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Title: Il libro di Sidrach: testo inedito del secolo XIV - pubblicato da Adolfo Bartoli
Author: Anonymous
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Il libro di Sidrach: testo inedito del secolo XIV - pubblicato da Adolfo Bartoli" ***

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DP-Italia (http://dp-test.dm.unipi.it)



        Indice generale e Nota di trascrizione in calce al libro.
-------------------------------------------------------------------------

                               *COLLEZIONE*
                                    DI
                          *OPERE INEDITE O RARE*
                    DEI PRIMI TRE SECOLI DELLA LINGUA

                           PUBBLICATA PER CURA
                 DELLA R. COMMISSIONE PE' TESTI DI LINGUA
                       NELLE PROVINCIE DELL'EMILIA

                                 BOLOGNA
                        *Presso Gaetano Romagnoli*
                                  1868.

-------------------------------------------------------------------------

                             REGIA TIPOGRAFIA.



                                    IL
                             LIBRO DI SIDRACH

                              TESTO INEDITO
                              DEL SECOLO XIV

                                PUBBLICATO
                                    DA
                             *ADOLFO BARTOLI*

              GIÀ COMPILATORE DELL'ARCHIVO STORICO ITALIANO
         SOCIO DELLA DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA TOSCANA,
                           L'UMBRIA E LA MARCHE

                              *PARTE PRIMA*
                                 (TESTO)

                                 BOLOGNA
                        *Presso Gaetano Romagnoli*
                                  1868.



                              ALL'ECCELLENZA
                         DEL SIGNOR COMMENDATORE
                                  CONTE
                             *LUIGI CIBRARIO*
                  MINISTRO DI STATO, SENATORE DEL REGNO
                        PRIMO SEGRETARIO DI S. M.
                PEL GRAN MAGISTERO DELL'ORDINE MAURIZIANO
                               EC. EC. EC.


_Eccellenza_,

Mi tengo ad onore che possa venire intitolato a Vostra Eccellenza questo
volume, il quale, come documento di molte opinioni popolari del medio evo,
sarà forse da considerare non affatto inutile alle discipline storiche, e
riuscirà, spero, bene accetto agli studiosi della lingua italiana.

So di offerire cosa troppo men che proporzionata al merito della
Eccellenza Vostra; ma siami scusa presso a Lei il desiderio che ebbi di
dare il Sidrach in custodia ad un nome illustre, e di attestare
publicamente la mia riverenza allo scrittore che gli italiani da molti
anni amano e venerano.

   Della E. V.

                                          _Devotissimo Servitore_
                                             *ADOLFO BARTOLI.*



                         AVVERTENZA PRELIMINARE


Noi stiamo in isperanza che questo _Libro di Sidrach_ non vorrà parere
indegno di comparire tra le pubblicazioni a cui dà opera la nostra
_Commissione pe' Testi di lingua_, sia come scrittura del secolo
decimoquarto, sia come opera ch'ebbe ad essere nei tempi di mezzo
ricercata e letta avidamente in Francia, in Italia ed in altre parti di
Europa. Forse questo nome di Sidrach, sotto il quale amò di nascondersi lo
scrittore, potrebbe ricordarci quel Sirach, padre di Gesù, reputato autore
dell'_Ecclesiastico_, che i Greci chiamarono _Sapienza_ o _Panaretos di
Gesù figliuolo di Sirach_. Infatti noi troviamo che al nostro libro, in
molti codici e in istampe del quattrocento, fu dato il titolo di _Fontana
di tutte le Scenze_; e un manoscritto dell'Ambrosiana ne chiama l'autore
Iesu Sidracho (1). Ma che che di ciò possa credersi, è fuori di ogni
dubbio che lo scrittore di esso libro sperò, con impostura forse non rara
a' suoi tempi, nome ed onore di profeta nel mondo; e facendo fascio di
ogni erba, pur di darsi per illuminato da sapienza divina, compose una di
quelle enciclopedie, ch'erano al medioevo in ammirazione e in amore, e che
a noi rimangono come viva e parlante effige di esso. Sidrach di tutto
parla, ogni questione risolve, dà a ogni domanda, come che sia, una
risposta, facendo mescolanza continua delle cose più diverse, passando da
un capitolo di misticismo illibato ad un altro di oscenità stravagante,
insegnando al suo re una sapienza, ch'è a noi spesso documento
irrecusabile della grossezza di quei tempi. Il libro di questo profeta
contiene molto di teologia e di asceticismo: nè mancagli assai di
politica, di storia, di medicina, di fisica, di cosmografia; nè un
trattato dell'arte astrologica e delle virtù miracolose delle pietre e
dell'erbe: imbandigione sontuosa degli errori e dei pregiudizi del
medioevo. Quando ai secoli XII e XIII si cominciò a sentire il desiderio e
il bisogno di divulgare quelle cognizioni, le quali erano state fino a
quel tempo privilegio di pochissimi, vennero composti certi libri, quasi
enciclopedie, dove, con più o meno di chiarezza e d'ordine, si raccolse
tutto ciò che sapevasi intorno a Dio, alla natura ed all'uomo. La Francia
ebbe così l'Imagine del Mondo, il Lucidario, il Breviario d'amore, e,
massima fra tutte, l'opera famosa del Bellovacense; l'Inghilterra, i due
poemi di Filippo di Thaun e il trattato di Alessandro di Neckam; l'Italia,
il Tesoro di Brunetto Latini. Ma pochi tra questi si paiono tanto
popolarmente divulgati quanto il Sidrach, del quale esistono codici
francesi, provenzali, italiani ed inglesi; e parecchie edizioni fatte in
Francia ed in Inghilterra nei secoli quindicesimo e sedicesimo; di maniera
che non sono molte le biblioteche d'Europa a cui manchi o un manoscritto o
una stampa di esso. Che significa ciò? Perchè ebbero a dilettarsi così
nella lettura di questo libro, non solamente l'età di mezzo, ma i secoli
posteriori? Come degnò appressare le labbra a questa fontana di acque
torbide e lotose il dotto cinquecento? Una delle ragioni che possono
spiegare un tal fatto ci pare che sia l'essere stato il libro di Sidrach
tenuto quasi come un manuale dell'arte astrologica e dell'arte magica. Non
è alcuno che ignori quanto cara fosse al medioevo quella scenza che le
leggende narravano insegnata a Cam dagli angeli ribelli. Ma che meraviglia
non ebbero dunque a provare le genti, quando nel Sidrach, operatore di
prodigi, convertitore di miscredenti, profeta ispirato da celeste virtù,
lessero che un angiolo stesso di Dio erasi fatto maestro in astrologia al
prediletto Jafet? Questo dovea certo parere come una santificazione della
scenza degli astri, la quale era posta così accanto alla teologia; ed
anche quasi una canonizzazione della magia, se ne facea professione e ne
dava insegnamenti un tale uomo, il quale abbondava in ogni maniera di
sapienza più che umana. Tutto il medioevo farneticò dietro gli astrologi e
i magi; perchè ogni cosa che avesse del meraviglioso, del fantastico, del
soprannaturale, dell'impossibile piacque a quelle immaginazioni ardenti, a
quei fervidi cuori; e non il volgo solo, ma anco gli uomini grandi
parteciparono fatalmente all'indole morale di quei secoli, ai quali pareva
sola ricchezza desiderabile e sola non colpevole sapienza, la fede.
Inutile sarebbe parlar qui dell'astrologia, insegnata dal Sidrach
chiaramente ed apertamente. Ma questo profeta ed astrologo fece egli
veramente anco professione di magia? Di ciò ne è diviso non possa
dubitarsi da chi legga i capitoli che discorrono le virtù prodigiose delle
pietre e dell'erbe, le quali danno ai muti la favella, la vista ai cechi,
fanno vedere le stelle di giorno; obbligano a dire in sogno i propri fatti
più riposti e segreti; procacciano odio od amore; sono buone a guarire de'
farnetichi, a non annegare nell'acqua, e via discorrendo. Quanto poi non
avanzano ed eccedono le pietre in miracolosa virtù! Con lo zaffiro, ad
esempio, può l'uomo uscire dalla prigione più vigilantemente guardata; e
colla amatista otterrà dal proprio signore tutto che gli piaccia di
chiedere. L'onice darà sogni che dicano ciò onde i morti abbisognano; chi
abbia sopra di sè calcedonia, sarà parlatore di grande eloquenza; chi dal
lato sinistro porti diamante, non potrà, cadendo da cavallo, farsi alcun
male, e non commetterà peccato nè d'ira nè di lussuria. Altre pietre ti
salveranno da morte subitanea, e se vecchio, ti renderanno forza vigorosa
di giovinezza, e ti saranno rimedio ad ogni veleno. Preziosissime notizie
dovevano invero esser queste agli uomini de' secoli medioevali; e se i
dotti potevano leggere alcune di queste favole o in Dioscoride o in
Teofrasto o in Plinio o in Alberto Magno od in altri, chi non sapesse di
greco e di latino, nel Sidrach trovava quanto gli bisognasse; e leggendo
in un libro di tanta santità era sicuro dalla paventata dannazione
dell'anima. Perchè è bene da ricordare come due magie avesse il medioevo:
una puramente diabolica, nella quale agli dei del paganesimo si
sostituirono i demoni; l'altra, quasi una medicina ed una chimica magica,
la quale deriva dalla forza delle piante, degli animali, delle pietre e
dei corpi celesti. Chi ignora quello che fossero all'arte magica le erbe,
i beveraggi e gli unguenti? Già, per tacere d'altri più antichi, Plinio,
pur dichiarando la sua dotta incredulità, parlò dell'erbe buone ad avere
figliuoli di bellezza e bontà singolari, a rendersi invisibili, a vincere
i nemici, e ad ottenere altri effetti stupendissimi. Anche oggi gli arabi
dicono di avere bevande che fanno cantare e ballare ed essere eloquenti; e
gli indiani credono che un'erba possa farli mutare in figura di bestia, e
che un'altra insegni a scoprire i tesori nascosti (2). Tutti ci ricordiamo
di quel filtro magico o beveraggio d'amore de' romanzi cavallereschi.
Questa medicina magica, che è tuttora in uso presso alcuni popoli barbari,
fu nel medioevo tenuta in altissima venerazione. E per essa forse
acquistarono fama di negromanti Gerberto (il quale in progresso fu fatto
volare in aria in compagnia del diavolo), Ruggero Bacone ed Alberto Magno,
a cui si attribuirono i curiosi libri _de virtutibus herbarum_ e _de
virtutibus lapidum_, che possono essere considerati appunto come trattati
di questa magia naturale di cui parliamo, e che è professata dal Sidrach.
Innocua magia, la quale anco delle cose sante fece spesso suo strumento,
confondendosi col misticismo, di modo che fabbricò, non solamente
unguenti, ma anco orazioni buone ad effetti molto miracolosi (3); e che
durò lungamente, come può vedersi dalla Physognomonica e da altri libri
del Porta.

Nel Sidrach però, oltre i capitoli di magia naturale, sono anche
insegnamenti di medicina, i quali danno rimedi per la lebbra, per la
volatica, per il male dello stomaco e del fegato, per istagnare il sangue
della piaga e per altro. Nel che noi non vorremo troppo meravigliarci di
certe strane ricette che troviamo, come la merda de' bachi da seta
mescolata con sciloppo per guarire il fegato riscaldato; e la merda del
cavallo mescolata col grasso del porco per ingrassare; e gli scarafaggi
bruciati e bolliti nel lardo per la lebbra. Oltre poi la parte che
riguarda i rimedi, leggiamo ancora altri insegnamenti di medicina: dove
parlasi del corpo dell'uomo, del sangue, del parto, della pazzia, delle
varie complessioni; ed in ciò sentiamo le dottrine di Galeno e quelle
degli Arabi, spesso travisate e male spiegate, come di chi, non essendo
scenziato, parla di cosa che solamente in confuso conosce. Così un'altra
qualità viene ad aggiungersi al Sidrach, santo, astrologo e mago, per
renderlo caro all'evo di mezzo; ciò è l'essere considerato il suo libro
come un trattato di medicina popolare. Ed ognuno può agevolmente intendere
per quali stretti legami nella mente dello scrittore questa si
congiungesse all'astrologia ed alla magia, le quali non furono appunto in
origine altro che degenerazioni della medicina.

Ancora ci è diviso che a divulgare questa fontana di tutte le scenze
dovessero contribuire altre ragioni. Riducendoci a memoria ciò che fosse
l'asceticismo del medio evo, o spietato nel maledire a tutti gli affetti
della terra, o goffo arido bamboleggiante nelle sue mistiche
contemplazioni, troveremo che il Sidrach è veramente più _savio_ di molti
altri; e mentre si piace nelle astruse sottigliezze teologiche, ricordasi
spesso anche del mondo, insegnando cose che dovevano riuscire gradite al
cuore di chi lo leggeva. Così, se potè parer santo dimenticare i parenti e
ricusar loro ogni amore, eccovi nel Sidrach il precetto di amarli e
d'aiutarli; e se la demenza umana fecesi adoratrice della povertà,
predicando fonte di ogni male la ricchezza, il Sidrach vi dirà che anche
la ricchezza è buona a qualche cosa, e che deve essere pregiata; facendo
poi questa bella distinzione tra l'uomo ricco e il gentile: «gentilezza è
potere e larghezza e vecchia possessione d'avolo e di bisavolo. L'uomo che
ha grande potere ed è villano del suo corpo, sappiate che quelli non è
gentile, anzi è ricco» (4). Quale scrittore mistico del medio evo avrebbe
scritto tali parole? Ed esse non potrebbero per avventura esserci indizio
che lo scrittore di questo libro, prima d'invaghirsi del mestier di
profeta, amasse di frequentare le corti, forse cantando di donne e d'armi
e d'amori? Perchè anco alle donne (così velenosamente maledette dai
mistici) è largo qualche volta di affetto il nostro Sidrach; ed una
allusione noi troviamo nel suo libro alla _gaia scenza_, e certi precetti
di galateo che ce lo fanno parere uomo nè ruvido nè troppo dato al fervore
degli anacoreti. Tutto ciò dovea piacere ai secoli di mezzo; e ogni
maniera di gente avea di che sodisfare nel Sidrach al proprio desiderio.
Onde esso divenne quasi sorgente a cui attinsero molti scrittori; e noi lo
troviamo citato in parecchi libri, in compagnia di Aristotile, di Catone,
di Salomone, di San Tommaso, come, ad esempio, nel _Fiore di Virtù_, e nel
_Trattatello della natura e virtù delle pietre preziose_ (5).

Resterebbe che parlassimo ancora di molte altre cose che leggonsi in
questo volume; alcune delle quali stranissime, come sarebbe, che la gioia
e il dolore derivano dal mangiar bene o male; che le stelle cadenti sono
colpi di fuoco dati dagli angeli buoni agli angeli ribelli, che dimorano
nell'aria; che Iddio ha fatto la notte perchè l'uomo dorma, se no avrebbe
fatto tutto giorno; che l'erba più degna è il grano; e la più degna pietra
è la macina del grano; che il dormire è la più saporita cosa che sia; che
la vigna da Noè piantata di giorno fa il vino rosso, e quella che piantò
di notte, il bianco. Ma da quel poco che siamo andati sin qui esponendo ci
sembra che sieno a sufficienza indicate le ragioni che ebbero a rendere
questo libro così divulgato e popolare nel medio evo. Onde più utile sarà
che passiamo a vedere in che luogo e in che secolo esso sia stato scritto.

I più antichi codici del Sidrach sono in francese ed in provenzale: i
Franchi sono spesso ricordati, come la più forte e la più gloriosa gente
del mondo. Questo solo basta a renderne certi che lo scrittore fu un
francese, il quale compose l'opera sua o nella lingua d'oïl o in quella
d'oc. Non sappiamo per quale ragione il Le Clerc supponga che l'autore del
Sidrach fosse un ebreo; e che l'opera, quale fu stampata nei secoli XV e
XVI, sia una imitazione amplificata del primitivo lavoro (6). Nè meno
possiamo intendere come da lui si giudichi incerto il tempo nel quale il
libro fu scritto. Prendiamo brevemente in esame il _Prologo_, identico in
tutti i codici che abbiamo veduto. Quivi si narra come il prezioso volume,
posseduto già da un principe di Soria, poi smarrito, appresso venuto alle
mani di un greco arcivescovo di Samaria, fosse portato in Ispagna, dove fu
tradotto di greco in latino; e come al re di Spagna lo chiedesse in
prestanza il re di Tunisi, il quale fecelo tradurre in saracinesco. Da
Tunisi n'ebbe notizia Federigo imperatore, il quale mandò un frate di
Palermo, che lo ritraducesse in latino e glie lo portasse. Alla corte di
Federigo videlo un filosofo di Antiochia, che copiatolo, lo mandò al
patriarca della sua patria; e da Antiochia un chierico portollo in
Tolletta. Questi viaggi, queste traduzioni e ritraduzioni del libro, a noi
sembrano un'arte dallo scrittore usata a fine di dare all'opera sua
maggior valore, facendo credere che la fosse già stata tenuta in gran
pregio da re da imperatori da patriarchi. E l'indizio più chiaro della
favola sta nel principio del racconto, dove è detto che in origine questo
libro ci «venne d'una mano in altra, tanto ch'egli venne alle mani a uno
grande uomo, che lo volle ardere per lo consiglio del diavolo; e Iddio non
volle che ardesse» (7). Ma senza tener conto di ciò che può essere
piaciuto di narrare all'ambiziosa fantasia dello scrittore, resta pur
sempre che in questo prologo è chiaramente ricordato Federigo II
imperatore. Oltre ciò, al Cap. LI parlasi dei frati minori e dei frati
predicatori. E finalmente negli ultimi capitoli dell'opera, in mezzo alla
confusione di racconti guasti dalla tradizione o dalla fama, si accenna
evidentemente ai fatti della quarta Crociata, e forse ad alcuno della
sesta. Lo scrittore del libro è adunque posteriore alla prima metà del
secolo decimoterzo; e siccome possiamo molto ragionevolmente supporre che
gli ultimi fatti di cui parla sieno gli ultimi veduti o conosciuti da lui,
così non saremo fuori del vero argomentando ch'egli abbia compilata la sua
opera nei primi anni dopo il 1250; tanto più che essa verso gli ultimi del
secolo ci si mostra già largamente divulgata. Se Pietro Venerabile
all'anno 1140 cita il libro di Sirach (8), egli allude senza dubbio, non
alla compilazione del Sidrach, quale è ne' codici francesi del secolo XIII
e XIV, ma probabilmente a qualche altro lavoro fatto sull'_Ecclesiastico_,
e del quale potrebbe essere quasi una seconda redazione ed anche una
_amplificazione_ il Sidrach nostro. Ma questa non è che una congettura; la
quale forse da accurate indagini sui manoscritti francesi potrebbe essere
chiarita.

Dei molti codici del Sidrach daremo in altro luogo una bibliografia, la
quale studieremo di rendere meno incompiuta che per noi si possa (9). Qui
intanto occorre dire de' manoscritti che hanno servito alla presente
edizione; ed anzi tutto del francese (_COD. RICCARDIANO N.^o 2758,
indicato nelle note_ C. F. R.). Dai caratteri paleografici questo codice
apparisce del secolo XIV, e noi siamo di credere che debba averlo copiato
un italiano, il quale non fosse nella lingua d'oïl più che mezzanamente
istruito (10). Onde spesso accade di trovare parole delle quali non
intendesi e neppure può essere indovinato il senso; le regole della
grammatica non sono osservate; e molte voci appariscono scritte a seconda
della pronunzia italiana. Chi voglia, può certificarsi di questo ne' brani
di esso codice, i quali ci è accaduto di dover recare in nota; ma a prova
più larga della nostra opinione ne piace riprodurre qui un tratto maggiore
del manoscritto, trascrivendo senza correzione nessuna:

«Le vin si est une preciousa chosse et digne et si est salu dou cors et de
l'arme et per vin se peut sauver son cors de molt de enfermites. Et per
vin peut hom sauver s'arme de mout de pechies. Ensi com le vin est salu
dou cors et de l'arme, ausi est in perdicione dou cors et de l'arme. Car
per vin peut hom perdre son cors et s'arme legieremente. Le vin si est per
le sages chi le boivent atemprement et a raison et ne font nul daumage ne
a eaus ne a la gens; a celes genz vaut miaus a boivre le vin che l'aigue.
E as fos chi le boivent folement si boivent le sens o le vin et perdent
leur sens et luent la gens et les robent o se tuent ou ce laissent tuer
per leur sollement boivre le vin. A cil lor vaut miaus boivre l'aigue che
le vin, et le vin n'est mie fait por tel gens nive leur est ne droit ne
leyaus ...... Les rois et les seignors dovient estre premiers leyaus de
lor cors et de lor iugemens. Apres si doivent estre ardis et prous et
vailans de leur cors. Apres doivent estre large et donans. Apres si
doivent estre as mauvais et as outraious fiers et durs, ivians a tous a
chascun selonc sa deserte a droit et a raison, ia soit ce che il soient
nigie a mort et a taglier membres. Se les rois et les seignors sont leyaus
de lor cors et de lor parole il font aplaisir a Dieu et honorer a leur
seignor; et si sont sages et porveans, il le doivent bien estre, et por ce
che luer gens pregnent essample diaus et che il soient tels ce il sa gens
et donant itels doivent nestre......

Il y a bons chevaus ases par le monde et biaus. Mais cheval doit avoir en
lui IIII choses longues et IIII cosses cortes et IIII chosses larges.
Premierement doit avoir le biau cheval en lui lonc col et longues giambes
et longe sengle et longe coe. Et si doit avoir en lui large groppe et
large boche et large nariles. Et si doit avoir en lui cort pasteron et
cort dois et cortes oriles et corte coe, non pas le pel mais la propriete
de la car et de l'os.»

Sarebbe affatto superfluo che noi ci facessimo a dimostrare
particolareggiatamente agli studiosi della lingua d'oïl non essere questo
il buon francese del secolo quartodecimo, il quale scorre proprio elegante
fluido efficace sotto la penna di molti poeti e prosatori, tanto più
elegante, pare a noi, in quei primi secoli, che oggi non sia. E senza
volere far paragone del francese di questo Codice Riccardiano con quello,
a modo di esempio, corrottissimo e in tante parti non decifrabile, di
Niccolò da Casola, e neppure con quello di Martino da Canale, pur non è
dubbio che anche il francese del Sidrach non apparisca guasto ed errato.
Tra le illustrazioni che faranno seguito al presente volume sarà ancora
uno studio su molti codici francesi delle biblioteche italiane, e su
quelli specialmente di cui non dettero saggio nè il Keller nè
l'Heyse (11). Ivi apparirà manifesto come in Italia si scrivesse e si
copiasse il francese nei secoli XIII e XIV; e come dagli errori del testo
altri errori derivassero nelle traduzioni che allora si fecero, ai quali è
da aggiungere ancora i molti e stranissimi che dalla conoscenza scarsa
della lingua derivavano. Da ciò dovrà essere chiaro ad ognuno come quei
nostri antichi volgarizzamenti abbiano bisogno di un raffronto continuo
coll'originale, se voglionsi dare scritture alle quali il senso non
manchi, e che possano giovare alla storia della lingua. Che cosa è, come
lo possediamo nelle stampe, quel _Tesoro_ di Brunetto Latini, del quale,
fino dal 1816, desiderava il Giordani (e anch'oggi dovrebbe desiderarlo)
il testo italiano ridotto alla vera lezione e accompagnato col suo
originale francese? Che cosa sarebbe il Sidrach, se pubblicato sui codici
italiani soli, senza le correzioni e le illustrazioni che dal paragone col
francese derivano? Nè crediamo sia buona e saggia la opinione, che pure
oggi alcuni sostengono, essere da sfatare come inutilissime ed anzi
dannose le traduzioni de' primi secoli della lingua. Le quali, se anco non
fossero parte della storia delle nostre lettere, e se non ci fossero
documento della cultura di quei tempi, rimarrebbero sempre alla lingua
importantissime, e indispensabili a chi vorrà e saprà, quando che sia,
fare che all'Italia non manchi un glossario della sua lingua, comparata
colle altre lingue uscite dalla sorgente latina. Sappiamo non in tutte le
traduzioni del duecento e del trecento potersi ammirare una uguale
eccellenza di dettato; ma da ciò stesso usciranno utili considerazioni; e,
ad ogni modo, il traduttore meno garbato d'allora, potrà sempre essere
maestro di proprietà nell'arte, a noi, che non possediamo e non amiamo più
nessun'arte, e pare che consigliatamente studiamo di imbarbarire la nostra
povera lingua. Non vogliamo parlare delle traduzioni dal latino, nè dire
quanto le lettere nostre abbiano potuto ricevere di utilità da'
volgarizzamenti di Virgilio, di Livio, di Sallustio, di Ovidio; delle Vite
de' Santi Padri, de' Morali di papa Gregorio, e di altri non pochi, tutti
elegantissimi. Ma, e le traduzioni de' romanzi di cavalleria, chi si
assicurerà di affermare che furono inutili alla lingua ed alla
letteratura? Forse perchè in esse troviamo la forma francese? Ma in che si
differenzia dunque questa forma francese dall'italiana, nel secolo
tredicesimo? Chi si provasse a tradurre parola a parola una poesia o una
prosa francese di quel secolo, avrebbe una buona e spesso elegante
scrittura italiana; come eleganti sono quasi tutti i nostri romanzi
cavallereschi, de' quali i più non sono che letterali volgarizzamenti. A
volere però che utili riescano quelle traduzioni, occorre che le sieno
raffrontate col testo, sia per correggere gli errori, sia per chiarire i
passi più oscuri, sia ancora per mostrare che nelle origini il francese e
l'italiano amarono la stessa giacitura di parole e lo stesso
temperatissimo stile; come anch'oggi, sventuratamente, pare che amino e
l'uno e altro, rinnegando la loro origine, slanciarsi senza regola nelle
stranezze e nelle metafore più ardite e più goffe, senza pure serbare quel
decoro, che almeno al seicento non mancava.

Dopo il Codice francese 2758, ci siamo giovati assai del _CODICE
RICCARDIANO 1930_ (_indicato nelle note_ C. R. 1.) Esso appartiene senza
dubbio ai primi del secolo XIV, ed avrebbe per molti titoli meritato
preferenza sugli altri, se non fosse di una redazione soverchiamente
abbreviata, contenendo appena la terza parte dei capitoli degli altri
codici; onde non avrebbesi avuto da esso un giusto concetto di quello che
sia l'opera del Sidrach. Il traduttore è spesso elegante; e noi lo
giudichiamo senese dalle forme de' verbi _essare_, _scrivare_, _aombrarà_,
_vivare_ ec., che leggonsi costantemente nel Ms. (12). A molti luoghi
(come dalle note apparisce) il testo di questo codice corregge quello
degli altri, ed è poi sempre nella forma più proprio e più accurato.
L'abbreviazione va crescendo quanto più il traduttore volge al fine del
suo lavoro; e sembra come uomo preso dalla noia, il quale, avendo
cominciato colla intenzione di fare un volgarizzamento, a poco a poco
riducesi ad abbreviare, e poi salta addirittura molti capitoli, e termina
col far cosa quasi originale. Noi non possiamo astenerci da riferire qui
alcuni degli ultimi capitoli di questo Codice, li quali ci sembrano, nella
loro brevità, bellissimi:

                             Che ène il mare?

Quelli scrisse: abbracciamento del mondo, termine coronato, albergo delli
fiumi, fontana della pioggia dell'acqua.

                              Che ène Iddio?

Iddio è mente immortale, allegrezza senza disdegno forma incomprensibile,
occhio senza sonno, luce e bene che contiene tutte le cose.

                             Che ène il sole?

Il sole ène occhio del cielo, cierchio del caldo, isplendore senza
abbassare, ornamento del die, dividitore della notte et del die tutto
tempo.

                             Che ène la luna?

La luna si ène porpore del cielo contraria del sole, nemica de' ma'
fattori, consolamento de' viandanti, dirizzamento de' navicanti, segno di
sepultura, larga di rugiada, agura di diviamento di tempi e delle
tempeste.

                             Che ène l'uomo?

L'uomo ène mente incarnata, fantasima del corpo, aguardatore della vita,
servente della morte, romeo trapassante et oste forestiere del luogo,
anima di fatiga, abitatore di picciolo tempo.

                              Che ène amico?

L'amico ène nome desiderevole, refugio delle aversità, biatitudine senza
abandono.

                            Che ène richezza?

Richezza ène peso d'oro e d'argento, ministra di rangole, diletto senza
allegrezza, invidia da non satiare, desiderio da non compire, bocca
grandissima, concupiscenza invisibile.

                             Che ène povertà?

Povertà è bene odiato, madre della santità, ritrovatrice del savere,
mercantia senza danno, possedimento senza calunnia, prosperità senza
sollecitudine.

                              Che ène sonno?

Sonno ène 'magine della morte, riposo delle fatiche, talento degl'infermi,
aspettamento di morte.

                              Che ène morte?

Morte ène sonno eternale, paura delli ricchi, desiderio delli povari,
cacciatrice di vita, risolvimento di tutti.

                             Che ène parola?

Parola ène manifestamento d'animo.

                            Che ène il corpo?

Il corpo ène magione dell'anima.

                              Che ène forte?

Forte ène 'magine d'animo.

                            Che sono li occhi?

Li occhi sono guida del corpo, vasello del lume, mostratori dell'animo.

                            Che ène cielabro?

Cielabro ène guardia della memoria.

                            Che ène il fegato?

Il fegato ène guardia del caldo.

                            Che ène il quore?

Il quore ène movimento della vita.

                              Che ène fiele?

Il fiele ène movimento dell'ira.

                              Che ène milza?

La milza ène albergo dell'allegrezza e desiderio.

                           Che ène lo stomaco?

Lo stomaco ène quoco delli cibi.

                            Che sono le ossa?

L'ossa sono fermezza del corpo.

                            Che sono li piedi?

Li piedi sono mobile fondamento.

                            Che ène il vento?

Vento ène turbamento d'aria, siccità di terra et movimento d'acque.

                            Che sono li fiumi?

Li fiumi sono corso che non viene meno, pascimento del sole et bagnamento
della terra.

                             Che ène amistà?

Amistà ène aguaglianza d'amici.

                              Che ène fede?

Fede ène meravigliosa certezza di cosa non saputa.

Fra i due Codici, RICCARDIANO 1475 (_indicato nelle note_ C. R. 2.) e
MEDICEO LAURENZIANO, PLUTEO LXI, 7, siamo stati incerti assai quale
meritasse preferenza per la stampa. L'uno e l'altro della seconda metà del
secolo quartodecimo, conformi nella lingua, identici nella redazione. E se
abbiamo preferito il Mediceo Laurenziano è stato perchè, dopo un minuto e
paziente raffronto, abbiamo veduto che l'amanuense di questo codice era
incorso meno spesso in errore che non quello del Riccardiano; e forse non
sarebbe difficile provare che il Manoscritto della Biblioteca Riccardi fu
copiato da quello della Laurenziana. Nonostante però esso Codice 1475 ci è
stato di un grande aiuto, a correggere, a supplire, a raddirizzare il
senso, a spiegare l'oscurità di molti periodi; poichè non si vuole
dissimulare che il Codice Laurenziano non sia troppo spesso di lezione
errata e stranamente confusa.

Di aiuto non meno prezioso ci è stata un'antica edizione del Sidrach, che
si conserva nella Biblioteca Nazionale di Firenze (sezione Palatina), e
che ha questo titolo: MIL QUATRE VINGTZ ET QUATRE DEMANDES, AVEC LES
SOLUTIONS ET RESPONSES A TOUS PROPOZ, OEUVRE CURIEUX ET MOULT RECREATIF,
SELON LE SAIGE SIDRACH. — _Paris par maistre Pierre Vidove, MDXXXI._
(Indicato nelle note T. F. P.).

Venendo a dire del modo onde questa stampa è condotta, noteremo solo come
sia stato nostro intendimento di riprodurre con la più scrupolosa
esattezza il Codice, nella sua ortografia e lessigrafia, parendoci che, se
questa regola si seguisse costantemente nelle impressioni delle antiche
scritture, molto se ne agevolerebbero gli studi (che restano in gran parte
da farsi in Italia) sulle origini e sulla storia della lingua nostra.
Nelle note ci siamo studiati di chiarire il senso d'una parola o di una
frase con varianti di altri codici, ogni volta che ciò è stato possibile,
sembrandoci questo il modo migliore di commento, come quello che pone
sotto gli occhi del lettore una forma diversa, e lo lascia libero nel suo
giudizio. Ci siamo poi qualche volta allargati a commentare alcune parole
del testo francese, quando ciò potesse avere importanza per l'italiano.
Non abbiamo richiamato l'attenzione del lettore sopra tutte le parole che
potevano meritarla, essendo che ciò sarà fatto nel _Glossario delle voci
italiane e francesi degne di nota_, che troverà il suo luogo nella seconda
parte di questo volume.

Il quale, venendo ad accrescere il numero dei nostri testi di lingua,
parrà forse a molti cosa affatto inutile, essendo oggi rivolti a ricerche
troppo più alte gli ingegni, per avere agio e tempo di pensare anche a
quegli studi dell'arte, che furono già tanto cari ai nostri antichi, e che
procacciarono pure qualche onore all'Italia. Oltre di che i tempi odierni
professano teorie di letteratura così nuove, che riesce spesso molto
difficile intenderle a chi abbia educata la mente ai vecchi principii
dell'arte italiana. Ed oggi vediamo ancora un'antica questione, che pareva
risoluta, sorgere di nuovo; e sentiamo, dopo sette secoli di letteratura,
mettere in dubbio se esista una lingua italiana. Concedasi a me, nato e
vissuto sempre in Toscana, una modesta parola su questo argomento. Si
ricercano i mezzi per diffondere l'uso della buona lingua, ed a ciò
rispondesi anzi tutto che per buona lingua s'ha da intendere la
fiorentina. Perchè dunque il fiorentino è chiamato la buona lingua? Non
sapremmo a questa domanda trovare che una sola risposta. Quando un
dialetto parlato passa ad essere scritto, e se ne fa mezzo o strumento di
una letteratura, allora esso diventa predominante sugli altri dialetti
della stessa famiglia, acquista un titolo quasi di signoria legittima e
incontrastata, e noi siamo soliti di chiamarlo non più dialetto ma lingua.
Su ciò mi sembra che non possa cadere dubbio alcuno. Il dialetto del
Lazio, quando fu scritto, diventò quella che noi diciamo lingua classica
di Roma. I missionari che in regioni selvagge sono riusciti a ridurre in
iscrittura uno de' cento dialetti parlati, hanno tosto veduto che quel
dialetto acquistava una supremazia letteraria, vincendo gli altri che
rimanevano come barbari gerghi (13). Poniamo che la letteratura siciliana
del secolo XIII non fosse stata spenta col regno glorioso degli Svevi, e
il dialetto siciliano avrebbe preso qualità e autorità di lingua scritta,
e quindi di dialetto signoreggiante. La Francia vide due dei suoi dialetti
passare dalla forma parlata alla scritta, ed ebbe per conseguenza la
lingua e la letteratura d'oïl, la lingua e la letteratura d'oc. Se dunque
la buona lingua, la lingua classica non è che un dialetto, il quale, reso
stabile per mezzo della scrittura, acquista questo titolo, questa qualità,
questo privilegio, domandasi come al dialetto fiorentino possa attribuirsi
tale supremazia. La nostra lingua scritta è forse il fiorentino? E gli
scrittori senesi, pisani, pistoiesi, aretini hanno scritto tutti il
dialetto di Firenze, o non piuttosto quello delle loro città? E gli
scrittori delle altre città d'Italia hanno preso ad esempio i fiorentini
soli o tutti i toscani? Strettamente affini tra loro, fratelli legati da
vincoli di somiglianza cosiffatta, che appena ad occhio espertissimo
riesce scorgerne le tenui differenze, è facile spiegarsi come tutti i
dialetti toscani diventassero lingua scritta, pur rimanendo predominanti
il fiorentino ed il senese, non per altra ragione che Firenze e Siena
ebbero un numero di scrittori maggiore delle altre città. Ma questa del
fiorentino o toscano non è, a nostro credere, la questione principale.
Concediamo pure che per buona lingua s'avesse da intendere la fiorentina
sola; resterebbe sempre a vedere se si possa stendere l'uso di un dialetto
a fine di distruggere gli altri. Una lingua scritta è per sè stessa cosa
necessariamente artificiale: «la vita reale e naturale del linguaggio è
riposta nei suoi dialetti» (14), i quali di continuo lo alimentano, lo
arricchiscono, lo invigoriscono, e sono come una grande sorgente d'acqua
che irrigando un campo impedisce alle erbe di intisichire e seccarsi.
Spenti o trasformati i dialetti, la lingua scritta manca di vita, e passa
nel numero di quelle che chiamiamo lingue morte. Fosse pure possibile con
mezzi umani distruggere tutti i dialetti d'Italia, lasciando vivo il solo
fiorentino; certo è che in breve giro di anni noi non avremmo più della
lingua nostra, vivace, multiforme, potente, che un miserabile avanzo, a
cui lentamente verrebbe a mancare ogni forza: l'albero verdeggiante e
robusto si tramuterebbe in tronco decrepito e marcio. E per estendere
l'uso della buona lingua parlata, si propone di compilare un vocabolario
di essa lingua, o sia dialetto, di Firenze. Ma un vocabolario dell'uso
vivo di un dialetto a che gioverebbe praticamente? È noto che tutti i
dialetti tendono per loro natura a trasformarsi continuamente, non
rimanendo stabile che quella parte di essi che è fatta patrimonio della
lingua scritta. L'uso d'oggi potrebbe dunque non essere più l'uso di
domani; e si potrebbero additare come vive forme, che fossero già
anticate. Di più ancora, i dialetti letterari sono soggetti a decadere; ed
è questa pure una delle leggi che la scenza del linguaggio ha riconosciuto
per vera. Come dunque di questo dialetto, sequestrato da tutti gli altri,
farebbesi con profitto un vocabolario? A chi ed a che cosa profitterebbe
esso? Che aggiungerebbe al vocabolario della lingua scritta? Non sarebbe
per avventura più utile domandare, come poter rendere intelligibile a
tutti la lingua italiana, vale a dire la lingua della letteratura
d'Italia? Ed a rendere intelligibile questa lingua non sarebbe forse prima
e indispensabile condizione che tutti gli italiani sapessero leggerla?
Finchè avremo tanti milioni d'uomini che non conoscono l'alfabeto, si può
pensare ai mezzi di estendere l'uso della buona lingua? Quando tutti
sapranno leggere, allora scegliete abili maestri, allora divulgate buoni
dizionari della lingua, allora ponete nelle mani ai fanciulli grammatiche
ben fatte, semplici, facili, non come quelle, barbarissime, che oggi
sciupano miserabilmente i cervelli dei nostri poveri bambini; allora
procacciate che si pubblichino libri che il popolo possa leggere e
intendere. Avrete sempre i dialetti; ma a poco a poco tutti intenderanno e
parleranno anche la lingua; non la lingua fiorentina o toscana, ma
l'italiana; quella lingua che se ha vocaboli toscani, ha una struttura
grammaticale italiana; quella lingua che vive rigogliosa, perchè si
alimenta delle forme di tutti i suoi dialetti, e che, veramente, in tutte
le città apparisce, in nessuna riposa.

E qui è ben tempo che noi prendiamo commiato dal lettore cortese. Al quale
diremo per ultimo come, quando ci accingemmo a questa non facile
pubblicazione del Sidrach, fosse nostra intenzione di far seguitare al
volume del _Testo_ un volume di _Illustrazioni_, nel quale dovea
comprendersi, oltre la _Bibliografia_, il _Saggio dei Codici francesi_ e
il _Glossario delle voci_, anche un discorso sugli errori popolari del
medio evo, e un confronto tra le varie enciclopedie di quel tempo: uno
studio sulle traduzioni italiane dal francese nei secoli XIII e XIV, ed un
altro sulla influenza che la letteratura francese e provenzale (e
specialmente le leggende, le novelle e i poemi) esercitarono nei due
secoli anzi detti sulla letteratura italiana. Questo non ci sarebbe parso
lavoro affatto inutile in Italia, la quale appena ora comincia a indagare
criticamente le origini della sua letteratura. Se non che, mandati
dall'altrui volontà in paese dove i libri sono pochissimi, lontani da ogni
centro di cultura letteraria, senza aiuti e senza conforti, come por mano
o dar compimento a lavori di erudizione? E così hanno dovuto rimanere
interrotti quegli studi, già con tanto amore intrapresi, con tanti sudori
proseguiti; e la seconda parte del Sidrach comparirà senza ciò che avrebbe
forse potuto essere meno sgradito al lettore. Non vogliamo fare vani
lamenti; ma solamente ci sia permesso dire che a coloro i quali amano gli
studi, e vivono anzi solo di essi, potrebbersi non ricusare quei riguardi
e quegli incoraggiamenti che sono necessari a condurre a fine qualche cosa
di utile. Chi ha percorsa la faticosa via dello studio può intendere da
quanto acerbo e profondo dolore ci sieno dettate queste parole!

        A' 20 di Maggio 1868.

          *ADOLFO BARTOLI.*

(1) Cod. segnato I. 68. Inf. (Sec. XV). Comincia: «In nomine domini eterni
amen. Qua chomenza el pruolegho ella lezenda del libro del venerabelle
astrolagho Iesu Sidracho».

(2) Cf. MAURY, _Mag. et Astr._, cap. IV.

(3) Vedine alcuni esempi strani nel libretto pub. dal sig. G. Amati,
_Ubbie, Ciancioni e Ciarpe_, Bologna, Romagnoli.

(4) Cap. LV.

(5) Nel _Fiore di Virtù_ è chiamato ora _Jesus Sidrac_, ora _Jesus Sirac_,
ora _Sirac_; e questo può confermare quello che abbiamo supposto della
confusione tra _Sidrac_ e _Sirac_.

(6) _Hist. Litt. de la France_, XXIII, pag. 294.

(7) Pag. 5.

(8) _Hist. Litt. de la Fr._ loc. cit.

(9) Vedi PARTE II, _Bibliografia dei Codici e dei Testi a stampa del
Sidrach_. Vogliamo fin d'ora dichiararci riconoscentissimi al Sig.
Principe Don Baldassarre Boncompagni di Roma, per le molte notizie da esso
forniteci per questa Bibliografia.

(10) Che l'amanuense fosse un italiano, anco da questo si prova, che alla
fine del codice è scritto, dello stesso carattere del rimanente: _Finito
libro referamus gratias. Xpo._

(11) _Romvart, Beiträge zur Kunde Mittelalter. Dichtung auf Italiänischen
Biblioth._ Mannheim, 1844. — _Romanische Inedita auf Italiänischen
Biblioth._ Berlin, 1856.

(12) È curioso a notarsi che in un Codice di cui trovasi indicazione nel
Catalogo della Biblioteca Heberiana, Sidrach è detto _filosofo e strologo
di Siena_.

(13) Cf. MAX MÜLLER, Scienza del linguaggio.

(14) MAX MÜLLER, op. cit.



                                   IL
                             LIBRO DI SIDRAC


Questo è lo libro lo quale si chiama Sidracco, filosafo dello re
Tractabero, e delle quistioni che dispianò allo re Botozo, re di Levante.

La provedenza di Dio padre tutto possente è stato dal cominciamento del
mondo, e sarà sanza fine, di governare tutte le sue creature spirituali,
alle quali egli à promesso di dare lo paradiso (15), se per loro non
rimane; e vuole (16) ispargiere la sua grazia per l'universo mondo, perchè
le genti possano (17) meglio vivere in questo mondo; per la qual cosa e'
possano pervenire a quella gloria che mai non avrà fine. La misericordia
di Dio fu istabilimento de' patriarchi, che furono al tenpo d'Adamo
infino (18) al tenpo di Moysè, che insegniavano vivere alle genti secondo
i vizii (19) che allora erano; e tutti quelli che manteneano i loro usi
sono altressì salvi, come egli furono; e quelli che contrario feciono,
ebono lo contrario, perciò che trapassarono lo comandamento di Dio e de'
suoi ministri che allora erano. Lo giorno della sua rexuressione
dimorarono in inferno, e furono riconfermati per tutti tenpi, e non furono
delli compagni (20) de' ministri del figliuolo di Dio, perciò che non
feciero gli suoi comandamenti. Lo giudicamento del nostro Signore, ciò fu
quando mandò il diluvio (21), non fu per altra cosa, se non per abondanzia
de' peccati, che allora erano per l'universo mondo. E dopo lo diluvio Noe
e la moglie e figliuoli colle loro mogli abitavano in terra,
incominciarono (22) a fare e a stabilire lo comandamento di Dio, secondo
l'usagio (23). Iddio diè loro la perfezione di cresciere e multiplicare;
uno degli figliuoli di Noe ch'ebe nome Giafet, di gieneratione in
gieneratione, che di lui naquero, mantennero la fede di Dio, siccome Noe
loro padre facea (24). E Idio per la sua misericordia (25) volle mostrare
lo grande amore ch'egli avea nella generatione di Giafet, figlio (26) di
Noe: si fece nasciere uno uomo di quella medesima ingenerazione, lo quale
ebe nome Sidracho (27), lo quale Sidracho fue pieno di tutte le
scienzie (28) che furono dal cominciamento del mondo insino al suo tenpo.
Questo Sidrach fu dopo la morte di Noe anni DCCCXLVII; e anche seppe, come
piacque a Dio, dal suo tenpo insino alla fine del mondo. Questo Sidrac
Idio gli degnò per la sua gran dimostranza la forma della sua sancta
trinitade, (29) acciò ched e' fosse anunziatore (30) all'altre (31) genti
che dopo lui deono venire. E egli fu bene cosa conosciuta che dimostrò la
forma e la figura della trinitade, per lo comandamento di Dio, a uno re
miscredente, lo quale ebe nome lo re Botozo (32). Mostrogliele per
convertirlo (33) alla fede di Dio padre onipotente, perciò che questo re
adorava prima gl'idoli (34); e alla fine egli lo convertì, lui e altra
assai giente, siccome è scritto innanzi. Questo Sidrach ebe grazia da Dio
di sapere gli nove ordini degli angioli che sono in cielo, e di che serve
ciascuno ordine; e di sapere la storlomia e del fermamento, delle pianete
e delle stelle, e de' segni dell'ore e de' punti; e di sapere tutte cose
terrene e tenporali, e di tutte cose del mondo, come conterà (35) per
innanzi.

Or avenne al tenpo di questo re Botozzo ch'egli avea mandato chiegendo
questo Sidrach allo re Trattabar (36), però che Sidrach era filosafo di
questo re Tractabar; e mandollo chiedendo per alcuno bisognio ch'egli avea
di lui, siccome voi udirete innanzi, perciò che non è bene a contare le
cose due volte, noi ne passeremo brievemente, per lo migliore modo che noi
sapremo, colla grazia di Dio (37). Lo re Botoczo richiese lo filosafo
molto di quistioni, ch'egli disiderava di sapere, e non trovava uomo che
ne gli sapesse dire; ma Sidrach ne gli spianò (38) a diritto e a ragione,
di ciò che lo re lo domandò: delle qua' cose gli piacquero molto, e
feciene fare uno libro di quelle medesime quistioni, cioè questo
libro (39). E questo libro venne poi d'una mano in altra, tanto ch'egli
venne alle mani, dopo la morte dello re Botozo, a uno grande uomo: sì che
questo uomo da indi a certo tenpo lo volle ardere, per lo consiglio del
diavolo (40); e Idio non volle che ardesse, anzi lo fece venire alle mani
d'uno re ch'avea nome Mandriano (41); e poi venne alle mani d'uno grande
prencipe (42) de' cavalieri di Soria, lo quale era lebbroso, lo quale avea
nome Marna (43); e sì lo tenea molto caro. Questo Marna guarì detta lebbra
al fiume Giordano. Da indi a grande tenpo non potè essere trovato. E dopo
la venuta del nostro Signore, per la volontà di Dio, che non volle ch'egli
fosse perduto di tutto in tutto (44), si venne al podere (45) d'uno buono
uomo greco (46), che fu arcivescovo di Fabastora (47), che all'antico
tenpo si chiamava Samaria. E quello arcivescovo avea nome Iovazil (48), il
quale fu (49) buono cristiano, e ebe uno cherico ch'ebe nome Dimito (50);
e l'arcivescovo lo mandò in Ispagnia a predicare la fede di Jesu Cristo; e
portò con seco quello libro, e alla fine morì in Tolletta (51). E questo
libro (52) dimorò colà uno grande tenpo. E poi venne la chiericeria (53)
in Tolletta, e trovò questo libro, e sì lo traslataro di grecesco in
gramatica (54). E lo re di Spagnia udì parlare di questo libro, e ordinò
ch'egli l'ebbe (55), e tennelo molto caro (56). E lo re di Tunisi (57) che
a quello tenpo era, udì parlare per bocca di suoi anbasciadori di questo
libro, mandò pregando lo re di Spagna che, per liberale gratia, gli
mandasse quello libro; e lo re di Spagna lo fecie traslatare di gramatica
in francesco (58), e si gliele mandò (59). Ora venne che al tenpo che lo
'nperadore Federigo regniava, era uno re in Tunisi che lo leggieva, e
usavalo molto, onde n'era tenuto molto savio, per le grandi quistioni che
facea alle genti, e per le buone risposte (60) che facea di ciò che altri
lo domandava. Lo 'nperadore Federigo avea anbasciadori in quel tenpo nella
corte del re di Tunisi; e gli anbasciadori maravigliandosi (61), vedendo
tanta iscienzia, onde potea venire, fu loro detto che lo re avea nel suo
tesoro uno libro, e lo re di Spagna l'avea mandato a' suoi anticiessori, e
di quello libro sapea tutte le scienzie. Ora venne che gli anbasciadori
tornarono allo 'nperadore, e contarogli la bontà di quello libro, onde fu
molto intalentato di volerlo. Allora mandò uno anbasciadore al re di
Tunisi, che per liberale grazia gli mandasse quello libro. E lo re di
Tunisi gli mandò a dire, che gli mandasse uno cherico che sapesse
grammatica e 'l saracinesco. E lo 'nperadore gli mandò uno frate minore,
ch'avea nome frate Ruggieri (62) di Palermo. Quelli lo traslatò di
saracinesco in gramatica: onde lo 'nperadore Federigo ne fu molto allegro,
e molto lo tenne caro. Nella corte dello 'nperadore avea uno uomo molto
savio, lo quale avea nome Codici Pisolatico (63), ed era d'Antioccia (64),
e fu molto amato dallo 'nperadore. E quando egli udì parlare di questo
libro, si pensò molto com'egli lo potesse avere: tanto promise e donò al
camarlingo (65) dello 'nperadore, che gliel diede; l'asenprò, e scrisselo
privatamente, che niuno lo sapea. E da indi a certo tenpo Codici (66)
folosafo lo mandò in donamento (67) al patriarca Uberto d'Antioccia (68).
Quando il patriarca l'ebbe, il tenne molto caro, e usollo tutto il tenpo
della sua vita. Egli avea uno suo cherico, ch'avea nome Giovanni Petro di
Leone (69); questi exenprò (70) questo libro, e andossene in Tolletto. In
questo modo rivenne indietro in Tolletto; e di quello si traslatò molti
buoni libri, de' quali ciascuno (71) no gli puote avere (72). Da qui
innanzi noi non sapiamo alle cui mani egli si verrà, nè dee venire; ma
preghiamo Idio lo creatore, ch'egli possa venire alle mani di tali genti,
ch'egli lo possano ritenere e intendere, alla salvatione dell'anima e del
corpo (73).

Al tenpo dello re Botozo del Levante, re d'una grande provincia che è tra
Persia (74) e India (la qual provincia si chiama Botenes, (75) lo quale re
ora chiamato Botozzo, regnò dopo la morte di Noe DCCCXLVII anni (76)), e'
voleva fondare una città all'entrata d'India, per guerreggiare (77) uno
suo nimico re, ch'era contra lui, e teneva una grande partita d'India, e
avea nome re Garabo (78). Sicchè questo re Botozo fece fondare una torre
per edificare una città, all'entrata della terra dello re Garabo. E la
torre fu cominciata a grande gioia e festa, e lavoraro una grande partita
del giorno, ma la mattina trovaro tutto abattuto lo lavorio. Quando lo re
lo vide, fu molto dolente, e tostamente fece ricominciare lo lavorio di
capo (79). E l'altra mattina ogni cosa (80) si trovò abattuto, e lo re di
ciò molto s'adirò. Questo gli avenne ciascuno giorno, bene sette mesi. E
lo re Botoczo, vegendo questo, fece ragunare tutti i suoi savi, e domandò
in qual modo potesse fare lavorare in quella sua torre e in quella città,
che ella non rovinasse. E sopra quella domanda, gli fu dato consiglio che
egli mandasse cercando per tutti gl'indovini e astrolaghi della sua terra.
E lo re ordinò siccome coloro gli dissono; e fra venticinque giorni furono
venuti a lui, e furono LXXXVIIIJ. Lo re Botozzo gli ricievette a grande
gioia, e fecegli riposare tre giorni, e al quarto giorno se gli fece
venire innanzi, e disse: signori, io v'ò fatto venire dinanzi a me, per
farvi asapere quello ch'io vi dirò. Io sono lo maggiore re di tutto lo
Levante, e tutti i re di queste parti sono venuti sotto me; ma e' ci (81)
à uno re, che à nome Gharabo re d'India, questi non vuole venire sotto me,
e io non posso entrare in sua terra, perchè à troppo forte entrata; e
fummi dato per consiglio ch'io facessi una città all'entrata di sua terra,
per poterlo meglio guerregiare (82); e io incominciava una torre per
edificare la città; e òlla incominciata già fa sette mesi, e non si può
conpiere, e ciò che si lavora lo giorno, la notte e la mattina si truova
abattuto (83). Laonde io ne sono molto cruccioso, e molto mi grava, che le
novelle andranno al mio nimico, che io non posso conpiere una città in sua
terra. E per questo i' ò mandato caendo (84), per avere il vostro
consiglio: ond'io vi priego tutti comunalmente, che voi mi diate tale
consiglio, che io possa conpiere questa città; e io vi prometto, per lo
mio idio, ch'io farò a tutti voi grande bene: chè, se tutto il mondo fosse
mio, io non avrei tale allegreza, come vendicarmi dello re Gharabo. Quando
lo re Botozo ebe finita sua diceria (85), si rispuosono tutti i savi
comunalmente ad una boce, e dissono: messere, noi faremo tal cosa che a
voi tornerà onore e gioia, e vendetta del vostro nimico; e non vogliamo
avere termine più che XL dì, per aoperare la nostra arte, e vogliamo
istare tutti in uno luogo (86). Quando lo re udì questo, fu molto allegro;
e mandogli in uno luogo ch'era pieno di molta verdura, e comandò che
fossono serviti come il suo corpo, e fosse loro dato ciò che
adomandassero. E stando in questo luogo, incominciaron adoperare la loro
arte; e alla fine di XL giorni mandarono diciendo al re ch'egli aveano
conpiuto lo suo servigio, e ch'egli voleano andare inanzi (87). Quando lo
re lo 'ntese, n'ebbe grande allegreza, e fecesegli venire davanti con
grande gioia, e domandogli come aveano facto; e que' rispuosono a una boce
e dissono: messere lo re, fatevi di buona voglia (88), chè 'l vostro
intendimento è conpiuto; e da cotale giorno passati li XXV dì della luna,
ed a l'ora che noi incomincieremo e dallo punto, sì ve lo diremo (89), e
allora fate cominciare la torre, e noi vi saremo (90). Quando lo re udì
questo, ne fu molto allegro, e ringraziogli tutti. E quando venne lo
giorno del termine, egli furono al lavorio. Quando fue otta di lavorare,
egli cominciarono a grande festa e allegrezza a lavorare, e tutto lo
giorno lavorarono. Quando venne la notte e' savi feciono stare grande
luminaria, per guardia della torre, e gli uomini con questa luminaria vi
rimaseno a guardare (91), e lo re coll'altra gente s'andarono a dormire
con grande allegreza. E quando venne la mattina trovarono abattuto tutto
lo lavorio, in terra, e la novella andò allo re; e quando lo re lo 'ntese
ne fu molto cruccioso, e venne allo lavorio; e quando vide lo lavorio
abattuto, n'ebe gran doglia al cuore, e fece venire i savi dinanzi da lui,
e disse: è questa la promessa che voi mi facesti? E' savi non sepono che
si rispondere. E lo re disse: per lo mio idio, io vi rimanderò in tale
luogo, che sarà molto reo per voi, e non uscirete (92) infino che la città
non sarà conpiuta. E fecegli mettere in una prigione; e fu facto suo
comandamento, e questa fue la primaia prigione, secondo che ne parlano le
scritture. E le novelle n'andaron allo re Gharabo, come lo re Botozo non
potea fare per arte, nè per ingegnio (93) nè per niuno modo conpiere una
torre: onde n'ebe allegreza grandissima, e mandogli una pistola allo re
Botozo, e diceva così: Re Botozo, salute dalla parte di noi re Gharabo.
Noi abiamo inteso che voi volete edificare una torre all'entrata di nostra
terra, e sì v'avete ispeso molto del vostro avere, e non avete potuto
conpiere una torre, nè per arte nè per altro avere. Ma noi vi mandiamo
dicendo che, se voi ci volete dare la vostra figliuola a moglie, noi vi
lascieremo fondare la torre. Quando lo re Botozo intese la pistola, egli
ne fu molto cruccioso, e fece tagliare la testa allo anbasciadore che la
recava; e poi fece gridare uno bando (94) nella sua terra, che chiunque
gli sapesse dare consiglio da conpiere la città, egli gli darebe la sua
figliuola per moglie, e mezo il suo tesoro, e questo giurerà sopra lo suo
idio. E dopo questo bando, a dieci giorni, venne a lui uno vecchio uomo, e
disse: messere lo re, io sono venuto a voi per darvi consiglio di conpiere
questa vostra torre, che voi avete inpresa a fare; e io non voglio vostra
figliuola nè vostro tesoro, ma voi mi giurerete di farmi alcuno bene.
Quando lo re lo 'ntese, fu molto allegro; e lo re gli giurò sopra lo suo
idio di fargli bene, se la città si conpiesse. E lo vecchio disse: mandate
allo re Trattabar (95), per lo libro suo della strologia, che fu di Noe,
nel quale è scritto lo 'nsegnamento dell'angelo del suo Idio, che quello
libro fu lasciato a uno de' figliuoli di Noe magiore (96). Noe ebe tre
figliuoli: l'uno ebe nome Sem, l'altro Giafet. L'altro nome non è da
mentovare, che lo padre lo maladisse, e tornò di bianco in nero. Quello
libro venne da uno re in altro (97), tanto che venne alle mani dello re
Trattabar. E pregate che vi mandi lo libro e lo suo astrologo Sidrac (98),
perciò ch'egli è molto savio uomo, e sa molto dell'arte della strologia.
Sidracho vi darà consiglio di vendicarvi sopra lo vostro nimico, e di
conpiere la città. Quando egli l'ebbe inteso, ebe di ciò grande allegreza,
e fece aparechiare uno bello e ricco presente, e fece fare una pistola che
dicea così: Noi Botozo re vi mandiamo fortemente salutando alla vostra
signoria, re Trattabero, come signore e amico (99). Mandianvi pregando che
voi facciate per noi, come voi voleste che facessimo per voi. Noi vi
mandiamo pregando che voi ci mandiate lo libro della strologia, che fu di
Noe, conciosia cosa che noi n'abiamo grande bisogno; e mandate con esso il
vostro filosafo Sidrac; e con questa pistola mandiamo il detto presente.
Lo messo si mise per cammino, come piacque a Dio, e fu capitato allo re
Trattabar, e apresentogli la pistola e 'l presente; e lo re lo ricevette
volentieri, con grande allegreza, e poi disse al messo: io ò grande
allegrezza, quando messer lo re Botozo m'à mandate sue lettere (100). E
egli m'à mandato chiegendo uno mio libro che fu de' miei anticessori; e
prima fu di Noe; e parla d'una cosa ch'è in una montagnia, che chi ne
potesse avere, tornerebe al mondo grande prode (101). E lo mio padre si
mise ad andare su per quella montagnia, ma egli none potè venire a capo
del suo disiderio. Ma io credo bene che lo re Botozo ne potrà venire a
capo egli, ch'egli à molto grande podere, ch'egli è uno de' grandi re che
sia nel Levante. E allora mandò lo libro, e Sidrac con esso, e una pistola
che contenea così: Noi re Trattabar ringraziamo altamente voi, re Botozo,
del vostro onore e del vostro domandamento. Noi e la nostra terra è (102)
al vostro comandamento. Noi vi mandiamo lo libro e Sidrac nostro filosafo.
E cavalcò tanto (103) che giunse al palagio del re Botozo.

Quando lo re Botozo vide questo, egli ricevette lo libro e Sidrac con
grande allegreza, e cominciò a contare a Sidrac lo suo bisogno, e dissegli
come gli era incontrato. E Sidrac gli rispuose, e disse: messere, questa
terra è incantata, e niuna forteza vi si potrà fare, se gli incantamenti
non si disfanno; e io ò tale consiglio, che io gli disfarò. E lo re ebe di
ciò grande allegreza, e molto lo pregò che pensasse sopra questo fatto. E
Sidrac rispuose: messere, noi troveremo in questo libro del mio signore,
che fu prima di Noe, che uno agnolo del suo Idio gli avea insegniata una
montagna e una contrada della profonda India, la quale si chiama la
montagna verde del corbo; là ove Noe mandò lo corbo, per iscoprire la
terra, al tenpo del diluvio; e egli trovò carogna, e egli si puose
sopr'essa (104). Quella montagna è lunga quattro giornate e larga tre, e
su v'abita una gente che sono a nostra fazione (105) di corpo, ma lo volto
 (106) loro ànno facto a maniera di cane. Quella montagnia è presso allo
regno femminoro (107), là ove uomo non puote vivere; e si à in quella
montagna dodici migliaia di maniere d'erbe: le quattro milia fanno
profitto, e l'altre quattro milia fanno danno (108), e l'altre quattro
milia non fanno nè prode nè danno. E anche v'à dodici maniere d'acqua, che
si ragunano in uno luogo dodici volte l'anno, e abeverano (109) tutta la
terra e tutte quelle erbe. E se voi volete andare in su quello monte per
avere di quelle erbe, voi potrete fare de' vostri nimici quello che voi
vorrete, e sì conpierete vostro disio. Quando lo re intese Sidrac, si ne
fu molto allegro; e disse che, se dovesse perdere tutto quello ch'egli à,
sì conviene ch'egli abia dell'erbe di quella montagna. E al terzo giorno
montò a cavallo colla sua gente, e misesi a cammino; e tanto cavalcaro,
che al decimo giorno fu a piè della montagna. E gli volti de' cani si
misono a difendere la loro terra, e sconfissono lo re Botozo malamente; e
poi anche risalirono, e furono sconfitti alla montagnia. E i volti de'
cani un'altra volta saliro la montagna. E lo re iscese a terra della
montagna, e mandò per soccorso; e gli venne grande aiuto. E poi per grande
forza e vigore sconfissono i volti de' cani, e uccisono molti di loro. E
poi si riposarono otto giorni, e alla per fine ebono la terra. Lo re
Botozo era miscredente, e non credea nel suo Criatore, anzi credea e
adorava gl'idoli. Sidrac credeva e adorava Idio padre onipotente, che
fatto l'aveva, e osserva gli suoi comandamenti. E lo re Botozo facea
portare, là ovunque (110) andava, l'idoli (111), ciascuno in su grande
sedia: e sì erano d'oro e d'argento; e una idola (112) v'era, ch'era
adornata di grande riccheze, e era posta a sedere più alta che niuna
dell'altre. Lo re fece aparecchiare bestiame, per fare sacrificio agli
suoi idoli, e avea fatti suoi padiglioni; e là entro tenea questi idoli,
spezialmente nel suo. E poi prese Sidrac per la mano, e menollo allo suo
padiglione, con grande compagnia di gente; e poi comandò che uno montone
fosse recato; e recato che fu, e egli prese uno coltello, e dicollò lo
montone dinanzi al grande idolo; e ciascuno della sua gente, secondo che
avea lo podere, uccidea una bestia, e gittavala (113) d'intorno a quelle
ydole; e poi l'ardevano tutto. Per questo modo faceano sacrificio
agl'idoli. E Sidrach che vide questo, forte se ne maravigliò, e molto ne
fu dolente. E lo re lo fece chiamare, e disse: Sidrac, fa sacrificio al
mio iddio, ch'è buono e ricco. E Sidrac rispuose con grande cruccio, e
disse: messere, non farò; anzi farò sacrificio al mio Idio, ch'è possente
sopra tutti, e è creatore del cielo e della terra, e è quelli che fece
Adamo e Eva, e tutte l'altre cose che ci sono. E quando lo re udì dire
questo, egli ne fu molto crucciato, e disse: che di' tu del mio idio?
Dico, disse Sidrac, ch'egli è malvagio; e è dimonio che v'à legato (114),
voi e la vostra giente, e per voi distruggiere; e se voi mi vorrete
credere, voi no gli crederrete; anzi lo farete disfare; chè idio ch'è
fatto per mano d'uomo, non si dee adorare nè credere. E lo re avendolo
inteso, ne fu molto crucciato, avendo udito tanto dispregiare lo suo
idolo. Allora se lo fece recare davanti con grande cruccio, e disse a
Sidrac: come ài (115) tu dispregiato così ricco idio e così bello come
questo? Perchè non si dee adorare e credergli? E Sidrac gli rispuose:
certo a cotale idio non è da adorare nè da onorare; me' (116) è da ontare
e da vituperare (117). Ma lo mio Idio, che creò lo cielo e la terra e
l'altre cose che sono, si dee adorare e onorare, lo suo nome
sacrificare (118). Lo re Botozo fu molto crucciato, e disse: che è lo tuo
Idio? E egli rispuose: lo mio Iddio è criatore del cielo e della terra. E
lo re disse: come è egli fatto e di che? Certo, disse Sidrac, lo mio Iddio
è una ispirituale sustanzia, e sì è di sì gran biltà (119), che angeli che
risplendono sette cotanti che 'l sole di biltade, tutto tenpo disiderano
lui vedere (120). E lo re si crucciò molto forte, e fece venire due degli
suoi savi, per disputare con Sidrac. E incominciarono a mostrargli la loro
miscredenza. E Sidrac tutti gli vincieva di loro quistionare, e tuttavia
mostrava loro la potenzia di Dio padre onnipotente. E li miscredenti
dissono: vedi lo tuo Idio altressì come noi vegiamo lo nostro? Sidrac
rispose, si (121). Allora dissono gli miscredenti: priega lo tuo Idio, e
noi pregheremo lo nostro, e ciascuno faccia la sua preghiera. E poi gli
miscredenti recarono incenso, e incensarono lo loro iddio; e poi feciono
orazione, e dissono così: Noi vi preghiamo che voi non sofferiate che
Sidrac per li suoi incantamenti vinca (122) la nostra credenza. E allora
parlò lo diavolo dentro dall'idola, e disse ad alta boce: prendete quello
incantatore Sidrac, e tagliatelo in quattro pezzi, veggendo tutti quelli
dell'oste. E Sidrac avea isguardato (123) lo cielo, e fatto questa
preghiera che io conterò: Signore Idio, che se' Iddio d'Adamo e d'Eva e di
Noè e mio, che formasti cielo e terra, io credo in voi e nella vostra
podestà; io vi priego che voi degniate di mostrare vostra potenzia,
veggente questi miscredenti (124), e che lo diavolo non abia podere, là
ove lo vostro nome sia nominato. E li miscredenti che udirono lo
comandamento del che diavolo, che dentro all'idola era (125), che 'l
teneano per loro idio, sì se ne mossono (126) ben cinquanta degli uomini,
per prendere Sidrac. E incontanente discese da cielo una folgore, e
percosse in su quello ydolo che teneano per loro iddio, e arselo a modo di
cienere (127); e così arsono gli uomini ch'erano iti per prendere Sidrac.
E lo dimonio si partì dell'idola, faccendo sì grande grida, ch'egli
ispaventò tutti quelli che là erano. E quando lo re vide questo, fu di ciò
molto crucciato, vedendo arso lo suo iddio e la sua gente; e comandò che
Sidrac fosse preso, e legate le mani e piedi, e che fosse ben guardato. E
dopo questo, dimorarono in su quella montagnia da otto giorni, e non
sapeano che si fare in su quella montagna, come quelli che vedeano lume
cogli occhi, e erano ciechi della mente. Lo re Botozo pensò quello che
egli avesse a fare, e conobe in suo proponimento che, s'egli non avesse il
consiglio di Sidrac, ch'egli era isconsigliato (128). Allora fece ragunare
tutti i suoi savi, e loro domandò consiglio. Disse lo re: signori, quelli
che ci à condotto insino a qui, per lo cui senno noi ci siamo venuti, àe
molto fallato, e beffato lo nostro iddio e arso e confuso; e non
sapiamo (129) se questo si fosse adivenuto per forza d'arte o per lo suo
iddio (130); ma, in qualunque maniera sia, noi pure abiamo perduto lo
nostro iddio e la sua grande ricchezza; però vi priego che voi guardiate
quello che noi abiamo a fare in questo istrano paese, ove noi siamo.
Quando lo re ebe finita sua diceria, e li savi cominciarono a consigliare
lo re. L'uno dicea: facciamo onore (131) a questo incantatore Sidrac,
tanto che noi abiamo fornita la nostra bisognia, e potrenci vendicare de'
nostri nimici: chè sanza lui non potremo noi fare nulla; e farello ardere
e a mala morte poscia morire, come fecie lo nostro (132) iddio, lo quale
egli à così distrutto; e poi ritorneremo nella nostra terra. E chi dava
uno consiglio e chi dava un altro. Egli s'acordarono tutti al primo
consiglio. E poi lo re mandò dieci delli suoi savi a Sidrac, là ove egli
era legato e guardato, come detto è, e sì gli dicono: Sidrac, lo re ti
manda comandando che tu ubidisca i suoi comandamenti, e elli ti perdonerà
quello che tu ài fatto verso lo suo idio. E Sidrac rispuose, e disse che
di quello non gli chiedeva perdonanza; e poi anche disse: ditegli che, se
egli vuole ch'io compia lo suo servigio, ch'egli si creda in Dio padre
onipotente, creatore del cielo e della terra, e ubidisca i suoi
comandamenti; e io gli mosterrò chiaramente le potentissime e le
graziosissime cose del cielo. E gli messaggi tornarono al re, e si gli
dissono la risposta di Sidrac; e lo re di ciò fue molto crucciato, e
comandò che fosse lasciato istare così legato in prigione X giorni. E in
capo di X giorni lo re gli mandò quelle medesime parole (133) di prima.
Sidrac simigliantemente come di prima gli rispuose. E quando lo re vide
che non poteva altro fare, e egli e la sua gente era isconsigliato (134),
che niuno perfetto consiglio non aveano, se Sidrac non vi fosse, si mandò
per lui, e fecelo diliberare de' legami. E Sidrac venne a lui, e disse:
voi m'avete fatto venire qui dinanzi a voi, non so perchè cagione neanche,
che in verità, per lo mio Idio vero del cielo, ch'è possente sopra tutte
le cose e sopra gli tuoi idii e sopra tutto lo mondo, ch'io gli ò fatto
una promessa: che per me nè per lo mio consiglio lo tuo bisogno non sarà
facto, nè per dono nè per parole che tu mi sapi dire o fare; anzi ti
lascierò perire, te con tutta tua gente, in su questa montagnia, e non
avrai aiuto nè consiglio, nè chi (135) te lo sappia dare, se non il solo
Idio; e, se a lui piace, egli ti darà il consiglio, o per me, ch'io ti
consigli io, o per altrui che a lui piaccia. E se di tutto questo tu
vuogli iscampare, tu e la tua gente, e avere lo tuo disio, sì ti conviene
credere in Dio del cielo, e ubidire i suoi comandamenti, e disfare e
rinegare i tuoi idii, i quali sono alberghi e abitacoli del diavolo, il
quale Idio cacciò di cielo per lo suo argoglio (136). Quando lo re Botozo
udì tanto dispregiare e avilire i suoi idii, cui egli tanto amava e
onorava, sì gli disse, per grande cruccio: tu non mi saprai tanto i miei
idii avilire, che io allo tuo perciò creda, se di lui o da lui alcuna
certezza non ne veggio, apertamente. Ciò ti mosterrò io bene, disse
Sidrac. E lo re disse: ora lo mi mostra, e io crederò nel tuo Iddio. E
Sidrac si trasse uno poco in disparte, e riguardò verso il cielo, e fece
questa preghiera: Messere Domenedio, piatoso padre e udevole (137),
criatore del cielo e della terra, che creasti cielo e terra e acqua, e
creasti gli angioli dentro dal cielo, e a loro donasti biltà e sapienzia e
allegreza e spirito sanza corpo (138), messere, quelli malvagi si
innorgoglirono e rubelloronsi da voi; per la loro cupidenzia (139)
seguitarono Setanasso; e la vostra umiltà disciese in terra, e formaste
tutte le cose corporali, e l'altre che ci sono, e formasti Adamo di terra,
e gli donasti spirito di vita; e poi formasti Eva della sua diritta costa;
priegoti che mi debi mandare, per la tua santa pietade, la tua sancta
grazia, sicchè io possa vinciere lo nemico crudele, e fare tornare questi
miscredenti allo tuo sancto nome. Quando egli ebe finita la sua preghiera,
e un angelo disciese da cielo, e venne a lui e disse: Sidrac, Iddio à
udita la tua preghiera, sicchè tu confonderai lo nimico e lo suo podere; e
la grazia di Dio è isciesa in te, sicchè tu saprai mostrare a questi
miscredenti dal cominciamento del mondo infino alla venuta del verace
profeta figliuolo di Dio; e anche saprai mostrare infino alla venuta del
falso profeta figliuolo di Satanas; e anche saprai mostrare infino alla
fine del mondo. Piglia uno vasello (140) di terra, e asettalo (141) in su
tre legni, al nome della sancta trinità, padre e figliuolo e spirito
sancto, tre persone in uno Idio (142); e enpi lo vasello d'acqua, e poi
vedrai la vertude di Dio, e mostralo a questi miscredenti. E allora
l'agnolo si partì. E Sidrac venne verso lo re, e disse: messere lo re, io
vi mosterrò la potenzia del mio buono Idio. E lo re disse, con grande
cruccio: mostralomi, che voglio vedere s'egli è migliore che 'l mio. E
Sidrac fece recare uno vasello di terra, e fecielo enpiere d'acqua, e si
lo puose (143) in su tre legni (144), siccome l'agnolo gl'insegnò. E
incontanente vide l'onbra della santa trinitade, ed una boce si gridò ad
alti (145), e disse: re Botozo, guarda nell'acqua del vasello, e vedrai lo
verace Idio, re di tutto il mondo. E lo re venne con grande ira, e
riguardò nell'acqua, e vide l'onbra della santa trinitade, padre e figlio
e spirito sancto, in una sedia (146), e gli angeli cantando e glorificando
lo padre e lo figliuolo e lo spirito sancto. Era lo figliuolo col padre, e
tutti e tre erano uno (147). Quando lo re vide questo, ebene grande
allegreza, e parveli (148) essere in gloria. E allora disse lo re: Sidrac,
io credo nel tuo Iddio, e in quello ch'è di lui e fu e sarà; ma io ti
priego che tu mi dichi come egli sono tre. Disse Sidrac: messere, questa è
la sancta trinitade, ed è padre, figlio e spirito sancto, e sono tre
persone e uno Idio. Disse lo re: come conversan'eglino insieme? Messere,
disse Sidrac, come lo sole, ch'e tre cose in uno: la prima è la sustanzia,
la seconda è lo chiarore, la terza è lo calore. La proprietà, cioè la
sustanzia, si è lo padre, e la chiarità si è lo figliuolo, e lo calore si
è lo sancto spirito. Queste sono tre cose in una; altressì possono essere
tre in uno Idio. Quando Sidrac ebe tosto detta questa ragione, molto
piacque allo re, e ebene grande allegreza, e gridò ad alta boce: Io adoro
e credo nello Idio di Sidrac, padre e figlio e sancto spirito, tre persone
in uno Idio (149), e sancta trinitade. Quando ebe questo detto, la sua
gente se ne crucciò molto, e giurarono tutti la morte di Sidrac; e
consigliaronsi una partita (150) insieme, e dissono: lo nostro re à
perduto lo senno, e Sidrac lo 'ncantatore l'à ingannato, e àgli fatto
rinegare lo suo buono iddio, e di suo padre e di suo avolo. E vennono a
lui e dissono: male ài fatto; la tua gente è malamente crucciata (151)
verso di te, di quello che voi avete fatto, e creduto a quello incantatore
Sidrac; chè gli suoi incantamenti ànno disfatto lo tuo buono idio; e te à
fatto rinegare i tuoi buoni idii, del tuo padre e del tuo avolo. E lo re
rispuose e disse: io ò lasciato la bruttura e preso lo fino oro (152); che
lo mio padre e li miei anticessori e io avavamo malvagio Idio; ma Sidrac
m'à mostrato lo chiarore del mondo; e insino a qui ò avuto ria credenza; e
da ora inanzi io non avrò altro Idio, se non colui che creò lo cielo e la
terra; e, se a lui piace, nella sua credenza voglio vivere e morire, e lui
voglio adorare e sacrificare, e non altro Idio che lui. Di questa risposta
si crucciò molto la gente sua, che d'intorno a lui erano; e tornarono
indrieto, e consigliaronsi insieme d'avere savi che quistionassono con
Sidrac; e elessono quattro, i più savi uomini dell'oste, che lo
mattassero (153), acciò che lo re tornasse alla sua credenza. E vennono
allo re, dissono che voleano disputare con Sidrac. E lo re di ciò molto si
contentò, e Sidrac. E allora cominciarono a disputare insieme, e
dimostravano la loro miscredenza; e Sidrac mostrò loro la potenza di Dio,
e come fece lo cielo e la terra e lo sole e la luna e tutte l'altre cose
ch'al mondo sono; sicchè coloro non si poteano difendere da lui; ma
disono: se il tuo Idio è così buono e leale come tu di', bei questo
bicchiere pieno di veleno aguto, che noi abiamo fatto recare. E Sidrac
istese la mano, e prese il bicchiere, e disse: io beo questo bicchiere
pieno di veleno aguto (154), al nome del mio Idio che creò lo cielo e la
terra. E bevvelo, e incontanente ch'egli l'ebbe bevuto, dimorò più fresco
e più chiaro (155) che prima; e tutti quegli che lo vidono, di ciò assai
si maravigliarono. E lo re ebe di ciò grande allegreza; più perfettamente
amò Idio onipotente. E incontanente disciese di cielo un fuoco con
folgore (156), sopra quelli quattro savi, e abattegli morti incontanente.
Quando gli altri videro questo, incominciarono a dire l'uno all'altro: se
lo Iddio di questo uomo non fosse buono e leale, egli non sarebbe
iscanpato di quello veleno, anzi sarebe incontanente morto, nè costoro non
sarebono arsi. Ma perchè furono folli, diceano male del suo Iddio, si ne
fece questa maraviglia. E la maggior parte della gente, e spezialmente del
popolo minuto, si convertirono a Dio. E lo re diventò più fermamente più
credente in Dio. Quando lo diavolo vede che à ricevuto sì grande inganno
 (157) per Sidrac, si cominciò a gridare altamente, per li idoli (158),
che v'erano ancora, da nove o dieci, che non erano ancora disfatti, e
diceano: re Botozo, cattivo, che ài fatto tu? ài creduto i detti e
gl'incantamenti di Sidrac, el (159) grande incantatore; tu ài lasciato
noi, e noi lascieremo te; e le tue (160) offerte giammai non riceveremo, e
li tuoi beni distrugeremo, e le tue bestie uccideremo, e li tuoi nimici
sopra te manderemo; del tuo reame a tua onta ti caccieremo, e gli tuoi
figliuoli e gli tuoi parenti perderai, e a grande dolore ti faremo morire.
E se tu vorrai iscanpare, sotto i piedi degli tuoi cavagli  (161) fa
incontanente ardere lo incantatore, che t'à tracto (162) della nostra
buona credenza; e fa ronpere quello vasello; e quell'acqua che v'è dentro
falla (163) gettare sotto i piedi de' cavagli (164), ch'è tutta incantata
di grandi incantamenti; e gli tre legni fa ardere, chè Sidrac incantatore
della credenza sancta e degna di tuo padre e di tuo avolo e delli tuoi
anticessori ti vuole levare; e lo capo a lui fa tagliare. Quando lo re
Botozo e la sua gente udirono questo, egli si maravigliarono molto di ciò;
e Sidrac, che gli vide essere ismagati (165), fu molto adirato, e
dissegli: re Botozo, la tua credenza abbi in Dio fermamente, e guarda che
lo ingegno (166) del diavolo non ti sormonti (167); chè per lo padre del
cielo, cioè Idio, io isconfonderò lo diavolo e lo suo podere. Allora prese
Sidrac una iscure (168), e disse agli demoni che dentro v'erano: io vi
caccierò per la potenzia di Dio padre onnipotente. E comincia a dare della
scure per l'idoli, e tutti quanti gli ruppe. Quando i diavoli vidono che
non vi poteano più dimorare, partironsi, e feciono uno romore sì
grande (169), che tutta la gente si spaventò. Allora venne uno tuono per
la terra, per lo 'ngegno (170) del nimico, che parve loro che tutta la
terra dovesse profondare; (171) e cominciò a balenare e a tonare e a
piovere sì forte, che tutta la contrada allagava, e pareva che la terra
dovesse allagare (172). Quando lo re e la sua gente videro questo (173),
forte si maravigliarono (174); e Sidrac disse: messer lo re, non vi
isgomentate, chè la forza di Dio del cielo è maggiore che lo 'ngegno del
diavolo, e confortatevi che (175), se a Dio piace, voi vedrete
incontanente la grazia di Dio sopra voi e sopra coloro che in lui
crederanno. E incontanente disciese uno angiolo da cielo, con grande
luminaria (176), e disse: Sidrac, piglia dell'acqua di quello vasello, e
gittane a quattro cantoni del padiglione (177), al nome della sancta
trinità; e piglia l'uno di quegli legni, e picchia (178) l'uno sopra
l'altro per lo padiglione, al nome di Dio onipotente; e allora si
confonderà il diavolo. Allora si partì l'agnolo, e Sydrac (179) fece lo
suo comandamento; e in quella ora medesima la tenpesta rimase, e
incontanente disciese un altro agnolo da cielo, con una ispada di fuoco in
mano, e fedì lo diavolo, e confondello, e arse tutte l'idole. Quando gli
altri che non erano ancora convertiti vidono questo miracolo di Dio, si
convertirono tutti a lui. Lo re ebbe di ciò grande allegreza, e molto
ringraziò Iddio e lo suo padre (180). E poi domandò Sidrac quello che
significavano gli tre legni (181) e lo vasello e l'acqua che v'è dentro, e
quella ch'egli gittò ne' quattro canti del padiglione, e gli due legni che
tu battesti l'uno contro l'altro. E Sidrac disse: messere, io vel dirò: la
significazione di ciò che voi m'avete domandato volentieri vel dirò, colla
grazia di Dio: gli tre legni significano la sancta trinità, padre e
figliuolo e spirito sancto, tre persone in uno Dio (182). Lo vasello della
terra significa lo mondo, lo quale è sostenuto dalla sancta trinità (183).
L'acqua che v'è dentro significa lo figliuolo di Dio, che verrà nella
Vergine, e prenderà in lei corpo, e serà salvazione del mondo e degli suoi
amici, e confusione del diavolo e del suo podere e della sua credenza e
degli suoi amici. E quello prezioso corpo, che 'l figliuolo di Dio
prenderà nella vergine Maria, morirà nella crocie, e sarà messo in terra,
siccome quella acqua fu messa dentro a quello vasello di terra. E per
quello crucificamento (184) e morte diliberrà Adamo e gli suoi parenti del
podere del diavolo. Quella acqua che io gittava ne' quattro canti del
padiglione, significa (185) che 'l figliuolo di Dio sarà battezzato (186)
in acqua, e sarà (187) novella legge. I quattro cantoni significano
quattro buoni uomini, che saranno al tenpo del verace profeta figliuolo di
Dio, e saranno de' suoi disciepoli, e scriveranno lo suo detto e lo suo
comandamento e li suoi miracoli; e saranno allevati e cresciuti (188) per
li quattro elementi (189) del mondo; e per quelle iscritture confonderà lo
diavolo e lo suo podere. I due legni ch'io battei l'uno coll'altro per lo
padiglione, significano i santi uomini che saranno disciepoli del
figliuolo di Dio verace profeta; e andranno per l'universo mondo, e
chiameranno le genti che saranno perdute per la loro miscredenza; e
convertirannole (190) alla fede del verace profeta figliuolo di Dio, e sì
gli salveranno (191). Quando lo re udì questo dire a Sidrac, piacquegli
molto, e ebene grande allegreza; sì si affermò più nella credenza di Dio
adorare, e credette (192) nel suo nome perfettamente. E volle che Sidrac
gli dischiarasse di belle quistioni, che avea volontà che dischiarate gli
fossono, e non trovava niuno uomo che gli sapesse dire, se non Sidrac. Le
quali quistioni furono nel torno di 565. E lo re domandò Sidrac e disse:

(15) Abbiamo corretto col C. R. 2. Il C. L. ha: „le quali egli ha promesso
di dare loro il paradiso.„

(16) Volle C. R. 2.

(17) Sapesseno C. R. 2.

(18) Insine C. R. 2.

(19) ... qui ensegnoient les gens a vivre selon leur usages; et tous ceulx
qui maintiendront leurs usaige, ec. C. F. R. — che insegnavano vivere alle
genti li vizi che allora erano, e tucti quelli che manteneano le loro
uzanze, ec. C. R. 2. — Ci sembra evidente che sia qui usato _vizii_ per
_vezzi_ (usi, consuetudini), due parole che hanno comune la loro origine
in _vitium_ lat.

(20) Nella compagnia C. R. 2.

(21) Le jugement de nostre Segnor dou deluge il ne fu per autre cose, etc.
C. F. R. Da _causa_, ant. fr., _cause_, _cose_.

(22) habitarono in terra e cominciarono C. R. 2.

(23) uzanza C. R. 2.

(24) Et Deu les beney; et leur dona la beneixion de croistre et de
multiplier lor decedence qui ot nom Iafem de generation en generation, si
maintindrent la loy de Deu ce que lor pere Noe tenoit. C. F. R. — E Idio
diede loro la perfectione di crescere e di multiplicare il mondo uno de'
figliuoli di Noe, che ebbe nome Giafet, di generatione in generatione, che
di lui nacquero quelli che mantennero la fede di Dio, sì come Noe loro
padre l'avea. C. R. 2.

(25) Meraviglia C. L. — Abbiamo corr. col C. F. R. e col C. R. 2.

(26) Figliuolo C. R. 2.

(27) Sydrac C. F. R. — Sidracha C. R. 2.

(28) le quel enpli le monde de toutes sciences de savoir toutes les coses.
C. F. R.

(29) Cestui Sidrac Deu le deigna de mostrer per sa grace la forme de la
soe sainte trinite. C. F. R. — E questo Sidrach Idio si degnò per sua
gratia e misericordia di mostralli la forma della sua santa trinità.
C. R. 2.

(30) Nontior C. F. R.

(31) Il C. R. 2. ha qui e sempre: _autre_.

(32) Boctus C. F. R. — Bottus C. R. 2.

(33) Convertire C. L. Abbiamo corretto col C. F. R. e col C. R. 2.

(34) Gl'idoli sordi e mutoli C. R. 2.

(35) Conteremo. C. R. 2.

(36) Trataber C. R. 2. — Al C. F. R. manca.

(37) per la gratia di Dio nostro signore Jesu Xpo e della sua madre
madonna sancta Maria C. R. 2. Qui nel C. R. 2. è una divisione di
capitolo, e ciò che segue è intitolato così: _Coma lo re Botus domanda
Sidrach di quistioni_.

(38) glie le dispianò C. R. 2.

(39) per la qual cosa gli piacque molto, e sì ne fecie questo libro
C. R. 2.

(40) par la trait dou deable C. F. R. Potrebbe leggersi ancora par
_l'atrait_; e corrisponderebbe meglio alla traduzione italiana.

(41) Madiano C. R. 2. — Madiam C. F. R.

(42) Prine C. F. R. Se non è errore per _prince_, potrebbe intendersi nel
senso che ha il vb. _primer_. Nell'ant. fr. si trova _prin_, per _prim_,
_prime_.

(43) Manan C. R. 2. — C. F. R.

(44) Traduzione litterale del franc. _dou tout en tout_, che significa
_affatto_, _interamente_. Trovasi pure _du tot en tot_, _des tot en tot_.
F. _Burguy_, _Gram._ II, 329.

(45) Padre C. R. 2., che è certo errore, legg. nel C. F. R. _poeir_.

(46) Grison C. F. R.

(47) Sabastra C. R. 2. — Sabaste C. F. R.

(48) Dionasile C. R. 2. — Ayo vacileo C. F. R.

(49) Abbiamo corr. col C. R. 2. Il C. L. ha _lo al_.

(50) Demetrio C. R. 2.

(51) et si fu a Tolette martures et mors. C. F. R. _Martures_ da
_marturiare_.

(52) Manca _questo libro_ al C. L.: abbiamo supplito col C. R. 2.

(53) Chiericia C. R. 2. — Clergie C. F. R.

(54) de gresois en latin. C. F. R.

(55) e ordinò tanto che lo ebe C. R. 2.

(56) le tint en gran chierte por les belles demandes que il trouva en lui
C. F. R. Corr. _cherte_ e cf. _Burguy_, _Gramm._, e _Littré_, _Dictionn._
Il C. R. 2.: tennelo molto caro per le belle cose che su v'erano scripte.

(57) lo re Amomeni di Tunisi C. R. 2. — Emir el Momenim C. F. R.

(58) Saracinesco C. R. 2. — Sarazinois C. F. R.

(59) Nuova divisione di capitolo nel C. R. 2. dove ciò che segue ha per
titolo: _Come lo 'mperadore Federigo mandò per questo libro allo re di
Tunisi_.

(60) respontioni C. R. 2.

(61) maraviglionsi C. R. 2. — merveilloyent C. F. R.

(62) Ogier C. F. R.

(63) Todia filosafo C. R. 2. — Todre le phylosophe C. F. R.

(64) Antiochia C. R. 2.

(65) Camberlain C. F. R. Il prov. _camarlenc_, _chamarlenc_, è quello che
noi chiamiamo oggi _ciamberlano_, nell'ant. fr. _chambellanc_,
_chamberlens_, ufficiale della camera. Manca _camarlingo_, in questo
significato, alla Crusca.

(66) Teodia C. R. 2.

(67) le manda en present C. F. R.

(68) Antiochia C. R. 2.

(69) Abbiamo corr. col C. R. 2. — Il C. L.: Alleone.

(70) Assemprò C. R. 2. — contecrist C. F. R., errore che forse potrebbe
essere corr. in _contr'escrsit_, _contrescrist_, nel senso che ha
_contrefaire_, reproduire, par imitation, quelque chose. Varie forme ebbe
questo vb. al t. p. nell'ant. fr. _escrit_, _escript_, _escristrent_.

(71) ciasquiduno C. R. 2.

(72) De quoy cest livre cascun ne le pot mie avoir C. F. R. De quoy (de
coi, d'où vient que) è mal tradotto per _de' quali_. E il senso torna
meglio secondo il testo francese, facendo punto dopo _buoni libri_. Anche
il C. R. 2. ha: non lo possono avere.

(73) Nuova divisione di capitolo nel C. R. 2. dove ciò che segue ha per
titolo: _Siccome lo re Bottus cominciò la ciptà e ongni vuolta era
disfacta, onde fece venire tucti li filozafi et i savi_.

(74) Persia la grande C. R. 2. — Perce la grant. C. F. R.

(75) Bocteriensa C. R. 2. — Boctoriens C. F. R.

(76) avint que cil roy Boctus apres la mort de Noe de VIII\C. et XLVII ans
voloit ec. C. F. R.

(77) guerdoier C. F. R., che potrebbe essere errore per _guerroier_ o per
_guarder_.

(78) Guarahap C. F. R.

(79) da capo tostamente C. R. 2. — de richief mout austivement C. F. R.
_De richief_ corr. _de rechief_, _re-chief_, _re chef_. _Austivement_
sarebbe forse errore per _vistement_, che nell'ant. fr. trovasi per
_prontamente_, _tostamente_?

(80) Manca _ogni cosa_ al C. L.; abbiamo supplito col C. R. 2.

(81) che C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.

(82) gueroyer C. F. R.; e ciò conferma l'errore di _guerdoyer_.

(83) la nocte è abactuto e messo in terra C. R. 2. — le demain se treuve
tout abatu C. F. R.

(84) Noi crediamo che da _cherere_, siasi fatto _cherendo_, _cheiendo_, e
quindi, pel cambiamento dell'_e_ in _a_, _caiendo_, _caendo_. E lo stesso
cambiamento riscontrasi nell'ant. fr. del Berry, ove in luogo di
_chercher_ si disse _charcher_. Cf. _Jaubert_, _Gloss._, _supplément_.

(85) _Discorso_; e in questo senso manca alla Crusca.

(86) Qui nel C. R. 2. è un'altra divisione di capitolo, intitolato: _Si
come li Savj disseno ch'aveano veduto come la torre si compierebe_.

(87) voleano venire dinanzi da lui C. R. 2. — voloyent venir per devant
lui C. F. R.

(88) faites vos bon corage C. F. R.

(89) Abbiamo preferita la lezione del C. R. 2. Il C. L. ha: a quindici dì
della luna allora che noi comincieremo, il punto e direllovi (direnlovi),
e allora ec. Nel C. F. R.: et a tel jor passant a XVI jors de la lune,
alore che nos conmanderons et au point, feres comencer, ec.

(90) vi saremo presenti C. R. 2.

(91) Ci è sembrata migliore la lez. del C. R. 2. Nel C. L.: vi misero a
guardare.

(92) Vogliamo notare che il C. F. R. ha: vos de la ne istres; perchè
_istre_ è una delle forme più rare del vb. _issir_. Trovasi _ist_, uscì e
_istroit_, uscirebbe, nel Romans de Brut: Et Brutus ist de son
agait. — Corinéus s'an istroit; vol. I. pp. 14, 48.

(93) È propriam. trad. del franc. _engien_, _engin_.

(94) fist aler la crie C. F. R.

(95) Trattabero C. R. 2.

(96) Noe le grand C. F. R.

(97) Così il C. R. 2., preferibile alla lez. del C. L.: venne di mano di
re in altro.

(98) Sidrach C. R. 2. — Sydrac C. F. R.

(99) Io re Bottus mando altamente salute alla vostra signoria e amico
carissimo C. R. 2.; e meglio il C. R. 1.: a vostra signoria, re Trattabar,
come a signore ed amico.

(100) suoi lectere C. R. 2.

(101) prede C. L. Ci è sembrato buono di dare preferenza alla lez. del
C. R. 2. Nel C. F. R.: qui les poroit avoir feroit quant que il vodroit.
_Vodroit_, _da vouloir_, una delle molte forme del condizionale.

(102) siamo C. R. 2.

(103) Et elli si mosse e cavalcò tanto C. R. 2.

(104) sopra essa per pascere C. R. 2. — et s'acist sus celle C. F. R.
_Acist_ (_assir_, _asseoir_ da _ad_ e _sedere_) è forse una forma del vb.
_achir_, che si usò nel Picard. Cf. _Littré_, _Dictionn._

(105) _forma_, _figura_. „Così temo vostra altiera fazzone, Madonna mia.„
_Dello Bianco._

(106) les chieres C. F. R. Dal lat. _cara_, fecesi _chere_, _chiere_
nell'ant. fr., _cara_ in prov. e spagn., _cera_ in ital., e significò
_viso_, _sembianza_. „Che s'io troppo dimoro, aulente cera„ _Pier delle
Vigne_. I _Cinamologhi_, nel Dittamondo di Fazio degli Uberti, _han muso e
le labbra di cane_. Lib. V., cap XX.

(107) feminoro C. R. 1. e C. R. 2. Forse dal gen. plur. del latino,
_feminarum_, _feminaro_, _feminoro_. Il trovarsi questa stessa parola in
tre codici di lezione diversa, e di diverso tempo, ci pare prova sicura
che non sia da tenersi per errore; e ci conferma in questa opinione il
trovare _regno femminoro_ nel testo della Tav. Rit. pubbl. dal Polidori,
pag. 292.

(108) dampno C. R. 2. È noto che Fra Guittone usò _dampnaggio_, e che
l'ant. fr. ha _dampnier_, e il prov. _dampnatge_.

(109) Aboivrent C. F. R., da _aboivre_.

(110) doveunque C. R. 2.

(111) _l'idoli_ manca al C. L. Abbiamo supplito col C. R. 2.

(112) Così pure gli altri codd. Essendo _idole_ in fr. di gen. fem., il
traduttore ha scritto _idola_.

(113) gittava C. L. Abbiamo corretto col C. R. 2.

(114) enlace C. F. R. Da _laqueus_, franc. _lac_, prov. _lacs_, port.
_lazo_, ital. _laccio_; e vbb. _allacciare_ ital., _lacer_, _enlacer_,
franc.

(115) Abbiamo corretto col C. R. 2. Nel C. L.: come ài così idio e così
bello come questo?

(116) ma C. R. 2.

(117) non si die nient'adorare, ma vergognare et avilarlo C. R. 1.

(118) et en s'amor sacrifier C. F. R. Nei pronomi possessivi _ma_, _ta_,
_sa_ si usò qualche volta di elidere l'_a_, quando la parola che seguitava
cominciasse per vocale. Così trovasi: _m'amour_, _s'auctorité_ ec. Il
C. R. 2. ha: del suo benedetto nome si de' sacrificare.

(119) Nel dialetto del Picard si usò _biel_.

(120) di lui isguardare C. R. 1. — en lui esgarder C. F. R.

(121) Abbiamo dato la preferenza alla lez. del C. R. 1. Il C. L. ha
solamente _disse Sidrac_; e il C. R. 2.: _disse lui Sidrach_.

(122) Nel C. L. _vi noia_. Abbiamo corretto col C. R. 2. — Venque nostre
creance C. F. R.

(123) iscongiurato C. R. 2.

(124) devant cest mescreant C. F. R.

(125) erano C. L. Abbiamo corretto col C. R. 2.

(126) se murent en tour C. F. R.

(127) e arse, e a modo di cenere si fece C. R. 2.

(128) sconficto C. R. 2. — qu'il ne poient riens faire, et seroient
malement desconceilles C. F. R. _Desconseillies_ vale _abbandonati_,
_senza consiglio_. „Mais nostre sires qui les disconsellies conseille.„
Villehardouin. — Lo _isconsigliato_ del n. t. è traduzione letterale del
francese.

(129) sapiate C. L. — Abbiamo creduto di corregg. col C. R. 2.

(130) per forteries ou per la force de son deu C. F. R. Credo da
correggere _sorteries_, per _sortilegi_. Da _sortiarius_ del b. l. fecesi
_sortiere_ ital., _sortero_ spagn. Il testo francese del ediz. Palat. ha:
par sorcerie ou par la force de son dieu. — Nel Romans de Brut,
_sortisséors_: venir fist ses sortisséors.

(131) fomes a plaisir C. F. R.

(132) al nostro C. R. 2.

(133) paroule C. R. 2.

(134) isconficti C. R. 2. — desconceilles C. F. R.

(135) ch'io te lo sappia C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.

(136) gli quali Idio cacciò del cielo per la loro argaria e per la loro
superbia C. R. 2. — _Argaria_ per _algaria_. „Algaria è nelle persone
belle„. Bart. da San Conc.

(137) oyables C. F. R., del quale è traduz. letterale _udevole_ (da oyr).
Ma parrebbe che avesse piuttosto a leggersi _oyant_, _che odi_, _udente_.

(138) isnel espirt C. F. R.

(139) cupiditade C. R. 2.

(140) vagiello C. R. 1.

(141) asiele C. F. R., che pare abbia ad essere l'imperativo del vb.
_aseoir_, placer, etablir.

(142) tre e per uno idio C. L. Abbiamo corr. col C. R. 2.

(143) acist C. F. R., forse da _achir_.

(144) fusti C. R. 1.

(145) Lo stesso che _ad alto_. „Il loro luogo è molto ad alti.„ _Fr.
Giord. Pred._ — Nel C. F. R.: et cria a haute vois.

(146) en leur ciege (siege) C. F. R.

(147) in uno C. R. 2.

(148) parvi C. L. Abbiamo corr. col C. R. 2.

(149) tre per uno idio C. L. Abbiamo corr. col C. R. 2.

(150) parte C. R. 1.

(151) troppo corrucciata C. R. 1.

(152) ò lassato el pionbo et preso el fino oro C. R. 1. — ie ai laisse la
longuaigne et la pulentie. C. F. R. — _Longuaigne_ in ant. fr. vale
_latrina_, _elvace_. _Pulentie_ dev'essere lo stesso che _empuance_, che
significa _fetore_, _corruzione_. Trovasi _pulent_, _pullent_, che il
Burguy fa derivare da _purulentus_. Cf. _Du Cange_, _Gloss._; _Burguy_,
_Gloss._ — _Fino oro_ è anche nel Tesoretto di B. L.: Sì ch'io credea che
'l crino. — Fosse d'un oro fino.

(153) L'ant. fr. ha _mater_, _matir_; prov. _matar_, che vuol dire
abbattere, vincere, indebolire. Si hanno esempi di _matare_, _emattere_,
in antichi scrittori italiani. Cf. _Nannucci_, _Analisi_, 253, 2.

(154) pessimo veleno C. R. 1. — trencant venin C. F. R. _Trencant_
intenderei _mortale_, _che abbatte_, _che uccide_, dal vb. _trencher_,
_trancher_. Cf. _Burguy_, _Gramm._; _Diez_, _Etym. Wört._ a _Trinciare_.

(155) Esempio da aggiungersi a quello delle Istorie Pistolesi e de'
Fioretti, registrati dalla Crusca. Dove bene osserva il Nannucci
(_Analisi_, 147-48) non essere da intendere _chiaro_ per _forte_ e
_gagliardo_, ma per _lieto_, _brillante_, _gaio_, _sereno di spirito_. E
non solamente il provenzale ha _clar_ in questo significato, come il
Nannucci avverte; ma anche l'antico franc. ha _clair_, _cler_, _cleir_,
secondo il Burguy, il quale però non reca esempi che confermino questo
significato. Il C. F. R. ha solamente _plus fres_; e il T. F. P.: _plus
sains_; il C. R. 1.: _più bello e più fresco_.

(156) una saetta di folgore C. R. 1.

(157) dampnagio C. R. 1.

(158) entrò elli e li suoi ne li altri ydoli C. R. 1. — se mist dedens les
aultres idoles C. F. R.

(159) allo C. L. — Abbiamo preferita la lez. del C. R. 1.

(160) tuoi C. R. 2.

(161) cani C. R. 1. — chiens C. F. R.

(162) ingannato C. L. — Abbiamo preferita la lez. del C. R. 1.

(163) e falla C. L. — Abbiamo pref. la lez. del C. R. 2.

(164) chiens C. R. 2.

(165) iscomentati C. R. 2.

(166) et garde toy de l'engi au deable C. F. R. _Engi_ è da corregg. in
_engin_, _engien_, che qui vale, inganno, furberia.

(167) soctometti C. R. 2.

(168) scura C. R. 2. — cougne C. F. R. Da _cuneus_ fecesi in ant. fr.
_coignie_, _coignee_, _cognee_; in prov. _cunh_, _conh_, _cong_. Nel
dialetto vallone trovasi _counie_, _cougne_. Cf. _Grandgagnage_, _Dict.
etym. de la langue Wall._

(169) misero una boce sì forte C. R. 1.

(170) 'mpegno C. R. 2. — engin C. F. R.

(171) e vene uno terrimuoto per ingegno del diavolo, sì che allora fu viso
ha tucti si dovesser confondare C. R. 1. Nel Romans de Brut: „Vis li fu là
où il dormoit„ etc. _Confondare_ è traduzione erronea del franc.
_confundre_, prov. _confondre_, _cofondre_, che vale _rovinare_,
_distruggere_.

(172) annegare C. R. 2. — sonabissare C. R. 1. — de gros tonieres et
lampieres et plovoir et gresilles che toute celle terre senblent qu'elle
devoit noyer C. F. R. — _Gresil_ sarebbe diminutivo di _gresle_, _grêle_.
Cf. _Burguy_, _Gloss._

(173) _questo_ manca al C. L. Abbiamo suppl. col C. R. 2.

(174) si smagò C. R. 1.

(175) _che_ manca al C. L. Abbiamo suppl. col C. R. 2.

(176) claritade C. R. 1.

(177) de la haberge C. F. R. — _Heberge_, tenda, accampamento.

(178) piega C. R. 2. — bates C. F. R.

(179) _Sydrac_ manca al C. L. Abbiamo suppl. col C. R. 1.

(180) pooir C. F. R. Pare che il traduttore abbia confuso _poor_, _poer_,
_pooir_ con _peire_, _piere_, _pere_.

(181) fusti C. R. 1.

(182) tre per uno Iddio C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 1.

(183) Lo vagello è 'l mondo ke sostiene el podere di Dio e santa trinità
k'è tutto uno C. R. 1.

(184) risucitamento C. R. 2. — passione C. R. 1. — cruceflement C. F. R.,
che credo da corr. _crucifiement_.

(185) significano C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 1.

(186) battegiato C. R. 1. Il prov. ha _bathegar_, _batejar_.

(187) fera C. F. R.

(188) letti e creduti C. R. 1. — leaus et creaus C. F. R. — leuz et creuz
T. F. P. — _Leaus_ potrebbe correggersi in _leus_, partic. pass. del vb.
_lire_; e _creaus_, _creus_, _creuz_ potrebbe essere una forma del partic.
pass. del vb. _creire_, _crere_, _croire_. Il tradutt. pare che abbia
creduto _leus_ partic. del vb. _lever_, e _creus_ del vb. _croistre_.

(189) alimenti C. R. 2. — elemens C. E. 2. — parties C. F. P.
 — Crediamo che non si abbiano esempi di _elementi del mondo_ per _parti
del mondo_, nè in francese nè in italiano.

(190) convertiranno C. L. Abbiamo pref. la lez. del C. R. 2.

(191) e salveranno C. L. Abbiamo aggiunto _si gli_ dal C. R. 2.

(192) ad adorare e credere C. R. 2.



   _Sidrac, ebe Idio mai cominciamento? E Sidrac rispuose (Qui diciamo
     capitolo primo, ma gli altri cinque sono nella storia adietro):_


E' non ebbe unque cominciamento nè fine, nè none avrae. Egli fece cielo e
terra, e anzi ch'egli lo facesse, si sapea bene ch'egli dovea fare questo
e l'altre cose ch'egli fece. E sepe lo novero degli angioli, anzi che gli
facesse, e degli uomini e delle bestie e de' pesci e degli uccielli, e
quale morte dovea ciascuno fare; e sapea tutti quelli che doveano essere
salvi e che doveano essere perduti (193), e gli loro pensieri e gli loro
fatti e li loro detti e le loro volontadi; e s'egli non sapesse questo,
stato egli non sarebe Idio (194). E di tutto ciò, perchè facesse lo mondo
e le cose che sono nel mondo, egli non se ne migliorò punto; e s'egli
noll'avesse fatto, egli non potrebe esser di nulla piggiorato. Iddio fu
sanza cominciamento e sarà sanza fine (195). La sua potenza sa tutto, e si
è per tutto. E si è la sua sustanza in tre (196) cieli; l'uno corporale, e
questo è quello che noi veggiamo; e l'altro è spirituale, e questo è
quello che noi non vegiamo (197), ove gli angioli sono; lo terzo è quello
ove Idio nostro signore dimora, lo quale vedranno i giusti visibilmente.

(193) dampnati C. R. 1.

(194) non sarebbe egli stato Idio C. R. 1.

(195) finiminto C. R. 1.

(196) intra C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 1. e C. R. 2.

(197) veggiano C. R. 2.



                               Cap. II.

       _Lo re domanda: puote Idio essere veduto? Sidrac risponde:_


Iddio è visibile e non visibile: egli vede tutto, e non puote essere
veduto; chè niuno corpo terreno puote vedere ispirituale cosa; ma lo
spirito vede lo spirito. Ma, se lo spirito è buono e giusto, potrà essere
ch'egli vedrà Idio, secondo (198) le sue opere. Ma questo averrà apresso
 (199) lo tenpo che 'l figliuolo di Dio sarà venuto  (200) in terra; che
sarà (201) lo spirito di Dio che si aonberrà  (202) in una vergine, e lo
nome della vergine sarà apellato Maria; e piglierà di lei corpo, e sarà
veduto e udito (203); e farà (204) tutto quello che l'uomo; e sarà sanza
peccato; e sarà Idio medesimo; e per la sua potenza sarà egli in cielo e
in terra. E la vergine Maria, concieputo per spirito sancto, si rimarà
vergine inanzi il parto e dopo il parto (205). E se egli non pigliasse
corpo nella Vergine, niuna corporale cosa lo potrebbe vedere.

(198) esendo C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.

(199) presso C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 1.

(200) veduto C. L. — Abbiamo pref. la lez. del C. R. 2. — apresso de
l'avenimento di Dio C. R. 1.

(201) cosa arà C. L. — non sarà C. R. 2. La lezione ci pare errata in
ambedue; nè col C. R. 1. e col C. F. R. possiamo corregg. Ma il senso del
discorso ci fa credere che abbia da legg. _sarà_.

(202) s'aombrara C. R. 1. — Se ombrerà C. F. R. — _S'aombrer_,
_s'anombrer_ nell'ant. fr. significa _divenire uomo nel seno della
Vergine_. „Com fist Gabriel li Archangles — Quant me dist que li rois des
Angles — S'aombreroit en mes sains flancs.„ _Du Cange_, _Gloss.
Gall._ — In provenzale ha lo stesso significato _solumbrar_. Il Raynouard
ne reca due esempi, tolti da un testo prov. del Sydrac: „Apres l'avenimen
del filh de Dieu qui _solombrara_ en la Virgis„; e traduce _qui
s'ombragera_, con errore che ci par manifesto. „Virtus Altissimi
obumbrabit tibi.„ _S. Luca_, I, 35.

(203) manca al C. L. _e sarà_. — Abbiamo suppl. col C. R. 2.

(204) sarà. C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.

(205) Così il C. R. 2. Nel C. L.: E la vergine Maria che concieputo per lo
spirito sancto l'averà vergine fatta inanzi il parto, e vergine sarà dopo
il parto.



                               Cap. III.

      _Lo re domanda: è Iddio in tutti luoghi e per tutti? E Sidrac
                               risponde:_


Iddio è in tutti luoghi e per tutti i tenpi. Egli è potente in ogni luogo
come in un altro; e com'egli è possente in cielo, così è possente in terra
e in ninferno, perciò ch'egli è tutto possente là ov'egli è; chè a quella
ora che governa quelli che sono in oriente, a quell'ora governa le cose
che sono in occidente; e però è egli tuttavia per tutto, che governa tutto
giorno tutte le cose.



                               Cap. IV.

    _Lo re domanda: sentono tutte le cose Iddio? E Sidrac risponde:_


Idio non fece unque (206) nulla criatura, che lui non sentisse, e che lui
non dotti; chè queste cose che noi asenbriamo (207) sanza anima
mortale (208), quelle vivono e sentono lo loro criatore. Lo fermamento lo
sente, quando, per lo suo comandamento, non fina (209) di volgersi il
sole, la luna; le stelle lo sentono, che tutto tenpo ritornano  (210)
nello loro luogo; la terra lo sente, che ciascuno anno rende lo suo
frutto; i venti lo sentono e lo mare, che, quando egli fanno la fortuna,
ritorna in bonaccia per la sua volontà; l'acque lo sentono, ch'elle
corrono allo luogo là ond'elle escono; i morti lo sentono, che risucitano
alla sua volontà, quando a lui piace; la notte e lo giorno lo sente,
ch'egli guardano bene quella legge che Idio à loro donata; le bestie lo
sentono, ch'elle seguiscono la loro natura.

(206) umche C. R. 2. — L'ant. franc. _onkes_, _unkes_, _unques_, _unc_,
_onc_.

(207) che noi sembriamo C. R. 2. — che noi sembiamo C. R. 1. — chi nos
semblent C. F. R.

(208) animale mortale C. R. 2.

(209) finono C. R. 2. — Da _finare_, ant. franc. _finer_, prov. _finar_.
„Finar, madre, non volemo„ _B. Iacopone._ „Per mostrar alla gente. — Che
loco sia finata. — La terra e terminata.„ _B. Latini_, _Tesoretto_.

(210) ritorna C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.



                                Cap. V.

       _Lo re domanda: che fece Idio primamente? Sidrac risponde:_


Primieramente fece Idio uno molto bello palagio, lo quale è apellato regno
di cielo; e poi fece questo secolo, e poi lo 'nferno. Ma quello palagio à
egli eletto uno grande ordine de' suoi amici (211): onde egli non
usciranno giammai, poi che egli vi fieno entro. E quello numero volle egli
fare d'uomini come delli angeli, per umiltà, perchè gli uomini e gli
agnoli adorassono uno solo Iddio in trinità, padre e figlio e spirito
sancto.

(211) Ma in quello palagio àe egli uno lecto grande di suoi amici
C. R. 2. — mais ycel palais ailes leupor un grant nombre de ses amis
C. F. R.; che io leggerei: mais ycel palais a il esleu por, ec. E _uno
lecto_ credo che debba intendersi per _una eletta_.



                               Cap. VI.

      _Lo re domanda: quando (212) furono fatti gli angioli? Sidrac
                               risponde:_


Allora che Idio disse, sia fatto lucerna (213), e tutti gli agnoli e
arcagnoli furono fatti in quello punto, cherubin e serafin. E quando lo
malvagio agnolo Lucifero vide che Idio gli avea dato onore e gloria sopra
tutti gli altri agnoli, si volle dispregiare gli altri agnoli, e volle
essere pari del suo (214) creatore; e volle avere altra sedia che Idio non
gli avea dato; e si volle agli altri per lo suo argoglio comandare. E egli
fu incontanente del paradiso cacciato, cioè gittato, e fu messo in
carcere. Siccom'egli era prima bello e splendiente (215), così fu poi
laido (216) e scuro e nero, ch'egli cadde incontanente. E si dimorò una
ora in gloria (217); che, si tosto com'egli fu fatto, si cadde; che
diritto non era (218) ch'egli gustasse di quella gloria, poi che così
fatto argoglio avea incominciato contro lo suo criatore. Gli altri che
peccarono co lui, traboccarono co lui di cielo, perciò che a loro piacque
lo suo argoglio; e credeano ch'egli potesse Idio sopra montare. E egli
erano simigliantemente alti sopra gli altri, e gli più mastri di loro con
esso lui furono gettati in ninferno (219), e gli altri furono cacciati
nella più ispessa aria (220), là ove egli ardono, come s'egli fossono in
uno fuoco (221), che giammai mercè non avranno, e non la poterano
adomandare (222).

