda per confine dei due stati. Lo
Sforza invece d'acconsentire a tale cessione, ridomandava Crema, Bergamo
e Brescia, che i Veneziani più non potevano difendere, e che avevano in
addietro tolte ai suoi predecessori senza giusti motivi[458]. Finalmente
papa Niccolò V, che il primo aveva invitati i Cristiani a deporre le
armi, non procedeva neppure egli di buona fede. Se dobbiamo dar fede al
Simonetta ed allo stesso Giannotto Manetti, suo panegirista, «la di lui
prudenza gli aveva insegnato che le guerre tra i principi d'Italia
assicuravano la pace della Chiesa, e che per lo contrario la loro
concordia ne minacciava la tranquillità.» Cercò adunque soltanto di
piacere a tutto il mondo, a non rendersi sospetto a chicchefosse, ed a
protrarre le negoziazioni[459].

  [458] _Jo. Simonetae, l. XXIV, p. 665. — Niccolò Machiavelli, l. VI,
  p. 255._

  [459] _Vita Niccolai V a Janottio Manetio, t. III, p. II, Rer. It.,
  p. 943. — Jo. Simonetae, l. XXIV, p. 666._

I Veneziani finalmente si avvidero, che nelle conferenze di Roma
perdevasi il tempo ascoltando vani discorsi, che il papa nulla faceva
per conciliare gli spiriti, e che il re Alfonso, che stava per la
guerra, cercava di sventare ogni trattato. Spedirono dunque in qualità
di segreto messaggiero a Francesco Sforza certo monaco, chiamato Simone
da Camerino, per trattare direttamente con lui, e fargli ragionevoli
proposizioni[460].

  [460] _Poggio Bracciolini Hist. Flor., l. VIII, p. 433._

I Veneziani rinunciavano ad ogni pretesa sopra Cremona, e domandavano la
restituzione del Bergamasco e del Bresciano. Lo Sforza domandava ancora
la cessione di Crema, che poteva diventare in mano dei suoi nemici un
posto avanzato troppo per lui pericoloso. Il consiglio dei dieci, che
voleva la pace era di già determinato a lasciare sorprendere questa
città dal Coleoni, onde il trattato non parlasse di restituzione. Ma
quando ne fu fatta l'apertura al Coleoni, si trovò che questo generale,
di già sollecitato da altro istigatore, meditava di passare dallo Sforza
ai Veneziani, di modo che egli gagliardamente dissuase il consiglio dei
dieci da una cessione, a suo credere, non necessaria.

Mentre che quest'accidente ritardava il trattato, lo Sforza fu avvisato
del tradimento del Coleoni, e di quello di Sigismondo Malatesti, ambidue
in sul punto di passare al nemico. Nello stesso tempo l'ambasciatore
fiorentino, Diotisalvi di Nerone Negri, cui aveva comunicate le fattegli
proposizioni, gli dichiarò a nome della sua repubblica, ch'ella non era
al caso di sostenere più a lungo una così ruinosa guerra, e che ad ogni
costo desiderava la pace. Lo Sforza adunque richiamò fra Simone da
Camerino, e gli disse di essere apparecchiato ad accettare le offerte
de' Veneziani senza apporvi cambiamento. Paolo Barbò, uno de' membri del
governo, andò presso di lui a Lodi, travestito da frate zoccolante. Per
otto giorni si discussero le condizioni del trattato col più profondo
segreto; indi la pace si pubblicò in Lodi, il 9 aprile del 1454, contro
l'universale aspettazione. Con tale trattato lo Sforza conservava la
Ghiara d'Adda; restituiva ai Veneziani le conquiste del Bresciano e del
Bergamasco; e stipulava soltanto l'impunità per coloro che avevano
abbracciato il suo partito. Se il duca di Savoja ed il marchese di
Monferrato volevano essere ammessi al beneficio della pace, dovevano
restituire le loro conquiste nel Novarese, nel Pavese e
nell'Alessandrino; se vi si rifiutavano era libero al duca di Milano di
far uso della forza. I signori di Coreggio ed i Veneziani dovevano
restituire al marchese di Mantova ciò che avevano usurpato del suo
territorio; e questi invece doveva rendere a suo fratello, Carlo di
Gonzaga, il suo appannaggio. Finalmente il Castello di Castiglione della
Pescaja, che Alfonso aveva conquistato in Toscana, gli doveva rimanere a
condizione che ritirasse le sue truppe dai rimanente del territorio
fiorentino. Tutte le potenze d'Italia erano invitate a ratificare la
pace di Lodi in un determinato tempo, se volevano goderne il
beneficio[461].

  [461] _Jo. Simonetae, l. XXIV, p. 669. — Bern. Corio Stor. Milan.,
  p. VI, p. 948. — M. A. Sabellico dec. III, l. VII, f. 199. — Niccolò
  Machiavelli, l. VI, p. 256. — Comment. di Neri di Gino Capponi, p.
  1215._ — Alla pace di Lodi terminano i commentarj di Neri Capponi,
  uno de' più destri politici e de' migliori militari che producesse
  Firenze. In tutti i più importanti affari veniva incaricato di
  stendere i dispacci della repubblica, perchè verun altro lo
  uguagliava ne' consigli per la limpidezza dello spirito, o pel
  vigore dello stile. Morì a Firenze il 23 di novembre del 1457, in
  età di 69 anni. _Vita di Neri di Gino Capponi e Bart. Plantinensis
  scripta, t. XX, Rer. It. p. 516._

Quest'inaspettato trattato col quale due potenze belligeranti dettavano
la legge al rimanente dell'Italia, ai loro alleati egualmente che ai
loro nemici, senza averli prima interpellati, fu cagione a principio di
altrettanto malcontento che di sorpresa. Fu d'uopo sforzare colle armi i
Correggi ad evacuare lo stato di Mantova, ed il marchese di Monferrato e
il duca di Savoja ad abbandonare le loro conquiste; ma ciò fu l'opera di
pochi giorni. In appresso questi sovrani ratificarono la pace, e la
Sesia fu riconosciuta per confine tra il Piemonte ed il ducato di
Milano[462]. Francesco Sforza si fece altresì rendere dal duca Borso
d'Este Castelnovo nello stato di Parma, che il sovrano di Ferrara aveva
occupato quando era morto Filippo Maria; così il nuovo duca,
riconosciuto da tutti i suoi vicini, rientrò in tutti i possedimenti del
suo predecessore. Ma mancava sempre al trattato di Lodi la ratifica del
re Alfonso, il quale perdonare non poteva ai Veneziani di avergli tenuta
nascosta la loro negoziazione. Come il più potente sovrano d'Italia,
credevasi chiamato a dettare la pace, e non a riceverla. Ricusò quasi
pel corso di un anno di ratificarla; e non vi si ridusse, che dietro i
caldi ufficj del cardinale Capranica mandatogli dal papa, e dietro la
notizia d'un'alleanza firmata il 30 agosto tra i Fiorentini, il duca di
Milano ed i Veneziani. Ratificò la pace di Lodi il 26 gennajo del 1455,
ma a condizione che i Genovesi, cui non aveva condonate le antiche
offese, e Sigismondo Malatesta, che lo aveva ingannato, dopo avere
ricevuto anticipato soldo, non sarebbero compresi nella pace
generale[463].

