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Title: Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 12
Author: Sismondi, J.C.L. Simondo
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 12" ***

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                           STORIA DELLE
                        REPUBBLICHE ITALIANE
                                DEI
                          SECOLI DI MEZZO


                                DI
                      J. C. L. SIMONDO SISMONDI

           DELLE ACCADEMIE ITALIANA, DI WILNA, DI CAGLIARI,
                   DEI GEORGOFILI, DI GINEVRA EC.

                     _Traduzione dal francese._


                            _TOMO XII._



                              ITALIA
                               1819.



STORIA DELLE REPUBBLICHE ITALIANE



CAPITOLO XCI.

      _Considerazioni intorno al carattere ed alle rivoluzioni del
      15.º secolo._


Nel corso di questa storia abbiamo di già due volte invitati i nostri
leggitori a trattenersi con noi, per dare insieme uno sguardo allo
spazio trascorso. Dopo il 1303 abbiamo procurato di offrir loro un
prospetto del tredicesimo secolo, e dopo il 1402 quello del
quattordicesimo. Prima di ripigliare la nostra narrazione, loro
chiederemo d'abbracciare con un colpo d'occhio il quindicesimo secolo,
per formarci un'accurata idea di ciò che era l'indipendenza italiana, di
ciò che era il contratto sociale in tutta la contrada, nel momento in
cui cominciò la terribile lotta che privò l'Italia della sua
indipendenza, e tutto sovvertì il suo stato sociale.

Se non abbiamo creduto di scegliere il nostro punto di riposo alla
precisa epoca della fine del tredicesimo e del quattordicesimo secolo,
abbiamo ancora migliore ragione di dispensarcene, rendendo conto del
quindicesimo; imperciocchè poco prima che terminasse questo secolo, ci
si presenta, nel punto cui siamo arrivati, una di quelle importanti
epoche, che dividono la storia in due periodi di carattere assolutamente
diverso, che chiudono in certo modo le precedenti rivoluzioni, e ne
cominciano di nuove, prodotte da altre cause e dirette da altre
passioni. Abbiamo fin qui osservato i tempi che propriamente
appartengono all'età di mezzo; entriamo adesso nella rivoluzione che
fece succedere alla sua antica organizzazione quella dei moderni tempi,
che mescolò nazioni fin allora separate, dando loro interessi di cui in
addietro non avevano pure avuto conoscenza.

Fino alla morte di Lorenzo de' Medici, accaduta nel 1492, colla quale
abbiamo posto fine al precedente volume, la nazione italiana dava, se
non legge, almeno ammaestramenti ed esempi a tutte le altre. Ridotta
essa sola a civiltà, affastellava il rimanente de' popoli europei sotto
il nome di barbari, e loro incuteva rispetto. Non aveva steso sopra di
loro il suo impero, ma non aveva nemmeno subito giogo straniero. Alcuni
esteri sovrani eransi per vero dire seduti sul trono di Napoli, ma dopo
essere diventati italiani; alcune armate oltramontane avevano
attraversata l'Italia, ma si erano prima poste al soldo di qualche
sovrano della contrada. Il progetto di soggiogare l'Italia non erasi
ancora formato da verun principe venuto a portarvi la guerra; giammai i
popoli non avevano concepito il timore di questa servitù, nè avevano
potuto sospettarne il pericolo.

Ma nel 1494 tutti i popoli limitrofi, gelosi della prosperità
dell'Italia, o avidi delle sue spoglie, cominciarono nello stesso tempo
l'invasione di questo ricco paese; armate devastatrici uscirono dalla
Francia, dalla Svizzera, dalla Spagna, dalla Germania, e, per lo spazio
di quasi mezzo secolo, non diedero verun riposo agli sventurati
Italiani; portarono il ferro ed il fuoco fino sulle cime più rimote
degli Appennini, e fino alle rive dei due mari; la peste e la fame
camminavano con loro; la miseria, il dolore, la morte penetrarono entro
i più sontuosi palazzi, e nei più abietti abituri; giammai tanti
patimenti avevano oppressa l'umanità, giammai tanta parte della
popolazione era stata distrutta dalla guerra. Diverse cagioni mettevano
le armi in mano ai combattenti, ma i risultamenti della loro guerra
erano sempre i medesimi. Ogni nuova invasione ruinava le fortificazioni
dell'Italia, distruggeva le sue ricchezze, faceva sparire la sua
popolazione. I suoi diversi governi si dividevano, alleandosi a
straniere potenze, e prendendo parte alle loro liti, mentre
dimenticavano la propria sorte; essi ancora non si accorgevano che la
loro esistenza si giuocava a gran giuoco, e che venivano promessi come
premio al vincitore, anche prima d'avere conosciuto che l'Italia poteva
essere soggiogata.

Si è in sul declinare del quindicesimo secolo, che, giunti in certo modo
al più elevato punto dello spazio che abbiamo abbracciato, vediamo
l'intera storia dell'Italia dividersi ne' diversi suoi periodi. I sei
primi secoli, che scorsero dopo la distruzione dell'impero d'Occidente,
apparecchiarono colla mescolanza de' popoli barbari coi popoli degeneri
dell'Italia, la nuova nazione che doveva succedere ai Romani. Nel
dodicesimo secolo questa nazione conquistò la libertà, di cui godette
nel dodicesimo e quattordicesimo secolo, aggiugnendovi tutti i trionfi
della virtù, de' talenti, delle arti, della filosofia e del gusto, e
lasciò che si corrompesse nel quindicesimo, perdendo in pari tempo
l'antico suo vigore. Quasi mezzo secolo di spaventosa guerra distrusse
allora la sua prosperità, la privò de' suoi mezzi di difesa, e gli rapì
all'ultimo la sua indipendenza. Dopo questa guerra, che formerà il
principale argomento di questi ultimi volumi, decorsero quasi tre secoli
nella servitù, nell'indolenza, nella mollezza, nell'obblio.

Quando una nazione è ad un tempo infelice e viziosa, siamo sempre
inclinati ad attribuire le sue disgrazie ai suoi vizj, quando
converrebbe il più delle volte attribuire i suoi vizj alle sue
disgrazie. Si direbbe che la compassione è per il cuore dell'uomo un
sentimento troppo penoso, e che avidamente cogliamo tutte le ragioni,
tutti i pretesti che ci dispensano dal compiangere gli altri. È altronde
indubitato che ognuno si sottrae possibilmente dall'applicare a sè
medesimo, ai suoi compatriotti, al suo paese, l'esempio delle grandi
calamità pubbliche; uom preferisce di non credervisi esposto, col
persuadersi che non si possano commettere in verun modo que' falli che
scorgonsi negli altri; e quando si accusa una nazione degenerata, si
suppone di trovarvi la guarenzia della propria. «Il popolo che potè
cadere sotto il giogo della schiavitù, dicono oggi i vincitori, il
popolo che la soffre, la merita. Coloro che non sonosi sentiti fremere
all'avvicinarsi dello straniero, coloro che non conobbero che, per
respingerlo, d'uopo era sagrificare i suoi beni, la propria vita, e
quella de' figli, sono fatti per rimanere sotto la sua legge, non sono
meritevoli di compassione, perciocchè una generosa nazione non avrebbe
subita una così triste sorte.»

Ma la storia non insegna agli uomini tanta confidenza; ci mostra per lo
contrario, che se le servitù sono necessarie per l'esistenza delle
nazioni, non bastano però a guarentirle; che la più saggia costituzione
non lascia di essere un'opera umana; che come opera dell'uomo in sè
contiene numerosi semi di ruina; che anche in seno alla libertà, alla
virtù pubblica, al patriottismo, si sono veduti manifestarsi gli eccessi
dell'ambizione, che hanno precipitato una nazione nell'abuso delle sue
forze, e nell'esaurimento che ne è la conseguenza; per ultimo che noi
soli non fabbrichiamo i nostri destini, e che le molte cagioni che sono
a noi straniere, e che indichiamo col nome di accidentalità, perchè non
sono da noi dipendenti, possono rendere inutili tutti i nostri sforzi.

La nazione inglese è forse oggi ciò che la nazione italiana era tre
secoli fa. Ugualmente cercò la libertà prima d'ogni altro vantaggio, e
questo solo gli diede tutti gli altri: nello stesso modo la libertà
dello spirito gli ha dato l'impero della filosofia e delle lettere, come
la libertà delle azioni gli diede l'impero del commercio e
dell'opulenza; e così la potenza dell'opinione intorno al proprio
governo gli diede la preeminenza su tutti gli altri, e la collocò nel
centro della politica europea: ma per quante circostanze non fu ella
l'Inghilterra in sul punto di perdere la felicità presente, e di cadere
più in fondo dell'Italia. Quale sarebbe stata la sua sorte, se più
lungamente vissuta fosse la regina Maria, o se avesse lasciati figli di
Filippo II? se Elisabetta accettato avesse uno de' molti sposi cattolici
che le si offrirono, se Carlo I non fosse stato tanto imprudente, nè
così vile Carlo II, nè Giacomo II tanto insensato? Quante volte non andò
debitrice della propria salute ai venti ed alle burrasche che
dissiparono le flotte de' nemici, che potevano distruggere le sue?
Quante volte la stravaganza di coloro che cercavano la sua ruina non gli
fu più salutare che la propria prudenza? Quante volte non fu soccorsa da
un felice destino, allorchè la propria salute non era più in sua mano?

Se gli Italiani, suol dirsi soventi, avessero formato, in sull'esempio
delle altre nazioni d'Europa, una sola e robusta monarchia, se avessero
rinunciato all'insensata discordia de' loro piccoli stati, se in cambio
di consumare le loro forze gli uni contro gli altri le avessero tutte
impiegate al di fuori, sarebbero stati più che bastanti a respingere gli
stranieri; e, coprendosi di gloria nelle battaglie, avrebbero assicurata
l'interna prosperità colla loro indipendenza. Ma potrebbesi piuttosto
dire: se gli Italiani avessero fatto come gli Spagnuoli, l'Italia
avrebbe subita la sorte della Spagna, e questa sorte non è più degna
d'invidia della loro. Effettivamente, nell'epoca in cui ebbero principio
le guerre crudeli che ridussero in servitù l'Italia, la Spagna, per lo
innanzi divisa in assai più stati, contava ancora cinque monarchie
indipendenti, e costantemente nemiche le une delle altre; quella di
Castiglia, d'Arragona, di Navarra, di Portogallo e di Granata. Fu Carlo
V il primo che riunì quattro di queste cinque monarchie, e Carlo V fu il
primo che soggiogò l'Italia. Questa riunione costò agli Spagnuoli la
libertà, non trovandosi le loro costituzioni abbastanza forti per
contenere un monarca, che impiegava contro i suoi sudditi di un regno
quelli di un altro. L'agricoltura, le manifatture, il commercio furono
scacciati dalla Spagna dalla violenta amministrazione succeduta alle
antiche e savie leggi delle cortes. Le private fortune vennero
distrutte, scomparve la sicurezza de' cittadini, e la popolazione
infinitamente scemò; tutti gli oggetti che gli uomini si propongono
d'ottenere nello stabilimento dell'ordine sociale furono per sempre
perduti, e l'indipendenza della nazione non fu assicurata a spese della
libertà. Sotto il regno di Carlo V tutta Spagna echeggiò di lagnanze,
perchè Giovanna aveva portato ad un sovrano straniero l'eredità dei suoi
padri, e perchè gli Spagnuoli venivano governati dai Fiamminghi. Sotto
il regno di Filippo II, gli Arragonesi, i Portoghesi, i Navarresi ed i
Mori di Granata non si lagnarono con minore amarezza del governo de'
Castigliani. Gli altri popoli dell'Europa potevano risguardare e gli uni
e gli altri come egualmente Spagnuoli; essi, che ubbidivano,
risguardavano i loro padroni come stranieri; e lo erano infatti per i
costumi, per le leggi, per la lingua, per gli odj ereditarj; onde il
peso del loro giogo fece scoppiare frequenti ribellioni.

Questa riunione delle monarchie spagnuole formò, egli è vero, una
potenza formidabile agli stranieri, che difese contro di loro la
penisola. Ma questa fu appunto la cagione de' giganteschi progetti della
casa d'Austria, di quell'abuso delle proprie forze ancora maggiore delle
sue risorse, di quelle spaventose guerre e tutte inutili cui prese
parte, dell'odio che si eccitò contro fa monarchia spagnuola in tutta
l'Europa, e della spaventosa miseria, cui ridusse gli spagnuoli. Una
smisurata ambizione produce all'ultimo smisurati disastri; e mentre la
Spagna, finchè fu divisa in piccoli stati, non aveva mai veduti eserciti
stranieri violare impunemente i suoi confini, tutte le sue capitali
furono costrette una dopo l'altra di aprire le loro porte alle armate
francesi ed inglesi nella guerra della successione.

Se gl'Italiani avessero formata una sola monarchia, chi può dire che non
sarebbero stati conquistati o conquistatori? Pure l'una e l'altra via
conduce egualmente alla servitù. L'Italia non venne soggiogata colle
forze di una sola nazione. Per lo spazio di più d'un mezzo secolo, fu
contemporaneamente attaccata e guastata dagli Spagnuoli, dai Francesi,
dai Fiamminghi, dagli Svizzeri, dai Tedeschi, dagli Ungari, dai Turchi e
dai Barbareschi. Veruna interna organizzazione non avrebbe potuto
renderla eguale di forze a tutti questi popoli riuniti a' suoi danni.
Lungi d'essere alleati, erano questi veramente nemici gli uni degli
altri; ma il vincitore approfittava di tutto il male fatto dai vinti.
Carlo V e Filippo II furono serviti dai Francesi, dagli Svizzeri, e dai
Musulmani, quanto dai proprj loro sudditi Tedeschi e Spagnuoli. Ruinando
l'Italia, i primi l'avevano renduta più facile conquista degli altri, e
più impotente a scuotere il giogo, quando avesse voluto tentarle. Tutti
questi popoli vennero a combattere nelle campagne d'Italia; ma se
gl'Italiani avessero cominciato ad essere conquistatori, chi sa se le
prime loro sconfitte non avrebbero tirati loro sulle braccia que'
medesimi nemici, e prodotte le stesse divisioni?

Se gli Italiani non avessero formata che una sola monarchia, chi può
dire che qualche guerra civile non avrebbe aperte le sue porte allo
straniero? Le guerre civili prodotte da una successione contrastata sono
un flagello inerente alle monarchie ereditarie, nè queste sono forse
meno frequenti, nè meno ruinose, di quelle che nascono dalle controverse
elezioni nelle monarchie elettive. La sola Francia ne andò quasi sempre
esente, perchè la legge salica semplificò la quistione del diritto
ereditario; ma quante guerre civili non ebbero invece luogo pel
controverso diritto alla reggenza? Altronde l'essenziale quistione
dell'eredità delle femmine era così mal decisa in Italia, che appunto
per questo titolo gli stranieri pretesero d'aver acquistati diritti su
questo paese. La guerra di Carlo VIII nei regno di Napoli, quella di
Lodovico XII nel ducato di Milano, furono intraprese per sostenere i
diritti di successione in una monarchia. Molti supposero questi diritti
legittimi e presero le armi per difenderli; e supposero di adempire ad
un loro dovere, aprendo le fortezze dello stato alle armate straniere.
In una monarchia s'insegna ai sudditi, che la _giustizia_ consiste nel
difendere la linea legittima dei loro re, e nel riporla sul trono con
pericolo ancora dell'indipendenza nazionale. Se i duchi di Milano o i re
di Napoli avessero potuto nel quindicesimo secolo riunire tutta l'Italia
sotto la loro sovranità, la quistione dei diritti della seconda casa
d'Angiò, o di quelli di Valentina Visconti non sarebbe perciò meno
insorta nel sedicesimo secolo, ed il partito angiovino, ed il partito
francese, invece di mostrarsi soltanto nel regno di Napoli e nel ducato
di Milano, avrebbe preso le armi in tutta l'Italia per una quistione che
avrebbe interessati tutti gl'Italiani.

È nell'essenza delle monarchie il dare costantemente diritti sopra di
loro agli stranieri, siccome sta nell'essenza delle repubbliche di non
riconoscere verun diritto sopra di loro che non parta dallo stesso
centro della nazione. Nelle monarchie che ammettono la successione delle
femmine non si marita una sola principessa di sangue reale, che non
possa un giorno o l'altro chiamare principi stranieri sul trono de' suoi
maggiori. Nelle altre, in cui la successione viene riservata ai soli
maschi, il pericolo è minore, e non comincia che quando un ramo cadetto
occupa un trono straniero. Così le case d'Angiò, di Napoli e d'Ungheria,
conservarono quasi dugent'anni un diritto eventuale alla successione
della Francia. La casa di Borbone-Navarra ne acquistò più tardi uno
simile; ma Enrico non possedeva il regno di Navarra quando ottenne la
corona di Francia, onde non chiamò i Navarresi a dominare sui Francesi.
I rami italiano e spagnuolo della casa di Borbone hanno ancora
presentemente, dopo un secolo, eventuali diritti alla successione di
Francia; e le rinuncie di queste due case, rendendo i loro diritti
dubbiosi, accrescerebbero vieppiù i pericoli d'una guerra civile e
d'un'invasione straniera per farli valere, nel caso che si aprisse la
successione. Come mai adunque lo stabilimento di una sola monarchia in
Italia avrebbe garantita l'indipendenza italiana, mentre le medesime
guerre, che ridussero l'Italia in servitù, altro titolo non ebbero che
le pretese ereditarie ammesse dal solo regime monarchico.

Non già riunendosi in un solo impero, ma piuttosto conservando le sue
repubbliche, poteva l'Italia sperare di salvare la sua indipendenza;
qualora queste fossero state fra di loro unite nello stesso tempo da un
legame federativo, o da alleanze temporarie ma conformi ai loro
interessi, tali alleanze avrebbero bastato a respingere gli stranieri, e
non ad attaccarli in casa loro; avrebbero preservati gl'Italiani dai
traviamenti della propria ambizione come dagli attacchi dei loro nemici.
Una repubblica federativa non può mai tanto fidarsi dell'unione de' suoi
membri per diventare conquistatrice; ella sfugge a tutti i pretesti di
guerra che somministrano ai re la domanda della dote di una figlia, o
quella dell'eredità di un avo lontano; e quando è costretta a prendere
le armi per sua difesa, trova mezzi che non avrebbe nel regime
monarchico. Venezia con una popolazione di due milioni e dugento mila
anime fece rispettare la sua potenza fino alla fine del secolo decimo
ottavo, assai meglio del regno di Napoli con sei milioni d'abitanti. Si
presentò l'occasione di ristabilire la repubblica milanese alla metà del
quindicesimo secolo, e di unirla a quella di Venezia e di Firenze, e
fors'anche a quella di Genova e della lega Svizzera, per la difesa della
libertà. Quando fu perduto quest'istante, ben si può dire che l'Italia
fu perduta.

Del resto i piccoli stati, tanto in Italia, come altrove, in tutto il
corso del quindicesimo secolo, piegarono sempre ad unirsi in più vasti
stati. È questa la naturale conseguenza di tutte le vicende delle
guerre, delle rivoluzioni e delle eredità. I sovrani della Francia,
della Spagna e della Germania, aggiugnevano tutti gli anni nuovi feudi
ai dominj della loro corona; sparivano i piccoli principi e le città
libere; pure ognuna di queste nazioni era ben lontana dall'ubbidire ad
una sola volontà. La casa d'Austria, divisa in varj rami, non aveva per
anco acquistata l'Ungheria e la Boemia; non era ancora più potente della
casa di Baviera o di quella di Sassonia; ed il suo ingrandimento nel
quindicesimo secolo appena era stato proporzionato a quello dei duchi di
Milano. La Francia ancora non contava tra le sue province l'Alsazia, la
Lorena, la Franca Contea, la Borgogna, l'Hainault, la Fiandra e
l'Artois. Il duca di Bretagna era tuttavia indipendente; gli altri
feudatarj non erano che per metà subordinati all'autorità reale; la sola
nobiltà era armata, mentre il popolo era troppo oppresso per accrescere
la forza nazionale. Frequenti guerre civili avevano occupati ne' loro
paesi i Tedeschi, i Francesi e gli Spagnuoli, e niuno in Europa
sospettava che si trovasse una sproporzione tra le forze ed i mezzi di
queste varie monarchie e le forze ed i mezzi degli stati d'Italia:
quella forza, formata tutt'ad un tratto dal valore e dall'arte militare
degli oltremontani, non era irreparabile, perciocchè essi fecero
lungamente la guerra coi mercenarj levati nella Svizzera, i quali erano
egualmente disposti a ricevere soldo dagl'Italiani come dai Francesi.

Nulla annunciava all'Italia, nulla preveder faceva alle potenze
straniere il fine della guerra che si accese in sul declinare del
quindicesimo secolo; onde non possono accusarsi gl'Italiani di non avere
distrutte tutte le antiche loro instituzioni per prevenirlo; ma bensì di
non avere abbastanza saputo usare di queste antiche instituzioni, di non
avere abbastanza rispettata l'indipendenza di ogni stato, e la libertà
di tutti, e d'avere permesso che si spegnesse il patriottismo che gli
attaccava alla loro città, non all'idea astratta della nazione italiana.
Dopo avere perduti i loro diritti furono meno disposti a fare sagrificj
per una patria che loro prometteva minori beni, e più non trovarono in
sè medesimi quell'energia repubblicana che gli avrebbe salvati, se
qualche cosa poteva salvarli.

Infatti il vizio essenziale, che nel quindicesimo secolo intaccava il
corpo sociale in Italia, era l'indebolimento dello spirito di libertà.
L'aristocrazia faceva conquiste in seno alle repubbliche, indi il
despotismo conquistava le medesime repubbliche. Le città, gelose della
loro sovranità, non avevano dato verun diritto rappresentativo alle
campagne, di modo che quando dilatavano il loro territorio, accrescevano
il numero de' sudditi, non quello de' cittadini. Pareva loro che la
libertà fosse un diritto ereditario nelle famiglie, piuttosto che un
diritto inerente all'uomo; onde poche volte ammettevano nuove famiglie a
dividere le prerogative delle antiche, ed a rimpiazzare quelle che
naturalmente si spegnevano. La popolazione dello stato andava crescendo,
ed il numero de' cittadini si diminuiva; eppure i soli cittadini
formavano la sua forza, poichè i sudditi di una repubblica non le erano
più affezionati di quello che lo fossero al principe i sudditi di una
monarchia.

Se alla fine del quindicesimo secolo si fosse fatto un censo di tutti
coloro che avevano parte alla sovranità in tutta l'Italia, sarebbesi
probabilmente trovato che Venezia non contava più di due o tre mila
cittadini, Genova quattro in cinque mila, Firenze, Siena e Lucca cinque
in sei mila tra tutte; mentre che tulle le repubbliche dello stato della
Chiesa, tutte quelle della Lombardia, tutte quelle che precedettero il
regno di Napoli avevano perduta la loro libertà: in tutto appena sedici
o diciotto mila Italiani godevano pienamente di tutti i diritti del
cittadino in una popolazione di diciotto milioni d'abitanti. Un eguale
censo ne avrebbe forse dati cent'ottanta mila nel quattordicesimo
secolo, ed un milione ottocento mila nel tredicesimo. Questa progressiva
diminuzione del numero di coloro che avevano veri diritti nella loro
patria, e ch'erano pronti a difenderla con immensi sagrificj, era per
avventura la principale cagione dell'instabilità de' governi italiani e
della diminuzione delle loro forze. La libertà, che da principio era
seduta sopra larghissima base, omai più non posava che sopra la punta di
una piramide.

Rendesi necessaria una più universale partecipazione della nazione agli
onori pubblici per ravvivare l'entusiasmo, animare il patriottismo, e
porre tra le mani dei capi dello stato la forza di ogni individuo. Non è
che in proporzione di questa reale o immaginaria partecipazione di tutti
gli abitanti dello stato alla sovranità, che le repubbliche acquistano,
con un'energia tanto superiore, tanti mezzi di attacco o di difesa,
quanti non saprebbero trovarne le monarchie di uguale popolazione e
ricchezza. La sovranità di una repubblica sopra tutti i suoi cittadini è
sempre più estesa che non quella del più dispotico monarca, per la
ragione che siamo sempre più padroni de' proprj movimenti che di quelli
di un altro, fosse anche uno schiavo. Vero è che ne' tempi di calma il
principe assoluto può permettersi molti atti arbitrarj che sono vietati
ad un governo libero, ma il superfluo delle forze, ch'egli trova allora,
gli manca nell'istante del bisogno. Allorchè vorrebbe riunire tutte le
forze individuali verso il solo scopo della difesa nazionale, è
costretto d'impiegare una porzione de' suoi sudditi per costringere
l'altra, e metà delle sue forze si paralizza da sè stessa. Un duca di
Milano avrebbe veduto ribellarsi tutti i suoi stati, se in tempo di
guerra avesse caricati i suoi sudditi della metà soltanto delle imposte
che i Fiorentini s'imponevano da loro medesimi, perchè i Milanesi non
avevano che un mediocre interesse di ubbidire piuttosto ad un Visconti o
ad uno Sforza, che ad un Francese o ad un Tedesco, mentre rispetto al
Fiorentino trattavasi di comandare o di ubbidire. Ma nel tredicesimo
secolo, quand'ogni città era libera e governata popolarmente, sarebbesi
trovato lo stesso potere di resistenza in ogni piccolo cantone della
Toscana; circa la fine del quindicesimo, quando Pisa, Pistoja, Prato,
Arezzo, Cortona, Volterra, erano soggette alla repubblica fiorentina,
queste città ed i loro distretti non la servivano che come i sudditi
servono un monarca; gli abitanti misuravano i sagrificj coi vantaggi
spesso dubbiosi che potevano sperare dalla loro ubbidienza, e la
repubblica poteva dirsi felice, se nell'istante del suo maggiore
pericolo non si ribellavano.

Nel corso del quindicesimo secolo, Pisa fu la sola repubblica di primo
ordine che cadde sotto il giogo di una repubblica rivale. La sua servitù
privò tutta l'Italia della popolazione, del commercio, della
navigazione, del valore militare di una delle sue più fiorenti città; e
questa conquista, invece di accrescere la potenza di Firenze, la
diminuì, perchè i Fiorentini non seppero, o non vollero far entrare i
Pisani nella loro repubblica; non pensarono invece che ad indebolirli,
ad incatenarli colle fortezze, a privarli dei mezzi di ribellarsi: dopo
tale epoca tutte le forze destinate alla custodia di Pisa si levarono
dai Fiorentini con pregiudizio di quelle con cui potevano difendersi. Ma
se il numero de' cittadini liberi non provò quasi verun'altra
diminuzione, il giogo che pesava sulle città suddite venne continuamente
aggravato dall'insensibile lavoro di tutto il secolo. Quelle che
volontariamente si erano poste sotto la protezione di repubbliche più
potenti, non avevano perciò creduto di perdere la loro libertà, avevano
solamente contratta un'alleanza disuguale, che non alterava il loro
governo municipale, che spesso ancora le aveva liberate da una domestica
tirannide. Soltanto l'andare del tempo toglie a quello che ha poco, ed
aggiugne all'altro che ha molto; i privilegi de' più deboli sono ogni
giorno meno rispettati, mentre le prerogative del più forte si vanno
ogni giorno sempre più consolidando in conseguenza degli abusi che si
cambiano in diritti. In tal maniera la città dominante diventò capitale,
e suddite le città protette. Questo cambiamento si effettuò
contemporaneamente in tutte le città che i Veneziani avevano sottratte
ai tiranni della Marca Trivigiana, sebbene, mandando loro lo stendardo
di san Marco, essi dicessero di render loro la libertà: si eseguì
egualmente in tutte quelle che i Fiorentini avevano conquistate in
Toscana, ed in tutte quelle delle due Riviere, che ubbidivano ai
Genovesi.

La libertà politica, ossia la partecipazione degli uomini alla
sovranità, aveva diminuito nelle capitali, perchè il numero de'
cittadini s'andava sempre più ristringendo; aveva diminuito nelle città
suddite, perchè i privilegi di queste città erano stati
considerabilmente ristretti: finalmente aveva diminuito d'intensità, se
posso così esprimermi, perchè i diritti di coloro ch'erano rimasti
cittadini nelle repubbliche indipendenti, erano stati intaccati o
circoscritti, e la sovranità del popolo più non era rispettata. Mentre
che la repubblica di Venezia si andava sempre più ciecamente
assoggettando ad una gelosa aristocrazia, la libertà a Firenze, a
Genova, a Lucca, a Siena, era per lo meno esposta a rimanere
frequentemente e lungo tempo sospesa. I Fiorentini, nel quindicesimo
secolo, lasciarono usurpare alla famiglia de' Medici un potere di poco
inferiore a quello dei re in una monarchia temperata. I Genovesi
precipitarono più volte da frenetici la loro repubblica sotto il giogo
di un principe straniero. Lucca rimase trent'anni sotto la tirannide di
Pandolfo Petrucci; Bologna, che aveva così nobilmente figurato tra le
repubbliche italiane, s'avvezzò poc'a poco al giogo dei Bentivoglio;
Perugia, che brillò alcun tempo con quasi eguale splendore, poichè fu
assai malmenata dalle fazioni degli Oddi e de' Baglioni, abbandonò
finalmente agli ultimi il sovrano potere; e tutte le città dello stato
della Chiesa, che pel corso di due o tre secoli avevano avuto governo
repubblicano, perdettero fin l'ombra della libertà.

Dopo essersi lasciati privare dell'esercizio dei loro diritti, i popoli
conservavano tuttavia qualche sentimento d'orgoglio nazionale, quando
risguardavano come opera loro l'autorità cui dovevano sottomettersi. In
principio del quindicesimo secolo, la maggior parte de' principi che
regnavano nelle città d'Italia erano stati innalzati alla sovranità da
un partito formatosi tra i loro concittadini; così nominatamente
ricevevano la loro autorità dal popolo, e, quando ancora non mostravano
verun riguardo per la sua libertà, conservavano per lo meno, e
riscaldavano in esso l'amore dell'indipendenza nazionale. Tutti i
diritti esercitati da una nazione sono di una natura in parte
metafisica, e non è facile il definirli per le persone di non fino
intendimento, onde non dobbiamo maravigliarci, se vengono spesso confusi
gli uni cogli altri. Infatti l'indipendenza riceveva dagli Italiani il
nome di libertà; gli abitanti di Ravenna chiamavansi liberi sotto
l'autorità della casa di Pollenta, perchè non ubbidivano nè al papa, nè
ai Veneziani; i Milanesi dicevansi liberi sotto i Visconti, perchè non
ricevevano ordini, nè dall'imperatore, nè dal papa, nè dal re di
Francia. La stessa illusione prodotta da un nome ancora caro,
affezionava il popolo alla cosa pubblica, e non poteva essere distrutta
senza lasciare scopertamente vedere che la sola spada dava la legge. Ma
il quindicesimo secolo distrusse, rispetto alla maggior parte dei
sudditi dei principi, quest'illusione d'indipendenza, come distrusse il
sentimento della libertà per quasi tutti i cittadini delle repubbliche;
e con questo funesto cambiamento si privarono i governi del loro
carattere nazionale, e si rendette l'Italia più debole.

Veramente niun secolo fu più fatale alle principesche case d'Italia, nè
distrusse più dinastie: e questa fatalità andò inoltre crescendo negli
anni che decorsero, dopo l'epoca in cui ci siamo fermati, fino al 1500.
I primi anni del secolo videro perire i Carrara di Padova ed i Scaligeri
di Verona, videro nello stesso tempo scomparire tutti que' soldati
avventurieri allevati da Giovan Galeazzo Visconti, che dopo la di lui
morte eransi fatti sovrani nella loro città natale, o in quelle in cui
si trovavano di guarnigione, ma che non si poterono lungamente
mantenere. Le conquiste di un altro soldato avventuriere più illustre di
tutti loro, di Francesco Sforza, furono ancora più fatali alle antiche
dinastie italiane. Egli aveva da principio spogliati molti feudatarj
della Chiesa nelle guerre cui dovette il suo primo stabilimento nella
Marca d'Ancona, e, quando poi occupò colle armi l'eredità di suo suocero
e fece succedere gli Sforza ai Visconti, privò l'intera Lombardia, uno
de' più potenti ed importanti stati d'Italia, della illusione della
legittimità, che compensava i sudditi di quella libertà che avevano
perduta. Tutti gli abitanti del ducato di Milano seppero alla fine che
ubbidivano al potere della spada, e che, come solo questa aveva loro
dato un padrone, solo questa aveva un eguale diritto di rapirlo loro.

Un secondo stato monarchico, che abbracciava più d'un terzo della
popolazione di tutta l'Italia, il regno di Napoli, aveva ancor esso
colla forza delle armi mutato padrone alla metà del secolo. Il titolo,
che Alfonso d'Arragona vantava sull'eredità di Giovanna II, pareva a lui
medesimo così dubbioso, che preferì di fondare la propria autorità sul
diritto di conquista; e considerò pure questa conquista come una
bastante ragione per disporre per testamento del regno di Napoli a
favore di suo figliuolo naturale, Ferdinando, mentre lasciava gli stati
che possedeva per diritto ereditario a suo fratello ed ai figliuoli di
questi.

Per ultimo, nel centro dell'Italia, ambiziosi papi, poco scrupolosi, e
pei loro costumi poco degni di rispetto, rialzarono con continuati
sforzi la temporale monarchia della Chiesa, che in principio del
quindicesimo secolo trovavasi ridotta in estrema debolezza. Ma ossia
ch'essi alienassero di nuovo a favore de' loro figli e nipoti i feudi
apostolici che andavano ricuperando, o pure gl'incorporassero alla
diretta della Chiesa, essi staccavano egualmente i popoli dai loro
rispettivi governi, sostituendo la propria autorità a quella che gli
antichi feudatarj avevano nella loro patria; e lasciavano in ogni città
un seme di malcontento, levando ad ognuna colla sua piccola corte tutti
i proprietarj, tutti i ricchi, tutti gli uomini attivi, che passavano
alla capitale per attaccarsi al governo. Per tal modo, mentre
l'osservatore superficiale risguarda il quindicesimo secolo in Italia
come poco fertile di rivoluzioni, mentre tutti gli storici hanno
celebrato la sua tranquillità, la sua prosperità, in confronto alle
terribili guerre che vennero in appresso, una più accurata disamina fa
scoprire in questo stesso secolo le prime cagioni di quelle guerre e
delle funeste loro conseguenze. Queste cause furono il rilasciamento del
nodo sociale dall'una all'altra estremità d'Italia, l'indebolimento del
patriottismo, e la diffusione in ogni luogo dei semi del malcontento.

Ma se l'Italia non fosse in fatti stata ruinata nel seguente secolo, mai
non sarebbesi conosciuto che gli avvenimenti del quindicesimo secolo
dovessero produrre tanta rovina. I contemporanei, benchè senza dubbio
vedessero con dispiacere dimesse molte istituzioni cui erano stati
affezionati i loro padri, non ebbero motivo di lagnarsi di straordinarie
calamità, e probabilmente credettero il loro paese in uno stato di
crescente prosperità. Quelle stesse rivoluzioni, che mutarono il governo
di quasi tutte le parti dell'Italia, svilupparono i più grandi ingegni,
ed i più grandi caratteri, e spesso ne ricompensarono gloriosamente i
loro autori. Francesco Sforza non riconosceva la sua potenza che dai
suoi soldati, mentre i Visconti avevano ricevuta la loro dal popolo; ma
lo Sforza era superiore ai Visconti per la nobiltà de' sentimenti, per i
suoi talenti amministrativi, per le sue virtù militari. Il re Alfonso
era ancor esso forestiero nel regno di Napoli, e la sua violenta
usurpazione poteva appena dare fondamento ad un potere legale; ma
Alfonso era un grand'uomo, che succedeva ad una donna debole,
spregevole, scostumata. Colle sue virtù cavalleresche inspirava
entusiasmo a tutti coloro che l'avvicinavano; era inoltre ardente
ammiratore dell'antichità, il padre de' letterati, il fondatore di tutte
le instituzioni che apportarono splendore a Napoli. Niccolò V diminuì la
libertà de' cittadini romani, e Pio II riunì alla santa sede i feudi di
molti piccoli principi di Romagna, ma tutti e due illustrarono la santa
sede con tanto amore per le lettere, con un sapere, con un'eloquenza,
con una liberalità, che forse non troverebbersi in veruno de' loro
predecessori, o de' loro successori. Cosimo de' Medici scosse la
costituzione della sua patria, ma così vasti furono i suoi progetti,
così elevati i suoi pensieri, tanto grande la sua magnificenza, che la
posterità è tuttavia disposta, come i suoi concittadini, a chiamarlo il
padre della patria. Niun periodo fu più ricco di sommi uomini quanto il
quindicesimo secolo, e lo splendore che sfolgoreggia intorno a loro
sembra riverberare sulle loro famiglie, sulla loro patria, su tutti
coloro che furono subordinati alla loro autorità.

Il quindicesimo secolo non andò esente da guerre: questa calamità, la
più terribile di quelle cui trovasi esposta l'umana generazione, è forse
necessaria alle società politiche per conservare la loro energia; ma
nelle guerre del quindicesimo secolo si osservò ancora qualche rispetto
per l'umanità. In questo secolo la città di Piacenza fu la sola delle
grandi città d'Italia, che fu esposta agli orrori del saccheggio ed
all'intera cupidigia de' soldati. Veruna campagna venne guastata in
maniera da distruggere per molti anni la speranza dell'agricoltore; i
prigionieri furono dolcemente trattati, e quasi sempre liberati senza
taglia dopo essere stati spogliati; le battaglie furono poco micidiali,
e troppo poco senza dubbio, poichè talvolta ridussero la guerra a non
essere che un giuoco tra i soldati mercenarj, che reciprocamente
sfuggivano ogni occasione di nuocersi. Ma niuno in allora avrebbe potuto
prevedere che questi vicendevoli riguardi esporrebbero gl'Italiani a
vergognose disfatte, quando dovessero sostenere l'urto delle altre
nazioni. Le loro truppe venivano continuamente esercitate, le loro armi
erano della tempra migliore, i loro cavalli della più vigorosa razza.
Gli uomini d'arme italiani, che Francesco Sforza aveva mandati a
Lodovico XI, erano tornati gloriosi dalle guerre civili della Francia,
ed i Veneziani non eransi trovati inferiori ai Tedeschi, quando furono
in guerra coll'Austria. Un grandissimo numero di capitani tutti italiani
eransi formati nelle due scuole de' Bracceschi e de' Sforzeschi: eransi
tenuti esercitati, e mai non avevano deposta l'armatura dopo qualunque
trattato di pace, perchè prestavano alternativamente i loro servigj a
tutti gli stati che guerreggiavano; infine essi avevano applicate allo
studio teorico del loro mestiere tutte le cognizioni dello spirito più
illuminato. Non è a dubitarsi che colui, il quale avanti la fine del
quindicesimo secolo avesse predetto agl'Italiani che le loro truppe non
farebbero testa un solo istante alle oltramontane, sarebbesi renduto
ridicolo; gli sarebbe stato domandato, s'egli credeva che i Barbiano, i
Carmagnola, i due Sforza, i Braccio, i Caldera, i due Piccinini, i
Coleoni, i Malatesta, non avessero lasciati successori, e se gli
oltramontani avevano un sol uomo, che conoscesse al par di loro la
teoria e la pratica dell'arte della guerra.

Il tempo de' capi d'opera della lingua italiana non era ancora giunto,
ma verun secolo non provò forse maggiore entusiasmo per le lettere
quanto il quindicesimo, nè si trovò meglio sulla via della gloria
letteraria. Mentre nel restante dell'Europa la nobiltà facevasi un punto
d'onore di non saper leggere, non eravi un principe, non un capitano,
non un solo de' grandi cittadini d'Italia, che non fosse stato educato
nelle lettere, che non istudiasse l'antico con qualche passione, e che
non si affezionasse alla gloria degli eroi degli andati tempi con tanto
maggiore ardore, quanto più aspirava egli stesso alla gloria. I grandi
filosofi che di quest'epoca ristaurarono tutti i monumenti letterarj
dell'antichità, i dotti che rinnovarono la filosofia platonica, i poeti
che risvegliarono le muse italiane, furono tutti membri de' consiglj de'
principi o delle repubbliche, ed ottennero nel governo della loro patria
un'influenza cui rare volte c'innalzano le lettere.

L'ultimo Visconti ed il primo Sforza furono egualmente generosi verso i
dotti che chiamarono alle loro corti. Vi trattennero lungamente
Francesco Filelfo, l'uomo più famoso del secolo per la profonda
erudizione, per l'infaticabile studio, e per il grandissimo numero dei
suoi discepoli, Cecco Simonetta, segretario di Francesco Sforza, suo
primo ministro e governatore de' suoi figliuoli, era ancor esso uomo
dottissimo. I consiglj d'Alfonso e la corte di Napoli offrivano la
stessa mescolanza di erudizione e di politica. Bartolomeo Fazio, Lorenzo
Valla, e soprattutti Antonio Beccadelli, più conosciuto sotto il nome di
_Panormita_ erano de' più intimi confidenti e de' più abituali
consiglieri del monarca. La repubblica fiorentina aveva contati tra i
suoi principali segretarj, Coluccio Salutato, Leonardo Aretino, e Poggio
Bracciolini. Cosimo de' Medici contava tra i suoi più cari amici
Ambrogio Traversari e Marsilio Ficino. Niccolò V e Pio II, che dallo
studio delle lettere erano stati portati sul trono pontificio, pareva
che tutta la sovranità loro consacrar volessero a quelle lettere da cui
la riconoscevano. Flavio Biondo, Platina, Jacopo Ammanati ebbero
l'intima loro confidenza. Il Guarino e Giovan Battista Aurispa ornarono
le meno potenti corti di Ferrara e di Mantova, e ne educarono i
principi. I Montefeltri ad Urbino, i Malatesta a Rimini trasformarono in
qualche maniera i loro palazzi in accademie.

Con questa costante emulazione fra tanti piccoli stati, con tanti lumi
sparsi in tutte le province, la letteratura italiana fece rapidissimi
progressi. Ma se tutta la penisola fosse stata riunita in una sola
monarchia, quest'emulazione sarebbe immediatamente cessata. Con una sola
capitale gl'Italiani non avrebbero formata che una sola scuola, i
medesimi pregiudizj, i medesimi errori, renduti dominanti dal talento
d'un professore, l'intrigo d'una cabala o la protezione di un padrone,
si sarebbero uniformemente sparsi in tutte le contrade. Sarebbesi
creduto di non potere pensare, scrivere, parlare puramente la lingua che
a Roma, per modo d'esempio, come in Francia si crede non poterlo fare
che a Parigi: la poesia italiana vi avrebbe perduta la sua originalità e
varietà; ed il danno sarebbesi principalmente sentito nelle province,
che più non isperando di riaver l'antico lustro, avrebbero cessato di
contribuire ai progressi dello spirito, ed in conseguenza non ne
avrebbero più risentito il beneficio. Nel quindicesimo secolo non v'ebbe
capitale d'uno stato indipendente, per piccola che si fosse, e che non
contasse molti uomini distinti, non ebbevi città suddita, per grande che
si fosse, che un solo ne conservasse nel suo seno. Pisa, malgrado il suo
decadimento, era una città assai più ricca, più popolata, più
ragguardevole di Urbino, di Rimini, di Pesaro; ma Pisa, una volta fatta
suddita dei Fiorentini, più non produsse un solo uomo distinto nelle
cose delle lettere o della politica, mentre le piccole corti di Federico
di Montefeltro in Urbino, di Sigismondo Malatesta in Rimini, di
Alessandro Sforza in Pesaro, avevano tutte molti filosofi e molti
letterati. Ferrara e Mantova non avevano maggiore popolazione di Pavia,
di Parma, di Piacenza; ma nelle prime brillavano in tutto il loro
splendore le arti, la poesia, le scienze, mentre che, in tutto lo stato
di Milano, la sola Milano aveva lo stesso lustro. Il regno di Napoli era
un esempio ancora più convincente della depressione delle province,
quando una capitale s'innalza a loro spese. In questo bel regno, che
abbracciava solo il terzo della nazione italiana, che più del rimanente
della penisola era favorito dalla natura, e che, non avendo che un solo
confine ed un solo vicino, la Chiesa, era meno esposto ai guasti della
guerra che ogni altro stato d'Italia, la sola capitale aveva partecipato
del movimento che nel quindicesimo secolo rianimò lo studio delle
lettere e della filosofia. Malgrado il favore d'Alfonso, malgrado la
fama dei grandi letterati che formarono la di lui corte, verun uomo di
singolari talenti aveva aperto scuola nelle città così numerose e così
felicemente situate della Calabria e della Puglia. Queste province
appartenevano ancora alla barbarie, e fino alla presente età non hanno
ancora sentita tutta l'influenza dell'incivilimento europeo.

I progressi di questo incivilimento avevano, dovunque si erano estesi,
prodigiosamente accresciuti i godimenti della vita: gli studj del
quindicesimo secolo, non erano, gli è vero, rivolti verso le scienze
naturali, i di cui risultamenti sono applicabili all'utilità pratica, ma
verso l'erudizione e la poesia, che arrecano diletto solamente allo
spirito. Pure da una banda l'abitudine dell'osservazione, dall'altra lo
studio degli antichi, avevano fatte risorgere alcune delle scienze che
si propongono per loro scopo la felicità degli uomini. La legislazione
aveva fatto de' progressi, la giurisprudenza era illuminata, le finanze
regolarmente amministrate, e l'economia politica, sebbene il suo nome
non fosse ancora conosciuto, non veniva oltraggiata con assurdi
regolamenti, come lo fu tra le mani degli Spagnuoli, poichè l'Italia
perdette la sua indipendenza. I governi si lasciarono spesso strascinare
in grandissime spese, e talvolta imposero enormi contribuzioni ai loro
sudditi, ma la loro maniera d'imporre le tasse non accresceva il danno
di pagarle, non soffocava il commercio, non opprimeva l'agricoltura.

Quanto più un'istoria è circostanziata, tanto meglio mette in chiaro,
quando è veridica, gli errori ed i patimenti degli uomini. Forse quella
dell'Italia nel quindicesimo secolo avrà lasciato nello spirito del
lettore molto maggior numero di sventure e di delitti, che non suole
offrirne il più delle volle un paese della stessa estensione nello
stesso spazio di tempo. C'inganneremmo non pertanto, credendo che di
que' tempi gl'Italiani fossero più sventurati o più viziosi che i loro
contemporanei nel rimanente dell'Europa, o che lo fossero quanto i loro
successori nel proprio loro paese. La privata vita degl'Italiani in così
piccoli stati, quali erano quelli che componevano allora l'Italia, era
tutta visibile, e tutte le disgrazie venivano registrate nella storia.
Ogni individuo trovavasi, per così dire, in contatto colla sovranità, e
le sue passioni, i suoi intrighi, le sue vendette, si associavano alle
rivoluzioni dello stato, agli avvenimenti pubblici. Nelle grandi
monarchie, in cui i provinciali vivono avviluppati in una profonda
oscurità, e nei piccoli principati moderni, ove lo stato medesimo non ha
storia, e dove un immenso spazio divide ii sovrano dal suddito, ognuno
soffre in silenzio la parte sua delle pubbliche calamità, e questa parte
gli viene inflitta piuttosto per effetto delle cattive leggi, che per le
violenze degli uomini. Le malversazioni dei ministri subalterni non
richiamano la pubblica attenzione; la denegata giustizia, gli arresti
arbitrarj, ordinati da oscuri magistrati, non sono avvenimenti storici;
i delitti de' privati sono di competenza soltanto de' tribunali, e la
ruina delle famiglie, dell'agricoltura, del commercio, dell'industria,
viene tutt'al più indicata dagli storici complessivamente, senza che mai
diano risalto alle infortune individuali. Per confrontare nel
quindicesimo secolo i patimenti del popolo francese e dell'italiano,
sarebbe d'uopo che la storia dei primi ci descrivesse colle grandi
rivoluzioni della monarchia tutte le ingiustizie sofferte nello stesso
tempo dai borghesi di Blois e d'Angers, di Tours e di Bourges, e di
tutte le altre città del regno; che ci narrasse l'innalzamento e la
ruina delle private famiglie, le segrete gelosie, le colpevoli pratiche
colle quali i più oscuri cittadini si soppiantano gli uni gli altri, ed
i delitti puniti dai tribunali. Ma quando non trovansi nelle province nè
libertà, nè indipendenza, queste particolarità sono senz'interesse, come
senza dignità; sebbene le passioni private esercitino tutta la loro
forza nell'abitazione del più piccolo barone, e nella sfera dei poteri
dell'ultimo scabino, il loro risultamento non ferisce che gl'individui,
e non si associa in verun modo ai destini della nazione: veruna generosa
passione nobilita agli occhi delle vittime la calamità ch'esse soffrono
in comune, e la storia non degnasi nemmeno di nominare due o tre volte
per secolo varie grandi città, che, se fossero state libere, avrebbero
tutte somministrati tanti argomenti agli studj de' moralisti.

Per conoscere se una nazione è felice o sventurata, se la massa degli
individui, che la compongono, è partecipe della sua prosperità, se la
gloria che raccolgono i suoi capi è per essa sterile o fruttifera,
conviene esaminare lo stato de' suoi lavori, la sua agricoltura, le
manifatture, il commercio; conviene formarsi un'idea della privata vita
di queste diverse classi di cittadini; è d'uopo osservare un capo di
famiglia ne' varj stati della società, e vedendolo incamminare in
qualche esercizio ognuno de' suoi figli, chiedere quali speranze di buon
successo egli veda sul cammino per cui gli addirizza. Giudicando
l'Italia con queste regole, troveremo che nel quindicesimo secolo era
giunta ad un alto grado di prosperità, da cui è assai discesa a' nostri
giorni; e rimarremo convinti che veruna contrada d'Europa non poteva in
allora sostenere il confronto dell'Italia.

Sotto il rapporto dell'agricoltura l'Italia era in allora come adesso
coltivata da gastaldi, che facevano tutti i lavori e tutte le
anticipazioni, ritenendo in compenso la metà de' raccolti. Così mentre
nel rimanente dell'Europa i contadini erano tuttavia attaccati alla
gleba, o per lo meno sottomessi alle usanze del _gius villico_ ed
all'oppressione dei loro padroni, quelli dell'Italia erano liberi, erano
uguali ai cittadini rispetto ai diritti civili, non dipendevano dai
capricci di un padrone, non ricevevano da lui salario, e, sebbene non
fossero proprietarj, essi non ricevevano il loro sostentamento che dalle
terre e dal loro lavoro. La fertile Lombardia era, come al presente,
industriosamente livellata, la coltivazione del grano di Turchia, e
quella de' fieni vi avevano introdotte vantaggiose successive raccolte;
le acque erano state industriosamente, per mezzo di canali fatti con
grandissime spese, ripartite sopra la campagna, e questo sistema
d'irrigazione, che la copre tutta intiera a foggia di rete, era stato
condotto a perfezione da Lodovico il Moro, che diede il proprio nome ad
alcune delle opere idrauliche fatte a sue spese. Le colline della
Toscana erano, come nell'età nostra, coperte d'uliveti e di viti; e
perchè le acque non si strascinassero dietro la terra vegetale, questa
veniva sostenuta con diversi piani di muri senza cemento nelle vicinanze
di Firenze, e nei contorni di Lucca con terrapieni di zolle.

Gli storici contemporanei non si presero cura di dipingere l'aspetto del
paese, ed è il più delle volte dietro le descrizioni delle battaglie, e
per gli accidenti d'un accampamento d'armata, che ci è dato di conoscere
quale fosse lo stato dell'agricoltura, o la sorte de' contadini ne'
tempi da noi lontani. Ma se queste circostanze staccate non ci lasciano
punto dubitare che l'Italia non presentasse lo stesso aspetto dell'età
presente nelle province che conservarono la loro prosperità, ci fanno
altresì vedere che la campagna era coperta di villaggi e di agricoltori
ancora nelle province, che adesso sono scambiate in deserti. La
desolazione si è stesa sopra una ragguardevole ed altre volte
fertilissima estensione dell'Italia, dalle rive del Serchio fino a
quelle del Volturno. Vero è che le ricche campagne di Pisa furono
ruinate dalle inondazioni e rendute, dal quindicesimo secolo in poi,
insalubri dalle acque stagnanti, e in appresso dalla negligenza o dalla
gelosia de' Fiorentini; ma potenti borgate animavano ancora tutto il
littorale, oggi affatto deserto, da Livorno fino all'Ombrone. Possiamo
formarci un'idea della numerosa popolazione dello stato di Siena e della
sua Maremma dalla quantità dei villaggi che il marchese di Marignano vi
fece spianare nel susseguente secolo, facendo passare a fil di spada
tutti gli abitanti. Le guerre dei baroni, feudatarj della Chiesa,
mostrano che la campagna di Roma aveva pure una numerosa popolazione,
possedendovi i soli Colonna, nel quindicesimo secolo, maggior numero di
popolosi villaggi, che tutta questa provincia non conta adesso case
d'affittajuoli. Non può negarsi che tutta la provincia marittima, ossia
la Maremma, come chiamasi ancora presentemente, non fosse riputata
malsana, ma non quanto al presente. Flavio Biondo, facendone la
descrizione sotto il pontificato di Niccolò V, si accontenta di dire,
che nell'età sua più non era così fiorente come ai tempi dei Romani, e
quando parla di Ostia, dice che questa città mai non godette di un clima
troppo salubre, perchè esposta in riva al mare[1]; ma se avesse dovuto
parlare del presente suo stato, avrebbe a stento trovate espressioni per
dipingere la spaventosa desolazione del paese e gli effetti dell'aere
pestilenziale che vi si respira.

  [1] _Italia illustrata di Flavio Biondo, trad. di Lucio Fauno.
  Venez., 1542 in 8.º Regione III, f. 94._ Ostia, che ne' tempi Romani
  contava per lo meno cinquanta mila abitanti, non contiene adesso che
  trenta uomini nella buona stagione, e dieci nella malsana con due o
  tre donne. In un raggio di dieci miglia da ogni lato, la campagna
  non ha un solo abitante, fuorchè a Porto, città ancora più desolata
  di Ostia.

Nel quindicesimo secolo i contadini italiani distinguevansi da quelli
de' nostri in ciò, che, invece di abitare in mezzo ai loro campi, ove
tenevano per altro una casa rustica, alloggiavano quasi tutti in terre
murate; di là recavansi ogni mattina ai loro lavori, e, quando la loro
sicurezza era minacciata da nemica invasione, conducevano entro la
borgata i loro bestiami e gli attrezzi inservienti all'agricoltura, ed i
loro raccolti. Gli storici, parlando di molte imprevedute invasioni,
aggiungono spesso che i contadini non avevano avuto tempo di condurre
nei luoghi murati le loro bestie e le loro famiglie; lo che mostra, che,
in tempi tranquilli, solevano tenerli alla campagna.

La riunione de' contadini nelle borgate riusciva, non v'ha dubbio,
perniciosa all'agricoltura, e scemava i prodotti che la loro famiglia
poteva cavare da un terreno fertile. Ma quando si esaminano queste
borgate, che sono presentemente quasi tutte spopolate, si trovano nelle
loro case, abbandonate da più secoli, indizj dell'opulenza di coloro che
le abitavano. In generale queste case sono vaste e comode, aggiungono
l'eleganza alla solidità, e danno a conoscere che i contadini italiani,
nel quindicesimo secolo, erano assai meglio alloggiati che non lo sono
al presente i borghesi di una mediocre fortuna ne' più prosperi paesi
dell'Europa.

Inoltre questa riunione di contadini in villaggi fortificati, che
chiamavano castelli, attribuiva loro un'importanza e diritti politici,
di cui non avrebbero potuto godere rimanendo isolati. Erano essi
incaricati della difesa della patria, ed il governo perciò aveva loro
affidate armi, un tesoro pubblico ed un'amministrazione diretta da
magistrati scelti coi loro suffragi. Gli aveva in tal modo posti in
istato di difendersi contro un nemico straniero, ma nello stesso tempo
aveva loro dati mezzi di respingere ogni oppressiva operazione d'ogni
altro corpo dello stato.

Tale era la sorte di questa metà della nazione italiana, che col suo
lavoro faceva nascere tutti i frutti della terra. Se si paragona a
quella de' contadini della Francia, dell'Inghilterra, della Spagna,
della Germania alla stessa epoca, si troverà senza dubbio infinitamente
più felice. I padri di famiglia erano esenti da qualunque schiavitù e da
ogni vassallaggio domestico. Non erano inquieti rispetto alle condizioni
del loro affitto che mantenevasi sempre eguale di generazione in
generazione, nè intorno al pagamento delle contribuzioni, che spettava
soltanto al proprietario del feudo, nè intorno al pagamento dell'affitto
delle terre, che si eseguiva in natura. Potevano senza timore allevare i
loro figliuoli, sapendo che il lavoro somministrerebbe loro un
abbondante sostentamento; e se la loro famiglia diventava più numerosa
che non richiedeva il perfezionamento del loro podere, trovavano sempre
per quest'eccesso di popolazione un impiego nell'armata, nel clero,
nelle professioni meccaniche della città.

Tutti coloro che lavoravano i campi vivevano colla metà dei frutti della
terra; onde si può supporre che formassero per lo meno la metà della
nazione[2]. La parte del raccolto, che i gastaldi davano in natura ai
loro padroni, veniva consumata nelle città, e vi manteneva un'altra metà
della nazione. Ma la condizione di questa seconda parte del popolo era
ben diversa da quella che lo è presentemente; invece di languire
nell'ozio per mancanza di lavoro, o per non avere conservata l'abitudine
e l'abilità di lavorare, questa classe produceva valori commerciali con
non minore attività di quella che avesse la prima nel produrre valori
agricoli. L'Italia era tuttavia il più ricco paese dell'Europa in
manifatture; le sete, ch'ella somministrava in tanta abbondanza, le
lane, il lino, la canape, le pelli, i metalli, l'allume, lo zolfo, il
bitume, tutti i prodotti bruti della terra, che dovevano essere
modificati dall'industria, lavoravansi in Italia e da mani italiane,
prima di essere rilasciati all'interno o all'esterno consumo. Ma le
materie prime somministrate dall'Italia non bastavano alle sue
manifatture; era una delle più importanti operazioni del suo commercio
l'importarne altre dagli scali del mar Nero, dell'Affrica, della Spagna
e dei paesi del Nord, e in quelle medesime terre tornarle a distribuire
in appresso, dopo che il lavoro italiano ne aveva accresciuto il prezzo.
Questo lavoro era costantemente ricercato; quando il povero recava le
sue braccia sul mercato, era sicuro di trovarvi imprenditori disposti a
farlo lavorare, ed a ricompensarlo in proporzione della sua abilità.

  [2] Questo calcolo non è una misura determinata, ma un _minimum_.
  Tutto il frumento che viene portato al mercato non è necessariamente
  consumato nelle città; i contadini, che non coltivano che vigne ed
  uliveti, ne assorbono una gran parte. Questa sproporzione si è
  accresciuta dopo che le vaste campagne delle Maremme e della Puglia
  sono state abbandonate e deserte. La sola parte della campagna
  italiana che sia tanto popolata quanto lo era nel quindicesimo
  secolo, è quella che riacquista il grano portato al mercato; la
  minorazione della coltura dei grani nei paesi oggi deserti fu già
  proporzionata alla popolazione delle città; e perciò alcuni
  economisti pretendono che oggi i quattro quinti della nazione
  italiana appartengano alla classe de' coltivatori.

Non devesi per altro confondere l'ingegno degli artefici col lavoro
meccanico degli operaj; ma tutte le arti erano pure una lucrativa
carriera, ed ancora riguardandole dal lato dell'economia politica, non
dobbiamo scordare che quello stesso paese che aveva maggior numero di
cartolaj e le più attive tipografie, possedeva ancora la maggior parte
di que' dotti, i di cui libri diventavano un oggetto di commercio per
tutta l'Europa; che a poca distanza dalle cave del marmo statuario[3] di
Carrara, e dalle fonderie delle Maremme, trovavansi gli studj degli
statuarj Donatelli e Ghiberti, e la maravigliosa cupola di santa Maria
Reparata a Firenze, innalzata dal Brunelleschi: e che a canto agli
operaj che fabbricavano le tele, i pennelli ed i colori, vedevansi
sorgere il Masaccio, il Ghirlandajo e tutti i fondatori delle scuole di
pittura[4]. Così prosperavano simultaneamente tutti i lavori, da quello
del tessitore, condannato ad un'operazione sempre uniforme, fino a
quello dell'artefice destinato a formare la gloria del suo paese. In
tale stato di cose quel padre di famiglia che altra eredità non lasciava
a' suoi figliuoli che sanità, attività e coraggio di tutto
intraprendere, lo abbandonava in sul cammino della vita senza timore.

  [3] Ho sostituito _marmo statuario_, per singolarizzare quella
  qualità di marmo, che in allora come al presente era la sola che
  serviva pei principali lavori di scultura. _N. d. T._

  [4] Ne' tempi di cui parla l'autore le tele servivano pochissimo ai
  pittori; e non tutte le scuole di pittura ebbero fondatori toscani.
  _N. d. T._

Il commercio italiano aspettava, ed anticipatamente pagava tutti questi
prodotti dell'industria nazionale, per distribuirli in seguito tra le
diverse popolazioni del mondo. Ancora non era venuto quel tempo, in cui
principi, gelosi dell'indipendenza di tali uomini, che potevano
facilmente sottrarre le loro sostanze alla tirannide, armarono il
disprezzo contro l'attività e l'industria mercantile. Gli oltremontani
non avevano peranco insegnato agli Italiani, che il commercio faceva
torto alla nobiltà; e le più illustri famiglie di Firenze, di Venezia,
di Genova, di Lucca e di Bologna, davano contemporaneamente capi alle
case mercantili, cardinali alla Chiesa e gran priori all'ordine di
Malta. Mentre che i più riputati uomini della nazione arrecavano col
loro esempio maggior lustro al lavoro, che insegnavano a risguardare
l'ozio come un vizio, come un disonore, come un delitto contro la
società, essi medesimi, applicandosi ad un commercio che abbracciava la
metà del mondo allora conosciuto, acquistavano l'accortezza di esperti
mercanti, le cognizioni positive dei legislatori, ed avevano opportunità
di studiare i principj della prosperità pubblica, che dovevano prendere
di mira nella loro amministrazione. Altronde i commercianti, che
formavano un così distinto ordine della società, accostumavansi a
trafficare con maggiore lealtà, con modi più liberali, con più svariate
cognizioni. La mente, applicata a vicenda ora ai pubblici, ora ai
privati affari, andava acquistando maggiore pieghevolezza, e meglio
soddisfaceva all'una ed all'altra incumbenza.

La quantità del lavoro che può fare una nazione, la sussistenza che si
può procacciare, e la popolazione che può nutrire si misurano sempre
sulla quantità dei capitali di cui può disporre. Ora il capitale
produttivo che apparteneva agli Italiani nel quindicesimo secolo
pareggiava forse quello di tutte le altre nazioni d'Europa assieme
unite, e questo capitale, affidato a mani economiche ed industriose, non
giaceva mai ozioso. Oggi l'entrata annuale dell'Italia consiste quasi
unicamente nella metà dei prodotti del suolo, che i gastaldi danno in
natura ai proprietarj, e che questi, da sè medesimi, o col mezzo de'
loro diversi salariati, consumano nell'ozio[5]. Nel quindicesimo secolo
eranvi tra i proprietarj delle terre molti commercianti che aggiugnevano
ogni anno ai loro capitali produttivi la parte, molte volte
considerabilissima, de' prodotti de' loro poderi, che non consumavano
oziosamente. In tal maniera andavano di continuo impinguendo i capitali,
il di cui prodotto superava forse d'assai quello delle terre. Una più
numerosa popolazione poteva adunque vivere sullo stesso suolo e più
agiatamente. Mentre oggi una non piccola parte delle sete, degli olj
d'Italia, ed ancora dei grani, si cambiano con oggetti di lusso, allora
quasi i soli oggetti di lusso, che esportavansi dall'Italia, cambiavansi
in grani che s'importavano dall'estero. Verun argine vincolava le
speculazioni del mercante, che vedeva sempre crescere il fondo destinato
alle sue intraprese; il povero trovava la ricchezza nel suo lavoro, il
ricco era sicuro di accrescere le sue sostanze con un'incessante
attività; e l'uno e l'altro potevano vedere l'accrescimento della loro
famiglia senza temere la miseria.

  [5] Da oltre un mezzo secolo, in diverse parti d'Italia si è
  cominciato anche dai grandi proprietarj a dare maggior valore ai
  prodotti del suolo, coll'industria e col commercio, e non pochi de'
  grandi proprietarj del Milanese, del Veneziano ec. professano la
  mercatura. _N. d. T._

Nell'istante in cui l'Italia usciva dalla barbarie abbiamo fatto
osservare la gloriosa maniera con cui presentavasi in sul sentiero delle
lettere e delle arti. Ma nel quindicesimo secolo la storia delle lettere
e delle arti non è meno importante che la storia della politica;
conviene adunque abbandonarla a coloro che la trattarono di proposito.
In altra opera presentai un breve prospetto della letteratura italiana,
mentre che una compiuta storia di questa stessa letteratura si andava
pubblicando da uno de' più illustri scrittori della Francia[6]. Molti
altri hanno descritti i maravigliosi progressi dell'architettura, della
scultura, della pittura, delle quali non potrebbesi qui parlare
degnamente con poche parole, nè trattare a fondo senza uscire dall'unità
d'un soggetto storico. Non sarà adunque che come un nuovo argomento di
quella prosperità, di quel sentimento di riposo e di felicità sparso in
tutta la nazione nel quindicesimo secolo, ch'io ricorderò i rapidi
progressi delle arti. Senza dubbio quando si videro giunte all'apice
della perfezione, quando uomini come Michelangelo, Raffaello, Tiziano,
ebbero pubblicati i loro capi d'opera, le arti si sostennero in tutto il
sedicesimo secolo, e di maravigliosa luce folgoreggiarono in mezzo alle
più terribili calamità. Le disgrazie non offendono sempre il genio; ma
sibbene è necessario uno stato di sicurezza e di godimento della vita,
per accendere la prima volta la di lui fiaccola. D'uopo è che una
nazione osservi il presente con confidenza, e l'avvenire senza timore,
per aggiungere ai fuggiaschi piaceri dell'opulenza l'immortale pompa
delle belle arti.

  [6] Il signor Ginguenè, di fresco rapito alle lettere, la di cui
  Istoria della Letteratura Italiana può considerarsi come complemento
  della Storia Italiana de' secoli di mezzo. _N. d. T._

I monumenti, onde si coprì l'Italia nel quindicesimo secolo, non
dinotano solamente che un delicato sentimento del bello diresse lo
scalpello, il pennello e la squadra de' più illustri scultori, pittori,
ed architetti; ma il tutt'insieme di questi monumenti ci fa vedere una
nazione piena di fiducia nelle proprie forze, di speranze pel suo
avvenire, di soddisfaccimento per gli ottenuti successi. I suoi templi
superano infinitamente in magnificenza ed in solidità tutti i più
celebri della Grecia; i palazzi de' suoi cittadini, per estensione e per
colossale spessezza di muraglie, vincono quelli degli imperatori romani;
ed anche alle semplici case non manca un carattere di forza, di
agiatezza, di comodità[7]. Quando oggi si attraversano molte città
dell'Italia quasi deserte, e tanto decadute dall'antica loro opulenza,
quando entrasi nei templi che nemmeno la folla delle grandi solennità
può riempire, quando si osservano que' palazzi, i di cui proprietarj
occupano appena la decima parte, quando si riflette alle spezzate
sculture di quelle finestre fatte con tanta eleganza, all'erba che
germoglia presso le mura, al silenzio che regna in quelle vaste
abitazioni, alla povertà degli abitanti, al lento camminare, all'aria
disoccupata di tutti coloro che attraversano le strade, ai mendicanti
che ti pajono formar soli la metà della popolazione; ben si sente che
tali città furono fabbricate per un popolo diverso da quello onde sono
presentemente abitate, che furono il prodotto dell'attività, e sono ora
l'eredità della scioperatezza; che appartennero all'opulenza, cui tenne
dietro la miseria; che sono l'opera d'un gran popolo, e che questo gran
popolo più non esiste.

  [7] Forse l'amore dell'Italia rese il nostro autore alquanto
  parziale ai moderni nel confronto che fece degli Edificj greci e
  romani con quelli del XVI secolo. _N. d. T._

Il lusso dei re può talvolta creare una magnifica capitale, ancora
quando la loro nazione è tuttavia miserabile e mezzo barbara, e che
punto non desidera di privarsi di porzione del suo necessario per
circondarsi d'una pompa di cui ella non gode. Lodovico XIV e non la
Francia, Federico e non la Prussia, Pietro e Catarina e non la Russia,
si vedono ne' palazzi di Parigi, di Berlino, di Pietroburgo; perciò le
lontane province all'epoca che s'innalzavano quegli edificj erano tanto
più miserabili, quanto più sontuose diventavano le capitali. Ma
spontanee sono la ricchezza e l'eleganza dell'architettura italiana; in
villa come in città conservano lo stesso carattere, in ogni luogo sono
superiori alla condizione de' presenti proprietarj; ovunque si vedono
abitazioni più vaste, più agiate che quelle che la medesima classe della
società occupa ne' paesi oggi riputati i più prosperi. Le non conosciute
borgate di Uzzano, di Buggiano, di Montecatino, poste in sul pendìo
delle colline di Val di Nievole, se fossero trasportate tutte intiere in
mezzo alle più antiche città della Francia, di Troyes, di Sens, di
Bourges, ne formerebbero i più bei quartieri; i loro templi sarebbero
fatti per recare ornamento alle più grandi città. Quando c'interniamo
nelle valli degli Appennini, lontane dalle men frequentate strade, da
ogni commercio, e sto per dire da ogni viaggiatore, vi si trovano ancora
dei villaggi, ove dal quindicesimo secolo in poi non si fabbricò veruna
casa, ove verun'antica casa venne ristaurata; tali sono Pontito, la
Schiappa o Vellano; oppure sono unicamente formati di case di pietra a
cemento, a più piani, e d'una non inelegante architettura.

In quasi tutta l'Italia, l'agricoltura, le strade, la forma data al
terreno dalla mano degli uomini, l'architettura delle città e quelle dei
villaggi, conservano monumenti dell'antica opulenza, d'una prosperità
comune a tutte le classi, d'una attività di spirito, d'uno zelo
intraprendente ch'erano l'effetto, e di nuovo diventavano la causa della
nazionale felicità. Quest'opulenza, malgrado tutte le rivoluzioni di cui
abbiamo parlato, mantenevasi ancora in sul declinare del quindicesimo
secolo. Solo ci resta a vedere per quale concatenamento di calamità
venne distrutta, da quali impedimenti fu oppresso lo spirito della
nazione; sicchè ancora dopo la cessazione delle guerre e di tutti i
flagelli, che si succedettero pel corso d'un mezzo secolo, dopo il
ritorno della tranquillità, dopo il godimento d'una lunga pace invidiata
dalle altre nazioni europee, più l'Italia ricuperare non potesse
un'ombra soltanto dell'antica sua felicità.



CAPITOLO XCII.

      _Elezione di Alessandro VI. — Progetto di riforma di Girolamo
      Savonarola; vanità di Piero de' Medici, nuovo capo della
      repubblica fiorentina. — Lodovico Sforza eccita Carlo VIII a far
      valere i suoi diritti sul regno di Napoli; fermento di tutta
      l'Italia. — Ferdinando I muore prima d'essere attaccato._

1492 = 1494.


Le opinioni religiose e la politica concorrevano in Italia a collocare
il papa alla testa degli stati indipendenti, ne' quali era divisa questa
penisola. Fu principalmente nel corso del quindicesimo secolo che i papi
innalzarono la loro monarchia temporale, riducendo la città di Roma a
non avere che un governo municipale, e sostituendo la propria autorità a
quella del senato e della repubblica, talchè dopo la congiura di Stefano
Porcari avevano aboliti gli ultimi avanzi della romana libertà. Nelle
vicine province i papi avevano lavorato con ardore a rendersi ubbidiente
la nobiltà feudataria; e la violenza con cui furono perseguitate le due
più potenti case, quella dei Colonna da Sisto IV, e quella degli Orsini
da Innocenzo VIII, in principio del suo pontificato, le aveva molto
indebolite. Quasi tutti i piccoli principi e quasi tutte le città
libere, poste tra Roma, gli stati di Firenze e quelli di Venezia, erano
state costrette a riconoscere la suprema autorità della santa sede. Gli
è vero che i principi di Romagna conservavano la loro sovranità sotto
l'autorità della Chiesa, ma essi ubbidivano con zelo al papa, che
temevano, e gli somministravano in tutte le sue guerre eccellenti
capitani e buoni soldati. Perciò gli ultimi pontefici ebbero più virtù
guerriere che ecclesiastiche, e fecero fortemente sentire l'importanza
militare dello stato della Chiesa.

Altronde il papa, che aveva l'alta signoria del regno di Napoli, ch'era
direttore del partito guelfo in Lombardia ed in Toscana, e supremo capo
della Chiesa, non misurava la propria potenza sopra la sola estensione
degli stati sottoposti alla sua immediata giurisdizione. Ben al di là ed
a molta distanza dai proprj confini poteva senza danaro guadagnarsi
partigiani, fare la guerra senza soldati, minacciare ed atterrire senza
forze reali. Perciò la storia dei papi era forse la parte più essenziale
della storia d'Italia. Le rivoluzioni delle repubbliche e quelle delle
monarchie trovavansi costantemente legate a quelle della corte
pontificia, e quasi tutte le grandi catastrofi, che dovevano squarciare
l'Italia, erano state predisposte dagl'intrighi o dalle passioni de'
preti.

Il principio dell'ultimo periodo della libertà italiana, cui siamo
arrivati, ed il cominciamento della lunga guerra che gli oltremontani
dovevano portare in quasi tutta la penisola, fu pure un istante di crisi
pel potere pontificio; imperciocchè appunto in allora venne innalzato
sulla cattedra di san Pietro il più odioso, il più impudente, il più
malvagio di tutti coloro che fecero abuso d'una sacra autorità per
oltraggiare ed opprimere gli uomini. Alessandro VI fu eletto successore
d'Innocenzo VIII. Lo scandalo della corte di Roma, sempre crescente da
un mezzo secolo, non poteva essere spinto ad un più ributtante eccesso;
ed infatti dopo tale epoca andò gradatamente diminuendo. Veruno
scrittore ecclesiastico ebbe l'ardire di difendere la memoria di questo
papa, indegno del nome di cristiano; e l'obbrobrio, che in tempo del suo
regno coprì la Chiesa romana, distrusse quel religioso rispetto, che
proteggeva tutta l'Italia, e l'abbandonò agli stranieri come più facile
preda.

Innocenzo VIII era morto il 25 di luglio del 1492; vennero, secondo
l'uso, consacrati alcuni giorni alla pompa dei suoi funerali, ed il 6
agosto susseguente i cardinali si chiusero in conclave per eleggere il
successore. Si trovarono ridotti al numero di ventitre[8]. Ognuno di
loro sentiva ingrandirsi la propria importanza, vedendo scemarsi il
numero di coloro che avevano diritto di sedere in questo senato; la
divisione delle ricchezze, degli onori, dei principati, disponibili
dalla Chiesa, in gran parte spettava a loro; ognuno in ragione del
piccolo numero de' suoi competitori, poteva riservare per sè medesimo o
per le sue creature una più vantaggiosa porzione in questa grande
eredità. Quindi, malgrado l'esperienza dell'inutilità di tutte le
condizioni imposte ai futuri pontefici ne' precedenti conclavi, i
cardinali, provvedendo prima di tutto ai proprj interessi, promisero con
giuramento, che quello di loro che avrebbe la tiara, non farebbe nuove
promozioni senza l'assenso del sacro collegio[9].

  [8] _Stef. Infessura Diar. Rom., t. III, Scrip. Rer. It., t. II, p.
  1243. — Ann. Eccl. Rayn., 1492, § 22, t. XIX, p. 412._

  [9] _Rayn. An. Eccl., 1492, § 28, p. 414._

Tutti i voti trovaronsi uniformi per questa prima risoluzione che
giovava al comune interesse; ma quando si venne all'elezione di un nuovo
capo della Chiesa, ognuno diede nuovamente orecchio ai consigli della
propria ambizione e privata cupidigia. Il conclave era quasi interamente
composto di creature d'Innocenzo VIII e di Sisto IV, e non potevasi
sperare da uomini eletti in tempi di tanta corruzione, nè molto
disinteressamento, nè elevati sentimenti. Un solo tra di loro, Roderigo
Borgia, era di più antica creazione, il quale, più degli altri
invecchiato nelle dignità della Chiesa, aveva potuto accumulare maggiori
ricchezze degli altri. Era costui figliuolo di una sorella di Calisto
III, e per fare cosa grata allo zio, che lo aveva adottato, aveva
lasciato il suo cognome di Lenzuoli per prendere quello di Borgia.
Essendo ancora giovinetto era stato colmato dal vecchio Calisto di tutte
le grazie che un papa può conferire ad un nipote: a lui aveva il
pontefice resignato il proprio arcivescovado di Valenza nella Spagna; e
lo aveva il 21 settembre del 1456 creato cardinale diacono,
aggiugnendovi in pari tempo la lucrosa carica di vice cancelliere della
Chiesa. Sisto IV, che aveva adoperato Roderigo Borgia in molte
legazioni, gli aveva dati i vescovadi di Alba e di Porto. Altre più
fresche missioni, nelle quali il Borgia aveva dato luminose prove della
sua accortezza, gli avevano fruttate nuove ricompense[10], e nel 1492
aveva l'entrate di tre arcivescovadi in Ispagna, e di molti altri
beneficj in tutta la Cristianità. Le ricchezze di un cardinale
influiscono quasi necessariamente sopra i suffragj de' suoi colleghi,
perciocchè, non potendo per sè ritenere i beneficj, fatto papa, è cosa
ovvia che li ripartisca sopra tutti coloro che più contribuirono alla
sua elezione; e quanto più partecipò egli stesso ai favori della Chiesa,
tanto più può darne ai suoi partigiani, senza muovere giuste lagnanze.
Il Borgia, nel corso di quasi un mezzo secolo di prosperità, aveva
accumulati immensi tesori, e la natura gli aveva accordati tutti i
talenti proprj a farne uso per la sua ambizione: aveva una facile
eloquenza, sebbene non fosse che mediocremente versato nelle lettere, e
la sua mente, straordinariamente pieghevole, era di tutto capace: ma
soprattutto era in particolar modo provveduto di singolari talenti per
trattare gli affari, e di una inarrivabile destrezza nel saper condurre
ai suoi fini lo spirito de' suoi rivali[11].

  [10] _Onof. Panvino vite de' Pontefici. In Aless. VI, p. 472._

  [11] _Jacob. Volaterranus Diar. Rom., t. XXIII, Rer. It. p. 130. —
  Ann. Eccl. Rayn., 1492, § 25, t. XIX, p. 413._

Collocato dalle immense sue ricchezze e dalla sua anzianità nel collegio
de' cardinali tra i principali candidati per la santa sede, il Borgia
sembrava, anche agli occhi de' più savj, giustificare in parte le sue
pretese co' distinti talenti impiegati la servigio della Chiesa; se non
che i suoi costumi potevano dar luogo a potenti eccezioni. Fin sotto il
pontificato di Pio II, le sue dissolutezze, in allora più condonabili in
grazia della gioventù, l'avevano esposto alla pubblica censura[12];
aveva poi preso seco un'amica, detta Vanozia, colla quale viveva come se
stata fosse sua moglie, e nello stesso tempo l'aveva fatta sposare ad un
cittadino romano; aveva da lei avuti quattro figliuoli ed una figlia,
che tra poco vedremo prendere una molto importante parte negli affari.
Egli nelle parole e ne' fatti non aveva la riservatezza conveniente a
uomo di Chiesa: ma il libertinaggio era di già salito sul trono con
Sisto IV e con Innocenzo VIII, ed il sacro collegio non era più composto
di uomini abbastanza irreprensibili perchè i vizj di Roderigo Borgia
fossero un sufficiente motivo d'esclusione.

  [12] _Ann. Eccl., 1492, § 24, p. 413._

Pareva che due rivali potessero disputare la tiara al Borgia, cioè
Ascanio Sforza e Giuliano della Rovere. Ascanio, figliuolo del grande
Francesco Sforza, duca di Milano, era zio di Giovanni Galeazzo, allora
regnante, e fratello di Lodovico il Moro, che governava in suo nome la
Lombardia; era stato creato da Sisto IV cardinale diacono del titolo dei
Santi Vito e Modesto, era dopo il Borgia uno de' cardinali più ricchi di
beneficj ecclesiastici, ed era inoltre spalleggiato da suo fratello e
dagli alleati del duca di Milano. Ma dopo avere fatte alcune infruttuose
prove delle forze del proprio partito, preferì di vendere la propria
adesione al suo rivale, piuttosto che vedersi da lui vinto; trattò col
Borgia e si fece promettere la carica di vice cancelliere, e gli
guarentì in iscambio tutti i suffragi da lui disponibili[13].

  [13] _Josephi Ripamontii Hist. Urbis Mediol., l. V, p. 653._

Giuliano della Rovere, figliuolo di un fratello di Sisto IV, prete
cardinale del titolo in san Pietro _in vincula_, era il terzo candidato.
I suoi distinti talenti, e l'avere luminosamente figurato nel
pontificato dello zio, gli avevano procurati molti suffragj; ma Roderigo
Borgia, spargendo danaro a piene mani, seppe guadagnarsi coloro che
ancora pendevano incerti. Sotto colore di porli in luogo sicuro finchè
durava il conclave, egli aveva mandato quattro muli carichi di danaro
alla casa del cardinale Ascanio Sforza, e questo danaro fu impiegato
nell'acquisto delle coscienze incerte. La voce del cardinale patriarca
di Venezia fu pagata cinque mila ducati, tutte le altre furono
mercanteggiate nella stessa maniera[14], ed il sabato mattina, undici di
agosto, Roderigo Borgia fu proclamato papa, colla maggiorità di due
terzi de' suffragj, sotto il nome di Alessandro VI[15].

  [14] _Stef. Infessura Diario Rom., p. 1244._

  [15] _An. Eccl., 1492, p. 413._ Per altro alcuni scrittori indicano
  un diverso giorno. Il giornale di Siena fa seguire l'elezione il 10
  di agosto: _Allegr. Allegretti, t. XXIII, p. 826; Onofrio Panvinio_
  nel primo.

Si conobbe subito a quali vergognosi mercati andava il pontefice
debitore della sua elezione, perciocchè fu veduto nei primi giorni dopo
l'elezione pagare i convenuti premj. Risegnò al cardinale Ascanio Sforza
la lucrosa sua dignità di vice cancelliere; cedette al cardinale Orsini
il suo palazzo di Roma coi due castelli di Monticello e di Soriano;
diede al cardinale Colonna l'abbazia di Subbiaco con tutti i suoi
castelli; al cardinale di sant'Angelo, il vescovado di Porto con tutti i
suoi mobili sommamente magnifici, oltre la sua cantina ricca de' più
squisiti vini; al cardinale di Parma la città di Nepi; a quello di
Genova la chiesa di santa Maria _in via lata_; al cardinale Savelli la
chiesa di santa Maria maggiore, e la città di Città Castellana: gli
altri furono premiati a danaro sonante. Cinque soli, alla testa de'
quali furono posti Giuliano della Rovere e suo cugino Raffaello Riario,
non acconsentirono a vendere i loro suffragj[16].

  [16] _Stef. Infessura Diar. Rom., p. 1244. — Franc. Guicciardini, l.
  I, p. 4. — Ist. di Gio. Cambi, Deliz. Erud., t. XXI, p. 71._

I Romani celebrarono l'elezione di Alessandro VI con tali feste, che
sarebbero state più convenienti alla coronazione di un giovane
conquistatore che a quella di un vecchio pontefice. Sarebbesi detto che
il popolo re chiedeva al suo nuovo sovrano di richiamare sotto il suo
impero le nazioni altre volte soggiogate dalle armi romane. La maggior
parte delle iscrizioni che ornavano le case romane alludevano al nome di
Alessandro assunto dal Borgia, e se in qualche modo ricordavano la
religione di cui era capo, lo facevano, promettendo al nuovo Alessandro
tanto più luminose vittorie in quanto che egli era un Dio, e non un
semplice eroe[17]. Quest'eccesso d'adulazione non venne immediatamente
smentito dal fatto. Una spaventosa anarchia era nata sotto il venale ed
effeminato regno d'Innocenzo VIII; erasi aggrandita nella letargia di
questo pontefice in modo che dugento venti cittadini romani erano stati
assassinati dall'ultima crisi della sua malattia fino alla morte[18].
Alessandro VI, che voleva regnare, e che sapeva farsi temere, pose
subito rimedio a tanto disordine e ridonò la sicurezza alle strade di
Roma. Il solo cardinale della Rovere non lasciossi sedurre da questa
apparente calma: l'apostata spagnuolo, il _marrano_, com'egli lo
chiama[19], non poteva ispirargli troppa confidenza. Si chiuse nel
castello d'Ostia fino all'istante in cui credette più prudente partito
il recarsi in più lontani paesi, e non assistette alle scandalose feste
colle quali il papa celebrò nel proprio palazzo il matrimonio di sua
figlia Lucrezia con Giovanni, figlio di Costanzo Sforza, signore di
Pesaro[20].

  [17] _Cæsare magna fuit, nunc Roma est nascima sextus: = Regnat
  Alexander. Ille vir iste Deus. = Epistola Petri Delphini, l. III,
  Ep. 38. — Rayn. Ann. Eccl. § 27, p. 414._

  [18] _Stef. Infessura, p. 1244._

  [19] Gli Spagnuoli chiamano _marranos_ i mori convertiti; pochi
  spagnuoli sottraevansi di quei tempi al rimprovero di Apostasia.

  [20] Le nozze di Lucrezia si celebrarono il 9 e 10 giugno del 1493.
  _Infessura Diar. Rom., p. 1246. — Alleg. Allegretti, p. 827._

L'istante in cui la Chiesa romana, disonorata dai vizj di alcuni capi
del clero, alzava sul trono un pontefice di cui doveva vergognarsi, non
poteva sottrarsi ai tentativi di riforma di coloro che, più sinceri
nella loro fede, cercavano nella religione un appoggio alla morale, e
prevedevano le funeste conseguenze dell'esempio dato a tutta la
Cristianità da un papa adultero e fors'anche incestuoso. In sul
declinare del quindicesimo secolo, e ne' primi anni del susseguente, era
ancora troppo fervente, e troppo sincero era il sentimento della
religione perchè i grandi scandali non fossero cagione di grandi
rivoluzioni. Coloro che per una virtuosa indignazione s'allontanavano da
un Sisto IV, da un Innocenzo VIII, da un Alessandro VI, non lasciavano
perciò d'essere Cristiani, o affezionati alla Chiesa disonorata da
alcuni suoi capi; essi attribuivano tutti i vizj agli uomini e non al
sistema; e quanto più vedevano accrescersi i disordini e gli scandali,
facevansi un più stretto dovere di scacciare l'abbominazione dal
santuario, e mostravansi più disposti a compromettere anche la vita per
una riforma, che risguardavano come l'opera del Signore.

Lo scandalo della corte di Roma non era ancora che imperfettamente
conosciuto al di là delle Alpi. Prima delle guerre degli oltremontani in
Italia, un profondo rispetto copriva d'impenetrabil velo il palazzo di
san Pietro a Roma; ed ai riformatori, che più tardi spiegarono lo
stendardo della ribellione contro la Chiesa romana, sarebbe stato
impossibile il dare compimento all'opera loro in Germania ed in Francia
avanti questa mescolanza delle nazioni. La stessa intrapresa doveva
piuttosto tentarsi in Italia, ove più che altrove conoscevansi gli
abusi: questa doveva ricevere un diverso carattere dal popolo che
cominciava la riforma; doveva scoppiare tra gl'Italiani con maggiore
entusiasmo, doveva parlare d'avvantaggio all'immaginazione ed al cuore,
doveva farsi meno spalleggiare dalla filosofia, e forse essere meno
indipendente dalle opinioni religiose, ma invece legarsi più
strettamente alla politica. In Italia l'ordine civile e l'ordine
religioso erano egualmente corrotti, mentre i principj costitutivi
dell'uno e dell'altro erano stati profondamente penetrati con un lungo
studio: onde i riformatori dovevano tentare di dar mano
contemporaneamente a tutti e due. Tali infatti furono i divisamenti di
Girolamo Savonarola; e questo precursore di Lutero non fu da lui
diverso, se non quanto un Italiano deve esserlo da un Tedesco.

Girolamo Francesco Savonarola apparteneva ad un'illustre famiglia
originaria di Padova, ma chiamata a Ferrara dal marchese Niccolò d'Este.
Nacque in quest'ultima città il 21 settembre del 1452 da Niccolò
Savonarola e da Annalena Bonaccorsi di Mantova[21]. Distintosi di
buon'ora ne' suoi studj, in particolare, nella teologia, s'involò alla
sua famiglia in età di 23 anni, e, rifugiatosi nel chiostro de'
Domenicani di Bologna, professò il 23 aprile del 1475 con un fervore
religioso, un'umiltà ed un desiderio di penitenza, che non si smentirono
giammai[22]. I suoi superiori, conoscendo bentosto i singolari talenti
del giovane domenicano, lo destinarono a leggere pubblicamente
filosofia. Il Savonarola, chiamato a parlare in pubblico, doveva lottare
contro i difetti del suo organo ad un tempo debole e duro, contro la sua
mal aggraziata declamazione, e contro lo spossamento delle sue forze
fisiche, prodotto da una severa astinenza.

