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Title: Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 14 (of 16)
Author: Sismondi, J. C. L. Simondo
Language: Italian
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*** Start of this LibraryBlog Digital Book "Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 14 (of 16)" ***


                           STORIA DELLE
                        REPUBBLICHE ITALIANE
                                DEI
                          SECOLI DI MEZZO


                                DI
                      J. C. L. SIMONDO SISMONDI

           DELLE ACCADEMIE ITALIANA, DI WILNA, DI CAGLIARI,
                   DEI GEORGOFILI, DI GINEVRA EC.

                     _Traduzione dal francese._


                            _TOMO XIV._



                              ITALIA
                               1819.



STORIA DELLE REPUBBLICHE ITALIANE



CAPITOLO CVI.

      _I Veneziani riprendono e difendono Padova; loro guerra nel
      Ferrarese e loro disfatta alla Polisella. Giulio II gli assolve
      dalla sentenza di scomunica. Campagna del principe d'Anhalt
      nello stato di Venezia e sue crudeltà._

1509 = 1510.


Tra le angustie in cui si trovò il senato di Venezia dopo la disfatta di
Vailate, aveva presa la risoluzione di abbandonare tutti i possedimenti
di terra ferma, d'aprire tutte le sue porte ai nemici, di richiamare
tutte le guarnigioni, di sciogliere i sudditi dal giuramento di fedeltà,
per ultimo di rinunciare tutto ad un tratto a ciò che per più secoli era
stato l'oggetto della sua politica, e di ridursi egli medesimo in più
basso stato che non avrebbe potuto farlo la contraria fortuna dopo molte
e tutte infelici battaglie. Una così strana risoluzione veniva da molti
risguardata come una singolare testimonianza della pusillanimità di così
illustre senato, da altri come quella della sua profonda politica.
Coloro che lo videro riconquistare in appresso con tanta difficoltà e
col dispendio di tanto danaro e di tanto sangue, ciò che aveva
abbandonato in un'ora sola, inclinavano ad accusarlo di vergognosa
debolezza. Altri per lo contrario, i quali osservavano, che con tale
abbandono, che aveva posto il colmo alla sua malvagia fortuna, la
repubblica aveavi ancora posto un termine; e che dopo tale epoca aveva
cominciato ad essere secondata da favorevoli circostanze, preferirono di
credere che il senato avesse prevedute tali circostanze, ed
anticipatamente calcolati tutti i vantaggi che poteva ottenere coll'atto
romoroso, col quale si assoggettava alla sorte. La signoria, che aveva
grandissimo interesse di far credere al popolo, che in verun tempo non
si era mai allontanata da quella prudenza, su di cui fondava il suo
miglior diritto al comando, si vantò in appresso d'avere colla sua
abilità dissipata la burrasca; e tutti gli storici veneziani gli
attribuirono in questa stessa occasione il merito della più profonda
antiveggenza.

Conviene non pertanto riconoscere che tutte le circostanze di questo
avvenimento annunziano un grandissimo e giustissimo terrore. Tutti i
mezzi erano in un medesimo istante venuti meno: l'armata trovavasi
totalmente disciolta; e le poche reclute che vi si conducevano con
inauditi sagrificj non compensavano le giornaliere perdite che arrecava
la diserzione. Il generale, conte di Pitigliano, non meno che il suo
collega Bartolomeo d'Alviano, allora prigioniere, erano ambidue vassalli
di Ferdinando il Cattolico. Vero è che prima della battaglia avevano
ricusato di ubbidire all'ordine di abbandonare il servigio de' nemici
del loro re[1], ma poteva temersi che non fossero inaccessibili a nuove
profferte quando fosse loro tolta ogni ragionevole speranza di buon
successo a più ostinata resistenza. Le città, spaventate dalla minaccia
del saccheggio e dalla ferocia degli oltremontani, non si mostravano
altrimenti apparecchiate a sostenere un assedio per conservarsi fedeli
alla repubblica. All'avvicinarsi di una rivoluzione, si risvegliavano le
loro antiche fazioni, ed i Guelfi ed i Ghibellini erano a vicenda
lusingati dalla speranza di essere protetti dal vincitore. I
gentiluomini veneziani, incaricati del comando delle piazze, vedevansi
esposti ad inevitabile prigionia, che avrebbe ruinate le loro famiglie
per le esorbitanti taglie che da loro esigeva il re di Francia. Tutto
pareva perduto; ogni cosa disperata; ed è perciò probabile che la
maggior parte de' senatori, scoraggiati da tanta sciagura, piegassero in
faccia ad un turbine cui credevano di non poter resistere.

  [1] _Jo. Marianae de rebus Hispaniae, l. XXIX, c. XIX, p. 287._

Ma se per lo contrario i più abili politici tra i _pregadi_ avevano
calcolate le conseguenze della sommissione, i risultamenti non
ingannarono la loro aspettazione. Più d'uno stato venne distrutto dal
funesto errore dei popoli, che speravano di migliorare la loro sorte per
l'invasione degli stranieri. Il peso de' mali presenti, l'illusione di
un nuovo avvenire, persuasero spesse volte le città ad aprire le loro
porte ai pretesi liberatori. La è cosa utilissima il non lasciar
ignorare ai popoli che il nemico è sempre nemico. Se questo popolo non
manca di virtù correggerà egli medesimo i vizj del proprio governo; ove
ne manchi, li soffra pazientemente, riflettendo che non deve aspettare
la riforma dal nemico. Tosto che questi avrà occupata la città, ed avrà
in sua mano la provincia, non tarderà a far sentire quanto il suo giogo
sia più duro e più vergognoso che non quello de' suoi compatriotti. In
allora i traditori che lo avevano chiamato, e che si davano vanto d'un
amore ipocrita per il popolo, perdono ogni credito presso i loro
partigiani, e sono l'oggetto dell'orrore e del disprezzo de' loro
concittadini. Di quanti vantaggi il senato veneto potè sperare dal
subito abbandono di tutte le sue fortezze, fu questo il primo che
raccolse. Non erano ancora passate sei settimane da che le truppe
francesi e tedesche erano entrate nelle città veneziane, che i capi di
parte, che le avevano chiamate, più non ardivano sostenere lo sguardo
de' loro compatriotti.

Per lo contrario se i Veneziani avessero voluto ostinarsi in una inutile
resistenza, il delitto d'avere chiamati i nemici, che non attribuivasi
che a pochi individui, sarebbe stato quello di tutti gli abitanti. Da
Bergamo fino a Padova tutte le città sarebbersi rendute colpevoli di
ribellione per evitare gli orrori d'un assedio, e tutte sarebbersi in
conseguenza trovate costrette dalla loro ribellione a difendere i nuovi
possessori per sottrarsi alla vendetta degli antichi padroni.
Sciogliendole tutte dal giuramento di fedeltà, il senato diede loro
licenza di cedere alle circostanze senza rimorsi e senza timore
dell'avvenire. Si scaricò egli stesso di tutta l'odiosità della guerra;
ed oltre al non avere ancora loro chiesto verun doloroso sagrificio,
cercava pure di salvarle nell'istante medesimo in cui da loro si
separava; lasciando così sulle spalle de' nemici tutte le vessazioni
inseparabili dagli assedj e dalle ostili conquiste.

Questa politica otteneva pure un utile risultamento sia presso le
potenze nemiche che presso le neutrali. La coalizione di tutti contro un
solo, quand'è offensiva, è sempre imprudente ed impolitica. Giugne tosto
o tardi l'istante in cui ogni potenza sente il pericolo d'avere
rovesciato l'equilibrio degli stati. Altronde ognuna, cominciando a dare
esecuzione ai suoi progetti, vede sorgere imprevedute difficoltà ed
ostacoli, e la divisione delle spoglie del debole diventa la prima
cagione della divisione tra i forti. Finchè Venezia conservava una parte
delle province destinate ad altri dal trattato di Cambrai, si andava
dilazionando ogni discussione intorno alla nuova divisione, e la lega,
intenta solamente a vincere rimaneva sempre unita. Ma evacuando le
armate veneziane tutta la terra ferma, chiamarono gli alleati a dare
immediata esecuzione al trattato di Cambrai, e permisero che si
manifestassero tutte le gelosie ed i timori che quel trattato dovea
produrre. Frattanto il senato avea il vantaggio di avere tra le lagune
un sicuro asilo, ove la sede del governo, il tesoro, l'armata e la
flotta potevano tenersi senza sospetto, aspettando che le vessazioni dei
nemici dessero nuovi alleati alla buona causa.

Mentre Massimiliano, che nulla aveva fatto, nè attenuta veruna promessa,
proponeva di spingere ancora più in là quei successi, cui egli non aveva
contribuito, di prendere la stessa città di Venezia, di dividerla in
quattro giurisdizioni, fabbricando in ognuna una fortezza, e dandone una
in guardia ad ogni potenza alleata[2], Ferdinando il Cattolico, pago
d'avere ricuperati i suoi porti di mare, cominciava di già a desiderare
il ristabilimento della potenza veneziana; Lodovico XII, che aveva
acquistato tutto quanto eragli assegnato dal trattato di Cambrai, e che
non aspirava ad occupare altri paesi, aveva licenziata la sua
formidabile armata, e ritornava in Francia; finalmente Giulio II si
rimproverava di avere schiacciata la Custode delle porte d'Italia, e di
avere introdotti i barbari in seno a così bel paese. Le potenze neutrali
tremavano per la funesta preponderanza ottenuta dagli stati
condividenti, e quelle stesse, che per debolezza e per timore avevano
preso parte all'alleanza, facevano voti per vederla disciolta.

  [2] _Jo. Marianae de Reb. Hisp., l. XXIX, c. XIX, p. 228. — Fr.
  Guicciardini, l. VIII, p. 437._

Andrea Foscolo, ambasciatore della signoria a Costantinopoli, scrisse al
senato che il sultano Bajazette II gli aveva manifestato il dolore con
cui udì i disastri della repubblica, ed il suo rincrescimento che i
Veneziani non fossero a lui ricorsi, quando si videro minacciati da così
potente lega; aggiugneva d'essere apparecchiato ad assisterli con tutte
le sue forze di terra e di mare, come buono e fedele alleato e vicino.
Questa notizia giunse a Venezia quasi contemporaneamente alle prime
lettere degli ambasciatori mandati a Roma, che davano parte dell'estremo
orgoglio con cui erano stati ricevuti da Giulio II, e delle insultanti
sue inchieste. Aveva domandato che la repubblica abbandonasse a
Massimiliano tutti i suoi stati di terra ferma; che rinunciasse alla
sovranità del golfo Adriatico, ed a tutte le sue immunità
ecclesiastiche, ed umilmente confessasse d'avere peccato contro la santa
sede. Lorenzo Loredano, figlio del doge, propose alla signoria di
domandare immediatamente gli ajuti del sultano contro Giulio, certo meno
papa che carnefice de' Cristiani; ma i più savj senatori, che
conoscevano il carattere di Giulio II, pensarono che si dovesse qualche
cosa condonare alla di lui alterigia ed impetuoso temperamento, e che
quando non si rompessero con lui le negoziazioni, si ridurrebbe in breve
ad abbracciare con calore gl'interessi di quella stessa repubblica
ch'egli sembrava ancora perseguitare[3].

  [3] _P. Bembi Hist. Ven., l. VIII, p. 183._

Massimiliano tenevasi sempre ai confini dell'Italia, continuando a
passare da un luogo ad un altro, senza che i suoi più favoriti
cortigiani ne sapessero mai il motivo. Credeva con tale profondo segreto
d'acquistarsi nome di grande politico, come colla incessante sua
attività quello di sommo capitano. Intanto l'armata, ch'egli avrebbe
dovuto ragunare, ancora non trovavasi in verun luogo, e le città che gli
si erano volontariamente date non avevano guarnigione bastante per tempi
di pace. Leonardo Trissino con trecento fanti tedeschi e Brunoro di
Serego con cinquanta cavalieri occupavano Padova, sebbene questa città,
vicinissima a Venezia, fosse una delle più esposte. I gentiluomini
padovani avevano quasi tutti abbracciato il partito imperiale, ed eransi
tra di loro divisi i palazzi ed i poderi che avevano i Veneziani nel
loro territorio[4]. Avevano sperato, dichiarandosi per l'imperatore, che
otterrebbero distinzioni alla sua corte, e che col di lui appoggio
otterrebbero di stabilire il sistema feudale nelle belle pianure della
Lombardia. Desideravano ardentemente di far rientrare i borghesi ed i
contadini di Padova in quello stato di abbietta sommissione, in cui
tenevano i loro vassalli e servi i gentiluomini dell'Austria e
dell'Ungheria. I Tedeschi non avevano comandato in Padova che
quarantadue giorni, e la nobiltà di quella terra aveva di già avuto il
tempo di far sentire a tutti i loro compatriotti quella arroganza che
andava crescendo in ragione che la patria era più umiliata; ma quanto
più la nobiltà rendevasi ligia all'Austria, la repubblica poteva avere
maggiore fiducia nell'attaccamento di tutti i contadini e di quasi tutti
i borghesi[5].

  [4] _P. Bembi Hist. Ven., l. VIII, p. 186._

  [5] _P. Bembi, l. VIII, p. 189. — Fr. Belcarii Rer. Gallic. Comm.,
  l. XI, p. 323._

Per altro il doge Loredano non credeva ancora giunto l'istante di
riprendere l'offensiva; ma il senatore Molino comunicò ai senatori il
coraggio di ricominciare le battaglie. L'armata francese era licenziata,
Giulio II e Ferdinando lasciavano sperare che potrebbero staccarsi dalla
lega: il Molino giudicò quest'istante opportuno per azzuffarsi con
Massimiliano, e ritorgli colla forza ciò che gli era stato ceduto senza
resistenza. Il provveditore Andrea Gritti s'incaricò di sorprendere
Padova, ove teneva segrete intelligenze. Era cominciato il raccolto de'
secondi fieni, ed ogni mattina entravano in città carichi di questa
derrata tanti carri, che impedivano ai landsknechts, che stavano di
guardia alle porte, di vedere a qualche distanza. La mattina del 17 di
luglio Andrea Gritti fece avanzare per la porta di Coda Lunga un grosso
convoglio di carri di fieno; ma tra il quinto ed il sesto carro
trovavansi sei uomini d'armi veneziani, con sei pedoni dietro di loro.
Nell'istante in cui trovaronsi entro la porta, ognuno uccise un
landsknecht, indi suonarono il corno per chiamare i rinforzi. Il Gritti,
che li seguiva a poca distanza, occupò la porta con quattrocento uomini
d'armi, due mila cavaleggieri e tre mila fanti, prima che gli imperiali
avessero potuto apparecchiarsi alle difese. Nello stesso tempo
Cristoforo Moro, l'altro provveditore, con trecento fanti e due mila
contadini, faceva un falso attacco al portello per deviare l'attenzione
de' nemici[6].

  [6] _Mém. du chev. Bayard, t. XV, ch. XXX, p. 77._

Padova era in allora, come lo è presentemente, una vastissima ma deserta
città, i di cui quartieri sono separati dalle mura, e formano
altrettante diverse città. In quelle strade senza abitatori la stessa
notizia dell'attacco non aveva potuto diffondersi, ed era presa la città
prima che la metà dei Padovani sapessero d'essere minacciati. Il
Trissino ed il Serego si ordinarono in battaglia colla loro poca truppa
in sulla piazza, sperando d'essere bentosto raggiunti dai gentiluomini,
ch'eransi mostrati così zelanti per la loro causa; ma niuno si mosse per
soccorrerli. I Tedeschi furono respinti con perdita nella fortezza, la
quale non essendo provveduta di vittovaglie dovette arrendersi dopo
poche ore. Non fu possibile di contenere i contadini, i quali
saccheggiarono i palazzi di ottanta gentiluomini i più parziali per gli
alleati, ed il quartiere degli Ebrei. La folla dei contadini del
vicinato accorreva per aver parte al saccheggio; e per lo stesso oggetto
partivano numerose barche da Venezia e rimontavano la Brenta ed il
Bacchiglione; finalmente prima di sera arrivò l'intera armata del
Pitigliano: ma i provveditori fecero bandire che cessasse il sacco sotto
pena di morte; ed in tal modo sottrassero Padova al totale esterminio.
All'indomani la fortezza capitolò, ed i suoi comandanti furono mandati
prigionieri a Venezia[7].

  [7] _Fr. Guicciardini, l. VII, p. 439. — P. Bembi, l. VIII, p. 190.
  — Anon. Padov. MS. presso Muratori Ann. d'Italia, t. X, p. 50. — P.
  Giovio Vita d'Alfonso d'Este, p. 24. — Jacopo Nardi, l. V, p. 209. —
  Jo. Marianae de Reb. Hisp., l. XXIX, c. XX, p. 289. — Fr. Belcarii
  Comment., l. XI, p. 324._

Il giorno in cui fu ricuperata Padova si consacrò dal senato ad una
solenne festa di rendimento di grazie: ed infatti in questo giorno potè
fissare l'epoca del risorgimento della repubblica. Tutto il territorio
di Padova seguì immediatamente la sorte della sua capitale. Vicenza, che
pure trovavasi in sul punto di sollevarsi, fu a stento contenuta da
Costantino Cominates, che v'introdusse tutte le truppe imperiali che gli
riuscì di raccogliere. Legnago colle sue fortezze aprì le porte ai
Veneziani, e diede loro un punto d'appoggio per essere a portata di
attaccare come loro meglio piacesse o Vicenza, o Verona. La torre
Marchesana, lontana otto miglia da Padova, che apriva l'ingresso del
Polesine di Rovigo, non fu salvata che dai pronti soccorsi mandati dal
cardinale d'Este[8].

  [8] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 440. — P. Bembi, l. IX, p. 193._

Il vescovo di Trento, che si era incaricato della difesa di Verona, non
aveva in quella città che dugento cavalli e settecento fanti: temeva di
vedersela tolta ad ogni istante, e chiamò in suo ajuto il marchese di
Mantova. Questi, essendosi avanzato in sui confini del Veronese fino
all'isola della Scala, terra aperta in riva al Tartaro, press'a poco ad
eguale distanza tra Mantova e Verona, entrò in negoziazione con alcuni
Stradioti, che sperava di far disertare dall'armata veneziana; ma essi
lo ingannavano con un doppio trattato. Avevano avvisato Lucio Malvezzi e
Zittolo di Perugia, ch'eransi segretamente recati a Legnago con dugento
cavalli ed ottocento pedoni, e che investirono la Scala la notte del 9
agosto. Gli Stradioti, avvicinandosi, andavano ripetendo il grido di
guerra del marchese, onde non eccitare la diffidenza delle sue guardie:
altronde i contadini erano tutti per loro, e loro se ne aggiunsero
bentosto più di mille cinquecento. Boissì, luogotenente del marchese, e
nipote del cardinale d'Amboise, venne arrestato nel suo letto e fatto
prigioniere con tutti i suoi soldati; il Gonzaga fuggì in camicia fuori
da una finestra, e si nascose in un campo di miglio turco; ma, scoperto
dai contadini che ricusarono con inaudito disinteresse le prodigiose
somme loro promesse per la sua liberazione, lo consegnarono alla
signoria, che lo tenne in prigione nella torre del palazzo pubblico[9].

  [9] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 442. — Anon. Padov. MS. presso
  Murat. Ann. d'Italia, t. X, p. 51. — P. Bembi Hist. Ven., l. IX, p.
  196. — P. Giovio Vita d'Alfonso d'Este, p. 50. — Jac. Nardi Ist.
  Fior., l. V, p. 210._

Erasi da principio creduto che questi due così subiti rovesci avuti
dalla lega, tratterrebbero Lodovico XII, che trovavasi tuttavia a
Milano, e non gli permetterebbero di tornare in Francia; ma questo
monarca, dopo d'avere conquistate le province altra volta milanesi, solo
oggetto della sua ambizione, cominciava ad avvedersi d'avere con un
fallace calcolo sagrificata la sicurezza del totale all'acquisto d'una
parte. La volubilità di Massimiliano gli faceva sentire quanto poco
potesse fidarsi d'un tale alleato, e malgrado la diffidenza che in
allora mantenevasi viva tra questo monarca e Ferdinando, l'avanzata età
dell'ultimo faceva prevedere vicino l'istante in cui il loro comune
nipote riunirebbe sul di lui capo le corone della Germania a quelle
della Spagna: allora quella stessa casa d'Austria, la di cui alleanza
era sì poco utile, diventerebbe una pericolosa nemica, ed il
possedimento delle province venete, che la Francia aveva poste in sua
mano, comprometterebbero il ducato di Milano.

Lodovico XII non desiderava, nè la vittoria de' Veneziani, troppo
giustamente contro di lui irritati, nè quella di Massimiliano, che
porrebbe tutta l'Italia a discrezione de' Tedeschi. L'imperatore
chiedeva ragguardevoli soccorsi d'uomini e di danaro, e non era prudente
consiglio il rifiutarli, perciocchè l'incostanza del suo carattere, e la
conosciuta disposizione delle altre potenze, rendevano possibile agli
occhi del re di Francia una alleanza di Massimiliano coi medesimi
Veneziani, colla Chiesa e con Ferdinando, per iscacciare i Francesi
d'Italia. Fra tanti dubbj e timori, accresciuti da così luminose
vittorie, Lodovico XII risolse di lasciare ai confini del Veronese la
Palisse con cinquecento lance, cui si unirono Bajardo e dugento
gentiluomini volontarj; loro ordinò di soccorrere, in caso di bisogno,
l'imperatore; ma egli tornò subito in Francia per togliersi ad ulteriori
istanze di più potenti ajuti. Sperò che l'imperatore ed i Veneziani
s'anderebbero reciprocamente consumando con una ruinosa guerra, e che
Massimiliano in circostanze d'estremo bisogno gli venderebbe Verona,
colla quale acquisterebbe la chiave dell'Italia dalla banda del
Tirolo[10].

  [10] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 441. — Fr. Belcarii Comment.
  Rer. Gallic., l. XI, p. 324._

Prima d'abbandonare la Lombardia aveva Lodovico XII conchiuso ad
Abbiategrasso un nuovo trattato d'alleanza col cardinale di Pavia,
legato di Giulio II. Il papa ed il re si obbligavano reciprocamente a
difendere gli stati l'uno dell'altro, riservandosi l'uno e l'altro la
libertà di trattare con chiunque volessero, purchè ciò non tornasse in
pregiudizio d'una delle due parti contraenti; ma il re prometteva dal
canto suo di non accettare la protezione di veruno mediato o immediato
feudatario della Chiesa, espressamente annullando qualunque protezione
di tale natura cui potesse inaddietro essersi obbligato. Distruggeva in
tal modo i solenni trattati che aveva stipulati coi duchi di Ferrara,
alleati ereditarj della casa di Francia. Il papa si riservava la nomina
ai beneficj attualmente vacanti in tutti gli stati del re; ma accordava
a Lodovico la nomina di quelli che si renderebbero in appresso
vacanti[11].

  [11] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 440. — Fr. Belcarii, l. XI, p.
  324._

Pareva finalmente che Massimiliano cominciasse ad arrossire dell'estrema
sua negligenza; egli risguardava la perdita di Padova come un affronto
personale, e le sue truppe, tanto tempo aspettate, arrivavano finalmente
ai confini. Rodolfo, fratello del regnante principe d'Anhalt, entrò nel
Friuli con dieci mila uomini. Dopo avere attaccato invano Montefalcone,
occupò Cadore[12], di cui uccise la guarnigione; mentre i Veneziani
s'impadronivano di Serravalle[13] e di Belluno. Dall'altro canto il duca
di Brunswick dovette abbandonare l'assedio di Udine, poi strinse
Cividale del Friuli, che Giovanni Paolo Gradenigo, provveditore di
quella provincia, valorosamente difese con cinquecento pedoni. In Istria
Cristoforo Frangipani, generale ungaro al servizio di Massimiliano, dopo
avere battuti i Veneziani presso Verme, occupò Castelnuovo e Raprucchio,
mentre che Angelo Trevisani, capitano delle galere della repubblica,
riprendeva Fiume ed attaccava Trieste. Tutte le quali province,
diventate il teatro della guerra, erano ridotte nella più spaventosa
desolazione, perciocchè la stessa città, lo stesso castello, erano in
pochi giorni presi e ripresi, ed ogni volta saccheggiati. I soldati
delle due armate erano egualmente barbari, egualmente stranieri al paese
in cui combattevano, e la loro cupidigia nella vittoria non veniva
contenuta da veruna disciplina. I Tedeschi, non contenti di tormentare i
contadini che cadevano nelle loro mani, aveano ammaestrati certi cani
per discoprire le donne ed i fanciulli appiattati ne' campi[14].

  [12] Cioè il castello di Pieve di Cadore, capitale della provincia
  di tal nome. N. d. T.

  [13] Altro non può essere la Val di Sera di cui parla il nostro
  autore. _N. d. T._

  [14] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 443._

Non dubitavano i Veneziani, che quando fosse tutta unita l'armata
dell'imperatore, non attaccasse Padova; onde nulla ommisero per porla in
istato di resistere lungamente. Vi fecero entrare il conte di
Pitigliano, loro generale, con tutta la sua armata. Bernardino del
Montone, Antonio de' Pii, Lucio Malvezzi e Giovanni Greco, comandavano
la loro cavalleria, composta di seicento uomini d'arme, di mille
cinquecento cavaleggieri e di mille cinquecento Stradioti. Erano alla
testa di dodici mila fanti, i migliori dell'Italia, Dionigi Naldo,
Zittolo di Perugia, Lattanzio di Bergamo e Saccoccio di Spoleti; tutti i
quali capitani eransi acquistato gran nome nelle lunghe guerre d'Italia.
Inoltre il senato aveva mandati a Padova dieci mila fanti, schiavoni,
greci o albanesi, levati dalle galere della repubblica, che sebbene
inferiori agli Italiani chiamati _Brisighella_, erano pure capaci di
rendere importanti servigj[15].

  [15] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 444-451. — Pietro Bembo, l. IX,
  p. 199. — Mémoir. du chev. Bayard, t. XV, ch. XXXIII, p. 90._

I capitani veneziani avevano condotto a Padova un magnifico treno
d'artiglieria; ed avevano approfittato dei due fiumi che attraversano la
città per introdurvi tutte le munizioni necessarie in un lunghissimo
assedio. I contadini di tutta la provincia, temendo il vicino arrivo de'
Tedeschi, eransi affrettati di trasportare in Padova le messi in allora
raccolte, e vi si erano rifugiati ancor essi colle loro famiglie e colle
loro gregge: di modo che così vasta città, che d'ordinario era quasi
deserta, aveva potuto raccogliere entro le sue mura una popolazione
quasi quattro volte maggiore della consueta. Nè tanta gente erasi tenuta
oziosa, perciocchè coll'ajuto di tante braccia si aggiunsero ogni giorno
nuove fortificazioni al ricinto della città. Le fosse eransi riempiute
d'acqua fin quasi al livello del terreno, le porte furono tutte coperte
da opere avanzate, ed alle cortine, giudicate troppo lunghe, erano stati
aggiunti nuovi bastioni. Tutte queste opere esteriori erano minate, e
caricate le mine, onde poterle far saltare quando gli assediati fossero
forzati ad abbandonarle. Le mura venivano sostenute in tutta la loro
estensione da un largo terrapieno, dietro al quale erasi cavata una
seconda fossa larga sedici braccia, ed altrettanto profonda, ed
internamente difesa da casematte. Finalmente, al di dietro di questa
fossa, cingeva tutta la città un nuovo baluardo ancor esso armato
d'artiglieria. In tal modo veniva Padova difesa da una triplice linea di
fortificazioni, che presentava quasi l'immagine di quelle che costumansi
nell'età presente[16].

  [16] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 451. — Fr. Belcarii, l. XI, p.
  327._

Affinchè la costanza degli assediati fosse proporzionata agli immensi
apparecchj destinati a sostenere l'assedio, i Veneziani vollero dare una
luminosa prova ai Padovani ed all'armata, ch'essi associavano la
salvezza della repubblica a quella di questa città, e che perduta questa
non si riserbavano altre speranze. Le leggi e le costumanze della
repubblica escludevano i gentiluomini veneziani dal servigio delle
armate di terra, mentre gli avevano in ogni tempo incoraggiati a servire
sulle flotte. Ma in un'assemblea del senato il venerabile doge, Leonardo
Loredano, persuase i suoi compatriotti a deviare da quest'antica
costumanza, ed a permettere ai giovani gentiluomini di dar prove del
loro zelo, ovunque il loro valore potrebbe riuscire utile alla patria,
dichiarando che i suoi due figli, Luigi e Bernardo, anderebbero a
chiudersi in Padova con cento fanti da loro assoldati. Il suo esempio
eccitò una nobile emulazione, e cento sessanta nobili veneziani andarono
a rinforzare la guarnigione di Padova, tutti conducendo un numero di
militari proporzionato alla ricchezza della loro famiglia[17].

  [17] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 444. — P. Bembi, l. IX, p. 199._

Finalmente Massimiliano aveva raggiunta la sua armata, e stabilito il
suo quartiere generale al ponte della Brenta, tre miglia lontano da
Padova; mentre stava colà aspettando l'artiglieria che gli doveva essere
condotta dalla Germania, aveva attaccati i castelli dei Monti Euganei:
Este e Monselice furono presi d'assalto, e Montagnana capitolò. In
appresso Massimiliano occupò Limena, dove una fortezza protegge la
divisione delle acque della Brenta, facendone scorrere una parte verso
Padova, e l'altra per Vico d'Arzere al mare. Di già i suoi zappatori
avevano atterrata porzione dell'argine che impedisce al fiume di
scorrere con tutte le sue acque pel letto naturale, quando il lavoro
venne d'ordine dell'imperatore improvvisamente interrotto, senza che mai
si potesse penetrarne il motivo; e fu lasciato in tal modo ai Padovani
il godimento delle loro acque. Massimiliano aveva inoltre tentato
d'impadronirsi del divisorio delle acque del Bacchiglione a Longara, ma
gli Stradioti, che battevano la campagna, mai non permisero a' suoi
guastatori di terminare i loro lavori[18].

  [18] _P. Bembi Hist. Ven., l. IX, p. 197._

Quando giunse l'artiglieria tedesca, Massimiliano stabilì il suo campo
in faccia alla porta di santa Croce; e perchè vi si trovava troppo
esposto al fuoco degli assediati, lo trasportò avanti a quella del
Portello, che conduce a Venezia, tra la Brenta ed il Bacchiglione. Colà
pose il suo quartiere generale soltanto il giorno 15 di settembre, dopo
avere guastato tutto il paese vicino, ma dopo avere altresì dato ai
Veneziani tutto il tempo necessario per terminare i loro apparecchj di
difesa[19].

  [19] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 449. — P. Bembi, l. IX, p. 198._

Trovavansi sotto gli ordini di Massimiliano, La Palisse con settecento
lance francesi, Luigi Pico della Mirandola con dugento lance di papa
Giulio II, il cardinale Ippolito d'Este con altrettante del duca di
Ferrara, il cardinale Gonzaga con un numero simile di Mantova, e
seicento uomini d'arme italiani al soldo dell'imperatore sotto diversi
condottieri. L'infanteria consisteva in diciotto mila fanti tedeschi,
ossia _landsknecht_, in sei mila Spagnuoli, in sei mila avventurieri di
varie nazioni, ed in due mila Ferraresi. Eransi condotti dalla Germania
centosei pezzi d'artiglieria montati sulle loro ruote; sei bombarde
erano così grosse, che non si erano potute collocare sui loro carri;
quando erano poste al loro luogo rimanevano immobili, e non potevano
tirare più di quattro volte al giorno. Erano giunti da Milano e da
Ferrara due altri treni d'artiglieria, ed in tutto contavansi nel campo
dell'imperatore dugento cannoni sui loro carri. Da più secoli non eransi
impiegate mai tante forze nell'attacco e nella difesa di una città.
L'armata di Massimiliano ammontava dagli ottanta ai cento mila uomini, e
sebbene non fosse quasi mai pagata, il soldato, che amava la bravura e
la prodigalità dell'imperatore, che sapeva di essere da lui amato, e che
si rifaceva sopra gli sventurati abitanti della mancanza di danaro del
suo generale, non pensava ad abbandonarlo[20].

  [20] _Mémoir. du chev. Bayard, par son loyal serviteur, ch. XXXII,
  p. 84. — Mém. du jeune adventureux maréchal de Fleuranges, t. XVI,
  p. 57. — Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 450. — Petri Bembi Hist.
  Ven., l. IX, p. 198. — Jac. Nardi, l. V, p. 211._

Fin allora l'imperatore non avea dato agl'Italiani che lo spettacolo
della sua versatilità, della sua mancanza di fede e delle sue
prodigalità; ma ne' primi giorni dell'assedio di Padova, dispiegò ai
loro occhi quell'attività, quell'intelligenza militare e quel valore
personale, che rendettero ai Tedeschi tanto cara la di lui memoria. Egli
aveva il suo alloggio nel convento di sant'Elena, lontano un quarto di
miglio dalle mura; il suo campo, che occupava tre miglia d'estensione,
trovavasi in quasi tutta la sua linea sotto al fuoco della piazza; e
Massimiliano vi si esponeva continuamente. Vedevasi sempre in mezzo agli
operaj per dirigere ed affrettarne i lavori; ed infatti colla sua
attività le batterie si aprirono su tutta la linea nel termine di cinque
giorni[21].

  [21] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 452. — Jac. Nardi Ist. Fior., l.
  V, p. 211._

Quattro giorni dopo che le batterie giuocavano, furono aperte nelle mura
diverse brecce praticabili, onde all'indomani Massimiliano ordinò in
battaglia l'esercito per dare l'assalto; ma durante la notte i Padovani
avevano potuto introdurre nuove acque nelle fosse, e l'attacco venne
giudicato impraticabile, finchè non fossero diminuite. Convenne
impiegare ventiquattr'ore per farle scolare, dopo di che Massimiliano
attaccò il bastione che cuopre la porta di Coda Lunga; ma fu respinto;
risoluto però di voler prenderlo ad ogni modo, fece avanzare da questa
banda l'artiglieria francese, che allargò notabilmente la breccia, e
dopo due altri giorni diede un secondo assalto. I fanti tedeschi e
spagnuoli, incoraggiati dall'emulazione fra le due nazioni, penetrarono
all'ultimo per la breccia dopo una furiosa zuffa, nella quale perdettero
moltissima gente, e si stabilirono sul bastione. Ma non l'ebbero i
Veneziani appena abbandonato, che diedero fuoco a tutte le mine, la di
cui esplosione fece perire la maggior parte de' vincitori, tra i quali i
più distinti compagni d'armi e soldati della scuola di Gonsalvo di
Cordova[22]. Nello stesso tempo gli imperiali costernati vennero
furiosamente attaccati da Zittolo di Perugia, e scacciati da tutte le
opere che avevano con tanto loro danno occupate[23].

  [22] _Jo. Marianae de Reb. Hisp., l. XXIX, c. XX, p. 289._

  [23] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 453. — P. Bembi Hist. Ven., l.
  IX, p. 201. — Jac. Nardi Hist. Fior., l. V, p. 211._

Questa rotta scoraggiò tutta l'armata, ed intiepidì l'ardore di
Massimiliano. Gli assediati non tenevansi chiusi entro le mura; e gli
Stradioti, che avevano voluto mantenersi ne' sobborghi, battevano
continuamente la campagna. Vero è che non mancavano agli assedianti le
vittovaglie, perciocchè, malgrado tutta l'autorità del governo veneziano
e lo zelo dei contadini, non era stato possibile di spogliare affatto
così ricca campagna; onde i saccomanni non ebbero mai bisogno di
allontanarsi più di sei miglia dal loro quartiere per trovare munizioni
da bocca. Ma se l'assedio si fosse protratto ancora alcun tempo, le
truppe avrebbero all'ultimo provate le conseguenze della loro
indisciplina e della povertà del loro capo[24].

  [24] _Mém. du chev. Bayard, ch. XXXIV, p. 94._

Prima che i Veneziani avessero chiusa la breccia per la quale erano
entrati gli Spagnuoli ed i Tedeschi, e dove tanto avevano sofferto,
Massimiliano fece proporre alla Palisse di far mettere piede a terra ai
suoi uomini d'armi per montare all'assalto coi _landsknecht_. Ma, così
consigliato da Bajardo, La Palisse rispose, che questo corpo francese
era tutto composto di gentiluomini, e che non sarebbe cosa onesta il
farli combattere in compagnia dei pedoni tedeschi, ch'erano ignobili. Se
l'imperatore, soggiunse, voleva far mettere piede a terra a' suoi
principi ed alla sua nobiltà tedesca, la nobiltà francese loro
mostrerebbe la strada della breccia. Massimiliano comunicò questa
provocante risposta ai Tedeschi, i quali risposero che non
combatterebbero che come si conveniva a gentiluomini, cioè a cavallo.
Massimiliano impazientato abbandonò il campo, allontanandosi quaranta
miglia in sulla strada della Germania, e lasciando ordine ai suoi
luogotenenti di levare l'assedio[25]. Questi ritirarono la loro
artiglieria il tre di ottobre, sedici giorni dopo l'apertura della
trincea, e portarono il quartiere generale a Limena, lungo la strada di
Treviso. Dopo pochi giorni Massimiliano li ricondusse a Vicenza, ove poi
ch'ebbe ricevuto da quel popolo solenne giuramento di fedeltà, congedò
la maggior parte del suo esercito[26].

  [25] _Mém. du chev. Bayard, ch. XXXVII et XXXVIII, p. 116-127. —
  Mémoir. de Fleuranges, t. XVI, p. 58._

  [26] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 453. — P. Bembi, l. IX, p. 203.
  — P. Giovio Vita d'Alfonso d'Este, p. 24. — Fr. Belcarii, l. XI, p.
  328._

Con questo inutile tentativo aveva Massimiliano perduta gran parte della
sua riputazione, e Chaumont era venuto nel Veronese per conferire con
lui. L'imperatore gli disse: che ove il re di Francia non gli desse
potenti ajuti, troverebbesi in breve esposto ancor esso a perdere le sue
conquiste; che i Veneziani di già pensavano ad attaccare Cittadella e
Bassano; che non mancherebbero di portare in appresso le loro armi
contro di Este, Monselice e Montagnana, e che il solo mezzo di tenerli a
freno era quello di attaccare Legnago colle forze riunite francesi e
tedesche. Ma il governo francese non era altrimenti disposto ad
incaricarsi solo delle spese e dei pericoli di una guerra, i di cui
vantaggi non erano suoi; e quando Massimiliano, dopo molte
irrisoluzioni, prese la strada di Trento, La Palisse ritirò le sue
truppe dal territorio veronese per rientrare nello stato di Milano[27].

  [27] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 455. — Bembi Hist. Ven., l. X,
  p. 205._

Le armate di questa lega, in addietro così formidabile, eransi ritirate
da tutte le bande. Omai i Veneziani, invece di temere per sè medesimi,
minacciavano coloro che avevano invase le loro province; ed inoltre la
malintelligenza cominciava ad introdursi tra i loro nemici. Lagnavasi
Massimiliano d'essere stato abbandonato dai suoi confederati,
incolpandoli de' suoi infelici successi. Il re di Francia si doleva del
papa, che, fondandosi sulla circostanza che il vescovo di Avignone era
morto nella corte di Roma, aveva conferito quel vescovado, invece di
lasciarne la nomina al re; ed il risentimento del re si spinse
tant'oltre, che furono per suo ordine confiscate tutte le entrate degli
ecclesiastici romani nel ducato di Milano[28].

  [28] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 455. — Fr. Belcarii, l. XI, p.
  329. — Parisii de Grassis Diar. Curiae Rom., t. III, p. 485. — Rayn.
  Ann. Eccl. 1509, § 20, p. 70._

Finalmente cedette Giulio II, ma suo malgrado: altero, impetuoso e ad un
tempo diffidente, verun altro sentimento più omai non nodriva per la
corte di Francia, che la malevolenza ed il desiderio di vendicarsi:
fondavasi sul religioso rispetto dei popoli e sulle forze della Chiesa,
e non voleva essere spalleggiato da verun confederato: s'alienava nello
stesso tempo da tutti, e, se pure prendeva tuttavia qualche parte nella
guerra, era in favore dei Veneziani. Pure non gli aveva per anco
assolti; voleva preventivamente farli rinunciare alla giurisdizione del
loro _Visdomino_ in Ferrara, come cosa indecente in un feudo della
Chiesa, ed all'esclusivo diritto che si arrogavano della navigazione e
del commercio nel mare Adriatico[29].

  [29] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 456._

I Fiorentini, accecati a dismisura dalla loro gelosia contro Venezia,
desideravano prosperi successi alla lega di Cambray, ed avevano mandato
ambasciatori a Massimiliano, quando era entrato in Italia, per regolare
con esso lui tutte le pretese della camera imperiale, rispetto alla
quale non avevano potuto andare d'accordo un anno prima. Massimiliano
avanti che lasciasse Verona accolse questi ambasciatori, tra i quali
trovavasi Pietro Guicciardini, padre dello storico. Le sue finanze erano
affatto esauste, urgenti i suoi bisogni, e perciò le sue domande furono
assai più moderate di quelle fatte a Macchiavelli nel 1508. Mercè il
pagamento di quaranta mila fiorini, da farsi in quattro termini avanti
la fine di febbrajo, assolse i Fiorentini da tutti i censi non pagati, e
da tutte le investiture di cui potessero andargli debitori; riconfermò i
loro privilegj su tutti i feudi imperiali ch'essi possedevano, ed
inoltre si obbligò a non turbare, nè ad attaccare giammai il loro
governo[30].

  [30] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 454. — Jac. Nardi, l. V, p. 212.
  — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 289. — Diario del Bonaccorsi, p.
  144. — Legazione del Macchiavelli a Mantova, missione del 10 di
  novembre 1509, t. VI, p. 289._

Intanto le armate Veneziane andavano facendo rapidi progressi. Il
provveditore, Andrea Gritti, si accostò a Vicenza, e la vista delle
insegne di san Marco cagionò subito una sollevazione in quella città, di
cui gli furono aperte le porte il 26 di novembre. Il principe d'Anhalt,
che ne aveva il comando, ritirossi nella cittadella con Fracassa di
Sanseverino, ma dopo tre giorni fu costretto a capitolare[31]. Se,
invece di perdere un tempo troppo prezioso nell'assedio di questa
fortezza, il Gritti si fosse immediatamente recato sotto Verona, questa
città, che di già tumultuava, gli avrebbe pure aperte le porte. Il
vescovo di Trento, cui Massimiliano l'aveva data in guardia, ebbe tempo
di farvi entrare trecento lance francesi sotto gli ordini di Daubignì,
ed un grosso corpo d'infanteria spagnuola e tedesca. Non pertanto tutte
queste truppe appena bastavano a contenere gli abitanti, i quali,
minacciati, insultati, saccheggiati a vicenda dai soldati di tutte le
nazioni che alloggiavano nelle loro case, ardentemente desideravano il
paterno governo degli antichi padroni. L'armata veneziana, dopo un mal
diretto attacco sopra Verona, si divise in due corpi, uno de' quali
ricuperò Bassano, Feltre, Cividale e Castelnovo del Friuli, l'altro
riprese Monselice, Montagnana ed il Polesine di Rovigo[32].

  [31] _Fr. Guicciardini l. VIII, p. 458. — P. Bembi, l. IX, p. 205. —
  Fr. Belcarii, l. XI, p. 330. — Macchiavelli Legazione a Mantova,
  lett. 1, 17 novembre 1509, t. VII, p. 293._

  [32] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 458. — P. Bembi, l. IX, p. 208.
  — Macchiavelli Legazione lett. 4, 22 novembre 1509, ex Verona, p.
  298._

Questo corpo d'armata, teneva ordine di dare esecuzione contro la casa
d'Este ad una vendetta che sommamente stava a cuore alla repubblica. I
Veneziani non sapevano perdonare al debole loro vicino, che aveva tanto
tempo vissuto sotto la loro protezione, d'essersi approfittato dei loro
disastri per attaccarli, quando si trovavano oppressi da tutti i loro
nemici; l'insulto de' piccoli, che abusano del momentaneo trionfo de'
loro alleati, eccita assai più profondi risentimenti che le più gravi
ingiurie de' potenti. Il primo uso che far voleva il senato delle sue
forze tendeva a dimostrare che non era poi caduto in così basso stato da
non potersi far rispettare da un duca di Ferrara. Angelo Trevisani, che
aveva il comando della flotta, dopo avere incendiato Trieste proponevasi
d'attaccare Ancona, Fano o le città di Ferdinando nella Puglia; ma la
signoria lo richiamò, e malgrado la sua ripugnanza ad innoltrarsi nel
letto di un fiume, gli ordinò di andare, di concerto coll'armata di
terra, a punire il duca Alfonso nella sua stessa capitale[33].

  [33] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 459. — P. Bembi Hist. Ven., l.
  IX, p. 207._

La flotta veneziana entrò in Po per la foce delle Fornaci, bruciò
Corbola, e si avanzò fino a Lago Scuro, bruciando lungo le due rive da
lei percorse i palazzi, i castelli ed i villaggi. Lago Scuro è il porto
di Ferrara sul Po; non è discosto più di due miglia dalla città; ed i
cavaleggieri veneziani ch'erano venuti a porsi sotto la protezione della
flotta, partivano da Lago Scuro per portare la desolazione in tutto il
territorio ferrarese. Il gusto che aveva Alfonso, duca di Ferrara, per
le arti meccaniche, gli aveva procurata la più bella artiglieria
dell'Europa. La fonderia dei cannoni era stata il suo maggior
divertimento, l'oggetto principale del suo lusso, ed ora giovò alla sua
difesa. Egli innalzò le sue batterie a Lago Scuro, sulle rive del fiume,
e costrinse la flotta del Trevisani a ritirarsi fin sotto a Polisella,
ov'ella gettò l'ancora dietro una piccola isola[34].

  [34] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 460. — P. Bembi Hist. Ven., l.
  IX, p. 209. — P. Giovio vita di Alfonso da Este, p. 26._

Per porre in tale situazione i suoi vascelli in sicuro, il Trevisani
alzò due bastioni sulle due rive del fiume, e gli unì con un ponte. Il
30 dicembre Alfonso tentò di sorprendere questi trinceramenti, e fu
respinto con grave perdita. In questa zuffa fu fatto prigioniero dagli
schiavoni Ercole Cantelmo, emigrato di Napoli, e figlio del duca di
Sora; e perchè non potevano fra di loro accordarsi gli schiavoni
rispetto alla divisione di così ricca preda, uno di loro gli troncò il
capo con un colpo di sciabola. L'Ariosto invocò la compassione delle
future età per questo giovine, uno de' più distinti cortigiani del duca,
e l'amico del poeta[35].

  [35] _Ariosto, Orlando Furioso, canto 36, st. 6-8. — Petri Bembi, l.
  IX, p. 209. — Paolo Giovio vita di Alfonso, p. 27._

Frattanto Chaumont, non volendo lasciar perire il duca di Ferrara, venne
a Verona, e diede voce di marciare sopra Vicenza, con che sforzò
l'armata veneziana ad allontanarsi dalla flotta per difendere gli stati
della repubblica; il cardinale d'Este, approfittando della circostanza
che il Trevisani non era più padrone della campagna intorno alla
Polisella, fece di notte trasportare un grosso treno d'artiglieria in
faccia alla flotta. Le acque del fiume erano in modo cresciute per le
dirotte piogge, cadute in que' giorni, che le navi sorgevano quasi a
livello delle dighe. Il cardinal d'Este fece in queste praticare alcune
aperture, e collocarvi con grandissimo silenzio parecchi cannoni al
dissopra ed al dissotto della flotta. Il rumore delle acque, che in
allora scorrevano impetuose oltre l'usato, celarono i lavori del nemico
al Trevisani, il quale non aveva altronde preveduto che il subito
innalzamento del fiume permetterebbe di collocare l'artiglieria a fior
d'acqua. Il 22 dicembre allo spuntare del giorno fu risvegliato dal
continuo fuoco di queste batterie a lui ignote, ed alle quali le sue
navi non potevano sottrarsi nella lunghezza di tre miglia. Non avendo
sufficienti truppe da sbarco per attaccarle ed impadronirsene, perdette
il senno, ed in cambio di far tagliare la diga del fiume, per la quale
operazione, spargendosi le acque sul territorio ferrarese, sarebbersi in
modo abbassate nell'alveo del fiume, che la flotta non sarebbe stata
così esposta al fatal fuoco della batteria, egli, credendo la cosa
affatto disperata, fuggì sopra una piccola barca in principio
dell'azione. Quasi tutti gli equipaggi de' vascelli seguirono l'esempio
del loro capo, quando videro una galera bruciata e due altre colate a
fondo. Quasi due mila persone perirono sotto i colpi del nemico, o
furono sommerse; e furono dal cardinale d'Este condotte in trionfo a
Lago Scuro quindici galere, molte piccole navi, e sessanta bandiere. Il
Trevisani avrebbe dovuto pagare colla sua testa tanta imprudenza e tanta
viltà; ma così grande era il numero dei gentiluomini che avevano
prevaricato nell'ultima campagna, che formavano un partito nello stato,
e reciprocamente si difendevano, onde il Trevisani non fu punito che
coll'esilio di tre anni[36].

  [36] _P. Bembi Hist. Ven., l. IX, p. 211, l. X. p. 218 — Fr.
  Guicciardini, l. VIII, p. 462. — Fr. Belcarii, l. XI, p. 331. — Jac.
  Nardi Hist. Flor., l. V, p. 213. — Ariosto Orl. Fur., can. III, st.
  57._

Per tal modo la campagna del 1509 terminava pei Veneziani con una
disfatta quasi egualmente strepitosa quanto quella che avevano avuta in
principio. Ma la distruzione della flotta alla Polisella non ebbe le
funeste conseguenze di quella dell'armata di terra a Vailate. Da niun
canto trovavansi avere addosso nemici in istato di trarne vantaggio. I
Francesi vendevano la loro protezione a Massimiliano, e si facevano
cedere il castello di Valleggio sul Mincio, che solo mancava alla loro
linea di difesa. Spedivano inoltre a Verona soldati e danaro per pagare
la truppa tedesca, a condizione però che occuperebbero le principali
fortezze di quella città; ma nemmeno con tali sussidj i generali
tedeschi erano in grado di tenere la campagna. Bajardo, che coi Francesi
era entrato in Verona, non sapeva trovare pascolo alla sua attività che
combattendo cogli stratagemmi e colle sorprese il suo antagonista Gian
Paolo Manfrone; ed intanto macchiava la sua gloria con frequenti
crudeltà, ricordate con ostentazione dal suo leale servitore, perchè non
venivano esercitate che sopra soldati ignobili, ai quali i gentiluomini
non credevano dovuta niuna compassione[37].

  [37] _Mémoires de Bayard, c. XXXIX e XL, p. 127-148. — Fr.
  Guicciardini, l. VIII, p. 463._

Il duca di Ferrara era ancora meno degli altri a portata di approfittare
dei suoi vantaggi: il papa, che non perdeva veruna occasione di far
sentire che questo duca era feudatario della Chiesa, e che di già
pensava a riconciliarlo coi Veneziani, da loro chiese ed ottenne, che
non spingerebbero più oltre le loro vendette contro Ferrara, e che
restituirebbero ad Alfonso la città di Comacchio presa e bruciata il 4
di settembre. Il duca si riputò felicissimo di potere a tal prezzo
sospendere le ostilità[38].

  [38] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 463._

In principio del seguente anno 1510, i Veneziani perdettero il supremo
comandante delle loro armate, che tanto si confaceva col suo pacato e
cauto carattere alla prudenza del senato, sebbene a motivo della sua
lentezza e diffidenza potesse forse accagionarsi della disfatta di
Vailate. Niccolò Orsini, conte di Pitigliano, sfinito dalle fatiche
sostenute nella difesa di Padova, si era fatto portare a Lonigo, nel
territorio di Vicenza, ove morì di lenta febbre in sul finire di
febbrajo in età di sessantott'anni. La signoria fece trasferire il suo
cadavere a Venezia, e gl'innalzò un magnifico mausoleo con statua
equestre nella Chiesa de' santi Giovanni e Paolo[39].

  [39] _Ivi. — P. Bembi, l. X, p. 216._

Frattanto i Veneziani avevano acconsentito a tutto quanto loro chiedeva
il papa: avevano rinunciato all'appello al concilio generale; promesso
di non frapporre ne' loro stati ostacoli alla giurisdizione
ecclesiastica; rinunciato al diritto di nominare un visdomino in
Ferrara, e per ultimo dato licenza a tutti i sudditi della Chiesa di
navigare e di commerciare liberamente nel mare Adriatico[40]. Avevano
mandata a Roma un'ambasciata composta di sei de' più riputati cittadini
della repubblica, ed il pontefice loro accordò il 24 febbrajo del 1510,
seconda domenica di quaresima, l'assoluzione dalle censure, senza
imporre ai loro ambasciatori altra penitenza che quella di visitare le
sette basiliche di Roma; levò inoltre dal ceremoniale d'assoluzione i
colpi di bacchetta, che il papa ed i cardinali in tempo della recita del
_Miserere_ dovevano dare agli scomunicati, colpi che in alcune fresche
circostanze eransi scambiati in dura flagellazione sulle spalle de'
penitenti spogliati di tutte le loro vesti[41].

  [40] Il trattato di pace presso _Rayn. Ann. Eccl 1510, § 2-6, p. 73.
  — P. Bembi, l. IX, p. 213. — Jac. Nardi, l. V, p. 213._

  [41] Giornale di Paride de' Grassi, maestro delle cerimonie del
  papa, presso il _Rayn. An. Eccl. 1510, § 7-10, p. 74. — Fr.
  Guicciardini, l. VIII, p. 467. — P. Bembi, l. X, p. 218. — P. Giovio
  vita di Alfonso, p. 32._

Gli ambasciatori di Massimiliano e di Lodovico XII eransi caldamente
adoperati per impedire questa riconciliazione de' Veneziani colla
Chiesa; ma Giulio II non si lasciava facilmente svolgere dalle sue
risoluzioni; egli aveva concepito un sommo disprezzo per Massimiliano,
che giudicava incapace di mai eseguire ciò che aveva premeditato; invece
Lodovico XII gli si era renduto estremamente sospetto; il papa non
temeva meno il di lui potere che la di lui debolezza, e condiscendenza a
tutte le volontà del cardinale d'Amboise, ch'egli risguardava sempre
come apparecchiato a contrastargli il pontificato. Perciò Giulio II si
adoperava caldamente per distruggere la grande autorità che Lodovico XII
erasi nell'ultima guerra acquistata in Italia: e cercava nello stesso
tempo di fargli muovere guerra dall'Inghilterra, di disgustarlo cogli
Svizzeri e di staccarlo dal duca di Ferrara.

Enrico VII, re d'Inghilterra, era morto il 21 aprile del 1509; e
sebbene, morendo, avesse caldamente raccomandato a suo figliuolo, Enrico
VIII, di tenersi in pace colla Francia, questi, potendo disporre di un
ragguardevole tesoro, e vedendo ricercarsi avidamente la sua alleanza da
tutte le potenze d'Europa, era montato in tanto orgoglio, che credeva di
avere in suo potere la bilancia del continente. Nelle feste di Pasqua
del 1510, Giulio II gli mandò la rosa d'oro, regalo in allora spedito
ogni anno dalla santa sede a quel sovrano di cui maggiormente apprezzava
la protezione[42]. Non pertanto, nell'istante medesimo in cui Giulio II
gli faceva queste aperture per ridurlo ad attaccare la Francia, Enrico
VIII soscriveva in Londra il 23 marzo del 1510 un nuovo trattato di pace
con Lodovico XII, non riservandosi che il diritto di potere difendere la
Chiesa quando fosse dal re di Francia attaccata[43].

  [42] _Rymer Foedera et Conventiones, t. XIII, p. 275._

  [43] _Ivi, p. 270. — P. Bembi, l. X, p. 221._

Miglior fine ebbero le pratiche di Giulio II cogli Svizzeri. Orgogliosi
costoro per tutte le vittorie ottenute in Italia da Carlo VIII e da
Lodovico XII, volevano che tutta la gloria ne fosse data alla loro
fanteria; si persuadevano che le armate francesi non potessero
combattere senza di loro, e pretendevano un prezzo assai maggiore alla
loro alleanza. Perciò ricusavano di rinnovare il trattato, omai giunto
al suo termine, quando la Francia non acconsentisse di accrescere di
sessanta mila franchi l'annua pensione che loro pagava, oltre molti
altri particolari stipendj agli uomini più autorevoli di ogni cantone.
Lodovico XII, irritato da tale inchiesta, dichiarò che in verun modo non
assoggetterebbe la corona di Francia all'insolenza di un'aggregazione di
contadini e di montanari. Fece una parziale convenzione coi Valesani e
coi Grigioni, e pensò di non aver bisogno de' soccorsi de' cantoni.
Dall'altro canto Giulio II si era guadagnato Matteo Schiner, che nel
1500 era stato promosso al vescovado di Sion, e che sempre erasi fatto
conoscere accanito nemico de' Francesi. Colla di lui interposizione
trattò colla confederazione: promise ad ogni cantone una pensione di
mille fiorini del Reno; li persuase ad accettare la protezione degli
stati della chiesa, facendosi accordare il privilegio di levare nella
Svizzera, e per conto della santa sede, tutti i soldati di cui potesse
avere bisogno[44].

  [44] _Fr. Guicciardini l. IX, p. 469. — Josias Symler descriptio
  Vallesiae et Alpium, l. II, p. 159. — Jac. Nardi, l. V, p. 215. —
  Fr. Belcarii, l. XI, p. 335._

Giulio II erasi lusingato di essersi obbligato senza limiti il duca di
Ferrara, facendogli restituire la città di Comacchio, e non lasciando
che i Veneziani lo attaccassero durante l'inverno. Era questi il solo
feudatario della Chiesa cui avesse mostrato de' riguardi, e perciò se ne
riprometteva un'illimitata ubbidienza: ma estrema fu la di lui collera,
quando vide il duca di Ferrara stringere sempreppiù i legami che aveva
colla Francia, e rendere la sua politica subbordinata a quella di
Lodovico XII. Siccome il papa era tuttavia in pace con questo monarca, e
non si dipartiva dal trattato di Cambray, non poteva ascrivere a delitto
ad Alfonso un'alleanza, che a niente l'obbligava che contrario fosse ai
suoi doveri verso la santa sede. Andò perciò in traccia di altri torti:
gli fece proibire di far sale a Comacchio in pregiudizio delle saline
pontificie stabilite a Cervia. Rispose Alfonso, che quando i Veneziani
possedevano Cervia, lo avevano per forza obbligato ad una convenzione,
che gli vietava di raccogliere il sale che la natura formava sul di lui
territorio; ma che non era stretto dalla stessa obbligazione verso la
Chiesa, e che Comacchio, ove raccoglieva il sale, non era altrimenti un
feudo della santa sede, ma dell'impero. Voleva Giulio II annullare
nuovamente il contratto dotale fatto da Alessandro VI pel matrimonio di
sua figlia; chiedeva che l'annuo censo pagato da Ferrara fosse portato
dai cento fiorini ai quattro mila, e che i varj castelli di Romagna,
recati da Lucrezia Borgia in dote ad Alfonso, fossero renduti alla
Chiesa. Rispondeva il duca che il suo trattato con Alessandro VI era
della stessa natura di tutti quelli che stipulava la Chiesa; ch'era
stato sanzionato colle medesime autorità, e che, non avendolo egli
violato, non era giusto che l'altra parte contraente si sciogliesse
dalle sue obbligazioni[45].

  [45] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 470. — Raynaldi, Ann. Eccl. 1510,
  § 13, p. 75._

Lodovico XII prendeva le difese del duca di Ferrara, in virtù del
trattato con cui erasi obbligato a proteggerlo pel prezzo di trenta mila
ducati. Ma questo stesso trattato era un nuovo delitto agli occhi del
papa, perchè contrario alla lega di Cambray ed alla posteriore
convenzione di Abbiate Grasso. Lodovico XII, che temeva di romperla
affatto coll'impetuoso pontefice, cercava invano espedienti per
conservare la sua influenza sul ducato di Ferrara, risguardato come
importantissimo alla sicurezza del Milanese, e per soddisfare Giulio II
riconciliandolo con Alfonso[46].

  [46] _Fr. Guicciardini, l. IX, p, 472. — Fr. Belcarii, l. XI, p.
  338._

Non avendo avuto effetto queste negoziazioni, Lodovico XII giudicò
conveniente di stringere più intimamente la sua alleanza con
Massimiliano, e di ricominciare la guerra contro Venezia con forze
abbastanza considerabili da intimidire il papa, e troncare tutte le di
lui pratiche. Chaumont entrò nel Polesine di Rovigo con mille
cinquecento lance, e dieci mila fanti di diverse nazioni. A questi
aggiunse Alfonso dugento uomini d'armi, cinquecento cavaleggieri, e due
mila fanti; dal canto suo il principe d'Anhalt trasse fuori da Verona
l'armata imperiale, composta di trecento lance francesi, di dugento
uomini d'armi, e di tre mila fanti tedeschi; e dopo essersi unito a
Chaumont tutta l'armata si avanzò alla volta di Vicenza[47].

  [47] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 471. — P. Bembi Hist. Ven., l. X,
  p. 228._

Per fare testa a quest'invasione, i Veneziani erano impazienti di dare
un successore al conte di Pitigliano. I diversi condottieri che si erano
separatamente obbligati al loro servigio, non erano subbordinati gli uni
agli altri, e tale era la vicendevole gelosia, che, dando la preferenza
ad alcuno di loro, il senato temeva di dare motivo a tutti gli altri di
ritirarsi. D'uopo era, per soddisfare al loro amor proprio, che il
generalissimo fosse principe sovrano. Questa difficoltà consigliò la
signoria a dare il comando delle sue truppe a Francesco Gonzaga, duca di
Mantova, ch'ella teneva allora in prigione. Il doge lo fece venire in
palazzo e gli comunicò quest'inaspettata disposizione, che fu ricevuta
colla più alta riconoscenza. Il doge si limitò soltanto a chiedergli un
pegno della sua più che dubbiosa fedeltà; Gonzaga offrì tosto in
ostaggio suo figlio Federico, e scrisse subito alla consorte di
consegnarlo ai Veneziani. Ma la Marchesana ed il suo consiglio erano
affatto devoti alla Francia, e, non volendo esporsi al risentimento de'
Francesi e de' Tedeschi, che da ogni banda circondavano lo stato di
Mantova, ricusarono di consegnare il figlio, e Francesco Gonzaga restò
prigioniere[48].

  [48] _P. Bembi Ist. Ven., l. X, p. 223._

In allora i Veneziani cercarono un generale tra i feudatarj della
Chiesa, a ciò il papa acconsentendo. Avevano essi assoldati due Vitelli
di città di Castello, nipoti di quel Vitellozzo, che Cesare Borgia aveva
fatto perire: a Lorenzo Orsini, signore di Ceri, che ottenne poi tanta
celebrità sotto il nome di Lorenzo di Ceri, avevano dato il comando di
tutta la loro infanteria; ed all'ultimo risolsero di dare il bastone di
generalissimo a Gian Paolo Baglioni di Perugia, che, per le sue aderenze
colla repubblica fiorentina, aveva dato luogo a molti dubbj intorno alla
sua fedeltà, e che non pertanto si mostrò degno della confidenza in lui
dal senato riposta[49]. L'armata, che la repubblica gli affidava, era in
allora composta di seicento uomini d'armi, di quattro mila cavaleggieri
e Stradioti, e di otto mila fanti; e non trovandosi abbastanza forte per
resistere all'armata combinata de' Francesi e degl'imperiali, si andò
sempre ritirando, abbandonando il Vicentino ai nemici fino alla
Brentella, ove si afforzò. Era in tal luogo coperta da tre fiumi, dalla
Brenta, dalla Brentella e dal Bacchiglione, mentre che faceva custodire
Treviso e Mestre da sufficienti guarnigioni[50].

  [49] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 469. — P. Bembi, l. X, p. 227._

  [50] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 473. — Fr. Belcarii, l. XII, p.
  339._

Gli sventurati Vicentini trovavansi esposti a tutta la ferocia de' loro
nemici. I Veneziani non avevano creduta la loro città in istato di
tenere lungamente, ove fosse assediata, e non vollero esporsi a perdere
la guarnigione che avrebbe dovuto difenderla. I Vicentini spedirono una
deputazione al principe d'Anhalt, generale di Massimiliano, per
impetrare grazia. Ma il principe, che stava in Vicenza quando si era
sollevata la città, rispose che i Vicentini erano colpevoli di
ribellione contro il loro legittimo sovrano l'imperatore; che altro
partito loro non restava che quello di porre a sua discrezione i loro
beni, l'onore e la vita, senza lusingarsi ch'egli chiedesse così
assoluta sommissione soltanto per dare maggiore risalto alla sua
magnanimità, loro perdonando; che anzi dichiarava di volerli a sua
discrezione, perchè Vicenza fosse al mondo miserando esempio del castigo
che merita la ribellione[51].

  [51] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 474. — Fr. Belcarii, l. XII, p.
  339._

I deputati Vicentini non riportarono ai loro compatriotti che questa
desolante risposta; ma l'insolente barbarie dei Tedeschi contribuì ad
ingannare la loro cupidigia. Fin dal principio della guerra i Vicentini
avevano dovuto affaticarsi sempre nel salvare le loro ricchezze dal
saccheggio. Non essendo la città loro lontana più di diciotto miglia da
Padova, aveva colà poste in sicuro le loro donne, i figli, ed i migliori
effetti. Il corso del Bacchiglione aveva facilitato il trasporto delle
cose loro: onde quando si avvicinarono i Tedeschi, gli uomini seco
trasportarono anche gli oggetti di minore importanza che tuttavia
restavano in Vicenza; e questa città, abbandonata dal principe d'Anhalt
al saccheggio, non satollò in verun modo la cupidigia dei suoi
soldati[52].

  [52] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 477._ — Sembra che in allora,
  dietro i consigli di Chaumont, siasi accontentato di una
  contribuzione di 50,000 ducati per salvare le case. _P. Bembi, l. X,
  p. 225. — Gio. Cambi, p. 238._

Parte de' Vicentini e degli abitanti delle vicine campagne avevano
scelto un altro luogo di rifugio. Ne' monti, alle di cui falde è posta
Vicenza, trovasi un vasto sotterraneo, chiamato la grotta di Masano o di
Longara, scavata dalla mano degli uomini per levarne le pietre che
servirono a fabbricare Vicenza e Padova. Assicurasi che si stende a
molta profondità, formando un labirinto, i di cui scompartimenti non
comunicano gli uni cogli altri che per mezzo di angusti passaggi, e che
talvolta sono pure occupati dalle acque.

Non avendo questo sotterraneo che un angusto ingresso, può facilmente
essere difeso, e nella precedente campagna aveva servito di rifugio agli
abitanti del vicinato. Vi si erano ritirati coi loro effetti sei mila
sventurati; le donne ed i fanciulli occupavano il fondo della grotta,
gli uomini ne custodivano l'ingresso. Un capitano di avventurieri
francese, chiamato l'Herisson, scoprì questo ritiro, ed invano cercò di
penetrarvi colla sua truppa; vietandoglielo l'oscurità e gli andirivieni
del luogo; ma risolse di soffocarvi tutti coloro che vi si trovavano, e
perciò riempì di fascine la parte che aveva occupata, e vi appiccò il
fuoco. Alcuni gentiluomini Vicentini, che trovavansi tra i rifugiati,
supplicarono allora i Francesi, che fosse loro permesso di redimere con
una taglia sè stessi, le loro mogli e figli, e tutti coloro che
appartenevano a nobil sangue. Ma i contadini, loro compagni
d'infortunio, gridarono che tutti dovevano assieme perire o salvarsi.
Frattanto tutta la caverna ardeva, e la sua bocca rassomigliava quella
di una fornace. Gli avventurieri aspettarono che il fuoco avesse
terminati i suoi guasti, prima di visitare il sotterraneo e di estrarne
la preda acquistata con tanta crudeltà. Tutti i miseri rifugiati erano
periti soffocati, ad eccezione di un giovinetto, che, trovandosi vicino
ad uno spiraglio, riceveva un poco d'aria. Verun corpo era stato
danneggiato dal fuoco, ma la sola loro attitudine faceva conoscere le
angosce che sofferte avevano prima di morire. Molte donne gravide
avevano partorito fra que' tormenti, ed i loro figliuoli erano morti
colle madri. Quando gli avventurieri portarono la loro preda al campo, e
raccontarono come l'avevano conquistata, eccitarono l'universale
indignazione: il cavaliere Bajardo recossi alla caverna col carnefice
dell'armata, e fece appiccare in sua presenza, in mezzo a questa scena
d'orrore, due di que' miserabili che avevano acceso il fuoco. Ma nè pure
questo castigo potè presso gl'Italiani cancellare la memoria di tanta
inumanità[53].

  [53] _Mémoires du chev. Bayard, c. XL, p. 152. — Mém. de Fleuranges,
  t. XVI, p. 55. — Fr. Guicciardini, l. IX, p. 477. — P. Bembi, l. X,
  p. 225. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 340. — Gio. Cambi, Ist. Fior., p.
  239._

Altronde la negligenza di Massimiliano nel mandare il soldo alle sue
truppe esponeva le città, in cui queste soggiornavano, alle più crudeli
vessazioni: la sola Verona, dice il Fleuranges, ch'era presente, fu
saccheggiata tre volte in una settimana dai Landsknecht, che non avevano
nè viveri, nè denaro[54]. Massimiliano sempre loro annunciava
l'imminente suo arrivo, ma omai cominciavasi a non prestar fede alle sue
parole, o alle sue promesse, ed i soldati Tedeschi, impazienti di
aspettare inutilmente, partivano senza congedo.

  [54] _Mémoires de Fleuranges, t. XVI, p. 63._

Il Chaumont, gran maestro di Francia e governatore di Milano, era oramai
stanco di continuar solo una guerra, i di cui frutti non erano raccolti
dal suo padrone. Prima per altro di ritirarsi, trovò conveniente di
porre in sicuro le precedenti sue conquiste, impadronendosi della città
e del porto di Legnago, che, posto in su le due rive dell'Adige, dava ai
Veneziani grandissima facilità di portare la guerra su quello de' vicini
stati che meglio amassero di attaccare.

La guarnigione di Porto Legnago aveva avuta la precauzione d'inondare
tutto all'intorno il paese posto sulla sinistra dell'Adige; ma il
capitano Molard, entrando co' suoi avventurieri, che formavano la
vanguardia di Chaumont, nell'acqua fino al petto, sloggiò la fanteria
italiana, la pose in fuga, e la inseguì con tanta rapidità, ch'entrò
insieme alla medesima in Porto Legnago. Tentarono i fuggiaschi di
attraversare l'Adige, ma vi si annegarono quasi tutti. La guarnigione
della città, posta sulla destra del fiume, non tenne miglior contegno.
Carlo Marino, provveditore veneziano, fu il primo ad abbandonare
vilmente il suo posto, per salvarsi nella cittadella, ch'egli rese
bentosto per capitolazione, restando così prigioniere de' Francesi con
tutti i gentiluomini veneziani, mentre i soldati furono rimandati
senz'armi[55].

  [55] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 479. — P. Bembi, l. X, p. 226. —
  Fr. Belcarii, l. XII, p. 340. — Jac. Nardi, l. V, p. 214. — P.
  Giovio vita di Alfonso, p. 35. — Mémoires du cheval. Bayard, c. XL,
  p. 149._

Il piacere che poteva dare a Chaumont la conquista di Legnago, venne
amareggiato dalla notizia, che colà ricevette della morte di suo zio, il
cardinale d'Amboise, al di cui favore andava egli debitore della sua
rapida fortuna. Giorgio d'Amboise, che aveva esercitato il più assoluto
impero sul suo padrone, e che, dopo la coronazione di Lodovico XII,
aveva solo diretta la politica francese, era morto a Lione il 25 di
maggio del 1510. Sebbene i suoi talenti non si sollevassero oltre la
mediocrità, la di lui perdita fu universalmente compianta: egli, se non
altro, intendeva gli affari, e conosceva le potenze con cui la Francia
doveva trattare, ed i varj loro interessi; invece Lodovico XII, il
quale, dopo la morte del suo favorito, pretese di governare da sè solo,
non aveva nè conoscenza degli uomini e delle cose, nè memoria, nè
applicazione. Diventato geloso della propria autorità, più non permise
che i ministri operassero in di lui nome, senza consultarlo; e non
osando questi ricordargli ciò che poteva riuscirgli spiacevole, la
negligenza e la dimenticanza facevano andare a male i migliori progetti.
Florimondo Robertet che successe al cardinale nella direzione delle
finanze e degli affari esteri, non dissimulò egli stesso a Niccolò
Macchiavelli, che in allora trovavasi legato della repubblica fiorentina
in Francia, il danno grandissimo che la morte del suo predecessore
cagionerebbe agli affari[56].

  [56] _Macchiavelli Legaz. alla corte di Francia, lettera 16 da Blois
  del 2 settembre 1510, t. VII, p. 380. — Mém. de Bayard c. XL, p.
  151._

Al cardinale d'Amboise devono ascriversi quel buon ordine nelle finanze
e que' riguardi pei popoli nella percezione delle imposte, che
rendettero cara la memoria di Lodovico XII, malgrado la debolezza del
suo spirito, e le sciagure del suo regno. Ma questo ministro economo e
ordinato non era altrimenti disinteressato. Lasciò un'eredità di undici
milioni di lire, equivalenti a cinquantacinque milioni della moneta
presente, acquistati in dodici anni d'un'amministrazione di cui non
rendeva verun conto. Col suo testamento dispose per trecento mila scudi
in legati; Giulio II pretese che tali somme derivassero dai beni della
Chiesa, de' quali il cardinale d'Amboise non aveva diritto di disporre,
e li riclamò per la camera apostolica. Questa bizzarra inchiesta non
fece che accrescere la malintelligenza tra la Chiesa e la Francia[57].

  [57] _Hist. de la Diplomatie française, t. I, l. II, p. 293. — Fr.
  Guicciardini, l. IX, p. 479. — P. Bembi Ist. Ven., l. X, p. 226._

Stando ancora a Legnago il Chaumont ricevette l'ordine di licenziare la
fanteria de' Grigioni e del Valese che teneva sotto i suoi ordini; di
lasciare cento lance e mille fanti nella terra di nuovo conquistata, e
di ricondurre il rimanente dell'armata nello stato di Milano: per altro
pochi giorni dopo ebbe un contr'ordine ottenuto dalle pressanti istanze
di Massimiliano. Il re gli ordinava di continuare ad assecondare i
Tedeschi per tutto il mese di giugno, ed infatti in sul declinare di
questo mese prese Cittadella, Marostica e Bassano, indi Scala e
Covolo[58]. Ma Lodovico XII era ad ogni modo determinato di non voler
tenere in campagna un'armata tanto ragguardevole senza proprio
vantaggio, e sperava, minacciando ogni giorno di richiamare il Chaumont,
di ridurre all'ultimo Massimiliano a cedergli Verona e la sua provincia.
Per lo contrario l'imperatore credevasi sempre vicino all'esecuzione de'
suoi progetti, e mai non rinunciava alle sue speranze, sebbene fosse
sempre incapace di ridurle ad effetto. Chiese un secondo dilazionamento
di un mese, promise che nel termine di un anno rimborserebbe i cinquanta
mila ducati, che in questo mese costerebbe al re l'armata di Chaumont;
che inoltre rimborserebbe altri cinquantamila ducati, di cui era
precedentemente debitore, e che, non facendolo, lascerebbe Verona e
tutto il suo territorio per pegno nelle mani del re di Francia[59].

  [58] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 479. — P. Bembi, l. X, p. 229._

  [59] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 480. — Jac. Nardi, l. V, p. 214. —
  Jo. Marianae de reb. Hisp., l. XXIX, c. XXIII, p. 294._

Massimiliano aveva trattato con Ferdinando il Cattolico per avere la sua
cooperazione in questa campagna, nella quale riponeva le sue vaste
speranze; gli aveva a tale oggetto abbandonata senza riserva
l'amministrazione della Castiglia, eredità del comune loro nipote, ed il
cardinale d'Amboise era stato il mediatore di questo trattato così poco
conforme agl'interessi della Francia. Per ottenere che Massimiliano
desistesse dalla tutela di Carlo, Ferdinando aveva promesso tutto quanto
gli si era chiesto, con ferma intenzione di fare in appresso nascere
ostacoli all'esecuzione delle promesse. Erasi riservata l'alternativa di
spedire all'armata imperiale nel Veronese o truppe o danaro; e perchè
Massimiliano, sempre mancante di danaro, desiderò piuttosto danaro che
gente, appunto per tale ragione Ferdinando mandò i soccorsi in natura.
Il duca di Termini si pose in viaggio con quattrocento lance spagnuole
per raggiugnere l'armata; ma si avanzò così lentamente, che non arrivò
al quartier generale prima della fine di giugno[60].

  [60] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 480. — P. Bembi, l. X, p. 229. —
  Jo. Marianae de reb. Hisp., l. XXIX, c. XXIII, p, 294. — Fr.
  Belcarii, l. XI, p. 337. — Mém. de Bayard, t. XV, c. XL, p. 151._

L'armata combinata cominciò poi a mancare di vittovaglie, perchè si era
condotta con tanta barbarie ed indisciplina in queste due campagne, che
aveva assolutamente spogliato d'ogni cosa questo paese de' più ricchi e
fertili del mondo; oltre di che aveva provocato contro di sè il più
implacabile odio de' contadini, e reso più tenace il loro attaccamento
per la repubblica. Erano questi affezionati con tanto entusiasmo al
governo della loro patria, che nè le minacce, nè le promesse, nè
l'aspetto del patibolo stesso potevano ridurli ad abiurare san Marco, ed
a gridare _viva l'imperatore!_ Il vescovo di Trento ne fece appiccare
molti in Verona, onde punire così nobile costanza[61]. L'assistenza de'
contadini rendeva facili e sicure le spedizioni degli Stradioti. Essi
intercettavano i convogli ed i carrettieri, e sorprendevano i corpi
staccati: in una di queste occasioni cadde nelle loro mani Soncino
Benzone di Crema, e, sebbene questo capo di parte si trovasse in allora
ai servigi del re di Francia, Andrea Gritti lo fece immediatamente
appiccare, perchè, essendo gentiluomo veneziano ed incaricato di un
comando in Crema, sua patria, aveva data per tradimento questa città ai
Francesi[62].

  [61] _Macchiavelli Legazione a Mantova lettera 6, da Verona 26
  novembre 1509, t. VII, p. 304._

  [62] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 481._

Il castello di Monselice era uno dei principali asili degli Stradioti
per le scorrerie loro alle spalle dell'armata nemica: desso è posto
sopra una delle più elevate cime de' monti Euganei, che s'innalzano essi
medesimi in mezzo ad un piano formato e livellato dalle acque, tra
Vicenza, Padova, Rovigo e Legnago: era circondato quel castello da tre
ricinti, il più basso de' quali richiedeva per lo meno due mila uomini
per difenderlo, ed i Veneziani non ne tenevano in Monselice che sette
cento sotto gli ordini di Martino di Borgo san Sepolcro. Non pertanto
questi sortirono con estrema audacia per attaccare un corpo di
landsknecht. Ma oppressi dal numero, vivamente inseguiti, essi
soggiacquero alla fatica; vennero forzati nel primo ricinto, ed
inseguiti con tanta rapidità che non ebbero tempo di chiudersi nel
secondo; non valsero a difendersi nel terzo, sebbene le mura si
andassero ristringendo, come richiede la forma della montagna a guisa di
pane di zucchero: e la stessa torre, posta in sulla sommità del colle,
non valse a salvarli. Invano offrirono d'arrendersi; salva soltanto la
vita; i Tedeschi non vollero dar quartiere; appiccarono il fuoco alle
legne ammucchiate nel fondo della torre, e ricevettero sulla punta delle
picche quegli sciagurati che tentavano di fuggire per le feritoje. Con
eguale furore i Tedeschi distrussero tutte le case di quella grossa
borgata, una delle più ridenti dell'Italia[63].

  [63] _Mém. du chev, Bayard, c. XL, p. 157. — Fr. Guicciardini, l.
  IX. p. 481. — P. Bembi, l. X, p, 230. — Fr. Belcarii, l. XII, p.
  342. — P. Giovio vita d'Alfonso d'Este, p. 36._

Malgrado le tante volte ripetute promesse, Massimiliano non giugneva mai
all'armata. Dopo la perdita fatta nel precedente anno sotto Padova, più
non lusingavasi di avere quella piazza, ma faceva istanza a Chaumont
d'attaccare Treviso, che credeva di poter occupare con maggior facilità.
Gli rispondeva il Chaumont: che quella città era egualmente difesa da
una forte armata; ch'egli non vedeva ingrossarsi la sua colle promesse
truppe tedesche, e senza le quali nulla poteva intraprendere; ch'era
stato di già forzato a staccare il duca Alfonso d'Este e Chatillon, per
difendere lo stato di Ferrara pel quale cominciava ad essere inquieto;
che tutta la campagna all'intorno di Treviso era guastata, onde l'armata
non vi troverebbe vittovaglie, e difficilmente vi farebbe giugnere i
convogli, perchè gli Stradioti battevano la campagna, ed erano secondati
con zelo da tutti i contadini. Ma mentre ancora duravano queste dispute
tra Chaumont e Massimiliano, il primo ebbe dal suo signore espresso
ordine di lasciare all'armata imperiale Preci con quattrocento lance e
mille cinquecento fanti spagnuoli, che teneva al suo soldo, e di
ricondurre con sollecitudine il resto dell'armata nel ducato di Milano,
dove lo rendevano necessaria inaspettati pericoli[64].

  [64] _Fr. Guicciardini l. IX, p. 482. — P. Bembi Ist. Ven., l. X, p.
  231. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 342._



CAPITOLO CVII.

      _Giulio II fa attaccare i Francesi a Genova, a Ferrara e nel
      Milanese. — Dirige l'assedio della Mirandola, ed entra in questa
      città per la breccia; è costretto a fuggire da Bologna; e la sua
      armata viene dispersa a Casalecchio._

1510 = 1511.


La maggior parte de' papi ottiene il pontificato in un'età, che
d'ordinario ammorza le passioni, spegne un'ambizione di cui non rimane
il tempo di raccogliere i frutti, e che fa desiderare un riposo, renduto
quasi necessario dall'indebolimento degli organi. Inoltre l'educazione
avuta dagli ecclesiastici d'ordinario non è tale da sviluppare una
grande energia; e la religione, che forma la parte principale de' loro
studj, deve loro inspirare moderazione e tolleranza, piuttosto che
violenza o determinazione di tutto assoggettare alla loro volontà. Non
pertanto molti papi, da Gregorio VI fino a Sisto V, manifestarono nel
loro carattere un'ostinazione invincibile, un irritamento contro tutto
ciò che non cedeva alla loro volontà, uno sdegno contro coloro che gli
avevano offesi, sconvenienti alla loro età, alla loro educazione, al
loro ministero. E spesso quest'inflessibile carattere non si manifestò
in loro, che quand'ebbero ricevuta la tiara, e di uomini dolci e
modesti, quali erano stati fin allora creduti, diventarono dopo il loro
innalzamento implacabili vendicatori delle più leggieri offese, e
crudeli persecutori degli antichi loro amici.

Questo cambiamento del loro carattere sarebbe forse una conseguenza
della persuasione dell'infallibilità delle loro decisioni, comune ai
papi ed a tutti i loro fedeli[65]? Tale credenza viene in ajuto di
un'inclinazione di già anche troppo naturale all'uomo. Chiunque può
riconoscere la superiorità d'un altro sopra di sè medesimo per conto
delle facoltà dello spirito; ma siccome altra misura egli non ha del
giudizio che il suo proprio giudizio, non accade mai, a suo credere, che
un altro abbia il giudizio più retto di lui. Dietro il suo proprio
istinto, pargli sempre di potere rettificare il giudizio degli altri; e
sotto qualsiasi modesto nome ch'egli indichi in sè medesimo questa
facoltà, sotto quello di senso comune o di buon senso, è sempre al suo
tribunale che assoggetta tutte le umane opinioni.

  [65] Anche le persone più attaccate al curialismo di Roma non
  accordano l'infallibilità al papa che nelle cose risguardanti il
  domma. _N. d. T._

Ammesso il principio che la consacrazione di un papa apporti seco tutti
i doni dello Spirito Santo, viene in certo modo a santificarsi in chi la
riceve quest'interno ed universale pregiudizio. Il presentimento, che
fin allora non era stato da lui risguardato che come un felice istinto,
sebbene creduto infallibile, è per lui diventato il linguaggio stesso
della divinità. Il proprio raziocinio, cambiasi a' suoi occhi in
evidenza, le sue decisioni più non vanno soggette a dubbj o ad
incertezza, e coloro che ardiscono opporsi alle volontà ch'egli esprime
di conformità a questa eterna sapienza da cui credesi inspirato, gli
sembrano ribelli, che disprezzano ad un tempo tutte le autorità divine
ed umane.

Oramai il carattere di Giulio II era dominato da questo stesso
irritamento contro tutti coloro che prontamente non accorrevano ad
assecondare i suoi disegni. Tutto ciò ch'egli aveva una volta
determinato, parevagli talmente conforme ai dettami dell'eterna
giustizia, ch'era sempre apparecchiato a punire come nemici del cielo
coloro che frapponevano qualche ostacolo all'esecuzione de' suoi
progetti. Le sue impetuose volontà eccedevano quasi sempre i confini che
avrebbero dovuto contenere l'uomo di Dio; ma egli poteva sempre rendere
testimonianza a sè medesimo, che le sue risoluzioni non erano figlie di
personali interessi, e che, formandole, non aveva ascoltata che una
certa elevazione, una certa grandezza d'animo ed ancora un certo dettame
di giustizia a lui naturale. Ne' primi tempi del suo regno aveva cercato
di ricuperare alla Chiesa il suo patrimonio scandalosamente dilapidato
dai suoi predecessori. Aveva conseguito cotale intento coi piccoli
feudatarj; ma i soli Veneziani avevano fatto argine ai suoi progetti, ed
avevano eccitato il suo risentimento. Allora aveva creduto che la gloria
della stessa Chiesa richiedesse di castigarli, e gli aveva infatti
severamente castigati; ma dopo averli ridotti ad un'umile penitenza,
voleva che gli altri imitassero il di lui esempio e gli perdonassero:
voleva che i disastri dell'Italia terminassero ad un suo cenno, come
avevano ad un suo cenno cominciato. Lo irritavano le personali viste, la
cupidigia, la crudeltà de' suoi antichi alleati; e dopo di avere
adoperato il braccio dei Barbari per castigare gl'Italiani, credevasi
dalla propria conscienza e dal patriottismo italiano obbligato a
scacciare questi stessi Barbari dall'Italia.

Ferdinando il Cattolico, che per interesse seguiva quella stessa
politica che Giulio aveva adottata in conseguenza dei suoi principj, non
dissentiva da lui; e Massimiliano, che per propria colpa aveva perdute
le conquiste che le vittorie dei Francesi avevano poste in di lui
potere, non eccitava che il suo disprezzo. Giulio altamente accusava la
di lui incapacità e la di lui instabilità, e lo contava tra i suoi
nemici senza temerlo. Di affatto diversa natura era il sentimento del
papa verso Lodovico XII, l'odiava e lo temeva, sebbene non lo stimasse.
Conosceva il debole carattere e la poca abilità di questo monarca; ma
d'altra parte non ignorava quale fosse l'irresistibile valore delle
armate francesi, il cieco attaccamento al loro governo, la virtù de'
loro ufficiali, e l'attività con cui giugnevano al loro scopo qualunque
volta i falli de' loro re non cagionavano la loro ruina. Sapeva che
Lodovico XII aveva saputo farsi amare in Francia dal suo popolo, onde
poteva disporre a posta sua di tutte le forze di così vasta monarchia;
ch'era padrone di Milano e di Genova, e che la metà del rimanente
dell'Italia cercava la sua alleanza. Conosceva dunque che per vincerlo
aveva bisogno di riunire contro di lui le forze di quasi tutta l'Europa,
e non osò attaccarlo che con una dissimulazione, che non pareva
conveniente al suo focoso carattere.

Lodovico XII, sinceramente pio, rispettava la santa sede; inoltre era
dominato dagli scrupoli di Anna, sua consorte, onde risguardava una
rottura col papa come un grande disastro. Cercava però tutti i mezzi di
soddisfare Giulio II rispetto agli affari di Ferrara, ch'egli credeva
essere il solo oggetto di controversia tra di loro. Ma in questo stesso
tempo il papa stava contro di lui preparando un triplice attacco a
Ferrara, a Genova e sui laghi di Lombardia, e negoziava per unire al suo
partito Ferdinando d'Arragona ed Enrico VIII d'Inghilterra. Siccome ben
tosto conobbe l'impossibilità di nascondere tutte queste pratiche, fece
se non altro in modo che quelle che potrebbero essere scoperte dai suoi
avversarj, si attribuissero al progetto ch'egli dissimulava meno degli
altri, dell'attacco di Ferrara.

Lodovico XII aveva fatte a Giulio II alcune proposizioni relativamente
alla protezione da lui accordata al duca di Ferrara, le quali avrebbero
dovuto piacere al pontefice, se questi non avesse portate le sue mire
molto al di là degli antichi feudi della Chiesa. Vero è che il re di
Francia aveva scelto per quest'affare un cattivo negoziatore, cioè
Alberto Pio, conte di Carpi, il quale, avendo egli stesso motivo di
temere il duca di Ferrara per la conservazione del suo piccolo feudo, fu
accusato di avere pregiudicato presso la corte pontificia quello che
aveva ordine di proteggere[66]. Non erano per anco rotte le
negoziazioni, quando il 9 agosto del 1510 Giulio II fulminò una bolla
contro Alfonso d'Este. Lo chiamava figlio d'iniquità ed allievo di
perdizione; gli rimproverava la sua ingratitudine verso la santa Chiesa,
la sua disubbidienza, le imposte estorte al popolo, le immunità
ecclesiastiche violate, il sale che faceva in Comacchio a pregiudizio
delle saline di Cervia, e in ultimo l'ambita protezione del re di
Francia. A motivo di tanti delitti lo dichiarava decaduto da tutti gli
onori, da tutte le dignità, da tutti i feudi dipendenti dalla santa
sede, scioglieva i suoi sudditi dal giuramento di fedeltà, i suoi
soldati dall'ubbidienza; inoltre loro ingiungeva di prendere le armi
contro di lui per darlo in mano alla giustizia di Dio, lo scomunicava,
ed assoggettava alla stessa sentenza tutti i preti che avrebbero con lui
comunicazione[67].

  [66] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 483. — Fr. Belcarii, l. XII, p.
  342._

  [67] _Ann. Eccl. 1510, § 15, p. 76. — P. Bembi Hist. Ven., l. X, p.
  233. — Jo. Marianae de reb. Hispan., l. XXIX, c. XXIII, p. 294. — P.
  Giovio vita di Alfonso d'Este, p. 41. — Fr. Belcarii, l. XII, p.
  343._

Un mese prima di questa ostile denuncia Giulio II aveva stretta intima
alleanza con Ferdinando il Cattolico: gli aveva il 7 di luglio accordata
l'investitura del regno di Napoli, che fin allora non aveva voluto
dargli, fissandone l'annuo tributo su quello che erano soliti pagare i
re arragonesi; aveva dichiarato che annullava la clausola del trattato
di Blois, in forza della quale la riversione dell'Abruzzo e della
Campania veniva accordata alla corona di Francia, qualora Germana di
Foix, moglie di Ferdinando, morisse senza prole: in ricompensa delle
quali concessioni aveva obbligato il re d'Arragona a promettergli per
difendere la Chiesa trecento uomini d'armi, che desso re farebbe
marciare ad ogni richiesta del papa. Lusingavasi Giulio II che queste
truppe ausiliarie farebbero l'effetto di strascinare la Spagna in una
guerra colla Francia, e si compiaceva dell'animosità che risvegliava
annullando di propria autorità il trattato di Blois: imperciocchè
Lodovico XII non dava colpa di quest'atto arbitrario al solo papa, ma
accusava pure Ferdinando d'averlo impetrato, incaricando i suoi
ambasciatori di farne espressa doglianza alle Cortes d'Arragona[68].

  [68] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 484. — Rayn. Ann. Eccl. 1510, §
  25, p. 80. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 343. — Jo. Marianae Hist.
  Hisp., l. XXIX, c. 24, p. 295. — Jac. Nardi, l. V, p. 214. — P.
  Giovio vita d'Alfonso, p. 50._

Tutti gli andamenti del papa davano apertamente a conoscere la di lui
animosità contro la Francia; di già egli risguardava i cardinali
francesi come ostaggi o prigionieri alla sua corte. Il cardinale d'Auch
era uscito da Roma il giorno di san Pietro per andare alla caccia con
cani e reti, ed il papa, supponendo che volesse fuggire in Francia, lo
fece arrestare e custodire nelle prigioni di castel sant'Angelo. Pochi
giorni dopo obbligò il cardinale di Bayeux a giurare che non si
allontanerebbe dalla corte di Roma, ed a riconoscere che, facendolo,
perderebbe con questo solo atto la dignità cardinalizia[69].

  [69] _Rayn. Ann. Eccl. 1510, § 18, 19, p. 178. — Fr. Guicciardini,
  l. IX, p. 484. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 343._

Ma sebbene più non fosse dubbiosa l'inimicizia del papa, Lodovico XII
non sapeva prevedere il punto in cui eseguirebbe il primo attacco.
Giulio non aveva mai saputo perdonargli il crudele trattamento fatto ai
Genovesi in onta alla sua raccomandazione; era egli stesso originario
della riviera di Genova, e la sua famiglia apparteneva al partito
popolare oppresso dal re; perciò aveva accolti alla sua corte moltissimi
esiliati liguri, e cercava per mezzo delle sue corrispondenze di
ravvivare la speranza di tutti coloro che bramavano l'antica
libertà[70]. Volendo giovarsi del loro odio, pensò di dirigere contro
Genova le prime ostilità. Promise ad Ottaviano Fregoso, uno degli
emigrati che stavano presso di lui, la corona ducale che avevano portata
suo padre e suo zio; con tutti gli altri rifugiati lo mandò a bordo di
una galera pontificia, che unì per questa spedizione ad undici galere
veneziane; fece in pari tempo passare nello stato di Lucca Marc'Antonio
Colonna, ch'egli aveva persuaso a lasciare il servizio de' Fiorentini;
gli fece adunare cento uomini d'armi, settecento fanti e molti emigrati
genovesi, dando a credere che meditasse di attaccare Ferrara; poi
tutt'ad un tratto gli fece attraversare tutta la riviera di Levante per
accamparsi nella valle di Bisagno, mentre la flotta, della quale niuno
in Italia aveva avuto sentore, venne nel principio di luglio ad
ancorarsi alla foce del fiume d'Entello affatto vicina al porto di
Genova[71].