(212) come C. R. 2.

(213) „Vid'io in essa luce altre lucerne.„ _Dante._

(214) al suo C. R. 2.

(215) sprendiente C. R. 2. — piagente C. R. 1.

(216) ladio C. R. 2. — lasco C. R. 1. _Lasco_ può essere il _lasche_,
_lasque_, nel senso di _vile_.

(217) Sappiate ke non vi dimorò una ora compita C. R. 1.

(218) Nel C. L. sono, per errore evidente, ripetute le parole _ora in
gloria che si tosto_.

(219) onferno C. R. 1.

(220) in questo più spesso aiere C. R. 1.

(221) in onferno C. R. 1.

(222) mercè non avranno potranno e non la domandorno C. L. — Abbiamo corr.
col C. R. 2.



                               Cap. VII.

  _Lo re domanda: di che servono gli angeli in cielo? Sidrac risponde:_


Li angioli che sono in cielo non ebono volontà di peccare verso lo loro
criatore, e perciò non caddono eglino cogli altri, anzi dimorano in
gloria. Idio dà a ciascuno ordine e uficio angielico. Angeli v'à che
anunziano (223) agli uomini le grandi cose. Anche altra maniera di angieli
v'à, che anunziano (224) alle comuni creature, cioè agli uomini, le
piccole cose. Altre maniere d'angioli v'à, che sono potestadi, che
comandano agli maligni spiriti, che più non facciano crudeltade all'umane
cose. Altre maniere d'angioli v'à, che si chiamano principi (225), che
ànno signoria sopra i buoni ispiriti, e lo loro comandamento si è a
conpiere lo comandamento di Dio (226). Altre maniere d'angioli v'à, che si
chiamano dominazioni, che sormontano gli detti grandi angioli (227), che
gli altri son loro subbietti per ubidenzia. Altra generazione d'angioli
v'à, che si chiamano troni, sopra gli quali è la sedia (228) di Dio, per
gli quali egli giudica i suoi giudicamenti (229). Altre maniere d'angioli
v'à, che si chiamano cherubin, in cui tutte le scienzie e molte altre
creature umane sono subbiette e ubidienti (230), e servono; in quello
ch'egli guardano lo specchio del chiarore  (231) di Dio, perfettamente
egli ricevono gli segreti del creatore (232). Altre generazioni d'angieli
v'à, che si chiamano serafin; quelli sono ardenti e più presso dell'amor
di Dio che nulla criatura; e sormontano (233) ogni criatura d'onore, chè
tra loro e Dio non è nullo altro spirito.

(223) avanzano C. R. 2.; secondo uno de' significati che ha il vb.
_avancer_ in franc., che è di _annunziare_.

(224) avanzano C. R. 2.

(225) principati C. R. 2.

(226) e loro comandano he compiano el servizio di Dio C. R. 1.

(227) degli angioli C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.

(228) el sedio C. R. 1.

(229) elli usa spaventevolmente suoi indicamenti C. R. 1.

(230) a cui tucta scientia e più creature entendevoli sono obedienti e
subiecti C. R. 1.

(231) della chiarità C. R. 1.

(232) delle umane creature C. R. 2. — de le creature C. R. 1.

(233) formentano C. L. Abbiamo corr. col C. R. 1., e col C. F. R. che ha:
surmontent. Nel C. R. 2.: soctomecteno ogni creatura d'onore.



                              Cap. VIII.

 _Lo re domanda: gli diavoli sanno tutte le cose e possonle fare? Sidrac
                               risponde:_


Di quello ch' (234) egli ànno angelica natura, sanno molto grande
iscienzia, ma però non sanno egli tutte le cose. Che tanto quanto la loro
natura (235) è più spirituale che quella degli uomini, di tanto sono
eglino più (236) savi di tutto ingiegnio (237); le cose che sono a venire
non sanno egli niente, se non tanto quanto Idio lascia loro sapere. Ma le
cogitationi (238) e le voluntadi non sa se non Iddio, e colui a cui egli
lo vuole dimostrare. E non possono fare quello che egli vogliono, che lo
bene egli non vorranno fare nè non potranno; ma egli possono assai mal
fare, e non mica quanto vorrebono, se non tanto come i buoni agnoli gli
lassano (239) fare.

(234) Dal franc. _de ce che_ (que).

(235) Invece di _natura_ legg. nel C. L. _ma_. Abbiamo corr. col C. R. 1.
e C. R. 2.

(236) _più_ manca al C. L. Abbiamo suppl. coi Codd. R. 1. e R. 2.

(237) di tucti ingegni C. R. 1.

(238) comuntioni C. L. Abbiamo corr. col C. R. 1. e C. R. 2.

(239) lascieremo C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.



                               Cap. IX.

    _Lo re domanda che forma ànno gli angioli e se sanno tutto. Sidrac
                               risponde:_


In una maniera (240) ànno la forma di Dio, che somigliantemente  (241)
fece la somiglianza (242) del nostro signore in loro, in tale maniera,
ch'egli sono lucenti (243). E sono sanza corpi, pieni di tutta biltade. E
nella natura delle cose non à nulla ch'egli non sapiano, ch'egli vegono
 (244) tutti Iddio, e tutte quelle cose ch'egli vogliono, possono (245)
fare senza niuna graveza. E perciò che lo numero degli angioli (246) fosse
conpiuto, si fu fatto l'uomo. Egli fu fatto di corporale e di spirituale
sustanzia. Lo corporale (247) fu fatto di quattro elimenti (248); che
l'uomo à carne della terra, e lo sangue dell'acqua, e dell'aria si à
l'anima, e del fuoco si à lo calore. Lo capo (249) dell'uomo si è ritondo,
come lo fermamento, e si à due occhi altressì come lo cielo à due
lucenti (250), cioè lo sole e la luna; e simigliantemente, come lo cielo
àe in sè sette pianete, simigliantemente àe in sè l'uomo sette
pertugi (251) nel capo; e simigliantemente come l'aria  (252) à in sè gli
tuoni e gli venti, sì à l'uomo al petto le grande alene (253) e le grande
scosse (254). E altressì come il mare riceve tutta l'acqua, così riceve
l'uomo nel suo ventre tutto enpitume (255); altressì come la terra
sostiene tutte le cose, altressì sostengono i piedi tutti i pondi (256)
dell'uomo. Del celestiale fuoco à egli la veduta; e dal più alto aire à
l'ardore, e dal più basso à el soffiamento del naso (257); e dell'acqua lo
gustare (258); e una partita della dureza delle pietre à egli nell'ossa;
lo verdore (259) degli alberi è (260) negli occhi; della spirituale
substanzia à egli l'anima, ch'egli è spirito in lui, e la immagine e la
simiglianza di Dio (261). La inmagine si dee intendere la forma di lui, e
la simiglianza si è la qualità, la grandeza; la divinità si è nella
trinità (262). L'anima tiene la sua ymagine, ch'è la memoria, perch'ella
si ricordi delle cose che sono passate; e si à intendimento, perch'ella
intenda le cose che sono udite (263); e si à volontà, perch'ella
dispregia (264) lo male e fa il bene. In Dio sono (265) tutte le cose e
tutte le virtudi; e simigliantemente come Idio non puote essere tenuto
dentro della sua creatura, conciosiacosa ch'ella conprende tutte le cose,
el cielo no la puote mica contastare (266), ch'ella non sappia assai delle
cose celestiali e dello inferno, simigliantemente che questa è la
spirituale sustanzia (267).

(240) mainira C. R. 1. — Ant. franc. _maniere_, _meniere_; prov.
_maneira_, _manieira_, _maniera_, _manera_.

(241) insiememente C. R. 1.

(242) sembianza C. R. 1.

(243) lucerna C. R. 2. — luysans C. F. R.

(244) ch'egli possono vegono C. L. — Abbiamo soppresso il _possono_, che
non trovasi in nessuno degli altri Codd., e che toglierebbe senso al
discorso.

(245) Qui manca _possono_ nel C. L., mentre leggesi negli altri Codd. Onde
è chiaro che l'amanuense traspose erroneamente questa parola, ponendola
sopra, dove non poteva stare, e omettendola qui dov'era necessaria.

(246) degli angeli buoni C. R. 2. — dei boni C. R. 1.

(247) Le corpora C. R. 2.

(248) alimenti C. R. 2.; C. R. 1.

(249) corpo C. R. 2.; C. R. 1.

(250) lucerne C. R. 2. — luminire C. R. 1. — lumiers C. F. R. — Di
_lucente_ sost. reca un esempio la Crusca. Invece di _luminire_ crediamo
abbia da leggersi _luminiere_. Si hanno esempi di _luminiera_ per _luce_.
L'Ariosto, a significare il sole e la luna, disse _luminario_. L'ant.
franc. ha _lumiere_, _luminaire_; il prov. _lumeira_, _lumneyra_,
_lhumnieyra_, _luminaria_. „Foron fachas luminarias, so es lo solelh e la
luna.„ _Rayn._, _Lex._ IV, 104. „E troverai de' buon, la cui
lumiera. — Non dà nullo splendore.„ _Dante_, Canz. _O patria degna_, ecc.
pag. 297., ed. Barbèra.

(251) pertusi C. R. 1. — _Pertuis_, ant. franc., da _pertusiare_,
_pertusium_.

(252) airie C. R. 1.

(253) aleines C. F. R. — L'ant. fr. ha il vb. _anheler_ e per
trasposizione dell'_n_ e dell'_l_, _aleiner_, onde _aleine_, _alainne_,
_alaine_; ed il prov. _ale_, _alen_, _hale_, _halena_.

(254) le grande cose. C. R. 2. — le gran cosse. C. R. 1. — les grans
tous C. F. R. — les grans corps T. F. P. — _Tous_ e _corps_ ci sembrano
errori, e supponiamo che abbia da leggersi invece _cous_ e _cops_,
_colps_, colpi, forse nel senso che ha _coup_ in franc. di _fatto_,
_azione_, al che risponderebbe in certo modo le _cose_ de' Codd. Ricc. Se
pure non volesse intendersi che l'uomo riceve _al petto i grandi colpi_;
ed allora il senso sarebbe renduto meglio da _le scosse_ del
Cod. Laurenz. E noi preferiamo quest'ultima interpretazione.

(255) empictione C. R. 2. — empleures C. F. R.; e pare che voglia
intendersi de' cibi. La Crusca registra _empitura_, ma non _empitume_ nè
_empizione_ per _empimento_.

(256) poins C. F. R. — L'ant. fr. ha _poix_, _pois_, _peiz_; il prov.
_pens_, _pes_: da _pensum_. Cf. _Diez_, _Etym. Wört._

(257) Così il C. R. 1. Il C. L. è in questo punto estremamente confuso. Ma
è da avvertire che esso C. R. 1. ha, invece di _soffiamento_,
_sofocamento_; mentre il C. R. 2. e il C. L. hanno _soffiamento_; il
C. F. R. _souflement_, e il T. F. P. _soufflement_.

(258) el gustamento C. R. 1.

(259) l'odore C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 1. e C. R. 2.

(260) àe C. R. 2.

(261) e de la spiritual substantia à l'anima di vita ke Dio vi mise per
lui, ke n'è scripto in lui l'imagine a la sembianza di Dio C. R. 1.

(262) A' teologi lo spiegare l'imbroglio di questo periodo, in tutti i
Codd. ugualmente confuso. Nel C. R. 1. si legge: la imagine si dia
intendere la forma di lui; la sembranza è la grandeza; la divinità fie ne
la trinità. Nel C. F. R.: la semblance si est qualite, et le grandesse la
divinite si est le trinite. E nel T. F. P.: et la semblance est la
qualite, et la grandeur est la dignite, qui est en la sainte trinite.

(263) le cose che sono ora C. R. 1. — le cose che sono decte. C. R. 2.

(264) dispera C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 1. e C. R. 2. — despite
C. F. R. — Forse invece di _dispera_ è da leggere _despira_, che potrebbe
derivare dall'ant. fr. _despire_, _despirer_, che ha appunto il senso di
_dispregiare_.

(265) Idio se non C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 1. e C. R. 2.

(266) Per _contrastare_.

(267) La confusione e l'oscurità è uguale in tutti i Codd., e maggiore nel
francese. Al T. F. P. manca questo tratto.



                                Cap. X.

   _Lo re domanda: fece Iddio l'uomo colle sue mani? Sidrac risponde:_


L'uomo fu facto per lo suo comandamento solamente; e perciò possiamo noi
intendere la cattiva natura dell'uomo: elli lo fece di vile cosa (268),
per lo confondimento del diavolo, ch'egli n'avesse vergogna (269), che
così cattiva cosa montasse nella gloria, unde elli era caduto per suo
orgoglio; e si li fece nome di ciò che elli  (270) era facto di quattro
elementi, donde (271) questo secolo è fatto; e si ebbe nome delle quattro
parti (272) del mondo (273), satachano carboncini tramas robras amefin; e
lo lignagio dee enpiere le quattro parti del secolo. Anche àe l'uomo
simiglianza al nostro Signore in questa maniera, che, altressì come lo
nostro Signore è sopra tutte le cose in cielo, e altressie sopra tutte le
cose fece l'uomo in terra. E però che egli sapea ch'egli peccherebe, sì
fece l'altre cose corporali, cioè quello ch'egli avrebe mestiero (274). E
sì fece le mosche e le formiche e le pulci e le zanzare (275) e gli altri
vermini, per l'argoglio dell'uomo, perciò che, quando elle lo pungono,
egli si pensa che molto è cattivo, che non può contastare a così cattive e
vili cose (276). Le formiche e li ragni, che si travagliano (277) nella
loro opera, ne danno asenplo (278) che noi dobbiamo lavorare. Se noi
guardiamo (279) bene tutto ciò che Idio fece (280), si ci è uno grande
diletto: chè gli fiori ànno biltade, e l'erbe ànno medicina, gli frutti
della terra si ci pascono, gli venti e lo sole e la luna si ci portono
significanza (281); e tutte quelle cose che ci sono buone, e furono fatte
per l'uomo, e si furono fatte alla gloria dell'uomo (282).

(268) Il C. R. 2. aggiunge: _cioè di bellecta di terra_; lo che non
leggesi nè nel C. F. R. nè nel C. R. 2., onde è a crederlo un glossema
dell'amanuense. _Belletta_ è il _limus_ de' latini. „Or ci attristiam
nella belletta negra„. _Dante._

(269) ontia C. R. 1. Manca alla Crusca.

(270) Nel C. L.: nella gloria la ove egli era fatto, ec. Abbiamo corr. e
suppl. col C. R. 1.

(271) unde C. R. 1.

(272) partite C. R. 1.

(273) secolo C. R. 1.

(274) di ciò ke avia mistiero C. R. 1.

(275) zenzare C. R. 2. — zanzane C. R. 1.

(276) a si picciola cosa C. R. 1.

(277) che si fadicano C. R. 1.

(278) essempro C. R. 2.

(279) sguardiamo C. R. 1. — Ant. fr. _esgarder_, _esguarder_.

(280) fane C. R. 1.

(281) portent significations C. F. R.

(282) a lodo de la gloria di Dio C. R. 1. — a la loenge de la gloire de
Deu C. F. R. — _Loenge_, _louenge_ vuol dire _permesso_, _approvazione_,
onde fu mal tradotto per _lodo_. Invece di _alla gloria dell'uomo_, com'è
nel C. L., crediamo si abbia a leggere _alla gloria di Dio_.



                               Cap. XI.

         _Lo re domanda: dove fu fatto Adamo? Sidrac risponde:_


Adamo fu facto in Ebrot (283), ove egli morì e fu sopellito. E quando elli
fu facto, fu messo in paradiso, cioè in uno luogo molto dilettevole (284),
in Oriente. Là (285) sono albori di diverse maniere (286); egli sono buoni
contra diverse infermitadi: uno tale albore v'à che, se l'uomo mangiasse
del frutto, giammai fame non avrebe; e se del secondo mangiasse, giammai
istanco (287) non sarebbe; e al drieto (288), s'egli mangiasse di quello
che si chiama frutto di vita, giammai non infermerebe e non
invecchierebbe, nè mai non morrebbe. E in quello paradiso fu egli messo; e
Eva fu fatta in quello paradiso dal lato (289) all'uomo, quando egli
dormia, cioè a intendere della sua costa (290). E simigliantemente, come
egli furono d'una carne, così furono d'una volontà e d'uno cuore (291). E
Iddio volle ch'egli fossono simiglianti a lui, che siccome di lui
disciesono tutte le cose, così nascono di lui tucte le cose e tucti gli
uomini (292), cioè d'Adam (293); e però fu fatto Eva di lui. E si li fece
tali ch'egli potessono peccare, per magiore merito avere; che, quando egli
furono tentati, s'egli non avessino consentito al diavolo, allora sarebono
stati sì afermati (294), che giammai eglino e gli altri non potrebono
avere peccato. Inanzi ch'eglino peccassono erano ignudi (295), e non
aveano di loro membri vergogna, se non come degli occhi; che sì tosto come
egli feciono quello peccato verso lo loro criatore, sì si vidono ignudi, e
spogliati del vestimento della grazia. Essi ebono cupidizia l'uno verso
l'altro, e si cominciò a nasciere tra loro una grande confusione, e ebono
vergogna degli loro menbri. E perciò che l'uomo sapesse che tutte le
schiatte doveano essere colpevole di questo peccato, fece rimanere lo nodo
che àe la gola (296). E 'l nostro Signore sapea (297) che grande bene e
grande profitto dovea essere (298) di quella ischiatta. Anzi che
peccassono vidono Idio in paradiso. Lo diavolo ebe grande invidia di ciò,
ch'egli dovea montare là, onde egli era caduto, si entrò nel serpente, e
parlò alla femmina, e la ingannò; che, si tosto com'ella fu nata, ella fue
ingannata. Essi non dimorarono in paradiso se non sette ore (299); e le
tre ore (300) mise Adamo nome a tutte le bestie; alle sette ore (301)
mangiò la femina il pome (302), e diello al marito, e egli lo mangiò per
lo suo amore; e a ora di nona furono cacciati fuori del paradiso. E
incontanente disciese l'agnolo da cielo, cherubin (303), con una spada di
fuoco in mano; quello fuoco era uno muro di fuoco (304), onde quello
paradiso ne fue intorniato (305), apresso quello peccato. Cherubin fu
quello che guarda lo fuoco ch'è intorniato al paradiso, e getta adietro i
corpi e gli spiriti (306); chè nullo ispirito v'enterrà, nè buono nè reo,
infino a tanto che il figliuolo di Dio perverrà in terra, e morrà
inpeso (307) in croce, per questa disubidienzia che Adamo fece verso lo
suo criatore. E per quello amore ispegnerà lo muro del fuoco, che
intornia (308) il paradiso, e ronperrà le porti (309) del ninferno, e
trarranne fuori Adamo e gli suoi amici, e metteragli nel paradiso
celestiale. E allora (310) tutti quelli che morranno perfetti, sì saranno
amici di Dio, e andranno in paradiso celestiale, e non troverranno chi
loro lo vieti. Certo bene dee l'uomo credere a quello Idio, che manderà lo
suo figliuolo di cielo in terra, per noi diliberare (311) si lascierà
morire.

(283) Ebron C. F. R., C. R. 1.

(284) diliciano C. R. 1.

(285) ine C. R. 1. — ileuques. C. F. R., che è da corr. _ilueques_.

(286) mainiere C. R. 1.

(287) lasso C. R. 1.

(288) da dirieto C. R. 2. — a la perfine C. R. 1. — au deran
C. F. R. — Vedesi come il traduttore del testo Laurenziano abbia
volgarizzato secondo il significato etimologico della parola. _Au
darrien_, _au daarrain_, _a la deraina_, significa _in ultimo luogo_,
_alla perfine_, e deriva da _deretranus_, e questo da _de retro_, onde il
_drieto_, _dietro_ del nostro testo.

(289) de la costa C. R. 1.

(290) de la sua costa diricta C. R. 1.

(291) coragio C. R. 1. — corage C. F. R. — Nel franc. ant _corage_,
_coraige_ vuol dire _cuore_, _sentimento_, _volontà_. Lo stesso
significato ha _coratge_ in prov. e _coraggio_ in ital.

(292) Abbiamo adottata la lez. del C. R. 2., che è conforme al C. F. R.:
que tout encement (_esement_, _ensement_) com de lui descendent toutes
coses, encement nasquissent tuit li home d'Adam.

(293) cioè Adam C. L. Abbiamo aggiunto il _d'_. Nel C. R. 1. v'è di più:
d'Adamo ke fu masso di tucta l'umana generatione.

(294) fermi C. R. 1.

(295) inudi C. R. 1.

(296) Del _nodo della gola_ non parlasi nè nel C. F. R., nè nel T. F. P.,
nè nel C. R. 1.

(297) che sapea C. L. e C. R. 2. — Abbiamo tolto il _che_, parendoci
errore evidente, e non leggendosi nè nel C. R. 1., nè nel T. F. R.: et
nostre sire soit, ec.

(298) nasciare C. R. 1. — estre C. F. R. Probabilmente il testo francese
da cui fu trad. il nostro, diceva _istre_, una delle forme del vb.
_issir_, uscire, che dal volgarizzatore fu confusa con _estre_, essere.

(299) VII dì C. R. 1.

(300) e a la terza ora C. R. 1.

(301) a la sexta ora C. R. 1.

(302) pomo C. R. 1. — pome C. F. R.

(303) lo quale avea nome cherubin C. R. 2.

(304) Concordano tutti i codd. Il T. F. P. ha: qui sembloit feu, et de
celle espee fist ung mur, ec.

(305) avironato C. R. 2. — environee C. F. R.

(306) i corpi e gli spiriti che di paradiso, che nullo, ec.
C. L. — Abbiamo tolto _che di paradiso_, stando alla lez. del C. R. 2.

(307) apresso C. L. Abbiamo corr. col C. R. 2. Nel C. R. 1.: pendente.

(308) invirona C. R. 1.

(309) Per _porte_. Cf. _Nannucci_, _Teorica_, _Cap. X._, 265, 268.

(310) e da ine inanzi C. R. 1.

(311) ricomparare C. R. 1., per _ricomprare_.



                               Cap. XII.

   _Lo re domanda: quando Adamo fu fuori del paradiso dove andò egli? E
                            Sidrac risponde:_


Adamo sì venne in Ebrocti (312), ove egli fu fatto, e là ingienerò gli
figliuoli (313). E poi (314) cento anni egli pianse Abel suo figliuolo,
che Caino l'avea ucciso; e unque poi non si volle acostare (315) alla
moglie. Ma però che Idio non volle nasciere della malvagia semenza  (316)
di Caino, fece Adamo amaestrare per l'agnolo suo, che giacesse colla
moglie: e egli sì lo fece, e ingenerò uno figliuolo ch'ebbe nome Sem,
della cui ischiatta lo figliuolo di Dio nascierà (317). E sapiate tutti di
vero che dal tenpo d'Adamo infino al tenpo di Noè, non piove  (318) unque,
e non aparvono nuvoli in cielo (319). E non mangiavano carne e non
beveano (320) vino: e tutto quello tenpo era così bello come la state; e
si era abondanza di tutte le cose; e tutto questo rimase (321) per lo
peccato della gente.

(312) Ebron C. R. 1. e C. F. R.

(313) VII anfans C. F. R. — filz et filles T. F. P. — Nel C. L. si legge:
e là ingienerò gli figliuoli disse Signore e poi cento anni, ec. _Disse
Signore_, che non trovasi in nessuno degli altri codd., ci è parsa una
interpolazione dell'amanuense, e l'abbiamo soppressa.

(314) e per C. R. 1. — e più C. R. 2.

(315) asenbiare C. R. 1. — assembler T. F. R.— _Assembler_, _assambler_,
_assanber_, ant. fr., unirsi ad alcuno; e _assemblement_, unione dell'uomo
colla donna.

(316) semente C. R. 1.

(317) nasceo C. R. 1.

(318) piobe C. R. 1.

(319) nè apparì arco in cielo C. R. 1. — l'arc dou ciel C. F. R.

(320) bevivano C. R. 1.

(321) _cessò_, _mancò_.



                              Cap. XIII.

 _Lo re domanda: fece Adamo altro peccato inverso lo suo criatore, se non
quello ch'egli trapassò (322) lo suo comandamento e mangiò lo pome (323)?
                            Sidrac risponde:_


Non certo (324); ma questo fu tropo gran peccato, ch'egli disiderò
d'essere Iddio, e (325) però mangiò lo pome, che Idio gli avea vietato.
Egli non volle fare lo comandamento di Dio, e la criatura non dee fare
nulla  (326) contra lo suo creatore. Certo se tu fossi inanzi a Dio, e
alcuno ti dicesse guardati indietro, e se tu non lo facessi (327) tutto il
secolo pericolerà; e (328) Idio ti dicesse, io non voglio che tu guardi
indrieto, anzi voglio che 'l secolo pericoli, tu dei (329) fare lo
comandamento del tuo criatore, e l'altro no, conciosia cosa che (330) 'l
mondo perisca. E così fece Adamo, egli era (331) dinanzi a Dio. E sì tosto
come lo diavolo lo molestò (332), egli guardò indietro, e però fece magior
peccato, che di pericolare tutto il mondo. Et in quello solo peccato fece
secte criminali peccati, per li quali (333) egli ingonbrò  (334) tutti
quelli che doveano nasciere di lui. Primieramente fue argoglio ch'egli
volea essere pari di Dio; lo secondo fu (335) innobedienzia, ch'egli
trapassò lo comandamento del suo criatore; lo terzo fu avarizia, ch'egli
disiderò più che Idio non gli volea dare (336); lo quarto fu sacrilegio,
ch'egli prese in sè quello che Idio gli avea difeso (337); lo quinto fu la
spirituale fornicatione, che la sua anima era coniunta a Dio, e quando
egli fece la volontà del diavolo, sì fece adulterio (338), e però perdette
l'amore del suo verace isposo; lo sesto fu micidio (339), ch'egli uccise
sè e tutti gli altri; lo settimo fu morte e ghiottornia (340), ch'egli
mangiò lo pome, e credette alla volontà della femina, e fece quello che
Idio gli avea vietato (341), e tolse l'onore a Dio. Per quello peccato gli
conviene fare sodisfazione, che chi dell'altrui toglie, rendere gli
conviene, e per l'amendamento (342) si piglia mercede. E perciò che Adamo
dee fare sodisfazione a Dio, egli è ancora in tenebre d'inferno, e sarà,
infino a tanto che il verace profeta figliuolo di Dio verrà in terra per
lui diliberare.

(322) travalcò C. R. 1.

(323) la poma C. R. 1.

(324) None niente C. R. 1.

(325) ma C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.

(326) neuna cosa dia fare C. R. 1.

(327) che tu nollo avessi fatto C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2. — e se
nol fai C. R. 1.

(328) Abbiamo agg. questo _e_ dal C. R. 2. e C. R. 1.

(329) dii C. R. 1.

(330) Qui ha il senso di _malgrado che_, _nonostante che_, conforme al
franc. _ja soit ce que_, _ja seit ce que_, di cui è traduzione. Cf.
_Burguy_, _Gramm._, II, 383; _Roquefort_, _Gloss._ — Nel C. R. 1.: Se
tucto el mondo perisse.

(331) Pare che debba sottintendersi _infinchè_ o _quando_. Nel C. R. 1.:
k'era.

(332) Ci pare migliore la lez. del C. R. 1.: l'amaestrò. Nel C. F. R.: lor
mostra. _Mostrer_, ant. fr., insegnare.

(333) Così ha il C. R. 1., la cui lezione ci è parsa preferibile a quella
del C. L.

(334) Così tutti i Codd. _Encombrer_ in ant. fr. e _encombrar_ in prov.
hanno il significato di _souiller_. Il Raynouard reca questo stesso passo,
tolto da un testo prov. del Sydrac: el fetz VII peccatz mortals per que
encombret cels que devion naisser de lhuy. Cf. _Burguy_, _Gramm._, e
_Roquefort_, _Gloss._

(335) ch'egli fu C. L. Errore evidente, che abbiamo corr. col C. R. 2.

(336) gli avia donato C. R. 1.

(337) _proibito_.

(338) avolterio C. R. 1.

(339) omicidio C. R. 1.

(340) mortal ghiotornia C. R. 1.

(341) vetato C. R. 1.

(342) lo mendamento C. R. 1.



                               Cap. XIV.

    _Lo re domanda che cose tolse Adamo a Dio, e come gliele converrà
                       rendere. Sidrac risponde:_


Adamo tolse a Dio tutto quello che doveano avere tutti quelli che di lui
doveano nasciere, e simigliantemente vincere lo diavolo, com'egli era
vinto da lui. E se tutti quelli che doveano nasciere di lui in tal maniera
lo doveano (343) ristorare, come se egli non avesse unque peccato, però
ch'egli avea magior peccato che tutto il mondo, si dovrebbe rendere tal
cosa che fosse magiore di tutto lo mondo; ma egli non potè fare nè l'uno
nè l'altro; però rimas'egli in cattivitade.

(343) la dovea C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.



                               Cap. XV.

 _Lo re domanda perchè non fue perduto di tutto in tutto (344), che (345)
         così grandissimo peccato avea fatto. Sidrac risponde:_


Perciò che non potea essere disfatto quello che Idio avea fatto e
stabilito. Iddio avea ordinato che egli conpierebe lo numero degli eletti
del legnaggio d'Adamo, e non però (346) egli avea volontà
d'amendarlo (347), et egli (348) non potea, e la misericordia di Dio non
gli volle perdonare, e mettere nel suo regno tale come egli era. E se Idio
gli avesse perdonato la sua ingiuria, sanza sodisfacimento, dunque non
sarebe tutto potente, se egli mettesse tale uomo nella (349) sua gloria
senza vendetta, là onde egli avea cacciato l'agnolo per una sola
cogitazione, dunque non sarebe mica diritto; però dee essere presa la
vendetta (350) del peccato, cioè del peccatore. Quando uno uomo truova
pietre preziose in alcuno luogo lordo, elli no le mette mica nel suo
tesoro, infino a tanto che non l'à lavate. Però che lo servo dee essere
fedele del suo signore, e egli era andato al tiranno, che l'avea messo in
carcere, serà mandato lo figliuolo dello re, e batterà lo tiranno, e
rimenerà lo servo al suo signore colla sua gloria.

(344) in tutto C. R. 1.

(345) puoi che C. R. 1.

(346) impertanto C. R. 1.

(347) amender C. F. R.

(348) egli C. L. — Abbiamo agg. _et_ dal C. R. 2.

(349) in della C. R. 2.

(350) presso alla vendetta C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 1. e C. R. 2.



                               Cap. XVI.

 _Lo re domanda e disse: perchè non mandò Iddio uno angelo inanzi per lui
  diliberare, o ch'egli avesse fatto uno uomo per lui diliberare? Sidrac
                               risponde:_


Se l'agnolo raccattasse (351) l'uomo, dunque sarebbe (352) suo servo, e
l'uomo dee essere ristorato, sicchè egli sia simigliante all'angelo. E
l'altra cosa divisò Idio, che l'angelo (353) è fiebole nella sua natura, e
se egli divenisse uomo, di tanto avrebe meno di potestà. E se egli avesse
fatto un altro uomo, e l'avesse mandato per lui diliberare (354), dunque
non aparterebbe (355) nulla la ragione alla schiatta d'Adamo. E però che
l'agnolo non potea raccattare l'uomo, nè egli per sè non potrebbe fare
sodisfazione, si piglierà primieramente lo figliuolo di Dio carne in una
sola persona, fatta in due maniere: l'una maniera si è che vincierà lo
diavolo e serà Iddio, e vincierà lo diavolo simigliantemente che lo
diavolo vinse l'uomo, e averà podestà sopra tutte le cose, come elli serà
Iddio, che aprirà lo cielo e tutti coloro che entrare vi dovranno; l'altra
maniera si è ch'egli diventerà uomo, e farà ciò che fa (356) l'uomo sanza
peccato.

(351) Se l'angelo avesse ricomparato C. R. 1.

(352) sarebbe l'uomo C. R. 1.

(353) l'uomo. — Abbiamo corr. col C. R. 1. e col C. F. R.

(354) ricomparare C. R. 1.

(355) parrebbe C. L. — Abbiamo di creduto poter corr. _aparterebbe_ sulla
scorta del C. F. R. che ha: apartenist; e del C. R. 1. che dice: dunque
non avarebbe apartenuto.

(356) e sarà ciò che l'uomo C. L. — Abbiamo pref. la lez. del C. R. 2.



                              Cap. XVII.

 _Lo re domanda (357): perchè vorrà egli nascere di vergine, e come sarà
       ella vergine quand'egli nascierà di lei? Sidrac risponde:_


Per quatro modi (358), siccome Idio fece l'uomo: lo primo, quando Adamo fu
facto non ebbe nè padre nè madre, se non Iddio, così nascierà lo figliuolo
di Dio, della Vergine, e egli sarà sè medesimo padre (359), e la figliuola
sarà sua madre (360). Lo secondo modo si è, siccome Eva nacque della costa
dell'uomo, e divenne femmina, altressì lo figliuolo di Dio nascierà della
Vergine, dello Spirito Sancto e del Padre, e ciò sarà egli medesimo, e
diventerà uomo. Lo terzo modo (361) si fia (362) per la sua potenza, per
la sua volontade. Lo quarto modo di solamente femmina nascirae (363), per
confondere lo diavolo, e per diliberare l'uomo del suo podere. E dal
cominciamento del mondo guardò Iddio quelli che più l'ameranno, e lo suo
comandamento faranno, e lo suo benedetto nome adoreranno: di quello
lignaggio sarà eletta la Vergine, che sarà netta e pura, sanza peccato,
florente, e di tutte degnità; sì generrà (364) lo figliuolo di Dio
salvatore, sanza nullo diletto, e partorirà sanza nulla ordura (365) e
sanza niuno dolore. E lo Salvatore entrerà  (366) nel suo corpo, e uscirà,
e tuttavia chiusa (367), similemente come lo sole entra per la
vetriera (368), sanza danneggiarla (369). E nel suo ventre piglierà umana
natura, e dimoreravvi nove mesi, però che si conpierà nove ordini
d'angioli, delle genti che nascieranno in questo secolo. E tutte le cose
saprà egli come Idio; e secondo la sua podestà potrà egli fare tutte le
cose; ma egli vorrà di tutto in tutto tenere (370) la natura dell'uomo
sanza peccare.

(357) domanda disse C. L. — Abbiamo soppresso il _disse_.

(358) I modi C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2., e sulla scorta del
C. F. R.

(359) ed elli medesimo sarà el padre C. R. 1.

(360) „Vergine madre, figlia del tuo figlio„.

(361) mainira C. R. 1.

(362) fa C. L. — Abbiamo pref. la lez. del C. R. 2.

(363) Così ha il C. R. 1. _Nascirae_ manca al C. L.

(364) _genererà_.

(365) _Ord_, _ordure_ fr. — Nel C. R. 2.: lordura.

(366) increrà C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 1. e col C. F. R.

(367) entrerà nel suo ventre la porta kiusa e n'escirà la porta chiusa
C. R. 1.

(368) ventiera C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2. — Nel C. R. 1.: vetro.
Nel C. F. R.: veriere, che vuol dire _vetro_ e _finestra_.

(369) e no la danagia C. R. 1.

(370) manca al C. L. _tenere_. — Abbiamo suppl. col C. R. 1.



                              Cap. XVIII.

    _Lo re domanda (371): quanto tenpo visse Adamo? Sidrac risponde:_


Adamo vivette novecento anni. Quando egli venne a morte mandò lo suo
figliuolo a l'angelo, che gli desse sanità di quello male ove egli
era (372); e lo figliuolo andò per la via che Adamo gli disse, tanto che
capitò alla porta del paradiso, là onde Adamo fu cacciato; e volendo
entrare alla porta e l'angelo gliel vietò. Egli gli domandò sanitade per
lo padre; e l'angelo gli diede tre granella (373), e disse: portale allo
tuo padre, e mettigliele in sulla bocca; e diragli che l'uno di queste
granella lo diliberrà della grande infermitade: e lo comandamento si è a
cinque giorni e mezo. E egli si partì e ritornò a Adamo (374), e missegli
le granella in bocca, e contogli quello che l'angelo gli avea detto. E
disse, padre, non ti isgomentare, che l'agnolo mi disse che di qui a
cinque giorni e mezo tu guarresti (375). E Adamo sospirò, e disse: sappi
che lo giorno di Dio è mille anni; e poco stante e egli trapassò di questo
secolo. E i diavoli presono l'anima sua con grande allegreza, e misserla
nella sponda del ninferno. I novecento anni che Adamo vivette significano
quello ch'egli fece disubidienzia verso Iddio, e dispectò la (376)
conpagnia de' nove (377) ordini degli angioli (378). Le tre granella
significano che nascieranno di loro albori, de' quali legni fia fatta la
croce, sopra la quale fia crocificato e morto lo figliuolo di Dio. E Adam
guarirà della sua infertà (379), per quella (380) morte che lo figliuolo
di Dio farà, sarà diliberato dello inferno, e tutti gli amici di Dio con
lui. I cinque giorni e mezo significano cinquemilia cinquecento
anni (381).

(371) domanda e disse C. L. — Abbiamo soppr. _e disse_, stando alla lez.
del C. R. 2.

(372) che il li donast guarison de cel mal ou il estoit C. F. R.

(373) tre granella del pomo c'Adamo avia mangiato C. R. 1.

(374) Adamo C. L. — Abbiamo agg. _a_.

(375) guariresti.

(376) alla C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.

(377) novi C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.

(378) les IX\C ans senefient les IX ordens d'angles, per ce ch'il fist
desobedience vers Deu, et si despita la compagnie des IX ordens des angles
C. F. R.

(379) sincope d'_infermità_.

(380) la qual C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.

(381) Il C. R. 1. è in questo cap. di lezione assai diversa e più diffusa
del C. R. 2. e del C. F. R.



                               Cap. XIX.

  _Lo re domanda e disse: perchè è chiamata morte, e quante morti sono?
                            Sidrac risponde:_


Perciòe è chiamata morte, perch'ella è amara, perchè Adamo morse lo pome
che gli era vietato; però fummo noi morti. Quella morte che non è di
natura (382), siccome quella de' garzoni, e quella ch'è di natura (383),
siccome quella de' vecchi uomini, per lo peccato d'Adam è ordinata, la
morte (384); altrimenti non morrebbe l'uomo. Che somigliantemente come
l'una generazione trapassa apresso l'altra per la morte, e l'una
generazione apresso l'altra per la vita, simigliantemente saremmo (385)
mutati allora di volto in volto (386), e alla fine saremmo stati tutti
simiglianti agli angioli.

(382) natura C. L. — Il C. R. 1. e C. R. 2. hanno _matura_, ma a noi è
parso meglio corregg. _di natura_.

(383) e quella siccome ch'è di natura C. L. — Abbiamo tolto _siccome_,
essendo evidente che è stato scritto per errore. Nel C. R. 1.: k'è
naturale.

(384) Crediamo questa ripetizione _la morte_ un errore dell'amanuense.

(385) saremo C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.

(386) di molto in molto C. R. 2. — de mort en mort C. F. R. — de mont a
mont T. F. R. Tre varianti che ci paiono tutte erronee. Noi supponiamo che
abbia da leggersi _di volta in volta_.



                               Cap. XX.

     _Lo re domanda, e disse: nuoce agli uomini di quale morte e' si
                       facciano? Sidrac risponde:_


Non mica, nè poco nè molto, chè quelli che si pensano ch'egli deono
morire, quelli non muoiono già di morte subitana; e questo fanno (387)
medesimamente i buoni, che in Dio credono, e lo suo comandamento fanno. E
questi, in qual modo muoiano, o ch'egli sieno uccisi a ghiado (388), o
ch'egli sieno divorati per le bestie salvatiche, o ch'egli sieno arsi in
fuoco o anniegati in acqua, o ch'egli sieno appesi come ladroni, o ch'egli
sieno morti per alcuna disaventura, non nuoce a loro: giustizia, nè lo
loro ben fare non puote essere perduto (389). Questa maniera di morte non
nuoce loro niente. Che se egli avessono fatto in questo secolo alcuna
cosa, per fragilitade della fievole carne, si è loro tutto perdonato, per
la grazia dell'aspera morte. Che della (390) morte de' malvagi uomini, che
non credono in Dio, e non fanno lo suo comandamento, egli non ànno grande
proficto (391), quando egli giacciono lungamente in infermità, anzi
ch'egli muoiano. La loro morte è ria, ch'egli non sono mica morti in
Dio (392), nè solamente (393) nollo vogliono pensare; e però la loro morte
è molta pessima. Non credono mica quelli che viveranno lungo tenpo dopo
noi, Idio del cielo mandi loro buona ley (394) e li X comandamenti (395),
già sia cosa ch' (396) egli siano credenti in Dio, se egli non servano i
dieci comandamenti, che Iddio loro averà mandati, egli morranno in
quell'aspra morte, nè loro profitterà niente (397). Anche non credono gli
altri, che viveranno dopo loro grande tenpo, che lo figliuolo di Dio si
scienderà (398) in terra, e loro comanderà una buona legge e giusta, e
crederanno in lui, ch'egli è verace Idio, e quelli che non faranno i suoi
comandamenti, che a loro saranno comandati per li suoi ministri, già
l'aspra morte non loro profitterà nè poco nè molto (399), anzi loro
nuocie.

(387) questi muoiono C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2., C. R. 1. e
C. F. R.

(388) a ghiadi C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.

(389) car la soe iustisse ne les siens bienfais ne peuent onques estre
perdus C. F. R.

(390) la C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.

(391) perfetto C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.

(392) idio C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2. e C. R. 1.

(393) nella mente C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.

(394) Questa parola francese che trovasi nel ms. mostra forse che il
volgarizzatore non seppe come tradurla. L'ant. fr. ha _loy_, _ley_, legge.

(395) li X i comandamenti C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2. Dopo
_comandamenti_ il C. L. ha: _che Idio_; ed essendo chiaro l'errore da ciò
che segue, abbiano soppresse queste parole.

(396) Intendasi _avvegna che_, come ha il C. R. 1. _Già sia cosa che_ è
trad. lett. del franc. _ja soit ce que_, che significa appunto _quoique_,
_bien que_.

(397) Così abbiamo corr. sulla scorta del C. F. R. che dice: ne lor
profitera neent. Il C. L. ha: nè loro perfettamente; il C. R. 2.: nè loro
profeta niente varrà; il C. R. 1.: e non proferà loro niente. _Proferà_
supporrebbe un infinito _profare_, forse _fare pro_ recare utile, non
volendo crederlo errore per _profitterà_. Tutto questo periodo, assai
confuso, ci pare da intendere così: Quelli che viveranno dopo noi e
avranno da Dio buona legge e i dieci comandamenti, non ritrarranno da ciò
alcun profitto, benchè sieno credenti in Dio, se non osserveranno i dieci
comandamenti.

(398) ascienderà C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.

(399) Abbiamo corr. col C. F. R. che dice: ia l'aspre mort ne lor
profitera ne tant ne quant. Il C. L. ha: già fia l'aspra morte non loro
perfettamente nè poco nè molto. — Ed errate del pari sono le lezioni degli
altri codd. ital.



                               Cap. XXI.

   _Lo re domanda e disse: come vanno l'anime nell'altro secolo? Sidrac
                               risponde:_


L'anime vanno nell'altro secolo simigliantemente come lo malfattore (400)
si mena alla giustizia, con grande conpagnia di sergenti; non gli fanno
altro (401) se non la giustizia; e simigliantemente, come l'anima si dee
partire del corpo morto (402), se ella è (403) ria, si ragunano grande
quantità di demoni, e si la portano in ninferno (404), e se l'anima è
stata credente verso lo suo creatore, ella sarà diliberata verso la (405)
conpagnia d'Adam, quando lo figliuolo di Dio ronperà lo 'nferno, e
lo (406) diliberrà (407). E se l'anima non sarà stata credente verso lo
suo creatore, ella sarà radice di ninferno tutto tenpo mai (408). Ma al
tenpo della credenza del figliuolo di Dio, saranno l'anime menate in tre
modi: quelli che avranno tenuto giustamente la sua fede e la sua credenza,
e avranno fatto lo suo comandamento, quando questa giusta anima si partirà
dal corpo, si raunerà (409) grande moltitudine d'angeli, nella conpagnia
dell'angelo che l'averà guardato nelle percussioni (410) e nelle
tribolazioni; elli lo porteranno, laudando e glorificando Idio, egli la
meneranno nel paradiso celestiale. La seconda maniera, di quelli che
muoiono e ànno facto assai male e poco bene, e poi si confidano (411)
nella fede, la quale lo figliuolo di Dio àe loro donata e comandata, e
s'amendano  (412) inanzi la loro morte, quando l'anima loro escie del
mortale corpo, si viene l'angiolo di Dio, e si la piglia, e dalla al
malignio ispirito; e egli la porta in uno luogo dello 'nferno che si
chiama lavatorio (413), cioè purgatorio, di vizii di questo secolo; egli
la mette in quello luogo, e no le puote poi più malfare (414), se non
quello che lo buono agnolo averà comandato. E quando ella è lavata e
purgata quello ch'ella dee (415), e viene lo buono agnolo, e pigliala, e
mettela in paradiso celestiale, dove sono gli altri buoni (416). La terza
maniera di menare si è di quella anima che tutto tenpo avrà mal fatto, e
stata in questo secolo male e in peccato, fuori della fede e del
comandamento di Dio: si vengono grandissime moltitudine di diavoli, e
piglialla, e portalla a grande onta (417) e a grande vergogna, e mettolla
al fuoco dello 'nferno, e là istarà tutto tenpo, che giammai fine non
avrà.

(400) li mali factori C. R. 1.

(401) altro male C. R. 2.

(402) mortale C. R. 2. — mortel C. F. R.

(403) la sella sebbe C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.

(404) in onferno C. R. 1.

(405) ne la C. R. 1. — in della C. R. 2.

(406) egli lo C. L. — Abbiamo pref. la lez. del C. R. 2.

(407) quando el figliuolo di Dio discendarà ad inferno e strugiarà el
diavolo e delibarà e' suoi amici C. R. 1.

(408) tous iors mais C. F. R. — L'ant. fr. ha: _tos jors_, _tos dis_, _tos
tans_, ma non trovo esempi ne' quali a questo avverbio sia aggiunto
_mais_, conforme al nostro _sempre mai_. — _Sarà radice di ninferno_ ci
pare da intendere: _avrà radice nell'inferno_, _sarà abbarbicata
all'inferno_.

(409) si raunerà manca al C. L. — Abbiamo suppl. col C. R. 2.

(410) Sebbene tutti gli altri codd. abbiano _persecutioni_, non ci pare di
poter tenere per errore _percussioni_.

(411) Il C. L. ha: si confondono. — Abbiamo data la preferenza alla lez.
del C. R. 2. Nel C. F. R. leggesi: se porpencent; da _porpenser_, che vuol
dire _meditare_, _riflettere_, _pensare_; onde _se porpencent de la foy_,
significherebbe _meditano_, _pensano della fede_.

(412) s'emandano C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.

(413) Nel C. L.: lavoto; e nel C. F. R.: lavest; ma ci sembrano errori
ambedue. Il C. R. 2. ha: lavatorio; e forse anche nel francese potrebbe
leggersi: lavatoire; parola che trovasi usata dall'Amyot. Cf. _Dict. de
l'Acad. Franc._ — _Lavatorio_ manca alla Crusca.

(414) molestare C. R. 2.

(415) Et quando avrà compiuto ciò ke die C. R. 1.

(416) le buone anime C. R. 2.

(417) ontia C. R. 1.



                              Cap. XXII.

      _Lo re domanda e disse: che cosa è paradiso celestiale? Sidrac
                               risponde:_


Paradiso celestiale è vedere Iddio, quando l'uomo lo vede a faccia a
faccia. Che se tutte le gioie e li diletti che furono che sono e che
saranno fossono in uno uomo, non avrebono delle centomilia parti l'una,
d'allegreza e di diletto e di bene, che ànno coloro che vegiono Idio: egli
non disiderano di sanitade e di biltà nè di forza nè d'allegreza, quelli
che Iddio veggono.



                              Cap. XXIII.

   _Lo re domanda: chi fu fatto innanzi tra il corpo o l'anima? Sidrac
                               risponde:_


Lo corpo fu innanzi fatto di quattro elimenti, d'aria e d'acqua e di fuoco
e di terra; e sì à quattro complessioni  (418) in sè. E poi ch'egli fu
formato, Iddio, per la sua grazia, gli soffiò nel volto ispirito di vita,
e gli donò la signoria sopra tutte le cose che sono in terra; e che egli
fosse signore in terra; altressì come Iddio è in cielo. E di lui fece Eva
la sua parecchia (419), e non volle da loro se non l'ubidienza, siccome
voi avete udito inanzi. E ella (420) si uscì fuori de' suoi comandamenti,
e incontanente fu ispogliato de' vestimenti di grazia, e gittato fuori del
paradiso.

(418) Sebbene tanto il C. L. che il C. R. 2. abbiano _comparazioni_ e
_comperazioni_, noi abbiamo creduto di correggere _complessioni_, stando
al C. F. R. che dice: et si a IIII conplesions; parendoci che dalla lez.
de' due codd. fiorentini non si potesse ritrarre nessun senso. — Il
presente cap. manca al C. R. 1.

(419) I due codd. fior. hanno _parrocchia_, errore manifesto, che noi abb.
corr. in _parecchia_, nel significato di _pari_, _simile_, come in quel
verso di Dante: „Salendo su per lo modo parecchio — A quel che scende„
(Purg. XV); e nel Ninfale del Bocc.: „Or che farà la tua madre cattiva,
che non arà giammai un tuo parecchio?„ Il C. F. R. ha: sa pairille; e
questo pure crediamo errore per _pareille_. In provenzale _parelha_ vuol
dire _compagna_, _femmina_, ed altri potrebbe forse supporre che il
volgarizzatore toscano abbia voluto dare a _parecchia_ questo significato,
come già lo ebbe _par_ nel basso latino e _per_ nell'ant. francese, i
quali si trovano usati per _isposa_, _compagna_.

(420) elli C. R. 2.



                              Cap. XXIV.

      _Lo re domanda e disse: chi parla o 'l corpo o l'anima? Sidrac
                               rispuose:_


Lo corpo non parla, anzi l'anima; ma l'anima è spirito e 'l corpo
mortale (421). Simigliantemente uno uomo che fosse in su una bestia, e
egli la mena ove egli vuole, et ella (422) lo porta, simigliantemente
aviene del corpo e dell'anima: che cioè (423), che 'l corpo parla e fae si
viene dall'anima, conciosia cosa che (424) 'l corpo abia volontà di fare
alcuna cosa, egli no la puote contastare. E magiore colpa àe l'anima che
lo corpo: chè il corpo è fatto di terra; e in terra dee ritornare, e
morire gli conviene. Perciò non à egli così forte natura, come l'anima,
che morire non puote, nè niuno travaglio sente. Dunque à l'anima magiore
podere sopra lo corpo, che il corpo sopra l'anima. E l'anima puote molte
volte delle cose vietare al corpo, che 'l corpo non puote fare all'anima;
e perciò dician noi che l'anima governa lo corpo, e fallo muovere a
parlare, e fa tutti argomenti, ciòe che 'l corpo non puote fare all'anima.
E questo potete voi vedere chiaramente: quando l'anima si parte dal corpo,
lo corpo rimane la più laida carogna (425) che sia nel mondo, che parlare
nè muovere non si puote. Perchè l'anima si parte dal corpo, ella non muore
nè mica, ma ella va a ricevere lo guidardone di quello ch'ell'avrà fatto
in quello corpo ov'ella è stata; e secondo ch'ell'avrà governato, in
quello tempo (426) ch'ella sia istata in quello corpo (427), ella sarà
pagata. E però de' avere l'anima magior colpa che lo corpo: che per lei
fae lo corpo tutti gli argomenti (428) ch'egli fa. Che s'ella non fosse
consentiente del male ch'egli fa, dunque non sareb'ella dannata; nè non
sarebbe messa in gloria, per lo bene che 'l corpo facesse, che 'l corpo
avrebbe (429) l'uno e l'altro. Ma però che tutti gli argomenti che lo cuor
pensa (430), vegnon da lei, sarà ella più colpevole e dannata che 'l
corpo.

(421) e l'anima parla però che l'anima è spirito e lo corpo è mortale
C. R. 2.

(422) Abb. agg. _et_ dal C. R. 2.

(423) echo C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.

(424) Qui come indietro _ja soit ce que_ (avvegna che) è stato trad. per
_conciosiacosache_.

(425) carogna (ant. fr. _charoigne_, _carongne_), dal nom. lat. _caro_, è
la carne senza spirito, il cadavere.

(426) _tempo_ manca al C. L. — Abb. suppl. col C. R. 2.

(427) in quel corpo al secolo C. R. 2.

(428) Qui _argomento_ pare che abbia il significato di _azione_. Nel
C. F. R.: argumens.

(429) manca al C. L. _chè 'l corpo avrebbe_. — Abb. suppl. col C. R. 2.

(430) che lo corpo fae C. R. 2. — che le cors fait C. F. R.



                               Cap. XXV.

   _Lo re domanda: l'anima ch'è ispirito solamente, che non à corpo nè
  membro, nè prendere nè tenere non si può, nè vedere, come può sentire
gioia e gloria in cielo, e pene e dolore nello 'nferno? Sidrac risponde:_


L'anima si è spirito (431) veramente, e lo spirito si è l'anima; e si è
sottile cosa, ch'ella non si può vedere; e si è leggiere come vento, nè
morire non puote, nè mangiare nè bere non vuole. E se centomilia anime
fossono in su uno pelo, lo pelo non peserebbe più, nè più carico non
avrebbe, e pigliare non si potrebe. E sì gusta (432) e sente l'anima
grande gioia e grande pena e grande gloria e grande dolore: chè, quando la
buona anima si parte di questo secolo, incontanente ricieve ella
vestimento di gratia e di gloria, sente la gratia e la gloria di Dio, e
stae (433) tra gli angioli, che mai non avrà fine (434). E la ria anima,
quando ella si parte di questo secolo, incontanente riceve vestimento di
pene e di dolore, e incontanente è menata allo 'nferno e al purgatorio, là
ov'ella à servito (435) di stare. S'ella è in ninferno, ella vi sta sanza
fine; e s'ella è in purgatorio, ella si purgherà, e poi incontanente monta
in cielo, e sarà vestita di vestimento di grazia e di gloria; e questo
sarà dopo l'avenimento che 'l figliuolo di Dio farà (436) in terra.

(431) isposa C. L. — Abb. corr. col C. R. 2. — Nel C. F. R.: espirt.

(432) se giusta C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.

(433) Abb. agg. _stae_ dal C. R. 2.

(434) est ele entre les angles sans fin C. F. R. — tra gli angioli che mai
non ànno fine C. R. 2.

(435) a deservi C. F. R. — _Desservir_ nell'ant. fr. ha il senso di
_meritare_, come in alcuni es. di ant. scritt. ital. ha _servire_.

(436) verrà C. L. — Abb. pref. la lez. del C. R. 2. — Nel C. F. R.: apres
la venue dou fis de Deu en terre.



                              Cap. XXVI.

     _Lo re domanda: qual'è più sicura tra l'anima e 'l corpo? Sidrac
                               risponde:_


Lo corpo è più sicuro; ma, se dannaggio loro aviene, l'anima avrà più
pericolo che lo corpo. Altressì come due uomini che vanno per uno cammino
pericoloso, e l'uno è ardito e l'altro è codardo; lo codardo pensa in sè
medesimo: io sono in compagnia d'uno valente uomo, e se alcuno ci
asaliscie, egli difenderà sè e me; e questa ragione fa lo codardo
sicuramente. E lo valente pensa in sè medesimo: io sono in conpagnia d'uno
codardo uomo, e se alcuno ci asaliscie, egli fuggirà, e io rimarrò solo al
fatto, o serò preso o serò morto; e a questa cagione non va bene sicuro.
Tutto altressì aviene del corpo e dell'anima: lo corpo dice: io farò i
miei diletti e le mie volontadi, e quando morrò, io diventerò terra, e non
mi cale che avegnia di me. L'anima dice: lo corpo mi tiene ria compagnia,
e menami in malo luogo e in malvagio camino e pericoloso, e al dirieto io
arò pericolo e pena (437); con tutto ciò egli de' essere meco participale
di tutte le mie pene; cioè ad intendere che lo corpo è lo codardo e
l'anima è lo valente. E spesse volte viene magiore male del codardo che
del valente, per molte cose.

(437) Nel C. L.: e pene nella fine. — Abbiamo corr. col C. R. 2. — _Al
dirieto_ è trad. del franc. _au derain_.



                              Cap. XXVII.

      _Lo re domanda e disse: dove abita l'anima? Sidrac risponde:_


L'anima abita nel suo vasello, cioè a intendere per tutto lo corpo, dentro
e di fuori, là ove è lo sangue; chè lo vasello dell'anima è lo sangue, e
lo vasello del sangue si è il corpo. Là ove sangue non è, l'anima non vi
dimora, cioè a sapere agli denti, all'unghie, a' capelli. L'anima non
abita giammai in questi luoghi; e lo duolo di queste tre cose che noi
abiamo contate, si è perchè la loro radice tocca il sangue, e però
dogliono elle; ma chi le tagliasse o tondesse, egli non dorrebbono punto.



                             Cap. XXVIII.

  _Lo re domanda: perchè non puote dimorare nel corpo quando lo sangue è
                     tutto fuori? Sidrac risponde:_


L'anima non puote dimorare nel corpo, altressì come una fonte piena di
pesci, e allora viene l'uomo, e spande l'acqua di quella fonte, a poco a
poco, tanto che tutta l'acqua è perduta, e gli pesci si truovano sopra
terra, e conviene loro morire. Allora viene l'uomo, e si gli piglia, e
l'uno fa arostito e l'altro fa lesso e l'altro fritto, secondo ch'egli
fieno buoni a mangiare. Altressì viene (438) dell'anima: quando lo corpo
perde lo suo sangue, di qualunque modo si sia (439), l'anima va tuttavia
infievolendo; e quando lo sangue è tutto fuori, l'anima rimane come lo
pescie sanza acqua, che si truova in terra; e allora si parte di quello
medesimo cuore, che non vi puote più dimorare, ch'ella à perduta la sua
innodritura (440), simigliantemente come lo pescie l'acqua, e a ciò si
conviene allora partire per forza. Lo pescatore dell'anime buone o
malvagie, cioè a intendere pescatore, o angelo o diavolo, la piglia, e
portalla, e dalla (441), secondo ch'ell'à fatto e governato in quello
medesimo corpo. E se ella à ben fatto, ella sarà della conpagnia del
figliuolo di Dio, quando egli sarà risucitato.

(438) adiviene C. R. 2.

(439) di quale uomo sia C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2. — Nel
C. F. R.: de chelche maniere chi soit.

(440) notritura C. R. 2.

(441) e si la dae C. R. 2.



                              Cap. XXIX.

  _Lo re domanda: come è ciò, che in questo mondo chi vive e chi muore?
                         Sidrac risponde: (442)_


Le genti muoiono per molti modi: alcuno modo è quando egli ànno conpiuto
lo termine che Idio à loro dato. Altri muoiono per grandi misfatti,
ch'egli ànno misfatto verso lo loro creatore, simigliantemente come lo
servo, ch'è cacciato, anzi lo termine, dell'albergo del suo signore, per
lo suo misfatto. Altri muoiono per molte malizie (443); altri per
necessità di cose corporali; altri per battaglia e per molti altri modi;
chè niuna anima del mondo potrebbe vivere solo uno punto, oltre al termine
che Idio gli à dato. Ma per lo suo misfatto puote bene morire anzi lo suo
termine, simigliantemente, come noi abiamo detto di sopra, del servo che è
cacciato, anzi lo termine, dell'albergo del suo signore, per lo suo fallo
e per la sua volontà. In luogo (444) del forfatto (445), potea egli ben
fare, e sarebe dimorato nell'albergo del suo signore, a conpiere lo
termine al suo signore e al suo amore, la ov'egli si fosse soferto (446)
di mal fare, già arebe (447) bene fatto. E semigliante fanno le genti del
bene e del male, per la loro volontade. E di qual maniera egli muoiono,
della giustitia di Dio non possono fuggire, chè al suo giudicamento
conviene passare (448) i buoni e i rei.

(442) Questa rubrica nel C. L. dice: _Lo re domanda come vivono le genti
ch'età muoiono tosto e quanta diede_. Mancando il senso, nè potendo
giovarci, a correggerlo, del C. R. 1. nè del C. F. R., abbiamo posto il
titolo quale trovasi nel C. R. 1.

(443) Per _malattie_, come trovasi negli antichi. Il franc. _malice_ non
ha questo significato; trovasi però _maligeux_, agg., _di debole salute_,
e _maleza_ prov. per _malattia_.

(444) e luogo C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.

(445) Da _foris facere_ fecesi _forfaire_, e in ital. _forfare_. Alcuni
credono che il prefisso _for_ delle lingue romane, sebbene abbia relazione
col lat. _foris_, sia stato ant. usato sotto l'influenza del prefisso
germanico _fair_, _far_, _for_.

(446) fosse C. L. — Abb. agg. _si_ dal C. R. 2., necessario in questo
luogo, per il senso che ha _sofferire_ di _astenersi_, conforme a' due es.
citati dalla Crusca. Lo stesso significato ha pure in ant. fr. il vb.
_sofferir_, e in prov. _sufferre_, _sufrir_. Cf. _Roquefort_, _Gloss._;
_Raynouard_, _Lex._

(447) Sebbene tanto il C. L. che il C. R. 2. abbiano _sarebe_, noi abbiamo
corr. _arebe_, e perchè altrimenti non avremmo saputo qual senso potesse
avere il periodo, e perchè il C. F. R. ha: _auroit_.

(448) essere C. R. 2. — passer C. F. R.



                               Cap. XXX.

 _Lo re domanda: come potrebbe l'uomo sapere che Idio facesse l'uomo alla
                   sua similitudine? Sidrac risponde:_


Noi troviamo nel libro del buon servo di Dio, ciò fu Noè, che quando
l'umanità di Dio fece Adam, ch'egli disse: noi faremo uno uomo alla nostra
simiglianza; e la parola fu alla divinità, al suo spirito (449). E per
quella parola sapiamo noi bene che Idio fece l'uomo alla sua simiglianza;
che egli è tre per uno Dio; ch'egli potrebe bene avere detto: faremo uno
uomo; e questo sarebe inteso che Idio avesse facto uno uomo in altrui
simiglianza che nella sua. E se avesse detto: io farò uno uomo, sarebe
inteso ch'egli non sarebe istato padre e filio e spirito sancto; che lo
figliuolo e lo sancto spirito venisse in terra, e (450) quello medesimo
uomo dilibera (451) dal podere del diavolo, Adamo e li suoi amici. Si
disse egli anche: noi faremo uno uomo, però ch'egli volle che noi fossimo
degni d'avere parte del suo regno, chi (452) servire lo vuole. Ancora ci
diede pura iscienzia di sapere, che noi siamo la più degna criatura del
mondo.

(449) e allo spirito santo C. R. 2.

(450) por C. F. R.

(451) diliberare C. R. 2. — delivrer C. F. R.

(452) a qui C. F. R.



                              Cap. XXXI.

  _Lo re domanda: quando (453) noi siamo fatti alla simiglianza di Dio,
    perchè non possiamo noi fare altressì com'egli? Sidrac risponde:_


Veramente Idio ci à facto alla sua simiglianza. Perciò ch'egli ci à facto
alla sua simiglianza, egli à dato podere sopra tutte l'altre criature
ch'egli fece, che tutte ci fanno reverenza, e sono al nostro comandamento.
E per quella medesima simiglianza, conosciamo noi le cose che sono state e
sono e saranno; e conosciamo il nostro bene e il nostro male; e sapiamo
guadagnare e vivere e lavorare; e sapiamo tutto l'altre criature pigliare
al nostro servigio, travagliare e aoperare. L'altre creature che Idio
fece, che non sono alla sua simiglianza, non ànno già podere di questo
fare che noi facciamo. Noi non dobiamo comandare, nè dire che noi fossimo
altressì savi nè altressì forti come Idio: ciò non possiamo noi essere,
ch'egli è possente di tutto, e noi siamo servi, e egli è signore di tutto
lo mondo. Egli è più degno che 'l cielo; e tutte l'altre cose che sono e
saranno di lui muovono. Egli non ebe unque cominciamento, nè fine non
avrà. Però ch'egli volle enpiere la sedia degli angioli che caddono per lo
loro argoglio, ci à elli (454) fatti alla sua simiglianza; che di noi che
siamo alla sua simiglianza dee le sedie rienpiere; che altra criatura e
altra simiglianza che la sua, non sarebe degna d'entrare nella sua
conpagnia. Ma noi v'enterremo, cioè quelli che degni saranno, e gli suoi
comandamenti faranno.

(453) Per _poichè_; ma non trovo che in questo significato siasi adoperato
il _quant_, _quand_ dei Francesi.

(454) e àgli C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.



                              Cap. XXXII.

  _Lo re domanda e disse: lo sangue che diviene quando lo corpo è morta?
                            Sidrac risponde:_


Iddio fece lo sangue d'acqua e lo corpo di terra; che altressì come
l'acqua abevera la terra e la mantiene, altressì lo corpo abeverato è
mantenuto (455). L'anima mantiene lo corpo, e l'anima per lo suo calore
iscalda lo sangue e lo corpo. Quando lo sangue perde lo suo calore
dell'anima, si torna alla sua natura in acqua; e di questa acqua bee il
corpo, ch'è della natura della terra, altressì il bee come la terra
l'acqua; e allora, quando lo corpo l'à bevuta, egli la scaglia (456), e
diventa nulla. L'anima non puote essere sanza lo sangue, e 'l sangue sanza
l'anima al corpo.

(455) Meglio nel C. R. 1.: altresì el sangue abevera l'uomo e sostiene el
suo corpo.

(456) et cel aigue le cors la boit chi est de la nature de la terre, auci
le boit com la terre reboit l'aigue; adonc le prent le cors et le boit et
le chaille et devien neent C. F. R. — Vedesi che la _scaglia_ dovrebbe
essere trad. del fr. _le chaille_; ma mi pare evidentemente un errore. Sul
modo di correggerlo sto incerto assai, non vedendo quello che possa
significare il _chaille_ fr., e non parendomi ch'e' possa corregg. in
_echaille_. — Il C. R. 1. ha: quando el corpo bee el sangue elli cambia et
viene in niente.



                             Cap. XXXIII.

     _Lo re domanda: che diviene lo fuoco quand'egli è spento? Sidrac
                               risponde:_


Lo fuoco escie del sole, e al sole ritorna quando egli è ispento. E
simigliantemente, quando noi vegiamo che il sole fa lo suo torno, pare che
si corichi, e tutto lo sprendore e lo calore che si spande sopra la terra
si ritrae a lui, egli dimora tuttavia sopra la terra, e da lui non si
parte; altressì il fuoco quando è spento e' si ritrae a quella medesima
regione del sole, cioè della sua natura; che tutti i fuochi e i calori del
mondo escono del sole e al sole ritornano.



                              Cap. XXXIV.

  _Lo re domanda: perchè non si parte l'anima, quando il corpo perde la
                metà del sangue e più? Sidrac risponde:_


Quando lo corpo perde la metà del suo sangue, lo caldo che è nell'anima,
che lo sangue mantiene, non perde già; che in quello poco sangue che vi
dimora, l'anima dimora in lui. Il sangue sostiene l'anima, e l'anima
sostiene il sangue e lo corpo: e l'uno de' due non puote stare al (457)
corpo solo. E quello poco sangue che rimane al corpo sostiene l'anima,
altressì come uno piccolo lucignolo sostiene uno molto bello fuoco; e
quando lo lucignolo falla, il fuoco viene meno e si spegne e si parte; che
il sangue si è lo lucignolo, e il fuoco si è l'anima. Quando lo corpo non
perde il sangue e muore di malattia, l'anima consuma; e allora parte l'uno
dall'altro, altressì come lo lucignolo è al fuoco, èe tutto consumato e
diviene nulla. Il fuoco ne va al sole, che è di sua natura; altressì
diviene dell'anima e del sangue: l'anima si ritrae a Dio, al suo
comandamento; e per la lena che di bocca gli uscie (di quella lena gli
donò l'anima), altressì si ritrae al suo comandamento; e ella aventa,
secondo ch'ell'avrà servito in questo secolo (458).

(457) lo C. L. — Abb. corr. cogli altri Codd.

(458) Nel C. F. R. leggesi: „auci se retrait ele a son comandement, et per
cel comandement elle aura, seguont ce che elle aura deservi en cest
siecle.„ Notisi il _seguont_ (segont, selon) di cui nota il _Burguy_
trovarsi rari esempi nella lingua d'oïl, se non nelle provincie prossime
alla lingua d'oc. — Nel C. L. sia scritto: altressì ritrae. — Abbiamo
aggiunto il _si_ sulla scorta del Francese. — Di _aventare_ reca un solo
esempio la Crusca, nel senso di _crescere_, _allignare_. Ma noi crediamo
che il nostro _aventa_ abbia piuttosto il significato dell'_avantar_
provenzale, _avvantaggiare_, _avere vantaggio_ (esse potiori conditione):
l'anima si avvantaggia, si nobilita, secondo i proprii meriti. Nel
C. R. 1.: e per quello comandamento avrà secondo l'uopara k'avarà servito
in questo mondo.



                              Cap. XXXV.

    _Lo re domanda: di qual natura è 'l corpo e di quale conpressione?
                            Sidrac risponde:_


Lo corpo è della natura della terra e di fredda conpressione; e si è facto
di quattro elimenti: che della terra à egli la carne, e dell'acqua lo
sangue, e dell'aria l'anima, e del fuoco calore. La carne, che è fatta di
terra, è fredda; lo sangue, che è facto d'acqua, si è freddo; l'anima,
ch'è fatta d'aria, si è calda, che ciascuna torna alla sua natura. Il
calore che è della lena di Dio, si è l'anima, che la lena si è di due
cose: aria e calore (459). E quello calore che a l'anima (460) dà la lena
di Dio, si abita al sangue, e per diritta natura inforza (461) il sangue e
lo scalda. Et elli scalda (462) l'altre cose che sono al corpo, e si fa
gli omori neri e gialli, per la natura del sole, caldi essere.

(459) el calore ke ella avia da Dio è anima di natura; di natura si è
calda, kè alena si è due cose: aiere e calore C. R. 1.

(460) che è anima C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.

(461) isforza C. L. e C. R. 2. — Abb. corr. col C. R. 1., e col C. F. R.
che ha _esforce_, da _esforcer_, fortificare, rendere più forte.
_Isforzare_, trad. letter. di _esforcer_, non ha in ital. questo
significato.

(462) Abb. aggiunto _et elli scalda_, dal C. R. 1.



                              Cap. XXXVI.

  _Lo re domanda: l'anime sono fatte dal cominciamento del mondo o sono
             facte ciascuno giorno (463)? Sidrac risponde:_


Dio fece tutte quelle cose che essere doveano dal cominciamento del mondo
a una volta (464), e tutte le cose fece insieme; che iscritto è che allora
fece tutte le cose che erano a venire; ma egli le divise poi di (465)
diverse maniere. Che altressì come lo comandamento fue dal cominciamento
del mondo, che, tante creature nasciessero, tante anime fossero facte a
una volta dal cominciamento del mondo, che incontanente fue lo suo
comandamento adenpiuto. Però diciamo noi che infino allora furono conpiute
tutte le cose che essere doveano in questo secolo, infino allora che 'l
suo comandamento fu fatto. Non credete già che ciascuna criatura che
nascie (466), che Idio in quell'ora comandi lo suo nascimento; anzi è il
suo nascimento  (467) comandato dal cominciamento del mondo; chè 'l buono
signore a una volta suo comandamento e volontà à compiuto, insiememente
come leale justizia, ch'è ordinata e scripta sempre mai a tucti (468).

(463) o sono facte di dì in dì C. R. 2.

(464) a l'octa C. R. 1.

(465) in C. R. 1. e C. R. 2.

(466) nascesse C. L. — Abb. corr. coi Codd. R. 1 e R. 2.

(467) sua nascenza C. R. 1.

(468) Nel C. L. e nel C. R. 2. questo periodo è molto confuso e senza
senso. Al C. F. R. manca. Noi abbiamo per conseguenza adottata la lez. del
C. R. 1., sebbene assai oscura anch'essa.



                             Cap. XXXVII.

  _Lo re domanda: quelli che Idio nè nullo bene conoscono s'elli possono
               avere (469) nulla scusa? Sidrac risponde:_


Tutti quelli che non conoscono Idio, Idio non conoscie loro; e tutti
quelli che non vogliono conosciere Dio (470) nè per fede nè per ley (471)
nè per opere, quelli saranno dannati colli suoi nemici per tutto tenpo. E
quelli che lui credono e non vogliono fare le sue opere (472), che
semplicemente intendono, come semplici uomini (473), se egli sono dannati,
elli sono più crudelmente tormentati, se inanzi la loro morte chegiono
perdono e merciede, e prometteranno che giammai peccato non faranno, e in
questa promessa attendono (474).

(469) Abb. agg. _avere_. Nel C. R. 1.: puote avere niuna scusatione.

(470) Abb. agg. _Dio_ dal C. R. 1.

(471) Parola schiettamente francese. Nel C. R. 1.: nè per leggi, nè per
fede, nè per uopera. — La stessa parola abbiamo trovata al cap. XX.

(472) suo comandamento C. R. 1.

(473) Intendi: coloro che hanno intelletto semplice.

(474) È evidente che il senso non torna. Correggasi dunque col C. R. 1.,
che va daccordo col francese: s'elli sono dampnati non sono duramente
tormentati; ma kelli ke bene conoscono e suoi comandamenti, e no li
vogliono fare, quelli sono duramenti tormentati, se prima ke muoiono non
si pentono, e promectano di giamai più non peccare, et kesta promessa
manterano.



                             Cap. XXXVIII.

  _Lo re domanda: dèe l'uomo fare altra cosa che 'l comandamento di Dio?
                            Sidrac risponde:_


Idio à facto l'uomo naturalmente per lui servire, e fare lo suo
comandamento, e odiare lo suo nimico e lo nostro, cioè a intendere lo
diavolo e lo suo ingegno. E simigliantemente (475), come noi abiamo e
volemo avere signoria, e essere serviti da tutte l'altre criature che
Iddio fece, altressì vuole Iddio che è tutto possente avere servigio da
noi, e che noi gli crediamo e adoriamo, che noi dobiamo avere grande amore
in Dio lo creatore, e grande odio al diavolo.

(475) e essere simigliantemente C. L. — Abb. soppresso _essere_ sulla
scorta de' Codd. R. 2, e F. R.



                              Cap. XXXIX.

       _Lo re domanda: perchè è chiamata morte? Sidrac risponde:_


Le morte non è chiamata morte a quelli che trapassano di questo secolo,
anzi è chiamata trapassamento; che quegli che muoiono in questo secolo, e
pare che muoiano, non fanno (476), anzi trapassano di questo secolo
nell'altro. Quelli che non credono in loro criatore, e sono fuori del suo
comandamento, quelli muoiono, e a cotal gente vale molto la morte, se
avere la potessono, perch'egli domanderanno la morte, e la morte loro
fuggirà. Quando verrà la seconda volta lo figliuolo di Dio a giudicare lo
mondo, i buoni e li malvagi risuciteranno; i malvagi saranno col corpo e
coll'anima, siccom'egli sono in questo secolo, in pene; e gli buoni
trapasseranno. E non morranno già quelli che lo loro creatore conoscono. E
quelli che (477) lo suo comandamento non fanno, saranno messi nel più alto
inferno; egli vi dimoreranno sanza fine. E la seconda volta che 'l
figliuolo di Dio verrà per noi giudicare, i corpi de' buoni ritorneranno
coll'anime in (478) gloria di vita eterna, nella conpagnia degli angioli,
che mai non averà fine.

(476) ma non muoiono C. R. 1.

(477) Abbiamo agg.: _E quelli che_; poichè altrimenti il senso non
torna. — Il C. R. 2. concorda col C. L.

(478) di C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.



                               Cap. XL.

  _Lo re domanda: quanti secoli sono, e quanti mondi, e come si tengono?
                            Sidrac risponde:_


Due sono i secoli e due mondi: l'uno si è la grazia e la gloria di Dio, là
ove sono gli angioli e gli arcangioli, e là ove la buona generazione
d'Adamo monterà. L'altro secolo è lo 'nferno, là ove è lo diavolo, e le
tenebre sono e lo grandi pene. L'uno mondo è chiamato lo sole e la luna, e
lo giorno e la notte, e l'altre cose spirituali che a noi danno lo lume, e
noi servono in questo secolo. L'altro mondo si è quello che noi vegiamo e
che noi tocchiamo corporalmente; l'altro, che tutto inghiotte nostro
ventre e tutto consuma, cioè mondo corporale, èe il mondano secolo, buono
o rio (479).

(479) Nel T. F. P.: L'aultre est ce que nous mangons et touchons
corporellemente; ce de quoy nous vivons en la terre, qui tout engloutte en
nostre ventre, qui tout consumme, c'est le mond corporel.



                               Cap. XLI.

     _Lo re domanda: Idio è di grande guidardone? Sidrac risponde:_


Niuna anima non potrebe pensare nè dire nè 'l bene nè l'amore nè 'l
guidardone (480), che Idio dae a quelli che in Dio (481) credono e lo suo
comandamento fanno. E non domanda loro altro che questa piccola cosa,
ch'egli faccino il bene e lascino lo male. Egli gl'innorerà (482) cogli
suoi angioli; e poichè gli angioli sono spiriti tanto solamente (483), i
buoni, quando il suo comandamento faranno, egli gli metterà in cielo col
corpo e collo spirito; e per loro manderà il suo figliuolo in terra a
liberragli, e per loro si lascierà morire. Questo è grande guiderdone alli
suoi amici. Chi è quelli che per li suoi amici lascierebe il suo figliuolo
morire? Sapiate di verità che Idio lo farà per li suoi amici, e sapiate
che ciò sarà, e sarà grande guidardone che Idio loro farà; che niuna anima
potrebe pensare lo bene nè l'amore nè il guiderdone che Iddio darà ai
buoni.

(480) ne bene nell'amore del guidardone C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.,
che concorda perfettamente col C. F. R.

(481) da quelli che in Dio C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.

(482) Per _onorerà_, come in parecchi esempi citati dalla Crusca.

(483) Per _solamente_, come nel Boccaccio: „essendo contento d'avervi
tanto solamente ricordato,„ ec. — Il C. F. R. ha: tant solement.



                              Cap. XLII.

  _Lo re domanda: le gienerazioni che saranno al tenpo del figliuolo di
  Dio, saranno egli credenti a lui tutti comunemente? Sidrac risponde:_


Tutti saranno credenti alla sua fede, cioè (484) a 'ntendere del suo
popolo. Ma egli saranno di diverse maniere di linguaggi (485); e l'uno
avrà più stretto comandamento che l'altro (486); che quello che il
figliuolo di Dio comanderà al suo popolo sarà tutto uno; e quello (487)
che li suoi dodici ministri comanderanno, sarà quello ch'egli avrà
comandato della sua bocca. Ma gli altri che verranno apresso, saranno in
luogo di ministri (488), vedranno la fragilità della fievole carne della
gente, e allora faranno uno comandamento più leggiero, ch'egli ànno il
podere di ciò fare, dal podere di Dio e de' suoi ministri. Ma ciascuna
delle nazioni crederà essere migliore l'una che l'altra, al loro parere;
ma tutti saranno come in uno grande giardino, ove avrà molti albori, e
l'albero che più renderà al giardino, lo giardiniero più l'ama e più lo
'nnacqua e tienlo più caro (489). Simigliantemente saranno tutte le
nazioni e le generazioni che crederanno nel figliuolo di Dio vivo, e lo
suo comandamento (490): quelli che più fermamente terrà sua fede e suo
comandamento, quelli sarà più presso di lui in cielo e in gloria.

(484) acciò C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.

(485) ligniagi C. R. 2.

(486) che la loro C. L. — Abb. corr. sulla scorta del C. F. R.: des
autres.

(487) quegli C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.

(488) meglio il C. F. R.: et seront en leu des ministres.

(489) Abb. adottata la lez. del C. R. 2., come più corretta di quella del
C. L. Dobbiamo però avvertire che in esso C. R. 2. si legge, invece di _lo
giardiniero_, _lo giardino_, che a noi è parso errore da potersi senza
esitanza correggere, sull'autorità del C. F. R. che ha _jardinier_.

(490) ed al suo comandamento C. R. 2.



                              Cap. XLIII.

    _Lo re domanda: che comandamento farà Iddio al suo popolo? Sidrac
                               risponde:_


Iddio comandò al suo popolo amore e giustizia, e che l'uomo non faccia a
niuno quello che non volesse che l'uomo faccia a lui (491). Che per
l'amore di Dio che à in Adamo (492), egli manderà il suo figliuolo in
terra a morire, per lui diliberare; e per l'amore che 'l figliuolo di Dio
avrà in lui, si lascieranno molti morire per diversi tormenti, per andare
nella sua compagnia in cielo. Per l'amore e per la povertà e per
l'astinenzia, andranno egli in cielo nella sua gloria: che chi àe buono
amore in Dio, egli à buono amore in sè medesimo; chi à la povertà (493) e
la sofferenza e l'astinenzia in lui, egli à l'amore di Dio in lui.

(491) Migliore la lez. del C. R. 2.: Idio comanda al suo populo timore e
giustizia e astinenzia, e che l'omo non faccia a nullo quello che non
volesse che fosse fatto a lui.

(492) che Dio àe in Adamo C. R. 2.

(493) punta C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.



                              Cap. XLIV.

  _Lo re domanda: qual'è la più sicura cosa che sia e la più benedetta e
             la più degna e la più bella? Sidrac risponde:_


L'anima è la più degnia cosa del mondo, e la più bella e la più benedetta;
chè la buona anima è più bella e più isplendiente che 'l sole, e più
degnia che niuna altra cosa che Idio abia fatta in terra; ch'ella è fatta
della lena di Dio; e sì sono stabiliti gli angioli per lei
isguardare (494); e si istà inanzi a Dio a faccia a faccia, e è la più
sicura cosa (495) che Idio abia fatta; ch'ella è buona, e sicura ch'ella
sarà della conpagnia di Dio, nella sua gloria, tra gli agnoli, e non avrà
mai fine, nè fame nè freddo nè caldo nè male nè dolore nè tristizia nè
invidia nè cupidigia, ma tutto giorno gioia (496) e letizia delle sue
benedizioni. L'anima è la più benedetta cosa che Idio abia fatta; chè egli
benedisse tutte le cose per lei servire. La benedizione è sì grandissima,
che, se ella entrasse in una pietra, ella parlerebbe. Ella sarà benedetta
per lo figliuolo di Dio, per tutti i tenpi, quando egli verrà la seconda
volta a giudicare lo mondo, cioè a sapere alla fine del mondo, che
giudicherà i buoni e' rei.

(494) Il C. F. R. ha _garder_, che noi crederemmo usato qui nel senso di
_proteggere_. Potrebb'essere che il testo francese da cui fu tradotto il
nostro avesse _esgardeir_, _esguarder_, che fu adoperato per
_consigliare_.

(495) Abbiamo agg. _cosa_ da' codd. R. 2 e F. R.

(496) e tutto giorno è gioia C. L. — Abb. corr. sulla scorta del C. F. R.:
mais tous iors ioie, ec.



                               Cap. XLV.

 _Lo re domanda: qual'è la più laida cosa che sia, e la più pericolosa e
          la più maledetta e la più paurosa? Sidrac risponde:_


L'anima ria è la più laida cosa che Idio facesse, e la più orribile cosa
che sia; che, chi la ria anima potesse vedere, egli avrebe paura di lei.
Ella si è la casa del diavolo; e si è sì puzzolente, che gli angioli nolla
possono sofferire a vedere nè udire. E sta ella tutto giorno in grande
paura d'avere maggiore pene che non à; e si sarà tormentata, nella
conpagnia del diavolo, di sua maladizione. Ella è la più maladetta cosa
che Idio abia fatta, che ella sarà maladetta dal figliuolo di Dio, al dì
del giudicio, inanzi gli angioli e inanzi gli arcangioli e tutte l'altre
buone anime, che tutte avranno allegreza del suo male.



                              Cap. XLVI.

   _Lo re domanda: le buone anime non avranno duolo del male delle rie
                        anime? Sidrac risponde:_


In verità vi dico che le buone anime saranno nella volontà di Dio, e a
tutti piacerà lo suo giudicamento degli suoi nimici, e ched egli si
vendichi (497) di tutti coloro che sono istati contra lui; chè egli è
diritto, e lo suo giudicamento si è diritto e leale. E quando le
buone (498) anime vedranno che (499) Idio l'avrà giudicate in pene, elle
si diletteranno di vederle, altressì come noi ci dilettiamo di vedere i
pesci nell'acqua.

(497) e ch'egli si vendica C. L. — Abb. pref. le lez. del C. R. 2.

(498) rie C. L. — Abb. creduto di dover preferire la lez. del C. R. 2.,
anche per l'autorità del C. F. R. che ha: quant les bones armes.

(499) Meglio il C. F. R.: veront les felons.



                              Cap. XLVII.

     _Lo re domanda: che vale meglio o la santà o la malizia? Sidrac
                               risponde:_


Degna cosa è la sanità dell'anima che è pura e netta, e quella anima sarà
nella conpagnia del cielo (500). Altressì come uno cavaliere che è forte e
prode e è valente, e fosse della vostra masnada, e voi andasti in
battaglia, bene vorresti ch'egli fosse della vostra conpagnia; e se egli
fosse malato e fievole e debole, voi non vorresti che egli fosse presso a
voi; simigliantemente (501) della sanità e della malizia; che sanità varrà
meglio che malizia all'anima. Che l'anima ch'è malata, cioè di peccato,
quella anima è della conpagnia del diavolo; e Dio non vuole che s'acosti a
lui, se di quella malizia non guariscie. La sana, ch'è sanza peccato,
vuole egli bene che sia apresso di lui. Eziandio al corpo vale meglio la
sanità che la malizia, a coloro che la sanità e la forza usano bene per
loro e per altrui. Gli rei, che lo bene non vogliono fare e fanno lo male,
la malizia al corpo loro vale meglio che la santà; chè, per la fievoleza
del corpo e della malizia, si ritragono di mal fare; e gli buoni non ànno
briga delle loro rie opere, ch'egli fanno.

(500) Così hanno i due Codd. L. e R. 2. Ma la lez. è senza forse errata, e
a corregg. giova riferire il testo del C. F. R. che ha: car l'arme chi est
saine, elle est nete et pure; et celle arme sera en la compagnie Deu.
_Chi_ corr. _ki_. — E del pari ha il C. R. 1.: „Dengna cosa è la sanità
dell'anima; imperciò ke l'anima k'è sana e necta, quella cotale anima
saràe de la conpagnia di Dio.„ Ed esso C. R. 1. seguita: E l'anima k'ene
amalata si è de la compagnia del diavolo; e Dio non vuole ke s'apressi a
lui, se di chel male non guarisse.

(501) simigliantemente è C. R. 2.



                             Cap. XLVIII.

 _Lo re domanda: che podere dona Iddio all'anima in questo mondo? Sidrac
                               risponde:_


Iddio à donato a ciascuna uno reame (502) a guardare e a governare; s'ella
lo governa bene, quello reame che Idio l'à donato a guardia, ella sarà
coronata e posta a sedere nella sedia reale (503), a grande allegreza e
con grande laude, innanzi a Dio; e Idio gli dirà: amico, vieni inanzi, e
ricevi la corona ch'io t'ò serbata, che l'ài bene lealmente guadagnata, e
tu se' degna di questa corona portare. Lo reame è lo bene che 'l corpo fa;
lo corpo è questo secolo, e la buona credenza che l'uomo à nel suo
creatore, e a fare il suo comandamento (504). Che ciò che l'anima vuole,
lo corpo fa alla sua volontà (505), che l'anima è lo re, e lo corpo è lo
reame e lo comandamento di Dio. E se l'anima non governa bene lo reame che
Idio l'à donato in guardia, ella sarà nel mal fuoco gittata; e però
dobiamo noi lasciare l'opere del diavolo, e fare quelle del nostro
criatore che ci à fatti, e fare i suoi comandamenti. E chi avesse uno suo
grande amico, che gli facesse uno grande benefacto per lui, conciosia cosa
ch'egli non sia di suo prode, anzi di suo travaglio, egli lo farebe
volentieri per colui che bene gli fa (506). Dunque diricto è che noi
crediamo il nostro criatore, e che noi facciamo i suoi comandamenti, che
egli ci darà signoria sopra tutte le cose del mondo; e non ci comanda
nullo travaglio, se non che noi lo crediamo, e che noi l'amiamo, e che noi
non facciamo male per lo suo amore. Sappiate che quegli che verranno
dietro a noi, egli saranno credenti in Dio. Loro domanderà più ch'egli non
fa ora a noi; e saranno chiamati il popolo del figliuolo di Dio, lo
veracie profeta. Egli a loro domanderà più che a noi, nè a coloro che
inanzi a loro verranno; e più loro domanderà, chè lo servigio sarà
più (507).

(502) regname C. R. 1.

(503) assettata in sedio di re C. R. 1.

(504) Abb. corretto questo periodo coll'aiuto del C. R. 2., del C. R. 1. e
del C. F. R. Altri veda se abbiamo errato. Ecco le tre lezioni: Lo reame e
ello bene che 'l corpo fa lo corpo e in questo secolo la buona credenza
che l'uomo à nel suo creatore e facto il suo comandamento C. L. — Lo reame
è lo bene che lo corpo fa lo corpo è questo secolo la buona credensa che
l'uomo àe nel suo creatore àe fatto il suo comandamento C. R. 2. — Lo
reame si è el corpo e 'l ben fare ke l'omo fa in chesto secolo e la buona
guardia C. R. 1.— Le royaume est le cors afait en ceste secle et la bone
garde et la bone creance che l'om a à son creator et à fair son
comandement C. F. R. — _Afait_ potrebbe essere errore per _afaitié_,
_afetié_, poli, ajusté, da _afaiter_, orner, parer ec.

(505) che ciò che l'anima volle lo corpo alla sua volontà C. L. — Abb.
corr. col C. R. 2.

(506) Il senso di questo periodo riescirebbe oscuro se non lo chiarisse il
C. R. 2., conforme al C. F. R.: — E chi avesse uno suo buono amico che gli
facesse grande bene, e lo suo amico lo pregasse ch'elli facesse uno grande
fatto per lui, conciosiacosa ch'elli non sia di suo prò, anzi di suo
travaglio, egli lo farebbe volentieri per colui che bene gli
fa. — _Conciosiacosachè_ è traduz. erronea di _ja soit ce que_, sebbene,
abbenchè. Meglio degli altri poi ha il C. R. 1.: Unde ki avesse uno buono
amico, e pregasselo ke facesse uno gran facto per lui, avenga ke non fusse
sua utilità, anzi fusse in suo affanno, elli lo farebbe volentieri, per
colui ke ben li fae; molto magiormente ec.

(507) e più domanderà loro perchè 'l servigio sarà più grande C. R. 2. — a
costoro domandarà più k'a noi e che a quelli ke apresso noi veranno, ke la
comandigia sarà più grande C. R. 1. — Di _comandigia_ non reca che un
esempio solo la Crusca.



                              Cap. XLIX.

   _Lo re domanda: lo cruccio e la gioia onde viene? Sidrac risponde:_


La gioia e lo crucio sono di molti modi: gioie sono di ricchezze e di
guadagni e di buone novelle e di molti modi; lo cruccio viene di dannaggio
e di perdite e di malizie e di paura e di molte cose. Ma l'uomo che avesse
di queste cose cioè di sopra dette, della gioia e del cruccio (508), si
aviene (509) per sè medesimo per due cose: di vivande e d'olore. Che se
egli mangia buone vivande (510), sì gli viene buono sangue, che gli
rinverdiscie lo cuore e fagli avere gioia. Lo cruccio viene di male
vivande e di pesanti e grievi, ch'elle si muovono lo rio sangue e lo rio
omore, e vanno intorno al cuore e lo rinfebiliscono (511), e faglielo
grave, e allora si cruccia. E simigliantemente aviene del male olore,
ch'egli l'amena al cervello e portalo al cuore, e fallo crucciare.

(508) cioè della gioia e del cruccio C. R. 2.

(509) se li aviene C. R. 2.

(510) buone vivande e umide C. R. 2.

(511) infievoliscono C. R. 2. — Abbiamo lasciato _rinfebiliscono_ perchè
lo crediamo traduzione di _afebloient_ (da _afebloir_). Il presente
capitolo manca al C. F. R., quindi non possiamo sapere quale fosse la
parola francese corrispondente a _rinfebiliscono_. È noto che la Crusca
registra _infiebolire_ e _infiebolito_.



                                Cap. L.

  _Lo re domanda: dopo lo tenpo che 'l figliuolo di Dio monterà in cielo
    averà istolomia (512) nel mondo per insegnare? Sidrac risponde:_


Quando lo figliuolo di Dio monterà in cielo, si lascierà lo suo podere a'
suoi XII apostoli, e quelli istabiliranno una casa che sarà chiamata dello
figliuolo di Dio (513). Dopo loro verranno gli altri, che tuttavia lo
comandamento loro seguiteranno uno grande tenpo, e saranno i primi che al
figliuolo di Dio avranno creduto, e saranno di grande podere e di grande
ricchezze e signoria; e poi diventeranno fievoli nella credenza del
figliuolo di Dio e ne' suoi comandamenti, i quali avranno istabiliti i
dodici apostoli; e non si vorranno amendare delle loro rie opere. Iddio
per loro peccato gli distruggierà. Quelli saranno dell'arte della
stolomia (514), perch'elli saranno molti savi e di grande provedenza.

(512) istrologhi C. R. 2. — estronomen C. F. R. — Crediamo che sia da
correggere _istrolomia_. — Il prov. ha: _estrolomia_; e più sotto
_strolomia_ ha il C. R. 2.

(513) una casa che sarà chiamata lo figliuolo di Dio C. L. — e quelli
stabiliranno uno che sarà chiamato lo figliuolo di Dio C. R. 2. — Lezioni
erronee ambedue. Noi abbiamo creduto di ristabilire rettamente il senso,
correggendo _dello figliuolo di Dio_, sull'autorità del testo francese:
une sainte maison che sera apelée la maison dou fis de Deu; e del
C. R. 1.: che sarà apellata la magione di Dio.

(514) Il C. R. 1. ha qui: astralumia.



                            Cap. LI. (515)

    _Lo re domanda: chi bene nè male non fa è menato a peccato? Sidrac
                               risponde:_


Lo principe (516) de' ministri del figliuolo di Dio quelli
l'acomanderà (517) a uno buono uomo che avrà nome Pietro (518); e dall'uno
a l'altro sarà comandato (519), insino alla venuta del falso profeta che
tutto il mondo divorerà; quelli sarà figliuolo del diavolo. Dopo la venuta
del figliuolo di Dio M anni, crescerà peccato al mondo, fra 'l suo popolo,
contra la fede, e sarà mescolato (520) tra' buoni, come i' loglio (521)
tra 'l grano (522). E dopo lungo tenpo nascieranno due grandi
colonne (523), che la fede di Cristo accrescieranno; e i miscredenti, che
tra' buoni saranno, distrugeranno. L'una delle due colonne saranno
apellate frati minori, e gli altri fratri predicatori (524); e saranno
molto temuti per lo mondo, e povera gente saranno. I buoni gli ameranno e
onoreranno e temeranno, per lo bene che faranno, e per la fede ch'egli
acrescieranno; i rei gli temeranno, e onore e reverenza loro faranno, per
la paura ch'egli avranno di loro; che per la gente di quelle due
colonne (525) molti mali si lascieranno a fare, per la paura che i malvagi
avranno di loro; ch'egli saranno la spada e la forza della casa del
figliuolo di Dio, e aversari del diavolo di ninferno.

(515) Questo Cap. nel C. R. 2. e nel C. F. R. ha per titolo: _Lo palagio
del figliuolo di Dio a cui sarà accomandato quando elli verrà in terra_? E
questo titolo è necessario tener presente alla memoria, per intendere ciò
che segue.

(516) principio C. L. — Abb. corr. col C. R. 1.

(517) lo comanderanno C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.

(518) È curioso a notare che, mentre i due Codd. L. e R. 2. sono affatto
conformi al C. F. R., e il C. R. 1. è affatto diverso e nell'ordine e
nella dicitura e nella mole, qui esso C. R. 1. ha, invece di _Pietro,
padre de' padri_; e _pere des peres_ ha il C. F. R., mentre _Pietro_ ha
pure il C. R. 2., come il L.

(519) Per _accomandato_. _Comander_ franc. e _comandar_ prov. hanno il
senso il raccomandare.

(520) saranno anunziato C. L. — Abb. corr. col C. R. 1. — Il C. R. 2. ha:
e saranno amischiati.

(521) gramegna C. R. 1. — La Crusca non registra che _gramigna_ e
_gremigna_.

(522) Aggiunge il C. R. 1.: et sarano famati per loro risia patarini. — La
Crusca non registra _famato_, nè _risia_.

(523) Così hanno tutti i Codd.

(524) sarà chiamata la minore, l'altra l'amonestatore C. L. — Abb. corr.
col C. R. 1. Pare che il traduttore non intendesse la parola _amonesteors_
del testo francese, che vuol dire propriamente _consigliere_, da
_amonester_ (ad monitare) _consigliare_. — Il C. F. R. ha: amonesteors
prechors. _Prechor_ significa _predicatore_, da _precher_.

(525) che per quelle gente de le due colonne C. R. 1.



                            Cap. LII. (526)

    _Lo re domanda se quelli che non fanno nè bene nè male è menato al
                       peccato. Sidrac risponde:_


Chi bene nè male non fa egli mena vita di bestia, e peggio che bestia; che
se la bestia avesse iscienza in lei (527), farebe bene. Quelli che fa lo
peccato, fa male; e quelli che lascia lo bene a fare, là ove egli lo possa
fare (528), egli pecca simigliantemente. Come colui che à gran voglia di
manicare, e egli passa per uno molto bello verziero, ove àe molti belli
frutti, e lasciasi morire di fame, che non ne vuole toccare nè mangiare,
egli fa male, quando egli no ne piglia e mangine, anzi che si lasci
morire; chè magior male è di lasciarsi morire, che di mangiare il frutto.

(526) Nel C. L. il titolo del presente cap. è errato; cioè e stato dato a
questo Cap. il titolo che appartiene al seguente LIII.; e ad esso LIII.,
il titolo del LIV.; mentre doveva avere quello del LII.

(527) en soi C. P. R.

(528) Abb. adottata la lez. del C. R. 2. — Il C. L. ha: la ond'egli lo
possa fare.



                              Cap. LIII.

  _Lo re domanda se la signoria de' fare asprezza o de' essere piatosa.
                            Sidrac risponde:_


La signoria si è dal comandamento (529) di Dio; egli comanda in terra
giustizia; e se la giustizia non fosse tra le genti del popolo del
figliuolo di Dio, sarebe a maniera di pesci, che lo forte mangierebe lo
fievole, e lo grande lo piccolo (530). Tutte le giustizie debono esser
fatte (531) per giudicare i rei a diritto e a ragione, e a ciascuno dare
la sua ragione. Inanzi che lo figliuolo di Dio venga in terra, nascierà
uno re molto buono e credente a Dio e suo profeta (532); e dirae nella sua
profezia: benedetti sieno quelli che faranno giustizia, e che la
manteranno a tutti i tenpi. Se lo malvagio è preso in alcuna malvagia
opera, egli si die iudicare secondo sua uopera (533); e se lo signore
vuole avere merciè di lui, e perdonagli una volta, egli lo puote bene
fare; ma s'egli vi cade altra volta, egli è ben degno del suo
merito (534).

(529) se dal cominciamento C. L. — Abb. corr. col C. R. 1., che concorda
col C. F. R.

(530) troppo cresciarebbero e malifatori, che li forti mangiarebero li
debili C. R. 1.

(531) Così ha pure il C. R. 2.; ma il C. R. 1.: tucta justizia dia essare
forte. — E il C. F. R.: toute justice doit estre fort.

(532) Qui, come in parentesi, sia scritto nel C. F. R.: _Roy Daniel_.

(533) Abb. corr. col C. R. 1. Il C. L. ha: è ispento e lealmente
judicare. — Ed errato è pure il C. R. 2.

(534) Tanto il nostro che il C. R. 2. hanno: degno del suo merito. — Ed
eccone la spiegazione. Nel C. F. R. sta scritto: il est bien dignes de sa
deserte avoir. — E siccome _deserte_ avea il significato di _merito_ e di
_ricompensa_, il traduttore ha scambiato l'uno coll'altra. Ed infatti il
C. R. 1. ha: è degno di ricievare guidardone di sua uopera. — Vale a dire,
è degno di avere la sua ricompensa, la ricompensa di avere perdonato la
seconda volta.



                               Cap. LIV.

  _Lo re domanda: de' l'uomo fare bene a' suoi parenti e a' suoi amici?
                            Sidrac risponde:_


Buono e rio (535). Se gli tuoi parenti sono buone genti, e sono disagiate,
e ànno perduto lo loro per disaventura, loro dei ben fare e consigliare e
atare. E se i tuoi parenti e i tuoi amici sono rei, e perdono in male, per
la loro volontade, grande malfatto fae chi fa bene loro, e tutto si perde;
altressì come uno grande ciero di bella ciera, accieso inanzi a uno uomo
cieco, che non vedesse lume, o come la candela allo lume del sole, ch'ella
non à nullo valore. Simigliantemente aviene de' rei uomini, che si perde
tutto, siccome la cera inanzi al cieco, e la candela inanzi al sole.

(535) Egli ene bene e si è male C. R. 1.



                               Cap. LV.

         _Lo re domanda che cosa è gentileza. Sidrac risponde:_


Gentileza è podere e largheza e vecchia possessione d'avolo e di bisavolo.
Quelli che à più di podere è più gentile. E si à anche altre gentileze.
L'uomo che àe grande podere e è villano del suo corpo, sapiate che quelli
non è gentile, anzi è ricco. Uomo di podere e savio e cortese e di buona
aria (536) e bene insegnato (537), quelli puot'essere chiamato gentile
uomo; che tutti siamo d'Adamo e d'Eva venuti, e fummo dal cominciamento
del mondo; e quelli che à magior podere, e meglio insegnato, e più beni
sono in lui, questi è gentile uomo.

(536) dibuonaire C. R. 1. — _De bon aire_ si disse nell'ant. fr. per _di
buona indole_; onde poi _debonaire_, per buono, dolce, affabile. Anche il
prov. ha _de bon ayre_, ma non l'aggettivo _debonnaire_, rimasto
esclusivamente al francese.

(537) Nell'ant. fr. trovasi adoperato come sostantivo il part. pass. del
vb. _enseigner_, _enseigné_, nel senso di _dotto_, _sapiente_. E il trad.,
avendo trovato _enseigné_ ha voltato in ital. _insegnato_. _Insegnato_
registra la Crusca per _ammaestrato_, e per _accostumato_, _scienziato_,
dicendo di quest'ultimo significato, ch'è _maniera antica che viene dal
Provenzale_.



                               Cap. LVI.

     _Lo re domanda: come fa freddo quando il tenpo è chiaro? Sidrac
                               risponde:_


Quando lo tenpo è chiaro e l'aria è pura e chiara, lo freddore (538)
isciende dall'aria in terra, e caccia con travaglio (539) in terra lo
calore. E quando l'aria è turbata (540) lo freddo non può venire giuso
alla terra, lo calore della terra monta di sopra, e lo caldo viene; cioè a
sapere lo calore del sole si de' intendere che scalda la terra di notte,
quando fa lo suo torno.

(538) splendore C. L. — Abb. corr. col C. R. 2., sull'autorità del
C. F. R. che ha: la freidor. Vogliamo notare che _freidor_ è parola
schiettamente provenzale. Il franc. ha _froit_, _freit_, _froideur_,
_froidour_.

(539) Il C. L. ha: con travale (_travail_, franc.). — Abb. corr. col
C. R. 2.

(540) Tutto ciò che segue di questo Cap. è tratto dal C. R. 2., essendo la
lez. del nostro stranamente confusa ed errata.



                              Cap. LVII.

  _Lo re domanda: puote l'uomo conosciere li buoni uomeni dalli malvagi
                per neuno segno? Sidrac risponde (541):_


Li buoni uomini ànno allegri volti, quando egli ànno buona
coscientia (542), e sono sicuri della perdurabile  (543) vita; e li loro
occhi sono isprendenti, e le menti sono molto misurevoli (544). E per li
dolci coraggi (545) ch'egli ànno, si ànno dolci parole. Ma gli malvagi,
per la ria coscientia (546) ch'egli ànno, si ànno molti scuri coraggi, e
non possono essere istabili in loro fatti nè in loro detti; e si sono
molti mordabili (547) e pieni di maltalento, e si vanno molto
dismisurando (548); e ciò che ànno  (549) in cuore dimostrano in loro
faccia e in senbianti, in loro fatti e in loro detti (550).

(541) Il titolo del presente Cap. è errato nel C. L. — Abbiamo quindi
posto il titolo come sta nel C. R. 1.

(542) Tutti e tre i Codd. L., R. 1., R. 2. hanno _conoscenza_. Ma oltre il
senso, ci fa avvisati dell'errore il testo francese che ha: _conscience_;
ed il C. R. 1. che più sotto ha: _coscientia_. Onde noi abbiamo corretto
secondo quest'ultima lezione.

(543) permanevole C. R. 1.

(544) mesurable C. F. R., che nell'ant. fr. ha il senso di _saggio_,
_ragionevole_, _moderato_, come _mesure_ di _saggezza_, _ragione_. Anche
il C. R. 2. ha _misurevoli_.

(545) Per _cuore_, secondo l'ant. significato di questa parola, sia in
ital. che in franc. ed in prov.

(546) conoscientia C. L. — Abb. corr. col C. R. 1.

(547) mordables C. F. R. — Ma non trovo che il franc. ant. abbia questa
parola, come non ha _mordabili_ l'ital. — Nel C. R. 1.: mordaci.

(548) desmesureement C. F. R. Nell'ant. fr. _desmesure_ ha il significato
di _disordine_, _ingiustizia_; e _desmesurer_, _disordinare_. Qui dunque è
da intendere _vanno molto disordinando_, _commettendo disordine_. La
Crusca ha _dismisura_, _dismisuranza_ e _dismisurare_, di cui reca l'es.:
_Se uom dismisura, Conservando leanza, Non fa dismisuranza._ _Rim. ant. P.
N._

(549) ciascuno C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.

(550) Migliore e più conforme al testo francese è la lez. del C. R. 1.: et
il veleno ched ène in loro coraggi si e' dimostrano in loro detti et in
loro fatti.



                              Cap. LVIII.

  _Lo re domanda: sarà giammai rilevata la grandeza del diavolo altressì
               com'ella fu al mio tenpo? Sidrac risponde:_


Li garzoni grideranno (551) Dio lo possente; e gli loro figliuoli, e gli
altri che verranno dopo loro, torneranno alla ria credenza dinanzi, infino
alla venuta di Giovanni. Elli faranno una città, nella quale avrà una
torre di XL staggi (552) alta, nella quale regnerà lo più alto re del
mondo del suo tenpo. Quelli farà una immagine, alla simiglianza del suo
padre, e comanderà a tutte le genti che l'adorino come Idio.

(551) creiront C. F. R. — È evidente che il traduttore ha confuso _creire_
(credere) con _crier_ (gridare). Anche il C. R. 2. ha: gridano; ma dee
correggersi _crederanno_.

(552) estages C. F. R.



                            Cap. LIX. (553)

 _Lo re domanda: perchè non fece Iddio all'uomo, quando la persona avesse
  mangiato una volta, ched elli se ne potesse istare una semana? Sidrac
                               risponde:_


La fame è una delle pene per lo peccato d'Adamo; che l'uomo fu così fatto,
che, s'egli volesse, sarebe vivuto tutto tenpo sanza mangiare. Ma poi che
fu caduto in peccato, non si potè rilevare a quello ch'egli avea perduto,
se non per travaglio. E se cosa fosse che l'uomo non avesse fame nè sete
nè freddo nè caldo nè altre cose necessarie, e non avesse bisogno, egli
non avrebe cura di lavorare nè di travagliare così fattamente. E però gli
diede il nostro Signore la fame e la sete e l'altre cose, però che, quando
egli fosse costretto per questi bisogni, si ricoverasse ciò ch'egli avea
perduto, che per pene e per travaglio gli conviene ricoverare.

(553) Il titolo del presente Cap. è tolto dal C. R. 1. Nel C. L. dice:
_Perchè non tolse Iddio all'uomo, quand'egli avesse mangiato una volta,
ch'e' se ne potesse sofferire una settimana?_



                               Cap. LX.

   _Lo re domanda: come muore altressì il ricco come il povero? Sidrac
                               risponde:_


Iddio à fatto lo ricco e lo povero d'una natura e di quattro alimenti, e
sono tutti facti l'uno come l'altro; dunque la loro conparazione (554) è
tutt'una; e quello che più il serve e lo suo comandamento fa, più gli dà;
ma al fatto della morte sono tutti uno. Altressì come uno vasello di
quattro bocche, che n'escie di tutte, simigliantemente alena lo povero
come lo ricco, e mangia e bee (555), e à gioia e dolore e sospiri, e
dormire e veghiare e ingienerare, e mani e piedi, e altre cose ànno
altressì i poveri come i ricchi. Ma lo povero àe più forte compressione
 (556) che lo ricco, per lo travaglio che egli soffera. Ma alla morte
tutti sono comunali, e la sua riccheza no lo potrebbe canpare uno solo
punto.

(554) Anche il C. R. 2. ha: comperazione. Manca questa parola ai Codd. R.
1. e F. R. Noi crediamo che abbia da correggersi _complessione_, perchè
più sotto, dove il nostro ripete _comparisione_, il C. F. R. ha:
_complecion_; e il C. R. 1.: _compressione_.

(555) et mangia e beve, e sta famuloso e satollo C. R. 1. — La Crusca
registra _famulento_, ma non _famuloso_.

(556) comparisione C. L. — Abb. corr. col C. R. 1.



                               Cap. LXI.

 _Lo re domanda: dee l'uomo giudicare gli poveri come gli ricchi? Sidrac
                               risponde:_


L'uomo dee più forte (557) giustizia fare a' ricchi che a' poveri, e più
gastigare; che della giustizia de' poveri i ricchi non ànno paura; anzi
dice a sè medesimo: la giustizia è fatta sopra lo povero, ma io non potrei
essere giudicato in questo mondo per la mia riccheza. E lo povero pensa e
dice in sè medesimo: quando la giustizia istarà sopra lo ricco e possente,
che farà sopra me, che sono povero uomo? E da l'altra parte aviene più
volte che 'l mal fatto del ricco è magiore che quello del povero, perchè
egli à più podere di malfare. E simigliantemente come Idio giudica così
legiermente lo ricco come il povero, e più forte giustizia fare (558).
Simigliantemente come quelli che crede più in Dio e falla verso lui, Idio
gli dona (559) più che a colui che nol conoscie, e cui egli non à nulla
comandato.

(557) _rigorosa_, _severa_.

(558) A correggere questo periodo non possiamo giovarci del C. R. 2., dove
il capitolo manca; nè del C. R. 1. dov'è brevissimo; nè del C. F. R. che è
indecifrabile. Dobbiamo quindi star contenti a riferire la lezione del
T. F. P.: Et pour ce doibt on faire plus grant iustice du riche que du
poure, car il a plus grant coulpe de mal faire, comme il a plus grant
povoir de bien faire tout. Ainsi comme Dieu a iuge et ordonne la mort au
riche comme au poure, aussi doit on iuger le riche comme le poure.

(559) Errore manifesto. — Il T. F. P. ha: demande.



                              Cap. LXII.

      _Lo re domanda: dee l'uomo avere mercè del suo nimico? Sidrac
                               risponde:_


L'uomo dee avere merzè del suo nimico, lo quale à fallato verso di lui, se
elli gli chiede merzè e perdono, conciosia cosa ch' (560) egli gli avesse
ucciso il padre e lo figliuolo; chè dalla bocca del figliuolo di Dio sarà
comandato e detto: perdono avrà dal mio padre chi perdona egli medesimo;
perdonerà a coloro che gli misfaranno, quando egli gli chiederanno
perdono. Quelli ch'è possente e signore di tutto, e che vendicare si può a
sua volontà, perdona a' ma' fattori, quando perdonanza gli chieggiono:
bene lo dobiamo noi fare; chè questo farà egli per dare exenplo al suo
popolo, che perdonino a coloro che misfanno verso di loro. Bene dobiamo
noi perdonare a chi perdono a noi ne dimanda.

(560) Il solito errore già notato indietro. Corregg. _sebbene_ (ja soit ce
che).



                              Cap. LXIII.