  [462] _Jo. Simonetae, l. XXIV, p. 672. — Istor. Bresciana, p. 888._

  [463] _Guernieri Bernio Istor. d'Agobbio, p. 989. — Platina Hist.
  Mant., l. VI, p. 857. — Marin Sanuto vite de' duchi di Venez., p.
  1152. — Navagero Stor. Venez., p. 1117. — Jo. Marianae de reb.
  Hispaniae, l. XXII, cap. 16, p. 50. — Poggio Bracciolini Hist.
  Florent., l. VIII, p. 434._ — Coll'adesione del re di Napoli al
  trattato di Lodi Poggio Bracciolini chiude la sua storia: questo
  elegante scrittore, che col suo zelo per le antiche lettere ebbe
  tanta parte al rinnovamento dei buoni studj, si limitò nella sua
  storia di Firenze al racconto dei soli avvenimenti militari. Egli
  passa tra le più importanti rivoluzioni politiche, senza chiamare
  sulle medesime l'attenzione del lettore; e quantunque vivesse in
  istrettissima domestichezza con que' celebri Fiorentini, che
  dirigevano quasi tutta la politica d'Italia, non ci lasciò i loro
  ritratti. Morì il 30 ottobre del 1459, quattr'anni dopo l'epoca in
  cui termina la sua storia, in età di 79 anni.

  Alla stessa epoca della lega d'Alfonso coi Veneziani, coi Fiorentini
  e col duca di Milano, finisce pure la sua storia d'Alfonso
  Bartolomeo Fazio, nato alla Spezia, e segretario della repubblica di
  Genova (_Barthol. Facii Rerum gestarum Alphonsi Regis, l. X, t. IX.,
  p. III, Thesauri Antiquit. Ital., p. 1-188._) Fu Fazio uno de' più
  eleganti scrittori latini, che in così copioso numero fiorirono in
  questo secolo. Egli vide assai da vicino parte degli avvenimenti
  descritti, e non pertanto li rappresenta assai diversamente dal
  Simonetta, altro testimonio oculare. Aveva preso servizio nella
  corte d'Alfonso, il quale lo aveva assai caro, onde si sforza in
  ogni circostanza d'ingrandire il merito d'Alfonso a pregiudizio di
  Francesco Sforza. Si era già reso sospetto di storico poco veritiero
  ne' suoi commentarj: _De Genuensium rebus adversus Venetos gestis._
  Il Fazio, emulo di Lorenzo Valla, contro il quale sostenne una
  guerra letteraria ad ambidue poco onorevole, morì pochi giorni dopo
  il suo avversario nel 1447. — Vedasi _Paulus Jovius in Elogiis
  Virorum doctorum_.


FINE DEL TOMO IX.



TAVOLA CRONOLOGICA DEL TOMO IX.


  CAPITOLO LXVI. _Stato dell'Italia all'epoca
  del viaggio e della coronazione dell'imperatore
  Sigismondo a Roma; Eugenio IV in guerra coi Colonna,
  cogli Ussiti, col Consiglio di Basilea e co' suoi
  sudditi. — Rivoluzioni di Firenze; esilio e richiamo
  di Cosimo de' Medici._ 1431-1434                       _pag._ 3

            Cambiamento in Italia ne' tre
              secoli che durarono le repubbliche                3
            Le rivoluzioni sono più notate
              nelle repubbliche, ma non vi
              sono più frequenti che negli
              altri governi                                     4
            Le rivoluzioni non sono fortemente
              sentite che dove distruggono
              la felicità nazionale                             7
            Divisione dell'Italia in quattro
              regioni, dispotismo militare in Lombardia         9
            Spirito repubblicano della Toscana                 10
            Anarchia dello stato della Chiesa                  11
            Il regno di Napoli, monarchia
              che cadeva in dissoluzione                       12
       1431 L'imperatore Sigismondo viene a
              cercare in Italia la corona imperiale            12
       1431 Inquietudine che cagiona la sua venuta             13
            Suo ritratto descritto da Leonardo Aretino         14
            25 novembre. È coronato a Milano, senza
              che il duca Filippo Maria Visconti consenta
              a vederlo                                        15
            1432 maggio. Scaramucce tra il seguito
              dell'imperatore e l'armata
              fiorentina sotto Lucca                           17
            Sigismondo si ferma a Siena per trattare
              intorno alla pace d'Italia                       18
       1433 26 aprile. Pace di Ferrara tra i Veneziani,
              i Fiorentini ed il duca di Milano                20
            30 maggio. Sigismondo riceve a
              Roma la corona imperiale                         21
       1431 20 febbrajo. Morte di Papa Martino V               22
            3 marzo. Elezione di Gabriele
              Condolmieri, che prende il
              nome d'Eugenio IV                                23
            Carattere violento ed inconsiderato
              del nuovo papa                                   23
            Sua guerra contro i Colonna per
              ricuperare i tesori di Martino V                 24
            Guerra della Chiesa contro gli Ussiti              26
            Guasti degli Ussiti in Germania                    27
       1431 I trattati di pace fatti con loro violati
              per ordine del papa                              29
            Istanza della Germania per la
              riforma della Chiesa                             31
            23 luglio. Apertura del concilio
              di Basilea convocato da Martino V                32
            Lotta del concilio di Basilea
              colla corte di Roma                              33
            Negoziati di Sigismondo tra il
              papa ed il Concilio                              35
       1433 Novembre. Tornata di Sigismondo in Germania        36
            Il duca di Milano fa invadere lo stato della
              Chiesa dai condottieri licenziati                37
            Francesco Sforza stabilito nella
              Marca d'Ancona, e Fortebraccio a Tivoli          37
            Eugenio IV cede la Marca d'Ancona
              a Francesco Sforza                               38
            È forzato di fuggire a Firenze                     39
            Stato di Firenze, carattere di Cosimo de'
              Medici e della sua fazione                       40
            Niccolò d'Uzzano, capo della repubblica
              impedisce alle parti nemiche di venire
              alle mani                                        41
            Dopo la morte di Niccolò d'Uzzano Rinaldo
              degli Albizzi vuole cacciare i Medici            44
            7 settembre. Cosimo de' Medici, chiamato
              innanzi alla signoria, viene arrestato           45
       1433 L'assemblea del popolo nomina una balìa,
              ossia commissione straordinaria per
              giudicarlo                                       46
            3 ottobre. Viene esiliato a Padova,
              avendogli il Guadagni salvata la vita            48
            Rinaldo degli Albizzi sente il pericolo
              di una incompiuta vittoria                       49
       1434 Settembre. I suoi amici si rifiutano
              di secondarlo, quando propone di attaccare
              i magistrati che gli erano contrarj              50
            È citato a Palazzo: prende le
              armi per difendersi                              51
            La mediazione del papa cagione di sua ruina        52
            Viene esiliato con tutto il suo partito,
              e Cosimo de' Medici richiamato                   52

