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Title: I Viaggi di Marco Polo - Unica versione originale fedelmente riscontrata sul codice - magliabeccano e sulle opere di Charton
Author: Verne, Jules, 1828-1905
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "I Viaggi di Marco Polo - Unica versione originale fedelmente riscontrata sul codice - magliabeccano e sulle opere di Charton" ***

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                        I VIAGGI DI MARCO POLO

[Illustrazione: MARCO POLO (_Da un dipinto della Scuola Veneta
contemporanea del grande viaggiatore_)]



                             GIULIO VERNE

                        I VIAGGI DI MARCO POLO

                       UNICA VERSIONE ORIGINALE
            FEDELMENTE RISCONTRATA SUL CODICE MAGLIABECCANO
                       E SULLE OPERE DI CHARTON

                              _per cura_

                                  DI

                             EZIO COLOMBO

                             Volume Unico

                                MILANO

                       SERAFINO MUGGIANI e COMP.
                        Via Unione, N. 11, 13.

                                 1878



                         Proprietà Letteraria

                             Tip. Guigoni.



                       I VIAGGI DI MARCO POLO[1]



                              CAPITOLO I.

 Interesse dei mercanti genovesi e veneziani nel promuovere delle
 esplorazioni nel centro dell'Asia.--Condizione della famiglia Polo a
 Venezia.--I due fratelli Niccolò e Matteo Polo.--Vanno da
 Costantinopoli alla corte dell'Imperatore della China.--Loro
 ricevimento alla corte di Kublai-Kan.--L'Imperatore li nomina suoi
 ambasciatori presso il papa.--Loro ritorno a Venezia.--Marco
 Polo.--Parte col padre Niccolò e lo zio Matteo per la residenza del re
 tartaro.--Il nuovo papa Gregorio X.--La relazione di Marco Polo scritta
 in francese, sotto suo dettato, da Rusticano da Pisa, (dal 1253 al
 1324).


I mercanti genovesi e veneziani non potevano rimanere indifferenti alle
esplorazioni che arditi viaggiatori tentavano nell'Asia centrale,
l'India e la China. Essi comprendevano che queste contrade offrirebbero
in breve un nuovo sfogo ai loro prodotti, e che, d'altra parte, utili
immensi si ricaverebbero dall'importazione in Occidente di mercanzie di
fabbricazione orientale. Gl'interessi del commercio dovevano quindi
lanciare dei nuovi cercatori sulle vie delle scoperte. Queste furono le
ragioni che decisero due nobili veneziani ad abbandonare la loro patria
ed a sfidare tutte le fatiche e tutti i pericoli di quei perigliosi
viaggi, allo scopo d'estendere le loro relazioni commerciali.

Questi due Veneziani appartenevano alla famiglia Polo, la quale traeva
origine da Sebenico, in Dalmazia, ed erasi stabilita sino dal 1033 in
Venezia. È nel secolo XIII che noi troviamo questa famiglia divisa in
due rami; uno dei quali abitava nella contrada di San Felice, l'altro in
quella di San Geremia.

I Polo di San Felice, datisi già da più anni al commercio, avevano in
esso trovata larghissima fonte di ricchezze, che aveanli posti a livello
delle famiglie patrizie di Venezia.

Nel 1260, i fratelli Niccolò e Matteo o Maffio, figliuoli di Andrea, che
già prima del 1250 avevano stabilito un banco a Costantinopoli, terra
più veneziana che greca dopo l'impresa del Dandolo[2], si recarono con
una paccotiglia considerevole di gioielli nel Sudac, in Crimea, ove la
loro casa possedeva un altro banco diretto da un loro fratello maggiore,
Andrea Polo. Da quel punto, risalendo verso il nord-est, e traversando
il paese di Comania, giunsero sul Volga, ove teneva il suo campo
Berke-Kan signore dei Tartari occidentali. Questo principe mongollo
accolse benissimo i due negozianti di Venezia, e comperò i gioielli che
gli offersero pel doppio del valore, facendo inoltre ad essi ricchissimi
doni.

Niccolò e Matteo rimasero un anno nel campo mongollo; finchè, nel 1262,
scoppiò una guerra tra Berke ed il principe Ulagù o Alau, signore dei
Tartari di Levante, e conquistatore della Persia. I due fratelli, non
volendo avventurarsi in mezzo a contrade battute dai Tartari,
preferirono recarsi a Boukhara, che era la principale residenza di
Berke, e colà rimasero tre anni e mezzo. Ma quando Berke fu vinto, e
presa la sua capitale, un'ambasciata d'Ulagù invitò i due Veneziani a
seguirli verso la residenza del Gran Kan[3] dei Tartari, che avrebbe
fatto loro ottima accoglienza. Kublai-Kan, quarto figlio di Gengis-Kan,
era imperatore della China, e teneva allora la residenza d'estate in
Mongolia, a Cai-ping-fu, sulla frontiera dell'impero Chinese.

I due mercanti veneziani partirono, e spesero un anno intero nel
traversare quell'immensa estensione di paese che divide Boukhara dai
confini settentrionali della China. Kublai-Kan fu lietissimo di ricevere
quegli stranieri, venuti da paesi occidentali. Fece loro molte feste,
e li interrogò con premura sugli avvenimenti che accadevano in
Europa, chiedendo molti particolari intorno agli imperatori e re, alla
loro amministrazione, ai loro metodi di guerra; poscia li intrattenne
lungo tempo del pontefice e degli affari della Chiesa latina.

Matteo e Niccolò, già pratici degli usi tartareschi e della lingua,
risposero francamente a tutte le domande dell'imperatore, al quale tanto
piacquero i due Veneziani, che pensò d'inviarli come suoi ambasciatori a
Sua Santità. I mercanti accettarono con riconoscenza, giacchè in tale
alta condizione il loro ritorno doveva effettuarsi in condizioni
vantaggiosissime.

Kublai-Kan fece stendere lettere in lingua turca, nelle quali chiedeva a
Sua Santità Clemente IV, d'inviargli cento missionari per convertire
gl'idolatri al cristianesimo; poscia licenziò i due Veneziani, dando ad
essi per compagno di viaggio uno de' suoi baroni, chiamato Cogatal, ed
incaricandoli di riportargli un vasetto dell'olio della lampada sacra
che arde continuamente sulla tomba di Gesù Cristo a Gerusalemme.

I due fratelli, muniti di passaporto su tavoletta d'oro, che metteva a
loro disposizione uomini e cavalli in tutta l'estensione dell'impero,
presero congedo dal Gran Kan e si misero in viaggio nel 1266. In breve
però il barone Cogatal cadde ammalato. I Veneziani, costretti a
separarsi da lui, proseguirono il loro cammino, e, malgrado gli aiuti
che ricevettero, impiegarono non meno di tre anni per giungere a
Giazza[4], porto dell'Armenia Minore. Da Giazza si portarono ad Acri,
ove arrivarono verso la fine dell'anno 1269. Colà seppero della morte di
papa Clemente IV, verso il quale erano diretti. Ma il legato apostolico
Tebaldo risiedeva in quella città; egli accolse i due Veneziani, e
sentendo quale fosse la missione di cui il Gran Kan li aveva incaricati,
li esortò ad attendere l'elezione del nuovo papa.

Matteo e Niccolò, assenti dalla loro patria da ben diciannove anni,
pensarono, intanto che il nuovo pontefice fosse eletto, di rivedere
Venezia e la famiglia. Si recarono a Negroponte, ove s'imbarcarono sopra
una nave, che li condusse direttamente alla loro città natale.

Sbarcando, Niccolò apprese la morte di sua moglie e la nascita di un
figlio, nato pochi mesi dopo la sua partenza, nel 1251. Quel figlio si
chiamava Marco. Egli è ben da credere che al dolore del marito dovesse
recare grande conforto la gioia del padre che trovava questo figliuolo,
quasi a tenergli luogo della donna perduta. Durante due anni i fratelli
Polo, cui stava a cuore di adempiere la loro missione, aspettarono a
Venezia l'elezione del nuovo papa. Ma poichè questa tardava, parve loro
di non poter più oltre differire il loro ritorno presso l'imperatore dei
Mongolli; partirono quindi per Acri, nell'aprile 1271, conducendo seco
il giovane Marco, che contava allora ben 19 anni. Ad Acri ritrovarono il
legato Tebaldo, che li autorizzò a recarsi a Gerusalemme a prendere
l'olio della lampada del Santo Sepolcro. Compiuta quella missione, i
Veneziani fecero ritorno ad Acri, e mancando ancora il pontefice,
chiesero al legato lettere per Kublai-Kan, nelle quali sembra fosse
accennata la morte di Clemente IV. Tebaldo consegnò le lettere, ed i due
fratelli tornarono a Giazza. Ivi, con grandissima gioja, seppero che il
legato Tebaldo era stato consacrato papa, sotto il nome di Gregorio X,
il 1 settembre 1271. Il nuovo pontefice li richiamò immediatamente, ed
il re d'Armenia pose una galera a loro disposizione, perchè potessero
recarsi più rapidamente ad Acri. Il papa li accolse con premura,
consegnò loro lettere per l'imperatore della China, diè loro la
compagnia di due frati predicatori, Niccolò da Vicenza[5] e Guglielmo da
Tripoli, e la sua benedizione.

Gli ambasciatori, accommiatatisi da Sua Santità, fecero ritorno ad Acri;
ma appena giunti in quella città, poco mancò non cadessero prigionieri
nelle mani di Boibar Bundoctari, Sultano mamelucco del Cairo, che
infestava allora l'Armenia. Spaventati i due frati predicatori di quel
brutto principio, rinunciarono a recarsi nella China, e lasciarono ai
Veneziani la cura di consegnare all'imperatore mongollo le lettere del
pontefice.

È qui che incominciano i grandi viaggi descritti da Marco Polo, dei
quali noi parleremo in progresso. Ha egli realmente visitato tutti i
paesi e tutte le città ch'egli descrive? No, senza dubbio; e nella sua
narrazione, scritta in francese sotto suo dettato da Rusticano da
Pisa[6], è formalmente dichiarato che «Marco Polo, savio e nobile
cittadino di Venezia, vide tutto co' propri occhi, e quello che non vide
lo seppe dalla bocca di uomini degni di fede.» Ma aggiungiamo che la
maggior parte delle città e paesi descritti da Marco Polo vennero
realmente da lui percorse. Seguiremo quindi l'itinerario com'è tracciato
nel suo racconto, indicando soltanto ciò che il celebre viaggiatore
seppe da altri durante le importanti missioni di cui lo incaricò
l'imperatore Kublai-Kan. In questo secondo viaggio i Veneziani non
seguirono esattamente la medesima strada che Matteo e Niccolò avevano
presa recandosi la prima volta verso l'imperatore della China. Essi
erano passati a settentrione dei monti Celesti, che sono i monti
Thiânscian-pe-lu; il che aveva allungato il loro cammino. Questa volta
piegarono a mezzodì pei monti stessi; eppure, benchè quella strada fosse
più corta dell'altra, impiegarono non meno di tre anni a percorrerla, a
cagione delle pioggie e degli straripamenti dei grandi fiumi. Sarà
facile seguire questo itinerario sopra una carta dell'Asia, dacchè ai
nomi antichi della storia di Marco Polo, non facili ad intendersi nel
suo libro, nel quale non è seguíto l'ordine del viaggio, ed è fatta
confusione delle cose udite e delle vedute, abbiamo sostituito
dappertutto i nomi esatti della cartografia moderna.


NOTE:

[1] Sarà nostra cura il dare a questi viaggi il maggior sviluppo
possibile, confrontando il lavoro di G. Verne colla lezione del Codice
Magliabeccano pubblicato a cura del Bartoli; nonchè coi lavori del
Francese Charton; giacchè gl'Italiani hanno diritto di pretendere in una
nuova edizione dei viaggi del grande Veneziano tutta quella estensione
che ben s'addice al più illustre viaggiatore di quel secolo.
(_N. del Trad._)

[2] Enrico Dandolo, eletto doge di Venezia nel 1192, benchè ottuagenario
e cieco divenne celebre alla quarta crociata, durante la quale domò
Zara, nel 1202. Conquistò Costantinopoli, il 17 luglio 1203, facendo a
Venezia importantissimi acquisti marittimi sulle coste del Mar di
Marmara e Mar Nero; s'impadronì di Candia e d'altre isole del
Mediterraneo, e portò a Venezia i famosi cavalli di S. Marco. Dopo
l'assassinio dell'imperatore Alessio, eresse l'impero latino col conte
Baldovino a imperatore. Morì a Costantinopoli il 1^o giugno 1205, al
ritorno d'una spedizione infelice contro gli abitanti ribellatisi di
Adrianopoli. (_N. del Trad._)

[3] Gran Signore. (_N. del Trad._)

[4] Questo porto, conosciuto oggidì sotto il nome d'Isso, è posto in
fondo al golfo Issico.

[5] Il codice Magliabeccano dice _da Vinegia_ (Venezia), ma il testo
francese, il Ramusiano ed il Riccardiano, _da Vicenza_. Nell'opera di
Verne, per un errore certamente di tipografia, leggiamo: _de Vienne!_
(_Nota del Trad._)

[6] È nelle carceri di Genova che Marco Polo dettò il racconto de' suoi
viaggi a Rusticano da Pisa suo compagno di prigionia. (_Nota del Trad._)



                             CAPITOLO II.

 L'Armenia Minore.--La Turcomania.--L'Armenia Maggiore.--Il monte
 Ararat.--La Georgia.--Mussul, Bagdad, Bassora, Tauris.--La Persia.--La
 Provincia di Kirman.--Comadi.--Ormuz.--Il Vecchio della
 Montagna.--Cheburgan.--Balk.--Il
 Balacian.--Cascemir.--Casceegar.--Samarcanda.--Cotan.--Il
 deserto.--Tangut.--Caracorum.--Signan-fu.--Tenduc.--La grande Muraglia
 della China.--Ciandu, la città attuale di Sciang-tu.--La residenza di
 Kublai-Kan.--Cambaluc, attualmente Pekino.--Le feste
 dell'Imperatore.--Sue caccie.--Descrizione di Pekino.--La zecca ed i
 biglietti di banca chinesi.--Le poste dell'Impero.


Nel lasciare la città di Isso, Marco Polo parla dell'Armenia Minore come
d'un paese assai insalubre, i cui abitanti, un tempo valorosi, ora sono
divenuti vili e molto tristi, nè sanno far altro che ubbriacarsi. Questa
provincia, ch'è retta da un governatore in nome del Gran-Kan, ha molte
città e castella, abbonda d'ogni cosa ed in ispecial modo di
cacciagione. In quanto al porto d'Isso, dice ch'è il deposito delle
preziose mercanzie dell'Asia, ed il ritrovo dei mercanti d'ogni paese.
Dall'Armenia Minore Marco Polo passa alla Turcomania, ove annovera tre
generazioni di popoli: i Turcomanni propriamente detti, seguaci di
Maometto, le cui tribù, semplici e alquanto selvagge, posseggono pascoli
eccellenti ed allevano cavalli e muli di gran valore; gli Armeni ed i
Greci, che dimorano in ville e castelli e sono abilissimi nel fabbricare
tappeti e stoffe di seta. L'Armenia Maggiore, che Marco Polo visitò in
seguito, è una vasta provincia che ha per capitale Arzinga[7], città
ove, al dire del Veneziano, si fabbrica il miglior boccassino del mondo.
Questa provincia offre, durante l'estate, un accampamento favorevole ai
Tartari del levante, pei pascoli eccellenti che vi si trovano. Ivi il
viaggiatore vide il monte Ararat, sul quale, a seconda delle tradizioni
bibliche, posò l'Arca di Noè dopo il diluvio; egli accenna alle terre
confinanti col mar Caspio, ove dice trovarsi una fontana dalla quale
sgorga dell'olio di nafta (petrolio) in tanta abbondanza,
che cento navi se ne caricherebbero alla volta. Queste sorgenti sono
oggetto d'un importantissimo commercio[8].

Marco Polo, lasciando l'Armenia Maggiore, si diresse pel nord-est verso
la Georgia, reame che si stende sul versante meridionale del Caucaso,
governato da un re, tributario ai Tartari di levante, per nome David
Melic, ch'è quanto dire, Davide re[9]. Secondo una tradizione, gli
antichi re di questo paese nascevano «con una figura d'aquila disegnata
sotto la spalla destra.» I Georgiani, dice il Polo, sono bella gente,
prodi in arme e valentissimi arcieri. Sono cristiani e vivono a mo' dei
Greci. Gli operai del paese fabbricano magnifiche stoffe di seta e
d'oro. Là si vede quella celebre gola lunga quattro leghe, posta tra il
piede del Caucaso ed il mar Caspio, che i Turchi chiamano la porta di
Ferro, e gli Europei il Passo di Derbend[10]. È là che si vede anche il
monastero di S. Leonardo, ai piedi del quale si stende quel lago
miracoloso in cui dicono si trovi pesce soltanto in quaresima.

Da questo punto, i viaggiatori discesero verso il reame di Mussul e
guadagnarono la città di questo nome, posta sulla riva destra del Tigri;
poscia Bagdad, residenza del califfo di tutt'i Saraceni del mondo[11].
Qui Marco Polo racconta la presa di Bagdad, fatta dai Tartari nel 1258,
capitanati da Hulakù o Ulagù, figlio di Taulai e fratello di
Mangu-Kan[12]; e cita una storia maravigliosa in appoggio a quella
massima cristiana di fede che solleva le montagne[13]; poscia indica ai
mercanti la via che corre da questa città al golfo Persico, e che si fa
in diciotto giorni discendendo il fiume, attraversando Bassora ed il
paese dei datteri.

Da Bagdad a Tauris, città persiana della provincia d'Adzerbaidjan,
l'itinerario di Marco Polo sembra interrotto.--Checchè ne sia, lo
ritroviamo a Tauris, città vasta e commerciale, costrutta in mezzo a bei
giardini, che fa commercio di pietre preziose e d'altre merci di valore;
ma i suoi abitanti, saraceni, sono malvagi e sleali. È in questo punto
che Marco stabilisce la divisione della Persia in otto provincie.
Secondo lui, gli indigeni persiani sono nemici molestissimi pei
negozianti, i quali non possono viaggiare senza essere armati d'archi e
di freccie. Il principale commercio del paese è quello dei cavalli e
degli asini che vengono inviati al mercato di Kis o di Ormuz, e di là
alle Indie. In quanto alle produzioni del suolo, consistono in frumento,
in orzo, in miglio ed in uve, che crescono in abbondanza.

Marco Polo discese al sud sino a Yezd, la città più orientale della
Persia propriamente detta; buona città, nobile ed industriale. Allorchè
ne uscirono, i viaggiatori dovettero cavalcare per sette giorni
attraverso magnifiche foreste piene di selvaggina, per giungere alla
provincia di Kirman. Ivi i minatori raccolgono nelle montagne delle
turchesi, ferro ed antimonio. I ricami ad ago, la fabbricazione di
bardature ed armi, l'allevamento dei falchi da caccia, occupano gran
numero di abitanti.--Lasciata Kirman, Marco Polo ed i suoi due compagni
impiegarono nove giorni a traversare un paese ricco e popoloso, e
giunsero alla città di Comadi, che si crede sia la moderna Memaum,
allora già molto decaduta. La campagna era bellissima; dovunque bei
montoni grossi e pingui, buoi bianchi come la neve, con corna corte e
grosse; starne ed altri uccelli a migliaia; alberi magnifici,
specialmente datteri, aranci e pistacchi.

Dopo cinque giorni di viaggio verso il mezzodì, i tre viaggiatori
entrarono nella bella pianura di Formosa, oggidì conosciuta sotto il
nome di Ormuz, bagnata da belle riviere. Dopo due giorni ancora di
viaggio, Marco Polo si trovò alle rive del golfo Persico, e presso la
città di Ormuz, che forma il porto marittimo del regno di Kirman. Quel
paese gli parve caldissimo ed insalubre, ma ricco di datteri e d'altri
alberi fruttiferi, di gemme, stoffe di seta e d'oro, denti d'elefante e
vino di palme. Il porto era frequentato da molte navi ad un albero e ad
una sol vela, le cui tavole erano unite con fili di corteccia e non
inchiodate; laonde molte perivano nell'attraversare il mare indiano.

Da Ormuz, Marco Polo, risalendo verso il nord-est, tornò a Kirman;
quindi si avventurò, per sentieri pericolosi, attraverso un arido
deserto, ove non si trova che acqua salmastra; quello stesso deserto
che, 1500 anni prima, Alessandro superò col suo esercito, tornando dalle
bocche dell'Indo, per raggiungere l'ammiraglio Nearco. Sette giorni
dopo, Marco Polo entrò nella città di Kabis, sulla frazione del regno di
Kirman[14]. Traversò poi un altro deserto, ed in otto giorni risalì sino
a Tonocain, che dev'essere l'attuale capitale della provincia di Kumis,
cioè Damaghan. Qui Marco Polo dà alcune notizie intorno al Vecchio della
Montagna, il capo degli Hashishins (donde venne il nome di _assassino_),
setta maomettana che si segnalò pel suo fanatismo religioso e per le sue
crudeltà spaventevoli[15]. Dopo sei giorni di cammino, entrò in Supunga
(la Shibbergam dei moderni), la città per eccellenza, ove i poponi sono
più dolci del miele, e nella nobile città di Balkh, verso le sorgenti
dell'Oxo. Quindi, traversato un paese ove s'incontrano non di rado
leoni, giunse a Taikan, gran mercato di sale, che attira gran numero di
trafficanti, ed a Scasem, che alcuni commentatori ritengono sia la
moderna Koondooz. In quella contrada si trovavano molti porcispini, e
quando si dava loro la caccia, dice Marco, quegli animali, unendosi
tutti, lanciavano contro i cani i dardi che portano sul dorso e sui
fianchi. È noto ora che questa pretesa facoltà difensiva del porcospino
è da porsi nel novero delle favole.

