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Title: Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 9 (of 13)
Author: Gibbon, Edward, 1737-1794
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 9 (of 13)" ***

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                               STORIA

                       DELLA DECADENZA E ROVINA

                          DELL'IMPERO ROMANO


                                 DI
                           EDOARDO GIBBON


                       TRADUZIONE DALL'INGLESE


                            VOLUME NONO



                               MILANO
                         PER NICOLÒ BETTONI
                            M.DCCC.XXIII



STORIA DELLA DECADENZA E ROVINA DELL'IMPERO ROMANO



CAPITOLO XLVII.

      _Storia Teologica della dottrina dell'Incarnazione. Natura umana
      e divina di Gesù Cristo. Inimicizia tra i Patriarchi
      d'Alessandria e di Costantinopoli, S. Cirillo e Nestorio. Terzo
      Concilio generale tenuto in Efeso. Eresia d'Eutiche. Quarto
      Concilio generale tenuto in Calcedonia. Discordia civile ed
      ecclesiastica. Intolleranza di Giustiniano. I tre Capitoli.
      Controversia dei Monoteliti. Sette dell'Oriente: prima i
      Nestoriani, seconda i Giacobiti, terza i Maroniti, quarta gli
      Arminiani, quinta i Cofti e gli Abissini._


Dopo avere i Cristiani distrutto il Paganesimo ben poteano godersi in
santa pace un trionfo che liberati li avea da tutti gli avversari; ma un
seme di discordia germogliava nel loro seno[1]; quindi furono più
ardenti a cercar la natura del Fondator della Religione, che a porne in
pratica le leggi[2]. Ho di già osservato che alle dispute sulla Trinità
tennero dietro quelle dell'Incarnazione, scandalose del pari per la
Chiesa; del pari funeste allo Stato, ma più minuziose ancora in origine
e più durevoli negli effetti. Questo capitolo narrerà una guerra
religiosa di dugento cinquant'anni, ed ho intenzione di esporre qual fu
lo scisma ecclesiastico e politico delle Sette d'Oriente, e di preparare
la storia delle contese loro tanto romorose e sanguinarie, premettendo
brevi ricerche sulla dottrina della Chiesa primitiva[3].

I. Zelanti, com'era ben giusto, dell'onore dei primi proseliti della lor
religione, furono i Cristiani[4] inclinati a credere a seconda del
desiderio e della speranza loro, che gli Ebioniti, o per lo meno i
Nazarei non si fossero segnalati in altro che nella ostinata lor
perseveranza a praticare il culto di Mosè. Disparvero le loro Chiese;
non son più ricordati i loro libri; la loro oscura libertà ha lasciato
aperto un vasto campo alle opinioni in questo proposito, e somministrato
allo zelo e alla prudenza del terzo secolo il modo d'esporre
diversamente il loro Simbolo flessibile e mal certo; ma la critica più
caritatevole dee negare in questi Settari ogni nozione della pura e vera
Divinità di Cristo. Ammaestrati alla scuola de' Giudei, imbevuti delle
profezie, e dei pregiudizi loro, non avevano appreso giammai a sollevare
le speranze più alto che ad un Messia umano e temporale[5]. Se osavano
salutare il lor Re quando compariva in abito plebeo non potevano da
grossolani, siccome essi erano, discernere il loro Dio, che nascondea la
celeste natura sotto il nome e la persona d'un uomo[6][7]. Gesù Nazareno
s'intertenea famigliarmente co' suoi compagni, li trattava come amico, e
in tutte le azioni della vita ragionevole, o della vita animale,
compariva un uomo della stessa loro specie. Al pari degli altri uomini
passò dall'infanzia alla gioventù e alla virilità con un graduato
incremento di statura e di sapienza, e spirò sulla Croce dopo una penosa
agonìa di spirito e di corpo. Visse e morì per servigio degli uomini; ma
Socrate ancora[8] consacrata avea la vita sua e la sua morte alla causa
della religione e della giustizia; e quantunque lo stoico o l'eroe
possano sdegnare le umili virtù di Gesù Cristo, pure le lagrime che
questi versò sopra il suo paese, e sul discepolo ch'egli amava, sono la
più pura, non che la più incontrastabile prova della sua Umanità. Non
doveano i miracoli dell'Evangelo recare maraviglia ad un popolo che
intrepidamente credeva i prodigi anche più strepitosi della legge di
Mosè. Già i Profeti aveano prima di lui sanato infermi, risuscitato
morti, fermato il Sole, erano saliti al cielo su carri di fuoco, e di
leggieri poteva lo stile metaforico degli Ebrei retribuire ad un Santo e
ad un Martire il titolo adottivo di _Figlio di Dio._