   _Lo re domanda: può lo reo uomo avere l'amore di Dio come il buono?
                            Sidrac risponde:_


Lo malvagio puote avere l'amor di Dio altressì leggiermente  (561) come il
buono; chè a Dio piacerà più la conversazione del rio che del buono,
perchè lo buono è tutto suo, e lo rio àllo perduto (562). Simigliantemente
colui che à perduto alcuna cosa, e egli la ritruova, egli à magiore
allegreza di quella ch'egli à ritrovata, e àlla in suo podere (563). E
Iddio chiama comunemente lo rio come il buono. Simigliantemente come una
gente che sono in una nave in mare, e la fortuna è grande, e sono tutti
ispogliati per paura, e per notare; lo mare porta la nave, e lo vento
sospigne tanto, che la nave viene a terra, e fiede in una rôcca, e si
ronpe, e tutta la gente n'escie fuori in una piccola piazza (564); e
truovano due fiumi molti correnti: in su ciascuno fiume, uno ponte; l'uno
de' ponti è molto fermo, e l'altro è molto debole, che non potrebe
sostenere uno uccello. Di là dal forte ponte si à uno ricco uomo, e tiene
molti vestimenti intorno di lui, e è in uno bello giardino. Egli chiama
quella gente, ch'escie fuori di quella nave, e dicie loro: venite a me, e
passate sicuramente su per quello ponte, e io vi menerò in questo
giardino; e guardatevi di passare per quell'altro ponte, perchè egli è
molto debole e molto pericoloso, sicchè egli non vi potrà sostenere; anche
v'à grande fuoco; dopo lui si à gioganti con molti grandi uncini, che,
così tosto come voi caderete nell'acqua, i gioganti vi piglieranno cogli
uncini, e metterannovi in quello fuoco. E egli guardano, e vedono l'altro
ponte, e la fralezza e gli gioganti e gli uncini e lo fuoco. Quelli che
passeranno sopra lo forte ponte sono salvi, e saranno vestiti e messi nel
bello giardino, con grande allegreza; e quelli che passano per lo debole
ponte andranno nell'acqua, e li gioganti gli piglieranno cogli uncini, e
metterannogli nel fuoco. La nave significa lo mondo; lo vento e lo mare
significa lo tenpo che mena l'uomo alla fine; lo dispogliare significa la
ira di Dio, quando l'uomo lascia lo bene e fa il male; lo ronpere in terra
significa la fine della vita; i due ponti si è lo bene e lo male; lo buono
uomo che siede in capo del ponte, che chiama la gente a ben fare, si è
Iddio; gli vestimenti, di che egli vuole vestire la sua gente, si è la
grazia; lo giardino si è lo paradiso; lo buono ponte si è lo buon cammino
di Dio; lo rio ponte si è lo cammino dello 'nferno; i gioganti e gli
uncini si sono i diavoli e gli loro ingegni; lo fuoco si è lo 'nferno. Chi
vuole avere l'amore di Dio si passi al sicuro sopra il forte ponte, e sarà
vestito di grazia di Dio, e sarà suo amico; e chi passerà sopra il debole
ponte, egli sarà nimico di Dio e amico del diavolo, e sarà messo nel fuoco
dello 'nferno per tutti i tenpi. L'uomo dee odiare l'amistà del diavolo,
perchè egli fa male a' suoi amici, e mettegli nel fuoco dello 'nferno.
Questa è malvagia amistà: dee l'uomo seguire tale amico?

(561) Per _facilmente_.

(562) Nel Codice pare che debba leggersi _perdure_; corretto da noi in
_perduto_, sull'autorità del C. R. 2. e del C. F. R.

(563) Migliore la lez. del C. R. 2.: à magiore allegressa di ritrovare
quello che avea perduto, che non à di quello che àe in suo podere.

(564) en une petite place de terre C. F. R.



                              Cap. LXIV.

  _Lo re domanda: come puote la creatura uscire della femmina ch'è piena
                    nel suo corpo? Sidrac risponde:_


La virtù di Dio e 'l suo podere è troppo grande: che, così come egli à
podere di mettere dentro dal corpo, e uno corpo dentro a un altro, così à
elli podere a fare uscire, a sua volontade, o vivo o morto. Quando la
femina vuole partorire, tutte le sue giunte (565) s'aprono e allargano
l'una dall'altra, salvo il mento (566), per la virtù di Dio, come una
matera di pasta. E si tosto com'egli  (567) averà l'aria, per la virtù di
Dio, l'ossa gl'induriscono e diventano come noi siamo; e la femmina si
richiude sanza niuna mancanza (568). Simigliantemente così è se l'uomo
tirasse lo dito dentro una scodella piena di mele; inanzi lo suo dito si
lorderebbe, e dietro non si lordasse, nè più nè meno come se non fosse
toccato (569); simigliantemente si richiude la femmina dopo il partorire,
siccome ella non avesse partorito, nè fosse stata aperta.

(565) giunture C. R. 2. — „Perchè sì forte guizzavan le giunte, Che
spezzate averian ritorte e strambe.„ _Dante_, Inf., 19.

(566) Non sappiamo invero quello che qui abbia che fare il mento; ma
_mento_ ha pure il C. R. 2., e _menton_ il C. F. R.

(567) Intendi: il figliuolo.

(568) bleseure C. F. R.

(569) A decifrare il senso di questo periodo non giova la lez. del
C. R. 2.: simigliantemente così se l'uomo tirasse lo dito in dirieto a una
scudella di mèle, inanzi al suo dito si lorderebbe, nè più nè meno come se
non fosse toccato. — Nè chiaro è il C. F. R.: — ensement si com l'om
traist son doy en une escuele pleine de mel, devant, son doit au tirer,
s'ouvriroit, et après se recloiroit, come se il ne fust onques
touche. — Ma, messo il testo francese della Riccardiana a confronto col
francese della edizione Palatina, e corretto, il senso esce fuori
abbastanza chiaro: tout ainsi come ung homme tiroit son doy parmy une
escuele plaine de miel, devant, son doy au traire, il ouvriroit, et dessus
se clorroit, comme s'il n'y eust pas bouté. — Che vuol dire: come un uomo
che traesse il suo dito da una scudella piena di miele, il miele, nel
trarre il dito, prima s'aprirebbe e poi si richiuderebbe, come se non
fosse stato toccato. — Non sapremmo spiegare come il trad. abbia confuso
_lordare_ con _aprire_.



                               Cap. LXV.

    _Lo re domanda: puote la femina portare più di due figliuoli a uno
                        corpo? Sidrac risponde:_


La femina può portare nel suo ventre sette figliuoli; chè la madre (570)
della femina à sette camere (571); e in ciascuna camera puote avere uno
figliuolo, secondo la volontà di Dio, primamente; e poi secondo la natura
della femmina. Che se la femmina è di calda compressione, e desiderosa
dell'uomo, una o due o tre delle sue camere s'aprono; e quando l'uomo
s'acosta a lei, lo seme cade nelle camere che truova aperte, e elle si
chiudono sopra, e pigliano; e se v'àe altre camere aperte, e l'uomo
s'acosta altra volta a lei, quella notte o quello giorno o lo domane o lo
secondo giorno, e lo seme vi cade entro, e ella si chiude, allora si
ferma (572) la creatura; e tanto istà a nasciere l'uno dopo l'altro,
quant'egli à penato a ingenerare. E non intendere già che ciascuna volta
che l'uomo s'accosta alla femmina, e lo seme cade nella camera, ch'ella
possa pigliare; chè conviene che l'uomo e la femina sieno di buona
tenperanza. Chè se l'uomo è luxurioso, e giace volentieri colla femmina,
lo seme cade nella camera fraile (573), e è cosa sanza niuno podere o
forza, quella (574) non si puote pigliare per la sua fralezza (575). E se
l'uomo è stato grande tenpo ch'egli non sia giaciuto con femina, e lo seme
cade nella camera, quello seme è sì caldo e sì ardente ched e' la consuma
e arde, e non si puote apigliare. E se l'uomo e la femina sono tenperati,
e la femina sia di calda volontà, e' s'apiglia, perchè lo loro seme si è
di buona tenpera; e conciepino (576) a quello acostamento lo figliuolo; e
quello figliuolo sarà gioioso e allegro e di bello modo. E se egli
s'acostano niquitosamente (577), e lo loro figliuolo sarà d'altrettale
maniera. E se l'uno di loro è fello e l'altro gioioso, simigliantemente lo
loro figliuolo sarà alcuna volta fello e alcuna volta gioioso. E se l'uomo
e la femina pensano in una persona, o l'uno di loro, quello che più vi
pensa, puote bene essere che lo loro figliuolo somiglierà quella persona
ove egli pensano (578).

(570) matrice C. R. 1.

(571) camarelle C. R. 1.

(572) forma C. R. 1. — Il C. R. 2. ha: ferma.

(573) _Fraile_ è parola dell'ant. fr. che significa _frale_,
_debole_. — Il C. R. 1. ha: _fievole e aguto_; per uno strano equivoco del
trad., il quale leggendo nel testo fr. _foible et aigue_ ha volgarizzata
quest'ultima parola per _acuto_, mentre invece _aigue_ vuol dire _acqua_,
e qui dev'essere stata usata per _acquoso_.

(574) Intendi: _lo seme_ o _la semenza_ (semence), come hanno i Codd.
R. 1. e F. R.

(575) frailezza C. R. 2.

(576) concepono C. R. 2.

(577) corrucciosamente C. R. 1.

(578) Et se l'uomo e la femina pensano, al loro assembramento, in una
persona, overo l'uno di loro pensasse ad altra persona, dico che quelli a
cui ellino più pensano, lo fanciullo rasembrarà quella persona C. R. 1.



                              Cap. LXVI.

  _Lo re domanda: qual'è la migliore cosa che l'uomo possa avere. Sidrac
                               risponde:_


Lealtà è la migliore cosa che l'uomo possa avere in sè; che chi è leale a
Dio è leale a sè medesimo e alle genti; e quella è la cosa che Iddio più
ama. Per lealtà gli agnoli che sono in cielo non furono abattuti cogli
altri, che furono abattuti, che non erano leali. Per lealtà scanpò Noè
dal (579) diluvio; e Idio volle rienpiere lo mondo della sua generazione.
Per lealtà la buona gente che nascieranno, profetezeranno (580)
l'avenimento del figliuolo di Dio. Per lealtà la Vergine conceparà lo
veracie figliuolo di Dio (581), che si lascierà morire per diliberare
Adamo e gli suoi amici del podere del diavolo. E per lealtà i buoni che
saranno e verranno dopo lui si donaranno a diversi martiri (582), per lo
suo amore. Lealtà è altressì pura e degna e chiara e netta come il sole,
che non resta d'intorneare, e fa lo suo torno a ciò che Idio l'à
istabilito, ch'egli non possa lo stabilimento nè 'l comandamento di Dio
trapassare (583).

(579) per lo C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.

(580) profetaranno C. R. 1.

(581) la Vergine sarà conceputo dal figliuolo di Dio C. L. — Abbiamo corr.
col C. R. 1.

(582) si 'l merranno in diverse maniere C. L. — Abb. corr. col C. R. 1.,
sull'autorità del C. F. R. che ha: se livreront a divers martires por
s'amor.

(583) ch'egli non passi lo stabilimento e lo comandamento di Dio
C. R. 2. — che non trapassa neente il comandamento di Dio C. R. 1.



                              Cap. LXVII.

   _Lo re domanda qual'è la peggiore cosa che l'uomo possa avere in sè.
                            Sidrac risponde:_


In verità vi dico che la invidia è la (584) piggiore cosa che l'uomo possa
avere in sè; che della invidia si genera avarizia e cupidigia e
tradigione. E gli angioli che del cielo caddono, fu per invidia, la quale
ebono verso Idio, lo loro creatore. Adamo primo nostro padre fu cacciato
del paradiso e ispogliato della grazia di Dio per la invidia. Lo
diluvio (585) coperse lo mondo, cioè a intendere lo popolo che erano
inanzi noi, che erano cupidi del mal fare. La cupideza si è figliuola
della invidia, che di lei disciende; e per invidia e cupideza molti ne
perdono i loro corpi, e la grazia che Idio à loro donata. Tre grandi città
nascieranno al mondo: le due saranno, inanzi a l'avenimento del figliuolo
di Dio, distrutte per cupideza di malfare: l'una sarà per fuoco, l'altra
sarà per acqua; l'altra sarà distrutta, dopo la venuta del figliuolo di
Dio, per ispade. E per cupidizia del male fare e per invidia molti mali
avengono.

(584) Manca al nostro _invidia è la_. — Abb. suppl. col C. R. 2.

(585) diavolo C. L. — Abb. corr. col C. R. 2., sull'autorità del testo
francese che ha: le deluge.



                             Cap. LXVIII.

    _Lo re domanda come puote essere l'uomo leale. Sidrac risponde:_


Leale puote essere l'uomo legiermente, per molti modi: primieramente
credere nel suo creatore, che lo creò, e disformare (586) lo dee, quando
suo piacere sarà; e credere ch'egli sia tutto possente, sopra tutte le
cose del mondo; e che egli à fatto tutte le cose, e che egli è degno e
puro; e ch'egli non unque cominciamento nè fine nè mai non avrà, e
tuttavia si è, fue, e tuttavia sarà; e lascierà lo male e farà lo bene; e
lascierà lo scuro per andare al chiarore; e lascierà la puzza (587) e
andrà al buono odore; cioè a intendere, lascierà lo peccato e farà lo
bene, e lascierà la 'nvidia e la cupidizia, e piglierà pazienzia e
astenenzia e sofferenzia; chè chi à in sè queste tre cose, egli è leale, e
per lealtà puot'essere coronato in cielo, tra gli angioli, innanzi a Dio a
faccia a faccia.

(586) Per _distruggere_; come _dire_, _disdire_; _fare_, _disfare_; così
_formare_ (creare), _disformare_. La Crusca registra _disformare_ nel
senso di _difformare_, _render deforme_, e per _esser differente_. Il
Gherardini (_Supplimento_ ec.) _disformare_, mutar la forma di che che
sia. „Ma così morte l'essenza disforma.„ _Zenon. Piet. font._, p. LXXX.

(587) putidore C. R. 1.



                              Cap. LXIX.

 _Lo re domanda: la prodezza e la paura di che aviene? Sidrac risponde:_


La prodeza e la paura vengono dalla conpressione dell'uomo. Che se lo
corpo è di buona tenperanza, di quattro conpressioni, l'una comunale come
l'altra, lo corpo non è nè ardito nè codardo (588). Che se le quattro
conpressioni sono comunali, che lo freddo non vince lo caldo, nè lo caldo
l'umido, nè l'umido lo secco, lo cuore non si muove poco nè molto per
loro; e se il caldo il vince (589), e lo secco l'umido, lo sangue si muove
di tutte cose fare, e non teme colpo di morte, e diventa ardito. E se lo
freddo non vince lo caldo, e 'l secco l'umido, lo cuore diventa freddo e
molle e pauroso, e diventa codardo di tutte cose fare; che le collere nere
e lo sangue sono quelle che fanno avere lo cuore (590) codardo, quando
egli ànno podere sopra gli altri omori innanzi detti (591).

(588) Che se 'l corpo dell'uomo ène di buona natura, compressionato di
quattro compressioni, non è ardito nè codardo C. R. 1.

(589) et se il caldo vince il freddo C. R. 1.

(590) manca _lo cuore_ al nostro. — Abb. suppl. col C. R. 2.

(591) che la collera nera et il sangue sono quelli che fanno l'uomo ardito
et il quore, quando sopramontano l'altre; la collera gialla et la fremma
sono quelli che fanno il quore codardo, quando sormontano l'altre sopra
dette C. R. 1.



                               Cap. LXX.

  _Lo re domanda: la lebbra e la tigna di che aviene? Sidrac risponde:_


La lebbra viene se la femina avesse due cose: l'una è se la femina avesse
lo tenpo suo (592), e l'uomo s'acosta a lei, e ella ingenera, i suoi
fiori (593) sono caldi e secchi; e lo figliuolo ch'ella avrà, conviene per
diritta forza e per la natura che sia tignoso e lebbroso; che lo figliuolo
si nodriscie in quello medesimo fiore della femina. Ma se li fiori fieno
di buona conpressione, lo figliuolo non avrà niuno male nè niuno pericolo.
Perciò non si dee l'uomo acostare alla moglie, quando è lo suo
tenpo (594). E quando egli s'acosta a lei, si dee acostare a tale
intenzione e con tale volontà, d'aver frutto per lo suo creatore adorare.
Quando egli sentirà che la femina sia pregna, non si dee più acostare a
lei nè toccalla carnalmente, infino che ella non abia partorito; e dopo lo
partorire quaranta giorni. Questo è lo comandamento di Dio, ch'egli mandò
a Noè, per lo suo angelo benedetto.

(592) Queste due cose avengono quando la femina àne sua privata malattia
C. R. 1.

(593) Il C. L. ha: figliuoli. — Ma abbiamo corr. col C. R. 2., perchè il
C. R. 1. ha: _fiore_, e il C. F. R.: _flors_.

(594) Quando ella àne il suo fiore C. R. 1.



                              Cap. LXXI.

 _Lo re domanda: tutte le cose Idio fece, furono fatte dal cominciamento
                      del mondo? Sidrac risponde:_


Iddio fece tutte le cose; ma alcuna cosa ce n'à, che non fu già fatta dal
cominciamento del mondo; ma, per lo tenperamento di sua natura, sono poi
fatte mille e mille, che furono poi create per la volontà d'Iddio, come
sono asini e giomente e pelli, che furono dopo lo mondo fatti per lo
sudore dell'uomo (595). Vermini furono poscia fatti per la carne fracida.
Furono dapoi fatti altri vermini assai, uccelli volanti e molte altre
cose, che molto sarebe lunga cosa a contalle; ma in qual modo sieno, Dio
gli à fatti; per la sua volontà sono creati.

(595) La lez. del C. R. 2. è perfettamente uguale alla nostra, e nel
C. R. 1. manca questo Cap. Non resta dunque che a consultare il C. F. R.,
e l'ediz. Palat. Ma questa se la sbriga senza parlare d'_asini_ nè di
_giumenti_. E nel C. F. R. sta scritto così: Dieu fist toutes cosses dou
monde; mais aucunes ya que nefurent pas faites dou comencement dou monde;
mais par le consentement Deu et per sa volente, et per latemprement des
natures sunt depuis faites M. et M. furent depuis crees por la volente de
Deu dame. Et poils furent puis fait de la suor de l'omo. — Io suppongo
quindi che per errore sia stato scritto _Deu dame_ in luogo di _dame Deu_,
che trovasi usato nell'antico francese, e che è conforme al nostro _domene
Dio_; e che il traduttore abbia letto, invece di _dame_, _dane_, _d'âne_,
onde gli sieno usciti dalla penna gli _asini_ e le _giumente_. Notisi
ancora l'errore di avere volgarizzato _poils_ (peli) per _pelli_.



                              Cap. LXXII.

      _Lo re domanda: chi vi nodriscie lo frutto della terra? Sidrac
                               risponde:_


Iddio gli nodriscie e gli pascie. Egli àe stabiliti quattro elimenti, per
lui servire e onorare. La terra gli sostiene e gli guarda; l'aria gli
nodriscie e gli sveglia (596); l'acqua gli pascie e gli verdiscie (597);
lo sole gli scalda e gli crescie. Simigliantemente le continue (598)
vivande, che l'uomo vuole cuocere, vi conviene di quattro elimenti:
vasello e acqua e fuoco e aria; nè altrimenti non si potrebe
cuocere (599).

(596) l'esveile C. F. R.

(597) rinverdisce C. R. 2.

(598) comuni C. R. 2.

(599) Meglio nel C. F. R.: Encement come une viande che l'om velt cuire,
si convient IIII cosses: vaissel, aigue, feu, air; autrement ne ce puet
cuire.



                             Cap. LXXIII.

       _Lo re domanda: le bestie come arabbiano? Sidrac risponde:_


Le bestie arabbiano alli (600) XIX giorni della luna del mese di giugno,
che (601) apare una stella, verso lo levante, in cielo. In quello giorno o
in quella notte le bestie che la veggiono nell'onbra dell'acqua arabbiano;
e simigliantemente, se elle mordono alcuna persona, ella sarà arrabbiata,
o alcuna bestia. Altressì guardisi del piscio (602) del topo, che nol
tocchi. Chè da ivi a XL giorni gli conviene guardare (603) delle grosse
vivande d'olio e di carne e di pescie e di pane, ove levame sia
facto (604); nella fine di XL giorni tutta la notte veghiare; e se la
rabbia s'apressa sì forte, che non puote guarire nè dormire, anzi si pena,
e dannaggia l'altre genti, ànno paura della sua morsura (605), l'uomo dee
pigliare uno suggello (606), e mettervi entro di sottile cenere; e poi la
metta in sulla bestia o uomo che sia; incontanente morrà, o si dilibera di
quella pena. Le genti simigliantemente si diliberano di lui; ch'egli
potrebe molte genti e bestie damangiare (607), per la sua morsura
rabbiosa.

(600) manca _alli_ al nostro. — Abb. suppl. col C. R. 2.

(601) manca _che_ al nostro. — Abb. suppl. col C. R. 2.

(602) pissace au rat C. F. R. — Sebbene non trovi _pissace_ nell'ant. fr.,
pure credo che siasi potuto usare, vedendo _pisser_ registrato dal Du
Cange (a _pissare_).

(603) se convient garder C. F. R. — si de' guardare C. R. 2.

(604) ove levame sia stato C. R. 2. — _Levame_ è trad. di _levain_
(lievito).

(605) perchè non faccia danno a niuna altra persona C. R. 2.

(606) uno staccio C. R. 2. — e questa crediamo la vera lezione. Nel
C. F. R.: I. _sayas_. — L'ant. fr. ha _séas_, _saas_ (staccio); _séel_
(sigillo).

(607) danneggiare C. R. 2. — _Damangiare_ è trad. del franc. _damagier_.



                              Cap. LXXIV.

  _Lo re domanda: chi vive più che cosa che sia in questo mondo? Sidrac
                               risponde:_


L'aguiglia vive in questo mondo più che cosa che sia; che l'aguiglia vola
e monta tutto giorno nell'aria, e lo vento la rinfresca: per questa
ragione dee ella più vivere (608). I serpenti vivono assai, chè tutto loro
dimoro si è sotterra e sotto pietre; che lo freddore della terra è tutto
giorno fresco e novello (609), e sono più che l'anguille (610): questo è
l'ordinamento di Dio. Lo serpente vive più di mille anni, e ciascuno anno
gli nascie una tacca (611) nella testa, grande come una lenticchia; e
quando egli à conpiuto i mille anni, si diventa egli uno fiero dragone.
Non è già che tutti i serpenti vivono cotanto; ma alcuni serpenti v'à che
tanto vivono; che l'uno muore, e gli altri sono uccisi; gli altri,
divorati da uccelli e da bestie, in questo modo sono consumati.

(608) Nel Tesoro di Brunetto Latini: „li aigles vit longuement, porce
qu'il renovele et despoille sa viellesce„ — pag. 197. — Il T. F. P. ha:
et l'air et le vent le refroide et le tient freschement, et pour ceste
raison il doibt plus viure.

(609) Credo da correggere: che per lo freddore della terra ec. — Nel
T. F. P.: — Le serpent demeure tousiours soubz terre et soubz les pierres
et boit la froidure de la terre, et est tousiours fraiz et nouveau.

(610) Et si vit plus che l'aigle C. F. R. — Nel C. R. 2.: e sono più che
l'aquile.

(611) Manca _tacca_ al n. c. — L'abb. agg. dal C. R. 2. — B. Latini dice
del basilisco che ha: „tacche bianche sul dosso„. (trad. del Giamboni);
„blanches taches„ nell'orig. franc.



                           Cap. LXXV. (612)

      _Lo re domanda se Dio pascie tutte le cose. Sidrac risponde:_


Tutte le cose che Idio à fatte egli le pascie, che egli fece tutte le cose
del mondo, e si le partì alle genti,  (613) e gli diede iscienzia di
travagliare e di guadagnare e di vivere e di mangiare; e a l'altre
creature diede che si mangiassono bestie con bestie, e uccelli con
uccelli, e pescie con pescie; mangia l'uno l'altro; e a loro à dato
iscienzia di mangiare lo frutto della terra; in quello modo passano loro
tenpo.

(612) Nel C. L. questo cap. è intit.: _Lo re domanda le cose che Iddio
fece pensò egli?_ — Abb. corr. col C. R. 2., che è conforme al testo
franc.

(613) Manca al nostro _alle genti_. — Abb. suppl. col C. R. 2.



                              Cap. LXXVI.

   _Lo re domanda: le bestie e gli uccelli e' pesci ànno anima? Sidrac
                               risponde:_


Iddio non donò anima se non all'uomo e alla femina solamente, che è
signore dell'altre criature; che lo signore dee avere in sè magiore
dignità che lo servo. Se lo servo avesse in sè la dignità e lo podere che
à lo signore, dunque sarebe egli signore e possente come egli. L'altre
criature movevoli che Idio à fatte, elle non ànno già anima, anzi ànno
alena movibile (614). E quando elli sono morti, si diventa quella lena
neente. Simigliante (615) tutte l'altre criature, salvo l'uomo e la
femmina.

(614) Il nostro testo ha: innabile. — Abb. corr. col C. R. 2.,
sull'autorità del C. F. R.: aleine mouable; e dell'ediz. Palatina: alaines
mouvables.

(615) Simigliante sono C. R. 2.



                             Cap. LXXVII.

 _Lo re domanda: il popolo che sarà al tenpo di Dio morranno tanto quanto
                     noi facciamo? Sidrac risponde:_


Altressì come noi siamo magiori di persona, ch'egli non saranno,
simigliante alziamo più lunga vita, ch'egli non averanno; chè lo mondo è
più forte al nostro tenpo, che egli non sarà allora; la terra rende più lo
suo frutto che non farà allora; e la pianeta che ora governa lo mondo,
sarà più forte che quella di quel tenpo; e il vento è più forte che allora
non sarà; l'acque sono più dure che non saranno allora. Perciò dobiamo noi
più vivere per natura, che quelli che saranno a quello tenpo; che, in
quello tenpo, chi viverà CL anni, sarà tropo vivuto; e tutto giorno andrà
menomando di loro vita e di loro forza e di loro corpo, e cresciendo
insieme e in vizii. E simigliantemente l'altre criature andranno menomando
di loro vita e di loro corpo e di loro forza.



                             Cap. LXXVIII.

     _Lo re domanda: lo mondo quanto viverà (616)? Sidrac risponde:_


Lo segreto di Dio è sì grande e sì profondo, che niuno lo potrebbe sapere,
se non quelli che più ama e più tien cari. Simigliantemente lo vostro
grande segreto niuno lo puote sapere, se non quelli che voi più amate, e
che voi volete: o sia vostro figliuolo o vostro fratello, o sia vostro
amico. Quelli avrà uno buono amico, cui elli amarà (617) molto; e quelli
richiederà di sapere i segreti del re, e quelli gli dirà; e quelli sarà
savio e provedente, e penserà in sè medesimo: lo re m'ama e vuolmi bene, e
perciò m'à egli detto lo suo segreto; e perciò non sarebbe senno che io
diciessi al mio amico lo suo secreto. Ma per fare a piacere al mio amico,
e perch'egli sappia che lo re ama me, e mi dice lo suo segreto, io gliele
dirò un poco iscuramente, perch'egli non possa intendere come nè quando.
Similmente è del segreto di Dio, ch'egli nollo dirà se non fosse suo buono
amico e suo figliuolo, cioè a intendere lo verace profeta, che verrà nella
Vergine. Quelli saprà tutto lo segreto di Dio, che egli medesimo
sarà (618); e sarà intra 'l popolo come uomo; e farà tutto quello che farà
uomo sanza peccato. Anche fiano altri, sapranno lo segreto di Dio, cioè
fieno i suoi ambasciadori, e saranno quelli che profeteranno la venuta del
figliuolo di Dio. Nè eglino sapranno (619) già tutto lo segreto di Dio, ma
tanto solamente ne sapranno, quanto Idio loro per lo suo sancto spirito
manderà. Ma lo figliuolo di Dio, che sarà signore e possente sopra tutto,
come quelli che sarà egli medesimo (620), e 'l figliuolo di Dio sarà
domandato in terra: lo mondo durerà settemila anni? E egli risponderà che
sì. E detto li fia: e più? E egli risponderà, sicuramente; perchè niuno
sapia lo sagreto del padre (621). L'uomo non può intendere nè sapere lo
quando sarà o può essere; chè essere può centomilia anni, e può essere uno
giorno, o più o meno; che questo rimane alla volontà di Dio. Ma bene
troviamo che Iddio per la sua grazia à facto (622) VII pianete, per
governare lo mondo. Egli le stabilì alla sua volontà, e comandò che
ciascuna di loro governasse lo mondo mille anni; e quando ciascuna di loro
avrà conpiuto e servito mille anni, e settemilia anni saranno conpiuti,
farà poi del mondo a suo comandamento, e farà come a lui piacerà, e saràe
signore e possente di tutto. E egli stabilio le pianete a governare lo
mondo, e lo suo podere lo governa (623).

(616) basterà C. R. 2.

(617) quelli avrà C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.

(618) Sottintendi _Dio_.

(619) Nè egli non saprà C. L. — Abb. corr. col C. R. 1.

(620) Anche qui pare da sottintendere _Dio_.

(621) Giova riferire la lez. del C. R. 2.: Ma il figliuolo di Dio, che
sarà signore e possente sopra tucto, si come che saprà elli medesimo e che
saprà tucto, quando lo figliuolo di Dio sarà domandato in terra e detto:
lo mondo durerà egli VII\m. anni? E egli risponderà che si. E detto anco
li fie più volte, risponderà oscuramente, perchè nullo nollo sappia, nè
sapere possa lo segreto del padre. — Ed ecco ora la lez. del
C. F. R.: — Mais le fis de Deu, chi est seignor et tout puissant cil
meysmes, saura tout. Au fis de Deu sera domande en terre: durera le monde
VII\m. ans? Il respondera: oil ou plus, et le dira oscurement.

(622) a fare C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.

(623) Anche il C. R. 2.: lo governa; ma nel C. F. R.: les governe.



                              Cap. LXXIX.

   _Lo re domanda: à egli altra gente che viva oltre la terra, in mare?
                            Sidrac risponde:_


Oltre a mare à mille dugento (624) isole, nel mare del levante; alquante
ne sono abitate; e altre s'abiteranno. Alcune ve n'à che sono abitate
d'una gente molta grande, alla nostra fazione, ma non sono grandi di tre
palmi o meno (625); e si ànno barba di fino (626) al ginocchio, e ànno i
capelli infino alle calcagnia; e non vivono se non d'erbe e di carne; e le
loro bestie sono piccole, alla loro misura; e si ànno uno linguaggio loro
proprio; e si non ànno niuna credenzia, se non come bestie. Anche v'àe
un'altra isola, presso alla terra, dov'egli à una gente piccola d'un palmo
e di meno; e non vivono se non di pesci; e stanno e durano in acqua come
pesci, di dì e di notte; e sono a maniera d'uomini e di femine; ma egli
sentono come bestie. Anche v'à una ysola in mare, ove à gente alla nostra
fazione e alla nostra grandeza, e non ànno se non un occhio nella fronte;
e ànno linguaggio propio; e sono molti pilosi; e temono molto noi, che
abiamo due occhi; e non vivono se non di carne, e delle pelli si vestono.
Un'altra ysola v'à, che v'à gente che ànno coda, a modo di montoni (627),
che non vivono se non di pesci. Un'altr'isola v'à, che v'à gente che
portano una ispina sotto lo fondo delle natiche, lunga d'uno palmo e
grossa d'uno dito (628); e non possono sedere in piano, ma in aspro luogo,
dove la spina possa andare giuso; e sono tutti pilosi come montoni, e non
ànno altro vestimento; e sono poca gente; e non vivono se non di corbi,
chè altre bestie non ànno. Anche v'à un'altra gente, alla nostra fazione,
che non finano di conbattere, ch'ànno uno grande uccello (629); e abitano
in tane, per paura degli uccelli, la state, perch'egli n'ànno grande
dottanza; e il verno, per lo grande freddo. La gente gli vincono, e gli
uccidono, e mangiano, e serbano, per vivere la state. Un'altra ysola v'à,
dove abitano uccelli che covano l'uova al fuoco (630), e la loro piuma non
si puote ardere (631). Un'altra ysola v'à, ch'ànno i volti come cani.
Anche ci à un'altra gente in questa terra fermata (632), che credono il
sole e la luna e l'idole; e fanno sacrificio al nimico (633) del loro
corpo. E sono in una provincia che fanno al loro sacrificamento uno
tavoliere di legno, alto di tre passa, sì grande che vi cappia (634) cento
uomini o più. E quelli che si vuole sacrificare invita i suoi amici, che
gli facciano conpagnia al suo sacrificamento; e fanno grande sollazo e
grande festa otto giorni; e a' nove giorni salgono tutti in sull'altare,
quelli che gli vogliono fare conpagnia al suo sacrificamento; e l'altra
giente fanno grande sollazzo intorno al tavoliere; e si fanno mettere
legne tutto intorno intorno in grande abondanzia (635); e poi fanno
acciendere lo fuoco tutto intorno intorno. E lo signore del convito, che
si vuole sacrificare, sì si leva ritto, e dicie al popolo: io salto nel
fuoco per amore di quella ydola, del sole e della luna. E gli altri si
levano, e gridano lo suo amore, e saltano nel fuoco, e tutti s'ardono in
quello fuoco, e vanno al diavolo. L'altre genti fanno grande sollazzo
intorno di quello fuoco, tanto che sono tutti arsi; e poi pigliano la
cenere e fannone arlique. E simigliantemente fanno le femmine. Altre
maniere di gente v'àe che non le conto.

(624) mille trecento due C. R. 1. — M. et CC. et VII C. F. R.

(625) Al C. R. 1. e al C. F. R. manca _molta grande_: onde in essi corre
meglio il senso.

(626) infino C. R. 1.

(627) gente cornute in guisa di montone C. R. 1.

(628) gente che portano brocchi sopra loro fondamento, et ène d'uno osso
d'uno palmo, della grossezza d'uno dito C. R. 1.

(629) con uno grande uccello C. R. 2. — con una grande generatione
d'uccelli C. R. 1.

(630) Ancora v'àe un'altra isola, nel (così) quale abita uno ucciello, il
quale uccello cova nel fuoco, o fae i suoi pulcini nel fuoco C. R. 1.

(631) _Plumee_ fr. deve essere stato usato nel senso di _plumail_ che
significava ogni specie di animale che avesse piume. Infatti nel T. F. P.
si legge: et font pigeons au feu, et leurs pigeons ne ardent point.

(632) _Terra ferma_ hanno altri Codd.

(633) au deable C. F. R.

(634) che vi capiono C. R. 2.

(635) et sie fanno istipare tutta la tavola d'intorno di legna secche
C. R. 1.



                              Cap. LXXX.

     _Lo re domanda: perch'alcuno uomo è nero e altro bianco? Sidrac
                               risponde:_


Per tre ragioni è l'uno bianco e l'altro nero. L'una per lo seme (636);
che se il padre è bello (637), e ingenera per grande volontà, per diritta
natura conviene che la criatura sia del colore del padre. E se la femina
riceve volentieri il seme con grande volontà, e la volontà del padre non
vi sia, per diritta natura conviene che la criatura sia della somiglianza
della madre. E se l'uomo e la femina sono amendue di grande volontà, lo
loro figliuolo sarà del colore del padre, perchè egli disciende e viene di
tutti i suoi menbri e nerbi e vene; e per diritta natura conviene che sia
di quello medesimo colore, e della somiglianza della madre, perchè la
madre lo riceve come pasta, sanza nulla figura (638); e poi nel suo corpo
piglia egli figura; e però conviene che la figura sia somigliata a
lei (639). E l'altra maniera si è che se la femina è di calda
conparazione (640), la creatura s'arde (641) nel suo ventre, e diviene
bruna. L'altra cagione si è per cagione della terra e dell'aria, conviene
che la criatura diventi nera o bruna.

(636) per la sembianza C. R. 1. — E questa crediamo la vera lezione,
confermata dal C. F. R. e dal T. F. P., che hanno: semblance.

(637) bruno C. R. 2. Lezione confermata qui pure dal C. F. R. e dal
T. F. P.

(638) la madre lo riceve senza nulla fazzone C. R. 1.

(639) sia sembiante a lei C. R. 1.

(640) compresione C. R. 2. — complessione C. R. 1.

(641) l'enfant se art en son corps, et devient brun T. F. P.



                              Cap. LXXXI.

        _Lo re domanda: fellonia di che aviene? Sidrac risponde:_


De' malvagi omori viene la fellonia; che alcuna volta rinflabisceno (642)
al cuore come fuoco; e ismuove lo cuore e iscalda, e lo fa per lo loro
inflabiamento (643) diventare nero e scuro; e per quella iscurità diventa
pensoso e malinconoso. Poi quella iscurità risponde al cervello, e 'l
cervello risponde agli occhi e agli altri menbri, e sì gl'ingrossa, per
diritta forza (644) conviene che egli sia fello e malinconoso. E quando
gli omori cessano, e lo rinflabiamento (645) si spegnie, lo cuore riposa,
e la scurità si parte da lui, e gli menbri e gli occhi perdono la
grossezza (646), e diventano gioiosi e allegri.

(642) remflanbent C. F. R. — Nell'ant. fr. _flamber_, _flambier_,
_flamble_, _flambe_; onde il _remflabent_ ed il _rinflabisceno_ del n. t.,
per _rinfiammano_, che leggesi nel C. R. 1. Meglio nel T. F. P.:
reflambent.

(643) e smuovono il quore, e sie lo scaldano, e si lo fanno per loro
iscaldamento C. R. 1.

(644) che per diritta forza C. R. 1.

(645) rinfiamamento C. R. 2. — infiammamento C. R. 1.

(646) gordezza C. R. 1. — gordesse C. F. R. — Da _gourd_, gonfiato per
l'umidità. Cf. _Dict. de l'Acad. Franc., Suppl._



                             Cap. LXXXII.

      _Lo re domanda: perchè sono le bestie di molti colori? Sidrac
                               risponde:_


Perciò ch'elle non sono alla simiglianza di Dio, si conviene ch'elle sieno
di molti colori; e perciò ch'elle pascono l'erbe calde e umide e fredde e
secche. Quando le bestie sono grosse (647) e pascono l'erba, della magior
parte de l'erbe ch'ella mangia, conviene ch'ella abia magiore simiglianza.
E se la magior parte è calda e secca, conviene che la bestia sia nera; e
se la magior parte è solamente calda, conviene ch'ella sia vermiglia; e
s'ella è umida, ella sarà taccata; e s'ella è fredda ella sarà bianca: e
se le quattro nature dell'erbe saranno comunali, e' sarà vaio (648); e
altrettanto quanto ella averà pasciuto dell'una erba più che dell'altra,
di quella averà più colore nella lana (649). Simigliantemente aviene delle
bestie salvatiche, come delle dimestiche e degli uccegli: ciascuno à sua
natura; e tutto è l'ordinamento e la volontà di Dio; che tutto questo à
egli fatto per lodo della sua gloria. Egli à fatto molte diverse erbe, e
bestie e uccelli e pesci e gente, in quello modo che a lui pare, l'uno
bello e l'altro laido, alla sua volontà.

(647) pregne C. R. 1.

(648) vaiolato C. R. 1.

(649) Il C. L. ha: e altrettanto quanto egli avrà più nella
lana. — Abbiamo supplito col C. R. 2.



                             Cap. LXXXIII.

 _Lo re domanda: quegli che mangiano e beono più che mestieri non è loro,
                      fanno male? Sidrac risponde:_


Quelli che mangiano più che non deono, fanno gran male al corpo e
all'anima, e fanno peccato, e guastano la vivanda di che un altro uomo
potrebe vivere. Quelli sono chiamati ghiottoni, e peggio che bestie; e sì
sono incontro lo stabilimento di Dio; che Idio à ordinato che l'uomo
dovesse mangiare e bere tanto, quanto mestiere loro fosse; e lo rimanente
serbare per altre volte, e per darne a coloro che n'ànno mestieri. E in
questo mondo l'uomo dee mangiare una volta o due il dì; e chi altrimenti
farà, non farà bene, anzi fia chiamato ghiottone, e peggio che bestia, che
non à senno come l'uomo, quando è satolla si riposa, infino ch'ella à
fame; e per diritta natura l'uomo lo dee meglio fare, e se altrimenti lo
fa, si è più da biasimare che una bestia, che non à iscienza nè senno.



                             Cap. LXXXIV.

 _Lo re domanda: che cosa è la migliore e la piggiore cosa che sia (650)?
                            Sidrac risponde:_


La lingua è lo migliore e lo pigiore menbro del corpo; che per la lingua
puote l'uomo avere bene e amore e onore e profitto e alzamento (651) dalle
genti; e puote l'uomo avere da' suoi e dagli altri prò e onore di buono
uomo (652), conciosia cosa che (653) egli non sia. E per la lingua l'uomo
puote avere onta e male e villania e perdizione del corpo; chè tal parola
potrà la lingua dire, che tutto il corpo ne potrà aver gran dannaggio;
altressì come per la buona lingua puote l'uomo avere onore e bene. La
lingua non à osso, ma ella fa ronpere il dosso (654). Più legiermente, più
salvamente (655) puote l'uomo dire lo bene che 'l male.

(650) Manca al n. t. _cosa che sia_ — Abb. suppl. col C. R. 1.

(651) essaucement C. F. R., che propriamente significa _esaltazione_, da
_eshaucier_, _essaucier_, innalzare, esaltare.

(652) Nel n. t.: e puote l'uomo da' suoi uomini laude. — Abb. suppl. e
corr. col C. R. 2.

(653) Il solito errore per _sebbene_.

(654) ma ella fane ronpere reni e dosso C. R. 1. — Nel T. F. P.: la langue
n'est pas d'os, mais elle fait rompre les reins et le dos. — Questo
proverbio è sempre vivo sulla bocca del popolo.

(655) _salvamente_ hanno tutti i Codd., ed è trad. di _sauvement_ che vuol
dire _utilmente_, _sicuramente_, _senza pericolo_.



                              Cap. LXXXV.

 _Lo re domanda: chi dà magiore iscienzia o migliore, le cose calde o le
                     cose fredde? Sidrac risponde:_


Le calde vivande iscaldano lo corpo, e nodriscono gli menbri e le vene, e
iscalda lo cuore e lo cervello, e gli rischiariscie; e però rende più
iscienzia la calda vivanda. La fredda vivanda induriscie gli nerbi e le
vene e lo cuore e lo cervello; e simigliantemente lo rinfalabimento de'
rei omori rinfredda lo cuore; e lo cervello e i menbri di quello freddore
induriscie, e conviene ch'egli sia un poco grave (656).

(656) Gioverà riferire la lez. del C. R. 1.: — La fredda vivanda indura li
nervi e le vene e 'l coraggio e 'l celabro, e ismuovelo e infiammalo di
malvagi omori, et raffredda il quore e 'l corpo e 'l celabro e li menbri;
et di quello freddore ène durezza del quore e del celabro. — Il C. R. 1.
corrisponde letteralmente al T. F. P.



                             Cap. LXXXVI.

 _Lo re domanda: quando l'uomo è fello e crucciato e malinconoso, come si
                 potrebbe ciò cessare? Sidrac risponde:_


Primieramente dee l'uomo pensare al suo creatore, e ringraziarlo altamente
quando lo degnò di fare alla sua similitudine; e ricordarsi della morte
ch'egli dee fare, che l'uomo non puote scanpare nè ischifare; e ricordarsi
di coloro cui Iddio à magagnato di loro nenbri, e malizia di loro corpi, e
povertà più che a lui (657); e non ricordarsi di coloro che sono più
ricchi di lui; e legere i comandamenti di Dio; e ascoltare e udire le
buone ragioni, e di buone autoritadi; e dimorare in buone luogora; e così
puote egli ischifare la fellonia e lo cruccio e la malinconia.

(657) et ricordarsi di quelli che Dio àne fatti magagnati i suoi nenbri,
et malati di loro corpi et povari C. R. 1. Nel C. F. R. leggesi: ceaus a
cui Deu a done mahain. — _Mahain_ ant. fr. significa propriamente _difetto
corporale_. Il prov. ha il verbo _maganhar_. Ved. quello che il Muratori
(_Antich. Ital._, _Diss. XXVI_) scrive sulla etimologia della parola
_magagna_; e ciò che ne dice il Burguy (_Gramm. de la Lang. d'oïl_).



                             Cap. LXXXVII.

 _Lo re domanda: che vale meglio o l'amore della femina o l'odio? Sidrac
                               risponde:_


La buona femina dee l'uomo amare e onorare e pregiare e avanzalla (658) e
tenella per donna. E per la buona conpagnia della femina buona, l'uomo non
puote avere se non bene e onore e avanzamento e buono pregio, ch'ella
tiene lealtà al suo conpagnio, e sì lo difende di tutto male al suo
podere, altressì come la madre guarda lo suo figliuolo di tutto male.
L'amore della femina ria dee l'uomo schifare, e fuggire da lei come dal
fuoco; e s'egli no la può fuggire, elli si dia alungare da sua
volontade (659); chè la malvagia femina non è altro che la ria cosa; chè
l'uomo non puote avere da lei se non onta e vergogna tra la gente,
perch'ella non tiene niuna lealtà al suo conpagno, nè più nè meno come la
calcatrice  (660) fa all'uccello, che gli fa bene e gli rimonda la bocca
de' vermini, e ella l'uccide. Calcatrice si è una bestia che sta
nell'acqua, con grande testa e lunga; e due volte l'anno inverminiscono
molto (661); e ella escie alla rena, e si corica al sole, e apre la bocca.
E allora viene uno uccello, che Iddio àe ordinato, e sì gli rimonda la
bocca di vermini. Quello uccello àe uno isprone (662) in capo, a modo di
cresta di gallo, e entragli nella gola alla calcatrice, e mangiale tutti i
vermini; e la calcatrice chiude la bocca, per mangiare l'uccello che tanto
bene gli averà facto; l'uccello sente lo malvagio guiderdone che gli vuole
rendere; allora fiede dello sprone che à nel capo, nel palato della
calcatrice; e la bestia, che sente lo mal colpo dello uccello, si apre la
bocca, e l'uccello se n'escie fuori. Tale guiderdone rende la ria femina
all'uomo, che bene le fa; e però la dee l'uomo ischifare, lei e le sue
volontadi.

(658) Intenderei: renderla superiore agli altri.

(659) Nel n. t.: alunga almeno la sua volontade. — Abbiamo corr. col
C. R. 1. che è conforme al C. F. R.

(660) Tanto il C. R. 1. che il C. R. 2. hanno: calcatrice; strano errore,
che possiamo correggere mercè il testo fr., dove leggesi _coquatrix_,
sapendo che _cocatrice_ nell'ant. fr. significò _coccodrillo_. Cf. anche
_Du Cange_, _Gloss._ a _Cocatrix_. — Brunetto Latini fa del _Cocodrille_ e
del _Cocatris_ due animali distinti. „Or avient que quant li oisiaus qui a
non strophilos vuet avoir charoigne por mangier, il boute la bouche dou
cocodrille, et li grate tout belement, tant que il oevre toute sa gorge
pour le grant delit dou grater. Lors vient . i . autres poissons qui a nom
ydre, ce est cocatris, et li entre dedanz le cors, et s'en ist de l'autre
part, brisant et derompant son oste, en tel maniere que il l'ocist„ _Li
Tresors_, p. 185.

(661) e due volte l'anno le 'nvermina tutto dentro da la bocca C. R. 1.

(662) uno brocco C. R. 1.



                            Cap. LXXXVIII.

  _Lo re domanda: quando l'uomo è gioioso e allegro, ed egli oda alcuna
    cosa che non gli piaccia, come si cruccia egli? Sidrac risponde:_


Lo cuore si è maestro e signore di tutto il corpo; lo corpo si è servente
e guardia del cuore, e ciò che piace al cuore piace al corpo (663). E gli
occhi sono guardatori (664); e gli orecchi sono messaggi del cuore; le
mani sono difenditori del cuore; la testa è lo castello del cuore. Quando
il cuore ode alcuna parola che gli sia o buona o ria, egli nolla puote
sapere se non per li suoi anbasciadori; e se gli piace, egli ingioiscie e
allegra; tutti i suoi menbri ringioiscono e allegrano della sua gioia; e
li suoi aversari sono isconfitti. Quando gli suoi ambasciadori gli portano
cosa di cruccio, della ria anbasciata egli triema, e si smuove, e tutti i
suoi menbri sono crucciati e paurosi, e del suo cruccio triemano altressì
come fa egli. Gli suoi aversari ànno grande allegreza, e sì si muovono
contro di lui, e rinfiamano come egli fae (665). Se lo cuore è savio e
provedente, e ama il suo castello e li suoi uomini, egli riceve tutto lo
biasimo e il carico e il cruccio sopra sè, e si tiene fermo e costante, e
gli suoi uomini riposano, i suoi nimici sono isconfitti. E se lo cuore è
fievole e vano, gli suoi nemici rinfalabiliscono (666), sicchè egli non à
podere di sostenere gli altri suoi nimici. E li suoi uomini, che sono
altressì frali e vani come egli, non possono soffrire, e allora si muovono
a malfare. E così riceve lo signore lo danno; che se il cuore soffera, il
corpo non si muterà (667).

(663) Lo quore si è rôcca e fortezza della vita, e signore del corpo; et
ciò che piace al quore si piace al corpo C. R. 1.

(664) guidatori C. R. 2. — guides T. F. P. — specchi C. R. 1.

(665) e infiamallo C. R. 2. — e infiammano lui C. R. 1.

(666) e suoi nemici lo rinfiammano C. R. 1.

(667) che se il cuore soffera lo danno, il corpo non si muta C. R. 2.



                             Cap. LXXXIX.

  _Lo re domanda se dee l'uomo amare la femina, e la femina l'uomo sanza
                       biasimo. Sidrac risponde:_


L'uomo e la femina si deono amare secondo Idio, inperò ch'egli gli à fatti
conpagni e d'una cosa, per avere frutto, che ringrazino lo suo nome. E per
questa ragione l'uomo dee avere colla femina buono amore e leale, secondo
lo comandamento di Dio, e così la femina a l'uomo, secondo lo mondo, per
molti modi: primieramente dee l'uomo amare per la sua lealtà e per la sua
bontà e per le sua biltà e per la sua chiareza e per gli suoi doni e per
lo suo buono servire e per lo suo senno. L'uomo che àe una femina che tali
costumi à in lei, o l'uno di questi, elli non è già da biasimare, secondo
il mondo, s'ella non à già altra reità in lei che spegna la buona opera,
se elli l'ama, ched elli l'ama per le sue buone opere (668). La femina dee
amare l'uomo, secondo il mondo, primieramente per lealtà e per bontà e per
biltà e per valore e per doni e per cortesia e per suo servigio e per suo
senno. Femina che abia uomo che alcuna di queste cose sieno in lui, e non
abia in lui altri costumi che spegnia li buoni, ella non è da biasimare,
se ella l'ama, chè ella l'ama per una bella cosa ch'è in lui. Uomo che
odia la femina, e la femina che odia l'uomo, e non ànno niuno rio costume
in loro, sappiate ch'egli sono molto da biasimare e da riprendere.

(668) A spiegare la confusione di questo periodo gioverà riferire la lez.
del T. F. P.: L'home qui ayme femme qui sesdictes choses a en soy, ou
aulcune de ycelles, il n'est mie a blasmer, selon ce monde, et s'elle n'a
nulle aultre mauvaise coustume en soy, qui esteigne la bonte, car il
l'ayme pour les bones coustumes qui sont en elle.



                               Cap. XC.

   _Lo re domanda: onda viene la grasseza del corpo? Sidrac risponde:_


La grassezza viene dalle flemme dolci; quando lo corpo è flemmoso, elle
sono dolci, elle tornano per lo corpo; in questo modo signoregiano il
corpo, e lo 'ngrassano (669). Quando le flemme sono insalate, elle ardono
la carne e sì s'aconpagniano colle fleme gialle; e le gialle si spandono
poi per li menbri e per le vene, e fanno grande male a quello corpo. L'uno
diventa magro e l'altro rognioso, ed altri escie del corpo, e là ov'egli
escono, la carne diventa nera (670). E grande bene fanno a quello corpo
dell'uscire, che uccidere lo potrebono; e agli altri aviene una rogna
secca e minuta, che apena ne guariscie mai.

(669) La grassezza dell'uomo povaro disagiato viene di flemma dolce, che
si espande per lo corpo, et amorta il calore dell'altre collare; e in tale
maniera signoreggia il corpo e si lo ingrassa C. R. 1.

(670) et aulcune fois yssent hors du corps par quelque lieu, et en devient
la chair noire la par ou ilz yssent T. F. P.



                               Cap. XCI.

      _Lo re domanda: dee l'uomo gastigare la femina, e conbattella,
                   quand'ella falla? Sidrac risponde:_


Della buona femina lo suo fallo è piccolo; e quando ella l'à fatto, ella
si pente molto tosto, e sì si vergognia. L'uomo la dee allora gastigare, e
amaestrare con belle parole, e mostrarle ragioni e utilitade, siccom'ella
à mal fatto; e allora riconoscierà lo suo mal fatto, e gastigherala (671).
La ria femina, quando ella falla, ella non à vergognia, anzi si glorifica
e si vanta e si diletta; e quando l'uomo la gastiga, ella peggiora; e
quando l'uomo la batte, ella peggiora; e quando l'uomo la proverbia, ella
peggio fa. L'uomo la dee gastigare con belle parole e con promessa e con
doni due volte o tre o cinque o dieci; e se poi non si gastiga (672),
l'uomo la dee fuggire e lasciare; e altro gastigamento non ci à alla ria
femina ch'è della volontà del diavolo e in cui lo diavolo abita; l'uomo si
dee dilungare da lei e dalle sue volontadi.

(671) Meglio nel C. R. 2.: et ella stessa si castigherà.

(672) et se a tanto non si amenda C. R. 1.



                              Cap. XCII.

   _Lo re domanda di che cosa escie gelosia, e perchè è geloso l'uomo.
                            Sidrac risponde:_


Molte maniere sono di gelosia; che l'uomo à in Dio e nella sua fede (673).
Quando l'uomo disputa con altrui, e parla di cosa che non è e non puote
essere, dice male di sua fede e di sua ley; sapiate che là deono essere
molti gielosi e di grande cuore (674). Anche dee l'uomo essere geloso per
lo suo buon amico: questa gelosia è buona e leale, e di buono amore, puro
e netto, sanza niuna bruttura. Anche ci à altre maniere di gelosia, che è
di lordo cuore e di malvagio amore, che fortemente e lungamente
s'asettano (675) al cuore. Questo è gelosia di femina, che consuma il
cuore e la mente in perdizione, e chiamasi follia, che il cuore fa di rei
pensieri; allora gli omori bollono e rinfrabiano (676). Allora lo corpo e
di mangiare e di bere s'astiene, e perde lo suo diletto e si confonde. Ma
legiermente ne può essere dilibero, se egli vuole, che egli de' pensare un
poco in sè medesimo, che egli fa male, e tutta la sua angoscia e lo suo
travaglio non gli vale nulla. E se la femina è propia, egli dee gittare a
non calere (677), e gittare la soma di dosso in terra, e pensare ch'egli
si dee guardare al meglio sè medesimo che un altro uomo; e non
gratti (678) più la gelosia, che chi più la gratta, più la prende e più
arde. E si dee pensare ch'egli non è solo al mondo, e in questo mondo e in
poco tenpo puote essere dilibero. E se la cosa ch'egli ama non è propia
sua, sapiate ch'egli si travaglia di grande follia, e è diritto folle e
stolto, quand'egli diventa geloso dell'altrui cose, per perdere lo suo
tenpo in grande angoscia e in grande travaglio, altressì come quelli che
non fina nè dì nè notte conbattere a uno scudo e a uno bastone contra lo
vento.

(673) Sottintendi: _quella_ che. — Nel C. R. 2. si ripete: la _gelosia_
che ec.

(674) Confessiamo di non intendere quello che qui siasi voluto
significare. — Il C. R. 2. concorda col n. t. Forse qualche lume a questo
oscuro periodo potrebbe venire dal C. F. R.: la gelousie che l'om a de Deu
et de sa foy, chant l'om la despite et parle d'une cosse qui non est ni ne
puet estre, et dit mal de sa foy et de sa loy; saches la doit l'om estre
mout durement gelous et de grant cuer.

(675) Anche il C. R. 2. ha: s'asettano. Errore che si spiega col testo
francese: saisissent le cuer; essendo, se non erriamo, evidente che il
traduttore, non conoscendo il significato del vb. _saisir_, lo ha voltato
per _s'asettano_.

(676) reflambent C. F. R.

(677) il la doit geter a noncaler C. F. R. — Nel fr. ant. _mettre à
nonchaloir_ significava _obliare_, _disprezzare_. È chiaro che qui pure il
traduttore non intese il testo, e credè di volgarizzare alla lettera.

(678) Anche il C. R. 2. ha qui _gratti_ e più giù _gratta_. — Nel C. R. 1.
e nel T. F. P. manca questo periodo; il C. F. R. ha _grater_ e _grate_.
Potrebbe questo essere un modo proverbiale, quasi a dire: non istuzzichi
di più la gelosia. Ma noi crederemmo piuttosto che nel testo fr., invece
di _grater_, avesse a leggersi _guarder_ (serbare, conservare); e che
l'errore del cod. fr. sia stato copiato dal volgarizzatore.



                              Cap. XCIII.

 _Lo re domanda: dee l'uomo amare lo suo buono amico? Sidrac risponde:_


L'uomo de' amare lo suo buono amico lealmente e di buon cuore, e fargli
piacere di suo podere, e portare del suo carico o fascio, che nulla cosa è
che lo buon amico vaglia (679). Non già tutti quelli che sono amici, chè
amici sono perchè lo loro profitto lusinghi l'uomo; e per lo suo pro fare
gli mosterrà bello senbiante, e non gli cale di quello consiglio che egli
gli dà, o sia a suo pro o suo dannaggio; e non gli cale che di lui avegna,
ma ch'egli possa fare lo suo prode; si lo seguita in tutte le sue follie;
e quelli pensa in sè medesimo ch'egli sia suo buono amico, ma non è, anzi
è suo grande nimico. Altre maniere ci à d'amici, siccome di manicare e di
bere, e di più maniere; e s'egli avesse mestiere di tale amico, egli non
trovarrebbe niente quello che li bisognasse (680). Di tale amico l'uomo si
dovrebe molto guardare.

(679) car il n'est chose qui vaille le bon amy C. F. R.

(680) Abb. adottata la lez. del C. R. 1. — Nel C. L. leggesi: egli si
troverebbe nulla di tale.



                              Cap. XCIV.

 _Lo re domanda: può l'uomo fare lo suo profitto sanza travaglio? Sidrac
                               risponde:_


Da poi che Adamo mangiò lo pome in Paradiso, lo quale Idio gli avea
difeso, d'allora innanzi niuno pote fare lo suo profitto sanza travaglio,
che inanzi bene lo potrebe aver fatto. Niuno uomo è nè non nascierà, che
possa suo pro fare sanza travaglio. Si conviene che l'uomo pure si
travagli di suo corpo: e' richi, di loro cuore e di pensieri travagliano
alcuna volta; altressì conviene travagliare lo ricco come il povero, che
meglio vale che lo travaglio sia primaio, lo merito poscia (681). Altressì
come due uomini andassono per due cammini: l'uno troverrà a uno miglio chi
'l metterà a cavallo, e grande bene e onore gli farà, e l'albergherebbe;
domane troverrà al camino chi maggiore onore gli farà e magiore riposo; lo
terzo giorno troverrà più di bene; e il quarto e il quinto e il sesto
giorno troverrà una gente che gli faranno onta, e sì lo inpiccheranno per
la gola. Sapiate che quello onore e quello agio è stato molto rio, che
tale fine avrà fatta. L'altro uomo che va per l'altro camino, lo primo
giorno troverà una gente che lo battesse molto forte e noll'albergasse, e
l'altro dì trovasse peggio, lo terzo e 'l quarto e 'l quinto andasse più
pegiorando, e 'l sesto giorno trovasse una grande conpagnia di gente che
venisse contra lui con grande allegreza, e coronerebbollo re, e darebogli
grande podere. Sapiate che quello travaglio e quello disagio sarebe istato
buono, che a tale fine è venuto. Altressì come aviene in questo secolo:
chi vuole avere pro grande e durevole, si conviene ch'egli si travagli per
Dio del cielo suo criatore, altressì come l'uomo si travaglia in questo
mondo, per questo poco di profitto che abbiamo; falla chi si fida: e' non
è durabile (682).

(681) Crediamo utile riferire la lez. del T. F. P.: Adonc convient il que
les poures si travaillent pour leur prouffit, et les riches travaillent de
pensees et aulcunes fois de corps.

(682) Il C. L. ed il C. R. 2. hanno: per questo poco di profitto che a
nome falla chi si fida e non è durabile. — Il C. R. 1. e il T. F. P.
mancano di questo periodo. Nel C. F. R. si legge: por cel poi de profit
che nos avons; et por ce est fol chi se en fie; car il nen est neent
durable. — Noi, sulla scorta di quest'ultima lez., correggiamo _a nome_ in
_abbiamo_; lasciando il resto quale è nel C. L.



                               Cap. XCV.

   _Lo re domanda: dee l'uomo fare bene e dare carità a' poveri? Sidrac
                               risponde:_


Si veramente dee l'uomo fare bene alla povera gente, chè Idio à date le
riccheze a' ricchi perchè ne dieno a' poveri, e per atagli. Lo ricco dee
pensare che 'l povero è nato d'Adamo e d'Eva altressì com'egli, e è fatto
alla similitudine di Dio come egli; e che la riccheza che Idio gli à
donata non è a lui, se non tanto solamente per lo suo corpo e per la sua
anima, se egli vuole. Quando egli morrà, non porterà con lui nulla; ma,
altressì come egli venne povero e ignudo, povero n'anderà; e però de' egli
di quello bene ch'egli àe farne bene alle povere genti; e quando egli lo
fa, lo dee fare umilmente, sanza niuno argoglio e sanza niuna mostranza, e
sanza niuno broncio (683).

(683) reproche C. F. R. e T. F. P.



                              Cap. XCVI.

   _Lo re domanda: come si dee l'uomo contenere con tutta gente? Sidrac
                               risponde:_


Quando l'uomo è tra genti, egli si dee contenere saviamente e
cortesemente, con bella cera e con bella contenenza; e parlare a
misura (684) e a ragione, quando tenpo è, e ascoltare la ragione
dell'altra gente, conciosia cosa ch' (685) egli non vi sia diletto, che
ciò è grande senno e cortesia, d'ascoltare quelli che parla. E anche si
dee l'uomo contenere sanza niuno orgoglio, conciosia cosa ch' (686) egli
sia gran signore, che tanto come egli è più possente, dee essere più
cortese e più umile. E in questo modo sarà egli tenuto cortese e gentile e
di buona aria (687). Quando egli à sua ragione a dire, egli dee pensare
infra sè medesimo in che modo dire la dee, con bella cera e con belli
sembianti e con grande cuore. E non ispaventare e vergognare di nulla, che
molte volte l'uomo che à il diritto, e dice la sua ragione spaventatamente
e vergognosamente, egli perde la sua ragione e 'l suo diritto. E quando
l'uomo è tra' fatti (688), s'egli si può contenere saviamente e
cortesemente, con suo pro e con suo onore, egli lo dee fare, se egli vede
che dannaggio non gli venga; e s'egli vede che 'l suo senno nè la sua
cortesia non gli vale nulla, egli si dee contenere follemente, inanzi che
lo male gli venga: tra buoni, buono; tra li rei, reo, se la sua bontà e lo
suo senno non gli vale (689).

(684) misurevolmente C. R. 1.

(685) Per _sebbene_.

(686) c. s.

(687) debonaires C. F. R.

(688) E quando l'uomo entra a' fatti C. R. 2.

(689) Questo strano consiglio del savio Sidrac è in parte spiegato dalla
lezione del C. R. 1.: si dia contenere follemente, siccome elli sono.....
intra' buoni, buono, e intra' folli, folle. — Infatti anche il C. F. R.
ha: entre les fol, fol.



                              Cap. XCVII.

 _Lo re domanda: quando lo ricco perde la sua riccheza val meno, e quando
           il povero diventa ricco val più? Sidrac risponde:_


Quando lo ricco perde la sua ricchezza, egli perde lo suo onore e lo suo
podere e il suo senno e la sua cortesia, e diventa istolto; e non si
chiama nimica a consiglio, come dinanzi; e ciascuno s'alunga da lui,
perch'egli perdè la sua memoria e lo suo onore; e niuno pregia le sue
parole, e non è bene ascoltata, anzi è tenuta per nulla; e si diventa
codardo e vile; da tutta gente èe disonorato. Il povero, quand'egli
diventa ricco, egli diventa savio e cortese, conciosia cosa ch' (690) egli
sia folle o villano; e si diventa prode e valente; e la sua parola è
ascoltata e udita; e tosto truova amici e benevoglienti e servidori; e
ciascuno s'accosta volentieri co' lui; e ciascuno gli fa onore e
reverenzia; e si è ispesso a consiglio chiamato. Lo ricco si è altressì
come uno vasello di terra, che è adornato di pietre preziose e di fino oro
e di grande ricchezze, e poi è gittato nel fuoco, e tutta la riccheza si
perde e si consuma: lo vasello che è di terra che avea le riccheze
acattate, diventa terra e nulla. Si che tutta la riccheza di questo secolo
non è già di coloro che l'ànno, anzi l'ànno in prestanza: siccome uno
mercatante che signoreggia lo castello d'uno ricco uomo, e non à di quello
se non quello ch'egli travaglia, e vive di quello; e quando lo ricco uomo
vuole pigliare lo suo, lo mercatante è tutto fuori dell'avere, ma tanto
àe, ch'egli è bene vivuto di quello avere. Altressì sono le genti di
questo secolo, se non tanto come egli sono in vita, cioè ch'egli fanno la
loro volontade; quando egli muoiono, altressì poveri vanno come egli
vengono. Ma lo povero che fue ricco, è più gentile che quelli che non ebe
unque nulla.

(690) Anche qui per _sebbene_.



                             Cap. XCVIII.

    _Lo re domanda: la malvagia maniera e' costumi donde viene? Sidrac
                               risponde:_


Della volontà dell'uomo e della sua malizia e del suo malvagio cuore, che
tutto escie di lui, ch'egli àe lo senno che conoscie, che egli àe malvagia
maniera e costumi; e ch'egli lo può bene lasciare, se egli vuole pigliare
lo buono costume, e fare bene. Che quelli che àe malvagio costume in sè,
bene non puote fare nè dire, nè bene avere, nè buone lode avere dalla
gente, nè bene rispondere di cuore; che tuttavia lo suo cuore pensa a mal
fare, e si è tuttavia in grande travaglio; e consuma lo suo cuore, e usa
lo suo tenpo a mal fare. Altressì come colui che puote andare sicuramente
per uno piano con piccolo cammino, e egli vae per dirupi e per grande
montagne, e fa gran camino, e mettesi in pericolo, altressì aviene di
quelli che fa la ria costuma e lascia la buona.



                              Cap. XCIX.

    _Lo re domanda: lo ferro ch'è forte e duro, come fue primieramente
    fermato il martello e le tanaglie e l'ancudine? Sidrac risponde:_


Iddio fece tutto; e sepe bene che l'uomo avea bisognio  (691) in questo
mondo. Sì lo mandò Adamo a insegnare per lo suo agnolo (692), che egli
prendesse lo ferro, che era come rena, e facessene ancudine e martello e
tanaglie, e quello che bisognio gli era, e che di ciò servirà lo mondo,
tanto come egli durerà. E Adamo fece lo suo comandamento. E diventò poi
così duro, come egli è ora. Quando venne el diluvio, Noè mise nell'arca
delli stovigli (693), che furono fogiati con quelli, e l'uno coll'altro
dureranno infino alla fine del mondo.

(691) di ciò che l'uomo ebbe bisogno C. R. 2.

(692) Trad. letterale del C. F. R.: si le manda Adam enseigner per son
angle. — Meglio nel C. R. 1.: Et sie mandò Idio ad Adamo uno angelo che li
disse, ecc.

(693) Corrisponde al C. F. R.: mist en l'arche de ceaus ostils qui furent
ec. — _Ostil_, ant. fr. significa utensile, strumento dell'uso
domestico. — Nel C. R. 1. si legge: e quando venne il diluvio, Noè mise le
dette ferramenta nell'arca, e duraranno sempre, infino alla fine del
mondo.



                                Cap. C.

 _Lo re domanda: quelli che giurano lo loro Iddio fanno egli male? Sidrac
                               risponde:_


Di quelli che giurano lo loro Idio falsamente, quale egli sia o buono o
rio, fanno molto grande male; ch'egli nol tengono già per rio, anzi lo
tengono per buono. S'egli giurano falsamente per cupidigia, e conoscono
bene che egli giurano falsamente, quelli sono diavoli e peggio che
miscredenti, perch'egli falsano lo loro Idio per cupideza. Conciosia cosa
ch' (694) elli sia malvagio, per buono lo tengono (695) elli; anche
sapesse elli ch'egli fosse malvagio, e si spergiurano (696), per falsare
la gente, e ellino peccano fortemente, per falsità ch'egli fanno alla
gente. Quelli che non ànno fede nè lealtà, non dovrebono essere creduti
fra la gente, di cosa ch'egli dicano. Anzi dovrebono essere tenuti peggio
che una bestia; nè affidare  (697) nè asicurare non si dee uomo in loro;
chè quando il loro Idio falsano per cupideza, bene lo faranno a uomo.

(694) Il C. R. 1. ha qui: già sia ciò che.

(695) tengo C. L. — Abb. corr. col C. R. 1.

(696) spergiurassero C. R. 1.

(697) di fare C. L. — Abb. corr. col C. R. 1. — Il C. F. R. ha: afier;
che spiega l'errore del n. c.



                               Cap. CI.

      _Lo re domanda: de' l'uomo essere casto di tutte cose? Sidrac
                               risponde:_


L'uomo dee essere casto del suo corpo e di tutte cose: primieramente di
luxuria, nè di giurare male, nè di riguardare nè udire male, nè pensare
male, nè andare in malo luogo, nè mangiare in male, nè dormire in male, nè
consigliare in male, nè bere in male nè più ch'egli suole, nè vestire in
male, nè togliere in male. Di tutto questo dee l'uomo essere casto, e di
molte altre cose. Chi così farà, quelli sarà quelli cui Iddio formò alla
sua figura (698). Chè Idio à dato a ciascuno senno e sapere di schifare
tutto questo; e se egli lo fa, egli è amico di Dio e degno della sua
conpagnia, quando tenpo sarà.

(698) sigurtà C. L. — Abb. corr. col C. R. 2., confermato dal C. F. R.



                               Cap. CII.

   _Lo re domanda: con cui dee l'uomo andare e cui dee l'uomo schifare.
                            Sidrac risponde:_


L'uomo dee andare nella bella rugiada e nella bella verdura, e dee l'uomo
schifare d'andare sopra il fuoco ardente; chè chi va sopra la rugiada e
sopra la verdura, non può avere niuno male e va sicuramente; e quelli che
va sopra lo fuoco, non puote avere se non male e danno. Cioè a dire:
l'uomo dee amare la buona gente e andare in loro conpagnia, perch'egli non
potrà andare se non bene, e sarà salvo e sicuro, come quelli che va sopra
la rugiada. E quelli che vanno in buona conpagnia, avranno tutto bene e
lodo dalla gente; e quelli che vanno colla ria conpagnia, conciosia cosa
ch' (699) egli sieno buona gente, si non possono avere se non male e onta
e vergogna e biasimo e rio lodo, e saranno dispregiati in fra la gente. E
però de' l'uomo amare i buoni, e tenegli presso; e non gli caglia s'egli è
povero o ricco; e odiare i rei, e schifagli.

(699) benchè C. R. 2.



                              Cap. CIII.

 _Lo re domanda: che vale meglio, o riccheza od onore? Sidrac risponde:_


Riccheza si è corporale, e onore si è spirituale. Chi à la ricchezza, si
può aver quello che mestiere gli è all'anima e al corpo; egli troverrà chi
gli farà piacere e servigio per la sua ricchezza; e non puote essere sì
cattivo, che egli non abia ciò che mestieri gli fa al corpo; e la sua
riccheza si potrà molto adagiare (700). Il povero che non à se non onore,
poco gli vale; che dello onore che le genti gli fanno non potrà essere
satollo nè ben vestito, chè l'onore vae al vento, che è spirito (701).
Egli non è si bene tenente come lo ricco; che meglio vale che l'uomo dica
ch'egli sia ricco villano, che povero onorato.

(700) È da correggere colla lez. del C. R. 1.: et per sua ricchezza si
poterà molto adagiare. — _Adagiare_ per _prendere i suoi agi_; come
_aiser_ del C. F. R., per _mettre à l'aise_. L'ital. ha anche: _agiare_.

(701) ène uno vento C. R. 1.



                               Cap. CIV.

   _Lo re domanda: de' l'uomo portare onore al povero come al ricco in
                      giustizia? Sidrac risponde:_


Chi lealtà vuol fare, egli dee altressì giudicare lo povero come lo ricco.
E in giudicamento non dee stare già lo povero in piede e lo ricco a
sedere; anzi de' comandare al povero e al ricco di stare in piede; e
intendere e ascoltare così la ragione del povero come del ricco. E l'uno e
l'altro debono essere al giudicamento comunali, chè la giustizia si è
Iddio, e però si dee fare lealmente, altressì come Idio giudica lealmente
a tutti, alla morte, al povero come al ricco; che niuno nol puote
ischifare nè scanpare.



                               Cap. CV.

 _Lo re domanda lo povero se si diletta nella sua povertà, come lo ricco
                 nella sua ricchezza. Sidrac risponde:_


Li poveri si dilettano nella loro povertà, più che gli ricchi nella loro
ricchezza; chè i ricchi sono più cupidi che i poveri. I ricchi non possono
tanto bene avere, ch'egli non disidirino più; similemente come l'affamato
e lo satollo; che quelli che è satollo, è agiato; e quelli che è affamato,
è disagio; lo ricco non si puote satollare di riccheza; e lo povero non
puote avere sì poco del suo, ch'egli non si diletti a magiore gioia.
Altressì come uno uomo ch'è stato in infermità uno grande tenpo, e egli
vede intorno a lui altrui sano e lieto; sì tosto come l'angoscia e lo male
l'à lasciato uno giorno o due, egli è più ad agio e più gioioso che quelli
ch'è stato tuttavia sano e allegro. E così si diletta lo povero di cento
danari, chi glieli donasse, come lo ricco di mille marche d'oro, in sua
riccheza.



                               Cap. CVI.

     _Lo re domanda: dee vantarsi l'uomo di quello ch'à fatto? Sidrac
                               risponde:_


L'uomo non si dee vantare di quello ch'egli avrà fatto; e se egli lo fa,
egli farà dispiacere a Dio e onta a sè medesimo. E s'egli è prò e valente,
e egli si vanta, egli fa come vile e codardo, e le genti lo spregiano
direto da lui (702), conciosia cosa che inanzi non gli dicono. E quello
valore tengono per codardia, perchè i codardi si vantano, perciò ch'egli
non ànno niuna prodeza in loro; e si credono fare tenere prò e valenti per
li loro vanti (703); e per questo sono tenuti più vili ch'egli non sono.
Ma lo savio prò e valente dee tacere, e stare cheto di suo valore contare;
e allora è egli più pregiato, e la sua prodeza più inalzata tra la gente;
e la gente contano la loro prodeza per loro; e così è loro grande onore. E
gli stolti che si vantano de' peccati (704), quelli non sono già uomini,
ma peggio che bestie, ch'egli ricontano la loro onta e gli loro peccati
senza vergogna, altressì come bestie che fanno la loro bisogna inanzi
l'altre bestie. La bestia non è da biasimare, imperò ch'ella non à
senno (705) ch'ella lo faccia copertamente; nè peccato non fa ella già. Ma
quelli che si vanta del peccato ch'egli à fatto, e che si diletta in
contallo, egli pecca molto, e è tenuto peggio che bestia.

(702) Manca _direto_ al C. L. — Abb. suppl. col C. R. 2.

(703) per loro buffe e per loro vantanze C. R. 1. — Anche l'ant. franc. ha
_buffoi_, _bufoie_ per _vanità_, _ostentazione_. Ma tanto nel C. F. R. che
nel T. F. P. leggesi invece _bourdes_ (dal vb. _bohorder_), che significa
_moquerie_, _raillerie_. Cf. _Burguy_, _Gramm._, a _Horde_. — In
provenzale si ha il vb. _bordir_, che vuol dire _joûter_, _folatrer_.

(704) Et il folle che si vanta di sua follia C. R. 1.

(705) Manca _senno_ al C. L. — L'abb. agg. dal C. R. 2.



                              Cap. CVII.

  _Lo re domanda: come fiatano i cani più ch'altra bestia (706)? Sidrac
                               risponde:_


I cani sono di più calda natura che altra bestia; e del loro calore,
quando eglino si congiungono, eglino si rinflabiliscono; e si giungono e
s'apigliano, altressì come due pezi di ferro rovente (707): l'uomo mette
l'uno sopra l'altro, e fiere di sopra, e elli s'apiccano lo loro calore;
altressì fanno gli cani.

(706) Questo titolo è errato. Deve dire, come negli altri Codd.: _come li
cani s'apiccano insieme_.

(707) Nel C. R. 1. v'è questo di più: et anco si ci àne un'altra ragione,
che, quando il maschio discende sopra la femina, suo membro s'attortiglia
in essa, e non si puote sì tosto partire da essa. Che s'elli discende
dritto com'elli monta, elli non si appicciarebbero tanto.



                              Cap. CVIII.

  _Lo re domanda: quelli ch'ànno cupideza dell'altrui cose o dell'altrui
                  femine fanno male? Sidrac risponde:_


Quegli che ànno cupideza dell'altrui femine o dell'altrui cose, egli fanno
grande male, e sono chiamati vicini (708) del diavolo; che il diavolo non
si satolla giammai di mal fare, e vorrebe tutto giorno trarre a lui.
Altressì è di coloro ch'ànno cupideza dell'altrui cose o dell'altrui
femine; che altressì dovrebono egli fare con altrui, come e' volesseno che
altri facesse a loro (709); chè quelli che volesse che altri gli togliesse
sua roba o sua femina, molto gli parebe grande fatica, e molto ne sarebe
dolente; e similmente è di colui (710); chè l'uomo de' avere astinenza
delle cose, povero e ricco ch'egli sia, e non dee avere cupideza
dell'altrui cose, altressì come gli angioli di Dio, che non ànno cupideza.

(708) Pare da intendersi _compagni_ del diavolo. — Nel C. R. 2.: ventri
del diavolo. — Nel T. F. P. e nel C. F. R.: gracieux au deable.

(709) e vorrebbe che facesse a lui C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.

(710) Meglio sarebbe _lui_. E qui deve essere stato usato _colui_, come
traduzione letterale di _celui_.



                               Cap. CIX.

  _Lo re domanda: può l'uomo scanpare dalla morte, per nulla ricchezza o
per niuna cosa, per forza o per ardire nè per fuggire? Sidrac risponde:_


La morte è simigliante all'aria di questo secolo, che tutte le creature
che vivono, conviene che vivano di lei; e se l'aria loro falliscie una
ora, morti sarebono. Già non può essere tanto sotterra, che l'aria non
vada (711); e chi non sente l'aria si è morto. Altressì della morte; che
niuno nolla puote fugire, che non sia morto (712), per tenpo o tardi; chè
s'egli andasse al nabisso della terra o al fondo del mare, o
s'agrappasse (713) all'aria, della morte non potrebe fugire; chè, in
qualunque luogo egli sia, o alto o basso o grande o piccolo, la morte va
tuttavia a lui, che uno solo passo nollo lascia; anzi lo porta sopra a sè,
come uno de' suoi menbri, e più; chè uno de' suoi menbri potrebe l'uomo
tagliare, uno o due o tre, e gittagli via; e tutto l'avere del mondo e
tutta la forza non potrebe l'uomo acattare (714) a vivere una sola ora più
che a Dio venisse a piacere; chè buoni e rei, ricchi e poveri, vecchi e
giovani, frali e forti, savi e folli morire gli conviene, chè niuno ne
puote scanpare.

(711) Così hanno pure gli altri Codd. italiani. — Ma il C. F. R. corregge
l'errore: ja ne peut estre soute terre cosse che de l'air vivent.

(712) che non moia C. R. 2.

(713) Nel C. F. R.: campast en l'air. E probabilmente _aggrappasse_ fu,
nell'intenzione del traduttore, volgarizzamento di _campast_.

(714) rechepter T. F. P. — nolla potrebbero ricomprare nè scanpare una
quarta ora più, se a Dio ec. C. R. 1. — non potrebono avere gracia di fare
vivere una sola ora più, che a Dio ec. C. R. 2.



                               Cap. CX.

  _Lo re domanda: è buono a rispondere a quelli che folle parla? Sidrac
                               risponde:_


A quelli che follemente parlano l'uomo loro non degnia rispondere, se le
sue parole non sono in suo danno. Che alcuna volta che i folli parlano
d'alcuno uomo follemente, e l'uomo non sa perchè (715) quelli si dice, se
egli risponde, ogni uomo saprà che per lui l'avrà detto. Quando lo savio è
ripreso, ch'egli abia follemente parlato, egli se ne vergogna e si pente;
e lo folle quando egli parla follemente, e l'uomo lo riprende, egli si
cruccia e si infolliscie più; e afermano incontanente le loro folli
parole; e si ingenerano molte follie, e in pensieri e in ragioni e in
grandi pianti (716). E lo tacere vale meglio che lo rispondere a cotali
gente.

(715) per cui C. R. 2.

(716) et de la sont engendrees moult de folles pensees et de raisons et de
grans plaitz T. F. P. — Notisi l'errore di avere tradotto _plaitz_ per
_pianti_, mentre vuol dire _disputa_, _litigio_. Infatti il C. R. 2., che
concorda nel resto col C. L., ha, invece di _pianti_, _piati_.



                               Cap. CXI.

   _Lo re domanda: qual'è la più grave cosa che sia? Sidrac risponde:_


La più grave arte (717) che sia si è la lettera, e la più sottile e la più
profonda e la più innorata (718); e si è signora e maestra dell'altre
arti; e non si chiama arte anzi senno, per coloro che guadagnano delle
loro mani dello scrivere. E lo scrivere è la più grave e la più
travagliosa e la più noiosa, che niuna arte che sia al mondo. E non è arte
che l'uomo non potesse lavorare e pensare, e parlare altro, e ridere e
ascoltare; e (719) nell'arte della scrittura l'uomo non può fare (720);
chè quelli che iscrive, travaglia tutto il suo corpo e gli occhi e 'l
cervello e le reni, e sì non puote pensare nè parlare altro, nè ridere nè
guardare nè cantare, se non solamente gli conviene avere la sua mente allo
scrivere. E chi non sa iscrivere, non potrebe credere che cosa lo scrivere
sia. Ella non è arte, ma è arte e travaglio, più che niuna altra arte; e
non si potrebe fare grande pagamento allo scrivano (721).

(717) Il C. L. ha: cosa. Ma poichè in tutti gli altri Codd. leggesi
_arte_, abbiamo creduto di poter fare questa correzione.

(718) onorata C. R. 1., C. R. 2.

(719) ma C. R. 1.

(720) non può l'uomo ciò fare C. R. 1.

(721) Forse queste ultime parole sono state aggiunte o mutate dal _povero
amanuense_ fiorentino. Esse non leggonsi nè nel C. R. 1., nè nel C. F. R.,
nè nel T. F. P.



                              Cap. CXII.

   _Lo re domanda: quelli che si travagliano e non sanno aiutare (722),
               perchè non fanno eglino? Sidrac risponde:_


Quegli che si travagliano, e non sanno adagiare sè, son servi a quello
avere che è d'altrui, e muoiono in servitudine, e altri gode quello avere.
L'uomo non dee nimica follemente guastare lo suo avere, nè lasciarsi avere
disagio; ma dee ispendere a misura e a ragione, quando eglino ànno tenpo,
ed agiare quelli che non ànno. Di che, quelli fa bene e a diritto che così
fa.

(722) ceulx qui travaillent et ne se osent ayser pourquoy le font ilz?
T. F. P. — _Aiser_ significa tanto _donner de l'aise_, _soulager_, che
_aider_, _securir_: indi l'errore del testo. Il quale più sotto traduce
bene _aiser_ per _adagiare_, nel senso di _prendere i suoi agi_. — Questo
_adagiare_, di cui la Crusca registra un solo esempio, pare che piaccia al
nostro volgarizzatore, che l'ha usato anche pochi capitoli indietro.



                              Cap. CXIII.

      _Lo re domanda: come infolliscono le genti? Sidrac risponde:_


Le genti si infolliscono in molti modi. Uomini sono nati molti senplici,
come folli. Altri perdono lo senno per malizie; altri della fralezza del
cervello; altri de' rei omori, per tropo perdere sangue; altri per grande
alore; altri per rie onbre, che si dimostrano loro e gli spaventa; altri
di tropo digiunare e di tropo veghiare, che loro secca lo cervello; altri
per danno ch'egli ricevono, per grande dolore e per molti altri modi. E di
tutti questi modi di follie ciascuno porta lo suo danno; ch'apena farebono
mai male ad altrui. Ma altre maniere di folli sono, che sono molte rie per
loro e per altrui; cioè a sapere di coloro che mangiano e beono e tolgono
l'altrui, che inbolano e uccidono la gente, e che falsamente giurano e
peccano in molti modi, quelli che dicono false testimonianze. E di cotali
folli l'uomo si dee molto guardare; che per la loro follia e malvagità
fanno molti altri mali a molte altre genti. E l'altre follie inanzi dette
non gravano la gente, anzi loro medesimi portano la loro pena (723).

(723) portent leur somme et leur peine avecques elles T. F. P.



                              Cap. CXIV.

   _Lo re domanda: grava all'anima quand'ella si parte dal corpo, e al
         corpo quand'egli si parte dall'anima? Sidrac risponde:_


Si, molto grande forte gli grava (724), e sono molti tristi e angosciosi,
quando l'uno si parte dall'altro; e, se fosse in loro, giammai non si
partirebbono. Altressì loro grava fortemente, come d'uno novello isposo e
d'una novella isposa che si travagliano (725) oltr'a misura, e l'uomo gli
parte a forza, molto sarebono angosciosi; che lo corpo e l'anima sono due
isposi, che molto s'amano, e che giammai non si vorebono partire. E quando
conviene che si partano, e ch'egli abiano male conversato in questo
secolo, allora lo duolo è troppo grande, che l'anima va male, e lo corpo
torna a nulla. Eziandio, tutto che gli tardi (726), si conviene ch'egli
sia colla sua isposa in questa pena. E se egli sono bene conversati
insieme, anche grava loro lo partire; altressì come uno uomo andasse a
guadagniare in una lunga (727) contrada; e quando egli avesse assai
guadagnato, egli verrebbe per la sua isposa, e s'agiugnerebono insieme in
bene (728). Quando l'anima si parte dal corpo, ella va come un uccello, là
ove ella à servito; e il corpo rimane come uno albore, che è diradicato e
gittato, che secca, e diventa quasi nulla.

(724) Molto e grandemente e forte C. R. 2.

(725) qui s'entreament T. F. P. — È assai probabile che e_ntreament_ sia
stato tradotto _travagliano_, non conoscendosi il significato di questo
verbo, che è quello di _amarsi reciprocamente_. — Però potrebbe anche
essere un errore del n. c., avvegnachè nel C. R. 2. si legga: che si
amassero oltr'a misura.

(726) et quoy qu'il tarde T. F. P.

(727) lontaine C. F. R.

(728) et s'asembleroit bien C. F. R. — Qui _assembler_ ha il significato
di _reunir_. Ed _aggiugnersi_ ha pure in ital. il significato medesimo.
„Con maritale legame meco si agiugnesse.„ _Guid. G._



                               Cap. CXV.

     _Lo re domanda: cui de' l'uomo più temere, o l'uomo vecchio o 'l
                       giovane: Sidrac risponde:_


L'uomo dee temere l'uno e l'altro, cioè a intendere lo folle; che se lo
giovane è folle e male insegnato (729), alcuna volta la calda natura, ch'è
in lui, e gli omori lo rinfrabiscono (730) e lo scaldano e lo fanno
essere (731) giolivo  (732) e oltragioso. E quando quello calore e quello
rinfabilimento cessano; egli s'abonaccia e diventa cheto e soave; che
quella jovelitade (733) che fue in lui, fue per diritta natura. Ma lo
folle vecchio, che non à nullo calore in lui, e egli è giolivo, sapiate
che quelli è diritto folle, e da lui si dee l'uomo ben guardare; che egli
àe avuto tutto lo suo tenpo, e vogliono avere l'altrui, quando egli vuole
mostrare la sua gioventudine per diritta forza; chè in lui non sono i
calori, nè lo rinfabilimento, nè gli omori che gli dieno la giolività,
anzi la pigliano in presto per diritta forza, come quelli che volesse
cuocere carne al calore del sole. Altressì è del vecchio folle, che si
vuole fare giolivo e allegro e giovane, che per forza essere vuole; e
vuole mantenere la gioventudine colli suoi motti e con suoi vantamenti, e
si fa lo prode, lo fiero e lo forte e l'ardito, e mantiene la sua follia;
quelli dee l'uomo temere, che quelli è diritto folle.

(729) et mal enseignes C. F. R.

(730) reflambent C. F. R.

(731) manca al C. L.: e lo fanno essere. — Abb. suppl. col C. R. 2.

(732) jolis C. F. R. — Ma qui avrebbe piuttosto il senso di _joliard_,
cioè _plaisant_.

(733) jolivete C. F. R. — esmouvement T. F. P. — giovinezza C. R. 2.



                              Cap. CXVI.

      _Lo re domanda: piove più in un luogo che in un altro? Sidrac
                               risponde:_


In uno anno piove più che in un altro, primieramente per la volontà di
Dio, e per lo movimento delle pianete e de' segni; ch'elle si muovono per
la volontà di Dio, siccome deono, e si rincontrano; e questo fanno in uno
anno magiore caldo che in un altro. L'anno che poco piove, sarà grande
danno in terra; che la terra non rende tanto del suo frutto, come s'egli
piove assai. E quello anno sarà inferma la terra, per lo calore ch'è stato
dinanzi, perchè non piovve, tanto ch'ella potesse raffreddare per lo
calore che viene della state. Quando la terra è calda e arde e rinfiamma,
ella gitta fuori lo suo veleno per l'acque e per li frutti; e perciò
infermano le genti. Non intendere mica tutte le terre. Ma se l'anno non
piove bene, al movimento de' segni e delle pianete e alla volontà di Dio,
sono corrotti.



                              Cap. CXVII.

   _Lo re domanda: perchè non fece Idio l'uomo che non potesse peccare?
                            Sidrac risponde:_


Se Iddio avesse fatto l'uomo che non potesse peccare, dunque non
servirebbe (734) egli niuno bene avere; e non servirebe d'avere la grazia
di Dio e la gloria; che egli non avrebbe fatto lo bene per lui, se non per
Dio che lo fece di quella natura, che non potesse peccare (735). Ma perciò
che Idio volle che l'uomo diservisse guidardone (736) di gloria per lui e
per lo suo travaglio medesimo (737), e non per fare oltragio al diavolo,
lo fece in tal natura ch'egli potesse fare il bene e 'l male per lo suo
grado (738), e per lo suo guidardone di gloria; e per lo diavolo avere
vergogna (739), che sì frale cosa, come la natura dell'uomo, facesse bene
e lasciasse il male per suo grado, e guadagniasse la gloria, onde egli era
caduto per lo suo orgoglio, che egli fece per lo suo grado contra al
creatore. E altrettale (740), che, se l'uomo facesse lo male, che egli
fosse dannato per quello medesimo male ch'egli avrà fatto, per lo suo
grado; e che egli sia degno d'avere o l'uno o l'altro, secondo ch'egli
avrà diservito: chè tutto è stato per lo suo grado.

(734) deserviroit C. F. R. — _Deservir_, ant. fr., vale _meriter_.

(735) chè l' bene tornarebbe a Dio, ond'elli muove; e l'uomo non
meritarebbe d'avere gloria da Dio, ched elli none avrebbe fatto il bene
per lui, ma per Dio, che Idio l'avrebbe fatto in tale natura di fare il
bene tanto solamente C. R. 1.

(736) Il C. F. R. ha: deservist gueredon.

(737) Tanto il C. F. R. che il T. F. P. hanno di più: et qu'il peust
gaigner.

(738) par son gre C. F. R.

(739) et per quoy che le deable eust honte C. F. R.

(740) autretel C. F. R., mal tradotto per _altrettale_, mentre vuol dire
_parimente_, _similmente_.



                             Cap. CXVIII.

  _Lo re domanda: è buono di tramettersi di tutte cose con tutte genti?
                            Sidrac risponde:_


L'uomo si dee agrappare (741) a uno albero, ove (742) egli possa avere del
suo frutto di suo prò. Ma chi si vuole agrappare a l'albero del
sole (743), egli puote cadere, e ronpersi il collo. Altressì adiviene che
i possenti si debbono inpacciare co' possenti; e' poveri co' poveri, nella
loro povertà. Chè i poveri che s'infrascano (744) co' gli richi, egli
fanno follia; e di ciò possono essere dannegiati, altressì come una foglia
che si percuote in una pietra (745). Non tocca allo povero il fatto de'
possenti (746); ch'egli nollo pregia, nè sa chi si sia, nè a consiglio
nollo chiama, nè di suo bene nè di suo male (747). Dunque perchè si dee
inframettere del fatto del possente, quando così poco lo pregia? Lo povero
si dee tenere cheto e di buona aria; e vivere nella sua povertà, come
savio uomo; e non gli caglia del fatto del possente. E anche s'egli è
chiamato a consiglio, egli si dee difendere di non mettersi tra loro in
nulla guisa, s'egli può; e s'egli non si può difendere, egli dee dare tal
consiglio, ch'egli salvi l'una parte e l'altra, e ch'egli non sia
biasimato nè dal ricco nè dal povero, perchè lo ricco (748) non sia sopra
di lui. Chè ciò che adiviene del possente, l'uno riguarda l'altro, ma lo
povero è male venuto (749); che tutto lo carico è posto sopra di lui.
Altressì come montoni che si percuotono nell'acqua l'unghie delli loro
piedi, e iscasano, perciò ch'elle sono piccole (750); altressì sono i
poveri tra' possenti. Perciò non si dee il povero intramettere ne' fatti
de' ricchi e de' possenti. Ciò che vogliono, facciano, bene o male sia
loro.

(741) ramper C. F. R. — apigliare C. R. 2.

(742) onde C. R. 2.

(743) a la rais dou solail C. F. R. — _Rais_ vuol dire _raggio di luce_.

(744) s'entremetent C. F. R. — Qui _infrascarsi_ vale _impacciarsi_,
_intramettersi_; ed in questo senso non è registrato nella Crusca.

(745) une foile chi hurte en une pietre C. F. R. — _Foglia_ qui forse è
stato usato per significare in genere una cosa fragile, facile ad esser
rotta. — Migliore però è la lezione del T. F. P.; une chenille qui se
heurte a une pierre. — _Chenille_ vale _conchiglia_.

(746) Le fait des puissans ne touche point aux poures T. F. P.

(747) de son mal et de son bien tot li est un C. F. R. — Intendi: il suo
male e il suo bene gli è tutt'uno.

(748) lo carico C. R. 2. — la charge T. F. P.

(749) Così hanno tutti i Codd. — Forse si disse _malvenuto_ per _male
arrivato_; se pure non è da correggere _male veduto_.

(750) Accozzo strano di errori. Ecco la lezione del C. F. R.: com les
moutons, qui en l'aigue se hurtent, et les grenoilles eschacent l'un sur
l'autre, por ce che elles sunt petites. — Come _grenoilles_ (grenouilles)
sia stato tradotte per _unghie_ non sapremmo. Invece di _iscasano_
(eschacent, _chassent_ nel T. F. P.), il C. R. 2. ha: cascano.



                              Cap. CXIX.

     _Lo re domanda: perchè Iddio fecie il mondo? Sidrac risponde:_


Primieramente per enpiere le sedie del cielo, onde furono traboccati gli
rei angioli, e per lodo della sua gloria; ch'egli volle d'uomo e di
femina, e di frale natura, avere gienerazione di rienpiere le dette sedie;
e per la vergognia del diavolo. Non tutti quelli che sono al secolo, nè
che saranno, non s'asetteranno già a quelle sedie; ma quelli vi sederanno,
che degni ne saranno, d'averla quella gloria, per la loro opera.



                               Cap. CXX.

   _Lo re domanda: come fu fatto il mondo, e come si tiene egli? Sidrac
                               risponde:_


Iddio fece terra e acqua, e tutto quello che egli volle fare; e l'uomo,
apresso lo traboccamento de' rei angioli. Egli disse: sia fatto lo mondo;
in quella ora fue lo suo comandamento adempiuto. E lo mondo fu fermato
sopra acqua, siccome a lui piacque. E tutta l'acqua che in questa
aria (751) è sopra terra, questa che è scoperta, à altre acque che la
sostengono; chè lo fondamento della terra si è l'acqua, e lo fondamento
dell'acqua si è lo fermamento, per la potenza di Dio. Idio per la sua
potenza fece il mondo a guisa d'uno uovo; altressì lo fermamento che tutto
intornea lo bianco dell'uovo, si è l'acqua, ch'è tra lo fermamento che
intornea la terra (752). Lo giallo dell'uovo si è la terra, che è
intorniata e siede sopra l'acqua; altressì come lo giallo dell'uovo che è
intorniato di bianco. Lo giermo che è nel giallo, si è la gente in terra,
cioè la forma del mondo. Ma egli è altressì ritondo come una mela, che non
à capo nè coda.

(751) Parrebbe che qui _aria_ volesse significare _mondo_. Non trovo
esempii nè in franc. nè in ital. di questa parola usata in un tal senso.
Il quale però non sarebbe a reputarsi troppo strano, da chi consideri
specialmente che _aire_ in provenz. si usò per _paese_, ed il perchè di
questo significato. — Il C. F. R. ed il T. F. P. hanno _air_.

(752) „Rien de plus commun, scrive il Le Clerc (_Hist. Litt. de la
France_, XXIII, 306) dans les écrivains du XII siècle, que la
représentation du monde sous la figure d'un oeuf, dont la terre occupe le
centre.„ E reca i seguenti versi dell'_Image du Monde_:

    Tot ensi come on voit l'uef
    Que l'abuns enclot le moief.
    Et enmi le moief s'abaisse
    Une gotte ensi come graisse
    Qui de nulle part ne se tient,
    Et la graisse qui le soustient
    Ne l'aproche de nulle part;
    Ensi est, par itel esgart,
    La terre enmi le ciel assise,
    Et si ingalment enmi mise, etc.



                              Cap. CXXI.

 _Lo re domanda: à gente di sotto a noi, che vegano lo chiarore del sole,
                altressì come noi qui? Sidrac risponde:_


Per la ritondezza del mondo si àe altre genti di sotto da noi, che vegono
lo chiarore del sole, altressì come noi qui; e gli loro piedi sono contra
i nostri. E ciò è per la bassezza e per l'altezza delle parti del mondo, e
per la ritondezza, che il levante è più alto che il ponente. E quando il
sole si leva al ponente, anco è notte al levante, per largheza e grandeza
del mondo (753); che in quello che 'l sole avrà corso in terra una onbra
di quattro dita, si sarà corso lo fermamento MM miglia. Non intendere già
che il sole si mostri nè s'abassi punto (754). Una contrada è dove abitano
genti, che il sole non vi sta se non una ora, e incontanente è notte.
Un'altra v'è, che tuttavia (755) è oscuro come notte. E quando in uno
luogo del mondo è istate, in un altro è verno. Tutto questo aviene per la
ragione del sole, che piglia altro cammino, per la volontà di Dio,
ciascuno anno (756).

(753) chant le solail se lieve au levant, encore est l'aube au ponent; et
chant il s'abasse au ponent, il est nuit au levant, per la grandesse et la
reondesse dou monde C. F. R.

(754) Questo periodo, che qui e nel C. R. 1. non ha senso, così sia
scritto nel T. F. P.: N'entendez pas que le soleil se demonstre au lieu ou
il se couche, rez a rez de la terre, ne pres de la terre; mais a grand
haulteur de la terre, autant comme la longueur de la terre est de l'ung
chief a l'aultre, et encore aultre tant plus.

(755) tout jors C. F. R.

(756) il prent chascun an aultre chemin, ne ne peult repaire en son lieu
T. F. P. — _Repaire_, da _reparier_, _revenir_.



                              Cap. CXXII.

    _Lo re domanda: quanto è il mondo lungo e largo e ispesso? Sidrac
                               risponde:_


Altrettanto è la sua larghezza come la sua lungheza e come la sua anpieza,
che è tutto ritondo come una mela. Chi volesse andare dall'uno capo del
mondo all'altro, diritto per lo mezo, e ciascuno giorno andasse bene
comunalmente dalla mattina infino alla sera, e l'acqua (757) del mare,
ch'è tra levante e 'l ponente, fosse tutta terra ferma, e tutto il mondo
fosse piano come la palma della mano, non potrebbe andare dall'uno capo
all'altro, in meno di mille giorni. E dalla largheza e grossezza (758)
altrettanto.

(757) Il C. L. ha: il braghite. — Il C. R. 2.: e braghieri. — Nel
C. F. R.: l'aigue. E secondo questa lezione, noi abbiamo corretto. Il
nostro _braghite_ sarebbe forse traduz. di _brahic_, _brac_, ant. fr., che
vuol dire _fango_, _melma_? Veda un po' il lettore se la nostra congettura
sta in gambe, e si ricordi che qui trattasi di un viaggio a traverso lo
_ispessore_ della terra, dove è facile supporre che al buon Sidrac avesse
a parere che l'acqua fosse _fangosa_. — L'ital. ha _brago_, e il prov.
_brac_. E l'ant. fr. ha l'agg. _brageus_.

(758) Nel C. L.: ispesta. — Abb. corr. col C. R. 2. — Supponiamo che
invece di _ispesta_ volesse scriversi _ispessezza_. — Il T. F. P.:
espesseur.



                             Cap. CXXIII.

  _Lo re domanda: perchè vorrà Iddio disfare lo mondo di tutto in tutto?
                            Sidrac risponde:_


Per lo meglio di lui. Se uno uomo avesse uno bello palagio, grande e
nobile, e in un'altra parte avesse una bella casa piccola, e una parte del
bello palagio fosse caduta; e bisognasse che delle pietre di quello
piccolo albergo si riconciasse lo suo grande palagio, certo egli disfarebe
lo piccolo albergo, e non guarderebe altro se non che lo suo bello palagio
fosse racconcio e conpiuto. Altressì è di Dio: egli non vuole se non che
lo novero  (759) del cielo sia conpiuto; e di questo mondo non à cura.

(759) nombre C. F. R. e T. F. P. — Forse per _armonia_?



                              Cap. CXXIV.

   _Lo re domanda: come volano gli uccelli per aria? Sidrac risponde:_


Gli uccelli volano per aria per la sua spessità, che l'aria è molto
ispessa e umida; e per questa ragione sostiene gli uccelli volando. E per
ciò viviamo noi dell'aria, per grande ispessità e umidore che è in lei. E
di questo vi potrete voi avedere legiermente, con una verga: che se voi
tosto e forte la menate, ella piegherà; e se l'aria non fosse, ella non
piegherebe. E per questa ragione gli uccelli volano per l'aria.



                              Cap. CXXV.

        _Lo re domanda: la piova di che viene? Sidrac risponde:_


La piova viene d'acqua di mare; e per uno cannone  (760) di vento monta
nell'aria, e 'l calore del sole la tira; chè lo vento tira e bee l'acqua;
e lo sole, che è caldo di natura, lo tira, per lo suo calore, alto
nell'aria. E di questo si puote l'uomo avedere leggiermente: che altressì
la bee, com'egli bee la rugiada, e tirala in alto. E tanto e tanto tira a
monte (761) dell'acqua, ch'ella diventa nuvolo. E si ingrossano e enfiano,
e lo vento poi la ronpe, e l'acqua si sparge sopra molta terra (762), e a
noi toglie lo chiarore del sole. Quando i nuvoli sono bene pieni, si
comincia a piovere; e quando tutta l'acqua è isparta, lo nuvolo rimane
bianco, ch'escie del fredore dell'aria (763). E lo calore del sole lo
spinge e caccia e consuma (764); e allora apare l'aria chiara e pura. In
molti luoghi sono, che i nuvoli e la piova nascono di terra, e montano
nell'aria, come lo fummo (765) che si chiama brina; e chi vi tenesse la
mano entro, la troverrebbe bagniata; e questo è per lo spiramento (766)
della terra.

(760) canon C. F. R. — tourbillon T. F. P. — Il Raynouard (_Lex. Rom._)
cita appunto questo passo del testo provenzale del Sidrac: La plueia ven
de la mar e per un _cano_ de ven monta en l'aire. — E spiega la parola
_cano_ per _tourbillon_. Sarebbe il nostro _turbine_, forse detto _canon_,
per somiglianza di forma colla _canna_.

(761) amont C. F. R. — Questo avverbio, dell'ant. fr., significa _en
haut_ — La Crusca registra _a monte_ per _in alto_, _ad alto_, citando due
esempii della traduz. del _Tesoro_ di Brunetto Latini. Ma ciò anzi
conferma ch'ell'è parola schiettamente francese, non usata dagli italiani.

(762) sur une grand partie de la terre C. F. R.

(763) chi est de le freidor de l'air C. F. R.

(764) et la calor au solail si l'eschaufe et la consume C. F. R.

(765) come une fumée C. F. R. — _Fumée_, meglio _vapore_ che _fumo_.

(766) sospirement C. F. R. e T. F. P.



                              Cap. CXXVI.

     _Lo re domanda: di che vengono le neve (767)? Sidrac risponde:_


Dell'acqua e del freddore dell'aria che molto è fredda. Tanto come lo
sottile nuvolo è alto e sottile, tanto giela più tosto, che lo grosso; e
quanto ella è più grossa, ella scaufa (768) piùe, e non si può gelare;
altressì come uno grosso ferro scalfa più che uno sottile. Che di tanto
come la cosa è più dura, s'aprende più forte. Altressì è dell'aria: quando
ella è più grossa, si scalfa più, e non si puote gielare; e quando ella è
sottile, egli è più freddo, e giela più; e poi lo freddo vento la ronpe, e
falla venire in terra, e questa è la gragnuola (769).

(767) gresles T. F. P. — Ed infatti il C. R. 2. ha: gragnuola.

(768) Traduzione litterale di _ele eschaufe_. Notisi più sotto lo
_scalfa_. — Migliore è la lezione del C. R. 2.: Tanto come lo sottile
nuvolo è alto e sottile, tanto giela più tosto che lo grosso; e quanto
egli pare più grosso, egli è più caldo e non si può gelare.

(769) Autretel est de l'air: chant il est plus gros, il eschaufe plus, et
ne ce puet geler; et chant il est soutil, il est plus fort et froit, et
gele plus; et apres le vent les presse, et les fait a terre venir C. F. R.



                             Cap. CXXVII.

      _Lo re domanda: la tempesta di che aviene? Sidrac risponde:_


L'anno (770) che nella state nascono i tremuoti, nell'aria nascie uno
grande umidore, che col freddore si raguna e apiglia; e poi lo calore del
sole la speza, e falla venire in terra (771); e più grossa nascie ch'ella
non cade. E la terra criepa in molti luoghi; e' venti escono fuori e
ispandonsi per l'aria; e vengono grandi tenpeste, in quello anno, in più
luogora.

(770) Il C. L. ha: Lo vento. — Il C. R. 2.: Lo verno. — Il C. F. R.:
L'an. — Abbiamo corretto secondo questa ultima lez., parendoci che da essa
sola potesse venire qualche senso al discorso.

(771) L'an que en l'iste vienent les troles, une grant froidure naist, la
quele moillor che en l'air naist, et s'asemble en l'air et s'amace, depuis
la chalor au solail la depesse, et la fait en terre venir C. F. R. — En la
nuee que en l'este viennent les gresles et les tempestes, une froidure se
naist, et sort icelle nuee: et la moiteur qui en l'air naist ensemble a
l'air et s'amasse; et apres vient la chaleur du soleil qui les deffait, et
les fait a terre venir T. F. P. — _Troles_ per _terremoti_ è senza dubbio
errore. L'ant. fr. ha _terremoete_. „E terremoete co i ad veirement„ ec.
(_Chans. de Rol._, Ch. II., v. 767., ed. Génin). — Così non trovo
registrato _moillor_, ma non credo che sia errore. Il prov. ha il vb.
_moillar_, _molhar_; ed il mod. franc. _mouiller_, _mouillure_. Errore
deve essere _moiteur_, del T. F. P., per _moileur_; come al foglio CCXXXIX
del medesimo testo, _moyte_ per _moyle_: „l'iver... est froit et
_moyte_„ — Riguardo poi a _troles_, potrebbe forse leggersi _trones_
(_tron_, _tro_, prov.; _tuono_ ital.). Infatti il C. F. R. ha più sotto:
_tonitres_, _tonieres_ e _tron_: „si naist le tron„. O più probabilmente
_croles_, crollo, che trovasi usato nell'ant. fr. per _tremblement_.



                             Cap. CXXVIII.

     _Lo re domanda: li tuoni e li lanpi che sono? Sidrac risponde:_


Li tuoni e li lanpi escono dell'aria, e della forza de' venti che
s'incontrano in altri, nell'aria, molto fortemente, e si feriscono; e
nello loro fedire escono i tuoni di grandi colpi; e di percosse escie uno
grande chiarore, come fuoco; e lo splendore apare inanzi in terra; che lo
tuono è inanzi che lo lanpare (772); altressì come d'uno fucile che l'uomo
volesse trarre fuoco, e lo colpo è inanzi, e lo fuoco escie poi. Non
intendere nimica che lo incontramento de' venti sieno sotto i nuvoli, ma
sono sopra di loro; e quando egli (773) non sono, sì sono nell'aria in
alto.

(772) e lo sprendore appare innanzi in terra che lo tuono venga; ma bene
sapiate che lo tuono viene inanzi che lo sprendore C. R. 2. — E questa
lez. concorda con quella del testo provenzale: la resplandors pareis avans
en terra que lo tonedres sia: mas lo tonedres es abans que lh'esluciada.

(773) li nuvoli C. R. 2.



                              Cap. CXXIX.

        _Lo re domanda: onde vengono gli venti? Sidrac risponde:_


Li venti escono del mare che intornea la terra, e s'incontrano fortemente
d'una parte e d'altra. I venti escono all'incontro del loro
incontro (774); e sì si spandono nell'aria per lo mondo, e confortano le
genti e l'erbe e l'altre criature. L'anno che vento viene più che l'altro,
in quella contrada ove quello vento regnia, l'acque di mare s'incontrano
più che in altre contrade (775).

(774) Così ha pure il C. R. 2. — Nel C. F. R.: yssent contremont de lor
encontrer. — _Contremont_ significa _in alto_; onde intenderei: escono in
alto ad incontrarsi. Il trad., non conoscendo il valore dell'avverbio
_contremont_, lo ha volgarizzato _all'incontro_.

(775) En l'an que l'ung vent en une contree vente plus fort que les
aultres, en celle contree de ce vent, les eaues de le mer se rencontrent
plus la que en ung autre part; et pour ce le vent est plus en celle
contree que en une autre part T. F. P. — _Incontrarsi_ pare che qui abbia
il significato di _darsi di cozzo_, ad esprimere le acque del mare in
burrasca, le quali veramente si _cozzano_ tra loro. Anche in franc.
_encontrement_ trovasi usato per _choc_.



                              Cap. CXXX.

  _Lo re domanda: come monta e sale l'acqua nell'alte montagnie? Sidrac
                               risponde:_


La terra à molte vene, siccome il corpo à molte vene; e si viene per la
testa in alto, e per tutto va lo suo sangue. E se uno uomo si
segnasse (776) nel capo, lo sangue n'uscirebe per le vene; altressì aviene
dell'acqua nella terra; l'acqua va per mezo della terra, di lungo e per
traverso e in alto e per lato, là ove ella truova vene tenere e
frali (777); ella la criepa (778), e sciende d'alto e di basso (779).

(776) se seignast C. F. R. — _Saigner_, _seigner_, tirer du sang.

(777) terre vaine et feible C. F. R. — Il Roquefort (_Gloss._) tra i varii
significati che attribuisce alla parola _vain_, registra anche quello di
_vide_; che a noi pare meglio degli altri adattarsi al nostro esempio.

(778) ella le fa crepare C. R. 2. — elle la crieve C. F. R.

(779) et ist soit de haut soit de bas C. F. R.

(780) Questo capitolo manca al C. R. 2.



                           Cap. CXXXI. (780)

     _Lo re domanda: l'acque onde escono e vanno? Sidrac risponde:_


Tutte l'acque del mondo escono del mare, e nel mare ritornano; e vanno per
la terra in diverse maniere, e si ritornano in più luogora, che l'una va
qua e l'altra là; vengono altressì, come voi vedete che le formiche  (781)
fanno nel loro andare. L'acque che entrano nella terra inverso i' levante,
elle escono verso il ponente; e quelle che entrano verso ponente, escono
verso il levante; altressì aviene del traverso del mondo (782). Non
intender mica ch'elle entrino per tane nè per buchi; anzi la bee la terra
e ricoglie, altressì come fa la spugna l'acqua; e poi si ragunano di molti
luoghi, e diventano grandi fiumi, e la terra sì li sospira (783) di fuori,
dall'altra parte, a quella medesima (784) ragione, come ella la bee.

(781) Il C. L. ha: i fiumi. — Ma poichè tanto il C. F. R. che il T. F. P.
hanno _formies_, _formis_, e poichè stando alla lezione del n. c. il
discorso non avrebbe senso, noi abbiamo corretto _le formiche_. Gioverà
poi riferire la lezione del T. F. P.: ainsi comme vos voyez les formis
aller en leur lieu, les ungz vont et les aultres viennent.

(782) Non possiamo correggere, mancandoci l'aiuto degli altri Codd. — Solo
il T. F. P. ha questo passo: et ainsi est il du travers du monde. — Ma
anch'esso si sembra errato. — Crediamo che abbia da intendersi che le
acque _traversano_ il mondo da una parte all'altra. — Forse, invece di
_est il_, potrebbe leggersi _issent_, _istrent_; o al singolare, _ist_,
_eis_; e nel n. c.: e così _escono_ del traverso del mondo. O piuttosto: e
così aviene (l'acqua) del traverso del mondo. — È noto che _avvenire_ fu
usato dagli antichi per _venire_.

(783) le sospire C. F. R. — les souspire T. F. P. — Due passi del testo
prov. del Sidrac ci aiutano a intendere il significato di _sospira_: Las
nivols que so, ieisso del _sospir_ de la terra. — Aysso es per lo
_sospiramen_ de la terra. — È chiaro dunque che, come in prov. _sospir_ si
usò per _esalazione_, anche qui _li sospira_ ha da significare (sebbene
con poca proprietà di linguaggio) _li esala_, _li manda fuori_.

(784) par celle mesme T. F. P.



                             Cap. CXXXII.

      _Lo re domanda: perchè è il mare insalato? Sidrac risponde:_


Lo salsume del mare si è inperciò che tuttavia (785) il sole e lo calore
lo scalda e arde tutto giorno, e lo mare non può fuggire di quello
calore (786). Nel mare è molte montagne insalate (787); e l'acque che sono
a fondo, pigliano di quello salsume e amaritudine, e monta di sopra. Iddio
l'à bene istabilito a ragione, come essere dee; che, se lo mare fosse
dolce, e egli istesse tuttavia in un luogo, come egli fa, il puzo
n'uscirebe sì grande, che niuno pescie vi potrebe vivere; e la terra
infermerebbe molto, che niuno vi potrebe istare, per lo grande puzo che
del mare uscirebe, perchè lo vento lo porterebe sopra la terra.