I viaggiatori entrarono quindi sul territorio montuoso di Balacian,
contrada fredda, che produce buoni cavalli, gran corridori, falchi dal
lungo volo, ed ogni specie di selvaggina. Ivi esistono miniere di
rubini, che il re fa scavare a suo profitto in una montagna chiamata
Sighinan, sulla quale nessuno può metter piede sotto pena di morte. Si
raccoglie pure, in altri luoghi, argento, ed altre pietre colle quali si
fa «l'azzurro migliore e più fino del mondo,» cioè il lapislazzuli. A
dieci giornate da Balacian s'incontra una provincia, che dev'essere la
moderna Paishore, i cui abitanti idolatri hanno la pelle scurissima e
vivono di carne e riso; poi, verso mezzodì, il regno di Cascemire, paese
temperato, che ha molte città e villaggi, ed il cui territorio,
frastagliato da gole di monti, è facile a difendere. Giunto a questo
punto, se Marco Polo avesse proseguito più oltre nella stessa direzione,
sarebbe entrato nel territorio dell'India; ma egli risalì invece verso
il nord, e dopo dodici giorni si trovò sul territorio di Vaccan, in
mezzo a magnifici pascoli, ove erravano sterminate greggie di montoni
selvatici chiamati mufloni. Di là, attraversando le contrade di Pamer e
di Belor, territorî montuosi tra i sistemi orografici dell'Altai e
dell'Imalaia, giunsero, dopo quaranta giorni di faticose marcie, alla
provincia di Kaschgar.

È là che Marco raggiunse l'itinerario di Matteo e Niccolò Polo durante
il loro primo viaggio, quando da Boukhara furono condotti alla residenza
del Gran-Kan. Da Kaschgar Marco Polo si avanzò all'ovest, fino a
Samarcanda, grande città, abitata da cristiani e da saraceni; quindi
toccò Yarkund, città frequentata dalle carovane che fanno il commercio
tra l'India e l'Asia settentrionale; traversando quindi Cotam, Pein,
città che i moderni commentatori non si accordano nello stabilire a
quale corrisponda, posta in una contrada ove si raccoglie in abbondanza
il diaspro ed il calcedonio, giunse ad un certo regno di Ciarcian, che
alcuni commentatori ritengono sia la città detta Karashehr, che
significa _città nera_, descritta come posta sopra un gran fiume
navigabile, formato dalla congiunzione dei due fiumi che vengono
rispettivamente dal Koten e dal Yarkand; poi, dopo un cammino di cinque
giorni attraverso sabbiose pianure prive d'acqua potabile, venne a
riposarsi per otto giorni nella città di Lob, ora distrutta. Ivi fece i
suoi preparativi per attraversare il deserto che si stende verso
Oriente, «deserto sì grande, dice egli, che occorrerebbe un anno per
attraversarlo; deserto popolato da spiriti, ed in mezzo al quale
risuonano tamburi invisibili, ed altri instrumenti»[16].

Dopo un mese impiegato nel traversare quel deserto nella sua larghezza,
i tre viaggiatori giunsero nella provincia di Tangut, alla città di
Cha-tcheou, posta al limite occidentale dell'impero chinese. Questa
provincia ha pochi commercianti, chè gli abitanti, la maggior parte
idolatri, vivono dei prodotti dell'agricoltura. Fra i costumi di Tangut,
che fecero maggiore impressione su Marco Polo, dobbiamo citare quello di
non ardere i cadaveri dei morti se non nei giorni fissati dagli
astrologi; «e tutto il tempo che il morto resta in casa, quegli della
casa fanno mettere una tavola dinanzi alla cassa dov'è il morto, con
vino, pane e vivande, com'egli fosse vivo; e questo fanno ogni dì,
infino a che si dee ardere.»

Verso il nord-ovest, all'uscir dal deserto, Marco Polo ed i suoi
compagni fecero un'escursione sino a Kamil (l'Hamil dei Chinesi), città
fondata in mezzo a due deserti, abitata da idolatri che non conoscono
alcun vincolo di matrimonio. Da Kamil si spinsero sino a Chingitalas,
città sulla quale non sono ancora riusciti ad accordarsi i commentatori,
abitata da idolatri, maomettani e cristiani nestoriani. «Quivi, dice il
Polo, ha montagne ove sono buone vene d'acciaio e d'andanico, e in
questa montagna è un'altra vena, della quale si fa salamandra.»[17]

Da Chingitalas, Marco Polo ritornò a Chatcheou e riprese la sua via
verso l'est, traverso il Tangut, per la città di Succiur[18], sopra un
territorio coltivato a rabarbaro. «E quivi, dice Marco, si truova il
rebarbero in grande abbondanza, e quivi lo comperano i mercatanti, e
portanlo per tutto il mondo.» Da Succiur passò a Champicion, la
Kam-ceu-fu dei Chinesi, allora capitale di tutto il Tangut. Era una
città importante, popolata da ricchi capi idolatri, che erano poligami,
e sposavano per lo più le loro cugine o le zie[19]. I tre Veneziani
rimasero un anno in quella città. Queste lunghe fermate, e le frequenti
deviazioni dal loro cammino, spiegano perchè il loro viaggio traverso
l'Asia centrale durò più di tre anni. Uscito da Kam-ceu-fu, dopo aver
viaggiato per dodici giornate, a cavallo, Marco Polo giunse sul limite
d'un deserto di sabbia alla città d'Etzina; era un'altra deviazione,
giacchè egli saliva direttamente al nord; ma al viaggiatore stava a
cuore di visitare la celebre città di Caracorum, questa capitale tartara
che Rubruquis aveva visitata nel 1254[20].

Marco Polo aveva certo gl'istinti dell'esploratore, e non badava a
fatiche quando si trattava di completare i suoi studî geografici. In
quella circostanza, per giungere alla città tartara, dovette camminare
quaranta giorni in un deserto senza abitazioni e senza arbusti.

Giunse finalmente a Caracorum. Era una città di tre miglia di
circonferenza. Dopo essere stata per lungo tempo la capitale dell'impero
mongollo, fu conquistata da Gengis-Kan, avo dell'imperatore allora
regnante. Qui Marco Polo fa una digressione storica, in cui narra la
ribellione e le gesta dell'eroe tartaro contro quel famoso Prete Gianni,
che teneva tutto il paese sotto la sua dominazione[21].

Marco Polo, tornato a Kam-ceu-fu, viaggiò verso l'est, ed arrivò alla
città d'Erginul, che è probabilmente la città di Liang-ceu, i cui
abitanti si dividono in idolatri, cristiani nestoriani e maomettani. Di
là si spinse alquanto verso il sud, per visitare Si-gnan-fu; passò
traverso un territorio ove pascevano buoi selvaggi grossi come elefanti,
ed il prezioso capretto che fu poi chiamato portamuschio. Ritornati a
Liang-ceu, in otto giorni i viaggiatori si portarono verso l'est a
Cialis, ove si fabbricano i migliori cambellotti[22] di pelo di
cammello; quindi nella provincia di Tenduc, nella città dello stesso
nome, ove regnava un discendente del Prete Gianni, per nome Giorgio,
tributario però del Gran Kan. Era una città industriale e commerciante,
ove, al dire di Marco Polo, «sonvi gli più bianchi uomeni del paese e
più belli, e i più savi, e più uomeni mercatanti.» Di là, facendo un
angolo verso il nord, i Veneziani s'innalzarono per Sinda-cheu, al di là
della gran Muraglia della China, sino a Ciagannor, che dev'essere
Tsaan-Balgassa, bella città sul lago Ciagan-noor, ove risiede volentieri
l'imperatore quando desidera divertirsi alla caccia del girifalco,
giacchè abbondano su quel territorio le gru, le cicogne, i fagiani e le
pernici.

Finalmente, tre giorni dopo aver lasciato Ciagannor, Marco Polo, col
padre e lo zio, giunse a Giandu, l'attuale Chang-tou o Sciang-tu, ch'è
la stessa città chiamata dal Polo anche Cle-men-fu. Ivi gl'inviati del
pontefice furono ricevuti da Kublai-Kan, che allora abitava quella
residenza d'estate, posta al di là della gran Muraglia, al nord di
Cambaluc, ora Pekino, capitale dell'impero. Il viaggiatore parla poco
dell'accoglienza che gli venne fatta, ma descrive con minuziosa cura il
palagio del Kan, grande edifizio di pietre e di marmo, le cui camere
sono interamente dorate.

Questo palazzo è costrutto in mezzo ad un parco cinto da mura, ove si
vedono serragli di bestie e fontane, ed inoltre un edificio costrutto
con canne così ben intrecciate, che sono impenetrabili all'acqua: era
una specie di padiglione che si poteva smontare, nel quale il Kan
abitava nei mesi di giugno, luglio ed agosto, cioè nella buona stagione.
Tale stagione doveva esser buona infatti, giacchè, a quanto scrive Marco
Polo, degli astrologi addetti alla persona del Kan erano incaricati di
dissipare coi loro sortilegi qualunque pioggia, nebbia o intemperie.
Sembra che il Veneziano non mettesse in dubbio il potere di quei maghi.
«Questi savi uomini sono chiamati Tebot e Quesmur, e sanno più d'arte
del diavolo che tutta l'altra gente, e fanno credere alla gente, che
questo avviene per santità. E questa gente medesima, ch'io v'ho detto,
hanno una tale usanza, che quando alcuno uomo è morto per la
signoria[23], egli il fanno cuocere e mangianlo, ma no se morisse di sua
morte; e sono sì grandi incantatori, che quando il Gran Kan mangia in
sulla mastra sala, gli coppi pieni di vino e di latte e di altre loro
bevande, che sono d'altra parte della sala, si gli fanno venire senza
che altri gli tocchi, e vegnono dinanzi al Gran Kan, e questo vegiono
bene X mila persone: e questo è vero senza menzogna; e questo ben si
può fare per negromazia.»

Il Veneziano parla anche di altri monaci che menano una vita di continue
privazioni, cibandosi di crusca bagnata nell'acqua, digiunando buona
parte dell'anno, e tenendosi molte ore in adorazione innanzi agli idoli
ed al fuoco. «Egli hanno badie o monisteri (così il Polo); e si vi dico,
che v'ha una piccola città che hae uno monistero che hanno piue di cc
monaci, e vestonsi più onestamente che tutta l'altra gente.»

Marco Polo narra quindi la storia dell'imperatore Kublai, il più potente
degli uomini, che possiede più terre e tesori di qualunque uomo da Adamo
in poi. Narra come il Gran Kan avesse allora ottantacinque anni; fosse
un uomo di mediocre statura, pingue, ma ben proporzionato delle membra,
dal volto bianco e roseo, dai begli occhi neri; come salisse al trono
l'anno 1256 dalla nascita di Cristo. Era buon capitano in guerra, e lo
provò quando suo zio Naian, che governava pel nipote alcune provincie
dell'impero, sollevatosi contro di lui, volle disputargli il trono alla
testa di quattrocentomila cavalieri. Kublai-Kan, riuniti in segreto
trecentosessantamila uomini a cavallo e centomila a piedi, mosse contro
lo zio, e lo sorprese sopra una gran pianura, ove il ribelle, di nulla
sospettando, se ne stava tranquillamente accampato. Terribile fu la
battaglia. «Vi morirono tanta gente, tra dell'una e dell'altra parte,
che ciò sarebbe meraviglia a credere. Kublai-Kan rimase vincitore, e
Naian, fatto prigione, fu messo in su uno tappeto, e tanto fu pallato, e
menato in qua e in là che egli morío: e cioè fece, che non voleva che 'l
sangue del lignaggio dello imperatore facesse lamento all'aria; e questo
Naian era di suo lignaggio.» Dopo quella vittoria, l'imperatore rientrò
trionfante nella città capitale del Catai, chiamata Cambalu, che divenne
poi l'attuale Pekino. Giunto in questa città, Marco Polo dovè rimanervi
a lungo, sino all'istante in cui venne incaricato di varie missioni
nell'interno dell'impero. È a Cambalu che sorgeva il magnifico palagio
dell'imperatore, di cui il Veneziano fa la seguente descrizione, che noi
togliamo dal Codice Magliabeccano, e che darà esatta idea dell'opulenza
di quel sovrano mongollo:

«Sappiate veramente che 'l Gran Cane dimora nella mastra città, ch'è
chiamata Combalu, tre mesi dell'anno, cioè dicembre, gennaio, febbraio,
e in questa città ha suo grande palagio: ed io vi diviserò com'egli è
fatto. Lo palagio è di muro quadro, per ogni verso un miglio, e in su
ciascuno canto di questo palagio è uno molto bel palagio, e quivi si
tiene tutti gli arnesi del Gran Cane, cioè archi, turcassi e selle e
freni, corde e tende, e tutto ciò che bisogna ad oste ed a guerra. E
ancora tra questi palagi hae quattro palagi in questo cercóvito, sì che
in questo muro attorno attorno sono otto palagi, e tutti sono pieni
d'arnesi, e in ciascuno ha pur d'una cosa. E in questo muro verso la
faccia del mezzodì, hae cinque porte, e nel mezzo è una grandissima
porta, che non s'apre mai nè chiude se non quando il Gran Cane vi passa,
cioè entra e esce. E dal lato a questa porta ne sono due piccole, da
ogni lato una, onde entra tutta l'altra gente. Dall'altro lato n'hae
un'altra grande, per la quale entra comunemente tutta l'altra gente,
cioè ogni uomo. E dentro a questo muro hae un altro muro, e attorno
attorno hae otto palagi come nel primaio, e così son fatti; ancora vi
stae gli arnesi del Gran Cane.»

Fin qui, come si vede, tutti quei palagi costituiscono le rimesse e le
armerie dell'imperatore. Ma non farà meraviglia quel gran numero di
arnesi, ove si sappia che il Gran Kan possedeva una razza di cavalli
bianchi come la neve, fra cui diecimila giumente, il cui latte era
esclusivamente riserbato ai principi di sangue reale.

Marco Polo continua in questi termini:--«Nella faccia verso mezzodie ha
cinque porti, nell'altra pure una, e in mezzo di questo muro èe il
palagio del Gran Cane, ch'è fatto com'io vi conterò. Egli è il maggiore
che mai fu veduto, egli non v'ha palco, ma lo ispazzo èe alto più che
l'altra terra ben dieci palmi; la copritura è molto altissima. Le mura
delle sale e delle camere sono tutte coperte d'oro e d'ariento; havvi
iscolpite belle istorie di donne, di cavalieri, e d'uccelli e di bestie
e di molte altre belle cose; e la copritura èe altresì fatta che non vi
si può vedere altro che oro e ariento. La sala è sì lunga e sì larga,
che bene vi mangiano sei mila persone, e havvi tante camere, ch'è una
maraviglia a credere. La copritura di sopra, cioè di fuori, è vermiglia
e bionda e verde, e di tutti altri colori, ed è sì bene invernicata, che
luce come oro o cristallo, sì che molto dalla lungie si vede lucere lo
palagio. La copritura è molto ferma. Tra l'uno muro e l'altro, dentro a
quello ch'io v'ho contato di sopra, havvi begli prati e albori, e havvi
molte maniere di bestie selvatiche: cioè cervi bianchi, cavriuoli e
daini, le bestie che fanno il moscado, vaj e ermellini e altre belle
bestie. La terra dentro di questo giardino è tutta piena dentro di
queste bestie, salvo la via donde gli uomeni entrano; e dalla parte
verso il maestro ha un lago molto grande, ove hae molte generazioni di
pesci. E sì vi dico che un gran fiume vi entra e esce, ed èe sì
ordinato, che niuno pesce ne puote uscire (e havvi fatto mettere molte
generazioni di pesci in questo lago); e questo è con rete di ferro.
Anche vi dico, che verso tramontana, da lungi dal palagio una arcata, ha
fatto fare un monte, ch'è alto bene cento passi, e gira bene un miglio;
lo quale monte è pieno d'albori tutto quanto, che di niuno tempo perdono
foglie, ma sempre son verdi. E sappiate, che quando è detto al Gran Kan
di uno bello albore, egli lo fa pigliare con tutte le barbe e con molta
terra, e fallo piantare in quel monte, e sia grande quanto vuole,
ch'egli lo fa portare a' leonfanti. E sì vi dico, ch'egli ha fatto
coprire tutto il monte della terra dello azzurro ch'è tutta verde, sì
che nel monte non ha cosa se non tutta verde, perciò si chiama lo monte
verde. E in sul colmo del monte è un palagio molto grande, sì che a
guatarlo è una grande maraviglia, e non è uomo che 'l guardi, che non ne
prenda allegrezza; e per avere bella vista l'ha fatto fare il Gran
Signore per suo conforto e sollazzo. Ancora vi dico, che appresso di
questo palagio vi hae un altro nè più nè meno fatto, ove istà lo nipote
del Gran Cane, che dee regnare dopo lui, e questi è Temur figliuolo di
Cinghis, ch'era lo maggiore figliuolo del Gran Cane[24]; e questo Temur
che dee regnare tiene tutta la maniera del suo avolo, e ha già bolla
d'oro e sugiello d'imperio, ma non fa l'uficio finchè l'avolo è vivo.»

Dopo il palazzo del Kan e del suo erede, Marco Polo passa a descrivere
la città di Cambalu, città antica, che ha un circuito di ventiquattro
miglia, cioè sei miglia per ogni lato, essendo di forma quadrata, e che
è separata dalla moderna di Taidu da un canale, che divide l'odierna
Pekino in città chinese e città tartara. Il viaggiatore, sottile
osservatore, ci istruisce poi dei fatti e delle gesta dell'imperatore.
Giusta la sua relazione, Kublai-Kan avrebbe una guardia d'onore di
dodicimila cavalieri chiamati Tau, che significa cavalieri fedeli del
signore, sotto il comando di quattro capitani; «e questo non fae per
paura.» I suoi pasti sono vere cerimonie, regolate da una severa
etichetta. Alla sua tavola, che è più alta delle altre, egli siede al
nord, avendo a sinistra la sua prima moglie, a destra e più basso i
figli, i nipoti, i parenti; è servito dai più nobili baroni, che hanno
cura di turarsi la bocca ed il naso con bei drappi di seta «acciò che lo
loro fiato non andasse nelle vivande del signore.» Quando l'imperatore
s'accinge a bere, tutti gli strumenti suonano, e quando tiene in mano la
tazza tutti i baroni e spettatori s'inginocchiano umilmente. Parlando
della vita domestica del Gran Kan, il Polo osserva che «egli hae quattro
femmine, le quali tiene per sue diritte mogli. E 'l maggiore figliuolo,
ch'egli ha di queste quattro mogli, dee essere signore, per ragione,
dello imperio dopo la morte del suo padre. Elle sono chiamate
imperadricie, e ciascuna è chiamata per suo nome, e ciascuna di queste
donne tiene corte per sè; e non ve n'ha niuna che non abbia trecento
donzelle, e hanno molti valletti e scudieri, e molti altri uomeni e
femmine, sì che ciascuna di queste donne ha bene in sua corte mille
persone. E sappiate che il Gran Cane ha ancora molte amiche, e che ha
venticinque figliuoli di sue amiche, e ciascuno è gran barone; e ancora
dico che degli ventidue figliuoli ch'egli ha delle quattro mogli, gli
sette ne sono re di grandissimi reami, e tutti mantengono bene loro
regni, come savi e prodi uomeni che sono.» Le principali feste del Gran
Kan sono date da lui medesimo, una il giorno anniversario della sua
nascita, l'altra al principio d'ogni anno. Alla prima figurano intorno
al trono dodicimila baroni, ai quali l'imperatore offre annualmente
centocinquantamila vestimenta di drappo di seta d'oro ornati in perle;
mentre i sudditi, idolatri o cristiani, fanno pubbliche preghiere. Alla
seconda festa, al capo d'anno, chiamata dal Polo _la bianca festa_,
l'intera popolazione, uomini e donne, si vestono in abiti bianchi,
perchè, secondo la tradizione, il bianco porta fortuna, e ciascuno porta
al sovrano doni di grandissimo valore in oro, argento, perle e stoffe
preziose. Diecimila cavalli bianchi, cinquemila elefanti coperti di
magnifici drappi e portanti vasellami d'oro e d'argento, ed un numero
ingente di cammelli sfilano innanzi all'imperatore. La festa si chiude
con pubbliche preghiere, e per ultimo con un sontuoso banchetto che il
Gran Kan dà ai dignitarî principali della sua corte e del suo regno.