  CAPITOLO LXVII. _Nuova guerra tra il duca
  di Milano ed i Fiorentini. — Rivoluzioni
  del regno di Napoli; morte di Giovanna II.
  Alfonso V, che vuole raccoglierne l'eredità,
  viene fatto prigioniere dai Genovesi
  nella battaglia di Ponza, indi rilasciato
  dal duca di Milano. — Genova ricupera la
  libertà._ 1432-1435                                          54

       1434 Nuova guerra tra Firenze ed il
              duca di Milano                                   54
            Le guerre abbandonate ai condottieri
              non destano alcuno interesse                     55
       1434 21 gennajo. Il duca di Milano mette,
              contro i patti, guarnigione in Imola             56
            28 agosto. Battaglia presso Castel
              Bolognese tra Gattamelata e Tolentino            57
       1435 10 agosto. Nuova pace che ristabilisce tutte
              le parti ne' loro diritti anteriori alla guerra  58
  1416-1432 Credito di Ser Gianni Caraccioli presso
              Giovanna II regina di Napoli, e sua insolenza    59
       1432 Congiura di Cobella Ruffa,
              duchessa di Suessa, per perderlo                 60
            17 agosto. Il Caraccioli ucciso tra le feste
              date in corte pel matrimonio di suo figlio       62
            Suoi uccisori ricompensati dalla regina            62
            Luigi III d'Angiò, duca di Calabria, domanda
              invano d'essere richiamato a Napoli              63
       1434 Novembre. Morte di Luigi III
              figlio adottivo di Giovanna II                   64
            Sforzi d'Alfonso d'Arragona per far
              riconfermare la sua precedente adozione          65
       1435 2 febbrajo. Morte di Giovanna II                   66
            Diritti di Renato d'Angiò, d'Alfonso
              d'Arragona, e della santa Sede alla corona di
              Napoli                                           66
       1435 I Napolitani si dichiarano per
              Renato d'Angiò                                   68
            Il duca di Suessa, il principe di Taranto
              ed il conte di Fondi abbracciano il partito
              d'Alfonso d'Arragona                             69
            Alfonso assedia Gaeta, difesa
              da una guarnigione genovese                      69
            Magnanimità d'Alfonso verso gli assediati          71
            Biagio d'Assereto conduce una flotta
              genovese in soccorso di Gaeta                    73
            5 agosto. Battaglia di Ponza
              tra Assereto ed Alfonso                          74
            Alfonso rendesi prigioniero a
              Giacomo Giustiniani                              75
            Sono presi i suoi fratelli e le sue flotte         76
            Il Visconti, geloso dei Genovesi, fa condurre
              questi prigionieri a Milano                      77
            Accoglie Alfonso generosamente                     78
            Il re d'Arragona gli fa sentire
              il pericolo d'accrescere il
              potere de' Francesi in Italia                    79
            Brillante carattere d'Alfonso, e
              suoi mezzi di seduzione                          82
            Si associa al duca di Milano,
              che gli rende la libertà                         84
            Il Visconti vuole rimandarlo a
              Napoli colle galere genovesi                     85
            Violento irritamento de' Genovesi                  86
       1435 27 dicembre. Prendono le armi,
              scacciano la guarnigione milanese,
              e ricuperano la libertà                          87

  CAPITOLO LXVIII. _Gli emigrati Fiorentini
  persuadono il duca di Milano a ricominciare
  la guerra contro Firenze. — Questa
  repubblica, malcontenta di Venezia,
  fa una separata tregua; assedio di Brescia,
  pericolo di Venezia._ 1434-1438                              89

            Confronto del sistema politico
              delle due repubbliche di Venezia
              e di Firenze                                     89
            I diritti de' cittadini violati a
              Venezia dal governo                              90
            La libertà di tutti violata a
              Firenze dalle fazioni                            91
  1381-1434 Regno della fazione degli Albizzi
              e sua nobile politica                            92
       1434 Il partito democratico, che trionfa
              con Cosimo de' Medici,
              compromette la libertà più che
              non aveva fatto l'aristocrazia                   93
            La fazione dei Medici provvede
              alla sua sicurezza colle condanne
              e coi supplicj                                   94
       1436 Rinaldo degli Albizzi eccita
              il duca di Milano a fare la
              guerra a Firenze                                 96
            Gli promette gli ajuti del suo partito             97
            Il Visconti manda Niccolò Piccinino
              con un'armata ai confini
              della Liguria e della Toscana                    99
       1436 I Fiorentini oppongono Francesco
              Sforza a Piccinino                              100
            Lo Sforza, sovrano della Marca
              d'Ancona, previene le congiure
              d'Eugenio IV contro di lui                      101
            Aspira alla mano di Bianca Visconti,
              e intanto cerca di mantenere
              contro il di lei padre
              l'equilibrio d'Italia                           102
            Origine delle due fazioni militari
              di Braccio e di Sforza                          103
            Ottobre. Lo Sforza ferma Niccolò
              Piccinino ai confini di Lucca e di Pisa         104
       1437 8 febbrajo. Riporta contro di
              lui un vantaggio sotto Barga                    105
            Guasta il territorio di Lucca, abbandonato
              dal Piccinino                                   106
            Il Gattamelata, generale veneziano, attacca
              il Visconti, ed è battuto al passaggio
              dell'Adda                                       107
            Lo Sforza, rimandato in Lombardia,
              ricusa di passare il Po
              per soccorrere i Veneziani                      108
       1438 28 aprile. Soscrive una tregua di dieci anni
              tra i Fiorentini, i Lucchesi ed il duca di
              Milano                                          109
            Versatilità del Visconti, che rende
              inintelligibile la sua condotta                 110
       1438 Quale parte prende nella guerra
              tra Alfonso e Renato                            110
       1431 Renato prigioniere del duca di
              Borgogna, mentre Alfonso lo
              era del duca di Milano                          111
       1436 Elisabetta sua sposa viene a
              combattere Alfonso                              111
       1437 Viene spalleggiata da papa Eugenio IV             113
       1438 Il duca di Milano mostra di
              dare soccorso ai due competitori                114
            Vuole staccare Venezia da tutti
              i suoi alleati                                  115
            Di suo ordine il Piccinino seduce
              il papa, proponendogli una
              perfidia contro lo Sforza                       116
            16 aprile. Costringe Ravenna a
              porsi sotto la protezione milanese              117
            Bologna scontenta dopo il supplizio
              d'Antonio Bentivoglio (1435)                    118
            21 maggio. Il Piccinino fa ribellare
              Bologna contro il papa                          119
            Solleva tutta la Romagna contro la Chiesa         121
            Il Visconti richiama lo Sforza
              di già entrato negli Abruzzi                    122
            Il Piccinino attacca i Veneziani
              nel Bresciano                                   123
  1438-1440 Bell'assedio di Brescia, sostenuto
              da Francesco Barbaro                            124
       1438 agosto. La peste si manifesta in città            126
       1438 novembre e dicembre. Frequenti
              assalti respinti dagli assediati                126
            16 dicembre. Il Piccinino converte
              l'assedio in blocco                             127
            I Veneziani scoraggiati chiedono
              soccorso a Firenze                              129