Tuttavolta, e nel Simbolo de' Nazarei, e in quello degli Ebioniti, non
si scorgono che lievi tracce di separazione da quegli eretici, i quali
dicevano essere stato generato il Cristo secondo l'ordine generale della
natura, e da quegli scismatici che ammettevano la Verginità di sua Madre
escludendo l'intervento d'un padre terreno. Pareva autenticata la
miscredenza de' primi dalle circostanze visibili della sua nascita, dal
matrimonio di Giuseppe, suo padre putativo, che aveva adempiute le
formalità tutto della legge, e così da' dritti che per discendenza
diretta egli aveva sul Regno di David, e su l'eredità di Giuda; ma la
storia secreta ed autentica se ne conservò in molte copie dell'Evangelo
secondo S. Matteo[9], che que' Settari custodirono per lungo tempo
nell'originale ebraico[10] come unica pruova della loro credenza.
Giuseppe, ben certo della propria castità, formò sospetti assai naturali
nel caso; ma poi avvisato in sogno essere la gravidanza della sposa
un'opera dello Spirito Santo, sgombrò dall'animo ogni inquietudine: e
poichè non aveva potuto lo Storico osservare co' propri occhi quel
miracolo domestico, convien credere che ascoltato egli abbia in tal
occasione la voce, che dettò ad Isaia il vaticinio della futura
concezione d'una Vergine. Il figlio di una Vergine generata per
l'ineffabile opera dello Spirito Santo era un Ente di cui non s'avea mai
conosciuto il simile[11], nè si poteva a cosa veruna paragonare, poichè
in tutte le facoltà della mente e del corpo era superiore a' figli
d'Adamo. Dopo che si fu introdotta la filosofia greca, o caldea[12],
credevano i Giudei[13] alla preesistenza, alla trasmigrazione,
all'immortalità dell'anima; e per giustificare la Provvidenza
supponevano che l'anima fosse condannata ad un carcere corporeo per
espiare le colpe commesse in uno stato anteriore[14]; ma quasi
incommensurabili sono i gradi della purità e della corruttela. Fu
agevole il credere che eletto fosse il più sublime e il più virtuoso tra
gli spiriti ad animare quell'Essere nato da Maria, e dallo Spirito
Santo;[15] essere stata sua elezione il suo stato abietto, e il fine
della sua missione quello d'espiare i suoi peccati non già, ma quelli
del Mondo. Tornando nel cielo, da cui discese, ricevè Gesù Cristo un
premio infinito della sua obbedienza, mediante quel Regno interminabile
del Messia già predetto oscuramente dai Profeti sotto le immagini
materiali di pace, di conquisto, di dominio terreno. Poteva Iddio
adeguare le facoltà umane di Cristo all'ampiezza delle sue operazioni
celesti. Nel linguaggio dell'antichità, non era esclusivamente riservato
il titolo di Dio all'Ente da cui emana ogni cosa; quindi
l'impareggiabile suo Ministro, l'unico suo figlio, poteva senza
presunzione domandare al Mondo, ch'era suo regno, un culto religioso,
comunque secondario.

II. Que' semi della fede che lentamente soltanto aveano pullulato nel
suolo duro ed ingrato della Giudea, trapiantati furono ben maturi in
climi assai migliori, in que' de' Gentili; nè gli stranieri che non
aveano potuto in Roma e nell'Asia vedere le forme umane di Gesù Cristo
furono perciò men pronti a vedere solamente un Dio nella sua persona. Il
Politeista, e il Filosofo, il Greco, e il Barbaro erano del pari
assuefatti ad ammettere una lunga eternità, un'infinita serie d'angeli,
o di demoni, di deità, o d'eoni, ovvero di emanazioni derivanti dal
trono di luce; nè trovavano incredibile o strano per nulla il caso, che
il primo di questi eoni, il _logos_ o Verbo di Dio, della stessa
sostanza del padre, discendesse su la terra per liberare dal vizio e
dall'errore il genere umano, e per inviarlo sul sentiero della vita e
della immortalità; ma il domma dell'eternità e le idee di corruzione
inerenti alla materia, infettarono le prime Chiese d'Oriente. Gran
numero di proseliti pagani era ritroso a credere che uno Spirito
celeste, una porzione indivisa della prima Essenza, si fosse
personalmente incorporata ad una massa di carne impura e corrotta; il
perchè pieni di zelo per la Divinità di Gesù Cristo furono dalla
devozione indotti a negarne l'umanità. Fumava ancora sul monte Calvario
il suo sangue[16], quando i _doceti_, Setta asiatica assai numerosa, e
dotta, inventarono il sistema _fantastico_ propagato poscia dai
Marcioniti, da' Manichei, e da' Gnostici d'ogni denominazione[17]. Non
vollero ammettere la verità e autenticità degli Evangeli nella parte che
riguarda la concezion di Maria, la nascita di Gesù Cristo, e i
trent'anni che precedettero l'esercizio del suo ministero. Sulle sponde
del Giordano era egli comparso da prima in tutta la perfezione della
forma umana, ma non era, diceano quegli Eresiarchi, se non se una forma,
non già una sostanza; era una semplice figura umana creata dal Dio
onnipotente ad imitare la facoltà e le azioni d'un uomo, ed a fare
continua illusione ai sensi de' suoi amici e nemici. Da suoni articolati
erano penetrate le orecchie dei Discepoli; ma l'immagine che s'imprimeva
sul loro nervo ottico ricusava la prova più positiva del fatto, e
godeano della presenza spirituale, non della corporale del figlio di
Dio. Invano sfogarono i Giudei la rabbia sopra un fantasma impassibile,
e le mistiche scene della passione e morte, della risurrezione e
ascensione di Gesù Cristo, furono rappresentate sul teatro di
Gerusalemme a pro del genere umano. Se si rispondeva ai Doceti, che così
fatta farsa, che una soperchieria sì continuata indegne erano del Dio di
verità, essi s'andavano giustificando colla dottrina delle pie frodi
ammessa da sì gran numero di fratelli ortodossi. Nel sistema dei
Gnostici, il Jehovah d'Israele, il Creatore di questo Mondo sublunare,
fu uno spirito rivoltoso, o per lo meno ignorante. Il figlio di Dio è
venuto sulla Terra per abolire il tempio e la legge di Jehovah, e per
ottenere questo intento salutare si è bravamente prevalso delle speranze
e delle predizioni d'un Messia temporale.