Durante i mesi di dicembre, gennaio e febbraio, che il Gran Kan passa
nella sua città d'inverno, tutti i signori, entro un raggio di sessanta
giornate di cammino, sono obbligati a provvederlo di cinghiali, cervi,
daini, caprioli ed orsi. Inoltre Kublai stesso è gran cacciatore, ed il
suo servizio da caccia è veramente superbo. Egli ha leopardi, lupi
cervieri, grandi leoni addestrati a prendere fiere, aquile abbastanza
forti per cacciare i lupi, volpi, daini, caprioli; e finalmente cani che
si contano a migliaia. È verso il mese di marzo che l'imperatore
incomincia le sue grandi caccie, dirigendosi verso il mare, ed è
accompagnato almeno da diecimila falconieri con cinquecento girofalchi,
una quantità innumerevole di astori, falchi pellegrini e falchi sacri.
Durante quella gita il re tartaro, che si compiace di tutto il lusso
della pompa orientale, è seguíto da un palazzo portatile posto su
quattro elefanti accoppiati, coperto da pelli di leoni, e foderato da
drappo d'oro. Egli procede così fino al campo di Chakiri-Mondu, alle
sorgenti del fiume Usuri, nella Manciuria, ed ivi rizza la sua tenda,
abbastanza vasta da capire diecimila cavalieri o baroni. Ivi è la sua
sala da ricevimento; ivi dà le sue udienze. Quando vuole ritirarsi o
dormire, trova in un'altra tenda una sala meravigliosa tappezzata da
pelliccie d'ermellino e di zibetto, di cui ciascuna vale duemila bisanti
d'oro, circa ventimila franchi. L'imperatore rimane così fino a Pasqua,
cacciando gru, cigni, lepri, daini, caprioli, quindi ritorna verso la
sua metropoli di Cambalu. Parlando delle leggi che regolano la caccia,
il Polo così si esprime: «Ancora sappiate, che in tutte le parti ove il
Gran Cane ha signoria, niuno nè barone nè alcuno altro uomo non può
prendere, nè cacciare nè lepre nè daini nè cavriuoli nè cierbi, nè di
niuna bestia che moltiplichi, dal mese di marzo infino all'ottobre. E
chi contra ciò facesse, sarebbe bene punito. E si vi dico ch'egli è sì
bene ubbidito, che le lepre e daini e cavriuoli e l'altre bestie, ch'io
v'ho contato, vegniono più volte insino all'uomo, e non le tocca, e non
le fa male.»

Marco Polo completa in questo punto la descrizione di questa magnifica
città. Egli enumera i dodici sobborghi che la compongono, nei quali i
più ricchi mercanti fanno fabbricare magnifici palagi. Questa città è
commerciale al massimo grado: vi affluiscono le più preziose mercanzie
come in nessun' altra città del mondo. Mille carri carichi di seta vi
entrano ogni giorno; è il deposito ed il mercato dei più ricchi prodotti
dell'India, come le perle e le pietre preziose, e vi accorre gente a
comperare da oltre duecento leghe tutto all'intorno. Per provvedere ai
bisogni del commercio, il Gran Khan ha stabilito quindi una zecca, ch'è
per lui una sorgente perenne di ricchezze. Aggiungeremo che questa
moneta non è altro che un biglietto di banca, lo stesso di cui oggidì
ogni nazione ha portato il proprio contingente sui mercati europei. Ma
qui lasciamo ancora la parola al Veneziano: «Il Gran Kan fa prendere
iscorza d'uno albore ch'à nome gelso[25]; è l'albore, le cui foglie
mangiano gli vermini che fanno la seta. E colgono la buccia sottile,
ch'è tra la buccia grossa e l'albore, o vogli tu legno dentro, e di
quella buccia fa fare carte, come di bambagia, e sono tutte nere. Quando
queste carte sono fatte così, egli ne fa delle piccole, che vagliono una
medaglia di tornesello piccolo, e l'altra vale un tornesello, e l'altra
vale un grosso d'argento da Vinegia, e l'altra un mezzo, e l'altra due
grossi, e l'altra cinque, e l'altra dieci, e l'altra un bisante d'oro, e
l'altra due, e l'altra tre: e così va infino in dieci bisanti. E tutte
queste carte sono sugiellate col sugiello del Gran Sire, e hanne fatte
fare tante, che tutto il suo tesoro ne pagherebbe. E quando queste carte
son fatte, egli ne fa fare tutti i pagamenti, e fagli ispendere per
tutte le provincie e regni e terre dov'egli ha signoria; e nessuno gli
osa rifiutare, a pena della vita. E sì vi dico, che tutte le genti e
regni che sono sotto sua signoria si pagano di questa moneta, d'ogni
mercatanzia di perle, d'oro e d'ariento e di pietre preziose, e
generalmente d'ogni altra cosa, e sì vi dico che la carta che si mette
per dieci bisanti, non ne pesa uno; e sì vi dico che gli mercatanti le
più volte cambiano questa moneta a perle, o a oro, e altre cose rare. E
molte volte è recato al Gran Sire per gli mercatanti tanta mercatanzia
in oro e in ariento che vale quattrocentomila di bisanti; e 'l Gran Sire
fa tutto pagare di quelle carte; e' mercatanti le pigliano volentieri,
perchè le spendono per tutto il paese. E molte volte fa bandire il Gran
Cane, che ogni uomo che ha oro e ariento, perle o pietre preziose o
alcuna altra cara cosa, che incontanente la debbiano avere apresentata
alla tavola del Gran Sire, ed egli lo fa pagare di queste carte; e tanto
gliene viene di questa mercatanzia, ch'è un miracolo. E quando ad alcuno
si rompe o guastasi niuna di quelle carte, egli va alla tavola del Gran
Sire, e incontanente gliene cambia, ed ègli data bella e nuova ma si
gliene lascia tre per cento. Ancora sappiate, che se alcuno vuol fare
vasellamenta d'ariento o cinture, egli va alla tavola del Gran Sire, ed
ègli dato per queste carte ariento quant'e' ne vuole, contandosi le
carte secondo che si ispendono. E questa è la ragione perchè il Gran
Sire dee avere più oro e più ariento, che signore del mondo.[26]»

Secondo Marco Polo, il sistema del governo imperiale riposa sopra una
centralizzazione eccessiva. Il reame, diviso in 34 provincie, è
amministrato da dodici nobilissimi baroni, che abitano nella stessa
città di Cambalu; ivi, nel palazzo di questi baroni, dimorano gli
intendenti e gli impiegati tutti che trattano gli affari d'ogni singola
provincia. Intorno alla città si diramano molte strade ben tenute, che
metton capo ai diversi punti del regno. Su queste strade, ad ogni
ventidue miglia, sorgono stazioni postali; ed in essa duecentomila
cavalli sono sempre pronti a trasportare i messaggieri dell'imperatore.
Più, fra le stazioni, ad ogni tre miglia, trovasi un villaggio composto
di circa quaranta case, in cui abitano i corrieri che portano a piedi i
messaggi del Gran Kan. Questi uomini, con cinghie al ventre, col capo
compresso da una benda, hanno una cintura munita di campanelli che li fa
udire da lontano; partono al galoppo, fanno rapidamente le tre miglia,
rimettono il messaggio al corriere che li attende, e per tal modo
l'imperatore riceve in un giorno ed una notte le notizie da dieci
giornate di distanza. Questo mezzo di comunicazione costa ben poco a
Kublai-Kan, perchè egli si limita, per retribuzione, ad esentuare dalle
imposte i corrieri; in quanto ai cavalli delle stazioni, sono
somministrati gratuitamente dagli abitanti delle provincie.

Ma se il re tartaro usa in maniera così assoluta del suo potere, se fa
pesare sì gravi imposte sui propri sudditi, d'altra parte s'occupa
attivamente dei loro bisogni, e sovente viene loro in aiuto. Quando la
grandine ha devastato le messi, non solo egli non esige l'usato tributo,
ma fa distribuire grano ai suoi sudditi, tolto ai suoi granai. Quando
una mortalità accidentale ha colpito i bestiami d'una provincia, egli ne
la riprovvede a sue spese. Ha cura, nelle buone annate, di mettere nei
granai un'enorme quantità d'orzo, di miglio, di frumento, di riso ed
altre derrate, in modo da mantener i grani ad un prezzo mite in tutto
l'impero. Inoltre, porta particolare affetto ai poveri della sua buona
città di Cambalu. «Ora vi conterò, dice il Polo, come il Gran Cane fa
carità alli poveri che stanno a Cambulù. A tutte le famiglie povere
della città, che sono in famiglia sei o sette, o più o meno, che non
hanno che mangiare, egli li fa dare grano e altra biada: e questo fa
fare a grandissima quantità di famiglie. Ancor non è vietato lo pane del
signore a niuna persona che voglia andare per esso. E sappiate che ve ne
vanno più di trenta mila; e questo fa fare tutto l'anno: e questo è gran
bontà di signore; e per questo è adorato come Iddio dal popolo.»
Aggiungeremo che tutto l'impero è amministrato con somma cura; le vie
ben tenute e piantate ad alberi magnifici, che servono sopratutto a
farle riconoscere al viaggiatore, nei paesi deserti. La legna è quindi
abbondantissima dappertutto; «senza contare, dice il Veneziano, che per
tutta la provincia del Catai hae una maniera di pietre nere che si
cavano dalle montagne come vena, che ardono come bucce, e tengono più lo
fuoco che non fanno la legna.» Queste pietre nere non sono altro che il
carbone fossile, che in grandissima quantità trovasi nelle montagne
delle provincie di Cheu-sì e di Pe-che-li.

Marco Polo soggiornò lungo tempo nella città di Cambalu. È certo che,
grazie alla sua vivace intelligenza, al suo spirito, alla facilità di
apprendere gl'idiomi dell'impero, venne molto in grazia all'imperatore.
Incaricato da lui di diverse missioni, non solo nella China, ma nei mari
dell'India, a Ceylan, sulle coste del Coromandel e del Malabar, e nella
parte della Cocincina presso il Cambodge; fu nominato, probabilmente tra
il 1277 ed il 1280, governatore della città di Yang-tsceu e di
ventisette altre città, comprese nella giurisdizione di questa. Grazie a
queste missioni, egli percorse un bel tratto di paese e ne riportò utili
documenti, tanto geografici, che etnologici. Noi lo seguiremo
facilmente, colla carta geografica alla mano, in quei viaggi dai quali
la scienza doveva trarre immenso profitto.


NOTE:

[7] L'_Jerzenga_ dei moderni.

[8] La _nafta_ propriamente detta è un bitume liquido,
infiammabilissimo, incoloro, della stessa origine del petrolio; è
volatile, di odore speciale fortissimo e penetrantissimo. La _nafta_ si
trova raramente pura in natura. S'incontra in Persia, in Media, sulle
sponde del mar Caspio, in Sicilia ed in Calabria. Il petrolio distillato
le somiglia perfettamente. Il territorio di Bacu e tutta la penisola di
Apsercon sul Caspio sono sparsi di sorgenti di _nafta_, cinerea e
bianca. La _nafta bianca_ arde benissimo, ma n'è scarsa la quantità;
all'incontro la _cinerea_ è abbondantissima, e sgorga talora in piccoli
ruscelli. La _nafta_, in medicina, è stata adoperata, come il petrolio,
come vermifuga e antispasmodica. (_Nota del Trad._)

[9] _Melic_ è voce araba, usata anche nella lingua mongolla, e significa
_re_.

[10] Gli indigeni credono che Alessandro Magno fondasse la città di
Derbend, e facesse erigere quella gran muraglia che corre sino al Mar
Nero, per proteggere la Persia dalle invasioni degli Sciti.

[11] _Califfo_, titolo assunto dai luogotenenti e successori di
Maometto, nel nuovo imperio temporale e spirituale fondato dal grande
legislatore. (_Nota del Trad._)

[12] Ecco quanto riferisce il Polo intorno alla presa di Bagdad:

«Egli è vero che negli anni Domini 1258 lo Gran Tartero, ch'avea nome
Alau, fratello del signore che in quel tempo regnava, ragunò grande
oste, e venne sopra lo califfo in Baudac (_Bagdad_), e presela per
forza. E questo fu grande fatto, imperocchè in Baudac aveva piue di
cento mila cavalieri senza gli pedoni. E quando Alau l'ebbe presa, trovò
al califfo piena una torre d'oro e d'argento e d'altro tesoro, tanto che
giammai non se ne trovò tanto insieme. Quando Alau vide tanto tesoro,
molto se ne maravigliò, e mandò per lo califfo ch'era preso, e sì gli
disse: _califfo, perchè ragunasti tanto tesoro? che ne volevi tu fare? E
quando tu sapesti ch'io veniva sopra te, come non soldavi cavalieri e
gente per difendere te e la terra tua e la tua gente?_ Lo califfo non li
seppe rispondere. Allotta (_allora_) disse Alau: _califfo, da che tue
ami tanto l'avere, io te ne voglio dare a mangiare_. E fecelo mettere in
quella torre, e comandò che non gli fosse dato nè bere nè mangiare, e
disse: _Ora ti satolla del tuo tesoro._ E quattro dì vivette, e poscia
si trovò morto. E perciò meglio fosse che lo avesse dato a gente per
difendere sua terra.»

[13] Ecco la storia meravigliosa citata dal Polo:

«Ora vi conterò una maraviglia che avvenne a Baudac (Bagdad) e a Mosul.
Negli anni MCCLXXV era uno califfo in Baudac che molto odiava gli
cristiani; e ciò è naturale alli saracini. Egli pensò di fare tornare
gli cristiani, saracini, o di uccidergli tutti, e a questo aveva suoi
consiglieri saracini. Ora mandò lo califfo per tutti i cristiani
ch'erano di là, e misse loro dinanzi questo punto; che egli trovava in
uno vasello iscritto, che se alcuno cristiano avesse tanta fede quanto
un granello di senape, per suo prego che facesse a Dio, farebbe giungere
due montagne insieme; e mostrò loro il vasello. Gli cristiani dissero
che bene era vero.--Dunque, disse il califfo, tra voi tutti dee essere
tanta fede, quanto un granello di senape; or dunque fate rimuovere
quella montagna, od io vi ucciderò tutti, o voi vi farete saracini, chè
chi non ha fede dee essere morto.--E di questo fare diede loro termine
dieci dì. Quando gli cristiani udirono ciò che il califfo avea detto,
ebbono grandissima paura; e non sapevano che si fare. Ragunaronsi tutti,
piccoli e grandi, maschi e femmine, l'arcivescovo e 'l vescovo, e
pregarono assai Iddio; e istettono otto dì tutti in orazione, pregando
che Iddio loro aitasse, e guardassegli da sì crudele morte. La nona
notte apparve l'angiolo al vescovo, ch'era molto santo uomo, e dissegli
che andasse la mattina al cotale calzolaio, e che gli dicesse che la
montagna si muterebbe. Quello calzolaio era buono uomo, ed era di sì
buona vita, che un dì una femmina venne a sua bottega, molto bella,
nella quale un poco peccò cogli occhi, ed egli colla lesina vi si
percosse, sicchè mai non ne vidde; sicchè egli era santo e buono uomo.
Quando questa visione venne al vescovo, che per lo calzolaio si dovea
mutare la montagna, fece ragunare tutti gli cristiani, e disse loro la
visione. Allora lo vescovo pregò lo calzolaio che pregasse Iddio che
mutasse la montagna; ed egli disse ch'egli non era uomo sufficiente a
ciò: tanto fu pregato per gli cristiani, che lo calzolaio si misse in
orazione. Quando il termine fu compiuto, la mattina tutti gli cristiani
n'andarono alla chiesa, e feciono cantare la messa, pregando Iddio che
gli aiutasse; poscia tolsero la croce e andarono nel piano dinanzi a
questa montagna, e quivi era, tra maschi e femmine, piccoli e grandi,
bene centomila. E 'l califfo vi venne con molti saracini armati per
uccidere tutti gli cristiani, credendo che la montagna non si mutasse.
Istando gli cristiani in orazione dinanzi alla croce ginocchioni, e
pregando Iddio di questo fatto, la montagna cominciò a rovinare e a
mutarsi. Gli saracini veggendo ciò si maravigliarono molto, e il califfo
si convertì con molti saracini; e quando lo califfo morìo, si trovò una
croce a collo, e gli saracini vedendo questo nol sotterrarono nel
monimento con gli altri califfi passati, anzi lo missono in un altro
luogo.»

[14] L'Oasi di Kabis era un giorno asilo delle carovane, florida sede di
commercio e d'industria, e governata da un luogotenente del principe di
Seiestan.

[15] Crediamo opportuno di riprodurre integralmente dal Codice
Magliabeccano, questo interessante capitolo:

«Milice è una contrada dove il Veglio della Montagna soleva dimorare
anticamente. Or vi conteremo l'affare, secondo che messer Marco intese
da più uomini. Lo Veglio è chiamato in lor lingua Aloodyn. Egli aveva
fatto fare fra due montagne, in una valle, lo più bello giardino, e 'l
più grande del mondo; quivi avea tutti frutti, e li più belli palagi del
mondo, tutti dipinti ad oro e a bestie e a uccelli. Quivi era condotti:
per tale veniva acqua e per tale miele e per tale vino. Quivi era
donzelli e donzelle, gli più belli del mondo, e che meglio sapevano
cantare e sonare e ballare; e faceva lo Veglio credere a costoro che
quello era lo paradiso. E perciò il fece, perchè Malcometto disse, che
chi andasse in paradiso avrebbe di belle femmine tante quante volesse,
quivi troverebbe fiumi di latte e di miele e di vino; e perciò lo fece
simile a quello che avea detto Malcometto. E gli saracini di quella
contrada credevano veramente che quello fosse lo paradiso; e in questo
giardino non entrava se non colui, cui egli voleva fare assassino.
All'entrata del giardino avea un castello sì forte, che non temeva niuno
uomo del mondo. Lo Veglio teneva in sua corte tutti giovani di 12 anni,
li quali li paressero da diventare prodi uomini. Quando lo Veglio ne
faceva mettere nel giardino, a 4, a 10, a 20, egli faceva loro dare bere
oppio, e quegli dormivano bene tre dì, e facevagli portare nel giardino,
e al tempo gli faceva isvegliare.

«Quando gli giovani si svegliavano, e gli si trovavano là entro, e
vedevano tutte queste cose, veramente si credevano essere in paradiso; e
queste donzelle sempre istavano con loro in canti e in grandi sollazzi;
donde egli aveano sì quello che volevano, che mai per loro volere non si
sarebbono partiti di quello giardino. Il Veglio tiene bella corte e
ricca, e fa credere a quegli di quella montagna, che così sia com'io
v'ho detto. E quando egli ne vuole mandare niuno di quelli giovani, in
niuno luogo, li fa loro dare beveraggio che dormono, e fagli recare
fuori del giardino in sul suo palagio. Quando coloro si svegliano,
trovansi quivi, molto si maravigliano, e sono molto tristi, chè si
trovano fuori del paradiso. Egli se ne vanno incontanente dinanzi al
Veglio, credendo che sia un gran profeta, e inginocchiansi. Egli gli
domanda: _Onde venite?_ Rispondono: _Dal paradiso_, e contangli quello
che v'hanno veduto entro, e hanno gran voglia di ritornarvi. E quando il
Veglio vuole fare uccidere alcuna persona, egli fa tôrre quello lo quale
sia più vigoroso, e fagli uccidere cui egli vuole; e coloro lo fanno
volentieri, per ritornare nel paradiso. Se scampano, ritornano al loro
signore; se è preso, vuole morire, credendo ritornare al paradiso. E
quando lo Veglio vuole fare uccidere niuno uomo, egli lo prende e dice:
_Va', fa tal cosa: e questo ti fo perchè ti voglio fare ritornare al
paradiso._ E gli assassini vanno e fannolo molto volentieri. E in questa
maniera non campa niuno uomo dinanzi al Veglio della Montagna, a cui
egli lo vuole fare: e sì vi dico che più re li fanno tributo per quella
paura. Egli è vero che negli anni 1277, Alau signore dei Tartari del
levante, che sapeva tutte queste malvagità, pensò tra sè medesimo di
volerlo distruggere, e mandò e' suoi baroni a questo giardino, e
istettonvi tre anni attorno al castello prima che l'avessono; nè mai non
lo avrebbono avuto, se non per fame. Allotta per fame fu preso, e fu
morto lo Veglio e sua gente tutta; e d'allora in qua non vi fu più
Veglio niuno: in lui fu finita tutta la signoria.»

[16] Ecco il testo preciso delle parole del Polo, secondo il Codice
Magliabeccano:

«E quivi si trova tale maraviglia: quando l'uomo cavalca di notte per lo
deserto, egli avviene questo, che se alcuno rimane addietro delli
compagni per dormire o per altro, quando vuole poi andare per giungere
li compagni, ode parlare i spiriti in àiere, che somigliano li suoi
compagni, e più volte è chiamato per lo suo nome proprio, e è fatto
disviare talvolta in tal modo che mai non si trova; e molti ne sono già
perduti; e molte volte ode l'uomo molti stromenti in aria, e
propriamente tamburi.»

Qualche commentatore ha trovato ragioni per credere che il passare delle
carovane sia accompagnato, in questo deserto, da un suono speciale,
prodotto dalla sabbia messa in movimento da molti animali.

[17] La falsa credenza popolare che la _salamandra_ possa resistere al
fuoco, indusse probabilmente il Veneziano a dare questo nome a quella
pietra che noi conosciamo sotto il nome di _amianto_, minerale che si
presenta in filamenti sottili bianchi alquanto madreperlacei, morbidi
come seta, infusibili, _incombustibili_. Nelle Alpi del Piemonte
l'amianto è comune; la sua quantità non è però tale da farne grandi
applicazioni: si adopera a mo' di lucignolo per le lampade ad alcool; si
è pensato pure a farne filacce per gli usi della chirurgia. Pei chimici,
l'amianto è un _silicato di magnesia_. (_Nota del Trad._)

[18] La moderna Su-ceu, nella provincia di Can-su, al termine
occidentale della grande muraglia.

