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Title: Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 11
Author: Sismondi, J.C.L. Simondo
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 11" ***

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                           STORIA DELLE
                        REPUBBLICHE ITALIANE
                                DEI
                          SECOLI DI MEZZO


                                DI
                      J. C. L. SIMONDO SISMONDI

           DELLE ACCADEMIE ITALIANA, DI WILNA, DI CAGLIARI,
                   DEI GEORGOFILI, DI GINEVRA EC.

                     _Traduzione dal francese._


                            _TOMO XI._



                             ITALIA
                              1818.



STORIA DELLE REPUBBLICHE ITALIANE



CAPITOLO LXXXIII.

      _Lorenzo de' Medici subentra nel credito di suo padre sopra la
      repubblica fiorentina. — Fasto ed ambizione dei nipoti di Sisto
      IV; prima campagna di Giuliano della Rovere, che in appressa fu
      Giulio II. — Progressi de' Turchi; primo assedio di Scutari;
      assedio di Lepanto; presa di Caffa._

1469 = 1475.


Fin qui abbiamo veduto la repubblica fiorentina collocarsi nel centro di
tutte le negoziazioni, dirigendo tutti gli avvenimenti, ed avendo per lo
meno qualche parte in tutte le rivoluzioni, in tutte le guerre
d'importanza che agitarono l'Italia. Ma sotto l'amministrazione de'
Medici, Firenze non si sostenne in così elevato rango; acconsentì di
essere dimenticata nell'equilibrio dell'Italia; le rivoluzioni de'
vicini stati si concatenarono le une colle altre senz'essere da lei
dirette, o senza che ella si sforzasse di contenerle; e dopo avere
passate in rivista queste grandi scene della politica, siamo costretti
di tornare a dietro per vedere ciò che accadeva in questo tempo nella
sua interna amministrazione. Noi la troviamo languente per la precaria
sanità del suo capo, o debole per l'estrema giovinezza di quello che gli
succede; la vediamo partecipare all'infelicità delle reggenze delle
minorità, e comprendiamo in qual modo con tale cambiamento di spirito
dovette spegnersi la sua forza.

D'uopo era che l'antico amore dei Fiorentini per la libertà fosse
estremamente indebolito, perchè la morte di Pietro de' Medici non
cagionasse una rivoluzione nella repubblica. Di già il vecchio Cosimo,
dopo avere fondata la sua autorità piuttosto nella superiorità delle
ricchezze che ne' grandi servigi, l'aveva trasmessa a Piero, suo
figliuolo, come parte della sua eredità. Ma Piero era giunto a quella
matura età che richiedevasi, perchè la repubblica potesse ubbidirgli
senza vergogna. Le sue infermità lo avevano precocemente posto nel
numero de' vecchi; egli era forse più stimato e meno temuto, perchè
sembrava che omai non potesse sentire le passioni degli altri uomini.
L'abituale sua dimora in campagna, le difficoltà e la lentezza con cui
trasportavasi in lettica, quando tutti viaggiavano a cavallo, dava una
certa quale apparenza di dignità a colui, che mai non ommettevasi di
consultare come un oracolo in tutte le più importanti occasioni. Quando
Piero morì non lasciò per capi della famiglia che i due suoi figli, il
maggiore dei quali, Lorenzo, non giugneva ai ventunanni[1]. Faceva torto
all'onore della repubblica, che venerabili magistrati, invecchiati ne'
pubblici impieghi, rispettati da tutta l'Europa, ed accostumati a
dirigerne la politica, venissero risguardati quali semplici partigiani
di due giovinetti, le di cui pretensioni erano smentite dalla
costituzione e da tutte le leggi dello stato cui non avevano renduto
alcun servigio, i di cui natali erano più bassi di quelli di tutti i
loro rivali, ed il di cui merito personale non aveva ancora potuto
conoscersi. Pure coloro che avevano governata Firenze a nome di Piero,
imposero silenzio all'amore del loro paese, e ad un'ambizione degna di
un animo elevato per non ascoltare che circoscritti interessi, lo
spirito di partito e l'ebbrezza della vittoria. Vollero conservare gli
abusi di un governo di fazione, perchè essi soli ne approfittavano. Il
credito personale dei giovani Medici non doveva soverchiare il loro
proprio che in un'epoca creduta ancora lontana, e credevano inoltre più
facile il tenere unito il loro partito sotto un antico nome, che
innalzare ostensibilmente al primo posto quei medesimi che in fatti
l'occupavano.

  [1] Era nato il primo di gennajo del 1448.

I cittadini, che in allora realmente governavano Firenze, erano Tommaso
Soderini, fratello di quel Niccolò ch'era stato esiliato nell'ultima
rivoluzione, Andrea de' Pazzi, che fu fatto cavaliere dalla repubblica
nel febbrajo del 1468, essendo gonfaloniere di giustizia[2], Luigi
Guicciardini, Matteo Palmieri e Piero Minerbetti. Questi erano coloro
che in tempo delle dolorose malattie di Piero de' Medici avevano diretta
la signoria, e s'erano fatti padroni dell'autorità del popolo per
nominare i magistrati; erano que' medesimi che Piero de' Medici,
stomacato dalla loro insolenza, e dalle vessazioni che esercitavano
sopra tutti i cittadini, aveva minacciati di far rientrare entro i
confini dell'ordine civile, richiamando in patria gli emigrati. Questi
dopo la di lui morte si concertarono per continuare, sotto un vano nome,
una giunta che loro assicurava la distribuzione di tutte le cariche, e
delle finanze dello stato. Gli ambasciatori, accostumati a trattare con
Tommaso Soderini, i cittadini, che da lungo tempo sapevano che la loro
fortuna era dipendente dal suo favore, gli rendettero una specie
d'omaggio, affrettandosi di visitarlo, tostocchè si ebbe notizia della
morte di Piero de' Medici. Ma il Soderini temette di risvegliare la
gelosia de' suoi colleghi, e d'indebolire il suo partito, accettando
queste dimostrazioni di rispetto. Rinviò perciò i cittadini, che gli
facevano visita, ai giovani Medici come ai soli capi dello stato; adunò
nel convento di sant'Antonio tutti gli uomini che avevano maggiore
influenza nella repubblica, e loro presentando Lorenzo e suo fratello,
loro raccomandò di conservare a questi giovani il credito di cui la loro
casa era in possesso da trentacinque anni; e gli avvisò essere più
agevole cosa il mantenere un potere consolidato dal tempo, che il
fondarne un nuovo[3].

  [2] _Cronaca di Leonardo Morelli, t. XIX, Deliz. Erud., p. 185._

  [3] _Machiavelli, l. VII, p. 328. — Scip. Ammirato, l. XXIII, p.
  106. — Jo. Mich. Bruti, l. V, p. 103-106. — Ricordi di Lorenzo de'
  Medici p. 45_. — Roscoe (_Life of Lorenzo. Capit. III, p. 132_)
  dubita dell'intervento del Soderini, perchè Lorenzo ne' suoi
  _Ricordi_ non ne parla. Il signor Roscoe suppone che la memoria de'
  servigi renduti dalla famiglia di Lorenzo, le sue straniere
  parentele, che pure gli facevano torto agli occhi de' Fiorentini, e
  l'immensa sua ricchezza, bastassero per dargli senza difficoltà
  un'autorità così vivamente contrastata al di lui padre. Il signor
  Roscoe, ingannato dalla proporzione variabile del fiorino alla lira,
  commette un grave abbaglio rispetto a tale ricchezza, valutando il
  fiorino d'oro due scellini e sei _pences_, invece di dieci suo vero
  valore. Secondo il suo conto la sostanza di Piero de' Medici non
  sarebbe ammontata a 30,000 lire sterline di capitale, locchè non
  sarebbe al certo bastato per comperare la libertà del più ricco
  stato dell'Europa. Ma il signor Roscoe, com'è costume di tutti i
  biografi, tutto fa piegare a vantaggio del suo eroe: allontana più
  di cent'anni la prima apparizione di un Medici nella _storia
  fiorentina_; il qual Medici fu all'assedio di Scarperia l'anno 1351,
  non nel 1251, com'egli dice alla _p. 8_. Dà maggior peso a tutti i
  servigi di quella famiglia; ne rimpicciolisce, o tace tutti i
  delitti; per ultimo dissimula lo spirito indipendente e sospettoso
  de' Fiorentini, ch'erano ancora lontani assai dal sottoporsi
  volontariamente al giogo di un principe, sebbene permettessero che
  la libertà loro fosse scossa da una fazione.

I Medici accolsero modestamente gli attestati di attaccamento e di
considerazione che erano loro dati a nome della repubblica, e per alcuni
anni essi non tentarono di acquistare un'autorità, che apparentemente
non esisteva che ne' magistrati, e che non poteva segretamente
esercitarsi sopra di questi, che da coloro cui i lunghi servigj ed i
conosciuti talenti davano altissima considerazione. Per lo spazio di
sette anni Firenze fu internamente abbastanza tranquilla; i Medici,
occupati ne' loro studj ed in giovanili cure, ora accoglievano in casa
loro i più celebri letterati ed artisti, ora trattenevano il popolo con
clamorose feste. Questi spettacoli si moltiplicarono con troppo maggior
lusso nel 1471, quando Galeazzo Sforza, duca di Milano, venne a Firenze
con sua moglie Bona di Savoja, sotto pretesto di soddisfare ad un voto.

Galeazzo, divenuto di già insopportabile a' suoi sudditi per la sua
vanità, per la sua instabilità e crudeltà, volle ostentare in su gli
occhi dell'Italia i tesori estorti ai suoi popoli con crudeli
vessazioni. Non resta memoria di un viaggio intrapreso con maggiore
ostentazione. Dodici carri coperti di drappi d'oro si trasportarono coi
muli a traverso agli Appennini per servigio della duchessa; non erasi
ancora aperta su quelle montagne alcuna strada carreggiabile.
Precedevano i principi sposi cinquanta palafreni per la duchessa,
cinquanta cavalli a mano pel duca, tutti bardati a drappi d'oro, cento
uomini d'armi e cinquecento fanti per guardia, cinquanta staffieri
vestiti di stoffe di seta con argento, cinquecento coppie di cani per la
caccia e moltissimi falconi. Il loro seguito, ingrossato da tutti i loro
cortigiani, era di circa due mila cavalli[4]. Dugento mila fiorini d'oro
erano stati dal duca destinati a questa insensata pompa: colla metà
della quale somma, pochi mesi prima, poteva difendersi l'isola di
Negroponte, ed impedire che cadesse in mano dei Turchi.

  [4] _Antonii de Ripalta Annales Placentini, p. 929._

Lorenzo de' Medici accolse in sua casa il duca di Milano, e dispiegò
tutta la propria magnificenza per onorare un ospite così splendido.
Sopra i suoi abiti e ne' suoi palazzi non isplendevano tante gemme, ma
la pompa delle arti suppliva a quella dell'opulenza; i tanti antichi
monumenti, i quadri e le stupende statue, che Lorenzo aveva raccolte,
sorpresero il duca di Milano[5]. Dal canto suo la repubblica rivalizzò
nel lusso col suo ospite e col suo ricco cittadino. Tutto il numeroso
corteggio del duca fu alloggiato e mantenuto a spese del pubblico; tre
sacri spettacoli, rappresentanti misteri, si offrirono ai Lombardi.
Nella chiesa di san Felice si rappresentò l'Annunciazione della Vergine;
ne' Carmelitani l'Ascensione di Cristo, ed in santo Spirito la Discesa
dello Spirito Santo sopra gli Apostoli, la quale ultima rappresentazione
fu disturbata dall'incendio della stessa chiesa; perciocchè le fiamme,
che vi si facevano a guisa di lingue, si appiccarono alle decorazioni, e
le consumarono col palco e col tetto dell'edifizio[6]. Ma un danno assai
più reale per Firenze fu la comunicazione dei gusti, del lusso, dei
piaceri e dei vizj d'una corte corrotta, la comunicazione del suo ozio e
della sua galanteria ad una repubblica, che mantenevasi co' suoi austeri
costumi, coll'economia dei capi di famiglia, coll'attività e col
costante lavoro della gioventù. Fu a' tempi di Lorenzo de' Medici, che
si videro i Fiorentini accostumarsi alla servitù; eransi prima d'allora
assoggettati più volte all'autorità vessatoria di una fazione
vittoriosa; ma la molla delle antiche costumanze, più forte d'ogni
passaggiera oppressione, riconduceva bentosto il regno delle leggi.
Quando la mollizie e il libertinaggio ebbero occupato il luogo
dell'antica energia, i Medici trovarono moltissimi cittadini, che
preferirono il riposo dell'ubbidienza all'agitazione del comando[7].

  [5] _Scip. Ammirato, l. XXIII, p. 108._

  [6] _Ivi._

  [7] _Machiavelli Istor., l. VII, p. 336. — Jo. Mich. Bruti l. V, p.
  114._

L'inconsiderata intrapresa d'un emigrato fiorentino aveva pochi mesi
prima richiamata l'esistenza e gl'intrighi del partito che era stato
espulso dalla patria nel 1466. Tutti i figli d'Andrea Nardi, ch'era
stato gonfaloniere nel 1446, erano esiliati; Bernardo, di tutti il più
giovane ed il più coraggioso, tentò di ricominciare la guerra, occupando
la città di Prato. Teneva in questa città molti amici, e ne contava
ancora molti di più tra i contadini di Pistoja: sapeva inoltre che in
queste due città non era affatto spento l'amore dell'antica
indipendenza, e che si accusava il governo fiorentino d'essere ingiusto
e vessatorio. Comunicò il suo progetto e le sue speranze a Diotisalvi
Neroni, risguardato dagli emigrati come loro capo, e ne ottenne
l'assicurazione che gli giugnerebbero soccorsi da Bologna o da Ferrara,
se poteva occupare Prato e mantenervisi quindici giorni. Dietro tale
promessa Bernardo Nardi, nella notte del 6 aprile del 1470, adunò un
centinajo di contadini fuori delle porte di Prato dalla banda di
Pistoja. Fece in appresso chiedere al podestà di aprire le porte ad un
viaggiatore, ch'era giunto a notte assai innoltrata. In tempo di pace
non si negava mai questo favore. Il Nardi gettossi addosso a colui che
portava le chiavi della città, ed avendogliele tolte, fece entrare tutti
i suoi compagni, e cominciò a correre le strade, eccitando gli abitanti
di Prato alle armi ed alla libertà. S'impadronì, senza trovare
resistenza, di Cesare Petrucci, podestà, del palazzo pubblico e della
città, senza che per altro verun cittadino prendesse le armi in suo
favore, osservando tutti sbalorditi un movimento tumultuoso che non
sapevano comprendere. Intanto, essendosi adunata la signoria di Prato,
Bernardo si recò innanzi a lei per esortarla a ricuperare la propria
libertà, ajutando in pari tempo i fuorusciti fiorentini a ricuperare la
loro. Ma la signoria rispose con calma di non volere altra libertà che
quella di cui godeva sotto la protezione di Firenze. Mentre ciò
accadeva, i Pratesi avevano potuto conoscere quanto ristretto fosse il
numero de' seguaci del Nardi, ed i Fiorentini, che trovavansi in Prato,
avevano cominciato a riunirsi ed a prendere le armi. Giorgio Ginori,
cavaliere di Rodi, si pose alla loro testa, attaccò i faziosi, molti ne
uccise, e gli altri tutti fece prigionieri. Questa sedizione, che si
terminò in cinque ore, e che non aveva cagionato alcun danno reale, fu
punita con eccessivo rigore. Si tagliò la testa a Nardi ed a sei de'
suoi compagni in Firenze, ad altri dodici in Prato; molti erano morti
difendendosi; di modo che quasi tutti coloro che avevano prese le armi,
perirono vittime della loro imprudenza[8].

  [8] _Niccolò Machiavelli, l. VII, p. 330-336. — Scip. Ammirato, l.
  XXIII, p. 107. — Filippo de' Nerli Comment., l. III, p. 53. — Jo.
  Mich. Bruti, l. V, p. 107._

Due anni dopo una sedizione di assai più grave natura scoppiò nella
città di Volterra a cagione d'una miniera d'allume ch'erasi scoperta. Un
Sienese, Benuccio Capacci, l'aveva presa in affitto dalla magistratura
della città; ma perchè pareva ritrarre da questa miniera maggiore
vantaggio d'assai che non erasi in principio creduto, e perchè quasi
tutto l'utile tornava a profitto degli stranieri, gli abitanti di
Volterra vollero prevalersi di alcune irregolarità del primo contratto
per annullarlo[9]. Alcuni Volterrani, trovandosi feriti nell'interesse e
nell'amor proprio, talmente si andarono esacerbando gli spiriti, che
queste contese dell'allume furono cagione di zuffe, di omicidj e
dell'esilio di varj cittadini, ed all'ultimo di una totale rivoluzione
nel governo municipale. Volterra era una città piuttosto alleata che
suddita de' Fiorentini; erasi soltanto obbligata a pagar loro ogni anno
mille fiorini, che non formavano la decima parte delle sue entrate, ed a
ricevere ogni sei mesi un podestà fiorentino. La magistratura estraevasi
a sorte ogni due mesi, secondo l'antica usanza delle repubbliche
italiane: governavasi in una maniera indipendente, faceva le sue leggi e
le abrogava, e nominava i comandanti di una ventina di castelli del suo
territorio: alcuni decemviri, nominati nel caldo delle dispute cagionate
dalla scoperta della miniera dell'allume, trovarono ingiusto che la
repubblica di Firenze s'immischiasse nella sua amministrazione, ed
avesse fatti rimettere in possesso della miniera gl'intraprenditori che
n'erano stati scacciati colla forza. Essi dimenticarono nelle loro
relazioni, fatte ai Fiorentini, que' riguardi e quel rispetto, che i
loro predecessori avevano sempre mostrato verso questo stato protettore,
ed all'ultimo rifiutarono di seguire i consigli di Lorenzo de' Medici,
che cercava di far loro sentire l'imprudente loro condotta, e che,
offeso da tale arroganza, opinò in appresso, perchè venissero sottomessi
colle armi[10].

  [9] _Antonii Hyvani Commentar. de Bello Volaterrano, t. XXIII, Rer.
  It. p. 9._

  [10] _Antonii Hyvani Commentar., p. 14._

I Volterrani avevano di già spediti ambasciatori a diverse potenze
d'Italia per chiedere la loro protezione; e gli emigrati fiorentini, che
andavano in cerca di tutte le occasioni d'attaccare il governo, loro
promisero e danaro e gente. La rivoluzione scoppiò il 27 aprile del
1472. Frattanto Tommaso Soderini volle ancora tentare la via delle
negoziazioni; ma i suoi rivali preferirono quella delle armi, e furono
appoggiati da Lorenzo de' Medici, che desiderava illustrare la sua
amministrazione con qualche impresa militare. Non già ch'egli si recasse
personalmente all'armata, la quale si adunò senza di lui sotto gli
ordini di Federico da Montefeltro, conte d'Urbino, ed in breve ottenne
una vittoria, accompagnata più che da onore, da vergogna e da rimorso. I
Volterrani avevano adunato a stento un migliajo di soldati; i loro
avamposti furono superati con estrema facilità, e le antiche loro mura,
maravigliosa opera degli etruschi, vennero aperte dall'artiglieria.
Capitolarono circa la metà di giugno, venticinque giorni dopo cominciato
l'assedio: ma avendo un soldato, in onta alla capitolazione, percosso e
spogliato un antico magistrato di Volterra, che aveva in allora deposta
la carica, quest'esempio di militare licenza fu subito seguito da tutta
l'armata vincitrice. Volterra fu per un giorno intero abbandonata al
saccheggio, senza che venissero risparmiati nè i sacri edificj, nè
l'onore delle donne: il governo municipale fu abolito, s'innalzò una
fortezza sulla piazza del palazzo vescovile, e dal rango d'alleata la
città fu ridotta a quello di suddita[11].

  [11] _Ant. Hyvani Comment. de bello Volaterrano, t. XXIII, p. 5-20.
  — Scip. Ammirato, l. XXIII, p. 111. — Machiavelli Istor., l. VII, p.
  338-342. — Annales Forolivienses, l. XXII, p. 231._

I due tumulti di Prato e di Volterra furono le sole cose che alterassero
momentaneamente la pace di cui godette Firenze sotto l'amministrazione
dei tutori e degli amici dei giovani Medici. Omai il loro potere
trovavasi abbastanza rassodato, perchè le congiure, urtando contro di
loro, lo consolidassero invece di scuoterlo. Ma di questa stessa epoca
l'uomo, che doveva mostrarsi il loro più acerbo nemico, quello che
doveva promettere appoggio e favore a nuove congiure e santificarle
colle sue benedizioni, Sisto IV, era stato innalzato alla più eminente
dignità del cristianesimo.

Il pericolo dell'invasione de' Turchi era in Italia così universalmente
sentito, e tutti gli spiriti erano compresi da tanto terrore, che non
eravi un sol uomo nel collegio de' cardinali, che non si mostrasse
determinato ad impiegare tutte le ricchezze della chiesa romana, e tutte
le forze della cristianità per combattere i barbari. Salendo sul trono
un nuovo pontefice vi portava sempre questo voto, che aveva formato in
meno sublime condizione; e le sue prime congregazioni, le prime lettere
erano tutte piene di quell'ardore che voleva inspirare a tutti i fedeli.
Ma poichè aveva cominciato ad assaporare il piacere del comando, dopo di
avere sperimentato alcun tempo, da un canto la sorda ma costante
opposizione di tutti coloro il cui interesse non si accordava colla
guerra, dall'altro canto la soddisfazione d'arricchire le sue creature,
di soddisfare i proprj gusti o quelli degli uomini a lui più cari,
finalmente d'impiegare i tesori della chiesa nell'appagare le proprie
passioni piuttosto che nella difesa della Cristianità, tutto il suo zelo
si agghiacciava, trovava pretesti per dispensarsi dal prendere parte
alla crociata ch'egli stesso aveva predicata; e coloro cui egli stesso
aveva poste le armi in mano, dovevano riputarsi felici, s'egli non
approfittava dell'averli posti in guerra col comune nemico, per
attaccarli poscia nei loro stati e spogliarli.

Questo progressivo raffreddamento, che si era potuto osservare in
Calisto III, in Pio II, in Paolo II, si rese più manifesto in Sisto IV.
Dopo il pontificato di Niccolò V, lo scettro della Chiesa era
successivamente caduto in mani sempre meno pure, e questo progressivo
degradamento doveva avere per termine alla fine del secolo lo scandaloso
papato d'Alessandro VI. Francesco della Rovere, innalzato alla santa
sede sotto il nome di Sisto IV, vi era giunto, per quanto si disse, col
mezzo di simoniache pratiche. Il suffragio del cardinale Orsini era
stato comperato colla promessa dell'impiego di tesoriere o di
camerlengo, quello del cardinale pro-cancelliere coll'abbadia di
Subbiaco, e quello del cardinale di Mantova coll'abbadia di san
Gregorio[12]. In questo modo il cardinale Bessarione, che da principio
sembrava avere per lui il maggior numero delle voci, ed il cardinale di
Pavia, che avrebbe egualmente onorata la tiara, furono allontanati, non
senza ch'essi medesimi si avvedessero delle pratiche, che li privavano
tutti e due del papato[13].

  [12] _Stefano Infessura Diario Romano, p. 1142._

  [13] _Card. Papiens. Epist. 395, p. 333, et apud Rayn. Ann. Eccles.
  1471, § 66, p. 233._

Tutta la Chiesa echeggiava di lagnanze contro l'avarizia di Paolo II,
che si era veduto accumulare le entrate de' beneficj ecclesiastici,
lasciandoli molti anni senza possessori; non conoscevasi che avesse
alcun favorito, nè vedevasi che spendesse in magnificenze, o in altri
oggetti; sapevasi che il suo gusto era quello d'ammassare tesori, senza
farne uso, ed eraglisi più volte udito a dire che i suoi forzieri erano
pieni d'oro. Pure Sisto IV dichiarò di non avervi trovati che cinque
mila fiorini[14]; ma la subita ricchezza de' suoi nipoti, e lo
scandaloso lusso che ostentarono bentosto in faccia a tutta l'Europa,
fecero sospettare che i tesori dell'ultimo pontefice non erano stati
preservati dal saccheggio.

  [14] _Vita Sixti IV Platinae tributa, t. III, p. II, p. 1057._

Sisto IV aveva quattro nipoti, il di cui rapido innalzamento fu un
oggetto di scandalo a tutta la Cristianità. Leonardo e Giuliano, che
portavano come il papa il nome della Rovere, erano figliuoli di suo
fratello; Pietro e Girolamo Riario erano figli di sua sorella.
Vergognose vociferazioni ascrivevano la nascita degli ultimi due ad un
incesto, altri cercavano una causa ancora più infame, se è possibile,
della insensata predilezione di Sisto IV per questi due giovani:
l'obbrobrio di tali accuse era universalmente sparso, ed i costumi e la
condotta del papa contribuirono ad ottener loro credenza.

Frattanto tutti gl'interessi della Chiesa e della Cristianità erano
sagrificati all'ingrandimento de' nipoti. Leonardo della Rovere fu
nominato prefetto di Roma, sposò una figlia naturale di Ferdinando, ed
in occasione di questo matrimonio Sisto IV abbandonò al re di Napoli il
ducato di Sora, Arpino e tutti i feudi che Pio II aveva acquistati alla
Chiesa nell'ultima guerra, e che Paolo II aveva così vigorosamente
difesi. Nello stesso tempo Sisto condonò a Ferdinando, non senza
eccitare violenti lagnanze nel sacro collegio, quel tributo arretrato
che aveva fatto temere di guerra tra il re di Napoli e la santa
sede[15], e lo dispensò da tale obbligo a vita; formò in tale maniera
con danno della sua Chiesa la più stretta alleanza col governo di
Napoli. Giuliano della Rovere, che Sisto IV creò cardinale, e che
arricchì di beneficj ecclesiastici, fu poi papa Giulio II. Girolamo
Riario sposò, pel credito dello zio, Catarina, figlia naturale di
Galeazzo Sforza, duca di Milano, che gli portò in dote la contea di
Bosco, presso alle Alpi liguri, e ciò che più stimavasi dal papa, la
protezione della casa Sforza[16]. Ma ciò non bastava all'ambizione del
pontefice; nel 1473 fece comperare per Girolamo, da suo fratello Pietro,
pel prezzo di quaranta mila ducati d'oro la città ed il principato
d'Imola, ove Taddeo Manfredi, che in allora sosteneva una guerra civile
contro sua moglie e suo figlio, a stento si manteneva[17].

  [15] _Vitae Roman, Pont. t. III, p. II, p, 1059. — Card. Papiens.
  Epist. 439, p. 760. — Ann. Eccl. 1472, § 56, p. 247._

  [16] _Hieron. de Bursellis Ann. Bonon., p. 901._

  [17] _Vitae Roman. Pont., t. III, p. II, p. 1060. — Hier. de
  Bursellis Ann. Bonon., t. XXIII, p. 900._

Sebbene un tale ingrandimento de' nipoti del papa fosse ancora senza
esempio negli annali della Chiesa, poteva fin qui spiegarsi per sola
cupidigia ed ambizione. Ma la predilezione di Sisto IV per suo nipote,
Pietro Riario, che di semplice frate francescano fu fatto prete
cardinale del titolo di san Sisto, patriarca di Costantinopoli ed
arcivescovo di Firenze, diede luogo a più odiosi sospetti. Pietro
Riario, nella fresca età di 26 anni, non era distinto nè per talenti, nè
per virtù; e niuno lo conosceva ancora, quando nel quinto mese del
pontificato di suo zio fu nominato cardinale. «D'allora in poi, dice
Giacomo Ammanati cardinale di Pavia, fu in corte onnipotente. Il suo
rango ed il suo fasto sorpassarono tutto quanto creder potranno i nostri
nipoti, e tutto quanto hanno potuto vedere i nostri padri. Quando andava
a corte o ne usciva, una quantità di persone d'ogni condizione e d'ogni
dignità lo accompagnava, ed anguste erano tutte le strade per la folla
che lo precedeva e lo seguiva. In casa sua assai più frequenti erano le
udienze che quelle del pontefice. I vescovi, i legati, gli uomini d'ogni
qualità riempivano sempre la di lui casa. Diede un convito agli
ambasciatori di Francia, che superò in sontuosità tutto ciò che
l'antichità ed i gentili conobbero in questo genere. Gli apparecchi si
continuarono molti giorni; vi si adoperò tutta l'arte degli Etruschi, ed
il paese dovette contribuire tutto quanto aveva di raro e di squisito;
ogni cosa facendosi al solo oggetto di ostentare un fasto che non
potesse superarsi dalla posterità. L'estensione degli apparecchi, la
loro varietà, gli ordini degli ufficiali, il numero de' coperti, il
prezzo delle vivande, tutto venne accuratamente notato dagl'ispettori,
tutto cantato in versi, sparsi poi con profusione non solo nella città,
ma in tutta l'Italia. Si ebbe perfino cura di mandarne alcuni esemplari
oltremonti[18].»

  [18] _Papiens. Card. Epist, 548 ad Francis. Gonzagam cardinalem, p.
  821. — Ann. Eccles. 1474, § 22-23, p. 256. — Onofrio Panvinio Vita
  di Sisto IV ad calcem Platinae, edit. Ven. 1730, p. 456._

Pochi giorni dopo questo banchetto, il di cui fasto insultava ai voti di
povertà dell'ordine di san Francesco, in cui era stato allevato il
cardinale Riario, Eleonora d'Arragona, figlia di Ferdinando, promessa
sposa al duca di Ferrara, giunse a Roma, accompagnata da Sigismondo,
fratello d'Ercole, per recarsi presso al consorte; in tale occasione il
cardinale Riario spiegò un fasto più stravagante. Per ricevere Eleonora
fece innalzare sulla piazza de' santi Apostoli un palazzo tutto
risplendente d'oro e di seta. Tutti i vasi destinati al servigio di
questa corte, e perfino gli utensili più vili erano d'argento o
dorati[19]. Le feste succedevano alle feste, onde il cardinale Riario
trovò d'avere spesi in brevissimo tempo cento mila fiorini, e contratti
debiti per altri sessanta mila. Per supplire a così disordinate spese,
che uguagliavano o superavano l'entrate de' più ricchi sovrani, Riario
aveva riunite le più opulenti prelature della Cristianità. Patriarca
titolare di Costantinopoli, possedeva nello stesso tempo tre
arcivescovadi ed innumerabili altri beneficj.

  [19] _Diario di Stefano Infessura, p. 1144. — Gio. Battista Pigna,
  l. VIII, p. 789._

Bentosto Pietro Riario volle mostrare all'Italia tutta il lusso
ostentato in Roma. Recossi con real fasto a Milano, ove giunse il 12
settembre del 1473. Vi fu ricevuto col titolo di legato di tutta
l'Italia datogli da Sisto IV. Colà volle far prova di magnificenza in
concorso di Giovanni Galeazzo, che non era di lui meno vano. Fu creduto
inoltre che si fossero promessi reciproca assistenza nel progetto di
farsi, uno re d'Italia, e l'altro papa. Di là il Riario andò a Venezia
per cercarvi non solo lo splendore degli onori che gli si tributavano,
ma ancora la voluttà. Assicurasi che si abbandonò ad ogni eccesso, oltre
le forze della sua costituzione. Spossato da scandalosi stravizj, per
altro meno ruinosi ai popoli del suo fasto, morì pochi giorni dopo il
suo ritorno a Roma, il 5 gennajo del 1474, dopo di avere dato all'Italia
nello spazio di diciotto mesi uno spettacolo il di cui scandalo era fin
allora sconosciuto. Con costui ebbe principio il _Nipotismo_, che per lo
innanzi si erano avute poche occasioni di rimproverare alla corte di
Roma[20].

  [20] _Diario di Stef. Infessura, p. 1144. — Roman. Pont. Vitae, p.
  1060. — Bernard. Corio Hist. Milan., p. VI, p. 976._

Sisto IV pareva che non potesse dispensarsi dall'avere un favorito, onde
prodigargli tutte le ricchezze della Chiesa. Quando perdette Pietro
Riario, pianse amaramente, e si affrettò di sostituirgli un altro suo
nipote, che la sua giovinezza aveva fin allora tenuto lontano dalla
fortuna. Era questi Giovanni della Rovere, fratello di Leonardo e di
Giuliano. Sisto IV gli fece sposare Giovanna di Montefeltro, figlia di
Federico, conte d'Urbino, il più dotto ed il più virtuoso di tutti i
feudatarj della Chiesa. Perchè questa figlia d'un principe non isposasse
un semplice particolare, il papa staccò dall'immediato dominio della
santa sede, e diede in feudo a Giovanni della Rovere, le città di
Sinigaglia e di Mondavio col loro territorio. Richiedevasi per
convalidare queste cessioni il consenso del concistoro de' cardinali, e
non fu facile l'ottenerlo. Il cardinale Giuliano, fratello del nuovo
principe, adoperò le più vive istanze per persuadere i suoi colleghi; il
papa acquistò con ricchi beneficj un dopo l'altro i loro voti; onde i
più caldi sostenitori degl'interessi della Chiesa furono all'ultimo
strascinati dal voto della pluralità[21]. In appresso volle Sisto IV
dare nuovo lustro alla dignità del principe che aveva di fresco
aggregato alla sua famiglia. Federico di Montefeltro, che faceva
prosperare il suo piccolo stato, risguardavasi come uno de' migliori
generali d'Italia; aveva sempre sotto i suoi ordini una buona armata,
che manteneva come un condottiere, ricevendo il soldo da qualche più
potente sovrano. La posizione de' suoi stati nella vicinanza di Roma
dava maggior prezzo alla sua alleanza; e il papa per affezionarselo
maggiormente lo decorò del titolo di duca d'Urbino, il 21 agosto del
1474, colla pompa medesima e colle cerimonie, che avevano tre anni prima
accompagnata la nomina di Borso d'Este al ducato di Ferrara[22].
Bentosto il genero di Federico passò ad una nuova dignità; perchè,
essendo morto l'11 novembre del 1745 il di lui fratello Leonardo, gli
successe nella carica di prefetto di Roma.

  [21] _Card. Papiens. Epist. 589-590, p. 838, 839._ Le citazioni del
  Raynaldi non si riferiscono esattamente a queste lettere. Indica
  l'ultima come fosse la 588 e 589. — _Vitae Rom. Pont., t. III, p.
  II, p. 1062._

  [22] _Card. Papiens. Epist. 568, p. 832. — Raynal. Ann. Eccl. 1474,
  § 21, p. 256. — Vitae Roman. Pontif., t. III, p. II, p. 1062._

L'altro fratello della Rovere, quel cardinale Giuliano, che in età
avanzata doveva poi mostrarsi il più bellicoso pontefice, apprendeva in
questi tempi l'arte militare nello stato della Chiesa. La città di Todi
fu la prima scena delle sue imprese. Erasi veduto ripullulare in questa
città l'antica discordia de' Guelfi e dei Ghibellini, che doveva
credersi affatto spenta dopo avere per tre secoli tenuta l'Italia
divisa. Era stato ucciso Gabriele Castellani, capo de' Guelfi del paese,
e Matteo Canali, capo de' Ghibellini, erasi in certa maniera fatto
sovrano di Todi. Tutta la provincia si era sollevata per questo
avvenimento; e la memoria delle antiche offese aveva risvegliati gli odj
con tanto furore, come se le due fazioni discutessero tuttavia i diritti
dell'Impero e della Chiesa. Gli abitanti di Spoleti, il conte Giordano
Orsini ed il conte di Pitigliano erano accorsi in ajuto de' Guelfi; e
Giulio da Varano, signore di Camerino, erasi dichiarato pel contrario
partito. Per altro le opinioni che avevano in addietro dato origine a
queste fazioni erano affatto dimenticate, ed i Guelfi erano così lontani
dall'essere i campioni dei diritti della Chiesa, che il legato del papa
abbracciò la difesa dei Ghibellini. Questi entrò in Todi alla testa
della sua piccola armata, ne scacciò i contadini che v'erano stati
introdotti, punì i sediziosi colla prigione o coll'esilio, e ridusse di
nuovo la provincia nell'assoluta dipendenza della santa sede. Da Todi
Giuliano condusse la sua armata a Spoleti. Quando lo videro avanzarsi si
ritirarono l'Orsini ed il Pitigliano, e la città capitolò: ma non furono
poi osservate le condizioni accordate agli abitanti dal cardinale
legato; i soldati, a dispetto de' suoi ordini, svaligiarono i cittadini.
Pure in appresso la Chiesa non punì i soldati per la loro
insubordinazione, ma insevì contro gli abitanti di Spoleti, cui il
cardinale non credevasi obbligato a nulla, da che la loro capitolazione
non era stata osservata. Molti di loro furono posti in prigione, altri
esiliati, e venne abolita la loro giurisdizione sopra la provincia[23].

  [23] _Roman. Pont. Vitae, t. III, p. II, p. 1061. — Onofrio Panvino,
  Vita di Sisto IV, p. 457._

Più non restava a Giuliano della Rovere per ultimare la campagna che di
sottomettere Niccolò Vitelli, principe di Tiferno, o Città di Castello.
Il Vitelli non assumeva che il titolo di vicario della santa Chiesa;
dichiaravasi apparecchiato ad ubbidire agli ordini del papa; ma intanto
manteneva nella sua piccola sovranità un'indipendenza, che per molte
generazioni vi avevano mantenuta ed a lui trasmessa i suoi antenati.
Egli respinse la forza colla forza, ottenne un vantaggio sopra le truppe
del cardinale Giuliano, e nello stesso tempo chiese ajuto ai Fiorentini.
Questi non vedevano senza inquietudine il torbido governo del pontefice
e de' suoi nipoti, e quel cambiamento nell'amministrazione della Chiesa,
che pareva formarne una monarchia militare. Avevano essi ragione di
temere per Borgo san Sepolcro, città vicinissima al teatro della guerra,
che si erano fatta cedere dai papi, e che poteva essere loro ritolta. Vi
mandarono adunque una piccola armata, comandata da Pietro Nasi; fecero
in pari tempo passare alcuni soccorsi al Vitelli, ed eccitarono in tal
modo la collera del pontefice, che più loro non perdonò d'averlo fermato
nell'esecuzione de' suoi progetti[24]. Il cardinale, perduta la speranza
di sottomettere il Vitelli colla forza, gli accordò un'onorata
capitolazione. Duecento soldati della Chiesa vennero ricevuti in Città
di Castello in segno di sommissione; ma non fu cambiato il governo, e
venne riconosciuta la sovranità del Vitelli. Del resto tale trattato fu
altamente biasimato dal sacro collegio. I più virtuosi cardinali erano
quelli che più s'interessavano per l'ingrandimento del temporale dominio
della Chiesa. Avevano sperato che Città di Castello sarebbe ridotta
sotto il diretto dominio della santa sede; e risguardarono la cessione
fatta al Vitelli, come contraria alla dignità ed alla sovranità del
papa[25].

  [24] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 113._ Spedirono nello stesso tempo
  un'ambasciata a Lodovico XI per domandare la sua protezione.
  _Continuat. de Monstrelet. Chr. Vol. III, f. 179._

  [25] _Epist. Card, Papiens. 570, p. 833. — Raynald. Ann. 1474, § 17,
  p. 256._

Se i Fiorentini avevano concepita dell'inquietudine per i movimenti
dell'armata del cardinale Giuliano ai loro confini, avevano ancora più
forte motivo di porsi in guardia dell'alleanza strettissima del papa col
re di Napoli; particolarmente dopo che questi due sovrani eransi
attaccati a Federico d'Urbino, che fin allora era stato quasi sempre
capitano della repubblica. I Fiorentini avevano veduto con istupore
disporsi il duca Federico a fare un viaggio a Napoli, ed avevano cercato
di ritenerlo, osservandogli che se ponevasi una volta tra le mani di
Ferdinando, riceverebbe il trattamento fatto al Piccinino[26]. Ma quando
seppero per lo contrario che Federico era in Napoli festeggiato ed
onorato assai, ed inoltre nominato generale della lega del re e del
papa, credettero che fosse tempo di cautelarsi contro l'ambizione di
così formidabili vicini. Da un canto nominarono loro capitano Roberto
Malatesta, principe di Rimini, e dall'altro canto spedirono Tommaso
Soderini a Venezia per conchiudervi una più stretta alleanza con questa
repubblica[27].

  [26] _Machiavelli, l. VII, p. 345._

  [27] _Scip. Amm., l. XXIV, p. 113._

I Veneziani trovavansi in allora più stretti che mai dalle armi turche,
e vedevansi in pari tempo compromessi per gli affari di Cipro con i due
più potenti stati d'Italia. Ferdinando sperava sempre di far ottenere la
corona di quel regno a suo figlio naturale, don Alfonso, che aveva fatto
adottare dalla regina Carlotta, legittima sorella di Giacomo, e che
aveva promesso sposo all'altra Carlotta, figliuola naturale dello stesso
Giacomo. Inoltre i Genovesi, sudditi del duca di Milano, non potevano
darsi pace della perdita di Famagosta, e minacciavano d'attaccare
l'isola di Cipro con truppe milanesi, per ricuperare quella
fortezza[28]. I Veneziani, inquieti per le pretensioni de' loro rivali,
colsero avidamente l'occasione di confederarsi con tutto il settentrione
dell'Italia. In Milano ed in Venezia le negoziazioni furono destramente
condotte, ed il 2 novembre del 1474 le due repubbliche sottoscrissero
con Galeazzo Sforza una lega difensiva per venticinque anni. Fu
convenuto che ognuna delle potenze contraenti manterrebbe anche in tempo
di pace tre mila cavalli e due mila fanti sul piede di guerra. In una
guerra continentale dovevano riunire tra di loro ventun mila cavalli e
quattordici mila fanti, in modo per altro che i Veneziani ed il duca di
Milano contribuissero ognuno come tre, ed i Fiorentini come due.
Finalmente nelle guerre marittime, i Fiorentini ed il duca di Milano
obbligavansi a somministrare ciascheduno ai Veneziani cinque mila
fiorini al mese. Fu inoltre convenuto che s'inviterebbero il duca di
Ferrara, il papa ed il re Ferdinando ad entrare in questa alleanza. In
fatti il primo vi prese parte il 13 febbrajo seguente; ma il papa ed il
re Ferdinando si limitarono a dare generali assicurazioni di mantenersi
amici delle parti contraenti, senza voler prendere verun positivo
impegno[29].

  [28] _Vitae Roman. Pont., l. XXIV, p. 113._

  [29] _Gio. Batt. Pigna Storia de' Principi d'Este, l. VIII, p. 794._

Ma sebbene l'Italia si trovasse divisa tra due leghe rivali, che si
adocchiavano, e che cercavano vicendevolmente di nuocersi, l'interna sua
pace non venne altrimenti turbata; le più minacciose negoziazioni non
ebbero alcun risultato. La storia di Firenze per più anni consecutivi
non offre niuna interessante memoria, e lo stesso può dirsi press'a poco
di quella di Milano, essendo tutti gl'interessi e tutta l'attività
degl'Italiani diretti verso il levante. La guerra de' Turchi teneva
occupati tutti gli spiriti, ed inattive tutte le forze. Soltanto il
papa, sempre più alienandosi dai Veneziani, andava a poc'a poco
ritirandosi dalla lotta. Nel 1472 la flotta pontificia aveva a tutto
potere ajutata quella della repubblica; nel 1473 non aveva fatta che una
vana mostra della sua forza ne' mari di Rodi; ed il terzo anno più non
ebbe parte in una guerra, cui la santa sede era immediatamente
interessata.

Prima che terminasse il 1473, Maometto II aveva spedito in Moldavia
un'armata comandata da Solimano, beglierbey di Romania. Il sovrano, che
aveva i titoli di palatino e di wayvoda della Moldavia, era Stefano,
degno successore del feroce Blado Dracula. Ma perchè le enormi sue
crudeltà erano eccitate dal più caldo zelo religioso, Sisto IV,
mandandogli parte del danaro prodotto dalle indulgenze, chiamavalo in
tutte le sue lettere _il suo prediletto figlio, il vero atleta di Gesù
Cristo_[30]. Stefano non si attentò di dare battaglia ai Turchi per
difendere il suo paese; egli al contrario lo guastò prima di loro con
tale attività, che i Musulmani, avanzandosi, bentosto mancarono di ogni
mezzo di sussistenza. Dopo che la loro armata, spossata dalla fame e
dalla malattia, ebbe perduto il coraggio e le forze, il vayvoda
l'attaccò il 17 di gennajo presso alla palude di Rackovieckz e
totalmente la disfece. Ebbe in appresso l'atrocità di far impalare tutti
i prigionieri, ad eccezione d'alcuni ufficiali generali; e lo stesso
storico, che racconta tale barbarie, aggiugne immediatamente; «che lungi
dall'abbandonarsi all'orgoglio per così grande vittoria, egli digiunò
quattro giorni a pane ed acqua, e fece pubblicare in tutto il suo stato,
che niuno avesse l'audacia di ascrivergli questo felice avvenimento, ma
che ognuno ne dasse tutta la gloria a Dio[31].» Il vayvoda continuò la
guerra ne' due susseguenti anni, senza venire a battaglia; ma la sua
cavalleria leggiera, volteggiando sempre intorno all'armata musulmana,
gli tolse migliaja di prigionieri, che Stefano fece scorticare vivi o
impalare[32].

  [30] Bolla del gennajo 1476. _In Lib. Bullarum, l. XXIII, p. 91. —
  Ann. Eccl. Rayn. 1476, § 5, p. 265._

  [31] Lo storico Michele Michovias era contemporaneo, e canonico di
  Cracovia in principio del XVI secolo. _Chron. Polon., l. IV, c. 70.
  Rayn. Ann. Eccl. 1474, § 10, p. 254. — Andrea Navagero Stor. Venez.,
  p. 1144._ Stefano, Vayvoda di Valacchia e di Moldavia, è uno degli
  eroi favoriti di Dlugoss, storico polacco, suo contemporaneo. Nel
  1467 aveva sconfitto Mattia Corvino (_l. XIII, p. 418_); nel 1469
  aveva vinto Pietro, suo emulo, ed in appresso i Cosacchi Zaporovi,
  ed aveva esercitate su gli uni e su gli altri le più orribili
  crudeltà. Ivi, p. 445-450. Aveva poi fatto la guerra a Radul, figlio
  di Blado Dracula, vayvoda di Bessarabia, e l'aveva forzato a darsi
  in braccio ai Turchi, _p. 508, 516_. Finalmente la sua vittoria
  presso le paludi di Rackowieckz, e presso il fiume Berlad, sopra il
  Beglierbey di Romania, il supplicio di tutti i prigionieri, il
  digiuno de' vincitori a pane ed acqua, sono raccontati colle
  medesime circostanze da Dlugoss e da Michovias. _Hist. Polon., l.
  XIII, p. 526. — Demet. Cantemir, l. III, c. 1, § 29, p. 111._

  [32] _Rayn. Ann. Eccl. 1476, § 6 e 7, p. 265._

Il beglierbey di Romania, avendo rifatta la sua armata dopo la disfatta
di Rackovieckz, venne in principio di maggio del 1474 ad assediare
Scutari, una delle più forti città che i Veneziani possedessero
nell'Albania[33]. Assicurano i Latini, che Solimano aveva sotto i suoi
ordini sessanta mila uomini, capitanati da sette sangiaki. Antonio
Loredano era incaricato della difesa di Scutari col titolo di capitano e
di conte della città. Deboli erano le mura di Scutari, onde furono
bentosto aperte dall'artiglieria turca, che di que' tempi era molto
superiore a quella de' Cristiani. Ma il Loredano faceva innalzare ripari
di terra dietro le cadute mura, ed approfittava della vantaggiosa
posizione del terreno, che in tutte le città dell'Albania è più forte
delle mura. Il provveditore Lunado Boldù volle gettare un rinforzo nella
piazza, ma la sua piccola armata fu posta in fuga. Gli assediati avevano
consumati i loro approvigionamenti, e mancavano talmente di acqua, che
la piccola razione che davasi ancora ai soldati doveva asciugare in tre
giorni l'ultima cisterna, quando circa la metà di agosto Solimano diede
un assalto. Fu valorosamente sostenuto otto ore; i Turchi vi perdettero
tre mila uomini, e ritirandosi dalla battaglia, risolsero altresì di
levare l'assedio[34].

  [33] Marino Barlesio, quello che scrisse la vita di Scanderbeg,
  comincia la sua storia del secondo assedio di Scutari sua patria con
  una buona descrizione di quella città. Ci fa sapere ch'era stata
  data in pegno alla signoria di Venezia da Giorgio Balsitsch,
  principe epirota, contemporaneo d'Amurat II e di Scanderbeg; che la
  città, ruinata dalle precedenti scorrerie dei Turchi, più non
  dilatavasi sulle due rive dell'antico lido del Lodrino, che in
  addietro gettavasi nella Bogiana, e che oggi bagna Lisso, e sbocca
  in mare dieci miglia al di sotto. Scutari trovavasi in allora chiusa
  presso al confluente dei due fiumi, nel recinto medesimo che serviva
  di fortezza alla città nei tempi della sua più grande prosperità.
  _Marinus Barletius de Scodrensi expugnatione, l. I, p. 391, edit.
  Basil., f. 1556. Ad calcem Laonici Chalcocondylæ._

  [34] _Marin. Barletius de Scodrensi expugn., l. II, p. 393. — Coriol
  Cepio de reb. Venet., l. III, p. 367._

L'armata turca, che tenne assediata Scutari, aveva fatta una prodigiosa
perdita per le malattie generate dal terreno pantanoso in cui trovavasi
accampata. Il Sabellico porta tale perdita a sedici mila uomini; ma
l'armata veneziana non aveva meno sentita l'influenza dell'aria infetta.
Gritti e Bembo erano stati mandati i primi con sei galere alla foce
della Bogiana, fiume che, ricevendo le acque del lago Scutari, gettasi
in mare tra Dulcigno ed Alessio. Pietro Mocenigo era più tardi venuto
nella stessa rada colla flotta che aveva sottomessa l'isola di Cipro;
tutti e tre caddero successivamente ammalati, e furono costretti di
farsi portare a Cattaro. I marinai ed i soldati furono ancora più
esposti a questa fatale influenza. L'armata che Boldù ragunò in Albania,
ed alla quale si unì Giovanni Czernowitsch, aveva molti valorosi
epiroti, ma non trovossi mai abbastanza forte per misurarsi coi Turchi;
e mentre che stava aspettando rinforzi, la malattia gli rapiva i soldati
che di già aveva. Finalmente gli abitanti di Scutari, quando fu appena
partita l'armata musulmana, corsero in folla sulle rive della Bogiana
per dissetarsi dopo una così lunga e crudele privazione; e molti caddero
vittima della loro avidità; perchè appena avevano spenta la sete, che le
loro membra s'irrigidivano, ed essi cadevano di subita morte[35].

  [35] _And. Navagero Stor. Venez., p. 1141-1143. — Coriol. Cepio, l.
  III, p. 363-368. — Rayn. Ann. Eccl. 1474, § 12, 13, p. 254. — M. A.
  Sabellico, Dec. III, l. X, f. 220-221._

La repubblica di Venezia testificò ai valorosi abitanti di Scutari, ed
al loro comandante la riconoscenza dovuta alla loro fedeltà. Fece
appendere l'insegna de' primi nella chiesa di san Marco, come testimonio
della costanza loro, e creò cavaliere il Loredano, che rapidamente
promosse poi alle cariche di provveditore e di capitano generale[36].

  [36] _And. Navagero Stor. Ven., p. 1143. — M. A. Sabellico Dec. III,
  l. X, p. 222._

Durante l'inverno, che seguì l'assedio di Scutari, i Veneziani cercarono
di fare qualche trattato coi Turchi; ma le pretese del gran signore
erano troppo esorbitanti per potervi acconsentire. Chiesero nello stesso
tempo soccorso ai loro alleati per la prossima campagna. Il duca di
Milano loro pagò fedelmente il sussidio cui si era obbligato, ma il
papa, dopo avere nominati dieci cardinali per occuparsi intorno alla
guerra dei Turchi, ricusò di prendervi parte; onde la repubblica,
irritata da tale abbandono, richiamò il ministro che teneva a Roma[37].

  [37] _And. Navagero, p. 1144._

La campagna del 1475 venne distinta da pochi avvenimenti. Solimano,
beglierbey di Romania, venne ad assediare Lepanto fortezza de' Veneziani
nell'Etolia all'ingresso del golfo di Corinto. Le mura di questa città
non erano state da lungo tempo ristaurate, e cadevano in ruina; ma la
sua posizione sopra uno scosceso scoglio, che la chiudeva dalla banda
del Nord ed era munito di un buon castello, suppliva alle opere
dell'arte. Tra questi dirupi ed il porto i Veneziani cavarono delle
fosse dietro le mura, e le sostennero con baluardi di terra. Erano
entrati in città cinquecento cavalleggeri, le di cui frequenti sortite
ebbero costantemente prosperi successi. Antonio Loredano occupava il
golfo colla flotta veneziana, e non lasciava Lepanto sprovveduto nè di
vittovaglie, nè d'armi, nè di fresche truppe. Dopo quattro mesi di
inutili attacchi, conoscendo Solimano di non aver fatto alcuno
avanzamento, abbandonò l'essedio[38]. In sul finire della stessa
campagna la flotta ottomana fece un tentativo sul castello di Coccino
nell'isola di Leuno, la sua artiglieria praticò una breccia nelle mura,
ma l'avvicinamento del Loredano colla flotta veneziana costrinse i
Turchi a ritirarsi[39].

  [38] _M. A. Sabellici Dec. III, l. X, p. 222. — And. Navagero, p.
  1146_. Ma egli differisce quest'assedio al 1477.

  [39] _M. A. Sabellico. Dec. III, l. X, f. 222._

Frattanto nello stesso anno un'altra repubblica italiana venne suo
malgrado strascinata nella guerra coi Turchi. I Genovesi possedevano
tuttavia Caffa nella Crimea, che gli antichi chiamavano _Teodosia_, e
questa città, la più potente delle loro colonie, era inoltre il più
famoso mercato di tutto il mar Nero. Caffa, trovandosi già da due secoli
sotto il governo de' Genovesi, aveva acquistata una popolazione ed una
ricchezza che quasi la rendevano eguale alla metropoli. Il kan de'
Tartari, in mezzo ai di cui stati era posta, era convinto che la di lei
prosperità formava la ricchezza de' suoi sudditi. Caffa era il mercato
di tutti i prodotti del settentrione; il legno, la cera, le pellatterie,
sarebbero rimaste senza valore in mano ai Tartari, se non si fossero
presentati a comperarle i mercanti genovesi. Niuna delizia della vita,
verun prodotto dell'arte de' popoli inciviliti penetrava in que'
deserti, che per mezzo de' mercanti d'Italia. L'Europa comunicava
coll'Oriente per mezzo dei Genovesi di Caffa; le stoffe di seta e di
cotone, fabbricate in Persia, le derrate e le spezierie dell'India, vi
giugnevano per le strade d'Astracan, e le miniere del Caucaso venivano
scavate per conto de' Liguri. Il kan loro aveva accordati straordinarj
privilegj; aveva permesso che i magistrati genovesi giudicassero tutte
le cause de' suoi proprj sudditi fino ad una certa distanza da Caffa;
sempre li consultava nella nomina del governatore della provincia, e
mostrava una grandissima deferenza per tutte le domande di questa
potente città. Il governo di quella colonia era composto di un
consiglio, nominato ogni anno dal senato di Genova, di due assessori e
di quattro giudici delle campagne[40].

  [40] _Ubertus Folieta Gen. Hist., l. XI, p. 626._

Le conquiste di Maometto II ed il suo odio pel nome latino teneva i
Genovesi inquieti intorno alla loro colonia. Il mar Nero era chiuso ai
loro vascelli, o almeno non potevano attraversare l'Ellesponto ed il
Bosforo, che coll'assoggettarsi alle avanie de' Turchi. Non potevano
mandar per mare soldati a Caffa, e non pertanto temevano che quella
piazza ne avesse pressante bisogno. Cerio, capitano d'una compagnia
d'avventurieri, offrì loro di condurre per terra in Crimea la sua
compagnia di circa cento cinquanta cavalli purchè gli fosse data una
paga proporzionata a così difficile spedizione, e che lo sembrava ancora
di più a motivo delle tenebre ond'era in allora avviluppata la
geografia. Infatti Cerio uscì d'Italia pel Friuli, attraversò
l'Ungheria, parte della Polonia, e finalmente parte della Tartaria, e
dopo un viaggio di più di mille duecento miglia, condusse i suoi
cavalieri sani e salvi a Caffa[41]. Questo rinforzo era poco
considerabile, e non pertanto i magistrati di Caffa, giudicando della
propria importanza e del proprio potere dai riguardi che avevasi per
loro, avevano provocati i più pericolosi nemici. Alla morte del
governatore della provincia in cui Caffa è situata, il kan de' Tartari
gli aveva sostituito Emineces (il Barbaro lo chiama Eminachbi[42]), che
dai Genovesi era stato riconosciuto. Il suo predecessore aveva lasciato
un figliuolo, detto Seifaces, che per giugnere alla carica occupata da
suo padre, sedusse a forza di danaro i magistrati di Caffa, e riuscì ad
impiegare il loro credito presso il kan: e tanto fece colle loro istanze
e colle minacce ancora, che l'imperatore tartaro acconsentì a destituire
Emineces, ed a nominare in sua vece Seifaces. Ma in mezzo a queste
erranti popolazioni l'autorità del monarca non era molto sentita, e poco
rispettati i suoi ordini. Emineces, corucciato contro l'imperatore
tartaro, e più ancora contro i Genovesi, si associò due altri capi della
nazione, Caraimerza ed Aidar. Col loro ajuto sollevò tutti i Tartari
della Crimea, e venne ad assediare Caffa, facendo in pari tempo chiedere
soccorsi a Maometto II. Il sultano, sempre apparecchiato a fare nuove
conquiste, mandò in faccia a Caffa la formidabile flotta che aveva
allestita contro Candia. Già durava da sei settimane l'assedio
cominciato dai Tartari, quando Ahmed, che comandava questa flotta, gettò
l'ancora avanti a Caffa il primo giugno del 1475, e piantò le sue
batterie contro le mura della città. Le fortificazioni di Caffa, dalle
armate tartare credute sempre inespugnabili, perchè non sapevano
attaccarle che colle loro sciable, colle frecce e colla loro cavalleria
leggiera, mostrarono dopo pochi giorni larghe brecce aperte
dall'artiglieria turca. Pure ancora quattro giorni gli abitanti difesero
le brecce aperte e praticabili, dopo i quali soscrissero una
capitolazione, che poi non fu osservata. Molti senatori ed antichi
magistrati furono condannati al supplicio, mille cinquecento fanciulli
vennero spediti a Costantinopoli per esservi allevati tra i giannizzeri,
ed il rimanente degli abitanti latini fu trasportato a Pera, e distrutto
il dominio dei Genovesi sul mar Nero[43].

  [41] _Sansovino Origine ed Imperio de' Turchi, l. II, f. 167._ Un
  altro tentativo dei Genovesi di Caffa per accrescere la guarnigione
  aveva avuto men fortunato fine. Galeazzo, uno de' magistrati di
  quella colonia, era andato in Polonia nel 1463, ed aveva ottenuto
  dal re Casimiro la licenza di levarvi cinquecento cavalieri; ma nel
  condurli verso Caffa, nell'attraversare le province russe dipendenti
  dalla Lituania, questi soldati mal disciplinati bruciarono il borgo
  di Bracslaw. Michele Czartoryski, signore della provincia, gli
  inseguì per vendicarsene, ed avendoli raggiunti sulle rive del Bug,
  gli uccise tutti, ad eccezione di Galeazzo e de' cittadini di Caffa
  che lo avevano accompagnato. _Dlugossi Hist. Polon., l. XIII, p.
  318._

  [42] Giuseppe Barbaro, quello stesso che fu mandato per la Scizia ad
  Hussun Cassan, descrive questa guerra alquanto confusamente. Pure la
  sua lunga dimora in Caffa, ed alla Tana, ove aveva vissuto come
  mercante quasi della sua infanzia, la conoscenza che aveva della
  lingua tartara, e le sue relazioni in paese, fanno sì che la di lui
  relazione sia uno de' più curiosi monumenti del secolo. Fu raccolta
  da Jacopo Gender d'Heroltzberg e stampata in calce alla _Storia di
  Persia di P. Bizarro_. Francfort, _in fol. 1601_: rispetto alla
  presa di Caraffa ved. _p. 453_.

  [43] _Laudivius vezanensis, Lunensis Eques Hierosol. Cardinali
  Papiensi epist. 661, p. 873. — Ubertus Folieta, l. XI, p. 627-628. —
  P. Bizarro S. P. Q. Gen. Hist., l. XIV, p. 327. — Agostino
  Giustiniani Ann. di Genova, l. V, f. 226. — Turco Græciæ Hist.
  Polit., l. I, p. 25. — Raynald. Ann. 1475, p. 262._ Il kan, ossia
  imperatore de' Tartari, era allora Nurduwlad, il quale era, nel
  1466, succeduto a suo padre Ecziger Gierai. (_Dlugoss. Hist. Polon.,
  l. XIII, p. 403_). Regnava ancora nel 1478 (_ivi, p. 566_); ma la
  sua autorità non era abbastanza riconosciuta. Gli abitanti di Caffa
  avevano persuaso, nel 1469, suo fratello Mengili Gierai a ribellarsi
  contro di lui (_ivi, p. 438_). L'altro di lui fratello, Aydar,
  aveva, in disprezzo de' suoi ordini, invasa la Russia e la Podolia
  con un'armata tartara nel 1474 (_ivi, p. 514_), ed i borghigiani di
  Caffa eransi avvezzati a riguardarsi quali arbitri dei principi
  tartari loro vicini. La conquista della Bessarabia, fatta da
  Maometto II nel 1474, avrebbe dovuto aprir loro gli occhi sul
  pericolo. L'occupazione di Caffa sparse in tutto il Settentrione la
  più grande costernazione, perciocchè questa città era il solo punto
  di comunicazione tra gli Europei ed i Persiani, egualmente nemici
  de' Turchi, e che sentivano il bisogno di concertare le loro
  operazioni. _Dlugoss Hist. Polon. l. XIII, p. 533._ Mengili Gierai,
  il quale fu trovato da Achmet Giedik in Caffa, ove erasi rifugiato
  sotto la protezione dei Genovesi, e che allora ebbe da Maometto II
  un'armata con cui vinse suo fratello, fu il primo kan dei Tartari
  che ricevesse l'investitura dai Turchi, e che facesse recitare nelle
  pubbliche preghiere il nome del sultano. _Demetrius Kantemir. Hist.
  Ottom., l. III, c. 1, § 28, p. 111._

Dal canto dell'Ungheria Mattia Corvino non corrispose alle calde premure
de' Veneziani, e non tentò veruna importante diversione. Pure in questo
stesso anno prese la fortezza di Schabatz, che minacciava il Sirmio, ma
non portò più in là le sue armi[44]. Da ogni banda, sia presso i
Musulmani che presso i Cristiani, i popoli trovavansi estenuati da così
lunga guerra, e verun vigoroso sforzo prenunciava più grandi
avvenimenti.

  [44] _Ann. Eccl. 1475, § 28, p. 262._



CAPITOLO LXXXIV.

      _Congiura di Niccola d'Este a Ferrara; di Girolamo Gentile a
      Genova; d'Olgiati, Visconti e Lampugnani a Milano. Rivoluzioni
      nello stato di Milano dopo la morte di Galeazzo Sforza_.

1476 = 1477.


Mentre la guerra si andava al di fuori rallentando, e che i diversi
stati d'Italia erano uniti da alleanze, che sembravano dover guarentire
la pace fra di loro, l'interna loro costituzione venne replicatamente
scossa da molte cospirazioni. In tre anni contansene, una a Ferrara, due
a Genova, una a Milano ed una a Firenze. Pareva che i popoli, finalmente
stanchi dell'oppressione sotto la quale tanto avevano sofferto, fossero
determinati di spezzare un indegno giogo; ma non pertanto ricaddero
dovunque sotto la catena che gli aveva oppressi. Non mancarono ai
cospiratori nè segreto, nè ardire, nè fedeltà; tutti eseguirono ciò che
avevano progettato, niuno ne raccolse il frutto: tanto è difficile di
rovesciare un governo esistente, e tanto l'abitudine dell'ubbidire
sostiene la potenza ancora del più odiato tiranno[45]! Odesi spesso
accusarsi una nazione di debolezza e di pusillanimità, in ragione del
giogo ond'è stata oppressa. Quando vedonsi migliaja d'uomini ubbidire
contro l'interesse loro, contro il loro sentimento ad un solo, quando si
vedono sottostare ai capricci ch'essi detestano, o diventare gli
strumenti delle passioni che essi hanno in orrore, non possiamo non
rimproverar loro di servire ove potrebbero comandare, e di non misurare
le forze loro colla individuale debolezza di colui ch'essi temono.
Sarebbe infatti vantaggioso che questo pregiudizio si stabilisse
nell'opinione, e che la vergogna si associasse alla servitù. Forse i
popoli farebbero allora per l'onore ciò che non fanno per la
libertà[46]. Pure ingiustizia sarebbe il condannare una nazione soltanto
a motivo del giogo che ha sopportato. Trovasi tanta potenza
nell'organizzazione sociale, le forze di tutti sono così ben dirette dal
despota contro ogni individuo, che per poco che questi o il suo ministro
sia destro, coraggioso, vigilante, è sempre in tempo d'opprimere i suoi
scoperti nemici col braccio medesimo de' suoi segreti nemici; in modo
che la più nobile e più generosa nazione non è bastantemente forte per
difendersi scopertamente dal suo tiranno. È dato solamente di poter
congiurare a colui che co' deboli suoi mezzi personali vuole lottare
coll'uomo che dispone della polizia, dell'armata, del tesoro. Molti,
cedendo ad una nobile ripugnanza, rifuggono da tale intrapresa, perchè
vi scorgono qualche apparenza di dissimulazione e di tradimento; non
riconoscono che l'estremo pericolo nobilita i mezzi meno virtuosi, e che
l'assassino di un tiranno dev'essere più coraggioso assai, che il
granatiere che prende una batteria colla bajonetta. Per altro
quest'opinione indebolisce ancora il partito de' cospiratori; spesso
allontana da loro, nell'istante del pericolo, quelli che il giorno
innanzi parevano partecipare ai sentimenti loro; e l'uomo coraggioso,
che si è fatto l'organo delle volontà di tutto un popolo, e lo strumento
delle sue vendette, perisce sul patibolo per le mani di quei medesimi
ch'egli servì[47].

  [45] _Tutti eseguirono ciò che avevano progettato, niuno ne raccolse
  il frutto_; quale più utile lezione di questa per convincere
  gl'incauti che pensassero di tentare novità contro uno stato
  qualunque! _N. d. T._

  [46] L'autore, che altrove conosce per legittime le tre specie di
  governo ammesse da Aristotele, ed in particolare il governo
  monarchico che si mantiene con buone e sagge leggi fatte pel bene
  de' suoi popoli, è cosa manifesta, che qui non parla che de' governi
  rigorosamente chiamati tirannici; e sarebbe assurdo il credere che
  chiamasse vergognosa la servitù, o per meglio dire sudditanza verso
  il pacato governo di una monarchia legittima, e la di cui
  successione è regolata da leggi riconosciute universalmente; il che
  certamente non accadeva ne' principati che precedettero il XIV
  secolo in Italia, tranne quello della santa sede, del Monferrato,
  ec. _N. d. T._

  [47] Ecco l'indubitata sorte del cospiratore. È stato dai politici
  osservato, che le congiure dei pochi non riescono, perchè allora le
  forze dei cospiratori sono deboli, e che le congiure, dove prendono
  parte molti complici, vengono scoperte prima che abbiano esecuzione.
  Dunque, dice il nostro autore, non è dato di congiurare che
  all'individuo. Ma l'individuo non sarà mai il rappresentante della
  volontà del popolo, che anzi quasi tutti gli esempi di antiche e
  moderne cospirazioni individuali ci dimostrano, che personale odio e
  desiderio di privata vendetta pongono il pugnale in mano del
  cospiratore, non il desiderio di rendersi utile alla patria, che non
  può non detestare colui che turba l'ordine e la tranquillità del
  governo. _N. d. T._

La storia d'Italia, ove gli avvenimenti si presentano e si accumulano,
ove tutte le passioni hanno libero sfogo, ove tutte le instituzioni si
combinano in mille modi, ci presenta sotto variate forme questi sforzi
dei popoli e degl'individui per iscuotere il giogo della tirannide. Noi
vi vediamo a vicenda aperte ribellioni e congiure; vediamo cospirare a
vicenda a favore d'una stirpe reale, o di un sovrano risguardato come
più legittimo, ed in favore della repubblica; vi vediamo tutte le lotte,
quella della sublime lealtà, quella della fiera nobiltà e quella della
libertà. Malgrado i diversi principj che servono di fondamento alla
politica d'ogni uomo, non avvene alcuno, che non debba in così vasto
numero di cospirazioni trovarne una che non gli sembri legittima; non
avvene alcuno, che non debba associarsi di cuore a qualcuna delle
intraprese tendenti a rimettere o il governo reale dell'antica dinastia,
o la vecchia aristocrazia, o la libertà, o il regno glorioso d'un
condottiere, o il dominio della Chiesa; non avvene alcuno, che ardisca
considerare il potere, qualunque egli siasi, come sempre ugualmente
sacro; ed un più liberale sentimento dovrebbe insegnargli, che tutte le
congiure meritano un certo grado d'ammirazione[48], quando ancora
appariscono colpevoli ai suoi occhi, per lo scopo che si propongono i
congiurati; imperciocchè in tutte si trova un grande sagrificio di sè
medesimo ad un interesse più sublime di sè, un grande sagrificio della
sua persona ad una nobile causa, un grande spaventoso pericolo, posto in
non cale a fronte di lontane speranze[49].