Uno de' più acuti Maestri della scuola manichea ha messo in campo il
pericolo e l'indecenza d'una supposizione, per la quale il Dio de'
Cristiani da principio sotto la forma d'un feto sarebbe uscito
dell'utero d'una donna dopo nove mesi di gravidanza. Presi d'orrore i
suoi avversari a questa temeraria proposizione furono indotti facilmente
a negare tutte le circostanze carnali della concezione e del parto, ed a
sostenere, che la Divinità penetrò nel seno di Maria, come raggio di
Sole attraverso al cristallo, e che la verginità della Madre rimase
intatta anche al momento in cui partorì Gesù Cristo. Ma l'ardimento di
queste asserzioni promosse una sentenza più moderata: hanno insegnato
alcuni Doceti, che Gesù Cristo non fosse già un fantasma, ma bensì
vestisse un corpo impassibile ed incorruttibile. Tal è diffatto nel più
ortodosso sistema quel corpo ch'egli possede dopo la Risurrezione, e
tale è quello che debbe aver posseduto sempre per essere atto a
penetrare senza ostacolo e senza offesa una materia intermedia. Dotato
delle proprietà più essenziali della carne dovea quel corpo andar esente
dagli attributi e dalle infermità di questa: un feto che da un punto
invisibile passasse all'intera maturità, un bambino che giugnesse alla
statura d'uom fatto senza trar nodrimento alcuno dalle sorgenti
ordinarie, potrebbe continuare a vivere senza riparare col cibo
giornaliero le perdite giornaliere; potea dunque Gesù partecipare alla
mensa de' suoi Discepoli senza provar fame o sete, nè poi la virginale
sua purità ricevette macchia giammai dai movimenti involontari della
concupiscenza. Se si chiedeva in quai modi, e di qual materia avesse
potuto essere primitivamente formato un corpo d'una costituzione tanto
singolare, rispondevano i Gnostici ed altri Settari, che la forma e la
sostanza provenivano dall'Essenza divina; risposta che fa stupore alla
nostra teologia più ragionevole, e che non era già particolare di loro
soli. L'idea dello spirito puro ed assoluto è un sottile concetto della
moderna filosofia. Dall'Essenza spirituale, alle anime umane, agli
Esseri celesti, e a Dio medesimo attribuita dagli antichi, non resta
esclusa la nozione d'uno spazio esteso, e la fantasia loro s'appigliava
all'idea d'una natura, simile all'aria, al fuoco, all'etere, sostanze
incomparabilmente più perfette che i grossolani materiali del nostro
Universo. Volendo determinare il sito occupato dalla Divinità, ci è
forza fare una specie di descrizione della sua figura. Secondo la nostra
esperienza, e forse la vanità nostra, sotto umana forma si rappresenta a
noi la potenza della ragione e della virtù. Gli Antropomorfiti, che
molti ve n'era tra i monaci dell'Egitto, e i Cattolici dell'Africa,
citar potrebbero quella formal dichiarazione della Scrittura che insegna
aver Dio fatto l'uomo ad immagine sua[18]. Il venerabile Serapione, un
de' Santi de' deserti di Nitria rinunciò, piangendo, ad una credenza che
gli era cara, e a guisa d'un fanciullo gemette per una conversione, che
gli toglieva il suo Dio, e lasciava il suo spirito manchevole d'ogni
oggetto visibile di fede, e di devozione[19].

III. Tai furono i vaghi e indecisi sistemi che composero l'eresia dei
Doceti. Cerinto d'Asia[20], che osò combattere l'ultimo degli Apostoli,
immaginò un'ipotesi più sostanziale, e più complicata. Situato ai
confini del Mondo giudeo e del Mondo gentile pose ogni opera a
riconciliare i Gnostici e gli Ebioniti; riconoscendo nel Messia la
congiunzione soprannaturale dell'uomo e della Divinità; Carpocrate,
Basilide, Valentino[21] e gli eretici della scuola egiziana accettarono
questa dottrina mistica, alla quale molte particolarità aggiunsero di
loro invenzione. Nella sentenza loro, non era Gesù di Nazaret che un
semplice mortale, figlio legittimo di Giuseppe e di Maria; ma il
migliore e il più saggio fra gli uomini, eletto come degno istrumento a
ristabilir sulla Terra il culto del vero Iddio. All'atto del suo
battesimo entro il Giordano, il Cristo, il primo degli Eoni, figlio di
Dio pur esso, discese sopra Gesù in forma di colomba per empierne lo
spirito, e dirigerne le azioni durante il periodo del suo ministero.
Quando il Messia fu consegnato ai Giudei, il Cristo, Essere immortale e
impassibile, abbandonò la sua dimora terrena, ritornò nel _Pleroma_
ossia Mondo degli spiriti, e lasciò Gesù solo a soffrire, a lamentarsi e
a morire. Ma si può contestare la giustizia e la generosità di questa
diserzione; la sorte d'un innocente martire da prima esaltato, poscia
abbandonato dallo spirito divino che l'accompagnava, dovè svegliar ne'
profani la pietà e lo sdegno. Dai Settari, che abbracciarono e
modificarono il doppio sistema di Cerinto, furono in vari modi acchetate
le mormorazioni, eccitate da questi pensamenti. Si disse, che quando
Gesù era stato attaccato alla Croce avea sentita in sè una miracolosa
apatia di spirito, e di corpo mercè della quale non provava i dolori che
in apparenza soffriva. Altri asserirono che dal regno temporale di mille
anni, riservato al Messia nel suo regno della nuova Gerusalemme, sarebbe
ampiamente compensato delle sue angosce reali, ma passaggiere.
Finalmente lasciarono trapelare questo pensiero[22], che, se sofferse,
avea meritato di soffrire; che l'umana natura non è mai al tutto
perfetta; e che giovar poterono la Croce e la Passione ad espiare le
colpe veniali del figlio di Giuseppe prima della sua misteriosa unione
col figlio di Dio.