(785) tous iors C. F. R.

(786) „E l'acqua del mare è salsa, a cagione della virtude del sole, che
no trae il sottile per vapore e rimane lo grosso.„ _Ristoro d'Arezzo_,
_Della composizione del mondo_, VI, 5.

(787) montaignes de terre ameres et salces T. F. P.



                             Cap. CXXXIII.

   _Lo re domanda: onde vengono l'acque calde, che surgono (788) sopra
                        terra? Sidrac risponde:_


L'acqua calda che sopra la terra surge, ella passa sopra lo solfo, e lo
grande calore del zolfo la scalda, e passa sopra terra calda. E chi la
vuole bene aseccare, elli sentirebe lo secco del solfo in quella medesima
acqua (789).

(788) sourt T. F. P. — Da _sourdre_, sortir, jaillir.

(789) Il testo francese è chiarissimo: et chi la voudroit bien flairer, il
sentiroit la flairor dou souffre, en colle meime aigue. — Il C. R. 2.,
invece di _aseccare_ e _secco_, ha _asetare_ e _seto_. Onde sieno usciti
tali errori non sapremmo. Certo è che bisogna correggere: e chi la vuole
bene _odorare_, elli sentirebbe l'_odore_ ec.



                             Cap. CXXXIV.

           _Lo re domanda: che cosa è zolfo? Sidrac risponde:_


Lo zolfo si è di folgore, che cade sopra rocca viva, e l'arde e la scalda;
e così si doentano (790) zolfo. Poi la gente lo piglia, e lo faranno (791)
per loro senno, e fanno di lui molte medicine; chè il zolfo àe molte
medicine, e molte utilitadi in lui.

(790) diventa C. R. 2.

(791) afaitent C. F. R.; erroneamente tradotto per _faranno_. — Nel
C. R. 2.: conciano.



                              Cap. CXXXV.

      _Lo re domanda: la folgore di che viene e di che sono? Sidrac
                               risponde:_


La folgore viene di grandi incontramenti di venti; chè, allora che egli
s'incontrano fortemente, schianta uno pericoloso fuoco. E questo è per li
peccati della gente, chè molte genti e luoghi sono istati arsi per questi
medesimi fuochi. Che innanzi al diluvio a cento anni, a belli tenpi e a
bello cilestro (792), disciendeano di molte grandi e pericolose folgore
sopra terra, e consumavano molte cose, per lo peccato della gente che
allora erano, per la malvagità loro. E voi potete vedere chiaramente che
ora disciendono in più luoghi, per la malvagia credenza che tengono. Ma
tenpo sarà che folgore non iscienderanno così ispesso nè così pericolose;
e questo averrà per la credenza di coloro che saranno a quello tenpo, che
egli saranno credenti in Dio lo criatore. Quando le folgore disciendono
dall'aria, e elle incontrano lo grosso nuvolato, si perdono una parte
della loro forza, per l'acqua che le 'nfralia (793); e con tutto ciò sono
pericolose.

(792) au bieu celestre C. F. R. — e l'aria bella e cilestra C. R. 2.

(793) Da _infralire_. — Nel C. R. 2.: infrailiscie.



                             Cap. CXXXVI.

 _Lo re domanda: le montagne e le rocche furono create dal cominciamento
                      del mondo? Sidrac risponde:_


Da Adamo infino al tempo del diluvio non ebe niuna montagnia, che tutto il
mondo era piano, come la palma della mano; e non ebe unque piova nè
tenpesta. E la terra rendea lo suo frutto, più che la nostra, ora. E la
gente non mangiavano carne e non beveano vino. Ma i loro peccati erano
molti grandi, chè a Dio non si voleano convertire; sicchè a Dio piacque
per gli loro peccati di mandare il diluvio sopra la terra, per lavare la
terra de' loro peccati. Lo diluvio durò sopra la terra XL giorni, e alto
XL cubiti. Quando elli volle coprire la terra, per la volontà di Dio,
l'angelo venne a Noè, e comandogli che facesse una arca, e entrassevi
entro egli e la moglie e' figliuoli e le loro mogli, e di ciascuna
criatura vi mettesse una coppia, cioè maschio e femmina. Noè fece lo suo
comandamento; e di quelli che nell'arca furono, sono usciti quelli che
oggi sono. Quando lo diluvio cominciò a venire, per la volontà di Dio, si
fue sì grande la corrente, ch'ella cavava la terra e' sassi, e menavagli
qua e là; e là ove la corrente rimanea, le pietre e le rocche si
restavano, e facevano montagne. E d'allora in qua cominciò a piovere, e a
essere gielo. Del freddore dell'aria e del calore del sole s'acostano
insieme, e diventano vive rocche e montagne, come voi vedete (794).

(794) de la froidor de l'air et de la chalor au solail si asoderent, et
devindrent roches vives et montaignes, tel com vos le vees C. F. R.



                             Cap. CXXXVII.

   _Lo re domanda: da quale parte viene lo diluvio? Sidrac risponde:_


Lo diluvio venne del volto (795) del mondo, cioè a sapere del levante, chè
quella è la più degna contrada del mondo; chè di là viene la grazia e la
misericordia di Dio nel mondo e in terra, quando egli la vuol mandare. E
quando egli vuole strugere alcuno uomo o alcuno luogo, per la loro follia,
egli manda la sua ira diverso il levante. Ma per la ritondeza del mondo e
per l'alteza del fermamento, ella (796) non puote conosciere di qual parte
è il levante. E medesimamente gli angeli, che in terra vengono per le
genti guardare e anuziare e amaestrare, di quella parte vengono.

(795) chiere C. F. R. — _Chiere_ significa _volto_ e _capo_,
_testa_. — Come il _capo_ è la parte più nobile del corpo, così è il
_levante_ la più degna contrada del mondo. — Nel T. F. P: chief du monde.

(796) l'on ne C. F. R.



                            Cap. CXXXVIII.

      _Lo re domanda: verrà altra volta lo diluvio in terra? Sidrac
                               risponde:_


Iddio per la sua potenzia à promesso che altra volta il diluvio non
manderà in terra. Ma se le genti peccheranno contra lui, egli manderà lo
suo fragello, che gli fragellerà. Lo suo fragello s'intende la sua ispada;
che l'una generazione correrà sopra l'altra, e in questo modo si
consumeranno.



                             Cap. CXXXIX.

 _Lo re domanda: quando Noè entrò nell'arca, e prese di ciascuna bestia e
uccielli un paio, che bisogno avea di rea bestia, e di metterla nell'arca,
      i scorpioni e tarantole e altre ree bestie? Sidrac risponde:_


Egli gli mise per due cose: l'una fue per lo comandamento che egli ebe da
Dio, chè comandato gli fue che egli mettesse di ciascuna bestia due; egli
non ardì di trapassare (797) lo suo comandamento, come del suo criatore.
L'altra si è che, se le malvagie bestie velenose non fossono sopra la
terra, la terra sarebbe sì invelenata, ch'ella invelenerebe lo suo frutto,
sicchè niuno lo potrebe mangiare, ch'egli non morisse inmantenente. Chè la
terra è in molte parti tropa velenosa; e le bestie che noi abiamo
mentovate, non vivono se non del veleno della terra. E di questo si può
l'uomo legiermente avedere: chi pigliasse lo più velenoso uccello (798)
del mondo, e tenesselo in uno vasello, che fosse di terra, XV giorni; e
dessegli a mangiare pane e carne o altra cosa che non fosse di terra, egli
perderebe lo suo veleno, e non potrebe dannegiare niuno, se della terra
non mangiasse.

(797) travalcare C. R. 1. — La Crusca non registra che _travalicare_.

(798) animale C. R. 2. — serpant C. F. R.



                               Cap. CXL.

           _Lo re domanda: l'oro onde viene? Sidrac risponde:_


L'oro viene del levante della terra, e simigliantemente l'argento; che là
ove la terra è pura e netta, ivi si truovano le vene dell'oro e
dell'ariento. E la gente lo truova, e poi l'asettano (799) per lo loro
senno. E ciò non è mica per tutta la terra; ma delle L. giornate o più, si
truovano una di queste vene. Nelle parti del ponente si truova l'oro, come
rena, alla riva del mare. Uno fiume à in India che mena di
pagliuola (800).

(799) lo lavorano C. R. 2. — les affaictent T. F. R.

(800) oro di pagliuola C. R. 2.



                              Cap. CXLI.

      _Lo re domanda: le perle e gli carbonchi onde vengono? Sidrac
                               risponde:_


Uno mare è che si chiama lo mare nero. In quello mare si à molti
nicchi (801), che si tengono a due a due, e sono aperti sopra l'acqua; e
la piova si disciende dall'aria e entra ne' nicchi, per la volontà di Dio.
Egli si chiudono, e vanno e vanno dentro dal mare, e ivi dimorano C. anni
o più. E quegli che gli vogliono avere, sì si cuoprono i volti di vessiche
di buoi, per allenare (802) sotto l'acqua, e per lo grande dimoro
ch'eglino vi fanno; e sì s'ungono d'uno incenso (803) nero, perchè gli
pesci si fughino, e non fanno loro male (804). E quando eglino tragono
fuori i nicchi, egli gli aprono, e tragonne fuori le perle, che sono come
carne bianca, ritonda. Quando elle sentono l'aria, elle induriscono, tali
com'elle sono. E quando elle non sono di stagione, elle putono come
carogna, e non vagliono nulla. I carbonchi si truovano simigliante ne'
nicchi che sono nell'acque dolci; e sono di grandine che cade dall'aria in
loro; e elli si chiudono, e vanno nel fondo, e quivi dimorano CC. o CCC.
anni, in quello fondo, e le genti le truovano. E quando elli non sono di
stagione, simigliantemente putono, come le perle, e non vagliono nulla.
Non intendere che tutta la piova che cade ne' nicchi e la grandine,
diventino perle o carbonchi, se non lo primo giorno della luna di
giemini (805), quando la luna è nel suo segno; allora diventa la piova che
vi cade entro, perle. E a' dì XII di giugno (806), quando la luna è in
cancro, diventa la grandine che cade ne' nicchi, carbonchi; e ciòe aviene
più tardi che quelle delle perle.

(801) molte coquilles C. R. 1.

(802) per alitare C. R. 1.

(803) unguento C. R. 1.

(804) laonde li pesci li dottano e fuggono. R. C. 1.

(805) genvier C. F. R. — il dì di calen di gennaio C. R. 1.

(806) a' XXIIII dì della luna del mese di dicenbre C. R. 1.



                              Cap. CXLII.

      _Lo re domanda: quante terre sono al mondo? Sidrac risponde:_


Tutta è una terra; ma per la ragione del mare, che è in terra per lo
mezo (807), egli le diparte in tre parti, che si chiamano tre contrade,
sanza l'isole. Ma tutta è una terra ferma; e tutte sono sopra uno
fondamento; e tutte le formò Idio, a una ora e a una volontà. Ma chi
andasse sotto il mondo, conciosia cosa che (808) niuno vi possa andare, ma
per la volontà di Dio uno andasse tutto intorno, egli troverebe che tutta
la terra è una, là ove è il mare e là ove non è; che tanto profondo non
può essere (809), che la terra non vi sia sotto. E quella medesima terra
àe acqua di sotto, ella, che la sostiene.

(807) ch'entra per lo mezo C. R. 2.

(808) _sebbene_.

(809) che tutta profonda essere C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.



                             Cap. CXLIII.

 _Lo re domanda: puote l'uomo andare intorno al mondo? Sidrac risponde:_


Niuno puote andare intorno, nè atorniare lo mondo. Bene potrebbe l'uomo
tanto vivere, che, se la terra fosse tutta terra ferma, e fosse piana, che
andare vi potrebbe. Ma chi andare vi volesse, molto vi troverrebe
contrariose (810) montagnie, che passare non si potrebono in niuna guisa;
perchè troverebono molti diserti, che fiore (811) d'acqua non v'à. Anche
si troverebono molte bestie e uccelli salvatichi, che l'ucciderebono. E là
ov'egli avesse passati tutti questi pericoli, si troverebe lo grande
diserto, ove è la grande scuritade, che l'uomo non vi puote vedere nulla.
E là ove l'uomo avesse passato questo, si troverrebbe le crepature della
terra, là ove il mare batte, e passa per mezo la terra. E per molte
ragioni niuno uomo andare non vi potrebe, eziandio fosse uccello, volando,
per la sete e per l'affanno e per molte altre ragioni (812).

(810) contraires C. F. R.

(811) Per _punto_, _niente_. — punto d'acqua C. R. 1. e C. R. 2. — goute
d'aigue C. F. R.

(812) Per molte ragioni, le quali si potrebbero asegnare, non potrebbe
niuna persona intorno alla terra andare; ancora fosse elli uno uccello
volante, non vi potrebe andare per la sete e per la fame che patirebbe
C. R. 1.



                              Cap. CXLIV.

     _Lo re domanda: potrebbe l'uomo andare tanto in su una nave, che
 tuttavia la spingesse il vento inanzi, ch'egli potesse venire presso al
                      fermamento? Sidrac risponde:_


Chi fosse in una nave in mare, e il vento la portasse e sospignesse
tuttavia inanzi, e movesse dal levante, da indi a due anni o più si
troverrebbe dalla riva del ponente. E simigliante, s'ella si partisse dal
ponente, si troverrebbe dalla riva del levante; e dal traverso del mondo
altressì. E s'egli avenisse cosa che fosse per la volontà di Dio, che uno
uomo fosse sì grande, come tutto il mondo, e fosse presso del fermamento,
là ove egli si volgie a mille miglia e più, quello uomo che fosse magiore
del mondo, morrebe incontanente, della paura e delle tenpeste che fa il
fermamento, quando egli si volge; chè lo fermamento non fina di volgere nè
di torneare.



                              Cap. CXLV.

    _Lo re domanda: che non creò Iddio l'uomo che potesse vivere lungo
                        tenpo? Sidrac risponde:_


Se Iddio avesse fatto quello che tu dici, egli avrebbe fatto grande
oltraggio al diavolo, ch'egli lo traboccò di cielo per una sola
cogitazione. E l'uomo che il suo diletto avesse in questo mondo, e
lungamente vivesse sanza molti e grandi peccati, che non potrebe? E se
egli lo mettesse in paradiso, sapiate che Idio avrebe fatto grande
oltragio al diavolo. Non perciò ch'egli ci à dato vita e santà e gioia,
più che tu non dici. Li buoni giammai non morranno, e tuttavia giovani e
allegri e ricchi e savi saranno. La morte che noi abiamo in questo secolo,
si è altressì come trapassamento; e altressì come uno uccello, che entra
per una finestra e escie per un'altra. E chi vuole vivere lungo tenpo,
faccia quello che Idio gli comanda. E se uno re dicesse a uno povero:
vieni al mio tesoro, e piglia del mio avere e delle mie gioie e delle mie
pietre preziose, tante quante tu vorrai, e serbale per me; che, un'altra
volta, quando tu verrai a me, tu non venghi lordo, che tu sarai cacciato
alla mia porta; se quello uomo vorrà pigliare di quello tesoro, egli sarà
inorato tra li possenti; e s'egli vorrà andare tra la puzza, egli sarà
cacciato ontosamente da la conpagnia de' possenti. Altrettale aviene di
Dio. Idio ci à donato gioia e vita e sanità e ricchezza e gioventudine per
tutti i tenpi, e vita a chi la vuole avere, sanza fine; che già non morrà,
per lo trapassamento ch'egli farà di questo secolo. Lo suo tesoro si è la
nostra credenza e lo bene che noi facciamo; e lo nostro andare a lui altra
volta si è la morte; e chi vuole questo fare, egli avrà questo per tutti i
tenpi, ciò è a sapere che egli andranno nella vita perdurabile. E s'egli
ci desse lungamente gioia e vita e santà, e poi morire e andare diritto in
paradiso, non sarebbe mestiero di darci tutto questo, ma di metterci del
tutto in paradiso. Io non vorrei vivere tanto quanto il mondo durerà, e
essere tuttavia ricco e giovane e possente, e alla fine del mondo morire,
e andare in onferno. Certo inanzi amerei di morire ora, e andare
immantenente in paradiso. Che tutti i diletti e le gioie e le ricchezze di
tutto il mondo fossono insieme, tanto quanto il mondo durerà, e fossono
ragunate tutte in un luogo, non sarebbono nimica delle mille parti l'una,
delle gioie di paradiso. E simigliantemente, a questa medesima ragione,
delle pene dello 'nferno: che tutte le pene che giammai furono e saranno
per universo mondo, e tutte quelle che potessero essere, tanto quanto il
mondo durerà, non sarebbono mica delle mille parti l'una, del dolore e
delle pene dello 'nferno.



                              Cap. CXLVI.

    _Lo re domanda: quali angieli pigliano l'anime? Sidrac risponde:_


Ciascuna anima, se ella è buona e giusta, quando ella si vuole partire di
questo secolo mortale, si viene l'angelo che la guarda e governa in questo
secolo, si viene con grande conpagnia d'angeli, e portalla, cantando e
glorificando lo nome di Cristo lo criatore. E poi la mettono in cielo, e
là istarà, infino a tanto che lo figliuolo di Dio verrà a giudicare i
morti e i vivi. Allora verrà l'anima al giudicamento, e piglierà lo suo
corpo, e monterà nella conpagnia di Dio in cielo, come uno de' suoi
angeli. Le ree anime, quando elle si dovranno partire de' loro corpi
mortali, si viene lo diavolo, a quella anima che à aconsentito alla sua
volontà, con grande conpagnia di demoni, e portolla ontosamente e
dolorosamente, e mettolla nelle pene dello 'nferno. Ma non intendere
nimica che questo sia al nostro tenpo; ma questo sarà dalla morte del
figliuolo di Dio: tutti fieno in inferno, buoni e rei, ma tutti non vanno
già in uno luogo, ch'egli vanno tutti in nabisso d'inferno per tutti i
tenpi; ma i buoni vanno ne' canti (813), là ove egli non ànno se non
tenebre; e là istaranno tanto che il figliuolo di Dio gli verrà a liberare
per la sua morte.

(813) en l'orle C. F. R. — nelli cantoni C. R. 2.



                             Cap. CXLVII.

  _Lo re domanda: quale è meglio, od opera o castità? Sidrac risponde:_


Opera vale meglio sanza castità, che castità sanza opera. Se tu se' casto
del tuo corpo, e le tue opere sono rie, quella castità che tu ài non sono
per Dio, anzi sono per alcuna cagione che tu ài, o per vechieza o per
fraleza di natura. Quelli che uccidono le genti, ingannano, e inbolano
l'altrui, e sì si spergiurano, e non conoscono lo loro criatore; e quelli
che lo conoscono, e non fanno lo suo comandamento; quelli che fanno le rie
opere di male maniere contra gente, che castità possono avere in loro?
Quando cotali opere fanno, cotali gente, non ànno in loro la castità per
Dio, anzi l'anno per le cose sopradette (814). La castità che è in loro
non è prode neuno alla gente. Quelli che ànno buone opere in loro, e non
sono casti, quelli non fanno niuno danno alla gente, anzi fanno male a
loro medesimi. Chi buone opere fae, può fare rei fatti, bene e pietà e
lealtà alberga in lui; e se egli non è casto, lo suo peccato non fa niuno
male a l'altre genti; anzi puote essere per le buone opere ch'egli fa,
raccatterà lo suo peccato. E però diciamo noi che le buone opere sanza
castità vagliono meglio che castità sanza buone opere.

(814) Quelli che fanno le male opere, e uccidono le genti, e ingannano e
rubano e uccidono e furano, quelli sono ispergiuri; e quelli che non
conoscono loro creatore, et quelli che non fanno suoi comandamenti, ke
fanno le male opere per molte maniere; tali gente, che castitade possono
avere in loro, quando elli non ànno pietade d'altra creatura? Quando
cotali opere rie fanno, tali gente non ànno la castitade in loro per Dio,
anzi l'ànno per le cose avanti nominate C. R. 1.



                             Cap. CXLVIII.

     _Lo re domanda: di che vengono gli tremuoti? Sidrac risponde:_


I tremuoti avengono per l'acque che corrono fortemente sotterra, e fanno
grandi marosi, e gittano grandi venti del loro incontrare. Che l'aria si
serra e si raguna in tane, che sono sotto terra, e per lo suo grande
serramento (815) e per la sua grande forza ella crolla la terra, e falla
rimutare, e criepa. E 'l vento e l'aire escie tutto di fuori, là ove la
terra è frale; e al suo uscire abatte e confonde (816) tutto ciò che sopra
v'è fondato; e là ove la terra è forte, ella triema sanza altro
fare (817).

(815) raunamento C. R. 2.

(816) confund C. F. R. — _Confondre_, _confundre_, oltre _confondere_,
vuole anche dire _rovinare_, _distruggere_.

(817) „Onde volendo noi cercare la cagione, che fa tremare la terra,
troviamo una ventosità che s'ingenera nel ventre delle terra.... E già
avemo trovati forati nella terra, che continovamente n'uscia fuori lo
vento..... E in quelle contrade erano bagni: onde, entrando lo calore del
sole entro per lo corpo, lo quale ha a risolvere l'umidità in vapore,
risolve l'umidità della terra e diventane vapore ventoso, lo quale è
racchiuso nella concavità della terra..... onde, non potendovi istare,
combatte colla terra per uscire fuori; e se truova la terra dura e soda,
levata su e giù, e falla tremare, e insolliscela ed escene fuori; e se la
truova arenosa e solla, escene fuori sanza tremuoto.„ _Ristoro d'Arezzo_,
_Compos. del Mondo_, VII, IV., 7.



                              Cap. CXLIX.

 _Lo re domanda: le piante perchè mutano lo loro segno e fannoli contro?
                         Sidrac risponde (818):_


Iddio à stabilito che tre volte averà: le prima è venuta, e le due
averranno. L'una fue per l'avenimento del diluvio, che tutto il mondo
dovea perire. L'altra sarà quando il figliuolo di Dio sarà crocifisso e
morto: questa sarà molto grande e molto iscura, e bene dee essere, per la
morte di così grandissimo signore, come il figliuolo di Dio sarà. L'altra
sarà quando lo falso profeta nascierà, lo quale tutto il mondo divorerà.
Questi tre sono naturali. Gli altri che sono stati e saranno, sono per la
ragione del sole e della luna e della terra; chè la scurità della luna
aviene per la terra, e quando ella toglie lo chiarore del sole. La luna e
'l sole vanno per una via, ciascuno nel suo cerchio; e quando aviene che
la terra tolga lo chiarore del sole, si conviene che la luna iscuri,
perchè la luna non luce per sè, anzi per lo chiarore del sole che fiede in
lei; e se lo splendore non vedesse, la luna giammai non lucerebbe; che la
luna è come uno specchio, che niuno chiarore non rende. Quando lo
fermamento fa lo suo torno, e lo sole intornea lo mondo, si comincia la
terra a tôrre lo chiarore del sole alla luna, a poco a poco; siccome voi
vedete che la luna rischiara a poco a poco. E ciò aviene per la terra, che
li ombra (819) lo splendore del sole. Quando la luna è tutta coperta per
la terra, ch'ella à tolto lo chiarore del sole al volgere del fermamento,
lo sole iscuopre della terra parte, e la luna perde l'onbra della terra; e
allora lo sprendore del sole la comincia a fedire, a poco a poco, tanto
che la luna à tutto ricovero (820) la sua luce. La luna perde per lo sole
lo suo lume, a poco a poco, dall'una parte, e dall'altra lo ricovera
simigliantemente, a l'uscire del sole (821). E simigliantemente aviene del
chiarore del sole, quando la stagione è che il sole va per la via della
luna; e egli medesimo viene sopra lei; ella fa ombra alla terra, e toglie
lo chiarore del sole, tanto che egli avrà passato dall'altra parte, per lo
movimento del fermamento; e si discuopre dall'altra parte, a quella
medesima ragione che la terra toglie lo chiarore del sole alla luna. E
quando la luna rende lo suo chiarore, quelli che non la veggono, si ànno
notte, perchè non ànno lo chiarore del sole. Quando lo sole fa lo suo
chiarore, quelli che vegiono, si ànno giorno, ch'egli ànno lo suo
chiarore. Allora quando noi vegiamo lo suo chiarore, l'altre genti nollo
veggiono; quando noi nollo veggiamo, e quelli lo veggono.

(818) Questo capitolo tanto nel C. F. R. che nel T. F. P. è intitolato:
_Les esclips de quoy vienent?_ E questo pare che abbia da essere il vero
titolo di esso.

(819) _Ombrer_, ant. fr., ha ancora il significato di _coprire_. Il testo
prov. del Sidrac: esdeve escura per la terra que lhi _enombra_ la
resplandor del solelh. — _Ombrare_ in questo senso manca alla Crusca.

(820) àe ricoverata C. R. 2.

(821) Aussi comme le solail se couvre de la terre de l'une part a son
passer, et se decouvre a son yssir de l'autre part C. F. R.



                               Cap. CL.

   _Lo re domanda: le stelle che vanno per l'aria, vanno elleno, e come
                     cagiono elle? Sidrac risponde:_


Lo chiarore che voi vedete andare per l'aria non sono già istelle, anzi
sono tre cose: l'una è lo vento, che corre per l'aria (822); la seconda si
è l'umidore che la terra sospira (823), che egli monta in alto ne l'aria,
nello grande calore che la terra getta, e quando egli sente l'aria, egli
ischianta. La terza si sono gli angioli, che di cielo sono abattuti,
siccome a Dio piacque; chè quando lo suo comandamento fue ch'eglino non
cadessono più, in quello punto dimorò ciascuno in quello luogo là ove egli
era. Quelli che nell'aria furono traboccati, dimorarono nell'aria; e
alcuna volta vogliono per loro ingegno (824) agrappare al fermamento; e
gli angeli di Dio gli fediscono di fuoco, e buttano in inferno, là ove gli
altri sono. E quello fuoco che caccia (825) nel nabisso dello 'nferno, si
dimostra a noi i modi di stelle (826). Simigliantemente avengono quelle
cose così di giorno come di notte; ma per lo chiarore del sole non si
possono vedere.

(822) „Quod in nocte videntur stellae cadere, non sunt stellae, sed
igniculi a flatu ventorum ab aethere in aerem tracti, etc.„ _Imago mundi_,
c. 50.

(823) Per _esala_.

(824) par lor engin C. F. R.

(825) chi les eschaufe C. F. R. — Forse _eschaufe_ fu tradotto per
_caccia_? Anche il C. R. 2. ha: cacciano.

(826) si dimostra a noi in modo di stelle C. R. 2.



                               Cap. CLI.

          _Lo re domanda: quanti cieli sono? Sidrac risponde:_


Tre cieli sono: l'uno è quello che noi vegiamo, che intorno di noi torna,
e si è del colore dell'azzurro, e si è lo primo fermamento, e si è
corporale. Lo secondo si è quello ove i buoni saranno, là ove gli angeli
sono, e si è ispirituale, e si è alla simiglianza di cristallo. Lo terzo
si è quello ove Idio è; e è di simiglianza d'oro. E ciascuno di questi
cieli è di lungi l'uno dall'altro, come la terra infino al primo cielo. Ma
egli si nominano VII cieli per la substanzia di VII pianeti.



                              Cap. CLII.

   _Lo re domanda: quanto è alto lo cielo da terra? Sidrac risponde:_


Lo cielo è tanto alto dalla terra, che, una pietra fosse al cielo, che
pesasse quanto una macina da mulino, si penerebe a cadere più di cento
anni, anzi che ella fosse quagiù, ove noi siamo. E si è così presso lo
cielo dalla terra, agli buoni, e agli angeli (827), che così spesse volte
vi montano e asciendono, come l'uomo chiuderebe gli occhi e aprirebbe;
questo è per la volontà di Dio.

(827) as bons chi monteront et as angles qui souvent montent et descendent
C. F. R.



                              Cap. CLIII.

    _Lo re domanda: di quale virtù è il fermamento? Sidrac risponde:_


La virtù del fermamento è maggiore che nullo uomo del mondo non potrebe
contare. Egli è fatto ritondo, come una ruota che testa nè coda non à; e
non fina tuttavia di volgersi intorno lo mondo. E se egli posasse del suo
torno, e non torneasse lo mondo, niuno uomo e niuna femmina e niuno pescie
andare nè mutare non si potrebbe, anzi sarebono come morti; che Dio l'à
fatto bene ordinatamente in quella maniera e in quello modo, che bisogna
al mondo e alla gente. Per lo suo torno tutte le gienti vivono.



                              Cap. CLIV.

   _Lo re domanda se le pianete e le stelle sono di gran virtute (828).
                            Sidrac risponde:_


Le pianete e stelle sono di grande virtude. Le sette pianete fanno
nasciere tutte l'erbe del mondo e tutti i frutti della terra. Le pianete
governano, per volontà di Dio, la terra e l'acque e' venti e le genti e le
bestie e gli uccelli e' pesci e tutte l'altre cose che ci sono; e sì si
stabiliscono per lo loro torno le cose tenporali e le corporali. Elle sono
sette pianete: la prima si chiama Saturno, che è di sopra e più forte, e è
maggiore che l'altre; e ciascuno (829) segno istae due anni e mezo; e si è
pianeta di podere e di possanza. E quelli che sono nati in quella pianeta,
quando elli comincia ad abassare, elli abassano di podere e di forza;
quando egli regna, egli regnano nelle loro ricchezze e in bene. Ella (830)
regnia in XXX anni una volta; e regnia in uno segno che si chiama libra, e
s'abassa in un altro che si chiama aries. La seconda pianeta si chiama
Juppiter. Pianeta è di riccheza e d'avere e di mercatantia e di senno e di
savere e di buono lodo tra le genti; e si torna li XII segni, e ciascuno
segno dimora VII anni. Quelli ch'è nato in quella pianeta, in capo di XII
anni, egli è nel meglio di suo punto. Ella regna in uno segno ch'à nome
chancer, e s'abassa in un altro che si chiama chapricorno. La terza
pianeta à nome Mars. Quelli che è nato in quella pianeta, in uno anno e
trentatrè giorni si può canbiare lo suo fatto (831) e la sua volontà. Ella
regnia in uno segnio che à nome capricorno, e s'abassa in un altro che à
nome chancer. La quarta pianeta à nome Sole: pianeta è di grandi fatti di
re e di signori e di podere; e governa la terra; e passa per li XII segni;
in ciascuno segno dimora uno mese. Quelli che è nato in questa pianeta,
ciascuno dì si puote canbiare lo suo fatto e di sua volontà. E regna in
uno segno che à nome aries, e s'abassa in un altro che à nome libra. La
quinta pianeta à nome Venus. Questa è pianeta d'amore e di sollazzo e
d'allegrezza. Quelli che in questa pianeta nascierà, di vano cuore e di
frale sarà. In trecento trentatrè giorni si può cambiare lo suo fatto e le
sue volontadi e le sue cogitazioni. Ella passa li XII segni, e in ciascuno
segno dimora XXXIII giorni; e si regna in uno segno che à nome piscies, e
s'abassa in un altro che à nome gemini. La sesta pianeta à nome Mercurio:
pianeta è d'arte e d'inframmettersi in tutte cose; e passa li XII segni, e
dimora in ciascuno segnio XXII giorni. Quelli ch'è nato in questa pianeta,
in centotrè giorni si puote canbiare lo suo fatto e la sua volontà. Ella
regna in uno segno ch'à nome virgo, e s'abassa in un altro ch'à nome
pisce. La settima pianeta si à nome Luna: pianeta è d'acque e di viaggi e
di leggierezza (832); e si passa gli XII segni, e in ciascuno segno dimora
II giorni e terzo. Quelli che è nato in questa pianeta, in uno mese si può
canbiare lo suo fatto e la sua volontà. Ella regna in uno segno ch'à nome
taurus, e s'abassa in un altro segno ch'à nome iscorpio. Non intendere
nimica che questo avenga alla persona, quando la pianeta è in quello
segno; anzi averrà quando la pianeta comincia a regnare: la persona avrà
grande bene in sua vita; quando ella è nata nel suo abassamento, la
persona avrà tribolazione. E s'ella è nata in altro punto, la persona sarà
d'altra qualità, secondo l'ora ch'ella è nata; non già secondo l'ora
solamente, anzi secondo l'ora e il punto in che serà nato, e secondo lo
sguardamento de' segni, che saranno incontro a quella pianeta, in quella
ora e in quel punto. Lo giorno e la notte si è XXIIII ore, e ciascuna ora
è mille ottanta punti, che fanno 25920 punti; moltiplicando XXIIII vie
MLXXX punti (833), cotante creature possono essere nate per l'universo
mondo, e ciascuno giorno e in ciascuno punto, e cotante persone. Bene
puote essere che non si somigli l'una l'altra; e se alcune si somigliano
di tutte cose, non puote essere che alcuna differenza non sia tra loro, o
dei loro corpi, o delle loro qualitadi e del loro podere, chè più sono le
diferenze che i punti di XXIIII ore. E perciò conviene che abbia tra loro
alcuna differenzia, se non sono nati in uno punto. E tutto questo è per la
volontà di Dio, che degnò di stabilire lo fermamento e le sette pianete, e
i segni e l'ore e i punti del giorno e della notte. E di ciò potete voi
vedere apertamente, delle cose visibili. Voi vedete lo sole cresciere
l'erbe, e nodriscie gli frutti; e della luna apertamente: quando ella
crescie, l'acque crescono e il sangue dell'uomo; e quando ella menoma,
altressì si menomano le sue altre vertudi, che le aluminano lo mondo,
l'una di giorno e l'altra di notte. E si ànno l'altre pianete le loro
vertudi, che molto sono grandi. A chi le volesse contare, le vertudi delle
VII pianete, assai avrebe a contare, che nulla di loro non manca lo
stabilimento che Iddio à loro donato (834); e tutte le nature per lei
passano, siccome è stabilito (835). E tutte l'altre stelle ànno molto
grande vertù, ch'elle alluminano lo cielo, e rendono chiarore in terra; e
di questo vi potete voi chiaramente avedere, quando la luna non luce, e
l'aria è chiara e cilestra, e ciascuno puote andare d'ogni parte, e
vedere, per lo chiarore delle stelle, in terra. E non v'à niuna pianeta
che non sia magiore di tutto lo mondo, salvo Venus e Mercurio e Luna.

(828) Abbiamo preferito il titolo del C. R. 2., essendo evidentemente
errato quello del C. L., che dice: _Lo re domanda di quante maniere
d'aquie_ (sic) _e di quante pianete_.

(829) en chascun C. F. R.

(830) Intendi _la pianeta_.

(831) lo suo stato C. R. 2.

(832) leggiere C. L. — Abb. corr. col C. R. 2., sulla scorta del C. F. R.

(833) Così il C. R. 2. — Nel C. L.: Lo giorno e la notte si è XXIIII punti
che fanno XXV miglia e VIIII XX.

(834) car nulle d'eles ne forvee (sic) l'establissement che Deus li a done
C. F. R. — Paragona _forvee_ al signif. di _forvoier_.

(835) Non sappiamo che senso possano avere queste parole. — Il C. R. 2.
ha: et tucte le nature loro si passano si come è stabilito. — E forse
potrebbesi meno difficilmente spiegare questa seconda lezione, pensando al
significato che nell'antico franc. ha il vb. _passer_, di _se
comporter_. — Però il C. F. R. ha invece: toutes les nativites par elles
passent, enci com Dieu l'a establi. — E questo potrebbe intendersi che i
pianeti influiscono sulle nascite.



                               Cap. CLV.

     _Lo re domanda: di che maniere sono l'acque? Sidrac risponde:_


Di più maniere sono l'acque. Prima è lo mare, che è insalato, onde tutte
acque escono. Anche ci à fontane che si canbiano, e surgono la settimana
quattro giorni, e li III stanno chete (836). Uno fiume è che tutta la
settimana corre, e il sabato non si muta (837). Un altro fiume à nel
levante, che di notte è ghiacciato e di giorno corre. Altre fontane àe,
nell'isole di mare d'India, che è sì spessa l'acqua, che, chi la mettesse
in uno drappo, non si potrebbe colare; e è sì calda, che se l'uomo vi
gittasse rame dentro, egli arderebe come il fuoco; e sì non si potrebe
ispegnere se non con orina. Una fontana v'à, che surge acqua nera, che
l'uomo fa di lei fuoco volante, che molto arde. Altre fonti v'à, che
guariscono e saldano le ferite. Altre fontane v'à, che quando l'uomo bee
di loro, elle rendono memoria; e altre v'à che fanno dimenticare; e altre
che fanno giacere l'uomo colla femina ispesse volte; e altre v'à che fanno
portare figliuoli alle femine che sono sterili; e altre che fanno sterili
le femmine. E altre v'à che fanno dare a' ferri buone tenpere e dure; e
altre v'à che fanno buoni colori. E fiumi v'à che fanno nere le pecore, e
sono ispesse l'acque, che nullo non vi puote passare, nè pesci notare.
Altre fontane v'à di diverse maniere, che tropo sarebe lungo a
raccontarle (838).

(836) Mancano alcune parole al nostro e al C. R. 2. — Ecco la lez. del
C. F. R.: Il y a fontaines che IIII fois l'an cangent lor color: premier
noire, apres sanguine, et puis troble, clere, fine. Il y a fontaines che
IIII fois la semaine sordent IIII jors, et les III se tienent
coyes. — _Sordent_ da _sordre_, jaillir; che ha comune con _sorgere_ il
significato e l'etimologia nel lat. _assurgere_. — _Stanno chete_ non è
ben tradotto. Il testo dice _se tienent coies_, che vuol dire _si
nascondono_, _non si mostrano_; e sta in relazione col _sordent_.

(837) Per _muoversi_. — Nel C. F. R.: ne curt point.

(838) Il C. F. R. ha di più: Il y a autres fointanes chaudes, chi
aveuglent la gens. Il y a une grant fontaine, chi est toute coye, et chant
l'on fait aucun solas entor elle, et sont des strument, et corre com I
flum. Il y a autres fointanes chi sunt mult perilloses: chi enteroit
dedens, ne poroit iemais issir che mort. Il y a autres fointanes chaudes,
autres froides, autres ameres, autres salees; et tout ce est par la nature
de la terre; et devient de celle meyme nature. Et toute ce est la volente
de Deu.



                              Cap. CLVI.

           _Lo re domanda: quanti mari sono? Sidrac risponde:_


Tre mari sono: l'uno si è lo mare borre (839), che intornea la terra, e si
è salato, così come voi vedete. Lo secondo si è lo mare nero, che niuno
uomo non vi potrebe andare entro. Lo terzo è lo mare puzolente, che niuno
uomo non vi potrebe entrare entro, che non morisse incontanente. Così come
lo mare orrebe (840) intornea la terra, simigliante lo mare puzolente
intornea lo mare nero. E tutto questo à istabilito Iddio.

(839) bocave C. R. 2. — botee C. F. R. — betee T. F. P.

(840) bactee C. R. 2. — boutee C. F. R. — betee T. F. P.



                              Cap. CLVII.

     _Lo re domanda: perchè fecie Idio ritondo il mondo (841)? Sidrac
                               risponde:_


Per tre cose: l'una per significanza di sè medesimo, che non ebbe
incominciamento nè fine. L'altra per sua gloria e per sostenere tutte le
cose. L'altra per lo torno del fermamento, che non fina di torneare per
tutto il mondo (842), siccome Idio l'à istabilito.

(841) Manca _ritondo_ al C. L. — L'abb. agg. dal C. R. 2.

(842) Correggi, col C. F. R.: entor le monde.



                             Cap. CLVIII.

 _Lo re domanda: perchè fece Idio lo sole caldo e la luna fredda? Sidrac
                               risponde:_


Se il sole non fosse caldo e la luna fredda, niuno uomo vivere non
potrebbe, nè la terra niuno frutto non renderebbe; chè Idio per la sua
potenzia l'à bene istabilito e ordinato, siccome al mondo bisognia. Lo
sole iscalda la terra, e fa vivere le creature, e fa nasciere i frutti
della terra; e tutto questo aviene per lo suo calore. E se quello calore
fosse di giorno e di notte, le genti e l'altre creature afogherebono, e
l'erbe seccherebono. Ma di notte viene lo freddo della luna e dell'aria, e
tenpera quella calura, e rende umidore, e così gli nudriscie, e fa vivere
e cresciere. E se lo freddo della luna fosse tuttavia (843), e 'l calore
del sole non fosse, la gente e l'altre criature vivere non potrebbono. Se
non fosse lo calore del sole e lo freddore della luna, lo mondo essere nè
vivere non potrebbe.

(843) tout jors C. F. R.



                              Cap. CLIX.

   _Lo re domanda: quale è la maggiore cosa che sia? Sidrac risponde:_


La misericordia di Dio è la magiore cosa che sia, nè che fu, nè che sarà;
chè nullo cuore non potrebbe pensare, nè lingua dire la grandeza della
misericordia di Dio, a quelli che la cheggiono e che la disidirano
d'avere. Ella è magiore che le granella della rena e le gocciole
dell'acqua del mare e le foglie degli alberi: è magiore di tutte (844).

(844) di tutte le cose del mondo C. R. 2.



                               Cap. CLX.

  _Lo re domanda: quale è più o la rena della terra o le candelle (845)
                       del mare? Sidrac risponde:_


La rena è più assai che le candelle del mare. Una pugnata di rena sarebe
grande quantità di candelle d'acqua, che molto sono più minute le rene che
le candelle dell'acqua. Ella non puote essere nulla parte che l'acqua non
sia sopra terra e sopra rena; e la rena sostiene molte parti del mondo. La
rena dura molte giornate, e sì non v'à candella d'acqua. Lo mare non puote
essere tanto profondo, che la rena e la terra non vi sia; chè tutta
l'acqua del mondo si è posta sopra terra e sopra rena. E alcuna volta
l'uomo cava la terra, e truova l'acqua sopra rocca; ma la rocca è posta
sopra terra; e questa è ragione per la minutezza della rena, e perchè in
molte parti à rena, ove non ci è acqua. E la rena è più che le candelle
dell'acqua.

(845) _Candelle_ è ripetuto tante volte nel Cod. che noi non sapremmo
qualificarlo per errore. D'altra parte il C. F. R. ha sempre _goutes_, e
il C. R. 2. sempre _gocciole_. Ed è evidente che _candelle_ ha da avere
appunto questo significato. Ma come e perchè? Per un momento ci parve di
potere supporre che invece di _candelle_ fosse da leggere _canelle_; e che
trovandosi nel latino barbaro _guttarium_ per _canalis_, il traduttore,
per una strana confusione d'idea e di parola, avesse scritte _canella_ per
_gutta_, _gocciola_. Appresso credemmo di essere sulla via per ispiegare
le _candelle_, considerando come questo vocabolo abbia riferimento ad
acqua, ne' dialetti di varie città d'Italia; come ad es. nel milanese
_candìla_, e nel bresciano _candela_, rigagnolo, piccolo rivo artificiale.
Ma dobbiamo pur confessare che nè l'una nè l'altra di queste spiegazioni,
dopo più matura riflessione, ci sodisfecero. Neppure sapendo che il
provenzale ha _cadenel_, canale, rivo; dal quale forse potrebbe non esser
difficile passare a _candel_, _candella_ per _onda_. — Altri potrebbe per
avventura supporre che avesse a leggersi _ondelle_, come già si disse
_ondetta_ e _ondicella_.



                              Cap. CLXI.

 _Lo re domanda: potrebbe l'uomo contare l'onde del mare o la rena della
                        terra? Sidrac risponde:_


Se il mondo fosse magiore mille volte, e fosse terra tutta ferma, e che
durasse mille anni e fosse molto atticciato (846); lo giorno e la notte
sono XXIIII ore, e ciascuna ora sono mille ottanta punti, e di (847)
ciascuno punto nascieranno mille volte mille uomini e altrettante femine;
e fossono tutti pilosi, e per ciascuno pelo avesse mille volte candelle di
mare (848), le candelle dell'acqua sono più che questo numero, e la rena
della terra è più che le candelle del mare, e la misericordia di Dio è
magiore che l'una e che l'altra, e più che tutte le cose che al mondo
sono, e che sono state o che saranno, a quelli che la disiderano d'avere.

(846) abitato C. R. 2. — habitees mout durement C. F. R. — habitees de
grant multitude de gens T. F. P.

(847) a C. R. 2.

(848) mille volte mille gocciole di mare C. R. 2.



                              Cap. CLXII.

     _Lo re domanda: quante stelle sono in cielo? Sidrac risponde:_


Se tutte l'acque fossono terra ferma, e l'una e l'altra fossono molto
abitate da gente, e tutti quelli che sono morti e nasceranno e che sono,
fossono in numero (849), le stelle sarebono più; chè per l'altezza del
fermamento e per la sua ampiezza le stelle non si possono tutte vedere;
che gli nuvoli s'abassano e gli altri innalzano; e però le stelle sono più
assai; chè la vista dell'uomo, ched è sì tagliente (850), non puote tutte
le stelle vedere. Lo fermamento, che è così grande, e è tutto alluminato
dalle stelle, si risprende, come voi vedete e più; ma per lo suo torneare,
l'uomo nolle puote vedere tutte (851), chè l'una disciende e l'altra
monta, all'ore e a' punti dello giorno e della notte, così come Idio l'à
comandato; che già non posano e non cessano, e fanno loro torno per lo
movimento del fermamento.

(849) in uno numero C. R. 2.

(850) la viste de l'home chi est si trenchant C. F. R. — Non trovo es.
nell'ant. fr. di _trenchant_ agg. a vista; come neppure di _tagliente_ in
ital. — Il T. F. P. ha: sì penetrative.

(851) Manca al C. L.: l'uomo nolle puote vedere tutte. — L'abb. agg. dal
C. R. 2.



                             Cap. CLXIII.

   _Lo re domanda: quanti angeli creò Idio, e quanti furono quelli che
        caddono, e quanti no dimorano in cielo? Sidrac risponde:_


Idio, per la sua santisima misericordia e per lo suo piacere, creò nove
ordini d'angeli, che sono molto grande numero; e tutti rendono grazie e
lodo a Dio lo padre onipotente. E di questi VIIII ordini, ne traboccò una
parte, per lo loro orgoglio. Altrettanti sono quelli che ubidettono, come
la metà della gente (852). E tutti quelli che sono morti e che nascieranno
e che sono nati al mondo, si porranno a sedere in quelle sedie. Quando gli
nove ordini saranno conpiuti, per quegli che traboccarono, il mondo
finirà, e sarà alla volontà di Dio. Non intendere mica che tutti quelli
che sono nati e nascieranno, monteranno in cielo, alle dette sedie; ma
monteranno quelli che degni ne saranno, e quelli che lo comandamento di
Dio faranno, e quelli che per lo loro servigio lo serviranno. Gloria e
gioia e allegrezza non fallirà loro.

(852) la moitie des gens dou monde C. F. R.



                              Cap. CLXIV.

  _Lo re domanda: quali sono più o le genti o le bestie o gli uccegli o'
                        pesci? Sidrac risponde:_


Le genti à fatte Idio assai meno che le bestie; che per ciascuna persona
del mondo, sono più di cento bestie, sanza i vermini; e per ciascuna
bestia che è al mondo, sono più di mille uccielli e più; e per ciascuno
uccello, àe mille pesci e più in mare. Questi sono quelli che Idio à fatti
più di nulla creatura movibile; e tutto questo è la sua volontà e lo suo
comandamento.



                              Cap. CLXV.

 _Lo re domanda: Iddio ch'è tutto possente perchè non fece altre creature
       che vermini e bestie o uccielli o pesci? Sidrac risponde:_


Idio per la sua potenza fece bene e ordinatamente a ragione ciò che egli
fece; e fece al mondo quattro alimenti, e di quattro conpressioni, di
caldo e di secco di freddo e d'umido; e si fece all'uomo corpo di terra, e
alla bestia corpo d'aria (853), e a' pesci corpo d'acqua. E se egli avesse
fatto corpo di terra, così come agli uomini, egli risusciterebono al dì
del giudicio, altressì come l'uomo; ma perchè non ànno corpo di terra,
diventano nulla (854). Lo più dilettevole luogo del mondo si è colà, là
ove il cuore istàe, e à volontà d'essere; che se uno fosse nella più bella
piazza del mondo, e avesse quello che mestiere gli fosse, e egli amasse
altro luogo, quella bella piazza gli parebe nulla, inverso l'amore ch'egli
avrebbe in altra parte (855), conciosia cosa ch'elli fosse laido; e se
elli fosse la più brutta piazza del mondo, e egli amasse quello luogo, e'
gli parrebbe il più dilettevole luogo del mondo. E perciò diciamo noi che
lo più dilettevole luogo del mondo si è là dove l'uomo ama e disidera.

(853) et as oisiaus si fist cors de l'air C. F. R.

(854) Qui nel C. F. R. e nel T. F. P. comincia un altro Cap., intitolato:
_Le quel est le plus deletable leu de monde?_

(855) leu C. F. R.



                              Cap. CLXVI.

 _Lo re domanda: quale è più ardito o quelli che va di notte o quegli che
                     va di giorno? Sidrac risponde:_


Quegli che va per pericoloso luogo, e' va di giorno per la sua grande
prodezza (856), come quelli che à grande coraggio di sè difendere dal suo
nimico. Quelli che vae di notte, vae con grande paura, e non è uomo da
difendersi da un altro, e va come ladrone. Gente sono che non dottano uomo
nè bestia, e si non osano andare di notte, per paura d'onbra; e ciò loro
aviene di difalta di cuore. Altra gente sono, che si chiamano codardi, e
sono vantatori (857); e lo giorno vanno saviamente tra la gente, e la
notte si devisano (858), e vanno per le ville, come arditi, perchè sono
sicuri non saranno conosciuti. Ma le genti che li veggiono, credono che
sieno alcuni valenti uomini. E per questa sicuranza vanno di notte facendo
il male. Sapiate che quelli sono vili e codardi, che si devisano per
parere altra gente.

(856) Celui chi vait en perilous leu et vait de jor, cil vait par sa grant
proesse C. F. R.

(857) boubansors C. F. R., per _boubancier_.

(858) se desguisent C. F. R., che vuol dire _sortir de la guise_, _se
transformer_. — _Devisarsi_ è traduzione letterale del vb. fr.; ma può
piacere, ad esprimere il cangiare di _viso_, di _apparenza_, di _abito_,
invece di _travisarsi_.



                             Cap. CLXVII.

 _Lo re domanda: quale è maggiore prodezza o quella di città o quella de'
                        boschi? Sidrac risponde:_


Prodezza di città non è già chiamata (859), ch'ella non è prodezza, anzi è
follia e stoltezza. E' pigliano sicurtà dalla gente. Che molti sono quelli
che, quando ànno parole con altrui, egli lo vogliono asalire tra l'altra
gente; e quelli che sono asaliti, sono più valenti e più arditi; e si non
si vogliono muovere contra di loro. E quelli che asaliscono lo fanno per
tre cose: la prima, è per grande follia; la seconda, per sicurtà delle
genti che si metteranno in mezo, e non lascieranno acostare; la terza,
quando egli ànno troppo bevuto, e lo cervello loro è tutto smoto (860) di
vino. E lo valente che è asalito, lascia lo mal fare per tre cose: la
prima, che egli à paura di mal fare; la seconda, ch'egli dotta la
signoria, chè tutti i valenti uomini dottano la signoria (861); la terza,
dottano l'onta di non perdere lo suo, e però non si vuole egli muovere. Ma
se amenduni fossono alla foresta, lo valente della città non avrebe
ardimento di farlo; chè là non troverebe egli chi lo tenesse; e lo
prod'uomo del bosco non temerebbe onta nè signoria nè di perdere lo suo, e
tosto l'ucciderebbe. E se gli due s'incontrano insieme, lo prode uomo del
bosco si difende valorosamente; e lo prode uomo della città, che spesse
volte fanno le stampite (862) tra la gente, non oserebbe dimorare nella
piazza, anzi fugirebe nel canpo. E però diciamo noi che la prodeza del
bosco è detta prodeza, e quella della città è detta follia.

(859) ne est mie apelee proesse C. F. R.

(860) Traduz. letterale del franc. _esmeue_, dal vb. _esmaier_,
_commosso_, _turbato_, _alterato_.

(861) car tout home la doit douter C. F. R.

(862) estampie C. F. R. — bombans T. F. P. — Pare che qui _stampita_
abbia da intendersi per _vantazione_, _millanteria_. Trovasi questa parola
nel provenzale, ove ebbe anche il significato di _disputa_, _rumore_. E
nel nostro esempio potrebbe intendersi che chi fa _chiasso_, _rumore_,
quando è in mezzo a molta gente, fugge poi se si accorge che vi sia
pericolo di trovarsi solo di fronte al proprio avversario. — Cf. _Gachet_,
_Gloss. du Chev. au Cygne_, a _Estampiez_. Il Gherardini reca un esempio
di _stampita_ per _chiacchierata_; e questo pure potrebbe adattarsi al
caso nostro. — Vogliamo anche notare che il mod. spagn. ha: _estampida_,
che significa il rumore del colpo di un fucile o di un cannone.



                             Cap. CLXVIII.

  _Lo re domanda: dee l'uomo rinproverare l'uno all'altro o di povertà o
 di ricchezza o di malizie o di malvagità di sua moglie, o d'altre cose?
                            Sidrac risponde:_


L'uomo non dee rinproverare l'uno all'altro di nulla cosa; che se tu gli
rimproveri malizie, quelli che le dà, lui le potrebe bene dare a te (863).
E se tu gli rinproveri della follia di sua moglie, egli potrà bene essere
che altrettale averrà ad te. E se tu gli rinproveri d'altre cose, lo
somigliante puote avenire a te. E però niuno dee rinproverare altrui, chè
niuno è che sapia che avenire gli dee.

(863) car si tu li reproches de maladie, cil chi li dona la maladie puet
bien doner a toy C. F. R.



                              Cap. CLXIX.

   _Lo re domanda: dee l'uomo portare e fare onore a tutta gente (864)?
                            Sidrac risponde:_


Si bene, ma nulla anima del mondo lo potrebe fare a piacere con suo prode
e con suo onore. L'uomo lo dee fare, conciosia cosa che tu non dei del
tutto loro (865). Fa' loro bella cera e bello senbiante e buono conforto e
buono consiglio; in questo modo potrai fare a piacere a uno e a uno altro
con tuo prode e con tuo onore; e si avrai grado dalle genti, e sarai amato
e pregiato, e tenuto per buono tra la gente.

(864) _doit l'om porter honor et faire a plaisir de toutes gens?_ C. F. R.

(865) A rettificare questa prima parte del presente cap., poichè non può
giovare il C. R. 2., sarà utile riferire la lez. del T. F. P.: Ouy bien,
qui le poutroit faire; mais nulle personne ne le pourroit faire que Dieu.
A ceulx a qui tu en pourras bien faire plaisir en ton honneur, ja soit ce
que tu leur donne du tien, fais le vouluntiers. Et ceulx que tu ne pourras
servir du tien, sers les de belles paroles et beau semblant, ec.



                              Cap. CLXX.

 _Lo re domanda: dee l'uomo dimenticare quelli che gli hanno fatto onore?
                            Sidrac risponde:_


Non già dimenticare nol dee, conciosia cosa che 'l servigio sia piccolo; a
niuno tenpo lo dei dimenticare. E chi grado e piacere mi fa, egli mi dà
assai del suo; e però dee portare l'uomo amore e reverenza e benevoglienza
a quelli che l'ànno servito; e lui dee aiutare al suo podere, se bisogno
àe, che lo buono guidardone dee l'uomo fare contra colui che servigio gli
à fatto. E lo servigio che l'omo fa a quelli che l'omo non è tenuto,
quello cotale (866) de' essere più gradito, che se l'uomo lo dee fare. E
però non dee l'uomo dimenticare lo servigio che gli è fatto, a nullo
giorno.

(866) Abb. corr. col C. R. 2. — Nel C. L.: dee l'uomo fare contra essere
più gradito, ec.



                              Cap. CLXXI.

  _Lo re domanda: come si puote l'uomo tenere dalla sua grande volontà?
                         Sidrac risponde: (867)_


Sì, bene e legiermente, quando egli è di quella volontà. E egli dee
pensare allo suo criatore, e così come egli lo degnò creare alla sua
simiglianza; e perciò non si dee lordare; ma onorare e nettamente
guardare, per amore di quelli che lo degnò fare alla sua simiglianza. E si
dee pensare come egli dee morire, e venire in nulla; e l'anima di lui
ricevere tali guidardoni, come avrà servito in quello corpo, fia bene o
fia male, secondo le sue opere. E in questi pensieri gli passerà questa
volontà. Si lo re desse a uno uomo la sua roba, che la si dovesse vestire
per lo suo amore, sapiate che quello uomo la si vestirebbe a grande onore,
e la guarderebe nettamente, e sarebe molto innorato dalla gente, quando
egli la si vestisse. Bene dobiamo noi essere più innorati e meglio
guardare la somiglianza che Idio ci à vestiti, che è della sua propia, e
più caramente che una roba d'uno cotale uomo, chente noi siamo, tutto
fosse egli re. Che se tu non pensi in quella volontà per lei medesima
passerà, se tu lasci nolla gratiare di fatti nè di pensieri (868); ch'ella
è altressì come lo fuoco: chi più vi mette più arde; e per la
sofferenza (869) e per gli buoni pensieri, leggiermente passerà. E tanto
quanto l'uomo più soffera, più vorrà sofferire; e tanto quanto l'uomo più
l'usa, e più lo vorrà usare. E uno fuoco che fa dannaggio, l'uomo lo dee
ispegnere, e sì amortare nell'acqua, che giammai dannaggio non gli faccia.
Simigliantemente dee l'uomo fare della luxuria; chè la luxuria è
pericoloso fuoco, e fa molto grande dannaggio al corpo e all'anima. L'uomo
la dee amortare e ispegnere tuttavia.

(867) _Le roy demande: ce peut l'om tenir de luxurie, chant l'om est de
volonte?_ C. F. R.

(868) Riferiremo prima la lez. del T. F. P.: Ainsi donc quant l'homme
entre en ceste voulunte de luxure, et en luy mesmes il pensera les choses
dessusdictes, bien legierement se passera y celle voulunte; mais qu'il la
delaisse et qu'il ne la nourrisse point ne de faiet ne de pensee. — Ecco
ora la lez. del C. F. R.: car se tu penses en celle volunte, elle passera
par celle meesme volunte, se tu la laisses et ne la graees ne de faites ne
de pencees. — _Se tu la laisses_ (laisser ant. fr., quitter) è stato
trad., come vedesi, _se tu lasci_. — _Et ne la graees_ (graer ant. fr.,
gratiaer), è stato trad. _nolla gratiare_. — Il nostro periodo potrebbe
intendersi così: se tu stabilisci, se sei fermo di non far grazie, di non
fare concessione a quella volontà nè di fatti nè di pensieri.

(869) por ces soffraites. C. F. R. — _Soffraite_ ant. franc., _sofracha_
prov. ha, fra altri, il significato di _mancanza_; e qui pare che potrebbe
appunto intendersi: e per la mancanza di materia che alimenti il fuoco, e
per i buoni pensieri ec. — Potrebbe però anche interpetrarsi: e
coll'essere tollerante (_soffrir_) e con i buoni pensieri ec. —



                             Cap. CLXXII.

  _Lo re domanda: quale è lo magiore diletto che sia? Sidrac risponde:_


Due sono i diletti del mondo: l'uno è spirituale e l'altro corporale; e lo
corporale è poco diletto, perchè passa legiermente, e ispegnesi come uno
lume, e diventa nulla; che del diletto corporale si generano molte malizie
e avarizie e pericoli all'anima, e morte e onta e vergognia e si è tutta
vanità; che ciò che l'uomo può fare di diletti in cento anni, se uno
giorno e' gli falla, tutto quello che àe avuto gli pare nullo
diletto (870). Lo spirituale, cioè a sapere di quelli che si dilettano in
Dio e delli suoi comandamenti e nelle sue opere, e quegli che ànno buona
fede e buona isperanza d'avere la vita perdurabile nella conpagnia di Dio,
sapiate che quelli ànno molto grande diletto; tanto quanto più travagliano
e sofferano per Dio, si loro richieda a fare di quello travaglio e
sofferenzia (871); e si pare loro ch'egli sieno in gloria. E questo
diletto mai non finiscie, anzi si canbia di bene in meglio, e di gioia in
allegreza e in gloria, che mai fine non avrà. E perciò diciamo noi che lo
diletto ispirituale vale meglio e è più grande che lo corporale, e è più
durabile.

(870) car chant che l'home se puet delitier en C. ans, et un jor li faut
tout et si resemble che riens n'en a este. C. F. R.

(871) si requirent plus a faire de cel travaile et soffrance. C. F. R.



                             Cap. CLXXIII.

  _Lo re domanda: desi l'uomo dilettare colla femina? Sidrac risponde:_


Due maniere sono di dilettarsi l'uomo colla femina: l'uno è spirituale e
l'altro è corporale. Lo spirituale si è quando l'uomo àe la sua moglie, si
dee acostare a lei onestamente e degniamente. E sì si dee acostare co' lei
a tale intendimento e intenzione, d'avere frutto di lei, che renda grazie
al suo criatore. E quando ella è pregna, elli non si dee più acostare a
lei, infino che partorito non à; e dopo il partorire XL giorni. E quando
la femina è nel suo tenpo, e' non si dee acostare a lei, tanto quanto
ell'à quello; e sarà questo lo buono diletto spirituale. Lo diletto
corporale del mondo si è in modo di bestia, che non si guarda quando
s'acosta alla sua femina, anzi s'acosta tutte le volte che n'à volontà.
Sapiate che questo è malvagio diletto, e morte e perdizione dell'anima e
del corpo. Quelli che lo fa a modo di bestia è di vita di bestia; e fanno
contra lo comandamento di Dio.



                             Cap. CLXXIV.

     _Lo re domanda: quando l'una oste è contra l'altra come si deono
                      conbattere? Sidrac risponde:_


Quando l'una oste è contra l'altra, lo capitano dell'oste dee essere savio
e proveduto e valente e vigoroso. E dee guardare e avisare (872) l'oste
che è incontro a lui; e dee ordinare saviamente le sue ischiere; e desi
muovere vigorosamente, con senno; e fedire contra loro e sopra loro. E se
egli s'avedeno che i loro nimici sieno più forti di loro, e egli si dee
tenere fortemente, e confortare la sua gente, e dare loro vigore e
baldanza; e fare grande senbianza di muovere contra i nimici, e ricogliere
la sua gente, e venire a salvamento. E se l'altra oste gli asaliscie, e
egli si deono difendere vigorosamente. Che se l'oste forte sapesse lo
fatto del meno forte, tosto la piglierebbe; ma perchè non si sa, ispesse
volte n'aviene che le frali osti iscanpano dalle forti e possenti.

(872) esmer C. F. R. — _Aesmer_, _esmer_ ha qui il significato di
_valutare_, _calcolare_. L'_avisare_ del n. t. ha il senso di _guardare
attentamente_, o _riconoscere_, come nell'es. del Caro, citato dalla
Crusca.



                              Cap. CLXXV.

    _Lo re domanda: quali sono quelli menbri senza li quali l'uomo non
                   potrebbe vivere? Sidrac risponde:_


Se l'uomo avesse meno le mani, e' piedi e gli occhi e' coglioni e' gli
orecchi e' denti e la lingua fosse sano (873), egli potrebe vivere. E se
egli avesse tutti i suoi menbri sani, e egli non avesse nè denti nè
lingua, egli non potrebe vivere; che i denti e la lingua apartengono alla
vivanda; di che le genti vivono. La lingua mena la vivanda a' denti, ed
aiuta; e sanza queste due cose non potrebe l'uomo vivere. Idio à fatto la
lingua all'uomo, per adorare lo suo sancto nome, e per parlare, e per
menare la vivanda a' denti; e sì l'à fatta di carne viva e reale sopra
tutti gli altri menbri del corpo; e fatti i denti di nerbi
ghiacciati (874), simiglianti a ossi che divorano gli ossi.

(873) fussent sains. C. F. R.

(874) de ners glacies C. F. R.



                             Cap. CLXXVI.

 _Lo re domanda: chi trovò e fece lo prima stormento del mondo, e come fu
                        fatto? Sidrac risponde:_


Lo primo stormento lo fece e trovò uno de' figliuoli di Noè, quelli
ch'ebbe nome Giafet (875). Egli trovò in prima il suono dell'acqua
corrente nelle pietre che erano nell'acqua, alte e basse: che l'una pietra
dà più alto il suono l'una che l'altra, per la sua altezza o per la sua
bassezza (876). E anche lo trovò per le foglie degli alberi, quando il
vento vi dà entro. E di tale maniera ordinò, e stabilì lo stormento per lo
scandalio (877) di queste due cose, e per lo senno, che era molto savio e
sottile. E tutto questo fue per la volonta di Dio.

(875) par deux hommes dont l'ung eut nom Tubal et l'autre Tubalcain.
T. F. P.

(876) Il traduttore non ha inteso, ed ha quindi messo insieme parole senza
senso. Ecco la lez. del C. F. R.: Et le trova premierement par le son de
l'aigue corante, et per le son dou vent des arbres; car il temproit le son
de l'aigue corante, de pierres, de haut et de bas, car l'une partie donoit
plus grant son che l'autre par sa autesse et par sa basesse.

(877) scandail. C. F. R. — exemple T. F. P. — _scandaglio_ è usato per
_esperimento_, _esempio_. La Crusca non ne registra che un esempio del
Berni.



                             Cap. CLXXVII.

  _Lo re domanda: l'uomo che nascie sordo e muto, che linguaggio pensa e
              intende lo suo cuore (878)? Sidrac risponde:_


L'uomo che nascie sordo e mutolo, nè parlare non puote, egli pensa e
intende lo linguaggio del suo primo padre, cioè Adamo; e lo suo linguaggio
fu ebreo. Dunque per diritta forza conviene che ritorni allo linguaggio
del suo primo padre, ciò fu Adamo, là ond'egli fu schiantato. Altresì come
uno omo che pigliasse i noccioli d'uno frutto d'uno alboro e si gli
piantasse, quello nocciolo farebbe uno altro alboro simigliante a quello
ond'egli fosse stato (879); e farebe il frutto di quella medesima
senbianza e colore e sapore, come dal suo principio. E per tutte quelle
volte che l'uomo piantasse di quelli noccioli, nascierebono albori e
frutti di quella medesima senbianza e colore e sapore, come dal suo
principio. E chi pigliasse di quello albore, e lo nestasse cogli altri
frutti, egli diventerebbono di quella senbianza di quello onde furono
nestati. Altressì fummo noi del primo linguaggio d'Adamo, primo nostro
padre; e poi siamo nestati con altri legnaggi. Che chi pigliasse uno
garzone di XI giorni o di meno, che non sapesse parlare nè intendere, e
che lo mettesse in uno luogo che non potesse udire niuna persona parlare,
e che l'uomo gli desse e facesse tutto ciò che bisognasse, e fosse sanza
parlare altrui, quando egli avesse X anni o più, egli non parlerebe altro
linguaggio che del suo primo padre, cioè ebreo; come la natura dell'albero
che ritorna a sua natura.

(878) en son cuer. C. F. R.

(879) manca al n. c. da _là ond'egli_ fino a _ond'egli fosse
stato_. — Abb. suppl. col C. R. 2.



                            Cap. CLXXVIII.

   _Lo re domanda: perchè sono gli nuvoli l'uno bianco e l'altro nero?
                            Sidrac risponde:_


Per due cose quelli che sono bianchi son posti da lungo l'arie (880), e
tengono l'uno capo verso terra e l'altro verso il cielo; e lo chiarore del
sole lo fiede e allumina col suo lume; e la luna lo fiede di notte e le
stelle; e per questa ragione risprendiscono (881), e diventano bianchi.
L'altra ragione si è perch'elli sono sottili e vani (882); e per lo caldo
e per lo calore del sole elli passa la notte lo freddo dell'aria; e lo
lume della luna gli passa (883); e perciò sono elli bianchi. Quelli che
sono neri elli toccano l'aria di largo (884), e sono ispessi e grossi; e
lo chiarore del sole nè de la luna nolli possono passare; e però sono elli
neri.

(880) sunt assises dou lonc de l'air. C. F. R. — _Assises_ da _seoir_.
_asseoir_, être placé, situé.

(881) _risplendono_.

(882) vaines. C. F. R., leggeri.

(883) les perce. C. F. R.

(884) de travers. T. F. P.



                             Cap. CLXXIX.

     _Lo re domanda: dello tenpo ch'è chiaro e sereno gli nuvoli onde
                       vengono? Sidrac risponde:_


Quando lo tenpo è così chiaro come voi vedete, gli nuvoli che sono, eglino
iscorrono (885) dello spirare della terra. Là dov'ella getta grande caldo,
ella getta fuori di lei a modo di brina; e lo chiarore del sole la bee, a
modo di rugiada, e porta suso; e poi si ragunano, e diventano nuvoli
bianchi; e l'aria l'ispande per molti luoghi, e gli consuma.

(885) issent. C. F. R.



                              Cap. CLXXX.

    _Lo re domanda: tutte le criature che sono fatte possono sapere la
           volontà della cogitazione di Dio? Sidrac risponde:_


Nè niuno angelo nè niuno arcangelo nè niuna criatura che Iddio fece o
farà, non potrà sapere la volontà nè la cogitazione di Dio, tanto quanto
una candella di mare (886), se per Dio e per la sua volontade nolla sanno.
La volontade e la cogitazione di Dio è sì grandissima, come tutto il cielo
e la terra. E quando egli vuole che alcuna cosa sia fatta, punto non vi
tarda, nè niuno più vi può calognare (887). E quelli che ànno saputo e
sapranno la volontà di Dio, si fia per la sua medesima volontà, che loro
lo manda a sapere per lo suo sancto angiolo; nè nulla creatura che Idio
abia facta non può sapere la volontà di Dio nè la sua cogitazione, se per
lui non lo sa (888); se non come una formica potrebe sapere lo profondo
del mare.

(886) une goute de la mer. C. F. R.

(887) chalonger C. F. R. _Chalonge_, _chalenge_, ant. franc. vuol dire
_calunnia_ e insieme _disputa_, _rifiuto_; come _chalonger_, _disputare_,
_rifiutare_, _calunniare_. E così in prov. _calonja_ significa _rifiuto_ e
_disputa_. — In lingua vallona _calengi_ vuol dire _mettre en
contravention_, _à l'amende_; _adresser un défi_, _un cartel_. — Abbiasi a
mente, per ispiegar ciò, i varii significati che ebbe _calumnia_ nel basso
latino (_Du-Cange Gloss._). — In ital. _calognare_ non vuol dir altro che
_calunniare_, secondo ciò che registra la Crusca. Ma qui è chiaro che deve
intendersi per _porre ostacolo_, _proibire_, _impedire_, _disputare_.

(888) Abb. corr. col C. R. 2. — Nel C. L. mancano molte parole.



                             Cap. CLXXXI.

   _Lo re domanda: dee l'uomo tutto giorno adorare? Sidrac risponde:_


Sì bene, se fare lo può; ma sì fare nollo puote, perchè lo corpo vuole lo
suo riposo. Che se egli non si riposasse, vivere nè andare non potrebe. E
però dee l'uomo Idio adorare una parte del giorno e la notte, a certe ore;
e travagliarsi per la vita del corpo; e un'altra riposare per dare forza e
podere al corpo, perchè possa travagliare per sè e per la sua anima. E
quando egli viene ad adorare Iddio, e' lo dee fare di buon cuore e di
buona intenzione; e tenersi queto e di buona aria in uno luogo; e dire
umilemente e perfettamente quello che vuole; e avere lo cuore e la
volontade a Dio e alla sua gloria. E per niuna cosa non dee lasciare
ch'egli non conpia la sua orazione. E quelli che lo fa, adora Iddio
giustamente e perfettamente e intendevolemente; chi altrimenti, egli non
adora siccome egli dee.



                             Cap. CLXXXII.

   _Lo re domanda: gli occhi che lagrimano ispesso donde viene? Sidrac
                               risponde:_


Gli occhi che lagrimano ispesso aviene dalla tenerezza del cuore e dalla
purità del coraggio. Chè lo cuore che è tenero e puro, incontanente che
ode cosa che gli dispiaccia, sì la pensa e guata; e sale l'acqua della sua
tenerezza suso agli occhi; allora piange, e getta l'acqua fuori, per
travaglio e per angoscia, che à il cuore, che è tenero e pietoso. Apena
puote l'uomo male avere da lui, cioè per forza degli omori, che sono di
quattro conpressioni al corpo; che la loro durezza sormonta la tenereza
del cuore. Gli occhi che spesso lagrimano fanno grande abagliamento al
cuore; che per le lagrime che gli occhi gettano, raffreddano l'arsura e lo
calore del cuore. Gli occhi che non lagrimano, non possono avere ciò. Loro
aviene, per la grande dureza, ch'egli ànno al cuore della grande fellonia.
Cotale cuore apena potrebe pensare se non malizia e ingegno all'altra
gente (889); e quando pensa alcuna volta l'uomo bene, ciò non gli aviene
già per lui, ma per gli omori umidi che al corpo sono, che sormontano la
sua dureza e la sua fellonia, e lo fanno per forza pensare in alcuno bene.

(889) Car tel cuer apeines puet penser que a malice et a engigner ec.
C. F. R. — _Engigner_, ingannare.



                            Cap. CLXXXIII.

   _Lo re domanda: quante maniere di gente de' l'uomo onorare (890) in
                     questo mondo? Sidrac risponde:_


Primieramente l'uomo dee adorare lo suo criatore, che lo fece e lo
disfarà, quando lo suo piacimento sarà. E apresso dee l'uomo portare onore
alla sua moglie, che Idio gli à donata a conpagnia, altressì come egli
donò a Adamo Eva; e a loro comandò che amendue fossono una cosa. Ciascuno
simigliantemente così dee essere alla sua moglie. E apresso deono adorare
lo loro Signore, a cui egli à data la fede, per guardarlo e per salvarlo
in tutte l'altre cose che intervenire possono. E apresso deono onorare il
padre e la matre sopra tutte l'altre cose; e gli dee aiutare e mantenere
lealmente. E apresso dee poi l'uomo onorare lo suo buono fattore, é
figliuoli é fratelli é parenti é suoi amici; e ciascuno onorare e amare
lealmente.

(890) debono orare. C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.



                             Cap. CLXXXIV.

  _Lo re domanda: qual'è lo più largo uomo del mondo? Sidrac risponde:_


In questo secolo non v'à nullo largo uomo; e nullo è che donare possa;
che tutto ciò che l'uomo dà in questo secolo e nell'altro è di Dio lo
creatore, e da lui vengono. Che niuno uomo in questo mondo non potrebe
tanto avere, che nulla potesse portare nell'altro. Ma quelli che in
questo secolo danno, si è della grazia di Dio, le quale egli dona per
aministrare a' poveri in questo secolo. Assai potete voi sapere che Idio
è largo; e ch'elli dona il dono (891) in questo secolo a quelli che
vegnono ignudi, e non portano nulle co loro. E Idio dice: donate del mio
medesimo, a quegli che non ànno, e io vi darò nell'altro secolo a cento
doppi.

(891) chi done les dons. C. F. R.



                             Cap. CLXXXV.

     _Lo re domanda: in via o in camino più onorare o 'l povero o 'l
                     ricco (892)? Sidrac risponde:_


Se lo povero è in cammino con migliore di lui, egli dee sofferire che
quello migliore di lui vada innanzi, e egli apresso; e simigliantemente al
sedere dee sofferire che lo migliore segga più alto e egli poi più basso.
Lo povero non dee mica sedere più alto che lo ricco, perchè un altro
migliore di lui verrà, e dirà: lieva suso, e lasciami sedere, chè questo
non è già luogo per te. Ma s'egli avenisse che il povero fosse collo ricco
in una battaglia, là si dee lo povero, se egli puote, più avanzare, e
mettere inanzi al ricco, e conbattere, e se difendere vigorosamente e
forzevolemente.

(892) Le roi demande: se doit l'om poure en chemin ou en place metre soi
devant le riche? C. F. R. — E concorda col T. F. P.



                             Cap. CLXXXVI.

   _Lo re domanda: è peccato di mangiare tutte cose? Sidrac risponde:_


Iddio per la sua misericordia creò tutte le cose all'uomo, e ch'e' fosse
altressì signore in terra, come egli è signore in cielo, d'uccidere, di
manicare e di comandare e di travagliare tutte l'altre criature al suo
servigio. E per questo grande dono e signoria e possanza che Idio ci à
donata sopra tutte l'altre cose, noi abiamo podere d'uccidere e di
manicare e di comandare quello che noi vogliamo. E ciò che noi mangiamo di
buono cuore, egli ci è buono e diritto, se fosse serpente o scarpione o
altra ria bestia del mondo, o uccello o paone, è questo buono mangiare. E
se non ci piacesse, e nollo mangiassimo di buona volontà, sapiate che
quello buono mangiare, non è buono nè diritto nè leale; chè ciò che l'uomo
mangia di buono cuore e di buona volontade, egli è buono e diritto e
leale; e ciò che l'uomo mangia sopra cuore (893) e di mala volontade, egli
no gli è buono nè diritto nè leale.

(893) sor cuer. C. F. R. — _Sor_ ebbe il significato di _contre_.



                            Cap. CLXXXVII.

    _Lo re domanda: de' l'uomo salutare la gente a tutte l'ore? Sidrac
                               risponde:_


Non già. Non dee l'uomo nimica tuttavia salutare la giente. Che se tu se'
nel tuo albergo, tra li tuoi amici e tra la tua masnada, tu dei due volte
salutare il giorno, ciò è a 'ntendere la mattina e la sera; e se piue lo
farai, tu farai contra ragione, e non li tuoi amici. E se tu incontri lo
tuo amico nel cammino, tu lo dei salutare una volta il giorno; e la salute
dee essere cotale secondo la stagione del giorno. Sapiate che quelli che
in prima saluta à l'onore. E quando lo tuo amico o altri ti saluta, tu li
dei cortesemente rispondere, a chi che si sia.



                            Cap. CLXXXVIII.

     _Lo re domanda: come dee l'uomo mantenere gli figliuoli? Sidrac
                               risponde:_


Se tu ài figliuolo, tu lo dei nudrire onestamente, e falli inparare senno
e iscienzia; e gastigarlo ispesso; e fargli inparare arte, onde si possano
aiutare, se mestiere loro è. E tu no gli dei ispesso mostrare bella ciera,
nè lusingargli; che quando tu gli graverai d'alcuna parola, molto
magiormente anoierà loro, per le lusinghe che tu averai loro fatte. L'uomo
dee fare di suo figlio e di sua famiglia come della verga, ch'è verde, che
l'uomo la può piegare alla sua maniera e alla sua volontà; che quando ella
è secca, e l'uomo la vuole piegare a suo modo, ella si ronpe e non fa
nulla per lui. E altressì è de' tuoi figliuoli e della tua famiglia: in
prima gli gastiga perchè al di drieto (894) facciano la tua volontade; e
che se alla prima no gli gastighi, al dirieto non faranno nulla per te.

(894) au derain. C. F. R.



                             Cap. CLXXXIX.

   _Lo re domanda: qual dee l'uomo più amare tra la moglie o figliuoli?
                            Sidrac risponde:_


L'uomo dee amare la sua buona famiglia (895), più cara che cosa che sia,
apresso lo suo criatore, e sè medesimo; inperò che egli e la sua moglie
sono una cosa, altressì come Iddio per la sua potenza fece Adamo e Eva una
cosa. Che Idio avrebe potuto fare Eva de' piedi d'Adamo, se egli avesse
voluto, e ella sarebbe stata sotto i suoi piedi. E se egli l'avesse fatta
della sua testa, ella sarebbe istata sopra la sua testa. Ma Idio volle che
due fossono uno; che l'uno fosse possente come l'altro; perciò la fece
della sua costola diritta, per ch'ella fosse suo pari di tutte le cose, e
che egli fosse signore e ella donna; e che 'l mondo non si potrebbe
moltiplicare sanza loro. E perciò diciamo noi che l'uomo dee amare,
apresso al suo criatore, sè medesimo, sopra tutte le cose del mondo; e
altressì la femina l'uomo. Che se tu perdi la tua buona moglie, e' ti
manca del tuo onore del tuo saluto (896); chè tu non dei avere altra
moglie, se non una sola in tutta la tua vita. Ma tenpo sarà che quello che
averà a venire del popolo del figliuolo di Dio, che quelli che ordineranno
la fede, ordineranno e stabiliranno, per la fragilità della frale carne,
se la moglie muore, che egli ne possa pigliare un'altra; e
simigliantemente possa fare la femina dell'uomo.

(895) moglie. C. R. 2. — feme. C. F. R.

(896) Per _salute_; usato al masc., come in ant. franc. e in prov.



                             Cap. CLXXXX.

  _Lo re domanda: se mio padre e mia madre non fossono istati, noi come
                 saremo istati (897)? Sidrac risponde:_


E da poi che lo comandamento di Dio è fatto, e tu se' nato in questo
secolo, tu dovevi nasciere. Chè inanzi che Idio facesse lo mondo, sapea
egli bene che lo mondo egli dovea fare; e sapea bene il numero della gente
che nati sono, e che nascieranno, e gli loro nomi, e gli loro detti e
fatti, e la loro perdita e la loro salute. E simigliantemente delle bestie
e de' pesci e degli uccelli. E se egli non avesse saputo tutto questo,
egli non sarebe istato Idio. La sua misericordia e la sua potenzia sapeva
bene che noi dovevamo nasciere; e poi che tu se' nato, se lo tuo padre e
la tua madre non fossono istati nati, tu saresti nato da un altro uomo e
da un'altra femmina.

(897) come saremmo nati C. R. 1.



                             Cap. CLXXXXI.

 _Lo re domanda: perchè non vengono a bene le creature che sono create in
             corpo alle loro madri (898)? Sidrac risponde:_


Per tre cose: l'una è per lo comandamento di Dio; la seconda per lo frale
seme, di che la criatura è stata seminata (899); la terza per la fraleza
delle reni della femina; che le reni che sono frali, elle non possono
sofferire lo peso del garzone; e ora si rimuta la madre (900), per lo
garzone ch'è nel ventre della femina, dove il garzone si nodriscie; e dal
suo rimutare lo garzone si versa (901), e la femmina s'apre, e lo garzone
cade fuori; e poi per lo podere di Dio ella si richiude.

(898) Nel C. L. si legge: _Lo re domanda se le criature che sono formate e
vi crescono e non vengono a bene_. — Abb. posto il titolo quale si legge
nel C. R. 2.

(899) de quoy li enfans est formes. C. F. R.

(900) si remue la mere. C. F. R. — Intenderei: _si muove la matrice_.

(901) se verse. C. F. R. — _Verser_, ant. fr., ha, fra altri, il
significato di _rovesciare_.



                            Cap. CLXXXXII.

  _Lo re domanda: tutte le femine sono d'una maniera? Sidrac risponde:_


Tutte le femine sono fatte d'una cosa, e ànno una taglia (902) dentro e di
fuori. Ma alcune sono che ànno più calda conpressione che un'altra. Ma di
menbri che vedere non si possono, che sono dentro del corpo della femina,
tutti sono a una similitudine. E di ciò ch'all'uomo apartiene di fare alla
femina, elle sono tutte uno; altressì è la più bella del mondo come le più
laida. Ma elle non sono tutt'uno nè di detti nè di fatti, che l'una è
migliore che l'altra. Ma alcune gente sono, che dicono che l'una femina è
più dolce che l'altra; e questo aviene per tre cose: la prima della biltà
della femina, e bene vestita e netta e bene adornata: l'uomo si diletta
più co lei che con quella che è brutta e laidamente vestita; l'altra cosa
che passa l'altre due, si è quando l'uomo ama la femina di cuore e di
volontà; e egli si diletta più in lei, che con quella che non ama; e
altressì fanno le femine degli uomini.

(902) et si ent unes entrailles. C. F. R. — _Entrailles_ qui pare che,
oltre le parti interne del corpo, stia a significare anche le
esterne. — Anche il T. F. P. ha: et si ont telles entrailles l'une comme
l'aultre, dehors et dedans.



                            Cap. CLXXXXIII.

 _Lo re domanda: dee l'uomo fare a sapere al suo amico la dislealtà della
                      sua moglie? Sidrac risponde:_


Se la femina del tuo amico è malvagia, e porta dislealtà al suo marito, e
dannagio gli fa, e tu te ne puoi avedere, tu cortesemente lo dei bene fare
a sapere al tuo amico, in bello modo, conciosia cosa che si crucci. Che se
tu gliele fai a sapere, per aventura si guarderà della sua onta e del suo
danno, e metterà consiglio che torni in suo prode e in suo onore. E se tu
non gliele (903) fai a sapere, ed egli si puote fortemente adontare, e lo
suo puote malamente consumare. E per quella cagione tu lo dei fare a
sapere della sua masinada (904).

(903) vuogli gliele. C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.

(904) masnada. C. R. 2. — maisnee. C. F. R. — Pare che voglia intendere:
tu devi fargli sapere ciò che accade nella sua famiglia.



                            Cap. CLXXXXIV.

   _Lo re domanda: fa alcuna cosa l'afrettare (905)? Sidrac risponde:_


Non già. Quando tu vuogli fare alcuno bene, e tu lo fai celatemente, e tu
lo fai bene, a questo tu non dei tropo tardare. Che quando tu vuogli fare
alcuno male, e tu t'afretti, tu lo farai, e per aventura, quando tu
l'avrai fatto, e' si te ne peserà. E se tu non ti affretti alla mala
volontà che tu ài a fare lo male, si passerà (906), e lo tuo cuore
raffredderà della mala volontade, e avrai poi allegreza che tu non l'avrai
facto. E però l'uomo non si dee tropo afrettare di fare lo male, ma lo
bene sì.

(905) meglio assai nel C. R. 2.: quando l'omo de' fare alcuna cosa desi
afrettare?

(906) Et se tu ne te hastes, la male volente che tu auras a faire te
passera. C. F. R.



                             Cap. CLXXXXV.

     _Lo re domanda: dee l'uomo amare tutte gente? Sidrac risponde:_


Primieramente Iddio. L'uomo dee amare tutte le genti (907), e pregare
Iddio che le converta alla sua credenza. Corporalmente noi dobiamo amare
quelli che noi amano, e odiare quelli che noi odiano (908). Se tu andassi
nell'albergo del tuo amico, che di buono cuore t'amasse, egli ti
ricoglierebe di buono cuore e lealmente; E se tu avessi mestiere di lui,
egli t'aiuterebe volentieri. Tu dei bene tale amico amare e pregiare e
guardare (909). E se tu andassi nell'albergo di colui che t'odia, egli non
vi ti lascierebe entrare; e se tu adomandassi alcuna cosa, egli non la ti
darebe nimica. Cotale uomo non dei tu punto amare, ma odiare, e allungarti
da lui.

(907) Primamente tu dei amare Iddio, e tutte le genti, e pregare Iddio,
ec. C. R. 2. — Esperfuelment en Dieu doit l'om amer toute gens, et prier,
ec. C. F. R.

(908) È questo, invero, un precetto tutt'altro che cristiano, e non
sappiamo come possa accordarsi coll'ascetismo ond'è pieno il libro di
Sidrac. — Gli altri Codd. concordano perfettamente col nostro.

(909) Per _conservare_.



                            Cap. CLXXXXVI.

  _Lo re domanda: sono tutte le genti comunali in questo mondo e secolo?
                            Sidrac risponde:_


Quegli che nascono e dimorano in questo mondo sono comunali; ma non di
corpi, ma non di venbri e di riccheze nè di povertade nè di coraggi nè di
cogitazioni. Che nel mondo àe assai gente che ànno i menbri che noi abiamo
noi, e altri più. E assai sono quelli che sono d'altre maniere che noi non
siamo. Eziandio assai sono (910) gli ricchi e assai li poveri. Ma alla
natura (911) e alla morte siamo tutti comunali. Quando lo veracie profeta
verrà nella Vergine Maria, e morrà nella croce, per diliberare Adamo e gli
suoi amici dello 'nferno, e quando egli gli avrà diliberati, e' dirà una
parola della sua sancta bocca, molto chiara: chi in inferno entrerà giamai
non uscirà, in tutto seculo non finerà. Nè nulla delle sue parole
canbierà. E però quelli dell'altro secolo non sono nè non saranno
comunali, che gli buoni saranno in gloria a tutti i tenpi, e gli altri
saranno tormentati alle pene dello 'nferno, dove saranno grande pene e
grande dolore, che giamai non avranno fine.

(910) Manca al C. L.: assai sono — L'abb. agg. dal C. R. 2.

(911) natività. C. R. 2.



                            Cap. CLXXXXVII.

  _Lo re domanda: fanno onore nell'altro secolo a' ricchi e disinore a'
                     poveri (912)? Sidrac risponde:_


In verità vi dico che nell'altro secolo fanno onore vie magiore a' richi
che a' poveri; e magiore onta avrà il povero. E ciò sarà al tenpo del
figliuolo di Dio. Ch'e' ricchi se n'andranno nell'altro secolo, e gli
angeli di Dio verranno incontro a loro con gioia e allegrezza, e faranno
loro grande onore, e gli assetteranno nelle sedie tra loro, e diranno:
questo onore e gloria che noi vi facciamo è per la riccheza che voi aveste
nell'altro secolo. E gli cattivi poveri, quando gli angeli gli vedranno,
si fugiranno da loro, per la loro povertà; e non sofferranno ch'egli
stieno tra loro, per la loro puzza. E allora i diavoli gli piglieranno, e
faranno loro grande onta e villania, e gli metteranno nella loro
conpagnia, nel fuoco dello 'nferno. Ora potete vedere che fa la richezza,
e che fa la povertà. E nullo uomo del mondo non si può disdire (913), che
non possa prendere la riccheza e lasciare la povertà, s'egli vuole. E se
lascia la riccheza, egli perde l'onore che gli angeli faranno, e prende la
povertà; e quella onta riceverà, e quelle pene, cogli diavoli in inferno;
e farà come istolto. E nullo uomo può biasimare di suo male, se non egli
medesimo, che nel secolo puote avere quella ricchezza, e lasciare quella
povertà. Non credete che queste riccheze sieno podere d'avere (914): la
riccheza si è l'anima, che è ricca in questo secolo di bene fare, che
lascia lo male e fa lo bene. Chi fa lo male, questi è povero e pieno di
dolore e di bruttura. Quelli che bene fa, averà bene nell'altro secolo e
gioia e letizia; perch'egli à schifato lo male e fatto lo bene. Quelli che
male farà in questo secolo, avrà male nell'altro, e avrà grande dolore e
grande trestizia, quando (915) egli fece lo male e lasciò lo bene; e
quella trestizia nè dolore non gli varrà nulla, anzi gli adopierà senza
fine.

(912) Nel C. R. 2.: _Lo re domanda se nell'altro mondo si fa onore al
ricco e al povero no, come in questo mondo._

(913) Intenderei: e non si può negare che ogni uomo del mondo non possa,
s'egli vuole, prendere la ricchezza e lasciare la povertà.

(914) E non crediate che questa ricchezza sia podere d'avere ricchezza.
C. R. 2.

(915) perchè. C. R. 2. — chant. C. F. R. — Di _quant_ per _perchè_ ved.
un es. reg. dal Burguy, _Gramm._, II., 323.



                           Cap. CLXXXXVIII.

     _Lo re domanda: porterà nell'altro secolo lo padre lo carico del
                      figliuolo? Sidrac risponde:_


Non già nimica, lo padre non porterà lo carico del figliuolo, nè 'l
figliuolo quello del padre. E non voglio che voi crediate che al mondo sia
una giusta anima (916) che non le convenga passare per uno fiume di fuoco,
inanzi ch'ella sia in paradiso, per lo peccato che Adamo fece inverso
Iddio. Ma l'altre, ciascuna porterà suo carico, come ella avrà fatto lo
suo peccato, a lei; e siccome le bestie che si scorticano, che ciascuna
pende per li suoi piedi (917). Ma se lo padre vede lo figliuolo fare male,
e gastigare lo puote, e nol gastiga, sappiate che lo padre pecca con esso
lui, quando egli nol distorna di quello male. Niuno peccato di niuno uomo
può venire altrui; ma l'uno può peccare per l'altro; e simigliantemente
può venire da figliuolo a padre, egli può gastigare e non lo gastiga. E
dunque viene (918) da una persona a un'altra, se egli la vede peccare e
nolla gastiga, e gastigare la puote.

(916) una sì giusta anima. C. R. 2.

(917) Ausi com la beste che l'om a escorche, che cascune pent par son pie.
C. F. R.

(918) E anco adiviene. C. R. 2.



                            Cap. CLXXXXIX.

 _Lo re domanda: quelli che uccidono la gente pigliano elli loro peccato
             della vita sopra loro (919)? Sidrac risponde:_


Non mica; in quella forma che noi abbiamo disopra detto, che lo peccato
dell'uomo non potrebe venire sopra l'altro. La signioria, che à lo podere
da Dio, ello giustizierà. E lo più piccolo peccato che l'ucciso abia
adosso, non verrà sopra colui che l'avrà ucciso; anzi potrà avenire che
per la pena della morte, che riceverà dalla signoria, umilemente, che
alcuni de' suoi peccati gli saranno perdonati. Dunque quelli che uccidono
non pigliano niuno peccato delli uccisi. Anzi crescie lo peccato d'un
omicidio o di due o di tanti come n'avrà fatti (920). E ciascuno sarà
dannato de' suoi peccati medesimi nell'altro secolo.

(919) _Lo re domanda se quelli che uccidono li omini rimangono loro adosso
i peccati dei morti._ C. R. 2.

(920) mais ses pechez croyssent du meustre ou delict qu'il aura faiet.
T. F. P.



                               Cap. CC.

   _Lo re domanda: quale è magiore dolore che l'uomo vede o quello che
                      l'uomo ode? Sidrac risponde:_


Quelli che vegiono colli loro occhi si è cosa conpiuta, e vegono lo dolore
e la pena in presente, che non la possono ischifare e si è
corporale (921). Quelli deono avere molto grande dolore al cuore e agli
occhi, quelli che veggiono. Ma quelli che odono e non veggiono, si ànno
molta grande isperanza e conforto, se la cosa non abia stata (922); e
pensano che così puot'essere, di no come di sì. Gli occhi non piangono,
perch'egli non ànno veduto quello dolore, e pensano che quella cosa non
sia istata. Lo cuore è segnior (923) a tutti menbri, e li menbri sono
servidori al cuore. E se lo cuore crede che la cosa sia istata, egli à
dolore, ma non già siccome vedesse cogli occhi. E perciò è magior dolore a
quelli che veggiono, che a quelli che odono: chè quelli che vegono, è
corporale, e quelli che odono e non vegono, ispirituale.

(921) et si est chose corporelle. T. F. R.

(922) che la cose non sia stata. C. R. 2. — Non ci fermiamo sull'_abia_
invece di _sia_, perchè veramente lo crediamo errore dell'amanuense.

(923) segnor. C. R. 2. — È copiata alla lettera la forma dell'ant. fr.



                               Cap. CCI.

 _Lo re domanda: à in questo secolo gente che mangino altre genti? Sidrac
                               risponde:_


Si, à assai gente in questo secolo che mangiano altre genti ontosamente.
Quelli che tolgono l'altrui a torto, quelli mangiano le carni dell'altra
gente, perchè gli tolgono lo bene ch'egli ànno procacciato per lo loro
travaglio, e del sudore delle loro carni, di che loro conviene vivere, e
passare loro tenpo in questo secolo. E un'altra maniera è di mangiare la
gente; che tutti quelli che dicono male d'altrui, e biasimano e acagionano
falsamente (924), e quelli fanno altressì loro grande male, come se eglino
mangiassono la loro carne. Quelli uccidono la gente colle loro male
parole; e sarebe meglio che mangiassero le loro carni medesime.

(924) e gli fanno via all'altra gente. C. L. — Abb. adottata la lez. del
C. R. 2. — Nel C. F. R.: et les font blachmer as autres. — _Blachmer_,
_blahmer_, _blamer_.



                              Cap. CCII.

   _Lo re domanda: quale è peggio tra micidio o furto o baratto? Sidrac
                               risponde:_


Certo queste tre sono molte ree; ma l'una è piggiore che l'altra: cioè a
sapere che lo micidiale è pegio che niuno degli altri, perchè disfà la
forma che Idio per la sua pietà fece alla sua simiglianza. Sapiate che
questo è molto grande peccato, e sì toglie la vita a quella criatura che
vivere dovea, e fare, per aventura, bene. Furto è un altro grande
peccato, che egli toglie lo travaglio altrui, e lo mette in angoscia e
in necessitade: sapiate che questo è grande peccato. Baratto è molto
grande peccato e molto pericoloso, che del baratto nascie micidio e
furto, e mena l'uomo per lo baratto a uccidere e a inbolare, e fare e
dire molto male, e pensare a onta, e a male perdere lo suo (925): molte
gente ne sono ingannate. Sapiate che questo è molto grande peccato e
pericoloso a molti uomini, che ogni uomo si dovrebe guardare di
barattare più che furo o da micidiale (926). Ma altra maniera di vizii
ci à, che passa questi tre vizii, e si è molto incontro al comandamento
di Dio: cioè traditore, è a intendere in resia o di sodomia, e da uomo e
da femina, d'altra maniera che egli nollo deono fare (927). Questi sono
coloro che Idio odia più, e che saranno dannati e più tormentati nelle
pene dello 'nferno; che maraviglia è che quando quella opera si fa, che
la folgore da cielo noll'arda in quella ora e che la terra non s'apre e
la inghiottiscie (928). E gli angeli di cielo triemano, quando quello
peccato si fa, perch'egli ànno dottanza che Iddio non isconfonda tutto
il mondo.  Ma Iddio, per la sua sancta misericordia e pietade, gli
lascia, acciò che egli si rimanghino di questo male e degli altri, e che
vengano alla sua credenza e al suo comandamento.

(925) Lo barattieri fa et dice male e pensa male, e a onta e a male
perdere lo suo. C. R. 2.

(926) più che di furto o di micidiale C. R. 2. — Ma nel C. F. R.: plus che
de murtrissor ni ne laron.

(927) Molto migliore la lez. del C. F. R.: mais il y a un autre mauvais
vice, li ques passe ces trois, et si est mout encontre le comandement de
Dieu; ce est a entendre herezie et sodometerie: ce sont il chi s'aprocent
as mahles carnelment, et home a feme d'autre guise ch'il ne doit.

(928) che la terra non s'apra e inghiottiscali. C. R. 2.



                              Cap. CCIII.

  _Lo re domanda: Idio ch'è pietoso e misericordioso perdona egli tutti
      gli peccati che l'uomo fa in questo secolo? Sidrac risponde:_


Se tutte le candelle (929) del mare e la rena della terra e le foglie
degl'albori e le stelle del cielo e gli capelli delle teste delle genti e
delle bestie e degli animali fossono in una somma, non sarebono mica il
diecimo della misericordia di Dio. Se uno uomo avesse lo padre e la
madre (930) di C\M migliaia di persone, e con tutto ciò si fosse
agiunto (931) carnalmente, e poi si lasciasse quello male, e tornasse a
Dio di buon cuore e con pentimento, Iddio lo riceverebbe allegramente, e
torrebelo (932) per suo. E quelli che a Dio convertire non si vogliono,
niuno cuore d'uomo non potrebe pensare i martiri che egli avranno
nell'altro secolo. Al tenpo del figliuolo di Dio e del suo popolo, quelli
peccatori che di quelli peccati vorranno essere diliberi, loro converrà
dire i loro peccati, a quelli che ordinati saranno sopra ciò, e con
netteza e con isperanza di non mai ritornare in su quello peccato. E
quelli che così faranno, si manteranno, è saranno sicuri della vita
perdurabile; chè gli loro peccati saranno lavati, come l'acqua lava la
bruttura.

(929) gocciole. C. R. 2.

(930) Manca al C. L. _se uno uomo avesse lo padre e la madre_. — Abb.
suppl. col C. R. 2.

(931) e con tutte fosse giaciuto. C. R. 2.

(932) terrebelo. C. R. 2.



                              Cap. CCIV.

   _Lo re domanda: perchè si travaglia l'uomo in questo secolo? Sidrac
                               risponde:_


Per due cose: l'una è per mantenere lo corpo, a ciò che bisogno gli è
comunalmente; l'altra è perciò, che lo corpo possa avere forza e podere a
servire Idio lo creatore per la sua anima; chè l'anima (933) non puote
avere bene nè guidardone, se non per quello che lo corpo à servito. Questa
ragione fanno i savi, che vogliono bene vivere. Quelli che si travagliano
per lasciare dopo la loro morte alli loro figliuoli et alli loro amici,
sappiate che quelli (934) si travagliano follemente, nè senza peccato non
può essere; chè l'uomo dee fare come la formica, che si travaglia la state
per avere che vivere lo verno. Altressì dee fare l'uomo in questo secolo,
e travagliare per atare e mantenersi a vivere, e per fare limosina e
caritade a quelli che sono poveri, e aiutare i loro proximi se bisogno
è (935). L'uomo non dee dire mica, io guadagno per li miei figliuoli; chè,
se i figliuoli sono buoni, egli si guadagneranno (936), siccome egli
guadagnò. E sapiate ch'una carità che tu farai per la tua anima, ti varrà
più che tutti i tuoi figliuoli o parenti; una carità che tu farai di buono
cuore, ti sarà più profitto che tutti i tuoi figliuoli, nè che cento
limosine dopo te. E che se tu fai nella (937) tua vita limosina, tue la
dai al povero per la tua anima, lo povero la reca ispiritualmente a Dio,
dinanzi a lui (938), e l'apresenta e offera: ella non puote essere sì
picciola, che dinanzi al cospetto di Dio ella non sia oferta a grande
gloria (939) per te. Ma quello che tu lasci dopo la tua morte, non è per
la tua volontade, che tu non puoi altro fare, che tu non el puoi (940)
portare teco alla fossa, anzi lo ti conviene lasciare, allora. Ma se tu
fai la limosina a tua vita, tu la fai per due cose: l'una per buona
conoscienza (941), che tu ami Idio, chè per quella limosina troverrai bene
nell'altro secolo, per le preghiere che fanno per te quelle limosine; e
Iddio le riceverà (942). E perciò l'uomo non dee mica per li suoi
figliuoli nè per li suoi amici nè per sè medesimo volere perdere la sua
anima. Chè se l'uomo sapesse in questo secolo che cosa è perdere l'anima,
egli non la perderebbe, per cento figliuoli che egli avesse. L'uomo puote
bene perdere lo corpo, per gli suoi figliuoli e per li suoi amici, in
lealtade egli puote bene fare, se egli vuole (943). Ma l'anima non dee
egli volere perdere, per niuna cosa, perchè niuna cosa è più degna che
l'anima. L'anima è più degna del corpo, e perciò nolla può niuna cosa
racattare (944); onde l'uomo non dee volere perdere l'anima, se ciò non
fosse per più degna cosa di lei e per migliore. E poi che l'anima è così
degna e così preziosa, l'uomo la dee guardare incontro al corpo, e
incontro alle cose tutte che sono e saranno e potrebbero essere. Quando lo
diluvio venne sopra la terra, la gente fugivano quà e là; e quando l'acqua
cresceva, egli pigliavano i loro figliuoli, e poneagli sopra i loro capi,
perchè l'acqua no gli annegasse. E quando l'acqua pur crescieva, e egli
vidono la paura della morte, egli non si metteano i loro figliuoli sopra
capo, anzi sotto i piedi, per soprastare all'acqua. Quando l'uomo
dubita (945) di perdere lo corpo, magiormente dee dubitare di perdere
l'anima, che è la più degnia cosa del mondo.

(933) Manca _chè l'anima_ al C. L. — Abb. suppl. col C. R. 2.

(934) Manca al C. L. _quelli che si travagliano per lasciare dopo la loro
morte alli loro figliuoli et alli loro amici, sappiate che quelli_. — Abb.
suppl. col C. R. 2.

(935) Altresì de' fare l'omo in questo secolo, travagliare si de', et
aiutare li suoi prossimi, se fa mestieri loro. C. R. 2.

(936) se ne guadagneranno. C. R. 2.

(937) Nel C. L. _dopo la tua vita_. — Ci è parso un errore evidente, e
abb. corr. col C. R. 2.

(938) la porta ispiritualmente dinanzi a Dio. C. R. 2.

(939) loenge. C. F. R., che vuol dire _lode_.

(940) nol puoi. C. R. 2.

(941) coscienza. C. R. 2.; e concorda col C. F. R.

(942) anco per quella lemosina troverai bene nell'altro secolo. L'altra si
è per le preghiere che di te faranno quelli che limosine da te
riceveranno. C. R. 2.

(943) Il T. F. R. ha un altro senso: L'om puet bien perdre le cors por ces
amis et por ces anfans et por leiaute: cil chi le pert en tel maniere, le
fait por la vie rachater.

(944) rachater. C. F. R., ricomprare, riscattare.

(945) Meglio nel C. F. R., per legare il senso di questo col precedente
periodo: Or pies veoir com l'om doute la perte, ecc. — Notisi come sia
stato trad. _doute_ (teme) per _dubita_. La Crusca registra molti es. di
_dubitare_ per _temere_; in varii de' quali però sembra a noi che essa non
abbia sufficentemente considerato se piuttosto non fosse da interpetrare
questo verbo per _stare in dubbio_, _stare in forse_, _essere incerto_.



                               Cap. CCV.

  _Lo re domanda: quale è la più scura cosa che sia? Sidrac risponde:_


L'uomo è la più scura cosa che sia; chè gli rei faranno bella senbianza di
fuori, e dentro avranno le loro malizie; e l'uomo crede ch'egli sieno
buoni, per li belli senbianti che mostrano di fuori, ma leggiermente li
può l'uomo conosciere a ciò, che disiderano l'altrui; chè i buoni non
disiderano l'altrui, anzi danno ciò che deono, volentieri. Ma gli rei
pensano le genti ingannare per le loro parole. E però può l'uomo
conosciere i buoni da' rei.



                              Cap. CCVI.

 _Lo re domanda: lo male che l'uomo fa in questo secolo è d'Iddio? Sidrac
                               risponde:_


In verità vi dico che Idio non pensò nè non fece unque nullo male, anzi
fece grazia e gloria di bene; e niuno cuore d'uomo lo potrebbe pensare, i
beni che sono in lui. Chè egli fece lo cielo e la terra e le stelle e lo
sole e la luna e l'altre cose; e fece carità muovere con
misericordia (946); male nè peccato non fece unque; anzi lo fa colui che
l'aopera, e non per Dio (947); chè a lui piace che faccia tutto bene. E sì
gli donò senno e sapere di conosciere lo bene e lo male; e conoscienza che
per fare lo bene averà bene, e per male avrà male e le pene di ninferno.
Se Iddio avesse fatto l'uomo che non potesse peccare, certo bene lo
potrebe avere fatto, s'egli avesse voluto. Ma egli avrebbe fatto torto e
oltragio al diavolo, che, per una sola cogitazione di peccato, lo
traboccòe di cielo in terra. E se l'uomo non disservisse (948) quella
gloria ch'egli perdette per così poco fallo, lo bene che l'uomo farebbe
non sarebbe suo, anzi di Dio. Ma l'uomo dee fare lo bene per le sue buone
opere (949), e lasciare lo male, chè Idio gli donò senno di conosciere
l'uno e l'altro; e diegli iscienzia, che per lo suo travaglio e volontà
potesse in terra guadagniare la gloria del cielo, e stare in cielo cogli
angeli. Ma l'angiolo non è se non ispirito solamente; e lo buono omo (950)
in cielo vi fia collo spirito e collo corpo; chè lasciò il bene e lo
diletto di questo secolo e l'altre cose corporali. E si dee essere pro e
valente di guadagniare quella gloria, che è durabile per tutti i tenpi,
per lo suo travaglio. Lo travaglio del corpo l'anima lo conpera
caro (951). E però niuno uomo, s'egli non lascia lo male per lo suo grado,
e facesse lo bene per lo suo grado, non sarebe ciò ragione ch'egli avesse
la gloria di Dio, perch'egli noll'à servita. E se l'anima andasse con
tutto il peccato in cielo, dunque sarebbe lo corpo più degnio che l'anima.
Chè, tardasse quanto volesse, pure l'anima riceve il suo corpo; e s'eglino
andassono amendue in cielo, con tutti i peccati loro, lo corpo avrebbe
diletto del secolo e la gloria di cielo (952). E se Idio avesse facto che
l'anima avesse la gloria di cielo per tutti i tenpi, e lo corpo diventasse
terra tuttavia, dunque non sarebe istato bisognio ch'egli avesse criato
l'uomo di terra, ma che l'avesse criato solamente, l'avesse messo in
gloria; e l'anima sarebe istata come angielo; e lo mondo non sarebe istato
bisogno; chè lo mondo non fue fatto se non per l'anima. Certo Idio non
volle questo nè quello; anzi fece diritto e a ragione ciò ch'egli fece,
l'uomo di corpo e d'anima. E l'uomo dee dirittamente governare e salvare
l'anima, e per lei adorare e ringraziare, e multiplicare di sua
generazione. Chè Idio ci à donato senno e sapere di conosciere e di fare
lo bene e lo male a nostra volontade; e di conosciere che lo diavolo
traboccò di cielo per lo suo peccato; e che l'uomo dee montare in cielo
per lo suo bene fare; e dee avere la gloria che lo diavolo perdè, per lo
suo peccato, ch'egli fecie.

(946) Intenderei: e fece che si muovesse per noi carità e
misericordia. — Forse potrebbe intendersi: che nascesse per noi, che
prendesse vita; secondo il senso che ha nell'ant. fr. _movoir_. _Cf.
Burguy_, _Gloss._ — Nel C. F. R.: et fist moveir carite et misericorde et
piete.

(947) Così ha pure il C. R. 2.; ma è senza dubbio lezione errata. — Nel
C. F. R.: ains fait par celui chi l'uevre, non pas par Deus. — E nel
T. F. P.: mais le mal est faict par celui qui en fait l'oeuvre, et non pas
par Dieu. — E pare da intendere: il male lo fa colui che lo commette, e
non Iddio.

(948) deservist. C. F. R. — _Desservir_ ant. fr., _meritare_. — Anche in
prov. _desservir_ ha il significato di _meritare_, _guadagnare_, secondo
un es. del Sydrac, citato dal Renouard (_Lex. Rom._, _a Serv_): „Negus
gazerdo non agra desservit, quar lo be non agra fah de sa voluntat.„ — In
ital. si usò _servire_ in questo medesimo senso da alcuni antichi
scrittori.

(949) par son gre. C. F. R. — Il trad. non ha inteso il testo.

(950) Manca al C. L. _e lo buono omo_. — Abb. suppl. col C. R. 2., che
concorda col C. F. R.

(951) Così ha pure il C. R. 2. — Ma pare che manchi qualche cosa, almeno
stando alla lez. del C. F. R.: Cors viaut travail et aime repos; et par le
delit dou cors l'arme l'achate chier. — E nel T. F. P.: Corps c'est
travail et ame c'est repos; les quelz deux Dieu a donne a l'homme; et
l'ung doibt salver et garder l'aultre sans le travailler. Et pour ce si le
corps, qui est travail, prent son delict en ce monde, l'ame si l'achatera
en l'aultre bien cher.

(952) Nel C. F. R.: Car, che che tarde, l'arme resevera son cors,
etc. — La lez. del C. R. 2. è diversa, e concorda col T. F. P.



                              Cap. CCVII.

 _Lo re domanda: come potrebe l'uomo salire in cielo? Sidrac risponde:_


L'uomo dee fare lo bene per lo bene avere; e divietare e dottare il male;
chè per lo mal fare noi traboccheremo in nabisso; e per bene fare nella
compagnia del Signore del bene, cioè Iddio. Imperciò che Idio volle che
l'anima fosse degnia d'avere guiderdone, le diede tutti gli albitri, per
ch'ella facesse lo bene per la sua grazia e per lo suo grado.



                             Cap. CCVIII.

    _Lo re domanda: dove si nasconde lo giorno la notte (953)? Sidrac
                               risponde:_


Lo mondo era tutto in tenebre e in acqua; e lo sancto spirito come (954)
uno grande chiarore sopra l'acqua. E quando a lui piacque, elli fece
giorno e scuro, siccome noi abiamo altra volta detto; e fece lo sole e la
luna e le stelle e l'altre cose che ci sono; e ordinò il fermamento del
suo torno (955); e alluminò lo mondo, siccome egli è del chiarore del
sole; e la notte per la luna e per le stelle. E altresì l'ànno l'altre
genti sopra loro, per la volontà di Dio. Lo sole e la luna e l'altre cose
non fallano giammai al mondo; che, quando il sole falla a noi, egli
allumina altra gente al mondo e la loro scurità. E quando elli falla a
loro, e elli viene a noi, chè lo fermamento non fina di torniare; e ciò
viene per la ritondeza del mondo. Gente sono al mondo, tali come noi
siamo; e vegono apertamente il chiarore del sole e della luna e delle
stelle; e sono sotto di noi; i loro piedi sono contra i nostri; e vanno
sopra terra, e coltivano e adorano, siccome noi facciamo; e tutto questo è
per la ritondità del mondo.

(953) Nel C. R. 2.: _Lo re domanda se era luce innanzi che fosse fatto lo
sole e la luna._

(954) era come C. R. 2.

(955) nel suo torno C. R. 2.



                              Cap. CCIX.

 _Lo re domanda: Come si tengono la luna e le stelle? Sidrac risponde:_


Le pianete sono del fermamento, e lo fermamento è di loro, e tutto insieme
si tengono (956), e sono sode, e l'una nascie dell'altra. In tal maniera,
per la forza di Dio, si tengono le pianete in cielo. E non credere ch'elle
sieno in uno fermamento tutte; anzi sono in tre fermamenti, l'uno più alto
che l'altro; e elle vanno l'una incontra l'altra. Quando il fermamento
d'alto à fatto uno torno, quello di basso n'àe fatti due; perciò sono
alcuna volta lo 'ncontramento (957) delle stelle in cielo. E quelle che ci
paiono piccole, elle sono magiori che quelle che ci paiono grandi; e per
l'altezza elle paiono piccole, e elle sono, al fermamento, grandi.

(956) si regono C. R. 2.

(957) li incontramenti C. R. 2.



                               Cap. CCX.