  [48] Ciò sarà, quando uno cospira contro un usurpatore a favore del
  legittimo antico governo, che per secoli aveva formata la felicità
  d'un popolo, ma non quando la cospirazione tende a rovesciare il
  legittimo regnante per sostituirvi l'anarchia o un tiranno. _N. d.
  T._

  [49] Le difficoltà infinite che incontra il cospiratore, l'evidente
  pericolo di morte, ed anche d'infamia pubblica per le arti del
  tradimento che è forzato usare, devono ritrarre chiunque da così
  enorme attentato; ed il nostro autore, ponendo in vista al lettore
  tutti questi pericoli, le difficoltà e la mala riuscita che le
  congiure sortono quasi sempre, tende ad incutere un salutare terrore
  in chiunque osasse soltanto pensare a fare novità contro uno stabile
  legittimo governo. _N. d. T._

Tra le congiure che scossero l'Italia nel 1476, la prima a scoppiare fu
quella di Ferrara. Niccolò d'Este, figlio del marchese Lionello, viveva
in allora a Mantova presso suo cognato; molti emigrati ferraresi lo
avevano seguito, risguardandolo come il rappresentante ed il legittimo
erede di Lionello e di Borso, i due più amabili principi che avesse fin
allora prodotti la casa d'Este, e gli andavano insinuando che tutto il
popolo era partecipe del loro attaccamento e del loro rammarico. In ciò
confidando, Niccolò cercava i mezzi di rientrare in Ferrara, non
dubitando, che, ove giugnesse una volta a superare le mura della città,
non fosse da tutto il popolo salutato per sovrano. Il marchese di
Mantova, suo cognato, permettevagli d'adunare soldati nel suo
territorio, e Galeazzo Sforza, sempre geloso de' suoi vicini, sebbene
non covasse verun progetto contro di loro, gli somministrava danaro, e
prometteva soccorsi. Frattanto la città di Ferrara trovavasi
accidentalmente aperta; eransi in più luoghi atterrate le sue mura, per
rifabbricarle dietro un nuovo piano; e Niccolò aveva ogni giorno fedeli
avvisi di ciò che facevasi nella corte di suo zio. Seppe che il primo
settembre del 1746 Ercole uscirebbe di buon mattino di città per recarsi
alla sua casa di Belriguardo; e lo stesso giorno giunse da Mantova a
Ferrara con cinque vascelli aventi a bordo cinquecento uomini
d'infanteria; entrò per la breccia, che aprivasi nelle mura di mano in
mano che si andavano rifacendo, e corse subito le strade, facendo
ripetere innanzi a lui il suo grido di guerra: _La vela!_ In pari tempo
promise al popolo di rendergli l'abbondanza, mentre che la cattiva
amministrazione d'Ercole aveva fatto crescere il prezzo del frumento;
annunciò l'arrivo di quattordici mila uomini, che gli avevano dati per
quest'intrapresa il duca di Milano ed il marchese di Mantova, ed invitò
i cittadini a prendere le armi, senza aspettare che le truppe straniere
gli sforzassero a riconoscerlo per loro legittimo sovrano.

Don Sigismondo, fratello del duca, al primo sentore di questo tumulto,
erasi frettolosamente chiuso in Castelvecchio con donna Leonora
d'Arragona sua sposa; ma non vi aveva vittovaglie per tre giorni.
Ercole, cui alcuni fuggiaschi avevano annunciato l'ingresso in Ferrara
di una numerosa armata, omai rinunciava alla speranza di riprendere la
città, ed adunava soltanto i suoi soldati a Reggenta ed a Lugo per
difendere queste due fortezze. Intanto niun Ferrarese aveva ancora prese
le armi per unirsi a Niccolò, il quale vedendo d'aver corse invano tutte
le strade, chiamando il popolo in suo soccorso senza che alcuno si
muovesse, cominciava a scoraggiarsi. Eransi contati i soldati che lo
seguivano, e sprezzavasi il loro piccolo numero; non vedevasi giugnere
l'armata ch'egli aveva annunciata, e cominciavasi a non dare più fede
alle sue parole. Don Sigismondo, testimonio della mala riuscita del suo
avversario, si fece ancor egli a chiamare i Ferraresi in ajuto del loro
sovrano. Corse il borgo del Leone, e la grande strada della Giudecca, e
tutti gli abitanti presero per lui le armi. Di mano in mano che Niccolò
vedeva ii popolo attrupparsi, egli abbandonava i quartieri della città
uno dopo l'altro senza venire alle mani. Finalmente riconoscendo la sua
impresa disperata, uscì di Ferrara, attraversò il Po e fuggì colla sua
gente. Ma i contadini, di già contro di lui sollevati, occupavano tutti
i passaggi per fermarlo. Egli cadde infatti in loro potere colla maggior
parte di coloro che lo accompagnavano, e fu ricondotto a Ferrara. Il
duca Ercole, suo zio, lo fece subito decapitare, e la stessa sorte toccò
ad Azzo d'Este suo cugino. Vennero appiccati venticinque de' suoi
complici; e così severa giustizia atterrì tutti i nemici del duca
Ercole, la di cui successione, assicurata lo stesso anno dalla nascita
di suo figlio Alfonso, più non venne in seguito contrastata[50].

  [50] _Diario Ferrarese, t. XXIV, p. 250, 251. — Diario Sanese di
  Allegretto Allegretti, t. XXIII, p. 776._ — Gio. Battista Pigna, che
  nel 1572 dedicò la sua storia dei principi d'Este ad Alfonso II, la
  chiude col 21 luglio del 1476, epoca della nascita del figlio
  d'Ercole, che fu poi Alfonso I. Termina cinque settimane prima della
  morte di Niccolò, ch'egli stesso indubitatamente risguarda come una
  macchia alla memoria d'Ercole. Il Pigna è un adulatore de' suoi
  principi, ed uno scrittore credulo; tutta la prima parte della sua
  storia non è meno favolosa che la genealogia innestata, quasi nella
  stessa epoca, dall'Ariosto e dal Tasso ne' loro poemi. Ma gli ultimi
  quattro libri, che comprendono gli anni 1472 al 1476, sono di
  grandissimo ajuto alla storia d'Italia: sono elegantemente scritti;
  gli avvenimenti delle altre parti dell'Europa, ed in particolare
  quelli che si riferiscono alla casa d'Este in Germania sono
  introdotti con arte; e quando la gloria della casa d'Este non è
  compromessa, i fatti vengono giudicati con abbastanza di buona
  critica e d'imparzialità.

I primi movimenti contro Galeazzo Maria Sforza scoppiarono in Genova, e
furono quasi simultanei colla congiura di Ferrara. In forza del trattato
che Genova aveva fatto col duca Francesco Sforza, quando si pose sotto
la sua signoria, questa repubblica, lungi dal rinunciare alla sua
libertà, pareva averla vie meglio consolidata. Vero è che aveva ammessi
nelle sue mura un governatore ed una piccola guarnigione; ma questa
straniera forza era appena bastante per comprimere i tumultuosi
movimenti delle fazioni, per impedire quelle rivoluzioni, quelle
frequenti convulsioni, che ne' precedenti anni avevano esaurita la città
d'uomini e di danaro. Altronde il duca si era obbligato a non accrescere
il numero dei soldati, nè le fortificazioni della cittadella.

Riceveva annualmente da Genova un tributo di cinquanta mila ducati,
somma appena bastante al mantenimento della guardia della città e delle
fortezze. E non solo non aveva il diritto di accrescere questa
contribuzione, ma non poteva nemmeno immischiarsi nel modo di levarla.
Così non poteva aver parte alla legislazione, all'amministrazione della
giustizia, ed al governo interno della città[51].

  [51] _Ant. Galli Comm. Rer. Gen. ab anno 1476 ad an. 1478, Rer.
  Ital., t. XXII, p. 263._

Finchè visse Francesco Sforza, queste condizioni vennero religiosamente
mantenute; ma Galeazzo, suo figliuolo, era troppo volubile in tutti i
suoi progetti, troppo vano, troppo impetuoso per rispettare lungamente
le leggi cui erasi obbligato. Pure, perchè non era meno pusillanime che
arrogante, spesse volte si fermava nel corso di un'intrapresa ingiusta
ed offensiva, e cedeva al timore dopo di avere sprezzate le
rappresentanze del suo popolo. I Milanesi, tra i quali viveva, non solo
risentivano danno da' suoi difetti come sovrano, ma ancora da' suoi
privati vizj. La di lui dissolutezza sconvolgeva tutte le famiglie, e la
sua crudeltà, eccitata dalla più leggera resistenza, non era soddisfatta
che da spaventosi supplicj. Genova era, assai meno di Milano, esposta a
questa spicciolata tirannide, e sebbene fosse violato il contratto fra
il principe e la repubblica, e che perciò i Genovesi si risguardassero
come sciolti dai loro giuramenti, i più ricchi temevano una rivoluzione,
che poteva ruinarli assai più che i passaggeri abusi del potere cui
speravano di sottrarsi.

Non pertanto l'intera città parve vivamente offesa dal disprezzo che le
aveva mostrato Galeazzo, quando nel 1471 era passato per Genova,
tornando da quel suo sontuoso pellegrinaggio di Firenze. Eransi
apparecchiate per riceverlo splendidissime feste, magnifici regali. Egli
affettò di dare a questa pompa un'aria di ridicolo presentandosi con
abiti dimessi, ricusando gli alloggi che gli si erano apparecchiati, e
chiudendosi in castello, ove pareva rimanersi con timore. Per ultimo
alla fine dei tre giorni abbandonò Genova senza annunziarlo, come un
fuggiasco[52].

  [52] _Ant. Galli de Rebus Gen. Comment., p. 265. — Uberti Folietae
  Gen. Hist., l. XI, p. 625._

Dopo avere eccitato il malcontento di questa potente città, non
accostumata a soffrire i dileggi, Galeazzo ad altro non pensava che a
stringere talmente le di lei catene che vi si spegnesse per sempre ogni
spirito di libertà. Notabile è il progetto da lui immaginato per
giugnere a questo fine. Sopra Genova, all'estremità della scoscesa
montagna che divide le valli di Bisagno e della Polsevera, era situata
la fortezza del Castelletto, dove il duca di Milano teneva guarnigione.
Ordinò Galeazzo che una catena di fortificazioni si prolungasse da
questo castello fino al mare. Un doppio muro guarnito di ridotti doveva
dividere la città in due parti eguali, le quali, quando piacesse al
governatore, non avrebbero fra di loro veruna comunicazione, e
potrebbero essere separatamente oppresse. Di già tracciata sul terreno
era la linea delle mura e delle torri, e gli operai, sotto gli ordini
del luogotenente del duca ed alla di lui presenza, cominciavano a cavare
i fondamenti. Fremevano tutti i cittadini sulla sorte che loro era
riservata, ma niente facevano per prevenirla, quando Lazzaro Doria
ordinò agli operai, a nome della repubblica, di sospendere un lavoro
contrario alle leggi ed ai trattati, e strappò colle proprie mani le
pertiche del livello, che loro servivano di norma. La folla applaudì con
trasporto a quest'atto di vigore; gli operai si fermarono, ed il
luogotenente del duca, temendo una sollevazione, si ritirò nel
castello[53].

  [53] _Pietro Bizarro S. P. Q. Genuens. Hist., l. XIV, p. 329. —
  Agostini Giustiniani Storia di Genova, l. V, f. 228, EE._

Quando giunse a Milano la notizia di quest'avvenimento, Galeazzo Sforza
scoppiò in minacce ed in imprecazioni, ed ordinò che la città di Genova
gli mandasse subito gli otto più distinti cittadini dello stato. In
vista della violenta collera da lui manifestata, tenevasi per indubitato
che li destinasse al supplicio; ma un subito terrore aveva calmato il
suo irritamento: gli accolse con bontà e li rimandò senza aver loro
fatto alcun male. Frattanto aveva adunati trenta mila uomini per
invadere la Liguria; ed avendo determinato di non lasciare ai Genovesi
alcun capo, fece sorprendere a Vada Prospero Adorno, e senza accusa e
senza esame gettare nelle prigioni della fortezza di Cremona; ma tutt'ad
un tratto rinunciò alla sua spedizione, e licenziò tutte le truppe.

Le diverse risoluzioni a vicenda abbracciate da Galeazzo erano tutte a
Genova conosciute; conoscevasi la violenza della sua collera, ma non
avevasi veruna garanzia della durata della presente affettata
moderazione. Perciò da ogni banda si acquistavano armi, facevansi
apparecchi di difesa, e tutti si andavano incoraggiando a mantenere la
libertà qualunque volta fosse attaccata. Mentre tutto il popolo era
trepidante intorno a ciò che potesse accadere, Girolamo Gentile,
figliuolo d'Andrea, giovane mercante di non mediocri fortune, che non
aveva alcun personale motivo di odio contro il governo, risolse di
esporsi il primo per la libertà della sua patria. Adunò in casa sua nel
sobborgo, nel mese di giugno del 1476, molte genti armate. Nel cuore
della notte entrò in città per la porta di san Tommaso, di cui
s'impadronì, e corse le strade, chiamando i suoi concittadini alle armi
ed alla libertà. Molti Genovesi si unirono a lui, ed in breve occupò
tutte le porte; ma fu troppo lento ad attaccare il palazzo del pubblico.
Intanto i senatori si andavano adunando sotto la presidenza di Guido
Visconti, governatore della città. Coloro che si erano da principio
uniti a Gentile, temettero allora di essere condannati, come ribelli,
dall'autorità che riconoscevano legittima; e tutti, uno dopo l'altro, si
ritirarono prima che fosse giorno. Dopo la loro diserzione, vedendosi
Gentile troppo debole, ritirossi in buon ordine verso la porta di san
Tommaso e vi si fortificò[54].

  [54] _Ant. Galli de Reb. Genuens., p. 267. — Uberti Folietae
  Genuens. Hist., l. XI, p. 631. — P. Bizarri Hist. Genuens., l. XIV,
  p. 332. — Agost. Giustinani, l. V, f. 229._

Il senato aveva nominati otto capitani del popolo per cacciare di città
Girolamo Gentile. Dietro i loro ordini avevano prese le armi circa
trecento uomini e marciavano ad attaccare porta san Tommaso, difesa da
Gentile con soli trenta uomini, tutti però determinati a difendersi fino
alla morte, mentre non era un solo tra i loro avversari che non si
esponesse di contro genio; quindi poco mancò che non fossero fatti
prigionieri i capitani del popolo, e dispersa tutta la loro gente: ma in
tale frangente si offrirono come mediatori i capi delle arti e mestieri.
Girolamo Gentile accettò la loro mediazione, facendo però sentire ai
loro compatriotti che non tarderebbero a pentirsi d'avere perduta
l'occasione di ricuperare la libertà. Chiese che gli si rimborsassero
settecento ducati, che gli erano costati i suoi apparecchi, fatti,
secondo egli diceva, pel vantaggio della repubblica. Dopo averli
ricevuti dal tesoriere del pubblico, consegnò la porta ai capitani del
popolo e si ritirò[55].

  [55] _Ant. Galli de reb. Genuens. Comment., p. 268. — Uberti
  Folietae Gen. Histor., l. XI, p. 632._

Quando conobbesi a Milano questa singolare capitolazione, Galeazzo
mostrossi fieramente adirato perchè si fosse rimborsato ad un capo di
faziosi quel danaro ch'egli stesso confessava d'avere impiegato per
isconvolgere lo stato. Non pertanto ratificò l'amnistia, ch'era stata
pubblicata dal senato; e se covava in segreto il pensiero di rivocare a
migliore opportunità questa grazia, non ebbe poi il tempo di farlo.
Galeazzo non era privo di tutte le qualità che illustrarono suo padre;
conosceva perfettamente la disciplina militare e la civile
amministrazione del suo stato; ed aveva saputo stabilire nel Milanese
una più rigorosa subordinazione che verun altro de' suoi predecessori. I
tribunali facevano incorrotta giustizia, ed una severa polizia manteneva
la pubblica sicurezza. Galeazzo parlava eloquentemente, ed aveva gentili
e disinvolte maniere, e quando lo voleva, sapeva ad un'imponente maestà
aggiugnere l'esteriore apparenza della bontà: ma ad un fasto stravagante
univa un'illimitata cupidigia; era naturalmente perfido, e compiacevasi
di mostrarsi tale particolarmente verso coloro, cui erasi mostrato più
parziale, abbassandoli tanto più, quanto gli aveva a maggiori dignità
innalzati; giammai non erasi mantenuto costante ne' suoi affetti, e
potevasi presagire prossima e terribile la caduta di colui che vedevasi
più favorito degli altri, ancor che questi non provocasse in verun modo
il suo sdegno. Avidissimo di tutti i piaceri de' sensi, ed inclinato a
disprezzare le costumanze e le leggi della società, portava la
desolazione ed il disonore in tutte le famiglie[56]; e non pareva pago
delle sue dissolutezze, se non erano condite dalla disperazione de'
genitori o dei mariti, che aveva disonorati. Compiacevasi singolarmente
nel farli ministri essi medesimi del loro disonore; abbandonava alle sue
guardie le consorti rapite ai mariti, e faceva poi pubblico il loro
oltraggio[57].

  [56] _Ant. Galli de reb. Gen., p. 268. — Bern. Corio Ist. Milan., p.
  VI, p. 982._

  [57] _Allegretto Allegretti Diari Sanesi, t. XXIII, p. 777._

Tra coloro, le di cui case erano state da Galeazzo disonorate,
trovavansi due giovani di nobile schiatta, Carlo Visconti e Girolamo
Olgiati, di già predisposti dal loro precettore a detestare il giogo
della tirannide. Erano essi amicissimi di Andrea Lampugnani, che il duca
aveva ingiustamente spogliato del padronato dell'abbazia di
Miramondo[58]: tutti e tre avevano udite le lezioni di Cola de' Montani
di Gaggio, Bolognese, il quale circa il 1466 aveva aperta in Milano
scuola di eloquenza. Si pretende che fosse stato prima maestro dello
stesso Galeazzo, e che lo avesse più volte castigato colla severità
praticata nell'antica educazione. Galeazzo, diventato sovrano, volle
vendicarsi dei castighi sofferti nella sua infanzia con un'egual pena, e
fece pubblicamente sferzare il maestro[59][60]. Montano detestava la
tirannide anche senza quest'affronto. Nodrito nello studio
dell'antichità, non trascurava veruna occasione di far notare ai suoi
allievi, che tutte le virtù, ch'essi ammiravano ne' grandi uomini Greci
e Romani, eransi sviluppate nella libertà; che una libera patria
incoraggiava tutti i talenti, ogni genere d'energia, ed i progressi
dello spirito, perchè ogni specie di grandezza ne' suoi cittadini veniva
sempre impiegata pel vantaggio di tutti; mentre che un tiranno, geloso
di ogni forza, di cui non potesse egli stesso disporre, occupavasi
sempre a contenere, a comprimere, a distruggere i talenti, l'energia, la
sublimità del carattere, che poteva un giorno adoperarsi contro di
lui[61].

  [58] _Machiavelli, l. VII, p. 349. — Allegretti Diari Sanesi, l.
  XXIII, p. 777. — Diario Ferrarese, t. XXIV, p. 254._ Ma il Ripamonti
  attribuisce al Visconti ciò che gli altri attribuiscono al
  Lampugnani. _Hist. Mediol., l. VI, p. 630._

  [59] _Giovio elogi degli uomini illustri, l. III, p. 179. —
  Tiraboschi, l. III, c. V, § 28, p. 95._

  [60] Ecco una riprova di quanto ho avvertito in una precedente nota,
  che le particolari passioni di odio e di vendetta sono d'ordinario
  la vera causa delle congiure. _N. d. T._

  [61] _Machiavelli, l. VII, p. 348. — Ubertus Folieta, l. XI, p.
  632._

Voleva il Montani che i giovani gentiluomini, per rendersi degni della
libertà, imparassero a comandare le armate. Aveva perciò persuasi
l'Olgiati ed alcuni altri ad imparare l'arte della guerra sotto
Bartolommeo Coleoni. I parenti di questi giovanetti, che più di loro
temevano le fatiche ed i pericoli, eransi fieramente adirati contro il
maestro d'eloquenza, che aveva renduti soldati i loro figli. Il Montani,
perseguitato dai genitori, favoreggiato dagli scolari, era stato a
vicenda esiliato, e richiamato; imprigionato, indi festeggiato; ma in
particolar modo renduto caro ai suoi discepoli dalle persecuzioni che
sostenute aveva per istruirli[62].

  [62] _Tiraboschi Stor. della Letter. Ital., l. III, c. V, § 28, p.
  956._

Frattanto Galeazzo aveva spinto all'estremo l'odio del popolo coi
crudeli supplicj nuovamente ordinati. Aveva fatte seppellir vive alcune
sue vittime, altre sforzate ad alimentarsi d'escrementi umani, ed in tal
modo fatte lentamente morire; aveva aggiunte feroci facezie ai supplicj
che ordinava, e renduto più infame il disonore delle nobili matrone che
aveva sedotte, prostituendole pubblicamente[63]. Girolamo Olgiati
contava una sua in addietro carissima sorella tra le vittime della
brutalità di Galeazzo. Misurando colla propria l'universale
indignazione, cercò il Lampugnani, e gli propose di mettere fine ad una
intollerabile tirannide col punire i delitti dello Sforza. Poco dopo si
associarono Carlo Visconti, e si obbligarono con vicendevoli giuramenti.
Tennero la prima loro conferenza ne' giardini di sant'Ambrogio. Tutte le
circostanze di quest'avvenimento, e ciò che è più notabile, tutti i
concetti del principale congiurato, ci vennero fedelmente conservati dal
medesimo Olgiati in una relazione scritta pochi giorni dopo. «Uscendo da
questa conferenza, egli scrive, entrai in Chiesa; mi gettai ai piedi
della statua del santo vescovo che vi si venera, e feci questa
preghiera: Grande sant'Ambrogio, sostegno di questa città, speranza e
tutela del popolo di Milano, se il progetto che formarono i tuoi
concittadini, i tuoi figliuoli per cacciare di qui la tirannide,
l'impurità, la dissolutezza più mostruosa, è degno della tua
approvazione, non ci manchi il tuo favore in mezzo agli accidenti ed i
pericoli cui siamo vicini ad esporci per la liberazione della patria.
Poi ch'ebbi pregato, mi recai di nuovo presso i miei compagni, e gli
esortai a farsi coraggio, assicurandoli che io sentivo essersi in me
accresciute la speranza e la forza dopo avere invocato a favore della
nostra intrapresa il santo protettore della nostra patria[64]. Ne'
susseguenti giorni ci andavamo esercitando nella scherma coi pugnali per
acquistare maggiore destrezza, ed avvezzarci all'immagine del pericolo
cui stavamo per esporci... La sesta ora della notte avanti il giorno di
santo Stefano, destinato all'esecuzione, ci siamo riuniti un'altra
volta, potendo accadere che più non fossimo per rivederci. Si fissò
l'ora in cui entreremmo assieme in Chiesa, la parte che ognuno doveva
eseguire, e tutte le particolarità dell'esecuzione, per quanto si
potevano prevedere le cose, che dipendevano in parte dall'eventualità.
All'indomani di gran mattino ci siamo portati nella chiesa di santo
Stefano, e colà pregammo questo santo a proteggere la grande azione che
dovevamo eseguire nel suo santuario, e a non isdegnarsi se lordavamo i
suoi altari col sangue; poichè questo sangue serviva a liberare la città
e la patria. In seguito alle preci che si contengono nel rituale di
questo primo martire, ne recitammo un'altra composta da Carlo Visconti;
finalmente assistemmo al sagrificio della messa, celebrata
dall'arciprete di quella basilica, dopo la quale io mi feci dare le
chiavi della casa dell'arciprete per ritirarci nella medesima[65].»

  [63] _Josephi Ripamontii Hist. Mediol., l. VI, p. 657._

  [64] Così di que' tempi abusavasi maliziosamente o di buona fede
  della religione, chiamandola in soccorso di un attentato, che il
  divino autore della medesima aveva altamente disapprovato, ordinando
  di essere fedeli ed ubbidienti anche ai principi discoli. _N. d. T._

  [65] _Confessio Hieronymi Olgiati morientis, apud Ripamontium
  Histor. Med., l. VI, p. 649._

I congiurati stavano in questa casa presso al fuoco, perchè un
acutissimo freddo gli aveva obbligati ad uscire di Chiesa, quando il
rumore della folla gli avvisò che giugneva il principe. Era il giorno
dopo il natale 26 dicembre del 1476. Galeazzo, che pareva trattenuto da
suoi presentimenti, non si era ridotto che di mal animo ad abbandonare
il suo palazzo[66]. Egli non pertanto andava alla festa tra
l'ambasciatore di Ferrara e quello di Mantova. Giovan Andrea Lampugnani
gli si fece innanzi nell'interno della chiesa fino alla pietra
degl'Innocenti, colla voce e colla mano sgombrando la folla. Quando gli
fu affatto vicino, portò, quasi in atto di rispetto, la mano sinistra
verso il berrettone che Galeazzo teneva in mano, pose un ginocchio a
terra, in atto di chi volesse presentargli una supplica, e nello stesso
tempo colla destra, nella quale teneva il pugnale nascosto entro la
manica, lo ferì nel ventre da basso in alto. Nell'istante medesimo
Girolamo Olgiati lo ferì nella gola e nel petto, e Carlo Visconti nella
spalla ed in mezzo al dorso. Lo Sforza cadde tra le braccia degli
ambasciatori che stavano al suo fianco, dicendo _oh Dio_! Così pronti
erano stati i colpi, che gli ambasciatori medesimi ancora non sapevano
ciò che fosse accaduto[67].

  [66] Il patetico racconto che alcuni storici hanno fatto del
  doloroso distacco di Galeazzo dai proprj figli nell'atto di
  abbandonarli per andare alla chiesa di santo Stefano, ci fa quasi
  scordare i suoi difetti. _N. d. T._

  [67] _Ant. Galli de rebus Genuens., p. 269. — Machiavelli Ist., l.
  VII, p. 354. — Ubertus Folieta Gen. Hist., l. XI, p. 633. — Ant. de
  Ripalta An. Placen., t. XX, p. 952. — Diar. Parm. Anon., t. XVII, p.
  247. — Bern. Corio, p. VI, p. 980._ Era in allora questo storico tra
  i paggi del seguito di Galeazzo.

Nell'istante in cui fu il duca ucciso si fece nel tempio un violento
tumulto: molti sguainarono le spade; gli uni fuggivano, altri
accorrevano, niuno ancora sapeva quali fossero le forze o lo scopo dei
congiurati. Ma le guardie del duca ed i suoi cortigiani, che avevano
conosciuti gli uccisori, si fecero subito ad inseguirli. Il Lampugnani,
volendo uscire di chiesa, entrò in un branco di donne, che stavano
inginocchiate, e le loro vesti intricandosi ne' suoi speroni lo fecero
cadere, ed in quell'atto fu raggiunto ed ucciso da uno scudiere moro del
duca. Girolamo Olgiati uscì di chiesa e si presentò alla propria casa,
ma suo padre non volle riceverlo, e gli fece chiudere le porte in
faccia. Lo accolse un amico, in casa del quale non fu a lungo in sicuro:
stava, com'egli stesso racconta, per uscirne, ad oggetto d'invitare il
popolo ad una libertà, che i Milanesi da molto tempo più non
conoscevano, quando udì le voci del popolaccio, che strascinava pel
fango lo squarciato cadavere del suo amico Lampugnani: compreso da
orrore, e perduto di coraggio, attese il fatale istante in cui fu
scoperto. Venne assoggettato ad un'orribile tortura, durante la quale,
colle lacerate membra e colle ossa slogate, dettò la circostanziata
confessione che gli fu chiesta, ed a noi conservata dal Ripamonti, della
sua congiura. Ma questa specie di confessione, scritta tra la tortura ed
il supplicio per ordine de' suoi giudici e sotto gli occhi de' suoi
carnefici, non è priva di quel coraggio e di quella fiducia nella
giustizia della sua causa, che resero famosi i nomi di alcuni personaggi
dell'antichità. Chiuse la confessione in tal modo. «Adesso, santa madre
di nostro signore, e voi, o principessa Bona, io v'imploro, affinchè la
vostra clemenza e la bontà vostra provvedano alla salute dell'anima mia.
Domando soltanto che si lasci a questo miserabile corpo abbastanza
vigore, onde possa confessare i miei peccati secondo i riti della
chiesa, e subire in seguito la sorte che mi è destinata[68].»

  [68] _Confessio Olgiati apud Ripamontium Hist. Med., l. VI, p. 630.
  In Grævii Thesauro Rer. Ital., t. II._

L'Olgiati contava in allora ventidue anni; fu condannato ad essere
tenagliato e tagliato vivo a pezzi. In mezzo di così atroci tormenti un
prete lo andava esortando al pentimento. «Io so, riprese l'Olgiati,
d'avere meritate per molti falli queste pene, e più grandi ancora, se il
debole mio corpo potesse sopportarle. Ma rispetto alla bella azione per
cui muojo, questa solleva la mia coscienza; e lungi dal credere che per
questa abbia meritata la presente pena, spero anzi che per essa il
supremo giudice mi perdonerà gli altri miei peccati. Non per una
colpevole cupidigia ho commessa tale azione, ma per solo desiderio di
liberarci da un tiranno, che non potevamo più soffrire. Invece di
esserne pentito, se io dovessi dieci volte rivivere per perire dieci
volte tra gli stessi tormenti, non lascerei di consacrare le mie forze
ed il mio sangue per così nobile oggetto[69].» Il carnefice,
strappandogli la pelle del petto, gli fece mettere un grido; ma si
rimise all'istante[70]. «Questa morte, disse in latino, è dura, ma
eterna è la gloria! _mors acerba, fama perpetua; stabit vetus memoria
facti_[71].»

  [69] _Ant. Galli de reb. Gen., p. 269. — Allegretto Allegretti Diari
  Sanesi, t. XXIII, p. 777. — Giovio elogi degli uomini illustri, l.
  III, p. 180._

  [70] Anche i delitti più atroci perdono l'aspetto loro proprio,
  quando il fanatismo arriva a soffocare la ragione. _N. d. T._

  [71] _Machiavelli, l. VII, p. 355. — Uberti Folietae Genuens. Hist.,
  l. XI, p. 653. — Agost. Giustiniani Ann., l, V. f. 230._

Il figliuolo primogenito del duca di Milano, Giovanni Galeazzo Sforza,
non aveva in allora più di otto anni; pure fu riconosciuto senza
difficoltà. Più non esistevano nel popolo que' sentimenti di libertà che
i tre congiurati avevano creduto di far rivivere; e non si fece il più
leggier movimento per rovesciare un governo, che più non era in istato
di difendersi. I deputati di tutte le città d'Italia vennero a
complimentare la duchessa Bona di Savoja, vedova di Galeazzo, e ad
offrirle la loro assistenza per mantenerla sul trono col di lei
figliuolo. Il papa le mandò due cardinali, incaricati di scomunicare
coloro, che volessero tentare in Milano qualche novità[72]. Bona fu
senz'ostacoli riconosciuta reggente. Fin qui il governo non era quasi
cambiato, perchè l'anima di tutti i consigli continuava tuttavia ad
essere Cecco Simonetta, calabrese, ch'era stato segretario e consigliere
di Francesco Sforza, e che, dopo averlo servito con rara fedeltà, era
pure stato il primo ministro di suo figlio, ed aveva co' suoi talenti e
colle sue virtù celati i capricci e le stravaganze di questo tiranno.
Era suo fratello quel Giovanni Simonetta, che scrisse con tanta eleganza
e precisione la storia di Francesco Sforza. Godevano ambidue come
letterati una riputazione poco minore di quella che si erano acquistata
nella carriera politica. Avevano corrispondenza con tutti i dotti
d'Italia; erano stati i ministri di tutte le grazie, che i due duchi di
Milano avevano diffuse sui letterati, e conservansi tuttavia tra le
lettere del Filelfo, del Decembrio, ed in altre scritture di que' tempi,
i monumenti della protezione ch'essi accordavano agli studj[73].

  [72] Bolla in data del 3 delle calende di marzo. _Annal. Eccl. 1477,
  § I, p. 268._

  [73] _Tirab. Stor. della Letter., l. I. cap. I, § IV, p. 18, secolo
  XV._

D'altra parte Galeazzo aveva lasciati cinque fratelli, che, durante la
minorità di suo figliuolo, potevano pretendere di avere parte alla
reggenza. I primi quattro, Sforza, duca di Bari, Lodovico il Moro,
Ottaviano ed Ascanio, avevano di già risvegliata la diffidenza di
Galeazzo, onde li teneva lontani da Milano. Quando ebbero avviso della
sua morte, si affrettarono di ritornarvi, cercando di occupare
un'autorità, cui, dicevano essi, il maggiore della loro casa aveva
maggiore diritto che una femmina ed un ministro stranieri. Per celare la
loro rivalità cercavano di far rivivere l'antico spirito del partito
ghibellino. Dichiararonsi i protettori di quella fazione, cui la casa
Visconti andava debitrice del suo innalzamento: accusarono la duchessa e
Cecco Simonetta di parzialità per i Guelfi, e li costrinsero infatti a
gettarsi tra le loro braccia; imperciocchè le famiglie, in addietro
divise dalla lite dell'impero e della chiesa, conservavano l'antica
rivalità, sebbene le cagioni de' vecchi odj più non esistessero. Per
conciliare, se possibile fosse, le pretese de' fratelli Sforza e quelle
della duchessa, si convenne, sulla proposizione fatta da Luigi Gonzaga,
marchese di Mantova, che il consiglio di reggenza sarebbe formato in
egual parte di Guelfi e di Ghibellini[74].

  [74] _Diarium Parmense Anonym., t. XXII, p. 250._

Quando si seppe in Genova la morte di Galeazzo, Giovan Francesco
Pallavicini, luogotenente del duca, adunò il senato, onde persuaderlo a
prevenire colla sua vigilanza le rivoluzioni che potrebbero eccitarsi da
quest'avvenimento. Furono nominati dalla repubblica otto capitani del
popolo, secondo praticavasi in tutte le difficili circostanze, e
ragunate alcune truppe per tener in dovere i malcontenti[75].

  [75] _Ant. Galli de reb. Genuens, p. 271. — Uberti Folietae Genuens.
  Hist., l. XI, p. 635. — P. Bizzarro S. P. Q. Genuens. Hist., l. XIV,
  p. 338. — Agost. Giustiniani, An. di Genova, l. V, f. 231._

Tutte le fazioni di Genova si mostravano egualmente desiderose di
ritornare alla repubblica l'antica sua libertà. Gli Sforza per
contenerle aveano avuta la precauzione di disperdere i loro capi per
tutta l'Italia. Prospero Adorno trovavasi nelle prigioni di Cremona, i
Fieschi erano ritenuti in Roma sotto la sopraveglianza del papa,
esiliati erano i Fregosi e gli altri uomini potenti. Non pertanto i loro
partigiani, privati di direttori, erano ovunque in movimento. Il 16
marzo del 1477 gli amici dei Fieschi si avvicinarono alle mura di
Genova, condotti da due giovani di quella famiglia, Giorgio e Matteo, i
soli che il governo non avesse ancora allontanati, perchè di poco usciti
dalla fanciullezza. Questi faziosi scalarono la città dalla banda di
Carignano[76], chiamarono il popolo alla libertà, e vi eccitarono subito
un vivissimo movimento; ma caddero nello stesso errore che aveva perduto
Girolamo Gentile pochi mesi prima, tardarono troppo ad attaccare il
pubblico palazzo; omai vedevansi da tutti abbandonati, quando Pietro
Doria, soffocando ogni risentimento di famiglia, esortò coloro che gli
stavano intorno a non perdere forse l'unica occasione di tornare la
patria in libertà. Uscì nello stesso tempo dalle file del partito
milanese e si trasse dietro il popolo genovese, onde la guarnigione si
ritirò nelle due fortezze, e la città, vedendosi libera, nominò i suoi
magistrati popolari.

  [76] _Ant. Galli de Reb. Gen. p. 271. — Uberti Folietae Genuens.
  Hist., l. XI, p. 635. — P. Bizarro S. P. Q. Genuens. Hist., l. XIV,
  p. 338. — Agost. Giustin. Ann. di Genova, l. V, f. 231._

Di già, avuta notizia di questa rivoluzione, Ibletto Fieschi, il vero
capo della famiglia, aveva trovato modo di fuggire da Roma per venire a
mettersi alla testa del suo partito, ed i Fregosi, con lui d'accordo, si
andavano avvicinando alla loro patria, senza avere per altro il coraggio
d'entrar in città. La reggenza di Milano sentì allora che non potrebbe
salvare la sua autorità in Genova che per mezzo d'un capo di partito
genovese. Simonetta fece uscire di prigione Prospero Adorno, gli offrì a
nome del giovane duca di Milano il comando dell'armata destinata a
soccorrere le due fortezze, purchè promettesse di scordar totalmente le
sofferte ingiurie e di ristabilire in Genova, non la dispotica autorità
del duca di Milano, ma la stessa limitata autorità accordata da un
trattato a Francesco Sforza. Prospero Adorno lo promise[77], si pose
alla testa d'un'armata di circa dodici mila uomini, adunata da Roberto
da Sanseverino, da Lodovico il Moro e da Ottaviano Sforza, e marciò alla
volta di Genova.

  [77] _Ant. Galli p. 273. — Uberti Folietae, l. XI, p. 638. — Alb. de
  Ripalta Annal. Placent., t. XX, p. 954. — P. Bizarro, l. XIV, p.
  340. — Ag. Giustiniani, l. V, f. 232._ Il Bizarro in questa
  narrazione condanna l'Adorno, ed il Giustiniani lo difende.

Volendo l'Adorno conciliare gl'interessi della sua patria e quelli del
duca di Milano, egli ebbe bisogno d'infinite cautele per evitare una
decisiva battaglia, che avrebbe ruinato o il proprio partito o la
libertà della patria. Fece passare suo fratello Carlo Adorno nella
fortezza del Castelletto, commettendogli di scendere in città, per
iscacciare Ibletto dei Fieschi, nell'istante in cui egli medesimo si
troverebbe impegnato in una scaramuccia coi Fregosi. I suoi ordini
vennero rigorosamente eseguiti. Prospero combatteva contro i Fregosi a
Promontorio ma senza spingere troppo avanti i suoi vantaggi, e suo
fratello occupava intanto la città, e porta san Tommaso, che poteva
dargli comunicazione coll'armata milanese[78]. Fu allora in particolare,
che Prospero Adorno mostrò la sua moderazione e la sua destrezza; fece
rimanere nell'accampamento le truppe del Sanseverino, ed entrò in città
accompagnato soltanto dagli uomini della sua fazione. Questi andavano
crescendo di numero di mano in mano ch'egli s'innoltrava; le strade
risuonavano delle grida _viva gli Adorni e gli Spinola_, e niuno fra
tanta gente pronunciava il nome del duca di Milano. Prospero, arrivato
al palazzo, dichiarò che accordava l'impunità a tutti coloro che avevano
preso parte alle ultime turbolenze; adunò il senato, che lo riconobbe
per governatore; chiese un regalo di sei mila fiorini pei capi
dell'armata; onde i cittadini, che prevedevano di essere aggravati di
più gagliarde contribuzioni, pagarono lietamente, prima che spirassero
tre giorni, così leggiera somma[79].

  [78] _Ant. Galli, p. 276. — Uberti Folietae, l. XI, p. 639._

  [79] _Ant. Galli de reb. Gen. p. 276. — Uberti Folietae, l. XI, p.
  640. — P. Bizzarro Hist. Genuens., l. XIV, p. 343. — Agost.
  Giustiniani, l. V, f. 223._

E per tal modo il 30 aprile Genova tornò sotto la limitata signoria del
duca di Milano. Roberto di Sanseverino vi entrò senz'armi con Lodovico
ed Ottaviano, zii di Giovanni Galeazzo, e coi loro principali ufficiali;
ne uscirono quasi subito per condurre la loro armata all'assedio di
Savinione, castello dei Fieschi, posto negli Appennini. Per far levare
l'assedio, Ibletto de' Fieschi raccolse cinque mila paesani: Giovan
Battista Goano si affrettava di raggiugnerlo cogli abitanti della
Polsevera, ma il Sanseverino ritrasse costoro con ingannatrici
negoziazioni, e disperse l'armata di Goano. Quella d'Ibletto, avendo
sofferto qualche perdita, ritirossi nelle montagne, e Savinione
capitolò. Ibletto fece allora la pace coi generali milanesi, ai quali lo
associarono la stessa attività e la medesima inclinazione per l'intrigo;
onde, essendo ultimata la spedizione di Genova, Ibletto accompagnò il
Sanseverino e gli Sforza a Milano[80].

  [80] _Ant. Galli, p. 277. — Uberti Folietae, l. XI, p. 641. — P.
  Bizarro, l. XV, p. 344._

Gli ultimi erano ansiosi di tornare alla corte del loro nipote, per
attentare alla autorità di Cecco Simonetta. Vedevano essi quest'accorto
ministro esercitare sotto il nome della duchessa un'assoluta sovranità;
alla cui volontà tutto era subordinato dalla superiorità de' suoi
talenti e del suo carattere. Era invalsa sotto i due ultimi duchi
l'abitudine di non resistergli; altronde i fratelli del duca, che
manifestavano soltanto il desiderio di limitare il di lui potere,
avevano forse di già formato il progetto di soppiantare lui ed il suo
signore. Si assicura, che l'intenzione loro fosse quella di far perire
la duchessa ed i due suoi figli, di dare a Lodovico il Moro il titolo di
duca di Milano, ed a ciascheduno de' suoi fratelli la signoria di una
città, a Roberto Sanseverino quella di Parma, e quella di Genova ad
Ibletto de' Fieschi[81].

  [81] _Diarium Parmense, t. XXII, p. 259._

Per dare esecuzione a tali progetti avevano precipitosamente terminata
la guerra della Liguria, e ricondotti a marcie sforzate alla volta di
Milano la loro armata. Ma il Simonetta, che teneva aperti gli occhi
sopra di loro, fece il 25 di maggio arrestare Donato de' Conti, il
principale loro agente ed il depositario di tutti i loro segreti[82].

  [82] _Alberti de Ripalta Ann. Placent., t. XX, p. 954._

I fratelli Sforza trattenevansi a mensa cogli altri capi del loro
partito, quando ebbero avviso dell'arresto di Donato dei Conti. Uscirono
precipitosamente dal loro palazzo, chiamando il popolo alle armi; subito
molta gente si adunò intorno a loro, e gli ajutò ad impadronirsi di
porta Tosa. Roberto di Sanseverino ed Ottaviano Sforza vollero attaccare
il palazzo, ed affezionarsi il popolaccio, abbandonandogli il tesoro ed
il magazzino del frumento, che trovavansi nel medesimo. Il duca di Bari
e Lodovico il Moro vi si opposero. Di già la duchessa, ch'erasi
rifugiata nella cittadella, aveva promesso di lasciare in libertà Donato
de' Conti; ma in questo frattempo i di lei amici le furono tutti
intorno, e gli amici dei suoi cognati si andavano scoraggiando. Roberto
di Sanseverino, Ibletto ed Ottaviano tentarono nuovamente d'ammutinare
il popolo, scorrendo la città, e facendo gridare: _a morte i
forestieri!_ Ma i fratelli Simonetta, che venivano indicati sotto tal
nome, non erano dai Milanesi odiati, e nissuno prese le armi.
All'indomani tutti questi capi uscirono di buon mattino dalla città per
la porta di Vercelli. Roberto da Sanseverino ed Ibletto de' Fieschi non
si fermarono, finchè non si credettero in salvo nel territorio d'Asti.
Giunti al confine di quello stato, Ibletto, oppresso dalla fatica, entrò
in un albergo per riposarsi, e vi fu arrestato. Roberto andò più oltre,
e si pose sotto la protezione del duca d'Orleans. I fratelli Sforza
erano fuggiti per diverse strade. Ottavio, più degli altri formidabile
pel suo turbolento carattere, perì nel passaggio dell'Adda, ove si dice
che annegasse nell'attraversarla a nuoto; ma altri assicurano che fu
ucciso sulla sponda dai satelliti del Simonetta, che lo inseguivano. I
suoi fratelli furono condannati all'esilio con sentenza della reggenza;
il maggiore, Sforza, ebbe ordine di risiedere nel ducato di Bari, di cui
portava il titolo, Lodovico in Pisa ed il cardinale Ascanio in Perugia.
A tale condizione venne assegnata a cadauno di loro una pensione di
dodici mila ducati[83]. Il sesto fratello, Filippo Sforza, rimase solo a
Milano, perchè non aveva presa parte nelle pratiche de' fratelli, e si
era anzi posto dalla banda della duchessa e del Simonetta[84].

  [83] _Alberti de Ripalta Ann. Placent., t. XX, p. 954, 955. — Bern.
  Corio Istor. Milan., p. VI, p. 987. — Ant. Galli de Reb. Genuens.,
  p. 278._

  [84] _Ant. Galli, p. 278._

Allorchè si annunciò a Sisto IV la morte di Galeazzo Sforza, aveva
esclamato: «la pace d'Italia oggi è perita con lui[85]!» Infatti
quest'imponente potenza, che forzava al riposo tutto il settentrione
dell'Italia, era distrutta. Genova e Milano si trovavano di bel nuovo in
balìa delle guerre civili: crollava la lunga alleanza che Francesco
Sforza aveva contratta colla repubblica fiorentina; più non esisteva il
contrappeso che il ducato di Milano opponeva all'ambizione di Ferdinando
re di Napoli; aperto era il campo a nuove politiche combinazioni; e noi
vedremo in breve quello stesso papa, che lagnavasi della perduta pace
d'Italia, spargere i semi di una nuova guerra, ed accrescere la generale
confusione.

  [85] _Jos. Ripamontii, l. VI, p. 750. — Bernardino Corio, p. 983._



CAPITOLO LXXXV.

      _Congiura de' Pazzi._

1478.


La repubblica di Firenze andava sempre più scostandosi dalla generale
politica dell'Italia e dell'Europa. Ella più non pensava a frenare gli
ambiziosi progetti di Ferdinando e di Sisto IV; non ajutava i Veneziani
nella loro guerra contro i Turchi, nè i Genovesi a ricuperare la loro
libertà, oppure la duchessa reggente di Milano o i fratelli Sforza,
rivali di lei, nella loro lite per il supremo potere. A Firenze si
andavano succedendo i magistrati senza che la loro amministrazione
venisse illustrata da verun fatto di qualche importanza; onde il
minuzioso storico, Scipione Ammirato, appena trova in sei anni da
riempire quattro pagine, ed il suo silenzio attesta il languore ed il
turpore universale[86]. I due fratelli Medici, giunti a matura
giovinezza, riponevano ogni loro ambizione nel sostituire in ogni cosa
la loro autorità personale a quella della repubblica. I Fiorentini,
diffidando degl'intrighi che spesso accompagnano le elezioni, avevano
creduto di ottenere una rappresentanza più eguale, lasciando in arbitrio
della sorte i loro magistrati; ma a questa forma d'elezione, di tutte la
più democratica, i Medici avevano sostituita la più arbitraria di tutte
le oligarchie. Nominavano essi medesimi cinque elettori o
_accoppiatori_, e questi facevano i gonfalonieri ed i priori senza
consultare il popolo, e senza che più si conservasse verun legame tra i
magistrati ed i loro rappresentanti. Siccome la signoria era ancora
troppo numerosa per essere facilmente mantenuta obbediente, i Medici
avevano accresciuto il potere del gonfaloniere a spese de' priori, suoi
colleghi, di cui prima non era che il presidente. I Medici li chiamavano
soli alle loro deliberazioni, e gl'incaricavano di dare gli ordini a
nome di un corpo ch'essi omai più non degnavansi di consultare. La
commissione straordinaria, chiamata _balìa_, non doveva, secondo le
antiche costumanze, crearsi che ne' tempi di turbolenze, per sottrarre
la repubblica ad un grande pericolo; ma i Medici l'avevano trasformata
in un corpo permanente, cui attribuivano il simultaneo potere
legislativo, amministrativo e giudiziario. Nè ciò bastava; essi la
collocavano al di sopra della medesima sovranità nazionale; perciocchè
le attribuivano poteri, che i popoli mai delegati non hanno ai loro
sovrani. Così la balìa condannava senza processure gl'individui sospetti
ai Medici, sostituiva alle imposte arbitrarie tasse, promulgava leggi
retroattive, aggravava le antiche sentenze, assoggettava a nuove pene
coloro che non avevano commessi nuovi delitti, e disponeva, senza
renderne conto, di tutte le finanze. Fu veduta impiegare cento mila
fiorini per salvare da un fallimento la casa di banco che Tommaso dei
Portinari dirigeva a Bruges per conto di Lorenzo de' Medici. Altre somme
in altre circostanze furono levate dalle pubbliche casse, per sovvenire
ai bisogni dei capi dello stato, i quali avevano l'imprudenza di
continuare, senza volervisi applicare ed ignorandone perfino i principj,
le grandi speculazioni di banco con cui si era arricchito il loro avo. E
per tal modo sarebbero stati in breve ruinati dal loro fasto e dalla
loro incapacità, se non avessero potuto impiegare a loro profitto il
danaro dello stato[87].

  [86] _Scip. Ammirato Stor. Fior., l. XXIII, p. 111 a 114._

  [87] _Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, Deliz. Erud., p. 1-3._

I Medici, innoltrandosi in tale maniera sulla strada della tirannide,
avevano ciò nullameno in Firenze un numeroso partito, il quale era per
una parte formato da alcuni cittadini di antiche famiglie, che con loro
dividevano le magistrature e le pubbliche entrate, e che non si
assicuravano di conservare senza di loro la propria importanza; in
secondo luogo da tutti i letterati, poeti ed artefici, che Lorenzo e
Giuliano attiravano in casa loro, colmandoli di onori e di regali, e
trattandoli da eguali, mentre pretendevano separarsi da tutti gli altri;
in ultimo ingrossava il loro partito il basso popolo, sempre allettato
dai frequenti spettacoli e dalle feste loro date dai Medici. Il popolo
non si accorgeva che veniva corrotto col suo proprio danaro, e che gli
si prendeva con una mano ciò che fingevasi donargli coll'altra. Ma
d'altra banda, malgrado le rivoluzionarie sentenze, che dopo il 1434
avevano colpite per classe tutte quelle antiche ed illustri famiglie di
Firenze, che avevano inondato di esiliati la Francia e l'Italia, e
compresi nelle proscrizioni tutti i nomi storici della repubblica,
l'intera massa degli antichi cittadini era tuttavia opposta ai Medici.
Universali trasporti di gioja eransi manifestati dodici anni prima,
quand'erasi renduto alquanto di libertà alle elezioni, ed un cupo
abbattimento accompagnava da alcuni anni lo stabilimento della
tirannide.

Lorenzo de' Medici e suo fratello Giuliano non andavano perfettamente
d'accordo nel loro sistema d'amministrazione. Il secondo, più dolce, più
modesto, più disposto a vivere da eguale co' suoi concittadini, non era
affatto quieto rispetto al calore, all'orgoglio ed alle violenze del
fratello; onde studiavasi di trattenerlo colle sue esortazioni[88]. Ma
Lorenzo, vedendo le famiglie dei Ricci, degli Albizzi, dei Barbadori,
dei Peruzzi, degli Strozzi esiliate fino dal 1434, quella dei
Machiavelli nel 1458, quelle degli Acciaiuoli, dei Neroni, dei Soderini
nel 1466; e per ultimo quelle dei Pitti e dei Capponi spogliate del loro
antico credito, cercava soltanto di adoperare in modo che veruna di
queste potesse rialzarsi, veruna acquistare tali ricchezze o una tale
considerazione che potesse adombrarlo; persuaso che fintanto che non
lascerebbe avere alla moltitudine un capo, potrebbe senz'alcun rischio
provocare il suo risentimento.

  [88] _Jo. Mich. Brut. Hist. Florent., l. VI, p. 143._ — Alfieri
  seppe valersi di quest'opposto carattere nella sua tragedia della
  _Congiura dei Pazzi_.

Tra le famiglie di cui i Medici potevano temere la rivalità teneva il
primo luogo quella de' Pazzi. I Pazzi di Val d'Arno, lungo tempo
compagni degli Ubaldini, degli Ubertini, dei Tarlati, erano antichi
feudatarj ghibellini ed abitualmente in guerra colla repubblica
fiorentina. Poichè l'ingrandimento di questa li consigliò ad abbandonare
le loro fortezze per venire a vivere nella capitale, continuarono ad
eccitare la diffidenza di una gelosa democrazia; vennero compresi nella
classe de' magnati, e coll'ordinanza di giustizia esclusi da tutti
gl'impieghi. Ma quando Cosimo de' Medici ebbe scacciata, nel 1434, la
nobiltà popolare dal governo, sentì la necessità di rendersi forte
coll'alleanza dell'antica nobiltà. A ciò mirando accordò a molti magnati
il privilegio di entrare nella classe del popolo. La famiglia de' Pazzi
fu una di quelle che accettò questo diritto di essere ascritta tra i
borghigiani, da molti giudicato un degradamento, ed Andrea fu, nel 1439,
il primo di questa famiglia che sedesse nella signoria. Ebbe Andrea tre
figli, Antonio, Pietro e Giacomo, uno de' quali gli diede cinque nipoti,
l'altro tre, e Giacomo il più giovane non si ammogliò[89]. Questa
numerosa casa non era soltanto stata ammessa con un decreto nell'ordine
del popolo, ma aveva inoltre prese le costumanze tutte dei popolani
fiorentini. Eransi i Pazzi dati al commercio e la loro casa di banco
veniva annoverata tra le più ricche e più riputate d'Italia. Non meno
superiori ai Medici come mercanti, che come gentiluomini, non avevano
bisogno per sostenersi, di volgere a loro profitto il danaro del
pubblico.

  [89] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 115._

Cosimo de' Medici si era attaccato coi vincoli del sangue questa così
ricca e numerosa famiglia, il di cui credito poteva riuscire molto utile
o molto pericoloso. Aveva fatta sposare sua nipote, Bianca, sorella di
Lorenzo e di Giuliano, a Guglielmo de' Pazzi, figlio di Antonio e nipote
di Andrea[90]. Lorenzo aveva tenuta una politica tutt'affatto contraria,
mirando a ruinare quella famiglia, o per lo meno ad impedire
l'accrescimento della sua fortuna; e perchè Giovanni dei Pazzi, cognato
di sua sorella, aveva sposata l'unica figlia ed erede di Giovanni
Borromei, cittadino a dismisura ricco, Lorenzo fece emanare una legge,
quando venne a morte il Borromei, in forza della quale i nipoti di sesso
maschile erano preferiti alle figlie nell'eredità di un padre morto _ab
intestato_, e diede a questa legge un effetto retroattivo, sicchè il
Pazzi perdette l'eredità di suo suocero, che non aveva creduto
necessario di fare un testamento in favore dell'unica sua prole[91].

  [90] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 116. — Jo. Mich. Bruti. Hist.
  Flor., l. VI, p. 140._

  [91] _Machiavelli Ist., l. VIII, p. 361. — Jacopo Nardi Istor.
  Fiorentina, l. I, p. II._ Fa osservare che a' suoi tempi questa
  legge era tuttavia in vigore. _Jo. Mich. Bruti, l. VI, p. 142._ Il
  signor Roscoe, dissimulando la precisa natura di quest'ingiustizia,
  suppone che spetti ad un'epoca in cui Lorenzo, ancora giovinetto,
  era lontano dalla patria; ed adduce per prova queste frasi d'una
  lettera di Luigi Pulci a Lorenzo de' Medici, del 22 aprile 1465. «Ho
  chiamata più volte felicissima questa tua partenza, acciò che tu non
  abbi commesso peccato ad ajutare nella sua petizione nuovamente
  affermata quello con che l'_amico di Val d'Arno_ del Corno, voleva
  entrare nell'orto del Borromeo per le mura; ovvero con che egli pota
  le pergole, quando non v'aggiugne d'appiè, col suo pennatuzzo.» Io
  non intendo abbastanza queste facezie in gergo del volgo, ma non so
  se il signor Roscoe le intendesse meglio di me. In ogni caso
  quand'anche si supponga che qui si tratti di Giovanni Borromei, che
  l'amico di Val d'Arno sia un Pazzi, perchè i Pazzi erano stati
  signori di Val d'Arno, che queste muraglie di giardino da scalarsi,
  questo pennato da tagliare le viti, abbiano un senso figurato, e non
  facciano piuttosto allusione ad imprese pur troppo reali di giovani
  di diciassett'anni, si tratterebbe pur sempre d'una intrapresa,
  nella quale Lorenzo de' Medici sarebbe stato compagno dell'amico di
  Val d'Arno, e sarebbe riuscito, per esempio come il suo matrimonio,
  non già di un'intrapresa diretta a spogliare quest'amico, la di cui
  petizione, egli dice, è stata confermata. Rendonsi necessarie più
  fondate supposizioni per distruggere la testimonianza di due storici
  quasi contemporanei, ed una legge lungo tempo esistente. Dobbiamo
  metterci in guardia contro un partigiano che scrive per la propria
  fazione, contro un adulatore di un principe che scrive per il suo
  sovrano, ed ancora contro un cittadino, che cerca di dare risalto
  alla gloria della sua patria: ma potevasi sospettare che a
  trecent'anni ed a trecento leghe di lontananza, un esperto scrittore
  impiegherebbe la più vasta erudizione per ingannare sè stesso e gli
  altri intorno all'importanza, ai diritti ed alle virtù del suo
  'eroe? _Roscoe Life of Lorenzo, cap. IV. 182._ Merita poi
  osservazione che un dotto italiano, monsignor Fabroni, non abbia in
  tanti luoghi raddrizzati i giudizj del biografo inglese.

Di tre figliuoli d'Andrea Pazzi, il solo che ancora vivesse era Jacopo,
che non aveva avuto moglie. Nel 1469 era stato gonfaloniere di
giustizia, ed il popolo l'aveva creato cavaliere, ma dopo quest'epoca
Lorenzo de' Medici erasi adoperato per escludere i Pazzi dalla signoria,
ad eccezione di Giovanni, cognato di sua sorella, che aveva seduto una
sol volta tra i priori nel 1472[92]. Quest'esclusione era tanto più
offensiva, che a quest'epoca eranvi nove uomini di questa famiglia in
età d'esercitare le magistrature; che questi occupavano il primo rango
tra i cittadini, e che tutte le elezioni dipendevano unicamente da
Lorenzo de' Medici.

  [92] Vedasi il Priorato. _Delizie degli Eruditi, t. XX, p. 140 e
  seguenti._

Francesco Pazzi, il maggiore de' cognati di Bianca de' Medici, non potè
più oltre soffrire che un uomo prendesse il luogo della patria, che
accordasse o ricusasse come un favore ciò che a tutti era dovuto, e che
esigesse riconoscenza da coloro cui egli ne andava debitore, poichè si
rendeva potente col loro credito e s'arricchiva col loro danaro. Egli
andò a soggiornare in Roma, ove teneva uno de' principali suoi banchi di
commercio; papa Sisto IV lo scelse per suo banchiere di preferenza ai
Medici, e questo pontefice, come suo figlio Girolamo Riario, formarono
bentosto con lui intime relazioni.

Quanta era la gelosia che i cittadini fiorentini nudrivano contro la
casa dei Medici, altrettanto era l'odio che covavano contro la medesima
Sisto IV e Girolamo Riario, risguardandolo quale potente ostacolo ai
loro progetti d'ingrandimento. Non aveva Sisto dimenticati gli ajuti
dati a Niccolò Vitelli, signore di Città di Castello, nè la lega formata
nel nord dell'Italia, nè le negoziazioni intavolate da Lorenzo per
impedire che Girolamo Riario facesse l'acquisto d'Imola. Girolamo dal
canto suo temeva che alla morte del papa i Medici non lo spogliassero
facilmente d'una sovranità che sarebbe mancata d'appoggio; onde
desiderava rendere a Firenze la sua libertà, per porsi in appresso sotto
la protezione di questa repubblica. Francesco de' Pazzi, che
familiarmente conversava con Sisto e col Riario, avvelenava il loro odio
coll'unione del proprio, ed andava con loro cercando i mezzi di mettere
fine ad un'usurpazione che ogni giorno acquistava maggior vigore[93].

  [93] _Nic. Macchiavelli, l. VIII, p. 359._

La passata storia della repubblica non permetteva di sperare alcuna
buona riuscita dai tentativi degli emigrati, che anzi un'esterna
aggressione, lungi dallo scuotere il governo, lo rendeva più stabile,
dandogli cagione d'imprigionare o d'esiliare i suoi segreti nemici, e
d'impiegare le forze dello stato con maggiore energia. Affatto inutile
vedevasi pure lo sperimento di una riforma legale, perciocchè quando
pure si fosse trovato fra tanta corruttela de' consiglj un uomo
abbastanza coraggioso per riclamare a nome delle leggi il mantenimento
della libertà, il suo attaccamento alla buona causa non avrebbe avuto
altro risultamento che l'immediata sua ruina. I Medici più non erano
sottomessi alle leggi, nè a verun tribunale, ed ogni ricorso contro di
loro non avrebbe servito che ad indicar loro nuove vittime. Un subito
sollevamento in città riusciva ugualmente impraticabile, perchè la
vigilanza del governo avrebbe ai Pazzi impedito di adunare armati nella
propria lor casa i cittadini del loro partito, o i contadini dei loro
poderi. E quando ancora si fossero potuti celare ai Medici i primi
movimenti di un ostile attruppamento, trovandosi essi padroni del
palazzo, delle porte della città e di tutti i luoghi forti, ed essendo
loro clienti tutti i giudici e tutti i magistrati, sarebbersi rovesciate
addosso ai loro nemici tutte le forze militari dello stato e tutto
l'imponente apparato della giustizia. Altra via perciò non restava a
scegliersi che quella di una congiura; perciocchè si era ben sicuri,
che, spenti i due Medici, i cittadini, che tremavano innanzi a loro, si
affretterebbero di condannarne la memoria e di riconoscere come un atto
della pubblica vendetta l'attentato de' loro uccisori. Il recente
esempio della congiura di Milano, lungi dallo scoraggiare i cospiratori,
poteva ispirar loro confidenza, perchè aveva dimostrato come fosse
facile il privare di vita un tiranno; che se il popolo di Milano non si
era dopo il fatto sollevato, poteva allegarsi che riconosceva Galeazzo
Sforza, comunque odioso per i suoi mali portamenti, per suo legittimo
sovrano, mentre i Medici non osavano essi medesimi di confessare
apertamente che si credevano di un rango superiore a quello degli altri
Fiorentini.

Gli spiriti erano di già esacerbati da vicendevoli offese, ed i nemici
dei Medici di già si disponevano a congiurare, quando recenti ingiurie
loro procurarono alleati che non isperavano. Dall'una parte essendo
morto Filippo de' Medici, arcivescovo di Pisa, Sisto IV gli sostituì
Francesco Salviati, parente di un Jacopo Salviati, che i Medici avevano
fatto dichiarare ribelle[94]. Essi ricusarono di riconoscere il nuovo
prelato, e gli negarono il possesso del suo arcivescovado. D'altra parte
Carlo di Montone, figliuolo di Braccio, uno de' ristauratori dell'arte
militare in Italia, essendosi egli stesso guadagnata qualche riputazione
nelle armi, volle tentare di ricuperare l'autorità che suo padre ebbe in
Perugia. Terminata la sua condotta coi Veneziani, era passato a Firenze,
dove aveva ragunate alcune compagnie d'uomini d'armi. Ma quando aveva
saputo che i Fiorentini avevano rinnovata la loro alleanza con Perugia,
aveva rinunciato alla sua intrapresa contro quella città, e rivolte le
sue armi contro la repubblica di Siena, colla quale Firenze non era in
guerra, ma che pure desiderava di vedere umiliata. Carlo di Montone,
nella state del 1477, prese molti castelli ai Sienesi, dai quali
riclamava il pagamento di un debito contratto verso suo padre; e perchè
aveali trovati non apparecchiati a difendersi, erasi lusingato di
sottomettere questa repubblica; ma i Fiorentini avevano bensì permesso
di recare qualche danno ai loro vicini che non amavano, ma non volevano
perciò che si accendesse una guerra ai loro confini: sforzarono quindi
Montone ad abbandonare la sua intrapresa, ma la repubblica di Siena non
lasciò per questo di conservare un profondo risentimento per essere
uscita dagli stati fiorentini l'armata che aveva invaso il loro
territorio[95]. Per vendicarsi strinse alleanza col papa e col re di
Napoli[96], mentre dal canto suo Sisto IV adunò una piccola armata ai
confini dello stato fiorentino, sotto colore di assediare il castello di
Montone e di castigare in tal modo il capitano, che aveva di fresco
turbata la tranquillità[97].

  [94] _Niccolò Machiavelli, l. VIII, p. 359. — Scip. Ammirato, l.
  XXIV, p. 116. — Conjurationis Pactianae Comm. Politiani, p. 6._

  [95] _Scip. Ammirato, l. XXIII, p. 114. — Nic. Machiavelli, l. VII,
  p. 346._

  [96] _Allegretto Allegretti Diari Sanesi, p. 782._

  [97] _Nic. Machiavelli, l. VIII, p. 364. — Jo. Mich. Bruti, l. VI,
  p. 146._

Frattanto tra Francesco de' Pazzi e Girolamo Riario si convenne di
mandare ad esecuzione il progetto del cambiamento del governo di Firenze
e dell'uccisione dei Medici; e ne diedero parte all'arcivescovo Salviati
che sapevano irritato da fresche ingiurie, e che realmente abbracciò con
ardore il mezzo che gli offrivano di vendicarsi. Francesco Pazzi venne
poscia a Firenze per associare alla congiura suo zio Jacopo, il capo
della famiglia; ma egli vi trovò più difficoltà che non aveva creduto.
Giovan Battista di Montesecco, condottiere abbastanza riputato ai
servigj del papa, e confidente di Girolamo Riario, venne pure spedito
presso questo vecchio magistrato per persuaderlo. Il Montesecco era
venuto in Toscana quale incaricato di una finta negoziazione con Lorenzo
de' Medici, e prima di partire aveva avuto un'udienza dal papa, che
offriva tutte le sue forze in appoggio della congiura[98]. Fu
quest'adesione del papa alla trama, che finalmente strascinò Jacopo dei
Pazzi; acconsentì in allora di stare a quanto per lui farebbe suo nipote
in Roma. In fatti Francesco vi era tornato per maturare i suoi progetti
di concerto col papa, col conte Riario e coll'ambasciatore di
Ferdinando, che dal canto suo prometteva una possente cooperazione. Si
convenne che sotto pretesto di attaccare Montone, si adunerebbe
un'armata pontificia nello stato di Perugia; che Lorenzo Giustini di
Città di Castello, il rivale di Niccolò Vitelli, farebbe leva di
soldati, sotto colore di proseguire la sua lite; che Gian Francesco di
Tolentino, uno de' condottieri del papa, passerebbe colla sua truppa in
Romagna, e che Francesco de' Pazzi, l'arcivescovo Salviati e
Giambattista di Montone tornerebbero a Firenze per accrescere il numero
de' congiurati, e trovare l'istante di opprimere nello stesso tempo i
due fratelli[99].

  [98] _Machiavelli, l. VIII, p. 364. — Jo. Mich. Bruti, l. VI, p.
  146._

  [99] _Machiavelli, l. VIII, p. 366._

Tra coloro che si obbligarono ad assecondare il Pazzi ed il Salviati,
contavasi Jacopo, figlio di quel Poggio Bracciolini, celebre scrittore,
cui andiamo debitori di una storia fiorentina; e lo stesso Jacopo era
autore di alcune erudite opere[100]. Vi si trovavano inoltre due Jacopi
Salviati, fratello l'uno, l'altro cugino dell'arcivescovo; Bernardo
Bandini e Napoleone Francesi, giovani audacissimi ed affatto ligi alla
casa dei Pazzi; Antonio Maffei, prete di Volterra e notajo apostolico, e
Stefano Bagnoni, altro prete che insegnava la lingua latina ad una
figlia naturale di Jacopo Pazzi. Tutti i membri della famiglia di
quest'ultimo non presero parte alla trama; Renato uno de' cinque
fratelli, figlio di Pietro, ricusò con fermezza di entrarvi e ritirossi
in campagna onde non essere confuso coi cospiratori[101].

  [100] _W. Roscoe, Life of Lorenzo, c. V, p. 185. nota._

  [101] _Machiavelli, l. VIII, p. 367. — Politianus Conjur. Pactianae
  Comment., p. 8-9._

Il papa aveva mandato all'università di Pisa Raffaele Riario, nipote del
conte Girolamo, giovanetto di soli diciott'anni, che il 10 dicembre del
1477 fu creato cardinale. Il suo innalzamento a questa nuova dignità
doveva essere festeggiato. Pensarono i congiurati che ciò appunto
offrirebbe una facile occasione di unire nello stesso luogo Lorenzo e
Giuliano de' Medici, onde ucciderli assieme; ed era necessario che i due
fratelli fossero assaliti nello stesso tempo, altrimenti la morte
dell'uno avrebbe avvisato l'altro di porsi in guardia. In conseguenza il
papa scrisse al cardinale Riario di fare tutto quanto gli ordinerebbe
l'arcivescovo di Pisa, e questi pochi giorni dopo fece venire il
cardinale a Firenze. Jacopo de' Pazzi gli diede una festa nella sua
villa di Montughi, lontana un miglio dalla città. Vi aveva invitati i
due fratelli Medici, ma Giuliano non eravi andato. Non intervenne nè
meno ad una festa data al cardinale da Lorenzo a Fiesole; all'ultimo si
seppe che non troverebbesi pure a quella che Lorenzo destinava a Riario
nella sua casa di città il 26 aprile del 1478. Allora solamente si
determinò d'assalire lo stesso giorno i due fratelli nella cattedrale,
dove il cardinale Riario dovea udire la messa, e dove i Medici mal
potevano dispensarsi d'assistere con lui al divino servigio[102].

  [102] _Machiavelli, l. VIII, p. 368. — Scip. Ammirato, l. XXIV, p.
  117. — Jo. Mich. Bruti, l. VI, p. 148._

Francesco de' Pazzi e Bernardo Bandini s'incaricarono d'uccidere
Giuliano. Risguardavasi la parte loro come la più difficile, perchè
questo giovane, naturalmente timido, portava sempre una corazza sotto le
vesti; era stata data la commissione di uccidere Lorenzo a Giovan
Battista Montesecco. Il Montesecco ne aveva di buon grado assunto il
carico, quando il fatto doveva aver luogo in tempo d'un banchetto, ma
quando fu cambiato il luogo dell'esecuzione, e seppe che in chiesa ed in
tempo della messa doveva uccidere un uomo cui era legato da relazioni di
ospitalità, dichiarò di non sentirsi capace di aggiugnere al tradimento
il sacrilegio. Gli scrupoli di questo militare furono cagione della
cattiva riuscita della congiura; perchè più non trovavansi tra i
congiurati che preti, che l'abitudine del vivere in chiesa rendesse
indifferenti rispetto al luogo in cui si trovavano, e non fossero
atterriti dall'idea del sacrilegio[103]. Fu dunque forza d'incaricare di
ferire Lorenzo lo scrivano apostolico, Antonio di Volterra, e Stefano
Bagnoni, parroco di Montemurlo. Il momento fissato fu quello in cui il
prete, alzando l'ostia, le due vittime, stando a ginocchio, chinerebbero
il capo, e non potrebbero vedere gli assassini. Le campane della messa
dovevano far conoscere agli altri congiurati, incaricati d'attaccare il
palazzo del pubblico, l'istante del sagrificio. L'arcivescovo Salviati
co' suoi, e Giacomo, figlio di Poggio Bracciolini, dovevano rendersi
padroni della signoria e forzarla ad approvare un assassinio di già
eseguito[104].