IV. Tutti coloro che tengono la nobile e seducente idea della
spiritualità dell'anima deggiono colla guida dell'esperienza confessare
l'incomprensibile unione dello spirito e del corpo. Agevol cosa è il
concepire che il corpo può stare unito ad uno spirito che ha facoltà
intellettuali assai maggiori, od anche possiede queste facoltà nel più
alto grado possibile; e l'incarnazion d'un Eone, o d'un Arcangelo, il
più perfetto degli spiriti creati, non è nè contraddittoria nè assurda.
Nei tempi della libertà religiosa, alla quale pose limiti il Concilio di
Nicea, ogni individuo misurava la Divinità di Cristo col regolo
indefinito della Scrittura, della ragione, o della tradizione; ma quando
s'ebbe fondata la sua Divinità sulle ruine dell'Arianismo, si vide la
fede dei Cattolici in riva d'un precipizio, da cui non potea dilungarsi,
ove era gran rischio il reggersi, e presso il quale un passo falso dovea
sbigottire. Il sublime carattere della lor teologia aggravava ancora i
diversi inconvenienti del loro Simbolo.[23] Esitavano a pronunciare, che
Dio stesso, la seconda persona d'una Trinità, uguale e consustanziale,
si fosse manifestato nella carne[24]: che un Ente, che riempie
l'Universo fosse stato imprigionato nel grembo di Maria; che avessero i
giorni, i mesi e gli anni dell'esistenza umana segnato l'epoche della
sua eterna durata; che fosse stato l'Onnipossente battuto colle verghe e
crocifisso; che la sua Essenza impassibile avesse provato il dolore e le
angosce; che quest'Ente, che tutto sa, non fosse scevero da ignoranza; e
che il principio della vita e dell'immortalità fosse mancato sul monte
Calvario. Sì fatte conseguenze moleste non isbigottivano punto
l'inalterabile semplicità di S. Apollinare[25] vescovo di Laodicea, e
uno dei luminari della Chiesa. Figlio d'un dotto grammatico, era versato
in tutte le scienze della Grecia; egli umilmente dedicò al servigio
della religione l'eloquenza l'erudizione e la filosofia commessa alle
sue opere. Degno amico di S. Atanasio, e degno avversario di Giuliano,
lottò coraggiosamente contro gli Ariani e i Politeisti; e comunque
affettasse il rigore delle dimostrazioni geometriche, espose ne' suoi
commentari il senso letterale e l'allegorico delle Scritture. Le sue
cure funeste ridussero ad una forma tecnica un Mistero ch'avea fluttuato
lungo tempo nell'onda dell'opinion popolare, e pubblicò per la prima
volta queste memorande parole. «Una sola Natura incarnata in Gesù
Cristo»; parole che risuonano ancora come un grido di guerra nelle
Chiese d'Asia d'Egitto e d'Etiopia. Insegnò che la Divinità s'era unita
o mescolata col corpo d'un uomo, e che il _Logos_ o l'eterna Sapienza
avea in Gesù tenuto luogo e adempiuto le voci dell'animo umano; ma quasi
fosse atterrito esso stesso dalla sua temerità fu inteso mormorar
qualche parola di scusa e di spiegazione. Ammise la distinzione antica,
che posta aveano i filosofi Greci tra l'anima ragionevole, e l'anima
sensitiva dell'uomo; così riservava il _Logos_ per le operazioni
intellettuali, ed impiegava il principio umano, subordinato a quello,
nelle funzioni meno rilevanti della vita animato. Coi più moderati dei
Doceti riveriva Maria, come la madre spirituale, anzi che la madre
carnale di Gesù Cristo, il Corpo del quale era venuto dal Cielo
impassibile ed incorruttibile, ovveramente era stato assorto e
trasformato nell'Essenza di Dio. Il sistema d'Apollinare fu vivamente
combattuto dai Teologi d'Asia e di Siria, la cui scuola si gloria dei
nomi di S. Basilio, di S. Gregorio e di S. Grisostomo, e arrossisce di
quelli di Diodoro, di Teodoro e di Nestorio, ma non si punse la persona,
la riputazione, o la dignità del Vescovo di Laodicea; forse i suoi
rivali, di cui non lece sospettare che abbiano avuto il difetto della
tolleranza, furono ammirati della novità de' suoi argomenti, e temevano
la decisione che finalmente sarebbe per pronunciare la Chiesa cattolica.
La quale si determinò poscia a favor loro; l'eresia d'Apollinare fu
condannata, e le leggi imperiali proscrissero le varie congreghe de'
suoi discepoli; ma continuarono i monasteri dell'Egitto a seguirne
segretamente le massime, e i suoi nemici provarono l'odio di Teofilo e
di S. Cirillo, che si succedettero l'uno all'altro nella sede
patriarcale d'Alessandria.

V. La dottrina materiale degli Ebioniti, e i dommi fantastici dei Doceti
erano proscritti e dimenticati; quando lo zelo, mostrato dai Cattolici,
contro gli errori d'Apollinare, li forzò ad accostarsi in apparenza alla
duplice natura di Cerinto. Ma invece di una alleanza momentanea, essi
stabilirono, e noi crediamo ancora, l'unione sostanziale indissolubile
ed immutabile d'un Dio perfetto con un uom perfetto, della persona
seconda della Trinità con un'anima ragionevole ed un corpo umano.
_L'unità delle due Nature_ era sul principio del quinto secolo la
dottrina dominante della Chiesa. Dalle due parti si confessava non
potere le nostre menti, nelle lingue nostre, rappresentare, ed esprimere
il modo di tale coesistenza; covava tuttavia una secreta animosità, ma
implacabile, contro coloro che più temevano di confondere, e contro gli
altri che più temevano di separare, la Divinità e l'Umanità di Gesù
Cristo. Una religiosa frenesia da ambe le parti col sentimento
dell'avversione ributtava l'errore a cui pendea la parte contraria,
creduto il più funesto alla verità, non che alla salute. Uguale era
l'inquietudine nelle due parti, uguale l'ardore a sostenere e a
propugnare l'unione e la distinzione delle due Nature, e ad inventare
formole e simboli di dottrina meno suscettivi di dubitazione o
d'equivoco. Inceppati dalla povertà delle idee e del linguaggio,
metteano a contribuzione arte e natura per trarne tutte le possibili
comparazioni, e ciascuna di queste, usata a rappresentar un Mistero
incomparabile, diveniva per la mente loro fonte di nuovo errore. Sotto
il microscopio polemico, un atomo prende la statura d'un mostro, e le
due Sette erano molto abili ad esagerare le assurde o empie conseguenze
che dai principii degli avversari dedur si potevano. Per isfuggire gli
uni agli altri, si gittavano in vie oscure e rimote sin a tanto che
scoprirono con orrore i terribili fantasmi di Cerinto e d'Apollinare,
che custodivano le opposte uscite del labirinto teologico. Non così
tosto travedeano la luce ancor dubbia d'una spiegazione che li conduceva
all'eresia, essi trepidavano e volgevano subito addietro il passo,
precipitando nuovamente nelle tenebre d'un'impenetrabile ortodossia. Per
discolparsi dal delitto o dall'accusa d'un orrore riprovevole, veniano
spiegando le loro massime fondamentali, ne niegavano le conseguenze, si
scusavano delle loro imprudenti proposizioni, e con grido unanime
pronunciavano le parole di concordia e di fede. Ma sotto la cenere della
controversia stava celata una scintilla quasi impercettibile, dalla
quale i pregiudizi e la passione suscitarono in breve una fiamma
divoratrice, e le dispute delle Sette d'Oriente, sulle espressioni[26],
di cui si valevano ad esporre i lor domini, scossero le fondamenta della
Chiesa e dello Stato.