  [70] _P. Bizarri Hist. Genuens., l. XVIII, p. 407._

  [71] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 485. — Petri Bizarri Hist.
  Genuens., l. VIII, p. 427. — Ubert. Folietae Gen. Hist., l. XII, p.
  707. — Jac. Nardi Hist. Flor., l. V, p. 215. — Fr. Belcarii, l. XII,
  p. 343. — Macchiavelli Legaz. in Francia, lettera 2 da Blois, del 18
  luglio 1510, t. VII, p. 326._

Ma per quanto inaspettato riuscisse quest'attacco, non ebbe i prosperi
successi che si ripromettevano il papa e gli emigrati genovesi, o perchè
la vista delle bandiere veneziane risvegliasse l'antica gelosia de'
patriotti di Genova, o perchè sembrasse ai cittadini in quel punto
troppo grande la potenza francese per poterne trionfare. Le città di
Sarzana e della Spezia, attraversate dall'armata di terra, e quelle di
Sestri, Chiavari e Rapallo, occupate dalla flotta, cedettero alla forza
senza dar segno di entusiasmo per coloro che si vantavano loro
liberatori. Il figlio di Gian Luigi del Fiesco ed il nipote del
cardinale di Finale, avevano ambidue condotti in Genova sette in
ottocento fanti per difendere il governo francese ed impedire ogni
movimento; nello stesso tempo il signor Prejan entrò in porto con sei
galere provenzali, senza che Ottaviano Fregoso o Grillo Contarini, che
comandavano la flotta veneziana, potessero trattenerlo. Questi due capi
della spedizione perdettero allora ogni speranza di buon successo;
Marc'Antonio Colonna s'imbarcò a Rapallo con circa sessanta cavalieri,
ma gli altri vollero ritirarsi coll'infanteria per la strada di terra, e
furono in cammino spogliati dai contadini irritati pei loro rubamenti.
La flotta, ritirandosi, venne inseguita dalla flotta francese fino a
Monte Argentaro sulle coste della Sardegna, e rientrò senz'essersi
battuta in Cività Vecchia[72].

  [72] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 486. — P. Bizarri Hist. Gen., l.
  XVIII, p. 428. — P. Giovio vita d'Alfonso, p. 57. — Fr. Belcarii, l.
  XII, p. 343. — Macchiavelli Legaz. alla corte di Francia, lettera 6,
  da Blois del 26 di luglio 1510, t. VII, p. 339._

Intanto una più grossa armata pontificia, sotto gli ordini del nipote
del papa, Francesco Maria della Rovere, duca d'Urbino, avanzavasi per
attaccare il duca di Ferrara, e togliergli la piccola provincia della
Romagna Ferrarese cedutagli da Alessandro VI. Entrò senza incontrare
opposizione in Lugo ed in Bagnocavallo; ma mentre stringeva d'assedio la
fortezza di Lugo ebbe notizia che si avvicinava il duca Alfonso, e fuggì
disordinatamente abbandonando parte della sua artiglieria. Vero è che si
riunì di nuovo ad Imola, e riprese subito l'offensiva; e mentre tutta a
sè richiamava l'attenzione del duca di Ferrara, Gherardo e Francesco
Maria Rangoni, gentiluomini di Modena, aprirono le porte di quella città
al cardinale di Pavia, che si era avanzato da Bologna a Castelfranco.
Probabilmente sarebbe stato occupato nella stessa maniera anche Reggio,
ed invasa la metà degli stati della casa d'Este, se il signore di
Chaumont non si fosse affrettato a mandarvi dugento lance[73].

  [73] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 486. — Fr. Belcarii, l. XII, p.
  344. — P. Giovio vita di Alfonso d'Este, p. 44. — Jac. Nardi, l. V,
  p. 216._ — La notizia dell'occupazione di Modena giunse a Blois il
  26 di agosto. _Macchiavelli Legaz., t. VII, p. 368._

Ma Giulio II aveva apparecchiato un terzo attacco, sul quale fondava più
che negli altri le sue speranze. Una dieta adunata a Lucerna, offesa dal
costante rifiuto di Lodovico XII di accrescere le pensioni dei cantoni,
e strascinata dall'attività e dall'animosità di Matteo Schiner, vescovo
di Sion, aveva risoluto di attaccare i Francesi in Lombardia. Il
Chaumont per difendersi contro di loro aveva posti cinquecento uomini
d'armi ad Ivrea; aveva dal debole Carlo III, duca di Savoja, ottenuta la
promessa di non lasciar passare gli Svizzeri per la valle d'Aosta;
finalmente aveva fatte ritirare tutte le barche dei laghi che sono alle
falde delle montagne, rompere tutti i ponti, riporre tutte le
vittovaglie nelle terre murate, e distruggere tutti i mulini[74].

  [74] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 487. — Hist. généalog. de la
  maison de Savoie, par Guichenon, t. II, p. 196._

Per lungo tempo gli Svizzeri avevano formata la sola buona fanteria
delle armate francesi; onde inspiravano grandissimo terrore agli uomini
d'armi, accostumati ad averli per loro appoggio. Ma gli Svizzeri
medesimi non avevano meno bisogno per poter tenere la campagna degli
uomini d'armi cui erano stati sempre associati, e contro i quali
portavano adesso le armi. Gli Svizzeri avevano de' buoni contestabili di
reggimento, ma non uno sperimentato generale; onde avevano posto alla
testa di quest'impresa il vescovo di Sion[75]: mancavano di ponti, di
battelli e d'artiglieria, e poca era la loro cavalleria. Quando
passarono il san Gottardo, in principio di settembre, con un corpo di
sei mila uomini, non avevano che quattrocento cavalli, metà carabinieri.
Due mila cinquecento de' loro fanti erano armati di fucile, cinquanta di
lunghi archibugi, gli altri di picche o di alabarde[76].

  [75] Senza provvedimento di ponti o di navi dice _Fr. Guicciardini,
  l. IX, p. 487_; lo che farebbe supporre che anche prima
  dell'invenzione degli attuali pontoni le armate seco trasportassero
  piccole barche per formare i ponti.

  [76] _Jac. Nardi, l. V, p. 216. — Jo. Marianae de reb. Hisp., l.
  XXIX, c. XXIII, p. 295._

Gli Svizzeri, essendo usciti dal loro territorio per la strada di
Bellinzona, s'impadronirono del ponte della Trezza, mal difeso contro di
loro da seicento fanti francesi; poi fecero alto a Varese, aspettandovi
un altro corpo di quattro mila uomini, che non si fece lungamente
aspettare. Chaumont, che li teneva di vista con cinquecento lance e
quattro mila pedoni, aveva determinato di non attaccarli, ma di andarli
stancheggiando con piccole scaramucce e con continui movimenti. Mancando
loro bentosto i viveri che avevano trovato a Varese, piegarono a
sinistra verso Castiglione attraverso di un paese disuguale, marciando a
grossi distaccamenti con ottanta o cento uomini di fronte, e coi
fucilieri in coda. Si avanzarono con tale ordinanza senza mai lasciarsi
avviluppare dalla cavalleria, che s'aggirava sui loro fianchi, bastando
loro il far uscire dalla linea cento o cento cinquanta soldati per
respingere la cavalleria, indi riprendere il loro luogo.

Il primo giorno l'armata svizzera si trattenne ad Appiano; il secondo
attraversava, alla volta di Cantù, il ridente paese che i Milanesi
chiamano i _Monti di Brianza_. Quand'ebbe fatto la metà del cammino,
abbandonò la prima direzione per accostarsi alle montagne; restò un
giorno nei sobborghi di Como, ed un altro a Chiasso. Tuttavia credevano
i Francesi che gli Svizzeri fossero intenzionati di attraversare l'Adda
sopra zattere, dov'esce dal lago di Lecco; ma tutt'ad un tratto essi
tornarono verso la Trezza, di dove erano venuti, e rientrarono nelle
loro montagne, o perchè sentissero l'impossibilità di penetrare senza
barche in un paese attraversato da tanti fiumi, o perchè la mancanza de'
viveri, e della cavalleria per andare a prenderne a qualche distanza,
facesse loro temere la fame, o perchè, come alcuni vogliono, ricevessero
settanta mila scudi dal re e dal signore di Chaumont per rinunciare ad
un'impresa, per fare la quale ne avevano ricevuti altrettanti dal papa.
La loro riputazione di lealtà era totalmente perduta, e più non
guerreggiavano che a prezzo d'oro; e se la massa dell'armata non era
partecipe di questi vergognosi contratti, la condotta de' condottieri
non li liberava da ogni sospetto[77].

  [77] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 487. — Fr. Belcarii, l. XII, p.
  344._ — Il leal servitore, istorico di Bajardo, racconta una
  circostanza di questa guerra, che non fa minor torto al generale
  francese, di quello che la venalità detta di sopra ai generali
  svizzeri. «Il gran Maestro (il signore di Chaumont) andò ad
  aspettarli nel piano di Gallarate [Detto volgarmente Brughiera di
  Gallarate. _N. d. T._], facendo levare lungo la strada tutti i
  ferramenti de' molini e tutti i viveri. E ciò che è peggio, aveva,
  secondo si diceva, fatti avvelenare tutti i vini che si trovavano in
  Gallarate fin dove arrivarono gli Svizzeri, i quali ne bevettero a
  sazietà, senza che alcuno di loro si trovasse male... Andarono in
  detto luogo di Gallarate alcuni avventurieri francesi, i quali
  vollero bevere del vino avvelenato per gli Svizzeri, e ne morirono
  più di dugento. Convien dire che Dio vi mettesse la sua mano, o che
  il veleno fosse rimasto nel fondo delle botti.» _Mém. du chev.
  Bayard, c. XLI, p. 159._ Ma malgrado l'ingenuità del leal servitore,
  che inspira confidenza, mai non deve darsi intera fede a così fatte
  storielle.

Il piano di tutti questi simultanei attacchi era stato da Giulio II
assai ben concertato, ma i diversi loro capi non avevano saputo agire
nello stesso tempo. Il tentativo sopra Genova aveva preceduto quello di
Ferrara e di Modena; in appresso si fece la spedizione degli Svizzeri, e
quando questi rientravano nelle loro montagne, l'armata veneziana, sotto
gli ordini di Lucio Malvezzi, approfittò della lontananza de' Francesi
per avanzarsi. Ricuperò in pochi giorni senza combattere Este,
Monselice, Montagnana, Marostica e Bassano; rientrò in Vicenza, che i
Tedeschi nè meno tentarono di difendere, e giunsero finalmente presso
Verona, incalzando da vicino il duca di Termini, Andrea di Capoa, che si
ritirò coll'armata imperiale, da lui comandata dopo la morte del
principe di Anhalt accaduta pochi dì prima, e che ebbe l'accortezza di
non lasciarsi avviluppare[78].

  [78] _P. Bembi Hist. Ven., l. X, p. 232. — P. Giovio Vita d'Alfonso
  d'Este, p. 58. — Jo. Marianae de rebus Hisp., l. XXX, c. II, p.
  301._

Poi ch'ebbe ragunate in Verona tutte le sparse guarnigioni, il duca di
Termini si vide alla testa di trecento lance spagnuole, di cento lance
tedesche o italiane, di quattrocento lance francesi e di quattro mila e
cinquecento pedoni. Contavansi nell'armata veneziana ottocento uomini
d'armi, tre mila cavaleggieri, quasi tutti Stradioti, e dieci mila
fanti. Furono poste in batteria le artiglierie contro le mura della
fortezza di san Felice, situata sulla sinistra riva dell'Adige, e dopo
pochi giorni avevano aperte larghe brecce e fatto tacere il fuoco degli
assediati. Di già i Veneziani si apparecchiavano all'assalto con
grandissima probabilità di buon successo, quando mille ottocento soldati
tedeschi, sostenuti da alcuni uomini d'armi francesi, fecero di mezza
notte una sortita, inchiodarono due cannoni, ruppero la fanteria
italiana ed uccisero Zittolo di Perugia, uno de' suoi migliori capitani.
Il Malvezzi, trovando all'indomani i suoi soldati scoraggiati, abbandonò
l'assedio di Verona e tornò all'antico quartiere di san Martino, lontano
cinque miglia[79].

  [79] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 489. — Jac. Nardi, l. V, p. 217. —
  P. Giovio Vita d'Alfonso, p. 58. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 346. —
  P. Bembi, l. II, p. 238._

Dopo queste brevi spedizioni, ogni spirito d'intrapresa parve da tutti
abbandonato, fuorchè dal pontefice: il senato di Venezia fu alcun tempo
in qualche agitazione per l'imperiosa domanda fattagli dal re d'Ungheria
di tutte le terre della Dalmazia, che gli venivano accordate nel
trattato di Cambrai; ma diversi magnati si affrettarono di rassicurare
l'ambasciatore veneziano, protestando che il loro re non procederebbe
più in là dell'intimazione, fatta soltanto per compiacere a Massimiliano
ed a Lodovico XII, e che la nazione ungara non somministrerebbe danaro
per attaccare la repubblica[80]. I comandanti, francesi, tedeschi,
spagnuoli, ferraresi, guastavano il paese all'intorno delle loro
stazioni, ma non intraprendevano veruna cosa d'importanza. Soltanto
Giulio II pareva accendersi di nuovo ardore ad ogni disfatta, ed il di
lui irritamento veniva maggiormente esacerbato dalle pratiche di
Lodovico XII presso il clero di Francia.

Il re risguardava come crudeli ingiurie i non preveduti attacchi che il
pontefice avea contro di lui provocati a Genova, in Lombardia e nel
Ferrarese; aveva palesato al Macchiavelli, che trovavasi in legazione
presso di lui, l'ardente suo desiderio di vendicarsi esemplarmente;
aveva perciò voluto persuadere i Fiorentini ad entrare in guerra contro
il papa, facendo loro sperare il possedimento di Lucca o del ducato
d'Urbino. Voleva ad ogni modo levare questo ducato al nipote di Giulio
II, per fargli sentire nella propria famiglia gli amari frutti della
guerra[81]; ma nello stesso tempo voleva combattere contro il papa colle
armi spirituali, e ne' primi giorni di settembre adunò a Tours un
concilio della Chiesa Gallicana, al quale denunciò questo papa, eletto
con mezzi così poco canonici, e che col suo bellicoso temperamento
turbava in così crudele maniera tutta la Cristianità. Il concilio
francese autorizzò il re a respingere le armi del papa colle armi, ed a
portare innanzi ad un concilio ecumenico, convocato di concerto
coll'imperatore, le sue lagnanze contro il capo della Chiesa[82].

  [80] _P. Bembi Hist. Ven., l. X, p. 232._

  [81] _Macchiavelli Legazione alla corte di Francia, lett. 9. in data
  di Blois ai 9 d'agosto del 1510, t. VII, p. 353._

  [82] _Macchiavelli Legaz. lett. 18, da Tours il 10 settembre p. 386.
  — Fr. Guicciardini, l. IX, p. 393. — Raynald. Ann. Eccl. 1510, § 22,
  t. XX, p. 79. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 348._

Queste pratiche di Lodovico XII accrebbero a dismisura l'odio di Giulio
contro la Francia ed il suo desiderio di vendicarsene, onde ricominciò i
suoi attacchi. Da un canto rimandò in faccia a Genova la sua flotta,
unita a quella dei Veneziani, per suscitarvi a forza aperta la
rivoluzione che poc'anzi aveva invano tentato di eccitare per sorpresa:
la cosa non ebbe effetto, ed egli avrebbe ben dovuto prevederlo[83].
D'altra parte risolse di recarsi in persona fino a Bologna, per ridurre
Ferrara sotto il diretto dominio della Chiesa. Egli non aveva
abbandonato i suoi progetti coll'imperatore, con Enrico VIII e con
Ferdinando il Cattolico, che sempre lusingavasi di potere scatenare
contro la Francia, ma ripromettevasi di potere, anche senza il loro
ajuto, fare coi Veneziani la riconquista di Ferrara; dal canto loro i
Veneziani, senza spingere tant'oltre le loro speranze, credevano
vantaggioso di assecondarlo con tutte le loro forze, per tenerlo fermo
nella loro alleanza. Giulio II aveva con insolita fierezza, che ogni
giorno facevasi sempre maggiore, rigettate le proposizioni fattegli
dalla Francia per una separata pace. Lodovico XII lasciò travedere che
non rinuncierebbe alla protezione del duca di Ferrara; ma pretese subito
il pontefice che rinunciasse ancora ad ogni sovranità sopra Genova. Il
Macchiavelli fu incaricato da Robertet di persuadere la repubblica di
Firenze ad offrire la sua mediazione, ma il papa la rifiutò
disdegnosamente. Per lo stesso motivo venne ancora più maltrattato un
segretario d'ambasciata del duca di Savoja. Giulio II lo accusò di
spionaggio, lo fece gettare in prigione, e poco dopo sottomettere alla
tortura[84].

  [83] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 493. — Fr. Belcarii, l. XII, p.
  347._

  [84] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 494. — Fr. Belcarii, l. XII, p.
  348. — Macchiavelli Legaz. lett. di Blois del 3 agosto 1510, p. 346
  e seg._

Il 22 di settembre Giulio II fece il suo solenne ingresso in Bologna con
tutta la sua corte, mentre che la sua armata si avanzava nel Ferrarese
fino al Po. Per compiacerlo i Veneziani nello stesso tempo facevano
rimontare il fiume a due loro flotte, una per la bocca delle Fornaci,
l'altra per il Po di Primaro. I soldati veneziani e pontificj guastavano
senza riguardo il territorio ferrarese, ma senza mai avvicinarsi alla
città; il papa era stato ingannato intorno alla qualità ed al numero de'
soldati ch'egli pagava; e la sua armata non aveva bastanti forze per
intraprendere un assedio di tanta importanza[85].

  [85] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 395. — Fr. Belcarii, l. XII, p.
  349. — Jac. Nardi, l. V, p. 216. — P. Giovio Vita d'Alfonso, p. 43._

I Veneziani avevano più di un anno tenuto in prigione il duca di
Mantova; ma lo avevano di fresco rilasciato dietro le riunite istanze
del papa e dell'imperatore de' Turchi, Bajazette II. Fino dal principio
del suo regno Giovanni Francesco Gonzaga aveva cercato di guadagnarsi la
grazia del gran signore, gli aveva mandati diversi regali, ed aveva
avuta cura d'intrattenere con lui una non interrotta corrispondenza: e
Bajazette, riconoscente di questa lunga confidenza, avvalorò le sue
istanze pel marchese di Mantova con tali minacce, che non permisero al
senato di discutere l'affare[86]. Ad ogni modo i Veneziani rilasciarono
al papa il loro prigioniere, poichè per una singolare circostanza egli
aveva inallora eccitata la compassione del papa e del sultano; e Giulio
II, che aveva solennemente privato il duca di Ferrara del titolo di
gonfaloniere della Chiesa, accordò tale dignità al Gonzaga, sperando in
tal modo di vincolarlo irrevocabilmente alla sua lega coi Veneziani. Il
marchese di Mantova trovavasi in una difficilissima posizione tra la
politica e la riconoscenza. I Veneziani lo avevano ancor essi nominato
capitano generale della loro armata col soldo di cento uomini d'armi e
di mille dugento fanti; pure s'egli si attaccava alla lega, in cui
volevano strascinarlo il papa ed il senato veneto, i suoi stati erano i
più esposti agli attacchi de' Francesi. Infatti questi colsero tale
istante per invadere il Mantovano, ed il Gonzaga, che forse aveva fatto
istanza al signore di Chaumont di somministrargli questo pretesto,
abbandonò le altre dignità che gli erano state accordate, per occuparsi
della difesa de' suoi sudditi[87].

  [86] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 491. — Fr. Belcarii, l. XII, p.
  350._

  [87] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 496. — Fr. Belcarii, l. XII, p.
  353. — P. Bembi, l. XI, p. 243._

Intanto il pontefice era caduto gravemente infermo, e si curava contro
il parere di tutti i medici, come trattava la guerra contro il
sentimento di tutti i militari. Egli non voleva essere consigliato, le
difficoltà non lo scoraggiavano, e sempre affrettava l'attacco de'
nemici[88]. Ma la discordia tra il duca d'Urbino ed il cardinale di
Pavia, che dividevano tra di loro il comando dell'armata, rendeva questo
attacco pericolosissimo. Il duca d'Urbino, in un primo impeto di
collera, fece arrestare e condurre a Bologna il cardinale di Pavia, per
esservi giudicato come colpevole di tradimento; ma il cardinale seppe
così pienamente giustificarsi presso al papa, che ricuperò maggior
credito ed autorità che prima non aveva[89].

  [88] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 496. — Fr. Belcarii, l. XII, p.
  350._

  [89] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 497. — Fr. Belcarii, l. XII, p.
  350._

Finalmente il duca d'Urbino aveva potuto far sentire al papa, che prima
di attaccare Ferrara doveva aspettare che si unissero all'armata le
truppe veneziane composte di trecento uomini d'armi, di molta cavalleria
leggiere e di quattro mila fanti, ch'eransi avanzati sul Po fino a
Ficheruolo ed erano secondati da alcune galere. Alfonso d'Este
precludeva la strada a questa truppa: attaccava separatamente con molta
attività le galere veneziane, e faceva loro sentire a quanto rischio si
esponessero, avanzandosi nel letto dei fiumi[90]. Mentre Alfonso non
permetteva alle galere di rimontare più alto verso Ferrara, il signore
di Chaumont, così consigliato dai Bentivoglio, risolse di portarsi
rapidamente sopra Bologna, e di sforzare Giulio II alla pace. Prese,
cammino facendo, Spilimbergo e Castelfranco, che non si difesero che un
giorno, ed il 12 di ottobre si accampò a Crespolano, lontano dieci
miglia da Bologna, con intenzione di presentarsi all'indomani sotto le
mura della città.

  [90] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 497. — Fr. Belcarii, l. XII, p.
  350._

Non si trovavano allora in Bologna che pochi e mal disciplinati soldati
pontificj: vero è che il papa aspettava trecento uomini d'armi, che il
re d'Arragona doveva mandargli, e l'armata veneta trattenuta a
Ficheruolo; ma non sembrava probabile che potesse sostenersi fino
all'arrivo degli uni e degli altri, tanto più che i partigiani dei
Bentivoglio cominciavano a darsi qualche movimento, e che la massa del
popolo, dimenticando tutti i vecchi torti, si andava attaccando al loro
partito per quella cieca affezione che lega tutti gli uomini al tempo
passato. I prelati ed i cortigiani, accostumati soltanto agli agi ed
alle delicatezze di Roma, lagnavansi amaramente che il papa gli avesse
seco strascinati in così pericolosa situazione per le sostanze loro e
per la gloria della santa sede. Con caldissime istanze, che prima
d'allora Giulio II non avrebbe in verun modo tollerate, lo andavano
affrettando a provvedere alla comune sicurezza con una pronta ritirata,
o trattando con Chaumont a quelle condizioni che potesse ottenere più
sopportabili[91].

  [91] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 500. — Jac. Nardi, l. V, p. 219. —
  Paris de Grassis Diar. Curiae Rom., t. III, p. 597, apud Rayn. 1510,
  § 12, p. 79. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 351._

Giulio II, senza promettere di seguire i loro consiglj, chiamò gli
ambasciatori veneziani e dichiarò loro che se all'indomani prima di sera
non riceveva in Bologna un rinforzo, staccato dalle truppe ch'essi
avevano nel campo della Stellata, tratterebbe coi Francesi. Adunò in
appresso il consiglio ed i collegj di Bologna, loro dipinse con
vivissimi colori l'antica tirannide dei Bentivoglio, dalla quale gli
aveva egli sottratti; gli esortò a difendere il paterno governo della
Chiesa e la libertà di cui godevano; loro raccomandò di procurarsi
vittovaglie per sostenere un assedio, accordando per questa circostanza
esenzione di gabelle alle porte. Ma Giulio II, malgrado la debolezza
dell'età e della malattia, era il solo uomo che in quel momento di
pericolo conservasse il vigore dell'animo. Fece venire sulla pubblica
piazza tutti i Bolognesi che avevano promesso di combattere, e venne
assicurato che non v'erano meno di quindici mila pedoni e di cinque mila
cavalli. Giulio II stava in allora a letto, preso da un accesso di
febbre; tosto che udì le grida del popolaccio, balzò dal letto, si
affacciò alla finestra, diede alle truppe la benedizione nelle forme
adoperate quando marciano alla battaglia, ed, abbandonandosi ad un
trasporto di gioja, gridò ch'era di già vittorioso dell'armata
francese[92].

  [92] _Parisii de Grassis Diar., apud Rayn. 1510, § 23, p. 79._

Ma intanto questa gente, che aveva salutato il papa colle sue grida, non
prendeva le armi per combattere. I cortigiani si mostravano sempre più
atterriti; gli ambasciatori dell'imperatore, del re Cattolico,
dell'Inghilterra, pressavano Giulio II ad entrare in negoziazione.
All'ultimo si lasciò vincere, e mandò a domandare a Chaumont un
salvacondotto pel conte Francesco Pico della Mirandola, che voleva
incaricare di trattare con lui. Nello stesso tempo fece partire alla
volta di Firenze i più preziosi giojelli della Chiesa, e tra questi la
mitra giojellata, che chiamasi il triregno[93].

  [93] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 501._

Sapeva il Chaumont che Lodovico XII era tormentato dagli scrupoli,
combattendo contro il papa, e che quasi ad ogni patto avrebbe con lui
fatta la pace; perciò accondiscese di buon grado a trattare. Domandò
l'assoluzione di tutte le censure pronunciate contro Alfonso d'Este, i
Bentivoglio e loro aderenti; la restituzione ai Bentivoglio de' loro
beni, a condizione ch'essi starebbero per lo meno ottanta miglia lontani
da Bologna; domandò che fossero rimesse al giudizio di arbitri le
difficoltà tra il papa ed il duca di Ferrara; che fosse deposta Modena
tra le mani dell'imperatore, e finalmente sospese le ostilità per sei
mesi, nel corso de' quali ognuno conserverebbe ciò che possedeva[94].

  [94] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 502. — Fr. Belcarii, l. XII, p.
  352._

Tali condizioni sembravano a Giulio II infinitamente dure; lagnavasi a
vicenda dell'insolenza de' Francesi e della lentezza de' Veneziani;
contro il suo costume ascoltava le istanze de' cardinali, ma non
prendeva verun partito, e lasciava passare il tempo, quando poco prima
di sera del giorno 13 d'ottobre Chiappino Vitelli entrò in Bologna con
seicento cavaleggieri veneziani, e con un corpo di cavalleria turca in
servigio della repubblica, e ritornò al papa la perduta audacia e la
consueta alterigia.

Erasi il Chaumont innoltrato fino al ponte del Reno, a tre miglia da
Bologna; aveva accettata la mediazione degli ambasciatori
dell'imperatore, del re di Spagna e del re d'Inghilterra; ma la vegnente
mattina tutto aveva mutato faccia; il papa più non voleva discendere a
verun accordo, gli amici dei Bentivoglio non avevano in Bologna fatto
alcun movimento, un secondo corpo di Stradioti doveva prima di notte
entrarvi per una porta, mentre che Fabrizio Colonna vi condurrebbe per
un'altra parte degli uomini d'armi spagnuoli e della cavalleria
leggiere; onde Chaumont poteva credersi ancor esso in pericolo.
Vergognoso e disperato d'essere stato uccellato dal vecchio pontefice,
ritirossi lentamente verso Castel Franco, poi sopra Rubiera. Giulio gli
aveva fatto sapere che non darebbe orecchio a verun trattato, se per
condizione preliminare la Francia non rinunciava alla difesa del duca di
Ferrara; ed intanto non sapeva darsi pace che i suoi generali non
avessero inseguita e distrutta l'armata francese. Tanto dispetto aggravò
in modo la di lui malattia, che il 24 di ottobre disperavasi della sua
vita[95].

  [95] _Fr. Guicciardini, l. IX. p. 503. — Jac. Nardi, l. XII, p. 353.
  — Parisii de Grassis Diar. Cur. Rom. ap. Rayn. 1510, § 23, p. 79._

Quando cominciava appena a riaversi scrisse una circolare a tutti i
principi cristiani. Accusò il re di Francia d'avere fatta avanzare la
sua armata contro il papa ed i suoi cardinali con una esecranda sete del
sangue del romano pontefice. Dichiarò che non darebbe orecchio a veruna
negoziazione, se prima non gli veniva consegnata Ferrara; ed affrettò
caldamente i Veneziani ad unire la loro armata alla sua per istringere
di assedio quella città[96].

  [96] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 503._

Infatti l'armata pontificia si unì in Modena a quella de' Veneziani, ma
stavano ambedue aspettando il marchese di Mantova che aveva avuto il
titolo di capitano generale, e che fece loro perdere un tempo prezioso,
senza mai assumere il comando. Nello stesso tempo la flotta veneziana
venne attaccata a Bondeno dal duca di Ferrara e dal signore di
Chatillon, e fu costretta ad abbandonare con perdita il Po. Finalmente
si mosse l'armata pontificia, ed intraprese l'assedio di Sassuolo; e il
pontefice ebbe il conforto di udire, stando nella sua camera, il rumore
della propria artiglieria, ed espresse la sua gioja colla stessa
vivacità con cui pochi dì prima aveva manifestato il suo malcontento
udendo l'artiglieria de' nemici a Spilamberto. Dopo due giorni Sassuolo
capitolò; e Giulio II, rinunciando all'attacco di Ferrara, fece avanzare
l'armata contro la Mirandola. Questo castello e quello della Concordia
formavano il piccolo feudo o principato della famiglia dei Pichi, tanto
illustre nella storia delle lettere. Il conte Lodovico Pico della
Mirandola aveva sposata la figliuola del maresciallo Gian Giacopo
Trivulzio, chiamata Francesca: era costei rimasta vedova, ed erasi senza
riserva abbandonata alla direzione di suo padre, che aveva fatto della
Mirandola una piazza d'armi francese, mentre che il conte Giovan
Francesco Pico, cugino di Lodovico, il quale pretendeva l'eredità di
questo feudo, erasi interamente dedicato al papa[97].

  [97] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 507. — Fr. Belcarii, l. XII, p.
  354. — Jac. Nardi, l. V, p. 219. — P. Giovio Vita di Alfonso d'Este,
  p. 45._

Il duca di Ferrara trovavasi spossato dai lunghi sforzi che aveva dovuto
fare; omai più non aveva che poche truppe nella sua capitale, e Chaumont
non era in troppo buono stato per poterlo soccorrere; onde dovette
ascrivere a sua somma ventura che l'armata del papa si volgesse contro
la Mirandola, e non contro di lui. Si credette pure che il cardinale di
Pavia fosse stato segretamente guadagnato da lui o dalla Francia, quando
consigliò il papa ad attaccare la Mirandola. Frattanto il Chaumont mandò
Marino di Montchenu e Chantemerle, nipote del signore di Lude, con cento
fanti e due cannonieri a rinforzare la guarnigione della Mirandola, ove
la contessa Francesca e suo cugino, Alessandro Trivulzio, si
apparecchiavano a sostenere un assedio[98].

  [98] _Mém. du chev. Bayard, t. XV, ch. XLII, p. 173._

L'armata pontificia era lenta in tutte le sue operazioni, e sempre
esposta ai raggiri di coloro che volevano celatamente attraversare
l'esecuzione dei disegni del papa, onde non potè avvicinarsi a Concordia
che circa nella metà di dicembre. La piazza fu presa lo stesso giorno in
cui si aprirono le batterie, la cittadella capitolò, e l'armata
pontificia passò ad assediare Mirandola.

Non cominciò il fuoco contro la Mirandola che quattro giorni dopo
l'arrivo dell'armata. L'impaziente Giulio II non sapeva accomodarsi a
tanta lentezza; altronde diffidava di tutti; accusava ora l'uno ora
l'altro de' suoi capitani, e lo stesso suo nipote, il duca d'Urbino, di
incapacità, o di perfidia. Finalmente nei primi giorni del 1511 risolse
di dare al mondo uno spettacolo non meno scandaloso che inaspettato: il
due di gennajo si fece portare in lettiga da Bologna al campo sotto
Mirandola coll'accompagnamento di tre cardinali[99]. Si alloggiò nella
piccola casa di un contadino, distante soltanto due tiri di balestra
dalle mura, ed esposta al fuoco del cannone della piazza; colà, senza
lasciarsi atterrire dalle continue nevi, indispettito dalla viltà degli
operaj che faceva adunare e che fuggivano ad ogni scarica d'artiglieria,
o perchè mancavano le vittovaglie, cominciò egli stesso a dirigere i
lavori a far mettere sotto i suoi occhi i cannoni in batteria, e ad
affrettare il fuoco. Dopo aver tenuto dietro ai suoi lavoratori
nell'eccessivo freddo di un rigorosissimo inverno con un'attività che
non sarebbesi mai aspettata da un vecchio infermo, non che da un papa,
tornò a Concordia, quando tutte le batterie furono aperte, per sentirne
l'effetto. Ma sebbene non si trovasse che poche miglia lontano dal
campo, per la sua impazienza era tuttavia troppo lontano, e tornò il
quarto dì ad alloggiarsi a canto alle sue batterie ancora più vicino
alle mura, di quel che lo fosse la prima volta. In allora, tutto
abbandonandosi all'impeto del suo carattere, rampognava quando l'uno e
quando l'altro de' suoi capitani, tranne Marc'Antonio Colonna; visitava
in seguito l'armata, castigava alcuni soldati, altri incoraggiava, e a
tutti prometteva di non capitolare, per lasciare che i soldati
saccheggiassero la piazza[100].

  [99] _Par. de Grassis Diar. Cur. Rom. in MS. arcano Vaticani, ap.
  Rayn. 1511, § 44, p. 100. — P. Bembi Hist. Ven., l. XI, p. 246._

  [100] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 508. — Jac. Nardi, l. V, p. 220.
  — Fr. Belcarii, l. XII, p. 355._

Il cavaliere Bajardo trovavasi in allora nel campo del duca di Ferrara
presso il Po: ebbe avviso che il papa, che passava quella notte nel
castello di san Felice, doveva ripartire all'indomani per tornare alla
Mirandola. Bajardo sapeva trovarsi su questa strada a due miglia da san
Felice ed a quattro dalla Mirandola due o tre case abbandonate a motivo
della guerra; andò prima di giorno ad appostarvisi con cento uomini
d'armi. «Domattina, disse al duca di Ferrara, quando il papa sloggierà
da san Felice, sono informato che non ha che i suoi cardinali, vescovi e
protonotarj, e circa cento cavalli di guardia; uscirò dalla mia
imboscata, e non mi fuggirà dalle mani.» Il progetto del cavaliere senza
paura e senza difetti fu altamente approvato, e tutto puntualmente si
eseguì a seconda de' suoi ordini. Di già i primi chierici del corteggio
del papa erano passati oltre l'imboscata, da cui uscì Bajardo per
caricarli ed inseguirli. «Ma il papa, che era partito ultimo, fu appena
pochi passi lontano da san Felice, che cominciò a cadere la più aspra ed
impetuosa neve che si fosse veduta da cent'anni in qua.» Prima che i
fuggiaschi, sottrattisi all'imboscata, fossero giunti fino al papa, il
cardinale di Pavia lo aveva di già persuaso a rientrare nel castello per
lasciar passare il cattivo tempo. «Quando il buon cavaliere giugneva a
san Felice, il papa rientrava appunto nel castello, ed, udendo le grida
de' soldati, ebbe tanto spavento che subitamente e senza che persona lo
ajutasse uscì di lettiga, ed egli stesso ajutò ad alzare il ponte; ed in
ciò mostrossi uomo di molto spirito, perchè se avesse tanto ritardato
quanto abbisogna di tempo per dire un _Pater noster_, era preso.... Il
papa, rimasto nel castello di san Felice, tremò tutto il giorno di
febbre per la paura che aveva avuta, e la notte mandò a darne avviso a
suo nipote, il duca d'Urbino, il quale venne a prenderlo con quattro
cento uomini d'armi e lo condusse all'assedio[101].»

  [101] _Mém. du chev. Bayard, ch. XLIII, p. 175-180._

Alessandro, nipote del maresciallo Gian Giacopo Trivulzio, difendeva la
Mirandola. Aveva sotto il suo comando quattrocento fanti stranieri, e
mostrava tanta maggiore ostinazione e coraggio, quanto tenevasi più
sicuro di essere soccorso dal signore di Chaumont: ma questi, che
detestava il maresciallo Trivulzio, non vedeva con dispiacere che la
figlia del suo rivale perdesse l'eredità, e non curavasi di accorrere in
suo soccorso.

Una palla di cannone aveva traforata la casa in cui alloggiava il papa
ed uccisi due uomini nella sua cucina; ma quest'accidente non fece che
accrescere la collera di Giulio II. Finalmente il violento freddo
agghiacciò le fosse della Mirandola in tal modo che l'acqua che dovea
servire a difenderla aprì per lo contrario un passaggio onde giugnere
fino sulla breccia. Vide allora Alessandro Trivulzio l'impossibilità di
sostenere un assalto, e capitolò il 20 di gennajo. Pagò una
contribuzione di sei mila ducati per salvare la Mirandola dal
saccheggio; ed il papa, cedendo alle istanze di tutti i suoi cortigiani,
l'accettò. Alcuni ufficiali restarono prigionieri di guerra, mentre il
rimanente della guarnigione potè ritirarsi libera; e perchè le porte
della città, che erano state afforzate per di dietro con terrapieni, non
erano più praticabili, il vecchio pontefice non fu abbastanza paziente
per aspettare che si sgombrassero: montò per una scala sulla breccia, e
dopo aver fatto in tal maniera il suo ingresso in questa città, ne diede
il possesso al conte Giovan Francesco Pico, parente del conte Lodovico,
sebbene suo nemico[102].

  [102] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 510. — Muratori Ann. d'Italia, t.
  X, p. 64. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. V, p. 220. — P. Giovio Vita
  d'Alfonso d'Este, p. 46. — Par. de Grassis Diar. ap. Rayn. 1511, §
  46, p. 100. — Mémoir. du chev. Bayard, t. XV, ch. XLIII, p. 180. —
  Mém. de Fleuranges, t. XVI, p. 71. — Gio. Cambi, t. XXI, p. 250. —
  P. Bembi Hist. Ven. l. XI, p. 346._

Dopo la presa della Mirandola il papa ed i Veneziani tentarono di nuovo
d'impadronirsi della Bastia sul basso Po, onde impedire il trasporto dei
viveri a Ferrara; ma mentre assediavano questo castello vi furono
sorpresi dal duca Alfonso d'Este, in conseguenza di un piano datosi dal
cavaliere Bajardo, e perdettero tanta gente che più non pensarono
all'assedio di Ferrara[103].

  [103] _P. Bembi, l. XI, p. 247. — Mém. du chev. Bayard, ch. XLIV, p.
  181-193._

Intanto Lodovico XII, disperando omai di ridurre colle negoziazioni a
pacifici pensieri un papa, che in tutte le sue azioni annunciava tanta
violenza, ordinò al signore di Chaumont di attaccarlo vivamente e di
fargli sentire quale fosse la potenza di un re di Francia. Chaumont, che
dalla sola protezione di suo zio, il cardinale d'Amboise, riconosceva
l'alta riputazione di cui godeva, dopo la morte dello zio veniva
giudicato secondo il vero suo merito. Non gli si attribuivano nè
singolare ingegno, nè bastante perizia dell'arte della guerra, nè la
debita deferenza all'avviso di coloro che l'avevano meglio di lui
studiata, nè la necessaria attenzione pel mantenimento della disciplina,
che omai più non era osservata nel campo francese. Gli si rimproverava
un'eccessiva gelosia verso il maresciallo Gian Giacopo Trivulzio, il
quale avrebbe condotta la guerra a più felice fine, se Chaumont avesse
più frequentemente seguiti i suoi consiglj. Non è questi, a dir vero il
carattere che gli attribuisce il maresciallo di Fleuranges, che lo
chiama: «il più savio uomo dabbene in ogni stato che io mi ricordi
d'avere mai veduto, e della più grande diligenza, e del più raro
spirito.» Ma Fleuranges era nipote di Chaumont, e gli doveva in parte il
suo avanzamento[104].

  [104] _Mém. de Fleuranges, t. XVI, p. 69. — P. Giovio Vita d'Alfonso
  d'Este, p. 51. — Fr. Belcarii Comm. Rer. Gallic., l. XII, p. 356._

Il Trivulzio tornava appunto dalla corte di Francia, quando fu presa la
Mirandola; fu chiamato ad un consiglio di guerra in cui doveva essere
deciso il piano di attacco da seguirsi contro il papa. L'armata
veneziana erasi fortificata al Bondeno sul Panaro[105] presso alla sua
foce in Po. Questa posizione nello stato di Ferrara veniva renduta quasi
inattaccabile a cagione delle inondazioni e de' numerosi canali.
Proponeva il Trivulzio di non cercare di forzarla; di piegare a mezzodì,
minacciando Modena e Bologna; di sorprendere queste città se non
venivano difese, e, se l'armata veneziana abbandonava la sua forte
posizione per accorrere in difesa di quella città, di tentare di
distruggerla in una battaglia. Ma bastò agli occhi di Chaumont e de'
suoi adulatori, che questo consiglio fosse uscito di bocca al Trivulzio,
per seguirne uno contrario. Egli rappresentò, che Alfonso d'Este non
doveva lasciarsi più lungamente esposto alla desolazione del suo paese;
che se non accorrevasi prontamente in suo soccorso, Ferrara avrebbe
dovuto arrendersi; che per quanto fosse forte la posizione de' Veneziani
al Bondeno, il valore francese e la superiorità dell'artiglieria
francese avrebbero trionfato di tutto; finalmente che, avvicinandosi
agli stati di Mantova, trarrebbe il marchese Gonzaga dalla sua lunga
irrisoluzione e si unirebbe alle armate francesi, come ne aveva fatto
celatamente conoscere il desiderio[106].

  [105] Per errore il testo francese dice Tanaro. _N. d. T._

  [106] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 511. — Fr. Belcarii Comm., l.
  XII, p. 357._

Infatti l'armata francese si pose in movimento lungo la destra riva del
Po, e giunta che fu a Sermidi in riva a questo fiume, il Chaumont si
avanzò con alcuni ufficiali fino alla Stellata per avere una conferenza
col duca Alfonso. Questi gli fece meglio conoscere lo stato del paese
fino al Bondeno, e di là fino a Finale ed a Cento, ove trovavansi
alloggiati i soldati della Chiesa e gli Spagnuoli. Erano state rotte
tutte le dighe dei fiumi, tutto il piano inondato, ed era lungo lo
stretto argine, che sostiene le acque dei canali o quelle del Panaro,
ch'era forza avvicinarsi al nemico. Questi argini erano stati in più
luoghi tagliati e guarniti di truppe e d'artiglieria. Vero è che
Alfonso, il quale sospirava di sbarazzarsi di ospiti che facevano più
compiuta la sua ruina, sforzavasi di provare colle carte degli ingegneri
che la disposizione del terreno sarebbe sempre vantaggiosa
all'artiglieria francese. Ma in un secondo consiglio di guerra, tenuto a
Sermidi, il Trivulzio dimostrò l'estrema imprudenza di avventurare
un'intera armata, in mezzo ad un paese inondato, sopra l'angusta linea
di una diga, ove il più piccolo accidente accaduto all'artiglieria o ai
carri delle munizioni poteva rompere ogni comunicazione dalla testa alla
coda della colonna, e il più piccolo ritardo farla perire per mancanza
di vittovaglie. Questo progetto, accarezzato più lungo tempo che non
conveniva, fu dunque abbandonato nell'istante in cui volevasi
eseguire[107].

  [107] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 513. — Fr. Belcarii, l. XII, p.
  358._

Nè il Chaumont fu più felice nel persuadere il marchese di Mantova ad
uscire dalla sua neutralità. Questi seppe contenersi con molta destrezza
tra le due parti. Supplicava i Veneziani di non obbligarlo a
dichiararsi, finchè il suo paese trovavasi circondato da tante armate
nemiche, che non avrebbe potuto unirsi a loro senza abbandonare tutto il
territorio mantovano al guasto dei Francesi. Supplicava egualmente il
Chaumont a pazientare ancora poche settimane, mentre stava trattando col
papa per levargli dalle mani suo figlio che gli avea dato in ostaggio.
Così mostrandosi cogli uni e cogli altri disposto ad abbracciare la
causa loro, obbligava gli uni e gli altri a rispettare la sua
neutralità[108].

  [108] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 515. — Fr. Belcarii, l. XII, p.
  358._

Il cardinale Ippolito d'Este pretendeva d'avere delle corrispondenze in
Modena, e faceva istanza al signore di Chaumont di attaccare quella
città per tornarla alla sua famiglia. Ma frattanto le negoziazioni del
re d'Arragona avevano provveduto alla sua difesa. Ferdinando vedeva di
mal occhio la potenza francese estendersi verso il mezzogiorno d'Italia;
e cercava con ogni mezzo di separare gl'interessi di Massimiliano da
quelli di Lodovico XII. Alfonso d'Este teneva Modena in feudo
dall'impero, e Massimiliano aveva giusti titoli di lagnarsi del papa,
perchè avesse occupata una città totalmente dipendente dall'imperatore.
Ferdinando si sforzò di persuadere a Giulio II che lasciando questa
città in deposito nelle mani del capo dell'impero, provvederebbe più
efficacemente alla sua difesa, e getterebbe semi di divisione tra
Lodovico XII e Massimiliano. Per determinare Giulio II a rinunciare alle
pretese che cominciava a formare sovra Modena, fu d'uopo che concepisse
timore dell'avvicinamento dell'armata francese; egli non cedette che
quando il pericolo si fece urgentissimo, e per sottrarvisi consegnò
Modena a Witfrust, ambasciatore di Massimiliano presso di lui[109].

  [109] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 515. — P. Giovio Vita d'Alfonso
  d'Este, p. 49. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 358._

Soltanto dopo di avere inutilmente tentato di sorprendere Modena, e dopo
avere provata l'impossibilità di far avanzare la sua artiglieria,
implicata ne' profondi fanghi di Carpi, il Chaumont acconsentì a
riconoscere il depositario imperiale, a condizione che questi dal canto
suo si obbligasse a tenersi neutrale nella guerra tra il suo re ed il
papa. Questa serie di cattivi successi aveva fatta perdere a Chaumont la
confidenza dell'armata e della corte; si teneva per cosa certa che
avesse lasciata prendere la Mirandola a cagione del suo odio verso il
maresciallo Trivulzio, e si fosse per incapacità lasciata fuggire di
mano l'occasione di ricuperare Modena o di liberare Ferrara. Egli stesso
si accorgeva che la sua riputazione andava declinando, e che aveva omai
perduto il favore del suo padrone; oltre a che era tormentato dai
rimorsi di dover combattere contro il papa. L'eccesso del cordoglio lo
rese infermo; un accidente che lo rovesciò da un ponte nell'acqua,
mentre trovavasi assai riscaldato, contribuì pure ad accrescere le sue
infermità; ma egli stesso si credette avvelenato e lo disse a suo nipote
Fleuranges, congedandosi da lui. Si fece portare a Coreggio, e da
quell'istante non ebbe più altro pensiere che di ottenere dal papa
l'assoluzione per avere portate le armi contro di lui. Quest'assoluzione
gli fu di fatti accordata, ma Carlo di Chaumont d'Amboise, gran maestro
di Francia, e governatore di Milano, era di già morto, l'undici febbrajo
del 1511, quando arrivò ai suoi amici[110].

  [110] _Mém. de Fleuranges, t. XVI, p. 70. — Fr. Guicciardini, l. XI,
  p. 516. — P. Bembi Hist. Ven., l. XI, p. 248. — Jac. Nardi, l. V, p.
  221. — P. Giovio Vita d'Alfonso d'Este, p. 51._

Tutti i nemici del papa non avevano la coscienza così timorata; il
cavaliere Bajardo non erasi fatto scrupolo di tendergli un'imboscata; e
se dobbiamo credere al suo leale servitore, che scrisse le sue memorie,
il duca Alfonso d'Este andò ancora più in là: egli sedusse un segretario
del papa, chiamato Agostino di Guerlo, che gli era stato mandato per
distaccarlo dall'alleanza coi Francesi, e lo persuase a promettergli di
avvelenare Giulio II; ma avendo il duca comunicato il suo progetto a
Bajardo, questi gli rispose: «Ah, monsignore, io non crederò mai che un
così gentil principe, come voi siete, acconsenta a così grande
tradimento; e quando io lo sapessi, vi giuro sull'anima mia, che prima
che fosse notte ne darei avviso al papa.» — «Poichè voi non l'approvate,
disse il duca, la cosa non si farà; ma se Dio non vi provvede voi ed io
dovremo pentircene.» Dobbiamo per altro dire per la riputazione del duca
di Ferrara, che si può spesse volte dubitare della veracità dei racconti
del servitore di Bajardo, che ha scritte queste memorie[111].

  [111] _Mém. du chev. Bayard, c. XLV, p. 195-202._

Alla morte di Chaumont prese il comando dell'armata il maresciallo
Trivulzio, in aspettazione degli ordini del re; ma finchè non seppe se
gli restava o no il comando, non volle tentare un'impresa che non era
sicuro di poter condurre a termine. Accordò dunque ai suoi soldati un
riposo, di cui le altre potenze approfittarono per entrare in attive
negoziazioni.

Massimiliano, sempre dominato dal suo risentimento contro i Veneziani,
aveva fin allora continuato nella sua alleanza colla Francia, ed aveva
mostrata un'insolita costanza. Era vivamente entrato nei progetti di
Lodovico XII per la riforma della Chiesa nel capo e nelle membra, ed
aveva convocata in Augusta un'adunanza di vescovi tedeschi, onde
persuaderli a domandare un concilio: ma nella sua nazione aveva trovata
una più gagliarda opposizione che non credeva[112]. Soltanto in allora
diede orecchio al re d'Arragona che lo consigliava ad assicurarsi con un
trattato di pace di quanto possedeva in Italia, e di ciò che ancora
pretendeva, e di mettere fine a tutte le controversie che aveva col
papa, persuadendosi che i Veneziani si accomoderebbero alle volontà del
loro solo alleato.

  [112] Lettera di Massimiliano alla città di Gelnhause; _ap. Lunig R.
  A., t. XIII, p. 811 e seg. — Schmidt Hist. des Allem., l. VII, ch.
  XXIV, t. V, p. 456._

Dietro questo consiglio Massimiliano mandò Matteo Lang, vescovo di
Gurck, suo segretario intimo, a Mantova, per tenervi un congresso; ed
invitò il papa, il re di Francia e quello di Arragona a mandarvi i loro
ambasciatori. Giulio II colse avidamente quest'apertura, credendo di
potere disporre dei Veneziani a suo piacimento; e, quando potesse
riconciliarli con Massimiliano, punto non dubitava di potere inimicare
questi colla Francia, contro la quale nudriva un odio implacabile.
Dall'altro canto Lodovico XII accolse quest'invito con estrema
diffidenza; conosceva la volubilità del suo alleato, e temeva che il
papa glielo togliesse, o coll'offrirgli il Milanese, oppure col dare al
vescovo di Gurck la dignità cardinalizia, e colmarlo de' favori della
Chiesa. Nè Lodovico temeva meno rispetto a Ferdinando, i di cui ipocriti
avvisi intorno ai pericoli di turbare la pace della Chiesa con un
concilio, di distrarre lui medesimo dalla sua santa spedizione contro
gl'infedeli dell'Africa, probabilmente celavano qualche pernicioso
progetto[113].

  [113] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 517. — Fr. Belcarii, l. XII, p.
  359._

Malgrado questi sospetti Lodovico XII mandò il vescovo di Parigi,
prelato assai versato nel diritto, al congresso di Mantova, sia per
iscoprire gli andamenti dei nemici, sia per non essere accusato di
volere solo la guerra. Questo vescovo vi arrivò nel mese di marzo, pochi
giorni dopo il vescovo di Gurck e don Pedro d'Urrea, ambasciatore del re
d'Arragona alla corte dell'imperatore. Vi arrivò non molto tempo dopo
anche Girolamo di Vich di Valenza, ambasciatore di Ferdinando presso la
santa sede; ma a solo fine di persuadere Matteo Lang a visitare subito
Giulio II a Ravenna, onde disporlo favorevolmente a suo pro, rendendogli
nello stesso tempo un omaggio che il papa aveva diritto di ripromettersi
per parte di un vescovo incaricato di trattare con lui. Il segretario di
Massimiliano, uomo arrogante ed altero, contrastò lungo tempo rispetto
alla condiscendenza che gli si domandava, sebbene gli si facesse
travedere che sarebbe probabilmente ricompensata con alcuna delle
principali dignità della Chiesa. Finalmente partì il 26 di marzo per
incontrare il papa; e Giulio II, che voleva ad ogni costo guadagnarsi
questo favorito, lusingarne l'orgoglio e risvegliarne l'ambizione,
risolse di andargli incontro fino a Bologna; locchè eseguì dopo d'avere
nominati in pieno concistoro otto nuovi cardinali, tra i quali trovavasi
l'accanito nemico de' Francesi, Francesco Mattia Schiner, vescovo di
Sion, e dopo avere dichiarato, col consenso del sacro collegio, che
teneva il nono in petto, onde poter offrire quest'esca al vescovo di
Gurck[114].

  [114] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 521. — Jac. Nardi, l. V, p. 221.
  — Par. de Grassis Diar. Cur. Rom. ap. Rayn. An. Eccl. 1511, § 47, p.
  100._

L'ingresso del vescovo di Gurck in Bologna, ch'ebbe luogo tre giorni
dopo l'arrivo del papa, venne celebrato colla pompa che poteva convenire
ad un sovrano. Assumeva il titolo di luogotenente dell'imperatore in
Italia, ed era seguito da molti signori e gentiluomini, che spiegavano
ne' loro equipaggi la più grande magnificenza. Nè meno magnifico era
l'accoglimento che gli veniva preparato; lo stesso ambasciatore di
Venezia alla corte pontificia si frammischiò modestamente ancor esso tra
coloro che volevano fargli onore; ma Matteo Lang protestò con estrema
insolenza che riputavasi offeso, vedendo presentarsi innanzi a lui
l'ambasciatore dei nemici del suo padrone. Il papa gli accordò una
pubblica udienza in pieno concistoro, nella quale il vescovo di Gurck
dichiarò alla presenza di tutti i cardinali, che Massimiliano lo mandava
in Italia, perchè preferiva di riacquistare ciò che gli apparteneva
piuttosto colla pace che colla guerra, ma che non tratterebbe che a
condizione di ricuperare dai Veneziani tutto ciò che gli avevano
usurpato, o del territorio dell'impero o dei dominj di casa d'Austria,
pel quale si fosse titolo[115]. Parlò colla medesima arroganza nella
privata udienza del pontefice; e maggiore insolenza dimostrò finalmente
all'indomani; perchè avendo saputo che il papa aveva delegati per
conferire con lui i tre cardinali di san Giorgio, di Reggio e de'
Medici, risguardò come cosa indegna del suo rango il trattare con
tutt'altri che col sommo pontefice, e deputò tre de' suoi gentiluomini
per conferire con loro[116].

  [115] Il suo discorso fu conservato da Michele Coccinio e riportato
  negli Annali Eccles. del Rajnaldo 1511, § 53, p. 101.

  [116] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 523. — Fr. Belcarii Comm., l.
  XII, p. 361. — Jac. Nard., l. V, p. 222._

Il papa era troppo orgoglioso perchè non gli sembrasse cosa dura
l'arroganza di questo subalterno; pure pazientava, sperando di riuscire
con questa negoziazione ad inimicare l'imperatore coi Francesi. Il suo
odio contro di loro andava sempre rinforzandosi, e ne diede una prova
colle scomuniche fulminate il giorno di Pasqua, leggendo la bolla _In
cœna Domini_. Sebbene le negoziazioni fossero attualmente aperte, vi
comprese, indicandoli nominativamente, Alfonso d'Este, Gian Giacopo
Trivulzio, ed i magistrati di Milano e delle altre città di Lombardia,
che ajutavano il re a percepire le imposte, di cui questo monarca faceva
uso contro la Chiesa. Fu compreso, ma implicitamente, lo stesso Lodovico
XII tra coloro che avevano posto ostacolo alla giurisdizione
ecclesiastica, ed ammesse le opinioni degli scomunicati[117].

  [117] _Bulla data Bononiae, 16 Kal. maii. Ann. Eccl. Rayn. 1511, §
  50, p. 101._

Stando alle proteste del vescovo di Gurck, Massimiliano non avrebbe
acconsentito di lasciare ai Veneziani Padova e Treviso, unici avanzi di
tutto il loro territorio, a meno che non pagassero dugento mila ducati
per una prima investitura di queste due città, obbligandosi in appresso
ad un annuo tributo di cinquanta mila ducati. I Veneziani, vedendosi dal
papa abbandonati, furono costretti di accondiscendere a trattare sulla
base di così esorbitanti domande, ed offrirono di pagare in varie rate a
lunghi termini i dugento mila ducati. Ottennero una diminuzione
dell'annuo censo che loro si domandava; e più non restava altro titolo
di contesa che il patriarcato d'Aquilea, che pretendevano di
conservare[118], quando il vescovo di Gurck domandò al papa una seconda
udienza per trattare egualmente intorno alle differenze del re di
Francia e del duca di Ferrara colla santa sede. Gli dichiarò che
Lodovico XII, mosso dal più ardente desiderio di fare la pace, era
apparecchiato di acconsentire al sagrificio di molti de' più cari
interessi della casa d'Este; ma Giulio II non potè soffrire di
ascoltarlo più oltre. Egli disse che non alcune concessioni, ma soltanto
un intero abbandono poteva renderlo soddisfatto; perciocchè era
determinato di esporre senza riserva la sua tiara ed anche la vita per
castigare il duca di Ferrara. Soggiunse di non comprendere come mai
Massimiliano non approfittava dell'occasione, che gli veniva offerta, di
vendicarsi colle armi e col danaro altrui delle ingiurie senza numero
ricevute dai Francesi; che tale essere doveva lo scopo di tutti i
trattati, ed il prezzo de' sagrificj ch'egli imponeva ai Veneziani per
riconciliarli all'impero.

  [118] _Jac. Nardi Hist. Fior., l. V, p. 222._

Il vescovo di Gurck disputò alcun tempo intorno a queste proposizioni,
ma sentivasi che non le aveva prevedute; in breve conobbe
l'impossibilità di conciliare le pretese di Giulio II colle affatto
diverse istruzioni che aveva ricevute dal suo padrone. Allora, atterrito
dall'impeto del pontefice, dichiarò di voler partire all'istante; ed
infatti, appena terminata l'udienza, partì da Bologna il 25 d'aprile
alla volta di Modena, amaramente lagnandosi del papa, ed intimando agli
ambasciatori di Spagna di far ritirare le trecento lance che il re
Cattolico, come sovrano di Napoli, aveva fin allora tenute al servigio
della santa sede[119].

  [119] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 524. — Jac. Nardi, l. V, p. 222.
  — Fr. Belcarii, l. XII, p. 362. — Par. de Grassis Diar. ap. Rayn.
  1511, § 57 e seg., p. 102._

Il maresciallo Gian Giacopo Trivulzio era stato raffermato nel comando
dell'armata francese in Italia, ma nello stesso tempo aveva avuto ordine
di non disturbare le conferenze per la pace. Quando furono rotte per la
partenza del vescovo di Gurck, risolse di mostrare il partito che un
vecchio capitano poteva tirare dai mezzi che fin allora erano stati
trascurati dagl'inesperti e prosontuosi luogotenenti di Lodovico XII. Si
mosse in principio di marzo con mille dugento lance e sette mila fanti,
e nel primo giorno s'impadronì di Concordia[120]. Non volle egualmente
attaccare la Mirandola, onde non mostrarsi soltanto sollecito degli
stati tolti a sua figlia; ma, diretto dalla di lui esperienza, Gastone
di Foix, duca di Nemours, arrivato all'armata nel precedente anno, fece
prigioniero a Massa di Finale Gian Paolo Manfroni, distinto capitano de'
Veneziani, che colà si trovava con trecento cavaleggieri[121].

  [120] _Mém. de Fleuranges, t. XVI, p. 72._

  [121] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 525. — Fr. Belcarii, l. XII, p.
  362. — Mémoir. de Fleuranges, p. 74._

Aveva il papa mandato a Genova Alessandro Fregoso, vescovo di
Ventimiglia, per tentare di farvi nascere una ribellione. Questo prelato
venne arrestato per la vigilanza del Trivulzio, e fu condotto a Milano,
ove confessò tutti gl'intrighi di cui era incaricato[122]. Il Trivulzio
risolse di tirarne vendetta. Dopo avere rimontato il Panaro, sempre in
vista dell'armata nemica, lo passò finalmente a guazzo tra Spilamberto e
Piumaccio, e venne ad acquartierarsi in quest'ultimo villaggio, lontano
tre sole miglia dall'armata ecclesiastica. Questa, più non si trovando
coperta dal fiume, e non volendo avventurare una battaglia, ritirossi al
ponte di Casalecchio dietro al Reno, tre miglia sotto Bologna, in un
luogo forte, e reso famoso in principio del precedente secolo da una
grande battaglia[123].

  [122] _Par. de Grassis Diar. Cur. Rom. apud Rayn. Ann. Eccl. 1511, §
  58, p. 103._

  [123] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 526. — Fr. Belcarii, l. XII, p.
  363._

Giorgio di Frondsberg, che in appresso acquistossi tanta riputazione
nelle guerre d'Italia, aveva raggiunto il Trivulzio con due mila
cinquecento landsknecht, che gli conduceva da Verona[124]; il Trivulzio,
dopo avere occupato Castelfranco, venne ad appostarsi sulla grande
strada tra questa fortezza e la Samoggia, irrisoluto intorno al partito
che prenderebbe. Giudicava pericoloso l'attaccare l'armata pontificia
nella forte posizione da lei occupata, e credeva ancora meno sicuro il
tentare un colpo di mano sopra Bologna, malgrado le istanze dei
Bentivoglio, che promettevano di eccitare nello stesso tempo una
sollevazione per mezzo de' loro partigiani. Il Trivulzio accordava poca
fede alle speranze degli emigrati, di cui il Chaumont aveva di fresco
sperimentata la vanità; ma la notizia che Giulio II aveva abbandonata
Bologna, troncò tutto ad un tratto le sue irrisoluzioni.

  [124] _Mém. de Fleuranges, t. XVI, p. 81._

Il coraggio de' preti, siccome quello delle donne, è d'ordinario il
risultato dell'ignoranza del pericolo; così poche volte trovasi
proporzionato alla circostanza; talvolta sorprende colla sua temerità, e
talora si smentisce, quando uno spirito più tranquillo, o meglio
istrutto non vedrebbe ragione alcuna di turbarsi. Sentendo Giulio II che
il Trivulzio si era mosso, egli partì alla volta della sua armata, onde
colla sua presenza persuadere i suoi capitani a venire a battaglia. Il
duca di Urbino vi si era fin allora sempre rifiutato, e la ritirata
degli Spagnuoli, dopo la rottura delle negoziazioni col vescovo di
Gurck, lo teneva fermo in quest'opposizione, malgrado tutte le lettere
del papa. Aveva questi intenzione d'alloggiare il primo giorno a Cento;
ma fu costretto di trattenersi alla Pieve, perchè mille fanti, che
occupavano Cento, non volevano uscirne, se non se gli pagava il loro
soldo. Irritato dalla loro ostinazione, tornò all'indomani a Bologna;
egli fu colà che nuove particolarità intorno alla marcia del Trivulzio
gli inspirarono tutto ad un tratto quella paura, che pareva non avere
fin allora conosciuta. Pensò di ritirarsi a Ravenna in sicuro dai
pericoli della guerra; ma prima di partire, chiamò presso di sè il
senato de' quaranta di Bologna. Fece sentire ai senatori ch'egli era
stato quello che gli aveva liberati da dura schiavitù, che loro aveva
accordate molte esenzioni, distribuite grazie pubbliche e private, che
loro aveva abbandonata la nomina de' loro magistrati e l'amministrazione
delle pubbliche entrate, che il legato che loro dava altro non era in
Bologna che un monumento dell'alta signoria della Chiesa, perciocchè
limitatissimo era il di lui potere, e sempre regolavasi a seconda de'
loro consiglj. Che in fatto dopo che Bologna era tornata sotto
l'autorità della santa sede, il suo commercio aveva prosperato, le
manifatture eransi fatte più attive, e molti dei suoi concittadini
avevano ottenute le più sublimi dignità della gerarchia. Che il tempo
era venuto di mostrare se sapevano apprezzare così grandi vantaggi,
difendendo la città loro con energia contro quest'improvviso attacco.
Che dal canto suo non si prenderebbe minor cura della difesa di Bologna,
di quello che farebbe della stessa Roma; che aveva dato ordine ai
Veneziani di gettare un ponte a Sermidi sul Po, e di venire a
raggiugnere la sua armata; che aveva mandato danaro agli Svizzeri per
farne scendere dieci mila in Lombardia; che dimandava soltanto ai
Bolognesi di dirgli francamente se volevano o non volevano difendere la
loro città. Il priore del senato dei quaranta riepilogò nella sua
risposta tutte le espressioni di riconoscenza, di fedeltà, di divozione,
di coraggio, che gli somministrava lo studio della rettorica; e Giulio
II partì senza muovere alcun dubbio intorno alla bella difesa che
farebbero i Bolognesi[125].

  [125] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 527. — P. Giovio Vita d'Alfonso
  d'Este, p. 62. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 363. — Parisii de Grassis
  Diar. ap. Rayn., § 58 p. 103._

Sebbene il pontefice fosse scortato dalle trecento lance spagnuole che
tornavano nel regno di Napoli, non osò prendere la diritta strada di
Ravenna, e passò per Forlì. Giulio II confidava oltremodo nel cardinale
di Pavia, cui aveva lasciato il comando di Bologna col titolo di legato.
Per altro questo prelato, signore di Castello del Rio, discendente
dell'antica famiglia degli Alidosi, ch'era stata sovrana d'Imola, aveva
invano domandato a Giulio II di rimettere i suoi nipoti nell'antico loro
principato, che da lungo tempo loro era stato tolto, ed i suoi nemici
pretesero, che, offeso dai rifiuti di Giulio, avesse fin d'allora
segretamente cercato tutti i mezzi di vendicarsi. Di concerto col senato
dei quaranta aveva il cardinale di Pavia fatto scelta dei venti capitani
della milizia sotto i quali tutta la gioventù di Bologna era stata
inscritta; e sia per imprudenza, o sia per infedeltà aveva acconsentito
che si prendessero quasi tutti tra i partigiani dei Bentivoglio. La
fazione, che richiamava questi antichi signori, e che si rallegrava,
vedendoli avvicinarsi nel campo del Trivulzio, erano in allora
assecondati dai ricchi proprietarj di terre che temevano che l'armata
francese guastasse le loro campagne, dai mercanti che temevano ancora
più pei loro magazzini e per le loro botteghe, in ultimo da tutti coloro
che senza avere precisamente sofferto sotto Giulio II sentivansi
umiliati dal governo de' preti. Costoro non tardarono ad avvedersi
d'essere in Bologna il partito più numeroso, e siccome per l'imprudenza
del legato trovavansi armati e padroni delle porte, questi non aveva
verun mezzo di farli ubbidire[126].

  [126] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 529. — Jac. Nardi, l. V, p. 223.
  — P. Giovio Vita d'Alfonso d'Este, p. 64. — Fr. Belcarii, l. XII, p.
  364._

Quando il cardinale si avvide tutto ad un tratto della cattiva
disposizione delle milizie, volle far credere che il duca d'Urbino gli
avesse dato l'ordine di spedirle a Casalecchio: ma le milizie ricusarono
di uscire di città; volle in appresso far entrare mille uomini di
fanteria, comandati da Ramazzotto, ma gli stessi capitani delle milizie
non vollero ammetterli.

Questa doppia disubbidienza atterrì il cardinale di Pavia, il quale
sapeva di avere molti nemici e tra la nobiltà e tra il popolo; e che di
fresco aveva fatti ingiustamente perire tre o quattro distinti
cittadini. Quando fu notte, uscì travestito dal palazzo per rifugiarsi
nella fortezza, e così grandi erano il suo terrore e la sua
precipitazione, che dimenticò perfino di prendere il suo danaro ed i
suoi giojelli. Li mandò a cercare quando si vide in luogo di sicurezza,
ed appena ebbe ricevuta la sua cassetta uscì dalla fortezza per la porta
esterna, e si ritirò ad Imola con i cento cavalli che gli erano rimasti
per la sua guardia[127].

  [127] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 529. — Diar. Parisii de Grassis
  ap. Rayn., § 29, p. 103. — Ist. di Gio. Cambi, p. 262. — Fr.
  Belcarii, l. XII, p. 364._

Quando si seppe in Bologna il 21 di maggio la fuga del legato, Lorenzo
Ariosti e Francesco Rinucci, due de' capitani della milizia, conosciuti
pel loro attaccamento ai Bentivoglio, attaccamento ch'era divenuto
maggiore per via delle persecuzioni sofferte, accorsero alle porte di
san Felice e di Lame, le atterrarono a colpi di scure, e le consegnarono
ai Bentivoglio, cui il Trivulzio aveva dato cento lance per occuparle.

Il campo del duca d'Urbino stendevasi da Casalecchio fino alla porta
chiamata Saragozza. Bentosto si ebbe avviso della fuga del legato e
della sollevazione del popolo bolognese; ed un panico terrore
s'impadronì all'istante del generale e dei soldati. Il duca d'Urbino
ordinò la ritirata, sebbene fosse già notte avanzata; le truppe si
posero in marcia con estremo precipizio, abbandonando tutte le loro
tende, i loro equipaggi, ed i loro commilitoni, che stavano di guardia
sull'opposta riva del fiume, ove non ricevettero verun ordine. I
Bolognesi osservavano dalle loro mura questo movimento dell'armata
pontificia, ed i Bentivoglio ne diedero avviso al Trivulzio. Il popolo,
sempre ardito contro coloro che fuggono, fece un'impetuosa sortita per
attaccare i soldati della Chiesa che passavano lungo le mura. Nello
stesso tempo i paesani scesero dalle montagne con ispaventose grida per
partecipare al saccheggio del campo. L'oscurità che accresce il terrore
e diminuisce il sentimento della vergogna, l'impensata rivoluzione de'
cittadini e dei contadini, il timore dell'armata francese, diedero
bentosto alla ritirata l'aspetto della fuga. Se Raffaello de' Pazzi, che
aveva il comando delle truppe lasciate sull'altra riva del Reno non
avesse al ponte di Casalecchio opposta ai Francesi una ostinata
resistenza, pochi o niun soldato del duca avrebbero potuto salvarsi.
All'ultimo la di lui posizione fu forzata, ed egli fatto prigioniere;
allora gli uomini d'armi francesi, inseguendo l'armata fuggiasca,
raggiunsero bentosto gli equipaggi e ricondussero al loro campo tante
bestie da soma cariche di bottino, che chiamarono questa disfatta,
ottenuta senza combattere, _la giornata degli asini_. Vennero in potere
dei Francesi ventisei pezzi di cannone, quindici de' quali di grosso
calibro, la bandiera del duca d'Urbino e molte altre, parte degli
equipaggi dell'armata della Chiesa, e quasi tutti quelli dell'armata
veneziana. Furono fatti prigionieri Orsino da Mugnano, Giulio Manfrone e
molti altri capitani, e fu dispersa quasi tutta l'infanteria: il solo
Ramazzotto, che con un corpo dell'armata veneziana occupava la montagna
di san Luca, riuscì, sebbene fosse assai tardi avvisato della disfatta
de' suoi compagni d'armi, a condurre a traverso alle montagne le sue
truppe fino in Romagna, senza perdere un solo uomo[128].

  [128] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 530. — Jac. Nardi, l. V, p. 223.
  — Mémoires du chev. Bayard, ch. XLVI, p. 208. — Mém. de Fleuranges,
  t. XVI, p. 82. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 364. — P. Bembi Hist.
  Ven., l. XI, p. 250._

Quando Giulio II ebbe avviso a Ravenna della presa di Bologna, ne fu
oltremodo dolente, perchè attaccava a quella conquista grandissima
importanza, risguardandola la più gloriosa impresa del suo pontificato.
La condotta del popolo bolognese lo afflisse ancora di più; egli, a dir
vero, non vi aveva sparso sangue, nè fatta violenza a veruna persona
della nobiltà o del popolo, ma furono riservati a lui solo tutti gli
oltraggi: la sua statua colossale di bronzo, lavoro di Michelangelo
Buonarotti, ch'era stata innalzata sulla facciata della chiesa di san
Petronio fu dal popolo atterrata in mezzo agli insulti ed al disprezzo,
ed i Bentivoglio la fusero per formarne un doppio cannone, col quale il
quinto giorno dopo la rivoluzione tirarono contro la fortezza[129]. Era
questa assai vasta e ben fortificata, ma nel momento del bisogno si
trovò sprovveduta di guarnigione, di vittovaglie, ed in particolare di
munizioni da guerra, di modo che il vescovo Giulio Vitelli, che ne aveva
il comando, fu costretto ad arrendersi dopo una settimana. I
Bentivoglio, i quali temevano che il re di Francia mettesse guarnigione
nella cittadella, indussero il popolo a spianarla. Il duca di Ferrara,
approfittando della ritirata dell'armata pontificia, avea ricuperato
Cento, Pieve, Cotignola, Lugo, e le altre piazze della Romagna toltegli
dal papa. Il Trivulzio avrebbe pure potuto occupare Imola; ma volle
aspettare gli ordini della corte di Francia, prima di spingere più oltre
una guerra, che ripugnava alla coscienza del re, e più ancora a quella
della regina Anna di Bretagna[130].

  [129] _Mémoires de Fleuranges, t. XVI, p. 83._

  [130] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 530. — Jac. Nardi, l. V, p. 224.
  — Fr. Belcarii, l. XII, p. 364._

Francesco degli Alidosi, vescovo e cardinale di Pavia, e legato di
Bologna, poteva essere accusato come cagione di tanto disastro; la di
lui amministrazione aveva eccitato l'odio dei Bolognesi contro la
Chiesa, la sua imprudenza sollevata la città, e la sua viltà fatto
perdere e Bologna e l'armata che doveva difenderla. Tutti gli ufficiali,
che si erano sottratti alla disfatta di Casalecchio, rigettavano tutta
sopra di lui la vergogna del loro terrore e della loro fuga; ed il duca
di Urbino, suo antico nemico, l'accusava più scopertamente degli altri.
Dal canto suo il cardinale per giustificarsi accusava il duca d'Urbino
di tradire il papa, perchè sua moglie Eleonora Gonzaga era figliuola
d'Isabella d'Este, sorella d'Alfonso, che aveva sposato il marchese di
Mantova. Il duca, egli diceva, non cercò mai di buona fede di spogliare
lo zio della sua sposa; ed infatti lo stesso Fleuranges replica più
volte, che il duca d'Urbino era di cuore francese, e che desiderava la
pace[131].

  [131] _Jo. Marianae Hist. Hisp., l. XXX, c. II, p. 302. — Jac.
  Nardi, l. V, p. 224. — P. Giovio Vita d'Alfonso d'Este, p. 64._

L'Alidosi si portò a Ravenna per giustificarsi, e Giulio II, che lo
amava, ed a lui ciecamente fidavasi, lo accolse con piacere, e lo invitò
a pranzare lo stesso giorno con lui. Infatti mentre tornava a palazzo,
scortato da suo cognato Guido Vaina, capitano della sua guardia, fu
incontrato dal duca d'Urbino. Questa pompa militare nel momento in cui
le disgrazie dell'armata procedevano tutte da lui, accrebbe oltremodo la
collera del duca; egli innoltrossi in mezzo ai soldati del legato, che
per rispetto gli facevano luogo, e lo pugnalò in sugli occhi di tutti.
Quando pochi istanti dopo fu dato avviso al papa di tale violenza, egli
si abbandonò a furibonde e disperate grida. Non dolevasi soltanto della
morte d'un cardinale, a lui tanto caro, ma ancora dell'offesa recata
alla dignità ecclesiastica, cui in tutto il corso del suo pontificato
aveva in ogni modo cercato di rendere più venerabile e sacra, e cui
adesso vedeva così sfacciatamente oltraggiata sotto i suoi proprj occhi,
ed inoltre dal suo proprio nipote. Lo stesso giorno, sempre oppresso dal
più angoscioso dolore, ripartì da Ravenna per tornare a Roma[132]; ma
era di poco giunto a Rimini, che per colmo di amarezza seppe che in
tutti i luoghi pubblici, a Modena, a Bologna ed in molte altre città, si
affiggevano cedole di convocazione di tutti i prelati ad un concilio
generale in Pisa per il giorno primo di settembre; e che veniva citato
egli stesso a recarvisi, affinchè la Chiesa fosse riformata nel suo capo
e nelle sue membra[133].

  [132] _Par. de Grassis Diar. ap. Rayn. 1511, § 60, p. 103. — Mém. du
  chev. Bayard, ch. XLV, p. 203. — Ist. di Gio. Cambi, p. 263. — Fr.
  Belcarii Comm., l. XII, p. 365. — P. Bembi Hist. Ven., l. XI, p.
  251._

  [133] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 532. — P. Giovio Vita d'Alfonso
  d'Este, p. 60. — Rayn. Ann. Eccl. 1511, § 1-7, p. 86 e seg. — Fr.
  Belcarii, l. XII, p. 365._



CAPITOLO CVIII.

      _Amministrazione del gonfaloniere Soderini a Firenze. — Concilio
      di Pisa; alleanza di Ferdinando il Cattolico con Giulio II e coi
      Veneziani. — La loro armata combinata s'innoltra verso Bologna.
      — Gastone di Foix la costringe a retrocedere, e ricupera Brescia
      che si era ribellata._

1511 = 1512.


La maggior parte degli stati italiani erano scomparsi dalla scena del
mondo, e quelli che tuttavia conservavano un'ombra d'indipendenza,
cercavano salvezza nella propria nullità, mentre tutti i gravissimi
interessi della patria si decidevano, bensì in mezzo a loro, ma senza di
loro, da quelle potenze la di cui superiorità era tale che sarebbe stato
affatto impossibile il volervi far testa. Alle porte dell'Italia il duca
di Savoja ed il marchese di Monferrato non lasciavano di chiamarsi
sovrani; ma il re di Francia, diventato duca di Milano ed in pari tempo
doge di Genova, li circondava da ogni banda colle sue province; egli
faceva continuamente passare per i loro stati le sue armate, si valeva
dei loro arsenali, dei loro magazzini, delle stesse loro fortezze, e non
credeva omai più necessario di chiedere il loro assenso, o di cercare la
loro alleanza ed in tempo di queste guerre, che li ruinavano, questi
principi non facevano mai sentire la loro esistenza. Vero è che l'uno e
l'altro paese avevano in tale epoca sovrani senza talenti e senza
carattere. Guglielmo IX, figlio e successore di Bonifacio V, regnava nel
Monferrato. Era salito sul trono nel 1493, in età di soli sette anni, e
ne' primi tempi aveva avuta per tutrice sua madre Maria, affatto ligia
alla Francia; morta questa, la tutela del giovanetto marchese era
passata nelle mani di Costantino Cominate, di lui parente. Quando
Guglielmo giunse alla maggiorità, obbligò Costantino ad abbandonare il
Monferrato, ed allora quest'uomo intrigante ed accorto si attaccò a
Massimiliano ed ebbe una parte attivissima nelle negoziazioni
dell'imperatore e del papa. Il giovane marchese per lo contrario non
uscì dall'oscurità in cui era stato tenuto fino dall'infanzia: aveva il
31 agosto del 1508 sposata Anna, figlia di Renato, duca d'Alençon, dalla
quale ebbe un figlio che gli successe nel 1518, e la figliuola che portò
in appresso l'eredità del Monferrato alla casa Gonzaga. Dopo la morte di
questa prima moglie, Guglielmo IX sposò Maria, figlia di Gastone IV,
conte di Foix. Egli aveva scelta l'una e l'altra sposa tra le signore
francesi, come s'egli avesse effettivamente sentito, che, dacchè i
possedimenti della Francia lo circondavano da ogni banda, egli più non
era un sovrano indipendente, ma soltanto un principe francese.

Nello stesso tempo, e dopo il 1504, Carlo III era succeduto nelle
signorie della Savoja e del Piemonte a suo fratello, Filiberto II figlio
di Filippo, lungo tempo conosciuto sotto il nome di conte di Bresse.
Quando era salito sul trono, aveva trovata la maggior parte de' suoi
stati obbligati per gli appannaggi di tre vedove duchesse; onde gli
restavano scarsissime entrate e poca autorità. Egli non oltrepassava i
diciotto anni, era di carattere debole e tutte le altre sue facoltà non
uscivano dall'ordinario. Non era sperabile, che da sè ricuperasse
quell'importanza, che gli avvenimenti anteriori al suo regno avevano
tolti alla di lui corona. Quindi, finchè potè vivere ignorato ed ozioso
nella dipendenza della Francia, preferì alla gloria militare questa
tranquilla oscurità. Ma gli avvenimenti della guerra lo chiamarono suo
malgrado a figurare tra i sovrani; e fu costretto a scegliere tra due
potentati nemici, che trasportarono ne' suoi stati il teatro delle loro
battaglie. La sua indecisione fu causa che allora perdesse tutti i suoi
stati; ma le sue lunghe calamità non cominciarono che dopo i tempi in
cui propriamente perì l'indipendenza d'Italia[134].

  [134] _Guichenon Hist. généal. de la maison de Savoje, t. II, p.
  196-230._

Il duca di Ferrara ed il marchese di Mantova, dopo avere con imprudente
ambizione preso parte nella lega di Cambrai, avevano perduto, il primo
la libertà, l'altro la metà de' suoi stati. Per altro Gian Francesco
Gonzaga era riuscito in mezzo al turbine a rientrare nella mal
abbandonata neutralità. Per lo contrario Alfonso d'Este sosteneva il più
grande sforzo della guerra; pareva che la sorte dell'Italia dipendesse
interamente da quella de' suoi stati, tanto era l'accanimento con cui lo
trattavano il papa ed i Veneziani. I regni di Napoli e di Sicilia più
non appartenevano agl'Italiani; tutti i principi, tutte le repubbliche,
che così lungamente avevano conservata l'indipendenza nello stato della
Chiesa, erano state spogliate della loro sovranità da Alessandro VI o da
Giulio II; quelli che tuttavia conservavano qualche autorità erano scesi
al rango di feudatarj ubbidienti e timorosi innanzi al loro abituale
signore: ed il duca d'Urbino, generale e nipote del papa, che solo tra
tutti sembrava essere stato fin allora risparmiato, era incorso per la
morte del cardinale di Pavia in una sentenza di deposizione, che
veramente non ebbe mai esecuzione, anzi venne rivocata dopo cinque
mesi[135].

  [135] _Raynaldi Ann. eccles. 1511, § 61, p. 104._

In tutta l'Italia omai non restavano altri stati indipendenti, oltre
Venezia, la Chiesa, e quelli che abbiamo or ora ricordati, che le tre
repubbliche di Toscana, Firenze, Siena e Lucca, tutte tre neutrali e
spettatrici inquiete d'una guerra cui erano attaccati i destini della
loro contrada; tutte tre si stavano immobili e bramose di far
dimenticare colla presente nullità l'attività passata, onde non fossero
istigate ad associarsi a qualcuna delle potenze belligeranti. Da lungo
tempo Lucca e Siena avevano per la debolezza loro adottato questo
sistema. Era più nuovo per Firenze, la quale erasi tanto lungamente
risguardata come il centro di tutte le negoziazioni d'Italia: ma senza
molti anni di riposo non poteva questa repubblica rifarsi dallo
spossamento in cui l'avevano gettata la guerra accesa da Carlo VIII, e
la ribellione di Pisa. Il gonfaloniere, Pietro Soderini, il 22 dicembre
1510, rendendo conto della sua amministrazione al gran consiglio,
assoggettò all'esame de' suoi concittadini gli stati delle esazioni e
delle spese di otto anni, che ammontavano a 908,300 fiorini d'oro, ossia
a 10,899,600 franchi; e sebbene questa somma, avuto riguardo al valore
del danaro in quell'epoca, fosse ragguardevole, dimostra una grandissima
diminuzione delle ricchezze della repubblica, ove si paragoni a ciò che
Firenze poteva spendere, senza grave incomodo nelle guerre coi signori
della Scala, o co' Visconti[136].

  [136] _Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 290. — Ist. di Gio. Cambi, t.
  XXI, p. 242._

All'indomani dello stesso giorno, in cui il gonfaloniere aveva dato
all'Italia il nuovo esempio di chiamare il pubblico ad esaminare la sua
contabilità, si scoprì in Firenze una congiura contro di lui tramata per
assassinarlo. Si era questa formata in Bologna alla corte del papa, e
l'implacabile odio di Giulio II contro chiunque ardiva opporsi alle sue
volontà, le aveva dato cominciamento. Non poteva Giulio perdonare al
Soderini la sua parzialità verso la Francia: gli è vero che lo vedeva
mantenere la sua repubblica nella neutralità, ma lo aveva però sospetto
a cagione delle segrete offerte di Lodovico XII e temeva che la
repubblica fosse inclinata a dichiararsi contro di lui in una critica
circostanza. Il Soderini lo aveva particolarmente offeso accordando
salvacondotto ed asilo in Firenze a cinque cardinali che attraversavano
la Toscana. Questi prelati eransi spaventati a cagione della morte d'uno
de' loro colleghi in Ancona, ed avevano ricusato di raggiugnere il papa
a Bologna. Sdegnavasi Giulio II, o di essere sospettato autore della
morte del cardinale, o di vedere sottratti alla sua vendetta coloro
ch'egli voleva perdere. I cinque cardinali di santa Croce, Cosenza,
Bayeux, san Malò e Sanseverino, che, partendo da Firenze presero la
strada di Milano, si posero subito nel clero alla testa della fazione
contraria a Giulio II, ed abbracciarono tutti gl'interessi della
Francia[137].

  [137] _Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 290. — Ist. di Gio. Cambi, t.
  XXI, p. 241._

Giulio II, confondendo nella sua collera il Soderini con Lodovico XII e
coi cardinali ribelli alla sua autorità, pensò di spogliarlo d'ogni
potere e di cambiare il governo di Firenze. Prinzivalle della Stufa,
cittadino fiorentino, dell'età di venticinque anni, figlio di uno
zelante partigiano dei Medici, trovavasi in allora a Bologna: egli era
abbastanza destro e coraggioso per eseguire le più difficili imprese, e
si offrì spontaneamente a servire la collera del papa uccidendo il
gonfaloniere. Marc'Antonio Colonna promise di trovargli dieci uomini
scelti per assecondarlo, e Prinzivalle partì alla volta di Firenze onde
associare al suo attentato alcuni nobili fiorentini. Parlò dapprima a
Filippo Strozzi, che aveva sposata una sorella dei Medici, e ch'egli
perciò credeva affezionatissimo a quella famiglia; ma lo Strozzi rispose
di avere dichiarato ai suoi cognati che tosto rimanderebbe loro la
sorella, qualora gli facessero parlare di politica; non volle pure
promettere di tenere segreta la confidenza che gli era stata fatta; e
Prinzivalle, dopo avere cercato invano d'intimorirlo, fuggì subito a
Siena, onde salvarsi dalle indagini de' decemviri, ai quali lo Strozzi
lo aveva denunciato. Fu in sua vece tratto in giudizio suo padre, Luigi
della Stufa, e rilegato per cinque anni nel vicariato di Certaldo,
sebbene non fosse altrimenti provata la sua complicità[138].

  [138] _Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 293. — Ist. di Gio. Cambi, t.
  XXI, p. 243._

Intanto essendosi il 29 dicembre adunato il gran consiglio per eleggere
i gonfalonieri delle compagnie, alzossi Piero Soderini, ed informò i
suoi concittadini della congiura scopertasi contro di lui. I congiurati,
egli disse, avevano trovato difficile l'ucciderlo nel suo appartamento
nel pubblico palazzo, pericoloso l'assalirlo in pieno consiglio, e,
siccome egli non usciva giammai che colla signoria in occasione delle
pubbliche cerimonie, si erano veduti forzati ad aspettare una di queste
solennità. La scoperta della loro congiura costringerebbe bensì i nemici
a mutare i loro progetti, ma non perciò lusingavasi egli che la sua vita
venisse ad essere così posta in sicuro, essendo già per lui
apparecchiato il veleno. Egli non affettò nè un coraggio nè
un'indifferenza ai quali non era stato predisposto dalla passata sua
vita: altamente convinto del proprio pericolo, non vi si rassegnò che
con dolore, ed il suo discorso venne spesso interrotto dalle lagrime.
Pure lo confortava il testimonio della propria coscienza, di non avere
mai meritato l'odio de' suoi concittadini, nè i pugnali da cui vedevasi
circondato; e invocò sulla propria condotta il giudizio di tutti i
Fiorentini che avevano con lui seduto nella signoria. Più di trecento
cittadini erano stati priori durante gli otto anni ne' quali egli era
stato capo dello stato: gli scongiurò di dire, se giammai erasi egli
proposto altro scopo che il bene della comune loro patria, se giammai
aveva seguite private viste, o personali interessi, se aveva mai
raccomandato qualche individuo al podestà, ai tribunali, ai corpi di
mestieri, per sottrarlo al rigore delle leggi. Non volle per sè chiedere
veruna guardia, nè adoperare per la sua difesa che quella stessa dignità
di cui il popolo lo aveva rivestito; ma invitò i consiglj a prendersi
cura della difesa dello stato popolare, piuttosto che di quella della
sua persona. Egli non era già lo scopo principale degli attentati de'
nemici, bensì lo erano la libertà, l'eguaglianza, e quello stesso
consiglio per via del quale tutti i Fiorentini partecipavano
all'amministrazione della repubblica. I partigiani dell'oligarchia
miravano a chiudere il gran consiglio; e la sua morte, per la quale
avevano cospirato, altro non doveva essere che il segnale di quella più
importante rivoluzione ch'essi meditavano[139].

  [139] _Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 292. — Gio. Cambi, p. 246._

Effettivamente il gran consiglio risguardò l'attentato contro la vita
del Soderini, come l'indizio di un progetto tendente a rovesciare lo
stato popolare; e perchè il partito vincitore aveva sempre trovato
facile di sanzionare una rivoluzione in Firenze coll'adunare un
parlamento, il consiglio volle privare i faziosi di questa dannosa
facilità, quando ancora riuscissero ne' loro criminosi progetti. Il 20
gennajo del 1511 proclamò una legge, nella quale previde il caso in cui
i cospiratori privassero la repubblica del suo gonfaloniere, de' suoi
priori, de' suoi colleghi, oppure distruggessero le borse destinate
all'estrazione della magistratura, talchè l'autorità delegata dal popolo
sembrasse sospesa; volle in tal caso, che, invece di adunare un
parlamento, che mai non delibererebbe individualmente e liberamente,
fosse al medesimo gran consiglio, o alla parte di questo consiglio che
potrebbe adunarsi, devoluto il diritto di formare il nuovo governo della
repubblica[140].

  [140] _Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 293. — Gio. Cambi, p. 248._

Circa lo stesso tempo andava a terminare la tregua convenuta in aprile
del 1506 tra Pandolfo Petrucci ed i Sienesi; dessa era stata protratta
due anni, mentre ancora durava la guerra di Pisa, ed i Fiorentini
avevano acconsentito a non riclamare per tutto quel tempo i loro diritti
sopra Montepulciano. Ma oramai niuna ragione giustificava una simile
accondiscendenza. Lodovico XII, che bramava di valersi dei Fiorentini
contro il papa, loro prometteva potenti soccorsi, e faceva loro sperare
l'acquisto non solo di Montepulciano, ma della stessa Siena. Per
approfittare del favore del re, il gonfaloniere spedì il Macchiavelli a
Siena, incaricandolo di denunciare a questa repubblica la cessazione
della tregua, dichiarando in pari tempo, che Firenze non sarebbe mai per
rinnovarla, se non venivano restituiti Montepulciano ed il suo
territorio. Intanto il gonfaloniere mandò ai confini gli uomini d'armi
che teneva nello stato di Pisa[141].

  [141] La delegazione del Macchiavelli porta la data del 2 dicembre
  del 1510. _Legazioni, t. VII, p. 389. — Scip. Ammirato, l. XXVIII,
  p. 294._

Come i Fiorentini si affidavano alla protezione della Francia, così i
Sienesi speravano in quella di Giulio II. Pandolfo Petrucci, che
disponeva a voglia sua di questa repubblica, nulla aveva dimenticato per
procacciarsi il favore del vecchio pontefice; aveva di fresco
riacquistato ed a lui offerto in dono il castello della Suvera,
principal luogo e residenza degli antichi conti di Ghiandaroni, nello
stato di Siena. Nello stesso tempo la balìa aveva riconosciuto in Giulio
II un discendente di quell'estinta famiglia, che portava come lui lo
stemma della quercia; ma la loro agnazione non poteva quasi provarsi con
altro, che con quella della ghianda della Rovere colle ghiande dei
Ghiandaroni. Il papa, che ardentemente desiderava di procacciare lustro
alla propria famiglia plebea ed oscura, accolse questo dono con
vivissimo piacere; d'allora in poi non ommise di comprendere Siena in
tutte le sue alleanze; accordò il cappello di cardinale ad Alfonso,
figlio di Pandolfo Petrucci, e si dichiarò il difensore di tutti
gl'interessi di quello stato[142].

  [142] _Orlando Malavolti storia di Siena, p. III, l. VII, f. 115._

Non perciò poteva Giulio incoraggiare i Sienesi ad entrare in guerra pel
possedimento di Montepulciano. Quanto Lodovico XII desiderava questa
guerra per volgere tutte le forze dei Fiorentini contro la Chiesa,
altrettanto la temeva il pontefice, perchè apriva un più vasto confine
agli attacchi de' Francesi; onde avrebbe dovuto misurarsi con loro non
solo nella Romagna, ma ancora in Toscana. Mandò dunque ai Sienesi
Giovanni Vitelli e Guido Vaina, per proteggerli, con alcune compagnie
d'uomini d'armi e di cavaleggieri; ma in pari tempo si offerse mediatore
tra le due repubbliche. Fece sentire a Pandolfo l'estremo pericolo
d'introdurre i Francesi in Toscana; ottenne dai Fiorentini un perdono
senza eccezione pei ribelli di Montepulciano e la restituzione di tutti
i loro privilegj; il 3 di settembre del 1511 fece finalmente soscrivere
un trattato d'alleanza tra le due repubbliche per venticinque anni, in
forza del quale Montepulciano fu restituito con tutto il suo territorio
ai Fiorentini, che dal canto loro si obbligarono a guarentire tutti gli
altri possedimenti della repubblica di Siena, ed a mantenervi l'autorità
di Pandolfo Petrucci e de' suoi figli[143].

  [143] _Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 294. — Orlan. Malavolti Stor.
  di Siena, p. III, l. VII, f. 115. — Ist. di Gio. Cambi, p. 263. —
  Jac. Nardi, l. V, p. 227. — Fr. Guicciardini, l. X, p. 539._

Non perchè avesse adottate più pacifiche disposizioni, ma tutt'al
contrario per tener dietro con minori impedimenti ai bellicosi suoi
progetti di cacciare, secondo soleva egli ripetere, i barbari
dall'Italia, erasi il papa fatto mediatore tra le due repubbliche
toscane. La vittoria de' Francesi sotto le mura di Bologna, e la totale
dispersione della sua armata, avevano lasciato il papa a discrezione del
re di Francia, il quale avrebbe potuto senza trovare ostacolo spingere
le sue armate fino a Roma, e colà dettare la pace a Giulio II. Ma
Lodovico XII, in mezzo ai suoi prosperi avvenimenti, non lasciava di
essere agitato dagli scrupoli di fare la guerra alla Chiesa. Appena ebbe
avviso della disfatta dell'armata pontificia, che ordinò a Gian Giacopo
Trivulzio di ricondurre le truppe nel Milanese; vietò ogni pubblica
dimostrazione di gioja per vittorie di cui si vergognava; e dichiarò,
che, sebbene non credesse d'aver commesso errori, era pronto, per
ottenere la pace, ad umiliarsi ed a chiedere perdono alla santa
sede[144].