[19] Nel testo francese si legge: «_il prenent le cousines por feme, et
prenent la feme sun pere._»

[20] Rubruquis, o Ruysbroeck (Guglielmo di), frate cordeliere celebre
pei suoi viaggi, nato nel Brabante verso il 1215, fu inviato nel 1253 da
S. Luigi, re di Francia, ad un capo dei Tartari che aveva, dicesi,
abbracciato il cristianesimo. Accompagnato dal cordeliere Bartolomeo da
Cremona, traversò il Mar Nero, ed incontrò Sortach presso il Volga; ma
questo capo non era cristiano, e Rubruquis fu spogliato di tutto quel
che possedeva. Ei riconobbe il Mar Caspio, visitò il Khan Batu, andò a
Carakorum, presso Mangu, successore di Gengis-Khan, e tornò per
l'Armenia. Da San Giovanni d'Acri rese conto della sua missione a S.
Luigi; la sua narrazione, scritta in buona fede, è piena di particolari
curiosi sui Tartari e si trova nelle raccolte Hakluyt e Purchas.
(_Nota del Trad._)

[21] Verso la metà del secolo XII, si sparse in Europa la vaga notizia
dell'esistenza in Asia di un sovrano, spirituale e temporale ad un
tempo, chiamato Prete Gianni. Dalle ricerche fatte dagli storici
risulterebbe in fatti che al tempo della presa d'Antiochia era re del
Cara-Catay, Coir-can, e che dopo la sua morte usurpò il trono un prete
nestoriano, capo dei Naimans, generalmente chiamato il Prete Giovanni.

[22] Specie di tessuto di peli di cammello, molto compatto e molto
solido, che un giorno si fabbricava in Oriente, ed oggi si fabbrica
anche da noi con peli di capra. Ai nostri dì il _cambellotto_ è pure una
stoffa di lana pura, o mista di lana e seta, che si prepara tanto in
Francia che in Italia. (_Nota del Trad._)

[23] Cioè, è condannato a morte dalla giustizia. (_J. V._)

[24] Cinghis Cane, figlio maggiore dell'imperatore, essendo venuto a
morte, l'eredità del trono spettava di diritto al primogenito del
defunto. Come ognuno vede, questa legge è la stessa che regola le
successioni delle monarchie europee. (_Nota del Trad._)

[25] _Morus papyrifera._ Parlando di queste specie di gelso, il Capitano
Mayne-Reid così si esprime: «Il _morus papyrifera_ è originario della
China, del Giappone o delle isole dell'Oceano Pacifico: ma come gli
altri gelsi, venne portato in Europa ed in America, ove lo si coltiva
oggidì a titolo d'ornamento. Il suo frutto, di colore scarlatto, è
sferico, in luogo d'essere oblungo come quelli dei gelsi propriamente
detti. È per questa ragione che i botanici fanno un genere a parte, di
cui è l'unico campione: le sue foglie non servono di cibo al baco da
seta, ma costituiscono, in cambio, un eccellente foraggio pel bestiame.
Però la parte più interessante del _gelso-papiro_ è senza dubbio la
corteccia, che serve a fabbricare la carta nella China e nel Giappone. È
appunto con questa sostanza che si fabbrica la magnifica carta della
China, che serve nell'incisione, ed è con questa stessa corteccia che i
naturali delle isole della Società tessono quella superba stoffa bianca,
che causò tanta sorpresa agli Europei allorchè la videro per la prima
volta.» (_Nota del Trad._)

[26] Malgrado la pomposa dissertazione che fa il Polo intorno ai meriti
ed i vantaggi della _carta monetata_, diremo che questa istituzione, di
cui i Chinesi avevano già sperimentato tutti i beni e tutti i mali,
essendo stata introdotta in China (secondo le dotte ricerche del
Klapreth) sino dall'807 dell'èra volgare, regnando Ian-tsunh, della
dinastia dei Tang, fu causa di gravissimi scompigli nelle finanze
chinesi, sia per la spaventosa falsificazione di quelle carte, sia pei
fallimenti delle banche autorizzate all'emissione di questi cenci
rappresentativi delle ricchezze. Nel 1287 Kublai-Khan, adottando il
progetto del ministro Lusci-iung, piantò il credito sulla base fallace
della violenza: la rovina del commercio, il depauperamento de' privati,
la perdita d'ogni fiducia nel principe, furono gli effetti inevitabili
di questo pericoloso sistema. Invano la dinastia dei Ming cercò di
sostenere il credito periclitante: il governo passava da un fallimento
all'altro; e verso la metà del secolo XV^o una crisi finale fece
scomparire nella China, per sempre, la carta monetata.

Vorremmo ingannarci, ma tale è pure la sorte serbata alla circolazione
cartacea presso le nazioni europee. (_Nota del Trad._)



                             CAPITOLO III.

 Tso-tcheu.--Tainfu.--Pin-yang-fu.--Il fiume Giallo.--Chaciafu.
 --Si-gnan-fu.--Il Sze-tchuen.--Ching-tu-fu.--Il Tibet.--Li-Kiang-fu.
 --Il Caragia.--Yung-chang.--Mien.--Il Bengala.--L'Annam.--Il Tai-ping.
 --Sinuglil.--Sindi-fu.--Chacafu.--Ciaglu.--Ciagli.--Codifu.
 --Lin-tsin-tcheu.--Lin-tching-hien.--Il Mangi.--Yang-tcheou.
 --Città del litorale.--Quinsay o Hang-tcheu.--Il Fu-chian.


Marco Polo, dopo aver soggiornato a Cambalu, venne dal Gran Kan
incaricato d'una missione che lo tenne lontano ben quattro mesi dalla
capitale. Lontano dieci miglia circa da Cambaluc, verso il sud, traversò
il magnifico fiume Pehonor, che egli chiama Pulinzanchiz; lo valicò
sopra un bel ponte di marmo di ventiquattro arcate, lungo trecento
passi, il quale non ha il simile in tutto il mondo. A trenta miglia di
là incontrò Tso-tcheu, città industriale che ha eccellenti alberghi pei
viaggiatori, ed ove si lavora specialmente in legno di sandalo, tessuti
di seta e d'oro.

A dieci giornate da Tso-tcheu, giunse nella moderna città di Tainfu, che
fu un tempo sede di un governo indipendente. Tutta quella provincia gli
parve ricca di viti e di gelsi; la principale industria della città era
allora la fabbricazione delle armature per conto dell'imperatore. Sette
giornate più oltre trovò la bella città di Pianfu, oggidì Pin-yang-fu,
tutta dedita al commercio ed al lavoro della seta. Marco Polo, dopo aver
visitata questa città, giunse sulle rive del celebre fiume Giallo,
ch'egli chiama Charamera, ossia _fiume nero_, forse a causa delle sue
acque oscurate dalle piante acquatiche. Attraversato il fiume, giunse ad
una nobile città chiamata Chaciafu, nella quale alcuni commentatori
ravvisano la moderna Pu-ceu-fu (che allora chiamavasi O-ciung-fu) sulla
riva orientale del fiume Giallo[27], e che è ai nostri dì una delle più
ragguardevoli città del Scian-si. Lasciata quella città, ove non vide
nulla che meritasse menzione, Marco Polo percorse a cavallo una bella
contrada, sparsa di castella, di città, di giardini, e ricca di
cacciagione. Dopo otto giorni di cammino, giunse alla nobile città di
Si-gnan-fu, allora chiamata Quengianfu, antica capitale della dinastia
dei Thang. Ivi regnava un figlio del Gran Kan, per nome Manghala,
principe giusto ed amato dal suo popolo; egli abitava, fuori della
città, un magnifico palazzo costrutto in mezzo ad un parco, le cui mura
merlate avevano circa cinque miglia di circonferenza. Quella città
presentava allora un mercato importantissimo di gioie, stoffe ed
armature d'ogni genere.

Da Si-gnan-fu il nostro viaggiatore si diresse verso il Tibet,
attraversando una contrada montuosa ch'egli chiama Chunchum, e che
probabilmente corrisponde alla moderna provincia di Sze-tchuen. «Egli ha
per monti e per valli città e castella assai, e sono idoli, e vivono di
loro lavorio di terra e di boscaglie; e havvi molti boschi, ove sono
molte belle bestie selvatiche, come sono lioni e orsi e cavriuoli, lupi
cervieri, daini e cierbi, e altre bestie assai, sì che troppo n'hanno
grande utilità.»

Dopo aver viaggiato ventitre giorni, toccò i confini della immensa
pianura di Ambalet-Mangi. Quel paese è fertile, ricco d'ogni sorta di
produzioni e particolarmente di zenzero, di cui fornisce tutta la
provincia del Cattai. Ed è tale la fertilità del suolo, che, secondo un
viaggiatore francese, E. Simon, lo si vende oggidì a 30,000 franchi
all'ettara, cioè tre franchi al metro. Nel secolo XIII quella pianura
era coperta di città e castella, e gli abitanti vivevano dei frutti del
terreno, dei prodotti del bestiame e della selvaggina, che forniva ai
cacciatori una preda facile ed abbondante.

Continuando il suo viaggio verso ponente, Marco Polo penetrò nella
provincia di Sze-tchuen, e giunse alla nobile città di Sindi-fu, la
moderna Chin-tu-fu, la cui popolazione attuale supera 1,500,000
abitanti. Sindi-fu misurava allora un circuito di venti miglia, era
divisa in tre parti, ognuna delle quali, circondata d'un muro
particolare, aveva il proprio re prima che Kublai-Kan se ne
impadronisse. «E sappiate, dice il Polo meravigliato, che per mezzo
questa città passa un gran fiume d'acqua dolce, ed è largo bene mezzo
miglio, ov'ha molti pesci, e va infine al mare Oceano, e havvi bene da
ottanta in cento miglia, ed è chiamato Quiia-fu.»

Questo fiume non è altro che l'Yang-tse-kiang, che attraversa la China
da ovest ad est, e n'è il fiume più importante. Sulle nostre carte lo
troviamo indicato col nome di Fiume Bleu.

«E in su questo fiume, prosegue il Veneziano, ha città e castella assai,
e havvi tante navi, che appena si potrebbe credere chi nol vedesse; e
v'ha tanta moltitudine di mercatanti, che vanno giuso e suso, ch'è una
grande meraviglia. E il fiume è sì largo, che pare un mare a vedere, non
fiume. E dentro della città in su questo fiume è un ponte tutto di
pietre, ed è lungo bene un mezzo miglio, e largo otto passi: e su per
quello ponte ha colonne di marmo, che sostengono la copritura del ponte;
e sappiate ch'egli è coperto di bella copritura, e tutto dipinto di
belle istorie, e havvi suso più magioni ove si tiene molta mercatanzia e
favvisi arti: ma si vi dico che quelle case sono di legno, che la sera
si disfanno e la mattina si rifanno. E quivi è lo camarlingo del Gran
Sire, che riceve lo diritto della mercatanzia che si vende in su quel
ponte; e si vi dico che il diritto di quel ponte vale l'anno bene mille
bisanti[28].»

Uscito da quella città commerciale e industriosa, Marco Polo, dopo
cinque giorni di marcia, attraverso vaste foreste, giunse alla provincia
del Tibet, ch'egli dice «molto guasta dalla guerra fattavi da
Mogut-Kan.»

La provincia del Tibet, alla quale i Chinesi dànno nome di Si-tsang o
Tsang occidentale, è abitata da leoni, orsi ed altre belve, da cui i
viaggiatori durerebbero fatica a difendersi, se non vi crescessero in
gran copia quelle canne meravigliosamente grosse e alte, che noi
chiamiamo bambù.[29] Infatti «gli mercatanti e gli viandanti prendono
quelle canne la notte e fannole ardere nel fuoco; perchè fanno sì grande
iscoppiata, che tutti gli lioni e orsi e altre bestie fiere hanno paura
e fuggono, e non si accosterebbero al fuoco per cosa del mondo. E
questo si fanno per paura di quelle bestie chè ve n'ha assai. Le canne
iscoppiono, perchè si mettono verdi nel fuoco, e quelle si torcono e
fendono per mezzo, e per questo fendere fanno tanto romore, che s'odono
dalla lunga presso a cinque miglia di notte, e piue; ed è sì terribile
cosa a udire, che chi non fosse d'udirlo usato, ogni uomo n'avrebbe gran
paura, e gli cavagli che non ne sono usi, si spaventano sì forte che
rompono capresti, e ogni cosa e fuggono; e questo avviene spesse volte.
E a ciò prendere rimedio, a cavagli che non ne sono usi, e' gli fanno
incapestrati di tutti e quattro li piedi, e fasciare gli occhi, e turare
gli orecchi; si che non può fuggire quando ode questo iscoppio; e così
campano gli uomeni, la notte, loro e le loro bestie.»

Lo stratagemma riferitoci dal Polo viene ancora impiegato nelle contrade
che producono il bambù, e per vero lo scoppio delle canne divorate dalle
fiamme può paragonarsi ai più violenti petardi d'un fuoco d'artifizio.

Secondo la relazione del viaggiatore veneziano, il Tibet è una
vastissima provincia divisa in otto reami, con molte città e castella,
bagnata da fiumi e laghi ed attraversata da montagne dalle quali si trae
oro in quantità. I fiumi che hanno origine nel Tibet e sopratutto il
Kin-cha-kiang (Yang-tse-kiang), il cui nome significa _fiume dall'aurea
sabbia_, sono ricchi di pagliuzze d'oro. Gli abitanti sono idolatri e
malvagi, e formano una razza di terribili ladroni. Vivono dei frutti
della terra, di bestie e d'uccelli. Le donne sono impudiche, e fanno,
per doni, di sè mercato ai viaggiatori che attraversano quella
provincia. Quantunque il Tibet fosse allora sotto la dominazione del
Gran Kan, non vi si conoscevano nè le monete nè le banconote
dell'impero; all'incontro vi si spendeva il corallo, di cui gli abitanti
adornavano il collo delle loro femmine ed i loro idoli.

Marco Polo, nel lasciare Si-gnan-fu, erasi diretto verso l'ovest.
Traversò il regno di Gaindu che secondo alcuni corrisponderebbe al
territorio settentrionale dei Birmani, secondo altri invece a quella
montuosa regione circondata dai territorî del Bengala, Arracan, abitata
da schiatte indigene dette Cain, Chien o Chiaen, lungo le rive del
braccio sinistro del fiume Arracan, e visitò un bel lago, che produceva
ostriche perlifere, la cui pesca era riservata all'imperatore. Vide
anche una montagna dalla quale si cavavano quelle pietre conosciute
sotto il nome di turchese. Il garofano, lo zenzero, la cannella ed altre
spezie davano in quel paese abbondantissimi raccolti.

Gli abitanti di questa provincia non hanno denaro, ed impiegano come
moneta dei pezzi di sale di mezza libbra, una libbra, ecc. ecc. Non
conoscono vergogna alcuna, giacchè trovano naturale il far marcato delle
proprie mogli, figlie e sorelle ai forestieri che attraversano la
contrada.

Lasciato il regno di Gaindu, e traversato un gran fiume da lui chiamato
Brunis che pare fosse il Kincha-kiang, fiume a rena d'oro, Marco Polo
tornò direttamente al sud-est, e penetrò nella provincia di Garagia,
regione che si crede formi la parte nord-ovest dell'Yun-nan, chiamata
tutt'ora, dagli indigeni e dai maomettani dell'Asia Centrale, Caraian; e
ch'era allora governata da Jesau Temur, nipote di Kublai.

Secondo il Veneziano, gli abitanti di quella provincia, eccellenti
cavalcatori, mangiavano la carne cruda dei polli, dei montoni, dei
bufali e dei buoi; i ricchi soltanto la condivano d'una salsa composta
d'aglio e di buone spezie. Quel reame era altresì frequentato da grossi
serpenti orribili a vedersi.

Quei rettili, probabilmente alligatori, erano lunghi dieci passi;
avevano due gambe poste sul davanti presso il capo ed armate d'un
unghione che era smisurato; la loro gola poteva inghiottire un uomo in
un boccone.

La capitale di questa provincia è una città che il Polo chiama Jaci, e
che si crede corrisponda alla moderna Tsu-iong-fu. Gli abitanti sono
parte maomettani, parte cristiani nestoriani, ed il rimanente idolatri.
«Quivi hae mercatanti ed artefici, dice il nostro viaggiatore, e
spendono per moneta _porcellane bianche_, che si truovano nel mare.» È
questa una specie di conchiglia che noi conosciamo sotto il nome di
_Cyproea moneta_, che gli Indiani chiamano _Cooris_, usata anche ai dì
nostri come moneta alle Maldive ed in diverse parti delle Indie.

Marco Polo passa quindi a descrivere la maniera impiegata dagli
indigeni di quella contrada per impadronirsi dei terribili alligatori
che infestano i loro corsi d'acqua, e dice che il fiele di questi
anfibî, preso come beveraggio, è reputato nel paese come medicina contro
la morsicatura d'un cane rabbioso.[30]

A cinque giornate all'ovest di Caragia, Marco Polo, continuando ancora
verso mezzodì, penetrò nella provincia di Ardanda, la cui capitale,
Vaciau, sembra corrispondere alla moderna città di Yung-chang. Tutti gli
abitanti di questa città avevano denti d'oro, cioè usavano coprirli con
laminette d'oro, che levavano per mangiare. Gli uomini di quella
provincia, tutti cavalieri, «non fanno nulla salvo che uccellare, andare
a caccia od andare in oste (_in guerra_)»: i lavori faticosi sono
riservati alle donne ed agli schiavi. Gli abitanti di Ardanda non hanno
idoli, nè chiese, ma adorano il più vecchio della famiglia;
 cioè il nonno, il patriarca. Siccome non conoscono scrittura di
sorta, così «quando hanno, dice il Polo, affare l'uno con l'altro, fanno
tacche di legno, e l'uno tiene l'una metà, e l'altro l'altra metà;
quando colui dee pagare la moneta, egli la paga e fassi dare l'altra
metà della tacca.» Non hanno medici, ma bensì dei maghi od incantatori,
che saltano, danzano, cantano e suonano strumenti presso il malato; e
quindi ordinano sacrifizi e banchetti, finchè l'infermo muore o risana.

Nel lasciare la provincia ove gli abitanti avevano i denti d'oro, Marco
Polo seguì la grande strada che serve al traffico tra l'India e
l'Indo-Cina, e passò per Bamo ove, tre volte la settimana, si teneva un
gran mercato, che attirava i negozianti dei paesi più lontani. Dopo aver
cavalcato quindici giorni in mezzo a foreste popolate da elefanti,
liocorni ed altre fiere, giunse a Mye, o a Mien, cioè in quella parte
dell'alto Birman la cui capitale, di recente costruzione, si chiama
Arampura. Questa città di Mien, che fu probabilmente l'antica Ava,
chiamata dagli indigeni Miamma, ora in ruina; oppure la vecchia Paghau,
situata sull'Irraonady, possedeva una vera meraviglia architettonica;
erane due torri, l'una costrutta di belle pietre ed interamente coperta
da una lamina d'oro dello spessore d'un dito, l'altra ricoperta da una
lamina d'argento, ambe fatte costruire da un re di Mien, prima che quel
reame cadesse in potere del Kan.

Dopo di aver visitata quella provincia, Marco Polo discese fino a
Baugala, l'attuale Bengala, oggidì una delle tre grandi divisioni
dell'India Inglese, e che a quei tempi, nel 1290, non apparteneva ancora
a Kublai-Kan. Le armate dell'imperatore si adoperavano allora a
conquistare quel paese fertile, ricco di cotone, di zenzero, di canne da
zucchero, e i cui magnifici buoi eguagliavano in grossezza gli elefanti.
Poscia, di là, il viaggiatore si avventurò fino alla città di Cangigu,
nella provincia dello stesso nome. Alcuni credono che sotto questo nome
abbia ad intendersi il regno di Tonkino, altri invece il territorio di
Cangcur. Gli abitanti di quel regno praticavano il tatuaggio, e mediante
aghi si disegnavano sul volto, sul collo, sul ventre, sulle mani, sulle
gambe, immagini di leoni, di draghi, d'uccelli, «e chi più n'ha di
queste dipinture più si tiene gentile e bello.»

Cangigu è il punto più meridionale raggiunto da Marco Polo in questo
viaggio. A partire da questa città risalì verso il nord-est, e pel paese
d'Amu, che credesi sia il territorio di Bamu, in mezzo all'Impero
Birmano ed alla provincia del Yun-nan, giunse nella provincia di Toloma,
oggidì conosciuta sotto il nome di Tai-ping. Ivi trovò begli uomini,
bruni di pelle, valenti guerrieri, i cui monti sono muniti di castelli
fortificati e che si nutrono abitualmente di carne, riso e spezie.
«Quando muoiono fanno ardere i loro corpi, e l'osse che non possono
ardere sì le mettono in piccole cassette, e portanle alle montagne, e
fannole istare appicate caverne, si che niuno uomo nè altra bestia non
puote toccare. L'oro abbonda nel paese; usano però come piccola moneta
la _porcellana_, ossia quella conchiglia (_Cyproea moneta_) di cui
abbiamo già parlato più addietro. Vivono di carne, di latte, di riso e
di spezie.