  [103] _Parumper Haesitatum est, cum obtruncando Laurentio miles
  delectus, et multa emptus mercede, negaret sese in loco sacro caedem
  ullam perpetraturum, deinde alio negotium suscipiente, qui
  familiarior, ut pote sacerdos, et ob id minus sacrorum locorum
  metuens. — Ant. Galli de reb. Genuens., t. XXIII, p. 282._

  [104] _Machiavelli, l. VIII, p. 369. — Politiani Comment., p. 11._

I congiurati stavano di già in chiesa, vi erano arrivati Lorenzo ed il
cardinale, la folla riempiva la chiesa, il divino sagrificio era
cominciato, ed ancora Giuliano non compariva. Francesco de' Pazzi e
Bernardo Bandini andarono a cercarlo, e gli fecero sentire che la sua
presenza era omai necessaria; nello stesso tempo, in atto motteggevole,
passarono le loro braccia a traverso al suo corpo per verificare se
aveva la corazza. Ma Giuliano, che soffriva d'un male di gamba, non
aveva presa veruna armatura, ed aveva pure, contro il suo costume,
lasciato il suo coltello da caccia, perchè gli batteva contro la gamba
inferma. Intanto Giuliano, entrato in chiesa, s'accostò all'altare; due
congiurati tenevansi vicini a lui; due altri presso di suo fratello, e
la folla che li circondava, dava loro ragionevole pretesto di stringersi
più presso ai Medici. Il prete alzò l'ostia, ed all'istante Bernardo
Bandini ferì col suo pugnale Giuliano nel petto, il quale dopo aver
fatto qualche passo cadde a terra. Francesco de' Pazzi gli fu addosso e
lo percosse replicatamente con tanto furore, che nello stesso tempo ferì
sè medesimo gravemente in una coscia. Nel medesimo istante i due preti
attaccavano Lorenzo: Antonio da Volterra, appoggiando la mano sinistra
sopra la di lui spalla, volle ferirlo nel collo; ma Lorenzo si distrigò
rapidamente, ed avviluppatosi il mantello intorno al braccio sinistro
per farsene scudo, sguainò la spada e si difese coll'ajuto de' suoi due
scudieri, Andrea e Lorenzo Cavalcanti. L'ultimo fu ferito, e lo stesso
Lorenzo lo era egli pure leggermente nel collo, quando i due preti si
scoraggiarono e presero la fuga. Per lo contrario Bernardo Bandini,
lasciando già morto Giuliano, corse verso Lorenzo, ed uccise Francesco
Nori, che gli tagliava la strada. Lorenzo erasi ricoverato in sagristia
co' suoi amici. Il Poliziano ne chiudeva le porte di bronzo, mentre
Antonio Ridolfi succhiava la ferita del suo padrone e la medicava.

Frattanto gli amici dei Medici dispersi nel tempio adunaronsi colle
spade sguainate innanzi alla porta della sagristia, chiedendo che si
aprisse e che Lorenzo si mettesse alla loro testa. Questi, temendo
d'essere ingannato da queste grida, non ardiva aprire, finchè Sismondi
della Stufa, giovane a lui affezionatissimo, salito per la scala
dell'organo ad una finestra di dove poteva vedere l'interno della
chiesa, osservò da un lato Giuliano, di cui Lorenzo ignorava la sorte,
steso a terra intriso nel proprio sangue; dall'altro lato potè
assicurarsi che coloro che chiedevano d'entrare erano i veri amici dei
Medici. Allora si aprirono le porte, e Lorenzo si pose fra di loro per
recarsi alla sua casa[105].

  [105] _Conjur. Pactianae Comm., p. 13 e 14. — Comment. di Ser
  Filippo Nerli, l. IV, p. 54._

I congiurati non avevano disposte altre forze in chiesa per isnidare le
vittime dai loro asili, lo che probabilmente non sarebbe stata
malagevole cosa; ma le avevano disposte tutte per impadronirsi del
palazzo pubblico. Sapevano in fatti che la moltitudine non giudica che
all'ingrosso, e che riconoscerebbe per depositarj della sovrana autorità
i vincitori, qualunque si fossero, tostocchè li vedrebbe circondati
dalle guardie della signoria e seduti sul tribunale. L'arcivescovo erasi
portato al palazzo coi Salviati suoi parenti, con Jacopo Bracciolini e
con una truppa di minori congiurati, quasi tutti Perugini. Lasciò in sul
primo ingresso parte de' suoi satelliti con ordine di occupare la porta
principale, tostocchè udirebbero del rumore: altri seco condusse fino
all'appartamento occupato dai membri della signoria, loro ordinando di
stare nascosti in cancelleria per non dare sospetto. Ma questi spinsero
per di dentro la porta, che si trovò chiusa a molla in modo che più non
poteva aprirsi senza chiave; onde questo corpo di congiurati, il più
necessario a tutta l'azione, rimase nella impossibilità di prendervi
parte.

Frattanto l'arcivescovo Salviati era entrato presso il gonfaloniere, col
pretesto di avergli a comunicare qualche cosa per parte del papa. Questo
primo magistrato era in allora quello stesso Cesare Petrucci, ch'era
stato poc'anzi sorpreso a Prato da Bernardo Nardi, ed era stato in
pericolo di essere ucciso in quella congiura. Dopo questo avvenimento
era diventato più diffidente d'ogni altro, ed inoltre osservò che
l'arcivescovo, parlando, era talmente disturbato, che le parole che
balbettava quasi non avevano senso. Il Salviati mutava spesso colore,
volgevasi verso la porta, tossiva come volesse dare qualche segno, e non
sapeva contenere la propria agitazione. Cesare Petrucci lanciossi egli
stesso alla porta, e vi trovò Giacomo Bracciolini, cui, preso pei
capelli, rovesciò a terra, e diede in guardia ai suoi sergenti. Chiamò
nello stesso tempo i priori a difendersi, ed attraversando con loro la
cucina del palazzo, prese uno spiedo, col quale si pose di guardia alla
porta della torre, ove la signoria si ritirò. Intanto i sergenti
chiusero le diverse porte de' corridoj del palazzo, ed attaccarono
sparsamente i congiurati, la maggior parte de' quali eransi da sè chiusi
in cancelleria. Tutti coloro che avevano seguito il Salviati nel piano
superiore, furono bentosto arrestati, ed immediatamente uccisi o gittati
a basso dalle finestre. Ma l'altra banda de' congiurati, rimasta
all'ingresso principale, erasene resa padrona; e nel momento del
tumulto, quando gli amici dei Medici accorsero in folla al palazzo per
soccorrere la signoria, i congiurati difesero la porta e sostennero per
qualche tempo una specie d'assedio[106].

  [106] _Machiavelli, l. VIII, p. 373. — Conjurat. Pactianae Comment.,
  p. 15. — Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 118. — Diar. Parmense, t. XXII,
  p. 278._

Tra coloro che si erano incaricati dell'uccisione de' Medici, i due
preti ch'eransi vilmente dati alla fuga, vennero inseguiti dagli amici
dei Medici e fatti a pezzi. Bernardo Bandini, quando vide in salvo
Lorenzo e ferito Francesco Pazzi e che il popolo dichiaravasi contro di
lui, conobbe la sua fazione perdente, ed uscì subito di città e si pose
in salvo. Francesco Pazzi, tornato a casa sua, si sentì talmente
indebolito dal sangue che aveva perduto per la ferita fattasi da sè
medesimo, che non poteva sostenersi a cavallo. Rinunciando adunque a
correre la città per chiamare il popolo alla libertà, siccome aveva
ideato di fare, pregò Giacomo Pazzi, suo zio, a fare le sue veci. Questi
malgrado l'estrema sua vecchiaja si pose alla testa di un centinajo
d'uomini raccolti in casa sua per tale motivo, e marciò verso la piazza
del palazzo invitando i cittadini, cui presentavasi l'opportunità di
tornare liberi, a prendere le armi; ma niuno lo raggiunse, mentre che i
priori dall'alto del palazzo ch'essi occupavano gli lanciavano addosso
delle pietre. Suo cognato Serristori, che scontrò solo sulla strada, gli
rinfacciò il tumulto ch'egli cagionava in Firenze, e lo consigliò a
ritirarsi. Giacomo de' Pazzi, non ricevendo soccorso da veruna banda, si
volse colla sua truppa verso una porta della città, ed uscì, prendendo
la via di Roma[107].

  [107] _Machiavelli, l. VIII, p. 375. — Jo. Mich. Bruti, l. VI, p.
  152._

Lorenzo, ritiratosi nella propria casa, non aveva presa ancora veruna
misura per fermare i cospiratori; aveva abbandonata la sua vendetta al
popolo, la quale perciò non fu che più crudele. Il gonfaloniere, Cesare
Petrucci, irritato pel corso pericolo, fece strozzare alle finestre del
palazzo l'arcivescovo Salviati, il di lui fratello, il cugino e Jacopo
Bracciolini. Perirono pure tutti coloro che lo avevano seguito, tranne
un solo che si era nascosto sotto un mucchio di legni. Quando venne
scoperto dopo quattro giorni si risguardò come bastantemente punito
dalla sofferta fame e dalla paura. Intanto il popolo furibondo andava in
traccia di tutti coloro che avevano mostrata qualche opposizione
all'ambizione dei Medici, o qualche relazione d'amicizia coi congiurati.
Tostocchè gli veniva denunciata qualche vittima era subito uccisa e
strascinato il di lei cadavere per le strade[108]; le squarciate sue
membra portavansi sulle lance ne' diversi quartieri della città; questa
frenetica sete di vendetta non si poteva mai spegnere. Il giovane
cardinale Riario, che nulla sapeva della cospirazione, erasi posto in
salvo sull'altare, ove a stento era stato difeso dai preti. Francesco
Pazzi, strappato fuori del letto, su cui dalla sua ferita era stato
costretto a gettarsi, venne condotto al palazzo senza che gli si
permettesse di vestirsi, e fu strozzato come l'arcivescovo ad una
finestra. Lungo la strada tutti gli strappazzi del popolo non gli
cavarono di bocca una sola parola; guardava con occhio immobile i suoi
concittadini che tornavano in ischiavitù e sospirava[109]. Guglielmo de'
Pazzi erasi rifugiato nella casa di Lorenzo, suo cognato, e fu salvato
dalle preghiere di Bianca de' Medici sua sposa. Renato dei Pazzi,
ch'erasi più giorni avanti ritirato in villa per non aver parte alcuna
nella rivoluzione, volle per altro fuggire, quando seppe che la
rivoluzione era scoppiata; ma conosciuto sotto il mentito abito di
contadino, che aveva preso, venne arrestato e condotto a Firenze ove fu
appiccato. Fu pure arrestato Giacomo dei Pazzi dai montanari nel
passaggio degli Appennini; li supplicò di ucciderlo subito, e gli offrì
perciò anche un premio, ma li trovò inflessibili e fu appiccato con suo
nipote Renato. Era già il quarto giorno dopo la congiura, ed in tutto
questo tempo il popolaccio erasi bagnato nel sangue. Più di settanta
cittadini, colpevoli o sospetti d'aver avuto parte nella trama, erano
stati sbranati e le loro membra strascinate per le strade[110]. Il corpo
di Jacopo de' Pazzi fu più volte esposto a tanta indegnità; era stato
prima messo nel sepolcro de' suoi antenati, ma perchè si pretese
d'averlo udito bestemmiare nell'atto di morire, abitudine che aveva da
lungo tempo contratta, si attribuirono le dirotte pioggie de'
susseguenti giorni al trovarsi il cadavere di un bestemmiatore in
terreno sacro. Venne disumato per essere seppellito lungo le mura; ma i
fanciulli lo trassero ancora da questa seconda sepoltura per
istrascinarlo molto tempo per le strade, avanti di gettarlo in Arno. A
Giovan Battista di Montesecco fu troncato il capo dopo un lungo
interrogatorio, nel quale diede notizia della parte che il papa aveva
avuta nella cospirazione. Bernardo Bandino, senza fermarsi nella sua
fuga, aveva cercato ricovero in Costantinopoli, ma colà Lorenzo de'
Medici ebbe abbastanza influenza per farlo arrestare. Il sultano
Maometto II lo consegnò, e Bandino, ricondotto in Firenze il 14 dicembre
del susseguente anno, fu appiccato alle finestre del bargello il 29
dicembre del 1479[111].

  [108] _Comment. del Nerli, l. III, p. 55._

  [109] _Machiavelli, l. VIII, p. 376._

  [110] Assicura l'Allegretti, che ne' susseguenti giorni si fecero
  ancora morire più di duecento persone. _Diarj Sanesi, p. 784._

  [111] _Strinatus apud Adimarum, in notis ad Conjurat. Pactianae
  Comment., p. 56. — Ann. Bonon. Hieron. de Bursellis, t. XXIII, p.
  902._ Questo storico lo chiama Bernardo di Bandino Baroncelli. In
  fatti Bandino è in Toscana nome di battesimo; pure tutti gli altri
  prendono Bandini per nome di Famiglia.

Gli storici fiorentini, che scrissero sotto i Medici, fecero de' Pazzi
il più svantaggioso ritratto. Poliziano loro ascrive tutti i vizj, anche
i più incompatibili: vengono generalmente accusati d'eccessivo orgoglio;
Francesco lasciavasi accecare dalla collera, ed appunto in tale
traviamento si ferì da sè stesso, credendo ferire il suo nemico. Era
Jacopo dedito al giuoco, ed aveva l'abitudine di bestemmiare, per altro
era uomo assai caritatevole; e consacrava parte delle sue entrate al
soccorso de' poveri e ad arricchire le chiese. Per timore di avvolgere
nella propria sventura coloro che avevano qualche credito verso di lui,
aveva pagati tutti i suoi debiti la vigilia del giorno fissato
all'esecuzione della congiura, ed aveva consegnate ai loro proprietarj
tutte le mercanzie che teneva in dogana per altrui conto[112].

  [112] _Machiavelli, l. VIII, p. 378._

Sebbene i congiurati non avessero ottenuto l'intento loro, la posizione
di Lorenzo de' Medici era sempre pericolosa assai. Le truppe, adunate
nella valle del Tevere sotto Lorenzo Giustini, ed in Romagna sotto Gian
Francesco di Tolentino, erano di già entrate nel territorio di Firenze;
ma, avendo udito il disastro dei Pazzi, eransi ritirate senza lasciarsi
raggiugnere dalle truppe della repubblica. Intanto il re Ferdinando
mandava altre truppe, che di già avevano passato il Tronto, ed aveva
renduta pubblica la sua alleanza col papa e colla repubblica di Siena.
Questa lega aveva scelto per suo generale il duca d'Urbino, Federico di
Montefeltro, ed aveva dichiarata la guerra, non già alla repubblica
fiorentina, ma al solo Lorenzo de' Medici, che non volevasi confondere
colla sua patria. Nello stesso tempo il papa intimava la scomunica alla
repubblica fiorentina, se entro un mese, da incominciarsi col primo di
giugno, giorno della pubblicazione della bolla, ella non consegnava ai
tribunali ecclesiastici Lorenzo de' Medici, il gonfaloniere, i priori e
gli otto della balìa con tutti i loro fautori, ond'essere puniti secondo
l'enormità del loro delitto[113]. Consisteva questo delitto nell'avere
portate le mani sopra un ecclesiastico. «Perchè i cittadini, dice il
papa, erano tra di loro venuti a qualche dissensione civile e privata,
questo Lorenzo coi priori di libertà ec..... avendo interamente scosso
il timore di Dio, e trovandosi infiammati di furore, vessati da
diabolica sugestione, e trasportati come cani da insensata rabbia,
infierirono con tutta possibile ignominia contro persone ecclesiastiche.
Oh dolore! oh inaudito delitto! portarono le violenti mani sopra un
arcivescovo, e lo appiccarono pubblicamente alle finestre del loro
palazzo[114].»

  [113] _Bulla Sixti IV apud Raynald. Ann. Eccl. 1478, § 10, p. 273._

  [114] _Ivi, § 9, p. 272._

Il papa non si difese intorno all'aver avuto parte nella congiura, e non
cercò in alcuna bolla di smentire quest'accusa; per lo contrario i
Fiorentini confessarono il loro torto d'avere fatto morire l'arcivescovo
di Pisa ed i preti congiurati, che erano soggetti soltanto alla
giurisdizione ecclesiastica; cercarono di calmare il papa
assoggettandosi alle sue censure, e restituirono la libertà al cardinale
Riario[115]. Tanta moderazione fu inutile; il dieci delle calende di
luglio una seconda bolla fulminò contro di loro più gravi pene: proibì
ai fedeli di avere comunicazione di veruna sorta con loro, ruppe le
precedenti alleanze, vietò a tutti gli stati di contrarne di nuove, ed
impedì ad ogni militare di mettersi al loro soldo[116].

  [115] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 120._

  [116] _Ann. Eccl 1478, § 12, p. 273, — Diarium Parmense, p. 279._

Intanto i Fiorentini si apparecchiavano a respingere colle armi
l'attacco onde erano minacciati, ed il 13 di giugno crearono, secondo
l'antica costumanza, i decemviri della guerra[117]. Spedirono nello
stesso tempo a tutti i principi cristiani una relazione della congiura;
chiesero col mezzo de' loro ambasciatori i soccorsi del duca di Milano e
della repubblica di Venezia in forza della loro alleanza[118]: adunarono
in Firenze un concilio provinciale di tutti i prelati toscani, loro
domandarono una protesta contro la sentenza di Sisto IV, ed un appello
della sua scomunica ad un concilio ecumenico[119]. Pubblicarono altresì
l'autentica confessione del Montesecco, onde togliere qualunque dubbio
rispetto alla parte che il papa aveva avuta nella cospirazione, e
mandarono questo documento col loro appello all'imperatore, al re di
Francia ed ai principi sovrani della Cristianità[120]. Finalmente per
sottrarre Lorenzo dei Medici ad attentati simili a quello da cui era
uscito salvo, la signoria accordò alla sua persona una guardia di dodici
uomini[121]. I monarchi d'Europa potevano difficilmente apprezzare i
motivi de' cittadini fiorentini per metter fine all'usurpazione della
casa de' Medici. Essi di già risguardavano i due fratelli come legittimi
sovrani, ed una congiura contro di loro sembrava un attentato contro la
maestà dei troni. Altronde senza esaminare i diritti che potevano avere
i congiurati, la condotta del papa, il quale si associava a costoro per
soddisfare l'odio e la cupidigia di un nipote, che passava per suo
figlio, loro sembrava sempre scandalosa. Quindi il re di Francia,
l'imperatore Federico, i Veneziani, il duca di Milano e quello di
Ferrara minacciarono Sisto IV di ritirarsi dalla sua ubbidienza, se
proseguiva a turbare la Cristianità con un'ingiusta guerra. Lodovico XI
richiamò le dispute intorno alla prammatica sanzione; volle trattenere
le annate, dacchè i tesori ch'esse portavano a Roma venivano impiegati
nel fare la guerra ai Cristiani, non a difenderli contro i Turchi. Citò
inoltre Sisto IV ad un concilio che diede voce di volere adunare in
Orleans, poi in Lione, ma che non ebbe mai luogo[122]. In ultimo mandò
ambasciatore a Firenze il celebre storico Filippo di Comines, per dare
maggiore importanza ai Medici con larga promessa di protezione[123].

  [117] I dieci della guerra nominati in questa occasione furono
  Lorenzo de' Medici, Tommaso Soderini, Luigi Guicciardini, Bongiani
  Gianfigliazzi, Piero Minerbetti, Bernardo Buongirolami, Roberto
  Lioni, Gedo Serristori, Antonio Dini e Niccolò Fedini. _Scip.
  Ammirato, l. XXIV, p. 120._

  [118] _Machiavelli, l. VIII, p. 385._

  [119] Il signor Roscoe ha pubblicata questa protesta, che forse non
  venne giammai formalmente sanzionata dal concilio toscano. _Appen.
  N.º 27, p. 114-153._

  [120] Fu pure pubblicata dal signor Roscoe, _N.º 28, p. 154-172_. M.
  F. H. Egerton pubblicò in Parigi (il 25 marzo del 1814 in 4.º) una
  lettera della signoria di Firenze a Sisto IV in data del 21 luglio
  1478. Questa lettera è nobile, soda ed elegantemente scritta.

  [121] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 123._

  [122] _Ann. Eccl. 1478, § 13, p. 274._

  [123] _Mémoires de Phil. de Comines, l. VI, ch. V. — Collect. Univ.
  des Mémoires, t. XII, p. 40._

I più saggi fra i cardinali vedevano con dolore compromessa l'autorità
pontificia dall'inconsiderazione di un papa; ma credevano assai più
importante di salvarla, che di costringere Sisto IV ad ascoltare i
consiglj della prudenza e della giustizia. In una delle sue ultime
lettere[124] il cardinale di Pavia scriveva al papa: «So che recasi
presso di noi per parte del re di Francia un ambasciatore riputato assai
nelle Gallie, la di cui commissione è oltremodo orgogliosa. È incaricato
di sottrarre i Francesi all'ubbidienza della santa sede, e di appellare
ad un concilio se non si revocano le censure pronunciate contro i
Fiorentini, se coloro che hanno ucciso Giuliano, quegli ancora che
approvarono questo assassinio, non vengono puniti; e per ultimo se non
rinunciamo alla guerra da poco cominciata.... Frattanto che potremmo noi
fare di più vergognoso, qual maggior piaga, qual morte più crudele
potremmo noi arrecare all'autorità di Roma, che di rivocare la nostra
sentenza, prima ancora che asciutto sia l'inchiostro con cui fu vergata.
Il solo flagello accordatoci da Dio per la nostra conservazione ci
caderebbe di mano, il bastone apostolico più non avrebbe forza di
rompere i vasi inutili; la potenza secolare avrebbe in allora un rifugio
contro le censure, e ciò che la debolezza nostra avesse una volta
abbandonato, più ricuperarlo non potrebbe il nostro coraggio.»

  [124] Il cardinale di Pavia morì l'11 settembre del 1479.

Il cardinale propose in seguito al pontefice di acquistar tempo con
evasive risposte, di promettere di ricevere i Fiorentini in grazia, ove
manifestassero pentimento; ma di dichiarare di non lo poter fare che in
un'assemblea di tutti i cardinali, la quale assemblea era impossibile
durante la peste; di ritenere sotto lo stesso pretesto della peste gli
ambasciatori francesi in luogo lontano dalla corte; per ultimo di
seguire l'esempio dello stesso re di Francia, che talvolta aveva
differita un anno intero la risposta ai legati di Roma. «Se il re,
soggiugne egli, acconsente, com'è probabile, a questi indugi, voi avrete
tempo di atterrare le armi de' vostri nemici, e Dio nella sua
misericordia spesso ci concede inaspettati soccorsi: se il re non si
acquieta, saranno a lui imputabili tutte le conseguenze della sua
impazienza.... Allora vostra santità confidisi interamente in Dio;
quegli che regna nei cieli è più grande di quegli che vive sulla terra.
Il primo sostenne i suoi sacerdoti ne' più gravi travagli, non verrà
loro meno ne' minori pericoli: altronde i nostri nemici combatterebbero
per il peccato, noi contro il peccato; essi vorrebbero la nostra
perdita, e noi altro non vogliamo che la loro salute e la loro vita: in
così diversa situazione, e quando così giusta è la nostra causa, senza
dubbio che noi dobbiamo tutta in Dio riporre la nostra speranza[125].»

  [125] _Card. Papiensis Epist. 693, 16 julii 1478. — Ann. Eccl. 1478,
  § 16, p. 274._

I consiglj del cardinale di Pavia vennero adottati. Sisto IV differì
fino al 27 gennajo seguente ad accordare la prima udienza agli
ambasciatori francesi; ed anche allora non diede loro un positivo
riscontro; disse che avrebbe incaricato un suo legato di portare a
Lodovico XI l'espressione de' suoi sentimenti; frattanto soggiunse che
aveva con dispiacere veduto questo monarca prestar fede a Lorenzo ed a'
suoi complici, piuttosto che a quegli che ha ricevuta la sua autorità da
Dio medesimo, e che a lui solo deve renderne conto; poichè sta scritto
nelle sacre carte: «L'orgoglioso, che non vuole ubbidire all'ordine del
pontefice che rende un culto al suo Dio, deve morire per sentenza del
giudice. Così tu toglierai il male dalla terra d'Israello; il popolo
vedendolo rientrerà nel timore, e niuno più non si gonfierà di vano
orgoglio[126].» Mentre il papa addormentava co' suoi indugi e con
ambigue risposte la lega che pareva formarsi contro di lui, proseguiva
vigorosamente la guerra intrapresa in Toscana.

  [126] _Raynald. Ann. Eccl. 1478, § 18, 19, p. 275. Ex Archiv. MS.
  Vaticani._



CAPITOLO LXXXVI.

      _Guerra tra Sisto IV, alleato di Ferdinando di Napoli, ed i
      Fiorentini. — Genova ricupera la sua libertà. — Continuazione e
      fine della guerra di Venezia contro i Turchi_.

1478.


La condotta d'una cospirazione richiede sempre un certo grado di
dissimulazione, ed ancora di falsità; gli uomini contro i quali vengono
diretti somiglianti attentati, lagnansi frequentemente con amarezza
della perfidia di coloro ch'essi avevano risguardati come loro amici;
essi scordano le loro proprie offese, perchè coloro che sonosene
vendicati non ne mostrarono risentimento, e chiedono di essere attaccati
a viso scoperto e con armi eguali, mentre ch'essi medesimi si chiudono
nelle fortezze, si circondano di guardie, ed armano una intera
popolazione per difendersi. Ma perchè il rimprovero di dissimulazione
non faccia torto alla riputazione dei cospiratori conviene che un
eminente pericolo, un pericolo personale li giustifichi. Coloro che
scagliano i loro colpi da un luogo sicuro, che potendo combattere colle
armi dei principi adoperano invece il pugnale degli assassini, meritano
essi soli l'obbrobrio che deve ricadere sul tradimento. I Pazzi ed i
Salviati possono parer grandi e degni di rispetto, quand'ancora
addormentano i Medici con false carezze, e che stringendoseli al seno in
segno di amicizia, cercano sotto i loro abiti se queste vittime portano
la corazza[127]; ma Sisto IV che benedice le armi de' cospiratori, e
Ferdinando di Napoli che fa avanzare le sue armate per assecondarli;
questo sommo pontefice e questo monarca, che violano essi stessi la
legislazione, sotto la protezione della quale vivono, non meritano
maggiore stima di que' vili, che pagano mercenarj assassini per appagare
le loro vendette. Qualunque volta è aperto l'adito alla pubblica
vendetta, rimane interdetta la privata. I vindici de' privati sono i
tribunali, il tribunale de' sovrani è la guerra. I tribunali sono
impotenti per difendere l'onore, infedeli quando converrebbe di
difendere la libertà; fu perciò dall'opinione renduta ai cittadini la
spada per difendere l'onore ne' duelli, e per ricuperare la libertà
nelle legittime congiure[128]. I duelli, non altrimenti che le congiure,
sono dall'onore vietati ai sovrani, che hanno un altro giudice
nell'esperimento delle armi pubbliche.

  [127] Cioè risguardati come cittadini di una patria libera, che
  credono caduta sotto la tirannide di un privato, e che sperano di
  ritornare nel primo suo stato colla morte dell'ingiusto oppressore.
  Ma altri meno nobili motivi si erano ne' Pazzi associati a quelli di
  amor di patria, ed il loro attentato, ed i mezzi tutti posti in
  pratica per giugnere al loro fine, perdono quell'illusione che
  accompagna il disinteressato amor di patria. _N. d. T._

  [128] La cospirazione per essere legittima deve eseguirsi dalla
  maggiorità della nazione, o dai suoi rappresentanti, contro
  l'usurpatore del legittimo governo. Rispetto al duello possono
  consultarsi i pubblicisti che hanno parlato _ex professo_. _N. d.
  T._

Forse Sisto IV nudriva grandi pensieri e vasti progetti per
l'indipendenza d'Italia; senza apprezzarne la libertà, conosceva la
potenza delle repubbliche; voleva assicurare alla penisola tutti i mezzi
di respingere gli attacchi degli stranieri e de' barbari, riunendo la
Lombardia alla Toscana sotto l'egida di governi renduti forti dalla
confidenza e dall'amore dei popoli. Il piano che la sua mente aveva
concepito, e che noi vedremo svilupparsi, era degno di un uomo di genio,
e di un vero amico del suo paese; ma il carattere di questo papa
corrompeva il suo spirito, e frammischiava la falsità e la perfidia a'
suoi vasti concepimenti. Incapace di distinguere la virtù dal delitto,
gli erano indifferenti tutti i mezzi d'esecuzione, ed egli disonorava i
suoi progetti cogli strumenti che sceglieva per eseguirli. E per tal
modo quando ancora si armava a favore della libertà, rendevasi odioso
agli stessi repubblicani, facendo uso del potere della Chiesa,
scandalizzava i cattolici e progettando l'indipendenza dell'Italia, era
il primo ad esporla alle invasioni dello straniero.

Sisto IV e Ferdinando eransi apparecchiati alla guerra, avanti che i
Pazzi avessero scagliati i primi colpi contro i Medici. Per lo contrario
i Fiorentini non avevano ancora un'armata, nè potevano formarla in
sull'istante. Si andavano per loro assoldando in Lombardia tutti i
capitani che cercavano di servire; ed avevano di già riuniti sotto i
loro stendardi Niccolò Orsini, conte di Pitigliano, Corrado Orsini,
Rodolfo Gonzaga, fratello del marchese di Mantova, i due suoi figliuoli
ed altri capitani. Rispetto ai piccoli principi di Romagna, che tutti
facevano il mestiere di _condottieri_, i Fiorentini erano stati
prevenuti da Sisto IV, il quale aveva assoldati Federico, duca di
Urbino, Roberto Malatesta, signore di Rimini, e Costanzo Sforza, signore
di Pesaro. L'armata pontificia, renduta in tal modo assai numerosa,
entrò con quella del duca di Calabria nelle terre della repubblica, nel
mese di luglio[129]. I Fiorentini, non potendo tenere la campagna,
distribuirono i loro soldati nelle terre murate poste ai confini dello
stato di Siena e del ducato d'Urbino. Formarono inoltre un campo al
Poggio Imperiale; ma era composto di altrettante truppe indipendenti
quanti erano i condottieri che le comandavano; niuno voleva riconoscere
l'autorità di un altro; disprezzati erano gli ordini de' commissari
nominati dalla repubblica; ogni capitano riputavasi per lo meno eguale
ai cittadini che sedevano nel consiglio, ed avrebbe creduto di far torto
al proprio onore, ubbidendo agli ordini di un uomo, che i natali e la
carica non facevano soprastare agli altri.

  [129] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 121._

Per ristabilire la subordinazione, i Fiorentini offrirono il comando
dell'armata ad Ercole, duca di Ferrara, colla paga di sessanta mila
fiorini in tempo di guerra e di quaranta mila in tempo di pace. Essi non
vollero abbadare ai consiglj della repubblica di Venezia, che loro
ricordava, che Ercole, avendo sposata una figlia di Ferdinando,
combatterebbe con poco vigore contro il duca di Calabria suo
cognato[130]. Lo stesso Ercole si mostrò lungo tempo indeciso, e
soltanto il 30 agosto segnò il trattato coi commissarj fiorentini[131].

  [130] _Marin Sanuto Vite dei Duchi di Venezia, t. XXII, p. 1209._

  [131] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 126._

Intanto erano in luglio cominciate le ostilità: i duchi d'Urbino e di
Calabria avevano guastato con estrema crudeltà il territorio fiorentino
da loro occupato, avevano successivamente assediato Rencina, la
Castellina, ragguardevole fortezza lontana otto miglia da Siena, e
Radda. Sebbene si difendessero valorosamente, questi tre castelli
dovettero capitolare a condizione di aprire le porte ai nemici, se non
venivano soccorsi avanti un determinato tempo; l'armata fiorentina,
informata di tale capitolazione, non aveva osato arrischiare una
battaglia per liberarli[132]. In appresso i nemici avevano preso
Mortajo, assediavano Brolio e minacciavano Cacchiano, quando finalmente,
l'otto settembre, giunse a Firenze il duca di Ferrara. Il dodici andò a
visitare il campo; ma frattanto Brolio s'arrese quasi sotto i suoi occhi
ai nemici, i quali, in onta alla capitolazione che avevano segnata,
saccheggiavano e bruciavano questo castello, come avevano poco prima
saccheggiato e bruciato quello di Radda[133].

  [132] _Diario Sanese di Allegretto Allegretti, p. 785. — Orlando
  Malavolti Storia di Siena, p. III, l. III, f. 73._

  [133] _Scipione Ammirato, l. XXIV, p. 127._

Fino alla venuta del duca di Ferrara i Fiorentini avevano potuto dolersi
di non avere un capo; ma non tardarono a pentirsi di averne scelto uno
che mancava di talenti o di risolutezza, se pure non era segretamente
d'accordo coi loro nemici. Erasi aspettato per dargli il bastone del
comando l'istante fissato dagli astrologi, i quali lo avevano
dilazionato fino al 27 di settembre, a dieci ore e mezzo, ossia alle
sedici ore italiane. Aspettando che giugnesse il favorevole istante,
Ercole aveva lasciato prendere Cacchiano in sua presenza, e lasciava
assediare in Val di Chiana Monte Sansovino, una delle più importanti
piazze poste ai confini, poichè signoreggiava l'ingresso del piano
d'Arezzo e di Cortona, di Val d'Ambra e di Val d'Arno[134].

  [134] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 128._

Il duca di Ferrara ora aveva che dire coi commissarj fiorentini, ora coi
proprj ufficiali; mai non trovava luogo abbastanza sicuro per
accamparsi, ricusava di avvicinarsi ai nemici, ed invece affrettavasi di
fare con loro un armistizio a svantaggiosissime condizioni,
acconsentendo che, durante l'armistizio, il duca d'Urbino continuasse
l'assedio di Sansovino. Avendo quest'armistizio cessato alla fine
d'ottobre, il duca di Ferrara propose di porre Sansovino nelle mani d'un
terzo, per dar tempo di cominciare altre negoziazioni; suggerì pure
altri espedienti che tutta disvelavano la debolezza del suo carattere, o
la sua mala fede, e ricusò costantemente di venire a battaglia per
liberare gli assediati, sebbene le sue forze fossero press'a poco eguali
a quelle dei nemici, avendo con lui sette mila uomini di cavalleria e
sei mila pedoni, mentre il duca d'Urbino aveva mille cavalli di più e
due mila pedoni di meno[135]. Finalmente Sansovino s'arrese l'otto di
novembre quasi in sugli occhi del duca di Ferrara; ed i nemici avendo
presi i quartieri d'inverno tra Fojano, Lucignano ed Asinalunga in sui
confini dello stato di Siena, il duca terminò dal canto suo questa
vergognosa campagna, alloggiando le sue truppe tra Olmo e
Pulicciano[136].

  [135] Si cominciava a que' tempi a contare la cavalleria per
  isquadroni, o _squadre_, per lo più di 75 uomini. Il duca d'Urbino
  ne aveva 109, ed i Fiorentini 94. _Diarium Parmense, p. 289._

  [136] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 130. — Allegretto Allegretti
  Diari Sanesi, t. XXIII, p. 784._

Non si può non essere maravigliati vedendo che Lorenzo de' Medici non
presentossi mai nel campo fiorentino durante una guerra che la sua
patria sosteneva per suo riguardo. Aveva permesso che l'armata fosse
prima esposta agli inconvenienti dell'insubordinazione avanti la venuta
del duca di Ferrara, poi della diffidenza e forse del tradimento dopo la
di lui venuta, senza tentare di stabilirvi l'ordine, o di affrettarne le
operazioni. Il governo e forse lo stesso Lorenzo non avevano troppa
fiducia nei suoi talenti militari; ma i commissarj che la repubblica
mandava all'armata non erano probabilmente più di lui bellicosi. Quando
fu portato a Firenze il manifesto di Sisto IV e di Ferdinando, Lorenzo,
vedendosi indicato come il solo nemico di questi due sovrani, aveva
convocato un consiglio de' _richiesti_, cui erano stati invitati
trecento cittadini. Aveva loro dichiarato di essere apparecchiato ad
andare in esilio, in prigione, ed ancora alla morte, se la sua patria
credeva doverlo sagrificare per sottrarsi all'attacco de' suoi nemici.
Ma in pari tempo aveva fatto loro sentire che la loro prudenza e la loro
perseveranza bastavano sole per resistere al turbine e giugnere al
termine de' mali ond'erano minacciati. I Fiorentini, chiamati a questo
consiglio, corrisposero a così generosa interpellazione, giurando di
consacrare le sostanze loro e la vita in difesa di Lorenzo de'
Medici[137].

  [137] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 122. — Nicc. Machiavelli Istor.,
  l. VIII, p. 380._

Mentre i decemviri della guerra facevano nuove leve di soldati,
raccoglievano munizioni, e rimontavano il materiale dell'armata, la
repubblica mandava i suoi più esperti negoziatori alle potenze da cui
poteva sperare soccorsi. Donato Acciajuoli, uno de' più riputati
letterati del secolo, era stato incaricato dell'ambasceria di Francia;
ma infermò e morì a Milano prima d'aver potuto giugnere alla corte di
Francia, e gli fu dato per successore Guid'Antonio Vespucci[138]. Ma
tutti gli attestati d'amicizia che Lodovico XI aveva dati alla
repubblica fiorentina non dovevano avere alcun utile risultato. Questo
monarca, vecchio ed infermo, temeva sempre che l'Europa si accorgesse
del suo decadimento, e vi ravvisasse un pronostico dell'imminente suo
fine; quindi cercava di occuparla con negoziazioni, di sorprenderla
colle minacce, di mantener viva l'opinione della sua costante attività;
e frattanto tenevasi lontano dall'entrare in intraprese che non avrebbe
avuta la forza di condurre a fine[139]. I Sienesi, invano accarezzati
dai Fiorentini, eransi scopertamente dichiarati pei loro nemici. I
Lucchesi, sempre gelosi de' potenti loro vicini, erano egualmente
disposti a dichiararsi contro Firenze, e Pietro Capponi, figliuolo di
Neri, mandato per ambasciatore a Lucca, potè a stento mantenerli
neutrali con concessioni d'ogni genere[140]. Giovanni Bentivoglio, che
in Bologna occupava press'a poco lo stesso rango che il Medici a
Firenze, restavasi inattivo, sebbene fosse alleato di Lorenzo. Nè di lui
più attivo era Manfredi, signore di Faenza. Di ciò n'erano forse cagione
i Veneziani, i quali per non accendere una guerra in Romagna eransi
formalmente opposti al progetto di questi due signori di attaccare il
principato d'Imola posseduto da Girolamo Riario.

  [138] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 126. — Jo. Mich. Bruti Hist.
  Florent., l. VII, p. 167._

  [139] _Mémoires de Philippe de Comines, l. VI, c. VII, p. 53._

  [140] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 130. — Nicc. Machiavelli, l.
  VIII, p. 392._

Tutta la speranza del Medici e dei Fiorentini stava adunque riposta
nell'alleanza coi due stati di Milano e di Venezia: ma i Veneziani,
pretestando la dichiarazione degli alleati di fare la guerra a Lorenzo
de' Medici, non alla repubblica fiorentina, protestarono di non essere
tenuti alla difesa di particolari cittadini nelle private loro liti.
Altronde si trovavano tuttavia impegnati in una disastrosa guerra coi
Turchi, ed in quest'anno medesimo avevano tremato per una formidabile
invasione. La reggenza di Milano assecondava di buona fede il governo
fiorentino, ma il re di Napoli per privarlo di così potente ausiliario
aveva trovato il modo d'occupare la duchessa Bona più seriamente ne'
proprj stati.

Ferdinando si fece da principio a trattare con Prospero Adorno, che
continuava a governare Genova a nome del duca di Milano, ma che nel
precedente anno si era mostrato quasi non meno diffidente de' suoi
ausiliarj milanesi che de' proprj nemici. Ferdinando gli offriva
d'ajutarlo a ristabilire i Genovesi nell'antica loro dipendenza, e gli
mandava per quest'oggetto due galere con grosse somme di danaro. La
duchessa Bona, avuto subito avviso di questa pratica, incaricò il
vescovo di Como di andare a prendere le redini del governo di Genova.
Questi si portò in quella città senza accompagnamento e travestito; ed
avendo adunato il senato in san Siro, gli comunicò le lettere del
principe, che richiamavano Prospero, e lo nominavano in sua vece
governatore[141]; ma non si attentò di fare la stessa dichiarazione nel
palazzo pubblico, nè di chiedere l'investitura prima d'avere adunati
alcuni soldati. Prospero Adorno approfittò di quest'indugio, chiamò i
suoi partigiani, tutti quegli ancora che nelle precedenti fazioni si
erano mostrati affezionati alla libertà di Genova; fece da costoro
nominare sei capitani del popolo, scelti tra i borghesi e gli artigiani
e, cambiato il titolo di governatore in quello di doge, proclamò
l'indipendenza della sua patria[142].

  [141] _Anton. Galli de Reb. Gen., p. 284. — Diar. Parm., t. XXII, p.
  281. — Uberti Folietæ Gen. Hist., l. XI, p. 642. — P. Bizarri Hist.
  Gen., l. XV, p. 346. — Agost. Giustiniani, l. V, f. 237._

  [142] _Ant. Galli de Reb. Gen., p. 285. — Uberti Folietæ, l. XI, p.
  643._

Ma l'armata dei Milanesi non occupava soltanto le fortezze, si era
inoltre trincerata nelle isole delle case più vicine, di modo che ebbe
luogo ogni giorno nelle strade qualche scaramuccia. Le famiglie nobili
parevano tutte favorevoli al dominio dei duchi di Milano; ed i Doria e
gli Spinola si erano anzi chiusi nelle fortezze, per correre la medesima
sorte della guarnigione. Cadauno di que' magnifici palazzi, che fin
d'allora avevano a Genova meritato il titolo di superba, era attaccato e
difeso coll'artiglieria. Prospero Adorno invitò Roberto di Sanseverino,
di que' tempi rifugiato in Asti, a venire a mettersi alla testa dei
Genovesi, e Roberto avidamente colse l'occasione di combattere la
reggenza di Milano cui erasi a stento sottratto. Dal canto suo Luigi
Fregoso, che due volte era stato doge di Genova, condusse nel porto
della sua patria sette galere napolitane con un piccolo numero di
soldati[143].

  [143] _Ant. Galli de Reb. Gen., p. 286. — Uberti Folietæ Gen. Hist.,
  l. XI, p. 644. — Ann. Placent. Ant. de Ripalta, t. XX, p. 956. — P.
  Bizarri Hist. Gen., l. XV, p. 348. — Agost. Giustiniani, l. V, f.
  238._

Sentiva la reggenza di Milano di quanta importanza fosse la difesa di
Genova, prima che le sue fortezze fossero prese dal popolo; e perchè i
cavalli non potevano essere di grande utilità nelle montagne della
Liguria, aveva adunata un'armata di otto mila pedoni armati di corazze
come gli uomini d'armi, sei mila d'infanteria leggiere e soltanto due
mila cavalieri[144]. Ma la reggenza ne diede incautamente il comando a
Sforzino, figliuolo naturale di Francesco I, il quale non aveva nè le
virtù, nè i talenti di suo padre. Gli furono dati per consiglieri Pietro
Francesco Visconti e Pietro del Verme: erano uomini di sperimentato
merito negli affari civili, e si suppose che sarebbero egualmente capaci
di condurre le armate[145].

  [144] _Uberti Folietæ, l. XI, p. 644._ — Il giornale anonimo di
  Parma fa montare l'armata a 20,000 uomini, _t. XXII Rer. Ital., p.
  282_; ed altri a 28,000.

  [145] _Ant. Galli de Reb. Cen., p. 290._

Per lo contrario Roberto da Sanseverino era uomo turbolento e fazioso
nei consiglj, ma eccellente soldato. Lasciando dietro a sè le due
cittadelle occupate dalla guarnigione milanese, portò le sue linee di
difesa nelle più anguste gole degli Appennini, alla distanza di sette
miglia dalla città, in vicinanza delle fortezze, chiamate i _due
gemelli_. V'innalzò subito trinceramenti renduti dalla posizione assai
importanti; e la sua poco numerosa armata, e la milizia genovese
formavano tutta la di lui forza. Per essere più sicuro di riunirla, fece
leggere innanzi al popolo da un frate domenicano una lettera, che diceva
d'avere intercettata, colla quale la duchessa di Milano avvisava il
vescovo di Como dell'imminente arrivo dell'armata che veniva a
liberarlo. Promettevasi in questa lettera alla guarnigione, in premio
della sua costanza, il sacco di Genova per tre giorni, poichè era giunto
il tempo di domare questa inquieta città, che la sola povertà poteva
ridurre ad una passiva ubbidienza[146]. In fatti, dopo la lettura di
questa supposta scrittura, quanti eranvi uomini in Genova capaci di
portare le armi, tutti corsero a porsi sotto le bandiere di Roberto di
Sanseverino. Ebbe l'avvedutezza di disporli in battaglioni subordinati a
sperimentati ufficiali, ed in conseguenza della sua savia organizzazione
questa milizia valeva quasi quanto la truppa assoldata. Si assicurò del
vantaggio del terreno non solo di fronte, ma ancora in sui fianchi dei
Milanesi, ed aspettò di essere attaccato.

  [146] _Ant. Galli, l. I, p. 289. — Ubertus Folieta, l. XI, p. 645._

La battaglia cominciò la mattina del 7 agosto 1478 e si continuò più di
7 ore con estremo accanimento. Furono successivamente condotte
all'attacco delle linee genovesi tre divisioni, e furono sempre
respinte. I Milanesi, avendo avuti seicento uomini uccisi, e moltissimi
feriti, dovettero in ultimo pensare alla ritirata; ma incautamente si
erano avanzati entro un'angusta valle, da cui non potevano uscirne che
per mezzo d'una vittoria. Il Sanseverino non acconsentì che fossero
immediatamente inseguiti in quegli angusti passi delle montagne per cui
dovevano ripassare. Temette che fossero ancora in tempo a voltare la
fronte, e che le milizie, che si staccavano per inseguirli, si
disordinassero. Ma quando i Milanesi si videro in mezzo a quelle
pericolose, gole, sentirono essi medesimi con quanta facilità potevano
essere disfatti, e questo timore bastò a disordinarli; ognuno voleva
passar oltre per giugnere prima del compagno in luogo più aperto;
gettarono le armi per essere più agili, e l'armata, che aveva fin allora
combattuto valorosamente, altro più non sembrò che una timida mandra che
fuggiva. Allora i Genovesi attaccarono i Milanesi alle spalle senza
trovare resistenza, e gli alpigiani gli oppressero dall'alto delle
giogaje, facendo rotolare sopra di loro grossi sassi. Gli assalitori
erano principalmente attenti a fare de' prigionieri per venderli come
forzati ai capitani delle galere di Napoli, che in quell'istante erano
entrate in porto[147]. Pure limitato era il numero di coloro che
potevano impiegarsi in quest'ufficio, mentre quasi tutta l'armata
milanese fu costretta ad arrendersi, prima d'avere ripassata la catena
delle montagne. I contadini, non trovando allora più vantaggio nel fare
prigionieri, si accontentavano di spogliarli non solo delle armi, ma
ancora degli abiti e delle camicie, onde si videro tornare in Lombardia
molte migliaja di soldati, che non avevano altre vesti che una cintura
di frasche[148]. La reggenza di Milano, perduta ogni speranza di riavere
Genova, cercò almeno di eccitare una nuova guerra civile, risvegliando
partiti che omai parevano spenti. Ella rendette ad un tempo la libertà
ad Ibletto dei Fieschi, e persuase la fazione dei nobili a richiamare a
Genova Battista Fregoso, figlio del doge Pietro. I Milanesi, assediati
nelle due fortezze, più non isperando soccorso, la consegnarono a questo
Battista Fregoso. Alcuni colpi di cannone avendo annunciato ai suoi
partigiani ch'egli ne aveva preso il possesso, questi pigliarono le armi
in tutta la città ed attaccarono con accanimento la porta di san
Tommaso. Pareva che il partito di Prospero Adorno fosse il più
avvantaggiato, quando Ibletto dei Fieschi, che con tutti i suoi clienti
erasi posto dalla banda del doge, acconsentì alle proposizioni fattegli
per parte di Battista Fregoso. Si fece pagare sei mila fiorini per
abbandonare la causa degli Adorni, e per lo stesso prezzo trasse
nell'opposto partito il luogotenente del re di Napoli. Nulla montava a
Ferdinando che un Fregoso, o un Adorno fosse il doge di Genova, purchè
la città più non ubbidisse al duca di Milano. Prospero, che aveva
abusato della sua vittoria condannando a pena capitale, come ribelli,
alcuni suoi nemici, si trovò improvvisamente abbandonato dalla maggior
parte de' suoi seguaci, e costretto ad uscire di città il 26 novembre
del 1478, e ad imbarcarsi sopra una galera di Napoli. Pochi giorni dopo
Battista Fregoso, di già possessore di tutte le fortezze, venne
proclamato doge e riconosciuto da tutti i partiti[149].

  [147] _Ubertus Folieta Gen. Hist., l. XI, p. 646. — P. Bizarri Hist.
  Genuens., l. XV, p. 350. — Agost. Giustiniani, l. V, f. 238._

  [148] _Ant. Galli de reb. Gen., p. 291-292. — Diar. Parm., t. XXII,
  p. 284._

  [149] _Ant. Galli de reb. Gen., l. II, p. 296-300._ Qui termina
  questo breve libro, scritto con calore, con eleganza e con amore
  grandissimo di libertà. _Diarium Parm., t. XXII, p. 287 e 290. — Ub.
  Folietae, l. XI, p. 647-648. — Ann. Placent., t. XX, p. 977. — P.
  Bizarri, l. XV, p. 353. — Agost. Giustin., l. V, f. 240._

Quando la reggente di Milano avea mandata la sua armata nelle montagne
di Genova, aveva ordinato a Sforzino, che la comandava, di concentrarsi
tosto che avesse sottomessi i ribelli Genovesi e di secondare a tutto
suo potere Lorenzo dei Medici. La disfatta di quest'armata distrusse le
speranze di Lorenzo, e la rivoluzione di Genova lo minacciava ancora di
un'altra sventura. I mercanti fiorentini, affidati all'alleanza del duca
di Milano, signore di Genova, avevano fatto di questa città un grande
emporeo del loro commercio marittimo. Quattro galere, caricate per loro
conto, il di cui valore ammontava a più di trecento mila fiorini,
dovevano entrare in quel porto entro pochi giorni. Se venivano prese e
confiscate dal nuovo governatore, alleato di Ferdinando, così grossa
perdita avrebbe scoraggiati i Fiorentini e privatili dei mezzi di
continuare la guerra. Perciò Lorenzo si trovò costretto ad accarezzare i
Genovesi, anche a risico di disgustare il duca di Milano. La signoria di
Firenze felicitò Battista Fregoso intorno alla sua elezione, e gli offrì
la sua amicizia, scusandosi in pari tempo presso la duchessa Bona di
questi forzati riguardi verso i suoi nemici[150].

  [150] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 130._

Le negoziazioni di Lorenzo de' Medici con Venezia acquistavano tanto
maggiore importanza in quanto che minori erano i sussidj che gli
offrivano gli altri alleati. Questa repubblica diventava l'unica
speranza, l'unico appoggio de' Fiorentini. Ma durante tutto il primo
anno della guerra, Venezia era stata battuta da tali calamità, che non
le fu possibile di soccorrere i Medici. La prima e la più grande, comune
a Venezia ed a Firenze, fu la peste, che pare essere stata prodotta in
Italia da un'invasione di locuste. In giugno del 1478 un'armata di
questi formidabili insetti coprì trenta miglia di lunghezza e quattro di
larghezza ne' territorj di Mantova e di Brescia. Il marchese Lodovico di
Mantova impiegò migliaja di persone ad ammazzarli, ma non prese la
precauzione di farli subito sotterrare; e la contagione si manifestò
bentosto, quale conseguenza della loro decomposizione[151]. L'epidemia
si comunicò alla Toscana, guastò Firenze ed il suo territorio, e privò
la repubblica di molti de' suoi più illustri ufficiali; aveva fatto pure
abbandonare senza difesa alcune terre murate, e rapiti in un mese alle
due armate più di due mila soldati[152]. A Venezia si era la peste
manifestata con tanta violenza che più non potevasi adunare il consiglio
dei Pregadi, essendosi rifugiati in campagna tutti i nobili che lo
formavano. In questo sempre imminente pericolo d'una atroce morte tutti
i calcoli di una lontana politica rimanevano senza interesse; onde i
Veneziani, lungi dal poter somministrare ai Fiorentini que' soccorsi
d'uomini e di danaro, che dovevano in forza de' trattati, non poterono
che dopo lunghissimi indugi adunare il senato, per dare i loro ordini
agli ambasciatori che mandavano a Roma. Furono questi incaricati di
rappresentare al papa che metteva in pericolo la Cristianità colla
guerra che eccitava in Italia, che in certo modo era lo stesso che far
causa comune col gran Turco, dal quale dovevasi ad ogni istante temere
un'invasione; che se il papa non desisteva da tale condotta, la signoria
di Venezia, d'accordo coll'imperatore e col re di Francia, gli
ritirerebbe la sua ubbidienza, e si appellerebbe de' suoi ingiusti
decreti ad un futuro concilio[153].

  [151] _Diar. Parmense, t. XXII, p. 280._

  [152] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 125. — Diarium Parm., p. 289._

  [153] _And. Navagero Stor. Venez., p. 1158._

L'accusa promossa contro il papa di secondare i progetti di Maometto II
era pur troppo fondata. Giammai gli avanzamenti de' Turchi avevano posta
l'Italia in maggiore pericolo; la stessa esistenza di Venezia trovavasi
compromessa, e la più leggiera diversione delle sue forze poteva farla
soggiacere agli attacchi della Cristianità.

I Veneziani, spossati da così lunghi sforzi, avevano fino dal 1475 fatto
fare a Maometto proposizioni di pace. Questi aveva domandato che Croja
venisse rimessa in suo potere, con tutte le fortezze che la signoria
aveva acquistate dopo il cominciamento della guerra. Inoltre chiedeva il
pagamento di cento cinquanta mila fiorini a titolo di un debito
contratto dagli amministratori delle miniere d'allume, e per un furto
fatto al suo fisco, in certo qual modo autorizzato dalla repubblica.
Così dure condizioni non vennero accettate, ma fecero luogo ad un
armistizio di sei mesi[154]. Durante il 1476 i Veneziani non avevano
agito contro i Turchi, ma non erano perciò rimasti senza inquietudine
pei loro possedimenti di Levante. La regina Carlotta di Cipro, cercando
sempre nuovi espedienti per rientrare nel suo regno, aveva adottato don
Alonzo, figliuolo naturale di Ferdinando. Due galere napolitane dovevano
prenderla a Rodi per condurla al Cairo, dove voleva guadagnarsi la
protezione del soldano d'Egitto. Avendone avuto avviso il consiglio dei
dieci, ordinò ad Antonio Loredano, capitano generale delle sue galere,
di portar via da Cipro i tre figli naturali dell'ultimo re, e sua madre
Marietta, sotto la di cui guardia erano stati lasciati. Tutti e quattro
vennero condotti a Venezia e tenuti sotto buona guardia, abusando in tal
modo la repubblica della confidenza in lei riposta dall'ultimo dei
Lusignani; perciocchè o egli medesimo era un usurpatore e non aveva
potuto trasmettere verun diritto alla sua vedova, o i suoi figli
naturali avevano i medesimi suoi diritti. Quando si riunivano alla
regina Carlotta, quando i legittimi figli ed i bastardi del Lusignano
confondevano assieme i loro interessi, le pretensioni della regina
Cornaro e della repubblica di Venezia diventavano affatto
insostenibili[155].

  [154] _And. Navagero Stor. Venez., p. 1145._

  [155] _And. Navagero Stor. Venez., p. 1146._

La guerra coi Turchi si rinnovò nel 1477. Acmeto, sangiacco d'Albania,
venne ad assediare Croja con otto mila cavalli. Le campagne furono
guastate, e gli abitanti fuggirono nelle montagne; ma così forte era la
città, non tanto per le opere dell'arte che per la naturale sua
posizione, che poteva sfidare gli attacchi dei nemici. Ne aveva il
comando Pietro Vettori, e Francesco Contarini, provveditore d'Albania,
era incaricato di adunare un'armata nella provincia per far levare
l'assedio. Durante tutta la state gli abitanti di Croja si difesero
vigorosamente: in sul finire d'agosto il Contarini giunse ad Alessio con
due mila uomini di cavalleria veneziana, cinquecento cavalleggeri, ed
una buona infanteria albanese, che gli aveva condotto Niccolò Ducaini.
Di là il 2 di settembre si avanzò nella pianura alle falde della
montagna di Croja, che gli abitanti chiamano la _Tiranna_, ed ove i
Turchi avevano formato il loro campo in distanza di quattro miglia dalla
città. La battaglia tra le due armate cominciò verso mezzo giorno, e
durò fino a sera senza che l'infanteria veneziana si staccasse mai dalla
cavalleria pesante. L'una e l'altra apponevano ai Turchi una linea che
le replicate cariche della loro cavalleria non poterono mai rompere. In
sul declinare del giorno i Turchi fuggirono a briglia sciolta,
abbandonando ancora il loro campo. Gli abitanti di Croja fecero una
sortita, rovesciarono i due ridotti che chiudevano il passaggio, e
vennero a dividere il bottino del campo ottomano, ove trovarono molte
ricchezze e molti viveri, de' quali Croja cominciava ad aver penuria. Ma
i Turchi ritiratisi sulle vicine montagne, vedendo al chiaro della luna
il disordine de' vincitori nel campo da loro abbandonato, piombarono
improvvisamente sui Veneziani che si contendevano le loro spoglie, ne
uccisero la maggior parte, tagliarono la testa al Contarini, caduto
nelle loro mani, dispersero tutta l'armata albanese, ed uccisero più di
mille uomini del solo corpo delle truppe italiane[156].

  [156] _M. A, Sabellico Dec. III, l. X, f 223. — And. Navagero, p.
  1147._

Venezia non erasi ancora riavuta dallo spavento cagionato da questa
rotta, quando in ottobre si seppe che il pascià di Bosnia aveva invaso
il Friuli. Per altro la repubblica, avvertita dalla precedente
invasione, aveva incaricato il procuratore Francesco Tron di fortificare
quelle frontiere: ed era stata tirata una linea di trinceramenti dalle
foci dell'Isonzo presso Aquilea fino a Gorizia. Si era per tale opera
approfittato delle dighe dei fiumi; si erano alzate lunghe cortine di
terra coperte di zolle, ed afforzate di tratto in tratto da torri o da
bastioni della stessa natura. In tutte queste opere eransi piantate
delle palafitte, o piuttosto tronchi di salci vivi, e così fitti che non
davano verun passaggio. Questo trinceramento, lungo dodici in quindici
miglia, pareva un muro di fortezza. Eransi inoltre fortificati due campi
ne' luoghi in cui l'Isonzo pareva guadabile, l'uno a Gradisca, l'altro a
Fogliano. Finalmente Gorizia aveva altresì un ponte su questo fiume, il
quale era stato diligentemente fortificato[157]. Girolamo Novello di
Verona, vecchio capitano, che aveva con lui suo figlio e molti valorosi
ufficiali, fu incaricato della custodia di questi trinceramenti con
circa tre mila fanti e molti corpi di buona cavalleria; onde gli
abitanti del Friuli riposavano sicuri, non si credendo esposti ad una
sorpresa del nemico.

  [157] _M. A. Sabellico Dec. III, l. X, f. 223._

Ma i Veneziani non avevano prese le convenienti misure per essere
preventivamente avvisati de' movimenti de' Turchi. Una sera del mese di
ottobre videro comparire la cavalleria turca intorno a quello de' due
campi che trovavasi al di là del fiume, avanti che nemmeno si sapesse
ch'erano usciti dalla Bosnia. Il giorno era troppo innoltrato per
combattere; onde dall'una parte e dall'altra i soldati si
apparecchiarono alla battaglia pel susseguente giorno. Pure nella stessa
notte i Turchi occuparono il ponte di Gorizia, senza che ciò si sapesse
nel campo di Gradisca. Per prendere questo ponte il pascià Mar Beg, Amat
Beg, o piuttosto Achmet Giedick[158], fece passare un migliajo di
cavalli sull'opposta sponda del fiume, mentre che in un altro luogo la
cavalleria turca, avendo scoperto un luogo cinto e nascosto da alcune
piante e da folte macchie sull'altra riva, attraversò a nuoto l'Isonzo,
e collocò un'imboscata nel luogo in cui voleva attirare i Veneziani.
All'indomani Achmet fece passare l'Isonzo a tutta la sua armata, ed
offrì battaglia a Girolamo Novello che l'accettò. Fu sostenuta alcun
tempo con molto coraggio, ed il figlio di Girolamo, che comandava la
prima squadra, ributtò valorosamente i nemici; ma malgrado gli avvisi
del padre, che diffidava della loro facilità a darsi alla fuga, si
lasciò trasportare dal calore della vittoria ad inseguirli, e cadde
nell'imboscata che gli era stata tesa, ed il suo corpo venne interamente
distrutto. La seconda squadra che gli teneva dietro, atterrita da questo
cambiamento di fortuna, si ritrasse, e la sua fuga, resa nota fino alle
ultime linee, fu cagione che tutta l'armata si disordinasse; ad altro
più non si pensò che alla individuale sicurezza. La cavalleria turca,
formidabile nell'inseguire il nemico, era alle spalle de' fuggitivi, e
continuò ad abbattere teste fino al di là di Merzano. Girolamo Novello e
suo figlio furono uccisi in battaglia, come pure Giacomo Badoero,
Anastasio Flaminio e molti altri ragguardevoli personaggi. Inoltre i
Turchi fecero molti prigionieri[159].

  [158] Demetrio Cantemirio attribuisce questa spedizione ad Achmet
  Giedick. l. III, _cap. I, § 32_; ed osserva che i nomi di Alabey,
  Amatbey, Marbeg non sono Turchi. Anche il Fuggero chiama Achmet il
  capo di questa spedizione, senza dire che fosse il visir. _Spiegel
  der Ehren, Buch V, cap. 25, p. 826._

  [159] _M. A. Sabellico Dec. III, l. X, f. 224. — Marin Sanuto Vite,
  t. XXII, p. 1205._

Frattanto la cavalleria ottomana si sparse per tutta la campagna tra
l'Isonzo ed il Tagliamento. Tutto ciò che il fuoco poteva distruggere fu
dato alle fiamme. Vedevansi nello stesso tempo bruciare i foraggi, il
raccolto, i boschi, gli abituri, i villaggi ed un centinajo di palazzi
ossia ville de' nobili veneziani. Lo storico Sabellico, che allora
trovavasi in un castello non molto lontano da Udine, aveva sotto gli
occhi questo vasto incendio, che, veduto dalla sommità di una torre,
pareva in tempo di notte un mare di fuoco. Dopo avere per due interi
giorni guastato questo piano, i Turchi passarono ancora il Tagliamento e
bruciarono il paese posto tra questo fiume e la Piave. In tempo di notte
vedevansi ancora da Venezia le fiamme di quest'incendj, e vi spargevano
la costernazione. Fu eletto un provveditore generale per l'Istria, fu
dato ordine a quello d'Albania di recarsi nel Friuli, s'incaricò il
provveditore di Lombardia di raccogliere le milizie di Verona, di
Vicenza e di Padova; varj nobili veneziani vennero deputati al comando
di ogni fortezza, ed il 2 novembre si pose in cammino una nuova armata
per iscacciare i Turchi dai luoghi che occupavano; ma erano
spontaneamente partiti ed avevano di già ripassato l'Isonzo[160].

  [160] _And. Navagero Stor. Venez., p. 1148. — M. A. Sabellico Dec.
  III, l. X, f. 225. — Diarium Parm., t. XXII, p. 268._

Tutte le conquiste dei Turchi erano state precedute da scorrerie
somiglianti a quelle che avevano adesso fatte nel Friuli. Ruinavano il
paese con molte consecutive campagne prima di pensare a stabilirvisi; e
se si fosse loro permesso di penetrar di nuovo nel nord dell'Italia,
queste ruinate province bentosto non sarebbero più state suscettibili di
difesa, ed in pochi anni le armi della mezzaluna si sarebbero avanzate
fino nel cuore della Lombardia. I Veneziani fecero tutto quanto potevano
per allontanare questo disastro. Avevano conosciuto per prova che non
avevano bastante cavalleria su questi confini, e vi richiamarono Carlo
di Montone, figlio di Braccio, che tornava dalla sua spedizione contro
di Siena. Fortificarono Gradisca, rialzarono i distrutti baluardi,
descrissero in reggimenti venti mila uomini di milizie delle loro
province di terra ferma, e distribuirono in compagnie tutti gli abitanti
di Venezia, obbligandoli ad esercitarsi nelle evoluzioni militari[161].

  [161] _And. Navagero, t. XXIII, p. 1149. — M. A. Sabellico Dec. III,
  l. X, f. 225._

Frattanto l'assedio di Croja aveva sempre continuato, e questa città
cominciava a mancare di vittovaglie. La repubblica di Venezia,
abbandonata dagli altri stati dell'Italia, inquietata dagl'intrighi e
dalla ambizione del papa e di suo figlio Girolamo Riario, temeva di non
essere più abbastanza potente per chiudere lungo tempo ai barbari
l'ingresso della penisola, e cercò di nuovo di ottenere la pace da
Maometto II. Tommaso Malipieri, provveditore della flotta, fu
autorizzato, in gennajo del 1478, a passare personalmente a
Costantinopoli per offrire alla Porta la città di Croja, l'isola di
Stalimene, il braccio di Maino nel Peloponneso, tutti gli altri luoghi
che la signoria aveva conquistati in tempo della guerra, e cento mila
ducati in nome dell'appalto dell'allume contro il quale riclamava
Maometto. Tutte queste condizioni vennero dal sultano accettate, ma egli
vi aggiunse quello di un annuo tributo di sei mila ducati. Il Malipieri
rispose che non era autorizzato a prometterlo, e domandò, per consultare
i suoi committenti, due mesi dal 15 aprile al 15 giugno. In questo tempo
seppesi in Venezia che il re d'Ungheria ed il re di Napoli avevano
trattato col gran signore e riconosciute tutte le sue conquiste. Non
potevasi sperare veruna diversione dal canto della Persia, perciocchè
Ussun Cassan era morto ed i quattro suoi figli avevano fra di loro
divisa la paterna eredità. Croja trovavasi alle più dolorose estremità
ridotta, e più non poteva difendersi. In così difficili circostanze il
senato di Venezia risolse il 3 maggio di accettare le condizioni dettate
dai Turchi, sebbene assai dure. Ma quando fu portata la risposta a
Maometto, rispose di non essere più tenuto a mantenere la parola. Diceva
che la situazione delle due parti aveva cambiato dopo le prime
negoziazioni; risguardava Croja come di già sua, poichè verun umano
potere poteva salvarla; e se i Veneziani erano pure determinati ad
acquistare la pace col sagrificio di una città d'Albania, era Scutari e
non Croja che gli dovevano rilasciare. Il Malipieri, non avendo
istruzioni rispetto a questa nuova domanda, abbandonò Costantinopoli
senza aver nulla convenuto[162].

  [162] _And. Navagero, p. 1152._

Gli abitanti di Croja avevano di già sostenuto un anno d'assedio, e
negli ultimi mesi trovaronsi ridotti a nudrirsi dei più immondi
alimenti. Seppero intanto che il sultano, preceduto dal sangiacco
Solimano e dal beglierbey della Romania, era arrivato sotto Scutari con
un numeroso esercito. Gli spedirono il 15 giugno una deputazione per
offrirgli di arrendersi a sua altezza, e ne riportarono un firmano da
lui sottoscritta, colla quale prometteva a tutti di ritirarsi coi loro
beni, qualora non preferissero di vivere in Croja sotto la protezione a
favore della sublime Porta. A fronte di quest'alternativa tutti
dichiararono di rinunciare alla loro patria e di vivere ne' luoghi che
loro verrebbero assegnati dalla repubblica veneta. Consegnarono la loro
fortezza, ed uscirono sotto la scorta loro data dal pascià Aaron,
comandante dell'assedio; ma giunti appena in sul piano, questi li fece
tutti incatenare per condurli al gran signore, il quale, dopo avere
prescelti alcuni prigionieri più distinti che potevano pagare la taglia,
fece decapitare tutti gli altri. Così finirono gli ultimi compagni
d'arme di Scanderbeg. Tutto il suo popolo doveva in breve seguirlo nel
sepolcro[163].

  [163] _And. Navagero, t. XXIII, p. 1153. — Marinus Barletius de
  Scodrensi expugnatione. l. II, p. 399._

Intanto Maometto stringeva già d'assedio Scutari, ma gli abitanti di
questa città, che avevano preveduto quest'attacco, eransi apparecchiati
ad una vigorosa resistenza. Tutti coloro che non erano abili alle armi
furono mandati fuori di città, entro la quale non erano rimasti che
mille seicento cittadini, e dugento cinquanta donne, oltre la
guarnigione di seicento soldati sotto il comando del provveditore
Antonio de Lezze. Maometto aveva nel suo campo il beglierbey di Romania,
il sangiacco Solimano, ed i più distinti ufficiali del suo impero. I
padiglioni della sua armata coprivano tutto il piano di Scutari, le
falde delle montagne, e tutto il paese a perdita d'occhio[164].

  [164] _M. A. Sabellico Dec. III, l. X, f. 225. — Marin. Barletius de
  Scodrensi expugnatione l. II, p. 394._

Erasi aspettato l'arrivo di Maometto al campo musulmano per iscuoprire
le prime batterie contro Scutari, ma il sultano, lungi dal sapere buon
grado ai suoi generali di questa deferenza, loro rimproverò di non avere
fatti maggiori progressi. Una semplice linea di mura chiudeva la città,
e la formidabile artiglieria de' Turchi vi aprì bentosto una larga
breccia. Non pertanto il ripidissimo declivio del terreno, e la
difficoltà di salire la rupe, su cui erano poste le mura, supplirono
alla loro debolezza. I Turchi diedero l'assalto alla breccia il 22 di
luglio, ma dopo un'ostinata zuffa vennero con grave danno respinti,
maltrattati dai sassi e dai fuochi d'artificio che si facevano piovere
sopra di loro[165].

  [165] _And. Navagero, p. 1154_. — Mar. Barlezio ci conservò questa
  data, _l. II, p. 415._

Maometto fece allora piantare le batterie contro un lato delle mura di
cui gli parve più agevole l'accesso. Non essendo sostenute da un
terrapieno, furono in breve aperte, onde il sultano ordinò un secondo
assalto pel 27 luglio. Ma per approfittare dell'infinita superiorità
delle sue forze, divise il suo esercito, che gli storici veneziani
portano ad ottanta mila uomini, in più corpi, che dovevano succedersi
gli uni agli altri senza interrompimento, e rinnovare l'assalto finchè
gli abitanti di Scutari soggiacessero alla fatica. Avuto avviso di
quest'ordine, Antonio di Lezze divise pure la sua guarnigione in quattro
brigate, che dovevano mutarsi ogni sei ore. L'assalto cominciò prima di
giorno; i giannizzeri montavano alla breccia intrepidamente a traverso
alle pietre che si facevano rotolare sopra di loro, ai fuochi
d'artificio ed alle frecce; superavano le ruinate mura e sforzavansi in
appresso di salire sugli interni baluardi che formavano l'ultima difesa.
Nuovi assalitori s'innoltravano sempre dietro i primi, sostenendo in
certo modo la prima linea, e spingendoli per forza fino alla sommità del
bastione; ma non vi giugnevano mai che traforati da colpi di lance e di
spade, e prima d'aver potuto combattere cadevano morti sui loro
camerata, che per altro non si scoraggiavano. Maometto, furibondo per
così valorosa resistenza, ordinò di continuare l'attacco con sempre
nuove truppe durante tutta la notte e la metà del susseguente giorno.
All'ultimo, sia che i soldati, avviliti da tanti inutili sforzi,
ricusassero di combattere più oltre, o che lo stesso Maometto sentisse
l'inutilità di così spaventosa carnificina, fece suonare a raccolta dopo
avere perduto un terzo della sua armata[166].