  CAPITOLO LXIX. _I Fiorentini abbracciano con
  vigore le difese di Venezia. Battaglie di
  Tenna, d'Anghiari e di Soncino. Liberazione
  di Brescia. Pace di Martinengo, per
  la quale il Visconti dà sua figlia a Francesco
  Sforza, generale de' suoi nemici._ 1439-1441                130

       1439 L'alleanza di Firenze e di Venezia
              aveva per base i sentimenti
              dei due popoli                                  130
            Foscari e Cosimo de' Medici avevano
              cercato di disunirli                            131
            Ma lo zelo de' Fiorentini si risveglia,
              udendo il pericolo di Venezia                   132
            La soccorrono generosamente                       133
            18 febbrajo. Sottoscrivono un
              trattato d'alleanza e di sussidj
              con Venezia e col conte Sforza                  134
            Spediscono Neri Capponi a portarne
              la notizia a Venezia                            135
            Lo Sforza lascia la Marca e conduce
              la sua armata a Venezia                         136
            Il Piccinino gli chiude la strada
              di Verona e di Brescia                          137
       1439 Lo Sforza conduce a Verona la sua armata
              a traverso alle montagne                        138
            I Veneziani, per soccorrere Brescia,
              trasportano a traverso ai
              monti una flotta sul lago di Garda              139
            26 settembre. Questa flotta è
              bruciata dalla milanese, e lo
              Sforza viene respinto presso Brandolino         140
            Lo Sforza intraprende di fare per
              le montagne il giro del lago                    141
            9 novembre. Rompe il Piccinino a Tenna            142
            Il Piccinino attraversa tutto il
              campo dello Sforza, portato da
              un suo servitore in un sacco                    143
            16 novembre. Otto dì dopo la
              sua disfatta, sorprende Verona                  144
            Generosità di Giacomo Marancio,
              che conserva allo Sforza
              il passo delle strette dell'Adige               145
            19 novembre. Lo Sforza rientra in Verona
              e ne scaccia il Piccinino                       147
            Torna a Tenna, ma il rigore
              del freddo lo costringe ad
              abbandonare l'assedio di questo
              piccolo castello                                148
       1440 Il Piccinino propone al Visconti
              d'attaccare lo Sforza
              nella Marca d'Ancona                            149
            S'intende segretamente con Gio.
              Vitelleschi, patriarca d'Alessandria,
              e favorito d'Eugenio IV                         150
       1440 7 febbrajo. Il Piccinino passa il
              Po, e minaccia la Toscana                       152
            Lo Sforza vuole seguirlo, e gli
              ambasciadori fiorentini lo trattengono          153
            I Malatesti accolgono il Piccinino,
              ed abbandonano il partito de' Fiorentini        154
            18 marzo. Il Vitelleschi, arrestato
              dal governatore di Castel sant'Angelo,
              è messo a morte                                 155
            La sua armata spedita dal papa
              in ajuto de' Fiorentini                         157
            10 aprile. Il Piccinino entra in
              Toscana per Marradi, e guasta il Mugello        158
            Francesco Battifolle, conte di
              Poppi, si ribella contro i Fiorentini,
              e chiama il Piccinino nel Casentino             159
            25 maggio. Vigorosa resistenza
              di Castello san Niccolò, che
              dà tempo ai Fiorentini di apparecchiare
              l'armata                                        160
            Il Piccinino, richiamato in Lombardia
              dal Visconti, vuole prima dare battaglia        161
            29 giugno. Attacca i Fiorentini
              ad Anghiari                                     163
            Ostinata battaglia presso al ponte
              sul Tevere ad Anghiari                          164
       1440 Rotta del Piccinino, prigionia
              di mezza l'armata                               164
            Indisciplina ed insubordinazione
              de' vincitori                                   166
            Battaglie senza effusione di sangue               167
            Il conte di Battifolle è spogliato
              de' suoi feudi, posseduti cinquecent'anni
              dalla sua famiglia                              169
            10 aprile. La flotta milanese,
              sul lago di Garda, battuta
              dal Contarini                                   170
            3 giugno. Lo Sforza in assenza del
              Piccinino passa il Mincio                       171
            Batte i generali del Visconti a Soncino           172
            Scaccia i Milanesi dagli stati di
              Bergamo e di Brescia                            172
            Prende Peschiera al marchese di Mantova           173
            Manda ai Veneziani le proposizioni
              di pace fattegli dal marchese d'Este            175
            Mette l'armata ai quartieri d'inverno             176
       1441 24 febbrajo. I Veneziani tolgono
              la signoria di Ravenna ad
              Ostazio da Polenta                              177
            Accordano premj a Francesco
              Barbaro ed ai Bresciani                         178
            13 febbrajo. Il Piccinino sorprende
              a Chiari i quartieri dello Sforza               179
            25 giugno. Battaglia di Cignano
              tra Sforza e Piccinino senza
              vantaggio da veruna parte                       180
       1441 Lo Sforza assedia Martinengo, e si
              trova assediato dal Piccinino                   181
            Sua disastrosa posizione                          181
            Inaspettata proposizione di pace
              fattagli dal duca di Milano                     183
            Il Visconti si getta tra le braccia
              dello Sforza, piuttosto che
              cedere alle domande di Piccinino                184
            Disperazione del Piccinino quando
              il Visconti gli ordina di
              sospendere le ostilità                          185
            24 ottobre. Francesco Sforza
              sposa Bianca Visconti, e riceve
              in dote Cremona e Pontremoli                    187
            20 novembre. Come arbitro pronuncia
              il trattato di pace di
              Capriana tra le repubbliche
              ed il duca di Milano                            187

  CAPITOLO LXX. _Carattere d'Eugenio IV;
  concilj di Basilea, di Ferrara e di Firenze;
  Renato d'Angiò contrasta ad Alfonso la
  conquista del regno di Napoli. — Perde
  la sua Capitale, ed abbandona l'Italia._ 1436-1442          189