Qui il signor Charton fa giustamente osservare che il viaggiatore si
allontana dal paese conosciuto sotto il nome d'India al di là del
Gange, e ritorna verso la China. Infatti, lasciata Toloma, Marco Polo
seguì per dodici giorni, verso levante, un fiume sulle cui rive
sorgevano molte città e castella; e giunse alla città di Sinuglil, che
si crede sia la moderna Sou-tcheou, capitale della provincia di Guinguì,
che dev'essere, scrive il Lazari, il territorio bagnato dalle acque del
Chin-scia-chiang. Ciò che lo colpì dippiù in questa contrada,--e si ha
ragione di credere che l'ardito esploratore fosse anche un valente
cacciatore,--fu il gran numero di leoni che infestavano le pianure e le
montagne. Tutti i commentatori sono però d'accordo nel ritenere che i
leoni di Marco Polo non fossero altro che tigri, non essendovi leoni
nella China. Ecco quanto ne dice il Veneziano: «V'ha tanti leoni, che se
neuno dormisse la notte fuori di casa, sarebbe incontanente mangiato. E
chi di notte va per questo fiume, se la barca non istà ben di lungi
dalla terra, quando si riposa la barca, andrebbe alcuno leone, e
piglierebbe uno di questi uomeni, e mangerebbolo; ma gli uomeni se ne
sanno bene guardare. Gli leoni vi sono grandissimi e pericolosi. E sì vi
dico una grande maraviglia, che due cani vanno a un gran leone, e sono
questi cani di questa contrada, e sì lo uccidono, tanto sono arditi. E
dirovvi come. Quando un uomo è a cavallo con due di questi buon cani,
come i cani veggono il leone, tosto corrono a lui, l'uno dinanzi e
l'altro di dietro, ma sono sie (_sì_) ammaestrati e leggieri che 'l
lione non gli tocca, perciò che 'l lione riguarda molto l'uomo; poi il
lione si mette a partire per trovare albore (_albero_), ove ponga le
reni per mostrare il viso agli cani, e gli cani tuttavia lo mordono alle
coscie, e fannolo rivolgere or qua or là, e l'uomo ch'è a cavallo, sì lo
seguita percotendolo con sue saette molte volte, tanto che 'l lione cade
morto, sì che non si puote difendere da uno uomo a cavallo con due buoni
cani.»

Parlando degli abitanti di questa provincia, dice che «hanno sete assai,
che sono idolatri, sottoposti al Gran Cane, e spendono monete di carta.»

Da quella provincia, Marco Polo risalì direttamente il fiume, ed in capo
a dodici giorni fu di ritorno a Sindi-fu, capitale della provincia di
Szet-chuen, dalla quale era partito per compiere la sua escursione nel
Tibet. Di là, riprendendo la via già percorsa, fece ritorno presso
Kublai-Kan, dopo aver felicemente compiuta la sua missione
nell'Indo-China.

Sembra che allora Marco Polo venisse incaricato dall'imperatore
d'un'altra missione nella parte sud-est della China «la parte più ricca
e più commerciale di quel vasto impero, dice il Pauthier nel suo bel
lavoro sul viaggiatore veneziano, e quella altresì su cui, dopo il
secolo XVI, si ebbero in Europa maggiori notizie.»

Se stiamo all'itinerario tracciato sulla carta del Pauthier, Marco
Polo, lasciando Cambalu, si diresse al mezzodì verso Chacafu, ch'è la
moderna Ho-hien-fu, una delle più ragguardevoli città del Peche-li; di
là a Ciaglu, oggidì Tsan-tcheou, ove si fabbricava il sale, che veniva
esportato nelle circostanti contrade, indi a Ciagli, città industriosa
che i commentatori ritengono sia la moderna Tetcheu, sulle rive
dell'Eu-ho, all'entrare della provincia di Shan-tung; finalmente a
Codifu o Codiufu, l'attuale Tsi-nan-fu, capitale della provincia di
Shan-tung, patria del grande filosofo e legislatore Confucio[31]. Codifu
era a quel tempo una grande città, la più nobile di tutte quelle
contrade, frequentatissima dai negozianti di seta, ed i cui meravigliosi
giardini producevano gran quantità di frutti deliziosi. A tre giornate
di cammino da Codiufu, Marco Polo trovò la città di Siugni, che credesi
corrisponda alla moderna Lin-tsin-sceu, posta all'imboccatura del gran
canale di Yun-no, punto di convegno delle innumerevoli navi che «recano
nelle provincie del Mangi e del Cattai grandi mercatanzie, tanto, ch'è
maraviglia a credere.»

[Illustrazione: Quel paese gli parve caldissimo ed insalubre, ma ricco di
datteri e d'altri alberi fruttiferi....  Cap. II, _pag._ 22]

Otto giorni dopo traversava Lingni, che sembra corrispondere all'odierna
città di Lin-tching-hien; quindi passava per Pigni, oggidì Pi-tcheou;
Cigni, che si crede sia la moderna Sut-zi-hien, e giungeva al Caramera o
Fiume Giallo, che aveva già traversato nel suo corso superiore, mentre
dirigevasi verso l'Indo-China.

Parlando dell'importanza di questo fiume nella navigazione e nel
commercio dell'impero, ecco le parole testuali del Polo: «Sappiate che
il gran fiume di Caramera, che viene dalla terra del Prete Gianni, è
largo un miglio; ed è molto profondo, sì che bene vi puote andare gran
nave; egli ha questo fiume bene quindicimila navi, che tutti sono del
Gran Cane, per portare sue cose, quando fa oste (_guerra_), all'isole
del mare, che 'l mare è presso a una giornata. E ciascuna di queste navi
vuole bene quindici marinari, e portano in ognuna quindici cavagli
cogli uomeni, co' loro arnesi e vivande.»

Il nostro viaggiatore attraversò quel fiume, e si trovò nella provincia
di Mangi, un tempo distinta col nome d'Impero dei Song, e sottomesso da
Kublai solo dal 1278.

Questo impero, prima di appartenere a Kublai-Kan, era governato da un re
pacifico, che abborriva la guerra, ed era pietoso verso gl'infelici. Il
testo francese dei viaggi di Marco Polo parla di lui alquanto
diffusamente nei termini, seguenti, che traduciamo: «Quell'ultimo
imperatore della dinastia dei Song poteva spendere tanto, che era un
prodigio; vi racconterò di lui due tratti nobilissimi. Ogni anno egli
faceva allattare ben ventimila bambini; dacchè è costume in quei paesi,
che le povere donne gettino via i figli appena nati, quando non possono
nutrirli. Il re li faceva raccoglier tutti, faceva inscrivere sotto qual
segno e sotto qual pianeta erano nati, poi li dava a nutrire in diversi
luoghi, perchè manteneva nutrici in quantità[32]. Quando un ricco
non aveva figli, andava dal re e si faceva dare quanti bambini
voleva, e quelli che voleva; poi il re, quando i giovani e le fanciulle
erano in età da unirsi in matrimonio, li sposava fra loro, e dava loro
da vivere; in tal modo ogni anno ne allevava ben ventimila tra maschi e
femmine. Se passando in qualche strada vedeva una casa piccola fra due
grandi, domandava perchè quella casetta non era grande come le altre, e
se gli dicevano ciò essere perchè apparteneva ad un povero, tosto la
faceva ridurre bella ed alta come le altre. Quel re si faceva sempre
servire da mille paggi e da mille damigelle. Manteneva nel suo regno una
giustizia così severa, che non vi si commetteva nessun delitto; durante
la notte le case del mercanti rimanevano aperte, nè alcuno vi prendeva
nulla; si poteva viaggiare di notte come di giorno.»

Entrando nella città di Mangi, Marco Polo trovò Chygiagni, oggidì
Hoai-gnan-fou, nella provincia di Kiang-nan, città posta sulle rive del
fiume Giallo, la cui principale industria è la fabbricazione del sale,
che si cava da alcune paludi salmastre. Ad una giornata da quella città,
seguendo una strada lastricata di belle pietre, il viaggiatore giunse
alla città di Pauchi, oggidì Pao-yng, rinomata pe' drappi d'oro, Chayu o
Kac-yeou, i cui abitanti sono cacciatori e pescatori valenti, poi a
Tai-tcheou, ove approdano navigli in gran numero; ed arrivò finalmente a
Yangui.

Questa città di Yangui è l'odierna Yang-tsceu, di cui Marco Polo fu
governatore durante tre anni. È città popolatissima e molto
commerciante, ed ha non meno di due leghe di circuito. Marco Polo partì
da Yangui per diverse esplorazioni, che gli permisero di studiare
minutamente le città del litorale e dell'interno.

Dapprima il viaggiatore si diresse verso ponente e giunse a Nangi (da
non confondersi colla moderna Nan-king), città posta in una provincia
fertilissima, i cui abitanti, dice il Polo, «vivono di mercatanzie e
d'arti, e hanno seta assai e uccellazioni e cacciagioni, e ogni cosa da
vivere, e hanno lioni assai.» Proseguendo il suo viaggio, visitò
Saianfu, oggidì Siang-yang-fou, nella provincia Hon-quang. Fu questa
l'ultima città del Mangi che resistette alla dominazione di Kublai-Kan.
L'imperatore vi tenne l'assedio per tre anni, e se ne impadronì da
ultimo mercè i tre Polo, i quali costrussero potenti baliste che
schiacciarono gli assediati sotto una grandine di sassi, alcuni dei
quali pesavano fin trecento libbre.

Da Saianfu Marco Polo tornò sui suoi passi per esplorare le città del
litorale. Egli rientrò senza dubbio a Yang-tcheou; visitò Sigui, città
posta sul fiume Yang-tse-kiang, che nel suo corso superiore è chiamato
Kin-scia-kiang. Questa città di Sigui (da non confondersi con quella di
cui il Polo ha parlato indietro) di cui non sanno che congetturare i
commentatori, sorge in un punto ove il fiume è largo più d'una lega, e
riceve più di mille navigli in una volta. Da Sigui si portò a Chiagui
(la moderna Chua-tcheou), posta nel luogo ove il canale imperiale entra
nel Yang-tse-kiang. È questa la città che fornisce di biade la massima
parte della corte imperiale. Visitò Cinghiafu (Tching-kian-fou) di
faccia a Chua-tcheou, ov'erano due chiese di cristiani nestoriani;
Cinghingiu (Tchang-tcheou-fou), presso il Canale, città commerciale ed
industriale, e Su-tcheu o Sut-sen, grande città di sei leghe di
circuito, che, secondo la relazione esageratissima del viaggiatore
veneziano, possedeva allora non meno di seimila ponti. Soggiornò qualche
tempo a Ingiu, città posta ad una giornata da Su-tcheu, e che credesi
corrisponda alla moderna Ho-tcheu; indi a Cianghi (Kia-hing); per ultimo
entrò nella nobile città di Quinsay, l'antica e famosa Hang-tcheu,
capitale della provincia di Tche-kiang, che divenne sede degli
imperatori quando i Song, incalzati da Nu-tché, vi si rifugiarono, nel
1132, e allora essa fu chiamata King-se, onde la Quinsay del Polo, la
King-sai di Rascideddin, e la Cansa d'Ihn-Batuta; che a torto alcuni
arguirono significasse la _città del cielo_.

Quinsay, che corrisponde alla moderna Hang-tcheou-fou, ha cento miglia
di circuito, ed è traversata dal fiume Tsientang-kiang, che, diramandosi
all'infinito, fa di Quinsay un'altra Venezia. Quell'antica capitale dei
Song è popolosa quasi quanto Pekino; le vie sono selciate di pietre e
mattoni: si contano, secondo Marco Polo, «dodicimila ponti di pietra, e
sotto la maggior parte di questi ponti vi potrebbe passare, sotto
l'arco, una gran nave, e per gli altri bene mezza nave.» In quella città
vivono i più ricchi negozianti del mondo, le cui mogli «stanno così
delicatamente come se fossero cose angeliche.» Quivi è la residenza d'un
vicerè che governa per l'imperatore più di centoquaranta città. Vi si
vedeva ancora il palagio dell'antico sovrano del Mangi, circondato da
bei giardini, con laghi, fontane, e contenente più di mille camere. Il
Gran Kan ricava da quella città e dalla provincia rendite immense, fra
cui va contato il prodotto del sale, dello zuccaro, delle spezie e della
seta, che costituiscono la principale produzione del paese.

«A quindici miglia da Quinsay, tra greco e levante, dice il Polo, è il
mare Oceano, e quine (_quivi_) è una città che ha nome Giafu, ove ha
molto buon porto, e havvi molte navi che vengono d'India e d'altri
paesi. E da questa città al mare hae un gran fiume, onde le navi possono
venire infino alla terra.» Questa Giafu credesi dai commentatori sia la
moderna città di Kuang-teheu o Canton, una delle più grandi e più
ricche città commerciali della China.

«Quando l'uomo si parte di Quinsay, dice il Veneziano, e' vae una
giornata verso iscirocco, tuttavia trovando palagi e giardini molti
belli, ove si truova tutte cose da vivere; di capo di questa giornata si
truova questa città, c'ha nome Tapigni, molto bella e grande, ed è
disotto a Quinsay.» Qualche commentatore ha ravvisato nella Tapigni del
Polo la moderna Fu-yang; altri invece Chao-hing-fou.

In seguito il nostro viaggiatore visitò: Nugui (Hon-tcheou), Chegui
(Tchu-ki, o, secondo altri, Yen-tcheou-fou), Ciafia (Kin-tcheou), e
finalmente Chagu (Kiang-chan-fu), l'ultima città del reame del Quinsay.

Marco Polo entrò quindi nel regno di Fugui. Secondo la sua relazione,
gli abitanti di questa contrada sarebbero gente crudele, antropofaghi,
«che tutto dì vanno uccidendo gli uomeni e bevendo il sangue, e poscia
gli mangiano tutti, e altro non procacciano.» Visitò Quellafu
(Kien-ning-fou) sulle rive del Min, bellissima città che ha ponti di
pietra lunghi un miglio; e dove «avvi galline che non hanno penni ma
peli come gatte, e tutte nere, e fanno uove come le nostre, e sono molto
buone da mangiare;» Ungue, città che i commentatori non hanno saputo
trovare, ma che si suppone sia la moderna Mingtsing, sebbene non siavi
veruna somiglianza di nome.

Poco dopo il Veneziano entrò nella città di Fugui, capitale del regno di
Cancha; nella quale i commentatori hanno ravvisato Fu-ceu, capitale del
Fu-chian, che giace a breve distanza dal mare, sopra un braccio del
Niao-tung-chiang (Min). Ivi gli abitanti sono idolatri e dediti al
commercio delle pietre preziose, dello zucchero e d'altre mercanzie che
vengono per mare dall'India.

Da Fugui, dopo aver viaggiato per cinque giornate verso sud-ovest,
attraversando valli e pianure seminate di città e castelli, raggiunse
Zarton, nella quale i commentatori hanno riconosciuto l'odierna
Tsiuan-ceu, celebre porto della China meridionale, nella provincia di
Fu-chian, detto eziandio volgarmente Tseu-tung, che anche sotto la
dominazione dei Ming era assai frequentato dagli Arabi, dai Persiani e
dagli Indiani.

Dopo di aver parlato dei tesori che trae il Gran Kan da questa città,
pel commercio importante ch'ivi si esercita in spezie e prodotti d'ogni
genere dell'India, Marco Polo dice che in questa provincia havvi una
città per nome Tenugnise (Ting-tcheou, nella parte occidentale del
Fo-kien) ove si fabbricano le migliori scodelle di porcellana del mondo,
ad un prezzo veramente tenuissimo.

Il Polo rimase qualche tempo nella città di Zarton, che i commentatori
ritengono l'estremo punto da lui visitato in questo viaggio nella China
sud-orientale.[33]


NOTE:

[27] I Chinesi dànno a questo fiume il nome di: Hoang-ho.
(_Nota del Trad._)

[28] Pari a L. 20,220.--Il _Bisante_ è un antica moneta d'oro,
coll'impronta di due santi, così appellata da Bisanzio, ora
Costantinopoli, ove questa moneta coniavasi primamente. Equivaleva a
lire 20 e cent. 22 di nostra moneta. (_N. del Trad._)

[29] Il _Bambu_ comune (_Arundo Bambos_) ha sovente l'altezza di 20
metri. (_N. del Trad._)

[30] Qualche commentatore crede che questi terribili mostri di cui parla
il Polo, sieno boa (_boa constrictor_), frequentissimi nella China
Meridionale, massime nell'Yun-nan, e che sono spesso lunghi da 25 a 30
piedi. Essi inghiottono gli animali, come i caprioli ed altri. La carne
di questi boa è squisita a mangiarsi; il fiele estrattone vendesi caro
per medicina; della pelle si fanno tamburi e vagine di pugnali e spade.

[31] Confucio (_Khung-fu-tseu_ o _Khung-tseu_), nato verso il 551 av.
Cristo nella città di Tsi-nan-fu, di cui suo padre era governatore,
discendeva, dicesi, da _Hoang-ti_, legislatore della Cina. Fino dalla
prima gioventù sostenne uffici governativi; a 24 anni, dopo la morte
della madre, si consacrò alla meditazione e formò il disegno di
riformare i costumi della sua patria. Percorse parecchie provincie e si
vide in breve circondato da un gran numero di discepoli. Il re di
Tsi-nan-fu lo nominò suo primo ministro. Corresse i costumi, riformò la
giustizia e fece prosperare l'agricoltura ed il commercio, ma ben presto
fu costretto a ritirarsi. Dopo aver di nuovo percorso le provincie per
predicare la morale, scrisse i libri che lo resero immortale, e morì
verso il 479 av. Cristo, circondato dai suoi discepoli, che gli resero
una specie di culto. I suoi discendenti esistono ancora nella Cina e vi
godono di parecchi privilegi.--Confucio rivide i _Kings_, libri sacri
dei Cinesi, riorganizzò il culto e divenne così il capo o restauratore
della religione, o piuttosto della setta filosofica religiosa che vige
tuttodì nella Cina. Scrisse l'_Yih-King_ (libro delle Trasformazioni),
lo _Sciu-King_ (Libro per eccellenza), che contiene un sunto storico
sulla storia della Cina fino al 770 av. C.; il _Sci-King_ (Libro dei
versi), raccolta di canti popolari, nazionali e religiosi: il _Li-Ki_
(Rituale), sul quale poggia tutto il sistema religioso; lo _Sciun-Sieu_
(primavera ed autunno), storia del reame di Lu; il _Hiao-King_ (dialogo
sulla pietà filiale), che contiene gli apoftegmi di Confucio; e ciò che
precede il _Ta-hio_ (la grande scienza), uno dei quattro libri scritti
dai suoi discepoli. (_Nota del Trad._)

[32] Oggidì la carità dei missionari cristiani si è sostituita a quella
del buon principe, là ove madri snaturate abbandonano per le vie i
proprî nati, che, non di rado, divengono pasto ai porci od ai cani.
(_Nota del Trad._)

[33] Qui finisce la seconda parte dei Viaggi, nella quale descrivesi la
China.



                             CAPITOLO IV.

 L'India.--Cipango o Zipagu (il Giappone).--Partenza dei tre Polo colla
 figlia dell'imperatore e gli ambasciatori
 persiani.--Saigon.--Giava.--Condor.--Bintang.--Sumatra.--I
 Nicobari.--Ceylan.--La costa di Coromandel.--La costa di Malabar.--Il
 mar d'Oman.--L'isola di Gocotora.--Madagascar.--Zanzibar e la costa
 africana.--L'Abissinia.--Aden.--Schehr.--Dafur.--Kalhat.--Hormuz.--Il
 Golfo Persico.--Ritorno a Venezia.--Una festa in casa Polo.--Marco Polo
 prigioniero dei Genovesi.--Morte di Marco Polo verso l'anno 1323.--Suoi
 discendenti.--Ricordi della famiglia Polo.


Marco Polo, terminata felicemente quell'esplorazione, ritornò senza
dubbio alla corte di Kublai-Kan. Egli fu ancora incaricato di varie
missioni, che gli furono agevolate e dalla sua conoscenza della lingua
mongolla, della turca, della cinese e della mantchou. Pare ch'egli
facesse parte d'una spedizione intrapresa nelle isole dell'India, ed al
suo ritorno stese un rapporto particolareggiato sulla navigazione di
quei mari ancora poco conosciuti.

«Sappiate, dice egli, che nell'India sono molte navi, ch'elle sono d'un
legno chiamato abete e di sapino; elle hanno una coverta e in su questa
coverta hae bene 40 camere, ove in ciascuna puote istare un mercatante
agiatamente; e hanno un timone e quattro alberi, e molte vi giungono due
alberi che si levano e pongono. Queste navi vogliono bene duecento
marinai; ma elle sono tali che portano bene cinquemila isporte di pepe,
e di datteli seimila. E' vogano co' remi, che a ciascuno remo vogliono
essere quattro marinai, e hanno queste navi tali barche, che porta l'una
bene mille isporte di pepe. E sì vi dico che questa barca mena bene
quaranta marinai, e vanno a remi, e molte volte aiutano tirare la gran
nave; ancora mena la nave dieci battelli per prendere pesci.» La
relazione del Polo fornisce notizie assai dettagliate ed interessanti
sull'isola di Cipango, nome applicato al gruppo d'isole che compongono
il Giappone, ch'era allora un paese rinomato per le sue ricchezze.[34]
«Zipagu, dice il nostro esploratore, è un'isola in levante, ch'è
nell'alto mare millecinquecento miglia. L'isola è molto grande, le genti
sono bianche, di bella maniera e belle, e sono idolatri, e non
obbediscono ad alcuno. Qui si trova l'oro, però n'hanno assai; niuno
uomo non vi va, e niuno mercante non leva di questo oro; perciò n'hanno
eglino cotanto. Il palagio del signore dell'isola è molto grande, ed è
coperto d'oro, come si cuoprono di qua le chiese di piombo; e tutto lo
spazzo delle camere è coperto d'oro, ed èvvi alto bene due dita, e tutte
le finestre e mura e ogni cosa e anche le sale sono coperte d'oro; e non
si potrebbe dire la sua valuta. E gli hanno perle assai, e sono rosse e
tonde e grosse, e sono più care che le bianche; ancora v'ha molte pietre
preziose, e non si potrebbe contare la ricchezza di questa isola.»