   _Lo re domanda: come possono conosciere le genti l'ore e punti della
                        notte? Sidrac risponde:_


L'uomo gli può conosciere per lo giorno e per la notte; chè, in qualunque
terra voi istate, in quello punto che lo sole apariscie, egli è punto del
giorno, e in quello punto che gli falla (958), egli è punto della notte,
sia o al levante o al ponente, in qualunque luogo voi siete. E per li
punti conoscierai l'ore, che lo giorno e la notte è piccolo e grande, e si
è XXIV ore; e ciascuna ora è MLXXX punti; e ciascuno si è tanto, quanto tu
potessi istendere lo braccio; e se nollo puo' tanto distendere, che ti sia
noia (959), si conta una o due (960), sanza ristare o tardare: ciò sono
CLX (961) movimenti, che fanno MLXXX punti, cioè una ora. E questo potete
voi provare per l'onbra. del sole e per l'orivolo dell'acqua, e fatto
d'altre cose (962). E per questo conto potete voi conosciere l'ore del dì
e della notte, tanto ch'elle sieno grandi o piccole; chè la state crescie
lo giorno e menoma la notte, per la ragione del sole, e però è lo verno,
quando lo sole si parte da noi con tutto lo suo calore. Allora le folgori
e gli venti e l'acque si spargono sopra la terra, là ove la forza del sole
non escie; allora tenpesta e tuona, e fae lo verno (963). Altresì aviene
dell'altre terre, quando il sole si parte da loro. Non intendere mica che
il sole si volge per sè medesimo; ma lo fermamento si dichina presso a una
parte, tanto, quanto è uno palmo, là ove lo sole piglia nel verno altro
camino, per la sua grandezza, e poi ritorna nel suo luogo.

(958) defaut C. F. R. — Da _defaillir_, mancare. —  «Così li ciechi a cui
la roba falla» etc. _Dante_, _Purg._, XIII.

(959) e ciascuno punto si è tanto quanto tu potessi stendere lo braccio e
tirare a te; e se tu lo braccio non puoi stendere, si conta etc. C. R. 2.

(960) una, due C. R. 2.

(961) sono due milia ciento sessanta momenti C. R. 2.

(962) e per lo rivo dell'acqua C. R. 2. — Nel T. F. R.: et ce poies
esprover par le stendal de l'aigue et dou solail. — Nel T. F. P: et ce tu
peule prouver par lestandail du soleil et de l'eaue, et par moult daultres
manieres. — Sarebbe forse da leggere, invece di _stendal_ e _standail_,
_scandalh_, per _misura_? L'orivolo è difatti una _misura_; e l'idea di
_acqua_, potrebbe aver fatto nascere quella di _scandaglio_.

(963) E per questo conto potete voi conosciere l'ore del dì e della notte,
quante sono, o sia grande o sia piccola; chè la state crescie lo giorno e
menoma la notte, per la ragione del sole, che prende altro camino e altro
torno, per altra contrada a scaldare: per che noi abiamo verno e state.
Quando lo sole s'alunga da noi, lo suo calore si parte; allora sopra la
terra, là ove la terra sospira lo suo freddore, le folgore li venti e
l'acqua si spargeranno sopra la terra, là ove la forza del sole non escie;
allora tempesta e tuona e fa lo verno C. R. 2. — _La forza del sole non
escie_ è trad. di _la force dou solail neniest_ (C. F. R.), che intenderei
_neniest_, _non vi è_.



                              Cap. CCXI.

     _Lo re domanda se le stelle tornano al (964) fermamento. Sidrac
                               risponde:_


Tutte le stelle tornano col fermamento, se non se una c'ha nome gitta,
cioè tramontana, la quale quelli del mare e della terra la guardano; et è
posta in una maniera al fermamento, per ch'ella non si volge, se non come
la chiavichia (965) della pietra sottana del molino. E lo fermamento si
volgie d'intorno come la macina, e quella stella non si muove come la
chiavichia; e si è più alta che tutte l'altre stelle, e perciò ci pare
piccola. Ma allo dichinamento del fermamento ella monta, una volta l'anno,
forsi uno palmo; e sì si ciela inmantenente che l'àe fatto. E quelli che
vanno per mare e per terra, alla guida di quella stella, a quell'ora, se
non si guardano, ellino potrebono smarire la via, e essere a
condizione (966). E quel movimento, che a noi pare uno palmo, è al
fermamento ben due milia miglia conpiute.

(964) _al_ per _con il_. — Nel C. F. R.: o le firmament. — _O_, ant. fr.,
ebbe anche il significato di _avec_.

(965) Per _cavicchia_.

(966) Per _essere in pericolo_. — La Crusca registra due es. di _mettere a
condizione per mettere a risico_, _a pericolo_. — Il C. F. R. ha: estre en
condicion. — Ma non trovo ne' lessici francesi questa parola con questo
significato. Il quale non manca all'ant. spagn., _poter_, _tener en
condicion_.



                              Cap. CCXII.

      _Lo re domanda se sarà continuamente guerra nel mondo. Sidrac
                               risponde:_


Cierto guerra sarà tuttavia per lo mondo, grande e pericolosa. E s'egli ci
avesse tuttavia pace, elli non sarebe chiamato mondo, anzi sarebe chiamato
paradiso; e (967) in paradiso è tuttavia pace. E perciò al mondo non
fallirà guerra. E si à due maniere di guerra: l'una per lo nimico, la
quale è spirituale; l'altra guerra si è corporale: ciò è a sapere l'una
gente coll'altra (968); e sarà tuttavia, infine alla fine del mondo.

(967) Crediamo da leggere piuttosto _chè_. — Infatti il C. F. R. ha: car.

(968) ce est a savoir les gens les uns encontra les autres C. F. R.



                             Cap. CCXIII.

       _Lo re domanda: perchè è chiamato mondo? Sidrac risponde:_


Perciò ch'elli è nulla: chè tutte le cose che non sono durabili, anzi ànno
fine, sono nulla. Perciò diciamo noi che, se questo mondo è nullo, che
l'omo non si de' affidare nè asigurare a cosa di nulla; chè, s'egli è
oggi, non sarà domane, overo uno altro giorno; e cierto è che partire li
conviene, e andare in quello mondo ch'è durabile, e tuttavia e giamai fine
non avrà. Dio per la sua potenza fecie questo mondo, e per ciò che l'omo
non potesse andare nell'altro mondo se non per questo là ove è egli; e in
quello egli à lasciato questo del tutto (969). E perciò diciamo noi che
questo mondo è nullo, che tempo fia che non ci sarà; chè questo mondo de'
essere disabitato come uno diserto.

(969) Intenderei: e se per amore di quello ha abbandonato etc. — Nel
C. F. R. en celui a il guelpi (guerpi) cestui doutout.



                              Cap. CCXIV.

 _Lo re domanda se Iddio si cruccia delle morti, e delle genti che morte
                      si faccino. Sidrac risponde:_


Non mica, nè poco nè molto, chè Dio non à in sè nullo coruccio. Che se
tutto 'l mondo fosse nabissato e la giente morta, Iddio non si darebbe
nullo cruccio nè nulla gravezza, imperciò che 'l mondo non potrebbe
inabissare e la giente morire se non per la sua volontà. Così no gli
peserebe, come a noi d'una vite di uva che noi avessimo alevata, e poi ci
facesse noia, e per quella noia noi la tagliassemo e ardessemola, di
questa vite nè dell'uva non si penserebbe nè poco nè molto. Altresì
adiviene a Dio, quando tutto 'l mondo fosse distrutto, come fue per lo
diluvio, tutto fue perduto per lo peccato che feceno contra a Dio, e si ne
fue lieto quando lo distrusse. Altresì li sarà buono quand'egli
distrugierà quelli che sono a venire, per li loro peccati, e per molte
maniere. E tutto sarà per lo loro peccato, tardi quanto vuole, se non
meglioreranno.



                              Cap. CCXV.

    _Lo re domanda: qual'è il più degno giorno del mondo (970)? Sidrac
                               risponde:_


Lo più degno giorno si è lo sabato; chè Iddio, per la potenza, creò lo
cielo e la terra e l'altre cose che sono in sette giorni. Lo primo giorno
si fue la domenica; e al settimo giorno benedisse tutto le cose, e
santificò l'omo, e lo fecie riposare di tutte cose fare della
settimana. (971): ciò è lo sabbato, che fue lo primo degno die della
settimana. Ma quando lo figliuolo di Dio verrà in terra, d'allora innanzi
fie lo più degno giorno la domenica, perchè la resurresione del mondo che
farà tra li morti e ciò fie in una domenica. E per questo si è lo die
della settimana, la domenica (972).

(970) de la semaine C. F. R.

(971) Nel C. F. R.: et le fist reposer de toutes chosses.

(972) le plus digne ior de la semaine le dimenche C. F. R.



                              Cap. CCXVI.

      _Lo re domanda: perchè fu fatto lo dormire? Sidrac risponde:_


Lo dormire fue fatto per lo riposo del corpo e del cuore; e per la forza
del cuore e delli menbri; chè quando lo corpo dorme, lo cuore e tutte
l'altre menbra si riposano, e stanno in pace, per quello riposo. Altresì
come uno signore, quand'elli è isvegliato, tutta la sua masnada gli è
d'intorno, al suo servigio e al suo comandamento; e quand'egli dorme, la
sua masnada si riposa; altresì adiviene del cuore. Lo suo dormire e lo suo
vegiare viene e risponde al ciervello; e 'l cervello risponde agli occhi,
e gli occhi rendono a tutti li altri menbri, si dormeno e si
riposano (973). E quello dormire e riposo si è per la forza del corpo,
perch'egli possa essere forte di travagliare, e di guadagnare la sua vita,
e di rendere grazie e lode al suo creatore Dio. E per questa cosa fece lo
dormire. E se non fosse lo dormire, la notte non sarebbe stata.

(973) et les ieaus respendent a tous les membres et si dorment et reposent
C. F. R.



                             Cap. CCXVII.

 _Lo re domanda: quale è il più sano luogo del mondo? Sidrac risponde:_


Lo più sano luogo del mondo si è là ove l'uomo si guarda d'infermare, e di
male vivande e di freddo e di caldo e di dormire e di veghiare; chè l'uomo
non dee mica nella calda terra mangiare trope calde vivande, nè vestire
tropo caldo, nè andare al caldo, chè dell'uno caldo e dell'altro (974) può
l'uomo avere infermità. E così aviene del freddo. E non però (975) luoghi
sono, l'uno più infermo (976) che l'altro, per la ragione del calore e del
freddo, e per la gente inferma che vi vanno tra l'altra gente. E molti
luoghi sono, che sono infermi perchè non sono abitati, chè s'egli fossono
abitati, egli non sarebono già infermi. Ma chi vuole essere sano, faccia
in questa maniera: una volta il giorno mangiare, e una volta la settimana
con femina giacere, e una volta il mese togliere sangue del braccio, e una
volta l'anno pigliare medicina. E chi questo modo manterrà, egli sarà
sano.

(974) l'uno caldo e dell'altro C. L. — del caldo dell'altro
C. R. 2. — Abbiamo corr. sulla scorta del T. F. P.: car d'ung chault et de
l'autre.

(975) Et neporchant C. F. R., per _neporquant_ che vale _nonostante_.

(976) Per _malsano_, _atto a indurre infermità_.



                             Cap. CCXVIII.

 _Lo re domanda: quali gente sono quelle che mantengono il mondo? Sidrac
                               risponde:_


Certo cotali maniere di giente sono che lo mondo mantengono. Prima sono
quelli che le iscienzie mostrano, e insegnano alle genti la credenza di
Dio padre onnipotente; e in qual modo egli si dee mantenere in questo
secolo. La seconda maniera di gente, per cui lo mondo si mantiene, sono
quelli che lavorano e coltivano la terra, e pugnano di guadagnare (977) lo
frutto della terra, per loro e per gli altri. La terza si è la signoria,
che mantengono la gente a ragione, e mantengono la terra, lo povero e lo
ricco, ciascuno in suo luogo. La quarta maniera sono gli artefici, che le
mercie fanno (978), e portano le cose bisognose (979) dall'uno paese
all'altro. Se queste quattro maniere non fossono, lo mondo non si potrebbe
mantenere.

(977) et poingnet de gaagner C. F. R. — _Poigner_ qui ha il significato di
_procurare_, _sforzarsi_, _ingegnarsi_. Non trovo che nell'ant. franc.
siasi usato questo vb. — Si usò però nel prov. _ponhar_, _poignar_, che il
Raynouard (L. R. IV., 598) spiega _tâcher_, _s'efforcer_, _se hâter_,
_s'empresser_, _se peiner_.

(978) La quarta maniera sono quelli che mercantia fanno C. R. 2.

(979) Per _necessarie_.



                              Cap. CCXIX.

     _Lo re domanda: quale è più alto o lo re o la giustizia? Sidrac
                               risponde:_


La giustizia è la più alta, però che la giustizia può giudicare lo re, per
diritto e per ragione. E la giustizia si è più che re, chè lo re vuol dire
l'onore e la possanza del secolo; giustizia vuol dire l'alteza e la
degnità e la signoria e lo comandamento di Dio. Uno re nascierà profeta,
che dirà per la bocca di Dio: benedetti sieno quelli che faranno leale
giustizia, e manterrannola tuttavia.



                              Cap. CCXX.

 _Lo re domanda: può l'uomo avere riccheze corporale e portarle co' lui?
                            Sidrac risponde:_


Quello uomo puote avere riccheza grande corporale, per sè mantenere in
tutto, e la può bene portare co' lui, che giammai nogli fallerà, e nogli
farà bisogno d'avere d'altrui, cioè a sapere arte. Chi sa alcuna arte,
giammai necessità non puote avere, chè in tutti i luoghi là ov'egli sia,
puote avere per la sua arte la sua vita. E perciò diciamo che l'arte è
ricca, che lo suo Signore la porta seco, là ovunque elli vae.



                              Cap. CCXXI.

  _Lo re domanda: uomo e femina che si traamano (980) e si dilungano uno
   grande tempo e poi s'accontano, possonsi eglino amare come di prima?
                            Sidrac risponde:_


Sì più (981) che dinanzi, per l'usanza, e per lo buono servigio che l'uno
fa all'altro, e per lo dare e per lo pigliare, si possono amare più che
dinanzi come altressì uno albore ch'è in uno giardino, e lo giardino lo
comincia ad innacquare e a studiare, l'albore in pochi giorni rinviene in
sè, e comincia a riverdire, e diventare così buono e bello come dinanzi, e
più, per lo buono servigio e per lo studiamento ch'egli ebbe; e se lo
giardino l'avesse lasciato di tutto in tutto, egli sarebe secco (982).
Così aviene dell'uomo e della femmina, che si vogliono più bene che di
prima; altressì come l'albore riverdiscie e riviene, quando egli è bene
abeverato e servito dal giardino.

(980) s'entraiment C. F. R., che vale _amarsi scambievolmente_.

(981) puote C. L. — Abb. corr. col C. R. 2., sulla scorta del C. F. R. che
ha plus.

(982) Gioverà riferire la lezione del C. F. R., alla quale è conforme la
lez. del C. R. 2.: com I arbre chi est en I iardin, et le iardinier le
laist a nonchaleir, et ne le vodra laborer ni abeurer; cel arbre comencera
a feblir et a sechier, et puis chant le iardinier le comence abeurer et
laborer, l'arbre en I poi da iors revient a soi, et comence a reverdir, et
devient si bon et si biau com davant et miaus par le bon servise et le bon
garniment che il li met; et se le iardinier l'eust laisse de tout en tout,
il fust gaste, con cosse obliee. — Notisi nel n. t. _giardino_ per
_giardiniere_, che è pure nel C. R. 2. — È noto come ant. siasi invece
usato _giardiniere_ per _giardino_.



                             Cap. CCXXII.

  _Lo re domanda: come l'uomo alcuna volta la femina e la femina l'uomo
                        amansi? Sidrac risponde:_


Quando l'uomo vede la femina e la femina l'uomo, e egli s'amano, sapiate
che ciò aviene della volontà del cuore, che è di frale comparizione (983);
e per la volontà del loro cuore, tengono lo diletto di quella vanità e di
quello viso e della biltà, che in loro sarà somigliata a' loro
cuori (984); e tali cuori mirano follemente, e tengono quella follia nel
cervello, e poi risponde agli occhi del capo, e li fa follemente guardare
a quella criatura, e sì gli diletta in quello pensiero (985). Ma lo savio
cuore che è forte e fermo, quand'egli vede alcuna altra criatura bella,
egli pensa in sè medesimo e dice: benedetto sia Iddio lo criatore, che
così bella criatura à fatta; e rende grazie a Dio; nè giamai gli risoviene
di quella criatura più, nè di biltade nè poco nè molto; e se pure gli
soviene, no'gli farà niuna forza. Altresì aviene alla buona femmina.

(983) compressione C. R. 2.

(984) che in loro sarà simigliante al loro cuore C. R. 2.

(985) et por la vanite de lor cuer si retinent le delit de cel vice de la
biaute de lor cors chi lor sere resenblee a luer cuer; et cel cuer tremue
folement, et tient celle folie en la servelle, et respont as iaus de la
chief, et les fait solement regarder a celle regardure de la creature; et
le cuer chi est fol et vain pense folement en celle creature, et ce delite
en celle pencee, et par cel delit convient che il l'aime. C. F. R.



                             Cap. CCXXIII.

 _Lo re domanda: chi fa uno falso saramento di Dio per x cose falsare, è
             egli spergiuro per una volta? Sidrac risponde:_


Chi fa uno sacramento falso del suo Idio, quand'elli sia buono o rio, per
x cose falsare, e e' si conosce in sè medesimo che egli à fatto
falsamente, sapiate che egli è spergiuro x volte. E se altro consente a
quelle saramenta false, e egli gli pare buono e bello, sapiate che egli è
altressì bene spergiuro, come quelli che fa lo falso saramento.



                            Cap. CCXXIIII.

 _Lo re domanda: quelli che insegniano lo bene in questo secolo ànn'egli
             più guidarnone che gli altri? Sidrac risponde:_


Quelli che insegnano lo bene in questo secolo alla gente, avranno doppia
la grazia di Dio, quelli che lealmente la manteranno. Chè due maniere sono
quelle che insegnano lo bene alla gente in questo secolo. L'una sono
simigliante al sole (986), che tutto il mondo allumina, e non viene giamai
meno, e tuttavia è in sua gloria. Questi sono i buoni, che tutto giorno
insegnano il bene alla gente in questo secolo, e lo bene fanno. Questi
sono quelli che la grazia di Dio avranno nell'altro secolo. Gli altri che
il bene insegnano, e lo male fanno, certo diritto è e ragione ch'egli male
abiano a quattro doppj, non a due, come a quelli che porta alcuna cosa e
può dare buona parte a ciascuno e pigliare buona parte altressì per
lui (987); bene è diritto e ragione che lo male sia suo, poi che egli lo
piglia per la sua buona volontà, più che se altri li avesse donato.

(986) alla gloria C. R. 2.

(987) Così ha pure il C. R. 2. — Ma è chiaro che manca qualche cosa. Nel
C. F. R.: et laisse la bone et prent la mauvaise. — Il T. F. P. è di
diversa lez., ed ha solamente: telz gens sont ressemblans a la chandelle,
que les aultres enlumine et soy mesmes degaste.



                              Cap. CCXXV.

      _Lo re domanda: di che viene lo magiore odio del mondo? Sidrac
                               risponde:_


Di fatto di legge e di fatto di signoria e di femina. Chè l'uomo tiene la
legge e la fede, buona e giusta, conciosia cosa che ella sia malvagia; e
un altro la spregia; sapiate che molto gli è a noia fortemente, e molto
odia colui che lo suo Idio dispregia. Egli disidera tutto giorno tutto
male e tutto odio, come quelli che dispregia la cosa ch'egli più ama e più
tiene cara. L'altra maniera si è di fatto di signoria e di possessione,
che l'uomo li toglie e vuole torre. Quelli l'odia fortemente, e li
disidera tutto male. La terza maniera si è di fatto di femina, o d'alcuna
cosa ch'egli ama. Altro uomo la vuole torre e spregiare (988) da lui; elli
n'è molto geloso e molto odia quelli che ciò gli vuole fare. E di molte
altre maniere muovono gli odii e le male voglienze.

(988) fortraire. C. F. R., che qui ha il significato di _sedurre_.



                             Cap. CCXXVI.

  _Lo re domanda: lo pensiere che l'uomo pensa onde escie? (989) Sidrac
                               risponde:_


Lo pensiero che gli uomini pensano escie della scienzia, e la scienzia è
di puro coraggio; chè se lo cuore è buono, egli pensa tutte cose
sottilmente, di ciò ch'egli vuole e di ciò ch'egli non vuole, bene e male.
E tutto aviene della scienzia, che viene di puro coraggio. Sapiate che
questo muove di grande scienzia, chè quelli ch'è di puro coraggio è savio.
Lo puro coraggio che egli ànno si è del loro puro sangue, che intorno allo
loro cuore corre, e per la purità del cuore e del sangue rischiariscie lo
cervello; e quello cervello, per lo suo rischiarimento, mostra chiareza
agli occhi e allegreza a' menbri. Perchè l'uomo sia savio e sottile non
dee adoperare la sua iscienzia in male, anzi in bene, e in tutta dirittura
e in tutta lealtade; e se egli altrimenti lo fae (990), sapiate che la
scienzia è perduta in lui. Questi sono chiamati bestie, e peggio che
bestie; che la bestia pensa alcuna volta di sua vivanda trovare, e
dell'acqua a bere. Perciò diciamo noi che quelli che non à niuno pensiero
al cuore, sono pegio che bestie che eglino lo dovrebono avere, e in Dio
credere sopra tutte le cose.

(989) Meglio nel C. R. 2.: _da che viene lo pensare?_

(990) fae. C. R. 2.



                             Cap. CCXXVII.

   _Lo re domanda: per che cagione sono gli uomini malvagi mali (991)?
                           Sidrac risponde_:


Per tre cose: la prima si è delli rei omori che sono nell'uomo, sicchè li
malvagi omori e le collere sormontano e signoregiano i buoni omori (992);
cioè a dire che i mali omori signoregiano il corpo e il fegato, e
cuoprogli il cuore, e riboliscono (993) lo cervello, e portallo in terra,
e fannolo travagliare de' piedi e delle mani (994), e fannolo ischiumare
la bocca, e tolgogli il senno e la memoria, e fannogli sognare rei sogni,
diavoli, dragoni, orsi, serpenti, cani e malvagie bestie, che lo divorano
e battono; e sogna d'annegare in acqua e d'ardere in fuoco. E tutto questo
è dalla forza de' malvagi omori. E quando i mali omori si cessano, e lo
male lo lascia, e elli raccontano quello che elli ànno veduto in loro
visione; e quelli a cui elli l'averà contato, pensa che ciò sia istato per
diavoli. Sapiate che lo diavolo non à podere di nulla (995), che Iddio
creda fermamente; che non è niuna anima, che sopra terra vada, ch'ella non
abia seco uno spirito, cioè a dire un angelo, che la guarda, perchè lo
diavolo no' le faccia male, se ella non consente per la sua volontà.
L'altra maniera si è lo corpo, che è intorniato e ornato (996) di molti
peccati, nè in Dio nè in suoi comandamenti non vuole credere, nè
fare (997). Alcuna volta lo diavolo si dimostra a colui, in molte maniere
e figure, e gli entra in corpo, e travaglialo molto fortemente; e l'angelo
di Dio nollo vuole aiutare, anzi l'abandona. Ma non intendere già che egli
lo lasci uccidere; ma egli a la sua volontà gli fa fare tali cose, che
egli perde il corpo e l'anima. Ma se egli a Dio vuole tornare, e lo
diavolo lasciare, già lo suo ingegno non gli varrà; nè la sua forza nè 'l
suo ingegno forza nè podere non averà sopra lui. La terza maniera si è
della fallanza del cuore. Quando l'uomo è codardo e pauroso, e egli vae
fuore di gente (998), di giorno e di notte, pensa nella paura, e cade in
malvagio male; che sì tosto come egli àe la paura, gli rei omori sì si
muovono, e rinfabiliscono nel suo corpo, e fannonlo sognare di malvagi
sogni, cioè della fallenza del suo corpo.

(991) Correggasi col C. F. R.: _por quoy cheent les gens de mauvais
mal?_ — Nel C. R. 2.: _da che aviene che le genti ànno così forti
malatie?_

(992) li malvagi omori si raunano nel corpo, e l'uno s'acapiglia
nell'altro. C. R. 2.

(993) infiammano. C. R. 2.

(994) e si li fanno menare li piedi e mani. C. R. 2.

(995) _Di nullo_ per _sopra nullo_.

(996) È da credere usato ironicamente. — Anche il C. F. R. ha: adornes.

(997) ne Dieu ne son comandement ne viaut croire ne faire. C. F. R.

(998) hors de la gens. C. F. R.



                            Cap. CCXXVIII.

  _Lo re domanda: quali sono gli più pericolosi menbri del corpo? Sidrac
                               risponde:_


Gli occhi sono i più pericolosi menbri del corpo, e quelli che fanno
perire lo corpo e l'anima. Che lo diletto della vista gli occhi avanzano
al cuore (999), e mettollo in pensieri, e fanno peccare lo corpo e
l'anima. E se egli non vedessono, lo cuore non disiderebbe nimica tante
cose com'egli disidera, che più disidera quelli che vede, che quelli che
non vede. Che per la vista degli occhi lo cuore e 'l corpo e tutti menbri
triemano e ànno grande paura e grande ispaventamento. Altressì come quelli
che vede lo male inanzi di lui, elli àe magiore paura che quelli che l'ode
e non vede. E d'altra parte gli occhi sono più teneri che altri menbri del
corpo, e sono quelli che guardano lo corpo di pericoli corporali.

(999) Non sappiamo se _avanzano_ possa qui avere il senso di
_anticipano_. — Nel C. F. R.: _avantent_; e potrebbe intendersi che gli
occhi magnificano, esaltano al cuore il diletto che si prova nel vedere
gli oggetti esterni. Il T. F. P. ha, meglio degli altri: annoncent.



                            Cap. CCXXVIIII.

  _Lo re domanda: qual'è la più pericolosa arte che sia e la più sicura?
                            Sidrac risponde:_


Quelli che insegnano la credenza di Dio alle genti ànno la più pericolosa
arte e la più sicura e la più degna, che niuna altra arte del mondo.
Altressì come gli occhi sono lo lume del corpo, e altressì come il corpo
va sicuramente per lo insegniamento degli occhi, altressì deono, quelli
che questa arte mostrano alle genti, menare l'altre genti sane e salve
alla credenza, e al comandamento di Dio fare; e fare (1000) quello ch'egli
deono conpiutamente, sanza niuna menomanza e sanza niuna fallenza e sanza
niuna gravezza, a ora e a punto. Che quelli che questo fanno, fanno
apiacere a Dio, e sono degni inanzi a Dio, e chiari come il sole è al
mondo, che tutto giorno è puro e netto, tra li monti e tra le valle, e
getta i suoi raggi, e toccare si possono (1001). Questa arte è la più
degna e la più preziosa di niuna altra arte; e quelli che questa arte
insegnano, e nolla fanno, così come deono, eglino aprossimano l'altre
genti a Dio, e eglino si dilungano; e sono siccome la candela, che rende
bello chiarore altrui, e sè medesima consuma.

(1000) Così ha pure il C. R. 2. — Migliore è la lez del C. F. R.: a la
creance et a comandement de Deu; et a faire etc.

(1001) Manca agli altri Codd. _e toccare si possono_.



                              Cap. CCXXX.

   _Lo re domanda: come alcuna volta muove la gaieza al corpo dell'uomo
                gaio e allegro (1002)? Sidrac risponde:_


La gaieza che alcuna volta muove al cuore, e l'uomo diventa gaio, sapiate
che ciò è per lo vecchio sangue, ch'egli arecò con seco del corpo della
madre (1003). Quello sangue alcuna volta si muove, per lo ismovimento del
malvagio sangue, che si muove per tutto il corpo, e rinverdisce lo cuore,
e fallo diventare gaio o di cose fatte o di pensieri. E sapiate che la
gaieza è molto pericolosa cosa: chè, se uno buon uomo savio fosse gaio,
egli sarebe dispregiato tra le genti, e incolpato d'alcuna cosa, per la
sua gaieza, conciosia cosa che egli nolla faccia; e se egli non fosse
gaio, e fosse savio e convenevole, apena potrebe essere incolpato di
follia. E quando lo sangue cessa, lo corpo diventa posato e cheto di fatti
e di pensieri. E lo sangue ismuove al corpo di troppo bere o di troppo
posare.

(1002) Nel C. R. 2.: _da che aviene la gioia e l'alegrezza che aviene
all'omo di subito?_

(1003) par le viel sanc chi est en lui de la jovente, le queil a aporte
dou ventre de sa mere o lui. C. F. R.



                             Cap. CCXXXI.

 _Lo re domanda: ciascuna volta che l'uomo s'accosta alla femina ingenera
                         egli? Sidrac risponde:_


Non già, l'uomo non ingenera tutte le volte ch'egli s'acosta alla femina;
ma egli ingenera alcuna volta ispesso e alcuna volta tardi. E la femina
non piglia nimica ciascuna volta la generatura, perchè l'uomo ingenera più
che la femina non piglia. E uno uomo luxurioso che spesso giace con femina
carnalmente, si perde la forza delle reni e de' nervi e de' menbri; e
quello ispermo che egli fae è sì frale e sì vano, che non à niuna sustanza
di generare. Ma chi si astenesse della luxuria otto giorni o più, ben
potrebe essere ch'egli generrebbe; e simigliantemente aviene alla femina.
Ma nella ganba dell'uomo è vena, chi se ne facesse isciemare sangue
giammai non ingenererebe; e simigliante alla femina, giammai inpregnare
non potrebe (1004).

(1004) Merita di essere riferito, se non altro per la sua stranezza, il
seguente tratto, che leggesi nel C. R. 2., e che manca anche al C. F. R.:
Ma nella gamba dell'omo àe una vena, che tiene da l'uno capo a l'altro
della polpa, e va insino al garetto, e si è molto sottile a trovare. Che
chi isciemasse sangue dal capo di quella vena, e traesene una menata del
ditto sangue, poi giammai ingienerare non potrebe. Item a femina che non
fosse sterile, e tardasse troppo ad avere figliuoli, sed ella portasse co'
lei così come porta al loro modo, la radice d'una erba che si chiama
achel, ben pesta senza premere, con lana di pecora sucida, otto giorni e
otto notti, e ciascuno giorno mutarsi due volte, e guardarsi di vivande
grasse e dal freddo, e al nono giorno farsi isciemare una pugnata d'una
vena della madre, dal lato diritto, presso del pettignone, là dove
l'anguinaia monta, e la mattina giacere coll'omo, se ella e l'omo non
fossono sterili, ella e l'omo ingenerebono di fermo.



                             Cap. CCXXXII.

   _Lo re domanda: che potrebe l'uomo fare, che la femina inpregnasse?
                            Sidrac risponde:_


Femina che non fosse isterila, e tardasse tropo a portare figliuoli, se
ella si traesse sangue del braccio, e quello giorno, quando andasse a
dormire, bevesse zucchero bollito e rose vecchie vermiglie, e un poco di
regolizia, e così facesse la mattina e la sera, e l'altro giorno altressì
apresso, la mattina e la sera; e ch'ella si guardasse carnalmente di
giacere con uomo VII giorni, e l'ottavo giorno portasse calcina (1005)
pesta nella natura, così come le femine la sanno portare, con lana lunga
di pecora; e lo nono giorno portasse in quella maniera unguento di quarto
peso e lana sucida, e una notte lo tenesse (1006), e in quello giorno si
guardasse di bagnare la sua natura con aqua calda o fredda, e ancora di
manicare grosse vivande, e la dimane giacesse carnalmente con uomo,
incontanente ingraviderebbe.

(1005) racine d'ache. C. F. R. — È evidentemente la _radice d'achel_ del
n. t., scambiata qui dal trad. con la _calcina_.

(1006) et le IX iors che le portast en cele maniere loignement
philosophen, le quart d'un pois ou plus en laine sulente ec.
C. F. R. — _sulente_ crediamo da corr. _pulente_, _pullante_.



                            Cap. CCXXXIII.

      _Lo re domanda: di quale parte si raguna la schiatta dell'uomo
                   quand'ella escie? Sidrac risponde:_


Ella escie di quattro cose: di tutti i menbri dell'uomo, e de' nerbi e
delle vene, che egli sudano dentro dal corpo, del grande calore, e della
volontà delle quattro conparizioni dell'uomo, cioè del corpo e della loro
natura; sì si canbia di vermiglio in bianco; e sì si ragunano e scagliano,
e di là escono fuori: e questa è la schiatta dell'uomo, quando usa con
femine (1007). La prima si è la volontà dell'uomo, che egli disidera a
fare; e per quello disagio tutti i menbri rinfabiliscono, e la natura, che
è i' lui, richiede. (1008). La seconda natura si è lo scaldamento in
quella volontà. La terza cosa si è lo sforzamento (1009) dell'uomo alla
femina. La quarta cosa si è di pigliare riposo al corpo. E
simigliantemente per quella ragione si corronpe la femina come l'uomo; e
alcuna volta si corronpe in dormire. Ma il travaglio del corpo e lo
disagio e gli omori rasoave (1010) tutto questo.

(1007) Elle isse de IIII cosses de l'home, de tous ces membres et des
ners. Car il sont sanc dedens le cors, de la grant calor, et de la volente
des IIII complexions au cors et de lor nature ce chanse com deu vermeil au
blanc, et s'asemblent escailes, et per la issent hors, et ce est
l'esclate. C. F. R.

(1008) le chiert. C. F. R.

(1009) frotement ou touchement. C. F. R.

(1010) rabonacciano. C. R. 2. — Assoage. C. F. R. — _Assoage_, da
_asoager_, significa qui _calmare_. — È chiaro che _rasoave_ è un errore
del trad., che pare non intendesse la parola franc. Non sapremmo indurci a
credere che si dovesse leggere _rinsoavisce_ per _rende soave_.



                            Cap. CCXXXIIII.

    _Lo re domanda: de' l'uomo amare gli figliuoli? Sidrac risponde:_


Li figliuoli debonsi amare, ma non troppo. I figliuoli sono frutti delle
genti, e bene dee l'uomo amare cotali frutti. Ma se tu ài i tuoi
figliuoli, tu gli dee bene amare, ma non più di te, chè quelli è folle che
ama altrui più che sè. Niuno dee amare altrui più di Dio; e poi la tua
buona moglie, e poi i tuoi figliuoli e tutta la gente. Che se tu ài
figliuoli, e tu gli ami tropo, tu fai follia, perchè tu non gli dei amare
più che Dio e te medesimo. Che se l'anima tua è perduta e dannata per li
tuoi figliuoli, per lasciargli ricchi o per mantenegli, se tu avessi
centomilia figliuoli, governare non ti potrebono del tuo
dannamento (1011). Meglio varrebe per te che tutti i tuoi figliuoli
fossono dannati, che tu. Non dei mantenere i tuoi figliuoli di folle
guadagnio, ma fargli inparare arte, ond'ellino si mantengano, se bisogno a
loro farà.

(1011) Uno de' soliti equivoci del volgarizzatore. Il C. F. R. ha: ne te
poroient de ton dampnement maintenir. — Ora _maintenir_ (da _manu_, _manum
tenere_) significa e _governare_ e _proteggere_, _soccorrere_. E qui
questo vb. aveva appunto il secondo significato. — Infatti il C. R. 2. ha:
aitare non ti potrebono del tuo dampnamento.



                             Cap. CCXXXV.

    _Lo re domanda: incantamenti e malie sono vane? Sidrac risponde:_


All'anima non profittano nulla, ma elle fanno noia e danno. Al corpo
vagliono per tre cose: chi incantamenti e malie vuole fare, si gli
conviene sapere e conosciere l'ore e i punti, quando si dee adoperare; e
se egli in questo non conoscie assai, gli conviene aoperare che nulla
vaglia (1012). La seconda cosa gli conviene avere in loro fede. La terza
cosa si è che gli conviene sapere dell'arte della stonomia. E chi
altrimenti lo fa, non sa che si faccia.

(1012) li conviene adoperare, che nulla li vagliono. C. R. 2. — Nel
C. F. R. il senso è indecifrabile. — Il T. F. P. ha: il peult assez
ouvrer, mais son ouvraige riens ne luy voultroit.



                             Cap. CCXXXVI.

      _Lo re domanda: qual è la più leggiera bestia che sia e la più
                  asentivole (1013)? Sidrac risponde:_


Il cane è la più legiere bestia che sia, e la più conosciente e la più
leale; che niuna bestia puote sì tosto correre, nè tanto tracciare (1014)
come il cane. Di senno la formica è più asettevole (1015) che bestia che
sia, a la ragione della sua piccoleza. Ella è la più savia, chè ella
raguna la state per vivere il verno; e Iddio per la sua potenza l'à dato
questa natura, per dare asenpro all'uomo, quando così piccolo vermine à
iscienzia di ragunare la state per vivere lo verno; ciò è a intendere che
noi dobiamo in Dio credere, e fare i suoi comandamenti, e travagliare in
questo secolo per guadagnare l'altro secolo; e di fare altressì come la
formica, che provede da lunga e da presso. Altressì dobiamo noi credere
che Iddio à podere in tutte le cose, e adorare lo suo benedetto nome per
tutti i tempi, e lo suo comandamento fare, e il suo servigio.

(1013) _Asentivole_ pare voglia dire _che sente_. Il C. F. R. ha:
_flairant_; da _flairier_, _flarier_, mandare odore e sentirlo (Cf.
_Gachet_, _Glossaire du Chevalier au Cygne_, a _flair_). — Anche il prov.
ha, con questo medesimo significato, il vb. _flairar_; e l'ital.
_odorare_.

(1014) _Tracier_, ant. fr., vuol dire, oltre _seguitare la traccia_, come
in ital., anche _cercare con cura_. «Si com le quert et k'il le
trache — Une vies capele a trouvée.» _Mir. de Notre Dame_, presso
_Roquefort_.

(1015) Crederemmo da correggere _asennevole_, per _assennata_, o piuttosto
_asestevole_, per _assestata_. Potrebbe anco credersi usato _asettevole_
per _assettata_ nel senso di _bene ordinata_. — Ma come intendere il testo
francese del C. F. R.: et de flairor formie est la plus flairant vermine et
beste chi soit?



                            Cap. CCXXXVII.

      _Lo re domanda: quale è più alto o la terra o lo mare? Sidrac
                               risponde:_


La terra è assai più alta che 'l mare. Se il mare fosse più alto che la
terra ella (1016) coprirebbe la terra. Questo potete voi vedere
apertamente: pigliate uno vasello, e enpietelo pieno d'acqua, raso col
vasello, cioè coll'orlo, e l'acqua si terrà senza ispandere, se il vasello
non si tocca; e se voi mettete anche uno poco d'acqua, ella saglierà
d'ogni parte, e spande sopra l'orlo del vasello. Altressì averrebbe se lo
mare fosse più alto che la terra, lo mare ispanderebe da tutte parti e
coprirebbe la terra.

(1016) elle, C. F. R.



                            Cap. CCXXXVIII.

    _Lo re domanda: le lumache perchè s'appiccano agli alberi? Sidrac
                               risponde:_


Le lumache escono del sudore e del calore dell'erbe, e dell'umidore della
terra; e per quella natura ond'elle sono, s'apiccano all'albore
volentieri, per lo suo umidore. Lumaca è laida, ma ella è sana e molto
buona per persona che fosse ingonbrata del petto, che fiatare non potesse.
Chi pigliasse le lumache, e friggiessele con olio d'uliva, o dessele a
mangiare dieci giorni con mèle di lape (1017), egli sarebe diliberato di
quello male e di quello ingonbramento. E chi ardesse le lumache, quello
dentro (1018), a modo di carboni, la decima parte, e altrettanto d'uno
legnio che si chiama ybano (1019), e pestasse insieme molto bene, e lo
stacciasse sottilmente, e poi ugnesse quelli che àe lo bianco nell'occhio,
due volte il giorno, in trenta giorni lo bianco se n'andrebbe
tutto (1020).

(1017) d'api C. R. 2.

(1018) les limasses dedens C. F. R.

(1019) ybanus.

(1020) Dioscoride insegna che le lumache abbruciate con tutta la carne,
ridotte in polvere e unte col miele, guariscono le macchie degli occhi.
Lib. II, Cap. 9.



                             Cap. CCXXXIX.

 _Lo re domanda: come dormono gli vecchi più leggiermente che gli piccoli
                  garzoni non fanno? Sidrac risponde:_


Li piccoli garzoni dormono leggiermente per lo dolciore e per l'ardore e
per lo verdore del loro cervello. E altressì come lo fiore del frutto a
l'albore, quando uno poco di vento lo tocca, egli si dichina e abassa
simigliante è del garzone, che, quando elli è satollo, uno poco d'aire che
lo fiere, elli dorme e si riposa e si nodriscie. L'uomo vecchio dorme come
i piccoli garzoni, per la fraleza del cervello: come uno frutto maturo e
fracido, quando un poco di vento lo tocca, si lo caccia in terra. Altressì
aviene del vecchio uomo, ch'egli dorme come uno garzone. E questo è per lo
mancamento del sangue, e per la fraleza delle sue reni e de' suoi menbri.



                              Cap. CCXL.

 _Lo re domanda: se Idio avesse fatto uno uomo così grande come tutto il
      mondo, potrebb'egli contastare contra lui? Sidrac risponde:_


Si Iddio avesse fatto un uomo (1021) così grande come tutto il mondo e
più, egli non avrebbe forza nè podere di contastare contra di lui. E di
questo vi potete voi avedere chiaramente: che se l'uomo facesse uno grande
uomo alla simiglianza di lui (1022), e quand'elli fosse conpiuto, si lo
potrebbe disfare tutte l'ore che volesse, e già contastare no gli
potrebbe. E molto magiormente, a cento doppi, à magior podere di
contastare a noi quella figura, che non averebe l'uomo, che fosse magiore
di tutto il mondo, inverso Dio; nè uno migliaio d'uomini nè altrettante
femine non potrebono pensare lo podere nè la possanza di lui; che anche
n'avesse vie più che tanto, quanto l'uomo più pensa in lui, più ne truova
in lui e di forza e di podere (1023). Che se Idio dicesse: sia lo mondo di
fino oro e fine pietre preziose, inmantanente sarebe lo suo comandamento
conpiuto e fatto; e s'egli dicesse: sia uno uomo bestia e peggio, overo
uno vermine sì grandissimo che tutto il mondo potesse portare in capo, in
quello punto medesimo sarebe tanto tosto fatto. E s'egli dicesse: fia il
cielo e la terra distrutta, e la gente morta, incontanente sarebe conpiuto
il suo comandamento. E se egli è così grande di podere, ch'egli potrebe
fare uno uomo che fosse magiore che tutto il mondo, certo altressì lo
potrebbe fare nullo (1024). Come l'uomo potrebe pigliare colla mano la più
alta stella del fermamento.

(1021) Manca _uno uomo_ al C. L. — Abb. supp. col C. R. 2.

(1022) chi fereit une grant figure a semblance. C. F. R.

(1023) Et mout plus a C. doubles ont plus de poer envers vos, che cil
grant home chi fust com tout le monde n'en auroit envers Dieu, ne M.
miliers d'omes et autretant de femes, et chascun d'iaus eust le sens de M.
miliers de sages homes ne poroient il penser de M. I des poers de Dieu et
de sa puissance, che il n'en trovassent plus de puissance et plus de poeir
en lui. C. F. R.

(1024) Ci pare migliore il senso del T. F. P.: et ainsi doncques quelle
resistence pourroit faire ung homme contre Dieu, et fust il aussi grant
que tout le monde?



                              Cap. CCXLI.

   _Lo re domanda: se Idio non avesse fatto lo secolo, di quale maniera
                   sarebbe il mondo? Sidrac risponde:_


Lo mondo sarebe istato come uno grande abismo (1025), pieno di tenebre,
altressì nulla, come cosa che non fu mai. E già per ciò Idio non avrebbe
perduta la sua gloria, e così sarebe egli stato allora, com'egli è e
starà. Per tutte le genti e per tutte le criature ch'egli à fatte in
questo secolo non sarebbe egli migliorato nulla; e s'egli non l'avesse
fatto, non sarebe stato nulla; e però sarà fatto tuttavia lo suo
comandamento, e tutto giorno sarà, sanza fine.

(1025) Abisme. C. F. R. — Abisso C. R. 2.



                             Cap. CCXLII.

 _Lo re domanda: gli angeli che Idio fece furono fatti della lena di Dio,
          come Adamo lo primo uomo fue fatto? Sidrac risponde:_


Non mica, se non solamente della parola di Dio, quand'egli disse, sia
fatto l'angelo; e in quella parola e in quella ora furono fatti. Ma Adamo
fue fatto della lena di Dio, quand'elli soffiò (1026) nel volto; e però
Adamo e la sua generazione, che a lui credono e crederanno, saranno più
degni che gli angeli per tre cose ch'egli ànno: la vita perdurabile della
lena di Dio; l'altra, ch'egli ànno corpo e anima, e gli angeli non ànno se
non lo spirito solamente; la terza che Idio à stabilito l'angiolo per
l'uomo guardare e governare da tutti i mali, se egli non vuole consentire
alla volontà del diavolo.

(1026) li sofiò. C. R. 2.



                             Cap. CCXLIII.

 _Lo re domanda: cui de' l'uomo più amare, o quelli cui elli ama o quelli
                     che l'amano? Sidrac risponde:_


Tu dei amare quelli che t'amano più che coloro che (1027) tu ami; che per
aventura tu potrai amare tale che non amerà te, anzi t'odierebbe; e per
ciò tu dei amare quelli che t'amano; e se tu lo fai, tu ami Iddio,
inperciò che Iddio ama ogni uomo, e ciascuno lo dee amare. Quelli che
amano il peccato, si ama (1028) il diavolo, e lo diavolo non l'ama punto,
anzi odialo, e menalo al fuoco dello 'nferno. Che lo diavolo non ama la
gente, se non per ingannargli e menarli al fuoco. E non credete che lo
diavolo abia podere di male fare, se non a quelli che l'amano, e fanno i
peccati. Ma i buoni odia egli fortemente, e non à podere di fare niuno
male: che Iddio li guarda e difende del suo podere e del suo ingegno.

(1027) Manca al C. L. _coloro che_. — Abb. suppl. col. C. R. 2.

(1028) amano. C. R. 2.



                             Cap. CCXLIV.

       _Lo re domanda: dove sono le più degne parole e d'erbe e di
                    pietre (1029)? Sidrac risponde:_


Iddio fece vertude in queste tre cose, più che in niun altra cosa del
mondo, chè questa è la propietà del mondo. E le più degne parole del mondo
sono quelle quando l'uomo rende grazia, e adora al suo criatore, chè
migliori parole nè più degne non potrebono di bocca d'uomo uscire. Le più
degne erbe che al mondo sieno, sono quelle di che l'uomo vive, e che più
servono al corpo dell'uomo: ciò è a intendere il grano, che noi abiamo
di (1030) magiore bisogno, e più ci mantiene che niuna altra erba del
mondo. E per ciò la chiamiamo noi la più degnia erba che sia. Delle pietre
molte ne sono; ma delle loro bontà ci potremo ora sofferire (1031). Ma
solamente quella pietra che macina lo grano è la più degna pietra, che
tutte genti serve, e a tutte le genti abisognia: per ciò è la più degna
pietra che sia.

(1029) Nel C. R. 2.: _in che regna più virtù tra nelle parole o nelle erbe
o nelle pietre?_

(1030) di lui. C. R. 2.

(1031) Intenderei: ci potremo ora _astenere_, ci potremo _passare_ di
discorrere. È noto come l'ant. fr. _sofferir_ avesse questo significato,
del pari che il prov. _suffrir_.



                              Cap. CCXLV.

  _Lo re domanda: come la scurità della luna non si vede se non inverso
       ponente, e tuttavia quand'ella è novella? Sidrac risponde:_


La luna fa così bene lo suo corso al levante come al ponente: chè quella
ora ch'ella fa lo suo corso, a quello punto, ella è vermiglia, così di
giorno come di notte. E quand'elli si fa di giorno, ella non si puote
vedere per lo chiarore del giorno. In quella che lo giorno falla (1032),
ella è novella al levante; e lo fermamento fa lo suo torno, e ella viene
al ponente, e allore è notte. E quand'ella è novella al ponente, e lo
giorno dura, la notte non si puot'ella vedere per lo torno che lo
fermamento fa; quando viene la domane, e ella si vede.

(1032) 'l giorno si diparte cioè falla. C. R. 2.



                             Cap. CCXLVI.

    _Lo re domanda: dee l'uomo discoprire il suo segreto al suo amico,
           quand'egli fa alcuna cosa celata? Sidrac risponde:_


In niuna maniera de' l'uomo discoprire lo suo segreto se non a Dio, che
tutto sa: ciò che è a intendere (1033), a quelli che saranno nel suo luogo
in terra, dopo la venuta del veracie profeta. Ma in altra maniera non dei
discoprire lo tuo segreto a niuno. Che se tu lo discuopri al tuo amico,
alcuna cosa lo tuo amico, o altro amico ch'egli avrà, la discopirrà; se
egli è poco savio, egli lo discopirrà tutto collo suo amico che egli à.
Quello amico anche, o altro amico, lo dirà per aventura ad un altro; e
così potranno sapere lo tuo segreto molte genti; e così ne potrai essere
adontato e svergognato. E per questa ragione non è bene di scoprire lo tuo
segreto. Che tanto come averai lo tuo segreto, egli sarà tuo servo; e
quando tu l'avrai discoperto, tu sarai suo servo. E certo tale lo potrà
sapere, lo tuo segreto, che ti vorrà male, e di ciò ne sarai più frale, e
egli ti potrà più nuocere; e per la paura di lui, di ciò ch'egli avrà
saputo lo tuo segreto, tu non potrai contastare. E se tu non ti puoi
sofferire di discoprire lo tuo segreto per la tua follia, e lo ventre per
la tua necessità l'enfia di pur dirlo, dillo infra te medesimo, altressì
come tu lo ragionassi con altrui; e allora lo tuo cuore si rafredda e lo
tuo ventre si disenfierà. E, se per bisogno che tu abbi, te lo conviene
pur dire, guarda che tu lo dichi a tale uomo, che nol ti possa
rinproverare, per alcuno cruccio che tu abbi co' lui.

(1033) che tutto ciò è ad intendere. C. R. 2. — Il n. t. è conforme al
C. F. R.



                             Cap. CCXLVII.

  _Lo re domanda: quali femine sono più utili a l'uomo quand'egli giacie
                       co' loro? Sidrac risponde:_


Secondo l'anima, niuna femina è utile all'uomo, a giacere co' lei, se non
se la sua moglie. E secondo il corpo, due istagioni sono l'anno di giacere
con femina: quando l'aria è fredda, e rende lo suo gielo in terra. La
femina, viva bruna è utile all'uomo, quando elli usa co' lei; chè la bruna
femina è di calda alena e di caldo interiore, e quello calore iscalda
l'uomo, e fagli grande prode e grande sanitade al corpo. E il caldo tempo,
quando la stagione è calda, e rende lo suo calore in terra, la femina
bianca è utile all'uomo, quand'egli usa co' lei; che la femina bianca è
fredda, le sue interiore sono fredde, e quello freddore fa grande prode
all'uomo, e lo rinfresca di suo calore. La femina vecchia si è calda e di
grieve alena e grieve interiore e di grieve uscite (1034), e si dona
grande pesanza al corpo dell'uomo, e grava lo cuore, e si gli fae mutare
lo suo bello colore, e fallo diventare palido, sia la femina bianca o
bruna. Dell'uomo vecchio alla femina altressì aviene.

(1034) Così ha pure il C. R. 2. — Manca al C. F. R.



                            Cap. CCXLVIII.

   _Lo re domanda: perchè alcuna gente si levano a mattotino da dormire
bianchi e coloriti, e altri palidi e ismalfati? (1035) Sidrac risponde:_


Per tre cose: la prima per le forze delle collere gialle, che sormontano
l'altre collere al corpo, e per la forza ch'elle ànno al corpo, quando lo
corpo dorme, e l'altre collere e lo sangue cessano al corpo. E l'altre
collere gialle che sormontano, lo tingono del loro colore, e alla mane si
levano di quello medesimo colore. La seconda maniera si è di pigliare
cosa, la notte, che scalfa lo corpo, e fa bollire lo stomaco, e iscalfare
lo corpo, e rinfabilire gli occhi, e amarire (1036) la sua lengua; e si fa
molte infermitadi.

(1035) Questo cap. manca al C. R. 2. — Invece di _ismalfati_ crederemmo da
leggere _iscalfati_. — Il C. F. R. ha: iaunes. E siccome _eschaufeté_,
ant. fr., vuol dire _collera_, crederemmo che _iscalfati_ potesse
significare _del colore che dà la collera_. A conferma di ciò notisi la
frase del n. t., in questo cap.: _le collere gialle lo tingono del loro
colore, e alla mane si levano di quello medesimo colore._ In questo stesso
cap. si troverà pure _scalfa_ e _scalfare_, nel senso di _riscaldare_,
_chaufer_ franc.

(1036) _Rendere amara._



                             Cap. CCXLIX.

  _Lo re domanda: lo triemo del corpo di che aviene, che alcuna volta si
                   muove il corpo? Sidrac risponde_:


Lo triemamento che alcuna volta si muove lo corpo, si è le forza delle
flemme che sono al corpo, che alcuna volta sormontano l'altre collere che
sono al corpo dell'uomo; e per questa forza ch'elle ànno, allora quando
sormontano, l'altre collere rinfiammano, e corrono per tutto lo corpo e
per li menbri e per le 'nteriora, e fannolo tremare, a modo di lampi che
dell'aria viene (1037), che le flemme sono fredde, e lo fermamento (1038)
è freddo.

(1037) Così ha pure il C. R. 2. — Nel C. F. R.: en guise de lampement che
de l'air vienent.

(1038) Anche nel C. R. 2.: fermamento. Ma crediamo che sia errore. — Il
C. F. R.: et le reflambement si est froid. — E il T. F. P.: et leur
reflambement aussi est froid.



                               Cap. CCL.

    _Lo re domanda: la vista che l'uomo vede entra negli occhi dentro?
                           Sidrac risponde_:


Niuna cosa del mondo non può uscire, se ella non entra inanzi; e
similemente aviene della vista. Ella entra dentro agli occhi, e riguarda;
e l'umidore tira a sè la senbianza della fazione (1039) di quella cosa
entro, e la bee, similemente come lo sole bee e tira l'umidore del mattino
della rugiada (1040). E gli occhi lo rendono al cervello, e il cervello
rende quella medesima senbianza e fazione al cuore, e s'adolcia in lui, e
tiello in memoria uno grande tenpo. Perciò che la vista degli occhi entra,
e piglia, e rende al cervello, e il cervello rende al cuore, e lo cuore la
rende a lui, e tiello in memoria uno grande tenpo; per quello
sodamento (1041), lo cuore pensa, e vede chiaramente le maniere delle
cose, ch'egli àe alcuna volta vedute. E se la vista non vi entrasse (1042)
negli occhi, lo cuore non vedrebe nulla. E nulla cosa puote uscire, se
ella non entra.

(1039) e la fazione C. R. 2.

(1040) et la rozee. C. F. R. — Tutto quello che segue di questo cap. manca
al C. F. R.

(1041) Tanto nel n. c. che nel C. R. 2. leggesi chiaro _sodamento_ Non
sarebbe forse da correggere _solamente_?

(1042) non entrasse C. R. 2.



                              Cap. CCLI.

 _Lo re domanda: uno uomo solo non puote dire e parlare più cose? Sidrac
                               risponde_:


Niuno uomo solo può bene parlare; e dirovvi come: che non è niuna
criatura, che alla simiglianza di Dio sia fatta, ch'ella non abia tre cose
in sè, cioè corpo e senno e anima; questi sono tre in uno, e questa
ragione i savi che parlano, dicono (1043).....

(1043) Non intendesi ciò che l'autore abbia voluto dire in questo
cap. — Il C. R. 2. concorda col nostro, salvo che infine ha: e per questa
ragione li savi ne parlano, e dicono che non puote essere l'omo in due
luoghi. — Gioverà riferire la lezione del C. F. R. che è simile a quella
del T. F. P: _Le roy demande: par quel raison peut I sol parler et dire
nos? Sydrac respond:_ Un sol peut bien parler et dire nos; car il n'en est
creature en ceste monde che a scemblance de Deu soit faite, ch'ele n'en
ait III en un; et por ceste raison dient les sages, nos.



                              Cap. CCLII.

       _Lo re domanda: se lo mare può menomare? Sidrac risponde:_


Tutte le cose che crescono l'uomo può pigliare di loro, e si (1044)
menimano (1045); se la mare non crescie ciascuno giorno, ma menomerebbe;
chè egli mancherebe alla sua menomanza di tutte l'acque che le genti e le
bestie beono, che tutte escono di mare. Ciò che l'uomo ne piglia di fiumi
e di fontane, e ciò che noi ne beviamo e usiamo, non ritorna mica al mare,
anzi si guasta e consuma. E la terra sospira di piovere (1046), e la getta
al mare, e lo crescie tuttavia. Ma se la terra non sospirasse di piovere
in mare, e i fiumi e le fontane si tenessono chete, che non entrassono in
mare, si menomerebbe di tanto, come l'uomo ne pigliasse, se non fosse se
non una candella (1047). Conciosia cosa ch'ella (1048) sia così grande
com'ella è, e non però, se la terra non sospirasse giamai acqua in mare, e
li fiumi e le fontane che di lui escono non vi ritornassono, mai non
parrebe che lo mare fosse menomato una candella, tanto è alto e lungo e
largo.

(1044) Manca _e si_ al C. L. — Abb. supp. col. C. R. 2.

(1045) Menomano. C. R. 2.

(1046) Mais la terre suspire l'aigue de pleue. C. F. R.

(1047) goute. C. F. R.

(1048) Intendi: sebbene il mare.



                             Cap. CCLIII.

  _Lo re domanda: femina che spesso si corronpe di sua orina dormendo, e
  nolla può ritenere, può ella ingravidare, e l'uomo ingenerare? Sidrac
                               risponde:_


Due maniere sono di corrompimento d'orina: l'una maniera gli viene
ispesso, e l'altra gli viene tardi (1049). Quella che gli viene ispesso,
si può bene ingravidare, e l'uomo simigliantemente ingenerare. Che la
madre della femina, ove lo spermo dell'uomo cade, si è dalla lunga dalla
vescica, ove l'orina si raguna, che la madre si tiene alle reni e la
vescica al pettignone. E però l'uomo e la femina, che ispesso si corronpa
di loro orina, ciò non aviene mica loro di fraleza di loro vescica; anzi
aviene per aventura perchè la vescica è un poco usata (1050) più dall'una
parte che dall'altra; e quando ella è piena d'orina, si la getta fuori per
virtù ond'ell'àe usata (1051). Quella femina può bene ingrossare, e quello
uomo medesimo bene ingenerare; che ciò non aviene mica delle fralezze
delle loro reni. Ma femmina e uomo che si corronpono tardi della loro
orina, cotale femina non può (1052) ingravidare nè cotale uomo
ingienerare; chè ciò loro aviene della fraleza delle loro reni; chè le
reni sostengono tutto il fascio ch'è dentro dal corpo (1053); e quando
sono a fredità (1054), o fanno una grande forza, o scaricano uno grande
carico, le reni della loro fraleza l'asaliscono, e vengono sopra la loro
vescica, e bagnano per forza, e versano l'orina (1055). E s'egli avenisse
che cotale femina ingravidasse, apena cotale figliuolo potrebe bene
avenire (1056); chè, quando egli diventa grande, le reni non possono
sostenere lo carico nè il suo peso; e per la loro fraleza gli conviene che
egli lo getti fuori. E simigliantemente lo spermo di quello cotale uomo,
perciò che ella (1057) serà uscita di fredo sostenimento, e perciò non
potrà venire a conpimento, chè lo spermo si è frale e molle, che apena si
potrà pigliare.

(1049) tart. C. F. R., che significa _difficilmente_, _raramente_.

(1050) Anche il C. R. 2. ha: usata. — Nel C. F. R.: vercee (versé) da
_verser_, che potrebbe intendersi per _risiedere_, _esser posto_. È noto
che questo vb. fu usato in un tale significato da Rabelais. Cf. _Barré_,
_Gloss. de Rabelais_. — Vedi la nota seguente.

(1051) La lez. del C. R. 2. è uguale alla nostra. — Nel C. F. R. leggesi:
car chant ele est plaine de orine, si la zete de hors, par la verteure
dont elle vertee. — E nel T. F. P: car quant elle est plaine de l'urine,
l'urine chiet dehors, par ce quelle penche ung peu d'ung couste. — Mi par
chiaro che _verteure_ sia parola fatta dal vb. _vertir_ (tourner); e
l'averla in ital. trad. per _virtù_, è errore che facilmente si
spiega. — Forse, in luogo di _vercee_, che abbiamo trovato già nel
C. F. R., è da leggere _vertee_.

(1052) Manca _non può_ al C. L. — Abb. suppl. col C. R. 2.

(1053) soustiennent tout ce que dedans le corps est. T. F. P.

(1054) _Fredità_, per _freddezza_, ha pure il C. R. 2. — Nel T. F. P.:
quant le froit les prend. — Al C. F. R. manca tutto questo tratto del
presente cap.

(1055) Nel T. F. P.: ilz se laschent et se amollient, et la vessie qui est
dedans par droicte force verse l'urnine.

(1056) a bene venire C. R. 2.

(1057) La _semence_.



                             Cap. CCLIIII.

  _Lo re domanda: cui dee l'uomo più amare, o i figliuoli del fratello o
                quegli della sirocchia? Sidrac risponde:_


L'uomo de' amare l'uno e l'altro, secondo Idio, e secondo le loro opere.
Ma secondo lo mondo, più gli tocca lo figliuolo del fratello, che quello
della sirocchia, chè la criatura è più dell'uomo che della femina. Chè il
primo uomo Adamo non fu di femina nè d'uomo, se non di terra, per lo
comandamento di Dio; e la schiatta disciende dall'uomo al ventre della
femina; per la volontà di Dio si forma; e lo figliuolo dell'uomo e della
femina più apartiene all'uomo, ond'egli escie. Simigliantemente come d'una
pianta d'uno albore, che le pianta è lo padre, e la terra è la madre che
la guarda e che la nodriscie; nè sanza l'uno nè sanza l'altro non può
essere; ma più à nome dell'albore, onde egli è stato, che della terra.
Perciò dee l'uomo più amare lo figliuolo del fratello, che quello della
sirocchia, perchè appartiene più all'uomo (1058).

(1058) È assai curioso questo che aggiunge il C. F. R.: Et segont la
certainete dou monde, l'om est plus certain de l'enfant de sa seur che de
celui de son frer; car la seur a bien sentu l'enfant en son ventre, et fu
bien certain de lui. Et il meismes a bien veu sa seur groce. Et de celui
de son frere ne puet il pas estre certain, che cil enfans de sa fame soit
sien, ne son frere chi soit ses nevous; car ausi bien puet elle estre
grosse d'autre home, com son frere.



                              Cap. CCLV.

    _Lo re domanda: qua' sono le pericolose collere del corpo? Sidrac
                               risponde:_


Quattro maniere di collere sono al corpo, di quattro conparazioni:
primieramente sangue, secondo collere, terzo flemme bianche, quarto
collere gialle. E se l'una delle quattro fallisse al corpo, lo corpo non
si sosterrebbe; chè altrettanto di sostentamento à 'l corpo dell'uno come
dell'altro; e ciascuna dee essere alla sua ragione. Se l'una di loro
sormonta l'altra, dannegiare potrebbe il corpo. E tutte e IIII sono
pericolose: che, se lo sangue sormonta gli altri, egli può ispegnere lo
corpo, e fallo morire, alla sua casa, diritto al cuore (1059); e si gli
toglie lo fiato e lo sospiro e l'alenare, e in tale maniera lo spegne e
l'uccide. Le collere nere sono pericolose; chè s'elle sormontano l'altre,
elle potrebono dannegiare lo corpo per molte maniere; ch'elle possono fare
cadere lo corpo in malvagia infermità (1060), e perdere lo senno e lo
savere, e diventare rognoso e lebroso; e si lo fa diventare fello ad ria
maniera (1061). E quando elle sormontano l'altre, elle sono molto gravi a
rabonacciare e medicare per erbe e per fiori e per digiunare e per
beveraggi. Le flemme sono pericolose, quand'elle sormontano l'altre flemme
del corpo, perch'elle li mangiano malamente; ch'elle signoregiano in
malvagie malizie fredde, e si mangiano i piedi e le mani e i capelli e le
reni e le ganbe e i diti, e fanno putire la bocca e gli orecchi e 'l naso,
e fanno molte altre malizie assai. Abonacciano per erbe e per fiori e per
beveraggi e per vomicare. Le collere gialle sono molto pericolose,
quand'elle sormontano l'altre collere al corpo. Elle cercano il cuore, e
fanno travagliare, e fanno diventare li menbri frali e molli, e tolgono la
volontà al corpo, del bere e del mangiare; e si li cambia il colore, e si
lo fa diventare vocolo (1062). E s'abonacciano con erbe e con fiori e con
vomicare. Queste quattro maniere d'omori sono di IIII comparazioni, e si
signoregiano il corpo, l'anno, quattro volte ciascuno. L'anno si è XII
mesi, cioè a sapere LI settimane e IIII giorni, cioè CCCLXV giorni e VI
ore. La prima istagione dell'anno, che signoreggiano il corpo, si sono tre
mesi; e sì si noma capricorno e acquario e piscies. Questi sono tre segni,
che ànno podere delle flemme al corpo, e si sono freddi; e cominciano a'
XXIIII giorni di dicembre, e durano insino a' XXIIII giorni di marzo, e
sono inverno. La seconda parte dell'anno, tre mesi, si sono questi segni
aries, tauro, giemini; e si ànno podere nel corpo della gente, che sono
caldi e umidi; e cominciano a' XXIIII giorni di marzo, insino a' XXIIII
giorni di giugno. La terza ìstagione dell'anno si sono tre mesi, e si sono
in questi segni, cancer, leo, virgo; e si ànno podere nel corpo della
gente, e sono caldi e secchi, e si cominciano a' XXIIII giorni di giugno,
insino a' XXIIII giorni di settembre. La quarta parte dell'anno si sono
tre mesi, e ànno questi segni, libra, scorpio, sagittaro; e si sono freddi
e secchi, e cominciano a' XXIIII giorni di settembre insino a' XXIIII
giorni di dicenbre. E la natura di queste stagioni ciascuno uomo si può
guardare di malizie e di contrarii, di vestimenti e d'altre cose
contrarie; e s'egli lo fanno, egli non avranno mai infermitade al corpo.

(1059) à sa maison, droit sur le cuer C. F. R. — Probabilmente è un errore
del testo francese, passato nel testo italiano. Potrebbe supporsi che,
invece di _a sa maison_, avesse da leggersi _car s'amasse_; cioè, il
sangue lo fa morire, _perchè si raduna_ diritto sul cuore.

(1060) le cors faire cheir de mauvais mal. C. F. R.

(1061) di ria maniera. C. R.

(1062) et si li font perdre la viste C. F. R. — _Vocolo_ per _avocolo_.



                              Cap. CCLVI.

    _Lo re domanda: quale è la migliore carne che sia al corpo? Sidrac
                               risponde:_


La migliore carne si è quella che à magiore sustanzia di forza in sè, ch'è
la più forte, e dà magiore forza al corpo dell'uomo, ed a l'uomo sano che
àe buono istomaco. La carne del bue e della buffola è più sana, che
niun'altra carne; chè queste carni ànno grande sustanzia in loro, e
rendono grande forza a uomo infermo. La carne del montone è più sana, per
la tenerezza ch'è in lei, nello stomaco frale (1063). La carne della
polastra è più sana che altra carne, per la tenereza ch'è in lei, per la
fraleza ch'è nello stomaco dello amalato; e se non fosse per questa
cagione, l'uomo darebbe a l'amalato pur carne di bue o di bufola, che
l'ànno grande forza e grande sustanzia in loro. Ma per la infermità e per
la fraleza dello stomaco del malato, l'uomo gli dona la tenera carne.

(1063) allo stomaco d'uomo fraile C. R. 2.



                             Cap. CCLVII.

 _Lo re domanda: perchè la notte, quando l'uomo cena la mattina à fame, e
             s'egli non cena si è satollo? Sidrac risponde:_


E ciò aviene per gli omori. La notte che l'uomo cena, la vivanda èe nello
stomaco pieno, e bolle tutta la notte dentro; e quando viene inverso lo
giorno, tutto è consumato e è nullo; e lo stomaco che si sente voto, si
gli conviene avere fame. E quando l'uomo non cena, lo stomaco dorme voto,
e gli omori gocciolano (1064) dentro, e crescono, in quello che si pena a
fare giorno; e al mattino si trova pieno di flemme e di collere. E questo
aviene perch'egli è satollo; chè la fame e lo saziamento non viene se non
dallo stomaco.

(1064) Vogliamo notare che, invece di _gocciolano_, il C. R. 2. ha
_candellano_. Questo a proposito della nota a pag. 200-201.



                             Cap. CCLVIII.

  _Lo re domanda: la vivanda che l'uomo mangia come si parte ella per lo
                        corpo? Sidrac risponde:_


La vivanda che l'uomo mangia si raguna tutta nello stomaco; e quand'ella è
ben consumata e ben cotta, allora si parte in cinque parti. La prima parte
è la più pura e la più netta, ne va dirittamente al cuore. La seconda va
dirittamente al cervello e agli occhi e per tutta la testa. La terza va al
corpo e a tutti i membri e al sangue. La quarta vae al polmone e al fegato
e alla schiena. La quinta parte vae al fondo, e è lo sterco. E altressì
interviene del bere.



                            Cap. CCLVIIII.

   _Lo re domanda: l'uomo ch'avrà inghiottito osso o spina, e gli sarà
  ristata nella gola, e non potrà andare su nè giù, come si potrà torre
                     quello osso? Sidrac risponde:_


In due maniere: per inghiottire acqua e mangiare pane, e inghiottire
aspramente. E se per questo no' ne vuole uscire del collo, e tu piglierai
uno buono boccone di carne cruda, e legala con un filo sottile e forte, e
masticheràla due volte o tre o più, e poi lo 'nghiottirai, e terrai lo
capo del filo in tua mano. E se l'osso va giuso colla carne, tu
inghiottirai ogni cosa; e se l'osso non va giuso, tu torrai il filo e la
carne indietro, incontro all'osso, e tirerai con esso. E se quello filo si
ronpe, sì lo farai un'altra volta.



                              Cap. CCLX.

 _Lo re domanda: perchè pute lo sterco dell'uomo e della femmina? Sidrac
                               risponde:_


Lo sterco dell'uomo e della femina pute per due cose: l'una per lo
rinfrabimento del corpo, dentro: similmente come se l'uomo pigliasse uno
pezo di carne (1065), e lo coprisse in tale maniera che punto di vento
nolla potesse toccare, allora putirebbe. La seconda per gli omori che
discendono allo stomaco, che sono amari e agri e insalati e di rio sapore;
e si mischiano colla vivanda; e quando la sustanzia della vivanda (1066)
si parte per lo corpo, e vi dimorano gli omori e lo cacchiume (1067)
insieme, e iscalfano, e però putono.

(1065) carne cruda C. R. 2.

(1066) e quando la vivanda, cioè la sustanzia C. R. 2.

(1067) cacume C. R. 2. — Pare che sia da intendere per _sudiciume_ essendo
trad. del franc. _ordure_.



                              Cap. CCLXI.

 _Lo re domanda: per che cagione è l'orina della persona insalata? Sidrac
                               risponde:_


L'orina della persone è salata per tre cose: la prima perch'ella discende
e passa per la vivanda, e colà piglia la salatura che v'è entro, così come
è la sua natura, chè tutte salature si sono di natura d'acqua. E perciò
diciamo noi che l'acqua che l'uomo bee passa per la vivanda al corpo, e
cola, e vanne con tutta la salatura alla vescica. La seconda cosa si è per
lo sudore (1068) del corpo; che tutto il sudore che l'uomo tira dentro,
tira l'acqua che l'uomo bee co' lei; che lo sudore che escie di natura, si
è per calura ch'è dentro dal corpo, che fa mischiare e bollire l'acqua
dentro dal corpo insieme (1069). E per queste tre ragioni diventa l'orina
salata.

(1068) Tanto il C. L. che il C. R. 2. hanno: sapore. Ma abbiamo creduto di
poter corr. _sudore_, sulla scorta del C. F. R. che ha _suor_.

(1069) Ecco la lez. del C. F. R.: car toute la suor che li cors sue dedens
tire toute l'aigue che l'on boit aveuc ele, car le suor si est de nature
de saleure. La tierce mainire si est por la chalor chi est dedens le cors,
chi foit mehler l'aigue et la suor tout ensemble.



                             Cap. CCLXII.

       _Lo re domanda: le femine ànno granelli? Sidrac risponde:_


Se le femine non avessono granelli, elle non potrebono ingravidare, nè
corrompersi. Per gli granelli ch'elle ànno, elleno si corrompono, e
ingravidano. Ma non però elli non sono videvoli (1070) come quelli degli
uomini, perchè le femine gli portano dentro a' loro ventri, presso alla
matre, ove la criatura si nodriscie. Nè non sono nimica così grandi come
quelli degli uomini. E se i granelli non fossono, le femine sarebono più
femine ch'elle non sono. E di tanto come elle gli ànno più piccoli che
quelli degli uomini, di tanto ànno meno di valore. Perciò è bisogno che le
femine abiano granelli come gli uomini.

(1070) sì vedevoli C. R. 2. — si veables C. F. R.



                             Cap. CCLXIII.

    _Lo re domanda: come nascono i vermini nel corpo dell'uomo? Sidrac
                               risponde:_


Li vermini nascono nel corpo degli uomini e delle femine dello sterco, e
della più inferma (1071) vivanda e della più grossa che l'uomo mangia. E
si non vivono nel corpo dell'uomo, se non della più inferma vivanda e
della più velenosa che l'uomo mangia. Altressì come i serpenti e l'altre
bestie velenose a noi nettano la terra del veleno, similemente i vermini
nelli nostri ventri a noi nettano grande parte delle 'nferme vivande e
delle velenose. S'egli non fossono, i corpi non sarebono nimica tutti
sani. Non intendere nimica di troppi, chè troppi fanno male al corpo.

(1071) Per _malsana_.



                            Cap. CCLXIIII.

  _Lo re domanda: quante sono l'arti del mondo che l'uomo non si potesse
                 sofferire sanza loro? Sidrac risponde:_


Quattro sono l'arti reali, che l'uomo non si potrebe sofferire sanza loro:
primieramente fabro, secondo maestro di legname, terzo cucitore, quarto
texitore. Queste quattro sono molto bisognose al mondo, che sanza loro lo
mondo non si potrebe sofferire (1072). Lo fabbro è signore di tutte
l'altre arti del mondo, che niuna cosa ch'abisogni al corpo dell'uomo non
si potrebe fare, se i loro stovigli non passassono per le mani del fabro.
Maestro di legname si è conpagno del fabro al bisogno del mondo, ciò è a
intendere lo legno al ferro; chè altressì come lo legnio s'aopera per lo
ferro, conviene che lo ferro abia aiuto da legnio; e altrimenti non
potrebe ben fare; e se egli non fosse, non si potrebe fare. Del cucitore
il mondo àe molto grande bisognio di lui, chè per li cucitori si vestono
le genti. Texitori è di molto grande bisognio, ch'egli fae la cosa onde
tutte le genti si vestono e si cuoprono; e fa molte altre cose al bisognio
delle genti. L'altre arti che sono dopo queste, sono molte bisognose alle
genti; ma l'uomo si potrebe sofferire più che di queste IIII arti; che al
tempo d'Adamo la prima arte fue fabro, la seconda maestro di legname, la
terza cucitore, che gli cucivano le cuoia del filo del cuoio, e si
coprivano in qualunque maniera egli poteano. Poi la quarta fu tessitore,
che gli faceano le tovaglie del pelo delle capre, il meglio ch'egli
poteano. E poi apararono a fare l'altre arti che sono nel mondo, che
ciascuno giorno s'asottigliano, e asottiglieranno tanto quanto il mondo
durerà (1073).

(1072) sostenere C. R. 2.

(1073) Nel C. F. R.: car chascun jor s'asoutiloient et s'asoutilieront
tant com le monde durera. — Intenderei _assottigliare_ per _perfezionare_,
_raffinare_. L'ant. franc. _soutiller_ ha il senso di _studiarsi_,
_ingegnarsi_, conforme a _assotigliarsi_ ital. — Infatti la lezione del T.
F. P. è questa: car chascun iour se subtillioit luy (Adam) et les aultres
gens de faire tousiours nouvelles choses.



                              Cap. CCLXV.

 _Lo re domanda: come potrebe l'uomo vinciere la volontà di questo mondo?
                            Sidrac risponde:_


Legiermente sanza niuno pericolo tu potrai vincere la volontà del secolo:
chè quando tu ai volontà di fare alcuna cosa che non sia buona, lieva lo
tuo pensiere da lei, e pensa in altra parte, in bene, e lo tuo mal talento
trapasserà. Chè quando tu pensi in alcuna follia o in alcuno vano
pensiero, tu non puoi iscanpare di lui, se tu non pensi in altra cosa; e
quando tu più gratti quello pensiero (1074), e egli più t'acciende il
cuore, e t'aferma la volontà, e poi vieni tu al fatto. E se tu ài podere
di farlo, tu lo farai, e apena puoi iscampare, che tu nol facci, della
grande pena che tu ài, e volontà e pensiero al cuore. Ma se del tutto
vuogli iscanpare della mala volontà che ài al cuore, sì tosto come tu ti
diletti in rio e vano pensiero, lo tuo coragio atenpera, e pensa d'altro
che in quella follìa. E se il tuo diletto di quello pensiere conbatte con
lo tuo cuore, lo tuo cuore sia fermo e forte alla battaglia, tanto ch'egli
di fuori da sè lo possa gittare; e allora iscanperai del male fare e di
peccare, e il tuo corpo sarà in riposo; chè quelli che à folle pensiere
nel cuore, e si diletta in lui, quello cuore non è sanza grandi martiri; e
ti toglie lo mangiare e lo bere e riposo, e portagli angoscia e
tribolazione.

(1074) et chant tu plus cele pencee grates C. F. R. — Sembra che allo
scrittore di questo libro piacesse il vb. _grater_ in questo curioso
significato. Al cap. XCII. (pag. 137) trovammo già _e non gratti più la
gelosia_, e nella nota dicemmo che forse nel testo francese era da leggere
piuttosto che _grater_, _guarder_. Ora però quella nostra congettura cade,
sia per questo nuovo esempio del medesimo verbo; sia perchè abbiamo
trovato nel Raynouard (_Lex. Rom_.) l'es. prov. del cap. XCII: non grate
plus la gelosia, car qui plus la grata, ela plus art.



                             Cap. CCLXVI.

 _Lo re domanda: quali ànno magiore onore e gioia nell'altro secolo, o i
 piccoli garzoni che anche non peccarono, o li buoni che lasciano lo male
                  per l'amore di Dio? Sidrac risponde:_


Li piccoli garzoni che peccato non fecero unque, egli avranno gioia
nell'altro secolo assai veracemente. Ma la perfetta gente che saranno, e
sapranno che cosa è il diletto e la gioia di questo secolo, e lascieranno
tutto per l'amore di Dio, e riceveranno in questo secolo pene e martiri
per lui, sapiate in verità che quelli avranno magiore gloria che i piccoli
fanciulli, per ognuno cento (1075). E ragione e bene è ch'egli l'abiano,
ch'egli lascieranno lo diletto di questo secolo per la loro volontade, e
riceveranno per Dio martiri. E gli piccoli garzoni che nulla non saperono
nè fecero per Dio, non lo debono avere simile di coloro; e però dico io
ch'egli avranno magiore gioia e magiore onore nell'altro secolo. E ciò
sarà quando lo figliuolo di Dio verrà in terra, e ronperà lo 'nferno.

(1075) per uno ciento C. R. 2.



                             Cap. CCLXVII.

  _Lo re domanda: di quanto, poi che 'l diavolo fue abattuto, fue fatto
                        Adamo? Sidrac risponde:_


Di quell'ora e di quel punto che l'angiolo fue abattuto del cielo, a
intendere lo diavolo, da poi a mille anni fue fatto Adamo; e altrettanto è
da Adamo a Noè, mille anni. Ma alcuna gente nasceranno, che per la loro
sottigliezza diranno, che VIII generazioni viveranno mille anni. Sapiate
che di questo diranno egli vero; ma egli diranno che, i mille anni furono
dell'abattimento del diavolo infino Adamo, sono contati mille anni de'
sette milia anni (1076). Sapiate che di ciò falleranno egli bene, e
chiaramente lo potete conosciere: chè per la volontà di Dio, VII
generazione di gente deono nasciere al mondo, e ciascuna generazione dee
vivere mille anni; onde mille anni che furono dello abattimento del
diavolo infino alla venuta d'Adamo, non deono essere contati; chè i
diavoli non sono mica generazione, se non ispiriti solamente, che niuno
ispirito solamente puote essere generazione, se ciò non fosse corpo e
spirito. Perciò diciamo noi che mille anni che furono dinanzi Adamo, non
deono essere contati della generazione di mille anni, che nulla
generazione non può essere, se non di corpo e d'anima, e di generazione
d'uomo e di femina, e ch'elli possano vivere e morire.

(1076) mais il diront che les M. ans che furent de l'abentemat dou deable
en iusches a Adam sont toutes M. de les VII\m.



                            Cap. CCLXVIII.

      _Lo re domanda: quale è il più bello vembro del corpo? Sidrac
                               risponde:_


Lo più bello menbro del corpo si è lo naso; che lo naso è al corpo,
altressì come lo sole è in cielo, quando egli è nel mezo giorno, e rende
la sua biltade per tutto lo mondo. Altressì fa lo naso per tutto lo corpo.
Se uno uomo avesse meno uno degli occhi della testa, e uno piede, e una
mano, e' non parrebe tanto laido, come s'egli avesse meno il naso. Ma
magiore danno avrebbe degli altri menbri che del naso; e magiore danno
avrebe delle mani, che di niuno altro menbro del corpo; chè meglio si
potrebe l'uomo aiutare sanza uno piede, che sanza una mano; chè uno piede
di legno lo potrebe portare d'ogni lato, e della mano non si potrebe
aiutare.



                            Cap. CCLXVIIII.

 _Lo re domanda: lo vento come si sente e non si vede? Sidrac risponde:_


Lo vento si è simigliante a Dio lo tutto possente, che si sente e non si
vede. Chè tutte le cose del mondo sentono Idio, e quelle cose che ci
paiono che sieno morte, sentono Idio; e niuna cosa sanza Idio può vivere.
Altressì è lo vento. Tutte le creature del mondo lo (1077) sentono e nollo
possono vedere, perciò ch'egli è ispirito; e quelle cose che non lo
sentono sono morte. Chi prendesse una criatura, e mettessela in uno grande
albergo (1078), ove il vento non potesse entrare per pertugio (1079),
quella criatura non potrebe vivere guari, per niuna cosa che egli sapesse
fare. E similmente sono tutte le cose che vivono, che, se il vento no' gli
movesse, morti sarebbono (1080).

(1077) Manca _lo_ al C. L. — Abb. suppl. col C. R. 2.

(1078) en I grant ostel C. F. R.

(1079) per nullo pertugio C. R. 2.

(1080) car ce elles ne sentissent le vent mort seroient C. F. R.



                              Cap. CCLXX.

   _Lo re domanda: come il fuoco si vede e non si può pigliare? Sidrac
                               risponde:_


Lo fuoco si è della natura del sole, e si à lo colore del sole, e si è
spirituale come lo sole, che lo sole si può vedere e non si può pigliare
nè ritenere. Lo fuoco che l'uomo piglia, egli àe alcuna sustanzia; ma lo
diritto fuoco e la fiamma, quella non si può pigliare, ch'ella è del sole,
e al sole ritorna quand'ella è spenta.



                             Cap. CCLXXI.

 _Lo re domanda: perchè si dice pulcella e vergine, e quale è più degna?
                            Sidrac risponde:_


Vergine è assai più degna che pulcella. Vergine vuol dire pura e netta del
suo corpo e del suo pensiero e della sua volontà e cogitazione e della sua
bocca e degli occhi e degli orecchi e de' piedi e delle mani e di tutto il
suo corpo dentro e di fuori, comunalmente, sanza niuna corrottura di fatti
nè di pensieri. Questa è vergine. Pulcella vale a dire che non è corrotta
del suo corpo, ma ella può essere corrotta, di molte maniere pericolose,
di suoi menbri e de' suoi occhi e de' suoi piedi. E non però molto è degna
cosa chi guarda lo suo pulcellatico (1081) per Dio, perch'ella sarà tra
gli agnoli posta a sedere.

(1081) Per _pulzellaggio_.



                             Cap. CCLXXII.

     _Lo re domanda: qual si puote meglio tenperare di lussuria, o la
          pulcella o quella che sia corrotta? Sidrac risponde:_


Quella si dee meglio sofferire delle cose che non à provate, che quella
che l'à fatte; e più leggiermente si tiene l'acqua meglio là, ove ella non
esciè unque, che là ov'ella si tiene per forza, e là ov'ella si può
legiermente uscire. La corrotta si à tutto aperto lo cammino (1082); la
pulcella si à lo camino tutto chiuso. E perciò diciamo noi che la pulcella
si dee meglio tenere che la corrotta, ch'ella non sente cotale fatto, e
non sa che ciò è, come la pulcella che non cognoscie unque (1083).

(1082) àe aperta la camera C. R. 2.

(1083) Correggasi colla lez. del C. R. 2., che è conforme al C. F. R.:
perciò ch'ella non sente cotale fatto, nè non sa che sia la corrottura; e
quella che l'ha sentito sì si diletta de la fraile carne; e perciò non si
può così tenere nè soferire la corrotta, come la pulcella che non conosce
quello affare.



                            Cap. CCLXXIII.

 _Lo re domanda: quale si puote meglio sofferire di lussuria, o l'uomo o
                      la femina? Sidrac risponde:_


La femmina si può meglio sofferire di quello fatto, che non puote l'uomo,
che è di più calda conparisione che non è la femina. La più calda femina
del mondo è più fredda che 'l più freddo uomo del mondo, e per una volta
che la femina si corronpa, si può l'uomo corronpere XXVII volte. E questo
potete voi vedere chiaramente, che ciascuna volta che l'uomo s'acosta alla
femina carnalmente, poco si falla che non si corronpa; e in molte altre
maniere si può corrompere. La femine non si può nimica sì tosto
corronpere: apena si corronpe, delle dieci volte (1084) che l'uomo si
corronpe. Ma la femina è più calda di volontà e di coragio in quello
fatto, che l'uomo non è, e più si diletta in vista in pensieri e in
toccare, che l'uomo. Ma lo corrompere della femina gli dura molto, inanzi
ched elli passi. E anche v'àe altro pericolo nella femina che
nell'uomo (1085): che incontanene ch'uomo èe corrotto, quella volontà è
passata, come il fuoco arde (1086), e l'uomo vi gitta suso l'acqua,
incontanente è spento e si fa freddo; ma la femina, che spesso non si può
corrompere, sì si iscalda, e arde più che il fuoco che arde, e l'uomo vi
gitta entro le legne, e egli più arde. E per questa ragione la femina à
calda volontà, e più si diletta in quello fatto che l'uomo, per ciò
ch'ella non si puote corronpere sì tosto nè sì ispesso come l'uomo.

(1084) delle dieci volte l'una C. R. 2.

(1085) che non è nell'omo C. R. 2.

(1086) come lo fuoco che arde C. R. 2.



                            Cap. CCLXXIIII.

 _Lo re domanda: la femmina gravida come puote ella notricare la criatura
                    nel suo ventre? Sidrac risponde:_


Lo garzone si nodriscie del sangue della femina, cioè di quello del suo
tempo; e del fiato dell'aria che la femina fiata (1087), e della vivanda
ch'ella mangia, e dell'acqua ch'ella bee. Ma quando ciò aviene, non
intendere nimica che lo figliuolo mangi di quella vivanda nè bea di quella
acqua della femina. Ma quando la femina mangia, si gli cola di quello
olore e del savore per lo latte, inanzi al volto del figliuolo (1088), e
di quello si nodriscie e si pascie e si diletta. Ma la sua diritta
nudricatura si è del sangue della femina, che lo figliuolo bee per lo
bellico; e questo potete vedere chiaramente della femina grassa, che,
quando ella non è gravida, ciascuno mese le viene lo suo tempo, se malizia
no' gli toglie.

(1087) et de l'air che la feme flaire C. F. R.

(1088) a la chiere de l'enfant C. F. R. — s'en vont en la bouche de
l'enfant T. F. P.



                             Cap. CCLXXV.

 _Lo re domanda: dee l'uomo adontare la femina, quand'ella falla del suo
                        corpo? Sidrac risponde:_


Se la tua moglie o la tua filiuola o la tua nipote fanno follia di loro
corpi, tu no' le dei nimica adontare; e se tu l'adonti, tu farai peccato,
ed onta a te medesimo. Che se la tua moglie è tenuta per buona femina, le
genti le porteranno onore e reverenzia, e l'onore e il lodo è tuo più che
suo. E sapiate che se tu discuopri lo suo male e la sua follia, sapiate
ch'ella sarà adontata, e lo fascio del disonore sarà tutto vostro, chè,
chi isputa in alto, nel viso gli torna. E perciò tu nolla dei nimica
adontare, perchè a noi non tocca questo fatto (1089); e se tu lo fai, tu
farai peccato e male. E non ti caglia del suo fatto, chè ciascuno renderà
ragione delle sue opere a Dio.

(1089) a noi non tocca del suo fatto C. R. 2.



                             Cap. CCLXXVI.

 _Lo re domanda: dee l'uomo essere geloso della sua moglie (1090)? Sidrac
                               risponde:_


Tu non dei essere geloso della tua donna in niuna guisa del mondo; che, se
la tua moglie è buona femina e leale, e tu la gelosi (1091), tu la fai
diventare ria femina; e s'ella è ria, e tu ti farai geloso, tu la farai
diventare più ria ch'ella non è. La femina buona per niuna cosa del mondo
l'uomo nolla puote conperare, nè oro nè argento nè niuna pietra preziosa
non vale. È più assai a pregiare la buona femina che il buono uomo, per
molte ragioni; altressì come uno sparviere, s'egli pigliasse una gru,
sarebe più da pregiare, che s'egli pigliasse uno falcone. E simigliante è
della femina e dell'uomo: chè la buona femina è più da pregiare che il
buono uomo, per ciò ch'ella non à mica tanto di senno in lei, quanto
l'uomo, e per la sua grande bontà ella è buona; e però ella è più da
pregiare che il buono uomo. Due cose potranno avenire nella buona femina
per gelosia: che se tu la tieni in gelosia, ella si potrà tanto istare in
gelosia, ch'ella potrà venire in grande infermitade; o ella sarà per lo
tuo dispetto ria femina. Se tu tieni in gelosia la ria femina, sarà peggio
per lo tuo dispetto: o ella farà cosa per te uccidere, o ella ti farà
uccidere ad altro uomo, chè di rio àlbore non puote uscire che rio frutto.
Per ciò diciamo noi che l'uomo non dee istare in gelosia della sua moglie,
in niuna guisa del mondo, nè rinproverare la sua follia ch'ella averà
fatto. E per ciò se tu lo fai, tu l'accendi lo fuoco al cuore da capo a
mal fare. E similmente non faccia all'uomo la femina, ch'egli è peggio di
lei.

(1090) est il bon de geluzer la feme? C. F. R. — Il prov. ha _engelozir_.

(1091) ingielosisci C. R. 2. — et tu l'agelouses — Il prov. ha il vb.
_agelosir_, per _ingelosirsi_.



                            Cap. CCLXXVII.

  _Lo re domanda se l'omo de' (1092) avere gelosia di sua moglie. Sidrac
                               risponde:_


Certo a diritto e a ragione, si, e grande (1093). Se la tua moglie è
folle, e tu nolla dei coprire nè mottegiare, che tu potresti pigiorare di
discoprire la tua onta; e le genti che l'udisono, te ne potrebono tenere a
vile, e per più cattivo. Ma gli savi cuoprono tutta via la loro moglie.

(1092) Manca al C. L.: _se l'omo de'._ — Abb. suppl. col C. R. 2.

(1093) Non sappiamo come mettere d'accordo questo col cap. precedente. Al
n. t. corrisponde tanto il C. R. 2., che il C. F. R., il quale ha: Certes,
oil, a droit et a raison, se la fame etc. — Diversa però è la lez. del
T. F. P., dove questo cap. è intitolato: _se doit on courroucer ou estre
ialoux quant sa femme parle a ung aultre homme?_



                            Cap. CCLXXVIII.

   _Lo re domanda: debbono tutte le genti bere vino? Sidrac risponde:_


Lo vino è una preciosa cosa e degna, e si è salute del corpo e dell'anima;
chè per lo vino puote l'uomo sanare lo suo corpo di molte infermitadi. Lo
vino, per la gente che il beono temperatamente e a ragione, non fa niuno
dannaggio. A cotali gente vale meglio bere il vino che l'acqua. E a' folli
che beono il vino follemente, e beono lo senno, e uccidono le genti e
rubagli, si lasciano uccidere, e fanno mischie e battaglie di bere il
vino, quelli non deono già bere lo vino, anzi varrebbe loro meglio ch'egli
bevessono acqua di mare. E a quella gente lo bere lo vino non è diritto e
leale, e per loro egli non è già fatto, anzi loro è molto difeso. Lo vino
fa a' savi lo corpo sano e netto, e puro cuore e umile; lo vino fa a'
malvagi rio cuore, e di rio, vituperoso. E per ciò diciamo noi che a'
buoni è migliore lo vino che l'acqua; a' malvagi è meglio bere l'acqua,
chè il vino è loro molto difeso (1094).

(1094) molto contradio C. R. 2.



                           Cap. CCLXXVIIII.

  _Lo re domanda: dee l'uomo dilettarsi in niuno luogo del mondo? Sidrac
                               risponde:_


In niuno luogo del mondo niuno si dee dilettare, chè lo diletto, qualunque
egli è, se non quello di Dio, si è avarizia e invidia e fornicazione. E
fontana del diavolo è ciò che voi dilettate, se non quello di Dio. Si
farete la volontà del diavolo. E perciò vi dico in verità che niuno uomo
si dee dilettare in niuno diletto, se non in quello di Dio, chè tutti gli
altri sono vani e mutoli e nulla.



                             Cap. CCLXXX.

   _Lo re domanda: dee l'uomo essere ardente di tenzone e di conbattere
                     colla gente? Sidrac risponde:_


Quando l'uomo è ardente di tenzone (1095) e di conbattere con alcuna
persona, egli dee pensare in Dio e nella sua anima, e ch'egli non faccia
cosa che torni dannaggio nè perdimento all'anima. E si dee pensare altro,
e conbattere nel suo cuore, e di torre (1096) di lui quelle pensiero. E se
questo non si puote raffreddare, egli si dee trarre fuori della gente, e
tencionare in sè medesimo e conbattere, sicchè quella arsura, la quale
enfia lo cuore, disenfierà, e in tale maniera si conserva (1097) di quella
arsura.

(1095) Nel C. L.: tentazione — La correzione era evidente.

(1096) de' traere C. R. 2.

(1097) si ritrae C. R. 2.



                             Cap. CCLXXXI.

 _Lo re domanda se l'uomo si dee vantare del suo peccato, quand'egli l'à
                        fatto. Sidrac risponde:_


Quegli che del loro peccato si vantano sono chiamati ministri del diavolo;
chè tutto il male aviene per lo tentamento del diavolo; e quelli che si
vanta di quello che il diavolo à fatto, questi è diritto ch'elli sia
chiamato ministro del diavolo, ch'egli avezza la gente all'opere del
diavolo. Quelli fae grande peccato e male molto forte, che tale peccato
avrà per aventura fatto; chè altri, quando l'udirà, lo farà. E nello
anunziare (1098) farà peccato quelli che l'avrà ricordato, perch'egli
l'avrà insegniato per lo suo vantamento.

(1098) nello dinunziare C. R. 2.



                            Cap. CCLXXXII.

  _Lo re domanda: nel male puossi trovare niuna iscienzia (1099)? Sidrac
                               risponde:_


Nel male si truova (1100) grande iscienzia; ma questa non è chiamata
perfetta iscienzia, per ciò che il vasello onde escie è orbo e non vede
punto; chè s'elli vedesse, ellino non farebono nimica il male. E quelli
che 'l conoscono, quelli sono malvagi. Similemente come se voi vedeste una
carognia laida e putente, e in quella carognia vede (1101) una bella cosa,
certo quella cosa sarebe molto innorata e male posta (1102); altresì
aviene della iscienzia, ch'ella è male posta, quando ella è posta in corpo
peccatrice (1103); chè il peccatore è più laido a vedere che la più
puzzolente carognia del mondo. Perciò diciamo noi che la scienzia del
peccatore, che non la cura in Dio nè ne' suoi comandamenti, non è perfetta
iscienzia. Quattro iscienzie sono: l'una è quella di colui che in Dio
crede, e ne' suoi comandamenti la cura (1104). La seconda si è quella del
peccatore, che il comandamento di Dio non volle (1105) fare, ma in male e
in peccato l'usa; quella è (1106) corporale iscienzia, perfetta in
diavolo. La terza è del gaio uomo, ch'è bene di grande iscienzia; per la
sua gaieza è a nulla tenuta, poco pregiata (1107); e si è come quelli che
fa ardere dinanzi al sole uno bello candelo, che quello chiarore è nulla
pregiato, per lo chiarore del sole; altresì è la scienzia del gaio folle,
e nulla pregiata per la sua gaiezza e per la sua follia. La quarta
iscienzia si è del povero uomo, ch'è tenuto a nulla fra la gente, e si
era (1108) molto savio, e si era come uno ispecchio, che mostra in tutte
le maniere che l'uomo lo mostra; altressì il povero uomo in tutte le
maniere che l'uomo il domanderà, egli risponderà di quello che l'uomo
l'avrà richiesto. E però l'uomo non dee ispregiare iscienzia di niuno
uomo, conciosia cosa ch'egli sia grande o povero o piccolo, chè di piccola
fontana puote uscire grande acqua e buona; e però l'uomo non dee
dispregiare nulla persona (1109).

(1099) puet nul mauvais home avoir grant science en lui? C. F. R.

(1100) en les mauvais C. F. R.

(1101) vedessi C. R. 2.

(1102) certes celle belle chosse seroit laide a veir en celle carogne.
C. F. R.

(1103) peccatore C. R. 2.

(1104) Cioè _l'adopera_. — Nel C. F. R.: la euvrent.

(1105) vuole C. R. 2.

(1106) è chiamata C. R. 2.

(1107) La tierce si est de jolif home, que de lui ist grant science, et
par sa volente si est neent tenue ne prisie C. F. R. — Non si lasci qui di
notare questa allusione alla _gaia scienza_, il _gai saber_ de'
Provenzali.

(1108) sarà C. R. 2.

(1109) Abb. corr. col C. R. 2. — Nel C. L.: _in nullo_.



                            Cap. CCLXXXIII.

     _Lo re domanda: perchè ànno le femine la gioia e lo cruccio del
                    secolo (1110)? Sidrac risponde:_


Le femine ànno la gioia e lo duolo di questo secolo, perciò ch'elle lo
debono avere, per ragione, più che gli uomini, ch'elle ànno lo sangue e la
curata (1111) più legiere che gli uomini; e sono altressì come le cime
d'uno àlbore ch'è inchinato dal vento, da qualunque parte egli viene. Le
femina si piccola cosa non puote udire, ch'elle non triemino tutte; e
questo aviene per la fraleza del corpo ch'elle ànno (1112); e così aviene
loro della gioia. Che s'elle fossero così savie come gli uomini, elle
sarebono balie (1113) e giudicatrici e signori; e comanderebero a
giudicare, come gli uomini fanno. E perciò ch'elle non sono guari savie, e
sono volatiche (1114), ànno elle tosto la gioia e lo dolore, chè
imantanente credono e discredono ciò ch'elle odono; e perciò si sentono
elleno gioia e dolore del mondo. E piutosto potrebono essere ingannate LXX
femine che uno savio uomo; e questo è per lo povero senno ch'elle ànno.

(1110) Questo titolo è conforme a quello del C. F. R. Nel C. R. 2. leggesi
invece: _Chi à in questo mondo più gioia o più duolo, o la femina o
l'omo_?

(1111) le sanc et la cervelle C. F. R. — Al C. R. 2. manca questo periodo,
e il seguente.

(1112) ce est por le poi de sens ch'eles ont; et lor feiblese dou sens lor
fait tost avoire ioie et tost duel C. F. R.

(1113) baile C. R. 2. — bailies C. F. R.

(1114) voltanti C. R. 2. — volages C. F. R.



                           Cap. CCLXXXIIII.

  _Lo re domanda: dee l'uomo andare ispesse volte a casa del suo amico?
                            Sidrac risponde:_


Tu non dei andare nimica ispesse volte a casa del tuo amico, ma tu lo dei
andare a vedere a ora e punto, e non troppo ispesso, chè tutti i troppi
sono male. Chè per aventura egli avrà a fare nel suo albergo e nella sua
masnada, e se tu gli vieni sopra, tu gli farai grande noia. E poni mente a
te medesimo: se tu fossi nella tua casa, e avessi a fare colla tua
famiglia, tu non vorresti che niuna anima venisse sopra te; e molto ti
farebe grande noia chi sopra te venisse, eziandio se fosse tuo figliuolo o
tuo fratello; altrettale noia sarebe a lui, se tu andassi sopra lui. Ma se
tu ài voglia d'andare all'albergo del tuo amico, fagli inanzi asapere la
tua venuta; sì gli farai cortesia, e allora sarai molto bene
insegnato (1115).

(1115) Intenderei: bene _educato_ o _saggio_. — In prov. _essenhadamens_
vale _saggiamente_.



                             Cap. CCLXXXV.

   _Lo re domanda: dee l'uomo mostrare laida cera al suo amico? Sidrac
                               risponde:_


Se tu se' nella tua casa colla tua famiglia, e il tuo amico viene sopra
te, tu non dei però mostrare laida cera, nè crucciare, conciosia cosa
che (1116) tu ti crucci in fra te. Ma tu gli dei mostrare bella cera e
bello senbiante, e fagli onore e piacere al tuo podere. Che se tu gli
mostri rio sembiante, tu lo cruccierai, e avrai mala volontà in
lui (1117).

(1116) benchè C. R. 2.

(1117) e farai la mala volontà verso te di lui venire C. R. 2.



                            Cap. CCLXXXVI.

 _Lo re domanda: come alcuna volta l'uomo conquisterebbe in battaglia due
   uomini o tre, e alcuna volta è vinto da uno solo? Sidrac risponde:_


La battaglia si è simigliante a Dio; che quelli che loro pensiero ànno in
Dio, non intendono ad altra cosa se non a Dio servire, e quivi ànno gli
loro pensieri. Altressì dee fare quelli che battaglia fa: lo cuore e la
volontà e lo suo podere dee mostrare di tutto in tutto alla sua battaglia
fare; e dimenticare di tutto in tutto gli suoi figliuoli e la moglie e la
sua ricchezza. E dee pensare che s'egli è valente e vigoroso, egli vincerà
la sua battaglia, e s'egli è cattivo e ricredente (1118), egli sarà vinto
e morto; e in cotale modo conquisterà egli la battaglia.

(1118) Vedasi intorno a questa parola ciò che, nello _Spoglio degli
Statuti Senesi_, e nello _Spoglio Lessicografico_ della _Tavola Ritonda_,
scriveva il nostro carissimo Filippo Luigi Polidori, nel quale l'Italia ha
perduto un altro di que' vecchi nostri, modestamente sapienti, che non
conoscevano i superbi e prosuntuosi disprezzi si certa odierna gente
dottissima.



                            Cap. CCLXXXVII.

   _Lo re domanda: è sanità di mangiare tutte cose? Sidrac risponde:_


Tutte le cose che Idio fece per mangiare sono buone e sane, che le cose
che sono inferme, non sono se non della infermità del corpo. Quando il
corpo è sano, ciò ch'egli mangia si è sano per lui; e quando egli è frale
e malato, poco di cosa ch'egli mangi, si gli fa male. Che la 'nferma
vivanda e la sana viene dal corpo; chi à sano corpo, no gli fa (1119)
quello ch'egli mangia, che tutto gli è sano e buono; e al corpo infermo
poca cosa gli fa male.

(1119) non li caglia C. R. 2.



                           Cap. CCLXXXVIII.

    _Lo re domanda: quali sono quelli che si vantano più che gente del
                        mondo? Sidrac risponde:_


Quegli che più si vantano che gente del mondo sono tre maniere di gente:
la prima sono vecchi folli, che si vantano di loro gioventudine, e pensano
che le genti lo credano, e non credono mica che quelli a cui elli lo
contano li gabbano e beffano. La seconda maniera si è lo folle istrano,
che racconta le grandi follie ch'egli ànno fatte nel loro paese; e dicono,
io era ricco e gentile; e si ne va ad uno che li crede, e beffallo (1120).
La terza maniera si è lo folle ricco, che conterà le sue follie e le sue
bugie; e quelli che l'odono lo gonfiano, e si gli confessano ciò ch'egli
dice, per la sua ricchezza; chè per aventura egli ànno mestiere del suo
servigio.

(1120) Così ha pure il C. R. 2.; ma certo qualche errore o qualche
omissione è qui corsa nel testo; il quale può essere corretto col
C. F. R., dove leggesi: par I qui le croit, X le moquent.



                           Cap. CCLXXXVIIII.

   _Lo re domanda: perchè sono (1121) gli nuvoli così di state come di
                        verno? Sidrac risponde:_


Li nuvoli sono altresì di state come di verno; e altressì pioventi di
tutte le stagioni dell'anno; e s'elle non sono nelle nostre parti, si son
elle negli altri paesi; e di tutte le stagioni dell'anno non fallano
giamai al mondo, nè di verno nè di state. Che quando lo fermamento fa lo
suo movimento, lo sole piglia lo suo alto corso, e così fa istate e a noi
verno; e in questo modo non falla giammai istate e verno al mondo, di
tutte istagioni dell'anno. E quello torno che il sole fa, non è mica la
montanza d'uno palmo, ma per l'altezza del fermamento ci pare molto
mutato (1122).

(1121) _non sono_ C. R. 2.

(1122) Forse _montato_; ma anco il C. R. 2. ha: mutato; ed il C. F. R.:
loins.



                             Cap. CCLXXXX.

  _Lo re domanda: lo nuvolo ch'è piccolo, come pare, come puote cuoprire
               tanta quantità di terra? Sidrac risponde:_


Lo nuvolo ci pare piccolo alla vista, ma lo suo corpo (1123) è molto
grande; nè la sua grandeza l'uomo nollo puote vedere, per la sua altezza.
Lo nuvolo è simigliante alla vesica, che è piccola, e a poco a poco
crescie e diventa grande, quando l'uomo vi soffia entro. Altresì è del
piccolo nuvolo: quand'egli è piccolo molto, e l'uomo nol può vedere, se
non quello ch'è di contro la terra, di verso noi. Nè la sua spessezza
l'uomo nolla può vedere, nè la sua lunghezza, nè per lo traverso, per la
sua altezza e per la sua iscurità. E a questo lo vento lo fiede, e
enfialo, e fallo criesciere, e spandere sopra grande province, e spezare,
e muovere, e ventare in terra (1124); e abeverano (1125) i beni che ci
sono. Non intendere che quella aqua nascie in aria, ma ella viene del
mare, e monta dello spiro che la terra getta (1126), e diventa nuvolo, e
piove così come noi lo vegiamo.

(1123) Abb. corr. col C. R. 2. — Nel C. L.: corso, per erronea traduzione
del _cors_ franc.

(1124) _Ventare_ forse per _muovere il vento_. — Nel C. F. R.: et pluire
et vennir en terre.

(1125) abevera C. R. 1.

(1126) dou sospir che la terre zette C. F. R.



                            Cap. CCLXXXXI.

 _Lo re domanda: gli piccoli garzoni sono come bestie che non intendono?
                            Sidrac risponde:_


Li piccoli garzoni sono verdi e teneri, e non ànno gustato del diletto del
mondo, nè del mangiare nè del bere nè d'andare nè di venire. E la loro
natura si è per la volontà di Dio, che la loro anima è giovane e verde
com'egli sono, e non possono parlare se non al tempo e alla stagione. E
questa natura l'à fatta Idio per fare onta al diavolo, ch'è così piccola
cosa, e meno intendevole che bestia quando ella è piccola. E poi diventa
savio (1127), e piglia la sua ereditade, ch'elli per la sua superbia
perdette. Che bestie sono assai che intendono più che uno piccolo garzone;
e perciò àe il diavolo grande onta, che così piccola cosa conquista la sua
eredità, ch'egli perdè per lo suo orgoglio. Altre maniere ci à, che gli
garzoni non intendono quando egli son piccoli, perciò ch'egli è di frale
natura e conparizione. (1128) Adamo mangiò inanzi che Idio gli donasse lo
spirito; e perciò intendee egli in quello anno tutte le cose; e d'Eva
avenne altrettale, perch'egli non furono fatti di schiatta, se non della
lena di Dio solamente. Ma noi altri che poi siamo venuti, siamo nati di
padre e di madre. E però non sono eglino così intendevoli, come quelli che
non ebono padre, se non Idio e la sua volontà.

(1127) grant C. F. R. — Intendi: il fanciullo diventa grande, ec.

(1128) Pare che manchi qualche parola. Leggesi nel C. F. R.: por ce che il
est de sclate d'Adam. — E così ad intendere quello che segue gioverà
riferire il testo francese: Maintenant che Deus dona l'esperit a Adam, en
l'ore entendi toutes chosses, et Eva autretel. Car il ne furent mie de la
sclate, che tant soulement de laine de Deu.



                            Cap. CCLXXXXII.

   _Lo re domanda: com'à l'uomo alcuno menbro grande e l'altro piccolo?
                            Sidrac risponde:_


Li grandi menbri e gli piccoli si sono d'una vena che tocca al suo
bellico, cioè al suo budello; sed ella è troppo tortigliata al ventre
della madre (1129), egli tira (1130) la vena che tocca al menbro, e
diventa piccolo; e se il budello del bellico non è tortigliato, le vene
istanno larghe, e li menbri istanno ritti e non tirati, e diventano
grandi. E quando egli è nato, e egli gli tagliano assai del bellico, lo
venbro diventa piccolo; e quando ne tagliano poco, lo venbro diventa
grande. Altressì aviene della natura della femina.

(1129) si le nombril est trop etortile au ventre de la mere C. F. R.

(1130) ture C. F. R.



                           Cap. CCLXXXXIII.

         _Lo re domanda: lo senno onde viene? Sidrac risponde:_


Lo senno viene di puro coraggio e di puro sangue e di puro cervello.
Quando le due di queste cose sono pure (1131), è altressì come quelli che
non vede se non d'uno occhio, che non può vedere così chiaramente come
quelli che vede di due. Se tu ài puro coraggio e puro cervello, e tu ài
iscuro sangue, sapiate che egli è sopra il cuore, e a lo cervello non
lascia avere senno naturale. E se tu ài puro sangue e puro cervello e
iscuro cuore, egli ti sturba gli altri due, e non gli lascia avere buono
senno naturale. Ma se tu ài i tre buoni e puri e netti, tu ài lo buono
senno naturalmente, per diritto natura. E tutto questo aviene per lo corso
delle pianete e per l'ordinamento di Dio.

(1131) Meglio nel C. R. 2.: Quando le due di queste cose sono pure e la
terza non è pura, elli non à diritto senno nè naturale, altressì come
quelli ec.



                           Cap. CCLXXXXIIII.

   _Lo re domanda: di che viene lo pensiero che l'uomo àe, che gli pare
               vedere quello che non è? Sidrac risponde:_


Li pensieri che l'uomo pensa alcuna volta di cosa che non è stata, e gli
pare ch'ella sia, sapiate che ciò aviene del sangue ched egli aportò co'
lui del ventre della sua madre che è gelato e vano. E alcuna volta si
muove coll'altro, e rinfabilisce verso lo cuore, e fallo pensare in
malvagità (1132), e credere cose che non furono, per la vanità del
movimento di quello sangue.

(1132) in malvagie follie C. R. 2. — vanite et folie C. F. R.



                            Cap. CCLXXXXV.

     _Lo re domanda: lo sospiro (1133) onde viene? Sidrac risponde:_


Lo sospiro viene del coraggio (1134). Quando lo cuore dell'uomo è pieno di
rinfabilimento del sangue, allora sospira, per sè iscaricare e votare di
quello rinfabilimento. Chè quando lo sangue si muove per lo corpo, egli
rinfabla, e rende al cuore uno aiere molto caldo, che molto la grava, e
allora lo cuore sospira per discaricarsi di quello malvagio aiere. E altre
volte lo cuore à cruccio, e gli omori si muovono per quello cruccio, e
rendono al cuore loro rinfabilimento, e l'infiamano tanto che sofferire
nol puote; e allora li conviene gittare molti grandi sospiri. E spesse
volte aviene che lo cuore sospira sanza cruccio: questo è lo
rinfabilimento del sangue che si discarica.

(1133) Nel C. L.: spirto. — Abb. corr. coi Codd. R. 2. e F. R.

(1134) Per _cuore_.



                            Cap. CCLXXXXVI.

          _Lo re domanda: la lena onde viene? Sidrac risponde:_


La lena escie della rischiaratura (1135) degli omori, che sopra lo cuore
vengono, che fendono lo cuore per lo mezzo, e l'uomo chiude gli suoi occhi
per dormire; e di quella lordura ch'è d'intorno a lui (1136), escie una
aire molta grieve per la sua bocca; e poi viene un altro aire puro e
netto, che a lui va dirieto, e si lo iscarica di quella medesima lordura.

(1135) della rischiaratura e della schiuma C. R. 2.

(1136) Pare che abbia da intendersi intorno al cuore.



                           Cap. CCLXXXXVII.

 _Lo re domanda: lo starnuto onde viene, e come lo potrebe l'uomo tenere?
                            Sidrac risponde:_


Lo starnutire viene di due cose: la prima del vento e della freddura del
corpo, che egli escie di due vene del capo, e escie per lo più presso
ispiraglio ch'egli truova, e ciò sono gli anari del naso. L'altra maniera
si è di guardare lo sole: che se tu lo riguardi, tu istarnutirai. Lo
calore del sole gli entra nelle vene del corpo, e caccia la freddura di
là. E se tu ti vuogli tenere di starnutire, quando tu n'avrai talento,
inmantenente ti cuopri la bocca, e alena: quello aire che dee disciendere
per gli anari, si discienderà per gli pertugi della bocca, e così se ne
partirà, che già nollo sentirai; che all'aprire che tu fai la bocca, la
lena se ne va senza sentire.