  [144] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 535._

Per lo contrario il papa, conoscendo la debolezza del re, non rinunciava
alle sue prime domande, e pareva che nelle sue perdite trovasse motivi
di accrescere la sua arroganza. Un vescovo Scozzese, ambasciatore del
suo re in Roma, aveva offerta la sua mediazione e riaperte le
negoziazioni abbandonate dal vescovo di Gurck. Giulio II gli comunicò le
sue pretese. Chiedeva che il duca di Ferrara rinunciasse a tutto quanto
aveva ricevuto pel suo matrimonio con Lugrezia Borgia; che pagasse alla
camera apostolica l'antico tributo; che restituisse Lugo e tutta la
Romagna Ferrarese, e ricevesse in Ferrara un visdomino pontificio,
invece del visdomino veneziano che vi avea ricevuto in addietro.
Lodovico era disposto ad accettare queste condizioni, sebbene gli
sembrassero dure; ma in questo tempo Gian Giacopo Trivulzio, dopo avere
rioccupata la Mirandola, aveva licenziata la sua armata, ad eccezione di
cinquecento lance e di mille trecento fanti tedeschi che aveva mandati a
Verona. Quando il papa ebbe di ciò avviso, trovandosi liberato dal
timore di quell'armata vittoriosa, mutò linguaggio, e mise in campo
nuove condizioni, affatto inammissibili, oltre le già proposte. Voleva
che la pace tra Massimiliano ed i Veneziani si conchiudesse nello stesso
tempo che la sua colla Francia; che Alfonso d'Este gli pagasse tutte le
spese della guerra; e che i Bentivoglio ed i Bolognesi ribellati fossero
abbandonati alla sua vendetta. Questi ultimi avevano di già cercato di
placarlo, offrendo alla camera apostolica il tributo che pagavano i loro
padri ed i loro antenati, e richiamando in palazzo, come luogotenente
del papa, il vescovo di Chiusi, prima loro prigioniere. Ma Giulio II
aveva corrisposto colle censure alla loro sommissione, ed aveva
incaricati due suoi capitani, Marc'Antonio Colonna e Ramazzotto, di
guastare senza pietà il territorio bolognese[145].

  [145] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 536. — P. Bembi Hist. Ven. l. XI,
  p. 252. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 366._

Lodovico XII aveva sperato che la domanda del concilio, fatta dal clero
di Francia, riuscirebbe molesta ad un papa, la di cui elezione era stata
così poco canonica, ed il di cui guerriero carattere era cagione di
continuo scandalo. Aveva persuaso Massimiliano a concorrere alla
convocazione del concilio, e tutti e due avevano invano eccitato
Ferdinando ad unirsi a loro. Eransi in appresso rivolti al papa, per
intimargli di dare esecuzione al canone del concilio di Costanza, che
ordinava la tenuta di un concilio ecumenico ogni dieci anni: gli avevano
ricordato il suo proprio giuramento all'atto della sua consacrazione,
col quale erasi obbligato sotto pena di spergiuro e di anatema ad
adunare, prima che spirassero due anni, un concilio universale.
Finalmente lo avvisavano che il conclave da cui era stato eletto, avendo
pronunciato che i due terzi dei cardinali avevano il diritto di
convocare il concilio, se il papa non lo faceva, essi erano determinati,
dietro la sua negativa, di rivolgersi a questi[146].

  [146] _Raynald. An. Eccl. 1511, § 3, p. 87. — Belcarii Comm., l.
  XII, p. 365. — Fleury Hist. Eccles., l. CXXII, c. 28._

Tale domanda presentata al papa altro non era che una vana formalità: nè
l'imperatore, nè il re di Francia avevano sperato ch'egli se ne farebbe
carico; essi pensavano di convocare il concilio di propria loro
autorità, o con quella de' cardinali che avevano abbandonato Giulio e si
erano ritirati a Milano. Ma li trattenne alcun tempo la scelta della
città in cui adunarlo; Massimiliano stava per Costanza, Lodovico XII per
Lione, ed i prelati Italiani non volevano uscire d'Italia. I due
monarchi risolsero di compiacerli; e, coll'assenso de' Fiorentini,
scelsero Pisa, dove un secolo prima, quasi nelle stesse circostanze, era
stato tenuto un altro concilio. La vicinanza di Roma, la facilità di
andarvi per la via del mare, e la protezione di un governo neutrale,
parevano dover togliere al papa ogni pretesto di ricusare d'intervenirvi
co' suoi prelati.

Gli ambasciatori dell'imperatore e del re di Francia proposero, il 16
maggio, ai cardinali rifugiati a Milano di convocare a Pisa un concilio
ecumenico; questi sotto certe condizioni, tendenti ad assicurare la
libertà dell'assemblea, acconsentirono all'inchiesta, e pubblicarono le
loro lettere di convocazione pel primo di settembre. Altre ne aveva
pubblicate Massimiliano in proprio nome, nella sua qualità di avvocato e
di protettore della Chiesa, fin dal 16 di gennajo, ed altre ancora in
data del 15 febbrajo Lodovico XII, esortando i vescovi francesi e
tedeschi a recarsi a Pisa[147].

  [147] _Rayn. An. Eccl. 1511, § 1, p. 86. — Labbei concilia Gener.,
  t. XIII, p. 1486. — Jac. Nardi, l. V, p. 226. — P. Bembi, l. XI, p.
  253. — Jo. Marianae, l. XXX, c. 1, p. 299._

Ma per quanto fossero grandi l'autorità dei due monarchi, la sommissione
del loro clero, e lo scontento generale della Chiesa, Giulio II nulla
arrischiava in questa contesa; ed egli lo vedeva; infatti opponeva
l'ardire e l'impeto del suo carattere ai risguardi ed agli scrupoli de'
suoi avversarj, che colle loro medesime apologie, col mostrare avido
desiderio di entrare in negoziazioni, sembravano confessare di non
essere assistiti dalla giustizia. Giulio II, per togliere loro qualunque
pretesto, convocò egli stesso con una bolla del 18 luglio un concilio in
san Giovanni di Laterano pel 19 aprile del 1512. Pubblicò nello stesso
tempo un monitorio contro i cardinali ribelli, per privarli del
cardinalato e di tutti i loro beneficj ecclesiastici, qualora entro
sessanta giorni non si presentassero a lui per giustificarsi[148].

  [148] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 538. — Rayn. An. Eccl. § 9, p. 89.
  — Jac. Nardi, l. V, p. 226. — P. Giovio vita di Alfonso, p. 66._

Gli apparecchj per due concilj vennero tutt'ad un tratto sospesi a
cagione della malattia del papa, il quale, essendosi trovato male il 17
di agosto, fu dopo quattro giorni ridotto all'estremo. Cadde in un
deliquio che durò più ore; tutti coloro che lo assistevano lo tennero
per morto; se ne sparse la voce in città; vennero ovunque spediti
corrieri per portarne la notizia; ed i cardinali assenti da Roma, senza
eccettuare quelli che avevano convocato il concilio di Pisa, si
affrettarono di porsi in cammino per ritornarvi. Frattanto Giulio II,
rinvenuto dalla sua letargia, volle ordinare gli affari di sua famiglia,
che poteva da un secondo attacco simile essere improvvisamente privata
del suo capo. All'indomani adunò un concistoro, nel quale accordò al
duca d'Urbino, suo nipote, la grazia per l'omicidio del cardinale di
Pavia, rimettendolo nel godimento di tutti i feudi ricevuti dalla
Chiesa. Nello stesso tempo pubblicò una bolla intorno all'elezione del
nuovo papa, per prevenire o punire colle più severe pene una simonia
simile a quella di cui egli stesso erasi renduto colpevole, quando aveva
ottenuta la tiara[149].

  [149] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 543. — Par. de Grassis Diar. ap.
  Rayn. § 34, p. 98. — P. Bembi Hist. Ven., l. XII, p. 261. — Fr.
  Belcarii, l. XIII, p. 370._

In pochi giorni Giulio si trovò sano come per lo innanzi, sebbene
continuasse a non curarsi de' consigli de' medici, ed a tenere un regime
di vita direttamente opposto a quello ch'essi gli prescrivevano. Colle
forze andò pure ricuperando il suo ardore guerriero, e sempre più si
confermò nel favorito suo progetto _di cacciare i barbari d'Italia_. Le
lagnanze e le miserie dei popoli, oppressi dagli oltremontani, avrebbero
somministrati a Giulio i più giusti motivi per quest'impresa, se le sue
forze fossero state proporzionate alla lotta in cui voleva entrare.

Frattanto la campagna di quest'anno non aveva prodotto verun'azione
clamorosa. Massimiliano, sempre consentaneo a sè medesimo, si andava
perdendo in vasti progetti che non era capace d'eseguire. Sebbene i
Veneziani fossero assai snervati, non aveva potuto approfittare della
diversione fatta dalla Francia per spingere con vigore la guerra contro
di loro. Vero è che guastava il territorio friulano, e spargeva la più
spaventosa desolazione in quelle contrade; ma, lungi dal conquistare
Treviso o Padova, cui non aveva mai voluto rinunciare, non avrebbe pure
conservata Verona, senza la guarnigione francese mandata in questa
piazza da Lodovico XII. L'imperatore erasi recato ad Inspruck, e si
proponeva ancora di marciare colla sua armata fino a Roma, per
ristabilire l'impero germanico in tutte le prerogative possedute ai
tempi di Carlo Magno o di Ottone il grande; ma le truppe dell'impero,
sulle quali egli faceva sempre fondamento, non arrivavano mai, e le
proprie non bastavano per tener testa alla repubblica di Venezia. Così
passava rapidamente da una smisurata ambizione allo scoraggiamento, e
mai non mantenevasi con costanza nell'una o nell'altra disposizione.
Talvolta dava orecchio alle proposizioni che gli venivano fatte da
Ferdinando il Cattolico, di riconciliarsi coi Veneziani e colla Chiesa,
e di attaccare di concerto i Francesi. In uno de' suoi accessi di
scoraggiamento, invitò pure i Veneziani a mandargli un inviato per
trattare con lui. Il senato fece subito partire alla volta d'Inspruck
Antonio Giustiniani, e fece fare in ogni chiesa preghiere pel felice
successo della sua missione; ma Massimiliano aveva prima del suo arrivo
mutato parere. Ridusse a soli otto giorni il salvacondotto del
Giustiniani, e rigettò tutte le proposizioni che gli recava[150]. Non
erano ignote a Lodovico XII queste di lui irrisoluzioni, e sapeva che
questo alleato, ch'egli pagava, e pel quale doveva combattere, era
sempre in procinto di passare nelle file dei suoi nemici[151].

  [150] _P. Bembi Hist. Ven., l. XI, p. 255 e 259._

  [151] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 540. — Fr. Belcarii Com., l. XII,
  p. 366._

Dal canto suo Giulio II appena degnavasi di contare Massimiliano tra i
suoi nemici, sebbene lo avesse veduto prendere parte alla convocazione
del concilio; egli fondava le sue speranze nel re d'Arragona, in quello
d'Inghilterra e negli Svizzeri, e di già le sue negoziazioni presso
queste tre potenze prendevano il più favorevole aspetto. La constante
politica di Ferdinando il Cattolico era quella di coprire la propria
ambizione colla maschera della religione; onde dacchè il papa erasi
dichiarato alleato dei Veneziani, non avea cessato mai di dare a
Lodovico XII ipocriti consiglj intorno all'empietà di far guerra al capo
della Chiesa. Fino a tale epoca erasi egli occupato intorno alle sue
conquiste nell'Africa; il suo generale, Pietro Navarra, gli aveva
sottomesse Orano e Bugia; i re di Algeri e di Tremisene si erano
dichiarati suoi feudatarj, e pareva che un nuovo impero spagnuolo fosse
vicino a stabilirsi al di là dello stretto di Gibilterra[152]. Ma
quand'ebbe notizia della disfatta di Bologna, richiamò dall'Africa
Pietro Navarra, e lo mandò nel regno di Napoli con tre mila de' suoi
migliori fanti spagnuoli, per non lasciare questo regno in balìa di un
monarca vittorioso, che vi aveva dei diritti.

  [152] _Jo. Marianae Hist. Hispan., l. XXIX, c. 24, p. 296. — Rayn.
  An. Eccl. 1510, § 30, p. 82. — P. Bizarro Sen. Pop. q. Genuens.
  Hist., l. XVIII, p. 430._

Enrico VIII d'Inghilterra, cedendo alle istanze di Giulio II, aveva
acconsentito a fare di concerto con Ferdinando calde rimostranze a
Lodovico XII intorno allo scisma ch'egli andava a suscitare nella
Chiesa, gli aveva domandato pel bene della cristianità di mandare i
cardinali ed i prelati del suo regno al concilio di Laterano, e di
permettere alla Chiesa di ricuperare la sua città di Bologna. Gonfio
d'orgoglio, e fidando nelle immense ricchezze lasciategli da suo padre,
egli credevasi l'arbitro dell'Europa, e risguardava tutte le istanze
fattegli da questi monarchi, quali omaggi dovuti al suo potere ed ai
suoi talenti.

Per altro il papa riponeva negli Svizzeri le principali sue speranze; e
l'imprudenza di Lodovico XII lo aveva ancora meglio servito che le
proprie negoziazioni. Questo monarca in un movimento d'orgoglio aveva di
nuovo ricusato di riconciliarsi cogli Svizzeri e di accrescere le loro
pensioni. Aveva giurato di non lasciarsi taglieggiare da paesani, ed
aveva proibita l'esportazione delle granaglie dalla Francia e dalla
Lombardia ne' paesi Svizzeri. Aveva creduto di ridurli colla carestia a
ricevere da lui la legge, ed invece, esasperandoli, gli aveva
precipitati nell'alleanza del papa e de' Veneziani[153].

  [153] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 547. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
  370._

Finalmente i progetti di Giulio II cominciavano a prendere migliore
consistenza; ed i nemici, che andava suscitando alla Francia,
incoraggiati dalla loro unione, affettavano verso di lei un più
minaccioso contegno. Gli ambasciatori d'Inghilterra e d'Arragona fecero
unitamente nuove rappresentanze a Lodovico XII rispetto alla protezione
da lui accordata al concilio di Pisa ed ai Bentivoglio; il re rispose
loro di essere apparecchiato a desistere, purchè i cardinali del suo
partito fossero di nuovo rimessi dal papa nella sua grazia, ed i
Bentivoglio venissero conservati nella stessa subordinazione feudale, in
cui da circa un secolo erano stati tenuti i loro antenati; ma non
volendo gli ambasciatori ammettere queste basi di negoziazioni,
all'ultimo Lodovico XII dichiarò loro, che non poteva senza scapito
dell'onor suo abbandonare la protezione di Bologna, non altrimenti che
quella della sua propria città di Parigi[154].

  [154] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 549. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
  371._

Tosto che seppesi in Roma la risposta di Lodovico XII, il giorno 5 di
ottobre si pubblicò solennemente nella chiesa di santa Maria del popolo
una confederazione tra il papa, il re cattolico ed il senato di Venezia.
Dichiaravano i confederati che gli oggetti della loro alleanza erano:
l'unione della Chiesa, minacciata d'uno scisma dal conciliabolo di Pisa;
la restituzione alla santa sede di Bologna e di ogni altro feudo, che
mediatamente o immediatamente poteva appartenerle, volendo indicare con
queste parole lo stato di Ferrara; per ultimo la cacciata dall'Italia
con una potente armata di chiunque s'opporrebbe a questo doppio oggetto,
vale a dire del re di Francia. Per formare quest'armata il papa
prometteva quattrocento uomini d'armi, cinquecento cavaleggieri e sei
mila fanti; la repubblica di Venezia ottocento uomini d'armi, mille
cavaleggieri ed otto mila fanti; il re d'Arragona mille dugento uomini
d'armi, mille cavaleggieri, e dieci mila fanti spagnuoli. Ma ritenendosi
il contingente dell'ultimo come sproporzionato alle sue finanze, il papa
ed il senato si obbligavano a pagargli ciascheduno venti mila ducati al
mese, finchè durerebbe la guerra. L'armata della lega doveva essere
comandata da don Raimondo di Cardone, Catalano, vicerè di Napoli. Una
flotta, di dodici vascelli catalani e di quattordici veneziani, doveva
nello stesso tempo portare la guerra sulle coste della Francia. Tutti
quei paesi conquistati dai confederati, che in addietro avessero
appartenuto ai Veneziani, dovevano essere loro restituiti. L'imperatore
ed il re d'Inghilterra potevano, ove lo desiderassero, essere ricevuti
in quest'alleanza. Il papa aveva stipulata questa riserva a favore del
primo colla fortuita speranza di staccarlo dalla Francia; ed il
cardinale di Yorck, ambasciatore del secondo, ed uno de' negoziatori
della lega, non avendo ancora ricevute le opportune istruzioni per
sottoscrivere, aveva domandata la stessa riserva pel suo padrone[155].

  [155] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 550. — Rayn. An. Eccl. 1511, § 66,
  p. 105. — Jac. Nardi, l. V, p. 228. — P. Bembi Hist. Ven., l. XII,
  p. 266. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 372. — Jo. Marianae de reb.
  Hisp., l. XXX, c. V, p. 305._

Fatta quest'alleanza, Giulio II trattò con maggior rigore i prelati
disubbidienti. Passato il termine del monitorio, il 24 ottobre dichiarò
in concistoro decaduti dalla loro dignità, e soggetti a tutte le pene
dalla chiesa inflitte agli eretici ed agli scismatici, i cardinali di
santa Croce, di san Malò, di Cosenza, di Bayeux. Pubblicò poi un altro
monitorio contro il cardinale di Sanseverino, che aveva risparmiato fin
allora, e fulminò l'interdetto e le scomuniche contro i Fiorentini, che
avevano permessa ne' loro stati l'adunanza di un conciliabolo
scismatico[156].

  [156] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 551. — Jac. Nardi Ist. Fior., l.
  V, p. 230._

Il concilio che tanto irritava il papa, era stato convocato per il primo
giorno di settembre; ma a tale epoca non eransi presentati a Pisa che un
commissario dell'imperatore, uno del re di Francia ed un ecclesiastico,
a nome di alcuni prelati ed abati. Questi tre personaggi chiesero la
licenza de' magistrati fiorentini, i quali dichiararono di avere ordine
di non prendere parte nelle loro operazioni. In appresso i commissarj si
recarono alla chiesa cattedrale, ove fecero cantare la messa dello
Spirito Santo e le litanie per l'apertura del concilio; immediatamente
dopo la quale ceremonia tutti i preti italiani, che si trovavano a Pisa,
si ritirarono dalla città per non trovarsi avvolti nell'interdetto
fulminato dal papa contro tutti i luoghi in cui si adunerebbe il
concilio[157].

  [157] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 547. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXI,
  p. 264. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 295. — Jac. Nardi, l. V, p.
  228. — Diar. del Bonaccorsi, p. 163._

I Fiorentini avevano accordata la loro città di Pisa per la celebrazione
del concilio, persuasi che, procedendo d'accordo il re di Francia e
l'imperatore di Germania, l'assemblea de' vescovi di queste due nazioni
sarebbe abbastanza numerosa per inspirare rispetto alla Cristianità e
timore al papa. Si trovarono però assai sconcertati, quando videro che
il concilio cominciava con tre sole persone, tanto più quando seppero
che non si era posto in cammino un solo prelato tedesco, e che i
ventiquattro vescovi francesi, che per ordine del re avevano abbandonato
le loro diocesi, procedevano assai lentamente e con estrema ripugnanza.
Nè il clero italiano si pronunciava anticipatamente contro il concilio
con minor forza; di modo che vedevasi impossibile che un'assemblea
aperta con tali auspicj acquistasse giammai qualche credito. D'altra
parte le censure del papa, le minacce di confisca, la nomina del
cardinale dei Medici alle legazioni di Perugia e di Bologna, inspiravano
un altissimo terrore alla repubblica. I decemviri della libertà e della
balìa il 10 dicembre spedirono il Macchiavelli ai cardinali, che si
erano trattenuti a san Donnino, ed al re di Francia, per dissuaderli dal
tenere il concilio in Pisa, e persuaderli a trasferirlo in altra città,
se non riputavano cosa ancora più conveniente lo scioglierlo e
rappacificarsi col papa[158].

  [158] _Istruzione data al Macchiavelli dai decemviri di libertà o
  balìa il 10 settembre 1511. Legazioni, t. VII, p. 394-401._

Ma il Macchiavelli altro non potè ottenere dal re, che di trasferire il
concilio in un'altra città, dopo che avrebbe tenute a Pisa le prime due
o tre sessioni. I quattro cardinali non osavano avventurarsi a Pisa
senza la protezione di una guarnigione francese; ed i Fiorentini si
mostravano difficili a riceverla. All'ultimo i cardinali arrivarono a
Pisa con alcuni prelati il primo giorno di novembre. Vollero adunarsi
nella cattedrale, ma il popolo ammutinato non vi acconsentì. Recaronsi
successivamente ad alcune altre chiese, che furono loro similmente
chiuse; finalmente si stabilirono a stento nella chiesa di san Michele
per cantarvi la prima messa[159].

  [159] _Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 266-272. — Scip. Ammirato, l.
  XXVIII, p. 296-298. — Jac. Nardi, l. V, p. 288 — Fr. Belcarii, l.
  XIII, p. 374._

I cardinali ed i prelati francesi erano giunti a Pisa protetti da una
guardia di cinquanta arcieri, comandati da Odetto di Foix, signore di
Lautrec, e da Chatillon; ma, sebbene questa guardia fosse un oggetto di
gelosia pei Fiorentini, non era però sufficiente a far rispettare i
prelati in Pisa, nè a porli in salvo da un insulto per parte di Roma. Il
clero italiano mostrava per loro una smisurata avversione, ricusando
loro tutti gli arredi delle chiese, onde non li profanassero; ed il
popolo gl'insultava per le strade con amare invettive. Essi medesimi
operavano contro la propria coscienza, per quella deferenza verso
l'autorità reale che fu così frequentemente la sola conseguenza delle
libertà riclamate dalla chiesa gallicana contro la santa sede. Essi
desideravano che loro si offrisse qualche motivo di abbandonare una
città, ove trovavansi così a disagio, ed approfittarono di un'occasione
che male si conveniva alla dignità della loro assemblea. Essendo nata
contesa il 13 di novembre tra i loro servitori ed alcuni giovani pisani
a cagione di certe prostitute, gli arcieri accorsero in ajuto dei primi,
e tutto il popolo in ajuto de' giovani pisani: Lautrec e Chatillon
furono feriti nella mischia mentre cercavano di separarli, e, sebbene
per le cure loro e degli ufficiali fiorentini si calmasse il tumulto,
all'indomani i cardinali abbandonarono Pisa, dopo avere intimata la loro
riunione a Milano[160].

  [160] _Fr. Guicciardini l. X, p. 559. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXI,
  p. 276. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 299. — Rayn. An. Eccl. § 42,
  p. 99. — P. Giovio Vita di Leon X, l. II, p. 103. — Fr. Belcarii, l.
  XIII, p. 374._

La fuga da Pisa de' padri del concilio ammansò alquanto Giulio II contro
il gonfaloniere Soderini, e rallentò l'esecuzione de' progetti che
formati aveva per levargli la suprema magistratura della repubblica;
tanto più che Pandolfo Petrucci gli rappresentò, che, attaccandolo a
forz'aperta, avrebbe messe a disposizione della Francia tutte le forze
dei Fiorentini, che di presente altro non chiedevano che la neutralità.
Giulio, senza portare la guerra nello stato fiorentino, lasciò che
avessero libero corso le pratiche del cardinale de' Medici, che egli
aveva ravvicinato ai confini della repubblica confidandogli le legazioni
di Perugia e di Bologna[161].

  [161] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 556. — Scip. Ammirato, l. XXVIII,
  p. 296. — Paolo Giovio vita di Leone X, l. II, p. 101._

Durante la sua amministrazione il gonfaloniere Soderini aveva perduti
alcuni suoi partigiani, e si erano accresciuti quelli de' Medici in
tempo del loro esilio; o fosse a motivo della naturale disposizione dei
popoli di desiderare il tempo passato, che hanno veduto colle illusioni
della gioventù, e di perdere più facilmente la memoria de' mali che
quella de' beni, sebbene sentano i primi con maggiore vivacità quando
sono presenti; o fosse perchè la prudenza del gonfaloniere accompagnata
alle volte della debolezza, eccitando l'invidia senza temperarla col
timore; o fosse finalmente perchè il cardinale de' Medici aveva ottenuto
con molta accortezza e prudenza di cancellare l'animosità eccitata da
suo fratello Piero. Egli erasi in ogni occasione mostrato in Roma il
protettore de' Fiorentini, manifestando la stessa benevolenza verso
coloro che avevano operato contro la sua famiglia, come verso quelli che
le si erano mantenuti attaccatissimi. Ascriveva la nimicizia de' primi
agli sgraziati errori di suo fratello, e voleva che la memoria loro
rimanesse spenta colla di lui morte[162].

  [162] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 549. — Jac. Nardi, l. V, p. 230. —
  Fr. Belcarii, l. XIII, p. 371._

Il gonfaloniere, che vedeva avvicinarsi il turbine, non voleva in verun
modo, per mettere la repubblica in istato di difesa, chiedere al popolo
nuove contribuzioni, onde non fare maggiore il malcontento di lui.
Giudicò adunque più conveniente di far portare ai soli ecclesiastici le
spese di una guerra eccitata dagli stessi ecclesiastici. Domandò al
clero fiorentino una sovvenzione di cento mila fiorini, da pagarsi in
quattro termini. Tale somma doveva poi restituirsi ai sovventori entro
l'anno, se non vi era guerra colla Chiesa, entro cinque, se la guerra
scoppiava. Si ottenne con difficoltà l'approvazione dei consiglj per
questo prestito; perciocchè in ogni famiglia trovavasi un prete, che,
per difendere le proprie entrate ed i suoi beneficj, faceva valere le
censure ecclesiastiche, e tratteneva i suffragj de' suoi parenti[163].

  [163] _Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 268-271. — Scip. Ammirato, l.
  XXVIII, p. 297. — Fr. Guicciardini, l. X, p. 552._

La stagione più propria a tenere la campagna era passata senza che
accadesse verun'azione clamorosa. Il re di Francia aveva licenziata la
sua armata dopo la battaglia di Bologna, ed altro non teneva in presenza
del nemico che un ristretto numero di uomini d'armi di guarnigione a
Verona. I Veneziani, compatendo la debolezza del vecchio Lucio Malvezzi,
avevano avuta la compiacenza di lasciarlo alla testa delle loro armate,
sebbene più non fosse in istato di condurle, perchè non avevano potuto
persuaderlo a chiedere la sua dimissione, e non volevano affliggere
negli estremi suoi giorni un uomo che in altri tempi aveva ben meritato
della repubblica. Questi morì finalmente, e gli fu dato per successore
Gian Paolo Baglioni[164]. Massimiliano si era alternativamente fatto
vedere in Inspruck, a Trento, a Bruneck. Di là aveva negoziato colla
Francia, col papa, con Venezia, e sempre minacciata l'Italia di nuova
invasione; ma, quando si credeva imminente la sua comparsa, tutt'ad un
tratto si allontanava per una partita di caccia; recavasi in un'altra
città, in un'altra provincia, ove non era aspettato, e credeva dar prove
di sottile politica, quando rendeva vani tutti i calcoli fatti dagli
altri sopra di lui[165].

  [164] _P. Bembi Hist. Ven., l. XI, p. 254-257. — Fr. Belcarii, l.
  XIII, p. 369._

  [165] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 560._

Intanto le province veneziane e quelle del ferrarese continuavano ad
essere guaste con più furore che mai. I borghi ed i castelli venivano
presi e ripresi, taglieggiati e saccheggiati, quando potevano sottrarsi
all'incendio; le campagne erano affatto spogliate, ed i contadini,
ridotti alla disperazione, perivano nella miseria. Massimiliano, cagione
di tutti questi mali, non rinunciava ad alcuna delle sue pretese,
sebbene non fosse in istato di farle valere. Egli non voleva la pace, e
non faceva la guerra. Per lo contrario Lodovico XII voleva la pace, e
faceva la guerra per un alleato che non lo assecondava, e che
gl'inspirava una giusta diffidenza. Egli dolevasi delle inutili spese
che Massimiliano gli cagionava, e, siccome alquanto inclinava
all'avarizia, ricusava spesso di sostenere alcune spese, che, riducendo
la guerra ad una pronta conclusione, avrebbero prodotta una reale
economia. I Veneziani bramavano ardentemente la pace, ma non potevano
ottenerla dalla volubilità di Massimiliano; non meno ardentemente la
desiderava il duca di Ferrara, ma gli veniva rifiutata dall'ostinazione
del papa.

Essendo rimaste senza effetto tutte le negoziazioni per la pace, ed
essendosi pubblicata in principio d'ottobre la lega del papa con
Ferdinando, Lodovico XII ordinò al signore della Palisse di ragunare di
nuovo l'armata francese, d'assoldare la fanteria, e di attaccare la
Romagna prima che gli Spagnuoli vi fossero giunti. Proponevasi di
scendere egli stesso in Italia nella vegnente primavera con
istraordinarie forze, onde finalmente obbligare i suoi nemici a fare la
pace. Ma prima che a questi ordini fosse data esecuzione, la Lombardia
fu agitata dalla notizia che gli Svizzeri si apparecchiavano ad una
seconda invasione.

Lodovico XII non erasi limitato a ricusare agli Svizzeri l'accrescimento
di venti mila franchi alla domandata pensione; ma inoltre aveva in ogni
occasione parlato di loro con disprezzo, ed offeso il loro orgoglio
nazionale. In Lombardia aveva fatto arrestare con umilianti circostanze
un corriere de' cantoni di Schwitz e di Friburgo, secondando in tal modo
gl'intrighi del papa, che cercava di eccitare quei fieri alpigiani
promettendo loro la gloria di scacciare i Francesi dall'Italia. Gli
Svizzeri avevano fatto chiedere a Venezia cinquecento uomini di
cavalleria ed alcuni pezzi di cannone[166]; avevano pure ricevuto da
questa repubblica qualche somma di danaro, ed in principio di novembre
valicarono il san Gottardo, e si adunarono a Varese in numero di dieci
mila uomini, con un treno di sette piccoli cannoni da campagna e varj
grossi archibugj portati dai cavalli. La dieta aveva a quest'armata
accordato quello stendardo, che, spiegato nel precedente secolo a Nancì
contro il duca di Borgogna, non era più stato dopo quell'epoca portato
in guerra. Questo venerato stendardo allettava continuamente nuovi
volontarj, onde in breve l'armata si trovò forte di sedici mila uomini.
I Francesi non avevano in Lombardia che mille trecento lance e dugento
gentiluomini volontarj; inoltre parte di queste truppe servivano a
custodire Verona, Brescia e Bologna, onde Gastone di Foix per trattenere
gli Svizzeri non aveva con sè che trecento uomini d'armi e due mila
fanti[167].

  [166] _P. Bembi Ist. Ven., l. XII, p. 270-271._

  [167] _P. Bembi, l. XII, p. 270. — Fr. Guicciardini, l. X, p. 563. —
  Mém. de cheval. Bayard, c. XLVII, p. 216. — Fr. Belcarii, l. XIII,
  p. 375._

Gli Svizzeri si erano avanzati da Varese a Gallarate, e di là a Busto
senza trovare opposizione. Gastone di Foix e Gian Giacopo Trivulzio si
tenevano ai loro fianchi per molestarli, ma non osavano dar loro
battaglia; intanto Teodoro Trivulzio faceva fortificare Milano, ed i
Milanesi, sebbene detestassero il governo francese, temevano ancora più
la venuta di questi barbari montanari, ed assoldavano fanti a loro
proprie spese per custodire le mura. I generali francesi andavano bensì
spargendo di non avere verun timore, ed essere facil cosa il difendere
la città; ma si vedevano nello stesso tempo vittovagliare il castello, e
fare tali apparecchj, che svelavano la loro intenzione di ritirarvisi.

Gli Svizzeri, non trattenuti nella loro marcia, si avanzarono a sole due
miglia dalle porte di Milano; ivi bruscamente piegarono sopra Monza, e,
probabilmente conoscendosi incapaci di attaccare le città, non tentarono
nemmeno di occupar questa; ma parvero intenzionati di passare l'Adda, le
di cui opposte rive venivano dai Francesi cautamente fortificate onde
impedire agli Svizzeri di unirsi all'armata veneziana. A Milano si stava
tuttavia in grandissimo timore, quando un capitano svizzero, munito di
salvacondotto, venne a nome de' suoi compatriotti ad offrire di
ritirarsi, purchè loro si pagasse un mese di soldo. Egli ripartì, per
informare gli Svizzeri di un'offerta molto inferiore alla loro domanda,
e tornò all'indomani con pretese molto più alte. Gastone di Foix
aggiunse qualche cosa all'offerta fatta nel precedente giorno, ma non
quanto bastava a soddisfare gli Svizzeri, ed il trattato fu rotto; ciò
nullameno, con sorpresa di tutta l'Italia, gli Svizzeri presero nel
susseguente giorno la via di Como, e ripatriarono[168]. Loro non era
stato pagato il danaro che avevano chiesto per l'armata; e se
l'inquietudine che loro dava Gastone di Foix, fu, come lo suppone il
Giovio, il solo motivo che li persuase a ritirarsi[169], non si sa
concepire perchè non abbiano accettata l'ultima offerta. Vero è che
altri scrivono che i capitani svizzeri furono corrotti dal danaro che
Foix loro fece celatamente pagare, e viene indicato per negoziatore di
questo vergognoso contratto un capitano d'Alt-Sax, o di Super-Sax[170].

  [168] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 564. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
  376._

  [169] _Vita di Alfonso d'Este, p. 77. — Vita di Leon X, l. II, p.
  110._

  [170] _L'Anonimo Padovano, presso Muratori Annali d'Italia ad ann. —
  Mémoir. de Bayard, c. XLVII, p. 217._

Per la seconda volta gli Svizzeri avevano delusa la confidenza del papa
e de' Veneziani, che gli avevano pagati; e la loro mala fede, o la loro
imperizia, andavano scemando quell'alta opinione che si erano acquistata
col loro valore nelle guerre in cui avevano combattuto appoggiati dagli
uomini d'armi francesi. Per altro la breve loro invasione faceva sentire
tutto il pericolo della situazione de' Francesi, coll'armata del papa e
di Raimondo di Cardone in faccia, quella de' Veneziani da un lato,
Genova sempre agitata dagl'intrighi del papa dall'altro, e gli Svizzeri
alle spalle. Lodovico XII spaventato mandò in Italia a Gastone di Foix
tutte le truppe di cui poteva disporre; gli ordinò di nulla risparmiare
per la leva di un nuovo corpo d'infanteria, ed eccitò i Fiorentini a
mostrarsi fedeli alleati della Francia, a mandargli non già trecento
lance, secondo l'obbligazione dei trattati, ma tutte le forze che
potevano riunire; ricordò loro che la causa per cui gli eccitava a
combattere non era meno la sua che la loro propria, poichè, conoscendo
essi l'odio di Giulio II e l'ambizione di Ferdinando, non potevano
dubitare che questi principi non abusassero della vittoria contro di
loro, sia che i Fiorentini prendessero le armi, o si mantenessero
neutrali[171].

  [171] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 565. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
  577._

Il gonfaloniere Soderini sentiva tutta la forza delle ragioni addotte
dal re di Francia; era persuaso del principio così spesso ripetuto dal
Macchiavelli, che il partito di mezzo è di tutti il più pernicioso; e
che, chi non si dichiara per una parte o per l'altra, scontenta sempre
entrambe le parti. Vedeva che, dopo avere offeso il papa, si
offenderebbe ancora il re di Francia, il quale non troverebbe che si
fosse per lui fatto abbastanza, mandandogli soltanto i soccorsi
stipulati dal trattato, e che ciò non pertanto sarebbe un'ostilità agli
occhi di Ferdinando d'Arragona. Ma il partito, che si opponeva al
gonfaloniere con intenzione di perderlo, s'ingrossava in tale occasione
di tutti quelli che la debolezza del loro carattere attaccava alle
misure di mezzo, e di tutti quelli che un giusto risentimento contro
Lodovico XII e la casa di Francia, per le transazioni relative alla
guerra di Pisa, rendeva diffidenti verso una famiglia che gli aveva così
lungo tempo ingannati. Perciò, malgrado tutti gli sforzi del
gonfaloniere, la repubblica si attenne strettamente all'esecuzione del
trattato conchiuso con Lodovico XII, e mandò inoltre lo storico
Francesco Guicciardini ambasciatore presso Ferdinando, onde scusarsi
d'avere dati questi soccorsi al di lui nemico[172].

  [172] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 567. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
  377._

In sul finire di dicembre l'armata spagnuola e pontificia cominciò ad
avanzarsi verso la Romagna. Il vicerè, don Raimondo di Cardone, si
trattenne ad Imola per aspettare il rimanente delle sue truppe e la sua
artiglieria, e intanto mandò Pietro Navarro, capitano generale della
fanteria spagnuola, ad attaccare i possedimenti del duca di Ferrara in
Romagna. Tutte le borgate e le fortezze, che il duca possedeva al
mezzodì del Po, si arresero a Navarro alla semplice intimazione di un
trombetta, tranne la bastia della Fossa Geniolo, ch'era stata attaccata
nel precedente anno, ed opportunamente da Bajardo soccorsa. Vestidello
Pagano, distinto ufficiale del duca di Ferrara, che vi comandava una
guarnigione di cento cinquanta fanti, oppose una gagliarda resistenza
agli attacchi di Pietro Navarro fino all'ultimo giorno dell'anno, in cui
la bastia fu presa d'assalto. La guarnigione fu passata a fil di spada,
e Vestidello, ferito, oppresso dalla fatica e costretto ad arrendersi,
fu in seguito ucciso a sangue freddo dai Musulmani, che formavano in
allora il grosso della fanteria spagnuola[173].

  [173] _Ariosto Orl. Fur., c. III, stanza 54 e canto XLII, st. 5. —
  Fr. Guicciardini, l. X, p. 568. — P. Bembi, l. XII, p. 272. — P.
  Giovio vita di Alfonso, p. 71. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 377. —
  Muratori Ann. d'Italia ad An. 1512._

Il possedimento della bastia di Geniolo era della più alta importanza
agli occhi del duca Alfonso per l'attacco o la difesa di Ferrara, perchè
questa fortezza signoreggiava la navigazione del Po. Perciò, quando
Alfonso seppe che il Navarro era tornato presso al vicerè, e che non vi
aveva lasciati che dugento uomini di guarnigione, venne ad attaccarla
con nove pezzi di cannone. Le muraglie della bastia erano ancora
squarciate dal sostenuto assedio, e gli Spagnuoli non avevano avuto
tempo di riparare tutte le brecce; di modo che Alfonso la prese
d'assalto lo stesso giorno; ma egli riportò una ferita nel capo, ed i
suoi soldati, per vendicar lui e lo sventurato Vestidello, uccisero il
capitano e tutta la guarnigione, senza lasciarne un solo che portasse al
papa la notizia della rotta. Tutti questi piccoli fatti ottennero
un'importanza classica nel poema dell'Ariosto: essi accadevano sotto gli
occhi del poeta, erano il principale titolo della gloria del di lui
padrone, ed egli gli illustrò coi suoi versi[174].

  [174] _Ariosto Orl. Fur., cant. III, e XLII, ne' prealleg. luoghi._

Frattanto l'armata del re di Spagna e del papa erasi riunita in Imola, e
da molto tempo non erasene veduta altra più formidabile. Vi si contavano
al soldo di Ferdinando mille uomini d'armi, ottocento cavaleggieri di
quei, che gli Spagnuoli chiamavano _Ginetti_ ad esempio de' Mori, ed
otto mila fanti spagnuoli. Fabrizio Colonna militava sotto il vicerè,
col titolo di governatore generale; Prospero Colonna aveva ricusato di
servire sotto il comando di un altro. Lo stesso orgoglio aveva ritratto
il duca d'Urbino dall'accettare il comando dell'armata pontificia, la
quale doveva essere subordinata a quella di Raimondo di Cardone; il duca
di Termini, che Giulio II aveva voluto sostituirgli, era di fresco morto
a Cività Castellana; ed era perciò il cardinale legato, Giovanni de'
Medici, che comandava l'armata del papa, avendo sotto i suoi ordini
Marc'Antonio Colonna, Giovanni Vitelli, Malatesta Baglioni e Raffaello
de' Pazzi, con ottocento uomini d'armi, ottocento cavaleggieri ed otto
mila fanti[175].

  [175] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 568. — Jac. Nardi, l. V, p. 231. —
  P. Giovio vita di Leon X, l. II, p. 105. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
  378. — Jo. Marianae Hist. Hisp., l. XXX, c. VI, p. 307._

Il più ardente desiderio di Giulio II era quello di ricuperare Bologna,
e l'armata combinata cominciò la campagna coll'assedio di quella città.
Si accampò il 26 di gennajo del 1512 sul terreno coperto di nevi tra la
montagna e la gran strada che va da Bologna in Romagna, mentre che
Fabrizio Colonna venne colla vanguardia, composta di settecento uomini
d'armi, di cinquecento cavaleggieri e di sei mila fanti, ad appostarsi
sulla strada di Lombardia tra Bologna ed il ponte del Reno, occupando
nello stesso tempo a sinistra le eminenze di san Michele in Bosco, e di
santa Maria del Monte. Gli assedianti cominciarono subito a svolgere i
canali, che conducono le acque del Reno e della Savenna nelle fosse di
Bologna, ed a formare le loro spianate intorno alla città per appostarvi
le batterie[176].

  [176] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 368. — Jo. Marianae de reb.
  Hispan., l. XXX, c. VII, p. 308. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 378._

Odetto di Foix, signore di Lautrec, ed Ivone d'Allegre avevano il
comando della guarnigione francese di Bologna, composta di dugento lance
francesi e di due mila fanti tedeschi. I quattro fratelli Bentivoglio
avevano dal canto loro armati tutti i loro partigiani. Pure le antiche
fortificazioni di Bologna, che non si aveva avuto tempo di appoggiare
con nuove opere, non sembravano tali da potere lungamente resistere
all'artiglieria: troppo vasto era il giro delle mura, il popolo
atterrito, e molti capi della nobiltà ai Bentivoglio sospetti[177].

  [177] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 569. — Mém. de Fleuranges, t. XVI,
  p. 85. — Observations sur ces mémoires, p. 343. — P. Giovio vita di
  Leon X, p. 106._

Vero è che l'attacco di Bologna non presentava minori difficoltà di
quello che la difesa ne presentasse. Gli assedianti avevano avuto avviso
che Gastone di Foix era giunto a Finale, a metà strada tra la Mirandola
e Ferrara, e ad una breve giornata da Bologna; che la sua armata era di
già considerabile assai, e che andava sempre ingrossandosi con nuove
truppe. Non potevasi in tanta vicinanza lasciare l'avanguardia di
Fabrizio Colonna al di là di Bologna, mentre che il rimanente
dell'armata trovavasi dall'altro lato; conveniva dunque richiamarla
presso al quartiere generale, o andare a raggiugnerla: nel primo caso
lasciavasi la città aperta ai soccorsi che cercherebbero d'introdurvi i
Francesi; nel secondo l'intera armata sarebbe esposta a mancare di
vittovaglie. Se, come lo consigliava Pietro Navarro, si ordinava a tutti
i soldati di provvedersi di viveri per cinque giorni, s'arrischiava
ancora che Bologna resistesse più a lungo, o che l'armata, costretta a
ritirarsi, provasse, passando in allora sotto le mura della città, tutti
gl'inconvenienti ch'erano riusciti così fatali nella rotta di
Casalecchio. D. Raimondo di Cardone, incerto fra questi due partiti, non
ardiva mettere in batteria la grossa artiglieria, temendo di non avere
tempo per ritirarla, se Gastone di Foix veniva a dargli battaglia.
D'altra parte il cardinale de' Medici, che non conosceva il mestiere
della guerra, non sapendo persuadersi di tutte queste difficoltà, lo
andava caldamente eccitando a cominciare l'attacco di Bologna con una
insistenza che offendeva i militari spagnuoli[178].

  [178] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 571. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
  379._

Finalmente il Cardone, avvisato che Gastone di Foix aveva preso a
sottomettere Cento, la Pieve ed altri castelli bolognesi dalla parte di
Ferrara, mentre si andava ragunando la sua armata, pensò che avrebbe
tempo di stringere l'attacco di Bologna; ed aprì le sue batterie verso
porta a santo Stefano, che conduce in Toscana, avvicinandosi alla sua
vanguardia. In breve tempo fu aperta nelle mura una breccia di più di
cento braccia di lunghezza, e la torre della porta fu talmente
danneggiata, che gli assediati furono forzati ad abbandonarla. Dopo ciò
si sarebbe potuto dare l'assalto con qualche speranza di prospero
successo; ma Pietro Navarro volle che si aspettasse l'esplosione di una
mina ch'egli faceva scavare sotto la cappella del Barracano, onde
attaccare contemporaneamente la città sopra due punti. Intanto Nemours,
informato del pericolo di Bologna, vi mandò cent'ottanta lance e mille
fanti[179].

  [179] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 572._

La mina apparecchiata da Pietro Navarro era terminata; egli vi appiccò
il fuoco; ma non produsse lo sperato effetto: il muro non crollò, e la
piccola cappella rimase al suo luogo. Pretesero gli assalitori d'avere
veduto nell'istante dell'esplosione la piccola cappella alzata in aria,
la città aperta, ed i soldati ordinati in battaglia entro la medesima;
ma che ricadendo nello stesso luogo in un solo blocco, dessa cappella
aveva riempita esattamente la breccia che aveva prima lasciata. Si
prestò fede avidamente a coloro che pretendevano di avere veduto questo
miracolo frammezzo ad un denso fumo in un istante di terrore e di
pericolo; non si domandò punto al capitano Brisson, banderale del
maresciallo di Fleuranges, che difendeva questa stessa cappella, in qual
modo non si fosse accorto del prodigio: ed il piccolo santuario si
trasformò in un tempio colle offerte dei devoti[180].

  [180] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 573. — Mémoir. du maréchal de
  Fleuranges, t. XVI, p. 85._ — La narrazione del Guicciardini fu
  copiata da Paolo Giovio, _vita di Leon X, p. 108, e da Belcario, l.
  XIII, p. 380._

Questo miracoloso avvenimento fu seguito da un altro, che non pare meno
incredibile. Gli assedianti, informati dei soccorsi che Nemours aveva
introdotti in Bologna, supposero ch'egli avesse rinunciato al progetto
di avvicinarsi coll'armata alla città, e diventarono più trascurati a
guardare la campagna. Frattanto Nemours aveva sentita la necessità di
respingere gli Spagnuoli prima che si avanzassero i Veneziani, onde non
avere addosso nello stesso tempo le due armate; perciò era partito da
Finale la notte del 4 al 5 di febbrajo, con mille trecento lance, sei
mila fanti tedeschi, ed ottomila tra francesi ed italiani, per entrare
in Bologna. Era stato in viaggio continuamente accompagnato da un vento
e da una neve terribili, e non aveva trovato in verun luogo, presso i
molti canali che avea dovuto attraversare, nè corpi di guardia, nè
scolte; verun contadino per la malvagità del tempo era uscito di casa
per portarne notizia al nemico, e due ore prima di notte il Nemours era
entrato in Bologna senza aver dato un colpo di lancia. Si era a bella
prima determinato ad attaccare gli Spagnuoli la mattina del susseguente
giorno, 6 di febbrajo; ma perchè non dubitava che il nemico non fosse
informato della di lui venuta, e non isperava di sorprenderlo,
facilmente si accomodò al parere di coloro che lo consigliavano di dare
un giorno di riposo alle sue truppe dopo una tanto penosa marcia. Ad
ogni modo Raimondo di Cardone non ebbe avviso della venuta del Nemours
lo stesso giorno, nè all'indomani prima del mezzodì. Quando gliene diede
avviso un cavaleggiere, fatto prigioniere dalle sue truppe, egli giudicò
subito necessario di ritirarsi. Nella notte del 6 al 7 di febbrajo fece
levare i cannoni dalle batterie, e la seguente mattina, appena fatto
giorno, si recò ad Imola, lasciando il fiore delle sue truppe in coda
dell'armata per respingere gli attacchi dei Francesi[181].

  [181] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 575. — Jac. Nardi, l. V, p. 231. —
  P. Bembo, l. XII, p. 275. — P. Giovio Vita di Leone X, l. II, p.
  111. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 380. — Jo. Marianae de rebus Hisp.,
  l. XXX, c. VII, p. 309._

Ma Nemours, mentre faceva levare l'assedio di Bologna, provava le più
vive inquietudini sul conto di Brescia. In questa città ed in tutte
quelle della Lombardia veneta il governo francese era detestato: i
contadini mantenevano il più vivo attaccamento verso la repubblica,
l'armata veneziana s'avvicinava ai confini, ed era comandata dal
provveditore Andrea Gritti, che alla politica di un senatore veneziano
aggiugneva l'attività di un generale. I timori di Nemours non tardarono
a realizzarsi; il 3 di febbrajo, due giorni prima dell'ingresso
dell'armata francese in Bologna, Andrea Gritti erasi impadronito di
Brescia, ed aveva assediata la fortezza[182].

  [182] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 574._

I Francesi avevano pensato di tenere Brescia ubbidiente col rigore.
Avevano fatto decapitare il conte Giovan Maria Martinengo; avevano
mandati in Francia, come ostaggi, molti altri gentiluomini, ed in una
contesa, accaduta tra il conte Gambara ed il conte Luigi Avogaro,
avevano mostrato contro il secondo una parzialità che lo avea
determinato alla vendetta[183].

  [183] _Mém. du chev. Bajard, c. XLVIII, p. 230._

L'Avogaro scrisse al consiglio dei dieci a Venezia per offrirgli la sua
assistenza e quella di un numeroso partito, onde ricondurre la sua
patria sotto l'autorità della repubblica. Egli erasi trattenuto in
Brescia per dare esecuzione alla trama che aveva formata; ma al primo
avvicinarsi d'Andrea Gritti, la moglie di uno dei congiurati, amica del
comandante della fortezza, rivelò a questi la congiura: l'Avogaro appena
ebbe tempo di sottrarsi all'arresto ordinato dal comandante. Intanto il
Gritti erasi incamminato verso Brescia con trecento uomini d'armi, mille
trecento cavaleggieri, e tre mila fanti: aveva passato l'Adige ad Alberé
presso Legnago, ed il Mincio tra Goito e Valeggio, e si era presentato
nel convenuto giorno alla porta che doveva essergli aperta dal conte
Avogaro; ma la fuga d'Avogaro e la scoperta della sua trama, resero vano
il tentativo, ed il figlio dell'Avogaro venne dai Francesi posto in
prigione[184].

  [184] _P. Bembi Hist. Ven., l. XII, p. 272._

Questa stessa sventura raddoppiò l'attività del conte ed il suo
desiderio di vendicarsi. Egli si recò nella val Trompia e nella val
Sabbia, tra i fiumi Mella e Chiesa, chiamò alle armi tutti i montanari e
gli abitanti delle rive del lago di Garda, ed il giorno 3 di febbrajo
rinnovò l'attacco di concerto con Andrea Gritti. Mentre questi
richiamava l'attenzione dei Francesi ad una delle porte, una banda di
contadini passò sotto le mura attraversando la griglia che chiude il
canale del ruscello, detto Garzetta, là dove questo ruscello sbocca
fuori dalla città. Bentosto in tutte le contrade si udì gridare: san
Marco! san Marco! ed il signore di Lude, che aveva il comando della
guarnigione di Brescia, i suoi soldati e i gentiluomini attaccati al
partito francese si ripararono nella rocca; le loro case furono dal
popolo saccheggiate, come pure gli equipaggi della guarnigione; furono
uccisi molti Francesi che si trovarono sparsi per le strade, e demolito
il palazzo del conte Gambara rivale dell'Avogaro[185].

  [185] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 574. — Mémoires du cheval. Bayard,
  c. XLVIII, p. 231. — P. Bembi Hist. Ven., l. XII, p. 273. — Fr.
  Belcarii, l. XIII, p. 381._

Alla sollevazione di Brescia tenne dietro subito quella di tutti i paesi
che i Francesi avevano occupati nel territorio della repubblica. Bergamo
inalberò lo stendardo di san Marco, e la guarnigione francese si ritirò
ne' due castelli che signoreggiavano la città: Orci Vecchi, Orci Nuovi,
Pontevico, e tutti i castelli bresciani e bergamaschi aprirono le loro
porte ad Andrea Gritti. Cremona e Crema aspettavano ansiosamente che si
avvicinasse; ma i Veneziani, che festeggiarono queste conquiste con
trasporti di gioja, e all'istante nominarono governatori per tutte le
piazze che avevano ricuperate, non adoperarono un'eguale diligenza nello
spedir loro i necessarj soccorsi. Per altro ordinarono a Giovan Paolo
Baglioni di far avanzare la sua armata per secondare il Gritti, e per
attaccare la cittadella di Brescia, le di cui mura erano di già mezzo
aperte, e dove il de Lude col capitano Herigoye non avevano che poche
vittovaglie[186].

  [186] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 575. — Mém. de Bayard, c. XLVIII,
  p. 233. — P. Bembi, l. XII, p. 274._

All'indomani della ritirata degli Spagnuoli, Gastone di Foix ricevette a
Bologna il messo del signor de Lude, che gli partecipava la perdita di
Brescia, e gli chiedeva pronti soccorsi. Egli lasciò trecento lance e
quattro mila fanti nella città che aveva liberata, e ripartì subito col
rimanente dell'armata, che fece camminare con una sollecitudine fin
allora sconosciuta. Per tenere una linea più diritta attraversò il
Mantovano, senza chiederne licenza al sovrano, che dopo essere di già
entrato nel di lui territorio; a tre miglia d'Isola della Scala sorprese
Gian Paolo Baglioni, che non lo sospettava vicino, e che non sapeva
adoperare tanta diligenza. Gastone attaccò immediatamente coi pochi
uomini d'armi che aveva intorno il Baglioni, il quale sostenne il primo
urto assai valorosamente; ma l'armata francese andava sempre
ingrossando, ed il Baglioni fu costretto a fuggire dopo avere perduta
molta gente. Gastone dopo ciò proseguì il suo viaggio, e giunse innanzi
a Brescia il nono giorno dopo la sua partenza da Bologna[187].

  [187] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 575. — Mém. de Bayard c. XLIX, p.
  235-239. — Fleuranges, t. XVI, p. 87. — Jac. Nardi, l. V, p. 232. —
  P. Bembo, l. XII, p. 275. — P. Giovio Vita di Leone X, l. II, p.
  113. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 381._

La porta esterna ossia del soccorso del castello di Brescia era aperta
all'armata francese; la porta interna, che comunicava colla città, non
era per anco chiusa che da un terrapieno innalzato in fretta da Andrea
Gritti, ma difeso da otto mila uomini di buone truppe. Nemours fece loro
intimare la resa della piazza, loro promettendo salve le persone e gli
averi. Risposero che la città apparteneva ai Veneziani, e che speravano,
coll'ajuto di san Marco, di potergliela conservare. All'indomani, 19 di
febbrajo, giorno del giovedì grasso, i Francesi in su lo spuntare
dell'aurora scesero dal castello nella corte. «Tutta l'armata del re di
Francia, dice il leale servitore, non contava allora più di dodici mila
combattenti; ma non eravi da che dire sul poco numero, perchè era tutto
fiore di cavalleria[188].» Il capitano Bajardo, avendo domandato
d'essere il primo ad attaccare, si pose alla testa della colonna
francese colla sua compagnia di cento cinquanta uomini d'armi, che aveva
fatti smontare da cavallo; stavano a' suoi fianchi i capitani Molart e
Herigoye coi loro Baschi a piedi; venivano in appresso due mila
landsknecht del capitano Jacob, ed in ultimo circa settemila fanti
francesi sotto i capitani Bonnet, Maugiron ed il bastardo di Cleves. Il
duca di Nemours veniva in coda coi suoi uomini d'armi ch'eran pure
smontati da cavallo e con Luigi di Breze, gran siniscalco di Normandia,
coi cento gentiluomini della casa del re. Ivone d'Allegre era stato
lasciato fuori di città con trecento uomini d'armi a cavallo onde
custodire la porta di san Giovanni, la sola che i Bresciani non avessero
murata[189].

  [188] _Mém. du chev. Bayard, c. L, p. 240._

  [189] _Mém. de Bayard, p. 241. — Mémoires de Fleuranges, t. XVI, p.
  87. — P. Bembi Hist. Veneta, l. XII, p. 275. — P. Giovio Vita di
  Leon X, l. II, p. 115. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 382._

Una leggiera pioggia aveva renduto il terreno sdrucciolevole, e gli
uomini d'armi, coperti delle loro pesanti armature, colle quali non
erano accostumati a camminare a piedi, sdrucciolavano frequentemente,
tanto nello scendere dal castello, che nel salire sul bastione con cui
il Gritti aveva chiusa la città. Il duca di Nemours diede a tutti
l'esempio di levarsi le scarpe, per tenersi più fermo sul terreno, e la
cavalleria francese, avendo l'abitudine dei più duri esercizj, marciava
a piedi ignudi con passo più sicuro[190]. L'assalto fu violento;
ostinata la resistenza; finalmente Bajardo superò il primo il bastione;
ma quando l'ebbe appena oltrepassato ricevette nella parte superiore
della coscia un così fiero colpo di picca, che la picca si ruppe, ed il
ferro e parte dell'asta rimasero nella ferita. «Ben pensò, al dolore che
sentì, di essere mortalmente ferito, e voltosi al signore di Molart, gli
disse: compagno, fate avanzare le vostre genti; la città è presa; per me
altro non posso fare, perchè io sono morto.» Due de' suoi arcieri,
staccando una porta, ve lo posero sopra, e lo portarono in una delle più
appariscenti case della città, che la presenza del cavaliere salvò dal
saccheggio[191].

  [190] _Mém. du chev. Bayard, c. L, p. 245._

  [191] _Ivi, p. 247._

La caduta del cavaliere senza paura e senza difetti aveva inspirato ai
soldati francesi che lo seguivano un vivo desiderio di vendicarlo. I
ripari erano stati superati, ed i Veneziani inseguiti si erano ritirati
avanti al palazzo del capitano di giustizia sulla piazza del Broletto.
Subito dopo di loro vi giunsero i Francesi, e la battaglia ricominciò
con maggiore accanimento. Gli abitanti non si scoraggiavano, e facevano
piovere dalle finestre e dai tetti, pietre, tegole, travi infiammati, ed
acqua bollente sopra gli assalitori. La truppa veneziana diede sulla
piazza del Broletto una seconda battaglia non meno ostinata di quella
sostenuta sui bastioni; ma essa venne egualmente respinta, e dopo ciò
più non trovò rifugio. I vincitori l'andavano inseguendo di strada in
strada per farne un'orribile carnificina. Il Gritti e l'Avogaro
speravano tuttavia di fuggire per la porta di san Giovanni; ma appena
fecero abbassare il ponte levatojo, che Ivone d'Allegre vi si precipitò,
attaccandoli di fronte, mentre che avevano Nemours alle spalle. Ambidue
furono fatti prigionieri, e veruno de' loro soldati fu risparmiato.
L'uccisione si andò continuando, finchè durò la resistenza in qualche
lato; onde i più moderati contano sette in otto mila morti, le Memorie
di Bajardo ventidue mila, e quelle di Fleuranges quaranta mila[192].

  [192] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 577. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXI,
  f. 281. — Jac. Nardi, l. V, p. 233_, il quale assicura che si
  contarono quindici mila morti. — _Mém. de Bayard, c. L, p. 254. —
  Mém. de Fleuranges, p. 88._

Il saccheggio non cominciò che quando si cessò di spargere il sangue; ma
l'avidità del soldato non fu minore della sua ferocia. Non contento di
prendere tutti i mobili delle case, e tutto ciò che aveva qualche
valore, fece prigionieri gli abitanti, e li forzò coi tormenti a
palesare in qual luogo avessero nascoste parte delle loro ricchezze.
Spesse volte, quando non potevano ridurli a manifestare il segreto, o
quando sospettavano che quegli sventurati non avessero palesata ogni
cosa, li facevano perire sotto la tortura. Tutto ciò ch'era stato
deposto nelle chiese e ne' conventi diventò preda de' soldati; le donne
più illustri, e le stesse claustrali non si sottrassero alle ultime
violenze. Bajardo difese da ogni insulto la signora che lo aveva accolto
nella sua casa, e le due di lei figlie, ma la profonda loro riconoscenza
provò quanto quest'atto di generosità fosse parso raro. Due interi
giorni vennero accordati a tutti gli orrori della militare licenza.
Finalmente Gastone di Foix fece cessare il saccheggio, ed uscire le sue
truppe dalla città; ma fece decapitare sulla pubblica piazza il conte
Avogaro, e poco dopo i di lui due figliuoli. Il sacco di Brescia fu
valutato trecento milioni di scudi, e fu osservato che inflisse egli
stesso ai vincitori la punizione delle crudeltà che l'avevano macchiato.
«Niente è così certo, dice il leal servitore di Bajardo, che la presa di
Brescia fu in Italia la ruina de' Francesi; imperciocchè avevano essi
tanto guadagnato in questa città, che la maggior parte tornarono in
Francia stanchi della guerra, e sarebbero pure stati utili nella
giornata di Ravenna siccome voi intenderete tra poco[193].»

  [193] _Mém. du chev. Bayard, ch. L, p. 245-258. — Fr. Guicciardini,
  l. X, p. 577. — P. Bembo l. XII, p. 276. — Anon. Padov. MS. presso
  Muratori An. d'Ital. ad an. 1512. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p.
  281-283. — Jac. Nardi, l. V, p. 233. — P. Giovio Vita d'Alfonso
  d'Este, p. 78. — Vita di Leon X, l. II, p. 115. — Fr. Belcarii, l.
  XIII, p. 382. — Jo. Marianae de reb. Hisp., l. XXX, c. VIII, p. 310.
  — Arnoldi Ferroni, l. IV, p. 71._



CAPITOLO CIX.

      _Battaglia di Ravenna; morte di Gastone di Foix, ed
      indebolimento dell'armata francese; Giulio II si ostina a
      ricusare la pace; dissimulazione di Massimiliano; irritamento
      degli Svizzeri; questi si uniscono ai Veneziani e scacciano i
      Francesi d'Italia._

1512.


Uno dei più grandi mali cagionati dalla violenza delle passioni
popolari, è quello di distruggere nel cuore umano le primitive nozioni
del giusto e dell'ingiusto, di confondere ciò che è onesto con ciò che è
turpe. Quando giudichiamo con calma la condotta de' partiti e dei loro
corifei, ci sorprende e ci affligge per l'umana natura il vedere interi
popoli applaudire a rivoltanti azioni, individui distinti per le loro
belle qualità macchiarsi senza rimorso con atti di ferocia e di perfidia
che oltraggiano l'umanità. Noi saremmo a tal vista tentati di dubitare
dell'universale potere della coscienza, primaria legge della nostra
esistenza, se non volgessimo lo sguardo alla prepotente influenza, che
gli altrui giudizj esercitano sopra di noi. L'amore del bello e del
giusto è dato ad ogni uomo; ma la conoscenza di ciò che è bello, di ciò
che è giusto non è rapida abbastanza per andare innanzi all'istruzione
che gli viene offerta dagli altri. La lentezza del suo spirito, e più di
tutto la sua infingardaggine, hanno bisogno d'essere diretti dalla
pubblica opinione; ed il più delle volte l'universale consenso ha
segnata quella linea morale, che cadauno separatamente avrebbe potuto a
stento determinare. E per tal modo la coscienza diventò quasi sempre
l'eco della voce popolare; ed anche l'uomo d'eminente intelletto, non
avendo tempo di esaminare partitamente tutte le quistioni della morale,
abbraccia per lo più il giudizio suggeritogli dagli altri, ma ch'egli
crede dovuto ad affezioni od a ripugnanze innate in un cuore onesto.

Ma quando lo spirito di parte, impadronendosi d'una società, la divide
in due, ogni parte ammette una credenza, che per coloro che la seguono,
presentasi con tutti i caratteri della pubblica opinione, e diventa in
sua vece il regolatore ed il supplimento della coscienza individuale. La
violenza dello spirito di parte si attacca quasi sempre a quistioni
morali, che vengono decise dal pregiudizio, ed intorno alle quali la
ragione rimane in sospeso. Tali sono, l'origine del potere e la sua
legittimità, i doveri de' sudditi, i diritti de' cittadini, la fedeltà
che i primi credono dovuta al loro monarca, che i secondi credono di
potere pretendere dal loro governo. L'esame di cadauna di tali
quistioni, da cui può dipendere la condotta dell'uomo d'onore, nelle più
importanti occasioni, spaventa colla sua difficoltà: ma gli uomini di
partito non si curano di esaminarle; adottano il pro o il contro con una
cieca fede, che poi risguardano come il loro sentimento morale, come la
voce della loro coscienza; accusano di mala fede coloro che hanno
abbracciato il contrario sistema, e, sentendosi appoggiati dall'assenso
de' soli uomini con cui essi parlano, disprezzano i loro avversarj, e
non vedono che colpevoli in tutti coloro che essi combattono. Il solo
filosofo conosce quanto difficile sia lo stabilire principj nelle
astratte quistioni della politica, e sotto quanti differenti aspetti
esse si presentino ai migliori ingegni: per tal modo egli abbraccia
tutte le opinioni, tutte le scuse, ed altro non vede nelle politiche
dissensioni che vincitori e vinti.

Il conte Luigi Avogaro, ed il numeroso partito da lui strascinato nella
ribellione, potevano giustificare la loro causa con tutti i nomi tra gli
uomini più sacri. Quando l'Avogaro volle ristabilire nella sua patria
quella stessa autorità della repubblica veneta, sotto la quale egli era
nato, e sotto la quale vissuto era suo padre, prendeva le armi per ciò
che gli uomini hanno convenuto di chiamare legittimo potere: nello
stesso tempo combatteva per la libertà, che l'Italia credeva di vedere
nel governo repubblicano di Venezia; combatteva per l'indipendenza
italiana contro il giogo d'una nazione straniera; finalmente combatteva
per la religione e per la Chiesa, perciocchè il papa aveva abbracciata
la difesa di Venezia, ed i suoi avversarj erano macchiati col nome di
scismatici. Pure uno degli eroi della Francia, Gastone di Foix, condannò
l'Avogaro al supplicio coi due suoi figli; cercò d'infamarlo col nome di
traditore; non credette di sagrificarlo alla politica, ma alla
giustizia, e volle egli stesso trovarsi presente ad un'esecuzione, di
cui pareva gloriarsi. Un poeta francese, risguardando l'Avogaro quale
uomo abbandonato all'infamia, non si fece scrupolo di calunniarlo con
perfide supposizioni; e quanto più ristretto è in Francia il numero
delle tragedie storiche, tanto più l'odioso carattere che Du Belloy ha
dato al conte Avogaro, ha lasciata contro di lui una gagliarda
impressione popolare[194]. Finalmente gli storici francesi, lungi dal
vergognarsi della carnificina di Brescia, sonosi compiaciuti di
esagerarne le conseguenze. Non vi scorsero che fatti gloriosi per
Lodovico XII, il padre del popolo, e per Nemours, l'idolo dell'armata;
ed hanno coperto col loro disprezzo quelli che erano stati vinti dai
loro compatriotti, senza farsi carico de' nobili sentimenti che loro
avevano poste le armi in mano.

  [194] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 577. — P. Giovio Vita di Leon X,
  l. II, p. 115. — Gaston et Bayard tragédie de Du Belloy, 1771._

La riputazione ed il carattere di Gastone di Foix, duca di Nemours, sono
altri esempi dell'influenza dei pregiudizj di partito. Questo principe,
nato il 10 dicembre del 1489, e che di poco era entrato nel suo
ventesimo terzo anno, ove si debba giudicare dalla sua gloria, è uno de'
più grandi uomini che producesse la Francia, ove poi si esaminino le
azioni sue, sembra uno de' più feroci capi d'esercito. Durante la
battaglia, egli eccitava continuamente i suoi soldati alla carnificina,
e poche volte dava quartiere ai nemici; verun capitano trattò con
maggiore asprezza i popoli delle città conquistate, o gli assoggettò a
più pesanti contribuzioni: nel suo campo, in cui la negligenza del
signore di Chaumont aveva permesso che s'introducesse l'indisciplina,
non era stato da altro generale rimesso l'ordine con una più costante
severità e con più inflessibile rigore: per ultimo niuno risparmiava
meno di lui la vita dei soldati, che strascinava con rapidissime marcie
a traverso ai pantani o tra le profonde nevi, e teneva le intere notti a
cielo aperto in mezzo ai ghiacci nel più rigoroso inverno.

Ma un generale, più ancora che un politico, è l'opera del suo secolo e
di quel potente pregiudizio che copre di tanta gloria le militari
fortunate imprese. È cosa ingiusta il rendere un individuo risponsabile
d'un'opinione popolare, cui forse cadauno di noi ha contribuito. Gli
applausi che i più deboli diedero in ogni occasione ai forti,
quell'entusiasmo che il più timido sesso sente per il valore, quella
corona di gloria onde i poeti cinsero la fronte de' vincitori, furono
altrettante offese fatte all'umanità. La pubblica opinione si compiacque
d'inebbriare i guerrieri per iscatenarli in appresso contro la società;
riserbò tutti i suoi allori per le loro vittorie, senza farsi da costoro
rendere conto nè dei motivi delle guerre, nè de' mezzi adoperati per
ottenere la vittoria; ella rimane sola risponsabile della formidabile
frenesia de' conquistatori. Questi non sono che ciò che li fa il mondo;
e Gastone di Foix, uno forse degli uomini che recarono maggior danno
alla umanità, in proporzione della sua breve carriera, per l'elevazione
della sua anima e per i singolari suoi talenti, era meritevole della
stima che gli fu accordata.

Gastone di Foix, che di ventidue anni aveva ottenuto l'importantissimo
comando della Lombardia, aveva date nella sua prima gioventù tali prove
di talenti militari, che pochi vecchi guerrieri pareggiarono. Circondato
da nemici, tutti egualmente pericolosi, aveva nel cuore dell'inverno
fatto testa a tutti successivamente colla stessa armata; e sempre gli
aveva sopraggiunti in una perfetta sicurezza, mentre lo supponevano in
faccia ad altre armate. Dal mese di novembre in poi aveva inquietati gli
Svizzeri scesi in Lombardia, e forzatili a rientrare nelle loro
montagne; aveva costretta l'armata del re di Spagna e del papa a levare
l'assedio di Bologna, ed a ritirarsi in Romagna; aveva battuto Gian
Paolo Baglioni coi Veneziani tra l'Adige ed il Mincio, e finalmente
aveva ripresa Brescia, distruggendovi l'armata del Gritti e
dell'Avogaro. Dopo quest'ultima vittoria Gastone pareva abbandonarsi ai
piaceri, non d'altro occupandosi che delle feste del carnovale; ma
frattanto la sua armata era in cammino, ed apparecchiavasi a nuove
intraprese; e per tirarlo da questo apparente dissipamento non
abbisognavano gli eccitamenti di Lodovico XII, che gli pervennero uno
dietro l'altro, affrettandolo di correre alla battaglia[195].

  [195] _Jo. Marianae de reb. Hisp. l. XXX, c. VIII, p. 310. — Mém. du
  chev. Bayard, c. L, p. 256._

Lodovico XII vedeva finalmente addensarsi sul proprio capo tutti i
turbini che Giulio II da tanto tempo andava preparando. Aveva Ferdinando
saputo approfittare della sua influenza sul suo genero, il re
d'Inghilterra, per persuaderlo a firmare in Londra, il 17 novembre del
1511, un'alleanza il di cui oggetto manifesto era quello di far
ricuperare all'Inghilterra il possedimento della Guienna, mentre
Ferdinando contava di approfittarne per riconquistare egli stesso la
Navarra. Giovanni d'Albretto, re di Navarra, era ciecamente entrato in
tutti gli interessi della Francia: per far cosa grata a Lodovico XII
aveva riconosciuto il concilio di Pisa, e si trovava colpito dalle
scomuniche fulminate contro i fautori di Lodovico. Ferdinando non
credeva d'abbisognare di verun altro pretesto per invadere i suoi stati;
ma conveniva rendere altrove necessarj i soccorsi che avrebbe potuto
dargli la Francia. A tale oggetto Ferdinando persuadeva Enrico VIII ad
attaccare la Guienna, e gli offriva per ajutarlo a conquistarla
cinquecento uomini d'armi, mille cinquecento cavaleggieri e quattro mila
fanti[196].

  [196] _Rymer Foedera et Conventiones, t. XIII, p. 311. — Rapin de
  Thoyras, Hist. d'Angleterre l. XV, t. VI, p. 41._

Enrico VIII tenne per qualche tempo segreto il trattato che sottoscritto
aveva con Ferdinando; negò a Lodovico XII, che ne aveva avuto qualche
sentore, l'esistenza del medesimo; ed il 9 di dicembre ricevette da
questi l'ultimo pagamento de' sussidj, che il re di Francia aveva
promesso di dargli pel mantenimento della pace[197]. Ma in occasione
dell'apertura del parlamento, il 4 febbrajo 1512, partecipò a
quest'assemblea il suo progetto di attaccare la Francia, per isciogliere
il concilio di Pisa, e far restituire Bologna alla Chiesa. Ottenne dal
parlamento considerabili sussidj per l'esecuzione di tali progetti, che
pure sembravano affatto stranieri all'Inghilterra[198]. Una nave del
papa, la prima che spiegasse bandiera pontificia nelle acque del Tamigi,
giunse a Londra carica di vini greci e di frutta del mezzogiorno, che il
papa mandava in dono ai prelati, ai lordi ed ai membri della camera dei
comuni: questo nuovo inaudito onore sedusse non meno gl'Inglesi che il
loro re; e l'intera nazione si associò con entusiasmo ad una guerra
senza motivo[199].

  [197] _Rymer, Foedera et Conv., t. XIII, p. 310._

  [198] _Rapin de Thoyras, l. XV, p. 44. — Hume's History of England,
  ch. XXVII, t. V, p. 112._

  [199] _Fr. Guicciardini l. X, p. 578. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
  383._

Lodovico XII doveva temere l'attacco degl'Inglesi su tutte le coste,
quello di Ferdinando su tutta la linea de' Pirenei, quello degli
Svizzeri sulla Borgogna o in Italia. Nella quale ultima contrada il
papa, il vicerè di Napoli ed i Veneziani, minacciavano di nuovo il suo
luogotenente, il duca di Nemours, mentre che Massimiliano, il suo solo
alleato, pel quale erasi fin allora esaurito di uomini e di danaro, non
solo non lo assecondava, ma inoltre gli faceva ad ogni istante temere di
porsi coi suoi nemici. Massimiliano gli aveva nuovamente promessa la
continuazione della sua amicizia, ma l'aveva accompagnata con tali
esorbitanti domande, con lagnanze tanto ingiuste e ridicole, che
facevano presagire una vicina rottura[200]; e siccome egli non
manifestava i suoi segreti a verun confidente, non si sa accertare se
fin d'allora avesse intenzione d'ingannare Lodovico XII, o se cedesse
senza un premeditato progetto alla sua abituale instabilità.

  [200] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 579. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
  383._

I medesimi Fiorentini vacillavano nell'alleanza colla Francia; i loro
soccorsi non giugnevano all'armata; il termine dell'alleanza andava a
spirare entro pochi mesi, ed essi ricusavano di rinnovarla; intanto
negoziavano con Ferdinando e con don Raimondo di Cardone, ed avevano
ottenuto dal papa l'assoluzione della scomunica contro di loro
pronunciata. Egli è vero che il duca di Ferrara ed i Bentivoglio
mantenevansi fedeli a Lodovico XII; ma la loro alleanza era piuttosto un
carico che un beneficio; incapaci di difendersi da sè medesimi, non
isperavano salvezza che dalla Francia. Ogni speranza di Lodovico XII era
riposta nell'armata di Gastone di Foix; la quale, se batteva Raimondo di
Cardone, poteva inspirare a Giulio II tanto terrore da ridurlo a
sottoscrivere la pace[201].

  [201] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 580. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
  384._

Quando Gastone di Foix seppe che l'armata era giunta a Finale di Modena,
si affrettò di raggiugnerla: aveva ricevuto rinforzi dalla Francia, ed
aveva a sua disposizione mille seicento lance, cinque mila fanti
tedeschi, cinque mila Guasconi ed ottomila tra Italiani e Francesi. Il
duca di Ferrara gli condusse pure cent'uomini d'armi, dugento
cavaleggieri, ed un treno d'artiglieria, il più bello che allora si
vedesse presso verun principe d'Europa. Il cardinale di Sanseverino, che
dal concilio di Pisa trasferitosi a Milano, si era fatto dare il titolo
di legato di Bologna, aveva raggiunta l'armata con militare apparato,
trovandosi felice di poter abbandonare un'assemblea che non riceveva che
mortificazioni, perciocchè i prelati non erano stati più favorevolmente
ricevuti a Milano, di quello che lo fossero stato a Pisa. Il popolo li
caricava d'ingiurie nelle strade, ed il clero, assoggettandosi
all'interdetto pronunciato dal papa, aveva sospeso i divini ufficj[202].

  [202] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 560 e 581. — Fr. Belcarii, l.
  XIII, p. 385. — Jac. Nardi, l. V, p. 233._

Il 26 di marzo Gastone partì da Finale di Modena per innoltrarsi nella
Romagna. Quant'egli desiderava di venire a battaglia, altrettanto
Raimondo di Cardone cercava di schivarla. Aveva questi sotto i suoi
ordini mille quattrocento uomini d'armi, mille cavaleggieri, sette mila
fanti spagnuoli, e tre mila Italiani: aspettava inoltre sei mila
Svizzeri, che il cardinale di Sion aveva promesso di condurgli a spese
comuni del papa e de' Veneziani. Frattanto Ferdinando gli avea ordinato
di non esporsi ad una battaglia, per aspettare che l'invasione
degl'Inglesi obbligasse Lodovico a richiamare dall'Italia la sua armata.
Perciò si andava Raimondo ritirando in faccia all'armata francese,
occupando sempre vantaggiose posizioni, ove non poteva essere attaccato
che con grande svantaggio[203].

  [203] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 581. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
  385. — Mém. du chev. Bayard, ch. L, p. 257._

Gastone tentò da principio di penetrare tra Castel Guelfo e Medicina, al
levante di Bologna, e gli Spagnuoli presero posto in distanza di quattro
miglia, sotto le mura d'Imola. Gastone andò a cercarli, avvicinandosi
fino ad un miglio dall'armata nemica; ma conoscendone la posizione quasi
inattaccabile, continuò a marciare verso Forlì. Mentre le due armate
erano vicine, gli Spagnuoli credendosi in sul punto di essere attaccati
si andavano affollando intorno al legato Giovanni dei Medici, per
ottenere l'assoluzione de' loro peccati. Avevano un così vivo desiderio
di toccare le sue vesti, che, abbandonando le loro insegne e le loro
file per affollarsi intorno a lui, eccitarono ne' loro capitani la più
viva inquietudine. Intanto, racconta Giovio, che il legato piangeva di
gioja, vedendo come questi tanto feroci Spagnuoli, dediti alla rapina ed
alle stragi, nudrivano nello stesso tempo così religiosi sentimenti. Il
Medici si recò fra di loro con una croce d'argento, pronunciò la loro
assoluzione, loro promettendo l'eterno premio, se venivano uccisi per la
difesa dell'autorità papale; ma nello stesso tempo gli scongiurò a non
uscire dalle loro file, finchè il nemico si trovava così vicino[204].

  [204] _P. Giovio Vita di Leon X, l. II, p. 117._

Ne' susseguenti giorni Nemours cercò con accorte marcie di tirare gli
Spagnuoli fuori della loro posizione; ma questi tenevano appoggiata la
loro sinistra all'Appennino, e trovavano sempre vantaggiosi
accampamenti, tenendo quest'ala per perno; mentre i Francesi, che si
avanzavano in una pianura bassa e tagliata da frequenti canali, mai non
trovavano una posizione in cui potessero con vantaggio dare
battaglia[205].

  [205] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 582. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
  385._

Mentre i due generali spiegavano la loro cognizione militare in questi
movimenti, Gastone di Foix ricevette da Lodovico XII un corriere per
affrettarlo a venire a battaglia. Il re aveva penetrato che Massimiliano
coll'intervento del papa aveva conchiusa una tregua di dieci mesi coi
Veneziani, a condizione che questi gli pagherebbero 50,000 fiorini, e
che l'una e l'altra potenza conserverebbero ciò che possedevano. Nello
stesso tempo Girolamo Cavanilla, ambasciatore del re d'Arragona, aveva
domandata l'udienza di congedo, lo che sembrava annunciare un vicino
attacco dalla banda de' Pirenei. Lo stesso Gastone aveva ricevute
notizie tali che accrescevano la sua impazienza di combattere, ma che
teneva cautamente celate a tutti i suoi ufficiali. Il capitano de' suoi
landsknecht, Giacomo von Embs, o Empser, trovavasi da molto tempo al
servigio della Francia; era stato ben trattato dal re, e, sebbene non
parlasse l'idioma francese, aveva un onorato grado nella milizia. L'8 di
aprile, il giorno susseguente alla venuta di Bajardo al campo, Empser
ricevette un ordine dall'ambasciatore dell'imperatore Massimiliano a
Roma, diretto a tutti i Tedeschi che militavano nell'armata francese,
col quale veniva loro ingiunto a nome dell'imperatore di abbandonare
immediatamente l'armata e di ricusare di combattere contro le truppe del
papa o del re d'Arragona. Giacopo Empser, senza comunicare quest'ordine
a chicchessia, lo portò a Bajardo, chiedendogli consiglio. Bajardo lo
condusse al duca di Nemours; e tutti due persuasero il capitano Giacomo
a promettere di tenere la cosa segreta: ma un secondo corriere poteva
recare un somigliante ordine ad altri capitani tedeschi; e se questi
ubbidivano, se i loro compatriotti, che formavano il terzo dell'armata
francese, si ritiravano, quest'armata era perduta senza combattere[206].
Tali motivi consigliarono Nemours a volgersi bruscamente verso Ravenna,
persuaso che Raimondo di Cardone non acconsentirebbe che fosse presa
sotto i suoi occhi una così importante città, e accorrendo per
difenderla gli offrirebbe la bramata occasione di tentare la sorte d'una
battaglia[207].

  [206] _Mém. du chev. Bayard, t. XV, ch. LII, p. 258._

  [207] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 583. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
  386. — P. Giovio Vita di Leone X, l. II, p. 118._

Infatti il Cardone risolse di difendere Ravenna; vi mandò Marc'Antonio
Colonna con sessanta uomini d'armi, cento cavaleggieri e seicento fanti
spagnuoli; ma per ridurre Marc'Antonio a chiudersi in quella città
convenne che il vicerè, il legato, Fabrizio Colonna e Pietro Navarro,
obbligassero la loro fede a soccorrere Ravenna, se i Francesi
l'assediavano.

I due primi fiumi che scendendo dagli Appennini mettono foce in mare e
non nel Po, il Ronco ed il Montone, passano uno a destra, l'altro a
sinistra di Forlì, a non molta distanza dalla città, e, riunendosi sotto
le mura di Ravenna, si gettano in mare tre miglia più abbasso. Il
Nemours erasi avanzato fra questi due fiumi, vi aveva preso e
saccheggiato il forte castello di Russi, indi aveva segnato il suo
accampamento innanzi a Ravenna, appoggiando l'ala destra al Ronco, e la
sinistra al Montone ed aveva aperte le sue batterie. Di già cominciavano
a mancargli le vittovaglie; i suoi saccomanni dovevano fare sette o più
miglia di strada per trovare qualche cosa da prendere in campagna, ed i
Veneziani, padroni del Po, gli toglievano ogni comunicazione con
Ferrara[208].

  [208] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 584. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
  386. — Mém. du chev. Bayard, ch. LII, p. 258. — Jo. Marianae de Reb.
  Hisp., l. XXX, c. IX, p. 312._

Conveniva ad ogni modo uscire bentosto da così pericolosa situazione, ed
il Nemours, avendo colla sua artiglieria aperta nelle mura di Ravenna
una breccia larga trenta braccia, risolse di dare l'assalto, sebbene
detta breccia fosse alta tre braccia, e non vi si potesse giugnere che
colle scale. Per risvegliare l'emulazione tra le nazioni che servivano
insieme nella sua armata, la mattina del 9 aprile, giorno del venerdì
santo, fece marciare separatamente all'assalto i Tedeschi, gl'Italiani
ed i Francesi. Avanti ad ogni corpo marciavano a piedi dieci uomini
d'armi compiutamente armati, e scelti fra tutta la cavalleria. Gli
assalitori montarono infatti sulla breccia colla maggiore intrepidezza,
e vi si mantennero sotto il fuoco dei nemici con grandissima
ostinazione; ma l'apertura fatta nella muraglia era così angusta e di
così difficile accesso, che dava ai suoi difensori tutto il vantaggio.
Gli Spagnuoli si mantennero immobili al loro posto, ed i Francesi furono
respinti. Francesco di Beusserailhe, signore de l'Espì, comandante
dell'artiglieria, e Chatillon, furono mortalmente feriti; Federico di
Bozzolo, cadetto della casa Gonzaga, che in appresso si rendette così
famoso, fu ancor esso ferito; e rimasero sul campo di battaglia, morti
dall'una e dall'altra parte, circa mille cinquecento uomini[209].

  [209] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 584._ — F. Belcario, che
  d'ordinario si limita a tradurre, prende i _bracci_ per braccia
  marine, e dà loro cinque piedi, _l. XIII, p. 386. — Mém. du chev.
  Bayard, c. LII, p. 275. — Mémoir. de Fleuranges, t. XVI, p. 89. —
  Muratori Ann. d'Italia ad an. 1512. — P. Giovio Vita d'Alfonso
  d'Este, p. 79._

L'armata spagnuola stava sotto Faenza, fuori della porta che mette a
Ravenna: quand'ebbe avviso dell'intrapresa di Gastone di Foix, si avanzò
immediatamente, passò il Montone a Forlì, e dopo d'avere camminato alcun
tempo fra i due fiumi, passò di nuovo il Ronco, e si avanzò sulla sua
riva destra. Voleva Fabrizio Colonna che l'armata facesse alto in
distanza di tre miglia dal campo di Nemours, onde tenere così i Francesi
in timore. Se questi prendevano Ravenna, siccome il loro generale non
avrebbe potuto impedire che gli avventurieri si disperdessero per
saccheggiare, gli Spagnuoli sarebbero piombati sopra di loro in quel
momento di disordine, e facilmente gli avrebbero compiutamente
disfatti[210]. Se poi si restavano inattivi, la mancanza delle
vittovaglie non poteva tardare a riuscir loro molesta, ed a ridurli agli
estremi. Ma il Navarro non approvava giammai gli altrui consiglj; egli
desiderava una battaglia, nella quale dar prova della superiorità della
sua fanteria, e persuase Raimondo di Cardone ad avanzare; infatti il 10
d'aprile il Cardone presentossi tutto ad un tratto innanzi all'armata
francese sull'altra riva del Ronco, mentre che questa stava esaminando
le proposizioni che facevano, per arrendersi, gli abitanti di
Ravenna[211].

  [210] _Mém. de Bayard, l. LII, p. 275. — Mém. de Fleuranges, p. 89._

  [211] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 585. — Jo. Marianae de reb. Hisp.
  XXX, c. IX, p. 312._

Il Nemours fece subito ritirare i cannoni dalle batterie per dirigerli
contro l'armata spagnuola; adunò nello stesso tempo un consiglio di
guerra per iscegliere tra i diversi partiti che si offrivano. Se
permettevasi agli Spagnuoli d'entrare in Ravenna, perduta era ogni
speranza di prendere quella città, e la ritirata poteva riuscire
pericolosa e vergognosa; per fermarli rendevasi necessario di passare il
Ronco sotto i loro occhi, ed attaccarli nella loro marcia; ma, anche ciò
facendo, non potevasi impedir loro di giugnere, se volevano, alla pinaja
che stendesi fino al mare, e di arrivare alle porte della città senza
venire a battaglia[212].

  [212] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 585. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
  387. — Jac. Nardi, l. V, p. 234. — P. Giovio Vita di Alfonso, p.
  81._

L'errore o la presunzione del Cardone trasse il duca di Nemours
dall'imbarazzo in cui si trovava. Il primo, invece d'entrare in Ravenna,
come avrebbe potuto farlo, segnò il suo campo in faccia ai Francesi, tre
miglia distante dalla città, con intenzione di metterli tra due fuochi;
ed impiegò tutta la notte nel coprire con una larga e profonda fossa la
fronte della sua armata. Il Nemours, avvisato di ciò che stava facendo
il generale nemico, fece sentire al suo consiglio di guerra che non
dovevasi ritardare l'attacco de' nemici, malgrado i loro trinceramenti.
Fece perciò in tempo di notte gettare dei ponti sul Ronco e spianare gli
argini che lo contengono in tempo di piena; in appresso in sullo
spuntare del giorno, la domenica di Pasqua, 11 aprile del 1512, fece
passare il ponte alla sua fanteria tedesca, mentre il restante
dell'armata guardava il fiume. Lasciò soltanto sulla sinistra del Ronco
Ivone d'Allegre con quattrocento lance e l'infanteria della
retroguardia, per tenere in dovere la guarnigione di Ravenna; e diede a
due capitani italiani, i fratelli Scotti, mille fanti, per guardare il
ponte del Montone, e tenere aperta, in caso di sinistro successo, la
strada su cui avrebbe dovuto ritirarsi l'armata[213].

  [213] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 585. — Mém. de Fleuranges, p. 91.
  — Mém. de Bayard, ch. LIV, p. 285. — Jac. Nardi Hist. Fior., l. V,
  p. 234._

Il Nemours dispose la sua armata in semicerchio; appoggiò al fiume
l'estremità dell'ala destra, colla quale voleva cominciare l'attacco,
rinculò il suo centro, ed avanzò di nuovo l'ala sinistra. Aveva
collocata sulla diritta l'artiglieria comandata dal duca di Ferrara, e
settecento uomini d'armi francesi; dopo di questi veniva la fanteria
tedesca; indi otto mila fanti, parte Guasconi e parte Picardi, formavano
il corpo di battaglia; per ultimo cinque mila Italiani, comandati da
Federico di Bozzolo, componevano l'ala sinistra, la quale era coperta da
tre mila arcieri o cavaleggieri. La Palisse aveva il comando d'una
retroguardia di seicento lance, collocate in riva al fiume, e con lui
trovavasi il cardinale Sanseverino, legato del concilio, che si era
coperto da capo a piedi di lucidissima armatura, ed era a motivo della
gigantesca sua statura conosciuto a molta distanza[214].

  [214] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 586. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
  387. — Jac. Nardi, l. V, p. 235. — Mém. du chev. Bayard, ch. LIV, p.
  285._

Gastone di Foix non aveva preso il comando di verun corpo in
particolare, per trovarsi in libertà di andare con un certo numero di
gentiluomini, ove lo chiamasse il bisogno. «Ed il detto signore Nemours,
dice il maresciallo di Fleuranges, era solito, per amore della sua dama,
di non portare armatura dal gomito fino alla manopola, e di tenere
coperta colla sola camicia questa parte del braccio. Egli pregava tutta
la compagnia d'uomini d'armi, loro dolcemente parlando e caldamente
scongiurando, che volessero in questo giorno prendersi cura dell'onore
della Francia, del suo e del loro, e che volessero seguirlo. Soggiunse,
che vedrebbero ciò che in quel giorno farebbe per amore della sua dama;
ed all'istante partì, e fu il primo uomo d'armi che ruppe la sua lancia
contro i nemici»[215].

  [215] _Mémoires du jeune adventureux maréchal de Fleuranges, t. XVI,
  p. 94._

Così consigliato da Pietro Navarro, Raimondo di Cardone non aveva
attaccati i Francesi mentre passavano il fiume; ma si era afforzato nel
suo campo, coperto da un canto dal fiume Ronco, dall'altra dal fosso
ch'egli aveva fatto scavare. Questo fosso era verso il mezzo interrotto
da un'apertura di quaranta piedi di larghezza, che aveva lasciata per
poter far uscire la sua cavalleria; ma aveva collocati di dietro
dell'apertura una ventina di carri, armati di lance e carichi di grossi
archibugi, che compivano la fortificazione. All'angolo formato dal fiume
colla fossa trovavasi Fabrizio Colonna, che comandava la sinistra con
ottocento uomini d'armi, e sei mila fanti; veniva dopo di lui il corpo
di battaglia, composto di seicento lance e di quattro mila fanti, sotto
gli immediati ordini del vicerè e del marchese della Palude. Vi si
trovava pure il cardinale de' Medici; ma o sia che la sua corta vista lo
tenesse lontano da ogni esercizio militare, o che considerasse detto
esercizio come contrario ai doveri del suo stato, egli aveva conservato
in mezzo alla battaglia il pacifico abito di prelato. La retroguardia
finalmente, che formava ancora la diritta dell'armata, e che aveva
egualmente alle spalle il fiume e avanti la fossa, era composta di
quattrocento uomini d'armi e di quattro mila fanti comandati da
Carvajale. L'estremità della diritta era poi coperta da un corpo di
cavaleggieri sotto gli ordini del giovane Ferdinando d'Avalos, marchese
di Pescara, che faceva allora i primi fatti d'armi. Tutta la fronte era
guarnita d'artiglieria[216] consistente in venti pezzi, tra cannoni e
lunghe colombrine, e in circa dugento archibugi a miccia, posti sopra
carri armati di spontoni, i quali tenevano il di mezzo tra i moschetti
ed i cannoni[217].

  [216] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 588. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
  388. — Jac. Nardi, l. V, p. 235. — Mém de Fleuranges, p. 93. — P.
  Giovio vita di Leon X, l. II, p. 121. — Ejusdem Ferdinandi Davali
  Piscarii vita, l. I, p. 278._

  [217] _Mémoires de Bayard, c. LIV, p. 301._

L'armata francese aveva passato il Ronco circa due miglia al di sotto
del campo di Cardone, e vedendo che gli Spagnuoli non uscivano dai loro
trinceramenti, si avviò verso di loro, conservando la sua ordinanza,
senza che la sua diritta abbandonasse la riva del fiume, e tenendo
sempre la forma d'una mezza luna. Quando si trovò a quattrocento passi
distante dal fosso, fece alto, e cominciò il cannonamento. L'infanteria
francese era quasi affatto scoperta, ed esposta ad un fuoco terribile:
ma quella degli Spagnuoli per ordine di Navarro si era buttata col
ventre per terra dietro la linea del fiume, e non soffriva quasi nulla
dall'artiglieria nemica. Il grande Fabiano, uno de' migliori capitani
della fanteria tedesca fu la prima vittima del cannone. Giacopo Empser
ed il signore di Molart si posero a sedere sotto il fuoco alla testa
della loro truppa e si fecero recare da bere, ma l'uno e l'altro furono
uccisi. Di quaranta capitani d'infanteria francesi ne rimasero sul campo
di battaglia trentotto; e questa fanteria aveva di già perduti sei mila
uomini, quando gli altri, più non potendo soffrire tanta carnificina,
vollero dare l'assalto alle batterie di Pietro Navarro. Colà fu ucciso
il signore di Maugiron sopra una carretta che voleva prendere. Dopo
avere perduti più di mila dugento uomini in quest'attacco, i Francesi
furono respinti; ma quando gli Spagnuoli vollero inseguirli, furono a
vicenda respinti da un corpo di Landsknecht e di Picardi, che non
avevano avuto parte nell'azione: indi ciascuno rientrò nel suo posto, e
continuò il cannonamento[218].