[A. D. 412]

Sta famoso nella Storia della controversia il nome di Cirillo
Alessandrino, e dal suo titolo di _Santo_ si apprende, che col trionfo
finirono le sue opinioni e la sua Setta. Educato nella casa
dell'Arcivescovo Teofilo, suo zio, avea contratta in questo alunnato
ortodosso l'abitudine dello zelo, e l'amore della dominazione, e passati
utilmente cinque anni di gioventù nei monasteri della Nitria, vicini
alla sua residenza. Sotto la tutela dell'abate Serapione, s'era dato
agli studi ecclesiastici con tanto ardore, che lesse in una notte i
quattro Evangeli, le Epistole cattoliche, e l'Epistola ai Romani.
Detestava Origene, ma svolgeva continuamente gli scritti di S. Clemente,
di S. Dionigi, di S. Atanasio, di S. Basilio. Nella teorica, e nella
pratica della disputa, la sua fede si rassodava, e si assottigliava
l'ingegno; e già cominciava a tessere intorno la sua cella la fina e
fragile tela della teologia scolastica, apparecchiando quelle opere
d'allegoria e di metafisica, gli avanzi delle quali raccolti in sette
verbosi e prolissi tomi in foglio, posano in pace al fianco dei lor
rivali[27]. S. Cirillo predicava e digiunava nel deserto; ma, giusta il
rimprovero fattogli da un suo amico[28], i suoi pensieri stavano sempre
fissi sul Mondo, e l'ambizioso eremita non fu che troppo sollecito ad
obbedire alla voce di Teofilo, che lo chiamava alla vita fragorosa delle
città, e dei Sinodi. Coll'assenso dello zio attese alla predicazione, e
presto ottenne il favor popolare. La sua bella figura adornava il
pulpito, la sua voce armoniosa rimbombava nella cattedrale. Stavano i
suoi amici in un posto, da cui diriger potevano, e assecondare gli
applausi della Congregazione[29], e vari scrivani raccoglievano
rapidamente i suoi discorsi, i quali per l'effetto, non per la
composizione, ponno paragonarsi a quelli degli Oratori d'Atene. Colla
morte di Teofilo crebbero, e s'avverarono le speranze del nipote. Era
diviso d'opinione il Clero di Alessandria: i soldati e il generale
favoreggiavano l'Arcidiacono; ma dal clamore e dalla violenza della
moltitudine fu nominato quegli che ella prediligeva, e S. Cirillo salì
sulla sede occupata già trentanov'anni prima da S. Atanagio[30].

[A. D. 413-414-415 ec.]

Non era indegna della sua ambizione la ricompensa. Lungi dalla Corte,
Capo dell'immensa Metropoli, il patriarca d'Alessandria, che così era
nomato, aveva a poco a poco usurpata l'autorità ed il grado d'un
magistrato civile. Era egli il dispensatore delle pubbliche e private
elemosine della città. La sua voce suscitava, o calmava le passioni del
popolo. Grannumero di fanatici _Parabolani_[31] addimesticati nelle loro
giornaliere azioni agli spettacoli di morte, ciecamente obbedivano ai
suoi comandi, e la potenza temporale di questi Pontefici cristiani
mettea paura ed astio ai prefetti d'Egitto. Tutto ardore contro gli
eretici, cominciò Cirillo il suo pontificato, opprimendo i Novaziani,
che pur erano i più innocenti e pacifici fra tutti i Settari. Parvegli
un atto giusto e meritorio l'interdirne il culto religioso, e non si
avvisò d'incorrere la taccia di sacrilego, confiscandone i vasi sacri.
Le leggi de' Cesari e dei Tolomei, ed una prescrizione di sette secoli
dalla fondazione d'Alessandria in poi, assicuravano la libertà del
culto, e i privilegi ancora dei Giudei, già moltiplicati fino al numero
di quarantamila. Senza veruna sentenza legale, senz'alcun ordine
dell'imperatore, il patriarca, fattosi condottiero d'una plebe
sediziosa, venne, sul far del giorno, ad investire le sinagoghe. Inermi
gli Ebrei, ed assaliti all'improvviso, non poterono fare resistenza:
furono rasi i luoghi dove si congregavano ad orare, e il vescovo
guerriero, dopo aver conceduto alle sue truppe il saccheggio degli
averi, cacciò dalla città il resto di quella miscredente nazione. Forse
egli allegò l'orgoglio che aveano della loro prosperità, e l'odio
mortale che portavano ai Cristiani, dei quali aveano poco stante versato
il sangue in una sommossa eccitata a caso o a bella posta. Simili
delitti meritavano la correzione del Magistrato, ma in quest'aggressione
furono confusi gl'innocenti coi rei, e perdette Alessandria una colonia
ricca ed industriosa. Lo zelo di S. Cirillo lo condannava alle pene
della legge Giulia; ma in un governo debole, in un secolo superstizioso,
era egli sicuro dell'impunità, e poteva anche aspettarsi elogi. Si dolse
Oreste, prefetto dell'Egitto; ma i ministri di Teodosio posero troppo
presto in dimenticanza le sue giuste lagnanze, e non se ne risovvenne
che troppo un sacerdote, che simulando con affettazione di perdonargli,
non cessava d'odiarlo. Un giorno, mentre passava quegli per la strada,
un drappello di cinquecento monaci della Nitria dieder l'assalto al suo
carro; alla vista di quelle bestie feroci del deserto, le sue guardie si
diedero alla fuga; ebbe egli un bel protestare d'essere Cristiano e
Cattolico; gli fu fatta risposta con una grandine di sassi, che gli
copersero di sangue la faccia. Corsero in aiuto alcuni buoni cittadini;
quegli sacrificò subito alla giustizia e alla propria vendetta il monaco
che l'avea ferito, e Ammonio (così nomavasi il monaco) spirò sotto le
verghe dei littori. Fece S. Cirillo levare il corpo d'Ammonio e
trasportarlo solennemente in processione alla cattedrale: fu cangiato il
suo nome in quello di Taumasio ossia _Mirabile._ Se ne ornò la tomba coi
simboli del martirio, e il patriarca ascese il pergamo per celebrare la
magnanimità d'un sicario e d'un ribelle. Onori di tal fatta dovettero di
leggieri infiammare i Cristiani a combattere ed a morire sotto le
bandiere del Santo; e S. Cirillo[32] volle ben tosto, o accettò il
sagrifizio d'una vergine che professava la religione dei Greci, e avea
legami d'amicizia con Oreste. Ipazia, figlia del matematico Teone[33]
era dotta nelle scienze coltivate dal padre; i suoi bei commentari hanno
rischiarata la geometria d'Apollonio e di Diofante, ed ella
pubblicamente in Atene ed in Alessandria insegnava la filosofia di
Platone e d'Aristotele. Congiungendo a tutta la freschezza
dell'avvenenza, la maturità della sapienza, era ritrosa alle preghiere
degli amanti, e si contentava d'istruire i suoi discepoli. Era
corteggiata continuamente dalle persone per grado e per merito le più
illustri, e S. Cirillo scorgeva con occhio di gelosia il pomposo codazzo
di schiavi e di cavalli che attorniava la porta dell'Accademia di quella
giovine. Si divulgò tra i Cristiani la voce, che il solo ostacolo alla
riconciliazione del Prefetto e dell'Arcivescovo fosse la figlia di
Teone, e quest'ostacolo fu ben presto levato. In uno dei santi giorni di
quaresima, Ipazia, tornando a casa, fu svelta a forza dal suo carro,
spogliata degli abiti, trascinata alla chiesa, e trucidata da Pietro il
Lettore, e da una turba di spietati fanatici; fu tagliuzzato il suo
corpo colle scaglie di ostrica[34], e abbandonate alle fiamme le sue
membra ancor palpitanti. Con denari sparsi a tempo fu impedita
l'informazione giuridica incominciata su questo delitto; ma l'assassinio
d'Ipazia ha posto una macchia indelebile al carattere ed alla religione
di S. Cirillo Alessandrino[35][36].