                           Cap. CCLXXXXVIII.

 _Lo re domanda: lo menbro dell'uomo come si distende (1137) e onde escie
                e come ritorna dentro? Sidrac risponde:_


Lo menbro dell'uomo crescie per tre cose: la prima pegli occhi, la seconda
per lo cuore, la terza per lo ventre. Quando gli occhi vegono una bella
femmina, egli si dilettano d'avella, e si l'anunziano al cuore, e allora
si mette in quello pensiero (1138). E quello pensamento si muove gli
quattro omori del corpo, e infiammano al menbro, ove la volontà della
natura è; e si l'enfiano per diritta natura, chè il menbro si è fatto alla
maniera della vescica. L'altra maniera si è molto pericolosa, ciò è la
volontà che l'uomo àe in quello fatto, che fa gli omori tutti riscaldare e
lo menbro ismuove. La terza si è lo riposo e la rienpitura, che li fanno
avere quella volontà e cresciere lo menbro. Quando lo riscaldamento degli
omori torna di dietro (1139), lo menbro si disenfia, e la volontà gli
passa; altressì come uno otre, che è disenfiato del vento. E quando lo
corpo si travaglia, quella enfiatura non si puote ronpere (1140). E quando
gli occhi non guardano, lo cuore no' si diletta. E perciò l'uomo non dee
nimica follemente riguardare, nè follemente pensare, nè troppo riposo dare
al suo corpo. E quelli che in questa maniera lo farà, a pena lo suo menbro
si distenderà.

(1137) ce dresse C. F. R.

(1138) Il C. R. 2. ha di più: ed egli riceve quello anunziamento con
grande favore e dolzore, e allora si mette ec.

(1139) Intendasi: _torna indietro_, _cessa_.

(1140) coronpere C. R. 2.



                            Cap. CCLXXXXIX.

       _Lo re domanda: di quale alimento si potrebbe l'uomo meglio
                   sofferire (1141)? Sidrac risponde:_


Nè d'uno nè d'altro non si puote l'uomo troppo sofferire, che lo corpo àe
troppo grande bisognio dell'uno e dell'altro. E se l'uomo volesse dire che
fosse (1142) in mare in una nave, e avesse co' lui ciò che mestieri gli
facesse, e egli dicesse che egli si potesse sofferire della terra, io dico
che della terra sofferire non si potrebbe, chè se la terra non fosse, la
nave non potrebbe essere istata (1143). E s'egli dicesse ch'egli si
potesse sofferire del fuoco, come mangierebbe le vivande cruda? Già però
non si potrebe egli sofferire del fuoco, che se lo calore non fosse, niuno
frutto di terra non nascierebe. E s'egli dicesse ch'egli non volesse
giamai bere acqua, se non vino puro, anche di tutto questo dell'acqua
sofferire non si potrebe, chè se l'acqua non fosse, la terra non potrebe
rendere suo frutto. S'egli dicesse che giamai vento non fiatasse, e
ch'egli potesse vivere sanza vento, con tutto ciò mestieri ne averebe, che
se il vento non fosse, la terra lo suo frutto rendere non potrebbe. E per
ciò diciamo noi che altressì poco si potrebbe sofferire dell'uno come
dell'altro.

(1141) _di quale alimento si potrà l'omo meglio passare, non avendolo?_
C. R. 2. — Intendi _alimento_ per _elemento_, come gli antichi spesso
scrivevano.

(1142) se il fust C. F. R.

(1143) istata fatta C. R. 2.



                               Cap. CCC.

    _Lo re domanda: la pioggia quand'ella viene, perchè muove prima lo
                     vento (1144)? Sidrac risponde:_


La pioggia viene inanzi lo vento in guisa (1145) di coverta, e non lo
lascia passare. In quello che la piova dura, l'acque che intorneano lo
mondo lievano lo vento inmantanente; e medesimamente per lo torno delle
pianete al movimento del fermamento. E se lo vento viene da alto, egli
passa la pioggia, e va oltre da lei; e se egli viene da basso egli no' la
può passare, ch'egli la truova molto ispessa inanzi, e gli toglie la via.

(1144) _chant il fait vent et la pluie vient por quoy la vent muert?_
C. F. R.

(1145) Nel C. L.: guida; errore manifesto che abb. corr. cogli altri codd.



                              Cap. CCCI.

  _Lo re domanda: perchè gli uccelli femine non ànno natura come l'altre
                        bestie? Sidrac risponde:_


Se gli uccelli femine avessono natura come l'altre bestie, volare non
potrebono, che i loro corpi s'empierebono dell'aria per la loro natura, e
peserebbono sie che volare non potrebono. Idio per la sua pietà gli fece
tali, come si convenia.



                              Cap. CCCII.

      _Lo re domanda: quale è più forte o 'l vento o l'acqua? Sidrac
                               risponde:_


Lo fondamento d'una torre è più forte che non è la cima; e similmente
avviene dell'acqua; che se l'acqua non fosse, vento non sarebe. Bene
potrebe avere fatto Idio, s'egli avesse voluto, vento senza acqua; ma egli
non volle fare d'altra maniera se non tale come egli à fatto: che tutti i
venti del mondo si muovono del corso dell'acqua. E per questa ragione
l'acqua è più forte che lo vento.



                             Cap. CCCIII.

 _Lo re domanda: perchè pena a nasciere l'uno fanciullo più che l'altro?
                            Sidrac risponde:_


Niuna criatura può nasciere inanzi lo suo tornamento (1146) un solo punto,
in niuna maniera di mondo; e tutto questo è per lo punto dello
generamento: che alcuno punto è che se la criatura è generata in lui, si
nascie in un altro punto, tosto o tardi, che più inanzi o più adrieto non
può nasciere che al suo punto. E quando la femmina si travaglia del suo
partorire, non è ancora venuto lo punto della natività della criatura; e
sì tosto come lo punto viene, la criatura nascie.

(1146) avant son terme C. F. R.



                             Cap. CCCIIII.

  _Lo re domanda: perchè si travaglia la gente della morte più l'una che
                       l'altra? Sidrac risponde:_


Per due cose l'una persona pena più che l'altra: l'una per lo punto,
l'altra per alcuno merito avere nell'altro secolo. Chè Idio àe istabilito
tre maniere di pene, l'una è dello ingieneramento, l'altra del nascimento,
la terza della morte. La prima che è dello ingeneramento si anuzia. Lo
secondo punto risponde al primo della natura delle cose corporali,
presenti e avenire. Lo terzo risponde al secondo della morte. Allora
inmantenente muore, che in altro punto non può toccare più, per tutto
l'avere del mondo. E forse per lo travaglio ch'egli fa, Idio gli
consentirà alcuno allegramento all'anima nell'altro secolo, che Idio per
la sua pietà consentì esser nato in questo punto. E non credete ch'egli
possa morire sanza punto, e vivere non può più di quello punto, per tutto
l'oro del mondo, se a Dio non piacesse.



                              Cap. CCCV.

  _Lo re domanda: chi sente lo dolore della morte o l'anima o il corpo?
                            Sidrac risponde:_


Quattro cose sono al partimento dell'anima dal corpo: (1147) paura,
tristizia, pena e dolore. L'anima à la paura e la trestizia, e lo corpo àe
la pena e lo dolore. La paura dell'anima è sì grande, che niuno cuore
d'uomo non lo potrebe pensare in questo secolo. La tristizia è più
grandissima che niuno cuore d'uomo non potrebe pensare. Magiore trestizia
e' li è che se una femina vedesse innanzi lei uccidere lo suo figliuolo.
La pena del corpo è sì grandissima, come potesse essere unque pensato in
niuna guisa. Che se uno uomo fosse battuto tanto d'uno martello in sulla
ischiena, nè morire non potesse, e fosse tanto battuto ch'egli fosse
sottile ch'egli potesse entrare per uno anello d'uno piccolo dito, egli
non avrebe mica la decima parte di pena che il corpo sostiene, quand'egli
si parte dall'anima, conciosia cosa ch'egli passi inmantenente, sanza
niuno senbiante fare (1148). Lo dolore del corpo è sì grandissimo, come
più potesse essere pensato, però ch'egli torna a infracitura (1149) e a
nulla. Che se uno uomo fosse signore di tutto il mondo, e tutte le genti
gli portassero reverenza, e le bestie tutte fossero al suo comandamento, e
egli diventasse sì povero e sì al nulla (1150) ch'egli non avesse a
mangiare uno solo giorno (1151), egli non avrebe mica la diecima parte del
dolore che à lo corpo, quando egli si parte dall'anima.

(1147) a partire l'anima dal corpo C. R. 2.

(1148) Intenderei, senza mostrare nel volto quella pena ch'ei sente.

(1149) in fracidura C. R. 2.

(1150) da nulla C. R. 2.

(1151) ch'egli non avesse nulla da mangiare nè da bere uno solo giorno
C. R. 2.



                              Cap. CCCVI.

    _Lo re domanda: perchè gli piccoli fanciulli non sono intendevoli
     quand'elli nascono e sono noiosi al nodrire? Sidrac risponde:_


Per due cose è che gli fanciulli non sono intendevoli e sono noiosi al
nodrire. La prima si è per lo peccato che Adamo fece verso lo suo
criatore, si sono ingonbrati quelli che di lui nascieranno, e sono meno
intendevoli che bestia, per la sua grande ghiottornia, ch'egli desiderò
quello che Idio gli avea difeso (1152). Se Adamo non avesse peccato,
tutti quelli che sono nati e nascieranno sarebono così istati
intendenti, piccoli come grandi. L'altra ragione perch'egli (1153) sono
noiosi a nodrire, si è ch'egli sono di padre e di madre, e per lo
diletto che Eva ebbe ch'Adamo lo suo conpagnone mangiasse lo pome che
Iddio gli aveva difeso, ch'ella credette che fosse (1154) simigliante a
l'altissimo (1155). E per quello diletto sono noiosi a nutricare i
fanciulli, perciò ch'ella (1156) avesse pena a nutricargli. E anche sono
in tenebre per lo diletto ch'ebono di mangiare lo pome che Idio avea
loro vietato; e però ell'averà pene a partorire, e a notricare lo suo
frutto.

(1152) vietato C. R. 2.

(1153) Manca al C. L.: l'altra ragione perch'egli — Abb. suppl. col
C. R. 2.

(1154) ch'il seroit C. F. R.

(1155) a Dio altissimo C. R. 2.

(1156) perch'ella C. R. 2.



                             Cap. CCCVII.

      _Lo re domanda: come dee l'uomo vivere in questo mondo? Sidrac
                               risponde:_


L'uomo dee vivere in una maniera, e in un'altra morire, e in un'altra àe a
risucitare. L'uomo dee vivere lealmente e di suo travaglio e di suo leale
guadagno, e avere pace, e amore a Dio e a tutte le genti, e Idio
primieramente laudare e innorare, e fugire la cupidizia (1157) di questo
secolo. Uomini che questo fanno, vivono innoratamente. L'altra si è che
l'uomo dee morire pietosamente; cioè quelli che credono in Dio e che lo
conoscono e adorallo e lodano e ànno pazienzia e astinenzia e sofferenzia,
quelli che per Dio morranno, quellino faranno preciosa morte, e quellino
risusciteranno gloriosamente, quando a Dio piacerà.

(1157) concupiscenza C. R. 2.



                             Cap. CCCVIII.

  _Lo re domanda: come si dee l'uomo comportare collo suo nimico? Sidrac
                               risponde:_


Se lo tuo nimico è forte o frale, tu non ti dei mica ispaventare nè troppo
asicurare, che tale è oggi vinto, che domane vincerà. Chi non dotta non
sarà ridottato, e lo troppo dottare fa troppo avilire, e la troppa fretta
fa troppo dannaggio. E chi la paura porta tuttavia co' lui, egli porta
grande pena e grande fascio sopra lui. Quelli che porta la sicurtà sopra
lui, si porta lo suo danno e la morte sopra lui. E però quando è tenpo e
stagione da dottare, si dotti; e però quando è tenpo e stagione di
sicurare, si s'asicuri.



                            Cap. CCCVIIII.

     _Lo re domanda: dee l'uomo giucare col suo amico (1158)? Sidrac
                               risponde:_


Guardati di non giucare col tuo amico nè con altrui colle mani, nè
beffare; chè de' giuochi delle mani ingienera micidio e grande cruccio,
conciosia cosa che (1159) sia tuo amico o tuo fratello; o tu lo magagni, o
li tocchi di mani (1160), o lo metta a terra, o lo fiere d'altro modo,
elli gli sarà grande vergogna (1161), conciosia ch'egli sia piccolo o
frale; che ciascuno si tiene in sè forte e ardito e fiero, e pochi sono
quelli che dispregino sè medesimo, se non fosse già vile o codardo (1162).
Se tu lo beffi, tu gli fai gran male al cuore, che crede in sè medesimo
che le beffe che tu gli fai, il facci per ispregiarlo; che di beffe viene
cruccio e odio (1163), conciosia cosa che sia tuo fratello o tuo amico. Ma
tu dei giucare (1164) colla gente con belle parole; e a ragione e a
utilità di te mostrare e traggere (1165); e di cotale giuoco viene
cortesia e allegrezza.

(1158) Meglio nel C. R. 2.: _de' l'omo essere vago di scherzare colle
mani?_

(1159) benchè C. R. 2.

(1160) o li torci le mani C. R. 2.

(1161) egli lo avrà a grande noia C. R. 2.

(1162) benchè sia codardo C. R. 2.

(1163) Nel C. L.: che beffe a cruccio e odio. — Abb. corr. col C. R. 2.

(1164) usare C. R. 2.

(1165) Nel C. F. R.: Mais tu dois iuer o la gent de belles paroles, et di
e raisons, et de biaus proverbes dire et retraire.



                              Cap. CCCX.

 _Lo re domanda: se l'uomo dee dottare del suo nimico. Sidrac risponde:_


Tu ti dei tenere vigorosamente e fieramente contra lo tuo nimico,
conciosia cosa che tu lo dotti, e sia codardo (1166). Se tu lo fai, lo tu
nimico ti pregerà, e ti dotterà, e non ti oserà asalire; che s'egli lo
pensasse fare, egli crederebe essere vinto da te. E se tu ti cansi da lui,
e non ài fierezza contra lui, tu se' vinto, che egli ti dispregierà, e non
ti dotterà, che in cotale maniera che tu ti sconterrai co' lui, in cotale
sarai tenuto. Se tu se' prode uomo e valente, tienti lo tuo onore, e tu
sarai più pregiato e più onorato; e se tu se' vile e codardo, tienti a
onore, e cortese (1167) vieni tra la gente, e in questo crederanno che tu
sii prode e valente. E se la tua codardia si scuopre una volta, tuttavia
sarai ontoso e vile tenuto in fra la gente. E se alcuno ti riscalda
d'arme, e tu non v'abbi ardire nè cuore inverso lui, confortati e piglia
asenpro dal leone (1168), e torna a lui, e così lo potrai viliare e te
inalzare. Lo cane, quando fugge, altri cani lo cacciano; e egli piglia
vigore e torna indietro loro (1169); inmantenente si tragono gli altri
indietro, e non osano conbattere co' lui, chè lo volto dotta lo
volto (1170).

(1166) e che tu sia codardo C. R. 2.

(1167) cortesemente C. R. 2.

(1168) de chien C. F. R.: e che non _leone_ ma _cane_ abbia da leggersi è
chiaro da ciò che segue. — Il C. R. 2. ha pure: leone.

(1169) verso loro C. R. 2.

(1170) la chiere ne doute mie le dos, mais la chiere doute bien la chiere
C. F. R.



                              Cap. CCCXI.

 _Lo re domanda: qual vale più o lo ricco o lo povero nell'altro secolo?
                            Sidrac risponde:_


Ispiritualmente quelli che amano Iddio più vagliono. Corporalmente i
ricchi più che li poveri, che altrettanto quanto tu averai, tanto varrai.
Lo verace profeta, lo figliuolo di Dio, quando egli verrà in terra, e'
dirà colla sua santa bocca: tanto quanto tu avrai tanto varrai; ma egli
nollo dirà mica per gli corpi, anzi lo dirà per l'anima; che tanto quanto
l'anima avrà fatto in questo secolo, tanto averà nell'altro. Similemente
aviene del corpo, che altrettanto quanto egli à di podere in questo
secolo, altrettanto vale egli in questo mondo.



                             Cap. CCCXII.

 _Lo re domanda: quali sono più ad agio o li poveri o li ricchi in questo
                        secolo? Sidrac risponde:_


Li ricchi sono più ad agio che i poveri; ma i poveri sono più al sicuro.
Lo ricco à ciò che egli è mestieri, e può fare lo suo agio; ma egli è
inpeso di paura del suo reame perdere (1171), e della sua ricchezza, e non
puote andare ove vuole, se non à grande conpagnia con seco. Lo povero vae
e viene sicuramente, e non dotta nulla per lo suo (1172); e quando egli àe
lo ventre pieno (1173), egli è ad agio, altresì come lo ricco è ad agio
de' grandi mangiari ch'egli mangia.

(1171) mais il est plus souent en paour et en dote d'estre enpoisone ou
abeure por son royaume perdre C. F. R. — È da credere che l'_inpeso_ del
n. t. e del C. R. 2. sia derivato da non avere inteso l'_enpoisone_ del
testo francese.

(1172) Così anche nel C. R. 2., e pare da intendere _per le cose
sue_. — Nel C. F. R.: ne doute nului ne le beurage ne l'entoschement, por
convetise de lui ne por le sien.

(1173) de pain et d'aigue C. F. R.; aggiunta che chiarisce meglio ciò che
segue.



                             Cap. CCCXIII.

     _Lo re domanda: quali sono le più ricche genti del mondo? Sidrac
                               risponde:_


Le più ricche genti del mondo spiritualmente sono coloro di cui Iddio
s'apaga più di loro, per le buone opere. Corporalmente a questo tenpo sono
gl'indiani. Ma egli nascieranno una gloriosa gente (1174), che prima si
convertiranno al verace profeta, e quella sarà la più ricca gente del
mondo; ma per la loro malvagità e per gli loro agi, perderanno tutto, e
diventeranno dispregiati in fra le genti; ch'egli crederanno essere
migliori che l'altre genti, ma egli non saranno. Ma dopo loro la ricchezza
del mondo sarà d'altre genti franche, gli quali saranno più onorati a
Dio (1175), che niuna altra gente del mondo.

(1174) une gente grezoise C. F. R. — Anche il C. R. 2.: ha: groliosa.
— Che il traduttore non intendesse la parola _grezoise_?

(1175) plus humelians a Dieu C. F. R.



                            Cap. CCCXIIII.

    _Lo re domanda: quali sono li più onorati uomini del mondo? Sidrac
                               risponde:_


Le più onorate genti di questo mondo sono a questi tenpi i persiani. Ma
tenpo verrà che quelli del ponente saranno la più innorata gente del
mondo, e gli più savi e gli più valenti e gli più pregiati, e la migliore
gente a Dio e al mondo; e saranno credenti fortemente alla fede del
figliuolo di Dio. E sarà tenpo ch'egli giustizieranno (1176) le tre parti
del mondo; e gli loro onori andranno per tutto il mondo, e la loro
signoria tuttavia rinforzerà. Ispesso sarà tra loro guerra, e quando Idio
vorrà distrugere l'altre nazioni, quelle genti andranno ne' loro paesi.

(1176) Forse per _rendere giustizia_, e quindi _signoreggiare_. Non si
hanno esempi di _giustiziare_ in questo significato.



                              Cap. CCCXV.

     _Lo re domanda: quando tu se' in uno luogo deilo tu lasciare per
                   migliore cercare? Sidrac risponde:_


Quando tu se' in buono luogo, tu ài lo tuo vivere, tielloti in pacie, e
non ti intramettere in cupidizia di migliore avere. Ma quando Idio il
ti (1177) manderae, si lo piglia, e statti in pace; chè chi troppo
cupita (1178) tutto perde, e tanto gratta capra che male giace (1179), e
tal crede trovare il pane fatto, che non truova il grano nel canpo. E per
ciò è buono, quando l'uomo è in buono luogo, che non si parta per altro
cercare, che tosto potrà perdere l'uno pell'altro.

(1177) tel C. R. 2.

(1178) cupidità àe C. R. 2. — Forse da _cupere_, invece di _cupe_, fecesi
_cupita_.

(1179) et tant grate chieure che mal gist C. F. R.



                             Cap. CCCXVI.

   _Lo re domanda: dee l'uomo credere ciò che le genti lo consigliano?
                            Sidrac risponde:_


Certo tu farai come senplice, se tu crederai tutti i consigli che l'uomo
ti dà. Tu dei udire lo consiglio della gente, e intendere uno e altro; e
quello che non ti parrà buono e leale, lasciarlo e fugirlo. E se tu se'
savio, non dei però dispregiare nè biasimare lo consiglio dell'altra
gente, ma lodare e innorare, che allora sarà (1180) egli tenuto per savio
e per provedente.

(1180) sarai C. R. 2.



                             Cap. CCCXVII.

    _Lo re domanda: de' l'uomo amare i malidicenti? Sidrac risponde:_


Certo chi maldicente ama, egli ama la conpagnia del diavolo, che
maldicente vale tanto a dire come male aoperante e mal cercante; e cotale
uomo non dei amare, ma odiare e fugire da lui: chè maldicente mette
discordia tra' fratelli e gli amici, e fa generare micidio e perdizione di
corpo e d'anima. E maldicente si è servente del diavolo, e si è altresì
figliuolo del diavolo. E cotali genti deino fugire (1181), e odiare sopra
tutte le cose, e non crederli di cosa ch'egli dicano, perch'egli non
dicono se non male, come quelli che sono dati al diavolo. E tanto com'egli
viveranno, non faranno altro che male, e disamore e discordanzia mettere
infra la gente; e perciò l'uomo gli dee odiare sopra tutte le cose.

(1181) de' l'omo fugire C. R. 2.



                            Cap. CCCXVIII.

   _Lo re domanda: se si dee l'uomo crucciare se altri gli mostra mala
                         cera? Sidrac risponde:_


Non certo, che se il tuo amico o il tuo fratello ti mostra malo senbiante
alcuna volta, tu per ciò non ti dei crucciare, chè per aventura egli àe
alcuno cruccio in sè, per ch'egli a voi nè altrui non può mostrare bello
senbiante (1182).

(1182) Il C. R. 2. ha di più ciò che segue: E per ciò tu lo dei
comportare, e pensare in te medesimo che, se tu fossi corucciato, non
potresti fare bel senbiante nè a lui nè altrui. E se tu ài parole a piato
con altrui, ed egli ti mostra malo sembiante, non ti dei per ciò
corucciare, che per aventura egli è poco saputo, e poco senno regna in
lui, che ciò li fa fare; chè tuttavia lo poco saputo mostra più di
coruccio; che lo savio, bench'egli sia corucciato, egli mostra tutto lo
più bello di fuori, e ciò adiviene per lo suo grande senno. E però de'
l'uomo più temere lo coruccio del savio che del folle. E lo savio si sa
meglio vendicare del suo nimico che lo folle.



                            Cap. CCCXVIIII.

 _Lo re domanda: può l'uomo dimenticare lo suo paese? Sidrac risponde:_


L'uomo puote bene dimenticare lo suo paese, ove egli è stato povero e
mendico, e poi tu vieni in altro paese ove tu truovi bene. Ben dei dunque
dimenticare lo tuo paese, ove se' stato povero e mendico. E se tu fossi
nel più bello luogo del mondo, e tu avessi parenti e amici assai, che tu
làe non potessi istare per la tua povertà, e tu andassi in altra parte, là
ove tu trovassi la tua vita, là è lo tuo paese. E quello paese dei tu
amare, ove tu ài lo tuo vivere, e non là ove tu se' nato, che non avevi di
che vivere. Che chi vuole porre mente al mondo, si troverrà che tutta la
gente che furono e saranno sono istrani in questo secolo, che niuno à
paese per sè, se non solamente albergo. La durata di questo secolo, se
ella fosse cento milia anni e più, non sarebe albergheria una ora, alla
lunghezza dell'altro secolo. Cento milia anni sono in questo secolo, a
comparazione dell'altro, siccome uno uomo albergasse una ora in una strana
albergheria. Per ciò siamo noi tutti istrani in questo secolo.



                              Cap. CCCXX.

  _Lo re domanda: quale è meglio o forza o ingiegnio? Sidrac risponde:_


Forza è buona all'anima e alcuna volta al corpo, ma ingegno vale meglio al
corpo. Quando tu ài alcuna cosa a fare per la tua forza, se tu la fai con
alcuno ingegnio, tu la farai in tutte le cose del mondo. Ingegno vale
meglio che forza al corpo. All'anima vale meglio forza che ingegnio.



                             Cap. CCCXXI.

   _Lo re domanda: se alcuno domanda ragione dègli l'uomo inmantanente
                      rispondere? Sidrac risponde:_


Se alcuno domanda ragione l'uno all'altro, e egli è savio e proveduto,
ch'egli sapia rispondere a diritto e a ragione di ciò ch'egli lo domanda,
egli dee rispondere a diritto e a ragione di ciò ch'egli lo domanda, egli
dee rispondere inmantenente; e se ciò averà, egli vincerà lo piato e sarà
tenuto per savio. E se ciò non sa fare, può pensarsi dinanzi quello
ch'egli dee rispondere; e se così tosto non può pensare, egli dee pigliare
termine. E poi vada alle scritture, e legga i libri, e riceva nel suo
cuore ciò ch'egli vi troverà; e poi conbatta tutto giorno con quelli che
lo contastano, e faccia sì che gli vinca e gli metta di sotto. E allora
sarai tutto savio e filosafo, e porterai lodo sopra l'altra gente. Quelli
che rispondono di ciò che l'uomo loro domanda, quelli sono chiamati
filosafi, e gli filosafi sono i ministri del mondo corporalmente; che
altra gente possono insegnare e inprendere.



                             Cap. CCCXXII.

   _Lo re domanda: come dee l'uomo domandare quando vuole sapere alcuna
                     cosa (1183)? Sidrac risponde:_


L'uomo dee domandare ciò che dee (1184), cortesemente e di buona aria, una
o due o dieci (1185); e s'egli nol puote avere, egli lo dee mostrare
cortesemente, là ove egli crede avere ragione. E se tu dei dare alla gente
alcuna cosa, pagagli cortesemente, perch'egli un'altra volta ti possano
aiutare in tuoi bisogni; chè quelli che cortesemente pigliano e rendono,
quelli ànno parte nell'altrui avere; e quelli che pigliano e malvolentieri
rendono, quelli non avranno forza nè aiuto ne' loro bisogni.

(1183) Meglio nel C. R. 2.: _in che modo de' l'omo domandare ragione?_

(1184) ce che l'om li doit C. F. R.

(1185) una volta o due o tre o dieci C. R. 2.



                            Cap. CCCXXIII.

    _Lo re domanda: perchè sono più savia gente quegli del ponente che
                  quelli del levante? Sidrac risponde:_


Quegli del ponente non ànno tanto del calore del sole come ànno quelli del
levante. Quando lo sole si leva a levante egli è molto caldo e secco, e
allora iscalda tutto lo levante, e quelli che vi sono. E quando egli è
alto, egli non è tanto caldo in tali luoghi. E quando egli è a mezzo
giorno, egli è caldo comunalmente per tutto lo mondo. Quando egli s'abassa
per la notte aprossimare (1186), si piglia lo suo torno al ponente, e
allora non è tanto caldo. Dunque non ànno quelli dal ponente tanto caldo,
quando lo sole iscende, come n'à quelli del levante, quando egli si leva.
Per questa ragione sono più savi quelli del ponente che quelli del
levante, chè lo loro cervello non à tanto del calore come quelli del
levante. E di questo vi potete voi avedere legiermente: chè chi fosse in
uno luogo, che lo sole lo potesse iscaldare oltra a misura, in poco (1187)
potrebe diventare folle e perdere il senno. E anche ci à altra ragione,
che quelli del ponente possono mangiare calde vivande, tutte le stagioni
dell'anno, che giamai male non faranno. Se quelli del levante le
mangiassono, elle farebono loro grande male: che ciò è per la calda
compressione della terra ove egli sono. Quelli del ponente le possono
mangiare per la fredda compressione della terra dove sono.

(1186) Intendasi, _per l'approssimarsi della notte_. — Per la nuit
aprochier C. F. R.

(1187) in poco di tempo C. R. 2.



                            Cap. CCCXXIIII.

   _Lo re domanda: quale è più bello alla femina o lo bello corpo o la
            bella persona o lo bello volto? Sidrac risponde:_


Uomo o femina che sieno conpiuti di loro menbri e sono interi, la bella
cera istà loro meglio che il bello corpo; che se lo corpo è bianco o
bruno, egli è coperto di vestimenti, e lo volto è scoperto tuttavia; e lo
diletto non è se non nel volto. L'uomo non dee riguardare se non nel
volto; e chi inanzi si mette a riguardare, egli pecca fortemente. E perciò
diciamo noi che lo bello volto è più piacevole al corpo sano e conpiuto,
che non è lo bello cuore saggio (1188).

(1188) Et por ce dions nos che la belle chiere est plus seant a la persone
entiere et conplie che la belle charogne C. F. R.



                             Cap. CCCXXV.

  _Lo re domanda se le pianete sono tutte in un luogo o sono tutte d'una
     maniera e natura o sono di più nature? Sidrac risponde (1189):_


Ciascuna è per sè in ciascuno luogo, ed àe suo esaltamento e suo
abbassamento. Mercurio dimora in ciascuno segno giorni XXIIII e più. Sua
natura si è calda e umida, e si ama tutte le cose amare; si è di tutte
sapienzie e di tutte arti e sottiglieze; ciò è a dire, quando egli è posto
in buona inmagine; lo suo buono amico è Iupiter e Venus e Saturno. Lo suo
asaltamento è a Virgo, e per la forza dell'esaltamento si è a tre gradi di
Virgo. Lo suo abbassamento si è a Pisces; la forza dell'abassamento si è a
tre gradi del Pesce. Luna si dimora in ciascuno segno due giorni e mezzo;
e si è posta al sottano cielo (1190). Sua natura si è fredda e umida, e lo
giorno di sua conbustione si è per fare tutte cose a la sua quintadecima.
Altressì si ama colori d'argento o d'acque. Suo asaltamento si è a Tauro,
e la forza dello abassamento è a Scorpio, a tre gradi di Scorpio. Saturno
dimora in ciascuno segno due anni e mezzo, e si è posto nel settimo cielo.
Sua natura si è fredda e secca, e si ama tutte cose amare e lo ferro e
tutti i colori neri. Egli à grande nimistà con Mars, e' suoi amici sono
Iuppiter, Sole, Luna. Lo suo asaltamento è Libra; e la forza
dell'asaltamento si è a XXIIII gradi. Lo suo abassamento è in Aries; e la
forza del suo abassamento si è a XXIIII gradi d'Aries. Iuppiter dimora in
ciascuno segno uno anno, e si è posto al decimo cielo. Sua natura si è
calda e umida; egli ama tutte cose umide, siccome burro, latte e mele e
cera; e si s'ama con tutte l'altre pianete; se non se con Mars. Lo suo
abassamento si è Cancer; e la forza dell'asaltamento si è a gradi XXIIII
di Cancer; e l'abassamento si è in Capricornio. Mars dimora in ciascuno
segno giorni XXX e più, insino al XLV; e si è posto al quinto cielo; e si
è vago di sangue e di battaglie e di ruine, di tutti colori vermigli, e di
tutte cose agre e forte alla bocca dell'uomo; e si è ria pianeta. La sua
natura è calda. Ella s'ama con Venus, e con tutte l'altre pianete; si
vuole grande male. Lo suo grande nimico si è Iuppiter. E ella ama città e
reame e vino. E lo suo asaltamento si è a Capicornio. La forza del suo
asaltamento è a gradi XXVIII di Cancer. Sol dimora in ciascuno segno
giorni XXX; e è posta al quarto cielo. Sua natura è calda e secca, e è
vago di tutte signorie, e di colori gialli e vermigli; ella ama tutti.
Soli suoi nimici sono Mercurio e Luna. L'asaltamento è in Aries, a gradi
XVIIII; l'abassamento in Libra, a gradi XVIIII. Venus dimora in ciascuno
segno giorni XXX, e più e meno; e si è posto al terzo cielo. Sua natura si
è friggida e umida; egli ama tutte cose umide, burro, latte e mele; egli è
vago di signorie, di femine, e di sollazzi e di diletti; e si è buona
pianeta; e si non à niuno nimico. Il suo asaltamento si è a gradi XVIII di
Piscies. L'abassamento si è a gradi XVIII di Virgo. Testa di Dragone
dimora in ciascuno segno uno anno e mezzo; ma ella non è nimica pianeta, e
non va siccome pianeta; ma ella va siccome casa; o fae scurare lo Sole e
la Luna, quando ella passa per la sua casa. Lo suo asaltamento si è Virgo,
a uno grado. La coda di Dragone vae per quella medesima ragione, e è
malvagia per tutte cose, e fa iscurare lo sole e la luna.

(1189) Questo cap. manca al C. F. R.

(1190) al cielo di sotto C. R. 2.



                             Cap. CCCXXVI.

  _Lo re domanda: se uno uomo trovasse un altro sopra la moglie (1191)?
                            Sidrac risponde:_


Se uno uomo trovasse un altro uomo che vituperasse la moglie, se elli si
cruccia egli non è da biasimare; ma tuttavia egli si dee passare
cortesemente e di buona aria. Le dee gastigare umilemente e amaestrare
cortesemente, e lasci andare l'uomo, chè tutto il carico e il biasimo non
è se non della femmina; chè niuno uomo del mondo potrebbe sforzare femina,
se egli nolla volesse uccidere. E mai questo fatto nol dei mettere
dinanzi, nè rimproverargli più, perchè le farebe peggio. E tu dei tôrre lo
cruccio e la gelosia del cuore. E se tue pensi più in questo fatto, tu
penserai follia. Che se ài trovato mogliata con uno uomo, tu non se' solo
al mondo; e per questa follia che mogliata à fatta, tu non sarai però
morto, e per ciò la terra non perde il suo frutto a rendere, nè l'acque
non sono però secche, nè le genti nè l'altre criature del mondo non sono
però morte, e già per ciò lo nostro Signore non distruggerà lo mondo. E
per ciò si dee passare leggiermente, non si dee mettere in pensieri nè in
tribulazioni, per uno cane che s'acosta a una cagnia; chè tutti gli uomini
che colle moglie altrui giacciono, eglino sono cani, e peggio che cani; e
tutte le femine che si danno altrui che al suo marito, elle sono simili
alla cagnia e peggio; e per ciò per uno cane e per una cagnia tu non dei
fare cosa per la quale tu sii distrutto e morto, e poi lo pentere no' gli
vale nulla. Ma egli si dee passare brievemente e celatamente e di buona
aria; e tu farai lo tuo profitto e lo tuo onore all'anima e al corpo, e
farai piacere all'anima e al corpo (1192), e piacere a Dio, e duolo al
diavolo.

(1191) _Se l'omo trovasse uno altro uomo adosso alla moglie che de' fare?_
C. R. 2.

(1192) e farai lo tuo bene e lo tuo onore, e prode all'anima e al corpo
C. R. 2.



                            Cap. CCCXXVII.

      _Lo re domanda: de' l'uomo pensare per la gente (1193)? Sidrac
                               risponde:_


Spiritualmente l'uomo dee pensare al fatto della gente; ma corporalmente
tu non dei pensare se non di te e de' tuoi. Che ài tu a fare degli altri
strani? Tu non dei mica pensare di quelli che niuno pensiero ànno di te,
se tu ài bene o male o santà o malizia; niuna menzione fanno di te, come
quella (1194) cosa che non fue; anche lo simile dei tu fare di loro. Bene
sarebbe tenuto stolto quelli che pensasse de' pesci del mare che non
fossero presi nè mangiati; altressì è stolto quelli che pensa ne' fatti
della gente; chè di quelli che non pensano di loro, egli non deono pensare
di loro.

(1193) Correggasi col C. R. 2.: _de' l'omo pensare de' fatti de le gienti
e de la terra?_ — E meglio nel C. F. R.: _porter pencer_.

(1194) di quella C. R. 2.



                            Cap. CCCXXVIII.

   _Lo re domanda: de' l'uomo biasimare Dio per perdita o per dannaggio
                    ch'egli abbia? Sidrac risponde:_


Iddio per la sua bontà non può essere biasimato, nè niuno biasimo non può
giugnere a lui; ma lodo e ringrazia e onore. Se tu se' folle, e tu ti
crucci per la tua follia, di che dei tu biasimare Dio? Se tu ài dannaggio
per la tua negligenzia, però non dei tu biasimare Dio; biasima te medesimo
e la tua negligenzia. E se tu non puoi guadagnare per la tua fraleza, tu
non dei però biasimare Dio, ma te, per la tua fraleza. Biasimati, penati a
travagliare (1195), e Idio t'aiuterà o consiglierà. E se tu non puoi per
lo tuo travaglio guadagnare lo tuo vivere, e tu non vuogli per la tua
fraleza, che colpa te n'à Iddio, che tu dimandi a Dio che egli ti mandi lo
tuo vivere? Sappi che non te ne manderà punto, se tu non ti travagli; ma
se tu t'aiuti con una mano, egli t'aiuterà con due. Se uno uomo fosse in
una aqua, e fosse in pericolo d'annegare, e egli sapesse notare; e per la
sua cattività non si volesse aiutare per diliberarsi di morte, se non che
dicesse (1196): siri Iddio, aiutami; sapiate che Idio nollo aiuterebe
nimica, se egli non si aiutasse; ma s'egli menasse i piedi e le mani, Idio
l'aiuterebbe bene iscanpare di quello pericolo.

(1195) di travagliare C. R. 2.

(1196) e non faciesse altro se non ch'egli diciesse C. R. 2.



                           Cap. CCCXXVIIII.

 _Lo re domanda: di che può l'uomo avere più lodo di dare al ricco uomo o
                      al povero? Sidrac risponde:_


L'uomo puote avere magiore onore del ricco che del povero; chè lo ricco
può fare magiore onore del suo e del suo corpo, che non può fare il
povero; ma del povero può avere magiore grado che dello ricco. Al povero
uomo non può dare l'uomo sì piccola cosa, ch'egli non abia di lui gran
gioia; e terrallo a grande onore, e riconterà all'altra gente la cosa che
l'uomo gli avrà donata. In tutt'i luoghi ch'egli sarà, vorrà ricontare lo
dono che uno prode uomo gli avrà fatto, per farsi onore di quello dono, e
per mostrare alla gente che quello prod'uomo l'ama, e gli donò del suo. E
se il dono è per Dio, egli à lodo da Dio. E se tu donassi uno dono a uno
ricco uomo, già per quello dono non ti vorrà lodare, nè metterti inanzi;
chè per aventura egli àe altrettanto onore chente tu; e non vorrà mica
portare lo tuo onore sopra lui. Onde l'uomo de' avere magiore lodo di dare
lo dono al povero che allo ricco, e da Dio e dalle genti.



                             Cap. CCCXXX.

   _Lo re domanda: dee l'uomo servire a tutte genti? Sidrac risponde:_


L'uomo dee servire a tutte genti, e non dee guardare a cui, povero o
ricco. Se tu servi minore di te, tu lo fai per Dio e per tuo pro', e per
onore di lui avere. Chi serve alla gente per onore o per pro' avere o per
merito, non si dee mica anoiare, nè stare in gran dire; chè a tale giorno
potrà venire, che quelli ch'egli averà servito lo guidardonerà, n'avrà per
uno dieci. E però non si dee tenere niuno prode uomo del servire, chè
tenpo verrà del guidardone.



                             Cap. CCCXXXI.

 _Lo re domanda: quale è la più saporita cosa che sia? Sidrac risponde:_


La più saporita cosa che sia si è lo dormire; chè quando tu ài talento
grande di dormire, mangiare nè bere, neuno altro diletto è nulla incontro
lo diletto del dormire (1197); chè lo corpo non può vivere sanza il
dormire, altressì come tutte criature vivono di vento; che se il vento non
fosse, niuna criatura vivere non potrebe. Idio per la sua pietà vide che
l'uomo, ch'è fatto di terra, volea avere riposo per frale natura in che
egli è fatto; si stabilio giorno e notte, per lo riposo dell'uomo. E se
non fosse per lo dormire, Idio che è tutto potente avrebe tutto fatto
giorno (1198); ma per lo dormire fece egli il dì e la notte. E similmente
si dilettano le bestie e gli uccelli al dormire, come le genti. Niuna
bestia è, sì piccolo (1199) vermine, che non si diletti in dormire. Lo
dormire è spirituale, simigliante all'udire (1200), che si sente e non si
vede. Nè niuna persona nè niuna criatura movibile (1201) che l'aria sente,
non potrebe vivere sanza il dormire.

(1197) tu lassi mangiare e bere e ogni altro diletto C. R. 2.

(1198) tuttavia fatto giorno C. R. 2.

(1199) nè sì piccol C. R.

(1200) Così ha pure il C. R. 2.; ma l'errore è corretto dal C. F. R. dove
leggesi: le dormir si est espirituel, et ensemblant a l'air che il ce sent
et ne se voit.

(1201) mobile C. R. .



                            Cap. CCCXXXII.

 _Lo re domanda: gli re e gli signori deono essere leali e larghi? Sidrac
                               risponde:_


Li re e le signorie (1202) debono essere in prima leali di loro corpi, e
di loro parole e di loro giudicamenti; apresso deono essere savi e
proveduti e cortesi e di buona aria; apresso deono essere a' malvagi e a'
rei e a' traditori duri e fieri, e dare a ciascuno secondo che serve, a
diritto e a ragione. E se li signori sono leali di loro corpi e di loro
parole, egli fanno piacere a Dio, e onore alla loro signoria; e s'egli
sono savi e proveduti, egli deono essere (1203), perchè molte genti ànno a
governare per lo loro senno. E s'egli sono cortesi e di buona aria e di
grande bontà e di grande umilitade, a Dio fanno onore (1204). E se sono
arditi e pro' e valenti di loro corpi, elli deono bene essere, perchè la
gente piglino asenpro di loro. E s'egli sono larghi e donanti, egli debono
bene essere, chè per doni e per larghezza manterranno egli la loro
signoria. E s'egli sono di leale giudicamento e fieri e duri a' rei, a'
ma' fattori, cotali deono egli essere, per mantenere giustizia e lealtade
a' poveri e a' ricchi. E così faranno gli comandamenti che Iddio à
comandati e comanderà in terra. E altrimenti i re e i signori non deono
essere.

(1202) li signori C. R. 2.

(1203) come denno essere C. R. 2.

(1204) Nel C. L.: a Dio lo fanno. — Abb. corr. col C. R. 2., conforme al
C. F. R.



                            Cap. CCCXXXIII.

   _Lo re domanda: gli re deono andare in battaglia? Sidrac risponde:_


Li re e le signorie (1205) deono prima uscire della cittade e degli
alberghi, perchè la loro gente esca apresso di loro; e quando egli sono
venuti alla battaglia, egli deono tenere una buona parte della loro gente
in loro conpagnia; e dee muovere al dirieto di tutte le battaglie,
vigorosamente. E se la loro gente dinanzi è sconfitta, e egli vegano
ch'egli non (1206) abiano forza e potere contra gli loro nimici, egli
deono muovere a loro (1207) vigorosamente e coragiosamente. E s'egli
vegono ch'egli sieno più frali di loro, egli si debono ricogliere
bellamente e saviamente al (1208) loro onore; chè meglio vale un buono
fugire che uno male stallo. E se i loro nimici gli seguitano troppo, e
gravano, egli deono rivolgersi a loro vigorosamente e di grande coraggio,
e difendere i loro corpi contro ai loro nimici, come prodi uomini. Nè
niuno re nè niuno signore giammai non dee venire alla prima battaglia, ma
pure alla deretana, perchè tutta l'oste prende il loro (1209). Se la
battaglia del signore è sconfitta, tutte l'altre sono isconfitte, chè lo
corpo del signore è per tutti gli altri. E se l'oste è perduta, e lo
signore scanpa, egli ricoverrà in altra oste (1210), per aventura. E se lo
signore è perduto, tutto è perduto.

(1205) li signori C. R. 2.

(1206) Manca _non_ al C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.

(1207) contra di loro C. R. 2.

(1208) col C. R. 2.

(1209) L'errore del C. L. è corretto nel C. R. 2., che ha: crede in
loro. — Ed è al solito una parola del testo francese che il traduttore non
ha saputo intendere: car tout l'ost pent en yaus C. F. R.

(1210) ricoverà per aventura un'altra oste C. R. 2.



                           Cap. CCCXXXIIII.

   _Lo re domanda: lo sudore del corpo onde escie e onde viene? Sidrac
                               risponde:_


Lo sudore del corpo escie del malvagio sangue. Quando lo corpo si
travaglia, e' si muove e si muta per lo corpo, e si rinfiamma e si mischia
cogli altri omori; e gitta lo suo calore al corpo, e truova lo suo corpo
frale e vano, e lo fae fortemente sudare. E quando lo corpo è forte e
sano, e' non dotta quello calore, e non suda come dinanzi; chè lo buono
sangue non fa al corpo se non bene.



                             Cap. CCCXXXV.

     _Lo re domanda: qual colore è meglio vestire? Sidrac risponde:_


Lo più nomato colore si è il vermiglio e lo bianco e lo verde e il
biadetto. Lo vermiglio è reale e possente sopra tutti gli altri colori; e
si dà a quello che lo veste grande impresa di coraggio (1211); e si è
simigliante al sole. Lo bianco vestimento si è degno vestire, e si è
vestimento d'agnoli; e fae avere a quelli che lo veste dolce coragio e
amoroso; e si li fae bene allo cervello; e si è simigliante alla luna. E
lo vestimento verde si è prezioso vestimento, che egli à colore della
nostra vita, e di tutte l'altre criature, che Dio le veste al frutto della
terra, di che noi viviamo, ch'è sì degna cosa, che sostiene lo corpo e
fallo vivere. Bene dee essere vestitura di prezioso colore. Bene potrebe
avere fatto Idio d'altro colore i frutti che verdi; ma a così preziosa
cosa egli volle dare prezioso colore (1212). Lo vestimento biadetto si è
vestimento del fermamento; e si è umile vestire; e fa diventare quelli che
lo veste umile e di buona aria e di buona credenza. E gli altri colori non
sono nomati principali come questi.

(1211) grant confort et grant proesse dou corage et grant honor au cors
C. F. R.

(1212) Il C. F. R. ha questo di più: cil chi vert vestent si lor fait la
verdour de lor vestiment devenir larges et iolif, et penser tous biens.



                            Cap. CCCXXXVI.

   _Lo re domanda: qual'è la più verde cosa che sia? Sidrac risponde:_


La più verde cosa che sia si è l'acqua, che tutte le cose rinverdiscie;
che se l'acqua non fosse, niuna verde cosa non sarebe. L'erbe che sono
nella montagna, si rinverdiscie l'acqua che dell'aria disciende; ella
abevera le loro cime.



                            Cap. CCCXXXVII.

  _Lo re domanda: qual'è la più grassa cosa che sia? Sidrac risponde:_


La più grassa cosa che sia si è la terra, che a noi rende il frutto per la
volontà di Dio e della sua grazia (1213). Che altressì come l'acqua è la
più verde cosa che sia al mondo, altressì la più grassa cosa che sia al
mondo è la terra.

(1213) Il C. F. R. ha: chi nos rende le fruit, par la volonte de Deu, de
sa gracesse. — Il traduttore non ha inteso _gracesse_, ed ha scritto
_grazia_.



                           Cap. CCCXXXVIII.

    _Lo re domanda: quale vale meglio al punto della morte o lo grande
     pentimento o la grande sicurtade della vita perdurabile? Sidrac
                               risponde:_


Molto preziose cose sono quelle due propiamente al punto della morte; e la
grande isperanza vale meglio che 'l grande pentimento (1214). Che se uno
uomo avesse tutti i giorni della sua vita fatto bene; e egli non avesse la
speranza d'avere la vita perdurabile, sapiate che sarebbe disperato, e non
l'avrebbe mica, e sarebbe dannato. E se uno peccatore avesse giaciuto
colla madre, e poi avesse isperanza, che la misericordia di Dio è sì
grande che gli perdoneràe e gli daràe la vita perdurabile, e morisse in
quella isperanza, sappiate ch'egli sarebbe salvo; chè la speranza escie
del pentimento.

(1214) Nel C. L.: l'oro grande. — Abb. corr. col C. R. 2., conforme al
C. F. R.



                           Cap. CCCXXXVIIII.

     _Lo re domanda: dee l'uomo piangere i morti? Sidrac risponde:_


L'uomo dee piangere gli morti, e fare gioia e duolo per li buoni che in
Dio credono e lo suo comandamento fanno. Quando egli muoiono, l'uomo ne
dee avere grande gioia, e farne festa, perch'egli è sicuro della
perdurabile vita. E quando i malvagi muoiono, che a Dio non credono e i
suoi comandamenti non fanno, l'uomo dee avere grande duolo e grande
trestizia della loro morte, ch'egli è dannato per tutti i tenpi.



                              Cap. CCCXL.

    _Lo re domanda: venne mai niuno dell'altro secolo, che contasse di
                paradiso e di ninferno? Sidrac risponde:_


Assai ne sono venuti dell'altro secolo, e verranno, e ànno contato di
paradiso e di ninferno, ciò è a sapere per lo comandamento di Dio, e per
le scritture de' buoni antichi, che furono dinanzi da noi, che a noi
scrissero, e mostrarono ne' loro scritti, per la grazia che Idio avea loro
dato, la gioia di paradiso e la pena di ninferno: e ciò sono a sapere Abel
figliuolo d'Adamo e Seth e Noe e Melchisedech. Questi sono quelli che
vennero dell'altro secolo; ciò è a sapere i comandamenti ch'egli scrissero
per la volontà di Dio. E quelli che verranno dopo noi, saranno molti
grandi profeti, che lo comandamento di Dio insegneranno. E benedetti sono
quelli e seranno che lo comandamento, ch'è la vita perdurabile, giammai
non falleranno (1215).

(1215) E benedetti sono quelli che saranno, e che il comandamento di Dio
faranno, che la vita perdurabile giamai non falliranno C. R. 2.



                             Cap. CCCXLI.

  _Lo re domanda: che dee l'uomo dire quand'egli si leva o quand'egli si
                        corica? Sidrac risponde:_


Quando l'uomo si vuole porre a dormire, e l'uomo dee alzare le mani in
alto, e riguardare verso lo cielo umilemente, e dire questa orazione:
Signore Idio, lo tutto possente creatore del cielo e della terra, nelle
tue mani raccomando lo spirito mio; abiate merciè di me, messere verace
Idio; difendimi dal podere del diavolo. Poscia dormi. Altressì dei dire al
mattino, quando ti levi; e lo volto dei tenere verso oriente, ch'è lo
volto del mondo; e la grazia di Dio viene di là.



                             Cap. CCCXLII.

      _Lo re domanda: chi non avesse ma ch'una coglia potrebbe egli
ingenerare, per l'una grande e l'altra piccola (1216)? Sidrac risponde:_


Chi non avesse se non una coglia, bene potrebbe ingenerare, altressì bene
come quelli che perde uno degli occhi, e si s'aiuta dell'altro. L'una
coglia è grande e l'altra piccola: la grande coglia è lo maschio e la
piccola è la femina. E tutte le creature che generano, ingenera lo maschio
colla grande coglia, e la femmina colla piccola. Idio inanzi che
stabilisse l'uomo, stabilìe tutte le cose che deono essere, e ciò che
mestiero era a lui; e tutto fece a diritto e a ragione.

(1216) Nel C. R. 2.: _perchè aviene che l'omo à più grosso l'uno coglione
che l'altro? E chi no' n'avesse se non uno potrebe aquistare figliuoli?_



                            Cap. CCCXLIII.

 _Lo re domanda: gli garzoni di X anni o di meno, perchè non ingenerano,
e le fanciulle simigliantemente perchè non impregnano? Sidrac risponde:_


Li fanciulli di X anni o di meno non sono ancora compiuti in quello fatto,
nè la schiatta non è ancora conpiuta nè matura in loro; chè quando egli
sono di stagione, e' fanno quello che altre genti fanno. Egli sono
altressì come uno albore, che è piccolo e vano, che frutto non può menare;
e quando egli è di stagione, egli fa lo suo frutto. Lo primo frutto non è
così grande come il secondo, nè tanto saporito. Altressì aviene della
persona. Lo primo figliuolo (1217) che gli garzoni ànno, egli sono piccoli
in tutte cose che la natura gli ordina (1218). E perciò che lo loro padre
nè la loro madre non sono ancora conpiuti in senno nè in forza nè in
grandezza, però diventa lo frutto loro medesimo simigliante di loro.

(1217) li primi figliuoli C. R. 2.

(1218) loro dona C. R. 2.



                            Cap. CCCXLIIII.

     _Lo re domanda: ànno gli diavoli pena nell'altro secolo? Sidrac
                               risponde:_


Li diavoli di quella otta che egli cadono di cielo ebono grande pena, che
sì tosto come egli pensarono orgoglio verso lo loro criatore, la pena fu
in loro e egli furono nella pena. E in quello punto cadono di cielo giù
nello 'nferno, e gli altri sopra terra, e gli altri nell'aria, là ove sono
in grande pena. E in qualunque luogo egli sono, egli vanno in grande fuoco
ardente. E quando verrà lo giorno del giudicamento la loro pena si
radopierà nell'abisso dello 'nferno, dove egli saranno per tutti i tempi,
sanza fine.



                             Cap. CCCXLV.

      _Lo re domanda: quale è la più forte battaglia che sia? Sidrac
                               risponde:_


La più forte battaglia che sia si è la tentazione del nimico, e la più
aspra e la più ardente; chè tutte le battaglie del mondo alcuna volta
fallano e s'alungano di vista e di fatti; e la battaglia del nimico porta
l'uomo tuttavia co' lui, andando e istando e dormendo e veghiando; e
l'uomo nol puote vincere se non per noia (1219) e per travaglio, per buoni
pensieri in Dio lo criatore, e per rimenbranza della morte e per
sofferenza. E perciò diciamo noi che la battaglia del nimico è la più
forte che sia, ch'ella è corporale e spirituale; e l'altre battaglie sono
pure corporali.

(1219) Così anche il C. R. 2. — Nel C. F. R.: par ieiunes. — Pare che i
_digiuni_ sieno diventati _noia_ nella mente del traduttore.



                             Cap. CCCXLVI.

    _Lo re domanda: dee l'uomo dottare tutta gente? Sidrac risponde:_


L'uomo dee dottare quelli che Dio non dottano (1220), sono di rio coragio
e pieni di veleno e di male, e non ànno in loro niuna misericordia nè
niuna piatà. Che s'egli avessono niuna misericordia e pietà in loro,
eglino dotterebbono Dio; e perciò si deono dottare. Gli uomini (1221), che
Dio non dottano sono in tutto dati al diavolo; e non cale loro quello
ch'egli facciano, sia o bene o male, se non che i loro disideri sieno
compiuti. E cotale gente dee l'uomo dottare. Ma quelli che Dio dottano
sono pieni di misericordia. Là dove egli ànno volontà di coraggio di fare
male, e la misericordia e la piatà che è in loro, loro non fascia fare
male; e perciò non ànno podere di fare male. E quella gente de' l'uomo
dottare (1222).

(1220) Il C. R. 2. ripete: chè quelli che Dio non dottano sono ec.

(1221) Manca _gli uomini_ al C. L. — Abb. suppl. col C. R. 2.

(1222) E quella giente non bisogna l'uomo dottare C. R. 2.



                            Cap. CCCXLVII.

  _Lo re domanda: perchè lo ferro vae inverso la stella calamita? Sidrac
                            risponde (1223):_


Lo ferro si è della natura di quella stella, come il fuoco è della natura
del sole. Se lo ferro fosse ispirituale come il fuoco, e che non si puote
pigliare niente, egli ritornerebe a questa stella, altresì come il fuoco
ritorna al sole, quando egli è spento. E s'egli avesse umidore in lui,
quella stella lo berebbe, altressì come lo sole bee la rugiada.
Niuna (1224) pietra ci à che sia della comparazione di quella stella. E
quando lo ferro la sente, che è di quella medesima conparazione, si
apiglia a lei. E quando quella pietra si parte dal ferro, la conparazione
di quella medesima stella ch'e' nel ferro, conviene per diritta natura che
il ferro ritorni a quella medesima stella, per lo toccamento di quella
stella; che è di quella comparazione, altressì come lo sole, che tutto il
fuoco del mondo ritorna a lui. Chi sottilmente vorrebbe toccare una cotale
pietra, ella àe uno luogo in sè, che toccando lo ferro fa toccare un'altra
stella (1225).

(1223) _par quoi le fer vait envers la stelle chi a nom guierre_ (sic) _ce
est tremontane?_ C. F. R.

(1224) Ma una C. R. 2.; e così pure nel C. F. R.: mais il y a une pierte
calamite, chi est ec.

(1225) A correggere questo periodo non possiamo punto giovarci del
C. R. 2., più spropositato del laurenziano; e poco dal C. F. R., dove
leggesi: et chi soutilment voroit sercher une tiel piere, si troveroit che
elle a 1. leuc en elle chi fait le fer torner, et autre estoile.



                            Cap. CCCXLVIII.

     _Lo re domanda se tutti quelli che nascieranno morranno. Sidrac
                               risponde:_


Tutti morremo, in qualunque modo noi andremo o andiamo o vegniamo; e tardi
quanto vuole, che della morte non puote canpare una sola ora (1226). Lo
figliuolo di Dio, quando egli piglierà umana natura nella vergine, si gli
converrà morire. E a nullo può questo fallire. Quelli che sono nati sono
morti, e noi che nati siamo morremo, e quelli che nascieranno morranno. E
di questo niuno scampare non puote, se egli desse uno altrettale
secolo (1227) come questo.

(1226) et che che targent, ne peuent fuir la mort. C. F. R.

(1227) mondo C. R. 2.



                           Cap. CCCXLVIIII.

 _Lo re domanda: come sono posti i fanciulli nel ventre delle loro madri?
                            Sidrac risponde:_


Per lo podere di Dio sono posti nel ventre delle madri inginocchiati, e le
loro ginocchia inanzi, i loro pugni inanzi i loro occhi. E sono nel ventre
con grande gioia e con grande letizia, sì ch'egli non vorebono mai uscire
di quella gioia ov'egli sono, inperciò che non ànno sentito l'aria di
questo mondo, e non credono ch'altra gioia sia al mondo se non il ventre
delle loro madri. Ma quando per la forza di Dio nascono nel mondo, e
sentono l'aria del secolo, eglino non vorrebono giammai ritornare nel
ventre delle loro madri; chè per lo dolciore dell'aria del cielo
dimenticano lo ventre di loro madre, sicchè giammai non se ne ricordano.



                              Cap. CCCL.

   _Lo re domanda: puote l'uomo dimenticare la gioia e 'l duolo? Sidrac
                               risponde:_


Tutte le cose del mondo può l'uomo dimenticare, o tardi o tosto. Ma se tu
ài alcuna gioia o alcuno bene, tu nolla puoi così tosto dimenticare,
insino a tanto che tu non ài alcuna gioia magiore di quella; e sì tosto
come tu l'avrai, la prima dimenticherai per quella ch'è magiore. E perciò
ch'ella è presente èe magiore. Il simigliante aviene del duolo.



                              Cap. CCCLI.

   _Lo re domanda: de' l'uomo mostrare sua ragione? Sidrac risponde:_


Se tu ài alcuna ragione a mostrare in giustizia o in altra parte, tu la
dei mostrare brievemente e saviamente e di forte coraggio. Che se tu la
dici brievemente, gli giudicatori la ricevono ne' loro cuori, e sapranno
giudicare come e perchè. E se tu la dici saviamente, volentieri
l'ascoltano, e meglio sapranno giudicare. E se tu dici di grande coraggio,
tu non ti puoi isperdere nè vergognare; chè molti sono quelli che perdono
il loro diritto in un punto, per ciò ch'egli si sperdono e si vergogniano
e si spaventano, conciosia cosa ch'egli abbiano lo diritto.



                             Cap. CCCLII.

  _Lo re domanda: dee l'uomo mostrare lo suo senno tra la stolta gente?
                            Sidrac risponde:_


Quegli che mostrano lo loro senno tra li stolti sono (1228) simiglianti a
loro. E gli folli che vogliono mostrare a una bestia leggere e scrivere,
egli avranno grande travaglio, e quella bestia per tutto ciò inparare non
potrebbe. Simiglianti sono i savi che lo loro senno mostrano tra li
stolti; che non intendono se non come le bestie, anzi per la loro
stoltia (1229) e follia contastano lo detto del savio. Tra gli stolti
l'uomo dee passare brievemente, sanza niuna pena e sanza niuno travaglio.
Tra gli savi l'uomo dee mostrare lo suo senno e la sua memoria, ch'egli
sarà ascoltato e udito.

(1228) Manca al C. L.: _tra li stolti sono._ — Abb. suppl. col C. R. 2.,
conforme al C. F. R.

(1229) Anche il C. R. 2. ha: stoltia.



                             Cap. CCCLIII.

 _Lo re domanda: perchè l'uno vino è bianco e l'altro è vermiglio? Sidrac
                               risponde:_


Quando Noè piantò la prima vigna del mondo, per la volontà di Dio, della
pianta che dimorò (1230) in terra dopo il diluvio fu fatto vino, per lo
comandamento di Dio, bianco e vermiglio; e si ne fecie XL piante, e le
piantò in XX giorni: che ciascuno giorno ne piantò due, l'una di giorno e
l'altra di notte. Quella del giorno per lo calore del sole diventò
vermiglio; e quella della notte per lo freddore della luna diventò bianco.
E tutto questo fu per la volontà di Dio. E perciò lo vino vermiglio è più
caldo che lo bianco; e l'uno e l'altro ànno calura in loro, ma l'uno più
che l'altro.

(1230) rimase C. R. 2.



                            Cap. CCCLIIII.

     _Lo re domanda: le bestie e gli uccegli ànno linguaggio? Sidrac
                               risponde:_


Linguaggio non à se non l'uomo. Non credete mica che una (1231) bestia o
uno uccello grida, che voglia alcuna cosa dire per quello grido; anzi lo
fa senplicemente per natura e per usanza. E non però le bestie e gli
uccegli già non intendono l'uno l'altro ciò che dicono; ma a quella
simiglianza ch'egli gridano per sua natura, a quella simiglianza lo
'ntendono l'altre. Quella che grida non sa che si dire, nè quella che lo
'ntende simigliantemente; ma ciò è uno usato (1232) che è tra loro sanza
niuno intendimento. E questo è per natura che Idio à loro donato.

(1231) quando una C. R. 2.

(1232) è usanza C. R. 2.



                              Cap. CCCLV.

  _Lo re domanda: qual'è magiore profitto all'anima, o quello che fa in
questo secolo, o ciò che l'uomo le fa dopo lei (1233)? Sidrac risponde:_


L'uno e l'altro profitta a quello che è a le pene e al fuoco del
purgatorio; ma s'ella è dannata al fuoco dello 'nferno, no' gli fa niuno
pro' nè l'uno nè l'altro. E non però, se l'uomo fa bene in questo secolo a
sua vita, egli n'à magiore pro' dell'uno cento, che s'egli è fatto dopo la
sua morte; ch'è similmente come quelli che vae in un oscuro, e porta
inanzi uno lume (1234). E quelli che dopo loro si fanno fare il bene,
portano il lume di dietro a loro, e lo risprendore loro viene inanzi,
perchè possano in alcuna cosa vedere. E non però (1235) lo bene che l'uomo
fa per loro, alleggia molto delle loro pene, e gli dilibera tosto, se non
sono dannati allo 'nferno.

(1233) _o quello che gli è fatto quando è morto?_ C. R. 2.

(1234) in uno luogo scuro C. R. 2. — com cil chi vait en oscure, et porte
o lui une lumiere, et la clarite li vait devant C. F. R.

(1235) Per _nondimeno_, _non per quanto_ dei nostri antichi, che
corrisponde al _ne porquant_ franc.



                             Cap. CCCLVI.

  _Lo re domanda: chi è lo più savio uomo del mondo? Sidrac risponde:_


Lo più savio uomo del mondo che è e fu e sarà si fu Adamo. E non però chi
pigliasse uno fanciullo d'uno anno o di meno, e ciascuno giorno X volte o
più sonasse inanzi lui stormenti, e la notte (1236), il suono degli
stormenti gli tenperrebbe il cervello, e gli purgherebbe il sangue, e gli
adolcirebbe lo cuore, sicchè in venticinque anni diventerebbe uno de' tre
più savi uomini del mondo.

(1236) e la notte altresì.



                             Cap. CCCLVII.

 _Lo re domanda: qual'è la più saporita carne che sia? Sidrac risponde:_


La più saporita carne che sia si è se l'uomo pigliasse una bestia
salvatica, e castrassela, e poi la lasciasse andare al bosco due mesi o
tre, e poi la pigliasse, si la troverrebbe la più saporita carne che sia,
e più sana al corpo.



                            Cap. CCCLVIII.

  _Lo re domanda: à egli niuna anima al mondo che potesse sapere quello
      che in tutto il mondo si fa in uno giorno? Sidrac risponde:_


Niuna anima del mondo non potrebe sapere nè vedere quello che in tutto il
mondo si fa in uno giorno, nè starlobio (1237) nè indovino. Ma lo
starlobio ne puote bene sapere una partita. Quelli che saranno nel
paradiso celeste, dopo la venuta del verace profeta, si vedranno
chiaramente tutto il mondo, dall'uno capo all'altro, e tutto ciò che vi si
fa di bene e di male, ched e' vedranno (1238) della natura degli angioli.
E quando lo peccato si farà, egli n'avranno grande duolo, non già delle
loro persone, che non possono avere se non gioia e letizia; ma 'l dolore
ch'egli avranno si è altressì come una vergogna e pietà per coloro che
peccano contro il loro criatore; e quella pietà è perchè non siano
dannati.

(1237) istrologhi C. R. 2. — estromiens C. F. R.

(1238) veront C. F. R.



                            Cap. CCCLVIIII.

 _Lo re domanda: le piccole bestie e vermi come funno fatti (1239) per lo
             mondo che tanto sono piccoli? Sidrac risponde:_


Elle furono in prima sparte per la volontà di Dio, per li venti e per li
ucielli, che gli portano d'uno paese in altro; che allora niuna bestia nè
niuno uccello non mangiavano l'uno l'altro, per comandamento di Dio. E
quando elle furono disparte per tutto lo mondo, allora incominciarono a
mangiare l'una l'altra. Ma inanzi si pascievano del frutto della terra.

(1239) Nel C. L.: come fatti. — Abb. agg. _funno_ dal C. R. 2.



                              Cap. CCCLX.

 _Lo re domanda: perchè i giovani ànno più chiara la vista che i vecchi?
                            Sidrac risponde:_


Li fanciulli ànno molta chiara vista, e meraviglia è com'egli non vegiono
le stelle di giorno. Da uno anno in cinque istanno in istato (1240), e poi
menomano di cinque anni in X; e di X infino in XX ella si mantiene, in
fino in XL; ella si mantiene, se per malizia e' no' la perdono. Li giovani
ànno lo cervello netto e chiaro e pieno di verdore, e tutt'i verdori ànno
buona chiareza (1241). Gli vecchi ànno lo cervello mucido e secco, sanza
niuno verdore e umidore; e per questa ragione non possono avere i vecchi
così chiara vista (1242) come ànno gli giovani fanciulli.

(1240) Intenderei: restano nello stato medesimo. — Non possiamo giovarci a
chiarir meglio questo passo degli altri Codd., perchè mancano queste
parole nel C. F. R.; e nel C. R. 2. la lezione è evidentemente errata,
leggendosi: stanno in vistato.

(1241) et tote verdour rent bone clarte C. F. R.

(1242) non possono avere gli occhi così chiari di vista C. R. 2.



                             Cap. CCCLXI.

     _Lo re domanda: gli pesci dormono nell'acqua? Sidrac risponde:_


Non già, gli pesci non dormono mica nell'acqua. Ma quando travagliati
sono, egli si riposano tra due acque presso alla rocca (1243). E s'eglino
fiatassero ispesse volte l'aria, siccome facciamo noi e gli altri animali
che sopra terra vanno, egli dormirebono. Alcuno pescie è che viene in
terra, e fiata l'aria, e s'adormenta per la riva e per l'isole; e quello
aviene per l'aria ch'eglino fiatano.

(1243) Mais chant il sont travailles si ce reposent pres as roches ou au
fons de l'aigue ou entre II aigues C. F. R. — Cf. _C. Plinii Sec._, Nat.
Hist., IX, 6.



                             Cap. CCCLXII.

      _Lo re domanda: perchè gli pesci ànno pietra in testa? Sidrac
                               risponde:_


Li pesci sono fatti d'acqua, e in acqua muoiono (1244); e sono sì leggieri
e sì isnelli che disciendere non potrebono nel fondo, per la loro
leggierezza, per la loro vita cercare, se le pietre non fossono in
capo (1245), che elle loro donano contrapeso per andare al fondo. E
ciascuno pescie à la pietra grande alla sua misura. E lo pescie che non à
pietra in capo, non puote andare al fondo come quelli che l'ànno.

(1244) e vivono nell'aqua C. R. 2.

(1245) L'aspide, nel _Tesoro_, porta in capo una pietra preziosa che ha
nome carbonchio. — E in _Plinio_ hanno una pietra nel capo i _lupi_, i
_chromes_, le _sciaenae_, i _pagri_. — IX, 24.



                            Cap. CCCLXIII.

     _Lo re domanda: di quante maniere sono pesci? Sidrac risponde:_


Li pesci sono di tante maniere (1246), chi le volesse tutte nominare tropo
vi sarebe grande noia l'ascoltare. E pesci ci à della maniera che voi
vedete ciascuno giorno. Altre maniere v'à che sono fatti a modo di
persone; altri a modo di bestie che ànno quattro piedi; altri a modo
d'uccelli; e altri lunghi e grandi XX passi o più; e altri verdi di molti
colori; e di tante maniere che sarebe lunga mena (1247) a contare.

(1246) che chi C. R. 2.

(1247) noia C. R. 2.



                            Cap. CCCLXIIII.

    _Lo re domanda: di quante maniere sono bestie? Sidrac risponde:_


Di diverse maniere sono le bestie. Chè bestie àe sopra terra, che sono
molte pericolose. Una maniera di bestie sono, che sono fatte a maniera
d'uomo maschio e di femmina; e si è molto grande e molta pilosa e molta
pericolosa. Anche ci à bestie che ànno quattro piedi e due teste. Anche ci
à bestie che sono sì grandi, che ciascuna potrebe portare X uomini adosso
e più. Anche ci à bestie ch'ànno coda di lione e volto e unghia di leone,
e sono molte pericolose. Anche ci à bestie a modo di serpente, e si ànno
volto d'uomo e capegli di femina (1248). Anche ci à bestie che della cima
della coda à uno osso lungo d'uno palmo, molto tagliente, come uno
rasoio (1249). Anche v'àe altre bestie diverse assai, che troppo vi
parebbe (1250). E queste pericolose bestie sono ne' grandi deserti. Per
paura di loro molte provincie saranno disabitate. Ma uno re nascierà che
le caccierà indietro nel grande diserto, là ove l'uomo non vede punto; e
là istaranno tuttavia.

(1248) Vedi _Tesoro_, Lib. V., cap. 59. — Curioso a leggersi, e non privo
di importanza, è il capitolo dove parlasi delle bestie d'India nel poema
_Ymage du monde_.

(1249) Il C. R. 2. ha questo di più: Anche ci àe altre bestie che ànno uno
corno nella fronte, e altre che n'ànno due, l'uno torto verso la fronte, e
l'altro verso lo collo. E altre bestie sono in guisa di serpenti, e ànno
viso d'uomo, e sono pericolosi, che s'eglino vegono la persona prima che
la persona loro, inmantenente muore; e lo simile aviene se la persona vede
prima loro, cioè la bestia. Anche ci àe altre bestie, che vanno in due
piedi, e ànno mani e piedi a modo di scimia, e non ànno se non uno occhio
in della fronte, e tutt'i denti della bocca sono due passi: eglino li ànno
sì forti che romperebero gli ossi; e sono molti isnelli.

(1250) troppo vi parebono a udire contare C. R. 2.



                             Cap. CCCLXV.

  _Lo re domanda: di quante maniere sono gli uccelli? Sidrac risponde:_


Li uccelli sono di molte maniere, che lunga cosa sarebe a contalle. Ma una
maniera d'uccelli sono, che sono magiori che bufole, e più forti, e sono
vaiati; e non vivono se non di carne, e non possono fare lo dì se non tre
voli, e ciascuno volo è di due miglia, o di IIII al più. È un'altra
maniera di uccielli, che sono fatti a modo di bestie (1251); e sono grandi
e forti molto e pericolosi. E questo due maniere d'uccelli abitano
nell'isole del mare d'India. E uccelli sono che ànno due teste e quattro
piedi, e non vivono se non d'una gente che sono nell'isola d'India, che
pigliano la gente, e mangialla; e quella gente à tuttavia co' loro briga e
guerra (1252). Un'altra maniera sono d'uccelli che covano al fuoco, e al
fuoco fanno i loro pulcini, e la loro piuma non si puote ardere; e quando
egli vogliono covare, egli ragunano legne, e entranvi dentro, e battono
tanto dell'alie, che lo fuoco sale e s'aprende a quelle legne. Altre
maniere ci à d'uccelli, che ànno il collo lungo come una lancia; e altri
ch'ànno i piedi a modo di cavallo; e altri che cantano dolcemente inanzi
la loro morte, due giorni o quattro. Altri v'à che non covano i loro
pulcini se non collo sguardare, e fanno due figliuoli maschi; e quando
ànno XXX giorni, egli montano nell'aria, e combattono tanto che l'uno cade
morto. Altra maniera v'à d'uccelli assai, alli quali noi faremo
fine (1253).

(1251) ch'ànno il corpo come uciello, il capo come bestia C. R. 2.

(1252) Anche al Cap. LXXIX è parlato della gente che ha guerra cogli
uccelli, favola negli antichi scrittori spesso ripetuta. Ved. _Leopardi_,
Err. degli Ant. — Nell'_Ymage du Monde_:

    Iluec sont unes gens menues
    . . . . . . . . . . .
    Qui soventes fois se bataillent
    Contre les grues que les assallent
    . . . . . . . .
    Teles gens ont nom pigmen
    Et sunt petit comme naien.

Intorno ai _pigmei_, cf. _Berger de Xivrey_, Trad. Teratolog., pag. 101.

(1253) Veda il lettore come alcune di queste favole sugli uccelli sembrino
tolte dai racconti del Polo.



                             Cap. CCCLXVI.

      _Lo re domanda: quale è lo più bello uccello del mondo? Sidrac
                               risponde:_


Lo più bello uccello del mondo si è lo gallo; ch'egli à molto di bellezza
e di bontà in lui, le quali uomo non truova in altri uccelli. Lo gallo à
primamente corona; secondo, porta speroni; terzo, Idio gli à donato di
sapere conosciere l'ore del dì e della notte. Il gallo è geloso della
moglie, più che niuno uomo della sua, e si è sì largo ch'egli soffera
fame, per dare alla sua moglie a mangiare. Gallo fa asalto e battaglia
l'uno contra l'altro. E se lo gallo fosse di caccia, tutti gli altri gli
farebono onore e riverenzia e lo doterebono (1254). Di biltà è egli lo più
bello uccello del mondo, di sua grandezza.

(1254) Nel C. L.: terebono. — Abb. corr. col C. R. 2., conforme al
C. F. R.



                            Cap. CCCLXVII.

 _Lo re domanda: qual'è la più bella bestia del mondo? Sidrac risponde:_


La più bella bestia e la più forte e la più valente si è lo cavallo,
perchè i cavalli si mantengono signorie, e si guadagna onore e terre e
provincie. Non à niuna bestia al mondo che, s'ella fosse caricata com'è il
cavallo covertato, e collo cavaliere con tutta l'arma, ch'ella potesse
andare più che nel passo (1255). Lo cavallo non sa essere sì carico, che
con sia più isnello che un'altra iscaricata (1256). Cavallo si dee amare e
innorare e pregiare sopra tutte l'altre bestie del mondo.

(1255) di passo C. R. 2.

(1256) non sia isnello come niuna altra bestia scarica C. R. 2.



                            Cap. CCCLXVIII.

      _Lo re domanda: qual'è lo più degno uccello del mondo? Sidrac
                               risponde:_


Lo più degno uccello del mondo si è la lape, che procaccia la sanità al
corpo dell'uomo. Ella ci aducie i buoni fiori per la volontà di
Dio (1257), e si fa lo mele, lo quale si fa prode al corpo dell'uomo e
delle bestie, per molte maniere; e si fa cera, della quale noi facciamo
bella luminaria, e di medicine e unguenti (1258).

(1257) Così anche nel C. R. 2.; ma nel C. F. R.: abeille vait maniant des
bones flores.

(1258) e si aopera la ciera e lo mele a medicine C. R. 2.



                           Cap. CCCLXVIIII.

    _Lo re domanda: quali sono gli più begli cavagli che siano? Sidrac
                               risponde:_


Assai sono di belli cavalli per lo mondo. Ma lo cavallo dee avere in sè
IIII cose lunghe, e IIII cose larghe, e IIII cose corte. In prima dee
avere in sè lo bello cavallo lungo collo e lunghe gambe e lunga ischiena e
lunga coda. E si dee avere in lui largo petto e larga groppa e larga bocca
e larghi anari. E si dee avere corto pasterone (1259) e corto dosso e
corti orecchi e corta coda, non mica, le setole, ma lo canone della
coda (1260). E sopratutto questi dee avere grandi occhi aperti. E s'egli à
in sè tutto questo, e egli è sano e bello e di buona costuma, quelli è
buono cavallo e bello e bene da pregiare.

(1259) Forse per _panzerone_, _panzirone_?

(1260) Nel C. L. sta scritto: e corta coda nello pelo ma la proprietà
della carne e dell'osso. — Noi abb. adottata la lez. del C. R. 2. — A
spiegar poi l'errore del n. t. giova riferire il C. F. R.: et corte coe,
non pas le pel, mais la propriete de la car et de l'os.



                             Cap. CCCLXX.

      _Lo re domanda: quale è la più benignia bestia che sia? Sidrac
                               risponde:_


La più benignia bestia che sia si è l'agnello e il bue. Agnello viene a
dire benedetto e umile; bue viene a dire umile cosa e semplice. Il bue si
travaglia per la vita dell'uomo e per la sua, e per la vita di molte altre
bestie. Bue non à altro officio se non della terra arare, per lo frutto
della terra guadagniare.



                             Cap. CCCLXXI.

 _Lo re domanda: quale è la più bella cosa che Idio abia fatto al mondo?
                            Sidrac risponde:_


Iddio per la misericordia fece tutte le cose e tutti i beni, e non
maledisse se non il diavolo solamente, perciò ch'egli volle essere
simigliante a lui. L'altre criature non maledisse egli mica, chè le bestie
velenose e pericolose non maledisse egli già per lo veleno; chè, con tutto
loro pericolo, si tengono elli bene la legie che Idio diede loro, e lodano
e ringraziano lo loro criatore.



                            Cap. CCCLXXII.

  _Lo re domanda: perchè gli piccoli alberi portano grande frutto, e gli
         grandi alberi portano piccoli frutti? Sidrac risponde:_


Li grandi alberi portano piccoli frutti. La ragione è per l'umidore che
disciende di sua grandezza e nelle sue branche, e perciò nascono i frutti
piccoli. E quando l'albore è piccolo, i frutti per natura diventano
grandi, chè tutto l'umido vae in lui. E per questa ragione lo piccolo
albore porta grande frutto, e lo grande albore porta piccolo frutto.



                            Cap. CCCLXXIII.

  _Lo re domanda: quali sono le più intendevoli bestie che sieno? Sidrac
                               risponde:_


Le più intendevoli bestie del mondo sono iscimmie, orsi e cani. Queste
sono le più conoscienti bestie del mondo, chè Idio à loro donato cotale
natura, d'intendere alcuna cosa dell'uomo. Quando Noè fue nell'arca per lo
diluvio, queste tre bestie stettono più presso a lui che niuna altra; e
quand'egli uscirono dell'arca, elle furono le sezaie che si dipartirono da
lui, chè per lo loro intendimento aveano paura che lo diluvio non tornasse
adietro.



                           Cap. CCCLXXIIII.

      _Lo re domanda: gli uccelli di caccia perchè non beono? Sidrac
                               risponde:_


Gli uccelli di caccia non beono per lo loro volare, ch'egli volano più
alto che tutti gli altri uccelli, e ànno tuttavia la frescura dell'aria.
Iddio à loro donato natura che non possono bere spesso; e alcuna volta
beono, quand'egli vogliono montare, s'egli truovano acqua.



                             Cap. CCCLXXV.

  _Lo re domanda: le serpi sono istate tuttavia in questa forma? Sidrac
                               risponde:_


Lo serpente è stato tuttavia in forma tortigliata; e perciò lo diavolo
entrò in lui, e si atortigliò (1261) nell'albero, e tentò Eva di manicare
il pome, e Eva tentò lo suo compagnone. Ma allora era lo serpente di più
bello colore ch'egli non è ora. Ma la forma à egli come allora.

(1261) Nel C. L.: conciliò. — Abb. corr. col C. R. 2.



                            Cap. CCCLXXVI.

  _Lo re domanda: a cui escie sangue del naso e stagnare non si può, che
               ne potrebbe l'uomo fare? Sidrac risponde:_


Naso che getta sangue e stagnare non si puote, per due cose lo può l'uomo
istagnare. Piglia lo sterco del porco, caldo, e fa ricevere al naso lo
fummo, inmantenente istagnerà. L'altra, piglia merda di cammello, secca, e
pestala che la facci sottilmente (1262), e metti al naso quella polvere, e
alenerà bene forte, sì ch'ella vada ben dentro, e inmantenente lo sangue
istagnerà.

(1262) e pestala sottilmente C. R. 2.



                            Cap. CCCLXXVII.

 _Lo re domanda: la rea lebbra che monta alle gambe dell'uomo come si può
                       guarire? Sidrac risponde:_


Ria lebbra che al corpo monta leggiermente si può guarire, chi pigliasse
li scarafagi, e ardesseli come cenere, e pestasseli sottilmente, e poi
bollisse lo lardo (1263) del porco vecchio, e mettesse quella polvere
dentro, e altrettanto, come la metà, di biacca, e facessene unguento, e
ugnessene la piaga; e poi vi mettesse una piastra di pionbo sottile, sopra
la ganba, e pertugiata ispesso (1264), e mutassesi la mattina e la sera lo
pionbo (1265), se rotto non fosse, si guarrebbe.

(1263) sangue di porco vecchio overo lardo C. R. 2.

(1264) e pertugiata in più luoghi C. R. 2.

(1265) e mutasseli la matina e la sera l'unguento, non mica lo piombo
C. R. 2. — et changeroit matin et vespre l'ongiement et le plomb. C. F. R.



                           Cap. CCCLXXVIII.

 _Lo re domanda: come potrebe l'uomo trarre la volatica che fortemente è
                  apresa nella carne? Sidrac risponde:_


Volatica che s'apiglia alla carne, non (1266) si vuole partire, chi
pigliasse porcar (1267) (cioè uno vermine bacarozolo, grande com'una fava,
e si è biadetto e tenero, e à molti piedi sottili e bianchi, e lo ventre
bianco; e quando l'uomo lo tocca egli diventa tondo com'uno bottone), chi
fregasse lo vermine sopra la volatica, sì forte che lo vermine si
spiccioli (1268) tutto, due volte o III o IIII, egli guarrebbe tosto.

(1266) e non C. R. 2.

(1267) pichaar C. F. R.

(1268) si disfacesse C. R. 2.



                           Cap. CCCLXXVIIII.

   _Lo re domanda: uomo che à male stomaco che gli potrebe l'uomo fare?
                            Sidrac risponde:_


L'uomo che à rio stomaco pigli mele cotogne dolci, e cavane le granella, e
falla com'uno bossolo, e enpila di mele di lape e di fiori, e la
'nvogli (1269) con pasta di grano, e mettila sopra la senplice brucia, e
falla bollire e ispremare bene, e bere di quella acqua a digiuno IIII o V
matine, e guarrà.

(1269) Così nel C. R. 2.: per _la involgi_. — Nel n. t.: lavogli. — Nel
C. F. R.: et metre dehors tout en tout part, ec.



                             Cap. CCCLXXX.

   _Lo re domanda: stomaco ch'è scaldato ed è enfiato come si potrebbe
                       aiutare? Sidrac risponde:_


Lo stomaco ch'è scaldato e enfiato, piglia radice di serpillo, e mettila
in buono vino dolcie o in altro buono vino, uno giorno e una notte, e poi
lo cola, e usalo VIII giorni o X, a digiuno.



                            Cap. CCCLXXXI.

   _Lo re domanda: che può l'uomo fare al dolore dello stomaco? Sidrac
                               risponde:_


Chi avesse calore al fegato e fosse di colore giallo, e anche fosse
rognoso, pigliasse acqua di cicoria e acqua di cime di more salvatiche, e
chi vuole avere queste acque, priemile insieme e pestile, e acque di
lattuga; e piglia altrettanto zuchero; e fallo tanto bollire che diventi a
modo di sciloppo; e poi metti entro uno peso e mezzo di ribarbero, e bealo
la mattina e la sera con acqua fredda, una parte di scilopo e due parti
d'acqua, e guarirà.



                           Cap. CCCLXXXIII.

  _Lo re domanda: chi fosse in cammino, ed egli non potesse avere delle
   cose, ed egli avesse male al fegato o allo stomaco o di calore o di
   stordigione, che vi potrebe fare per ricoverare? Sidrac risponde:_


Uno lattovaro che si fa di cinque cose, o le mangiasse o le beesse in
acque, III pesi o IIII, egli guarirebbe. E queste sono le cose:
iscerlogie, zamur, more, ziezara, granelatorio (1270). E tutte queste cose
pestare, e confettare, come gli è bollito. E chiamasi lattovario di vita.

(1270) Non sapremmo che intendere di queste parole, le quali variano ne'
diversi Codd. Il C. R. 2. ha: stralogia, zaracut, more, genziera,
granellatori. — Il C. F. R.: storlozie, zaront, more, gencian,
grainderere. = Par certo che siaci dello zenzero e delle more, da pestare
insieme! Il C. R. 2. vuole ancora che le sieno _confettate con mele d'api
bollito_. Forse per _iscerlogie_ potrebbe intendersi l'_aristologia_, la
quale _mundificat pectus_. E per _zamur_, il _zirumber_, che _stringit
ventrem et retinet vomitum_. Cf. _Alb. Magn._ De veget. et plant.



                           Cap. CCCLXXXIIII.

 _Lo re domanda: perchè à lo stomaco cotante medicine? Sidrac risponde:_


Dallo stomaco vengono i più de' mali del corpo; e chi potesse domandare i
morti che sono e che saranno, egli troverrebe più che le tre parti sono
morti di male di stomaco, imperò che lo stomaco è la più pericolosa cosa
del corpo.



                            Cap. CCCLXXXV.

   _Lo re domanda: come potrebe l'uomo stagniare lo sangue della piaga?
                            Sidrac risponde:_


Pigliare un'erba che si chiama lunemaca (1271), e mettere delle sue foglie
in nella fedita, e lo sangue istagnerà. E chi non puote avere di quella
erba, ai pigli piume, e ardale, e fanne cenere e di quella cenere si
lordi (1272), e polla in sulla piaga; e lo sangue ristagnerà.

(1271) limemachaf C. R. 2. — mohaf. C. F. R.

(1272) Questo _lordi_ pare abbia ad essere un errore del Cod., e forse
trovasi qui per una associazione d'idee col _lardo_; leggendosi nel
C. R. 2. che la cenere delle piume s'ha a mescolare col _lardo di porco
fresco e sevo_. Forse potrebbe leggersi _lardi_. Il C. F. R. non ha nulla
di ciò.



                            Cap. CCCLXXXVI.

   _Lo re domanda: che potrebe (1273) l'uomo allo 'nfermo che avesse lo
      fegato riscaldato e fosse di giallo colore? Sidrac risponde:_


Bere VIII giorni o X merda di vermi che fanno la seta, e ciascuno (1274)
uno peso; e tosto guarirà. E chi non la puote avere, bere similmente della
'nfracidatura del legname (1275), con iscilopo, dieci giorni, e guarirà.

(1273) _potrebe fare_ C. R. 2.

(1274) ciascuno giorno C. R. 2.

(1275) della polvere del legno C. R. 2.



                           Cap. CCCLXXXVII.

   _Lo re domanda: persona che sia troppo magra e à male nel ventre di
                 vermini come guarrà? Sidrac risponde:_


Midolla di volpe e foglie di cabar (1276) e merda di cammello (1277) e
midolla (1278) d'oriner; pestale tutte con tre pesi di grasso di porco, e
mettere poi latte di fichi (1279), e farne unguento, e usarlo; e guarirà.

(1276) ghabar C. R. 2.

(1277) di cavallo C. R. 2.

(1278) granella C. R. 2.

(1279) di femina C. R. 2.



                           Cap. CCCLXXXVIII.

  _Lo re domanda: quale fu lo primo uomo che Idio fece e che generazione
                      fu e sarà? Sidrac risponde:_


Lo primo uomo che Idio fece si fue Adamo; e di lui venne Abel lo giusto, e
fece sacrificio a Dio inanzi sua morte. E poi fue uno ch'ebe nome Seth,
che Idio elesse in suo luogo; del quale Seth uscirà il parentado del
figliuolo di Dio. E poi fu un altro ch'ebe nome Enoc, che Idio traportò
andando a lui (1280). Apresso fu lo buono servo di Dio Noè, del quale
Iddio enpiè il mondo di lui, e de' suoi figliuoli nacquero XX migliaia di
persone, innanzi la sua morte. E di quella generazione siamo noi venuti.
Questi ch'io v'ò mentovati furono gli amici di Dio, che furono da Adamo
infino al tempo di Noè.

(1280) alant o lui C. F. R.



                          Cap. CCCLXXXVIIII.

 _Lo re domanda: che generazione sarà quella del veracie profeta? Sidrac
                               risponde:_


Per la grazia di Dio, la quale egli ci degnò di dare alcuna cosa a sapere
della loro maniera, alcuna cosa ne diremo (1281). Uno buono uomo fue, lo
quale ebe nome Melchisedec, del quale Idio degnò di ricevere da lui pane e
vino in sagrificio. E nascierà uno buono uomo Abraam, il quale Idio
diliberrà di tutte tentazioni. E nascierà un altro, il quale Idio
diliberrà del suo fratello Iacob. E nascierà un altro, il quale Idio
diliberrà della 'nvidia de' suoi fratelli, Ioseph; e per le sue buone
opere diliberrà una grande gente di fame. E nascierà un altro, il quale
Iddio diliberrà delle tentazioni di Satanas, Iob; e lo diliberrà della sua
lebbra, e gli renderà la sua substanzia, secondo lignaggio di vita. E
nascierà un altro e uno suo fratello, al quale Idio manderà una legge da
cielo, Moyse e Aron, gli quali diliberanno una grande generazione di
servaggio; e Idio farà per lui molte virtudi, e distrugerà e annegherà in
mare uno possente re con tutta la sua gente, Faraone. E apresso nascierà
un'altra gente, che Idio diliberrà d'una fiera gente, Osian, Balan.
Apresso diliberrà un'arca di loro testamento per uno fiume Giordano. E
apresso diliberrà uno buono uomo, Roboan, d'una villa, Gerico. E apresso
diliberrà uno forte uomo, Sansone, dell'ira del leone e delle mani d'una
gente, Filistei. E apresso diliberrà il popolo Isdrael, là ove l'angelo
ucciderà LXX uomini di quello popolo. Apresso diliberrà uno buono uomo,
Davit, della fiera d'uno orso e d'uno lione e delle mani di due re, Golia
e Saul. E apresso diliberrà uno popolo della setta del popolo Isdrael, e
due fanciulli di servaggio. E apresso diliberrà cento uomini di XXX pani,
e loro soperchierà assai dello rilievo (1282). E apresso diliberrà uno
grande uomo, Amon, della lebbra, al fiume Giordano. E si diliberrà molti
uomini profeti, per quello medesimo fiume, e uno re d'Egito. Apresso
diliberrà Datan, e due cittadi dell'oste di Soria. Apresso diliberrà uno
buono uomo, Geremia, d'una fiera terra, Babillonia. Apresso diliberrà
Anania, Esariel, Misael, tre fanciulli, della fornace di fuoco ardente.
Apresso diliberrà una femmina di falsi testimoni; e Iona, si è uno uomo,
del ventre del pescie balena. E apresso di LXX anni diliberrà Iuda Macabeo
della lebbra, e di molte passioni. E si diliberrà Daniel delle mani d'uno
fiero uomo. E apresso diliberrà uno buono uomo, e ancora padre di santo
Iohanni, che sarà molto buono uomo e grande. E diliberrà una femmina che
fia sterile, che anunzierà al suo marito Gioachino, com'ella sia pregna
d'una santa figliuola Maria, ch'egli averanno, per cui tutto il mondo
sormonterà. In quella vergine s'aonberrà lo figliuolo di Dio, e piglierà
carne e sangue in lei. E apresso di quella vergine nascerà lo figliuolo di
Dio, che diliberrà sè medesimo d'un possente re Erode, lo quale farà
uccidere tutti i fanciulli di quella contrada, per lui uccidere, e lo
numero di coloro sarà CXLIIII. E si diliberrà Guaspar, Baldassar,
Melchior, tre re che veranno del levante, per lui adorare, per lo
guidamento della stella del cielo; e porterannogli presenti, oro e incenso
e mirra. Gli tre re significano ch'egli vorrà trarre a sè, per fey (1283)
gli Asiriani e gli Africani e quelli di Uropia, e bene tre parti del
secolo, Asia e Africa e Uropia. Questi sono quelli che nasceranno di Noè,
infino alla venuta del figliuolo di Dio, che verranno e saranno amici del
figliuolo di Dio. E molte altre cose (1284) che molto sarebe lungo a
raccontare (1285).

(1281) Manca al C. L. alcuna cosa ne diremo. — Abb. suppl. col C. R. 2.

(1282) e a loro rimarrà assai rilievo C. R. 2.

(1283) per fede C. R. 2.

(1284) E molti altri assai C. R. 2.

(1285) Ci è parso inutile, comecchè fosse facilissimo, correggere i molti
errori di nome, che leggonsi in questo Cap.



                            Cap. CCCLXXXX.

 _Lo re domanda: sarà conosciuta la natività del figliuolo di Dio? Sidrac
                               risponde:_


La natività del figliuolo di Dio sarà conosciuta per molte maraviglie. Una
grande istella lo giorno aparirà, e al sole uno grande cierchio, che lo
nuvolo verrà tutto che lucerà come oro (1286). Una fontana d'olio surgerà
fuori della terra; le bestie mutole parleranno; e gli uccegli e gli pesci
si rallegreranno; gli diavoli tristi seranno. All'ottavo giorno della sua
natività sarà circonciso per lo conpiere della ley (1287), e per mostrare
ch'egli è verace Idio e verace uomo.

(1286) Così nel Cod.; potrebbe intendersi che le nuvole saranno del colore
dell'oro. — Anche il C. R. 2. ha la stessa lezione. — Nel C. F. R. non
parlasi di nuvole: I sercle chi environera le souleil chi sera a or
propre. — E ciò che nel Cap. seguente dicesi, par confermare l'erroneità
dei due Codd. ital.

(1287) leggie C. R. 2.



                            Cap. CCCLXXXXI.

 _Lo re domanda: che significheranno le maraviglie che saranno quando lo
              figliuolo di Dio sarà nato? Sidrac risponde:_


La stella significa i buoni uomini; e però aparirà ella molto chiara, chè
lo signore de' signori sarà nato. Lo cerchio dell'oro intorno al sole
significa la sua grazia, che allumina la sua santa fede; e sarà altressì
chiara e pura e netta come il sole. La fontana dell'olio significa
misericordia, che discenderà della vergine. Signum verace pacie (1288),
che sarà nata sopra terra, ciò sarà egli medesimo. La bestia mutola che
parlerà significa le genti pagane disconoscienti, che si dovranno (1289)
al figliuolo di Dio convertire. Li diavoli avranno duolo, inperciò che
sarà quelli che ronperà lo 'nferno, e metterà fuori i suoi amici; e a'
diavoli egli raddopierà la loro pena. Le bestie e gli uccegli saranno
allegri, inperciò ch'egli sentiranno l'umiltà del loro criatore, che degnò
d'umiliarsi a volere nasciere sopra terra, a santificarla.

(1288) La pacie significa verace pace C. R. 2.

(1289) Tanto nel n. t. che nel C. R. 2. leggesi _daranno_. La correz. ci è
parsa evidente, tanto più leggendosi nel C. F. R.: _devoient_.



                           Cap. CCCLXXXXII.

 _Lo re domanda: lo giorno che lo figliuolo di Dio nascerà saprà egli più
                    d'un fanciullo? Sidrac risponde:_


Lo giorno che lo figliuolo di Dio nascierà, egli saprà tutte le cose, come
Dio, che co' lui serà riposto lo tesoro di sapienzia, tutto quello che
unque fue e sarà e potrebe essere (1290). E secondo la sua podestà potrà
egli fare tutte le cose. Ma egli vorrà di tutto in tutto tenere la via
dell'uomo, sanza peccare (1291).

(1290) Manca al C. F. R. _tutto quello_; onde corre meglio il senso.

(1291) Soulement sanz pechier C. F. R.



                           Cap. CCCLXXXXIII.

 _Lo re domanda: quando (1292) lo figliuolo di Dio verrà in terra con che
                gente converserà egli? Sidrac risponde:_


Quando lo figliuolo di Dio sarà fanciullo, egli converserà colla madre
vergine, in una provincia in Egitto, perchè vorrà mostrare ch'egli è loro
verace profeta. Tutto altresì come quello profeta Moyse avrà deliberato lo
popolo Isdrael del servaggio del fiero re Faraone di quella terra, li
metterà in terra di promissione, tutto altresì simigliantemente lo
figliuolo di Dio li buoni delle tenebre dello 'nferno egli ne trarrà, e
metterà allo regno di cielo. Dopo gli sette anni si partirà egli d'Egytto,
ed irà tra una gente credente in Dio. E poi si battezerà in acqua, per
dare asenplo a coloro che a lui crederanno, che si battezino, siccome egli
fece per santificare loro acqua che è contraria al fuoco; e per ciò che
questo fuoco sia ispento si battezzerà egli in acqua; e anche per l'acqua
che lava e netta tutte lordure, e spegnie la sete, e rende all'uomo la sua
biltade. Simigliantemente laverà la grazia del sancto ispirito, gli
peccati, al battesimo, quand'egli saranno battezati, alla fede del
figliuolo di Dio; e si renderà loro la salute dell'anima, per la parola
del figliuolo di Dio, e renderà loro quelle ymagine che noi avemo perduto
per lo peccato d'Adamo.

(1292) Abb. agg. _quando_ dal C. R. 2.



                          Cap. CCCLXXXXIIII.

  _Lo re domanda: lo figliuolo di Dio sarà bello uomo, e come si troverà
                         egli? Sidrac risponde:_


Lo figliuolo di Dio sarà molto bello uomo, e aparirà a' suoi discepoli, in
una montagna, a monte Tabor; e la sua faccia risprenderà come lo sole, e
lo suo colore (1293) come la neve, ma secondo la forma ch'egli sarà. Assai
sarà d'alta persona.

(1293) Sa robe C. F. R.



                            Cap. CCCLXXXXV.

    _Lo re domanda: perchè morrà egli, perchè si lascierà egli morire?
                            Sidrac risponde:_


Per obedienzia; ch'egli sarà obediente, d'infino alla morte della croce;
perch'egli sarà diritto uomo tutta la sua vita. E di questa obedienza
della morte si verrà l'umanità alluminata (1294). E ciò richiede Iddio a
tutte le sue criature. E quando Idio vedrà che 'l figliuolo vorrà così
buona opera fare, per conbattere il diavolo e per deliberare Adamo e gli
suoi, si vorrà volentieri la sua morte. E di questa maniera dimosterrà
egli in questo secolo sua grande caritade, ch'egli lascierà morire lo
figliuolo per raccattare i suoi servi. Egli darà lo figliuolo, e lo
figliuolo darà sè medesimo. E tutto questo sarà per caritade. E morrà
sopra lo legnio, ch'egli vorrà raccattare quello d'Adamo, che per lo
legnio (1295) è dannato. E per la sua morte si potranno salvare gli uomini
de' loro peccati, chè magiore sarà la sua morte, che lo peccato. Se Dio
fosse dinanzi a te, e io sapessi ch'egli fosse lo signore del secolo, e
alcuno ti dicesse, uccidi quest'uomo o tutto il secolo perirà; tu nol dei
mica uccidere, per salvare tutto il mondo, chè la sua vita è più preziosa
che tutto il mondo, e che tutto quello che potesse essere. Altrettale sarà
del figliuolo di Dio: la sua morte sarà più che lo peccato. E
simigliantemente come la sua vita sarà più degnia di tutti i secoli,
similemente sarà la sua morte, alla ragione di molti uomini.

(1294) L'umana generazione alluminata C. R. 2. — de ceste obedience de la
mort se deura la humanite a la divinite C. F. R.

(1295) por la pome C. F. R.



                           Cap. CCCLXXXXVI.

 _Lo re domanda: chi 'l vedrà e come sarà egli morto? Sidrac risponde:_


Una gente l'uccideranno, li giudei; e quelli che (1296) Idio avea dato li
X comandamenti, si faranno consiglio per lui uccidere. E staràe nel
sepolcro due dì e una notte. E ciò significa le due morti dell'uomo, l'una
del corpo e l'altra dell'anima. Lo giorno significa la sua morte, ch'ella
fa loro lume, a quelli (1297) che moranno nella sua fede (1298). La sua
anima andrà nel celestiale paradiso, siccome egli dirà a uno malfattore,
che sarà a peso co' lui, dal lato diritto: oggi sarai con meco in
paradiso. E poi discenderà allo 'nferno, a mezza notte della sua
risuresione; e lo dispoglierà; e quelli ch'egli ne trarrà fuori metterà
nel pardiso celestiale. E poi n'andrà nel sepolcro, e risuciterà. E se
egli risucitasse (1299) così tosto com'egli sarà morto, gli giudei
direbono ch'egli non fosse mica morto, ma egli era tramortito per
l'angoscia della passione. Egli risuciterà il terzo giorno, lo primo dì
della settimana, cioè la domenica; ch'elli vorràe rinovellare il secolo,
in quello giorno che l'avea fatto.

(1296) di quelli a cui C. R. 2.

(1297) ch'ella sarà lume di quelli C. R. 2.

(1298) Nel n. t. leggesi _morte_. — Abb. corr. secondo i Codd. R. 2.,
F. R.

(1299) Manca al n. t. _E se egli risucitasse_. — Abb. suppl. col C. R. 2.



                           Cap. CCCLXXXXVII.

     _Lo re domanda: dove andrà egli dopo la sua risuresione? Sidrac
                               risponde:_


Egli starà XL giorni con Enoc, che fue inanzi Noè, e con un altro buono
uomo, ch'à nome Elia, nel paradiso terresto. E si sarà dopo la sua
resuresione più bello che non è il sole per sette volte; e di quella forma
lo vedranno i suoi disciepoli; egli aparirà XII volte, e prenderà
vestimento dell'aria (1300). Alla prima volta aparirà a quelli che 'l
sopellirà, in carne, a Iosep (1301). La seconda volta aparirà alla madre.
La terza alla Maddalena. La quarta a uno de' suoi sancti ministri Jacopo,
che quelli si boterà, che giammai non manicherà, se non lo vedesse. La
quinta aparirà a due suoi disciepoli. La sesta aparirà allo prencipe de'
suoi disciepoli, sancto Piero. La settima aparirà a' pellegrini, che lo
meneranno a uno castello. L'ottava aparirà a tutti i suoi disciepoli, in
uno tabernacolo, là dove saranno tutte le porte chiuse. La nona volta
quando sancto Tommaso metterà le sue dita nelle sue piaghe, per essere
creduto (1302) della sua morte. La decima allo mare di Taburia. L'undecima
al monte Taburro. La dodecima là dove troverrà del popolo de' giudei
insieme.

(1300) Nel n. t.: _anima_. — Abb. corr. secondo la lez. dei Codd. R. 2. e
F. R.

(1301) apparirà in carne a quello che lo soppelliro nella prigione dove
sarà Giuseppo C. R. 2.

(1302) credente C. R. 2.



                          Cap. CCCLXXXXVIII.

      _Lo re domanda: monterà egli solo in cielo? Sidrac risponde:_


Tutti quelli che morranno co' lui risuciteranno co' lui. In quella forma
monterà in cielo chente sarà istato inanzi la sua passione. E allora
monterà in sul nuvolo; e quand'egli sarà in su i nuvoli, si avrà quelle
figura che si dimostrò alla montagna a' suoi disciepoli. Egli vorrà
montare, dopo la sua resuressione XL giorni, in cielo, perch'egli vorrà
mostrare che quelli che faranno i X comandamenti della legge per gli
quattro vangelisti, si monteranno tutti dopo lui.



                          Cap. CCCLXXXXVIIII.

      _Lo re domanda: avrà egli magione lo figliuolo di Dio? Sidrac
                               risponde:_


Lo figliuolo di Dio avrà una santa magione in terra, la quale sarà la sua
isposa. E simigliantemente come il capo dell'uomo è sopra il corpo,
simigliantemente lui e la sua magione saranno una, per lo sagramento del
suo corpo. E similiantemente come gli ministri saranno governati per lo
corpo, simigliantemente gli buoni del suo popolo saranno governati per lo
suo sacramento. E quelli che saranno iscacciati della sua magione, elli
saranno dannati nello 'nferno, se quelli della casa no' li ricevono per
l'amendamento ch'egli faranno.



                              Cap. CCCC.

  _Lo re domanda: Lo corpo del verace profeta sarà tuttavia in terra in
      sua casa per lo comandamento di Dio? (1303) Sidrac risponde:_


Lo suo corpo sarà tuttavia in terra, e sarà nella sua casa, per lo
comandamento e lo dono ch'egli farà a' suoi ministri. Ch'egli sarà in una
cena, che loro ronperà lo pane, e dirà: pigliatelo e mangiate, chè questo
è lo mio corpo. In simiglianza, quand'egli avrà cenato, e egli piglierà lo
vasello del vino, e dirà: pigliate e beete, chè questo è lo mio sangue. E
tutti quelli che riceveranno quello corpo e quello sangue, e avranno fede
in lui, ch'egli sia veracemente lo corpo di Dio, salvi saranno. E quello
corpo sarà tutto giorno veduto nell'universo mondo, chè gli boni avranno
lo podere che avranno gli suoi ministri, di farlo, ciascuno giorno; e
faranno del pane corpo di Dio. E le degne parole ch'egli sopra loro
diranno e faranno, e lo segno della croce che faranno, e lo dono che da
lui avranno, e quello pane diventerà carne e sangue in lui, e l'umana
natura tuttavia vi sarà in lui; che così degna cosa d'umana vita non potrà
istare sanza sangue. Simigliantemente quand'egli sarà morto in croce, e'
sarà fedito d'una lancia al fianco diritto, e lo sangue salterà (1304)
fuori del suo corpo, e ralluminerà quelli che fedito l'avrà. Altressì lo
suo corpo che sarà fatto di pane nella sua santa casa, conciosia cosa che
lo corpo sarà fatto di pane, tuttavia sarà il sangue in lui; chè l'umana
natura è sostenenza di vita, e sarà tuttavia in lui. E ciò sarà pane di
vita, ch'egli dirà colla sua santa bocca, io sono pane di vita; e di
questo sarà lo suo santo corpo, che di pane sarà fatto. Anche, quelli che
avranno lo podere di fare quello prezioso corpo, s'egli avessero mille
pani inanzi di loro, e dicessono quelle sante e degne parole, e facessero
lo segno della santa croce, incontanente tutto quello pane si farebbe
carne e sangue del figliuolo di Dio, e l'umana natura di vita sarebbe in
lui. E niuno uomo e niuna femmina salvare non si potrà, se di questo
verace pane e corpo di Cristo non ricevono, con credenza ch'egli sia
veracemente lo corpo del verace profeta. E li piccoli garzoni che non
cognoscono, e non sanno che ciò si sia, per la loro gioventudine, non è
già forza se no' 'l ricevono, chè per la loro puritade e per la loro
verginitade egli sta tuttavia co' loro. Gli miscredenti che in lui non
credono, e lui conosciere non vogliono, quelli nol dee mica ricevere di
tutto in tutto, se lui non riconoscono, e a lui non si convertono; e
allora lo puote ricevere. E chi altrimenti lo riceve, la sua dannazione
farà; chè il corpo di Dio dee morire in sè medesimo, e quelli riceverà
fuoco.

(1303) Nel C. F. R. prima della rubrica di questo cap. leggonsi le
seguenti parole, le quali ci pare non inutile riferire: Cest capitle si
est encontre toutes les naisons, chi dient, por quoi les frans ne donent
au peuple dou cors che le presle resoit et dou sanc che il resoit o le
cors?

(1304) spillerà C. R. 2.



                              Cap. CCCCI.

   _Lo re domanda: ciascuno del suo popolo buoni e rei potranno fare lo
              corpo del veracie profeta? Sidrac risponde:_


Non già, se non quelli solamente che avranno lo podere della sua santa
magione eclesia. E quello dignissimo corpo non potrà essere menomato nè
lordato, se non come lo sole che non puote essere lordato da neuna carogna
che l'uomo metta (1305). E quelli che degniamente lo riceve e lo riceverà
e manterrà, in colui rimarrà egli. E quelli che lo riceverà, e non sarà
degno di riceverlo, in colui non dimorerà egli mica, anzi monterà egli in
cielo, per gli angioli, e lo corpo del verace profeta dimorerà in sè
medesimo; e quelli che lo piglierà, piglierà pane tanto solamente; e sì
tosto com'egli piglierà quello pane, lo diavolo enterà nel suo corpo. E
tutti quelli che degnamente lo riceveranno, egli dimorerà in loro; e
quelli che no' lo riceverà degniamente, egli non dimorerà mica in loro,
anzi se n'andrà in cielo, per gli angeli; e egli riceveranno la loro
dannazione.

(1305) Nel C. R. 2.: che l'uomo vi metta. — Ma non si intende, veramente,
come potrebbe mettersi la carogna nel sole. — Migliore è la lez. del
C. F. R.... soleil chi ne peut estre concies de la pulentie d'une
longuaige — Vedi la nota (3) a pag. 26.



                             Cap. CCCCII.

  _Lo re domanda: quelli che avranno podere di fare lo corpo del verace
  profeta saranno eglino onorati più inanzi a Dio che gli altri? Sidrac
                               risponde:_


Già, per lo dono nè per altri mestieri ch'elli ànno, non potranno fare
piacere a Dio, se non per le loro buone opere. E se riamente (1306)
mantengono i loro ministerii, elli saranno più dannati che gli altri; chè
lo verace loro profeta gli domanderà più che l'altre genti; chè a loro più
comanderà della fede e de' suoi comandamenti che gli altri. Egli gli farà
pastori sopra le sue pecore; se per la loro mala guardia i lupi le
pigliassono, cioè lo diavolo, eglino saranno risponditori inanzi a Dio, e
fortemente però saranno tormentati.

(1306) Nel n. t. lealmente. — Abb. corr. l'errore evidentissimo, secondo
la lez. del C. R. 2.



                             Cap. CCCCIII.


_Lo re domanda: deono egli fare tutto giorno lo corpo del verace profeta?
Sidrac risponde:_

Elli debono (1307) fare per la sua gloria, e per la sua santa madre
eclesia, e per sè, e per lo popolo. E quelli che lo faranno giustamente,
siccom'egli dovranno, egli saranno onorati e innalzati sopra tutti gli
altri. E quelli che lo riceveranno con mala conoscienza (1308), meglio
sarebbe di mettervi uno tizzone di fuoco. E sapiate che molto dannerà la
sua anima chi così lo riceverà. Iddio non fece in paradiso niuno male nè
niuna pena, anzi lo fece tutto buono; ma Adamo fece bene male a suo corpo,
quand'egli mangiò lo pome che Idio gli avea divietato, e si fece la
volontà del diavalo. Quelli che di buona conoscienza lo riceveranno, già
perciò ch'egli sieno peccatori, non deono lasciare di pigliarlo, se lo
ricevono di buono cuore e di buona fede confessata (1309).

(1307) lo deno C. R. 2.

(1308) coscienza C. R. 2.

(1309) e confessati C. R. 2. — Questo _confessati_ manca al C. F. R.



                            Cap. CCCCIIII.

          _Lo re domanda: che cosa è peccato? Sidrac risponde:_


Peccato è nulla, chè Idio fece tutte le cose, e tutte le fece buone.
Perciò dobiamo noi sapere che 'l peccato è nulla, per sustanzia, chè tutte
le cose che Iddio fece ànno sustanzia, e tutte sustanzie sono buone. Ma
nulla (1310) non à nulla substanzia. Ma si è sì grieve cosa il peccato,
che uno piccolo peccato è maggiore di tutto il mondo. E quando l'uomo fa
il peccato, elli sarà tutto tornato a lui per la sua dannazione; chè niuno
uomo puote dire che nella santa creatura abbia niuno male.

(1310) il male C. R. 2.



                              Cap. CCCCV.

   _Lo re domanda: come conoscierà_ (1311) _la morte del santo profeta
                        verace? Sidrac risponde:_


La morte del verace profeta sarà conosciuta per tenebre che saranno per
tutto il mondo, e per la ressuresione, ch'egli risuciterà i morti, e per
molti miracoli che allora saranno. Starlobio santo Dionigio (1312) sarà
nel ponente, che conoscierà la sua morte per le tenebre e per la sua
strologia.

(1311) _conoscerà l'omo_ C. R. 2.

(1312) Uno buono uomo strolago santo Dionizio C. R. 2.



                             Cap. CCCCVI.