  [218] _Mémoires de Fleuranges, p. 94. — Mém. de Bayard, ch. LIV, p.
  302. — Jo. Marianae Hist. Hisp., l. XXX, c. IX, p. 314._

Intanto il duca di Ferrara aveva rapidamente fatta passare una parte de'
suoi cannoni dietro la linea francese dall'ala destra, ove si trovavano
prima, all'estremità dell'ala sinistra. Colà egli vedeva perfettamente
scoperto il fianco degli Spagnuoli, e questa nuova batteria colpiva
longitudinalmente tutta la loro linea. Le palle giugnevano pure fino
all'ala destra francese, e vi fecero non poco guasto. Fu detto, che,
volendo taluno per questo rispetto far sospendere il fuoco, Alfonso
gridasse a' suoi cannonieri: «coraggio amici! non importa sapere chi sia
colpito, sono tutti stranieri, e perciò tutti agl'Italiani nemici»[219].
La fanteria spagnuola, sempre appiattata per terra, non era molto
esposta ai colpi dei cannoni; ma lo erano assaissimo gli uomini d'armi,
ch'erano più alti, ed occupavano una superficie maggiore. Bentosto il
campo di battaglia si vide coperto delle sparse membra de' soldati e de'
cavalli. Pietro Navarro, che aveva egli stesso formata la fanteria
spagnuola, e che tutta riponeva in questa la sua confidenza, vedeva con
perfetta indifferenza la distruzione de' suoi uomini d'armi italiani;
pensava che i Francesi non soffrirebbero minor danno, e calcolava che
quando gli uomini d'armi delle due armate sarebbero stati egualmente
distrutti dall'artiglieria, la fanteria spagnuola, che egli aveva
conservata intatta, non mancherebbe di far presto a pezzi la fanteria
tedesca e francese[220].

  [219] _P. Giovio Vita d'Alfonso d'Este, p. 83_; ma egli soggiugne
  che Alfonso lo assicurò di non avere mai tenuto questo discorso.

  [220] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 589. — Jacopo Nardi Hist. Flor.,
  l. V, p. 236. — P. Giovio Vita di Leon X, l. II, p. 123._

Ma gli uomini d'armi erano sotto il comando de' più illustri personaggi
dell'armata, e di coloro che meno degli altri rassegnarsi potevano a
vedersi sagrificati alla salvezza di un corpo ch'essi disprezzavano.
Fabrizio Colonna mandò messi sopra messi al vicerè per chiedergli
licenza di uscire dai suoi trinceramenti e di caricare il nemico. Non lo
potendo ottenere, nè più oltre contenere i suoi uomini d'armi, gridò:
«Non s'aspetta a noi altri il morire vergognosamente a cagione
dell'ostinazione e della gelosia d'un malcreato _Marrano_. Non vogliamo
sagrificargli più in là l'onore della Spagna e dell'Italia. Sortiamo; e
se dobbiamo morire, si cada per lo meno vendendo a caro prezzo la nostra
vita ai Francesi.» Trasse così senz'averne ricevuto l'ordine la sua
truppa al di là della fossa, e caricò i nemici. Questo movimento
costrinse Pietro Navarro a seguirlo, il quale fece alzare la sua
fanteria spagnuola, fin allora rimasta col ventre per terra, e la
condusse con furioso impeto contra la fanteria tedesca[221].

  [221] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 589. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
  388. — Mém. de Bayard, c. LIV, p. 303. — P. Giovio Vita di Leon X,
  l. II, p. 124._

Gli uomini d'armi di Fabrizio Colonna, anche prima della battaglia, non
erano stimati eguali ai Francesi; ma dopo la spaventosa perdita che
avevano sofferta sotto il fuoco dell'artiglieria, più non potevano
venire con questi alle mani con qualche speranza di buon successo.
Mentre si avanzavano contro l'artiglieria del duca di Ferrara, furono
assaliti di fianco da Ivone d'Allegre, che al romore dell'artiglieria
era giunto con tutta la retroguardia, e malgrado la più ostinata difesa
furono rotti, rovesciati o posti in fuga. Fabrizio, circondato da un
branco di cavalieri, si andava ancora difendendo, quando Alfonso d'Este
gli si avvicinò e gli disse: «Romano, non ti fare uccidere per la tua
ostinazione; riconosci che la battaglia è perduta, e renditi a me. — Chi
sei tu, rispose Fabrizio, tu che mostri di conoscermi? Io sono Alfonso
d'Este; da me non puoi nulla temere. — Io mi arrendo volentieri a così
generoso nemico, ma a condizione che tu non mi darai nelle mani dei
Francesi, nemici della mia famiglia.» Alfonso alzò la mano per
prometterlo, ed in quell'istante ebbe cominciamento un'amicizia, che non
molto dopo salvò il duca di Ferrara dalla prigionia[222].

  [222] P. Giovio, che aveva udito questo dialogo dalla bocca dell'uno
  e dell'altro interlocutore. _Vita d'Alfonso d'Este, p. 83._

Il vicerè e Carvajale, dopo il primo urto della cavalleria, presero la
fuga troppo presto per l'onor loro, e mentre la vittoria potev'essere
ancora contrastata. Antonio de Leyva, che serviva tuttavia in oscura
condizione, gli scortò nella loro ritirata. Il marchese della Palude,
che aveva condotta alla carica la seconda battaglia di già assai
maltrattata dall'artiglieria, fu fatto prigioniere dopo avere perduto un
occhio; non ebbero miglior sorte i cavaleggieri, ed il loro capo, il
giovane Pescara, destinato in appresso a tanta gloria, cominciò la sua
carriera militare colle ferite e colla prigionia[223].

  [223] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 590. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
  389. — P. Jovii Ferdinandi Avali Pescarii Vita, l. I, p. 280._

La pugna dell'infanteria non fu così presto decisa. I fanti spagnuoli
avevano attaccati i Tedeschi: la loro armatura non era eguale. I
Landsknecht portavano una picca di sedici a diciotto piedi di lunghezza,
ed una sciabola al fianco. Il loro petto era coperto da un corsaletto di
ferro, e non avevano nè scudo, nè altra arma difensiva. Per lo contrario
gli Spagnuoli non avevano per armi offensive che la spada ed il pugnale;
ma essi portavano lo scudo, e la loro testa, le gambe, le braccia e
tutto il corpo erano difesi da un'intera armatura[224]. Al primo urto i
Tedeschi, avanzandosi colla picca abbassata, rovesciarono molti
Spagnuoli; ma questi non per ciò si sgomentarono, e spingendosi innanzi,
riuscirono all'ultimo a penetrare fra le picche. Allora i Tedeschi, in
certo modo disarmati, trovaronsi esposti a tutti i colpi; le picche,
invece di servir loro di difesa, loro impedivano di muoversi, e le loro
stesse sciabole, quando le sguainavano, richiedevano spazio e tempo per
ferire di taglio, mentre che gli Spagnuoli li ferivano di punta, e
penetravano facilmente ove mancava l'armatura. Spaventosa fu la
carnificina, ed i Tedeschi sarebbero tutti periti sotto i colpi de'
fanti spagnuoli, che spesso s'introducevano, chinandosi a terra, tra le
loro gambe e li ferivano col pugnale, se Ivone d'Allegre e subito dopo
Gastone di Foix non sopraggiugnevano in loro soccorso con tutta la
cavalleria francese, cui dalla spagnuola era stato abbandonato il campo
di battaglia[225].

  [224] _Niccolò Macchiavelli dell'arte della guerra, l. II, p. 67. —
  Herrn Georgens von Frundsberg, Ritters Kriegzsthaten I Buch. f. 15.
  Francfort, 1568, in fol._

  [225] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 590. — Mém. de Fleuranges, p. 96.
  — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 389. — P. Giovio Vita di Leon X, l. II,
  p. 125._

Ivone d'Allegre aveva nel precedente anno perduto Melilot, uno de' suoi
figliuoli in una scaramuccia presso Ferrara; l'altro, il signore
Viverots, fu ucciso sotto i suoi occhi nella battaglia di Ravenna,
nell'istante in cui attaccava gli Spagnuoli. D'Allegre, non volendo
sopravvivere a quest'ultima sventura, si gettò in mezzo ai nemici,
bramoso soltanto di vendetta, e non di salvare la propria vita, e cadde
traforato da mille colpi. La fanteria spagnuola si andava non pertanto
ritirando in buon ordine, lentamente e sempre combattendo, lungo la
sponda del fiume, tra le acque e l'argine. Gastone di Foix, irritato
dalla spaventosa carnificina che questa aveva fatto della sua gente, non
volle permetterle la ritirata senza cercare di avvilupparla. La caricò
in persona colla sua cavalleria, e cadde ferito da cavallo. Lautrec, che
stava al suo fianco, invano gridava al soldato spagnuolo, che lo aveva
gittato a terra: «non l'uccidete, egli è il nostro vicerè, il fratello
della vostra regina.» Lo spagnuolo gl'immerse la sua spada nel seno.
Anche Lautrec fu lasciato per morto carico di venti ferite. La
cavalleria francese, atterrita per la caduta de' suoi capi, si fermò, e
la fanteria spagnuola continuò la sua ritirata senz'essere
molestata[226].

  [226] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 591. — Mém. de Bayard, ch. LIV, p.
  311. — P. Giovio Vita di Leon X, l. II, p. 127. — Vita d'Alfonso, p.
  86._

In questo secolo, insanguinato da tante battaglie, niuna aveva ancora
uguagliato in accanimento quella di Ravenna: in niuna non avevano preso
parte all'azione tutti i corpi di così grosse armate, nè il campo di
battaglia era rimasto coperto di tanti morti. Quasi tutti gli storici ne
contano diciotto in venti mila, due terzi de' quali appartenevano
all'armata alleata; il solo Guicciardini, più moderato ne' suoi calcoli,
li porta in tutto a dieci mila[227]. Gli equipaggi, le insegne e
l'artiglieria dei vinti caddero in potere dei vincitori. Il cardinale
de' Medici, legato del pontefice, che pochi mesi dopo doveva essere
papa, fu fatto prigioniero da alcuni Stradiotti di Federico da Bozzolo,
e condotto al cardinale di Sanseverino, legato del concilio. Fabrizio
Colonna, Pietro Navarro, i marchesi della Palude, di Bitonto e di
Pescara, con moltissimi ufficiali d'importanza, contavansi tra i
prigionieri; mentre i Francesi piangevano la perdita di Gastone di Foix,
d'Ivone d'Allegre, dei capitani della fanteria guascona e tedesca,
Molard e Giacomo Empser, e di molti altri distinti ufficiali o capi
appartenenti alla più illustre loro nobiltà[228].

  [227] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 592._ — Nelle Memorie di Bajardo
  16,000, 4000 Francesi, _c. LV, p. 315_. — Jacopo Nardi 12,000
  Spagnuoli, 4000 Francesi, _Ist. Fior., l. V, p. 237_. — Giovanni
  Cambi, 14,000 Spagnuoli, 6000 Francesi, _Ist. Fior. p. 288_. —
  Pietro Bizarro 18,000 in tutto, _Hist. Genuens., l. XVIII, p. 431_.

  [228] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 591. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
  389. — Jo. Marianae de reb. Hisp., l. XXX, c. IX, p. 514. — Muratori
  Ann. d'Italia, t. X, p. 81. — P. Bembi Hist. Ven., l. XII, p. 278. —
  P. Giovio Vita di Leon X, l. II, p. 128._

«Ognuno seppe la morte di così virtuoso e nobile principe, il gentil
duca di Nemours, onde cominciò nel campo francese un così maraviglioso
rammarico, ch'io punto non dubito, se fossero giunti due mila uomini
freschi e dugento uomini d'armi, che non avessero tutto disfatto, tanto
per la pena, che per la fatica sostenuta in quel giorno»[229]. Infatti
la morte di Nemours era in quelle circostanze il più fatale avvenimento
che accadere potesse all'armata francese. S'egli fosse vissuto, non vi
ha dubbio, che seguendo l'ordinaria sua rapidità, e valendosi
dell'entusiasmo che inspirare sapeva ai suoi soldati, non si fosse
allontanato dal luogo in cui aveva combattuto, per indebolire la memoria
di tante perdite; e che, spingendo a Roma la sua vittoriosa armata, non
avesse colà dettata la pace al papa, indi distrutta la potenza spagnuola
a Napoli, ove non era apparecchiata veruna resistenza, e forse
conquistato quel regno per sè medesimo: perciocchè era comune opinione
che Lodovico XII gli avesse ceduti quegli stessi diritti, che in un
precedente trattato avea trasferiti alla di lui sorella, Germana di
Foix, in allora regina di Spagna[230]. Ma i Francesi, piangendo il duca
di Nemours, non erano disposti ad ubbidire a verun altro; il loro
rammarico e le numerose perdite che avevano fatto ispiravano loro quasi
tanto scoraggiamento, come se fossero stati vinti. Il cardinale di
Sanseverino contrastava a la Palisse il comando dell'armata; e non
potendo accordarsi, erano stati costretti di ricorrere al re di Francia
per chiedere nuovi ordini. Intanto l'amministratore delle finanze, che
portava il titolo di generale di Normandia, e che comandava a Milano,
non consultando che una sordida economia, aveva, secondando le
inclinazioni del re, licenziata tutta la fanteria italiana, e gran parte
della francese[231].

  [229] _Mém. du chev. Bayard, ch. LIV, p. 313._

  [230] _Mém. du chev. Bayard, ch. LV, p. 314. — Fr. Belcarii, l. III,
  p. 590._

  [231] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 595. — P. Giovio, Vita di Leon X,
  l. II, p. 134. — Mémoir. de Fleuranges, p. 102. — Jac. Nardi, l. V,
  p. 239._

I fuggiaschi dell'armata della lega avevano presa la strada di Cesena,
di dove in appresso si sparsero nelle vicine province. Il vicerè si
fermò solamente in Ancona, ove giunse accompagnato da pochi cavalieri.
Gli altri cadevano quasi tutti nelle mani de' contadini sollevati, e
sempre apparecchiati ad opprimere ed a spogliare i vinti. Per altro la
repubblica fiorentina protesse coloro che si erano rifugiati nel suo
territorio, mentre che il duca d'Urbino, dopo d'aver fatto per mezzo del
conte Baldassare Castiglioni, celebre autore del _Cortigiano_, la sua
pace parziale col re di Francia, inseguì egli stesso i fuggitivi[232].

  [232] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 591. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
  389. — Jac. Nardi, l. V, p. 238._

Marc'Antonio Colonna, perduta ogni speranza di poter difendere Ravenna,
dopo la rotta dell'armata che veniva per soccorrerlo, si ritirò nella
cittadella. Gli abitanti chiesero subito di capitolare; ma mentre si
trattavano le condizioni, Jacquin, capitano degli avventurieri, s'avvide
che più non eravi chi custodisse la breccia, e condusse i suoi camerata
all'assalto ed al saccheggio. Jacquin, accusato d'avere in tal modo
macchiato l'onore francese, venne appiccato per ordine del signore della
Palisse; ma il comando de' capi più non poteva contenere i soldati; e la
città fu saccheggiata con una barbarie incredibile dai soldati, resi più
feroci dalle perdite fatte nella battaglia[233]. Il quarto giorno
Marc'Antonio Colonna rese la fortezza; bentosto le città d'Imola, di
Forlì, di Cesena, di Rimini, e molte delle loro fortezze, mandarono la
loro sommissione al campo francese; ed il cardinale legato di
Sanseverino prese possesso di tutte a nome del concilio di Milano[234].

  [233] _Mémoir. de Fleuranges, p. 100. — Mém. de Bayard, ch. LV, p.
  316. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 390. — P. Bembi, l. XII, p. 278._

  [234] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 592 — P. Giovio vita di Alfonso
  d'Este, p. 88. — Jac. Nardi Hist. Fior., l. V, p. 238._

La notizia della disfatta di Ravenna era stata portata a Roma in
quarantotto ore da Ottaviano Fregoso e vi aveva sparsa la costernazione.
I cardinali, affollandosi intorno al papa, lo avevano supplicato
d'approfittare delle pacifiche disposizioni manifestate da Lodovico XII,
per salvare Roma e la Chiesa da una invasione che omai niuna umana forza
più non poteva impedire. Gli rappresentavano che lo stesso suo nipote
era d'accordo coi Francesi; che tra i baroni romani, Roberto Orsini,
Pompeo Colonna, Antonio Savelli, Pietro Margano, Renzo de Ceri, avevano
ricevuto danaro dal re per assoldar gente, e si apparecchiavano a
raggiugnere l'armata; all'ultimo che doveva risguardare come un giudizio
di Dio la sconfitta che rovesciava i suoi progetti per l'indipendenza
d'Italia. Dall'altro canto gli ambasciatori del re d'Arragona e de'
Veneziani gli andavano ricordando i mezzi che ancora gli restavano, ed i
soccorsi che doveva ripromettersi dagli Svizzeri e dal re d'Inghilterra.
Ravvivavano la sua collera contro il concilio di Pisa, ed in particolare
contro i cardinali di Sanseverino e di Carvajale: gli facevano calde
istanze perchè non tardasse a porsi colla sua corte in luogo sicuro, o
nel regno di Napoli, o nello stato di Venezia, e gli rappresentavano che
l'occupazione di Roma non sarebbe in ultimo che la disgrazia d'una
città, mentre che la pace trarrebbe seco la perdita dell'autorità
pontificia[235].

  [235] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 593. — Rayn. Ann. Eccl. 1512, §
  22, p. 112 — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 390. — P. Bembi, l. XII, p,
  280. — P. Giovio Vita di Leon X, l. II, p. 130. — Dello stesso Vita
  di Alfonso da Este, p. 89._

Giulio II, abbandonandosi alternativamente al terrore o alla collera,
non prendeva verun partito, ed a tutti rispondeva quasi sempre con
ingiuriose parole. Coloro avidamente ascoltava che gli facevano
travedere qualche mezzo di resistenza; ma l'idea di abbandonare Roma, e
farsi dipendente da un'altra potenza, gli riusciva oltremodo odiosa.
Aveva fatto venire a Cività Vecchia il genovese Biascia, capitano delle
sue galere, affinchè la flotta fosse pronta a riceverlo qualunque volta
fosse costretto a fuggire; ma poco dopo lo rimandò senza manifestare
quale partito avesse preso. Acconsentì finalmente a dare orecchio alle
proposizioni di pace che erano incaricati di fargli, a nome di Lodovico
XII, i cardinali di Nantes e di Strigonia. Queste condizioni erano state
mandate prima che la corte di Francia avesse notizia della battaglia di
Ravenna; e sapendo quanto il re desiderasse la pace, i cardinali non
credettero di doverle cambiare, sebbene fossero vantaggiosissime pel
papa. Lodovico XII offriva lo scioglimento del concilio di Pisa, la
restituzione di Bologna, la cessione di Lugo e di tutti i possedimenti
di casa d'Este in Romagna, finalmente la rinuncia al diritto di far sale
in Comacchio, e non chiedeva in contraccambio che la revoca
dell'interdetto e di tutte le sentenze ecclesiastiche, e la restituzione
dei loro beni ai Bentivoglio. Il papa, dopo le reiterate preghiere de'
suoi cardinali, acconsentì di trattare su queste basi, e ne diede la
commissione al cardinale di Finale ed al vescovo di Tivoli, che
risedevano in Francia; ma non gli autorizzò a conchiudere; anzi dichiarò
agli ambasciatori d'Arragona e di Venezia, che questa apparente
condiscendenza non era che uno stratagemma per disarmare la Francia e
guadagnar tempo[236].

  [236] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 594. — P. Bembi, l. XII, p. 279. —
  Rayn. Ann. Eccl. 1512, § 23, p. 112. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
  390._

Infatti Lodovico XII, lungi dall'invanirsi per la vittoria di Ravenna,
di fidarsi alle proteste di Massimiliano che prometteva di non
ratificare l'armistizio con Venezia, segnato senza suo ordine, o di
riposarsi sull'alleanza che i Fiorentini avevano rinnovata nel primo
terrore della vittoria de' Francesi, non manifestava che maggior ardore
per riconciliarsi col papa. Accettò la mediazione offerta dai
Fiorentini, e mandò loro il presidente del parlamento di Grenoble colla
sua accettazione delle proposizioni che gli erano state fatte[237].

  [237] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 597. — Scip. Ammirato, l. XXVIII,
  p. 302. — Rayn., § 24, p. 112. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 391._

Ma intanto il papa, avendo saputo da Giulio de' Medici, mandatogli dal
cardinale legato, in quale disordine si trovava l'armata francese, si
andava alquanto rassicurando. Aveva Ferdinando promesso di rimandare in
Italia il gran capitano Gonsalvo di Cordova, il di cui solo nome
rianimava le speranze di tutto il suo partito, e di già vi aveva mandato
Solis con due mila soldati spagnuoli, ed Ugone di Moncade, vicerè di
Sicilia[238]. Il duca d'Urbino aveva domandato ed ottenuto di rientrare
in grazia del papa, suo zio; gli aveva promessi dugento uomini d'armi e
quattro mila fanti, ed era stato nuovamente dichiarato generale
dell'armata pontificia[239]. I baroni romani, che avevano trattato colla
Francia, eransi di nuovo accomodati col papa, ed avevano convenuto di
tenere il danaro ricevuto, dispensandosi dalle contratte
obbligazioni[240]. Finalmente La Palisse, sulla vociferazione di una
prossima invasione degli Svizzeri, erasi ravvicinato a Milano, e non
aveva lasciato al cardinale di Sanseverino per proteggere la Romagna che
trecento lance, trecento cavaleggieri e sei mila fanti[241]. Allora il
papa, deponendo ogni pacifica disposizione, scrisse a Venezia al
cardinale di Sion, che invece di levare per lui sei mila Svizzeri, ne
levasse dodici mila, o pure che accettasse al suo servigio tutti coloro
che si fossero presentati[242].

  [238] _Jo. Marianae Hist. Hisp., l. XXX, c. IX, p. 315._

  [239] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 594. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
  391._

  [240] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 596._

  [241] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 595._

  [242] _P. Giovio Vita di Leon X, l. II, p. 131._

Era giunta l'epoca annunciata per l'apertura del concilio di Laterano,
e, malgrado la guerra, molti prelati d'Italia, di Spagna, d'Inghilterra
e d'Ungheria, eransi adunati in Roma. Tre settimane dopo la battaglia di
Ravenna, il giorno 3 di maggio, Giulio II potè fare la solenne apertura
del concilio; e trovaronsi alla prima sessione ottantatre vescovi[243].
Sentendosi appoggiato dalla Chiesa adunata, volle Giulio ispirare
coraggio ai cardinali, che fin allora lo avevano consigliato alla pace.
Fece leggere in pieno concistoro le proposizioni di Lodovico XII; ma il
cardinale di Ebora, suddito del re d'Arragona, e quello di Jorck,
suddito del re d'Inghilterra, chiesero ambidue la parola, per
rappresentargli che sarebbe cosa vergognosa il trattare col comune
nemico senza tutti gli alleati. Il papa mostrò d'acquietarsi al
consiglio che si era fatto suggerire; e per dare a conoscere che aveva
rinunciato ad ogni pensiere di pace, pubblicò un monitorio contro il re
di Francia, per ordinargli, sotto tutte le pene che può pronunciare la
Chiesa, di mettere in libertà il cardinale de' Medici, da lui tenuto
prigioniere[244].

  [243] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 596. — Scip. Ammirato, l. XXVIII,
  p. 302. — Rayn. Ann. Eccl. 1512, § 28, p. 113. — Jo. Marianae de
  reb. Hisp., l. XXX, c. X, p. 315. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 391._

  [244] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 598. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
  392._

Agli Svizzeri appoggiava Giulio II le principali sue speranze, ed aveva
trovato nel cardinale di Sion un agente presso di loro, nè meno
impetuoso, nè meno costante di lui ne' suoi odj. La contesa degli
Svizzeri colla Francia, cominciata per avarizia, era per loro diventata
un affare d'orgoglio. Non erano più le ricusate pensioni, ma il tuono
insultante del re, era il disprezzo di lui per gente di contado ed
ignobile, che loro mettevano le armi in mano. I partigiani della Francia
avevano, finchè era stato loro possibile, resistito nella dieta di
Zurigo al torrente dell'odio popolare, ed avevano prevenuta una
dichiarazione di guerra; ma non avevano potuto impedire che non si desse
licenza al papa di levare ne' cantoni dieci mila uomini; ed in appresso
il cardinale di Sion aveva facilmente potuto aumentare questa leva a suo
piacere[245].

  [245] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 599. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
  384._

Malgrado i riclami della Francia, la prima unione di quest'armata si
fece a Coira. I Grigioni dichiararono, che tra la loro alleanza coi
cantoni e quella colla Francia, doveva preferirsi la prima siccome la
più antica. L'esperienza degli ultimi due anni aveva provato, che gli
Svizzeri, per tenere la campagna, non potevano dispensarsi dall'avere un
corpo d'uomini d'armi e di cavaleggieri. Perciò vedevano la necessità di
unirsi ad un'armata veneziana o pontificia, prima di entrare nel
territorio nemico. La più breve strada per giugnere nello stato veneto
era quella che attraversa il vescovado di Trento, ed ottennero da
Massimiliano la licenza di toccare il suo territorio.

Si può dubitare se la condotta di Massimiliano debba attribuirsi
all'instabilità del suo carattere o alla sua perfidia; ad ogni modo i
risultamenti furono quelli della più insigne mala fede. La città di
Verona era sempre stata custodita da una guarnigione francese, qualunque
fosse stato il bisogno in cui si fosse trovato Lodovico XII di valersi
altrove delle sue truppe. Massimiliano aveva in proprio nome convocato
il concilio di Pisa, ed in appresso non erasi curato di farlo
riconoscere sia nell'impero che nei suoi stati ereditarj, lasciando a
Lodovico XII tutta l'odiosità d'avere eccitato uno scisma. In Roma il
suo ambasciatore aveva sottoscritta, il 6 d'aprile, una tregua di dieci
mesi coi Veneziani, non solo senza comprendervi il suo alleato, che in
allora trovavasi attaccato da potenti nemici, ma cercando inoltre di
levargli parte delle sue truppe. Massimiliano aveva giurato di non
ratificare questa tregua, e mercè una nuova gratificazione di dieci mila
fiorini la ratificava, ma celatamente. Nascondendo a Lodovico XII tale
transazione, ne accresceva il pericolo per la Francia. Finalmente
accordando agli Svizzeri un passaggio a traverso ai proprj stati per
attaccare i Francesi, passava, senz'esserne provocato, da un'intima
alleanza ad un aperto atto d'ostilità.

L'accortezza di Ferdinando il Cattolico, il più falso ed il più
versipelle monarca d'Europa, aveva diretta la condotta, e mutate tutte
le disposizioni di Massimiliano. Questi, anche nel tempo della sua più
intima unione colla Francia, non aveva giammai deposto l'antico suo odio
contro quella corona: altronde egli formava sempre giganteschi progetti,
che poi abbandonava prima di dar loro esecuzione. Ferdinando, per
consolarlo di non aver terminata la conquista dello stato di Venezia, e
di non avere in seguito condotta in trionfo un'armata tedesca a Roma ad
oggetto di prendervi la corona imperiale, gli propose di scacciare i
Francesi da tutta la Lombardia, di far valere sui paesi ch'essi
occupavano i diritti dell'impero, da gran tempo dimenticati, finalmente
di restituire il ducato di Milano al cugino germano di sua moglie, a
Massimiliano Sforza, figliuolo di Lodovico il Moro, che da molto tempo
erasi rifugiato alla di lui corte. In tal modo, risvegliando la di lui
ambizione e vanità, lo ridusse ad associarsi alla santa lega, cui poteva
riuscire utile[246].

  [246] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 600. — Jac. Nardi, l. V, p. 239. —
  P. Giovio Vita di Leon V, l. II, p. 135._

Sei mila Svizzeri al soldo del papa, ed altrettanti al soldo de'
Veneziani, dovevano adunarsi a Coira; ma sebbene il primo per avarizia,
gli altri per la povertà cui erano stati ridotti da lunga guerra, non
mandassero che lentamente il danaro necessario alle reclute, sebbene
queste due potenze non pagassero per l'arrolamento che un fiorino del
Reno per uomo, mentre i Francesi avevano sempre data un'assai maggior
somma; nondimeno tale era l'odio del popolo per questi ultimi, ed il
furore con cui gli Svizzeri prendevano parte in una guerra che
risguardavano come nazionale, che l'armata adunata in Coira si trovò
numerosa di venti mila uomini, e nella sua marcia pel vescovado di
Trento e pel Veronese soffrì senza lagnarsene il ritardo della paga, la
mancanza delle vittovaglie ed ogni genere d'incomodità[247].

  [247] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 600. — P. Bembi Hist. Ven., l.
  XII, p. 280. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 393._

La condizione del signore de La Palisse, che comandava l'armata
francese, era diventata estremamente difficile. Poco d'accordo col
cardinale di Sanseverino, legato del concilio, che gli contrastava
l'autorità, non lo era meglio col generale di Normandia incaricato della
civile amministrazione del ducato di Milano, il quale, risguardando la
guerra con occhio da finanziere, piuttosto che da uomo di stato, dopo la
vittoria si era affrettato di licenziare l'infanteria italiana, e che
poscia, quando diede a Federico da Bozzolo l'ordine di levare di bel
nuovo sei mila uomini, si trovò senza danaro per pagare il loro
arrolamento, e senza credito a motivo del rapido cambiamento della
fortuna. Altronde La Palisse non era che generale interinale, e non
abbastanza elevato di rango per far tacere tutte le gelosie de' suoi
subordinati, o per soddisfare pienamente al loro orgoglio; perciò non
poteva ottenere da loro l'ubbidienza mostrata a Gastone di Foix. Gli
uomini d'armi francesi davano agli altri corpi l'esempio
dell'indisciplina: stanchi di così lunga guerra, e con poca speranza di
prosperi successi, desideravano la perdita del ducato di Milano, per
potersi ritirare in Francia. Altronde le censure della Chiesa, e la
vergogna di combattere per sostenere uno scisma, facevano impressione
sullo spirito de' soldati. Erasene avuta manifesta prova quando il
cardinale de' Medici era stato condotto prigioniere a Milano; egli era
stato, sotto gli occhi del concilio nemico, ricevuto con infinito
rispetto; e siccome Giulio II gli aveva accordata l'autorità di
sciogliere dalle censure ecclesiastiche que' soldati che si fossero
obbligati a non servir più contro la Chiesa, e d'accordare ai moribondi
la sepoltura in luogo sacro, un'avida folla gli stava sempre intorno per
ottenere tali grazie, ed i generali francesi, malgrado le rimostranze
del concilio, non si opponevano alla distribuzione delle medesime[248].

  [248] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 598. — P. Giovio Vita di Leon X,
  l. II, p. 132._

Per formare l'armata da opporre al re d'Inghilterra Lodovico XII aveva
richiamati in Francia i dugento gentiluomini, e gli arcieri della sua
guardia, come pure dugento lance: d'altra parte aveva riclamati dai
Fiorentini i trecento uomini d'armi ch'erano obbligati a
somministrargli. Non restavano a La Palisse, che mille trecento lance
francesi, e dieci mila fanti; ma anche queste truppe trovavansi disperse
sopra una vasta estensione di paese, in Romagna, al Finale di Modena, a
Parma ed ai confini del Veronese. Ordinò a tutti d'adunarsi a Pontoglio,
per essere a portata d'osservare e di fermare gli Svizzeri; e per questo
motivo fu costretto a lasciare scoperta Bologna, per difendere la quale
i Francesi avevano fin allora fatti così grandi sagrificj[249].

  [249] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 600. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
  393._

Gli Svizzeri, scesi pel vescovado di Trento nel Veronese, avevano
trovato a Villafranca presso Verona Gian Paolo Baglioni, generale de'
Veneziani, con quattrocento uomini d'armi, ottocento cavaleggieri, sei
mila fanti ed una buona artiglieria. Nel mentre che dopo tale unione
erano incerti se dovessero o no incamminarsi verso Ferrara, fu loro
portata una lettera del signore de La Palisse al generale di Normandia,
che loro fece conoscere l'impossibilità in cui trovavansi i Francesi di
difendere Milano, onde risolsero di volgere da quella banda le loro
armi. La Palisse si era da prima avanzato da Pontoglio a Castiglione
delle Stiviere, poi a Valeggio sul Mincio; ma disperando di conservarsi
in questa posizione, ripiegò sopra Gambara, poi sull'Oglio a Pontevico.
Intanto l'armata spagnuola e pontificia, cui erasi lasciato tutto il
tempo di potersi rifare, aveva ricuperato Rimini, Cesena, Ravenna, con
tutte le fortezze e tutte le piazze della Romagna; e già minacciava
Bologna, per difesa della quale, La Palisse, cedendo alle istanze dei
Bentivoglio, aveva fatto avanzare le trecento lance lasciate a Parma.
Sotto gl'immediati suoi ordini La Palisse non aveva a Pontevico che
mille lance francesi, e tutt'al più sei in sette mila fanti; il
rimanente trovavasi distribuito nelle piazze di Brescia, di Peschiera e
di Legnago[250].

  [250] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 601. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
  393. — Jac. Nardi, l. V, p. 239. — Jo. Marianae de reb. Hispan., l.
  XXX, c. XI, p. 317._

La Palisse seppe bentosto che l'armata del Baglioni e degli Svizzeri
aveva passato il Mincio sulle terre del marchese di Mantova, il quale
non poteva ricusare il passaggio a chicchefosse. Il suo consiglio di
guerra giudicò cosa impossibile il far testa ai nemici in altra maniera,
che distribuendo l'armata nelle piazze forti, per istancheggiare
l'impeto degli Svizzeri, ed esaurire le finanze del papa e de'
Veneziani. Per tale oggetto mandò due mila fanti a Brescia con
centocinquanta lance francesi, e cento uomini d'armi fiorentini; a
Cremona cinquanta lance e mille fanti; a Bergamo cento uomini d'armi e
mille fanti, e più non gli rimasero a Pontevico che settecento lance,
due mila fanti francesi e quattro mila tedeschi. Non aveva appena fatta
questa distribuzione, che un araldo d'armi di Massimiliano venne ad
intimare a tutti i Tedeschi, che si trovavano nell'armata francese,
d'abbandonarla e d'astenersi dal combattere contro il papa. I Tedeschi,
quasi tutti Tirolesi ed immediati sudditi dell'imperatore, ubbidirono
immediatamente, contenti di separare la sorte loro da quella d'un'armata
che si andava ritirando, e che cominciava a provare le avversità. La
loro partenza lasciò La Palisse nell'impossibilità di difendere il
ducato di Milano; onde la sua armata abbandonò Pontevico con movimento
tumultuoso, per ritirarsi a Pizzighettone sull'Adda[251].

  [251] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 602. — Fr. Belcarii, l. XIII, p
  393. — P. Bizarri Hist. Gen., l. VIII, p. 432. — Mém. de Fleuranges,
  p. 103. — Mém. du chev. Bayard, ch. LV, p. 318._

Gli Svizzeri andavano sempre avanzando; passarono l'Oglio, e giunsero il
5 di giugno avanti Cremona, che il movimento retrogrado di La Palisse
aveva lasciata scoperta. La guarnigione ritirossi subito nella
cittadella, e la città offrì di capitolare; ma i Veneziani pretendevano
che fosse loro consegnata, e gli Svizzeri volevano prenderne possesso a
nome di Massimiliano Sforza, duca di Milano: i Veneziani cedettero agli
Svizzeri, che temevano di disgustare, e fu in Cremona rialzata la
bandiera del duca di Milano; nello stesso tempo Bergamo si sollevò senza
straniero soccorso, ed aprì le sue porte ai Veneziani[252].

  [252] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 602. — P. Bembi, l. XII, p. 280. —
  Jac. Nardi, l. V, p. 240. — Fr. Belcarii, l. XIII. p. 394._

Avendo La Palisse richiamate le trecento lance francesi che occupavano
Bologna, passò l'Adda a Pizzighettone, e recossi in due giorni a Pavia.
Milano trovavasi allora affatto scoperto. Gian Giacopo Trivulzio, il
generale di Normandia, Antonio Maria Palavicino, Galeazzo Visconti e
tutti i Francesi partirono per salvarsi in Piemonte. Condussero con loro
il cardinale de' Medici; ma nel tempo che questi stava per passare il
Po, tra Pieve del Cairo e Bassignano, alcuni de' suoi amici sommossero i
contadini del vicinato, e levatolo di mano alle guardie che lo
custodivano, lo posero in libertà. I fuggitivi avanzi del concilio di
Pisa avevano abbandonato Milano pochi giorni prima. Quest'assemblea
dividendosi pronunciò con ridicola millanteria una sentenza di scomunica
contro Giulio II, dichiarandolo sospeso dall'amministrazione spirituale
e temporale della Chiesa[253].

  [253] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 602. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
  394. — Rayn. Ann. Ecc. 1512, § 59, p. 120. — Jo Marianae, l. XXX, c.
  X, p. 315. — Mém. du chev. Bayard, ch. LV, p. 318. — P. Giovio Vita
  di Leon X, l. II, p. 136._

Credeva La Palisse di potersi mantenere a Pavia, mentre che il Trivulzio
ed il generale di Normandia gli rappresentavano che, in un paese
apparecchiato a sollevarsi in ogni luogo, non potrebbe senza fanteria
lottare contro un'armata così formidabile quale era quella che lo
attaccava. Stavano ancora disputando, quando l'armata della lega, avendo
occupato Lodi senza trovare resistenza, si presentò sotto Pavia, e
cominciò a tirare contro il castello. I Francesi, che temevano di
vedersi preclusa ogni ritirata, evacuarono Pavia, collocando nella
retroguardia i pochi fanti tedeschi ch'erano loro rimasti; ma gli
Svizzeri entrarono in città prima che gli altri ne fossero usciti, e
scaramucciarono per tutta la lunghezza delle strade. L'armata, che si
ritirava, dopo essere uscita di Pavia per il ponte di pietra sul Ticino,
doveva ancora passare sopra un ponte di legno il ramo dello stesso
fiume, chiamato Gravellone. Nella precipitosa marcia, l'artiglieria, i
cavalli, gli equipaggi si affollarono sul ponte che si ruppe sotto il
soverchio peso, e tutta quella parte della retroguardia ch'era rimasta
sull'altra riva fu uccisa o fatta prigioniera[254].

  [254] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 603. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
  394. — Mém. de Fleuranges, p. 104 — Mémoir. de Bayard, ch. LV, p.
  319. — Jac. Nardi, l. V, p. 240. — P. Giovio Vita di Leon X, l. II,
  p. 139._

Il Gravellone ed il Po impedirono che l'armata francese fosse più
inseguita dai nemici, onde continuò a ritirarsi senz'essere molestata;
ma tutti i paesi che si lasciava addietro mutavano subito governo. I
Bentivoglio erano fuggiti da Bologna, che fu subito occupata dal duca
d'Urbino colle truppe della Chiesa. Il papa, non potendo ai Bolognesi
perdonare gli oltraggi che avevano fatti alla sua statua, li privò della
nomina de' loro magistrati e di tutti i loro privilegj, condannò i
principali cittadini a grosse ammende, e stette alcun tempo incerto se
dovesse spianare la città e trasportarne gli abitanti a Cento[255].

  [255] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 604._

Giulio II non aveva abbandonato il suo progetto di liberare Genova, sua
patria; ed incaricò dell'esecuzione di tale progetto Giano Fregoso, che
in allora stava al soldo de' Veneziani. Ma ricordandosi i Genovesi
troppo vivamente de' mali sofferti a cagione della loro ultima
ribellione contro la Francia, erano intenzionati di non fare verun
movimento, ed inoltre dichiararono al loro governatore, Francesco della
Rochechouart, che lo seconderebbero con tutte le loro forze. Questi per
altro sapeva troppo bene quanto per le sue vessazioni si fosse renduto
odioso, onde volersi fidare sulle loro promesse. Quando intese che Giano
Fregoso s'avvicinava, rifugiossi nella fortezza della Lanterna colla sua
guardia, e non volle uscirne, malgrado le più calde istanze de'
Genovesi. La città si tenne tre giorni senza governo fino alla venuta di
Giano Fregoso, che il 29 di giugno del 1512 fu finalmente nominato doge
per acclamazione. L'indipendenza della repubblica venne riconosciuta
dagli alleati, mediante il pagamento di dodici mila ducati fatto nelle
mani del cardinale di Sion per conto degli Svizzeri; ed il nuovo doge
Fregoso s'affrettò d'assediare le due fortezze occupate dai Francesi.
Quella del Castelletto capitolò dopo otto giorni, ma quella della
Lanterna tenne ancora molto tempo[256].

  [256] _Ubertus Folieta, Genuen. Hist., l. XII, p. 708, 709. — P.
  Bizarri Sen. Pop. q. Gen. Hist., l. XVIII, p. 432._

Il cardinale di Sion, il quale dal pontefice era stato nominato legato
presso l'armata alleata, prendeva possesso di tutte le città della
Lombardia a profitto della santa lega, ed il figlio di Lodovico il Moro,
Massimiliano Sforza, che era proclamato duca di Milano, e sotto il di
cui nome ottenevansi tali vittorie, vedevasi taglieggiato o tradito da
tutti i suoi pretesi alleati; sorte altrettanto giusta quanto
inevitabile d'ogni sovrano, che, per risalire sul trono, adopera armi
straniere, e vuole regnare a prezzo di tutte le sciagure del suo paese.
Gli Svizzeri opprimevano i suoi sudditi con ruinose contribuzioni;
avevano imposta a Milano una taglia di sessanta mila ducati, di quaranta
mila a Pavia, di trenta mila a Lodi, di venti mila a Parma e
d'altrettanti a Piacenza[257]. Era appena terminata la dieta di Zurigo,
che nuovi corpi di truppe svizzere avevano valicate le montagne, non per
soccorrere i loro compatriotti, che non ne abbisognavano, ma per
dividere con loro le spoglie della Lombardia. Non contenti delle
contribuzioni, occuparono la città di Locarno ed il suo territorio; i
Grigioni, Chiavenna e la Valtellina; ed il papa, con un'assai più
patente violazione de' diritti del suo alleato, riunì alla Chiesa Parma
e Piacenza coi loro territorj, sotto pretesto che queste città, che
avevano volontariamente aperte le loro porte alla sua armata, avevano
appartenuto in altri tempi all'esarcato di Ravenna, accordato da Carlo
Magno alla Chiesa; di modo che il diritto della santa sede alla loro
sovranità era di lunga mano anteriore alle pretese degl'imperatori
tedeschi ed alla fondazione del ducato di Milano[258].

  [257] _P. Bembi Hist. Ven., l. XII, p. 281._ Esprime sempre le somme
  in lingua classica, in lire d'oro per cento ducati.

  [258] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 603. — Fr. Belcarii, l. XIII, p.
  394. — Gio. Cambi Ist. Fior., l. XXI, p. 297. — P. Giovio Vita di
  Leon X, t. II, p. 141._



CAPITOLO CX.

      _Sommissione del duca di Ferrara al papa, e sua fuga da Roma.
      Ingresso degli Spagnuoli in Toscana; sacco di Prato; deposizione
      del Soderini; richiamo dei Medici al governo di Firenze.
      Discordie tra i confederati della santa lega; nuove
      negoziazioni; morte di Giulio II._

1512 = 1513.


Quando osserviamo atti di ferocia, ingiuste e vergognose violenze,
macchiare le rivoluzioni colle quali i popoli servi tentarono di
ricuperare la propria indipendenza, ci sentiamo spesse volte inclinati a
supporre in queste nazioni un odio profondo, inveterato, implacabile
contro i loro oppressori, a credere che l'abbiano saputo dissimulare
finchè non si era presentata loro l'opportunità di scuotere il giogo, e
che al presentarsi di favorevole occasione gli dessero libero sfogo.
Sebbene l'odio, o lo spirito di vendetta annoverare non si possano tra i
nobili sentimenti dell'uomo, una tal quale involontaria ammirazione si
attacca a tutti i vigorosi affetti; la sola loro intensità eccita una
specie di simpatia, e sonosi veduti talvolta uomini umani e filosofi
scusare, e predicare perfino, quelle vendette popolari che loro
sembravano acconce a ravvivare l'energia degli oppressi.

Per altro facevano quasi sempre soverchio onore ad una malvagia azione,
attribuendola ad un nobile motivo. La ferocia de' popoli è d'ordinario
il sintomo della viltà e della debolezza. L'odio che si manifesta con
una così violente esplosione, nasce per l'ordinario solamente
nell'istante in cui non si corre verun pericolo nel soddisfarlo. La è
una delle cattive inclinazioni della natura, un'inclinazione che si
manifesta in ogni occasione negli animali, ne' fanciulli e nel popolo
ignorante, quella d'attaccare colui che sembra incapace di difendersi. I
timidi uccelli opprimono col becco il compagno ammalato; i cani
inseguono con furore l'uomo o l'animale che fugge; i fanciulli insultano
l'idiota, lo scemo, che loro dovrebbe ispirare compassione; e la bassa
plebe oltraggia con ogni specie d'insulti lo sciagurato esposto alla
berlina, quantunque talvolta non ne conosca il delitto. Tostocchè le
viene indicata come oggetto della sua collera una setta, un partito, una
nazione, la plebe, senza esaminare i loro torti, senza neppure
intenderne il nome, s'irrita, si agita e si porta agli estremi oltraggi,
ai più sfrenati atti di ferocia, sebbene niun ragionevole motivo abbia
potuto eccitare il suo risentimento. A stento un'armata che fugge può
sottrarsi alla persecuzione di que' medesimi contadini, che prima della
battaglia facevano voti perchè fosse vittoriosa.

I Francesi erano obbligati ad evacuare l'Italia; ognuno credette d'avere
contro questi spossessati padroni i più legittimi motivi di malcontento,
perchè ognuno volle far uso di tutto il potere che momentaneamente
aveva, e perchè, esaltato dall'emozione che sempre comunica la
moltitudine, suppose essere un suo proprio sentimento l'effetto delle
grida e delle ingiurie che risuonavano alle sue orecchie. Pochi giorni
prima l'armata spagnuolo-pontificia era stata sconfitta nella battaglia
di Ravenna, ed i fuggitivi, attraversando di nuovo lo stesso stato del
papa, erano stati spogliati, maltrattati, uccisi; gl'Italiani dai loro
compatriotti, gli Spagnuoli da uomini, che ancora non avevano avuto
tempo d'essere da loro vessati. Qualunque volta i Tedeschi erano
perdenti nella Marca Trivigiana o nel Friuli, lo scatenamento de'
contadini di quelle contrade, che tanto avevano sofferto, era lo stesso
contro di loro. Venne la volta loro anche pei Francesi, quando meno se
l'aspettavano, e furono esposti come i loro rivali a tutti i furori del
popolaccio.

Le quattro straniere nazioni, che in allora guerreggiavano in Italia,
avevano tutte dato prova d'insaziabile cupidigia e di terribile ferocia.
Gli Spagnuoli, i Tedeschi, gli Svizzeri, i Francesi, non potevano per
questo rispetto vicendevolmente nulla rimproverarsi. Soltanto i Francesi
non aggiugnevano all'avidità, comune a tutti, l'avarizia degli altri.
Tutto quanto si erano fatto dare, od avevano preso, abusando della
vittoria, tutto dispensavano in appresso con mano liberale; e dopo pochi
giorni si trovavano così privi di danaro, come prima del saccheggio. Nel
seguire la vittoria, nel sacco d'una città, nel primo stabilimento de'
loro quartieri, pareva che la loro rabbia mai non potesse saziarsi di
sangue, e l'arroganza loro non risparmiava chicchessia; ma pochi giorni,
e talvolta poche ore bastavano, per istringere domestichezza cogli
abitanti presso cui si erano alloggiati: la sociabilità, che così
eminentemente li distingue, e che per essi è un bisogno e quasi un
istinto, loro faceva bentosto cercare ciò che poteva ravvicinarli ai
loro ospiti; desideravano di dissipare sulla fronte loro il mal umore
che li rattristava; cercavano di rendere qualche piccoli servigj a
coloro che avevano maltrattati; lavoravano con loro intorno alla capanna
che doveva tener luogo della casa ch'essi avevano bruciata, e bevevano
insieme con tutta la famiglia il vino che aveano rubato nelle di lei
cantine. Comunque non conoscessero la lingua de' loro ospiti, pure
discorrevano con loro e sapevano indovinare ciò che non poteano capire.
Se spesse volte davano motivo di gelosia agli amanti, ai mariti, ai
genitori, non era altrimenti colla brutalità d'inesorabili vincitori, ma
colle officiose attenzioni d'una militare galanteria.

Gli Spagnuoli, sobrj, taciturni, alteri, vendicativi, non abusavano meno
de' Francesi dell'istante della vittoria; non perchè fossero come questi
esaltati dalla frenesia delle battaglie, ma perchè rispettavano ancora
assai meno la vita degli uomini, e non erano in verun modo sensibili
all'altrui dolore. Il soldato spagnuolo quale si era mostrato il primo
giorno, tale mostravasi ancora in appresso in tutte le relazioni che
potevansi formare con lui. Egli aveva spogliato per avarizia, e
quest'avarizia non veniva mai meno, andando sempre egualmente in traccia
e di nuovi guadagni e di nuovi risparmj, sebbene talvolta lo stesso uomo
spendesse per orgoglio e per sembrare magnanimo in una clamorosa
circostanza ciò che aveva con gran pena ammassato in più anni.
Quest'orgoglio mai non gli permetteva d'ammettere un forastiere a veruna
famigliarità con lui; sempre si manteneva alla stessa distanza dalla
famiglia de' suoi ospiti, e sebbene il suo idioma si avvicinasse in modo
all'italiano da potere senza troppo studio intendere e apparare quello
degli abitanti, mai non lo adoperava che per alcune frasi di cerimonia,
cui avvezzava i suoi ospiti; egli loro insegnava i riguardi dovuti ad un
_senhor soldado_, ma non si abbassava a conversare con loro.

Gli Svizzeri ed i Tedeschi, senz'essere considerati come uno stesso
popolo, avevano tali rapporti gli uni cogli altri, che gl'Italiani non
potevano assegnare un distinto carattere a questi formidabili ospiti.
Gli Svizzeri, superbi de' loro prosperi successi negli ultimi vent'anni,
avevano un più insolente contegno. Non accostumati a riconoscere verun
superiore, più difficilmente degli altri si assoggettavano alla
disciplina; e non avendo da lungo tempo militato che come soldati
mercenarj, altro fine non vedevano nella guerra che quello di guadagnare
danaro; ed a questo fine frequentemente sagrificavano la loro fede ed il
loro onore. Altronde le due nazioni erano, a gara l'una dell'altra,
feroci rispetto ai vinti, avide ed insaziabili nel saccheggio, ed avare
per conservare ciò che avevano acquistato. Ambedue si abbandonavano allo
stesso genere d'intemperanza; ed il diritto d'ubbriacarsi loro sembrava
il più alto premio della vittoria. Affatto indifferenti pei popoli coi
quali vivevano, senza curarsi di conoscerne i costumi o le opinioni, gli
Svizzeri ed i Tedeschi, dopo le loro orgie, si abbandonavano ad un
indolente riposo: essi non tentavano nè meno di farsi intendere dai loro
ospiti, lasciandoli dubitare che potessero, come gli altri uomini,
pensare, amare, sentire.

Ravenna fu la prima città in cui i Francesi furono vittima di quell'odio
popolare che improvvisamente scoppiava contro di loro. Vero è ch'essi
l'avevano crudelmente provocata col saccheggiarla nell'istante in cui i
di lei magistrati sottoscrivevano la capitolazione. Giulio Vitelli,
vescovo di Città di Castello, che aveva comandato nella fortezza di
Ravenna, vi s'avvicinò con un corpo di truppe, quando seppe che l'aveva
abbandonata La Palisse. I Francesi offrirono ancor essi di capitolare,
ed il vescovo accordò loro un'onorevole capitolazione; ma riserbavasi
d'usare odiose rappresaglie per la violazione della precedente
capitolazione. Non curandosi della sua parola, abbandonò al popolaccio i
quattro principali ufficiali della guarnigione, e permise in onta del
suo carattere di vescovo e di luogotenente del papa, che fossero sepolti
vivi sotto i suoi occhi in una fossa colla sola testa fuori della terra,
e che si lasciassero colà perire in un lungo e crudele supplicio[259].

  [259] _P. Bembi Hist. Ven., l. XII, p. 279. — Fr. Belcarii, l. XIII,
  p. 390._

Nel tempo in cui i Francesi evacuavano la Lombardia, l'accanimento del
popolo contro di loro si manifestò con eguale crudeltà. La feccia della
plebaglia milanese trucidò tutti i soldati francesi ch'erano rimasti
nelle loro caserme o ne' loro spedali dopo la partenza de' capi; attaccò
in seguito le botteghe ed i magazzini de' mercanti francesi per
saccheggiarle, e si dice che rimasero vittima del popolo furibondo mille
cinquecento individui. Gli stessi orrori rinnovaronsi in Como subito
dopo evacuata la città. I Francesi nella loro ritirata non potevano
scostarsi dal grosso dell'armata; perciocchè tutti coloro che si
disperdevano, e che più non erano in istato di difendersi, erano uccisi
dai forsennati contadini; onde questa ritirata costò al loro esercito
più soldati che una battaglia[260].

  [260] _Murat. Ann. d'It., t. X, p. 86 ad an. 1512._

Credevano gl'Italiani che tanti oltraggi dovessero restar sempre
impuniti: i Francesi altro omai non possedevano in Italia, che Brescia,
Crema e Legnago, colle fortezze di Milano, di Novara, di Cremona e della
Lanterna di Genova[261]. Altronde venivano occupati al di là dalle Alpi
da una potente invasione. Mentre che l'ammiraglio Howard guastava le
coste della Bretagna, il marchese di Dorset aveva, il 18 giugno, fatto
uno sbarco nella Guipuscoa, ed avendo raggiunto Ferdinando con sei mila
fanti inglesi, minacciava nello stesso tempo la Guienna e la Navarra.
Non era presumibile che con tali nemici in su le braccia, Lodovico XII
potesse, durante tutta la campagna, pensare alla Lombardia[262].

  [261] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 4._

  [262] _Rapin Thoyras, Hist. d'Anglet., t. XV, p. 45. — Rymer Acta
  publica, t. XIII, p. 326. — Hume's History, chap. XXVII, t. V, p.
  114._

La sorte degli alleati della Francia non era diversa da quella de'
soldati che si erano sbandati dall'armata. Il più esposto d'ogni altro
era Alfonso d'Este, duca di Ferrara. Egli era stato perseguitato da
Giulio II col più fiero accanimento; il suo stato trovavasi inondato da
barbari soldati, esauste erano le forze, e perduta la speranza d'ogni
esterno soccorso. In tale estremità egli si abbandonò all'amicizia ed
alla riconoscenza di Fabrizio Colonna. Dopo aver fatto prigioniero
questo generale nella battaglia di Ravenna, aveva costantemente ricusato
di cederlo ai Francesi; per sottrarlo alle inchieste ed alle minacce di
La Palisse l'aveva mandato a Ferrara, ed all'ultimo liberato senza
taglia. Fabrizio chiamò in favore d'Alfonso tutta la sua potente
famiglia, e persuase l'ambasciatore del re Cattolico ad intercedere per
lui presso il papa, rappresentandogli che Alfonso era figliuolo d'una
principessa d'Arragona[263]. Il marchese di Mantova interpose ancor esso
i suoi buoni ufficj a di lui favore. Tanti intercessori chiedevano
soltanto un salvacondotto pel duca di Ferrara, in forza del quale
potesse andare a Roma a gettarsi ai piedi del papa per ottenere perdono.
Fu accordato il salvacondotto, e l'ambasciatore d'Arragona con Fabrizio
e Marc'Antonio Colonna guarentirono la libertà del duca.

  [263] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 1. — P. Giovio Vita
  d'Alfonso, p. 90. — Jac. Nardi Hist. Flor., l. V, p. 241. — Jo.
  Marianae de reb. Hisp., l. XXX, c. XIII, p. 320._

Alfonso d'Este passò a Roma, apparecchiato a sottomettersi alle
umiliazioni, nelle quali pareva omai soltanto riposta la conservazione
della sua sovranità. Vi arrivò il 4 di luglio, ed il pontefice, contento
di questo passo del duca, parve raddolcirsi verso di lui. Sospese le
censure contro di lui pronunciate, ed acconsentì che gli fosse data
l'assoluzione, non alle porte della Chiesa colla corda al collo, e dopo
essere stato battuto con bacchette dal penitenziere, ma nel concistoro
de' cardinali. Paride de Grassis, maestro delle cerimonie del papa, ne
concertò con lui preventivamente le formalità, e convenne intorno a ciò
che direbbe il duca, e che Paride scrisse in appresso nel suo giornale.
«Beatissimo e clementissimo padre, gli disse Alfonso, gettandosi a' suoi
piedi, io conosco veramente e confesso che ho peccato in molti
intollerabili modi sia contro la divina Maestà, sia contro Vostra
Santità, vicario di N. S. Gesù Cristo, e contro la santa sede
apostolica; e ciò tanto più gravemente, che io stesso ed i miei antenati
e fratelli ne avevamo ricevuti i più grandi beneficj; perciò mi trovo
pieno di pentimento e di dolore per essermi renduto colpevole
d'ingratitudine verso Vostra Santità, e per averle fatto ingiuria.» Dopo
aver pronunciate queste parole doveva piangere e sparger lagrime, poi
ripigliare così: «Per tal cagione io mi prostro supplicante ai piedi di
Vostra Beatitudine, ed abbraccio le sue ginocchia, implorando la mia
grazia per la divina misericordia, e la pietà della Santità Vostra.
Prometto che in avvenire non commetterò verun mancamento contro Vostra
Santità, e mi dichiaro apparecchiato ad espiare quelli che ho commessi,
sopportando nella mia persona, nel mio principato, nella mia fortuna,
tutte le pene che Vostra Santità vorrà infliggermi nella sua
misericordia.» Il papa, rispondendo, riepilogò in un lungo discorso
tutti i delitti d'Alfonso d'Este; gli rinfacciò di non umiliarsi anche
in allora che per forza, ma terminò coll'assolverlo[264].

  [264] _Parisii de Grassis Diar. Cur. Rom., t. III, p. 879, apud
  Rayn. Ann. 1512, t. XX, p. 122, § 71-76._

In appresso furono nominati da Giulio II sei cardinali per conchiudere
con Alfonso il trattato di pace; ma pochi giorni dopo costoro
dichiararono che il papa aveva determinato di far rientrare Ferrara
sotto l'immediato dominio della Chiesa. Soltanto, siccome Giulio
pretendeva che tutto il paese posto a mezzogiorno del Po appartenesse
alla santa sede, desso contava di farsi restituire la città d'Asti,
occupata dai coalizzati, e di darla ad Alfonso in compenso dell'antico
ducato. Questa proposizione fu pel duca di Ferrara un colpo di fulmine:
vi ravvisò la malizia d'Alberto Pio, conte di Carpi, suo personale
nemico, ed uno de' privati consiglieri del papa. Seppe bentosto che
Reggio aveva aperte le porte alle truppe della Chiesa, e che la
Garfagnana era stata conquistata dal duca d'Urbino: temette che Ferrara,
di cui aveva affidata la guardia al cardinale Ippolito, suo fratello,
fosse attaccata in tempo della sua assenza, e domandò il suo congedo per
tornare a casa sua. Il papa lo ricusò con isdegno; ma l'ambasciatore
d'Arragona ed i Colonna dichiararono che non soffrirebbero in verun modo
che si abusasse del loro nome per sedurre il loro raccomandato, e
violare una parola di cui si erano dichiarati essi garanti. All'indomani
Fabrizio e Marc'Antonio Colonna condussero Alfonso alla vicina porta di
san Giovanni di Laterano; e sebbene vi fosse stata posta doppia guardia,
essi la forzarono, e condussero armata mano il loro ospite al proprio
castello di Marino, di dove trovarono poi modo di farlo passare ne' suoi
stati[265].

  [265] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 3. — P. Giovio Vita
  d'Alfonso, p. 91. — Jac. Nardi, l. V, p. 242. — Fr. Belcarii Comm.,
  l. XIII, p. 395._

La santa lega provava di già la sorte di tutte le confederazioni. I suoi
membri si erano creduti d'accordo, quando non trattavasi che di
difendersi, ma non avevano prevedute le conquiste che la fortuna poneva
nelle loro mani; i prosperi avvenimenti avevano fatto germogliare una
nuova ambizione in petto a tutti gli alleati. Il papa, prima d'ogni
altro, aveva, sotto certi rispetti, rotto il legame dell'associazione,
occupando Parma e Piacenza; egli così violava i diritti riclamati
dall'imperatore sopra tutta la Lombardia, e quelli del nuovo duca di
Milano, Massimiliano Sforza, che la lega aveva promesso di rimettere sul
trono, e quelli dei popoli, che vedevano con rincrescimento lo
sfasciamento in piccole parti del loro antico ducato. Il papa, per
giustificare l'inaudita estensione che voleva dare all'esarcato di
Ravenna, comprendendovi tutti i paesi posti a destra del Po, pretese che
la loro subordinazione alla Chiesa aveva durato fino al 1272; pure in
quest'epoca, ch'egli stesso indicò al suo maestro delle cerimonie[266],
non era in Lombardia accaduto verun fatto che cambiasse o ristringesse
il potere del papa; soltanto il vicariato dell'Impero, che la Chiesa
romana pretese d'esercitare in tempo del lungo interregno che tenne
dietro alla morte di Federico II, e che terminò nel 1273 colla elezione
di Rodolfo d'Apsburgo, lasciò forse negli archivj della Chiesa alcune
confuse memorie, che Giulio II suppose comprovanti il diritto di
sovranità[267].

  [266] _Parisii de Grassis, t. III, p. 898, apud Rayn. Ann. Eccl., t.
  XX, § 70, p. 122._

  [267] _Chron. Parm. t. IX, Script. Rer. Ital., p. 786. — Chron.
  Placent., t. XVI, ivi p. 479._

Le pretese di Massimiliano non erano meno di quelle del papa contrarie
alle precedenti convenzioni passate tra i confederati. Questo vano
monarca, che mai non aveva misurati i suoi progetti colle sue forze, e
che, dopo la conchiusione della lega di Cambrai, mai non aveva
soddisfatti i suoi obblighi in veruna delle guerre nelle quali aveva
strascinati i suoi alleati, non voleva, mutando partito, rinunciare a
veruna delle speranze che aveva una volta concepite. Egli era entrato
nella lega de' Veneziani, ma senza rinunciare alla pretesa che questi
gli abbandonassero tutti i loro stati di terra ferma: altronde egli non
voleva restituire a Massimiliano Sforza, suo cugino, il ducato di
Milano, ch'era stato per lui conquistato. Ma gli Svizzeri, che
occupavano tutt'intero questo ducato, e Giulio II, che voleva scacciare
dall'Italia i barbari di qualunque nome, insistevano per lo
ristabilimento dello Sforza sul trono de' suoi maggiori[268].

  [268] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 5. — Fr. Belcarii Comm.,
  l. XIII, p. 396._

Raimondo di Cardone aveva nuovamente adunata l'armata spagnuola ai
confini del regno di Napoli, e voleva avanzarsi in Lombardia per far
vivere le sue truppe a carico di que' paesi, e per avere maggiore
influenza nella ripartizione degli stati occupati dalla santa lega.
Perciò chiedeva al papa ed ai Veneziani di pagargli i sussidj di
quaranta mila ducati al mese, che si erano obbligati di corrispondergli
finchè i Francesi fossero scacciati da tutta l'Italia, e pretendeva che
non si potessero dire scacciati finchè le loro guarnigioni occupavano
Brescia, Crema e molte altre piazze. Dall'altro canto il papa ed i
Veneziani non desideravano di tirare in quelle province una nuova
armata, o di caricarsi di così ragguardevole dispendio. Intanto gli
Svizzeri continuavano a mettere a contribuzione il ducato di Milano.
Essi avevano persuaso Carlo III, duca di Savoja, a sottoscrivere con
loro a _Bade_ nel mese di maggio un'alleanza difensiva per venticinque
anni, e ne approfittavano per istaccarlo interamente dalla Francia e dal
marchese di Saluzzo[269]. I Veneziani, senza partecipazione dei loro
alleati, fecero alcuni tentativi contro Crema e Brescia, che non ebbero
effetto. Gli alleati si accusavano a vicenda, e si lagnavano gli uni
degli altri; e l'universale diffidenza annunciava il prossimo
scioglimento di una lega cui inaspettati successi non permettevano di
conservarsi unita.

  [269] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 4. — Fr. Belcarii, l.
  XIII, p. 396. — Guichenon, Hist. généalog. de la maison de Savoie,
  t. II, p. 196._

Soltanto in una cosa i confederati sembravano consentire, cioè
nell'abusare della superiorità delle loro forze contro la repubblica
fiorentina. Eppure questa non aveva offeso veruno di loro; non aveva
mancato a nessuno de' suoi obblighi, ed altri soccorsi non aveva dati al
re di Francia che quelli cui erasi obbligata con un trattato negoziato
di concerto con Ferdinando il Cattolico: altronde ella si era
scrupolosamente confermata, con tutte le altre potenze, ai doveri di
buon vicinato; ai soldati fuggitivi dell'armata rotta a Ravenna aveva
accordato un asilo, invano da' medesimi cercato negli stati del papa.
Vero è che la di lei politica era stata timida e vacillante. Per timore
d'attirare sopra di sè l'attenzione delle altre potenze e di
compromettersi, non erasi unita con tutte le sue forze ai Francesi; non
gli aveva nè pure abbandonati, accettando le proposizioni del re
d'Arragona, nè aveva cercato di far rispettare la sua neutralità
ponendosi in istato di difesa. Erasi conservata neutrale senza che
veruno gli sapesse buon grado della sua neutralità. Ma la sorte d'uno
stato debole il più delle volte è affatto indipendente dai suoi prudenti
o mal accorti consiglj; il risentimento di Giulio II, le pratiche dei
Medici e la cupidigia dei generali influirono assai più nella ruina di
Firenze, che la politica del Soderini.

Il papa e l'imperatore, facendo sentire alla repubblica il loro
scontento, parvero offrirle sì l'uno che l'altro una via per sottrarsi
al turbine. Il papa le mandò in luglio il suo Datario per chiederle di
deporre il Soderini, d'unirsi alla santa lega contro i Francesi, e di
richiamare tutti gli esiliati, offrendole a tale prezzo di ridonarle la
sua amicizia. Dopo tre giorni di deliberazioni, i consiglj di Firenze
ricusarono di assoggettarsi a queste condizioni[270]. D'altra parte
Matteo Lang, vescovo di Gurck, e segretario di Massimiliano, che veniva
a rappresentare il suo padrone in un congresso delle potenze della lega
convocato a Mantova, offeriva ai Fiorentini di prenderli sotto la
protezione imperiale mercè una contribuzione di quaranta mila fiorini;
ma conoscendo questi quanto potevano fare poco fondamento sulle promesse
dell'imperatore, non seppero risolversi a privarsi del loro danaro per
acquistare una così debole garanzia[271].

  [270] _Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 303._

  [271] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 6. — Jac. Nardi, l. V, p.
  246. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 304._

Frattanto i Fiorentini spedirono il giureconsulto Vittore Soderini,
fratello del gonfaloniere, alla dieta di Mantova per difendere i loro
interessi, e farli comprendere nella universale pacificazione. Giuliano
de' Medici, il terzo de' figliuoli del magnifico Lorenzo, si presentò
alla stessa dieta, per domandare il ristabilimento della sua famiglia in
Firenze. Il suo esilio, e tutte le sue sventure, egli disse, erano
l'opera de' Francesi; non potevasi perciò dubitare dell'attaccamento
della casa Medici al partito dell'imperatore e della Spagna, nè per
conseguenza di quello dei democratici fiorentini ai Francesi; e se le
armate della lega abbisognavano di danaro, i Medici ne saprebbero
ragunare a Firenze assai più per compiacere i loro amici, che non poteva
offrirne il partito popolare per calmare i suoi nemici. In fatti il
danaro era il solo convincente argomento sullo spirito degli alleati.
Raimondo di Cardone trovavasene affatto sprovveduto; aveva fatto
avanzare l'armata spagnuola fino a Bologna, ma questa ricusava di andare
più in là se non era pagata. Massimiliano desiderava che entrasse in
Lombardia per contenere gli Svizzeri e spaventare i Veneziani; ed
ambidue avrebbero preferito il danaro contante de' Fiorentini alle
lontane promesse dei Medici. Si fece di nuovo sentire a Gian Vittore
Soderini, che per quaranta mila fiorini poteva salvare la repubblica; ma
invece di appigliarsi rapidamente a questo partito, egli si credette
obbligato a giustificare la sua patria, a provare che nulla doveva, e
che non aveva commesso verun fallo: si lasciò fuggire l'occasione, e la
dieta risolse di far marciare l'armata spagnuola ed il cardinale de'
Medici, legato di Toscana, sopra Firenze, per mutarne il governo[272].

  [272] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 8. — Jac. Nardi, l. V, p.
  247. — P. Giovio Vita di Leon X, l. II, p. 142. — Comm. di Filippo
  de' Nerli de' fatti civili di Firenze, l. V, p. 107._

Una mal intesa economia, ed il timore di richiamare sopra di loro
l'attenzione de' vicini, avevano impedito ai Fiorentini d'armarsi nel
momento in cui le violenti convulsioni che provava l'Italia ne faceva
loro un dovere di prudenza. Essi avevano somministrati trecento uomini
d'armi al re di Francia, parte de' quali trovavansi in allora chiusi in
Brescia, mentre gli altri, svaligiati dai Veneziani, tornavano
scoraggiati, e perciò soli dugento allora ne rimanevano loro, i di cui
capi non avevano veruna riputazione. Le milizie dell'ordinanza non
avevano nè disciplina, nè pratica di guerra, nè confidenza in sè
medesime. Si erano sollecitamente assoldate alcune migliaja di fanti
stranieri; ma perchè non si aveva avuto tempo di sceglierli, non
potevano stare a fronte di quelli de' Veneziani o del papa, meno ancora
dei Tedeschi e degli Spagnuoli[273].

  [273] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI; p. 9. — Comm. del Nerli, l.
  V, p. 107._

Nè le forze con cui il vicerè don Raimondo di Cardone andava ad
attaccare i Fiorentini erano molto ragguardevoli. Egli non aveva che
dugento uomini d'armi, due cannoni presi a Bologna e veruno degli
equipaggi necessarj ad un'armata. Ma il Cardone contava nella sua cinque
mila di quegli Spagnuoli che avevano così ostinatamente combattuto a
Ravenna, e dopo avere distrutta una considerabile parte della fanteria
tedesca e francese, eransi gloriosamente ritirati senza cedere alle
cariche ripetute di tutta la cavalleria vittoriosa. Nell'attraversare
gli Appennini con questa piccola armata il vicerè non trovò verun
ostacolo[274]: giunto a Barberino, lontano quindici miglia da Firenze,
mandò a dichiarare ai Fiorentini, che non era intenzione sua, nè della
lega, d'attaccare le loro proprietà, le loro leggi o la loro libertà;
che non domandava che due cose, l'allontanamento dei gonfaloniere
Soderini, ch'era sospetto a tutti i confederati, e l'accettazione de'
Medici in Firenze, non come principi, ma come semplici cittadini[275].

  [274] Il Macchiavelli era stato spedito il 20 agosto a Firenzuola
  per chiudergli la strada, ma giunse troppo tardi, e non aveva quanta
  gente bastava per occupare il passo dello _Stale_; più addietro le
  montagne non avevano gole suscettibili di difesa. _Lettere di
  Macchiavelli, di Francesco Zati, di Baldassare Carducci e di
  Francesco Tosinghi del 21, 22 e 23 agosto del 1512. Legazioni, t.
  VII, p. 431-438._

  [275] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 10. — P. Giovio Vita di
  Leon X, l. II, p. 144. — Jac. Nardi Hist. Flor., l. V, p. 248._

Il gonfaloniere in tempo della sua amministrazione aveva date frequenti
testimonianze della moderazione del suo carattere e del suo amore per la
libertà; ma non aveva egualmente fissata la stessa opinione rispetto a
quella risolutezza e fermezza di carattere, che nelle difficili
circostanze sono necessarie ai capi dello stato. Adunò il gran consiglio
per fargli parte delle domande de' nemici, e dichiarò, che lungi dal
volere che per la sua difesa si esponesse la repubblica, era
apparecchiato non solo a sagrificare la sua dignità, ma la libertà e la
vita per la salvezza della medesima: invitò soltanto i suoi concittadini
a considerare, se potrebbero contenere sotto l'autorità delle leggi i
Medici ricondotti in Firenze da un'armata straniera; e nel supposto che
ne conoscessero l'impossibilità, li supplicò a non risparmiare nè le
loro sostanze, nè il sangue de' soldati, nè quello de' cittadini, per
salvare la loro libertà, il più prezioso di tutti i beni. «Niuno di voi
si persuada, aggiunse egli, che i Medici siano adesso per governare come
avanti la loro cacciata. Allora erano essi stati allevati in mezzo di
noi, come cittadini, in privata condizione; grandissime erano le loro
ricchezze, niuno gli aveva offesi, ed essi contavano sull'universale
benevolenza. Essi associavano ai loro consiglj i principali cittadini, e
lungi dal volere far pompa della loro potenza, si sforzavano di coprirla
sotto il manto delle leggi. Ma oggi che da tanti anni vivono fuori di
Firenze, che contrassero nuove straniere costumanze, che mal conoscono
quelle della nostra patria, che d'altro non si ricordano che dell'esilio
e dei rigori contro di loro esercitati, oggi che la personale loro
ricchezza è distrutta, che sentonsi offesi da tante famiglie, che sanno
che la maggior parte, e quasi la totalità della nazione, ha in orrore la
tirannide, più non potranno fidarsi ad alcuno. La povertà ed il sospetto
li renderanno proclivi a tutto riferire a sè medesimi, a sostituire in
ogni cosa la forza e le armi alla benevolenza ed all'amore, di modo che
questa città si troverà in breve tempo ridotta alla condizione di
Bologna ne' tempi de' Bentivoglio, a quella di Siena o di Perugia. Ho
voluto richiamare tutte queste cose a coloro che danno così smisurate
lodi al governo di Lorenzo de' Medici: era ancora quella una tirannide,
ma più dolce assai di tutte le altre; ed a petto di quella che ci viene
minacciata, sarebbe un'età dell'oro. Oramai s'aspetta a voi il risolvere
con prudenza, mentre che le mie parti saranno o di rinunciare con
costanza e con gioja a questa magistratura, o se voi giudicate
altrimenti, di coraggiosamente provvedere alla conservazione ed alla
difesa della vostra patria[276].»

  [276] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 11._ — Filippo de' Nerli,
  presente al consiglio quando il gonfaloniere tenne questo discorso,
  dice che il Guicciardini lo riferì con molta eleganza. _Comm. l. V,
  p. 108._ Non si deve dunque risguardare come un'invenzione dello
  storico. — _Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 305._

L'inquietudine che cagionava l'avvicinamento dell'armata spagnuola, e
più ancora lo stato ostile di tutta l'Europa, disponeva tutti i
cittadini a porgere orecchio alle moderate proposizioni fatte dal
vicerè; ma quando si fecero a riflettere allo stato in cui troverebbesi
la repubblica, perdendo il suo capo appunto nell'istante medesimo in cui
la città sarebbe obbligata di ricevere entro le sue mura ambiziosi
esiliati, che ravviverebbero le pretese di tutto un partito; quando
pensarono che l'armata nemica, introdotta dai Medici nel seno della loro
patria, sarebbe sempre ai loro ordini per ischiacciare ogni libertà; che
gli stranieri desideravano il consolidamento della tirannide, affinchè
desse ai nuovi principi il diritto di levare più ampie contribuzioni, ed
in appresso di prodigar loro i tesori de' Fiorentini, tutti i Fiorentini
sentirono un'eguale avversione per le proposizioni del vicerè. Il grande
consiglio si divise in sedici sezioni, sotto la presidenza di sedici
gonfalonieri di compagnia, e dopo una lunga deliberazione tutte le
sezioni unanimamente dichiararono che acconsentirebbero al ritorno de'
Medici, purchè soltanto il gonfaloniere rimanesse alla testa dello
stato, e che non si facesse mutazione nel loro governo o nelle loro
leggi[277].

  [277] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 12. — Istor. di Gio.
  Cambi, t. XXI, p. 306. — Comm. di Ser Filippo de' Nerli, l. V, p.
  108. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 306._

Frattanto il vicerè era giunto sotto Prato: i Fiorentini avevano posto
in quella città il condottiere Luca Savelli, che invecchiando tra le
armi non vi aveva acquistata nè esperienza, nè riputazione; egli aveva
sotto il suo comando cento uomini d'armi di quegli svaligiati in
Lombardia, e due mila fanti quasi tutti presi nell'ordinanza o milizie
di campagna. Non si aveva avuto tempo di provvedere la città di
munizioni di bocca, e di artiglieria; ma non pertanto credevasi in
istato di sostenere l'attacco degli Spagnuoli, e di fare una vigorosa
resistenza. Il Cardone giunse in faccia alla porta di Mercatale, e cercò
di sfondarla colla sua artiglieria, o di atterrare la vicina muraglia;
ma da questo lato le fortificazioni si trovavano in buono stato, e dopo
poche ore gli assalitori cessarono di far fuoco, riconoscendone
l'inutilità[278].

  [278] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 13. — Jac. Nardi Ist.
  Fior., l. V, p. 248. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 399. — Scip.
  Ammirato, l. XXVIII, p. 306._

Il vicerè non era totalmente persuaso che fosse vantaggioso al suo re il
ristabilimento dei Medici a Firenze; onde il suo principale oggetto era
quello di atterrire i Fiorentini, per ridurli al pagamento di una
contribuzione: offrì dunque nuovamente di trattare, ma a condizione che
fossero somministrate le vittovaglie alla sua armata, finchè
continuerebbero le negoziazioni, perchè la campagna era deserta, ed i
contadini avevano trasportati i raccolti nelle terre murate. O sia che
in quest'occasione il gonfaloniere si rendesse più ardito che non
comportava l'abituale suo carattere, lusingandosi che la mancanza dei
viveri forzasse quest'armata a ritirarsi, o sia che avesse malamente
provveduto al trasporto delle vittovaglie al campo spagnuolo, il fatto
sta che gli Spagnuoli cominciarono bentosto a provare la fame, e i
soldati impazienti di soffrire ricominciarono i loro attacchi contro
Prato, ov'erano certi di trovare abbondanti viveri. Nella notte del 29
al 30 cambiarono gli alloggiamenti e vennero ad accamparsi innanzi alla
porta del Serraglio, ove aggiustarono di nuovo i loro due cannoni in
batteria. Nelle prime scariche uno si ruppe, e continuarono a battere le
mura con un solo. In poche ore vi fecero una breccia larga venti piedi,
molto alta dal suolo, ma alla quale per altro un rialto di terra attiguo
al muro ne agevolava l'ingresso. Alcuni soldati spagnuoli salirono su
quest'apertura, ed uccisero due fanti che vi stavano di guardia; ciò
bastò per atterrire tutti gli altri; e sebbene vi fosse al di là del
muro un corpo di fucilieri e di uomini armati di picche, i quali
avrebbero potuto difenderlo con estrema facilità, non appena videro gli
Spagnuoli sulla breccia, che cominciarono tutti a fuggire.

I vincitori, sorpresi da tanta viltà, entrarono in Prato da ogni banda,
e fecero bentosto sentire ai fuggitivi quanto la paura sia peggiore
consigliere che il coraggio. Appena qualche centinajo di loro sarebbero
periti sostenendo anche il più sanguinoso assalto, mentre la fuga li
diede quasi tutti in preda alla morte senza difesa. In quest'occasione
gli Spagnuoli vinsero di lunga mano in crudeltà gli oppugnatori di
Brescia e di Ravenna. La maggior parte degli storici porta a cinque mila
il numero di coloro che senza combattere, senza difendersi, senza avere
provocato, furono inumanamente uccisi: tutte le case, tutte le chiese
vennero saccheggiate con eccessivo rigore; e gli abitanti, spogliati
d'ogni cosa, furono inoltre assoggettati ad orrende torture, onde i loro
amici e parenti, mossi a compassione, si ridussero a redimerli. Soltanto
la cattedrale, dove si erano rifugiate molte donne, fu sottratta a
questi orrori da una salvaguardia che aveva per quella chiesa ottenuta
il cardinale de' Medici[279].

  [279] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 14. — Jac. Nardi, l. V, p.
  250. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 306. — Comment. di Filippo de'
  Nerli, l. V, p. 109. — Jo. Marianae de reb. Hisp., l. XXX, c. XIV,
  p. 321. — P. Giovio vita di Leon X, l. II, p. 144._

La notizia della presa e dell'uccisione di Prato empì Firenze di
spavento e di costernazione. Stavano adunati in città sedici mila uomini
dell'ordinanza; ma i loro compagni avevano data una tale prova di viltà,
che non potevasi riporre in loro la più leggiere speranza. La grande
maggiorità de' cittadini non desiderava un cambiamento, ma mancava
d'ogni coraggio militare; non si sentiva abbastanza forte per respingere
il nemico, e non voleva esporre la capitale alle sciagure di Prato. Il
vicerè non aveva rotta ogni negoziazione; ma essendosi sottratto al
bisogno, ed avendo trovati in Prato danari e viveri in abbondanza, aveva
ingrandite assai le sue pretese, e non chiedeva meno di cento cinquanta
mila fiorini. Tutta la città trovavasi in uno stato di terribile
fermento; la signoria era scoraggiata e lo stesso gonfaloniere, che più
non dissimulava il suo terrore, aveva offerto di abdicare[280].

  [280] _Jac. Nardi, l. V, p. 252._

In questi frangenti, venticinque in trenta giovani delle più illustri e
ricche famiglie di Firenze, che da lungo tempo avevano costume di
adunarsi negli orti, diventati per essi famosi, di Bernardo Rucellai,
onde intrattenervisi intorno alle cose delle lettere e delle arti,
risolsero di procedere essi medesimi a mutare il governo; o perchè
risguardassero l'intera libertà de' loro antenati come contraria al loro
gusto per la poesia e pei godimenti del lusso, o perchè, giudicando
necessario di cedere dolcemente alla burrasca, volessero, dirigendo essi
la rivoluzione, salvare il gonfaloniere. Essi erano ben persuasi, che,
se non venivano assecondati dai loro concittadini, non troverebbero
neppure presso di loro opposizione. Erano alla loro testa Bartolommeo
Valori, che aveva sposata la nipote del Soderini, e che veniva da lui
risguardato come suo genero, Paolo Vettori, Anton Francesco degli
Albizzi, i Rucellai, Capponi, Tornabuoni e Vespucci, che quasi tutti
avevano strette relazioni colla famiglia del Soderini e co' suoi
aderenti[281].

  [281] Stando alle lettere di Francesco Vettori al Macchiavelli, pare
  che lo scopo principale di suo fratello Paolo, fosse di giovare al
  gonfaloniere, e di salvargli la vita. _Lettere famigliari del
  Macchiavelli, t. VII, lett. 16, p. 41. — Jac. Nardi, l. V, p. 253. —
  Fil. de' Nerli, l. V, p. 107._

I giovani congiurati, che pochi mesi prima avevano avute segrete
corrispondenze con Giulio de' Medici, entrarono nel palazzo pubblico la
mattina del 31 agosto all'indomani della presa di Prato. Arrivarono
senza incontrare resistenza fino all'appartamento del gonfaloniere, che
non aveva presa veruna misura per difendersi, e che si abbandonava alla
sorte. Lo minacciarono di morte se non usciva subito di palazzo, e per
lo contrario promisero di salvarlo, se prestavasi ai loro desiderj.
Tutta la città erasi posta in movimento alla notizia di cotale
intrapresa; ma ne' diversi attruppamenti, che si andavano formando nelle
strade, udivansi pochissime voci accusare il gonfaloniere, e niuno eravi
che ardisse prenderne le difese. I congiurati trassero il gonfaloniere
nella casa di Paolo Vettori, posta sul lung'Arno, ove lo tennero quella
notte. Nello stesso tempo fecero adunare la signoria, i collegj, i
capitani di parte guelfa, i decemviri della libertà, gli otto della
balìa, ed i conservatori delle leggi. Domandarono a quest'assemblea di
deporre il gonfaloniere; tuttavolta di quasi settanta membri presenti,
nove soli votarono per la deposizione del Soderini. Francesco Vettori
allora prese a dire ad alta voce: «concittadini! coloro che oggi credono
salvare il gonfaloniere, votando a suo favore, rendono sicura la sua
perdita, perchè i suoi nemici lo uccideranno se non possono farlo
deporre.» Questa minaccia ottenne il desiderato effetto, ed il Soderini
fu legalmente privato della sua dignità; fu poi fatto partire di notte
per la strada di Siena alla volta di Roma, ma avendo egli udito per
istrada che il papa aveva fatti confiscare i suoi beni, piegò subito
verso Ancona di dove passò a Ragusi[282].

  [282] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 15. — Istor. di Gio.
  Cambi, t. XXI, p. 309. — Jac. Nardi, l. V, p. 253. — Filippo de'
  Nerli, l. V, p. 109. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 307. — P.
  Giovio vita di Leon X, l. II, p. 146._

Furono all'istante mandati ambasciatori al vicerè, per avvisarlo che la
repubblica si era uniformata ai voto da lui espresso, e per conoscere
quali fossero le sue intenzioni. Il Cardone prima di tutto chiese
danaro: volle ottanta mila fiorini per l'armata spagnuola, quaranta mila
per l'imperatore, venti mila per sè, e volle che Firenze per pegno del
suo attaccamento alla santa lega prendesse al suo soldo il marchese
della Palude, e lo ricevesse entro le sue mura con dugento uomini d'armi
spagnuoli. Rispetto ai Medici chiese soltanto che fossero ricevuti nella
patria loro come cittadini, ed avessero la facoltà di riacquistare i
loro beni ch'erano stati confiscati; di modo che sembrava lasciar la
speranza di conservare l'antica libertà[283].

  [283] _Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 311. — P. Giovio vita di Leon
  X, l. II, p. 147. — Jac. Nardi, l. V, p. 254. — Comment. di Filippo
  de' Nerli, l. V, p. 110. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 311._

I Fiorentini e gli stessi capi della rivoluzione accolsero avidamente
questa speranza, e trovarono nel dolce e conciliante carattere di
Giuliano de' Medici molta condiscendenza per una nuova sistemazione, che
pareva soddisfare tutti i partiti. Giuliano, senz'aspettare che una
sentenza de' magistrati annullasse la sua precedente condanna, era
entrato in città il 2 di settembre, ed aveva preso alloggio nella casa
degli Albizzi, in allora i più caldi suoi partigiani, sebbene i loro
antenati fossero stati per molto tempo i rivali della sua famiglia. Una
nuova legge, fatta di suo consenso, venne presentata al gran consiglio
il 7 di settembre per modificare la democrazia senza affatto
distruggerla. Le funzioni di gonfaloniere, invece di essere perpetue,
venivano ridotte ad un anno; il gran consiglio doveva essere rimpiazzato
da una balìa, incaricata della maggior parte delle elezioni; ma questo
consiglio, di cui si ristringevano le attribuzioni, non era per altro
soppresso: finalmente Giambattista Ridolfi veniva proposto ai suffragj
de' concittadini per essere sostituito al Soderini. La legge fu
sanzionata dal gran consiglio, e di mille cinquecento suffragj, il
Ridolfi ne riunì a suo favore mille cento tre. Era prossimo parente dei
Medici; ma durante l'amministrazione del Savonarola erasi mostrato
zelante per la libertà e per lo stato popolare, ed i suoi concittadini
apprezzavano la sua prudenza e la sua fermezza[284].

  [284] _Jac. Nardi, l. VI, p. 259. — Comment. di ser Filip. de'
  Nerli, l. VI, p. 112._

I più zelanti partigiani de' Medici non erano soddisfatti di tanti
riguardi, avendo sperata una più compiuta rivoluzione; e finchè non era
affatto soppresso il gran consiglio, finchè un amico della libertà era
capo del governo, temevano sempre che il partito che godeva il favore
del popolo non riacquistasse la primiera autorità, tostochè si fosse
allontanata l'armata spagnuola, e forse non procedesse di nuovo
all'esilio dei Medici. Si addirizzarono al cardinale Giovanni, e gli
esposero i pericoli della soverchia condiscendenza di suo fratello
Giuliano. Lo trovarono apparecchiato a spingere più in là i suoi
vantaggi, approfittando per compiere la rivoluzione della permanenza in
Toscana dell'armata spagnuola. Fin allora il cardinale erasi trattenuto
a Prato, al quartiere generale degli spagnuoli: all'ultimo fece il suo
ingresso in Firenze il 14 di settembre; ma invece di presentarsi, nella
sua qualità di legato della Toscana, con un corteggio di preti e di
cittadini, volle avere un accompagnamento tutto militare, e lo compose
di uomini d'armi e di fanti spagnuoli e bolognesi. Andò a smontare al
palazzo de' Medici, ove ricevette le visite de' principali cittadini
dello stato; e soltanto due giorni dopo recossi al palazzo pubblico
cogli ambasciatori del papa e del vicerè, per visitare la signoria[285].

  [285] _Comment. del Nerli, l. VI, p. 114. — Ist. di Gio. Cambi, t.
  XXI, p. 324._

Il Ridolfi, ch'erasi sempre mostrato di un partito contrario al
Soderini, aveva licenziata l'antica guardia che faceva il servizio
presso il gonfaloniere e presso la signoria, ma non aveva avuto il tempo
di formarne un'altra, di modo che il palazzo pubblico non era difeso. Il
corteggio che aveva accompagnato il cardinale de' Medici vi entrò con
lui, e se ne impadronì senza trovare opposizione[286]. Allora i
partigiani dei Medici fecero risuonare la piazza di minacciose grida; e
Giuliano, presentandosi al consiglio degli ottanta, chiese a questo ed
alla signoria di chiamare il popolo a parlamento.

  [286] _Comment. del Nerli, l. VI, p. 115._

Da lungo tempo queste tumultuose assemblee erano il segno di una
rivoluzione; onde, formando il gran consiglio, che comprendeva tutti i
cittadini, si aveva avuto di mira di abrogare in certo modo i
parlamenti. La signoria ed i collegj resistettero qualche tempo alle
domande dei Medici; ma finalmente dovettero cedere alla forza; e la
maggior campana suonò per adunare il popolo. I cittadini non si recarono
che in piccolo numero sulla piazza, ed i Medici ebbero l'accortezza di
farla riempire di soldati e di gente straniera, che risposero colle loro
grida a nome del popolo fiorentino. Due ore avanti notte la signoria si
presentò alla balaustrata destinata ad arringare il popolo, e colà lesse
le nuove proposizioni, delle quali i Medici chiedevano l'approvazione.
Dovevano essere abolite tutte le leggi emanate dopo il 1494; doveva per
un anno essere investita una nuova balìa di tutti i poteri appartenenti
al popolo di Firenze; e questa balìa doveva essere composta del
gonfaloniere, degli otto nuovi priori, di dodici membri scelti in
cadauno dei quattro quartieri, i di cui nomi indicati dai Medici furono
pure letti al popolo, finalmente di undici _arruoti_, ossia aggiunti, i
quali, dopo essere stata fatta la prima nomina dal segreto comitato de'
Medici, avevano per singolar favore ottenuto di venire compresi nello
stesso corpo. Questa balìa, cui si accordò il diritto di assumere nuovi
membri, doveva pure avere quello di protrarre d'anno in anno la propria
autorità; ed infatti fu lo stesso corpo, che oramai abbracciando i
poteri di tutta la repubblica, continuò le sue funzioni, senza nuova
missione, fino al 1527, quando i Medici furono per l'ultima volta
espulsi da Firenze. La stessa balìa doveva delegare sotto il nome di
_accoppiatori_ un determinato numero de' suoi membri, cui era accordata
la facoltà di eleggere oramai arbitrariamente il gonfaloniere ed i
priori. Rispetto a quello che in allora sedeva, Giambattista Ridolfi, fu
invitato il primo di novembre a dimettersi dalle proprie funzioni[287].

  [287] _Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 324. — Commen. di ser Fil. de'
  Nerli, l. VI, p. 116. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 312. — P. Giovio
  vita di Leone X, l. III, p. 149. — Fr. Guicciardini, t. II, l. XI,
  p. 17._

Tale fu la stretta e vergognosa oligarchia, che venne sostituita al
libero e costituzionale governo della repubblica. Il parlamento sanzionò
la rivoluzione; perchè i soli cittadini apparecchiati ad approvare ogni
cosa si recarono sulla pubblica piazza, in mezzo ai soldati che facevano
violenza alla loro patria. La nuova balìa pronunciò poche condanne, ma
abolì quasi tutte le magistrature protettrici della libertà; inoltre
licenziò il 18 settembre l'ordinanza, ossia milizia fiorentina, e fece
disarmare il popolo. Un governo stabilito dagli stranieri colla violenza
deve temere ogni forza nazionale, e per mantenersi disarmare ed avvilire
la soggetta nazione[288].

  [288] _Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 329. — Jac. Nardi, l. VI, p.
  263. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 311._

Riusciva non agevole cosa il trovare subito il danaro necessario per
soddisfare gli alleati. Il 23 di settembre la balìa fu forzata di aprire
un prestito forzato di ottanta mila fiorini, col di cui prodotto furono
pagati gli Spagnuoli[289]. Ogni membro della balìa fu in appresso
autorizzato ad indicare otto cittadini del suo quartiere tra coloro che
si credevano più affezionati ai Medici, e più contrarj ai principj
popolari. La lista di costoro, che montava a cinquecento quarantotto
cittadini, fu ridotta a dugento da uno scrutinio segreto; e questi
furono considerati come formanti la rappresentazione nazionale o il
consiglio della repubblica, che fu poi detto il consiglio degli
_arruoti_. I Medici, formando questo consiglio, ebbero particolar cura
di non lasciarvi entrare veruno degli antichi partigiani di Savonarola,
i quali eransi proposti di volere ad un tempo guarentire la libertà e
riformare la Chiesa. Di tutti i partiti che conoscevansi in Firenze
questo fu il più rigorosamente escluso da qualunque carica
governativa[290].

  [289] _Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 330._

  [290] _Comment. del Nerli, l. VI, p. 119. — Ist. di Gio. Cambi, t.
  XXI, p. 351 — Jac. Nardi, l. VI, p. 262._

Il primo gonfaloniere, eletto il 2 di novembre da' venti accoppiatori
della balìa, per succedere a Giambattista Ridolfi, fu Filippo
Buondelmonti allora in età di settantatre anni. Niun membro di questa
così antica famiglia, il di cui nome ricordava le prime contese dei
Guelfi coi Ghibellini, non era stato per anco onorato del gonfalone,
perchè tutti i suoi antenati, ed egli medesimo avevano in ogni tempo
professate opinioni aristocratiche, e mostrato grande disprezzo per il
popolo. Tale elezione riuscì perciò oltremodo spiacevole agli amici
della libertà; e nella stessa signoria si fece più volte sentire al
Buondelmonti che non aveva la confidenza de' suoi concittadini[291].