            Grandi catastrofi prodotte talvolta
              da uomini senza vera grandezza                  189
            Carattere d'Eugenio IV secondo
              gli scrittori ecclesiastici                     191
            Sua mancanza di fede, ed instabilità              192
            Natura delle credenze religiose
              che gli servivano d'appoggi                     193
            La religione era affatto staccata
              dalla morale                                    193
            L'intolleranza era il solo sentimento
              religioso che conservasse
              qualche impero sulle anime                      194
       1434 Perfidie esercitate contro gli
              Ussiti, e raccontate come lodevoli azioni       196
            La riforma di Boemia e quella
              del concilio di Basilea non
              hanno partigiani in Italia                      198
            Spirito d'indipendenza dei Tedeschi
              comunicato al concilio di Basilea               199
       1436 _Compactata_ de' Boemi approvata
              dal Concilio                                    199
            La maggior parte de' decreti
              del concilio non sono che
              vane declamazioni                               200
            Attacchi democratici del concilio
              contro le usurpazioni della
              corte di Roma                                   201
            Il concilio disgusta l'imperatore
              Sigismondo, che muore l'8
              dicembre del 1437                               203
            Negoziazioni di Giovanni VI
              Paleologo col papa e col concilio               203
            Si decide a favore di papa Eugenio IV             205
       1437 1 ottobre. Il papa dichiarato
              contumace dal concilio di Basilea               206
       1438 6 ottobre. Concilio rivale aperto
              a Ferrara dal papa di concerto
              coll'imperatore Paleologo e
              coi deputati del clero greco                    206
            Controversia coi Greci agitata
              nel nuovo concilio                              208
       1439 6 luglio. Questo concilio traslocato
              a Firenze vi proclama
              l'unione delle due chiese                       210
            Vantaggio che ottiene Eugenio
              da questa pretesa unione, e
              da quella delle altre chiese orientali          211
            5 novembre. Amedeo VIII di
              Savoja eletto dal concilio sotto
              il nome di Felice V                             212
            Guerre d'Eugenio IV come principe
              temporale                                       214
       1438 19 maggio. Arrivo di Renato
              d'Angiò nel regno di Napoli                     215
  1438-1441 Continuo decadimento del suo partito              216
            Alfonso vuol chiudere a Francesco
              Sforza l'ingresso nel
              regno di Napoli                                 217
  1440-1441 Gli toglie i suoi feudi, batte i
              suoi luogotenenti                               218
            Respinge il card. di Taranto,
              mandato dal papa in soccorso di Renato          219
  1441-1442 Assedia Renato in Napoli                          219
       1442 gennajo. Francesco Sforza si pone
              in marcia per ricuperare i
              suoi feudi, e liberare Napoli                   220
       1442 Filippo Visconti risolve d'impedirlo              221
            La morte di Niccolò, marchese
              d'Este, (26 dicembre 1441)
              fa perdere allo Sforza il suo
              credito alla corte di Milano                    222
            Il Visconti offre al papa il Piccinino
              per attaccare lo Sforza
              nella Marca d'Ancona                            223
            2 giugno. Napoli è sorpresa da Alfonso            224
            Renato d'Angiò abbandona il suo regno             225
            I Fiorentini negoziano due trattati
              tra lo Sforza e il Piccinino;
              vengono ambidue rotti dall'autorità
              del papa                                        226
            Lo Sforza, abbandonato dai suoi
              generali, perde tutto ciò che
              possedeva tuttavia nel regno di Napoli          227
            Renato, nella sua fuga, riceve
              a Firenze la corona di Napoli
              dalle mani d'Eugenio IV                         228

  CAPITOLO LXXI. _Alfonso di Napoli, Eugenio
  IV ed il duca di Milano si uniscono
  contro Francesco Sforza per togliergli la
  Marca d'Ancona. Le repubbliche di Firenze,
  di Venezia prendono a difenderlo. — Rivoluzione
  di Bologna. Morte d'Eugenio IV
  e di Filippo Maria Visconti._ 1443-1447                     230