  _Lo re domanda: quale virtù farà in terra lo figliuolo di Dio? Sidrac
                               risponde:_


Prima vincerà l'umano lignagio per sè medesimo; vincerà lo diavolo e
ghiottornia e cupidigia e argoglio per che Adamo cadde, lo primo uomo. E
sanerà uno fanciullo di centurione, in una città ch'à nome Carnafan; e
apresso sanerà tutti gli malati che là saranno, e deliberrà due
indemoniati, e diliberrà paralitichi; e questi IIII miracoli farà; e gli
peccati saranno perdonati, e li pensieri mutati. E sanerà una femina nella
via del sangue del corpo; e resuciterà in una casa una figliuola d'uno
uomo sordo e mutolo del diavolo; e sazietà V\M uomini, sanza i fanciulli e
le fanciulle femine, di V pani d'orzo e di due pesci; e si ne rimarà XII
cofani pieni di rilievo (1313); e comanderà al vento e al mare di
bonacciare (1314), incontanente sarà bonaccia. E diliberrà per lo suo
comandamento molta gente, in una città di Nazaret; e diliberrà in quella
parte una pulcella, per umile risposta, dal diavolo, che molto la
travaglierà; e satollerà IIII\M uomini di V pani e di due pesci; e
diliberrà altrui della fame del corpo; e deliberrà una lunatica, che gli
suoi discepoli non potranno curare nè sanare; e sanerà uno sordo e mutolo;
e alluminerà due ciechi, che grideranno apresso di lui, figliuolo di
Davit, abbi misericordia di noi e dacci lo vedere. E si perdonerà gli suoi
peccati a una che avrà nome Madalena, la quale laverà i suoi piedi delle
sue lagrime; e si guarirà uno cieco di XVIII anni; e si sanerà uno zoppo,
uno sabato, in una casa d'uno grande uomo, e sanerà X lebbrosi; e
risuciterà uno uomo morto, Lazaro; e si sanerà uno orbo in Gierusalem
collo sputo suo, che gli ungerà gli occhi (1315); e risuciterà molti corpi
di buoni uomini che morti saranno, inanzi la sua resuresione, e si
deliberrà quelli di ninferno.

(1313) dodici corbelli di rilevo C. R. 2. — XII cofins de relif C. F. R.

(1314) La Crusca non registra _bonacciare_.

(1315) e sputerà nella polvere e farà loto e ongierà gli occhi di colui
che sarà aluminato C. R. 2.



                             Cap. CCCCVII.

  _Lo re domanda: gli disciepoli del figliuolo di Dio dopo la sua andata
                 in cielo che faranno? Sidrac risponde:_


Li suoi discepoli si dipartiranno per l'universo mondo, che egli lo dirà
loro: andate per l'universo mondo, e anunziate lo mio verbo, cioè lo
vangelo. E tutti quelli che vi crederanno e che si battezeranno, salvi
saranno; e quelli che non vi crederanno, dannati saranno. E però egli
andranno per l'universo mondo, anunziando la parola di Dio, ciò sono gli
vangeli; e tali andranno soli, e tali acompagnati.



                            Cap. CCCCVIII.

   _Lo re domanda: gli disciepoli del figliuolo di Dio potranno eglino
                  salvare gl'infermi? Sidrac risponde:_


Egli faranno miracoli e vertudi a' miscredenti, e gli saneranno di molte
malizie, per convertirgli alla fede di Dio e lo figliuolo di Dio farà per
loro, e tuttavia sarà co' loro. Lo principe delli ministri, cioè santo
Piero, sanerà molti uomini di corporali malizie; e Idio per lui sanerà uno
paraletico; e poi sarà rinchiuso da uno re miscredente, cioè Herode; e uno
angelo lo caverà di prigione. E poi saneranno uno uomo (1316) d'una grande
malizia, della quale egli sarà giaciuto VIII anni; e risuciterà una morta
povera femmina. E lo figliuolo di Dio diliberrà uno fiero uomo di
pene (1317), santo Paolo, e lo convertirà alla sua fede; e fia egli poi
maestro. Elli convertirà andando a vedere uno santo uomo del popolo del
figliuolo di Dio; e poi ch'egli fia convertito, diventerà egli de' suoi
disciepoli; e nel suo nome si faranno ancora molte chiese (1318),
perch'egli si lascierà dicollare, nel nome di Dio; e innanzi che muoia
risuciterà, per Dio, una femina; e lo figliuolo di Dio lo sanerà d'una
morsura pericolosa; per lo toccamento della roba di quello ministro,
sanerà molti uomini di diverse malizie. E si caccierà i maligni ispiriti
de' corpi degli uomini e delle femine. E per vertudi (1319) faranno di
molti miracoli quelli disciepoli, per l'universo mondo, che troppo sarebbe
lungo a racontare. Ma egli saranno poi morti nel suo nome, di diversi
martirj; e le loro anime andranno poi a Dio del cielo, e saranno coronate
nella vita perdurabile.

(1316) Vogliamo, per la sua singolarità, dare il nome, _Eneas_, che
quest'uomo ha nel C. F. R.

(1317) dalle pene dello 'nferno C. R. 2. — Non era certo dotto, neppure
nella _storia sacra_, questo Sidrac, che mette san Paolo all'inferno, per
farnelo levar fuori da Cristo.

(1318) cose C. R. 2.

(1319) per virtù di Dio C. R. 2.



                             Cap. CCCCIX.

       _Lo re domanda: al tempo del figliuolo di Dio sarà lo mondo
                     moltiplicato? Sidrac risponde:_


Al tenpo del figliuolo di Dio lo mondo sarà presso che moltiplicato di
gente, e tuttavia si moltiplicherà più. E alla fine del mondo sarà egli
moltiplicato più che a nullo tenpo del mondo.



                              Cap. CCCCX.

  _Lo re domanda quanto può essere grande lo cielo e lo 'nferno, e se vi
 dee essere tutto il popolo che furono o che saranno. Sidrac risponde:_


Se tutta la gente che furono al mondo e sono e saranno, C\M e altrettante 
(1320), fossero tutte in cielo, e ciascuno di loro avesse uno sì grande
palagio che vi capesse C\M uomini, e ciascuno palagio avesse forno e bagno
e giardino e mulino, tutti questi non l'empierebono a X parti del
cielo (1321); e somigliante del ninferno.

(1320) ciento milia volte altretante C. R. 2.

(1321) non empierobono la diecima parte del cielo C. R. 2.



                             Cap. CCCCXI.

     _Lo re domanda: quali sono più o quelli che nascono o quegli che
                       muoiono? Sidrac risponde:_


Quegli che nascono sono assai più che quelli che muoiono; conciosia cosa
che quelli sono grande quantità. E niuna ora è del giorno dell'anno, che
sono XXIIII ore, non è che mille persone non nascano. E se quelli che
muoiono fossono più che quelli che nascono, pur X, lo mondo non si
potrebbe moltiplicare. Ma perchè lo mondo va tuttavia cresciendo, può
l'uomo sapere che più sono quelli che nascono che quelli che muoiono.



                             Cap. CCCCXII.

  _Lo re domanda: quale è magiore o l'ira di Dio o la sua grazia? Sidrac
                               risponde:_


La grazia di Dio è sì grandissima che cuore d'uomo nol potrebe pensare; e
quella è più che tutte le gocciole del mare e la rena della terre e gli
peli degli uccelli e delle bestie, e se tutti questi numeri fossero
insieme; e più tanto quanto cuore d'uomo potesse pensare, le grazia di Dio
è molto magiore, a quegli che la disiderano d'avere. E quelli che avranno
la sua grazia, tardi quanto vuole, elli avranno la sua gloria. E quelli
che saranno in cielo nella grazia di Dio, giammai non avrà fine.
Similmente adiverrà di coloro che sono nelle pene dello 'nferno. E sapiate
che Idio non à neuna ira, altro che grazia e misericordia; ma lo male che
l'uomo fa, l'ira gli torna sopra lui.



                            Cap. CCCCXIII.

    _Lo re domanda: quelli che saranno in cielo e che giamai fine non
avranno no' lo si recheranno eglino a grande increscimento? E quelli dello
 'nferno non avranno grande invidia e non si consumeranno eglino di tanto
                   dimorare in pene? Sidrac risponde:_


Quegli che saranno in cielo giammai increscimento non avranno, nè vecchi
non saranno, anzi saranno tuttavia giovani come fanciulli e allegri; egli
saranno contenti (1322) come uccegli volanti, e legieri come lo vento, e
bianchi come la neve, e sprendienti come lo sole, e savi come gli angeli,
e onorati come i re, e leali come la morte. E staranno sanza consumare lo
corpo. Di C\M anni non loro sarà una ora (1323), allo grande diletto in
che egli saranno. Quegli dello inferno (1324) pena e paura e dolori e
trestizia e angoscia e onta e villania e martirj e infermitadi e tormenti,
che della grande pena ch'egli avranno, ciascuna ora (1325) parrà mille
anni; e vorranno morire, e la morte gli sfuggirà.

(1322) Nel n. t.: correnti. — Abb. preferita la lez. del C. R. 2.

(1323) li mille anni non parrà a loro una ora C. R. 2.

(1324) sottintendi: _avranno_; com'è nel C. F. R.

(1325) Manca _ora_ al n. t. — Abb. suppl. col C. R. 2.



                            Cap. CCCCXIIII.

   _Lo re domanda: quelli che sono in ninferno non avranno eglino niuno
                    riposo da Dio? Sidrac risponde:_


Quegli che sono nello 'nferno saranno dannati allo sguardamento di Dio.
Quelli sono tormentati nel nabisso, che giammai non avranno niuna mercè da
Dio, nè niuno riposo. Che tanto come furono in questo secolo, che poteano
avere mercè da Dio, non vollono, ma per la volontà pigliarono lo male e
lasciarono lo bene; e perciò niuna mercede debono avere; chè gli loro
peccati gli ànno dannati allo giudicamento di Dio. Simigliantemente come
quelli di paradiso non ànno pene nè dolore, ma gioia e bene e allegreza;
altressì quelli dello 'nferno non avranno merciè nè riposo, se non pene e
dolore, senza fine. E anche chi facesse preghiere per loro, egli farebbe
contro alla volontà di Dio: chè tutte le preghiere che furono e sono e
saranno, non gli potrebono aiutare nè valere. Ma quelli che saranno nel
purgatorio de' vizi, le preghiere gli aiuteranno bene a trarre di quelle
pene. E quelli che saranno in paradiso non avranno mestieri di preghiere;
ma quelli che saranno al mondo avranno mestiere delle loro preghiere e del
loro aiuto. Egli deono pregare ch'egli loro sieno aiutori (1326) inanzi a
Dio. E questo sarà dopo la morte del figliuolo di Dio. Quelli che saranno
al purgatorio, quando egli avranno conpiuto il loro termine, egli andranno
nel paradiso celestiale, e faranno prieghi per coloro che gli avranno
aiutati, e fatto bene e limosina per loro.

(1326) aiutatori C. R. 2.



                             Cap. CCCCXV.

  _Lo re domanda: come potrebe l'uomo sapere di cose che l'uomo volesse
 fare e di cosa ch'egli à impresa a fare, ch'egli n'abbia bene o male, e
  s'egli si potrà fare di conosciere lo suo criatore? Sidrac risponde:_


Idio per la sua misericordia istabilì le VII pianete, a governare lo mondo
e tutto le criature e tutte l'altre cose che ci sono suso; e fue donato
all'anima senno e memoria di conoscere lo loro istato e lo loro corso, e
per ch'egli potesse sapere le cose temporali, le presenti, e quelle che
sono a venire. E questa è l'arte della strologia, che Idio volle per la
sua pietade che fosse in terra, per lodo di sua persona e per bontade di
sua credenza. E per questa arte della strolomia possiamo sapere tutte le
cose avenute e che sono avenire, certanamente (1327). E perciò che questa
arte non ne pare a tutta gente (1328), si vi diremo noi brievemente una
maniera di sapere le cose che voi vorrete sapere o pensare, che questa è
la prima arte fosse al mondo, siccome fue insegniata a Giaffet, figliuolo
di Noè, per l'angiolo; e però si chiama la prima arte della strolomia dopo
Adamo. Giafet seppe questa arte, in prima che lo suo padre Noè la sapesse.
E poi che Giafet seppe questa arte di V anni e VIII mesi, la seppe lo
padre per lo anunziamento dell'angielo, siccome a Dio piacque, e altre
cose molte. E egli la mise in iscritta, e fecene uno libro, lo quale
Giafet, lo figliuolo di Noè, ci lasciò dopo la sua morte; e si vi mise
tutto quello che l'angelo gli avea insegnato. E questo libro venne d'una
mano in altra, tanto che pervenne alle mani del nostro padre.

(1327) _Certanamente_, _certano_, forme molto comuni nelle ant. scritture,
massime se trad. dal francese o dal provenzale.

(1328) La lez. del n. t. è errata, leggendosi: E perciò che questa arte
nonne pro alla ria gente e si è iscritto ad alcuno. — Abb. adottata la
lez. del C. R. 2., come migliore, se non buona — Il C. F. R. dice: Et por
ce que cest art n'en est mie plain a toutes gens, et est oscure a aucuns.



                             Cap. CCCCXVI.

 _Lo re domanda: Quando Giafet si partì dal suo padre Noè, in quale parte
                      andò egli? Sidrac risponde:_


Quando Giafet si partì dal suo padre Noè, egli venne in una contrada, egli
e la moglie e' figliuoli suoi, per moltiplicare. E per la volontà di Dio
si venne in una provincia ch'ebe nome inanzi il diluvio Arasien; e quando
egli l'abitò, egli le pose nome Persia la grande. Ora avenne uno tenpo
ch'egli ebe più figliuoli, tra quali n'ebe uno ch'ebe nome Alinemos, e fue
il più piccolo figliuolo de' suoi. Avenne uno giorno che Giafet andò in
una montagna per pascere le sue pecore e l'altre sue bestie, e menò co'
lui lo suo piccolo figliuolo. Ora avenne ch'egli lo perdè in quella
montagna, per la volontà di Dio; e ivi dimorò perduto VIII giorni e VIIII;
e Giafet ne fue molto tristo e molto doloroso, e molto il pianse, e molto
si lamentava; e promise a Dio che di quella montagna non si partirebe mai
in tutta la sua vita, se lo suo figliuolo non ritrovasse o vivo o morto. E
di questo (1329), inanzi ch'egli avesse conpiuti i sette giorni e le XII
ore, venne a lui uno angelo da cielo, per la volontà di Dio, che gli
disse (1330):

(1329) Per _in questo_, _in quella_, _allora_.

(1330) e li insegnò lo suo figliuolo C. R. 2.



                            Cap. CCCCXVII.

  _Lo re domanda: che disse l'angiolo a Giafet quand'egli piangea lo suo
                      figliuolo? Sidrac risponde:_


L'angelo disse a Giafet: non piangere lo tuo figliuolo, ma fa' com'io
t'insegnerò, e tu saprai del tuo figliuolo s'egli è morto o vivo; e ti sia
ricordo, per te e per tutti gli altri che dopo te deono venire; e per
tutti i tenpi sapere ti conviene l'opere delle pianete e de' segni,
com'elle governano la terra, e tutte le criature, e tutte l'altre cose che
sono avenire, e quelle che sono istate e sono di presente. Sia lo
cominciamento dell'arte del fermamento, e sarà chiamata questa,
istrolomia. Quando l'angelo ebbe detto questo, e insegnato, e egli si
partì. Giafet fece quello che l'angelo gli avea insegnato, e si trovòe che
il figliuolo era sano e salvo, che alle fine de' VII giorni e XII ore egli
lo dovea trovare. Gli sette giorni significano le VII pianete, e le XII
ore significano gli XII segni; chè le sette pianete e gli XII segni ànno
vertude di governare tutte le cose passate e le presenti e quelle che
deono venire.



                            Cap. CCCCXVIII.

  _Lo re domanda: chi questa arte vuole fare o adoperare che uomo vuole
                 essere di suo corpo? Sidrac risponde:_


Chi vuole questa arte aoperare, egli dee essere bene credente nel suo
criatore, e che egli aoperi in buona intenzione e di buona coscienzia e di
buona fede; amare Dio inverso tutte le genti, essere di netto cuore e di
puro. E tenpo sarà che questa arte sarà in alcuna cosa canbiata, cioè le
parole che ci sono, che alcuna gente nolle vorranno credere nè dire;
perciò non la faranno egli nimica a conpimento; e per questo sapere non
potrebono a conpimento la veritade. Ma quelli che la facesse così, come lo
scritto di Giafet noi divisa, nella forma che l'angelo gl'insegnòe, quelli
saprebono e anunzierebono la veritade, di quello ch'egli vorrebono sapere.



                           Cap. CCCCXVIIII.

   _Lo re domanda: quando l'uomo fa questa arte dee egli fare orazione?
                            Sidrac risponde:_


Lo giorno che l'uomo vorrà fare questa arte si dee essere netto di suo
corpo e di suo cuore e di lusuria e di tutti altri peccati e di tutto
male; e si la dee fare in buona intenzione. Questa arte non si può fare se
non lo primo giorno della luna e lo V, o lo VIII, o lo XI, o lo XVII, o lo
XVIII, o lo XX, o lo XXX giorno.



                             Cap. CCCCXX.

 _Lo re domanda: quando l'uomo fa questa arte de' egli essere solo o con
                 alcuno aconpagniato? Sidrac risponde:_


Quello che lo fa dee stare in disparte, solo, in uno luogo; o avere co'
lui quelli perch'egli la fa. E si dee tenere tre candele accese inanzi a
lui, al nome di Dio e della santa trinitade, padre e figliuolo e spirito
sancto. Si dee avere fuoco inanzi le candele, o vuogli di qua o vuogli di
là. E deono tenere lo volto verso oriente, se egli sono due o tre, che
bene vi possono essere, ma più non. Si debono fare VIIII invene (1331),
all'onore di Dio e della santa trinitade, padre e figlio e spirito sancto.
E quelli che sa l'arte e quelli che sono co' lui deono fare queste
preghiere che qui sono iscritte; e se non l'ànno a mente, abialle
iscritte; e l'orazioni, ch'elli deono di buono cuore fare, sono queste:
sire Idio, nella tua credenza mantienmi; sire Idio, nel tuo sevigio
confortami; sire Idio, nel tuo comandamento alluminami. E quando tu avrai
fatto questo e detto, tu farai VII invenie (1332), al nome di Dio e della
santa trinità, padre e figliuolo e santo spirito.

(1331) La Crusca registra _invenia_, e la definisce: umile dimostrazione
d'abbondante e devoto affetto. — _Invenie_ trovasi usato anche per
_lusinghe_, _carezze_. Ma qui pare abbia a significare piuttosto
_invocazioni_ o _scongiuri_. — Nel C. F. R. afflicions.

(1332) venie C. R. 2.



                             Cap. CCCCXXI.

  _Lo re domanda: che cosa è onnipotente e trinitade? Sidrac risponde:_


Siri Idio, padre omnipotente, padre e filio e spirito santo, una trinitade
e non stimabile (1333), tre persone in uno Idio, che è e che fue e che è a
venire; io ti priego, podestà alta, non istimabile, pardurabile virtù, tu
mi di' verità, che ài podere sopra tutte le cose, si come, te
dicente (1334), tutte cose son fatte; tu formasti in VII giorni la forma
delle cose di tutte criature, in diverse maniere nella loro propria forma,
siccom'è lo tuo piacere. O mio creatore, degnami mostrare per questa arte
delle pianete, per lo quale podere tu l'arai mostrato a tutto il mondo
governare (1335), che io possa sapere di quella cosa che io cheggio a
sapere, si mi ci troverrai la cagione XL per lo tuo santo nome, in ch'ella
dee venire e porre fine (1336); non mica, messere, per lo mio servigio, ma
per lo dono di tutta grazia (1337).

(1333) Intendasi _da non potersi comprendere, non comprensibile_. — Nel
C. F. R. non estimables.

(1334) si come toi disant et comandant C. F. R.

(1335) Così pure nel C. R. 2. — Correggasi col C. F. R.: per le quel poeir
che tu lor a dones por le monde governer par ton comandement.

(1336) Come decifrare il senso di queste parole? E non sapremmo nemmanco
far conghietture sul modo di correggerle, non dandoci alcun lume il
C. R. 2., dove leggesi: Se nimici troverai la cagione in quelle quaranta
in cui ella verrà e finirà. — Meno oscuro pare il C. F. R.: si nomes la
chose par ton saint nom, Elyemon, en qui doit elle venir et perfinir.

(1337) tua grazia C. R. 2.



                            Cap. CCCCXXII.

     _Lo re domanda: che cose sono invenie e come sono fatte? Sidrac
                               risponde:_


Quando tu averai questo fatto e detto, tu farai XII invenie, a onore di
Dio, lo creatore, della sancta trinitade padre e figliuolo e spirito
santo; e dirai questo: siri Iddio, criatore del cielo e della terra, per
lo tuo santo nome ch'è Limon (1338), io ti priego per la tua santa pietà e
per gli angioli, quelli ch'annunziarono agli uomini le grandi cose, che tu
mi degni mostrare delle pianete la cosa ch'io ti chieggio sapere, quella
XL (1339), e in che ella viverà e finirà. Io ti priego, messere del cielo
e della terra, per lo tuo santo nome Elimo, e per li tuoi (1340) santi
angeli, che anunziano e amaestrano alle comune criature, cioè agli uomini,
le picciole cose, che tu mi degni mostrare in questa arte delle pianete di
quelle cose ch'io cheggio a sapere, quello, XL, in che ella verrà e
finirà. Messere Domenedio Elimo, io ti priego per la santa trinità, la
quale comanda agli santi spiriti e li signoregia, che più non faciano
graveza all'umane cose (1341), che tu mi degni mostrare in questa arte
delle pianete, della qual cosa io ti priego di sapere quella XL, ch'ella
viverà e finirà.

(1338) Helyemon C. F. R.

(1339) Così, in questo luogo e più sotto, come vedrassi. — E nel C. R. 2.
sempre _quaranta_. Di questa parola nessun vestigio nel francese; ma
invece, dove l'italiano ha _XL_, il francese ha _N_...: che vos me dignes
de mostrer par l'art de les plainetes de la quel choze che ie dezire de
savoir N. et en que elle devenra et finira. — Questa N pare sia posta ad
indicare che ognuno debba esprimere la cosa che chiede, facendo questa
invenia. E forse dall'_N_ può esser nato il _XL_, per errore di copista, e
per nuovo errore il _quaranta_.

(1340) Nel n. t. nomi. — Abb. corr. col C. R. 2.

(1341) alle umane nature C. R. 2.



                            Cap. CCCCXXIII.

         _Lo re domanda: che cosa è criatore? Sidrac risponde:_


Siri Idio, criatore del cielo e della terra, io ti priego per lo tuo santo
nome ch'è Limon, e per gli santi padri, che ànno podere sopra gli uomini e
sopra i buoni ispiriti, che fanno lo loro comandamento, per conpiere lo
servigio di Dio, che tu mi degni mostrare in questa arte delle pianete
della cosa che io cheggio di sapere, quella XL, in ch'ella verrà e finirà.
Siri Idio, creatore del cielo e della terra, io ti priego per lo tuo nome
ch'è Limon, e per le dominazioni e per li troni sopra li quali è la tua
sedia (1342) ed i gradi delli angeli, ch'elli sono loro signori per
obedienzia, che voi mi degnate mostrare per l'arte delle pianete quello
che io chiegio di sapere, quella XL, in che verrà e finirà. Siri Idio
criatore, io ti priego per lo tuo santo nome ch'è Limon, e per li troni,
sopra gli quali ài lo tuo sedio, e per ciò che tu usi ispaventevolmente i
tuoi giudicamenti, che tu mi degni mostrare nell'arte delle pianete, la
qual cosa io chieggio di sapere quella XL, in che ella verrà e finirà.

(1342) Nel n. t.: e per le dominazioni che sormontano i tonanti. — Abb.
pref. la lez. del C. R. 2.



                           Cap. CCCCXXIIII.

    _Lo re domanda: se si dee fare quella arte o di notte o di giorno?
                            Sidrac risponde:_


Quando tu avrai fatto questo e detto, tu avrai aparecchiato la ruota della
stolomia inanzi a te; e acenderai la candela della ruota, e spegnerai gli
altri lumi dell'albergo dove tu sarai, e farai questa arte, per vedere
apertamente lo chiarore della ruota, sopra la qual pianeta ella
discienderà. E se tu lo fai di giorno, farai l'albergo iscuro, per vedere
chiaramente lo chiarore che sarà disceso sopra la ruota della pianeta; e
allora tu potrai alluminare l'albergo, se tu vorrai.



                             Cap. CCCCXXV.

  _Lo re domanda: come dee essere fatta quella ruota? Sidrac risponde:_


La ruota dee essere una tavola ritonda, d'uno palmo, il meno, col compasso
e una carta, e carta di banbagia incollata in su quella tavola, del suo
grande (1343); e nel mezzo della tavola avrà una piccola brocca (1344) di
legno, per tenervi entro la candela. E la carta che sarà incollata in su
la tavola sarà segnata e partita per VII conpassi, e in ciascuna parte
sarà iscritta una pianeta; e in sul brocco mettervi una candela sottile e
lunga d'uno palmo o più. Al mezzo della candela, o al meno, avolgerai uno
poco di cera doppia intorno lei, per sostenere la ruota al
torneare (1345), che sia della grandezza di quello che è in sulla tavola
intagliata, e ch'ella sia fatta di due carte incollate l'una in
sull'altra; in sul mezzo de' avere uno pertugio, tanto aperto per
conpasso, come la candela vi possa entrare, e torneare (1346) leggiermente
intorno. La candela di due dita o di più dee avere nella ruota uno buco
grande come uno cece o più, per la carta dee discendere in sulla
pianeta (1347).

(1343) della sua grandezza C. R. 2.

(1344) broche C. F. R. — bocca C. R. 2.

(1345) La lez. del n. t. è conforme a quella del C. R. 2.; ma è evidente
che ne' due Codd. italiani è corsa una lacuna. Nel C. F. R.... par quei
votre roe de sus ne descende de la candoile aval. Et tu auras I autre roe
appareilee dou grant de celle de sote, et qu'ele soit double gluee.

(1346) Nel n. t. _torre_. — Abb. corr. col C. R. 2.

(1347) Il n. t. ed il C. R. 2. sono di nuovo errati: segno che il
traduttore italiano non era pratico di scenza astrologica. Ecco il testo
francese: En la roe de sus aura I pertuis dou grant d'un chiehre ou plus I
poi reont per la ou la clarte desendra sur la planete. Au perchemin chi
est glue sur la table aura escrit dessus par conpas les VII planetes.



                         Cap. CCCCXXVI. (1348)


Quando tu avrai accesa la candela della ruota per torneare, tu darai delle
mani in terra (1349); e se ella tornerà la prima volta, nolla toccare più;
e s'ella non torna la prima volta, toccala un'altra volta; e se ella non
torna, tu la dei fedire tre volte; e s'ella non torna alle tre volte, non
t'inpacciare più, da indi a trenta giorni, per la cosa che tu chiedi di
fare o di sapere; chè, di quello giorno infino a XXX giorni, quello fatto
che tu chiedi non potrebe venire in bene. E passati gli XXX giorni per
quell'arte medesima la potrai sapere. E simigliantemente, se tu falli di
fedire la prima volta o la seconda o la terza, non vi ti inpacciare più di
quello fatto che tu chiedi di sapere, e non potresti sapere nulla. E
passati gli trenta giorni per questa arte lo potrai fare.

(1348) Nel C. L. manca il titolo a questo Cap. — Il C. R. 2. ha: _Lo re
domanda come si de' fare la ruota per volgere._

(1349) Non _in terra_, come hanno i Codd. L. e R. 2., ma: et tu la fiers
(la roe) III fois de la main C. F. R.



                        Cap. CCCCXXVII. (1350)


Quando fedirai la ruota, e ella si volge, e del suo girare per lei
medesima rimane, piglia, guarda e poni mente in su quella pianeta lo
chiarore discenderà; quella pianeta sarà quella. Allora si piglierai gli
punti che sono sopra quelle lettere, del nome del giorno e del mese e
della luna (1351). E se l'arte si fa del primo giorno sin di mezza
notte (1352), si sarà contato quello giorno che è passato; e s'egli si fa
di mezza notte verso il giorno, si sarà contato quello giorno che dee
venire; e simigliantemente lo nome del mese e della luna (1353). E se egli
è al suo entrare e al suo uscire, non contare nimica i punti delle
lettere, e per ciascuna volta che la ruota serve al motto (1354) e
all'anno, ma una volta ciascuno motto (1355) e ciascuno mese. Non si fa
per alcuna persona maschio o femina chiamare il nome delle persone in suo
linguaggio (1356). E fare de' punti una somma, e contare sopra gli XII
segni I. a I. Cominciare dietro quello segno che si finiranno; si piglia
quelli punti che sono sopra lei, e li punti del nome di quello medesimo
segno, e li punti che troverrai in prima contati sopra li XII segni; e
farai tuttavia somma, e gli conterai V a V; e li punti che non potranno
essere cinque, si metterai I e V disparte; e anche da capo conterai le
decine, sette a sette; e quello che soperchierà, che non potrà essere VII,
si metterai in disparte cogli altri. E allora tu farai una somma, e
conteragli sopra le VII pianete, IIII a IIII; e comincierai di Saturno in
quella pianeta, ov'egli saranno trovati; e saprai di quello che tu chiedi
di fare, in che ella verrà e finirà.

(1350) Nel C. R. 2. è questo titolo: _Lo re domanda: che potrete altri
fare quando la ruota si ferma?_

(1351) Vedasi come particolareggia di più il C. F. R.: sur la planete ou
la clarte descendra si prenes les poins qui sunt sur celle planete et les
points chi sunt sur les silabes de ton nom, por chascune fois che la
silabe sera a un nom ou a I mot. Ne contes mie por tant de fois che la
silabe sera en I mot ces poins, ia soit ce che une silabe soit en I mot
III fois ou IIII, ne contes les sur les XII signes I a I; et comences de
aries, et en cel signe ou il finiront si prenes les poins chi sont en ton
nom autre fois, et les poins dou nom dou ior en qui tu fais cest art.

(1352) Et se tu la fais de mie nuit envers le ior C. F. R.

(1353) Tutto ciò che segue sino alla fine del cap. manca al C. F. R.

(1354) Nel n. t. _monto_, che non sappiamo che possa significare. — Abb.
pref. la lez. del C. R. 2.

(1355) c. s.

(1356) Nel n. t.: si fa per alcuna persona si noma in suo
linguaggio. — Abb. pref. la. lez. del C. R. 2., sebbene non riescaci
neppure di essa intendere chiaramente il senso.



                        Cap. CCCCXXVIII. (1357)


Questa è la forma delle ruota e del suo essere, e come ella dee essere
pertugiata. E si dee avere gli pertugi l'uno allato all'altro; e si dee
essere pertugiata con uno ferro caldo. E la sua colonna dee essere di
metallo. E quando tu la fai fare, dirai al maestro che dica: Al nome di
Dio e della santa trinidade. E questa è la ruota e le lettere e i
punti (1358). V. X. VII. III. X. VII. X. XII. VIIII. II. VII. IIII.
XXIIII. XXVIIII. XIIII. VIIII. VIII. XVIIII. XVI. XIII. VI. XVIII. XV. XX.

A B C D E F G H J K L M N O P Q R S T V X Y.

              _Queste sono le pianete e i punti_ (1359):

            CCCC XXXI          XII XV            Leo

            Saturnus           Iupiter          IIII

              XIII             VIII VIII        Virgo

              Venus            Mercurius         XVI

            XII. VII.           XVIIII         Capicorno

              Aries             Taurus          XVII XVI

              XIIII.             XIII           Aquario

              Libra            Sagittario

              Pisces               XV.

          Aries dee essere       Scorpio
            dirimpetto a          Mars
              Pisces              Luna

(1357) Nel C. R. 2.: _Lo re domanda: qual'è la forma della ruota?_

(1358) Nel C. F. R.: Ce est l'a b c e et le nombre des poins sur chascune
sillabe:

    XII.  V.  XVII. III. XVI. X.  I.     XIX.  IX.  II.  VII. IIII.
    A.    B.   C.    D.   E.  F.  G. H.   I.   K.   L.    M.   N.

    XXIII.  XIIII.   XI.  VIII.  XIII.  VI.  XVIII.  XV.
      O.      P.     Q.    R.     S.    T.     V.     X.  Y.

(1359) E qui pure è confuso ed errato il n. t. — Riferiamo il testo del
C. F. R.:

     IX.       VII.    XII.    XV.     XIII.     VIII.
    Saturnus  Iupiter  Mars    Sol     Venus   Mercurius

     IIII.     XII.    VII.    III.     XI.       III.
     Luna     Aries   Taurus  Gemini   Cancer     Leo

      XIX.     IIII.   XIIII.      XV.          XIII.
     Virgo     Libra  Scorpio   Sagitarius   Capricornus

      XVII.     XVI.
     Aquarius  Pisces



                       Cap. CCCCXXVIIII. (1360)


Tu che chiedi di sapere di nostro disiderio lo giorno, ti guarda al
cominciamento del giorno di vendere di conperare nè oro nè argento nè
niuno metallo per guadagniare. Ferro conpera. Bestie (1361) per
guadagniare non conperare. Drapi e mercatantie conpera. Pesci (1362) non
conperare. Edificamento di legno nè di ferro nè di terra. Lo giorno non
cominciare viaggio nè terra (1363), passato le VII ore del giorno. Non
cominciare in conpagnia di vendere nè di conperare. Lo giorno non ti
tramettere di piato. Lo giorno non fare battaglia; nè incominciare alle
tre ore (1364) del giorno asediare cittade o castello; ma poi sicuramente
lo fa, e entra in quello cammino, che voi ne verrete e capo. Al
giudicamento lo giorno sicuramente va, inanzi alla signoria, nè niuna cosa
non domandare; e cosa ismarrita non potrai lo giorno trovare, e da mezzo
giorno inanzi sangue non ti menomare.

(1360) Nel C. F. R. leggesi: Ces sont les chapitles des VII planetes en
chi trove l'om ce ch'il doit faire et de ce que il desire de
savoir. — SATURNUS.

(1361) Bestes de mangier C. F. R.

(1362) Così anche nel C. R. 2. — Ma nel C. F. R.: possessions. — È facile
vedere come sia nato l'errore.

(1363) viage en terre C. F. R.

(1364) en les primiers hores dou ior C. F. R.



                         Cap. CCCCXXX. (1365)


Se voi volete sapere di persona malata o di persona in grande
istretta (1366), ella sarà in pericolo a V giorni. E se voi volete sapere
di persona innaverata, in grande pericolo di morte sarà. E se voi volete
sapere di persona ch'è in distretta, a grande pena scanperà. Lo giorno non
fare saramento, perch'egli vi sarà contradio. Lo giorno non vestire roba
nuova, chè voi sarete morto o magagnato o malato; non correre bestia lo
giorno, nè non montare in albore, nè passare acqua. Lo giorno ti guarda di
scoprire lo tuo segreto, se non a Dio o al predicatore (1367) che sarà in
luogo di Dio.

(1365) Nel C. R. 2.: _Lo re domanda se l'omo potrebe sapere di persona
malata o che fosse in grande stretta._

(1366) istremità C. R. 2.

(1367) confessore C. R. 2. — a Dieu ou a ciaus qui por lui seront en terre
C. F. R.



                         Cap. CCCCXXXI. (1368)


Se vuogli desiderare alcuna cosa ad avere, se voi dovete andare lo giorno
inanzi giustizia, si state dalla parte diritta. Se voi volete sapere di
persona che è morsa di serpente, di quello male morrà; e di persona che è
caduto da alto, egli guarirà. Se voi volete sapere di persona che è in
viaggio, tosto verrà, ma alcuna cosa del suo perderà. Se vole sapere di
servigio e di signore novello, al primo della sua signoria s'alzerà, e
onore avràe; e di questo a poco a poco s'abasserà, e a dirieto si
consumerà (1369). Se voi volete sapere lo giorno di persona malata, ella
morrà di quello male, o magagnata sarà. Se voi volete sapere lo giorno di
femmina pregna, tosto partorirà.

(1368) Nel C. R. 2. _Lo re domanda: come avrà l'uomo ciò che desidera?_

(1369) au derain C. F. R.



                        Cap. CCCCXXXII. (1370)


Se lo novero falla in Iupiter, quello giorno conpera oro e argento e
metallo e ferro. Non conperare drappi nè sottile avere. Conpera per
guadagnare. Bestie cavalline non conperare. Pesci non mangiare (1371).
Cominciare puoi viaggi in terra. Conpagnie con tutte le genti lo giorno
sicuramente puoi fare. Non ti menomare sangue lo giorno. Sicuramente
piglia medicina. Battaglia lo giorno non cominciare. Inanzi giudicio e
inanzi signore sicuramente poi andare. Se voi volete sapere di persona
malata, guarrà, similemente di persona che è innaverata. Quelli che è in
distretta tosto dilibero sarà. Lo giorno puoi vestire roba nuova, e
cavalcare sicuramente, e montare in albore e in altro. E se tu ài amico,
lo giorno ti puoi fidare, e discoprire lo tuo segreto. E lo vostro disio
voi l'avrete. Lo giorno puoi fare tutte medicine del tuo corpo. Se voi
volete sapere di persona ch'è morsa di serpente o di bestia arrabiata, non
avrà niuno male. Se voi volete sapere di persona che è in viaggio, con
grande allegrezza ritornerà. E se voi volete sapere di signore novello,
con grande onore la sua signoria manterrà. Se l'uomo vi dee dare moneta,
sicuramente lo giorno ricevete. Se voi volete prestare, sicuramente
prestate. Se voi volete sapere di bestia malata, sicuramente ella guarirà.
Lo giorno i fanciulli metti ad aparare arte, che bene anderà. Se voi
volete sapere di femina gravida, sanza pericolo partorirà.

(1370) Nel C. R. 2.: _Lo re domanda se lo numero falla in Iupiter che
diverrà?_ — Il C. F. R. ha semplicemente: IUPITER.

(1371) possessions achate C. F. R.



                        Cap. CCCCXXXIII. (1372)


Se 'l numero falla inverso il giorno (1373), tu ti dei guardare di molte
cose di vendere, e di conperare tutto sottile avere, nè oro nè argento nè
metallo nè ferro. Arme vendi; e compera sicuramente bestie cavalline; nè
bestie da mangiare per guadagnare. Lo giorno non conperare grano, nè
vendere drappo. Lo giorno non ti intramettere in niuno edificamento. Non
fare lo giorno viaggio in terra nè in acqua. Non fare conpagnia nè con
mercatante, nè con uomo d'arte. Con uomo d'arme non avere a fare. Isposare
moglie (1374) nè giacere con pulcella non fare. Lo giorno sicuramente
medicina piglia. Battaglia non fare. Lo giorno sicuramente fa
incominciare (1375) città e castella, che a capo verrai. A giudicamento
sicuramente va, ma troppo non apellare (1376). Cosa perduta non si
troverà. Sangue lo giorno non ti menovare. Se voi volete sapere di persona
malata, a grande pericolo sarà. Sicuramente lo giorno ti guarda di fare
roba nuova (1377). Lo giorno sicuramente tutte cose che apartengono a
fatto d'arme sicuramente fa. Lo giorno guarda lo tuo seguito; non dire a
niuno lo tuo disio (1378). Lo giorno non pigliare niuna medicina. Se voi
volete sapere di persona ch'è morsa di serpente o di bestia arrabiata, a
grande pericolo sarà. Se voi volete sapere di persona che è in viaggio, a
pena verrà che non gli venga grande dannaggio (1379). Se voi volete sapere
di signore novello, in che tornerà lo suo fatto, e egli staràe molto in
guerra, e al didietro monterà (1380) i suoi nimici; e durerà (1381) in
grande signoria intorno di VIII anni. Se voi avete a domandare, lo giorno
non domandate nulla. Bestia malata guarrà. Lo giorno non vendere nimica
possessioni. Lo giorno metti fanciulli a 'nprendere fatti d'arte, che in
bene anderà. Se voi volete sapere di persona gravida, a grande pericolo
partorirà.

(1372) Nel C. R. 2.: _Lo re domanda: se lo numero falla verso il giorno
l'omo che de' fare?_ — Il C. F. R. ha non altro che MARS. — E _Marte_,
non _giorno_, crediamo abbia da leggersi.

(1373) en Mars C. F. R.

(1374) Fianser feme C. F. R.

(1375) assediare C. R. 2.

(1376) parlare C. R. 2.

(1377) Robe neuve le ior ne vestir ne chaussement; et se la robe est
vermille, seurement (chi) la veste et chi autrement la fait mort ou navres
en elle sera C. F. R.

(1378) de ton desir tu n'en auras neent C. F. R.

(1379) apaines vendrà, et se il vient grant damage aura C. F. R.

(1380) sormontera C. F. R. — sometterà C. R. 2.

(1381) Manca _durerà_ al n. t. e al C. R. 2. — Abb. suppl. col C. F. R.



                       Cap. CCCCXXXIIII. (1382)


Se il novero falla nel sole, quello giorno potete sicuramente vendere e
conperare. Drapi di lana, possessioni, vendere lo giorno e comperare
sicuramente. Tutti edificamenti puoi lo giorno edificare. Viaggi per terra
e per acqua sicuramente comincia. Lo giorno sicuramente ti menova sangue.
Battaglie e asediamento di terra sicuramente potete fare. Inanzi a
signoria sicuramente (1383), e dalla sua parte diritta istà. Cosa perduta
si ritroverrà. Se voi volete sapere di persona malata, ella guarrà; e
simigliantemente s'ella è innaverata. Lo giorno potete vestire roba nuova,
cavalcare bestia d'ogni lato (1384), ma non montare a cavallo
dall'alto (1385). Non passare grande acqua a cavallo. Voi avrete lo vostro
disio per signorie. Morso di serpente, niuno male avrà, se non che grieve
sarà, e in grande pericolo di morte. Quelli che è in viaggio a grande
gioia verrà. Fanciullo puoi mettere e tutte arti. Vostra visione in bene
averrà. Femmina pregna con grande pericolo partorirà.

(1382) Nel C. R. 2.: _Lo re domanda: se lo numero falla in sole sarà buono
vendere e comprare?_ — Nel C. F. R. solamente SOL.

(1383) Manca il verbo qui come nel C. R. 2. — Nel C. F. R.: devant segnor
seurement entres.

(1384) par tout C. F. R.

(1385) en hautesse C. F. R.



                         Cap. CCCCXXXV. (1386)


Se il novero falla in Venus, quello giorno vi sarà contrario in tutte le
cose, infino a mezzo giorno. E da mezzo giorno inanzi guardati di
comperare nè di vendere nè oro nè argento nè bestie menute nè grandi; e
tutte l'altre cose vendi sicuramente. Non conperare quello giorno
edificamento conpiuto. Medicina lo giorno piglia sicuramente. Battaglia nè
asediamento di terra la mattina insino a mezzo giorno non farai; e da
mezzo giorno inanzi sicuramente puoi fare. Cosa perduta si troverrà, con
grande travaglio. Se voi volete sapore di persone inaverate, con grande
travaglio in pericolo di morte serà. Quelli che è tenuto su libro
presentemente sarà (1387). Se voi volete sapere di persona che sia morsa
da serpente o da bestia arrabiata, ella guarirà e alcuno male non avrà.
Persona che è caduta da alto in grande pericolo sarà. Se voi volete sapere
di persona che è in viaggio, tardi verrà, ma in grande allegreza poi
verrà. Se voi volete sapere di signore novello, per femina si consumerà.
Con femina lo giorno non t'acostare. E femina pregna a gran pena
partorirà.

(1386) Nel C. R. 2.: _Lo re domanda: se 'l numero falla in Venus che
verrà?_ — Il C. F. R: VENUS.

(1387) Mancano queste parole così al C. R. 2. come al
C. F. R. — Intenderei per _quelli che è tenuto su libro_, il _debitore_. E
forse dopo _sarà_ deve leggersi _chiamato in giudizio_.



                        Cap. CCCCXXXVI. (1388)


Se lo novero falla in Mercurio, lo giorno ti guarda di vendere e di
conperare tutte cose per guadagnare. Lo giorno puoi cominciare viaggio. Lo
giorno non entrare di conpagnia di piccolo uomo (1389). Lo giorno ti
guarda bene. Sposa moglie (1390). Lo giorno sicuramente isciemerati
sangue. Non fare battaglie. Asediamenti lo giorno comincia. Cosa perduta
tosto ritroverrai. Se voi volete sapere di persona malata, in grande
pericolo sarà; e se ella è innaverata, guarrà. Fanciullo lo giorno non
mettere a niuna arte. Se puoi, conpera possessione. Femina gravida con
grande pericolo partorirà (1391).

(1388) Nel C. R. 2.: _Lo re domanda: se 'l nomero falla in Mercurio che
cosa è buono a fare?_ Il C. F. R.: MERCURIUS.

(1389) Garde toi le ior de conpagnie de home petit a grant barbe C. F. R.

(1390) Non possiamo corr. col C. R. 2. dove la lezione è peggiore che nel
nostro — Il C. F. R.: a feme ieune peus avoir compagnie.

(1391) Manca al n. t. e al C. R. 2. il Cap. intit. LUNA nel C. F. R.



                        Cap. CCCCXXXVII. (1392)


Per le due cose che si chiamano caput e cauda, e per lo sole e per la luna
e per gli segni che trascorrono nei loro camini, quando la luna iscontra
col sole, allora toglie brunore della terra, e toglie lo chiarore (1393).

                     [[Figura: Ruota della stonomia]]


    ARIES
    LEO
    SAGITTARIO.
      Sono di natura
     di fuoco, e sono
         orientali.
  \___________  ___________/
              \/
    TAURUS
    VIRGO
    CAPICORNIO.
    Si sono di natura di
  terra, si sono meridionali
  \___________  ___________/
              \/
    GEMINI
    LIBRA                            [[Figura: Caput e cauda]]
    AQUARIO.
   Questi sono di natura
         di vento,
     e sono occidentali.
  \___________  ___________/
              \/
    CANCER
    SCORPIO
    PISCES.
   Questi sono di natura
      d'acque, e sono
       settentrionali
  \___________  ___________/
              \/

(1392) Questo Cap. nel C. R. 2. ha per titolo: _Lo re domanda: la scurità
del sole e della luna e delle stelle, come si possono scontrare e fare
così grande scurità quand'è così bello tempo?_

(1393) Le due figure che seguono mancano al C. R. 2. e al C. F. R.



                       Cap. CCCCXXXVIII. (1394)


Per la ruota della stonomia e per la natura (1395) del fanciullo può
l'uomo sapere cio ch'egli avrà intera (1396) la sua vita. Che lo giorno e
la notte àe XXIIII ore, e ciascuna ora è MLXXX punti; e ciascuno punto può
nasciere una persona, che non si somiglierebono del tutto, e s'egli (1397)
si somigliassero d'alcuna cosa, di richeza o di povertà o di morte o di
malizia, e di cogitazioni e di volontà o d'alcuna altra cosa; chè le
diferenze sono pure visibili e non visibili. E se alcuna persona avesse in
cuore alcuna cogitazione, o di segnale (1398), dentro e di fuori,
conciosiacosa ch'egli fosse piccolo come una punta d'ago; e un'altra
persona no' l'avesse in sè, egli non sono mica d'una maniera. Se tre
uomini fossono d'una volontà e d'uno godere e d'una maniera, e che di
tutte cose si somigliassono, e uno avesse uno piccolo segnale al petto,
gli altri noll'avessero, anzi l'avessero alla spalla o in altro luogo,
dunque non si somiglierebono tra loro, che alcuna diferenza non avesse tra
loro. Perciò in uno punto del giorno e della notte nascono due criature,
già perciò non si somiglierebono del tutto. E perciò sono le diferenze de'
punti delle XXIIII ore. E perciò Idio volle che niuno uomo sapesse quello
ch'egli sapea; ma egli comandò bene che uomo sapesse alcuna cosa. E le
cose che l'uomo non potesse sapere nè ritenere, egli le riceve  (1399) in
lui; e da sè niuno le potesse sapere, se non egli, e quelli a cu' egli
comanderà lo suo comandamento, ch'egli lo saprà, cio è a sapere le
cogitazioni e i pensieri e la volontà e la morte e l'ore e punti e le
diferenzie delle creature, e molte altre cose, che niuno le puote sapere,
se non Iddio e quelli che egli vuole che le sappiano. Gli angioli no' le
possono sapere, se non per la volontà di Dio. Ma bene ci à egli dato per
la sua misericordia iscienzia di sapere dell'altre cose che sono avenire,
e di ciò che averrà a una persona, per questa arte. E volle Iddio e degniò
che noi la sapessimo; così com'egli aprese per lo suo angelo a Giafet lo
figliuolo di Noè. E se tu vorrai sapere che averrà a una persona, in tutta
sua vita, in sua natura (1400), lo potrai sapere.

(1394) Nel C. R. 2. ha per titolo: _Lo re domanda come potrebe sapere
l'omo quello che de' avere alcuna persona in tutta sua vita._

(1395) nativite C. F. R.

(1396) in tutta C. R. 2.

(1397) Bisogna intendere: _anche se essi somigliassero_; o meglio: _come
che essi somigliassero_.

(1398) Intenderei _o alcuno segnale_, _sebbene piccolo_, _come punta
d'ago_.

(1399) le ritenne C. R. 2.

(1400) natività C. R. 2.



                       Cap. CCCCXXXVIIII. (1401)


Quando la femina partorisce inanzi lo suo partorire d'uno giorno o di più,
tu inchinerai lo tuo cuore verso Dio e la tua pensata verso tutta
gente (1402); e ti terrai netto di tuo corpo e di tutti peccati e di
follia. E in su questa maniera ti terrai infino al partorire. E priega
Dio, di buon cuore, che ti dia asapere dell'essere di quella criatura. E a
quella ora che la femina vorrà partorire tu sarai in disparte, in un altro
luogo, ove tu potrai udire l'affare, gli gridi ch'ella farà (1403); e si
avrai la tua ruota in uno luogo presso di te; e arai apostata una persona,
che ti gridi o faccia cenno in quello punto. Tu alluminerai la candela
ch'è di sopra alla ruota, e in sulla pianeta ove lo chiarore discienderà,
quella sarà la pianeta del fanciullo. Quello capitolo di quella pianeta
potrai sapere, e il fatto di quello fanciullo; e ciò che sarà di lui
discienderà sopra la pianeta. E quando tu avrai fatto accendere la candela
ne la ruota, fa' alungare tutti gli altri lumi, per meglio vedere lo
chiarore della candela della tua ruota. E se lo lume tocca in due pianete,
la natura del fanciullo sarà in quello che lo lume avrà più toccato. E se
tu vuogli sapere lo contradio del fanciullo, tu lo potrai sapere.

(1401) Nel C. R. 2. ha questo titolo: _Lo re domanda: potrebe l'omo sapere
la ventura de' fanciulli?_

(1402) et la pensee envers Dieu et vers toutes choses C. F. R.

(1403) Queste parole ci fanno ricordare di quel Morin astrologo, che stava
nascosto presso la camera di Anna d'Austria, per trarre l'oroscopo del
_gran re_ nascituro.



                         Cap. CCCCXXXX. (1404)


Per gli segni che saranno in quella ora e incontro a quella pianeta, ove
lo chiarore discienderà sopra lei; che altresì come le pianete si volgono
in cielo, altressì si volgono i segni, e molto più tosto.

(1404) Nel C. R. 2.: _Lo re domanda come si potrebe sapere li segni che
saranno al punto della natività de' fanciulli._



                        Cap. CCCCXXXXI. (1405)


Quando tu fedirai la ruota d'una mano, per fare lo suo torno, e tu
falli (1406), e se tu la fiedi e ella non si volgie, non ti travagliare
più in quello fanciullo (1407). E se ella torna al primo colpo, nolla
fedire più. E se voi volete conoscere la pianeta del fanciullo, prendete
gli punti della pianeta; e pigliate lo nome del giorno e del mese in che
lo fanciullo è nato; e pigliate i punti che sono sopra le lettere; e
ciascuno punto mette una volta. E se lo fanciullo è nato da prima sera
infino alla mezza notte, si sarà contato del giorno che dee entrare; e
altrettale conta del mese e della luna. E quando voi averete presi i punti
della pianeta e i punti del mese e i punti del giorno, tu farai di tutti
una somma; e li nomeri disparte (1408) tu abatterai, sicchè rimangano
pari; e poi abbatterai XV; e poi fa' li punti de' segni, e abbattine VII;
e lo rimanente conta VII a VII, sopra gli XII segni, e si comincerai da
Virgo; e in quello segno sarà incontrata la pianeta del fanciullo, al
punto di sua natura. E per quello segno potrai conoscere l'arte e i punti
da sua natura, e la contrario, e la vita che sarà del fanciullo; che per
lo segno corre l'arte e li punti e la vita e lo contrario, e lo segnale di
tutte le criature, secondo lo 'ncontramento di sua pianeta, che sarà al
punto di sua natura; e tutte cose della persona come della pianeta.

(1405) Nel C. R. 2.: _Lo re domanda: come avrai tu toccata la ruota colla
mano per fare lo suo torno?_

(1406) et tu failles III fois de ferir C. F. R.

(1407) Il C. F. R. aggiunge: car il ne touchera mie les VII jors.

(1408) Così anche il C. R. 2., ma è da credere abbia a leggersi non
_disparte_ ma _dispari_. — Il C. F. R. ha: _nomp_ (così). — Supponiamo da
intendere _non paires_.



                        Cap. CCCCXXXXII. (1409)


Se tu vuogli conoscere l'essere d'una persona, che tu non sia istato al
suo nasciere, e conosciere grande partita di quello che sarà di lei,
piglia lo suo diritto nome, e quello della sua madre, e li nomi delle VII
pianete, e pigliate i punti, e i punti delle lettere per ciascuna lettera
una volta; e contate tutti gli punti che voi pigliate per decine, VII a
VII; e ciò che dimora (1410), si abatte. E poi contate lo settimo per
decine altra volta; e ciò che iscanperà, si abatte. E poi fate delle
decine una somma, e si abattete di loro VII; e lo rimanente contate sopra
li XII segni; e cominciate a Capicornio, e contateli VII a VII. E là ove
finirà quello segno, si pigliate lo nome di quello segno, e per ciascuna
lettera una volta; e piglia li punti medesimi che sono di quello detto
segno, e tutti i punti che tu ài abattuti, e fa una somma, e conta sopra
le VII pianete una a una, e comincia a Saturno. E là ove gli punti
falleranno, quella pianeta è di quella persona; e al capitolo di quella
pianeta conoscierai l'essere di quella persona. E se tu vorrai conosciere
lo segno, leggi tutti gli segni di quella pianeta; e quello che toccherà
più a sua maniera e al suo fatto, quello sarà lo suo segno.

Queste sono le lettere e gli loro punti:

XII. X. XIIII. L. LI. XI. II. XLVI. V. VI. XI. X. VIIII. XXI. XLIIII.
IIII. VIII. III. X. VIIII. IIII. LVIII. XIII. II. — A B C D E F G H I K L
M N O P Q R S T V X Y. —

Queste sono le pianete e li loro punti, sopra loro, per ragione ordinati:

        XI         VIIII       XX      XVIII
     SATURNUS     IUPITER     MARS      SOL

       XVI        XIII        VII
      VENUS     MERCURIUS    LUNA.

--------------------------------------------------------------------------

Questi sono gli segni e gli loro punti sopra loro:

     XV          X         VIII       XXIII
    ARIES,    TAURUS,     GEMINI,    CANCER,

     XII       XVII       XIIII     XVIII
     LEO,     VIRGO,      LIBRA,   SCORPIO,

     VIIII         XXXI          XIII
    SAGITARIO,   CAPICORNIO,    AQUARIO,

     XVII
    PISCIES.

(1409) Nel C. R. 2.: _Lo re domanda se l'omo potrebe sapere o conosciere
la pianeta d'una persona che tu non sia stato al suo nascimento._

(1410) ciò che ne scanperà C. R. 2.

             Questi sono gli vii capitoli delle vii pianete:



                            Cap. CCCCXLIII.

                         _Saturno inprimamente._


Fanciullo ch'è nato in quella (1411), egli saràe noioso garzone a
nutricare; e sarà in pericolo d'essere infermo in sua gioventudine. Egli
crescerà in bene; e averà forte malattia; e sarà folle garzone. E
quand'egli passerà gli IIII anni, egli sarà pauroso e codardo; e da X anni
insino a XIIII, sarà in pericolo d'annegare in acqua; e da XXV anni
innanzi venture (1412) averà in bestie cavalline. E si sarà grande uomo
bruno, con grande barba; e piglierà in sua vita tre mogli: l'una sarà
pulcella e l'altra no. E sarà malinconoso; e spesso perderà e spesso
guadagnerà. E sarà amato da uno grande signore sanza profitto; e sarà
odiato da' suoi parenti. E sarà grande manicatore e piccolo bevitore; e
sarà troppo frettoloso; e amerà di fare servigio alle genti. Volentieri
udirà novelle, volentieri l'ascolterà. Amerà la moneta, e sarà cupido e
scarso; e spesso si muterà d'un luogo in un altro; e non avrà ventura di
conpagnia. E sarà di buono pentimento; e dotterà li suoi nimici; e sarà
molto lusurioso; e avrà aversità in sua vita; e perderà sangue di suo
corpo di ghiado (1413). Le collere nere signoregeranno lo suo corpo. Le
vivande agre gli faranno male. Dotterà troppo lo freddo. Lo migliore
giorno della settimana si sarà la domenica; e de' mesi, lo settenbre; e
de' colori, lo vestimento biadetto.

(1411) in questo pianeta C. R. 2.

(1412) Manca al n. t. _innanzi_ e _venture_. — Abb. suppl. col C. R. 2.

(1413) perdra sanc de son cors de glaive C. F. R. — Così spiegasi il _di
ghiado_, che nel C. R. 2. non leggesi.



                           Cap. CCCCXLIIII.

  _Lo re domanda: se Aries è stato contrario alla sua pianeta che sarà?
                            Sidrac risponde:_


Se Aries lo primo segno è contrario alla sua pianeta, al punto di sua
natura, egli morrà piccolo fanciullo. Se Saturno è stato, egli averà arte
di lavoro di terra; e fia rubello (1414) uomo, ma povero sarà; e avrà
segno nel ventre, e sarà in pericolo di bestie. E se egli di questo
scanpa, egli viverà lungamente.

(1414) bello C. R. 2.



                             Cap. CCCCXLV.

      _Lo re domanda: se Gemini è stato che sarà? Sidrac risponde:_


Se Gemini è stato, sarà in pericolo d'acqua; e se egli di questo scanpa,
viverà brieve tempo. Se Cancer v'è stato, elli diventerà contratto, e non
avrà niuna arte. Se Leo v'è stato, egli sarà uomo d'arme; e sarà comunale
cogli altri uomini; e avrà segno nel collo; e sarà in pericolo di morte
d'arme; e se di questo scanperà, viverà lungamente. Se Virgo sarà, egli
morrà piccolo fanciullo. Se Libra v'è stato, egli avrà arte di stormenti.
Se Scorpio v'è stato, egli averà arte di ferro, e sarà povero uomo. Se
Capicornio v'è stato, egli avrà arte d'agora (1415), e avrà segno nel
volto, e morrà giovane. Se Aquario v'è stato, sarà lavoratore di terra, e
avrà segno nella mano. Se Pisces v'è stato, egli avrà arte d'andare e di
vienire. E se la creatura è femmina, tutto in questa gli averrà.

(1415) _Agora_ per _aghi_ non è registrato nella Crusca, la quale però
definisce _l'agorajo_, chi fa o vende l'_agora_ cioè gli _aghi_.



                            Cap. CCCCXLVI.

     _Lo re domanda: che sarà del fanciullo se Aries è stato contra a
                       Iuppiter? Sidrac risponde:_


Lo fanciullo che sarà nato in questa pianeta sarà fello garzone, e avrà
grande malattie, e scamperà di morte; e da XVIIII anni infino a XXVIII
sarà fedito di tre fedite, e perderà molto sangue; e da XX anni infino a
XL sarà fedito di V fedite. E sarà di grandi mali incolpato. E sarà grande
uomo rosso; e avrà occhi neri, e male ne' denti (1416); e si frammetterà
tra grandi signori, e averà onore e prode di loro. E sarà sottile e
coperto (1417). E piglierà due mogli, e amendue vedove. Se Aries lo primo
segno è stato contra la sua pianeta, al punto di sua natura, sarà ricco
uomo, e venderà e conperrà; e fia in pericolo; se di questo scanpa, viverà
comunale tenpo. Se Taurus vi fia istato, egli averàe arte di ferro, e sarà
povero uomo; e avrà segno nel collo; e avrà pericoli di fuoco; e se di
questo canperà, viverà comunal tenpo. Se Gemini v'è stato, avrà arte di
tessere (1418), e sarà ricco uomo; e avrà segnale nel volto; e sarà in
pericolo di pietra (1419); e se di questo scampa, viverà poco. Se Cancer
v'è stato, egli sarà possente uomo; e avrà segno nel capo; e sarà in
pericolo d'acqua; e se di questo scanpa, viverà lungo tempo. Se Leo v'è
stato, egli sarà ronpitore di pietre (1420); e avrà segnale nel collo; e
avrà pericolo di cadere dirupo (1421); e se di questo scanpa, viverà
comunal tenpo. Se Virgo v'è stata, egli avrà arte di lettera; e sarà savio
uomo; e avrà segno nella coscia; e avrà pericolo d'acqua; e se di questo
scanpa, viverà gran tenpo. Se Libra v'è stata, egli avrà arte di colori; e
fia comunale uomo di persona; e sarà in pericolo d'essere magagnato; e se
di questo scanpa, viverà lungo tenpo. Se Scorpio v'è stato, egli averà
segno al bellico, e viverà poco. Se Sagittario v'è stato, egli sarà
maestro d'ascia; e sarà ricco; e avrà segno nella gota. Se Capicornio v'è
stato, egli morrà giovane fanciullo, e avrà segno nelle giunte, e sarà
bello garzone. Se Pisces v'è stato, egli sarà barattiere e
trincatore (1422); e sarà povero uomo; e avrà segno nella gola; e avrà
pericolo di morire subito (1423); e se di questo egli canpa, viverà lungo
tenpo. E s'ell'è creatura femmina, in questo mondo sarà lo suo essere in
tutte cose che a femina apartiene.

(1416) e malvedenti C. R. 2.

(1417) soutil et parfont C. F. R.

(1418) art de letre et de penne C. F. R.

(1419) de glaive C. F. R.

(1420) il aura art d'armes C. F. R.

(1421) di alto C. R. 2. — de morir de cop de best. C. F. R. — Potrebbe
intendersi: _cadere da un dirupo_; o forse _cadere e dirupare_.

(1422) brigante C. R. 2.

(1423) di morte subitana C. R. 2.



                            Cap. CCCCXLVII.

 _Lo re domanda: che sarà del fanciullo se Aries è stato contro alla sua
    pianeta, e Iupiter al punto della sua natività? Sidrac risponde:_


Lo garzone che è nato in questa pianeta, egli sarà comunale garzone a
nudrire; e da VII anni inanzi avrà grande malatie, infino a XVI anni. Sarà
savio garzone; e avrà ventura di vendere e di conperare; e sarà bello uomo
e bianco e ritondo; e amerassi di portare (1424) nettamente; e dotterà
troppo signoria. Lo suo essere migliorerà tuttavia in riccheza. Egli
troverrà avere sotterra; e sarà amato da femmina e da' suoi. E sarà di
grandi pensieri, e piccolo mangiatore e leggiere; e non amerà nimica
troppo lo servigio del suo Dio. Spesse volte si muterà d'uno luogo in uno
altro. E avrà una sola moglie in sua vita; e avrà molti fanciulli; e sarà
di belle parole e di belle risposte; e sarà pauroso, e molto lusurioso. Le
femmine signoreggieranno lo suo corpo. Le vivande agre gli saranno
contrarie. Lo migliore giorno della settimana gli sarà lunedì; e de' mesi
il giugno; e del vestire il bianco.

(1424) e amerà di portare sè C. R. 2.



                           Cap. CCCCXLVIII.

    _Lo re domanda: che sarà del fanciullo se Aries è stato contrario?
                            Sidrac risponde:_


Se Aries lo primo segno fia istato contro alla sua pianeta, al punto di
sua natura (1425), egli avrà arte di vendere e di conperare, e sarà ricco
uomo; e avrà segno nel ventre; e sarà in pericolo d'acqua; e se egli di
questo scanpa, viverà grande tenpo. Se Taurus v'è stato, egli averàe arte
di cuoi; e sarà povero uomo; e avrà segno nel collo; e sarà in pericolo di
signoria; e se di questo iscanpa, viverà lungo tenpo. Se Gemini vi fia
istato, egli avrà arte di lettera e di penna; e saràe molto savio uomo e
ricco e di grande podere; e avrà segno nel braccio; e avrà pericolo
d'acqua; e se di questo scanpa, viverà brieve tenpo. Se Cancer vi fia
istato, egli sarà grande uomo possente: e avrà segno nelle reni; e sarà in
pericolo di morte d'arme; e se di questo scanpa, viverà gran tenpo. Se Leo
v'è stato, egli avrà arte d'arme; e sarà povero uomo e ardito; e avrà
segno presso del fermamento (1426); e sarà in pericolo di morte di colpo
di bestia; e se di questo scanpa, viverà brieve tenpo. Se Virgo fie stata,
egli avrà piccoli figliuoli (1427). Se Libra fia stata, egli avrà arte di
stormenti; e sarà ricco uomo; e avrà segno nel bellico; e fia in pericolo
di signoria; e se di questo scanpa, viverà lungo tenpo. Se Scorpio v'è
stato, egli avrà arte di ferro; e fia povero uomo; e avrà segno nella
natica; e sarà in pericolo di cadere da alto; e se di questo scanpa,
viverà brieve tenpo. Se Capicornio v'è stato, egli avrà arte d'agora; e
fia povero uomo; e avrà segno nel volto; e sarà in pericolo d'essere
magagnato; e morrà giovane. Se Aquario v'è stato, egli sarà lavoratore di
terra; e sarà povero uomo; e morrà giovane sanza niuno pericolo; e avrà
segno nelle mani. Se Piscies fia istato, egli avrà arte d'andare e di
venire; e sarà comunale uomo di podere; e avrà segno al bellico; e sarà in
pericolo d'acqua; e se di questo scanpa, viverà gran tenpo. E se la
criatura è femmina, tutto altressì a questa ragione fia di questa natura,
cioè di quello che apartiene a fatto di femmina.

(1425) natività C. R. 2.

(1426) pres dou fundement C. F. R.

(1427) Così anche nel C. R. 2.; ma crediamo che la vera lezione sia quella
del C. F. R.: se Virgo a este il mora petit enfant.



                           Cap. CCCCXLVIIII.

    _Lo re domanda della natura del garzone (1428). Sidrac risponde:_


Lo fanciullo ch'è nato (1429) in questa pianeta sarà buon fanciullo, di
buona aria a nodrire; e avrà grande malizia nella sua gioventudine. Di X
anni sarà umile fanciullo, e amerà lo suo Iddio e lo suo comandamento, e
sarà di buone parole e di buona iscienzia. E sarà lungo uomo e bianco; e
non averà moglie in tutta la sua vita; e non amerà lo peccato; e fia
casto; e piccolo mangiatore e piccolo bevitore. Lo migliore giorno della
settimana gli fia lo martedì; e de' mesi lo maggio. Le collere gialle
signoreggieranno lo suo corpo. E de' vestimenti gli sarà lo biadetto
migliore.

(1428) Nel C. F. R. questo Cap. ha per titolo: _Mars_.

(1429) Nel n. t.: _detto_. — Abb. corr. col C. R. 2.



                              Cap. CCCCL.

  _Lo re domanda: che sarà dal fanciullo se Aries è stato contro a Sol?
                            Sidrac risponde:_


Se Aries lo primo segno è stato contro la sua pianeta, al punto della sua
natura, egli sarà possente uomo e grande, cioè signore; e avrà segno nel
ventre; e sarà in pericolo d'arme; e se di questo scanpa, viverà gran
tenpo. Se Taurus fia stato, egli non toccherà nimica gli VII anni. Se
Gemini fia stato, egli avrà arte di vendere e di conperare; e non avrà
niuno pericolo; e sarà ricco uomo; e avrà segno nella gamba; e viverà
assai. Se Cancer fia istata, egli viverà piccolo garzone. Se Leo fia
stato, egli sarà uomo d'arme; e avrà segno nel collo. Se Virgo fia stata,
egli avrà segno nel volto; e in pericolo d'acqua, e se di questo scampa,
viverà lungamente. Se Libra fia stata, egli avrà arte di bilancie; e fia
ricco uomo; e morrà sanza niuno pericolo (1430); e avrà segno nel membro.
Se Sagittario fia stato, egli avrà arte di legname; e sarà ricco uomo; e
avrà segno nella coscia o sopra il pettignone; sarà in pericolo d'essere
vocolo; e viverà lungamente. Se Capicornio fia istato, egli avrà arte di
lettera; e morrà giovane; e sarà povero uomo; e avrà segno al petto. Se
Sagittario fia istato, egli avrà arte di tessere; e fia ricco uomo e
comunale. Se Pisces fia istato, egli avrà arte di lettera; e sarà molto
possente uomo, e onorato; e avrà segno al braccio. E se la criatura fia
femina, tutto altressì averrà a questa medesima ragione, a ciò che a
femina s'apartiene.

(1430) e sarà in pericolo d'essere vocolo C. R. 2.



                             Cap. CCCCLI.

   _Lo re domanda: che sarà del fanciullo nato in Mercurio, che ne dice
                         elli? Sidrac risponde:_


Lo fanciullo che è nato in questa pianeta sarà amato in sua piccolezza
dalla gente; e sarà avenente, e di buona notricatura. E poi diventerà
orgoglioso e maldicente; e sarà fedito di lancia per la sua lingua; e sarà
scarso e cupido. E piglierà una femmina in sua vita, e avrà due fanciulli.
E sarà di male parole e di mali pensieri. Le collere gialle
signoreggieranno lo suo corpo. E di vestimenti gli sarà buono il verde; lo
migliore giorno della settimana gli sarà lo giovedì; e lo migliore mese
dell'anno gli sarà febraio.



                             Cap. CCCCLII.

    _Lo re domanda: che sarà del garzone, che ne dice Mercurio (1431)?
                            Sidrac risponde:_


Lo fanciullo ch'è nato in questa pianeta egli sarà comunale a
nudrire (1432); e sarà in pericolo di cadere in fuoco; e se di questo
scanpa, egli sarà bello fanciullo, insino a otto anni; e poi insino a
XIIII anni avrà grande malatie. Le flemme nere signoregeranno lo suo
corpo, le vivande agre gli saranno contrarie; gli vestimenti bianchi gli
saranno buoni; lo migliore giorno della settimana gli sarà lo venerdì; e
de' mesi l'ottobre. Se Aries lo primo segno è stato contro alla sua
pianeta, al punto del suo nascimento, egli avrà arte di bilancie; e sarà
ricco uomo; e avrà segno nel petto; e viverà lungamente.

(1431) Nel C. R. 2.: _che ne sarà del fanciullo che sarà nato in Marte?_

(1432) Il n. t. ha: udire. — Abb. corr. col C. R. 2.



                            Cap. CCCCLIII.

    _Lo re domanda: che dice la Luna del fanciullo? Sidrac risponde:_


Lo fanciullo che è nato in questa pianeta egli sarà noioso garzone a
nodrire; e sarà sano garzone infino a XV anni; fino a XXII sarà tuttavia
malato; e sarà lungo e bianco e cupido; e avrà malvagio istomaco; e
porterà la sua vita orgogliosamente. Le vivande agre gli faranno prode; lo
migliore giorno della settimana gli sarà il sabato; e de' mesi il
dicenbre. Se Aries lo primo è stato contro la sua pianeta, al punto della
sua natività, egli sarà ricco uomo; e avrà segno al pettignone; e sarà in
pericolo di morte, in fuoco; e se di questo scanpa, e' viverà lungamente.
Se Taurus fia istato, egli sarà possente uomo, e avrà pericolo d'essere
contratto; e viverà lungamente. Se Gemini fia stato, egli avrà arte di
lettera; e sarà possente uomo d'altezza; e avrà segno nella poppa; e
viverà comunal tenpo sanza pericolo. Se Cancer fia istato, morrà povero
uomo, lavoratore di terra; e fia malfattore; e viverà molto. Se Virgo fia
istato, egli avrà arte d'agora; e avrà segno agli orecchi; e sarà in
pericolo d'acqua; e se di questo scanpa, viverà brieve termine. Se Libra
fia stata, egli avrà arte di ferro e di fuoco; e sarà povero uomo; e avrà
segno nella gola; e viverà lungamente. Se Scorpio fia istato, egli sarà
rubatore e malfattore; e avrà segno nel ventre; e sarà in pericolo
d'essere inpiccato; e se di ciò scanpa, viverà lungamente. Se Sagitario
fia stato, egli avrà arte di cuoio; e avrà segno nel volto; e avrà
pericolo di bestia; e se di ciò iscampa, viverà lungamente. Se Aquario fia
stato, egli avrà arte di vendere e di conperare; e sarà in pericolo
d'acqua; e se di questo scanpa, viverà comunal tenpo. Se Pisces fia
istato, egli avrà arte di legname; e avrà segno alle natiche; sanza niuno
pericolo viverà brieve tenpo. E se la criatura è femina, lo suo essere fia
in quella medesima ragione, di tutto ciò che apartiene a fatto di femina.



                            Cap. CCCCLIIII.

    _Lo re domanda: di quante maniere e di quante virtù sono lo pietre
              preziose, e ove si trovano? Sidrac risponde:_


Sarde (1433) e granate e lamandine (1434) e giaconte (1435) sono contate
insieme (1436). Ma le giaconte ànno la vertù di tutte queste pietre. Ella
dà colore gentile e vermiglio; e fa l'uomo giocoso, e diventare giovane e
leale; e fa all'uomo dimenticare lo suo contrario; e non teme niuno tosco
nè veleno di mala bestia. Quelli che porta questa pietra può passare per
luoghi pericolosi. E lealmente lo ricolgono gli osti in albergo. E
quand'elli domanda cosa ove egli àe ragione, la sua ragione gli darà
dirittamente (1437).

(1433) Cf. _C. Plinii Sec._, Hist. Nat. XXXVII, 31. La _Sardonia_, o
_pietra Sarda_, è una varietà delle agate.

(1434) Alamandines C. F. R. Forse _adamantines_? »Alamandina a loco in quo
secundum plurimum generatur, sic vocatur, hoc est ab Epheso quae
Alabandina vocatur alio nomine. Est autem ruborem habens fulgentem, et est
lapis claris ut Sardinus». _Alb. Magn._, De Miner., I.

(1435) _Giarconsia_ o _Giarcone_ — È un silicato di zirconio.

(1436) sont crees ensemble C. F. R.

(1437) si gli fie data dirittamente C. R. 2.



                             Cap. CCCCLV.

    _Lo re domanda: che à a fare lo topazio (1438)? Sidrac risponde:_


Topazio è di giallo colore, e è d'una maniera d'oriente e d'arabo, e sono
gli migliori topazi. Egli guarisce e rifreda d'una malizia che à nome
fie (1439). Chi è segnato di topazio, già più non crescerà la sua malizia.
Topazio ritrae alla luna, e piglia simiglianza (1440). Quando la luna è
laida e piovosa (1441), si è questa pietra torbida; quando la luna è
bella, si è questa pietra più bella e più chiara e di migliore colore. Chi
porta questa pietra, ama di portare lo suo corpo nettamente e castamente,
e più ama e più teme lo re celestiale. Questa pietra à colore d'oro e
d'azurro. Li re (1442) deono spesso riguardare topazio, perch'ella dà
buona ricordanza a quelli che la raguardano, e falli pensare alla reale
vita coronata, che giammai non fallerà. Topazio è pur cotale com'elli
nasce (1443); e perch'elli è così piacente che non cale altrui di pulirlo;
e anche perciò non perde la sua virtù nè la sua forza. Topazio dee essere
sopra oro.

(1438) _che virtù àe lo topazio?_ C. R. 2.

(1439) Nel n. t.: che anno fie. — Nel C. R. 2.: che ànno. — Nel C. F. R.:
chi a nom fie. — E secondo quest'ultima lezione, come quella che ha un
qualche senso, abbiamo corretto.

(1440) retrait a la lune par semblant C. F. R.

(1441) chant la luneison est laide ec. C. F. R.

(1442) Manca al n. t. _li re_. — Abb. suppl. col C. R. 2., sulla scorta
del C. F. R.

(1443) Toupasse tel com'il naist est melior C. F. R.



                             Cap. CCCCLVI.

               _Lo re domanda: che à a fare lo smeraldo?_


Ismeraldo sormonta tutti i verdori. Li fini ismeraldi vengono di Soria,
del fiume di paradiso. Ismeraldo migliora gli occhi, e lo vedere guarda di
peggiorare (1444). Lo smeraldo crescie le riccheze, e fa l'uomo in parole
atemperare (1445). E si guariscie una malattia del cuore; e si vale molto
contra le gotte, e incontro a tempesta, e incontro a guerra. Sapiate che
quelli che lo smeraldo porta sopra sè, più ama di portare suo corpo
nettamente, e più si guarda d'udire villanie, e più si mantiene godente e
bello e netto, e pensa nella sua anima; e più ama netti diporti e buone
opere; chè Idio donò a questa pietra questa virtù. Ismeraldo è sopra la
terra pietra nomata di Dio. Una maniera di bestie sono che ànno nome
grifon, che guardano gli smeraldi sopra lo fiume di paradiso, nella terra
di Soria. E questo maniere di bestie ànno lo corpo dinanzi a modo
d'aquila, e dietro a modo di lione. E una maniera di gente che ànno nome
Atrupes (1446), che non ànno se non uno occhio nel mezzo della fronte;
quelli vanno tutti armati al fiume, e pigliano di questi ismeraldi; e
queste bestie gli difendono tanto come possono; ma quelli sono armati, e
torre no' gli possono loro (1447). Esmeraldo netto e gentile è molto
verdissimo.

(1444) et guarde la veue C. F. R.

(1445) et fait a home paroles atempees C. F. R.

(1446) Arimpiles C. F. R.

(1447) Odasi il dotto Alberto Magno parlare dello smeraldo (De Miner.,
II.): »Fertur quod illi de nidis griphonum auferuntur, qui lapidem hunc
cum crudelitate magna custodiunt: dixit enim unus de Graecia veniens,
veridicus et curiosus experimentator, quod ille lapis nascitur in rupibus
qui sunt sub aqua maris et quod ibi frequenter invenitur..... Expertum
autem est temporibus nostris quod hic lapis, si vere bonus et verus est,
non sustinet coitum: propter quod rex Ungariae, qui nostris temporibus
regnat, in coitu cum uxore sua lapidem hunc in digito habuit, et propter
coitum in tres partes fractus fuit. Et ideo probabile est quod hic lapis
gestantem se ad castitatem inclinat. Ferunt etiam quod auget opes, et in
causis dat verba persuasoria, et quod collo suspensus curat emitriteum et
caducos morbos... Dicunt etiam quod bonam facit memoriam, et quod
tempestatem avertit, et valet divinantibus».



                            Cap. CCCCLVII.

        _Lo re domanda: che à a fare il rubino? Sidrac risponde:_


Rubino è vermiglio, e vince tutte le cose vermiglie. Lo gentile rubino
fine e netto è lo signore delle pietre. Egli è la gemma delle gemme. Egli
à vertù delle pietre preziose e di sopra queste (1448); e di questa
signoria (1449), quando quelli che lo porta è tra gente, tutti gli portano
onore e riverenza, e si ringioiscono della sua venuta. Le bestie che beono
dell'acque dove il rubino è stato, guariscono della loro malizia. Chi in
buona credenza raguarda questa pietra, ella il conforta, e fagli ubriare
tutti i suoi contrarii, per la vertù di Dio. Ella pasce gli occhi, e
conforta il cuore: e con questa à l'uomo signoria sopra tutte le pietre
che preziose sono (1450). Rubino è trovato nella profonda India, nel fiume
di paradiso (1451).

(1448) Il a la vertus des pierres preciousses par dessus toutes C. F. R.

(1449) egli àe vertù che quando quelli che lo portano adosso C. R. 2. — il
est de tel segnorie C. F. R.

(1450) Il n. t. è conforme al C. F. R. — Ma migliore sembra a noi la lez.
del C. R. 2.: con questo àe l'omo signoria. Sopra tutte le pietre preziose
sono li rubini.

(1451) Anche del rubino vedi le virtù miracolose in _Alb. Magn._ loc. cit.



                            Cap. CCCCLVIII.

       _Lo re domanda: che à a fare il zaffiro? Sidrac risponde:_


Zaffiro è molto convenevole pietra in dito di re; e molto è santissima
pietra e graziosa. Nella rena di Libeo, nel fiume d'Oriente, presso d'uno
petrone di mare, sono trovati i zaffiri, più che in niun'altra parte.
Quello è gentile zaffiro che somiglia al puro cielo. Nella profonda acqua
sono trovati i zaffiri iscuri; ma egli non sono nimica di quella virtù. Ma
tutti sono dalla parte di Dio virtudiosi e pieni di grazia. Queste tre
maniere di pietre di zaffiri distornano follie e invidia, e confortano i
corpi e i menbri, e istornano l'uomo da prigionia; e gli aiutano a
diliberare (1452). E gli prigioni gli deono toccare a' IIII cantoni della
prigione e a' suoi legami; e s'egli àe (1453) la buona credenza, egli sarà
diliberato, per la virtù di Dio, ch'egli à donato a' zaffiri. Zaffiro è
buono per acordare genti insieme, e per rompere malie; e molto vale a
guarire di bocche, e di tutte enfiagioni; che l'uomo mette lo zaffiro
nell'acqua, e poi gli dà a bere di quella acqua. Idio consiglia quelli che
nettamente lo porta. Zaffiro è del colore del cielo; ma si somiglia
biadetto (1454). Chi zaffiro isguarda tutto bene gli aviene, tuttavia.

(1452) e s'egli è in prigione ellino l'aiutano diliberare C. R. 2.

(1453) Nel n. t.: e acciò che. — Abb. corr. col C. R. 2.

(1454) mais la force de l'autre veue semble qu'il soit blef. C. F. R.



                           Cap. CCCCLVIIII.

          _Lo re domanda: il diaspro (1455)? Sidrac risponde:_


Diaspri sono di VIIII maniere, e di diversi colori; e sono trovati in
fontane del mondo (1456). Ma lo diaspro ch'è verde, è migliore che gli
altri. E quando v'àe candelle vermiglie (1457), e ispartite e intagliate
di vecchie intagliature (1458), quelli è lo signore de' diaspri. E si è
buono contra tutti i vermini. E se tosco è recato là ove diaspro sia, egli
suderà, e muterà via di colori. E si dee per ragione istagnare il sangue a
quelli che àe buona credenza; e dee guarire di febre di ritropisia. Chi
diaspro guarderà incontro lo giorno, egli fia guardato di fantasima. E fa
l'uomo possente e savio. E molto vale a femina che partorisca figliuoli, e
più tosto partorisce. Diaspro guarda l'uomo di contrario. Chi lo porta
egli si dee guardare nettamente (1459). Diaspro è verde e di bello
verdore (1460).

(1455) Nel C. R. 2.: _che virtù ànno li dyaspri?_

(1456) en soveraines parties dou monde C. F. R.

(1457) guotes vermeiles C. F. R.

(1458) entailes de veille entaille C. F. R.

(1459) chi le porte doit mener nete vie C. F. R.

(1460) Fra tante virtù, non è qui detto di quella più comunemente
attribuita dagli antichi al diaspro, di dare facondia agli oratori. Nè
l'altra, da Alberto Magno ricordata, _quod gestantem se a luxuria
prohibet_.



                             Cap. CCCCLX.

       _Lo re domanda: che à a fare di liguria? Sidrac risponde:_


Liguria (1461) è una pietra trovata nella terra d'India, sopra il fiume
pieno di foreste. E una bestia che à nome lins (1462) la guarda, e la
ripone dentro alla sua gola, bene in profondo, per le sue virtudi grandi,
che non ci siano attevole (1463). Ligure sono di più maniere; ma la
migliore èe a colore d'oro; e tali ne sono di colore di mora (1464), e
altre di colore d'incenso. E tali ne sono che ànno colore di giarcande. A
questa pietra Iddio donò molta virtù. Ella distorna l'uomo di malvagi
vizii; e si è bona a portare incontro a più maniere di genti; e guarisce
lo male dello stomaco; e fa l'uomo allegro ch'è adirato e malinconoso; e
stagnia il sangue de' menbri. La femina che ligura porta, ella è più
piacevole. Questa pietra si rinfresca lo colore. Chi la porta in bocca, e
chi la tocca agli occhi, ella caccia la malizia. E quella bestia che la
guarda, ella si corica nella rena, per meglio guardare questa pietra.

(1461) Lyngurium Cf. _C. Pl. S._, H. N. XXXVII, 13.

(1462) Nel n. t. e nel C. R. 2.: lius. — Ma è certo che deve leggersi
_lins_, essendo notissima la favola del lincurio e della lince, di che
parlano gli antichi. — Cf. _Leopardi_, Err. degli ant. XVIII. Plinio, dove
parla del lyngurium scrive: »Fieri autem ex urina quidem lyncis, sed
egestam terra protinus bestia operiente eam, quoniam invideat hominum
usui.» Ma il dotto naturalista a tali fole non crede: »Ego falsum id totum
arbitror.»

(1463) Nel C. F. R.: che ses grant vertus le soient aidables.

(1464) myre C. F. R. Crediamo errore il _mora_ del n. t. e del C. R. 2.



                             Cap. CCCCLXI.

         _Lo re domanda: che à a fare d'agate? Sidrac risponde:_


Agate sono trovate in uno fiume che à nome Aquide (1465). Elle sono
trovate di più maniere: elle sono di nere e di bianche; e tali sono verdi
come diaspro taccato di vermiglio. Questa pietra è piena di grande
virtude. E una maniera sono d'agate a vene candelate (1466), e ànno colore
d'oro o di cera. La verace agata conforta l'uomo vecchio, e spegne la
sete (1467); e vale molto contro al morso del serpente, e di bestia
arrabiata; e fa l'uomo parlatore. La verace agata, quando l'uomo la mette
nel suo pugno chiuso, niuno lo può vedere. E questa pietra è di verde,
taccata di vermiglio.

(1465) Acate C. F. R.

(1466) guotee C. F. R.

(1467) »Sitim quoque sedant in os additae». _C. Pl. S._, H. N., XXXVII,
54. — E d'altre sue molte virtù parla Avicenna, tra le quali, che dà forza
a superare i pericoli, e rende il corpo robusto.



                            Cap. CCCCLXII.

              _Lo re domanda d'amatista. Sidrac risponde:_


Amatista è di proprio colore, e si ritrae a colore di sangue. Questa
pietra è molto profitevole a quelli che la porta. Le bestie salvatiche
vengono contra lei, e si confortano per la sua vertù. E tiene l'uomo in
buona credenza. Quelli che amatista porta è benveduto dinanzi dal re e
dinanzi a gran signori, e avrà diliberatamente quello ch'egli chiederà. E
si tiene l'uomo umile e amichevole. E quelli che questa pietra porta, à in
sè memoria di Dio, e si è molto grazioso (1468).

(1468) Eas gemmas (amethysti) magorum vanitas resistere ebrietati
promittit C. Pl. S., H. N. XXXVII, XLI. — E Alberto Magno dice
dell'amatista: „operatur contra ebrietatem et facit vigilem, et malas
reprimit cogitationes, et bonum in scibilibus confert intellectum„ _loc.
cit._



                            Cap. CCCCLXIII.

          _Lo re domanda di crisolita (1469). Sidrac risponde._


Crisolita somiglia acqua di mare (1470). Crisolita è buona per portare
incontro a naturale pietra. Chi la porta non dee mica essere lordo di
peccati. E si puote entrare sicuramente in tutte corti, che grazia gli
porteranno tutte genti. Chi à questa gloriosa pietra, porta il suo corpo
lealmente; e si la dee portare dalla diritta parte. Crisolita si truova in
Tiope (1471); e si è di colore d'aqua di mare e d'oro.

(1469) Gli antichi davano il nome di _chrysolito_ (chrysos — lithos) a
varie sostanze minerali, e in ispecie al cimotano, al peridoto e alla
apatite, a cagione del loro colore.

(1470) Benissimo aggiunge il C. F. R.: et gete flame come d'or de toutes
pars.

(1471) en Egypte C. F. R. — Atiopia C. R. 2.



                           Cap. CCCCLXIIII.

                _Lo re domanda d'onica. Sidrac risponde:_


Onica e saldonia e calcidonia sono contate insieme; e sono nella terra
d'India e d'Arab; e sono di diversi colori e di diverse vertudi. Onica è
nera; e quand'ella à vene (1472) o cinture bianche o perse o tacche
vermiglie, quelli è diritto. Onica fa l'uomo pro' e ardito e coragioso; e
cresciegli la sua vita; e dagli sanità a quelli che la porta. E fa l'uomo
di sognare di notte, di parlare al suo amico morto (1473), dormendo. E gli
fa sovenire al mattino di che lo morto à bisogno. Quelli che la porta à di
molte buone grazie.

(1472) Nel n. t. e nel C. R. 2.: e quand'ella va e viene. — La correz. ci
è indicata dal C. F. R.: et chant il a vaines ou saintures. Lo che ricorda
le _candide zone_ di Plinio.

(1473) songier de nuit et parler C. F. R.



                             Cap. CCCCLXV.

          _Lo re domanda di beriella (1474). Sidrac risponde:_


Beriella è una pietra che è di colore d'acqua, quando lo sole la fiede. Si
viene della terra d'India. La leale beriella gitta fuoco contra il
sole (1475). Beriella nudrisce amore in uomo e in femina (1476). E sapiate
che l'acque ove le berielle sono state messe, vale molto a malizie, e a'
porci e a' buoi che la beono. Guarisce di stranguglione e di male di
testa. Beriella non dee essere nimica intagliata malamente, ma essere
piana e pulita, che la loro tagliatura gli magagna, quando lo sole gli
fiere. E chi agiugne (1477) la beriella alla sua carne, lo fuoco che
n'escie piglia la sua carne.

(1474) I _berylli_ sono una varietà degli smeraldi.

(1475) „Expertum est quod quando.... oculo solis opponitur ignem
accendit.„ _Alb. Magn._, loc. cit.

(1476) „Dicunt aurifices quod coniugium conciliat inter maritum et
uxorem.„ _Alb. Magn._, loc. cit.

(1477) ioint C. F. R.



                            Cap. CCCCLXVI.

             _Lo re domanda di calcidonia. Sidrac risponde:_


Calcidonia è una pietra che è d'uno torbido biancore (1478); e è come
cristallino. Idio le donò tale virtude, che quelli che la porteràe è buono
parlatore, e bene insegnato; e s'egli piatiscie con uomo che abia torto
nella cosa, se egli mostra a colui calcidonia, quelli che avrà torto
perderà la quistione; e per la forza della pietra, quelli che la porta nel
dito, guarda. Quelli che oniche e sardonie e calcidonie porta è bene
guardato, se per lo suo peccato no' le perde; chè calcidonia porta grazia,
e l'altre lo guardano di pericoli.

(1478) torbida biancura C. R. 2.



                            Cap. CCCCLXVII.

              _Lo re domanda di sardonia. Sidrac risponde:_


Sardonia è una pietra che è d'uno colore negrina. Questa pietra atenpera
ira, e fa passare, e lieva li rei vizii, e dona ad uomo castità, e fallo
vergognoso, e guardalo di pericolo.



                           Cap. CCCCLXVIII.

          _Lo re domanda di diamante (1479). Sidrac risponde:_


Diamante è una pietra che viene d'India, e sono i maschi di buono colore
violetto. Quelli che vengono d'Arabie sono femmine, e sono più biadetti. E
niuno diamante è più grosso che una piccola nocciuola. Questa è la più
dura pietra di tutte le pietre. Nulla non puote menovare con nulla altra
pietra (1480). E di quella maniera che voi le vedete sono nate e trovate.
Idio diede al diamante molte vertudi, e più grazie. Egli dona a uomo che
lo porta forza e vertù, e guardalo di sogniare rei sogni, e di fantasima e
di veleno. E si guarda così degli ossi sani e interi. Già tanto non cadrà
di cavallo o d'altra bestia, che tuttavia non sieno interi, chi v'è bene
credente. Egli cava la paura di corpo all'uomo, e la tradigione e l'ira; e
di lusuria ci guarda. E si amenda l'uomo di senno e di valore e di pregio
e di ricchezza. Diamante si fa l'uomo molto forte, e l'aiuta contra gli
suoi nimici. Quelli che 'l porta, più inamora di Dio. E guarda gli semi
dentro alli corpi alla creatura (1481). E chi vuole provare, egli lo dee
portare dal lato manco (1482); Iddio gli mosterrà la sua virtù; e si lo
dee avere leale di sua conpera o di dono. Sanza niuno male dee essere chi
cotale pretiosa pietra porta.

(1479) Plinio dice che il diamante „hircino rumpitur sanguine.„ Ed è
curioso ciò che a queste parole nota un suo commentatore nel 1685, che il
proprio commento scriveva ad uso del delfino di Francia: „negant hoc esse
verum recentiores physici, nisi hircus antea petroselino ac silere montano
pastus sit.„ Con che il gesuita non faceva che ripetere quello che quattro
secoli prima avea scritto Alberto Magno.

(1480) Non si può menomare come un'altra pietra C. R. 2.

(1481) dedens le cors de la feme C. F. R.

(1482) „Dicunt magi, quod lacerto sinistro alligatus, valet contra
hostes.„ _Alb. Magn._, l. c. — Plinio che non crede alle virtù delle altre
pietre, a quella del diamante pare che presti fede. „Adamas et venena
irrita facit.... metusque vanos expellit mente.„ Come già altri cantava:
„Et noctis lemures et somnia vana repellit.„ _Marbod._, De lapid. pret. I.



                           Cap. CCCCLXVIIII.

             _Lo re domanda di giarconsia. Sidrac risponde:_


Giarconsia è una pietra che è chiamata balascio, e si truova in una ysola
di Rabe (1483). Balasio ritrae a colore di rubino, ma non è mica di quella
maniera; e quando ella è trovata in altra parte che rubini, ella megliora
biltà contra biltà. E molto è più chiara, quando lo tenpo è chiaro, e àe
piùe gentile colore. Questo è lo signore delle giarconesi. Rubino e
giarconese e balascio, zaffiro e granate, queste tre maniere di pietre può
l'uomo chiamare giarconese.

(1483) Arabe C. R. 2.



                             Cap. CCCCLXX.

          _Lo re domanda di grisopasa (1484). Sidrac risponde:_


Grisopasa è una pietra che viene della terra d'India; e lo suo colore è
verduccio (1485). Rinfiamma come oro da tutto parti. Quelli che lo porta è
molto grazioso di sua ventura.

(1484) O piuttosto _crisoprasio_. E una varietà delle agate.

(1485) verde C. R. 2.



                            Cap. CCCCLXXI.

            _Lo re domanda di diana (1486). Sidrac risponde:_


Diana è una pietra vermiglia e chiara, e si è della grandeza di una unghia
d'uomo o di meno. Chi à buona fede in questa pietra, che lo possa aiutare
per la virtù che Idio gli à donata, ella istagna lo sangue della fedita là
dove ella tocca; altresì fa del naso e di tutto lo sangue del corpo, di
qualunque parte egli fia corrotto, o di malattia, o per l'acqua che l'uomo
bee. E si guarisce gli occhi che ànno sangue di malattia, quando è toccata
di questa pietra. Queste pietre si truovano nell'isola del mare d'India; e
si si nodriscie nel ventre d'uno pescie; e dimora d'uno pesce ad altro
trecento anni o più; allora è buona; e infine lo mare la getta a terra.

(1486) Così tutti i Codd. Non sappiamo che pietra siasi voluto indicare
con questo nome. — _Diana_ si chiamò nell'arte magica l'argento. — Ciò
che il testo narra de' pesci nel ventre de' quali sta questa pietra
nascosta, potrebbe far pensare alle favole della _dracontites_.



                            Cap. CCCCLXXII.

          _Lo re domanda di turchiman (1487). Sidrac risponde:_


Sorgoe è una pietra verde che viene dal paradiso teresto, per uno fiume
che di là viene. Questo fiume passa per mezzo la grande India, e per uno
grande diserto, e si rauna tra due montagnie, chiuse da tutte le parti, la
quale acqua si raguna in uno piccolo mare; e le montagne per lo
comandamento di Dio luce non ànno (1488) da tutte parti, sicchè
inghiottono l'acqua, e la gettano d'altra parte. In quella montagna à
bestie, che sono granti come cani, e sono più correnti che gli uccelli
volanti, e non vivono se non di pesci di quella acqua. Queste bestie
truovano queste pietre, e le nascondono e serbano nella loro gola, perchè
noi no' le troviamo, nè sapiamo le loro virtudi. E l'uomo non puote avere
di quelle, se non per le pulcelle. Quando la gente le vogliono avere, elle
mettono le pulcelle alla riva di quella acqua, e scuoprono loro lo petto e
le poppe, e gli uomini l'amaestrano, che non abiano paura; e le pulcelle
si pongono alla riva dell'acqua, e gli uomini si nascondono tra gli albori
che vi sono. E quando le bestie che portano queste pietre, sentono le
pulcelle, elle si vengono incontanente a loro, e mettono lo muso tra le
poppe alle pulcelle, e dello grande diletto ch'elle ànno, s'adormentano
come tramortite. E allora gli uomini escono del bosco, e uccidongli, e
cavano le pietre loro di gola (1489). Questa pietra è di tale vertude,
come Iddio l'à dato, ch'ell'è buona incontro a tutte malizie al corpo, di
gotte. E chi bee dell'acqua, in che la pietra sia bagnata, incontanente
sana. E chi bee a digiuno uno mese di quella aqua, da indi a uno anno non
sente male di gotte. E si è buona al male dello stomaco e degli omori;
contra tutte bestie arrabiate e rei vermini. L'acqua di questa pietra
guarisce il corpo di tutte malizie e di tutti omori. E quelli che la porta
dee essere netto di suo corpo.

(1487) _sorigue_ C. F. R. — _sorgie_ C. R. 2. — Non sapremmo che pietra
nascondasi sotto questo nome. — Alcuni naturalisti hanno supposto che per
_sorgoe_ siensi anticamente intesi i granati.

(1488) ont souspirail C. F. R.

(1489) Così nel _Tesoro_ l'unicorno pone il capo in grembo a una fanciulla
vergine, e s'addormenta.



                           Cap. CCCCLXXIII.

           _Lo re domanda di cramis (1490). Sidrac risponde:_


Cramis è una pietra piccola bianca. Chi questa pietra porta colla vertude
che Iddio gli à donata, egli potrà andare sicuramente tra nimici e tra
tutta gente, e niuno lo potrà vedere. Ma questa vertude non à se non al
giorno della luna. Ma ella àe altre vertude ciascuno giorno; che quelli
che la vede da mattina e da sera, quello giorno nè quella notte non potrà
morire di morte subitana. E chi fosse fedito, e egli la portasse sopra se,
quella fedita non puote inpostimire nè infracidare nè avere niuno
pericolo. Quelli che la porta sopra lui sarà onorato e pregiato, e tutti
gli faranno onore e reverenza. Chi la portasse sopra il suo capo, e
dormisse con essa, egli vedrebe certamente quelli che l'odiano e quelli
che l'amano. E chi la tenesse sopra il petto d'una criatura, quand'ella
dormisse, ella direbe tutto quello ch'ell'avrebe fatto. Questa pietra si
truova in una isola del profondo mare d'India la maggiore; e truovasi
sopra la rena, alla riva del mare. Quando lo mare la gitta fuori alla
riva, gli pesci che la sentono, si vanno fuori dell'acqua, alla rena, là
ove ella è; e l'acqua falla loro, e gli pesci muoiono. E le genti che
truovano gli pesci alla riva, conoscono che là è la pietra; e allora la
cercano, e trovallo. Ma questa pietra si truova rade volte, perchè ne sono
meno che l'altre pietre.

(1490) grasinif C. F. R. — Non sappiamo che abbiasi a intendere per questo
nome.



                           Cap. CCCCLXXIIII.

          _Lo re domanda di vermidori (1491). Sidrac risponde:_


Vermidore è una pietra ritonda, come noce e meno; e si rende di notte
chiarore come candela; e di giorno grande rinfiabilimento. E si è buona
contra tutte malizie del corpo e del ventre. E questa pietra truova l'uomo
a una montagna in India; ben profonda nella montagna, nelle vene d'una
pietra viva.

(1491) Potrebbe essere la _vermiculite_, specie di _talco_, la quale
riscaldata alla fiamma di una candela, emette un gran numero di piccoli
prismi cilindroidi, che s'allungano, contorcendosi come vermi.



                            Cap. CCCCLXXV.

          _Lo re domanda di riflabina (1492). Sidrac risponde:_


Riflabina è una pietra gialla, grande come fava, e si à una cotal vertù,
ch'ella toglie la sete, e abatte lo giallore del corpo, a chi à giallo il
volto e gli occhi. E quelli che bee l'acqua ove la pietra tocca, guarisce
del male del fegato. Questa pietra chi la porta sopra sè, si gli conforta
gli menbri, e dagli grande forza, conciosia cosa ch'egli sia vecchio uomo.
Questa pietra si truova in uno fiume, che passa per la piccola India. Una
gente v'à, che non ànno se non uno occhio nella fronte, che guardano
queste pietre, che neuno le può pigliare. Si vengono una gente, che si
chiamano Nulvei (1493), e combattono co' loro, e piglianne per forza.

(1492) tifabilina C. R. 2. — reflambine C. F. R.  —  Ma ci è ignoto che
pietra possa esser questa.

(1493) Nubiens C. F. R.



                            Cap. CCCCLXXVI.

           _Lo re domanda di cocrice (1494). Sidrac risponde:_


Cocrice è pietra bianca con una tacca vermiglia. La pietra è grande come
una fava o meno; e si à cotal vertù: che gli occhi che ànno la perla del
bianco sopra la luce o di vaiuolo (1495), e sono toccati con questa
pietra, quattro volte, lo male guarisce, e l'occhio sana per la vertù di
Dio. E tutti gli uomini che beono di quell'acqua, ove questa pietra tocca,
quello giorno non puote avere niuno pericolo di tosco. E quelli che la
porta sopra lui, niuno malvagio vermine gli si osa apressare, nè dimorare
in piazza (1496) ov'è. Questa pietra si truova in una ysola del mare
d'India, tra due montagne, la ove è sì grandi dirupi, che niuno vi puote
andare per nullo ingegno. E quando gli uomini vogliono avere di queste
pietre, si uccidono di capre magre, e si l'ungono di mele, e fannone pezzi
d'un palmo, e gittagli di qua e di là, per questi dirupi. E poi viene uno
ucciello (1497), e, volando in suso, e' pigliano quella carne, e portalla
sopra la cima di quella montagna per mangiarla; e le genti gli asaliscono
da tutto le parti; allora lasciano la carne per la paura; la carne cade
alla valle del dirupato (1498). E sapiate che le pietre s'appiccano alla
carne. Gli ucciegli pigliano la carne, e portalla fuori del dirupo; e le
genti in questa maniera truovano alcuna volta le pietre, che sono apiccate
a questa carne (1499).

(1494) _Cocrisee_ C. F. R. — Sarebbero forse le _cochlides_ di Plinio?

(1495) chi ont mal dou blanc sur la prunele ou vairole C. F. R.

(1496) en place C. F. R.

(1497) vengono li uccielli C. R. 2.

(1498) cade giù per le ripe C. R. 2.

(1499) Questo racconto sembra quasi copiato dal Polo.



                           Cap. CCCCLXXVII.

         _Lo re domanda di turchimanti (1500). Sidrac risponde:_


Turchiman sono di tre colori: le fini ritragono a verdi, l'altre sono
cielestiale, e sono migliori e buone agli occhi. Che chi la tocca, quella
pietra, giammai non potrà essere confuso nè guasto; nè caldo nè freddo non
gli fa male. Quello che la porta non potrà anegare in acqua, per le virtù
che Idio l'à donate. Anche sono di molte pietre preziose al mondo, e di
molte virtudi; ma le più preziose sono XXIIII, che ànno vertude in loro,
fanno profitto alli corpi. Siccome lo giorno e la notte sono XXIIII ore, e
così sono XXIIII pietre preziose.

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L'erbe preziose sono di molte grande quantitade; e chi le volesse tutte
contare, grande istudio gli converrebbe mettere (1501). Ma d'una parte ve
ne diremo, e diviseremo la loro vertude e le loro maniere e le loro
insegnie, che grande fatto sarebe di tutte contarle e di tutte divisare.
Che tutte l'erbe che fanno bene a' corpi degli uomini apelliamo noi
preziose; ma le più di queste sono più degne e più avantate (1502) che non
sono l'altre; e sono piene di molte vertudi, grande e buone. E di queste
ne diremo noi una partita.

(1500) turchemanti C. R. 2.

(1501) faire C. F. R.

(1502) Intenderei per _vantate_, ma potrebbe anche avere il significato
dell'_avantar_ prov., di che vedi a pag. 77.



                           Cap. CCCCLXXVIII.

      _Lo re domanda: quelli ch'ànno perduto la vista? (1503) Sidrac
                               risponde:_

 Una erba di tre palmi, o di meno, e di VI branche, e ritonda foglia, con
fiori violetti, e seme ritondo, e radicie ritonda. Questa erba è buona per
  colui che à perduta la vista. Chi pigliasse lo sugo e mettessene negli
         occhi che non vede, da indi a XL giorni vedrebbe lume.


(1503) Nel C. F. R.: _Herbe per la viste._



                          Cap. CCCCLXXVIIII.

        _Lo re domanda erba da stagnare sangue. Sidrac risponde:_


Anche è un'erba con piccole foglie e ritonde, verde, con uno filo di
violetta (1504); nel mezzo fiori gialli, e seme lungo. Questa erba è per
lo sangue, chè niuna piaga è che segni di sangue (1505), e l'uomo mettesse
su di questa erba masticata e pesta, che lo sangue non istagnasse. Chi
beesse lo sugo delle sue branche, con un poco d'acqua, vincerebe gli rei
colori e gli omori del corpo. Chi bevesse la radicie con un poco di vino,
uomo che fosse ritruopico (1506), guarirebe di questo male.

(1504) con uno fiore violetto C. R. 2. — I liste dedens violete C. F. R.

(1505) chi seingne sanc C. F. R.

(1506) itropico C. R. 2.



                            Cap. CCCCLXXX.

        _Lo re domanda erba a bestie velenose. Sidrac risponde:_


Anche è un'erba di mezzo palmo, con molte foglie lunghe, sottili fiori
bianchi, seme ritondo, radici corte e grosse. Chi mangiasse di questa erba
a digiuno, di quello anno non temerebe morsura di niuna malvagia bestia. E
chi pigliasse l'erba e mangiassela, verde o secca, e poi bevesse un poco
di vino o d'acqua, incontanente vomicarebe lo veleno della morsura.



                            Cap. CCCCLXXXI.

   _Lo re domanda erba per contratti guarire (1507). Sidrac risponde:_


Anche è un'erba lunga d'uno braccio o di meno, con foglie crespe e fiori
violetti, con liste verdi, seme ritonde vermiglio, grande radice e grosse.
Chi la pestasse bene, e mescolasse con cera, per tre cotanti d'olio
d'uliva (1508), e fare questo cose tanto bollire che torni al terzo, e di
quello unguento si faccia ugnere ispesso al fuoco, egli guarrà tosto, e
andrà sopra gli suoi piedi, se andare egli non potesse.

(1507) _a guarire li membri contratti_ C. R. 2.

(1508) aveuc elle III tans d'uille d'olives C. F. R.



                           Cap. CCCCLXXXII.

        _Lo re domanda erba per avere la vista. Sidrac risponde:_


Anche è un'erba di tre palmi, con poche frondi ritonde e fesse, e radice
forcate in tre parti, lo seme giallo e verde. Chi la pestasse e mettesse
sopra gli suoi occhi, e legassevi suso di forte drappo, e ciò facesse due
volte il dì, in capo di XL dì vederebe chiaramente.



                           Cap. CCCCLXXXIII.

  _Lo re domanda qual'è buona al male degli stranguglioni (1509). Sidrac
                               risponde:_


Anche è un'erba piccola, e a molte foglie; un poco escie sopra terra, i
suoi fiori sono bianchi, la radice è lunga. Chi la pestasse, e facessela
bene bollire in acqua, e desse di quella acqua a bere all'uomo che avesse
istranguglioni, egli gli gitterebbe; e altrettale averebbe della bestia.

(1509) Nel n. t.: _erba letricagione guarire._ — Abb. corr. col C. R. 2.



                          Cap. CCCCLXXXIIII.

  _Lo re domanda erba per l'enteriole guarire (1510). Sidrac risponde:_


Anche è un'erba che fa la sua foglia a guisa di fronde di chisciti (1511),
e à gli fiori gialli, e piccola radice, e piccolo seme. Quando l'uomo
mastica uno poco di quella erba, e priemela, si distende a modo di sangue.
Che la facesse (1512) con bianco dell'uovo, e dessela a mangiare all'uomo
che avesse l'enteriora magagnate (1513), incontanente, s'egli l'usasse,
guarrebe.

(1510) _a guarire il male delle budella_ C. R. 2.

(1511) Forse la _chrysocome_ di Dioscoride (IV, 45), _chrysitis_ di Plinio
(XXI, 26).

(1512) chi la friroit C. F. R.

(1513) Manca _magagnate_ al n. t. — Abb. suppl. col C. R. 2.



                            Cap. CCCCLXXXV.

            _Lo re dimanda per inpregnare. Sidrac risponde:_


Anche è un'erba di più d'uno palmo, e è molta nera, e à molte foglie a
guisa di mortelle. Le sue fronde si tengono a due a tre e a quattro; à
piccole radici. Chi la pestasse, e mettessela sopra acqua tiepida, e la
femina la portasse tre dì nella sua natura, e al vespro e al mattino la
mangiasse, infine di tre dì giacesse con suo marito, s'ella non fia
isterile, overo lo suo signore, ella ingraviderà (1514).

(1514) Nel _Libro de le segrete cose de le donne_ (Cod. inedito della
Mediceo-Laurenziana), dannosi varie ricette, utili _quando la donna non
puote avere figliuoli_; e questa, tra le altre, singolarissima: „toglie
latte d'asina, e bagnavi entro lana sucida, e legala in su lo bellico
dell'uomo, e tanto vi stea quanto àe affare con sua donna„. E più sotto
insegnasi di tenere appresso a la matrice lana o bambagia, intinta in olio
rosato, dov'abbia bollito aglio secco e umido. — Paragonisi col _Remedium
ad concipiendum_ del Porta, nella Magia Nat., VIII., 7.



                           Cap. CCCCLXXXVI.

     _Lo re domanda erba per guarire del giallore. Sidrac risponde:_


Anche è un'erba con piccole frondi fesse e lunghe, con fiori violetti,
seme giallo e ritondo, radici piccole. Chi la bollisse bene in acqua
piovana, e desse a bere a uomo che avesse giallo colore, VII dì, al
mattino e alla sera, egli guarrebbe del giallore.



                           Cap. CCCCLXXXVII.

     _Lo re domanda erba per lo male dell'orinare. Sidrac risponde:_


Anche è un'erba piccola, con grandi foglie forcate gialle, con piccolo
seme e piccole radici. Chi la facesse bollire in vino, e dessela a bere a
l'uomo che non potesse pisciare, tre dì, da mattina e da sera, essendo
bene istretto di caldo (1515), si guarirà.

(1515) Così anche nel C. R. 2. — È evidente che il traduttore non ha
inteso il testo, che è pure chiarissimo: et la daroit a boire a home chi
ne peut pisser, III jors, a matin et a soir, de froit soit de chaut, il
guarra.



                          Cap. CCCCLXXXVIII.

      _Lo re domanda erba per lo male de' denti. Sidrac risponde:_


Anche è un'erba che somiglia al finocchio, e à i fiori vermigli, e, seme
giallo, e radici grosse e ritonde. Chi questa erba facesse bene pestare,
con tutte le radici, con olio d'uliva, e colui che à male ne' denti,
s'egli s'enpiesse tre volte il dì di quello olio la bocca, in cinque
giorni guarrebbe, che mai non avrebe niuno male.



                          Cap. CCCCLXXXVIIII.

         _Lo re domanda per lo fiato che pute. Sidrac risponde:_


Anche è un'erba che somiglia a' porri, lunga tre palmi e più, e à lo seme
bianco. Chi pigliasse le branche, e tagliassele, e gittasele in de le nari
puzolenti, due pezi, tanto come l'uomo potesse sofferire, XV dì, da
mattina e da sera, egli guarirebe e avrebe buono fiato.



                            Cap. CCCCLXXXX.

           _Lo re domanda erba per lo sordo. Sidrac risponde:_


Anche è un'erba che somiglia a lingua bovina; chi la pigliasse e pestasse,
e traesene il sugo, e pigliasse la banbagia e ponessela agli orecchi due
volte o tre il dì da mattina, insino in XV dì, udirebe chiaramente. Questa
erba à fiori bianchi e poche foglie e poche radici.



                           Cap. CCCCLXXXXI.

  _Lo re domanda erba per la puzza di bocca guarire. Sidrac risponde:_


Anche è una erba con lunghe foglie, e à fiori violetti e seme giallo e
radici forcute in quattro parti. Chi masticasse di questa erba due giorni
a digiuno, egli guarirebbe.



                           Cap. CCCCLXXXXII.

          _Lo re domanda erba per lo freddo. Sidrac risponde:_


Anche è un'erba lunga a due branche o più, e fiori bianchi e seme bianco,
radici ritonde e grosse. Chi la pestasse, e prendesse lo sugo, e quando à
quello male medesimo nelle orecchie, e' se ne ugnesse gli anari e gli
orecchi e le labra, tre volte, egli guarirebbe.



                          Cap. CCCCLXXXXIII.

           _Lo re domanda erba per la tigna. Sidrac risponde:_


Anche è una erba lunga d'uno braccio e lunghe le foglie e lunghi i fiori e
lungo il seme, giallo. E chi la pestasse, e mettesse in uno vasello, e
coprisselo tutto d'olio d'oliva dentro lo vasello, e poi lo lasciasse XX
dì al sole, e poi ugnesse la tigna, XV dì, egli guarirebbe.



                          Cap. CCCCLXXXXIIII.

           _Lo re domanda erba per la rogna. Sidrac risponde:_


Anche è una erba piccola, e àe otto rami e in ciascuno ramo à quattro
foglie. Chi pigliasse solamente i rami, e pestassegli, e ponesseli con
olio d'uliva, e bolissono tanto che tornasono alla metà, e di quello
ugnesse tre volte li rognosi, guarirebono della rogna. Questa erba non à
fiori, se non seme giallo.