  [21] _Della storia e delle gesta del padre Girolamo Savonarola, l.
  IX, dedicati a P. Leopoldo, 1782, 4.º, l. I, § 2, p. 2._

  [22] _Vita di Savonarola, l. I, § 3, p. 5._

Fu ammirata l'erudizione del nuovo professore, ma egli non piacque come
predicatore quando salì sul pulpito, ed allora non fu al certo preveduto
quel potere che in breve acquistar doveva la sua eloquenza sopra più
numerosi uditori[23]. La forza dell'ingegno e quella della volontà
vinsero tutti gli ostacoli. Il Savonarola acquistò nel ritiro quei
vantaggi che supponevansi essergli stati dalla natura negati. Coloro che
nel 1482 erano stati offesi dalla sua declamazione, appena potevano
riconoscerlo quando nel 1489 l'udirono modulare a suo piacimento una
voce armoniosa e robusta, e sostenerla con una nobile, imponente e
graziosa declamazione[24]. Egli stesso, temendo d'insuperbirsi per gli
sforzi che aveva felicemente fatti onde perfezionarsi, riferiva al cielo
i suoi progressi con cristiana umiltà, e risguardava le proprie
metamorfosi come un primo miracolo, che provava la sua divina missione.

  [23] _Vita di Savonarola an. 1478, § 9, p. 13. — Anno 1482, § 11, p.
  15._

  [24] _Ivi, § 19, p. 22._

Fu nel 1483 che il Savonarola credette sentire in sè medesimo un segreto
profetico impulso che lo destinava riformatore della Chiesa, chiamandolo
a predicare ai Cristiani la penitenza, e ad annunciare ai medesimi
anticipatamente le calamità onde lo stato e la Chiesa erano egualmente
minacciati. A Brescia cominciò la sua predicazione intorno
all'apocalisse nel 1484, e predisse ai suoi uditori che le loro mura
sarebbero un giorno bagnate da torrenti di sangue. Questa minaccia pare
che avesse compimento due anni dopo la morte del Savonarola, quando nel
1500 i Francesi, sotto gli ordini del duca di Nemours, presero Brescia
d'assalto, e lasciarono gli abitanti in preda ad un'orrenda
uccisione[25]. Nel 1489 Savonarola recossi a piedi a Firenze, e fissò la
sua residenza nel convento del suo ordine, sotto il titolo di san Marco,
dove pel corso di otto anni doveva continuare a predicare la riforma,
fino al momento in cui fa mandato al supplicio, come, a seconda di
quanto attestano i suoi discepoli, aveva egli stesso prenunciato.

  [25] _Vita di Savonarola, l. I, § 15, p. 19._

La riforma, che il Savonarola raccomandava, siccome un'opera di
penitenza, per allontanare le calamità ch'egli diceva vicine a piombare
sull'Italia, doveva cambiare i costumi del mondo cristiano e non la sua
fede. Il Savonarola credeva corrotta la disciplina della Chiesa, credeva
infedeli i pastori delle anime, ma non erasi mai fatto lecito di muovere
un solo dubbio intorno ai dommi che professava questa Chiesa, o di
assoggettarli a veruna disamina. La stessa natura del suo entusiasmo non
glielo doveva permettere; non era già in nome della ragione ch'egli
attaccava l'ordine stabilito, ma in nome d'una inspirazione ch'egli
credeva soprannaturale, non per mezzo di esame, ma colle profezie e coi
miracoli.

L'ardire del suo spirito, che si era trattenuto in faccia all'autorità
della Chiesa, aveva per altro misurate con minore rispetto le autorità
temporali. In tutto ciò ch'era opera dell'uomo voleva che potesse
riconoscersi per iscopo l'utilità degli uomini e per regola il rispetto
dei loro diritti. La libertà non sembravagli meno sacra della religione;
risguardava come un bene mal acquistato, e che non si poteva conservare
senza rinunciare all'eterna salute, il potere che un principe aveva
usurpato, innalzandosi nel seno d'una repubblica. Ai suoi occhi Lorenzo
de' Medici era un illegittimo detentore della proprietà dei Fiorentini:
malgrado i replicati inviti, fattigli da questo capo dello stato, mai
non volle visitarlo, o attestargli veruna deferenza, onde non si
supponesse ch'egli ne avesse riconosciuta l'autorità[26]; e quando
Lorenzo, sul letto della morte, chiamò presso di sè questo confessore
per ricevere dalle sue mani l'assoluzione, il Savonarola gli chiese
preventivamente se aveva intera fede nella misericordia di Dio, ed il
moribondo dichiarò di sentirla nel fondo del suo cuore; se era
apparecchiato a restituire tutto il bene che aveva illegittimamente
acquistato, e Lorenzo dopo qualche incertezza si dichiarò disposto a
farlo; finalmente se ristabilirebbe la libertà fiorentina ed il governo
popolare della repubblica; ma Lorenzo ricusò di assoggettarsi a questa
terza condizione, e rimandò il Savonarola senza avere ricevuta
l'assoluzione[27].

  [26] _Stor. del P. Girol. Savonarola, l. I, § 22, p. 25._

  [27] _Ivi, § 26, p. 33._

Se il Savonarola avea creduto di dover predicare a Lorenzo de' Medici la
restituzione della sovrana autorità a Firenze, siccome d'un bene mal
acquistato, egli aveva ancora più gagliarda ragione per persuadere
Pietro de' Medici a dimettersi da un'autorità ch'egli non aveva nè la
forza, nè l'abilità di conservare. Pietro, il maggiore de' tre figli di
Lorenzo, non aveva che ventun anni quando suo padre morì, e la sua
prudenza era al di sotto dell'età. A Firenze, le leggi determinavano
l'età richiesta per l'esercizio d'ogni magistratura, ed avevano
generalmente protratta assai quest'epoca: i consiglj dispensarono Pietro
dalle condizioni dell'età, e lo dichiararono proprio a ricevere tutte le
onorificenze, e ad esercitare tutte le magistrature di suo padre[28].
Questa violazione della costituzione era una conseguenza della schiavitù
della signoria; ma questa ferì i Fiorentini facendo loro vedere il giogo
sotto cui erano caduti.

  [28] _Scip. Ammirato Stor. Fior., l. XXVI, p. 187._

Pietro, appassionato pei piaceri della gioventù, per le donne, per gli
esercizj della persona che potevano farlo brillare ai loro occhi,
d'altro omai non intratteneva la repubblica che di feste e di
divertimenti, cui consacrava tutto il suo tempo. La sua statura era più
che mezzana, aveva petto e spalle assai larghe e straordinarie erano la
di lui forza e destrezza. Egli ragunava presso di sè i più insigni
giocatori di palla di tutta l'Italia; ma in quest'esercizio superava
tutti, come in quelli della lotta e del cavalcare. Aveva facilità somma
di dire, pronuncia aggradevole, armoniosa voce, mentre che suo padre per
una cattiva conformazione del suo organo parlava col naso. Pietro aveva
fatti singolari progressi nelle lettere greche e latine sotto Angelo
Poliziano: improvvisava versi con somma facilità; variata e gradevole
era la sua conversazione, ma il suo orgoglio mostravasi con insultante
maniera qualunque volta vedevasi contraddetto. Questo era di tutti il
suo più dominante difetto, difetto in lui accarezzato da sua madre
Clarice, e da sua moglie Alfonsina, l'una e l'altra della famiglia
Orsini, le quali aveano portata in casa dei Medici l'arroganza della
loro famiglia. Egli pretendeva che la repubblica ricevesse ciecamente i
suoi ordini, ed intanto risguardava come cosa indegna del suo grado la
fatica dello studiare i pubblici affari; perciò gli abbandonava alle
persone di sua confidenza, ed in particolare a Pietro Dovizio di
Bibbiena, fratello maggiore di quel Bernardo, che Leon X creò poi
cardinale ed acquistò illustre nome nelle lettere volgari. Pietro di
Bibbiena era stato segretario di Lorenzo, aveva pratica degli affari, ed
il Medici, accordandogli la sua confidenza, metteva questo subalterno,
nato in una provincia suddita, al di sopra degli antichi magistrati
della repubblica[29].

  [29] _Jac. Nardi Stor. Fior., l. I, p. 15._

Meno era Pietro de' Medici capace di governare uno stato, e più
diffidava di coloro che potevano nella repubblica aspirare ad un rango
eguale al suo. Un altro ramo della casa de' Medici cominciava in allora
a richiamare l'attenzione dei Fiorentini; erano questi i nipoti di
Lorenzo, fratello del vecchio Cosimo. Il più giovane di costoro aveva
quattro anni più di Pietro; avevano ereditate le ricchezze accumulate
colla mercatura del loro avo; ma ossia che verun singolare talento si
fosse sviluppato in questo ramo della famiglia, o che i suoi membri si
riputassero abbastanza onorati dal parentado loro coi capi dello stato,
non eransi mai veduti nè Pier Francesco, padre di questi giovani, nè
Lorenzo, loro avo, prendere veruna parte nelle politiche contese di
Firenze. Piero fu il primo a scoprire de' rivali ne' suoi cugini; li
fece arrestare in aprile del 1493, e prese a deliberare se dovesse farli
morire; ma i loro amici ottennero a fatica che fosse contento di
mandarli fuori di città, assegnando loro per prigione le loro due case
di campagna. Ma il popolo aveva risguardato il loro arresto come una
violazione de' suoi diritti, e la libertà loro come un trionfo: gli
accompagnò colle sue acclamazioni e co' suoi voti mentre uscivano di
città, e fece vie meglio sentire a Pietro, ch'egli andava perdendo tutto
il favore popolare[30].

  [30] _Jac. Nardi Stor. Fior., l. I, p. 16. — Comment. di Filippo de'
  Nerli, l. III, p. 58._

Forse Pietro avrebbe più facilmente soppressi questi primi sintomi di
fermento, se si fosse affrettato di allontanare da Firenze colui che
dirigeva lo spirito popolare, comprendendo la libertà nella riforma
della Chiesa e dei costumi. Ma Girolamo Savonarola scuoteva ogni giorno
una numerosa udienza coll'interpretazione delle profezie, nelle quali
credeva di vedere prenunciata la ruina di Firenze. Parlava al popolo in
nome del cielo delle calamità che lo minacciavano, e lo supplicava di
convertirsi; in appresso dipingeva a' suoi occhi il disordine dei
privati costumi, i progressi del lusso e dell'immoralità in tutte le
classi de' cittadini, i disordini della Chiesa e la corruzione de' suoi
prelati, i disordini dello stato e la tirannide de' suoi capi; invocava
la riforma di tutti questi abusi, e la sua immaginazione era altrettanto
vivace ed entusiasta, quando parlava degli interessi del cielo, quanto
vigorosa era la sua logica ed affascinatrice la sua eloquenza, quando
regolava gl'interessi della terra. Di già i cittadini di Firenze
attestavano colla modestia dei loro abiti, coi loro discorsi, col loro
contegno, ch'essi andavano abbracciando la riforma del Savonarola; di
già le donne avevano rinunciato alle loro acconciature; sorprendente in
tutta la città era il cambiamento de' costumi, ed era facil cosa il
prevedere che l'istruzione politica del predicatore non farebbe minore
impressione sugli uditori di quel che lo faceva l'istruzione morale[31].

  [31] _Comment. di Ser Filippo de' Nerli, l. III, p. 58. — Storia di
  F. Girolamo Savonarola, l. I, § 35, p. 49._

Le predicazioni del Savonarola erano appoggiate alla minaccia di nuove
spaventose calamità che straniere armate dovevano recare all'Italia; in
fatti ogni giorno queste calamità si andavano avvicinando, e
cominciavano a rendersi visibili a tutti gli occhi. Le pretese della
casa d'Angiò sul regno di Napoli avevano turbata l'Italia un intero
secolo, e l'Italia era avvezza a volgere lo sguardo verso la Francia per
discoprirvi gl'indizj della burrasca che si addensava per distruggere la
sua pace. Erano già vent'anni che i diritti della casa d'Angiò erano
passati nel re di Francia, e ben poteva prevedersi, che quando il
giovane principe fosse in età da credersi in istato di condurre gli
eserciti, potrebb'essere solleticato dalla gloria di conquistatore.
Sentivasi perciò da molto tempo che si rendeva necessaria l'unione delle
potenze d'Italia per chiudere la porta di questo paese agli
oltremontani. Quest'unione esisteva nelle pubbliche convenzioni, ed era
stata inoltre raffermata dal trattato di Bagnolo del 7 agosto del 1484,
e da quello di Roma dell'11 agosto del 1486, l'uno e l'altro in pieno
vigore; ma intanto quest'unione non aveva spente le segrete rivalità dei
sovrani, le gelosie e gli odj che dividevano l'Italia in due rivali
fazioni, e che aspettavano l'opportunità per iscoppiare.

Lodovico Sforza, detto il Moro, che governava il ducato di Milano in
nome di suo nipote Giovanni Galeazzo, pareva sentire più che gli altri,
siccome più degli altri vicino agli oltremontani, la necessità
dell'unione degli stati d'Italia, e voleva non solo che esistesse
realmente, ma ancora che fosse solennemente annunciata a tutta l'Europa.
L'assunzione di Alessandro VI al pontificato parvegli una favorevole
circostanza per farlo, perchè all'elezione di un nuovo papa tutti gli
stati cristiani mandavano a Roma una solenne ambasciata per prestargli
ubbidienza. Il duca di Milano era unito con una particolare
confederazione, rinnovata per 25 anni nel 1480, col regno di Napoli, il
duca di Ferrara, e la repubblica fiorentina. Lodovico il Moro propose ai
suoi alleati di far partire nello stesso tempo gli ambasciatori di
queste quattro potenze, di ordinare per lo stesso giorno il loro
ingresso in Roma, e di farli presentare insieme al papa, incaricando
quello del re di Napoli di parlare egli solo a nome di tutti. Voleva
così mostrare al papa, ai Veneziani ed alle altre potenze d'Europa, che
intima e forte era la loro unione, persuadere le due prime ad unirsi a
loro per la difesa dell'Italia, e far conoscere alle altre che questa
provincia non aveva di che temere dagli stranieri. La puerile vanità di
Pietro de' Medici mandò a monte questo progetto, ed eccitando la
diffidenza del Moro, lo gettò in una politica affatto contraria[32].

  [32] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 188. — Franc. Belcarii Comment.
  Rer. Gallic., l. V, p. 114. Lugduni 1625 in fol._

Era Pietro de' Medici uno degli ambasciatori nominati dalla sua
repubblica per recarsi a Roma; voleva figurare in questa solenne
circostanza, spiegando agli occhi de' Romani e de' forastieri i tesori
di gemme ammassati da suo padre, il lusso de' suoi equipaggi e
l'eleganza degli abiti de' suoi servitori. La sua casa era stata due
mesi ingombra di sartori, di ricamatori ec.; tutti i suoi giojelli erano
stati seminati sulle assise de' suoi paggi, ed un solo collare, che
doveva portare uno di costoro, stimavasi del valore di dugento mila
fiorini. Tanto lusso sarebbe stato meno osservato se quattro solenni
ambasciate avessero dovuto fare nello stesso tempo il loro ingresso.
Collega di Pietro era Gentile, vescovo d'Arezzo, uno dei precettori di
Lorenzo de' Medici; Gentile era incaricato di parlare, e non aveva
questi minor voglia di recitare il discorso che aveva composto, che
Pietro di far vedere le sue assise. Ma, secondo il progetto di Lodovico
il Moro, avrebbe parlato il solo ambasciatore del re di Napoli[33]. Il
Medici non sapeva rinunciare a tutte queste soddisfazioni dell'amor
proprio, e persuase Ferdinando, re di Napoli, a ritirare la parola già
data al Moro. Questi sentì la sua vanità ferita in vedere con tanta
leggerezza abbandonato un progetto da lui proposto e sostenuto da
plausibili motivi; perciò si fece ad indagare le cagioni che potevano
dare a Pietro tanto ascendente sull'animo di Ferdinando, e scoprì
l'esistenza di una segreta lega tra questi ed il capo della repubblica
fiorentina. Un'alleanza, indipendente da quella di cui egli stesso
faceva parte, pareva minacciarlo; la casa de' Medici, costantemente
alleata degli Sforza, era disposta ad abbandonarlo per la casa rivale di
Arragona, e poteva derivarne un intero cambiamento in tutto il sistema
politico dell'Italia[34].

  [33] _Franc. Guicciardini, l. I, p. 6. — Ricordanze di Tribaldo de'
  Rossi, Deliz. degli Erud., t. XXIII, p. 280._

  [34] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 189._

Bentosto nuove prove di questa intelligenza accrebbero i timori del
Moro. Ferdinando e Pietro de' Medici consigliarono Virginio Orsino,
parente d'ambidue loro, ad acquistare i feudi d'Anguillara e di
Cervetri, che Innocenzo VIII aveva dati in sovranità a suo figlio
Franceschetto Cibo. Il loro prezzo venne portato a quarantaquattro mila
ducati, ed il Medici ne sovvenne quaranta mila[35]. I feudi degli
Orsini, posti in gran parte tra Roma, Viterbo e Civitavecchia,
assicuravano la comunicazione del re di Napoli colla repubblica
fiorentina, ed in qualche modo inceppavano il papa, i di cui feudatarj
venivano per tal modo, fino alle porte della sua capitale, protetti dai
due più potenti vicini. Lodovico il Moro fece sentire questo pericolo ad
Alessandro VI, confortandolo, poichè verun feudo della Chiesa non poteva
alienarsi da un feudatario senza il consentimento del papa, a non
approvare la vendita d'Anguillara[36].

  [35] _Allegr. Allegretti Diarj Sanesi, t. XXIII, p. 826._

  [36] _Franc. Guicciardini, l. I, p. 8. — Scip. Ammirato, l. XXVI, p.
  189._

Lodovico il Moro approfittò de' sospetti che questo negoziato e le
minacce di Ferdinando e di Pietro de' Medici davano ad Alessandro VI per
intavolare con lui e colla repubblica di Venezia un'alleanza, che
potesse servire di contrappeso all'ascendente che pareva prendere la
casa d'Arragona. Tale alleanza fu sottoscritta il 22 aprile del 1493,
malgrado l'opposizione del doge di Venezia, il quale, conoscendo il
carattere d'Alessandro VI, non sapeva ridursi a riporre in lui veruna
confidenza. Poco dopo entrò in questa lega ancora Ercole III, duca di
Ferrara, ma la repubblica di Siena non volle prendervi parte[37].

  [37] _Alleg. Allegretti Diari Sanesi, t. XXIII, p. 827. — And.
  Navagero Stor. Venez., t. XXIII, p. 1201._

Obbligavansi i confederati a tenere in armi pel mantenimento della
pubblica pace un esercito di venti mila cavalli e di dieci mila fanti,
cui il papa contribuirebbe per un quinto, e, cadauno per due quinti, il
duca di Milano ed il governo veneto. Quest'alleanza non aveva verun fine
ostile, e tutti gli stati d'Italia potevano, quando loro piacesse,
entrarvi[38].

  [38] _Marin Sanuto Vite dei Duchi di Venezia, p. 1250._ Termina con
  tale avvenimento questa voluminosa cronaca. Negli ultimi anni fu
  scritta assai diffusamente giorno per giorno, ma spesse volte con
  poca precisione, secondo che le cose venivano raccontate in Venezia.
  Il suo autore, figliuolo di Leonardo Sanuto, era senatore veneziano,
  e viveva tuttavia nel 1522. Il Muratori, che per la prima volta
  pubblicò queste vite nel _vol. XXII Script. Rer. Ital., p. 400, p.
  1252_, ritiene che la cronaca veneta, pubblicata nel vol. XXIV,
  della _p. 1_ alla _p. 154_, sia una continuazione scritta dallo
  stesso autore.

Lodovico il Moro temeva meno Ferdinando che suo figliuolo Alfonso,
perchè vedeva nell'ultimo il protettore naturale del suo proprio nipote,
Giovanni Galeazzo, di cui aveva usurpata tutta l'autorità. Quando nel
1479 erasi il Moro impadronito mano armata della reggenza di Milano,
soppiantando la duchessa Bona ed il vecchio Simonetta, aveva avuto un
plausibile motivo per arrogarsi tutti i poteri di suo nipote Giovanni
Galeazzo, il quale era evidentemente troppo giovane per governare; e,
sebbene dichiarato maggiore di quattordici anni, sapevasi a Milano, come
in tutte le monarchie, che questa formalità non aveva altro effetto che
quello di levare l'autorità ai tutori indicati dalla legge per
trasmetterla ai favoriti del giovanetto principe, o a coloro che avevano
a suo nome occupato il supremo potere.

Ma erano omai quattordici anni che il Moro teneva le redini del governo,
e suo nipote era giunto a tale età che la sua ragione non aveva più
nulla a sperare dal tempo. Erasi ammogliato con Isabella, figlia
d'Alfonso e nipote del re Ferdinando; «la quale fanciulla, dice il
Comines, era coraggiosa assai, ed avrebbe volentieri, se l'avesse
potuto, dato il potere a suo marito; ma egli non aveva troppa prudenza,
e palesava ciò che la consorte gli diceva»[39]. Effettivamente la
fortuna o l'educazione data al principe favorivano i disegni del Moro.
Venne questi accusato d'averlo avvertitamente allontanato dallo studio
delle lettere, da ogni esercizio militare, e da qualunque istruzione
potesse renderlo capace di governare, affidando la di lui educazione ad
inetti adulatori onde avvezzarlo al lusso ed alla mollezza[40]; ma
sarebbe ingiustizia l'attribuire al Moro così reo disegno, mentre tale
era l'ordinaria educazione che di que' tempi soleva darsi ai principi.
Giovanni Galeazzo, avanzando in età, mai non era uscito dall'infanzia;
la di lui debolezza, pusillanimità ed incapacità, erano aperte a tutti
coloro che lo avvicinavano, onde a Lodovico il Moro bastava il lasciarlo
conoscere, per giustificarsi dal tenerlo affatto lontano da ogni
pubblica amministrazione.

  [39] _Mémoires de Philippe de Comines, l. VII, c. II, p. 143._

  [40] _Petri Bembi Rer. Ven. Hist., l. II, p. 22._

La stessa Isabella d'Arragona conosceva l'incapacità di suo marito, ma
parevale di aver essa il diritto di governare in sua vece. Educata
presso al trono, e sempre alimentata dalla speranza di regnare, credeva
il proprio orgoglio fermezza d'animo, e la sua risolutezza abilità, onde
avrebbe voluto governare lo stato come governava il marito. D'altra
parte la sposa di Lodovico, Beatrice d'Este, non trascurava occasione di
umiliarla, volendola in tutto soverchiare. Magnifica era la corte di
Beatrice per affluenza di cortigiani e di servili adulatori, e per la
pompa degli abiti e degli equipaggi; ed intanto Isabella viveva
solitaria nel palazzo di Pavia, ove in qualche modo contrastava colla
povertà; ed i suoi parti, che dovevano dare un erede allo stato, erano
appena resi noti al pubblico. Isabella aveva fatte contro il Moro amare
lagnanze a suo padre, il quale, per mezzo de' suoi ambasciatori, aveva
formalmente domandato che al giovane duca venisse affidata l'autorità
che per diritto gli apparteneva[41].

  [41] _Josephi Ripamontii Hist. Mediol., l. VI, p. 652. — Franc.
  Guicciardini, l. I, p. 9. — Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 187. — Pauli
  Jovii Hist. sui temporis, l. I, p. 8; edit. Basil. 1578. — Carlo de'
  Rosmini Ist. di Gian Jacopo Trivulzio, l. V, p. 198. 2 Vol. in 4.º
  Milano 1815._

Invece di rinunciare all'amministrazione del ducato di Milano, Lodovico
il Moro cominciò dopo tale epoca a mendicare pretesti per sedere egli
stesso sul trono: l'imperatore Federico III era morto in età di
ottant'anni, nella notte del 19 al 20 agosto del 1493, e suo figliuolo
Massimiliano, che gli era succeduto col titolo di re de' Romani, provava
ne' principj del suo regno quella mancanza di numerario, in cui per i
suoi disordini e per le sue prodigalità restò fino agli ultimi suoi
giorni. Lodovico gli offrì in matrimonio Bianca Maria, sua nipote, colla
dote di quattrocento mila ducati[42], chiedendogli in contraccambio
l'investitura per sè del ducato di Milano. I cancellieri imperiali
trovarono facilmente pretesti per velare quest'ingiustizia. Francesco
Sforza e dopo di lui suo figlio Galeazzo mai non avevano ottenuta
l'investitura imperiale; il diploma accordato a Lodovico dichiara che
gl'imperatori romani eransi fatta una legge di negare il legittimo
possedimento di un feudo a chiunque lo avesse violentemente usurpato, e
che per questo motivo Massimiliano aveva rigettate tutte le istanze
fatte da Lodovico Sforza a favore di suo nipote, ed aveva preferito di
scegliere invece lo stesso Lodovico[43]. Pure questi non si diede
premura di dare pubblicità a questo diploma, e continuando ad
intitolarsi duca di Bari, e lasciando al nipote i titoli, tutta per sè
conservava la potenza e la pompa della sovranità.

  [42] _Barthol. Senaregae de reb. Gen., t. XXIV, p. 534._

  [43] _Guicciardini Ist., l. I, p. 24, 25, ediz. 1645 in 4.º — Jos.
  Ripamontii Hist. Mediol., l. VI, p. 654._

La personale ambizione di Lodovico appagavasi dell'esercizio della
reggenza: bensì desiderava di procurare ai suoi figliuoli, piuttosto che
a quelli del nipote, l'eredità del ducato di Milano; ma non
s'arrischiava senza timore in così spinosa intrapresa, nella quale
avrebbe avuto contrario il re di Napoli. Abbastanza conosceva il nuovo
re de' Romani per non isperarne verun soccorso; cominciava a travedere
la versatilità del papa, che a principio erasi lusingato di poter
dirigere coi consiglj del cardinale Ascanio, suo fratello; poca fiducia
riponeva ne' Veneziani, in ogni tempo nemici della sua famiglia; i
Fiorentini gli erano contrarj, ed i medesimi suoi sudditi di Lombardia
potevano improvvisamente manifestare un'aperta opposizione ai suoi
progetti, che tendevano a balzare dal trono la legittima linea de' loro
principi. In tale imbarazzo credette il Moro conveniente di cercare
oltremonti un alleato, di cui non aveva ancora potuto calcolare la
potenza, e si volse a Carlo VIII, re di Francia.

Carlo VIII era succeduto, il 30 agosto del 1583, a suo padre Lodovico XI
alleato del padre di Lodovico il Moro; ma non avendo allora che tredici
anni e pochi mesi, Lodovico XI aveva, morendo, affidato il governo del
regno a madama di Beaujeu, sua figlia primogenita, moglie di Pietro di
Borbone. In dieci anni d'una gloriosa amministrazione questa principessa
aveva represse le pretese de' principi del sangue, terminate le
pericolose guerre civili, ed assoggettati o riuniti alla corona vasti
feudi fino allora indipendenti[44]. Carlo VIII non aveva propriamente
cominciato a governare da sè medesimo che dopo il 1492. Lo splendore
d'una brillante spedizione, e l'acquisto d'un regno, ottennero a questo
monarca una gloria non conveniente alla sua fisica costituzione o alla
sua educazione. Mentre la maggior parte degli storici francesi lo
rappresentarono, secondo Luigi de la Trémouille, come «piccolo di corpo
e grande di cuore»[45]; i due migliori osservatori del secolo, Filippo
di Comines e Francesco Guicciardini, ne fanno il più svantaggioso
ritratto. Il primo lo dice, «molto giovane, e appena uscito dal nido;
mal provveduto d'intelletto e di danaro, di debole persona, ostinato nei
proprj consiglj e non accompagnato da uomini prudenti»[46]. «Dice
l'altro che questo giovane in età di ventidue anni e per natura poco
intelligente delle azioni umane, era trasportato da ardente cupidità di
dominare e da appetito di gloria, fondato piuttosto in leggiere volontà,
e quasi impeto, che in maturità di consiglio; e prestando, o per propria
inclinazione, o per l'esempio e ammonizioni paterne, poca fede a'
signori ed a' nobili del regno, dacchè era uscito della tutela di Anna
duchessa di Borbone sua sorella, non udiva più i consiglj
dell'ammiraglio e degli altri, i quali erano stati grandi in quel
governo, ma si reggeva col parere di alcuni uomini di piccola
condizione, allevati al servigio della persona sua, che facilmente erano
stati corrotti»[47].

  [44] _Mémoir. de L. de la Trémouille ch. VI e VII, t. XIV, p. 137._

  [45] _Ivi, ch. VIII, p. 145, tom. XIV des mém. pour servir à l'hist.
  de la France._

  [46] _Mémoir. de Phil. de Comines, l. VII, Proposit., p. 128, et
  chap. V, p. 163, t. XII des Mémoires pour servir à l'hist. de la
  France._

  [47] _Franc. Guicciardini Storia, l. I, p. 18._

La figura di Carlo VIII corrispondeva a tanta debolezza di spirito e di
carattere; era piccolo, aveva grossa la testa, e corto il collo, petto e
spalle larghe e sollevate, coscie e gambe lunghe e gracili. «Carlo fino
da puerizia fu di complessione molto debole, e di corpo non sano, di
statura piccolo e d'aspetto (se tu gli levi il vigore e la dignità degli
occhi) bruttissimo; l'altre membra erano sproporzionate in modo che
pareva quasi più simile a mostro che a uomo: non solo non ebbe alcuna
notizia delle buone arti, ma appena gli furono cognite le figure
dell'abbicì: aveva animo cupido di imperare, ma abile più ad ogni altra
cosa, perchè aggirato sempre da' suoi, non riteneva con loro nè maestà,
nè autorità: alieno da tutte le fatiche e faccende, e in quelle alle
quali pure attendeva, povero di prudenza e di giudicio: se pure alcuna
cosa in lui pareva degna di laude, risguardata intrinsecamente, era più
lontana dalla virtù che dal vizio; era inclinato alla gloria, ma più con
impeto, che con consiglio; era liberale ma inconsideratamente, e senza
misura o distinzione; era immutabile talvolta nelle deliberazioni, ma
ciò era spesso ostinazione mal fondata anzi che costanza: e quello che
molti chiamavano bontà, meritava più convenientemente il nome di
freddezza e di remissione d'animo»[48]. Tale era l'uomo, di cui le
circostanze formarono un conquistatore, e che la fortuna caricò di
maggiore gloria che non poteva sostenerne.

  [48] _Fran. Guicciardini, l. I, p. 43. — Bern. Oricellarii de bello
  Italico Commentarius, p. 91._

Lodovico Sforza mandò in Francia Carlo di Barbiano, conte di Belgiojoso,
ed il conte di Cajazzo, figliuolo primogenito di Roberto di Sanseverino,
morto da pochi anni, per invitare il re Carlo VIII a venir a conquistare
la corona di Napoli, che gli s'aspettava, ad approfittare delle
favorevoli disposizioni dei signori del regno stanchi di soffrire il
giogo della casa d'Arragona, ed a giovarsi del risentimento del papa
contro di Ferdinando. Nello stesso tempo gli offriva un'intima alleanza
che gli aprirebbe l'Italia a traverso della Lombardia, e gli
assicurerebbe il dominio del mare coi porti dello stato di Genova.
Lusingava inoltre la sua vanità ed ambizione colla speranza di conquiste
ancora più luminose, facendogli travedere in lontananza la sommissione
della Turchia e la liberazione di Costantinopoli e di Gerusalemme,
siccome impresa riservata al valor francese[49].

  [49] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 14. — Pauli Jovii Hist. sui temp.,
  l. I, p. 11. — Phil. de Comines Mém., l. VII, ch. III, p. 148._

Il conte di Cajazzo, capo del ramo bastardo della casa di Sanseverino,
che erasi in Lombardia acquistata tanta gloria co' suoi rari talenti
militari e politici, aveva trovati alla corte di Francia i capi del ramo
primogenito e legittimo della sua casa, cioè Antonello di Sanseverino,
principe di Salerno, e Bernardino, principe di Bisignano, i quali, dopo
essersi sottratti alle persecuzioni della casa d'Arragona, cercavano di
concerto con tutti gli emigrati del partito d'Angiò di tirare le armi
francesi nel regno di Napoli. Ingannati dalle illusioni che si fecero
gli emigrati d'ogni tempo, misuravano le disposizioni de' loro
compatriotti sul proprio risentimento, e vedevano con piacere una guerra
straniera offrir loro speranze, che più non ravvisavano nel proprio
partito. Assecondarono perciò a tutto potere il conte di Cajazzo[50].

  [50] _Ivi, c. II, p. 138, 142, c. III, p. 150. — Petri Bembi Hist.
  Ven., l. II, p. 23._

Dal canto suo il conte di Belgiojoso assicurava la buona riuscita de'
suoi consiglj con tutti i segreti intrighi di un esperto cortigiano.
Aveva cercato tutti coloro che godevano del favore del re, corrompendo
gli uni coi doni, gli altri colle promesse; aveva fatti loro sperare
feudi ed impieghi luminosi nel regno di Napoli, titoli alla corte di
Roma, beneficenze ecclesiastiche in tutta la Cristianità. Aveva in
particolare sedotti Stefano di Vesc, di Linguadoca, ch'era stato lungo
tempo semplice cameriere del re, in appresso era diventato siniscalco di
Beaucaire, e Guglielmo Briçonnet, che di mercante era diventato
appaltatore della generalità di Linguadoca, col titolo di generale, ed
all'ultimo vescovo di san Malò, conservando nello stesso tempo la
sovraintendenza della finanza[51]. Questi due personaggi con tutti i
loro subalterni applaudivano ad una spedizione che loro apriva nuove vie
verso l'opulenza, senza troppo esporli alla gelosia de' magnati. Coloro
per lo contrario che pel loro rango e pel loro credito ereditario erano
più attaccati alla Francia che alla fortuna del re, disapprovavano
un'intrapresa che loro non sembrava presentare probabili speranze di
durevole successo, e che preventivamente richiedeva che la Francia, per
assicurarsi da ogni straniera invasione, comperasse la pace dai suoi
vicini, sagrificando sicuri vantaggi a lontane speranze.

  [51] _Godefroi, observat. sur l'hist. du roi Charles VIII, p. 658
  Edit. Paris. fol. 1684. — Fr. Guicciardini, l. I, p. 18. — Pauli
  Jovii, l. I, p. 15. — Phil. de Comines, l. VII, c. III, p. 149._

Finalmente dopo molti contrasti, tra il re e gli ambasciatori di
Lodovico il Moro si fece una convenzione per opera di Briçonnet e del
siniscalco di Beaucaire. Fu convenuto che, quando Carlo VIII passerebbe
in Italia, o vi farebbe scendere la sua armata, il duca di Milano
sarebbe obbligato ad accordargli il passaggio per i suoi stati, a farlo
accompagnare a sue spese da cinquecento uomini d'armi, a permettergli
d'armare a Genova quanti vascelli egli volesse, ed a prestargli duecento
mila ducati all'atto della sua partenza dalla Francia. In corrispettivo
il re si obbligava a difendere contro chicchefosse il ducato di Milano e
la personale autorità di Lodovico il Moro, a lasciare in Asti, città
appartenente al duca d'Orleans, duecento lance francesi, sempre
apparecchiate a difendere la casa Sforza; per ultimo a regalare a
Lodovico il principato di Taranto, fatta che avesse la conquista del
regno. Queste condizioni si tennero per molti mesi segrete; e quando
cominciò a spargersi in Italia la voce della prossima invasione de'
Francesi, Lodovico il Moro, anzi che convenire d'essere loro alleato,
cercò di persuadere agl'Italiani ch'egli non meno di loro era atterrito
da questa invasione di barbari[52].

  [52] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 19._

Da che Carlo VIII ebbe determinato di far l'impresa del regno di Napoli,
ad altro più non pensò che ad avere le mani libere, facendo trattati di
pace con tutti i suoi vicini, anche con sagrificio de' vantaggi che
madama Beaujeu aveva colla sua prudenza ottenuti nel glorioso corso
della sua amministrazione. Carlo VIII, quando prese le redini del
governo, trovossi in guerra con due de' più potenti vicini della
Francia, Enrico VII, re d'Inghilterra, e Massimiliano, re de' Romani;
era nello stesso tempo poco sicuro per parte di Ferdinando e d'Isabella,
re d'Arragona e di Castiglia. Ma tutti questi sovrani erano ad un tempo
nemici della Francia, e non d'accordo tra di loro. Il re Carlo fece a
ciascheduno separatamente tali lusinghiere offerte, che non gli riuscì
difficile di ottenere la pace. Trattò da prima con Enrico VII, che era
sbarcato a Calé con una formidabile armata, ed il 3 di novembre del 1492
convenne ad Etaples di sborsare al re inglese quarantacinque mila scudi
d'oro a titolo di rimborso delle spese della guerra della Bretagna, con
che questi abbandonasse l'alleanza del re dei Romani[53].

  [53] Il trattato d'Etaples viene letteralmente riportato da Dionigi
  Godefroi. _Observ. sur l'hist. de Charles VIII, p. 629-637. — Vely,
  Hist. de France, t. X, p. 378_, edit. in 4.º.

La guerra di Francia sembrava che dovesse essere più accanita a cagione
del doppio affronto fatto da Carlo VIII a Massimiliano, rimandandogli
Margarita di Borgogna sua figlia, cui era promesso sposo, per
ammogliarsi con Anna di Bretagna, che doveva sposare lo stesso
Massimiliano. Pure la corte di Francia ottenne col trattato di Senlis,
del 28 maggio 1493, di pacificare il sovrano austriaco, restituendogli
le contee di Borgogna, di Artois, di Charolois, e la signoria di Noyers,
che Carlo VIII occupava di già come dote di Margarita. Si obbligò pure
di restituire a Filippo d'Austria, giunto che fosse in età maggiore, le
città di Hesdin, Aire e Bethune, sulle quali Filippo vantava parziali
diritti[54].

  [54] Il trattato di Senlis viene riferito da Godefroi, p. 640. —
  _Phil. de Comines, l. VII, ch. IV, p. 153. — Vely, t. X, p. 381._

Il terzo trattato fu ancora più svantaggioso. Lodovico XI aveva
ricevuto, in pegno per 300,000 ducati, dal re Giovanni d'Arragona
Perpignano, il contado di Rossiglione e della Cerdaigne. Queste piazze
erano come le chiavi della Francia dalla banda de' Pirenei, e Lodovico
XI le credeva di tanta importanza, che in appresso non aveva volute
restituirle all'Arragonese contro il pagamento del danaro prestato. Per
lo contrario Carlo VIII le restituì gratuitamente a Ferdinando il
Cattolico, a condizione che questi non soccorrerebbe suo cugino
Ferdinando di Napoli, e non si opporrebbe ai progetti del re di Francia
sull'Italia. Fu questo il risultato del trattato di Barcellona del 19 di
gennajo del 1493[55].

  [55] Testo del trattato in Dionigi Godefroi, p. 662. — _Guicciardini
  Ist., l. I, p. 16. — Vely, t. X, p. 382._

Mentre che Carlo VIII con questi trattati assicurava la pace alla
Francia, altri ne andava intavolando per apparecchiare la guerra in
Italia. Aveva colà spediti quattro ambasciatori con ordine di visitare
tutti gli stati della provincia e di chiedere a tutti la loro
cooperazione per far ricuperare i suoi diritti alla corona di Francia.
Perron de' Baschi, la di cui famiglia, originaria d'Orvieto, diede in
seguito alla Francia i marchesi d'Aubais, era capo di quest'ambasceria.
Aveva precedentemente accompagnato in Italia Giovanni d'Angiò, e
perfettamente conosceva gl'interessi di tutti i principi. Il Baschi
s'accostò prima ai Veneziani, ed aveva ordine di chiedere _ajuto e
consiglio pel re suo padrone_. Risposero i Veneziani che sarebbe
presunzione la loro di dare consiglj ad un principe circondato da uomini
tanto prudenti, e che imprudente cosa sarebbe il promettergli soccorso,
mentre dovevano star sempre apparecchiati a respingere le armi turche;
ma che Carlo VIII non doveva dubitare dell'attaccamento e della
devozione della repubblica verso la corona di Francia. Con queste
equivoche frasi credeva il senato di porsi al coperto da ogni rimprovero
dal canto de' sovrani d'Italia. Per altro celatamente desiderava
l'abbassamento della casa d'Arragona, e si sarebbe alleato colla Francia
se non avesse temuto di essere poi abbandonato da questa potenza, e
ridotto a sostenere solo tutto il peso della guerra[56].

  [56] _Mémoires de Phil. de Comines, l. VII, ch. V, p. 158. — And.
  Navagero Stor. Ven., t. XXIII, p. 1201. — P. Bembi Stor. Ven., l.
  II, p. 21._

Perrone de' Baschi passò in seguito a Firenze. Erano suoi colleghi
d'ambasciata il d'Aubignì, il sovraintendente Briçonnet ed il presidente
del parlamento di Provenza. Vennero questi signori introdotti nel
consiglio de' settanta, cui erano intervenuti col nome d'aggiunti tutti
coloro che negli ultimi trentaquattr'anni avevano seduto come
gonfalonieri nella signoria. E per tal modo quest'assemblea veniva ad
essere composta di persone ligie alla casa Medici. Chiesero gli
ambasciatori che la repubblica promettesse all'armata francese il
passaggio pel suo territorio e vittovaglie contro pagamento. Ma il
consiglio, subordinato a Pietro de' Medici, fu di unanime sentimento di
mantenersi fedele alla casa d'Arragona. Come però i Fiorentini avevano
in Francia molti de' loro più ricchi banchi di commercio, si limitarono
a dare al re una risposta evasiva; e gli spedirono inoltre Pietro
Capponi e Guid'Antonio Vespucci per cercar di conservare la sua
amicizia[57].

  [57] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 192-197. — Fr. Guicciardini, l. I,
  p. 26, 29._

L'ambasceria francese arrivò a Siena il 9 maggio del 1494. Questa
repubblica manifestò il suo vivissimo desiderio di mantenersi
scrupolosamente neutrale, facendo sentire, che nell'estrema sua
debolezza non poteva, senza estremo pericolo, dichiararsi
anticipatamente contra così formidabili rivali[58]. Alessandro VI, che
fu l'ultimo ad essere visitato dagli ambasciatori, loro dichiarò, che,
avendo i suoi predecessori accordata l'investitura del regno di Napoli
ai principi della casa d'Arragona, non poteva ritorgliela senza un
precedente giudizio, che evidentemente provasse che i diritti della casa
d'Angiò vincevano quelli della casa di Arragona. Incaricò gli
ambasciatori di rappresentare al loro sovrano che il regno di Napoli era
un feudo della santa sede, che al solo papa spettava di pieno diritto la
decisione tra i competitori per via forense, e che, occupando il regno
colla forza, sarebbe lo stesso che attaccare la Chiesa[59].

  [58] _Orlando Malavolti Storia di Siena, p. III, l. VI, f. 97. —
  Allegr. Allegretti Diari Sanesi p. 529._

  [59] _Fran. Guicciardini, l. I, p. 30. — Rayn. Ann. Eccl. 1494, §
  18, p. 432._

Ferdinando dal canto suo non trascurava le vie delle negoziazioni. Spedì
alla corte dello stesso Carlo Camillo Pandone, in cui moltissimo
confidava, per chiedere al re il rinnovamento de' trattati
precedentemente conchiusi con Lodovico XI, offrendosi di assoggettare
all'arbitrio del pontefice ogni loro controversia; lasciandogli inoltre
travedere la possibilità di riconoscere, senza venire all'esperimento
delle armi, la corona di Napoli per tributaria della Francia[60]. Ma
tutte queste proposizioni furono rigettate dal presuntuoso Carlo VIII,
che ordinò all'ambasciata napolitana di uscire all'istante da' suoi
stati[61].

  [60] _Fran. Guicciardini, l. I, p. 21. — Paoli Jovii, l. I, p. 19._

  [61] _Fran. Guicciardini, l. I, p. 27._

In pari tempo Ferdinando negoziava ancora col papa e con migliore
successo che in Francia. Alessandro VI ardentemente desiderava di
appoggiare la fortuna della sua famiglia ad illustri parentadi. Aveva
richiesto che la sua riconciliazione colla casa d'Arragona fosse
suggellata con un matrimonio; e, sebbene si accontentasse d'una figlia
naturale d'Alfonso, figlio di Ferdinando, per uno de' proprj figli,
aveva da Ferdinando avuto un rifiuto; ma il timore de' Francesi aveva
reso più mansueto l'orgoglioso Alfonso, e don Giuffrè Borgia, il più
giovane de' figliuoli di Alessandra VI, sposò donna Sancia, figlia
d'Alfonso. I due sposi non erano ancora nubili; pure don Giuffrè passò
subito al servizio della casa d'Arragona con una compagnia di cento
uomini d'armi, ed andò a soggiornare in Napoli per godere della rendita
di dieci mila ducati e del ducato di Squillace, cedutogli a titolo di
dote. Nello stesso tempo il papa approvò la vendita delle due contee
d'Anguillara e di Cervetri, che era stata la prima cagione del suo mal
umore con Ferdinando. Obbligò per altro l'Orsini a fare un secondo
pagamento in sua mano, e Ferdinando gli somministrò il danaro[62].

  [62] _Fran. Guicciardini, l. I. p. 22. — Scip. Ammirato, l. XXVI, p.
  192. — Machiavelli Framm. Stor., t. III, p. 1._

Non ommise Ferdinando d'intavolare trattati ancora con Lodovico Sforza;
gli fece rappresentare che le loro famiglie erano unite da tanti legami
di parentela, che, come suol farsi tra congiunti, all'amichevole
dovevano trattarsi le loro differenze. Che se la figlia di suo figlio
aveva sposato Giovanni Galeazzo, la figlia di sua figlia, la duchessa di
Ferrara, aveva sposato Lodovico il Moro; di modo che, qualunque di loro
due conservasse il ducato di Milano, sarebbe sempre erede del trono un
suo nipote[63]. Il matrimonio di Bianca Maria Sforza col re de' Romani
pareva annunciare che Lodovico il Moro abbandonasse l'alleanza della
Francia, perciocchè sapevasi che a dispetto del trattato di Senlis,
Massimiliano conservava un profondo odio contro Carlo VIII[64]. Ma il
Moro trovavasi omai ridotto a doversi abbandonare tra le braccia della
sorte ch'egli stesso aveva provocata, ed a correre tutte le
vicissitudini della pericolosa alleanza ch'egli aveva contratta. Poi
ch'ebbe risvegliata l'ambizione e la vanità del giovine re più non era
in suo arbitrio il calmarle. Nè avrebbe prudentemente operato,
staccandosi da Carlo, e privandosi della sua assistenza, dopo avere così
gravemente provocati i suoi nemici; onde studiavasi soltanto di
guadagnar tempo per non essere attaccato prima della discesa de'
Francesi in Italia; ed invece d'entrare di buona fede nelle proposizioni
di accomodamento che gli faceva il re di Napoli, sforzavasi di
persuadergli, ch'egli non aveva veruna convenzione coi Francesi, e che
più d'ogni altro sentiva i pericoli cui sarebbe esposto, se le armate
francesi penetravano una volta in Italia[65].

  [63] Questa duchessa, figlia di Ferdinando e suocera di Lodovico il
  Moro, morì l'undici ottobre del 1493. _Diar. Ferrar., t. XXIV, p.
  286._

  [64] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 193._

  [65] _Machiavelli Fram. Ist., t. III, p. 5. — Fr. Guicciardini, l.
  I, p. 25._

Ferdinando non trascurava intanto di apparecchiarsi a respingere i
nemici colle armi. Non sapendo per quale strada tenterebbero di
penetrare ne' suoi stati, aveva posta sotto gli ordini del suo
secondogenito, don Federico, una flotta di cinquanta galere e di dodici
grossi vascelli per chiuder loro la via del mare; mentre che Alfonso,
duca di Calabria, cui la presa d'Otranto aveva acquistata somma
riputazione militare, adunava ai confini dei regno un'armata che con
ogni mezzo cercava d'ingrossare[66]. Ma la difesa di Napoli pareva
principalmente appoggiata all'alleanza della Chiesa, sebbene Alessandro
VI cercasse fino all'ultimo istante di approfittare delle inquietudini e
delle angustie del suo alleato per giungere a' suoi privati fini.
Giuliano della Rovere, cardinale di san Pietro _ad vincula_, non aveva
voluto ad alcun patto riconciliarsi con Alessandro VI; erasi ritirato
nel suo vescovado d'Ostia, ed erasi fortificato nel castello ch'egli
aveva fabbricato in questa città, e le di cui torri hanno ancora al
presente i suoi stemmi. Il papa s'infinse di credere che Giuliano colà
si tenesse di concerto con Ferdinando, cui dichiarò di tornare
all'alleanza della Francia se non gli faceva consegnare Ostia. Invano
protestava Ferdinando, che il cardinale della Rovere non dipendeva
altrimenti da lui, ed eccitava il papa a pensare piuttosto ai guasti de'
Turchi in Croazia, che alla guarnigione d'Ostia; un nuovo lievito di
discordia andava fra di loro fermentando, ed il re di Napoli chiaramente
conosceva che non doveva fare fondamento sopra un alleato comperato a
così caro prezzo[67].

  [66] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 194._

  [67] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 194. — Fr. Guicciardini, l. I, p.
  26._

La situazione del vecchio Ferdinando rendevasi ogni dì peggiore; i suoi
alleati ad altro non pensavano che a vendergli più care le loro promesse
di soccorsi, senza allestire i mezzi di assisterlo. Vero è che ancora i
suoi nemici non avevano dispiegata attività che negl'intrighi; ma
avevano intanto sciolta quella confederazione dell'Italia che poteva
inspirar timore agli oltremontani. Da parecchi anni l'Italia godeva
piuttosto pace che felicità; più prospero era il di lei stato, ma i suoi
desiderj non erano soddisfatti; confidava nelle proprie forze ancora
intere, e segretamente desiderava di fare nuovi sperimenti del suo
valore. Avanti che i popoli sentano il peso delle calamità della guerra,
futili passioni, l'inquietudine, la curiosità, il bisogno di vive
emozioni, l'amore del più grande de' giuochi d'azzardo, li consigliano
spesse volte a provocare le rivoluzioni. Il solo Lodovico il Moro aveva
negoziato colla Francia, ma dall'una all'altra estremità della penisola
la metà degli uomini aspettava con impazienza un'invasione di cui essi
medesimi avevano paura. Lo stesso duca Giovanni Galeazzo Sforza andavasi
lusingando che la venuta ne' suoi stati di un re, suo parente, potrebbe
mutare la sua sorte. Il duca Ercole III di Ferrara, che si era associato
alle negoziazioni di suo genero, Lodovico il Moro, operava nelle future
turbolenze di riavere il Polesine di Rovigo rapitogli dall'ultima pace.
I Veneziani desideravano di vedere umiliata la casa d'Arragona; i
Fiorentini di scuotere il giogo della casa de' Medici; il papa di farsi
arbitro tra i due potentati; i numerosi nemici della casa d'Arragona nel
regno di Napoli di vendicarsi della lunga oppressione. Assicurasi che
Ferdinando, testimonio di questo universale fermento, pensò a malgrado
della sua avanzata età di recarsi a Genova per abboccarsi col Moro, onde
fargli sentire a quali pericoli esponeva l'Italia e sè medesimo, aprendo
imprudentemente le sue porte ad un nemico di tutti loro più forte.
Supponeva di potere tuttavia esercitare l'impero della ragione e della
sana politica sopra un principe di cui conosceva il pieghevole ingegno e
la singolare accortezza[68]. Mentre occupavasi di questi progetti,
tornando un giorno dalla caccia, fu in un modo affatto impensato preso
da un'affezione catarrale che lo trasse in due giorni al sepolcro. Morì
il 25 gennajo del 1494, in età di settant'anni dopo un regno di
trentasei, lasciando due figliuoli, Alfonso e Federico, di già riputati
nella carriera militare, e il primo de' quali fu all'istante
riconosciuto per suo successore[69].

  [68] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 28. — Machiavelli, Fram. Stor., t.
  III, p. 4._

  [69] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 27. — Pauli Jovii Hist., l. I, p.
  20. — Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 195. — Petri Bembi Hist. Venet.,
  l. II, p. 24. — Summonte Ist. di Napoli, l. V, t. III, p. 539. —
  Giannone, l. XXXIII, c. 2, p. 621._

La fortuna, che aveva in tutto il tempo del viver suo prodigati a
Ferdinando quei doni di cui egli non sembrava meritevole, gli fu ancora
favorevole in ciò, che lo rapì al mondo nell'unico istante in cui la sua
morte poteva riuscire spiacevole. Non solo i suoi natali erano
illegittimi, ma tanto vergognosi, che suo padre mai non aveva voluto
palesarne il segreto, lo che diede luogo ad opposte conghietture; ma
questa macchia non gl'impedì di occupare un trono che dovevano invidiare
i più potenti monarchi. Non mostrò nè singolare valore, nè sommi talenti
militari, sia nelle spedizioni di cui l'incaricò suo padre, sia nelle
violenti lotte ch'ebbe a sostenere contro i suoi sudditi ribelli; e non
pertanto trionfò di tutti i suoi nemici. Non aveva da suo padre Alfonso
ereditato nè la sincerità, nè la galanteria, nè la generosità, nè
verun'altra delle sue amabili qualità, sebbene avesse avuta la fortuna
di cattivarsi tutta l'affezione di così grand'uomo. Ebbe per competitori
due principi, che gli erano di lunga mano superiori per virtù militari,
politiche e morali. Uno di loro, il conte di Viane, suo nipote, aveva a
suo favore tutte le fazioni arragonesi; l'altro, il duca di Calabria,
quella degli Angiovini. Quei baroni napolitani, che non avevano
apertamente abbracciato verun partito, sembravano inclinati a porsi con
quello che poteva liberarli da Ferdinando; ma l'uno e l'altro furono
perdenti, e Ferdinando regnò trentasei anni. Egli fece perire in
prigione coloro che avevano più volte tentato di scuotere il suo giogo,
e consolidò colla crudeltà e colla perfidia un'autorità sempre più
detestata. I primi prosperi avvenimenti sono il più delle volte l'opera
di una cieca fortuna, ma la loro costanza vuolsi ascrivere ad
un'accortezza, che, per esserci troppo odiosa, ricusiamo di riconoscere:
tale fu quella di Ferdinando. Non possedette veruna delle qualità che
caratterizzano i grandi uomini, non generosità, non nobiltà; ma
possedeva una consumata prudenza, e la sua politica fu poche volte
fallace. Conseguì quanto volle, in quel modo che gli scellerati giungono
ai loro fini, in onta delle regole della giustizia e della morale. Regnò
lungamente, e morì sul trono. Se questo era il suo scopo, l'ottenne; ma
regnò detestato, e morì lasciando la sua famiglia in gravissimo
pericolo, e quando quella prudenza, ch'era in lui conosciuta ed
abborrita, poteva sola salvare suo figlio da imminente ruina.

Ferdinando era di mediocre grandezza, aveva volto grande e bello,
circondato da lunghi capelli di color castagno; aveva aggradevole
fisonomia, fronte aperta, corpo piuttosto pingue e proporzionata
grandezza. Straordinaria era la di lui forza: essendosi un giorno
scontrato in un toro fuggito, che attraversava la piazza del mercato di
Napoli, lo prese per le corna e lo fermò. Aveva coltivati gli studj, e
possedeva varie scienze, ed in particolare la giurisprudenza, che
risguardava come necessaria ai re. Aveva grazioso parlare; dando udienza
ai suoi sudditi, sapeva dissimulare tutti i sentimenti che potevano
renderlo odioso, ed in generale aveva l'arte di congedarli soddisfatti.
Non debbono tutte attribuirsi a politica le innumerabili sue crudeltà;
gliene suggerì molte la sua passione per la caccia, avendo provveduto
alla conservazione della selvagina riservata ai suoi piaceri con atroci
ordinanze, che faceva senza pietà eseguire contro gli sventurati
contadini del suo regno[70].

  [70] _Summonte Ist. di Napoli, t. III, l. V, p. 540, ediz. in 4.º di
  Napoli, 1675._



CAPITOLO XCIII.

      _Apparecchi di difesa di Alfonso II. — Primi attacchi de'
      Francesi nello stato di Genova ed in Romagna. — Discesa di Carlo
      VIII in Italia. — Pietro dei Medici gli dà in mano tutte le
      fortezze della Toscana. — Ribellione di Pisa; rivoluzione di
      Firenze; esilio dei Medici._

1494.


Alcune di quelle grandi rivoluzioni che cambiano la faccia del mondo,
fanno conoscere tutte le forze dello spirito umano; vengono calcolate
negli attacchi e nelle difese tutte le più accorte combinazioni; tutti
gli accidenti sono preveduti, e tutti gli ostacoli, dagli uni ingranditi
coll'arte, vengono rimpiccoliti dall'altrui accortezza. La fortuna, che
non si può escludere dalle cose umane, è stata in parte corretta da una
costante antiveggenza; e la giusta confidenza in sè medesimo, che si
acquista facendo uso di tutte le proprie facoltà, si comunica dai capi
ai subordinati; tutti hanno fatto il dover loro come cittadini o come
soldati, ogni ordine fu eseguito come fu dato, e quegli ancora che
rimangono perdenti possono non pertanto vantarsi di essere stati alla
migliore scuola della guerra e della politica. Ma altre rivoluzioni,
egualmente importanti nei loro risultati, vengono alcuna volta condotte
a fine con mezzi affatto diversi; l'imperizia si oppone all'imperizia;
l'errore, che perdere dovrebbe un partito, non lo perde, perchè viene
compensato da un altro più grande commesso dalla contraria parte.
L'umana previdenza non può allora calcolare le vicende d'una tal lotta;
perchè si possono bensì assoggettare al calcolo gli umani interessi, ma
non mai le follie degli uomini; a petto di un savio partito
incontransene mille di sragionevoli, e l'impero della fortuna è
prodigiosamente esteso, quando vi si trova compreso lo stesso
concatenamento delle idee. La sorte dell'Italia si decise nel 1494 con
una lotta di simile natura tra l'incapacità e l'inesperienza: l'una e
l'altra parte, isolatamente considerate, pareva che dovessero essere
perdenti, e vedendo la condotta del re di Francia, e quella del re di
Napoli, sembrava ugualmente impossibile che Carlo VIII potesse
conquistare l'Italia, e che Alfonso II potesse impedirlo.

Due ore dopo la morte di Ferdinando, Alfonso II, siccome era l'uso
d'Italia, aveva corse a cavallo le strade di Napoli, e le sei piazze o
_seggi_, ove si adunavano la nobiltà ed il popolo per le cose del
governo municipale; era stato accolto in mezzo agli applausi popolari,
e, dopo avere preso possesso della corona nella cattedrale, si era fatta
dare la guardia de' castelli[71].

  [71] _Summonte dell'istoria del regno e città di Napoli, l. VI, c.
  I, p. 481, ediz. napolitana, in 4.º 1675._

Il nuovo re aveva molte volte comandate le armate di suo padre contro i
Fiorentini, i Veneziani ed i Turchi, aveva scacciati gli ultimi da
Otranto, e questa spedizione gli aveva procacciata non poca riputazione
militare. Aggiugneva a questo vantaggio quello di disporre di un immenso
tesoro ammassato con avarizia dal padre, e ch'egli stesso accrebbe con
una straordinaria contribuzione assai pesante imposta in occasione del
suo avvenimento al trono[72]. Finalmente Alfonso godeva riputazione di
non avere eguali in quella perfida politica, che credesi accortezza fin
che è coronata da felici successi. «I nostri nemici, dice Filippo di
Comines, erano tenuti savissimi e sperimentati in fatto di guerra,
ricchi ed abbondanti d'uomini accorti e di buoni capitani, ed in
possesso del regno[73].» Ma tutta la loro riputazione non sostenne una
prima prova.

  [72] _Pauli Jovii Hist. sui temporis, l. I, p. 20._

  [73] _Phil. de Comines Mémoires, l. VII, c. V, p. 163._

Alfonso, salendo sul trono, doveva apparecchiarsi a difenderlo contro il
vicino assalto che gli era annunciato: da un canto gli era perciò
necessario di spalleggiarsi con un buon sistema di alleanze; dall'altro
di adunare un'armata che potesse anche sola tener testa al nemico,
perciocchè mai non doveva lusingarsi che veruno alleato abbracciasse la
sua causa con maggior vigore di quel che la difenderebbe egli medesimo;
ma parve che il nuovo re avesse maggiore confidenza nelle negoziazioni
che nelle armi.

Mandò subito Camillo Pandone, uno de' suoi confidenti ministri, lo
stesso che tornava dall'ambasciata di Francia, a Bajazette II,
imperatore dei Turchi, per rappresentargli che Carlo VIII diceva
scopertamente che non risguardava la conquista di Napoli che come uno
scalino necessario per occupare l'impero d'Oriente; e che effettivamente
i suoi porti dell'Adriatico, i quali non erano lontani che pochi giorni
di navigazione da quelli della Macedonia, quando fossero in potere di
una nazione così potente e bellicosa quanto lo era la francese,
potrebbero facilitare i più pericolosi attacchi contro l'impero turco.
In conseguenza Alfonso domandava a Bajazette sei mila cavalli ed
altrettanti pedoni, offrendosi di pagarli per tutto il tempo che
sarebbero al suo servigio in Italia[74]. Dopo pochi mesi Pandone fu
nuovamente spedito a Bajazette, cui il papa, volendo pure trattare in
nome proprio, aggiunse Giorgio Bucciardo, Genovese, che Innocenzo VIII
aveva altra volta incaricato di poco onorevole missione presso la
sublime Porta[75]. Alessandro VI, che nelle sue bolle esortava Carlo
VIII a volgere tutte le sue forze contro il Turco, poichè le guerre con
un principe cristiano erano indegne di un monarca che prendeva il titolo
di Cristianissimo, e di figlio primogenito della Chiesa[76], cercava
nello stesso tempo di eccitare i Turchi contro lo stesso monarca.
D'altra parte accordava a Ferdinando il cattolico il prodotto delle
tasse della crociata che faceva predicare nelle Spagne, purchè questo re
le adoperasse contro i Francesi e non contro gl'infedeli[77]. Maometto
II non avrebbe certo trascurata così bella occasione di mettere piede in
Italia, e ridurre ad una specie di vassallaggio un nuovo principe
cristiano; ma il suo debole successore non istendeva tant'oltre la sua
politica, e temeva di turbare la propria tranquillità; si limitò
pertanto di ordinare al pascià d'Albania di adunare circa quattro mila
soldati turchi alla Valona, e non prese veruna parte nella guerra[78].

  [74] _Pauli Jovii Hist. sui temporis, l. I, p. 20. — Franc.
  Guicciardini Ist., l. l, p. 34._

  [75] _Ivi, p. 39._

  [76] _Bulla Alex. ad regem Francorum 8 idus octob. 1494. — Raynaldi
  An. Eccl. § 16, t. XIX, p. 431._

  [77] _Ann. Eccl Rayn., t. XIX, p. 432, § 21. — Fr. Guicciardini, l.
  I, p. 39._

  [78] _Stor. Veneta, t. XXIV, Rer. It. p. 8._

Intanto Alfonso aveva mandati quattro ambasciatori al papa per rendere
più intima l'alleanza con lui conchiusa da suo padre, ed ottenere
l'investitura della Chiesa. Alessandro VI, la di cui politica consisteva
nel porre sfrontatamente all'incanto la sua fedeltà, aveva mostrato di
dare orecchio alle proposizioni del cardinale Ascanio Sforza, che nel
collegio de' cardinali spalleggiava il partito francese, mentre che il
cardinale Piccolomini era alla testa dell'arragonese. Ma questa non era
che un'astuzia del papa per vendere a più alto prezzo le sue
concessioni, ed il 18 aprile del 1494 accordò ad Alfonso le bolle
d'investitura per il regno di Napoli sotto le condizioni espresse nelle
precedenti investiture[79].

  [79] _Rayn. An. Eccl., 1494, § 3-5, p. 417. — Summonte Ist. di
  Napoli, l. VI, c. I, p. 482._

Il cardinale Giovanni Borgia, figlio del papa ed arcivescovo di
Monreale, era stato nominato legato _a latere_ per la cerimonia della
coronazione d'Alfonso, e questi andò a Napoli a raccogliere per la sua
famiglia le ricompense, colle quali questo monarca aveva comperata
l'alleanza de' Borgia. Eranvi a Napoli sette grandi cariche della
corona, che a seconda delle istituzioni feudali erano ministeri a vita,
quasi indipendenti dall'autorità reale: una di loro, quella di
protonotario fu accordata a Giuffrè Borgia col principato di Squillace,
la contea di Cariati e dieci mila ducati d'entrata; un'altra, cioè la
prima che rimarrebbe vacante, fu promessa al duca di Candia, secondo
figlio del papa, col principato di Tricarico, i contadi di Chiaramonte,
Cauria e Carinola, e dodici mila ducati d'entrata; finalmente Virginio
Orsini, che aveva condotto questo trattato, ricevette un'altra di queste
grandi cariche della corona, ed era quella di grande contestabile la più
eminente di tutte[80]. Diverse rendite ecclesiastiche vennero accordate
nel regno a Cesare Borgia, che suo padre aveva di fresco creato
cardinale, facendo con testimonj e giuramenti provare ch'era figlio
legittimo di un cittadino romano e capace d'esercitare le più sublimi
dignità della Chiesa[81].

  [80] _Scip. Ammirato, l, XXVI, p. 197. — Fr. Guicciardini, l. I, p.
  28._

  [81] _Ivi._

L'alleanza di Pietro de' Medici non era stata comperata a così alto
prezzo, ed aveva bastato per sedurlo la propria vanità. Credevasi che
Alfonso gli avesse promesso d'ajutarlo a mutare la sua autorità sopra
Firenze in assoluto dominio, col titolo di principato[82]. In
contraccambio il Medici, in forza di segreta convenzione, non comunicata
ai consigli della repubblica, prometteva al re di Napoli di ricevere la
sua flotta nel porto di Livorno, di fare per lui in Toscana leve di
soldati, e di resistere colle armi all'attacco de' Francesi[83]. Inoltre
credeva il Medici di potere rispondere delle repubbliche di Siena e di
Lucca, che trovavansi quasi affatto chiuse nel territorio fiorentino, e
che non potevano pensare a tenere una diversa politica. Alfonso aveva
pure estesi i suoi trattati dalla banda della Romagna. Cesena era
rientrata sotto l'immediata autorità del pontefice che ne rispondeva;
Faenza, principato del giovane Astorre Manfredi, trovavasi allora sotto
la tutela de' Fiorentini; Imola e Forlì, che appartenevano ad Ottaviano
Riario, sotto la tutela di sua madre, la famosa Catarina Sforza, presero
parte alla lega mercè un sussidio promesso da Alfonso e dai Fiorentini;
finalmente Giovanni Bentivoglio di Bologna abbracciò lo stesso partito
ad eguali condizioni[84]. Per tal modo tutta l'Italia meridionale
sembrava unita da una sola alleanza, e più non presentava che un solo
confine dalle rive dell'Adriatico a quelle del mar Tirreno. La Toscana e
Bologna erano i soli paesi per i quali l'armata francese potesse
avanzarsi verso Roma e Napoli; Alfonso si obbligò di custodire l'uno e
l'altro confine con due armate, che occuperebbero la linea delle
montagne, ed i passaggi fortificati dei fiumi. Nello stesso tempo,
perchè aveva avuto avviso de' grandi apparecchi marittimi che i Francesi
facevano a Genova, e ricordandosi che Giovanni, duca di Calabria,
l'ultimo dei principi Angiovini, aveva invaso per mare il regno di
Napoli, diede a don Federico, suo fratello, il comando di una flotta di
trentacinque galere, diciotto grandi vascelli e dodici più piccoli, coi
quali doveva portarsi a Livorno per aspettare i Francesi in quelle
acque, e chiuder loro il passaggio del mare di sotto, se mai volessero
tentarlo[85].

  [82] _Ivi, p. 31._

  [83] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 38._

  [84] _Ivi._

  [85] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 199._

Per disporre, d'accordo co' suoi alleati, le forze di terra, Alfonso
andò il 13 luglio a Vicovaro, presso Tivoli, ove dovevano trovarsi
Alessandro VI e gli ambasciatori Fiorentini. Assicurasi che in questo
congresso Alfonso parlò con molta eloquenza intorno alla necessità di
salvare co' più vigorosi sforzi, non il suo trono, ma l'indipendenza di
tutta l'Italia, l'esistenza di tutti gli stati, l'esistenza delle loro
leggi e delle loro costumanze. D'uopo era, diceva egli, o persuadere
Lodovico il Moro a rinunciare all'alleanza contratta col monarca
francese ed a rientrare negl'interessi italiani, o forzarlo a scendere
dal trono, rendendo l'autorità al nipote[86]. Per giugnere a questo
scopo Alfonso offriva la sua flotta, comandata da suo fratello don
Federico, e l'armata di terra, composta di cento squadroni di cavalleria
pesante, di venti uomini d'armi per ogni squadrone, e di tre mila
arcieri o cavalleggeri. Pensava di attraversare la Romagna con queste
truppe e di far rivoltare la Lombardia, prima che il Moro avesse
ricevuti soccorsi dai Francesi[87].

  [86] _Pauli Jovii Hist. sui tem., l. I, p. 24. — Summonte Ist. di
  Napoli, l. VI, c. I, p. 496._

  [87] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 55._

Ma questi vigorosi consigli vennero attraversati dagl'interessi e dalle
private passioni del papa. Voleva questi approfittare delle forze
adunate ne' suoi stati, per liberarsi prima di tutto dai suoi nemici.
Aveva di già stretta d'assedio Ostia per disfarsi del cardinale Giuliano
della Rovere che caldamente perseguitava; questi, non ignorando la sorte
che gli era riservata se cadeva in mano ai suoi nemici, fuggì d'Ostia il
23 d'aprile a tre ore di notte, e si fece sopra un brigantino
trasportare a Savona, di dove passò a Lione presso Carlo VIII[88]. Dopo
la di lui fuga la sua fortezza non fece lunga resistenza. Alessandro VI
voleva pure adoperare le truppe napolitane per sopprimere i Colonna.
Prospero e Fabrizio due capi di quest'illustre casa avevano di già
acquistata molta riputazione nelle armi stando al soldo del re
Ferdinando, ma eransi aombrati de' favori ultimamente prodigati a
Virginio Orsini, capo di una casa rivale, e s'erano segretamente
obbligati a prendere servigio sotto il re di Francia; intanto, finchè
loro si presentasse l'opportunità di passare sotto le sue bandiere, si
erano ritirati ne' loro feudi col cardinale Ascanio Sforza, cercando di
guadagnar tempo con false negoziazioni intavolate col papa e col re di
Napoli[89].

  [88] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 29. — Barth. Senaregae de reb.
  Gen., t. XXIV, p. 539. — All. Allegretti Diar. Sanesi, t. XXIII, p.
  829. — Stefano Infessura, Diar. Rom., p. 1252._ — Con questo
  avvenimento chiude l'Infessura il suo curioso giornale, che in mezzo
  a molte novelle popolari ed a non poche maldicenze dipinge così bene
  il governo pontificio del 15.º secolo. Il Muratori lo pubblicò
  sopprimendo alcune cose, _t. III, Rer. It. p. 1105_. Eckard lo
  riprodusse tutto intero.

  [89] _Fr. Guicciardini, l. l, p. 36._

L'inimicizia del papa contro i Colonna obbligò Alfonso a dividere
l'armata. Rinunciò alla risoluzione di condurla egli stesso in Romagna,
e ne affidò il comando a suo figlio Ferdinando; ma prima ne staccò
trenta squadroni di cavalleria, che tenne ai confini degli Abruzzi, onde
coprire lo stato ecclesiastico ed il suo, ed una parte de' suoi
cavalleggeri, che diede a Virginio Orsini con dugent'uomini d'armi del
papa, onde accantonarsi ne' contorni di Roma e tenere in dovere i
Colonna. Ferdinando, duca di Calabria, valoroso principe, in età di
venticinque anni, non meno caro ai sudditi che ai soldati, doveva
entrare in Romagna con settanta squadroni, ed il rimanente della
cavalleria leggiera, riunire alla sua armata le compagnie degli uomini
d'armi promesse dal Riario e dal Bentivoglio, tentare di promovere una
rivoluzione in Lombardia, e, non potendo ciò ottenere, chiudere almeno
ai Francesi fino all'inverno la strada della Romagna.

Non supponevano gl'Italiani che si potesse guerreggiare in tempo
d'inverno, e, se potevano guadagnare sei mesi, non dubitavano che
l'attacco de' Francesi, intrapreso con leggerezza, con eguale leggerezza
non fosse abbandonato[90]. Gian Giacopo Trivulzio, guelfo milanese, il
conte di Pitigliano della casa Orsini, ed Alfonso d'Avalos, marchese di
Pescara, furono dati per consiglieri al giovane principe. Promise Pietro
de' Medici d'incaricarsi della difesa della Toscana, e delle gole degli
Appennini; ma con una inconcepibile imprudenza non si procurò truppe
straniere.

  [90] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 35. — Pauli Jovii Hist. sui temp.,
  l. I, p. 24. — Phil. de Comines, l. VII, c. V, p. 164._

All'assemblea di Vicovaro erasi trovato il vecchio cardinale, Paolo
Fregoso, arcivescovo di Genova, che tanto tempo era stato in questa
città capo de' faziosi. Offrì la sua assistenza per cacciare da Genova
gli Adorni, suoi avversarj, e con loro i Milanesi; promise che
coll'ajuto d'Ibletto de' Fieschi e della propria fazione, renderebbesi
facilmente padrone della repubblica, ove potesse presentarsi nel mare
ligure colla flotta napolitana, prima che le galere del contrario
partito fossero del tutto armate, nè arrivata a Genova la flotta
francese. Venne accettata la sua offerta, e la flotta di don Federigo,
avendo ricevuti a bordo gli emigrati genovesi con circa cinque mila
fanti ragunati nello stato di Siena ed in Livorno, si diresse verso la
riviera di Levante[91].

  [91] _Pauli Jovii Hist. sui temporis, l. I, p. 24. — Fr.
  Guicciardini, l. I, p. 36. — Orl. Malavolti, p. III, l. VI, f. 98._

Ma il cardinale Giuliano della Rovere, che da Ostia era passato a Savona
sua patria, vi aveva scoperte le fila ordite dal cardinale Fregoso in
tutta la Liguria, ed erasi affrettato di recarsi a Lione per darne
avviso a Carlo VIII. Lo aveva persuaso a far passare due mila svizzeri a
Genova per isventare queste trame; e nello stesso tempo aveva impiegata
la sua eloquenza e tutto l'impeto dell'ardente sua anima ad affrettare
gli apparecchi di guerra contro l'Italia ed a dissipare tutte le
dubbiezze e le incertezze di Carlo VIII, sperando in tal modo di
affrettare la propria vendetta[92].

  [92] _Barth. Senaregae de reb. Genuens., t. XXIV, p. 539. — Fr.
  Guicciardini, l. I, p. 34._

Infatti Carlo VIII, a dispetto di tante sue minacce e di tutte le sue
negoziazioni che non avevano altro scopo che la spedizione d'Italia,
pendeva tuttavia incerto, e rispetto alla strada che terrebbe e rispetto
alla stessa esecuzione del progetto. Pure, omai determinato essendo ad
attaccare per mare il regno di Napoli, mandò a Genova tutto il danaro di
cui poteva disporre; fece per sè medesimo apparecchiare sontuosi
appartamenti ne' palazzi Spinola e Doria, e vi mandò il suo grande
scudiere Pietro d'Urfè, per farvi armare una possente flotta, che doveva
poi unirsi a quella che per suo conto si stava armando a Villafranca ed
a Marsiglia[93]. La prima, che non gli rendette verun servigio,
perciocchè abbandonò tutti i suoi progetti colla stessa leggerezza con
cui gli aveva formati, fu la più magnifica che si fosse mai veduta nel
porto di Genova. Eranvi dodici grandi vascelli per trasportare la
cavalleria, capaci di mila cinquecento cavalli, novantasei più piccoli
per l'infanteria, diciassette speronare, ventitre vascelli di
cinquecento sessanta tonellate e ventisei di cinquecento ottanta, una
grande galeazza capace di cento cavalli, trenta galere da guerra; e per
ultimo la galera reale colla poppa dorata, e tutta coperta da un
padiglione di seta[94].

  [93] _Ub. Folietae Gen. Hist., l. XII, p. 663. — Barth. Senaregae de
  reb. Genuens., p. 539. — Phil. de Comines, l. VII, c. V, p. 165._

  [94] _Barth. Senaregae de reb. Gen., p. 542._

Per difendere e comandare questo prodigioso armamento, Carlo VIII mandò
a Genova colla flotta francese suo cugino, il duca d'Orleans, che fu poi
Lodovico XII. Questi entrò in città lo stesso giorno in cui la flotta
napolitana fu a vista delle coste liguri[95], e mentre Antonio di
Bessey, barone di Tricastel e balivo di Digione, incaricato di trattare
per parte del re cogli Svizzeri, presso i quali aveva grandissimo
credito, conduceva a Genova i due mila fanti levati ne' loro
cantoni[96].

  [95] _Mémoires de Phil. de Comines, l. VII, c. V, p. 162._

  [96] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 37. — Fr. Belcarii, Comment. Rer.
  Gallic. l. V, p. 129._

Ibletto de' Fieschi aveva promesso a Paolo Fregoso ed a don Federigo
d'Arragona che tutti i suoi partigiani gli aspetterebbero armati nella
riviera di Levante; onde la flotta napolitana si presentò a Porto
Venere, piccola città in faccia a Lerici, che signoreggia l'ingresso dal
magnifico golfo della Spezia. Ma lo stesso suo fratello, Giovan Luigi
de' Fieschi, affezionato al contrario partito, erasi recato alla Spezia,
ed aveva esortati gli abitanti di quelle coste a conservarsi fedeli alla
repubblica, e Giacomo Balbi era entrato con quattrocento fanti in Porto
Venere[97].

  [97] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 199. — Uberti Folietæ Hist. Gen.,
  l. XII, p. 664. — Giustiniani Ann. di Genova, l. V, f. 249._

Di verso terra questa città non aveva che una debolissima muraglia;
alcuni corpi d'infanteria napolitana l'attaccarono, mentre la flotta,
provveduta di grossa artiglieria, era entrata in rada, e tentava uno
sbarco sulla stessa riva. Ma tutti gli abitanti e perfino le donne di
Porto Venere, essendosi posti coi soldati dietro le mura, rispingevano
gli assalitori facendo rotolare sopra di loro grosse pietre. Alcuni
scogli a fior d'acqua erano stati anticamente ridotti in modo da servire
di comodo sbarco ai marinai; gli abitanti avevano avuta l'antiveggenza
di ugnere di sego questi levigati scogli, che s'innoltravano in mezzo a
profondo ed agitato mare. I Napolitani vi si avvicinavano colle
scialuppe dei loro vascelli, e, quando si credevano abbastanza vicini,
lanciavansi di salto tutt'armati su quest'insidiosa riva, da cui
sdrucciolavano nel mare; ciò che dando motivo di ridere ai difensori di
Porto Venere, potentemente contribuiva ad accrescer loro il coraggio. La
zuffa si prolungò sette ore con eguale accanimento da ambo le parti;
finalmente, avvicinandosi la notte, don Federigo richiamò sulle navi le
sue truppe e prese il largo, allontanandosi da una così piccola città,
sotto la quale ebbe principio la sua malvagia fortuna[98].

  [98] _Pauli Jovii Hist. sui temp., l. I, p. 25. — Franc.
  Guicciardini Ist., l. I, p. 37. — Bart. Senaregae de reb. Gen., p.
  540. — Ub. Folietae Gen. Hist., l. XII, p. 664._

Dopo questa mala riuscita don Federigo tornò a Livorno per rinfrescare
la sua flotta e per ricevere a bordo altri soldati; indi ripartì dopo un
mese all'incirca, quando seppe che Carlo VIII aveva presa la strada
delle Alpi. Il 4 di settembre presentossi in faccia a Rapallo, ricca
terra posta ad uguale distanza tra Porto Fino e Sestri di Levante. Non
essendo fortificata, Lodovico il Moro non vi teneva guarnigione, onde i
Napolitani l'occuparono senza trovare ostacolo. Sbarcarono Ibletto de'
Fieschi con tre mila pedoni, e gli emigrati genovesi, i quali
provvisoriamente si chiusero entro un ricinto formato con grandi forche
piantate in terra, su le quali erano assicurati de' travicelli
all'altezza di circa due braccia. Di più non abbisognava per difendersi
dalla cavalleria e per inspirare coraggio agli uomini che dovevano
difendere questi deboli ripari[99].

  [99] _Pauli Jovii Hist. sui temp., l. I, p. 26. — Fr. Guicciardini,
  l. I, p. 44._

Ma nè lo Sforza nè il duca d'Orleans volevano permettere che i loro
nemici si afforzassero a Rapallo. Il primo aveva preso al suo servigio i
sette fratelli Sanseverini, figli del vecchio Roberto, che nella
precedente generazione aveva avuta tanta parte nelle rivoluzioni della
Lombardia. Lo Sforza aveva trovati tra questi fratelli i suoi più
accorti consiglieri ed i più valorosi generali. Due di loro, Anton Maria
e Fracassa, erano stati incaricati della difesa di Genova, ed il primo
di loro partì subito alla volta di Rapallo per la via di terra con due
coorti di veterani ed uno squadrone di cavalleria, mentre che il duca
d'Orleans vi s'accostava colla sua flotta, composta di diciotto galere e
dodici grossi vascelli aventi a bordo le truppe svizzere. Don Federigo,
non osando di lasciarsi chiudere nel golfo di Rapallo da una flotta che
sapeva meglio muoversi della sua, ed era armata di colombrine di
maggiore calibro, prese il largo e permise al duca d'Orleans di sbarcare
senza ostacolo. Le truppe venute per la via di terra, e quelle sbarcate
dalla flotta, avendo impiegato lo stesso tempo nel fare le venti miglia
che contansi tra Genova e Rapallo, erano giunte presso questa borgata
molte ore prima di sera. I loro capi non pertanto pensavano di farle
accampare in un'angusto piano poco lontano di Rapallo, rimettendo
l'attacco all'indomani: ma ciò non potè farsi per la rivalità che si
manifestò tra i soldati veterani dello Sforza, e le guardie ducali di
Genova. I primi, per occupare il posto d'onore per la battaglia del
susseguente giorno, e per insultare ad un tempo i nemici chiusi in
Rapallo, presero a piantare i loro alloggiamenti alla più breve distanza
possibile dalla terra. La guardia ducale, avvezza a vivere in una ricca
città, ed a fare di sè vaga mostra colla forbitezza delle armature e la
ricchezza degli abiti e ad ostentare bravura, non seppe tollerare che un
altro corpo d'armata la precedesse; ella si fece innanzi per accamparsi
nel brevissimo spazio, che restava tra i veterani dello Sforza e
Rapallo. Credendo i Napolitani che si avanzassero per attaccarli,
uscirono incontro agli assalitori[100].

  [100] _Pauli Jovii Hist. sui temp., l. I, p, 27._

Così cominciò la scaramuccia senza che fosse ordinata dai capi delle
opposte parti, e si sostenne lungo tempo con molto accanimento;
finalmente l'emulazione tra le diverse nazioni che servivano nell'armata
del duca d'Orleans e la sua flotta, che, trovandosi presso alla riva,
faceva fuoco contro i Napolitani assicurarono la vittoria ai Genovesi.
Fu questa la prima zuffa di così terribile guerra, in cui siansi veduti
alle mani cogl'Italiani gli stranieri, i quali si distinsero assai più
colla loro ferocia che col valore; imperciocchè non solo gli Svizzeri
non fecero grazia ai soldati che loro s'arresero, ma uccisero la maggior
parte di quelli che si erano dati prigionieri ai loro alleati. Nè gli
abitanti di Rapallo furono meglio trattati: tutti senza misericordia e
senza distinzione di partito vennero spogliati d'ogni avere e
maltrattati con estrema ferocia; furono perfino barbaramente uccisi
cinquanta ammalati che stavano in quello spedale. I Genovesi non
soffrirono pazientemente di vedere posti in vendita gli effetti di
quegli sgraziati abitanti: il popolo si ammutinò, uccise una ventina di
quegli Svizzeri, ed a stento Giovanni Adorno riuscì a calmarlo[101].

  [101] _Barth. Senaregae de reb. Genuens., t. XXIV, p. 542. — Mémoir.
  de Phil. de Comines, l. VII, c. VI, p. 168._

Erano stati dall'armata vittoriosa condotti a Genova alcuni distinti
prigionieri, tra i quali Fregosino, figliuolo naturale del cardinale,
Giulio Orsini ed Orlando Fregoso. Ibletto dei Fieschi, principale capo
del partito vinto, fuggì con suo figlio Rolandino a traverso alle
montagne, e tre volte venne consecutivamente spogliato dai masnadieri.
Le prime due volte i contadini del vicinato gli diedero degli abiti; ma
la terza volta disse a suo figlio colla sua consueta imperturbabile
tranquillità: «Andiamo, mio caro, ed accontentiamoci delle vesti del
nostro primo padre, altrimenti vedo che la cosa non avrebbe più
fine[102].» Don Federigo, tenuto da un vento di terra lontano dalle
coste tutto il tempo della battaglia, non potè raccogliere che un
piccolo numero di fuggiaschi, coi quali tornò tristamente a
Livorno[103].

  [102] _Barth. Senaregae de reb. Genuens., t. XXIV, p. 542._

  [103] _Pauli Jovii Hist. sui temp., l. I, p. 28. — Fr. Guicciardini,
  l. I, p. 44. — Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 199. — Jac. Nardi Ist.
  Fior., l. I, p. 17. — Belcarius Comm. Rer. Gall., l. V, p. 130._

Intanto don Ferdinando si avanzava a traverso alla Romagna, intenzionato
di entrare nel l'autorità del loro legittimo sovrano, Giovanni Galeazzo,
ed a scuotere il giogo di un tiranno, che voleva esporli a tutte le
furie degli oltremontani. Ma Ferdinando non aveva sotto gl'immediati
suoi ordini che mille quattrocento uomini d'armi, e circa due mila
cavalleggeri: ed ancora dopo avere ingrossata la sua armata con quella
di Guid'Ubaldo, duca d'Urbino, colle truppe de' Fiorentini, e con quelle
somministrate dai piccoli principi della Romagna, questa armata, secondo
i più alti calcoli, non contava più di due mila cinquecento corazze e di
cinque mila pedoni[104]. Dal canto suo Carlo VIII, prima di fissare la
sua irrisolutezza, aveva fatto scendere in Italia il signore d'Aubignì,
della casa Stuardo e della linea di Lenox, con circa duecento maestri,
ossia cavalieri francesi, e diversi battaglioni di fanteria svizzera,
che, valicati il san Bernardo ed il Sempione, eransi uniti a
Vercelli[105]. Lodovico il Moro fece che queste truppe si recassero
subito nelle province minacciate dal nemico, loro associando Francesco
Sanseverino, conte di Cajazzo, con circa seicento uomini d'armi e tre
mila fanti veterani. Il conte di Cajazzo occupò una forte posizione a
Fossa Giliola, ai confini del Ferrarese, di là osservando le mosse di
Ferdinando[106].

  [104] _P. Bembi Hist. Ven., l. II, p. 27. — Scip. Ammirato l. XXVI,
  p. 199. — Fr. Guicciardini l. I. p. 35._

  [105] _Phil. de Comines, Mém., l. VII, ch. VI. p. 167 e nota p.
  482._

  [106] _P. Jovii Hist. sui temp., l. I, p. 29. — Fran. Guicciardini,
  l. I, p. 38. — Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 200. — Franc. Belcarii
  Comm. Rer. Gallic., l. V, p. 131. — Bern. Oricellarii de bello
  Italico, p. 26._

In sul finir di luglio questo giovane principe aveva avuta una
conferenza con Pietro de' Medici a Città di Castello. Aveva in appresso
attraversata Val di Lamone, ed assoldata molta gente in quella armigera
provincia. Tutti i rinforzi che poteva sperare lo avevano raggiunto,
onde pareva maturo l'istante di attaccare l'armata del conte di Cajazzo
e del signor d'Aubignì, prima che ricevesse gli Svizzeri ed i Francesi
che scendevano ogni giorno le Alpi. Ma Alfonso II, dando a suo figlio
un'armata affatto sproporzionata all'affidatagli intrapresa, lo aveva
reso del tutto dipendente dai consiglieri che gli aveva posti al fianco.
Il principale di loro, il conte di Pitigliano, riconosceva la sua
riputazione militare assai più dal prudente temporeggiare, che da
quell'audacia che signoreggia gli avvenimenti. Questi nel consiglio di
guerra si ostinò perchè l'armata di Ferdinando si limitasse a stare in
su le difese, non potendo, siccome egli diceva, la sua fanteria tener
testa agli Svizzeri, nè la sua artiglieria sostenere, nella rapidità
delle cariche, il confronto della francese; per ultimo, diceva, che gli
uomini d'arme napolitani non sosterrebbero l'impeto degli
oltremontani[107].