            Gelosia che sentono i legittimi
              principi contro un soldato asceso
              sul trono                                       231
            Accanimento de' principi Italiani
              contro Francesco Sforza                         232
            Il papa è il più caldo de' suoi nemici            232
       1443 Sua alleanza con Alfonso per
              cacciare lo Sforza dalla Marca                  233
            Lo Sforza lascia la campagna e
              si chiude in Fano                               234
            Il Visconti persuade Alfonso a
              non proseguire ne' suoi vantaggi                235
            Francesco Piccinino fa arrestare
              in Bologna Annibale Bentivoglio                 236
            5 giugno. Il Bentivoglio è liberato
              di prigione dagli amici
              e ricondotto in Bologna                         237
            Viene posto alla testa della
              repubblica, che fa alleanza
              coi Fiorentini e coi Veneziani                  238
       1441 settembre. Baldaccio d'Anghiari
              ucciso a Firenze dal partito
              dei Medici                                      240
       1444 maggio. Nuove violenze esercitate
              a Firenze dalla fazione dei Medici              242
       1443 18 ottobre. I Fiorentini fanno
              firmare una nuova alleanza
              tra il Visconti e suo genero Sforza             243
       1443 Sforza tradito da Brunoro e
              da Troilo di Rossano                            243
            Li rende sospetti ad Alfonso
              che li fa arrestare                             244
            Avventure di Brunoro e della
              sua amica Bona, che gli fa
              riavere la libertà                              245
            I nemici dello Sforza prendono
              i quartieri d'inverno                           247
            8 novembre. Lo Sforza sorprende
              Niccolò Piccinino, e lo
              rompe a Monte Lauro                             248
       1444 L'esaurimento delle proprie finanze
              non permette allo Sforza
              approfittare de' suoi vantaggi                  249
            Il Piccinino richiamato a Milano
              da Filippo Visconti                             251
            19 agosto. I suoi figli vinti a
              Mont'Olmo da Francesco Sforza                   252
            10 ottobre. Lo Sforza ottiene la
              pace da papa Eugenio IV                         254
            Niccolò Piccinino s'inferma a
              Milano di crepacuore                            255
            15 ottobre. Sua morte e suo carattere             257
            8 settembre. Morte di Giovan
              Francesco di Gonzaga; suo
              figliuolo Lodovico gli succede                  257
            Il Visconti prende sotto la sua
              protezione Francesco e Giacomo,
              figli di Niccolò Piccinino                      258
            Vuole porre alla testa delle
              sue truppe Sarpellione, luogotenente
              di Francesco Sforza                             259
            29 novembre. Questi, prevedendo
              la sua diserzione, lo fa morire                 260
  1442-1444 Rivoluzioni nel contado di Montefeltro            261
       1444 agosto. Federico di Montefeltro
              s'attacca a Francesco Sforza                    262
            Questi si disgusta con Sigismondo
              Malatesta, per avere comperato Pesaro
              per suo fratello Alessandro                     262
       1445 Pratiche del papa e del duca
              di Milano contro Annibale
              Bentivoglio a Bologna                           263
            24 giugno. Il Bentivoglio assassinato
              ad un battesimo                                 264
            Il partito del Bentivoglio si vendica
              de' congiurati                                  266
            La casa Bentivoglio e la repubblica
              di Bologna si trovano senza capo                267
            I Bolognesi scoprono a Firenze
              un figlio adulterino d'Ercole
              Bentivoglio                                     268
            L'invitano a porsi alla testa della
              loro repubblica                                 268
            13 novembre. Santi Cascese lascia
              il suo nome per quello
              di Santi Bentivoglio, e fa il
              suo ingresso in Bologna                         269
            Eugenio IV, Alfonso ed il duca
              di Milano, attaccano di nuovo
              Francesco Sforza nella Marca                    270
            Agosto. Rivoluzione d'Ascoli e
              di parte della Marca                            271
       1445 Lo Sforza si ritira nelle contee
              d'Urbino e di Montefeltro                       273
            26 novembre. Ribellione di Fermo
              e di tutta la Marca, tranne Jesi                274
       1446 I Veneziani ed i Fiorentini consigliano
              lo Sforza a marciare verso Roma                 275
            Giugno. Suo troppo tardo ingresso
              nell'Umbria e nel Patrimonio;
              vi soffre la fame                               275
            Alessandro Sforza abbandona suo
              fratello, e fa un trattato col papa             277
            Filippo Visconti fa attaccare
              Cremona e Pontremoli                            278
            I Veneziani ed i Fiorentini risguardano
              quest'attacco come
              un'infrazione al trattato di
              Capriana, e dichiarano la
              guerra al duca di Milano                        279
            6 luglio. Carlo Gonzaga, generale
              del duca, viene disfatto
              a Castel San Giovanni                           280
            Vani trattati per ristabilire la pace             281
            29 settembre. Francesco Piccinino
              rotto a Casal Maggiore da Michele da
              Cotignola, generale veneziano                   283
            Michele da Cotignola guasta il
              territorio fin presso alle porte di Milano      284
            Francesco Sforza ricupera il vantaggio
              ai confini della Marca                          285
       1446 Spavento del Visconti; chiede
              soccorso al re Alfonso                          287
            Ed al re di Francia, Carlo VII,
              cui offre la restituzione di Asti               288
            Finalmente a suo genero Francesco Sforza          288
            Questi si rende sospetto ai Veneziani             290
       1447 Ottiene l'assenso di Cosimo
              de' Medici per mutar partito                    291
            23 Febbrajo. Morte d'Eugenio IV                   292
            4 Marzo. Tentativo dei Veneziani
              per sorprendere Cremona                         294
            Marzo. Francesco Sforza accetta
              le offerte di suo suocero e si
              distacca dai suoi alleati                       294
            Nuovi sospetti del Visconti, che
              fermano la marcia dello Sforza                  296
            I Veneziani ricominciano i loro
              guasti nel Milanese, ed offrono
              ai popoli la libertà                            297
            Filippo ricorre nuovamente a
              Francesco Sforza, che cede
              Jesi e tutta la Marca al papa                   298
            9 Agosto. Lo Sforza si pone in
              viaggio per soccorrere suo suocero              299
            13 agosto. Morte del Visconti
              nel castello di Porta Zobbia                    299
       1447 Ritratto di Filippo Maria, l'ultimo
              dei Visconti, duca di Milano                    302

  CAPITOLO LXXII. _Sforzi de' Milanesi per
  riavere la libertà; Francesco Sforza entra
  al servigio della nuova repubblica; sue
  vittorie sui Veneziani a Piacenza, a Casalmaggiore
  ed a Caravaggio._ 1447-1448                                 303

            Le rivoluzioni, prodotte in Italia
              dai condottieri, devono infine
              produrre la grandezza di uno
              di loro, e la ruina di tutti gli altri          303
            La perfidia di Francesco Sforza
              fu piuttosto un delitto del suo
              secolo che un delitto suo                       304
            Tutti i pretendenti alla successione
              dei Visconti erano senza
              legittimi titoli                                306
            La successione nella famiglia de'
              Visconti non era stata regolata
              dalle leggi                                     306
            Frequente succesione dei bastardi
              in tutte le signorie Italiane                   307
            Pretesi diritti della casa d'Orleans,
              dell'imperatore e del
              re di Napoli                                    308
            Tutti i Visconti avevano regnato
              in virtù di una nomina del
              concilio di Milano                              310
       1447 Scontento de' Milanesi quando
              morì Filippo Visconti                           311
            Segreti intrighi nel concilio del
              duca per trasferire la sovranità
              al re Alfonso di Napoli                         312
       1447 14 agosto. Rivoluzione in Milano
              per istabilire una repubblica                   313
            Pompa funebre dell'ultimo duca abbandonata        314
            Le due fortezze, cedute dal Consiglio
              agli Arragonesi, sono riprese                   315
            La repubblica di Milano domanda
              la pace a quella di Venezia
              e non può ottenerla                             316
            Falsa politica de' Veneziani combattendo
              Milano                                          317
            Rivoluzioni in tutte le città della
              Lombardia                                       318
            Negoziazioni de' Milanesi con
              Francesco Sforza                                318
            Agosto. Francesco Sforza entra
              al servigio della repubblica di Milano          321
            3 settembre. Passa l'Adda, e fa
              ritornare l'armata veneziana                    323
            Chiama Bartolomeo Coleoni al
              servigio dei Milanesi                           325
            Pratiche dei varj pretendenti all'eredità
              de' Visconti                                    325
            La città di Pavia si dà in sovranità
              allo Sforza                                     326
            Scontento del Senato di Milano                    327
            Tutti i vicini dei Milanesi fanno
              conquiste in Lombardia                          329
            Pretese di Carlo d'Orleans, figlio
              di Valentina Visconti                           330
            Lo Sforza cerca di non azzuffarsi
              con Dresnay, luogotenente del
              duca d'Orleans in Asti                          332
            11 ottobre. Dresnay disfatto
              presso a Bosco da Bartolomeo Coleoni            333
            Lo Sforza intraprende l'assedio
              di Piacenza                                     334
            Impedisce le comunicazioni di
              questa città colle campagne e col Po            335
            Non si lascia smuovere dai tentativi
              di Michele da Cotignola
              sul Milanese e sul Pavese                       336
            16 novembre. Lo Sforza avendo
              battuto in breccia le mura di
              Piacenza, dà l'assalto                          337
            Piacenza presa a viva forza                       339
            Orribile sacco di questa città;
              i cittadini venduti al migliore
              offerente                                       341
       1448 Nuove cagioni di diffidenza tra
              lo Sforza ed il Senato di Milano                343
            Preliminari di pace tra Venezia
              e Milano fatti a Bergamo                        344
            Sono rigettati dal consiglio degli
              ottocento a Milano, per via degl'intrighi
              di Francesco Sforza                             345
            1 maggio. Lo Sforza toglie ai
              Veneziani ciò che possedevano
              sulla diritta dell'Adda                         346
            La flotta d'Andrea Querini rimonta
              il Po, e si avvicina a Cremona                  347
       1448 Lo Sforza intraprende contro il
              proprio avviso l'assedio di Lodi                348
            16 luglio. Torna contro la flotta
              del Querini, e l'attacca innanzi
              a Casal Maggiore                                350
            Gli fa tagliare la ritirata da
              Biagio d'Assereto                               350
            17 luglio. La brucia prima che
              il Cotignola possa giugnere
              in soccorso                                     353
            Pericolo del saccheggio della flotta
              in presenza del nemico                          354
            Il Senato di Milano ordina allo
              Sforza di assediare Caravaggio                  356
            1 agosto. Il Cotignola si avanza
              per liberare Caravaggio                         358
            Le due armate si fortificano
              l'una in presenza dell'altra                    358
            Dissenso tra i generali veneziani
              intorno al partito da prendersi                 359
            Ricorrono al Senato di Venezia,
              che ordina di attaccare lo Sforza               361
            15 settembre. Battaglia di Caravaggio             362
            Viene fatta prigioniera quasi
              tutta l'armata Veneziana                        364
            Lo Sforza lascia in libertà i prigionieri
              dopo averli spogliati                           365