  [291] _Ist. di Gio. Cambi, l. XXI, p. 340._

Il risultamento di questa rivoluzione fu quello di far rientrare in
Firenze il cardinale Giovanni de' Medici e suo fratello Giuliano,
ambidue figliuoli del magnifico Lorenzo, Giulio, cavaliere di Malta, e
priore di Capoa, figliuolo naturale di Giuliano fratello del Magnifico,
e Lorenzo II, figlio di Piero, il primogenito de' tre figli del
Magnifico, il quale si era annegato nel Garigliano. Conducevano inoltre
con loro due fanciulli, Ippolito, figliuolo naturale di Giuliano II, e
Giuliano, figliuolo naturale di Lorenzo II, ne' quali si spense l'antica
stirpe de' Medici, niuno dei capi della quale aveva legittimi
figli[292].

  [292] _Jac. Nard. Hist. Fior., l. VI, p. 263._

Appena i Medici si trovarono di nuovo capi del governo, che si vide
sorgere nella repubblica una classe di cortigiani, che sembravano
stranieri agli antichi costumi ed al di lei carattere. Molti dipendevano
da famiglie rendute illustri dal loro amore per la libertà: ma la
vanità, il gusto del piacere, e la speranza di ristabilire col favor di
una corte la loro cadente fortuna, loro facevano preferire il servigio
de' principi alla partecipazione della sovranità in uno stato libero.
Vantavano essi allora l'inalterabile loro fedeltà alla casa de' Medici,
e sebbene si fosse fatta la rivoluzione colle armi straniere, davano ad
intendere d'averla preparata colle loro segrete pratiche, ed agevolata
co' loro tradimenti. Dicevano d'avere essi dato in mano degli Spagnuoli
i passi dell'Appennino, Campi e Prato, e d'avere impedito che queste
città si approvigionassero. Avevano, dicevano essi, tenuta viva una
lunga corrispondenza con Giulio de' Medici, il principale agente del
cardinale suo cugino, e le loro lettere senza addirizzo e senza
sottoscrizione erano poste in un buco della muraglia del cimitero di
santa Maria Novella, ove un messo deponeva in seguito le risposte, senza
conoscere il nome, la dimora o la figura di chi manteneva la
corrispondenza. In premio di queste lunghe pratiche contro la loro
patria riclamavano da' Medici alcuni favori; ma i loro sforzi non
ottennero che d'indicarli al disprezzo de' loro concittadini e delle età
future[293].

  [293] _Jac. Nardi, l. V, p, 230, l. VI, p. 264-265._

Il vicerè, don Raimondo di Cardone, era ripartito da Prato il 18 di
settembre, ed aveva raggiunto coll'armata spagnuola i Veneziana che
assediavano Brescia. Il signor d'Aubignì, che difendeva quella città, e
che aveva poca speranza di potervisi tenere lungamente, dopo aver
ricusato di arrendersi ai Veneziani, offrì di capitolare col Cardone,
per gettare in tal modo semi di malcontento tra gli alleati della santa
lega; egli ottenne onoratissime condizioni. Peschiera aprì egualmente le
porte agli Spagnuoli, Legnago al vescovo di Gurck, ministro di
Massimiliano, e la sola Crema si assoggettò ai Veneziani[294].

  [294] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 18. — P. Bembi Hist. Ven.,
  l. XII, p. 283-284._

Il vescovo di Gurck andò in appresso a Roma, attraversando Firenze; e
giammai ambasciatore, nè prelato alcuno, fu ricevuto nella capitale
della cristianità con tanti onori e contrassegni di rispetto[295]. Il
papa, che vedeva la lega divisa da sorde nimicizie, e vicina a
sciogliersi, voleva assicurarsi la gratitudine di questo segretario
dell'imperatore, che sembrava il solo che si fosse guadagnata la di lui
confidenza: gli accordò il cappello di cardinale, di cui lo andava
lusingando da oltre un anno, e cercò col suo mezzo di unirsi più
intimamente con Massimiliano[296].

  [295] Un'elegante descrizione dell'ingresso del vescovo Langio in
  Roma fu scritta in latino da Pierio Valeriano Bolzanio, e pubblicata
  in Germania. _N. d. T._

  [296] _Fr. Guicciardini, l. XI, p. 19. — Paris de Grassis Diar., t.
  III, p. 938, apud Rayn. Ann., t. XX, p. 125, an. 1512, § 90. — Ist.
  di Gio. Cambi, p. 338. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 311. — Fr.
  Belcarii, l. XIV, p. 401._

Si adunava in Roma un congresso delle potenze della lega per regolare i
destini dell'Italia, e terminare le controversie ch'erano di già
scoppiate in Mantova. Una generale gelosia pareva armare tutti gli
alleati gli uni contro gli altri. Lagnavasi il papa che Ferdinando
avesse promessa la sua garanzia a Firenze, Siena, Lucca e Piombino, e
richiedeva per la libertà della santa sede che il sovrano di Napoli non
si arrogasse veruna autorità sopra la Toscana. D'altra parte gli
Spagnuoli volevano estendere la loro protezione non solo su questa
contrada, ma ancora sopra Fabrizio e Marc'Antonio Colonna, i quali dopo
l'evasione del duca di Ferrara erano caduti nella disgrazia del papa. In
pari tempo essi riclamavano il sussidio di quaranta mila fiorini al
mese, loro promessi dal trattato della santa lega, e che da qualche
tempo loro non erano più pagati. Gli Svizzeri, che il papa aveva
proclamati i difensori della libertà ecclesiastica, loro mandando una
bandiera, una spada, ed un caschetto da lui benedetti, volevano che il
ducato di Milano fosse restituito a Massimiliano Sforza, che loro assai
importava d'avere vicino piuttosto che un grande potentato; e volevano
consegnargli essi medesimi le chiavi di Milano, per dare ad intendere
ch'essi soli lo avevano conquistato. L'imperatore Massimiliano
pretendeva di avere per sè medesimo il Milanese, e ricusava al cugino
l'investitura ed il titolo di duca. Lo stesso Massimiliano, d'accordo
cogli Spagnuoli, lagnavasi del pontefice, che aveva occupata Piacenza,
Parma e Reggio, in pregiudizio dei diritti dell'impero[297].

  [297] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 20. — Jac. Nardi, l. VI,
  p. 266._

Ma più complicate di tutte e più difficili a conciliarsi erano le
contese tra Massimiliano ed i Veneziani. Il primo, che occupava sempre
Verona, chiedeva ancora Vicenza, e non si accontentava di lasciare ai
Veneziani il possesso di Padova, Treviso, Brescia, Bergamo e Crema,
ch'egli riclamava sempre come terre dell'impero, se non mediante il
pagamento di dugento mila fiorini d'investitura ed un annuo tributo di
trenta mila. D'altra parte i Veneziani non potevano acconsentire, nè di
rinunciare all'alta signoria di cui avevano goduto per più d'un secolo,
nè di fare un così enorme sagrificio di danaro nello stato di
esaurimento in cui si trovavano le loro finanze, nè di perdere ogni
comunicazione colle province, che loro si rendevano al di là del Mincio,
ed il di cui possedimento sarebbe in conseguenza sempre stato per loro
precario[298].

  [298] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 21. — P. Bembi, l. XII, p.
  285. — Fr. Belcarii, l. XIV, p. 402._

Giulio II adoperò tutto il suo ascendente, tutta la sua attività per
conciliare così opposte pretese; offrì ai Veneziani di sovvenire loro
parte del danaro domandato dall'imperatore; gli andò vivamente esortando
a cedere per la pace dell'Europa; ma non potendo persuaderli, li
minacciò coll'abituale suo impeto di rovesciare sopra di loro tutte le
pene ecclesiastiche, se protraevasi per colpa loro la pace d'Italia, e
subito dopo conchiuse coll'imperatore, e pubblicò il 25 novembre una
nuova alleanza, cui gli ambasciatori d'Inghilterra e di Arragona
ricusarono d'intervenire. In forza di questa Massimiliano aderì al
concilio di Laterano, annullò tutti gli atti per i quali erasi unito al
concilio di Pisa, promise di non soccorrere in verun modo nè Alfonso
d'Este, nè i Bentivoglio, e di richiamare i Tedeschi che trovavansi ai
servigj del primo. Dal canto suo Giulio si obbligò ad impiegare le armi
spirituali e temporali per mettere l'imperatore eletto in possesso di
tutte le province che gli erano state date per sua parte nella lega di
Cambrai. La persecuzione di Giulio contro i Colonna, ed i contraddittorj
diritti dell'Impero e della Chiesa sopra Parma, Piacenza e Reggio,
dovevano rimanere sospesi fino alla fine della guerra[299].

  [299] _Fr. Guicciardini, l. XI, p. 21. — Rayn. An. Eccl. 1512, § 91,
  p. 125. — Fr. Belcarii l. XIV, p. 402._

Tuttavolta il papa non ruppe le sue negoziazioni colla repubblica;
sperava ancora di sottrarla a nuove ostilità, e non voleva attaccare
Ferrara avanti il ritorno della bella stagione. In questo intervallo di
pace, il cardinale di Gurck, quello di Sion, ed il vicerè di Napoli, si
recarono a Milano per dare a Massimiliano Sforza il possesso della sua
capitale: il cardinale di Sion gli consegnò le chiavi alle porte della
città, il 29 di dicembre, a nome della confederazione elvetica. I
Milanesi, dopo avere tanto sofferto, speravano di trovare sotto un
sovrano italiano e sotto il nipote del grande Francesco Sforza tutta la
felicità degli andati tempi: la memoria dello stesso Lodovico il Moro
era loro diventata cara pel contrapposto del dominio degli stranieri; e
la capitolazione della fortezza di Novara contribuì ad abbellire le
feste della inaugurazione del nuovo duca. Ai Francesi null'altro omai
restava in Italia che i castelli di Milano, Cremona, Trezzo, e la
Lanterna di Genova[300].

  [300] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 22. — P. Bizzarri Gen.
  Hist., l. XVIII, p. 432. — Jac. Nardi, l. VI, p. 266. — Fr.
  Belcarii, l. XIV, p. 403._

Ma intanto Lodovico XII non rinunciava altrimenti al Milanese, la di cui
conquista era stato l'oggetto dell'ambizione di tutta la sua vita.
Ritirando le sue truppe dall'Italia, le aveva portate sui Pirenei,
aggiungendovi nuovi corpi di uomini d'armi francesi, e Landsknecht della
bassa Germania; e prima che terminasse l'anno aveva ricuperata ai
confini della Spagna una grande superiorità di forze a fronte del suo
avversario Ferdinando. Ma la campagna del 1512 era stata fatale al suo
fedele alleato Giovanni d'Albret, re di Navarra. I generali francesi,
che lo difendevano, avevano commessi errori sopra errori; ed egli
medesimo, prendendosi maggior cura delle cerimonie della chiesa che
degli affari dello stato, passava gran parte del tempo ascoltando messe,
sebbene fosse scomunicato come scismatico, ed una bolla pontificia lo
privasse del suo piccolo regno. Ferdinando ne riconobbe la conquista,
piuttosto che dal valore delle sue truppe e dall'abilità del suo
generale, il duca d'Alba, dagli artificj con cui ritenne a Fontarabia il
marchese di Dorset cogl'Inglesi, in modo di fare in suo favore una
potente diversione[301]. Quando finalmente il regno di Navarra fu
perduto, questo stesso rovescio lasciò la libertà a Lodovico XII di far
riprendere alla sua armata la strada della Lombardia; e nel principio
del 1513 cercò con nuove negoziazioni di sciogliere la lega che gli
aveva tolto il Milanese, e di procurarsi in Italia nuovi alleati.

  [301] _Fr. Guicciardini, l. XI, p. 23. — Jo. Marianae de reb. Hisp.,
  l. XXX, c. XI, p. 317. — Mém. du chev. Bayard, ch. LVI, p. 329-339.
  — Mémoir. de Fleuranges, p. 106-116. — Fr. Belcarii, l. XIV, p. 404.
  — Hume's history of England, ch. XXVII, t. V, p. 115._

La lega trovavasi di già talmente divisa da opposti interessi, che in
certo modo Lodovico XII era padrone di scegliere a suo piacimento i suoi
nuovi alleati. Ferdinando, che in ogni sua azione coprivasi sempre
ipocritamente col manto della religione, gli aveva mandati in Francia
due monaci per trattare con lui, proponendogli o una pace generale, o
una parziale alleanza; ma perchè la prima proposizione di Ferdinando
richiedeva che Lodovico XII abbandonasse la Navarra, questi rispose che
l'onor suo voleva che soccorresse un re che si era gettato nel pericolo
soltanto per attaccamento verso di lui[302]. Dall'altro canto la regina
Anna di Bretagna aveva fatto fare delle aperture di negoziazione al
cardinale di Gurck, che erano state accettate; e Massimiliano aveva in
cambio fatto proporre a Lodovico di unire in matrimonio il suo piccolo
nipote, l'arciduca Carlo, colla seconda figlia del re, purchè questa gli
portasse in dote i diritti della Francia sul Milanese e sui regno di
Napoli. Chiedeva inoltre che la giovane principessa si mandasse
immediatamente alla corte imperiale per essere colà educata fino
all'epoca del matrimonio, e che il re secondasse Massimiliano nel suo
progetto di ruinare affatto i Veneziani[303]. La regina Anna non volle
acconsentire alla separazione di sua figlia, ed i consiglieri di
Lodovico XII lo dissuasero dal contrarre alleanza con un imperatore, che
non era mai di buona fede nelle sue promesse, e che, quand'anche lo
fosse, e quand'anche avesse perdonate alla Francia le diciassette offese
che diceva avere da questa ricevute, si poneva sempre nell'impossibilità
di soddisfare ai suoi impegni[304].

  [302] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 27. — Fr. Belcarii, l.
  XIV, p. 405._

  [303] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 27. — Fr. Belcarii, l.
  XIV, p. 405._

  [304] _Fr. Guicciardini, l. XI, p. 29._

Lodovico XII non ignorava le funeste conseguenze della sua
malintelligenza cogli Svizzeri, ed ardentemente desiderava di
riconciliarsi, ma questa negoziazione presentava maggiori difficoltà che
non le altre. Sapeva essere stato sottoscritto un trattato tra gli
ambasciatori svizzeri e Massimiliano Sforza, in forza del quale la
confederazione prendeva sotto la sua protezione la casa Sforza,
permettendole di levare per la difesa del Milanese quante truppe le
piacesse; ed il duca prometteva cento cinquanta mila ducati nell'atto di
entrare in possesso de' suoi stati, e per venticinque anni quaranta mila
ducati all'anno. Lodovico caldamente desiderava di fare in modo che la
dieta non ratificasse questo trattato, lo che non era fin allora
accaduto. Soltanto per ottenere che i suoi ambasciatori potessero
presentarsi a questa dieta, cedette agli Svizzeri le fortezze di Lugano
e di Locarno: ed a tale condizione il signore de la Tremouille ebbe la
licenza di portarsi a Lucerna, ov'era adunata l'assemblea. Vi si recò
nello stesso tempo ancora Gian Giacopo Trivulzio, sotto pretesto di
trattarvi alcuni suoi particolari interessi; ma subito gli Svizzeri gli
proibirono di comunicare con la Tremouille, ed alla presenza dell'uno e
dell'altro ratificarono la convenzione conchiusa collo Sforza, e
ricusarono al re di Francia ogni leva di soldati, ed ogni altra
domanda[305].

  [305] _Fr. Guicciardini, l. XI, p. 28. — Fr. Belcarii, l. XIV, p.
  406._

Nello stesso tempo Lodovico XII avea preso a negoziare coi Veneziani col
mezzo del Trivulzio e di Andrea Gritti, che trovavasi tuttavia
prigioniere dopo la battaglia di Ghiara d'Adda, e che il re aveva fatto
venire alla sua corte. Ma sebbene queste pratiche si continuassero
segretamente, Massimiliano n'ebbe qualche sentore, e per romperle si
mostrò disposto a recedere dalle sue pretese, rinunciando alla
restituzione di Vicenza. Risposero i Veneziani al cardinale di Gurck,
che non tratterebbero, se non a condizione che fosse loro restituita
Verona, senza la quale città il loro territorio si trovava diviso in due
parti; soltanto offrirono in compenso all'imperatore d'accrescere il
tributo loro domandato. Il che non avendo potuto essi ottenere,
sottoscrissero col segretario del Trivulzio, mandato segretamente a
Venezia, un trattato d'alleanza colla Francia. Servì di base a questo
nuovo trattato quello del 1499 tra le due medesime potenze, in forza del
quale davansi ai Veneziani Cremona e la Ghiara d'Adda[306], e a Lodovico
XII tutto il restante del ducato di Milano.

  [306] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 29._

Il segretario del Trivulzio, che aveva redatto questo trattato per la
Francia, aveva fatta l'espressa riserva, che terrebbesi come non
avvenuto, qualunque volta non fosse dal re ratificato entro un
determinato tempo. Perciò fin allora nulla era conchiuso, e ciascuno
tirava avanti nelle sue contraddittorie negoziazioni. Lodovico XII aveva
mandato a Massimiliano il signore d'Asparoth, fratello di Lautrec, per
continuare le negoziazioni relative alle proposizioni del matrimonio di
madama Renata di Francia. Dall'altro canto Ferdinando confortava
caldamente Massimiliano a cedere Verona ai Veneziani e ad accettare
invece dugento cinquanta mila ducati d'investitura, e cinquanta mila di
annuo censo. Gli proponeva di adoperare questo danaro per portare la
guerra in Borgogna, e prendersi larghi compensi in Francia alle
conquiste che abbandonava in Italia. Egli aveva impegnato il cardinale
di Gurck, ch'era perfettamente entrato nelle sue viste, a recarsi in
Germania per appoggiarle, e lo aveva fatto accompagnare da don Pedro di
Urrea, suo ambasciatore, e dal conte di Cariati, suo ministro presso la
repubblica di Venezia. Per dare più largo tempo a tutte queste
negoziazioni, si stipulò una tregua a tutto marzo tra i Tedeschi ed i
Veneziani[307].

  [307] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 30._

Il più attivo in queste così complicate negoziazioni era però sempre
Giulio II. Stava con impazienza aspettando la buona stagione per
attaccare Ferrara, il di cui duca, abbandonato da tutti i suoi alleati,
non poteva opporgli lunga resistenza. Aveva segretamente pel prezzo di
trenta mila ducati acquistati da Massimiliano i diritti dell'impero
sopra Siena, e contava di farne un dono a suo nipote, il duca d'Urbino:
mercè un'altra somma di quaranta mila ducati Massimiliano doveva pure
consegnargli Modena in pegno. Egli minacciava i Lucchesi, ai quali
voleva togliere la Garfagnana, che avevano conquistata sopra Alfonso
d'Este in tempo delle sue calamità. Era scontento dei Medici, che
trovava più attaccati alla corte di Spagna che a lui, e meditava di
mutare nuovamente la costituzione di Firenze. Aveva tolta al cardinale
di Sion la legazione di Milano, e lo aveva richiamato a Roma, per
gastigarlo delle concussioni colle quali questo prelato erasi formata in
Lombardia un'entrata di trenta mila ducati. Apparecchiavasi a scacciare
da Perugia Giovanni Baglioni, per sostituirgli Carlo Baglioni, e a far
deporre Giano Fregoso, doge di Genova, per far eleggere in sua vece
Ottaviano Fregoso. I soli Svizzeri continuavano a parergli degni della
sua stima e dell'amor suo. Col loro soccorso egli sperava di terminare
di _cacciare i barbari d'Italia_, secondo la favorita sua espressione, e
di disfarsi un giorno degli Spagnuoli; ed il cardinale Grimani avendo
detto in sua presenza che il regno di Napoli rimaneva sempre in mano
degli stranieri, Giulio II, battendo sul suolo col suo bastone, disse,
che se il cielo gli dava vita non tarderebbe a liberare anche i
Napolitani dal giogo che gli opprimeva[308]. Finalmente nell'implacabile
sua collera contro la Francia trasferiva con una bolla al re
d'Inghilterra il titolo di Cristianissimo, privava Lodovico del regno di
Francia, e lo accordava al primo occupante[309].

  [308] _Paolo Giovio Vita d'Alfonso d'Este, p. 94._

  [309] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 30. — Rayn. An. Eccl.
  1512, § 97, p. 126._

Tutti questi progetti fermentavano nello stesso tempo nel capo di Giulio
II, quando una leggiere ma ostinata febbre, cui ben tosto s'aggiunse la
dissenteria, gli fece sentire che poco gli rimaneva a vivere. Chiamò
presso di sè i cardinali in concistoro, e fece loro confermare la bolla
contro la simonia, ch'egli aveva pubblicata dopo la sua prima malattia.
Fece loro dichiarare, che i cardinali scismatici sarebbero esclusi dal
conclave, al quale, e non già al concilio adunato, lasciò l'elezione del
suo successore; persuase di nuovo i cardinali a confermare il vicariato
di Pesaro a suo nipote, il duca d'Urbino, in vista che questa era la
sola grazia ch'egli accordava alla propria famiglia. Infatti non si
presentò nella storia una sola occasione di parlare di Madonna Felicia,
sua figlia, maritata a Gian Giordano Orsini. Egli mai non le aveva
accordato verun favore; ed un giorno ch'ella caldamente gli chiedeva il
cappello di cardinale per Guido di Montefalco, suo fratello per parte di
madre, glielo rifiutò aspramente, dichiarando che non erane degno.
Giulio II conservò fino all'ultimo istante la stessa fermezza, la stessa
costanza, tutto il vigore della sua anima e tutto il suo discernimento.
Ricevette i sacramenti della Chiesa, e morì dopo più giorni di patimenti
nella notte del 21 febbrajo nel 1513[310][311].

  [310] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 31. — P. Giovio, Vita di Leon X,
  l. III, p. 151. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXII, p. 4. — Jac. Nardi,
  l. VI, p. 270. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 311. — P. Bizarri, l.
  XVIII, p. 433. — Rayn. Ann. Eccl. 1513, § 1-9, p. 132-133. — Fr.
  Belcarii, l. XIV, p. 407._ — La storia di Venezia di Pietro Bembo
  finisce alla morte di Giulio II, _l. XII, p. 286_. Dessa è uno de'
  più deboli libri di questo celebre letterato. Egli sagrifica sempre
  la sua imparzialità e la sua buona fede a ciò ch'egli crede l'onore
  della sua patria. Le sue informazioni sono troppo inesatte, e
  sebbene abbia avuto sott'occhio alcune carte dello stato, che non
  avevano potuto vedere gli altri storici, il più gran numero de'
  moltissimi documenti che gli sarebbero stati necessarj gli furono
  sottratti dalla gelosia del governo. Finalmente anche sotto il
  rapporto del merito letterario la storia del Bembo, conviene
  confessarlo, non è degna del nome del suo autore. A molta eleganza e
  purità di stile egli non seppe aggiugnere quell'interesse, che
  alletta a leggere la storia; e non si può scorrere quella del Bembo
  senza molta fatica e senza noja. Io feci uso dell'edizione del
  _Thesaurus antiquitatum et historiarum Italiae del Burmanno, nel t.
  V, p. I, p. 1-286._

  [311] È cosa notabile che ciò che osserva il nostro autore rispetto
  al merito della storia del Bembo, altri lo hanno osservato per conto
  delle altre opere dello stesso autore. Il Bembo ottenne grandissimo
  nome, ma separatamente esaminando tutte le sue opere, sempre si
  crede che lo debba a tutt'altra scrittura che a quella che si ha
  sotto gli occhi. _N. d. T._



CAPITOLO CXI.

      _Leon X succede a Giulio II; spedizione di La Tremouille in
      Lombardia; sua sconfitta a Novara; rotta di Bartolommeo
      d'Alviano all'Olmo; la guerra si rallenta in Italia;
      negoziazioni; morte di Lodovico XII._

1513 = 1515.


Le rivoluzioni che avevano agitata l'Italia negli ultimi dieci anni, e
le crudeli guerre che l'avevano insanguinata, potevano per la maggior
parte attribuirsi al violento ed impetuoso carattere di Giulio II, ed a
quell'accanimento con cui teneva dietro al compimento de' suoi progetti,
o delle sue vendette. Le sue passioni confondevansi a' suoi occhi co'
principj da lui adottati, ed egli si era fatti dei doveri conformi alla
sua ambizione. Quasi tutti i progetti da lui formati avevano un lato
nobile e generoso; abbastanza elevati erano i suoi pensieri, abbastanza
disinteressati i suoi desiderj, per giustificare la sua condotta ai
proprj occhi; e malgrado le criminose violenze con cui ne affrettò
l'esecuzione, Giulio II non era affatto indegno degli elogj che gli
furono prodigati dal cardinale Bellarmino, dall'annalista della Chiesa
Rainaldi, e dagli altri apologisti della santa sede[312].

  [312] _Bellarminus de Potest. sum. Pont. in tempore, c. II, apud
  Raynald. Ann. 1513, § 12, p. 134._

Giulio II, che non poteva soffrire veruna opposizione, veruna
resistenza, e che spingeva agli ultimi eccessi il dispotismo delle sue
volontà, nutriva per altro in massima, rispetto ed amore per la libertà:
voleva assicurare quella dell'Italia, non sapeva soffrire l'idea di
vedere questa contrada signoreggiata dagli stranieri, ed il suo più
ardente desiderio era quello di liberarla dal giogo de' barbari,
siccom'egli chiamava tutti gli oltremontani. Conosceva altresì il prezzo
della libertà civile: aveva tentato di restituire l'indipendenza alla
repubblica di Genova, e di salvare quella di Venezia, sebbene fosse
stato egli il primo ad adunare il turbine che l'oppresse: aveva
rispettata la libertà di Bologna e delle altre città dello stato della
Chiesa, dalle quali avea scacciati i tiranni, ed alle quali avea
cominciato a rendere un'amministrazione repubblicana sotto la protezione
della santa sede. Vero è che, scontrando in queste città qualche
opposizione, la sua collera non aveva più confini; che ravvisava
nell'opposizione una ribellione, e puniva all'istante la città rubella,
togliendole quella libertà, che le aveva data, e che egli risguardava
come il primo de' beni.

Avea concepita un'altissima stima degli Svizzeri, perchè vedeva in essi
un popolo libero, guerriero e docile alla sua voce; e siccome le loro
montagne cuoprono un'importante parte de' confini dell'Italia, aveva
concepito il progetto, degno d'un animo elevato, di costituirli custodi
della libertà italiana. Aveva contribuito alla deposizione del
gonfaloniere Piero Soderini, perchè nel bollore della sua collera non
poteva condonargli nè il suo attaccamento alla Francia, nè l'asilo dato
al concilio di Pisa; ma egli non aveva altrimenti acconsentito che i
Medici riducessero Firenze in servitù, ed altamente biasimava il
cardinale Giovanni d'essere entrato nella sua patria circondato di
picche e di alabarde, e d'avere con armi straniere fondata la tirannide
della sua casa. Dichiarava di non avere avuto mai intenzione di dar mano
allo stabilimento d'una nuova tirannide, e che anzi il voto del suo
cuore era di rovesciarle e di distruggerle ovunque si trovavano[313].

  [313] _Jac. Nardi, l. VI, p. 265._

Ma sebbene Giulio II fosse riuscito ne' suoi progetti assai più
felicemente che non poteva sperarsi dai calcoli ordinarj della politica,
e sebbene il suo impetuoso carattere, confondendo i suoi avversarj e
prevenendo i loro disegni, gli fosse spesse volte tornato più utile che
non la stessa prudenza, di modo ch'egli aveva dilatati i confini della
Chiesa più che verun altro de' suoi predecessori, egli era stato non
pertanto cagione di tante disgrazie, aveva fatto versare tanto sangue, e
chiamate in Italia tante barbare nazioni, nell'istante medesimo in cui
pretendeva di combattere per liberarla, che la di lui morte venne
risguardata come una pubblica felicità; ed i cardinali, i Romani,
gl'Italiani, e tutti i popoli della Cristianità desideravano egualmente
che il suo successore non fosse a lui somigliante. Egli era vecchio, e
perciò preferivasi un giovane pontefice; era turbolento, impaziente,
collerico, e si cercò colui che l'amore per le lettere, per i piaceri,
per una vita epicurea, faceva credere d'una tempra affatto diversa da
quella di Giulio II. Egli non aveva mai sofferti nè consiglj, nè
opposizione, onde si cercò di porre il suo successore prima d'eleggerlo
sotto la tutela di tutti gli altri cardinali, e di vincolare la potenza
papale coi giuramenti e colle convenzioni. Ma questo tentativo, tante
volte rinnovato ne' conclavi, era sempre tornato vano; ed il nuovo papa
mai non ommetteva d'abolire colla sua plenipotenza il giuramento emesso
quand'era cardinale. Le convenzioni giurate dopo la morte di Giulio II
dai venticinque cardinali, adunati per eleggere il suo successore, non
ebbero un più felice risultamento, e l'annalista della Chiesa non riputò
necessaria cosa il registrarle ne' suoi annali[314].

  [314] _Fr. Guicciardini, l. XI, p. 32. — Parisii de Grassis Diarium
  curiæ Roman. apud Raynald. Ann. 1513, § 13, p. 134._

Terminati i funerali di Giulio II, i ventiquattro cardinali, che si
trovavano in Roma si chiusero il 4 di marzo in conclave. Sebbene
Giovanni de' Medici fosse immediatamente partito da Firenze, trovandosi
egli affetto da un ascesso, e costretto a viaggiare lentamente in
lettiga, non giunse a Roma che il giorno 6, e fu l'ultimo ad entrare in
conclave. Il cardinale Raffaele Riario, nipote di Sisto IV, essendo
inallora decano del sacro collegio, e nello stesso tempo il più ricco e
meglio provveduto d'ecclesiastiche dignità, da principio aveva aspirato
alla tiara. Ma le sue personali qualità e la memoria dello zio non erano
tali da ottenergli molti suffragj; egli fu bentosto escluso.

L'influenza delle famiglie principesche d'Italia aveva fatti introdurre
nel sacro collegio alcuni giovani cardinali, i quali, d'ordinario vinti
dalla deferenza loro verso il capo della propria famiglia, poca parte
aver potevano nelle decisioni del corpo cui appartenevano. Ma la
violenza e l'austerità del vecchio Giulio II aveva accresciuto
grandemente il credito della gioventù; onde per la prima volta si vide
formarsi nel conclave una fazione di giovani cardinali. Alfonso
Petrucci, figliuolo del signore di Siena, era uno de' più attivi e
zelanti di questo partito, e non tardò ad averne una mala ricompensa.
Giovanni de' Medici, che inallora non contava che trentasette anni, era
il più giovane di tutti coloro sui quali i giovani cardinali potevano
decentemente riunire i loro suffragj. Nè tale scelta ripugnava a molti
de' più attempati cardinali, i quali, in mezzo alle turbolenze ed ai
pericoli d'Italia, risguardavano come sommamente vantaggioso allo stato
della Chiesa l'avere per sovrano il capo della repubblica fiorentina, ed
il far causa comune colla Toscana.

Ma il cardinale Soderini, che meritamente godeva grandissima opinione
nel sacro collegio opponevasi con tutti i suoi amici all'esaltazione del
capo della famiglia de' suoi nemici. Perciò i partigiani del Medici si
adoperarono caldamente per riconciliare queste due famiglie. Offrirono
al cardinale Soderini, quale prezzo del suo suffragio, di richiamare da
Ragusi il gonfaloniere Soderini, di accordargli un asilo in Roma, di
riporlo nel godimento di tutti i suoi beni sequestrati in Firenze, e di
unire la sua famiglia a quella de' Medici con un matrimonio. Queste
proposizioni furono accettate e religiosamente eseguite, e l'elezione
del Medici fu assicurata nel conclave di giovedì sera, 10 marzo. Per
altro i cardinali non procedettero alla formalità de' suffragj che il
giorno 11, ed al cardinale Giovanni fu data l'incumbenza dello spoglio
dello scrutinio che lo dichiarava papa. Egli prese il nome di Leone
X[315].

  [315] _Parisii Diar. Rom. ap. Rayn. Ann. 1513, § 13, 14, 15, p. 134.
  — P. Giovio Vita di Leon X, l. III, p. 152. — Fr. Guicciardini, t.
  II, l. XI, p. 32. — Fr. Belcarii, l. XIV, p. 408._

Il Medici non era ancora che diacono, e fu d'uopo ordinarlo prete prima
di coronarlo come papa; questa cerimonia si eseguì il 15 di marzo; poi
fu consacrato il 17, e coronato il 19 in san Pietro. Si dovettero
affrettare queste funzioni a motivo della settimana santa; ma Leone X
non volle rinunciare ad una più solenne coronazione, la quale richiedeva
lunghi apparecchi. Ebbe questa luogo l'11 d'aprile a san Giovanni di
Laterano, la quale chiesa viene considerata come la propria vescovile
de' papi. Il Medici aveva scelto il giorno anniversario della battaglia
di Ravenna, nella quale era stato fatto prigioniero dai Francesi, e
montò in questa cerimonia il cavallo di cui si era valso nella
battaglia[316].

  [316] _Acta Sinodalia et Par. de Grassis, apud Rayn. 1513, § 20, p.
  136. — Jac. Nardi, l. VI, p. 271._

Si potè conoscere in questa coronazione quanto fosse mutato lo spirito
della corte di Roma. Giulio II serbava tutte le entrate dello stato per
la guerra, ed aveva ridotti all'estrema economia tutti gli altri rami
della pubblica amministrazione; aveva proscritti nella sua corte ogni
lusso ed ogni pompa, ed anche in mezzo alla guerra non aveva lasciato di
ammassare danaro per l'esecuzione de' più vasti suoi progetti; onde
lasciò, morendo, trecento mila fiorini in danaro sonante, che il di lui
successore trovò nel tesoro, ottanta mila fiorini che i cardinali
spesero o si appropriarono durante l'interregno, oltre le pietre di
grandissimo valore, colle quali avea arricchita la mitra, detta il
_triregno_. Per lo contrario Leone X, salendo sul trono, volle
sorprendere il popolo collo splendore della sua magnificenza, e poca
cura prendendosi della guerra in cui la Chiesa trovavasi allora
impegnata, o forse supponendo inesauribili i rinvenuti tesori, consumò
cento mila fiorini nelle sole feste della sua coronazione. In questa
cerimonia fece portare il gonfalone della Chiesa dal duca Alfonso
d'Este, e parve in tal modo presagire la di lui riconciliazione colla
santa sede[317].

  [317] _Jac. Nardi, l. VI, p. 272. — Fr. Guicciardini, l. XI, p. 33.
  — P. Giovio Vita di Leon X, l. III, p. 156. — Id. Vita d'Alfonso, p.
  95. — Par. de Grassis Diar. apud Raynald. 1513, § 20, p. 136._

Tosto che Leon X si trovò seduto sul trono, rivolse le sue prime cure
alla propria famiglia, onde arricchirla coi beni della Chiesa. Era morto
appunto in quest'epoca, il 9 aprile, Cosimo de' Pazzi, arcivescovo di
Firenze. Leone diede quest'arcivescovado a suo cugino Giulio, allora
cavaliere di Rodi, e figliuolo naturale del vecchio Giuliano. In
settembre lo creò cardinale, e poco dopo legato di Bologna. Accordò in
pari tempo la porpora ad Innocenzo Cibo, figliuolo di sua sorella, a
Bernardo Bibbiena, suo segretario, ed a Lorenzo Pucci, protonotaro
apostolico e creatura de' Medici. Non permettendo i canoni di conferire
le alte dignità ecclesiastiche ai bastardi, Leone accordò una dispensa a
suo cugino, prima di nominarlo arcivescovo di Firenze; ma quando si
trattò di farlo cardinale s'appigliò all'espediente di far deporre con
giuramento al fratello della madre di lui e ad alcuni religiosi, ch'ella
era stata sposa di Giuliano[318].

  [318] _Jac. Nardi, l. VI, p. 276. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p.
  313._

La notizia dell'elezione di Leon X venne accolta in Firenze con
trasporti di gioja non solo dai partigiani de' Medici, ma ancora dagli
antichi repubblicani; o sia che sperassero, che i nuovi progetti che
formerebbe Leone, come capo della Chiesa, farebbero diversione al piano
che egli aveva di già formato per ridurre in servitù la sua patria, o
sia che i vantaggi del commercio ed i favori che potevano sperare dalla
corte di Roma, facessero loro dimenticare gl'interessi della libertà.
«Io ben intendo,» disse il genovese Lomellini osservando le feste de'
Fiorentini, «come voi, non avendo ancora veduto verun vostro cittadino
diventare papa, possiate rallegrarvi di questa nuova dignità; ma quando
avrete l'esperienza de' Genovesi, saprete quai tristi effetti producano
così fatte grandezze nelle città libere[319].»

  [319] _Jac. Nardi, l. VI, p. 272._

Vero è che inallora Firenze aveva pochi diritti al nome di città libera.
Appunto nell'epoca in cui il cardinale de' Medici mettevasi in via per
recarsi al conclave in cui fu eletto, una lista coi nomi di diciotto in
venti giovani, conosciuti pel loro patriottismo e pel loro amore di
libertà, cadde di tasca a Pietro Paolo Boscoli, e fu portata al tribunal
criminale, detto la _magistratura degli otto_. Il tribunale credette di
ravvisarvi l'indizio d'una cospirazione per assassinare Giuliano e
Lorenzo; tanto più che il Boscoli era già tenuto di vista per alcune
imprudenti espressioni. Costui fu posto alla tortura, e così pure
Agostino Capponi ed altri molti, il più ragguardevole de' quali era
senza dubbio Niccolò Macchiavelli, stato di già spogliato nel precedente
novembre dell'impiego di segretario di stato da lui lungo tempo
occupato[320].

  [320] _Filippo Nerli Comm., l. VI, p. 123. — Vita di Macchiavelli,
  p. 166._

La violenza de' tormenti inflitti ai prevenuti non istrappò loro di
bocca veruna confessione di cospirazione, ma molti confessarono d'avere
sparlato del presente governo, e d'averne desiderato lo scioglimento.
Tanto bastò per condannare alla morte Boscoli e Capponi, facendo
eseguire la sentenza all'indomani della partenza del cardinale verso di
Roma. Gli altri, tra i quali contavansi Niccolò Valori, Giovanni Folchi,
Guccio Adimari, Niccolò Macchiavelli, Bonciani e Serragli, furono
relegati in diversi luoghi[321].

  [321] _Jac. Nardi, l. VI, p. 268. — Gio. Cambi, t. XXII, p. 5. —
  Comm. del Nerli, l. VI, p. 123. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 312._

Questi terribili rigori delle creature de' Medici diedero occasione a
Leon X di cominciare il suo regno con un atto di clemenza, facendo
liberare tutti gli accusati, richiamando tutti gli esiliati per titolo
di congiura, e stendendo questo favore a tutti i Soderini ch'erano stati
precedentemente rilegati[322]. Nello stesso tempo fece sentire ai
Fiorentini i benefici effetti della sua protezione nelle relazioni de'
loro vicini. Alcune dispute di confini nelle vicinanze di Barga erano
state cagione in luglio ed in agosto del 1513 d'ostilità tra i
Fiorentini ed i Lucchesi: Leon X si fece mediatore tra le due
repubbliche; ma con arbitramento del 12 ottobre obbligò la più debole a
restituire ai Fiorentini Pietra Santa e Mutrone, fortezze che i Lucchesi
avevano usurpate in tempo della guerra di Pisa; ed a tale condizione
fece sottoscrivere un'alleanza perpetua fra le due repubbliche[323].

  [322] _Jac. Nardi, l. VI, p. 272. — Gio. Cambi, t. XXII, p. 8. —
  Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 313._

  [323] _Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 314. — Gio. Cambi, p. 27, 31._

Tostocchè si ebbe in Lombardia la notizia della morte di Giulio II,
Raimondo di Cardone si era avvicinato a Piacenza, poi a Parma, ed aveva
persuase queste due città a darsi al duca di Milano[324]. Sebbene queste
fossero state occupate da Giulio II senza verun diritto, Leon X non fu
appena salito sul trono pontificio, che ne riclamò la restituzione,
determinato a non volere permettere che in tempo della sua
amministrazione si smembrassero gli stati della Chiesa, o piuttosto
pensando già fin d'allora a formare con queste nuove conquiste della
santa sede uno stato per suo fratello Giuliano, o per suo nipote
Lorenzo[325]. Finchè non fu che cardinale, erasi mostrato nemico della
Francia, ed aveva con tutta la sua attività secondata la lega formata da
Giulio II contro quella corona. Perciò generalmente credevasi di vederlo
camminare sulle orme del suo predecessore; altronde le negoziazioni
cominciate, quando ancora non si prevedeva la morte di Giulio, avevano
avuto qualche risultamento prima che Leone avesse potuto decidersi.

  [324] _P. Giovio Vita d'Alfonso, p. 99. — Fr. Guicciardini, t. II,
  l. XI, p. 31._

  [325] _Lett. di Vettori a Macchiavelli, n.º 21, p. 63_, del 12
  luglio 1513.

Da un canto Ferdinando il Cattolico, il quale era troppo povero per fare
la guerra a proprie spese, era sempre inclinato a far cessare le
ostilità ai confini della Spagna, perchè non poteva farvi vivere le sue
armate a spese de' nemici. Cercava soltanto di lasciare aperta una via
alla fortuna; onde il 1.º d'aprile sottoscrisse ad Orthes, nel Bearn, la
tregua d'un anno colla Francia riguardo soltanto ai confini della
Spagna[326]. Stando al carattere che a Ferdinando attribuisce il
Macchiavelli, questo re, più astuto che accorto politico, si affidava
alla propria fortuna, e voleva compromettere i suoi alleati per far loro
sentire il bisogno che avevano di lui, aspettando intanto consiglio
dagli avvenimenti. Non pertanto la tregua da lui conchiusa era
totalmente vantaggiosa alla Francia, la quale trovavasi in libertà di
ricondurre le sue armate in Italia[327].

  [326] _Lettera familiare 17 di Macchiavelli a Francesco Vettori del
  mese di aprile del 1513. Opere, t. VIII, p. 47._

  [327] I motivi di questa tregua vengono discussi acutamente tra il
  Macchiavelli ed il Vettori, _t. VIII, p. 41 e segu. — Fr.
  Guicciardini, l. XI, p. 33. — P. Giovio Vita di Leon X, l. III, p.
  161. — Jo. Marianæ Hist. Hisp., l. XXX, c. 18, p. 329._

D'altra parte venne sottoscritto un trattato d'alleanza tra la Francia e
la repubblica di Venezia a Blois, il 24 marzo del 1513, da Andrea
Gritti, che di prigioniero era diventato ambasciatore. La negoziazione
tra queste due potenze risguardava le rispettive loro pretese sopra
province che più non erano possedute dalle parti contraenti, e che
trattavasi di togliere di mano ai loro nemici. I Veneziani, in
conformità de' primi articoli convenuti e del loro antico trattato colla
Francia, domandavano la Ghiara d'Adda e Cremona. I Francesi avrebbero
voluto ritenere queste province; ma all'ultimo acconsentirono a
prometterne la restituzione, però sotto la segreta condizione di
contraccambiarle poscia con Mantova, il di cui marchese fu dalla Francia
sagrificato alle convenienze del senato[328]. I Veneziani obbligavansi
ad entrare in campagna circa nella metà di maggio con ottocento uomini
d'armi, mille cinquecento cavaleggieri, e dieci mila fanti, mentre che
Lodovico XII invaderebbe nello stesso tempo la Lombardia con una potente
armata[329].

  [328] _Lettera del Vettori a Macchiavelli del 21 aprile 1513, t.
  VIII, p. 42._

  [329] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 36. Fr. Belcarii, l. XIV,
  p. 409. — Paolo Paruta della Stor. Venez., l. I, p. 19. — P. Jovii
  Hist., l. XI, p. 160._ — Dopo la lacuna che lasciano i sei libri
  perduti nel sacco di Roma, l'undecimo di Giovio comincia col
  pontificato di Leon X.

A tale oggetto Lodovico XII fece adunare a Susa, sotto il comando di
Lodovico de la Tremouille, mille dugento uomini d'armi, ottocento
cavaleggieri, ottomila landsknecht, che aveva condotti Roberto de la
Marck, signore di Sedan, ed i suoi due figliuoli, Fleuranges e Jametz,
ed otto mila avventurieri francesi. Il re non volle dare il comando di
quest'armata al vecchio maresciallo Trivulzio, cui però diede ordine
d'accompagnarla, per timore che la di lui manifesta parzialità pei
Guelfi non ispaventasse i Ghibellini e li riducesse ad una più ostinata
difesa[330]. In pari tempo Bartolommeo d'Alviano era giunto a Venezia
dopo essere stato posto in libertà dal re, il quale l'aveva sempre
tenuto prigioniere dopo la battaglia della Ghiara d'Adda. Il senato gli
diede il comando dell'armata che si adunava a San Bonifacio nello stato
di Verona. Per ultimo una flotta francese presentavasi a Genova, ove gli
Adorni ed i Fieschi si apparecchiavano ad assecondarla. Mentre che così
imponenti forze si accostavano contemporaneamente da tre diversi lati,
il vicerè don Raimondo di Cardone sembrava risoluto di non volersi loro
opporre: erasi ritirato sulla Trebbia, chiamandovi i pochi soldati che
guardavano Tortona ed Alessandria: avea apertamente manifestata la sua
intenzione di ricondurre la sua armata nel regno di Napoli; e, datone
avviso allo stesso maresciallo Trivulzio, si era infatti di già posto in
marcia; ma, avendo tra Piacenza e Firenzuola ricevute nuove lettere da
Roma, che per quanto pare lo rassicuravano intorno alle disposizioni del
papa, egli ritornò nella sua prima posizione[331].

  [330] _Fr. Guicciardini, l. XI, p. 36. — Mém. de Fleuranges, t. XVI,
  p. 116-119. — Mém. de du Bellay, l. I, p. 4 e 15. — Hist. de la
  Ligue de Cambray, vol. II, l. IV, p. 297._ — Questa spedizione non
  essendo riuscita, gli storici francesi diminuiscono le forze della
  loro armata.

  [331] _Fr. Guicciardini, l. XI, p. 37. — P. Jovii Hist., l. XI, p.
  161._

I soli Svizzeri attaccavano il loro amor proprio nazionale alla difesa
della Lombardia. Avevano chiesti al papa i soccorsi promessi dal suo
predecessore; ma Leon X non voleva ancora apertamente prendere parte
nella guerra, e mandò al cardinale di Sion quarantadue mila fiorini,
onde li desse agli Svizzeri come pagamento di un debito anteriore, e non
come un sussidio. Non perciò gli Svizzeri si astennero dallo scendere in
gran numero dalle loro montagne; si avanzarono fino a Tortona, ove
furono raggiunti dal duca di Milano, ed invitarono anche il Cardone ad
unirsi a loro coll'armata spagnuola. Avendo quel generale ricusato di
farlo, lo Sforza si ritirò coll'armata Svizzera a Novara, mentre che il
Trivulzio aveva occupate Alessandria ed Asti: nulla più si opponeva
all'armata francese che poteva liberamente portarsi sopra Milano, ed
infatti lo Sforza permise ai Milanesi di capitolare colla Francia.
Sacramoro Visconti, ch'egli aveva lasciato in Milano con cent'uomini
d'armi, fece spiegare sulle mura le bandiere della Francia, ed
acconsentì che fosse vittovagliato il castello sempre occupato dai
Francesi[332].

  [332] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 38. — Fr. Belcarii, l.
  XIV, p. 410. — Mém. de Fleuranges, l. XVI, p. 120. — P. Jovii Hist.,
  l. XI, p. 163._

L'entusiasmo scoppiato pochi mesi prima alla venuta dello Sforza, erasi
di già compiutamente spento. L'incapacità e la miseria del duca, e le
vessazioni degli Svizzeri avevano bentosto fatto comprendere ai popoli
quanto avessero a torto nudrite troppo lusinghiere speranze: onde le
città s'affrettavano d'alzare spontaneamente lo stendardo dell'armata
creduta più forte. Per mettere Parma e Piacenza al coperto
dell'invasione francese, il Cardone le restituì agli ufficiali del papa.
L'Alviano occupò Valeggio, Peschiera e Cremona, ed incaricò Renzo di
Ceri di entrare in Brescia, mentre Soncino e Lodi spiegavano le insegne
francesi; onde l'armata veneziana fu tosto in comunicazione colla
francese. Pure i progressi dell'Alviano non erano in Venezia veduti
senza inquietudine: si osservava che egli s'andava troppo allontanando
dalle province che più importava di difendere, tanto più che la
guarnigione tedesca di Verona aveva ricevuto alcuni rinforzi, ed
ottenuti diversi vantaggi alle spalle dell'armata veneziana[333].

  [333] _Fr. Guicciardini, l. XI, p. 40. — P. Paruta Stor. Venez., l.
  I, p. 26._

I Francesi, che così rapidamente andavano occupando le province perdute
nel precedente anno, non avevano per anco combattuto in verun luogo,
fuorchè nelle montagne di Genova. Dopo essersi seduto sul trono ducale,
Giano Fregoso aveva stretto con ardore l'assedio della Lanterna, nuova
fortezza, che nello stesso tempo signoreggiava il porto e la città di
Genova, e che i Francesi avevano sempre conservata. Un vascello, uscito
dai porti di Normandia, senza avere preso lingua in verun luogo, era
giunto in gennajo fino sotto la fortezza per vittovagliarla, e
cominciava a scaricare le munizioni che teneva a bordo, quando Emmanuele
Caballo, marinajo rinomato per la sua intrepidezza, domandò al doge una
galera, sulla quale fece montare i più risoluti volontarj; indi non si
curando delle palle di cannone che i Francesi facevano piovere sopra di
lui, andò, tostocchè fu a vista della Lanterna, a porsi tra il vascello
normanno e la fortezza; venne all'abordaggio della nave nemica, la
prese, e la condusse in trionfo nel porto[334].

  [334] _Uberti Folietæ Genuens. Hist., l. XII, p. 710. — P. Bizarri
  Sen. Pop. q. Genuens. Hist., l. XVIII, p. 433._

Ma quando in primavera le truppe di La Tremouille e di Trivulzio
cominciarono a dilatarsi nel Piemonte, una flotta francese presentossi
in faccia a Genova, mentre i fratelli Antoniotto e Girolamo Adorno,
aperti partigiani de' Francesi, si avvicinavano alla città con quattro
mila fanti. Il doge, per non trovarsi esposto nello stesso tempo
agl'interni ed agli esterni nemici, fece uccidere, mentre usciva di
senato, Girolamo Fieschi, il quale aveva di fresco co' suoi discorsi
dato a conoscere il suo attaccamento per la Francia. Questo assassinio,
che il doge aveva risguardato come un colpo da grande politico, fu
invece quello che lo perdette: il senato ed il popolo, risguardandolo
oramai con orrore, ricusarono di più difenderlo, ed i suoi soldati
furono nelle montagne battuti dagli Adorni. Suo fratello Zaccaria cadde
nelle mani de' Fieschi, che lo uccisero per vendicare il loro parente;
il signore di Prejan, che aveva il comando della flotta francese, non
trovò verun ostacolo per entrare in porto; Giano Fregoso ritirossi colla
sua flotta genovese alla Spezia, ed Antoniotto Adorno, riconosciuto da
Lodovico XII come suo luogotenente, fu nello stesso tempo proclamato
doge dal senato e dal popolo[335].

  [335] _Uberti Folietæ, l. XII, p. 712. — P. Bizarri, l. XVIII, p.
  435. — P. Jovii Hist., l. XI, p. 162._

Genova si era data ai Francesi; l'armata veneziana occupava la metà
dello stato milanese; La Tremouille e Trivulzio colle truppe francesi
occupavano l'altra, ed in tutto il ducato Massimiliano Sforza altro più
non aveva che Como e Novara. In quest'ultima città si era il duca unito
all'armata svizzera; ma tutto il mondo, vedendolo colà chiuso,
rammentava che i medesimi La Tremouille e Trivulzio avevano assediato in
Novara il padre di quel duca Sforza, che vi si difendeva adesso; ch'era
egualmente in mano degli Svizzeri, che l'avevano venduto ai Francesi, e
che molti di que' capitani e soldati, che circondavano il figlio,
avevano contribuito a tradire il padre. Queste vicine memorie
stringevano il cuore di spavento a Massimiliano, ed accrescevano fiducia
a La Tremouille; onde scriveva a Lodovico XII, che in breve farebbe
prigioniere il figlio nello stesso luogo in cui aveva fatto prigioniere
il padre[336].

  [336] _Fr. Guicciardini, l. XI, p. 42. — Jo. Marianæ Hist. Hisp., l.
  XXX, c. 20, p. 331._

Questa speranza aveva persuaso La Tremouille ad assediare Novara, invece
d'attenersi al consiglio d'Andrea Gritti, che avrebbe voluto che i
Veneziani uniti ai Francesi cacciassero, prima di null'altro
intraprendere, gli Spagnuoli di Lombardia, perciocchè inallora restando
gli Svizzeri senza cavalleria, senza artiglieria, senza equipaggi da
guerra, non potrebbero tenere lungamente la campagna[337].

  [337] _Paruta Ist. Venez., l. I, p. 35._

Si cominciò l'assedio di Novara, ed il signore de la Fajette, che
comandava l'artiglieria, piantò in pieno giorno le batterie contro le
mura, ed in quattro ore vi aprì una breccia capace di ricevere
cinquant'uomini di fronte; ma per scendere dalla breccia in città,
eranvi quindici piedi d'altezza. Intanto il generale svizzero fece dire
ai Francesi che non consumassero inutilmente la loro polvere, e che, se
pensavano di dare l'assalto, attaccassero pure la porta, poichè egli la
lascerebbe aperta. Infatti gli Svizzeri si accontentarono di fare
stendere alcuni lenzuoli a guisa di tende sì dietro la porta che dietro
la breccia, onde i nemici non vedessero le evoluzioni de' loro soldati,
e ricusarono di acconsentire alle inchieste di Silvio Savelli, di
Giovanni Gonzaga, d'Alessandro Bentivoglio e di Camillo Montani,
principali capitani dell'armata dello Sforza, i quali volevano scavare
una fossa dietro la breccia e dietro la porta, oppure fiancheggiare le
mura con terrapieni[338].

  [338] _Fr. Guicciardini, l. XI, p. 42. — P. Giovio Ist., l. XI, p.
  165. — Mém. de Fleuranges, t. XVI, p. 126._

Massimiliano aveva presso di sè in Novara gli Svizzeri d'Uri, Schwitz ed
Underwald, i quali, sotto gli ordini de' loro landamani, erano scesi
prima degli altri in Italia senza ricevere nè soldo, nè ingaggio. Si
avvicinava un secondo corpo composto delle milizie di Glaritz, Zug,
Lucerna e Sciaffusa; ed un altro di circa cinque mila uomini, colle
milizie di Berna e di Zurigo, si avanzava sotto gli ordini del capitano
Alt-Sax dalla banda de' Grigioni alla volta di Chiavenna[339].

  [339] _P. Jovii Hist., l. XI, p. 163._

I Francesi, apparecchiandosi a dare l'assalto, avevano di già fatto
stare tre giorni e tre notti i loro Landsknecht nella trincea, la quale
era finalmente abbastanza profonda per metterli al coperto
dell'artiglieria della città, quando furono avvisati dai loro
cavaleggieri che avvicinavasi il secondo corpo dell'armata svizzera, e
che desso cercherebbe d'entrare in Novara lo stesso giorno. Roberto
della Marck consigliava che si andasse ad attaccarlo in aperta campagna,
prima che giugnesse il terzo corpo, che non aveva per anco potuto
passare il Ticino; ma il Trivulzio giudicò più prudente consiglio
d'opporre la lentezza all'impeto degli Svizzeri. Bastava, egli diceva,
onde fossero forzati in breve a capitolare, d'intercettare i loro
convoglj, d'inquietarli colla cavalleria, di far loro soffrire la fame,
e di non venire a battaglia. Persuase a La Tremouille di portare il
campo francese due miglia addietro, alla Riotta, presso al fiume Mora,
in mezzo a' suoi proprj poderi, ed in un paese che egli conosceva
minutissimamente[340].

  [340] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 42. — P. Jovii Hist. sui
  temp., l. XI, p. 165._

I Francesi si allontanarono da Novara il 5 di giugno, alla volta del Po,
come se avessero voluto andare a Milano per la strada di Abbiategrasso.
Lodovico il Moro aveva derivato dall'Agogna un canale, chiamato la Mora,
che irrigava quella pianura in cui tutti si trovavano i vasti poderi del
Trivulzio; un piccolo bosco stendevasi lungo il canale da Novara fino
presso Trecase. I generali francesi si accamparono da principio alla
Riotta intorno ad un'abbazìa alquanto elevata; ma i Landsknecht
trovavansi su questo piccolo rialto esposti all'artiglieria della città,
ed una palla, entrata per la finestra, attraversò la camera stessa in
cui si adunava il consiglio di guerra. Perciò i generali scelsero
un'altra posizione intorno a Trecase. Il Trivulzio, per salvare questa
sua terra, aveva ottenuto che non vi entrassero le truppe. Il signore di
Sedan aveva inventata una specie di fortificazione portatile, che suo
figlio chiama: «un parco, fatto a guisa di scala, il quale era
maravigliosamente buono; dentro il parco stavano cinquecento archibugj a
miccia, e se si fosse potuto porre in assetto, forse la bisogna non
sarebbe andata come andò;» ma i Francesi in piena sicurezza non
pensarono a fortificarsi in quella prima notte[341].

  [341] _Mém. de Fleuranges, t. XVI, p. 119, 129, 130. — Mém. de
  messire Martin du Bellay seigneur de Langey, t. XVII, l. I, p. 17,
  18. — Mém. de Louis de la Tremouille, l. XIV, ch. XIV, p. 183, 190._
  Ma l'ultimo, che è lo stesso generale vinto, facendo la propria
  apologia, ha spesse volte avvertitamente confuse le date e gli
  avvenimenti. Le accuse de' Francesi contro il Trivulzio sembrano
  affatto prive di fondamento. Il recente biografo del Trivulzio, cav.
  Carlo Rosmini, dissimulò tali accuse invece di confutarle, come pare
  che avrebbe potute fare, _l. XI, p. 467_.

Intanto il secondo corpo degli Svizzeri, condotto dal capitano Jacob
Mottino d'Altorfio, e da Graf, borgomastro di Zurigo, entrò in Novara,
il 5 di giugno, senza avere trovata opposizione. Questi due capi,
informati della ritirata di La Tremouille, e sapendo che nello stesso
tempo valicava le Alpi il signore d'Aubignì con un corpo di cavalleria,
stimarono non doversi dar tempo ai Francesi d'allontanarsi, o di trarre
in lungo la guerra. Rappresentarono ai loro compagni d'armi, che il
nemico riposava in seno ad una temeraria sicurezza, e non sospettava
ch'essi osassero d'attaccarlo prima che giugnesse il capitano Alt-Sax
col terzo corpo; che tutta volta la gloria loro sarebbe più splendida,
se ottenevano la vittoria prima dell'arrivo de' loro compatriotti. Tutti
i capitani svizzeri, vinti dalle persuasioni di coloro ch'erano venuti
di fresco, ordinarono ai loro soldati di mangiare e di riposarsi qualche
tempo, e prima che facesse giorno, il 6 giugno del 1513, marciarono
verso Riotta e Trecase[342].

  [342] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 42. — P. Jovii Hist. sui
  temp., l. XI, p. 167. — P. Paruta Ist. Ven., l. I, p. 37._

Gli Svizzeri, nascosti dalle tenebre della notte e dal bosco che
stendevasi tra Novara ed il campo francese, s'avanzarono, contro il loro
costume, tacitamente, divisi in tre colonne, e giunsero presso il campo
nemico senz'essere scoperti: allora si diressero impetuosamente verso
l'artiglieria, senza lasciarsi sgominare da una vigorosa carica fatta da
Roberto della Marck alla testa di trecento uomini d'armi, e senza
ributtarsi nel vedere caduti molti loro capitani e perfino intere file
di soldati sotto il fuoco dell'artiglieria nemica. Avanzando sempre
intrepidi in mezzo a tanta strage, s'impadronirono delle artiglierie, e
le volsero contro i nemici da loro posti in fuga. La fanteria tedesca,
comandata da Fleuranges e Jametz, figliuoli di Roberto della Marck, era
il principale oggetto dell'odio e della gelosia degli Svizzeri, perchè
essa aveva preso il loro luogo nelle armate francesi: questa, essendo
attaccata con maggior furore, e coraggiosamente difendendosi, fece agli
Svizzeri grandissimo danno; ma furono altresì uccisi sul campo di
battaglia più della metà dei Landsknecht. La cavalleria francese,
raffrenata dai fossi, o imbarazzata in luoghi pantanosi, non agiva che
pochissimo contro gli Svizzeri; l'artiglieria era di già conquistata, e
adoperata contro i Landsknecht, de' quali i pochi superstiti, perduta
ogni speranza di salute, dovettero arrendersi alzando le loro lance.
Fleuranges e Jametz, gravemente feriti fin dal principio della
battaglia, erano ambidue caduti in mano ai nemici. Il loro padre con una
furiosa carica de' suoi uomini d'armi sgominò il battaglione che li
calpestava, fece rialzare i suoi figliuoli, il primo de' quali non aveva
meno di quarantasei ferite, e li fece portare sul collo de' cavalli de'
suoi soldati[343].

  [343] _Mém. de Fleuranges, l. XVI, p. 131, 136. — Fr. Guicciardini,
  t. II, l. XI, p. 44. — P. Jovii, l. XI, p. 169. — P. Paruta, l. I,
  p. 39._

Gli uomini d'armi francesi, che fino a quest'epoca erano stati
risguardati come la più valorosa soldatesca d'Europa, non avevano
sofferta altra così vergognosa sconfitta come questa nella battaglia di
Novara. La sorpresa, la perdita dell'artiglieria, la notizia divulgatasi
nel campo che una delle tre colonne svizzere era penetrata per di dietro
nel campo e che stava saccheggiando gli equipaggi, riempirono di terror
panico que' cavalieri fin allora così valorosi; non si vergognarono di
gettare le armi per non essere impediti nella fuga, e si disse che un
solo non aveva conservata la sua lancia dopo passata la Sesia. Se
Massimiliano Sforza avesse soltanto avuti dugento uomini d'armi per
inseguirli, avrebbe in quel giorno distrutta l'armata francese: ma gli
Svizzeri colla sola loro fanteria non potevano nè meno tentarlo.
Altronde si accerta, che, arrolandosi sotto le bandiere, giuravano di
non far grazia a colui che trovavano armato sul campo di battaglia e di
non seguire colui che si ritirava. L'azione non aveva durato che un'ora
e mezzo; e gli Svizzeri, dopo essersi tenuti alcune ore in buona
ordinanza, onde assicurarsi il possedimento del campo di battaglia,
condussero in trionfo in Novara ventidue pezzi d'artiglieria coi loro
cavalli d'attiraglio e tutti gli equipaggi. I Francesi perdettero circa
dieci mila uomini, la metà de' quali soltanto fu uccisa sul campo di
battaglia, e furono tutti Landsknecht. L'altra metà fu uccisa dai
contadini, e furono i fanti guasconi, che nella loro fuga, oppressi
dalla fatica e dalla fame, e disarmati, e sdrajati ne' campi o presso le
siepi, venivano trucidati senza difendersi[344].

  [344] _Fr. Guicciardini, l. XI, p. 45. — P. Jovii Hist., l. XI, p.
  171. — Epist. Leonis X ad Max. Sfortiam, apud Rayn. 1513, § 29, p.
  138. — P. Giovio Vita di Leon X, l. III, p. 163. — Fr. Belcarii, l.
  XIV, p. 413. — P. Paruta, l. I, p. 41._

I Francesi non osarono fermarsi in Piemonte, e ripassarono
immediatamente le montagne, malgrado le istanze d'Andrea Gritti, il
quale loro rappresentava, che quest'atto di viltà, assai più funesto che
la sconfitta, sarebbe cagione della ruina di tutti i loro amici in
Italia. Infatti tutte le città, che avevano spiegate le insegne
francesi, si affrettarono di mandare i loro atti di sommissione a
Massimiliano Sforza, redimendosi dal commesso errore con somme di
danaro, che furono distribuite tra gli Svizzeri. Don Raimondo di
Cardone, che aveva ricusato di partecipare ai pericoli della guerra, si
affrettò di raccogliere i frutti della vittoria. Staccò tre mila fanti
spagnuoli sotto gli ordini del marchese di Pescara per iscacciare, di
concerto con Ottaviano Fregoso, i Francesi e gli Adorni da Genova. Ma di
già la flotta francese, comandata da Prejean, aveva lasciata Genova; e
la flotta genovese, che poche settimane prima erasi ritirata nel golfo
della Spezia, si presentò nuovamente in faccia alla città. Gli Adorni
non vollero attirare sulla loro patria le calamità d'un assedio;
volontariamente rinunciarono alla loro autorità, ed abbandonarono la
città, seco portando i ringraziamenti del senato ed i voti del popolo;
mentre che Ottaviano Fregoso, ch'era assai più stimato dai suoi
compatriotti che non Giano Fregoso, cui egli veniva a rimpiazzare alla
testa dello stesso partito, fu eletto doge il 17 di giugno, e fece dai
Genovesi pagare ottanta mila fiorini al marchese di Pescara per le spese
della sua spedizione[345].

  [345] _Fr. Guicciardini, l. XI, p. 45. — P. Jovii Hist. sui temp.,
  p. 173. — Ejusd. Vita Ferdin. Davali Piscarii, l. I, p. 285. —
  Uberti Folietae Gen. Hist., l. XII, p. 713. — P. Bizarri, l. XVIII,
  p. 436._

Sacramoro Visconti, il quale aveva preso possesso di Milano a nome del
re di Francia, era uscito da quella città con settecento uomini d'armi
per raggiugnere il campo francese, ed era arrivato alle rive del Ticino,
quando udì il cannone della battaglia di Novara. Non tardò ad avere
avviso della sconfitta de' Francesi; onde, allontanandosi rapidamente,
andò a raggiugnere a Cremona Bartolomeo d'Alviano e l'armata veneziana.
Questi, che trovavasi a fronte degli Spagnuoli, udendo che il vicerè
aveva passato il Po il 13 giugno, non volle aspettare che le due armate
si riunissero contro di lui, e ritirossi subito sopra Verona colla
rapidità usata in tutte le sue operazioni; tentò, passando,
d'impadronirsi di quella città, e nello stesso giorno piantò le
batterie, aprì una breccia e diede l'assalto; ma non avendo avuto felice
riuscita, ritirò i suoi cannoni, continuò la sua marcia, e si accampò a
Tomba nel territorio di Vicenza[346].

  [346] _Fr. Guicciardini, l. XI, p. 46. — P. Jovii Hist., l. XI, p.
  172. — P. Paruta Ist. Ven., l. I, p. 44._

Intanto Raimondo di Cardone si avanzava senza incontrare opposizione
nelle province dall'Alviano abbandonate, e le trattava colla ferocia e
coll'avarizia proprie degli Spagnuoli, saccheggiando Cremona, levando
enormi contribuzioni sopra Brescia, Bergamo ed altre città, e guastando
le borgate ed i villaggi. L'Alviano, che sentiva l'impossibilità di
tenere la campagna contro tanti nemici riuniti, si chiuse in Padova, e
nello stesso tempo Gian Paolo Baglioni in Treviso, e Renzo di Ceri in
Crema; tranne queste tre città, tutto il rimanente della terra ferma
veneziana fu abbandonato al dilapidamento de' nemici[347].

  [347] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 47. — P. Jovii Hist., l.
  X, p. 173. — P. Paruta, l. I, p. 45 e 52._

Gli Svizzeri, che non avevano verun motivo di nimicizia contro i
Veneziani, non si curavano di attaccarli, limitandosi a stabilirsi nel
ducato di Milano, e levandovi contribuzioni grandissime; mentre che i
generali spagnuoli, facendo la guerra, quasi altr'oggetto non si
proponevano che quello di mantenere co' saccheggi i loro soldati. Tra
Ferdinando ed i Veneziani non sussistevano nè motivi di nimicizia, nè
dichiarazione di guerra; anzi il re di Spagna aveva recentemente offerta
la sua mediazione per riconciliare la repubblica coll'imperatore. Leon X
aveva ancor esso offerta la sua mediazione accompagnata dalle più
affettuose espressioni; ma nè l'uno, nè l'altro aveva ottenuto
l'intento, perchè Massimiliano non aveva voluto rinunciare a veruna
pretesa, e il senato veneto area sempre ricusato con eroica costanza
d'entrare in negoziazione, se l'imperatore non restituiva prima Verona e
Vicenza. Ma per lo meno queste amichevoli offerte non dovevano far
presumere vicine ostilità; perciò quando Raimondo di Cardone fece
avanzare la sua armata per unirla a quella dell'imperatore, e fare la
guerra in suo proprio nome, rendette visibile con tale condotta la
barbara indifferenza d'un condottiere, che ad altro non pensa che ad
arricchire i suoi soldati, senza prendersi pensiero se ciò accada con
danno de' nemici o degli amici. Ancora più amara riuscì ai Veneziani la
condotta di Leon X, il quale scelse quest'istante di contraria fortuna
per mandare i suoi uomini d'armi all'armata spagnuola, sotto gli ordini
di Troilo Savelli e di Muzio Colonna, bruttamente dimenticandosi che nel
lungo corso delle sue sciagure non aveva mai cessato d'essere beneficato
dalla repubblica, e di averle promesso riconoscenza[348].

  [348] _P. Paruta Ist. Ven., l. I, p. 49. — Fr. Guicciardini, l. XI,
  p. 49. — P. Jovii de Vita Ferdin. Davali Piscarii, l. I, p. 286._

Raimondo di Cardone andò ad unirsi all'armata imperiale a san Martino
presso Verona; e perchè non poteva attaccare i Veneziani che dicendosi
ausiliario di Massimiliano, si assoggettò in gran parte all'autorità del
cardinale di Gurck, il quale risiedeva in Verona, ed era il solo
luogotenente dell'imperatore in Italia. Questi annunciava sempre
vastissimi progetti, pei quali chiedeva frequenti sussidj a' suoi
alleati, e dissipando il danaro più sollecitamente che non l'aveva
ottenuto, trovavasi poi sempre inabilitato a mandare ad effetto ciò che
meditava. Le sue truppe mai non erano pagate; nè lo erano meglio quelle
di Ferdinando; onde le due armate dovevano vivere a carico delle
sventurate province veneziane, dove avevano portata la guerra. Il
marchese di Pescara aveva il comando della fanteria spagnuola, che
ammontava a quattro mila cinquecento uomini all'incirca; Jacopo Landau,
Giorgio di Frundsberg e Giorgio di Lichtenstein erano i capi de' pedoni
tedeschi, che erano tre mila cinquecento. La cavalleria, sotto gli
ordini di don Pedro de Castro, era composta di circa novecento
cavalieri, in gran parte truppa leggiere; e l'artiglieria consisteva in
dodici falconetti di bronzo. Tale era la forza di quest'armata, più
formidabile pel valore de' veterani ond'era principalmente composta e
per la virtù de' suoi capitani, che per il numero de' soldati[349].

  [349] _P. Jovii Hist., l. XII, p. 193. — Fr. Guicciardini, l. XI, p.
  51. — P. Paruta, l. I, p. 55. — Fr. Belcarii, l. XV, p. 417. —
  Herren Georgens von Frundsberg Kriegzsthathen, Buch I, f. 17._ Ediz.
  in foglio. Francoforte, 1568.

Il cardinale di Gurck volle che Cardone attaccasse Padova. Questa città,
risguardata dai Veneziani come l'ultimo loro baluardo, era ancora la
conquista che più d'ogni altra stava a cuore a Massimiliano; ma egli
l'aveva invano tentata con una poderosa armata, e ciò che non aveva
potuto ottenere con quasi cento mila uomini, non doveva meglio riuscire
ai suoi luogotenenti con otto in nove mila. L'assedio cominciò il 28 di
luglio. L'Alviano, per difendere Padova, aveva sotto di lui una numerosa
armata; un figlio del doge e molti gentiluomini veneziani vi si erano
con lui chiusi, e la città era una delle più forti che allora contasse
l'Italia. Il Cardone, esposto in ogni lato al fuoco delle di lui
batterie non poteva adunare quanti guastatori bastavano per iscavare le
trincee e porsi al coperto; e le malattie che sogliono regnare nelle
campagne umide e pantanose cominciavano a incrudelire nella sua armata;
onde il 16 agosto si vide costretto a levare l'assedio ed a ritirarsi a
Vicenza. Ma questo svantaggio raddoppiò la crudeltà de' soldati, i quali
si dispersero in quelle già così ricche campagne, e vi distrussero tutto
quanto ancora restava dell'antica loro opulenza[350].

  [350] _P. Paruta, l. I, p. 57._

Dopo avere alcun tempo continuati questi guasti, il vicerè volle poter
darsi il vanto d'avere diretta la sua artiglieria contro i palazzi di
Venezia. Condusse la sua armata fino alle rive della Laguna, vi bruciò
Mestre, Marghera e Fusina, e montò in batteria sulla riva alcuni pezzi
di cannone, le di cui palle percossero le mura del convento di san
Secondo. Questa bravata del generale spagnuolo cagionò ai Veneziani un
profondo dolore. Essi vedevano di giorno il fumo, di notte le fiamme de'
loro palazzi e de' loro villaggi, che gli Spagnuoli, i Tedeschi ed anche
i soldati del papa bruciavano con barbaro accanimento. Chiesero vendetta
all'impetuoso Bartolomeo d'Alviano, che a stento aveva acconsentito di
chiudersi entro le mura d'una città, e che vedendo i suoi soldati
animati dalla stessa sua collera, dal sentimento della loro forza e
dalla confidenza ne' loro capitani, si credette sicuro d'ottenerla[351].

  [351] _P. Jovii Hist., l. XII, p. 198. — P. Paruta, l. I, p. 60. —
  Fr. Guicciardini, l. XI, p. 53._

Gli Spagnuoli si erano troppo avanzati, eransi lasciati alle spalle la
Brenta ed il Bacchiglione coi loro infiniti canali, e due città, ognuna
delle quali conteneva un'armata. I contadini, scacciati dalle loro case,
spogliati de' loro averi, spesso maltrattati anche nella persona,
mostravansi apparecchiati a sagrificare le loro vite in servigio della
repubblica contro così feroci nemici. L'Alviano li chiamò a sè; fece
loro occupare le rive dei fiumi, le gole delle montagne, mettere ovunque
le loro vittovaglie in luoghi sicuri, e fortificare coi loro lavori i
varj trinceramenti che faceva occupare alla sua armata. Il Cardone, per
tirarsi dalla pericolosa situazione in cui si era posto, aveva presa la
strada tra Padova e Treviso. Giunto a Cittadella, poco lontano dalla
Brenta, aveva attaccato questo castello, ed era stato respinto. Ebbe la
stessa sorte, quando tentò poco al di sotto di passare la Brenta[352].

  [352] _P. Jovii Hist., l. XII, p. 196. — Ejusd. Vita Ferd. Davali
  Piscarii, l. I, p. 288. — P. Paruta, l. I, p. 64. — Fr.
  Guicciardini, l. XI, p. 54._

Finalmente la sua cavalleria leggiere, rinnovando gli attacchi nello
stesso luogo, mentre che il Pescara guardava il fiume tre miglia al di
sopra, riuscì ad ingannare la vigilanza dell'Alviano. Gli Spagnuoli
erano omai giunti sull'opposta riva della Brenta, ma non erano perciò
fuori di pericolo. L'Alviano si trovò bentosto sulla loro strada per
precluder loro la ritirata sopra Vicenza. Fece occupare Montecchio,
lungo la via della Germania, da Gian Paolo Baglioni, che giugneva allora
da Treviso. Collocò dell'artiglieria in tutte le vantaggiose posizioni,
e col rimanente dell'armata andò ad occupare ad Olmo un piccolo rialto
che pareva fortificato dalla natura, e che trovavasi due sole miglia
lontano da Vicenza a cavaliere della strada di Verona[353].

  [353] _Fr. Guicciardini, l. XI, p. 55. — P. Paruta, l. I, p. 68. —
  P. Jovii Hist. sui temp., l. XII, p. 197. — Ejusd. Vita Ferdin.
  Davali Piscarii, l. I, p. 289._

Erano gli Spagnuoli circondati da ogni banda; passarono la notte un
mezzo miglio lontani dai Veneziani alla portata della loro artiglieria,
e furono costretti di spegnere tutti i loro fuochi, perchè non
servissero di punto di mira ai nemici. Attaccare la posizione
dell'Alviano all'Olmo era un'intrapresa affatto disperata; essi vi
rinunciarono dopo averne conosciuti i pericoli; e la mattina del 7
d'ottobre volsero le spalle ai nemici, per prendere a traverso alle
montagne la strada di Bassano e di Trento. Di già avevano bruciata una
parte dei loro equipaggi, ed erano apparecchiati a perdere il rimanente,
e tutti i loro cavalli, riputandosi abbastanza felici, se potevano
giugnere colle loro armi in Germania. Siccome erano partiti senza
battere il tamburo e senza suonare le trombe, e che una densa nebbia li
copriva, l'Alviano tardò alquanto ad avvedersene: ma quando lo seppe, li
fece inseguire da Bernardo Antoniola, figliuolo di sua sorella, con un
corpo di cavalleria leggiere e due piccoli cannoni. Questi sgominò i
Tedeschi, che presero tutti la fuga, e non venne trattenuto che dalla
fanteria spagnuola colla quale il Pescara gli fece testa. Gli Stradioti,
sparsi in sui fianchi dell'armata, l'andavano stancheggiando nella sua
marcia; i contadini a migliaja scendevano dalle montagne, e senza
esporsi a verun rischio, ferivano i soldati coi loro archibugj: i carri
dell'equipaggio cominciavano ad intralciarsi ed a cagionare disordine
nella fanteria; anguste erano le strade, chiuse da fossi da tutti due i
lati, e la truppa che ritiravasi non aveva ancora fatte due miglia a
passo veloce, sebbene in buon ordine, che vide oltremodo cresciuto il
suo pericolo[354].

  [354] _Fr. Guicciardini, l. XI, p. 55. — P. Paruta, l. I, p. 75. —
  P. Jovii Hist. sui temp., l. XII, p. 198. — Ejusd. Vita Ferdin.
  Davali Piscarii, l. I, p. 290._

L'Alviano aveva determinato di non dare battaglia, ma soltanto
d'accrescere la confusione dell'armata nemica tenendola tribolata, di
spingerla tra le montagne, in luoghi sterili, ove le mancassero
assolutamente le vittovaglie, e sforzarla in tal modo a capitolare. Ma
Andrea Loredano, provveditore veneziano, che lo accompagnava, si fece a
dire, ch'era finalmente giunto l'istante di vendicare tutte le atrocità
commesse dagli Spagnuoli nel Padovano, che una vigorosa carica poteva
tutta distruggere l'armata nemica, poichè il confine tedesco non era
tanto lontano, che colla pazienza e colla sobrietà spagnuola questa
stessa armata non potesse arrivarvi anche senza viveri. L'impetuoso
Alviano lasciavasi facilmente persuadere, quando trattavasi di
combattere. Distribuì con molta intelligenza le sue truppe, e le
condusse contro il nemico; ma nè i talenti, nè il coraggio del generale,
nè il favore delle circostanze possono bastare, quando i soldati non
vogliono esporsi a verun pericolo. I fanti romagnuoli, comandati da
Naldo di Brisighella, che dovevano cominciare l'attacco, vennero
ricevuti dalla fanteria spagnuola coll'ordinario suo vigore; onde
gettarono bentosto le loro picche, e cominciarono a fuggire. Tutto il
rimanente dell'armata seguì così vergognoso esempio: lo stesso Alviano
fu strascinato dai fuggitivi, ed andò a chiudersi in Padova: la maggior
parte aveva contato di ricoverarsi in Vicenza; ma questa città chiuse le
sue porte, ed i fuggiaschi vennero uccisi sotto le sue mura, o sulle
rive del Bacchiglione, nel quale molti si annegarono volendolo passare a
nuoto. Tutti gli equipaggi dell'armata veneziana caddero in mano degli
Spagnuoli, come pure non pochi prigionieri, tra i quali Gian Paolo
Baglioni, Giulio, figlio di Gian Paolo Manfroni, e Malatesta di
Sogliano. Si rinvennero fra gli estinti Alfonso Muto di Pisa, Antonio
de' Pii e suo figliuolo Costanzo, Carlo di Montone, Meleagro di Forlì,
Francesco Sassatello, Sacramoro Visconti ed Ermes Bentivoglio. Il
provveditore Loredano, di già fatto prigioniere, fu ucciso da coloro che
vennero a contesa per la sua cattura. La totale perdita de' Veneziani si
valutò quattrocento uomini d'armi e quattro mila fanti[355].

  [355] _Fr. Guicciardini, l. XI, p. 56. — P. Paruta, l. I, p. 77. —
  P. Jovii Hist., l. XII, p. 199. — Ejusd. Ferd. Davali Piscarii Vita,
  l. I, p. 291. — Vita di Leon X, l. III, p. 171. — Jo. Marianae Hist.
  Hisp., l. XXX, c. 21, p. 334. — Fr. Belcarii, l. XIV, p. 419. —
  Georgens von Frundsberg Kriegzsthaten, B. I., f. 18._

Questa sconfitta non ebbe pei Veneziani le disastrose conseguenze che
potevano dapprima temerne; o sia perchè gli Spagnuoli, stanchi della
precedente campagna, non volessero di nuovo avventurarsi in un paese
nemico, o perchè la stagione delle piogge, che s'approssimava, rendesse
infatti pericolosa la continuazione della guerra in quelle basse terre.
Il Cardone ed il Pescara posero le loro truppe ai quartieri d'inverno in
Este ed in Montagnana fra le ridenti colline Euganee, che terminarono di
guastare. Prospero Colonna, che senza avere il primo rango nella loro
armata, gli aveva colla sua esperienza sottratti a molti pericoli, gli
abbandonò per passare nell'armata di Massimiliano Sforza, di cui ebbe il
comando; il senato veneto con una irremovibile costanza scrisse
all'Alviano di non disperare della salute della repubblica; e nello
stesso tempo gli mandò danaro per adunare una nuova armata[356].

  [356] _P. Jovii Vita Ferd. Davali, l. I, p. 292. — P. Paruta, l. I,
  p. 80._

Altronde dopo che i più potenti tra i sovrani che si disputavano il
possedimento dell'Italia, più non erano gl'Italiani, le principali
azioni militari più non erano ristrette al suolo d'Italia. Così ruinato
era il paese, che omai trovavansi a stento i viveri per le armate, e
riusciva ancora più difficile in sforzare le città a pagare grosse
contribuzioni. Il popolo era così calpestato, ed era stato così
barbaramente trattato, ch'egli stava sempre apparecchiato a ribellarsi;
ogni armata ben sapeva, che se aveva la sventura d'essere disfatta,
tutti i fuggiaschi verrebbero uccisi dai contadini. Perciò invece di
mandare da lontane parti soldati in Italia, e con loro munizioni, armi,
danaro e vittovaglie, le potenze rivali, le quali vedevano che la guerra
più non nudriva la guerra, cominciavano a trovare più comodo di
combattere in maggiore vicinanza della loro residenza[357].

  [357] _P. Jovii Hist. sui temp., l. XIII, p. 220._

In questo stesso anno i nemici della Francia l'avevano attaccata ne'
suoi proprj confini. Enrico VIII d'Inghilterra, in esecuzione del
trattato di Malines, conchiuso il 5 d'aprile col papa, coll'imperatore e
col re d'Arragona, aveva nel mese di maggio fatto passare la sua armata
a Calè, ed il 17 di giugno aveva assediata Terovane[358]. A
quest'assedio diede celebrità una nuova sciagura della Francia. Il duca
di Longueville, che comandava l'armata di Lodovico XII, volendo
introdurre soccorsi in Terovane, mandò il 16 d'agosto un corpo
d'Albanesi a gettare nelle fosse della città alcune munizioni ch'essi
avevano caricate sul collo de' loro cavalli, e nello stesso tempo aveva
fatti avanzare da un'altra banda i suoi uomini d'armi con ordine di
ritirarsi di galoppo, tostocchè vedrebbero gl'Inglesi, onde allontanarli
da Terovane. Ma questi cavalieri, che si scontrarono negl'Inglesi più
presto che non credevano, eseguirono con tanta sollecitudine l'ordine
del loro generale, che gli uni comunicando agli altri il terrore, tutta
l'armata fu posta in rotta. Il duca di Longueville, Bajardo, La Faiette
e Bussy d'Amboise, furono fatti prigionieri, sebbene non inseguiti che
da quattro in cinquecento cavalli. Questa sconfitta senza battaglia
conservò il nome di _giornata degli speroni_; cui il 22 agosto tenne
dietro la presa di Terovane, ed il 24 di settembre quella di
Tournai[359].

  [358] _Rymer Acta publica, t. XIII, p. 358. — Rapin Thoyras Histoire
  d'Anglet., t. XV, p. 63. — Fr. Belcarii, l. XIV, p. 421. — P. Jovii
  Hist. sui temp., l. XI, p. 176._

  [359] _Mém. de Fleuranges, t. XVI, p. 145. — Mém. de Martin du
  Bellay, l. I, p. 21. — Mém. du chev. Bayard, ch. LVII, p. 339-354. —
  Rapin de Thoyras Hist. d'Anglet., l. XV, p. 72. — Fr. Guicciardini,
  l. XII, p. 62. — P. Jovii Hist. sui temp., t. XI, p. 176._

La repubblica di Venezia non solo riceveva danno dalle sventure della
Francia, ma risentiva ancora i contraccolpi del disastro del re di
Scozia, alleato di Lodovico XII. Questo re, chiamato Giacomo IV, mosso
da un sentimento cavalleresco, aveva voluto fare una diversione a favore
del re di Francia, che vedeva avere sulle braccia quasi tutta l'Europa;
ma nella fatale battaglia di Flowden era stato ucciso il 9 di novembre
con mille dugento Scozzesi, tredici lordi, moltissimi baroni ed otto in
dieci mila soldati[360].

  [360] _Buchanani rer. Scot. Hist., l. XIII, p. 429. editio Trajecti
  ad Rhenum, 1697. — Robertson's History of Scotland, B. I, p. 38. —
  P. Jovii Hist. sui temp., l. XI, p. 178-186. — Fr. Guicciardini, l.
  XII, p. 64. — Fr. Belcarii, l. XIV, p. 425._

In pari tempo quindici mila Svizzeri erano entrati in Borgogna
accompagnati da Ulrico, duca di Wirtemberga, con un corpo di cavalleria
tedesca e di nobiltà della Franca Contea. Essi avevano assediato
Digione, ove La Tremouille si era valorosamente difeso sei settimane. Ma
quando questo generale conobbe che non poteva più lungamente resistere,
e che l'acquisto di Digione aprirebbe agli Svizzeri tutte le province
interne della Francia, si fece in settembre a trattare con loro
senz'esserne autorizzato dal re. Promise che Lodovico loro pagherebbe
quattrocento mila scudi d'oro, ch'egli evacuerebbe tutte le fortezze che
ancora occupava in Italia, e rinuncierebbe a tutti i suoi diritti sul
ducato di Milano. Per l'esecuzione di tali promesse, che pure non
lusingavasi troppo di vedere ratificate dal re, La Tremouille consegnò
per ostaggi il proprio nipote, il signore di Mezieres, figlio del
cancelliere di Francia, e quattro borghesi di Digione[361].

  [361] _Mém. de Louis de la Tremouille, ch. XV, p. 191-199. — Mém. de
  Fleuranges, p. 139. — Mém. du chev. Bayard, ch. LVII, p. 356. — Mém.
  de Martin du Bellay, t. XVII, l. I, p. 24. — P. Jovii Hist. sui
  temp., l. XI, p. 187. — Fr. Guicciardini, l. XII, p. 63._

A tante sventure s'aggiunse ancora la burrasca che il 15 d'ottobre
sorprese la flotta francese tra Calè ed Honfleur, e fece perire molte
navi[362]; e l'incendio di Venezia, cominciato accidentalmente, il 13 di
gennajo, nelle botteghe del ponte di Rialto, e che, spinto da gagliardo
vento, si estese sulla più popolata e mercantile parte della città.
Furono consumati due mila tra case e magazzini con tutte le ricchezze
che contenevano; e la repubblica, di già spossata da cinque anni
d'infelice guerra, perdette tanto in una sola notte, quanto avrebbe
speso in tutta una campagna[363].

  [362] _P. Jovii Hist. sui temp., l. XI, p. 190._

  [363] _Ivi, l. XII, p. 203. — Fr. Guicciardini, l. XII, p. 69. — P.
  Paruta Hist. Ven., l. II, p. 168._

Ma quegli stessi che fin allora avevano lavorato con tanto accanimento
per la ruina della Francia, cominciavano ad essere inquieti de' troppo
prolungati successi de' suoi nemici. Il papa non ignorava che Lodovico
XII aveva più volte proposto a Massimiliano di fare sposare sua figlia
Renata ad uno de' di lui nipoti, dandole in dote il Milanese. Di già
s'avvicinava l'istante in cui Carlo, il primogenito dei nipoti di
Massimiliano, riunirebbe le due immense eredità delle case d'Austria e
di Spagna. L'unione di tanti stati, che doveva distruggere ogni
indipendenza per la santa sede e per l'Italia, richiamava a dir vero
l'attenzione degli uomini assai meno che non sarebbesi creduto; tanto è
difficile il trasportarci col pensiero a tempi assolutamente diversi da
quelli che si hanno continuamente innanzi gli occhi. Ma senza fissare i
loro sguardi sopra un avvenimento così vicino, e che loro sembrava tanto
lontano, sentivano i politici dell'Italia, che l'assoluto abbassamento
della Francia li lasciava in balìa alla rapacità degli Spagnuoli, alla
brutalità dei Tedeschi, ed alla insolenza degli Svizzeri, che, più
formidabili di tutti gli altri, si erano di già renduto vassallo il duca
di Milano, e che non tarderebbero, vendendo la loro protezione agli
altri piccoli stati d'Italia, di tutti ridurli nel medesimo stato di
dipendenza[364]. D'altra parte le rivoluzioni accadute nello stesso
tempo nell'impero ottomano inspiravano grandissimo terrore a tutta
l'Europa: Selim aveva balzato dal trono suo padre, Bajazette II, l'11
aprile del 1512, ed aveva in appresso fatti perire i suoi fratelli e
tutti i loro figli. Sapevasi che il nuovo sultano non era meno valoroso
che crudele, ch'era amato dai soldati, che desiderava la guerra e che
aspirava a conquistare l'Italia, ove i Cristiani colle loro nimicizie si
erano inabilitati a resistergli. In fatti, se le provocazioni d'Ismaele
Sofì non avessero richiamato sulla Persia il turbine che minacciava
l'Europa, è verosimile che in tale epoca l'Italia sarebbe caduta in
potere dei Turchi[365].

  [364] Nelle lettere tra il Macchiavelli e Francesco Vettori, nelle
  quali si pongono in disamina gli avvenimenti che prevedevano, la
  successione di Carlo V, non è ricordata una sola volta come soggetto
  di timore, mentre che l'ambizione e l'onnipotenza degli Svizzeri
  occupano sempre questi due politici. _Macch. Lett. fam., N.º 16-39,
  p. 41-142._

  [365] _Alfonso de Ulloa Vita di Carlo V, l. I, f. 13 e 42. — P.
  Paruta Stor. Venez., l. II, p. 85. — Macchiavelli Lett. fam. passim.
  — P. Jovii Hist. sui temp., l. XIV, p. 256._

Finalmente Leone X pensò di proposito a porre l'Italia in sicuro da
tanti pericoli. La guerra di Massimiliano colla repubblica di Venezia
era il solo pretesto della continuazione delle ostilità: Leone, avendo
inutilmente cercato di riconciliare le due potenze, e non potendo
ridurre l'imperatore ad acconsentire a moderate condizioni, ottenne per
lo meno di essere dalle parti scelto per arbitro. I Veneziani
acconsentirono a rinunciare alla restituzione di Verona, purchè i
castelli di Gange e di Valeggio fossero loro lasciati, onde conservare
una comunicazione colle province situate al di là del Mincio. Dal canto
suo Massimiliano promise che si sospenderebbero le ostilità finchè
durerebbero le negoziazioni; ma i suoi ufficiali tedeschi, non
altrimenti che i generali spagnuoli, lungi dall'osservare la tregua, ne
approfittarono, abusandosi della sicurezza che questa inspirata ai
contadini, per ricominciare i loro saccheggj: il cardinale di Gurck
cercò di attraversare il negoziato, e riusciva farlo andare a
monte[366].

  [366] _P. Paruta Stor. Ven., l. I, p. 139. — Fr. Guicciardini, l.
  XII, p. 70._

In pari tempo Leon X si mostrò disposto a riconciliarsi colla Francia,
purchè Lodovico XII rinunciasse allo scisma ed alla protezione del
concilio di Pisa. Era questo talmente caduto in dispregio, che il
sostenerlo omai più non offriva verun vantaggio politico, mentre che
Anna di Bretagna, moglie di Lodovico XII, punto non dubitava che le
scomuniche della santa sede non dovessero produrre l'eterna sua
dannazione e quella di suo marito. Due de' cardinali che lo avevano
convocato, Bernardo Carvajale e Federico di Sanseverino, erano stati
fatti prigionieri in Toscana, mentre recavansi al conclave in cui fu
creato Leon X. Si erano questi umiliati innanzi a lui, avevano abbjurato
lo scisma, ed erano perciò stati ristabiliti nella loro dignità[367].
Pochissimi prelati trovavansi tuttavia adunati in Lione per servire alla
politica del re; ma la gran massa de' Francesi gli aveva in conto di
scismatici, ed essi stessi si credevano probabilmente colpevoli.
Finalmente Lodovico XII acconsentì ad abbandonarli. Con un atto firmato
a Corbia, il 26 d'ottobre, e letto nel concilio di Laterano nell'ottava
sessione, il 17 di dicembre, Lodovico rinunciò al conciliabolo di Pisa,
aderì al concilio di Laterano, e premise che sei de' prelati che avevano
seduto tra gli scismatici verrebbero similmente ad abbjurare in Roma a
nome di tutta la chiesa gallicana[368].

  [367] _Fr. Guicciardini, l. XI, p. 48. — P. Jovii Hist. sui temp.,
  l. XI, p. 190. — Par. de Grassis, t. IV, p. 47, ap. Rayn. Ann.
  Eccles., § 44, t. XX, p. 142._

  [368] _Fleury Hist. Eccl. Liv. CXXIII, § 128. — Ann. Eccl. Rayn.
  1513, § 61, p. 147, § 85, p. 154. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XI,
  p. 191. — Fr. Guicciardini, l. XII, p. 65. — Fr. Belcarii, l. XIV,
  p. 416._

Tosto che la Francia ebbe rinunciato allo scisma, Leon X si credette
autorizzato a riprendere verso di lei il carattere di comun padre de'
Cristiani, ed a non dare più soccorso ai di lei nemici. Cercò pure in
principio del 1514 di renderle più segnalati servigj, ed in particolare
a riconciliarla cogli Svizzeri: rappresentò ai cantoni tutta
l'estensione del pericolo cui si esponevano riducendo Lodovico XII a una
separata convenzione con Massimiliano, il di cui prezzo sarebbe
l'abbandono del ducato di Milano alla casa d'Austria; quanto la lunga
nimicizia degli Austriaci renderebbe, rispetto a loro, perniciosa
l'unione dell'Italia alla Germania sotto il dominio di quella ambiziosa
casa. Dall'altro canto Leon X voleva persuadere Lodovico XII a
ratificare la convenzione di Digione, rappresentandogli che se giammai
le circostanze diventavano più favorevoli, non troverebbesi imbarazzato
a far rivivere sul ducato di Milano i diritti, cui oggi volevasi che
rinunciasse[369].