  [107] _P. Jovii Hist. sui temp., l. I, p. 29._

Per lo contrario Gian Jacopo Trivulzio, il di cui carattere era
altrettanto bollente quanto era circospetto quello del Pitigliano,
attestava d'avere battuti gli Svizzeri a Domo d'Ossola, gli uomini
d'armi e l'artiglieria francese in Francia nelle guerra del _ben
pubblico_, e che niente trovavasi in quest'armata, che potesse
sorprendere gl'Italiani; ch'egli prometteva la vittoria, ove si
attaccasse all'istante, e che non sapeva quale resistenza farebbe
l'armata francese, se gli si dava tempo di ricevere nuovi rinforzi[108].

  [108] _Rosmini Ist. di Gian Giacopo Trivulzio, l. V, p. 214._

Ma omai la notizia degl'infelici successi di don Federico aveva
scoraggiati e renduti incerti alcuni degli alleati. Giovanni Bentivoglio
temeva la vendetta de' Francesi e del duca di Milano, se prendeva parte
in una guerra offensiva; ed il consiglio di guerra decise che non si
attaccherebbero i nemici ne' loro trincieramenti. Tutto quanto ottennero
le calde istanze d'Alfonso d'Avalos e di Bartolomeo d'Alviano, in allora
allievo del Pitigliano, fu la licenza di mandare un trombetta al conte
di Cajazzo per isfidarlo ad uscire in aperta campagna. Non avendo questi
voluto rinunciare a' suoi vantaggi per accettare il dubbio esperimento
di una battaglia, Ferdinando si ritirò sotto le mura di Faenza dietro ad
un lungo canale, in cui derivavansi le acque del Lamone, locchè ne
rendeva la posizione fortissima; e quando seppe che Carlo VIII aveva
passate le Alpi, pensò di starsi colà aspettando le truppe tedesche che
suo padre faceva, sebbene troppo tardi, levare nella Svevia e
nell'Austria[109].

  [109] _P. Jovii Hist. sui temporis, l. I, p. 30. — Fr. Guicciardini
  Ist. d'Italia, l. I, p. 48._

Carlo VIII erasi recato a Lione con tutta la sua corte per avvicinarsi
all'Italia, e vi aveva passata la state in feste e tornei, tra i quali
pareva avere dimenticati tutti i suoi progetti di conquiste. Aveva
consumato nell'armamento della flotta di Genova quasi tutto il numerario
di cui poteva valersi. Madama di Beaujeu, il duca di Borbone e quasi
tutti i principali signori biasimavano una lontana impresa, che nulla
poteva aggiungere alla forza reale del regno. Briçonnet, che l'aveva
lungo tempo consigliata, più non ardiva addossarsene la responsabilità;
il siniscalco di Belcario che ardentemente la promoveva, era stato di
que' tempi costretto ad allontanarsi dal re, perchè uno de' suoi
servitori era morto con sintomi di peste[110]. I cortigiani davano al re
opposti consiglj, secondochè aderivano ora agli agenti del re di Napoli,
ora a quelli del duca di Milano: Pietro de' Medici aveva inoltre cercato
di rendere quest'ultimo sospetto alla corte di Francia, facendo che si
tenesse un messo del re di Francia nascosto entro un gabinetto, mentre
egli s'intratteneva confidenzialmente con un ambasciatore del Moro[111].
Tra tanti timori e tante contraddizioni, Carlo VIII abbandonò più volte
i suoi progetti, a ciò persuaso continuamente dall'allettamento de'
piaceri; aveva perfino ordinato a molti signori, di già partiti colle
loro truppe, di tornare alla corte, quando il cardinale Giuliano della
Rovere, fatto più che tutt'altri bramoso della spedizione d'Italia
dall'immenso suo odio verso Alessandro VI, parlò al re con un tale
ardire, che verun altro non sarebbesi permesso di farlo. Disse, che il
re sarebbesi coperto di vergogna rinunciando a pretese proclamate in
tutta l'Europa, non raccogliendo verun frutto de' sagrificj che fatti
aveva co' suoi trattati col re de' Romani e coi re della Spagna, ed
abbandonando i suoi alleati ed i suoi soldati, che di già per lui
valorosamente combattevano nella riviera di Genova e nella Romagna.
Carlo VIII, vinto dalle calde ammonizioni del cardinale, di cui
rispettava l'eminente dignità, e sedotto dalle adulazioni del siniscalco
di Belcario, cui era stato di fresco permesso di liberamente tornare
alla corte, partì da Vienna nel Delfinato, il 23 agosto del 1494,
prendendo la strada del monte Ginevra, e valicando le Alpi, senza che
scontrasse verun ostacolo[112].

  [110] _Phil. de Comines, l. VII, ch. V, p. 164._

  [111] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 40. — P. Jovii Hist. sui temp., l.
  I, p. 22. — Bern. Oricellarii de bello Ital., p. 2._

  [112] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 42. — P. Jovii, l. I, p. 23. —
  Phil. de Comines, Mémoires, l. VII, ch. VI, p. 166._

L'armata francese contava tre mila seicento uomini d'armi, sei mila
arcieri a piedi, assoldati in Bretagna, sei mila balestrieri delle
interne province della Francia, otto mila fanti della Guascogna, armati
di fucili e di spade a doppio taglio, ed otto mila tra Svizzeri e
Tedeschi, armati di piche e di alabarde[113]. Moltissimi servitori
seguivano l'armata, ingrossata, poichè fu scesa in sul piano d'Italia,
dal contingente di Lodovico il Moro; di modo che quando attraversò la
Toscana non aveva meno di sessanta mila uomini[114]. Tra i suoi più
illustri generali contavansi il duca d'Orleans, poi Lodovico XII, che
allora aveva il comando della flotta a Genova, il duca di Vandome, il
conte di Montpensier, Lodovico di Lignì, signore di Lussemburgo,
Lodovico de la Trimouille e molti altri principali signori della
Francia. Ma il siniscalco di Belcario ed il sovrintendente Briçonnet,
vescovo di san Malo, confidenti del monarca, che pure lo accompagnavano,
avevano presso di lui maggior credito che tutti i signori della sua
corte[115].

  [113] _Mém. de Louis de la Trémouille, ch. VIII, p. 145, l. XIV des
  Mém._

  [114] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. I, p. 28._

  [115] _Mém. de la Trémouille, ch. VIII, p. 146. — Fr. Guicciardini,
  l. I, p. 46. — Belcarius Comment. Rer. Gall., l. V, p. 132._

Una così grossa armata avrebbe potuto difficilmente attraversare le
Alpi, se avesse trovato qualche nemico; ma la disgrazia d'Italia aveva
fatto sì che il Piemonte ed il Monferrato, egualmente governati da
principi indipendenti, fossero ambidue a quello stato di debolezza e
d'incapacità ridotti, cui sono condannate le monarchie in tempo di
minorità. Carlo Giovanni Amedeo, nato il 24 giugno del 1488, era in
allora duca di Savoja, e non contava che nove mesi, quando il 13 marzo
del 1489 successe al duca Carlo suo padre. Sua madre, Bianca di
Monferrato, sebbene affatto giovane, aveva ottenuta la tutela pel favore
del popolo di Torino in pregiudizio de' suoi cognati, i conti di Ginevra
e di Bresse. Bianca aveva bensì il 20 giugno del 1493 soscritto un
trattato d'alleanza con Ferdinando, re di Napoli, ma in appresso non
aveva osato provocare il turbine sui proprj stati; fece aprire a Carlo
VIII tutte le sue città e castella, e l'accolse ella stessa in Torino
con estrema magnificenza[116]. Maria, marchesana di Monferrato, tutrice
di Guglielmo di Monferrato, nato il 20 agosto del 1486, non si dipartì
dalla politica di Bianca[117].

  [116] _Guichenon Hist. génér. de la maison de Savoie, t. II, p.
  160-162._

  [117] _Benvenuti de sancto Georgio Hist. Montis Ferrati, t. XXIII,
  p. 756._

Queste due reggenti, una a Torino, l'altra a Casale, parvero dinanzi a
Carlo VIII ornate di molte gemme, onde il giovane re, che di già
cominciava a mancare di danaro, se le fece prestare per depositarle in
mano di alcuni usurai che gli diedero ventiquattro mila ducati[118]. Il
19 di settembre entrò in Asti, città posseduta in piena sovranità dal
duca d'Orleans, siccome dote di sua madre, Valentina Visconti. Colà
venne ad incontrarlo Lodovico Sforza con sua moglie e suo suocero,
Ercole d'Este, duca di Ferrara[119]. Questi principi conoscevano le
inclinazioni di Carlo VIII, e, volendo guadagnarselo colle voluttà,
avevano seco condotte le signore milanesi che godevano opinione di
seducente bellezza e di poca austera virtù[120]. Si consumarono più
giorni in feste ed in piaceri, che vennero all'ultimo interrotti da
grave malattia onde fu il re sorpreso, la quale fu giudicata vajuolo a
motivo delle pustule che gli coprirono il volto. Pure questa prima
campagna de' Francesi in Italia ottenne infame celebrità da una malattia
ancora più crudele, cui più che a tutt'altra pareva essersi Carlo
esposto. Egli però non tardò a rimettersi in salute, e passò a Pavia ove
fu splendidamente accolto[121].

  [118] _Mém. de Phil. de Comines, l. VII, ch. VI, p. 166. — Fr.
  Guicciardini, l. I, p. 41._

  [119] _Diar. Ferr., t. XXIII, Rer. Ital., p. 288. — Fr.
  Guicciardini, l. I, p. 45. — Bern. Oricellarii de bello Ital., p.
  34._

  [120] _Josephi Ripamontii Hist. Urb. Mediol., l. VI, p. 654. — Pauli
  Jovii Hist., l. I, p. 30._

  [121] _P. Jovii, l. I, p. 30. — Fr. Guicciardini, l. I, p. 45. —
  Scipione Ammirato, l. XXVI, p. 199. — Roscoe Vita di Leon X, c. 3,
  p. 186. — Arnoldus Ferrarien. Burdigal. de reb. Gall., l. I, p. 4._

Lo sventurato Giovanni Galeazzo dimorava colla consorte e co' figliuoli
nel castello di questa città. Già da alcun tempo vedevasi la di lui
salute andar declinando a gran passi; la presumeva taluno distrutta da
immoderato abuso de' piaceri sensuali, ed altri, sospettando l'esistenza
di un delitto, ove vedevano un motivo di commetterlo, accusavano
Lodovico il Moro di avergli fatto dare un lento veleno. A veruno de'
cortigiani francesi fu permesso di vedere il duca, ed il solo re fu
ammesso ne' suoi appartamenti: questi due sovrani erano cugini germani,
figliuoli di due sorelle della casa di Savoja. Ma Carlo VIII, che temeva
di spiacere a Lodovico il Moro, si trattenne con Giovanni Galeazzo
soltanto intorno a cose indifferenti, e sempre alla presenza dello
zio[122]; ma in tempo di questo intrattenimento, la duchessa Isabella
sopraggiunse, gettandosi alle ginocchia del re, e supplicando di
risparmiare suo padre Alfonso e suo fratello Ferdinando. Rispose Carlo,
alquanto imbarazzato, che oramai era troppo avanzato per poter dare a
dietro, ed affrettossi a lasciare una città dove aveva sotto gli occhi
una così dolorosa scena, ch'egli stesso rendeva ancora più penosa. Ebbe
da Lodovico il Moro i convenuti sussidj, e la sua armata, poichè si fu
provveduta d'armi e di equipaggi avuti dall'arsenale di Milano, proseguì
il cammino alla volta di Piacenza[123].

  [122] _Mém. de Phil. de Comines, l. VII, ch. VII, p. 177. — Fr.
  Guicciardini, l. I, p. 48. — Bernardi Oricellarii de bello Ital., p.
  35._

  [123] _P. Jovii Hist. sui temp., l. I, p. 50. — Arnoldi Ferronii, l.
  I, p. 6._

Lodovico il Moro accompagnava Carlo VIII, ma avendo a Piacenza o a Parma
avuta notizia che suo nipote era agli estremi, tornò subitamente a
Milano per raccogliere l'eredità. Giovanni Galeazzo Sforza morì il 20 di
ottobre[124], ed il senato di Milano tutto ligio al Moro si affrettò di
fargli presente, che, nelle critiche circostanze in cui trovavasi
l'Italia, un fanciullo di cinque anni, quale era quello di Giovanni
Galeazzo, non poteva avere il carico del governo; che lo stato non
doveva ricadere di una in altra minorità, che abbisognava di un sovrano
che regnasse effettivamente; all'ultimo che Lodovico il Moro era
necessario alla patria, e che questa gli chiedeva il sagrificio di
salire sul trono. Lodovico parve opporsi; pure all'indomani prese il
titolo e le insegne di duca di Milano, e protestò, anche segretamente,
che le riceveva come cosa che gli apparteneva a giusto diritto dietro
l'investitura datagli da Massimiliano[125]. Si affrettò poi di
raggiugnere l'armata francese, dalla quale, senza esporsi a qualche
pericolo, non poteva sempre tenersi lontano[126].

  [124] _Lodov. Cavitellii Crem. Ann., t. III, Thesaur. Ant. Ital., p.
  1469._

  [125] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 49. — P. Jovii Hist. sui temporis,
  l. II, p. 37. — Jos. Ripamontii Hist. Urb. Mediol., l. VI, p. 655. —
  P. Bembi Hist. Ven., l. II, p. 27. — Navagero Stor. Ven., p. 1201._
  Ma questi attribuisce i sofismi a Lodovico e la resistenza al
  senato.

  [126] _Barth. Senaregae de reb. Gen., p. 543._ — Egli raggiunse il
  re a Villa, poco distante da Sarzana.

In fatti quest'armata era stata colpita da un sentimento di spavento per
la morte di Giovanni Galeazzo: tutti s'andavano interpellando
ansiosamente in qual modo il re poteva penetrare nel fondo dell'Italia
senza lasciarsi alle spalle verun altro alleato che quello stesso duca,
che si era aperta col veleno la via del trono. Ogni movimento dei
Milanesi rendevasi sospetto ai Francesi, cui mille cose erano state
raccontate intorno alle trufferie degli Italiani, ed i Francesi spesso
agivano di mala fede per guarentirsi da quella di cui si credevano
minacciati. Il duca d'Orleans, che aspirava all'intera eredità dello
Sforza, cercava di far sentire a suo cugino che più facile riuscirebbe
la spedizione di Napoli incominciandola dalla conquista del
Milanese[127]. Il principe d'Orange, il signore di Miolans, Filippo
delle Corde e gli altri tutti che risguardavano la marcia dell'armata
fino a Napoli come troppo pericolosa, approfittarono di tale fermento
per istringere il re a rinunciarvi; ma Carlo non dava orecchio che alla
sua ostinazione, ch'egli credeva amore di gloria; e, a seconda de'
concerti avuti col nuovo duca di Milano, prese la strada che da Parma
conduce nella Lunigiana, onde entrare in Toscana[128]. Questa strada
toccava Fornovo e san Terenzio e sboccava a Pontremoli, città che in
allora era posseduta dallo Sforza; onde non percorreva che paesi amici,
ed era sempre a portata della divisione che occupava Genova, e della
flotta francese. Pei quali motivi era così aperto che doveva preferirsi
dai Francesi a quella della Romagna, che mal si può spiegare l'incauto
consiglio de' Napolitani che l'avevano trascurata, portando tutte le
loro forze nella Romagna[129].

  [127] _P. Jovii Hist. sui temp., l. I, p. 21._

  [128] Ciò accadde prima di abboccarsi col principe d'Orleans a Villa
  presso Sarzana. _N. d. T._

  [129] _Bern. Oricellarii de bello Ital., p. 37_, ediz. Fior. in 4.º
  1733 colla data di Londra.

Papa Alessandro VI e Pietro de' Medici eransi obbligati a chiudere ai
Francesi l'ingresso della Toscana; ma se pure il papa era intenzionato
di spedirvi truppe, ne fu impedito dalla ribellione dei Colonna, che,
quando ebbero avviso dell'avvicinamento de' Francesi, rifiutarono le
vantaggiose offerte che loro aveva fatte Alfonso II, dichiararonsi
scopertamente al soldo di Carlo ed occuparono Ostia, ove, senza dubbio,
aspettavano la flotta francese. Il papa, lungi dal potere mandar truppe
in Toscana, si vide costretto a richiamare quelle che teneva in Romagna
sotto gli ordini di Virginio Orsini, per far testa ai Colonna[130].

  [130] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 47. — P. Jovii, l. I, p. 23._

La repubblica fiorentina aveva mandati ambasciatori a quella di Lucca ed
al duca di Ferrara, per persuaderli a non permettere di passare per i
loro stati a chiunque volesse invadere la Toscana; aveva in pari tempo
nominati commissarj straordinarj per provvedere alla sicurezza dello
stato; ma Pietro de' Medici non aveva voluto che loro si affidassero
truppe[131]. Pure così grande e così mal disciplinato esercito, qual era
quello de' Francesi, poteva bentosto trovarsi senza vittovaglie in una
provincia montuosa, che non ne produce quanto basta per alimentare i
suoi abitanti. L'esercito, scendendo da Pontremoli lungo la Magra,
attraversava i feudi del marchese Malaspina, in mezzo ai quali è posto
il borgo di Fivizzano appartenente ai Fiorentini. Era questo il primo
paese nemico. Il marchese di Fosdinovo, vinto da gelosia di vicinanza,
mostrò ai Francesi i lati deboli delle fortificazioni di quella terra,
ed i mezzi di occuparla. In fatti fu attaccata e presa d'assalto.
Vennero uccisi tutti i soldati e molti abitanti, e saccheggiate tutte le
case; e questa prima esecuzione militare, che sparse grandissimo
terrore, fece conoscere la diversità della nuova guerra e delle guerre
senza spargimento di sangue che si erano fin allora sostenute[132].
Nello stesso tempo Gilberto di Montpensier, che comandava l'avanguardia
francese, sorprese in riva al mare un corpo di truppe che Paolo Orsini
mandava per ingrossare la guarnigione di Sarzana, e non diede quartiere
a verun soldato[133].

  [131] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 202._

  [132] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 51. — Jac. Nardi Stor. Fior., l.
  I, p. 17._

  [133] _P. Jovii Hist. sui temp., l. I, p. 31. — Barth. Senaregae de
  reb. Gen., p. 544. — Belcarii Rer. Gallic., l. V, p. 137._

Era Sarzana in qualche modo la chiave della Lunigiana[134]: così
chiamasi una spiaggia, chiusa tra il mare e le montagne, che stendesi
dai confini del Genovesato fino a Pisa d'una larghezza non mai eccedente
le sei miglia. Sarzana era una città assai ben fortificata e la sua
fortezza di Sarzanello credevasi inespugnabile. Se l'esercito francese
si fosse lasciata questa terra alle spalle, sarebbesi poco dopo trovata
chiusa la strada di Pisa da quella di Pietra Santa, posseduta pure dai
Fiorentini, e posta nel più angusto punto del littorale. Tutto il paese
potev'essere, difeso di tratto in tratto. Non è ferace che di olio, e
così sprovveduto di frumento, che importa la metà de' suoi viveri dalla
Lombardia a schiena di muli: e l'aere è così insalubre in autunno, che
la febbre avrebbe in poche settimane ruinato l'esercito nemico. I
capitani francesi mal sapevano perciò risolversi ad innoltrarsi in cotal
paese, ma la pusillanimità di Pietro de' Medici dissipò bentosto i loro
giusti timori.

  [134] Suppongo che debba dirsi Versilia, antica denominazione di
  questo littorale, sebbene nei posteriori secoli i marchesi di
  Lunigiana avessero esteso il loro dominio fino ai confini di Pietra
  Santa centro della Versilia. _N. d. T._

L'ingresso de' Francesi in Toscana, spargendo in Firenze un estremo
terrore, fece scoppiare un malcontento contro Pietro de' Medici tenuto
lungo tempo compresso. I Fiorentini erano da secoli affezionati alla
real casa di Francia, da loro risguardata quale protettrice del partito
guelfo e della libertà; altamente si lagnavano che il capo dello stato
gli avesse strascinati in una guerra contraria ai loro veri interessi,
ed esposti prima degli altri a tutti i pericoli d'una lite che punto non
li risguardava. Gli ambasciatori fiorentini erano stati dalla corte di
Francia rimandati; tutti i socj, tutti i commessi delle case di
commercio dei Medici eransi espulsi dal regno; ma tanto rigore non aveva
colpiti gli altri Fiorentini, quasi che si fosse voluto far loro sentire
che la Francia non li confondeva coll'usurpatore della loro
libertà[135]. Sapevasi che Lorenzo e Giovanni de' Medici, que' cugini di
Pietro, ch'egli aveva da pochi mesi maltrattati, poi rilegati nelle loro
ville, erano passati nel campo di Carlo VIII, supplicandolo di atterrare
un governo esoso alla generalità dei cittadini[136]. Il potere di questo
vanaglorioso capo, che non aveva voluto conoscere confini, trovossi
tutt'ad un tratto non ad altro appoggiato che ad una vacillante
opinione.

  [135] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 198. — Fr. Guicciardini, l. I, p.
  32._

  [136] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 196. — Fr. Guicciardini, l. I, p.
  32. — P. Jovii Hist., l. l, p. 32. — Jac. Nardi Istor. Fior., l. I,
  p. 16._

Pietro de' Medici, spaventato dall'interno fermento, di cui vedeva
ovunque le traccie, atterrito dalla guerra straniera ch'egli non era in
istato di sostenere, pensò di cedere al turbine, di fare la pace coi
Francesi, imitando la condotta tenuta da suo padre con Ferdinando,
condotta che aveva così spesso udito lodare. Egli non sapeva che per
imitare un grand'uomo conviene avere i suoi talenti, onde discernere le
circostanze, e la sua fermezza per disprezzare i pericoli. Pietro de'
Medici fece dalla repubblica eleggere una numerosa ambasciata, di cui
egli faceva parte, con commissione di recarsi presso il re di Francia e
cercare di placarlo. Ma, avvisato in viaggio che un corpo di trecento
uomini, che la repubblica mandava a Sarzana, era stato sorpreso e fatto
a pezzi, non osò, senza salvacondotto, innoltrarsi al di là di Pietra
Santa. Alcuni signori della corte, tra i quali Briçonnet e di Piennes
vennero a trovarlo, e lo condussero innanzi al re lo stesso giorno in
cui veniva attaccato Sarzanello[137].

  [137] _Fr. Guicciardini Hist., l. I, p. 52. — Scip. Ammirato, l.
  XXVI, p. 203. — Phil. de Comines Mémoir., l. VII, c. IX, p. 185._

Pietro, per giustificare il suo rifiuto di permettere al re
d'attraversare la Toscana, ricordò il suo trattato con Ferdinando,
conchiuso con approvazione dello stesso Lodovico XI; soggiunse che fino
all'istante in cui le armate francesi erano scese in Italia non avrebbe
potuto violare questo trattato senza esporsi a tutta la vendetta degli
Arragonesi; ma poichè al presente più non vedevasi esposto a tale
pericolo era apparecchiato a dar prove della sua divozione verso la casa
di Francia[138]. Il re, per tutta risposta a questo discorso, chiese che
gli si aprissero le porte di Sarzanello; e Pietro vi acconsentì subito:
e senza nè pure interpellare i suoi colleghi, ordinò che Sarzanello
fosse dato in mano al re, il quale, sorpreso da tanta facilità, domandò
che gli fossero inoltre consegnati Pietra Santa, Librafratta, Pisa e
Livorno. Non credevano già i Francesi, che, facendo così alte domande
venissero loro accordate quelle piazze, almeno senza grandi guarenzie
per la loro restituzione dopo il passaggio dell'esercito; ma Pietro
nulla chiese, e si accontentò della verbale obbligazione del re di
restituire le fortezze della Toscana, quand'avrebbe ultimata la
conquista del regno di Napoli; fu convenuto che i Fiorentini
presterebbero al re Carlo dugento mila fiorini; che a tale condizione
verrebbero ricevuti sotto la protezione del re, e che il trattato di
pace fra di loro sarebbe fatto in Firenze. Dietro questa semplice
verbale convenzione fece aprire ai Francesi tutte le fortezze dello
stato di Pisa, non senza eccitare lo sdegno de' suoi colleghi
d'ambasciata, i quali, essendo arrivati alquanto più tardi, credevano di
accordar molto al re coll'accordargli il libero passaggio a traverso al
loro stato[139].

  [138] _Bern. Oricellarii de Bello Ital. Comment., p. 39._

  [139] _Fr. Guicciardini Ist., l. I, p. 53. — P. Jovii Hist. sui
  temp., l. I, p. 31. — Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 203. — Jac. Nardi
  Istor. Fior., l. I, p. 18. — Phil. de Comines, Mémoires, l. VII, c.
  IX, p. 185. — Arnoldi Ferronii, l. I, p. 6._

I Fiorentini, ricevendo la notizia della convenzione di Sarzana,
s'irritarono ancora più dei loro ambasciatori. Da lungo tempo avevano
cominciato ad accusare Pietro de' Medici di comportarsi come signore e
non come primo cittadino della sua patria; di tenere un contegno da
padrone che mai non avevano affettato nè Lorenzo, suo padre, nè Cosimo,
suo bisavo; di trascurare affatto d'intervenire ai consiglj e di sedere
co' suoi colleghi quand'era rivestito di qualche magistratura[140]. Ma
non aveva ancora osato prima d'allora di calpestare con tanta impudenza
le leggi della repubblica, nè di arrogarsi un'autorità che non gli era
mai stata conferita. Egli era quegli, si diceva, che aveva precipitata
la patria in una guerra contraria ai suoi interessi, ed era egualmente
quegli che, per salvarla, sagrificava le conquiste di molte generazioni.
Il partito della libertà, che si era successivamente ingrossato
coll'adesione di tutti coloro ch'erano stati oltraggiati dalla sua
insolenza, e di fresco riscaldati dalle prediche del Savonarola,
approfittava di questi avvenimenti per mostrare quanto pericolosa cosa
fosse il dare un capo ad una città libera; perciocchè sotto il suo
dominio uno stato perde bentosto il vigore delle sue armate, la prudenza
de' suoi consiglj, ed all'ultimo le sue migliori province o la sua
indipendenza. Approfittiamo almanco, dicevano essi, delle nostre
sciagure, e, poichè l'armata francese deve attraversare le nostre mura,
ci ajuti a rovesciare la tirannide[141].

  [140] _P. Jovii Hist., l. I, p. 31. — Jac. Nardi l, I, p. 15. —
  Phil. de Comines, l. VII, c. VI, p. 171._

  [141] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 54._

Mentre che l'armata francese dirigevasi verso Lucca e verso Pisa, Pietro
de' Medici, prevenuto del tumulto di Firenze, si affrettava di tornarvi,
sperando pure di potersela conservare ubbidiente. Vi arrivò l'8 di
novembre, e dopo essersi la stessa sera consigliato co' suoi amici, che
trovò tutti scoraggiati, o da lui alienati, risolse di recarsi
all'indomani a palazzo presso la signoria. Trovò il palazzo chiuso, con
guardie alla porta, come sempre costumavasi in occasione di tumulto. La
signoria aveva stabilito di non ricevere la visita di Pietro de' Medici,
e gli mandò Jacopo di Nerli, gonfaloniere di compagnia, a
parteciparglielo, mentre che Luca Orsini, uno de' priori, si trattenne
alla porta per vietargliene l'ingresso, ove si dovesse venire a
quest'estremo[142].

  [142] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 204. — Jac. Nardi, l. I, p. 21. —
  P. Jovii Hist., l. I, p. 32. — Fr. Guicciardini, l. I, p. 55. —
  Mémoires de Phil. de Comines, l. VII, c. X, p. 191. — Belcarii Comm.
  Rer. Gall., l. V, p. 138._

Pietro de' Medici non volle fare esperimento della loro costanza;
stordito da una resistenza che mai non aveva conosciuta, non si appigliò
nè alle preghiere, nè alle minacce; ritirossi in casa per chiamare in
suo soccorso Paolo Orsini, suo cognato, cogli uomini d'armi sotto i suoi
ordini; ma, essendo stato fermato il messo che gli mandava, i cittadini
presero le armi e si adunarono nella piazza del palazzo per essere
pronti ad eseguire gli ordini della signoria. Frattanto il cardinale
Giovanni de' Medici aveva corse alcune strade coll'accompagnamento de'
servitori della sua casa, cui faceva ripetere il grido d'armi di sua
famiglia: _Palle! Palle!_ ma questo grido altre volte così caro al
popolo non aveva mosso veruno de' suoi partigiani. Il cardinale non
aveva potuto oltrepassare la metà della strada de' Calzajuoli; e si
udivano da ogni banda minacciose grida contro i Medici. Pietro e suo
fratello, di già circondati dai soldati loro condotti da Paolo Orsini,
ritiraronsi verso porta san Gallo, e tentarono di nuovo, gettando danaro
tra il popolo, di muovere gli artigiani di quel quartiere a prendere le
armi per loro; ma non avendo che minacciose risposte, ed udendo suonare
la campana a stormo, uscirono di città, di cui gli si chiusero dietro le
porte. Il cardinale Giovanni de' Medici, essendosi travestito da frate
francescano, si sottrasse ancor egli al tumulto, e raggiunse i suoi due
fratelli negli Appennini[143].

  [143] _Ist. di Gio. Cambi Deliz. degli Erud., t. XXI, p. 78. — Diari
  Sanesi d'Allegr. Allegretti, t. XXIII, p. 833. — Bernardi
  Oricellarii de bello Ital., p. 41._

Pietro de' Medici aveva inconsideratamente presa la strada di Bologna,
invece di volgersi al re di Francia, presso al quale avrebbe
probabilmente trovato protezione. I soldati dell'Orsini, che lo
seguivano, attaccati dai contadini, si sbandarono quasi tutti, e lo
stesso Paolo Orsini conobbe che per la sicurezza di suo cognato era
d'uopo separarsi da lui. Pure i Medici arrivarono però a Bologna senza
incontrare verun nuovo accidente. Ma quando Pietro presentossi a
Giovanni Bentivoglio, suo alleato e suo amico, questi, maravigliato di
vedere un uomo che occupava lo stesso suo grado, rovesciato con tanta
facilità, gli disse: «Se giammai voi udirete che Giovanni Bentivoglio è
stato scacciato da Bologna, come lo siete oggi voi da Firenze, non
vogliate crederlo; ma credete piuttosto che si è fatto tagliare a pezzi
dai suoi nemici facendo loro resistenza»[144]. Non sapeva Giovanni
Bentivoglio, che spesso non è in arbitrio del principe, nè del generale
d'armata il trovare la morte che desidera; che, dopo averla lungo tempo
affrontata, se sopravvive suo malgrado alla sua disfatta, il desiderio
della propria conservazione si risveglia nel cuore più valoroso, e vi si
aggiugne una segreta speranza, che, poichè la fortuna si è presa ella
sola la cura della sua salvezza, lo riservi tuttavia a tempi migliori.
La sua sperienza non tardò ad insegnarglielo; l'istante del rovescio
giunse pure per il Bentivoglio, e malgrado la sua risoluzione, non morì,
ma condusse i suoi giorni in esilio.

  [144] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. I, p. 22. — Fr. Guicciardini Ist.,
  l. I, p. 55._

Il popolaccio di Firenze svaligiò le case del cancelliere e del
provveditore del monte di pietà, che da molto tempo venivano accusati di
avere inventate nuove gabelle, e le varie estorsioni con cui eransi
accresciute le imposte. Saccheggiò inoltre i giardini di san Marco, e la
casa del cardinale Giovanni a sant'Antonio. Le guardie poste al gran
palazzo dei Medici in via larga, destinato al re di Francia, lo
salvarono in quel primo istante dal saccheggio. Ma i Francesi, che vi
furono alloggiati, presero con impudenza tutto quanto solleticava la
loro cupidigia, e dopo la loro partenza tutto ciò che vi restava fu
venduto con autorità della giustizia. E per tal modo furono disperse
quelle magnifiche collezioni di quadri, di statue, di pietre incise, di
libri, con tanta cura raccolti da Cosimo e da Lorenzo in tutti i luoghi
cui si estendeva il loro commercio[145].

  [145] _Phil. de Comines, l. VII, ch. XI, p. 106. — B. Oricellarii,
  p. 42-52._

La signoria, dopo la fuga dei Medici, fece un decreto per dichiararli
ribelli, per confiscare i loro beni e per promettere il premio di cinque
mila ducati a coloro che gli arresterebbero, e di due mila a chiunque
porterebbe la loro testa. Tutte le famiglie esiliate o private dei
pubblici onori pel corso di sessant'anni, in cui si era mantenuta
l'autorità de' Medici vennero ristabilite ne' loro diritti, i quadri che
ricordavano o le condanne del 1434, o quelle del 1478 per la congiura
dei Pazzi, furono cancellati, ed i due Medici, figliuoli di Pier
Francesco, rientrati in patria nell'istante in cui ne uscivano loro
cugini, nulla volendo avere di comune con una famiglia che aveva
aspirato alla tirannide, fecero cancellare i sei globi dai loro stemmi
per sostituirvi una croce d'argento in campo rosso dei Guelfi, e
scambiarono il nome di Medici in quello di _Popolani_[146].

  [146] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. I, p. 25. — P. Jovii Hist., l. I,
  p. 33. — Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 204. — Ist. di Gio. Cambi, p.
  79._

Intanto il nuovo governo si affrettò di spedire ambasciatori al re di
Francia, per incolpare il suo predecessore d'una inimicizia tanto
contraria agl'interessi della repubblica, e per dare più autentica forma
al trattato conchiuso con tanta balordaggine dal Medici. Nominò
ambasciatori Piero Capponi, che di già nella sua ambasciata a Lione
aveva fatto conoscere l'ardente desiderio de' Fiorentini di scuotere il
giogo che portavano[147], Tanai de' Nerli, Pandolfo Rucellai, Giovanni
Cavalcanti ed il padre Girolamo Savonarola. Costui, risguardato dai
Fiorentini, come dotato del dono dei miracoli e delle profezie, sembrava
loro un celeste avvocato, mandato dalla Provvidenza per difenderli.

  [147] _Mémoires de Phil. de Comines, l. VIII, ch. VI, p. 172._

Gli ambasciatori fiorentini passarono a Lucca dov'era il re, ma non
ottennero udienza, e furono costretti di seguirlo a Pisa. Colà il padre
Savonarola apostrofò il vittorioso monarca con quel tuono autorevole,
ch'era accostumato a prendere in faccia al suo uditorio. Non era il
deputato d'una repubblica che parlava ad un re, ma l'inviato di Dio,
quegli che aveva predetta la discesa dei Francesi in Italia, che ne
aveva lungo tempo minacciati i popoli, come fosse un castigo del cielo,
e che adesso parlava a colui che il dito di Dio aveva guidato, per
indicargli come doveva terminare l'opera di cui lo aveva incaricato la
Provvidenza.

«Vieni, gli disse, vieni adunque pieno di fiducia, vientene lieto e
trionfante, perciocchè colui che ti manda è quello stesso che per la
nostra salute trionfò sul legno della croce. Pure, ascolta le mie
parole, o cristianissimo re! e fanne tesoro nella tua mente. Il servo
del Signore, cui queste cose vennero per parte di Dio rivelate.... ti
avvisa che sei stato mandato da sua divina Maestà, perchè, seguendo il
di lui esempio, tu debba usare misericordia in ogni luogo, ma in
particolare nella sua città di Firenze, nella quale, benchè sianvi molti
peccati, conservansi altresì molti fedeli servitori tanto nel secolo che
nella religione. In grazia loro tu devi risparmiare la città, acciocchè
essi preghino per te, e ti secondino nelle tue spedizioni. L'inutile
servo, che ti parla, ti avverte di più in nome di Dio, e ti esorta a
difendere con tutta la tua possanza l'innocenza, le vedove, i pupilli,
gli sventurati, e sopra tutto il pudore delle spose di Cristo che sono
ne' monasteri, onde tu non sia cagione di moltiplicare i peccati, perchè
per cagione di questi si fiaccherebbe la somma potenza datati da Dio.
All'ultimo per la terza volta il servo di Dio ti scongiura in nome suo a
perdonare le offese. Se tu ti credi ingiuriato dal popolo fiorentino, o
da qualche altro popolo, loro perdona, poichè peccarono per ignoranza,
non sapendo che tu sei l'inviato dell'Altissimo. Ricordati del tuo
Salvatore, che appeso in croce perdonò a' suoi carnefici. Se tu fai, o
re, tutte queste cose, Dio dilaterà il tuo regno temporale e ti farà
dovunque vittorioso; e finalmente ti riceverà nell'eterno suo regno de'
cieli»[148].

  [148] _Vita del Savonarola, l. II, § VI, p. 68, dal compendio
  stampato delle sue rivelazioni._

Il re aveva appena udito alcun cenno della fama del Savonarola, ed altro
in lui non ravvisò che un buon religioso; il suo ragionamento parvegli
una predica cristiana, e senza voler entrare nell'argomento, promise
che, subito giunto in Firenze, aggiusterebbe ogni cosa con
soddisfacimento del popolo[149]. Pure egli aveva di già violato il
trattato conchiuso con Pietro de' Medici, e con l'inconsiderato suo
procedere erasi posto in tale imbarazzo, da cui più non potè uscire con
onore.

  [149] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. I, p. 23._

Erano di già ottantasette anni che Pisa trovavasi sotto il dominio de'
Fiorentini[150]. I Pisani avrebbero potuto aspettarsi che ne' primi anni
della loro servitù il popolo vincitore facesse loro sentire il peso di
un risentimento che non era ancora spento, ed una diffidenza, tenuta
viva da fresche ingiurie. Ma d'altra parte dovevano sperare dal tempo la
fusione de' due stati in un solo, poichè la prosperità del paese
conquistato era necessaria a quella del vincitore. Pure accadde
tutt'all'opposto; ne' primi anni che tennero dietro alla conquista,
l'amministrazione de' Fiorentini fu assai più moderata che quella degli
anni successivi. Il primo commissario fiorentino mandato a Pisa, Gino
Capponi, era un uomo giusto e moderato, ed aveva cercato di cattivarsi
gli animi. Quando due anni dopo i Fiorentini offrirono Pisa alla Chiesa
per adunarvi il concilio che doveva terminare lo scisma, cercarono di
procurare a questa città pecuniarj vantaggi e di richiamarvi con tal
mezzo i cittadini che emigravano. Pistoja colla dolcezza era stata
guadagnata per sempre alla sorte della repubblica fiorentina, e gli
Albizzi avevano bastante accorgimento per approfittare di questo
domestico esempio. Ma la rivoluzione del 1434, diminuendo la libertà
fiorentina, scemò pure la liberalità della sua condotta rispetto ai
popoli sudditi. I diritti politici del popolo vincitore erano a tanta
ristrettezza ridotti, che, paragonandosi ai vinti, egli non sarebbesi
trovato in nullo modo avvantaggiato, se questi stessi non fossero stati
privati di que' diritti civili che mai non dovrebbero essere violati. La
politica fiorentina rispetto alle città suddite si ristrinse ad un
proverbio, che giustificava i falli de' magistrati, trasformandoli in
massime di stato. _Pisa, dicevano, si deve tenere colle fortezze,
Pistoja col tener vivi i partiti_[151]. In fatti i Fiorentini
fabbricarono in Pisa due fortezze che signoreggiavano la città; e
contando sopra questa mal sicura catena, crudelmente abusarono del loro
potere. A gravose imposte si aggiunsero private esazioni, ed i rubamenti
di tutti gli agenti del governo; furono esclusi i Pisani dagl'impieghi,
da ogni pubblica funzione, ancora da quelle che le leggi riserbavano
agli stranieri, e furono offesi continuamente col disprezzo, coll'odio o
colla derisione. Per altro maravigliati di trovare negli spiriti una
resistenza proporzionata a questa violenza, e volendo pure domare ciò
che chiamavano l'orgoglio de' Pisani, risolsero, per farli poveri, di
attaccare nello stesso tempo la loro agricoltura ed il loro commercio.

  [150] Dopo il 19 ottobre del 1406.

  [151] _Machiavelli Discorsi sopra Tito Livio, l. II, c. 24 e 25, t.
  V, p. 374._

Tutto il Delta dell'Arno, esposto alle inondazioni, e non avendo verso
il mare un facile scolo, era non pertanto stato preservato dalle acque
stagnanti, e guadagnato al lavoro ed alla salubrità dalla industria e
dalla costante attenzione della repubblica pisana nel conservare liberi
tutti i canali che attraversano il piano. Questi canali vennero dai
Fiorentini abbandonati[152]. Bentosto le acque stagnanti infettarono le
campagne colle loro esalazioni; le malattie distrussero la popolazione e
restituirono al deserto que' campi che l'industria gli aveva rubati.
Anche la città fu spopolata dalle febbri maremmane; ed all'ultimo gli
edificj ed i sontuosi palazzi che l'avevano renduta la più superba tra
le città d'Italia, provarono ancor essi l'influenza dell'aria
senz'elaterio, dell'umidità e della putrefazione.

  [152] Le lagnanze de' Pisani per quest'oggetto sembrano smentite
  dall'Istituzione dell'_Uffizio dei Fossi_, magistratura sanitaria
  incaricata della cura de' canali fino dal 1477. Forse in allora il
  male cagionato ai Pisani da una bassa gelosia cominciava a rendersi
  sensibile a tutto lo stato.

D'altra parte i Pisani, che si erano sollevati col commercio, che
avevano coperto il Mediterraneo di flotte, ed introdotte i primi
nell'Occidente le arti degli Orientali per mezzo delle giornaliere loro
corrispondenze con Costantinopoli, colla Siria e coll'Affrica,
trovavansi assoggettati alla gelosa amministrazione di un governo di
mercanti, che credevano di arricchirsi con tutti i rami del commercio
che loro toglievano. Alcune leggi privarono i Pisani delle manifatture
delle sete e delle lane; il commercio all'ingrosso venne, quale
esclusivo privilegio, riservato ai soli Fiorentini, ed in tal modo Pisa
fu ridotta ad un tale stato di miseria e di spopolazione, che formavano
la vergogna dei suoi padroni[153].

  [153] _Ubertus Folieta Genuens. Hist. l. XII, p. 667. — Franc.
  Guicciardini Hist., l. II, p. 74_.

  Conviene risguardare come una conseguenza della desolazione cui fu
  ridotta Pisa il silenzio degli storici non solo durante la sua lunga
  servitù, ma ancora in tempo della contesa sostenuta con tanta
  generosità e costanza contro i Fiorentini, dopo avere scosso il loro
  giogo. Nella collezione del Muratori non trovasi veruno storico
  pisano dopo la metà del quattordicesimo secolo. Paolo Tronci, e
  quello che venne allegato sotto il nome di Marangoni, sono
  separatamente stampati e terminano ambidue la loro narrazione nel
  1406, sebbene i loro autori vivessero nel diciassettesimo secolo. La
  casa Roncioni, a Pisa, conserva ne' suoi doviziosi archivj, tra
  molti curiosi diplomi, la cronica di Pisa, scritta da un canonico
  Raffaello Roncioni, e dedicata al gran duca Ferdinando II. Ma
  l'ammutinamento del 1494 non occupa che poche linee dell'ultima
  pagina di questa cronica. Nella cancelleria del comune conservasene
  un'altra, pure manoscritta, depostavi dall'autore Jacopo Arrosti il
  26 aprile del 1655. L'ultima guerra di Pisa vi si trova trattata
  alquanto circostanziatamente, ma soltanto attenendosi al
  Guicciardini, a Giovio, a Nardi, ed agli storici fiorentini: non vi
  s'incontra nè un fatto nuovo, nè l'indicazione di verun monumento di
  origine pisana. Finalmente nello stesso archivio conservansi i
  registri dei signori anziani di Pisa; quelli d'ogni anno formano un
  volume. Vi si troverebbe, senza dubbio, in mezzo a molte inutilità,
  e ad affari privati, alcune curiose annotazioni per la storia
  particolare di Pisa; ma perchè quasi ogni seduta trovasi scritta con
  diverso carattere, e con infinite abbreviature, converrebbe
  assoggettarsi a troppo lungo e nojoso lavoro per imparare a leggere,
  indi ad un secondo assai più lungo lavoro per raccogliere le non
  molte cose degne di figurare nella storia.

Ma in questo stato d'abbassamento l'orgoglio del nome Pisano e l'antico
amore di libertà non erano spenti nei generosi discendenti de' cittadini
di Pisa. I gentiluomini, siccome il popolo, erano animati da uno stesso
sentimento; tutti erano disposti a sagrificare per la patria quella vita
e quelle ricchezze delle quali appena credevano esser possessori, poichè
la volontà arbitraria de' loro padroni poteva loro rapirle ad ogni
istante. All'avvicinarsi di Carlo VIII le loro speranze vennero
ravvivate artificiosamente da Lodovico il Moro, il quale sovvenivasi che
Giovanni Galeazzo Visconti, primo duca di Milano, aveva posseduta Pisa,
e che sperava di unire queste città ai proprj stati, facendosi dare
Sarzana e Pietra Santa, città in addietro dipendenti dai Genovesi. Il
Moro non aveva accompagnato Carlo oltre Sarzana, ma Galeazzo da
Sanseverino, uno de' suoi più fidati capitani, lo rimpiazzava
all'armata, e questi ajutò i Pisani nel più difficile istante coi
consiglj e col favore che godeva presso la corte[154].

  [154] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 56. — Mém. de Phil. de Comines, l.
  VII, ch. IX, p. 187. — Franc. Belcarii Comment., l. V, p. 139._

Tra i gentiluomini pisani Simone Orlandi erasi fatto rimarcare pel suo
odio contro i Fiorentini: in casa sua, e per sua opera tutti coloro
ch'erano stati personalmente offesi si adunavano per trovare i mezzi di
vendicarsi e di liberare la patria. Siccome parlava speditamente la
lingua francese, fu da' suoi concittadini prescelto per invocare il
favore del re, e per supplicarlo di sottrarre Pisa ad insoffribile
giogo[155]. Per altro i suoi amici lo baciarono, e gli diedero un addio
che ben poteva essere l'estremo, nell'istante in cui, sagrificandosi per
la sua patria, si esponeva a tutta la vendetta de' Fiorentini. Egli
recossi al palazzo dei Medici ove soggiornava Carlo VIII, e stringendo
le sue ginocchia fece un vivo quadro dell'antica grandezza de' Pisani,
della deplorabile miseria cui trovavansi adesso ridotti e della crudele
tirannide che gli aveva così barbaramente oppressi. Si abbandonò,
parlando dei Fiorentini, a tutta la violenza della sua indignazione, e
fece raccapricciare il re e tutta la sua corte, enumerando le
ingiustizie, che diceva di avere provate. Rammentò a Carlo VIII di
essersi annunciato all'Italia come quegli che veniva a liberarla dai
tiranni sotto cui gemeva. La prima occasione di mantenere le sue
promesse gliela presentava Pisa. Se voleva che i popoli dassero fede
alla sua sincerità, doveva affrettarsi di rendere i Pisani liberi. Il
vocabolo di _libertà_, il solo che di tutto il suo discorso avessero
potuto comprendere i Pisani che avevano accompagnato l'Orlandi, fu da
loro ripetuto con acclamazione. Tutti i gentiluomini di Carlo, commossi
dall'eloquenza dell'Orlandi, aggiunsero le loro alle sue preghiere; ed
il re, senza riflettervi più che tanto, senza pensare che disponeva di
cosa non sua, rispose ch'egli voleva tutto ciò ch'era giusto, e che
sarebbe contento di vedere i Pisani ricuperare la loro libertà[156].

  [155] _P. Jovii Hist. sui temp., l. I, p. 34._

  [156] _P. Jovii Hist., l. I, p. 34. — Arnoldi Ferronii, l. I, p. 7._

Seppesi appena la risposta di Carlo, che il grido di viva la Francia,
viva la libertà, eccheggiò in tutte le strade; i soldati fiorentini, i
gabellieri, i ricevitori delle contribuzioni, vennero inseguiti e
costretti a fuggire dalla città; i lioni di marmo dal popolo chiamati
_Marzocchi_, posti sulle porte e sui pubblici edificj in segno
dell'autorità del partito guelfo e della repubblica fiorentina, furono
atterrati e gettati in Arno, e dieci cittadini, adunati per formare una
signoria, vennero incaricati dell'amministrazione della rinascente
repubblica[157]. Per una straordinaria combinazione il 9 novembre, nello
stesso giorno in cui i Fiorentini avevano ricuperata la loro libertà
colla cacciata dei Medici, i Pisani riavevano la loro, cacciando la
guarnigione fiorentina.

  [157] _P. Jovii Hist., l. I, p. 35. — Fr. Guicciardini, l. I, p. 56.
  — Mémoires de Phil. de Comines, l. VII, ch. IX, p. 189. — Scip.
  Ammirato, l. XXVI, p. 204. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. I, p. 18. —
  Alleg. Allegretti Diar. Sanese, p. 833._

Intanto Carlo VIII mostravasi incerto di credersi legato verso la
repubblica fiorentina dal trattato stipulato con Pietro de' Medici. La
più celebre città dell'Occidente per commercio e per ricchezze tentava
la cupidigia della sua armata; egli avrebbe avidamente colta l'occasione
di riprendere le ostilità. Dopo d'avere posta una guarnigione francese
nella nuova fortezza di Pisa, e data l'antica ai Pisani, egli s'avanzava
coll'armata alla volta di Firenze senza aver dato risposta agli
ambasciatori della repubblica, e senza pure voler prendere
determinazioni intorno ai successivi movimenti, finchè non sapesse quali
progressi avesse fatti in Romagna l'armata sotto gli ordini di Daubignì,
e quali risoluzioni avesse prese Ferdinando, che colà comandava l'armata
nemica[158].

  [158] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 203. — P. Jovii, l. II, p. 36._

Don Ferdinando aveva saputo impedire al Daubignì di avanzarsi colla
felice scelta delle posizioni: ma quando i Colonna avevano prese le armi
nelle vicinanze di Roma, era stato forzato ad indebolire la sua armata
per mandar gente a suo padre; il quale aveva unite le sue truppe, e
quelle mandategli dal figliuolo, alle armi del papa, ed aveva, sebbene
senza successo, vigorosamente attaccati i Colonna. Intanto Ferdinando
più non si trovò abbastanza forte per tener testa al Daubignì, e non
potè impedire che questi prendesse il castello di Mordano, nel contado
d'Imola, i di cui abitanti furono tutti barbaramente trucidati[159].
Tanta crudeltà atterrì tutti i piccoli principi della Romagna, che
Ferdinando più non aveva bastanti forze per proteggere; Catarina Sforza,
la prima di tutti, trattò separatamente con Daubignì e gli aprì gli
stati del figliuolo. Nello stesso tempo seppesi in Romagna che Pietro
de' Medici aveva date in mano al re le fortezze della Toscani, onde il
principe arragonese conobbe di non potersi più mantenere nella sua
posizione, e ripiegò sopra Roma, mentre don Federico, suo zio,
ricondusse la sua flotta ne' porti del regno di Napoli[160].

  [159] _P. Jovii Hist., l. II, p. 36. — Fr. Guicciardini, l. I, p.
  54. — Jac. Nardi, l. I, p. 19._

  [160] _P. Jovii Hist., l. II, p. 37. — Fr. Guicciardini, l. I, p.
  54. — Phil. de Comines, l. VII, ch. VIII, p. 180._

Carlo VIII, informato della ritirata di don Ferdinando, ordinò al
Daubignì di raggiugnerlo a Firenze cogli uomini d'armi francesi, cogli
Svizzeri e con trecento cavalleggeri del conte di Cajazzo, mentre
ch'egli licenzierebbe gli uomini d'armi italiani al suo soldo, e quelli
del duca di Milano. Dopo ciò Carlo VIII si fermò alla Villa Pandolfini,
presso di Signa, lontana otto miglia da Firenze, per dar tempo
d'arrivare al Daubignì, onde entrare in Firenze in più imponente
maniera[161].

  [161] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 67. — Jac. Nardi, l. I, p. 21._

Il vescovo di san Malo, Briçonnet, il siniscalco di Belcario, e Filippo
di Bresse, fratello del duca di Savoja, i tre uomini ch'erano più avanti
nel favore del re, gli rappresentarono, che Pietro de' Medici non erasi
perduto che a motivo de' servigj renduti ai Francesi. I suoi nemici
nulla gli rinfacciavano con tanta amarezza quanto la cessione delle
fortezze dello stato, e non eransi fatti arditi che allorquando Pietro
si era allontanato per venire a trovare il re. Questi tre signori
andavano dunque incitando il re a rimettere Piero de' Medici in Firenze,
e questi infatti gli spedì un corriere a Bologna per farlo ritornare. Ma
Piero, disgustato dal freddo accoglimento fattogli dal Bentivoglio, era
passato a Venezia[162], e quando ricevette il messaggio del re, si
credette in dovere di darne parte alla signoria, per chiederle
consiglio. Supposero i Veneziani, che, rimettendo i Medici a Firenze, il
re terrebbe quella città in una più assoluta dipendenza; e, siccome di
già cominciavano ad essere aombrati dalla sua potenza, vollero privarlo
di questo mezzo di consolidarla. Consigliarono perciò Pietro a non darsi
in mano di un monarca da lui offeso, e per essere più sicuri della sua
docilità lo circondarono segretamente di guardie, che mai non lo
perdevano di vista[163].

  [162] _Pauli Jovii, l. II, p. 35. — Belcarii Comm. Rer. Gall., l. V,
  p. 140._

  [163] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 39. — Bern. Oricellarii de bello
  Ital. Comment., p. 55._

Non avendo Carlo VIII ricevuta da Bologna la risposta che desiderava,
fece il suo ingresso in Firenze per porta san Friano, il 17 di novembre
in sull'avvicinare della sera. Fu alla porta ricevuto sotto un
baldacchino dorato, e portato dalla nobile gioventù fiorentina: il clero
lo circondava cantando inni, e tutto il popolo mostrava di accoglierlo
con affetto e con piacere. Pure lo stesso Carlo non risguardava
quest'ingresso come affatto pacifico; portava la lancia sulla coscia, lo
che in appresso spiegò come un simbolo della conquista che faceva del
paese; lo seguivano tutte le truppe colle armi alzate, ed in minaccioso
apparato; il linguaggio straniero e l'impetuosità dei Francesi, le
lunghe alabarde degli Svizzeri, non ancora in Toscana vedute, e
l'artiglieria volante, che i Francesi erano stati i primi a rendere
mobile come le loro armate, non inspiravano meno terrore che curiosità e
maraviglia[164]. I Fiorentini, che con animo inquieto ricevevano questi
barbari ospiti entro le loro mura, non avevano trascurati tutti i mezzi
di difesa. Ogni cittadino aveva adunati nella sua casa in città tutti i
suoi contadini, tenendoli apparecchiati a difendere colle armi la
libertà, quando suonasse la campana del comune. Eransi pure chiamati
entro la città coi loro soldati i condottieri al soldo della repubblica;
sicchè a lato all'armata francese, che aveva preso gli alloggiamenti in
Firenze, si era segretamente formata un'altra armata, apparecchiata a
tenerle testa.

  [164] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 58. — Jac. Nardi Ist., l. I, p.
  25. — Pauli Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 36. — Scip. Ammirato,
  l. XXVI, p. 80. — Andrè de la Vigne, Journal de Charles VIII dans
  Godefroy, p. 118._

Tostocchè il re si trovò nel palazzo dei Medici che gli era stato
destinato dalla signoria, cominciò a trattare coi suoi commissarj. Ma le
sue prime domande non cagionarono minore sorpresa che spavento:
dichiarò, che, essendo entrato in città colla lancia sulla coscia,
Firenze era sua conquista, che ne riteneva la sovranità, e che altro
omai non trattavasi che di vedere se vi ristabilirebbe i Medici per
governare in suo nome, o se acconsentirebbe di dare la sua autorità alla
signoria sotto l'ispezione dei suoi consiglieri di toga lunga, che
intendeva di aggiugnerle. Risposero i Fiorentini con rispettosa
fermezza, che avevano ricevuto il re come loro ospite, che non avevano
voluto prescrivergli un ceremoniale intorno al modo di entrare fra di
loro, ma che gli avevano aperte le porte pel rispetto che nudrivano
verso di lui, e non per forza; e che mai non sarebbero per rinunciare nè
in grazia sua, o di altri, alla menoma prerogativa della loro
indipendenza o della loro libertà[165].

  [165] _Jac. Nardi Hist. Fior., t. I, p. 24._

Sebbene fossero di così opposti sentimenti, nè l'una parte, nè l'altra
desiderava di venire alle mani. I Francesi, maravigliati della
straordinaria popolazione di Firenze, di que' solidi palazzi che
sembravano altrettante fortezze, e del coraggio mostrato dai cittadini
nello scuotere il giogo dei Medici, temevano di azzuffarsi nelle strade,
ove si troverebbero oppressi dalle pietre scagliate dall'alto dei tetti
e dalle finestre; i Fiorentini, contenti d'imporne ai loro ospiti, non
bramavano che di acquistar tempo, aspettando l'istante in cui al re
piacerebbe partire. Frattanto continuavano le conferenze, ed il re si
era ridotto a domandare una somma di danaro, ma tanto esorbitante, che,
quando il suo segretario reale ebbe terminata la lettura di ciò che
dichiarava essere l'_ultimatum_del suo signore, Pietro Capponi, il primo
de' segretarj fiorentini, gli strappò di mano la carta e stracciandola,
gridò: «Ebbene! quand'è così, voi suonate le vostre trombe, e noi
suoneremo le nostre campane;» e uscì subito di camera. Tanto impeto e
tanto coraggio intimidirono il re e la sua corte; supposero che i
Fiorentini avessero grandissimi mezzi, poichè ardivano di parlare
tant'alto, e richiamarono il Capponi. Allora presentarono più moderate
proposizioni, che vennero subito accettate. La prima era di portare a
cento mila fiorini il sussidio che pagherebbero i Fiorentini per
concorrere all'impresa di Napoli. Questa somma doveva essere pagata in
tre termini, il più lontano dei quali spirava nel susseguente giugno.
D'altra parte il re si obbligava a restituire le fortezze che gli erano
state consegnate, o tosto che avesse occupato Napoli, o quando che
avrebbe terminata la presente guerra con una pace o tregua di due anni,
o finalmente quando per qualsiasi ragione avrebbe abbandonata l'Italia.
Carlo VIII stipulò, a favore de' Pisani, il perdono delle loro offese,
purchè tornassero sotto il dominio de' Fiorentini; a favore de' Medici
la nullità del sequestro posto sui loro beni, e l'abolizione del decreto
che taglieggiava le loro teste; per ultimo, a favore del duca di Milano,
che richiamava a nome de' Genovesi la restituzione di Sarzana e di
Pietra Santa, chiese che i rispettivi diritti su queste città venissero
giudicati da arbitri. A tali condizioni dichiarò di rendere ai
Fiorentini la sua protezione e tutti i privilegj di commercio, di cui in
addietro godevano in Francia[166]. Questo trattato fu pubblicato nella
cattedrale di Firenze il 26 di novembre mentre celebravasi la messa: e
le parti si obbligarono con solenne giuramento ad osservarle. Frattanto
il Daubignì consigliava il re ad approfittare di un tempo prezioso; onde
due giorni dopo la pubblicazione della pace, il re partì con tutta la
sua armata, prendendo la strada di Poggibonzi e di Siena, e sollevando
così i Fiorentini dalla più mortale inquietudine che avessero da lungo
tempo provata[167].

  [166] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. I, p. 25. — Bernardi Oricellarii
  Comment., p. 54. — Fr. Guicciardini, l. I, p. 60. — Pauli Jovii,
  Hist. sui temp., l. II, p. 36. — Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 205._

  [167] _Jac. Nardi Hist., l. I, p. 28. — Scip. Ammirato, l. XXVI, p.
  206. — Fran. Guicciardini, l. I, p. 61. — P. Jovii, l. II, p. 59. —
  Phil. de Comines, Mémoir., l. VII, c. IX, p. 197._



CAPITOLO XCIV.

      _Terrore ed irrisoluzione del papa all'avvicinarsi di Carlo
      VIII; questo monarca entra in Roma. — Abdicazione e fuga di
      Alfonso II; dispersione dell'armata di Ferdinando II. — Il regno
      di Napoli si sottomette a Carlo VIII._

1494 = 1495.


Papa Alessandro VI aveva ottenuto quell'opinione di prudenza e di
destrezza che il mondo suole spesse volte accordare senza riflessione a
coloro, i quali, posto da banda ogni rispetto di morale e di onore, non
si propongono altro scopo della loro politica che il proprio vantaggio.
L'uomo volgare li vede correre verso la meta de' loro disegni con un
ardire che lo abbaglia, e si persuade, che non senza matura
considerazione abbiano osato atterrare quegli steccati ch'egli stesso è
accostumato a rispettare. Quando vede rivocarsi in dubbio quei principj,
cui la gran massa degli uomini si mantiene subordinata, e pesare sopra
nuove bilance i divini ed umani diritti, egli si abbandona ad una cieca
ammirazione verso colui la di cui testa è così forte da innalzarsi al di
sopra di tutti i pregiudizj. Pure questi morali principj, che il volgare
adottò come pregiudizj, sono per il filosofo la più pura essenza
dell'umana ragione, il più perfetto frutto delle sue meditazioni. Come
la virtù è per ogni individuo l'unico mezzo di conseguire lo scopo della
sua esistenza, di conseguire quella pace dell'anima, costante frutto
dello sviluppamento delle nostre facoltà, e del perfezionamento del
nostro essere; così la morale è per ogni società politica, e per
qualunque governo, la sola, la vera strada della pubblica prosperità e
della conservazione dello stato. La perfetta coincidenza della morale
colla vera ben intesa utilità è stata più volte osservata; pure quando
non trattasi che d'individui, quest'utilità può essere in tante maniere
modificata dalle circostanze, dalle passioni e dalle contrarie vicende,
che non possiamo a lei attenerci come a sicura guida; ma la sua
applicazione alla condotta delle nazioni è assai più avverata, perchè
quanto più grande è il numero degl'individui che presero per norma i
principj della morale, tanto più il calcolo, dietro il quale furono
stabiliti questi principj, va acquistando forza; le accidentali
circostanze si compensano, rendonsi neutre le passioni, i contrarj
accidenti si distruggono a vicenda, e dal generale risultamento resta
sempre dimostrato che la più ben intesa politica è la più conforme alla
probità.

La storia somministra infinite applicazioni di questo principio; poche
volte mette in vista alcuno degli uomini più famosi per la loro
immoralità, senza mostrare come l'abbiano traviato i suoi calcoli
personali, e come i suoi delitti siano poi tornati a suo danno. Questi
politici creduti tanto accorti, i quali sostituirono il proprio
interesse ai grandi principj della società umana, qualunque volta sono
in conflitto coll'imminente pericolo, perdono ogni punto d'appoggio,
ogni sicura direzione, ogni base per le loro combinazioni. Lo scandaloso
Alessandro VI diventò l'uomo il più vile ed irrisoluto; il crudele e
perfido Alfonso II, atterrito dalla propria coscienza, si lascia cadere
dal trono senza aspettare un urto straniero.

Pare che Alessandro VI colla versatile sua politica avesse presa qualche
parte nella chiamata di Carlo VIII in Italia. Voleva in allora ottenere
più vantaggiose condizioni dalla casa di Arragona, ed intimidire
Virginio Orsini[168]. Ma quand'ebbe ottenuto uno splendido stato ai suoi
bastardi nel regno di Napoli, cambiò partito; dichiarò, che, avendo i
suoi predecessori accordate tre investiture alla casa d'Arragona,
credevasi obbligato a non negarle la quarta: protestò, che, essendo il
regno di Napoli un feudo della Chiesa, Carlo VIII non poteva attaccarlo
colle armi senza attaccare la Chiesa medesima, ed entrò con ardore nella
lega destinata a difenderlo. In tal tempo Alessandro era troppo lontano
dal supporre tanto rapidi gli avanzamenti de' Francesi, e non erasi così
scopertamente compromesso, che per essersi creduto al coperto da ogni
pericolo. Le negoziazioni di Pietro de' Medici a Sarzana e lo
sconvolgimento della Toscana portarono un subito terrore nella sua
anima, che crebbe a dismisura quando, avendo spedito a Carlo, che
soggiornava in Firenze, il cardinale Francesco Piccolomini, suo legato,
Carlo rifiutò di riceverlo non meno per odio di suo zio Pio II, che
aveva combattuto contro la casa d'Angiò, quanto per l'avversione che
nutriva contro il pontefice che lo aveva mandato[169].

  [168] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 63._

  [169] _P. Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 39._

Il papa aveva ricevuto il duca di Calabria e la sua armata nelle terre
della Chiesa, e gli aveva dati tutti i soldati di cui poteva disporre;
aveva fatto leva tra i popoli di compagnie di fanteria, ed invitati con
bolle i Romani a prendere le armi per difendere la loro patria.

Ingrandendosi però la sua paura di mano in mano che i Francesi
avanzavano, non aveva tardato a far conoscere il suo desiderio d'aprire
nuove conferenze. Il cardinale Ascanio Sforza era in allora il capo del
partito francese nel sacro collegio. Alessandro lo invitò a recarsi a
Roma; e perchè lo Sforza non credevasi sicuro, gli mandò come ostaggio
il suo proprio figlio, il cardinale di Valenza, che fu trattenuto a
Marino sotto la custodia dei Colonna. Questa prima conferenza non ebbe
verun risultamento. Ascanio tornò al campo francese ed il cardinale di
Valenza presso suo padre, senza che nulla si fosse convenuto; ma dietro
questa prima apertura Alessandro mandò presso Carlo i vescovi di
Concordia e di Terni e maestro Graziano, suo confessore, per trattare
contemporaneamente a nome suo ed a nome del re di Napoli. Carlo VIII,
fermamente determinato a non ascoltare proposizioni per parte di Alfonso
II, non ricusò di trattare col papa solo, e perchè l'estrema sua
diffidenza erasi alquanto calmata, mandò a Roma la Tremouille, il
presidente di Gannay, il cardinale Ascanio e Prospero Colonna, senza
domandare ostaggi per la sicurezza delle loro persone. In quell'istante
l'armata napolitana, comandata da Ferdinando rientrò in Roma, ed il
papa, riconfortandosi in vista di tanti soldati, non volle lasciarsi
cadere di mano l'occasione di sorprendere i suoi nemici: il 9 dicembre
fece arrestare il cardinale Ascanio e Prospero Colonna, e li fece
condurre nelle prigioni di Castel sant'Angelo, dichiarando che loro non
renderebbe la libertà se prima non gli era data Ostia. Erano stati
arrestati anche i due ambasciatori francesi, ma il papa li fece subito
liberare[170].

  [170] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 62. — Pauli Iovii Hist. sui temp.,
  l. II, p. 40. — Mém. de Phil. de Comines, l. VII, c. XII, p. 203. —
  Burchardi Diar. ap. Raynaldum, 1494, § 23, p. 434. — Alleg.
  Allegretti Diari Sanesi, p. 836._

Intanto Carlo VIII andava avvicinandosi a Roma; era entrato in Siena il
2 di dicembre collo stesso militare apparecchio che aveva spiegato a
Firenze; aveva fatta uscire di città la guardia della signoria, e
domandato che gli si consegnassero alcune fortezze della Maremma
Sienese; e quando all'indomani uscì di Siena, vi lasciò un corpo di
truppe per tenere a freno un popolo, che gli era sospetto[171].
Ferdinando, duca di Calabria, successivamente abbandonato dai soldati
della repubblica fiorentina, da Annibale Bentivoglio e dalla sua truppa,
da Giovanni Sforza, signore di Pesaro, e da Guido di Montefeltro, duca
d'Urbino, che tutti ritiravansi ne' proprj stati per non compromettersi
coi Francesi, aveva inoltre perduta quasi tutta la sua fanteria, che,
colpita da terrore, disertava a compagnie. Egli aveva preso a traverso
all'Ombria la strada di Roma[172]; da prima era intenzionato di far
testa a Viterbo, perchè questa città era posta in mezzo ai feudi degli
Orsini ch'egli risguardava come i suoi più fedeli alleati, perchè teneva
Roma alle spalle, e perchè, in caso di disfatta, aveva sempre aperta la
ritirata verso Napoli[173]; ma le negoziazioni d'Alessandro VI, e le
continue sue irrisoluzioni non permettevano a Ferdinando di prendere
veruno vigoroso partito. Carlo VIII entrò in Viterbo senza incontrare
ostacolo, mentre che Ferdinando ripiegava sopra Roma, e questi faceva
lavorare a chiudere le breccie delle antiche mura di questa capitale,
onde porle in istato di difesa, nell'istante in cui il papa faceva
arrestare il cardinale Ascanio e Prospero Colonna[174].

  [171] _Ivi, t. XXIII, p. 835. — Fr. Guicciardini, l. I, p. 61. —
  Arnaldi Ferronii, l. I, p. 8._

  [172] _P. Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 39._

  [173] _Mém. de Phil. de Comines, l. VII, c. XI, p. 197._

  [174] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 62._

Per altro questa stessa violazione del diritto delle genti non aveva
affatto rotte le negoziazioni; il 19 di dicembre il papa aveva cavato di
prigione il cardinale Federigo di Sanseverino, arrestato insieme ad
Ascanio, e lo aveva spedito a Nepri presso Carlo VIII, facendogli dire
di essere disposto a separare i suoi interessi da quelli del re di
Napoli[175]. Ma nella perturbazione della sua anima, non sapeva
stabilmente attenersi a veruna risoluzione; ora pretendeva di difendere
Roma e s'intratteneva con Ferdinando intorno ai mezzi di ripararne le
fortificazioni; ora lo atterrivano le difficoltà di poter tenere contro
al nemico in così vasto e debole recinto, il doversi procurare le
vittovaglie dalla banda del mare, mentre Ostia era in mano dei nemici,
il sordo malcontento del popolo, e le varie fazioni che scoppiavano in
Roma. Ora apparecchiavasi a fuggire, e chiedeva ad ogni cardinale per
iscritto la promessa di seguirlo in qualunque luogo; poi gli mancava di
nuovo il coraggio, e tornava ai suoi progetti di accomodamento.

  [175] _Rayn. An. Eccl., 1494; § 26, t. XIX, p. 434._

L'incertezza del capo dello stato riduceva tutti i suoi membri a
provvedere separatamente alla propria salvezza. I Francesi avevano
passato il Tevere, e scorrevano per ogni verso il patrimonio di san
Pietro e la campagna di Roma, onde tutti i feudatarj della Chiesa
cercavano di fare con loro separate paci. Lo stesso Virginio Orsini, che
per tanti titoli doveva essere affezionatissimo alla casa d'Arragona,
ch'era capitano generale dell'armata reale e grande contestabile del
regno, che aveva fatta sposare a suo figlio una figlia naturale
d'Alfonso II, e che aveva dal re ricevuti i più ricchi feudi del regno,
acconsentì, senza lasciare il suo soldo, che i suoi figli trattassero
col re francese, che gli accordassero libero passaggio e viveri in tutte
le loro terre, dandogli alcune fortezze in pegno della loro
fedeltà[176].

  [176] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 62. — Pauli Jovii Hist. sui temp.,
  l. II, p. 40. — Bern. Oricellarii Comm., p. 61._

Il conte di Pitigliano, e gli altri membri della famiglia Orsini fecero
pure il loro particolare trattato: Ivone d'Allegro, e Luigi di Lignì
entrarono in Ostia con cinquecento lance, e due mila Svizzeri; Carlo era
stato dagli Orsini ricevuto nella loro principale fortezza di Bracciano;
Cività Vecchia e Corneto gli avevano aperte le porte; i posti francesi
comunicavano con quelli dei Colonna, che dall'altra banda del Tevere
sollevavano tutta la campagna di Roma; ed i prelati ed il basso popolo
chiedevano con eguale ardore una pace che li liberasse da tanti timori.
Pure quanta più s'avvicinava il pericolo, Alessandro, agitato per sè
medesimo, s'andava imbarazzando nelle sue negoziazioni. Vedeva nel campo
nemico il cardinale di san Pietro _ad vincula_, Giuliano della Rovere,
suo personale nemico; conosceva l'influenza di questo cardinale presso
la corte di Francia, il suo impetuoso carattere, la sua inclinazione per
le misure estreme, ed il vivo suo desiderio di precipitarlo dal trono
papale; ricordavasi per quali vergognose vie vi fosse salito, con quali
scandalosi vizj, con quale sfrontata immoralità l'avesse lordato, ed
oltremodo temeva un concilio ed un giudizio della Chiesa[177].

  [177] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 63. — P. Jovii Hist. sui temp., l.
  II, p. 40._

Ma Carlo VIII, malgrado le calde istanze de' cardinali nemici di
Alessandro, temeva d'entrare in una lunga e spinosa lotta contro il
papa. Era impaziente di giugnere a Napoli, e parevagli pericolosa ogni
diversione. Altronde in mezzo a' suoi prosperi successi doveva ogni
giorno superare difficoltà, proprie di loro natura a far sbandare
l'armata. Siccome questa non aveva magazzini, dopo essere entrata nello
stato di Roma, aveva bentosto provati gli effetti dell'estrema povertà
del paese. I contadini erano stati ruinati dalle continue guerre tra i
Colonna e gli Orsini; i più deboli castelli erano stati saccheggiati o
derubati, tutto il raccolto era chiuso ne' più forti, ed i soldati
francesi non trovavano nelle campagne una sola casa da manomettere. La
piazza di Bracciano somministrava abbondanti vittovaglie all'esercito
reale, ma questo ne' precedenti giorni aveva sofferti estremi
bisogni[178]. Di quei giorni Perron dei Baschi, maestro di casa del re,
era giunto da Piombino con venti mila ducati che gli mandava il duca di
Milano; ma la flotta che gli aveva portati, comandata dal principe di
Salerno, era poi stata battuta da' venti, spinta sulle coste della
Corsica e dispersa, di modo che più non poteva servire l'armata, nè
trasportare i suoi convogli[179]. Finalmente Carlo VIII trovavasi
circondato da consiglieri, che tutti aspiravano ad ottenere dalla Chiesa
qualche dignità o beneficio. Il sopraintendente delle Finanze,
Briçonnet, di già vescovo di San Malo, desiderava il cappello di
cardinale, e sentiva che più facilmente l'otterrebbe da un papa, che si
credeva alla vigilia di essere deposto, che da una Chiesa riformata.
Consigliò dunque il re a riprendere le negoziazioni.

  [178] _Phil. de Comines, Mém. l. VII, ch. IX, p. 198._

  [179] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 71. — Phil. de Comines, Mém., l.
  VII, c. XII, p. 201._

Dietro tali considerazioni il maresciallo di Giez, il siniscalco di
Belcario, e Giovanni di Gannay, primo presidente del parlamento di
Parigi, furono un'altra volta mandati al pontefice. Chiesero che il re
fosse ricevuto senza resistenza in Roma, promisero che Carlo
rispetterebbe l'autorità papale e le immunità della Chiesa, e
protestavano che nella sua prima conferenza col papa, svanirebbero tutte
le difficoltà che si opponevano alla loro riconciliazione. Pareva ad
Alessandro dura cosa il dover mettere la propria capitale in mano ai
suoi nemici, ed il dovere rimandare i suoi ausiliarj prima d'avere
niente convenuto. Ma l'armata di Carlo si andava ogni giorno avanzando;
il re non trattenevasi giammai più di due giorni in una città; i Colonna
avevano adunata un'armata a Genazzano; il cardinale della Rovere ne
aveva un'altra ad Ostia; ogni resistenza sembrava impossibile, ed
Alessandro acconsentì all'ultimo a far ritirare da Roma il duca di
Calabria colla sua armata[180]. Chiese per lui un salvacondotto,
affinchè il principe napolitano uscisse dallo stato ecclesiastico
senz'essere molestato; ma Ferdinando non volle accettarlo. Lo accompagnò
soltanto il cardinale Ascanio Sforza, per contenere il popolo, fino alla
porta di san Sebastiano, per la quale uscì da Roma, mentre che nella
stessa ora, nel giorno 31 dicembre del 1494, il re di Francia entrava in
Roma, alla testa del suo esercito, per la porta di santa Maria del
Popolo[181].

  [180] _Mém. de Phil. de Comines, l. VII, c. XII, p. 202._

  [181] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 63. — P. Jovii Hist. sui temp., l.
  II, p. 40. — Fr. Belcarii Com. Rer. Gallic., l. V, p. 143. — Rayn.
  Ann., 1494, § 30, p. 435. — Arnoldi Ferronii, l. I, p. 9._

La comparsa di quest'armata, che per la prima volta faceva conoscere ai
Romani la forza e la nuova organizzazione militare degli Oltremontani,
inspirò sorpresa mista a terrore. L'avanguardia era composta di Svizzeri
e di Tedeschi, che camminavano a suono di tamburo, divisi in battaglioni
e sotto i loro stendardi. Corti erano i loro abiti e di svariati colori,
e tagliati secondo la stessa forma del corpo. I loro capi portavano per
distintivo alte piume sui loro caschetti. I soldati avevano corte spade
e lance di legno di frassino lunghe dieci piedi, il di cui ferro era
stretto e acuto. Una quarta parte di loro portava alabarde invece di
lance il di cui ferro rassomigliava alla banda tagliente di una scure,
da cui sorgeva una punta quadrangolare. Essi le maneggiavano con ambidue
le mani, ferendo egualmente di taglio e di punta. Ogni migliajo di
soldati aveva una compagnia di cento fucilieri. Il primo rango d'ogni
battaglione aveva caschetti e corazze che coprivano il petto; questa era
pure l'armatura de' capitani, ma gli altri non avevano armi difensive.

Tenevano dietro agli Svizzeri cinque mila Guasconi, quasi tutti
balestrieri; notabile era la prontezza con cui tendevano e scoccavano le
loro balestre di ferro; del resto la piccola loro statura, ed i loro
abiti, privi di ogni ornamento, facevano una svantaggiosa comparsa al
confronto degli Svizzeri. Veniva poi la cavalleria, la quale era formata
dal fiore della nobiltà francese, e faceva vaghissima mostra co' suoi
mantelli di seta, coi caschetti e collane dorate. Vi si contavano due
mila cinquecento corazzieri e cinque mila cavalleggeri. I primi
portavano, come gli uomini d'armi italiani, una gran lancia scannellata,
armata di solida punta, ed una mazza d'armi di ferro. Grandi e forti
erano i loro cavalli, ma, secondo l'usanza francese, senza coda e senza
orecchie. Essi per la maggior parte non erano coperti da una specie di
corazza di cuojo bollito che li difendessero dai colpi. Ogni corazziere
era seguito da tre cavalli, il primo montato da un paggio armato come il
padrone, e gli altri due dagli scudieri che chiamavansi gli ausiliarj
laterali.

I cavalleggeri portavano grandi archi di legno all'uso inglese, fatti
per lanciare lunghe frecce; non avevano altre armi difensive, fuorchè il
caschetto e la corazza; alcuni portavano una breve picca per trapassare
in terra coloro ch'erano stati rovesciati dalla cavalleria pesante. I
loro mantelli erano ornati di cimieretti e di laminette d'argento, che
rappresentavano lo stemma de' rispettivi loro capi. Quattrocento
arcieri, tra i quali cento Scozzesi, camminavano ai fianchi del re,
dugento cavalieri francesi, scelti tra il fiore della nobiltà, lo
accompagnavano a piedi. Portavano sulle loro spalle mazze d'armi di
ferro, a guisa di pesanti scuri. Quando costoro montavano a cavallo,
sembravano altrettanti uomini d'arme, e non si distinguevano che per la
bellezza de' loro cavalli, e per l'oro e la porpora ond'erano coperti. I
cardinali Ascanio Sforza e Giuliano della Rovere stavano ai fianchi del
re, lo seguivano immediatamente i cardinali Colonna e Savelli. Prospero
e Fabricio Colonna e tutti i generali Italiani marciavano frammischiati
coi principali signori della Francia.

Conducevansi dietro all'armata trentasei cannoni di bronzo, lunghi circa
otto piedi, pesanti circa sei migliaja di libbre, e del calibro press'a
poco della testa d'un uomo: venivano in seguito le colombrine lunghe
circa dodici piedi, poi i falconetti, de' quali i più piccoli gettavano
palle della grossezza d'un pomo granato; i carri erano formati come gli
odierni di due pesanti pezzi di legno uniti da traversi e sostenuti da
due sole ruote; ma per farli camminare vi si aggiugnevano due altre
ruote con un treno che si adattava dinanzi e si staccava quando il
cannone si collocava in batteria. L'avanguardia cominciò a passare per
la porta del popolo a tre ore dopo mezzogiorno, e continuò ad entrare la
truppa fino alle nove della sera a lume di torcie e di fiaccole, che
aggiugnevano all'armata un certo che di più patetico ed imponente[182].
Frattanto il papa erasi ritirato in castel sant'Angelo con soli sei
cardinali, essendo stati quasi tutti gli altri vinti dalle istanze di
Giuliano della Rovere e di Ascanio Sforza, che consigliavano il re a
purgare la Chiesa da un papa che la copriva di vergogna, e la di cui
condotta era altrettanto scandalosa, quanto più simoniaca era stata
l'elezione. Il vocabolo di concilio, ripetuto in ogni banda da tutte le
fazioni che riconoscevano per loro capo il cardinale Ascanio, riempiva
di terrore il pontefice[183]. Perciò quanto più tremava per la propria
sicurezza, più si ostinava a non volere dare in mano del re castel
sant'Angelo, domandato come arra della buona fede di Alessandro, ma che
questi risguardava per lo contrario come il suo più sicuro asilo. Due
volte l'artiglieria francese, che stava al palazzo di san Marco, ov'era
alloggiato il re, vennero appuntati contro castel sant'Angelo, e due
volte i cortigiani francesi, che aspiravano alle dignità della Chiesa,
riuscirono ad impedire le prime ostilità[184].

  [182] Tutta questa descrizione si è tolta da Paolo Giovio, che senza
  dubbio trovavasi presente, _l. II, p. 41_. Si osservino ancora le
  _Mémoires de Louis de la Trémouille, v. XIV, p. 148_. — _André de la
  Vigne_ presso Godefroi, _p. 122_.

  [183] _P. Jovii Hist. sui temp. l. II, p. 40._

  [184] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 64. — Mém. de Phil. de Comines, l.
  VII, c. XV, p. 219._

Finalmente il giorno 11 di gennajo furono stabilite le condizioni della
pace. Prometteva il re di avere in pace ed in guerra il papa come suo
amico ed alleato, e di rispettare in ogni parte la sua autorità
pontificia; ma nello stesso tempo domandava, che gli si consegnassero,
per tenerle fino alla fine della guerra, le fortezze di Cività Vecchia,
di Terracina e di Spoleti; che Cesare Borgia, figlio d'Alessandro,
seguisse per quattro mesi come ostaggio l'armata francese, sebbene per
salvare le apparenze dovesse prendere il titolo di cardinale legato; che
Gem[185], fratello di Bajazette, fosse consegnato ai Francesi, per
secondarli ne' loro attacchi contro la Turchia; per ultimo, che
Briçonnet vescovo di San Malo, venisse ammesso nel sacro collegio. Il
papa, determinato a non osservare che i trattati che gli sarebbero
vantaggiosi, e risguardandosi come sciolto dai giuramenti per via della
violenza che fatta allora gli veniva, non promosse veruna difficoltà
intorno alle proposte condizioni. Si recò al palazzo del Vaticano, ove
ammise al bacio dei piedi il re e tutta la sua corte; diede di propria
mano il cappello di cardinale a Briçonnet ed a Filippo, vescovo di Mans,
della casa di Lussemburgo, e consegnò al re il sultano Gem, dopo avere
fatto stendere un atto notarile di tale consegna[186].

  [185] Detto ancora Zizim. _N. d. T._

  [186] _P. Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 43. — Phil. de Comines,
  l. VII, c. XV, p. 221. — Rayn. ex Burchardi Diario, 1495, § 2, p.
  438._

Lo sventurato figlio di Maometto II, avvicinandosi a Carlo VIII, gli
baciò la mano, indi la spalla, poi voltosi al papa lo pregò con modesta
nobiltà di raccomandarlo alla protezione del gran re, cui egli lo
affidava, e che si apparecchiava a conquistare l'Oriente. Soggiunse, che
si lusingava che nè il papa avrebbe luogo di pentirsi d'avergli data la
libertà, nè Carlo, se seguirebbe i suoi consigli, poichè fosse passato
in Grecia, d'averlo a compagno del suo viaggio. Gem aveva una nobile e
dignitosa presenza; era versato bastantemente nella letteratura araba;
mostrava nel suo dire una lusinghiera pulitezza ed acutezza nella sua
espressione. La grandezza della sua anima e la nobiltà del suo aspetto
non ismentivano l'impressione che anticipatamente faceva la sua
sventura[187].

  [187] _P. Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 43._

Ma mentre Gem si abbandonava alla dolce speranza di uscire in breve
dalla sua cattività, e di rivedere la patria, colui, che lo cedeva così
ad un nuovo custode, aveva di già fissato il termine della sua vita. La
sua prigionia aveva fruttato al papa una considerabile entrata;
Bajazette gli pagava quaranta mila ducati a titolo di pensione del
fratello, o piuttosto come premio perchè lo teneva lontano da' suoi
stati. Quando il genovese, Giorgio Bucciardi, fu dal papa mandato al
sultano, per persuaderlo a concorrere alla difesa del regno di Napoli,
Bajazette, sempre agitato dall'esistenza di suo fratello, volle
approfittare di quest'ambasciata per liberarsi da così molesto pensiero.
Rimandò Bucciardi al papa, facendolo accompagnare da Dauth, suo proprio
ambasciatore. Questi portava una lettera del sultano scritta in greco ad
Alessandro VI. Dopo alcune ipocrite frasi, convenienti al carattere di
chi scriveva e di colui al quale la lettera veniva addirizzata, diceva
Bajazette di sentire una profonda commiserazione per la sorte di suo
fratello; ch'era omai tempo di dar fine alla sua cattività ed alla sua
dipendenza presso i non credenti; che la morte per un sultano era mille
volte preferibile alla presente sua condizione; e, poichè non era un
delitto agli occhi d'un cristiano il dare la morte ad un musulmano, egli
invitava Alessandro a liberarlo col veleno da questo domestico nemico,
promettendogli il premio di dugento mila ducati[188], la preziosa
reliquia della tunica di Gesù Cristo, e la promessa di non portare in
vita sua le armi contro i Cristiani[189].

  [188] _Lettere de' principi, t. I. f. 4._ Nella lettera riportata
  dal Burcardo leggesi 300,000.

  [189] _P. Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 44. — Burchardus in
  Diar., l. II, ap. Rayn., 1494, § 28, p. 435._

I due ambasciatori, sbarcando sulla costa presso Ancona, furono
arrestati da Giovanni della Rovere, prefetto di Sinigaglia, che aveva
abbracciato il partito di suo fratello, il cardinale di san Pietro _ad
vincula_, e che aveva cominciate le ostilità verso il papa; questi tolse
loro il danaro che portavano per pagare per due anni la pensione di Gem.
Dauth riuscì per altro a fuggire, e riparossi presso Francesco Gonzaga,
marchese di Mantova, che aveva contratta alleanza col gran signore, e
che lo rimandò a Costantinopoli[190].

  [190] _P. Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 44. — Fr. Guicciardini,
  l. I, p. 65._

Non è ben noto se Alessandro accettasse le condizioni offerte dal
sultano, o se la morte di Gem devesi soltanto alla gelosia che concepita
aveva contro Carlo VIII; ben si assicura che, prima di consegnargli
l'illustre fuoruscito, aveva fatto mescolare collo zucchero, di cui
questi faceva grandissimo uso, una polvere bianca, aggradevole al
palato, il di cui effetto non era pronto, ma che lentamente opprimeva
gli spiriti vitali, e cagionava senza convulsioni una certa morte. Fu lo
stesso veleno che Alessandro VI adoperò in appresso per disfarsi di
molti cardinali, e di cui fu egli stesso vittima. Gem, appena giunto a
Capoa insieme all'armata francese, cadde pericolosamente infermo, e morì
in questa città o in Napoli il 26 di febbrajo. Carlo VIII lo fece
seppellire a Gaeta, ma nel 1497 il re don Federico mandò il suo cadavere
a Bajazette II[191].

  [191] _P. Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 47. — Ber. Oricellarii
  Com., p. 64. — P. Bembi Hist. Ven, l. II, p. 30. — Cron. di Venez.,
  Anon., t. XXIV, Rer. Ital, p. 16. — Fr. Guicciardini, l, II, p. 85.
  — Summonte Ist. di Napoli, l. VI, c. II, p. 511._

Carlo si trattenne quasi un mese in Roma, nel qual tempo continuò a far
avanzare le sue truppe verso i confini del regno di Napoli. Aveva diviso
l'esercito in due corpi, uno de' quali doveva entrare nel paese nemico
dalla banda degli Abruzzi, l'altro per terra di Lavoro. Diede il comando
del primo a Fabrizio Colonna, ad Antonello Savelli ed a Roberto di
Lenoncourt, balivo di Vitrì. Aggiunse alle compagnie dei primi due
alcune brigate di uomini d'arme francesi, ed alcuni battaglioni
d'infanteria svizzera e guascona. Questa divisione si avanzò pel contado
di Tagliacozzo negli Abruzzi. Quelle provincie ed in particolare
l'Aquila, loro capitale, erano tutte piene della memoria degli Angiovini
e tutte apparecchiate a ribellarsi, di modo che in breve tempo
spiegarono ovunque le bandiere di Francia. Bartolommeo d'Alviano era
stato mandato da Ferdinando presso al lago di Celano per difendere le
gole delle montagne e l'ingresso dell'Abruzzo; ma si era trovato troppo
debole, ed era stato costretto ad evacuare tutta la provincia senza
venire ad un fatto d'armi[192].