                           Cap. CCCCLXXXXV.

   _Lo re domanda erba per lo male del corpo (1516). Sidrac risponde:_


Anche è una erba di due palmi o di più lunga, e à foglie tenere a guisa di
mortella, e non à fiori, e à piccole radici e piccolo seme. Chi la facesse
bene frigere con olio d'uliva, e la mettesse tanto calda come l'uomo
potesse sofferire in sulla fronte e in sulle tenpie, la mattina e la sera,
VIII dì, egli guarirebe di tutte malizie di testa. Questa erba si truova
il più in su a' muri, presso ad acqua.

(1516) Nel C. F. R.: _Herbe per mal de teste._



                           Cap. CCCCLXXXXVI.

            _Lo re domanda erba di parlare. Sidrac risponde:_


Anche è una erba a pochi fiori, bianche le foglie, a guisa di lingua
d'uccello, sottile radice, ritonde, seme giallo. A persona che avesse
perduto la favella per infermità, chi gli mettesse una foglia di questa
erba sotto la lingua, la favella gli ritornerebe una grande ora, se ella
fosse pesta e secca.



                          Cap. CCCCLXXXXVII.

      _Lo re domanda per quelli che crollano il capo (1517). Sidrac
                               risponde:_


Anche è una erba corta d'uno palmo, e le foglie lunghe e grandi come uno
dito, e à fiori vermigli e radice lunga, e seme ritondo e bianco. Quelli
che crolla il capo, se gli facesse radere il capo, e facesse mettere uno
impiastro in sul capo di questa erba e di quello mele (1518), e poi sopra
quello inpiastro ne mettesse un altro di cera, e questo facesse tre volte,
si guarirebe, s'egli metterà tre dì questi impiastri in sul capo.

(1517) Nel C. R. 2.: _a volere che gli vecchi non menino lo capo._

(1518) e faccia pestare questa erba bene e bollire con mele d'ape vergine
C. R. 2.



                          Cap. CCCCLXXXXVIII.

  _Lo re domanda erba per colui che cade di rio male. Sidrac risponde:_


Anche è un'erba lunga e sottile, e à foglie che si tengono a due a due,
molte vermiglie, a piccole radici. Chi la mettesse sopra il capo di colui
che è impazato (1519), al nome del padre e del figliuolo e dello spirito
santo, egli ritornerebe incontanente in suo senno (1520).

(1519) di colui che cade di quel rio male C. R. 2.

(1520) no' gli tornerebe quella malatia C. R. 2.



                         Cap. CCCCLXXXXVIIII.

     _Lo re domanda erba per sanità del fanciullo. Sidrac risponde:_


Anche è un'erba che non à se non cinque foglie, e fiori violetti, e radice
ritonde, e seme bianco. Chi pigliasse il sugo di questa erba, e lo
coprisse, e quando lo fanciullo nascesse, incontanente fosse unto del sugo
di questa erba, giammai non avrebe malvagia malizia nel suo corpo.



                                Cap. D.

          _Lo re domanda erba per lo fegato. Sidrac risponde:_


Anche è un'erba isparta sopra terra, le foglie larghe, e i fiori verdi e
gialli, piccole radici, e giallo seme, e poche foglie. Chi l'arostisse in
uno vasello, e poi la pestasse, e ugnesse sopra il fegato, egli
guarirebbe.



                               Cap. DI.

           _Lo re domanda erba per la lena. Sidrac risponde:_


Anche è un'erba a gialli fiori, e branche e bianche foglie. Chi la bollirà
bene con vino forte, e darà a bere quello vino a colui che avrà male
fiato, III volte, a digiuno, egli guarirà.



                               Cap. DII.

     _Lo re domanda erba per le crepature guarire. Sidrac risponde:_


Anche è un'erba verde, à gialli i fiori e rami, foglie grandi, radice e
seme bianco. Chi la bollisse bene con vino forte, e poi mettesse di sopra
mele, e la bollisse tanto che tornasse a maniera di lattovaro, e se quelli
che à le crepature l'usasse, egli guarirebbe.



                              Cap. DIII.

           _Lo re domanda erba per veghiare. Sidrac risponde:_


Anche è un'erba gialistra (1521), e à molte foglie ritonde, e fiori gialli
a due bottoni, ritondi, dentro vermigli, seme ritondo, e radici gialle e
grosse. Chi mettesse di questa erba dentro alla sua bocca, egli non
potrebe dormire, intanto quant'egli ve la tenesse in bocca, eziandio se ve
la tenesse sette mesi.

(1521) con gialli fiori C. R. 2.



                               Cap. DIV.

      _Lo re domanda erba per vedere chiaramente. Sidrac risponde:_


Anche è un'erba alta mezzo palmo, e à foglie verdi a guisa d'occhi, e à
poco seme, e poche radici e lunghe. Chi la tenesse in bocca, egli vedrebe
tanto chiaramente, ch'egli conoscierebe apertamente lo verde dal bruno, da
lunga VII miglia, e vedrebe di notte chiaramente.



                               Cap. DV.

  _Lo re domanda erba per vedere le stelle di giorno. Sidrac risponde:_


Anche è un'erba alta uno mezzo dito, e à foglie a guisa di lupini, e
gialli i fiori, e dentro vermigli, radice di due palmi e più. Chi mettesse
di questa erba sopra il capo suo e nella sua bocca, egli vedrebe
apertamente le stelle di giorno.



                               Cap. DVI.

        _Lo re domanda erba per saldare fedite. Sidrac risponde:_


Anch'è un'erba verdetta terragna (1522), lunga due braccia, foglie agute,
fiori bianchi, seme giallo, radice lunghe. Chi la mettesse sopra fuoco, e
poi la pestasse, e la mettesse sopra la sua fedita fortemente legata, e
tenessevela uno dì, si salderebe, tutto che la fedita fosse molto grande.

(1522) Nel n. t. _ragna_. — Abb. corr. col C. R. 2. — Il C. F. R.: vert
tendre.



                              Cap. DVII.

           _Lo re domanda erba per la tossa. Sidrac risponde:_


Anche è un'erba piccola come menta per noce (1523), e à sottili foglie e
lunghe, e à i fiori violetti, seme vermiglio, radice ritonde. Chi mettesse
uno dì e una notte di questa erba in bocca, la tossa si partirebe
incontanente da lui.

(1523) E il C. R. 2.: piccola per le nocie. — Come sarebbe possibile
correggere l'errore dei due Codd. senza il testo francese? Nel quale si
legge: une petite erbe chi monte en roches.



                              Cap. DVIII.

   _Lo re domanda erba che fa dire dormendo ciò che l'uomo avrà fatto.
                            Sidrac risponde:_


Anch'è un'erba lunga presso di due palmi, e à fiori come bottoni gialli,
seme fesso e bianco, radice ritonde. Chi mettesse di questa erba sopra la
criatura che dorme, cioè solamente di quelli bottoni, egli manifesterebe
ciò ch'egli avesse fatto già V anni.



                               Cap. DIX.

   _Lo re domanda erba che non lasci l'uomo vedere. Sidrac risponde:_


Anche è un'erba piccola di mezzo dito sopra terra, e à foglie nere. Chi la
mettesse in bocca, e andasse tra gente, niuno il potrebbe vedere.



                               Cap. DX.

  _Lo re domanda erba per torre la parola alle genti. Sidrac risponde:_


Anche è un'erba che non à se non V foglie tenere, vermigli fiori, e rosso
seme, gialle radice ritonde. Chi mettesse sopra il suo capo quella erba, e
passasse tra gente, neuno gli potrebe favellare, tanto come egli lo
sentisono.



                               Cap. DXI.

             _Lo re domanda erba d'amore. Sidrac risponde:_


Anche è un'erba grande uno palmo; e à teneri rami e sottili, foglie
ritonde violette, fiore bianco, violetto seme, gialle radici lunghe. Chi
tagliasse di questa erba al nome d'alcuna persona ch'egli volesse, e poi
la portasse sopra (1524), quella persona l'amerebe, e mai di lui amare non
si rimarrebbe, tanto com'egli avesse quella erba adosso.

(1524) sur soi C. F. R.



                              Cap. DXII.

          _Lo re domanda erba d'odio (1525). Sidrac risponde:_


Anche è un'erba di due palmi, e à foglie a guisa de le stelle, fiori
vermigli, seme vermiglio, radice lunghe. Chi portasse sopra sè di quella
erba, egli sarebe odiato da tutta gente. E se alcuna bestia l'avesse
adosso, andando, l'altre bestie no' la vorranno mai vedere nè trovare, nè
udire di lei favellare, nè in camino nè in contrada, tanto com'egli
sarebbe di quella diliberato (1526).

(1525) Nel n. t.: _erba di Dio_. — Abb. corr. secondo i due codd. R. 2. e
F. R.

(1526) mentre che questa erba avesse C. R. 2.



                              Cap. DXIII.

     _Lo re domanda per iscaldare il corpo d'uomo. Sidrac risponde:_


Anche è un'erba di V palmi o di meno, cioè foglie fesse, e fiori bianchi,
e seme giallo, e radice ritonde grosse. Chi la portasse e bevesse lo sugo
tre dì a digiuno, egli sarebe la notte di calda conparasione; altresì la
femina come l'uomo.



                             Cap. DXIIII.

     _Lo re domanda erba per infrescare il corpo. Sidrac risponde:_


Anche è un'erba lunga di due palmi o di meno, e à foglie in guisa
d'isoppo, e fiori gialli, e seme giallo, e radice forcute. Chi la
pestasse, e bevesse lo sugo uno dì a digiuno, egli sarebe di fredda
conparisione, altressì come uno uomo castro (1527); e non potrebe
ingenerare nè giacere con femmina, chè egli à perduto la forza e lo
vigore.

(1527) com I home chi cust perdu ses coilles C. F. R.



                               Cap. DXV.

       _Lo re domanda erba per fare ingenerare. Sidrac risponde:_


Anche è un'erba lunga di quattro palmi o di meno e è a guisa di crescioni,
e à fiori violetti, e lo seme vermiglio, e radice piccole forcute. Chi la
facesse pestare e bollire con mele, e mangiassene XXX dì a digiuno, egli
ingienerebbe, s'egli o la femina non fosse sterile.



                              Cap. DXVI.

           _Lo re domanda erba per la sete. Sidrac risponde:_


Anche è un'erba di mezzo palmo, fiori bianchi, seme bianco, foglie e
radici. Chi tenesse uno poco di quella erba sotto la lingua, tanto quanto
egli la tenesse non avrebe sete dentro.



                              Cap. DXVII.

       _Lo re domanda per disfare incantamenti. Sidrac risponde:_


Anch'è un'erba di meno di due palmi, e à foglie come salcio, fiori gialli,
e seme giallo, e radice piccole. Che l'ardesse tanto a lunga, quanto lo
suo fumo durasse, incantamento che v'avesse sarebe disfatto, e niuno
incantamento vi potrebe fare.



                             Cap. DXVIII.

       _Lo re domanda erba per pericolo d'acqua. Sidrac risponde:_


Anch'è un'erba poco meno di due palmi e di meno, foglie violette, seme
giallo, radici corte. Chi passasse acqua dolce con essa, egli non avrebbe
niuno pericolo; tutto fosse l'acqua molta pericolosa, si non potrebe egli
annegare.



                             Cap. DXVIIII.

       _Lo re domanda erba per salvare memoria. Sidrac risponde:_


Anch'è un'erba lunga come uno uomo o di meno, in guisa d'ulivo, e à fiori
a guisa di bottoni biondi, seme vermiglio, radice lunghe e grosse. Chi
portasse uno di questi fiori sopra capo, non potrebe perdere la sua
memoria, per niuna cagione, per cruccio nè per vino nè per niun'altra
cosa.



                               Cap. DXX.

   _Lo re domanda erba per incantare i suoi nimici. Sidrac risponde:_


Anch'è un'erba di lungheza di sei palmi o di meno, e à sottili fronde a
guisa di ramerino, e fiori verdi, e il seme nero, vermiglie radici e
lunghe e forcute. Chi questa erba portasse sopra sè, e passasse in terra
tra suoi mortali nimici, niuno gli potrebe nuocere, tutto ch'eglino
avessono la sua morte giurata.



                              Cap. DXXI.

          _Lo re domanda erba per farnetico. Sidrac risponde:_


Anche è un'erba di due palmi, e à VII rami, e in ciascuno ramo à uno fiore
biadetto, seme giallo, e gialle radici un poco forcute. Chi la bollisse
con mele, e facesse di quelle inpiastro, e mettesselo sopra il capo raso
di colui che à il farnetico, egli guarirebbe.



                              Cap. DXXII.

 _Lo re domanda erba per colui che non può tenere l'orina (1528). Sidrac
                               risponde:_


Anche è un'erba d'uno palmo, e à molte foglie a guisa di menta, fiori
vermigli, radici gialle. Chi beesse il suo sugo a digiuno, egli gli
conforterebbe le reni, chi la beesse tre dì.

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E altressì queste erbe che noi abiamo nominate, quando sono secche, ànno
altresì la loro vertude, come verdi. E anche ne sono molte volte altre
assai, maravigliosamente virtudiose, che l'uomo le potrebe trovare per
l'universo mondo; ma nonne vogliamo fare menzione, che tropo sarebe grave;
che per tutte le cose à vertù, ciò è nelle parole e nell'erbe e nelle
pietre preziose; ma sopratutto sono le vertudi nelle parole. Ciò sono le
parole che adorano Iddio, lo criatore di tutto il mondo. Tali parole
vagliono a tutti bisogni, e scanpano e scanperanno le persone di molti
pericoli. E noi facciamo priego a l'altissimo signore del cielo e della
terra, che scanpi quello ch'è scritto qui de' pericoli dello 'nferno e
delle brighe del mondo. Iddio gli dia buona vita e sanità conpiuta. Amen.
E faretene a Cristo orazione, per quelli che à scritta questa ragione.

(1528) Nel C. R. 2.: _a guarire delle reni_.



                             Cap. DXXIII.

 _Lo re domanda: qual'è il più degno luogo del mondo? Sidrac risponde:_


Lo più degno luogo del mondo si è lo bellico del mondo, cioè Ierusalem, e
per ragione egli dee essere corporalmente; chè il bellico del mondo si è
lo mezzo del mondo; e chi vi fosse, tanto sarebbe presso del levante come
del ponente, e di mezzo giorno come di tramontana. In quella terre sarà la
terra di promessione, nella quale sarà fatto lo giudicamento del figliuolo
di Dio, quando egli verrà in terra la seconde volta, a giudicare i vivi e'
morti; chè quando lo mondo finirà, sarà conpiuto lo comandamento di Dio.



                             Cap. DXXIIII.

   _Lo re domanda: quando tutto il mondo finirà, e il figliuolo di Dio
verrà a giudicare i vivi e' morti, quali saranno i vivi e quali saranno i
                        morti? Sidrac risponde:_


Spiritualmente e corporalmente egli giudicherà i vivi e' morti. I vivi
sono quelli che saranno istati suoi amici, che saranno degni d'avere la
vita che mai non averà fine, e la conpagnia degli angeli in cielo. E li
morti saranno quelli che saranno istati suoi nimici, che non avranno
voluto in opere e in parole ubidire i suoi comandamenti, onde egli saranno
degni d'avere le pene dello 'nferno, nella conpagnia del diavolo. Che egli
non vorrà seco ma che una maniera di gente: ciò fieno quelli che
l'averanno conosciuto, e ciascuno dì lo conoscieranno, e lo suo
comandamento faranno. Ma sopra tutte maniere di rei giudicherà quelli che
le sue parole sapranno, e gli suoi comandamenti non osserveranno: ciò
fieno gli falsi cristiani. Ma gli buoni che saranno del suo popolo, i
quali comandamenti osserveranno, quelli fieno e sono dal cominciamento del
mondo giudicati ad avere la vita senpre eternale, e la gloria del cielo. E
altressì tutti i miscredenti saranno giudicati a senpre eternali pene.



                              Cap. DXXV.

 _Lo re domanda: La città del figliuolo di Dio Ierusalem, la quale è nel
bellico del mondo, di cui sarà alla dopo la sua morte? Sidrac risponde:_


La città del figliuolo di Dio sarà di più gente e di più lingnaggi. Molti
re la disiderranno d'avere per la sua dignità. E VII volte dee essere
presa e guasta; e molta buona gente vi sarà morta e lapidata. La prima
gente che la piglieranno, apresso la morte del figliuolo di Dio, saranno
quelli che l'uccideranno, li giudei, ch'elli la teranno apresso poco
tenpo; che la torrà loro il popolo di Dio, e la signoregeranno, gli quali
saranno convertiti al figliuolo di Dio: ciò fieno gli greci, gli quali
signoregeranno gran parte del mondo, e saranno in loro tenpo la più
pregiata e la più possente gente del mondo; gli quali sapranno tutta
l'arte della stolomia. Questa gente greca per la loro potenzia e signoria
innorgogliranno; e Iddio, per distruggere il loro orgoglio, farà nasciere
uno uomo, Macometto d'Iberia, della più forte gente del mondo; e torrà
loro tutta la terra, e gitteragli in uno cantone del mondo, in Romania, e
perderà podere e senno.



                              Cap. DXXVI.

   _Lo re domanda: qual'uomo sarà quelli che nascierà di boschi che sì
                     grande sarà? Sidrac risponde:_


Egli sarà uno uomo Macometto, povero e di laida fazione, pastore di
cavagli; e sarà amonito (1529) dal diavolo, tanto ch'egli lo farà suo
profeta, per suo reo ingegno, e non avrà se non XL uomini in suo podere.
Per gli aguati e scaltrimenti del diavolo, e' ingannerà molta gente; e la
maggiore parte del mondo convertirà a sè; e guadagnerà la magior parte del
mondo, inverso il levante; e ordinerà in fra la gente una legge molta
malvagia; e tutto questo farà per l'amunimento (1530) del diavolo. Egli
ordinerà inanzi la sua morte uno capo della sua legge, e chiamerallo
Califfo; e comanderà a lui e al suo popolo che difendano la sua legge
colla spada. E così sopraprenderà una grande parte del mondo; ma alla fine
egli perderanno tutto, che gli saracini regneranno oltra a VII\C
quarantuno anni. Quando questo termine fia compiuto, egli sarà presso alla
fine della loro signoria; pure a quello termine averanno egli perduto le
tre parti del loro podere; e saranno in servigio del popolo del figliuolo
di Dio, latini (1531). Ma altra generazione di gente che quelli latini
loro toglierà la terra in prima; che altra gente più miscredenti che
saracini torrà loro la terra (1532), che quando gli saracini saranno nel
loro grande istato, egli signoregeranno grande parte del levante e
ponente, e Ispagna e la magior parte dell'isole di mare di Turchia e
d'Erminia e di Soria la grande e la piccola; ch'egli saranno idolatri, la
magiore parte di loro.

(1529) enseigne C. F. R.

(1530) industria C. R. 2.

(1531) en servage as latins pueple dou fis de Deu C. F. R.

(1532) autre nacion che cil a chi tolleront la terre, et autres plus
mescreans diaus, tatars, chant il seront au comencement de leur honor,
segnoreront ecc. C. F. R.



                             Cap. DXXVII.

  _Lo re domanda: questa brutta gente saracini terranno molte terre che
           signoregeranno il ponente (1533)? Sidrac risponde:_


Uno tenpo le terranno; ma apresso ciò verranno uno reame
franceschi (1534), che saranno una sola gente (1535), molti fermi nella
credenza e nelle virtù d'Iddio; e in quello reame sarà uno re, che avrà
nome Carlo magnio, che istrugierà molta di quella gente miscredenti; e
torrà loro molte terre, per la volontà di Dio. E da quello Carlo inanzi,
dimorerà tutta la gente miscredenti nel servigio (1536) del popolo del
figliuolo di Dio.

(1533) _terranno la terra che signoreggieranno quelli del ponente?_
C. R. 2. — Ma migliore lezione ci sembra quella del C. F. R.: _teront mout
la terre ch'il signoreront en ponent?_

(1534) veront franceis C. F. R.

(1535) bone gens C. F. R.

(1536) servage C. F. R.



                             Cap. DXXVIII.

  _Lo re domanda e dice: dopo questo che sarà (1537)? Sidrac risponde:_


Apresso la morte del re Carlo magnio veranno quelli del ponente, latini,
della fe' del figliuolo di Dio; e torranno loro molte terre, a quella
lorda gente saracina, e guarderanno Damiato e Antioccia, e la città del
figliuolo di Dio, Gerusalemme. E molti di quelli che faranno lo
comandamento e lo conquisto, dimoreranno in Soria (1538); e gli altri
torneranno al ponente; e quelli rimarranno uno grande tenpo (1539). Ma poi
verrà del levante uno soldano (1540); quelli torrà molte terre al popolo
del figliuolo di Dio, e anche la nobile città di Gerusalemme. Ma poi a uno
tenpo uscirà una brutta gente d'entro a due montagne; ciò fieno tartari; e
torranno tutto il levante a quella lorda gente saracina. E quand'elli
saranno al cominciamento del loro onore, i saracini terranno grande parte
del mondo. Poi averanno alla venuta de' tartari perduto lo ponente e lo
levante e grande parte delle loro terre. Ma lo Califo fia morto per quelli
tartari e preso. Apresso uno tenpo uscirà fuori uno re di quella lorda
gente saracina, e farà molte diversità al popolo del figliuolo di Dio; e
torrà loro molte terre, e confonderà (1541) Robraste e Antinocie, e le
metterà in grande distretta.

(1537) Nel n. t. _presso a questo la morte del re Carlo?_ — Abb. corr. col
C. R. 2. — Probabilmente doveva leggersi: che _sarà dopo la morte del re
Carlo_.

(1538) Nel n. t. manca _dimoreranno_. — Abb. suppl. col C. R. 2.

(1539) et la terront I grant tens C. F. R.

(1540) I roi ce est Salahadin C. F. R.

(1541) Abbiasi presente il significato del vb. _confundre_ nell'ant.
franc.



                            Cap. DXXVIIII.

        _Lo re domanda e dice: appresso (1542)? Sidrac risponde:_


Quelli del ponente franchi, apresso uno tenpo passeranno lo mare, per
grande forza, e per conquistare la città del figliuolo di Dio loro
signore, cioè Ierusalem; e poi prenderanno consiglio d'andare in altra
parte, e niente faranno, anzi torneranno indietro; onde a questa gente
franca non rimarrà poi gente in Soria, che tutto fia de' saracini, onde
egli monteranno in grande orgoglio; e quello sarà loro diretano podere, e
presso della loro fine. Apresso a poco tenpo passeranno gli franceschi per
terra e per mare, e conquisteranno tutta la terra, per la loro grande
forza, di grande gente; e piglieranno tutte le forteze e le terre de'
saracini; e fornirannola tutta di cristiani, e terrannola uno grande
tenpo. E uno di loro terrà la terra di verso gli tartari, sicchè intra
loro non avrà ma uno (1543) grande fiume d'acque fredde, che vengono
d'oriente. Questo uomo domanderà una nobile donna cristiana, donna del
Caire e di Babillonia, per moglie; ma quelli che governerà e terrà ivi,
no' glie la vorrà dare; onde quelli che guarderà gli passi dell'acque
fredde ne sdegnerà molto, e avrallo in grande dispetto; e però penserà di
tradire la terra. E manderà a dire a coloro che usciranno delle due
montagne, tartari, e prometterà loro di dare loro lo passaggio (1544), e
d'essere in loro aiuto contra i cristiani. E per questa cagione passeranno
i tartari, e piglieranno a forza tutta la terra di fuori. Allora quelli
del Cairo e di Babilonia, che fieno fermamente credenti nel figliuolo di
Dio, gli sconfigieranno, caccieranno i tartari di là da quello fiume
dell'acque fredde; e piglieranno colui che gli arà traditi. Poi apresso
uno tenpo quelli delle due montagnie faranno conpagnia cogli greci, per
conquistare il Cairo e Babillonia; e verranno per grande forza; e
conquisteranno tutta la terra, dentro e di fuori, del Cairo e di
Babillonia; e uccideranno molto del popolo del figliuolo di Dio; e loro
terranno tutte le terre, in tale modo che non rimarrà loro di tutte che
una città sopra mare, Alexandria, e una forteza in terra, lo franco
Moreale; e terrannola uno grande tempo; e averà molte riccheze nella città
del figliuolo di Dio, Ierusalem. Ma apresso uno tenpo quelli del ponente,
franchi, per grande gelosia si raguneranno molti insieme, che le guerre
faranno in tutto finire tra cristiani. E quando egli fieno tanta grande
moltitudine ragunati, egli si partiranno in due parti: l'una parte andrà
in Romania, sopra i Greci e sopra i Tartari, che saranno con loro in
compagnia, e toranno loro la magior parte di Romania. L'altra parte
andranno nelle contrade d'Alexandra, e andranno contra i tartari loro
nimici, e si gli sconfigeranno malamente, e loro torranno tutte le terre,
e andranno loro dietro infino alla terra di Baldacca; e quivi dimoreranno
III anni; e tutto dì verrà aiuto a' loro nimici. E uno dì di venerdì
andranno alla battaglia gli cristiani incontro a' tarteri; e nel
cominciamento della battaglia avranno lo migliore gli cristiani sopra di
loro nimici, infino al mezzo dì; ma dal mezzo dì inanzi gli loro nimici
avranno vigore sopra loro, e sconfigeranno malamente, e caccerannogli
fuori di loro terra, e uccideranno molti, e molti ne faranno annegare, al
passare ch'egli faranno lo fiume dell'acque fredde; e loro torranno altra
volta la terra del figliuolo di Dio, Gerusalem, e ancora lo Caire e
Babillonia; in tale maniera che non rimarrà loro altro che Alexandria e
Moreale. Allora n'andrà la novella in ponente; e non dimorerà III anni che
gli cristiani passeranno daccapo, e passeranno molto grande gente; e con
loro passerà lo loro capo, che sarà padre della magione del figliuolo di
Dio, ch'egli chiameranno papa; co' lui molti re e baroni, e medesimamente
lo re di Spagna. Questi guadagneranno tutto, e gitteranno i loro nimici
fuori della loro terra, e uccideranno molti di loro, e caccierannogli
insino a Baldacca, là ov'egli saranno istati isconfitti in prima; e quivi
istaranno all'assedio; e gli tartari crescieranno molto tutto dì; e così
faranno XIII mesi; e poi una domenica usciranno alla battaglia. Allora lo
padre della magione del figliuolo di Dio monterà in alto, e amonirà la sua
gente di benfare, e loro comanderà che egli vengano alla battaglia, al
nome di Dio padre e filio e spirito santo. Allora fia la battaglia, e gli
cristiani avranno la vittoria, che gli tartari fieno isconfitti malamente.
E quella sarà la più aspra giornata di battaglia, che mai sia al mondo,
chè grande moltitudine di tarteri saranno quivi morti, poi lo rimanente
andranno uccidendo e cacciando, LXXXVII giornate, tanto che saranno
all'albore secco; e quivi dimoreranno V mesi. E a loro giugnerà vivanda
d'ogni parte, però ch'egli signoregeranno tutta la terra; e la magior
parte convertiranno alla fede del figliuolo di Dio; e tutti quelli che non
si vorranno convertire, si uccideranno colle spade. Che se allora le
pietre e l'erbe avessono lingue, si griderebono, uccidete i miscredenti,
che al figliuolo di Dio non vogliono credere. Apresso gli tartari si
raguneranno incontro ai loro nimici, e anche saranno a l'altra volta
sconfitti; e uccideranno tanti di loro, che di XVIIII iscanperà uno. E
caccierannogli infino all'albore secco. Quegli che iscanperanno,
piglieranno altro cammino, e si metteranno nella terra di loro nazioni,
giorgiani, che i più di loro saranno di quella terra; e gli altri si
riduceranno nella terra diserta di Tarsi (1545). E quando i cristiani
saranno al grande albore secco, egli vi dimoreranno due mesi; e tuttavia
andrà loro apresso la vivanda, e le cose bisognevoli al popolo, che tutte
le genti gli serviranno, per tema ch'avranno di loro. In cotale dì chente
lo figliuolo di Dio risuciterà, passando da morte a vita, lo padre della
magione, del figliuolo di Dio, papa, farà sagrificio della messa al
figliuolo di Dio, a quello albore secco, e in quell'ora che il papa
sagrificheràe, averrà che l'albore secco rinverdirà, e metterà fiori e
foglie e frutti (1546). E allora sapranno egli che la grazia di Dio sarà
distesa sopra loro; chè il verdire dell'albore significa che il popolo del
figliuolo di Dio avranno vendicata l'onta e la ingiuria che tutti i
miscredenti gli aveano fatta, di ciò, ch'egli noll'ànno creduto. E allora
la boce di Dio dirà che vadano inanzi, e andrannovi XXV giornate, e poi
torneranno adietro.

(1542) Nel C. R. 2.: _dopo questo che fia?_

(1543) che I. C. F. R.

(1544) et mandera dire as tatars che il lor dora le passage C. F. R.

(1545) Se perdront au desert C. F. R.

(1546) Ved. ciò che scrive il Polo dell'albero secco (cap. XXX).



                              Cap. DXXX.

     _Lo re domanda: di quale maniera sono gli alberi (1547)? Sidrac
                               risponde:_


Egli sono II albori secchi, e egli andranno al più a lungi (1548), lo
quale sarà sì grosso, che sette uomini nol potrebono abracciare (1549), e
sarà cavato dentro; e sarà si presso al diserto, là ove lo sole non dimora
se non una ora del giorno; e si è al capo del levante. E quivi ordineranno
i cristiani gente per tutto il mondo, per guardare la terra (1550). Poi
ritorneranno indietro alla città del figliuolo di Dio, Gerusalem, e indi
Caire di Babilonia. Apresso usciranno indiani, e non terranno ma una parte
della terra d'una gente credenti nel figliuolo di Dio (1551). Quelli
manderanno per soccorso al signore di Babilonia, e quelli manderà loro
gran soccorso, però ch'egli saranno credenti al figliuolo di Dio; e Idio
darà loro vittoria sopra i miscredenti; onde molti di loro fieno morti, e
gli altri si convertiranno alla fede del figliuolo di Dio; doventeranno
subbietti al signiore di Babillonia, per soccorso ch'egli averà fatto
loro.

(1547) _li alberi secchi?_ C. R. 2.

(1548) au plus loins C. F. R.

(1549) che VII homes poront estre de dens C. F. R.

(1550) Adonc establiront gent en la terre por elle garder C. F. R.

(1551) Apres iront Indiens, et veront et tolleront I grant partie de la
terre de une gent creant au fis de Dieu C. F. R.



                              Cap. DXXXI.

     _Lo re domanda: che saràe apresso di questo? Sidrac risponde:_


Apresso uno tenpo quelli (1552) saranno contra di loro nell'aiuto de'
tartari; e poi s'accorderanno di venire al ponente, e diventeranno buoni
amici insieme. Allora fia il mondo tutto in buona pace, a la subizione di
quelli del ponente, franchi (1553); e ciò durerà uno grande tenpo. Ma poi
verrà gente molto disconosciuta (1554), e faranno molte ingiurie al popolo
del figliuolo di Dio, cristiani; e guadagneranno la terra infino all'acque
fredde. I cristiani s'asenberranno contro a costoro, tre nazioni del
popolo del figliuolo di Dio, e andranno contra coloro, e metterannogli a
niente; e tutti quegli che scanperanno di coloro, si convertiranno alla
fede del figliuolo di Dio. Allora ritorneranno anche all'acque fredde, e
passeranno; e ritorneranno alla città del figliuolo di Dio, e avranno
grande concordia e leale amore intra loro; e ciascuno di loro vorrà donare
la signoria l'uno all'altro; e niuno di loro la vorrà ricevere, per fare
onore al suo conpagno. Allora, uno dì ch'egli saranno in grandi pensieri
di queste cose, istando insieme, si verrà una boce da cielo, e dirà loro:
andate, e ciascuno di voi segga nel suo seggio, e faccia sagrificio a Dio;
e quello sagrificio che più sarà alzato, di colui per cui si fa sia la
signoria. Elli così lo faranno. Allora lo sagrificio di quello del ponente
sarà più alzato grandemente, e elli avranno la signoria sopra tutti; e
daranno le sottane signorie agli altri. E ciò sarà diritta ragione,
ch'egli saranno signori degli altri, egli saranno avanterani (1555) in
signoria e in potenzia. Ma egli per la loro umiltà e per la loro bontà
vorranno dare l'altre piccole signorie agli altri; si loro confermerà la
signoria (1556). E queste cose credo che saranno presso al nascimento del
falso profeta anticristo, figliuolo del diavolo. Apresso ciò alquanto
tenpo, molte città profonderanno e cadranno, e molte genti nascieranno, e
molte dislealtà e falsità si faranno, e molte province arderanno. E questi
saranno i segni della venuta del falso profeta anticristo.

(1552) les griex C. F. R.

(1553) et tous seront suges as latins de ponent C. F. R.

(1554) desconoissans C. F. R.

(1555) avanzeranno in signoria e in potenza — Pare che da _avantar_ il
traduttore abbia fatto _avanterani_. Il C. F. R. ha: seront davant.

(1556) Corregg. col C. F. R.: et notre segnor... si lor confermera la
segnorie.



                             Cap. DXXXII.

   _Lo re domanda: lo falso profeta onde verrà e onde nascierà? Sidrac
                               risponde:_


Lo falso profeta anticristo nascierà nella grande Babilonia e Caire, d'una
malvagia femmina della schiatta d'Adamo, lo quale concieputo nel ventre di
sua madre, si sarà pieno di spirito di diavolo; e si nodrirà in ria cosa,
per incantatori, e sarà re del mondo, perch'elli sottometterà a sè tutta
gente, per IIII modi. Ch'elli convertirà in prima a sè tutti i ricchi
uomini e nobili, ciò è per doni di grande ricchezze, e lo minuto popolo
per paura, ch'egli sarà di crudeli tormenti ch'egli ordinerà sopra
loro (1557). E d'altra parte conquisterà gli uomini sottili di scienzia,
per grande sottiglieza di scienzia, ch'egli sarà molto pieno di sottili
arti, e parlerà molto ingiegniosamente; però ch'egli saprà tutte l'arti e
tutte le scritture, e sarà uomo di grande memoria. Per altra parte egli
convertirà a sè i religiosi, e quelli che avranno abandonato il mondo per
amore di Dio, per segni e per miracoli, ch'egli per gli suoi incantamenti
mosterrà ch'egli farà iscendere fuoco d'aria, che arderà tutti gli suoi
aversari; e i morti farà per arte di spirito maligno parere sucitati,
ch'egli porteranno testimonianza di ciò ch'egli farà; e in questo
modo (1558), che i diavoli enterranno nel corpo d'alcuno uomo
dampne (1559), e si lo porteranno, e farannolo favellare per loro
ingegnio, tutto altressì come s'egli fosse vivo. E si farà adorare e
coltivare come Idio; edificherà la città del figliuolo di Dio, Gerusalem;
e la gente della prima leggie, ciò sono gli giudei, lo riceveranno a
grande onore, ch'egli verranno a lui di tutte parti del secolo. Ma alla
fine egli torneranno alla diritta fede del figliuolo di Dio, per la
predicazione di due buoni uomini, d'Enoc e d'Elia, ch'egli saranno veraci
signori e leali a Dio, elli sofferranno troppo grandi e aspri tormenti. E
questi buoni uomini saranno istati rapiti in cielo, è molto tenpo, e di
cielo verranno a contastare lo falso profeta; e quello falso profeta gli
faràe uccidere. E regneràe tre anni, e poi indegniamente per grande
diavoleria metterà lo suo padiglione (1560), però ch'egli vorrà vincere
gli giusti uomini, e quivi si troverrà morto di morte subitana, chè Idio
l'ucciderà per lo sancto spirito di sua bocca; ciò è a dire ch'egli sarà
morto per lo suo sancto comandamento. Quelli giorni saranno gli uomini
minori che ora. E il falso profeta regnerà poco più di due anni e mezzo. E
noi siamo minori che gli nostri antichi.

(1557) ce est par paor che il lor fera et per iustice che il metra sur
iaus C. F. R.

(1558) Ne entendes mie quo il pora les mors resusciter, mais le diable
entrera ec. C. F. R.

(1559) Pare che il trad. non abbia intesa la parola franc., onde l'ha
trascritta come trovavala.

(1560) au monte Tabor C. F. R.



                             Cap. DXXXIII.

       _Lo re domanda: che farà Idio poi (1561)? Sidrac risponde:_


Quaranta dì rimarranno, però ch'egli possano fare sodisfacimento, quelli
che per lo suo inganno furono messi in errore. E apresso questo non sa
niuno uomo quando lo giudicamento dee essere fatto. Ma apresso lo
giudicamento di Dio, saranno due resurresioni, cioè che Idio risuciterà
tutte criature umane, in anima e in corpo.

(1561) Nel n. t.: _che fa Idio più?_ — Abb. pref. la lez. del C. R. 2.



                            Cap. DXXXIIII.

      _Lo re domanda: in qual giorno suciteranno? Sidrac risponde:_


In quello medesimo dì che lo figliuolo di Dio risucitò di morte,
risuciterà egli loro; chè li cieli lassù saranno pieni di buone anime di
coloro che dopo la morte del figliuolo di Dio furono morti; e i buoni che
allora morranno di paura, incontanente suciteranno.



                              Cap. DXXXV.

  _Lo re domanda: risuciteranno quelli che sono nel ventre della madre?
                            Sidrac risponde:_


Tutti coloro suciteranno, che nel ventre di loro madre furono vivi; e di
tale statura, come se egli fossono vivuti XXX anni. E tutti i buoni
avranno tali corpi, che mai non morranno; e saranno di meravigliosa
bellezza. E li malvagi avranno altressì corpi, che mai non morranno; e
avranno dolore e pene senza fine. E per tutte le pene che avranno, non
usciranno dello 'nferno, e morire non potranno.



                             Cap. DXXXVI.

     _Lo re domanda: in quale ora sarà fatto lo giudicamento? Sidrac
                               risponde:_


Nella mezza notte; a tale ora come lo figliuolo di Dio ispoglierà lo
ninferno, a quella medesima ora diliberrà egli gli suoi amici di questo
secolo.



                             Cap. DXXXVII.

  _Lo re domanda: come verrà lo figliuolo di Dio al giudicamento? Sidrac
                               risponde:_


Egli verrà come uno posente inperadore e come uno possente re, che dee
entrare in una città: che l'uomo porta inanzi lui la sua corona e le sue
altre conoscienze, perchè lo suo avenimento sia conosciuto. E in cotale
modo verrà lo figliuolo di Dio, a fare lo suo giudicamento. E in quello
modo verrà egli di cielo co' gli suoi ordini degli angieli; e gli suoi
angeli andranno dinanzi da lui, e porteranno la sua crocie, e si
isveglieranno tutto le genti, e risuciteranno, però ch'egli si levino
contra (1562) l'avenimento del figliuolo di Dio. Tutti gli alimenti
turberanno inanzi lui; e quando il fuoco andrà inanzi lui, egli seranno
dinanzi lui. Allora sarà grande tempesta, che tutti gli alimenti si
turberanno per lui incontro agli felloni.

(1562) encontre C. F. R.



                            Cap. DXXXVIII.

     _Lo re domanda: dove sarà il giudicamento e chi il farà? Sidrac
                               risponde:_


In una valle. La valle significa questo mondo; e lo monte di questa valle
è lo cielo. Però sarà fatto questo giudicamento, ch'ello sarà fatto in
questo mondo, là ove i malvagi saranno istabiliti dalla sinistra parte del
nostro signore, e li buoni e gli giusti dalla destra parte, come le
berbici (1563). La sua destra è la sua gloria; e la sua sinistra,
giustizia. Ma li giusti per la loro umilità andranno in cielo, e gli
malvagi andranno sotto la terra, in ninferno, là ov'egli non avranno niuna
redenzione.

(1563) come brebis C. F. R.



                            Cap. DXXXVIIII.

  _Lo re domanda: in che forma si dimosterrà il figliuolo di Dio? Sidrac
                               risponde:_


Lo figliuolo di Dio si dimosterrà in quella medesima forma ch'egli fia,
quand'egli trafigureràe tra li suoi disciepoli, in una montagna. Agli
felloni si dimosterrà in quella maniera egli fia quand'elli sarà in
crocie.



                               Cap. DXL.

          _Lo re domanda: sarà scura l'aria? Sidrac risponde:_


Non, niente, ma una grandissima chiarezza, in similitudine di croce, la
quale sarà più lucente e più bella che il sole; e elli faràe lo
giudicamento, che a lui sarà fatta la 'ngiuria. E allora ch'egli averà
vinti e sottomessi i suoi nimici, elli averà la sua isposa ricevuta.
Allora sarà nella sua maestade, cioè a dire che l'umanità riposerà nella
divinità.



                              Cap. DXLI.

       _Lo re domanda: gli ministri del figliuolo di Dio saranno al
                     giudicamento? Sidrac risponde:_


Le loro coscienzie avranno sedie, e quivi si riposeranno egli; e
quand'egli avranno vinto lo secolo e gli vizii, egli saranno veduti in
aria; ch'egli è scritto ch'egli saranno sopra sedie al giudicamento.



                              Cap. DXLII.

   _Lo re domanda: come sarà fatto il giudicamento? Sidrac risponde:_


Allora (1564) saranno mescolati i buoni e li malvagi insieme, e molti
v'avrà di quelli che paranno buoni, e saranno rei; e tali sono che sono
tenuti rei, che sono molti buoni uomini. Ma allora dipartiranno gli angeli
gli buoni da' rei; tutto altressì come lo grano è sparto dalla paglia,
così saranno dipartiti in tre parti: l'una parte è de' perfetti uomini,
gli quali faranno lo giudicamento col nostro signore insieme; e l'altra
maniera, gli quali saranno giudicati ad avere la gloria di paradiso, ciò
fieno gli buoni; la terza saranno i malvagi, che saranno dannati ad avere
ispiritual (1565) pene.

(1564) Ores sont C. F. R.

(1565) sempiternale C. R. 2.



                             Cap. DXLIII.

 _Lo re domanda: quali saranno quelli che faranno il giudicamento? Sidrac
                               risponde:_


Li buoni che debono nasciere, li quali anunzieranno la venuta del gran
profeta figliuolo di Dio; e quelli che saranno presso all'avenimento del
figliuolo di Dio, e sufferranno per lui martirio, siccome fieno apostoli e
tutti quelli che saranno principali confessori della sua magione; e quelli
che serveranno la loro verginitade per lo suo amore, e faranno de' loro
corpi astinenzia, gente religiosa; quelli che mosteranno che averanno
seguitata la sua dottrina all'asenpro del figliuolo di Dio; poi (1566)
saranno degni d'avere lo regno del cielo co' lui.

(1566) por ce C. F. R.



                             Cap. DXLIIII.

  _Lo re domanda: chi saranno quelli che così saranno giudicati? Sidrac
                               risponde:_


Quelli che lealmente meneranno la loro vita con le loro femmine; e quelli
che raccatteranno gli loro peccati per limosine e per buone penitenzie. A
coloro dirà lo figliuolo di Dio: venite, benedetti dal padre mio, e si
riceverete lo regnio, che v'è aparecchiato dal cominciamento del mondo. Io
ebbi fame, e voi mi desti da mangiare; io ebbi sete, e voi mi desti da
bere; io fui ignudo, e voi mi vestisti; io fui sanza albergo, e voi
m'albergasti; io fui malato, e voi mi vicitasti. Che il figliuolo di Dio
sarà quivi come uomo, e tutti gli altri intorno a lui corporalmente. E
queste parole fieno dette, perchè tutti sapiano bene per quale ragione
saranno salvi o dannati ciascuno.



                              Cap. DXLV.

  _Lo re domanda: saravvi niuno perito (1567) sanza giudicamento? Sidrac
                               risponde:_


Si, sono quelli che fecero o faranno peccato sanza legge; e quelli che
faranno peccato apresso la morte del figliuolo di Dio, e vorranno del
tutto tenere la vecchia leggie, sanza la nuova, in tutto saranno sanza
leggie. E quelli che negheranno il figliuolo di Dio, tornerà il giudicio
in loro dannazione, ch'egli vedranno colui che egli crocifissero. Che
tutti i malvagi fieno altressì come stati consentevoli alla morte del
figliuolo di Dio.

(1567) Nel cod. _pericolo_. — Abb. corr. _perito_ sulla scorta del C. F.
R. e del C. R. 2., che ha: _se nullo perirà senza giudicio_.



                              Cap. DXLVI.

  _Lo re domanda: quali saranno quelli che saranno dannati e quelli che
                    saranno salvi? Sidrac risponde:_


Li buoni che fanno e fecero lo comandamento di Dio; e gli profeti
ch'annunziarono la venuta del figliuolo di Dio; e li suoi ministri
apostoli; e li giudei che innanzi la venuta del figliuolo di Dio non
peccarono contra gli X comandamenti che loro invierà Idio; e quelli che
faranno lo comandamento di Dio. I cristiani saranno salvi e degni d'avere
gloria del cielo; e quelli che peccheranno contra i X comandamenti, che
Idio manderà a uno uomo; e quelli falsi che per le loro male opere
divoreranno lo figliuolo di Dio, e peccheranno contra lui e contra i suoi
comandamenti; quelli saranno gli perduti e' dannati. E a coloro dirà il
figliuolo di Dio: partitevi da me, voi che siete maledetti. Allora
mosterranno loro gli buoni, per gli loro meriti (1568), che gli rei non
vollono seguire nè in detti nè in fatti i loro meriti nè le loro
opere (1569). Apresso dirà che egli sono degni di tutti tormenti; che il
figliuolo di Dio turberà le foglie (1570). E tutte le altre cose
passibilmente giudicheràe. Egli darà dirittamente la sentenzia contro gli
felloni; onde gli senberràe ch'egli sieno felloni; che ciascuno giudicherà
la sua coscienzia, che egli saranno alluminati della croce di Dio. Chè
tutto altressì come lo sole è ora veduto da tutte genti, tutto altressì
aparirà la croce del figliuolo di Dio a la coscienzia di tutti.

(1568) car les bons diront et monstreront par lor merites che li mauvais
etc. C. F. R.

(1569) lor dis ne lor fais C. F. R.

(1570) Onde sieno uscite le _foglie_ non sapremmo. Nel C. F. R.: eaus
troblera le fis en la soe ire, et le feu li devorera.



                             Cap. DXLVII.

   _Lo re domanda: conosceranno allora il bene e 'l male che fecero in
                    questo secolo? Sidrac risponde:_


La dottrina e l'esenpro di quelli che insegniano la venuta del figliuolo
di Dio ed i suoi ministri, e quelli che scriveranno i suoi santi vangeli e
parole, e quelli che sofferanno per lui martiri e morte, e quelli che
saranno governatori della sua santa chiesa, e i confessori, e quelli che
per lo suo amore guarderanno la loro verginità e la sua dottrina e li suoi
asenpri, saranno veduti da tutti; e vedrassi apertamente lo loro bene,
ch'egli avranno fatto; e molto grande allegrezza avranno di ciò, ch'egli
avranno ischifati i mali. E gli malvagi vedranno in loro ciò ch'egli
doveano avere ischifato; di che egli avranno grande trestizia. Ma quella
trestizia e dolore non varrà loro niente.



                             Cap. DXLVIII.

    _Lo re domanda: che sarà dopo il giudicamento? Sidrac risponde:_


Quando lo giudicamento sarà fatto, si sarà traboccato lo diavolo nel
profondo dello 'nferno, con tutti gli malvagi insieme co' lui; e lo
figliuolo di Dio andrà egli con tutti i suoi compagni nella città del suo
padre, cioè la stazione del cielo. E saranno tutti i buoni nell'umanitade
del figliuolo di Dio, e regneranno nella sua santa magione, nella
divinità. Lo figliuolo di Dio sarà allegro di tutte le allegrezze de' suoi
sudditi; e ciascuno avrà compiuta allegrezza, in vedere lo figliuolo di
Dio.



                            Cap. DXLVIIII.

       _Lo re domanda: che sarà fatto del secolo (1571) dopo lo suo
                     giudicamento? Sidrac risponde:_


Egli arderà tutto; che tutto altressì come l'acqua del diluvio uccise lo
secolo, e montò sopra gli nuvoli (1572) XV gonbiti, tutto altresì sarà lo
fuoco più alto ch'e' monti XV gonbita. L'amirazione (1573) di questo
secolo, e le parti e le stagioni, ciò sono gli freddi e gli caldi e le
gragnuole e li venti e i tuoni e le folgore e l'altre tribolazioni di
questo secolo, saranno allora tutti purgati; e rimarranno netti e mutati;
che Idio gli muterà. Che tutto altressì come la figura de' nostri corpi
passerà, e riavremo altro corpo, che troppo sarà migliore che questo,
tutto altressì la figura di questo secolo trapasserà tutto; e avrà poi più
graziosa forma; che Idio farà novello cielo e novella terra; e poi apresso
rinovellerà lo sole e la luna e le stelle, che ora non si finano d'andare
nè di correre. Tutte cose fieno rinovellate, che il sole sarà VII volte
più bello che ora; la luna e tutte l'altre stelle saranno vestite di molta
bella chiarezza. L'acqua che toccherà lo corpo del figliuolo di Dio, e che
laverà gli corpi de' buoni uomini, in questo secolo, si sarà più chiara
che niuno cristallo; la terra che nodrirà lo corpo del Figliuolo di Dio
dentro da sè, si sarà paradiso; la terra, però ch'ella sarà innacquata del
sangue de' buoni, che per l'amore del figliuolo di Dio egli lo sparsono,
ella sarà inbellita di molte maniere di fiori e di delizie, delli ulivi e
delle rose. Questo è lo giudicamento che Idio farà. La terra la quale è
piena di spine e di cardoni, si sarà benedetta da Dio senpiternalmente, e
mai non avranno labore nè dolore.

(1571) _mondo_ C. R. 2.

(1572) sopra li omini C. R. 2.

(1573) La mirablete des choses C. F. R.



                               Cap. DL.

  _Lo re domanda: che corpi avranno gli buoni uomini? Sidrac risponde:_


Egli avranno gli corpi sette cotanti più belli che lo sole; e di più bello
coraggio e' saranno, di quello tenpo ch'egli erano, quando egli
trapassarono di questo secolo.



                               Cap. DLI.

    _Lo re domanda: saranno egli ignudi o vestiti? Sidrac risponde:_


Egli saranno ignudi di convotizia (1574) e di malizia; e saranno vestiti
di vestimento di grazia e di gloria e di salvazione e d'allegrezza.
Averanno e saranno ripieni di perfetto senno e di tutte bellezze; e gli
loro membri non avranno vergognia (1575), più che noi abiamo del volto e
degli occhi, quando l'uno mira l'altro.

(1574) convoitise C. F. R.

(1575) e di loro membro C. R. 2.



                              Cap. DLII.

   _Lo re domanda: potranno egli fare ciò che vorranno senza licenzia?
                            Sidrac risponde:_


Egli non vorranno niuna cosa, altro che buona. E però faranno egli
francamente ciò ch'egli vorranno. In tutti luoghi ov'egli vorranno essere,
saranno, sanza punto dimorare. E' non avranno altra cosa in opra, fuori
che riguardare Dio (1576); e lo loderanno; e la loro loda si è ciòe, che
ànno la visione del nostro signore.

(1576) Ellino non vorranno altra cosa che riguardare Dio C. R. 2.



                              Cap. DLIII.

        _Lo re domanda: che allegrezza avranno? Sidrac risponde:_


L'alegrezza sarà tanta, che mai occhi d'uomo tanto videro, nè orecchie
udirono, nè cuore non potrebe tanto pensare, ciò che Idio à ordinato a
coloro che lui ameranno e seguiranno; ch'egli avranno senpre etternale
vita, e senpiternale fede, e conoscimento di Dio, abondanzia di tutti i
beni, senza niuno mancamento, e sanza niuna fame. Gli corpi avranno VII
ispeziali glorie, e l'anime altre VII. Gli corpi avranno belleza,
isnellità, forteza, francheza, diletto, sanità, onore, sicurtà,
allegrezza (1577); alla quale ci conduce quelli che vive e regna per tutti
i secoli de' secoli. Amen.

(1577) Il C. R. 2. seguita: l'anime avranno sapienza, amistà, concordia,
potestà, onore, sicurtà, allegrezze.



                             Cap. DLIIII.

       _Come Sidrac domanda lo re. Botus come li risponde (1578)._


Sidracco domanda lo re: volete voi altra cosa, ch'io sono aparecchiato di
tutto dirvi, per la volontà del nostro signore? Lo re rispuose e disse:
Iddio ti benedica, e ti dia la sua grazia sempre; chè tu m'ài mostrata la
via, per la quale io posso andare a essere de' sergenti del re del cielo.
Tu m'ài tratto di scurità e messo in chiarezza; tu m'ài detto pienamente
ciò ch'io desiderava di sapere, e non poteva trovare persona che dire me
lo sapesse. Ora io ò assai saputo delle cose che sono buone all'anima e al
corpo salvare. Però possiamo oggi mai pensare del nostro fatto, al quale
noi possiamo oggimai intendere; che però siamo noi venuti in questo strano
paese.

Ora cominciamo (1579) al fatto del re Botus.

(1578) Nel C. R. 2.: _Qui parla come Sydrach domanda lo re, e lo re Botus
risponde._

(1579) retornons C. F. R.



                               Cap. DLV.

   _Come lo re Botoso volle compiere ciò ch'egli avea inpreso a fare._


Allora montò a cavallo lo re Botus, egli e la sua gente e il suo maestro
Sidraco; e vennono all'entrare della terra del re Garabo, a fare la torre
ch'egli dovea fare. E Sidrac fece venire maestri, e fece mettere pietre
nel fondamento della torre, al nome di Dio; e in XVI dì fue la torre fatta
e compiuta.



                              Cap. DLVI.


Quando lo re Garabo vide che lo re Botus avea fatta e conpiuta la torre,
egli fue tutto isconfortato, e non seppe che consiglio si dovesse
pigliare. E seppe allora bene che gl'idoli nè loro forza no' gli poteano
valere niente. Ond'egli fece aparecchiare messaggi, e mandò pregando lo re
Botus, che avesse merciè di lui.



                              Cap. DLVII.


Lo re Botus gli mandò a dire, per lo consiglio di Sidrac suo maestro, che
s'egli volesse lasciare in tutto gl'idoli, e credere nel vero Iddio, egli
avrebbe merciè di lui. E lo re Garabo gli mandò a dire, ch'egli lo farà
volentieri. E così si convertì a Dio, e ruppe tutti gl'idoli ch'egli avea.
Lo re Botus, inanzi ch'egli morisse convertie tutto le sue contrade, e
quelle dello re Garabo, alla fede del figliuolo di Dio, per lo consiglio
di Sidrac suo maestro. Ma apresso alla morte di Sidrac e dello re Botus,
per lo consiglio del diavolo tutti ritornarono ad adorare gl'idoli, e
furono poi piggiori che prima (1580).


_Conpiuto di scrivere a' dì XIIII di febraio, 1382, per mano di Benedetto
     di Banco degli Albizi. Cristo ne sia lodato. Amen. Alle 3 ore._

(1580) Dopo queste parole il C. R. 2. seguita: Così finisce lo savio
filosofo il suo libro d'astrologia, nominato Sydrach, lo quale lasciò la
scienza dopo lui, ond'ella fue profitabile alla giente. Ora preghiamo
tutti comunemente Idio lo creatore che ci dia la sua grazia, che noi
possiamo intendere e mettere in opera ciò che questo libro del savio
filosofo c'insegna, a onore del corpo e profitto dell'anima. Amen. — Le
stesse parole leggonsi nel C. F. R.



                                 INDICE


       Avvertenza preliminare                                     pag  ix
       Prologo                                                     »    1
  Cap. 1. _Ebe Idio mai cominciamento?_                            »   33
   »   2. _Puote Idio essere veduto?_                              »   34
   »   3. _È Iddio in tutti luoghi e per tutti?_                   »   35
   »   4. _Sentono tutte le cose Idio?_                            »  ivi
   »   5. _Che fece Idio primamente?_                              »   36
   »   6. _Quando furono fatti gli angioli?_                       »   37
   »   7. _Di che servono gli angeli in cielo?_                    »   38
   »   8. _Gli diavoli sanno tutte le cose e possonle fare?_       »   40
   »   9. _Che forma ànno gli angioli e se sanno tutto?_           »  ivi
   »  10. _Fece Iddio l'uomo colle sue mani?_                      »   44
   »  11. _Dove fu fatto Adamo?_                                   »   46
   »  12. _Quando Adamo fu fuori del paradiso dove andò egli?_     »   49
   »  13. _Fece Adamo altro peccato inverso lo suo criatore, se
            non quello ch'egli trapassò lo suo comandamento e
            mangiò lo pome?_                                       »   50
   »  14. _Che cose tolse Adamo a Dio, e come gliele converrà      »   53
            rendere?_
   »  15. _Perchè non fue perduto di tutto in tutto, che così
            grandissimo peccato avea fatto?_                       »  ivi
   »  16. _Perchè non mandò Iddio uno angelo inanzi per lui
            diliberare, o ch'egli avesse fatto uno uomo per lui
            deliberare?_                                           »   54
   »  17. _Perchè vorrà egli nascere di vergine e come sarà ella
            vergine quand'egli nascerà di lei?_                    »   55
   »  18. _Quanto tempo visse Adamo?_                              »   57
   »  19. _Perchè è chiamata morte, e quante morti sono?_          »   58
   »  20. _Nuoce agli uomini di quale morte e' si facciano?_       »   59
   »  21. _Come vanno l'anime nell'altro secolo?_                  »   61
   »  22. _Che cosa è paradiso celestiale?_                        »   64
   »  23. _Chi fu fatto innanzi tra il corpo o l'anima?_           »  ivi
   »  24. _Chi parla o 'l corpo o l'anima?_                        »   65
   »  25. _L'anima ch'è ispirito solamente, che non à corpo nè
            membro, nè prendere nè tenere non si può, nè vedere,
            come può sentire gioia e gloria in cielo, e pene e
            dolore nello 'nferno?_                                 »   67
   »  26. _Qual'è più sicura tra l'anima e 'l corpo?_              »   68
   »  27. _Dove abita l'anima?_                                    »   69
   »  28. _Perchè non puote dimorare nel corpo quando lo sangue è
            tutto fuori?_                                          »   70
   »  29. _Come è ciò, che in questo mondo chi vive e chi muore?_  »   71
   »  30. _Come potrebbe l'uomo sapere che Idio facesse l'uomo
            alla sua similitudine?_                                »   72
   »  31. _Quando noi siamo fatti alla simiglianza di Dio, perchè
            non possiamo noi fare altressì com'egli?_              »   73
   »  32. _Lo sangue che diviene quando lo corpo è morto?_         »   74
   »  33. _Che diviene lo fuoco quand'egli è spento?_              »   75
   »  34. _Perchè non si parte l'anima, quando lo corpo perde la
            metà del sangue e più?_                                »   76
   »  35. _Di qual natura è 'l corpo e di quale compressione?_     »   77
   »  36. _L'anime sono fatte dal cominciamento del mondo o sono
            facte ciascuno giorno?_                                »   78
   »  37. _Quelli che Idio nè nullo bene conoscono s'elli possono
            avere nulla scusa?_                                    »   79
   »  38. _Dee l'uomo fare altra cosa che 'l comandamento di Dio?_ »   80
   »  39. _Perchè è chiamata morte?_                               »  ivi
   »  40. _Quanti secoli sono, e quanti mondi, e come si tengono?_ »   81
   »  41. _Idio è di grande guidardone?_                           »   82
   »  42. _Le gienerazioni che saranno al tempo del figliuolo di
            Dio, saranno egli credenti a lui tutti comunemente?_   »   83
   »  43. _Che comandamento farà Iddio al suo popolo?_             »   84
   »  44. _Qual'è la più sicura cosa che sia e la più benedetta e
            la più degna e la più bella?_                          »   85
   »  45. _Qual'è la più laida cosa che sia, e la più pericolosa
            e la più maledetta e la più paurosa?_                  »   86
   »  46. _Le buone anime non avranno duolo del male delle rie
            anime?_                                                »   87
   »  47. _Che vale meglio o la santà o la malizia?_               »  ivi
   »  48. _Che podere dona Iddio all'anima in questo mondo?_       »   88
   »  49. _Lo cruccio e la gioia onde viene?_                      »   90
   »  50. _Dopo lo tempo che 'l figliuolo di Dio monterà in cielo
            averà istolomia nel mondo per insegnare?_              »   91
   »  51. _Chi bene nè male non fa è menato a peccato?_            »   92
   »  52. _Se quelli che non fanno nè bene nè male è menato al     »   94
            peccato._
   »  53. _Se la signoria de' fare asprezza o de' essere piatosa._ »   95
   »  54. _De' l'uomo fare bene a' suoi parenti e a' suoi amici?_  »   96
   »  55. _Che cosa è gentileza?_                                  »  ivi
   »  56. _Come fa freddo quando il tempo è chiaro?_               »   97
   »  57. _Puote l'uomo conosciere li buoni uomeni dalli malvagi
            per neuno segno?_                                      »   98
   »  58. _Sarà giammai rilevata la grandezza del diavolo
            altressì com'ella fu al mio tempo?_                    »   99
   »  59. _Perchè non fece Iddio all'uomo, quando la persona
            avesse mangiato una volta, ched elli se ne potesse
            istare una semana?_                                    »  100
   »  60. _Come muore altressì il ricco come il povero?_           »  101
   »  61. _Dee l'uomo giudicare gli poveri come gli ricchi?_       »  ivi
   »  62. _Dee l'uomo avere mercè del suo nimico?_                 »  102
   »  63. _Può lo reo uomo avere l'amore di Dio come il buono?_    »  103
   »  64. _Come puote la creatura uscire della femmina ch'è piena
            nel suo corpo?_                                        »  105
   »  65. _Puote la femina portare più di due figliuoli a uno
            corpo?_                                                »  107
   »  66. _Qual'è la migliore cosa che l'uomo possa avere?_        »  109
   »  67. _Qual'è la peggiore cosa che l'uomo possa avere in sè?_  »  110
   »  68. _Come puote essere l'uomo leale?_                        »  ivi
   »  69. _La prodezza e la paura di che aviene?_                  »  111
   »  70. _La lebbra e la tigna di che aviene?_                    »  112
   »  71. _Tutte le cose Idio fece, furono fatte dal
            cominciamento del mondo?_                              »  113
   »  72. _Chi vi nodriscie lo frutto della terra?_                »  114
   »  73. _Le bestie come arabbiano?_                              »  115
   »  74. _Chi vive più che cosa che sia in questo mondo?_         »  116
   »  75. _Se Dio pascie tutte le cose._                           »  117
   »  76. _Le bestie e gli uccelli e' pesci ànno anima?_           »  ivi
   »  77. _Il popolo che sarà al tenpo di Dio morranno tanto
            quanto noi facciamo?_                                  »  118
   »  78. _Lo mondo quanto viverà?_                                »  119
   »  79. _À egli altra gente che viva oltre la terra, in mare?_   »  121
   »  80. _Perch'alcuno uomo è nero e altro bianco?_               »  124
   »  81. _Fellonia di che aviene?_                                »  125
   »  82. _Perchè sono le bestie di molti colori?_                 »  126
   »  83. _Quegli che mangiano e beono più che mestieri non è
            loro, fanno male?_                                     »  127
   »  84. _Che cosa è la migliore e la piggiore cosa che sia?_     »  ivi
   »  85. _Chi dà magiore iscienzia o migliore, le cose calde o
            le cose fredde?_                                       »  128
   »  86. _Quando l'uomo è fello e crucciato e malinconoso, come
            si potrebbe ciò cessare?_                              »  129
   »  87. _Che vale meglio o l'amore della femina o l'odio?_       »  130
   »  88. _Quando l'uomo è gioioso e allegro, od egli oda alcuna
            cosa che non gli piaccia, come si cruccia egli?_       »  131
   »  89. _Se dee l'uomo amare la femina, e la femina l'uomo
            sanza biasimo._                                        »  133
   »  90. _Onde viene la grasseza del corpo?_                      »  134
   »  91. _Dee l'uomo gastigare la femina, e conbattella,
            quand'ella falla?_                                     »  135
   »  92. _Di che cosa escie gelosia, e perchè è geloso l'uomo?_   »  ivi
   »  93. _Dee l'uomo amare lo suo buono amico?_                   »  137
   »  94. _Può l'uomo fare lo suo profitto sanza travaglio?_       »  138
   »  95. _Dee l'uomo fare bene e dare carità a' poveri?_          »  140
   »  96. _Come si dee l'uomo contenere con tutta gente?_          »  ivi
   »  97. _Quando lo ricco perde la sua riccheza val meno, e
            quando il povero diventa ricco val più?_               »  142
   »  98. _La malvagia maniera e' costumi donde viene?_            »  143
   »  99. _Lo ferro ch'è forte e duro, come fue primieramente
            fermato il martello e le tanaglie e l'ancudine?_       »  144
   » 100. _Quelli che giurano lo loro Iddio fanno egli male?_      »  ivi
   » 101. _De' l'uomo essere casto di tutte cose?_                 »  145
   » 102. _Con cui dee l'uomo andare e cui dee l'uomo schifare?_   »  146
   » 103. _Che vale meglio, o riccheza od onore?_                  »  147
   » 104. _De' l'uomo portare onore al povero come al ricco in
            giustizia?_                                            »  148
   » 105. _Lo povero se si diletta nella sua povertà, come lo
            ricco nella sua ricchezza._                            »  ivi
   » 106. _Dee vantarsi l'uomo di quello ch'à fatto?_              »  149
   » 107. _Come fiatano i cani più ch'altra bestia?_               »  150
   » 108. _Quelli ch'ànno cupideza dell'altrui cose o dell'altrui
            femine fanno male?_                                    »  151
   » 109. _Può l'uomo scanpare dalla morte, per nulla ricchezza o
            per niuna cosa, per forza o per ardire nè per fuggire?_»  152
   » 110. _È buono a rispondere a quelli che folle parla?_         »  153
   » 111. _Qual'è la più grave cosa che sia?_                      »  154
   » 112. _Quelli che si travagliano e non sanno aiutare, perchè
            non fanno eglino?_                                     »  155
   » 113. _Come infolliscono le genti?_                            »  ivi
   » 114. _Grava all'anima quand'ella si parte dal corpo, e al
            corpo quand'egli si parte dall'anima?_                 »  156
   » 115. _Cui de' l'uomo più temere, o l'uomo vecchio o 'l
            giovane?_                                              »  157
   » 116. _Piove più in un luogo che in un altro?_                 »  158
   » 117. _Perchè non fece Idio l'uomo che non potesse peccare?_   »  159
   » 118. _È buono di trasmettersi di tutte cose con tutte
            genti?_                                                »  160
   » 119. _Perchè Iddio fecie il mondo?_                           »  162
   » 120. _Come fu fatto il mondo, e come si tiene egli?_          »  163
   » 121. _À gente di sotto a noi, che vegano lo chiarore del
            sole, altressì come noi qui?_                          »  164
   » 122. _Quanto è il mondo lungo e largo e ispesso?_             »  165
   » 123. _Perchè vorrà Iddio disfare lo mondo di tutto in
            tutto?_                                                »  166
   » 124. _Come volano gli uccelli per aria._                      »  167
   » 125. _La piova di che viene?_                                 »  ivi
   » 126. _Di che vengono le neve?_                                »  168
   » 127. _La tempesta di che aviene?_                             »  169
   » 128. _Li tuoni e li lanpi che sono?_                          »  170
   » 129. _Onde vengono gli venti?_                                »  171
   » 130. _Come monta e sale l'acqua nell'alte montagnie?_         »  171
   » 131. _L'acque onde escono e vanno?_                           »  172
   » 132. _Perchè è il mare insalato?_                             »  173
   » 133. _Onde vengono l'acque calde, che surgono sopra terra?_   »  174
   » 134. _Che cosa è zolfo?_                                      »  175
   » 135. _La folgore di che viene e di che sono?_                 »  ivi
   » 136. _Le montagne e le rocche furono create dal
            cominciamento del mondo?_                              »  176
   » 137. _Da quale parte viene lo diluvio?_                       »  177
   » 138. _Verrà altra volta lo diluvio in terra?_                 »  178
   » 139. _Quando Noè entrò nell'arca, e prese di ciascuna bestia
            e uccielli un paio, che bisogno avea di rea bestia, e
            di metterla nell'arca, i scorpioni e tarantole e altre
            ree bestie?_                                           »  ivi
   » 140. _L'oro onde viene?_                                      »  179
   » 141. _Le perle e gli carbonchi onde vengono?_                 »  180
   » 142. _Quante terre sono al mondo?_                            »  181
   » 143. _Puote l'uomo andare intorno al mondo?_                  »  182
   » 144. _Potrebbe l'uomo andare tanto in su una nave, che
            tuttavia la spingesse il vento inanzi, ch'egli potesse
            venire presso al fermamento?_                          »  183
   » 145. _Che non creò Iddio l'uomo che potesse vivere lungo
            tenpo?_                                                »  183
   » 146. _Quali angieli pigliano l'anime?_                        »  185
   » 147. _Quale è meglio, od opera o castità?_                    »  186
   » 148. _Di che vengono gli tremuoti?_                           »  187
   » 149. _Le piante perchè mutano lo loro segno e fannoli
            contro?_                                               »  188
   » 150. _Le stelle che vanno per l'aria, vanno elleno, e come
            cagiono elle?_                                         »  190
   » 151. _Quanti cieli sono?_                                     »  191
   » 152. _Quanto è alto lo cielo da terra?_                       »  192
   » 153. _Di quale virtù è il fermamento?_                        »  ivi
   » 154. _Se le pianete e le stelle sono di gran virtude._        »  193
   » 155. _Di che maniere sono l'acque?_                           »  197
   » 156. _Quanti mari sono?_                                      »  198
   » 157. _Perchè fecie Idio ritondo il mondo?_                    »  199
   » 158. _Perchè fece Idio lo sole caldo e la luna fredda?_       »  ivi
   » 159. _Quale è la maggiore cosa che sia?_                      »  200
   » 160. _Quale è più o la rena della terra o le candelle del
            mare?_                                                 »  ivi
   » 161. _Potrebbe l'uomo contare l'onde del mare o la rena
            della terra?_                                          »  201
   » 162. _Quante stelle sono in cielo?_                           »  202
   » 163. _Quanti angeli creò Idio, e quanti furono quelli che
            caddono, e quanti ne dimorano in cielo?_               »  203
   » 164. _Quali sono più o le genti o le bestie o gli uccegli o'
            pesci?_                                                »  204
   » 165. _Iddio ch'è tutto possente perchè non fece altre
            creature che vermini e bestie o uccielli o pesci?_     »  204
   » 166. _Quale è più ardito o quelli che va di notte o quegli
            che va di giorno?_                                     »  205
   » 167. _Quale è maggiore prodezza o quella di città o quella
            de' boschi?_                                           »  206
   » 168. _Dee l'uomo rinproverare l'uno all'altro o di povertà o
            di ricchezza o di malizie o di malvagità di sua moglie
            o d'altre cose?_                                       »  208
   » 169. _Dee l'uomo portare e fare onore a tutta gente?_         »  ivi
   » 170. _Dee l'uomo dimenticare quelli che gli hanno fatto
            onore?_                                                »  209
   » 171. _Come si puote l'uomo tenere della sua grande volontà?_  »  210
   » 172. _Quale è lo magiore diletto che sia?_                    »  211
   » 173. _Desi l'uomo dilettare colla femina?_                    »  212
   » 174. _Quando l'una oste è contra l'altra come si deono
            conbattere?_                                           »  213
   » 175. _Quali sono quelli menbri senza li quali l'uomo non
            potrebbe vivere?_                                      »  214
   » 176. _Chi trovò e fece lo primo stormento del mondo, e come
            fu fatto?_                                             »  215
   » 177. _L'uomo che nascie sordo e muto, che linguaggio pensa e
            intende lo suo cuore?_                                 »  216
   » 178. _Perchè sono gli nuvoli l'uno bianco e l'altro nero?_    »  217
   » 179. _Dello tenpo ch'è chiaro e sereno gli nuvoli onde
            vengono?_                                              »  218
   » 180. _Tutte le criature che sono fatte possono sapere la
            volontà della cogitazione di Dio?_                     »  ivi
   » 181. _Dee l'uomo tutto giorno adorare?_                       »  219
   » 182. _Gli occhi che lagrimano ispesso donde viene?_           »  220
   » 183. _Quante maniere di gente de' l'uomo onorare in questo
            mondo?_                                                »  221
   » 184. _Qual'è lo più largo uomo del mondo?_                    »  222
   » 185. _In via o in camino più onorare o 'l povero o 'l
            ricco?_                                                »  ivi
   » 186. _È peccato di mangiare tutte cose?_                      »  223
   » 187. _De' l'uomo salutare la gente a tutte l'ore?_            »  224
   » 188. _Come dee l'uomo mantenere gli figliuoli?_               »  ivi
   » 189. _Qual dee l'uomo più amare tra la moglie o figliuoli?_   »  225
   » 190. _Se mio padre e mia madre non fossono istati, noi come
            saremo istati?_                                        »  226
   » 191. _Perchè non vengono a bene le creature che sono create
            in corpo alle loro madri?_                             »  227
   » 192. _Tutte le femine sono d'una maniera?_                    »  228
   » 193. _Dee l'uomo fare asapere al suo amico la dislealtà
            della sua moglie?_                                     »  229
   » 194. _Fa alcuna cosa l'afrettare?_                            »  229
   » 195. _Dee l'uomo amare tutte gente?_                          »  230
   » 196. _Sono tutte le genti comunali in questo mondo e
            secolo?_                                               »  231
   » 197. _Fanno onore nell'altro secolo a' ricchi e disonore a'
            poveri?_                                               »  232
   » 198. _Porterà nell'altro secolo lo padre lo carico del
            figliuolo?_                                            »  233
   » 199. _Quelli che uccidono la gente pigliano elli loro
            peccato della vita sopra loro?_                        »  234
   » 200. _Quale è magiore dolore che l'uomo vede o quello che
            l'uomo ode?_                                           »  235
   » 201. _À in questo secolo gente che mangino altre genti?_      »  236
   » 202. _Quale è peggio tra micidio o furto o baratto?_          »  ivi
   » 203. _Idio ch'è pietoso e misericordioso perdona egli tutti
            gli peccati che l'uomo fa in questo secolo?_           »  238
   » 204. _Perchè si travaglia l'uomo in questo secolo?_           »  239
   » 205. _Quale è la più scura cosa che sia?_                     »  242
   » 206. _Lo male che l'uomo fa in questo secolo è d'Iddio?_      »  ivi
   » 207. _Come potrebe l'uomo salire in cielo?_                   »  245
   » 208. _Dove si nasconde lo giorno la notte?_                   »  246
   » 209. _Come si tengono la luna e le stelle?_                   »  247
   » 210. _Come possono conosciere le genti l'ore e' punti della
            notte?_                                                »  ivi
   » 211. _Se le stelle tornano al fermamento._                    »  249
   » 212. _Se sarà continuamente guerra nel mondo._                »  250
   » 213. _Perchè è chiamato mondo?_                               »  251
   » 214. _Se Iddio si cruccia delle morti, e delle genti che
            morte si faccino._                                     »  252
   » 215. _Qual'è il più degno giorno del mondo?_                  »  ivi
   » 216. _Perchè fu fatto lo dormire?_                            »  253
   » 217. _Quale è il più sano luogo del mondo?_                   »  254
   » 218. _Quali gente sono quelle che mantengono il mondo?_       »  255
   » 219. _Quale è più alto o lo re o la giustizia?_               »  256
   » 220. _Può l'uomo avere riccheze corporale e portarle co'
            lui?_                                                  »  ivi
   » 221. _Uomo e femina che si traamano e si dilungano uno
            grande tempo e poi s'accontano, possonsi eglino amare
            come di prima?_                                        »  257
   » 222. _Come l'uomo alcuna volta la femina e la femina l'uomo
            amansi?_                                               »  258
   » 223. _Chi fa uno falso saramento di Dio per x cose falsare,
            è egli spergiuro per una volta?_                       »  259
   » 224. _Quelli che insegniano lo bene in questo secolo
            ànn'egli più guidarnone che gli altri?_                »  ivi
   » 225. _Di che viene lo magiore odio del mondo?_                »  260
   » 226. _Lo pensiere che l'uomo pensa onde escie?_               »  261
   » 227. _Per che cagione sono gli uomini malvagi mali?_          »  262
   » 228. _Quali sono gli più pericolosi menbri del corpo?_        »  264
   » 229. _Qual'è la più pericolosa arte che sia e la più
            sicura?_                                               »  ivi
   » 230. _Come alcuna volta muove la gaieza al corpo dell'uomo
            gaio e allegro?_                                       »  265
   » 231. _Ciascuna volta che l'uomo s'accosta alla femina
            ingenera egli?_                                        »  266
   » 232. _Che potrebe l'uomo fare, che la femina inpregnasse?_    »  267
   » 233. _Di quale parte si raguna la schiatta dell'uomo
            quand'ella escie?_                                     »  268
   » 234. _De' l'uomo amare gli figliuoli?_                        »  269
   » 235. _Incantamenti e malie sono vane?_                        »  270
   » 236. _Qual è la più leggiera bestia che sia e la più
            asentivole?_                                           »  271
   » 237. _Quale è più alto o la terra o lo mare?_                 »  272
   » 238. _Le lumache perchè s'appiccano agli alberi?_             »  ivi
   » 239. _Come dormono gli vecchi più leggiermente che gli
            piccoli garzoni non fanno?_                            »  273
   » 240. _Se Idio avesse fatto uno uomo così grande come tutto
            il mondo, potrebb'egli contastare contra lui?_         »  274
   » 241. _Se Idio non avesse fatto lo secolo, di quale maniera
            sarebbe il mondo?_                                     »  275
   » 242. _Gli angeli che Idio fece furono fatti della lena di
            Dio, come Adamo lo primo uomo fue fatto?_              »  276
   » 243. _Cui de' l'uomo più amare, o quelli cui elli ama o
            quelli che l'amano?_                                   »  277
   » 244. _Dove sono le più degne parole e d'erbe e di pietre?_    »  ivi
   » 245. _Come la scurità della luna non si vede se non inverso
            ponente, e tuttavia quand'ella è novella?_             »  278
   » 246. _Dee l'uomo discoprire il suo segreto al suo amico,
            quand'egli fa alcuna cosa celata?_                     »  279
   » 247. _Quali femine sono più utili a l'uomo quand'egli giacie
            co' loro?_                                             »  280
   » 248. _Perchè alcuna gente si levano a mattotino da dormire
            bianchi e coloriti, e altri palidi e ismalfati?_       »  281
   » 249. _Lo triemo del corpo di che aviene, che alcuna volta si
            muove il corpo?_                                       »  282
   » 250. _La vista che l'uomo vede entra negli occhi dentro?_     »  ivi
   » 251. _Uno uomo solo non puote dire e parlare più cose?_       »  283
   » 252. _Se lo mare può menomare?_                               »  284
   » 253. _Femina che spesso si corrompe di sua orina dormendo, e
            nolla può ritenere, può ella ingravidare, e l'uomo
            ingenerare?_                                           »  285
   » 254. _Cui dee l'uomo più amare, o i figliuoli del fratello o
            quegli della sirocchia?_                               »  287
   » 255. _Qua' sono le pericolose collere del corpo?_             »  288
   » 256. _Quale è la migliore carne che sia al corpo?_            »  290
   » 257. _Perchè la notte, quando l'uomo cena la mattina à fame,
            e s'egli non cena si è satollo?_                       »  291
   » 258. _La vivanda che l'uomo mangia come si parte ella per lo
            corpo?_                                                »  ivi
   » 259. _L'uomo ch'avrà inghiottito osso o spina, e gli sarà
            ristata nella gola, e non potrà andare su nè giù, come
            si potrà torre quello osso?_                           »  292
   » 260. _Perchè pute lo sterco dell'uomo e della femmina?_       »  293
   » 261. _Per che cagione è l'orina della persona insalata?_      »  ivi
   » 262. _Le femine ànno granelli?_                               »  294
   » 263. _Come nascono i vermini nel corpo dell'uomo?_            »  295
   » 264. _Quante sono l'arti del mondo che l'uomo non si potesse
            sofferire sanza loro?_                                 »  296
   » 265. _Come potrebe l'uomo vinciere la volontà di questo
            mondo?_                                                »  297
   » 266. _Quali ànno magiore onore e gioia nell'altro secolo, o
            i piccoli garzoni che anche non peccarono, o li buoni
            che lasciano lo male per l'amore di Dio?_              »  298
   » 267. _Di quanto, poi che 'l diavolo fue abattuto, fue fatto
            Adamo?_                                                »  299
   » 268. _Quale è il più bello vembro del corpo?_                 »  300
   » 269. _Lo vento come si sente e non si vede?_                  »  301
   » 270. _Come il fuoco si vede e non si può pigliare?_           »  302
   » 271. _Perchè si dice pulcella e vergine, e quale è più
            degna?_                                                »  ivi
   » 272. _Qual si puote meglio tenperare di lussuria, o la
            pulcella o quella che sia corrotta?_                   »  303
   » 273. _Quale si puote meglio sofferire di lussuria, o l'uomo
            o la femina?_                                          »  304
   » 274. _La femmina gravida come puote ella notricare la
            criatura nel suo ventre?_                              »  305
   » 275. _Dee l'uomo adontare la femina, quand'ella falla del
            suo corpo?_                                            »  306
   » 276. _Dee l'uomo essere geloso della sua moglie?_             »  307
   » 277. _Se l'omo de' avere gelosia di sua moglie._              »  308
   » 278. _Debbono tutte le genti bere vino?_                      »  309
   » 279. _Dee l'uomo dilettarsi in niuno luogo del mondo?_        »  310
   » 280. _Dee l'uomo essere ardente di tenzone e di conbattere
            colla gente?_                                          »  ivi
   » 281. _Se l'uomo si dee vantare del suo peccato, quand'egli
            l'à fatto._                                            »  311
   » 282. _Nel male puossi trovare niuna iscienzia?_               »  312
   » 283. _Perchè ànno le femine la gioia e lo cruccio del
            secolo?_                                               »  314
   » 284. _Dee l'uomo andare ispesse volte a casa del suo amico?_  »  315
   » 285. _Dee l'uomo mostrare laida cera al suo amico?_           »  ivi
   » 286. _Come alcuna volta l'uomo conquisterebbe in battaglia
            due uomini o tre, e alcuna volta è vinto da uno solo?_ »  316
   » 287. _È sanità di mangiare tutte cose?_                       »  317
   » 288. _Quali sono quelli che si vantano più che gente del
            mondo?_                                                »  ivi
   » 289. _Perchè sono gli nuvoli così di state come di verno?_    »  318
   » 290. _Lo nuvolo ch'è piccolo, come pare, come puote cuoprire
            tanta quantità di terra?_                              »  319
   » 291. _Gli piccoli garzoni sono come bestie che non
            intendono?_                                            »  320
   » 292. _Com'à l'uomo alcuno menbro grande e l'altro piccolo?_   »  321
   » 293. _Lo senno onde viene?_                                   »  322
   » 294. _Di che viene lo pensiero che l'uomo àe, che gli pare
            vedere quello che non è?_                              »  ivi
   » 295. _Lo sospiro onde viene?_                                 »  323
   » 296. _La lena onde viene?_                                    »  324
   » 297. _La starnuto onde viene, e come lo potrebe l'uomo
            tenere?_                                               »  ivi
   » 298. _Lo menbro dell'uomo come si distende e onde escie e
            come ritorna dentro?_                                  »  325
   » 299. _Di quale alimento si potrebbe l'uomo meglio
            sofferire?_                                            »  326
   » 300. _La pioggia quand'ella viene, perchè muove prima lo
            vento?_                                                »  327
   » 301. _Perchè gli uccelli femine non ànno natura come l'altre
            bestie?_                                               »  328
   » 302. _Quale è più forte o 'l vento o l'acqua?_                »  ivi
   » 303. _Perchè pena a nasciere l'uno fanciullo più che          »  329
            l'altro?_
   » 304. _Perchè si travaglia la gente della morte più l'una che
            l'altra?_                                              »  ivi
   » 305. _Chi sente lo dolore della morte o l'anima o il corpo?_  »  330
   » 306. _Perchè gli piccoli fanciulli non sono intendevoli
            quand'elli nascono e sono noiosi al nodrire?_          »  331
   » 307. _Come dee l'uomo vivere in questo mondo?_                »  332
   » 308. _Come si dee l'uomo comportare collo suo nimico?_        »  333
   » 309. _Dee l'uomo giucare col suo amico?_                      »  334
   » 310. _Se l'uomo dee dottare del suo nimico._                  »  335
   » 311. _Qual vale più o lo ricco o lo povero nell'altro
            secolo?_                                               »  336
   » 312. _Quali sono più ad agio o li poveri o li ricchi in
            questo secolo?_                                        »  ivi
   » 313. _Quali sono le più ricche genti del mondo?_              »  337
   » 314. _Quali sono li più onorati uomini del mondo?_            »  338
   » 315. _Quando tu se' in uno luogo deilo tu lasciare per
            migliore cercare?_                                     »  339
   » 316. _Dee l'uomo credere ciò che le genti lo consigliano?_    »  ivi
   » 317. _De' l'uomo amare i malidicenti?_                        »  340
   » 318. _Se si dee l'uomo crucciare se altri gli mostra mala
            cera._                                                 »  341
   » 319. _Può l'uomo dimenticare lo suo paese?_                   »  ivi
   » 320. _Quale è meglio o forza o ingiegnio?_                    »  342
   » 321. _Se alcuno domanda ragione dègli l'uomo inmantanente
            rispondere?_                                           »  343
   » 322. _Come dee l'uomo domandare quando vuole sapere alcuna
            cosa?_                                                 »  344
   » 323. _Perchè sono più savia gente quegli del ponente che
            quelli del levante?_                                   »  344
   » 324. _Quale è più bello alla femina o lo bello corpo o la
            bella persona o lo bello volto?_                       »  346
   » 325. _Se le pianete sono tutte in un luogo o sono tutte
            d'una maniera e natura o sono di più nature?_          »  ivi
   » 326. _Se uno uomo trovasse un altro sopra la moglie?_         »  349
   » 327. _De' l'uomo pensare per la gente?_                       »  350
   » 328. _De' l'uomo biasimare Dio per perdita o per dannaggio
            ch'egli abbia?_                                        »  351
   » 329. _Di che può l'uomo avere più lodo di dare al ricco uomo
            o al povero?_                                          »  352
   » 330. _Dee l'uomo servire a tutte genti?_                      »  353
   » 331. _Quale è la più saporita cosa che sia?_                  »  ivi
   » 332. _Gli re e gli signori deono essere leali e larghi?_      »  354
   » 333. _Gli re deono andare in battaglia?_                      »  355
   » 334. _Lo sudore del corpo onde escie e onde viene?_           »  357
   » 335. _Qual colore è meglio vestire?_                          »  ivi
   » 336. _Qual'è la più verde cosa che sia?_                      »  358
   » 337. _Qual'è la più grassa cosa che sia?_                     »  359
   » 338. _Quale vale meglio al punto della morte o lo grande
            pentimento o la grande sicurtade della vita
            perdurabile?_                                          »  ivi
   » 339. _Dee l'uomo piangere i morti?_                           »  360
   » 340. _Venne mai niuno dell'altro secolo, che contasse di
            paradiso e di ninferno?_                               »  361
   » 341. _Che dee l'uomo dire quand'egli si leva o quand'egli si
            corica?_                                               »  ivi
   » 342. _Chi non avesse ma ch'una coglia potrebbe egli
            ingenerare, per l'una grande e l'altra piccola?_       »  362
   » 343. _Gli garzoni di X anni o di meno, perchè non ingenerano,
            e le fanciulle simigliantemente perchè non
            impregnano?_                                           »  363
   » 344. _Ànno gli diavoli pena nell'altro secolo?_               »  364
   » 345. _Quale è la più forte battaglia che sia?_                »  ivi
   » 346. _Dee l'uomo dottare tutta gente?_                        »  365
   » 347. _Perchè lo ferro vae inverso la stella calamita?_        »  366
   » 348. _Se tutti quelli che nascieranno morranno._              »  367
   » 349. _Come sono posti i fanciulli nel ventre delle loro
            madri?_                                                »  ivi
   » 350. _Puote l'uomo dimenticare la gioia e 'l duolo?_          »  368
   » 351. _De 'l uomo mostrare sua ragione?_                       »  ivi
   » 352. _Dee l'uomo mostrare lo suo senno tra la stolta gente?_  »  369
   » 353. _Perchè l'uno vino è bianco e l'altro è vermiglio?_      »  370
   » 354. _Le bestie e gli uccegli ànno linguaggio?_               »  370
   » 355. _Qual'è magiore profitto all'anima, o quello che fa in
            questo secolo, o ciò che l'uomo le fa dopo lei?_       »  371
   » 356. _Chi è lo più savio uomo del mondo?_                     »  372
   » 357. _Qual'è la più saporita carne che sia?_                  »  ivi
   » 358. _À egli niuna anima al mondo che potesse sapere quello
            che in tutto il mondo si fa in uno giorno?_            »  373
   » 359. _Le piccole bestie e' vermi come funno fatti per lo
            mondo che tanto sono piccoli?_                         »  374
   » 360. _Perchè i giovani ànno più chiara la vista che i
            vecchi?_                                               »  ivi
   » 361. _Gli pesci dormono nell'acqua?_                          »  375
   » 362. _Perchè gli pesci ànno pietra in testa?_                 »  376
   » 363. _Di quante maniere sono pesci?_                          »  ivi
   » 364. _Di quante maniere sono bestie?_                         »  377
   » 365. _Di quante maniere sono gli uccelli?_                    »  378
   » 366. _Quale è lo più bello uccello del mondo?_                »  380
   » 367. _Qual'è la più bella bestia del mondo?_                  »  ivi
   » 368. _Qual'è lo più degno uccello del mondo?_                 »  381
   » 369. _Quali sono gli più begli cavagli che siano?_            »  382
   » 370. _Quale è la più benignia bestia che sia?_                »  ivi
   » 371. _Quale è la più bella cosa che Idio abbia fatto al
            mondo?_                                                »  383
   » 372. _Perchè gli piccoli alberi portano grande frutto, e gli
            grandi alberi portano piccoli frutti?_                 »  383
   » 373. _Quali sono le più intendevoli bestie che sieno?_        »  384
   » 374. _Gli uccelli di caccia perchè non beono?_                »  ivi
   » 375. _Le serpi sono istate tuttavia in questa forma?_         »  385
   » 376. _A cui escie sangue del naso e stagnare non si può, che
            ne potrebbe l'uomo fare?_                              »  ivi
   » 377. _La rea lebbra che monta alle gambe dell'uomo come si
            può guarire?_                                          »  386
   » 378. _Come potrebe l'uomo trarre la volatica che fortemente
            è apresa nella carne._                                 »  387
   » 379. _Uomo che à male stomaco che gli potrebe l'uomo fare?_   »  ivi
   » 380. _Stomaco ch'è scaldato ed è enfiato come si potrebbe
            aiutare?_                                              »  388
   » 381. _Che può l'uomo fare al dolore dello stomaco?_           »  ivi
   » 383. _Chi fosse in cammino, ed egli non potesse avere delle
            cose, ed egli avesse male al fegato o allo stomaco o di
            calore o di stordigione, che vi potrebe fare per
            ricoverare?_                                           »  389
   » 384. _Perchè à lo stomaco cotante medicine?_                  »  389
   » 385. _Come potrebe l'uomo stagniare lo sangue della piaga._   »  390
   » 386. _Che potrebe l'uomo allo 'nfermo che avesse lo fegato
            riscaldato e fosse di giallo colore?_                  »  ivi
   » 387. _Persona che sia troppo magra e à male nel ventre di
            vermini come guarrà?_                                  »  391
   » 388. _Quale fu lo primo uomo che Idio fece e che generazione
            fu e sarà?_                                            »  ivi
   » 389. _Che generazione sarà quella del veracie profeta?_       »  392
   » 390. _Sarà conosciuta la natività del figliuolo di Dio?_      »  395
   » 391. _Che significheranno le maraviglie che saranno quando
            lo figliuolo di Dio sarà nato?_                        »  ivi
   » 392. _Lo giorno che lo figliuolo di Dio nascerà saprà egli
            più d'un fanciullo?_                                   »  396
   » 393. _Quando lo figliuolo di Dio verrà in terra con che
            gente converserà egli?_                                »  397
   » 394. _Lo figliuolo di Dio sarà bello uomo, e come si troverà
            egli?_                                                 »  398
   » 395. _Perchè morrà egli, perchè si lascierà egli morire?_     »  ivi
   » 396. _Chi 'l vedrà e come sarà egli morto?_                   »  399
   » 397. _Dove andrà egli dopo la sua risuresione?_               »  400
   » 398. _Monterà egli solo in cielo?_                            »  401
   » 399. _Avrà egli magione lo figliuolo di Dio?_                 »  402
   » 400. _Lo corpo del verace profeta sarà tuttavia in terra in
            sua casa per lo comandamento di Dio?_                  »  403
   » 401. _Ciascuno del suo popolo buoni e rei potranno fare lo
            corpo del veracie profeta?_                            »  405
   » 402. _Quelli che avranno podere di fare lo corpo del verace
            profeta saranno eglino onorati più inanzi a Dio che gli
            altri?_                                                »  406
   » 403. _Deono egli fare tutto giorno lo corpo del verace
            profeta?_                                              »  ivi
   » 404. _Che cosa è peccato?_                                    »  407
   » 405. _Come conoscierà la morte del santo profeta verace?_     »  408
   » 406. _Quale virtù farà in terra lo figliuolo di Dio?_         »  ivi
   » 407. _Gli disciepoli del figliuolo di Dio dopo la sua andata
            in cielo che faranno?_                                 »  410
   » 408. _Gli disciepoli del figliuolo di Dio potranno eglino
            salvare gl'infermi?_                                   »  ivi
   » 409. _Al tempo del figliuolo di Dio sarà lo mondo
            moltiplicato?_                                         »  412
   » 410. _Quanto può essere grande lo cielo e lo 'nferno, e se
            vi dee essere tutto il popolo che furono o che
            saranno._                                              »  412
   » 411. _Quali sono più o quelli che nascono o quegli che
            muoiono?_                                              »  413
   » 412. _Quale è magiore o l'ira di Dio o la sua grazia?_
   » 413. _Quelli che saranno in cielo e che giamai fine non       »  ivi
            avranno no' lo si recheranno eglino a grande
            increscimento? E quelli dello 'nferno non avranno
            grande invidia e non si consumeranno eglino di tanto
            dimorare in pene?_                                     »  414
   » 414. _Quelli che sono in ninferno non avranno eglino niuno
            riposo da Dio?_                                        »  415
   » 415. _Come potrebe l'uomo sapere di cose che l'uomo volesse
            fare e di cosa ch'egli à impresa a fare, ch'egli
            n'abbia bene o male, e s'egli si potrà fare di
            conosciere lo suo criatore?_                           »  416
   » 416. _Quando Giafet si partì dal suo padre Noè, in quale
            parte andò egli?_                                      »  417
   » 417. _Che disse l'angiolo a Giafet quand'egli piangea lo suo
            figliuolo?_                                            »  418
   » 418. _Chi questa arte vuole fare o adoperare che uomo vuole
            essere di suo corpo?_                                  »  419
   » 419. _Quando l'uomo fa questa arte dee egli fare orazione?_   »  420
   » 420. _Quando l'uomo fa questa arte de' egli essere solo o
            con alcuno aconpagniato?_                              »  ivi
   » 421. _Che cosa è onnipotente e trinitade?_                    »  421
   » 422. _Che cose sono invenie e come sono fatte?_               »  422
   » 423. _Che cosa è criatore?_                                   »  423
   » 424. _Se si dee fare quella arte o di notte o di giorno?_     »  424
   » 425. _Come dee essere fatta quella ruota?_                    »  425
   » 426.                                                          »  426
   » 427.                                                          »  427
   » 428.                                                          »  429
   » 429.                                                          »  431
   » 430.                                                          »  432
   » 431.                                                          »  ivi
   » 432.                                                          »  433
   » 433.                                                          »  434
   » 434.                                                          »  436
   » 435.                                                          »  437
   » 436.                                                          »  438
   » 437.                                                          »  ivi
   » 438.                                                          »  441
   » 439.                                                          »  442
   » 440.                                                          »  443
   » 441.                                                          »  444
   » 442.                                                          »  445
   » 443. _Saturno inprimamente._                                  »  447
   » 444. _Se Aries è stato contrario alla sua pianeta che sarà?_  »  448
   » 445. _Se Gemini è stato che sarà?_                            »  ivi
   » 446. _Che sarà del fanciullo se Aries è stato contra a
            Iuppiter?_                                             »  449
   » 447. _Che sarà del fanciullo se Aries è stato contro alla
            sua pianeta, e Iupiter al punto della sua natività?_   »  451
   » 448. _Che sarà del fanciullo se Aries è stato contrario?_     »  452
   » 449. _Della natura del garzone._                              »  454
   » 450. _Che sarà del fanciullo se Aries è stato contro a Sol?_  »  ivi
   » 451. _Che sarà del fanciullo nato in Mercurio, che ne dice
            elli?_                                                 »  456
   » 452. _Che sarà del garzone, che ne dice Mercurio?_            »  ivi
   » 453. _Che dice la Luna del fanciullo?_                        »  457
   » 454. _Di quante maniere e di quante virtù sono le pietre
            preziose, e ove si trovano?_                           »  458
   » 455. _Che à a fare lo topazio?_                               »  459
   » 456. _Che à a fare lo smeraldo?_                              »  460
   » 457. _Che à a fare il rubino?_                                »  462
   » 458. _Che à a fare il zaffiro?_                               »  463
   » 459. _Il diaspro?_                                            »  464
   » 460. _Che à a fare di liguria?_                               »  465
   » 461. _Che à a fare d'agate?_                                  »  466
   » 462. _D'amatista._                                            »  467
   » 463. _Di crisolita._                                          »  ivi
   » 464. _D'onica._                                               »  468
   » 465. _Di beriella._                                           »  469
   » 466. _Di calcidonia._                                         »  ivi
   » 467. _Di sardonia._                                           »  470
   » 468. _Di diamante._                                           »  ivi
   » 469. _Di giarconsia._                                         »  472
   » 470. _Di grisopasa._                                          »  ivi
   » 471. _Di diana._                                              »  473
   » 472. _Di turchiman._                                          »  ivi
   » 473. _Di cramis._                                             »  475
   » 474. _Di vermidori._                                          »  476
   » 475. _Di riflabina._                                          »  477
   » 476. _Di cocrice._                                            »  ivi
   » 477. _Di turchimanti._                                        »  479
   » 478. _Quelli ch'ànno perduto la vista?_                       »  480
   » 479. _Erba da stagnare sangue._                               »  ivi
   » 480. _Erba a bestie velenose._                                »  481
   » 481. _Erba per contratti guarire._                            »  482
   » 482. _Erba per avere la vista._                               »  ivi
   » 483. _Qual'è buona al male degli stranguglioni?_              »  483
   » 484. _Erba per l'enteriole guarire._                          »  ivi
   » 485. _Per inpregnare._                                        »  484
   » 486. _Erba per guarire del giallore._                         »  ivi
   » 487. _Erba per lo male dell'orinare._                         »  485
   » 488. _Erba per lo male de' denti._                            »  ivi
   » 489. _Per lo fiato che pute._                                 »  486
   » 490. _Erba per lo sordo._                                     »  ivi
   » 491. _Erba per la puzza di bocca guarire._                    »  487
   » 492. _Erba per lo freddo._                                    »  ivi
   » 493. _Erba per la tigna._                                     »  487
   » 494. _Erba per la rogna._                                     »  488
   » 495. _Erba per lo male del corpo._                            »  ivi
   » 496. _Erba di parlare._                                       »  489
   » 497. _Per quelli che crollano il capo._                       »  ivi
   » 498. _Erba per colui che cade di rio male._                   »  490
   » 499. _Erba per sanità del fanciullo._                         »  ivi
   » 500. _Erba per lo fegato._                                    »  491
   » 501. _Erba per la lena._                                      »  ivi
   » 502. _Erba per le crepature guarire._                         »  ivi
   » 503. _Erba per veghiare._                                     »  492
   » 504. _Erba per vedere chiaramente._                           »  ivi
   » 505. _Erba per vedere le stelle di giorno._                   »  ivi
   » 506. _Erba per saldare fedite._                               »  493
   » 507. _Erba per la tossa._                                     »  ivi
   » 508. _Erba che fa dire dormendo ciò che l'uomo avrà fatto._   »  494
   » 509. _Erba che non lasci l'uomo vedere._                      »  ivi
   » 510. _Erba per torre la parola alle genti._                   »  ivi
   » 511. _Erba d'amore._                                          »  495
   » 512. _Erba d'odio._                                           »  ivi
   » 513. _Per iscaldare il corpo d'uomo._                         »  496
   » 514. _Erba per infrescare il corpo._                          »  ivi
   » 515. _Erba per fare ingenerare._                              »  497
   » 516. _Erba per la sete._                                      »  ivi
   » 517. _Per disfare incantamenti._                              »  498
   » 518. _Erba per pericolo d'acqua._                             »  ivi
   » 519. _Erba per salvare memoria._                              »  ivi
   » 520. _Erba per incantare i suoi nimici._                      »  499
   » 521. _Erba per farnetico._                                    »  ivi
   » 522. _Erba per colui che non può tenere l'orina._             »  500
   » 523. _Qual'è il più degno luogo del mondo?_                   »  501
   » 524. _Quando tutto il mondo finirà, e il figliuolo Dio verrà
            a giudicare i vivi e' morti, quali saranno i vivi e
            quali saranno i morti?_                                »  502
   » 525. _La città del figliuolo di Dio Ierusalem, la quale è
            nel bellico del mondo, di cui sarà ella dopo la sua
            morte?_                                                »  503
   » 526. _Qual'uomo sarà quelli che nascierà di boschi che sì
            grande sarà?_                                          »  504
   » 527. _Questa brutta gente saracini terranno molte terre che
            signoregeranno il ponente?_                            »  505
   » 528. _Dopo questo che sarà?_                                  »  506
   » 529. _Appresso?_                                              »  507
   » 530. _Di quale maniera sono gli alberi?_                      »  511
   » 531. _Che saràe apresso di questo?_                           »  512
   » 532. _Lo falso profeta onde verrà e onde nascierà?_           »  514
   » 533. _Che farà Idio poi?_                                     »  516
   » 534. _In qual giorno suciteranno?_                            »  ivi
   » 535. _Risuciteranno quelli che sono nel ventre della madre?_  »  517
   » 536. _In quale ora sarà fatto lo giudicamento?_               »  ivi
   » 537. _Come verrà lo figliuolo di Dio al giudicamento?_        »  518
   » 538. _Dove sarà il giudicamento e chi il farà?_               »  518
   » 539. _In che forma si dimosterrà il figliuolo di Dio?_        »  519
   » 540. _Sarà scura l'aria?_                                     »  ivi
   » 541. _Gli ministri del figliuolo di Dio saranno al
            giudicamento?_                                         »  520
   » 542. _Come sarà fatto il giudicamento?_                       »  ivi
   » 543. _Quali saranno quelli che faranno il giudicamento?_      »  521
   » 544. _Chi saranno quelli che così saranno giudicati?_         »  522
   » 545. _Saravvi niuno perito sanza giudicamento?_               »  ivi
   » 546. _Quali saranno quelli che saranno dannati e quelli che
            saranno salvi?_                                        »  523
   » 547. _Conosceranno allora il bene e 'l male che fecero in
            questo secolo?_                                        »  524
   » 548. _Che sarà dopo il giudicamento?_                         »  525
   » 549. _Che sarà fatto del secolo dopo lo suo giudicamento?_    »  ivi
   » 550. _Che corpi avranno gli buoni uomini?_                    »  527
   » 551. _Saranno egli ignudi o vestiti?_                         »  ivi
   » 552. _Potranno egli fare ciò che vorranno senza licenzia?_    »  528
   » 553. _Che allegrezza avranno?_                                »  ivi
   » 554. _Come Sidrac domanda lo re. Botus come li risponde._     »  529
   » 555. _Come lo re Botozo volle compiere ciò ch'egli avea
            inpreso a fare._                                       »  530
   » 556 _e_ 557.                                                  »  ivi



                        OPERE IN CORSO DI STAMPA


_Storia di Santa Caterina da Siena_, con _Lettere inedite_ di suoi
Contemporanei, per cura e con illustrazioni del dott. Francesco
Grottanelli.

_Volgarizzamento di Valerio Massimo_ fatto nel buon secolo della lingua,
ed ora edito sopra varii codd. mss. dal cav. prof. Roberto de Visiani
(_Disp. 2.^a_).

_Trattati di Mascalcia_ di Lorenzo Rusio, per cura e con annotazioni del
prof. cav. Pietro Del Prato e prof. ab. Luigi Barbieri (_vol. 2.^o_).

_Il Romuleon di Mess. Benvenuto da Imola_, inedito volgarizzamento del
secolo XIV, con note ed illustrazioni del dott. Giuseppe Guatteri (_vol.
2.^o_).

_Commento a Dante_ d'Anonimo trecentista non mai fin qui stampato, per
cura del cav. Pietro Fanfani (_vol. 2.^o_).

_Albertano da Brescia_, Trattati Morali: volgarizzamento inedito del sec.
XIII, allestito dal cav. professor Francesco Selmi.

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             *Prezzo del presente Volume, pei sig. Associati*

                     L. 11. 40.  —  Porto L.  —.  32.

                  _Pubblicato il giorno 16 Giugno 1868._

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                         Nota di trascrizione


Non essendo stato possibile verificare i manoscritti di riferimento,
l'ortografia originale della trascrizione del testo antico è stata
rigorosamente conservata, anche quando altamente dubbia e mutevole nel
corso del testo. Si incontrano grafie con _-np-_, _-nb-_ piuttosto che
_-mp-_, _-mb-_, _-li-_ come _-gli_, consonanti singole e doppie, ecc.,
apostrofazione e accentazione diversa, anche all'interno dello stesso
paragrafo. Gli accenti putativamente mancanti non sono stati aggiunti. Per
esempio _Noe_ e _Noè_ ricorrono con frequenza simile, si trovano diversi
_cio_ che potrebbero essere _ciò_, _che_ in luogo di _chè_, _si_ per _sì_.
Solo refusi evidenti, come sillabe erroneamente raddoppiate o desinenze
visibilmente sbagliate, sono segnalati. Tra questi:

  * p. xxix, l. 10: Che ene fiele? → Che ène fiele?
  * p. 49, nota (7): disse Siguore e poi cento anni → disse Signore e poi
    cento anni
  * p. 52, l. 7: quando egli fece lo volontà → quando egli fece la
    volontà
  * p. 233, l. 6: Quell che bene fa → Quelli che bene fa
  * p. 244, l. 18: diletto del socolo → diletto del secolo
  * p. 245, l. -4: Signore del bene, cioè Iddo → Signore del bene, cioè
    Iddio
  * p. 249, nota (1): lè folgore → le folgore
  * p. 268, nota (2): laine sulente ee. → laine sulente ec.
  * p. 287, nota (1): a bien veu sa suer → a bien veu sa seur
  * p. 289, l. 8: sono molte pericolose → sono molto pericolose
  * p. 302, l. -4-3: che non è è corrotta → che non è corrotta
  * p. 331, l. 13: che à la corpo → che à lo corpo
  * p. 332, l. 10: nutricalgli → nutricargli
  * p. 334, l. 15: odiare sopra tuttele cose → odiare sopra tutte le cose
  * p. 345, l. 13: potrebe di ventare → potrebe diventare
  * p. 349, nota (1): trovasse uno oltro uomo → trovasse uno altro uomo
  * p. 359, l. 11: olo grande pentimento → o lo grande pentimento
  * p. 369, l. 6: perdono i loro diritto → perdono il loro diritto
  * p. 370, l. 9: l'una di giorno e l'altro di notte → l'una di giorno e
    l'altra di notte
  * p. 371, l. 6: quella che lo 'ndende → quella che lo 'ntende
  * p. 386, l. 2: o inmantenente → e inmantenente
  * p. 386, nota (3): l'ongiement et le dlomb → l'ongiement et le plomb
  * p. 389, l. 7-8: egli guaririrebbe → egli guarirebbe
  * p. 396, l. 5 : sara nata sopra terra → sarà nata sopra terra
  * p. 417, l. -2-1: Giafet andò in una; → Giafet andò in una montagna
    _(supposto)_
  * p. 421, l. 7: siri Idio, nel tuo comandamento alluminami → sire Idio,
    nel tuo comandamento alluminami
  * p. 434, l. 9: voi volete sapere → Se voi volete sapere
  * p. 452, l. 12: Le Aries → Se Aries
  * p. 473, l. 11-12: nelisola del mare d'India → nell'isola del mare
    d'India
  * p. 476, l. 15: ben prfonda → ben profonda
  * p. 507, l. 10: cioè Ierusalm → cioè Ierusalem
  * p. 509, l. 9-10: E uno dì di venerdi → E uno dì di venerdì
  * p. 513, l. 10-11: onore al suo conpapagno → onore al suo conpagno

I refusi del testo italiano sono meno ambigui:

  * p. xiii, l. 1: e va discorrendo → e via discorrendo
  * p. xxx, l. 14-15: L'uno e e l'altro → L'uno e l'altro
  * p. 61, nota (1): Così abbiano → Così abbiamo
  * p. 62, nota (10): abbiamo _persecutioni_ → abbiano _persecutioni_
  * p. 108, nota (2): Intenti: _lo seme_ → Intendi: _lo seme_
  * p. 210, nota (2): potrebbe intendersi cosi → potrebbe intendersi così
  * p. 224, nota (1): ebbe il significato si → ebbe il significato di
  * p. 235, nota (3): Non ci fermiano → Non ci fermiamo
  * p. 242, nota (1): non abbia sufficentemente considerando → non
    abbia sufficentemente considerando
  * p. 285, nota (3): Vedi la nota segnente → Vedi la nota seguente
  * p. 293, nota (3): da intendere per _subiciume_ → da intendere per
    _sudiciume_
  * p. 379, nota (1): spesso ripetute → spesso ripetuta
  * p. 396, nota (2): tanto più leggendesi → tanto più leggendosi
  * p. 430, nota (1): E qui pure è cofuso → E qui pure è confuso
  * p. 431, nota (3): come sia nato s'errore → come sia nato l'errore
  * p. 449, nota (1): non è rigistrato → non è registrato

Numerosissimi punti mancanti nelle abbreviazioni, specialmente in nota,
sono stati regolarizzati senza ulteriori commenti. Così virgole mancanti
in nota, due punti, virgole al posto di punti nei titoli di capitolo e
nelle linee dell'indice; errori tipografici minori (caratteri capovolti,
spazi e punti mancanti o aggiunti, punti non allineati col testo, punti in
luogo di virgole, minuscole in luogo di maiuscole, virgolette non chiuse o
ripetute, ecc.) sono stati corretti senza alcuna nota.

Le note a pie' pagina sono state rinumerate globalmente e collocate in
calce ad ogni capitolo. Di alcuni numeri errati in originale è stato
perfettamente chiaro il riferimento: quelli della nota (1) a p. xxi, del
riferimento alla nota (3) di p. 323, delle note (1) e (2) di p. 482, delle
note (1) e (2) di p. 490.

In nota è citato alcune volte, forse erroneamente, un tal codice francese
T. F. R. Non è chiaro l'errore; potrebbe trattarsi del C. F. R. o del
T. F. P. Similmente a nota (5) di p. 32 sono citati un non meglio definito
C. E. 2. ed un C. F. P. Inoltre nelle note (3) di p. 288, (2) e (4) di
p. 354, mancano i numeri dopo le lettere C. R., per cui non è chiaro se ci
si riferisca al C. R. 2.

Errori di facile risoluzione nelle sigle dei codici citati sono invece:

  * Nota (4) di p. 180: R. C. 1. → C. R. 1.
  * Nota (2) di p. 237: C. B. 2. → C. R. 2.
  * Nota (3) di p. 271: C. R. → C. F. R.
  * Nota (1) di p. 414: R. C. 2. → C. R. 2.

Alcune citazioni bibliografiche in nota sono state rettificate:

  * Nota (1) di p. xxiii: _Romvart. Beitraege zur kunde Mittelalter.
    Dichtung auf Italienischen Biblioth._ Mannheim, 1844.  — _Romanische
    Inedita auf Italienischen Biblioth._ Berlin, 1856. → _Romvart,
    Beiträge zur Kunde Mittelalter. Dichtung auf Italiänischen Biblioth._
    Mannheim, 1844. — _Romanische Inedita auf Italiänischen Biblioth._
    Berlin, 1856.
  * Nota (1) di p. xxxiii: MAX MÜLLER, Scenza del linguaggio → Scienza
    del linguaggio
  * Nota (6) di p. 34: _Du Gange_ → _Du Cange_

Nelle citazioni il testo usa alternativamente „doppie virgolette basse„ o
»caporali», che sono state lasciate come compaiono, salvo casi di evidente
disparità.

Il testo delle lezioni alternative riportate in note è trascritto sia in
carattere normale che corsivo, senza apparente regolarità.

I seguenti numeri romani di capitolo, errati nel testo originale, sono
stati corretti: CCXXXXII → CCLXXXXII, CCCXXXI → CCCXXI, CCCXXIIII →
CCCXXVIIII, CCCXXXVII → CCCLXXXI, CCCCXVVII → CCCCXXVII, CCCXXXV →
CCCCXXXV, CCCLI → CCCCLI, CCCCLXVIIII → CCCCLXXVIIII, DXVI → DXV,
DXXVIII → DXXVIIII. La numerazione salta il numero CCCLXXXII, tanto in
testo che nell'indice.

Le descrizioni dei capitoli riportate nell'Indice presentano piccole
differenze di ortografia e punteggiatura rispetto a quelle nel corpo del
libro, e sono state mantenute come in originale, eccetto che per
l'aggiunta di alcuni punti interrogativi e finali mancanti. Gli unici
refusi corretti nell'indice sono:

  * Avvertenza preliminare pag. vii → pag. ix
  * 243. _Cui de' l'uomo più amare, o quelli cui elli ama o quelli che
    l'ao mano?_ → l'amano
  * 252. _Se lo mare può monomare?_ → menomare?





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Il libro di Sidrach: testo inedito del secolo XIV - pubblicato da Adolfo Bartoli" ***

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