  [166] _And. Navagero, p. 1155. — Mar. Barletius de Scodrensi
  expugnatione, l. II, p. 420-432._

Allora cambiando l'assedio in blocco, il sultano s'occupò nel
conquistare il rimanente della provincia, onde togliere agli assediati
ogni speranza di soccorso. E perchè la flotta veneziana avrebbe potuto
innoltrarsi, rimontando la Bogiana, fin presso a Scutari, chiuse la foce
di questo fiume con un ponte coperto da due ridotti. Mandò il beglierbey
di Romania ad assediare varie fortezze del vicinato: quella di Sebenico,
che apparteneva a Czernowitsch, si arrese senza combattere, e la città
di Drivas fu presa dopo sei giorni d'assedio. Giacomo del Mosto, che vi
stava per provveditore, fu condotto con tutti gli abitanti sotto le mura
di Scutari, ove Maometto lo fece decapitare, onde far conoscere agli
assediati la sorte che loro preparava se non si affrettavano di calmare
la sua collera. La città d'Alessio fu abbandonata, ma vennero sorprese
in quel porto due galere; ed i dugento marinaj, che ne formavano
l'equipaggio, furono condannati a morte. La sola città d'Antivari
resistette a tutti gli attacchi dei Turchi. La maggior parte dell'estate
essendosi consumata in questi diversi assedj, Maometto affidò il comando
dell'armata che bloccava Scutari al suo visir, Achmet Giedik, e tornò a
Costantinopoli[167].

  [167] _And. Navagero, t. XXIII, p. 1155. — M. A. Sabellico Dec. III,
  l. X, f. 225. — Mar. Barletius de Scodrensi expugnatione, l. III, p.
  434._

Per tenere nello stesso tempo occupate altrove le forze della
repubblica, Maometto II aveva ordinato al pascià di Bosnia d'invadere il
Friuli, e pretendesi che il re d'Ungheria, così persuaso da Ferdinando,
re di Napoli, di cui nel 1476 aveva sposata la figlia, Beatrice,
accordasse ai Turchi il passaggio per i suoi stati, affinchè questa
diversione impedisse ai Veneziani di soccorrere i Fiorentini[168]. Il
pascià di Bosnia giunse alle rive dell'Isonzo con quindici mila cavalli,
ma le trovò difese dalle milizie adunate sotto gli ordini di Vittore
Soranzo, provveditore della provincia, mentre che il conte Carlo da
Montone comandava gli uomini d'armi chiusi nel campo di Gradisca. Invano
il pascià provocava Montone alla battaglia, che questi, ammaestrato
dall'esperienza del precedente anno, vedeva che meglio fermerebbe i
barbari tenendosi al suo posto. I Turchi, dopo molti inutili tentativi
per entrare nel Friuli, attraversarono le montagne della Carniola, e
portarono le loro stragi ai confini della Germania[169].

  [168] _Diarium Parmense, p. 284._

  [169] _M. A. Sabellico Dec, III, l. X, f. 226._

Quest'invasione si eseguì nell'istante in cui la peste infieriva in
Venezia, onde non si erano potuto armare le barche destinate a custodire
la foce dell'Isonzo[170]. La guerra d'Albania e quella del Friuli
desolavano contemporaneamente la repubblica, gli armamenti del papa e di
Ferdinando, e l'invasione della Toscana ne accrescevano il terrore; per
ultimo gli affari di Cipro erano cagione di vive inquietudini, mentre
che la violenza del contagio in Venezia non permetteva nemmeno di
adunare i consiglj. La regina Carlotta di Lusignano dopo avere
sollecitato il papa a ristabilirla nel suo regno, erasi finalmente
determinata a passare in Egitto, ciò che non aveva potuto, o non aveva
osato di fare nel precedente anno. Il re Ferdinando aveva per lei fatte
armare quattro galere a Genova, destinate a scortarla nel suo viaggio.
Nello stesso tempo aveva mandato a Venezia un brigantino catalano, il di
cui patrone, che fingevasi mercante, erasi incaricato di rapire la
giovanetta Carlotta, figliuola naturale di Giacomo. Il consiglio dei
dieci, avvisato di queste pratiche, fece, con decreto del 27 agosto del
1478, tradurre i tre fanciulli di Giacomo nel castello di Padova, ove la
fanciulla morì poco dopo, non senza sospetto d'essere stata avvelenata
da' suoi custodi. Fu spedito un provveditore ne' mari di Candia con
dieci galere, ordinandogli di star attento al passaggio delle quattro
navi genovesi, di attaccarle, e di perdere la regina Carlotta, dando
voce che fosse rimasta uccisa nella battaglia[171]. Questa flotta
ammontò in seguito fino a 27 galere; ma Carlotta era giunta in
Alessandria alcun tempo prima, ed il soldano le aveva date buone
speranze. Per ordine de' Veneziani l'altra regina di Cipro, Catarina
Cornaro, spedì pure un'ambasciata al soldano, per offrirgli l'annuo
tributo del regno, che fin allora non era stato pagato; e le due regine
cristiane trattarono la loro causa innanzi al soldano musulmano
dell'Egitto. Questi non pronunciò veruna sentenza, ma pareva favorevole
a Carlotta, e Venezia poteva aspettarsi di avere una nuova guerra coi
Mamelucchi, per la difesa d'un regno, che altro più non era che una
colonia veneziana[172].

  [170] _Marin Sanuto Vite dei Duchi di Venezia, p. 1206._

  [171] _And. Navagero Stor. Venez., p. 1156._

  [172] _And. Navagero, p. 1157._

I consiglj della repubblica, scossi da tante sciagure, minacciati da
tanti pericoli, erano incerti intorno al partito da prendersi, quando
ricevettero una lettera del governatore di Scutari, che gl'informava
della situazione di quella piazza. Diceva loro di avere perduti
nell'ultimo assalto otto de' suoi migliori capitani con moltissimi
soldati; che non aveva viveri che per quattro mesi; e, se prontamente
non riceveva soccorsi, dichiarava che sarebbe ridotto a capitolare.
S'incontrò molta difficoltà nell'adunare il senato, disperso dalla
peste, per comunicargli questo rapporto. Finalmente si adunò il
quattordici di novembre, e, dopo una vivissima disamina, risolse di
assoldare sei mila cavalli ed otto mila fanti italiani; di sollevare
l'Albania coll'ajuto di Giorgio Czernowitsch per aggiugnere questi
bellicosi popoli all'armata veneziana; di richiamare il capitano
generale Venieri, che trovavasi colla sua flotta ne' mari di Cipro, e
d'impiegare in tal modo tutte le forze della repubblica per far levare
l'assedio di Scutari. Ma il senato si adunò nuovamente quattro giorni
dopo, e per abbandonarsi allo scoraggiamento. I militari rappresentavano
che, la Bogiana essendo chiusa da un ponte e da due ridotti, riuscirebbe
quasi impossibile uno sbarco. I direttori del tesoro fecero conoscere
l'esaurimento del medesimo e l'universale povertà, inevitabili
conseguenze di così lunga guerra. Altri facevano sentire che se
richiamavasi da Cipro la flotta del Venieri, si perderebbe quell'isola,
che rimarrebbe abbandonata alle pratiche della regina Carlotta e forse
all'invasione del soldano d'Egitto. Molti, spaventati dai frequenti
attacchi dei Turchi nel Friuli, dicevano che bentosto la repubblica non
sarebbe più in caso di respingerli. Gli amici di Lorenzo de' Medici e
quelli della duchessa di Milano cercavano di persuadere i loro colleghi
a terminare la guerra del Levante, affinchè Venezia fosse in istato di
farsi rispettare in Italia. Facevano osservare che i due più potenti
alleati della repubblica, i Fiorentini ed i Milanesi erano forzati di
ricorrere alla sua protezione, invece di assisterla nelle sue necessità;
che il re Ferdinando era scopertamente nemico, che aveva pure fatto coi
Turchi un trattato di pace e di alleanza; che il papa, in preda ai suoi
risentimenti, non parlava che minacciando; finalmente che la repubblica
di Genova aveva contro di loro cominciate le ostilità. In così
pericolosa posizione sembrava che soltanto la pace coi Turchi potesse
salvare la repubblica, ed il senato risolse di accettare le condizioni
che piacerebbe a Maometto di dettare.

Dietro tali deliberazioni Giovanni Dario, segretario di stato, fu
mandato a Costantinopoli, facendogli attraversare l'Albania. Trovò il
sultano disposto a mantenere press'a poco le stesse condizioni proposte
in principio dell'anno. In conseguenza il 26 gennajo del 1479 questo
ambasciatore soscrisse un trattato di pace tra la Porta e la repubblica
di Venezia, in forza del quale dovevano essere ceduti al gran signore
Scutari ed il suo territorio, e restituirsi reciprocamente tutte le
conquiste fatte in tempo dell'ultima guerra nella Morea, nell'Albania e
nella Dalmazia. I Veneziani dovevano pagare al Sultano cento mila ducati
a titolo delle miniere d'allume che avevano fatto fallimento in
Costantinopoli in principio della guerra, dovevano inoltre pagare un
annuo tributo di dieci mila ducati; ma questa condizione, che poteva
sembrare umiliante, non era in fondo che un compenso dei diritti e delle
gabelle dell'impero ottomano; perciocchè in virtù di tale pagamento i
Veneziani dovevano godere di un'assoluta franchigia per tutte le loro
merci in tutti gli stati di sua altezza. L'ambasciatore ebbe pure
l'accortezza di far comprendere in questo trattato, che se qualche stato
spiegasse la bandiera di san Marco prima di essere immediatamente
attaccato dal sultano, questi riconoscerebbe un tale stato per suddito
della repubblica, e ne rispetterebbe il territorio; di modo che i
Veneziani conservarono la speranza di fare acquisti col terrore delle
stesse armi musulmane[173].

  [173] _And. Navagero Stor. Ven., p. 1159-1160. — Demet. Cantemir, l.
  III, c. 1, § 32. — Callim. Experiens de Venetis contra Turcos, p.
  419._

In esecuzione di questo trattato, il provveditore Antonio di Lezze uscì
da Scutari con quattrocento cinquanta uomini, e centocinquanta donne,
che soli erano sopravvissuti a questo terribile assedio. Seco portavano
le reliquie delle loro chiese, i vasi sacri, l'artiglieria e tutto ciò
che rimaneva delle loro ricchezze. Passarono così in mezzo all'armata
ottomana, cui pareva che questi valorosi guerrieri incutessero
rispetto[174]. La repubblica si obbligò a provvedere alla loro
sussistenza; voleva da principio dar loro dei feudi nell'isola di Cipro,
ma perchè temevano l'aria insalubre di quel paese, li distribuì nelle
fortezze dello stato, loro affidandone la guardia, e dando a tutti una
pensione di due ducati e mezzo al mese[175]. Nello stesso tempo la
repubblica fece consegnare agli ufficiali del sultano le montagne della
Chimera, Strimoli, il paese de' Mainoti nella Morea, Castel Rompano,
Saranfona e l'isola di Stalimene. Tutti i prigionieri fatti dai Turchi
furono posti in libertà senza taglia, e la pace venne giurata dal doge e
pubblicata in Venezia con universale allegrezza, il giorno
dell'evangelista san Marco, 25 aprile 1479, dopo quindici anni della più
formidabile guerra che la repubblica avesse fin allora sostenuta[176].

  [174] _M. A. Sabellico Dec. III, l. X, f. 226. — Mar. Barletius de
  Scodrensi expugnatione, l. III, p. 437-440._

  [175] _And. Navagero, p. 1161-1162._

  [176] Giovanni Adlzreitter negli Annali della Baviera, riporta le
  lettere del doge del 25 febbrajo 1479, colle quali annuncia ai
  principi cristiani la necessità in cui si era trovato di fare la
  pace coi Turchi: Adlzreitter fa in pari tempo conoscere lo spavento
  che comprese tutto l'impero di Germania, quando seppesi che Maometto
  II non sarebbe più ritenuto dalle armi della repubblica di Venezia.
  _An. Boicae gentis, p. II, l. IX, c. 35, p. 193._



CAPITOLO LXXXVII.

      _Sisto IV chiama gli Svizzeri in Italia; loro vittoria sui
      Milanesi a Giornico. — Eccita Lodovico il Moro ad usurpare il
      governo di Milano. Angustie di Lorenzo de' Medici, che va a
      Napoli, ove soscrive una pace che compromette l'indipendenza
      della Toscana; progetto del duca di Calabria sopra Siena;
      rivoluzioni di questa repubblica_.

1478 = 1480.


La pace de' Veneziani coi Turchi assicurava l'Italia dalla più
formidabile invasione, e facendo cessare un pericolo che non era mai
stato più imminente, avrebbe dovuto essere per que' diversi potentati un
motivo di confidenza e di riposo. Pure la notizia fu per la maggior
parte cagione di costernazione. Acciecati dalla loro gelosia, non videro
che il ristabilimento del credito della potente repubblica che temevano.
Videro che Venezia poteva oramai disporre di tutte le sue forze in
Italia come aveva fatto nel 1463; ed il re di Napoli e la repubblica di
Genova che le avevano dimostrata la loro nimicizia, temevano il suo
risentimento; e la duchessa di Milano, il duca di Ferrara, il marchese
di Mantova ed i piccoli principi della Romagna, sebbene alleati di
Venezia, furono in segreto dolenti di vedere con ciò diminuirsi la loro
importanza. In tempo della guerra del Levante, il senato avevali
cautamente accarezzati; ora dovevano a vicenda mostrare al senato veneto
la loro deferenza. Ma il papa in particolare, quand'ebbe avviso di
questa pace, non potè contenere il suo rammarico e la sua indignazione.
Il papa, che non aveva presa veruna parte in una guerra da lui chiamata
sacra, pretendeva che i Veneziani, come cristiani, non potessero
terminarla senza tradire la Cristianità. Annunciò all'Europa ch'egli
aveva in allora intavolato de' negoziati col re di Francia,
coll'imperatore Federico III e con Massimiliano, duca di Borgogna, di
lui figliuolo; che il suo scopo era quello di terminare la guerra di
Firenze, indi di volgere le armi di tutto l'Occidente contro i
Turchi[177]. In tali circostanze, egli diceva, i Veneziani, abbandonando
la causa comune, avevano fatta, e solennemente giurata, la pace. «Non
contenti di questa diserzione, aggiugneva egli in una nuova bolla, si
resero ancora più colpevoli; non arrossirono di dire alla nostra
presenza, alla presenza dei nostri venerabili fratelli i cardinali,
degli ambasciatori dell'imperatore, del re, del duca di Milano, dei
prelati e di una grande quantità di Cristiani, che fedelmente
osserverebbero il trattato coi miscredenti, e non vi contravverrebbero
in verun modo[178]». In fatti erano tornati vani tutti gli sforzi del
papa per ridurre i Veneziani a ricominciare la guerra.

  [177] _Sixti IV liber Brevium et Bullarum; Epist. 119 apud Rayn.
  Ann. Eccl. 1478, § 29, p. 277._

  [178] _Bulla Sixti IV, 16 kal. septembris 1479 apud Raynald, § 11,
  p. 281._

Per altro Sisto IV era ben lontano dal pensare alla riunione de'
Cristiani, nè a formare una lega contro i Turchi. L'ambizione andava in
lui crescendo coll'età; la passione della guerra e dell'intrigo erasi
impadronita del suo animo; la collera, l'odio ed il desiderio di
accrescere la potenza di Girolamo Riario, suo figliuolo o suo nipote,
gli ponevano a vicenda le armi in mano. Avrebbe voluto strascinare i
Veneziani in nuove ostilità per indebolirli e privare i Fiorentini del
loro appoggio. Nella stessa maniera volle turbare lo stato di Milano,
perchè ancor esso alleato dei Medici; per riuscirvi s'addirizzò ad un
popolo più religioso, più docile alla sua voce e più disposto di quello
che lo fossero i Veneziani a far dipendere le leggi della pubblica
morale dalle arbitrarie decisioni de' suoi preti. Persuase gli Svizzeri
a violare i giuramenti che gli univano al duca di Milano, ed a stornare
con una potente invasione i soccorsi che Lorenzo de' Medici poteva
sperare dalla famiglia Sforza.

Da circa due anni i venditori d'indulgenze eransi sparsi nella Svizzera,
in occasione di un giubileo, ed avevano trovato presso quella semplice
gente, che abitava sulle Alpi, quella fermezza di fede, quella cieca
confidenza nel papa, quella premura di spogliarsi di tutti i loro beni
per acquistare grazie spirituali, che più non conoscevano gl'Italiani,
testimonj dei disordini della corte di Roma. Si stabilì nella Svizzera
un tribunale di ottanta a cento preti per distribuire le indulgenze
della bolla, e decidere nei casi dubbiosi; e Roma vide con maraviglia
quanto danaro poteva trarre da quei cantoni, che credeva tanto poveri.
Ma quando l'attenzione di Sisto IV fu richiamata sopra gli Svizzeri,
osservò in quel popolo altra cosa che lo interessava assai più che il
commercio delle indulgenze. Vide quale profitto potrebbe cavare nelle
guerre della santa sede da tali fedeli e da tali soldati; loro mandò una
bandiera rossa, benedetta colle sue mani, e gli esortò a ricordarsi che
il loro dovere gli obbligava a non risparmiare il loro sangue per la
libertà della Chiesa. Il suo legato, Guido di Spoleti, vescovo d'Anagni,
fece adunare una dieta a Lucerna, e colà in una segreta assemblea,
tenuta il 1.º novembre del 1478, propose agli Svizzeri di ajutare un
numeroso partito di nobili e di borghesi di Milano, che desideravano di
ristabilire una repubblica in Lombardia. D'altro non trattavasi che
d'allontanare un fanciullo incapace di governare che in allora era capo
della casa Sforza; e Sisto IV, in ricompensa di questa spedizione, loro
offriva la divisione degl'immensi tesori ammassati ne' castelli di Pavia
e di Milano, cui Guido aggiugneva il pagamento di dieci mila ducati
all'anno, per agevolare il loro armamento. Ma i deputati de' cantoni
confederati non potevano prendere una così importante risoluzione, senza
il consentimento del popolo, e la cosa non era di tale natura da potersi
rendere pubblica[179]: perciò il legato, mentre comunicava ai capi i
suoi progetti politici, cercava in pari tempo d'eccitare il risentimento
de' contadini. La dieta si chiuse senza avere nulla conchiuso; ma era
scoppiato il malcontento e l'odio degli uomini d'Uri contro i Milanesi,
ed il legato ottenne finalmente di accendere la guerra tra la Svizzera e
la Lombardia in occasione che si tagliò un bosco di castagni, nella
valle Levantina, di controversa proprietà[180].

  [179] _Jo. Muller Geschichte der Schweiz. Buch. V, c. 11, p. 174._

  [180] _Ivi, p. 175._

Fin dal 1467 un'antica capitolazione legava la Svizzera alla casa
Sforza; per la destrezza di Francesco Simonetta era stata rinnovata il
io luglio del 1477 tra Gio. Galeazzo ed i Cantoni. L'antica aveva
ricevute alcune modificazioni; erano stati pagati gli arretrati dovuti
agli Svizzeri, e terminate tutte le controversie di confine[181], quando
nella state del 1478 alcuni sudditi milanesi tagliarono degli alberi in
un bosco, che gli Svizzeri pretendevano essere di loro proprietà; Cecco
Simonetta, informato dell'irritamento degli uomini d'Uri, offrì di far
riconoscere il luogo da arbitri, e dove fosse ritrovata proprietà degli
Svizzeri, di compensarne il danno. Ma il vescovo d'Anagni riuscì a
rendere inutile la moderazione di questo vecchio e saggio ministro, ed a
soffocare le pacifiche rimostranze dei cantoni di Zurigo e di Berna. Il
cantone d'Uri dichiarò la guerra al duca di Milano; invitò i suoi
alleati a dargli gli ajuti dovutigli in forza del trattato federativo, e
tutti i cantoni, sebbene di malavoglia, fecero marciare il loro
contingente. In novembre del 1478 passò il san Gottardo un'armata di
dieci mila confederati, quando già cominciava ad essere coperto di nevi.
Un araldo d'armi era andato a sfidare il duca di Milano, ed il conte
Marsiglio Torelli con un'armata di diciotto mila uomini aspettava gli
Svizzeri ai confini[182]. Questi frattanto cominciarono a saccheggiare
il territorio d'Iragna; avanzaronsi fino a Bellinzona, di cui presero
d'assalto il primo ricinto; ed avrebbero colla stessa facilità potuto
occupare il secondo, se i loro stessi capi non avessero temuto di
esporre al sacco una città che serviva di deposito al loro commercio. I
confederati attraversarono in appresso il Cenere, montagna che divide i
due laghi, e minacciarono Lugano. Ma dopo avere atterrita la Lombardia
con una breve comparsa, perchè un rigorosissimo inverno di già si
annunciava sulle alte Alpi, essi le ripassarono prima che troppo alte
nevi ne chiudessero il passaggio[183].

  [181] _Ivi, p. 169._

  [182] _Muller Geschichte der Schweiz Buch. V, c. 11, p. 177. —
  Diarium Parmense, t. XXII, p. 290._ Muller scrisse Borelli invece di
  Torelli, errore corso senza dubbio nel copiare i proprj manoscritti.

  [183] _Jo. Muller Geschichte dar Schweiz B. V, c. 11, p. 178._

Gli Svizzeri non avevano lasciati in val Levantina che dugento uomini
somministrati dai cantoni d'Uri, di Zurigo, di Lucerna e di Schwitz, e
la milizia della valle, che si univa a così debole guarnigione, non
eccedeva i quattrocento uomini. Il conte Marsiglio Torelli credette di
potere facilmente distruggere questa piccola truppa, ed impadronirsi di
Giornico, fortezza che sarebbe diventata la chiave del passaggio del san
Gottardo. Avanzossi fino a Poleggio con circa quindici mila uomini;
Enrico Troger, comandante di Giornico, ritirossi all'avvicinarsi di
forze tanto superiori, ma ebbe l'avvedutezza di deviare dal proprio
letto le acque del Ticino, facendo che si spargessero sulle praterie che
occupano il fondo della valle. L'acutissimo freddo della notte rese
questo bacino una sola lastra di ghiaccio. Gli Svizzeri, ritiratisi
sulle alture, eransi tutti provveduti di ferri da ghiaccio, ed
aspettarono, prima di attaccarla, che la cavalleria milanese si
avanzasse incautamente su questo piano di ghiaccio. Mentre i cavalli
cadevano ad ogni passo, che gli uomini, appoggiati alle loro lance,
potevano a stento reggersi in piedi, i montanari piombarono sopra di
loro, correndo su quel ghiaccio colla medesima facilità, come se fosse
stato une prateria. I Milanesi, non potendo valersi delle loro armi,
rinculavano ed avrebbero voluto fuggire; ma i cavalli, che cadevano
sotto di loro, chiudevano tutti i passaggi. Più di mille cinquecento
furono uccisi, e non fu piccolo il numero de' prigionieri: la buona
artiglieria caduta nelle mani del vincitore servì ad armare i bastioni
di Giornico, ed i soldati si divisero tra di loro un ricco bottino[184].

  [184] _Muller Geschichte der Schweiz Buch. V, c. 11, p. 181. — Diar.
  Parmense, t. XXII, p. 291. — Albert. de Ripalta An. Plac., t. XX, p.
  958. — Bern. Corio Stor. Milan., p. VI, p. 991._

Frattanto Cecco Simonetta desiderava ardentemente la pace, e fece
riaprire le negoziazioni: que' cantoni, le di cui città sono sovrane,
non desideravano meno di lui di terminare una guerra, che danneggiava il
loro commercio, e costrinsero gli abitanti d'Uri alla moderazione. Il
bosco controverso fu ceduto agli Svizzeri, loro pagata l'indennizzazione
di alcune migliaja di fiorini, e ristabilita la buona armonia tra i due
stati. Ma questa breve spedizione rialzò l'opinione degli Svizzeri in
tutta l'Italia, ed accrebbe agli occhi di Sisto IV il vantaggio della
loro alleanza[185].

  [185] _Muller Geschichte der Schweiz Buch. V, c. 11, p. 182. — Diar.
  Parmense, p. 303._

Altre pratiche del pontefice avevano nello stesso tempo suscitati nemici
domestici alla reggenza di Milano ed ai Fiorentini. Sisto aveva fatti
entrare nella Lunigiana Roberto di Sanseverino, Luigi Fregoso ed Ibletto
dei Fieschi; e mentre che questi capitani con truppe genovesi prendevano
de' castelli ai Malaspina ed attaccavano Sarzana[186], i fratelli
Sforza, zii del giovane duca, lasciavano il luogo del loro esilio,
scorrevano la Toscana con minaccioso apparato, ed all'ultimo si
aggiugnevano al Sanseverino[187]. I Fiorentini, adombrati dalla comparsa
di questi nuovi nemici, chiamarono al loro soldo molti rinomati
condottieri. I Veneziani loro cedettero Carlo da Montone e Deifobo
dell'Anguillara. Roberto Malatesta, signore di Rimini, Costanzo Sforza,
signore di Pesaro, ed uno de' Manfredi, signori di Forlì, abbandonarono
le bandiere del papa per militare sotto le loro[188].

  [186] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 131. — Alb. de Ripalta An. Plac.,
  p. 958._

  [187] Il 27 di gennajo. _Diar. Parm., p. 295. — Scip. Ammirato, l.
  XXIV, p. 132._

  [188] _Ivi, p. 133._

In ragione che lo spirito militare andava in Italia rinascendo, il
governo fiorentino sentiva ch'eragli pericoloso il rimanervi del tutto
straniero. Il duca di Ferrara, generale della repubblica, era stato
incaricato di respingere il Sanseverino, mentre che i suoi avversarj, i
duchi d'Urbino, e di Calabria, non uscivano dai loro quartieri
d'inverno. Lo fece effettivamente, ma con tanta lentezza e così
mollemente e con tanto timore d'un nemico troppo di lui più debole, che
impiegò tre settimane nello scorrere la costa da Pisa a Sarzana, lunga
cinquanta sole miglia: egli mai non raggiunse, mai non vide il
Sanseverino, cui permise di acquistare l'avvantaggio di due o tre marce.
Dopo questa spedizione, nella quale non fu dato un solo colpo di lancia,
tornò colla stessa lentezza ad occupare i confini del Sienese. Il duca
di Ferrara non avrebbe osato tenere una così vergognosa condotta, se
avesse dovuto darne conto ad un governo militare; ma poco sentiva i
rimproveri che potevano essergli dati dai Medici, e dal loro consiglio
di mercanti[189].

  [189] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 134. — Diar. Parm., p. 303._

Un impreveduto disordine indebolì nell'aprirsi della nuova campagna
l'armata fiorentina. Vi si vedevano riuniti il conte Carlo di Montone
cogli ultimi avanzi della scuola di Braccio, suo padre, e Costanzo
Sforza coi soldati di Sforza Attendolo, suo avo. La loro rivalità aveva
cominciato da circa un secolo, ed avrebbe dovuto spegnersi per la morte
de' loro capi e pel cambiamento di tutta la loro organizzazione. Pure fu
impossibile di farli combattere sotto le medesime insegne. Violenti
contese, sfide, duelli, facevano temere una generale battaglia tra i due
corpi. Fu forza separarli[190]: Montone con Roberto Malatesta fu mandato
nello stato di Perugia, sua patria, ove sperava trovare partigiani, e
dove effettivamente una ventina di castelli si sottomisero a lui o a suo
figliuolo Bernardino; ma la sua morte accaduta in Cortona il 17 di
giugno, distrusse tutte le speranze che cominciavansi a fondare sopra di
lui[191].

  [190] _Machiavelli Istor., l. VIII, p. 394._

  [191] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 136._

L'altra armata sotto gli ordini di Ercole d'Este fu ancora più
sgraziata: durante la prima metà della campagna si tenne vergognosamente
inattiva. Avendola Ercole lasciata il 10 agosto sotto gli ordini di suo
fratello Sigismondo, per tornare ne' suoi stati, fu dal duca di Calabria
sorpresa il 7 di settembre al Poggio Imperiale e sgominata totalmente
quasi senza avere combattuto[192]. I castelli di Poggi Bonzi e di Colle
di Val d'Elsa trattennero per altro i Napolitani, avendo ambidue
sostenuto un ostinato assedio. Ma perchè i Fiorentini non fecero veruno
sforzo, dovettero capitolare prima che terminasse la campagna. Quello di
Colle fu l'ultimo ad arrendersi il 14 di novembre; e dopo questa
conquista il duca di Calabria pose le sue truppe ai quartieri
d'inverno[193].

  [192] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 138. — Allegretto Allegretti
  Diar. Sanese, t. XXIII, p. 793. — Jo. Michaelis Bruti Hist. Flor.,
  l. VII, p. 170._

  [193] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 142. — Allegretto Allegretti, p.
  795._

Se due ruinose campagne facevano vacillare la potenza di Lorenzo de'
Medici, e prevedere l'imminente sua ruina, egli era ancora più
spaventato dalle rivoluzioni che nello stesso tempo rovesciavano la
potenza del suo più fedele alleato. Roberto di Sanseverino, dopo la sua
spedizione di Lunigiana, erasi ritirato nelle montagne che dividono gli
stati di Parma e di Genova. Colà aveva collocato il suo campo presso
Borgo di Val di Taro in modo da tenere in iscacco i Fiorentini e la
duchessa di Milano. I cognati della duchessa stavano presso il
Sanseverino, ed il suo campo era il centro de' loro segreti maneggi. Uno
di loro, il duca di Bari, morì subitamente il 27 di luglio, non senza
sospetto che fosse stato avvelenato dagli altri due[194]. Prima che
passasse un mese, Lodovico Sforza, che gli succedeva nel ducato di Bari,
presentossi improvvisamente col Sanseverino e colla sua armata alle
porte di Tortona, che gli furono aperte il giorno 23 d'agosto[195]; ne
prese possesso a nome del duca Giovanni Galeazzo, suo nipote, e della
duchessa Bona; dichiarò ch'era servitore dell'uno e dell'altra, e che,
lungi dal prendere le armi contro di loro, non avanzavasi che per
liberarli dai loro nemici, ed in particolare dai loro infedeli ministri.
I popoli, sempre disposti a dar colpa ai ministri dei mali che soffrono,
secondavano con piacere una rivoluzione che non sembrava diretta contro
il loro sovrano; e tutte le terre murate si affrettavano di mandare le
chiavi a Lodovico. Uno storico contemporaneo assicura che gli si
arresero in un sol giorno quarantadue castelli[196]: ma, ciò che era più
importante, era favoreggiato alla corte della duchessa da un partito
assai potente. Trovavasi questa corte divisa in due fazioni. Da una
banda Cecco Simonetta, più sovrano che ministro, esercitava un potere
avvalorato da cinquant'anni di favore sotto tre successivi regni; suo
figlio Antonio, suo fratello Giovanni, suo amico Orfeo da Ricavo, e
tutti i vecchi consiglieri, per la maggior parte innalzati alle cariche
sotto di lui, lo risguardavano quale loro capo e loro oracolo.
Dall'altra banda Antonio Tassini, nudrito nel favore della nuova corte,
erasi formato un partito di tutti gl'invidiosi del ministro, di tutti
coloro che si lusingavano d'ingrandirsi in un cambiamento di cose. Il
Tassini era un Ferrarese di vile condizione: ricevuto prima come
cameriere presso il duca Galeazzo, era in appresso passato ai servigj
della duchessa, di cui aveva saputo in modo guadagnarsi l'animo, ed
ispirarle tanta confidenza, e forse amore, che altri in fuor di lui più
non era dalla duchessa consultato negli affari di stato. Il cancelliere
Simonetta vedeva non senza dispetto innalzarsi sulle proprie ruine così
indegno rivale; ed il Tassini, forse offeso dal disprezzo del vecchio
ministro, aveva per lui concepito un implacabile odio. Sperando di
rovesciarlo, aveva intavolata qualche relazione coi cognati della
duchessa, e quando Lodovico il Moro presentossi sotto Tortona, il
Tassini persuase la duchessa a chiamarlo alla sua corte. «Il partito che
voi prendete, le disse il Simonetta quando n'ebbe sentore, costerà a voi
l'impero, a me la vita[197]»; e tale profezia non tardò ad avverarsi.
Lodovico Sforza entrò in Milano il giorno 8 settembre, protestò di
giugnervi come servitore della duchessa e come suo fedele custode[198],
ma il giorno 11 Cecco Simonetta venne arrestato col suo figlio, fratello
ed amici[199].

  [194] _Diar. Parm., p. 315. — Alb. de Ripalta Ann. Plac., p. 958._

  [195] _Diar. Parm., p. 316. — Bernard. Corio Ist. Milan., p. VI, p.
  992._

  [196] _Alb. de Ripalta Ann. Placent., t. XX, p. 959._

  [197] _Machiavelli Istor., l. VIII, p. 402. — Bern. Corio Ist. Mil.,
  p. VI, p. 993._

  [198] _Diar. Parm., t. XXII, p. 318._

  [199] _Ivi, p. 319._

Il Simonetta, tradotto al castello di Pavia, vi fu da principio trattato
con molti riguardi; ma in ottobre Lodovico Sforza gli mandò uno de' suoi
segretarj ad avvisarlo, che se voleva ricuperare la libertà doveva
comperarla rilasciandogli circa quaranta mila fiorini, che teneva presso
alcuni banchieri a Firenze. «Io sono stato illegalmente carcerato,
rispose il Simonetta, la mia casa è stata saccheggiata, ed io venni
coperto d'obbrobrj; tale fu la ricompensa ch'io mi ebbi per avere con
fedeltà e con zelo servito lo stato di Milano. Se ho commesso qualche
mancamento mi s'infligga il meritato castigo; ma la sostanza che io ho
ammassata con onorate fatiche e con lunghi risparmj passerà a' miei
figli. Dio mi ha bastantemente favorito prolungando la mia vita fino a
questo giorno, altro adesso non bramo che la morte[200]». Dopo ciò il
Simonetta fu trattato con estremo rigore, assoggettato ad indegna
tortura per istrappargli la confessione di delitti, dei quali nè pure
sospettavasi reo: sua moglie, ch'era della casa Visconti, impazzì per
disperazione, ed, il 30 ottobre del 1480, il Simonetta fu decapitato nel
castello di Pavia[201].

  [200] _Diar. Parm., t. XXII, p. 343. — Bern., Corio, p. VI, p. 993,
  994._

  [201] _Alb. de Ripalta Ann. Placent., p. 961. — Diar. Parm., p. 354.
  — Bern. Corio, p. 997._ Il Corio era presente ed attore in questi
  avvenimenti; ma egli non li racconta di buona fede, per non far
  torto alla riputazione di Lodovico il Moro.

La predizione che il Simonetta aveva fatta alla duchessa avverossi a
puntino, ed il Tassini, che lo aveva soppiantato, non godette lungamente
del suo trionfo. Il 7 d'ottobre Lodovico il Moro fece dichiarar maggiore
suo nipote, Giovanni Galeazzo Maria; pretese che questo principe,
sebbene non ancora giunto ai dodici anni, fosse di già in istato di
governare, e con questo pretesto privò la duchessa d'ogni partecipazione
agli affari. Lo stesso giorno venne arrestato Antonio Tassini e chiuso
nel castello di Porta Zobia: Gabriele, padre del Tassini, ch'era stato
creato consigliere ducale, fu arrestato nello stesso tempo; e spogliati
ambidue de' loro beni, furono esiliati dal ducato di Milano. La duchessa
Bona, irritata ed umiliata, uscì il 2 novembre da Milano per ritirarsi a
Vercelli; ma in appresso si stabilì in Abbiate Grasso, ove visse
totalmente lontana dagli affari[202].

  [202] _Alb. de Ripalta Ann. Placent., p. 961. — Diar. Parm., p. 351.
  — Bern. Corio Istor. di Milano, p. VI, p. 998. — Machiavelli Ist.,
  l. VIII, p. 403._

Lorenzo de' Medici, tanto sventurato nelle sue prime campagne, tanto
sventurato nell'alleanza su cui aveva fondate le principali sue
speranze, non si scoraggiava, e cercava nella stessa Italia e fuori
soccorsi contro la potente lega che lo attaccava. Di concerto coi
Veneziani tentò di far rivivere l'antico partito d'Angiò per opporlo nel
regno di Napoli all'eccessiva potenza di Ferdinando. Gl'inviati delle
due repubbliche andarono a cercare in Lorena l'erede del vecchio re
Renato, e lo trovarono apparecchiato ad entrare negl'intrighi e nelle
guerre d'Italia per far rivivere diritti che davano maggior lustro alla
sua casa.

Viveva tuttavia il vecchio Renato, conte di Provenza, il rivale
d'Alfonso e di Ferdinando. Egli non morì che il 10 di luglio del
susseguente anno nella sua contea; ma era sopravvissuto a tutta la sua
discendenza maschile, ed arrivato ad un'età nella quale mancavagli la
forza e la volontà di entrare in nuovi travaglj. Il generoso suo figlio,
Giovanni, duca di Calabria, era morto nel 1470, lasciando, del suo
matrimonio con Maria di Borbone, due figli, il maggiore dei quali,
chiamato ancor esso Giovanni, non gli sopravvisse che pochi giorni, e
l'altro, Niccolò, morì di venticinque anni nel 1473 senza aver avuta
prole[203]. Ma una figliuola di Renato, Jolanda, erasi maritata con
Terry, conte di Vaudemont, e gli aveva portati i diritti che aveva sua
madre sopra la Lorena. Da questo matrimonio, cui Renato aveva di mala
voglia acconsentito per ricuperare la libertà, era nato Renato II, duca
di Lorena, che, per la morte de' suoi cugini Giovanni e Niccolò,
diventava pure l'erede di tutti i diritti della casa d'Angiò sul regno
di Napoli. Vero è che il vecchio Renato non aveva perdonato a questo suo
nipote i suoi natali dal sangue di Vaudemont, ed il 22 luglio del 1474
aveva fatto un testamento per privarlo della propria eredità,
chiamandovi Carlo del Maine, figliuolo d'un altro conte del Maine, suo
minor fratello[204]. Questi fu quel Carlo che chiamò erede di tutti i
suoi diritti Lodovico XI, con suo testamento del 10 dicembre del 1481, e
che morì nel susseguente giorno.

  [203] _Contin. Monstrelet, vol. III, f. 174._

  [204] _Ivi, f. 187._

Ma il diritto delle genti non accorda ai monarchi la facoltà di disporre
arbitrariamente della successione de' loro stati; successione regolata
dalle leggi di ogni popolo; e l'ordine immutabile stabilito per
l'eredità è la sola garanzia delle monarchie contro le guerre civili.
Perciò non sogliono vedersi testamenti di tale natura, che quando il
contratto tra il sovrano ed il suo popolo viene infranto da una
conquista, e che il monarca spossessato più non trasmette ai suoi eredi
che un vano titolo. Il regno di Napoli era un feudo femminino, e finchè
viveva un discendente in linea diretta dell'ultimo sovrano, i
collaterali non potevano avervi verun diritto. I Veneziani, i Fiorentini
e tutta l'Italia, riconoscevano in Renato II l'erede della casa d'Angiò,
e per questo titolo gli offrivano di ajutarlo a conquistare il regno di
Napoli, e dal canto suo lo trovavano dispostissimo ad adoperarvisi con
tutte le sue forze.

Mentre che da loro agitavansi quest'importanti negoziazioni, Lorenzo dei
Medici ricevette inaspettatamente dal duca di Calabria e dal duca
d'Urbino, suoi avversarj, proposizioni di pace. Lo stesso Lodovico il
Moro, reggente di Milano, ch'egli credeva suo nemico, vi aveva qualche
parte. Questi, dopo avere prese le redini del governo, aveva adottate le
affezioni de' suoi predecessori; voleva salvare Firenze, di cui
conosceva utile l'alleanza, e staccarla da Venezia; voleva inoltre
staccare il re di Napoli dal papa, e già vedeva germogliare tra di loro
i semi della divisione. Il 24 novembre, quando meno si aspettava, andò
un trombetta ad annunciare a Firenze, ch'era stata sottoscritta una
tregua tra il re di Napoli, il papa e la repubblica, per trattare la
pace[205].

  [205] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 142. — Alleg. Allegretti Diari
  Sanesi, t. XXIII, p. 797._

Ferdinando non nudriva verun personale risentimento contro Lorenzo dei
Medici; la guerra che gli faceva era puramente politica, e poteva
terminarla senza rancore, tostocchè avesse in vista nuovi progetti
d'ingrandimento. Padrone dell'Italia meridionale, desiderava di dilatare
i suoi confini verso l'Italia superiore. La rivoluzione gli aveva di già
data molta influenza sopra la Lombardia; la repubblica di Genova poteva
quasi risguardarsi come da lui dipendente; il duca di Calabria formava
già su quella di Siena progetti cui pareva favoreggiare un potente
partito, e poteva sperare che entro pochi mesi questo stato lo
riconoscerebbe per suo sovrano. Non conveniva dunque a Ferdinando di
continuare d'accordo con Sisto IV una guerra, di cui questi avrebbe per
lo meno voluto dividere i frutti. Tornava assai meglio al re il lasciare
a Firenze un governo che s'andava ogni giorno più indebolendo per l'odio
di una numerosa fazione, di porre frattanto un piede stabile in Toscana,
aspettare gli avvenimenti, e soprattutto la morte del pontefice. Diverse
affatto erano le disposizioni di Sisto IV; egli sentivasi umiliato dallo
stesso male che aveva voluto fare ai Fiorentini, non meno che dai
rimproveri e dalle minacce di tutta la Cristianità; non poteva perdonare
a Lorenzo nè la morte di tanti amici di Girolamo Riario, nè gli
scandalosi processi che avevano palesati all'Europa le loro congiure, nè
il terrore del giovane cardinale suo nipote. Era stato sforzato a
dichiarare a quali condizioni farebbe la pace, ed umilianti erano tutte
quelle che aveva osato di proporre. Voleva che Lorenzo ed i Fiorentini
fabbricassero una cappella, e che fondassero legati di messe per le
anime di coloro ch'erano morti nella congiura de' Pazzi; voleva che la
repubblica domandasse solennemente perdono alla Chiesa per avere
attentato alla vita di persone sacre, l'arcivescovo ed i suoi preti; e
finalmente voleva che restituisse alla santa sede Borgo san Sepolcro,
Modigliana e Castro Caro, sebbene queste città fossero state dai
Fiorentini legittimamente acquistate molto tempo avanti la presente
guerra[206].

  [206] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 136._

Frattanto la situazione di Lorenzo anche in Firenze rendevasi ogni
giorno più pericolosa. La città era omai stanca di così disastrosa
guerra sostenuta con così infelice successo, le sue truppe erano state
assoldate con gravissimo dispendio, i nemici, padroni delle migliori
fortezze, avevano successivamente stesi i loro guasti nel Pisano,
nell'Aretino, in Val d'Elsa, in Val di Nievole, in Val d'Arno, e nella
Lunigiana: quasi niuna provincia era rimasta intatta; il commercio,
minacciato nella capitale, era stato ne' più rimoti paesi travagliato
dalle confische pronunciate dal papa; tutti sentivano che la guerra non
era sostenuta che per la difesa di Lorenzo, ed affatto estranea ai veri
interessi dello stato; ognuno voleva porvi fine; e Girolamo Morelli, che
risguardavasi come uno degli amici e dei più zelanti partigiani de'
Medici, disse a Lorenzo in pieno consiglio: «La nostra città è oggi
stanca, più non vuole guerra, più non vuole rimanersi interdetta e
scomunicata per difendere il vostro credito[207].»

  [207] _Jacopo Nardi Ist. Flor., t. I, p. 12. — Ist. Mich. Bruti, l.
  VII, p. 172._

In così difficili circostanze Lorenzo dei Medici prese una risoluzione
apparentemente ardita, ma che pure era la sola prudente, quella di
recarsi egli stesso presso di Ferdinando, di conoscere le segrete sue
disposizioni, e di approfittarne per negoziare con lui; metter fine alle
lagnanze de' malcontenti di Firenze colla speranza di una prossima pace,
e di mostrare nello stesso tempo all'Europa, ch'egli non era altrimenti
il tiranno della sua patria, poichè osava, come ogni altro cittadino,
porsi tra le mani de' nemici sotto la sola salvaguardia del diritto
degli ambasciatori. La sorte provata dal Piccinino alla stessa corte di
Napoli dava agli occhi de' meno veggenti tutto il merito di un grande
coraggio a cotale condotta, sebbene Lorenzo non si esponesse a verun
rischio. Il Piccinino, solo capo della sua armata, non lasciava dietro
di sè nè stati, nè vendicatori; la sua morte costava a Ferdinando un
delitto e non guerre. Per lo contrario la repubblica di Firenze sarebbe
tutta intera sopravvissuta a Lorenzo, avrebbe mostrato più zelo nel
punire gli uccisori di quest'illustre cittadino, che nel difenderlo, e
Ferdinando non avrebbe raccolto altro frutto da un tradimento, che la
vergogna di averlo commesso. Lorenzo, invitato a fare questo viaggio dal
duca di Calabria e dal duca d'Urbino[208], aveva già da Napoli ricevuta
l'assicurazione di esservi ben accolto, quando il 5 dicembre fece per
mezzo del gonfaloniere adunare un consiglio dei _Richiesti_ per
comunicar loro le proprie intenzioni[209]. Egli partì lo stesso giorno,
ed all'indomani scrisse da Samminiato alla signoria per prendere da lei
congedo. Rappresentavasi in questa lettera come una vittima che si offre
in sagrificio per calmare la collera di potenti nemici[210]. Giunto a
Pisa vi trovò i pieni poteri dei decemviri della guerra per trattare in
nome della repubblica poteri che i suoi partigiani non avevano osato
domandare al consiglio dei cento, per timore di trovarvi
opposizione[211]. Una galera napolitana lo aspettava per ordine di
Ferdinando a Livorno, ed il capitano lo ricevette a bordo coi più grandi
onori.

  [208] La lettera di Lorenzo del 6 di dicembre a questi due duchi ci
  fu conservata dal Malavolti. _Stor. di Siena, p. III, l. IV, f. 76._
  Il Medici dichiara d'intraprendere questo viaggio dietro i loro
  consiglj, ed in sua assenza loro raccomanda i proprj interessi.

  [209] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 143._

  [210] _Presso Roscoe Life of Lorenzo, t. I, p. 226._

  [211] _Epist. Barthol. Scalae apud Roscoe. Appendix XXX, t. III, p.
  174._

L'arrivo di Lorenzo de' Medici a Napoli fu un vero trionfo; il secondo
figlio del re, Federico, e suo nipote Ferdinando vennero a riceverlo
alla riva, e lo stesso monarca mostrò di credersi onorato dalla venuta
di un tale ospite[212]. Ebbe con lui lunghe conferenze intorno alla
politica d'Italia. Il Medici svelò al re il trattato di già intavolato
con Renato II di Lorena, in forza del quale obbligavasi questo duca
verso le due repubbliche a condurre sei mila cavalli in Italia per
muovere guerra alla casa d'Arragona[213]. Gli comunicò altresì le
offerte di Lodovico XI, che sembrava voler far valere a vicenda o i
diritti della casa di Lorena, o i suoi proprj sul regno di Napoli.
Questo monarca colla sua attività, colle sue complicate negoziazioni,
colla sua misteriosa politica faceva in allora illusione a tutta
l'Europa, mentre la sua salute andava declinando. L'invasione francese,
che rovesciò quindici anni più tardi dal suo trono il re di Napoli,
pareva di già minacciarlo. L'appoggio che Ferdinando trovava nella corte
di Roma era troppo incerto per equilibrare questo pericolo. Il papa era
vecchio ed infermiccio, e, venendo a morte, il di lui successore
potev'essere egualmente premuroso di dare stato ai proprj nipoti, e
perciò di gittarsi in un opposto partito, che gli offrisse le spoglie di
Girolamo Riario e de' suoi amici. Ma Lorenzo de' Medici, presentando
questo quadro dell'Europa a Ferdinando, convenne che alla repubblica
fiorentina era più facile il vendicarsi che il difendersi. Convenne che
quando avesse una volta chiamati gli oltremontani in Italia, non sarebbe
più in suo potere il fermarne l'impeto, e che probabilmente non verrebbe
a soffrir meno da una guerra, nella quale la Toscana sarebbe la loro
piazza d'armi. L'interesse di Ferdinando e de' Fiorentini era troppo
conforme, perchè essi non dovessero anteporre una fedele alleanza ad una
guerra senza scopo. Era del comune loro interesse di mantenere l'Italia
in pace, di chiuderne l'ingresso ai Turchi per mezzo de' Veneziani, ed
ai Francesi per mezzo del duca di Milano, di consolidare il governo di
quest'ultimo, che nell'ultima rivoluzione era stato scosso, di tenere
per lo contrario aperti gli occhi sull'ambizione ed i progressi della
repubblica di Venezia, che, dopo avere ricuperata la pace ai confini
d'Oriente, poteva dettare leggi ai suoi vicini; all'ultimo di tenere a
freno lo spirito turbolento del papa, che per ottenere a suo figlio un
piccolo principato aveva colle più funeste pratiche compromessa tutta
l'Italia[214].

  [212] _Valori in vita Laurentii, p. 34._

  [213] _And. Navagero Stor. Venez., p. 1163. — Scip. Ammirato, l.
  XXIV, p. 144._

  [214] _Jo. Mich. Bruti Hist. Flor. l. VII, p. 176._

Queste considerazioni non riuscivano nuove a Ferdinando, e fecero sul di
lui animo grandissima impressione; ma perchè gli si era sempre parlato
dell'odio e del malcontento da Lorenzo eccitato in Firenze, prima di
fare fondamento sull'alleanza di questo capo di parte, premevagli di
sapere se i Fiorentini non separerebbero i loro interessi da quelli di
Lorenzo. A tale oggetto Ferdinando lo trattenne lungamente presso di sè,
e nello stesso tempo osservò attentamente se la di lui lontananza dava
luogo a qualche movimento. I nemici del Medici colsero quest'occasione
per manifestare altamente i loro timori intorno alla di lui sorte, e
ricordavano la crudele morte del Piccinino, sperando di suggerire al re
il pensiero di trattare nello stesso modo il loro avversario. Nello
stesso tempo opponevansi ostinatamente ne' consiglj a tutte le domande
de' suoi amici, deplorando la sorte della repubblica, implicata
contemporaneamente in due guerre, mentre il suo capo trovavasi assente,
imperciocchè nello stesso giorno in cui Lorenzo era partito da Firenze
per trattare col re di Napoli, Agostino, figliuolo di Luigi Fregoso, in
onta della tregua, si era per sorpresa impadronito di Sarzana, che suo
padre, molti anni prima, aveva venduta alla repubblica fiorentina[215].

  [215] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 143. — Diar. Parm. p. 327. —
  Machiavelli Ist., l. VIII, p. 403._

Finalmente Ferdinando acconsentì di sottoscrivere, il 6 marzo del 1480,
con Lorenzo de' Medici un trattato di pace fra il suo regno e la
repubblica fiorentina. Richiese che i Pazzi, tenuti prigione nella torre
di Volterra, sebbene non avessero avuto parte nella congiura, fossero
liberati; che i Fiorentini pagassero a suo figlio, il duca di Calabria,
a titolo di soldo l'annua somma di sessanta mila fiorini. Dal canto suo
prometteva la restituzione delle città e fortezze prese ai Fiorentini
nella presente guerra, ed i due governi si resero garanti degli stati
l'uno dell'altro[216]. Per quanti ostacoli frapponesse il papa a questo
trattato, per quanto si mostrasse scontento di non essere stato
consultato, per quante premure manifestasse di allearsi colla repubblica
di Venezia, la quale aveva egualmente motivo di lagnarsi della mancanza
di riguardi per parte de' suoi precedenti alleati, all'ultimo si lasciò
comprendere nel trattato di Napoli, e le ostilità, sospese nel
precedente anno in forza di una tregua, più non si rinnovarono[217]. La
pace pubblicossi ancora in Siena il 25 marzo del 1480[218].

  [216] _Scip. Ammirato, p. 145. — Machiavelli l. VIII, p. 405. — Jac.
  Nardi., l. I, p. 12._

  [217] _Jacobi Volaterrani Diarium Romanum, t. XXIII, p. 105._

  [218] _Alleg. Allegretti, Diar. Sanesi, p. 799. — Orlando Malavolti,
  p. III, l. IV, f. 76._

Questa pace accrebbe in Firenze il credito di Lorenzo de' Medici che
l'aveva ottenuta. Egli fu ricevuto al suo ritorno come il salvatore
della patria. Approfittò di questa riconoscenza del popolo per
consolidare la propria autorità: il 12 aprile fece creare una nuova
balìa, ma con intenzione di non più crearne all'avvenire, perciocchè il
nome e l'autorità delle balìe contribuivano a rendere odioso il potere
de' Medici. Fece dunque attribuire questa superiore autorità, ch'egli
voleva conservare, ad un corpo permanente nello stato. Fu questo un
nuovo consiglio di settanta cittadini, che dovevano, primi fra tutti gli
altri, essere consultati intorno agli affari. Vi dovevano essere ammessi
i gonfalonieri di mano in mano che uscivano d'ufficio, quando non ne
fossero esclusi dalla maggiorità dei voti. Il consiglio de' settanta
cominciò un nuovo scrutinio d'elezione per formare in appresso le
magistrature, e lo fece durare quattro anni, onde più lungamente
mantenersi dipendenti coloro che aspiravano agl'impieghi. Nello stesso
tempo adoperò il danaro dello stato per pagare i debiti contratti da
Lorenzo de' Medici[219].

  [219] _Ist. di Gio. Cambi. Deliz. degli Eruditi, t. XXI, p. 2, 3._

Lorenzo, cui la posterità accordò il nome di _magnifico_, mentre i suoi
concittadini e gli scrittori suoi contemporanei non gli davano
quest'epiteto che come un titolo d'onore comune a tutti i condottieri,
agli ambasciatori, ed ai principi che non ne avevano un altro, Lorenzo
meritava questo soprannome, di cui gli diede possesso un errore. La
magnificenza apparteneva non meno alla sua politica che al suo
carattere: egli amava di dare l'idea di una infinita ricchezza, per
sublimare l'opinione del suo potere; e mai non misurava il suo fasto
sulle sue entrate. In tempo della sua dimora in Napoli, dopo una ruinosa
guerra per lui e per la patria, distribuì doti a moltissime fanciulle
della Puglia e della Calabria, che avevano implorata la sua munificenza,
e dispiegò in sugli occhi de' Napolitani sia nelle compre, sia nel suo
accompagnamento e negli equipaggi tutta la pompa di una ricchezza che
non aveva più nulla di reale: sempre egli volle sorprendere ed
abbagliare[220].

  [220] _Valori in vita Laurent., p. 35. — Diar. Parmense, t. XXII, p.
  335._

Il trattato di pace che assodava la sua potenza non lasciava di esporre
la sua patria al più terribile pericolo che mai corso avesse. Ferdinando
vi si era, più che per altro titolo, determinato per dare tempo al duca
di Calabria di stabilire il suo credito in Siena, riducendo questa
inquieta repubblica nell'assoluta dipendenza della corona di Napoli.
Questo progetto era stato segretamente concepito dal re Alfonso quando
questi era venuto in Toscana nel 1446, e fu dal medesimo ripreso nel
1452 e 1466; ma non mostrossi mai tanto vicino alla sua esecuzione che
allora quando Lorenzo, sagrificando la sua patria alla sua personale
sicurezza e l'interesse dei secoli a quello del momento, aveva
acconsentito a favoreggiarlo cercando una pace che il duca di Calabria
desiderava più di lui.

Siena aveva colle sue leggi consacrata l'esistenza di tutti i partiti
che l'avevano successivamente dominata, ed i suoi cittadini si trovavano
divisi in molti ordini, che piuttosto erano fazioni, e che portavano il
nome di _Monti_. Il primo, e quello che aveva risvegliata la più
costante gelosia, era quello dei nobili, un tempo proprietarj di tutto
il territorio. Vennero successivamente privati di tutte le loro
fortezze, ed in pari tempo esclusi da tutte le magistrature. Il seguente
era il _Monte dei Nove_, che formava a Siena una nobiltà popolare,
press'a poco uguale a quella degli Albizzi e del loro partito in
Firenze. Erano uomini cui le antiche ricchezze, acquistate colla
mercatura, avevano procacciato un'antica riputazione, di cui
continuavano ad avere il godimento per un diritto ereditario. L'ordine,
o _Monte dei Dodici_ era il più immediato rivale di quello dei _Nove_,
ed era composto di ricchi mercanti, contando di quest'epoca circa
quattrocento uomini atti ad entrare ne' consiglj, dai quali erano però
costantemente tenuti lontani dalla gelosia del governo. Il restante
della nazione era diviso tra i due ordini o monti novissimi, dei
_riformatori_ e del popolo.

Dopo il 27 novembre del 1403 tenevansi coalizzati i tre ordini dei
_nove_, dei _riformatori_ e del _popolo_. Avevano questi soli parte nel
governo, dopo l'esclusione degli altri due. La signoria veniva composta
di nove priori, tre d'ogni monte, e di un gonfaloniere di giustizia,
somministrato a vicenda dai tre ordini[221]. Questa forma di governo
erasi mantenuta con maggiore stabilità che verun'altra delle precedenti,
malgrado le pratiche di Pio II, ch'era nobile sienese della casa
Piccolomini. Chiesto aveva questo papa che si restituissero in tutti i
diritti di cittadinanza i nobili ed il monte dei dodici; nel 1458 era
stata esclusa la sua domanda, ma nello stesso tempo si cercò di
appagarla, ammettendo i membri della famiglia Piccolomini nell'ordine
del popolo. Nel susseguente anno eransi accordati alcuni pubblici
impieghi all'ordine dei nobili[222], ma si era costantemente negato lo
stesso favore al Monte dei Dodici[223], ed alla morte di Pio II,
accaduta nel 1464, i nobili erano stati di nuovo privati degli onori
loro accordati dietro istanza del pontefice[224].

  [221] _Orlan. Malavolti Stor. di Siena, p. II, l. X, f. 194._

  [222] _Orlando Malavolti Stor. di Siena, p. III, l. IV, f. 60-61._

  [223] _Ivi, f. 64._

  [224] _Ivi, f. 69._

Comunque imprudente fosse tale esclusione, i Sienesi non avevano motivo
di pentirsi d'essersi attenuti a ciò ch'essi chiamavano la _Trinità_ del
loro governo. Le tre fazioni riunite pareva che avessero confusi tra di
loro i reciproci interessi; e la loro amministrazione era stata
bastantemente buona, onde le ricchezze e la popolazione si andassero
visibilmente accrescendo. Siena intanto si ornava di sontuosi palazzi,
che mostravano ad un tempo i progressi dell'opulenza, delle arti e del
gusto; la repubblica non era stata frequentemente agitata da interni
movimenti, aveva preso parte in poche guerre straniere e sebbene
ecclissata dalla magnificenza di Firenze, potente vicina, e cagione ai
Sienesi di continua diffidenza, ella conservava esternamente l'onore
della sua indipendenza, e nell'interno la pace e la prosperità.

Ma l'esistenza di due partiti, formati di persone che non avevano parte
nel governo, era necessariamente pericolosa alla repubblica. Fra costoro
gli ambiziosi stranieri non mancavano mai di partigiani; questi erano i
segreti agenti del duca di Calabria, e questi egli cercava di far
rientrare nella signoria. Domandò prima il richiamo di tutti coloro
ch'erano stati esiliati nel 1456[225]. Non avendo potuto ottenerlo
seminò la discordia fra i tre ordini che governavano in comune; ne armò
due contro il terzo, ed il 22 giugno del 1480 i cittadini dei Nove e del
popolo presero le armi, e furono secondati dalle armi del duca di
Calabria che occupavano la piazza pubblica. Un consiglio generale, da
cui esclusero tutti coloro che non erano loro devoti, e che non pertanto
trovossi tuttavia formato di quattrocento quarantadue membri, dietro
inchiesta del gonfaloniere di giustizia, escluse per sempre dal governo
il Monte de' riformatori[226]. Questa violenta rivoluzione, che feriva
un terzo de' cittadini della repubblica, e gli spogliava di quella
partecipazione alla sovranità di cui erano in possesso da settantasette
anni, era stata apparecchiata con tanta segretezza, e così prontamente
eseguita, che non vi fu effusione di sangue. Il duca di Calabria, che
l'aveva diretta e sostenuta co' suoi soldati, erasi allontanato da Siena
il giorno in cui doveva scoppiare, onde non essere accusato di farla da
padrone nella repubblica; ma al suo ritorno fu dai nuovi magistrati
accolto quale benefattore dello stato. Aveva con loro convenuto di
formare un Monte nuovo che tenesse luogo di quello de' riformatori, e
partecipasse per un terzo alle pubbliche onorificenze. Questo nuovo
ordine, cui diedesi il nome di _Monte degli aggregati_, fu composto di
un limitato numero di gentiluomini conosciuti pel loro attaccamento al
duca di Calabria, di varj membri del Monte dei dodici e di quello dei
riformatori, che una privata ambizione staccava dai loro confratelli;
finalmente delle famiglie ch'erano state escluse nel 1456 dal Monte dei
nove e da quello del popolo, per avere voluto di concerto con Giacomo
Piccinino assoggettare la repubblica al re Alfonso. Così i cinque
antichi ordini avevano concorso alla formazione del nuovo Monte[227].

  [225] _Orlando Malavolti, p. III, l. IV, f. 76. — Allegr. Allegretti
  Diari Sanesi, p. 800._

  [226] _Orlando Malavolti, f. 97. — Allegr. Allegretti, p. 803._

  [227] _Orlando Malavolti, p. III, l. V, f. 78. — Jacobi Volaterrani
  Diarium Romanum, p. 108._

Il nuovo governo, stabilito dalla violenza, era circondato di nemici, ed
aveva perciò maggiore bisogno di tenersi affezionato il duca di
Calabria, mostrandosi sempre dipendente dalla sua volontà. Malvagi
cittadini, che si lusingavano di ammassare più grandi ricchezze,
d'esercitare maggiori poteri, di soddisfare più facilmente tutte le loro
passioni sotto la protezione di un tiranno, piuttosto che nella loro
patria ancora libera, non avevano mal calcolato supponendo che questa
rivoluzione obbligherebbe in breve i Sienesi a darsi da sè stessi al
duca di Calabria. Tutti gli amici della libertà erano atterriti; nè il
timore era in Firenze meno grande che in Siena. Se l'acquisto che il re
di Napoli aveva fatto vent'anni prima di alcuni deboli castelli nelle
Maremme toscane aveva cagionato tanto spavento, come sperare di salvare
la libertà di Firenze una volta che tutto intero lo stato di Siena
sarebbe tra le mani di così formidabile vicino? Ma un inaspettato
avvenimento, che strinse di terrore il rimanente dell'Italia, liberò
Siena e Firenze da quasi inevitabile servitù, richiamando il duca di
Calabria a difendere i proprj focolari.



CAPITOLO LXXXVIII.

      _Maometto II occupa Otranto; Sisto IV spaventato fa la pace col
      Fiorentini, ed il duca di Calabria abbandona Siena per liberare
      Otranto. Morte di Maometto II. Nuova guerra accesa in tutta
      l'Italia da Sisto IV pel ducato di Ferrara. Passa da uno
      all'altro partito; e all'ultimo muore di dolore per essersi
      fatta la pace_.

1480 = 1484.


Maometto II mai non faceva la pace con un principe cristiano, che per
attaccarne più vantaggiosamente un altro; perciò contavasi che nel lungo
suo regno aveva soggiogati due imperi, dodici regni e più di dugento
città. Nel 1480 apparecchiò nello stesso tempo due spedizioni: destinata
era una di queste, sotto gli ordini del pascià Mesithes, di greca
origine, e della stirpe de' Paleologhi, a togliere Rodi ai cavalieri di
san Giovanni di Gerusalemme; ma il gran maestro d'Aubusson respinse
gloriosamente i Turchi, che dopo avere assediata la capitale dal 23
maggio al 22 agosto, furono costretti a ritirarsi perdenti[228]. L'altra
armata di Maometto si adunò alla Valona sotto gli ordini del suo gran
visir Achmet Giediko Breche-Dente, nativo d'Albania. Venne a prenderla a
bordo una flotta di cento vascelli; quella de' Veneziani, ch'era di
sessanta vele, la scortava, mostrando d'impedirle che entrasse
nell'Adriatico[229]; improvvisamente i Turchi sbarcarono sulla costa
d'Italia presso di Otranto il venerdì 28 luglio dopo avere attraversato
il mare Adriatico, che in questo luogo non ha più di cinquanta miglia di
larghezza.

  [228] _Epist. Petri d'Aubusson ad Pontif. 13 septem. 1480. — Raynald
  2-13, p. 286. — Jacobi Volater. Diar. Rom., p. 106. — Ann. Turcici
  Leunclavii, p. 258. — Diarium Parm. p. 344. — Turco Graeciae Hist.
  Polit., l. I. p. 26. _

  [229] _Marin Sanuto Vite dei Duchi di Venezia, t. XXII, p. 1213._

Gli abitanti d'Otranto, sebbene non apparecchiati a quest'attacco,
difesero vigorosamente le loro mura; ma non potevano lungamente
resistere: Achmet Giedik aveva sbarcata molta artiglieria, che bentosto
aprì larghe brecce nelle mura, e la città fu presa d'assalto l'11 agosto
del 1480[230]. La popolazione, secondo il Sanuto, ammontava a ventidue
mila uomini; dodici mila furono uccisi nel primo furore della vittoria;
ma i fanciulli che potevano essere vantaggiosamente venduti, e coloro
che furono creduti abbastanza ricchi per poter pagare una grossa taglia,
furono fatti schiavi[231]. L'arcivescovo ed i preti, principale oggetto
dell'odio dei Turchi, furono crudelmente tormentati, ed il culto
cristiano profanato con ogni sorta d'oltraggi e di vituperi[232].

  [230] _Demetrius Cantemir, l. III, c. I, § 32, p. 111._

  [231] _Marin Sanuto Vita dei Duchi di Venez., t. XXII, p. 1213._
  Pure il Giannone riduce i morti a soli ottocento, _l. XXVIII.
  Introd., p. 602_.

  [232] _Jac. Volterrani Diar. Roman.; l. II, p. 110. — Diar. Parm.,
  p. 346-352._ Dugento vent'anni dopo quest'avvenimento, la leggenda
  se ne impossessò, e vi frammischiò il suo maraviglioso; Francesco
  Maria d'Asti, nel 1700 arcivescovo d'Otranto, scrisse che ottocento
  martiri preferirono il supplicio all'abjurare, e che condotti in sul
  luogo in cui dovevano morire, Antonio Primaldi, rimasto capo del
  clero, dopo la morte dell'arcivescovo Stefano, fu il primo a perdere
  la testa; ma che il suo corpo, invece di cadere morto, restò in
  piedi malgrado tutti gli sforzi de' Turchi per atterrarlo, e che coi
  suoi gesti continuò ad esortare i suoi compagni alla costanza finchè
  tutti ebbero subito lo stesso supplicio; che allora, dopo gli altri,
  acconsentì di essere collocato tra gli estinti. _Franc. Mariae de
  Aste in Memor. Hydrunt. Eccles. Epit., l. II, c. II, p. 11. — In
  Burm. Thes. Antiqu. et Hist. Ital., t. IX, p. VIII._

Questo inaspettato attacco, che colmò l'Italia di spavento, era stato
provocato dai Veneziani. Non dissimulano gli storici della repubblica
che dopo la pace tra Lorenzo de' Medici ed il re di Napoli, la loro
patria mandò due ambasciatori, uno al papa, l'altro al gran signore per
concertare la ruina di Ferdinando. Sebastiano Gritti doveva invitare
Maometto II a riprendere le province dell'Italia meridionale, che altra
volta dipendevano dall'impero d'Oriente[233]. Zaccaria Barbaro doveva
proporre al papa di assoldare in comune coi Veneziani e di nominare
capitano generale della loro lega Renato II di Lorena, ch'essi
invitavano a scendere in Italia[234]. È verosimile che i Veneziani non
comunicassero a Sisto IV il progetto dello sbarco dei Turchi presso
Otranto, siccome quello ch'era troppo pericoloso per la santa sede; ma
Ferdinando, che non dubitava dell'inimicizia di Sisto IV, sospettò che
gli avesse tirato addosso l'invasione dei Turchi, e gli fece dire nel
mese d'agosto per mezzo del suo ambasciatore, che se non otteneva dalla
Chiesa pronti e potenti soccorsi, tratterebbe coi Turchi e loro darebbe
il passaggio a traverso ai suoi stati per recarsi a Roma[235].

  [233] _And. Navagero Stor. Venez., t. XXIII, p. 1165. — Maria
  Sanuto, p. 1213. — Alb. de Ripalta Ann. Plac., t. XX, p. 961._

  [234] _Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 1212._

  [235] _Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 1213._

Estremo fu lo spavento di Sisto IV, quand'ebbe notizia di tale
invasione, e fu in procinto di abbandonare Roma e l'Italia per cercare
un rifugio in Francia. Sapeva che Maometto portava un particolare odio
alla sede della religione Cristiana, e ch'egli stesso ed il suo clero
sarebbero esposti a terribili supplicj se venivano in mano dei
Turchi[236]. Vero è che Otranto era ancora assai lontano da Roma; ma
poteva temersi un secondo sbarco sulle coste della Marca, ed assicurasi
infatti che i Turchi tentassero in quest'anno di rubare il tesoro di
Loreto[237]. Altronde i Musulmani, le di cui costanti vittorie avevano
sbalordita l'Europa, contavano in allora de' partigiani in Italia, che
sembravano apparecchiati ad unirsi loro per rompere il giogo de' loro
preti e de' loro principi. Bentosto si sparse la voce che Maometto II,
per approfittare del malcontento de' baroni di Napoli, aveva fatto
proclamare in Otranto, che per dieci anni andrebbero esenti dalle
imposte tutti i paesi da lui conquistati; che in appresso non imporrebbe
che il tributo d'una piastra per testa; che permetterebbe ai Cristiani
di seguire le loro leggi e la loro religione, come praticavano a
Costantinopoli, e per ultimo che aveva punite le eccessive crudeltà
esercitate dai vincitori in Otranto. In febbrajo del 1481 mille
cinquecento soldati di Ferdinando passarono al soldo dei Turchi, e si
ebbe timore che loro si dasse tutta la provincia[238].