La fama delle ricchezze del Giappone era giunta sino in China, ed aveva
risvegliata la cupidigia di Kublai-Kan, che, verso il 1264, pochi anni
prima della venuta di Marco Polo alla corte tartara, aveva tentato
d'impadronirsi di quell'isola. La sua flotta, comandata da due baroni,
approdò felicemente a Cipango, s'impadronì d'una cittadella, i cui
difensori furono passati a fil di spada; ma una tempesta disperse le
navi tartare, e la spedizione non ebbe risultato. I due baroni che
avevano condotta quella sciagurata impresa vennero, d'ordine
dell'imperatore, decapitati. Marco Polo racconta circostanziatamente
questo tentativo, e cita varî particolari intorno ai costumi dei
Giapponesi.

«Sappiate, dice il Veneziano, che quando alcuno di questa isola prende
alcuno uomo, che non si possa ricomperare, convita suoi parenti e i suoi
compagni, e fallo cuocere, e dàllo mangiare a costoro, e dicono ch'è la
migliore carne che si mangi.»

Secondo il Polo, all'epoca in cui egli visitò la China, i Giapponesi
sarebbero stati antropofaghi, come lo sono ancora oggidì gl'indigeni di
molte isole dell'oceano Pacifico.

Intanto Marco Polo, suo zio Matteo e suo padre Niccolò, trovavansi da
ben diciassette anni al servizio dell'imperatore, senza contare gli anni
spesi nel viaggio dall'Europa alla Cina. Avevano vivo desiderio di
rivedere la patria; ma Kublai-Kan, che era loro affezionatissimo, e ne
apprezzava i meriti, non sapeva risolversi a lasciarli partire. Tutto
tentò egli per vincere la loro risoluzione, ed offerse loro immense
ricchezze se acconsentivano a non più abbandonarlo. I tre Veneziani
persistettero nel disegno di tornare in Europa, ma l'imperatore rifiutò
loro assolutamente la licenza di partire. Marco Polo non sapeva come
deludere la vigilanza dell'imperatore, quando un avvenimento mutò la
determinazione di Kublai-Kan.

Un principe mongollo, Arghum, che regnava in Persia, avea mandato
un'ambasciata all'imperatore per chiedergli in matrimonio una
principessa del sangue reale. Kublai-Kan accordò al principe Arghum la
mano di sua figlia Cogatra, e la fece partire accompagnata d'un seguito
numeroso.

Ma le contrade che la scorta volle traversare per recarsi in Persia non
erano sicure; turbolenze, ribellioni, l'arrestarono ben presto, e la
carovana dovè ritornare, dopo alcuni mesi, alla residenza di Kublai-Kan.
Allora gli ambasciatori persiani, avendo sentito parlare di Marco Polo
come d'un valente navigatore che aveva conoscenza del mare Indiano,
supplicarono l'imperatore di confidare a lui la principessa Cogatra,
affinchè la conducesse al suo fidanzato, traversando quei mari meno
pericolosi del continente.

Kublai-Kan cedè, non senza difficoltà, a quella domanda. Egli fece
allestire una flotta di quattordici navi a quattro alberi, ed
approvigionolla per un viaggio di due anni. Qualcuna di quelle navi
contava persino duecentocinquanta uomini di equipaggio. Come si vede,
era una spedizione importante, e degna dell'opulento sovrano dell'impero
chinese.

Matteo, Niccolò e Marco Polo s'imbarcarono colla principessa Cogatra e
cogli ambasciatori persiani. Fu in quel tragitto, che durò non meno di
diciotto mesi, che Marco Polo visitò le isole della Sonda e dell'India,
di cui fa una descrizione tanto completa? Noi possiam fino ad un certo
punto ammetterlo, sopratutto per quanto riguarda Ceylan ed il litorale
della penisola indiana. Lo seguiremo quindi durante la sua navigazione,
e riferiremo le descrizioni ch'egli dà di quei paesi, fino allora
imperfettamente conosciuti.

Fu verso il 1291 o 1292 che la flotta comandata da Marco Polo lasciò il
porto di Zaiton, ove il viaggiatore era giunto nel suo viaggio traverso
le provincie meridionali della Cina. Da questo punto, egli si diresse
direttamente verso la vasta contrada di Ciamba, nella quale tutti i
commentatori s'accordano nel ravvisare Tsiampa o Bintuan, provincia
della Cocincina meridionale.[35] Il viaggiatore veneziano aveva già
visitato quella provincia, probabilmente verso l'anno 1280, durante una
missione di cui l'imperatore l'aveva incaricato.

«Sappiate, dice il Polo, che quando l'uomo si parte del porto di Zaiton
e navica verso ponente, e alcuna verso gorbi (_garbino_, ossia
_libeccio_) milleduecento miglia, sì si trova una contrada c'ha nome
Ciamba, ch'è molto ricca terra e grande, e hanno re per loro; e sono
idoli (_idolatri_); e fanno trebuto al Gran Cane ciascuno anno 20
leofanti, e non gli dànno altro, li più belli, che vi si possono
trovare, che n'hanno assai. E questo fece conquistare il Gran Cane negli
anni Domini 1278.»

Allorchè Marco Polo percorse quel paese prima della conquista, il re che
lo governava aveva non meno di trecentoventisei figliuoli, di cui
centocinquanta atti a portare le armi. In quel regno non si usava
maritare niuna bella pulzella senza il consenso del re, il quale poteva
disporne a suo talento.

Lasciando la penisola cambodgiana, la flotta si diresse verso l'isoletta
di Condor; ma prima di descriverla, Marco Polo cita la grande isola di
Giava, di cui Kublai-Kan non aveva mai potuto impadronirsi, «per lo
pericolo del navicare e della via, sì è lunga.» Quest'isola possiede
grandi ricchezze e produce in abbondanza pepe, noci moscate, garofano ed
altre droghe preziose. Qualche commentatore ha creduto che sotto il nome
di _Java_ intendesse il Polo di parlare di Borneo, a cui gl'indigeni
dànno infatti il nome di _Jana Java_ (paese di Giava) e _Nusa Java_
(isola di Giava). E quì giova rammentare ai nostri lettori che il Polo
non visitò questi luoghi, ma ne parla «per quello che seppe dalla bocca
di uomini degni di fede» secondo le stesse sue parole. Dopo aver fatto
sosta alle isole di Sodur e Codur, che sono, a quanto sembra, le isole
di Pulo Condor nel mare della China, ove vide oro in abbondanza, Marco
Polo giunse all'isola di Petam, che si crede sia l'isola di Buitang,
posta vicino all'entrata orientale dello stretto di Malacca, e presso
l'isola di Sumatra, ch'egli chiama la Piccola-Giava.

«Quest'isola, egli dice, è tanto verso mezzodì che la tramontana
(_l'Orsa_) non si vede nè poco nè assai. Sappiate che in su quest'isola
hae otto re coronati, e sono tutti idolatri, e ciascuno di questi reami
ha lingua per sè. Quì ha grande abbondanza di tesoro e di tutte care
ispezierie.» Sumatra è infatti una delle più fertili isole del gruppo,
ove l'aloè vi cresce meravigliosamente: vi si trovano elefanti selvatici
e rinoceronti, che Marco Polo chiama _unicorni_, e scimmie che vanno a
frotte numerose. La flotta fu trattenuta cinque mesi presso quella
costa, in causa del cattivo tempo, ed il viaggiatore ne approfittò per
visitare le principali provincie dell'isola, come Ferbet (Tandjong
Perlak), i cui abitanti delle montagne sono feroci ed antropofaghi;
Basma, che secondo alcuni sarebbe Pasem o Pasé dei moderni: secondo
altri, Pasaumak, nell'interno del Palembang; Samarcha, che secondo
l'opinione del Murray corrisponderebbe all'odierno porto di Samangca, i
cui abitanti, dice il Veneziano, «hanno alberi, che tagliano gli rami e
quelli gocciola, e quella acqua che ne cade è vino; ed empiesene tra dì
e notte un gran coppo che sta appiccato al troncone, ed è molto buono.»
È questo il tanto rinomato liquore della palma, che fornisce un vino che
in poche ore fermenta e diviene inebbriante. Anche le noci di cocco sono
quivi abbondantissime. Marco Polo visitò inoltre i reami di Dragouayu
(probabilmente l'Ayer Aje dei moderni) i cui abitanti sono antropofaghi;
di Lambri (Nalabu, sulla costa occidentale dell'isola) ove sono
moltissimi uomini colla coda (scimmie senza dubbio), e Fransur, cioè
l'isola di Pauchor, ove cresce il _cicade_, da cui si trae una farina
buona per pane, che noi chiamiamo _sagù_. Finalmente i venti permisero
alle navi di lasciare la Piccola Giava; dopo aver toccato l'isola di
Necaran, che dev'essere una delle Nicobari, ed il gruppo delle Andaman,
i cui abitanti sono ancora antropofaghi, come ai tempi di Marco Polo, la
flotta, presa la direzione del sud-ovest, andò a prender terra alle
coste di Ceylan. «Quest'isola, dice la relazione, anticamente fu via
maggiore, che girava 4600 miglia; ma il vento alla tramontana vien sì
forte, che una gran parte ne ha fatta andare sott'acqua.» Questa
tradizione sussiste ancora fra gli abitanti di Ceylan. «E sappiate,
continua il Polo, che in questa isola nascono i buoni e nobili rubini, e
non nascono in niuno luogo del mondo piue, e quì nascono zaffiri e
topazi e amatisti, e alcune altre pietre preziose. E si vi dico che il
re di quest'isola, che si chiama Sedemay, hae il piue bello rubino del
mondo, e che mai fosse veduto; e dirovvi com'è fatto. È lungo presso che
un palmo, ed è grosso bene altrettanto, come sia un braccio di uomo,
egli è piue ispredente (_splendente_) cosa del mondo, egli non ha niuna
tacca, egli è vermiglio come fuoco, ed è di sì gran valuta che non si
potrebbe comperare. E il Gran Cane mandò per questo rubino, e gliene
voleva dare la valuta d'una buona città, ed egli disse che nol darebbe
per cosa del mondo, però ch'egli fue degli suoi antichi.»

A sessanta miglia all'ovest di Ceylan, i naviganti trovarono la gran
provincia di Maabar, che non bisogna confondere col Malabar, posto sulla
costa occidentale della penisola indiana, come erroneamente è scritto
nel codice Ramusiano. Questo Maabar forma il sud della costa di
Coromandel, molto stimata per le sue peschiere di perle. Ivi sono certi
incantatori che rendono i mostri marini innocui ai pescatori, specie
d'astrologhi la cui razza si perpetuò fino ai tempi moderni. Qui Marco
Polo dà interessanti particolari sui costumi degli indigeni; sulla morte
dei re del paese, in onore dei quali i signori si gettano nel fuoco; sui
suicidî religiosi, che sono frequenti; sul sacrificio delle vedove, che
il rogo reclama dopo la morte dei mariti; sulle abluzioni biquotidiane,
di cui la religione fa un dovere; sull'attitudine di quegli indigeni a
diventare buoni fisonomisti; sulla loro fiducia nelle arti degli
astrologhi ed indovini.

Dopo di aver soggiornato qualche tempo sulla costa del Coromandel, Marco
Polo si diresse al nord sino al reame di Muftili, che corrisponde al
territorio su cui giace la moderna città di Masulipatam, che formò parte
una volta del regno di Telingana, di cui era capitale Golconda, famosa
per le sue miniere di diamante.

«Questo regno, dice il Polo, è ad una reina molto savia, che rimase
vedova bene quarant'anni, e voleva sì gran bene al suo signore, che
giammai non volle prendere altro marito; e costei hae tenuto questo
regno in grande istato, ed era più amata che mai fosse o re o reina. Ora
in questo reame si truova diamanti; e dirovvi come. Questo reame hae
grandi montagne, e quando piove, l'acqua viene rovinando giuso per
queste montagne; e gli uomeni vanno cercando per la via ove l'acqua è
ita, e trovane assai di diamanti; e la state che non vi piove si se ne
trova su per quelle montagne; ma e' v'ha sì grande caldo che a pena vi
si puote sofferire. E su per le montagne ha tanti serpenti e sì grandi,
che gli uomeni vivono a grande dottanza (_timore_), e sono molto
velenosi, e non sono arditi d'andare presso alle loro caverne di quelli
serpenti. Ancora gli uomeni hanno gli diamanti per un altro modo,
ch'egli hanno sì grandi fossati e sì profondi, che veruno vi puote
andare; ed egli vi gettano entro pezzi di carne, e gittanla in questi
fossati di che la carne cade in su questi diamanti, e ficcansi nella
carne. E in su queste montagne istanno aguglie (_aquile_) bianche che
stanno tra questi serpenti: quando l'aguglie sentono questa carne in
questi fossati, elle si vanno colà giuso, e reconla in sulla riva di
questi fossati, e questi vanno incontro all'aguglie, e l'aguglie
fuggono, e gli uomeni truovano in questa carne questi diamanti; ed
ancora ne truovano, che queste aguglie sì ne beccano di questi diamanti
colla carne insieme, e gli uomeni vanno la mattina al nidio
dell'aguglia, e trovano coll'uscita (_escrementi_) loro di questi
diamanti. So che così si truovano i diamanti per questi modi, nè in
luogo del mondo non se ne truova di questi diamanti se non in questo
reame. E non crediate che gli buoni diamanti si rechino di qua tra gli
cristiani; anzi si portano al Gran Cane, ed agli altri re e baroni di
quelle contrade che hanno lo gran tesoro.»

Dopo aver visitato la piccola città di San Tomaso, situata ad alcune
miglia al sud di Madras, e ch'è l'odierna Mailapur (città dei pavoni)
degli Indiani, San Tomé degli Europei, Beita-Tuma o tempio di S. Tomaso
degli antichi viaggiatori arabi, nella quale riposa il corpo di S.
Tomaso apostolo, Marco Polo esplorò il regno di Masbar, e più
particolarmente la provincia di Lar, da cui sono originari tutti i
«Bregomani» del mondo (probabilmente i Bramani). Quegli uomini, secondo
la relazione, vivono vecchissimi grazie alla loro sobrietà ed astinenza;
alcuni dei loro monaci giungono ai cencinquanta o dugento anni, non
mangiando che riso e latte, e bevendo un miscuglio di zolfo ed argento
vivo. I Bregomani sono destri mercanti, superstiziosi però, ma
lealissimi; non rubano, non uccidono essere vivente, ed adorano il bue,
che tengono in conto d'animale sacro. «Si conoscono, dice il Polo, per
un filo di bambagia ch'egli portano sotto la spalla diritta, sì che gli
viene il filo a traverso il petto e le ispalle.»

Da quel punto della costa la flotta ritornò a Ceylan, ove nel 1284
Kublai-Kan aveva spedito un'ambasceria, che gli riportò le credute
reliquie d'Adamo, e fra le altre cose i suoi due denti mascellari;
giacchè, stando alle tradizioni dei Saracini, la tomba del nostro primo
padre sarebbe posta sulla vetta della montagna dirupata che forma il
punto più culminante dell'isola, e che chiamasi appunto per ciò il Picco
di Adamo. Dopo aver perduto di vista Ceylan, Marco Polo andò a Cail,
porto che pare sia scomparso dalle carte moderne, dove approdavano
allora tutte le navi che venivano da Hormuz Kis, Aden e dalle coste
dell'Arabia. Di là, girando il capo Comorino, all'estremità della
penisola, giunsero i navigatori in vista di Culam, che al secolo XIII
era una città molto commerciale, ed ove, dice il Polo, «gli abitanti
sono tutti neri, maschi e femmine, e vanno tutti ignudi.» Ivi si
raccoglie particolarmente il legno di sandalo, ed i mercanti del Levante
e del Ponente vi accorrono a negoziare in gran numero. Il paese del
Malabar è feracissimo di riso; ha leopardi, che Marco Polo chiama «leoni
tutti neri», pappagalli di varie specie, e pavoni assai più belli e più
grossi dei loro congeneri d'Europa.

La flotta, lasciato Coilum, seguì verso il nord la costa del Malabar, e
giunse sulle sponde del reame di Ely, che sembra corrispondere a
Mangalore, nell'antico regno di Samorin. «Qui, dice il Veneziano, nasce
pepe, giengiavo (_ginepro_) e molte altre ispezierie.»

Al nord di quel regno stendevasi quella contrada che il viaggiatore
veneziano chiama Melibar, e che è situata al nord del Malabar
propriamente detto. Le navi dei negozianti del Mangi venivano spesso a
trafficare cogli indigeni di questa parte dell'India, che loro fornivano
carichi di droghe eccellenti, bugrani preziosi ed altre mercanzie di
gran valore; ma i loro vascelli erano troppo sovente saccheggiati dai
pirati della costa, che avevano fama di terribili uomini di mare. Quei
pirati abitavano più particolarmente la penisola di Gohurat, oggi
Gudgiarate, verso la quale la flottiglia si diresse dopo aver veduto
Tanat, contrada ove si raccoglie l'incenso bruno, Kambaget, città che fa
gran traffico di cuoio. Visitato che ebbero Sumenat, città della
penisola, i cui abitanti sono idolatri, crudeli e feroci, e poi
Kesmacoram, probabilmente l'attuale Kedge, ultima città delle Indie tra
occidente e settentrione, Marco Polo, in luogo di risalire verso la
Persia, ove l'attendeva il fidanzato della principessa tartara,
s'inoltrò verso occidente, traverso il vasto mare d'Oman.

La sua insaziabile passione d'esploratore lo trascinò così per
cinquecento miglia sino alle rive dell'Arabia, ove gettò l'áncora alle
isole Maschio e Femmina, così chiamate perchè una è unicamente abitata
da uomini, l'altra da donne, che vengono visitate da quelli durante i
mesi di marzo, aprile e maggio. «Questi uomini, dice il nostro
esploratore, sono cristiani battezzati e non hanno signore, salvo che
hanno un vescovo ch'è sotto l'arcivescovo di Scara.» Lasciate quelle
isolette, la flotta fece vela a mezzodì verso l'isola di Scara, ch'è
veramente Socotora, l'antica _Dioscorides Insula_ dei Greci, ch'è posta
all'ingresso del golfo d'Aden, e di cui Marco Polo riconobbe diverse
parti. Egli parla degli abitanti di Socotora come di abili incantatori,
che con le loro arti ottengono quanto vogliono e comandano agli uragani
ed alle tempeste. Poi, discendendo ancora di miglio in miglio verso il
sud, spinse la sua flotta sino alle coste del Madagascar.

Agli occhi del nostro viaggiatore, Madagascar è una delle più grandi e
più nobili isole del mondo, d'un circuito di ben quattromila miglia. Gli
abitanti sono per la maggior parte maomettani, e vivono sotto la
signoria di dodici governatori. Sono molto dediti al commercio, e
particolarmente al traffico dei denti di elefanti e dell'ambra. Si
nutrono specialmente di carne di cammello, che è migliore e più sana di
qualsiasi altra. I negozianti che vengono dalle coste dell'India non
impiegano più di venti giorni a traversare il mar d'Oman; ma nel ritorno
ci spendono non meno di tre mesi, in causa delle correnti contrarie che
tendono sempre a respingerli verso il sud. Nondimeno, frequentano
quell'isola perchè fornisce loro il legno di sandalo, di cui sonvi
intere foreste, e l'ambra, ch'essi scambiano con drappi d'oro e di seta,
con grande guadagno e profitto. Secondo Marco Polo, non mancano in quel
reame le fiere e la cacciagione: leopardi, leoni, orsi, cervi,
cinghiali, giraffe, asini selvaggi, caprioli, daini, bestie da pascolo
vi si incontrano a mandre numerose; ma ciò che gli parve meraviglioso fu
l'uccello grifone, ossia il _roc_, di cui si parla tanto nelle _Mille ed
una notte_. «Questi uccelli, dic'egli, non sono fatti com'e' si dice di
qua, cioè mezzo uccello e mezzo lione, ma sono fatti come aguglie
(_aquile_) e sono capaci di sollevare un elefante negli artigli.»
Quest'uccello meraviglioso è probabilmente l'_epyornis maximus_, di cui
si trovano ancora delle uova al Madagascar.

Da quell'isola Marco Polo, risalendo verso il nord-ovest, venne a
riconoscere Zanzibar e la costa africana, ch'egli prese per un'isola.
Gli abitanti gli sembrarono smisuratamente robusti e capaci di portare
il carico di quattro uomini, «e questo non è maraviglia, chè mangia
l'uno bene per cinque persone.» Quegli indigeni erano negri e
camminavano nudi; avevano la bocca grande, il naso «rabbuffato in suso,»
le labbra e gli occhi grossi; descrizione esattissima, che s'adatta
ancora ai naturali di quella parte dell'Africa. Quegli Africani vivono
di riso, latte, carne e datteri, e fabbricano il vino con riso, zuccaro
e droghe. Sono valenti guerrieri, nè temono la morte; combattono sopra
cammelli o elefanti, armati di scudi di cuojo, di spade e di lancie, ed
eccitano le loro cavalcature inebbriandole di bevande spiritose. «Qui,
soggiunge il nostro viaggiatore, si hanno le più sozze femmine del
mondo, ch'elle hanno la bocca grande, e il naso grosso e corto, e le
mani grosse quattro cotanti che l'altre.»