  [192] _P. Jovii Hist., l. II, p. 45. — Phil. de Comines Mém., l.
  VII, c. XVI, p. 226._

Dall'altra banda Carlo VIII, alla testa del grosso dell'armata, posesi
in cammino il 23 di gennajo[193], attraversando il Lazio, ed avanzandosi
alla volta di Napoli per la strada di Ceperano, Aquino e san Germano,
che è alquanto più discosta dal mare da quella oggi praticata per andare
da Roma a Napoli. Non era appena uscito da Roma che il romano pontefice
sentendosi umiliato dalla pace che aveva giurata, prese le opportune
misure per iscuotere il giogo. Don Antonio di Fonseca, ambasciatore dei
re di Spagna, accompagnava Carlo in questa spedizione; egli non poteva
senza pena vedere spogliata la linea bastarda arragonese di un regno
originariamente conquistato colle armi della Spagna. Egli conosceva
l'inquietudine del papa e l'agitazione di tutti gli stati d'Italia,
spaventati dalle rapide conquiste de' Francesi; convenne con Alessandro
VI di tentare quale effetto produrrebbe una pubblica protesta,
lusingandosi che, se non fermava Carlo, per lo meno ravviverebbe il
coraggio de' principi di Napoli. All'arrivo del re a Velletri, Fonseca
domandò udienza; allora gli rappresentò, che, quando Ferdinando ed
Isabella si erano obbligati, mercè la restituzione di Perpignano, a non
passare i Pirenei ed a non attaccare la Francia, avevano creduto alle
parole del re, che diceva di avere sopratutto in vista di muovere guerra
ai Turchi; avevano creduto che prima di attaccare colle armi il regno di
Napoli, il re acconsentirebbe di assogettare la di lui causa ad un
giusto arbitramento, che rispetterebbe la libertà di tutto il restante
dell'Italia, ed in particolar modo quella della Chiesa. Ma Fonseca non
aveva potuto vedere senza estrema maraviglia, ed i suoi padroni non
saprebbero senza rincrescimento, che Carlo VIII aveva declinato la
giurisdizione del papa, cui Alfonso II era disposto a sottomettersi,
mentre che il regno di Napoli, fra di loro conteso, essendo un feudo
della Chiesa, non poteva essere legittimamente posseduto dall'uno o
dall'altro pretendente, senza una decisione della corte di Roma; che
Carlo VIII, lungi dal rispettare l'indipendenza degli altri stati
d'Italia, tutti gli aveva obbligati a somministrargli prodigiosi
sussidj, ch'egli aveva sconvolte le loro costituzioni, e posto
guarnigione nelle loro fortezze. Lucca aveva dovuto salvarsi dal
saccheggio col danaro, i Medici erano stati scacciati da Firenze, Pisa
era stata incoraggiata alla ribellione, Siena costretta a ricevere
guarnigione, e tutte le fortezze di questi diversi stati si trovavano in
mano ai Francesi. Finalmente il papa, oggetto della venerazione di tutti
i principi cristiani, era stato costretto dal terrore a soscrivere una
pace umiliante; aveva ricevute guarnigioni francesi nelle sue fortezze,
dato in ostaggio il cardinale di Valenza, abbandonato il sultano Gem a
Carlo VIII, e con tante concessioni aveva potuto a stento salvare Roma
dall'incendio e dal saccheggio. Poichè il re di Francia non credevasi
obbligato ad osservare verun trattato, nè veruna guarenzia del diritto
delle genti, l'ambasciatore di Ferdinando e d'Isabella era chiamato a
dichiarargli, che i suoi padroni non permetterebbero ch'egli privasse
principi arragonesi di un regno, che il possesso di cinquant'anni, e le
decisioni di molti papi avevano renduto ereditario nella loro
famiglia[194].

  [193] _Allegr. Allegretii Diari Sanesi, p. 858._

  [194] _P. Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 46. — Fr. Guicciardini
  Ist., l. II, p. 87. — Barth. Senaregae de rebus Genuens., t. XXIV,
  Rer. Ital., p. 545. — Fr. Belcarii Rer. Gal. l. VI, p. 149._

I gentiluomini francesi che circondavano il re appena permisero al
Fonseca di terminare il suo discorso: risposero impetuosamente e con
orgoglio, accresciuto da inaspettati successi, che loro mai non erano
venute meno le armi in sostegno dei loro diritti; che se Ferdinando si
scordava de' suoi trattati e dei suoi obblighi, pagati colla
restituzione di Perpignano, i cavalieri francesi erano buoni di
ricordarglieli, e ch'essi farebbergli tosto conoscere qual distanza
passi da loro agli arcieri mori, ch'egli andava così altero d'aver vinti
nell'Andalusia. Crebbero dell'una e dall'altra parte le ingiurie a segno
che il Fonseca, che pure era uomo grave e moderato, si lasciò talmente
trasportare dalla collera, che stracciò in faccia al re il trattato
soscritto tra la Francia e la Spagna, ordinando a due spagnuoli, che
servivano nell'armata francese, di lasciarla entro tre giorni, se non
volevano rendersi colpevoli di alto tradimento[195].

  [195] _P. Jovii, l. II, p. 46._

Il re di Francia aveva appena ricevuta questa denuncia d'una imminente
guerra, quando seppe che il cardinale di Valenza era fuggito da Velletri
travestito, e tornato a Roma; che il papa ricusava di consegnare Spoleti
ai suoi luogotenenti, secondo aveva promesso, e che finalmente lo
sventurato Gem sembrava affetto da un veleno che gli rodeva i visceri.
Ma Carlo non si lasciò trattenere da queste prove della cattiva fede di
Alessandro VI. La flotta incaricata da Alfonso della difesa delle coste
della Campania e dell'occupazione di Nettuno era stata travagliata dalla
tempesta, e costretta a rientrare nel porto di Napoli. Nè più fortunata
era stata la flotta francese, la quale, dopo essere stata gettata dallo
stesso vento sulle coste della Corsica, veniva trattenuta a Porto
Ercole, dove quasi tutti i suoi soldati l'avevano abbandonata[196]. Dopo
averli riuniti alla sua armata, Carlo attaccò Monte Fortino, castello
della campagna di Roma, che apparteneva a Giacomo de' Conti, barone
romano. Questi, dopo essere stato alcun tempo ai servigj di Carlo, era
passato nel campo degli Arragonesi, per non servire sotto le stesse
insegne coi Colonna. In breve l'artiglieria francese aprì una breccia
nelle mura di questa rocca che risguardavasi come fortissima. Fu presa,
ed uccisi tutti gli abitanti. In appresso i Francesi attaccarono, ai
confini del regno, monte san Giovanni, di ragione del marchese di
Pescara, Alfonso d'Avalos. Questa fortezza aveva una guarnigione di tre
cento uomini e di cinquecento contadini tutti ben armati; ella pure fu
presa in poche ore, sotto gli occhi dello stesso re, il quale ordinò di
uccidere tutti gli abitanti, senza lasciarsi piegare a compassione nelle
otto ore che durò tale carnificina; e monte san Giovanni fu in appresso
bruciato. Tanta ferocia, di cui l'Italia non aveva esempio, sparse a
molta distanza il terrore del nome francese: i soldati, di già
scoraggiati, e gli abitanti, che non amavano i loro principi,
rinunciarono allora ad ogni pensiero di difendersi[197]. Ma il terrore
del re di Napoli superava quello de' suoi soldati e de' suoi sudditi.
Quell'Alfonso II, che nelle guerre d'Italia ed in quelle dei Turchi si
era acquistata tanta riputazione di valore, che credevasi non meno
accorto che coraggioso, non meno costante che prudente, più non trovò
forze in sè medesimo quand'ebbe bisogno di resistere alle pubbliche
doglianze, che durante la sua onnipotenza erano state compresse, ma che
giunte adesso per la prima volta alle sue orecchie, risvegliarono i
rimorsi della sua coscienza.

  [196] _Ivi, p. 47._

  [197] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 66. — P. Jovii Hist., l. II, p.
  50. — Diar. Ferrar., p. 293. — Andrè de la Vigne, Journal dans
  Godefroy, p. 129. — Phil. de Comines, Mémoires, l. VII, c. XVI, p.
  323._

Vero è che Alfonso non aveva ancora regnato un anno, ma ben da più lungo
tempo il regno di Napoli dipendeva dalla sua autorità. Dall'epoca in cui
era giunto all'età virile, suo padre Ferdinando gli aveva ceduta
un'importante parte dell'amministrazione, e moltissimo deferiva ai suoi
consigli. Tutto ciò che si era veduto di più perfido nella politica del
gabinetto di Napoli, di più crudele nelle sue vendette, di più
vessatorio nel suo sistema delle finanze, era stato dal popolo
costantemente attribuito ad Alfonso, piuttosto che a Ferdinando.
Intollerabili esazioni impoverivano le città e le campagne; ogni genere
d'industria andava soggetta a ruinosi monopolj; il re comperava l'olio,
il frumento, il vino ad un determinato prezzo, che appena indennizzava
l'agricoltore dalle sostenute spese, ed in appresso lo rivendeva,
allorchè col mezzo di una artificiale carestia ne aveva fatto
smisuratamente crescere il prezzo[198]. Verun suddito dello stato era
sicuro del possedimento de' suoi beni, nè della sua individuale libertà.
Il re con atti arbitrarj spogliava, imprigionava, faceva perire senza
veruna forma di giudizio non meno i grandi signori, che gli uomini di
bassa condizione. Alfonso erasi renduto ancora peggiore di suo padre
colle sue vendette e colla sua politica crudeltà. Quand'era salito sul
trono, aveva trovati nelle prigioni di Napoli molti signori catturati
sotto il regno di Ferdinando. Filippo di Comines, che in questa
particolare non va d'accordo cogli storici italiani, dichiara di essersi
accertato colla testimonianza di un Affricano adoperato in tali
esecuzioni, che tra i prigionieri vi si trovavano tuttavia il duca di
Suessa ed il principe di Rossano, arrestati del 1464, contro la fede dei
trattati, dopo la guerra, nella quale Giovanni d'Angiò aveva contesa a
Ferdinando la successione al trono, e ventiquattro baroni, arrestati nel
1486, dopo la guerra d'Innocenzo VIII e de' signori malcontenti.
Soggiugne che quando Alfonso fu sul trono, li fece trasportare ad Ischia
e colà morire[199]. Pure veniva universalmente creduto che tutti questi
prigionieri fossero periti gran tempo prima, ma in conseguenza de'
consigli dati da Alfonso a suo padre.

  [198] _Phil. de Comines, Mém., l. VII, c. XIII, p. 209._

  [199] _Mém. de Phil. de Comines, l. VII, c. XIII, p. 206_. — Si
  osservi il precedente _c. LXXX, v. X, ed il c. LXXXIX, v. XI._

Quest'odio popolare che i tiranni eccitano contro di loro, ma ch'essi
per altro non conoscono, nè possono sospettare in mezzo alle adulatrici
lodi de' loro cortigiani, non si manifesta che nell'istante in cui il
trono è in pericolo. Da ogni banda nel regno di Napoli invocavansi i
Francesi quali liberatori; si detestava la crudeltà e l'avarizia di
Alfonso e di suo padre; si malediva il giogo arragonese; e le grida
della plebe, renduta più ardita, risuonavano perfino sotto le finestre
del palazzo, ove Alfonso temeva ad ogni istante di cadere vittima di un
popolo furibondo[200].

  [200] _P. Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 48._

Assicurasi che a questi esterni pericoli la turbata coscienza d'Alfonso
v'aggiunse bentosto superstiziosi timori. Aveva opinione di essere
incredulo, e di non osservare le pratiche della Chiesa[201]. Ma l'anima
di un tiranno è sempre accessibile alla superstizione, perchè gli pare
che il fatalismo abbia sempre molta parte ne' suoi destini, e
quell'autorità suprema, che non trovò sulla terra, la cerca con
inquietudine negli esseri sovrumani. Spargevasi voce che Giacomo, primo
chirurgo della corte, era venuto a dire ad Alfonso, che l'ombra di
Ferdinando gli era apparsa tre volte in diverse notti; che la prima
volta gli aveva ordinato con dolcezza, la seconda e la terza colle
minacce di andare a dire in suo nome ad Alfonso, che non sperasse di
potere resistere al re di Francia, perchè era scritto ne' destini che la
sua razza, tormentata da infiniti mali, verrebbe spogliata di così bel
regno e bentosto spenta. Che n'erano causa le crudeltà da loro commesse,
ed in particolare quelle commesse da Ferdinando dietro i consiglj
d'Alfonso, ritornando da Pozzuolo, nella Chiesa di san Leonardo a
Chiaja, presso Napoli. Dicevasi che l'ombra, o il chirurgo che la faceva
parlare, non si era spiegata più chiaramente; ma supponevasi che in tal
luogo avesse Alfonso persuaso suo padre a far morire i baroni che da
tanto tempo teneva in prigione[202].

  [201] _Phil. de Comines, Mém., l. VII, c. XIII, p. 210._

  [202] _Fran. Guicciardini, l. I, p. 66. — Summonte Ist. di Napoli,
  l. VI, p. 502._

Questa dichiarazione, che facilmente non era che l'effetto dell'odio
universale del popolo, accrebbe i terrori che agitavano Alfonso, ed i
rimorsi della sua coscienza. Ne' suoi sogni talvolta credeva di vedere
le ombre di tanti signori che aveva fatti barbaramente uccidere, ed ora
figuravasi essere egli stesso tra le mani del popolo che lo dannava a
spaventosi supplicj. Egli non poteva trovare riposo, nè di giorno, nè di
notte. Il 23 di gennajo ritirossi in castel dell'Uovo con un ristretto
numero di servitori. Questa fuga fu cagione in città di dolore e di
estremo spavento: all'indomani il popolo in armi adunossi da tutte le
bande, ma piuttosto per effetto di una vaga inquietudine che per un
determinato scopo; perciò Ferdinando, duca di Calabria, che, dopo avere
ricondotta la sua armata ai confini, era tornato a Napoli, riuscì a
sedare il tumulto, scorrendo la città a cavallo, ed invocando l'ajuto
delle corporazioni della nobiltà, che in numero di sei, sotto il nome di
_seggi_ o _sedili_, esercitavano l'autorità municipale[203].

  [203] _Barth. Senaregae de rebus Genuens., t. XXIV, p. 546._

Dicesi che il cardinale Ascanio Sforza avesse fatto dare ad Alfonso il
consiglio di rinunciare la corona in favore di suo figlio,
rappresentandogli che questi era figlio di una sorella del duca di
Milano, e che i fratelli Sforza, che odiavano il loro cognato, erano non
pertanto apparecchiati a proteggere il loro nipote[204]. Il terrore fece
adottare ad Alfonso questo consiglio; il 23 di gennajo sottoscrisse
l'atto di rinuncia tal quale venne steso da Gioviano Pontano[205]; e
ricusò alla regina, sua suocera, di protrarre due soli giorni quest'atto
di debolezza, onde compiere l'anno del suo regno. Fece precipitosamente
imbarcare sopra quattro galere tutti i suoi più preziosi effetti: allora
il suo tesoro, parte in danaro, e parte in gioje, ammontava a 300,000
ducati, coi quali avrebbe potuto assoldare un sufficiente corpo di
truppe per difendersi. Ma non volle lasciare questa somma a suo
figliuolo, e mentre che la faceva portare a bordo, mostrava tanto
terrore, come se di già fosse in mezzo ai Francesi. Ogni piccolo rumore
che udiva lo atterriva, come se il cielo e gli uomini fossero ugualmente
contro di lui congiurati. Pure i venti meridionali ritardavano la
partenza della sua flotta, e soltanto il giorno 3 di febbrajo potè
spiegare le vele alla volta di Mazari, piccola città della Sicilia, di
cui Ferdinando di Spagna aveva a lui ceduta la signoria[206]; colà, non
volendo altra compagnia che quella de' monaci olivetani, passò il
restante de' suoi giorni in opere di penitenza, in digiuni, in astinenze
e nel fare elemosine. Una dolorosa malattia venne ad accrescere i suoi
tormenti, e lo tolse al mondo il 9 di novembre dello stesso anno, prima
che avesse potuto effettuare il progetto che aveva formato di farsi
monaco, e di entrare in un convento in Valenza di Spagna[207].

  [204] _Summonte Ist. di Napoli, l. VI, c. I, p. 500. — Bern.
  Oricellarii Comm., p. 60._

  [205] _P. Jovii, l. II, p. 49._

  [206] _Fran. Guicciardini, l. II, p. 66. — Pauli Jovii, l. II, p.
  49._

  [207] _Mém. de Phil. de Comines, l. VII, c. XIV, p. 215. — P. Bembi
  Ist. Venez., l. II, p. 29. — Fr. Belcarii Comm., l. VI, p. 145. —
  Summonte Ist. di Napoli, l. VI, c. I, p. 500. — Arnoldi Ferronii, l.
  I, p. 9._

Ferdinando, preceduto dallo stendardo reale, circondato da tutta la sua
nobiltà, e seguito dal popolo, fece il giro della città di Napoli il 24
di gennajo, per prendere possesso del regno; indi si recò alla
cattedrale, ove fece la sua preghiera ad alta voce, stando
inginocchiato, e col capo scoperto, dopo di che ripartì alla volta
dell'armata[208]. Questo giovane principe non aveva l'odio che il popolo
portava all'avo ed al padre. Non si erano in lui osservate che amabili
qualità, umanità, lealtà e coraggio. Forse se fosse più presto salito
sul trono sarebbe stato con entusiasmo difeso da tutto il popolo, ma in
allora era troppo tardi. In ogni provincia i gentiluomini o i cittadini
più riputati eransi di già compromessi in faccia alla casa d'Arragona,
alzando lo stendardo della Francia; ed Alfonso, seco trasportando il suo
tesoro, non aveva lasciato al figliuolo i mezzi di difesa di cui avrebbe
potuto valersi egli medesimo.

  [208] _Barth. Senaregae de rebus Genuens., p. 546. Allegretto
  Allegretti Diari Sanesi, p. 839. — Diar. Ferrar., t. XXIV, p. 291._
  — Il Guicciardini racconta la cosa diversamente. Pretende che
  Ferdinando non si trovasse in Napoli, e non sia stato neppure
  consultato nell'istante della rinuncia di suo padre.

Frattanto Ferdinando era venuto ad accamparsi a San Germano, distante
quindici miglia dai confini del regno, posto tra aspre ed impraticabili
montagne e tra paludi, che si stendono fino al Garigliano. Questo passo,
facile a difendersi, veniva risguardato come una delle chiavi del regno
di Napoli. Ferdinando aveva avuto il tempo di fortificarlo
diligentemente, di alzare terrapieni sull'ingresso della strada e di
chiudere tutti i sentieri delle montagne con tagliate d'alberi. Aveva
sotto i suoi ordini due mila sei cento uomini d'armi e cinquecento
cavalleggeri, che non sembravano per alcun rispetto inferiori alla
cavalleria francese; ma la sua fanteria, di fresco arrolata nel regno,
non era avvezza alle armi e non poteva in aperta campagna sostenersi
contro gli Svizzeri o contro i Guasconi. I Francesi, che avevano avuto
notizia dell'abdicazione di Alfonso lo stesso giorno in cui Carlo VIII
usciva di Roma[209], credevano d'incontrare a san Germano una vigorosa
resistenza. La stagione, che fin allora era stata loro favorevole in un
modo che pareva prodigioso, poteva mutarsi da un istante all'altro; e se
fossero stati presi dalle piogge o dalle nevi dell'inverno, avrebbero
potuto assai difficilmente tirare da lontane parti i viveri ed i
foraggi, perchè Ferdinando aveva preventivamente distrutto tuttociò che
trovavasi lungo la strada[210].

  [209] _Burchardi Diar. ap. Raynald. An. 1495, § 5 e 6, p. 440._

  [210] _P. Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 47. — Franc. Guicciardini
  Storia, l. I, p. 67. — Mém. de Phil. de Comines, l. VI, c. XV, p.
  218. — Andrè de la Vigne, Journal de Charles VIII, in Godefroy, p.
  130._

Ma tutti i calcoli militari non tengono, quando le truppe hanno perduto
la confidenza ed il coraggio. Le carnificine di Monte Fortino e di Monte
san Giovanni avevano sparso un indicibile terrore nei soldati e ne'
contadini; e veruna truppa era disposta a sostenere una guerra in cui
non davasi quartiere. Le sedizioni nelle province, di cui si avevano
frequenti notizie al campo, facevano temere ai soldati di trovarsi
tagliati fuori da una sollevazione; gli avanzamenti di Fabrizio Colonna
negli Abbruzzi potevano dargli il modo di circondare l'armata, e di
scenderle alle spalle nella Campania[211]. Per ultimo i capitani ai
servigj di Ferdinando, risguardando questa lotta come troppo disuguale,
pensavano di già a fare la loro pace particolare e schivavano di venire
alle mani per timore di eccitare il risentimento di Carlo, o di perdere
ai di lui occhi la propria importanza, quando in qualche fatto d'armi la
loro compagnia fosse diminuita sensibilmente. Quindi per quanti sforzi
avesse fatti Ferdinando per tornare il coraggio ai suoi soldati, per
quanta cura avesse posta nel far afforzare san Germano ed il Passo di
Cancello, distante sei miglia, quando i Napolitani videro comparire la
vanguardia francese, condotta in questo giorno dal duca di Guisa, e da
Giovanni, signore di Riena, maresciallo di Bretagna, ritiraronsi
disordinatamente fino a Capoa[212].

  [211] _P. Jovii Hist., l. II, p. 50._

  [212] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 67. — Pauli Jovii Hist. sui temp.,
  l. II, p. 50. — Phil. de Comines Mém., l. VII, ch. XVI, p. 224_. —
  Il re dormì a san Germano il 13 di febbrajo. _André de la Vigne,
  Journal, p. 130._

Non pertanto potevasi tener fermo a Capoa, ed impedire al nemico di
avanzarsi verso Napoli. Le varie strade ch'entrano nel regno si
riuniscono sotto questa città, la quale è coperta dal Vulturno, fiume
assai profondo ed incassato tra alte rive, e che l'armata non avrebbe
potuto passare, perchè i Napolitani avevano ritirate dalla loro banda
tutte le barche, e facilmente poteva difendersi il solo suo ponte di
sasso, che trovavasi tra Capoa ed il sobborgo. Ma mentre che Ferdinando
pensava ad afforzarvisi, ebbe da Napoli un messo di suo zio Federico,
che gli dava parte di un ammutinamento del basso popolo: annunziavagli
che già erano stati svaligiati tutti i banchi de' Giudei da coloro che
li accusavano di usura, ch'erano disprezzati gli editti de' magistrati,
sconosciuta l'autorità reale, che la guardia urbana si nascondeva, e che
la più bassa plebe era la sola che dominava in città[213]. Sebbene
Ferdinando sentisse quanto fosse pericolosa cosa l'abbandonare l'armata,
giudicò ancora più dannoso consiglio il lasciare che prendesse maggiore
estensione la rivoluzione della capitale. Supplicò i capitani, cui
affidò il comando delle sue truppe, di continuare gli apparecchi di
difesa ch'egli aveva cominciati, ma non di venire a battaglia, finchè
non tornasse; e promettendo che sarebbe di ritorno all'indomani dopo
avere acquietato il tumulto di Napoli, s'avviò verso la capitale con
piccola scorta. La presenza di questo giovane re, così leale, così
intrepido, così buono, di questo re, che aveva dato principio alla sua
amministrazione col porre in libertà tutti i prigionieri di stato,
tenuti in carcere da suo padre[214], produsse sui sediziosi un magico
effetto. Il popolo adunato ascoltò in silenzio il suo discorso;
Ferdinando promise di sagrificarsi a Capoa per la difesa de' suoi
sudditi; ma soggiunse altresì, che, se non gli riusciva di trattenere al
di là del Vulturno il barbaro nemico che lo minacciava, non esporrebbe
la sua capitale al pericolo di essere presa d'assalto e saccheggiata. Fu
risposto a Ferdinando con proteste di attaccamento e di ubbidienza:
parve che tutto rientrasse nell'ordine, ed il giovane principe si
affrettò di ripartire alla volta del suo campo[215].

  [213] _P. Jovii, l. II, p. 51._

  [214] _P. Bembi Stor. Ven., l. II, p. 29._

  [215] _P. Jovii Ist., l. II, p. 51._ — Il 19 di febbrajo secondo il
  _Summonte Ist. di Napoli, l. VI, c. II, p. 511_.

Ma durante la sua breve lontananza, i condottieri, abbandonati a sè
medesimi, avevano di già cominciato a trattare col nemico. Giovan
Giacomo Trivulzio, che fino a quest'epoca non erasi scostato dalle leggi
dell'onore, che vi si attenne poi sempre fedelmente nel rimanente della
sua carriera militare, avendo avuto ordine da Ferdinando d'intavolare
qualche negoziazione coi Francesi, si portò a Calvi, dov'era di già
arrivato Carlo VIII, e non avendo trovato veruna apertura per trattare a
nome del suo padrone, non ebbe difficoltà di firmare per sè un
particolare trattato. Si obbligò al servigio del re di Francia colla
stessa compagnia di cavalleria con cui fin allora aveva servito il re
arragonese, e per lo stesso soldo[216].

  [216] _Pauli Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 51. — Fr.
  Guicciardini, l. I, p. 68. — Franc. Belcarii com. Rer. Gall., l. VI,
  p. 151. — Arnoldi Ferronii, l. I, p. 10._ — Il nuovo biografo del
  Trivulzio, signor Rosmini, cerca di giustificare questa diserzione,
  _l. V, p. 227_; ed assicura che il Trivulzio ottenne un congedo da
  Ferdinando, prima di passare ai servigi del suo nuovo signore, ma ci
  sembra che non riesca a levare questa macchia al suo eroe.

Tosto che giunse a Capoa la notizia di questa vergognosa diserzione, vi
sparse egualmente la costernazione ne' soldati e negli abitanti.
Virginio Orsini ed il conte di Pitigliano, vedendosi traditi dal
Trivulzio, fuggirono in disordine verso Nola con tutta la loro
cavalleria, lasciando Napoli scoperto. Gli abitanti di Capoa, sebbene
fino allora si fossero mostrati attaccati alla casa d'Arragona,
abbandonarono il suo partito, vedendosi esposti pei primi al furore di
una barbara armata, e mentre che la nobiltà spediva deputazioni al re di
Francia, il popolaccio cominciava a saccheggiare gli equipaggi
dell'armata e quelli di Ferdinando. Mentre ciò accadeva, alcuni
foraggieri francesi si avanzarono fino presso alle porte di Capoa. Due
capitani tedeschi, Gasparo e Godefroy, che con alcuni loro compatriotti
si trovavano al soldo di Ferdinando, stavano allora di guardia alla
porta, ed uscirono colla loro gente per rispingere al di là del ponte i
saccomanni francesi. Ma non furono appena fuori delle mura, che gli
abitanti di Capoa chiusero le porte alle loro spalle ed innalzarono le
insegne della Francia. I Tedeschi di ritorno alla città furono forzati a
pregare inginocchiati di essere ricevuti dentro, onde non venire
esposti, nell'istante in cui avevano messo a pericolo le loro vite per
difendere i Capoani, ad essere tutti uccisi dal nemico che avevano
provocato. Dopo molte istanze, loro si permise di attraversare la città,
ma disarmati, e soltanto a dieci per volta, facendoli subito uscire per
l'opposta porta. Questi Tedeschi non avevano ancora fatte due miglia
sulla strada d'Aversa a Napoli, quando scontrarono Ferdinando, che
tornava sollecitamente al campo. Sebbene rattristato dalle notizie che
riceveva da loro, il giovane principe continuò il suo viaggio alla volta
di Capoa che trovò chiusa. Pregò da prima di essere ricevuto in città,
poi che i magistrati acconsentissero almeno di venire ad abboccarsi con
lui; ma non avendo risposta, nè vedendo comparire coloro che sapeva
essergli affezionati, mentre che la bandiera francese volteggiava di già
sulle mura, riprese tristamente la strada di Napoli[217].

  [217] _P. Jovii Hist., l. II, p. 51. — Fr. Guicciardini, l. I, p.
  69._

La nuova della diserzione del Trivulzio, e della sollevazione di Capoa
erasi, prima ch'egli vi giugnesse, sparsa nella capitale. Aversa aveva
di già spediti deputati a Carlo, la plebaglia napolitana aveva di nuovo
prese le armi, aveva chiuse le porte della città, al tutto risoluta di
non ricevervi l'armata fuggiasca; onde Ferdinando fu costretto di fare
un giro e di passare per Coronata, per entrare nel castello della città
cogli avanzi della sua armata. Il popolaccio, che scorreva le strade in
tumulto, andò bentosto a saccheggiare sotto i suoi occhi medesimi le
scuderie reali. Ferdinando non sostenne tanta indegnità; sortì quasi
solo del castello e si gettò tra la gente per trattenerla. La maestà
reale, il rispetto, che ancora ispirava il suo carattere, la contenne
un'altra volta; gli uni gittarono le armi e caddero ai suoi piedi
chiedendo perdono, altri fuggirono abbandonando il loro bottino, e
Ferdinando, avendo allontanati i sediziosi dal luogo di sua dimora,
rientrò nel castello. Aveva colà ragunati circa cinquecento soldati
tedeschi, che fin allora gli si erano mantenuti fedeli, ed aveva posto
alla loro testa Alfonso d'Avalos, marchese di Pescaria: ma bentosto ebbe
qualche motivo di sospettare che questi medesimi Tedeschi pensassero a
farlo prigioniere per consegnarlo ai Francesi: immediatamente abbandonò
loro una parte delle ricchezze che si trovavano nel castello, e mentre
stavano dividendole fra di loro, fece bruciare quei vascelli che non
poteva condur seco, fece dare la libertà a quanti prigionieri di stato
si trovavano tuttavia nelle prigioni, ad eccezione del figlio del
principe di Rossano e del conte di Popoli, che condusse seco, e poi il
21 di febbrajo andò a bordo delle galere che teneva apparecchiate con
suo zio, don Federico, colla regina madre, vedova di suo avo, e colla
principessa Giovanna, sorella di suo padre. Erano rimasti sotto i suoi
ordini circa venti vascelli[218].

  [218] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 70. — Pauli Jovii Hist. sui temp.,
  l. II, p. 52. — Cron. Ven., t. XXIV, p. 14._

Un nuovo tradimento aspettava Ferdinando ad Ischia, ove diede fondo.
Giusto della Candina, Catalano, comandante del forte di quell'isola, non
volle ricevere il re fuggiasco. Ferdinando fece calde istanze per essere
ricevuto almeno con un solo compagno presso il governatore. Ma trovossi
appena a lui vicino che traendo fuori il suo pugnale, rimproverò
acremente a Giusto la sua ingratitudine; lo afferrò in mezzo alle sue
guardie, ed inspirò tanto terrore e tanto rispetto ai soldati, che potè
far aprire le porte alla sua guardia che lo stava aspettando al di
fuori, e rendersi padrone dell'isola e della fortezza[219].

  [219] _Fran. Guicciardini, l. I, p. 70. — Pauli Jovii Hist. sui
  temporis, l. II, p. 52. — Belcarii Rer. Gallic., l. VI, p. 152. —
  Summonte l. VI, c. II, p. 513._

Intanto la dedizione di Capoa e subito dopo l'evacuazione di Napoli
avevano scoraggiati tutti i partigiani che ancora conservava la casa
d'Arragona. Virginio Orsini ed il conte di Pitigliano, che si erano
ritirati a Nola con circa quattro cento cavalli, fecero domandare a
Carlo un salvacondotto; di già era loro stato promesso, quando vennero
attaccati da dugento cavalli della compagnia di Lignì. Essi si arresero
senza fare resistenza e lasciaronsi condurre prigionieri alla fortezza
di Mandragone, mentre che venivano svaligiati tutti i loro
equipaggi[220].

  [220] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 71. — Pauli Jovii Hist. sui temp.,
  l. II, p. 54. — Petri Bembi Hist. Ven., l. II, p. 30._

I deputati di Napoli eransi presentati a Carlo fino in Aversa e gli
avevano offerte le chiavi della città. Erano stati accolti con tripudio;
il re si era dato premura di confermare i privilegi di questa sua nuova
capitale, e di accordarne degli altri, ed aveva convenuto che farebbe il
suo ingresso all'indomani, domenica 22 di febbrajo[221]. Fu splendido e
magnifico quanto avrebbe potuto essere quello d'un vecchio monarca, o di
un liberatore, che tornasse dopo una lunga assenza in uno stato in cui
fosse teneramente amato. Tutte le fazioni, non escluse quelle, che erano
più affezionate alla casa di Arragona, e che da lei ricevuti avevano
tanti beneficj, parevano confondersi in una sola per celebrare con
tripudio un avvenimento che avrebbe dovuto sembrare così umiliante alla
fierezza italiana. Era un re straniero, accompagnato da truppe
straniere, che veniva a scacciare dal seno de' suoi compatriotti un re
italiano e tutta la sua famiglia, e che saliva sul di lui trono per
diritto di conquista. Ma non altro volevasi in lui riconoscere che il
rappresentante della casa d'Angiò, il legittimo successore dei principi
che avevano renduto illustre questo regno. E perchè castel Nuovo e
castel dell'Uovo erano tuttavia occupati dai soldati di Ferdinando,
Carlo, dopo essere stato al rendimento di grazie nella cattedrale, andò
ad alloggiare nel castello di Capuana, antica residenza dei re
francesi[222].

  [221] _André de la Vigne, Journal de Charles VIII, p. 132. — Diar.
  Ferrar., t. XXIV, p. 294. — Diar. Sanese Allegr. Allegretti, p. 480.
  — Rayn. An. Eccl. § 7, p. 440. — Summonte Ist. di Napoli, l. VI, c.
  II, p. 513._

  [222] _Fran. Guicciardini, l. I, p. 71. — Pauli Jovii Hist. sui
  temporis, l. II, p. 52. — Phil. de Comines, l. VII, c. XVI, p. 225.
  — Fr. Belcarii Comm. Rer. Gallic., l. VI, p. 153. — Arnold.
  Ferronii, l. I, p. 11._

Carlo VIII non pensava di lasciare lungo tempo in mano de' nemici i
castelli della sua capitale. All'indomani del suo arrivo fece innalzare
le batterie contro castel Nuovo su la piazza che gli sta di fronte e nel
giardino reale posto dall'altro lato. Sebbene gli assediati non
mancassero di artiglierie, non sapevano, come i Francesi, adoperarle
egualmente di giorno e di notte. Altronde le palle, cadendo in un
circondario murato, facevano balzare da ogni banda scheggie di sassi e
di muraglie, e cagionavano maggior danno che in aperta campagna. Non
erano state ancora inventate le bombe, nè verun projettile incendiario;
ma una palla, facendo scintillare una pietra, produsse l'effetto di una
granata nel magazzino della polvere. Una terribile esplosione uccise e
ferì moltissimi soldati; il magazzino della pece e della resina,
destinate ad essere gettate infiammate sugli assalitori, prese subito
fuoco e riempì di fiamme e di fumo tutta la parte del castello che non
era stata ruinata dall'esplosione. I feriti e coloro che fuggivano mezzo
abbrustoliti a traverso alle fiamme, non trovavano dove salvarsi, nè chi
li soccorresse o medicasse, e le lamentevoli loro grida agghiacciavano
di terrore gli altri soldati. Lo stesso capitano tedesco, Gasparo, che
tanto si era distinto colla sua costanza a Capoa, credendo omai la causa
di Ferdinando affatto disperata, confortò i suoi compatriotti a dividere
tra di loro ciò che ancora rimaneva dei tesori de' monarchi arragonesi,
affidati alla loro custodia, per poi ritirarsi. Infatti capitolarono
dopo questa vergognosa divisione, ed il 6 di marzo aprirono la porta di
castel Nuovo ai Francesi, mentre che Alfonso d'Avalos fuggiva sopra una
galera leggiera, ch'era rimasta ancorata nel porto[223].

  [223] _Pauli Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 53. — Franc.
  Guicciardini Ist., l. II, p. 83. — Mémoires de Phil. de Comines, l.
  VII, c. XVII, p. 231._

Castel dell'Uovo, seconda fortezza di Napoli, era fidata ad Antonio
Piccioli, capitano affezionatissimo alla casa d'Arragona: è questo
castello fabbricato in mare sopra uno scoglio isolato e separato dal
continente per opera degli uomini, ma signoreggiato da un altro elevato
scoglio, che oggi porta il nome di Forte sant'Elmo, e sul quale gli
Arragonesi avevano fabbricato un semplice ridotto, chiamato
Pizzifalcone. I Francesi occuparono facilmente questo posto, vi
portarono dell'artiglieria, e di là fulminando castel dell'Uovo, lo
costrinsero a capitolare il 15 di marzo[224].

  [224] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 83. — P. Jovii Hist., l. II, p.
  54. — Burchardi Diarium, ap. Raynald. Ann., 1495, § 7, p. 440._

Don Cesare d'Arragona, fratello naturale del re, che aveva difesi gli
Abruzzi con Bartolommeo d'Alviano e con Andrea Matteo d'Acquaviva, erasi
ritirato verso il contado di Molise con circa cinquecento uomini d'arme
e tre mila fanti. Proponevasi di attraversare la Puglia per far alto a
Brindisi, ad Otranto, o a Taranto, ed aspettare colà i soccorsi di
Ferdinando il Cattolico, quelli de' Turchi, e quelli degli stati
dell'alta Italia, di cui era di già noto il malcontento verso i
Francesi. Ma Fabrizio Colonna, che teneva dietro a questa piccola
armata, non la lasciava un giorno in riposo; ovunque il paese le si
ribellava; tutte le gole, tutti i passaggi de' fiumi erano custoditi da
contadini che avevano di già spiegate le bandiere di Francia. Don
Cesare, cui la diserzione toglieva ogni ora parte della sua truppa,
giunse a Brindisi soltanto con un pugno d'uomini d'arme, e conservò
questa fortezza al fratello. Tutto il rimanente della compagnia si
disperse, ed in tutte le province che stanno sull'Adriatico più non
trovossi in breve neppure un sol piccolo corpo d'armata che difendesse
il partito d'Arragona[225].

  [225] _P. Jovii, l. II, p. 54. — Phil. de Comines Mém., l. VII. c.
  XVI, p. 226._

Il terrore che precedeva le armate francesi, e faceva egli solo le
conquiste, si estese ancora sull'altra riva dell'Adriatico. I Turchi
dell'Epiro e della Macedonia, vedendo volteggiare le insegne francesi su
tutte le città napolitane, furono da tanto terrore compresi che
abbandonarono quasi tutte le città delle coste, ov'erano di guarnigione.
Per lo contrario i Greci si affrettarono d'acquistar armi, cavalli e
viveri, apparecchiandosi con imprudente pubblicità alla carnificina dei
loro oppressori, che doveva cominciare, dicevano essi, tostocchè il
primo battaglione francese scenderebbe sulle loro spiagge. Queste
inconsiderate dimostrazioni portarono bentosto sopra di loro la ruina e
la distruzione[226]. Un arcivescovo di Durazzo, nato albanese, era stato
incaricato da Carlo VIII delle sue negoziazioni nella Grecia: era costui
assecondato da Costantino Arianite, zio di Maria, marchesana di
Monferrato, presso la quale erasi rifugiato, pretendendo di essere
l'erede del regno di Tessalonica e di Servia[227]. Eransi ambidue uniti
in Venezia con Filippo di Comines, ed avevano estese le loro
corrispondenze su tutte le coste dell'Albania. Ma l'arcivescovo di
Durazzo, uomo leggiero e vanaglorioso, invece di celare queste pratiche,
vi poneva tanta ostentazione, che i Veneziani, di già aombrati dei
prosperi avvenimenti de' Francesi, lo fecero arrestare nell'istante in
cui voleva partire sopra una nave carica di armi alla volta dell'Epiro.
Spedirono tutte le sue carte a Bajazette, ed alcune migliaja di
Cristiani greci furono vittima dell'imprudenza francese e della perfida
politica di Venezia[228].

  [226] _P. Jovii, l. II, p. 55. — Petri Bembi Hist. Ven., l. II, p.
  51._

  [227] Maria, madre e tutrice di Guglielmo Giovanni di Monferrato,
  era nipotina di Stefano, ultimo despota della Servia. Essa chiamò,
  nel 1486, Costantino Arianite, suo zio, alla sua corte, e questi
  cominciò da quel punto ad acquistare sull'animo di Maria un impero
  assoluto. _Benvenuto de Sancto Georgio Hist. Montisferrati, t.
  XXIII, p. 756._

  [228] _Phil. de Comines Mém., l. VII, c. XVII, p. 232. — Fr.
  Guicciardini, l. II, p. 86._

Pure bastava osservare da vicino l'armata francese per non aver fiducia
nella continuazione de' suoi progressi, o del suo dominio in Italia.
Papa Alessandro VI diceva che aveva conquistato il regno di Napoli colla
creta e cogli speroni di legno, perchè, non trovando in verun luogo
resistenza, era sempre preceduta da' suoi forieri, che segnavano gli
alloggi nelle città in cui doveva arrivare per prendere i suoi
quartieri; e perchè gli uomini d'armi, per non istancarsi portando le
loro pesanti armature che tenevano in serbo pel giorno della battaglia,
si avanzavano a cavallo in veste da camera, colle pantoffole, a cui
adattavano una punta di legno, che loro serviva di sprone[229]. Ma
questa armata, che ancora non aveva combattuto, aveva di sè concepita
una così alta opinione, e tanto disprezzo per gli Italiani, che erano
fuggiti innanzi alla sua vanguardia, che la sua insolenza dovea rendere
in breve il suo giogo insoffribile.

  [229] _Phil. de Comines Mém., l. VII, c. XIV, p. 212._

Perron de' Baschi e d'Aubignì furono mandati in Calabria senza soldati,
per prendere possesso della provincia, e non già per conquistarla;
infatti tutte le città loro aprirono la porte, ad eccezione di Tropea e
d'Amantea sul golfo di sant'Eufemia: anche queste avevano spiegate le
insegne francesi, ma, sentendo ch'erano state date in feudo ad un barone
francese, siccome volevano essere direttamente dipendenti dalla corona,
rialzarono le bandiere d'Arragona[230]. Reggio, la cittadella di Scilla,
quelle di Bari e di Gallipoli in ferra d'Otranto, si mantennero pure
fedeli a Ferdinando[231]. Altrove tutte le province erano sottomesse, e
tutti i principali signori del regno si affrettarono di recarsi a
Napoli, per fare la loro corte al monarca francese. Soltanto il marchese
di Pescara, il conte d'Acri ed il marchese di Squillace eransi rifugiati
in Sicilia, mentre che vedevasi presso di Carlo VIII il principe di
Salerno, ch'era giunto colla flotta francese, il principe di Bisignano,
suo fratello, ed i suoi figliuoli, il duca di Melfi, il duca di Gravina,
il vecchio duca di Sora, i fratelli ed i nipoti del marchese di Pescara,
il conte di Montorio, i conti di Fondi, di Celano, di Troja, quello di
Popoli, che fu trovato nelle prigioni di Napoli, il Marchese di Venafro,
tutti i Caldoreschi ed i conti di Matalona e di Merillano[232]. Ma
mentre che tutti si davano premura di testificare il loro attaccamento
ed ubbidienza, i Francesi mostravano di non trovarne veruno degno di
riguardo e di stima. Carlo VIII privò la maggior parte di loro de' feudi
o degli ufficj che tenevano dalla corona per darli ai Francesi. Non
fuvvi forse un solo gentiluomo, cui il re non togliesse qualche cosa, e
non gettasse in tal modo nel partito de' malcontenti. Gli antichi
partigiani della casa d'Angiò avevano sperato col trionfo della loro
fazione d'essere ristabiliti nel possedimento de' beni altre volte
confiscati a danno loro; ma un tale sconvolgimento di tutte le fortune,
dopo sessant'anni di possesso, sarebbe stato senza dubbio altrettanto
impolitico che ingiusto; avrebbe rinnovato il male del primo spoglio
invece di ripararlo. Frattanto non potevasi, senza infiniti riguardi,
distruggere le speranze del solo partito su cui potesse nel regno
contare la casa di Francia: in difetto di riconoscenza, la prudenza
avrebbe dovuto consigliare il re di cercare con ogni mezzo compensi alle
perdite delle famiglie che avevano sofferto per cagion sua, e di
reprimere ogni inclinazione a gratuiti doni, finchè non era soddisfatto
un debito così sacro; quindi il partito d'Angiò accolse con indignazione
l'editto che manteneva i nuovi acquirenti nel possesso de' beni
confiscati, e che loro prometteva _mano forte_ per ristabilirveli,
qualora ne fossero stati scacciati colla forza, perchè si seppe che il
presidente di Gannay ed il siniscalco di Belcarico erano stati
guadagnati col danaro per proclamare questo editto[233].

  [230] _Phil de Comines Mém., l. VII, c. XVI, p. 226. — Fr.
  Guicciardini Ist., l. II, p. 84._

  [231] _Barth. Senaregæ de Reb. Gen., t. XXIV, p. 547._

  [232] _Mém. de Phil. de Comines, l. VII, c. XVI, p. 227._

  [233] _Mém. de Phil de Comines, l. VII, c. XVII, p. 230._

Sembrava che il re non avesse tentata l'impresa di Napoli che per darsi
in preda ai piaceri in questa sua nuova capitale, celebrarvi feste e
tornei, ed associare la galanteria francese al lusso ed alla dilicatezza
de' Napolitani. I suoi cortigiani, renduti orgogliosi da questa guerra
senza battaglie, si davano perdutamente in preda a tutti i piaceri. Gli
stessi semplici soldati, svizzeri, francesi e tedeschi erano snervati
dalla mollezza che suole ispirare un delizioso clima. L'abbondanza ed il
tenue prezzo de' più squisiti vini, la varietà de' frutti e de' prodotti
di quel fertile suolo gli avvezzavano a piaceri ancora ignoti. Più non
aravi chi pensasse alla spedizione della Grecia, veruno voleva più
esporsi a nuove fatiche, a nuovi rischi; e questo progetto, annunciato
alla Cristianità per santificare la guerra d'Italia, omai più non
sembrava che un vano pretesto, col quale si era cercato d'ingannare
tutti i principi d'Europa[234].

  [234] _P. Jovii Hist., l. II, p. 55. — Burchardi Diar. ap. Rayn.
  1495, § 10, p. 442. — Fr. Belcarii Comm., l. VI, p. 154._

Nè Carlo prendevasi maggior pensiere degli apparecchi di difesa, e de'
mezzi di mantenersi, che di portare più in là i suoi attacchi. Vero è
che due volte si era abboccato con don Federico d'Arragona, che si era
recato presso di lui sotto la fede di un salvacondotto. Carlo, per
ridurre Ferdinando II a rinunciare alle sue pretese sulla corona di
Napoli, gli offriva in compenso un ducato nell'interno della Francia, ma
Ferdinando voleva conservare il titolo di re ed il governo di Napoli,
offrendo soltanto di rendere la propria corona tributaria di quella di
Francia, e di dare alcune piazze in mano a' Francesi. Le negoziazioni si
ruppero, ma non perciò Carlo fece verun tentativo per isloggiare il suo
rivale da Ischia[235]. Non mantenne approvvigionate le fortezze che
aveva occupate; abbandonò inconsideratamente tutte le vittovaglie
ragunate nel castello di Napoli a coloro che gliele avevano chieste in
dono. Nominò de' Francesi per governatori di tutte le città e fortezze
del regno; e questi, colla medesima leggerezza, non pensando che ad
accumulare danaro per mezzo della carica che avevano ottenuta, invece di
accrescere le loro forze, e di porsi in istato di difesa, vendettero al
migliore offerente gli approvvigionamenti e le armi che trovarono nelle
fortezze. Fu appunto in mezzo a tale profonda sicurezza, alle feste ed
ai dissipamenti, che il re e l'armata francese furono improvvisamente
risvegliati dalla notizia della burrasca che si andava condensando
contro di loro nella parte settentrionale d'Italia, e che videro
succedere ad una quasi miracolosa prosperità il non men rapido torrente
dell'avversità[236].

  [235] _Phil. de Comines, l. VII, c. XVII, p. 228. — Franc.
  Guicciardini, l. II, p. 84. — Arnoldi Ferronii, l. I, p. 11._

  [236] _Phil. de Comines Mém., l. VII, c. XVII, p. 231. — Fr.
  Guicciardini, l. II, p. 86. — Hist. de France par un gentilhomme du
  duc d'Angoulême, pubbliée par Denys Godefroy: Charles VIII, p. 103._



CAPITOLO XCV.

      _Risoluzioni cagionate in Toscana dal passaggio di Carlo VIII. —
      Sforzi dei Fiorentini per riconstituire la loro repubblica,
      sottomettere Pisa e sottrarsi all'odio de' Sienesi, de'
      Lucchesi, de' Genovesi. — Inquietudini de' Veneziani pei
      successi di Carlo VIII; lega dell'Italia per conservarne
      l'indipendenza._

1494 = 1495.


Carlo VIII erasi trattenuto poco più di un mese in Toscana, dal suo
ingresso in Sarzana fino all'uscita dallo stato di Siena; ma in così
breve spazio di tempo aveva interamente sovvertiti gli ordini tutti di
quella provincia. Da oltre un secolo i Fiorentini vi avevano acquistata
una tale preponderanza, che soli conservavano una decisa influenza sulla
politica del resto dell'Italia e su quella dell'Europa. Le varie città
del loro territorio erano così pienamente soggette, che più non
parlavasi delle antiche loro fazioni, e che se qualche abuso di
autorità, o le pratiche di qualche ambizioso vi facevano nascere una
sollevazione era quasi subito compressa. Soltanto Siena e Lucca
conservavano la loro indipendenza, ma non potendo lottare con uno stato
così potente come quello di Firenze, cercavano di farsi dimenticare, non
prendendo parte nella politica generale d'Italia, e, malgrado la segreta
loro gelosia, mantenendosi sempre in pace coi Fiorentini. Tutt'ad un
tratto l'armata francese, che attraversava la Toscana, rende a Pisa
quella libertà che aveva perduta già da ottantasette anni, rovescia il
governo stabilito in Firenze da circa sessant'anni, diffonde in tutto lo
stato fiorentino semi d'insubordinazione e progetti d'indipendenza cui
tenne dietro bentosto la ribellione di Montepulciano, dà incoraggiamento
ai Genovesi per ricuperare colle armi Sarzana e Pietra Santa che avevano
perdute in una precedente guerra, ridona ai Lucchesi ed ai Sienesi
l'audacia da più anni deposta di provocare il risentimento de'
Fiorentini e di allearsi coi loro nemici, per ultimo distrugge con
questa universale opposizione d'interessi e di passioni le forze di una
delle più potenti contrade d'Italia, di una contrada, che più d'ogni
altra sarebbesi presa cura di difendere l'indipendenza nazionale, e che
ne avrebbe trovata la forza, se non nello spirito bellicoso dei suoi
abitanti, almeno nella ricchezza delle sue città e nella saviezza de'
suoi governi.

Firenze aveva perduto la maggior parte delle sue abitudini repubblicane
ne' sessant'anni ne' quali aveva ubbidito ad una famiglia che, per
nascondere il suo despotismo, si circondava con una stretta oligarchia.
Ricuperando la massa de' suoi diritti, questa repubblica ignorava quale
ne fosse l'estensione. Quasi tutti gl'Italiani desideravano la libertà,
ma questa libertà non era in verun modo definita, e niuno rendevasi
conto dello scopo cui voleva giugnere. Alcuni notabili abusi nel governo
di un solo ferivano tutti coloro che lo avevano sperimentato, e lo
stesso nome di monarchia pareva che escludesse qualunque idea di
libertà. Per opposizione chiamavasi repubblica il governo, in cui
l'autorità di molti teneva luogo di quella di un solo, e risguardavasi
come la meglio costituita repubblica quella che aveva cimentata la
propria esistenza con maggiori mezzi, e che aveva lungo tempo potuto
respingere il potere monarchico. Ma non si esaminava giammai se in tale
o tale altra repubblica eravi più o meno libertà, se la medesima
instituzione che ne guarentiva la durata non aveva poi distrutta del
tutto la sicurezza del cittadino; e mai non si assoggettava il governo
alla sola prova che possa far conoscere la sua bontà o i suoi difetti,
non esaminando se rendeva felice il maggior numero possibile de'
cittadini che gli erano subordinati, e se li rendeva in pari tempo più
perfetti, sviluppandone le facoltà.

La provvidenza ha impresso nel cuore dell'uomo il desiderio della
felicità, ed è questo il principio delle sue azioni; ma pare avergli
nello stesso tempo indicato un più alto scopo, mercè le facoltà che gli
diede, il piacere che ha attaccato allo sviluppo delle medesime, il
costante desiderio di un più perfetto stato, che dà forza allo spirito
dell'uomo. Per ogni condizione, per ogni grado di lumi avvi un
corrispondente grado di felicità, che soddisfa coloro che non ne
conoscono un più sublime. I popoli più abbrutiti risguardano come
felicità il riposo, l'ubbriachezza e gli eccessi di gioja dipendenti da
cagioni tutte fisiche. Ci si dice che lo schiavo negro è felice, perchè
ne' brevi riposi che gli si accordano ne' giorni festivi, le grida di
gioja animano le sue danze, e perchè si abbandona ai piaceri
dell'ubbriachezza e dell'amore. Ma di mano in mano che si levano gli
ostacoli che si oppongono allo svolgimento delle facoltà dell'uomo, la
sua felicità viene formata da più nobili piaceri: il pensiero, il
sentimento, la coscienza di sè medesimo contribuiscono principalmente ai
suoi piaceri. La di lui anima diventa la parte più grande del suo
essere; è l'anima che chiede di essere soddisfatta, che può essere tocca
in mille modi, e che sdegnasi contro gli ostacoli onde si cerca di
caricarla. In questo stato perfezionato, i patimenti sono forse più
vivi, ma più nobili sono i piaceri, più conformi all'umana natura ed
allo scopo della provvidenza; perciocchè non ci ha questa dato il
desiderio e la forza di elevarci, affinchè cercassimo il piacere
nell'abbrutimento; ma per lo contrario vuole che germoglino tutte le
facoltà di cui pose in noi le sementi. Non si può rispondere
all'inchiesta: se l'uomo pensante, l'uomo morale, l'uomo libero, sia più
felice che l'uomo abbrutito, perchè non si può confrontare la felicità
del bruto con quella di una celeste intelligenza. Ma ben si può
rispondere, che l'uomo pensante, l'uomo morale, l'uomo libero si è
uniformato alla propria natura, e che l'uomo, che ha perduta la
riflessione, la libertà, e quella fierezza che sta nel sentimento
dell'onore e del dovere, ha depravata la sua natura.

Un governo deve dunque essere riputato buono, non solo quando rende gli
uomini felici, ma quando li rende felici come uomini; e deve riputarsi
malvagio, quando loro non accorda che la felicità dei bruti. Il primo è
tanto migliore in quanto rende proporzionatamente un maggiore numero di
membri dello stato suscettibili della felicità morale; tanto più
malvagio è il secondo, quanto ne riduce un più gran numero a non
desiderare che i soli piaceri fisici.

Coloro che una volta assaporarono la libertà politica, sanno che il più
sicuro mezzo di elevare l'anima, di farla uscire dallo stretto cerchio
degl'interessi egoisti, di abituarla a più nobili pensieri, ad idee più
generali, di convincerla della sua propria dignità, di farle desiderare
le cognizioni, e preferire i piaceri che derivano dal pensiere o dal
cuore, è quello d'innalzare l'uomo al grado di cittadino, di dargli un
interesse nella cosa pubblica, ed una qualche parte nella sovranità.
Sanno ancora che il più sicuro mezzo di abbassare l'anima è quello di
tenerla costantemente sotto tutela, di nudrirla di vani timori, di
privarla di ogni confidenza nel suo buon diritto, di ogni indipendenza
nelle sue scelte, in fine di assoggettarla ad un'autorità arbitraria,
che in tutte le circostanze della vita sostituisce alla volontà
dell'individuo il comando del superiore. Così il grande scopo di un buon
governo, dovendo essere quello di elevare gli uomini, vi riesce tanto
più facilmente, quanto più grande è il numero de' cittadini che mette a
parte dell'autorità suprema, e quanto meglio protegge il libero arbitrio
di ogni suddito, la sua sicurezza ed i suoi diritti contro tutti gli
abusi del potere.

Sotto il nome di libertà si confondono sempre una facoltà ed una
guarenzia che non hanno strettissima relazione: la libertà politica
degli stati consiste nella partecipazione del maggior numero possibile
di cittadini alla sovranità: l'individuale libertà de' cittadini
consiste nella garanzia di tutti que' loro diritti di cui non fu
necessario lo spogliarli perchè il governo potesse mantenersi; questa
adunque consiste nella loro sicurezza personale, nella conservazione
della loro proprietà, nella imparzialità dei tribunali, nella certezza
della giustizia, nell'impossibilità di arbitrarie vessazioni. Queste due
libertà non erano definite nelle repubbliche dei secoli di mezzo, ed
erano affatto disugualmente guarentite. Forse in verun paese la gran
massa dei sudditi dello stato era più esclusa che a Venezia dal governo.
Mentre due in tre mila gentiluomini formavano soli tutta la repubblica,
contavansi nella sola Venezia cento cinquanta mila abitanti, e le
province di terra ferma, in Italia, in Dalmazia e nella Grecia,
contenevano alcuni milioni di sudditi. Tutti erano esclusi dalla più
sospettosa gelosia dalla conoscenza di ciò che chiamavasi i segreti
dello stato. Qualunque tentativo avessero fatto per essere partecipi del
governo sarebbesi considerato come una cospirazione, e punito come un
delitto. In verun altro stato, nè meno nel più dispotico, l'autorità del
governo era così fondata sul terrore; in niun luogo i tribunali non si
cuoprivano di un più profondo segreto e di più spaventose forme; in niun
luogo non disponevano più arbitrariamente della libertà e della vita dei
cittadini come de' sudditi, in niuna parte i colpi di stato, avvolti
nello stesso tempo in più misteriosa oscurità, punivano con più
terribili gastighi, coloro che avevano eccitati i sospetti di una gelosa
oligarchia.

Non pertanto di que' tempi la repubblica di Venezia aveva già sussistito
più di mille anni; appena era stata agitata da alcune guerre civili, e
già da più secoli aveva compresse tutte le fazioni, prevenute le
congiure prima che scoppiassero, e tutte evitate le rivoluzioni. Al di
fuori la sua politica costantemente felice le aveva assoggettati nuovi
stati, dilatato da tutte le bande il suo dominio intorno alle lagune,
entro le quali stava originariamente chiusa, accresciute le ricchezze,
il commercio, l'industria, e ridotti tutti i suoi vicini a rispettarla
ed a temerla. Tutti i quali vantaggi non erano veramente dovuti a
libertà, perciocchè questa non era a Venezia conosciuta, ma alla forma
repubblicana del suo governo, alla prudenza del senato, superiore di
lunga mano a quella di un principe, alla sua inalterabile costanza, alla
sua parsimonia, che andava continuamente accumulando que' tesori che la
prodigalità di una nascente corte avrebbe dissipati, per ultimo
all'intero sagrificio per la cosa pubblica della classe meno numerosa ma
ricca e provveduta di molte dottrine, cui apparteneva lo stato.

Ma la durata e la potenza sono le due prerogative che più colpiscono gli
occhi degli uomini; e Venezia inspirava a tutta l'Italia l'ammirazione
ed il rispetto che una repubblica non suole acquistare che per mezzo di
una libera e giusta costituzione. Quando si trattò di ricostituire il
governo di Firenze, quest'ammirazione per Venezia venne egualmente
professata da tutti i partiti: fu l'esemplare che gli uomini di stato
presero reciprocamente ad imitare, e sul quale cercarono tutti di
giustificare il proprio sistema. In quella guisa che a' dì nostri si è
veduto l'esempio dell'Inghilterra proposto a vicenda da tutti i partiti,
ed in tutti i paesi che aspiravano ad essere liberi; così si vide a
Firenze, dopo la caduta del governo de' Medici, tutti i politici cercare
in Venezia un modello per la nuova repubblica. Paolo Antonio Soderini,
universalmente riputato, desiderando di allargare la periferia
dell'aristocrazia, e di rendere partecipi della sovranità un maggior
numero di Fiorentini, propose per modello ai suoi concittadini Venezia;
mostrò che il numero de' suoi gentiluomini pareggiava quello degli
uomini ch'egli chiamava ad essere riconosciuti a Firenze in qualità di
cittadini attivi; si dolse che inveterate abitudini, pregiudizj radicati
nel popolo, non permettessero di rendere più perfetta la rassomiglianza
delle due repubbliche, e finalmente protestò, che a' suoi occhi la più
felice sorte di Firenze sarebbe quella di giugnere allo stesso grado di
stabilità e di saviezza che i Veneziani avevano saputo dare al loro
governo[237]. In appresso fu veduto Guido Antonio Vespucci, famoso
legista, ed in particolar modo rinomato per la sua accortezza e per la
forza del suo argomentare, proclamare i vantaggi dell'aristocrazia,
inveire contro l'imprudenza e la versatilità del popolo, opporre la
saggezza di un senato all'instabilità della moltitudine, e, ritorcendo
l'esempio della repubblica di Venezia contro il suo avversario, far
vedere che in questa repubblica, oggetto dell'universale ammirazione,
non era altrimenti il corpo dei gentiluomini, ma un'oligarchia di
pochissimi membri de' supremi consiglj, che effettivamente esercitava la
sovranità[238]. Il padre Savonarola, mescolando la divina autorità agli
affari dello stato, spalleggiandosi colle proprie rivelazioni, e col
diritto che aveva G. Cristo di essere solo il re di Firenze, fu visto
consultare non pertanto l'esempio de' Veneziani rispetto alla
costituzione che dar voleva alla repubblica[239]. Per ultimo tutti gli
speculativi politici dell'Italia, Guicciardini, Giovio, Varchi e
particolarmente il Machiavelli, andavano d'accordo nel particolare della
loro ammirazione per Venezia. Filippo di Comines, il più filosofo degli
storici francesi di quel secolo, e che più d'ogni altro aveva meditata
la costituzione de' governi, professava i medesimi sentimenti[240]. Il
Machiavelli non ravvisava nella storia del mondo che tre repubbliche, le
quali meritassero di essere studiate ed imitate, cioè Roma, Sparta e
Venezia. Le ultime due gli sembravano appartenere alla stessa classe, e
dalla lunga durata della loro costituzione conchiudeva che la sua forma
era la migliore; ma non la riputava propria che allo stato stazionario,
in quanto che una città sfugge il pericolo di essere attaccata, e che
resiste alla tentazione delle conquiste. Perciò egli risguardava la
costituzione della repubblica romana, siccome la più degna di essere
imitata, e come più accomodata alle circostanze nelle quali suole
strascinare la fatalità o la forza delle umane passioni, non come la
migliore. Il difetto di quella di Venezia non era già ai di lui occhi
quello di non conoscere la libertà, ma quello di essere esposta a
corrompersi, allorchè le conquiste ingrandirebbero il territorio della
repubblica[241].

  [237] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 77._

  [238] _Ivi, p. 80._

  [239] _Vita di Girolamo Savonarola, l. II, c. 17, e seg. p. 85. —
  Jac. Nardi Ist. Fior., l. I, p. 29._

  [240] _Phil. de Comines, Mém., l. VII, c. XVIII. p. 243._

  [241] _Machiavelli disc. sopra T. Livio, l. I c. 5 e 6._

Conoscevansi allora in Firenze tre partiti, tra i quali disaminavasi la
nuova costituzione da darsi alla repubblica, ed ognuno cercava di
guadagnare per sè solo il potere. Il primo ed il più considerabile, sia
pel rango e per l'anzianità delle case che vi erano addette, sia pel
numero de' più oscuri cittadini, che seguivano le loro insegne, sia per
le disinteressate sue mire e per la moralità che professava, era sotto
l'immediata influenza di frate Girolamo Savonarola. Era composto di
cittadini che, proponendosi ad un solo tempo la riforma dello stato e
della Chiesa, risguardavano la libertà e la religione come inseparabili,
accusavano la tirannia dei Medici di avere corrotti i costumi e scossa
la fede, e non isperavano il ristabilimento dell'antica purità che in
quanto fosse guarentita dalla libertà. Costoro desideravano un governo
popolare, cui fosse interessata la gran massa dei cittadini; ma perchè
non separavano mai i loro voti per una più libera costituzione dalle
esortazioni alla riforma ed alla penitenza, ebbero il soprannome di
_Frateschi_ e di _Piagnoni_. Francesco Valori e Paolo Antonio Soderini,
erano, dopo il Savonarola, i più distinti capi di questo partito[242].

  [242] Comment. di Filippo Nerli, l. IV, p. 68.

La fazione direttamente opposta a questa era principalmente formata da
coloro, che, avendo avuto parte nel governo dei Medici, ed in appresso
disgustatisi coi capi di quella famiglia, avrebbero voluto conservare
per se medesimi l'autorità tolta ai Medici, e sottentrare nelle quasi
monarchiche prerogative di Pietro, mercè di una stretta oligarchia.
Erano costoro secondati dalla maggior parte della gioventù appartenente
alle famiglie nobili, le quali non sapevano assoggettarsi alla riforma
de' costumi ed alla monacale austerità ordinata dal Savonarola. Aveano
sospetti di frode e d'ipocrisia coloro che andavano sempre
intrattenendoli con ragionamenti di profezie, di miracoli, di digiuni, e
non volevano accomodarsi ad una cotale libertà, che priverebbe la loro
vita di ogni piacere. Avevano questi giovani patrizj formata una
società, di cui era capo Dolfo Spini, uomo appartenente ad illustre e
ricca famiglia, ma cui mancavano i talenti ed il carattere necessario ad
un capo di partito. Sebbene fosse questa società principalmente dedita
al piacere, non lasciava di guadagnare colla sua unione una
ragguardevole influenza politica. Diede costei il suo nome al partito
degli _arrabbiati_ o de' _compagnacci_; mentre che i più saggi
oligarchi, che prevalevansi di lei senza associarvisi, si attenevano
principalmente ai consiglj di Guido Antonio Vespucci[243].

  [243] _Fil. de' Nerli. Comm., l. IV, p. 68._

Per ultimo eravi nella repubblica un terzo partito, quello de' Medici,
che trovandosi egualmente in lotta cogli altri due, non ardiva
apertamente professare le sue mire. Si teneva in silenzio ne' consiglj,
e sembrava non prendere parte alle deliberazioni; ma quando giugneva
l'istante di votare, si rendeva manifesta l'influenza de' suoi suffragi.

Davasi ai membri di questo partito il nome di _bigi_, volendo quasi
indicare l'oscurità in cui s'avvolgevano. L'oligarchia aveva voluto
proscriverli, per istabilirsi più solidamente, mentre che il Savonarola
predicava al suo partito il perdono e la riconciliazione; tanto bastò,
perchè i bigi assecondassero i voti della fazione popolare, che anche
senza di loro aveva di già il vantaggio del numero[244].

  [244] _Filippo de' Nerli Comment., l. IV, p. 49._

Carlo VIII era partito da Firenze il 26 di novembre, ed il 2 di dicembre
la signoria adunò il popolo a parlamento sulla pubblica piazza.
Quantunque il parlamento sanzionasse sempre tutte le rivoluzioni, non
pertanto la sua convocazione era un omaggio che rendevasi alla sovranità
del popolo, risguardandolo siccome il solo che potesse dispensare dalla
costituzione, e stabilire un'autorità superiore alle leggi. Era questa
l'autorità che la signoria ed il collegio volevano chiedere sotto il
nome di _Balìa_, onde procedere alla ricostituzione della repubblica.
Per altro siccome i priori volevano guadagnarsi i suffragi di quel
popolo che mostravano di consultare, appostarono a tutti i capi strada
della piazza alcuni giovani delle principali famiglie con alcuni fanti
armati, _onde impedire_, secondo essi dicevano, _che la piazza non si
empisse di plebei, o di nemici del nuovo governo_, quando il suono della
campana chiamerebbe tutti i cittadini a ragunarsi disarmati per
compagnia sotto i rispettivi gonfaloni[245]. Essendosi il popolo adunato
senza tumulto, la signoria scese di palazzo sul balcone che dominava la
piazza. Fece leggere le condizioni della balìa ch'essa chiedeva; poi
invitò il popolo a dichiarare se trovavansi in piazza adunati i due
terzi de' cittadini fiorentini: e fu risposto per acclamazione
affermativamente; domandò ancora se il popolo voleva che la signoria ed
il collegio fossero temporariamente rivestiti di tutta l'autorità della
nazione fiorentina, e fu nuovamente risposto di sì per acclamazione:
allora la signoria tornò in palazzo ed il popolo si ritirò[246].

  [245] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 206. — Gio. Cambi, t. XXI, p.
  82._

  [246] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 206. — Gio. Cambi, t. XXI, p.
  82._

I partiti non avevano per altro fatto bastante esperimento delle loro
forze, ed in questa così subita rivoluzione appena si conosceva verso
quale scopo tendesse ogni cittadino. Perciò incerte furono le prime
operazioni della balìa, e non lasciarono travedere se il governo
piegherebbe verso l'aristocrazia o verso la democrazia: limitossi a
nominare venti commissarj, i quali, sotto il nome di _accoppiatori_,
dovevano entro lo spazio di un anno, procedere essi soli alle elezioni
della signoria, o, secondo il linguaggio adoperato in Firenze, _tenere
le borse_. Uno solo degli accoppiatori poteva avere meno di
quarant'anni, e quest'eccezione fu fatta a favore di Lorenzo, figlio di
Pier Francesco de' Medici, che il partito oligarchico meditava di
sollevare al posto che in addietro occupava suo cugino. In pari tempo la
signoria rinnovò l'ufficio dittatoriale de' dieci della guerra, che
costumavasi di nominare in tutte le difficili circostanze; soltanto per
dar loro un nome di migliore augurio, furono questa volta chiamati i
dieci della guerra e della pace[247].

  [247] _Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 83._

Ma i venti accoppiatori, ai quali era stata imprudentemente
dall'autorità essenzialmente popolare conferita la facoltà di tutte le
elezioni della repubblica, trovaronsi fino nella prima adunanza così
poco d'accordo nelle loro mire, ed in tante parti divisi, che riusciva
difficilissima l'esecuzione dell'ufficio loro affidato. Non potendo tra
di loro ottenere un'assoluta maggiorità per veruna elezione, e non
avendo ancora trovato lo spediente di ballottare in un secondo scrutinio
quelli che avevano nel primo riuniti più voti, furono costretti ad
accontentarsi d'una maggiorità relativa; e con ciò si videro
gonfalonieri e priori eletti soltanto da tre o quattro suffragj[248]. La
mancanza di accordo e di unità fece bentosto loro perdere ogni
considerazione nella repubblica; ed intanto il Savonarola nelle sue
prediche, ed i capi del partito popolare ne' loro discorsi, attaccavano
arditamente l'opera del parlamento e della balìa[249]: dicevano che
ambedue altro fatto non avevano che mutare di posto la tirannide, invece
di distruggerla. Chiedevano che il potere delle elezioni si restituisse
al popolo, il quale è più atto a conoscere i soggetti degni di
confidenza, che non a deliberare egli stesso; che tutti i cittadini, i
di cui antenati avevano partecipato agli onori dello stato, venissero
ammessi nel sovrano consiglio, e che questo consiglio dasse la sanzione
a tutte le leggi, mentre che un altro assai meno numeroso consiglio, e
da lui deputato, concorrerebbe colla signoria alla pubblica
amministrazione. Savonarola invitò la signoria ed il popolo a recarsi
alla sua chiesa, da cui questa volta escluse le femmine, ed in un
eloquente sermone, fatto sul pulpito, ricapitolò queste proposizioni,
conchiudendo con una calda preghiera di pubblicare un'amnistia per tutti
i delitti, che si erano potuti commettere sotto il precedente governo
fino alla rivoluzione[250].

  [248] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 207._

  [249] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 82._

  [250] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. I, p. 29._

Queste proposizioni non si accordavano colle segrete mire della balìa e
degli accoppiatori: ed in ispecial modo l'amnistia veniva ricusata dal
loro desiderio di vendetta, e dalla speranza di arricchirsi a spese di
coloro che sarebbero proscritti. Però cominciavano a conoscere il potere
della pubblica opinione, e vedevansi successivamente forzati a cedere su
tutti i punti. Di tutti il più importante era la formazione del
consiglio generale: il 23 di dicembre la signoria fece ai due consiglj
dei cento e dei settanta la proposizione di formare un consiglio sovrano
di tutti i cittadini di Firenze, e questa proposizione fu adottata.
Tutti coloro i quali poterono provare che il loro padre, l'avo, o il
bisavo, avevano partecipato ai diritti della cittadinanza, furono
dichiarati membri del gran consiglio, e questo consiglio, che contò fino
mille ottocento cittadini, doveva consultarsi intorno a tutte le
imposte, ed a tutte le leggi, dopo che la signoria ne avrebbe fatta la
proposizione ad un consiglio di ottanta membri, che venne scelto per
intermediario tra il governo ed il popolo. Poco dopo si proclamò come
legge dello stato l'amnistia proposta dal Savonarola[251], e dopo non
molti mesi, il 1.º luglio del 1495, la facoltà di eleggere la signoria,
che per lo spazio di un anno era stata delegata ai venti accoppiatori,
venne tolta loro per esser data al consiglio generale. Fu questa la
prima volta che in Firenze si sostituisse un'elezione veramente popolare
ai due egualmente pericolosi metodi di un'estrazione a sorte, e di una
scelta oligarchica[252].

  [251] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 83. — Jac. Nardi Ist. Fior., l.
  II, p. 34._

  [252] _Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 90._

Mentre i Fiorentini riformavano una repubblica corrotta da sessant'anni
di abitudini monarchiche, i Pisani ricostituivano la loro dopo oltre
ottant'anni d'intera oppressione. Il corso della prosperità non si era
interrotto per rispetto ai primi, di modo che, camminando col loro
secolo, avevano sempre più coltivato il loro spirito, e giammai la loro
repubblica aveva posseduto un maggior numero di reputati scrittori. Per
lo contrario i Pisani, ributtati da tutte le strade che potevano tenere
per arricchirsi, o per ottenere il premio de' loro sforzi, avevano
parimenti abbandonate le lettere ed il commercio, di modo che non è
rimasto un solo storico del loro paese, e neppure un'informe cronaca per
raccontare i lunghi e generosi sagrificj, coi quali ostinatamente
difesero l'indipendenza ricuperata nel 1494. Soltanto appoggiati alla
fede di storici esteri, ed il più delle volte loro nemici, ci è forza di
riferire tutta questa serie di avvenimenti.

Per altro se in allora Pisa non aveva nè storici, nè legislatori, se
poco discusse la costituzione che doveva darsi, e non conservò la
memoria delle imprese colle quali seppe difenderla, non perciò fu questa
città meno animata da un vero spirito repubblicano, da un caldo amore di
patria, che tutti gli ordini dello stato sentivano a gara, da una
generale risoluzione di tutto sagrificare, di sostenere le calamità
estreme per conservare la ricuperata libertà. Con tal unione d'opinioni
ogni governo par buono, perchè diventa sempre l'organo della pubblica
volontà.

I Fiorentini non avevano la costumanza d'abolire le magistrature
municipali delle città suddite. Avevano in Pisa lasciato che sussistesse
una signoria composta d'anziani, il primo de' quali aveva il titolo di
priore, cui in appresso, in sull'esempio de' Fiorentini, fu dato quello
di gonfaloniere di giustizia. Questa signoria veniva rinnovata ogni due
mesi, ed era coadjuvata da altri corpi detti il collegio, i sei buoni
uomini ed il segreto consiglio de' dodici[253]. Scuotendo il giogo de'
Fiorentini, pare che i Pisani istituissero ancora un consiglio del
popolo, che tale era l'antica forma della loro costituzione, e non
ebbero bisogno di veruna innovazione, perchè i loro affari fossero bene
amministrati.

  [253] Può vedersi l'enumerazione di tutte le varie magistrature di
  Pisa nel 1316, in un trattato di pace della repubblica con Roberto
  re di Napoli. _Racc. di Diplomi Pisani di Flam. del Borgo, n.º 27,
  p. 237_, e confrontarla con quelle che tuttavia esistevano il 6
  dicembre del 1535. _Ivi, 432._

I Pisani avevano cominciato a scacciare tutti i gabellieri, e tutti i
pubblici funzionarj fiorentini; avevano poscia ordinato con un editto a
tutti i Fiorentini, domiciliati nella loro città, di uscirne prima che
una candela accesa sotto la porta fosse del tutto consumata. Finalmente
avevano mandata in tutti i villaggi anticamente dipendenti dalla loro
repubblica la croce pisana, siccome insegna della loro libertà; ovunque
questa risvegliò le stesse antiche ricordanze, ed eccitò lo stesso
entusiasmo, e tutto il territorio pisano in pochi giorni tornò sotto il
loro dominio. Intanto i Fiorentini, che da principio non avevano pensato
che alle cose loro, ora travagliati dal timore del re di Francia, ora
dal bisogno di riunire le loro fazioni, e che inoltre, credendosi sicuri
della restituzione di Pisa in forza del loro trattato con Carlo VIII,
non volevano affrettarsi di ricorrere all'esperimento delle armi, per
timore di non offendere il re[254], videro all'ultimo la necessità
d'opporsi colla forza alla ribellione delle loro province. Per tale
oggetto presero al loro servigio Ercole Bentivoglio, Francesco Secco e
Rannuccio di Marciano con molte compagnie d'uomini d'armi; nominarono
Pietro Capponi commissario della repubblica presso quest'armata, e la
spedirono nel territorio pisano in sul cominciare di gennajo del 1495. I
Pisani non avevano ancora per difendersi che contadini male armati; onde
il Capponi potè facilmente ricuperare Bientina e Pontedera, e prima che
terminasse il gennajo aveva ripreso tutto il territorio di Pisa, tranne
Vico Pisano, Cascina e Buti[255].

  [254] _Scipione Ammirato, l. XXVI, p. 207._

  [255] _P. Jovii Hist., l. II, p. 58. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. II,
  p. 33. — Fr. Guicciardini, l. II, p. 73. — Scip. Ammirato, l. XXVI,
  p. 208._

Dal canto suo la signoria di Pisa non aveva trascurato di procurarsi
esterni soccorsi; ella cercava di legare Carlo VIII colla stessa
riconoscenza ch'ella gli professava, attestandogli tanto amore e tanta
gratitudine, che questo giovine monarca, combattuto dagl'incoraggiamenti
che aveva dati ai Pisani e dagli obblighi contratti coi Fiorentini, nè
sapeva come ritogliere ai primi la grazia loro accordata, nè come
liberarsi dalla promessa fatta ai secondi. Altronde quasi tutti i
signori della sua corte, commossi dalle lagrime de' Pisani, o
dall'accoglimento loro fatto in Pisa, proteggevano con calore il partito
di questo popolo oppresso[256]. Il siniscalco di Belcario, sia per
gelosia del cardinale di san Malo, che era il solo che insistesse per
l'esecuzione del trattato di Firenze, ossia che fosse stato comperato
dal denaro de' Pisani, rappresentava al re convenirgli tenere la Toscana
divisa, e che la guerra di Pisa non permetterebbe ai Fiorentini di
prendere parte nelle pratiche dell'Italia settentrionale[257].

  [256] _P. Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 62._

  [257] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 74._

Quattro oratori, scelti nelle più illustri famiglie di Pisa, erano stati
incaricati di seguire il re nell'istante in cui usciva di Toscana, e di
difendere innanzi a lui gl'interessi della loro repubblica[258]. Il re
volle che questi ambasciatori esponessero le loro lagnanze alla presenza
di quelli de' Fiorentini, riservandosi così in alcun modo il diritto di
sentenziare fra di loro. Infatti i Pisani fecero la pittura
dell'oppressione sofferta, e, gittandosi inginocchio, supplicarono il
re, versando copiose lagrime, di non ritirare la grazia loro accordata.
Francesco Soderini, vescovo di Volterra ed ambasciatore de' Fiorentini,
cercò dal canto suo di scolpare la sua repubblica: si appoggiò ai
legittimi diritti trasmessile da Gabriele Maria Visconti con un
contratto di vendita, e sostenne che i Pisani, governati come tutti gli
altri popoli soggetti a Firenze, non potevano lagnarsi di quella sorte
di cui gli altri erano contenti, che a cagione che l'orgoglio loro era
affatto sproporzionato alla loro potenza ed al loro merito[259].

  [258] _Diar. Sanese d'Allegr. Allegretti, p. 835._

  [259] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 75._

Il re, durante questa disputa, inclinava evidentemente a favorire i
Pisani. Pure si offrì mediatore tra i due popoli, loro proponendo una
sospensione d'ostilità fino al suo ritorno dall'impresa di Napoli,
promettendo in allora di sentenziare conformemente a ciò che volevano la
giustizia ed i trattati. Ma i Fiorentini, che diffidavano di queste
ambigue parole, lo stringevano all'esecuzione di una solenne giurata
convenzione. E perchè ancora non avevano pagato la maggior parte del
sussidio che avevano promesso, il re, che aveva bisogno di danaro, disse
che spedirebbe Briçonnet, cardinale di san Malo, a Firenze per ricevere
quella somma e far eseguire il trattato.

Briçonnet presentossi il 5 di febbrajo alla signoria di Firenze, e seppe
così destramente persuaderla della sua buona fede e delle sue premure a
consegnar loro una delle fortezze di Pisa, sempre occupata dai Francesi,
che da lei ottenne in compenso che gli si pagherebbero i quaranta mila
ducati non ancora maturati[260]. Quand'ebbe ricevuto il danaro partì il
17 febbrajo alla volta di Pisa; ma ritornò il 24, dichiarando che i
Pisani non avevano voluto ubbidire, e che non aveva potuto adoperare
contro di loro la forza, perchè, come ecclesiastico, sarebbe colpevole
in faccia a Dio se facesse spargere sangue. La notizia della conquista
di Napoli giunse opportunamente per dargli un pretesto di partire, onde
raggiugnere il suo padrone, cavandolo così da un'equivoca
situazione[261].

  [260] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 208._

  [261] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 77. — Jac. Nardi, l. II, p. 33. —
  Scipione Ammirato, l. XXVI, p. 209._

I Pisani avevano pure spediti ambasciatori a Siena ed a Lucca per
domandare ajuti a queste due repubbliche, colle quali avevano avute
antiche alleanze, e ch'erano rimaste rivali dei Fiorentini. L'una e
l'altra parevano nuovamente apparecchiate ad assisterli, ma temevano
ambedue di compromettersi troppo apertamente. Non pertanto i Lucchesi
loro mandarono del danaro ed alcune centinaja di moggia di
frumento[262]; ed i Sienesi spedirono loro immediatamente alcuni uomini
d'armi che stavano al loro soldo[263]. I Pisani credevano di poter
ottenere una più efficace assistenza dal duca di Milano, Lodovico il
Moro, il quale era stato uno de' primi ad incoraggiarli a prendere le
armi, e gli aveva protetti con zelo alla corte di Francia, mostrandosi
vivamente interessato, perchè non ricadessero di nuovo sotto il giogo.
Infatti, se questa guerra si prolungava, lusingavasi che Pisa, troppo
debole per difendersi colle sole sue forze, finirebbe col darsi a lui,
come in addietro si era data a Giovan Galeazzo Visconti, uno de' suoi
predecessori. Pure siccome era legato ai Fiorentini con un trattato
d'alleanza, non volle apertamente violarlo, e si limitò a rinviare gli
ambasciatori pisani ai Genovesi, che gli avevano data la signoria della
loro città, ma che in pari tempo si erano, in forza della loro
capitolazione, riservato il diritto di fare a posta loro la pace o la
guerra[264].

  [262] _Dissert. sopra la stor. Lucchese. Diss. VIII, t. II, p. 218._

  [263] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 73._

  [264] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 73._

Due secoli prima i Genovesi, dopo le antiche loro vittorie sui Pisani,
eransi lusingati d'estendere il loro dominio a tutta la costa toscana.
Di già vi avevano alcuni castelli, e fecero inoltre l'acquisto del porto
di Livorno, che il loro doge, Tommaso Fregoso, vendette poi ai
Fiorentini. Dopo una tale epoca vennero respinti sempre più lontani dai
confini della Toscana. Perdettero successivamente Pietra Santa e
Sarzana, ed il fiume Magra venne finalmente stabilito per confine tra il
loro territorio e quello di Firenze. Dopo ciò i Genovesi, rimasti gelosi
de' Fiorentini, accolsero favorevolmente i deputati di Pisa. Uno storico
genovese contemporaneo riferisce il seguente discorso, pronunciato dai
deputati pisani innanzi al senato di Genova:

«Scusateci, padri coscritti (essi dissero), se non sappiamo parlare in
modo conveniente alla dignità di questo senato e alle nostre sventure;
datene soltanto colpa a quella così lunga, così miserabile, così crudele
servitù in cui ci tennero i Fiorentini. Un lungo intervallo ci fece
dimenticare in qual modo si parli ad uomini del vostro grado. Noi più
non avevamo opportunità che di favellare coi nostri terrieri, intorno ai
tributi che dovevamo pagare, o intorno alla coltura de' nostri campi che
appena ci si lasciavano ancora. Altra cura non ci si accordava che
quella di trovar modo a soddisfare a quelle esazioni sempre rinnovate,
onde sottrarci al duro carcere di cui eravamo minacciati. La ricordanza
di quest'abbietta servitù ci riempie tuttavia di spavento. Perdonateci,
illustri senatori, perchè per noi parlano i nostri bisogni, e
suppliscono alla nostra incapacità. L'anima nostra respira volgendosi
verso di voi. Poc'anzi eravamo ancora tra le catene, ora ci vediamo
liberi; eravamo come morti, ora viviamo riponendo in voi tutta la nostra
speranza. Dio nella sua misericordia si è di noi ricordato, e ci ha
mandata dal cielo la libertà. La ci fu data dal re Carlo; ma imponendoci
l'obbligo di difenderci da noi stessi. Soli non siamo in istato di
farlo; ci riconosciamo troppo deboli, appena restandoci un soffio di
vita: onde tutta la nostra speranza è in voi riposta, e da voi
aspettiamo la vita o la morte. Abbiate adunque pietà di noi. Se ci
assistete, la nostra città sarà cosa vostra, perciocchè a voi
attribuiremo il beneficio di quella libertà che ci fu data da un re
clemente. Saremo vostri soldati, e combatteremo con zelo contro tutti
coloro che ci additerete come vostri nemici. Ma se da voi non ci è dato
di ottenere così segnalato favore, abbiamo determinato d'imitare
l'esempio de' Sagontini, e di anticipare la crudeltà de' nostri nemici.
Colle nostre proprie mani sveneremo i nostri figli, le nostre spose,
brucieremo le case nostre ed i nostri templi; poi ci precipiteremo su
questi roghi per non lasciare ai nostri nemici il modo di esercitare le
loro vendette[265].»

  [265] _Barth. Senaregae de rebus Gen., t. XXIV, p. 548. — Agost.
  Giustiniani Comm. di Genova, l. V, f. 250._

I Genovesi, mossi da così calde preghiere e dalle copiose lagrime con
cui i Pisani avevano posto fine al loro ragionamento, loro diedero armi
d'ogni genere di cui avevano urgentissimo bisogno, e che i Pisani ebbero
l'accortezza d'esporre sulla pubblica piazza, perchè a tutti fosse nota
l'assistenza che il loro stato aveva ricevuto e si facessero a sperar
bene. In pari tempo Alessandro Negroni fu mandato a Pisa con autorità di
chiamare in ajuto de' Pisani, qualunque volta lo credesse necessario,
tutti i limitrofi abitanti della Liguria. Finalmente furono prese le
convenienti misure per mantenere in servigio dei Pisani, ma a spese
delle tre repubbliche di Genova, di Siena e di Lucca dugento uomini
d'armi, dugento cavalleggeri ed ottocento pedoni, de' quali fu dato il
comando a Giacomo d'Appiano, signore di Piombino, ed a Giovanni
Savelli[266].

  [266] _Bart. Senaregæ de reb. Gen., p. 549. — P. Jovii Hist. sui
  temp., l. II, p. 58. — Fr. Guicciardini, l. II, p. 77._

Gli stessi Pisani avevano preso al loro soldo Lucio Malvezzi, emigrato
bolognese, che, dai Bentivoglio acerbamente perseguitato, aveva trovato
protezione presso il duca di Milano[267]. Il Malvezzi era buon capitano,
ed aveva seco condotti circa trecento soldati veterani. Questi attaccò i
Fiorentini, che assediavano Buti, sforzandoli a chiudersi in Bientina.
Vero è che poco dopo i Fiorentini avevano in ricambio costretti i Pisani
a ritirarsi dall'assedio di Librafratta poi ch'ebbero sotterrati i
cannoni che vi avevano condotti. Allora i Fiorentini si erano sparsi per
la valle del Serchio, ed avendo occupati i bagni di Pisa minacciavano
perfino i sobborghi della città. Lucio Malvezzi che vi si era ritirato,
fece suonare a stormo; e, rinforzata la sua armata con tutto il corpo
della milizia pisana, venne ad attaccare i Fiorentini lungo il canale
derivato dal Serchio, gli sgominò, cacciandoli fino a Librafratta, dove
ricuperò i suoi cannoni, e tornò trionfante a Pisa, con molti
prigionieri e cavalli[268].