[A. D. 428]

Più facilmente la superstizione perdonerà forse l'assassinio d'una
giovanetta, che l'esilio d'un Santo. Avea S. Cirillo accompagnato il suo
zio all'odioso Sinodo della Quercia. Quando fu rimessa in onore, e
consacrata la memoria di S. Grisostomo, il nepote di Teofilo, che
presedeva una fazion moribonda, s'ostinò ad asserire che giusta era
stata la condanna di quel prelato; e solamente dopo lunga dilazione, e
una pertinace resistenza, si sottomise in fine al decreto della Chiesa
cattolica[37]. Non per passione, ma per interesse egli si mostrava il
nemico dei Pontefici di Bizanzio[38]. Invidiava la fortuna che avevano
di brillare fra il grande splendore della Corte imperiale; ne temeva
l'ambizione potente ad opprimere i metropolitani dell'Europa e
dell'Asia, a soperchiare le province d'Alessandria e d'Antiochia, ed a
portare le loro diocesi ai confini dell'Impero. La costante moderazion
d'Attico, il quale faceva uso assai mite della dignità usurpata a San
Grisostomo, sospese l'animosità dei Patriarchi dell'Oriente. Ma San
Cirillo fu desto alla per fine dalla esaltazion d'un rivale più degno
della sua stima e dell'odio suo. Dopo il breve e procelloso pontificato
di Sisinnio, l'elezione dell'Imperatore il qual in tal circostanza
consultò l'opinion pubblica, e gli nominò per successore uno straniero,
attutò le fazioni del clero e del popolo, e concedette il principe
l'arcivescovado della sua capitale a Nestorio[39], nativo di Germanicia
e monaco d'Antiochia, ragguardevole per l'austerità della vita, e
l'eloquenza de' suoi sermoni; ma la prima volta che predicò al cospetto
del pio Teodosio lasciò trapelare l'acrimonia e l'impazienza del suo
zelo. «O Cesare, esclamò, dammi la Terra monda di Eretici, e io ti darò
in cambio il regno del Cielo. Estermina con me gli Eretici, ed io con te
esterminerò i persiani.» Nel quinto giorno del suo pontificato, quasi
fosse stata sottoscritta anche dall'Imperatore questa convenzione, il
Patriarca scoperse, sorprese ed assalì una segreta combricola d'Ariani,
i quali vollero piuttosto morire che cedere. Le fiamme, ch'essi accesero
per disperazione, passarono alle case vicine, e il trionfo di Nestorio
fu disonorato dal soprannome d'_Incendiario._ Impose egli sulle due rive
dell'Elesponto un rigoroso formolario di fede e di disciplina, e punì
come una colpa contro la Chiesa e lo Stato uno sbaglio cronologico sulla
festa di Pasqua. Purificò la Lidia e la Caria, Sardi e Mileto, col
sangue degli ostinati Quarto-decimani, e l'editto dell'Imperatore, o più
veramente del Patriarca, indica sotto ventitrè denominazioni diverse
ventitrè gradi d'eresia tutti degni di punizione[40]. La spada della
persecuzione maneggiata con tanta violenza da Nestorio si ritorse ben
presto a suo danno; ma se si presta fede ad un Santo, allora vivente, fu
l'ambizione il vero fomite delle guerre episcopali, e la religione
solamente il pretesto[41].