  [369] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 66._

Nello stesso tempo Ferdinando aveva rinnovata per un altro anno la
tregua di Orthes tra la Francia e la Spagna; e per tal modo mancava
formalmente agl'impegni contratti con suo genero Enrico VIII; lo aveva
lusingato colla vana speranza delle conquiste da farsi in Francia, e lo
abbandonava poi quando si doveva ridurre la promessa ad effetto. Era la
terza volta dopo il cominciamento di questa guerra, che lo ingannava,
sagrificandolo alla privata sua ambizione. Enrico VIII, sdegnato di
vedersi ingannato così sfacciatamente da suo suocero, si mostrò disposto
a pacificarsi colla Francia. Era morta il 9 di gennajo del 1514 Anna di
Bretagna: Lodovico XII, rimasto vedovo, fece chiedere in matrimonio
Maria, sorella d'Enrico VIII, perchè servisse di arra ad una intera
riconciliazione tra la Francia e l'Inghilterra. La negoziazione fu
lunga; ma sospese le ostilità fino al 7 agosto del 1514; nel qual giorno
due trattati furono sottoscritti in Londra, uno per ristabilire la pace
tra la Francia e l'Inghilterra, e in questo la repubblica di Venezia fu
nominata tra gli alleati delle due corone, l'altro per regolare le
condizioni del matrimonio tra Lodovico XII e la principessa Maria[370].

  [370] _Rymer Acta publica, l. XIII, p. 413. — Rapin de Thoyras,
  Hist. d'Anglet., l. XV, p. 87 e seg. — Mém. de Bayard, ch. LVIII, p.
  358. — Mém. de Fleuranges, t. XVI, p. 154, 157. — Mém. de du Bellay,
  l. I, p. 27. — Fr. Belcarii, l. XIV, p. 429. — Fr. Guicciardini, l.
  XII, p. 73. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XIV, p. 289. — P. Paruta
  Hist. Ven., l. II, p. 146._

Così da ogni banda era sospesa la guerra ai confini della Francia:
imperciocchè, sebbene gli Svizzeri cercassero d'offendere questa corona
col più ingiurioso procedere, non uscivano per altro dalle loro
montagne. Lodovico XII, spossato dai rovesci del precedente anno, aveva
per questa campagna rinunciato a mandare un'armata in Italia, ancorchè
annunciasse gli apparecchi d'una nuova spedizione, per non iscoraggiare
del tutto i suoi alleati. Finalmente le fortezze, che i Francesi avevano
conservate in Italia, dopo essersi difese con eroico coraggio, furono
forzate di capitolare; quelle di Milano e di Cremona in giugno del 1514,
e la Lanterna di Genova soltanto il 26 d'agosto. Ottaviano Fregoso, doge
di Genova, per ridurre alla resa la guarnigione della Lanterna, che
aveva di già consumate le vittovaglie e le munizioni, le pagò ventidue
mila scudi di soldo arretrato: fece poscia spianare la fortezza,
affinchè nè un principe straniero, nè un altro doge, nè egli stesso,
potessero valersene per tenere la patria in ischiavitù[371].

  [371] _P. Jovii Hist. sui temp., l. XII, p. 201, 217. — Uberti
  Folietae Gen. Hist., l. XII, p. 715. — Petri Bizarri, l. XVIII, p.
  437. — Fr. Guicciardini, l. XII, p. 76._

La guerra omai più non facevasi che nel territorio della repubblica di
Venezia; ed anche colà l'esaurimento di tutte le potenze l'aveva ridotta
ad essere trattata con deboli armate, che mai non conducevano a fine
veruna strepitosa azione. Massimiliano, sempre egualmente incoerente,
sempre incapace di tener dietro ai suoi progetti con sufficiente
costanza per condurli a termine, o per abbandonarli quando vedeva
l'impossibilità di eseguirli, si ostinava a non fare la pace coi
Veneziani; pure egli non recavasi contro di loro personalmente, e non
mandava per questa guerra nè generali, nè soldati, nè munizioni, nè
danaro. Dopo la morte di sua moglie aveva formato il progetto
d'approfittare della prima vacanza della santa sede per farsi nominare
papa. Prometteva in tal caso di rinunciare alla corona imperiale in
favore di Carlo, suo nipote, ed impegnava Ferdinando il Cattolico a
favoreggiare questa bizzarra ambizione[372]. Nello stesso tempo i suoi
vassalli ed i suoi contadini tenevano viva la guerra ai confini dello
stato veneto. Alcuni baroni tedeschi, seguiti da alcune migliaja
d'uomini levati nelle milizie del vicinato, penetravano ora nel Friuli,
ora nella Marca Trivigiana; sorprendevano le piccole città, bruciavano i
castelli, guastavano le campagne, e tornavano bentosto ai loro focolari
dopo avere accresciuta la miseria e la disperazione degli sventurati
agricoltori, senza però in verun modo aver contribuito a terminare la
lunga lite del loro padrone[373].

  [372] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 65._

  [373] _Ivi, p. 69. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XII, p. 207. — P.
  Paruta, l. II, p. 90 e seg._

Tra i più attivi e crudeli vassalli di Massimiliano che trattavano
questa piccola guerra, si distinse Cristoforo, figliuolo di Bernardino
Frangipane; un giorno sorprese un villaggio del territorio di Marano, i
di cui abitanti avevano dato singolari prove del loro attaccamento alla
repubblica, e fece a tutti cavare gli occhi e tagliare l'indice della
mano destra[374]. Verun altro contribuì più di costui alla desolazione
del Friuli, veruno lo invase più frequentemente, commettendovi maggiori
guasti o crudeltà. D'altra parte diede motivo ad alcuni capitani
veneziani d'acquistarsi nome combattendolo, tra i quali ricorderò
Girolamo Savorgnano, che difese contro di lui Osofo, e Giovanni Vettori,
che all'ultimo lo fece prigioniere[375].

  [374] _P. Paruta, l. II, p. 91. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XII,
  p. 209._

  [375] _P. Paruta Ist. Ven., l. II, p. 102, 115. — Fr. Guicciardini,
  l. XII, p. 71. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XII, p. 208._

Bartolommeo d'Alviano, che aveva adunata una nuova armata a Padova ed a
Treviso, colla quale faceva testa a Raimondo di Cardone ed agli
Spagnuoli, otteneva sopra di loro piccoli vantaggi; e colla sua
risoluzione, colla prontezza e sagacità delle sue misure, avvezzò
nuovamente i soldati ad affrontare il pericolo, e loro ispirò
confidenza. Condusse parte della sua armata nel Friuli, sconfisse il
Frangipane, e gli fece levare l'assedio d'Osofo, indi tornò alla sua
stazione a Padova, prima che gli Spagnuoli avessero potuto approfittare
della sua lontananza. Anzi pochi giorni dopo sorprese gli Spagnuoli ad
Este, di cui s'impadronì, e nella quale trovò i loro magazzini;
all'ultimo sorprese ancora Rovigo, ove smontò quasi tutta la loro
cavalleria, facendo loro molti prigionieri. Sebbene schivasse sempre una
generale battaglia, dietro espresso ordine del senato, ottenne poco a
poco di distruggere quell'armata, ch'era stata si lungo tempo così
formidabile[376].

  [376] _P. Paruta Stor. Ven., l. II, p. 135. — Fr. Guicciardini, l.
  XII, p. 79. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XII, p. 214._

Renzo di Ceri sostenevasi sempre in Crema con una guarnigione veneziana;
e non solo vi si difendeva contro tutti gli attacchi de' nemici, contro
la fame e la peste, malgrado privazioni d'ogni genere; ma faceva inoltre
delle sortite per levare contribuzioni in tutte le vicine piazze, per
sorprendere i quartieri delle truppe di Massimiliano Sforza, per
occupare la stessa città di Bergamo, che dovette in appresso evacuare
per capitolazione; ed in queste province, separate dalla capitale dalle
armate nemiche, mantenne l'onore del nome veneziano e la confidenza
nella fortuna della repubblica[377].

  [377] _P. Paruta Hist. Ven., l. II, p. 137. — Fr. Guicciardini, l.
  XII, p. 79. — P. Jovii Hist., l. XII, p. 203._

Fino a tale epoca non si vedeva quale vantaggioso effetto avessero
prodotto le negoziazioni che Leon X manteneva tra la repubblica di
Venezia e Massimiliano, tra il re di Francia e gli Svizzeri; veruna
delle incominciate pacificazioni eransi ridotte a fine, ed omai si
cominciava a diffidare della di lui buona fede. In fatti nelle sue
lettere confidenziali, egli affrettava tanto più Lodovico XII ad entrare
quest'anno medesimo in Italia, quanto meno lo credeva disposto a tale
intrapresa[378]; lo assicurava del suo attaccamento agli interessi della
Francia, e faceva sposare a suo fratello, Giuliano, Filiberta di Savoja,
sorella della madre di Francesco I; insisteva intorno a questo
matrimonio, conchiuso il 10 maggio del 1513, ma che non si celebrò in
Torino che in febbrajo del 1515[379]; e nello stesso tempo mandava
Pietro Bembo in legazione a Venezia per persuadere questa repubblica a
staccarsi dalla Francia ed a riconciliarsi coll'imperatore e col re di
Spagna[380].

  [378] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 75._

  [379] _Guichenon, Hist. généal. de la maison de Savoie, t. II, p.
  179. — P. Giovio Vita di Leon X, t. III, p. 174. — Jac. Nardi, l.
  VI, p. 275._

  [380] _P. Paruta Stor. Ven., l. II, p. 140. — Fr. Guicciardini, l.
  XII, p. 77._

Il nuovo pontefice punto non si rassomigliava al suo predecessore, nulla
avendo di quel carattere severo, irascibile, implacabile di lui. Per lo
contrario aveva co' suoi familiari maniere affatto amene e graziose; la
protezione che accordava alle arti ed alle lettere, i beneficj che a
larga mano spargeva sui dotti, sui poeti, sugli artefici venivano
celebrati in tutta l'Europa con profusione di lodi. Ma d'altra parte
Leone non aveva nè la lealtà, nè l'elevato carattere di Giulio II. Tutte
le sue negoziazioni erano associate alla falsità ed alla perfidia;
sempre parlando di pace, ovunque soffiava il fuoco della guerra; ed i
popoli d'Italia, oppressi da tante barbare armate, non valevano a
risvegliare la di lui pietà, nè influivano sulla di lui condotta. La sua
ambizione non era minore di quella di Giulio II, e non poteva vestirla
agli occhi proprj con così rispettabili titoli. Non erano più
l'indipendenza dell'Italia, o la potenza della Chiesa, che dirigevano le
azioni del pontefice, ma solamente l'aggrandimento della propria
famiglia.

Aveva Leon X promesso a suo fratello Giuliano di formargli un illustre
stato, ed a tale condizione lo aveva persuaso a rinunciare a favore di
Lorenzo, figlio di Pietro de' Medici, alla direzione della repubblica
fiorentina. Aveva intenzione di formare per Giuliano una nuova sovranità
cogli stati di Parma e di Piacenza, ai quali voleva aggiugnere Modena e
Reggio, spogliandone la casa d'Este; perciocchè sebbene avesse da
principio prodigato al duca Alfonso le più lusinghiere promesse, sebbene
gli avesse, in occasione del suo coronamento, fatto tenere il gonfalone
della Chiesa, non aveva ancora rivocate le sentenze contro di lui
pronunciate dal suo predecessore. Gli aveva promessa la restituzione di
Reggio entro un determinato tempo; ma due volte era scaduto questo
termine, e due volte aveva mancato alla sua promessa. Finalmente aveva
fomentata una congiura dei Rangoni, gentiluomini modenesi, che in
settembre del 1514 avevano arrestato Vito Fürst, governatore imperiale
della loro città; e, mediante il pagamento di quaranta mila fiorini,
egli si era dall'imperatore fatto cedere il dominio di quella
città[381].

  [381] _Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 315. — P. Giovio Vita di Alfonso
  d'Este, p. 96. — Fr. Guicciardini, l. XII, p. 77._

Col mostrarsi affezionato alle case d'Austria e d'Arragona sperava Leon
X d'ottenere l'assenso loro per formare a favore di suo fratello una
sovranità cispadana, smembrandola dai ducati di Milano e di Ferrara; ma
i Veneziani gli facevano sperare l'ajuto della Francia per un progetto
di tutt'altra importanza, quello di collocare suo fratello sul trono di
Napoli, cacciandone il re d'Arragona. L'universale desiderio
degl'Italiani di scuotere il giogo de' barbari poteva in fatti
procacciare applausi a questo tentativo, e la vicendevole gelosia delle
potenze straniere, le quali non volevano lasciare ai loro rivali ciò
ch'esse erano forzate di abbandonare, poteva procurargliene l'appoggio.
I Medici portavano le loro speranze non solo a conseguire il regno di
Napoli per Giuliano, ma ancora ad avere il ducato di Milano per Lorenzo,
ed appoggiavano i loro politici calcoli alle profezie d'un monaco, di
cui mostravano una lettera, ch'esso, dicevano, aveva scritta dopo la sua
morte[382].

  [382] Questa lettera sottoscritta _Frate Angelo morto_ venne
  comunicata in Roma agli amici di Giuliano pochi mesi dopo l'elezione
  di suo fratello, _Jac. Nardi, l. VI, p. 276_. — Intorno alla
  proferta dei Veneziani può leggersi _Paol. Paruta Stor. Venez., l.
  II, p. 121._

Frattanto Leon X correva rischio di trovarsi preso dalle sue capziose
negoziazioni. Lodovico XII lo affrettava a dichiararsi, e ad appoggiarlo
nella spedizione che meditava per la campagna del 1515. Gli mostrava
come i Veneziani si andavano rialzando colla loro costanza dalle
sofferte perdite, mentre Bartolomeo d'Alviano, loro generale, ricuperava
con una serie di felici sebbene piccoli avvenimenti quella riputazione
che perduta aveva in due grandi sconfitte. Gli ricordava l'alleanza
ch'egli aveva recentemente conchiusa con Enrico VIII d'Inghilterra, e
che gli assicurava per la vicina spedizione i soccorsi di quella stessa
potenza che aveva fatta mancare la precedente. Faceva riflettere al
pontefice quanto sarebbe imprudente consiglio l'affidarsi alle promesse
di Ferdinando e di Massimiliano, de' quali non era meno nota la povertà
che la mala fede. Lo invitava a mettersi in guardia contro l'ambizione
di questi due principi, che aspiravano niente meno che al dominio di
tutta l'Italia; mentre ne' tempi in cui egli medesimo ne possedeva i due
più potenti stati, egli aveva rispettata l'indipendenza di tutti gli
altri. Nello stesso tempo non aveva Lodovico XII tenuti segreti
gl'inviti fattigli da Leon X di passare in Italia, ed aveva in tal modo
renduto il pontefice sospetto agli altri di lui alleati. Pareva giunto
l'istante in cui vedrebbesi il papa forzato a dichiararsi scopertamente,
e far conoscere chi avesse voluto ingannare, o il re di Francia, o gli
Svizzeri, o Massimiliano e Ferdinando, oppure i Veneziani[383].

  [383] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 80._

Ma l'inaspettata morte di Lodovico XII, accaduta il 1.º di gennajo del
1515 ritardò ancora per poco tempo una dichiarazione che sembrava
imminente. Lo sproporzionato matrimonio di questo monarca, in età di
cinquantaquattro anni, con una bellissima principessa di diciotto, venne
risguardato come cagione della sua morte. La breve malattia che
conducevalo al sepolcro aveva tutti i caratteri del rifinimento. In
tempo delle medesime feste delle nozze fatte in Abeville il 9 ottobre, e
continuate in Parigi per sei settimane con giostre e tornei, il re
trovavasi così debole, che rimase costantemente sul suo letto di riposo.
«A cagione di sua moglie, dice il leale servitore di Bajardo, aveva il
re mutata affatto la sua maniera di vivere, perciocchè invece che era
solito di pranzare alle otto ore, conveniva che pranzasse a mezzogiorno;
invece di porsi a letto secondo il suo costume alle sei ore della sera
spesso non si coricava che a mezzanotte, onde cadde infermo in sulla
fine di dicembre; dalla quale malattia non potendolo liberare veruno
umano rimedio, spirò il primo di gennajo seguente, dopo la
mezzanotte[384].»

  [384] _Mém. du chev. Bayard, ch. LVIII, p. 361. — Mém. de mess.
  Martin du Bellay, l. I, p. 37-39. — Mém. de Fleuranges, t. XVI, p.
  163. — Fr. Guicciardini, l. XII, p. 82. — Fr. Belcarii, l. XIV, p.
  433. — P. Jovii Hist. sui temp., l, XIV, p. 289._

Lodovico XII, che per alcuni mesi venne riconosciuto come re di Napoli,
e che regnò più di dieci anni sul ducato di Milano, dev'essere
considerato come uno de' sovrani d'Italia; ed il suo carattere non ebbe
che troppa influenza sui destini di questa contrada. Fu generalmente
accusato d'avarizia; ed infatti alienò gli Svizzeri, e per un risparmio
mal inteso e fuori di luogo fece spesso mancare i successi delle sue
armate. Pure quest'economia, sebbene eccessiva, fu quasi la sola virtù
che gli meritò l'onorato titolo di padre del popolo; perciocchè
risparmiò le imposte de' suoi sudditi più ancora che i proprj tesori.
Altronde non ravvisavasi in lui veruna di quelle qualità che si ammirano
ne' grandi uomini o ne' grandi re. Privo di forza di carattere, e di
spirito indeciso, era abitualmente condotto, ed aveva bisogno di
esserlo; ma non sapeva prendere per sue guide uomini a lui superiori. I
suoi favoriti erano quasi tutti deboli al pari di lui, la loro politica
quasi sempre male intesa, ed inoltre quasi sempre senza fede. Non meno
ambizioso che se la natura gli avesse dati i talenti d'un conquistatore,
mai non cessò di combattere pel possedimento del regno di Napoli e del
ducato di Milano, e perdette l'uno e l'altro per propria colpa, dopo
avere attirati sopra la Francia i più sanguinosi disastri[385]. Non meno
perfido, che se invecchiato fosse nello studio della politica, detta
macchiavellica, fu infedele a tutti i trattati, indegnamente tradì
l'amicizia de' suoi alleati, i Fiorentini, i Veneziani, il re di
Navarra, il duca di Ferrara, i Bentivoglio, i piccoli principi di
Romagna, ed il principe di Piombino. Fu il principale autore della lega
di Cambrai contro i Veneziani, suoi alleati; e questa perfidia
pareggiava quella cui erasi associato contro Federico, re di Napoli. Per
altro non era alla ragione di stato ch'egli sagrificava in tal guisa la
sua parola ed il suo onore; poichè ognuna di queste violazioni de'
trattati non era meno imprudente ed impolitica, che contraria alla buona
fede.

  [385] Noi abbiamo un papa savio, e questo grave e rispettato (la
  lettera doveva venire nelle di lui mani); un imperatore instabile e
  vario; un re di Francia sdegnoso e pauroso; un re di Spagna taccagno
  e avaro; un re d'Inghilterra ricco, feroce e cupido di gloria; gli
  Svizzeri bestiali, vittoriosi e insolenti; noi altri d'Italia
  poveri, ambiziosi e vili; per gli altri re io non li conosco. Lett.
  a Fr. Vettori del 26 agosto 1513 t. VIII, p. 88.

Quando Lodovico XII si trovò personalmente alla testa delle sue armate,
ed in particolare nella prima campagna contro i Veneziani, diede non
dubbie prove di crudeltà. Ma in mezzo alle battaglie i patimenti ed i
pericoli personali spengono tutti i più delicati sentimenti; e le
atrocità commesse contro il governatore di Peschiera e di suo figliuolo,
sono una minor prova della durezza del suo cuore, che il crudele
trattamento fatto al suo rivale, Lodovico Sforza. Egli lo tenne dieci
anni in una prigione o in una gabbia di ferro; gli negò la consolazione
inutilmente invocata d'avere libri e mezzi di scrivere nella sua
solitudine, e permise che morisse disperato, senza veruna distrazione,
senza verun alleviamento di spirito[386].

  [386] _P. Jovii Hist. sui temp., l. XIV, p. 289._ — Lodovico XII
  raccontando al Macchiavelli, allora in legazione presso di lui, la
  presa di Monselice, e la carnificina della guarnigione, che fu
  segnalata da orribili crudeltà, gli disse ridendo: «Io fui tenuto,
  anno, un mal uomo, quando nella giornata dove io era si ammazzò
  tanti uomini: adesso monsignore di Ciamonte sarà tenuto quel
  medesimo.» _Macchiav. Legaz. Lett. di Blois 29 luglio 1510, t. VII,
  p. 343._

Lodovico XII fece nascere lo scisma nella Chiesa. Visse lungo tempo
scomunicato, e tenne il suo regno sotto l'interdetto: ciò non pertanto
era superstizioso, e dopo di avere lungo tempo sagrificata la religione
alla politica, sagrificò l'una e l'altra alla bigotteria. La privata
dolcezza del suo carattere non merita maggiori elogj della sua condotta
pubblica. Il divorzio della prima moglie fu un insigne esempio
d'ingratitudine, di falsità, di disprezzo per ogni decenza. Non ebbe
altro motivo che l'amore da lui compito per la seconda, allora moglie di
suo cognato; e quando in età avanzata perdette anche quest'ultima,
consacrò appena qualche settimana alla di lei memoria, e chiese subito
la mano d'una terza sposa nel fiore dell'età, il di cui amore gli costò
la vita. Questa dal canto suo, per una specie di rappresaglia, non gli
recava che un cuore di già consacrato a Carlo Brandon, duca di Suffolck,
che sposò segretamente due mesi dopo la morte di Lodovico XII[387].

  [387] _Rapin Thoyras Hist. d'Anglet., l. XV, p. 98. — Mém. de
  Fleuranges, p. 169._



CAPITOLO CXII.

      _Francesco I assume il titolo di duca di Milano; passa le Alpi;
      batte gli Svizzeri a Marignano e conquista il Milanese;
      invasione di Massimiliano in Lombardia, e sua ritirata; diversi
      trattati che pongono fine alle guerre prodotte dalla lega di
      Cambrai._

1515 = 1517.


Alla morte di Lodovico XII, suo genero il duca d'Angoleme, primo
principe del sangue, salì sul trono di Francia sotto il nome di
Francesco I. Era egli nato il 12 settembre del 1494, e pronipote dello
stesso Lodovico, duca d'Orleans, figlio di Carlo V, di cui Lodovico XII
era nipote. Prese nello stesso tempo il titolo di duca di Milano, come
erede di Valentina Visconti, sua bisavola, e come nominato nelle
investiture accordate da Massimiliano, in conseguenza del trattato di
Cambrai[388]. L'Italia fu in qualche modo così avvisata, che il nuovo
monarca aspirava a ricuperare colla forza delle armi la sovranità ch'era
stata tolta al suo predecessore.

  [388] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XII, p. 82. — P. Jovii Hist. sui
  temp., l. XV, p. 290._

La Francia aveva avuta la felicità di vedere succedersi due monarchi
nati in privata fortuna, i quali portavano sul trono virtù, o talenti,
che la reale educazione non può sviluppare. Lodovico XII, che, come
principe del sangue, si era mostrato uomo debole e mediocre, si conservò
quale sempre era stato; ad ogni modo andò debitore alla sua ristretta e
spesso contraria fortuna delle abitudini di regolarità, d'economia, di
rispetto per la giustizia e di compassione per le miserie del popolo,
che gli fruttarono l'amore de' suoi sudditi. Francesco I era stato dalla
natura assai più favorito: era egli giovane di bella presenza, e di una
forza ed agilità singolari in tutti gli esercizj militari; la sua
affabilità, la gentilezza delle sue maniere e la sua generosità gli
guadagnavano il cuore di chiunque lo avvicinava. Finalmente era il primo
re francese che fosse stato liberalmente educato; amava le lettere, le
arti, la poesia, e le coltivava egli stesso non infelicemente. Sebbene
Lodovico XII, fuori di speranza d'aver figliuoli, lo risguardasse di già
come presuntivo erede della corona, e lo avesse perciò scelto per suo
genero, promettendogli Claudia di Francia, sua primogenita, la regina
Anna di Bretagna, non aveva permesso finch'ella visse che questo
matrimonio avesse effetto. L'odio che costei nudriva contro Luigia di
Savoja, madre di Francesco I, stendevasi anche sopra il di lei
figliuolo. Il matrimonio non si celebrò che in maggio del 1514[389]; e
fino a quest'epoca Francesco sostenne il peso dello sfavore, e quello
della necessità d'ubbidire.

  [389] _Mém. du chev. Bayard, c. LVIII, p. 360. — Mém de Fleuranges,
  t. XVI, p. 154-157. — Mém. de du Bellay, l. I, p. 28._

Le luminose qualità di Francesco I eccitavano l'attenzione dell'Italia,
che sentivasi minacciata dalle sue prime mosse, e rammentavasi che
Gastone di Foix, pervenuto alla stessa età con eguali talenti, ma con
minore potenza per farli valere, erasi di già renduto famoso con tante
vittorie. Frattanto i nemici della Francia, posti in guardia dagli
apparecchi di Lodovico XII, credettero di avere per la di lui morte
guadagnato, se non altro, una dilazione; sembrava loro affatto
inverisimile che il nuovo re volesse intraprendere una guerra straniera
ne' primi mesi del suo regno, allontanandosene prima d'avere avuto il
tempo di consolidare la propria autorità. Francesco I nulla omise che
convalidare potesse questa opinione, e sebbene portasse a quattro mila
lance il numero delle sue compagnie d'ordinanza, non annunciò
quest'armamento che come una misura di difesa[390].

  [390] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 83. — P. Jovii Hist., l. XV, p.
  294._

Infatti prima d'entrare in campagna, Francesco I voleva conoscere la
disposizione de' suoi vicini. Trovò ch'Enrico VIII, re d'Inghilterra,
non era meno di lui desideroso di rinnovare il trattato di alleanza
conchiuso col suo predecessore; e questo nuovo trattato fu soscritto a
Londra il 5 di aprile[391]. L'arciduca Carlo, sovrano de' Paesi Bassi,
si mostrò egualmente disposto a stipulare in Parigi, il 24 di marzo, un
trattato di alleanza in forza del quale prometteva di sposare Renata di
Francia, figliuola di Lodovico XII, e cognata di Francesco I, tostocchè
questa sarebbe nubile[392].

  [391] _Rymer Acta pubblica, t. XIII, p. 473, 475, 476._

  [392] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 83_. — Il trattato trovasi in
  Dumont t. IV. — _Mém. du chev. Bayard, ch. LIX, p. 364. — Mém. de
  Martin de Bellay, l. I, p. 43. — Fr. Belcarii, l. XIV, p. 436._

Ma d'altra parte Ferdinando il Cattolico non volle rinnovare la tregua
d'Orthes, se non a condizione che vi si comprendesse il Milanese, al che
Francesco non volle acconsentire. Massimiliano ricusò d'entrare in
negoziazioni; gli Svizzeri non vollero ricevere gli ambasciatori
francesi, quando non fossero apportatori della ratifica della
convenzione di Digione; il papa promise di tenersi neutrale, ma nello
stesso tempo negoziava segretamente con Massimiliano, con Ferdinando e
cogli Svizzeri, ed in luglio sottoscriveva un trattato di guarenzia per
il ducato di Milano[393]. I Veneziani dal canto loro riponevano ogni
speranza nei soccorsi della Francia; affrettavano il re a scendere in
Italia, mentre che l'assistenza loro poteva ancora essere efficace; e
rinnovarono con lui, il 27 di giugno, l'alleanza che avevano conchiusa
col di lui predecessore[394].

  [393] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 85. — Fr. Belcarii, l. XV, p.
  437. — P. Paruta Stor. Ven., l. III, p. 161._

  [394] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 84. — Mém. de Mart. du Bellay,
  l. I, p. 42. — Trovasi in trattato presso Leonard, t. IV. — P.
  Paruta stor. Ven., l. III, p. 150._

Il doge di Genova, Ottaviano Fregoso, era stato ricondotto in patria
dalle armi degli Spagnuoli e del papa, onde la lega contraria alla
Francia credeva di poter contare sopra di lui; pure ella non lo
accarezzava più di quello che fatto avesse il duca di Milano medesimo, e
mentre opprimeva questi colle contribuzioni, e continuamente lo
minacciava di cedere i suoi stati ad un altro, gli offriva nello stesso
tempo la signoria di Genova, a condizione ch'egli pagasse alla lega una
grossa somma di danaro; di modo che il Fregoso non ignorava che, sotto
la protezione del papa e del re di Spagna, la sua patria veniva in certo
modo posta in vendita al migliore offerente. Accolse dunque con piacere
le segrete proposizioni di Francesco I, che chiedeva la sua alleanza.
Conchiuse un trattato col contestabile di Borbone, che non doveva essere
pubblicato che dopo che le armate francesi sarebbero entrate in Italia;
allora il Fregoso doveva aprir loro i passaggi della Liguria, secondarle
con un determinato numero di fanti, e deporre il titolo di doge, per
assumere quello di perpetuo governatore di Genova a nome del re di
Francia[395].

  [395] _P. Jovii Hist. sui tem., l. XV, p. 292 e 503. — Fr.
  Guicciardini, l. XII, p. 87. — P. Bizarri Hist. Gen., l. XIX, p.
  445. — Uberti Folietae, l. XII, p. 717. — Fr. Belcarii, l. XV, p.
  439._

Finalmente a Francesco I restava un ultimo alleato in Italia, ma di
tutti il più debole, ed era il marchese di Saluzzo, che, spogliato di
tutti i suoi stati per cagione del suo attaccamento alla Francia, altro
più non conservava che la città di Revello, che dalla sua posizione per
altro alle falde delle montagne era renduta importante[396].

  [396] _Mémoir. de Bayard, ch. LIX, p. 365._

Ma Francesco primo contava meno sopra i suoi alleati che sulle proprie
forze della Francia, e sull'entusiasmo con cui questa apparecchiavasi a
secondare il suo giovane re nella prima di lui impresa. Volendo
Francesco cancellare la vergogna delle sconfitte di Novara e di
Guinegattes, ragunava la più poderosa armata che fin allora fosse stata
condotta in campagna da un re di Francia. Riunì nel Delfinato duemila
cinquecento lance francesi, il fiore di tutta la nobiltà francese; e
perchè la gelosia di questa casta teneva in Francia disarmato il terzo
stato e lontano da ogni militare esercizio; e perchè d'altra parte le
ultime guerre avevano fatta sentire la decisiva importanza
dell'infanteria, quand'essa presentava o la massa impenetrabile e
coperta di picche degli Svizzeri, o l'agilità unita alla costanza degli
Spagnuoli; Francesco I si procurò ventidue mila Landsknecht per far
testa agli Svizzeri, e dieci mila Baschi da opporsi agli Spagnuoli.
Erano i primi sotto il comando del duca di Gueldria, del capitano
Tavannes, la di cui gente, che ammontava a sei mila uomini, chiamavasi
la banda nera, del duca di Suffolck, del conte di Volff-Brandeck, e di
Michele di Openberg[397]. L'avarizia di Ferdinando, che mai non aveva
voluto pagare la taglia del suo illustre capitano Pietro Navarro, fatto
prigioniero nella battaglia di Ravenna, somministrò ai Francesi un
eccellente capo per formare l'infanteria basca. Il Navarro, stanco di
così lunga prigionia, restituì a Ferdinando tutti i feudi che aveva da
lui ricevuti, entrò al servigio della Francia, e levò parte nel Bearn e
parte nel Delfinato i dieci mila uomini, cui egli diede la forma, la
disciplina e le armi colle quali la sua fanteria spagnuola erasi lungo
tempo distinta[398].

  [397] _Mém. de Fleuranges, l. XVI, p. 177. — Fr. Guicciardini, l.
  XII, p. 88. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XV, p. 295. — Fr.
  Belcarii Comm., l. XV, p. 438._

  [398] _Mém. de Mart. du Bellay, l. I, p. 47. — Anonimo Padovano
  presso Murat. ad an. 1515._

Raimondo di Cardone, dopo di avere minacciato il Vicentino, e forzato a
rinculare Bartolommeo d'Alviano, che aveva dal senato ricevuto espresso
ordine di non esporsi a formale battaglia, aveva ricondotta a Verona
l'armata spagnuola. Giuliano de' Medici, che suo fratello Leon X aveva
nominato gonfaloniere della Chiesa, adunava tra Piacenza e Reggio
un'armata composta di truppe pontificie e di truppe della repubblica
fiorentina. Finalmente gli Svizzeri si affrettavano soli di prevenire i
Francesi, occupando i passi delle Alpi. Avevano stabilito il loro
quartiere generale a Susa, ove tenevano di già un'armata di oltre venti
mila uomini, la quale custodiva le aperture delle due valli d'Exiles e
della Novalese, con tutte le gole del monte Cenisio e del monte
Ginevra[399].

  [399] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 88. — P. Jovii Hist. sui temp.,
  l. XV, p. 294. — Paolo Paruta, l. III, p. 158. — Fr. Belcarii, l.
  XV, p. 440._

D'altra parte l'armata di Francesco I occupava le spalle delle stesse
Alpi nel Delfinato, tra Grenoble e Briançon. Il passaggio del monte
Ginevra, pel quale i Francesi erano nelle precedenti guerre scesi in
Italia, veniva loro chiuso: ed il re giudicava impossibile di sforzare
gli Svizzeri in anguste gole, ove la sua cavalleria non poteva agire, e
dove il più piccolo ritardo avrebbe esposta la sua armata a perire di
fame. In tale stato di cose il maresciallo Trivulzio s'addossò il carico
di visitare le montagne, per informarsi da tutti i pastori intorno alle
strade per le quali l'armata francese potrebbe passare e prendere alle
spalle l'armata svizzera; s'attenne in ultimo a quella, che, dalle rive
della Duranza, conduce per Guillestre e per l'Argentiera alle sorgenti
della Stura, ed ai piani del marchesato di Saluzzo[400].

  [400] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 89. — P. Jovii Hist., l. XV, p.
  298._

Già era il 10 d'agosto, e più non si vedevano nevi nelle gole delle
montagne che si dovevano attraversare coll'artiglieria; ma verun'armata
non aveva fin allora penetrato in così alpestre valli, sconosciute
perfino dai condottieri di merci, e praticate solamente da alcuni
cacciatori di camozzi. L'intrapresa di condurvi un treno d'artiglieria,
tutti gli uomini d'armi francesi, e trenta mila pedoni, doveva dunque
sorprendere l'immaginazione. Da Grenoble l'armata erasi recata ad Embrun
per Vizille e la Mura. Colà provvedutasi di vittovaglie per cinque
giorni, penetrò nelle montagne pei villaggi di san Clemente e di
Crispino. Aveva lasciato a sinistra il monte Genievre, guadata la
Duranza, e trovata la sua prima stazione a Gilestre. Di là fu d'uopo
aprirsi col ferro una strada a traverso alla rupe di san Paolo, che
chiudeva il passaggio: questo si eseguì il secondo giorno, e l'armata
andò a passare la notte a Barcellonetta. Il terzo giorno si doveva
valicare la catena centrale delle Alpi, quella che, tra Barcellonetta e
l'Argentiera, divide le acque che scendono nel Rodano da quelle che
vanno nel Po. Qua e là dovevansi far saltare degli scogli per aprirsi la
via, o gettar ponti a traverso ai precipizj, o innalzare sull'erta delle
montagne lungo i precipizj delle gallerie di legno. Settantadue grossi
pezzi d'artiglieria dovevano passare per questa strada colla colonna
centrale dell'armata, la cavalleria pesante e gli equipaggi; ed in oltre
due mila cinquecento pontonieri e zappatori, raccolti in corpo e pagati
come la fanteria, i quali dovevano aprire le strade; ma lo zelo dei
semplici soldati era ancora più efficace; essi strascinavano
l'artiglieria invece dei cavalli, e mostravano altrettanta avvedutezza e
destrezza che coraggio per superare le inudite difficoltà che loro
opponeva la natura. La terza stazione dell'armata fu ne' villaggi di
Larchia e di Ehergia. L'armata era omai giunta nella valle della Stura;
ma la montagna di Piè di Porco gli chiudeva tuttavia il passaggio: essa
la superò il quarto giorno, ed il quinto si trovò in Lombardia nelle
pianure del marchesato di Saluzzo[401].

  [401] _P. Jovii Hist. sui temp., l. XV, p. 298. — Mém. de
  Fleuranges, p. 178. — Mém. de Louis de la Tremouille, c. XVI, p.
  200. — Fr. Guicciardini, l. XII, p. 90. — Fr. Belcarii, l. XV, p.
  441._

Mentre la colonna del centro teneva questa strada, continuamente
lottando con pericoli e con difficoltà che verun altro generale non
aveva per anco tentato di superare, altre divisioni dell'armata tenevano
le strade della Dragoniera, di Rocca Perotta e di Cuneo, senza mai
scontrarsi negli Svizzeri, che con tanto vantaggio avrebbero potuto
vietarne il passaggio.

Con una di queste divisioni La Palisse era stato incaricato di portarsi
da Briançon a Villafranca, e di là per Sestrieres alle sorgenti del Po.
Egli formava in tal modo l'ala sinistra di tutta l'armata francese, e
siccome colui che trovavasi più vicino agli Svizzeri, era altresì quegli
che più particolarmente copriva l'artiglieria. Bajardo, Humbercourt e
d'Aubignì camminavano con questa divisione. Bajardo ebbe avviso che
Prospero Colonna, capitano generale del duca di Milano, aveva il suo
quartiere a Carmagnola, alle falde di quelle stesse montagne, e seppe
inoltre che, sebbene la strada di Rocca Sparviera non avesse mai veduti
cavalli, era non pertanto praticabile. Bajardo e La Palisse risolsero di
sorprendere il generale nemico. Al Colonna riuscì in quest'occasione
dannoso il suo circospetto carattere; perchè non potè credere possibile
ciò ch'egli medesimo non avrebbe osato di tentare. Infatti egli non
aveva verun sospetto dell'avvicinamento de' Francesi; pure era partito
da Carmagnola per Pignerolo la mattina medesima del 15 agosto, giorno in
cui, attesa la sollecitudine usata, La Palisse e Bajardo avevano sperato
di sorprenderlo nella prima di queste due città: ma, avvisati della sua
partenza, gli tennero dietro di galoppo. Il Colonna, che aveva con lui
trecent'uomini d'armi, alcuni cavaleggieri, e molti cavalli di rimonta,
erasi trattenuto a Villafranca per desinare. Non volle dar fede alle sue
spie che vennero a partecipargli l'imminente arrivo de' Francesi. Il
corpo di guardia, posto all'ingresso di Villafranca, vedendo venire il
nemico volle chiudere le porte; ma due uomini d'armi francesi, che
avevano preceduta la compagnia, si precipitarono avanti con sì grande
impeto, che uno di loro riuscì a cacciare la sua lancia tra le imposte
della porta che si chiudeva, ed a tenervela finchè sopraggiunsero i suoi
camerata. Prospero Colonna, sorpreso, non potè fare veruna resistenza e
fu fatto prigioniere colla maggior parte dei suoi uomini d'armi, e più
di settecento cavalli[402].

  [402] _Mém. de Mart. du Bellay, l. I, p. 50. — Mém. de Fleuranges,
  p. 183. — Mém. du chev. Bayard, c. LIX, p. 368-374. — Pauli Jovii
  Hist., l. XV, p. 299. — Fr. Guicciardini, l. XII, p. 91._

L'Italia seppe nello stesso tempo la discesa dalle Alpi di un'armata
francese tanto formidabile, e la prigionia del suo più riputato
generale. Queste notizie scoraggiarono gli alleati, e li fece più
diffidenti gli uni degli altri; onde essi volsero tutte le loro cure a
cercare separatamente i mezzi di porsi al sicuro dal comune pericolo.
Giuliano de' Medici, sorpreso da una pericolosa febbre, aveva
abbandonata l'armata, per recarsi a Firenze, lasciandone il comando a
suo nipote Lorenzo. Leon X si affrettò di far dire a quest'ultimo di non
avanzarsi contro i Francesi, di non violare la neutralità, e di cogliere
il pretesto della rivoluzione di Guido Rangoni, per trattenersi nel
Modenese all'assedio di Rubiera. Nello stesso tempo spedì il suo
confidente, Cinzio di Tivoli, a Francesco I, per iscusare i suoi primi
passi, ed intavolare qualche negoziazione; ma questo emissario fu
arrestato dagli Spagnuoli, e le carte che gli si trovarono addosso
fecero conoscere a Raimondo di Cardone, cui furono rimesse, quanto poco
fondamento doveva fare sul papa[403].

  [403] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 92. — Jo. Marianae de reb.
  Hisp., l. XXX, c. XXVI, p. 343. — P. Jovii Hist., l. XV, p. 300._

Il Cardone aveva concentrato in Verona tutte le forze della Spagna, e
stava colà aspettando i soccorsi della Germania, che Massimiliano
prometteva sempre e non mandava mai. Altronde egli aveva fin allora
mantenute le sue truppe senza danaro a carico del paese ch'esse
guastavano, conciossiachè non si può dire che rifacessero la guerra.
Ferdinando non mandava verun sussidio; però nell'istante in cui avrebbe
dovuto porsi in cammino, il generale non poteva dispensarsi dal pagare
ai soldati almeno una parte de' soldi arretrati. Bartolommeo d'Alviano
gli si era di nuovo avvicinato, occupando colla sua armata il Polesine
di Rovigo; e, senza voler tentare la dubbia sorte di una battaglia,
riteneva gli Spagnuoli, loro non permettendo di andare ad unirsi agli
Svizzeri[404].

  [404] _P. Paruta, l. III, p. 167._

Gli stessi Svizzeri avevano con qualche perturbamento udita la notizia
del passaggio di Francesco I: eransi da principio avviati verso
Pignerolo con intenzione di liberare Prospero Colonna, ed avevano
costretto La Palisse a ripiegarsi sopra Fossano; ma quando seppero che
tutta l'armata, e lo stesso re alla testa della medesima avevano passate
le Alpi, chiesero una sospensione d'armi per ritirarsi a Vercelli, lo
che da Francesco, che ardentemente bramava di riconciliarsi con loro, fu
subito accordato. Nella loro ritirata saccheggiarono Chivasso e
Vercelli, ed infine si fermarono a Novara[405].

  [405] _P. Jovii Hist., l. XV, p. 361. — Fr. Guicciardini, l. XII, p.
  93. — Mém. de Fleuranges, p. 187. — Mémoir. de Martin du Bellay, l.
  I, p. 53._

Dopo il cominciamento della guerra gli Svizzeri si trovavano divisi in
due fazioni; gli uni, strascinati dal cardinale di Sion, implacabile
nemico della Francia, non volevano udire ragionamenti di accordo; gli
altri, i di cui principali capi erano Alberto della Pietra e Giovanni di
Diesbach, capitani de' Bernesi, e Giorgio di Super-Sax Valesano,
desideravano di riconciliarsi con una monarchia, che risguardavano come
la naturale amica della loro nazione; e si lagnavano, che si facesse
loro versare il più puro lor sangue per una contesa affatto straniera
alla svizzera. L'ambizione di coloro che volevano signoreggiare l'Italia
ed opprimere la Francia, era sproporzionata affatto colla loro forza, e
pareva loro che la Svizzera dovesse essere egualmente perduta, sia che
la Francia cessasse di esistere, o sia che la Francia vittoriosa volesse
vendicarsi de' suoi più prossimi vicini. Il timore, che inspirava
l'armata di Francesco I, consigliava gli Svizzeri a dare orecchio alle
persuasioni di Diesbach e di Alberto, che volevano che si accettasse la
mediazione loro offerta dal duca di Savoja, e dal bastardo di lui
fratello[406].

  [406] _Mém. de Fleuranges, p. 189._

Ma gli Svizzeri, che il giorno d'una battaglia si assoggettavano ad una
rigorosa disciplina, conservavano nelle loro armate, qualunque volta non
si trovavano in presenza del nemico, tutte le più focose abitudini
democratiche. I ragionamenti de' loro capi gli strascinavano a vicenda
ad estremi partiti. Gli uni, di già carichi di preda, desideravano di
trasportarla nelle loro montagne, altri domandavano la guerra, perchè
non avevano ancora nulla guadagnato; tutti si lagnavano, perchè i
quaranta mila ducati al mese, loro promessi dal papa e dal vicerè, mai
non giugnevano al campo. In un istante di mal umore saccheggiarono la
cassa del commissario pontificio, e di già si ponevano in cammino per
tornare nella Svizzera, quando arrivò il danaro. Allora si calmarono, e
si accamparono a Gallarate, ove aspettarono venti mila loro
compatriotti, che passavano le Alpi per raggiugnerli[407].

  [407] _P. Jovii Hist., l. XV, p. 320._

Frattanto il bastardo di Savoja ed il signore di Lautrec avevano seguiti
gli Svizzeri a Gallarate per continuare le loro negoziazioni; e perchè
questi offrivano danaro contante, mentre che gli alleati avevano di già
fatta conoscere la loro povertà, la maggior parte dei venti commissarj
svizzeri, nominati per trattare con loro, erano disposti ad un
accomodamento. Diffatti venne all'ultimo dalle due parti firmato un
trattato, in forza del quale gli Svizzeri acconsentivano che il ducato
di Milano tornasse alla Francia, non esclusi i piccoli distretti posti
al piè delle Alpi ch'essi avevano staccati, a condizione che Francesco
Sforza sposasse una principessa del sangue reale di Francia, e ricevesse
per appannaggio il ducato di Nemours, oltre una pensione di dodici mila
franchi. Dal canto suo il re promise di pagare in diversi termini
seicento mila scudi per la capitolazione di Digione, e trecento mila pei
villaggi conquistati, che gli Svizzeri restituivano. Ritornò ai cantoni
le antiche loro pensioni, e l'alleanza rinnovatasi tra di loro doveva
durare tutto il suo regno e dieci anni dopo la sua morte[408].

  [408] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 94. — P. Jovii Hist. sui temp.,
  l. XV, p. 304. — Mém. de Fleuranges, p. 189. — Mém. de Martin du
  Bellay, l. I, p. 53. — Fr. Belcarii, l. XV, p. 443._

Francesco I, premuroso di fare un primo pagamento agli Svizzeri, e di
porre in tal modo il suggello alla pace, richiese a tutti i principi e
gentiluomini di prestargli ciò che avevano in danaro contante ed in
vasellame d'oro e d'argento. Ciascuno non si serbò che quanto era
necessario pel proprio mantenimento di otto giorni: ed il danaro fu
mandato a Buffalora, ove il signore di Lautrec doveva consegnarlo ai
deputati della lega. La pace sembrava talmente sicura che il duca di
Gueldria, capitano di tutti i Landsknecht, ripartì a tutta fretta per
respingere un'invasione dei Brabantesi fatta ne' suoi stati; e quando
ebbe a Lione la notizia della battaglia di Marignano, cadde per
dispiacere pericolosamente infermo[409].

  [409] _Mém. de messire Martin du Bellay, l. I, p. 54._ — Partì il 10
  di settembre. _Mém. de Fleuranges, p. 195._

Frattanto Rosten[410], borgomastro di Zurigo, che per l'età e per la sua
sperienza militare era stato da' cantoni nominato generale di tutte le
loro truppe in Italia, arrivò da Bellinzona al campo, ch'erasi
trasportato a Monza, con una nuova divisione di venti mila uomini. Gli
Svizzeri, che prima si sentivano più deboli, credettero allora di avere
ricuperata la superiorità. I nuovi venuti non sapevano risolversi a
tornare in patria senza combattere; portavano invidia alle ricchezze
acquistate dai loro compagni, e dichiararono che giammai i cantoni non
acconsentirebbero alla restituzione delle podesterie italiane, secondo
portava il trattato. Invano i partigiani della Francia rappresentavano
quanto vergognosa cosa sarebbe il violare una convenzione così
solennemente stipulata; la maggior parte di quella moltitudine di
Svizzeri domandava la battaglia; essi proponevano, con due subiti
attacchi, d'impadronirsi del danaro ch'era stato portato a Buffalora, e
di sorprendere il re, che colla sua armata erasi avvicinato a poche
miglia di Milano. Alberto della Pietra e Giovanni di Diesbach, non
volendo prendere parte a quest'atto di mala fede, abbandonarono il campo
per tornare in patria, e con loro si posero in cammino sei in sette mila
de' loro commilitoni. Il signore di Lautrec, prevenuto a tempo da alcune
spie de' progetti degli Svizzeri, partì precipitosamente da Buffalora, e
pose in sicuro il danaro a lui affidato[411].

  [410] Il biografo di Frundsberg lo chiama Rösch, e dev'essere
  seguito di preferenza pei nomi tedeschi, _II Buch, f. 23._

  [411] _Mém. de Martin du Bellay, l. I, p. 54. — P. Jovii Hist., l.
  XV, p. 304. — Mém. de Fleuranges, p. 191._

Intanto l'armata francese aveva omai occupata la maggior parte della
Lombardia. Aymar di Prie con quattrocento lance e cinque mila fanti
erasi avvicinato a Genova, onde sollecitare Ottaviano Fregoso a
dichiararsi per la Francia; e questi aveva subito spiegate le bandiere
francesi, e rinforzata con quattro mila fanti l'armata d'Aymar di Prie,
che occupava tutto il paese a mezzogiorno del Po[412]. Dalla banda
settentrionale di questo fiume, il re si era avanzato da Vercelli verso
Novara, che non aveva fatto che una debolissima resistenza; indi,
passato il Ticino, si trattenne a Buffalora e ad Abbiategrasso, mentre
che Pavia gli apriva le porte, e che Gian Giacopo Trivulzio si avanzava
fino a quelle di Milano: quest'ultimo veniva incontrato da una
deputazione del popolo di questa città, la quale lo supplicava di non
compromettere, prima della battaglia, la capitale della Lombardia, che
trovavasi tra le due armate, e di astenersi dall'entrarvi per umanità, e
per riconoscenza dell'attaccamento dei Milanesi verso la corona di
Francia[413].

  [412] _P. Bizarri, l. XIX, p. 445. — Uberti Folietae, l. XII, p.
  717._

  [413] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 94._

Il cardinale di Sion trovavasi presso Raimondo di Cardone, che aveva
stabilito il suo campo al confluente dell'Adda e del Po. Quando seppe
che i suoi compatriotti avevano determinato di continuare la guerra,
sollecitò il Cardone ad unire la sua armata alla loro, e non lo potendo
ottenere, si recò egli presso gli Svizzeri a Monza, con Muzio Colonna,
Luigi di Pitigliano, quattro cento cavaleggieri ed alcuni uomini d'armi.
Gli Svizzeri non avevano altra cavalleria nella loro armata[414].

  [414] _P. Jovii Hist. sui temp., l. V, p. 305. — Fr. Guicciardini,
  l. XII, p. 95._

Il Cardone, dopo avere lasciate guarnigioni in Verona ed in Brescia,
andò ad unirsi a Piacenza a Lorenzo de' Medici con settecento uomini
d'armi, seicento cavaleggieri, e sei mila fanti. Dal canto suo il Medici
aveva sotto di sè settecento uomini d'armi, ottocento cavaleggieri e
quattro mila fanti. Queste due armate, riunite alle spalle de' Francesi,
erano abbastanza forti per tenerli inquieti; ma intanto l'Alviano aveva
passato l'Adige, e, rimontando la sinistra del Po fino a Cremona, era
venuto ad accamparsi in faccia al vicerè, che aveva di già apparecchiato
il suo ponte di battelli sotto Piacenza. L'armata veneziana, che sotto
gli ordini dell'Alviano contava novecento uomini d'armi, mille
quattrocento cavaleggieri e nove mila fanti, teneva in dovere tutte le
forze della Spagna, del papa e de' Fiorentini, e con così maestro
movimento agevolava ai Francesi il modo di sperimentare co' soli
Svizzeri la sorte della guerra[415].

  [415] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 95. — P. Jovii Hist. sui temp.,
  l. XV, p. 305. — Mém. de messire Martin du Bellay, l. I, p. 55. —
  Fr. Belcarii Comm., l. XV, p. 444._

Francesco I, per assicurare la sua comunicazione coll'Alviano e per
troncare assolutamente quella del campo spagnuolo cogli Svizzeri, era
venuto ad accamparsi a Marignano, posto sulla strada di Piacenza a
Milano, lontano trenta miglia dalla prima di queste due città, dieci
dalla seconda. L'Alviano occupava dieci miglia più in là di Marignano
Lodi verso Piacenza; onde il Cardone, dopo avere fatto passare il Po a
parte delle sue truppe, conoscendo l'impossibilità di avanzare, aveva
ripassato il fiume. Gli avamposti francesi stendevansi fino a tre miglia
presso Milano, a san Donato ed a santa Brigida; e gli Svizzeri, dopo
l'arrivo del cardinale di Sion nel loro campo di Monza, erano rientrati
in Milano in numero di circa trentaquattro mila uomini[416].

  [416] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 97. — P. Jovii Hist., l. XV, p.
  306. — Mém. de Louis de la Trémoille, c. XVI, p. 201. — Mém. du
  chev. Bayard, c. LX, p. 376._

Il 13 di settembre il cardinale di Sion fece battere il tamburo per
adunare tutti gli Svizzeri sulla piazza del castello di Milano. Egli vi
si era fatto innalzare un pulpito dal quale gli arringò, eccitandoli a
combattere per la santa Chiesa; conveniva, diceva egli, sorprendere il
re, vendicarsi in una sola volta di tutte le offese ricevute, ed
aggiugnere nuovi allori a quelli che avevano di già colti a Novara.
Nello stesso tempo fece dare un falso allarme da Muzio Colonna, che
rientrò precipitosamente in città, e chiese il soccorso di tutta
l'armata, come se fosse inseguito dai Francesi. Allora quegli stessi,
che fino a tal giorno erano stati per la pace, diedero di piglio alle
loro armi col medesimo impeto degli altri, onde non abbandonare i loro
compatriotti nell'istante del pericolo[417].

  [417] _P. Jovii Hist., l. XV, p. 308. — Mém. de Fleuranges, p. 190.
  — Paolo Paruta ist. Ven., l. III, p. 174._

Malgrado la nuova determinazione presa dagli Svizzeri i loro negoziatori
e quelli de' Francesi trovavansi tuttavia uniti a Gallarate; ed il re
era sempre di sentimento che sarebbesi fatta la pace; quando il tredici
di settembre, tre ore dopo mezzogiorno, il maresciallo di Fleuranges,
ch'era stato mandato verso Milano per osservare il nemico, e aveva
probabilmente cagionato l'allarme da cui il cardinale di Sion seppe
tirare partito, vide sortire dalla città tutta l'armata degli Svizzeri
al suono delle terribili trombette d'Uri e d'Underwald, che tenevansi in
serbo pei giorni di battaglia. Egli corse verso il re per avvisarlo di
armarsi e chiamare i Francesi a raccolta. Bartolommeo d'Alviano
trovavasi allora in conferenza nella tenda del re, che lo prese per
mano, e gli disse: «signor Bartolommeo, io vi prego di recarvi
sollecitamente alla vostra armata, e venite colla medesima il più presto
che potrete sia di giorno o di notte, dove io sarò, giacchè voi ben
vedete qual affare ho sulle braccia[418].»

  [418] _Mém. de Fleuranges, p. 193._

Il re, che non pensava di essere attaccato, non aveva presa a santa
Brigida una vantaggiosa posizione; la strada di Milano, per la quale era
ripartito il maresciallo di Fleuranges con dugento uomini d'armi, per
fare una carica contro gli Svizzeri, seguiva una retta linea ed era
fiancheggiata di fosse da ambedue le parti, di modo che la cavalleria
non poteva prendere i nemici di fianco, nè volteggiare intorno a loro.
Alcuni corpi di Landsknecht erano disposti al di là della fossa, ma non
potevano farvi che un debole servigio; altronde le lunghe negoziazioni
ch'essi avevano veduto trattarsi tra il re e gli Svizzeri, li teneva in
qualche diffidenza; temendo essi per avventura che il re gli avesse
abbandonati a quei formidabili nemici[419].

  [419] _Mém. de Louis de la Trémoille, c. XVI, p. 202. — Mém. de
  messire Martin du Bellay, l. I, p. 57. — Mém. de Fleuranges, p. 196.
  — P. Paruta Ist. Ven., l. III, p. 178._

Gli Svizzeri giunsero agli avamposti francesi quando omai non rimanevano
che due ore di giorno. Essi vanzavano sulla fronte dell'armata colla
picca abbassata, non ricorrendo a veruno studiato movimento, nè
altr'arte militare adoperando che la forza del corpo e la loro
intrepidezza. Essi marciavano contro l'artiglieria senza lasciarsi
spaventare dalle scariche delle batterie, che prendevano in pieno le
loro file; dopo la caduta de' loro commilitoni serravano di nuovo le
file ed avanzavano sempre. Gli uomini d'armi si scagliarono contro di
loro, condotti dal re alla testa de' gentiluomini della sua guardia.
Scriveva egli stesso a sua madre: «Da cinquecento e da cinquecento vi fu
fatta una trentina di belle cariche; e al certo più non si dirà che gli
uomini d'armi sono lepri armate; perciocchè a non dubitarne essi fecero
l'esecuzione[420].» Però questo corpo di cavalleria, che non poteva
tenere che la retta linea della grande strada ed attaccare gli Svizzeri
di fronte, veniva trattenuto dal bosco di picche, contro le quali esso
urtava. A misura che gli squadroni piegavano, gli Svizzeri, che mai non
si erano lasciati intaccare, s'avanzavano contro di loro in buon ordine.
Alcune migliaja di Landsknecht tentarono di passare la fossa per
prendere gli Svizzeri di fianco, ma vi perirono quasi tutti[421].

  [420] Lettera di Francesco I a sua madre dal campo di santa Brigida,
  il venerdì 14 di settembre, in seguito alle _Mém. de Martin du
  Bellay, t. XVII, p. 442-451._

  [421] _Mém de Fleuranges, p. 197. — Mém. de Bayard, c. LX, p. 377._

La prima batteria che venne attaccata dagli Svizzeri non era composta
che di sette pezzi di cannone, sotto il comando di Pietro Navarro: era
coperta da una larga fossa che veniva difesa da un corpo di fanteria
basca e guascona. Fu attaccata dal battaglione svizzero della gioventù
perduta, che era un corpo di giovani soldati scelti in tutti i cantoni,
che portavano il distintivo di alcune piume bianche sul capo, ed avevano
doppio soldo. Questi perdettero nell'attacco moltissima gente, ma
all'ultimo s'impadronirono della batteria[422].

  [422] _P. Jovii Hist. sui temp., l. XV, p. 310._

La luce del giorno era da molto tempo mancata ai combattenti, ma era
stata rimpiazzata da una chiarissima luna, e la pugna continuava. Ciò
nulla meno i capì più non potevano discernere l'andamento della
battaglia, nè dirigere le cominciate operazioni, e tutti separatamente
si battevano contro coloro che accidentalmente si trovavano a fronte. I
corpi francesi erano di già separati dagli Svizzeri, ma combattevano
ancora per conservare il posto che avevano preso. Dopo quattro ore di
notturna battaglia, la stanchezza ed il non conoscere la situazione de'
nemici fecero deporre le armi a tutti. Tutti rimasero al proprio luogo,
cercando di ricuperare col sonno le perdute forze[423].

  [423] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 310. — P. Jovii Hist., l. XV, p.
  311. — Paolo Paruta Ist. Ven., l. III, p. 180. — Mém. du chev.
  Bayard, c. LX, p. 378._

«Sopraggiunse la notte, dice Fleuranges, e gli Svizzeri cominciarono a
cacciare gli uomini d'armi da un canto e dall'altro; perciocchè più non
sapevano dove andassero, e venivano uccisi dovunque si trovavano. Nello
stesso stato erano i Landsknecht ed i fanti francesi, tutti smarriti
come gli altri. Il re si fermò presso l'artiglieria, e non aveva un uomo
a piedi presso di lui; e fece una carica con circa venticinque uomini
d'armi, i quali lo servirono maravigliosamente; e poco mancò che il re
non impazzisse, e vi giuro in su l'onor mio, che fu uno de' più valorosi
capitani della sua armata, non avendo mai voluto abbandonare la sua
artiglieria, e facendo intorno a sè ordinare il più di gente che poteva.
E gli Svizzeri furono assai vicini all'artiglieria, ma non la videro: ed
il detto re fece spegnere un fuoco ch'era vicino alla menzionata
artiglieria, perchè trovandosi gli Svizzeri vicini, non la vedessero
custodita da così poca gente. Ed il detto signore chiese da bere,
essendo molto assetato; e fuvvi un pedone che andò a prendergli
dell'acqua ch'era lorda di sangue, la quale fece tanto male al detto
signore, ch'era soverchiamente riscaldato, che lo costrinse a rigettare
tutto quello che aveva in corpo. Egli si coricò sopra un carro
dell'artiglieria per riposarsi alquanto, e sollevare il suo cavallo
ch'era malamente ferito. Aveva vicino un trombetta italiano, chiamato
Cristoforo, che lo servì assai bene, perchè gli si tenne sempre accanto,
ed il suono della sua tromba vinceva quello di tutte le altre del campo;
e perciò sapevasi ove stava il re, e la gente si andava ristringendo
verso di lui[424].»

  [424] _Mémoires de Fleuranges, p. 198._

E fu in tal modo che durante la notte si ragunarono circa venti mila
Landsknecht e tutti gli uomini d'armi nel luogo ove trovavasi il re
presso l'artiglieria. I capitani francesi, approfittando del breve
intervallo tra l'una e l'altra battaglia, ritiravano le batterie che
credevano troppo avanzate, le collocavano vantaggiosamente, rifacevano
la loro linea rotta in varj punti, e combinavano gli attacchi che la
cavalleria doveva tentare ai fianchi o alle spalle per rompere la
falange degli Svizzeri[425].

  [425] _Mém. de Fleuranges, p. 200. — Fr. Guicciardini, l. XII, p.
  100. — P. Jovii Hist., l. XV, p. 312._

Questi dal canto loro eransi riuniti al suono de' due corni d'Uri e
d'Underwald, che si udirono suonare tutta la notte. Il cardinale di Sion
loro aveva fatte portare vittovaglie da Milano, e i loro corpi
s'intendevano ancora senza vedersi. Il prelato aveva spediti corrieri in
varie parti per annunziare, dietro l'accaduto nel primo attacco, che gli
Svizzeri erano vittoriosi e l'armata francese disfatta[426].

  [426] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 100._

«Quando si fece giorno (il venerdì 14 settembre) ognuno si ritirò sotto
le proprie insegne, dice Martino di Bellay, e ricominciò la battaglia
più furiosa che la sera, di modo che io vidi uno dei principali
battaglioni de' nostri Landsknechts rinculare più di cento passi; ed uno
Svizzero, passando tutte le linee della battaglia, arrivò a toccare
colla mano un pezzo dell'artiglieria del re, ove fu ucciso; e senza la
cavalleria, che sostenne gran parte dell'urto svizzero, si era in
pericolo[427].» Ma malgrado l'intrepidezza degli Svizzeri, e
l'eccellente loro ordinanza, potevasi di già prevedere che il risultato
della battaglia non riuscirebbe loro favorevole. L'artiglieria francese
faceva orrendi guasti ne' loro battaglioni, ed ogni loro sforzo per
impadronirsene tornava vano. I replicati attacchi della cavalleria sui
loro fianchi, sebbene non li disordinassero, ne impedivano la marcia, e
loro uccidevano molta gente. «E cominciavano, dice Fleuranges, a girare
intorno al loro campo da ogni lato per vedere se potevano assalirli; ma
non vi riuscivano; cercarono di rompere una banda che si era mossa, ma
quando si videro abbassate contro le picche, passarono avanti senza
toccarla[428].»

  [427] _Mém. de mess. Martin du Bellay, l. I, p. 58._

  [428] _Mém. de Fleuranges, p. 201._

Mentre gli Svizzeri cominciavano già ad essere titubanti, Bartolommeo
d'Alviano, ch'era stato a Lodi a prendere la sua truppa e che aveva
camminato tutta la notte, giunse sul campo di battaglia con soli
cinquantasei cavalieri, prevenendo la sua armata, che avanzavasi più
lentamente ordinata a colonne. Ma il grido de' Veneziani _Marco! Marco!_
le loro insegne e la grande opinione che si aveva della rapidità
dell'Alviano fecero credere ai due campi che tutta la sua truppa
arrivasse con lui. Gli Svizzeri non giudicarono conveniente di
aspettarlo; strinsero nuovamente le loro file e ripiegarono verso Milano
in buona ordinanza, e con sì fiero contegno, che niun corpo dell'armata
francese di fanteria o di cavalleria, ardì molestarli. Soltanto due loro
compagnie, che si riposavano ne' granai di un villaggio, perirono tra le
fiamme, che vi accesero i cavaleggieri dell'armata veneziana[429].

  [429] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 101. — P. Jovii Hist. sui temp.,
  l. XV, p. 315. — P. Paruta, l. III, p. 182. — Fr. Belcarii, l. XV,
  p. 446 — Mém. de Bayard, c. LX, p. 381._

Il maresciallo Trivulzio, ch'era stato presente a diciotto battaglie
campali, non le risguardava che come giuochi da fanciullo a petto di
quella terribile di santa Brigida o di Marignano, che aveva costume di
chiamare una battaglia di giganti. Si può credere che tra l'una e
l'altra armata rimanessero sul campo circa diciotto mila uomini, due
terzi de' quali Svizzeri. Ma gli storici delle due parti, per adulare la
vanità nazionale, danno intorno al risultamento della battaglia un
calcolo assai diverso. Nell'armata svizzera eranvi pochi nomi illustri;
in quella dei Francesi moltissimi, e portarono il lutto le più nobili
famiglie. Francesco fratello del duca di Borbone, Imbercourt, il conte
di Sancerre, il signore di Bussy nipote del cardinale d'Amboise,
Giovanni di Muy signore della Meilleraye, il principe Carlo di Talmont,
unico figlio di Luigi della Tremouille, il signor di Roye fratello del
maresciallo di Fleuranges, ed il giovane conte di Pitigliano, venuto
coll'Alviano dall'armata veneziana, rimasero tra i morti[430].

  [430] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 101. — P. Jovii Hist., l. XV, p.
  316. — P. Paruta Ist. Ven., l. III, p. 183. — Mém. de Louis de la
  Trémoille, c. XVI, p, 205. — Mém. de Fleuranges, p. 195-203. — Mém.
  du Bellay, l. I, p. 59. — Mém. du chev. Bayard, ch. LX, p. 381._

«La sera del venerdì, in cui terminò la battaglia con onore del re di
Francia, si fece allegria nel campo e parlossene in più maniere. E si
trovò che gli uni avevano fatto meglio degli altri; ma si trovò
soprattutto che il buon cavaliere (Bajardo) si era nelle due giornate
mostrato tal quale avea costume di essere in tutti i luoghi in casi
simili. Il re volle fargli molto onore, ricevendo l'ordine di cavaliere
dalle di lui mani. Ed aveva ben ragione, perchè non avrebbe saputo
prenderlo da altri migliore di Bajardo[431].» Il re, dopo fatto
cavaliere, accordò lo stesso ordine a molti altri gentiluomini, che
avevano valorosamente combattuto. «_Io ben conosco_, disse al
maresciallo di Fleuranges, _che in quante battaglie vi siete trovato,
non avete mai voluto essere cavaliere; io lo fui oggi, e vi prego a
volerlo essere ancora voi di mia mano_; ciò che il fortunato Fleuranges
gli accordò di buon cuore, ringraziandolo dell'onore che gli
compartiva[432].»

  [431] _Ivi, p. 382. P. Jovii Hist., l. XV, p. 317. — Mém. de
  Fleuranges, p. 194._

  [432] _Mém. de Fleuranges, p. 203._

Bajardo, che aveva ricevuto dal re un così segnalato favore, aveva nella
precedente notte corso un grandissimo pericolo. «Il suo cavallo, punto
dalle picche e sbrigliato, quando si sentì senza freno si pose a
correre, ed a dispetto di tutti gli Svizzeri e delle loro ordinanze,
passando oltre, portava a dirittura il buon cavaliere in mezzo ad un
corpo di Svizzeri, se non che, entrato in un campo in cui le viti erano
tese da un albero all'altro, si dovette fermare. Il buon cavaliere ebbe
grande paura, e non senza cagione, perciocchè era senza rimedio morto,
se veniva in mano dei nemici. Non si perdette per altro di coraggio, ma
scese dolcemente da cavallo, ed in parte si disarmò, e seguendo le rive
di una fossa, a quattro gambe si incamminò verso il luogo in cui credeva
trovarsi il campo francese, ed ove udiva gridare _Francia_, Dio gli fece
la grazia che vi giugnesse sano e salvo; ed inoltre, ciò che molto gli
giovò, che si scontrasse nel gentile duca di Lorena, uno de' suoi
signori, che fu sorpreso di vederlo così a piedi. Onde il detto duca gli
fece subito allestire un gagliardo cavallo[433].»

  [433] _Mém. de chev. Bayard, c. LX, p. 378._

Gli Svizzeri rientrati in Milano cercavano un pretesto per ritirarsi da
una guerra, da cui non potevano più nulla sperare. Chiesero a
Massimiliano Sforza i tre mesi di soldo che questi aveva loro promessi,
ma che evidentemente egli più non poteva pagare dopo la perdita di tutti
i suoi stati. Dietro il suo rifiuto, malgrado le istanze del cardinale
di Sion, cui non davano più tanta credenza dopo la perdita della
battaglia, si posero all'indomani in cammino per ritirarsi per la strada
di Como ne' loro paesi. Massimiliano Sforza si chiuse nel castello di
Milano con Girolamo Morone, suo principale ministro, Giovanni Gonzaga,
pochi gentiluomini milanesi, mille cinquecento Svizzeri, e cinquecento
Italiani. Suo fratello Francesco Sforza, duca di Bari, passò in Germania
col cardinale di Sion, per affrettare i soccorsi dell'imperatore. Gli
Svizzeri dal canto loro avevano, partendo, promesso, che non
tarderebbero a ritornare in maggior numero per vendicarsi della loro
sconfitta, e liberare i loro compatriotti[434].

  [434] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 102. — P. Jovii Hist., l. XV, p.
  316. — P. Paruta Hist. Ven., l. III, p. 183._

Però la battaglia di Marignano aveva decisa la sorte del ducato di
Milano. Tutte le città si affrettarono d'assoggettarsi a Francesco I, e
di manifestare il loro giubbilo d'essere state liberate dall'insolenza e
dalla rapacità della soldatesca svizzera. I soli castelli di Milano e di
Cremona rimasero in potere di Massimiliano Sforza, e Pietro Navarro si
obbligò col re Francesco ad impadronirsi del primo avanti che passasse
un mese[435].

  [435] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 102. — Mémoires de Fleuranges,
  p. 206._

Il castello di Milano era abbondantemente provveduto d'ogni maniera di
vittovaglie e di munizioni da guerra; la sua guarnigione più numerosa
che non richiedevalo l'estensione del suo ricinto; e le sue mura, che
avevano di già sostenuti lunghi assedj, si giudicavano presso che
inespugnabili. Ma Pietro Navarro, che aveva il primo di tutti portata in
Italia l'arte delle mine caricate e che l'aveva perfezionata; che col
mezzo loro aveva molti anni avanti presi i tre castelli di Napoli, e che
pretendeva non potergli lungamente resistere veruna fortezza, ispirava
grandissimo terrore a tutti coloro ch'erano chiusi nel castello di
Milano. E più d'ogni altro il duca ed i suoi ufficiali civili temevano
di dovere ad ogni istante essere vittime d'una terribile esplosione.
Potevano ben essi tenersi lontani da ogni conflitto e dai pericoli
inseparabili dalla difesa d'una breccia: ma una mina nella sua
esplosione non rispettava più il sovrano del plebeo, e poteva
raggiungere il duca ne' suoi più segreti appartamenti, ed in qualunque
ora del giorno o della notte seppellirlo sotto le ruine delle mura.
Massimiliano Sforza, che non aveva nè coraggio, nè forza di carattere,
era desideroso di sottrarsi a qualunque prezzo a tanto pericolo. Egli
non aveva un solo istante goduto dell'indipendenza o della ricchezza
annessa al sovrano potere. Quando l'uno, e quando l'altro de' suoi
alleati, aveva proposto d'abbandonarlo, e di far ricadere i suoi stati o
all'imperatore, o al re di Francia. Gli Svizzeri mantenevano il suo
potere, ma per tenerlo subordinato alla loro volontà, facendolo ministro
d'insopportabili esazioni, per le quali egli si era già renduto odioso
a' suoi sudditi. Il 4 ottobre, venti giorni dopo la battaglia,
sottoscrisse una capitolazione, colla quale dava in mano del re non solo
i castelli di Milano e di Cremona, ma tutti i suoi diritti sul Milanese,
obbligandosi a passare il rimanente de' suoi giorni in Francia; mentre
che il re dal canto suo gli prometteva d'interessarsi per ottenergli un
cappello di cardinale, e d'assegnargli trenta mila scudi di rendita in
beni stabili[436]. Nell'atto che sottoscriveva il trattato, Massimiliano
gridò, che allora si sottraeva finalmente alla schiavitù degli Svizzeri,
alle estorsioni dell'imperatore, ed agl'inganni degli Spagnuoli.

  [436] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 104. — Mém. de Fleuranges, p.
  208. — Mém. de du Bellay, l. I, p. 63. — Observations sur ces
  Mémoires, p. 451. — P. Bizarri Gen., l. XIX, p. 444. — Fr. Belcarii,
  l. XV, p. 450. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XV, p. 321, 322._

Francesco I non volle fare il suo solenne ingresso in Milano che dopo la
capitolazione del castello, credendo sconveniente alla dignità d'un
sovrano di Francia l'entrare in una città che non gli apparteneva tutta
intera. Queste bizzarre nozioni intorno a ciò che egli chiamava l'onore
della sua corona gli fecero più tardi commettere grandissimi mancamenti,
ch'ebbero su tutti i suoi destini una fatale influenza. In questa
circostanza il ritardo del suo ingresso in Milano era di poca
importanza, non gli togliendo il tempo d'approfittare colle armi e colle
negoziazioni degli ottenuti vantaggi.

Le negoziazioni erano attivissime: gli alleati nemici del re si andavano
vicendevolmente confortando alla costanza; ma ognuno cercava di
ritirarsi dalla difficile lotta, lasciandovi implicati i compagni. Il
papa era più d'ogni altro spaventato dalla fortuna de' Francesi;
perciocchè non solo vedeva essere esposti a così potente nemico gli
stati della Chiesa, ma anche per parte di Firenze doversi da un momento
all'altro temere una rivoluzione. I Medici erano stati ricondotti in
questa repubblica dal Cardone, a nome dell'imperatore e del re di
Spagna; onde i patriotti professavano alla Francia il più caldo
attaccamento. Per questo attaccamento avevano permesso che si tenesse il
concilio di Pisa nel loro territorio, provocando la collera di Giulio II
e di Ferdinando, locchè era stato all'ultimo cagione della loro ruina.
La politica, d'accordo colla riconoscenza, suggeriva al monarca francese
l'obbligo di ristabilire la fedele sua alleata, la repubblica
fiorentina, per servire d'avamposto al ducato di Milano: una volgare
prudenza lo ammoniva di fidarsi piuttosto a sperimentati amici che a
nemici costretti dalla forza a cercare la pace.

L'avversione de' re per le repubbliche, e l'avversione che aveva
Francesco I ad entrare in guerra colla Chiesa, gli fecero abbracciare la
contraria decisione. Il vescovo di Tricarico ed il duca di Savoja
trattavano con lui a nome di Leon X, e lo ridussero a sottoscrivere un
trattato preliminare, con cui il re guarentiva l'autorità de' Medici
sopra la repubblica fiorentina; onde il papa, omai riavutosi da quel
primo terrore che lo aveva invaso, cominciò a muovere difficoltà intorno
alla ratifica de' preliminari, perchè aveva avuto notizia degli scrupoli
del re. Intanto egli andava indagando cosa potrebbe ottenere da
Massimiliano o dagli Svizzeri per continuare la guerra, e se gli sarebbe
possibile di staccare i Veneziani dalla Francia. Quando conobbe che da
questo canto non poteva riuscire, fece finalmente il 13 ottobre
sottoscrivere in Viterbo il suo trattato d'alleanza col re. Egli
evacuava Parma e Piacenza, che dovevano di nuovo riunirsi al ducato di
Milano, mentre il re prometteva a Giuliano ed a Lorenzo de' Medici,
oltre il mantenimento dell'autorità loro sopra Firenze, onori, pensioni
e comando di truppe; obbligandosi inoltre a fare che il ducato di Milano
si provvedesse di sali alle saline di Cervia con pregiudizio di quelle
de' Veneziani[437].

  [437] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 103. — Rayn. Ann. Eccl. an.
  1515, § 23, p. 193. — Léonard Corps Diplomatique, t. II. — P. Jovii
  Hist. sui temp., l. XV, p. 318. — Fr. Belcarii, l. XV, p. 448._

Gli Svizzeri avevano adunata una dieta in Zurigo, nella quale si
declamava altamente contro la Francia, e si parlava intorno ai modi di
soccorrere il castello di Milano. Frattanto i loro soldati avevano
abbandonate le podesterie italiane, ed altro non conservavano al di qui
dei monti che le fortezze di Bellinzona e di Locarno. Raimondo di
Cardone, che trovavasi coll'armata spagnuola prima d'ogni altro esposto
agli attacchi dell'armata francese, e che non ignorava che l'Alviano era
impaziente di vendicarsi di lui, che i soldati spagnuoli avevano
eccitato contro di loro l'odio universale in tutti gli abitanti della
Lombardia, era premuroso di ricondurre la sua armata nel regno di
Napoli; egli chiese ed ottenne d'essere compreso nella negoziazione del
papa: e Francesco I acconsentì che senz'essere molestato attraversasse
colle sue truppe lo stato della Chiesa[438].

  [438] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 103. — P. Jovii Hist. sui temp.,
  l. XV, p. 317. — P. Paruta Hist. Ven., l. III, p. 184._

Quattro ambasciatori, i più qualificati personaggi che avesse la
repubblica di Venezia per le dignità loro e per i loro impieghi, erano
stati mandati a Milano per felicitare Francesco I intorno alla sua
vittoria, e per ricordargli le promesse fatte ai Veneziani, di far loro
ricuperare tutto ciò che degli stati della repubblica occupava
l'imperatore. La conquista dello stato di Milano non poteva risguardarsi
come terminata, finchè i Francesi non la venivano assicurando da nuove
invasioni dalla banda della Germania, rendendo Verona e Brescia ai
Veneziani, siccome dal canto dell'Italia spagnuola, scacciando i Medici
da Firenze, e forzando il papa a fare la pace. Se Francesco I avesse
saputo approfittare della sua vittoria, avrebbe potuto col solo spavento
che inspirava ottenere tutti questi vantaggi senza nuove battaglie: ma
la sua politica era troppo personale, perchè potesse comprendere quanto
il più delle volte torni in utile proprio il servire vivamente i suoi
alleati. Sebbene accogliesse gli ambasciatori veneziani con
dimostrazioni di singolare amicizia, e loro si mostrasse pieno di zelo
per gl'interessi della repubblica, tardò assai a mandar loro le sue
truppe; e queste ancora pareva che affatto avessero dimenticato il
valore e l'impeto francese[439].

  [439] _P. Paruta Ist. Ven., l. III, p. 185._

I Veneziani, abbandonati alle proprie forze, vollero non pertanto
tentare di ricuperare le perdute città. Lo spagnuolo Hijar comandava a
Brescia, e Marc'Antonio Colonna in Verona. Quest'ultima città aveva una
numerosa guarnigione, l'altra una piccolissima; onde l'Alviano ebbe
ordine dal senato d'accostarsi a Brescia: ma Hijar, prevedendo il vicino
attacco, chiede al Colonna i soccorsi creduti necessarj; e mille fanti
partiti da Verona, girando intorno al lago di Garda, entrarono in
Brescia prima che l'armata veneziana giugnesse sotto le mura[440].

  [440] _P. Paruta Ist. Ven, l. III, p. 191. — P. Jovii Hist. sui
  temp., l. XV, p. 318._

Bartolommeo d'Alviano, che per la prima volta in sua vita lasciavasi
vincere da un altro in celerità, non lo fu che per sopraggiuntagli
infermità. Le fatiche sostenute nella battaglia di Marignano,
sproporzionate all'età sua ed alla debole sua costituzione, gli avevano
cagionata un'ernia: egli si fece trasportare a Ghedo, non molto distante
da Brescia, ove morì il 7 d'ottobre dopo avere sofferti acerbissimi
dolori. Quest'uomo, che dal rango di semplice soldato, passando per
tutti i gradi della milizia, era giunto ad essere supremo comandante
d'eserciti, non pareva dalla natura dotato di quelle facoltà che
abbisognano per una vita attiva. Era piccolissimo, assai curvo, e d'una
quasi deforme bruttezza. Il suo impeto, talvolta imprudente, sembrava
piuttosto una qualità conveniente ad un soldato che ad un generale; e
sebbene questo l'avesse esposto a sanguinose sconfitte, egli sapeva
compensare tale difetto colla sua celerità ed intrepidezza, e coll'arte
che aveva di guadagnarsi l'affetto e la confidenza del soldato, anche
assoggettandolo alla più rigorosa disciplina. Verun uomo seppe meglio di
lui ispirare coraggio alla fanteria italiana, e farle riacquistare la
considerazione de' Tedeschi, degli Svizzeri, degli Spagnuoli, cui non
vergognavasi di confessarsi inferiore. Morì di sessant'anni, amaramente
pianto da' suoi soldati, che, non volendosi privare della sua presenza,
lo tennero venticinque giorni alla testa dell'armata, facendogli rendere
nella sua tenda gli onori convenienti al loro generale. Essi mai non
acconsentirono che si chiedesse un salvacondotto a Marc'Antonio Colonna,
comandante di Verona, per far passare il di lui corpo a Venezia, e
vollero accompagnarlo armata mano attraverso al territorio nemico. Il
senato lo fece seppellire nella chiesa di santo Stefano, ed accordò
pensioni alla di lui vedova e figli, che lasciava poveri[441].

  [441] _P. Jovii Hist. sui temp., l. XV, p. 318. — P. Paruta Ist.
  Ven., l. III, p. 192. — Fr. Guicciardini, t. II, l. XII, p. 105. —
  Mém. de Martin du Bellay, l. I, p. 66. — Fr. Belcarii Comment., l.
  XV, p. 450._

Dopo la morte dell'Alviano parve che l'armata veneziana più non avesse
il coraggio di misurarsi col nemico; ed i medesimi rinforzi, che le
mandava il re di Francia, giugnendo al campo veneziano contraevano in
certo modo lo stesso spirito di timidità e d'indisciplina. Gian Giacopo
Trivulzio, che le condusse settecento lance francesi e sette mila fanti
tedeschi, ed intraprese l'assedio di Brescia, si lasciò intimidire da
difficoltà, di cui non sarebbesi preso cura se fosse stato ai servigj
del re. I Tedeschi si ammutinarono, dichiarando di non voler servire
contro le insegne imperiali che vedevano sulle mura di Verona e di
Brescia. Fu d'uopo rimandarli, e chiamare in vece loro cinquemila
Biscaini comandati da Pietro Navarro. Una sortita di mille cinquecento
soldati tedeschi e spagnuoli della guarnigione di Brescia pose in fuga
più di sei mila uomini dell'armata veneziana, togliendo loro dieci
cannoni. Le mine cominciate dal Navarro per penetrare sotto le
fortificazioni vennero sventate dagli assediati, furono uccisi i
minatori, e le gallerie distrutte. Finalmente avendo il Trivulzio
cambiato l'assedio in blocco, ridusse colla fame la guarnigione a
promettere, che, se non veniva soccorsa entro venti giorni, evacuerebbe
la città: ma prima che spirasse il prefinito termine, il barone di
Rockandolf[442] adunò otto mila Tirolesi di milizie de' paesi
confinanti, ed avanzandosi pel contado di Lodrone e Rocca d'Anfo, che
vilmente gli si arrese, vittovagliò Brescia, da cui al suo avvicinamento
erasi scostata l'armata nemica. I Veneziani non ottennero in quest'anno
verun altro vantaggio dalle vittorie de' loro alleati, che di ricuperare
Peschiera, Asola e Lonato, evacuate dal marchese di Mantova[443].

  [442] Il biografo di Frundsberg lo dice Giorgio di Lichtenstein;
  onde probabilmente il nome di Rockandolf, datogli da tutti
  gl'Italiani, era quello della sua baronia. _Buch. II, f. 28._

  [443] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XII, p. 106. — P. Jovii Hist. sui
  temp., l. XV, p. 319; l. XVI, p. 324. — P. Paruta Ist. Ven., l. III,
  p. 205. — Fr. Belcarii, l. XV, p. 451. — Mém. de mess. Martin du
  Bellay, l. I, p. 69._

Frattanto Leone X aveva chiesta a Francesco I una conferenza, desiderata
ancora da questi per meglio stringere l'alleanza tra di loro conchiusa.
I due sovrani convennero di trovarsi in Bologna, ove il papa arrivò
l'otto di dicembre, due giorni prima del re. Leon X non aveva torto di
confidare nell'influenza che gli darebbero sul giovane monarca la sua
accortezza e le sue maniere. Francesco I, negoziando in Viterbo, aveva
richiesto a favore del suo fedele alleato, il duca di Ferrara, la
restituzione di Modena e di Reggio, a condizione che gli fossero
restituiti i quaranta mila ducati pei quali la prima di queste città era
stata impegnata. Era questa la sovranità che Leon X aveva destinata a
suo nipote; e vedevasi forzato a spogliare la propria famiglia degli
stati per lei conquistati sulla destra del Po. Rinunciandovi voleva
collocare altrove Lorenzo de' Medici; e gli destinò il ducato d'Urbino,
per confiscare il quale a pregiudizio dell'attuale possessore non poteva
allegare che il di lui attaccamento verso la Francia. Leone domandò che
il duca d'Urbino fosse sagrificato al suo rancore ed alla sua ambizione;
e Francesco ebbe la debolezza d'acconsentirvi. Inoltre il papa chiese
che si abolisse la _prammatica sanzione_, che formava la guarenzia della
libertà della Chiesa gallicana; e Francesco si lasciò piegare a fissare
con lui le basi del concordato, che infatti le venne sostituito nel
susseguente mese d'agosto. In contraccambio di così umilianti cessioni e
così contrarie alla politica, Francesco ottenne il cappello di cardinale
per Adriano di Boisì, fratello del gran maestro di Francia, la promessa
d'un soccorso di cinquecento uomini d'armi, ed il soldo di tre mila
Svizzeri, per difendere lo stato di Milano qualunque volta fosse
attaccato[444].

  [444] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 108. — P. Jovii Hist. sui temp.,
  l. XVI, p. 325. — P. Paruta Ist. Ven., l. III, p. 202. — Rayn. Ann.
  Eccl., § 28 e seg., p. 194. e seg. — Mémoir. de Fleuranges, p. 214.
  — Mém. de du Bellay, l. I, p. 66. — Fr. Belcarii, l. XV, p. 452._

Prima di recarsi a Bologna aveva Francesco I colla mediazione del duca
di Savoja conchiuso cogli Svizzeri un più importante trattato per la
difesa dello stato di Milano. Erasi obbligato a pagar loro i seicento
mila ducati convenuti nel trattato di Digione; i trecento mila promessi
a Gallarate per prezzo delle podesterie italiane, ed inoltre ad
accrescere le loro annue pensioni: questi dal canto loro promettevano di
restituire al ducato di Milano le podesterie italiane, e di servire la
casa di Francia verso e contro tutti, tranne il papa e l'imperatore, con
quel numero di truppe che il re troverebbe opportuno d'assoldare. Per
tal modo, malgrado la sanguinosa vittoria di Marignano, il re accordava
agli Svizzeri press'a poco le medesime condizioni, ch'essi avevano
domandate a Gallarate avanti la loro sconfitta; tanto era egli penetrato
dell'importanza della loro alleanza per procurare alle sue armate
quell'infanteria, che la politica sua non gli permetteva di formare tra
i suoi sudditi. Ma il trattato sottoscritto a Ginevra il 7 di novembre
non venne ratificato che da otto cantoni, avendo gli altri cinque, che
davano un altissimo valore alle podesterie italiane, ricusato di
ratificarlo. Francesco, senza aspettare l'assenso degli ultimi, mandò il
promesso danaro a tutti i cantoni che avevano approvato il trattato, e
gli affezionò così più caldamente al suo partito[445].

  [445] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 109._

Aveva Francesco I concepiti più vasti progetti; pensava a rinnovare le
sue pretensioni sopra il regno di Napoli, e ne aveva parlato col papa
nella sua conferenza di Bologna. Ma Leon X gli aveva rappresentato che
Enrico VIII, re d'Inghilterra, e genero di Ferdinando il Cattolico, si
mostrava di già aombrato delle vittorie conseguite dalla Francia, che la
cupidigia, o le personali animosità del suo favorito, il cardinale di
Wolsey, potevano persuaderlo a rinnovare la guerra; ch'egli aveva il 9
d'ottobre rannodati con più stretti legami la sua alleanza con suo
suocero, il re d'Arragona[446]; e che in quest'istante opporrebbe un
valido ostacolo alla conquista di Napoli, se attaccava le coste della
Francia: che d'altra parte erasi avuto avviso che Ferdinando, di già
vecchio assai, era caduto infermo, e che probabilmente non viverebbe
ancora molto; che accadendo la di lui morte, il suo successore, Carlo,
non potrebbe sperare molto nell'alleanza dell'Inghilterra, e che allora,
angustiato dalle difficoltà che accompagnano le successioni contestate,
probabilmente cederebbe alla Francia, senza combattere, il regno di
Napoli. Il vero ed unico motivo che muoveva Leon X a dare questo
consiglio era quello d'acquistar tempo: Francesco I si lasciò facilmente
persuadere; onde, licenziata la maggior parte della sua armata per
liberarsi da una eccessiva spesa, non si riservò per la difesa del
Milanese che settecento lance, sei mila fanti tedeschi e quattro mila
baschi ossiano avventurieri francesi[447].

  [446] _Acta publica, Rymer, t. XIII, p. 520. — Rapin Thoyras Hist.
  d'Anglet., l. XV, p. 107. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XVI, p.
  334._

  [447] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 109. — Mém. de Fleuranges, p.
  220. — Mém. de du Bellay, l. I, p. 67. — P. Paruta, Ist. Ven., l.
  III, p. 207._

Non tardarono a verificarsi i pronostici intorno alla morte di
Ferdinando il Cattolico, il quale spirò a Madrigaleggio il 15 di gennajo
del 1516, un mese più tardi del gran capitano Gonsalvo di Cordova che
tanto aveva illustrato il di lui regno, e che non pertanto egli lasciava
da circa dieci anni languire in esilio. La scaltrezza di Ferdinando,
l'ipocrisia e la costante sua prosperità avevano ingannato il volgo, il
quale lo risguardava come il più accorto politico del suo tempo, come il
monarca che sapeva meglio calcolare tutte le vicissitudini degli
avvenimenti, e farle servire a' suoi fini[448]. I preti ed i monaci, da
lui costantemente favoriti, portarono ancora più in là i loro encomj; il
gesuita Mariana, che termina col di lui regno la storia della Spagna, lo
dice «il principe più eccellente di quanti vissero nella Spagna, pel suo
amore della giustizia, per la sua prudenza e grandezza d'animo. Ovunque
dobbiamo incontrare qualche vizio, tale è l'umana condizione; altronde
l'invidia e la malizia sono sempre apparecchiate ad attribuire ai grandi
uomini errori di cui non sono colpevoli: ma colla temperata modestia del
comando, coll'amore della religione, collo zelo per gli studj, con tutte
le qualità di giusto, dolce, benefico e veramente cristiano re,
Ferdinando si rendette lo specchio nel quale devono guardarsi tutti i
principi, il fondatore della pace, della sicurezza, della gentilezza,
della grandezza della Spagna[449].»

  [448] _P. Jovii Hist. sui temp., l. VI, p. 335. — Fr. Belcarii, l.
  XV, p. 453. — Fr. Guicciardini, t. II, l. XII, p. 110._

  [449] _Jo. Marianae Hist. Hisp., l. XXX, c. XXVII, p. 345._

Ma quest'uomo così astuto, ingiusto, crudele, che formò la disgrazia di
tanti popoli, e che mostrossi costantemente inaccessibile alla pietà,
non ingannò già il Macchiavelli nè colla sua prosperità, nè colla sua
ipocrisia. Il segretario fiorentino, che raccolse in un corpo di
dottrina la pratica de' principi del suo tempo, e che spesso si mostrò
indulgente pei delitti loro, quando li trovò utili per istabilire o per
corroborare la potenza, altro non vide in Ferdinando che un uomo astuto
e fortunato, e non già un uomo savio e prudente; il suo amico Francesco
Vettori, svolgendo questa stessa opinione del Macchiavelli, notò in
tutte le azioni di Ferdinando dal 1494 in poi un'imprudenza non minore
della sua perfidia. Quasi sempre quando ingannava il suo cugino
Federico, i suoi alleati, i suoi generali, i suoi popoli, provocava
inutili pericoli; e tutt'al più giugneva lentamente per obbliqua via
allo scopo cui avrebbe potuto arrivare più onoratamente battendo la
strada diretta[450].

  [450] Fra le lettere famigliari del Macchiavelli trovansi
  curiosissime osservazioni intorno al carattere ed agl'interessi de'
  principi de' suoi tempi. In una lettera dell'aprile del 1513 al
  Vettori, _t. VIII, p. 46_, fa un rigorosissimo ritratto di
  Ferdinando; ed a vicenda Francesco Vettori scrivendogli il 16 maggio
  del 1514, _p. 116_, sviluppa le medesime idee, e passa in revista
  tutti i delitti del re cattolico.

Poco tempo prima di morire Ferdinando aveva mandati cento venti mila
fiorini a Massimiliano, per porlo in istato di far argine ai Francesi in
Italia: ed Enrico VIII, ad istigazione di Francesco Sforza, che
pretendeva l'eredità del ducato di Milano dopo che suo fratello,
l'ultimo duca, aveva rinunciato a' suoi diritti, aveva pure fatto
passare all'imperatore un ragguardevole sussidio. In quest'istante
l'Europa teneva tutti gli occhi rivolti alla successione dell'arciduca
Carlo, nipote di Massimiliano, alle corone della Spagna, ed
all'opposizione che incontrar potrebbe l'arciduca dal canto de' suoi
nuovi sudditi; di già Carlo negoziava con Francesco I, e voleva essere
sicuro della di lui amicizia prima di recarsi in Castiglia, quando suo
avo invase improvvisamente l'Italia. Questi, che mai non aveva saputo
porsi in istato d'agire quando era aspettato da' suoi alleati, adunò
agevolmente una grande armata nel momento in cui tutte le altre potenze
licenziavano le loro. Non avendo avuto abbastanza di tempo per dissipare
in oggetti estranei alla guerra tutti i sussidj ricevuti dalla Spagna e
dall'Inghilterra, se ne valse per riunire sotto le sue bandiere cinque
mila Tedeschi, quindici mila Svizzeri, assoldati ne' cinque cantoni che
avevano ricusata l'alleanza della Francia, e dieci mila fanti italiani e
spagnuoli[451].