  [267] _Hieron. de Bursellis Ann. Bonon., t. XXIII, p. 912._

  [268] _P. Jovii Hist., l. II, p. 58. — Scip. Ammirato, l. XXVI, p.
  211._

I Fiorentini eransi ritirati attraverso allo stato di Lucca: Lucio
Malvezzi gl'inseguì, ed avendo, prima che vi giugnessero i nemici, fatto
occupare da un distaccamento il ponte del Serchio, li pose tra due
fuochi. La cavalleria, condotta da Ercole Bentivoglio avea potuto per
altro fuggire passando il fiume a nuoto, e dopo essersi posta in sicuro
a Monte Carlo, era poi tornata ad occupare il suo accampamento a
Pontadera; ma i fanti furono quasi tutti uccisi o fatti
prigionieri[269].

  [269] _P. Jovii, l. II, p. 59._

Mentre che i Fiorentini continuavano la guerra contro i Pisani con sì
mala riuscita, una nuova ribellione de' loro sudditi accrebbe la loro
inquietudine. Il 26 marzo del 1495 la potente borgata di Montepulciano
scosse il giogo della signoria[270]. I Fiorentini avevano in ogni grossa
terra del loro territorio una fortezza che sempre aveva una porta
esterna per ricevere i soccorsi. In ciascuna fortezza non tenevano che
quattro o cinque soldati, che cautamente vi si chiudevano e facevano
rigorosa guardia; questi quattro uomini bastavano per difendere la
piazza quarantotto ore in caso di ribellione della borgata, o
d'impreveduto attacco, e la signoria di Firenze non aveva bisogno che
facessero più lunga resistenza per avere il tempo di soccorrerli. Ma le
quattro guardie della fortezza di Montepulciano non si erano prese il
pensiero di rifare i loro approvvigionamenti; inoltre, male osservando
la loro consegna, tre di loro talvolta uscivano insieme, ed un solo
restava in castello per chiudere ed aprire la porta. Gli abitanti di
Montepulciano, malcontenti del governo fiorentino, della gravezza delle
imposte e dell'alterazione delle monete, risolsero di porsi in libertà
sotto la protezione de' Sienesi. Si accordarono adunque coi magistrati
di quella repubblica, colla quale confinavano; indi cogliendo l'istante
in cui tre de' soldati del castello erano usciti, vi chiusero il quarto,
spingendolo nella principal torre, lo atterrirono e lo ridussero ad
arrendersi entro un'ora[271]. Allora si diedero ad atterrare la
fortezza, che non poteva servire che a tenerli dipendenti, ed intanto
spedirono deputati ai Sienesi per porsi sotto la loro protezione. I
Sienesi, sebbene legati coi Fiorentini da precedenti trattati, non si
mostrarono difficili ad accoglierli. Si obbligarono a ricevere
Montepulciano sotto la loro perpetua protezione, ed a trattare gli
abitanti come confederati, non come sudditi; e tosto mandarono alcune
truppe in loro ajuto[272].

  [270] _Jac. Nardi delle Istor. Fior. l. II, p. 34._

  [271] _Machiavelli Framm. Ist._

  [272] _Allegr. Allegretti Diari Sanesi, p. 842. — Orl. Malavolti
  Stor. di Siena, p. III, l. VI, f. 100. — Scip. Ammirato, l. XXVI, p.
  210._

I Fiorentini, che si erano sinceramente attaccati all'alleanza della
Francia, e che, dietro le esortazioni di Savonarola, continuavano a
mantenersele fedeli, malgrado i motivi di malcontento che loro dava il
re, mandarono deputati a Napoli, a Carlo VIII, per chiedergli la
guarenzia de' loro dominj, in conformità degli obblighi che si era
assunti nel trattato, e perchè obbligasse i Sienesi, suoi alleati, a
rendere loro una borgata ed il suo territorio, che avevano ingiustamente
occupati. Ma Carlo rispose loro con un amaro sarcasmo: «Che posso io
fare in vostro favore, se così voi maltrattate i vostri sudditi che
tutti si ribellano[273]?»

  [273] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 89._

Non meno che le parole, le azioni di Carlo mostravano quanto facesse
poco conto del suo trattato coi Fiorentini, e dell'appoggio loro, mentre
contro di lui si andava condensando un turbine nella parte
settentrionale dell'Italia. Gli ambasciatori pisani, ch'erano a Napoli,
da lui ottennero seicento soldati tra Svizzeri e Guasconi, che giunsero
a Pisa sopra una nave di trasporto, e che in aprile ricominciarono
l'assedio di Librafratta, di cui s'impadronirono. Lucio Malvezzi riprese
press'a poco tutti i castelli de' Pisani che aveva dovuto prima
abbandonare[274]. Aveva occupato la fortezza della Verrucola, la quale,
essendo posta sopra la più orientale sommità della montagna che divide
dal Pisano il territorio Lucchese, signoreggia la Val d'Arno, e scuopre
tutto il piano pel quale i Fiorentini potevano avvicinarsi a Pisa.
Questa posizione dava al Malvezzi il vantaggio di conoscere tutti gli
andamenti del nemico e di prevenirne i progetti. Francesco Secco,
generale fiorentino, si apparecchiava ad attaccare Verrucola, ma il
Malvezzi lo sorprese a Buti, sgominandogli l'armata e facendogli molti
prigionieri. Occupò poscia san Romano e Montopoli; ed i Fiorentini,
vedendo le bandiere francesi tra le truppe nemiche, non vollero battersi
contro di loro, ed abbandonarono Pontadera e tutto il territorio
pisano[275].

  [274] _P. Jovii Hist., l. II, p. 60. — Jacopo Nardi Hist. Fior., l.
  II, p. 35. — Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 212._

  [275] _P. Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 61._

L'antico attaccamento de' Fiorentini per la corona di Francia veniva
indebolito da tante ingiurie e da così costante mancamento di fede.
Nello stesso tempo tutta l'Italia si muoveva contro i Francesi, ed i
deputati di Venezia e di Milano pressavano i Fiorentini ad unirsi alla
causa dell'indipendenza d'Italia[276]; vi sarebbero senza dubbio
riusciti, se Girolamo Savonarola non avesse colle sue profetiche
ammonizioni accresciuto il timore che aveva la signoria per trovarsi la
prima in sul passaggio dell'armata francese al suo ritorno. Già da più
anni il Savonarola aveva annunciato che una straniera invasione
cagionerebbe la ruina d'Italia. Allorchè apparve Carlo VIII aveva
dichiarato essere costui il monarca scelto da Dio per gastigare i
malvagi e per riformare la Chiesa[277]. Proseguiva a dire che sebbene
Carlo VIII non avesse soddisfatto all'incarico impostogli dalla
divinità, era però sempre il suo inviato; che Dio continuerebbe a
condurlo quasi per mano, liberandolo da tutte le difficoltà in cui si
era posto[278]. Cotali profezie, ripetute con tanta asseveranza dal
pulpito, venivano pienamente credute dal popolo e dai capi della
repubblica. Firenze più non era omai diretta da una politica umana, ma a
seconda delle rivelazioni che credeva di ricevere dal cielo; ed il
riformatore italiano esercitava sulla repubblica fiorentina
quell'influenza che cinquant'anni dopo ebbe il riformatore francese
sulla repubblica di Ginevra. Savonarola e Calvino avevano press'a poco
gli stessi principj, ed univano egualmente la religione alla politica;
ma il Savonarola coll'immaginazione del mezzodì e coll'ardore del suo
carattere credeva di ricevere immediatamente dalla divinità quelle
ispirazioni che gli venivano dalle sue riflessioni e dalle sue
cognizioni. Questa stessa immaginazione signoreggiava troppo la sua
ragione, perchè gli venisse in pensiero di assoggettare a disamina il
corpo della religione. Limitava la sua riforma all'organizzazione della
Chiesa, alla purificazione de' costumi, senza avere mai voluto
introdurre veruna variazione nella sua fede.

  [276] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 210._

  [277] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. II, p. 34._

  [278] _Vita del P. Savonarola, l. II, § 14, p. 81. — Mém. de Phil.
  de Comines, l. VIII, c. III, p. 270. — Jac. Nardi, l. II, p. 36._

Gli altri stati d'Italia, la di cui politica non era diretta dalle
profezie e dalle prediche di un uomo che credevasi inviato da Dio, non
avevano potuto vedere senz'estrema inquietudine l'inaudita prosperità
de' Francesi, la conquista di Napoli, fatta senza venire a battaglia, e
il subito rovesciamento di quella casa di Arragona che per tanto tempo
aveva inspirato terrore a tutti gli stati italiani, ed era scomparsa al
primo soffio di contraria fortuna. L'arroganza de' Francesi accresceva
quest'inquietudine; siccome la loro mal dissimulata ambizione stendevasi
a tutta l'Italia, essa rendeva precaria l'esistenza di tutti i sovrani.
Il duca d'Orleans, rimasto in Asti, apertamente manifestava le sue
pretese sullo stato di Milano, e minacciava Lodovico il Moro, mentre
Carlo VIII a Napoli pareva che a bella posta cercasse d'accrescere la
diffidenza di questo suo primo alleato. Erasi Carlo affezionato Gian
Giacopo Trivulzio, personale nemico dello Sforza, e proscritto come
ribelle dallo stato di Milano, e lo avea preso al suo soldo con cento
lance. Erasi pure affezionato con larghe promesse il cardinale Fregoso
ed Ibletto de' Fieschi, i due capi degli emigrati genovesi, nemici dello
Sforza; per ultimo aveva ricusato a Lodovico il Moro il principato di
Taranto, già solennemente promesso, dichiarando di non essere tenuto a
dargliene il possesso che dopo che tutto il regno di Napoli sarebbe a
lui subordinato[279].

  [279] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 86. — P. Bembi Ist. Ven., l. II,
  p. 31. — P. Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 56._

I Francesi tenevano sempre le loro guarnigioni nelle fortezze di Sarzana
e di Pietra Santa, che avevano promesso di restituire ai Genovesi; erano
rimasti padroni delle principali fortezze degli stati di Lucca, di Pisa,
di Firenze e di Siena, e con ciò davano legge a tutta la Toscana;
avevano inoltre forzati gli Orsini ed i Colonna a dar loro in mano i più
forti castelli, come pegni del loro attaccamento, e finalmente ridotto
il papa a consegnare le sue migliori fortezze. Il progetto di
signoreggiare tutta l'Italia pareva essersi adottato dall'ambiziosa
corte di Carlo VIII, e sostituito al primo della spedizione della
Grecia, che omai più non si risguardava che come uno stratagemma
inventato per disarmare i popoli cristiani. I sovrani forastieri non
erano nè meno scontenti, nè meno inquieti. In Ispagna Ferdinando ed
Isabella deploravano l'infortunio del loro cugino, e la perdita d'un
regno che aggiungeva splendore e potere alla casa d'Arragona. Altronde
essi temevano per conto della Sicilia, la quale, avendo appartenuto agli
Angiovini, poteva essere, come Napoli, richiamata dai Francesi, e che
potrebbe difficilmente difendersi contro di loro, qualora riuscisse loro
di stabilirsi dall'altra banda del Faro. Massimiliano, re de' Romani,
conservava un amaro rancore contro Carlo VIII, che in occasione del suo
matrimonio, gli aveva fatti i più sanguinosi affronti che possano farsi
ad un padre e ad uno sposo. Vero è che avevano fatta la pace, ma Carlo
VIII, attraversando l'Italia, non aveva mostrato verun rispetto per i
diritti imperiali, era entrato da conquistatore nelle terre dell'impero,
ed aveva parlato come padrone; di modo che aveva dati all'imperatore
eletto infiniti motivi di lagnarsi e di ricominciare la guerra[280].

  [280] _P. Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 56. — Guicciardini, l.
  II, p. 87. — P. Bembi Ist. Ven., l. II, p. 31._

Filippo di Comines, signore d'Argenton, il sottile politico, e lo
storico che descrive con tanto interessamento il regno di Lodovico XI e
la spedizione di Carlo VIII, era in allora ambasciatore di Francia a
Venezia, ove soggiornò otto mesi. Era stato colà mandato per persuadere
quella potente repubblica a collegarsi alla Francia, o per lo meno a
mantenere la promessa neutralità: gli offriva nel primo caso la
ricompensa di Brindisi e d'Otranto, a condizione che i Veneziani
restituirebbero quelle città, quando il re, acquistando la Grecia,
potrebbe assegnar loro un più vasto dominio in quel paese. Ma i
Veneziani, che invece di prevedere i rapidi avanzamenti del re, non
supponevano nè meno che perseverasse ne' suoi progetti, avevano con
onesti pretesti rifiutate così magnifiche condizioni che non avevano
apparenza di potersi eseguire, e protestarono di mantenersi
neutrali[281]. Nella stessa maniera avevano rinviati gli ambasciatori
del re Alfonso e quello del sultano Bajazette, che tutti volevano
persuaderli a difendere il re di Napoli; mentre l'ambasciatore milanese,
che pure si trovava in Venezia, li riteneva nella sicurezza che il suo
padrone ben saprebbe a quale partito appigliarsi per far tornare, quando
fosse tempo, il re di Francia al di là delle Alpi[282].

  [281] _Phil de Comines Mém., l. VII, c. XIX, p. 244._

  [282] _Ivi, p. 245._

Il trattato di Pietro de' Medici con Carlo VIII risvegliò finalmente
l'inquietudine della signoria, ed i rapidissimi avanzamenti dell'armata
francese rendettero egualmente inquieti il duca di Milano, il re de'
Romani, che temeva che Carlo VIII non ricevesse dal papa la corona
imperiale, ed il re di Spagna. Questi principi intavolarono dunque in
Venezia un'alleanza per la comune sicurezza. Vi si videro giugnere
successivamente il vescovo di Como e Francesco Bernardino Visconti,
ambasciatori del duca di Milano, Ulrico di Frondsberg, vescovo di
Trento, con altri tre ambasciatori di Massimiliano, ed all'ultimo
Lorenzo Suares de Mendoza y Figueroa, ambasciatore di Spagna[283]. Da
principio questi diplomatici non si adunavano che di notte, sia tra di
loro che coi segretarj della signoria. Lusingavansi con ciò di non
essere osservati dal Comines; ma avendo costui scoperte per tempo le
loro pratiche, strinse francamente gli ambasciatori milanesi a fargli
parte delle loro doglianze per provvedervi amicamente, piuttosto che
alienarsi dalla Francia, la di cui alleanza era stata e poteva anche in
avvenire riuscire utile al loro signore[284].

  [283] _P. Bembi 1st. Ven., l. II, p. 32. — Cron. Venez._ attribuita
  a _Marin Sanuto, t. XXIV, p. 16._

  [284] _Phil. de Comines Mém., l. VII, c. XIX, p. 248._

Il Comines tentò pure di sconsigliare la repubblica da questi ostili
progetti, ma egli cedeva in accortezza agl'Italiani: gli ambasciatori
milanesi gli avevano protestato con solenni giuramenti, che fallaci
erano i suoi sospetti; la signoria lo aveva assicurato che la lega da
lei progettata non solo non era diretta contro il re, ma doveva essere
sottoscritta di accordo con lui, poichè si trattava di fare di concerto
la guerra ai Turchi, di sforzare tutti gli alleati a concorrere alle
spese, e di procurare a Carlo VIII l'alto dominio del regno di Napoli
con tre delle sue principali piazze per guarenzia, conservando per altro
la corona al principe arragonese, che sarebbe feudatario della Francia.
Il Comines chiese tempo per partecipare queste proposizioni al re, e
fece istanza perchè i Veneziani non venissero ad alcuna definitiva
convenzione prima d'averne avuto riscontro. Ma Carlo, i di cui prosperi
successi superavano le sue speranze, non volle porgere orecchio a veruno
accomodamento[285]. Gli ambasciatori, avendo allora conosciuto che i
loro abboccamenti erano noti, più non cercarono di celarsi, e si
adunarono tutti i giorni. Pensavano a determinare il numero delle truppe
che i Veneziani manderebbero a Roma, mentre Ferdinando difendeva
Viterbo; ma quando seppero che questa città era stata abbandonata senza
essersi tirato un colpo di fucile, e che poco dopo era stata evacuata
Roma, i loro timori andarono crescendo colle difficoltà della loro
posizione[286].

  [285] _Phil. De Comines Mém., l. VII, c. XIX, p. 250. — Rayn. Ann.
  Eccl. 1495, § 13, p. 441._

  [286] _Phil. de Comines, l. VII, c. XIX, p. 251. — P. Bembi 1st.
  Ven., l. II, p. 33._

«Vedendo i Veneziani (dice il Comines) tutto ciò abbandonato, ed
avvisati che il re si trovava in Napoli, mi mandarono a cercare, e mi
dissero queste notizie, mostrandosene lieti; tuttavolta dicevano che il
detto castello era gagliardamente munito[287]; e ben vedevano esservi da
sperare assai che non si arrendesse, e consentirono che l'ambasciatore
levasse gente d'armi a Venezia per ispedirle a Brindisi, ed erano vicini
a conchiudere la lega, allorchè i loro ambasciatori scrissero che il
castello avea capitolato. Allora una mattina mi fecero nuovamente
chiamare, e li trovai in grosso numero di circa cinquanta o sessanta
nella camera del principe, ch'era infermo di colica; e mi si
raccontarono tali nuove con ridente cera, ma niuno più del principe
sapeva meglio fingere. Alcuni erano seduti su certi marciapiedi delle
panche, e tenevano il capo tra le mani, altri in altro lato, ma tutti
non potevano a meno di lasciar travedere la somma loro tristezza; ed io
credo che quando si ebbe in Roma l'avviso della sconfitta di Canne, i
senatori che erano rimasti non erano più sparuti, nè più spaventati di
loro: perciocchè non vi fu che il solo doge che mi guardasse o mi
volgesse la parola. Ed io gli andava guardando maravigliato. Mi chiese
il doge se il re manterebbe quello che loro aveva sempre fatto sapere, e
che gli aveva detto ancor io. Risposi asseverantemente di sì, e tutto
offersi per rimanere in pace, promettendo che la promessa sarebbe
mantenuta, sperando con ciò di togliere ogni sospetto; indi mi
congedai[288].»

  [287] Convien dire che il Comines parli del castello di Napoli. _N.
  d. T._

  [288] _Phil. de Comines Mém., l. VII, c. XX, p. 252._

Malgrado l'abbattimento de' signori Veneziani, ben sentì il Comines che
la posizione del re in fondo all'Italia poteva riuscire pericolosissima,
se questi dichiaravansi contro di lui; e mentre il duca di Milano faceva
ancora difficoltà per sottoscrivere con loro il trattato di alleanza,
sollecitò Carlo VIII, o a far venire di Francia nuovi rinforzi, se
voleva egli medesimo mantenersi nel regno, o ad uscirne immediatamente
colla sua armata, prima che gli si precludesse la strada, lasciando
soltanto buone guarnigioni nelle piazze. In pari tempo egli scrisse al
duca di Borbone rimasto in Francia come luogotenente del regno, ed al
marchese di Monferrato, per persuaderli a mandare subito rinforzi al
duca d'Orleans, ch'erasi trattenuto in Asti soltanto colla sua casa:
perciocchè questa città era in certo modo la porta aperta al re per
tornare in Francia, e se questa veniva occupata da' nemici, estremo
diventare poteva il suo pericolo[289].

  [289] _Mém. de Phil. de Comines l. VII, c. XX, p. 254._ — Non
  trovansi meno di sei lettere scritte dal 14 al 20 aprile dal duca
  d'Orleans al duca di Borbone per chiedergli soccorsi. Sono riportate
  da _Dionigi Godefroy Hist. de Charles VIII, p. 70._

«La lega si conchiuse (dice il Comines) una sera, ad era tarda assai il
31 marzo del 1495[290]. La susseguente mattina mi chiese la signoria
assai più per tempo che all'ordinario. Tosto che fui arrivato e seduto,
mi disse il doge che in onore della santa Trinità, aveva conchiusa una
lega col nostro santo padre il papa, col re de' Romani e di Castiglia, e
col duca di Milano, a tre fini: il primo per difendere la Cristianità
contro il Turco; il secondo per la difesa dell'Italia; il terzo per la
preservazione de' loro stati; e che dovessi darne notizia al re. Eravi
grossa adunanza di circa cento o più, e tenevano il capo alto, facevano
buon viso, ed avevano un contegno affatto diverso da quello di quel
giorno in cui mi avevano data notizia della presa del castello di
Napoli. Mi fu altresì detto d'avere scritto ai loro ambasciatori, che
trovavansi presso il re, che partissero e prendessero congedo. Uno di
costoro chiamavasi messere Domenico Loredano e l'altro messere Domenico
Trevisano. Io aveva il cuore chiuso, ed assai temevo per la persona del
re e di tutta la sua compagnia; e li credevo più apparecchiati che non
erano; e dubitavo che tenessero pronti de' Tedeschi; che se ciò fosse
stato, il re più non sarebbe uscito d'Italia. Risolsi di non far molte
parole in quell'impeto di collera; pure essi mi fecero molte dimande.
Loro risposi che la sera precedente aveva tutto scritto al re, e più
volte, e ch'egli pure mi aveva scritto, e che gli era nota ogni cosa da
Roma e da Milano. Tutti mi fecero mal viso per avere detto che aveva
scritto la precedente sera al re, perchè non vi sono persone al mondo
così sospettose, nè che tengano più segreti i loro consiglj; e soltanto
per sospetto esiliano le genti; e perciò aveva loro così parlato. Oltre
di questo loro dissi ancora d'avere scritto a monsignore d'Orleans ed a
monsignore di Borbone, affinchè provvedessero Asti; e lo dicevo sperando
che ciò li ritarderebbe dall'andare sotto Asti; perchè se fossero stati
così apparecchiati come se ne davano il vanto, e credevano, l'avrebbero
preso senza rimedio; perciocchè era, e rimase ancora lungo tempo mal
provveduto[291].»

  [290] _ P. Bembi Ist. Ven., l. II, p. 32. — Scip. Ammirato, l. XXVI,
  p. 210. — Cron. Ven., t. XXIV, p. 17._

  [291] _Mém. de Phil. de Comines, l. VII, c. XX, p, 256._ Nel
  trasportare questo ed il precedente testo di questo antico storico,
  ho cercato di non perdere quel carattere d'ingenuità e di buonomia
  che ha l'originale. — _Arnoldi Ferroni de Gestis Franc., l. I, p.
  12._

Ma mentre che Filippo di Comines vuole darsi vanto, mostrando com'era
ben informato, Pietro Bembo, lo storico veneziano, si compiace di
dipingere la sua sorpresa ed il suo spavento. «Sebbene vi fossero tanti
ambasciatori (egli scrive), e tanti cittadini chiamati alle conferenze,
e che il senato si fosse così frequentemente adunato, tanta era stata la
vigilanza del consiglio de' dieci, per sopprimere ogni diceria su questo
argomento, che Filippo di Comines, inviato di Carlo, sebbene ogni dì
frequentasse il palazzo, e che trattasse con tutti gli ambasciatori, mai
non ebbe il più piccolo sospetto. Perciò, allorchè il giorno dopo la
segnatura, fu chiamato a palazzo, ed il principe gli partecipò la
conchiusione del trattato ed i nomi de' confederati, fu per impazzire.
Per altro il doge gli aveva detto che tutto quanto erasi fatto non
mirava a muovere guerra a chicchefosse, ma soltanto a difendersi ove
alcuno della lega fosse attaccato. Poichè fu alquanto rinvenuto: E che
dunque, esclamò non potrà il mio re tornare in Francia? Lo potrà,
rispose il doge, se vuole ritirarsi da amico, e noi l'ajuteremo con
tutte le nostre forze. Dopo questa risposta il Comines si ritirò; e
mentre usciva di palazzo, dopo sceso lo scalone, nell'attraversare la
piazza, si volse al segretario del senato, che lo accompagnava,
pregandolo a ridirgli ciò che il doge gli aveva detto, avendo egli il
tutto dimenticato[292].»

  [292] _P. Bembi Ist. Ven., l. II, p. 30._

Il popolo di Venezia festeggiò questa lega il giorno dopo la
sottoscrizione, e le feste ricominciarono il giorno dodici aprile,
domenica delle Palme, in cui si pubblicò in tutti i paesi de'
confederali[293]. In forza de' convenuti articoli l'alleanza doveva
durare venticinque anni, ed avere per oggetto la difesa della maestà del
romano pontefice, della dignità, della libertà, de' diritti di tutti i
confederati, e di ciò che tutti possedevano. Le potenze alleate dovevano
fra tutte mettere in piedi trentaquattro mila cavalli e venti mila
fanti; cioè il papa quattro mila cavalli; Massimiliano sei; il re di
Spagna, la repubblica di Venezia ed il duca di Milano, cadauno otto.
Ogni confederato doveva somministrare quattro mila pedoni. Coloro che
non avrebbero dato tutto il contingente, supplirebbero col danaro. Come
pure quando fosse stato necessario l'impiego d'una flotta, dovevano
somministrarla le potenze marittime, e le spese essere a carico di tutti
gli alleati in giusta proporzione[294].

  [293] _Diar. Ferrar., t. XXIV, p. 299. — Rayn. Ann. Eccl. 1495, §
  14, t. XIX, p. 441._

  [294] _Fr. Guicciardini l. II, p. 88. — P. Jovii, l. II, p. 56. — P.
  Bembi Ist. Ven., l. II, p. 32. — And. Navagero Stor. Ven., t. XXIII,
  p. 1204. — Fr. Belcarii Comm. rer. Gallic., l. VI, p. 157._

Ma a questi articoli, che furono pubblicati, i confederati aggiunsero
altre segrete condizioni, che affatto mutavano la natura dell'alleanza,
e la disponevano ad una guerra offensiva. Di già Ferdinando ed Isabella
avevano mandato in Sicilia una flotta di sessanta galere, che aveva a
bordo seicento cavalieri e cinque mila fanti, ed avevano dato il comando
di queste truppe a Gonzalvo di Cordova, che si era renduto glorioso
nella guerra di Granata[295]. Convennero gli alleati che questa armata
asseconderebbe Ferdinando di Napoli, per riporlo in trono, dove i suoi
sudditi, rinvenuti dalla loro confidenza in Carlo VIII, di già lo
richiamavano. Gli è vero che i re di Spagna si erano obbligati col
trattato di Perpignano a non impedire al re di Francia l'acquisto del
regno di Napoli[296], ma vi avevano aggiunta la clausola, che niuna
condizione sarebbe obbligatoria se trovavasi pregiudicievole alla
Chiesa; ed essi pretendevano, che, essendo il regno di Napoli un feudo
ecclesiastico, essi non potevano restare dal difenderlo, quando il papa
gl'invitasse a farlo[297]. I confederati convennero pure fra di loro
segretamente, che i Veneziani attaccherebbero le terre occupate dai
Francesi lungo le coste del regno di Napoli colla loro flotta, che
avevano portata a quaranta galere, sotto il comando d'Antonio
Grimani[298]; che il duca di Milano si opporrebbe all'avanzamento de'
soccorsi che potessero arrivare dalla Francia; che attaccherebbe Asti,
scacciandone il duca d'Orleans; che il re de' Romani ed i re di Spagna
invaderebbero nello stesso tempo i confini della Francia con potenti
armate, e riceverebbero per questa guerra sussidj dagli altri
alleati[299].

  [295] _P. Jovii Hist., l. II, p. 56._

  [296] È nell'articolo III del trattato di Perpignano che trovasi
  quest'obbligazione, ma per altro senza nominare il re di Napoli. I
  re di Spagna si obbligano soltanto a preferire l'alleanza della
  Francia: _Aliis quibuscumque ligis et confederationibus factis, vel
  faciendis, cum quocumque principe, vel principibus, Vicario Christi
  excepto. Den. Godefroy Hist. de Charles VIII, p. 664._

  [297] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 87._

  [298] _P. Jovii, l. II, p. 56. — And. Navagero, t. XXIII, p. 1202._

  [299] _Fr. Guicciardini, l. II. p. 88._

Massimiliano faceva agli stati d'Italia splendide promesse, ma non si
tardò a conoscere che non recava all'alleanza che un gran nome. Egli non
sapeva porre alcun ordine nè alcuna economia nell'amministrazione de'
suoi stati ereditarj, e non poteva avere dall'impero nè uomini, nè
danari, sebbene pretendesse d'entrare in guerra colla Francia soltanto
per l'interesse de' feudi imperiali. La dieta di Vormazia gli promise
nel 1495 soltanto centocinquanta mila fiorini, assegnati sul danaro
comune che doveva levarsi in tutto l'impero, e che non si pagò in verun
luogo. Di modo che, in cambio di sei mila cavalli da lui promessi,
appena potè assoldare tre mila uomini[300].

  [300] _Schmidt Hist. des Allemands, l. VII, c. XXVII, t. V, p. 369._

Non eravi forse verun duca d'Italia, che non fosse effettivamente più
potente dell'imperatore, o la di cui cooperazione non fosse almeno più
efficace. Perciò le potenze alleate avrebbero ardentemente desiderato
che tutta l'Italia fosse entrata nella stessa confederazione, ed
insistettero presso il duca di Ferrara e presso i Fiorentini, perchè
prendessero parte nella lega. Il duca di Ferrara lo ricusò[301], ma per
tenersi amici tutti i partiti fu contento che suo figlio primogenito,
don Alfonso, passasse ai servigj del duca di Milano col titolo di
luogotenente generale delle sue truppe, e col comando di cento cinquanta
lance[302]. I Fiorentini, ai quali Lodovico Sforza offriva un'armata,
per difenderli contro Carlo VIII nel di lui ritorno, e per ajutarli in
appresso a ricuperar Pisa e tutte le loro fortezze, costantemente
ricusarono di staccarsi da un principe, che per altro loro dava così
giusti titoli di lagnanze. Preferirono di aspettare da lui la
restituzione delle loro province, piuttosto che ritorgliele colla forza,
ajutati dagli alleati, de' quali diffidavano più che del re[303].

  [301] _Diar. Ferrar., t. XXIV, p. 298._

  [302] _Diar. Ferrar., p. 302._

  [303] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 89. — Scip. Ammirato, l. XXVI, p.
  210._

Frattanto tutti i confederati si apparecchiavano sollecitamente alla
guerra: i Veneziani chiamavano molti Stradioti, o cavalleggeri
dall'Epiro, dalla Macedonia e dal Peloponneso: Lodovico Sforza aveva
mandato molti danari in Svevia per assoldarvi truppe mercenarie;
Massimiliano prometteva di scendere in Italia con quelle formidabili
schiere tedesche, delle quali i Francesi nel 1492 avevano sperimentato
il valore nelle pianure dell'Artois. Bajazette II offriva ai Veneziani
d'ajutarli con tutte le sue forze di terra e di mare contro i
Francesi[304]. Il sultano non era compreso nell'alleanza, la quale anzi,
stando al trattato pubblico, sembrava fatta contro di lui; pure il suo
ambasciatore era stato ammesso nelle adunanze della confederazione, e
terminata la sua missione era rimasto in Venezia per assistere alle
feste colle quali si celebrò la pubblicazione della lega[305]. In ogni
parte l'Europa vestiva un aspetto ostile contro i Francesi; e Filippo di
Comines, che da gran tempo avvisava il suo padrone del turbine che si
andava contro di lui condensando, essendosi ancora trattenuto un mese in
Venezia dopo la sottoscrizione della lega, si pose in cammino per
recarsi al campo di Carlo, attraversando gli stati del duca di Ferrara,
di Giovanni Bentivoglio e dei Fiorentini. Fu da loro accolto come
l'ambasciatore d'un monarca alleato, mentre che la sua partenza da
Venezia fu in certo qual modo il segnale della rottura d'ogni
negoziazione[306].

  [304] _P. Jovii, l. II, p. 56._

  [305] _Phil. de Comines, Mém., l. VII, c. XX, p. 259._

  [306] _Ivi, p. 260._



CAPITOLO XCVI.

      _Carlo VIII abbandona il regno di Napoli; attraversa Roma e la
      Toscana; si apre un passaggio a Fornovo malgrado i confederati,
      e giugne fino ad Asti. Tratta a Vercelli col duca di Milano,
      libera il duca d'Orleans, assediato in Novara, e ripassa le
      Alpi._

1495.


Per quanto fosse grande il disprezzo che Carlo VIII e la sua corte
avevano concepito per la nazione italiana dopo la facile loro vittoria,
avevano per altro sentito di avere bisogno di guadagnarsi l'affetto del
popolo, per mantenere ubbidiente il regno che avevano occupato. Carlo
VIII e la sua corte avevano infatti cercato di cattivarselo con un
decreto, che, riducendo le imposte a ciò che erano ai tempi dei re
angioini, scaricavano il regno di quasi dugento mila ducati di
contribuzione[307]; ma perchè aveva accordata questa grazia colla
leggerezza che lo caratterizzava, senza calcolare i bisogni dello stato,
nè il conguaglio tra le rendite e le spese, non ispirò veruna
confidenza, tanto più che si vedeva in tutto il restante della sua
amministrazione la rapacità de' suoi subordinati, il loro disordine, e
l'assoluto loro disprezzo per le leggi e per le costumanze della
nazione. Il regno di Napoli era il solo paese d'Italia in cui le
instituzioni feudali si fossero mantenute in pieno vigore. Alfonso I le
aveva confermate con nuove concessioni fatte ai gentiluomini. Le
province erano quasi assolutamente dipendenti dalla nobiltà; e per
essere sicura del regno, o conveniva cattivarsi l'affetto dei grandi,
conservando l'antica organizzazione, o rendere le comuni da loro
indipendenti, dichiarandole libere, e dando loro un'importanza che mai
avuta non avevano. Ma i Francesi non davano orecchio che ai loro
pregiudizj; erano piuttosto disposti ad accrescere la schiavitù del
terzo stato, e non pertanto avevano offesa tutta la nobiltà.

  [307] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 89. — Mém. de Phil. de Comines,
  l. II, c. XVII, p. 230._

Dopo avere pubblicato il suo editto intorno alla minorazione delle
imposte, il re ad altro più non pensò che a feste ed a tornei, ove
credeva di brillare; e tutti i suoi cortigiani non pensarono che ai
mezzi più pronti di arricchirsi. Chiedevano con importunità tutti
gl'impieghi, tutti i titoli, tutti i feudi disponibili dalla corona; e
Carlo VIII, che nulla sapeva ricusare, loro spesso accordava quello di
cui non poteva a buon diritto disporre; egli invadeva le private
proprietà, e feriva ne' loro interessi e negli affetti loro i popoli che
così leggermente offendeva. Quest'inconsiderazione gli fece perdere le
due città di Tropea e di Amantea, che piuttosto che assoggettarsi al
signore di Precì, cui le aveva regalate, rialzarono le insegne
arragonesi[308]. Da prima non pensò, finchè poteva farlo, a sottomettere
queste due città; e poco dopo gli Spagnuoli, sbarcati dalla Sicilia, vi
posero guarnigione; altri si stabilirono in Reggio di Calabria; e si
dispiegavano nuovamente le insegne d'Arragona nella Puglia, ove non si
vedevano giugnere truppe francesi, e dove era già nota la conclusione
della lega ed il prossimo arrivo d'Antonio Grimani colla flotta
veneziana; finalmente Otranto aprì le porte a don Federico, che aveva
stabilito a Brindisi il suo quartiere generale[309].

  [308] _Mémoires de Phil. de Comines, l. VII, c. XVI, p. 226._

  [309] _Ivi, p. 262. — Fr. Belcarii Com. Rer. Gallic., l. VI, p.
  155._

Ma più di tutti, malcontenta di Carlo era l'alta nobiltà. Una parte di
questo potente corpo credeva di avere acquistati giusti diritti alla
riconoscenza de' Francesi col suo attaccamento alla casa d'Angiò;
l'altra vantava i suoi recenti servigj, e la facilità colla quale aveva
abbandonato il partito d'Arragona, cui era da prima affezionata. Avvezzi
gli uni e gli altri ad essere conosciuti e temuti dai loro sovrani,
contavano sopra potenti memorie in un paese ove tante affezioni e tanti
odj erano ereditarj. Erano ad un tempo avviliti ed offesi, vedendo che
nè il re, nè alcuno de' principali signori francesi, avevano contezza
dei loro nomi, degli antichi loro interessi, degli antichi loro servigj.
Costretti a ridire sempre chi erano, ciò che avevano diritto di
pretendere, e le ingiustizie che loro venivano fatte, non trovavano chi
porgesse loro orecchio, nè chi gl'intendesse o ajutasse a ricuperare i
ricevuti torti; e prima che si facesse loro ragione di una violazione
dei proprj diritti, un nuovo editto del re, una nuova concessione fatta
a qualche signore francese, loro arrecava una più fresca offesa. Quando
volevano presentarsi a Carlo, con grandissima difficoltà potevano
ottenere udienza; lasciavansi languire nelle anticamere; e quando
all'ultimo venivano ammessi, incontravano allora una maggiore
difficoltà, quella di ridurre questo giovane re, sempre distratto,
sempre nemico del lavoro ed incapace di attenzione, a fissare il suo
spirito ed a parlare di affari[310].

  [310] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 89._

Erasi abborrita la tirannia, la doppiezza e l'avarizia arragonese; ma i
vantaggi inseparabili dall'amministrazione regolare, economica e ben
formata di quei re, vantaggi cui non erasi posto mente in tempo del loro
regno, si rendettero col presente contrapposto palesi. Ferdinando II,
cui non poteva farsi verun rimprovero, non avendo egli avuto parte ne'
delitti del padre e dell'avo, rendevasi ogni giorno più caro per la
grandezza della sua caduta, per la nobiltà con cui vedevasi sostenere la
presente sventura, e pel coraggio, la magnanimità, e la dolcezza che
aveva fatte conoscere nel breve tempo che era durato il suo regno. Dopo
avere sperato dal ritorno dell'antica stirpe francese un ben essere e
vantaggi che non è in mano di verun principe di potere costantemente
procurare ad un popolo, i Napolitani erano colpiti dell'incapacità del
re, della sua inapplicazione, della sua ignavia, dell'inaudito disordine
della sua casa, dell'impossibilità d'avere accesso presso di lui,
dell'orgoglio e dell'insolenza de' suoi cortigiani, i quali sprezzavano
una nazione che si assumevano di governare, ed alla quale mai non si
erano mostrati che tra le linee nemiche. Il disgusto del presente
inspirava il desiderio di un passato che si era creduto intollerabile.
Quello ch'era stato tanto tempo chiamato tiranno anche prima di salire
sul trono, nel suo esilio aveva cessato di essere odioso. Si andavano
rammentando le vittorie da lui riportate alla testa di armate nazionali
in Toscana, ad Otranto ed al ponte di Lamentana, e preferivasi l'antico
giogo, consolidato dalle conquiste, al nuovo giogo che non si era
stabilito che colle disfatte dell'armata e colla vergogna de' capitani.
Una nazione soffre più facilmente l'oppressione che il disprezzo, e meno
ancora del disprezzo soffre di vedersi rendere spregevole da coloro che
la governano. Il nome di Alfonso, fin allora così odioso, più non
inspirava spavento; chiamavasi giusta severità quella condotta che in
addietro aveva il nome di crudeltà; e credevasi vedere una prova di
sincerità nel suo altero, contegno, così spesso attribuito ad orgoglio e
ad alterigia[311].

  [311] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 90._

Mentre che una generale fermentazione Veniva prodotta dal confronto tra
gli antichi ed i nuovi padroni, i Francesi, saziati dalle loro vittorie,
cominciavano a desiderare il ritorno in patria. Credevano di avere
abbastanza operato per la loro gloria, ed erano impazienti di andar a
ricevere le lusinghiere lodi dei loro compatriotti e principalmente
delle donne. Coloro ch'erano rimasti alla corte o all'armata, siccome
quelli ch'erano sparsi nelle province, sentivano tutti di non essere
colà che di passaggio. Non si curavano di piacere ai loro amministrati,
non a fissarsi stabilmente tra di loro, non a lasciarvi buona
riputazione. I loro occhi erano sempre volti verso la Francia, e tutti i
loro progetti, tutta la loro ambizione avevano per iscopo il ritorno in
patria. Tale disposizione era di già universale che a Napoli non
sapevasi ancora la lega delle potenze che si andavano afforzando nella
parte settentrionale d'Italia. Ma quando ne fu dato avviso al re, tutti
i suoi consiglieri sentirono la necessità di ricondurlo in Francia,
prima che ne fosse preclusa la strada da superiori forze[312].

  [312] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 90. — Fr. Belcarii Comm., l. VI,
  p. 156._

Carlo VIII, che da molto tempo andava negoziando con Alessandro VI per
ottenere dalla Chiesa l'investitura del regno di Napoli, quando si vide
costretto a partire, offrì di accontentarsi di una investitura da darsi
colla clausola: _senza pregiudizio del diritti d'ogni altro
pretendente_; e non potendola nè meno ottenere a tale condizione, pensò
di supplirvi con un'altra ceremonia. Il 12 di maggio fece il suo solenne
ingresso in Napoli, coperto con un manto imperiale, portando il globo
colla mano destra e lo scettro colla sinistra e accompagnato da tutta la
nobiltà francese e napolitana, indi si recò con tale corteggio alla
chiesa di san Gennaro, ove giurò ai Napolitani di _governarli e
mantenere i loro diritti, libertà e privilegj_. Creò cavalieri molti
giovani gentiluomini che gli avevano chiesto questo favore, e senza
essere altrimenti coronato, o avere ricevuta l'investitura della Chiesa,
si ritirò al suo palazzo[313].

  [313] _André de la Vigne, Journal de Charles VIII, dans Denys
  Godefroy, p. 147. — Fr. Belcarii Rer. Gallic., l. VI, p. 159._

Giovanni Gioviano Pontano, di quest'epoca il più celebre letterato di
Napoli, fu scelto da Carlo VIII per arringare il popolo nel giorno della
sua inaugurazione. Quest'uomo, che i re d'Arragona avevano colmato di
beneficj, non consultò che la sua vanità di retore, e non si curò che
della bellezza delle frasi, non già dei sentimenti onde avrebbero dovuto
essere animate. Parlò così enfaticamente del principe francese, e con
tanta amarezza degli Arragonesi, come se il primo avesse appagati tutti
i voti del popolo, e gli altri non avessero per verun titolo meritata la
sua riconoscenza. Tanta viltà era un vizio universale di tutti i
letterati di quel secolo, che nudriti, come gli antichi trovatori, co'
beneficj de' grandi signori, non avevano nè dignità, nè carattere, nè
indipendenza. Al pubblico spiacque altamente la condotta di Pontano; e
n'ebbe detrimento anche la sua gloria letteraria[314].

  [314] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 93._

L'inaugurazione di Carlo VIII era in certo qual modo l'ultimo atto di
sovranità ch'egli aveva intenzione di esercitare in Napoli, avendo
determinato di partire dopo otto giorni. Nominò suo vicario Giberto di
Montpensier, della casa di Borbone, valoroso cavaliere, ma che non aveva
nè ingegno, nè cognizioni, ne attività: mai non erasi alzato da letto
prima di mezzogiorno, sebbene in quell'età la moda non avesse per anco
introdotta la costumanza delle ore tarde della presente età[315].
D'Aubignì, della casa Stuardi di Scozia, che Carlo VIII aveva creato
contestabile del regno, conte d'Acqui e marchese di Squillace, fu
nominato luogotenente del re in Calabria. Costui, secondo il Comines,
era un saggio cavaliere, buono ed onorato, e gl'Italiani gli danno il
primo posto tra i generali dell'armata francese. Stefano de Vese,
siniscalco di Belcario, gran ciambellano di Napoli, duca di Nola e
sovrintendente delle finanze del regno, venne incaricato del comando di
Gaeta. _Egli aveva_, dice il Comines, _una carica maggiore di quella che
potesse ed avesse saputo portare_. Un gentiluomo lorenese, chiamato don
Giuliano, fu lasciato a sant'Angelo, col titolo di duca; Gabriello di
Montefalcone a Manfredonia; Guglielmo di Villanuova a Trani; Giorgio di
Sylli a Taranto; il balivo di Vitrì all'Aquila, e Graziano Guerra a
Sulmona negli Abruzzi[316].

  [315] _Mém. de Phil. de Comines, l. VIII, c. I, p. 264._

  [316] _P. Jovii Hist., l. II, p. 57. — Fr. Belcarii Comm. Rer.
  Gall., l. VI, p. 160. — Arnoldi Ferroni, l. I, p. 13._

Carlo VIII divise la sua armata con questi diversi capi. Lasciò loro la
metà degli Svizzeri, una parte de' Guasconi, ottocento lance francesi, e
cinquecento uomini d'armi italiani all'incirca, comandati dal prefetto
di Roma, fratello del cardinale della Rovere, da Prospero e da Fabrizio
Colonna, e da Antonio Savelli. Questi grandi signori italiani, i più
riputati condottieri di quell'età, erano coloro che il re aveva
principalmente cercato di affezionarsi. Aveva in particolar modo
favoriti i Colonna, dando a Fabrizio le contee d'Albi e di Tagliacozzo,
ed a Prospero il ducato di Tragitto, la città di Fondi e molti castelli
tolti alle case de' Gaetani e de' Conti. Tra i nobili napolitani si
appoggiava principalmente al principe di Salerno ed a suo fratello, il
principe di Bisignano, che avevano passati molti anni alla corte di
Francia come emigrati, e che non potevano non essere attaccati ai suoi
interessi. Aveva al primo restituita la carica di grande ammiraglio, e
perchè lo risguardava come un cortigiano francese, lo aveva trattato
collo stesso favore[317]. Ma non erasi tanto gagliardamente stabilito in
Italia per sperare che gl'Italiani si difendessero da sè medesimi; e
dopo avere divisa la sua armata, non lasciava abbastanza di truppe per
custodire il regno, nè seco ne conduceva quante potevano bastare per
essere certo di aprirsi un passaggio.

  [317] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 91. — Fr. Belcarii, l. VI, p.
  160._

Il 20 di maggio dopo mezzogiorno Carlo VIII partì da Napoli per tornare
in Francia. Seco conduceva ottocento lance francesi, senza contare i
dugento gentiluomini della sua guardia, Gian Giacomo Trivulzio con
cent'uomini d'armi italiani, tre mila fanti svizzeri, mille francesi e
mille guasconi, ed in Toscana doveva essere raggiunto da Camillo Vitelli
e dai suoi fratelli con dugento cinquanta uomini d'armi[318]. La stessa
sera andò a dormire ad Aversa, prendendo la strada di Roma.

  [318] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 91. — P. Jovii Hist. sui temp.,
  l. II, p. 47. — Phil. de Comines, Mém., l. VIII, c. II, p. 266._

Si era fatto precedere dall'arcivescovo di Lione per pregare il papa di
aspettarlo in Roma, assicurandolo di essere un figlio ubbidiente della
Chiesa, desideroso di ravvicinarsi a lei, e che, siccome tutte le sue
intenzioni erano pacifiche, ogni difficoltà verrebbe tolta nella prima
conferenza[319]. Dall'altro canto il duca di Milano ed i Veneziani, per
tenere Alessandro fedele alla loro alleanza, gli avevano di già mandati
mille cavalleggeri, e due mila fanti. Stavano pure per aggiugnervi altri
mille uomini d'armi; ma conobbero non essere prudente consiglio il
mandare a tanta distanza i diversi loro corpi d'armata, ed in
particolare di darne uno tanto importante alla fede di un uomo che niun
giuramento poteva legare, e che anche in allora stava negoziando coi
loro nemici. Persuasero dunque il papa a ritirarsi, quando si
avvicinerebbe Carlo, ed infatti Alessandro VI, accompagnato dal collegio
de' cardinali, da dugento uomini d'armi, da mille cavalleggeri e da tre
mila fanti, uscì di Roma il 30 di maggio prendendo la strada di Orvieto,
mentre che il re vi entrò il primo di giugno[320].

  [319] _P. Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 57._

  [320] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 94. — André de la Vigne, Journal
  de Charles VIII, p. 150. — Ber. Oricellarii de bello Ital., p. 73. —
  An. Navagero Stor. Ven., t. XXIII, p. 1204. — P. Bembi, l. II, p.
  33._

Carlo VIII non voleva parere in Roma nemico del papa, ed il papa dal
canto suo evitava qualunque ostilità. Castel sant'Angelo era difeso da
una numerosa guarnigione; ma in pari tempo aveva Alessandro lasciato in
Roma il cardinale di sant'Anastasio per ricevere con onore il monarca ed
offrirgli un alloggio nel Vaticano. Carlo non volle accettarlo, ed andò
a stare nel quartiere del Borgo[321].

  [321] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 94._

Carlo VIII non si trattenne che tre giorni in Roma; e per quante ragioni
avesse di non essere contento del papa, invece di dare orecchio ai suoi
nemici, che proponevano di nuovo di farlo deporre, egli cercò di
addolcirlo, facendo consegnare ai di lui ufficiali le fortezze di Cività
Vecchia e di Terracina: conservò per altro quella di Ostia, che poi
consegnò al cardinale di san Pietro _ad Vincula_. L'armata era meno del
re disposta ad usare tanti riguardi; si diresse in tre colonne da Roma
alla volta della Toscana, e nel suo passaggio saccheggiò gran parte del
territorio della Chiesa, spogliò Toscanella, e ne uccise tutti gli
abitanti[322]. Di ciò spaventato, il papa ritirossi da Orvieto a
Perugia, con intenzione di fuggire ad Ancona, e di là per mare a
Venezia, se il re continuava qualche tempo ancora a tenergli dietro.

  [322] _P. Jovii Hist., l. II, p. 37. — Fr. Guicciardini, l. II, p.
  94. — André de la Vigne, Journal, p. 151. — P. Bembi Hist. Ven., l.
  II, p. 34. — An. Eccl. Raynald, 1495, § 22 e 23, p. 444. — Arnoldi
  Ferronii, l. I, p. 14._

Ma dopo di avere attraversato lo stato della Chiesa, Carlo VIII prendeva
la strada della Toscana. Il 13 di giugno entrò in Siena, dove aveva
ordinato a Filippo di Comines di andare a scontrarlo. Allorchè lo vide,
gli chiese ridendo se i Veneziani pensavano da vero a venire con lui a
battaglia; e sebbene il suo ambasciatore lo assicurasse che avevano in
armi quaranta mila uomini, non volle tenerne conto; «perchè tutta la sua
compagnia era formata di gioventù, e credevano che in fuori di loro niun
altro portasse le armi[323].» Infatti invece di avanzarsi rapidamente,
onde prevenire l'unione di tutti i suoi nemici, ed in particolar modo
de' Tedeschi, che più degli altri doveva temere, si trattenne sei giorni
in Siena, per occuparsi intorno alle turbolenze di quella città, dove il
monte del popolo e quello de' riformatori erano gelosi di quello dei
nove, e volevano forzarlo a licenziare una guardia di trecento uomini,
attaccata a lui solo[324]. Il signore di Lignì, della casa di
Lussemburgo, uno de' favoriti di Carlo VIII, s'immaginò di potere
approfittare di queste dissensioni per ottenere la sovranità di Siena.
In tale intrapresa l'incoraggiavano alcuni faziosi sienesi; ed il re,
che aveva più bisogno che mai di tutte le sue forze per sè medesimo,
lasciò non pertanto tre cento uomini a Siena, sotto il comando di
Gaucher de Tinteville, per custodia di questa pretesa sovranità di
Lignì. Fu questi effettivamente nominato capitano generale della
repubblica col soldo di venti mila fiorini all'anno, per compenso della
promessa del re di guarentire ai Sienesi tutto il loro territorio ad
eccezione di Montepulciano. Ma non era ancora venuta la fine di luglio,
che nuove sollevazioni avevano cacciati fuori di Siena il luogotenente
di Lignì, e tutti i Francesi[325].

  [323] _Phil. de Comines Mémoires, l. VIII, c. II, p. 267._

  [324] _Orl. Malavolti stor. di Siena, p. III, l. VI, f. 101. —
  Alleg. Allegretti Diari Sanesi, p. 847._

  [325] _Or. Malavolti, p. III, l. VI, f. 101. — Fr. Guicciardini, l.
  II, p, 95. — Mém de Phil, de Comines, l. VIII, c. II, p. 269. —
  Alleg. Allegretti Diarii Sanesi, p. 849 e 853._

In pari tempo i Fiorentini avevano intavolate con Carlo VIII nuove
negoziazioni per ottenere, a norma delle fatte promesse, la restituzione
di Pisa. Perciò non gli offrirono solamente di pagare i trenta mila
fiorini che tuttavia gli dovevano in forza del precedente trattato, ma
inoltre di prestargliene settanta mila, e di farlo accompagnare fino ad
Asti da Francesco Secco, loro capitano, con tre cento uomini d'armi e
due mila fanti. Ove non avesse presa in considerazione che la politica,
Carlo VIII otteneva, accettando tali proposizioni, non leggeri vantaggi;
e perchè inoltre trattavasi di dare esecuzione agli obblighi di già
presi con giuramento, i suoi consiglieri non sapevano allegare verun
motivo in contrario. Pure i Pisani avevano inspirata tanta compassione a
tutti i capitani svizzeri e francesi, che si erano alcun tempo
trattenuti nella loro città, tanto sventurata era la sorte loro, e così
grande la fidanza loro nel re, che Carlo non sapeva risolversi a darli
nelle mani dei loro nemici: perciò, secondo aveva costume di fare quando
non sapeva risolvere, prese tempo a decidere. Ordinò agli ambasciatori
fiorentini di seguirlo a Lucca, promettendo che in quella città
terminerebbe la cosa con loro aggradimento[326].

  [326] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 95. — Phil. de Comines Mém., l.
  VIII, c. II, p. 268._

Carlo VIII non sapeva ancora quale strada prenderebbe per attraversare
la Toscana. I Fiorentini che non avevano troppe ragioni per essere di
lui contenti, non volevano averlo un'altra volta entro le proprie mura.
Erano in ispecial modo agitati dall'avviso che avevano avuto, che Pietro
de' Medici, fuggito da Venezia, aveva raggiunto Carlo VIII; che lo
accompagnava nella sua tornata, e che sperava di approfittare del suo
passaggio per Firenze onde farsi riporre nella perduta autorità. Una
lettera intercettata di Pietro de' Medici a Pietro Corsini più non
permetteva di porre in dubbio questo suo progetto; e l'esempio della
signoria domandata a Siena a favore del Lignì, accresceva questi timori.
I Fiorentini, che fino a quell'epoca avevano con istraordinaria pazienza
sopportate le ingiustizie, l'orgoglio e la negligenza del re de'
Francesi, mostrarono, per difendere la loro libertà, una inaspettata
fermezza. Essi sollecitamente si provvidero di armi e di soldati, che
fecero entrare nella loro città; barricarono tutte le strade, tranne una
sola; e, senza avere voluto entrare nella lega, chiamarono non pertanto
alcune truppe veneziane in loro ajuto[327]; all'ultimo fecero dichiarare
al re che, risoluti essendo di morire per la loro libertà, non solo mai
non permetterebbero a Pietro di rientrare in città, ma nemmeno di
attraversare il loro territorio. Carlo VIII cedette rispetto a questo
punto; ordinò a Pietro de' Medici di recarsi a Lucca, senza toccare il
territorio fiorentino, e Gherardo Corsini e Niccolò Pazzi lo
accompagnarono con un araldo d'armi, perchè quest'ordine fosse
eseguito[328].

  [327] Lettere di Pietro Delfino ad Agostino Barbadigo doge di
  Venezia, del 7, 17 e 21 giugno. _Rayn. An. Eccl., t. XIX, p. 444, §
  24-26. — Bern. Oricellarii Comm., p. 75._

  [328] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 213._

Intanto Carlo passò da Siena a Poggibonzi, ove trovò fra Girolamo
Savonarola, mandato dalla repubblica fiorentina come ambasciatore presso
di lui. Questo frate, facendo uso, come soleva, dell'autorità divina
invece de' motivi politici, rimproverò al re i disordini commessi dalla
sua armata, il suo disprezzo pei giuramenti dati sugli altari, la sua
negligenza nel riformare la Chiesa, al quale oggetto Iddio lo aveva
chiamato in Italia, e condotto quasi per mano. Lo avvisò che se non si
pentiva, se non mutava condotta, Dio non tarderebbe a punirlo
severamente: in appresso si credette di scorgere l'avveramento di queste
predizioni nella morte del Delfino. Carlo, turbato da queste profezie,
lasciò la strada di Firenze e prese quella di Pisa[329].

  [329] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 98. — Vita del P. Savonarola, l.
  II, § 15, p. 82. — Mém. de Comines, l. VIII, c. III, p. 270. — Scip.
  Ammirato, l. XXVI, p. 214._

Appena giunto in questa città, si vide attorniato da un popolo
piagnente: gli uomini, le donne, i fanciulli si affollavano
inginocchiati intorno a lui, supplicandolo di salvarli; gli rammentavano
che andavano a lui debitori della loro libertà, che la fidanza loro
nella reale sua promessa gli aveva spinti a compromettersi interamente
coi Fiorentini; di modo che se intollerabile era il giogo che avevano
portato prima della rivoluzione, ancora più pesante diventerebbe in
avvenire, perchè i loro oppressori crederebbero di doversi vendicare.
Nello stesso tempo, trovandosi tutti gli ufficiali dell'armata
alloggiati presso i cittadini, ogni famiglia pisana si faceva intorno al
suo ospite, gli narrava i passati patimenti, a lui si raccomandava ed
implorava coi singhiozzi la sua misericordia. Omai tutti coloro che
successivamente erano stati dal re mandati a Pisa, avevano prese la
parte de' pisani, e si unirono agli abitanti della città per risvegliare
la compassione de' loro commilitoni. Non è possibile il figurarsi quanto
l'armata francese rimanesse commossa da tali preghiere, e con quanto
ardore quegli uomini, così duri e talvolta così feroci, abbracciarono la
causa de' Pisani. Il cardinale di san Malo, il maresciallo di Giè ed il
presidente, di Gannay, che sapevasi avere instato per la restituzione di
Pisa, furono minacciati dai soldati e dagli arcieri, ed accusati di
essersi lasciati vincere dal danaro de' Fiorentini. Cinquanta
gentiluomini della casa del re, portando le loro scuri al collo,
recaronsi a trovarlo nella camera, dove giuocava alle carte col signore
de Piennes; Sallezzard, uno di loro, si fece a parlare, stringendo il re
a favore de' Pisani, ed accusando di tradimento coloro che erano loro
contrarj: e piuttosto che lasciare per mancanza di danaro ridurre il re
ad un'azione che disonorerebbe il nome francese, offrì per parte di
tutta l'armata il condono de' soldi arretrati, ed inoltre le collane e
le catene d'argento di cui andavano ornati gli ufficiali. Se il re fosse
stato degno di così valorosa armata, avrebbe cercato di sbrigarsi
onorevolmente dalle contraddittorie promesse incautamente fatte, di
trattare ad eque condizioni un riconciliamento tra i Pisani ed i
Fiorentini, guarantendo la libertà dei primi, ed accordando qualche cosa
ai diritti degli altri, ed approfittando della circostanza che le
fortezze lo rendevano assoluto arbitro di Pisa, per non ordinare che
cose giuste e vantaggiose alle due parti. Invece di prendere una
risoluzione decisiva, il re mostrossi imbarazzato, ricusò ai Pisani
qualunque nuova promessa, e fece dire agli ambasciatori fiorentini, che
lo aspettavano a Lucca, di prendere la strada di Asti, ove lo
troverebbero[330].

  [330] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 99. — Mém. de Phil. de Comines,
  l. VIII, c. IV, p. 273. — P. Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 61. —
  Arn. Ferronii de reb. ges. Gallor., l. I, p. 14. — Scip. Ammirato,
  l. XXVI, p. 215. — Fr. Belcarii Comm., l. VI, p. 164. — André de la
  Vigne, Journal de Charles VIII, p. 154._

Ma senza risolvere intorno all'avvenire, Carlo VIII soddisfece gli amici
de' Pisani colla scelta de' comandanti che diede alle fortezze della
città e del territorio, prendendoli tutti tra le persone affezionate a
Lignì, il grande avvocato de' Pisani. Diede il comando della fortezza,
di cui aveva mutata la guarnigione, a Rostecco di Balzacco, signore
d'Entragues, servitore del duca d'Orleans e del Lignì, che non era
riputato degno di tal carica. Lasciò sotto i suoi ordini le fortezze di
Librafratta, di Pietra Santa e di Mutrone. Confidò Sarzana al bastardo
de Roussi, servitore di Lignì, e Sarzanello ad un'altra creatura dello
stesso conte. Il re si riposò quattro giorni a Pisa, ove, siccome nelle
altre fortezze della Toscana, lasciò quei soldati, de' quali doveva in
breve sentire il bisogno per sè medesimo[331].

  [331] _Mém. de Phil. de Comines, l. VIII, c. IV, p. 274._

Intanto la posizione dell'armata francese facevasi ogni giorno più
difficile. In Lombardia avevano cominciato le ostilità, ed i Francesi
erano stati i primi. Avevano i Veneziani protestato che non avrebbero
attaccato il re nella sua tornata, e che soltanto si sarebbero tenuti
apparecchiati a difendere il duca di Milano contro chiunque avesse
intrapreso a nuocergli[332]. In questi frangenti il duca d'Orleans, che
soggiornava in Asti, sorprese Novara, e Carlo VIII n'ebbe avviso prima
che uscisse di Siena.

  [332] _Ivi, c. II, p. 267._

Il re aveva ordinato al duca di Orleans di rispettare il territorio
milanese e di tenersi in Asti. Ma Lodovico Sforza, dopo la formazione
della lega, desiderava di strascinare i Veneziani nella guerra col
provocare il suo rivale. Fece partire da Milano settecento uomini d'armi
e tre mila pedoni, sotto il comando di Galeazzo Sanseverino, facendo
l'intima al duca d'Orleans di lasciare il titolo di duca di Milano,
titolo che il duca Carlo d'Orleans, padre dell'attuale, aveva pure
portato, siccome erede di Valentina Visconti; gl'intimò in pari tempo di
non permettere che scendessero altre truppe francesi in Italia, e di
affidare la custodia di Asti a Galeazzo Sanseverino, cui il re nel
precedente anno aveva accordato il suo ordine di Sammichele, indicandolo
con ciò, siccome persona di cui si fidava[333]. Il duca d'Orleans, lungi
dal lasciarsi sgomentare da tanta arroganza, e dal numero delle forze
che gli si diceva che la lega metteva in campagna contro di lui, fu il
primo ad entrare in guerra, attaccando la terra ed il castello di
Gualfinara nel marchesato di Saluzzo, e costringendo il Sanseverino a
ritirarsi a Non, castello del duca di Milano, non molto discosto da
Asti.

  [333] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 96._

Frattanto lo Sforza, che si era obbligato a chiamare molte truppe
tedesche, non aveva spedito sufficiente danaro in quel paese per
assoldarle. L'armata del Sanseverino andava scemando a cagione delle
frequenti diserzioni, mentre che quella del duca d'Orleans ingrossava
ogni giorno pei rinforzi che riceveva dalla Francia: omai contava tre
cento lance, tre mila fanti svizzeri, ed altrettanti guasconi.
Trovandosi di già con un'armata assai più numerosa di quella dello
Sforza, diede orecchio alle suggestioni de' malcontenti novaresi, i di
cui capi, Opicino Caccia e Manfredo Tornielli, avevano a dolersi dello
Sforza a cagione di clamorose ingiustizie sostenute rispetto alle loro
proprietà. Questi due gentiluomini aprirono l'undici di giugno le porte
di Novara ai Francesi, e vi ricevettero il duca d'Orleans con tutta la
sua armata[334].

  [334] _P. Jovii Hist. sui tem., l. II, p. 62. — Fr. Guicciardini, l.
  II, p. 97. — Fr. Belcarii Comm. Rer. Gallic., l. VI., p. 162. —
  Arnoldi Ferroni, l. II, p. 20._

La sorpresa di Novara empì di terrore tutto lo stato di Milano; e se il
duca d'Orleans si fosse subito avanzato colle sue truppe, avrebbe
probabilmente fatta nascere una rivoluzione in Lombardia. Il supposto
avvelenamento di Giovanni Galeazzo, aveva alienati tutti gli animi dal
Moro, e rendeva assai più amare le lagnanze eccitate dalla gravezza
delle imposte, e dalle ingiustizie del governo: ma il duca d'Orleans non
era ben informato della disposizione degli abitanti, nè delle forze del
suo avversario. Prima di compromettersi, credette necessaria
l'occupazione della fortezza di Novara, che non ebbe che sei giorni dopo
della città; tale ritardo fu la salvezza dello Sforza, avendo dato tempo
al Sanseverino di condurre la sua armata a Vigevano, di unirvi tutti i
rinforzi che potè raccogliere nel vicinato, ed all'ultimo di essere
raggiunto da un altro corpo d'armata che lo Sforza voleva spedire al
campo veneziano nel ducato di Parma, e da uno squadrone di Stradioti,
che gli cedette la signoria di Venezia. Mille cavalli e due mila pedoni
tedeschi raggiunsero pure il Sanseverino, ed il duca d'Orleans, non
avendo saputo approfittare del momento favorevole per attaccare, fu
ridotto a stare sulle difese, ed a chiudersi in Novara[335].

  [335] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 97. — P. Jovii Hist., l. II, p.
  63. — Phil. de Comines, l. VIII, c. IV, p. 276. — Fr. Belcarii
  Comm., l. VI, p. 162._

La prima notizia della presa di Novara aveva fatto molto piacere al re
ed all'armata francese; ma quando si ebbe più circostanziata contezza
delle difficoltà in cui si trovava implicato il duca d'Orleans, i più
prudenti sentirono che la situazione del re diventava più difficile.
Pure Carlo VIII avanzavasi lentamente, volendo godere le feste che gli
si davano in tutte le città, e tutte gustare le adulatrici dimostrazioni
di ammirazione per le sue gesta. Il 23 di giugno era partito da Pisa
alla volta di Lucca, ed arrivò a Pontremoli soltanto il giorno 29[336].
Una delle ragioni che gli faceva così a rilento attraversare la Toscana
era l'impresa che meditava sopra Genova. I cardinali della Rovere e
Fregoso seguivano il campo di Carlo insieme con Ibletto dei Fieschi:
questi tre emigrati genovesi avevano nella forza del loro partito quella
confidenza, che inganna quasi sempre gli emigrati, onde promettevano,
quando si dasse loro un qualche corpo di truppe colle quali presentarsi
sotto Genova, di eccitarvi una rivoluzione. Lusingavansi di adunare
molti partigiani tra le montagne, sollevare le città e cacciare gli
Adorni. Invano i consiglieri del re gli rappresentavano quanto fosse
imprudente consiglio quello di dividere le sue forze, in tempo che ne
aveva appena quanto bastava per farsi strada a traverso alla Lombardia;
gli emigrati genovesi furono soli ascoltati, tanto più che Filippo,
conte di Bresse, pro zio del duca di Savoja, cui successe non molto
dopo, si valse dell'ascendente che aveva sullo spirito del re per
secondare quest'impresa, di cui volle egli stesso avere il comando. Il
re gli acconsentì di prendere cento venti lance francesi e cinquecento
fanti; i fratelli Vitelli di Città di Castello, che si erano posti al
soldo della Francia, ma che non avevano per anco raggiunta l'armata,
ebbero ordine di seguire Filippo di Bresse con dugento uomini d'armi e
con dugento cavalleggeri italiani. Giovanni di Polignacco, signore di
Belmonte, suocero di Comines, ed Ugo d'Amboise, barone d'Aubijoux,
furono posti sotto i suoi ordini: la flotta, comandata dal signore di
Miolans, ed in allora ridotta a sette galere, due galeoni e due fuste,
doveva secondarlo per mare, ed i due cardinali, avendo levata della
fanteria nello stato di Lucca, nella Garfagnana e nella Liguria,
condussero questa piccola armata fino alle porte di Genova. Ma ben lungi
dal potervi muovere qualche sollevazione, a stento poterono difendersi
contro Giovan Luigi dei Fieschi, che gl'inseguiva, e non giunsero in
Asti, che dopo avere perduta molta gente, salvandosi a traverso alle
montagne in mezzo ad infiniti pericoli: ed intanto la piccola flotta
francese fu disfatta in quello stesso golfo di Rapallo, ove pochi mesi
prima aveva ottenuta una vittoria[337].

  [336] _André de la Vigne, Journal de Charles VIII, p. 154._

  [337] _Agost. Giustiniani Ann. di Genova, l. I, p. 251. — Fr.
  Guicciardini, l. II, p. 99 e 111. — P. Jovii Hist., l. II, p. 63, e
  l. III, p. 76. — Phil. de Comines, l. VIII, c. V, p. 279. — Barthol.
  Senaregae de reb. Gen., t. XXIV, p. 556. — Uberti Folietae, l. XII,
  p. 670._

La vanguardia francese, condotta dal maresciallo di Giè e da Gian
Giacomo Trivulzio, aveva trovata la città di Pontremoli custodita da
quattrocento fanti del duca di Milano. Questa guarnigione avrebbe potuto
tenere lungamente, ed esporre l'armata nemica a dure privazioni, ma il
Trivulzio la persuase a capitolare ad onorevoli condizioni. Intanto
appena furono gli Svizzeri entrati in Pontremoli, che, sovvenendosi di
una contesa avuta con quegli abitanti in occasione del primo loro
passaggio, contesa nella quale erano periti quaranta de' loro
compatriotti, si fecero a dosso ai borghesi, uccidendo quanti ne
scontravano, ed appiccando il fuoco alle case. Con tale incendio
distrussero abbondanti magazzini di vittovaglie, nell'istante in cui
l'armata cominciava a sentirne il bisogno; ma la violazione della
capitolazione fu ancora più pregiudicevole che la distruzione de' granai
del nemico, perchè i contadini, più non fidandosi di uomini capaci di
così aperta violazione della data fede, lasciarono di recare viveri al
campo[338].

  [338] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 99. — Phil. de Comines Mém., l.
  VIII, c. V, p. 282. — Ar. Ferroni, l. I, p. 15._

Intanto il re si era posto in un piccolo villaggio al di là di
Pontremoli, mentre che il maresciallo di Giè aveva attraversate le
montagne coll'avanguardia, ed erasi accampato a Fornovo in faccia al
nemico: Contava di essere immediatamente seguito dal rimanente
dell'armata, ma Carlo VIII non volle internarsi nelle montagne, se prima
non era passata la sua artiglieria, e si trattenne cinque giorni in quel
villaggio presso Pontremoli, sebbene la sua armata soffrisse grandissima
penuria di viveri. Giovanni de la Grange direttore dell'artiglieria, ed
il signore de la Tremouille eransi incaricati di trasportare al di là
delle montagne tutto ii treno militare, e furono assai ben serviti dagli
Svizzeri, che, per far dimenticare gli eccessi commessi a Pontremoli,
lavorarono con molto zelo a tirare i carri de' cannoni a forza di
braccia. Eranvi quattordici pezzi di cannone di grosso calibro, molti
piccoli, ed un proporzionato numero di cassoni e di munizioni da guerra.
La montagna, sulla quale era stato negligentemente segnato un sentiere,
erto e scosceso, innalzavasi al di sopra di Pontremoli con assai ripido
declivio, che a stento praticavasi dai muli, indi colla stessa ripidità
scendeva in una valle per rimontare di nuovo. Gli Svizzeri si
attaccavano con lunghe corde a due a due fino in numero di dugento ad un
solo pezzo d'artiglieria, e dopo averlo strascinato fino alla sommità
della montagna, duravano ancora maggior fatica e si esponevano a più
grandi rischi nel ritenerlo scendendo. Molti operaj lavoravano su tutta
l'estensione della strada a rompere le rupi che chiudevano la strada, a
colmare i bassi fondi, a rialzare i cannoni rovesciati, o a ripararne
l'attiraglio. I soldati e gli uomini a cavallo si erano divise le
munizioni, e per quanto fosse aspra la montagna, per quanto
insopportabile il calore, veruno ponevasi in cammino senza essersi
caricato di palle, o di cartoccie, portando perfino cinquanta libbre.
Verun'armata non aveva per anco eseguita una così difficile spedizione,
nè sostenute tante fatiche. Finalmente cinque giorni dopo tutta
l'artiglieria trovavasi al di là del monte, e lo stesso re partì il
giorno tre di luglio per attraversarla passando per Berceto, Casi e san
Terenzo[339].

  [339] _Mém. de Phil. de Comines, l. VIII, c. VII, p. 287. — Journal
  de Charles VIII, par André de la Vigne, p. 155._

La vanguardia del maresciallo di Giè, accampata a Fornovo, aveva
soltanto sei cento lance e mille cinque cento Svizzeri. L'armata dei
confederati, che si era adunata in vicinanza di Parma, ubbidiva a
Francesco Gonzaga, signore di Mantova, che, malgrado la sua giovinezza,
aveva opinione di essere uno de' migliori capitani; e gli erano stati
dati per consiglieri Luca Pisani e Marco Trevisani, provveditori
veneziani. Le truppe milanesi erano comandate dal conte di Cajazzo,
ajutato da Francesco Bernardino Visconti, commissario, ed uno de'
primarj capi ghibellini di Milano. Contavansi nella loro armata due mila
cinque cento uomini d'armi, e più di cinque mila cavalleggeri, la metà
de' quali erano Stradioti d'oltremare. Il preciso numero della
cavalleria riesce sempre difficile a calcolarsi in tutte le relazioni di
quest'epoca, perchè talvolta contavansi sei cavalli per lancia, talvolta
quattro e talvolta meno. Pietro Bembo, lo storico veneziano, tenta di
rappresentare l'armata della sua patria come più debole d'assai che non
lo era effettivamente, ed in tutto non dà al marchese Gonzaga che dodici
mila cavalli, ed altrettanti pedoni. Stando agli altri storici, eranvi
in tutto quasi quaranta mila uomini[340]. I confederati avrebbero
facilmente potuto occupare Fornovo; ma preferirono di porre il loro
campo alla Ghiaruola, tre miglia al di sotto di Fornovo, per attirare il
nemico in aperta campagna, e non isforzarlo a prendere il cammino di
Borgo di Val di Taro e del monte di Cento Croci, che, sebbene a traverso
di paesi aspri e difficili assai, pure l'avrebbe condotto fino in
vicinanza di Tortona[341].

  [340] _P. Bembi Hist. Ven., l. II, p. 35. — Phil. de Comines, l.
  VIII, c. V._

  [341] _Fran. Guicciardini, l. II, p. 100. — Pauli Jovii Hist. sui
  temporis, l. II, p. 64._

Il maresciallo di Giè, giunto a Fornovo, a così piccola distanza da
un'armata tanto superiore di forze alla sua, spedì al campo nemico un
trombetta, che chiese il libero passaggio per l'armata del suo re e
vittovaglie a moderati prezzi. In pari tempo Giè incaricò alcuni corpi
avanzati di riconoscere il paese nemico, ma vennero respinti dagli
Stradioti. In quel giorno i capitani italiani perdettero l'occasione più
opportuna di distruggere l'armata francese. Se attaccavano la
vanguardia, che in allora si trovava lontana più di trenta miglia dal
corpo di battaglia, l'avrebbero facilmente disfatta; ma essi non
conobbero la forza, o la distanza che separava i due corpi, e lasciarono
il tempo a Carlo VIII di arrivare coll'artiglieria e con tutte le sue
genti[342].

  [342] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 100. — Phil. de Comines, l. VIII,
  c. VII, p. 289. — Petri Bembi Hist. Ven., l. II, p. 36._

Anche dopo l'unione di tutta l'armata, la Francese era più debole assai
di quella degli alleati. Carlo VIII l'aveva sconsigliatamente
indebolita, staccandone varj corpi; il Comines non gli dà che nove cento
uomini d'armi, comprendendo anche la casa del re, due mila cinquecento
Svizzeri, ed in tutto sette mila uomini pagati. Ma potevano esservi di
più mille cinquecento uomini capaci di combattere, che seguivano il
treno della corte come servitori; onde il Comines soggiugne: «Il conte
di Pitigliano, che gli aveva contati meglio di me, diceva che in tutto
eranvi nove mila uomini, e me lo disse dopo la nostra battaglia di cui
si parlerà[343];» e non era che il quarto dell'armata italiana. Inoltre
la mancanza dei viveri nel passaggio della montagna e la sostenuta
fatica avevano spossati i Francesi; e per ultimo l'armatura e
l'inusitata maniera di combattere degli Stradioti loro inspiravano
qualche terrore.

  [343] _Phil. de Comines, l. VIII, c. II, p. 267._

Il re giunto a Fornovo la domenica, 5 luglio, verso il mezzogiorno,
scoprì dall'altura ch'egli occupava il campo nemico come il suo. Stavano
ambidue sulla destra sponda del Taro, fiume che scende dalle montagne di
Genova per scaricarsi nel Po. Per proseguire il loro viaggio i Francesi
dovevano passare sulla sinistra del Taro; ma il marchese Gonzaga, invece
di occupare quella riva, aveva stabilito di accamparsi dalla stessa
banda che i Francesi, ed alquanto più basso, presso Oppiano, onde
conservare una facile comunicazione con Parma, ed impedire ai Francesi
di gettarsi in questa città. Le colline, disposte in forma d'anfiteatro,
lasciavano tra esse ed i due campi un largo piano coperto di ghiaja, e
che serviva talvolta di letto al torrente, ma di cui non occupava
ordinariamente che una piccola parte. Potevasi sempre guadare, quando
non veniva ingrossato con estrema rapidità dalle piogge delle montagne;
ma in allora volgeva grossi massi di pietra con grandissimo fracasso, e
rompeva ogni comunicazione tra le due sponde. Una piccola foresta
stendevasi sulla destra del Taro dal campo veneziano fino a breve
distanza dal campo francese, e cuopriva gli Stradioti, quando si
avvicinavano per scaramucciare[344].

  [344] _P. Jovii, l. II, p. 65. — Fr. Guicciardini, l. II, p. 101. —
  Mém. de Phil. de Comines, l. VIII, c. IX, p. 295. — Fr. Belcarii, l.
  VI, p. 167. — Bern. Oricellarii de Bello Ital., p. 77._

I Francesi avevano in Fornovo trovate molte vittovaglie, di cui avevano
estremo bisogno; ma perchè inclinavano a credere gl'Italiani capaci di
ogni sorta di perfidia, temettero per qualche tempo che que' viveri
fossero avvelenati, e non osarono di valersene, finchè non gli ebbero
più oltre sperimentati coi loro cavalli. Le ricche campagne della
Lombardia stendevansi a vista d'occhio, ma prima di giugnervi d'uopo era
venire a battaglia: il marchese Gonzaga, accampandosi in tanta
vicinanza, faceva pienamente conoscere la sua intenzione di azzuffarsi;
perciocchè non potevasi a meno di non passare innanzi a lui, non avendo
la valle che quella sola uscita; e la grandezza del suo accampamento
atterriva anche i più audaci, tanto più che, secondo il costume
italiano, abbracciava un vasto spazio al di là delle tende affinchè
tutta l'armata potesse schierarvisi in ordine di battaglia.

Filippo di Comines era di fresco tornato da Venezia; conosceva tutti i
capi dell'armata nemica, e si era da loro allontanato amichevolmente. Il
re desiderò che ricominciasse con loro qualche negoziato, e gli ordinò
di scrivere ai due provveditori veneziani. Per altro non potè risolversi
a proporre verun soggetto d'accomodamento[345]. Il Gonzaga dal canto
suo, quando ricevette il trombetta del maresciallo di Giè, aveva
consultato se convenisse compromettere tutte le forze d'Italia per
trattenere e ridurre alla disperazione un nemico che fuggiva. I capi
della sua armata, incerti tra l'onore e la prudenza, non avevano potuto
accordarsi in una sola sentenza; avevano domandati nuovi ordini a Milano
ed a Venezia; ed i loro governi avevano convenuto di permettere al re di
ritirarsi senza venire alle mani: ma gli ambasciatori di Spagna e di
Germania, sperando che i loro padroni coglierebbero i frutti della
guerra senza esporsi a verun pericolo, avevano invano rappresentato che
sarebbe compromesso l'onore delle armi italiane, quando non osassero di
combattere un nemico così debole, e che i Francesi non Tarderebbero a
rivalicare le Alpi, quando avessero tale caparra che gl'Italiani mai non
ardissero tener loro testa[346].

  [345] _Mém. de Phil. de Comines, l. VIII, c. IX, p. 298._

  [346] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 101._

I provveditori veneziani non vollero perciò assolutamente rigettare le
aperture loro fatte dal Comines: risposero che il duca d'Orleans
attaccando Novara aveva cominciate le ostilità, che dopo questo fatto le
disposizioni loro non erano più così pacifiche; pure che uno di loro
recherebbesi di buon grado nel susseguente giorno a metà strada delle
due armate per incontrare il negoziatore francese. Questo riscontro ebbe
il Comines la sera della domenica. I Francesi si tennero quella notte
nel loro campo pieni di sospetti, sia a motivo di due movimenti fatti
dagli Stradioti, contro i quali non eransi abbastanza cautamente posti
in su le guardie, o sia a cagione di una burrascosa pioggia, mista di
lampi e di tuoni, che di già cominciava a gonfiare il Taro: lo scoppio
del folgore eccheggiava tra le gole degli Appennini, mentre che il
torrente colle sue onde travolgeva con gran fracasso i sassi[347].

  [347] _Mém. de Comines, l. VIII, c. IX, p. 299. — Fr. Guicciardini,
  l. II, p. 102._

All'indomani, lunedì 6 luglio, il re, di già armato ed a cavallo, fece a
sette ore del mattino chiamare a sè il Comines, e lo incaricò di andare
col cardinale di san Malo a dichiarare ai Veneziani, che altro non
voleva che proseguire il suo viaggio, senza fare nè ricevere danno.
Nello stesso tempo attraversò il Taro in faccia a Fornovo, per
continuare a scendere lungo la riva sinistra, e passare avanti al campo
veneziano che lasciava sulla riva destra ad un quarto di lega di
distanza. Le truppe leggeri scaramucciavano su tutti i punti, ed il
cannone cominciò a tirare nell'istante in cui la lettera del Comines e
del cardinale di san Malo giunse in mano de' provveditori veneziani. Non
pertanto mostrarono tuttavia qualche desiderio di entrare in
negoziazione; ma il conte di Cajazzo gridò che non era più tempo di
parlamentare, e che i Francesi erano di già vinti a metà. Uno de'
provveditori, ed il marchese di Mantova furono dello stesso parere;
fecero tacere coloro che volevano ancora parlare, e cominciò la
battaglia[348].

  [348] _Mém. de Comines, l. VIII, c. X, p. 305._

L'avanguardia francese era comandata dal maresciallo di Giè e da Gian
Giacomo Trivulzio: aveva alla testa tre cento cinquanta uomini d'armi, i
migliori dell'armata, dietro ai quali venivano tre mila Svizzeri,
comandati da Engelberto di Cleves, fratello del duca di Nevers, dal
balivo di Digione, e da Lornay, scudiero maggiore della regina,
finalmente erano sostenuti da tre cento arcieri della guardia, che per
ordine del re erano scesi da cavallo. Il re, che comandava la battaglia,
lasciò partire quest'avanguardia, mentre ch'egli attraversava il fiume,
di modo che era di già arrivata a fronte del campo italiano, quand'egli
trovavasene tuttavia molto lontano. Guinol di Lousieres, uno de' maestri
della casa del re, e Giovanni de la Grange, balivo d'Auxonne, avevano il
comando dell'artiglieria. Gilles Caronnel di Normandia portava lo
stendardo dei cento gentiluomini della guardia, ed Aymar di Prie quello
de' pensionarj. Erano diretti dal signor di Crussols dugento balestrieri
a cavallo, dugento arcieri francesi e gli Scozzesi. Claudio de la
Chastre comandava il corpo di battaglia sotto il re, e lo assisteva co'
suoi consiglj. Per ultimo la retroguardia era comandata dai signori de
la Guise e de la Tremouille. Tutti gli equipaggi, portati da circa sei
mila bestie da soma, furono spediti per la strada della montagna a
sinistra, sotto gli ordini del capitano Odet di Riberac, ma senza truppe
che li cuoprissero[349].

  [349] _Andrè de la Vigne Journal de Charles VIII, p. 158. — Phil. de
  Comines, l. VIII, c. XI, p. 307. — Fr. Guicciardini, l. II, p. 103.
  — P. Jovii, l. II, p. 68. — Arn. Ferronii, l. I, p. 16._

L'armata italiana aveva fin allora tenuto d'occhio i movimenti de'
Francesi, ed aveva lasciato che si stendessero sulla ghiaja; ma quando
furono in piena marcia, e che i loro tre corpi si furono tanto
allontanati gli uni dagli altri da non potere più sostenersi a vicenda,
Francesco Gonzaga ordinò l'attacco. Mentre che il re discendeva sulla
riva sinistra del Taro, il Gonzaga rimontava la riva destra; aveva
occupato Fornovo, di dove erano appena partiti i Francesi, e colà passò
il fiume dietro a loro in testa a seicento uomini d'armi, il fiore di
tutta l'armata, di un grosso squadrone di Stradioti e di cinque mila
fanti. Lasciò sulla sinistra Antonio di Montefeltro, figlio naturale del
precedente duca d'Urbino, con una gagliarda riserva per assecondarlo in
caso di bisogno: aveva ordinato che quando egli fosse venuto alle mani
colla retroguardia, passasse il fiume alquanto più basso un altro
squadrone di Stradioti e venisse a percuotere in sul fianco dell'armata
francese, e che un terzo, tenendo la sinistra dal canto delle montagne,
seguisse gli equipaggi, che il capitano Odet cercava di allontanare. Da
un altro canto il conte di Cajazzo con quattrocento gendarmi e due mila
fanti passò il Taro in faccia all'avanguardia francese per attaccarla di
fronte. Lasciò sull'altra riva Annibale Bentivoglio con un corpo di
riserva di dugento uomini d'armi; finalmente ai provveditori Veneziani
fu affidata la custodia del campo con due forti compagnie di uomini
d'armi e mille fanti. In tal modo apparecchiavansi i Veneziani ad
attaccare nello stesso tempo l'armata francese alla testa, alla coda
e di fianco; ma, accostumati alle battaglie d'Italia, nelle quali
uno squadrone si presentava dopo l'altro, ed aspettava sempre di
essere sostenuto da truppe fresche, trascurarono di adoperare
contemporaneamente tutte le loro forze; indebolirono la loro armata con
grosse riserve, che rimasero al di là del fiume, ed il loro più grande
mancamento fu quello di non regolare da principio la marcia delle
riserve, perchè giugnessero successivamente sul luogo della
battaglia[350].

  [350] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 104. — P. Jovii, l. II, p. 69. —
  Barth. Senaregae de reb. Gen., t. XXIV, p. 554. — P. Bembi, l. II,
  p. 38. — An. Navagero Stor. Venez., p. 1205._

Intanto l'attacco del marchese di Mantova veniva diretto con somma
bravura; al primo urto de' suoi uomini d'armi con quelli della
retroguardia francese, tutte le lance si spezzarono, ed i due corpi si
mischiarono per battersi colle mazze d'armi e collo stocco. Il re, che
in quell'istante stava armando de' cavalieri nel corpo di battaglia,
avvisato dal rumore che udiva farsi in sul di dietro, fece dar volta al
suo campo d'armata, ed accorse in ajuto della sua retroguardia. Andava
in tal modo sempre più allontanandosi dalla sua vanguardia, che, durante
questa marcia retrograda, seguitava ad avanzarsi lungo le ghiaje del
fiume. Ognuno correndo più o meno velocemente in ragione del proprio
desiderio d'entrare in battaglia, il re si trovò quasi solo, mentre che
un altro corpo nemico, che aveva passato il fiume di fianco a lui, non
gli era omai distante più di cento passi. Il bastardo di Borbone, che
gli stava a canto, essendosi spinto contro questi nuovi nemici per
caricarli, fu trasportato dal proprio cavallo in mezzo a loro e fatto
prigioniere. Carlo VIII, per quanto fu detto, in questo frangente si
condusse con somma intrepidezza, gettandosi arditamente dove la mischia
era più calda, incoraggiando i suoi soldati, e mostrandosi persuaso
d'avere gli ajuti del cielo[351].

  [351] _De Comines Mém., l. VIII, chap. XI, p. 308. — P. Jovii Hist.
  sui tem., l. II. p. 68._

I Francesi, attaccati da forze infinitamente superiori, non avrebbero
probabilmente potuto resistere a lungo, se mille cinquecento Stradioti
avessero eseguiti gli ordini loro dati di mischiarsi agli uomini d'armi;
quando l'ordinanza di questi era rotta, gli Stradioti colle lunghe loro
sciable trovavansi avvantaggiati tra i cavalieri armati di lance, ed
avrebbono fatta un'orribile carnificina di cavalieri francesi. Ma in
mezzo alla battaglia, quelle truppe leggeri si avvidero che i loro
camerata, avendo svaligiato l'equipaggio de' nemici, stavano dividendo
una così ricca preda, mentre essi non si vedevano innanzi che pericoli.
Tutti gli Stradioti lasciarono subito la battaglia per farsi addosso al
convoglio caduto in potere de' soldati, e bentosto molti pedoni ed anche
uomini d'armi presero la stessa via. Francesco Gonzaga, abbandonato da
coloro ne' quali aveva riposta la sua maggiore fiducia, perdette in
breve tutto il vantaggio che aveva avuto in principio dell'azione. Suo
zio, Rodolfo Gonzaga, era stato ucciso ne' primi istanti della mischia,
onde non aveva potuto eseguire la commissione che gli era stata data di
far avanzare Antonio di Montefeltro, il quale, non ricevendo verun
avviso, si tenne immobile. All'ultimo Francesco Gonzaga venne respinto;
i suoi cavalieri, fuggendo, attraversarono il fiume, altri per
riguadagnare il proprio campo, ed altri per entrare in Fornovo; dietro
ai quali correndo la guardia francese a briglia sciolta, s'allontanò
tanto dal re, che questi per la seconda volta trovossi separato dalla
sua gente, ed esposto a grandissimi pericoli[352].