[A. D. 429-431]

Imparato avea Nestorio nella scuola di Siria a detestare la mescolanza
delle due Nature, e sapea separare bravamente l'umanità del Cristo, suo
padrone, dalla divinità di Gesù, suo Signore[42]. Rispettava la Santa
Vergine come la Madre del Cristo, ma erano ferite le sue orecchie dal
recente e inconsiderato titolo di Madre di Dio[43], ammesso
insensibilmente dopo l'origine della controversia di Ario. Un amico del
patriarca, e poi il patriarca esso stesso, dall'alto della cattedra di
Costantinopoli in più riprese predicarono contro l'uso e l'abuso d'una
parola[44] ignota[45] agli Apostoli, non approvata[46] dalla Chiesa,
atta a spaventare i fedeli timorati, a traviare i semplici, a divertire
i profani, a giustificare, con una somiglianza apparente, la genealogia
degli Dei dell'Olimpo[47]. Nelle sue ore di calma confessava Nestorio,
che tollerarla si poteva e scusarla per l'union delle due Nature, e la
communicazione delle proprietà loro[48]. Ma poi adontato dalla
contraddizione, si condusse a rigettare il culto d'un Dio neonato; d'una
Divinità infante, a ricavare dalle associazioni coniugali e civili
dell'umana vita le similitudini imperfette, di cui si valeva per
dichiarare le sue opinioni, ed a rappresentare l'Umanità del Cristo,
come l'abito, lo strumento, ed il tempio della sua Divinità. Al primo
suono di queste bestemmie si scossero le colonne del santuario. Quei
pochi che avean veduto a terra le loro speranze per l'esaltazion di
Nestorio, s'abbandonarono all'astio ispirato nel lor cuore dalla
religione, o dall'invidia; il Clero di Bizanzio vedea di mal occhio uno
straniero che lo dominava; tutto ciò che porta l'impronta della
superstizione, o dell'assurdo ha diritto alla protezione dei Monaci, e
il popolo era infervorato per la gloria della Santa Vergine, sua
protettrice[49]. Da sediziosi schiamazzi furono interrotte le prediche
dell'Arcivescovo, e gli offici divini; in congreghe particolari fu
abiurata l'autorità e la dottrina di lui; in breve propagò il soffio
delle fazioni da tutti i lati sino alla estremità dell'impero il
contagio della controversia, e dall'arena fragorosa su cui s'agitavano i
combattenti; rintronò la lor voce entro le celle della Palestina, e
dell'Egitto. Era debito di San Cirillo l'illuminare lo zelo e
l'ignoranza dei monaci innumerevoli alla sua episcopale autorità
sottoposti: dalla scuola d'Alessandria gli era stato insegnata
l'incarnazione d'una Natura, ed egli l'aveva ammessa; ma armandosi
contro un secondo Ario, che più terribile e più reo del primo occupava
il secondo trono della Gerarchia ecclesiastica, il successore di San
Atanasio, non prese consiglio che dall'orgoglio, e dall'ambizione. Dopo
un carteggio non lungo, in cui palliarono i Prelati rivali il loro
rancore sotto il perfido linguaggio del rispetto e della carità, il
Patriarca d'Alessandria denunziò al principe ed al popolo, all'Oriente e
all'Occidente, i colpevoli errori del Prelato di Bizanzio. I vescovi
d'Oriente, e particolarmente quello d'Antiochia, che favoreggiava la
causa di Nestorio, consigliarono alle due Sette moderazione e silenzio;
ma il Vaticano ricevè a braccia aperte i deputati dell'Egitto. Si
compiacque Celestino d'esserne eletto giudice; e l'infedele versione
d'un monaco fermò l'opinione del Papa, il quale, al pari del suo clero
Latino, non conosceva nè la lingua, nè le arti, nè la teologia dei
Greci. Presiedendo un Concilio di Vescovi italiani, esaminò Celestino
gli argomenti di San Cirillo, ne approvò il Simbolo, e dannò la persona
e le opinioni di Nestorio. Privò quest'Eretico della dignità episcopale,
assegnogli dieci giorni per ritrattarsi e dimostrare pentimento, e di
questo decreto[50] illegale e precipitato, commise l'esecuzione al suo
avversario. Ma nel mentre che il patriarca d'Alessandria scagliava i
fulmini celesti, lasciava travedere gli errori e le passioni d'un
mortale; ed oggi ancora i suoi dodici anatemi[51] mettono a tortura la
scrupolosa sommessione degli Ortodossi, i quali vogliono serbar
venerazione alla memoria d'un Santo, senza mancare alla fedeltà dovuta
ai decreti del Concilio di Calcedonia. Quelle ardite proposizioni
mantengono una tinta indelebile dell'eresia degli Apollinaristi, mentre
le dichiarazioni serie e per avventura sincere di Nestorio hanno
satisfatto a quei teologi del tempo nostro, che sono per sapere e per
imparzialità i più segnalati[52].

[A. D. 431]