  [236] _Rayn. Ann. Eccl. 1480, § 19, p. 289._

  [237] Soltanto sull'autorità del Tursellino. _Hist. Lauret. Aedis,
  l. II, c. IV, ap. Rayn., § 32, p. 292._

  [238] _Diar. Parm., p. 365, 366, et passim._

Frattanto Sisto IV spediva bolle a tutti i principi cristiani, e
particolarmente agli stati d'Italia per esortarli alla pace, ed a
rivolgere le loro armi contro il nemico della religione. «Se i fedeli di
Cristo, diceva egli, se gl'Italiani soprattutto vogliono difendere i
loro campi, le loro case, le loro spose, i loro figli, la libertà, la
vita; se vogliono conservare quella fede, nella quale siamo stati
battezzati, e per la quale ricevuta abbiamo una nuova nascita, questo è
il momento di dar fede alle nostre parole, d'impugnare le armi e di
marciare alla guerra. Che i più lontani dal regno di Sicilia non pensino
d'essere altrimenti sicuri; se non vanno contro i Turchi per
combatterli, questi in breve giugneranno fino a loro[239].»

  [239] _Rayn. Ann. Eccl. 1480, § 21, p. 290._

Ferdinando si affrettò di richiamare dalla Toscana il duca di Calabria,
facendogli le più calde istanze di non tardare a venire in suo ajuto. Il
duca uscì di Siena il 7 agosto, non senza esprimere il profondo
rincrescimento con cui abbandonava un progetto, lungo tempo accarezzato
dalla sua famiglia, nell'istante in cui pareva che niente potesse più
ritardarne l'esecuzione. Mentre partiva, i magistrati di Siena gli
resero i più grandi onori; ma tutti i buoni cittadini sentivansi con
gioja liberati da un giogo che credevano omai inevitabile[240]. Il duca
di Calabria passò il 10 settembre a Napoli, ove incorporò nella sua
armata moltissimi gentiluomini, che vi si erano adunati, e ricevette
inoltre un corpo ausiliario di mille settecento fanti e trecento
cavalieri che gli mandava suo cognato, Mattia Corvino, re d'Ungheria.
Continuò poscia il suo cammino verso la Puglia. Achmet Giedik era stato
da Maometto richiamato, ed Ariadeno, in addietro governatore di
Negroponte, aveva in Otranto sotto i suoi ordini una guarnigione di
sette mila cinquecento uomini. Aveva estesi i suoi guasti a tutta la
provincia, e minacciato Brindisi d'assedio[241]. Ma sopraggiugnendo il
duca di Calabria, dovette chiudersi in Otranto, e poco dopo, avendo
Galeazzo Caracciolo condotta in faccia al porto una flotta napolitana,
si trovò preclusa ogni comunicazione colla Turchia[242].

  [240] _Orlando Malavolti, p. III, l. V, f. 79. — Allegr. Allegretti,
  p. 807._

  [241] _Giannone Istor. Civile del regno di Napoli, l. XXVIII,
  Introd., p. 602._

  [242] _Ivi, p. 603._

Lo spavento dell'invasione de' Turchi aveva all'ultimo determinato il
papa a rappacificarsi con Firenze; ma in questa medesima
riconciliazione, renduta necessaria dalle circostanze, lasciò vedere
tutta l'alterigia del suo carattere. Dodici ambasciatori, i più illustri
ed i più riputati cittadini che in allora governassero la repubblica,
furono nominati in principio di novembre per recarsi a Roma. Vi
entrarono privatamente la notte del 25 di novembre, senza che veruno
della famiglia del papa o de' cardinali si muovesse ad incontrarli.
Francesco Soderini, vescovo di Volterra, capo della legazione, espresse
all'indomani in una segreta udienza il dispiacere della repubblica, la
sua sommissione ai giudizj del papa, ed il suo desiderio di essere
riconciliata alla Chiesa. Le condizioni della pace vennero in più
conferenze discusse coi cardinali; quando all'ultimo tutto fu regolato
tra di loro, i deputati vennero invitati a recarsi alla basilica di san
Pietro il 3 dicembre del 1480, prima domenica dell'avvento. Dopo averli
fatti aspettare qualche tempo sotto il portico, il pontefice
sopraggiunse co' suoi cardinali; gli venne innalzato un trono in faccia
all'ingresso principale, le di cui porte rimasero chiuse: gli
ambasciatori, col capo scoperto, gittaronsi in allora a' suoi piedi,
dopo avere baciati i quali, confessarono, stando inginocchiati, che
avevano peccato contro la Chiesa e contro il pontefice, e implorarono la
sua compassione verso il popolo che li mandava. Luigi Guicciardini,
vecchio settuagenario, parlò a nome di tutti, ma a voce bassa ed in
italiano. Un notajo apostolico lesse in seguito la formola della
confessione e le condizioni della pace. Allora il pontefice, avendo
accennato di fare silenzio, pronunciò queste parole: «Voi avete peccato,
miei figli, primamente contro il Signore Iddio, nostro Salvatore,
crudelmente uccidendo e criminosamente l'arcivescovo di Pisa, ed i
sacerdoti del Signore; perciocchè sta scritto: _Voi non toccherete i
miei unti_. Voi avete peccato contro il romano pontefice, ch'esercita in
terra le funzioni di N. S. Gesù Cristo, avendolo voi diffamato per tutto
l'universo. Voi avete peccato contro il santo ordine de' cardinali,
ritenendo suo malgrado un cardinale legato della santa sede apostolica.
Voi avete peccato contro l'ordine ecclesiastico, negando i vostri
tributi al clero del vostro territorio; voi siete stati la causa di
molte rapine, incendj, saccheggi, per non avere ubbidito agli ordini
apostolici. Fosse piaciuto a Dio che fino da principio foste venuti a
noi, padre delle vostre anime; allora non saremmo ricorsi alle armi
temporali per vendicare le ingiurie inflitte alla Chiesa. Con
dispiacere, non v'ha dubbio, noi abbiamo insevito contro di voi, pure
dovemmo farlo per l'onore dell'apostolato di cui siamo incaricati. Ma
presentemente, miei figliuoli, che voi vi presentate con umiltà, vi
riceviamo in grazia tra le nostre braccia, vi assolviamo dagli errori e
dagli eccessi che avete confessati; non vogliate ancora peccare, miei
figli; _non fate come i cani, che, dopo essere stati gastigati, tornano
alle loro turpitudini_. Del resto voi avete sperimentata la potenza
della Chiesa, e dovete sapere quanto sia dura cosa l'opporre la sua
testa allo scudo di Dio, o il voler rompere la di lui corazza[243].»

  [243] _Jacobi Volaterrani Diar. Roman., l. II, p. 114. — Rayn. Ann.
  Eccl. 1480, § 40, p. 294._

Dopo avere così parlato, prese alcune bacchette dalle mani del gran
penitenziere, e percosse leggermente le spalle d'ogni ambasciatore, che
ad ogni colpo chinava il capo, e rispondeva col versetto del salmo
_Misere mei Domine_! Dopo ciò vennero nuovamente ammessi al bacio de'
piedi, e benedetti dal pontefice che, levato dal suo trono, fu portato
all'altar maggiore. Le porte della Chiesa vennero aperte, e gli
ambasciatori vi entrarono cogli altri; ma alle condizioni del trattato
precedentemente stipulato il pontefice aggiunse, per modo di penitenza,
che i Fiorentini armerebbero a loro spese quindici galere per fare la
guerra ai Turchi[244]. E così ebbe fine la guerra nata dalla congiura
dei Pazzi, e tale fu l'orgoglio con cui il pontefice punì, per essere
rimasti in vita, coloro ch'egli non aveva potuto far assassinare[245].

  [244] _Jac. Volaterrani Diar. Rom., l. II, p. 114. — Rayn. Ann.
  Eccl. 1480, § 40, p. 294._

  [245] _Jac. Volaterr. Diar. Rom., l. II, p. 115. — Scip. Ammirato,
  l. XXIV, p. 146. — Nicc. Machiavelli, l. VIII, p. 410. — Jo. Mich.
  Bruti, l. VII, p. 184._

I Fiorentini approfittarono pure dello spavento di Ferdinando, e del
bisogno che di loro aveva, per farsi restituire le fortezze occupate in
Toscana dal duca di Calabria. Erasi Ferdinando obbligato verso la
repubblica di Siena a cederle tutte le conquiste fatte sui Fiorentini,
che sarebbero al di dentro di un raggio di quindici miglia preso dalle
mura della città. Aveva infatti consegnati ai Sienesi Montedomenichi, la
Castellina e san Polo; ma aveva ritenuti sotto gli ordini di Prenzivalle
Gennaro, gentiluomo napolitano, Colle di Val d'Elsa, Poggibonzi, Poggio
imperiale, Monte san Savino ed altre piazze di minore importanza. Alla
fine di marzo del 1481 fece rilasciare ai Fiorentini tutti i luoghi che
occupava Gennaro, e subito dopo ordinò ai Sienesi di restituire le
conquiste in cui essi tenevano guarnigione. Un vivo odio prese in allora
a Siena il luogo dell'affetto che vi si era conservato per la casa di
Napoli[246].

  [246] _Orlando Malavolti, p. III, l. V, f. 79. — Allegretto
  Allegretti Diari San., p. 808. — Diar. Parm., p. 368._

Il papa, che aveva ordinato ai Fiorentini di concorrere alla difesa
dell'Italia contro i Turchi, volle contribuirvi ancor egli. Fece armare
una flotta nel Tevere, e scelse per comandarla quello de' suoi prelati
ch'era più capace di condurre una guerra marittima. Fu quel medesimo
Paolo Fregoso, arcivescovo di Genova, quel formidabile capo di parte,
che vedemmo consacrarsi alla pirateria quando dovette abbandonare la
città in cui aveva regnato. Sisto IV lo aveva creato cardinale in maggio
del 1480[247], e gli affidò nella vegnente primavera il comando delle
sue galere. Paolo Fregoso andò a raggiugnere Galeazzo Caraccioli nelle
acque di Otranto. Il formidabile gran visir Achmet Giedik aveva di già
adunati alla Valona venticinque mila uomini, che stava per trasportare
ad Otranto, onde continuare la conquista dell'Italia, quand'ebbe notizia
della morte di Maometto II, accaduta il 3 maggio del 1481 presso di
Nicomedia, alla qual morte dopo pochi mesi tenne dietro la guerra civile
scoppiata tra i suoi figliuoli Bajazette II e Gemma, ossia Zizim[248].
Achmet, abbandonando allora ogni progetto di conquista sul regno di
Napoli, condusse la sua armata in soccorso di Bajazette, sebbene avesse
motivo di temere il risentimento di questo principe per un'antica
offesa. Gli si presentò colla sua scimitarra appesa al pomo della sua
sella, perchè ricordavasi avergli detto: «Se tu diventi sultano, io mai
non la sguainerò per tua difesa.» Ma quando Bajazette, chiamandolo suo
padre, lo invitò a scordarsi gli errori della sua gioventù, Achmet
Giedik combattè contro i nemici del sultano col suo consueto valore: il
16 giugno del 1482 vinse Zizim a Serviza, presso d'Iconio, lo inseguì
nella Caramania, ed all'ultimo lo costrinse a ritirarsi a Rodi[249].
Ariadeno, lasciato in Otranto con una guarnigione che non poteva
ricevere soccorsi, si difese non pertanto con molto coraggio, ed ebbe
diversi vantaggi sul duca di Calabria che lo attaccava; ma in ultimo
accettò un'onorata capitolazione che gli fu offerta, e rese la piazza il
10 di agosto. Alcune delle compagnie turche che la difendevano passarono
ai servigj del duca di Calabria, e furono in appresso utilmente
adoperate nelle guerre d'Italia[250].

  [247] _Jac. Volaterr. Diar. Rom., p. 122._

  [248] Questa guerra civile appartiene al susseguente anno. Bajazette
  aveva prima intrapreso il pellegrinaggio della Mecca, durante il
  quale affidò le redini dell'impero ottomano a suo figlio Corcud.
  _Demet. Cantemir., l. III, c. II, § 1 al 5, p. 126._

  [249] _Ann. Turcici Leunclavii, p. 259._

  [250] _Epist. Ferdin. ad Xistum de Idrunto recuperando. Jac.
  Volaterr. Diar., p. 146. — Giannone Ist. Civ. l. XXVIII, p. 613._

La notizia della morte di Maometto II era stata rapidamente portata a
Venezia, ed il doge Mocenigo la comunicò il 29 maggio a tutti gli stati
d'Italia[251]. Tutti la risguardarono come un avvenimento che liberava
la Cristianità dal più grande pericolo che mai avesse corso, e tutti
allentarono il freno a passioni che avevano per timore fin allora
rattenute. Ma più che tutti gli altri Sisto IV, risguardandosi oramai
come uscito dal solo pericolo che potesse raggiugnerlo sul trono, più
non prescrisse limiti alla sua ambizione, a' suoi progetti di vendetta,
alle turbolenti sue passioni, che talvolta era stato forzato a
dissimulare. Cominciò dal richiamare la flotta che aveva spedita ad
Otranto sotto il comando di Paolo Fregoso, non volendo acconsentire che
approfittasse delle guerre civili dei Turchi per fare qualche conquista
in Oriente[252]. Egli voleva in luoghi più a sè vicini impiegare tutte
le sue forze, destinando l'intera Romagna ad essere l'appannaggio del
suo favorito nipote. Fino dal 4 settembre del 1480 aveva aggiunto il
principato di Forlì a quello d'Imola, che di già era posseduto da
Girolamo Riario. L'aveva tolto, per darglielo, alla casa Ordelaffi, che
lo aveva posseduto cento cinquant'anni. Pino degli Ordelaffi, l'ultimo
feudatario di questa famiglia, destinava, morendo, la sua eredità ad un
figlio naturale che lasciava in tenera età. I suoi due nipoti, Antonio
Maria e Francesco Maria, figliuoli legittimi di Galeotto, fratello di
Pino, pretendevano, forse a più giusto titolo, un principato da cui il
loro zio aveva voluto escluderli, mandandoli in esilio. Sisto IV si fece
giudice della loro causa, e gli spogliò tutti a profitto del proprio
nipote, senza che alcuna vicina potenza osasse alzare la voce contro
così manifesta ingiustizia[253]. Mandò in appresso questo stesso nipote
a Venezia per istringere più intimamente l'alleanza che l'11 maggio del
1480 aveva conchiusa con quella potente repubblica, e per meditare
secolei la divisione di altri stati[254].

  [251] _Orlando Malavolti, p. III, l. V, f. 79. — Jac. Volaterrani,
  l. II, p. 134._

  [252] _And. Navagero, p. 1168. — Jac. Volaterrani, p. 148-152._

  [253] _Jac. Volaterr. Diar. Rom., l. II, p. 112. — Diar. Parm., t.
  XXII, p. 345. — Marin Sanuto Vite, p. 1211._

  [254] _Jac. Volaterr. Diar. Rom., p. 140._

Onde alimentare le guerre che di già aveva sostenute, e le guerre ancora
più importanti che progettava; onde sostenere lo stravagante lusso de'
suoi nipoti, e quello della propria casa, Sisto IV aveva bisogno di
tutti i provventi del fisco; perciò assoggettava a questo sistema tanto
l'amministrazione ecclesiastica che la secolare. A poco a poco dichiarò
venali tutte le cariche della corte apostolica, e ne notificò
preventivamente il prezzo al pubblico[255]. Vendette ancora, ma alquanto
più riservatamente, onde non essere accusato di simonia, i più ricchi
beneficj, ed ancora qualche cappello cardinalizio[256]. Spinse più in là
che tutti i suoi predecessori lo scandaloso traffico delle indulgenze.
D'altra banda estorse danaro ai suoi sudditi di Roma, come sovrano e non
come prete, assoggettando tutto il commercio de' grani al più crudele
monopolio. Nella stagione del raccolto acquistava tutto il frumento al
prezzo stabilito d'un ducato al rubbio: quando i suoi magazzini erano
pieni, faceva nascere artificiali carestie, ora con vendite
considerabili fatte ai Genovesi, ora col pretesto del passaggio delle
truppe. Non permetteva che si levasse frumento dai suoi magazzini,
finchè il prezzo de' mercati non ammontava a quattro o cinque ducati per
rubbio; allora fissava egli stesso il prezzo del suo frumento, e sotto
pena di prigione proibiva a' fornaj di adoperare altro frumento che il
suo. Spesso con queste pratiche mancava tutto ad un tratto il pane ne'
suoi stati, ed in allora comperava a basso prezzo nel regno di Napoli il
frumento di peggiore qualità, ed obbligava ad adoperare quel solo. Più
d'una volta i suoi sudditi dovettero mangiare un pane nero, il di cui
cattivo odore attestava essere corrotto il grano ond'era formato, e si
attribuirono a questo cattivo alimento le pestilenziali malattie, che
durante il suo regno afflissero Roma quasi tutti gli anni[257].

  [255] Raffaello da Volterra ne conservò la nota col prezzo, che
  Raynaldo pubblicò dopo di lui. In tale occasione ardisce di
  leggermente biasimare il papa. _Ann. Eccl. 1484, § 25, p. 336._

  [256] _Diar. Rom. di Stefano Infessura, t. III, p. II, p. 1158._

  [257] _Diar. Rom. di Stef. Infessura, t. III, p. II, p. 1183, 1184._

Frattanto Girolamo Riario era giunto a Venezia, ove fu ricevuto con
infiniti onori, ed inscritto nel libro d'oro della nobiltà
veneziana[258]. Veniva a proporre alla repubblica d'attaccare a spese
comuni un principe vicino, per dividerne in appresso le conquiste; e la
signoria era tanto più disposta ad entrare in questi ambiziosi progetti
in quanto che essendo il papa vecchissimo, poteva accadere che il suo
successore tenesse una diversa politica, e non si prendesse pensiero di
Girolamo Riario; mentre che la repubblica, forte nella sua immortalità,
poteva sperare di raccogliere un giorno sola tutti i frutti della guerra
fatta a spese comuni. La casa d'Este era quella che il papa proponevasi
di trattare nello stesso modo che aveva trattati gli Ordelaffi nel
precedente anno. I Veneziani avevano veduto con occhio di gelosia Ercole
d'Este sposare Leonora, figliuola del re Ferdinando. Vero è che questo
matrimonio non gli aveva impedito di portare le armi contro suo suocero
nella guerra di Firenze; ma appunto in tale circostanza erasi renduto
sospetto di segrete intelligenze coi nemici. Ferdinando, sempre
corrucciato contro Venezia, poteva trovare nelle fortezze di suo genero
dei punti d'appoggio per ispingere la guerra fino nel centro degli stati
di terra ferma della repubblica. Altronde questa aveva dilatato il suo
dominio fino ai confini del ducato di Milano; e per portarlo egualmente
fino a quelli della Toscana, doveva invadere gli stati del duca di
Ferrara; e perchè una parte di questi stati dipendeva dall'impero,
l'altra dalla Chiesa, i confederati convennero che la repubblica di
Venezia occuperebbe i primi, cioè Modena e Reggio, e cederebbe al Riario
i secondi, ossia il ducato di Ferrara[259].

  [258] _Jac. Volaterr. Diar. Roman., p. 143. — Machiavelli Istor., l.
  VIII, p. 414._

  [259] _Petri Cyrnei Clerici Aleriensis de bello Ferrariensi, t. XXI,
  p. 1193._ L'autore visse in Venezia in tutto il tempo di questa
  guerra. — _Niccolò Machiavelli, l. VIII, p. 414. — Marin Sanuto Vite
  dei Duchi, p. 1214. — M. A. Sabellico Dec. IV, l. I, f. 229. —
  Bernardino Corio, p. VI, p. 1001._

I Veneziani cercavano cagioni di lite col duca di Ferrara, onde dare
principio alla guerra concertata col Riario e col papa. Avevano con lui
alcune controversie rispetto all'estensione de' loro confini, e,
facendosi giustizia da sè medesimi, avevano fabbricati tre ridotti sullo
stesso territorio del duca. Nominavano un giudice veneziano che
risiedeva in Ferrara col titolo di _Viadamo_ per fare giustizia a que'
sudditi veneziani che abitavano negli stati della casa d'Este. La
giurisdizione di questo _Viadamo_ aveva pure dato luogo a qualche
dissapore tra i due governi. Finalmente la repubblica, come sovrana
delle lagune, pretendeva avere diritto al monopolio del sale; non voleva
permettere agli abitanti di Ferrara nemmeno di raccogliere quello che il
mare deponeva sul loro territorio, e lagnavasi, come di un'infrazione
de' trattati, di tutto quanto praticava l'industria de' sudditi della
casa d'Este per approfittare delle loro paludi salse. Il duca di
Ferrara, conoscendosi debole, aveva offerto di dare al senato su tutti i
capi d'accusa pieno soddisfacimento. Nello stesso tempo aveva invocata
la protezione del papa, suo abituale signore, ignorando tuttavia che
doveva risguardarlo come suo capitale nemico.

Frattanto per quanti sforzi facesse Ercole d'Este per calmare i
Veneziani e riconciliarsi con loro, non potè impedire che il 3 maggio
del 1482 non gli fosse dichiarata la guerra a nome del doge Giovanni
Mocenigo e della repubblica di Venezia, come a nome di papa Sisto IV e
di Girolamo Riario, signore di Forlì e d'Imola. Si videro inoltre
entrare nella stessa lega Guglielmo, marchese di Monferrato, la
repubblica di Genova e Pietro Maria de' Rossi, conte di san Secondo,
nello stato di Parma. D'altra parte il re Ferdinando, il duca di Milano
ed i Fiorentini, dopo avere inutilmente tentato di sconsigliare Sisto IV
da così ingiusta guerra, richiamarono i loro ambasciatori, che partirono
da Roma il 14 di maggio. Dichiararono che difenderebbero il duca di
Ferrara, e ricevettero nella loro alleanza Federico, marchese di
Mantova, Giovanni Bentivoglio, capo della repubblica di Bologna, e la
casa Colonna, che ammise guarnigione napolitana ne' suoi feudi di Marino
e di Genazzano, posti presso alle porte di Roma[260].

  [260] _Petri Cyrnei de bello Ferrar., p. 1195-1201. — Jac. Volaterr.
  Diar. Rom., p. 171-172. — Diario Romano di Stefano Infessura, t.
  III, p. II, p. 1149._

E per tal modo l'Italia si trovava divisa in due grandi leghe: la guerra
scoppiò in ogni luogo nello stesso tempo, e fu tanto più ruinosa per i
popoli, in quanto che la maggior parte de' più piccoli signori era stata
ammessa all'alleanza delle grandi potenze. Nello stato della Chiesa i
Colonna sortivano dalle loro terre murate per guastare tutte le vicine
campagne, e le stesse strade di Roma venivano spesse volte insanguinate
dalle zuffe. I Savelli si erano uniti ai Colonna, mentre che gli Orsini,
non ascoltando che l'antico loro odio per queste due case, avevano
abbracciata la causa del papa. A non molta distanza di là, i Fiorentini
avevano armata mano rimesso Niccolò Vitelli nella sua signoria di Città
di Castello, cacciandone Lorenzo Giustini, creatura del papa, che per
vendicarsi danneggiava le campagne. Finalmente il duca di Calabria, che
coll'armata napolitana aveva voluto soccorrere suo cognato, il duca di
Ferrara, era stato trattenuto nello stato di Roma dall'armata
pontificia, e contribuiva dal canto suo a ruinare il patrimonio di san
Pietro[261]. In Romagna, Giovanni Bentivoglio trovavasi coi Bolognesi
opposto a Girolamo Riario; Ibletto del Fieschi, sceso dalle montagne
della Liguria, guastava i confini del Milanese; e per ultimo Pietro
Maria de' Rossi, cui i Veneziani accordavano un annuo sussidio di venti
mila fiorini per turbare il governo di Milano nello stato di Parma,
portava la desolazione in tutto il vicinato de' suoi numerosi castelli.
Sostenne in Torre Chiara, Noceto, Berceto e Preda Balcia, ostinati
assedj, e quando il 10 settembre del 1482 morì a Torre Chiara in età di
ottant'anni, prese il suo posto suo figliuolo Guido de' Rossi, che
mostrò per la medesima causa la stessa ostinazione e lo stesso
valore[262].

  [261] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 149. — Andrea Navagero Stor.
  Venez., p. 1171. — Niccolò Machiavelli, l. VIII, p. 416. — Diar. di
  Roma del notajo di Nantiporto, t. III, p. II, Rer. Ital., p. 1071._

  [262] La guerra di Pietro Maria de' Rossi viene raccontata con una
  fastidiosa minutezza ne' Giornali di Parma, composti da un
  partigiano di questa casa (_Rer. Ital., t. XXII, p. 379-398_).
  Questi giornali finiscono coll'anno 1482. Sono scritti in un barbaro
  latino, pieni di dicerie popolari o di minutissime circostanze
  intorno alla amministrazione della giustizia: ma fanno abbastanza
  conoscere l'anarchia dei paesi governati a nome del duca di Milano,
  i continui assassinj cui trovavansi esposti, e l'impossibilità in
  cui si vedevano i cittadini di ottenere giustizia. Tutte queste
  circostanze sfuggono alla storia, perchè non sono illustrate da
  verun tratto grande, perchè niuna virtù, niun sentimento generoso
  risveglia l'interesse in queste piccole città quando hanno perduta
  la libertà; ma quando uno ha il coraggio di leggere da capo a fondo
  uno di questi giornali, si persuade che il silenzio degli storici
  intorno a questi popoli schiavi non prova nè la loro felicità, nè la
  loro sicurezza. I Parmigiani erano soggetti di quest'epoca a tutte
  le turbolenze della più faziosa repubblica, senz'essere compensati
  da verun sentimento nobile e generoso, senza avere una volontà
  propria, senza meritare che lo storico si fermasse a raccontare i
  loro mali.

Ma la guerra principale trattavasi ai confini del Ferrarese. Questa per
la natura del paese presentava difficoltà che i soldati non sono troppo
accostumati a superare. Quasi tutta la campagna situata tra Ravenna,
Venezia e Ferrara, è tagliata da infiniti canali, o inondata da acque
stagnanti. Tutti i fiumi che scendono dal vasto anfiteatro formato dagli
Appennini e dalla lunga catena delle Alpi, si riuniscono all'estremità
del mare Adriatico. La ghiaja e la melma, che strascinano giù dalle
montagne, alzano il loro letto, ne otturano la foce, gli sforzano a
dividersi tra migliaja d'isolette ed a rovesciarsi all'ultimo in vaste
lagune, che mancano di bastante fondo per poterle attraversare colle
barche, e non pertanto hanno tropp'acqua perchè possano praticarsi dagli
uomini o dai cavalli. La strada di Bologna a Ferrara attraversa una
parte di questi stagni, ove l'occhio non trova limiti, sebbene altri
assai più considerabili stendansi al di sotto di Rovigo intorno a
Mesola, ad Adria, a Comacchio, piccole città, che come Venezia sorgono
di mezzo alle acque. Le isole formate dall'Adige, dal Po, dal Tartaro e
dagli altri fiumi che vi si riuniscono, chiamansi Polesini. Uno de' più
grandi e de' più fertili è quello di Rovigo, che viene bagnato
dall'Adige e dal Po, e tagliato da numerosi canali. La conquista di
questi Polesini, la conquista delle grosse terre poste in mezzo a questi
immensi stagni era una difficilissima intrapresa[263]. I Veneziani la
tentarono sotto la direzione di un generale cui avrebbesi piuttosto
creduto dover combattere per l'opposta lega.

  [263] _M. A. Sabellico Dec. IV, l. I, f. 230-231._

Il generale cui affidarono il comando delle loro armate fu quello stesso
Roberto di Sanseverino, che meno di tre anni prima aveva con felice
ardimento posto Lodovico il Moro alla testa della reggenza di Milano.
Ossia che così grande servigio gl'ispirasse troppo grandi pretese, ossia
che il Moro trovasse pesante ogni riconoscenza, Roberto di Sanseverino
venne dichiarato ribelle con i suoi sette figli, tutti abili alle armi,
il 27 gennajo del 1482. Egli occupava in allora il castel nuovo di
Tortona, dal quale uscì con ottanta cavalieri e molta gente a piedi, e,
facendosi strada a traverso ad una piccola armata milanese che veniva ad
assediarlo, guadagnò le montagne di Genova, di dove si affrettò di
passare a Venezia per offrire i suoi servigj ad una repubblica che
faceva la guerra al suo ingrato amico[264].

  [264] _Alberti de Ripalta Ann. Placent., t. XX, p. 964._

Il Sanseverino seppe in questa difficile campagna sostenere la sua
riputazione, sebbene la natura del terreno non gli permettesse nè rapide
marce, nè battaglie, nè luminosi fatti. Per attaccare i Polesini adoperò
a vicenda, a seconda del bisogno, i battelli e l'infanteria, ora formava
trincee con fascine a traverso ai laghi del Tartaro tra Legnago e
Rovigo, e così adoperando molti de' suoi capitani occuparono Mellaria,
Trecento e Brigantino[265]; ora faceva su per le foci del Po rimontare
piccole navi che non avevano bisogno di molto fondo, ed in tal modo
Damiano Moro prese Adria, che saccheggiò con estrema crudeltà, uccidendo
anche parte degli abitanti. I soldati della repubblica, lungo tempo
accostumati alla guerra contro i Turchi, recavano in Italia le feroci
abitudini che avevano contratte in Levante. Damiano Moro occupò ancora
Comacchio, prendendo d'assalto i tre ridotti che il duca di Ferrara
aveva innalzati sul Po alla Pelosella[266].

  [265] _M. A. Sabellico Dec. IV, l. I, f. 231._

  [266] _M. A. Sabellico Dec. IV. l. I, f. 232._

L'armata che la lega aveva mandata nel Ferrarese per difendere il duca
Ercole, era comandata da Federico di Montefeltro, duca di Urbino; ma
ossia che quest'illustre capitano fosse reso debole dall'età, oppure che
cedesse alla superiorità del Sanseverino, parve che durante tutta la
campagna rimanesse perdente. Del resto, sebbene numerose fossero le due
armate, non si fecero agire da ambe le parti che corpi staccati per
piccole spedizioni. Ogni corpo, separato da tutti gli altri da paludi o
da canali e da' fiumi, sui quali l'arte non sapeva ancora con facilità
gettar ponti, doveva dirigersi a norma delle proprie circostanze, e
senza seguire un piano generale.

In questa guerra il ferro nemico era meno formidabile che il clima
micidiale cui d'uopo era esporsi in mezzo ai pantani. Perciò spaventosa
fu la mortalità de' soldati, de' contadini adoperati ne' lavori, ed
ancora degli ufficiali di alto rango. I soli Veneziani perdettero tre
supremi generali, Pietro Trivisani, Loredano e Damiano Moro. Assicurasi
che le febbri pestilenziali avevano rapiti alle due armate più di venti
mila uomini[267].

  [267] _M. A. Sabellico Dec. IV, l. I, f. 233._

Lo stesso duca Ercole cadde gravemente ammalato nel momento in cui
avrebbe avuto maggior bisogno di tutta la sua forza fisica e morale per
difendersi. Frattanto la di lui sposa Eleonora d'Arragona supplì col suo
coraggio a tutto quanto poteva operare il duca. Avrebbe voluto ravvivare
lo zelo de' suoi sudditi per la casa d'Este con tutti i mezzi che
potevano agire sull'immaginazione, e non trascurò nemmeno l'entusiasmo
religioso. Fece venire da Bologna un eremita, il quale co' suoi sermoni
incoraggiava il popolo a combattere come in una guerra sacra. Costui
predicò otto volte di seguito innanzi ad un'assemblea sempre più
numerosa; ma quando i Ferraresi cominciavano ad animarsi per i suoi
sermoni, dichiarò che si disponeva a creare una flotta di dodici
galeoni, che romperebbero l'armata veneziana occupata nell'assedio di
Figheruolo. Tutta la città udì con istupore questa promessa; egli solo
il buon eremita non dubitava d'avere il potere de' miracoli. Nel giorno
stabilito spiegò dall'alto del suo pulpito dodici bandiere coperte di
croci, sulle quali erano dipinti Gesù Cristo, la Vergine e quaranta
santi. Scese in allora in mezzo alla sua greggia, si fece portare
innanzi i suoi stendardi, ed uscì di città, accompagnato da tutto il
popolo. Tenne la destra riva del Po per giugnere al campo della
Stellata, di dove voleva indirizzare un sermone a Roberto di Sanseverino
accampato sull'opposta sponda. Durante tutto il cammino aveva sempre
cantate orazioni ed antifone alle quali rispondeva il popolo. Federico
d'Urbino, vedendo giugnere questa strana processione, si fece a ridere,
e conobbe che niuno utile partito poteva cavarsi da un uomo più d'ogni
altro acciecato dalla sua credula superstizione. «Mio padre, gli disse,
i Veneziani non sono invasi dal demonio; invece di esorcizzarli,
tornatevene a Ferrara, e dite a madama Eleonora, che per iscacciare i
suoi nemici abbiamo bisogno di danaro, d'artiglieria e di uomini, e non
di preghiere.» L'eremita tornò a Ferrara a capo chino colle sue
bandiere[268]. Frattanto Figheruolo fu preso il 29 giugno dopo cinquanta
giorni d'assedio[269]. Vennero ancora in mano de' nemici Lendenara e la
Badia, ed all'ultimo, il 17 agosto, anche Rovigo, capitale del Polesine
ed antico patrimonio della casa d'Este[270].

  [268] _Marin Sanuto Vite dei Duchi di Venezia, p. 1218._

  [269] _Petri Cyrnei de bello Ferrar., p. 1202. — And. Navagero Stor.
  Venez., p. 1174. — Alb. de Ripalta Ann. Placent., p. 966. — M. A.
  Sabellico Dec. IV, l. I, f. 233._

  [270] _Marin Sanuto, p. 1220._

Frattanto il duca di Calabria era entrato nello stato romano coll'armata
napolitana che voleva condurre a Ferrara. Il papa gli aveva da principio
opposto Girolamo Riario, nominato gonfaloniere della Chiesa; ma non si
fidando pienamente della capacità del nipote, aveva chiesto ai Veneziani
e da loro ottenuto Roberto Malatesta, che, venuto a portargli un
rinforzo di due mila quattrocento cavalli, prese il comando di tutta
l'armata. Il Malatesta godeva opinione di essere uno de' migliori
capitani del secolo, e costrinse il duca di Calabria ad accettare la
battaglia il 21 agosto a Campo Morto presso Velletri. Teneva nella sua
armata Gian-Giacomo Piccinino, figlio di quel Piccinino che Ferdinando
aveva con tutta perfidia fatto perire; lo chiamò alla testa delle sue
truppe: gli disse essere venuto il momento di vendicare la morte di suo
padre, ucciso a tradimento dal suo nemico; e gli affidò nello stesso
tempo il comando dell'ala destra, che doveva entrare per la prima in
battaglia contro i Napolitani. Il valore e lo sdegno del Piccinino e de'
soldati di suo padre, che aveva sotto le sue insegne, contribuirono
potentemente alla vittoria[271]. Fu per altro vivamente contrastata; si
pugnò da ambo le parti con un accanimento poco comune nelle guerre
d'Italia, e più di mille rimasero sul campo di battaglia,
ragguardevolissimo numero per piccole armate, e per combattenti coperti
di ferro. Finalmente i Napolitani furono rotti; il duca di Calabria fu
salvato dai Turchi che aveva presi al suo soldo ad Otranto, e che per
lui combattevano valorosamente; ma Roberto Malatesta gli fece moltissimi
prigionieri, tra i quali si trovarono trecento sessanta
gentiluomini[272]. Alcune compagnie di Turchi furono pure avviluppate e
deposero le armi; ma le riebbero poscia dallo stesso papa; e furono
impiegate a Roma per contenere il popolo in occasione di feste e di
ceremonie pubbliche; nè pare che siasi pur cercato di convertirle[273].
Dopo la vittoria di Campo Morto molti castelli dei Colonna, dove i
Napolitani avevano guarnigioni, furono ripresi dalla armata della
Chiesa; ma non fu permesso al Malatesta di approfittare lungo tempo de'
suoi vantaggi: richiamato a Roma, vi morì il 10 o l'11 di settembre,
meno di un mese dopo la sua vittoria, non senza violenti sospetti che
fosse stato avvelenato da Girolamo Riario. Questo conte e tutta la corte
di Roma non dissimularono la loro gioja per tale morte. Veruna
ricompensa, soleva dire il Riario, sarebbe bastata all'ambizione di
Roberto, e coloro cui aveva renduto così importante servigio avrebbero
dovuto sopportare il peso della sua arroganza. Per altro gli fu
innalzata in Roma una statua di bronzo col motto di Cesare per
iscrizione: _veni, vidi, vici_. Ma in pari tempo Girolamo Riario si
accostò a Rimini per togliere quella città alla casa Malatesta. Roberto,
che aveva quarant'anni quando morì, non aveva avuto prole da sua moglie,
figlia di Federico, duca d'Urbino. Lasciava soltanto un figliuolo
naturale, Pandolfo, che destinava suo successore, in conformità del
diritto di successione ammesso nella sua famiglia, ove l'eredità era
quasi sempre stata trasmessa di bastardo in bastardo. Morendo, confidò
questo figlio alla protezione di suo suocero, il duca d'Urbino, sebbene
questi comandasse l'armata nemica. Ma per una singolare fatalità il duca
d'Urbino moriva lo stesso giorno a Ferrara, raccomandando a suo genero
la difesa della sua famiglia, e l'amicizia di suo figliuolo Guid'Ubaldo,
nominato suo successore. La moglie di Roberto ricevette nello stesso
tempo a Rimini la notizia della morte del padre e del marito, e trovò
ne' Fiorentini, contro de' quali questo marito aveva ultimamente
combattuto, protezione contro la Chiesa per la quale Roberto aveva
trionfato[274].

  [271] _Alb. de Ripalta Ann. Placent., l. XX, p. 967._

  [272] _Diar. Rom. Steph. Infessurae, t. III, p. II, p. 1156_ (Questa
  parte è in latino). _Diario di Roma del notajo di Nantiporto, t.
  III, p. II, p. 1077. — Jac. Volaterr. Diar. Rom., p. 178. — Petri
  Cyrnei de bello Ferrar., p. 1204. — And. Navagero, p. 1176. — Marin
  Sanuto, p. 1222. — M. A. Sabellico Dec. IV, l. I, f. 234. — Scip.
  Ammirato, l. XXV, p. 151. — Machiavelli, l. VIII, p. 417._

  [273] _Diario del notajo di Nantiporto, p. 1078-1081._

  [274] _Machiavelli, l. VIII, p. 419. — Scip. Ammirato, l. XXV, p.
  152. — Jac. Volaterr. Diar. Rom., p. 179. — And. Navagero Stor.
  Venez., p. 1177. — Stef. Infessura Diar. Rom., p. 1157. — Marin
  Sanuto Vite, p. 1224. — Diario Rom. del notajo di Nantiporto, p.
  1078. — Allegretto Allegretti Diari Sanesi, p. 811._

Tutto sembrava riuscire prosperamente alla lega del papa e de'
Veneziani, perciocchè mentre che il duca di Calabria era battuto a Campo
Morto, Roberto di Sanseverino aveva passato il Po presso Ferrara; aveva
fortificato il ponte gettato sul fiume, e si era impadronito del barco
che Borso d'Este aveva formato e circondato di mura in distanza di un
miglio dalla capitale. Questo ricinto, con amenissimi boschetti, con
canali e getti d'acqua, e riempito di bestie selvatiche, era stato
guastato dai nemici. Tra questo ed il ponte aveva il Sanseverino
innalzato un fortino i di cui bastioni e rivellini erano circondati di
fosse, di modo che gli assalitori erano protetti nelle loro scorrerie
fino alle porte della città da una fortezza[275]. I Fiorentini,
scoraggiati da così infelici avvenimenti, parevano disposti a ritirarsi
dalla lega: e Costanzo Sforza, ch'essi avevano chiamato per essere loro
generale, non aveva mai potuto ridursi ad uscire dalle mura di
Pesaro[276]. Ma mentre che i Veneziani vedevansi vicini a dividere le
loro conquiste, il papa aveva di già intavolato un segreto trattato con
Ferdinando, e mandatogli perciò il 14 d'ottobre a Napoli il cardinale di
san Pietro _ad vincula_. Pare che Sisto IV si fosse adombrato
dell'ingrandimento de' Veneziani ai confini dello stato della Chiesa,
che si avvedesse che la loro ambizione non rispetterebbe lungamente il
trattato di divisione, ed è probabile che Girolamo Riario avesse di già
provato dal canto loro qualche mortificazione. Per lo meno questi
mostrossi dispostissimo a distruggere l'opera fin allora promossa con
tanto ardore. Le due armate intesero con eguale sorpresa che il 28 di
novembre era stata conchiusa una tregua tra il papa e Ferdinando, cui
tenne dietro bentosto una pace sottoscritta il 12 di dicembre nella
stessa camera del papa. Questo trattato guarentiva lo stato del duca di
Ferrara, la restituzione di tutte le conquiste reciprocamente fatte, una
alleanza per vent'anni tra le parti contraenti, alleanza nella quale
sarebbero ammessi i medesimi Veneziani, purchè vi acconsentissero avanti
il termine di trenta giorni, e per ultimo un annuo sussidio di quaranta
mila ducati, da pagarsi in comune a Girolamo Riario a titolo di soldo.
Le differenze tra i Fiorentini ed il papa venivano poste in arbitrio
degli ambasciatori di Spagna[277].

  [275] _M. A. Sabellico Dec. IV, l. I, f. 235._

  [276] _Scip. Ammirato, l. XXV, p. 153._

  [277] _Jac. Volaterr. Diar. Rom., p. 181. — Diar. di Roma del notajo
  di Nantiporto, t. III, p. II, p. 1080. — Machiavelli, l. VIII, p.
  420. — Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 1225._

Nella conchiusione delle condizioni di questa nuova alleanza, Sisto IV
mostrò lo stesso calore che aveva mostrato nella precedente. Scrisse
subito al doge di Venezia per intimargli di accettare la pacificazione
d'Italia, di restituire le conquiste, e di astenersi dal tormentare più
oltre la città di Ferrara, dipendente dall'alto dominio della santa
sede, la quale Sisto prendeva sotto la speciale sua protezione[278].
Scrisse in pari tempo al duca di Ferrara per accertarlo della sincerità
della sua riconciliazione, ai Ferraresi per esortarli ad una vigorosa
difesa, ai Bolognesi ed a Giovanni Bentivoglio per incoraggiarli a
sostenere la casa d'Este[279]. Prima che potesse aver avuto riscontro
dal senato di Venezia, permise al duca di Calabria di attraversare il
territorio della Chiesa per passare a Ferrara, e lasciò che Virginio
Orsini ed altri capitani dell'armata della Chiesa, che partirono da Roma
il 30 dicembre, entrassero al di lui servigio[280]. Finalmente il 10
gennajo del 1483 addirizzò all'imperatore ed a tutti i principi d'Europa
una specie di manifesto contro i Veneziani, accusandoli di colpevole
ostinazione nel continuare la guerra, promettendo di punirli con tutte
le pene ecclesiastiche di sua facoltà, come infatti il 10 giugno
seguente fulminò la scomunica contro i capi della repubblica, ed
interdisse tutto il territorio[281].

  [278] _Epist. Pontificis apud Petrum Cyrnaeum de bello Ferrar., p.
  1209, 1210. — And. Navagero Stor. Venez., p. 1179._

  [279] _Ann. Eccl. Rayn. 1482, § 17, 18, p. 309._

  [280] _Steph. Infess. Diar. Rom., p. 1157. _

  [281] _Bulla excomun. ap. Rayn. 1483, § 8-16, p. 319._

La maraviglia de' Veneziani non fu minore della loro indignazione,
vedendo dal papa punita come un delitto la guerra cui erano stati da lui
medesimo incoraggiati, e ch'egli aveva con loro fin all'ultimo
sostenuta. Richiamarono da Roma il loro ambasciatore, Francesco Diedo, e
si apparecchiarono a far testa anche soli a tutta l'Italia[282].

  [282] _And. Nav., p. 1180. — Marin Sanuto, p. 1227. — M. A.
  Sabellico Dec. IV, l. II, f. 236._

L'ultimo giorno di febbrajo erasi adunato in Cremona un congresso de'
nemici di Venezia sotto la presidenza di Francesco Gonzaga, signore di
Mantova e legato del papa. Trovaronsi colà il duca di Calabria, il duca
di Ferrara, Lodovico Sforza il Moro, reggente di Milano, con due dei
suoi fratelli, Lorenzo de' Medici, Giovanni Bentivoglio, il marchese di
Mantova, Gian Jacopo Trivulzio e molti altri capitani di minor
conto[283]. Erasi proposto d'invadere nello stesso tempo i dominj della
repubblica dalla banda del Milanese, del Mantovano e della Romagna. Ma
di quei tempi era, per così dire, ammesso nel diritto pubblico di poter
fare la guerra per conto de' suoi alleati, senza prendervi parte in nome
proprio; e nè il duca di Milano, nè il marchese di Mantova vollero tra i
primi dichiararsi direttamente nemici dei Veneziani, di modo che la
dieta si sciolse senza aver niente conchiuso. Questa riserva per altro
non impedì che la guerra si stendesse ancora ai confini che si erano
voluto preservare. Roberto di Sanseverino entrò nel Milanese il 12 di
luglio, sperando di ravvivare lo zelo de' partigiani della duchessa
Bona. Lodovico il Moro fece a vicenda guastare i territori di Bergamo e
di Brescia; ma nè l'una, nè l'altra spedizione ebbero importanti
risultamenti[284].

  [283] _Scip. Ammirato, l. XXV, p. 155. — Alb. de Ripalta Ann.
  Placent., t. XX, p. 970. — Bern. Corio Stor. Milan., p. VI, p.
  1004._

  [284] _And. Navagero Stor. Venez., p. 1184. — Petri Cyrnei de bello
  Ferrar., t. XXI, p. 1213. — M. A. Sabellico Dec. IV. l. II, f. 257._

Questa guerra, cui vedevansi prender parte le prime potenze d'Italia,
era da ambidue le parti così mollemente trattata, e con una tale viltà,
che forma un sorprendente contrapposto colle guerre che i Francesi
dovevano tra poco portare in Italia. Non ebbero luogo nè battaglie
generali, nè assedj di città; attaccavansi soltanto deboli castelli, ed
accadeva qualche leggiere scaramuccia tra piccoli corpi. Le due armate
chiudevansi ne' loro trinceramenti poco distanti gli uni dagli altri, si
minacciavano senza mai venire alle mani, e si assoggettavano nel proprio
campo alla mortalità, inevitabile conseguenza del clima mal sano delle
foci del Po, senza esporsi ad onorata morte in battaglia. Il popolo di
Ferrara, oppresso dagli alloggi de' soldati, dalle contribuzioni, dai
saccheggi, omai più non si mostrava disposto a nuovi sagrificj per la
casa d'Este, sebbene niuna cosa annunciasse il fine d'una guerra che non
era illustrata da verun fatto glorioso. Il duca di Calabria aveva
saccheggiato il territorio di Brescia, ed i Milanesi quello di Bergamo;
il marchese di Mantova aveva presa Asola, castello sul fiume Chiesa che
un tempo appartenne ai suoi antenati. Nello stato di Parma, i Rossi, più
non potendo resistere alle superiori forze mandate contro di loro, si
erano ritirati verso le montagne di Genova: di là erano passati a
Venezia, e quel senato, per indennizzarli dei feudi che avevano perduto,
aveva loro assegnato un grosso soldo. Ma questi piccoli vantaggi della
lega, che prendeva il titolo di santa perchè aveva alla testa il papa,
non arrecavano sollievo al duca di Ferrara. Il nemico stava
costantemente accampato alle porte della sua capitale, ed i suoi sudditi
erano stati due anni consecutivi privati di ogni raccolto. Per altro il
Sanseverino non aveva mai osato di aprire le sue batterie contro le mura
della città; come il duca di Calabria, con un'armata più forte, non
aveva saputo, nè costringere i Veneziani ad una battaglia per far loro
levare l'assedio, nè attaccare il ridotto innalzato tra il parco ed il
fiume. Mancavano in allora all'arte della guerra i mezzi di giugnere ad
operazioni decisive; non si attaccavano che i luoghi non difesi, e non
sapevasi sforzare il nemico a venire a battaglia, nè aprire le mura di
una piazza in cui si chiudeva[285].

  [285] _M. A. Sabellico Dec. IV, l. II, f. 239._

In Toscana trattavasi la guerra ancora più mollemente e più vilmente. I
Fiorentini non avevano verun altro nemico che Agostino Fregoso, nuovo
signore di Sarzana, che i Genovesi stessi non ajutavano scopertamente.
Ragguardevole era l'armata destinata contro di lui, e tale da poter
prendere Sarzana dopo un breve assedio; pure non lo intraprese, e si
limitò a meschine scaramucce[286]. I Sienesi si erano alleati ai
Fiorentini, e non avevano altri nemici che i loro emigrati, i quali si
erano chiusi in Monte Reggioni, ove tentarono invano di forzarli[287].
Sarebbesi detto che i soldati altro mezzo più non conoscevano per
entrare in una piazza che quello di aspettare pazientemente l'istante in
cui piacerebbe al nemico di uscirne.

  [286] _Scip. Ammirato, l. XXV, p. 156._

  [287] _Scip. Ammirato, l. XXV, p. 157. — Allegretto Allegretti Diari
  Sanesi, p. 812._

Cotale maniera di guerreggiare dovette parere assai strana a Renato II,
duca di Lorena, che i Veneziani chiamarono quest'anno in Italia per
prendere il comando della loro armata. Il loro trattato con questo
pretendente al regno di Napoli, ch'essi volevano contrapporre a
Ferdinando, fu stipulato il 30 aprile, o secondo altri il 9 maggio del
1483. Renato obbligavasi di condurre mille cinquecento cavalli, e mille
pedoni, e gli era stato promesso il soldo di diciassette ducati e mezzo
al mese per ogni lancia, formata secondo l'uso francese di sei uomini a
cavallo. Vi si era aggiunta una gratificazione di dieci mila ducati
all'anno _per la tavola_ del principe[288]. Rinaldo non arrivò a Venezia
che assai tardi e con molta difficoltà. Il papa, informato della sua
venuta, aveva minacciata la scomunica a tutti i principi della Germania
che gli accorderebbero il passaggio, onde il Lorenese fu costretto di
entrare lungo la strada in varj negoziati, e di abbandonare spesse volte
la via più breve. Era da poco giunto nel campo veneziano, ed appena
aveva avuto il tempo di studiare questo sistema di guerreggiare, tanto
diverso dal suo, quando ebbe notizia della morte di Lodovico XI re di
Francia, accaduta il 30 agosto del 1483. Siccome questo monarca aveva
cercato di togliergli la successione della casa d'Angiò, ordinando
ingiusti testamenti al suo avo ed al suo prozio, Renato tornò subito ne'
suoi stati, per tentar di ricuperare, durante la minorità di Carlo VIII,
ciò che gli aveva fatto perdere la politica di Lodovico XI[289].

  [288] _Marin Sanuto, t. XXII, p. 1226. — And. Navagero Stor.
  Venez., p. 1182. — Petri Cyrnæi de bello Ferrar., p. 1213. — M. A.
  Sabellico Dec. IV, l. II, f. 236._

  [289] _And. Navagero, p. 1185. — M. A. Sabellico Dec. IV, l. II, f.
  237._

Un'altra guerra sostenevasi con maggior vigore dalla repubblica di
Venezia, ed era quella che facevagli il papa coi fulmini della Chiesa.
Sisto IV aveva pubblicato il 24 maggio, giorno della Pentecoste, una
bolla contro Venezia, per la quale ordinava a tutti i religiosi di
uscire tre dì dopo da questa città scomunicata. Il consiglio dei dieci,
avutone avviso, fece tenere d'occhio tutti coloro che giugnevano da
Roma, per sorprendere questa bolla nelle loro mani. Pose sotto la
responsabilità de' parrochi tutte le carte che potrebbero trovarsi alle
porte delle loro chiese, ed ordinò al patriarca ed a tutti gli
ecclesiastici veneziani di mandare, senza aprirle, agl'inquisitori di
stato qualunque bolla fosse loro diretta dalla santa sede. Quest'ordine
fu scrupolosamente eseguito, e la scomunica non dissuggellata fu mandata
al consiglio dei dieci dal patriarca, senza che verun Veneziano ne
avesse contezza[290]. Il consiglio ordinò a tutti i cardinali e prelati
dipendenti dalla signoria, sotto pena di confisca de' loro beneficj, di
adunarsi a Venezia il 15 di luglio in concilio provinciale. Nello stesso
tempo mandò a Girolamo Lando, patriarca titolare di Costantinopoli, un
appello al futuro concilio della sentenza di scomunica. Il patriarca,
ammettendo l'appello, sospese l'interdetto, e mandò allo stesso papa una
citazione al futuro concilio. Si trovarono persone abbastanza coraggiose
per affiggere questa citazione sul ponte sant'Angelo, ed alle porte del
Vaticano e della Rotonda. Per altro quest'ardimento costò la vita alle
guardie notturne, che il papa fece appiccare per avere mancato di
vigilanza[291]. Tutti i preti veneziani, che si trovavano a Roma, furono
chiamati, sotto comminatoria di perdere i loro beneficj; ed il papa
oppose a quest'ordine un editto, in forza del quale i prelati ed i preti
che abbandonassero Roma, potrebbero essere venduti come schiavi[292].

  [290] _And. Navagero, p. 1183. — M. A. Sabellico Dec. IV, l. II, f.
  237._

  [291] _And. Navagero, p. 1184._

  [292] _Ivi._

Questa violenta lotta col capo della Chiesa non recava verun biasimo ai
Veneziani, perciocchè l'impetuoso carattere di Sisto IV, le sue
ingiustizie, la sua cieca tenerezza per Girolamo Riario, che tutta
l'Italia risguardava per suo figliuolo, e figliuolo nato da un incesto,
avevano distrutto ogni rispetto dei popoli per la tiara. Qualunque
genere di scandalo infamava la sua condotta; vedevasi sempre circondato
da giovani favoriti, che altro merito non avevano che quello
dell'avvenenza, ed a cui egli prodigava i tesori della Chiesa. Questo
stesso anno, il 19 novembre 1483, offese tutto il sacro collegio,
accordando il vescovado di Parma ed il cappello cardinalizio ad un
giovanetto che non giugneva ai vent'anni, e che, uscito di bassa
condizione, era prima stato paggio del conte Girolamo, in appresso
cameriere del cardinale di san Vitale. Sisto IV, sorpreso dalla sua
bellezza, lo volle per suo prelato di camera, accumulò sopra di lui i
più ricchi beneficj, lo creò castellano di Sant'Angelo, ed all'ultimo
gli conferì la porpora. Pure si trovò che questo Giacomo di Parma era un
giovane di buon carattere, ed assai costumato, e che altro difetto non
aveva che di essere sommamente ignorante[293].

  [293] _Stef. Infessura Diario Rom., p. 1158. — Jac. Volaterr., Diar.
  Roman., p. 191. — Raphael Volaterr. apud Rayn. 1484, § 24, p. 336._

Nel 1484 i guasti della guerra si estesero sopra nuove province: i
Veneziani vollero farne sentire il peso a Ferdinando, che nulla fin
allora aveva sofferto, armarono una flotta di trent'una galere, di cui
diedero il comando a Giacomo Marcello, e la mandarono nel golfo di
Taranto, ove attaccò Gallipoli. Questo ammiraglio fu ucciso verso la
fine di maggio in un assalto che diede alla piazza, la quale capitolò lo
stesso giorno col di lui successore, Domenico Malipieri. Questi
diligentemente fortificò la nuova conquista, soggiogò in appresso le
piccole città ed i castelli del vicinato, ed in giugno occupò inoltre
Policastro e Cero nella Calabria. I suoi soldati, accostumati alla
guerra dei Turchi, trattavano con orribile barbarie i paesi che
saccheggiavano, e non pertanto davano infinita pena a Ferdinando, il
quale conosceva il malcontento de' suoi baroni, e sempre temeva di
vederli uniti agli stranieri per sottrarsi alla sua autorità[294].

  [294] _And. Navagero Stor. Venez., p. 1188. — Petri Cyrnæi de bello
  Ferrariensi, p. 1217. — Ann. Placent., p. 975. — M. A. Sabellico
  Dec. IV, l. II, f. 240._

Nello stesso tempo facevasi la guerra nello stato di Roma con estremo
furore. Da un canto Niccolò Vitelli, abbandonato dai Fiorentini, era
stato cacciato da Città di Castello, e rimesso in suo luogo Lorenzo
Giustini; dall'altro canto Sisto IV e Girolamo Riario avevano
perseguitati i Colonna con un accanimento non appoggiato a verun motivo
politico. Il Riario rifiutò tutte le offerte di accomodamento fattegli
da que' potenti signori; e quando gli proposero di porre in mano del
papa tutte le loro fortezze, il Riario ripose, che non voleva entrarvi
che per una breccia che avrebbe aperta col suo cannone. Alcuni scrittori
di un'epoca posteriore supposero questa guerra cagionata dal possesso
del contado di Tagliacozzo, che la casa Orsini riclamava dalla casa
Colonna[295]; ma di ciò non trovasi cenno nelle memorie di quel tempo, e
tutto fa travedere nella condotta del Riario un personale risentimento.
Durante la state la metà de' palazzi di Roma vennero lordati da
frequenti assassinj; il papa fece bruciare molte contrade per essergli
sospetti alcuni de' loro abitanti. Il palazzo del protonotaro, Luigi
Colonna, e quello del cardinale della stessa famiglia, furono per suo
ordine inceneriti. Il protonotaro, arrestato nel primo, non erasi arreso
che sulla fede di Virginio Orsini; e Virginio, conducendolo in prigione,
potè a stento impedire a Girolamo Riario che non l'uccidesse. Niuna
confessione poteva da lui esigersi, perciocchè tutta la sua condotta era
palese; pure il papa ordinò che si assoggettasse alla tortura, soltanto
per rendere il suo supplicio più crudele; e questa tortura fu talmente
atroce, che quando ne fu staccato, si trovò moribondo, e gli fu tagliata
la testa. Intanto la Cava, Marino e gli altri feudi di casa Colonna
furono conquistati da Girolamo Riario[296].

  [295] _Jo. Mich. Bruti, l. VIII. — Rayn. Ann. Eccl. 1484, § 14, p.
  354._

  [296] Stef. Infessura descrive circostanziatamente questa guerra,
  _p. 1158-1182_: può ancora vedersi _Jac. Volaterr. Diar. Rom., p.
  196-198. — Diario di Roma del notajo di Nantiporto, p. 1086-1087._

In Lombardia la guerra non faceva verun progresso; la lega, avendo assai
più cavalleria che non i nemici, ne approfittava per guastare i
territorj di Bergamo, di Brescia e di Verona, fino alle porte di queste
tre città[297]. Ma non pareva che tali operazioni potessero giovare alla
liberazione del duca di Ferrara, e questi, spossato dal soggiorno nel
suo stato di tante armate, bramava la pace a qualunque condizione. La
lega, che si era formata senza sufficienti motivi, trovavasi divisa da
mille diversi interessi, ed era facile il prevederne il prossimo
scioglimento. Il papa in tutte le sue guerre non aveva altra mira che
l'ingrandimento di Girolamo Riario; meditava allora nuovi progetti sulla
Romagna, e voleva assicurare al prediletto suo figlio l'eredità di
Roberto Malatesta, e quella di Costanzo Sforza, morti l'uno e l'altro al
suo servigio. Il secondo era stato rapito da una malattia il 17 luglio
del 1483, e suo figlio Giovanni, erede del principato di Pesaro, era
tuttavia fanciullo[298]. Ma questo possedimento non poteva essere
assicurato al Riario che dal consentimento de' Veneziani e de'
Fiorentini; e Sisto IV, che lo sentiva, entrò con loro in segrete
negoziazioni, per fare una pace a sè solo vantaggiosa.

  [297] _Niccolò Machiavelli, l. VIII, p. 423. — Petri Cyrnæi de bello
  Ferrar., p. 1214-1215. — Marin Sanuto, p. 1229._

  [298] _Jacobi Volaterr. Diar. Rom., t. XXIII, p. 188._

Dall'altro canto il duca di Calabria aveva potuto vedere chiaramente,
dopo che la guerra di Ferrara lo aveva chiamato in Lombardia, che
Giovanni Galeazzo Sforza, duca di Milano, cui da lungo tempo era stata
promessa in matrimonio la sua figlia, non aveva veruna parte nel governo
del proprio ducato, sebbene non gli mancasse l'età, mentre che
l'ambizioso Lodovico il Moro, zio di questo duca, si arrogava solo tutta
l'autorità. Alfonso ne aveva con qualche vivacità manifestato il proprio
malcontento allo stesso Moro, il quale, avendo perciò concepito una
segreta diffidenza verso il suo alleato, cercava di ravvicinarsi ai
Veneziani[299]. D'altra parte i Fiorentini, che da lunga tempo
contribuivano alla guerra, non potevano sperarne vantaggio, e non vi
avevano verun reale interesse. Mentre si esaurivano di gente e di danaro
per mantenere una lontana armata, si acconsentiva che fossero oppressi
dalle truppe che occupavano Sarzana, non permettendosi loro di
richiamare in Toscana il conte di Pitigliano, quello dei loro capitani
in cui più fidavano, e venivano in ogni cosa sagrificati ai loro
alleati. Per tal modo più non restava tra i coalizzati un interesse
comune, e tutti erano disposti a separarsi gli uni dagli altri. Teneva
tuttavia unita questa lega il marchese Federico di Mantova per la
considerazione che gli dava la sua età ed i suoi talenti; ma questi morì
il 15 di luglio, ed il maggiore de' suoi figli, Giovanni Francesco II,
che gli successe, non aveva che diciott'anni[300].

  [299] _Nicc. Machiavelli, l. VIII, p. 423._

  [300] _Marin Sanuto, p. 1231._ Una delle sue figliuole era maritata
  con Guid'Ubaldo, duca di Urbino, l'altra col conte di Gorizia.

I Veneziani, sebbene più deboli dei loro alleati, avevano il vantaggio
grandissimo di far muovere a voglia loro tutte le proprie forze; inoltre
avevano l'altro di avere alla testa delle loro armate Roberto di
Sanseverino, che si dava a conoscere non meno esperto politico, che
valoroso generale. Roberto, abbandonando le negoziazioni intavolate col
conte Riario, s'accostò a Lodovico il Moro, che risguardava come assai
più potente[301]. Le sue relazioni col Moro cagionarono da principio non
leggiere sospetto alla signoria, onde il doge propose al consiglio dei
dieci di far arrestare il Sanseverino. Ma bentosto questo generale diede
a vedere d'aver saputo ben conoscere i veri interessi della repubblica
ed i proprj. Un'assemblea, tenutasi a Bagnolo il 7 agosto, conobbe gli
articoli ch'egli aveva convenuti con Lodovico il Moro, e gli accettò lo
stesso giorno. Invano il legato del papa e Girolamo Riario vollero
intorbidare la negoziazione, perchè non conteneva a favore del figlio di
Sisto IV veruno de' vantaggi che gli erano stati precedentemente
promessi; invano dichiararono, che la signoria, dopo avere separatamente
offesi tutti i confederati, l'aveva finalmente presa contro lo stesso
Dio, allorchè aveva sprezzate le ammonizioni e gl'interdetti del papa e
confiscati i beneficj ecclesiastici. Con tale condotta, soggiugnevano,
erasi renduta per sempre indegna di ottenere la pace[302]. Gli altri
confederati non vollero più oltre continuare le ostilità, da cui non
isperavano verun vantaggio, e, malgrado gli ottenuti successi,
acconsentirono che i Veneziani guadagnassero assai più colla pace, che
non avrebbero potuto perdere continuando la guerra.

  [301] _And. Navagero, p. 1189._

  [302] _And. Navagero, p. 1190._

In forza del trattato di Bagnolo il duca Ercole d'Este fu obbligato a
ristabilire la repubblica di Venezia in tutte le prerogative che aveva
precedentemente esercitate in Ferrara e nel suo distretto, ed a cederle
il Polesine e tutto il territorio di Rovigo. Le altre conquiste che i
Veneziani avevano fatte nel territorio del duca di Ferrara dovevano
essergli rendute entro dodici giorni dopo la soscrizione della pace. Dal
canto loro il duca di Milano ed il marchese di Mantova dovevano rendere
ai Veneziani tutte le terre da loro occupate ne' dominj della
repubblica. Le città che i Veneziani tenevano nel regno di Napoli
dovevano essere riconsegnate a Ferdinando entro un mese, e questi in
compenso doveva render loro tutti i privilegj mercantili di cui godevano
ne' suoi stati. Tutte le parti contraenti obbligavansi in ultimo a
prendere parte in una lega comune per difesa de' loro rispettivi stati,
Roberto di Sanseverino era dichiarato capitano generale di questa lega;
per tale titolo doveva ricevere un soldo di cento quaranta mila ducati,
de' quali cinquanta mila dovevano pagarsi dal duca di Milano,
altrettanti dalla repubblica di Venezia, e gli altri quaranta mila dal
papa, dal re di Napoli, dai Fiorentini e dal duca di Ferrara[303].

  [303] _And. Navagero Stor. Venez., p. 1190. — Marin Sanuto Vite dei
  Duchi di Venezia, p. 1232. — M. A. Sabellico Dec. IV, l. II, f. 241.
  — Diar. Rom. di Stef. Infessura, t. III, p. II, p. 1180. — Bernard.
  Corio Ist. Milan., p. VI, p. 1014._

I più deboli potentati d'Italia trovaronsi da questo trattato
sagrificati ai più forti: il duca di Ferrara doveva rinunciare alle
province che formavano l'antico patrimonio della famiglia d'Este, e
sulle quali i Veneziani mai non avevano avuto alcun titolo; onde non
senza estrema ripugnanza si assoggettò a così dura condizione[304]. I
Rossi, conti di san Secondo, nello stato di Parma, che i Veneziani
avevano consigliati a prendere le armi contro il duca di Milano, si
trovarono spogliati di tutti i loro feudi. Il marchese di Mantova non
aveva preso parte alla lega che per ricuperare Asola e gli altri
castelli che gli erano stati tolti dai Veneziani; ma dopo essersene
impadronito, era forzato a restituirli[305]. Nè in questo trattato di
pace i Fiorentini erano meglio trattati di quel che lo fossero stati
durante la guerra. Nulla veniva stipulato a loro favore, e nè pure la
restituzione di Sarzana. Non pertanto il più scontento di tutti era il
papa; aveva lungamente sperato d'arricchire il figliuolo o colle spoglie
del duca di Ferrara, o con quelle dei Veneziani; si era in ultimo
ridotto a fargli assicurare i piccoli principati della Romagna, che
punto non dubitava che non venissero sagrificati alla sua ambizione;
sperava in particolare che Girolamo Riario ottenesse il rango che si era
fatto dare il Sanseverino, di generale della lega; e questo rango e
questo soldo dovevano indenizzarlo delle pretese cui era forzato di
rinunciare.

  [304] _Diar. Ferrar., t. XXIV, p. 277._

  [305] _De bello Ferrariensi, t. XXI, p. 1218._ — Questo piccolo
  libro di un prete corso affatto divoto del duca di Ferrara, sebbene
  durante la guerra sia sempre vissuto in Venezia, contiene molte
  circostanze relative alla prima campagna; è più breve intorno alla
  seconda, ed affatto incompleto rispetto alla terza. Termina alla
  pace.

  Finiscono pure alla pace di Bagnolo del 7 agosto 1484 gli Annali di
  Piacenza, composti da Antonio e da suo figlio Alberto di Ripalta.
  Questi due uomini avevano parte nel governo municipale, ma di una
  città suddita, ove verun sentimento gli affezionava piuttosto ad un
  partito che ad un altro; onde tutti i loro elogj sono sempre pel
  vincitore, e la declamazione o la pedanteria vi si trovano invece
  d'ogni nobile ed elevato sentimento. Pare che i due Ripalta avessero
  nel loro paese opinione di buoni retori; lo che non ci dà una
  vantaggiosa idea dello stato delle lettere in Piacenza. Gli Annali
  di Antonio vanno dal 1401 al 1463, in cui morì. Alberto proseguì da
  quest'epoca fino al 1484. Questi Annali trovansi nel _t. XX Rer.
  Ital., p. 839-978._

La notizia di una pace, che tanto male corrispondeva ai suoi ambiziosi
progetti, fa un colpo di fulmine per questo turbolento pontefice. Da
qualche tempo era tormentato dai dolori della gotta, che poi lo presero
al petto. Gli ambasciatori, che portavano le condizioni della pace di
Bagnolo, vennero introdotti all'udienza del pontefice la sera di
mercoledì 12 agosto. Dopo aver udita la lettura del trattato, si dolse
che le condizioni erano meno vantaggiose di quelle che gli erano state
offerte dai nemici. «Questa, che voi mi annunciate, disse loro, è una
pace di vergogna e d'ignominia, piena di confusione e di obbrobrio, e
che coll'andar del tempo sarà più cagione di male che di bene. Io non
posso, miei figli, nè approvarla, ne benedirla[306].» Gli ambasciatori
accorgendosi, che il vecchio, afflitto da questa notizia, andava
perdendo le forze, che oppresso dall'angoscia pareva aver la lingua
imbarazzata, gli dissero che speravano di trovare altra volta sua
santità più tranquilla, ma che intanto lo pregavano di benedire una pace
che più non poteva mutarsi. Il papa, svolgendo allora a stento la sua
mano gottosa dalla fascia che la sosteneva, fece un movimento che gli
uni presero per un rifiuto, gli altri per una benedizione degli
ambasciatori o della pace medesima. Ma egli più non parlò, e morì nella
susseguente notte del giovedì 13 agosto, poco dopo la mezza notte; mal
soffrendo di lasciare in pace quell'Italia, che in tempo del suo regno
aveva costantemente tenuta in guerra[307].

  [306] _Jacobi Volaterrani Diar. Rom., p. 199._ Questo Giornale
  termina colla vita di Sisto IV. L'autore, ch'era scrivano
  apostolico, ci somministra frequentemente curiose particolarità
  intorno alle cerimonie religiose, alla corte, ed ancora ai sermoni
  dei cardinali, dei quali ci dà quasi sempre una breve analisi. Era
  affezionato a Sisto IV, e gli si mostra generalmente parziale; pure
  non fu abbastanza destro per palliare i vizj del suo padrone. Questo
  Giornale è stampato nel _t. XXIII Rer. Ital., p. 87-200._

  [307] _Diar. Rom. Jacobi Volaterrani, p. 200. — Diario del Notajo di
  Nantiporto, p. 1088. — Diario di Stefano Infessura, p. 1182. — Rayn.
  Ann. Eccl. 1484, § 18-21, p. 335. — Ann. Bonon. Fr. Hieron. de
  Bursellis, t. XXIII, p. 904. — Machiavelli Istor. Fior., l. VIII, p.
  427. — Scipione Ammirato, l. XXV, p. 162. — Marin Sanuto Vite dei
  Duchi, p. 1234_.