  CAPITOLO LXXIII. _Francesco Sforza abbandona
  i Milanesi e passa colla sua armata
  al servizio dei Veneziani. Furore del partito
  popolare a Milano; blocco e miseria
  di questa città; i Veneziani gli accordano
  la pace, ma Francesco Sforza prosegue i
  suoi attacchi, ed all'ultimo costringe i
  Milanesi a riconoscerlo per loro Duca._ 1448-1450           366

       1448 Grandezza delle perdite fatte dai
              Veneziani una dietro l'altra                    366
            I due stati desiderano la pace,
              ma lo Sforza vuole continuare la guerra         367
            19 novembre. I Veneziani levano
              il comando a Michele Attendolo                  368
            Negoziano collo Sforza, cui promettono
              il ducato di Milano                             370
            18 ottobre. Trattato tra Venezia
              e lo Sforza che abbandona i Milanesi            371
            Lo Sforza dichiara al suo esercito
              i motivi per cui si debbe lagnare
              dei Milanesi                                    371
            Trova tra i Lombardi numerosi partigiani          373
            Occupa Piacenza                                   374
            Distribuisce le truppe ne' quartieri
              d'inverno intorno a Milano                      375
            Sue proposizioni ai Milanesi, e
              risposta di Giorgio Lampugnano                  376
            Apparecchi di difesa dei Milanesi;
              nominano generali Francesco
              Piccinino e Carlo Gonzaga                       378
       1448 Lo Sforza prende Abbiategrasso                    379
            Sottomette la vicina provincia dei laghi          380
            Gli aprono le porte Romagnano,
              Tortona ed Alessandria                          380
       1449 Intrighi del Gonzaga col partito
              democratico a Milano                            381
            I nobili Ghibellini propongono
              di accordare allo Sforza una
              limitata autorità                               382
            Sono puniti di morte, ed il
              governo di Milano diventa
              rivoluzionario                                  383
            I Piccinini disertano dall'armata
              milanese, e si riuniscono allo Sforza           384
            Febbrajo. La città di Parma
              s'arrende ad Alessandro Sforza                  384
            Vittoria dei Milanesi sulle truppe
              dello Sforza sotto Monza                        385
            Il duca di Savoja manda un'armata
              in soccorso dei Milanesi                        386
            Defezione dei Piccinini che tornano
              ai Milanesi                                     387
            Numerosa milizia dei Milanesi;
              armata di fucili, la quale
              non può far levare l'assedio di Marignano       389
            20 aprile. I Savojardi sconfitti
              da Bartolomeo Coleoni presso
              Borgo Mainero                                   392
            Maggio. Ribellione del castello
              di Vigevano contro lo Sforza,
              che viene ad assediarlo                         393
       1449 3 giugno. Assalto dato a Vigevano                 394
            Valorosa resistenza degli assediati               395
            4 giugno. Vigevano obbligato a capitolare         397
            1 luglio. Proposizioni di pace
              fatte dai Milanesi ai Veneziani                 398
            11 settembre. Crema e Lodi tolte
              ai Milanesi dallo Sforza                        399
            Armistizio tra i Milanesi ed i Veneziani          400
            27 settembre. Trattato di pace
              firmato a Brescia tra le due repubbliche        401
            Francesco Sforza finge di volervi
              accedere, ed accorda ai Milanesi
              una tregua                                      402
            16 ottobre. Morte di Francesco Piccinino          403
            20 ottobre. Lo Sforza rifiuta il
              trattato di pace, e continua
              solo in proprio nome la guerra
              contro i Milanesi                               404
            28 dicembre. Batte Sigismondo
              Malatesta, mandato dai Veneziani
              in soccorso dei Milanesi                        406
       1450 20 gennajo. Fa la pace col
              duca di Savoja                                  406
            I Milanesi ed i soldati dello
              Sforza mancano egualmente
              di vittovaglie                                  407
            Jacopo Piccinino cerca di aprire
              una comunicazione tra i Milanesi
              e l'armata veneziana                            408
       1450 Estrema carestia in Milano                        409
            Il Malatesta non osa dare battaglia
              per liberare Milano                             409
            25 febbrajo. Sollevazione in Milano;
              gl'insorgenti occupano
              il palazzo del pubblico                         410
            26 Febbrajo. Gl'insorgenti si
              adunano per deliberare a Santa
              Maria della Scala                               411
            Gaspare da Vimercate loro propone
              di darsi allo Sforza                            412
            Ultimi sforzi d'Ambrogio Trivulzio
              per imporre condizioni allo Sforza              413
            Lo Sforza ricevuto in Milano e
              proclamato duca dal popolo                      414
            Osservazioni sulla sorte della sua
              dinastia                                        415

  CAPITOLO LXXIV. _Politica di Cosimo de'
  Medici. — Guerra di Piombino tra il re
  di Napoli ed i Fiorentini. — Ultimi sforzi
  de' Veneziani e d'Alfonso contro lo Sforza
  sostenuto da' Fiorentini; pace di Lodi._ 1447-1454          417