  [451] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 112. — P. Jovii Hist. sui temp.,
  l. XVI, p. 336. — Mém. de mess. Martin du Bellay, l. I, p. 70. — Fr.
  Belcarii Comment., l. XV, p. 454._

Abbandonando l'Italia, Francesco I aveva lasciato il governo del
Milanese al contestabile di Borbone, ed aveva altresì chiamato a Milano
il maresciallo Trivulzio, mentre Teodoro Trivulzio, suo nipote, aveva
preso il comando dell'armata veneziana, cui erasi unito Odetto di Foix,
signore di Lautrec con quasi tutte le forze francesi rimaste in
Lombardia. Teodoro e Odetto avevano ricominciato l'assedio di Brescia.
Rockandolf era tornato in Germania colla maggior parte de' soldati cui
aveva fatto prendere le armi nel precedente anno; Brescia mancava di
vittovaglie, ed i soldati trovavansi da lungo tempo senza paga, sebbene
gli abitanti fossero stati oppressi da intollerabili contribuzioni per
supplire ai bisogni della guarnigione. Hijar in una ribellione de'
soldati erasi trovato esposto a gravissimi oltraggi; e la città pareva
vicina a capitolare, quando Massimiliano entrò per la strada di Trento
in Italia col formidabile esercito che aveva ragunato[452].

  [452] _P. Jovii Hist. sui temp., l. XVI, p. 330. — P. Paruta Istor.
  Ven., l. III, p. 212._

Teodoro Trivulzio, generale de' Veneziani, aveva sotto Brescia due mila
cinquecento cavalli e sette mila fanti; Lautrec aveva condotti allo
stesso assedio quattro mila Guasconi e cinquecento lance, ed il
contestabile di Borbone aveva tenuti in Milano ed in altre città del
ducato settecento lance e quattro mila fanti parte guasconi e parte
italiani. Quando aveva avuto avviso dell'armamento di Massimiliano,
aveva mandato ad assoldare sedici mila Svizzeri negli otto cantoni
alleati della Francia; ma prima che questi giugnessero, i generali
francesi e veneziani non si credettero abbastanza forti per tener testa
all'imperatore, onde levarono l'assedio di Brescia, e si stabilirono
lungo il Mincio per impedirgliene il passaggio[453].

  [453] _P. Paruta Ist. Ven., l. III, p. 216. — Fr. Guicciardini, l.
  XII, p. 112._

Desideravano i Veneziani che l'armata loro non si tenesse troppo lontana
dalla capitale. Non pertanto i Francesi, all'avvicinarsi del pericolo,
andavano perdendo il coraggio, onde rinunciando alla difesa del Mincio,
passarono l'Oglio, e ritiraronsi nel Cremonese, ove li raggiunse il
contestabile di Borbone col rimanente delle truppe. Il cardinale di
Sion, che a motivo dell'ardente suo odio contro i Francesi, aveva presa
grandissima parte nell'arrolamento degli Svizzeri comandati da
Massimiliano, voleva persuadere l'imperatore a marciare direttamente
sopra Milano, approfittando del terrore incusso dalla subita sua
apparizione, per terminare la guerra nella capitale. Ma il castello di
Asola posto in riva al fiume Chiesa, non lontano dalla foce di questo
fiume nell'Oglio, aveva chiuse le porte all'imperatore: e Massimiliano,
credendo compromesso l'onor suo se non lo conquistava, consumò molti
giorni nel formarne l'assedio, valorosamente sostenuto dal provveditore
veneziano Francesco Contarini; Massimiliano, dopo essere stato rispinto
innanzi a così piccolo castello, ripigliò il cammino alla volta di
Milano[454].

  [454] _P. Paruta Ist. Ven., l. III, p. 218. — P. Jovii Hist. sui
  temp., l. XVI, p. 337. — Fr. Guicciardini, l. XII, p. 113._

I Francesi avevano abbandonate le rive dell'Oglio, ed in appresso quelle
dell'Adda, come eransi prima ritirati da quelle del Mincio, senza
tentare di difenderle, e si erano chiusi in Milano dopo averne bruciati
i sobborghi, onde l'imperatore non potesse fissarvi i suoi
alloggiamenti. Massimiliano, quando si trovò sei miglia lontano dalla
città, intimò ai Milanesi di scacciare i Francesi e di aprirgli le porte
entro tre giorni, se non volevano essere più severamente trattati che
non lo erano stati i loro antenati da Federico Barbarossa. Estremo era
il terrore nella città, e debolissimi i mezzi di difesa. Sapevasi, a dir
vero, che gli Svizzeri del partito francese si erano posti in cammino;
ma sapevasi ancora che la dieta, vergognandosi che i suoi concittadini
andassero a battersi gli uni contro gli altri per istraniere cagioni,
aveva spedito ordine ai suoi sudditi delle due armate, di ripatriare
immediatamente; ma si temeva che quelli ai servigj della Francia
s'affrettassero d'ubbidire a quest'ordine, più assai che gli altri, cui
avevano poste le armi in mano la focosa eloquenza del cardinale di Sion
e la propria animosità. A calmare tanta inquietudine giunse
opportunamente in Milano Alberto della Pietra, capitano de' Bernesi con
dieci mila suoi compatriotti, che promisero di difendere la città[455].

  [455] _P. Jovii Hist. sui temp., l. XVI, p. 340. — Fr. Guicciardini,
  l. XII, p. 114. — Mém. de Fleuranges, p. 222. — Fr. Belcarii, l. XV,
  p. 455._

Trovavansi di già adunati nel Milanese trenta mila Svizzeri divisi tra
le due armate; e sebbene fossero gli uni condotti dal cardinale di Sion,
gli altri da' suoi più caldi nemici, Alberto della Pietra e Francesco,
figlio di Giorgio Supersax, tutti dichiararono ad una voce di non voler
combattere contro i loro compatriotti. Vedevansi conferire tra di loro,
corrispondere, concertarsi, e scuotere assolutamente l'autorità de' due
sovrani cui servivano. Unendosi tra di loro potevano in quell'istante
dettare la legge ad ambidue; onde le loro conferenze si rendevano
gagliardamente sospette alle due armate. Non avevano i Francesi
dimenticato che metà di quegli stessi uomini avevano contro di loro
combattuto nel precedente anno nella terribile battaglia di Marignano;
che l'intera nazione aveva mostrato un estremo odio contro la Francia, e
che negli ultimi anni aveva dato più volte motivo d'accusarla di mala
fede. Pure il maresciallo Trivulzio trovò modo di risvegliare più
violenti sospetti ancora nello spirito di Massimiliano, facendo cadere
tra le di lui mani due sue lettere dirette a Stapffer ed a Goldhill,
capitani svizzeri a' servigj dell'imperatore, colle quali gli eccitava a
dare senza ulteriore ritardo esecuzione alle loro promesse. Massimiliano
non ardiva di far arrestare questi ufficiali in mezzo ai loro soldati,
nè di confidare a chicchessia i suoi sospetti, quando Giacomo Stapffer,
capitano generale di quegli Svizzeri, gli chiese il soldo arretrato
dovuto alla sua truppa. Massimiliano, che, secondo il consueto, non
aveva danaro, temendo, se lo palesava, d'essere trattenuto come
ostaggio, o d'essere consegnato ai nemici, rispose che recavasi in
persona ad affrettare la trasmissione del danaro che aspettava; e presi
con lui dugento cavalli, s'avviò subito alla volta di Trento, senza
provvedere al comando della sua armata, e senza manifestare a veruno i
suoi progetti; era già lontano più di venti miglia dall'armata, quando
al campo fu palese la sua fuga[456].

  [456] _Georgens von Frundsberg Kriegzsthathen, B. II, f. 24. — P.
  Jovii Hist. sui temp., l. XVI, p. 341. — Fr. Guicciardini, l. XII,
  p. 115. — Fr. Belcarii, l. XV, p. 456. — P. Paruta Ist. Venez., l.
  III, p. 221. — Mém. de Bayard, ch. LXI, p. 384. — Mém. de
  Fleuranges, p. 224._

Massimiliano senza trattenersi si fece dare sedici mila ducati dai
Bergamaschi, e trenta mila ne ricevette per parte di Enrico VIII, che
mandò subito alla sua armata, la quale, per rifarsi degli arretrati,
saccheggiò Lodi, poi Sant'Angelo. Mentre ciò accadeva, gli Svizzeri del
campo francese e dell'imperiale eseguirono nello stesso tempo gli ordini
della dieta, e presero la strada del loro paese. Tre mila fanti, parte
tedeschi e parte spagnuoli, abbandonarono le bandiere imperiali per
passare sotto quelle de' Francesi, ed il rimanente di quest'armata, che
aveva prodotti in Italia così vivi timori, si disperse, arrossendo
dell'esito vergognoso della sua spedizione, e dell'instabilità del suo
capo[457].

  [457] _P. Jovii Hist. sui temp., l. XVI, p. 342. — P. Paruta Ist.
  Ven., l. III, p. 222._

Dopo la partenza dell'imperatore, il duca di Borbone, richiamato da
Francesco I, tornò in Francia, e lasciò il comando dell'armata e del
paese al signore di Lautrec, col titolo di luogotenente generale in
Italia[458]. Questi andò bentosto a raggiugnere sotto Brescia l'armata
veneta, che ne avea ricominciato l'assedio. Sette mila Tedeschi, che si
avanzavano per soccorrerla, furono dai Veneziani trattenuti a Rocca
d'Anfo; onde non restando in Brescia che seicento fanti e quattrocento
cavalli, ed essendo loro impossibile di difendersi, il 24 maggio del
1516 la città di Brescia aprì le porte ai Veneziani[459].

  [458] _Mém. de Fleuranges, p. 224. — Mém. de Martin du Bellay, l. I,
  p. 72. — Fr. Guicciardini, l. XII, p. 116._

  [459] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 116. — P. Jovii Hist. sui temp.,
  l. XVIII, p. 393. — P. Paruta Ist. Ven., l. III, p. 227. — Mém. de
  Martin du Bellay, l. I, p. 72._

Desiderava il senato che la stessa armata passasse sotto Verona, ed
eccitava il Lautrec ad intraprendere l'assedio di quella città, la
quale, quando fosse ritornata in potere de' Veneziani, avrebbe chiusa
l'Italia ai Tedeschi; ma il Lautrec mostravasi inquieto per Parma e
Piacenza, dove avea scoperto che il papa ordiva qualche trama per mezzo
di Prospero Colonna. Probabilmente altresì voleva aspettare il fine
delle negoziazioni che sapeva intavolate a Noyon tra il nuovo re
Cattolico e Francesco I, e ritirossi a Peschiera, del qual luogo le sue
truppe guastavano i territorj di Verona e di Mantova; mentre
Marc'Antonio Colonna, comandante della truppa tedesca in Verona, il 28
luglio avendo sorpresa Vicenza mal guardata dai Veneziani, l'abbandonava
al saccheggio[460].

  [460] Fr. Guicciardini, l. XII, p. 120. — P. Jovii Hist. sui temp.,
  l. XVIII, p. 396. — Fr. Belcarii, l. XV, p. 459.

Nella stessa epoca Carlo, nipote di Massimiliano e di Ferdinando, in
appresso così celebre sotto il nome di Carlo V, desiderava di
riconciliarsi con tutti i suoi vicini, per raccogliere senz'ostacolo la
successione del secondo de' suoi avi. Antonio di Croy, signore di
Chievres, che l'aveva educato, e che prendevasi tuttavia cura della di
lui gioventù, aveva aperte in Noyon delle conferenze con Arturo di
Gouffier, signore di Boisì, gran maestro di Francia, ch'era stato il
precettore di Francesco I. Questi due plenipotenziarj, che godevano
l'intera confidenza de' padroni da loro educati, sottoscrissero, il 13
d'agosto del 1516, un trattato che servì di base alla pace d'Europa.
Soltanto due oggetti erano rimasti indecisi tra l'ultimo re Cattolico ed
il re di Francia; da un canto i riclami del re di Navarra, spogliato del
suo regno a motivo del suo attaccamento ai Francesi; dall'altro i
diritti della Francia sopra il regno di Napoli, che, secondo il
convenuto nel trattato di Blois nel 1505, dovevano ricadere alla
Francia, poichè Germana di Foix non aveva avuto figliuoli da Ferdinando.
Il trattato di Noyon non provvedeva alla pendenza della Navarra. Carlo
obbligavasi solamente di dare stato entro otto mesi alla regina
Catarina, rimasta vedova, in giugno di quest'anno, del re di Navarra; e
Francesco I riservossi il diritto di soccorrere lei ed i suoi figliuoli
di truppe e di danaro, senza mancare alla pace, se questa dopo gli otto
mesi non dichiaravasi paga di quanto le offrirebbe il re di Spagna. I
diritti delle due corone sul regno di Napoli si confusero con un
maritaggio stabilito preventivamente tra Carlo e la figlia primogenita
di Francesco I, che inallora non contava che un anno[461].

  [461] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 121. — P. Jovii Hist. sui temp.,
  l. XVIII, p. 405. — Fr. Belcarii, l. XV, p. 458. — Mém. de Martin du
  Bellay, l. I, p. 75. — Hist. de la Diplomatie Française, t. I, l.
  III, p. 319._

Il trattato di Noyon ristabiliva la pace soltanto tra la Francia e la
Spagna, e lasciava libero Francesco I di soccorrere i Veneziani contro
Massimiliano. Ma se questi voleva esservi compreso, le parti contraenti
avevano per lui stipulato, che renderebbe Verona ai Veneziani, ricevendo
invece da loro dugento mila ducati, e che conserverebbe Riva di Trento,
Roveredo e tutto ciò che aveva acquistato nel Friuli. Per non apportare
pregiudizio ai diritti e alle pretese dell'impero, non si dava a queste
condizioni che una tregua di diciotto mesi[462].

  [462] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 121. — P. Paruta, l. III, p.
  242. — P. Jovii Hist., l. XVIII, p. 405._

Erano stati accordati a Massimiliano due mesi per accettare il trattato
di Noyon; e perchè Francesco I prevedeva la di lui ripugnanza a
rinunciare a veruna delle passate pretese, ordinò al signore di Lautrec
d'unirsi all'armata veneziana, per cominciare l'assedio di Verona.
Infatti le due armate si presentarono sotto le mura di quella città il
20 agosto, una sulla riva destra, l'altra sulla sinistra dell'Adige; e
malgrado la valorosa resistenza di Marc'Antonio Colonna, che conservava
tuttavia sotto il suo comando ottocento cavalli, cinque mila fanti
tedeschi, e mille cinquecento spagnuoli, avanti la metà d'ottobre furono
aperte nelle mura varie breccie assai larghe. Ma il Lautrec desiderava
d'evitare ogni effusione di sangue in una guerra che non dubitava
doversi in breve terminare con un trattato di pace. Malgrado le istanze
del senato di Venezia, ricusò di procedere all'assalto; non volle
nemmeno venire a battaglia con Rockandolf, che si avvicinava con una
debole armata tedesca, e s'accontentò piuttosto di levare l'assedio, non
senza eccitare le lagnanze e i sospetti dei Veneziani. Vero è che questi
non tardarono a conoscere, che tale moderazione aveva salvata Verona per
loro vantaggio, che questa città sarebbe in breve loro renduta intatta,
mentre che, se l'avessero presa d'assalto, non avrebbero guadagnato che
ruine[463].

  [463] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 122. — P. Jovii Hist. sui temp.
  l. XVIII, p. 402. — P. Paruta Ist. Ven., l. III, p. 237. — Mém. de
  Fleuranges, p. 293. — Mém. de Martin du Bellay, l. I, p. 73._

Effettivamente tutte le guerre, tutte le nimicizie eccitate dalla lega
di Cambrai sembravano tendere ad un fine comune, e l'anno 1516 fu
l'epoca delle paci più importanti. I cinque cantoni svizzeri, che nel
precedente anno non avevano voluto accedere al trattato di Ginevra,
conchiusero, il 29 novembre del 1516, d'accordo cogli altri cantoni, un
nuovo trattato colla Francia, cui fu dato il nome di _pace perpetua_,
trattato che infatti durò quanto la monarchia francese. Regolavasi in
esso la pensione che in avvenire la Francia pagherebbe ai tredici
cantoni ed ai loro alleati, si lasciava alla decisione d'un arbitramento
tutte le differenze che potessero insorgere, ed al re si accordava la
facoltà di levare tra gli Svizzeri quante truppe vorrebbe[464].

  [464] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 123. — Fr. Belcarii, l. XV, p.
  460. — Hist. de la Diplomatie française, t. I, l. III, p. 312._

Fu nello stesso anno che Francesco I stipulò colla corte di Roma il
trattato che porta il nome di concordato, sottoscritto il 18 d'agosto
del 1516, ed approvato dal concilio di Laterano il 19 di dicembre.
Questo trattato, che aboliva la prammatica sanzione e le più preziose
libertà della Chiesa gallicana, era stato fatto da due sovrani che
reciprocamente si rinunciavano ciò che loro non apparteneva. Il papa
accordava al re la collazione de' beneficj del regno, di spettanza de'
capitoli e delle comunità: il re cedeva al papa le annate, ossiano
l'entrate d'un anno bel beneficio ch'egli conferiva, e che spettava alle
pie fondazioni[465].

  [465] _Rayn. Ann. Eccl. 1516, § 12, p. 205 ec. — Labbe Conc. Gen.,
  t. XIV, p. 358-389. — Hist. de la Diplom. franc., l. III, p. 316. —
  Fleury Hist. Eccl., l. CXXIV, c. 121. e segu. — Spondanus Cont. Ann.
  Baron., t. II, p. 592 ad an. § 13 e segu._

Il trattato del concordato fu cagione di profondo dolore alla Chiesa
francese, e fu un oggetto di trionfo per la corte di Roma. Era la
conseguenza della politica di Francesco I, il quale voleva a qualunque
prezzo guadagnarsi il papa. Pure il re aveva potuto sperimentare anche
recentemente quanto verso di lui implacabile fosse l'odio di Leon X, e
quanto poco fondamento dovesse fare sopra i di lui trattati e sopra le
di lui promesse. In tempo della spedizione di Massimiliano, che aveva
minacciato il ducato di Milano, Leon X, invece di spedire in ajuto de'
Francesi i cinquecento uomini d'armi ed i tre mila Svizzeri promessi,
aveva anzi mandato il cardinale Bibbiena al campo imperiale per
complimentare Massimiliano, e per rendere più intima la di lui alleanza
colla santa sede. Inoltre non aveva mai cessato di confortare i
Veneziani a staccarsi dalla Francia per entrare nella lega de' di lei
nemici, di ravvivare lo sdegno degli Svizzeri, d'attraversare i Francesi
in tutte le loro negoziazioni; e lo stesso giorno in cui sottoscriveva
il concordato, 18 agosto 1516, metteva il colmo alla ruina d'uno de' più
fedeli alleati della Francia, del duca d'Urbino, dando l'investitura del
di lui ducato al proprio nipote, Lorenzo de' Medici.

Leon X più non aveva bisogno di pensare a fondar la grandezza di due
principi della sua casa: suo fratello Giuliano, che aveva sposata
Filiberta di Savoja, sorella minore di molti anni della madre di
Francesco I, e che per cagione di questo matrimonio aveva da lui
ricevuto il titolo di duca di Nemours, era morto il 17 di marzo del
1516. Giuliano, che durante il suo esilio da Firenze avea trovato asilo
alla corte del duca d'Urbino, riconoscente de' ricevuti beneficj, avea
difeso finchè era vissuto il duca contro l'ambizione di suo
fratello[466]. Ma non fu appena morto Giuliano, che Leon X pubblicò un
monitorio contro Francesco Maria della Rovere, duca d'Urbino, nel quale
lo accusava dell'assassinio del cardinale di Pavia, del quale delitto
era di già stato assolto; lo accusava d'avere negoziato con Lodovico
XII, quando ancora viveva Giulio II; d'avere attaccati i soldati
dispersi dell'armata spagnuola e pontificia dopo la sconfitta di
Ravenna; finalmente d'avere ricusato d'unirsi all'armata di Lorenzo de'
Medici contro Francesco I. Per tutte questa cagioni privava Francesco
Maria della Rovere de' suoi stati, ed incaricava Lorenzo de' Medici, e
sotto i suoi ordini Renzo di Ceri, di dare esecuzione a questa
sentenza[467].

  [466] _Ist. di Gio. Cambi, t. XXII, p. 92. — Scip. Ammirato, l.
  XXIX, p. 320. — Fr. Guicciardini, l. XII, p. 117._

  [467] _Par. de Grassis Diarium curiæ Roman. apud Raynald. Ann. 1516,
  § 33, t. XX, p. 219._

Il ducato d'Urbino, col contado di Montefeltro e colle signorie di
Pesaro e di Sinigaglia, non dava un'entrata maggiore di venticinque mila
ducati. Con così deboli sussidj il duca, abbandonato da tutti i suoi
alleati, ed in particolare da quello pel quale erasi compromesso,
sprezzando la collera del suo abituale signore, non poteva sperare di
resistere a tutte le forze della Chiesa. Quando seppe che Lorenzo de'
Medici era giunto al confine de' suoi stati con un'armata composta di
truppe fiorentine e pontificie, fuggì a Pesaro, indi passò a Mantova,
dove precedentemente aveva mandati la consorte ed il figlio. Il 30
maggio Lorenzo de' Medici entrò in Urbino; e nel termine di quattro
giorni gli si arresero tutti i castelli di quel piccolo stato. Poca
resistenza opposero ancora le fortezze di Sinigaglia, di Pesaro, di
Majuolo di San Leo; quest'ultima, che credevasi inespugnabile, fu presa
per iscalata dopo tre mesi[468].

  [468] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 117. — Fr. Belcarii, l. XV, p.
  457. — Comm. di Filippo de' Nerli, l. VI, p. 130. — Jac. Nardi, l.
  VI, p. 278. — Ist. di Gio. Cambi, p. 99. — P. Giovio Vita di Leon X,
  l. III, f. 77, ediz. di Venez. 1557, in 12.º._

Leon X, costantemente occupandosi intorno all'ingrandimento della sua
casa, rompeva per tale cagione i vincoli della riconoscenza che doveano
legarlo a Francesco Maria della Rovere, protettore della sua famiglia in
tempo del suo lungo esilio. Egli voleva ad ogni modo procurare una
sovranità a suo nipote Lorenzo, figlio di Pietro, suo fratello maggiore,
e dell'orgogliosa Alfonsina Orsini, le di cui istanze affrettarono, per
quanto si dice, cotale decisione. Non dubitò quindi d'accordare il
ducato d'Urbino e la signoria di Pesaro a Lorenzo de' Medici, lo stesso
giorno in cui la sottoscrizione del concordato sembrava assicurare alla
sua famiglia la protezione della Francia. Ottenne che il decreto
d'investitura venisse confermato in pieno concistoro da tutti i
cardinali, ad eccezione del solo Grimani, vescovo d'Urbino, il quale per
questa sua opposizione fu forzato ad abbandonare Roma[469].

  [469] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 118. — Ist. di Gio. Cambi, t.
  XXII, p. 101. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. VI, p. 278. — Par. de
  Grassis Diar., l. IV, p. 167 apud Raynald. Ann. Eccl. 1516, § 83, p.
  129._

La pace tra Carlo e Francesco I, quella tra gli Svizzeri e la Francia, e
quella tra il papa e quest'ultima potenza avevano finalmente scossa
l'ostinazione di Massimiliano. Egli aveva conosciuto che potrebbe
difficilmente continuare solo la guerra, senza i sussidj pecuniarj
d'altra potenza, ed il 4 di dicembre aveva dato il suo assenso al
trattato di Noyon. Tuttavolta per salvare il suo amor proprio, e non
parer di cedere a' suoi nemici, acconsentì soltanto di consegnare la
città di Verona a suo nipote il re Cattolico, affinchè questi la
consegnasse ai Francesi, i quali poi dovevano darla in mano ai
Veneziani. Il vescovo di Trento, incaricato d'eseguire questa
commissione, aprì le porte di Verona al signore di Lautrec il 23 di
gennajo del 1517, e da lui ricevette a conto dei dugento mila scudi che
dovevano pagare i Veneziani, il danaro necessario per pagare il soldo
arretrato della guarnigione. Il Lautrec consegnò nello stesso istante le
chiavi della città ad Andrea Gritti ed a Giampaolo Gradenigo,
provveditori veneziani. Quattrocento uomini d'armi, il fiore
dell'armata, e due mila fanti, presero possesso della città, mentre che
i generali ed i provveditori veneziani si recarono alla cattedrale in
mezzo ad un popolo ebbro di gioja, per rendere grazie al cielo della
fine di così orribile guerra, e del ristabilimento in tutta la Venezia
della benefica autorità del senato veneziano[470].

  [470] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 124. — P. Jovii Hist. sui temp.,
  l. XVIII, p. 405. — Paolo Paruta Hist. Ven., l. III, p. 248. — Fr.
  Belcarii, l. XV, p. 460. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 321. — H.
  Georgens von Frundsberg, Ritters Kriegszthaten, B. II, f. 28._



CAPITOLO CXIII.

      _Rivoluzione e guerra d'Urbino: cospirazione de' cardinali
      contro il papa: ambizione di Leon X. Sua alleanza con Carlo V
      contro Francesco I. Le loro armate conquistano il Milanese;
      morte di Leon X._

1517 = 1521.


Nell'istante in cui la repubblica di Venezia ricuperò, contro ogni
speranza, il possedimento di quasi tutto lo stato di terra ferma, che le
aveva fatto perdere una sola battaglia, e pel quale aveva in appresso
combattuto otto anni contro le principali potenze d'Europa, il senato
scelse due de' suoi più illustri membri, Andrea Gritti e Giorgio
Cornaro, per visitare tutte le città e le province della repubblica,
conoscere i loro bisogni, consolare la loro miseria, rassodare la loro
fedeltà, e loro promettere più felici tempi. I due deputati percorsero
tutta la terra ferma veneziana; esaminarono le fortificazioni di Salò,
di Peschiera, Bergamo, Brescia, Crema, Verona, Padova, Treviso, Rovigo,
Udine e di tutte le piazze del Friuli[471]; mentre che dal canto loro
tutte le città spedirono deputati al senato per rinnovare il loro
giuramento di fedeltà, ed offrirgli le loro felicitazioni. La
repubblica, che aveva resistito alla più formidabile lega che si fosse
mai formata dopo la caduta dell'impero romano, che aveva
contemporaneamente provati tutti i disastri nell'interno delle sue
città, nelle sue armate, nelle sue flotte, e che non aveva in fine di
così lunga ed acerba guerra perdute che alcune poco importanti città
della Romagna, ed alcuni porti che teneva in pegno nel regno di Napoli,
poteva credersi sicura della sua immortalità. Ella aveva trovati
inesauribili mezzi, e spiegata una tale costanza ed energia, che non
sarebbersi forse trovate in verun altro stato della Cristianità, ed il
senato pareva avere fondamento d'esortare i suoi sudditi a riporre ogni
loro fidanza nella fortuna di san Marco.

  [471] _P. Justinian. Hist. Ven., l. XI, ap. Rayn. Ann. Eccl. 1517, §
  80, p. 238._

Non pertanto la guerra della lega di Cambrai aveva essiccate molte parti
vitali della repubblica, e dopo quest'epoca più non si vide ricuperare
il primiero vigore. Aveva supplito all'enorme dispendio cui era stata
forzata di soggiacere per lo spazio d'otto anni, non solo con prestiti
che le assorbivano per molti anni tutte le pubbliche entrate, ma ancora
col vendere al migliore offerente quasi tutte le principali cariche
dello stato. Allorchè fu ristabilita la pace, i consiglj posero fine a
questa vergognosa maniera di distribuire gl'impieghi della repubblica,
ma non potevano impedire che i corpi risguardati fin allora come il
fiore della nazione non fossero stati formati a prezzo d'oro, e che
molti impieghi non venissero occupati da persone portate ai medesimi
dalle sole ricchezze[472].

  [472] _P. Paruta Ist. Ven., l. IV, p. 252._

Il commercio aveva fondata la potenza veneziana, ma questo commercio
aveva sofferto in tutte le sue parti. Quasi tutte le officine delle
manifatture stabilite nel territorio veneto erano state distrutte dalla
guerra: Giulio II aveva sforzati i Veneziani a dividere coi direttori
delle sue saline di Cervia il monopolio dei sali, lungo tempo esercitato
esclusivamente dai primi in tutta l'Italia. Selim, imperatore dei
Turchi, aveva conquistato il Cairo ed Alessandria, e distrutto l'impero
dei Mamelucchi[473]. L'Egitto, ch'egli aveva occupato, era uno di que'
paesi in cui i Veneziani esercitavano il più lucrativo commercio; ed il
regime de' Turchi, più oppressivo che quello del soldano, lo fece
bentosto languire, e annullò tutti gli utili, sebbene il senato non
avesse ommesso di mandare subito un'ambasciata a Selim per felicitarlo
intorno alle sue conquiste, rinnovare con lui i trattati di commercio e
pagargli il tributo del regno di Cipro, antico feudo del soldano[474].

  [473] _P. Jovii Hist. sui temp., l. XVII e XVIII. — Fr.
  Guicciardini, l. XIII, p. 152._

  [474] _P. Paruta Stor. Ven., l. IV, p. 254. — Alfonso de Ulloa Vita
  di Carlo V, l. I, f. 45 e seg._

In pari tempo la navigazione dei Portoghesi intorno al capo di Buona
Speranza dava una nuova direzione al commercio delle Indie; il quale,
invece di farsi soltanto per gli scali del mar Rosso e d'Alessandria,
paesi ne' quali i Veneziani, per l'influenza loro, s'erano procurato una
specie di monopolio, era venuto in mano de' mercanti di Lisbona, che
andavano direttamente a cercare le spezierie alle Molucche e ne
approvvigionavano tutta l'Europa. Finalmente il commercio de' Veneziani
coll'Africa e colla Spagna aveva ricevuto un funesto colpo
dall'imprudente avidità de' ministri del nuovo re Cattolico. Una flotta
veneziana faceva regolarmente ogni anno il giro del Mediterraneo per
fare tutti i cambj tra i diversi porti di questo mare. Le galere ond'era
composta, e che dicevansi _galere del traffico_, partivano da Venezia
per Siracusa in Sicilia; davano in appresso fondo a Tripoli, all'isola
di Gerbi presso alle Sirti, a Tunisi, a Tremizene, a Orano, e ad altri
porti dei regni di Fez e di Marocco: giugnevano in cadauno di questi
porti nell'epoca di fiera annuale, cui i Mori recavano la loro polvere
d'oro, per cambiarla coi metalli lavorati e colle stoffe dell'Europa.
Questa stessa polvere d'oro veniva in seguito portata dalle _galere del
traffico_ ne' porti spagnuoli d'Almeria, Malaga e Valenza, dove serviva
a comperare sete, lane e frumento. Queste mercanzie ne' tempi di
Ferdinando erano state assoggettate ad un diritto d'esportazione del
dieci per cento del loro valore, lo che aveva danneggiato l'interesse
de' produttori, senza far torto al commercio. I ministri del successore
di Ferdinando duplicarono l'imposta, e ne posero un'altra simile sopra
l'importazione delle merci recate dai Veneziani; e, credendo in tal modo
di quadruplicare le loro entrate, distrussero invece il commercio e
l'agricoltura della Spagna; ma in pari tempo fecero cessare uno de' più
ricchi traffichi de' Veneziani[475].

  [475] _P. Paruta Ist. Ven., l. IV, p. 257._

In mezzo a queste difficoltà, il senato occupavasi incessantemente
intorno ai mezzi di ristabilire la passata prosperità del territorio
della repubblica, col richiamare ai campi gli agricoltori, alle officine
i dispersi operaj; col rialzare le dighe abbattute, ristaurare i canali
d'irrigamento e di navigazione, accrescere ovunque le fortificazioni che
difendevano il paese, e particolarmente quelle di Verona e di Padova, di
cui voleva formare i baluardi dello stato. Per ultimo riaprì
l'università di Padova, la quale era stata chiusa otto anni, chiamandovi
i più celebri professori, i quali vi attirarono di nuovo la folla degli
scolari[476].

  [476] _Ivi, p. 252._

Le numerose armate che l'imperatore, il re di Francia e la repubblica
licenziavano nel medesimo istante, potevano in tempo di pace apportare
alle province d'Italia una nuova calamità colle ruberie delle milizie
sbandate. Pareva difficile di assoggettare tutto ad un tratto
all'autorità delle leggi uomini da lungo tempo accostumati a
disprezzarle, che lasciavansi senza mezzi di sussistenza, ed erano
persuasi d'aver essi la forza in mano. Non dobbiamo perciò maravigliarci
che il senato ed il luogotenente del re in Lombardia, favoreggiassero un
tentativo del duca d'Urbino, che li liberava da questi formidabili
avanzi delle armate, ed addensava la burrasca, che gli aveva minacciati,
sopra gli stati d'un sovrano, di cui avevano lungo tempo sperimentata
l'inimicizia e la mala fede.

Francesco Maria della Rovere si era lasciato spogliare senza fare
resistenza del ducato d'Urbino, persuaso che in tempo d'una guerra
generale, le potenze, che cercavano l'alleanza del papa, lo avrebbero
sagrificato alla sua ambizione. Appena fatta la pace, la loro gelosia
verso la corte di Roma, lungo tempo compressa, poteva rinascere, o per
lo meno non era presumibile che per cagion della santa sede volessero
ricominciare le ostilità; ed altro non domandava al rimanente
dell'Europa, che di lasciare che si misurasse colle sole sue forze
contro le sole forze della Chiesa. Quando si licenziavano le armate
adunate sotto Verona, propose loro di seguirlo in una spedizione
somigliante a quelle delle antiche compagnie di ventura. Federico di
Bozzolo, cadetto della casa di Gonzaga, che si era acquistato nome
militando per la Francia, e ch'era personalmente nemico di Lorenzo de'
Medici, offrì di porsi alla testa dell'armata. Si unirono sotto le sue
bandiere cinque mila fanti spagnuoli comandati dal capitano Maldonato,
ed ottocento cavaleggieri in gran parte albanesi. Andrea Bua, Costantino
Boccali, il brabantese Zucker e molti altri ufficiali, che si erano
acquistata celebrità nella precedente guerra, si attaccarono all'armata
del duca d'Urbino. I talenti dei capitani e lo sperimentato valore de'
soldati formavano tutta la forza del duca, poichè egli non aveva nè
danaro, nè artiglieria, nè munizioni, nè equipaggi di guerra. Pure partì
dalle vicinanze di Mantova colla sua piccola armata il 23 di gennajo del
1517, lo stesso giorno in cui Verona fu consegnata ai Francesi[477].

  [477] _Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 126. — P. Giovio Vita di Leon
  X, l. III, f. 81. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXII, p. 107. — Scip.
  Ammirato, l. XXIX, p. 322. — Fr. Belcarii, l. XV, p. 460._

Leone X, informato dell'aggressione diretta contro suo nipote, vi
ravvisò la mano di Francesco I. Egli sapeva con quanti segreti raggiri,
con quante piccole perfidie aveva provocata la di lui collera. Ad ogni
modo volle chiedere soccorso a lui medesimo, accusando Lautrec solo, suo
luogotenente, d'avergli suscitato contro un nuovo nemico in mezzo alla
pace. Ma quando si rivolse nello stesso tempo al re di Spagna ed
all'imperatore per avere la loro assistenza, rappresentò loro
l'aggressione, ond'era minacciato, come opera dello stesso
Francesco[478]. Nello stesso tempo incaricò suo nipote Lorenzo di
adunare in Romagna tutte le truppe della repubblica fiorentina e della
Chiesa, per chiudere la strada ai nemici.

  [478] _Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 127, 130._ — Lettera di Leon X
  del 12 delle calende d'aprile, al vescovo di Tortosa. _Apud Rayn.
  Ann. Eccl. an. 1517, § 82, 83, p. 239._

Ma perchè Lorenzo non conosceva l'arte militare, il papa gli aveva dati
per consiglieri Renzo Orsini di Ceri, Giulio Vitelli di Città di
Castello, e Guido Rangoni di Modena, tutti tre assai distinti ufficiali.
Altronde gli aveva particolarmente raccomandato di non si esporre alle
vicissitudini d'una battaglia, persuaso che prolungando la guerra, il
più ricco dei due rivali non poteva restare perdente. Lorenzo de' Medici
si fece prestare dai cittadini fiorentini cinquanta mila fiorini d'oro;
fece marciare alla volta della Romagna dieci mila uomini presi nella
milizia della campagna; provvide di guarnigioni le città, e lasciò
libero il passo al duca d'Urbino, che si presentò il 5 di febbrajo
innanzi alla sua capitale. Il duca sconfisse lo stesso giorno Francesco
del Monte, che voleva tenerlo lontano dalle mura della città, e nel
susseguente giorno fu ricevuto dagli abitanti con trasporti di gioja.
Questi gli professavano lo stesso attaccamento come ai tempi del duca
Borgia, e non sapevano accomodarsi all'alterigia ed al duro carattere di
Lorenzo de' Medici[479].

  [479] _Ist. di Gio. Cambi, t. XXII, Deliz. degli Eruditi Toscani, p.
  108. — Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 127. — P. Giovio Vita di Leon
  X, l. III, p. 81. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 322. — Fr. Belcarii,
  l. XV, p. 461._

Tutto il ducato d'Urbino aveva rialzate le bandiere dell'antico loro
padrone; ma in mezzo all'insurrezione, Lorenzo de' Medici si era
accampato su due montagne poste sopra Pesaro ed in faccia ad Urbino, e
vi riceveva i rinforzi che Leon X aveva domandati ai sovrani. Il conte
di Potenza gli aveva condotte quattrocento lance dal regno di Napoli per
conto del re Carlo. Dal canto suo Francesco I faceva marciare trecento
lance francesi; e somministrando al papa questo soccorso gli chiedeva in
contraccambio la restituzione tante volte promessa di Modena e di Reggio
al duca di Ferrara[480]. Senza contare questi uomini d'armi francesi cui
il papa non permise di giugnere sul teatro della guerra, Lorenzo aveva
di già adunati mille uomini d'armi, mille cavaleggieri e quindici mila
fanti. Ma i soldati, entrando ai servigj del papa, parevano rinunciare
al loro antico punto d'onore ed al loro valore: sapendo i capitani che
nè il sovrano, nè il generale non potevano giudicare de' loro
mancamenti, essi cercavano di non recar danno a' loro avversarj, e di
tirare in lungo la guerra per prolungare i loro profitti. L'armata
pontificia si lasciò fuggire tutte le occasioni d'ottenere qualche
vantaggio contro il duca d'Urbino fino al 4 d'aprile, in cui Lorenzo de'
Medici fu ferito nella testa all'assedio del castello di Mondolfo da un
colpo d'archibugio[481].

  [480] _Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 131. — Scip. Ammirato, l. XXIX,
  p. 322. — Fr. Belcarii, l. XV, p. 462._

  [481] _Ist. di Gio. Cambi, p. 111. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p.
  327. — P. Giovio Vita di Leon X, l. III, f. 81. — Fr. Guicciardini,
  l. XIII, p. 137. — Jac. Nardi, l. VI, p. 279._

Lorenzo II de' Medici, erede di tutto l'orgoglio di sua madre Alfonsina
Orsini, aveva passata la sua giovinezza nell'esilio, inteso a
procacciare nemici ai Fiorentini, od a cercare colle sue pratiche i
mezzi di ricuperare un'autorità, cui credeva d'avere ereditarj diritti.
Aveva con ciò offesi in mille modi i suoi compatriotti, ed era da loro
detestato, siccome egli in segreto li detestava. Allorchè fu ferito,
avendogli i suoi medici ordinato il silenzio ed il riposo, niuno fu
ammesso a visitarlo in Ancona, dove si era fatto trasportare; ed i
Fiorentini si persuasero bentosto che fosse morto. Accertavano che
Lorenzo era spirato nella notte del venerdì al sabbato santo; che il di
lui feretro era già stato deposto a nostra Signora di Loreto, e che lo
aveva detto un ossesso, la di cui asserzione si preferiva a quella de'
testimonj oculari[482]. I consiglj, con una segreta gioja, nominarono
tre commissarj della repubblica per dirigere l'armata durante l'assenza
del di lei capo: ma Leon X, che ravvisò in questa nomina, consentanea
agli antichi usi, il progetto di ricuperare un'autorità ch'egli si
arrogava tutta intera, vietò ai commissarj di recarsi al quartiere
generale[483].

  [482] _Ist. di Gio. Cambi, t. XXII, p. 114. — Jac. Nardi Ist. Fior.,
  l. VI, p. 279._

  [483] _Ist. di Gio. Cambi, p. 111. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p.
  327._

Soltanto dopo quaranta giorni, Lorenzo de' Medici, risanato dalla sua
ferita, andò a Firenze per disingannare coloro che lo credevano morto, e
per calmare un movimento che poteva farsi pericoloso. Rientrò
bruscamente in patria la domenica, 24 di maggio, ed all'indomani girò
per le strade onde tutti potessero vederlo: ma la voce della di lui
morte si era talmente accreditata, che molti cittadini andavano dicendo
non essere il principe che loro si mostrava adesso, che un corpo privo
di vita, animato da uno spirito maligno[484].

  [484] _Ist. di Gio. Cambi, t. XXII, p. 114._

Invece dei commissarj della repubblica, Leone X spedì il cardinale di
Bibbiena ad assumere il comando dell'armata abbandonata dal nipote.
Questo favorito del papa, cui andiamo debitori del rinnovamento della
commedia, e che tra i letterati ed i cortigiani aveva grandissima
riputazione d'uomo dotato di squisito gusto, di amenità e di erudizione,
era ben lontano dall'avere la stessa riputazione presso i soldati; e la
sua campagna fu ancora più infelice che quella del suo predecessore. Una
contesa insorta nel suo campo tra i soldati spagnuoli e tedeschi, dopo
essergli costata più di cento soldati, lo costrinse a dividere in due
campi l'armata. Francesco Maria della Rovere seppe approfittarne:
sebbene da circa tre mesi non avesse più potuto pagare i suoi soldati,
persuase i Baschi ed i Tedeschi, che militavano per il papa, e che si
vergognavano d'essere subordinati al comando dei preti, di unirsi a lui;
altrettanto avevano fatto molti Spagnuoli; e si vide quasi tutta
un'armata abbandonare il sovrano, che generosamente e puntualmente la
pagava, per seguire quegli che non poteva offrirle che le eventualità
della guerra. Il cardinale di Bibbiena, sorpreso ne' suoi quartieri a
Monte imperiale, dopo avere perduta molta gente, si ritirò a
Pesaro[485].

  [485] _Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 139. — P. Giovio Vita di Leon
  X, l. IV, p. 86. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 327._

Frattanto il duca d'Urbino, avendo raddoppiata la sua armata senza
accrescere i suoi proventi, sentì la necessità di portarla a vivere in
paese nemico. La condusse perciò in Toscana per predare le vittovaglie e
gli armenti, che il popolo senza verun sospetto lasciava sparsi nelle
campagne; sforzò Giampaolo Baglioni a redimere Perugia da un attacco con
una contribuzione di dieci mila ducati; minacciò città di Castello e
Siena; e dopo avere arricchiti i suoi soldati col saccheggio, li
ricondusse rapidamente nel ducato d'Urbino, per cacciarne il cardinale
di Bibbiena, che vi era penetrato durante la di lui lontananza. Leone X
scrisse il 16 ed il 17 di maggio al Baglioni ed alla repubblica di Siena
per ringraziarli della buona condotta da loro tenuta, ed esortarli alla
costanza[486]. Di que' dì all'incirca, le genti della Chiesa trovando
più facile il vincere il duca d'Urbino colle cospirazioni che colle
armi, avevano comperati de' traditori nel di lui campo. Maldonato,
Soares e due altri capitani spagnuoli promisero di dare Francesco Maria
nelle mani del cardinale di Bibbiena o di assassinarlo. Il duca ebbe
sentore delle loro trame; e li denunciò ai loro compatriotti adunati,
che chiamò a giudici di tanta perfidia; gli Spagnuoli sdegnati li
condannarono alla morte, ed eseguirono essi medesimi tale sentenza
contro i quattro capitani che avevano tentato di tradire il principe cui
servivano[487].

  [486] _Lettera ai Sienesi del 15 delle cal. di giugno, ed a G. P.
  Baglioni del 16. Presso il Raynaldi § 84, 85, p. 240._

  [487] _Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 141. — Scip. Ammirato, l. XXIX,
  p. 328. — P. Giovio vita di Leon X, l. III, f. 82. — Fr. Belcarii,
  l. XV, p. 464._

Non contento di avere cacciato fuori de' suoi stati il cardinale di
Bibbiena, il duca d'Urbino lo inseguì nella Marca d'Ancona; ma perchè
aveva poca artiglieria e pochissime munizioni da guerra, non vi potè
occupare veruna città. Ripassando l'Appennino, estese i suoi guasti
nello stato fiorentino tra borgo San Sepolcro ed Anghiari; ma la sua
armata non pagata si era renduta formidabile non meno agli amici che ai
nemici, e la sua situazione rendevasi ogni giorno più difficile; verun
alleato aveva voluto assumersi di proteggerlo, mentre che tutte le
grandi potenze spedivano soccorsi al papa, e che lo stesso Francesco I
mostravasi sollecito di terminare questa guerra[488]. All'ultimo
Francesco Maria perdette la speranza di potersi più lungo tempo
difendere, ed accettò la mediazione che gli offriva il signore di
Lescuns, fratello di Lautrec, inviato dal re di Francia presso il papa.
In agosto o in settembre del 1517 venne sottoscritto un trattato, in
forza del quale Leon X si obbligava di pagare all'armata del duca
d'Urbino tutti i soldi arretrati, che ammontavano a più di cento mila
ducati; lo assolveva da tutte le censure ecclesiastiche; accordava
un'intera amnistia, che poi non osservò, a coloro che si erano
dichiarati per il duca; e permetteva a Francesco Maria di far
trasportare a Mantova, ove si ritirò, la sua artiglieria e la bella
biblioteca raccolta in Urbino da suo avo, Federico di Montefeltro[489].

  [488] _Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 147. — P. Giovio vita di Leone
  X, l. IV, f. 87. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 330. — Fr. Belcarii,
  l. XV, p. 466._

  [489] _Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 150. — P. Giovio vita di Leon
  X, l. IV, f. 87. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 332. — Fr. Belcarii,
  l. XV, p. 467._

Non era ancora terminata la guerra d'Urbino, quando la corte di Roma
venne agitata dalla scoperta di una congiura contro il papa, ed in
appresso dal supplicio di uno de' principali dignitarj della Chiesa. Il
capo di tale congiura era quello stesso cardinale Alfonso Petrucci che
si era adoperato con tanto zelo nella nomina di Leone, e che lo aveva
poi annunciato al popolo con sì vivo trasporto di gioja, gridando:
_vivano i giovani!_ Pandolfo Petrucci, suo padre, aveva governata la
repubblica di Siena con prudente accortezza, rispettando le abitudini
de' cittadini, de' quali aveva abolite le leggi, e si era acquistata
così fama tra i più grandi politici del suo secolo. Morì Pandolfo di
sessantatre anni, il 21 maggio del 1512[490], lasciando tre figli;
Borghese, il primogenito, che non aveva più di vent'anni; Alfonso, il
secondo, ch'era stato creato cardinale nel 1509 in età di appena sedici
anni; ed il terzo, Fabio, che non era per anco giunto all'adolescenza.
Niuno di loro aveva ereditati i talenti nè la forza di carattere del
padre, sebbene il primogenito gli succedesse nell'autorità presso la
repubblica di Siena, e venisse riconosciuto capo della balìa, e
comandante della guardia[491].

  [490] _Orl. Malavolti stor. di Siena, p. III, l. VII, f. 117. — P.
  Giovio elogi e vite degli uomini illustri, l. V, p. 303._

  [491] _Orl. Malavolti stor. di Siena, p. III, l. VII, f. 118._

In questa stessa famiglia de' signori di Siena Leon X aveva un favorito,
Raffaello Petrucci, vescovo di Grosseto, persona a lui devota e fedele,
ma illetterato, e di depravati costumi. Il papa lo aveva nominato
castellano di castel sant'Angelo; ed in appresso pensò di metterlo alla
testa del governo di Siena, affinchè questa repubblica, chiusa fra gli
stati della Chiesa e de' Fiorentini, fosse da lui dipendente non meno
che gli stati che la circondavano. Vitello Vitelli condusse a Siena il
vescovo di Grosseto con dugento cavalli e due mila fanti, e lo installò
il 10 marzo del 1515 nella signoria, mentre che Borghese Petrucci uscì
di città senza avere il coraggio di fare uno sforzo per conservare la
sua autorità. Il nuovo signore richiamò alcuni emigrati, ed in iscambio
esiliò tutti coloro che avevano avuto molta parte nell'ultimo governo;
in breve rendette la sua tirannide odiosa a tutti i Sienesi[492].

  [492] _Ivi, f. 119._

Il cardinale Alfonso Petrucci non poteva perdonare a Leon X
l'ingratitudine di cui si vedeva vittima. Suo padre Pandolfo era stato
il più costante alleato dei Medici; aveva preso parte per favorirli
nelle più pericolose guerre, aveva loro dato asilo in quella stessa
patria da cui i Medici scacciavano i suoi figliuoli, confiscandone i
beni. In un inconsiderato impeto di gioventù, Alfonso si lasciava
talvolta uscire di bocca, ch'era tentato di gettarsi in concistoro sopra
Leon X con un pugnale in mano, per disfarsi di lui in mezzo al sacro
collegio. Aveva pure pensato di guadagnare il chirurgo Battista di
Vercelli, perchè avvelenasse un'ulcera che obbligava Leon X a farsi
medicare ogni giorno. Per altro questo chirurgo, invece d'essere al
servigio del papa, non trovavasi neppure in Roma, ed esercitava la sua
professione in Firenze; tutte le pratiche di Petrucci per eseguire
questo progetto, se realmente vi aveva fatto entrare il Vercelli, si
ristringevano all'avere raccomandato inutilmente questo chirurgo, per
farlo ricevere nella corte del papa[493].

  [493] _Rayn. An. Eccl. 1517, § 89, p. 241._

Ma il Petrucci aveva preso in odio il soggiorno di Roma, ov'erasi
renduto sospetto co' suoi violenti discorsi. Se ne allontanò, e vi fu
richiamato. In tempo della guerra d'Urbino si pronunciò vivamente
favorevole a Francesco Maria della Rovere, e si allontanò di nuovo.
Vennero sorprese certe sue lettere dirette al suo segretario Antonio
Nino: esse esprimevano i medesimi sentimenti o i medesimi progetti di
vendetta; e Leone X le trovò sufficienti per servire di fondamento ad un
processo criminale. Bisognava con inganno assicurarsi della di lui
persona, prima di tradurlo in giudizio; ed il papa gli scrisse
un'affettuosa lettera per richiamarlo, mandandogli un salvacondotto.
Nello stesso tempo diede di propria bocca parola all'ambasciatore di
Spagna, che il Petrucci, ritornando, non si esponeva a verun pericolo.
Infatti Alfonso tornò a Roma, e presentossi al palazzo del pontefice col
suo amico il cardinale Bandinello Sauli di Genova, che aveva pure assai
contribuito all'elezione di Leon X. L'uno e l'altro, invece di essere
introdotti all'udienza del papa, furono arrestati ed immediatamente
condotti in castel sant'Angelo. L'ambasciatore di Spagna si lagnò che il
papa violasse il salvacondotto e la parola a lui data; ma rispose Leon X
che tutte queste sicurezze erano distrutte da un'accusa di lesa maestà e
di avvelenamento. Con tale risposta impegnava in certo modo anche
l'ambasciatore a trovare gli accusati colpevoli[494].

  [494] _Parisii de Grassis MS. archivii Vaticani, t. IV, p. 200; ap.
  Raynald. an. 1517, § 91-92, p. 242. — P. Giovio vita di Leon X, l.
  IV, f. 83. — Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 144. — P. Bizarri S. P.
  que Genuens. hist., l. XIX, p. 448._

Colla processura usata in quel secolo niun uomo poteva lusingarsi di far
apparire la propria innocenza, se i giudici erano determinati di
trovarlo colpevole, poichè tutta l'informazione era tenuta in un
profondo mistero. I due cardinali vennero assoggettati ad una rigorosa
tortura. Pocointesta di Bagnacavallo, ch'era stato sotto il Petrucci
comandante della guardia di Siena, e Battista di Vercelli ch'era stato
arrestato in Firenze, furono egualmente posti alla tortura, e fu loro
estorta la confessione di un progetto d'avvelenamento. Furono arrestati
altri cardinali, siccome colpevoli d'avere uditi i violenti detti e le
minacce del Petrucci senz'averne dato avviso; cioè Raffaello Riario,
decano del sacro collegio, già cardinale da oltre quarant'anni, il più
prudente, il più circospetto de' capi della Chiesa, che tutti avanzava
in dignità, in lusso ed in ricchezze; Adriano, cardinale di Corneto, e
Francesco Soderini, cardinale di Volterra, l'uno e l'altro tra' più
ricchi prelati della Chiesa[495].

  [495] _Gio. Cambi Ist. Fior., t. XXII, p. 118. — Rayn. An. Eccl.
  1517, § 94, p. 242._

Quando fu terminata l'informazione del procuratore fiscale, e letta nel
sacro collegio, Petrucci e Sauli furono degradati e consegnati al
braccio secolare. Il primo fu strozzato in prigione il 21 giugno,
ventiquattr'ore dopo la sentenza. Allo stesso supplicio fu condannato
anche Bandinello Sauli, ma Leon X mutò la sentenza di morte in perpetuo
carcere: e perchè il prigioniere fece offrire una grossa somma di danaro
per avere la libertà, Leon X gli mandò il suo maestro delle cerimonie,
Paride de' Grassi, per accettare l'offerta e condurre il cardinale
penitente in concistoro, a condizione che non cercherebbe di
giustificarsi, e che per lo contrario confesserebbe tutte le colpe
ond'era stato accusato[496]. Il Sauli si assoggettò alla proposta
condizione; fu posto in libertà, ma morì poco tempo dopo, non senza
sospetto, come corse voce, che prima di rilasciarlo il papa gli avesse
fatto somministrare un lento veleno per sbarazzarsi di lui. Il cardinale
Riario, dopo essere stato degradato, fu rimesso nella pristina dignità
mercè il pagamento d'una grossa somma di danaro. I cardinali di Corneto
e di Volterra avevano, stando inginocchiati in pieno concistoro,
confessato d'aver udito le parole minacciose d'Alfonso Petrucci, e che,
attribuendole alla sua leggerezza di mente, non le avevano denunciate.
Leon X li fece porre in libertà dopo averli obbligati a pagare
venticinque mila ducati. Questa somma doveva essere divisa fra loro due,
ma le spese della guerra d'Urbino avendo sconcertate le finanze del
papa, egli pretese che tale somma doveva essere da entrambi pagata
individualmente. Allora i due cardinali fuggirono: non si seppe più
nulla d'Adriano di Corneto, che venne senza dubbio assassinato; il
Soderini si ritirò a Fondi sotto la protezione di Prospero Colonna, e vi
stette fino alla morte del papa: Vercelli, Mino e Pocointesta perirono
in mezzo ad orrendi supplicj[497].

  [496] _Par. de Grassis, apud Rayn. Ann. Eccl. 1517, § 98, p. 243._

  [497] _Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 146. — Par. de Grassis Diar.
  ap. Rayn. An. Eccl. 1517, § 95, p. 242. — P. Giovio vita di Leon X,
  l. IV, f. 85. — Panvino delle vite de' pontefici, in Leone X, p.
  262. — Fr. Belcarii, l. XV, p. 465._

Il sacro collegio era oppresso dallo spavento; non essendosi da lungo
tempo trattati i suoi membri con tanto rigore. I condannati, e non
escluso lo stesso Petrucci, non erano colpevoli che d'imprudenti parole;
e quando Leon X non faceva grazia agli antichi suoi amici, ed a coloro
che avevano contribuito alla sua elezione, gli altri non potevano
sperare un migliore trattamento; di già si sentivano ai suoi occhi
colpevoli, poichè le loro preghiere a pro de' colpevoli eransi
risguardate come un'offesa. Il quinto concilio di Laterano, che
trovavasi adunato nell'epoca dell'assunzione al pontificato di Leon X,
non poteva più mettere limiti al di lui dispotismo; desso era stato da
Leone terminato il 16 marzo del 1517, cinque anni dopo la sua
convocazione. In così lungo spazio di tempo non aveva tenute che dodici
sessioni, quasi d'altro non occupandosi che di vane formalità e di
sermoni di etichetta. Non aveva giammai riuniti più di sedici cardinali
e di novanta o cento vescovi ed abati mitrati; e niuno doveva infatti
lusingarsi di vederne di più in un'assemblea, che il papa cercava di
spogliare d'ogni autorità reale[498].

  [498] _Rayn. Ann. Eccl. 1517, § 1-17, p. 226 e seg. — Fleury, Hist.
  eccl., l. CXXV, c. 1-4. — Spondanus contin., Rayn. 1517, § 1-2, t.
  II, p. 593._

Dopo la congiura del Petrucci non rimanevano nel sacro collegio che
dodici cardinali, e Leon X seppe approfittare del loro terrore per fare
in una sola volta una promozione di trentuno cardinali, che metteva il
loro concistoro sotto assoluta di lui dipendenza. Una nomina così
numerosa e così sproporzionata col corpo ch'essa riempiva, era
senz'esempio. I cardinali atterriti dal fresco supplicio de' loro
colleghi, sebbene si vedessero in tal modo rigettati in una impotente
minorità, non osarono di fare veruna rimostranza. La lista si chiuse il
26 di giugno, e fu pubblicata il 1.º di luglio[499]. In quest'occasione
Leon X collocò nel senato della Chiesa due figli delle sue sorelle, e
varie altre creature che non vantavano altro titolo per così sublime
dignità che il favore del pontefice: ma nello stesso tempo accordò il
cappello cardinalizio a molti gentiluomini romani, che la politica dei
suoi predecessori aveva studiosamente esclusi dal sacro collegio;
innalzò pure alla stessa dignità molti celebri letterati, che
illustrarono il nome di Leone per riconoscenza della protezione loro
accordata; per ultimo vendette questa dignità a danaro contante a tutti
gli altri, e la fece pagare perfino a coloro ch'era più inclinato a
favorire; ma il prezzo cresceva in ragione inversa del minor merito che
il candidato aveva per così alta dignità[500].

  [499] _Paris de Grassis ap. Rayn. 1517, § 101, p. 244._

  [500] _Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 146. — P. Jovii Hist. sui temp.
  Epit., l. XIX, t. II, p. 3. — P. Giovio vita di Leon X, l. IV, f.
  86. — Jacopo Nardi Ist. Fior., l. VI, p. 279. — Ist. di Gio. Cambi,
  t. XXII, p. 124._

Nelle ultime sessioni del concilio non erasi parlato che di progetti di
lega contro i Turchi. Pareva che l'Europa si apparecchiasse ad una nuova
crociata, ed infatti la guerra sacra che predicava il papa, sembrava una
necessaria misura per difendere e salvare la Cristianità. Selim colla
conquista dell'Egitto e colle vittorie riportate sopra il Sofì di Persia
aveva quasi raddoppiata l'estensione del suo impero ed i suoi mezzi
d'attacco. Era noto il suo odio verso i cristiani, la sua passione per
nuove intraprese, la sua dissimulazione, la sua crudeltà. Le stesse
coste dell'Italia cominciavano ad essere esposte agli sbarchi de'
Turchi. Leone scriveva a Massimiliano, ch'erano venuti a saccheggiare
successivamente Recanati ed Ostia[501]. Francesco, Carlo e Massimiliano
sottoscrissero a Cambrai, l'undici marzo del 1517, un trattato
d'alleanza contro l'impero ottomano: tutto era preventivamente
convenuto; il numero delle truppe che ognuno somministrerebbe, la
maniera con cui ogni monarca eseguirebbe il proprio attacco e
l'assistenza che chiederebbero alle altre potenze. Pareva che i principi
cristiani cercassero di superarsi l'un l'altro colle più splendide
promesse per difesa della patria e dell'incivilimento. Ma il più
leggiere vicino vantaggio bastava, perchè più non si pensasse ad un
pericolo creduto lontano; e Leon X, che sembrava tanto zelante per la
lega cristiana, fu facilmente quegli che contribuì più d'ogni altro ad
impedire che si adunasse[502].

  [501] _Epist. Leonis apud Rayn. 1518, § 71, p. 260._

  [502] _Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 152. — P. Paruta Ist. Venez.,
  l. IV, p. 259. — Rayn. Ann. Eccl. 1517, § 18 e seg., p. 230. — P.
  Giovio vita di Leon X, t. IV, f. 88._

Mentre Francesco I rinnovava l'8 di ottobre la sua alleanza colla
repubblica di Venezia, Leon X aveva cercato di unirsi più strettamente
con questo monarca; Carlo era passato dai Paesi Bassi nella Spagna, e
sembrava che dovesse trovarvisi lungamente occupato nel ricondurre i
popoli all'ubbidienza. Massimiliano, di già vecchio, non era mai stato
un alleato in cui si potesse fare fondamento, e Leon X, sempre pensoso
della grandezza di sua famiglia, giudicò di non la potere meglio
assicurare che per mezzo dell'alleanza colla Francia. In gennajo del
1518 ottenne per suo nipote Lorenzo, duca d'Urbino, la mano di
Maddalena, figliuola di Giovanni della Tour, conte d'Alvergna e di
Boulogne, e di una sorella di Francesco di Borbone, conte di Vendome.
Con tale matrimonio univa Lorenzo alla casa di Francia, e per onorarlo
maggiormente, Francesco lo scelse per padrino d'un figlio che gli era
nato nel mese di febbrajo. Dopo il battesimo, celebrato il 25 d'aprile
con molta pompa, Francesco restituì a Lorenzo la carta sottoscritta da
Leon X, colla quale si obbligava a tornare al duca di Ferrara le città
di Modena e di Reggio. In contraccambio il papa non fu meno generoso
delle altrui proprietà verso il re. Gli concesse di disporre liberamente
delle decime che aveva levate sul clero francese per fare la guerra ai
Turchi, dando così il primo esempio di abbandonare quel progetto della
crociata per l'esecuzione del quale aveva tanto insistito[503].

  [503] _Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 155. — Ist. di Gio. Cambi, t.
  XXII, p. 131. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 333. — Mém. de Bayard c.
  LXI, p. 387. — Mém. de Martin du Bellay, l. I, p. 77._

Leon X ebbe la felicità di associare il suo nome alla più splendida
epoca delle lettere e delle arti in Italia: salito sul trono
nell'istante in cui tutte le carriere erano corse nello stesso tempo da
uomini di straordinario ingegno, formati prima di lui, egli distribuì
fra di loro, colla prodigalità che adoperava in tutte le altre cose, i
tesori della Chiesa, i ricchi beneficj de' quali aveva la collazione in
tutta la cristianità, e le prodigiose somme ricavate dal commercio delle
indulgenze. I poeti, gli storici, gli artefici, arricchiti dalle di lui
beneficenze, hanno per gratitudine celebrato il di lui nome,
ascrivendogli tutto il merito de' lavori di cui, mercè le di lui
largizioni, avevano l'ozio d'occuparsi. Ma e come pontefice e come
sovrano Leon X non era propriamente degno di tante lodi. Nel precedente
anno, di fresco terminato, Martino Lutero aveva in Germania cominciato
ad alzarsi contro lo scandaloso traffico delle indulgenze, e si era
gradatamente condotto, esaminando la propria fede, a gittare i
fondamenti di quella riforma, ch'egli in appresso condusse a fine con
tanta gloria[504]. Era in allora egli stesso ben lontano dal prevedere
le conseguenze cui lo condurrebbe l'esame della dottrina della Chiesa.
La riforma non poteva essere che un'opera progressiva, e non era che
successivamente, che uno spirito religioso poteva portare la fiaccola
dell'esame intorno a tutte le credenze lungo tempo ricevute come
fondamentali. Non è maraviglia che Leon X sia morto senz'avere avuto
sospetto della rivoluzione, che durante il suo regno si era in Germania
eseguita negli spiriti, poichè in tutto il tempo abbracciato da questa
storia, ed anche molto tempo dopo, dessa non fu in Italia ben
conosciuta, e poichè l'atto energico, con cui la ragione infranse il
giogo che aveva portato, fu dalla corte di Roma confuso colle oscure
eresie, che tante volte aveva vedute nascere e morire ne' conventi. Ma
Leon X mancò di prudenza, di penetrazione e di filosofia, non
apprezzando meglio il suo secolo, lasciando temerariamente crescere in
un'età abbondante di lumi tutti gli abusi che non s'erano potuti
tollerare che in quella della più barbara ignoranza, e incoraggiando
finalmente con una improvvida cupidigia lo scandaloso traffico delle
cose sacre, onde ricompensar poscia col profitto medesimo di così
vergognoso commercio i letterati ed i filosofi che dovevano in appresso
spezzare le catene della superstizione.

  [504] Come ciò accadesse, e per quali vie, e per quali non
  disinteressati motivi, basterà il leggere l'eccellente opera di
  Giacomo Benigno Bossuet, vescovo di Meaux, _Storia delle rivoluzioni
  delle Chiese protestanti_, di cui sonosi fatte più edizioni in
  lingua italiana. Con questa storia il lettore cattolico potrà
  rettificare le opinioni del nostro autore, senza che io debba di
  tratto in tratto prendere la difesa delle dottrine cattoliche. _N.
  d. T._

Infatti Leon X, giunto alla più sublime dignità umana, da quell'istante
risguardò la sua vita come un continuo carnovale, nel quale ad altro
pensare non doveva che a godere. Egli divideva il suo tempo tra i
banchetti e la caccia; amava la compagnia de' buffoni, ch'egli si
compiaceva di tormentare e di coprire del più vile ridicolo; fomentava
la vanità di coloro che di già conosceva vanissimi; e sotto coperta
d'accordar loro nuove onorificenze, gli esponeva all'universale
dileggio. Egli non temeva di spingere fino alla pazzia con questo
crudele dileggiamento uomini di merito, o rispettabili vecchi. La
riputazione di continenza che si era acquistata, essendo cardinale, non
aveva sostenuto un più severo esame, e la sua famigliarità co' suoi
paggi dava luogo a vergognosi sospetti. La di lui liberalità, che
stendevasi su tutti coloro che lo avvicinavano, e ch'era più
proporzionata al suo buon umore ed alla riuscita della caccia che al
merito dei beneficati, altro infine non era che una disposizione
egoistica: egli voleva vedersi intorno visi ridenti, voleva raccogliere
le benedizioni di coloro che lo avvicinavano, e punto non curavasi del
modo con cui ammassava, sia colle gravose gabelle sui popoli, sia col
rendere venale tutto quanto era dalla Chiesa riputato più sacro, i
tesori che poi dissipava con tanta prodigalità[505].

  [505] _P. Giovio Vita di Leon X, l. IV, f. 91-96._

La tregua che i Veneziani avevano conchiusa con Massimiliano, e che
spirava dopo diciotto mesi, fu prolungata, in agosto del 1518,
coll'intervento della Francia per cinque anni alle medesime condizioni.
L'imperatore avrebbe inoltre di buon grado acconsentito a cambiarla in
una perpetua pace; ma vi ostò Francesco I, per timore che i Veneziani,
trovandosi senza sospetto, non allentassero i legami co' quali la
Francia li teneva sotto la sua clientela[506]. La corte di Francia
adombravasi di ogni potere che in Italia sembrasse aspirare
all'indipendenza: conservando l'alleanza de' Veneziani, cautamente
impediva che non accrescessero in Lombardia il numero de' loro
partigiani. Il maresciallo Trivulzio, che avevale renduti così segnalati
servigj, le si era fatto sospetto pel suo attaccamento ai Veneziani.
Egli era il capo del partito guelfo; e Lautrec, per mortificarlo,
colmava di onori Galeazzo Visconti capo dell'opposta fazione. Il
Trivulzio, per non trovarsi in balìa degli avvenimenti, domandò ed
ottenne la nazionalità de' cantoni svizzeri; ma con ciò non fece che
somministrare nuove armi a' suoi nemici. Accusato alla corte, risolse,
malgrado l'avanzata sua età, di passare i monti e di presentarsi a
Francesco I per giustificarsi. Il re lo accolse duramente, lo rimproverò
di godere di una non meritata riputazione, e lo costrinse a ritornare
agli Svizzeri le sue lettere di cittadinanza. Poco dopo il Trivulzio
infermò a Chartres, ove morì, ludibrio fino alla fine della sua lunga
carriera della incostanza della fortuna; al che faceva allusione
l'epitaffio scelto da lui medesimo. «Qui riposa Gian Giacopo Trivulzio,
che mai non riposò[507].»

  [506] _Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 255. — P. Paruta Hist. Ven., l.
  IV, p. 258._

  [507] L'epitaffio fu inscritto sul di lui sepolcro nella chiesa di
  san Nazaro in Milano: _Joannes Jacobus Trivultius Antonii filius,
  qui nunquam quievit, quiescit: tace._ — _Carlo Rosmini Storia del
  Trivulzio, l. XII, p. 539. — Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 157. — P.
  Giovio Vita di Leon X, l. IV, f. 100. — Id. Vite degli uomini ill.
  l. IV, p. 259._

Negoziazioni che dovevano decidere non solo della sorte dell'Italia, ma
di tutta l'Europa, tenevano in allora occupati tutti gli spiriti.
Massimiliano, sentendo finalmente gli effetti della vecchiaja, avrebbe
voluto assicurare a suo nipote la dignità imperiale; ma, per le
costituzioni dell'impero, non poteva farlo eleggere re de' Romani,
finchè egli medesimo non avesse ricevuto la corona d'oro dalle mani del
papa: onde pensava o di andare a cercarla a Roma, o di ottenere che Leon
X gliela mandasse in Germania per mezzo di un legato, ed intanto cercava
di guadagnare i suffragj degli elettori. Malgrado le inquietudini de'
principi dell'impero, la gelosia della Francia, e gli artificj della
corte di Roma, non avrebbe tardato ad ottenere l'intento. Ma la morte
venne a rompere inaspettatamente i suoi disegni, sorprendendolo a Lintz
il 19 gennajo del 1519, mentre occupavasi caldamente della caccia,
cercando di sbarazzarsi da una leggiere febbre con inopportuni
rimedj[508].

  [508] _Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 169. — Par. de Grassis ap.
  Rayn. An. Eccl. 1519, § 1-2, p. 277. — Fr. Belcarii, l. XVI, p. 472.
  — P. Bizarri, l. XIX, p. 449. — P. Giovio vita di Leon X, l. IV, f.
  88. — P. Paruta Ist. Ven., l. IV, p. 261._

La morte di Massimiliano, accaduta prima che fosse eletto un re de'
Romani, apriva la porta a tutti i candidati che potevano aspirare a
questa prima dignità del mondo cristiano. Pure non la chiesero che i due
più potenti monarchi dell'Europa, il re di Spagna ed il re di Francia.
Il primo, come arciduca d'Austria e come sovrano de' Paesi Bassi, era di
già membro dell'impero; il secondo gli era assolutamente straniero, ma,
se avesse ottenuta la corona, avrebbe compromessa quella indipendenza
della monarchia francese, cui i Francesi apprezzavano con ragione così
altamente, rendendola dipendente per meglio unirla all'impero.
Rappresentavano i ministri dei due principi, che in questo momento era
necessario alla cristianità un potente monarca, onde mettere argine alle
conquiste de' Turchi, che opprimevano l'Ungheria, e minacciavano la
Germania. Frattanto tutti i principi e tutti gli stati indipendenti
della Germania e dell'Italia tenevano una contraria opinione; vedevano
con inquietudine la corona imperiale perpetuarsi nella casa d'Austria
fin dal 1438 per via delle successive elezioni d'Alberto II, di Federico
IV, e di Massimiliano, e del lungo regno degli ultimi due. Temevano
l'assoluta sovversione delle loro libertà, quando l'erede di questi
monarchi, che di già non le avevano abbastanza rispettate, sarebbe
inoltre sovrano di tutte le Spagne, delle Indie, de' Paesi Bassi e delle
due Sicilie. L'elezione di Francesco I, per le abitudini ch'egli
porterebbe d'una assoluta monarchia in una monarchia elettiva e
limitata, non sembrava meno pericolosa per l'indipendenza di tutti i
piccoli stati: e per tal modo mentre i due monarchi facevano girare
d'una in altra corte della Germania splendide ambasciate, accompagnate
da corpi d'uomini d'armi e di convogli di danaro, onde apertamente
guadagnarsi i suffragj, tutti gli amici del loro paese e della libertà
europea facevano voti perchè questi due fossero rigettati. Vero è che
molti, capo de' quali era Leon X, fingevano di essere attaccati a
Francesco I, per impiegare il danaro ed il credito di lui contro il di
lui competitore; ma fidavansi al nazionale orgoglio de' Tedeschi, che
mai non permetterebbe ad un re di Francia di salire sul primo trono
della Germania[509].

  [509] _Rayn. An. Eccl. 1518, § 156 e seguenti, p. 273; 1519, § 8, p.
  278. — Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 159. — P. Giovio vita di Leon
  X, l. IV, f. 89. — Jac. Nardi, l. V, p. 283. — P. Paruta, l. IV, p.
  261._

Mentre Leon X cercava di tener la bilancia in bilico tra due così
potenti principi, l'ultimo legittimo erede della sua propria famiglia
moriva in Firenze. Lorenzo de' Medici, duca d'Urbino, vi aveva condotta
sua moglie Maddalena de Latour d'Alvergna; ma le aveva comunicata la
vergognosa malattia di cui era egli stesso affetto. Maddalena morì il 23
di aprile nel dare alla luce la troppo famosa Caterina de' Medici; e
cinque giorni dopo, il 28 aprile, soggiacque ancora Lorenzo alla
malattia che lo andava già da gran tempo distruggendo[510]. Altro
discendente non restava di Cosimo de' Medici, padre della patria, che
papa Leon X, Caterina, di lui pronipote, varie femmine maritate in
diverse case fiorentine, e tre bastardi; cioè, Giulio di già cardinale,
Ippolito ed Alessandro tuttavia in età fanciullesca. I discendenti di
Lorenzo de' Medici, fratello di Cosimo, che vent'anni prima avevano
rinunciato al loro nome per prendere quello di Popolani, e che nelle
rivoluzioni di Firenze si erano mostrati partigiani del popolo e della
libertà, erano in allora divisi in due rami, nel cadetto de' quali
Giovanni de' Medici, figliuolo di Caterina Sforza, cominciava a farsi
nome nelle armi. In questo stesso anno gli nasceva un figliuolo, il
giorno 11 di giugno del 1519, destinato a ridurre un giorno la sua
patria in servitù, ed a portare il primo, col nome di Cosimo, il titolo
di gran duca di Toscana[511].

  [510] _Gio. Cambi, p. 144-149. — Fil. Nerli, l. VI, p. 132. — Fr.
  Belcarii, l. XV, p. 468. l. XVI, p. 470._

  [511] _Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 335._

Gli ambiziosi disegni di Leon X per la sua famiglia, cui aveva
sagrificata la gloria e l'indipendenza della sua patria, più avere non
potevano esecuzione; perciò alcuni cittadini ebbero il coraggio di
supplicarlo a rendere a Firenze una libertà che pregiudicare non poteva
alla grandezza di lui o della di lui casa: la sorte del cardinale
Giulio, gli dicevano essi, era stabilita nella Chiesa, mentre che i due
fanciulli, Alessandro ed Ippolito, da Leone X appena riconosciuti, non
sembravano inspirargli veruno interesse[512]. Ma Leone nel suo lungo
esilio aveva contratto l'odio della libertà: suppose che conserverebbe
la Toscana in una maggiore dipendenza dalle sue volontà sostituendo a
Lorenzo il cardinale Giulio suo cugino; perciò lo fece subito partire
alla volta di Firenze, quand'ebbe notizia della malattia del primo.
Giulio, ch'era corucciato con Lorenzo, non entrò nel palazzo Medici
finchè non fu morto suo cugino. In allora annunciò ai magistrati che non
era sua intenzione di seguire le pedate del suo predecessore; che non
era per appropriarsi in sul di lui esempio le nomine a tutti gli ufficj
lucrativi; ma che anzi si farebbe debito di rispettare la pubblica
libertà: infatti i Fiorentini, sollevati dal giogo che avevano portato,
credettero di trovare sotto il cardinale Giulio un immagine della
repubblica; e si affezionarono a questo prelato, che si trattenne fra di
loro fino al mese di ottobre, e che, ripartendo alla volta di Roma,
lasciò nel palazzo de' Medici Goro Gheri di Pistoja, vescovo di Fano, ed
il cardinale di Cortona, per governare in vece sua[513].

  [512] _Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 162._

  [513] _Ist. di Gio. Cambi, t. XXII, p. 152. — Filip. de' Nerli
  comment. de' fatti civili di Firenze, l. VII, p. 133._

Dopo estinta la casa Medici, il ducato d'Urbino avrebbe dovuto ricadere
alla santa sede. Leon X non volle restituirlo all'antico signore,
malgrado il desiderio degli abitanti; anzi per tenerlo sottomesso ne
fece smantellare le città. Ma mentre incorporò il ducato d'Urbino
all'immediato dominio della Chiesa, accordò la fortezza di san Leo, ed
il contado di Montefeltro, che viene formato da una sessantina di
castella o villaggi murati, alla repubblica fiorentina in pagamento di
cento cinquanta mila fiorini, dovutile a saldo delle somme sovvenute
alla santa sede in occasione della guerra d'Urbino[514].

  [514] _Gio. Cambi, t. XXII, p. 166. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p.
  336. — Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 163. — P. Giovio vita di Leon
  X, l. IV, f. 89. — Jacopo Nardi Ist. Fior., l. VI, p. 279._

Frattanto le rivalità fra i due pretendenti all'impero si erano
continuate con un aspetto di galanteria e di vicendevole rispetto.
Francesco I aveva detto agli ambasciatori di Spagna, ch'egli ed il loro
padrone dovevano risguardarsi come due innamorati che corteggiano la
stessa amante, non già come nemici[515]. Il re di Francia aveva creduto
di guadagnare i voti degli elettori, profondendo il danaro: i suoi tre
ambasciatori, l'ammiraglio Bonnivet, d'Orval e Fleuranges «avevano
sempre, dice l'ultimo, quattrocento mila scudi con loro che gli arcieri
portavano in certe loro valigie, ed avevano i detti ambasciatori con
loro quattrocento cavalli tedeschi al soldo del re, che li conducevano;
ed il fortunato (Fleuranges) aveva inoltre con lui quaranta cavalli, la
maggior parte pure tedeschi, tutti vestiti di verde, con i suoi colori
ad una manica, i quali rendettero importanti servigj[516].»

  [515] _Fr. Belcarii, l. XV, p. 472._

  [516] _Mém. de Fleuranges, t. XVI, p. 248._

Ma il danaro di Carlo fu più utilmente adoperato nell'adunare un'armata,
che improvvisamente si avvicinò a Francoforte sotto colore di proteggere
la libertà degli elettori. Le quattro voci di Magonza, di Colonia, di
Sassonia e del conte palatino, gli furono date dopo che l'elettore di
Sassonia ricusò l'offerta della corona; venne in seguito quella di
Boemia; e finalmente gli elettori di Brandeburgo e di Treveri furono gli
ultimi ad abbandonare gl'interessi del re di Francia; Carlo, che di que'
tempi si trovava in Ispagna, fu proclamato imperatore eletto il 28
giugno del 1519, e si fece chiamare Carlo Quinto[517].

  [517] Lettera del cardinale Caietano a Leon X, scritta da
  Francoforte il 29 di giugno del 1519. _Lettere de' principi, ediz.
  di Ven. del 1581, t. I, f. 68. — Par. de Grassis, l. XIII, p. 264. —
  Alfonso de Ulloa vita di Carlo V, l. II, f. 63. — Mém. de
  Fleuranges, t. XVI, p. 263. — Fr. Belcarii, l. XVI, p. 475. —
  Schmidt, Hist. des Allemands, l. VIII, c. I e II, t. VI, p. 163._

In questo stesso tempo la storia d'Italia è povera di avvenimenti. Le
province guastate in tempo della guerra cercavano col riposo e
coll'economia di rifarsi da tanti disastri. Il marchese di Mantova,
Francesco Gonzaga, che nelle guerre della fine del precedente secolo si
era acquistata grandissima riputazione, morì il 20 di febbrajo. Gli
successe Federico, il maggiore de' suoi tre figli; Ercole fu fatto
cardinale; e don Fernando, in appresso duca di Molfetta e di Guastalla,
fu uno de' più illustri capitani del secolo[518].

  [518] _Muratori Ann. d'Italia ad an. 1519, p. 160._

Il duca di Ferrara, don Alfonso d'Este, in novembre dello stesso anno,
fu sorpreso da pericolosa malattia, che per alcuni giorni fece credere
disperata la sua guarigione. Suo fratello, il cardinale Ippolito,
disgustato del soggiorno di Roma, trovavasi in Ungheria nel suo
arcivescovado di Strigonia. Alfonso aveva pagati gli enormi debiti
contratti in tempo delle sue lunghe guerre; aveva inoltre adunato un
ragguardevole tesoro, ma coll'opprimere d'insopportabili imposte i suoi
sudditi. In ogni altra cosa avarissimo, spendeva senza misura nel
fortificare Ferrara, e nel fare nuove artiglierie e provvedere munizioni
da guerra. Aveva ridotta la sua capitale a città quasi inespugnabile; ma
aveva a carissimo prezzo acquistato tale vantaggio, cioè perdendo
l'amore de' suoi popoli, ruinati dalle imposte e da' suoi monopolj. Dopo
la pace aveva licenziate le sue truppe, credendo di non aver più nulla a
temere, quando nella stessa epoca in cui cadde infermo, un'inondazione
rovesciò ottanta piedi delle mura di Ferrara, e lo espose a nuovi
pericoli[519].

  [519] _Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 165. — Fr. Belcarii, l. XVI, p.
  478._

Leon X non aveva rendute ad Alfonso d'Este le due città di Modena e di
Reggio, nemmeno dopo la morte del nipote, che aveva troncati tutti i
disegni d'ingrandimento ch'egli aveva formati a pro della sua famiglia.
Lungi di essere da quest'avvenimento richiamato a più moderati
sentimenti, Leone quand'ebbe avviso della malattia d'Alfonso e della
caduta delle mura della capitale, risolse di approfittarne per privarlo
del suo ultimo asilo. A tale oggetto sovvenne dieci mila ducati ad
Alessandro Fregoso, vescovo di Ventimiglia, figlio di quel cardinale
Paolo Fregoso, il di cui bellicoso carattere aveva suscitate tante
rivoluzioni nel precedente secolo. Trovavasi costui in Bologna, perchè
suo cugino Ottaviano lo aveva esiliato da Genova. Col danaro del papa
assoldò gente nelle terre della Chiesa e della Lunigiana[520], dando
voce di voler tentare una rivoluzione in Genova, ciò che facilmente era
da tutti creduto. Quando seppe che suo cugino Ottaviano erasi posto in
guardia contro i suoi attentati, simulò di esserne afflitto, quasi
vedesse contrariati i suoi progetti, ed offrì a Federigo da Bozzolo di
ajutarlo colle sue truppe, assoldate già per un mese, in certa lite che
aveva con Gian Francesco Pico della Mirandola intorno al possedimento di
Concordia. Sotto questo pretesto avvicinossi al Po, sperando di poterlo
passare senza ostacolo, e di marciare improvvisamente sopra Ferrara. Un
agente del papa gli aveva apparecchiate alcune barche dove la Secchia
mette foce in Po; ma, sentendo avvicinarsi questa piccola armata, il
marchese di Mantova fece ritirare tutte quelle barche; scoprì i veri
disegni del vescovo di Ventimiglia, e ne diede avviso al duca di
Ferrara, il quale si pose bentosto in su le difese. Perduta ogni
speranza di sorprenderlo, Alessandro Fregoso licenziò le truppe: il duca
lo accusò al papa per averlo voluto attaccare in tempo di pace, e Leon X
non esitò ad incolpare dell'accaduto il suo agente[521].

  [520] _P. Bizarri Genuens. Histor., l. XIX, p. 449._

  [521] _Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 166. — Fr. Belcarii, l. XVI, p.
  478._

Ma l'alta dignità del papato non lascia quasi mai coloro che trovansene
rivestiti esposti a soffrire i danni de' proprj mancamenti: le loro
provocazioni non sono esposte alle rappresaglie; se commettono una
perfidia, si teme di pubblicarla, e non si ardisce attaccare la loro
riputazione. Questa specie d'impunità non può a meno di non corromperli.
Quando un papa si è una volta abbandonato all'ambizione di dilatare i
suoi stati, non si lascia scoraggiare dal cattivo esito di un attentato;
anzi una perdita gli dà motivo di rinnovare i suoi sforzi. Alessandro VI
aveva cominciata la guerra contro i feudatarj della Chiesa, ed aveva
spogliati tutti quelli della Romagna, per ingrandire a loro spese suo
figliuolo. Giulio II, con una più generosa ambizione, si era volto
contro più potenti principi: aveva cacciati i Bentivoglio da Bologna,
espulsi i Veneziani dalla Romagna, e cominciata la guerra contro il duca
di Ferrara; ma non aveva spogliati del loro potere coloro che
assoggettandosi senza riserva alla Chiesa; altro realmente così non
erano che suoi vicarj, come ne avevano il titolo, e non comandavano che
in suo nome.

Giampaolo Baglione, signore di Perugia, era il più illustre di questi
ultimi. Dopo avere fatta la sua pace con Giulio II, lo aveva servito in
tutte le guerre, mostrandosi il più fedele vassallo de' pontefici. Era
stato invitato dai Veneziani a comandare le loro armate in tempo della
lega di Cambrai, e vi si era acquistato grandissimo nome di capitano
prudente, conoscitore de' luoghi e degli uomini, e dell'arte della
guerra; di modo che, malgrado molti disastri, i Veneziani non lo
privarono della loro confidenza. Dopo la pace era tornato a Perugia. Il
papa aveva da prima approvato il suo contegno, quando il duca d'Urbino
s'era avvicinato a Perugia colla sua armata: ma in appresso gli
rinfacciò una cotale segreta intelligenza col duca, persuaso che il
Baglioni non potesse vedere di buon occhio la ruina di quest'ultimo
feudatario della Chiesa, suo amico e suo vicino.

Il Baglioni teneva in Perugia un rivale della sua stessa famiglia,
chiamato Gentile: Giampaolo lo scacciò nel 1520, e fece perire alcuni di
lui partigiani, accusati di avere ordito trame a pro di Gentile. Il papa
si fece a difendere Gentile, e citò Giampaolo a presentarsi
personalmente a Roma. Giampaolo, ammalato trovandosi, o infingendosi
tale, mandò Malatesta, suo figlio, in vece sua, per giustificarsi. Leon
X lo accolse graziosamente; ma gli dichiarò di volere che comparisse
personalmente a trattare la propria causa il signore di Perugia: e per
togliergli qualunque sospetto gli mandò un salvacondotto di proprio
pugno, dando in pari tempi parola a Camillo Orsini, genero del Baglioni,
e ad altri di lui potenti amici, che non sarebbe esposto a verun
pericolo. L'Orsini, dopo avere ottenute queste assicurazioni, cercò di
persuadere il suocero ad ubbidire. Il Baglioni vi prestò fede; ed
all'indomani del suo arrivo in Roma andò in castel sant'Angelo, ove il
papa era andato ad alloggiare; ma invece di essere ammesso all'udienza,
fu arrestato dal castellano, e dai carnefici posto alla tortura. Non fu
interrogato intorno ad un solo delitto; ma gli si domandò una
confessione generale di tutti i falli commessi in vita sua. La sua vita
era ben lontana dall'essere irreprensibile; egli confessò varj atti di
crudeltà commessi per conservare la tirannide, molte scandalose
dissolutezze, e tra queste un incesto con sua sorella, ch'egli non si
era curato gran fatto di dissimulare. Dietro tali confessioni, dopo due
mesi di prigionia, fu per ordine di Leon X decapitato. La di lui moglie
ed i figliuoli si rifugiarono a Padova sotto la protezione de'
Veneziani, e Perugia venne interamente assoggettata all'autorità della
santa sede[522].

  [522] _Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 170. — Anon. Padov. presso il
  Muratori Ann. d'Italia ad ann. P. 162. — P. Giovio vita di Leone X,
  l. IV, f. 90. — Onofrio Panvinio vite de' pontefici in Leone X, p.
  262. — Fr. Belcarii, l. XVI, p. 430. — Sansovino Famiglie illustri
  d'Italia, f. 21._

Nello stesso anno Leon X, che aveva preso al suo servigio Giovanni de'
Medici, figlio della celebre Caterina Sforza di Forlì e del suo secondo
marito, vedendo in questo giovinetto svilupparsi di già quell'ardore
marziale, e quell'impeto che gli diedero in appresso tanta riputazione,
lo incaricò di scacciare da Fermo Luigi Freducci, che comandava in
questa città. Il Freducci era tenuto in concetto di buon capitano, ma
non aveva che dugento uomini d'armi, coi quali non poteva sperare di
resistere a mille cavalli e quattro mila fanti, che contro di lui
conduceva Giovanni de' Medici. Tentò di fuggire da Fermo colle sue due
compagnie d'uomini d'armi; ma sopraggiunto dal Medici e circondato da
ogni banda, perì combattendo con più di cento suoi soldati, prima che
gli altri avessero potuto ottenere quartiere. La morte del Freducci
atterrì tutti i piccoli signori o tiranni delle Marche; gli uni
fuggirono senza venire all'esperimento dell'armi; altri passarono a Roma
per implorare la clemenza del pontefice. Leon X li fece tutti
imprigionare, indi assoggettare alla tortura per avere da loro una
confessione generale. Non eravi tra costoro chi potesse vantarsi
innocente; ed alla confessione loro teneva dietro immediatamente il
supplicio. Così Amadei, tiranno di Recanati; Zibicchio, capo di partito
a Fabbriano; Ettore Severiani, capo di partito a Benevento, furono
appiccati dopo essere stati assoggettati alla tortura, sebbene fossero
volontariamente venuti a gettarsi tra le braccia del pontefice, e non
fossero stati accusati di verun delitto[523].

  [523] _P. Jovii vita Leonis X, l. IV, p. 83. — Anon. Padov. presso
  il Muratori, Ann. 1520, p. 163._

Ma di tutte le sovranità dipendenti dalla santa sede, quella di Ferrara
più d'ogni altra solleticava l'ambizione di Leone: egli aveva cercato
indarno nel precedente anno d'impadronirsene per sorpresa; e nel
presente non si vergognò di adoperare più odiosi mezzi. Uberto Gambara,
protonotaro apostolico, che poi fu cardinale, venne incaricato di
sedurre Rodolfo Hello, tedesco, capitano della guardia del duca. Uberto
diede a Rodolfo due mila ducati, e gli fece più larghe promesse, tanto
che il tedesco promise di assassinare Alfonso, e di aprire la porta di
castel Tealdo, cittadella di Ferrara, alle truppe della Chiesa, le quali
arriverebbero da Modena e da Bologna. Era stato fissato il giorno
dell'esecuzione; e lo storico Guicciardini, che comandava in Modena, e
Guido Rangone, che comandava in Bologna, avevano avuto ordine di far
avanzare le truppe pontificie fino alle porte di Ferrara. Ma fino dal
principio Rodolfo Hello aveva palesate al duca le profferte fattegli, e
con di lui intelligenza aveva mostrato di entrare nella congiura. Quando
il duca ebbe in sue mani tutte le lettere del Gambara, e che gli furono
aperti tutti i disegni di Leone X, ne fece fare autentico processo cogli
interrogatorj di più complici, e lo depose unitamente alle lettere
originali del Gambara negli archivj di casa d'Este, ove furono letti dal
Muratori; poscia il duca troncò quest'affare, onde schivare, se ancora
fosse possibile, di romperla irremissibilmente con Leone X[524].

  [524] _Muratori An. d'Ital. ad an. 1520, t. XIV, p. 164. — Fr.
  Guicciardini, l. XIII, p. 171_, il quale sopprime nel racconto della
  trama il progetto dell'assassinio, al quale forse non aveva parte.
  Il Giraldi e P. Giovio ommettono quest'avvenimento, ed il signor
  Roscoe si appoggia al loro silenzio per dubitarne. _Vita di Leon X,
  c. XXIII._

Questo pontefice, in preda alla mollezza ed ai piaceri, passava la vita
in continue feste, occupandosi di musica, di commedie, delle ridicole
pompe de' suoi buffoni, inebbriato dalle lodi de' poeti e degli oratori,
cui prodigava le sue ricchezze, senza prendersi quasi verun pensiero
della burrasca che contro di lui andava addensando in Germania Lutero, e
senza parere desiderare una nuova guerra. Le sue prodigalità avevano in
breve dissipati in tempo di pace gl'immensi tesori ragunati da Giulio II
in mezzo a continue guerre; onde per soddisfare al suo inconsiderato
lusso era costretto d'accrescere continuamente lo scandaloso traffico
delle indulgenze, e di rendere più aperti que' disordini contro i quali
i primi riformatori osavano finalmente d'alzare la voce[525].

  [525] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 173. — Ann. Eccl. Rayn. 1517, §
  56, an. 1518, 1519, 1520. — Fleury Hist. Eccl. Liv. CXXV, ch. 29 e
  segu. — Spondanus contin. Ann. Baronii 1517, § 12, t. II, pag. 596 e
  segu._

Ma una vaga inquietudine di spirito facevagli desiderare nuove scene e
nuovi argomenti d'adulazione per i suoi cortigiani; e perchè più non
aveva famiglia alla quale tramandare potesse la grandezza che voleva
acquistare, invidiava la gloria di Giulio II, che aveva illustrato il
suo pontificato colle conquiste fatte per la santa sede; egli ancora si
lasciò prendere dal chimerico progetto _di cacciare i barbari d'Italia_,
armando l'uno contro l'altro i due principi rivali; e non rifletteva che
colui ch'egli ajuterebbe a vincere, rimarrebbe più ingagliardito dalla
vittoria, che indebolito dagli sforzi sostenuti per ottenerla.

Il trattato di Noyon aveva lasciati molti semi di nuove dissensioni tra
Carlo V e Francesco I. L'ultimo non aveva ottenuta soddisfazione pel suo
alleato, il re di Navarra. Metteva in campo nuove pretese sul regno di
Napoli, prendendo argomento dall'antica costituzione de' papi, i quali,
fino dai tempi in cui avevano tolto questo regno a Manfredi per darlo
alla casa d'Angiò, avevano richiesto che non potesse essere posseduto
dal capo dell'impero. Carlo V aveva egli stesso giurato di non riunire
le due corone, e poichè doveva abdicare quella di Napoli, credeva il re
Francesco d'avere diritto di ripeterla. Carlo, dal canto suo, voleva far
rivivere le sue pretese sopra il ducato di Milano e su quello di
Borgogna. Tutti e due i re, opponendo gl'imprescrittibili diritti della
legittimità alle convenzioni ed ai trattati, si fondavano sopra una
dottrina, che, se fosse ammessa, sbandirebbe per sempre la pace e la
buona fede di frammezzo agli uomini. La naturale gelosia tra due giovani
sovrani, ambiziosi, potenti e rivali di gloria, aguzzava i loro
risentimenti, e li rendeva più fermi nelle vicendevoli loro pretese. Ma
fin allora le insurrezioni della Spagna, e la guerra della Germania tra
la lega di Svevia ed il duca di Virtemberga, avevano dato troppo di che
fare a Carlo V, perchè potesse nello stesso tempo avventurarsi a
cominciare le ostilità contro la Francia.