  [352] _Mémoir. de Comin., l. VIII, chap. XI, p. 309. — Fr.
  Guicciardini, l. II, p. 105. — P. Jovii, l. II, p. 71. — P. Bembi,
  l. II, p. 38._

Nello stesso tempo il conte di Cajazzo aveva caricata la vanguardia
francese, ma non così caldamente. Giunto a fronte degli uomini d'armi
francesi, volse le spalle senza abbassare una lancia, e cominciò a
fuggire, forse sperando di farsi inseguire, onde così sempre più
allontanare la vanguardia dal luogo in cui combatteva il re; almeno così
sospettò il maresciallo di Giè, il quale, sebbene con molto stento,
contenne i suoi uomini d'armi, che volevano dare addosso ai fuggiaschi.
Il re, rimasto alcuni istanti solo fra le due truppe, si trovò
circondato ed attaccato da alcuni cavalieri, che mentre si ritiravano
lungo le ghiaje del fiume si avvidero del suo isolamento. Pure Carlo
VIII fu opportunamente soccorso da una banda di gentiluomini che
venivano a raggiugnerlo. Bentosto la retroguardia, che aveva inseguito
il nemico fino a Fornovo, diede addietro per accostarsi al re; ed allora
continuarono tutti assieme a discendere sulla sinistra del Taro, per
unirsi al corpo del maresciallo di Giè[353].

  [353] _Mémoir. de Comines, l. VIII, chap. XII, p. 313._

Questi si vedeva a fronte, sull'opposta sponda del fiume, il conte di
Cajazzo, che aveva raggiunta la sua riserva, e che poco dopo venne pure
ingrossato dal marchese Gonzaga con tutti coloro che si erano ritirati
alla volta di Fornovo. L'armata italiana era tuttavia più numerosa assai
che non la francese; pure nel consiglio di questa si consultò se dovesse
attaccare il nemico. Gian Giacomo Trivulzio, Camillo Vitelli e Francesco
Secco, condottieri italiani al servigio del re, volevano che si
approfittasse degli ottenuti vantaggi per avere intera vittoria, che si
ripassasse il Taro, che si attaccasse il campo italiano sull'opposta
riva, e che si approfittasse del terrore, di cui apparivano manifesti
segni nelle schiere nemiche. Facevano questi generali osservare che la
strada di Parma era tutta coperta di gente, lo che dava a conoscere che
molti fuggiaschi avevano di già abbandonato il campo, e cercavano di
salvarsi da quella banda. Ma i capitani francesi, che mal conoscevano le
strade, che difficilmente s'inducevano a credere compreso da terrore un
così grande esercito, e che vedevano i proprj cavalli e soldati
affaticati, non vollero esporsi a perdere i conseguiti vantaggi. Dopo
qualche disamina il re andò ad alloggiare in un villaggio presso al
Taro, alquanto al di sotto del luogo in cui erasi data la battaglia,
ponendosi in una piccola casa al coperto della pioggia, che aveva
continuato tutto il giorno[354].

  [354] _Phil. de Comines Mém., l. VIII, ch. XII, p. 318. — Fr.
  Guicciardini, l. II, p. 107. — Pauli Jovii Hist. sui temp., l. II,
  p. 72. — Fr. Belcarii Comm. Rer. Gall., l. VI, p. 169. — An.
  Ferroni, l. I, p. 17._

L'urto tra gli uomini d'armi del marchese di Mantova e la retroguardia
francese non era durato più d'un quarto d'ora, e più di tre quarti i
secondi inseguirono i nemici: tanto l'impeto francese e la violenza
delle cariche degli uomini d'armi aveva confusa la tattica italiana. I
vincitori non perdettero più di dugento uomini, i vinti circa tre mila
cinquecento. Moltissimi cavalieri, atterrati nel primo urto, furono
uccisi in terra a colpi di scuri dai servitori dell'armata, ed i pedoni,
separati dalla loro cavalleria, furono tagliati a pezzi: fra gl'Italiani
uccisi in quest'azione si contarono Rodolfo di Gonzaga, zio del
marchese; Rannuccio Farnese, Giovanni Piccinino, nipote del famoso
Niccolò; Galeazzo di Coreggio, Roberto Strozzi ed Alessandro Beroaldi.
Bernardino di Montone, nipote del gran Braccio, erasi pure lasciato tra
gli estinti, ma guarì dalle sue ferite[355]. I Francesi non fecero un
solo prigioniere per la stessa ragione che li dissuadeva dal difendere i
proprj equipaggi e dallo spogliare i nemici. Erano essi in troppo piccol
numero, e troppo lontani dal loro paese, per far cosa che potesse in
qualunque modo ritardare il loro cammino. Più volte in tempo della
battaglia si udirono gridare: _Risovvengavi di Guinegales_!
Effettivamente in questo luogo avevano perduta una vittoria di già
conseguita, per essersi sbandati a saccheggiare[356].

  [355] _Rosmini Ist. di Gio. Giacomo Trivulzio, l. VI, p. 250. —
  Frane. Guicciardini, l. II, p. 107. — P. Jovii, l. II, p. 73. —
  André de la Vigne, Jour. de Charles VIII, p. 166. — P. Bembi Ist.
  Ven., l. II, p. 38. — Bern. Oricellarius, p. 75-83._ Ma questi, per
  tenere uno stile più classico, sopprime tutte le circostanze che
  aggiugnerebbero verità al suo racconto.

  [356] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 107. — Phil. de Comines, l. VIII,
  ch. XII, p. 315._

Il terrore nel campo degl'Italiani era più grande assai che non potevano
supporlo i Francesi. La prodigiosa perdita fatta dai primi in così breve
tempo aveva colpito la loro immaginazione, e durante la notte si ottenne
a stento di trattenere i soldati, che volevano tutti fuggire a Parma. Il
conte di Pitigliano, fatto prigioniere a Nola, e che veniva condotto dal
re dietro l'armata col conte Virginio Orsini, suo cugino, essendo
fuggito in tempo della battaglia, e salvatosi nel campo veneziano,
contribuì potentemente a calmarli. Egli tenne dietro al fuggiaschi quasi
due ore per richiamarli alla battaglia, gridando _Pitigliano_, Se gli
fosse riuscito di riunirli, teneva per fermo che un nuovo attacco
avrebbe ruinato i Francesi senza riparo. Egli aveva infatti veduto il
disordine del loro campo, ed aveva conosciuto che la loro ordinanza di
battaglia era stata più che altro opera dell'accidente, e che un solo
urto di cavalleria, dagl'Italiani mal sostenuto, aveva decisa la sorte
della battaglia. Egli sapeva che i Francesi non erano affatto sicuri
della loro ritirata, e che sarebbe facile il far loro provare quello
stesso terrore che avevano incusso ne' loro nemici. Ma tutti i suoi
sforzi altro non ottennero che d'impedire la dispersione dell'armata;
non già di ridurli ad un nuovo attacco, che egli avrebbe voluto tentare
durante la notte. Altronde la continua pioggia aveva finalmente gonfiato
il Taro, e di già questo torrente rendeva difficile l'avvicinamento
d'un'armata all'altra[357].

  [357] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 109. — Mém. de Comines, l. VIII,
  c. XII, p. 318. — P. Jovii, l. II, p. 72 e 74. — P. Bembi Ist. Ven.,
  l. II, p. 38._

Nel giorno 7 il re si accampò a Medesana, un miglio al di sotto al luogo
in cui aveva passata la notte. Nello stesso tempo incaricò il Comines di
ricominciare, s'era possibile, le negoziazioni, perciocchè desiderava di
ritirarsi tranquillamente; lo che non poteva fare con piena sicurezza in
vicinanza d'una armata più numerosa assai della sua. Per trattare di
conserva col Comines nominava il cardinale di san Malo, il maresciallo
di Giè e Lodovico di Allewin, signore di Piennes. I commissarj italiani
furono il marchese di Mantova, il conte di Cajazzo ed i due provveditori
veneziani. Erano da ambo le parti i più ragguardevoli personaggi delle
due armate; ma la difficoltà consisteva nel riunirli. Avanzaronsi gli
uni e gli altri dal canto loro sulle ghiaje del torrente; ma niuno osava
di passare il fiume, soverchiamente ingrossato dalle pioggie, e che
volgeva le onde con tanto fracasso, che non era altrimenti possibile
l'intendersi dall'una all'altra riva. All'ultimo il Comines con
Robertet, segretario del re, si recò presso i Veneziani, ma era
incaricato soltanto di proporre una conferenza. In quest'abboccamento si
parlò della precedente battaglia, e credendo il marchese di Mantova che
suo zio fosse ancora vivo, lo raccomandò al Comines insieme a tutti gli
altri prigionieri: ma il Comines si guardò dal rispondere che i Francesi
non avevano dato quartiere a veruna persona. Si convenne di avere
un'altra conferenza verso sera, ma i Veneziani fecero in appresso
avvisare il Comines di protrarla fino all'indomani, per non arrischiare
di scontrarsi negli Stradioti, che non eransi potuti assoggettare a
veruna disciplina. Il re non aveva intenzione d'aspettare il giorno
susseguente. Un'ora prima dell'alba i trombettieri suonarono col grido
consueto: _faites bon guè_[358]. Era questo il segno convenuto, perchè
tutti montassero a cavallo, e si avviassero alla volta di Borgo san
Donnino[359].

  [358] Fate buona guardia.

  [359] _Phil. de Comines, l. VIII, c. XIII, p. 322. — André de la
  Vigne, Journ. de Charles VIII, p. 166 — P. Jovii, l. II, p. 75._

Questa notturna partenza, volgendo le spalle al nemico, era propriamente
fatta per seminare il terrore nell'armata. Trattavasi d'attraversare un
paese alpestre prima di raggiugnere in sul piano la strada maestra; e
siccome, a cagione della negligenza del grande scudiere, l'armata
partiva senza guide, si smarrì. Ma i fuochi lasciati dai Francesi nel
campo ingannarono i Veneziani, i quali non s'avvidero che a mezzogiorno
della loro partenza. Le pioggie, che sempre continuavano, avevano
talmente gonfiato le acque del torrente, che fino alle quattro ore niuno
s'arrischiò di varcarlo. All'ultimo lo attraversò il conte di Cajazzo
con dugento cavalli italiani, perdendo uno o due uomini. Questo felice
accidente diede tempo al Francesi di fare sei miglia all'incirca in un
paese disuguale, nel quale potevano essere assai molestati, e di
giugnere in una vasta pianura, ove la loro vanguardia, l'artiglieria e
gli equipaggi, partiti alcune ore prima di loro, gli aspettavano[360].

  [360] _Mém. de Comines, l. VIII, p. 328._

Un'armata, che si ritira in faccia al nemico, non tarda a scoraggiarsi
anche dopo avere ottenuti prosperi successi. La retroguardia, giugnendo
in sul piano, fu atterrita vedendo il corpo d'armata che la stava
aspettando, in mezzo al quale lo stendardo del Trivulzio le sembrò
quello del marchese di Mantova. Nè la vanguardia provò minore spavento
nel vedere avvicinarsi la retroguardia, finchè gli esploratori delle due
parti non si furono riconosciuti. I Francesi erano appena giunti a san
Donnino, quando un falso allarme li costrinse ad uscirne; lo che
preservò questa terra dal saccheggio, che gli Svizzeri avevano di già
cominciato[361].

  [361] _Journ. d'André de la Vigne, p. 167._

La prima notte il re dormì a Firenzuola, e la seconda presso alla
Trebbia, al di là di Piacenza; ed era colà giunto senza essere molestato
dalla cavalleria leggiera del nemico. Suppose di non essere più esposto
a verun pericolo, e ben fece passare la Trebbia che ad una parte della
sua armata, lasciando sull'altra sponda quasi tutta l'artiglieria con
dugento lance e cogli Svizzeri per custodirla. Per dividere così i
soldati non aveva avuto altro motivo che quello di trovare per tutti più
comodi alloggiamenti. Ma i fiumi d'Italia sono soggetti a così subite
escrescenze d'acque, che non si può mai far capitale dei guadi già
riconosciuti. Alle dieci ore della sera il fiume sollevossi rapidamente
a tanta altezza, a motivo delle pioggie cadute negli Appennini, che non
sarebbe stato possibile d'attraversarlo nè a piedi nè a cavallo. Più non
era in arbitrio d'una metà dell'armata il dare soccorso all'altra; e non
pertanto il nemico trovavasi vicino assai, perciocchè il conte di
Cajazzo era entrato in Piacenza, di cui aveva accresciuta la
guarnigione. I Francesi sull'una e sull'altra riva cercarono tutta la
notte con estrema inquietudine alcun mezzo di comunicazione, senza
poterne scoprire alcuno; finalmente verso le cinque ore del mattino le
acque cominciarono da sè medesime a abbassarsi; allora i soldati si
affrettarono di stendere delle corde dall'una all'altra sponda, onde
sostenere le persone a piedi, che guadarono il fiume, entrando
nell'acqua fin sopra allo stomaco; ed in tal modo poterono riunirsi i
due corpi d'armata, che il re già si pentiva d'avere separati[362].

  [362] _Phil. de Comines, l. VIII, chap. XIII, p. 330. — Fr.
  Guicciardini, l. II, p. 110. — André de la Vigne, Journal, p. 168._

Il conte di Cajazzo aveva trovati in Piacenza cinquecento fanti
tedeschi, gli unì ai cavalleggeri che seco aveva condotti, ed avendo
raggiunta alla Trebbia l'armata francese, più non lasciò di molestarla
nella sua ritirata, mentre dirigevasi per Castel san Giovanni, Voghera,
Tortona e Nizza di Monferrato. I provveditori veneziani non vollero
permettere che la loro armata si accostasse mai tanto a quella di Carlo
da dare un'altra battaglia. Pure quanto più i Francesi s'andavano
avvicinando al paese in cui speravano finalmente di trovare piena
sicurezza, meno vogliosi si mostravano di combattere[363]. La loro
ritirata venne soltanto coperta da trecento Svizzeri armati di
colombrine e d'archibugi a cavalletto. Costoro aspettavano gli Stradioti
fino a mezzo tiro delle loro armi con una flemma dalla quale mai non si
dipartirono, e li facevano dare addietro con un fuoco ben mantenuto. I
Francesi mostravano minor sangue freddo nell'affrontare il pericolo, ma
soffrivano pazientemente i disagi di una penosissima ritirata. Gli
alloggiamenti più non venivano distribuiti dai forieri; ognuno
collocavasi meglio che poteva, senza cagionare disturbi nè contese; non
si ottenevano i viveri che con estrema difficoltà; e senza l'opinione
grandissima che aveva Gian Giacomo Trivulzio presso il partito guelfo di
Lombardia, l'armata avrebbe sofferta una crudel fame. Ciò che più
tormentava i soldati era la mancanza d'acqua. Camminavano nel cuore
della state, e, per ispegnere la sete che li divorava, entravano fino
alla cintura nelle fosse fangose delle piccole città e de' villaggi. I
primi che vi giugnevano trovavano pure dell'acqua ancora limpida, ma la
folla de' soldati, de' servi e de' cavalli che li seguiva, esauriva in
breve quei fossi, o ne corrompeva le acque con un fango infetto[364].

  [363] _Mém. de Comines, l. VIII, chap. XIII, p. 332._

  [364] _Mém. de Phil. de Comines, l. VIII, c. XIV, p. 334. — Bern.
  Oricellarii de bello Italico, p. 86._

Il re partiva sempre prima che facesse giorno, e camminava fino a
mezzodì; allora tutti si cercavano alla meglio qualche ricovero, e tanto
i signori che i servi erano forzati a cercarsi i viveri ed i foraggi pei
proprj cavalli. Il Comines, che dice essere uno di coloro che soffrirono
meno degli altri, e che era oramai vecchio, fu due volte costretto a
cercare egli stesso il foraggio pel suo cavallo e ad accontentarsi d'un
tozzo di cattivo pane. Ma il Comines, che aveva accompagnato il duca di
Borgogna in difficilissime guerre, ove per altro le truppe mai non
avevano sofferto altrettanto, non poteva abbastanza ammirare la pazienza
ed il lieto umore di quei soldati francesi che mai non si lagnavano.
L'armata era forzata a camminare lentamente a cagione della grossa
artiglieria; ad ogni istante o i carri si rompevano, o mancavano i
cavalli; ma non eravi un solo cavaliere che rifiutasse di mettere mano
al lavoro, o di prestare il suo cavallo per tirare un cannone da un
cattivo passo; di modo che in così penoso viaggio non si perdette un
solo pezzo d'artiglieria, nè una libbra di polvere. Finalmente il
mercoledì, 15 di luglio, otto giorni dopo la loro partenza da Medesana,
i Francesi, che il giorno 14 eransi trattenuti presso le mura
d'Alessandria, giunsero in Asti, ove si videro nello stesso tempo in
luogo di sicurezza e di riposo, ed in una città abbondantemente
provveduta di vittovaglie[365].

  [365] _Mém. de Phil. de Comines, l. VII, c. XIV, p. 337. — André de
  la Vigne Journal des Charles VIII, p. 170. — Fr. Guicciardini, l.
  II, p. 111. — P. Jovii Hist. sui temp., l. II, p. 76._

Il duca d'Orleans non aveva potuto tornare ad Asti per ricevere Carlo
VIII; egli erasi chiuso in Novara, ed aveva colà riunite tutte le truppe
che di mano in mano erano giunte dalla Francia. La di lui armata
trovavasi in ottimo stato e bene disciplinata; e tra Svizzeri e Francesi
ammontava a settemila cinquecento uomini che ricevevano paga. Ma il
duca, fidando nella ricchezza e fertilità della provincia, invece di
formare altri magazzini in Novara, aveva lasciati dilapidare quelli che
vi trovò quando la sorprese. L'armata del duca di Milano era venuta ad
assediarlo, prima che avesse potuto riparare così grave mancamento, e
quella de' Veneziani, che si era battuta coi Francesi a Fornovo, invece
d'inseguire Carlo VIII, aveva raggiunti gli assedianti. Perciò quando il
duca d'Orleans seppe che il re era arrivato in Asti, lo mandò a pregare
d'affrettarsi a liberarlo[366].

  [366] _Phil. de Comines, l. VIII, c. XIV, p. 338. — Fr.
  Guicciardini, l. II, p. 111. — P. Bembi, l. II, p. 41. — P. Jovii,
  l. III, p. 93. — Bern. Oricellarii Comm., p. 87._

Ma nè Carlo VIII, nè i suoi soldati avevan troppa voglia di combattere:
il re dopo pochi giorni passò da Asti a Torino per cercar di trattare
coi confederati, valendosi della mediazione della duchessa reggente di
Savoja. I confederati desideravano pure d'ottenere una buona pace, ed
avrebbero veduto con piacere incaricato delle negoziazioni il Comines;
ma gl'intrighi di corte e la gelosia del cardinale di san Malo non lo
permisero; e perchè le due parti temevano egualmente di fare le prime
proposizioni, il re mandò il balivo di Digione agli Svizzeri per far
leva nel loro paese e condurre a Novara cinque mila soldati[367].

  [367] _Phil. de Comines, l. VIII, c. XV, p. 339._ — Partì il giorno
  15 di agosto. _André de la Vigne, p. 172._

Intanto il tempo passava, e Carlo VIII, dimenticando le cose della
guerra, omai ad altro più non pensava che a sollazzarsi. Egli aveva
alloggiato in Chieri nella casa d'uno de' principali della provincia,
Giovanni di Soleri, la di cui figlia era stata dalla città incaricata di
arringarlo. Lo aveva fatto con molto garbo[368], e dopo quel giorno il
re credette di non avere altro affare che quello di sedurre Anna di
Soleri. Andava continuamente da Torino a Chieri, senza curarsi delle
ristrettezze in cui era ridotto il conte d'Orleans, il quale nello
stesso tempo trovavasi indebolito dalla febbre quartana, e vedeva andare
ogni giorno crescendo i nemici che lo assediavano. Non contavansi nella
loro armata meno di undici mila landsknecht, capitanati dal duca di
Brunswick e da Giorgio di Pietra Piana (Ebenstein) riputatissimo
condottiere tedesco. Massimiliano non aveva somministrato che il minor
numero di questi soldati, gli altri erano stati levati in Germania col
denaro de' confederati[369].

  [368] «Senza scomporsi, tossire, nè sputare, nè variare in verun
  modo, dice Andrea della Vigna,» _Journal de Charles VIII, p. 171. —
  Fr. Guicciardini, l. II, p. 118. — P. Jovii, l. III, p. 93._

  [369] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 118. — P. Jovii, l. III, p. 95. —
  Fr. Belcarii Comm. l. VII. p. 181. — Ber. Oricellarii, p. 88._

Gli amici del duca d'Orleans lo avevano invitato a ritirarsi in Vercelli
o in Asti con una porzione delle sue truppe, prima che gli venissero
tolte tutte le uscite di Novara; avrebbe in tal modo diminuita la
guarnigione, tutta a carico de' quasi esauriti magazzini della città, ed
avrebbe in pari tempo avuta maggiore influenza ne' consiglj del re; ma
Giorgio d'Amboise, suo favorito, in allora arcivescovo di Rouen, poscia
cardinale, era stato da lui spedito in Asti, dove aveva contratta
domestichezza col cardinale di san Malo, favorito di Carlo VIII, e
questi due ecclesiastici, giudicando delle cose della guerra a seconda
de' loro pregiudizi, senza voler ascoltare i consiglj de' militari,
andavano assicurando il duca d'Orleans, che il re non tarderebbe a
portarsi sopra Novara per liberarlo con una battaglia; mentre che il
meno attento osservatore avrebbe potuto conoscere che l'armata non
rientrerebbe in battaglia, senza esservi condotta dal re, che non aveva
voglia di condurvela[370].

  [370] _Phil. de Comines, l. VIII, c. XVI, p. 345. — Arn. Ferroni, l.
  II, p. 21._

Queste false informazioni persuasero il duca d'Orleans a rimanere
ostinatamente in Novara, sebbene i bisogni dell'armata andassero ogni
giorno crescendo e declinassero all'ultimo in una terribile carestia. I
generali di Carlo VIII tentarono, a dire il vero, più volte di far
giugnere vittovaglie agli assediati; ma i loro convogli caddero quasi
tutti in mano del nemico con grave perdita dell'armata francese; mentre
che in Novara andava crescendo la miseria, e che ogni dì morivano di
fame e borghesi e soldati. Tutte le savie persone dell'armata, ma in
ispecie i militari desideravano di terminare la campagna con onorevoli
patti. Rappresentavano che l'inverno era imminente, che al re mancava il
danaro; che non restavano che pochissimi Francesi all'armata; che molti
di loro erano caduti infermi; che gli altri così caldamente desideravano
di tornare in Francia, che ne partivano parecchi ogni giorno, alcuni con
regolare congedo del re, altri senz'aspettarlo. Il principe d'Orange, di
fresco giunto dalla Francia, il quale conosceva tutti i mezzi che poteva
somministrare il paese, insisteva sulla necessità di venire ad un
accomodamento, ed altronde sapevasi che Lodovico il Moro non chiedeva
altro che la restituzione di Novara. Ma in allora il consiglio del re
era tutto in mano degli ecclesiastici, ed il cardinale di san Malo
approfittava della lontananza o degli amori del re, che più non pensava
agli altri affari, per impedire ogni negoziazione[371].

  [371] _Phil. de Comines, Mém., l. VIII, c. XVI, p. 346. — P. Jovii,
  l. III, p. 97. — Fr. Belcarii Comm., l. VII, p. 183._

L'armata italiana non si limitava a bloccare Novara; aveva
successivamente attaccati e presi i posti avanzati che i Francesi
avevano fortificati intorno a quella città; si era accampata a san
Francesco, a san Nazaro ed a Bolgari, in maniera di privare gli
assediati d'ogni comunicazione colla campagna, e nello stesso tempo di
rendere pressocchè inespugnabili le sue posizioni[372]. Sebbene da ambo
le parti si avesse il medesimo desiderio d'entrare in trattative, queste
mai non si aprivano, perchè l'una e l'altra parte credeva disonorevole
il farne la proposizione. Intanto morì la marchesana di Monferrato,
quella savia e bella principessa che sempre si mantenne fedele
all'alleanza del re; periva nella fresca età di ventinove anni,
lasciando i suoi figli in tenera età, de' quali si contrastavano la
tutela il marchese di Saluzzo e Costantino Arianite, uno de' signori di
Bazan nell'Epiro, zio e principale consigliere della morta principessa.
Carlo VIII, per un atto di riconoscenza verso la di lei memoria, spedì
il Comines a Casale per regolare quella tutela che fu conferita al
signore Costantino[373]. Ma mentre il Comines trattenevasi a quella
corte, si abbattè in un inviato del marchese di Mantova, che questi
aveva incaricato di complimentare, il giovane marchese di Monferrato suo
parente. Quest'incontro diede luogo ad un'apertura di negoziazioni, che
bentosto si rendettero più diretti per avere il Comines scritto ai due
procuratori veneziani[374].

  [372] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 118. — P. Jovii Hist., l. III,
  p. 96._

  [373] _Phil. de Comines, l. VIII, c. XVI, p. 350. — Fr.
  Guicciardini, l. II, p. 122. — Fr. Belcarii Rer. Gall., l. VII, p.
  184._

  [374] _P. Jovii, l. III, p. 97._

Le due parti, avendo lo stesso desiderio di trattare, e gli stessi
timori rispetto alle vicende della guerra, convennero d'aprire un
congresso a metà strada tra Novara e Vercelli, tra Bolgari e Camariano.
Il principe d'Orange, il maresciallo di Giè, di Piennes e Comines
trattavano per la Francia; il marchese di Mantova e Bernardo Contarini
per gli alleati. Il re più non isperava di salvare Novara, e ad altro
non pensava che a cavarne con onore il cugino. Proponeva che questa
città, risguardata come dipendente dall'impero, si consegnasse agli
ufficiali di Massimiliano che trovavansi insieme ai confederati[375]. Ma
non avendo potuto ottenere questa condizione, e la fame stringendo
sempre più gli assediati, si convenne soltanto che il duca d'Orleans
uscirebbe da Novara con tutte le sue truppe, ad eccezione di trenta
uomini che lascierebbe nel castello, e che fino all'ultimazione delle
negoziazioni la città verrebbe data in custodia ai soli borghesi, ai
quali il duca di Milano permetterebbe di ricevere di giorno in giorno i
viveri necessari[376].

  [375] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 123. — Phil. de Comines, Mém., l.
  VIII, c. XVI, p. 357._

  [376] _Phil de Comines Mém., l. VIII, c. XVII, p. 360._

La città era di già evacuata, e le conferenze, che tenevansi ogni
giorno, sembravano promettere un vicino felice risultato. Vi assisteva
Lodovico il Moro con sua moglie la duchessa di Milano, nella quale
riponeva tutta la sua confidenza, quando il balivo di Digione, ch'era
stato spedito nella Svizzera per farvi leva di cinque mila uomini,
giunse a portata del campo francese colle prime colonne di questo nuovo
corpo di truppe. La spedizione nel regno di Napoli, dove Carlo VIII
aveva per la prima volta condotti soldati svizzeri, aveva inspirato in
que' montanari un nuovo ardore e riempitili di larghe speranze;
credevano che le ricche pianure della Lombardia fossero abbandonate in
loro balìa. Non avevano cominciato che da poco tempo a mettersi al soldo
delle straniere nazioni, e questa strada d'acquistare ricchezza e gloria
offriva loro tutto l'allettamento della novità. Sebbene il balivo di
Digione non avesse voluto levarne che cinque mila, se n'erano
spontaneamente posti in cammino alla volta dell'Italia venti mila, onde
si dovettero dare ordini tali ai confini del Piemonte che impedissero il
passaggio a maggior numero di gente, altrimenti perfino le donne ed i
fanciulli parevano volenterosi di scendere in Italia[377].

  [377] _Phil. de Comines, l. VIII, c. XVII, p. 363. — Fr.
  Guicciardini, l. II, p. 123. — P. Jovii, l. III, p. 97. — Fr.
  Belcarii Comm. Rer. Gall., l. VII, p. 186._

L'arrivo di questa inaspettata moltitudine, che tanto cambiava la
proporzione delle forze delle due armate, avrebbe al certo impedita
l'evacuazione di Novara, quando non avesse avuto luogo due o tre giorni
prima. Poteva inoltre dare motivo a nuove deliberazioni, se tornasse
meglio di rompere le negoziazioni, o se il re con una così grossa e
bellicosa armata, e diretta da così valorosi ufficiali, non doveva
cogliere l'opportunità di tentare la conquista della Lombardia. Non
potevasi dubitare che l'evacuazione di Novara e la ritirata di Carlo
VIII al di là delle Alpi non dovesse scoraggiare totalmente l'armata che
tuttavia difendeva il regno di Napoli, sconcertare tutti i partigiani
della Francia, e rialzare invece le abbattute speranze, e l'orgoglio del
partito nemico. Vero è che il campo veneziano era in così forte
posizione e fiancheggiato da così ragguardevoli opere, che temeraria
cosa sarebbe stata quella di volerlo forzare, ma se invece d'attaccarlo,
i Francesi si fossero incamminati alla volta di Milano o di Pavia,
avrebbero costretto il marchese di Mantova a seguirli, non lasciandogli
che la scelta tra una battaglia e la perdita del paese ch'egli doveva
difendere. Ai Francesi non si era giammai offerta più bella occasione di
acquistare il dominio dell'Italia, ed il duca d'Orleans colla sua
eloquenza e col suo credito cercava pure di persuaderlo[378].

  [378] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 123. — Phil. de Comines, l. VIII,
  c. XVII, p. 364._

Ma il duca d'Orleans non aveva alla corte grandissima influenza; anzi
era gagliardamente sospetto ai favoriti del re: era tuttavia fresca la
memoria delle guerre civili cui aveva presa parte, ed invece di
favoreggiare il suo ingrandimento, la corte inclinava ad impedirgli
l'acquisto del Milanese: Gian Giacomo Trivulzio proponeva ai Veneziani
un parziale trattato con Carlo VIII, in virtù del quale Lodovico il Moro
sarebbe stato costretto a rassegnare a Massimiliano Sforza, figlio di
suo nipote Giovan Galeazzo, il ducato di Milano, mentre che Cremona col
suo territorio sarebbesi ceduta ai Veneziani in pagamento delle spese
della guerra[379]. Questo trattato, che non ebbe effetto, contribuì per
altro a indebolire la vicendevole confidenza delle potenze italiane.

  [379] _Ber. Oricellarii Comm. de Bello Ital., p. 89._

Ma la disposizione della nobiltà francese era quella che più d'ogni
altra cosa si opponeva al rinnovamento delle ostilità. Era la nobiltà
stanca di questa spedizione; più non voleva combattere, ed ardentemente
desiderava di ripatriare: perciò pretendeva che più non avesse l'armata
abbastanza uomini d'armi per mantenere una certa proporzione con una
così grossa massa di fanteria forastiera; e questa stessa considerazione
fece luogo a strani sospetti contro quelle milizie svizzere ch'erano
accorse con tanta avidità. Dichiaravano i cortigiani essere estrema
imprudenza l'esporre il re e tutta la nobiltà del regno all'arbitrio di
una moltitudine indomita, orgogliosa e conscia della propria possanza.
Si opposero perciò all'unione di dieci mila uomini, ch'erano rimasti al
di là di Vercelli, cogli altri dieci mila di già arrivati al campo; e
diedero tanta importanza a tali assurdi timori, che le truppe, che
dovevano inspirare la maggiore confidenza, erano invece diventate
l'oggetto della maggiore paura.

In tale situazione Carlo VIII si fece conoscere apparecchiato ad
abbandonare ogni vantaggio, se si potesse a tale prezzo ridurre il duca
di Milano a staccarsi dalla lega ed a fare con lui un parziale trattato.
Lo avevano a ciò disposto le precedenti negoziazioni coi Veneziani, e
gli stessi Veneziani non vi frapposero ostacolo, persuasi che la sola
cosa necessaria alla tranquillità dell'Italia era la ritirata di Carlo
VIII al di là delle Alpi. Infatti il giorno 10 d'ottobre nel campo di
Vercelli fu conchiuso un trattato di pace e d'amicizia tra Carlo e
Lodovico il Moro, duca di Milano. Si convenne che Novara sarebbe ceduta
a quest'ultimo, che conserverebbe anche Genova, ma come feudo della
Francia, e che il re potrebbe in questa città fare come in addietro gli
apparecchj necessarj alla difesa di Napoli. Inoltre il duca prometteva
di perdonare a tutti i suoi sudditi che avevano seguito il partito
francese, di rendere a Gian Giacomo Trivulzio il godimento de' suoi
beni, di rinunciare all'alleanza di don Ferdinando, re di Napoli, e
d'unirsi al re contro la repubblica di Venezia, se nello spazio di due
mesi questa non accedeva allo stesso trattato. Ma per sicurezza di tutte
queste promesse, alle quali niuna persona dava fede, nè meno coloro
dell'armata francese che chiedevano la pace, il re non doveva avere
altra guarenzia che la fortezza del Castelletto di Genova, e questa
ancora non doveva essere posta nelle sue mani, ma consegnata al duca di
Ferrara, suocero del duca di Milano, il quale prometteva di darla al re
di Francia, ogni qual volta suo genero mancasse a' suoi obblighi verso
il re[380].

  [380] Lo stesso Trattato in 46 articoli viene riportato da _Dionigi
  Godefroy, Observations sur l'Hist. de Charles VIII, p. 722, 727. —
  Mém. de Phil. de Comines, l. VIII, c. XVIII, p. 366. — Fr.
  Guicciardini, l. II, p. 124. — André de la Vigne, Journal, p. 186. —
  Chron, Ven., t. XXIV, p. 28. — P. Jovii Hist., l. III, p. 98. — Ber.
  Oricellarii Somm., p. 91. — Ant. Ferroni, l. II, p. 22._

Ebbe appena Carlo sottoscritta e giurata questa pace, che, cedendo a
quella impazienza di ritornare in Francia che formava il voto di tutta
la sua nobiltà, non che il suo, apparecchiossi a partire all'indomani
alla volta di Trino nel Monferrato. Vero è che gli Svizzeri, i quali
erano venuti in Italia con tante speranze, e che trattavasi di rimandare
alle case loro senza nemmeno corrisponder loro il convenuto soldo,
cominciavano a tumultuare; e si aveva allora qualche ragione di temere
quello che in addietro si era finto gratuitamente di credere, cioè che
volessero ritenere il re come ostaggio di ciò che loro era dovuto. Si
offriva loro soltanto un mese di paga, lo che bastava appena ad
indennizzarli delle spese sostenute per uscire dal loro paese, e di
quelle che far dovevano per ritornarvi. Essi domandavano il soldo di tre
mesi, come Lodovico XI si era obbligato di fare nelle capitolazioni
convenute coi loro cantoni, qualunque volta li chiamasse; ed all'ultimo
convenne soddisfarli non col danaro, che ciò non era possibile, ma dando
loro ostaggi e cambiali[381]: ed allora si ritirarono tra le loro
montagne. Il re lasciò in Asti Gian Giacomo Trivulzio con cinquecento
lance francesi per agevolarsi in avvenire l'ingresso in Italia: ma
questi cavalieri, non potendo resistere all'ardente desiderio di
rivedere la loro patria, non ubbidirono; e nello spazio di pochi giorni
quasi tutti ripassarono le Alpi senza congedo[382]. Il re con tutto il
rimanente dell'armata partì da Torino il 22 ottobre alla volta di Susa,
indi, prendendo la strada di Brianzone e di Embrun, valicò le Alpi con
tanta celerità, come se avesse alle reni un'armata vittoriosa. Il 25
d'ottobre arrivò a Gap nel Delfinato, ed il 27 a Grenoble[383].

  [381] _Phil. de Comines Mém., l. VIII, c. XVIII, p. 369._

  [382] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 129._

  [383] _André de la Vigne, Journal de Charles VIII, p. 187._ — Questo
  scrittore chiude il suo giornale coll'ingresso del re in Lione il 7
  novembre del 1495, _p. 189_. Costui era segretario di Anna di
  Bretagna, ed era _per espressa volontà e comando del re ch'egli
  scriveva_ questa narrazione. È ingenua e talvolta dilettevole, ma
  spesse volte adula il re o la vanità de' suoi compatriotti, senza
  punto curarsi della verità.

Questa breve spedizione del re di Francia, che così precipitosamente
abbandonava conquiste fatte colla stessa rapidità, lasciava da una
all'altra estremità dell'Italia i semi di nuove guerre, di rivoluzioni e
di calamità; ed in quel modo che un segreto lievito di odj e di miserie
erasi sviluppato a cagione del suo passaggio in tutti i principati ed in
tutte le repubbliche, così un nuovo veleno, il marciume d'una malattia
fin allora ignota, si sparse dalla stessa armata francese in seno alle
famiglie nel suo ritorno da Napoli. Questa crudele malattia, che
Francesi chiamarono lungo tempo il male di Napoli, e gl'Italiani il mal
francese, era senza dubbio stata portata a Napoli da qualche Spagnuolo,
cui era stata comunicata da' primi compagni che Cristoforo Colombo aveva
ricondotti dalla sua spedizione dell'America. Forse, trovandosi in
allora circoscritta in un piccol numero d'individui, avrebbe potuto
essere soffocata ne' suoi principj, se una guerra così universale, così
lunghe marcie d'eserciti e la militare licenza, non l'avessero diffusa
con una sorprendente rapidità, e comunicata in brevissimo tempo alla
massa del popolo in Francia ed in Italia. Cristoforo Colombo non era
rientrato nel porto di Palos, di ritorno dal suo primo viaggio, che il
15 marzo del 1493; e nel corso di quella primavera la malattia cominciò
a diffondersi nel Portogallo, nell'Andalusia e nella Biscaglia[384].
Dopo due anni la stessa malattia, che non si comunica come le altre
contagioni ordinarie, e che non infettava mai un nuovo individuo senza
che questi non dovesse il suo male ad una colpa, aveva di già
disseminato il suo veleno tra gli Spagnuoli, gl'Italiani, i Francesi,
gli Svizzeri, i Tedeschi, e per dirlo in una parola in più della metà
dell'Europa[385].

  [384] _Bart. Senaregæ de Reb. Genuens., l. XXIV, p. 558._

  [385] _Guicciardini, l. II, p. 130. — Fr. Belcarii, l. VII, p. 189._
  — L'imperatore Massimiliano, persuadendosi che questa malattia fosse
  una conseguenza delle bestemmie che spesse volte pronunciavano le
  persone dissolute ne' postriboli, in tale occasione pubblicò in
  Worms, il 7 agosto del 1495, un editto severissimo contro i
  bestemmiatori. _Extat ap. Raynal., t. XIX, p. 446, § 39, 40 e 41. —
  Agost. Giustiniano Ann. di Genova, f. 253._ Sembra che allora niuno
  sapesse ancora la maniera con cui questa malattia si comunica.



CAPITOLO XCVII.

      _Ferdinando II rientra nel regno di Napoli e ricupera la sua
      capitale. — I Francesi vendono ai nemici del Fiorentini le
      fortezze che occupavano in Toscana. — Vengono sforzati a
      capitolare ad Atella, ed evacuano il regno di Napoli. — Morte di
      Ferdinando II._

1495 = 1496.


I moderni tempi, in mezzo a continue guerre, offrirono un così piccolo
numero di conquistatori, contansi così pochi re che abbiano essi
medesimi condotte le loro armate, così pochi che non abbiano provate
grandi sventure dopo essersi posti alla loro testa, che Carlo VIII, per
la rapida conquista del regno di Napoli, occupa un luminoso posto nella
storia della Francia. Egli è dopo san Luigi il primo monarca, di cui gli
storici francesi abbiano a raccontare una brillante e lontana
spedizione; i suoi successori, sebbene più prudenti e più esperti
nell'arte della guerra, non furono di lunga mano fortunati al paro di
lui. Perciò i Francesi lo hanno per lo più rappresentato come un
glorioso conquistatore, e tra i loro storici cortigianeschi la maggior
parte si sdegna contro il Comines e contro gli scrittori italiani, per
avere detto, che aveva poco ingegno, non carattere, non abitudine
all'applicazione; tanto è vero che nelle conquiste e nella condotta di
un'armata trionfatrice avvi qualche cosa che abbaglia il volgare, e si
trae dietro la sua ammirazione.

Pure, per giudicare Carlo VIII, importa meno di esaminare se
effettivamente gli mancassero i talenti militari, e se non andasse
debitore che alla fortuna delle sue luminose conquiste, quanto il
cercare ciò ch'egli poteva ripromettersi dai suoi prosperi successi, e
quali felici risultamenti per la Francia, o per i paesi in cui portava
le armi, compenserebbero i mali inseparabili dalla guerra. Ora
l'impossibilità in cui erasi posto Carlo VIII di conservare il regno di
Napoli, sia che vi restasse, o sia che se ne allontanasse, abbastanza
dimostra con quanta leggerezza avesse concepiti i suoi progetti, e con
quanta indifferenza sagrificava la vita degli uomini alla sua vanità.

Al certo sarebbe un bene per l'umanità, se la storia fosse sempre severa
nel giudicare lo spirito di conquista, se lavorasse sempre a distruggere
quel funesto entusiasmo, quell'ubbriachezza delle vittorie, che seduce
le nazioni ed i loro capi, e che fa loro sagrificare la propria felicità
ad una sanguinosa gloria. Ma prima di tutto dev'essere giusta verso i
conquistatori, ed i rimproveri che fa a ciascheduno di loro non devono
essere i medesimi: ella ha il diritto di chiedere ad Alessandro, se non
volle acquistare a troppo caro prezzo il compimento dei suoi progetti,
allorchè, per fondare un nuovo impero, per riformare i costumi e le
leggi di un popolo schiavo e corrotto, per umiliare un potente nemico,
sconvolse la metà dell'Asia, e fece spargere più sangue e dissipò più
tesori di quel che di felicità futura il perfetto compimento de' suoi
disegni promettesse all'umanità: può domandare a Carlo Magno, a Federico
II, con quale diritto avventurarono la sorte dell'umanità dietro i loro
calcoli, e sagrificarono l'attuale generazione alla futura, ammettendo
ancora, che, dopo il compimento de' loro progetti, abbiano procurata ai
popoli conquistati una migliore condizione o una durevole prosperità.

Ma nella spedizione di Carlo VIII, la posterità non può trovare alcuna
cosa che gli serva di scusa, e che permetta di scordarci un istante il
male grandissimo che fece all'umanità. Non furono nè vasti progetti di
legislazione o di ordine sociale che gli posero le armi in mano, non il
desiderio di soccorrere oppressi sventurati, non quello di mettere fine
ad enormi abusi, ad un assassinio, ad una tirannide, ad una
persecuzione, che disonorano l'umanità: egli non aveva antiche nimicizie
nazionali da soddisfare, non offese fatte all'onore del suo popolo da
vendicare, non pericoli da prevenire: per ultimo non aveva nè meno
probabili speranze di conservare quello che conquistava. Perchè il padre
di Carlo VIII si era fatto cedere, in forza d'illegali contratti, i
supposti diritti degli eredi di un usurpatore, Carlo si affrettava di
portare la guerra in un paese, in cui non v'era possibilità che si
mantenesse, di rovesciare la costituzione di tutti gli stati che
attraversava il suo esercito, di esaurire con eccessivi sforzi il suo
proprio regno, e d'introdurre in quello, cui erasi annunciato come
liberatore, non solo i mali inseparabili dalle conquiste, ma tutti
quelli della guerra civile, di una lunga anarchia, e della tirannide di
soldati feroci.

Carlo VIII, prima di entrare nel regno di Napoli, era stato avvisato da
Fonseca dello scontento del re di Spagna, e da Comines delle
negoziazioni del duca di Milano e de' Veneziani: doveva dunque prevedere
come cosa indubitata la lega che si formò contro di lui nella parte
settentrionale dell'Italia, e tostochè si era dichiarata, non aveva
altro partito da prendere che quello di ritirarsi immediatamente. Il
solo articolo che poteva essere soggetto a disamina, era quello di
sapere se lascerebbe un'armata per difendere le sue conquiste, o se
evacuerebbe il regno così compiutamente come aveva fatto pochi mesi
prima il suo competitore della casa d'Arragona. Nel primo caso era
impossibile che la metà della sua armata difendesse ciò che intera non
era in istato di conservare; nel secondo caso sagrificava que'
Napolitani che si erano per lui compromessi verso i loro antichi
padroni, e pagava d'ingratitudine i servigj che gli avevano resi tutti i
partigiani della casa d'Angiò. In qualunque modo si contenesse non
poteva cagionare che patimenti e calamità senza numero.

Ferdinando II erasi ritirato a Messina dopo avere perduto il suo regno;
colà fu visitato da suo padre, Alfonso, che da Mazara venne a ritrovarlo
vestito da religioso; vi trovò pure Ferdinando Consalvo, della casa
d'Anguillara, nativo di Cordova, che i re di Spagna avevano mandato in
Sicilia con cinque mila fanti e sei cento cavalieri spagnuoli per
difendere quell'isola[386]. Gli Spagnuoli colla consueta loro jattanza
avevano nominato Gonsalvo di Cordova generalissimo, ossia _gran
capitano_ della piccolissima loro armata, ma la posterità applicò in
diverso significato questo epiteto al nome di Gonsalvo, rendendo
giustizia ai singolari suoi militari talenti, ed alla riputazione che di
già si era acquistata nelle guerre di Granata[387].

  [386] _P. Jovii de vita Magni Consalvi Cordabensis, l. I, p. 176,
  edit. Flor. in fol. 1551._

  [387] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 112. — P. Jovii, l. III, p. 79. —
  Summonte delle Ist. di Napoli, l. VI, c. II, p. 516._

Quantunque Carlo VIII non fosse ancora partito da Napoli, Ferdinando II
aveva avuto avviso della rivoluzione apertasi in suo favore negli animi
de' suoi sudditi, e sapeva di essere vivamente desiderato dai popoli che
lo avevano con tanta leggerezza abbandonato. I suoi partigiani lo
richiamavano, ed egli era disposto ad assecondare i loro inviti. Alfonso
gli aprì i tesori che aveva seco portati quando era fuggito. Ugone di
Cordova, cognato del marchese d'Avalos, il più affezionato servitore
della casa d'Arragona, assoldò per lui alcune compagnie d'infanteria in
Sicilia; il Gonsalvo promise di secondarlo con una parte degli Spagnuoli
che aveva seco condotti, e prima che terminasse il maggio del 1495,
Ferdinando si presentò sotto Reggio di Calabria, la di cui fortezza era
sempre stata in mano de' suoi soldati: la città si dichiarò subito a suo
favore, ed in pochi giorni il fugitivo monarca vi adunò un'armata di sei
mila uomini[388].

  [388] _P. Jovii vita Magni Consalvi, l. I, p. 176. — Fr.
  Guicciardini, l. II. p. 112. — P. Jovii Hist. sui temp., l. III, p.
  80. — Fr. Belcarii Comm., l. VI, p. 175._

Nello stesso tempo il partito arragonese andava riprendendo coraggio
nelle province del regno, ed ovunque cominciava a minacciare i Francesi.
Antonio Grimani si era fatto vedere sulle coste della Puglia con
ventiquattro galere veneziane; cui si erano subito uniti don Federico,
zio del re, don Cesare, suo fratello naturale, e Camillo Pandone con tre
galere. Attaccarono Monopoli, città difesa da grossa guarnigione
francese e secondata dagli stessi abitanti. Il Grimani, per eccitare il
coraggio e la cupidigia degli Stradioti, che aveva condotti da Corfù,
promise loro il sacco della città se la prendevano d'assalto. La città
fu presa e trattata barbaramente; e l'ammiraglio veneziano potè a stento
salvare la vita delle donne e de' fanciulli che si erano rifugiati nelle
chiese[389].

  [389] _P. Jovii Hist., l. III, p. 80. — Fr. Guicciardini, l. II, p.
  114. — P. Bembi Ist. Ven., l. III, p. 47._

Quest'atto di barbarie venne quasi subito imitato dal contrario partito.
La città di Gaeta, una delle più ricche e delle più forti del regno, era
stata data in feudo al siniscalco di Belcario: era custodita da pochi
soldati francesi, ed i borghesi, di già stanchi del loro governo,
diedero tumultuariamente mano alle armi, non dubitando di poterli
scacciare dalle loro mura. Gli attaccarono, incoraggiandosi col nome di
Ferdinando, che andavano ripetendo ad alta voce: ma i veterani francesi,
essendosi riuniti in un sol corpo, ricevettero il loro urto senza
scomporsi. In breve gl'insorgenti, avvedendosi di non potere sgominare
questo corpo immobile, si scoraggiarono; fuggirono disordinati, ed
imbarazzandosi nelle loro medesime armi, per le anguste strade della
città; più non poterono resistere ai Francesi che gl'inseguivano, e che,
diventati più furibondi e crudeli in ragione della grandezza del
pericolo, continuarono lungo tempo la carnificina anche dopo terminata
la pugna. Essi non davano quartiere a verun prigioniero, non curavansi
di far bottino, ma si andavano avanzando da una in altra strada,
uccidendo senza distinzione d'età o di sesso tutti coloro che cadevano
loro tra le mani. Ne' quartieri da loro corsi non si salvarono che que'
pochi che gettandosi in mare dalla sommità degli scogli, poterono
salvarsi a nuoto. Non sarebbe sopravvissuto verun abitante di Gaeta, se
la notte, che sopravvenne, non avesse posto fine a tale carnificina. Ed
in tal modo l'uccisione ed il sacco degli abitanti di due fiorenti
città, poste una sol golfo Adriatico, l'altra sul mar Tirreno,
eseguitosi in una dai soldati greci de' Veneziani, nell'altra dai
Francesi, furono come il preludio delle calamità che i barbari recavano
all'Italia col loro nuovo sistema di guerreggiare[390].

  [390] _Ber. Oricellarii Com., p. 93. — P. Jovii Hist., l. III, p.
  81. — P. Bembi Ist. Ven., l. III, p. 45. — Fr. Belcarii, l. VI, p.
  176._

Intanto Ferdinando II riduceva alla sua ubbidienza le piccole città
della Calabria. Avendogli sant'Agata aperte le sue porte, egli
s'innoltrò verso Seminara, dove sorprese e fece prigioniere un piccolo
corpo di truppe francesi. Aubignì, che aveva il comando della Calabria,
sentì la necessità di comprimere all'istante questi movimenti
d'insurrezione. Aveva pochissime truppe sotto di lui, ma le ingrossò con
tutte le milizie provinciali che poterono somministrargli i baroni del
partito d'Angiò e col piccolo corpo francese che Precì, fratello d'Ivone
d'Allegro, comandava nella Basilicata. Questi seppe nascondere la sua
marcia a Ferdinando, il quale non ebbe contezza di tale unione. Ad ogni
modo Gonzalvo di Cordova consigliava il re a non venire a battaglia,
perchè di tutta la sua armata credeva di non potere far capitale che de'
suoi settecento cavalieri spagnuoli, e non pensava pure che questi
potessero stare a fronte degli uomini d'armi francesi[391]. Ma le
milizie calabresi, che si erano adunate intorno a Ferdinando, lo
andavano eccitando a condurle alla battaglia. I suoi gentiluomini gli
dicevano che superavano due o tre volte di numero la piccola armata
francese; che bisognava rilevare le prostrate speranze dei popoli con
una vittoria, e che non si giugnerebbe a riconquistare il regno,
mostrando sempre la stessa pusillanimità con cui si era perduto.
Ferdinando, desideroso egli medesimo di ricuperare la sua riputazione
militare, fece uscire le sue truppe da Seminara, e si presentò al
nemico[392].

  [391] _P. Jovii de vita Gonzalvi, l. I, p. 177._

  [392] _P. Jovii Hist. sui temp., l. III, p. 84._

Il d'Aubignì aveva circa quattrocento corazze ed ottocento cavalleggeri;
gli aveva schierati nella pianura lungo il fiume che attraversa la
strada tre miglia al di là di Seminara verso Terranova. Stava dietro
alla cavalleria la fanteria svizzera; e le milizie del paese, piuttosto
destinate a far numero che a combattere, formavano la retroguardia.
Ferdinando aspettava di essere attaccato sull'altra riva del fiume
presso alle colline che si prolungano fino a Seminara. Il d'Aubignì non
tardò ad attraversare il letto del fiume ed a venire a caricare la
cavalleria spagnuola, la quale, sentendosi inferiore, fece, secondo
l'usanza dei Mori coi quali era avvezza a combattere, un'evoluzione in
addietro per tornare alla carica. A tutta la fanteria napolitana questo
movimento sembrò il segno della sua sconfitta. Fuggì subito
disordinatamente senza avere combattuto, ma, raggiunta dalla cavalleria,
fu maltrattata colle sciable prima d'avere sperimentato l'urto degli
Svizzeri[393]. Ferdinando dopo avere inutilmente tentato di riordinare i
suoi soldati, venne strascinato dai fuggiaschi. In un passaggio
sdrucciolevole il suo cavallo gli si rovesciò addosso, ed egli ritenuto
dalle staffe e dagli altri arcioni della sella, era vicino a cadere in
mano ai nemici, quando Giovanni d'Altavilla, fratello del duca di
Termini, lo rialzò, gli diede il proprio cavallo e lo fece partire; ma
d'Altavilla, rimasto a piedi in mezzo ai nemici, fu poco dopo
ucciso[394].

  [393] _P. Jovii, l. III, p. 84. — Id. vita Cons., l. I, p. 178. —
  Fr. Belcarii Comm., l. VI, p. 176._

  [394] _Mém. de Grill. de Villeneuve, t. XIV, p. 64. — P. Jovii, l.
  III, p. 85. — Idem, vita Consalvi, l. I, p. 179. — Fr. Guicciardini,
  l. I, p. 112. — Ber. Oricellarii de Bello, Ital., p. 92. — Summonte
  Stor. di Napoli, l. VI, c. II, p. 516._

Ferdinando fuggì a Valenza e Gonsalvo a Reggio; in appresso
s'imbarcarono ambidue, e si riunirono di bel nuovo in Sicilia. Ma lungi
dal lasciarsi scoraggiare da questo sinistro avvenimento, ne
approfittarono per rinnovare le corrispondenze nell'interno del regno,
di cui questa breve spedizione aveva fatto loro conoscere il
malcontento; e prima che la fama della loro sconfitta si fosse sparsa
nelle altre province, Ferdinando volle sbalordire i Francesi con una
nuova intrapresa. Adunò a Messina tutti i vascelli arragonesi, siciliani
e calabresi, che potevano far numero, sebbene quasi non avesse soldati
da mandare a bordo. In tal modo si trovò di avere sessanta navi con
ponte, e venti vascelli scoperti. Con questa flotta, comandata dal
capitano spagnuolo Requesens, entrò nel golfo di Salerno, press'a poco
nello stesso tempo in cui Carlo VIII giugneva colla sua armata a
Pontremoli. Salerno, Amalfi e la Cava spiegarono subito le insegne
d'Arragona[395].

  [395] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 113. — P. Jovii vita Magn. Cons.,
  l. I, p. 180. — Fr. Belcarii l. VI, p. 177._

Ferdinando condusse poscia la sua flotta in faccia a Napoli, ove
risvegliò il più vivo fermento. Graziano Guerra, che in allora si
trovava in quella capitale, conobbe che la flotta arragonese non aveva
che un'ingannatrice apparenza, senza forza reale, e pregò il vice-re,
Gilberto di Montpensier, ad attaccarla, prima che avesse strascinato il
popolo nell'insurrezione; ma il numero de' vascelli francesi parve
troppo sproporzionato a petto a quello dei nemici, e mentre che
Ferdinando per tre giorni consecutivi bordeggiava nel golfo di Napoli,
il Montpensier stette vigilante per prevenire una sollevazione, di cui
credevasi ad ogni istante minacciato. Infatti i partigiani d'Arragona
non ardivano mostrarsi, e Ferdinando, perdendo la speranza d'eccitare
una rivoluzione, aveva di già ordinato alla sua flotta di far vela verso
la Sicilia, quando coloro che avevano avuta con lui corrispondenza,
temendo di essere omai scoperti, e che i Francesi aspettassero soltanto
un più quieto istante per assicurarsi di loro, fecero invitare il re a
tentare uno sbarco, promettendogli dal canto loro di prendere le
armi[396].

  [396] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 113. — P. Jovii Hist. sui temp.,
  l. III, p. 86. — Bern. Oricellarii, p. 98._

Dietro tale invito il 7 di luglio, giorno susseguente a quello in cui
aveva avuto luogo la battaglia di Fornovo, Ferdinando venne a prender
terra alla foce del piccolo Sebeto in vicinanza della Maddalena, al
levante di Napoli. Il Montpensier sortì subito dalla città col fiore de'
suoi uomini d'armi per opporsi allo sbarco degli Arragonesi; e nello
stesso tempo ordinò di arrestare i capi dei malcontenti, tra i quali
trovavansi Andrea Gennaro, Alberico Caraffa, Giovanni Cinicelli, Cola
Brunaccio, i Sangri, i Pignatelli ed il poeta Sannazzaro, la di cui
fedeltà per la casa d'Arragona mai non erasi smentita. Ma appunto
quest'atto di rigore fece scoppiare la rivoluzione lungamente sospesa;
ognuno sentendosi colpevole si credette chiamato a difendere i più
esposti; la campana a stormo suonò tutt'ad un tratto in ogni quartiere
della città; il popolo si gittò furibondo addosso ai Francesi ch'erano
rimasti in città, e tutti gli uccise: si chiuse la porta per la quale
era sortito il Montpensiero, e Ferdinando, che, dopo averlo tratto fuori
di città, era passato sull'opposta riva innanzi all'isola di Nisida, fu
dai segnali richiamato in porto, e ricevuto da tutto il popolo con vivi
trasporti di allegrezza[397].

  [397] _P. Jovii, l. III, p. 86. — Fr. Guicciardini, l. II, p. 113. —
  Summonte, Ist. di Napoli, l. VI, c. II, p. 519._

Per altro la sua situazione era ben lontana dall'essere sicura. Vero è
che il Montpensiero trovavasi fuori di città, e segregato dalle
fortezze, che sono tutte a ponente; ma la difficoltà del cammino per
fare al di fuori il giro delle mura non poteva trattenerlo che poche
ore: infatti egli ricondusse la cavalleria sulla piazza del castel Nuovo
prima che Ferdinando ed i due fratelli d'Avalos avessero potuto
barricare tutte le strade. Il Montpensiero, alla testa di una colonna di
uomini d'armi, cercava di avanzarsi fino alla piazza dell'Olmo, mentre
che Ivone d'Allegre con un'altra colonna seguiva la strada Catalana.
Dall'altro canto il popolo napolitano gli opponeva un'intrepida
resistenza: e mentre che coloro sotto le di cui finestre passavano i
Francesi gli opprimevano a colpi di pietre, nel rimanente della strada
ognuno portava fuori della propria casa botti, carri, concime, onde
formare mobili barricate: e di mano in mano che il popolo guadagnava
terreno sugli uomini d'armi, se ne guarentiva il possedimento con nuovi
trinceramenti. Ivone d'Allegre, che combatteva in una più angusta
strada, fu assai più maltrattato e costretto a ritirarsi prima del
Montpensiero, il quale si sostenne fino a notte; ma in allora dovette
ritirarsi sulla piazza del castello. Ferdinando approfittò di quella
notte con istraordinaria attività. I cittadini, i marinai della sua
flotta, i soldati lavoravano tutti intorno alle fortificazioni dirette
dai fratelli d'Avalos, chiudevano tutte le comunicazioni colla piazza
del castello con gabbioni riempiuti d'arena, botti piene di sassi e
carri di concime, disposti in guisa da lasciare delle feritoje per
l'artiglieria; si praticarono pure delle aperture nelle interne muraglie
delle case, affinchè i difensori potessero passare a seconda del bisogno
dalle une alle altre; e mentre che i Francesi andavano procurandosi una
sicura comunicazione fra le tre fortezze del castel Nuovo, Castel
dell'Uovo e forte sant'Elmo, e che piantavano le loro tende nello spazio
che le divide, non solo i Napolitani avevano tagliata ogni comunicazione
tra quelle fortezze e la città, ma avevano inoltre chiuse tutte le
uscite verso la campagna; di modo che all'indomani il Montpensiero
trovossi assediato nel ricinto in cui si era affrettato di entrare[398].

  [398] _P. Jovii Hist., l. III, p. 88. — Fr. Guicciardini, l. II, p.
  114. — Bern. Oricellarii Comm., p. 102._

Sei mila Francesi trovavansi chiusi ne' castelli di Napoli, i di cui
magazzini, sebbene abbondantemente provveduti, non potevano lungamente
supplire ai bisogni di tanta gente. Ai cavalli mancarono i foraggi, ed
in pochi giorni ne perirono molti. Vero è che una così forte e valorosa
guarnigione non si lasciò chiudere senza tentare parecchie sortite sui
nemici; ed alcune furono condotte con tanto coraggio, con tanto impeto,
che tennero sospesi i destini di Napoli e della monarchia; e non si
richiedeva meno del valore e dell'attività dei d'Avalos per renderle
tutte vane, e per iscacciare i Francesi da tutte le posizioni di dove
potevano recare maggiori molestie alla città. Ebbero appena questi due
fratelli conseguiti tali vantaggi, che il più giovane fu ferito in una
di queste zuffe, ed il maggiore, Alfonso d'Avalos, venne a tradimento
ucciso da un Moro che gli aveva promesso di dargli nelle mani il forte
di Monte santa Croce[399].

  [399] _P. Jovii Hist., l. III, p. 91. — Fr. Guicciardini, l. II, p.
  115. — Bern. Oricellarii Comm., p. 107. — Summonte, l. VI, c. II, p.
  620._

La morte del marchese di Pescara riuscì oltremodo dolorosa a Ferdinando,
che amava quella famiglia, non solo per un giusto titolo di
riconoscenza, ma ancora pel suo amore verso Costanza, sorella del
marchese. Fu per qualche tempo incapace di occuparsi de' pubblici
affari; ma Prospero Colonna ne prese in vece sua la direzione. Questi,
ch'era dai Francesi risguardato come il capitano italiano di cui
potevano meglio fidarsi, per essersi associato prima degli altri alla
loro causa, ed essere stato premiato da loro coi più larghi doni, era di
fresco passato al partito arragonese ad insinuazione del papa e del
cardinale Ascanio Sforza. Bentosto suo cugino, Fabrizio Colonna, ne
aveva imitato l'esempio, e per dare un pegno del suo attaccamento al
nuovo partito che abbracciava, aveva maritata sua figlia Vittoria
Colonna, che in seguito fu così celebre poetessa, a Ferdinando d'Avalos,
figliuolo ancora giovinetto del marchese di Pescara poc'anzi ucciso. I
pretesti coi quali i Colonna cercarono di giustificare la loro condotta
non purgarono del tutto il loro onore: si mostrarono più intenti a
salvare le proprie ricchezze in una rivoluzione, che a difendere quegli
da cui le avevano ricevute[400].

  [400] _P. Jovii Hist. sui temp., l. III, p. 92. — F. Guicciardini,
  l. II, p. 115._

Frattanto il partito d'Arragona andava ogni giorno acquistando nuove
forze. Capoa, Aversa, Mondragone, e le principali città della provincia
avevano seguito l'esempio di Napoli, ed Alfonso, rincorato dalla notizia
dell'ingresso di suo figlio nella capitale, gli fece chiedere la
restituzione del trono che gli aveva rinunciato soltanto per politica.
Ferdinando rispose con qualche amarezza, che più prudente consiglio
sarebbe il lasciargli prima il tempo di meglio consolidarlo, affinchè
Alfonso non si trovasse esposto ad abbandonarlo un'altra volta[401].

  [401] _Ber. Oricellarii Comm., p. 107._

Il Montpensiero, chiuso ne' castelli di Napoli, cominciava a mancare di
vittovaglie. Riponeva ogni sua speranza nella flotta che Carlo VIII,
dopo il suo arrivo ad Asti, aveva fatta armare a Villafranca; ma questa
flotta, avendo scoperta presso l'isola di Ponza quella di Ferdinando,
assai superiore di numero, fuggì precipitosamente verso Livorno, dove
non ebbe appena preso terra, che tutti i suoi soldati disertarono.
Questo disastro scoraggiò affatto il Montpensiero, il quale fece
avvisare i generali francesi che tuttavia tenevano la campagna nel regno
di Napoli, che se non veniva subito soccorso era forzato a capitolare.
Infatti dopo tre mesi d'assedio, cominciò ne' primi giorni d'ottobre a
dare orecchio alle proposizioni di Ferdinando, precisamente nell'epoca
in cui Carlo VIII soscriveva il trattato di Vercelli[402].

  [402] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 115. — P. Jovii, l. III, p. 111.
  — Fr. Belcarii Comm. Rer. Gall., l. VI, p. 178._

I generali, avendo interpellati i più zelanti partigiani della casa
d'Angiò, convennero di riunire tutti i loro soldati in due armate; con
una il d'Aubignì s'incaricò di andare contro Gonsalvo di Cordova, che
aveva ricevuti rinforzi dalla Sicilia, e che aveva ricominciata
l'invasione della Calabria: coll'altra Precì ed il principe di Bisignano
dovevano accostarsi a Napoli per liberare il Montpensiero. Infatti gli
ultimi s'innoltrarono dalla Basilicata, dov'erano acquartierati, fin
presso ad Eboli, diciotto miglia lontano da Salerno, e posto sullo
stesso golfo. Ferdinando incaricò Tommaso Caraffa, principe di Matalona
di trattenerlo, mentre negoziava col Montpensiero, cui non voleva che
giugnesse l'avviso dell'armata che si avanzava per soccorrerlo[403].

  [403] _P. Jovii, l. III, p. 111. — Fr. Guicciardini, l. II, p. 116._

L'armata del principe di Matalona era quattro volte più numerosa di
quella di Precì. Questi non aveva che mille cavalieri, tra uomini d'armi
o cavalleggeri, tanto italiani che francesi, mille Svizzeri ed ottocento
fanti calabresi, che seguivano l'armata per far numero. I Napolitani,
che mai non avevano combattuto, sprezzavano così piccola armata, e la
loro jattanza inspirò una falsa confidenza al principe di Matalona, che
lusingossi di avviluppare i Francesi e di distruggerli. Mentre che
questi prendevano la via di Salerno, dopo avere passato il Sele,
l'antico Silari, egli allargò le due ale per togliere loro la ritirata
verso il mare, o verso la vicina foresta. Nello stesso tempo molti de'
suoi uomini d'armi partirono dalla fronte dell'armata napolitana per
caricare i Francesi prima di averne avuto l'ordine. Egualmente la
fanteria arragonese slanciossi correndo contro gli Svizzeri: ma
l'immobilità de' nemici fece rimanere senza effetto questo intempestivo
attacco. La cavalleria napolitana respinta ripiegò addosso alla
fanteria, e la disordinò; gli Arragonesi, giunti a fronte degli
Svizzeri, si trovarono nell'impossibilità di ferirli a traverso al bosco
di lancie e di alabarde ond'erano coperti. Nello stesso istante,
succedendo il terrore ad una folle confidenza, l'armata napolitana fu
dispersa in mezz'ora. Ma non aveva sufficiente agilità per sottrarsi
alla cavalleria francese, ed all'impeto degli Svizzeri: l'infanteria,
raggiunta nella sua fuga, fu quasi tutta uccisa; ed in particolare non
salvossi quasi veruno di una coorte ch'era stata levata in Napoli tra
gli assassini di professione. Questi sciagurati formavano un corpo assai
numeroso nelle due Sicilie, ed il governo li risparmiava, sperando che
dopo essersi avvezzati al sangue, dovessero riuscire buoni soldati[404].

  [404] _P. Jovii, l. III, p. 112._

Il principe di Matalona fuggì con tre cento cavalli alla volta di Eboli,
ed a stento potè persuadere quegli abitanti atterriti a riceverlo entro
le loro mura. Se Precì lo avesse inseguito, lo avrebbe probabilmente
fatto prigioniero col rimanente della cavalleria napolitana. Ma non
erasi quasi meno maravigliato egli della sua vittoria, che i suoi nemici
della loro sconfitta, e non ne vide subito l'estensione. Accordò qualche
istante di riposo ai suoi soldati ed al principe di Bisignano per farsi
medicare le ferite, onde non arrivò che nel susseguente giorno a Sarno,
lontano quindici miglia da Napoli, ove gli si apparecchiava una nuova
resistenza[405].

  [405] _Ivi, p. 113. — Fr. Guicciardini, l. II, p. 116. — Fr.
  Belcarii Com. l. VI, p. 139._

Aveva Ferdinando mandati in questa città Tuttavilla e Prospero Colonna
per tentare di trattenere i Francesi, i quali trovarono rotto il ponte
del fiume di Sarno: Precì lo fece rimettere senza attaccare la città e
continuò il suo cammino alla volta di Napoli. Ferdinando vi si trovava
nella più grande perplessità. Il Montpensiero, mancante di viveri, e
perduta ogni speranza di soccorso, era entrato in negoziazioni per
capitolare, ma il più piccolo accidente, lo zelo di qualche Napolitano
del partito angiovino, la cattura di un solo prigioniero poteva
annunziargli l'avvicinamento di Precì e la sua vittoria d'Eboli. Inoltre
Ferdinando temeva ad ogni istante che il Montpensiero non udisse il
cannone de' Francesi, o non vedesse i loro stendardi sulle montagne.
Chiamò i suoi nemici ad una conferenza, loro intimando che se non
accettavano entro quel giorno le sue proposizioni, non darebbe loro
quartiere. Pure i capi, che in egual numero si erano adunati sopra un
vascello, invece di venire a qualche conclusione pareva che si
riscaldassero disputando. Ogni minuto era prezioso; ma Ferdinando
temeva, col mostrarsi impaziente, di risvegliare i sospetti del nemico.
Affettò dell'indifferenza, ordinando ai suoi commissarj di ritirarsi se
i Francesi non accettavano all'istante il suo _ultimatum_. Il
Montpensiero si lasciò intimorire e sottoscrisse. La convenzione portava
che ogni ostilità cesserebbe per lo spazio di trenta giorni, a meno che
non sopraggiugnesse un'armata francese che obbligasse Ferdinando ad
abbandonare la campagna. Durante lo stesso tempo il re di Napoli si
obbligava a mandare di giorno in giorno i viveri agli assediati. Se
prima del pattuito termine il Montpensiero non veniva soccorso, doveva
rimettere a Ferdinando tutte le fortezze di Napoli, ed essere ricondotto
in Francia con tutta la guarnigione e gli equipaggi. Ivone d'Allegre,
Roberto de la Mark, la Chapelle d'Angiò, Roccabertino e Genlis, furono
dati in ostaggio agli Arragonesi per l'osservanza di tali
convenzioni[406].

  [406] _P. Jovii Hist., l. III, p. 114. — Fr. Guicciardini, l. II, p.
  116._

Ma questa stessa capitolazione non faceva però Ferdinando al tutto
sicuro; la sua armata, scoraggiata dalle sconfitte, più non pareva in
istato di far testa ai Francesi, e molti de' suoi capitani lo
consigliavano a lasciar entrare nelle fortezze il Precì, non dubitando
che per quanto fosse grande il convoglio che seco condurrebbe, una nuova
armata avrebbe bentosto consumati i magazzini della guarnigione.
Ferdinando per lo contrario pensò che Precì, dopo avere vittovagliati i
castelli, si sarebbe affrettato di uscirne con Montpensiero e colla
maggior parte della guarnigione. Risolse adunque di fare un altro sforzo
per trattenerlo. Di già i Francesi avevano fatto il giro della città e
s'accostavano alle fortezze lungo la spiaggia occidentale; ma questa
spiaggia, chiusa tra il mare e gli scogli, offriva molti punti che
agevolmente potevano difendersi. Prospero Colonna attentamente afforzò
il passaggio intorno al promontorio di Eccia, presso Posilippo; ordinò
in battaglia l'armata napolitana dietro quei trinceramenti. I tamburi,
le trombe e le continue scariche dell'artiglieria, gli davano una
bellicosa apparenza, che probabilmente la prova avrebbbe smentita[407].

  [407] _P. Jovii, l. III, p. 116. — Fr. Guicciardini, l. II, p. 116._

Ma più ancora che dal guerriero contegno dell'armata napolitana, il
Precì fu sorpreso dal silenzio di Montpensiero e dell'artiglieria de'
castelli. A stento potè fargli giugnere col mezzo di alcuni pescatori la
notizia della vittoria di Eboli, e de' soccorsi che gli conduceva. Il
Montpensiero rispose tristamente, che si era legate le mani, che finchè
Ferdinando terrebbe la campagna, più non gli era permesso di combattere;
ma che se Ferdinando veniva respinto entra la città, ancor esso farebbe
una vigorosa sortita. Il Precì non aveva sufficienti forze per attaccare
ne' suoi trinceramenti una grossa armata che aveva inoltre a suo favore
il vantaggio del terreno. La flotta arragonese si era accostata alla
spiaggia, e cominciava a molestarlo col suo fuoco, onde si vide
costretto a ritirarsi. La cavalleria napolitana lo inseguì fino a Nola,
ma sempre tenendosi ad una certa distanza per non essere costretta a
venire a battaglia. Colà credette di sorprendere in una taverna alcuni
uomini d'armi francesi che vi si erano trattenuti; ma questi fecero
bentosto fuggire i loro assalitori, i quali fuggendo sparsero un timore
panico in tutta l'armata; e se nubi di polvere affatto impenetrabili non
avessero vietato ai Francesi di vedere il disordine dell'armata nemica,
questa avrebbe in quell'incontro sofferta una terza sconfitta più fatale
delle precedenti. Precì che non poteva pure sospettarlo continuò a
ritirarsi per la via di Sarno e di Sanseverino, e diede alle sue truppe
i quartieri d'inverno[408].

  [408] _P. Jovii Hist. sui temp., l. III, p. 118._

Il Montpensiero, vergognandosi di avere fatta mancare una spedizione
così ben diretta per la sua liberazione, vergognandosi di essere stato
ingannato dalla fermezza ostentata da Ferdinando nell'istante in cui
questo re era minacciato da così urgente pericolo, inoltre consigliato
dal principe di Salerno, il più accanito nemico della casa d'Arragona,
non si mostrò gran fatto sottile osservatore della capitolazione che
aveva sottoscritta. Prima che terminasse il mese approfittò della
lontananza della flotta napolitana per imbarcarsi di notte con due mila
cinquecento uomini, chiusi con lui nelle fortezze, e trasportarli a
Salerno. Egli non lasciò alla custodia de' castelli che tre cento
uomini, che ricusarono di consegnarli nel prefinito termine, e si
difesero finchè loro affatto non mancarono i viveri, sebbene Ferdinando
minacciasse più volte di far appiccare gli ostaggi che aveva in suo
potere. All'ultimo Castel Nuovo gli fu consegnato in sul finire
dell'anno, e castel dell'Uovo in principio del susseguente[409].

  [409] Castel Nuovo l'8 di dicembre, e quello dell'Uovo il 17 di
  febbrajo. _P. Jovii Hist. sui temp., l, III, p. 119. — Fr.
  Guicciardini, l. II, p. 116. — Chron. Venet., t. XXIV, p. 31-34. —
  Alleg. Allegretti, p. 834. — Mém. de Guille de Villeneuve, t. XIV.
  p. 47._

Tutte le perdite che i Francesi avevano fatte nel regno di Napoli erano
per loro tanto più amare, quanto più conoscevansi lontani dalla loro
patria, ed affatto abbandonati dal loro sovrano. Mentre essi
combattevano, e successivamente perdevano la capitale e le migliori
città del regno, sapevano che Carlo VIII andava sempre più
allontanandosi, e che finalmente, giunto ne' suoi stati, aveva
abbandonato ogni pensiero di governo per ingolfarsi ne' piaceri de'
quali erasi mostrato così avido. Se deboli erano essi medesimi, non
erano fin allora stati attaccati che da un nemico egualmente debole; ma
essi volgevano con inquietudine lo sguardo su tutta l'Italia, e vedevano
i loro nemici acquistarsi una irresistibile preponderanza, mentre che
nuovi errori facevano perdere al loro re anche gli ultimi suoi
partigiani. La repubblica di Firenze era la sola alleata che restasse
alla Francia. Per mezzo degli stati di lei soltanto Carlo VIII poteva
mantenere ancora qualche comunicazione con Montpensiero; e co' di lei
sussidj poteva tuttavia far rimettere qualche danaro all'armata: pure
invece di restituire ai Fiorentini le fortezze che aveva da loro avute
contro promessa di restituirle, aveva lasciata parte delle sue truppe al
servigio de' loro nemici. Un corpo di soldati Guasconi era rimasto al
soldo dei Pisani; era stato adoperato tutta la state a danno de'
Fiorentini nel ricuperare le fortezze del territorio pisano, ed aveva in
Toscana introdotte tali abitudini di ferocia, di cui le antiche guerre
d'Italia non avevano esempio. I soldati italiani avevano imparato dai
Francesi ad inghiottire prima di venire a battaglia tutto l'oro che
avevano, per sottrarlo ai nemici quando fossero fatti prigionieri; in
appresso i Guasconi insegnarono agl'Italiani a sventrare i prigionieri
per cercare nelle loro viscere l'oro nascosto al vincitore. Tali
atrocità si rinnovarono da ogni banda, finchè furono spenti quasi tutti
i Guasconi dopo la conquista fatta dai Fiorentini de' castelli di
Ponsacco, Lario, Peccioli, Tojano e Palaja[410].

  [410] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 216. — P. Delphini, l. IV, ep. 47
  ap. Rayn. Ann. 1495, § 32, t. XIX. — P. Jovii, l. III, p. 100. — Fr.
  Guicciardini, l. III, p. 135. — Jac. Nardi, l. II, p. 42._

Guid'Ubaldo, duca d'Urbino, e Rannuccio di Marciano avevano preso
servigio nella repubblica fiorentina, ed ottenuti molti vantaggi sui
Pisani nell'ultima parte della campagna. Non pertanto la signoria, più
che dalla forza, sperava dalle negoziazioni il riacquisto di Pisa. I
suoi ambasciatori avevano seguito il re in Asti, ed approfittando della
sua dimenticanza delle cose dei Pisani quando si trovò da loro lontano,
avevano ottenute con nuovi sagrificj di danaro quante promesse sapevano
desiderare. Pagarono i trenta mila ducati che tuttavia gli dovevano in
forza del primo trattato, dopo avere ricevute in pegno alcuni giojelli
della corona, che non dovevano restituire che quando venissero loro
consegnate le fortezze. Promisero inoltre di prestare settanta mila
ducati ai generali francesi nel regno di Napoli, e di ricevere in
pagamento una obbligazione di quattro ricevitori generali della
Francia[411].

  [411] _Fr. Guicciardini, l. II, p. 120._

Niccolò Alamanni, che aveva sottoscritto questo trattato per la sua
repubblica, tornò a Firenze il 7 di settembre, portando a tutti i
comandanti delle fortezze l'ordine di consegnarle immediatamente ai
Fiorentini, ed a tutti i soldati del re l'ordine di abbandonare il
servigio de' Pisani. Il comandante di Livorno si prestò a questi ordini
il 15 di settembre, e lo stesso fecero i fratelli Vitelli, che passarono
da Pisa al campo fiorentino con tutta la loro cavalleria[412]. Ma
d'Entragues, governatore della cittadella di Pisa, protestò d'avere
ricevuti segreti ordini dal suo padrone non ancora rivocati. Il Lignì,
che gli aveva procurata quella carica, erasi renduto risponsabile della
sua disubbidienza. I governatori di Pietra Santa, di Montrone, di
Sarzana e di Sarzanello non volevano ricevere ordini che da d'Entragues,
il quale, innamorato essendo della figlia di Luca del Lante, gentiluomo
pisano, abbracciò gl'interessi della città in cui comandava con uno zelo
non inferiore a quello de' suoi antichi cittadini[413].

  [412] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 218. — Fr. Guicciardini, l. III,
  p. 134._

  [413] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 219. — Fr. Guicciardini, l. III,
  p. 134. — P. Jovii Hist. sui temp., l. III, p. 101. — Fr. Belcarii
  Com. Rer. Gallic., l. VII, p. 190. — Chron. di Pisa di Jacopo
  Arrosti in archiv. Pisano, f. 205, verso._

Per altro d'Entragues non dissimulava ai Pisani, che per proteggerli non
avrebbe sempre formalmente potuto disubbidire agli ordini del suo
sovrano. Perciò li consigliava a cercare altrove soccorsi, che Silvestro
Poggio, loro ambasciatore, effettivamente ottenne da Lodovico Sforza e
dai Veneziani[414]. Egli aveva loro permesso di chiudere la fortezza con
una circonvallazione, in modo che i Fiorentini non potessero giugnere
fino a lui, nel supposto che fosse costretto a promettere d'aprire le
porte. Ma questo nuovo trinceramento, che realmente venne dai Pisani
innalzato dalla porta del sobborgo fino all'Arno, fu perduto per effetto
del loro inconsiderato impeto. Essendosi l'armata fiorentina avvicinata
alle mura, essi l'attaccarono in aperta campagna malgrado la debolezza
delle loro forze; furono respinti e caldamente inseguiti fino a mezzo il
sobborgo; e fu preso il nuovo bastione, e lo sarebbe stata per poco
anche la città, se d'Entragues non avesse in quel frangente dirette
dalla fortezza alcune cannonate sui combattenti, e con ciò sforzate le
due parti a separarsi[415].

  [414] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 133. — P. Jovii Hist. Fior. l.
  III, p. 102._

  [415] _P. Jovii Hist. sui temp., l. III, p. 104. — Fr. Guicciardini,
  l. III, p. 135. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. II, p. 43._

Nel susseguente giorno Fracassa Sanseverino giunse da Genova con alcuni
soldati milanesi in ajuto de' Pisani; un commissario veneziano loro recò
pure una somma di danaro per levare soldati; e finalmente il d'Entragues
acconsentì a far con loro un trattato, col quale si obbligava a
consegnar loro la fortezza dopo cento giorni, se il re entro tale
termine non rientrava in Italia. Fino a tale epoca dovevano i Pisani
pagargli ogni mese due mila fiorini per il soldo della guarnigione, e
quattordici mila nell'atto che loro cederebbe la fortezza. Si
consegnarono ostaggi dalle due parti per guarenzia del contratto[416].
Poco dopo si ebbe in Toscana notizia del trattato di Vercelli; e perchè
nello stesso tempo Piero de' Medici era giunto a Siena, e teneva
pratiche in Cortona per sorprendere quella piazza, mentre che gli Orsini
si andavano avvicinando al territorio fiorentino in minaccioso aspetto,
la repubblica fiorentina fece il 10 di ottobre evacuare il sobborgo di
Pisa dalla sua armata, onde prendendo i quartieri d'inverno, divisa in
tre diversi corpi[417], venisse a coprire tutti i suoi confini.

  [416] _P. Jovii Hist. sui temp., l. III, p. 106._

  [417] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 220. — P. Jovii, l. III, p. 107._

Il termine fissato da d'Entragues doveva scadere il primo di gennajo del
1496. Infatti in cotal giorno adunò l'assemblea del popolo; e nell'atto
di consegnarle la fortezza, domandò che giurassero fedeltà al re di
Francia. Voleva che questa formalità scusasse la sua disubbidienza, ed i
Pisani non vi si rifiutarono. Ma riusciva loro difficilissimo il trovare
il danaro necessario per pagarlo; perchè oltre i promessi quattordici
mila scudi, bisognava darne altri venti mila per l'artiglieria e per le
munizioni che d'Entragues loro cedeva. Le gabelle in tempo di guerra
fruttavano pochissimo, ed ogni cittadino aveva di già fatti per la
patria sagrificj superiori alle sue sostanze. Tutte le signore pisane
portarono alla signoria tutti i loro giojelli; una nave portoghese, che
la burrasca aveva fatto incagliare alle foci del Serchio, fa venduta a
profitto del pubblico tesoro; e finalmente i Genovesi ed i Lucchesi gli
prestarono pure qualche somma. D'Entragues fu pagato, e la ceduta
fortezza fu spianata in poco tempo coll'ostinato lavoro di tutta la
popolazione[418].

  [418] _P. Jovii, l. III, p. 108. — Gio. Cambi, t. XXI, p. 93._

La compassione, i nodi dell'ospitalità, i precedenti impegni del re e
dell'armata, potevano in parte scusare la condotta d'Entragues a Pisa;
ma per disporre di tutte le altre fortezze d'Entragues non si consigliò
che colla sua cupidigia. Il 26 di febbrajo vendette ai Genovesi Sarzana
e Sarzanello per ventiquattro mila fiorini; ed il 30 di marzo il
bastardo di Roussi, suo luogotenente, vendette Pietra Santa ai Lucchesi
per trenta mila fiorini[419]; di modo che le fortezze che Carlo VIII
aveva solennemente promesso di restituire ai Fiorentini, e che non per
tanto loro aveva fatte riacquistare a così alto prezzo, passarono tutte
nelle mani de' loro nemici.

  [419] _Allegr. Allegretti Diar. San., t. XXIII, p. 853. — Bar.
  Senaregæ de Reb. Gen., t. XXIV, p. 558. — P. Jovii Hist. sui temp.,
  l. III, p. 108. — Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 224. — Fr.
  Guicciardini., l. III, p. 141 e 147. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. II,
  p. 45. — Fr. Belcarii Comm., l. VII, p. 192._

Ai Fiorentini recava molta inquietudine la vicinanza di Pietro de'
Medici, e questo capo di partito mai non si avvicinava ai loro confini
senza che la repubblica tenesse aperti gli occhi su tutti i suoi
movimenti con estrema gelosia. Pure la di lui condotta faceva conoscere
che non aveva nè i talenti, nè il carattere, nè altri mezzi che
potessero porre in pericolo la loro libertà. Era fuggito da Venezia per
raggiugnere Carlo VIII, quando si avanzava per fare l'impresa di Napoli,
e sempre era rimasto alla sua corte dimenticato; il suo partito
s'indeboliva a Firenze per lo stabilimento d'un governo veramente
popolare. Mille ottocento cittadini all'incirca avevano provato che i
loro antenati partecipavano agli onori dello stato, ed erano stati
conseguentemente ammessi nel gran consiglio. Questo consiglio, meglio
composto che i precedenti, trovavasi in istato di riempire da sè
medesimo le proprie funzioni, invece di non essere altra cosa che una
macchina in mano del partito dominante. Si era particolarmente sentito
ch'era eminentemente proprio a fare delle buone elezioni; e dopo il
primo luglio del 1495, aveva solo nominati tutti i magistrati della
repubblica[420].

  [420] _Jac. Nardi, l. II, p. 41._

Ma gli emigrati si figurano sempre che tutto il pubblico abbia le loro
opinioni ed i loro sentimenti, essi non corrispondono che colle genti
del loro partito, non fanno verun conto degli altri, e si persuadono che
la più debole resistenza straniera basterebbe per ristabilirli nella
loro patria. Pietro de' Medici suppose le circostanze favorevoli per
attaccare Firenze. Virginio Orsini, suo parente, che in tempo della
battaglia di Fornovo si era sottratto alla sua prigionia, e riparatosi
nel suo feudo di Bracciano, gli offriva l'ajuto de' suoi uomini d'armi,
purchè Pietro dal canto suo gli somministrasse abbastanza danaro per
adunarli ed armarli di nuovo. Pisa, Siena e Lucca erano in guerra coi
Fiorentini; Perugia gli offriva pure l'assistenza della sua popolazione
guerriera. Questa città dipendente dalla Chiesa, ma che appena
l'ubbidiva, era governata a nome del partito guelfo dalla famiglia dei
Baglioni, che non aveva meno autorità in questa repubblica di quella che
avessero i Medici in Firenze, o i Bentivoglio in Bologna. Questi capi di
partito facevansi un principio di politica di mantenere in tutte le
repubbliche l'autorità degli usurpatori; e perciò acconsentirono a
Pietro de' Medici d'adunare i suoi partigiani sul lago di Perugia, a non
molta distanza da Cortona, sulla quale aveva formati de' progetti; ed
assoldarono Virginio Orsini per dargli opportunità di far avanzare i
suoi uomini d'armi ai confini fiorentini[421].

  [421] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 136. — Jac. Nardi, l. II, p. 46.
  — P. Jovii Hist., l. IV, p. 121. — Allegr. Allegretti Diar. San., t.
  XXIII, p. 854. — Fr. Belcarii Comm. Rer. Gall., l. VII, p. 192._

Ma in questa stessa epoca i Baglioni furono in procinto d'essere dagli
Oddi, loro rivali, scacciati dalla patria. Gli Oddi erano i capi di
parte ghibellina, ed avevano per loro gli abitanti di Foligno e d'Assisi
ed una numerosa clientela. Il 3 di settembre del 1495 sorpresero una
delle porte di Perugia, entrarono in città alla testa della loro
cavalleria, posero in fuga i Baglioni, e di già si credevano sicuri del
successo, quando furono sorpresi da panico terrore, che strappò loro di
mano la vittoria. Giunti a breve distanza dal palazzo, erano occupati
nell'atterrare uno steccato, che loro impediva d'avanzarsi; le prime tre
file, strette dalla folla che le seguiva, non potevano liberamente
adoperare le loro braccia, nè alzare le scuri. Uno degli Oddi si volse a
coloro che lo spingevano gridando: _Indietro_, _ritiratevi_, questo
grido, ripetuto di fila in fila, sembrò ai più discosti il segno della
fuga; onde tutti si dispersero, e la truppa vittoriosa, senz'essere
inseguita da verun avversario, uscì di città più rapidamente che non vi
era entrata. I Baglioni rimasti padroni furono tanto più crudeli verso i
loro nemici, quanto più grande era stato il corso pericolo[422].