Ai tempi di Marco Polo, secondo l'osservazione del Charton, i paesi
compresi sotto la denominazione d'India si dividevano in tre parti:
l'India Maggiore, cioè l'Indostan e tutto il paese posto fra il Gange e
l'Indo; l'India Minore, cioè la contrada al di là del Gange, dalla costa
occidentale della penisola fino alla costa della Cocincina; finalmente
l'India Media, cioè l'Abissinia e le rive arabe fino al golfo Persico.

Lasciando Zanzibar, Marco Polo si diresse verso quest'India Media,
ch'egli chiama Nabasce (_Abissinia_), risalendo verso il nord ed
esplorando il litorale di quel paese fertilissimo. «Nabasce, dice il
nostro viaggiatore, è una grandissima provincia; e sappiate che 'l
maggiore re di questa provincia si è cristiano, e tutti gli altri re
della provincia sono sottoposti a lui, i quali sono sei re, tre
cristiani e tre saracini. Il re maggiore dimora nel mezzo della
provincia, e i saracini dimorano verso Edenti (_Aden_), nella quale
contrada messer San Tomaso convertì molta gente, poscia se ne partío, e
andonne a Nabar, colà dove fu morto.» Parlando della vita degli abitanti
e della fauna del paese, dice che «la vita loro si è riso e carne, e
hanno leonfanti, e non ch'egli vi naschino, ma vengono d'altri paesi.
Nasconvi molte giraffe e molte altre bestie, e hanno molte bellissime
galline, e sì hanno istruzzoli (_struzzi_) grandi come asini, o poco
meno; e sì hanno molte altre cose, ch'a volerle tutte contare sarebbe
troppo lunga mena. Cacciagioni e uccellagioni si hanno assai, e si hanno
pappagalli bellissimi e di più fatte, e si hanno gatti mamoni e iscimmie
assai.»

Lasciato il litorale dell'Abissinia, la flotta toccò Edenti, la moderna
Aden, vicino all'imboccatura del Mar Rosso. Aden era a quel tempo una
città importantissima pel traffico dell'Oriente, e nel suo porto
convenivano tutti i navigli che commerciavano coll'India e colla China.
La flotta visitò quindi Icier (la moderna Schehr nell'Hadzamauth, sulla
costa meridionale dell'Arabia), «grande città, dice il Veneziano, la
quale è sotto il soldano d'Edenti ed ha un porto eccellente, al quale
càpitano molte navi, le quali vengono dall'India con molta mercatanzia;»
Dufar (Dafur, sulla costa arabica meridionale), che produce un incenso
di prima qualità; Chalatu (Kalhat, sulla costa arabica orientale),
«città posta sulla bocca del golfo di Chalatu, sì che veruna nave vi può
passare nè usare senza la volontà di questa città;» e per ultimo Curmaso
(Hormuz), che Marco Polo aveva già visitata, quando da Venezia si recò
alla corte del re tartaro.

È a quel porto del golfo Persico che terminò la traversata della flotta
allestita dall'imperatore mongollo. La principessa era finalmente giunta
ai confini della Persia, dopo una navigazione che aveva durato non meno
di diciotto mesi. Ma nel frattempo il principe Arghum, suo fidanzato,
era morto, ed il regno era straziato dalla guerra civile. La principessa
fu dunque consegnata al figlio d'Arghum, il principe Ghazan, che salì al
trono nel 1295, dopo che l'usurpatore, fratello d'Arghum, fu
strangolato. Non si sa che avvenisse della principessa; ma prima di
separarsi da Marco, Matteo e Niccolò Polo, ella lasciò loro segni
dell'alto favore in cui li teneva.

Fu probabilmente durante il suo soggiorno in Persia che Marco Polo
raccolse documenti interessanti sulla Gran Turchia; sono documenti
staccati ch'egli dà al termine della sua relazione, vera storia dei kan
mongolli della Persia. Ma i suoi viaggi d'esplorazione erano terminati.
Preso commiato dalla principessa tartara, i tre Veneziani, bene
scortati, presero la via di terra per tornare in patria. Si recarono a
Trebisonda e Costantinopoli, da Costantinopoli a Negroponte, ed ivi
s'imbarcarono per Venezia.

Fu nel 1295, ventiquattro anni dopo esserne partito, che Marco Polo
rientrò nella sua città natale. I tre viaggiatori, abbronzati dal sole,
vestiti grossolanamente di stoffe tartare, avendo conservato nei loro
modi e nel linguaggio le abitudini mongolle, disavvezzi al dialetto
veneto, non furono neppure riconosciuti dai loro più prossimi parenti.
Inoltre, da gran tempo era corsa voce della loro morte, e non si
sperava più di rivederli. Si recarono alla loro casa nel quartiere di
San Giovanni Grisostomo, e la trovarono occupata da varî individui della
famiglia Polo. Questi accolsero i viaggiatori con diffidenza,
giustificata certo dalla loro deplorabile apparenza, e prestarono poca
fede al racconto, alquanto straordinario infatti, che fece loro Marco
Polo. Tuttavia, dietro le loro istanze, li ammisero in quella casa, di
cui erano veramente i legittimi possessori. Alcuni giorni dopo, Niccolò,
Matteo e Marco, volendo distruggere il più piccolo dubbio circa la loro
identità, diedero a tutti i loro parenti uno splendido convito. E quì
lasceremo la parola al Veneziano Ramusio, che dice d'averlo saputo per
tradizione:

«.....Invitati molti suoi parenti ad un convito, il quale volsero che
fosse preparato onoratissimo con molta magnificenza, nella detta sua
casa, e venuta l'ora del sedere a tavola, uscirono fuori di camera tutti
tre vestiti di raso cremosino in vesti lunghe fino in terra, come
solevano, standosi in casa, usare in quei tempi, e data l'acqua alle
mani e fatto seder gli altri, spogliatesi le dette vesti, se ne misero
altre di damasco cremosino, e le prime di suo ordine furono tagliate in
pezzi e divise fra li servitori. Da poi mangiate alcune vivande,
tornarono di nuovo a vestirsi di velluto cremosino, e posti di nuovo a
tavola, le vesti seconde furono divise fra li servitori, ed in fine del
convito il simil fecero di quelle di velluto, avendosi poi rivestiti
nell'abito de' panni consueti che usavano tutti gli altri.

«Questa cosa fece maravigliare, anzi restar come attoniti tutti
gl'invitati; ma tolti via li mantelli, e fatti andar fuori della sala
tutti i servitori, Messer Marco, come il più giovane, levatosi dalla
tavola, andò in una delle camere, e portò fuori le tre vesti di panno
grosso consumate, con le quali erano venuti a casa, e quivi con alcuni
coltelli taglienti cominciarono a discucir alcuni orli e cuciture
doppie, e cavar fuori gioje preziosissime in gran quantità, cioè rubini,
zafiri, carboni, diamanti e smeraldi, che in cadauna di dette vesti
erano stati cuciti con molto artificio, ed in maniera ch'alcuno non si
averia potuto imaginare che ivi fussero state. Perchè al partir del Gran
Kan tutte le ricchezze ch'egli aveva loro donate cambiarono in tanti
rubini, smeraldi ed altre gioje, sapendo certo che s'altrimente avessero
fatto per sì lungo, difficile ed estremo cammino, non saria mai stato
possibile che seco avessero potuto portare tanto oro.

«Or questa dimostrazione di così grande ed infinito tesoro di gioje e
pietre preziose che furono poste sopra la tavola riempiè di nuovo gli
astanti di così fatta maraviglia, che restarono come stupidi e fuori di
sè stessi, e conobbero veramente ch'erano quegli onorati e valorosi
gentil'uomini da Ca' Polo di che prima dubitavano, e fecero loro
grandissimo onore e riverenzia.

«Divulgata che fu questa cosa per Venezia, subito tutta la città, sì de'
nobili che de' populari, corse a casa loro ad abbracciargli e fare tutte
quelle maggiori carezze e dimostrazioni d'amorevolezza e riverenzia che
si potessero immaginare; e Messer Maffio, ch'era il più vecchio,
onorarono d'un magistrato che nella città in que' tempi era di molta
autorità; e tutta la gioventù ogni giorno andava continuamente a
visitare e trattare M. Marco, ch'era umanissimo e graziosissimo, e gli
domandavano delle cose del Cataio e del Kan; il quale rispondeva con
tanta benignità e cortesia che tutti gli restavano in un certo modo
obligati. E perchè nel continuo raccontare ch'egli faceva più e più
volte della grandezza del Gran Kan, dicendo l'entrate di quello essere
da 10 in 15 milioni d'oro; e così di molt'altre ricchezze di quelli
paesi riferiva tutte a milioni, lo cognominarono Messer Marco Milioni,
che così ancora ne' libri pubblici di questa repubblica, dove si fa
menzion di lui, ho veduto notato; e la corte della sua casa a San Giovan
Grisostomo, da quel tempo in qua, è ancora volgarmente chiamata la Corte
dei Milioni.»

E per questo, anche il libro de' suoi viaggi ebbe l'appellativo di
_Milione_, _Liber Milionis_, come leggesi nel Codice Ambrosiano.

Un uomo celebre come Marco Polo non poteva certamente sfuggire agli
onori civili; ed infatti si vide chiamato alle prime magistrature di
Venezia.

Fu verso quell'epoca, nel 1296, che scoppiò una guerra tra Venezia e
Genova. Una flotta genovese, comandata da Lampa Doria, solcava
l'Adriatico, minacciando il litorale. L'ammiraglio veneziano, Andrea
Dandolo, armò tosto una flotta superiore in numero alla genovese, ed
affidò il comando d'una galera a Marco Polo, che, a ragione, era in fama
di valentissimo navigatore.

Tuttavia, in quella battaglia navale dell'8 settembre 1296, i Veneziani
furono battuti, e Marco Polo, gravemente ferito, cadde in potere dei
Genovesi. I vincitori, conoscendo ed apprezzando il valore del loro
prigioniero, lo trattarono con molti riguardi. Fu condotto a Genova, ove
le primarie famiglie, avide di ascoltare la sua storia, gli fecero le
più graziose accoglienze. Ma se gli altri non si stancavano
d'ascoltarlo, Marco Polo alla perfine si stancò di raccontare, ed avendo
fatto nel 1298, durante la sua cattività, la conoscenza del Pisano
Rusticano, gli dettò il racconto de' suoi viaggi.

Restituitosi a Venezia, dopo la pace del 1299, Marco Polo prese in
moglie una Donata, e n'ebbe tre figliuole: Fantina, Bellela e Moretta.
Suo padre Niccolò morì nel 1300, e fu da lui fatto seppellire
nell'angiporto della chiesa di S. Lorenzo. Nell'anno 1323, a lui
settantaduesimo, Marco fece il suo testamento; e sebbene resti ignoto
(dice il Ramusio) l'anno della morte, può congetturarsi che non fosse di
molto posteriore. Fu sepolto nella chiesa di San Lorenzo.

Tale fu la vita del celebre viaggiatore, le cui relazioni ebbero molta
influenza sul progresso delle scienze geografiche; e dovevano un secolo
dopo schiudere a Colombo la via al Nuovo Mondo. Egli possedeva in sommo
grado il genio d'osservazione; sapeva vedere, come sapeva narrare; e le
scoperte, le esplorazioni posteriori, non fecero che confermare la
veracità del suo racconto. Sino alla metà del secolo XVIII i documenti
tratti dalla relazione di Marco Polo servirono di base agli studî
geografici, come alle spedizioni commerciali fatte nella Cina,
nell'India e nel centro dell'Asia.

       *       *       *       *       *

La famiglia Polo si estinse nel 1418 in Marco Polo, castellano a Verona,
essendo rimasta erede di tutta la sostanza Polo, Maria vedova di Zuanne
Bon e rimaritata nel 1424 in Azzo Trevisan; dalla quale discendenza
nacque Marcantonio Trevisan.

Nel secolo XVII una famiglia patrizia onorò la memoria dell'illustre
viaggiatore con una statua di pietra d'Istria di poco maggiore del
naturale, che oggi si vede nell'atrio del palazzo Morosini a Santo
Stefano. Più tardi, la modesta carità dell'abate Zenier segnò d'una
lapide la casa abitata dall'immortale viaggiatore, di fianco alla chiesa
di San Grisostomo. Nella corte attigua si vede ancora una porta, il cui
arco, di forma decisamente orientale, è adorno di leggiadre sculture, ed
una parte dell'antica cornice non meno ornata ed elegante. La corte
portò, fino all'epoca del Ramusio, lo storico nome di «_Corte del
Milione_.»


NOTE:

[34] _Cipango_ o _Zipagu_ è il Giappone, che il Polo fu il primo a far
conoscere all'Europa; ed il nome da lui datogli è probabilmente la
corruzione del chinese _Sci-pen-cuo_, regno dell'oriente, trovandosi
all'est della China. Gl'indigeni del Giappone chiamano il loro paese
Nipon o Nifon, che ha lo stesso significato. (_N. del Trad._)

[35] Questa provincia, conosciuta anche sotto il nome di Saïgon,
appartiene oggidì alla Francia.



                               APPENDICE


 _Togliamo dall'edizione Le-Monnier del Codice Magliabeccano alcuni
 documenti interessanti risguardanti la storia della Gran Turchia, che,
 come già abbiamo detto a pag. 110, vennero raccolti da Marco Polo
 durante il suo soggiorno in Persia._



                                  I.

                          Della Gran Turchia.


Turchia si ha un re c'ha nome Chaidu, lo quale è nipote del Gran Cane,
che fu figliolo d'uno suo fratello cugino. Questi sono tarteri, valentri
uomeni d'arme, perchè sempre istanno in guerra e in brighe. Questa Gran
Turchia è verso maestro. Quando l'uomo si parte da Curmaso, e passa per
lo fiume di Geon, e dura di verso tramontana insino alle terre del Gran
Cane, sappiate ch'e' truova Chaidu. E tra questo Chaidu e lo Gran Cane
sì ha grandissima guerra, perchè Chaidu vorebbe conquistare parte delle
terre del Chattai e de' Magi; ma il Gran Cane vuole che lo seguiti, sì
come fanno gli altri che tengono terra da lui: questi nol vuol fare,
perchè non si fida, e perciò sono istate tra loro molte battaglie. E si
fa questo re Chaidu bene C mila cavalieri; e più volte hae isconfitto i
baroni e i cavalieri del Gran Cane, perciò che questo re Chaidu è molto
prode dell'arme, egli, e sua gente. Or sappiate, che questo re Chaidu
avea una sua figliuola, la quale era chiamata in tartaresco Aigiarne,
cioè viene a dire in latino, lucente luna. Questa donzella era sì forte,
che non si trovava persona che vincere la potesse di veruna prova; lo re
suo padre si la volle maritare: quella disse, che mai non si mariterebbe
s'ella non trovasse un gentile uomo che la vincesse di forza o d'altra
pruova. Lo re si le avea largito ch'ella si potesse maritare a sua
volontà. Quando la donzella ebbe questo dal re, si ne fu molto allegra;
e allora mandò per tutte le contrade, che, se alcuno gentile uomo fosse,
che si volesse provare colla figliuola del re Caidu, si andasse a sua
corte, sappiendo, che qual fosse quegli che la vincesse, ella il
torrebbe per suo marito. Quando la novella fu saputa per ogni parte
eccoti venire molti gentili uomeni alla corte del re; or fu ordinata la
pruova in questo modo. Nella mastra sala del palagio si era lo re e la
reina con molti cavalieri e con molte donne e donzelle: ed ecco venire
la donzella tutta sola, vestita d'una cotta di zendado molta acconcia.
La donzella era molto bella e ben fatta di tutte bellezze. Or conveniva
che si levasse il donzello, che si voleva provare con lei, a questi
patti com'io vi dirò: che se 'l donzello vincesse la donzella, ella lo
dovea prendere per suo marito, ed egli dovea avere lei per sua moglie; e
se cosa fosse che la donzella vincesse l'uomo, si conveniva che l'uomo
desse a lei C cavalli; e in questo modo avea la donzella guadagnati bene
X mila cavagli. E sappiate che questo non era maraviglia, che questa
donzella era sì ben fatta e sì informata, ch'ella pareva pure una
gigantessa. Eravi venuto un donzello, lo quale era figliuolo del re di
Pumar per provarsi con questa donzella; e menò seco molta bella e nobile
compagnia, e si menò M cavagli per mettere alla pruova: ma 'l cuore li
stava molto franco di vincere, di ciò gli pareva essere troppo bene
sicuro: e questo fu nel MCCLXXX anni. Quando il re Caidu vidde venire
questo donzello, sì ne fu molto allegro, e molto disiderava nel suo
cuore che questo donzello la vincesse, perciò ch'egli era bel giovane e
figliuolo di un gran re: e allora si fece pregare la figliuola che si
lasciasse vincere a costui; ed ella sì rispuose: sappiate, padre, che
per veruna cosa del mondo non farei altro che diritto e ragione. Or
eccoti la donzella entrata nella sala alla pruova, tutta la gente che
stava a vedere, pregavano che desse a perdere alla donzella, acciò che
così bella coppia fossero accompagnati insieme. E sappiate che questo
donzello era forte e prode, e non trovava uomo che 'l vincesse, nè che
si potesse con lui in ogni pruova. Or vennono insieme il donzello e la
donzella alle prese, e furonsi presi insieme alle braccia, e feciono una
molto bella incominciata, ma poco durò, che convenne pure che il
donzello perdesse la prova. Allora si levò in sulla sala il maggior
duolo del mondo, perchè il donzello avea così perduto, ch'era uno de'
piue belli uomeni che vi fosse ancora venuto, o che mai fosse veduto; e
allotta ebbe la donzella questi M cavalli, e 'l donzello si partío, ed
andossene in sua contrada molto vergognoso. E voglio che voi sappiate
che lo re Caidu menò questa sua figliola in più battaglie, e quando ella
era alla battaglia, ella si gittava tra' nemici sì fieramente, che non
era cavaliere sie ardito nè si forte ch'ella nol prendesse per forza, e
menavalo via; e faceva molte prodezze d'arme. Or lasciamo di questa
materia, e udirete d'una battaglia che fu tra lo re Caidu ed Argo
figliuolo dello re Abagha signore del Levante.



                                  II.

                           D'una battaglia.


Sappiate che lo re Abagha, signore del Levante, si tiene molte terre e
molte provincie, e confina le terre sue con quelle del re Caidu, cioè,
dalla parte dell'Albero Solo, lo quale noi chiamiamo l'Albero Secco. Lo
re Abaga, per cagione che lo re Caidu non facesse danno alle terre sue,
si mandò il suo figliuolo Argo con grande gente a cavallo e a piede
nelle contrade dell'Albero Solo infino al fiume di Geon, perchè
guardasse quelle terre che sono alli confini. Ora avenne che lo re Caidu
si mandò un suo fratello, molto valentre cavaliere, lo quale avea nome
Barac, con molta gente, per fare danno alle terre, ove questo Argo era.
Quando Argo seppe che costoro venivano, fece asembiare sua gente, e
venne incontro a nemici. Quando furono asembiati l'una parte e l'altra,
e gli istormenti cominciarono a sonare dall'una parte e dall'altra,
allora fu cominciata la più crudele battaglia, che mai fosse veduta al
mondo; ma pure alla fine Barac e sua gente non poterono durare; sì che
Argo gli sconfisse, e cacciogli di là dal fiume. Da che n'abbiamo
cominciato a dire d'Argo, dirovvi com'egli fu preso, e com'egli
signoreggiò poscia, dopo la morte del suo padre.

Quando Argo ebbe vinta questa battaglia, vennegli novelle come lo padre
era passato di questa vita. Quand'egli intese questa novella, funne
molto cruccioso, e mossesi per venire a pigliare la signoria; ma egli
era di lungi bene XL giornate. Ora avenne che il fratello che fu
d'Abagha, lo quale si era soldano ed era fatto saracino, si vi giunse
prima che giugnesse Argo, e incontanente entrò in sulla signoria, e
riformò la terra per sè, e si vi trovò sì grandissimo tesoro, che a pena
si potrebbe credere: e si ne donò sì largamente a' baroni e a' cavalieri
della terra, che costoro dissoro che mai non volevano altro signore.
Questo soldano faceva a tutta gente appiacere e onore. Ora quando il
soldano seppe che Argo veniva con molta gente, sì si apparecchiò con
tutta sua gente e fece tutto suo isforzo in una settimana. E questa
gente per amore del soldano andavano molto volentieri contro ad Argo,
per pigliarlo e per ucciderlo a tutto loro podere.

Quando il soldano ebbe fatto tutto suo isforzo, sì si missono e andarono
incontro ad Argo, e quando fu presso a lui sì si attendò in un molto bel
piano, e disse alla sua gente: signori, e' ci conviene essere prodi
uomeni, però che noi difendiamo la ragione, chè questo regno fu del mio
padre, il mio fratello Abagha si lo ha tenuto, quanto a tutta sua vita,
ed io si doveva avere lo mezzo, ma per cortesia, si gliele lasciai. Ora
da ch'egli è morto, si è ragione ch'io l'abbia tutto; ma io si vi dico,
ch'io non voglio altro che l'onore della signoria, e vostro sia tutto il
frutto. Questo soldano avea bene XL mila cavalieri e grande quantità di
pedoni. La gente rispuosono e dissero tutti, che andrebbono con lui
insino alla morte.