            Il governo degli Albizzi a Firenze
              non avrebbe acconsentito
              alla servitù della repubblica milanese          418
            Cosimo de' Medici più personale
              e meno amico della libertà
              che gli Albizzi                                 419
            Grandezza di Cosimo fondata su
              la sua fortuna, e sul nobile
              uso ch'egli ne faceva                           419
            Cosa fece per le lettere, per la
              filosofia, per le arti                          421
            La politica del Medici indegna
              della nobiltà del suo carattere                 425
       1447 Giugno. Tentativi d'Alfonso in
              Val d'Arno di sopra                             427
            Settembre. Alfonso invade le
              maremme toscane                                 429
       1448 Maggio. Vuole occupare Piombino,
              il di cui signore si
              pone sotto la protezione de' Fiorentini         429
            15 luglio. Vani sforzi della flotta
              fiorentina per portare vittovaglie
              in Piombino                                     431
            Settembre. Bella difesa di Piombino
              che rispinge un assalto generale                433
            Ritirata d'Alfonso dopo avere
              perduta molta gente nella Maremma               435
       1449 Soccorsi chiesti ai Fiorentini dai
              Veneziani e dallo Sforza                        436
            Neri Capponi vuole che i Fiorentini
              secondino lo stabilimento
              della libertà milanese                          437
            Cosimo de' Medici vuole il contrario
              e dimanda che si ajuti lo Sforza                439
       1450 Tripudio del popolo fiorentino
              per la vittoria dello Sforza                    440
            Politica e situazione di Francesco Sforza         441
            Peste in Lombardia portata a
              Roma dai pellegrini del Giubileo                443
       1450 Mutazione nelle alleanze delle
              potenze d'Italia                                444
       1449 Guerra marittima d'Alfonso e de' Veneziani        444
       1450 Lodovico III Gonzaga, marchese
              di Mantova, rivale di suo fratello Carlo        446
            15 novembre. Carlo arrestato
              dal duca di Milano, cui si
              riconcilia Lodovico                             446
  1441-1450 Pacifico regno di Lionello, marchese d'Este       447
       1450 1 ottobre. Gli succede Borso
              d'Este, suo fratello naturale                   449
            Guglielmo, fratello del marchese
              di Monferrato, arrestato poi
              rilasciato da Francesco Sforza                  449
            29 giugno. Pace tra Alfonso ed
              i Fiorentini                                    450
       1451 6 marzo. Alleanza de' Veneziani
              e d'Alfonso comunicata con
              minaccia ai Fiorentini                          451
            20 giugno. Tutti i Fiorentini
              scacciati dal territorio di Venezia             453
            7 giugno. Tentativo dei Veneziani
              per mutare il governo di Bologna                454
            Le ostilità ritardate dalla spedizione
              in Italia di Federico III                       455
  1438-1439 Regno d'Alberto II d'Austria                      456
       1440 2 febbrajo. Elezione di Federico
              III, figlio d'Ernesto, duca
              d'Austria e di Stiria                           457
       1452 Federico invita Eleonora sua
              sposa a scontrarlo in Toscana                   457
            3 febbrajo. Giungono Eleonora
              a Livorno e Federico a Firenze                  459
            18 marzo. Coronazione di Federico
              III a Roma                                      460
            Aprile. Brillanti feste date dal
              re di Napoli all'imperatore                     461
            15 maggio. Modena e Reggio
              erette in ducato a favore di
              Borso d'Este                                    461
            Scandalosa venalità della corte imperiale         462
            16 maggio. I Veneziani muovono
              guerra al duca di Milano, il
              re di Napoli ai Fiorentini                      463
            Poco gloriosa campagna di Ferdinando,
              duca di Calabria, in Toscana                    464
            Lo Sforza attaccato dai Veneziani,
              dal duca di Savoja e
              dal marchese di Monferrato                      465
            26 Luglio. Guglielmo di Monferrato
              sorpreso e disfatto a Canina                    466
            Alessandro Sforza battuto nel Lodigiano           467
            Novembre. Ridicola sfida del
              Piccinino e di Francesco Sforza
              sul piano di Montechiaro                        468
       1453 Diserzione ne' due eserciti; vergognose
              pratiche durante l'inverno                      469
       1453 Apparecchi di difesa dei Fiorentini               472
            Seconda campagna di Ferdinando
              in Toscana                                      472
            Gherardo Gambacorti vuol tradire
              la repubblica                                   473
            12 agosto. Perde la propria
              contea di Bagno                                 474
            Renato d'Angiò chiamato in Italia
              dai Fiorentini e dal duca di Milano             475
            La campagna si passa in scaramucce
              fino al di lui arrivo                           477
            15 settembre. Renato ristabilisce
              la pace tra il marchese di
              Monferrato ed il duca di Milano                 478
            19 ottobre. Ferocia dei soldati
              di Renato alla presa di Pontevico               479
            Terrore degli stati veneziani e
              dell'armata del Piccinino                       480
            Renato, dopo una campagna di
              tre mesi, vuole abbandonare l'Italia            482
            29 maggio. Costantinopoli presa
              dai Turchi; spavento dell'Italia,
              ed universale desiderio di pace                 483
       1454 Assurde pretese delle parti e la
              cattiva fede del papa ritardano
              la pace nel congresso di Roma                   485
       1454 I Veneziani trattano in segreto
              e separatamente collo Sforza                    486
       1455 9 aprile. Pace di Lodi conchiusa
              tra le due potenze a nome di
              tutte le altre                                  488
            26 gennajo. Accessione del re
              Alfonso alla pace di Lodi                       490


FINE DELLA TAVOLA



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le
grafie alternative (prigionia/prigionìa e simili), correggendo senza
annotazione minimi errori tipografici.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 9" ***

Doctrine Publishing Corporation provides digitized public domain materials.
Public domain books belong to the public and we are merely their custodians.
This effort is time consuming and expensive, so in order to keep providing
this resource, we have taken steps to prevent abuse by commercial parties,
including placing technical restrictions on automated querying.

We also ask that you:

+ Make non-commercial use of the files We designed Doctrine Publishing
Corporation's ISYS search for use by individuals, and we request that you
use these files for personal, non-commercial purposes.

+ Refrain from automated querying Do not send automated queries of any sort
to Doctrine Publishing's system: If you are conducting research on machine
translation, optical character recognition or other areas where access to a
large amount of text is helpful, please contact us. We encourage the use of
public domain materials for these purposes and may be able to help.

+ Keep it legal -  Whatever your use, remember that you are responsible for
ensuring that what you are doing is legal. Do not assume that just because
we believe a book is in the public domain for users in the United States,
that the work is also in the public domain for users in other countries.
Whether a book is still in copyright varies from country to country, and we
can't offer guidance on whether any specific use of any specific book is
allowed. Please do not assume that a book's appearance in Doctrine Publishing
ISYS search  means it can be used in any manner anywhere in the world.
Copyright infringement liability can be quite severe.

About ISYS® Search Software
Established in 1988, ISYS Search Software is a global supplier of enterprise
search solutions for business and government.  The company's award-winning
software suite offers a broad range of search, navigation and discovery
solutions for desktop search, intranet search, SharePoint search and embedded
search applications.  ISYS has been deployed by thousands of organizations
operating in a variety of industries, including government, legal, law
enforcement, financial services, healthcare and recruitment.



Home