  [422] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 137. — Machiavelli Disc. sopra
  Tito Livio, l. III. — Allegr. Allegretti, p. 853._

Poi ch'ebbe ridotta a numero la sua compagnia, Virginio Orsini, sotto
pretesto di servire i Baglioni, prese le loro insegne, passò le paludi
delle Chiane con trecento uomini d'armi e tre mila fanti, ed andò a
stabilirsi ai confini del Sienese in faccia a Sansovino, dove ebbe
qualche scaramuccia con Rannuccio di Marciano, generale fiorentino, che
occupava Cortona. Nello stesso tempo Giuliano de' Medici faceva istanze
a Giovanni Bentivoglio d'attaccare i Fiorentini, ed il cardinale
Giovanni, suo fratello, era passato a Milano per far entrare nella sua
causa lo Sforza ed i Veneziani. I Medici emigrati avrebbero voluto
sollevare tutti i principi d'Europa contro la loro patria; e per grandi
che potessero essere le sciagure che attiravano sopra Firenze, sarebbero
rimasti contenti se a qualunque prezzo avessero potuto risalire sul
trono; ma non trovarono le altre potenze apparecchiate ad entrare nella
coalizione che loro proponevano. Il Bentivoglio fece dire al governo
fiorentino che non farebbe torto alla loro buona vicinanza: il duca di
Milano, rammentando che aveva ingannato Pietro de' Medici, non volle
porlo in istato di vendicarsi. I Veneziani erano tutti intenti al regno
di Napoli: e la repubblica fiorentina, avendo posta una taglia sulla
testa dei due Medici, Pietro ritirossi a Roma, e Giuliano andò a Milano
presso il cardinale suo fratello[423].

  [423] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 138. — Jac. Nardi Ist. Fior., l.
  II, p. 46. — P. Jovii Hist. sui temp., l. IV, p. 121._

Due agenti di Carlo VIII, Camillo Vitelli e Jomella, avevano nello
stesso tempo aperta una negoziazione con Virginio Orsini per farlo
entrare ai servigj della Francia. La sua compagnia erasi nuovamente
adunata, ed armata col denaro dei Medici e dei Baglioni: più non poteva
sperare gran cose in Toscana; e poichè i Colonna, suoi rivali, avevano
preso servigio sotto il monarca arragonese, doveva avidamente cogliere
l'occasione di combatterli. Diede suo figlio in ostaggio ai Francesi per
guarentire la sua fedeltà, e si obbligò di condurre seicento cavalli nel
regno di Napoli, dopo essersi unito a Camillo ed a Paolo Vitelli, che
per parte loro dovevano condurne quattrocento[424].

  [424] _P. Jovii Hist. sui temp., l. IV, p. 121._

Fu questo il solo rinforzo che Carlo VIII facesse passare a' suoi
cavallieri francesi, che in numero infinitamente minore difendevano
l'onore della sua corona nel regno di Napoli. Omai più non pensava che
alle feste della sua corte, ai tornei, ed in particolare a quella
galanteria che tanto più l'occupava, in quanto che la sua presenza e la
sua debole complessione lo rendevano a ciò meno proprio. Egli sempre
prometteva ajuti che mai non giugnevano, dava ordini che non venivano
eseguiti, e di cui non curavasi di chiederne conto; follemente dissipava
tutte le entrate della Francia, senza prendersi pensiero delle spese
necessarie, cui avrebbe dovuto provvedere; e mentre che ponevasi
nell'impossibilità di salvare il regno di Napoli, rifiutava
d'accomodarsi col principe che stava per toglierlo. Aveva mandato il
Comines a Venezia per persuadere quel senato a ratificare il trattato di
Vercelli: i senatori veneziani non vi acconsentirono, ma offrirono
d'obbligare Ferdinando a riconoscersi feudatario della corona di
Francia, ed a pagare pel regno di Napoli cinquanta mila ducati annui,
dando ai Francesi molte fortezze per pegno della sua fedeltà. Carlo VIII
per tutta risposta rifiutò perentoriamente d'abbandonare veruna parte
d'una conquista, che non si prendeva cura di difendere[425].

  [425] _Phil. de Comines, l. VIII, c. XIX, p. 373. — Fr.
  Guicciardini, l. III, p. 141._

La guerra trattavasi contemporaneamente in molte parti del regno di
Napoli, ma ovunque debolmente. Il duca di Montpensiero occupava le
vicinanze di Sanseverino e di Salerno, ed aveva a fronte il re
Ferdinando. Il Montfaucon, Villeneuve e Sillì, si difendevano nella
Puglia contro don Federico e don Cesare, fratello naturale del re.
Graziano Guerra aveva il comando de' Francesi negli Abruzzi, ed aveva
contro di lui il conte di Popoli. Giovanni della Rovere, prefetto di
Sinigaglia, che aveva condotti dugento uomini d'armi al soldo di Carlo
VIII, occupava e guastava il vicinato di Monte Cassino. Aubignì
difendeva la Calabria ed il Principato ulteriore contro Gonsalvo di
Cordova; ma il clima aveva vinto colui che non potevano atterrare gli
sforzi de' nemici; egli soggiaceva ad una lunga malattia, e non poteva
proseguire i vantaggi che da principio aveva ottenuti. In tutte le
province da ambedue le parti trattavasi la guerra languidamente. Ai due
partiti mancavano egualmente i mezzi di proseguirla con vigore; le
distrutte città, le campagne ruinate, più non pagavano le imposte; e
Ferdinando, non meno povero de' Francesi, non poteva trionfare d'un
branco d'uomini rimasti soli nel suo regno per resistergli[426].

  [426] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 140. — P. Jovii, l. IV, p. 123._

Ferdinando non era stato compreso nella lega d'Italia sottoscritta a
Venezia nel precedente anno. Pregava perciò i Veneziani ad ammettervelo,
ma questi, volendo approfittare delle difficoltà in cui si trovava, non
gli offrivano soccorsi che a condizione ch'egli pagar ebbeli loro con
immoderate usure. Essi avrebbero voluto conchiudere un trattato di
sussidj e non un'alleanza. Obbligaronsi infatti a mandargli il marchese
di Mantova, loro generale, con settecento uomini d'armi, altrettanti
Stradioti e tre mila fanti, promettendo inoltre di somministrargli
quindici mila ducati; ma Ferdinando dovette riconoscersi verso loro
debitore per dugento mila ducati, e dar loro per guarenzia di tale somma
le città d'Otranto, Brindisi, Trani, Monopoli e Pugliano. Il duca di
Milano, che per anco non voleva contravvenire apertamente al trattato di
Vercelli, fece nello stesso tempo segretamente passare alcuni soccorsi
al re di Napoli. Francesco Gonzaga partì da Mantova in sul cominciare di
febbrajo, ed entrò nel regno di Napoli per san Germano, Capoa e
Benevento[427].

  [427] _P. Jovii Hist., l. IV, p. 122. — Fr. Guicciardini, l. III, p.
  151. — P. Bembi Hist. Ven., l. III, p. 51. — And. Navagero Stor.
  Venez., p. 1207. — Cron. Venez., t. XXIV, p. 31._

Nello stato di penuria in cui si trovavano le due armate, era per loro
un oggetto di grande importanza l'assicurarsi il pedaggio de' bestiami
della Puglia, che viene pagato per il passaggio delle gregge presso al
Monte Gargano, quando lasciano i pascoli dell'inverno delle campagne
della Puglia per quelli dell'estate nelle montagne degli Abruzzi e di
Sulmona. Dovevano passare nel corso d'un mese pel luogo del pedaggio non
meno di seicento mila montoni, e di dugento mila tra buoi e vacche,
pagando in tutto dagli ottanta ai cento mila ducati; lo che formava il
più depurato reddito della corona. I capi delle due armate sentirono
egualmente che se reciprocamente venivano ad impedire la percezione del
pedaggio, trattenendo le gregge, ruinerebbero la metà del regno; che le
bestie perirebbero di fame nel corso dell'estate nelle campagne della
Puglia, e che i pascoli delle montagne dell'Abruzzo sarebbero
infruttuosi, se non erano consumati dalle mandre. Convennero dunque che
quello di loro che terrebbe la campagna percepirebbe solo il pedaggio,
senza che l'altro potesse molestarlo, o ritenere le gregge. Dopo avere
sottoscritta questa convenzione i due partiti d'altro più non si presero
cura che di rendersi più forti nelle campagne della Puglia. Ferdinando,
che di quel tempo trovavasi nella contea di Molise venne ad accamparsi a
Foggia. Il Montpensiero, ricusando il consiglio di Virginio Orsini, che
gli rappresentava essere quello il favorevole istante d'attaccare Napoli
per la lontananza del re, prese ancor esso la strada della Puglia, ove
l'Orsini teneva di già il suo quartiere a Sansevero. Ambo i generali,
spiegando tutte le loro forze, speravano d'atterrire il nemico,
obbligarlo a ricusare la battaglia, a chiudersi nella città, ed a
confessare in tale maniera la sua inferiorità. A ciò mirando, per
accorrere più prontamente in soccorso degli Orsini, il Montpensiero
lasciò a Casarbore l'artiglieria pesante di cui non credeva di avere
bisogno; si unì all'Orsini innanzi a Selva Piana nel territorio di
Troja; e l'armata francese contò allora mille cento corazze, mille
quattrocento cavalleggeri, sei mila tra Svizzeri e Tedeschi, e dieci
mila Guasconi o regnicoli[428].

  [428] _P. Jovii, l. IV, p. 124. — Fr. Guicciardini, l. III, p. 150._

Prima della riunione del Montpensiero coll'Orsini, Ferdinando aveva
invano cercato di provocare l'Orsini, cui era superiore di forze, a
battaglia. Ma dopo l'arrivo del Montpensiero, l'armata francese, avendo
acquistata la superiorità, cercò a vicenda di provocare Ferdinando a
battaglia, avanti che giugnesse a rendergli la perduta superiorità il
marchese di Mantova. Frattanto Ferdinando chiudevasi in Foggia, mentre
una seconda divisione della sua armata, sotto gli ordini di Fabrizio
Colonna, difendeva Troja, ed una terza, comandata da Prospero Colonna,
occupava Luceria. I Francesi per recarsi a Manfredonia, dove si
percepiva il pedaggio dovevano passare sotto le mura di Luceria e di
Troja. Mentre si avanzavano per questa strada, si scontrarono in
settecento fanti tedeschi al soldo del re di Napoli, i quali erano
usciti da Troja per recarsi a Luceria, senz'essere protetti dalla
cavalleria. I Vitelli, che dirigevano la vanguardia dell'armata
francese, furono i primi ad attaccarli co' loro uomini d'armi, senza
poterli disordinare, e bentosto tutta l'armata gli avviluppò; pure nè
Heiderlin, che comandava questi valorosi soldati, nè altri della sua
truppa diede verun segno di timore. Camminavano disposti in battaglione
quadrato, senza rallentare il passo, e presentando da tutti i lati un
bosco di picche agli attacchi della cavalleria. I Vitelli, fuori di
speranza di rompere quell'ordinanza, li fecero soltanto circondare a
qualche distanza dai cavalleggeri, i quali colle frecce e colle carabine
atterravano molti Tedeschi senza esporsi alle loro picche. Heiderlin
giunse in tal modo fino alle rive del Chilone, per passare il qual fiume
fu costretto di rompere la linea de' suoi soldati, allora Camillo
Vitelli fece subito metter piede a terra a' suoi uomini d'armi, e
conducendoli nel letto del fiume, attaccò i Tedeschi corpo a corpo.
Questi, da che più non furono in ordine di battaglia, non poterono più
fare alcun uso delle loro lunghe picche, mentre che gli uomini d'armi a
piedi, coperti d'impenetrabile armatura, erano tanto più formidabili
quanto più si avvicinavano. Per questi Tedeschi era perduta ogni
speranza di salute; ma non si scoraggiarono perciò, che anzi si difesero
disperatamente, e furono tutti uccisi fino all'ultimo[429].

  [429] _P. Jovii, l. IV, p. 125. — Fr. Guicciardini, l. III, p. 151._

Dopo questa carnificina, volendo il Montpensiero approfittare dello
spavento che aveva cagionato ai Napolitani, andò ad offrire battaglia
sotto le mura di Foggia: Ferdinando non la ricusò, ma così destramente
dispose la sua armata sotto il cannone della città, che il generale
francese, che aveva imprudentemente lasciato addietro la sua grossa
artiglieria, non osò attaccare il re. Senza un cotal fallo avrebbe forse
potuto terminare la guerra in questo luogo con una grande vittoria.
Rinunciando a questa speranza proseguì il suo cammino verso Manfredonia,
mentre giugneva al campo di Ferdinando il duca di Mantova. Dopo la sua
venuta l'armata reale attaccò e guastò le città della contea di Molise,
che avevano spiegate le bandiere dei Francesi. Il Montpensiero era bensì
giunto al luogo in cui dovevasi percepire la gabella, ed i pastori della
Puglia giugnevano presso al suo campo colle loro mandre; ma Ferdinando
veniva ad inseguirli alla testa de' suoi cavalleggeri; e siccome l'uno e
l'altro capo teneva la campagna, riusciva cosa impossibile il decidere
in forza della precedente convenzione, a chi appartenesse la gabella. In
breve perdettero ambidue la speranza di percepirla; onde abbandonarono i
pastori in balìa de' loro soldati: i buoi ed i montoni della metà del
regno, che si trovarono nello stesso tempo nelle loro mani furono
uccisi; i campi si videro in breve coperti de' loro cadaveri, mentre che
i soldati non si caricavano che delle pelli che speravano di
vendere[430].

  [430] _P. Jovii Hist. sui temp., l. IV, p. 127. — Fr. Guicciardini,
  l. III, p. 151._

Sebbene venuto meno il principale oggetto che aveva tratte le due armate
nelle campagne della Puglia, le due parti facevano sempre avanzare le
rimanenti loro forze verso la stessa provincia; ottocento tedeschi del
ducato di Gueldria ed alcuni Guasconi e Svizzeri, di fresco sbarcati a
Gaeta, avevano colà raggiunto il Montpensiero; dall'altra parte
Ferdinando, dopo il marchese di Mantova, che in giugno lo aveva
raggiunto, aveva ricevuto consecutivamente i rinforzi di Giovanni
Gonzaga, di Giovanni Sforza, signore di Pesaro, e di don Cesare
d'Arragona. Le due armate si minacciavano da vicino, e pareva che non
potessero tardare lungamente a decidere la sorte della guerra con una
battaglia[431].

  [431] _P. Jovii, l. III, p. 128. — Fr. Guicciardini, l. III, p.
  151._

Prima che le cose giugnessero a tale estremo gli emigrati italiani, che
avevano seguito Carlo VIII, non avevano trascurato di eccitarlo,
affinchè, a seconda delle sue promesse, mandasse gagliardi ajuti al
Montpensiero, ed alle armate che difendevano il partito francese. Gli
ambasciatori de' Fiorentini, il cardinale Giuliano della Rovere, Giovan
Giacomo Trivulzio, Vitellozzo, Carlo Orsini ed il conte di Montorio, non
gli permettevano di dimenticare i commilitoni che aveva lasciati nel
pericolo. Quella stessa parte della nobiltà francese ch'erasi opposta
alla prima spedizione di Carlo VIII, omai conveniva che l'onore
nazionale era chiamato a difendere ciò che si era acquistato col di lei
sangue: ogni illustre famiglia aveva qualche suo membro nell'armata che
combatteva nel regno di Napoli, ed istantemente chiedeva che non vi
fosse abbandonato. Carlo VIII, risvegliato in qualche modo dal suo
letargo, annunziò che stava per tornare in Italia con un'armata più
potente di quella che lo aveva accompagnato nel precedente anno. Gian
Giacomo Trivulzio ebbe ordine di partire alla volta di Asti con
ottocento lance, due mila Svizzeri, ed altrettanti Guasconi; il duca
d'Orleans ed in appresso il medesimo re dovevano in breve seguirlo.
Tutti i cantoni svizzeri avevano promesse truppe, ad eccezione di quello
di Berna, che aveva assunti contrarj obblighi col duca di Milano. Trenta
vascelli dovevano spiegare le vele dai porti francesi sull'Oceano, ed
unirsi in Provenza con altrettante galere, per portare a Gaeta
vittovaglie, munizioni di guerra e danaro; e Rigault, maestro della casa
del re, fu spedito a Milano per domandare al duca di far in Genova
armare le galere promesse nel trattato di Vercelli, assicurandolo in
pari tempo, che, qualora sinceramente si attaccasse di nuovo alla
Francia, verrebbe posta in dimenticanza la sua passata condotta[432].

  [432] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 152. — Fr. Belcarii Comm. rer.
  Gall., l. VII, p. 195._

Ma quest'ardore guerriero non poteva lungamente sostenersi in un così
futile e così instabile carattere qual era quello di Carlo VIII. Il
cardinale di san Malo, sovrintendente delle finanze, temeva una guerra
che accrescerebbe gl'imbarazzi in cui lo avevano di già posto le
inconsiderate spese della corte. Senza opporsi al suo padrone, faceva
ogni giorno nascere ostacoli all'esecuzione de' suoi progetti, e Carlo
mai non aveva la pazienza di esaminarli, nè la perseveranza di
sventarli. Tutto ad un tratto il re, che soggiornava in Lione, dichiarò
in sul finire di maggio, che, prima di porsi in cammino, voleva ancora
fare un viaggio a Tours ed a Parigi, onde raccomandarsi a san Martino ed
a san Dionigi nelle loro principali chiese, e per impegnare in pari
tempo le sue buone città a fargli sovvenzioni di danaro. Il vero motivo
era quello di rivedere a Tours una delle dame d'onore della regina di
cui era in allora innamorato. Invano tutti coloro che prendevano parte
alla difesa del regno di Napoli gli rappresentavano, che, allontanandosi
dai confini dell'Italia nell'istante in cui i di lui nemici erano
atterriti, nell'istante in cui i suoi soldati tutte in lui riponevano le
loro speranze, rincorerebbe i primi, e farebbe cadere le armi di mano ai
secondi; Carlo VIII fu irremovibile: dopo avere ancora consumato un mese
in Lione, partì per le parti settentrionali della Francia; abbandonò il
progetto di mandare il duca d'Orleans in Italia; non diede al Trivulzio
che pochissimi soldati, ed altro non fece a favore del Montpensiero, che
ordinare ai Fiorentini di mandargli quaranta mila ducati[433].

  [433] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 155. — Fr. Belcarii Rer. Gall.,
  l. VII, p. 196. — Chron. Ven., p. 34._

Ma il Montpensiero più non era in istato di aspettare l'esito di così
lunghe deliberazioni. Egli stringeva d'assedio Circello, lontano dieci
miglia da Benevento, e Camillo Vitelli uno de' suoi migliori ufficiali
vi aveva perduta la vita nell'istante in cui si era posto a piedi alla
testa dei Guasconi per incoraggiarli a combattere. Ferdinando, volendo
fare una diversione, andò ad attaccare Frangetto di Monforte, quattro
miglia lontano dal campo francese. Il re aveva sotto i suoi ordini mille
dugento uomini d'armi, mille cento cavalleggeri e quattro mila fanti, e
credevasi in istato di avventurare una battaglia. I Francesi
abbandonarono Circello per soccorrere Frangetto, ma, giunti sulla
sommità di una collina in faccia a quella borgata, videro ch'era di già
presa. Ciò nondimeno il Montpensiero e Virginio Orsini volevano
avanzarsi ancora, con intenzione di attaccare i soldati di Ferdinando,
mentre che, occupati nel saccheggio non potrebbero opporre gagliarda
resistenza. Ferdinando, prevedendo questo pericolo, aveva schierata la
sua armata in battaglia avanti al castello di Frangetto, ed aveva posto
il fuoco alla borgata per iscacciarne i saccomanni; pure tanta era la
loro avidità di ammassare il bottino, o il loro terrore di venire a
fronte dell'armata francese, che la metà de' soldati errava ancora in
mezzo alle fiamme, e non poteva ridursi a entrare nelle linee. Ma nel
consiglio di guerra dell'armata francese, Precì, Bartolommeo d'Alviano,
e Paolo Orsini, s'accordarono a rappresentare, che per attaccare i
Napolitani dovevasi entrare in un'angusta valle e pericolosa assai,
signoreggiata dal castello di Frangetto; onde non potevasi sperare
salvezza che dalla follia di coloro contro cui si doveva combattere.
Mentre si stava ancora deliberando, gli Svizzeri ed i Tedeschi
dell'armata, i quali da che servivano nel regno non avevano avuto che il
soldo di due mesi, chiedevano di essere pagati prima di entrare in
battaglia. La loro indisciplina, e l'insolenza loro andavano crescendo
coll'incertezza de' loro capi, ed il Montpensiero, costretto a cedere,
perdette così l'ultima occasione in cui poteva sperare di rimettere gli
affari de' Francesi nel regno di Napoli[434].

  [434] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 157. — P. Jovii, l. IV, p. 130.
  — Ejusdem Vita M. Consalvi, l. I, p. 181. — Fr. Belcarii Comm., l.
  VII, p. 197._

Dopo quel giorno gli Svizzeri ed i Tedeschi mai non cessarono di
minacciare i loro generali per ottenere un pagamento che questi non
potevano in verun modo eseguire. I principi di Salerno, di Bisignano e
di Conza, abbandonarono l'armata, e tornarono ne' loro feudi per
difendersi contro Consalvo di Cordova; i Napolitani al soldo de'
Francesi non perdevano veruna occasione di disertare: non solo non erano
meglio pagati degli altri, ma si trovavano inoltre esposti all'insolenza
de' loro commilitoni Francesi e Tedeschi, che sempre pretendevano di
avere e viveri ed alloggio prima dei regnicoli. Finalmente Precì e
Montpensiero mai non erano d'accordo, e le loro contese dividevano tutto
il consiglio di guerra[435].

  [435] _P. Jovii, l. IV, p. 130._

L'armata, che ogni giorno s'indeboliva, dovette all'ultimo ritirarsi;
tentò di rientrare nella Puglia, e dalle bande di Ariano e di Benevento
portarsi alla volta di Venosa. Perchè Ferdinando non si accorgesse della
sua ritirata, partì in sul cominciare della notte, e fece venticinque
miglia senza riposarsi. Sperava inoltre che Ferdinando, inseguendola,
avrebbe dovuto trattenersi alquanto sotto il castello di Gesualdo, che
in altri tempi aveva sostenuto un assedio di quattordici mesi: e, fidati
a questa considerazione, avendo i Francesi incontrata resistenza ad
Atella, presero quella città e la svaligiarono, consumando più tempo che
non avrebbero dovuto. Ferdinando occupò Gesualdo senza difficoltà, e
raggiunse i Francesi, prima che fossero usciti da Atella; allora il
Montpensiero si trovò costretto di appigliarsi al partito, che più gli
conveniva, di difendersi in Atella, onde dar tempo al suo re di
soccorrerlo[436].

  [436] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 158. — Fr. Belcarii Comm., l.
  VII, p. 198._

Atella, dove stava chiusa l'armata francese, non è quella città che
diede il suo nome alle favole Atellane, e ch'era posta presso a poco nel
luogo oggi occupato dalla città di Aversa. Atella della Basilicata giace
in una fertile pianura, ma un miglio al di là delle sue mura cominciano
le montagne, che s'innalzano da tre bande formando un ricco anfiteatro
largo tre quarti di miglio. Il loro pendio non è scosceso, e ne' pensili
che forma si fa uso dell'aratro per lavorare i campi, e dove il terreno
è più inclinato si coltivano viti ed alberi fruttiferi d'ogni maniera.
Quest'anfiteatro si apre dalla banda di mezzogiorno, e lascia vedere a
sinistra la città di Melfi, a destra la strada di Conza coperta da folti
boschi. Un ruscello irriga la pianura, attraversandola al ponente estivo
dopo avere circondato con largo giro la borgata di Atella. Colà le
acque, trovandosi chiuse tra più alte rive, volgono alcuni mulini, poi
si gettano nell'Ofanto. Dalla banda di Levante la borgata di Ripa
Candida, posta sulla strada di Venosa, era occupata da una guarnigione
francese; e da quella banda l'armata francese sperava di ricevere
vittovaglie e soccorsi, tanto più che tutto il paese si era dichiarato
pel partito Angiovino; ma la cavalleria leggiera degli Stradioti non
tardò ad impratichirsi di tutti i sentieri, e chiuse tutte le
comunicazioni ai partigiani de' Francesi[437].

  [437] _Pauli Jovii Hist. sui temp., l. IV, p. 132._

Ferdinando non voleva venire a battaglia con un'armata disperata, ed
invece pensò a chiuderle tutte le strade, a rendere difficile ogni mezzo
di vittovagliarla ed a distruggere i mulini di cui si serviva. I
Tedeschi, che si trovavano nell'armata Francese, e che da gran tempo
avevano minacciato di disertare se non erano pagati, arrivarono dopo
pochi giorni al campo di Ferdinando, il quale in appresso ebbe avviso
che Consalvo di Cordova aveva sorpresa presso al castello di Lario,
posto sul fiume Saprio, che divide la Calabria dal Principato, una
piccola armata colà raccolta dai partigiani della Francia; che aveva
fatti prigionieri undici baroni angiovini, e quasi tutta la fanteria.
Dopo questa vittoria, la prima che Consalvo di Cordova riportasse nel
regno di Napoli, venne con sei mila uomini ad unirsi sotto Atella al re
Ferdinando; e la sua venuta fece agli assediati perdere ogni
speranza[438].

  [438] _P. Jovii, l. IV, p. 133. — Ejusd. vita M. Consalvi, l. I, p.
  182. — Fr. Guicciardini, l. III, p. 159._

Il Montpensiero, che cominciava ad avere penuria di vittovaglie, il 5 di
luglio fece partire alla volta di Venosa la terza parte della sua
cavalleria, onde scortare un convoglio; ma sebbene questa uscisse a
mezzodì, quando doveva supporsi che i nemici, per timore degli eccessivi
calori della Basilicata, si riposassero, fu scoperta dagli Stradioti,
sorpresa e sconfitta. In questo fatto i Francesi perdettero più di tre
cento cavalieri, e più che la perdita gli affliggeva la considerazione
che i loro uomini d'armi erano stati battuti da una cavalleria leggiera
da loro sprezzata. Dopo questa battaglia Ferdinando conquistò Ripa
Candida, e si accampò sulla strada di Venosa, sicchè veniva a chiudere
agli assediati qualunque uscita[439].

  [439] _P. Jovii Hist. sui temp., l. IV, p. 133. — Vita M. Consalvi,
  l. I, p. 183._

Lo stesso giorno in cui arrivò presso Atella, Gonzalvo di Cordova aveva
attaccati i mulini degli assediati, e gli aveva totalmente distrutti,
onde cominciavano a non avere più farine. Bentosto provarono un'altra
più crudele privazione, più non potendo attignere acqua dal ruscello che
bagnava le mura di Atella senza azzuffarsi coi nemici, e dovendo così
pagare col loro sangue ogni botte di acqua. Avevano formato nel fiume un
abbeveratojo, coperto di alcuni trinceramenti, che avevano dati in
guardia ai loro Svizzeri; ma questi essendo stati vigorosamente
attaccati, perdettero coi trinceramenti trecento uomini. Fu trovato tra
i morti un alfiere cui era stata troncata la mano destra e gravemente
ferita la sinistra, e che morto com'era strigneva tuttavia coi denti lo
stendardo che gli era stato confidato[440].

  [440] _P. Jovii, l. IV, p. 135._

Erano già passati trentadue giorni da che i Francesi trovavansi chiusi
in Atella; vedevano ogni giorno andar crescendo il numero de' loro
nemici, e scemare quello de' proprj soldati; loro mancavano i foraggi, i
viveri e l'acqua, quando risolsero finalmente di venire a patti. Precì,
Bartolommeo d'Alviano ed un capitano svizzero furono spediti a
Ferdinando. Chiesero che Gilberto di Montpensiero potesse spedire un
corriere al suo re per avere soccorsi, e se non li riceveva entro trenta
giorni, doveva, spirato questo termine, consegnare a Ferdinando tutte le
piazze che da lui dipendevano, colla loro artiglieria. Fino a tal tempo
Montpensiero non doveva tentare d'uscire da Atella, ove il re gli
somministrerebbe i viveri giorno per giorno. Quando poi i Francesi
rassegnerebbero la piazza, dovevano essi avere la libertà di passare in
Francia, gl'Italiani fuori del regno, ed i Napolitani quindici giorni di
tempo per assoggettarsi al re, che loro prometteva intero perdono, e la
restituzione di ogni loro avere. Questa convenzione venne sottoscritta
il giorno 20 di luglio del 1496, e le tre città di Venosa, Gaeta e
Taranto, i di cui governatori erano stati immediatamente nominati dal
re, furono espressamente eccettuate[441].

  [441] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 160. — P. Jovii, l. IV, p. 136.
  — P. Bembi hist. Ven., l. III, p. 56. — Allegr. Allegretti, p. 857.
  — Fr. Belcarii Comm., l. VII, p. 199._

Sembra che il Montpensiero non aspettasse i trenta giorni accordati
nella convenzione per cedere Atella; ma che, stretto da bisogno di
danaro, e dalla impazienza de' suoi soldati, consegnasse dopo tre dì
quella piazza a Ferdinando per dieci mila fiorini, che distribuì alle
sue truppe a conto del loro soldo[442].

  [442] _P. Bembi Ist. Ven., l. III, p. 56._

Uscì da Atella con circa cinque mila uomini, che furono condotti a Baja
ed a Pozzuolo per aspettarvi un imbarco. Nello stesso tempo diede al re
tutte le fortezze del suo governo, ma Ferdinando chiedeva tutte quelle
del regno, molte delle quali ricusavano di riconoscere l'autorità del
luogotenente del re. Mentre si disaminava questa parte della
capitolazione, l'armata francese fu ritenuta nel cuore dell'estate sulla
spiaggia pestilenziale di Baja, e fu bentosto sorpresa da terribile
epidemia. Uno de' primi a morire fu Gilberto di Montpensiero; poi la
mortalità si estese ai cavalieri ed ai pedoni e non gli abbandonò nel
loro viaggio, quando fu loro permesso di partire; onde di cinque mila
uomini usciti da Atella appena ne arrivarono in Francia
cinquecento[443].

  [443] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 161. — P. Jovii Hist. sui temp.,
  l. IV, p. 137. — Eius. Vita M. Consalvi, l. I, p. 183. — Fr.
  Belcarii, l. VIII, p. 200. — Arn. Ferroni, l. II, p. 24._

Alessandro VI, che destinava le spoglie degli Orsini ai suoi figliuoli,
e che voleva da prima sterminare quella famiglia, non solo sciolse
Ferdinando II dal giuramento dato per l'esecuzione della capitolazione
di Atella, ma minacciò di punirlo colle pene ecclesiastiche se vi dava
esecuzione. Per ubbidire al papa il re Ferdinando fece imprigionare
Virginio e Paolo Orsini in castel dell'Uovo. Le loro truppe italiane che
si ritiravano, attraversando l'Abruzzo sotto gli ordini di Giovan
Giordano Orsini e dell'Alviano, furono attaccate dal duca d'Urbino e
svaligiate. In pari tempo Graziano Guerra, più non potendo sostenersi
nell'Abruzzo, ritirossi a Gaeta con ottocento cavalli; il d'Aubignì,
dopo di avere difesa per qualche tempo la Calabria, fu forzato di
capitolare a Groppoli, ottenendo la libertà di ritirarsi in Francia.

I principi di Salerno e di Bisignano approfittarono dell'amnistia, e
rientrarono nella grazia di Ferdinando dopo avergli consegnate le loro
fortezze. Finalmente, ad eccezione di Taranto, ove comandava Giorgio di
Sillì, di Gaeta in cui si era chiuso il siniscalco di Belcario e di
monte sant'Angelo, ove valorosamente si difendeva Giuliano di Lorena, i
Francesi furono scacciati da tutte le loro conquiste, e tutto il regno
di Napoli ridotto all'ubbidienza di Ferdinando[444].

  [444] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 161. — P. Jovii, Hist. sui
  temp., l. IV, p. 137. — Mém. de Guill. de Villeneuve, t. XIV, Mém.
  p. 82._

Ma nello stesso istante in cui questo giovane principe rientrava in
Napoli, di ritorno da una guerra che gli aveva fruttato un regno, e
nella quale aveva date luminose prove di coraggio, di costanza, di
perizia nell'arte della guerra, e di accortezza nel cattivarsi gli
animi, sorprese la Cristianità con un matrimonio, che mai non
dovrebb'essere autorizzato da veruna dispensa politica. Sposò la propria
sua zia, Giovanna, sorella di suo padre, che aveva press'a poco l'età
sua. Nè questa scelta gli era stata suggerita dalla politica, ma
dall'amore, e quest'amore gli riuscì funesto. Ferdinando tornava da
faticosissima campagna, in un paese malsano, dove tutti i capi delle due
armate erano caduti infermi. Egli non abbadò all'effetto che tante
fatiche avevano dovuto fare sulla sua fisica costituzione, suppose di
avere tutto il vigore della sua sanità, e si comportò come se
effettivamente lo avesse; ma appena fu egli andato colla sua sposa a
soggiornare in Somma, villa posta alle falde del Vesuvio, che morì
d'esanimamento il 7 di settembre del 1496, in età di ventisette anni un
mese ed undici giorni. Perchè non aveva figli, Federico, suo zio, salì
sul trono di Napoli, che nello spazio di tre anni era stato occupato da
cinque re: infatti Ferdinando I, Alfonso II, Carlo VIII, Ferdinando II e
Federico II, si erano succeduti con una sgraziata rapidità, che aveva
accresciute le miserie di un regno di già desolato da crudele
guerra[445].

  [445] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 161. — P. Jovii Hist. sui temp.,
  l. IV, p. 138. — P. Bembi, l. III, p. 57. — Summonte Storia di
  Napoli, l. VI, c. II, p. 523. — Giannone Ist. civ. del regno di
  Napoli, l. XXIX, c. II, p. 676. — Burchardi Diar., l. II apud
  Raynaldum An. Eccl. 1496, § 13, p. 452. — Chron. Venet., t. XXIV, p.
  39. — Fr. Belcarii Comm. ver. Gall., l. VII, p. 201._



CAPITOLO XCVIII.

      _Guerra di Pisa; i Pisani soccorsi dal duca di Milano, dai
      Veneziani e dall'imperatore Massimiliano. — Tregua in Italia. —
      Il Savonarola va perdendo in Firenze l'opinione. — Prova del
      fuoco che gli viene proposta da un monaco; sua condanna e sua
      morte._

1496 = 1498.


La scossa data a tutta la politica dell'Italia dalla spedizione di Carlo
VIII pareva sospesa: questo monarca, tornato nell'ordinaria sua
residenza, d'altro omai non prendevasi cura che di tornei, di feste e di
una vana pompa cavalleresca, che gli faceva dimenticare quella stessa
guerra di cui era l'immagine. Sempre avviluppato in donneschi raggiri a
cagione de' suoi moltiplici incostanti amori, più non dava alle cose
d'Italia che qualche fuggitiva occhiata. Di quando in quando annunciava
ancora di voler liberare i suoi commilitoni, da lui esposti a tanti
pericoli, o che già languivano per cagion sua nelle prigioni e nella
miseria; parlava di vendicare gl'insulti fatti al suo nome, e di
ricuperare la gloria che aveva acquistata a così poco prezzo e così
rapidamente perduta; ma bentosto ricadeva nella mollezza e nella
dimenticanza d'ogni cosa; ed omai nè le sue minacce atterrivano, nè le
sue promesse fomentavano la speranza.

La morte di Ferdinando II e l'innalzamento di Federico I sul trono di
Napoli parevano contribuire coll'indolenza di Carlo VIII a dare maggiore
consistenza a quella monarchia. Federico era da gran tempo caro ai
Napolitani; egli era quello stesso principe che i baroni malcontenti
avevano voluto nel 1485 sostituire a suo padre, il vecchio Ferdinando,
ed a suo fratel maggiore, Alfonso; era quello che aveva preferito di
restare in prigione tra le mani de' faziosi, piuttosto che farsi strada
al trono con un delitto. Tutti i partiti conoscevano la sua moderazione
e la sua imparzialità, tutti avevano in lui la medesima confidenza. Il
suo predecessore, Ferdinando II, non aveva lo stesso vantaggio; erasi
veduto spiegare somma costanza e valore nell'ultima guerra, ma gli
Angiovini temevano sempre di veder ricomparire nel suo carattere il
vecchio lievito arragonese, la perfidia e la crudeltà, che sembravano
ereditarie in quella famiglia. Raccontavano pure, che, di già preso
dalla malattia che lo condusse al sepolcro, aveva ordinato di far perire
il vescovo di Teano, che teneva in prigione, e che, temendo che la sua
gente, credendo vicina la sua morte, non gli dicessero d'avere eseguiti
i suoi ordini senz'averli eseguiti, erasi fatta recare la di lui testa
sul suo letto di morte[446].

  [446] _P. Bembi Hist. Ven., l. III, p. 57._

Federico, salendo sul trono in mezzo ad un popolo diviso in tante
fazioni, e ruinato da guerre civili e straniere, sentiva che doveva
presentarsi ai Napolitani piuttosto come conciliatore, che come
vincitore. Accolse tutti i partiti con eguale indulgenza, mostrando a
tutti un eguale rispetto pel valore e per la sventura; rimandò in
Francia gli avanzi dell'armata, che aveva capitolato ad Atella, ed
eransi sottratti al cattivo aere di Baja; si riconciliò del tutto col
principe di Bisignano e con quello di Conza, che durante il loro lungo
esilio in Francia avevano apparecchiata la guerra che riuscì tanto
funesta al regno, e promise la stessa indulgenza al principe di Salerno,
che invitò alla festa della sua incoronazione. Ma questo principe,
invecchiato nelle fazioni e più volte vittima de' reali tradimenti, non
potè prestar fede alle leali promesse del nuovo re; gli attribuì un
attentato d'assassinio contro suo fratello, che poi non era che una
privata vendetta[447]. Ricominciò adunque la guerra, ed inseguito di
castello in castello nella Lucania, fu finalmente costretto ad uscire
dal regno, ed a ritirarsi a Sinigaglia nel piccolo principato di
Giovanni della Rovere, prefetto di Roma, presso il quale morì esule dopo
non molto tempo[448].

  [447] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 175._

  [448] _P. Jovii Hist. sui temp., l, IV, p. 138._

Daubignì, che aveva gloriosamente comandato ai Francesi in Calabria, non
credette di dovere più a lungo protrarre una guerra che per la Francia
era senza speranza, e che riduceva i suoi antichi partigiani all'estrema
miseria e pericolo. E non solo ottenne per sè medesimo e pe' suoi
compagni d'armi onorevoli condizioni, ma inoltre persuase Oberto di
Rosset, che si era difeso in Gaeta con maravigliosa costanza e coraggio,
a conservare i suoi soldati per meno infelici tempi, ed a rilasciare
quella città a Federico. Verso lo stesso tempo Graziano Guerra abbandonò
gli Abruzzi; e vennero a patti le guarnigioni di Venosa e di Taranto; di
modo che i Francesi non conservarono nel regno di Napoli verun pegno
della rapida loro conquista[449].

  [449] _P. Jovii Hist. sui temp., l. IV, p. 139. — Fr. Guicciardini,
  l. III, p. 172._

Ma la guerra che Carlo VIII aveva suscitata nel suo passaggio per la
Toscana, rendendo la libertà a Pisa, non era ancora spenta, ed era una
scintilla capace di cagionare in Italia un nuovo incendio. La quale
guerra si trattava secondo la vecchia tattica delle guerre italiane, e
la lentezza delle sue operazioni stranamente contrastava coll'impeto che
poc'anzi avevano spiegato i Francesi. Assedj di piccoli castelli,
sorprese, scaramucce d'avamposti, esaurivano tutta l'arte de' capitani,
sebbene si vedessero alla testa delle due armate uomini riputatissimi
nell'arte della guerra; perciocchè comandavano le truppe fiorentine
Francesco Secco e Rannuccio di Marciano, e le pisane Lucio Malvezzi di
Bologna, casualmente secondato dai più esperti condottieri del duca di
Milano e de' Veneziani. Vero è che la guerra trattavasi tra di loro in
una più sanguinosa maniera di quel che si facesse nella precedente età,
perchè molti soldati forastieri, che servivano nell'una e nell'altra
armata, nè accordavano, nè chiedevano quartiere. Se i Fiorentini
avessero una sola volta levata un'armata abbastanza numerosa per farsi
strada fino a Pisa, piantare le loro artiglierie sotto le sue mura ed
aprirvi una breccia, avrebbero risparmiato ad un tempo molto sangue e
molto danaro. Ma essi speravano tuttavia d'avere Pisa col mezzo delle
negoziazioni che avevano intavolate con tutte le potenze: essi non erano
in guerra dichiarata con veruna, e furono consecutivamente chiamati a
combattere i Francesi, l'imperatore, i Milanesi, i Genovesi, i Lucchesi,
i Sienesi, i quali si presentarono uno dopo l'altro come ausiliarj de'
Pisani; essendo in allora ammesso come principio di diritto pubblico,
che uno potesse fare la guerra pel suo alleato, senza dichiararla egli
medesimo.

Nella stessa maniera per una bizzarra complicazione di maneggi politici,
i Fiorentini per ricuperare Pisa dovettero combattere contro i Francesi,
loro veri alleati, e contro tutti i nemici de' Francesi: i Pisani dal
canto loro raccomandarono nello stesso tempo la loro repubblica a Carlo
VIII ed a tutti i nemici di Carlo VIII. In un sol giorno furono mandati
dalla signoria di Pisa, Mariano Peccioli a Lodovico Sforza, Agostino
Donizzo a papa Alessandro VI, Bernardino Agnelli alla repubblica di
Venezia, e Pietro Griffo alla corte di Francia[450]. Erano questi
ambasciatori partiti prima che d'Entragues cedesse ai Pisani le loro
fortezze. Coloro che si recarono presso i nemici della Francia ebbero il
più felice esito; lo Sforza mandò ai Pisani Lodovico della Mirandola con
uno squadrone di cavalleria e trecento fanti tedeschi; ed i Veneziani
loro spedirono Paolo Manfroni con dugento cavalli ed una somma di danaro
per far leva di fanteria[451].

  [450] _P. Jovii Hist. sui temp., l. III, p. 108._

  [451] _P. Jovii Hist. sui temp., l. III, p. 102. — Fr. Guicciardini,
  l. III, p. 146. — Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 227._

Lodovico Sforza, che si teneva sempre sicuro di potere colla finezza
della sua politica tutto dirigere e dominare a voglia sua, lasciava
frequentemente, per avarizia, di spendere quanto richiedevasi per
l'esecuzione de' suoi progetti; ed in allora sperava con un tratto della
sua accortezza di ridurre i suoi nemici a sostenere le spese ch'egli
avrebbe dovuto fare. Con questa mira aveva caldamente consigliati i
Veneziani a difendere Pisa, facendo loro sentire che, tendendo questa
guerra ad indebolire i Fiorentini, i soli alleati conservatisi fedeli ai
Francesi, tornava egualmente utile il farla agl'interessi di Venezia e
di Milano, e che perciò le spese dovevano farsi in comune. In allora non
poteva sospettare che i Veneziani pensassero giammai ad insignorirsi di
Pisa, città separata da tanti stati dal loro territorio; mentre che
facilmente poteva essere unita alla Liguria, di cui egli era
sovrano[452].

  [452] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 142._

Ma i Pisani più non avevano per Lodovico Sforza quell'inclinazione che
avevano mostrata in principio della guerra. Scoraggiati dalla sua
avarizia, aombrati dalle sue negoziazioni coi Fiorentini, avevano
apertamente letti i suoi segreti disegni nelle proposizioni che loro
faceva di dare la signoria della città alle sue creature i fratelli
Sanseverini; onde omai riponevano ne' soli Veneziani ogni loro fiducia.
Avevano da tutte le potenze della lega avuto promessa di guarentire la
loro libertà. Massimiliano aveva riconosciuti i loro diritti con un
privilegio imperiale; il papa aveva loro diretto un breve per
incoraggiarli a difendersi, e gli ambasciatori spagnuoli avevano detto
che il loro padrone vedrebbe con piacere le porte della Toscana chiuse
ai Francesi dallo stabilimento d'una repubblica rivale di quella di
Firenze[453].

  [453] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 142._

In sul cominciare di marzo del 1496, avevano i Fiorentini ottenuto
qualche vantaggio in quella parte del territorio pisano che giace tra il
lago di Bientina, le montagne e l'Arno. Avevano preso Buti, san Michele
di Verrucola e Calci; ma nello stesso tempo si pubblicarono in tutto il
territorio pisano con grandissime dimostrazioni di gioja le lettere che
la signoria aveva ricevuto dal doge Agostino Barberigo, colle quali
dichiarava che la repubblica di Venezia riceveva sotto la sua protezione
quella di Pisa[454].

  [454] _Scip. Ammirato, l. XVII, p. 227. — Machiavelli Framm. Ist.,
  t. III, p. 35._

Questa pubblica dichiarazione, che in qualche maniera obbligava l'onore
de' Veneziani a difendere Pisa, era stata lungamente discussa e
contrariata ne' medesimi consigli di Venezia dai più vecchi senatori, e
da quelli che avevano maggiore opinione di sperimentata prudenza. Pareva
loro che in quest'occasione la repubblica si esponesse al doppio
pericolo di risvegliare la gelosia di tutti gli altri stati colla
confessione d'un'insaziabile ambizione, e nello stesso tempo
d'intraprendere ciò che non potrebbe mantenere con onore[455].

  [455] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 143._

Da quell'istante le cose de' Pisani cominciarono a prosperare. Francesco
Secco fu da loro sorpreso in principio di aprile; gli uccisero da
cinquanta uomini, gli presero dugento venti cavalli e lo sforzarono a
levare l'assedio della Verrucola. Pochi giorni dopo lo stesso Secco,
desideroso di vendicarsi, attirò presso Vico in un'imboscata i Pisani,
comandati da Paolo Manfroni; li ruppe infatti, ma nell'atto che
gl'inseguiva fu mortalmente ferito da una palla da archibugio. La di lui
perdita equivaleva pei Fiorentini ad una seconda sconfitta[456]. Il 30
di maggio Lucio Malvezzi, capitano de' Pisani, sorprese e saccheggiò
Ponsacco, dove fece prigioniero Lodovico da Marciano, fratello di
Rannuccio, che comandava l'armata fiorentina[457]. Finalmente ne' primi
giorni di giugno Giustiniani Morosini, gentiluomo veneziano, giunse a
Pisa con ottocento Stradioti. Questi barbari soldati, che si erano
renduti formidabili a tutta l'Italia, che avevano più volte fatto testa
agli uomini d'armi francesi, e che avevano fatto conoscere tutto quanto
poteva ripromettersi da una cavalleria leggiera, riempirono in breve
tutta la Toscana del terrore delle loro armi. Il 23 di giugno si
gettarono in Val di Nievole; passarono sotto Monte Carlo, ed avendo
trovata resistenza a Buggiano lo presero, lo saccheggiarono e lo
bruciarono unitamente a Steggiano, facendo provare ai Fiorentini, quanto
grande sventura fosse quella d'un popolo ridotto al più alto grado di
civiltà, che veniva invaso da soldati appena usciti dalla barbarie[458].

  [456] _Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 227. — Fr. Guicciardini, l. III,
  p. 165. — Machiavelli Framm. Istor., t. III, p. 37. — P. Bembi
  Istor. Ven., l. III, p. 59._

  [457] _Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 236. — P. Jovii Hist., l. IV, p.
  143. — Fr. Guicciardini, l. III, p. 165._

  [458] _Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 230. — Machiavelli Framm., p.
  39._

Gli avvenimenti del precedente anno avevano ingrandita la presunzione di
Lodovico Sforza; davasi vanto di avere chiamati i Francesi in Italia e
d'averli scacciati; d'avere gastigata la casa di Arragona, e d'averla in
appresso rimessa in trono, e d'avere disposto delle fortezze che i
Francesi ricevuto avevano dai Fiorentini, come se le avesse egli stesso
avute in custodia. Egli aveva adottato il soprannome di Moro, che gli
aveva fatto dare la sua bruna carnagione; ma voleva che vi si scorgesse
l'emblema della sua accortezza e della sua forza, le due qualità, che, a
suo credere, lo rendevano superiore agli altri uomini[459]. Aveva veduto
con piacere i Veneziani prendere parte nella guerra di Pisa, e
compiacevasi di dire che per lui solo versavanvi i loro tesori ed il
loro sangue.

  [459] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 147._

Per altro quando cominciò ad accorgersi che i Pisani erano più inclinati
per i Veneziani che per lui, credette giunto il momento d'introdurre in
Italia un nuovo potentato che ripromettevasi di guidare a posta sua con
quella facilità con cui credeva dirigere tutti gli altri. A tale oggetto
spedì ambasciatori a Massimiliano, re de' Romani, invitandolo a venire a
prendere a Milano la corona di Lombardia, ed a Roma quella dell'impero,
onde ripristinare in tutta l'Italia l'autorità imperiale. Aveva
Massimiliano sposata una nipote di Lodovico Sforza, e fin da quell'epoca
si era mostrato propenso a seguire i suoi consiglj. Altronde quel
monarca, sempre senza danaro, e le di cui forze, sproporzionate co' suoi
titoli e colla estensione de' suoi stati, mai non bastavano a condurre a
fine le intraprese che aveva cominciate, era sempre tormentato da un
vago desiderio di gloria senza avere in sè medesimo nè costanza per
tenerle dietro, nè veri talenti per ottenerla. Gettavasi
appassionatamente in tutte le nuove avventure, perchè gli servivano di
pretesto per abbandonare le precedenti. Era sempre ansioso di dirigere
gli affari altrui, perchè gli servivano di pretesto per trascurare i
proprj; e perchè si vedeva sempre contrariato ne' suoi stati, cercava
ogni circostanza di uscirne. Era adunque allo Sforza meno difficile
l'attirarlo in Italia che persuadere i Veneziani ad unirsi a lui per
chiamarvelo. Per altro siccome Carlo VIII non lasciava di minacciare, e
credendosi che le sue armate fossero apparecchiate a valicare le Alpi,
perciocchè era noto che aveva di fresco tentato lo Sforza onde
rientrasse nella sua alleanza, i Veneziani ebbero timore che il duca di
Milano, il quale diffidava di loro, non si gettasse di nuovo nelle
braccia del re di Francia, ed acconsentirono di mandare dal canto loro
ambasciatori a Massimiliano per promettergli un sussidio[460].

  [460] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 154. — P. Jovii Hist. sui temp.,
  l. IV, p. 142._

Massimiliano si avanzò fino a Manshut ai confini del Tirolo e della
Valtellina; e colà recossi a trovarlo Lodovico il Moro cogli
ambasciatori di Venezia e del papa. Convenne con lui che gli alleati
d'Italia gli pagherebbero per tre mesi quaranta mila ducati al mese,
cioè i Veneziani 16,000, egli stesso 16,000, ed il papa 8,000, a
condizione che Massimiliano entrerebbe in Italia con un'armata degna
d'un imperatore, e che l'adopererebbe in quei tre mesi in servigio della
lega. Il giorno susseguente a quello in cui fu sottoscritto il
contratto, Massimiliano in abito da caccia passò ancor esso le Alpi, e
venne a Bormio a rendere visita a Lodovico il Moro, ed ebbe con lui
un'altra conferenza. Tornò poi subito in Germania per levarvi la
promessa armata[461].

  [461] _Andr. Navagero Stor. Ven., t. XXIII, p. 1207. — P. Bembi Ist.
  Ven., l. III, p. 61. — Fr. Guicciardini, l. III, p. 163. — P. Jovii
  Hist., l. IV, p. 143._

Per altro prima di porsi in viaggio alla volta dell'Italia spedì due
ambasciatori a Firenze, i quali si presentarono alla signoria il giorno
19 d'aprile. Le dichiararono che, volendo l'imperatore volgere le armi
della Cristianità contro gl'infedeli, aveva proposto di consolidare da
prima il riposo d'Italia, distruggendo tutti i semi di discordia sparsi
dai Francesi, e riunendola tutt'intera in una sola lega. I Fiorentini,
soggiunsero, sono i soli che mantengonsi fuori dell'alleanza comune;
quindi vengono da Massimiliano invitati a deporre le armi, che prese
hanno contro i Pisani, e ad assoggettare le loro pretese verso quella
città alle leggi dell'impero ed al suo arbitramento[462]. Risposero i
Fiorentini, che avevano di già nominati due de' loro più riputati
cittadini per recarsi presso l'imperatore, e portargli l'omaggio del
loro rispetto e della loro ubbidienza. Che i suoi ambasciatori gli
esporrebbero i diritti della loro repubblica sopra di Pisa, e che
invocherebbero a favore della medesima le leggi dell'impero, in forza
delle quali veruno stato era obbligato ad assoggettare ad un
arbitramento le sue pretese, se preventivamente non era rimesso in
possesso di tutto quanto gli era stato tolto colla violenza[463].

  [462] _Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 232. — Fr. Guicciardini, l. III,
  p. 167. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. II, p. 48._

  [463] _Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 233. — Machiavelli Framm., p.
  46._

Bentosto i Pisani furono avvisati dai loro alleati che l'imperatore
eletto in breve giugnerebbe tra le loro mura; ma di già senza la di lui
assistenza trovavansi in aperta campagna superiori ai Fiorentini. Ogni
giorno ricevevano nuovi soccorsi dai Veneziani; due provveditori di san
Marco, Morosini e Domenico Delfino, erano venuti a soggiornare nella
loro città; il conte Braccio di Montone loro aveva condotto un corpo
d'uomini d'armi, ultimo avanzo dell'antica scuola del suo avo. Poco dopo
Annibale Bentivoglio, figliuolo di Giovanni Bentivoglio, signore di
Bologna, era pure giunto tra di loro. Vero è che i Veneziani avevano
spedito il Bentivoglio meno per soccorrere Pisa che per acquistare in
quella città una decisa preponderanza sopra il duca di Milano. Avevano
sospetto che Lucio Malvezzi, generale de' Pisani, fosse totalmente ligio
alla casa Sforza, e volevano ridurlo a rinunciare egli stesso al
servigio di quella repubblica. Ora il Malvezzi apparteneva a quella
famiglia che nel 1488 aveva in Bologna congiurato contro i Bentivoglio;
tutti i suoi parenti erano stati da loro uccisi, era stato dai medesimi
posta una taglia alla sua testa; non era probabile che si tenesse sicuro
in una città, dove il suo più accanito nemico riceveva un comando.
Effettivamente, quando Giulio Malvezzi vide entrare in Pisa il
Bentivoglio, chiese ed ottenne il suo congedo[464].

  [464] _Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 234. — Fr. Guicciardini, l. III,
  p. 167. — Machiavelli Framm. Istor., t. III, p. 52. — P. Bembi
  Histor. Ven., l. III, p. 63._

I Pisani, sotto gli ordini di Gian Paolo Manfroni, attaccarono
successivamente tutte le terre murate che i Fiorentini possedevano nel
loro territorio, cercando particolarmente di togliere loro ogni
comunicazione con Livorno. Se ciò ottenere potevano, se in tal modo
riuscivano ad allontanare i Fiorentini dal mare, avrebbero loro tolta la
speranza di ricevere ajuti dalla Francia, avrebbero nello stesso tempo
interrotto tutto il loro commercio marittimo, ed avrebbero loro
cagionato una così grave perdita da consigliarli a chiedere la pace. In
principio di settembre il Manfroni prese i castelli di Sojana, Moranna,
Chianna, Terricciuola e Cigoli. Fu meno fortunato in una zuffa presso il
lago di Bientina, che si terminò colla ritirata delle due armate, dopo
avere ambedue perduta molta gente; ma bentosto, ricominciando i suoi
attacchi contro i castelli delle colline, prima del 20 di settembre
occupò san Regolo, san Luzio, Usigliano, Casa nuova ed alcune altre
terre murate. Pietro Capponi, commissario de' Fiorentini presso
l'armata, quello stesso che aveva stracciate le proposizioni di Carlo
VIII, ed uno de' più eloquenti e più coraggiosi cittadini di Firenze,
volle metter fine a tali conquiste e riprendere Sojana; ma mentre faceva
condurre l'armata fiorentina contro quel castello, ed egli si avanzava
per un luogo scoperto per piantare una batteria, fu colpito nel capo da
una palla di falconetto, che lo fece cader morto. Firenze pianse in
questo cittadino l'uomo coraggioso che l'aveva salvata colla sua
fermezza, ed il degno rappresentante d'una famiglia, che, anche ne'
tempi in cui maggiormente imperversavano le fazioni, si era sempre
distinta per le sue virtù pubbliche, senza abbandonarsi a verun
partito[465].

  [465] _Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 233. — Fr. Guicciardini, l. III,
  p. 166. — P. Jovii, l. IV, p. 144. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p.
  97._ Il solo Machiavelli sembra fare poco conto del Capponi, che
  accusa d'instabilità. _Framm. Istor., l. III, p. 44._

Intanto Massimiliano era sceso in Italia, ma invece dell'armata
imperiale promessa ai confederati aveva appena con sè trecento cavalli e
mille cinquecento pedoni. Perciò, sentendo egli stesso di corrispondere
troppo male all'aspettazione de' popoli, sottraevasi alla folla che
adunavasi per vederlo. Prese una strada rimota per non attraversare
Como, dove gli era stata apparecchiata una magnifica festa, e si
trattenne a Vigevano per non lasciarsi vedere a Milano[466]. Gli
chiedevano gli alleati di costringere il duca di Savoja ed il marchese
di Monferrato a staccarsi, nella loro qualità di membri dell'impero,
dall'alleanza francese; ma le sue forze non erano tali da far rispettare
i suoi decreti. Volle ancora far rinunciare il duca di Ferrara alla sua
neutralità, e gl'intimò come a suo feudatario pei ducati di Modena e di
Reggio di presentarsi alla sua corte; ma Ercole d'Este ricusò
d'ubbidire, dichiarando che ciò sarebbe un dipartirsi dalla mediazione
che egli aveva accettata nel trattato colla Francia, e mancare
all'obbligo contratto quando aveva accettato in deposito il Castelletto
di Genova. Non potendo Massimiliano fare verun altro uso della sua
imperiale potenza, prese la strada di Genova per recarsi a Pisa[467].

  [466] _P. Jovii Hist. sui temp., l. IV, p. 145. — Fr. Guicciardini,
  l. III, p. 163._

  [467] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 163. — Bart. Senaregæ de Reb.
  Gen., t. XXIV, p. 561._

Sebbene l'armata dell'imperatore fosse poco considerabile, la sua venuta
riusciva ai Fiorentini assai molesta: essi avevano contro di loro tutta
la lega che aveva scacciati i Francesi dall'Italia. I sovrani della
Spagna ed il papa, se non agivano vigorosamente contro di loro,
manifestavano se non altro la loro nimicizia, e sovvenivano danaro ai
loro nemici. Il duca di Milano ed i Veneziani gli opprimevano colle
grandi forze mandate in ajuto de' Pisani, e tutti i piccoli popoli della
Toscana, tutti i vicini di Firenze, che non avrebbero ardito di prendere
una parte attiva nella guerra contro un più grande potentato,
adoperavano tutte le forze loro contro una repubblica di cui erano
gelosi. Firenze, smunta da tre anni di guerra, e dai prodigiosi sussidj
pagati alla Francia, mentre aveva perdute le dogane di Pisa e del mare,
che formavano una ragguardevole parte delle sue entrate, non sembrava in
istato di portare questo nuovo peso. Aveva troppe riprove
dell'instabilità e della mala fede di Carlo VIII, e non era sperabile
che questo monarca soccorresse i suoi alleati, dopo che aveva
abbandonati nell'estrema miseria le proprie armate del regno di Napoli.
Se la repubblica non si fosse consigliata che colla politica mondana,
avrebbe senza verun dubbio già da gran tempo accettata l'offerta fattale
da Lodovico Sforza di farla ricevere nella lega italiana: ma il partito
de' _piagnoni_, che in allora dominava in Firenze, era composto d'uomini
che ogni giorno andavano ad imparare alle prediche di Girolamo
Savonarola in qual modo dovevano governare la repubblica; che in tutte
le perdite che provava lo stato vedevano il gastigo de' vizj de' privati
e non quello degli errori del governo; che non isperavano che nella
forza delle preghiere e nella prudenza delle ispirazioni. Ora il
Savonarola loro prediceva continuamente che i tempi delle prove erano
vicini a terminare, che la Chiesa di Dio sarebbe bentosto riformata
dalla potenza de' Francesi, e che, qualora i Fiorentini si mantenessero
fedeli al partito che avevano abbracciato, si troverebbero, dopo tutte
le loro tribolazioni, padroni non solo dell'antico territorio, ma di
tutta la Toscana. Queste predizioni inspirarono ai consiglj della
repubblica una costanza tale, che mai non fu posta a più dura
prova[468].

  [468] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 164. — Scip. Ammirato, l. XXVII,
  p. 235._

Il vescovo Pazzi e Francesco Pepi, legista, che la repubblica aveva
mandati come ambasciatori presso Massimiliano, arrivarono a Tortona il
giorno dopo la sua partenza alla volta di Genova. Lo seguirono in quella
città, ma dopo la loro udienza di presentazione, l'imperatore li mandò
per la risposta al cardinale di santa Croce, legato del papa, mentre che
il giorno 8 di ottobre egli andava a bordo per passare a Pisa. Il
cardinale li rimandò al duca di Milano, che in allora trovavasi a
Tortona. Avanti di presentarsi al duca scrissero alla repubblica per
informarla del modo con cui venivano rimandati dall'uno all'altro. Per
altro seguirono lo Sforza a Tortona ed a Milano, e colà ebbero ordine
dalla signoria di prendere da lui congedo senza esporgli la commissione.
Il borioso signore, sempre premuroso di far pompa agli occhi d'un
numeroso pubblico del suo potere e della sua eloquenza, aveva invitati
tutti gli ambasciatori della lega e tutti i senatori di Milano alla
pubblica udienza che aveva destinato di dare ai Fiorentini. Aveva
apparecchiato uno studiato discorso, nel quale veniva rammentando i
consiglj che loro aveva dati, e gli errori contro i quali gli aveva
avvisati di cautelarsi. Voleva loro dimostrare essere appunto quelli in
cui erano caduti, e di cui ne provavano le tristi conseguenze. Ma gli
ambasciatori introdotti innanzi a lui si ristrinsero a dirgli, che,
tornando a Firenze, non avevano temuto di allungare la via per avere
l'opportunità d'attestargli il loro rispetto, e la ferma intenzione
della loro patria di restare con lui in sul piede dell'antica loro
amicizia. Lo Sforza, sconcertato da questo complimento, chiese loro
quale risposta avevano avuta dall'imperatore. — Per le leggi della
nostra repubblica, gli risposero, non possiamo esporre le sue
commissioni che al principe presso al quale siamo stati mandati, e
perciò non rendiamo conto che alla nostra signoria delle sue risposte. —
Ma io so, soggiunse il duca, che l'imperatore vi ha rimandati a noi per
avere la risposta; non volete voi dunque averla? — Niuna legge ci
proibisce d'ascoltare, essi ripigliarono, e non abbiamo alcun diritto
d'impedire a vostra altezza di parlare. — Ma noi, replicò il duca, non
possiamo dare una risposta senza che ci esponiate la domanda che gli
avete fatta. — E noi, dissero gli ambasciatori, non possiamo eccedere la
commissione che ci fu data. Ma se l'imperatore ha incaricata l'altezza
vostra di rispondere, le avrà naturalmente comunicata la nostra
proposizione. Il Moro, non potendo avere da loro una più espressa
domanda, li licenziò all'ultimo con tutta l'assemblea, innanzi alla
quale aveva creduto di brillare coll'umiliarli, ed alla quale non seppe
pure nascondere il suo dispetto[469].

  [469] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 168. — Scip. Ammirato, l. XXVII,
  p. 234. — Machiavelii Framm. Istor., t. III, p. 50._

Massimiliano aveva a Genova trovate sei galere veneziane, che lo stavano
aspettando, e vi s'imbarcò gli 8 d'ottobre con mille fanti tedeschi:
mille altri fanti con cinquecento cavalli andarono per terra alla
Spezia; e le galere genovesi trasportarono sulle coste della Toscana una
numerosa artiglieria[470]. Avendo Massimiliano riuniti questi due corpi
di truppe, entrò in Pisa alla testa delle medesime. Fu ricevuto alla
porta della città dai dieci anziani e dai procuratori di san Marco, che
colà risiedevano a nome de' Veneziani, e fu accompagnato all'alloggio
che gli era stato apparecchiato nel palazzo che i Medici avevano
fabbricato in Pisa. Il di lui arrivo venne festeggiato con pubblici
divertimenti, e lo scudo di marmo carico di giglj d'oro, ch'era stato
innalzato sul ponte in onore di Carlo VIII, fu gettato nel fiume per far
luogo agli stemmi di Massimiliano. Nel susseguente giorno, l'imperatore,
che risguardava l'acquisto di Livorno siccome lo scopo principale della
sua spedizione, andò a bordo d'una galera veneziana per recarsi a
riconoscere quella piazza. I Fiorentini vi avevano mandata una buona
guarnigione ed una numerosa artiglieria: l'avevano di fresco renduta più
forte con nuove opere, e datone il comando a Bettino Ricasoli, quello di
tutti i cittadini di Firenze che aveva date prove di più grandi talenti
militari[471].

  [470] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 169. — P. Jovii Hist., l. IV, p.
  145._

  [471] _P. Jovii Hist., l. IV, p. 145._

L'assedio di Livorno fu all'istante intrapreso dalla banda di terra e di
mare; ma se Massimiliano aveva desiderio d'illustrare la sua venuta in
Toscana con una conquista, nè i Veneziani, nè lo Sforza lo assecondavano
di buona fede. Non avevano ancora convenuto a chi di loro toccherebbe
Livorno: ed in pendenza della decisione di questo punto così importante
attaccarono colla loro artiglieria tre torri, poste sopra gli scogli
fuor del porto, il di cui possedimento non riusciva vantaggioso a
veruno. Massimiliano trattava la guerra da principe; credeva di dare
esempj di valore ai soldati con certa quale militare galanteria di cui
faceva professione, e credeva pure di dirigere i loro capitani
coll'assistere a tutti i loro consiglj; egli non si accorgeva che le
continue scariche della sua artiglieria non avevano alcun utile scopo, e
davano oggetto di ridere alle due armate[472].

  [472] _Ivi, p. 146. — Fr. Guicciardini, l. III, p. 170._

Frattanto due sortite fatte dalla guarnigione di Livorno avevano
dispersi gli assedianti, ed uccisa loro molta gente presso ponte di
Stagno. Dall'altro canto eransi innoltrati nelle Maremme al di là di
Cecina quattrocento cavalli ed altrettanti fanti tedeschi, ed avevano
occupato la grossa borgata di Bolgheri. La saccheggiarono, ed uccisero
gli abitanti colla più insigne crudeltà, svenando le donne ed i
fanciulli fino ai piedi degli altari. Castagneto, che come Bolgheri
apparteneva ai conti della Gherardesca, s'affrettò d'arrendersi per
sottrarsi a tanta sciagura, e stava per fare lo stesso anche Bibbona,
quando si vide in tempo di grossa burrasca giugnere in faccia al porto
di Livorno una flotta francese di sei vascelli e due galeoni, carica di
frumento e di soldati. La violenza del vento obbligava la flotta degli
alleati a porsi al coperto dietro la Meloria, di modo che i Francesi
trovarono libero l'ingresso del porto, e vi entrarono a piene vele[473].
Il Savonarola aveva da gran tempo annunciato un divino soccorso, ed i
Fiorentini, sempre animati dai discorsi del loro predicatore,
aspettavano infatti un miracolo, e credettero di vederlo nell'arrivo
inaspettato di quella flotta. Vero è che la signoria aveva comperati in
Francia, già da molto tempo, sei mila moggia di frumento, ed aveva preso
al loro soldo il signore d'Albigeon con mille soldati; ma nè tutto il
grano che avevano comperato, nè tutti i militari che avevano assoldati
giugnevano su questa flotta, ed il più grosso de' vascelli ch'erano
entrati in porto, ne ripartì subito, per continuare il suo viaggio alla
volta di Gaeta, ove doveva portare de' rinforzi. Pure questo piccolo
soccorso giugneva così a proposito, che gli assediati riprendevano
coraggio, ed i nemici tremavano come se in sui loro occhi si fosse
operato un prodigio[474].

  [473] _Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 255. — Ist. di Gio. Cambi, t.
  XXI, p. 98. — Machiavelli Framm. Istor., t. III, p. 54._

  [474] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 170._

I venti, che di già avevano così bene serviti i Fiorentini, loro
rendettero nuovi servigi. Il 14 di novembre una burrasca assalì
all'improvviso la flotta che assediava Livorno. Il vascello genovese,
_la Grimalda_, a bordo del quale l'imperatore era stato molto tempo,
venne a rompere contro la fortezza; due galere veneziane furono gettate
sulla costa presso san Giacomo, e le altre navi vennero talmente
danneggiate, che si conobbe l'impossibilità di continuare l'assedio.
Massimiliano ricondusse a Pisa la sua armata, dichiarando di non potere
nello stesso tempo fare la guerra a Dio ed agli uomini[475]. Disse che
porterebbe altrove le sue armi, e fece gettare de' ponti sull'Arno e sul
Cilecchio presso Cascina e Vico Pisano. Il 19 di novembre si avanzò
infatti verso Monte Carlo; ma un contadino lucchese, preso dalla
vanguardia, gli appalesò che si trovavano in quel forte due mila fanti e
mille cavalli colà arrivati nel precedente giorno. O sia che quest'uomo
fosse stato appostatamente tenuto in sulla strada da Antonio Giacomini,
comandante di Monte Carlo, o dallo stesso imperatore, che cercava un
pretesto per ritirarsi, Massimiliano lo credette, o s'infinse di
crederlo. Egli prese subito la via di Sarzana, senza voler nemmeno
parlare al conte di Cajazzo, che lo accompagnava a nome di Lodovico il
Moro, e senza manifestare a verun'altra persona i motivi di questa sua
improvvisa risoluzione. Passò così in Lombardia per la strada di
Pontremoli, dopo essersi trattenuto meno d'un mese a Pisa[476].

  [475] _P. Jovii Hist., l. IV, p. 146. — Scip. Ammirato, t. XXVII, p.
  236._

  [476] _Machiavelli Framm. Ist., t. III, p. 55. — Scip. Ammirato, l.
  XXVII, p. 237. — P. Jovii Hist., l. IV, p. 146. — Fr. Guicciardini,
  l. III, p. 171._

Giunto a Pavia Massimiliano dichiarò a' suoi alleati che urgenti ragioni
lo richiamavano in Germania. Pure si trattenne alcun tempo in quella
città per sapere quali proposizioni gli si farebbero per conto di un
nuovo sussidio. Offrì di soggiornare ancora tutto l'inverno in Italia,
ai servigj de' confederati, colla poca truppa che gli era rimasta,
purchè gli si pagassero ventidue mila fiorini del Reno al mese. Gli
alleati ne avevano di già offerti venti mila. Massimiliano, aspettando
un definitivo riscontro da Venezia, si fermò nella Lomellina, e tornò a
Cussago, invece d'andare a Milano, dov'era aspettato; poi bruscamente
partì alla volta di Como, sempre deludendo l'aspettazione de'
negoziatori che trattavano con lui, e facendo in pari tempo conoscere la
sua incostanza e la sua avidità. All'ultimo rientrò in Germania pel lago
di Como, e lasciò negl'Italiani una spregievole opinione di sè per la
sua instabilità; opinione che mai non potè cancellare poscia nella lunga
serie di quelle guerre colle quali egli desolò il loro paese[477].

  [477] Massimiliano scrisse o fece scrivere una specie di romanzo
  allegorico, _Der Alte Weisse Kunig_, nel quale sotto finti nomi
  celebra le proprie imprese. Non isfugge il rimprovero d'inventare
  quasi tutto ciò che racconta in sua lode, che coll'estrema
  confusione della sua narrazione, che spesso impedisce di svelarne la
  falsità. Per modo d'esempio, parlando della presente spedizione di
  Livorno, dice che, sebbene la sua truppa ricevesse danno dalla
  burrasca, assai più soffrirono i suoi nemici, che videro andare a
  picco sei de' loro vascelli, ed i loro equipaggi sommersi o fatti
  prigionieri; che la perdita loro ammontò a più di due mila uomini
  quasi tutti Francesi. _Erster Tail, p. 201._ Ma di tutte queste
  circostanze, narrate con un linguaggio enimmatico, non avvene una
  sola di vera. _Vedasi Fr. Guicciardini, l. III, p. 171._

  Il giornale di Siena di Allegretto Allegretti finisce all'arrivo
  dell'imperatore a Pisa. Il suo autore è un uomo del volgo assai
  ignorante, cattivo critico e peggiore politico: ma perchè scrive a
  giorno per giorno ci offre con sufficiente esattezza le date degli
  avvenimenti, e fa conoscere quale sensazione facevano sull'animo del
  pubblico nello stesso istante. È stampato tra gli _Scriptores Rer.
  Ital. del Muratori, t. XXIII, p. 765-860._

Lodovico il Moro, che non aveva calcolato di stabilirsi in Pisa che
coll'appoggio dell'imperatore, quando si vide da lui abbandonato
richiamò le truppe che tuttavia teneva in Toscana, e trovò qualche
conforto alle deluse sue speranze nelle spese che cagionò ai Veneziani,
suoi vicini, sui quali faceva ricadere tutto il peso della guerra. Dal
canto loro i Veneziani cominciarono a scoraggiarsi; ed i Fiorentini,
approfittando della mala intelligenza de' loro nemici, ricuperarono
nell'inverno la maggior parte de' castelli che avevano perduti nelle
colline[478].

  [478] _Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 237. — Fr. Guicciardini, l. III,
  p. 171. — Machiavelli Framm. Stor., t. III, p. 57. — P. Bembi Ist.
  Ven., l. III, p. 64._

Ma nel mentre che il vicendevole spossamento de' combattenti riduceva la
guerra di Toscana a semplici scaramucce, l'ambizione d'Alessandro VI ne
risvegliava un'altra nello stato di Roma, che poteva, non meno che la
precedente, chiamarvi straniere armate. Ad altro non pensava il papa che
ad ingrandire i suoi figliuoli; credette giunta la propizia circostanza
d'arricchirli, senza eccitare i riclami della Chiesa, col sequestrare
tutti i feudi degli Orsini, mentre che tutti i capi di quella famiglia
erano tenuti in prigione a Napoli. Il primo di giugno del 1496 aveva
condannato Virginio Orsini come ribelle per essere passato al soldo de'
Francesi, ed avere per loro portate le armi nel regno di Napoli. Aveva
nello stesso tempo intimato a Ferdinando di ritenerlo prigioniero a
dispetto della capitolazione d'Atella[479]. Il ventisei ottobre
susseguente pronunciò in segreto concistoro la pena della confisca
contro Virginio Orsini e tutta la sua famiglia, incaricando suo figlio,
Francesco Borgia, duca di Gandia, e Bernardino Lunato, cardinale di
Pavia, di spogliarlo de' suoi feudi. Oltre di ciò volle essere sicuro
della cooperazione dei Colonna, sempre apparecchiati a combattere gli
Orsini, loro rivali e loro vicini, e malgrado la ripugnanza dei
Veneziani per questa nuova guerra, ottenne che il duca d'Urbino, il di
cui soldo pagavasi a metà da loro e dalla camera apostolica, sarebbe
mandato a Roma per secondarlo. Prima che terminasse l'anno l'armata
pontificia aveva occupati la maggior parte de' castelli degli
Orsini[480], e ne' primi giorni del susseguente attaccò Triboniano, indi
l'Isola, ed all'ultimo Bracciano. Ma durante l'assedio delle due ultime
piazze Bartolommeo d'Alviano sorprese Cesare Borgia, che conduceva
l'artiglieria del papa, sconfisse la sua cavalleria, e lo inseguì fino
alle porte di Roma. L'Alviano apparteneva ad un ramo cadetto, o forse
bastardo degli Orsini; era stato educato nella loro casa, e da loro
aveva imparata l'arte della guerra; ed in tempo della prigionia de' suoi
padroni, loro diede le prime prove della sua fedeltà, de' suoi talenti,
e di quell'intraprendente attività che lo rendette famoso tra tutti i
capitani italiani[481].

  [479] _Ann. Eccl. Rayn. 1496, § 16, p. 452._

  [480] _Burchardi Diar. ap. Rayn. 1496, § 18, p. 453._

  [481] _P. Bembo, l. IV, p. 77. — Fr. Guicciardini, l. III, p. 173._

Bracciano veniva risguardato come il capo luogo del principato degli
Orsini. Virginio vi avea lanciata sua sorella Bartolommea, il di cui
maschio ed intrepido coraggio non si lasciava sgomentare dai pericoli
della guerra. Questa fanciulla aveva raccolti tutti i soldati de' suoi
fratelli, che tornavano fuggiaschi dal regno di Napoli; aveva loro date
nuove armi e nuovi cavalli; aveva fatta riparare l'artiglieria
danneggiata, rialzare le fortificazioni di Bracciano, e guarnire i
parapetti di pietre e di combustibili da lanciarsi contro gli
assalitori; aveva fatti ammaestrare nell'esercizio delle armi i
contadini; e prendeva confidentemente sopra di sè sola il comando delle
fortezze, mentre che Bartolommeo d'Alviano, tenendo la campagna,
inquietava i saccomani del nemico, e cercava di adunare un'armata che
potesse liberarla[482].

  [482] _Pauli Jovii, l. IV, p. 147._

Frattanto era stato preso Triboniano, e l'assedio di Bracciano
stringevasi caldamente. Malgrado i prosperi successi degli attacchi
dell'Alviano, e sebbene fosse riuscito in più riprese ad inchiodare i
cannoni ed a distruggere le opere degli assediane i, era stato costretto
all'ultimo di chiudersi nella piazza, la quale sarebbe stata presa entro
poco tempo, se gli alleati degli Orsini non riuscivano a formare
un'armata capace di far levare l'assedio. Carlo Orsini, figliuolo di
Virginio, e Vitellozzo Vitelli, erano arrivati dalla Francia a bordo
della piccola flotta, che aveva così opportunamente soccorso Livorno, ed
avevano portato del danaro che loro aveva dato Carlo VIII per rimontare
i loro uomini d'armi. Recaronsi a Città di Castello, ove erano sovrani i
Vitelli. I due fratelli di Vitellozzo, Paolo e Camillo, che contavansi a
ragione fra i migliori condottieri d'Italia, avevano cercato
d'introdurre nel loro piccolo principato la tattica militare che tanto
riusciva utile agli oltremontani. Avevano posti i loro cannoni sopra
carri alla francese, assai più facili a muoversi che quelli
degl'Italiani; avevano armati i loro fanti di picche, simili a quelle
degli Svizzeri, ma due piedi più lunghe, e gli avevano addestrati a
trattarle. Per tal modo i Vitelli avevano adottato tutto ciò che aveano
trovato di meglio nella pratica militare degli oltremontani, che pure
non avevano imparato a conoscere che da circa tre anni. Erano questi
signori intimamente legati cogli Orsini, ed apertamente vedevano che,
perduti questi, il papa volgerebbe le sue forze contro di loro.

Malgrado la sproporzione delle loro forze, si determinarono adunque ad
attaccare il pontefice. Persuasero le città di Perugia, di Todi, di
Narni a somministrar loro alcuni ajuti; e colla loro piccola ma valorosa
armata si avanzarono alla volta di Bracciano. Il duca d'Urbino, avvisato
del loro arrivo, levò l'assedio, e si fece loro incontro a mezza strada
in sulla via di Soriano. Lunga ed accanita fu la battaglia; ma un corpo
di ottocento Tedeschi, il fiore dell'armata pontificia, venne distrutto
dalla fanteria di Città di Castello, la quale li trapassava colle lunghe
sue picche senza poter essere da loro ferita. Tutto il restante
dell'armata del papa fu bentosto sgominato, e fu fatto prigioniero lo
stesso duca d'Urbino con molti gentiluomini. Il duca di Gandia, ferito
nel viso, si salvò a Ronciglione col legato e con Fabrizio Colonna; ma
tutti i loro equipaggi e tutta l'artiglieria cadde in potere de'
vincitori, i quali ne' susseguenti giorni ricuperarono tutti i castelli
tolti agli Orsini, tranne l'Anguillara e Triboniano[483].

  [483] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 174. — P. Jovii, l. IV, p. 149._

Il papa lasciavasi facilmente scoraggiare dai primi disastri, perchè
paventava ogni occasione di spendere danaro. Perciò diede volentieri
orecchio alle proposizioni di pace che gli fece fare Vitellozzo dopo la
sua vittoria. Questi ben sentiva dal canto suo che, non avendo alleati
in Italia, sarebbe bentosto abbandonato dalla Francia; che il suo
piccolo tesoro, non meno che quello degli Orsini, sarebbe presto
esaurito, e che a lungo andare dovrebbe soggiacere. Le due parti,
egualmente desiderose della pace, convennero facilmente intorno alle
condizioni. Gli Orsini ed i Vitelli ottennero l'assenso del papa per
mantenersi al servigio della Francia fino alla fine del loro contratto,
a condizione per altro che mai non porterebbero le armi contro la
Chiesa. Gli Orsini promisero settanta mila fiorini per le spese della
guerra. Tutti i prigionieri si dovevano restituire senza taglia dall'una
e dall'altra parte ad eccezione del solo duca d'Urbino. Giovanni
Giordani e Paolo Orsini, prigionieri di Federico, re di Napoli, dovevano
essere posti in libertà nell'istante in cui sarebbero pagati i primi
ventimila fiorini; Virginio Orsini era morto in Castel dell'Uovo,
probabilmente avvelenato, otto giorni prima. Veniva accordato agli
Orsini un termine di otto mesi pel pagamento della restante somma; ma
per guarenzia del debito dovevano lasciare in mano ai cardinali Sforza e
Sanseverino i castelli dell'Anguillara e di Cervetri, ed il loro
prigioniere il duca di Urbino. Quest'ultimo fu perciò costretto a
redimersi dallo stesso papa, servendo al quale era stato fatto
prigioniere. Alessandro, il quale sapeva che gli Orsini non avevano
danaro, aveva eccepito il solo duca d'Urbino dalla vicendevole
restituzione de' prigionieri, e non si vergognò di ricevere a conto del
tributo loro imposto i quaranta mila ducati, che il suo proprio generale
pagò per la sua taglia[484].

  [484] _Machiavelli Framm. Stor., p. 63. — Fr. Guicciardini, l. III,
  p. 175. — P. Jovii Hist., l. IV, p. 150._ Qui finiscono i primi
  quattro libri di Paolo Giovio: il manoscritto de' sei susseguenti si
  perdette nel sacco di Roma, e più non fu trovato. La storia
  ricomincia nell'undicesimo col pontificato di Leon X; ma questa
  seconda parte cede di molto alla prima per l'imparzialità o sia
  veracità.

Dall'altra banda Carlo VIII, che mai non era stabile nelle sue
risoluzioni sia per proteggere i suoi amici in Italia, sia per mandare
ad effetto i suoi progetti, più non poteva interamente rinunciare a
conquiste cui appoggiava tutta la gloria che credeva d'avere acquistato.
Alcune ostilità ai confini dell'Arragona, in occasione delle quali le
sue truppe avevano presa e bruciata la città di Salse, essendosi
terminate con un armistizio di due mesi, Carlo trovossi in libertà di
spedire maggiori forze verso l'Italia. Fece passare in Asti, sotto gli
ordini di Gian Giacomo Trivulzio, mille lance, tre mila Svizzeri ed
altrettanti Guasconi, onde sostenere Battistino Fregoso ed il cardinale
di san Pietro _ad vincula_, che volevano fare un tentativo sopra Genova.
Nello stesso tempo Ottaviano Fregoso andò ad eccitare i Fiorentini
perchè attaccassero i Genovesi nella Lunigiana, e Paolo Battista Fregoso
con sei galere minacciò la riviera di Ponente[485].

  [485] _Franc. Guicciardini, l. III, p. 172. — Machiavelli Framm.
  Stor., p. 58. — Chron. Ven., t. XXIV, p. 42. — P. Bembi Ist. Ven.,
  l. III, p. 65._

Gl'Italiani più non davano fede alle minaccie di Carlo VIII, di modo che
l'attacco di Gian Giacomo Trivulzio li sorprese come se non fosse stato
annunciato. Il Trivulzio sorprese Novi, di dove il conte di Cajazzo
dovette ritirarsi; indi prese Bosco nell'Alessandrino, e pareva volere
troncare ogni comunicazione tra Milano e Genova. Di già il Milanese,
dove Lodovico Sforza aveva moltissimi nemici, era in sul punto di
provare una rivoluzione; ma il Trivulzio, che aveva avuto ordine
d'attaccare i Genovesi e non la Lombardia, non ardì spingere più in là i
suoi vantaggi, e diede tempo al duca di Milano d'adunare le sue truppe,
e di ricevere potenti ajuti da Venezia. Il cardinale della Rovere erasi
avvicinato a Savona con dugento lance e tre mila fanti; ma, non avendo
potuto eccitarvi una sollevazione, si vide forzato a dare addietro
all'arrivo di Giovanni Adorno; nè fu del cardinale più fortunato sotto
Genova, cui erasi molto avvicinato, Battistino Fregoso. I Fiorentini
ricusarono di compromettersi, prima d'avere veduto che i Francesi
mandassero in Italia maggiori forze. La Rovere e Fregoso dovettero in
breve raggiugnere presso a Bosco il Trivulzio, il quale, vedendo che
l'armata veneziana, comandata da Niccolò Orsini, conte di Pitigliano,
riceveva ogni giorno ragguardevoli rinforzi, si ritirò verso Asti senza
avere ottenuto alcun vantaggio da questa spedizione[486].

  [486] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 176. — Chron. Ven., t. XXIV, p.
  43. — Arnoldi Ferroni Rer. Gallic., l. II, p. 30._

Al Trivulzio non poteva riuscire prosperamente l'attacco contro Genova,
se non nel caso che lo seguisse a breve distanza il duca d'Orleans con
una nuova armata, siccome lo aveva annunciato Carlo VIII; ma la sanità
di questo monarca cominciava di già a dare molestia a' suoi cortigiani e
speranze al suo successore. I suoi figliuoli erano morti prima di lui in
tenera età, ed il duca d'Orleans, che non aveva chi potesse
contrastargli il trono, non voleva allontanarsi dalla corte. Credevasi
dall'altro canto che Lodovico Sforza spedisse ragguardevoli somme al
duca di Borbone e al cardinale di san Malo, per guadagnarli, onde
facessero andare a nulla qualunque impresa diretta verso l'Italia. Sia
che il loro tradimento assecondasse o no l'incostanza di Carlo, tutti i
suoi progetti furono abbandonati appena concepiti, ed i suoi partigiani
sagrificati un'altra volta[487].

  [487] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 178._

Era di già cominciata qualche negoziazione tra Carlo VIII da una parte e
Ferdinando ed Isabella dall'altra; il primo aveva sempre desiderato di
rendere sicuri i suoi confini colla Spagna, il secondo non aveva più
pretesti per continuare la guerra dopo che il loro cugino era risalito
sul trono di Napoli. Pareva adunque che dovesse riuscire cara alle due
parti una tregua; ma Carlo VIII voleva che questa lo mettesse in
situazione di continuare la guerra in Italia, ed i monarchi spagnuoli
non si facevano scrupolo d'abbandonare i loro alleati, tanto più che li
supponevano in istato di difendersi da sè medesimi; ma volevano per
altro risparmiarsi in parte la vergogna di quest'atto di mala fede, e
richiedevano che la tregua fosse in principio comune anche ai loro
alleati, perchè stipulandola apparisse che avessero pensato anche ai
loro interessi. Il cattivo esito della spedizione di Genova consigliò
Carlo VIII a moderare le sue pretese; e la tregua tra i monarchi
francesi e spagnuoli, i sudditi e gli alleati cui nominerebbero le due
parti, fu sottoscritta il 5 di marzo, per durare a tutto ottobre; tutti
gli stati italiani vi furono compresi, cominciando dal 25 di aprile, ed
in forza della medesima fu pure sospesa la guerra di Pisa con
grandissimo rincrescimento de' Fiorentini, i quali per cinque soli mesi
non potevano congedare la loro armata, e perciò trovavansi obbligati a
sostenere le stesse spese come se continuate fossero le ostilità[488].