  Questo papa che quasi costantemente tenne l'Italia in guerra amava
  egli stesso i sanguinosi spettacoli: onde negli ultimi mesi della
  sua vita ebbe due volte avviso che alcuni soldati della sua guardia
  a piedi erano convenuti di battersi a steccato chiuso per qualche
  contesa accaduta tra di loro, e che perciò avevano scelto un luogo
  rimoto fuori di Roma. Fece loro sapere che voleva essere testimonio
  del loro duello, onde si battessero presso la scala del suo palazzo
  nella piazza di san Pietro, e che non cominciassero avanti ch'egli
  ne dasse loro il segno dalla finestra. Si affacciò infatti alla
  finestra all'ora destinata, e quando vide che i combattenti erano
  apparecchiati, stese la destra, diede loro la benedizione, fece il
  segno della santa croce e gl'invitò a cominciare. Nel primo e più
  lungo di questi duelli uno de' combattenti fu ucciso in sul luogo
  dopo aver date e ricevute molte ferite; nel secondo i combattenti
  furono ambidue feriti così gravemente che non poterono continuare
  fino alla morte di uno di loro, e si dovette portarli fuori dello
  steccato. Il papa, dice il giornalista romano, prese molto gusto in
  questo spettacolo, e mostrò desiderio di vederne degli altri.
  _Stefano Infessura Diar. Rom., t. III, p. II, Rer. Ital., p. 1184._



CAPITOLO LXXXIX.

      _Elezione d'Innocenzo VIII; questo papa fa scoppiare la guerra
      tra Ferdinando ed i suoi baroni. — Il cardinale Paolo Fregoso,
      doge di Genova. — I Fiorentini conquistano Sarzana. — Anarchia e
      pacificazione di Siena. — Congiure contro Girolamo Riario e
      contro Galeotto Manfredi_.

1484 = 1488.


La costituzione politica della Chiesa romana non era fondata sopra basi
incontestabili. I diritti e le prerogative del papa, dei cardinali, dei
vescovi non avevano limiti abbastanza determinati per impedire ogni
conflitto di giurisdizione. Pure questa costituzione nel suo totale era
quella d'una monarchia temperata e non di uno stato dispotico.
L'autorità del papa era bilanciata non solo da quella de' concilj, stati
generali della Chiesa, che si adunavano assai di rado, ma ancora da
quello dei cardinali il di cui collegio permanente doveva
irrevocabilmente essere il consiglio de' pontefici, di modo che
supponevasi concorrere a tutte le loro importanti determinazioni. Il
papa sempre li chiamava suoi fratelli; aggiungeva sempre in tutte le
bolle, talvolta ancora senz'averli consultati, la formola, _col parere
de' nostri fratelli_, onde dare a tutto quanto egli ordinava l'autorità
del sacro collegio.

Ma alla fine del decimoquinto secolo, quando la successiva elezione di
molti pontefici, macchiati di vergognosi vizj, recò danno all'opinione
della santa sede, e fu in ultimo cagione della rivoluzione che si vide
scoppiare in principio del secolo decimosesto, la Chiesa potè
riconoscere che i reciproci diritti de' suoi rappresentanti non erano
bastantemente stabiliti, o equilibrati con sufficiente saviezza. Non
erasi mai più vivamente sentito che sotto Sisto IV il bisogno di porre
limiti all'autorità del pontefice con quella de' cardinali; mai non si
era fatta più lunga prova di quanto l'influenza di un cattivo pontefice
sopra il sacro collegio diventava irresistibile qualunque volta voleva
impiegare tutti i mezzi dell'intrigo e della seduzione. Poteva a voglia
sua accrescere il numero de' suoi consiglieri, e per tal modo
guadagnarsi sempre la pluralità de' suffragj; disponeva egli solo di
tutte le grazie ecclesiastiche, e tutti coloro che non erano superiori
alla allettatrice seduzione delle ricchezze, degli onori, erano bentosto
a lui favorevoli. Finalmente poteva ancora valersi della violenza; ed i
cardinali, non essendo al coperto dalle sue vendette, erano stati più
volte scomunicati, imprigionati, assoggettati alla tortura, mandati
ancora sul patibolo in forza di ordini arbitrarj, soltanto per aver
voluto difendere la libertà del collegio; l'idea della sovranità del
papa erasi in modo confusa con quella della autorità della Chiesa, che
alcuni teologi con piena buona fede giustificavano in seguito tali
violenze, ed affermavano come massima incontrastabile che veruna
opposizione, neppure quella dell'intero corpo dei cardinali, era
legittima contro una volontà qualunque del papa.

Pure questo sovrano pontefice, che su tutti i cardinali esercitava una
così illimitata autorità, era ancor esso loro creatura. S'egli nominava,
durante il suo regno, i cardinali, essi a vicenda nominavano il suo
successore: e perchè d'ordinario non si giugneva alla tiara che in età
avanzata, le elezioni del sovrano erano più frequenti che in qualunque
altra monarchia elettiva: altronde la podestà pontificia poteva essere
spesse volte indebolita dalle infermità, dalla vecchiaja mentre il
senato de' cardinali, in gran parte composto d'uomini versati negli
affari e negl'intrighi, riuniva le qualità proprie delle aristocrazie,
la costanza, la saviezza, l'esperienza e lo spirito di corporazione. Ad
ogni vacanza della santa sede, il conclave, prima di nominare il nuovo
pontefice, non ommetteva mai di prescrivere limiti alla sua potenza, di
correggere gli abusi con nuove leggi, d'imporre condizioni ai candidati,
ratificandole con giuramento. Tenendo press'a poco la medesima pratica
era stata colle capitolazioni ristretta l'autorità degl'imperatori di
Germania, e nello stesso modo _i correttori della promission ducale_
avevano annientate le prerogative dei dogi di Venezia. Ogni vacanza del
trono di Polonia era sempre stata contraddistinta da alcune conquiste
della nobiltà sui re; e siccome i cardinali rinnovavano i loro tentativi
colla medesima costanza, ma più frequentemente; e siccome coloro che,
essendo più riputati nel cristianesimo, godevano miglior concetto di
virtù e di santità, erano altresì quelli che davano maggiore importanza
ai privilegi del loro capo ed alla libertà della Chiesa, doveva credersi
che il governo della corte di Roma fosse per diventare assolutamente
aristocratico.

Ma i limiti dell'autorità reale venivano garantiti coi giuramenti dei
re; e si dovette riconoscere senza dubbio con istupore che questo atto
religioso non conservava veruna efficacia sui preti[308]. Una delle
prerogative che i papi si erano attribuite, e che diffendevano con
maggiore ostinazione era quella di sciogliere i fedeli dagl'imprudenti
giuramenti; e forse, in una religione che ammette voti eterni, era
necessario che vi fosse nella Chiesa un'autorità che potesse
dispensarli. Il papa aveva ricevuto in nome di Dio gli obblighi assunti
sotto il giuramento verso la sua Chiesa, ed egli solo, e giudice e
parte, poteva dispensarsi.

  [308] La più notabile diversità tra gli elettori degl'imperatori,
  dei re di Polonia, ec. ed il collegio de' cardinali, si è che i
  primi erano potenti anche dopo l'elezione, e potevano colle armi
  chiamare l'eletto all'osservanza delle giurate promesse, mentre i
  cardinali, dopo consacrato il papa, perdevano ogni mezzo di
  opposizione e di resistenza. _N. d. T._

Bentosto suppose di avere ancora il diritto di sciogliere i giuramenti
che legano gli uomini tra di loro, e fu veduto rompere di propria
autorità tutti i patti e le alleanze, i giuramenti di fedeltà dei
sudditi verso i sovrani, ed i giuramenti di guarentigia dei sovrani
verso i sudditi. In forza di questo diritto, ch'egli pretendeva inerente
alla sua sede, si dispensò egli stesso il primo da tutto quanto aveva
promesso. Quanto più i conclavi furono zelanti nel decimoquinto secolo
di volere da cadaun membro del sacro collegio il giuramento d'osservare
i patti convenuti qualunque volta dallo Spirito Santo venisse prescelto,
altrettanto i papi furono più costanti nell'annullare colla loro suprema
autorità i giuramenti emessi come cardinali, sebbene non si fosse
ommesso di farglieli rinnovare nell'istante della loro coronazione. Fino
nel 1353 Innocenzo VI aveva stabilito con una costituzione lo scandaloso
principio, che veruna promessa, verun giuramento, emesso prima di essere
papa, poteva limitare l'autorità pontificia, perchè i cardinali, quando
la Chiesa era priva del suo pastore, altra autorità non avevano che
quella di crearne un nuovo. Questo principio viene rappresentato come
una delle invariabili leggi della Chiesa dal suo annalista[309], che
scriveva nel diciassettesimo secolo; desso è in vigore anche al
presente.

  [309] _Rayn. Ann. Eccl. 1353, § 29, t. XVI, p. 1484, § 28, t. XIX,
  p. 337._

Questa sottigliezza, che faceva perdere di mira i doveri di quello che
aveva emesso il giuramento, per mostrare i limiti dei diritti di coloro
che lo avevano imposto, non aveva per altro potuto fare ammettere senza
opposizione, nemmeno in sul declinare del decimoquinto secolo e nella
totale depravazione in cui era caduta la corte di Roma, l'immorale
principio che autorizzava lo spergiuro del capo della religione. I
prelati i più distinti pei loro lumi, la loro pietà ed i loro costumi,
eransi altamente dichiarati contro tanto scandalo. Giacomo Ammanati,
cardinale di Pavia, Bessarione, cardinale di Nizza, Giovanni Carvajale,
cardinale spagnuolo, avevano costantemente riclamati i giuramenti emessi
da Paolo II avanti di esser papa; e l'ultimo erasi immortalato agli
occhi della Chiesa colla sua coraggiosa irremovibile opposizione alla
costituzione, che doveva annullarli[310].

  [310] _Card. Papiens., epist. 182. — Raynald, Ann. Eccl. 1464, §
  59-60, p. 167._

Ma il senato de' cardinali partecipava ai vizj di colui che solo aveva
l'autorità di nominarne i membri; bisognava veramente che Paolo II e
Sisto IV avessero riempito il sacro collegio di loro creature, perchè si
potessero in seguito vedere elezioni come quelle d'Innocenzo VIII e di
Alessandro VI. Se il poco scrupoloso conclave, che si adunò dopo la
morte di Sisto IV, volle ancor esso imporre condizioni al papa che stava
per eleggere, lo fece piuttosto per provvedere ai proprj personali
interessi che a quelli della Chiesa. I cardinali pretesero prima d'ogni
altra cosa l'accrescimento delle loro proprie entrate. Veruno di loro
non doveva avere meno di quattro mila fiorini d'entrata, la qual somma
doveva essere loro completata dalla camera apostolica, se i loro
beneficj non vi ammontavano. Chiedevano inoltre che niuno di loro non
potesse essere percosso da censure, da scomunica, o da giudizio
criminale, se la sentenza che li condannava non veniva sanzionata dai
due terzi delle voci del loro sacro collegio. Una clausola ancora più
importante fu quella con cui limitarono il loro numero a ventiquattro.
Il futuro pontefice non doveva fare veruna promozione, finchè non si
trovassero ridotti al di sotto di questo numero; non poteva dare il
cappello a chi non avesse almeno compiuti i trent'anni; non poteva
nominare che un solo cardinale nella propria famiglia; tutti coloro che
verrebbero innalzati a così eminente dignità dovevano essere prima stati
ricevuti dottori in teologia o in diritto, ad eccezione de' soli figli o
nipoti dei re, ed ancora questi ultimi dovevano dare prova di una
competente istruzione. Per ultimo il papa non doveva d'ora innanzi
governare che di concerto coi cardinali; ed in tutte le occasioni
importanti, ed in ispecie quando si tratterebbe di alienare qualche
feudo della Chiesa, le sue bolle non dovevano avere forza senza la
sanzione dei due terzi dei suffragi del sacro collegio[311]. Se le due
costituzioni che contenevano tutte queste condizioni fossero diventate
leggi della Chiesa, forse la corte di Roma non sarebbesi comportata nè
con minore ambizione, nè con minore alterigia, ma fuori di dubbio la sua
politica avrebbe dovuto essere più prudente ed i suoi capi non avrebbero
dato coi loro costumi quello scandalo che doveva affrettare la
riforma[312].

  [311] _Ann. Eccles. 1484, § 28-39, p. 337._

  [312] Intorno alle vere cause della così detta Riforma leggasi
  l'eccellente _Storia delle Variazioni delle chiese protestanti_ di
  Bossuet. _N. del T._

Dopo essersi tutti i cardinali vincolati con giuramento all'osservanza
di queste condizioni, quando fossero chiamati alla sede pontificia,
procedettero a raccogliere i suffragi. Attivissime pratiche, e
liberalissime promesse avevano di già predisposta l'elezione[313], ed i
suffragi si riunirono a favore di Giovanni Battista Cibo, genovese,
cardinale prete del titolo di santa Cecilia, che fu proclamato il 29
agosto del 1484 sotto il nome d'Innocenzo VIII[314]. Nel giorno della
sua installazione confermò con nuovo giuramento il trattato fatto coi
cardinali, e si obbligò sotto pena di spergiuro e di anatema a non
assolversi da sè medesimo, nè a farsi da altri assolvere. Pure tostocchè
si sentì sicuro sul trono, abolì ed il trattato ed i suoi giuramenti,
come contrarj al diritto della santa sede[315].

  [313] _Diario di Stefano Infessura, p. 1190._

  [314] _Diar. di Roma del Notajo di Nantiporto, p. 1091._

  [315] _Raynald. Ann. Eccl. 1484, § 41, p. 340._

Ma Innocenzo VIII andava debitore della tiara a molti segreti trattati
fatti con ogni cardinale; e questi trattati, perchè dovevano avere
immediata esecuzione, vennero più scrupolosamente osservati. Quegli de'
membri del conclave che lo aveva servito con maggiore attività e zelo,
era il cardinale Giuliano di san Pietro _ad Vincula_, che poi fu papa
sotto nome di Giulio II. Questo guerriero prelato aveva domandato in
premio non beneficj ecclesiastici ma fortezze. In fatti ne ottenne molte
per sè medesimo e per suo fratello Giovanni della Rovere, che Sisto IV
aveva fatto principe di Sinigaglia e prefetto di Roma: questo stesso
Giovanni fu da Innocenzo VIII eletto capitano generale della Chiesa, di
modo che il potere ed il favore della corte di Roma non uscirono dalla
casa del precedente pontefice. Tutti gli altri cardinali ebbero
prelature ed abazie per prezzo de' loro suffragi. Gli scrittori
contemporanei chiamano simoniaca un'elezione apparecchiata con questi
mercati, che non fu possibile di tenere celati[316]: ma un panegirista
d'Innocenzo VIII, enumerando queste medesime liberalità, le adduce quali
testimonianze dell'animo riconoscente del nuovo pontefice[317].

  [316] _Stefano Infessura Diar. Rom., p. 1190._ — Lettere di
  Guid'Antonio Vespucci a Lorenzo de' Medici, in cui racconta a quale
  prezzo il cardinale Giuliano aveva acquistati per Giovanni Battista
  Cibo i voti di varj suoi colleghi. Presso _Roscoe Append., n.º 44,
  t. IV, p. 7._

  [317] _Onofr. Panvino Vite de' pontefici, p. 466._

Innocenzo VIII non rassomigliava al suo predecessore, e non pertanto il
confronto con un uomo così odioso, quale fu Sisto IV, non riesce a suo
vantaggio. Debole, corrotto, senza carattere, senza viste profonde e
costanti, Innocenzo fa governato da indegni favoriti, e la di lui
amministrazione fu macchiata da ogni sorta di vizj. Egli aveva sette
figli naturali avuti da diverse donne, e diede alla Chiesa il nuovo
scandalo di riconoscerli pubblicamente. Il maggiore de' suoi figli, per
la piccolezza della statura detto Franceschetto, fu poi la radice dei
duchi di Massa e di Carrara della casa Cibo. Una delle figliuole
d'Innocenzo era maritata ad un banchiere, che fu incaricato dell'erario
della corte: gli altri non figurano nella storia[318]. Non l'ambizione o
la passione della guerra, ma l'avarizia, la dissolutezza, ed una
sfacciata venalità caratterizzano la nuova corte. Innocenzo VIII fece da
sè poco male, ma lasciò tutto fare agli altri, e la sua indolenza non fu
ai popoli meno fatale di quel che lo fosse stato il turbolento governo
del suo predecessore.

  [318] _Diar. di Roma di Stef. Infessura, p. 1190._ — Onofrio Panvino
  non parla che dei due figli maggiori, _p. 466._

Ferdinando, re di Napoli, rallegrossi assai per l'elezione del cardinale
Giovanni Battista Cibo, ch'egli risguardava come una creatura di suo
padre e sua: infatti il Cibo, sebbene genovese, era stato allevato alla
corte di Alfonso, ed aveva da Ferdinando ricevuto il suo primo
vescovado, quello d'Amalfi[319]. Ma i papi poche volte mostraronsi
riconoscenti ai sovrani che posero i fondamenti della loro fortuna;
spesso desiderarono di far sentire il nuovo loro potere a quelli cui
furono sottomessi, oppure si offesero perchè il rispetto non succedeva
abbastanza rapidamente al tuono di benevolenza e di protezione.

  [319] _Raynald. Ann. Eccl. 1484, § 47, p. 341._

L'odio che nel regno di Napoli erasi manifestato contro Ferdinando,
quando era salito sul trono, non si era affatto spento nel lungo suo
regno. Si confessava la destrezza della sua politica, il vigore con cui
manteneva la propria autorità, l'ordine e la giustizia che faceva
osservare ne' suoi stati; ma veniva invece accusato di estrema avarizia,
d'inflessibile crudeltà, ed in particolare della mala fede e della
perfidia di cui erano stati vittima i suoi vassalli e gli stranieri.
L'odio, che mantenevasi nel cuore dei Napoletani contro Ferdinando,
crebbe assai quando il suo primogenito, Alfonso, duca di Calabria,
cominciò ad avere parte col padre nella pubblica amministrazione. «Niun
uomo (scrive Filippo di Comines) è stato più crudele, più vizioso, più
maligno, più goloso di lui. Il padre era più pericoloso, perchè niuno in
lui conosceva la sua collera, perciocchè accarezzandole tradiva le
persone.... Da lui non si ottenne giammai nè grazia, nè misericordia,
come mi raccontarono i prossimi suoi parenti ed amici; e non mai ebbe
pietà nè compassione del suo povero popolo rispetto al pagare le
imposte. Egli faceva tutto il commercio del regno, fino a dare in
custodia al popolo i majali, e glieli faceva ingrassare per venderli a
miglior prezzo, e se alcuni morivano glieli faceva pagare. Ne' luoghi in
cui si fa l'olio d'ulivo, come nella Puglia, egli e suo figlio lo
comperavano, e così il grano prima che si raccogliesse, ed in appresso
lo rivendevano a più caro prezzo che potevano. E se tale mercanzia
abbassava di prezzo, obbligavano il popolo a comperarla; nel tempo
ch'essi volevano vendere le loro derrate verun altro che loro poteva
vendere[320].»

  [320] _Mémoires de Philippe de Comines, l. VII, c. XIII. Collect.
  des Mémoires pour l'Histoire de France, t. XII, p. 208._

Questi monopolj avevano renduta più intima l'amicizia e la confidenza
tra Ferdinando e Sisto IV; andavano d'accordo nel calpestare i loro
popoli, nel fare violentemente un commercio ruinoso pei loro sudditi.
Innocenzo VIII, salendo sul trono, fece cessare questo scandaloso
traffico, ma in pari tempo ruppe le relazioni d'amicizia e di buona
vicinanza formate da Sisto; riclamò con alterigia il tributo pecuniario
che il regno di Napoli doveva alla santa sede, rivocando la grazia
accordata a Ferdinando di convertire, fin ch'esso viveva, tale tributo
nella somministrazione d'una cavalla[321]. Manifestò scopertamente il
suo malcontento verso quella casa d'Arragona, cui andava debitore della
sua grandezza; fece valere l'alto dominio della santa sede sul regno;
invitò i baroni napolitani a presentargli le loro lagnanze contro
Ferdinando, e si eresse in qualche modo giudice delle controversie tra
il monarca ed i sudditi.

  [321] _Rayn. Ann. Eccl. 1485, § 40, p. 358._

Un atto di violenza, esercitato nel seguente anno (1485) dal duca di
Calabria, somministrò al papa l'occasione di dispiegare tutte le sue
pretese. La città dell'Aquila negli Abruzzi, approfittando della sua
forte posizione in mezzo alle montagne, della ricchezza del suo
territorio e de' suoi numerosi abitanti, aveva conservati, sotto la
protezione del re di Napoli, tutti i privilegj di una repubblica;
nominava i suoi magistrati, riscuoteva le sue imposte; non permetteva
alle truppe reali d'alloggiare entro le sue mura; e di propria autorità
faceva trattati ed alleanze ancora coi nemici del re. In tal maniera era
alleata della casa Colonna, i di cui feudi stendevansi lungo i suoi
confini; nè questa alleanza era stata distrutta dalla guerra che
Ferdinando aveva fatta ai Colonna d'accordo con Sisto IV; e perchè
Innocenzo VIII non aveva che a lodarsi di questa potente casa, e cercava
di rifarla con tutto il suo credito della passata persecuzione, i
Colonna davano alla città dell'Aquila un nuovo appoggio presso la corte
di Roma[322].

  [322] Il Muratori pubblicò una raccolta degli storici originali
  dell'Aquila. _Antiq. Ital. Med. Aevi, t. VI, p. 485-1032. — Diario
  di Stef. Infessura, p. 1181-1194._

La famiglia dei Lalli, conti di Montorio, esercitava nell'Aquila da
oltre un secolo, e fino dai tempi di Giovanna I, un'autorità non minore
di quella dei Medici in Firenze. Il suo capo era in allora messer Pietro
Lallo. Meditando il duca di Calabria di spogliare gli abitanti
dell'Aquila di tutti i loro privilegj, giudicò conveniente di privarli
in principio del loro primo magistrato. Teneva Alfonso accantonata a
Cività di Chieti l'armata che aveva ricondotta dalla guerra di Ferrara,
ed invitò il conte di Montorio a recarsi presso di lui per trattare
intorno agli affari della provincia. Il conte non aveva mai avuto
nemmeno il pensiero di nuocere al governo, onde ubbidì senz'alcun
sospetto. Il duca di Calabria lo fece arrestare il 28 giugno del
1485[323], obbligò la di lui moglie a recarsi a Napoli, e nello stesso
tempo fece marciare verso l'Aquila un corpo di truppe, che, entrato un
poco alla volta, per non dare sospetto, si trovò padrone della piazza,
prima che gli abitanti incominciassero a diffidare di nulla. Per altro i
magistrati aquilani supplicarono rispettosamente il duca di richiamare
le truppe, in conformità dei loro privilegj. Replicarono più volte, ma
sempre senza effetto le loro istanze; finalmente il 25 ottobre
ordinarono a tutti i borghesi di prendere le armi; attaccarono nelle
strade i soldati napolitani, parte ne uccisero, altri posero in fuga, e
dichiarando allora che il re Ferdinando aveva perduta ogni sovranità
sopra di loro per averne abusato, si diedero alla Chiesa, a condizione
che proteggesse la loro libertà[324].

  [323] _Antiq. Ital., t. VI. Cron. Aquilana, § 70, p. 923. — Nicc.
  Machiavelli, l. VIII, p. 436._

  [324] _Cron. Aquil., § 72, p. 924._

Innocenzo VIII non si mostrò difficile ad accettare l'offerta degli
abitanti dell'Aquila; prese sotto la sua protezione il conte e la
contessa di Montorio, fece passare, attraverso ai feudi dei Colonna, de'
soldati nell'Abruzzo; eccitò i baroni del regno ad unirsi per la difesa
della loro libertà in una confederazione generale, di cui voleva esser
egli capo, e si apparecchiò alla guerra. Seppe bentosto che Ferdinando,
per far dimenticare il malcontento e l'insurrezione dell'Aquila, aveva
il 16 di novembre ridonata la libertà al conte di Montorio, dopo averlo
guadagnato al suo partito; ma il papa scrisse a questo signore per
felicitarlo, senza perciò rinunciare a' suoi apparecchj di guerra[325].

  [325] Lettera d'Innocenzo VIII al conte di Montorio per felicitarlo
  intorno alla ricuperata libertà. _Ann. Eccl. 1485, § 41, p. 358._

Mentre Innocenzo VIII eccitava i baroni napolitani a prendere le armi
contro il loro re, questi gl'invitava a Napoli ad una adunanza del suo
parlamento. Soltanto tre grandi signori ebbero il coraggio
d'intervenire, il conte di Fondi, il duca d'Amalfi ed il principe di
Taranto: tutti gli altri ricusarono di porsi tra le mani del re,
fermamente persuasi che avrebbe fatto a tutti tagliare il capo[326].
Invece di prendere la strada di Napoli si adunarono tutti presso il duca
di Melfi nella città dello stesso nome, sotto pretesto di assistere alle
nozze di Trajano Caracciolo, suo figlio. Si trovò a quest'adunanza il
grande ammiraglio del regno, Antonio di Sanseverino, principe di
Salerno; il grande contestabile, Pietro del Balzo, principe d'Altamura;
il grande siniscalco, Pietro di Guevara, marchese del Vasto; Girolamo
Sanseverino, principe di Bisignano; Andrea Matteo Acquaviva, duca
d'Atri; il duca di Melfi; quello di Nardo; i conti di Lauria, di Melito,
di Nola, ed altri gentiluomini di minore importanza. Questi signori
erano determinati di non soffrire più oltre l'oppressione in cui
languivano; erano entrati in corrispondenza con Innocenzo VIII; avevano
altresì delle intelligenze con due confidenti del vecchio re, di cui il
duca di Calabria era geloso, e che voleva perdere; uno era Francesco
Coppola, conte di Sarno, che aveva amministrati i danari del re nel di
lui commercio di monopolio; l'altro Antonio Petrucci, che il re aveva
fatto suo segretario. Avevano ambidue ammassate in corte grandi
ricchezze, che solleticavano la cupidigia d'Alfonso[327].

  [326] _Diario di Stef. Infessura, t. III, p. II, p. 1196._

  [327] _Giannone Istor. Civile del Regno di Napoli, l. XXVIII, c. I,
  p. 610._

Questi, conoscendo l'universale malcontento della nobiltà, tenne per
indubitato che l'adunanza di Melfi terminerebbe con una ribellione.
Volle perciò prevenire i faziosi colla rapidità de' suoi attacchi.
Piombò all'improvviso sul conte di Nola, occupò tutte le sue fortezze, e
sorprese la consorte e due figli del conte, che mandò prigionieri a
Napoli. Era sua intenzione di fare lo stesso rispetto agli altri
malcontenti, prima che avessero riunite le loro forze; ma la ribellione,
affrettata da questa violenza, scoppiò contemporaneamente in tutto il
regno, ed il duca di Calabria si vide sforzato ad usare ogni riguardo
verso nemici assai più numerosi ch'egli non aveva creduto.

Sebbene fosse di già scoppiata la guerra, nè il re, nè i suoi baroni, nè
il papa trovavansi apparecchiati a combattere; perciò si prese da ogni
parte a negoziare, piuttosto per guadagnar tempo e per ingannarsi gli
uni gli altri, che per riconciliarsi. Gli ambasciatori di Ferdinando si
presentarono alla fine d'agosto a Firenze ed a Milano, per domandare a
questi due stati i soccorsi che erano obbligati di somministrare in
forza del loro trattato d'alleanza[328]. Lodovico Sforza, la di cui
oscura politica pareva non avere altro scopo, che di sorprendere e di
confondere i suoi alleati, evitò per qualche tempo, sotto diversi
pretesti, di annunciare ciò che voleva fare. Ma la repubblica
fiorentina, strascinata da Lorenzo de' Medici, promise al re una
vigorosa assistenza, e s'incaricò d'attaccare il papa negli stati
medesimi della Chiesa, mentre che Ferdinando combatterebbe contro i suoi
baroni. Lo Sforza essendosi in ultimo dichiarato per lo stesso partito,
assoldarono a comuni spese il conte di Pitigliano, il signore di
Piombino, e tutti i capitani della casa Orsini; ed in novembre
attaccarono Innocenzo VIII[329].

  [328] _Scip. Ammirato, l. XXV, p. 169._

  [329] _Scip. Ammirato, l. XXV, p. 171._

Il papa dal canto suo aveva cercati alleati nel restante dell'Italia ed
in Francia. Per affezionarsi i Veneziani gli aveva assolti da tutte le
censure pronunciate contro di loro da Sisto IV[330]. Aveva voluto far
loro sentire essere giunto l'istante di vendicarsi del re di Napoli; ma
questa saggia repubblica, che cominciava appena a respirare dopo i mali
sostenuti nelle precedenti guerre, non trovò bastantemente valutabili le
sue ragioni per entrare in nuove ostilità. Si limitò a cedere al papa il
suo generale, Roberto di Sanseverino, che passò al servizio della Chiesa
co' suoi due figli e trentadue squadroni di cavalleria[331]. Nello
stesso tempo Innocenzo offriva a Renato II, duca di Lorena, che
risguardava quale rappresentante della casa d'Angiò, l'investitura del
regno di Napoli. Innocenzo non dubitava di non trovare questo principe
apparecchiato a tentare un'intrapresa che egli giudicava gloriosa; ma in
quel tempo Renato era costretto di trattare alla corte di Francia la
causa di nullità del testamento di suo avo, che l'escludeva dalla sua
successione. Perciò non ottenne dal re che il meschino soccorso di venti
mila franchi in danaro, e di cento lance, per tentare la conquista di un
regno cui pretendeva anche lo stesso Carlo VIII; e perchè non voleva
depauperare la Lorena per una guerra, da cui probabilmente non isperava
felici successi, e che in verun caso non sarebbe favorevole a questo
ducato, egli rinunciò alla sua spedizione[332].

  [330] _Bulla Innoc. VIII apud Raynald, 1485, § 45, p. 359. — And.
  Navagero, p. 1192._

  [331] _M. A. Sabellico, Dec. IV, t. III, f. 243. — Diar. di Roma del
  Notajo di Nantiporto, p. 1098. — Diar. Ferrar., t. XXIV, p. 277._

  [332] _Phil. de Comines, l. VII, c. I, p. 155, t. XII. Mém. pour
  l'Hist. de France._

Frattanto Ferdinando aveva fatto dichiarare ai suoi baroni d'essere
disposto ad ascoltare le loro lagnanze, ed a riformare gli abusi di cui
si dolevano. Questi avevano incaricato il conte di Bisignano di esporre
i loro gravami; ma perchè in allora speravano di essere sostenuti dal
papa, dai Veneziani e dal duca Renato, fecero al re delle domande
ch'essi medesimi credevano assolutamente inammissibili. Rispose
Ferdinando di essere apparecchiato a segnare la pace alle condizioni che
sarebbero proposte dai baroni, ed il suo secondo figlio, Federico,
recossi alla loro assemblea con quest'accettazione piena ed intera.
L'estrema condiscendenza di Ferdinando, invece di agevolare le
negoziazioni, spaventò i confederati, i quali facilmente conobbero,
essere intenzione del loro padrone di tutto accordare, di tutto giurare,
e di non rispettare verun giuramento. Invece d'accettare la pace alle
condizioni da loro stessi proposte, offrirono la corona a Federico
d'Arragona, ch'era venuto presso di loro per riconciliarli al re suo
padre. Questo virtuoso principe aveva loro inspirato tanto affetto e
tanto rispetto, quanto era l'odio e la diffidenza che nutrivano per suo
fratello. Se fosse stato il legittimo erede del trono, avrebbe senza
dubbio salvata la casa di Arragona dalla sventura ond'era minacciata; ma
egli non poteva accettare colpevoli offerte, e preferì di rimanere
prigioniere de' ribelli, piuttosto che regnare sopra di loro[333].

  [333] _Giannone Ist. Civ. del regno di Napoli, l. XXVII, c. I, p.
  612._

Credeva il re che il numeroso partito formato contro di lui sarebbe
spinto dalla guerra a vigorose misure, mentre che, continuando a
negoziare, il rispetto per l'autorità reale fermerebbe tutti gli sforzi
di una lega mal assodata, e che non tarderebbe e sentire gli effetti
della discordia. Diede dunque a suo nipote Ferdinando, principe di
Capoa, un'armata d'osservazione, incaricata soltanto di contenere i
ribelli, mentre affidò il nerbo delle sue forze al duca di Calabria, che
marciò verso Roma per unirsi al conte di Pitigliano ed agli Orsini,
assoldati dal duca di Milano e dalla repubblica di Firenze[334].

  [334] _Giannone Istor. Civ., l. XXVIII, c. I, p. 614._

Niuna segnalata azione ebbe luogo in questa guerra: Roberto di
Sanseverino volle farsi strada a traverso agli stati della Chiesa per
raggiugnere nel regno di Napoli i baroni che lo aspettavano; ma il duca
di Calabria, rinforzato dagli Orsini, si propose di trattenerlo[335]. I
Fiorentini, sempre lenti a porsi in movimento, non agirono vigorosamente
che nella campagna del 1486. Allora estesero le loro pratiche a tutte le
città della Chiesa che confinavano col loro territorio. I Baglioni
dovevano far ribellare Perugia, e ristabilirvi il governo repubblicano;
i figli di Niccolò Vitelli, di fresco morto, dovevano coll'ajuto de'
loro partigiani ricuperare la signoria di Città di Castello; Giovanni
dei Gatti dovea tentare di far valere i diritti di sua famiglia sopra
Viterbo; le città d'Assisi, Foligno, Montefalco, Todi, Spoleti ed
Orvieto avevano tutte nel loro seno un partito che manteneva
intelligenze coi Fiorentini[336]. Vero è che niuna di queste trame fu
condotta a felice fine; ma il papa, che n'era informato, costretto per
tenere tutte queste città in dovere a dividere le sue forze, non potè
somministrare ai baroni napolitani i promessi sussidj.

  [335] _Scip. Ammirato, l. XXV, p. 171._

  [336] _Scip. Ammirato, l. XXV, p. 173._

Frattanto le due armate del duca di Calabria e del Sanseverino, che si
erano lungo tempo minacciate, scontraronsi all'ultimo l'8 maggio del
1486 al ponte di Lamentana. Si attaccò la zuffa tra i due corpi di
cavalleria, ma con tanto poco ardore militare, che, per quanto si disse,
non vi furono nè morti, nè feriti. Siccome però il duca di Calabria
aveva fatti dei prigionieri al Sanseverino, e cacciatolo fuori del campo
di battaglia, si suppose che fosse rimasto vittorioso[337]. Allora
s'accostò a Roma, e gli Orsini, che tenevano le sue parti, gettarono la
città in grandissima confusione, perciocchè quanto meno la guerra era
pericolosa pei soldati, altrettanto riusciva ruinosa per i popoli.

  [337] _Scip. Ammirato, l. XXV, p. 173. — M. A. Sabellico, Dec. IV,
  l. III, f. 243._

Il pericolo di tutto lo stato della Chiesa, il guasto delle campagne, la
ruina della medesima capitale, facevano di già che il debole Innocenzo
si pentisse d'essere entrato in una lotta superiore alle sue forze.
Accendendo un'imprudente guerra, egli non aveva prese le necessarie
misure per sostenerla; diffidava di tutti, e colla sua irresoluzione
lasciava sfuggire gli estremi partiti che avrebbe potuto prendere.
Lorenzo de' Medici accrebbe ancora la sua irrisolutezza ed i suoi timori
facendogli venire tra le mani false lettere di Roberto di Sanseverino,
che dovevano farlo sospettare traditore[338]. I cardinali lo andavano
tutti confortando a metter fine ad una guerra ruinosa; il solo cardinale
Balue che, come Francese, trovavasi di contrario sentimento a tutto il
sacro collegio, gli ricordava i passi fatti dalla corte di Roma presso
il re di Francia, e protestava che il papa non poteva, senza
disonorarsi, abbandonare un'impresa, per la quale tutta la Francia aveva
di già prese le armi. Il vice cancelliere, Roderigo Borgia, gli rispose
con così violenti modi, che a stento si potè impedire che i due
cardinali non venissero alle mani[339].

  [338] _Rayn. Ann. Eccl. 1486, § 16, p. 368._

  [339] Rodrigo Borgia prese a dire che il santo padre non doveva
  abbadare ad un ubbriaco; rispose il cardinale di Balue a
  quest'insulto, attaccandolo ancora più direttamente intorno ai
  costumi, alla nascita ed alla fede del _marrano_, o miscredente
  spagnuolo. _Stefano Infessura Diar. Rom., t. III, p. II, p.
  1204-1205._

Ferdinando ed Isabella, re di Arragona e di Castiglia, cercavano per
mezzo dei loro ambasciatori di ristabilire la pace nel mezzodì
dell'Italia. La riunione dei due regni dava loro una grande
preponderanza nella politica dell'Europa. Ferdinando era inoltre re di
Sicilia, ed aveva per conseguenza un diretto interesse ad allontanare
dal regno dell'altro Ferdinando, suo cugino, i pretendenti Francesi, che
potevano far vacillare il suo proprio dominio. D'altra parte doveva
temere per la Sicilia un'invasione de' Turchi, che avrebbero così potuto
fare una potente diversione alla guerra ch'egli portava nel regno
musulmano di Granata. Premeva dunque ai re di Spagna che l'Italia si
mantenesse in pace per parer formidabile agli stranieri; quindi
offrirono la loro mediazione tra il papa ed il re di Napoli. Il vescovo
d'Oviedo e Francesco di Roxas vennero a Roma per trattare, e furono dopo
alcun tempo raggiunti da don Inigo de Mendoza, conte di Tendilla, e
tutte le parti parvero ugualmente premurose di accettare la loro
mediazione[340].

  [340] _Rayn. Ann. Eccl. 1486, § 1, 2, p. 366._

Ferdinando di Napoli accordò al papa tutte le sue domande. Si obbligò di
pagare alla Chiesa l'annuo tributo con tutti gli arretrati; riconobbe
come vassalli immediati della Chiesa e le città dell'Aquila e tutti i
baroni che avevano fatto omaggio al papa de' loro feudi. Convenne
soltanto che i censi annualmente pagati alla Chiesa da questa città e da
questi baroni si ricevessero in conto del tributo di cui dichiaravasi
debitore verso la santa sede. Non solo si accontentò di perdonare a
tutti i suoi baroni, ma li dispensò ancora di venire a rendergli omaggio
a Napoli, loro permettendo di trattenersi nelle loro fortezze, in mezzo
ai proprj vassalli, e non pertanto offrendo garanti della loro sicurezza
i re di Arragona e di Castiglia, il duca di Milano e Lorenzo de' Medici.
Questo trattato, senza essere partecipato ai cardinali, fu sottoscritto
in Roma l'undici agosto, ed immediatamente pubblicato[341].

  [341] _Stef. Infessura Diar. Rom., p. 1211. — Diar. del Notajo di
  Nantiporto, p. 1103. — Rayn. Ann. Eccl., § 13 e 14, p. 368._

I due confidenti di Ferdinando, che avevano mantenuta coi ribelli una
segreta corrispondenza, non erano esplicitamente compresi nel trattato.
Perciò Ferdinando, ricevendo il 13 agosto la notizia della soscrizione
della pace, per mescolare il terrore alla speranza, fece arrestare
Francesco Coppola, conte di Sarno, i conti di Carinola e di Policastro
suoi figliuoli, Antonio Petrucci, suo segretario, e due de' loro
confidenti. I loro beni, che, per quanto si diceva, ammontavano a
trecento mila ducati, furono confiscati, e pochi giorni dopo si fecero
perire tutti questi prigionieri fra i più crudeli supplicj[342]. I
baroni, ch'erano stati in guerra col re, credettero, per pochi istanti,
di essere stati dal trattato di pace abbandonati alla sua vendetta,
fors'anche per una segreta collusione delle stesse potenze che avevano
guarentita la loro sicurezza. Il gran siniscalco, Pietro di Guevara,
morì di dolore vedendo l'avvilimento in cui era caduto il suo partito.
Antonio di Sanseverino, principe di Salerno, troppo ben conoscendo
Ferdinando per non fidarsi giammai alla sua fede, passò in Francia, e
dopo lunghe pratiche ottenne finalmente di suscitargli contro un
vendicatore[343]. Gli altri baroni, ritirati nelle loro terre, furono
qualche tempo dal re risparmiati, onde cominciarono a lusingarsi che la
loro causa non fosse agli occhi del re la medesima che quella del conte
di Sarno e del Petrucci.

  [342] _Ann. Napolitani di Raimo, t. XXIII, p. 238._

  [343] _Mémoires de Philip. de Comines, l. VII, c. II, p. 138._

Frattanto Ferdinando, dopo essersi accertato che il re di Spagna, il
duca di Milano e Lorenzo de' Medici non si curerebbero punto
dell'esecuzione delle sue promesse, non tardò a violarle tutte
sfrontatamente. Nel mese di settembre fece entrare nell'Aquila quello
stesso conte di Montorio, ch'egli aveva fatto arrestare un anno prima,
ma che in appresso aveva saputo interamente affezionarsi. Il conte
piombò all'impensata sui soldati d'Innocenzo VIII, parte ne uccise e
parte obbligò a fuggire; fece giustiziare l'arcidiacono, capo del
partito della Chiesa, e rappresentante del papa all'Aquila, e tutta
senza riserva sottomise la città al potere del re[344].

  [344] _Stef. Infessura Diar. di Roma, t. III, p. II, p. 1214. —
  Raynald. Ann. Eccl. 1486, § 19, p. 369._

Nè i baroni si sottrassero lungo tempo alla perfidia del re; il 10
ottobre, o secondo altri il 10 giugno seguente, fece arrestare i
principi d'Altamura e di Bisignano, i duchi di Melfi e di Nardo, i conti
di Morcone, di Lauria, di Melito, di Nola, e molti altri gentiluomini. È
comune opinione che tutti questi signori furono immediatamente uccisi, e
che i loro corpi, chiusi entro sacchi, vennero gettati in mare. Ma
Ferdinando, per tenere a freno i loro partigiani, volle far credere che
li custodiva come ostaggi, e faceva, per accreditare questa voce,
portare ogni giorno vittovaglie alla loro prigione. Poco dopo vennero
pure imprigionati le consorti ed i figli di que' signori, e confiscate
tutte le loro sostanze. La sola principessa di Bisignano potè salvarsi,
fuggendo, colla sua famiglia. Nello stesso tempo il re fece perire
Marino Marzano, duca di Suessa, che da circa venticinque anni languiva
nelle carceri[345].

  [345] _Giannone Ist. Civile, l. XXVIII, c. I, p. 618._

Il re, più non avendo che temere per parte de' suoi baroni, depose ogni
avanzo di rispetto per il papa. Continuò a disporre, senza consultarlo,
di tutti i beneficj ecclesiastici de' suoi stati; ricusò l'annuo tributo
che si era obbligato di pagare, e quando fu da Innocenzo VIII mandato
alla sua corte il vescovo di Cesena, per lamentarsi intorno a questi due
punti, rispose Ferdinando, che meglio del papa conosceva i proprj
sudditi, e che meglio di lui sapeva quali fossero degni di avanzamento;
soggiunse di essere senza danaro, e che altronde aveva sostenute tante
spese per la Chiesa, che ben meritava di godere di una più lunga
esenzione[346]. Roberto di Sanseverino, sapendo che il trattato di pace
non conteneva veruna clausola a suo favore, si pose in cammino per
passare colla sua cavalleria nel territorio di Venezia, risoluto di
farsi strada colle armi. Aveva di già passato Todi e Borgo san Sepolcro,
quando il duca di Calabria si fece ad inseguirlo; e perchè il duca
incoraggiava a resistere tutte le città, cui il Sanseverino si
avvicinava, cominciò bentosto a guadagnare qualche marcia. Giovanni
Bentivoglio e i Bolognesi chiusero all'ultimo il passaggio al generale
del papa, il quale fu forzato di abbandonare tutti i suoi equipaggi e la
maggior parte della sua armata, mentre con soli cento cavalleggeri si
sottrasse ai suoi nemici, ed entrò nello stato veneziano[347].

  [346] _Stef. Infessura Diar. Rom., p. 1218. — Raynald. Ann. Eccl.,
  1487, § II, p. 382._

  [347] _Scip. Ammirato, l. XXV, p. 176. — M. A. Sabellico, d. IV, l.
  III, f. 243. — Hier. de Bursellis Ann. Bonon., t. XXIII, p. 906._

Giammai la santa sede aveva fatta una più vergognosa pace di quella che
aveva soscritta allora Innocenzo VIII. Senza aver provata veruna grande
disfatta, che potesse rendere ragione di tanta debolezza, egli aveva
sagrificato il generale venuto a servirlo dall'altra estremità
dell'Italia, aveva abbandonati tutti gli obblighi contratti con Renato
di Lorena e colla corte di Francia, ed aveva fatti strascinare in
prigione e morire tra i supplicj uomini che d'altro non erano colpevoli
che di avere sostenuto il suo partito, e ch'egli aveva solennemente
promesso di difendere. Perdeva il tributo del regno di Napoli, e la
presentazione ai beneficj che conservava il solo Ferdinando; e per colmo
di vergogna tutti questi oltraggi gli venivano fatti in onta di un
trattato solennemente giurato, ed annunciato a tutta l'Europa, senza
ch'egli osasse manifestare il più leggiere risentimento. Innocenzo VIII,
che pure fece qualche debole tentativo per farsi pagare da Ferdinando,
non fece un cenno per salvare gli sgraziati, vittime del loro
attaccamento alla santa sede. Non perciò ommise di conservare col re di
Napoli relazioni di buona vicinanza, non invocò la garanzia dei
mediatori del trattato di Roma, e bentosto gettossi totalmente tra le
braccia di uno di loro. Egli sentiva la propria debolezza, aveva bisogno
di trovare della forza, desiderava di essere guidato come un cieco, e
scelse per suo confidente e per sua guida quello in cui aveva trovata la
più vigorosa opposizione, Lorenzo de' Medici, l'alleato ed il salvatore
di Ferdinando.

Questo illustre capo della repubblica fiorentina aveva trovato un
ragionevole malcontento nello stesso consiglio dei settanta, ch'egli
aveva creato, quando avea voluto persuadere i Fiorentini ad assecondare
Ferdinando in una ingiusta oppressione, inimicandosi la Chiesa, la di
cui nimicizia era sempre formidabile. Il suo storico Valori protesta che
mai non parlò con tanta eloquenza, come quando trasse nella sua opinione
i suoi colleghi a favore del re di Napoli[348]. Non aveva altresì avuto
mai bisogno di maggiore artificio, quanto in questa circostanza, in cui
voleva al proprio personale vantaggio far sagrificare il vero interesse
ed i principj della repubblica. Lorenzo riuscì ad ottenere alla sua
famiglia l'amicizia di Ferdinando coi beneficj, quella d'Innocenzo VIII
col fargli paura: ma nè l'uno nè l'altro erano i veri alleati che doveva
procacciarsi Firenze; da nessuno di loro poteva la repubblica
ripromettersi costanza di affetto o uniformità di politica. Firenze era
decaduta dalla sua grandezza dopo che aveva abbandonato il sistema degli
Albizzi, e che più non faceva causa comune con tutti i popoli liberi. I
Medici umiliati, vedendosi considerati nelle altre repubbliche come
semplici cittadini, manifestavano della gelosia contro Venezia,
ispiravano diffidenza verso Genova, Lucca e Siena: finalmente riponevano
ogni loro arte nel mantenere uno spirito di rivalità tra la loro patria
e le città libere. Dopo tale epoca Firenze più non ebbe partigiani
ereditarj nel rimanente dell'Italia; sapevasi ovunque che la sua
alleanza dipendeva dai segreti intrighi del gabinetto, e che era
variabile come gl'interessi del giorno, come i favori dei principi;
coloro che soffrivano per la più giusta causa non erano più sicuri de'
suoi ajuti; ed a vicenda più non pensarono a soccorrerla che quando
sentironsi invitati da un interesse presente.

  [348] _Valori in vita Laurenti, p. 53. — Roscoe Life of Lorenzo de
  Medici, t. II, c. VI, p. 27._

La vanità di Lorenzo de' Medici era soddisfatta, qualunque volta
trattava coi principi, e Ferdinando aveva per lui tutti i riguardi
riservati ai sovrani. Suo figlio Pietro venne accolto alle nozze
d'Isabella d'Arragona con Giovanni Galeazzo con maggiore rispetto assai
che non gli ambasciatori della repubblica[349]. Dal canto suo Innocenzo
VIII non istringeva alleanza con Firenze ma coi Medici. Suo figlio,
Franceschetto Cibo, sposò Maddalena, figliuola di Lorenzo e della
Clarice Orsini. In quest'occasione Clarice fu pomposamente ricevuta alla
corte di Roma, come suo padre, Virginio Orsini, sebbene dal principio di
questo pontificato fosse sempre stato in guerra colla santa sede. Tutti
gli Orsini, ch'erano stati perseguitati con accanimento, furono
richiamati al favore ed all'onnipotenza in Roma. Finalmente il papa
promise al fratello di sua nuora, al secondo figlio di Lorenzo de'
Medici, un cappello cardinalizio. Questi, la di cui fortuna cominciava
in tale maniera, doveva un giorno essere il papa Leon X; in allora era
un fanciullo, nè mai la prima dignità della Chiesa erasi ottenuta in più
tenera età. Il matrimonio di Franceschetto Cibo con Maddalena de' Medici
non si celebrò che in novembre del 1487, e la consacrazione di Giovanni
de' Medici venne differita fino al principio del 1492[350].

  [349] _Istor. di Giovanni Cambi, t. XXIV, p. 39._

  [350] _Machiavelli Ist., t. VIII, p. 435. — Scip. Ammirato, l. XXV,
  p. 177. — Jo. Mich. Bruti, l. VIII, p. 209. — Diario di Stefano
  Infessura, t. III, p. II, p. 1215. — Diar. di Roma del Notajo di
  Nantiporto, p. 1106._

Lorenzo de' Medici erasi appena riconciliato colla Chiesa, quando
rendette ad Innocenzo VIII un eminente servigio, terminando per lui
onorevolmente una piccola guerra, che minacciava di tirarsi dietro
grandi disastri. La città d'Osimo nella Marca aveva provata una
rivoluzione, in seguito della quale aveva scosso il giogo del dominio
ecclesiastico, e Boccolino Guzzoni, uno de' suoi cittadini, erasene
fatto dichiarare signore. Questo piccolo sovrano, abbandonato alle sole
piccole sue forze, sarebbe stato facilmente ricondotto all'ubbidienza
verso la Chiesa, ma di que' tempi Bajazette II, rimasto vincitore nelle
guerre civili de' Turchi, aveva ripreso il progetto di penetrare in
Italia. Alcuni branchi di avventurieri musulmani avevano fatti varj
sbarchi nella Marca d'Ancona, avevano tentato di sorprendere Fano, ed
avevano trovato negli stati del papa corrispondenti e partigiani, come
ne avevano prima trovato in quelli di Ferdinando[351]. Boccolino, che
appena poteva sperare di trovare alleati in Italia, fece offrire a
Bajazette II di tenere da lui in feudo la città di Osimo, e mandò suo
fratello a Costantinopoli, mentre che un agente del sultano venne a
Venezia per condurre a buon termine questo trattato. Giace la città di
Osimo a qualche distanza dal mare, ed Innocenzo VIII, per comprimere una
ribellione che poteva avere così funeste conseguenze, aveva subito
spedito nella Marca il cardinale Giuliano della Rovere, che aveva
troncate le comunicazioni di Boccolino col mare; in appresso lo aveva
assediato in Osimo, piazza abbastanza forte e che vigorosamente si
difendeva: e se la guarnigione turca, che vi si aspettava, fosse entrata
entro le sue mura, è probabile assai che difficilmente si sarebbero
scacciati i Turchi dagli stati della Chiesa[352]. Lorenzo de' Medici
interpose la sua mediazione per terminare questa pericolosa guerra:
mandò il vescovo di Arezzo a Boccolino, e lo persuase a vendere al papa
la città di Osimo per sette mila fiorini. Boccolino venne in seguito a
Firenze, ove fu ben accolto; ma quando passò di là a Milano, fu
arrestato mentre entrava in questa città, ed appicato senza formalità di
giudizio, e senza avere riguardo alla protezione di Lorenzo, o forse con
segreta sua intelligenza[353].

  [351] _Roscoe Life of Lorenzo, c. VI, p. 31._

  [352] _Stef. Infessura Diar. Rom., p. 1213. — Marin Sanuto vite dei
  duchi, p. 1241. — Rayn. An. Eccl., 1486, § 32, p. 371._

  [353] _Stef. Infessura, p. 1217. — Raynald. An. Eccl., 1487, § 7, p.
  381._

Omai non restava altra guerra in Italia che quella tra le repubbliche di
Firenze e di Genova, la quale non era stata terminata dal trattato di
Bagnolo del 1484, e non lo fu in quello di Roma del 1486. Il primo aveva
lasciato ai Fiorentini il diritto di procurarsi colle armi la
restituzione di Sarzana, che loro aveva tolto Agostino Fregoso; e questi
a tale oggetto avevano preso al loro soldo il conte Antonio di Marciano
e Rannuccio Farnese, e gli avevano mandati in Lunigiana nel settembre
del 1484[354].

  [354] _Scip. Ammirato, l. XXV, p. 162._

Aveva allora Genova per doge quello stesso Paolo Fregoso, suo
arcivescovo, che due volte nel 1464 erasi assiso sul trono ducale; che
vi si era mantenuto con inauditi assassinj, e che si era dato alla
pirateria, quando n'era stato discacciato. Era tornato in patria nel
1479 col resto della sua famiglia. Suo nipote Battista era stato allora
proclamato doge; lo stesso Paolo era stato decorato da Sisto IV del
cappello cardinalizio, ed incaricato del comando della flotta, mandata
contro i Turchi. Ma nè questi onori, nè il rango che occupava nella
Chiesa e nella patria, nè l'ascendente che aveva sul doge Battista
Fregoso, suo nipote, erano bastanti a soddisfare l'ambizioso
arcivescovo. Accusò Battista presso i capi della sua fazione di durezza,
di arroganza, d'ingiustizia; pretese che questo doge negoziasse
coll'imperatore per assoggettargli Genova, onde averla in appresso da
lui in feudo, si associò Lazzaro Doria, il quale aveva come lui molti
faziosi sotto i suoi ordini, ed essendo il doge suo nipote venuto a
visitarlo nell'arcivescovado il 25 di novembre del 1483, lo fece
arrestare, e gli chiese, a nome di tutta la famiglia, di deporre la
corona imperiale, e nol rilasciò che dopo fattisi consegnare il palazzo
pubblico e le fortezze. Dopo ciò, avendo Paolo Fregoso adunato un
consiglio di 300 cittadini, si fece coi loro suffragi proclamare doge di
Genova[355].

  [355] Battista Fregoso scrisse egli medesimo la storia di questa
  rivoluzione, e fece il quadro dei delitti e de' vergognosi vizj di
  suo zio nel suo libro: _de Facti et dictis mirabilibus. — Uberti
  Folietae, l. XI, p. 650. Agost. Giustiniani An., l. V, f. 241. —
  Pietro Bizarro Hist. Genuens., l. XV, p. 356._

Questo capo di faziosi, destro ed intraprendente, era uno de' più
formidabili avversarj che i Fiorentini potessero avere in tempo che
cercavano di ricuperare Sarzana. Più non trattavasi di contrastare al
solo Agostino Fregoso il possesso della piccola città di cui riclamavano
il dominio, ma al doge, e nello stesso tempo alla banca di san Giorgio.
Questa compagnia mercantile, sotto colore d'amministrare le entrate de'
creditori dello stato di Genova, aveva un governo rappresentativo, un
tesoro, un'armata, ed un sistema di libertà e d'amministrazione migliore
d'assai che quello della repubblica, nel di cui seno era
instituita[356]. Agostino Fregoso, che non sentivasi abbastanza forte
per difendere solo Sarzana, aveva ceduto a questa banca tutti i suoi
diritti.

  [356] _Niccolò Machiavelli, l. VIII, p. 428._

La banca di san Giorgio possedeva egualmente il forte castello di Pietra
santa, che signoreggia il passaggio della Lunigiana sulla strada di
Firenze a Sarzana[357]. Questo castello è posto in una fertile pianura,
coperta di uliveti, e chiusa tra le montagne ed il mare. Le acque, che
non vi trovano facile scolo, vi formano alcuni pantani, che infettano
l'aria di questa campagna. Pietra Santa era stata fabbricata nel XIII.º
secolo da un podestà fiorentino; l'avevano posseduta a vicenda i Pisani
ed i Lucchesi, e dalla repubblica fiorentina era stata venduta l'anno
1343. La banca di san Giorgio vi teneva allora una guarnigione di
trecento uomini; ed ai Fiorentini riusciva difficile l'attaccare Sarzana
senza possedere Pietra Santa. Ma questi, che pure non si risguardavano
in guerra coi Genovesi, non vollero cominciare le ostilità contro questa
fortezza. Accadde però che un convoglio, accompagnato da debole scorta,
passando presso le mura di Pietra Santa, fu svaligiato dalla
guarnigione. Dopo ciò si credettero in diritto i Fiorentini
d'assediarla, e la guerra invece di essere diretta contro Agostino
Fregoso, diventò aperta tra i due stati[358]. Dal canto loro i Genovesi
mandarono Costantino Doria con una flotta di dieci galere e quattro
vascelli rotondi per guastare Livorno, Vado e tutte le coste della
Toscana[359].

  [357] Pietra Santa è la più grossa terra della Versilia, ed ha il
  nome di città, sebbene, forse a cagione del suo clima insalubre, sia
  poco popolata. È distante sette miglia da Massa da Carrara, 16 da
  Lucca, e venti circa da Pisa. _N. d. T._

  [358] _Niccolò Machiavelli, l. VIII, p. 431. — Scip. Ammirato, l.
  XXV, p. 163. — I. Mich. Bruti, l. VIII, p. 198._

  [359] _Uberti Folietae Gen. Hist., l. XI, p. 651. — P. Bizarro, l.
  XV, p. 357. — Agost. Giustiniani Ann., l. V, f. 241._

Il cattivo aere di Pietra Santa fece nell'assedio di questa piccola
città, cominciato nella stagione delle febbri, perdere molta gente.
Furonvi poche azioni militari; non per anco erano state piantate le
batterie contro le mura, e di già i tre capitani de' Fiorentini, i conti
di Pitigliano e di Marciano e Rannuccio Farnese, erano ammalati, e la
maggior parte de' soldati incapaci di servire; onde il 10 ottobre
stavano omai per levare l'assedio[360], quando i Fiorentini mandarono
alla loro armata considerabili rinforzi con tre nuovi commissarj. Questi
si sforzarono di far capire ai soldati che in un clima caldo e malsano
l'autunno era la stagione di cominciare non di terminare la campagna, e
li persuasero a restare tuttavia sotto Pietra Santa, ed il 21 e 22
ottobre li condussero all'assalto di due ridotti, di cui
s'impadronirono, l'uno al _salto della Cervia_, e l'altro nella valle di
_Corvara_; per mezzo di questi la guarnigione aveva potuto mantenersi in
comunicazione colle montagne. In uno di questi attacchi fu per altro
ucciso il conte di Marciano, i tre nuovi commissari, Guicciardini,
Gianfigliazzi e Pucci, furono assaliti dalla febbre epidemica, onde fu
mandato in loro vece Bernardo del Nero. Arrivò questi al campo il 2 di
novembre, quando la guarnigione era omai ridotta a mancare di
vittovaglia; si diede l'assalto alla piazza il 5 novembre, ed i
Fiorentini rimasero padroni di un bastione. Allora Lorenzo de' Medici,
che non s'avvicinava di buon grado agli accampamenti quando poteva
esporsi a qualche rischio, recossi a quello di Pietra Santa immantinenti
per ricevervi la capitolazione, che fu soscritta l'otto di
novembre[361].

  [360] _Scip. Ammir., l. XXV, p. 163._

  [361] _Scip. Ammirato, l. XXV, p. 164. — Machiavelli Istor., l.
  VIII, p. 434. — P. Bizarro, l. XV, p. 358. — Agost. Giustiniani, l.
  V, f. 242._

Intanto i Fiorentini avevano assoldate diciotto galere catalane,
capitanate da Requenseno e da Villa-Marina; avevano formato un partito
tra gli emigrati genovesi, nemici di Paolo Fregoso, e volevano attaccare
questo doge nella sua capitale. Bernardo del Nero potè a stento tenere
riunita l'armata che aveva presa Pietra Santa, e che trovavasi
indebolita e scoraggiata da sempre rinascenti malattie. Non pertanto
apparecchiavasi a continuare la campagna, quand'ebbe notizia che gli
emigrati genovesi erano stati disfatti il 22 di dicembre; onde s'arrese
alle istanze de' soldati, e li pose ne' quartieri d'inverno[362].

  [362] _Scip. Ammirato, l. XXV, p. 166._

Lodovico il Moro, reggente di Milano, ed il papa offrivano alle due
repubbliche la loro mediazione: proponevano, o di lasciare ai Genovesi
il possedimento di Sarzana, ed ai Fiorentini quello di Pietra Santa, o
di cambiare queste due piazze l'una per l'altra, onde ogni repubblica
riavesse ciò che le spettava. Nella prima supposizione i Genovesi
domandavano che i Fiorentini evacuassero Sarzanello, fortezza attigua a
Sarzana, sempre da loro posseduta. Questi ricusavano di farlo, ove non
venissero rimborsati del prezzo d'acquisto pagato al Fregoso per
ambidue. Tali pretese, sebbene opposte, non sembravano difficili ad
accordarsi, onde in tutto il 1485 le ostilità rimasero sospese, tanto
più che la guerra di Napoli e della Chiesa richiamava l'attenzione e le
forze de' Fiorentini[363]. Le nuove negoziazioni intavolate dal papa nel
1486 tornarono infruttuose; si stracciò il trattato sottoscritto colla
sua mediazione; i due popoli si accusarono vicendevolmente di mala fede,
e ripresero nuovamente le armi[364].

  [363] _Scip. Ammirato, l. XXV, p. 167._

  [364] _Ivi, p. 173. — Uberti Folietae, l. XI, p. 652._

In sul finire di maggio del 1487, i Genovesi sorpresero la fortezza di
Sarzanello; ma non poterono occupare la rocca dove i Fiorentini si erano
ritirati. Firenze mandò subito in sul luogo tutti i suoi condottieri,
cioè il conte di Pitigliano, il signore di Piombino, quello di Faenza, e
gli Orsini. La loro armata rientrò il 15 aprile in Sarzanello, e vi fu
fatto prigioniero co' suoi nipoti Giovanni Luigi del Fiesco, che
comandava i Genovesi[365]. Il Pitigliano assediò subito Sarzana; alzò
tre ridotti fra la città e la Magra; aprì una batteria di otto bombarde,
che fecero nel corpo della piazza una breccia praticabile; e già stava
per ordinare l'assalto, quando Lorenzo de' Medici, avvisato che gli
abitanti erano in procinto di arrendersi, accorse per ricevere la loro
capitolazione, che fu conchiusa il 22 maggio del 1487, e l'armata
vittoriosa si obbligò a rispettare le proprietà degli abitanti[366].

  [365] _Scip. Ammirato, l. XXV, p. 178._

  [366] _Scip. Ammirato, l. XXV, p. 179. — Uberti Folietae, l. XI, p.
  653._

Invece di continuare la guerra dopo questa vittoria, o di terminarla con
una buona pace, Lorenzo de' Medici non lasciò che un migliajo di soldati
a Sarzana, e si unì a Lodovico il Moro per persuadere Paolo Fregoso ad
assoggettare di nuovo Genova al duca di Milano. Sebbene l'avanzata età
del cardinale Fregoso cominciasse a calmare le sue passioni, la duplice
dignità d'arcivescovo e di doge non aveva potuto ridurlo a rinunciare al
carattere di capo di fazione. Suo figliuolo naturale, Fregosino,
camminava come lui, sempre circondato da un branco di banditi, avvezzi a
disprezzare tutte le leggi per soddisfare a qualunque sua voglia. Un
consiglio de' dieci, nuovamente instituito in Genova per reprimere tali
disordini, aveva fatto arrestare Tommaso Fregoso. Il cardinale o suo
figlio, prendendo le difese del loro congiunto, fecero assassinare
Angelo Grimaldi, uno de' decemviri e Tobia Lomellini[367]. In pari tempo
entrarono in trattato con Lodovico il Moro per dargli in mano Genova
alle stesse condizioni più volte pattuite coi duchi di Milano, e più
volte violate; ma essi cercarono in questa nuova convenzione per la loro
famiglia, quella guarenzia che non potevano trovare per la loro patria.
La figlia naturale dell'ultimo duca, Chiara Sforza, vedova di Pietro del
Verme, fu data in matrimonio a Fregosino, figliuolo dell'arcivescovo; le
nozze si celebrarono con regale fasto a Milano, in luglio del 1487, alla
presenza degli ambasciatori della repubblica: per tal modo la libertà
della repubblica era per essere sagrificata al vergognoso matrimonio di
due bastardi[368].

  [367] _Ubert. Folieta Hist. Genuens., l. XI, p. 654._

  [368] _Diario del Notajo di Nantiporto, p. 1105. — Barthol.
  Senaregae Comment. de reb. Gen., t. XXIV, Rer. Ital., p. 513._

Ma l'alleanza di Paolo Fregoso col duca di Milano eccitò la diffidenza
di tutti i Genovesi, ed i nemici del doge approfittarono di questa
pubblica disposizione per riunirsi contro di lui. Ibletto e Giovanni
Luigi del Fiesco, due fratelli, che avevano contribuito alla sua
grandezza, apparecchiaronsi ad abbattere l'idolo da loro innalzato, e si
volsero a Battista Fregoso, che il cardinale, zio, teneva esiliato nel
Friuli, dopo averlo tradito, e cacciato dal palazzo ducale cinque anni
prima. Si addirizzarono inoltre a Giovanni e ad Agostino Adorno, capi
dell'opposta fazione, che vivevano ritirati a Selva, e con questi
fissarono il giorno in cui attaccherebbero all'impensata l'odiato
doge[369].

  [369] _Barth. Senaregae, p. 514. — Ubert. Folietae, l. XI, p. 653._

Giovan Luigi del Fiesco s'internò tra le montagne per armare i suoi
vassalli, ed unire alle milizie tutti i soldati vagabondi che gli
verrebbe fatto di ritrovare. Ibletto, incaricato di raccogliere truppe
negli stessi sobborghi di Genova, nascose le sue pratiche cogli
apparecchi di continue feste, e di un dissipamento che dava a tutti
nell'occhio. Il doge lo fece interpellare sul conto de' soldati che gli
si vedevano intorno, ed Ibletto rispose ch'erano antichi suoi compagni
d'armi, che approfittavano della presente pace d'Italia, per darsi buon
tempo alcuni giorni con lui. Ma questo sospetto, manifestato da Paolo
Fregoso, fece sentire ad Ibletto che non poteva protrarre più oltre
l'esecuzione de' suoi progetti; onde la stessa sera, in agosto del 1488,
sorprese porta delle Capre presso santo Stefano, vi si fortificò con un
centinajo di soldati, facendo nello stesso tempo avvisare i suoi
compagni dell'accaduto, e caldamente pregandoli ad accorrere in suo
ajuto. Pietro Fregoso non credette di doverlo attaccare prima del
giorno; ignorava le forze del suo nemico e le disposizioni della città,
e non voleva spogliare le fortezze di soldati, nell'istante in cui forse
pensavasi a sorprenderle; questo ritardo fu la salvezza de' congiurati.
Prima del giorno Gian Luigi del Fiesco entrò in città colla piccola
armata raccolta nelle montagne. Vi entrarono pure Agostino e Giovanni
Adorno con tutta la loro fazione da lungo tempo oppressa: e Battista
Fregoso non aveva tardato ad unirsi co' più inveterati nemici della
propria casa, per vendicarsi della perfidia di suo zio. La loro armata
trovavasi di già superiore d'assai a quella del doge, onde in sul fare
del giorno, attaccò il palazzo del pubblico. Paolo, troppo tardi
conobbe, che la perdita di una notte era stata cagione della sua ruina;
fuggì con suo figlio nella cittadella, mentre che il suo amico Paolo
Doria ritardava la marcia degli aggressori con artificiose proposizioni,
e lo sottraeva in tal modo al pugnale di Battista Fregoso, infiammato da
desiderio di vendetta[370].

  [370] _Barthol. Senaregae de reb. Genuens., p. 515. — Uberti
  Folietae, l. XI, p. 655._

I nemici del cardinale, poichè si videro padroni del palazzo, cercarono
di dare una nuova forma alla repubblica. Non vollero nominare il doge,
perchè questa suprema dignità avrebbe risvegliata la rivalità degli
Adorni e de' Fregosi, ed avrebbe inoltre scontentati i Fieschi, esclusi
dalla loro nobiltà da una magistratura popolare. Il senato prescelse
adunque dodici cittadini, cui diede prima il nome di capitani, poi di
riformatori della repubblica di Genova. I capi delle due popolari
fazioni, quelli di tutte le famiglie nobili, e quelli che per qualsiasi
titolo avevano la confidenza de' loro concittadini, trovaronsi riuniti
in questo nuovo consiglio[371].

  [371] _Barth. Senaregae, p. 515._

Il primo ordine emanato da questi magistrati fu quello di attaccare la
fortezza. Il cardinale non erasi accontentato di questa, ma aveva
alloggiati soldati nelle vicine case, cacciandone gli abitanti; aveva
barricate le strade, ed erasi posto in istato di sostenere un lungo
assedio. Le battaglie date all'intorno della fortezza ridussero i
Genovesi nella più spaventosa desolazione. Ogni palazzo veniva a vicenda
attaccato e difeso coll'artiglieria; quando l'un partito o l'altro era
forzato ad evacuarlo, vi appiccava, ritirandosi, il fuoco, ed in mezzo
alle zuffe ed agl'incendj, vedevansi gli abitanti, le donne ed i
fanciulli, contrastare ai soldati, che saccheggiavano le case, i loro
mobili e le loro ricchezze. La devastazione s'andava ogni dì più
allargando, e questa doviziosa città, così rinomata per la sua
magnificenza, sembrava minacciata di distruzione dai suoi medesimi
cittadini[372].