Argo, quando seppe che 'l soldano era attendato apresso di lui, ebbe sua
gente, e disse così: signori e fratelli ed amici miei, voi sapete bene
che 'l mio padre insino ch'egli vivette egli vi tenne tutti per fratelli
e per figliuoli, e sapete bene come voi e vostri padri siete istati con
lui in molte battaglie, e a conquistare molte terre; e sì sapete bene
come io sono suo figliuolo, e com'egli vi amò assai, ed io ancora si
v'amo di tutto il mio cuore; dunque è bene ragione che voi m'atiate
riconquistare quello che fu del mio padre e vostro, ch'è contro colui
che viene contro a ragione, e vuolci deretare delle nostre terre, e
cacciar via tutte le nostre famiglie. E anche sapete bene, ch'egli non
è di nostra legge, ma è saracino e adora Malcometto; ancora vedete come
sarebbe degna cosa che gli saracini avessono signoria sopra gli
cristiani: dacchè voi vedete bene ch'egli è così, ben dovete essere
prodi e valentri. Sì come buoni fratelli m'aitate in difendere lo
nostro, ed io hoe isperanza in Dio, che noi il metteremo a morte, sì
come egli è degno; perciò si vi prego catuno che facciate più che suo
podere non porta, sì che noi vinciamo la battaglia. Li baroni e li
cavalieri, quando ebbono inteso il parlamento, che avea fatto Argo,
tutti rispuosono e dissono, ch'egli avea detto bene e saviamente: e
fermarono tutti comunemente, che volevano innanzi morire con lui, che
vivere senza lui, o che niuno gli venisse meno. Allora si levò un
barone, e disse ad Argo: messere, ciò che avete detto èe tutta verità,
ma si voglio dir questo, che a me si parebbe, che si mandassono
ambasciadori al soldano per sapere la cagione di quello che fa, e per
sapere quello che vuole: e cosie fue fermato di fare. E quando egliono
ebbono questo fermato, feciono due ambasciadori, che andassono al
soldano ed isponessongli queste cose, come in tra loro non dovea essere
battaglia, perciò ch'erano una cosa; e che 'l soldano dovesse lasciare
la terra e renderla ad Argo. Lo soldano rispuose agli ambasciadori, e
disse: andate ad Argo, e ditegli ch'io il voglio tenere per nipote e per
figliolo, sì com'io debbo; e che gli voleva dare signoria, ch'egli si
venisse e che istesse sotto lui; ma non voleva che egli fosse signore; e
se così non vuol fare, si gli dite che si apparecchi della battaglia.

Argo, quando ebbe intesa questa novella, ebbe grande ira, e disse: non
ci è da udire nulla. Allora si mosse con sua gente, e fu giunto al
campo, ove dovea essere la battaglia; e quando furono apparecchiati
l'una parte e l'altra, e gli istormenti cominciarono a suonare da
ciascuna parte, allora si cominciò la battaglia molto forte e molto
crudele da ciascuna delle parti. Argo fece il dì grandissima prodezza,
egli e sua gente, ma non gli valse. Tanto fu la disaventura, che Argo si
fu preso, e perdè allora nella battaglia del soldano. Si era uno uomo
molto lussurioso, sì che si pensò di tornare alla terra, e di pigliare
molte belle donne che v'erano; allora si partío, e lasciò un suo vicaro
nell'oste che avea nome Melichi, che dovesse guardare bene Argo; e così
se ne andò alla terra, e Melichi rimase.

Ora avenne che uno barone tartero, lo quale era aguale sotto il soldano,
vidde il suo signore Argo, lo quale dovea essere di ragione: vennegli un
gran pensiero al quore, e l'animo gli cominciò a gonfiare; e diceva
infra sè stesso, che male gli pareva che 'l suo signore fosse preso, e
pensò di fare suo podere, sì che gli fosse lasciato; e allora cominciò a
parlare con altri baroni dell'oste. E a ciascuno parve in buon volere e
in buono animo di volersi pentere di ciò e ch'avevano fatto. E quando
furono bene accordati, un barone ch'avea nome Baga si fue cominciatore,
e levaronsi suso tutti a romore, e andarono alla prigione dove Argo era
preso, e dissongli, com'egli s'erano riconosciuti, e che aveano fatto
male, e che volevano ritornare alla misericordia e fare e dire bene, e
lui tenere per signore; e così s'acordarono; e Argo perdonò loro tutto
ciò ch'aveano fatto contra di lui. E incontanente si mossono tutti
questi baroni, e andarono al padiglione dov'era Melichi lo vicaro del
soldano, ed ebbonlo morto; ed allora tutti quelli dell'oste si
confermarono Argo per loro diritto signore.

Di presente giunse la novella al soldano, come il fatto era istato, e
come Milichi suo vicaro era morto. Quando ebbe inteso questo, si ebbe
gran paura, e pensossi di fuggire in Bambellonia, e missesi a partire
con quella gente che avea. Un barone lo quale era grande amico d'Argo,
si stava ad un passo, e quando lo soldano passava, sì l'ebbe conosciuto,
e incontanente gli fu dinanzi in sul passo, ed ebbolo preso per forza, e
menollo preso dinanzi ad Argo alla città, che v'era già giunto di tre
dì. E Argo, quando il vidde, sì ne fu molto allegro, e incontanente
comandò che gli fosse dato la morte, si come a traditore. Quando fu così
fatto, ed Argo mandò un suo figliuolo a guardare le terre dell'Albero
Solo, e mandò con lui trenta mila cavalieri. A questo tempo che Argo
entrò nella signoria corre anni MCCLXXXV, e regnò signore VI anni, e fu
avelenato, e cosie morìo. E morto che egli fu Argo, un suo zio entrò
nella signoria (perchè il figliuolo d'Argo era molto di lungi), e tenne
la signoria due anni, e in capo di due anni fue anche morto di
beveraggio. Or vi lascio qui, che non ci hae altro da dire, e dirovvi un
poco delle parti di verso tramontana.



                                 III.

                   Delle parti di verso tramontana.


In tramontana si ha uno re ch'è chiamato lo re Chonci, e sono tarteri, e
sono genti molto bestiali. Costoro si hanno un loro domenedio fatto di
feltro, e chiamanlo Fattighai, e fannogli anche la moglie, e dicono che
sono l'iddii terreni, che guardano tutti i loro beni terreni, e così li
dànno mangiare, e fanno a questo cotale iddio, secondo che fanno gli
altri tarteri, de' quali v'abbiamo contato adrietro. Questo re Chonci è
della ischiatta di Cinghy Cane, ed è parente del Gran Cane. Questa gente
non hanno città nè castella, anzi si stanno sempre o in piani o in
montagne, e sono grande gente delle persone; vivono di latte di bestie
e di carne; biada non hanno, e non son gente che mai facciano guerra ad
altrui, anzi istanno tutti in grande pace, e hanno molte bestie, ed
hanno orsi che sono tutti bianchi, e sono lunghi XX palmi, ed hanno
volpi che sono tutte nere, e asini salvatichi assai, e hanno
giambelline, cioè, quelle di che si fanno le care pelle, che una pelle,
da uomo, val bene M bisanti; e vaj hanno assai. Questo re si e di quella
contrada, dove i cavagli non possono andare, perciò che v'ha grandi
laghi e molte fontane, e sonvi i ghiacci sì grandi, che non vi si può
menare cavallo; e dura questa mala contrada XIII giornate; ed in capo di
ciascuna giornata si ha una posta, ove albergano i messi, che passano e
che vengono. E a catuna di queste poste istanno XL cani, gli quali
istanno per portare gli messaggi dall'una posta all'altra, sì com'io vi
dirò. Sappiate che queste XIII giornate si sono due montagne, e tra
queste due montagne si ha una valle, e in questa valle è si grande il
fango e il ghiaccio, che cavallo non vi potrebbe andare; e fanno
ordinare tregge senza ruote, che le ruote non vi potrebbono andare, però
ch'elle si ficcherebbono tutte nel fango, e per lo ghiaccio
correrebbono troppo. In su questa treggia pongono un cuoio d'orso, e
vannovi suso questi cotali messaggi, e questa treggia mena sei di questi
cani, e questi cani sanno bene la via, e vanno infine all'altra posta, e
così vanno di posta in posta tutte queste XIII giornate di quella mala
via, e quegli che guarda la posta si monta in su 'n una altra treggia, e
menangli per la migliore via. E si vi dico, che gli uomeni che stanno su
per queste montagne sono buoni cacciatori, e pigliano di molte buone
bestiole, e fannone molto grande guadagno, sì come sono giambellini e
vaj ed ermellini e coccolini e volpi nere e altre bestie assai, onde si
fanno le care pelli; e piglianle in questo modo, ch'e' fanno loro reti,
che non ve ne può campare veruna. Qui si ha grandissima freddura.
Andiamo più innanzi, e udirete quello che noi troviamo, ciò fu la Valle
Iscura.



                                  IV.

                          Della Valle Iscura.


Andiamo più innanzi per tramontana, e trovamo una contrada chiamata
Iscurità, e certo ella hae bene nome a ragione, ch'ella è sempre mai
iscura; quivi sì non appare mai sole nè luna nè stelle, sempre mai v'è
notte; la gente che v'è vivono come bestie, e non hanno signore. Ma
talvolta vi mandono gli tarteri com'io vi dirò: che gli uomeni che vi
vanno si tolgono giumente ch'abbiano pulledri dietro, e lasciano gli
puledri di fuori dalla scurità, e poi vanno rubando ciò che possono
trovare, e poi le giumente si ritornano a' loro pulledri di fuori dalla
iscurità: e in questo modo riede la gente che vi si mette ad andare.
Queste genti hanno molto di queste pelli così care ed altre cose assai,
perciò che sono maravigliosi cacciatori, e ammassono molto di queste
care pelli che avemo contato di sopra. La gente che vi sta, son gente
palida e di mal colore. Partiamoci di qui, e andiamone alla città di
Rossia.



                                  V.

                      Della provincia di Rossia.


Rossia èe una grandissima provincia verso tramontana, e sono cristiani,
e tengono maniera di greci, ed havvi molti re, e hanno loro linguaggio,
e non rendono trebuto se non ad uno re di tartari, e quello è poco. La
contrada si ha fortissimi passi ad entrarvi. Costoro non sono
mercatanti, ma si hanno assai delle pelle, che abbiamo detto di sopra.
La gente è molto bella, maschi e femmine, sono bianchi e biondi, e sono
semprici genti. In questa contrada si ha molte argentiere, e cavanne
molto argento. In questo paese non ha altro da dire: dirovvi della
provincia la quale ha nome Lacca, perchè confina colla provincia di
Rossia.



                                  VI.

                       Della provincia di Lacca.


Quando noi ci partiamo di Rossia sie entriamo nella provincia di Lacca;
qui vi troviamo gente che sono di cristiani e di saracini. Non ci ha
quasi altra novità che abbiamo da quelle di sopra; ma vovvi dire d'una
cosa, che m'era dimenticata della provincia di Rossia. In quella
provincia si ha sì grandissimo freddo, che a pena vi si può campare, e
dura infino al mare oceano. Ancora vi dico che v'ha isole dove nascono
molti girfalchi e molti falconi pellegrini, i quali si portano per più
parti del mondo; e sappiate che da Rossia ad Orbeche non v'ha grande
via, ma per lo grande freddo che v'è, si non vi si puote bene andare. Or
vi lascio a dire di questa provincia, che non ci ha altro da dire, e
vogliovi dire un poco di tarteri di ponente e di loro signore, e quanti
signori hanno avuti. Comincio del primo signore.



                                 VII.

                 De' signori de' tarteri del ponente.


Lo primo signore ch'ebbono gli tarteri del ponente si fu uno ch'ebbe
nome Frai. Questo Frai fu uomo molto possente, e conquistò molte
provincie e molte terre, ch'egli conquistò Rossia e Chomania e Alanai e
Lacca e Megia e Ziziri e Scozia e Gazarie. Queste furono tutte prese per
cagione che non si tenevano insieme, che se elle fossero istate tutte
bene insieme, non sarebbono istate prese. Ora dopo la morte di Frai fu
signore Patu, dopo Patu si fu Bergho, dopo Bergo Mogleten, poscia fu
Catomachu, dopo costui fu il re ch'è oggi, lo quale ha nome lo re
Tocchai. Ora avete inteso di signori che sono istati delli tarteri del
ponente; vogliovi dire d'una battaglia, che fu molta grande tra lo re
Alau signore del levante, e dello re Barga signore del ponente.



                                 VIII.

                         D'una gran battaglia.


Al tempo degli anni Domini MCCLXI sì si cominciò una grande discordia
tra gli tarteri del ponente e quegli del levante, e questo si fu per una
provincia, che l'uno signore e l'altro la voleva, sì che ciascuno fece
suo isforzo e suo apparecchiamento in sei mesi. Quando venne in capo
degli sei mesi, e ciascuno sie uscie fuori a campo, e ciascuno avea bene
in sul campo bene ccc mila cavalieri, bene apparecchiati d'ogni cosa da
battaglia, secondo loro usanza. Sappiate che lo re Barga avea bene CCCL
mila di cavalieri. Or si puose a campo a X miglia presso l'uno
all'altro; e voglio che voi sappiate, che questi campi erano i più
ricchi campi che mai fossono veduti, di padiglioni e di trabacche, tutti
forniti di sciamiti e d'oro e d'ariento; e costì istettoro tre dì.
Quando venne la sera, che la battaglia dovea essere la mattina
vegnente, ciascuno confortò bene sua gente, ed amonìo, sì come si
conveniva. Quando venne la mattina, e ciascuno signore fu in sul campo,
e feciono loro ischiere bene e ordinatamente. Lo re Barga fece XXXV
ischiere, lo re Alau ne fece pure XXX, perchè avea meno di gente, e ogni
ischiera era da X mila uomeni a cavallo. Lo campo era molto bello e
grande, e bene faceva bisogno, che giammai non si ricorda che tanta
gente s'asembiasse in su 'n un campo; e sappiate che ciascuna gente
erano prodi ed arditi. Questi due signori furono amendue discesi della
ischiatta di Cinghy Cane, ma poi sono divisi, che l'uno è signore del
levante, e l'altro del ponente. Quando furono acconci l'una parte e
l'altra, e gli naccheri incominciarono a sonare da ciascuna parte,
allora fu cominciata la battaglia colle saette; le saette cominciarono
ad andare per l'aria tante, che tutta l'aria era piena di saette, e
tante ne saettarono che più non n'avevano. Tutto il campo era pieno
d'uomeni morti e di feriti; poi missoro mano alle ispade; quella era
tale tagliata di teste e di braccia e di mani di cavalieri, che giammai
tale non fu veduta nè udita, e tanti cavalieri a terra, ch'era una
maraviglia a vedere da ciascuna parte; nè giammai non morì tanta gente
in un campo, che niuno non poteva andare per terra, se no su per gli
uomeni morti e feriti. Tutto il mondo pareva sangue, che gli cavagli
andavano nel sangue insino a mezza gamba. Lo romore e il pianto era sì
grande di feriti ch'erano in terra, ch'era una maraviglia a udire lo
dolore che facevano. E lo re Alau fece sì grande maraviglie di sua
persona che non pareva uomo, anzi pareva una tempesta; sì che il re
Barga non potè durare, anzi gli convenne alla per fine lasciare il
campo, e missesi a fuggire: e lo re Alau gli seguì dietro con sua gente,
tuttavia uccidendo quantunque ne giugnevano. Quando lo re Barga fu
isconfitto con tutta sua gente, e il re Alau si ritornò in sul campo, e'
comandò che tutti gli morti fossono arsi, così gli nemici come gli
amici, però ch'era loro usanza d'ardere i morti; e fatto ch'ebbono
questo, sì si partirono, e ritornarono in loro terre. Avete inteso tutti
i fatti di tarteri e di saracini, quanto se ne può dire, e di loro
costumi, e degli altri paesi che sono per lo mondo, quanto se ne puote
cercare e sapere; salvo che del Mar Maggiore non vi abbiamo parlato nè
detto nulla, nè delle provincie che gli sono d'intorno, avegnachè noi il
ciercamo ben tutto, perciò il lascio a dire, che mi pare che sia fatica
a dire quello, che non sia bisogno nè utile, nè quello ch'altri fa tutto
dì; che tanti sono coloro che il cercano e 'l navicano ogni dì che bene
si sa, sì come sono viniziani e genovesi e pisani, e molta altra gente
che fanno quel viaggio ispesso, che catuno sa ciò che v'è; e perciò mi
taccio e non ve ne parlo nulla di ciò. Della nostra partita, come noi ci
partimmo dal Gran Cane, avete inteso nel cominciamento del libro in uno
capitolo, ove parla della briga e fatica ch'ebbe messer Matteo e messer
Niccolò e messer Marco in domandare commiato dal Gran Cane; e in quello
capitolo conta la ventura ch'avemo nella nostra partita. E sappiate, se
quella aventura non fosse istata, a gran fatica e con molta pena saremo
mai partiti, sì che appena saremo mai tornati in nostro paese. Ma credo
che fosse piacere di Dio nostra tornata, acciò che si potessero sapere
le cose che sono per lo mondo, che secondo ch'avemo contato in capo del
libro nel titolo primaio, e' non fu mai uomo nè cristiano nè saracino nè
tartero nè pagano, che mai cercasse tanto del mondo, quanto fece messer
Marco figliuolo di messer Niccolò Polo, nobile e grande cittadino della
città di Vinegia. Deo gratias. Amen. Amen.


                                 FINE.



                                INDICE


                              CAPITOLO I.

 Interesse dei mercanti genovesi e veneziani nel promuovere delle
 esplorazioni nel centro dell'Asia.--Condizione della famiglia Polo a
 Venezia.--I due fratelli Niccolò e Matteo Polo.--Vanno da
 Costantinopoli alla corte dell'Imperatore della China.--Loro
 ricevimento alla corte di Kublai-Kan.--L'Imperatore li nomina suoi
 ambasciatori presso il papa.--Loro ritorno a Venezia.--Marco
 Polo.--Parte col padre Niccolò e lo zio Matteo per la residenza del re
 tartaro.--Il nuovo papa Gregorio X.--La relazione di Marco Polo scritta
 in francese, sotto suo dettato, da Rusticano da Pisa, (dal 1253 al
 1324)                                                            Pag. 5

                             CAPITOLO II.

 L'Armenia Minore.--La Turcomania.--L'Armenia Maggiore.--Il monte
 Ararat.--La Georgia.--Mussul, Bagdad, Bassora, Tauris.--La Persia.--La
 Provincia di Kirman.--Comadi.--Ormuz.--Il Vecchio della
 Montagna.--Cheburgan.--Balk.--Il
 Balacian.--Cascemir.--Cascegar.--Samarcanda.--Cotan.--Il
 deserto.--Tangut.--Caracorum.--Signan-fu.--Tenduc.--La grande Muraglia
 della China.--Ciandu, la città attuale di Sciang-tu.--La residenza di
 Kublai-Kan.--Cambaluc, attualmente Pekino.--Le feste
 dell'Imperatore.--Sue caccie.--Descrizione di Pekino.--La zecca ed i
 biglietti di banca chinesi.--Le poste dell'Impero                »   15

                             CAPITOLO III.

 Tso-tcheu.--Tainfu.--Pin-yang-fu.--Il fiume Giallo.--Chaciafu.
 --Si-gnan-fu.--Il Sze-tchuen.--Ching-tu-fu.--Il Tibet.--Li-Kiang-fu.
 --Il Caragia.--Yung-chang.--Mien.--Il Bengala.--L'Annam.--Il Tai-ping.
 --Sinuglil.--Sindi-fu.--Chacafu.--Ciaglu.--Ciagli.--Codifu.
 --Lin-tsin-tcheu.--Lin-tching-hien.--Il Mangi.--Yang-tcheou.
 --Città del litorale.--Quinsay o Hang-tcheu.--Il Fu-chian.
 Fuchian                                                          »   55

                             CAPITOLO IV.

 L'India.--Cipango o Zipagu (il Giappone).--Partenza dei tre Polo colla
 figlia dell'imperatore e gli ambasciatori
 persiani.--Saigon.--Giava.--Condor.--Bintang.--Sumatra.--I
 Nicobari.--Ceylan.--La costa di Coromandel.--La costa di Malabar.--Il
 mar d'Oman.--L'isola di Gocotora.--Madagascar.--Zanzibar e la costa
 africana.--L'Abissinia.--Aden.--Schehr.--Dafur.--Kalhat.--Hormuz.--Il
 Golfo Persico.--Ritorno a Venezia.--Una festa in casa Polo.--Marco Polo
 prigioniero dei Genovesi.--Morte di Marco Polo verso l'anno 1323.--Suoi
 discendenti.--Ricordi della famiglia Polo                        »   85

                              APPENDICE.

     I. Della Gran Turchia                                      Pag. 117

    II. D'una battaglia                                          »   121

   III. Delle parti di verso tramontana                          »   129

    IV. Della Valle Iscura                                       »   132

     V. Della provincia di Rossia                                »   133

    VI. Della provincia di Lacca                                 »   134

   VII. De' signori de' tarteri del ponente                      »   135

  VIII. D'una gran battaglia                                     »   136



                       PRESSO GLI STESSI EDITORI


                             GRANT e SPEKE

                                  LE
                           SORGENTI DEL NILO

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                             K. B. JOHNSON

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                              MAYNE-REID

                                  IL
                         PAESE DEGLI ELEFANTI

                      Volumi 2 illustrati L. 1--



Nota del Trascrittore.

Corretti gli ovvii errori tipografici.
Uniformate le varie grafie diverse utilizzate dall'autore per indicare
la stessa località.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "I Viaggi di Marco Polo - Unica versione originale fedelmente riscontrata sul codice - magliabeccano e sulle opere di Charton" ***

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