  [488] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 178. — And. Navagero Stor. Ven.,
  t. XXIII, p. 1201. — Chron. Ven., t. XXIV, p. 44. — P. Bembi, l. IV,
  p. 69._

Fiorenza trovavasi più che in altri tempi sotto l'influenza di quei
virtuosi cittadini, ma rigoristi ed entusiasti, ai quali Girolamo
Savonarola aveva predicata la riforma. Il primo gonfaloniere di
quest'anno era stato Francesco Valori, che poteva considerarsi come il
capo di quel partito. La sua statura alta ed imponente, ed il suo nobile
aspetto, accrescevano agli occhi del volgo l'alta opinione che gli
davano i suoi talenti governativi e le sue pubbliche e private virtù.
Sempre attento a fortificare più che poteva il partito popolare, fece
ammettere nel maggiore consiglio tutti i giovani dai ventiquattro ai
trent'anni, richiedendo in pari tempo con una nuova legge, che per
prendere una decisione dovessero essere presenti in consiglio almeno
mille individui[489].

  [489] _Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 238._

La proibizione fatta ai consiglj di deliberare, quando non sono a
numero, ha senza dubbio l'inconveniente di permettere alla minorità
d'impedire colla sua assenza le deliberazioni della maggiorità; ed
egualmente pericoloso riesce l'obbligo ingiunto ai consiglieri
d'intervenire e di votare, perchè frequentemente gli sforza ad emettere
un voto anche quando non hanno alcuna decisa opinione, e trasforma
questo voto in legge. Nè sono minori gl'inconvenienti dell'opposta
regola. Quando una parte de' membri d'un consiglio s'accostuma ad
assentarsi, la sovrana volontà si trova cambiata secondo che assistono o
no alle assemblee; la quale fluttuazione, dopo d'avere fatto prendere
allo stato contraddittorie deliberazioni, può precipitarlo in violente
rivoluzioni. Fiorenza di quei tempi sperimentava quest'inconveniente,
che rendevasi tanto più sensibile in quanto che la suprema magistratura
sedeva per un più breve tempo. Tosto che un partito aveva ottenuto
qualche vantaggio, o fatta un'elezione di suo soddisfacimento, diventava
meno vigilante, astenevasi dalle vicine successive deliberazioni, ed
intanto la parte avversaria, meglio combinando le segrete sue pratiche,
otteneva un'elezione in un affatto opposto senso. A Francesco Valori
successe Bernardo del Nero, che aveva avuta intima famigliarità con
Lorenzo de' Medici, che favoriva tutti i partigiani di quella casa, cui
lo stesso Pietro soleva chiamare suo padre[490].

  [490] _Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 239. — Commentari di Ser Fil.
  de' Nerli, l. IV, p. 70._

Durante la magistratura di Bernardo del Nero si pubblicò in Firenze la
tregua conchiusa tra la Francia e la Spagna, e si cominciarono le
negoziazioni per la pace generale. Lodovico Sforza, aombrato dai
Veneziani, proponeva, per impedir loro di stabilirsi in Pisa, di
restituire quella città ai Fiorentini, purchè a tal patto entrassero di
buona fede nella lega d'Italia. Alessandro VI adottò quest'opinione, e
spedì a Firenze il vescovo Pazzi per offrire la restituzione di Pisa, se
i Fiorentini depositavano in mano de' confederati o Livorno, o Volterra,
come pegno del loro attaccamento agl'interessi dell'indipendenza
italiana. Ma nè i Veneziani volevano acconsentire all'evacuazione di
Pisa, nè i Fiorentini a dare una fortezza in sua vece; di modo che per
gli opposti loro sforzi la negoziazione si ruppe. Per altro in tempo
delle negoziazioni, i Fiorentini, che avevano mostrata da principio
tanta avversione e tanto disprezzo per il papa, si credettero nuovamente
obbligati ad accarezzarlo[491].

  [491] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 179. — Scip. Ammirato, l. XXVII,
  p. 239._

Le negoziazioni con Roma diedero altresì opportunità a Pietro de' Medici
di ricominciarne di più segrete co' suoi partigiani di Firenze. Gli
alleati cominciavano a desiderare il suo ritorno in una città in cui il
partito repubblicano sembrava troppo affezionato alla Francia.
Incoraggiato da loro, credette di dover tentare un'altra volta la sua
fortuna, prima che l'amico suo, Bernardo del Nero, uscisse d'impiego. Il
23 d'aprile recossi a Siena, dove Pandolfo Petrucci e suo fratello, che
avevano acquistata sopra questa repubblica una quasi assoluta autorità,
gli erano del tutto ligi. Colà venne a raggiugnerlo Bartolommeo
d'Alviano con ottocento cavalli e tre mila fanti; dopo ciò avanzossi
rapidamente, di notte e per rimote strade, fino alle porte di Firenze,
ove si presentò la mattina del 29 aprile. Ma la porta Romana, che aveva
sperato di sorprendere, si trovò custodita e difesa da Paolo Vitelli,
giunto il precedente giorno da Mantova. Rannuccio da Marciano, che aveva
il comando dell'armata fiorentina ai confini del Pisano, era stato
richiamato all'istante in Firenze, onde Pietro de' Medici, dopo essersi
trattenuto quattro ore in faccia alla porta senza avere il coraggio
d'attaccarla, ritirossi quando vide che in città non facevasi, verun
movimento. Suo fratello Giuliano, che nello stesso tempo era penetrato
nella Romagna fiorentina, vide in pochi giorni disperdersi la sua
piccola armata[492].

  [492] _Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 240. — Fr. Guicciardini, l. III,
  p. 180. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. II, p. 59. — Comm. di Fil.
  Nerli, l. IV, p. 71. — Machiavelli Framm. Istor., t. III, p. 65._

Ma questo imprudente attacco diventò bentosto non meno fatale ai
partigiani de' Medici, che lo avevano provocato, che ai loro nemici, che
lo punirono. Lamberto dell'Antella, esiliato da Firenze, venne arrestato
sul territorio fiorentino, e sebbene deponesse ch'egli tornava in patria
per manifestare la cospirazione, di cui aveva avuta contezza, fu posto
alla tortura; perciocchè in allora non credevansi vere che quelle
deposizioni che venivano riconfermate col mezzo di terribili supplicj.
Costui incolpava i più riputati cittadini ed in particolare Bernardo del
Nero, che usciva in allora dall'ufficio di gonfaloniere. Gli otto
giudici del tribunal criminale non osarono prendere sopra di loro il
giudizio d'una causa di tanta importanza, e furono invitati cento
sessanta de' più ragguardevoli cittadini ad esaminare le risultanze del
processo.

Niccolò Ridolfi, il di cui figlio aveva sposata una sorella del Medici,
Lorenzo Tornabuoni, ancor esso suo parente, Giovanni Cambi e Giannozzo
Pucci, tutti e due da lui adoperati in affari di stato, furono accusati
d'aver chiamato Pietro de' Medici, colla promessa di dargli una porta
della città. Bernardo del Nero fu accusato d'avere avuto sentore della
loro trama, e di non averla manifestata, in tempo che le sue incumbenze
di gonfaloniere di giustizia l'obbligavano più che tutti gli altri
cittadini a prendersi cura della conservazione della repubblica e della
sua difesa.

Il delitto de' prevenuti non sembrò dubbioso ad alcuno di coloro cui era
affidata la disamina del processo; ma ciò ch'era delitto agli occhi de'
repubblicani, diventava un atto d'eroismo a quelli de' partigiani dei
Medici. Non era dunque nè sul fatto, nè sul diritto, che i giudici
dovevano sentenziare, ma sulla stessa base del governo. Se condannavano
gli accusati venivano a risguardare come criminoso ogni attacco contro
lo stato popolare; se per lo contrario gli assolvevano, condannavano con
ciò la rivoluzione del 1494, e mostravano di riconoscere nei Medici una
legittima autorità. Essendo così assoggettata ai giudici una quistione
di politica, parve alla signoria di dover loro dare una direzione. Adunò
adunque tutti i primi magistrati dello stato, i capitani di parte
guelfa, i conservatori delle leggi, gli ufficiali del monte di pietà, ed
il consiglio de' richiesti, ossia dei cento sessanta notabili che
avevano esaminata la processura. Quest'assemblea, consultata nelle forme
legali, ordinò al tribunale degli otto di giustizia di condannare alla
pena di morte i prevenuti, e di confiscare i loro beni. Infatti la
sentenza fu pronunziata il 17 d'agosto[493].

  [493] _Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 242. — Jac. Nardi Ist. Fior., l.
  II, p. 65. — Gio. Cambi Ist. Fior., t. XXI, p. 106. — Comm. di Fil.
  de' Nerli, l. IV, p. 72. — Machiavelli Framm., p. 95._

In forza della legge che Girolamo Savonarola aveva fatta emanare quando
fu stabilito il governo popolare, ogni condannato a pena capitale poteva
appellare al gran consiglio. Infatti i condannati chiesero di essere
ammessi a godere del beneficio della legge; essi avevano non piccole
speranze d'essere assolti dall'assemblea generale de' loro concittadini.
L'età avanzata di due di loro, le onorifiche cariche ond'erano stati
rivestiti, il numero de' loro parenti, quello de' clienti, le potenti
raccomandazioni delle corti di Roma, di Milano e di Francia, avrebbero
dato maggior forza ai sentimenti di compassione così naturali in una
grande assemblea. Certa cosa è intanto che l'amministrazione della
giustizia non era mai stata nella repubblica di Firenze imparziale, ed
il governo si era sempre mostrato alla testa d'una fazione. Se questo
governo restava perdente in un tentativo, fatto per far punire i suoi
avversarj, sembrava condannato dal popolo, e questa sola sconfitta
poteva trarsi dietro la sua caduta. Gli errori de' Fiorentini e le
abitudini sovversive dell'ordine sociale, ch'essi avevano lasciate
introdurre nella loro repubblica, rendevano pericoloso l'esercizio de'
più sacri diritti de' cittadini. Il 21 d'agosto si adunò un nuovo
consiglio de' richiesti per decidere intorno all'appello al popolo. Il
partito della libertà fu appunto quello che fu veduto dichiararsi più
gagliardamente contro l'esecuzione d'una legge liberale, sanzionata da
lui medesimo. Francesco Valori, e tutti gli amici del Savonarola,
protestarono contro l'appello al popolo, e dichiararono che i
cospiratori non sarebbero appena assolti, che i Medici verrebbero
richiamati in Firenze.

Per altro la signoria non era d'unanime parere di rigettare l'appello al
popolo. Ora, secondo la forma delle sue deliberazioni, rendeva
necessario che uno de' priori presentasse in giro la proposizione
intorno alla quale dovevasi dare il voto. Colui che per un giorno era
incaricato di questa funzione di proporre, chiamavasi il _proposto_. In
quel giorno era Luca Martini, che, giudicando equitativa l'ammissione
dell'appello al popolo, dichiarò che non porrebbe alle voci una
proposizione contraria alle vigenti leggi. Due de' suoi colleghi
sostennero la di lui opinione. Decisiva era la loro opposizione, ma
tutti i gonfalonieri di compagnie, ed i dodici buoni uomini, che
sedevano presso la signoria, si alzarono con minacciose grida,
dichiarando che per salvare la patria non si lascerebbero trattenere
dall'opinione de' suoi nemici. Il gonfaloniere Domenico Bartoli,
prendendo sopra di sè la violazione del regolamento, fece egli stesso la
proposizione: portava questa che per evitare i pericoli dell'appello al
popolo, si eseguirebbe la sentenza in quella stessa notte. Allora il
_proposto_ dichiarò che per mantenere il regolamento egli
acconsentirebbe a fare la proposizione enunciata dal gonfaloniere, se
questa riuniva sei de' nove suffragj della signoria. Gl'insensati
clamori del più violento partito lo fecero tacere, e lo costrinsero a
dare il suo assenso senz'altra condizione. I regolamenti di
deliberazione della repubblica fiorentina rendevano assai difficile il
vincere un partito. Era necessario l'assenso del _proposto_, di due
terzi della signoria, di due terzi del collegio e del corpo de'
gonfalonieri. I suffragj raccoglievansi separatamente, poscia
cumulativamente ed in segreto, con fave bianche e nere deposte nelle
urne. Tutte queste formalità, secondo il vero spirito d'un regolamento
di deliberazione, erano le protettrici della minorità, vale a dire
dirette ad impedire che la sua determinazione non fosse violenta; furono
sempre scrupolosamente mantenute, ma soltanto in apparenza e non nel
loro spirito. Il partito vittorioso non passava oltre in onta
all'opposizione del partito più debole, ma sforzava questo a togliere
l'opposizione. Quando si procedette allo scrutinio segreto, quattro
suffragj, ossia quattro fave bianche nell'urna della signoria, furono
contrarie al proposto decreto. Un nuovo più violento tumulto che non era
stato il primo levossi allora nell'assemblea. Si alzarono tutti i
gonfalonieri di compagnia, minacciando di uccidere i quattro priori
sospetti d'opposizione, e siccome i membri del collegio si frapposero
per salvarli, i gonfalonieri dichiararono che uscirebbero colle loro
insegne, e farebbero dalle loro compagnie saccheggiare le case di coloro
che volevano in tal modo perdere la repubblica. A stento il gonfaloniere
di giustizia ottenne che l'assemblea sedesse di nuovo per un secondo
giro di scrutinio. Il terrore si era impadronito de' più coraggiosi, e
l'appello fu rigettato a pieni voti. La sentenza di morte si eseguì in
quella stessa notte del 21 d'agosto; ed i più furibondi non vollero
abbandonare la sala del consiglio, finchè non ebbero avviso che i loro
nemici più non vivevano[494].

  [494] _Scip. Ammirato, l XXVII, p. 242. — Jac. Nardi Ist. Fior., l.
  II, p. 66. — Gio. Cambi, t. XXI, p. 111. — Comm. di Fil. de' Nerli,
  l. IV, p. 73._

Da prima questa vendetta parve un trionfo del partito democratico, ma
questo trionfo era foriero d'una sconfitta. Il pubblico non perdonava a
coloro che si dicevano amici della libertà d'avere pei primi violata
senza necessità la legge protettrice della libertà, sanzionata da loro
medesimi. Confrontavano i vecchi discorsi del Savonarola intorno
all'amnistia colla condotta de' suoi partigiani, col di lui silenzio
nell'istante in cui, per la difesa de' suoi nemici illegalmente posti in
giudizio, avrebbe dovuto tuonare dal suo pulpito, da lui fatto tribuna
per arringare. Lo accusavano di darsi a conoscere non meno cattivo
cristiano, che malvagio profeta; gli domandavano dov'erano que'
miracolosi soccorsi che aveva promessi a' suoi concittadini,
strascinandoli soli in una lotta contro tutta l'Italia; ed ogni
argomento dell'instabilità e dell'imbecillità di Carlo VIII,
rappresentato dal Savonarola quale inviato del Signore, era contro di
lui prodotto con amarezza da coloro che volevano vendicare le ultime
vittime, o da coloro che la corte di Roma aveva guadagnati al suo
partito.

Il Savonarola non temeva di provocare tutta la collera d'Alessandro VI.
Non poteva riconoscere in un uomo tanto scellerato il rappresentante
degli Apostoli, e la riforma ch'egli predicava doveva cominciare dal
capo della Chiesa. Era scandalizzato di vedere un'amante del papa,
Giulia Farnese, chiamata _Giulia bella_, intervenire con ostentazione a
tutte le feste della Chiesa, e dare alla luce in aprile di quest'anno
medesimo un nuovo figlio del pontefice[495]. E così grave scandalo era
poca cosa a petto a quello che due mesi dopo diede la famiglia del papa.
Francesco Borgia, duca di Gandia, figlio primogenito di Alessandro VI,
fu assassinato il giorno 14 di giugno nelle strade di Roma, mentre
usciva da un banchetto. Si seppe bentosto che il suo uccisore era stato
il di lui fratello, Cesare Borgia, cardinale di Valenza; e per
accrescere l'orrore di questo delitto si sparse una sorda voce, che
avesse aguzzato il pugnale di Cesare contro il fratello la gelosia
concepita contro di lui per essere egli suo rivale in amore per Lucrezia
loro sorella[496]. Il papa, profondamente afflitto da questa perdita,
aveva colle lagrime e coi singhiozzi deplorati in pieno concistoro i
disordini della sua passata vita e la corruzione della sua corte, che
avevano provocato sopra di lui questo giusto gastigo del cielo. Si era
solennemente obbligato ad un'immediata riforma; ma bentosto un nuovo
allagamento di vizj e di delitti era succeduto a questi nuovi progetti
d'emendazione.

  [495] _Chron. Venetum, t. XXIV, p. 44._

  [496] _Fr. Guicciardini, l. III, p. 182. — Scip. Ammirato, l. XXVII,
  p. 241. — Jac. Nardi, l. II, p. 65. — Machiavelli Estratti di
  Lettere e Diari di Balìa, t. III, p. 93. — Burchardi Diar. apud
  Raynald. Ann. Eccl. 1497, § 4, p. 461._

Tornando al suo scellerato tenore di vita, il papa perdonare non sapeva
all'eloquente predicatore che lo denunciava a tutta la Cristianità.
L'opinione di cui il Savonarola godeva in Firenze metteva il suo trono
in pericolo; ed inoltre egli sapeva che questo monaco aveva mutati i
costumi della repubblica e ne aveva sbanditi i vizj, e di più temeva che
un tale esempio non si rivolgesse contro la corte di Roma. Egli aveva
accusato il Savonarola come eretico; gli aveva fatto vietare la
predicazione; ma lo sforzato silenzio di questo religioso, che facevasi
in allora rappresentare da fra Domenico Bonvicini di Pescia, suo
discepolo e suo amico, non bastava nè alla politica, nè alla vendetta
d'Alessandro VI[497]. Egli fece alleanza con tutti coloro che avevano
qualche motivo di inimicizia contro il Savonarola per attaccamento ai
Medici, o al partito dell'aristocrazia, o perchè non volevano
assoggettarsi ai rigori monacali che il riformatore voleva sostituire
all'antica scostumatezza. I nemici del monaco, sentendosi appoggiati da
Roma, osarono attaccarlo pubblicamente nella sua propria chiesa in una
maniera villana ed indecente. Mentre andava per predicare il giorno
dell'Ascensione, trovò il pulpito occupato da un asino imbottito di
paglia. I libertini, approfittando del disordine che questa pasquinata
aveva cagionato in chiesa, insultarono il predicatore con minacciose
grida, e proposero al suo uditorio o di scacciarlo, o d'ucciderlo[498].
Nello stesso tempo i monaci di sant'Agostino, mossi da gelosia di
corporazione contro l'ordine di san Domenico, si prestavano ai desiderj
di vendetta del papa, e denunciavano ne' loro sermoni il riformatore
domenicano come eretico e scomunicato. Appena scorsero venti anni da
tale epoca fino all'istante in cui i Domenicani si armarono a vicenda
contro Lutero, riformatore agostiniano[499].

  [497] _Lettere di Pietro Delfino di Firenze a Pietro Barrozzi
  vescovo di Padova. Ap. Raynald., Ann. Eccl. 1496, § 41, t. XIX, p.
  460._

  [498] _Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 241. — Jac. Nardi, l. II, p. 62.
  — Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 105. — Vita del P. Savonarola, l.
  IV, c. 7, p. 253._

  [499] _Jac. Nardi, l. II, p. 62. — Vita del P. Savonarola, l. IV, c.
  12, p. 264._

La signoria fiorentina, dacchè si sentiva abbandonata dal re di Francia,
usava maggiori riguardi alla corte di Roma; aveva bisogno del papa per
le sue negoziazioni colla lega italiana, e non voleva spreggiare il di
lui risentimento. Gli scrisse gli otto di luglio per giustificare il
Savonarola[500], ma nello stesso tempo persuase il monaco a sospendere
le sue prediche. Era stato in maggio scomunicato come annunciatore di
dottrine eretiche, e la sentenza veniva estesa a tutti coloro che
converserebbero con lui. Da principio il Savonarola riconobbe l'autorità
della corte di Roma, e cercò di farvi giugnere le sue giustificazioni.
Ma non molto dopo, opponendo alla persecuzione i medesimi principj e
quella fermezza, che poi sostennero Lutero, quando il 10 di dicembre del
1520 fece bruciare a Wittemberga la bolla di scomunicazione di Leon
X[501], dichiarò coll'autorità di papa Pelagio, che un'ingiusta
scomunica era senza efficacia, e che colui che ne è l'oggetto non deve
neppure cercare di farsi assolvere[502]. Affermò che una divina
inspirazione l'obbligava a scuotere l'ubbidienza d'un tribunale
corrotto, ed il giorno di Natale celebrò pubblicamente la messa nella
sua chiesa di san Marco; comunicò co' suoi monaci, e con moltissimi
laici; condusse una solenne processione intorno alla chiesa; pubblicò la
sua apologia ed il libro del trionfo della croce, e tornò a predicare
nella chiesa cattedrale innanzi ad una numerosa udienza, che tale mai
non aveva avuta in addietro[503].

  [500] _Ann. Eccl. 1497, § 16, p. 463. — Lettere del papa al convento
  di san Marco, e risposte di Savonarola. Ivi, § 17-28, p. 465._

  [501] _Lutheri Opera, v. II, p. 320._ — È palese l'intenzione
  dell'autore di trovare conformità tra Savonarola e Lutero. Tutti
  sanno cosa debba pensarsi dell'ultimo, ma le opinioni intorno al
  Savonarola sono ancora incerte. _N. d. T._

  [502] _Vita del Savonarola, l. IV, c. 10, p. 261, e c. 14, p. 266._

  [503] _Jac. Nardi, l. II, p. 69. — Vita del P. Savonarola, l. IV, c.
  18, p. 278._

Leonardo de' Medici, vicario dell'arcivescovo di Firenze, pubblicò un
ordinanza per proibire ai fedeli di ascoltare le prediche del
Savonarola. Coloro che le ascoltassero non dovevano essere ammessi alla
confessione ed alla comunione, nè i loro corpi alla sepoltura; ma la
signoria, ch'era entrata in carica in principio del 1498, era tutta
favorevole al Savonarola, ed ordinò al vicario arcivescovile d'uscire
entro due ore dalla città[504].

  [504] _Jac. Nardi, l. II, p. 57 e 71. — Vita del P. Savonarola, l.
  IV, c. 5, p. 247._

L'ultimo giorno di carnovale, volendo il Savonarola trasmutare quella
festa mondana in un giorno di religiosa contrizione; persuase moltissimi
fanciulli a dividersi per bande, ed a scorrere la città, gridando di
casa in casa che loro si consegnassero tutti i libri disonesti, tutte le
pitture indecenti[505], tutte le carte e dadi da giuocare, tutte le
viole, arpe ed altri strumenti musicali, tutte le parrucche, il muschio,
le acque nanfe, belletti ec.; i ragazzi chiedevano tutte queste cose
sotto pena di scomunica; poi le portarono nella pubblica piazza, dove
formarono un'immensa catasta, e le bruciarono, cantando intorno al fuoco
salmi ed inni religiosi. Sotto la direzione del Savonarola avevano fatto
lo stesso nel precedente anno, ed avevano ridotti in cenere la maggior
parte degli esemplari del Boccaccio e del Morgante maggiore[506].

  [505] È noto che in questa circostanza perirono tra le fiamme
  diverse opere in prosa ed in verso, che più non si ebbero, e diverse
  egregie pitture de' grandi maestri che allora fiorivano in Toscana e
  fuori. _N. d. T._

  [506] _Jac. Nardi, l. II, p. 57 e 71. — Vita del P. Savonarola, l.
  IV, c. 5, p. 247._

Ma in ragione che il Savonarola andava acquistando credito, cresceva
ancora nel papa l'inquietudine e la collera, la quale veniva sempre
eccitata da fra' Mariano di Ghinazzano, generale degli Agostiniani, uomo
affezionato al Medici, e che in Firenze era stato mal accolto. Un
predicatore, chiamato frate Francesco della Puglia, minore osservante,
fu mandato per rivalizzare col Savonarola. Predicò nella chiesa di santa
Croce di Firenze, ed accusò violentemente l'eresiarca che seduceva la
repubblica; nello stesso tempo il papa con un nuovo breve ordinava alla
signoria di far tacere il Savonarola, se non voleva esporre tutte le
sostanze, che i mercanti fiorentini tenevano in esteri paesi, ad essere
confiscate, lo stesso territorio della repubblica ad essere posto sotto
l'interdetto, e forse invaso dalle truppe della Chiesa. I Fiorentini,
abbandonati dalla Francia, non avevano verun altro alleato; e perchè
inoltre tenevano bisogno del papa, ubbidirono, dando il 17 di marzo
ordine al Savonarola d'astenersi dal predicare. Infatti costui si
congedò da' suoi uditori con un eloquente ed ardito ragionamento[507].

  [507] _Jac. Nardi, l. II, p. 72. — Vita del P. Savonarola, l. IV, c.
  6, p. 251. — Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 245. — Comm. del Nerli, l.
  IV, p. 76._

In mezzo a questi movimenti il monaco Francesco della Puglia, che
predicava a santa Croce, dichiarò in pulpito, che aveva udito dire, che
il Savonarola parlava di provare le sue false dottrine con un miracolo;
che offriva di scendere nel sepolcro con un monaco francescano, se tutto
l'opposto partito si obbligava a riconoscere per vera la dottrina del
primo dei due che risusciterebbe un morto[508]. Frate Francesco
dichiarava di essere peccatore, e che non aveva la presunzione di
contare sopra un miracolo; ma che per lo contrario proponeva al suo
avversario d'entrare con lui in mezzo ad una catasta ardente. «Io sono
certo di perirvi, diceva il francescano, ma la carità cristiana
m'insegna a non risparmiare la mia vita, se a tale prezzo posso liberare
la Chiesa da un eresiarca, che di già ha strascinato e strascinerà tante
anime nell'eterna dannazione.»

  [508] _Vita del P. Savonarola, l. IV, c. 23, p. 283._

Così strana proposizione fu subito riferita al Savonarola: essa non gli
andava a sangue, non perchè diffidasse del suo potere di operare
miracoli, ma perchè temeva che entro vi si nascondesse qualche laccio
de' suoi nemici; ma il suo più fidato discepolo, fra Domenico Bonvicini
da Pescia, più ardente e più entusiasta del maestro, dichiarò subito di
essere apparecchiato ad assoggettarsi alla prova del fuoco in conferma
delle verità enunciate ne' sermoni del suo maestro; egli punto non
dubitava che per la di lui intercessione non lo dovesse salvare un
miracolo di Dio. Nello stesso istante tutto il basso popolo accolse con
insolito ardore così terribile sfida, voglioso di provare in un pubblico
esperimento i ministri della nuova riforma. I divoti si rallegrarono di
ottenere un luminoso trionfo contro di Roma pel miracolo che di già
credevano di tenersi in pugno; i loro nemici non erano meno contenti di
vedere un eresiarca condannarsi da sè medesimo alle fiamme, di cui lo
credevano meritevole; tutta la gente desiderava uno spettacolo così
straordinario, ed i magistrati abbracciavano con piacere un'occasione di
liberarsi dalla critica situazione in cui si trovavano tra la Chiesa ed
il riformatore. Dal canto suo il papa scrisse l'undici d'aprile ai
Francescani di Firenze, ringraziandoli dello zelo con cui si
apparecchiavano a sagrificare la loro vita per difendere l'autorità
della santa sede; e dichiarando che la memoria di così gloriosa impresa
non perirebbe in eterno[509].

  [509] _Vita del P. Savonarola, l. IV, c. 27, p. 288._

Ma frate Francesco della Puglia protestò che non entrerebbe nelle fiamme
che insieme a frate Savonarola medesimo, non volendosi esporre ad
indubitata morte, che per avere compagno del suo eccidio il grande
eresiarca. Frattanto si offrirono subito due altri monaci francescani
per fare la prova con frate Domenico da Pescia; uno di costoro, frate
Niccolò di Pilli, sentì subito venir meno il suo coraggio e si disdisse;
ma l'altro, frate Andrea Rondinelli, converso dello stesso convento,
stette fermo nella domanda della prova. Dall'altro canto i partigiani
del Savonarola si offrirono con sorprendente gara ad entrare per lui nel
fuoco. Frate Roberto Salviati fu quegli che fece pratiche per
quest'onore colle più vive istanze; ma bentosto tutti i Domenicani della
Toscana, molti preti e secolari, e perfino donne e fanciulli imploravano
dalla signoria di essere preferiti, o almeno di permettere loro di
entrare nello stesso tempo tra le fiamme, onde partecipare al favore di
Dio, di cui tenevansi sicuri. Pure la signoria limitò lo sperimento a
frate Domenico Bonvicini di Pescia, ed a frate Andrea Rondinelli. Nominò
dieci cittadini, cinque per cadaun partito, per regolare tutto quanto
abbisognava, e determinò che la prova si eseguirebbe il giorno 7 di
aprile dei 1498 nella piazza del palazzo[510].

  [510] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. II, p. 74._

Era stato innalzato in mezzo alla piazza un palco, alto cinque piedi,
largo dieci e lungo ottanta, coperto di terra e di mattoni crudi per
preservarlo dalla violenza del fuoco. Furono poste su questo palco due
cataste di grossi legni, tramischiati di fascine e di stoppie facili ad
infiammarsi. Un viale, largo due piedi aprivasi longitudinalmente tra le
due cataste di combustibili, che avevano ambidue quattro piedi di
larghezza; quest'apparato era spaventoso. Vi si entrava per la loggia
dei Lanzi, ch'era stata divisa in due parti con una tramezza per darne
la metà al Francescani e l'altra ai Domenicani. I due monaci dovevano
entrare insieme da questo portico ed attraversare in tutta la sua
lunghezza il rogo infiammato; o piuttosto uno dei due dichiarava che in
ogni caso era ben sicuro di perirvi, poichè quand'anche si dovesse
operare un miracolo, non poteva essere che a suo danno. I Francescani
arrivarono senza strepito nella parte della loggia loro assegnata,
mentre che Girolamo Savonarola recossi alla sua colle vesti sacerdotali,
colle quali aveva in allora celebrata la messa, e portando entro un
tabernacolo di cristallo il sacramento. Frate Domenico da Pescia portava
un crocifisso e tutti i loro monaci li seguivano salmodiando e portando
in mano alcune croci rosse; indi venivano molti cittadini con fiaccole
accese. Restavano ancora sei ore di giorno, e la piazza, le finestre, i
tetti delle case erano pieni di spettatori. Non solo tutta la città, ma
tutti gli abitanti del territorio fino ad una ragguardevole distanza,
erano accorsi per essere testimonj di così strano spettacolo. La maggior
parte delle aperture della piazza erano state chiuse, e gl'ingressi
delle due strade lasciate aperte venivano custoditi da due numerose
guardie. La parte della loggia occupata dai Domenicani era come un
cappella, e per lo spazio di quattro ore mai non cessarono di cantare
antifone.

Intanto il terribile sperimento veniva ritardato da sempre rinascenti
difficoltà promosse dai Francescani. Forse, dicevano essi, il padre
domenicano è un incantatore, e tiene sopra di sè qualche sortilegio;
perciò chiesero che venisse spogliato delle sue vesti, e ne prendesse
delle altre scelte da loro. Dopo lunghi contrasti frate Domenico si
assoggettò a questa umiliante visita, ed a questo cambiamento di tonaca.
Allora il Savonarola gli consegnò il tabernacolo che conteneva il
sagramento, da lui risguardato come la sua salvaguardia; ma i
Francescani gridarono essere un atto empio l'esporre l'ostia ad essere
bruciata, e che questo probabilissimo avvenimento farebbe vacillare la
fede de' più deboli fedeli. Ma su questo punto il Savonarola si mostrò
inflessibile; rispose che, da questo solo Dio che portava, il suo
compagno ed amico poteva sperare salvezza. La disputa si prolungò più
ore; frattanto il popolo, che, per meglio vedere questo spettacolo, era
venuto allo spuntare del giorno ad occupare i tetti delle case, e che
soffriva la fame e la sete, più non sapeva contenere la sua impazienza,
e sebbene i Francescani fossero veramente quelli che si opponevano
all'esperimento, gli stessi seguaci del Savonarola convenivano, che,
sicuro come egli era di un miracolo, avrebbe dovuto più facilmente
piegarsi a tutte le inchieste del suo avversario. La maggior parte del
popolo ignorava i motivi allegati dall'una e dall'altra parte; vedeva
soltanto quello spaventoso rogo, cui avrebbe voluto che subito si
appiccasse il fuoco, e ben sentiva che i due campioni ricusavano di
entrarvi; il loro terrore, che pur troppo era ben fondato sembravagli
ridicolo; la plebe si credeva delusa, e questo intero giorno di
aspettazione cambiò in disprezzo o in indignazione tutto il suo
entusiasmo. Finalmente avvicinandosi la notte, e le due fraterie non
essendo ancora d'accordo, una violenta inaspettata pioggia bagnò la pira
e gli spettatori, e consigliò la signoria a licenziare l'assemblea[511].

  [511] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. II, p. 71. — Ist. di Gio. Cambi, l.
  XXI, p. 115. — Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 245. — Fr. Guicciardini,
  l. III, p. 189. — Raynal. Ann. Eccl. 1498, § 12 e 13, p. 472. —
  Comm. di Fil. de' Nerli, l. IV, p. 78. — Vita del P. Savonarola, l.
  IV, c. 29-32, p. 290._

Girolamo Savonarola, rientrando nel suo convento di san Marco, salì
immediatamente sul pulpito, e raccontò alla folla che lo aveva seguito
tuttociò ch'era accaduto. Ma di già il basso popolo lo aveva insultato,
quando egli si recava al convento. All'indomani, domenica delle Palme,
predicò ancora con molta unzione, prendendo in certo qual modo congedo
dai suoi uditori, ed annunciando che si offriva in sagrificio a Dio.
Infatti i suoi nemici approfittavano della delusa aspettazione del
popolo per ammutinarlo contro di lui. La società dei libertini,
conosciuta sotto il nome di _compagnacci_, che l'aveva sempre trattato
da ipocrita, invitava il popolo a non lasciarsi più oltre guidare da un
falso profeta, che nell'istante del pericolo si era sottratto alla prova
della sua missione, offerta da lui medesimo. Ella si attruppò nella
cattedrale, ed in tempo del sermone dei vesperi fece risuonare la
chiesa: «alle armi! a san Marco!» E di subito una plebe sfrenata la
seguì al convento di san Marco e lo attaccò colle armi, colle scuri,
colle torchie accese. Trovavasi colà adunata molta gente per assistere
al divino servizio, la quale si difese per qualche tempo, sebbene fosse
senz'armi; ma quando furono bruciate le porte, e che mancò ogni mezzo di
trattenere gl'insorgenti, capitolò, e Girolamo Savonarola, Domenico
Bonvicini e Silvestro Maruffi, tutti e tre arrestati nel convento,
furono tratti in prigione in mezzo agli insulti della plebaglia[512].

  [512] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. II, p. 76. — Ist. di Gio. Cambi, l.
  XXI, p. 119. — Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 246. — Vita del P.
  Savonarola, l. IV, c. 34-40, p. 298._

Erano di già le sette ore della sera, quando cominciò l'assedio del
convento di san Marco, e doveva supporsi che la notte calmerebbe i
faziosi. Ma una fazione da gran tempo nemica, ed ora fieramente
esasperata dal supplicio dei suoi capi, non voleva perdere
quest'occasione di vendicarsi. Nella susseguente mattina la folla
recossi alla casa di Francesco Valori: egli fu preso, e mentre si
conduceva in prigione, Vincenzo Ridolfi, parente di quegli che pochi
mesi prima era stato mandato sul patibolo, gli si gettò addosso e lo
uccise: anche sua moglie venne uccisa nell'atto che affacciavasi alla
finestra per implorare grazia, e la loro casa fu saccheggiata e
bruciata, e la stessa sorte toccò alla casa del suo amico Andrea
Cambini. Tutti coloro che si erano mostrati affezionati al Savonarola
furono lasciati in balìa agl'insulti del popolaccio, il quale,
chiamandoli ipocriti e penitenti, loro non permetteva di mostrarsi in
pubblico. La signoria, ch'era entrata in carica in principio di marzo,
avrebbe forse potuto frenare gl'insorgenti, ma era segretamente del loro
partito; conciossiachè di nove membri ond'era formata, ve n'erano sei
nemici del Savonarola. Nel supremo consiglio tutti coloro che gli erano
affezionati non osarono recarsi al loro posto, di modo che il contrario
partito si tenne sicuro di una grande maggiorità. Egli ne approfittò
subito per nominare altri decemviri della guerra, altri giudici
criminali, ossia gli otto di balìa, deponendo coloro che in allora
occupavano quelle cariche, e ch'erano favorevoli al Savonarola. Per tal
modo l'autorità della repubblica passò in altre mani; tutti coloro che
l'avevano esercitata fin allora furono deposti o proscritti; ed i nuovi
capi del governo, volendo far conoscere l'odio loro per l'austerità del
riformatore, e per l'ipocrisia ond'era accusato, si fecero premura
d'incoraggiare i giuochi, i passatempi ed anche i vizj, ch'egli aveva
così severamente rampognati[513].

  [513] _Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 121. — Jac. Nardi Ist. Fior.,
  l. II, p. 77-82. — Comm. di Filippo de' Nerli, l. IV, p. 79. — Vita
  del P. Savonarola, l. IV, c. 42, p. 310._

Lo stesso giorno dell'insurrezione, era stato spedito un corriere al
papa per partecipargli la prigionia del Savonarola. Pareva che
Alessandro VI sentisse che altro più non abbisognava al partito della
riforma che un capo coraggioso per rovesciare un edificio scosso da
tanto tempo: la sua sicurezza richiedeva la morte del Savonarola; egli
domandò caldamente che gli si consegnasse quest'eretico, e nello stesso
tempo, accordando varie indulgenze ai Fiorentini, ordinò che fossero
riconciliati alla chiesa tutti coloro che per avere assistito ai sermoni
del monaco avevano incorsa la scomunica[514]. Ma la signoria volle che
il processo del Savonarola si facesse in Firenze, e soltanto domandò al
papa di mandare dei giudici ecclesiastici per assistervi. Alessandro VI
nominò infatti frate Gioachino Turriano di Venezia, generale dell'ordine
dei Domenicani, e Francesco Romolini, dottore di legge Spagnuolo; e
nell'atto che li faceva partire, pronunciò anticipatamente la condanna
di frate Girolamo Savonarola, e lo dichiarò eretico, scismatico,
persecutore della santa sede e seduttore dei popoli[515]. Il processo,
formato nello stesso tempo avanti al nuovo tribunale degli otto nel
quale non eranvi che nemici del Savonarola e davanti ai deputati del
papa, cominciò colla tortura, che si diede in varie riprese al monaco.
Quest'uomo, di debole costituzione e di fibra irritabilissima, non potè
sostenere i dolori che gli si facevano soffrire. Confessò, perchè
cessassero di tormentarlo, che le sue profezie non erano che semplici
conghietture. Ma quando si vollero avere le sue deposizioni senza
tormenti, sostenne nuovamente la verità delle sue rivelazioni e di tutta
la sua predicazione. Quando gli si opposero le confessioni strappategli
di bocca colla tortura, rispose che riconosceva o la sua poca costanza o
la debolezza de' suoi organi per sostenere i tormenti; che qualunque
volta verrebbe posto alla corda, sentiva che smentirebbe sè stesso; ma
che la verità non si trovava che nelle parole ch'egli proferiva, quando
il dolore o il terrore non turbavano il suo spirito. Gli si fecero
realmente soffrire nuovi tormenti, che lo forzarono a nuove confessioni,
sempre in appresso smentite; ed i giudici, non volendo esporsi al
rischio di fargliele smentire un'altra volta, non gli fecero leggere la
sua confessione, secondo la pratica, perchè, la riconoscesse
pubblicamente[516].

  [514] _Jac. Nardi Ist., l. II, p. 79. — Vita del P. Savonarola, l.
  IV, c. 43, p. 311._

  [515] _Jac. Nardi, l. II, p. 80. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p.
  126._

  [516] _Jac. Nardi, l. II, p. 81. — Vita del P. Savonarola, l. IV, c.
  44, p. 312._

In tempo della sua prigionia, che durò un mese, il Savonarola compose un
commentario del _miserere_, ossia del salmo 51, che aveva ommesso quando
scriveva l'esposizione degli altri salmi, avendo in allora dichiarato
che riservava questo lavoro pel tempo delle sue proprie calamità. Questa
esposizione è stampata colle altre sue opere. Intanto il 23 di maggio
una nuova pira venne innalzata su quella medesima piazza in cui il suo
amico avrebbe dovuto volontariamente entrare nel fuoco. I tre religiosi,
Girolamo Savonarola, Domenico Bonvicini e Silvestro Maruffi, dopo essere
stati degradati dai giudici ecclesiastici, furono in mezzo alla catasta
legati ad un palo. Quando il vescovo Paganotti loro dichiarò che li
separava dalla Chiesa, il Savonarola rispose soltanto, _dalla
militante_, volendo far sentire che stava per entrare nella Chiesa
trionfante. Altro non disse; e fu appiccato il fuoco alla catasta da uno
de' suoi nemici, che prevenne l'ufficio del carnefice. Così morì fra i
due suoi discepoli il padre Girolamo Savonarola in età di quarantacinque
anni ed otto mesi. Erano stati dati dalla signoria severissimi ordini
per raccogliere le ceneri dei tre religiosi e gettarle nell'Arno. Pure
ne vennero sottratte alcune reliquie da que' medesimi soldati che
custodivano la piazza, e queste conservaronsi fino al presente esposte
in Firenze all'adorazione dei devoti[517].

  [517] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. II, p. 82. — Ist. di Gio. Cambi, t.
  XXI, p. 127. — Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 247. — F. Guicciardini,
  l. III, p. 190. — P. Delphini, l. V, Epist. 73, ap. Raynald. 1498, §
  18, p. 473. — Vita del P. Savonarola, l. IV, c. 49. p. 326. — Comm.
  del Nerli, l. IV, p. 81. — Mém. de Phil. de Comines, l. VIII, c.
  XXVI, p. 433._


  FINE DEL TOMO XII.



TAVOLA CRONOLOGICA DEL TOMO XII.


  CAPITOLO XCI. _Considerazioni intorno al
  carattere ed alle rivoluzioni del quindicesimo
  secolo._                                               _pag._ 3

            Revista dello stato prospero dell'Italia
              quando cominciò la lotta per la sua
              indipendenza                                      3
            Importanza dell'epoca in cui ci siamo trattenuti    4
            Fino al 1492 l'Italia occupa il primo posto
              tra le nazioni europee                            4
            Calamità che cominciarono in quest'epoca
              e ridussero l'Italia in servitù                   5
            Rapida occhiata sull'intera storia d'Italia         6
            Avvi fondamento di accusare gl'Italiani
              d'avere meritato di perdere la loro
              indipendenza?                                     7
            La più saggia nazione non può signoreggiare
              tutti gli avvenimenti che formano il suo destino  8
            La nazione inglese fu in preda più volte
              alle medesime vicende che perdettero l'Italia     9
            Gl'Italiani non avrebbero conservata la
              propria indipendenza, riunendosi in una
              sola monarchia. Esempio degli Spagnuoli          10
            L'Italia non poteva far testa a tutte le
              nazioni che l'attaccarono contemporaneamente     13
            Una guerra civile poteva egualmente aprire
              l'Italia agli stranieri, quand'anche non
              avesse formata che una sola monarchia            14
            Diritti eventuali di successione che una
              monarchia lascia sempre agli stranieri           15
            L'Italia piuttosto avrebbe potuto salvarsi
              coll'unione delle repubbliche                    16
            Gli stati d'Italia erano potenti nel XV
              secolo quanto quelli della Francia e
              della Germania                                   18
            L'Italia non poteva prevedere il pericolo
              che la minacciava                                19
            L'indebolimento dello spirito di libertà
              diminuì in Italia la sua forza di resistenza     20
            Considerabile diminuzione nel numero de'
              cittadini sovrani                                21
            La potenza d'una repubblica sopra di sè
              medesima accresciuta dalla partecipazione
              di tutti alla sovranità                          21
            Il giogo imposto alle città suddite delle
              repubbliche aggravato nel XV secolo              23
            Diminuzione della libertà politica nelle
              stesse capitali delle repubbliche                25
            Diminuzione del sentimento d'indipendenza ne'
              principati italiani durante il XV secolo         26
            Molte antiche dinastìe innalzate dal popolo
              perdono nel XV secolo la sovranità               28
            Gli stati monarchici cessarono di appoggiarsi
              ad un principio di legittimità                   29
            Malgrado questi semi di futuri disordini,
              il XV secolo fu un'epoca di grande prosperità    31
            Uomini illustri che brillarono nel XV secolo       31
            Le guerre del XV secolo si fecero con umanità      32
            Di quest'epoca la milizia italiana si fece
              onore in faccia agli stranieri                   33
            Entusiasmo di tutta la nazione per le lettere      34
            Considerazione politica dei letterati in
             tutti gli stati d'Italia                          35
            Emulazione eccitata a motivo dei molti
              piccoli stati                                    35
            Grandissima differenza tra le province
              e le capitali rispetto ai progressi
              dell'incivilimento                               37
            Utilità pratica. Risultamento dei progressi
              delle scienze                                    39
            La storia di un paese libero fa conoscere
              tutti i patimenti degli individui, quella
              de' paesi non liberi li dissimulano              40
            Indagini intorno alla felicità reale d'una
              nazione in tutte le classi della società         42
            Stato di felicità de' paesani italiani
              paragonato a quello delle altre nazioni          42
            Prosperità dell'agricoltura nel XV secolo          43
            Province oggi incolte erano allora ben coltivate   44
            Allora i contadini italiani erano riuniti
              in terre murate                                  46
            Importanza politica loro data da tale unione       47
            Condizione dei popoli delle città più felice
              che la presente                                  49
            Attività di tutte le manifatture                   50
            Gli artisti contribuivano alla pubblica
              prosperità                                       51
            Attività del commercio italiano esercitato
              dalla principale classe della nazione            52
            Prodigioso accrescimento del capitale italiano     53
            Speranza sempre offerta a tutti i padri
              di famiglia                                      55
            Prosperità delle arti e delle lettere, altra
              prova di quella della nazione                    56
            Carattere di opulenza in tutti gli edificj
              del XV secolo a differenza della presente
              miseria                                          56
            La magnificenza dell'Italia era in allora
              affatto spontanea, e non deve confondersi
              col fasto dei governi                            58
            Trovansi ovunque monumenti dell'universale
              prosperità del XV secolo; dopo tale epoca
              non si videro che avvenimenti che
              dovevano distruggerla                            59

  CAPITOLO XCII. _Elezione di Alessandro VI;
  progetti di riforma di Girolamo Savonarola;
  vanità di Pietro de' Medici, nuovo capo della
  repubblica fiorentina. Lodovico Sforza invita
  Carlo VIII a far valere i suoi diritti sul regno
  di Napoli; fermento di tutta l'Italia, Ferdinando I
  muore prima d'essere attaccato._ 1492-1494                   61

            La potenza temporale dei papi erasi
              accresciuta nel XV secolo                        61
            Trovavansi alla testa degli stati
              indipendenti dell'Italia                         62
       1492 25 luglio. La loro potenza vacilla alla
              morte d'Innocenzo VIII                           63
            Egoismo dei 23 cardinali adunati in conclave       64
            Opinione e ricchezze di Roderigo Borgia,
              vice cancelliere                                 65
            Costumi del Borgia e suoi cinque figli             67
            Rivali del Borgia, Ascanio Sforza e Giuliano
              della Rovere                                     68
            11 agosto. Simoniaca elezione del Borgia,
              che prende il nome di Alessandro VI              69
            Tripudio de' Romani in principio del suo regno     71
            Desiderio di riforma sparso in tutta
              la Cristianità                                   73
            Carattere della riforma, quale fu cominciata
              in Italia                                        74
       1452 21 settembre. Nascita di Girolamo Savonarola       75
       1483 Prime prediche profetiche del Savonarola           76
       1489 Suo arrivo a Firenze                               77
            La riforma del Savonarola non si estende
              che ai costumi ed alla disciplina, ma
              non tocca il domma                               78
       1492 Il Savonarola ricusa di assolvere Lorenzo
              de' Medici al letto della morte, perchè
              Lorenzo non vuole rendere la libertà a Firenze   79
            Vanità ed incapacità di Pietro che succede
              a Lorenzo dei Medici                             80
       1493 Gelosia di Pietro de' Medici contro i suoi
              cugini, figli di Pier Francesco, ch'egli
              esilia da Firenze                                82
            Il Savonarola predica in Firenze la riforma
              politica e religiosa                             83
            Predice all'Italia le calamità che doveva
              apportarle la guerra                             85
            Pronostici di prossima guerra nelle pretese
              della casa di Francia, erede di quella
              di Angiò                                         85
            Lodovico il Moro, governatore di Milano,
              vuole riunire l'Italia contro gli oltremontani   86
       1493 Pietro de' Medici si oppone per vanità
              a quest'unione                                   87
            Irritazione di Lodovico il Moro, e sua
              inquietudine per la segreta alleanza di
              Pietro dei Medici con Ferdinando di Napoli       89
            22 aprile. Si lega segretamente con Venezia
              e con Alessandro VI                              90
            Lodovico il Moro temeva che il re di Napoli
              non volesse proteggere suo nipote                91
            Incapacità di Giovanni Galeazzo, sovrano
              nominale di Milano                               92
            Rivalità di sua consorte Isabella d'Arragona
              e di Beatrice d'Este, sposa di Lodov. il Moro    93
            20 agosto. Massimiliano succede a suo padre
              Federico III, imperatore                         94
            Lodovico il Moro marita sua nipote con
              Massimiliano, e da lui segretamente ottiene
              l'investitura del ducato di Milano               95
            Chiede l'alleanza della Francia, prima di
              spogliare il nipote e di prendere egli
              medesimo il titolo di duca                       96
       1483 30 agosto. Carlo VIII era succeduto a suo
              padre Lodovico XI                                97
       1483 Carattere di Carlo VIII, secondo il
              Guicciardini, e secondo il Comines               97
            Suo mostruoso aspetto e sua incapacità             98
       1493 Offerte d'alleanza di Lodovico il Moro a
              Carlo VIII                                      100
            Negoziazioni del conte di Cajazzo di concerto
              cogli emigrati napolitani                       101
            Negoziazioni del conte di Belgiojoso presso
              i favoriti di Carlo VIII                        101
            Convenzione tra Lodovico il Moro e Carlo
              VIII, stipulata da Briçonnet e dal
              Siniscalco di Belcario                          103
            Negoziazioni di Carlo VIII con tutti i
              suoi vicini                                     104
       1492 3 novembre. Trattato d'Etaples con
              Enrico VII d'Inghilterra                        105
       1493 23 maggio. Trattato di Senlis con
              Massimiliano, re de' Romani                     105
            19 gennajo. Trattato di Barcellona
              col re di Spagna                                106
            Negoziazioni di Perron de' Baschi a Venezia       107
            L'ambasciata francese passa a Firenze             108
       1494 Indi a Siena                                      109
            Ed all'ultimo a Roma                              109
       1493 Negoziazioni di Ferdinando con Carlo VIII
              col mezzo di Camillo Pandone                    110
            Sua alleanza col papa, e matrimonio di don
              Goffredo Borgia                                 110
            Aperture di riconciliazione fatte da
              Ferdinando a Lodovico il Moro                   112
            Apparecchi di guerra di Ferdinando                113
            Nuovo malcontento ed artificj del papa            114
            Fermento di tutta l'Italia                        115
            Ferdinando pensa ad abboccarsi in Genova
              con Lodovico il Moro                            116
       1494 25 gennajo. Ferdinando muore inopinatamente
              di 70 anni                                      117
            Carattere di Ferdinando e del suo regno           118
            Sua figura e sue maniere                          119

  CAPITOLO XCIII. _Apparecchi di difesa
  d'Alfonso II. Primi attacchi de' Francesi
  nello stato di Genova ed in Romagna. Discesa
  di Carlo VIII in Italia. Pietro de' Medici
  gli dà nelle mani tutte le fortezze della
  Toscana. Ribellione di Pisa; rivoluzione di
  Firenze; esilio dei Medici._ 1494                           121

       1494 Alcune rivoluzioni si fanno a dispetto
              dell'abilità, altre a dispetto della
              reciproca inesperienza                          121
       1494 La guerra d'Italia si sostenne con eguale
              imperizia dalle due parti                       122
            25 gennajo. Alfonso II viene proclamato re
              di Napoli                                       123
            Suoi apparecchi di difesa colle negoziazioni
              e colle armi                                    124
            Sue negoziazioni con Bajazette II                 124
            Alessandro VI si unisce a lui per chiedere
              l'assistenza dei Turchi                         125
            Alfonso rende più intima la sua alleanza
              con papa Alessandro VI                          126
            Favori accordati alla casa Borgia nel regno
              di Napoli                                       127
            Alleanza d'Alfonso con Pietro dei Medici,
              le repubbliche toscane, ed i principati
              della Romagna                                   128
            Alfonso vuole chiudere colle armi le strade
              di Toscana e di Romagna, ed il mare con una
              flotta comandata da suo fratello don Federigo   130
            13 luglio. Congresso di Vicovaro per regolare
              la difesa d'Italia                              130
            Diversione cagionata dal papa, che adopera
              le forze napolitane contro i suoi particolari
              nemici                                          131
       1494 Una parte dell'armata viene incaricata di
              contenere i Colonna                             132
            Ferdinando, duca di Calabria, conduce
              l'altra parte in Romagna                        133
            Proposizione del vecchio Paolo Fregoso di
              fare una rivoluzione in Genova                  134
            Carlo VIII aveva fatta apparecchiare una
              magnifica flotta in Genova                      136
            Vi aveva mandati il duca d'Orleans e
              due mila Svizzeri                               137
            Fine di luglio. Don Federigo e gli emigrati
              genovesi attaccano Porto Venere, e
              sono respinti                                   138
            4 settembre. Sbarca a Rapallo, e mette a
              terra Ibletto dei Fieschi cogli emigrati
              genovesi                                        140
            Gli emigrati attaccati a Rapallo per mare
              e per terra                                     141
            Rapallo è preso; prime crudeltà degli
              oltremontani                                    143
            Fuga d'Ibletto dei Fieschi e di suo figlio        144
            Luglio. Don Ferdinando conduce la sua armata
              in Romagna                                      144
            Il sire d'Aubignì ed il conte di Cajazzo
              gli fanno fronte                                145
            I consiglieri di Ferdinando non gli permettono
              d'attaccare d'Aubignì                           146
       1494 Ferdinando si ritira sotto le mura di Faenza      148
            Irrisoluzione di Carlo VIII                       148
            Il cardinale Giuliano della Rovere lo persuade
              a fare l'impresa d'Italia                       150
            23 agosto. Carlo VIII parte da Vienna per
              passare le Alpi con una numerosa armata         150
            Il duca di Savoja ed il marchese di
              Monferrato, ambidue minori, non custodiscono
              i passaggi delle Alpi                           152
            9 settembre. Carlo VIII è visitato in Asti
              da Lodovico il Moro e dalla sua corte           153
            Malattia di Carlo VIII in Asti                    154
            Abboccamento di Carlo VIII con Gian Galeazzo
              ed Isabella sua sposa                           154
            20 ottobre. Morte di Gian Galeazzo. Lodovico
              proclamato duca di Milano                       156
            Spavento che la morte di Gian Galeazzo,
              che si crede avvelenato, cagiona
              nell'armata francese                            157
            Carlo VIII prende la via di Pontremoli
              per entrare in Toscana                          158
            Sollevazione dei Colonna in Roma, che
              impedisce al papa di accorrere in difesa
              della Toscana                                   159
       1494 Deboli apparecchi di difesa dei Fiorentini        159
            L'armata francese potev'essere trattenuta
              presso Sarzana e Pietra Santa                   160
            Agitazione dei Fiorentini contro i Medici
              all'avvicinarsi dei Francesi                    162
            Pietro de' Medici spaventato si reca al
              campo francese                                  163
            Novembre. Il Medici cede le fortezze dei
              Fiorentini ai Francesi                          164
            Irritamento de' Fiorentini contro Pietro
              de' Medici                                      166
            8 novembre. Il Medici torna a Firenze, e
              non è ricevuto nel palazzo della signoria       167
            9 novembre. È forzato dal popolo ad uscire
              da Firenze coi suoi fratelli                    168
            Pietro de' Medici si rifugia a Bologna            170
            Giovanni Bentivoglio gli rinfaccia di non
              avere saputo morire al suo posto                170
            Saccheggio delle ricchezze e delle preziose
              raccolte dei Medici                             171
            Decreto della signoria contro i Medici, e
              per una mutazione di governo                    172
            Negoziazioni del nuovo governo con Carlo VIII     173
       1494 Girolamo Savonarola parla al re di Francia
              come un profeta inspirato                       173
            Fermento del popolo di Pisa all'avvicinarsi
              di Carlo VIII                                   176
            Il governo di Firenze nelle città suddite
              era diventato più oppressivo durante la
              grandezza dei Medici                            177
            L'agricoltura e la salubrità di Pisa
              ruinate dall'abbandono dei canali e
              delle dighe                                     178
            Il commercio all'ingrosso e le manifatture
              proibite ai Pisani                              179
            Pisa non conta più storici dopo il 1406.
              _Nota_                                          180
            Unanimità dei Pisani per iscuotere il giogo       181
            Lodovico il Moro manda ad eccitarli Galeazzo
              da Sanseverino                                  181
            Simone Orlandi domanda a Carlo VIII la
              libertà di Pisa                                 182
            Carlo VIII la promette inconsideratamente         183
            9 novembre. I Fiorentini scacciati da Pisa,
              la quale si pone in libertà                     184
            Carlo VIII si concerta con d'Aubignì prima
              di andare verso Firenze                         184
            Ottobre e novembre. Ferdinando abbandona
              la Romagna e d'Aubignì                          184
       1494 D'Aubignì raggiugne Carlo VIII presso Firenze     187
            Carlo VIII vuole rimettere il Medici in
              Firenze, ma questi, da lui chiamato, non torna  187
            17 novembre. Ingresso in Firenze di Carlo VIII    188
            Negoziazioni di Carlo VIII colla signoria         190
            Ardire di Piero Capponi, che straccia le
              proposizioni del re, e si appella alle armi     191
            26 novembre. Convenzione di Carlo VIII
              colla repubblica di Firenze                     192
            28 novembre. Partenza di Carlo VIII alla
              volta di Siena                                  193

  CAPITOLO XCIV. _Terrore ed irrisoluzione
  del papa all'avvicinarsi di Carlo VIII. Questo
  monarca entra in Roma: abdicazione e fuga
  di Alfonso II. Dispersione dell'armata di
  Ferdinando II. Il regno di Napoli si assoggetta
  a Carlo VIII._ 1494-1495                                    194

       1494 Opinione di accortezza di Alessandro VI
              fondata sulla sua mala fede                     194
            La politica, quando non va d'accordo colla
              morale, rimane insufficiente nel pericolo       195
            Versatilità della condotta d'Alessandro coi
              Francesi                                        196
       1494 Avvicinandosi Carlo VIII vuole negoziare con lui  197
            9 dicembre. Incoraggiato dalla presenza
              dell'armata del duca di Calabria, fa
              trattenere i negoziatori che venivano a lui     199
            2 dicembre. Ingresso di Carlo VIII in Siena       200
            Ritirata di Ferdinando, duca di Calabria,
              a traverso all'Ombria fino a Roma               200
            19 dicembre. Nuovo sperimento di negoziazione
              del papa coi Francesi                           201
            I feudatarj della Chiesa fanno le loro paci
              parziali coi Francesi                           202
            Tutta la campagna di Roma viene in potere
              dei Francesi                                    202
            Motivi di Carlo VIII per trattare col papa        203
            I suoi consiglieri si lusingano di ottenere
              dal papa le principali dignità della Chiesa     205
            31 dicembre. Il re entra in Roma alla testa
              della sua armata, mentre che il duca di
              Calabria esce per un'altra porta                207
            Aspetto di quest'armata. Gli Svizzeri             207
            I Guasconi, gli uomini d'armi                     208
       1494 I cavalleggieri, la casa del re                   209
            L'artiglieria                                     210
       1495 gennajo. Il papa, ritirato in Castel
              sant'Angelo con sei soli cardinali,
              viene due volte minacciato dall'artiglieria
              francese                                        211
            11 gennajo. Pace tra il re ed il papa, e
              sue condizioni                                  212
            Il sultano Gem viene dal papa consegnato al re    213
            Anteriori negoziazioni di Bajazette col papa
              per far avvelenare suo fratello                 214
            L'ambasciatore di Bajazette e quello del
              papa cadono nelle mani dei loro nemici          215
            26 di febbrajo. Il sultano Gem muore avvelenato   216
            Fabrizio Colonna conduce un corpo di Francesi
              negli Abruzzi                                   217
            28 gennajo. Carlo VIII parte da Roma alla
              volta di Napoli, per la strada di san Germano   218
            30 gennajo. L'ambasciatore di Spagna dichiara
              a Carlo VIII, che i suoi padroni difenderanno
              il re di Napoli                                 219
            Risposta de' Francesi, e collera
              dell'ambasciatore                               221
       1495 Fuga del cardinale di Valenza, che doveva
              rimanere ostaggio presso il re                  222
            Presa, sacco e carnificina di Monte Fortino
              e di Monte san Giovanni                         222
            Terrore d'Alfonso II, ed irritamento del
              popolo contro di lui                            224
            Uccisione dei prigionieri di stato
              nell'istante in cui salì sul trono              226
            Superstiziosi terrori d'Alfonso                   227
            23 di gennajo. Alfonso si chiude in
              Castel dell'Uovo                                228
            Soscrive un atto d'abdicazione in favore
              di suo figlio, e fa imbarcare i suoi tesori     229
            3 febbrajo. Parte alla volta di Mazari
              in Sicilia                                      230
            19 novembre. Muore dopo molti atti di penitenza   230
            24 gennajo. Inaugurazione di Ferdinando II
              a Napoli, dopo la quale riparte per l'armata    231
            Si fortifica a san Germano                        232
            La sua armata atterrita abbandona san Germano.
              Egli ripiega sopra Capoa                        234
            19 febbrajo. Sollevazione del popolo in Napoli    235
            Ferdinando s'affretta di passare a Napoli,
              per acquietare la sollevazione del popolo       236
       1495 Durante la di lui assenza la sua armata si
              disperde, e Capoa si solleva contro di lui      237
            20 febbrajo. Vani sforzi di Ferdinando per
              ricondurre alla ubbidienza gli abitanti
              di Capoa                                        239
            Si ritira nel castello di Napoli                  240
            21 febbrajo. S'imbarca per timore d'essere
              tradito dai suoi soldati tedeschi               241
            Si rende padrone dell'isola d'Ischia              242
            22 febbrajo. Ingresso di Carlo VIII in Napoli     243
            Carlo attacca le fortezze di Napoli               244
            6 marzo. Capitolazione del Castello Nuovo
              di Napoli                                       245
            15 marzo. Capitolazione del castello dell'Uovo    246
            Dispersione dell'armata di don Cesare
              d'Arragona che difendeva gli Abruzzi e
              la Puglia                                       247
            Terrore dei Turchi sull'altra riva
              dell'Adriatico                                  248
            Pratiche dell'arcivescovo di Durazzo e di
              Costantino Arianite per apparecchiare
              una ribellione nell'Albania                     249
            Disordine ed orgoglio dell'armata francese        249
       1495 Tutti i grandi signori napolitani accorrono
              alla corte di Carlo VIII                        251
            Il re scontenta tutti i partiti                   252
            Si abbandona ai piaceri ed all'ignavia            253
            Tutte le fortezze vengono disarmate per
              l'imprudenza de' suoi ufficiali                 255

  CAPITOLO XCV. _Rivoluzioni cagionate in
  Toscana dal passaggio di Carlo VIII. — Sforzi
  de' Fiorentini per riconstituire la loro
  repubblica, assoggettare Pisa e sottrarsi
  alla malevolenza de' Sienesi, dei Lucchesi,
  dei Genovesi. — Inquietudini dei Veneziani
  per i progressi di Carlo VIII; lega dell'Italia
  per mantenere la sua indipendenza,_ 1494-1495               256

       1494 Stato della Toscana prima della spedizione
              di Carlo VIII                                   256
            Rivoluzioni che eccita in Firenze, in Pisa,
              in Siena, in Lucca                              257
            I Fiorentini, ricuperando la libertà, appena
              sanno in che consista                           258
            La felicità che desidera ogni uomo è
              proporzionata alla sviluppo delle sue
              facoltà. Non è la stessa per tutti              259
            Lo scopo del governo è quello di rendere
              felice il maggior numero d'uomini possibile,
              innalzandoli, non abbrutendoli                  260
       1494 La libertà politica è il più potente mezzo
              d'innalzare gli uomini                          260
            Confusione della libertà politica e della
              libertà individuale                             262
            Ambidue venivano pochissimo rispettate
              in Venezia                                      263
            Pure Venezia prosperava a motivo della sua
              prudenza, ed il suo governo era l'oggetto
              dell'universale ammirazione                     264
            Tutti i politici fiorentini propongono
              d'imitare in Firenze la costituzione
              de' Veneziani                                   265
            In Firenze tre opposti partiti adducono
              tutti a favor loro l'esempio di Venezia         268
            Partito dei _Piagnoni_, diretto dal
              padre Savonarola, da Valori e da Soderini       269
            Partito degli _Arrabbiati_, diretto da
              Dolfo Spini e da Guid'Antonio Vespucci          270
            Partito dei _Bigi_, affezionato ai
              Medici assenti                                  271
            2 dicembre. Il parlamento adunato accorda
              alla signoria l'autorità della balìa            271
            La balìa nomina venti elettori, incaricati
              di eleggere tutti i magistrati                  273
       1494 I venti elettori non possono convenire tra
              di loro, e perdono ogni credito                 274
            Il Savonarola propone le elezioni popolari,
              un consiglio formato di tutti i cittadini,
              ed un'amnistia                                  275
            23 dicembre. Viene sanzionata la formazione
              del gran consiglio                              276
       1495 1.º luglio. Le elezioni sono restituite
              al popolo                                       277
       1494 I Pisani riconstituiscono la loro repubblica      277
            Deferiscono la sovrana autorità alle
              magistrature municipali, da cui erano stati
              governati in tempo di servitù                   278
       1495 gennajo. Prime ostilità tra i Pisani ed i
              Fiorentini                                      279
            Negoziazioni dei Pisani presso Carlo VIII
              per conservarsi la protezione della Francia     281
            Briçonnet va a Firenze per eseguire il
              trattato, per ricevere il danaro e
              consegnare Pisa                                 283
            24 febbrajo. Dichiara di non aver potuto
              persuadere i Pisani, e riparte alla volta
              di Napoli                                       284
            Negoziazioni de' Pisani con Siena, Lucca
              e col duca di Milano                            284
       1495 Il duca di Milano li rimette ai Genovesi          286
            Arringa degli ambasciatori pisani al senato
              genovese                                        286
            Soccorsi dai Genovesi accordati ai Pisani         288
            Primi vantaggi ottenuti da Giulio Malvezzi,
              capitano dei Pisani                             289
            26 di marzo. Monte Pulciano si ribella ai
              Fiorentini, e si pone sotto la protezione
              di Siena                                        291
            I Fiorentini ricorrono invano a Carlo VIII        292
            Carlo VIII manda soccorsi ai Pisani
              contro Firenze                                  293
            Il Savonarola persuade i Fiorentini, colle
              sue profezie, a non abbandonare l'alleanza
              della Francia                                   295
            Inquietudine e scontentezza degli altri stati
              d'Italia                                        296
            Lagnanze di Lodovico il Moro contro i Francesi    297
            Animosità dei re di Spagna e dei Romani           298
            Negoziazioni di Filippo di Comines a Venezia
              per unire questa repubblica alla Francia        299
            Congresso di Venezia per formare un'alleanza
              contro la Francia                               301
       1495 Terrore de' Veneziani alla notizia della
              conquista di Napoli                             303
            Pericolo del re se la lega dell'alta Italia
              toglieva Asti al duca d'Orleans                 305
            31 marzo. La lega contro la Francia si
              sottoscrive in Venezia, tra il papa, i re
              di Spagna, il re de' Romani, i Veneziani e
              Milano                                          306
            Partecipazione di tale lega a Filippo di Comines  308
            Segreto delle negoziazioni e turbamento
              del Comines                                     309
            Articoli pubblici dell'alleanza puramente
              difensivi                                       309
            Articoli segreti che la rendono offensiva         310
            Debolezza di Massimiliano, che non può
              soddisfare ai suoi obblighi                     312
            Il duca di Ferrara ed i Fiorentini ricusano
              d'entrare nella lega                            313
            Apparecchi di guerra dei confederati e
              ritirata degli ambasciatori                     314

  CAPITOLO XCVI. _Carlo VIII abbandona il
  regno di Napoli; attraversa Roma e la Toscana;
  si apre un passaggio a Fornovo a dispetto
  de' confederati, e giugne ad Asti. Tratta
  in Vercelli col duca di Milano, libera il
  duca d'Orleans assediato in Novara, e
  ripassa le Alpi._ 1495                                      316

       1495 Notificazione di Carlo VIII per minorare
              le imposte in Napoli, riducendole alle
              tariffe dei re angioini                         316
            Importanza della nobiltà del regno
              feudale di Napoli                               317
            Carlo la scontenta non meno del popolo            319
            Non conosce nè i nomi, nè gli interessi,
              nè i servigj degli antichi signori napolitani   319
            Si desidera la prudente e regolare
              amministrazione degli Arragonesi                320
            La nazione si sente umiliata da un
              giogo straniero                                 321
            I Francesi impazienti di ritornare nella
              loro patria                                     322
            La notizia della lega di Venezia accresce
              questa loro impazienza                          322
            12 maggio. Carlo VIII prende la corona di
              Napoli senza aspettare l'investitura del papa   323
            Discorso del Pontano in occasione di
              tale inaugurazione                              324
       1495 Carlo assegna comandanti a varie province, e
              lascia loro la metà della sua armata            325
            Cerca di guadagnarsi i Colonna, i Savelli
              ed i Sanseverini coi beneficj                   326
            20 maggio. Parte da Napoli colla metà
              dell'armata per tornare in Francia              327
            30 maggio. Il papa si ritira da Roma,
              quando si avvicinano i Francesi                 328
            Carlo fa restituire al papa le fortezze
              di Cività Vecchia e di Terracina                329
            13 giugno. Giugne a Siena, e vi si trattiene
              per far dare la signoria di quella città
              al signore di Lignì                             330
            I Fiorentini fanno a Carlo VIII nuove
              offerte per ridurlo a ridar loro Pisa           332
            Esigono che Pietro de' Medici non entri
              nel loro territorio                             333
            Si pongono in istato di difesa, e Carlo
              abbandona il pensiero di passare per
              la loro città                                   334
            Nuove suppliche dei Pisani a Carlo VIII
              pel mantenimento della loro libertà             335
            Vivo interesse che l'armata francese
              prende a favore dei Pisani                      336
       1495 Carlo VIII protrae la sua decisione
              intorno alla sorte di Pisa, e rinnova
              le guarnigioni delle fortezze pisane            338
            Inquietudine dell'armata francese,
              udendo cominciate le ostilità in Lombardia      339
            Lodovico il Moro provoca il duca d'Orleans
              rimasto in Asti                                 339
            11 giugno. Il duca d'Orleans sorprende Novara     341
            È poi assediato in Novara da Galeazzo di
              Sanseverino                                     342
            23 giugno. Carlo VIII parte da Pisa per
              Pontremoli                                      343
            Stacca un piccolo corpo d'armata per fare
              un tentativo sopra Genova                       344
            Questa piccola armata è battuta ed a stento
              si riunisce a quella del re                     344
            29 giugno. La vanguardia francese brucia
              Pontremoli                                      345
            L'artiglieria francese attraversa a stento
              l'Appennino sopra Pontremoli                    346
            L'esercito dei confederati, di circa quaranta
              mila uomini, e comandato dal marchese di
              Mantova, aspetta i Francesi a Fornovo           348
            La vanguardia francese avrebbe potuto
              facilmente distruggersi dai confederati
              a Fornovo                                       349
       1495 5 luglio. L'armata francese riunita a
              Fornovo non conta più di nove mila uomini       351
            Le due armate si accampano in vicinanza
              l'una dell'altra sulla destra del Taro,
              nella valle di Fornovo                          352
            Il re spedisce il Comines al marchese di
              Mantova per trattare                            353
            Gli alleati tardano ad attaccare i Francesi       354
            6 luglio. Il re fa nuovamente chiedere il
              passo che gli viene negato                      355
            Disposizioni della sua armata per farsi
              strada colla forza                              356
            Viene attaccato dai Veneziani                     358
            Il marchese di Mantova, che lo attacca
              alla coda, è respinto                           360
            Gli Stradioti, che dovevano attaccarlo ai
              fianchi, lasciano la battaglia per
              saccheggiare l'equipaggio de' Francesi          361
            Il conte di Cajazzo, che doveva attaccare
              la vanguardia francese, prende la fuga          362
            I Francesi non ardiscono di attaccare in
              appresso gli Italiani                           364
            La pugna benchè breve fu assai micidiale
              pegli Italiani                                  365
            Estremo terrore nell'armata italiana; invano
              il Pitigliano cerca di persuaderla ad
              attaccare il campo francese in quella notte     366
       1495 7 luglio. Il re alloggia in Medesana, sempre
              in presenza del nemico                          367
            Il Comines viene incaricato di nuove
              negoziazioni                                    368
            8 luglio. Il re leva tacitamente il suo
              campo, durante la notte, e s'avvia verso
              Borgo san Donnino                               369
            I Francesi guadagnano un giorno di cammino
              sugli Italiani                                  370
            9 e 10 luglio. Pericolo dell'armata francese
              divisa dalla Trebbia                            371
            Continua la sua ritirata sempre inseguita
              dal conte di Cajazzo                            372
            Patimenti e costanza de' Francesi in questa
              ritirata                                        373
            15 luglio. L'armata francese arriva in Asti,
              dove si pone in sicuro                          375
            Carlo dimentica la sua armata per una
              pratica amorosa                                 377
            Patimenti del duca d'Orleans chiuso in Novara     379
            Desiderio de' Francesi per la pace                380
            L'armata italiana si fortifica intorno a Novara   381
       1495 Il Comines, spedito alla corte del marchese
              di Monferrato, riprende nuove negoziazioni
              per la pace                                     382
            Novara viene evacuata dal duca d'Orleans          383
            Il baglivo di Digione conduce al re dugento
              mila Svizzeri invece dei cinque mila che
              doveva assoldare                                384
            Il duca d'Orleans cerca di persuadere il re
              ad approfittarne per rinnovare la guerra        386
            I suoi nemici si oppongono a tali progetti        387
            Rendono sospetti gli Svizzeri venuti all'armata   387
            Carlo VIII tratta col duca di Milano un
              parziale trattato                               388
            10 ottobre. Trattato di Vercelli col duca
              di Milano                                       388
            Scontento degli Svizzeri che il re vuole
              rimandare con un mese di soldo                  389
            20 ottobre. Il re parte da Torino ed entra
              in Francia pel Delfinato                        391
            Nuova malattia sparsa in tutta l'Europa in
              occasione della spedizione di Carlo VIII        391

  CAPITOLO XCVII. _Ferdinando II rientra nel
  regno di Napoli e ricupera la sua
  capitale. — I Francesi vendono ai nemici
  dei Fiorentini le fortezze che occupavano
  in Toscana. Sono ridotti a capitolare ad
  Atella, ed evacuano il regno di Napoli. Morte
  di Ferdinando II._ 1495-1496                                394

            Gloria acquistata da Carlo VIII, siccome il
              solo dei re di Francia che facesse acquisto
              in lontane parti                                394
            Immoralità di un re che tenta una conquista
              che non può conservare                          395
            Altri conquistatori vengono scusati da
              progetti di miglioramento, di liberazione
              dei popoli, d'ingiurie all'onore nazionale
              da cancellarsi                                  396
            Carlo VIII non fa la guerra che per dar
              valore a certi diritti ereditarj privi
              di giustizia                                    397
            Prima d'entrare in Napoli, poteva prevedere
              che non vi si manterrebbe                       398
       1495 Abboccamento di Ferdinando II con suo padre
              e con Gonsalvo di Cordova a Messina             399
            Maggio. Occupa Reggio di Calabria                 400
            I Veneziani prendono Monopoli, e la saccheggiano  401
       1495 Gaeta si solleva contro i Francesi, ma
              gl'insorgenti sono vinti, svaligiati
              ed uccisi                                       402
            Primi prosperi successi di Ferdinando II
              in Calabria                                     403
            È sconfitto a Seminara dal d'Aubignì              405
            Fine di giugno. Si presenta sotto Napoli
              con una flotta                                  407
            7 luglio. Ferdinando è ricevuto in Napoli
              dal popolo, mentre che il Montpensiero
              viene chiuso fuori delle mura                   408
            Sforzi de' Francesi per rientrare in Napoli
              dalla banda della piazza di Castel Nuovo        409
            8 luglio. La città viene chiusa con palafitte,
              e tolta ai Francesi, chiusi nelle fortezze,
              ogni comunicazione colla campagna               410
            Frequenti sortite de' Francesi chiusi ne'
              castelli di Napoli                              411
            Prospero e Fabrizio Colonna prendono servigio
              sotto il re Ferdinando                          412
            Ottobre. Il Montpensiero tratta per
              l'evacuazione dei castelli di Napoli            414
            Il Precì si avanza per liberare il Montpensiero   415
            Sua vittoria ad Eboli sul principe di Matalona    416
       1495 Ferdinando riduce con accortezza il Montpensiero
              a soscrivere la capitolazione                   418
            Suo imbarazzo per chiudere la strada di Napoli
              a Precì                                         419
            Fortifica i passi presso di Posilippo             420
            Precì in forza della capitolazione di
              Montpensiero è costretto a ritirarsi            421
            Il Montpensiero esce di notte dai castelli
              di Napoli, che poi non si consegnano a
              norma della capitolazione                       422
            I Francesi del regno di Napoli sono
              compromessi dall'imprudente politica del
              loro sovrano in Toscana                         423
            Ferocia dei Guasconi lasciati dal re in
              servigio dei Pisani                             424
            Carlo VIII si obbliga nuovamente a dare Pisa
              ai Fiorentini contro un accrescimento
              di sussidj                                      425
            15 settembre. Livorno renduto ai Fiorentini       426
            D'Entragues ricusa di ubbidire agli ordini
              del re, e di cedere Pisa e le sue fortezze      426
            20 settembre. D'Entragues promette ai Pisani
              di dar loro entro cento giorni la rocca         427
       1496 1.º gennajo. I Pisani, posti in possesso
              della loro fortezza, la spianano                430
            26 febbrajo. Sarzana e Sarzanello renduto
              ai Genovesi                                     430
            30 marzo. Pietra Santa venduta ai Lucchesi        430
            Piero de' Medici si avvicina ai confini
              de' Fiorentini                                  431
            Chiede ajuto a tutti i nemici de' Fiorentini      432
       1495 3 settembre. Tentativi degli Oddi contro i
              Baglioni a Perugia                              433
       1496 Virginio Orsini, dopo avere adunate le sue
              truppe a nome dei Baglioni, si avanza per
              spalleggiare Pietro de' Medici                  435
            I principi d'Italia abbandonano Piero de' Medici  435
            Virginio Orsini si obbliga a passare nel
              regno di Napoli con i Vitelli in servigio
              di Carlo VIII                                   436
            Carlo VIII non porge altro soccorso ai
              suoi generali nel regno di Napoli               436
            La guerra si faceva simultaneamente in ogni
              luogo nel regno di Napoli, ma in ogni luogo
              assai mollemente                                438
            I Veneziani mandano il marchese di Mantova
              al re di Napoli con un'armata, chiedendo
              in compenso cinque città sulla costa
              dell'Adriatico                                  439
       1496 Importanza della dogana di Manfredonia, che
              percepisce un pedaggio sulle gregge
              di passaggio                                    440
            Ferdinando e Montpensiero vogliono avere
              quella dogana                                   441
            Settecento fanti tedeschi al soldo di
              Ferdinando combattono contro tutta
              l'armata francese, e si fanno tutti uccidere    442
            Le due armate offrono la battaglia sotto le
              mura di Foggia, ma non l'accetta nè l'una
              nè l'altra                                      444
            Le mandre di passaggio da Manfredonia sono
              lasciate in balìa de' soldati; questi le
              uccidono per venderne la pelle                  445
            Le due armate chiamano a sè i distaccamenti
              sparsi in tutte le province del regno           445
            Carlo VIII viene pressato a mandare soccorsi
              al Montpensiero                                 446
            Annuncia una spedizione in Italia, ed in
              appresso la trascura                            447
            Il Montpensiero lascia l'assedio di Circello
              per soccorrere Frangetto di Monforte            449
       1496 Gli Svizzeri ricusano di combattere se il
              Montpensiero non paga i soldi arretrati         451
            Gran parte della sua armata si disperde           451
            Il Montpensiero vuole ritirarsi sopra Venosa,
              ma è sopraggiunto ad Atella dove viene
              assediato                                       452
            Situazione di Atella nella Basilicata             453
            Gonsalvo di Cordova, dopo avere battuti a
              Laino i baroni angiovini, si unisce a
              Ferdinando sotto Atella                         454
            5 luglio. Sconfitta di un corpo degli uomini
              d'armi francesi                                 455
            Sconfitta degli Svizzeri all'abbeveratojo
              di Atella                                       456
            20 luglio. Capitolazione di Montpensiero
              in Atella                                       457
            23 luglio. Il Montpensiero esce da Atella con
              cinque mila uomini ed è condotto a Baja ed
              a Pozzuolo                                      458
            Il Montpensiero muore vittima dell'aere
              malsano colla maggior parte de' suoi soldati    459
            Virginio e Paolo Orsini sono posti in prigione
              ad istanza d'Alessandro VI                      459
       1496 Tutto il rimanente del regno di Napoli, tranne
              tre piazze forti, si assoggetta a
              Ferdinando II                                   460
            Agosto. Ferdinando II sposa sua zia paterna,
              Giovanna                                        461
            7 settembre. Muore di consunzione, in età
              di 27 anni                                      461

  CAPITOLO XCVIII. _Guerra di Pisa; i Pisani
  soccorsi dal duca di Milano, dai Veneziani
  e dall'imperatore Massimiliano. — Tregua
  in Italia. — Il Savonarola va perdendo in
  Firenze la sua riputazione. — Prova del fuoco
  che gli è proposta da un monaco; sua condanna
  e morte._ 1496-1498                                         463

       1496 Carlo VIII abbandona l'Italia per darsi tutto
              in preda ai piaceri                             463
            Tutti i Napolitani riconciliati alla casa
              d'Arragona a cagione dell'elezione di don
              Federico                                        464
            Il solo principe di Salerno rifiuta la pace
              e muore in esilio                               466
            Sommissione delle città in cui i Francesi
              conservaronsi più lungamente                    466
            Guerra di Pisa in Toscana, condotta secondo
              il sistema militare che precedette
              l'invasione di Carlo VIII                       467
       1496 I Fiorentini guerreggiano a Pisa nello stesso
              tempo contro i nemici de' Francesi e contro
              i Francesi                                      468
            Politica di Lodovico Sforza, chiamando i
              Veneziani in ajuto de' Pisani                   470
            I Pisani si alienano dallo Sforza                 470
            La repubblica di Venezia li riceve
              pubblicamente sotto la sua protezione           472
            Vantaggi ottenuti dai Pisani sopra i
              Fiorentini coll'ajuto degli Stradioti
              mandati da Venezia                              472
            Lodovico Sforza, per tenere i Veneziani
              in soggezione, chiama in Italia Massimiliano,
              re de' Romani                                   475
            I Veneziani acconsentono di pagare, d'accordo
              collo Sforza e col papa, un sussidio al re
              de' Romani                                      476
            Massimiliano ordina ai Fiorentini di entrare
              nella lega d'Italia                             477
            Molti rinomati capitani passano a soccorrere
              i Pisani                                        479
            Essi cercano di troncare ogni comunicazione
              tra Firenze e Livorno                           480
            Morte di Piero Capponi sotto al castello
              di Sojana                                       480
       1496 Massimiliano attraversa la Lombardia con
              una così piccola armata, che non ardisce
              passare per le grandi città                     481
            Angustie de' Fiorentini attaccati
              contemporaneamente da tanti nemici              482
            Le esortazioni del Savonarola li conservano
              fedeli al partito francese                      483
            Gli ambasciatori de' Fiorentini, rimandati
              dall'imperatore al duca di Milano, non
              vogliono esporgli la loro commissione           484
            8 ottobre. Massimiliano s'imbarca a Genova
              per passare a Pisa                              486
            Intraprende l'assedio di Livorno                  487
            Crudeltà commesse dalle sue truppe a Bolgheri     489
            Arrivo di sei vascelli francesi a Livorno,
              che vittovagliano il presidio                   489
            14 novembre. Burrasca che disperde la flotta
              dell'imperatore, e lo costringe a levare
              l'assedio                                       490
            19 novembre. L'imperatore parte subito alla
              volta di Sarzana e Pontremoli                   491
            Dopo nuove negoziazioni cogli alleati in
              Lombardia torna in Germania                     492
       1496 Durante l'inverno i Fiorentini ricuperano
              le castella loro tolte dai Pisani               494
            26 ottobre. Alessandro VI pronuncia la
              confisca dei beni degli Orsini, che vuole
              dare ai suoi figliuoli                          495
       1497 Assedio di Bracciano sostenuto da
              Bartolommea Orsini                              496
            I Vitelli di città di Castello formano
              un'armata per soccorrere gli Orsini             498
            L'armata pontificia è battuta dai Vitelli,
              ed è fatto prigioniere il suo generale,
              il duca d'Urbino                                499
            Pace tra il papa, gli Orsini ed i Vitelli         500
            Carlo VIII manda G. G. Trivulzio in Italia
              con una piccola armata                          501
            Il Trivulzio tenta di eccitare una rivoluzione
              in Genova di concerto coi Fregosi, ma è
              costretto a ritirarsi                           502
            Il duca d'Orleans non scende in Italia per
              assecondare il Trivulzio, per non
              allontanarsi dalla Francia nell'istante
              della morte di Carlo VIII                       504
            5 marzo. Tregua sottoscritta tra la Francia
              e la Spagna, cui possono intervenire tutti
              gli stati d'Italia                              505
       1497 A Firenze la suprema autorità passa
              alternativamente dal partito dei _piagnoni_
              a quello degli _arrabbiati _                    507
            Negoziazioni dei Fiorentini colla lega d'Italia   508
            29 aprile. Piero de' Medici ne approfitta per
              tentare di sorprendere Firenze                  509
            Il gonfaloniere e quattro de' più riputati
              cittadini accusati di essere entrati nella
              trama di Piero de' Medici                       511
            17 agosto. Sentenza di morte pronunciata
              contro i prevenuti coll'adesione del
              consiglio de' Richiesti                         512
            21 agosto. Il consiglio de' Richiesti rigetta
              l'appello al popolo, interposto dai condannati  513
            La signoria dubita di ordinarne l'esecuzione      514
            Forme complicate delle deliberazioni della
              signoria, rispettate anche in tempo che si
              fa violenza agl'individui                       515
            La sentenza di morte si eseguisce durante
              la notte                                        517
            20 agosto. Il Savonarola perde il credito,
              per non essersi opposto al supplicio de'
              suoi nemici                                     518
       1497 Provoca la corte di Roma predicando contro
              la condotta di Alessandro VI, e de' figliuoli
              di lui                                          519
            14 giugno. Francesco Borgia assassinato da
              Cesare, suo fratello                            519
            Alessandro VI eccita tutti i nemici del
              Savonarola                                      520
            La signoria di Firenze ordina al Savonarola
              di non predicare                                522
            Il Savonarola dichiara che la scomunica del
              papa non ha forza quando è ingiusta, e torna
              a predicare                                     523
       1498 Il Savonarola fa distruggere sotto pena
              d'anatema, tuttociò che sembragli concorrere
              al vizio o alla mollezza                        524
            Il papa fa predicare a santa Croce contro
              il Savonarola                                   525
            L'antagonista del Savonarola offre di subire
              con lui la prova del fuoco                      527
            Domenico Bonvicini di Pescia accetta la
              disfida pel suo maestro                         528
            Ardore di tutto il popolo fiorentino per
              affrettare la prova del fuoco                   528
            7 aprile. Rogo apparecchiato per la prova dei
              due monaci                                      530
       1498 I Francescani promovono diverse difficoltà
              per ritardare la prova                          531
            Il Savonarola non vuole acconsentire che il
              suo discepolo deponga il sagramento per
              entrare nel fuoco                               532
            Una violenta pioggia divide l'adunanza, senza
              che abbia luogo la prova                        533
            Irritazione del popolo contro il Savonarola,
              perchè per cagion sua mancò l'aspettato
              spettacolo                                      534
            Viene assalito in convento di san Marco, ed
              il Savonarola condotto in prigione con due
              dei suoi monaci                                 535
            8 aprile. Francesco Valori è arrestato dal
              popolaccio ed assassinato da Vincenzo Ridolfi   535
            La sovrana autorità viene in mano della parte
              nemica del Savonarola                           536
            Alessandro VI manda due giudici a Firenze per
              assistere il processo del Savonarola; ma egli
              lo condanna anticipatamente                     537
            Colla tortura strappano al Savonarola
              confessioni, in appresso da lui smentite        538
       1498 23 maggio. Il Savonarola viene bruciato sulla
              pubblica piazza con Domenico Bonvicini e
              Salvestro Maruffi, suoi discepoli               540


FINE DELLA TAVOLA.



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le
grafie alternative (pendio/pendìo, Tremouille/Trémouille e simili),
correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 12" ***

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