  [372] _Uberti Folietae, l. XI, p. 656. — Barth. Senaregae, p. 516. —
  P. Bizarri, l. XV, p. 363._

Mentre queste pratiche si andavano prolungando, i magistrati eransi
rivolti al papa, loro concittadino, per implorarne la protezione, ed al
re di Francia Carlo VIII, cui offrivano la signoria della loro città a
quelle medesime condizioni che l'aveva avuta suo padre. Dall'altro canto
Paolo Fregoso aveva domandato ajuto al duca di Milano, il quale fece
avanzare verso la Liguria Gian Francesco di Sanseverino, conte di
Cajazzo, figliuolo di Roberto, ch'era morto nel precedente anno. Nello
stesso tempo alcuni ambasciatori milanesi arrivarono a Genova, e la loro
mediazione fu accettata dalle due parti. Proposero di dividere la
repubblica tra gli Adorni ed i Fregosi; di cedere ai primi Savona con
tutta la riviera di Ponente; di conservare ai secondi Genova e la
riviera di Levante; per ultimo di riconoscere la suprema signoria del
duca di Milano sopra l'una e l'altra parte[373]. Questa proposizione,
che sagrificava la gloria e l'esistenza stessa della nazione a vantaggio
dei capi di partito, venne rigettata dall'uno e dall'altro egualmente,
pure accrebbe la reciproca diffidenza. Ma Battista Fregoso era odioso e
sospetto a Lodovico il Moro; gli ambasciatori milanesi lavoravano
nascostamente a staccare da lui i suoi nuovi compagni, e da questi
ottennero infatti che fosse loro sagrificato. Battista venne arrestato
nella casa di Agostino Adorno, dov'erasi recato senza verun sospetto, e
fu portato a bordo di una galera, che partì alla volta d'Antipoli nel
Friuli, luogo del suo precedente esilio, dal quale era partito poche
settimane prima. Gli altri capi avevano acconsentito alle nuove
proposizioni degli ambasciatori milanesi. Agostino Adorno doveva per
dieci anni tenere in Genova l'autorità ducale, col titolo di
luogotenente del duca di Milano; Ibletto e Giovan Luigi del Fiesco
dovevano conservare tutte le loro onorificenze ed il loro credito. Il
cardinale Paolo Fregoso doveva abdicare la carica ducale, e consegnare
ai Milanesi il Castelletto e le altre fortezze. Gli si prometteva in
ricambio un'annua pensione di sei mila fiorini, e mille si promettevano
a suo figlio Fregosino, finchè il papa gli dasse in beneficj
ecclesiastici una rendita eguale a questa somma. A tali condizioni
poteva Paolo Fregoso trattenersi in Genova, purchè si limitasse alle sue
incumbenze ecclesiastiche; ma costui era troppo orgoglioso per ubbidire
dove aveva comandato. Uscendo dal Castelletto, in ottobre del 1488,
s'imbarcò con tutti i suoi effetti sopra due galere che si era fatto
apparecchiare, delle quali, sopraggiunte da violente burrasca presso le
coste della Corsica, una perì con tutto il carico, l'altra, dopo avere
perdute tutte le sue antenne, si sottrasse, può dirsi per miracolo, alla
tempesta, ed approdò a Cività Vecchia; indi Paolo Fregoso passò a Roma,
che più non abbandonò fino alla sua morte, accaduta il 2 di marzo del
1498[374].

  [373] _Uberti Folietae, l. XI, p. 657. — Barth. Senaregae, p. 517._

  [374] _Uber. Folietae Gen. Hist., l. XI, p. 657. — Barth. Seneragae,
  t. XXIV, p. 518. — P. Bizarro, l. XV, p. 366._

La repubblica di Firenze non aveva motivo di lodarsi di questa
rivoluzione, cui aveva contribuito, tenendo viva una piccola guerra nei
confini della Liguria. Il duca di Milano non fu appena padrone di
Genova, che manifestò il suo rincrescimento per la perdita di Sarzana e
di Pietra Santa, e si fece ad apparecchiare i mezzi di riavere quelle
due città[375]. Ma Lorenzo de' Medici, ostinandosi a diffidare di ogni
repubblica, temeva assai meno le pratiche e le trame di un vicino
principe, che l'esempio di libertà e d'indipendenza, che altri cittadini
potevano dare ai Fiorentini. Oramai Perugia, Bologna e Genova non
potevano per questo rispetto cagionargli veruna inquietudine. Venezia
veniva sempre risguardata come una potenza nemica; e per ultimo le due
repubbliche, che dividevano con Firenze la sovranità della Toscana,
andavano ogni giorno perdendo la loro importanza. Pareva che quella di
Lucca non ad altro mirasse che a farsi dimenticare, più non vedevasi
rammentata da veruno scrittore del secolo: e perchè il suo governo vietò
con gelosa diffidenza la pubblicazione di tutte le storie nazionali,
appena ci possiamo accorgere della sua esistenza. In quello stesso tempo
la repubblica di Siena faceva tristamente parlare di sè, consumando nel
suo seno le proprie forze.

  [375] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 182._

Poichè il duca di Calabria ebbe abbandonata quella città nel 1480, essa
fu costantemente agitata dalla più spaventosa anarchia. Furiosi
demagoghi avevano a vicenda esiliati, proscritti, precipitati dalle
finestre del palazzo, e fatti morire sul patibolo tutti coloro che per i
loro natali, per singolare ingegno, o per importanti servigi, renduti
alla repubblica, si erano distinti in faccia ai loro concittadini. Gli
ordini, ossia i Monti dei nove, dei dodici, dei riformatori, dei
gentiluomini, ora gli uni, ora gli altri esposti alla persecuzione,
erano stati talora affatto esclusi dal supremo governo, talora aboliti o
proscritti. Nel 1482 la repubblica aveva riconosciuto il solo ordine del
popolo, cui si erano riuniti tutti gli altri[376]. Ma questa prudente
risoluzione, che doveva distruggere tutte le distinzioni tendenti
soltanto a perpetuare i tumulti, era stata abolita nel 1484 dagli stessi
democratici. Avevano voluto nuovamente segregare dalla loro corporazione
tutti coloro che avevano qualche pretesa aristocratica, facendo appunto
che questi aboliti diritti formassero un titolo d'esclusione, e lo
stabilimento di quest'oligarchia affatto plebea era stato lordato col
sangue di nuove vittime[377]. Ogni giorno andava crescendo il numero
degli esiliati da Siena; questi più non vivevano isolati ne' luoghi del
loro esilio, ma si adunavano negli stati limitrofi in ragguardevoli
corpi di truppe, e spaventavano il governo rivoluzionario coi frequenti
tentativi che facevano per tornare in patria, o per forza o per
sorpresa. Lorenzo de' Medici era alleato di questo governo anarchico;
egli aveva persuasi i Fiorentini a rinunciare all'antica loro massima di
non cercare amici che tra gli amici della giustizia, dell'onore e della
libertà. I suoi trattati venivano sempre suggeriti dall'interesse del
momento, dalla gelosia, dal desiderio d'indebolire i suoi vicini, e per
ultimo dalla politica, le di cui viste sono troppo più corte che quelle
della morale. Nel 1482 aveva sagrificati gli alleati sienesi, padroni di
Monte Reggioni, i quali, rimasti privi tutt'ad un tratto de' suoi ajuti,
erano stati costretti di abbandonare quel castello ai loro nemici[378];
ed egli aveva il 14 di giugno del 1483 conchiusa una lega per
venticinque anni, a nome de' Fiorentini, col popolaccio che
tiranneggiava Siena[379]; ma gli emigrati non avevano perciò ommesso di
cercare di occupare prima il castello di Saturnia, poi la città di
Chiusi, ed all'ultimo la terra di San Quirico.

  [376] _Orl. Malavolti Stor. di Siena, p. III, l. V, f. 86._

  [377] _Ivi, f. 92._

  [378] _Orl. Malavolti, p. III, l. V, f. 85. — Alleg. Allegretti
  Diar. Sanesi, p. 811-813._

  [379] _Orl. Malavolti, l. V, f. 87._

Questi emigrati Sienesi appartenevano a tutti i partiti, a tutti i
_Monti_, secondo l'abituale linguaggio di Siena. Molti di coloro
ch'erano stati mandati dopo gli altri in esilio, avevano partecipato
alla proscrizione, ed ancora al supplicio delle prime vittime. Il giusto
odio che li teneva divisi, formava la speranza degli oppressori della
loro patria. Essi lo sentirono, dimenticarono tutte le offese che la
sorte aveva di già vendicate, e presero la risoluzione di unirsi contro
i soli nemici, de' quali non devonsi mai scordare le scelleratezze, cioè
quelli che sono sempre possenti. Nicolò Borghesi e Neri Placidi
sottoscrissero in Roma, a nome dell'ordine dei Nove, la pace con Lorenzo
e con Guid'Antonio Boninsegni, rappresentanti del monte dei Riformatori.
Nello stesso tempo Lionardo, figliuolo di Battista Bellanti,
appartenente ancor esso all'ordine dei Nove, il di cui padre era perito
sul patibolo, fece in Pisa la pace con Bartolommeo Sozzini e con Niccolò
Severini del monte de' Dodici, i quali avevano avuto parte in queste
crudeli esecuzioni. Obbligaronsi tutti ad operare di concerto pel
vantaggio di tutti gli esiliati, ed a non avere in avvenire altro scopo,
che quello di liberare la loro patria del giogo tirannico sotto cui
gemeva[380].

  [380] _Orl. Malavolti, p. III, l. V, f. 93._

Dopo ciò gli emigrati si adunarono a Staggia, posta all'estremo confine
del Fiorentino, di dove partirono il 21 di luglio del 1487 con cento
fanti, presi al loro soldo, e pochi cavalieri, comandati dal capitano
Bruno di Cremona. Invece di tenere la strada principale, presero le poco
frequentate delle foreste: ma non pertanto in Siena si era avuta
contezza della loro intrapresa, ed erano stati spediti contro di loro
molti distaccamenti di truppe, che si avanzarono fino a breve distanza
da Staggia, sicchè poterono assicurarsi che non vi si faceva verun
movimento. Avevano da prima visitate tutte le macchie presso Siena, e
nulla vi avevano scoperto. Queste scolte tornarono perciò in città e
riferirono al governo essere false le notizie dategli, e che non si
trovavano nemici in verun lato. Un ridicolo accidente aveva sottratta
alle loro indagini la piccola truppa degli emigrati. Avevano questi
caricati sopra un mulo gli ordigni di cui volevano valersi per atterrare
le porte; il mulo si pose in fuga per la foresta, e si trasse dietro
tutta la piccola armata affatto fuori della via che doveva tenere. La
bestia venne finalmente raggiunta, dopo due ore di faticoso viaggio, ed
allora gli emigrati si rimisero in cammino alla volta di Siena, temendo
per altro che questo ritardo, che fu loro cagione di prospero successo,
non guastasse ogni loro disegno. Tutte le pattuglie erano rientrate in
città, eransi levate dalle mura le guardie straordinarie, e dormivano le
scolte notturne, quando questo drappello di congiurati arrivò, poco
prima che facesse giorno, alla porta di Fonte Branda. I loro complici,
che gli aspettavano sulle mura, gli ajutarono a salirle con scale di
corda, finchè trenta dei più coraggiosi s'impadronirono della porta, e
l'aprirono al rimanente della truppa.

Si era promesso al capitano Bruno che, appena spiegata la sua bandiera
in città, verrebbe raggiunto da numerose partite di malcontenti; ma
invece niuno appariva, onde questo condottiere, scoraggiato, non ardiva
innoltrarsi per le strade. Gli emigrati quasi soli le corsero, gridando
i _Nove, popolo, e libertà_. Pochi erano quelli che accorrevano in loro
ajuto, ma altronde niuno prendeva le armi per opporsi. Il governo era
troppo detestato per trovare difensori, troppo temuto perchè i cittadini
ardissero dichiararsi contro di lui. Uno de' suoi capi, Cristoforo di
Guiduccio, ingannato dalla voce di coloro che lo chiamavano,
supponendoli suoi partigiani, si diede egli stesso in potere de'
congiurati che lo uccisero. Altri, non più di quaranta, adunaronsi a
Camporeggio; essi potevano pure bastare per iscacciare gli emigrati, che
si trovavano dispersi per le strade di una vasta città, e scoraggiati
dal vedersi abbandonati, ma quando i partigiani del governo si videro in
così piccolo numero, non osarono tentar nulla. Molti di loro rientrarono
celatamente nelle proprie case, e deposero le armi per non essere
compromessi, ed i capi, trovandosi da tutti abbandonati, uscirono di
città. Per tal modo due branchi di uomini si contendevano il
possedimento di così potente e bellicosa città. Ognuno conosceva la
propria debolezza, e, ignorando quella del nemico, credevasi perduto:
finalmente dopo essersi molto aggirate, le varie bande d'emigrati
riunironsi di nuovo sulla piazza, e, trovandosi in numero di ottanta,
assediarono il palazzo. Matteo Pannilini, capitano del popolo,
abbandonato da tutte le sue guardie, erasi chiuso solo nella gran torre,
dove si difese qualche tempo; ma infine fu costrette a rendersi
prigioniero, cedendo agli emigrati la sede del governo. E per tal modo,
quasi senza spargimento di sangue, fu condotta a termine la rivoluzione
che rendeva agli esiliati la loro patria[381].

  [381] _Orl. Malavolti, p. III, l. V, f 92-93. — All. Allegretti
  Diar. Sanesi, t. XXIII, p. 822. — Stef. Infessura Diario di Roma, t.
  III, p. II, p. 1217._

Perchè la rivoluzione di Siena era stata operata da tutti gli ordini,
tutti furono da principio chiamati a parte dalla suprema autorità. Si
voleva che la repubblica fosse governata da quattro monti, ognuno de'
quali darebbe al consiglio generale cent'ottanta consiglieri. Gli ordini
dei gentiluomini e dei Dodici non furono contati che per un monte
complessivamente; i Nove, il Popolo ed i Riformatori erano gli altri
tre[382]. Questa divisione era saggia e press'a poco in ragione del
numero de' cittadini che ogni monte aveva precedentemente scelto, sotto
il nome di _riseduti_, per esercitare le magistrature; ma non fu
lungamente mantenuta: una balìa, formata di ventiquattro cittadini,
venne autorizzata ad esercitare per cinque anni un potere dittatoriale,
ed il nuovo governo di Siena, come quello cui succedeva, credette di non
potere fondare sopra solide basi la sua autorità, se non privando i suoi
nemici del diritto di cittadinanza, esiliandoli, e mandandone inoltre
alcuni al supplicio[383].

  [382] _Orland. Malavolti, p. III, l. VI. f. 94._

  [383] _Orl. Malavolti, p. III, l. VI, p. 95._

In questo tempo di pace generale per l'Italia, non furono le sole
repubbliche travagliate da interne rivoluzioni; anche i piccoli
principati vennero turbati da congiure; ed in quelle che scoppiarono in
Romagna, nel 1488, si credette di ravvisare la conseguenza delle
pratiche di Lorenzo de' Medici, ed il risentimento di un uomo, che dopo
molti anni, vendicava antiche ingiurie.

Quel Girolamo Riario, figlio o nipote, e favorito di Sisto IV, che dieci
anni prima era stato l'anima della congiura de' Pazzi, erasi, dopo
l'elezione d'Innocenzo VIII, ritirato nel suo principato di Forlì e
d'Imola. Era inoltre rimasto depositario di castel sant'Angelo; ma sua
moglie aveva consegnata quella fortezza ai cardinali, il 25 agosto del
1484, contro il pagamento di grossa somma di danaro[384]. Questa
principessa, figlia naturale dell'ultimo duca di Milano, aveva
procacciata al Riario la protezione di casa Sforza. Dall'altro canto
Giuliano della Rovere, cardinale di san Pietro, onnipossente alla corte
d'Innocenzo VIII, era sommamente interessato alla difesa del principe di
Forlì, suo cugino. Per tali motivi i molti nemici che questi si era
fatti in tempo del pontificato di Sisto IV, non osarono di attaccarlo
scopertamente, ma è probabile che avessero parte in una cospirazione
formata in casa sua. Cecco dell'Orso, capitano delle sue guardie, Luigi
Panzero e Giacomo Ronco, suoi ufficiali, determinarono d'ucciderlo,
sebbene non avessero, che si sappia, verun altro motivo di odio, che
quello di non aver potuto da lui ottenere il loro soldo arretrato,
mentre venivano stretti al pagamento delle proprie loro contribuzioni.

  [384] _Stef. Infessura Diar. Romano, t. III, p. II, Rer. Ital. p.
  1187._

Il 14 aprile del 1488, mentre stava pranzando la famiglia del Riario, i
tre congiurati entrarono nella sua camera, sotto colore di parlargli
delle loro incumbenze, ed avendolo trovato solo, lo pugnalarono, si
divisero le sue vesti e gittarono giù dalla finestra il suo corpo
spogliato. Il popolaccio, invitato dalle loro grida a vendicarsi del suo
tiranno, strascinò questo corpo pei capelli per tutte le strade della
città. Catarina Sforza sua vedova ed i suoi figliuoli vennero subito
imprigionati, e la fortezza, di cui aveva il comando un luogotenente
fedele al Riario, ebbe l'intima di arrendersi. I congiurati scrissero il
19 aprile a Lorenzo de' Medici di averlo liberato di un uomo che più
d'ogn'altro meritava il suo odio, ed in pari tempo gli chiedevano
ajuto[385].

  [385] La loro lettera è stampata in _Roscoe, Appendix n.º 71, p.
  101_. Marin Sanuto accusa formalmente Lorenzo de' Medici di essere
  stato l'istigatore di tale attentato, _p. 1244_.

Il comandante della rocca, non lasciandosi atterrire dalle grida del
popolo nè dalla morte del suo padrone, ricusò di aprirla agli
assedianti, se prima non ne aveva l'ordine dalla medesima Catarina
Sforza, quando si trovasse libera. Dal canto suo questa promise agli
insorgenti di persuadere il castellano a cedere ad una sorte
inevitabile, purchè potesse parlargli. Siccome si ritenevano i di lei
figli in ostaggio, non si ebbe difficoltà di lasciarla entrare nella
rocca; ma vi fu appena ricevuta, che fece far fuoco contro gli
assedianti. Si minacciò di far morire i suoi figli; ed essa rispose: «se
voi gli uccidete, tengo un figlio in Imola, ne porto un altro in seno,
che cresceranno per essere i vindici di tanto delitto[386];» onde il
popolaccio atterrito non eseguì la sua minaccia.

  [386] _Bayle, Dictionnaire critique_ alla parola _Sforza_ (Catarina)
  fa che questa principessa dia un'immodesta risposta, diventata
  celebre; e si appoggia alle autorità del _Machiavelli, l. VIII, p.
  443_; di _G. M. Bruto, l. VIII, p. 213_, e del _Muratori Ann.
  d'Ital_. che segue una cronaca MS. di Bologna; ma il Bayle, che
  amava lo scandalo, non fece parola del racconto assai più naturale e
  più onesto della maggior parte degli storici contemporanei, quali
  sono _Stefano Infessura_, ch'egli conosceva, _t. III, p. II, Rer.
  Ital., p. 1220. — All. Allegretti, Diar. Sanesi, t. XXIII, p. 823. —
  Hier. de Bursellis, Ann. Bononienses, p. 907. — Bernardino Corio,
  Stor. di Milano, p. VI, p. 1025. — Diario Ferrarese, t. XXIV, p.
  280. — Ricordanze di Tribaldo de' Rossi, Deliz. degli Erud., t.
  XXIII, p. 240._

Gli uccisori di Girolamo Riario avevano pure implorata la protezione
d'Innocenzo VIII; e questo papa, sperando di ricuperare col loro ajuto
la sovranità d'un'importante città, aveva ordinato al governatore di
Cesena di condurre loro tutti i soldati che potrebbe adunare, e tutta la
sua artiglieria. Nello stesso tempo Lodovico Sforza mandava in ajuto di
sua nipote un'armata milanese, che di già aveva ragunata, di concerto
con Giovanni Bentivoglio, ai confini della Romagna. Quest'armata,
entrando in Forlì per la rocca, piombò all'impensata sui soldati della
Chiesa, e tutti li fece prigionieri. Sei de' principali di loro furono
tagliata loro la testa, fatti a pezzi per ordine di Bergamino, generale
de' Milanesi. Il governatore di Cesena ed il restante de' soldati furono
poi cambiati col figliuolo di Girolamo Riario, che questo governatore
faceva custodire nella sua rocca di Cesena. I congiurati si rifugiarono
a Siena con tutti i loro effetti preziosi. Catarina Sforza ebbe, quale
tutrice de' suoi figli, il governo del principato di Forlì; e papa
Innocenzo VIII, sempre apparecchiato ad intraprendere progetti arditi, e
sempre atterrito di continuarli, tostochè incontrava qualche
opposizione, non osò lagnarsi di ciò ch'era stato fatto ai suoi soldati,
i quali non avevano altro delitto che di avere eseguiti i suoi
ordini[387].

  [387] _Diar. di Stef. Infessura, p. 1219-1220._

Ma le cospirazioni si moltiplicavano in Romagna con una sorprendente
rapidità. Il 29 di aprile Ottaviano Riario, giovane figlio del conte
Riario, era stato proclamato signore di Forlì e d'Imola, ed il 31 di
maggio Galeotto Manfredi, signore di Faenza, perdette la vita per le
mani di Francesca sua moglie, figlia di Giovanni Bentivoglio. Costei,
credendosi posposta ad un'amante, e divorata da cupa gelosia, si finse
ammalata ed invitò Galeotto a venire a trovarla. Stavano nascosti sotto
il suo letto tre assassini; un quarto si slanciò sopra Manfredi nel
momento in cui entrava nella camera. Ma perchè questo signore era dotato
di singolare forza e destrezza, stava per atterrare il suo assalitore,
prima che gli altri, usciti di sotto al letto, avessero avuto tempo di
alzarsi in piedi; quando sua moglie balzò dal letto, prese una spada e
gliela immerse nel seno; poi seco prese i suoi figliuoli e riparossi
nella rocca[388].

  [388] _Ivi, p. 1221. — Hier. de Bursellis Ann. Bonon., p. 907. —
  Diar. Ferrar., t. XXIV, p. 280. — J. Mich. Bruto, l. VIII, p. 214. —
  P. Bembi, Hist. Venet., l. I, p. 10._

Giovanni Bentivoglio, padre di Francesca, era in allora a Forlì con
Bergamino, comandante dell'armata milanese. L'uno e l'altro accorsero
subito in ajuto di questa sposa delinquente, ed entrarono senza trovare
opposizione in Faenza. Non pertanto quegli abitanti erano affezionati
alla famiglia di Manfredi, ed avevano veduto con orrore l'assassinio di
Galeotto. I coraggiosi contadini di Val di Lamone, recaronsi in città, e
sospettando tutti il Bentivoglio o il Bergamino di aspirare alla
signoria di Faenza, gli attaccarono furiosamente. Bergamino fu ucciso in
battaglia, ed il Bentivoglio fatto prigioniere.

Antonio Boscoli, commissario della repubblica fiorentina presso Galeotto
Manfredi, era in allora a Faenza. Gl'insorgenti gli mostrarono
grandissimo rispetto, e gli chiesero la protezione del suo governo. I
Fiorentini avevano veduto con viva inquietudine le negoziazioni di
Galeotto Manfredi coi Veneziani per la vendita di Faenza; perchè i
Veneziani, acquistando questa città, sarebbero diventati confinanti con
Firenze, ed il governo del Medici doveva temere la vicinanza di così
potenti rivali. Perciò tutta l'armata che stava adunata a Sarzana, fu
subito spedita in soccorso di Faenza, sotto il comando del conte di
Pitigliano e di Ranuccio Farnese. Questa trattenne i Bolognesi, che dal
canto loro si armavano per liberare il capo della loro repubblica.
Giovanni Bentivoglio fu ritenuto come ostaggio a Modigliana, finchè
venne ristabilito l'ordine nel principato, che probabilmente egli aveva
voluto invadere. Sedici cittadini, de' quali otto di Faenza, ed otto di
Val di Lamone, vennero incaricati della reggenza e della tutela del
giovanetto Astorre di Manfredi. Allorchè questo governo fu stabilito, il
Bentivoglio riebbe la libertà, dopo avere avuto un abboccamento con
Lorenzo de' Medici a Caffaggiuolo. Gli fu renduta la figliuola; e questa
rivoluzione, mettendo Faenza sotto la protezione de' Fiorentini,
accrebbe la loro influenza in Romagna[389]. La rivoluzione di Forlì non
era loro riuscita inutile. In tempo delle turbolenze, prodotte dalla
morte di Girolamo Riario, i Fiorentini avevano ricuperato Pian Caldoli,
che il Riario ingiustamente riteneva[390]. Poco dopo riuscirono a fare
sposare alla di lui vedova Giovanni de' Medici, nato da un fratello del
vecchio Cosimo, e padre di un altro Giovanni, che si rendette famoso
nelle guerre d'Italia col suo valore, colla sua ferocia e
coll'attaccamento ch'ebbero per lui le bande nere. Per tal modo Forlì ed
Imola si trovarono sotto la dipendenza di un Medici, e Catarina Riario
entrò in quella stessa famiglia, che il suo primo marito aveva tentato
di distruggere.

  [389] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 183. — Roscoe, Life of Lorenzo
  de' Medici chap. VIII, p. 174. — Diari Sanesi di Alleg. Allegretti,
  p. 823._

  [390] _Ricordanze di Tribaldo de' Rossi, Deliz. degli Erud., t.
  XXIII, p. 241._



CAPITOLO XC.

      _La Regina Catarina Cornaro abbandona l'isola di Cipro ai
      Veneziani. — Zizim a Roma. — Apparente tranquillità di tutta
      l'Italia. — Stato dell'Europa, e pronostici di nuove burrasche.
      — Morte di Lorenzo de' Medici e di Innocenzo VIII_.

1488 = 1492.


La repubblica di Venezia non aveva voluto immischiarsi nelle piccole
guerre che agitarono l'Italia nel corso del precedente periodo.
Innocenzo VIII si era mostrato difficile ad assolverla dalle censure
così ingiustamente contro di lei pronunciate da Sisto IV; aveva voluto
imporle onerose condizioni, obbligarla a non prendere parte nelle
presentazioni de' beneficj, e vietarle di percepire verun imposta dagli
ecclesiastici[391]. Vero è che Innocenzo VIII rinunciò in appresso a
così fatte pretese, quando volle trarre la repubblica nella guerra di
Napoli; ma i Veneziani, posti in guardia da una precedente esperienza
del poco fondamento che potevano fare sull'alleanza di Roma, non vollero
dare ajuto ai nemici di Ferdinando, qualunque si fosse l'odio che contro
di lui conservassero per la guerra di Ferrara. Essi continuarono a
mantenere contro il papa l'indipendenza delle loro prerogative
ecclesiastiche. Il vescovado di Padova, cui volevano traslocare il
vescovo di Belluno, essendo stato dalla corte di Roma dato nel 1485 al
cardinale di Verona, non solo rifiutarono il possesso della nuova sede
al candidato pontificio, ma lo costrinsero a rinunciarvi
coll'apprensione delle altre sue entrate[392]. Avendo il loro
ambasciatore a Roma, Ermolao Barbaro, ottenuto da Innocenzo VIII il
patriarcato d'Aquilea, il consiglio dei dieci mostrò ancora un maggiore
malcontento per essersi fatta così importante nomina senza il suo
parere. Nè la riputazione del nuovo patriarca, il primo letterato di
Venezia e forse dell'Italia, nè la distinta carica che suo padre aveva
nello stato, sottrassero l'uno e l'altro a severissime ammonizioni, ed a
una umiliazione, che fu poco dopo cagione della loro morte[393].
Finalmente in tempo della guerra di Napoli i Veneziani non
acconsentirono che il papa riscuotesse decime sul loro clero, e si
opposero colla stessa fermezza ad ogni usurpazione de' loro diritti.

  [391] _And. Navagero Stor. Venez., t. XXIII, p. 1192._

  [392] _And. Navagero Stor. Venez., p. 1193._

  [393] _P. Bembi Rer. Venet. Histor., l. I, p. 16. In Thesaur. Antiq.
  Ital., t. V, p. I._

Questa guerra di Napoli, che durò pochi mesi, avrebbe probabilmente
guastata lungo tempo l'Italia, se i Veneziani avessero voluto prendervi
parte, ponendo in tal modo in equilibrio le due parti. Ebbero bentosto
motivo d'essere contenti della presa risoluzione, quando si trovarono
impegnati ai confini d'Italia in una piccola guerra, che ben poteva
diventare egualmente importante. Sigismondo, conte del Tirolo, uno dei
duchi d'Austria, aveva delle pretese opposte a quelle della signoria
rispetto ai confini de' suoi stati nella contea d'Arco e nel Cadorino, e
rispetto ai diritti sulle miniere di ferro di quest'ultimo distretto.
Avendo determinato di farli valere colle armi, nel 1487 si assicurò di
tutti i mercanti veneziani venuti alla fiera di Bolzano, e di tutto il
ferro lavorato in Cadore, dichiarando in pari tempo la guerra alla
repubblica di Venezia. Sette mila fanti e cinquecento cavalli tedeschi
bruciarono il distretto di Roveredo, ed assediarono nella rocca Niccolò
Priuli, che n'era governatore, il quale non si arrese che dopo una
vigorosa resistenza[394]. In principio i Veneziani opposero a
quest'invasione Giulio Cesare di Varano, signore di Camerino; in
appresso diedero il comando della loro armata a quello stesso Roberto di
Sanseverino, che l'aveva con sì felice successo diretta nella guerra di
Ferrara. La morte di questo vecchio generale, che tanta parte aveva
avuto in tutte le rivoluzioni d'Italia, fu il più notabile avvenimento
della guerra del Tirolo. Dopo avere ottenuto qualche vantaggio sui
Tedeschi, cadde in un'imboscata, che gli avevano tesa, e fu ucciso il 9
d'agosto del 1487 in riva all'Adige, che voleva passare per assediar
Trento[395]. Allora i Veneziani si ritirarono a Serravalle, e, rompendo
ogni comunicazione colla Germania, costrinsero bentosto i Tirolesi a
chiedere la pace, necessaria al sostentamento della loro industria.
Questa fu convenuta il 14 di novembre dello stesso anno, a condizione
che fosse restituito tutto quanto era stato preso dall'una e dall'altra
parte[396].

  [394] _And. Navagero Stor. Venez., p. 1194. — P. Bembi Rer. Venet.,
  l. I, p. 2. — Spiegel der Ehren B. V, c. XXXIV, p. 967._

  [395] _And. Navagero, p. 1195. — P. Bembi Rer. Ven., l. I, p. 8. —
  Spiegel der Ehren B. V, c. XXXIV, p. 968._

  [396] _And. Navagero, p. 1196. — Stef. Infessura Diar. Roman., p.
  1217. — Diar. Ferrar., t. XXIV, p. 279. — P. Bembi, l. I, p. 16._

Circa lo stesso tempo la sola apparenza d'una guerra turca servì di
pretesto alla repubblica per assoggettare all'immediato suo dominio
l'isola di Cipro, che, dopo la morte di Giacomo di Lusignano, altro più
infatto non era che una provincia veneziana. L'imperatore turco,
Bajazette II, aveva fino nel 1486 apparecchiato un grosso esercito per
attaccare Cait-Bay, soldano d'Egitto. E questi, che tutto sentiva il
pericolo che soprastava al suo regno, se i porti di un'isola, posta in
faccia alle sue coste, fossero in potere de' suoi nemici, aveva invitata
la regina Cornaro a porsi in sulle difese. La repubblica le aveva subito
mandati cinquecento Stradioti dalla Morea, e trecento arcieri di Candia,
per guardare le sue fortezze[397].

  [397] _And. Navagero Stor. Venez., p. 1193._

Pure la spedizione turca venne protratta fino al 1488. In quell'anno un
esercito, che facevasi ammontare ad ottanta mila uomini, andò ad
attaccare il soldano in Palestina. Mentre attraversava la Caramania,
dove aveva occupate le città di Adena e di Tarso, fu nel mese di agosto
sconfitto dai Mamelucchi, alle falde del monte Aman, nella stessa
angusta valle dell'Isso, renduta celebre dalla vittoria di Alessandro.
La flotta ottomana venne pure parte dispersa e parte distrutta da una
burrasca, ed il Turco rinunciò all'impresa d'Egitto[398].

  [398] _And. Navag., p. 1197. — Rayn. Ann. Eccl. 1488, § 9, p. 389._

In tempo di questa breve guerra Francesco Priuli aveva protette le coste
dell'isola di Cipro con ventisette galere. Quando la vide terminata,
suppose di potere ricondurre la sua flotta a Venezia, ed era di già
giunto in Istria, quando ricevette l'ordine di ritornare all'abbandonata
stazione. Il senato sapeva, che, abusando dell'autorità usurpata in
Cipro, aveva renduta la sua autorità odiosa non meno ai popoli che alla
regina, e non ignorava che questa impazientemente soffriva l'esclusione
da ogni amministrazione governativa, i severissimi ordini, che le
venivano dati, e la diffidenza che di lei si mostrava. Il senato aveva
veduti i Ciprioti pronti a sagrificarsi per Carlotta di Lusignano, per
Luigi di Savoja, per Alfonso, bastardo di Napoli; finalmente per
qualunque avrebbe cercato di restituire al regno la sua antica
indipendenza, facendoli entrare nel numero de' popoli liberi, dal quale
non sapevano tollerare di essere diffalcati. La prima guerra marittima
poteva rendere ai Ciprioti questa libertà, ed essi erano apparecchiati a
rivolgersi agli stessi infedeli per ottenerla, se non trovavano
protezione presso qualche stato cristiano. D'altra parte la regina era
tuttavia giovane, era bella e poteva portare una ricca dote ad un nuovo
sposo; si andava dicendo che Federico, secondo figliuolo di Ferdinando,
ne chiedeva le nozze, e se veniva ad avere figliuoli, tutti i diritti,
che la repubblica credeva di avere acquistati per mezzo suo, sarebbersi
perduti. Sostenevano i legisti veneziani, che il figlio di Giacomo
Lusignano aveva ereditata la corona di suo padre; che, essendo questi
morto in età fanciullesca, sua madre era stata la di lui erede; che
finalmente la loro repubblica ereditava dalla madre, perchè questa era
stata dichiarata figlia di san Marco. Ma se costei passava a seconde
nozze, tutti gli sforzi fatti per istabilire i diritti di Catarina ad
altro non avrebbero giovato, che ad assicurare quelli di un altro marito
e de' suoi figli.

Giorgio Cornaro, fratello della regina, venne dunque spedito in Cipro a
bordo della flotta del Priuli. Il consiglio dei dieci, i di cui
formidabili ordini vincevano ogni considerazione di parentela o di
personale ambizione, l'aveva incaricato, sotto la sua responsabilità, di
ricondurre sua sorella a Venezia. La flotta era giunta presso l'isola di
Rodi, ed il Cornaro si recò presso la regina il 24 gennajo del
1489[399]. Le comunicò gli ordini che aveva avuti, le fece sentire la
sua dipendenza e la necessità di quest'ultimo sagrificio, conseguenza di
tutti gli altri; cercò di calmare, come meglio poteva, il suo dolore ed
il suo rammarico; le fece sentire che sarebbe inutile di giustificare la
sua condotta in faccia al consiglio dei dieci, com'ella voleva fare, da
che tutti conoscevano la di lei innocenza; ed all'ultimo da lei ottenne
la promessa di perfetta sommissione ai voleri della repubblica. Ne spedì
subito la notizia al capitano generale, che si era trattenuto ad
Almizza, e che dietro quest'avviso venne a dar fondo nella rada di
Famagosta il 2 di febbrajo del 1489[400].

  [399] _And. Navagero Stor. Ven., p. 1197. — P. Bembi Hist. Ven., l.
  I, p. 12._

  [400] _And. Navagero Stor. Venez., p. 1198._

Il giorno 15 dello stesso mese la regina si congedò dagli abitanti di
Nicosia, i quali piansero dirottamente, perchè con lei perdevano perfino
l'ombra della loro indipendenza. Essi vedevansi privati della sola loro
protettrice, nello stesso tempo che perdevano i vantaggi pecuniarj, che
una corte procurava alla loro città, spargendovi qualche danaro.
Catarina, accompagnata da suo fratello, da un consigliere e dal
provveditore dell'isola, scortata da tutta la nobiltà cipriota e da un
corpo di cavalleria, si avviò alla volta di Famagosta. Colà fu ricevuta
sulle galere di Venezia con rispetto e con reale pompa; ella approfittò
di questa pubblica cerimonia per raccomandare i suoi sudditi alla
signoria di Venezia per bocca del conte di Zaffo, suo cugino, e per
riclamare a favore dei Ciprioti la conservazione delle loro leggi e de'
loro privilegj. Il 26 di febbrajo l'insegna di san Marco fu posta sul
palazzo di Famagosta, e su tutte le fortezze. Pure la regina non partì
colla flotta che il quattordici di maggio. Arrivò a Venezia il sei di
giugno, ed il venti dello stesso mese le fu ceduto in sovranità la terra
d'Asolo con un'entrata di otto mila ducati. La piccola corte della
regina di Cipro in Asolo deve qualche celebrità letteraria ai Dialoghi
del Bembo. L'elegante finzione degli Asolani rappresentava
verosimilmente le costumanze di quella corte; è presumibile che Catarina
dimenticasse le noje, le cure e le umiliazioni della sua reale servitù,
in mezzo a' ragionamenti di amore e di galanteria, nelle dispute in
allora di moda intorno alla metafisica della passione amorosa[401].

  [401] _And. Navagero Stor. Ven., p, 1199._ Era cosa ovvia il
  credere, che nella storia di questo stesso Bembo, di cui si comincia
  a far uso in quest'epoca, si dovessero trovare molte particolarità
  intorno alla rivoluzione di Cipro. Ma per lo contrario fu assai
  conciso, _l. I, p. 13_. La sua politica non gli acconsentì giammai
  di descrivere con estensione un avvenimento, che poteva procacciare
  qualche biasimo al suo governo.

Nello stesso anno richiamò a sè gli sguardi dell'Italia un altro
avvenimento relativo alla politica del Levante ed alle imprese dei
Turchi[402]. Gem, o Zizim, figlio di Maometto II, fratello e rivale del
sultano Bajazette II, fece il suo ingresso in Roma, mettendosi sotto la
protezione del papa. Aveva posto in campo per succedere a suo padre una
pretesa spesso allegata dai principi greci di Bisanzio. Egli era
_porfirogeneta_, val a dire, nato mentre suo padre era sul trono, e per
questo rispetto superiore a suo fratello maggiore, Bajazette, che diceva
nato da un semplice privato. Questa vana distinzione bastava per uno
stato dispotico, dove non si riconoscevano che i diritti fondati nella
forza. Ma questa mancò a Zizim, il quale, vinto in Asia nel 1482 in una
sanguinosa battaglia, fu costretto ad imbarcarsi in Cilicia, ed a
rifugiarsi in Rodi, per implorare colà la protezione de' cavalieri di
san Giovanni[403]. Questi non osarono di tenere in sui confini dell'Asia
un ospite, che poteva chiamare sopra di loro tutte le forze del gran
signore; perciò lo mandarono in Francia, facendolo attentamente
custodire nell'Alvergna in una commenda del loro ordine. Bajazette offrì
immense somme, reliquie senza numero, ed amplissimi privilegj per averlo
nelle sue mani; ma i principi cristiani non furono così privi d'onore di
acconsentire a tanta indegnità: ad ogni modo riesce difficile
l'intendere, per quali giusti motivi non fu mai permesso a Zizim di
recarsi alla corte di Cait-Bai, soldano d'Egitto[404], il quale, avendo
un'accanita guerra con Bajazette, lo chiedeva per procacciare favore
alle sue armi; e per quale motivo lo negassero egualmente a Mattia
Corvino, re d'Ungheria, che col di lui mezzo sperava di fare una
diversione negli stati del suo nemico. Sisto IV scrisse al gran maestro
di Rodi ed a Lodovico XI, esortandoli a ritenere questo principe in
Francia ed a non lasciarlo partire per le armate cui veniva
chiamato[405]. Innocenzo VIII ricusò ancor esso di affidare questo
principe a Ferdinando, re di Arragona e di Sicilia, all'altro
Ferdinando, re di Napoli, a Mattia Corvino, al soldano ed al principe di
Caramania; ma in pari tempo aveva chiesto che fosse a lui consegnato,
per essere certo che Zizim non entrerebbe ne' paesi turchi senza essere
spalleggiato da una lega di tutta la Cristianità[406].

  [402] Gem in lingua turca è il nome di una specie di uva
  squisitissima; e Gemm è un nome magico applicato d'ordinario a
  Salomone. Demetrio Cantemir pende dubbioso tra le due etimologie, ed
  osserva che verun altro Turco ebbe questo nome. Zizim, egli dice, è
  un vocabolo corretto dagli Europei, _l. III, c. II, § 6. Nota._

  [403] _Rayn. Ann. Eccl. 1482, § 35, p. 312. — Turco Graeciae Hist.
  Politica, l. I, p. 30. — Demet. Cantemir, l. III, c. II, § 7 ed 8,
  p. 128._

  [404] Cait-Bai, il più accorto e più famoso soldano d'Egitto, era
  originario della Circassia, ed il suo nome è tartaro. _Cait_ in quel
  linguaggio significa conversione: e _Bai_ ricco. _Demet. Cantemir,
  l. III, c. II._

  [405] _Ann. Eccl. 1481, § 36, p. 313._

  [406] _Ivi 1485, § 11 e 12, p. 351._

Bajazette dal canto suo aveva spediti altri ambasciatori a Carlo VIII,
per ottenere dal re la promessa di ritenere Zizim in Francia. A tal
patto Bajazette offriva un'assai ragguardevole pensione, e guarentiva
alla Francia il possedimento di Terra santa, tosto che fosse tolta al
soldano d'Egitto dalle armi riunite de' Francesi e de' Turchi. Ma Carlo
VIII, d'accordo col gran maestro Francesco d'Aubusson, aveva di già
acconsentito alle inchieste del papa, e Zizim era di già in cammino alla
volta di Roma[407].

  [407] _Ivi 1489, § 1, p. 393._

Vi fece il suo ingresso il 13 di marzo del 1489; era a cavallo col
turbante in capo, tra Francesco Cibo, figlio del papa, ed il priore
d'Alvergna, nipote del gran maestro d'Aubusson, ed ambasciatore di
Francia. Trovavasi in allora in Roma un ambasciatore del soldano
d'Egitto, per ridurre i principi cristiani ad unirsi col suo signore
contro Bajazette. Questi andò ad incontrare Zizim; quando lo vide,
smontò da cavallo, e si prostrò a terra; tre volte baciò il suolo,
innoltrandosi verso di lui, poi baciò i piedi del suo cavallo e lo seguì
fino al suo palazzo[408].

  [408] _Diario di Stef. Infessura, p. 1225._

All'indomani il papa tenne concistoro per ricevere Zizim in pubblica
udienza. Invano era stato questo principe istrutto degli atti rispettosi
che i monarchi cristiani rendono al sommo loro pontefice, che non volle
innanzi a lui abbassare l'orgoglio del sangue ottomano. Tenendo in capo
il suo turbante, che gli Asiatici non sogliono mai deporre, e che
risguardano come un simbolo della loro religione, attraversò la sala
senza chinarsi, salì sul trono, ove stava Innocenzo, e lo abbracciò,
toccando colle sue labbra la spalla destra del papa in segno di
amicizia, piuttosto che di rispetto, lo che fece in appresso con tutti i
cardinali. Il suo interprete disse al papa, che si rallegrava di
trovarsi con lui, ma che avrebbe piacere di conferire seco più
segretamente intorno ai comuni loro interessi. Il papa rispose
confortandolo a darsi coraggio, poichè soltanto per il bene di Sua
Nobiltà (titolo che la corte di Roma giudicò conveniente di dargli) era
stato condotto in quella capitale[409]. Ma il maggior bene che Zizim
doveva trovare in Roma, altro non era che una onorevole prigionia.
Bajazette II pagava ogni anno prima al re di Francia, poi ad Innocenzo
VIII, quaranta mila ducati per la pensione di suo fratello. Il godimento
di quest'entrata non era stato l'ultimo de' motivi che aveano persuaso
Innocenzo a domandare Zizim, comperando in certo qual modo l'assenso del
gran maestro d'Aubusson col mandargli il cappello cardinalizio[410].
Pure Bajazette, non credendosi perciò sicuro della sorte di suo
fratello, sebbene prigioniere, cercò i mezzi di farlo perire. Un
gentiluomo della Marca d'Ancona, detto Cristoforo Macrino del Castagno,
promise a Bajazette di avvelenare una fonte, dalla quale attignevasi
l'acqua per le mense d'Innocenzo e di Zizim; il veleno non doveva
manifestare i suoi effetti che dopo cinque giorni; ma il reo fu scoperto
prima che dar potesse esecuzione al suo delitto, in maggio del 1490, e
fu condannato ad orribile supplicio. Altri attentati simili furono
egualmente prevenuti, e se non altro la vita di Zizim fu posta in
salvo[411].

  [409] _Diar. Burchardi ap. Rayn. Ann. Eccl. 1489, § 2 e 13, p. 393.
  — Stef. Infessura Diar. di Roma, p. 1225. — Marin Sanuto Vite dei
  Duchi, p. 1244. — Diar. Romano del Notajo di Nantiporto, p. 1106._

  [410] _Diar. di Stef. Infessura, p. 1224._

  [411] _Ann. Eccl. 1490, § 5, p. 498. — Diar. di Stef. Infessura, p.
  1231._

Non era difficile il trovare in Roma uomini apparecchiati a commettere
così esecrande azioni; nè quella città aveva mai avuti tanti scellerati,
nè era stata giammai travagliata da tanti delitti. Gli assassini
camminavano a viso scoperto senza avere dato soddisfacimento nè alla
famiglia di cui avevano versato il sangue, nè alla giustizia. Il papa, o
i suoi ministri, loro vendevano bolle d'assoluzioni, colle quali le loro
offese, e quelle di un determinato numero de' loro complici erano
annullate; e quando rimproveravasi al vicecameriere questa venalità
della giustizia, rispondeva parodiando le parole del Vangelo: _Il
Signore non vuole la morte del peccatore, ma piuttosto che paghi e
viva_[412].

  [412] _Et cum semel interrogaretur vicecamerarius quare de
  delinquentibus non fieret justitia, sed pecunia exigeretur,
  respondit me presente, videlicet_: Deus non vult mortem peccatoris,
  sed magis ut solvat et vivat. _Stef. Infessura Diar. Romano, p.
  1226._

Il cattivo esempio dato dal clero era così scandaloso, che Innocenzo
VIII si vide costretto a rinnovare, il 9 aprile del 1488, una
costituzione di Pio II, colla quale si vietava ai preti di tenere
macello, alberghi, case di giuoco e di postribolo, o di fare per danaro
il mezzano e l'agente delle cortigiane. Se dopo tre ammonizioni non
abbandonavano una così vergognosa vita, il papa li privava del diritto
dell'esenzione del foro secolare, e vietava loro d'invocare il beneficio
del clero nelle cause criminali nelle quali potrebbero trovarsi
compromessi[413].

  [413] _Constitutio apud Raynaldum Ann. Eccl. 1488, § 21, p. 392._ —
  Quella di Pio II era del 7 maggio del 1463.

Innocenzo VIII non aveva provveduta di principati la sua numerosa
famiglia; ma avea diviso tra i suoi figliuoli le immense ricchezze della
Chiesa, accordandone la maggior parte a Franceschetto Cibo, suo figliuol
primogenito. Era questo Franceschetto, che, per ammassare più danaro,
aveva renduta la giustizia così indegnamente venale. Aveva nel 1490
convenuto coi giudici del papa, che la corte apostolica non riceverebbe
che il pagamento delle condanne al di sotto di cento cinquanta ducati, e
che sarebbero a suo profitto tutte le maggiori di questa somma[414].

  [414] _Stef. Infessura Diar. Romano, p. 1232._

Per rendere ancora più ignominiosa la venalità della giustizia della
corte di Roma, Domenico di Viterbo, scrivano apostolico, d'accordo con
Francesco Maldente, fabbricarono false bolle, colle quali Innocenzo
permetteva per danaro i più vergognosi disordini. Per altro la frode
venne scoperta; furono imprigionati i falsarj e confiscati i loro beni,
che produssero alla camera apostolica dodici mila ducati. I parenti de'
colpevoli speravano tuttavia di sottrarli alla pena capitale. Maestro
Gentile di Viterbo, medico, padre dello scrivano apostolico, offrì col
mezzo di Franceschetto Cibo cinque mila ducati per salvare la testa di
suo figlio: aveva offerto tutto ciò che possedeva. Ma il papa rispose,
che, trovandosi compromesso il suo onore, non poteva fargli grazia a
meno di sei mila ducati; e perchè non si potè trovare questa somma, i
due falsarj furono giustiziati[415].

  [415] _Stef. Infessura Diar. Rom., p. 1229. — Rayn. Ann. Eccl. 1490,
  § 22, p. 402._

Quando gli scrittori contemporanei fanno un così odioso quadro della
corruzione del clero, quando i medesimi papi prendono parte a tanti
delitti, quando lo sregolamento de' loro costumi, o i figli naturali che
essi arricchiscono coi tesori della Chiesa, più non sono oggetti di
scandalo, accanto a delitti ancora più gravi, si sarebbe tentati di
supporre che la religione avesse perduto ogni potere, e che i preti, che
tuttavia l'invocavano, o i sovrani ed i popoli, che la mantenevano colle
loro leggi, altro non fossero che sfrontati ipocriti, che facevano
traffico del Cristianesimo pei loro privati interessi. Ma qualora si
prendano ad esaminare più da vicino le passioni che agitavano l'Italia,
o i pregiudizj che la signoreggiavano, si comprende bentosto che la
religione nulla aveva perduto del suo impero, sebbene fosse stata
interamente staccata dalla morale. La credenza che il papa ed i suoi
prelati potevano soli disporre delle chiavi dell'inferno e del paradiso
non si era indebolita; tuttavia universale era l'orrore che si aveva per
ogni opinione d'indipendenza in materia di fede, perchè dannata come
eretica; la giustizia di Dio, pervertita tra le mani degli uomini, più
non era che la guarenzia della fede, non quella della probità e
dell'onore.

Fu in questo depravato secolo, fu sotto il pontificato di Sisto IV,
l'istigatore di tanti delitti, che l'inquisizione venne introdotta nella
Spagna, e che questo sanguinario tribunale ricevette una legislazione
assai più formidabile ed atroce, che non quella ond'era diretto tre
secoli prima nella sua prima istituzione contro gli Albigesi. Dal 1478
al 1482 i tribunali stabiliti in Castiglia per esaminare la fede dei
nuovi convertiti fecero bruciare due mila persone; altri prevenuti in
assai più copioso numero perirono nelle prigioni; altri, e questi furono
trattati con maggiore indulgenza, vennero segnati con una croce color di
fuoco sul petto e sulle spalle, dichiarati infami, e spogliati d'ogni
loro avere. I nuovi tribunali non perdonarono neppure ai morti; si
estrassero le loro ossa dai sepolcri per essere bruciate, si
confiscarono i loro beni ed i loro figli furono notati d'infamia. Coloro
che avevano nelle loro famiglie il sangue di qualche Moro o di qualche
Giudeo, fuggivano da quella terra di proscrizione, sicchè nella sola
Andalusia rimasero deserte cinque mila case[416]. Cento settanta mila
famiglie giudee, che formavano ottocento mila individui, furono
scacciati dal territorio della Spagna; e non pertanto la maggior parte
dissimulò la propria religione per conservare la patria, mentre altri
moltissimi vennero dichiarati schiavi, e venduti al pubblico
incanto[417].

  [416] _Marinæus Siculus de reb. Hispan., l. XIX, c. 22, p. 481. —
  Ann. Eccl. Rayn. 1483, § 47-48 e 328. — Mariana, l. XXIV, c. XVII,
  p. 106._

  [417] _Mariana Hist. de las Hespanas, l. XXVI, c. I, p. 142. — Rayn.
  Ann. 1492, § 8, p. 408._

«Questa severità nel punire gli apostati neofiti della razza giudea,
dice l'annalista della Chiesa, Raynaldo, ottenne presso alla gente
dabbene la più alta gloria ad Isabella, regina di Castiglia; altri però
la calunniarono. Si diede voce che, non per vendicare le ingiurie
dell'offesa divinità, ma per adunare dell'oro, e per accumulare
ricchezze, procedevasi ne' giudizj con tanta severità. La stessa regina,
avendo dato a conoscere di temere che quest'accusa non giugnesse alle
orecchie del papa, Sisto IV scacciò dal suo cuore così ingiusto
sospetto, ed applaudì alla di lei pietà colla sua lettera del 25
febbrajo 1483[418].»

  [418] _Eytat apud Raynaldum Ann. Eccl. 1483, § 49, p. 329._

Gli scrittori italiani del quindicesimo secolo, non meno che quelli del
diciasettesimo, mai non parlavano di tali persecuzioni senza approvarne
altamente la massima. I più moderati, i più umani contentavansi soltanto
di biasimare le circostanze dell'esecuzione. Così Bartolommeo Senarega,
storico di Genova, che vide trattenersi in quella città molte migliaja
di giudei, e che fu commosso dai loro patimenti, ci offre nella sua
narrazione un'adequata misura delle opinioni degli uomini i più filosofi
e più tolleranti del secolo. «La legge del loro esilio, egli scrive,
parve a prima vista lodevole, perchè tendente a conservare l'onore della
nostra religione; ma in sè forse conteneva tanto quanto di crudeltà,
qualora per lo meno vogliamo considerare i Giudei come uomini creati
dalla divinità, non quali feroci belve. Non potevansi senza compassione
osservare le loro miserie: molti di loro perivano di fame, in
particolare i fanciulli ed i bambini lattanti; le madri, che potevano
appena reggersi in piedi, portavano nelle loro braccia i bambini
affamati e perivano assieme; molti soggiacevano al freddo, altri alla
sete, l'agitazione del mare e la navigazione, cui non erano accostumati,
aggravavano tutte le loro infermità. Io non dirò con quanta crudeltà ed
avarizia fossero trattati dai loro condottieri. Molti vennero annegati
dalla cupidigia dei marinai, molti costretti a vendere i loro figli,
perchè non avevano onde pagare il noleggio; arrivarono a Genova in
grosso numero, ma non fu loro permesso di trattenersi lungamente, perchè
in forza di antiche leggi i Giudei viaggiatori non potevano rimanervi
più di tre giorni. Pure si diede loro licenza di riparare le navi e di
rifarsi per alcuni giorni dai patimenti della navigazione. Voi gli
avreste creduti spettri; tanto eran magri, pallidi, cogli occhi
sprofondati, e non distinguibili dagli estinti che pel movimento,
sebbene si reggessero in piedi a stento. Molti di loro spirarono presso
al molo, perchè questo quartiere, circondato dal mare, era il solo in
cui fosse ai Giudei permesso di riposarsi. Non si avvertì a bella prima
che tanti infermi e moribondi dovevano risvegliare il contagio; ma in
primavera si manifestarono più ulceri, che non s'erano mostrate
nell'inverno; e questa malattia, lungamente nascosta in città, fece nel
susseguente anno scoppiare la peste[419].»

  [419] _Barth. Senaregae de Rebus Genuenses, t. XXIV, p. 531._

I preti non avevano risvegliato questo zelo persecutore soltanto nella
Spagna; anche il clero d'Italia si sforzava di emulare nelle sanguinarie
sue vendette con quello al di là de' Pirenei. Ogni anno facevasi
circolare qualche nuova storia di un fanciullo cristiano rubato dai
Giudei, e fatto lentamente perire sotto il coltello nel giorno di
Pasqua, bevendo un dopo l'altro il suo sangue; e con queste terribili
novelle si andava ispirando ai popoli lo stesso furore contro di
loro[420]. A Firenze fra Bernardino d'Asti, francescano, predicò contro
i Giudei una non piccola parte della quaresima del 1487. Raccomandò che
si avesse cura di mandare tutti i fanciulli della città alla predica che
intendeva di fare il 12 di marzo: e quando n'ebbe raccolti da due in tre
mila, disse loro che gli aveva prescelti per essere i suoi soldati;
ordinò loro di andare ad orare ogni mattina al santo Sagramento nella
cappella della Chiesa, affinchè ispirasse agli adulti la santa
risoluzione di scacciare i Giudei; dovevano perciò recitare un_ pater
noster_ e tre _ave Maria_ stando inginocchiati. Il susseguente mattino
tutti questi fanciulli si affollarono infatti nella chiesa, e ne
uscirono per mettere a ruba il quartiere de' Giudei. La signoria potè
difficilmente trattenerli; volle ammonire il predicatore, il quale
rispose che gli ordini di Dio erano superiori a quelli de' magistrati, e
che niente potrebbe rimuoverlo dal dire sul pergamo tutto ciò che
credeva conveniente alla salvezza del popolo. Convenne all'ultimo farlo
uscire dalla città con grave scandalo dello scrittore, che lasciò
memoria di quest'avvenimento[421]. Fra Bernardino andò a terminare la
quaresima a Siena, ove cercò di ammutinare nella stessa maniera il
popolo contro i Giudei[422].

  [420] _Raynaldi Ann. Eccl._ A Trento nel 1475, § 37; nella Marca nel
  1476, § 20; a Megalopoli l'anno 1492, § 9, ec. — _Il continuatore
  delle Cronache di Monstrelet., vol. III, f. 195._

  [421] _Ricordanze di Tribaldo de' Rossi. Deliz. degli Erud., t.
  XXIII, p. 238._

  [422] _Alleg. Allegretti Diar. Sanese, p. 823._

In aprile del 1492 un Francescano, spagnuolo, tentò di eccitare in
Napoli la stessa persecuzione contro i Giudei. Dopo avere invano
esaurite tutte le fonti della sua eloquenza ed innanzi alla corte ed
innanzi al popolo, tentò altresì di far parlare i morti; fece comparire
l'ombra di san Cataldo, patrono della città di Taranto, che aveva
vissuto nel quinto secolo; fece dissotterrare una cassetta, entro la
quale aveva chiuse certe sue profezie scritte sopra lamine di piombo,
nelle quali erano prenunciate la ruina del regno di Napoli e la vicina
morte del re, se non si affrettava a cacciare i Giudei dal suo regno; e
perchè Ferdinando non gli prestava intera fede, diffuse nella corte di
Roma e per tutta l'Italia queste profezie, che furono bentosto spiegate
colla espulsione della casa d'Arragona dal trono di Napoli[423].

  [423] _Jovian. Pontanus de Sermone, l. II, c. ult., p. 1623. — Bayle
  Diction. crit., art. Cataldus. — Mémoires de Philippe de Comines, l.
  VII, c. XIV, p. 213._

Nello stesso tempo i tribunali ecclesiastici eccheggiavano di accuse di
sortilegi; e lo spettacolo degli sventurati, che perivano tra le fiamme
come maghi o come eretici, si faceva ogni dì più frequente[424].

  [424] Difficilmente potrebbe trovarsene un più spaventoso esempio di
  quello della persecuzione di Arras nel 1459, contro gl'infelici
  accusati di _vaudoisie_. Ecco il come viene raccontato da
  Monstrelet. _Cronique du roi Charles VII, t. III, f. 84._ «In
  quest'anno nella città d'Arras, nel paese d'Artois, avvenne un
  terribile e compassionevole caso, che chiamossi, non saprei per
  quale ragione, _vaudoisie_. Ma si dicevano essere alcune persone
  d'ambo i sessi che si trasportavano, per virtù del demonio, dai
  luoghi in cui si trovavano, e subito giugnevano in luoghi solitarj,
  ne' boschi o ne' deserti, ove raccoglievansi in grandissimo numero,
  uomini e donne, e colà trovavano un diavolo in forma d'uomo, di cui
  non vedevano mai il volto; e questo diavolo dava loro i suoi comandi
  ed ordinanze, e come ed in qual modo dovevano essi adorarlo e
  servirlo. Poi facevasi da ciascuno di loro baciare il deretano, indi
  contava a ciascheduno un poco di danaro, ed all'ultimo loro
  somministrava vino e cibi in grande abbondanza, di cui essi si
  nutrivano: indi tutt'ad un tratto ognuno s'avvicinava ad una, ed in
  quell'istante spegnevasi la luce, e conoscevansi l'un l'altro
  carnalmente, e ciò fatto si trovavano tutti nello stesso luogo di
  dove erano da prima partiti.»

  «A cagione di questa follìa furono prese ed imprigionate molte
  persone di qualità della detta città d'Arras, ed altre persone di
  minor conto; e vennero talmente angustiate e così terribilmente
  tormentate, che gli uni confessarono essere loro accaduto tal caso,
  come abbiamo detto, e molti di più confessarono d'avere veduti e
  conosciuti nelle loro adunanze molti ragguardevoli personaggi,
  prelati, signori ed altri, governatori di balliagi e di città, val a
  dire coloro, secondo la fama comune, che gli esaminatori loro
  nominavano e ponevano in bocca, onde a forza di pene e di tormenti
  essi gli accusavano e dicevano che veramente gli avevano veduti, e
  questi, così nominati, venivano subito dopo imprigionati, e posti
  alla tortura tanto e così lungamente, e tante volte, ch'erano
  forzati a confessare; e furono quelli che appartenevano al basso
  popolo giustiziati e bruciati inumanamente. Altre più potenti e
  ricche persone si ricomperavano a forza di danaro per ischivare le
  pene e le vergogne che loro si facevano; e tali altri vi furono dei
  più grandi, che furono ammoniti e sedotti dagli esaminatori, che
  loro davano ad intendere, e loro promettevano, se confessavano il
  caso, che non perderebbero nè corpo nè roba. V'ebbero alcuni che
  soffrirono con maravigliosa pazienza e costanza le pene ed i
  tormenti, ma nulla confessarono a loro danno... e non devesi qui
  tacere ciò che molti uomini dabbene hanno abbastanza conosciuto, che
  questa maniera di accusa fu una cosa inventata da certi scellerati
  per incolpare, distruggere o disonorare, o per desiderio di
  vendetta, alcune ragguardevoli persone, contro le quali nudrivano
  inveterato odio.»

  Soltanto a motivo di questo sospetto lo storico ardisce questa volta
  parlarne liberamente. Quasi ogni anno s'incontrano indizj di
  somiglianti persecuzioni in uno o in altro luogo; ma i cronicisti,
  risguardandole come giuste e sante, non le ricordano ordinariamente
  che con una parola.

I domenicani non volevano acconsentire che la civile autorità
riconoscesse le loro sentenze, sebbene all'autorità secolare spettasse
l'esecuzione delle medesime. Innocenzo VIII scriveva, il 30 di settembre
del 1486, al vescovo di Brescia: «Nostro diletto figlio, frate Antonio
da Brescia, inquisitore dell'eretica pravità in Lombardia, avendo
condannati alcuni eretici dei due sessi, come impenitenti, ed avendo
richiesti gli ufficiali di giustizia di Brescia di eseguire la sua
sentenza, abbiamo udito con estrema sorpresa che gli ufficiali avevano
ricusato di fare giustizia, e di eseguire i giudizj della santa
inquisizione, se loro non facevasi conoscere il processo. In conseguenza
vi commettiamo ed ordiniamo colle presenti, di ordinare ed ingiungere
agli ufficiali secolari della città di Brescia, di dare esecuzione ai
processi che voi avrete giudicati, senza appello e senza che siano
altrimenti riveduti, nel termine di sei giorni dopo esserne stati
legittimamente richiesti, sotto pena di scomunica, e di tutte le censure
ecclesiastiche, che incorreranno per la sola disubbidienza, senza nuova
promulgazione[425].»

  [425] _Bullarium Rom. Innoc. VIII, Constit. X. — Apud Raynaldum Ann.
  Eccl. 1486, § 57, t. XIX, p. 377._

Così non fu nè la barbarie de' secoli di mezzo, nè un ardente ed
entusiasta zelo, in un tempo in cui la religione riscaldava tutti gli
animi, che accesero i roghi dell'inquisizione. Non fu nè meno la
necessità di difendere la Chiesa contro i progressi de' novatori, come
fu da taluno supposto. Le più furiose persecuzioni e le più implacabili,
che macchiano la storia del clero, sono anteriori di quarant'anni alle
prime prediche della riforma; esse sono contemporanee del più grande
incremento delle lettere, della filosofia, della coltura dell'umana
ragione, prima di quest'epoca memorabile; esse cominciano pure
dall'istante in cui la corte di Roma era giunta all'estremo grado di
corruzione, e sono la nuova e spaventosa conseguenza dei compensi, che
questa stessa corruzione aveva fatto adottare ai credenti. Agli occhi di
Sisto IV, d'Innocenzo VIII, di Alessandro VI, si cancellava la macchia
del delitto pel rigore con cui si conservava la purità della fede.
Bastava una persecuzione per lavare la vergogna di mille spergiuri, di
mille impurità, di mille delitti. Coloro che in gioventù, o in matura
età avevano ceduto alla forza del temperamento, o ai furori
dell'ambizione e della vendetta, potevano di tutto ottenere il perdono,
se negli estremi istanti della loro vita accendevano il rogo per i
Giudei, per i Mori, per gli eretici. Questa spaventosa morale, dominante
in Ispagna, predicata in Italia, sostenuta in tutta la cristianità dalle
bolle dei papi, stendevasi rapidamente verso i paesi meno illuminati.
Difficil cosa è il prevedere quale sarebbe stato il termine di questa
spaventosa progressione, se la rivoluzione di una parte della Germania
contro la tirannia di Roma non avesse, dopo una lunga lotta, costretti i
papi a rinunciare a questa sanguinaria intolleranza, ch'era per loro
diventata lo scopo unico della religione[426].

  [426] A difesa della chiesa romana ho di già indicata la _Storia
  delle rivoluzioni delle chiese protestanti_ di monsignor Bossuet,
  cui di nuovo per l'ultima volta rimetto il lettore cattolico. _N. d.
  T._

Il collegio de' cardinali, così zelante di mantenere la purità della
fede, non ebbe appena notato lo spergiuro del capo della Chiesa, che,
nel mese di marzo del 1489, Innocenzo VIII, in disprezzo de' suoi
giuramenti, aggiunse sei nuovi cardinali al concistoro, sebbene questo
collegio non si fosse ridotto al di sotto di ventiquattro membri; per lo
contrario l'annalista ecclesiastico approva tale condotta, perchè le
condizioni imposte dai cardinali, mentre la Chiesa era priva del suo
pastore, sono dichiarate nulle da una costituzione d'Innocenzo VI. Ma lo
stesso annalista Raynaldi, sempre così affezionato alla santa sede,
disapprova che «con un vergognoso esempio di disprezzo per la disciplina
ecclesiastica, Innocenzo VIII avesse nominato cardinale il figlio
adulterino di suo fratello, ed il cognato ancora fanciullo del suo
proprio bastardo[427].» La seconda di queste elezioni, che muove
l'indignazione di così ortodosso scrittore della Chiesa, è quella di
Giovanni, figliuolo di Lorenzo de' Medici, che fu poi Leon X. In fatti
non aveva che tredici anni, e lo scandalo di dare alla Chiesa un
principe così giovane era uno di quelli, contro i quali il giuramento
d'Innocenzo VIII avrebbe dovuto metterlo in guardia. Per altro provò
qualche vergogna di un'elezione disapprovata da molti membri del sacro
collegio, ed impose per condizione al giovanetto Medici di non prendere
l'abito della sua fresca dignità, e di non venire a Roma per sedere in
concistoro prima che passassero altri tre anni, ed avesse compiuto il
sedicesimo anno[428].

  [427] _Ann. Eccl. Raynaldi, 1489, § 19, p. 396._

  [428] _Ann. Eccl. ex Burchardi Diariis, 1489, § 21, p. 397. —
  Istorie di Gio. Cambi, t. XXI, p. 63._ — La cerimonia dell'invio del
  cappello e della consacrazione di Giovanni de' Medici si fece
  nell'abbadia di Fiesole il 9 gennajo del 1492. — _Scip. Ammirato, l.
  XXVI, p. 186_; e più circostanziatamente _Roscoe Life of Lorenzo
  Appendix, § 65_. — Roscoe ha pure riprodotta una lettera di Lorenzo
  a suo figlio intorno ai suoi doveri ed alla condotta da tenersi nel
  sacro collegio, dov'era il più giovane, non solo de' cardinali
  presenti, ma di quanti cardinali vi erano stati in addietro. _Ivi, §
  66, t. IV, p. 89._

La stretta alleanza tra Lorenzo dei Medici ed Innocenzo VIII,
conseguenza della debolezza del papa, veniva in tal modo ad innalzare
sopra nuovi fondamenti la grandezza della casa de' Medici. Frattanto
Lorenzo andava ogni dì più aggravando il giogo de' suoi concittadini: in
principio del 1489 osò castigare con una ributtante insolenza il
gonfaloniere Neri Cambi, che usciva allora di carica, per avere
sostenuti i diritti della sua magistratura, ed ammoniti, senza avere
prima consultato Lorenzo, alcuni gonfalonieri delle compagnie, che non
si erano prestati a fare il loro dovere. Si trovò che tale condotta era
troppo orgogliosa in faccia a Lorenzo, _principe del governo_, e questo
nome di principe, fin allora sconosciuto ad una libera città, cominciò a
pronunciarsi in Firenze[429].

  [429] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 184-186. — Istorie di Gio. Cambi,
  t. XX, p. 39._ Questo storico era figlio del gonfaloniere Neri Cambi
  ammonito in quest'occasione.

La conseguenza di questo cambiamento fu di privare la storia di Firenze
di ogni movimento e di ogni interesse. Tutta la politica della
repubblica si concentrò nel gabinetto di Lorenzo de' Medici, e si trovò
per conseguenza sepolta nel silenzio e nel segreto. I suoi encomiatori
scrissero, ch'egli aveva mantenuto l'equilibrio d'Italia, che aveva
dissuaso Innocenzo VIII dal muovere guerra a Ferdinando, dopo averlo
scomunicato nel 1489, e dichiarato decaduto dal trono[430], che aveva
impedito al duca di Calabria di prendere colle armi la difesa di
Giovanni Galeazzo Sforza, suo genero, contro Lodovico il Moro, per
ultimo che costantemente era stato il garante ed il mediatore della pace
d'Italia. Quest'azione continua di Lorenzo dei Medici è possibile, non
improbabile; ma non trovasene indizio negli storici fiorentini. Questa
repubblica, centro in altri tempi di tutte le negoziazioni d'Italia,
pareva che si andasse rendendo straniera a tutti i grandi interessi di
questa contrada. I suoi annali sono vuoti. Scipione Ammirato passa
rapidamente sui nomi di molti gonfalonieri senza contrassegnare la loro
amministrazione con veruno avvenimento[431]. Anche gli altri storici
passano quest'epoca sotto silenzio, più non si sentendo tirati a
scrivere la storia, quando gl'interessi della patria più non erano
quelli di ogni cittadino.