Erasi il re Francesco riservata la facoltà di prestare soccorsi al re di
Navarra per ricuperare i suoi stati, senza perciò rompere la pace
generale conchiusa tra le due corone. Questi soccorsi furono dalla
Francia mandati in principio del 1521[526]. Nello stesso tempo un'altra
piccola guerra si era accesa nelle Ardenne e nel ducato di Lussemburgo
tra Roberto della Marck, signore di Sedan, secondato da suo figliuolo il
maresciallo di Fleuranges, e madama di Savoja, governatrice de' Paesi
Bassi a nome di Carlo V[527]. Gli è vero che nulla ancora presagiva una
diretta guerra tra i due monarchi, e che inoltre questi non poteva
estendersi all'Italia, finchè il papa tenevasi neutrale. Gli stati della
Chiesa e quelli di Firenze, coprivano il regno di Napoli contro gli
attacchi de' Francesi, i quali dall'altro canto non avevano nulla a
temere per il Milanese, i di cui confini, dalla banda della Germania,
erano coperti dalla loro alleanza colla repubblica di Venezia e da
quella che avevano conchiusa a Lucerna cogli Svizzeri, il 5 maggio del
1521[528].

  [526] _Mém. de Martin du Bellay, l. I, p. 89._

  [527] _Mém. de Fleuranges, p. 285. — Mém. de Martin du Bellay, l. I,
  p. 92-99._

  [528] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 176. — Jac. Nardi Ist. Fior., l.
  VI, p. 284._

Ma la pace aveva cessato di piacere a Leon X, e le sue negoziazioni, non
meno presso Carlo V, che presso Francesco I, tendevano ad armarli l'uno
contro l'altro. Il papa pendeva tuttavia incerto a quale dei due si
unirebbe. Facendo la guerra ai Francesi poteva loro togliere Parma e
Piacenza, ch'era pentito d'avere perduto, dopo che il suo predecessore
le aveva conquistate; attaccando l'imperatore, poteva levargli alcune
province del regno di Napoli, che ugualmente gli si confacevano. Faceva
a vicenda profferte all'uno ed all'altro, mentre che Antonio Pucci,
vescovo di Pistoja, aveva per lui assoldati sei mila Svizzeri, ai quali
Lautrec aveva senza veruna difficoltà accordata licenza d'attraversare
in marzo la Lombardia, siccome a quelli che credeva destinati contro il
regno di Napoli. Leon X, che non aveva ancora deciso da qual parte si
porrebbe, gli accantonò nella Marca d'Ancona, ove gli Svizzeri,
trovandosi oziosi, disertarono quasi tutti[529].

  [529] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 175. — Fr. Belcarii, l. XVI, p.
  481. — Rayn. Ann. Eccl. 1521, § 76, p. 335 e segu. — Muratori Ann.
  d'Italia, t. X, p. 146 ad annum._

All'ultimo i negoziatori di Leon X convennero con quelli di Francesco I
in un trattato d'alleanza, in virtù del quale il papa ed il re si
obbligavano ad attaccare di concerto il regno di Napoli. Fattane la
conquista, tutto il paese posto tra Roma ed il Garigliano doveva essere
riunito alla Chiesa; ed il rimanente doveva formare un regno pel secondo
figliuolo di Francesco I. Ma perchè questo secondo figliuolo era
inallora ancor fanciullo, tutto il regno, fino alla di lui maggiorità,
doveva essere governato da un legato pontificio. Inoltre Francesco I si
obbligava a non accordare più la sua protezione al duca di Ferrara, nè a
verun altro feudatario della Chiesa; di modo che la conquista di quel
ducato era pure uno degli utili che il papa ritrarrebbe da tale
alleanza[530].

  [530] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 176. — Mém. de Mart. du Bellay,
  l. I, p. 102. — P. Paruta Stor. Ven., l. IV, p. 277._

Questi preliminarj erano stati sottoscritti prima che cominciassero le
ostilità nella Navarra, che Asparoth, fratello di Lautrec, conquistò in
poco tempo. La sollevazione degli Spagnuoli contro i consiglieri
fiamminghi di Carlo V, e la violenza delle guerre civili tra i
partigiani del dispotismo e quelli della libertà, ne' due regni di
Castiglia e d'Arragona, sembravano dare ai Francesi una favorevole
occasione per portare assai più in là questi primi prosperi avvenimenti.
In tali circostanze il trattato conchiuso con Leon X venne presentato
alla ratifica del consiglio del re. Desso venne esaminato con estrema
diffidenza, perciocchè il papa aveva date tante prove della sua
nimicizia, che il consiglio non era disposto a credere, che volesse
ristabilire i Francesi a Napoli, mentre che dava a conoscere di
soffrirli a stento nel Milanese. Temevasi dai più che dopo avere tirata
la loro armata nella Campania non si unisse all'imperatore per
distruggerla, ed in appresso attaccare il ducato di Milano, rimasto
senza difensori. In tanta incertezza, Francesco I non mandava la sua
ratifica. Leon X, di già scontento di Lautrec e del vescovo di Tarbes,
ambasciatore a Roma, perchè avevano ricusata l'autorità della corte
pontificia in tutti gli affari beneficiarj del ducato di Milano, si
accostò subito all'imperatore, col quale non aveva mai lasciato di
trattare, e con lui l'8 maggio del 1521 sottoscrisse un trattato, con
cui i confederati si obbligavano a stabilire nel ducato di Milano
Francesco Sforza, secondo figlio di Lodovico il Moro; dopo avere
staccato da questo ducato Parma e Piacenza, che unitamente al ducato di
Ferrara farebbero parte degli stati della santa sede. Il papa sciolse
Carlo V dall'impedimento di possedere nello stesso tempo il regno di
Napoli e l'impero, chiedendo in compenso un feudo nel regno di Napoli
per Alessandro de' Medici, figliuolo naturale di Lorenzo già duca di
Urbino[531].

  [531] La bolla del papa che scioglie Carlo V dal giuramento prestato
  come re di Napoli è del 3 giugno 1521. _Rayn. Ann. Eccl., § 81, 86,
  p. 336 e segu. — Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 181. — P. Paruta Stor.
  Ven., l. IV, p. 279. — P. Giovio Vita di Leon X, l. IV, p. 97. —
  Galeat. Capella de bello Mediol., l. I, p. 4. — Fr. Belcarii, l.
  XVI, p. 483. — Jac. Nardi, l. VI, p. 286. — Mém. de Mart. du Bellay,
  l. I, p. 157. — Ub. Folietae Gen. Hist., l. XII, p. 721._

Francesco Sforza, che i confederati volevano collocare sul trono di
Milano, trovavasi allora a Trento, ov'era stato raggiunto da Girolamo
Morone, ch'era stato il principale confidente e ministro di suo
fratello, e che, dopo averlo persuaso a cedere per capitolazione il
castello di Milano, si era accorto d'essere caduto in sospetto ai
Francesi, e non dover rimanere lungamente sicuro ne' loro stati. Morone,
il più intrigante, il più destro, il più scaltrito, il più doppio
degl'Italiani de' suoi tempi, manteneva segreto intelligenze con tutti i
malcontenti di Lombardia, moltiplicati a dismisura dai duri ed altieri
modi del signore di Lautrec. Aveva il Morone promesso al papa, che una
simultanea insurrezione sorprenderebbe i Francesi in tutte le città,
prima che questi potessero levare alcuna fanteria o farla venire
d'oltremonti; ed i mille uomini d'armi francesi accantonati in Lombardia
non si giudicavano sufficienti a difendere questa provincia, neppure per
pochi giorni, contro gli attacchi combinati del popolo, del papa e
dell'imperatore. L'attivissima cooperazione di questo capo di faziosi fu
probabilmente il principale motivo che persuase Leon X a domandare il
ristabilimento dello Sforza sul trono di Milano[532].

  [532] _Galeat. Capella de reb. gest. pro restitutione Franc. II
  Mediol. Ducis, l. I, f. 4. Edit. princeps 1533, in 4.º_ — Galeazzo
  Capella era segretario di Girolamo Morone.

La lega tenevasi coperta con tutto il segreto d'una congiura; ed infatti
doveva, a guisa d'una cospirazione, scoppiare nelle province, nelle
quali l'insurrezione era disposta contemporaneamente, dalle montagne
comasche fino a Parma. Gli alleati risguardavano inoltre come cosa di
maggiore importanza l'operare una rivoluzione a Genova, onde aprire al
re di Spagna tutte le comunicazioni per mare colla Lombardia. Girolamo
Adorno doveva entrare nel porto di quella città con nove galere, mentre
che suo fratello Antoniotto giugnerebbe attraverso alle montagne fin
presso alle mura. Affinchè il loro attacco riuscisse più inaspettato,
fecero in modo d'intercettare per venti giorni tutti i corrieri che
andavano a Genova; ma quest'eccesso di precauzione riuscì loro
pernicioso. Ottaviano Fregoso, che governava la Liguria per il re,
insospettito da questo universale silenzio, si pose in guardia con più
vigilanza che mai; Girolamo Adorno non potè entrare in porto, e sbarcò
le sue truppe a Chiavari ed a Recco per unirle a quelle di suo fratello,
che s'avanzava dalla banda di Pietra Santa. Tentarono inutilmente
d'eccitare una sollevazione tra i loro partigiani; verun Genovese non
prese per loro le armi, veruna terra murata aprì loro le porte, talmente
che dovettero passare in Lombardia con circa tre mila fanti spagnuoli,
dopo d'avere rimandata la flotta a Napoli[533].

  [533] _Uberti Folietae Gen. Hist. l. XII, p. 722. — Petri Bizarri,
  Sen. Pop. Q. Gen. Hist., l. XIX, p. 450. — Galeat. Capella, l. I, p.
  8. — Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 183._

Il signore di Lautrec si trovava inallora alla corte di Francia, ed
aveva lasciato in suo luogo, per governare la Lombardia, suo fratello,
il signore di Lescuns, che, secondo scrive il signor di Fleuranges,
«aveva lasciata la berretta rotonda, e da principio era vescovo di
Tarbes, ma si sentiva troppo gentil compagno per correre la carriera
ecclesiastica; ed io vi accerto che era tale[534].» Lescuns fu avvisato
che il Morone era subitamente partito da Trento per passare, deviando
dalle più frequentate strade, a Reggio, ove allora era governatore lo
storico Guicciardini. Seppe che moltissimi emigrati milanesi eransi
adunati nella stessa città, e supponendo che fossero intenzionati di
sorprendere Parma si recò immediatamente egli stesso a Reggio, per far
che il governatore gli desse schiarimento intorno alle intenzioni del
papa, e pretendere da lui che cacciasse gli emigrati, ai quali aveva
dato asilo contro il prescritto de' trattati e le regole di buona
vicinanza. Frattanto, per dare maggior forza alle sue istanze con un
poco di timore, e forse, avendone il destro, per sorprendere la città,
prese con sè quattrocento lance, ed ordinò a Federigo di Bozzolo di
tenergli dietro a non molta distanza con mille fanti[535].

  [534] _Mém. de Fleuranges, t. XVI, p. 316._

  [535] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 184. — Galeat. Capella de bello
  Mediol., l. I, f. 5._

Il Guicciardini faceva buona guardia, e Reggio non temeva la visita del
signore di Lescuns. Questi domandò al governatore una conferenza, che si
tenne il 24 di giugno nel rivellino della porta che conduce a Parma.
Mentre ch'essi ragionavano delle cose loro, gli emigrati milanesi,
ch'erano accorsi sulle mura, credendo, o fingendo di credere che alcuni
soldati francesi avessero voluto entrare per forza, fecero fuoco sulla
scorta del signore di Lescuns, ed uccisero Alessandro Trivulzio, uno de'
capi della fazione contraria alla loro. Vi fu allora una mischia, nella
quale lo stesso Lescuns sarebbe rimasto ucciso, se il Guicciardini non
lo avesse preso sotto la sua protezione, facendolo entrare in Reggio.
Gli uomini d'armi francesi lo supposero fatto prigioniere e si
sbandarono; ma perchè non erano inseguiti, e perchè incontrarono per
istrada Federico di Bozzolo, che veniva in loro ajuto, si riebbero
bentosto dal loro terrore, ed all'indomani il Guicciardini permise al
signore di Lescuns di raggiugnere la sua gente[536].

  [536] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 185. — Galeat. Capella, l. I, f.
  5. — Mém. de Mart. du Bellay, l. I, p. 161. — Fr. Belcarii, l. XVI,
  p. 491. — P. Jovii Hist. epitome, l. XX, t. II, p. 6._

I progetti che il Morone aveva formati sovra Parma, e che dovevano
eseguirsi dagli emigrati adunati a Reggio, non ebbero effetto, ed ancora
più funesto fine ebbero quelli di Manfredi Palavicini sopra Como. Questo
gentiluomo, in addietro partigiano de' Francesi, ma che Lautrec aveva
disgustato, erasi associato ad un cotale Giovanni, capo di facinorosi
notissimo in quelle montagne, chiamato il matto dei Brizzi, il quale si
era obbligato di condurre a Como quattrocento soldati tedeschi ed
altrettanti italiani, mentre che i loro amici in città dovevano
atterrare un pezzo di muraglia per farli entrare. Ma Graziano delle
Guerre, che teneva il comando di Como, sebbene avesse soli dugent'uomini
sotto i suoi ordini, supplì col coraggio, colla vigilanza, coll'attività
alle deboli sue forze. Sorprese la truppa che veniva per sorprenderlo, e
la disperse; fece prigioniere il Palavicini ed il matto dei Brizzi, e li
mandò a Milano. Volendo il governo atterrire i suoi nemici, li fece
squartare, e condannò allo stesso orribile supplicio molti gentiluomini
milanesi, ch'erano stati consapevoli de' loro progetti[537].

  [537] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 186. — Galeat. Capella, l. I, p.
  7. — Mém. de du Bellay, l. I, p. 165. — P. Giovio Vita di Leon X, l.
  IV, f. 99. — Jac. Nardi, l. VI, p. 287._

Leon X non aveva ancora confessata la sua alleanza coll'imperatore, nè i
suoi bellicosi progetti, ma mostrò d'adirarsi fieramente, quando seppe
che il signore di Lescuns aveva a mano armata violato il territorio di
Reggio. Annunciò al concistoro che i Francesi più non rispettavano i
possedimenti della Chiesa, e che, per reprimere la loro audacia,
vedevasi forzato ad allearsi coll'imperatore, onde poter cacciarli
dall'Italia. Diede il comando delle sue truppe a Federico Gonzaga,
marchese di Mantova, che, accettandolo, ritornò al re di Francia la
collana dell'ordine di san Michele, di cui era stato decorato. Francesco
Guicciardini doveva servirlo, come consigliere, col titolo di
commissario generale. Il marchese di Pescara comandava la fanteria
spagnuola; e Prospero Colonna fu posto alla testa dell'armata combinata
del papa e dell'imperatore, la quale era composta di seicento uomini
d'armi della Chiesa o di Firenze, e d'altrettanti dell'imperatore; di
quattro mila fanti spagnuoli, di sei mila italiani e di sei in otto mila
tedeschi, grigioni o svizzeri. In principio d'agosto quest'armata andò
ad accamparsi in sulla Lenza, a sole cinque miglia da Parma[538].

  [538] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 187. — Galeat. Capella, l. I, f.
  7. — P. Jovii Vita Alfonsi Piscarii, l. II, p. 300. — Mém. de Martin
  du Bellay, l. II, p. 172. — P. Paruta, l. IV, p. 281. — Jac. Nardi,
  l. VI, p. 287. — Fr. Belcarii Comm. Rer. Gallic., l. XVI, p. 492._

Quando il Lautrec, ch'era a Parigi, ebbe avviso della pubblicazione
della lega del papa e dell'imperatore, non tardò ad annunciare al re che
il Milanese era perduto se non si affrettava a mandarvi quattrocento
mila scudi, onde assoldare una fanteria svizzera che bastasse a
difenderlo. Lodovico XII aveva trattato il Milanese come un antico stato
ereditario, cui era affezionato; ma Francesco I non lo avea considerato
che come una ricca provincia che poteva pagare più delle altre. Gli
abitanti erano ad un tempo oppressi da ruinose contribuzioni, da
continui alloggi di soldati, dall'insolenza e dai capricci de'
comandanti, dalla crudeltà de' tribunali, che punivano con atroci
supplicj i malcontenti e le persone sospette. «Riputavasi, dice il
signor Martino di Bellay, il numero di coloro che il signore di Lautrec
aveva sbanditi da Milano, non minore di quello de' rimasti; e dicevasi
che la maggior parte di costoro erano stati esiliati per leggieri
motivi, o per usurparne le sostanze; lo che ci procurava molti nemici, i
quali in appresso si adoperarono per iscacciarci da Milano, onde riavere
i loro beni. Prima che il detto maresciallo di Foix venisse luogotenente
del re nel ducato di Milano, essendo, come detto abbiamo, tornato in
Francia il signore di Lautrec, rimase in questo frattempo luogotenente
del re nel detto ducato il signore di Telignì, siniscalco di Rouergue,
il quale colla sua saviezza e gentili maniere aveva guadagnato il cuore
de' Milanesi, onde il paese era affatto tranquillo; ma essendo tornato
il signore di Lescuns, e partitone il siniscalco, le cose cambiarono
aspetto, e così l'opinione degli abitanti[539].»

  [539] _Mém. de Martin du Bellay, l. II, p. 159._

Parve che Francesco I sentisse tutta l'estensione del pericolo
rappresentatogli dal Lautrec, in un paese attaccato da una potente
armata, circondato di nemici da ogni banda, e desideroso di rivoluzione.
Il dissipamento della sua corte, e lo sfrenato gusto del monarca per i
piaceri, avevano di già estremamente disordinate le finanze, di modo
che, malgrado molte vaghe promesse, un generale poteva temere di non
ricevere a tempo i sussidj che gli venivano promessi; ma il signore di
Semblancey, soprintendente delle finanze, si obbligò per espresso ordine
del re a far trovare a Lautrec quattrocento mila scudi in Milano lo
stesso giorno in cui egli vi arriverebbe. Lautrec partì, e giunto a
Milano non trovò il danaro; onde per fare un primo pagamento agli
Svizzeri, che cominciavano a ragunarsi sotto le sue bandiere, obbligò
tutti i ricchi particolari di Lombardia con minacce e con intollerabile
rigore a mandargli tutto il denaro che loro riuscirebbe d'avere anche a
credito[540].

  [540] _Galeat. Capella, l. I, f. 7. — Jac. Nardi, l. VI, p. 288. —
  Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 188. — Fr. Belcarii, l. XVI, p. 496._

Grandissima era l'esperienza di Prospero Colonna nelle cose della
guerra, ma la sua tattica era lenta e timida, e la grave età sua lo
rendeva ancora più lento e diffidente. Prima d'entrare nel paese nemico
volle aspettare i sei mila fanti tedeschi che Ferdinando, fratello
dell'imperatore, aveva adunati nella Carinzia, ed i tre mila Svizzeri
assoldati dal papa. I Veneziani non poterono chiudere il passaggio a
queste truppe, ed il Colonna, poichè le ebbe ricevute nel suo campo, e
dopo d'avere perduti tredici giorni sulle rive della Lenza, venne
finalmente ad aprire le sue batterie contro Parma, dalla banda de'
sobborghi di Codiponte, sulla sinistra del fiume[541].

  [541] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 189. — P. Paruta, l. IV, p. 282.
  — Gal. Capella, l. I, f. 8. — Mém. de du Bellay, l. II, p. 175. —
  Fr. Belcarii, l. XVI, p. 493. — P. Jovii Vita Piscarii, l. II, p.
  300._

Il Lautrec aveva affidata la difesa di Parma a suo fratello, il signore
di Lescuns; gli aveva promesso d'accorrere bentosto in suo soccorso; ed
aveva inoltre fatto sapere ai Veneziani che potenti rinforzi valicavano
allora le montagne per raggiugnerlo: per altro le sue truppe si andavano
assai lentamente ragunando, e non giugneva mai il danaro che gli era
stato così solennemente promesso. Aveva con sè cinquecento lance, sette
mila Svizzeri e quattro mila fanti francesi sotto gli ordini del signore
di Saint-Valier: l'armata veneziana, comandata da Teodoro Trivulzio e
dal provveditore Andrea Gritti, era, dietro sua dimanda, venuta a
raggiugnerlo nel Cremonese con quattrocento lance e quattro mila fanti;
ma finchè non arrivavano altri sei mila Svizzeri, che tuttavia
aspettava, il Lautrec non voleva porsi in luogo ove potesse venire
obbligato a combattere[542].

  [542] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 192. — Gal. Capella de bello
  Mediol., l. I, f. 9. — P. Paruta Ist. Ven., l. IV, p. 283. — P.
  Jovii Vita Alfonsi Piscarii, l. II, p. 301. — Ejusd. Vita Leon X, l.
  IV, f. 97._

La città di Parma viene divisa dal fiume che porta lo stesso nome, che
lascia a sinistra, dalla banda di Piacenza, un quartiere, detto
Codiponte, la metà meno considerabile di quello che ha dalla banda
destra. L'un quartiere e l'altro era fortificato verso il letto del
fiume, che, spesso non avendo che un rigagnolo d'acqua in mezzo ad un
largo piano coperto di ghiaja, avrebbe senza di ciò lasciato un libero
ingresso al nemico fin nel centro della città. Soltanto il 29 agosto
Prospero Colonna aveva attaccato il sobborgo o quartiere di Codiponte,
ed in due giorni le sue batterie avevano fatto nelle mura una breccia
abbastanza larga perchè il signore di Lescuns conoscesse l'impossibilità
di più lunga difesa. Nella notte del 1 al 2 di settembre Lescuns ritirò
tutte le sue truppe sulla riva destra; onde gli abitanti, abbandonati a
loro medesimi, s'affrettarono di aprire le porte all'armata di Prospero
Colonna, esprimendo la loro gioja di poter tornare sotto l'autorità
pontificia: ma questa gioja fu di breve durata, perciocchè i soldati,
senza farsi caso delle loro buone disposizioni, li saccheggiarono con
estrema crudeltà[543].

  [543] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 194. — Gal. Capella, l. I, f. 9.
  — P. Jovii Vita Piscarii, l. II, p. 301. — P. Paruta, l. IV, p. 284.
  — Mém. de du Bellay, l. II, p. 177._

La stessa notte successiva a tale avvenimento Prospero Colonna ebbe
avviso che il duca di Ferrara, per mostrarsi fedele all'alleanza della
Francia, aveva attaccato Finale e san Felice con cento uomini d'armi,
dugento cavaleggieri e due mila fanti, e che Lautrec era giunto fino al
Taro. Trovò pericoloso il continuare l'assedio di Parma con due armate
nemiche così vicine; e sebbene il marchese di Mantova, per non macchiare
i suoi primi fatti d'armi con un atto di debolezza, rimostrasse come il
Lautrec ed il duca di Ferrara erano fuori di stato d'attaccarlo, e
quanto fosse vergognosa cosa l'abbandonare in sui loro occhi una città
più che a metà presa; sebbene il Guicciardini e Francesco Moroni lo
andassero confortando a terminare ciò che aveva così ben cominciato,
Prospero Colonna fu inflessibile: il marchese di Pescara fu del medesimo
sentimento, dichiarando di volere conservare i suoi soldati per una
sicura vittoria; e l'armata si ritirò in riva alla Lenza, per aspettarvi
nuovi ordini da Roma e nuovi rinforzi[544].

  [544] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 197. — P. Jovii Vita Piscarii,
  l. II, p. 302. — Vita di Leon X, l. IV, f. 98. — Gal. Capella, l. I,
  f. 9. — Mém. de Martin du Bellay, l. II, p. 178. — Anon. Padov.
  presso Muratori Ann., t. X, p. 148. — Mém. de Fleuranges, ch.
  dernier, p. 316, 319. — Jac. Nardi, l. VI, p. 288. — Scip. Ammirato,
  l. XXIX, p. 338._

Questo avvenimento poteva avere per la lega le più funeste conseguenze.
I generali del papa erano disposti a credere che quelli dell'imperatore
non avevano abbandonata una quasi terminata conquista all'avvicinamento
di forze inferiori alle loro, che perchè invidiavano al pontefice
l'acquisto di Parma: dal canto suo il Colonna sospettava che Leon X
volesse ritirarsi dalla guerra, e lasciare di concorrere al mantenimento
dell'armata, tostocchè avrebbe ricuperate Parma e Piacenza, che gli
erano state assegnate nel trattato. L'armata della lega si tenne un mese
stazionaria, e divisa da una segreta diffidenza. Ma Leon X, più che mai
allettato dalla speranza di far nuove conquiste, aveva incaricato il
cardinale di Sion di levare per suo conto nuove genti nella Svizzera.
Queste arrivarono successivamente nel Modenese; e Prospero Colonna,
incoraggiato a riprendere le sue operazioni con nuova attività, passò il
Po il primo ottobre per portare la guerra nel Cremonese. Dal canto suo
il Lautrec, avendo ricevuti considerabili rinforzi, si lasciò fuggire di
mano una bella occasione di batterlo nel passaggio del fiume[545].

  [545] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 201. — Georg von Frundsberg, B.
  II, f. 32._

L'armata di Lautrec, ingrossata da quasi venti mila Svizzeri, superava
di forze quella ch'era venuta ad attaccarla; e sebbene la sua corte lo
lasciasse sempre senza danaro, s'egli avesse spinta la guerra ad una
pronta decisione, come tutti i suoi capitani lo consigliavano di fare,
avrebbe cavato buon servigio da' suoi Svizzeri in una battaglia; ma
sgraziatamente egli attaccava la sua vanità a non seguire mai i
suggerimenti che gli venivano dati; e per mostrare di saperne più che
tutti gli altri, credeva necessario di scostarsi sempre dalla comune
opinione. Questa caparbietà gli fece perdere un'occasione unica di
distruggere l'armata di Prospero Colonna, che si era imprudentemente
acquartierata a Rebecco, in riva all'Oglio, e sotto il cannone della
fortezza veneziana di Pontevico, posta sull'altra riva. Il Pescara,
conoscendo il pericolo della sua situazione, ed approfittando della
lentezza del generale francese, ritirò durante la notte le sue genti da
Rebecco, senza lasciar loro conoscere il pericolo in cui si erano
trovate. Il Lautrec aveva voluto differire fino all'indomani l'attacco
consigliatogli dal duca d'Urbino e da Andrea Gritti; ma all'indomani il
suo nemico erasi posto in sicuro[546].

  [546] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 202. — Gal. Capella, l. I, f.
  10. — P. Jovii Vita Ferdin. Davali, l. II, p. 303. — Mém. de du
  Bellay, l. II, p. 179. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. VI, p. 289._

Il Lautrec aveva nella sua armata quasi venti mila Svizzeri; ed il
cardinale di Sion ne aveva condotti quasi altrettanti all'armata del
papa. La dieta elvetica vedeva con ribrezzo i suoi concittadini sul
punto di versare il sangue gli uni degli altri per una causa straniera.
Spedì loro perciò l'ordine di rientrare ne' loro focolari, minacciando
soprattutto di castigare coloro che, in disprezzo dell'alleanza di
fresco conchiusa colla Francia, eransi ridotti a servire contro di lei;
ma l'autorità de' magistrati era assai meno potente degl'intrighi di
Mattia Schiner, cardinale di Sion, e dell'accortezza del cardinale
Giulio de' Medici, che Leon X aveva spedito all'armata in qualità di
legato. Altronde l'animosità nazionale, così vivamente eccitata in tempo
delle guerre di Lodovico XII, non era stata del tutto spenta nell'ultima
pace. Gli Svizzeri dell'armata francese erano offesi dall'alterigia e
dalla diffidenza di Lautrec, erano intiepiditi dalla sua lentezza, e non
prendevano fiducia ne' suoi talenti. Lagnavansi soprattutto di non
essere pagati malgrado le promesse, che mai non si eseguivano. I
quattrocento mila scudi, così solennemente promessi al generale per la
difesa del Milanese, non erano stati mandati dalla Francia; ed una
sovranità veniva sagrificata per un intrigo di corte dalla stessa madre
del re, che aveva destinato ad altri usi questo danaro[547].

  [547] _Gal. Capella de bello Mediol., l. I, f. VI. — Fr.
  Guicciardini, l. XIV, p. 205. — Mém. de du Bellay, l. I, p. 181._

In breve la diserzione diminuì rapidamente il numero degli Svizzeri che
formavano il nervo principale dell'armata di Lautrec. Non si trovando
più in istato di tenere la campagna tra l'Oglio ed il Po, egli si ritirò
sull'Adda con intenzione di difenderne il passo e di coprire il
Milanese. Alzò frequenti ridotti lungo la sponda del fiume, indi pose il
suo quartiere a Cassano per tenere d'occhio tutta la linea. Prospero
Colonna, giunto in faccia a lui a Rivolta, diede a credere di voler
gettare un ponte in questo medesimo luogo, e richiamò così l'attenzione
dell'armata nemica. Il Lautrec aveva fatte levare o distruggere tutte le
barche del fiume; ma Francesco Moroni, uno degli emigrati milanesi, ne
scoprì tre nel Brembo, che si getta poco al di sopra nell'Adda. Con
queste cominciò a far passare il fiume ad alcune compagnie italiane a
Vaprio, cinque miglia al di sopra del quartiere generale di Lautrec.
Questo passaggio non poteva eseguirsi che con estrema lentezza,
adoperando le tre piccole barche, ed i fanti italiani, quantunque
rinforzati bentosto dagli Spagnuoli del Pescara, a stento potevano
sostenersi nel luogo in cui erano sbarcati sulla diritta dell'Adda,
prima contro Ugone de' Pepoli, poi contro Lescuns, dal fratello
incaricato di respingerli nel fiume. Passarono ben quattordici ore,
prima che ricevessero quanta gente bastava per non aver più nulla a
temere. Il Lautrec, a cagione della sua lentezza, si lasciò per la terza
volta fuggire l'occasione che gli era offerta di conseguire la vittoria,
e si ritirò coll'armata scoraggiata in Milano[548].

  [548] _P. Jovii Vita Ferd. Dav. Piscarii, l. II, p. 306. — Fr.
  Guicciardini, l. XIV, p. 207. — Gal. Capella, l. I, f. 11. — Mém. de
  du Bellay, l. II, p. 182. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 340. —
  Georgens von Frundsberg Kriegzsthaten, B. II, f. 32._

Le pratiche presso gli Svizzeri dei cardinali di Sion e de' Medici erano
così felicemente riuscite, che al Lautrec di venti mila Svizzeri più non
restavano che quattro mila. Pure Lautrec risolse di difendere il
circondario dei sobborghi di Milano, mentre che Prospero Colonna, invece
d'avanzarsi direttamente verso la capitale si trattenne a Marignano,
irrisoluto se passerebbe o no a prendere i quartieri d'inverno a Pavia.
Le continue piogge avevano totalmente guastate le strade, e tenevano in
dietro l'artiglieria; finalmente tre giorni dopo il passaggio dell'Adda,
il 19 di novembre, l'avanguardia dell'armata di linea si presentò verso
sera alle mura del sobborgo di Milano tra porta Romana e porta Ticinese,
che da' Veneziani, incaricati di difenderle furono vilmente abbandonate
senza nessuna resistenza. Il marchese di Pescara salì il primo con soli
ottanta fucilieri spagnuoli sul bastione di terra recentemente
innalzato, gli tenne subito dietro tutta la sua infanteria, ed
approfittando dell'avuto vantaggio, entrò in città colla stessa facilità
con cui era entrato nel sobborgo, essendogli stata aperta la porta dalla
fazione ghibellina[549].

  [549] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 209. — P. Jovii vita Fer.
  Davali, l. II, p. 308. — Mém. de du Bellay, l. II, p. 184. — Gal.
  Capella, l. I, f. 12. — Georgens von Frundsberg, B. II, f. 32._

Il Lautrec ancora non sapeva che l'armata della lega avesse abbandonato
Marignano, credendo che le piogge cadute continuamente avessero impedito
al nemico di far avanzare le artiglierie; e passeggiava disarmato per
città in piena sicurezza mentre questa era già presa, e mentre suo
fratello Lescuns, oppresso dalle fatiche del precedente giorno, dormiva
ancora. La loro negligenza fu cagione della loro ruina; supposero senza
rimedio un avvenimento contro cui non eransi apparecchiati; invece di
contrastare il terreno, come ancora potevano fare, contro un'armata
sorpresa della propria vittoria, e divisa tra la città, il sobborgo e la
campagna, abbrividita per essere stata tutto il dì sotto una fredda
pioggia, ed inquieta di doversi alloggiare in istrada che non conosceva,
in mezzo ai nemici e ad una profonda oscurità, Lautrec e suo fratello si
ritirarono quella stessa notte a Como, di dove passarono in seguito a
Lonato nel territorio di Brescia, prendendo per quell'inverno i loro
quartieri nel territorio veneziano, ove si credevano al coperto da ogni
attacco[550].

  [550] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 210. — P. Jovii Vita Piscarii,
  l. II, p. 309. — Gal. Capella, l. I, f. 13. — Mém. de du Bellay, l.
  II, p. 185. — P. Paruta Ist, Ven., l. IV, p. 286. — Fr. Belcarii, l.
  XVI, p. 498. — P. Giovio Vita di Leon X, l. IV, f. 100. — Jac.
  Nardi, l. VI, p. 289. — Gio. Gambi, t. XXII, p. 287._

La sorte del ducato di Milano sembrava un'altra volta decisa piuttosto
da una rivoluzione che da una conquista. Lodi e Pavia, e bentosto
Piacenza e Cremona si affrettarono di aprire le loro porte ai vincitori.
Cremona, a dir vero, fu ripresa dal Lautrec; ma nello stesso tempo i
Francesi avevano per di lui ordine evacuata Parma, e vi era entrato
Alessandro Vitelli, uno de' capitani pontifici. Il marchese di Pescara
aveva occupato Como per capitolazione, ed erasi obbligato inverso il
signore di Vandenesse, che ne aveva il comando, a far rispettare le
proprietà de' soldati e degli abitanti; ma l'infanteria spagnuola forzò
le guardie poste sulla breccia, e saccheggiò la città con quella ferocia
ch'era diventata un carattere nazionale, strappando di bocca ai ricchi
cittadini con inauditi tormenti la confessione delle loro ricchezze, e
lasciando che molti morissero fra le pene della tortura. Il Pescara, che
voleva ad ogni costo guadagnarsi l'affetto degli Spagnuoli, chiuse gli
occhi su tanta atrocità, ed ischivò la disfida del signore di
Vandenesse, che gli chiedeva soddisfazione di cotale mancamento di
fede[551].

  [551] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 211. — P. Jovii Vita Piscarii,
  l. II, p. 313. — Mém. de du Bellay, l. II, p. 187._

Ma in mezzo a queste zuffe un inaspettato avvenimento rendette dubbioso
l'esito d'una guerra cominciata con così brillanti successi. Il 24 di
novembre Leon X, trovandosi alla sua villa della Malliana, ricevette la
notizia della presa di Milano; e Castel sant'Angelo festeggiò tutto il
giorno questa vittoria col cannone. Leone mostravasi pieno di giubbilo,
e si proponeva d'adunare un concistoro, onde partecipare ai cardinali
questa fausta notizia, ed ordinare rendimenti di grazie in tutte le
chiese: ma entrato nella sua camera, cominciò dopo poche ore a sentirsi
alquanto incomodato[552]. Si fece trasportare a Roma, senza per altro
credere di trovarsi in pericolo della vita, non manifestandosi la sua
malattia che come una febbre catarrale: ma tutt'ad un trattò peggiorò, e
morì contro l'universale aspettazione il giorno 1.º di dicembre, dopo
avere regnato otto anni, otto mesi e diciannove giorni, ed essere giunto
al suo quarantasettesimo anno. Esausto affatto era il suo tesoro, ed
avrebbe in breve dovuto lottare contro insormontabili difficoltà per
continuare la guerra; ma egli conobbe i prosperi avvenimenti delle sue
armi e non le difficoltà che li dovevano seguire. In tempo della sua
malattia ricevette la notizia della presa di Piacenza, e lo stesso
giorno in cui morì quella dell'acquisto di Parma. Era questo
l'avvenimento che più caldamente desiderava: ed aveva detto al cardinale
de' Medici, che l'avrebbe volentieri comperato anche a prezzo della
propria vita[553].

  [552] _Par. de Grassis Diar. Curiæ Rom., t. IV, p. 384, apud Rayn.
  Ann. Eccl. 1521, § 109, p. 342._

  [553] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 212. — P. Giovio Vita di Leon X,
  l. IV, f. 100. — Jac. Nardi, l. VI, p. 290. — Onof. Panvino Vite de'
  Pontefici in Leon X, f. 262. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 341. —
  Fr. Belcarii, l. XVI, p. 499. — Mém. de du Bellay, l. II, p. 192. —
  Gio. Cambi, t. XXII, p. 189. — P. Bizarri, l. XIX, p. 451. — P.
  Paruta, l. IV, p. 289. — Gal. Capella, l. I, f. 14._

Questa inaspettata morte d'un papa, che aveva tanti nemici non andò
esente da sospetto di veleno. Il suo coppiere, Bernardo Malaspina nel
giorno che precedette la di lui malattia gli aveva presentato mentre
cenava un nappo di vino, dopo bevuto il quale, il papa si era a lui
rivolto pieno di sdegno, chiedendogli dove avesse preso un vino così
amaro. Essendo morto Leone la notte del primo di dicembre, lo stesso
coppiere volle all'indomani uscire da Roma in sul far del giorno con de'
cani come se andasse a caccia. Le guardie della porta di san Pietro,
maravigliandosi che un servitore del papa volesse andare a divertirsi la
stessa mattina della morte del suo padrone, lo arrestarono su questo
solo indizio; ma raccontano il Giovio, il Nardi e Paride Grassi, che il
cardinale Giulio de' Medici, tornato a Roma, lo fece porre in libertà, e
non volle permettere che si praticassero ricerche intorno all'accusa di
veleno, per timore che il nome di qualche gran principe non vi si
trovasse implicato, e si rendesse in tal modo l'implacabile nemico della
sua famiglia[554].

  [554] _P. Giovio Vita di Leon X, l. IV, f. 101. — Jac. Nardi Ist.
  Fior., l. VI, p. 291. — Par. de Grassis apud Rayn. Ann. Eccl. 1521,
  § 110, p. 343. — Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 212. — Gal. Capella,
  l. I, f. 14._


FINE DEL TOMO XIV.



TAVOLA CRONOLOGICA DEL TOMO XIV.


  CAPITOLO CVI. _I Veneziani riprendono
  e difendono Padova: loro guerra nel Ferrarese
  e loro sconfitta alla Polisella. Giulio II
  gli assolve dalla scomunica. Campagna del
  principe d'Anhalt nello stato veneziano, e
  sue crudeltà._ 1509-1510                               _pag._ 3

       1509 Il senato veneto scioglie tutti i suoi
              sudditi dal giuramento di fedeltà                 3
            Tale risoluzione da taluno si ascrive a
              timore, da altri a fina politica                  4
            Motivi d'estremo scoraggiamento nelle circostanze   5
            I sudditi conobbero per esperienza che i nemici
              sono sempre nemici                                6
            Non avendo a rimproverarsi verun atto di
              ribellione, furono più solleciti di tornare
              sotto l'autorità della repubblica                 8
            Gli alleati cominciarono più presto a disunirsi
              a motivo della divisione delle spoglie de'
              Veneziani                                         8
            Sotto quali diversi aspetti gli alleati
              risguardavano la guerra                           9
            Bajazette II offre di soccorrere i Veneziani       10
            Estremo orgoglio ed insultanti pretese di
              Giulio II                                        11
            Vana attività di Massimiliano, che non aveva
              adunata un'armata                                11
            I nobili padovani eransi dichiarati partigiani
              dell'Austria, ma il popolo si conservava
              fedele alla repubblica                           12
            17 di luglio. Andrea Gritti sorprende Padova,
              e vi rialza la bandiera della repubblica         13
            Salva quella città dal saccheggio                  15
            Luglio. Sollevazione a favore della repubblica
              in tutto il Padovano                             16
            9 agosto. Il marchese di Mantova viene fatto
              prigioniere all'isola della Scala                17
            Lodovico XII vede senza dispiacere le perdite
              di Massimiliano                                  18
            Lascia La Palisse ai confini del Veronese per
              soccorrerlo                                      19
            Conchiude ad Abbiategrasso un nuovo trattato
              col papa                                         20
            Arrivo del principe d'Anhalt nel Friuli e
              ferocia de' Tedeschi                             21
            I Veneziani fanno entrare tutta la loro armata
              in Padova                                        22
            Vi si rifuggiano pure coi loro raccolti e
              gregge gli abitanti delle campagne               23
            Nuove fortificazioni aggiunte al ricinto
              di Padova                                        24
            I figli del doge con 176 gentiluomini si
              chiudono in Padova                               24
            Massimiliano prende le rocche dello stato
              di Padova                                        25
            15 settembre. Viene ad assediare Padova            26
            Prodigiosa armata di Massimiliano, la più
              numerosa che da più secoli avesse servito
              nelle guerre d'Italia                            27
            Per l'attività di Massimiliano in cinque giorni
              le batterie giuocano su tutta la linea           28
            Primo assalto dato al bastione di Codalunga
              con cattivo esito                                29
            Il bastione viene preso in un secondo assalto,
              ma i Veneziani lo fanno saltare con tutti
              gli assalitori                                   29
            Gli assedianti sono molestati dagli Stradioti      30
            Gli uomini d'armi francesi ricusano di salire
              la breccia in compagnia de' Landsknecht          31
            3 di ottobre. Viene levato l'assedio di Padova     32
            Massimiliano invita inutilmente il Chaumont
              ad attaccare Legnago                             32
            Giulio II si stacca dai Francesi, e si accosta
              ai Veneziani                                     34
            Massimiliano accorda ai Fiorentini
              l'investitura di tutti i loro feudi
              imperiali per quaranta mila fiorini              35
            16 novembre. Vicenza si solleva, ed apre le
              porte ai Veneziani                               35
            Il vescovo di Trento contiene a stento Verona
              coll'ajuto de' Francesi                          36
            Risentimento de' Veneziani contro Alfonso
              duca di Ferrara                                  37
            La flotta d'Angiolo Trevisani guasta il Ferrarese  38
            Il Trevisani si afforza colla sua flotta
              alla Polisella                                   39
            22 dicembre. La flotta del Trevisani bruciata
              o presa dal cardinale Ippolito d'Este            40
            Gli alleati non approfittano della disfatta
              della Polisella                                  41
            Sospensione delle ostilità tra Venezia e Ferrara   42
       1510 Fine di febbrajo. Morte di Niccola conte
              di Pitigliano                                    43
            24 febbrajo. Il papa accorda l'assoluzione
              ai Veneziani                                     44
            Giulio II disprezza Massimiliano e detesta
              Lodovico XII                                     45
            23 di marzo. Maneggi di Giulio con Enrico VIII,
              che soscrive un nuovo trattato colla Francia     46
            Mala intelligenza de' Francesi cogli Svizzeri
              fomentata da Giulio II                           46
            Cominciamento delle vertenze tra Giulio II
              ed il duca Alfonso                               48
            Lodovico XII protegge il duca                      49
            Ordina al Chaumont di rientrare nel territorio
              di Venezia                                       50
            I Veneziani offrono il comando della loro
              armata al marchese Gonzaga                       51
            La sua consorte non acconsente a dare i figli
              in ostaggio                                      51
            I Veneziani nominano Gian Paolo Baglioni
              governatore generale della loro armata           52
            Il Baglioni si ritira alle Brentelle, e vi
              si afforza                                       52
            I Vicentini chiedono perdono al duca d'Anhalt
              che loro lo rifiuta                              53
            Abbandonano tutti la città, e si ritirano
              a Padova                                         54
            Grotta di Masano che serve di rifugio ai
              contadini                                        54
            I corpi franchi francesi vi soffocano dentro
              quanti vi si trovavano                           55
            Furti e crudeltà de' Tedeschi in Verona            57
            Il Chaumont occupa Legnago ed il suo porto         57
            25 di maggio. Colà riceve la notizia della
              morte del cardinale d'Amboise suo zio            58
            Scandalosa ricchezza acquistata dal cardinale
              nelle finanze                                    60
            Altre conquiste del Chaumont nel Vicentino         61
            Massimiliano ottiene soccorsi da Ferdinando
              il Cattolico                                     62
            Odio degli abitanti verso l'imperatore, e
              loro attaccamento alla repubblica                63
            I Tedeschi attaccano e prendono Monselice          64
            Massimiliano vuole ridurre il Chaumont ad
              attaccare Treviso                                66
            Questi si ritira nel Milanese                      66

  CAPITOLO CVII. _Giulio II fa attaccare
  i Francesi a Genova, a Ferrara e nel Milanese.
  Dirige l'assedio della Mirandola ed entra in
  questa città per la breccia. È costretto a
  fuggire da Bologna, e la sua armata viene
  dispersa a Casalecchio._ 1510-1511                           67

       1510 L'età, il ministero e l'educazione de' papi
              dovrebbero renderli meno irascibili              67
            L'inflessibilità di carattere spesso osservata
              in loro procede forse dal credersi infallibili   68
            Giulio II, più che verun altro, si credè
              l'organo di Dio e si adirò contro ogni
              opposizione alle sue volontà che credeva
              divine                                           69
       1510 In origine le sue opinioni ed i suoi progetti
              erano quasi tutti generosi                       70
            Odio di Giulio II verso Lodovico XII, e paura
              che aveva di lui                                 71
            9 agosto. Giulio II scomunica Alfonso, duca
              di Ferrara                                       73
            7 luglio. Investitura di Napoli accordata a
              Ferdinando il Cattolico, restringendo la
              sua alleanza colla santa sede                    74
            Giulio II fa imprigionare due cardinali francesi   75
            Manda una flotta contro Genova per sollevarla,
              onde dare la corona ducale ad Ottaviano Fregoso  76
            I Genovesi difendono il governo francese, e la
              flotta papale si ritira senza aver nulla
              operato                                          78
            Attacco del duca d'Urbino nella Romagna ferrarese  79
            Agosto. Modena data al cardinale di Pavia
              che ne prende possesso a nome del papa           79
            Negoziazioni di Giulio II cogli Svizzeri per
              muoverli ad attaccare la Lombardia               80
            Settembre. Gli Svizzeri entrano per la strada
              di Bellinzona in Lombardia                       81
            Dopo una breve comparsa, rientrano nelle montagne  83
            Sospetti concepiti in tale occasione contro
              gli Svizzeri e contro il Chaumont                83
            I varj attacchi contro i Francesi non ebbero
              effetti perchè fatti in diversi tempi            84
       1510 Lucio Malvezzi, coll'armata veneziana, rientra
              in Vicenza e si avvicina a Verona                85
            Una vigorosa sortita de' Tedeschi lo sforza
              a ritirarsi                                      86
            Il re d'Ungheria minaccia la repubblica
              di Venezia                                       86
            Concilio di Tours della Chiesa gallicana che
              approva la guerra di Lodovico XII contro
              il papa                                          88
            Giulio II rigetta tutte le aperture di
              negoziazione fatte a nome di Lodovico XII        89
            22 settembre. Giulio viene a dimorare in
              Bologna mentre la sua armata si innoltra
              nel Ferrarese                                    90
            Il marchese di Mantova posto in libertà
              dietro le istanze del papa e di Bajazette II     91
            L'alleanza del marchese di Mantova cercata
              nello stesso tempo dai Veneziani e dai
              Francesi                                         91
            12 ottobre. Il Chaumont, con un'armata
              francese, minaccia il papa a Bologna             93
            Terrore de' cortigiani romani, che affrettano
              il papa a negoziare                              94
            Giulio, sebbene infermo, fa armare le milizie
              di Bologna e le eccita a difendersi              95
            Proposizioni di Chaumont al papa per un trattato   96
            13 d'ottobre. Le truppe veneziane entrano in
              Bologna, ed il papa rompe con fierezza le
              trattative                                       97
       1510 Giulio si lagna con tutti i re cristiani
              dell'attacco de' Francesi                        98
            Giulio fa attaccare Sassuolo e lo prende           99
            Vuole spogliare Francesco della Mirandola de'
              suoi feudi                                      100
            Alla metà di dicembre, l'armata pontificia
              occupa Concordia                                101
       1511 2 gennajo. Il papa va in persona all'assedio
              della Mirandola                                 102
            Imboscata tesa al papa dal cav. Bajardo           103
            Il Chaumont, per gelosia del Trivulzio, non
              vuole liberare la Mirandola                     105
            20 gennajo. La Mirandola si arrende per
              capitolazione                                   106
            Giulio entra nella Mirandola per la breccia       106
            Abbassamento della riputazione del Chaumont       107
            Contro il parere del Trivulzio risolve di
              attaccare l'armata veneziana al Bondeno         109
            È forzato ad abbandonare il progetto nell'atto
              dell'esecuzione                                 110
            Non può ridurre il marchese di Mantova a
              rinunciare alla neutralità                      111
            Tenta di sorprendere Modena: ma Giulio II la
              consegna al deputato dell'imperatore            112
            11 di febbrajo. Il Chaumont muore oppresso
              dai dispiaceri, e tormentato dai rimorsi
              d'avere fatta la guerra al papa                 113
            Il duca di Ferrara sospettato d'aver voluto
              far avvelenare il papa                          114
            Massimiliano ascolta le proposizioni di pace
              fattegli da Ferdinando                          116
       1511 Marzo. Apertura d'un congresso in Mantova
              per trattare la pace                            116
            26 di marzo. Matteo Langio, vescovo di Gurck,
              va all'armata di Giulio II per trattare a
              nome dell'imperatore                            118
            Arroganza di questo intimo segretario di
              Massimiliano                                    119
            16 aprile. Il papa scomunica gli aderenti del
              re di Francia                                   120
            Esorbitanti inchieste del vescovo di Gurck
              ai Veneziani                                    121
            25 di aprile. Le conferenze rotte
              dall'impetuoso carattere di Giulio II           122
            Principio di maggio. Il Trivulzio riprende
              Concordia, e fa prigioniere Gian Paolo
              Manfrone                                        123
            Il Trivulzio ed il duca d'Urbino, in presenza
              l'uno dell'altro al ponte di Casalecchio
              sul Reno                                        124
            Un terrore senza motivo succede alla temerità
              di Giulio II                                    125
            Esorta i quaranta senatori di Bologna
              a difendersi                                    127
            Lascia il governo di Bologna al cardinale
              di Pavia                                        128
            I capitani della milizia scelti dal cardinale
              sono amici dei Bentivoglio                      129
            20 maggio. Il legato, spaventato dalla
              insubordinazione delle milizie, fugge
              da Bologna                                      130
            21 maggio. I Bentivoglio rientrano in possesso
              di Bologna                                      131
            Rotta dell'armata del duca d'Urbino a
              Casalecchio. _Giornata degli asini_             131
            I Bolognesi atterrano la statua del papa          133
       1511 La Rocca di Bologna è presa e distrutta
              dal popolo                                      134
            Il cardinale di Pavia ed il duca d'Urbino
              si accusano a vicenda di questi rovesci         135
            Il duca d'Urbino uccide a pugnalate, in mezzo
              alle sue guardie, il cardinale di Pavia         136
            Ritirata del papa a Roma e suo risentimento       136

  CAPITOLO CVIII. _Amministrazione in Firenze
  del Gonfaloniere Soderini. — Concilio di Pisa;
  alleanza di Ferdinando il Cattolico con Giulio II
  e coi Veneziani. — La loro armata combinata si avanza
  verso Bologna. — Gastone di Foix la costringe a
  ritrocedere, e ricupera Brescia che si era
  ribellata._ 1511-1512                                       138

       1511 Nullità dei piccoli stati d'Italia                138
  1493-1518 Regno di Guglielmo IX, marchese di Monferrato     139
  1564-1553 Regno di Carlo III, duca di Savoja                140
            Il marchese di Mantova, il duca di Ferrara e
              quello d'Urbino                                 141
            Le tre repubbliche della Toscana                  142
       1510 22 dicembre. Conto della sua amministrazione
              renduto dal Soderini                            143
            Collera di Giulio II contro il Soderini           144
            Congiura di Prinzivalle della Stufa contro
              il Soderini fomentata da Giulio II              145
            29 dicembre. Il Gonfaloniere dà conto al
              gran consiglio della congiura tramata
              contro di lui                                   146
       1511 20 gennajo. Legge che trasferisce in ogni
              evento dal parlamento al gran consiglio
              il diritto di riorganizzare la repubblica       148
       1511 Spira la tregua tra Firenze e Siena               148
            Giulio II accorda la sua protezione a
              Pandolfo Petrucci ed ai Sienesi                 150
            3 settembre. Trattato di pace e di alleanza
              tra Siena e Firenze, e restituzione di
              Montepulciano ai Fiorentini                     151
            Desiderio di Lodovico XII di riconciliarsi
              col papa, cui fa nuove offerte                  152
            Esorbitanti pretese del papa prima di
              acconsentire alla pace                          153
            Massimiliano e Lodovico XII chiedono a
              Giulio II di adunare un concilio                154
            16 maggio. S'addirizzano ai cardinali
              rifugiati a Milano per domandare la
              convocazione d'un concilio a Pisa               155
            18 luglio. Giulio II intima egli stesso
              un concilio a san Giovanni di Laterano
              pel susseguente anno                            157
            20 agosto. Letargo del papa per cui ovunque
              si sparge la notizia della di lui morte         157
            Giulio II, ricuperando la salute, riprende
              il progetto di cacciare i barbari d'Italia      158
            Guerra di Massimiliano ai confini del Friuli      159
            Sua irrisoluzione e negoziazioni con Ferdinando
              e col papa                                      160
            Negoziazioni di Giulio II con Ferdinando
              il Cattolico                                    161
            Enrico VIII d'Inghilterra si fa pure a
              proteggere Giulio II                            162
       1511 Gli Svizzeri si disgustano con Lodovico XII
              e si attaccano al papa                          163
            Lodovico XII ricusa agli ambasciatori
              d'Inghilterra e di Arragona di abbandonare
              Bologna alle vendette del papa                  163
            5 ottobre. Confederazione del papa col re
              Cattolico ed il senato di Venezia, nominata
              la santa lega, contro la Francia                164
            24 ottobre. Il papa degrada i cardinali che
              avevano convocato il concilio di Pisa           166
            1 settembre. Deboli cominciamenti del concilio
              a Pisa                                          166
            Inquietudine de' Fiorentini quando vedono
              cominciare il concilio con così poca
              riputazione                                     167
            10 settembre. I Fiorentini spediscono il
              Macchiavelli a Lodovico XII per chiedere
              di traslocare il concilio                       168
            1.º novembre. Arrivo dei cardinali a Pisa
              e prima sessione del concilio                   169
            Cattiva accoglienza fatta dal popolo ai padri
              del concilio                                    169
            13 novembre. Abbandonano Pisa in disordine a
              motivo d'una contesa per cagione di alcune
              prostitute                                      170
            Il Soderini avea perduta la sua popolarità e
              l'aveano guadagnata i Medici                    171
            Il Soderini chiede una sovvenzione ai preti
              dello stato fiorentino                          172
            La campagna aveva avuto fine senza grandi
              avvenimenti militari                            173
            Patimenti e desolazione delle province venete     174
       1511 Lodovico XII ordina a La Palisse di attaccare
              la Romagna                                      175
            Novembre. Scesa degli Svizzeri in Lombardia
              per Varese                                      176
            Gli Svizzeri si accostano a due sole miglia
              da Milano                                       177
            Si ritirano nelle loro montagne senza
              apparente motivo                                178
            Inquietudine di Lodovico XII intorno alla
              sua armata e soccorsi che domanda ai
              Fiorentini                                      180
            I nemici del Soderini non permettono che la
              repubblica dia potenti ajuti alla Francia       181
            Arrivo in Romagna dell'armata spagnuola
              e pontificia                                    182
            31 dicembre. Presa della bastia di Fossa Geniolo  183
       1512 Forza dell'armata adunata ad Imola sotto
              Raimondo di Cardone                             184
            26 gennajo. Quest'armata intraprende l'assedio
              di Bologna                                      185
            Difficoltà nell'attacco di Bologna sotto gli
              occhi di Gastone di Foix, arrivato a Finale
              coll'armata francese                            186
            Le mura di Bologna battute in breccia             188
            Preteso miracolo della cappella di Barracano
              fatta saltare da una mina e ricaduta nello
              stesso luogo                                    189
            5 febbrajo. Gastone di Foix, duca di Nemours,
              entra in Bologna colla sua armata senza
              che gli assedianti se ne accorgano              190
            7 febbrajo. Raimondo di Cardone leva l'assedio
              e ritirasi ad Imola                             191
       1512 Inquietudini del duca di Nemours per Brescia      191
            Il conte Lodovico Avogaro vuole dar Brescia
              ai Veneziani                                    192
            3 febbrajo. Entra in Brescia coi montanari
              delle rive del lago di Garda e colle truppe
              d'Andrea Gritti                                 193
            Sollevazione di Bergamo, degli Orci, di
              Pontevico e di tutti i castelli                 194
            Diligenza di Gastone per soccorrere la rocca
              di Brescia                                      195
            Incontra per via, e sconfigge Gian Paolo
              Baglioni                                        195
            19 febbrajo. Gastone di Foix attacca Brescia
              dalla banda della rocca                         196
            Bajardo pericolosamente ferito nel passaggio
              del bastione                                    197
            Presa di Brescia, uccisione della guarnigione
              e degli abitanti                                198
            Sacco di Brescia e sue funeste conseguenze        200

  CAPITOLO CIX. _Battaglia di Ravenna. — Morte
  di Gastone di Foix ed indebolimento dell'armata
  francese. — Giulio II si ostina a ricusare la pace;
  dissimulazione di Massimiliano; irritamento degli
  Svizzeri, i quali unisconsi ai Veneziani e scacciano
  i Francesi dall'Italia._ 1512                               202

       1512 La violenza dello spirito di partito travia
              il giudizio morale dei popoli                   202
            Influenza dell'opinione pubblica sui giudizj
              della coscienza                                 203
            Ogni partito crede di sentire un'opinione
              pubblica che dirige la sua coscienza            204
            Il conte Lodovico Avogaro venne dai suoi
              partigiani risguardato qual martire del
              patriottismo                                    205
       1512 I Francesi lo risguardarono, ed indicarono,
              come un traditore                               206
            Apparente ferocia militare nel carattere di
              Gastone di Foix                                 206
            Dessa deve ascriversi agl'insensati applausi
              accordati alle vittorie dei guerrieri           207
            Rari talenti di Gastone di Foix per la guerra     208
       1511 17 di novembre. Alleanza di Ferdinando con
              Enrico VIII per attaccare la Guienna e la
              Navarra                                         209
       1512 4 febbrajo. Enrico VIII pubblica il suo
              progetto d'attaccare la Francia per
              difendere il papa                               211
            Inquietudine che dà a Lodovico XII la
              condotta di Massimiliano                        212
            Debolezza degli alleati di Lodovico XII
              in Italia                                       212
            Gastone di Foix aduna la sua armata al
              Finale di Modena                                213
            26 marzo. S'incammina alla volta della Romagna    214
            Raimondo di Cardone occupa vantaggiose
              posizioni, e schiva di venire a battaglia       215
            4 aprile. L'ambasciatore di Massimiliano
              sottoscrive un armistizio di dieci mesi
              coi Veneziani, e vuol far ritirare i
              Tedeschi dal campo francese                     216
            Gastone piega sopra Ravenna per tirarvi
              Raimondo di Cardone                             218
            9 aprile. Gastone dà l'assalto alle mura
              di Ravenna                                      219
       1512 Raimondo di Cardone lascia Faenza per
              accostarsi a Ravenna                            220
            10 aprile. Si avanza sull'opposta riva del
              Ronco in faccia ai Francesi                     221
            11 aprile. Nemours fa passare il Ronco alla
              sua armata per venire a battaglia               222
            Disposizione dell'armata di Nemours e sua
              arringa alla truppa                             224
            Disposizione dell'armata spagnuola nei suoi
              trincieramenti                                  225
            Cannonamento di due ore tra le due armate         227
            Il duca di Ferrara scopre una nuova batteria
              che prende al lungo tutta la linea spagnuola    228
            Gli uomini d'armi del Colonna maltrattati dal
              fuoco sortono per attaccare i Francesi          230
            Gli uomini d'armi spagnuoli sono rotti, ed
              il Colonna è fatto prigioniere dal duca
              di Ferrara                                      231
            Furioso attacco tra i landsknecht e la
              fanteria spagnuola                              233
            Gli uomini d'armi francesi costringono
              l'infanteria spagnuola a ritirarsi              233
            Gastone di Foix viene ucciso in un'ultima
              carica contra la fanteria spagnuola             234
            Spaventosa carnificina della battaglia
              di Ravenna                                      235
            Afflizione dei Francesi per la perdita di
              Nemours e funeste conseguenze della sua morte   237
            Gli Spagnuoli malmenati nella loro fuga dai
              contadini                                       238
            Ravenna presa e saccheggiata dai Francesi         239
       1512 I cardinali stringono il papa a fare la pace      240
            Gli ambasciatori arragonesi e veneti lo
              incoraggiano a non cedere                       241
            Ascolta le proposizioni fattegli a nome del
              re di Francia                                   242
            Premure di Lodovico XII di trattare la pace
              col papa                                        243
            Il papa si rassicura e più non ode consiglj
              di pace                                         244
            3 maggio. Il papa fa l'apertura del concilio
              di Laterano, e fa che i suoi cardinali lo
              consiglino a proseguire la guerra               245
            La dieta di Zurigo accorda al papa di levare
              sei mila uomini ne' cantoni                     246
            Massimiliano accorda agli Svizzeri il
              passaggio onde unirsi ai Veneziani prima
              di entrare nel Milanese                         247
            Motivi di Massimiliano per entrare nella lega
              contro la Francia                               247
            Gli Svizzeri si adunano a Coira in numero di
              venti mila                                      250
            Difficoltà in cui trovasi La Palisse per far
              testa a tanti nemici, ed indisciplina della
              sua armata                                      250
            La Palisse riunisce a Pontoglio la sua armata
              assai più debole che non quella degli alleati   253
            Dopo essersi riuniti nel Veronese a G. P.
              Baglioni, gli Svizzeri risolvono
              d'incamminarsi verso Milano                     253
            La Palisse distribuisce una metà della sua
              armata nelle terre murate della Lombardia       254
            Fine di maggio. Tutti i Tedeschi dell'armata
              di La Palisse richiamati da un ordine
              dell'imperatore                                 255
       1512 5 di giugno. Gli Svizzeri prendono possesso
              di Cremona a nome di Massimiliano Sforza,
              duca di Milano                                  256
            I Francesi abbandonano Milano, ed il cardinale
              de' Medici fugge loro di mano                   256
            La Palisse costretto dagli Svizzeri ad
              evacuare Pavia si ritira in Piemonte            257
            I Bentivoglio lasciano Bologna, e questa città
              è dal papa castigata                            258
            29 giugno. Giano Fregoso nominato doge di
              Genova dopo la ritirata del governatore
              francese                                        259
            Gli Svizzeri taglieggiano il ducato di Milano
              senza avere riguardo al loro alleato
              Massimiliano Sforza                             260
            Giulio II riunisce Parma e Piacenza alla
              santa sede                                      261

  CAPITOLO CX. _Sommissione del duca di Ferrara
  al papa, e sua fuga da Roma. Ingresso degli Spagnuoli
  in Toscana; sacco di Prato; deposizione del Soderini;
  richiamo dei Medici al governo di Firenze.
  Discordia tra i confederati della santa lega;
  nuove negoziazioni; morte di Giulio II._ 1512-1513          262

       1512 Le vendette popolari non sono prova d'un odio
              lungamente contenuto                            262
            Cattiva inclinazione naturale al popolo,
              d'attaccare quegli che è troppo debole per
              difendersi                                      263
            Tutte le armate in ritirata sempre inseguite
              dai contadini                                   264
            Carattere de' soldati francesi nelle guerre
              d'Italia                                        265
       1512 Carattere degli Spagnuoli                         266
            Carattere de' Tedeschi e degli Svizzeri           267
            Vendette popolari esercitate contro i Francesi
              a Ravenna                                       268
            Le stesse vendette in Milano ed in tutta la
              Lombardia                                       269
            8 giugno. Sbarco degl'Inglesi in Guipuscoa,
              che richiama le armi di Lodovico XII verso
              la Guienna e la Navarra                         270
            Pericoli che corre Alfonso d'Este dopo la
              ritirata de' Francesi                           271
            Fabrizio Colonna gli procura un salvacondotto
              per andare a Roma                               272
            4 luglio. Alfonso d'Este giugne a Roma per
              impetrare la sua assoluzione                    272
            Discorso d'Alfonso al papa nell'atto
              d'ottenere l'assoluzione                        273
            Non potendo Alfonso ottenere la licenza di
              ritirarsi, i Colonna sforzano le porte di
              Roma per porlo in sicuro                        276
            Discordia della santa lega per la divisione
              delle conquiste                                 276
            Pretese del papa sugli stati di Parma e
              Piacenza                                        276
            Pretese di Massimiliano sullo stato veneto
              e sul ducato di Milano                          277
            Pretese degli Spagnuoli, degli Svizzeri e
              de' Veneziani                                   278
            Tutti i confederati d'accordo per opprimere
              la repubblica di Firenze                        279
            Luglio. Condizioni sotto le quali il papa
              offre la sua protezione ai Fiorentini           280
            Condizioni loro offerte dall'imperatore           280
       1512 Giuliano dei Medici chiede alla dieta degli
              alleati, adunata in Mantova, di ristabilire
              la sua famiglia in Firenze                      281
            I Fiorentini non avendo voluto redimersi, la
              lega li fa attaccare dall'armata spagnuola      282
            I Fiorentini avevano avuto l'imprudenza di
              tenersi disarmati                               283
            20 agosto. Raimondo di Cardone attraversa
              l'Appennino coll'armata spagnuola               284
            Il Gonfaloniere consulta il gran consiglio
              intorno alle domande de' nemici                 285
            Fa il confronto del carattere de' Medici,
              prima dell'esilio, con quello che avrebbero
              dopo la loro tornata                            286
            I Fiorentini non acconsentono al ritorno
              dei Medici che a condizione di non cambiar
              nulla nel loro governo                          288
            Gli Spagnuoli giungono sotto Prato                289
            Nuove trattative tra gli Spagnuoli ed il
              Gonfaloniere                                    290
            30 agosto. Gli Spagnuoli danno l'assalto e
              prendono Prato                                  291
            Orribili crudeltà esercitate dagli Spagnuoli
              in Prato                                        291
            Spavento de' Fiorentini quando hanno notizia
              della presa di Prato                            292
            Bartolomeo Valori e i suoi amici vogliono
              cambiare il governo                             293
            31 agosto. Arrestano il Gonfaloniere nel
              palazzo pubblico                                294
            Il Gonfaloniere deposto si ritira a Ragusi        295
       1512 Contribuzioni imposte dal vicerè ai Fiorentini    296
            2 settembre. Giuliano dei Medici rientra in
              Firenze, e mostra di acconsentire alla
              conservazione della libertà                     297
            7 di settembre. La nuova legge che modifica
              la costituzione senza distruggerla. Il
              Ridolfi eletto gonfaloniere                     297
            Il cardinale dei Medici ed i suoi amici non
              sono soddisfatti della nuova legge              298
            14 di settembre. Il cardinale fa il suo
              ingresso in Firenze in apparato militare        298
            16 di settembre. Il suo corteggio occupa il
              palazzo pubblico, e chiede l'assemblea del
              parlamento                                      299
            Il parlamento investe della sovranità una
              balìa scelta dai Medici                         300
            Formazione d'una stretta oligarchia per
              governare sotto i Medici                        301
            18 di settembre. La balìa licenzia la milizia
              e disarma il popolo                             301
            2 di novembre. Filippo Buondelmonti nominato
              gonfaloniere                                    303
            Enumerazione degl'individui della casa dei
              Medici che rientrano in Firenze                 304
            Cortigiani dei Medici che si vantano di avere
              tradita la patria                               304
            18 settembre. L'armata spagnuola lascia Prato
              per passare in Lombardia                        305
            25 novembre. Il vescovo di Gurck, segretario
              di Massimiliano, viene festeggiato in Roma
              e nominato cardinale                            306
            Congresso di Roma. Vicendevoli lagnanze degli
              alleati                                         307
       1512 Pretese di Massimiliano contro i Veneziani        308
            25 di novembre. Nuova alleanza del papa
              coll'imperatore                                 309
            29 dicembre. Il cardinale di Sion consegna
              le chiavi delle porte di Milano al nuovo
              duca Massimiliano Sforza                        311
            L'alleato di Lodovico XII, Giovanni d'Albret,
              spogliato da Ferdinando del regno di Navarra    312
       1513 Lodovico XII fa retrocedere la sua armata
              verso l'Italia e vi cerca nuovi alleati         313
            Ferdinando il Cattolico e Massimiliano offrono
              la loro alleanza a Lodov. XII                   313
            Sforzi di Lodovico XII per riconciliarsi
              cogli Svizzeri, ed impedire la loro alleanza
              col duca di Milano                              314
            Trattative di Lodovico XII coi Veneziani          316
            Trattato tra Lodovico XII ed i Veneziani          316
            Trattative contraddittorie di tutte le potenze    317
            Attività di Giulio II, sue negoziazioni e suoi
              progetti per iscacciare _tutti i barbari
              d'Italia_                                       318
            Cade pericolosamente infermo                      319
            21 febbrajo. Morte di Giulio II                   320

  CAPITOLO CXI. _Leon X succede a Giulio II;
  spedizione di La Tremouille in Lombardia; sua
  sconfitta a Novara; disfatta di Bartolomeo d'Alviano
  all'Olmo; la guerra in Italia si tratta debolmente;
  negoziazione; morte di Lodov. XII._ 1513-1515               322

       1513 Giulio II erasi fatti dei doveri conformi
              alle sue passioni                               322
            Aveva amore per la libertà, e la rispettava
              a Genova, a Venezia e nelle città dello
              stato della Chiesa                              323
            Sua stima per la libertà bellicosa degli
              Svizzeri                                        324
            Accusava i Medici d'avere rapita la libertà
              alla loro patria                                324
            Molestia che avea cagionato l'impetuoso
              carattere di Giulio II                          325
            Desiderio universale che il suo successore
              non gli rassomigliasse                          325
            4 marzo. Venticinque cardinali si chiudono
              in conclave                                     326
            Il partito dei giovani porta sulla santa
              sede il card. Gio. de' Medici                   327
            Riconciliazione de' Medici coi Soderini           328
            11 di marzo. Giovanni de' Medici eletto papa
              sotto il nome di Leon X                         328
            11 di aprile. Solenne coronazione di Leon X
              a san Gio. di Laterano                          329
            Contrapposto tra il risparmio di Giulio II
              e la prodigalità di Leon X                      330
            Leon X conferisce l'arcivescovado di Firenze
              a suo cugino Giuliano                           331
            Festa dei Fiorentini per l'elezione di Leon X     331
            Supposta cospirazione a Firenze, per la quale
              il Macchiavelli è posto alla tortura            332
            Leon X fa riporre in libertà i prevenuti
              salvatisi dal supplicio                         334
            12 di ottobre. Costringe i Lucchesi a
              restituire Pietra Santa e Mutrone ai
              Fiorentini                                      334
       1513 Raimondo di Cardone occupa Parma e Piacenza,
              e Leone ripete queste due città                 335
            1.º d'aprile. Tregua d'Ortes nel Bearnese
              tra la Francia e la Spagna                      336
            24 marzo. Trattato d'alleanza di Blois tra
              la Francia e Venezia                            337
            Armata del re di Francia sotto gli ordini
              di La Tremouille e di Trivulzio                 338
            Bartolomeo d'Alviano si avanza coll'armata
              veneziana, e Raimondo di Cardone si ritira      339
            Gli Svizzeri vengono a difendere il duca di
              Milano, e si afforzano a Novara                 340
            Milano si sottomette ai Francesi; sollevazione
              di tutta la Lombardia                           341
            Tentativi de' Francesi per vittovagliare la
              Lanterna di Genova                              342
            Maggio. Antoniotto Adorno, coll'ajuto de'
              Francesi, scaccia i Fregosi da Genova, ed
              è riconosciuto doge                             343
            Massimiliano Sforza assediato in Novara da
              que' medesimi generali che avevano fatto
              prigioniere suo padre                           344
            Ardire degli Svizzeri che lasciano aperte
              le porte di Novara                              345
            4 giugno. Avvicinamento di altri corpi di
              Svizzeri                                        346
            5 giugno. I Francesi si ritirano a Riotta ed
              a Trecase, e trascurano di afforzarvisi         348
            6 giugno. Gli Svizzeri, appena entrati nel
              Novarese, vanno ad attaccare i Francesi         349
            Prendono l'artiglieria che voltano contro
              i landsknecht                                   350
       1513 Vergognosa fuga degli uomini d'armi francesi      351
            L'armata francese non osa fermarsi in Piemonte,
              e ripassa le Alpi                               353
            17 di giugno. Gli Adorni si ritirano da
              Genova e viene eletto doge Ottaviano Fregoso    354
            13 giugno. Il Cardone cogli Spagnuoli passa
              il Po, e Bartolomeo d'Alviano si ritira nel
              Vicentino                                       355
            Egli si chiude in Padova, il Baglioni in
              Treviso, Renzo di Ceri in Crema ed i
              Veneziani abbandonano il resto del paese        356
            Gli Spagnuoli e Leon X attaccano i Veneziani
              senza essere provocati                          356
            Il cardinale di Gurck, luogotenente
              dell'imperatore, prende la direzione
              della guerra                                    358
            28 luglio. Il Cardone, dietro le istanze del
              cardinale, assedia Padova                       359
            16 agosto. È costretto a levare l'assedio         360
            Dirige la sua artiglieria contro i palazzi
              di Venezia                                      360
            6 ottobre. L'Alviano esce di Padova per
              tagliare la ritirata agli Spagnuoli             361
            Gli aspetta all'Olmo lontano due miglia da
              Vicenza                                         362
            7 di ottobre. Gli Spagnuoli cercano di
              ritirarsi verso Bassano e Trento                363
            Pericolo della loro armata tribolata dagli
              Stradioti e dai contadini                       364
            L'Alviano, importunato dal provveditore
              Loredano, risolve di attaccare gli Spagnuoli    364
       1513 Viene battuto a motivo dell'estrema viltà
              della sua fanteria                              365
            Gli Spagnuoli prendono i quartieri d'inverno
              ne' monti Euganei                               366
            La guerra si trasporta sopra un altro teatro
              fuori d'Italia                                  367
            16 agosto. Giornata _degli Speroni_, fuga
              de' Francesi presso Terovane                    368
            9 settembre. Battaglia di Flowden,
              in cui Giacomo IV di Scozia, alleato della
              Francia, resta sconfitto ed ucciso              369
            Settembre. Gli Svizzeri assediano Digione;
              capitolazione di La Tremouille                  370
            15 di ottobre. Flotta francese distrutta ad
              Honfleur dalla burrasca                         371
       1514 3 gennajo. Incendio del più ricco quartiere
              di Venezia                                      371
            I nemici della Francia cominciano a temere
              di averla soverchiamente abbassata              371
            Terrore che cagiona all'Italia il nuovo
              sultano Selim                                   373
            Leon X cerca di negoziare la pace tra
              l'imperatore ed i Veneziani                     373
            Riconcilia la Francia alla santa sede             374
       1513 17 dicembre. Lodovico XII abjura lo scisma
              ed il concilio di Pisa                          375
       1514 Leon X vuole rappattumare la Francia cogli
              Svizzeri                                        376
            Ferdinando rinnova la tregua colla Francia,
              ed offende in tal modo il re d'Inghilterra      377
            7 agosto. Pace tra la Francia e l'Inghilterra,
              terzo matrimonio di Lodovico XII                377
       1514 26 agosto. La Lanterna di Genova si arrende
              ad Ottaviano Fregoso, che la fa spianare        378
            Massimiliano non vuole fare la pace con Venezia   379
            Cristoforo Frangipane guasta il Friuli            380
            Il Frangipane battuto da Girolamo Savorgnano
              e dall'Alviano                                  381
            Vantaggi ottenuti dall'Alviano ad Este e
              Rovigo contro gli Spagnuoli                     382
            Bella difesa di Renzo di Ceri a Crema             382
            Falsità di Leon X nelle sue negoziazioni          383
            La politica del nuovo pontefice meno nobile
              di quella di Giulio II                          384
            Settembre. Occupa Modena e vuole formare
              una sovranità cispadana per Giuliano de'
              Medici, suo fratello                            385
            Pensa pure a collocarlo sul trono di Napoli       386
            Lodov. XII lo affretta a dichiararsi              387
       1515 1.º gennajo. Morte di Lodov. XII cagionata
              dal matrimonio                                  388
            La somma sua economia fu la principale sua
              virtù                                           390
            Sua debolezza e mala fede                         390
            Sua crudeltà in guerra e verso Lodovico Sforza    391
            Sua condotta domestica colle tre mogli            392

  CAPITOLO CXII. _Francesco I assume il
  titolo di duca di Milano; passa le Alpi; batte
  gli Svizzeri a Marignano e conquista il
  Milanese. — Invasione di Massimiliano in Lombardia
  e sua ritirata. — Diversi trattati che pongono fine
  alle guerre prodotte dalla lega di Cambrai._ 1515-1517      394

       1515 1.º di febbrajo. Successione di Francesco I
              al regno di Francia, ed al titolo di duca
              di Milano                                       394
            Successione di due monarchi nati in privata
              condizione                                      395
            Qualità brillanti sviluppate in Francesco I
              da una privata educazione                       395
            Gl'Italiani credono che Francesco I differisca
              un anno l'annunciata spedizione d'Italia        396
            24 di marzo, 5 d'aprile. Francesco rinnova i
              trattati di alleanza con Carlo d'Austria e
              con Enrico VIII                                 397
            Ferdinando, Massimiliano, gli Svizzeri ed il
              papa ricusano di entrare in trattative di
              pace                                            398
            27 di giugno. Francesco I rinnova l'alleanza
              della Francia colla repubblica di Venezia       398
            Trattato d'Ottaviano Fregoso, doge di Genova,
              colla Francia                                   399
            Francesco I raguna un'armata nel Delfinato        400
            Pietro Navarro passa al suo servigio, e forma
              per lui un corpo di fanteria basca              401
            Gli Svizzeri s'innoltrano fino a Susa per
              chiudere il passaggio delle montagne ai
              Francesi                                        402
            Il maresciallo Trivulzio cerca un passaggio
              per circondare l'armata svizzera                403
            10 di agosto. L'armata francese s'interna
              tra le giogaje e le anguste valli
              dell'Argentiera                                 404
       1515 14 di agosto. Giugne nelle pianure del
              marchesato di Saluzzo, in riva alla Stura       405
            La Palisse e Bajardo formano l'ala destra
              dell'armata, e passano per Sestiere             406
            15 di agosto. Sorprendono Prospero Colonna
              a Villafranca, e lo fanno prigioniere           407
            Giuliano de' Medici cede il comando
              dell'armata pontificia a suo nipote Lorenzo     408
            Leon X fa dire a suo nipote di non attaccare
              i Francesi                                      408
            Il Cardone coll'armata spagnuola è tenuto di
              vista da Bartolomeo d'Alviano e dai Veneziani   409
            Gli Svizzeri domandano ed ottengono una
              sospensione di armi per ritirarsi a Novara      409
            Un partito francese tra gli Svizzeri vuol
              trattare con Francesco I                        410
            Gli Svizzeri, scontenti di non ricevere i
              promessi sussidj, saccheggiano la cassa
              del commissario pontificio                      411
            Negoziazioni e trattato conchiuso a Gallarate
              per mezzo del bastardo di Savoja e di Lautrec   412
            Francesco spedisce il suo danaro contante
              a Buffalora, onde fare un primo pagamento
              agli Svizzeri                                   413
            Arrivo di venti mila nuovi Svizzeri a Monza,
              che non vogliono accettare la pace              414
            Sette mila Svizzeri, non volendo ricominciare
              la guerra, tornano nella loro patria            415
       1515 L'armata francese occupa tutta la Lombardia
              fino alle porte di Milano                       415
            Il cardinale di Sion riconduce quattrocento
              cavalli all'armata svizzera                     416
            Bartolomeo d'Alviano prende posto a Lodi;
              ed il Cardone con Lorenzo de' Medici
              a Piacenza                                      417
            Francesco I colloca la sua armata in faccia
              a Marignano, a san Donato e a santa Brigida     418
            13 di settembre. Il cardinale di Sion eccita
              gli Svizzeri alla battaglia                     418
            Escono da Milano per sorprendere il re tre ore
              prima di notte                                  420
            Il re affretta l'Alviano a condurre l'armata
              veneziana in suo soccorso                       420
            Gagliardo attacco degli Svizzeri contro il
              campo francese, che trovasi in cattiva
              situazione                                      421
            Gli Svizzeri s'impadroniscono delle batterie
              del Navarro                                     422
            La battaglia dura quattr'ore al lume della luna   423
            Durante la notte i Francesi si raccolgono
              intorno al re, rimasto quasi solo presso
              all'artiglieria                                 424
            Ristabiliscono le loro batterie, e prendono
              una migliore posizione                          425
            14 di settembre. Si rinnova la battaglia, e
              gli Svizzeri provano la peggio                  426
            Bartolomeo d'Alviano giunge al campo di
              battaglia, e gli Svizzeri, credendolo
              seguito da tutte le sue genti, si
              ritirano                                        427
       1515 Spaventosa carnificina della battaglia
              di Marignano                                    428
            Il re si fa armare cavaliere da Bajardo           429
            Arma egli stesso Fleuranges e molti altri         429
            Pericolo corso di Bajardo durante la notte        430
            15 di settembre. Gli Svizzeri lasciano Milano
              per tornare nel loro paese                      431
            Massimiliano Sforza non conserva che i
              castelli di Milano e di Cremona                 432
            Pietro Navarro intraprende l'assedio del
              castello di Milano colle mine cariche           433
            4 di ottobre. Il duca spaventato capitola,
              ed acconsente a vivere in Francia,
              rinunciando ai suoi diritti                     433
            Francesco non vuole entrare in Milano che
              dopo la capitolazione del castello              435
            Abbandona il partito de' patriotti a Firenze
              per trattare col papa                           436
            13 di ottobre. Convenzione di Viterbo tra
              Francesco I e Leon X                            437
            Gli Svizzeri evacuano le podesterie italiane,
              e Cardone la Lombardia                          437
            Gli ambasciatori veneziani chiedono a
              Francesco I i promessi soccorsi                 438
            Il comandante di Brescia riceve i rinforzi
              prima che l'armata di Venezia giunga sotto
              le sue mura                                     439
            7 di ottobre. Morte di Bartolomeo di Alviano
              a Ghedo                                         440
       1515 Gian Giacopo Trivulzio intraprende l'assedio
              di Brescia                                      442
            Rockandolf con 8,000 Tirolesi costringe i
              Francesi ed i Veneziani a levare l'assedio
              di Brescia                                      442
            10-15 dicembre. Conferenza di Francesco I e
              di Leon X a Bologna                             443
            Francesco sagrifica al papa il duca di Urbino
              e la libertà della Chiesa gallicana             444
            7 di novembre. Trattato di Ginevra tra la
              Francia e gli otto cantoni svizzeri             445
            Francesco sospende l'esecuzione dei suoi
              progetti sul regno di Napoli fino alla
              morte di Ferdinando il Cattolico                446
       1516 Gennajo. Francesco I licenzia la sua armata
              e parte alla volta della Francia                447
            15 di gennajo. Morte di Ferdinando il Cattolico   448
            Ritratto che di questo re fa il gesuita Mariana   448
            Cosa ne pensavano il Macchiavelli ed il suo
              amico Fr. Vettori                               449
            Ferdinando, prima di morire, ed Enrico VIII
              mandano danaro a Massimiliano                   450
            Marzo. Questi aduna un grande esercito per
              attaccare l'Italia                              451
            Il contestabile di Borbone lasciato
              governatore a Milano                            451
            Il Trivulzio ed il Lautrec levano l'assedio
              di Brescia all'avvicinarsi dell'imperatore      452
       1516 Massimiliano si trattiene ad assediare Asola,
              che non può prendere                            454
            I Francesi si chiudono in Milano e ne bruciano
              i sobborghi                                     454
            I Francesi ricevono un rinforzo di dieci mila
              Svizzeri                                        455
            Conferenze fra gli Svizzeri delle due armate,
              ed inquietudine che cagionano ai due generali   456
            Il maresciallo Trivulzio accresce
              artificiosamente il terrore di Massimiliano,
              che teme che gli Svizzeri non lo consegnino
              ai Francesi                                     456
            Massimiliano abbandona il suo campo
              improvvisamente e torna in Germania             457
            Il Lautrec succede al duca di Borbone nel
              governo di Milano                               458
            24 maggio. La città di Brescia capitola, e
              torna ai Veneziani                              458
            Il Lautrec ricusa d'assediare Verona, e si
              pone d'accantonamento presso Peschiera          459
            28 luglio. Vicenza presa e saccheggiata dai
              Tedeschi                                        459
            13 agosto. Trattato di Noyon, tra Carlo re
              di Spagna e Francesco I                         460
            Condizioni alle quali Massimiliano poteva
              accedere al trattato                            461
            20 agosto. L'armata francese e veneta
              intraprende l'assedio di Verona, e lo leva
              all'avvicinarsi di Rockandolf                   462
            29 novembre. Trattato di pace perpetua tra
              gli Svizzeri e la Francia                       463
       1516 18 agosto. Trattato del concordato tra la
              Francia e la corte di Roma                      464
            Imprudenza dei sacrificj con cui Francesco
              cercava di riconciliarsi con Leon X suo
              implacabile nemico                              464
            17 marzo. Morte di Giuliano de' Medici, che
              mette in libertà il papa di pubblicare un
              monitorio contro il duca d'Urbino               466
            30 maggio. Francesco della Rovere spogliato
              dal papa del ducato d'Urbino                    467
            4 dicembre. Massimiliano accede al trattato
              di Noyon                                        469
       1517 28 gennajo. Verona è renduta ai Veneziani,
              e la pace ristabilita in Italia                 469

  CAPITOLO CXIII. _Ribellione e guerra d'Urbino.
  Cospirazione dei cardinali contro il papa.
  Ambizione di Leon X. S'unisce a Carlo V contro
  Francesco I. Conquista del Milanese colle
  armate riunite. Morte di Leon X._ 1517-1521                 471

       1517 I Veneziani consolano, e danno incoraggiamento
              ai sudditi che vengono loro renduti             471
            La guerra della lega di Cambrai aveva
              attaccato le parti vitali della loro
              repubblica. Venalità                            472
            Ruina delle manifatture, del monopolio del
              sale, del traffico d'Egitto                     473
            Concorrenza dei Portoghesi al traffico delle
              Indie                                           474
            Ruina del commercio d'Affrica e di Spagna
              tenuto vivo inaddietro dalle galere del
              traffico                                        475
       1517 Il senato si occupa del ripristinamento
              dell'agricoltura, del commercio,
              dell'università di Padova                       476
            Cerca d'allontanare i soldati licenziati che
              trovavansi in grosso numero ai confini
              dello stato                                     477
            Il duca d'Urbino si offre a questi soldati
              per condurli contro la Chiesa, e riavere
              i suoi stati                                    477
            23 gennajo. Si pone in cammino con un'armata
              somigliante alle compagnie di ventura           478
            Leon X invoca il soccorso della Francia,
              della Spagna, dell'impero                       479
            Spedisce Lorenzo de' Medici per arrestare
              il duca in Romagna                              479
            5 febbrajo. Il duca d'Urbino rientra nella
              sua capitale                                    480
            Incapacità di Lorenzo de' Medici, e viltà
              delle sue truppe                                481
            4 aprile. Lorenzo è ferito nel capo
              all'assedio di Mondolfo                         482
            Gioja de' Fiorentini che lo credono morto         482
            24 maggio. Lorenzo entra in Firenze per
              disingannarli                                   483
            Il cardinale di Bibiena incaricato in di lui
              assenza del comando dell'armata, è
              abbandonato da' suoi soldati                    483
            10-15 maggio. Il duca d'Urbino minaccia
              Siena e Perugia                                 484
            Scuopre una cospirazione nel suo campo e fa
              punire i cospiratori dai loro commilitoni       485
            Nuove invasioni del duca d'Urbino nella
              Marca d'Ancona ed in Toscana                    486
       1517 Agosto. Il duca d'Urbino tratta col papa e
              si ritira a Mantova                             486
            Irritamento del cardinale Alfonso Petrucci
              contro Leon X                                   488
       1515 10 marzo. Leon X avea scacciati i fratelli
              Petrucci da Siena                               489
       1517 Discorsi minaccianti dal Petrucci, e suo
              incerto progetto per far avvelenare Leon X      490
            Egli s'allontana da Roma, e Leon X lo richiama
              mandandogli un salvacondotto                    491
            Torna; viene imprigionato e posto alla tortura    492
            21 giugno. È strozzato in prigione, ed altri
              cardinali vengono condannati a varie pene       493
            Giugno. Spavento del sacro collegio pei rigori
              usati contro i loro membri                      495
            16 marzo. Ultima sessione del quinto concilio
              di Laterano                                     495
            1.º luglio. Promozione di trentuno cardinali
              in una sola volta                               496
            11 marzo. Alleanze delle grandi potenze
              d'Europa contro i Turchi                        497
            8 ottobre. Rinnovamento dell'alleanza tra la
              Francia e Venezia                               499
       1518 Gennajo. Matrimonio di Lorenzo de' Medici
              con una cugina del re di Francia                500
            Riputazione data dai letterati e dagli artisti
              a Leon X                                        501
            Leone si prende poco pensiero delle prediche
              di Lutero, e continua lo scandaloso traffico
              delle indulgenze                                502
       1518 Non si occupa che de' suoi piaceri, ed anche
              la sua liberalità è del tutto egoistica         503
            Agosto. I Veneziani prolungano per cinque anni
              la tregua con Massimiliano                      504
            Disgrazia e morte del maresciallo
              Gian Giacopo Trivulzio                          505
       1519 19 di gennajo. Morte di Massimiliano a Lintz      506
            Rivalità di Francesco I e di Carlo per la
              corona dell'impero                              506
            Desiderio del papa e delle più deboli potenze,
              perchè sia data ad altri                        507
            28 aprile. Morte di Lorenzo de' Medici,
              ultimo maschio legittimo tra i discendenti
              del vecchio Cosimo                              508
            Leon X destina il cardinale Giulio de' Medici
              al governo di Firenze                           510
            Riunisce il ducato d'Urbino alla Chiesa, e
              cede Montefeltro alla repubblica fiorentina     511
            Sforzi degli ambasciatori francesi per
              corrompere col danaro gli elettori dell'impero  512
            28 giugno. Carlo V eletto imperatore              513
            20 febbrajo. Morte di Francesco Gonzaga;
              successione di Federico II al marchesato
              di Mantova                                      514
            Caduta delle mura di Ferrara in tempo
              dell'infermità del duca Alfonso                 515
            Tentativo di Leon X per sorprendere Ferrara
              col mezzo del vescovo di Ventimiglia            515
            Leon X pensa a spogliare altri feudatarj
              della Chiesa                                    517
       1520 Cita Giovan Paolo Baglioni a Roma, ed in
              pari tempo gli manda un salvacondotto           518
            Fa perire il Baglioni ed occupa Perugia           519
            Fa attaccare ed uccidere Lodovico Freducci,
              signore di Fermo                                520
            Fa perire altri signori ch'erano venuti a
              porsi tra le sue mani                           521
            Tenta di sedurre il capitano delle guardie
              del duca di Ferrara, per far avvelenare
              il suo padrone                                  522
            Cerca di riaccendere la guerra, sperando di
              scacciare _i barbari d'Italia_                  524
            Principj di dissensione tra Carlo V e
              Francesco I                                     524
       1521 Indirette ostilità nella Navarra e nelle Ardenne  526
            5 maggio. Nuova alleanza della Francia cogli
              Svizzeri conchiusa in Lucerna                   527
            Il papa assolda degli Svizzeri prima di avere
              deciso con quale de' rivali monarchi
              vorrà unirsi                                    527
            Preliminarj d'alleanza del papa con Francesco I   528
            Scontento del papa perchè Francesco I tarda
              a ratificarla                                   529
            8 maggio. Il papa fa alleanza coll'imperatore
              contro la Francia                               529
            Gli alleati promettono il ducato di Milano
              a Francesco II Sforza                           530
            Apparecchiano una congiura contro i Francesi
              in tutta la Lombardia                           531
            Fanno attaccare Genova dai due Adorni, che
              sono respinti                                   532
       1521 Il signore di Lescuns, fratello del Lautrec,
              governava in sua assenza Milano                 533
            24 di giugno. Si presenta sotto Reggio armata
              mano, e viene arrestato dal Guicciardini,
              poi rimesso in libertà                          534
            Manfredo Pallavicini vuole sorprendere Como,
              e vi è fatto prigioniere, indi mandato al
              supplicio                                       535
            1.º agosto. Leon X dichiara la guerra alla
              Francia, e fa avanzare la sua armata fino
              alla Lenza                                      536
            Malcontento de' Milanesi cagionato dalle
              vessazioni di Lautrec                           540
            Lautrec torna a Milano, e non vi trova il
              danaro promessogli dal re                       541
            Lentezza di Prospero Colonna, generale della
              lega, prima d'attaccare i Francesi              542
            29 d'agosto. Apre le sue batterie contro Parma    542
            1.º settembre. Occupa il sobborgo di Codiponte    544
            2 settembre. Si ritira all'avvicinamento di
              Lautrec e del duca di Ferrara                   545
            Reciproca diffidenza tra i capitani del papa
              e dell'imperatore                               546
            1.º ottobre. Prospero Colonna passa il Po,
              e porta la guerra nel Cremonese                 546
            Il Lautrec lascia fuggire l'occasione di
              battere Prospero Colonna a Rebecco              547
            Malcontento e diserzione degli Svizzeri
              dell'armata di Lautrec                          548
            16 novembre. Prospero Colonna sforza il
              passaggio dell'Adda                             550
       1521 19 novembre. Il Colonna ed il Pescara entrano
              in Milano                                       551
            Lautrec si ritira nello stato di Brescia per
              isvernarvi                                      553
            Lodi, Pavia, Piacenza e Parma si danno
              agli alleati                                    553
            Il Pescara lascia saccheggiar Como, a
              dispetto della capitolazione                    553
            24 di novembre. Gioja di Leon X seguita
              immediatamente da una malattia                  554
            1.º dicembre. Leon X muore in un modo inopinato   555
            Sospetti d'avvelenamento posti in tacere da
              suo cugino il cardinale de' Medici              556


FINE DELLA TAVOLA.



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.





*** End of this LibraryBlog Digital Book "Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 14 (of 16)" ***

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