  [430] _An. Eccl. Raynaldi, 1489, § 8 e 9, p. 394._

  [431] _Scipione Ammirato, t. XXVI, p. 184-185._

In questo universale silenzio richiama la nostra attenzione un
avvenimento quasi domestico. Lorenzo de' Medici, sempre impegnato nel
commercio ch'egli non esercitava personalmente, nè conosceva, lasciava i
suoi affari nelle mani di commessi e di agenti stabiliti in varie piazze
dell'Europa. Questi, risguardandosi quali ministri di un principe, si
trattavano con ridicolo lusso, ed aggiungevano la negligenza alla
prodigalità. Le immense sostanze che Cosimo aveva lasciate ai suoi
nipoti furono dissipate da un lusso insensato; ma lungo tempo le
obbligazioni de' ricevitori della repubblica cuoprirono il vuoto delle
operazioni della banca. Tutte le entrate dello stato erano così
distrutte, passavano in totalità nelle mani dei commessi della casa dei
Medici, e venivano dissipate, come gli altri beni di questa casa, prima
di essere riscosse. Giunse l'istante in cui tali ruinose operazioni non
si poterono continuare, e giunse in mezzo alla pace, che avrebbe dovuto
metter fine alle ristrettezze delle finanze della repubblica. Il 13
agosto del 1490, la signoria ed i consigli furono costretti a nominare
una commissione di diciassette membri, onde ristabilire l'equilibrio tra
le monete, le gabelle e tutte le finanze dello stato. Tale era la
corruzione in cui caduta era questa nobile città, che questa commissione
non si vergognò di disonorare la patria con un fallimento, per
risparmiarlo alla casa Medici. Il debito pubblico, il di cui merito era
fissato al tre per cento, si ridusse a non rendere che l'uno e mezzo, e,
la diffidenza accrescendo ancora questa riduzione, i _luoghi di monte_,
ossia le azioni di cento scudi, che prima di questo editto si vendevano
a ventisette scudi, caddero ad undici e mezzo. Le pie istituzioni fatte
dalla repubblica o da moltissime famiglie per pagare doti alle figlie
che si maritavano, furono soppresse; e soltanto ne fu promesso il frutto
dopo vent'anni, in ragione del sette per cento[432]. Poco dopo questi
magistrati, che si facevano chiamare i _Riformatori_, screditarono le
monete in corso, dichiarando che più non si riceverebbero nelle
pubbliche casse, che colla perdita del quinto del loro valore. Intanto
la signoria continuava ella stessa a darle in pagamento al corso
plateale, onde questo scredito fu una fraudolente invenzione di
accrescere di un quinto le entrate dello stato, senza che emanasse
un'apposita legge dai consigli che potevano avere il diritto di
stabilire le imposte[433]. Essendosi per tal modo salvata a spese della
patria la fortuna di Lorenzo de' Medici, egli sentì quanto fosse
imprudente consiglio il lasciarla ancora esposta in un ruinoso
commercio, ed impiegò i capitali, che gli erano rimasti, nell'acquisto
di vasti poderi[434].

  [432] _Istorie di Gio. Cambi, t. XXI, p. 54._

  [433] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 185. — Machiavelli, l. VIII, p.
  448._

  [434] _Ann. Bononienses Hier. de Bursellis, t. XXIII, p. 906._

Gli annali di Bologna, repubblica per tanti anni alleata di Firenze, e
che aveva avuto in Italia quasi la stessa considerazione, erano
egualmente senza interesse, dopo che un potente cittadino aveva abusato
del credito acquistato con lunghi servigi dalla sua famiglia,
impadronendosi di tutto il potere. Giovanni Bentivoglio occupava in
Bologna, fino dal 1462, precisamente lo stesso grado, che Lorenzo de'
Medici aveva a Firenze. Come Lorenzo, egli era circondato di artisti e
di distinti letterati, che con un efimero splendore abbagliavano i
Bolognesi intorno alla perdita della loro libertà. Come Lorenzo, aveva
contratti parentadi con famiglie sovrane: Annibale, il primogenito de'
suoi quattro figli, aveva sposata la figliuola di Ercole, duca di
Ferrara[435]; Violanta, una delle sette sue figlie, sposò, nel 1480,
Pandolfo Malatesta, signore di Rimini; ed abbiamo di già parlato
dell'altra sua figlia Francesca, moglie del principe di Faenza, da lei
assassinato. Come il Medici, anche il Bentivoglio dava ai popoli
splendide feste, e loro presentava, in cambio dei perduti diritti, lo
splendore e lo spettacolo di una corte: ornava, come egli, la sua
residenza di sontuosi edificj, di palazzi e di chiese, unico argomento
degli annali di Bologna[436]. Il Bentivoglio superava il Medici in virtù
militari; poteva egli stesso comandare le sue armate; faceva fare ai
suoi figli il mestiere di condottiere, ed egli non era costretto di
fidarsi totalmente a braccia mercenarie, per difendere il suo stato; ma
il Bentivoglio per molti altri rispetti era inferiore al Medici. Egli
non aveva quel gusto, quell'eleganza, che fecero dimenticare nel Medici
l'oppressore della repubblica fiorentina, per non ravvisare in lui che
il protettore delle lettere. Al Bentivoglio mancavano però quella
facilità di carattere, quella dolcezza nel privato conversare co' suoi
famigliari, che guadagnarono a Lorenzo tanti illustri amici, la di cui
testimonianza non lascia di fare illusione anche al presente.

  [435] _Ann. Bonon. Hier. de Bursellis, p. 908._

  [436] _Ivi, p. 903, 906, et passim._

Per altro la grandezza del Bentivoglio risvegliava tanta gelosia in
Bologna, quanta il Medici in Firenze: la famiglia dei Malvezzi nella
prima città, siccome quella de' Pazzi nell'altra, non sapeva ridursi a
scendere al grado di suddita, dopo avere gustata l'eguaglianza. Giulio,
figlio di Virgilio Malvezzi, e Giovan Filippo e Girolamo, figli di
Battista Malvezzi, ordirono una congiura per uccidere Giovanni
Bentivoglio. Furono scoperti, il 27 di novembre del 1488, prima di
averne tentata l'esecuzione: molti loro compagni fuggirono, come pure
Girolamo e Filippo Malvezzi, ma Giovanni Malvezzi, Giacomo Barzellini,
ed altri diciotto loro complici furono appiccati; tutti i membri della
numerosa famiglia Malvezzi vennero esiliati nella susseguente mattina,
sebbene non avessero avuto parte nella congiura, ed i loro beni furono
confiscati. Perfino due monache che trovavansi nel convento di
sant'Agnese, furono trasportate a Modena, perchè portavano quell'odiato
nome; e la congiura dei Malvezzi, cagionando la ruina di una casa, che
in opinione ed in ricchezze aveva in Bologna il secondo posto, non servì
che ad accrescere la potenza di coloro contro i quali era diretta[437].

  [437] _Hier. de Bursellis, p. 907-908. — Diario Ferrarese, t. XXIV,
  p. 281. — Stef. Infessura, Diario di Roma, p. 1222._

La città di Perugia, che molto tempo aveva figurato tra le repubbliche
della Toscana, non andava esente da turbolenze press'a poco simili,
sebbene avesse perduta la sua indipendenza, la sua popolazione e
l'antica sua ricchezza. Sempre divisa tra le due fazioni degli Oddi e
de' Baglioni, la loro guerra civile aveva avuto fine nel 1489
coll'esilio dei primi, e di tutti i superstiti della famiglia di Braccio
da Montone[438]. Questi esiliati, coll'ajuto del duca d'Urbino, e col
segreto assenso d'Innocenzo VIII, trovarono mezzo di tornare in Perugia
il 6 giugno del 1491, alle quattr'ore di notte. Molto si ripromettevano
dalle intelligenze che credevano di trovare in città; ma per lo
contrario, appena scoperti, vennero caldamente attaccati da tutti i
cittadini. All'incirca cinquanta degli emigrati rientrati furono uccisi
in questa zuffa, altri cento di già coperti di ferite furono fatti
prigionieri, e subito appiccati. Il protonotaro Fabricio ed un altro
prelato, chiamato Ridolfo, principali capi della fazione degli Oddi,
furono uccisi; ed il papa, udendo la sconfitta della parte ch'egli aveva
mostrato di spalleggiare, non si mostrò difficile ad accordare ai figli
dei vincitori i beneficj de' preti morti in questa battaglia[439].

  [438] _Stef. Infessura, Diario di Roma, p. 1222._

  [439] _Ivi, p. 1237. — Orl. Malavolti Stor. di Siena, p. III, l. VI,
  f. 96._

Per ultimo la città di Genova non era in allora più libera delle altre
repubbliche sue alleate. La rivoluzione dell'ottobre del 1488 l'aveva
assoggettata al duca di Milano, ed Agostino Adorno la governava a suo
nome; ma perchè poco prima una fazione aveva implorata la protezione del
re di Francia, offrendogli la signoria della loro patria, Lodovico il
Moro, per conciliare queste pretese con quelle del potente suo vicino,
aveva domandato di tenere Genova come un feudo mobile della corona di
Francia, ed infatti ne aveva avuta l'investitura a tal patto nel
1490[440].

  [440] _Barth. Senaregae de Reb. Genuens., t. XXIV, p. 525. —
  Philiph. de Comines, Mémoires, l. VII, chap. III, p. 151._

Gli altri stati dell'Europa, distrutti in tale epoca da intestine
guerre, esercitavano poca influenza sulla politica italiana; quindi il
riposo che si godeva in sul declinare del quindicesimo secolo, quel
riposo tanto vantaggioso alle lettere ed alle arti, e che fu celebrato
da tutti gl'Italiani in confronto alle lunghe e sanguinose guerre che
dovevano cominciare tra poco, non era altrimenti il frutto della
politica di un uomo, ma il risultamento di un'unione di circostanze che
non potevano lungamente durare. La Francia, di dove il turbine doveva
bentosto piombare sull'Italia, non era per anco apparecchiata a
sostenere la premeditata guerra. Nella sua giovinezza Carlo VIII aveva
di già concepito il progetto di conquistare il regno di Napoli, progetto
che eseguì in breve con un successo affatto sproporzionato alle sue
forze ed a' suoi talenti[441]. Ma la rivalità fra la signora di Beaujeu,
sua sorella, governatrice del regno, ed il duca d'Orleans, la guerra
contro il duca di Bretagna, e l'altra contro Massimiliano, figliuolo di
Federico III, che per parte di sua moglie aveva ereditata la casa di
Borgogna, tenevano in allora la Francia occupata in troppo pressanti
interessi, perchè si potesse prevedere, che tutt'ad un tratto porrebbe
da banda ogni altro pensiero per iscendere con tutte le sue forze in
Italia.

  [441] _Phil. de Comines Mémoires, l. VII, chap. V, p. 158._

Massimiliano, che dal canto suo vi doveva portare la guerra ora come
rivale, ed ora come alleato del monarca francese, trovavasi in allora
implicato in contese ne' Paesi Bassi. In luglio del 1477 egli aveva
sposata Maria, erede della Borgogna, l'aveva perduta il 28 marzo del
1482, e dopo tale epoca i suoi sudditi avevano cominciato a
contrastargli la reggenza de' suoi stati, ed il diritto di allevare suo
figliuolo Filippo. Massimiliano fu tenuto nove mesi loro prigioniere a
Bruges; ed allora poco pensava a far valere i diritti di re de' Romani,
acquistati nel 1484, od a scendere in Italia per proteggere Innocenzo
VIII, che caldamente lo invitava nel 1490[442].

  [442] _Ann. Eccl. Raynaldi, 1490, § 5, 6 e 7, p. 498. — Spiegel der
  Ehren. B. V, c. XXXII, p. 936, c. XXXV, p. 978._

Federico III, suo padre, giunto all'estrema vecchiaja, dopo
cinquant'anni di regno, non poteva mostrare quel vigore, di cui non
aveva nemmeno date prove in gioventù. Egli non aveva saputo nè
respingere i Turchi, nè farsi rispettare dai Tedeschi, nè conservare i
diritti della sua corona. Trattando ingiuste guerre contro Mattia
Corvino, l'eroe dell'Ungheria, non aveva saputo difendere contro il
medesimo la propria eredità. L'Austria era invasa, ed egli andava
errando d'una in altra città imperiale, o d'uno in altro convento,
vivendo alle spese di coloro che gli davano ospitalità[443].

  [443] _Spiegel der Ehren. der Erzhauses von Oesterreich, B. V, c.
  XXXI, p. 926._ — Il Fugger enumera ventisei diverse guerre fatte da
  questo sovrano. _Ivi, B. V, c. XLI, p. 1073._

Mattia Corvino, re d'Ungheria, il solo che avesse avuta la gloria di
fermare Maometto II in mezzo alle sue conquiste, e con ciò forse quella
di avere salvata la cristianità, si era trovato più implicato nella
politica d'Italia che verun altro de' suoi predecessori, tranne Luigi il
Grande della casa d'Angiò. La sua alleanza con Venezia, il suo
matrimonio con Beatrice d'Arragona, figlia di Ferdinando, e cognata
d'Ercole, duca di Ferrara, la sua ubbidienza ai voleri del papa, e le
sue guerre coll'imperatore, aveva moltiplicate le sue relazioni cogli
Italiani; ma egli morì il 5 d'aprile del 1490[444]. Cinque pretendenti
si presentarono per avere la sua corona. Giovanni Corvino, suo figlio
bastardo, era fra tutti quello che per avere ereditate quasi tutte le
paterne virtù, pareva assistito da migliori diritti: non pertanto gli fu
preferito Uladislao, re di Boemia, e figlio del re di Polonia. Ma tale
elezione fu cagione all'Ungheria di estreme ruine. I Tedeschi, i
Polacchi, i Turchi ed i malcontenti Ungari se ne contesero le province;
tutte le chiese cristiane furono incenerite fino a Varadino, la Croazia
e la Transilvania furono saccheggiate nel 1491, e Schabatz, il baluardo
della Cristianità, fu assediato dai Musulmani. Alba reale e Schabatz non
vennero per altro in potere dei Turchi; ma Paolo di Kinitz, che fece
levare l'assedio nel susseguente anno, macchiò la sua vittoria,
trattando i suoi prigionieri con ispaventose crudeltà[445].

  [444] _Bonfinius de reb. Hung., D. IV, l. VIII, p. 672. — An. Eccl.,
  1490, § 10, 11, p. 399. — Marin Sanuto vite dei Duchi di Venezia, p.
  1247. — Diar. Ferrar., p. 281. — Spiegel der Ehren, B. V, c.
  XXXVIII, p. 1023._

  [445] _Bonfinius Rer. Ung., D. V, l. II, p. 717. — An. Eccles., 1491
  § 14, p. 405. — Spiegel der Ehren, B. V. c. XXXVIII, p. 1024._

Nel 1485 Enrico VII aveva in Inghilterra posto fine alla tirannia di
Riccardo III, e cercava di consolidare un'autorità tuttavia male
riconosciuta. Nella Spagna Ferdinando ed Isabella, re di Arragona e di
Castiglia, avanzavansi assai più rapidamente, che non tutti gli altri
sovrani, verso la potenza e la considerazione. Essi avevano acquistato
alla corte del papa un'influenza, che in addietro mai avuta non avevano
i loro predecessori, e tutti i potentati d'Italia tenevano costantemente
gli occhi rivolti alla Spagna. In questa stessa epoca essi ponevano i
fondamenti di una assai più vasta potenza: Cristoforo Colombo scuopriva
per loro, nel 1492, il nuovo Mondo, mentre che i Portoghesi dilatavano i
loro stabilimenti su tutte le coste dell'Africa, e mentre Bartolommeo
Diaz superava nel 1486 il Capo di Buona Speranza. Ma tutte le forze,
tutte le ricchezze de' sovrani della Spagna erano rivolte contro il
regno di Granata, il di cui acquisto era di quell'epoca il solo scopo
della loro ambizione. Soltanto la capitale di quest'ultimo regno de'
Mori nella Spagna, questa fiaccola da cui si erano sparse in tutto
l'Occidente i lumi, le arti e le scienze degli Asiatici e degli antichi,
conservava ancora la sua indipendenza. L'attacco di Ferdinando e di
Isabella risguardavasi dai Latini come una guerra sacra, sebbene non si
trattasse pei Cristiani di riconquistare i luoghi consacrati dalla
religione, come nella Siria, o di difendersi contro le barbare
invasioni, come in Grecia ed in Ungheria; ma per lo contrario di
scacciare un popolo più incivilito che i suoi aggressori da un luogo
ch'essi occupavano già da ottocento anni. La caduta del re Boabdil, e la
conquista di Granata, fatta il 2 gennajo del 1492, vennero festeggiate
in tutta l'Europa come il trionfo della Cristianità[446].

  [446] Intorno alle feste d'Italia celebrate in quest'occasione
  osservinsi _Barthol. Senaregae, de Rebus Genuens., p. 531. — Ann.
  Eccl. Raynal., 1492, § 1, 2, 3, p. 406._

In tal modo tutto si andava apparecchiando per un'era nuova, non solo in
Europa, ma in tutto il mondo. Le regioni dell'Oriente e dell'Occidente,
ravvicinate da una navigazione fin allora creduta impossibile, venivano
a legarsi all'Europa come al centro della potenza e dell'incivilimento.
Le nazioni si addestravano nelle ultime guerre civili, sviluppando
quelle forze che in breve dovevano portare in estranie contrade. La
Spagna, la Francia, la Germania, l'Inghilterra si apparecchiavano a
scendere sul campo di battaglia come colossi, contro i quali più lottare
non potrebbero quelle potenze che fino a tale epoca avevano creduto di
tenere le bilance dell'Europa. Era giunta l'età in cui doveva mutarsi
l'antico ordine delle cose; la libertà dei piccoli popoli erasi a poc'a
poco perduta; tutti i principi di una stessa nazione, che indipendenti
essendo gli uni dagli altri, non erano uniti che dai deboli vincoli
della feudalità, erano caduti dal grado di rivali del monarca a quello
di sudditi. Quella forza di cui avevano tanto tempo fatto uso gli uni
contro degli altri per appagare le loro passioni, per difendere i loro
diritti o il loro orgoglio, dovevano in breve con prodigalità consumarla
sotto gli ordini di un padrone. Dovevano cercare in lontane parti la
guerra che per sì lungo tempo avevano trovata ai loro confini. Gli
eserciti erano vicini a contare tante migliaja di soldati, quante erano
in addietro le centinaja; le guerre dovevano vestire un nuovo carattere
di ferocia, perchè i popoli belligeranti avevano usanze, costumi,
opinioni e specialmente un linguaggio affatto diverso, di modo che la
preghiera e la compassione più non conservavano veruna comunicazione. Il
desiderio di vendetta delle lunghe privazioni sostenute in lunghi
viaggi, in lunghi accampamenti, in lunghe malattie, dovea chiudere i
cuori de' guerrieri alle voci della commiserazione. Gli spedali
militari, fino a tale epoca sconosciuti, dovevano bentosto consumare
assai più soldati che non il ferro ed il fuoco; eppure le battaglie
dovevano in pochi anni macchiare il suolo italiano con assai più di
sangue che non erasene versato in tutto l'intero ultimo secolo. Tutto
prendere doveva un più gagliardo e più severo carattere; tutto
apparecchiava a più dolorose rivoluzioni, a scosse più violenti; ed omai
più non dipendeva dall'ingegno di un solo uomo il ritardare o
l'affrettare una crisi, renduta necessaria dalla natura delle cose.

Gl'Italiani, che videro succedere tutto ad un tratto lo sconvolgimento
della loro patria a un periodo di calma, di ricchezza e di splendore
letterario, attribuirono le mutazioni di cui ne sperimentavano gli
effetti agli uomini ch'essi avevano conosciuti. Attribuirono a Lorenzo
de' Medici l'onore di avere conservata la pace in Italia, perchè la
terribile invasione che la pose sossopra accadde due soli anni dopo la
di lui morte. Accusarono Lodovico il Moro d'avere colla sua ambizione
privata e con una falsa politica, data la patria in mano a quegli
stranieri, ch'essi chiamavano _barbari_, perchè loro rinnovò l'invito,
di già fatto venti volte in questo e nel precedente secolo, di prendere
parte nelle guerre d'Italia. Ma Lorenzo de' Medici non aveva impedito a
Lodovico XI di dettare il 22 luglio del 1474 il suo testamento al
vecchio re Renato a favore del conte _du Maine_, o di dettare a
quest'ultimo il suo testamento del 10 dicembre 1481, a favore della
corona di Francia. Tutte le pretese dei re francesi sul regno di Napoli
erano state dunque apparecchiate da molto tempo, e precisamente dodici
anni prima della morte di Lorenzo. Queste pretese non potevano essere
cagione di guerra, nè finchè occupava il trono un re vecchio, infermo,
timido, avaro, sospettoso, nè in tempo della minorità di suo figlio. Ma
era bensì giunto l'istante in cui una tale ambizione diverrebbe così
naturale alla Francia, che tre de' suoi re, diversi di carattere,
d'ingegno, ed ancora pel sangue da cui uscivano, Carlo VIII, Lodovico
XII e Francesco I, vi si abbandonerebbero con eguale ardore. Nè Lorenzo
de' Medici avrebbe potuto trattenerli, quand'anche fosse vissuto fino
all'età cui poteva naturalmente giugnere; nè avrebbe parimenti potuto
prevenire o impedire l'unione di tutte le corone della Spagna nelle mani
di Ferdinando e d'Isabella, la riunione delle eredità della Borgogna e
dell'Austria in quelle di Massimiliano. Egli non aveva eccitata contro i
primi la guerra di Granata, nè contro il secondo la ribellione de'
Fiamminghi, onde non poteva appropriarsi il merito nè della loro
attività nè del loro riposo.

Un solo mezzo poteva esservi di salvare l'Italia, ed era di seguire il
progetto dei repubblicani Fiorentini, mandato a male da Cosimo de'
Medici; di mantenere la repubblica di Milano quando ricuperò la sua
libertà nel 1447, dividendo in tal modo la Lombardia tra due potenti
stati liberi, Milano e Venezia; di conservare tra loro l'equilibrio col
peso che Firenze e la Toscana porrebbero nella bilancia; di riunirle per
un comune interesse qualunque volta si trattasse di difendere la libertà
e l'indipendenza d'Italia; di spalleggiarle coll'alleanza degli
Svizzeri, secondo il progetto che alquanto più tardi Sisto IV comunicò
ai Cantoni; di riunire così, in caso di bisogno, le ricchezze di Firenze
e di Milano, le flotte di Venezia e di Genova, e l'indomabile milizia
degli Svizzeri, per la causa della libertà. In allora questa catena di
repubbliche avrebbe presentato alle straniere potenze uno steccato, che
non avrebbe potuto essere superato nè da Carlo VIII, nè da Massimiliano,
nè da Ferdinando e da Isabella. Ma questo progetto, che gli Albizzi
sarebbero stati degni di formare, che Neri Capponi concepì e
vigorosamente sostenne, che venne rinnovato da Sisto IV, fu distrutto
dalla personale ambizione di Cosimo e di suo nipote, i quali per essere
i primi cittadini della loro patria, e per portare la loro famiglia al
sovrano potere, abbisognavano di avere l'alleanza di altri principi, non
di stati liberi. Per la stessa ragione Lorenzo tenne sempre Firenze
lontana da Venezia, antica di lei alleata; ed ispirò al popolo uno
spirito di diffidenza e di rivalità, contrario a quell'antica unione che
aveva all'opportunità posto argine alle conquiste di Mastino della
Scala, di Barnabò, di Giovanni Galeazzo e di Filippo Maria Visconti. Di
modo che se della ruina d'Italia può darsene colpa ad un errore
politico, dobbiam piuttosto incolparne Lorenzo che Lodovico il Moro.

Quest'ultimo, ambizioso tutore di suo nipote, ch'egli voleva privare del
trono, luogotenente di un despota, ed aspirando alla tirannide, era
veramente fatto per sagrificare ogni cosa al suo personale interesse.
Non è già da tale razza d'uomini che possano pretendersi virtù
pubbliche, nulla potevasi da lui sperare fuorchè un giusto calcolo. A
dir vero egli s'ingannò, quando invocò l'ajuto degli stranieri, che
dovevano in breve schiacciarlo; ma il suo errore non era nuovo. Dopo il
primo Carlo d'Angiò, che viveva alla metà del XIII.º secolo, dopo
Filippo e Carlo di Valois, i papi, i baroni napolitani, i Toscani, i
Lombardi, i Veneziani, i Genovesi, avevano tutti ogni dieci anni
chiamati i Francesi in Italia. Lodovico I, Lodovico II, Lodovico III,
della seconda casa d'Angiò, il vecchio Renato, suo figlio Giovanni, duca
di Calabria, e Renato di Lorena, avevano tutti più volte tentato di
conquistare il regno di Napoli con eserciti francesi. Negli ultimi dieci
anni Renato II era stato due volte chiamato dai Veneziani e due volte
dal papa. Quasi nello stesso periodo i Genovesi si erano due volte
offerti al re di Francia. Per ultimo Innocenzo VIII, l'amico ed il
confidente di Lorenzo de' Medici, aveva di nuovo dichiarato guerra a
Ferdinando di Napoli in novembre del 1489, confidando soltanto
nell'ajuto di Carlo VIII, da lui chiamato a soccorrerlo[447]; e fu
l'indolenza di Carlo, e non le persuasioni di Lorenzo, che finalmente
obbligarono il papa a fare la pace nel 28 gennajo del 1492, allorchè
vide che i suoi brevi, e le sue bolle, sole armi da lui adoperate in tre
anni, non avevano avuta abbastanza forza di tirare i Francesi in Italia.

  [447] _Raynaldi An. Eccl., 1489, § 7, 8, 9, p. 394. — Diar. Romano
  di Stef. Infess., p. 1229._

Non pertanto temendo Ferdinando di vedere finalmente eseguirsi
quest'invasione, rinnovò con quest'ultimo trattato quasi tutte le
condizioni della precedente sua convenzione col papa. Promise di dare la
libertà ai figli dei baroni ch'egli aveva fatti morire; promise di
pagare l'annuo tributo cui si era assoggettato; per ultimo promise di
non turbare nel suo regno l'esercizio dell'ecclesiastica giurisdizione.
Mandò il suo nipote, il principe di Capoa, a rendere omaggio al papa, il
quale investì di nuovo il re del suo regno, siccome di feudo spettante
alla Chiesa. Innocenzo fissò l'ordine della successione, chiamandovi il
duca di Calabria, e, se questi premoriva al padre, il principe di Capoa;
ed infine ricevette il giuramento del re. La bolla, che terminava questa
contesa, è del 4 di giugno del 1492[448], e il 25 del susseguente luglio
Innocenzo VIII morì, prima d'avere avuto il tempo di vedere Ferdinando
mancare, secondo il praticato, a tutte le sue promesse[449]. Innocenzo
VIII soffriva da gran tempo molte infermità, ed il 27 di settembre del
1490 era già stato creduto morto per uno svenimento di venti ore. In
tempo della sua letargia Franceschetto Cibo tentò d'impadronirsi del
tesoro pontificio, poi di Zizim, che soggiornava nello stesso palazzo
del papa; ma le guardie dell'uno e dell'altro eransi opposte ai suoi
tentativi[450]. I cardinali, che in allora si trovavano in Roma, eransi
portati di buon mattino al palazzo ed avevano cominciato l'inventario
del tesoro. Sebbene Franceschetto Cibo avesse già da gran tempo deviata
una parte delle ricchezze della Chiesa, e le avesse mandate a Firenze, i
cardinali trovarono ancora nella camera apostolica grandissime somme,
che diedero a custodire al cardinale Savelli. Ma intanto il papa
rinvenne, e tosto che si sentì rinvigorire, congedò tutti i cardinali,
loro dicendo che sperava tuttavia di sopravvivere a tutti loro[451].

  [448] _Diploma apud Raynaldum An. 1492, § 11, 12, 13, p. 408-410. —
  Diar. di Stefano Infessura, t. III, p. II, p. 1240._

  [449] _Istor. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 71. — Il Diario Romano del
  Nantiporto_ termina alla morte d'Innocenzo VIII, _t. III, p. II, p.
  1108_. Il Muratori, pubblicandolo, intese di contrapporlo al
  giornale di Stefano Infessura, che assume la qualità di segretario,
  _scriba_, del senato e del popolo romano. Vuole che si richiamino in
  dubbio le maldicenze dell'Infessura intorno a Sisto IV e ad
  Innocenzo VIII, perchè nulla trovasi di simile nel giornale del
  notajo di Nantiporto: ma a dir vero non trovasi in questo giornale,
  nè la conferma delle cose dette dall'Infessura, nè altre cose,
  tranne la data affatto nuda degli avvenimenti. I più insignificanti,
  come i più importanti sono egualmente indicati da una breve frase,
  non facendovi il notajo veruna diversità. «Il 15 di maggio, egli
  dice, il cardinale de' Medici fu fatto legato del patrimonio: il 16
  il duca di Ferrara partì da Roma e se ne andò; il 26 l'ambasciatore
  di Venezia entrò in Roma con molto onore; il 27 il principe di
  Capova, figlio del duca di Calabria, fece il suo ingresso in Roma
  trionfalmente, tra il cardinale di Benevento e quello di Siena; seco
  condusse molta signoria, ed alloggiò nel palazzo del papa; il 29 il
  principe andò a visitare i cardinali, cominciando dal vice
  cancelliere;» e tutta la sua narrazione seguita nello stesso modo.
  Non si può di buona fede opporre il silenzio di un giornale, scritto
  in questa maniera, all'autorità d'una storia ragionata e
  circostanziata, dove si vede la volontà ed il sentimento dello
  scrittore. Il giornale del notajo di Nantiporto è stampato nel _t.
  III, p. II, p. 1071-1108_. Quello dell'Infessura trovasi nello
  stesso volume _p. 1109-1252_. Ma il Muratori soppresse varie
  circostanze che gli sembrarono scandalose sul conto di Sisto IV. Lo
  stesso giornale trovasi senza lagune in _Eccardus Hist. Medii Aevi,
  t. II. Lipsiae, 1723._

  [450] _Diar. di Stef. Infessura, p. 1233._

  [451] _Diar. di Stef. Infessura, p. 1234._

Nell'ultima sua malattia Innocenzo VIII si lasciò persuadere da un
medico giudeo di tentare il rimedio della trasfusione del sangue, spesso
proposto da certi empirici, ma fin allora non isperimentato che sopra
animali. Tre fanciulli dell'età di dieci anni furono successivamente,
mercè una ricompensa data ai loro parenti, assoggettati all'apparecchio
che doveva far passare il sangue delle loro vene in quelle del vecchio,
e il sangue di questi nelle vene de' fanciulli. Tutti e tre morirono nel
cominciamento dell'operazione, probabilmente per l'introduzione di
qualche bolla d'aria nelle loro vene, ed il medico giudeo si diede alla
fuga piuttosto che di sagrificare nuove vittime[452]. In tempo della
malattia d'Innocenzo VIII, precisamente a mezzo luglio, lo sventurato
Zizim, il di cui capo in certo qual modo era stato da Bajazette II posto
all'incanto, fu per ordine de' cardinali chiuso in Castel sant'Angelo,
venendo risguardato come una parte importante dell'eredità del futuro
pontefice.

  [452] _Ivi, p. 1241. — Raynaldi An. Eccles., 1492, § 9, p. 412, ex
  Volaterrano, l. XXII, et aliis._

Lorenzo de' Medici non conobbe la morte d'Innocenzo VIII, nè la
scandalosa elezione di Roderigo Borgia, che gli successe sotto il nome
d'Alessandro VI. Sorpreso da lenta febbre, che si aggiunse alla gotta,
ereditaria nella sua famiglia, si era in sul cominciare dell'anno
ritirato a Careggi, sua villa, per porsi tra le mani de' medici. Pareva
che questi proporzionassero i loro rimedj alla ricchezza piuttosto che
ai bisogni del loro ammalato; gli fecero prendere decomposizioni di
perle e di altre pietre preziose senza verun giovamento. Lorenzo,
circondato dai suoi amici, morì tra le loro braccia l'otto aprile del
1492, prima di avere compiuto l'anno 44 dell'età sua[453].

  [453] _Machiavelli, l. VIII, p. 447. — Scip. Ammirato, l. XXVI, p.
  186._

Qualunque si fosse la destrezza di Lorenzo de' Medici nel trattare gli
affari, non può essere come uomo di stato collocato tra i sommi uomini,
onde va gloriosa l'Italia. Tant'onore non è riservato che a coloro che,
portando le loro viste al dissopra dell'interesse personale, assicurano
col lavoro e colla loro vita la pace, la gloria o la libertà del loro
paese. Per lo contrario Lorenzo tenne quasi sempre una politica
egoistica; sostenne con sanguinose esecuzioni un usurpato potere; andò
ogni giorno aggravando il detestato giogo sopra una città libera; privò
i legittimi magistrati dell'autorità loro attribuita dalla costituzione,
e deviò i suoi concittadini da questa pubblica carriera, nella quale
prima di lui avevano mostrato tanto ingegno. Vedremo nell'ultima parte
di quest'opera le funeste conseguenze della sua ambizione, e del
rovesciamento delle nazionali istituzioni. Una disastrosa lotta si tenne
viva trent'otto anni tra la famiglia di Lorenzo e la sua patria, ed ebbe
soltanto fine collo stabilimento della tirannia di Alessandro dei
Medici.

Per altro ingiusta cosa sarebbe lo spogliare Lorenzo de' Medici di una
gloria accordatagli dalla posterità. Per l'attiva ed illuminata
protezione da lui accordata alle arti, alle lettere, alla filosofia,
egli meritò di associare il suo nome alla più bella epoca della storia
letteraria dell'Italia. Colla prontezza e colla perspicacia del suo
ingegno, colla flessibilità de' suoi talenti, col calore della sua
anima, diventò il capo ed il promotore di un'associazione di grandi
uomini intenti a far risorgere le lettere ed il buon gusto. Lorenzo era
fatto per conoscere tutto, per apprezzar tutto, per sentire tutto. Egli
mostrava la medesima attitudine per le arti di cui andava ragunando e
moltiplicando i capi d'opera; per la poesia, cui ritornava l'antica
armonia del Petrarca; per la filosofia, che riceveva in casa sua una
nuova vita dallo studio profondo de' Platonici[454]. Lorenzo non era
forse un uomo di straordinario ingegno, nè come poeta, nè come filosofo,
nè come artista; ma aveva un così vivo senso del bello e del giusto, che
metteva in sul buon cammino coloro ch'egli stesso non poteva seguire.
Così il profondo pensare di Poliziano e di Pico della Mirandola, il
genio poetico di Marullo e di Pulci, l'erudizione del Landino, dei Scala
e dei Ficino, sono una parte essenziale della gloria del protettore cui
dovettero, per così dire, quasi la loro esistenza. Abbiamo creduto che
in un'epoca così gravida d'avvenimenti, bisognasse separare la storia
politica da quella della letteratura del mezzogiorno; ed è in un'altra
opera che abbiamo cercato di dare qualche idea del merito letterario di
Lorenzo. I signori Ginguenè e Roscoe rendettero un più luminoso omaggio
all'ingegno di quest'uomo straordinario. Lo rappresentarono in mezzo ai
suoi amici, agl'illustri letterati che lo amavano[455]; e posero in tal
modo in piena luce le attrattive del suo carattere, la sua facilità, il
suo buon umore, la sua costanza, la sua magnanimità. Ma per affezionarsi
così vivamente a Lorenzo conviene talvolta ammettere con poco scrupolo
le pie frodi de' suoi amici e de' suoi adulatori: conviene
particolarmente deviare lo sguardo dall'antica Firenze, e dimenticare,
se è possibile, ciò ch'ella fu nei giorni della sua vera gloria, ciò
ch'ella fu sotto la dittatura di Lorenzo, ciò ch'ella diventò dopo di
lui[456].

  [454] _Machiavelli, Ist., l. VIII, p. 449._

  [455] Il signor Roscoe pubblicò nell'appendice _§ 77, t. IV, p.
  122_, una commovente lettera di Angelo Poliziano del 17 di giugno
  del 1492, nella quale narra gli ultimi istanti e la morte di
  Lorenzo. I suoi amici nel frenetico dolore per tanta perdita,
  uccisero il medico Pietro Leoni di Spoleto, che lo aveva curato, o
  almeno lo minacciarono con tanta violenza, che per disperazione
  gittossi da sè medesimo in un pozzo, a San Cervagio. _Ricordanze di
  Tribaldo de' Rossi, Deliz. Erud., t. XXIII, p. 275. — Scip.
  Ammirato, l. XXVI, p. 187. — Alleg. Allegretti, Diari Sanesi, t.
  XXIII, p. 825. — Istorie di Giovanni Cambi, t. XXI, p. 67. — Rime di
  Jacopo Sannazzaro nella morte di Pier Leone medico. — Roscoe,
  Appendix, § 78-79._

  [456] La storia fiorentina del Machiavelli termina col 1492, alla
  morte di Lorenzo, ma i suoi frammenti storici, i suoi decennali, ed
  in particolare le lettere scritte in tempo delle sue legazioni, ci
  serviranno ancora di guida per gran parte dello spazio che ci rimane
  a scorrere.

  _La storia fiorentina di Gio. Michele Bruto_, dotto Veneziano, che
  visse dal 1513 al 1594, termina pure alla morte di Lorenzo de'
  Medici, dopo avere cominciato con quella del vecchio Cosimo
  (_Burmannus Thes. Ant. et Hist. Ital., t. VIII, p. II, p. 1-216_.)
  Bruno viene collocato tra i principali storici latini del sedicesimo
  secolo; ma ciò soltanto per l'eleganza del dire. Visse in Lione
  cogli emigrati fiorentini, nemici della casa de' Medici, ed in
  generale adottò le loro opinioni e l'odio loro: pure pochissimo
  aggiugne a ciò che già si sapeva. Le sue autorità sono _Machiavelli,
  i Commentari e le lettere del cardinale di Pavia, e la vita di
  Lorenzo de' Medici di Niccolò Valori_. Egli disamina le loro
  opinioni, e sceglie con poca buona critica; ed i lunghi sermoni
  sparsi nella sua narrazione non sono che amplificazioni di quelli
  del Machiavelli, cui ha tolto il loro colore originale.


FINE DEL TOMO XI.



TAVOLA CRONOLOGICA DEL TOMO XI.


  CAPITOLO LXXXIII. _Lorenzo de' Medici
  succede al credito di suo padre presso
  la repubblica fiorentina. — Fasto ed ambizione
  dei nipoti di Sisto IV; prima campagna di
  Giuliano della Rovere, che poi fu Giulio II.
  Progressi dei Turchi; primo assedio di
  Scutari; assedio di Lepanto, presa di
  Caffa._ 1469-1475                                      _pag._ 3

            La repubblica fiorentina cessa di essere
              la direttrice dell'Italia                         3
       1469 I figli di Pietro de' Medici troppo
              giovani per governare quando morì
              il loro padre                                     5
            La fazione attaccata alla loro famiglia
              loro deferisce non per tanto l'autorità           6
            Politica di Tommaso Soderini che conserva
              il credito dei Medici                             7
            Durante la loro giovinezza la repubblica
              si mantiene in riposo                             9
       1471 Fastoso viaggio di Galeazzo Sforza a Firenze       10
            Influenza fatale della corte dello Sforza
              sui costumi dei Fiorentini                       11
       1470 6 aprile. Bernardo Nardi occupa Prato
              per sorpresa                                     12
            Viene fatto prigioniere e condannato
              co' suoi complici a morte                        14
       1472 Turbolenze a Volterra in occasione di
              una miniera d'allume                             15
       1472 27 aprile. Volterra si rivolta contro Firenze      17
            Giugno. Volterra presa e saccheggiata
              da Federico di Montefeltro                       17
       1471 9 agosto. Elezione di Sisto IV sospetta
              di simonia                                       18
            Il tesoro di Paolo II sottratto da questo
              papa o da' suoi nipoti                           20
            Quattro nipoti di Sisto IV, cui egli
              sagrifica gl'interessi della Chiesa              21
            Grazie che accorda a Leonardo ed a Giuliano
              della Rovere, ed a Girolamo Riario               21
            Potenza e stravagante lusso di Pietro
              Riario, cardinale di san Sisto                   24
       1473 12 settembre. Giugne a Milano col titolo
              di legato di tutta l'Italia                      26
       1474 5 gennajo. Sua morte cagionata dalle
              sue dissolutezze                                 27
            Giovanni della Rovere, altro nipote del
              papa, sposa Giovanna di Montefeltro              27
            21 agosto. Federico di Montefeltro creato
              dal papa duca d'Urbino                           28
            Campagna del cardinale Giuliano della
              Rovere contro Todi                               29
            Attacca Niccolò Vitelli, principe di
              Città di Castello                                31
            I Fiorentini lo difendono                          32
            Diffidenza de' Fiorentini per l'alleanza
              del papa, del re di Napoli e del duca d'Urbino   33
            2 novembre. Alleanza tra i Fiorentini,
              Venezia ed il duca di Milano                     35
       1474 Nullità per alcuni anni della storia d'Italia      36
            Il papa ricusa di prender parte nella
              guerra coi Turchi                                36
            17 gennajo. Sconfitta dei Turchi a
              Rackowieckz data dal vayvoda di Moldavia         37
            Maggio. Il beglierbey di Romania intraprende
              l'assedio di Scutari                             39
            Agosto. Leva l'assedio dopo aver molto
              sofferto per le malattie                         40
            Patimenti degli assediati e dell'armata
              veneziana                                        40
       1475 I Turchi assediano inutilmente Lepanto             43
            Importanza della colonia genovese di Caffa         44
            Soccorsi mandati per terra a Caffa                 45
            Contese de' Genovesi di Caffa con un
              kan di Tartaria                                  47
            Giugno. Caffa presa e ruinata da Maometto II       48
            Indebolimento di tutte le parti nella
              guerra dei Turchi                                50

  CAPITOLO LXXXIV. _Congiura di Niccolò
  d'Este a Ferrara, di Girolamo Gentile
  a Genova, d'Olgiati, Visconti e Lampugnani
  a Milano. Rivoluzioni nello stato di
  Milano dopo la morte di Galeazzo Sforza._ 1476-1477          51

            Tutti gli stati d'Italia travagliati nello
              stesso tempo dalle congiure                      51
            Un tiranno non può essere rovesciato che
              da una congiura                                  52
            Cosa avvi di nobile e di generoso in
              ogni congiura                                    53
       1476 Congiura di Niccolò, figliuolo di Lionello
              d'Este, contro Ercole                            56
       1476 1.º settembre. Niccolò entra in Ferrara
              con seicento uomini                              57
            Viene posto in fuga, fatto prigioniero
              e condannato a morte                             59
            Limitato potere del duca di Milano in
              Genova dopo le capitolazioni                     60
            Galeazzo Sforza non le mantiene                    62
            Vuol dividere in due la città di Genova
              per domarla                                      63
            Coraggio di Lazzaro Doria, che gli fa
              abbandonare questo progetto                      64
            Giugno. Girolamo Gentile prende le armi
              per liberar Genova                               65
            È costretto a rinunciare al suo progetto
              e ad uscire di città                             67
            Carattere e vizj di Galeazzo Sforza                68
            Girolamo Olgiati, Carlo Visconti e Giovanni
              Andrea Lampugnani allievi di Cola Montani,
              che inspira loro l'odio per la tirannia          69
            Fa loro insegnare l'arte della guerra              71
            Irritati dagli oltraggi dello Sforza
              congiurano contro di lui                         72
            Preghiera de' congiurati nella chiesa
              di sant'Ambrogio                                 72
            26 dicembre. Uccidono Galeazzo in questa chiesa    75
            Il Lampugnani ed il Visconti uccisi
              immediatamente                                   76
            Costanza di Girolamo Olgiati in mezzo ad
              orribili supplicj                                77
       1477 Giovanni Galeazzo Sforza, figlio di Galeazzo,
              riconosciuto duca di Milano, sotto la
              reggenza di sua madre, Bona di Savoja            79
       1477 Gelosia tra il Simonetta, suo primo ministro,
              ed i fratelli di Galeazzo                        81
            16 marzo. Tumulto in Genova per la notizia
              della morte del duca di Milano                   82
            Prospero Adorno liberato di prigione dalla
              reggenza di Milano, ed incaricato di
              calmare le turbolenze di Genova                  83
            30 aprile. L'Adorno ristabilisce in Genova
              la limitata autorità del duca di Milano          83
            I fratelli Sforza riducono i Fieschi
              all'ubbidienza                                   85
            Maggio. Tornano a Milano, sperando d'occupare
              la suprema autorità                              87
            25 maggio. Arresto di Donato Conti loro
              confidente                                       88
            Tentano di sollevare il popolo, ma sono
              forzati a fuggire                                89
            Morte d'Ottaviano Sforza in riva all'Adda;
              esilio de' suoi fratelli; compiuta
              vittoria di Cecco Simonetta                      90

  CAPITOLO LXXXV. _Congiura de' Pazzi._ 1478                   92

  1472-1477 La storia fiorentina nel corso di più anni
              senza interesse                                  92
            Potere vessatorio che s'arrogano i Medici          93
            Consumano le sostanze del pubblico per
              sostenere il proprio commercio                   94
            Partigiani dei Medici e loro nemici                95
            Gelosia di Lorenzo contro la famiglia de' Pazzi    97
  1472-1477 Priva Giovanni de' Pazzi della eredità
              dei Borromei                                     99
            Francesco Pazzi abbandona Firenze per
             istabilirsi a Roma                               101
            Associa il suo odio a quello di Sisto IV
              e di Girolamo Riario                            102
            Conosce di non poter attaccare i Medici
              che col mezzo di una congiura                   103
            Guadagna al suo partito Francesco Salviati,
              nominato arcivescovo di Pisa                    105
       1477 Carlo di Montone attaccando i Sienesi
              gl'indispone contro Firenze                     105
            Jacopo de' Pazzi entra nella congiura
              di suo nipote                                   107
            Si uniscono ai congiurati altri nemici
              dei Medici                                      107
            10 dicembre. Raffaello Riario nominato
              cardinale di 18 anni                            109
       1478 Il cardinale Riario viene a Firenze, ed i
              congiurati vogliono attaccare i Medici
              in occasione delle feste date al cardinale      110
            26 aprile. I congiurati assalgono i due
              fratelli, in tempo della messa,
              nella cattedrale                                112
            Giuliano è ucciso, Lorenzo sottratto a'
              suoi uccisori                                   113
            Lorenzo si ritira a casa sua, circondato
              da' suoi amici                                  114
            In questo frattempo l'arcivescovo Salviati
              tenta d'impadronirsi del palazzo pubblico       115
            Il Gonfaloniere fugge dalle sue mani, lo fa
             arrestare ed appiccare ad una finestra
             del palazzo                                      116
       1478 Inutili sforzi di Jacopo de' Pazzi per
              sollevare il popolo                             118
            Tutti i congiurati uccisi dal popolo furibondo    119
            Settanta cittadini fatti a pezzi nelle strade     120
            Carattere dei Pazzi                               122
            Attacco degli alleati contro la
              repubblica fiorentina                           123
            4 giugno. Bolla contro di lei di Sisto IV         123
            13 giugno. I Fiorentini per difendersi
              nominano i decemviri della guerra               125
            Il re di Francia ed altri sovrani vogliono
              dissuadere Sisto IV dall'intraprendere
              la guerra                                       127
            Il cardinale di Pavia consiglia Sisto IV
              a dare risposte inconcludenti                   128
            Rappresenta la causa de' congiurati come
              diventata quella della santa sede               128
            Il papa differisce fino alla fine dell'anno
              a rispondere agli ambasciatori francesi,
              ed intanto si apparecchia alla guerra           130

  CAPITOLO LXXXVI. _Guerra tra Sisto IV,
  alleato di Ferdinando di Napoli, ed i
  Fiorentini. — Genova ricupera la sua
  libertà. — Continuazione e fine della
  guerra di Venezia contro i Turchi._ 1478                    132

            La dissimulazione de' cospiratori non è
              scusabile che per il pericolo cui si espongono  132
            I sovrani, che prendono parte in una
              cospirazione, scendono alla bassezza
              di assassini                                    133
            Il carattere di Sisto IV corrompeva il
              suo spirito e disonorava i suoi progetti        135
       1478 Suoi apparecchj per la guerra, e quelli
              de' Fiorentini                                  135
            30 agosto. Il duca Ercole di Ferrara
              accetta il comando dell'armata fiorentina       137
            Sospetta condotta di questo duca                  137
            Lascia successivamente prendere le
              più importanti fortezze dei Fiorentini          138
            Novembre. Mette le sue truppe ne' quartieri
              d'inverno                                       141
            Lorenzo de' Medici si tiene sempre lontano
              dall'armata che combatte per lui                141
            I Fiorentini affrettano i soccorsi delle
              altre potenze                                   142
            Ricorrono a Bona, reggente del ducato di Milano   144
            Il re di Napoli eccita altri nemici contro
              Bona per impedirle di soccorrere i Fiorentini   144
            Eccita Prospero Adorno a sollevare Genova         144
            Sforzino mandato a Genova con una numerosa
              armata per sottomettere quella città            147
            Roberto di Sanseverino s'incarica della
              difesa di Genova                                148
            7 agosto. Battaglia sotto _i due gemelli_
              tra i Milanesi ed i Genovesi                    148
            L'armata dei Milanesi disfatta e spogliata
              dai contadini                                   149
            26 novembre. Prospero Adorno costretto a
              cedere il suo posto a Battista Fregoso          150
            I Fiorentini cercano di tenersi in pace
              col governo di Genova                           152
            Peste a Firenze ed a Venezia                      153
            Negoziazioni de' Fiorentini con Venezia
              per avere soccorsi                              154
       1478 I Veneziani, spossati dalla guerra de'
              Turchi, non possono soccorrere Firenze          155
       1475 Loro sforzi per ottenere la pace da Maometto II   155
            Fanno condurre a Venezia i figli naturali
              di Giacomo di Lusignano                         156
       1477 Achmet, sangiacco d'Albania, assedia Croja        157
            2 settembre. Francesco Contarini disfatto
              sotto Croja                                     158
            Ottobre. Il pascià di Bosnia invade il Friuli     159
            Achmet Giedik s'impadronisce del ponte
              di Gorizia                                      160
            Girolamo Novello battuto sulle rive
              dell'Isonzo dai Turchi                          161
            Il nord dell'Italia, fino alla Piave,
              guastato dai Turchi                             162
       1478 I Veneziani fortificano di nuovo le rive
              dell'Isonzo                                     164
            Gennajo. Fanno nuovi sforzi per avere la pace     164
            Maggio. Maometto rifiuta le condizioni
              dettate da lui medesimo                         165
            15 giugno. Croja s'arrende a Maometto,
              che viola la capitolazione                      166
            Maometto assedia Scutari                          167
            27 luglio. Terribile assalto dato a Scutari       168
            Maometto occupa varie piazze dell'Albania         170
            Attacca di nuovo il Friuli                        171
            Gli affari di Cipro tengono la repubblica
              di Venezia inquieta                             172
            27 agosto. I Veneziani chiudono nella
              fortezza di Padova i figli di Giacomo
              di Lusignano                                    173
       1478 Estremità cui trovasi ridotta Scutari             174
            18 novembre. Il senato disposto di accettare
              la pace ad ogni condizione                      176
       1479 26 gennajo. Giovanni Dario, ambasciatore
              di Venezia, fa la pace col Sultano              176
            La repubblica assegna pensioni agli abitanti
              di Scutari, che abbandonano la loro
              patria ceduta ai Turchi                         178
            25 aprile. Si pubblica in Venezia la pace
              coi Turchi                                      179

  CAPITOLO LXXXVII. _Sisto IV attira
  gli Svizzeri in Italia; loro vittoria
  sui Milanesi a Giornico. — Eccita Lodovico
  il Moro ad occupare il governo di Milano.
  Cattivo stato degli affari di Lorenzo de'
  Medici; passa a Napoli, ove soscrive una
  pace, che compromette l'indipendenza della
  Toscana. Progetto del duca di Calabria sopra
  Siena; rivoluzioni di questa repubblica._ 1478 1480         180

       1479 Gelosia degl'Italiani contro Venezia dopo
              la pace di Costantinopoli                       180
            Collera di Sisto IV contro di loro                181
            Cerca di eccitare nuove guerre in Italia          182
  1476-1478 Principj del commercio delle indulgenze
              in Isvizzera                                    183
            Sisto IV invita gli Svizzeri alle
              guerre d'Italia                                 184
            Intrighi nella Svizzera del suo legato
              Guido di Spoleto                                185
            Novembre. Il cantone d'Uri dichiara la
              guerra al duca di Milano                        185
            Gli Svizzeri guastano i contorni dei laghi
              e minacciano Bellinzona                         186
       1479 gennajo. Battono il conte Torelli a Giornico      187
            Pace tra il duca di Milano ed i cantoni svizzeri  189
            Intrighi di Sisto IV col Sanseverino e
              cogli Sforza                                    189
            Debolezza dei Fiorentini nella loro guerra
              contro Roberto di Sanseverino                   190
            Animosità de' soldati di Braccio contro
              quelli dello Sforza, che servivano con
              loro nell'armata fiorentina                     191
            7 settembre. L'armata fiorentina disfatta
              a Poggio imperiale, e loro fortezze
              prese dal duca di Calabria                      192
            I fratelli Sforza passano in Lombardia            194
            23 agosto, Tortona s'arrende a Lodovico
              Sforza, detto il Moro                           194
            8 settembre. Viene richiamato a Milano dai
              nemici del conte Cecco Simonetta                195
            11 settembre, Lodovico il Moro fa imprigionare
              il Simonetta ed un anno dopo lo fa perire       196
       1480 7 ottobre. Rinvia la duchessa Bona, e dichiara
              suo figlio maggiore di dodici anni              198
       1479 I Veneziani ed i Fiorentini vogliono opporre
              Renato II di Lorena a Ferdinando                199
            Diritti di Renato II di rappresentare la
              casa d'Angiò                                    200
            I duchi di Calabria e d'Urbino invitano
              Lorenzo de' Medici a trattare con Ferdinando    201
       1479 Disparere tra il re di Napoli ed il papa
              intorno alla guerra di Firenze                  202
            Pericolosa situazione di Lorenzo de' Medici       204
            5 dicembre. Parte per trattare la pace a Napoli   205
       1480 Viene ricevuto in Napoli con grandissimi onori    207
            Espone a Ferdinando i principj della
              sua politica                                    208
            Ferdinando vuole accertarsi se i nemici
              di Lorenzo non approfitteranno della
              sua assenza                                     210
            6 marzo. Ferdinando soscrive la pace colla
              repubblica fiorentina                           211
            12 aprile. Lorenzo, tornato a Firenze
              rende la propria autorità più assoluta          212
            Magnificenza e prodigalità di Lorenzo             213
            Progetti di Ferdinando sopra Siena, che
              l'avevano mosso a fare la pace                  214
  1403-1480 Siena governata dai tre Monti riuniti,
              dei Nove, dei Riformatori e del Popolo          215
            Prosperità della repubblica sotto questo governo  216
            Scontento delle parti escluse dal governo         217
       1480 22 giugno. Il monte dei Riformatori escluso
              dal governo dal duca di Calabria                219
            Nuovo governo disposto ad assoggettare
              Siena al re di Napoli                           220
            Siena salvata dallo sbarco dei Turchi in Otranto  221

  CAPITOLO LXXXVIII. _Maometto II
  conquista Otranto; Sisto IV, spaventato,
  fa la pace coi Fiorentini, ed il duca
  di Calabria lascia Siena per liberare
  Otranto. Morte di Maometto II. Nuova
  guerra accesa in tutta l'Italia da Sisto
  IV per il ducato di Ferrara. Passa
  dall'uno all'altro partito, ed all'ultimo
  muore di rabbia che sia conclusa la pace._ 1480-1484        222

       1480 Spedizione di Maometto II contro l'isola
              di Rodi diretta da Mesithes                     222
            28 luglio. Sbarco dei Turchi, condotti
              da Ackmet Giedik, ad Otranto                    223
            11 agosto. Presa d'Otranto ed uccisione
              degli abitanti                                  223
            I Veneziani avevano favoreggiata
              quest'invasione, ed il papa veniva
              accusato d'averli acconsentito                  225
            Spavento di Sisto IV vedendo i Turchi in Italia   226
            Chiama tutti gl'Italiani a difendere la Chiesa    227
            7 agosto. Il duca di Calabria parte da
              Siena per difendere il regno di suo padre       228
            Il papa, spaventato, acconsente a
              riconciliarsi coi Fiorentini                    229
            3 dicembre. Penitenza de' Fiorentini, e
              discorso che loro fa il papa                    230
       1481 Marzo. I Fiorentini ricuperano le loro
              fortezze ai confini dello stato di Siena        233
            Paolo Fregoso mandato da Sisto IV contro Otranto  234
            3 maggio. Morte di Maometto II, che libera
              l'Italia del concepito terrore                  235
       1481 10 agosto. Otranto ripreso dal duca di Calabria   236
       1480 4 settembre. Il papa spoglia gli Ordelaffi
              del principato di Forlì, e lo dà a suo
              nipote Girolamo Riario                          237
            Estorsioni del papa per arricchire la
              finanza pontificia                              238
       1481 Manda il Riario a Venezia per fare
              alleanza con quella repubblica                  240
            Il Riario pensa a dividere con Venezia
              gli stati del duca di Ferrara                   241
            Querele della repubblica di Venezia
              contra il duca di Ferrara                       242
       1482 3 maggio. Il papa e la repubblica dichiarano
              la guerra al duca di Ferrara                    243
            Alleanza del re di Napoli, del duca di
              Milano e de' Fiorentini per difenderlo          243
            Guerra de' signori de' castelli nello stato
              di Roma                                         244
            Guerra de' Fieschi in Liguria, e dei Rossi
              nello stato di Parma                            245
            Difficoltà della guerra nelle paludi delle
              bocche del Po                                   247
            Roberto di Sanseverino, generale de'
              Veneziani, occupa molti castelli                248
            Federico di Montefeltro è nominato generale
              della lega che difende Ferrara                  250
            Un eremita vuole difendere Figheruolo con
              un miracolo                                     251
            21 agosto. Il duca di Calabria disfatto
              a Campomorto, presso Velletri, da Roberto
              Malatesta generale del papa                     253
       1482 Ingratitudine del papa verso il Malatesta
              che muore di veleno l'undici di settembre       253
            11 settembre. Morte di Federigo di Montefeltro,
              duca d'Urbino                                   255
            14 ottobre. Prima apertura di pace tra
              Sisto IV e Ferdinando                           258
            12 dicembre. Sisto IV abbandona i Veneziani,
              e si attacca all'opposta lega                   259
       1483 10 gennajo. Pubblica un manifesto contro
              i Veneziani, ed in appresso gli scomunica       260
            28 febbrajo. Congresso di Cremona per
              attaccare i Veneziani                           261
            Si tratta la guerra assai mollemente              262
            Guerra di Toscana fatta ancora più vilmente       264
            9 maggio. Trattato dei Veneziani con Renato
              II di Lorena, che prendono al loro soldo        265
            30 agosto. La morte di Lodovico XI costringe
              Renato a tornare in Lorena                      266
            24 maggio. Sisto IV scomunica i Veneziani         266
            19 novembre. Fa cardinale un suo cameriere
              in età di vent'anni                             269
       1484 Maggio e giugno. La flotta Veneziana prende
              al re di Napoli Gallipoli e Policastro          270
            I Colonna perseguitati con accanimento da
              Riario, in Roma e ne' loro feudi                270
       1483 Supplicio del protonotaro Lodovico Colonna        271
            Negoziazioni di Girolamo Riario per
              ricuperare Rimini e Pesaro                      273
       1483 Raffreddamento tra gli alleati                    274
            15 luglio. Morte di Federico, marchese
              di Mantova                                      274
            Negoziazioni di Roberto di Sanseverino
              con Lodovico il Moro                            275
            7 agosto. Pace di Bagnolo tra la lega ed
              i Veneziani                                     275
            I più deboli stati sagrificati dalla pace
              di Bagnolo                                      277
            Malcontento del papa quando conosce le
              negoziazioni                                    279
            12 agosto. Ricusa di approvare e benedire
              la pace                                         280
            13 agosto. Muore dopo alcune ore per un
              accesso di gotta al petto                       281
            Suo gusto pei duelli chiusi                       282

  CAPITOLO LXXXIX. _Elezione d'Innocenzo
  VIII; questo papa fa scoppiare la guerra
  tra Ferdinando ed i suoi baroni. — Il
  cardinale Paolo Fregoso doge di
  Genova. — Conquista di Sarzana fatta
  dai Fiorentini. Anarchia e pacificazione
  di Siena. — Congiura contra Girolamo Riario
  e contro Galeotto Manfredi._ 1484-1488                      283

            Autorità de' cardinali nella chiesa Romana        283
            In qual modo i papi li rendevano ligi alle
              loro volontà                                    284
            In ogni elezione i cardinali cercavano di
              limitare le prerogative del papa                286
            Ma i papi si scioglievano dai loro giuramenti
              in virtù della loro supremazia                  288
            Il diritto dello spergiuro guarentito
              alla santa sede da una bolla d'Innocenzo VI     288
            Opposizione de' più virtuosi cardinali a
              questo scandalo                                 289
       1484 Condizioni imposte al futuro papa dopo
              la morte di Sisto IV                            290
            29 agosto. Giovan Battista Cibo eletto
              papa col nome d'Innocenzo VIII                  292
            Aveva comperati i suffragi dei cardinali
              con segreti contratti                           293
            Carattere d'Innocenzo VIII                        294
            Si mostra nemico di Ferdinando                    295
            Odio de' sudditi di Ferdinando contro di lui      296
            Innocenzo interrompe il commercio del
              monopolio, stabilito tra Sisto IV e
              Ferdinando                                      297
       1485 Indipendenza degli abitanti dell'Aquila           298
            28 giugno. Sono privati dei loro diritti
              dal duca di Calabria                            300
            Ottobre. Innocenzo VIII li prende sotto
              la sua protezione                               301
            Assemblea a Melfi de' baroni napolitani
              nemici del re                                   302
            Il duca di Calabria attacca i baroni malcontenti  303
            I Fiorentini e Lodovico Sforza promettono
              soccorsi a Ferdinando                           304
            Negoziazioni dei baroni di Napoli e
              d'Innocenzo VIII con Renato II                  305
            Il re manda Federico, suo figlio, per offrire
              ai baroni le più vantaggiose condizioni         307
       1485 Ferdinando fa marciare il duca di Calabria
              contro Roma                                     308
       1486 Pratiche de' Fiorentini per far ribellare
              lo stato della Chiesa                           309
            8 maggio. Vittoria del duca di Calabria al
              ponte di Lamentana, senza effusione di
              sangue                                          309
       1486 Innocenzo VIII spaventato vuol fare la pace       310
            Mediazione di Ferdinando e d'Isabella, re
              d'Arragona e di Castiglia                       311
            11 agosto. Trattato di Roma con cui Ferdinando
              accorda al papa ed ai baroni tutte le
              loro domande                                    312
            13 agosto. Ferdinando fa perire tutti i
              suoi nemici che può far arrestare in Napoli     313
            Settembre. Occupa l'Aquila, e ne scaccia le
              truppe del papa                                 315
            10 ottobre. Arresta e fa perire tutti i
              baroni, ai quali aveva accordata la pace        315
            Roberto di Sanseverino, abbandonato dal papa,
              viene disfatto                                  317
            Il papa si assoggetta alla violazione della
              pace di Roma                                    317
            Si riconcilia con Lorenzo dei Medici,
              e gli dà tutta la sua confidenza                318
       1487 Novembre. Fa sposare a suo figlio una figlia
              di Lorenzo, e promette al figlio di Lorenzo
              un cappello di cardinale                        321
       1486 Mediazione del Medici per terminare la
              guerra d'Osimo, il di cui signore chiamava
              i Turchi nello stato della Chiesa               323
       1483 25 novembre. Paolo Fregoso arresta suo
              nipote Battista, e si fa doge di Genova         325
       1484 Sarzana e Pietra Santa cedute alla banca
              di san Giorgio di Genova                        326
       1484 Ottobre. I Fiorentini assediano Pietra Santa      327
            Crudeli malattie nel campo degli assedianti       328
            8 novembre. Pietra Santa si arrende
              ai Fiorentini                                   329
  1485-1486 Negoziazioni per la pace tra Paolo Fregoso,
              e Lorenzo de' Medici                            330
       1487 22 maggio. I Fiorentini occupano Sarzana          331
            Luglio. Alleanza di Paolo Fregoso e di
              Lodovico Sforza                                 332
            I vecchi partigiani di Paolo Fregoso si
              uniscono agli Adorni contro di lui              334
      1488 Agosto. Paolo Fregoso, attaccato dai Fieschi
             e dagli Adorni, si salva nella fortezza          335
            Guerra civile in Genova                           336
            Progetto di divisione della repubblica
              tra gli Adorni ed i Fregosi                     338
            Agostino Adorno viene di nuovo esigliato
              nel Friuli                                      339
            Ottobre. Paolo Fregoso si ritira a Roma,
              ove muore il 2 marzo del 1498                   340
            Lorenzo de' Medici geloso di tutte le
              repubbliche                                     341
            Turbolenze di Siena da lui fomentate ed aizzate   342
       1483 14 giugno. Si associa ai demagoghi di Siena       343
       1487 Tutti gli emigrati di Siena, sebbene di
              contraria fazione, fanno tra di loro pace       344
            21 luglio. Partono da Staggia, dove si erano
              adunati, per sorprendere Siena                  345
            Il governo rivoluzionario di Siena viene
              atterrato da un branco di congiurati            346
       1487 Tutti gli ordini vengono ammessi a prendere
              parte nel governo di Siena                      348
       1488 Congiure ne' piccoli principati di Romagna        349
            14 aprile. Girolamo Riario assassinato a
              Forlì dalle sue guardie                         350
            Coraggio della sua vedova, Catarina Sforza        351
            29 aprile. Ottaviano Riario succede a suo
              padre, sotto la tutela di Catarina              353
            31 maggio. Galeotto Manfredi signore di
              Faenza, assassinato da sua moglie,
              Francesca Bentivoglio                           354
            Giovanni Bentivoglio, signore di Bologna,
              viene a Faenza per soccorrere sua figlia,
              ed è fatto prigioniere dagli abitanti           355
            Vantaggi che Lorenzo de' Medici trae da
              queste due rivoluzioni                          356

  CAPITOLO XC. _La Regina Catarina
  Cornaro abbandona l'isola di Cipro ai
  Veneziani. — Zizim a Roma. — Apparente
  riposo di tutta l'Italia. — Stato
  dell'Europa e pronostici di nuove
  burrasche. — Morte di Lorenzo de' Medici,
  e d'Innocenzo VIII._ 1488-1492                              358

            Fermezza della repubblica veneta nelle sue
              relazioni col papa                              358
       1487 Guerra de' Veneziani con Sigismondo, conte
              del Tirolo                                      360
            9 agosto. Roberto di Sanseverino è ucciso
              presso l'Adige                                  361
            Guerra tra Bajazette II e Cait-Bai, soldano
              d'Egitto                                        362
       1488 Agosto. L'armata turca sconfitta ad Isso
              dai Mamelucchi                                  363
            Il senato Veneziano ne prende motivo per
              forzare Caterina Cornaro ad abdicare la
              corona di Cipro                                 363
       1489 24 gennajo. Giorgio Cornaro si reca da sua
              sorella per indurla a cedere il suo regno       365
            15 febbrajo. La regina si congeda dagli
              abitanti di Nicosia                             366
            20 giugno. Si ritira ad Asolo nel Trivigiano      367
       1482 Gem o Zizim, fratello di Bajazette II, si
              rifugia a Rodi                                  368
  1482-1489 Vive nell'Alvergna in una commenda
              dell'ordine di san Giovanni                     369
            13 marzo. Entra in Roma in gran pompa             371
       1490 Maggio. Trama scoperta a Roma per assassinarlo    373
  1484-1492 Malfattori impuniti a Roma. Venalità
              della giustizia                                 373
       1490 False bolle vendute a nome del papa
              per autorizzare i delitti                       375
  1478-1492 Lo spirito di persecuzione cresce
              coll'immoralità del clero                       376
  1478-1482 L'inquisizione stabilita in Ispagna da
              Sisto IV, ne scaccia in tempo del suo
              regno, 170,000 famiglie giudee                  377
            Isabella scusata per avere confiscati,
              per cupidigia, i beni de' Giudei                378
            Tutti gli scrittori del secolo approvano
              la persecuzione, ed al più biasimano i
              mezzi adoperati                                 379
            I Giudei esiliati portano a Genova la peste
              nel loro passaggio                              381
       1487 12 marzo. Tentativi di un monaco per far
              assassinare i Giudei in Firenze ed in Siena     381
       1492 Tentativi di un altro monaco per eccitare
              la persecuzione in Napoli                       383
            Persecuzione della _vaudoisie_ ad Arras           384
       1486 30 settembre. Innocenzo VIII ordina ai
              magistrati italiani d'eseguire le sentenze
              dei tribunali dell'inquisizione senza esame     385
            Le più violenti persecuzioni cominciarono
              quarant'anni prima della riforma                387
       1489 Marzo. Innocenzo VIII nomina cardinale
              Giovanni de' Medici dell'età di 13 anni         389
            Arroganza di Lorenzo de' Medici nel governo
              di Firenze                                      391
            Gli annali fiorentini in quest'epoca
              senza interesse                                 392
       1490 13 agosto. I Fiorentini fanno fallire
              lo stato per salvare Lorenzo da un fallimento   393
  1462-1506 Potenza di Giovan Bentivoglio in Bologna          395
       1488 27 novembre. Congiura de' Malvezzi contro
              Bentivoglio, e loro supplicio                   397
       1491 6 giugno. Congiura degli Oddi a Perugia
              contro i Baglioni, e loro sconfitta             398
       1490 Il duca di Milano acconsente a tenere Genova
              in feudo dalla Francia                          400
  1488-1492 Stato delle altre potenze d'Europa. La
              Francia governata da madama di Beaujeu          400
            Massimiliano in guerra coi Fiamminghi, e
              Federico III scacciato dall'Austria             401
       1490 5 aprile. Morte di Mattia Corvino; guerre
              civili d'Ungheria                               403
  1486-1492 La strada delle Indie e quella dell'America
              aperte al Portogallo ed alla Spagna             405
       1492 2 gennajo. Granata conquistata dal re di Spagna   405
            Formazione delle grandi potenze che devono
              subentrare alle piccole sul teatro
              della storia                                    406
            Doveva necessariamente cominciare una
              nuova epoca                                     406
            Lorenzo de' Medici non ritardò la rivoluzione     408
            Il progetto di Neri Capponi e di Sisto IV
              avrebbe solo potuto salvare l'indipendenza
              italiana                                        410
            Lodovico il Moro, chiamando i Francesi in
              Italia, non fece che ciò che fu fatto
              venti altre volte                               412
            4 giugno. Pace di Ferdinando di Napoli
              colla Chiesa                                    413
       1490 27 settembre. Letargo d'Innocenzo VIII,
              pel quale viene creduto morto                   415
       1492 Tentativo di un medico per ringiovenire
              Innocenzo VIII col mezzo della trasfusione
              del sangue                                      416
            25 luglio. Morte d'Innocenzo VIII                 417
            8 aprile. Morte di Lorenzo dei Medici             417
            Politica di Lorenzo de' Medici                    417
            Somma sua attitudine alle arti, alla poesia
              e alla filosofia                                418
            Attrattive del suo carattere, che pure
              contribuisce alla sua fama                      420

FINE DELLA TAVOLA.



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le
grafie alternative (Rackovieckz/Rackowieckz e simili), correggendo senza
annotazione minimi errori tipografici.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 11" ***

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