Nè all'Imperatore, nè al primate dell'Oriente talentava di sottomettersi
al decreto d'un Prete dell'Italia, e da ogni parte si chiedeva un
Concilio della Chiesa cattolica, o piuttosto della Chiesa greca, come
l'unico espediente ad acchetare od a finire questa disputa
ecclesiastica[53]. Efeso, a cui agevolmente si giugnea per mare e per
terra, fu scelta per luogo dell'Assemblea, la quale fu aggiornata per le
feste della Pentecoste. Furono spedite a tutti i Metropolitani lettere
di convocazione, e si collocò intorno alla sala dell'adunanza una
guardia, che dovea proteggere e tener sequestrati i Padri del Sinodo,
fin a tanto che determinati avessero i Misteri del Cielo, e la credenza
degli uomini. Vi comparve Nestorio non come delinquente, ma come
giudice; il quale affidavasi sulla riputazione più che sul numero de'
suoi Prelati; i suoi gagliardi schiavi dei bagni di Zeusippo stavano
armati e presti a difenderlo, o ad assalirne i nemici. Ma dal lato di S.
Cirillo, suo avversario, stava la prevalenza dell'armi temporali e
spirituali. Disubbediente questi alla lettera, o almeno al senso
dell'ordine imperiale, s'aveva tirato dietro il seguito di cinquanta
Vescovi egiziani, i quali da un cenno del lor Patriarca attendeano il
soffio dello Spirito Santo. Avea contratta stretta alleanza con Mennone
vescovo d'Efeso, primate delle chiese d'Asia da lui con assoluto potere
governate, il quale disponeva a suo senno dei voti di trenta o quaranta
vescovi: una truppa di paesani, schiavi della Chiesa, era stata
distribuita per la città a sostenere colle grida e colle violenze gli
argomenti metafisici del lor Signore; ed il popolo difendeva
zelantemente l'onor della Vergine Maria, il corpo della quale riposava
nelle mura d'Efeso[54]. Andava carico delle ricchezze dell'Egitto il
navile che condotto avea S. Cirillo; e sbarcò una gran ciurma di
marinai, di schiavi e di fanatici, arruolati sotto le bandiere di S.
Marco e della Madre di Dio, parati e presti alla più cieca obbedienza.
Questa turba guerriera sbigottì i Padri, ed anche le guardie del
Concilio. Gli avversari di S. Cirillo e di Maria furono insultati nelle
strade, o minacciati in casa. Ogni giorno l'eloquenza e la liberalità
del Prelato egiziano crescevangli il numero degli aderenti; e potè egli
ben presto vedersi arbitro di duecento vescovi, pronti a seguirlo, e a
sostenerlo[55]. Ma l'autore dei dodici anatemi ben presagiva e temeva
l'opposizion di Giovanni d'Antiochia, che con un corteggio poco
numeroso, ma ragguardevole, di Metropolitani e di Teologi, arrivava a
picciole giornate dalla capitale dell'Oriente. S. Cirillo, che s'adirava
d'una dilazione da lui creduta volontaria e colpevole[56], aggiornò
l'apertura del Concilio al sedicesimo giorno dopo la Pentecoste.
Sperando Nestorio nell'arrivo prossimo de' suoi amici dall'Oriente,
persistette, come S. Grisostomo suo predecessore, a declinare dalla
giurisdizione de' suoi nemici, e a ricusare obbedienza alle loro
intimazioni: questi accelerarono la sentenza, e presedette al tribunale
il suo accusatore. Sessant'otto vescovi, ventidue de' quali avean grado
di metropolitani, lo difesero con una protesta decente e moderata; ma
furono esclusi dalle deliberazioni. Candidiano domandò da parte
dell'Imperatore una dilazione di quattro giorni, e questo magistrato
profano fu insultato ed espulso dall'assemblea de' Santi.

Sì grande affare venne intieramente compiuto nello spazio d'un giorno
estivo: scrissero i Vescovi separatamente la loro opinione; ma
dall'uniformità dello stile, s'argomenta la dettatura, o la mano di un
Capo accusato d'avere falsificati gli Atti e le sottoscrizioni[57].
Dichiararono con voto unanime che le epistole di San Cirillo conteneano
i dommi del Concilio di Nicea, e la dottrina de' Padri; la lettura
dell'estratto infedele, che s'era fatto delle Lettere e delle Omelie di
Nestorio, fu interrotta da imprecazioni e da anatemi. Fu questi deposto
dal grado di Vescovo, e privato delle sue dignità ecclesiastiche. Il
decreto, in cui era malignamente qualificato per un nuovo Giuda, fu
pubblicato ed affisso in tutti gli angoli della città d'Efeso. Quando
gli stanchi Prelati uscirono della Chiesa della Madre di Dio, furono
salutati come suoi difensori, e per tutta la notte ne fu
tumultuariamente con illuminazioni e con canti celebrata la vittoria.

Ma nel quinto giorno, fu sconcertato questo trionfo dall'arrivo e dalla
indignazione dei Vescovi d'Oriente. In una stanza dell'osteria, ov'era
smontato Giovanni d'Antiochia, e prima d'avere, per così dire, scossa
da' calzari la polvere, diede egli udienza a Candidiano, ministro
dell'Imperatore, il quale gli raccontò, come invano s'era adoperato a
prevenire od impedire le violenze precipitose di San Cirillo. Con ugual
precipitazione e violenza un Sinodo di Oriente[58] spogliò San Cirillo e
Mennone della dignità di Vescovi; dichiarò che i dodici anatemi
racchiudevano il più sottile veleno dell'eresia degli Apollinaristi, e
dipinse il Primate d'Alessandria come un mostro nato e nudrito a
distruzion della Chiesa[59]. Remota ed inaccessibile era la sua sede, ma
fu deciso di compartire immediatamente al popolo di Efeso il beneficio
d'essere governato da un pastore fedele. Per ordine di Mennone furono
serrate le Chiese, e posta grossa guernigione nella cattedrale. Le
soldatesche andarono all'assalto, guidate da Candidiano; le guardie
prime furono sbaragliate e passate a fil di spada; ma i posti erano
insuperabili, e gli assedianti si ritirarono; allora inseguiti dai
soldati che stavano nella cattedrale, perdettero i cavalli, e molti
furono gravemente feriti a colpi di mazze, e a sassate. Schiamazzi
forsennati, atti furibondi, la sedizione e il sangue macchiarono la
città della Santa Vergine. I Sinodi rivali si scagliarono a vicenda
anatemi e scomuniche; e le relazioni contraddittorie delle fazioni di
Siria e d'Egitto imbrogliarono il Consiglio di Teodosio. Il quale,
volendo calmare questa lite teologica, per tre mesi pose tutto in opera,
eccetto il rimedio più efficace, quello cioè dell'indifferenza, e del
disprezzo. S'avvisò d'allontanare o intimorire i Capi con una sentenza
che avrebbe del pari soddisfatto o condannato gli uni e gli altri; diede
la plenipotenza a' suoi rappresentanti in Efeso, e li munì di forze
militari, bastevoli a sostenerli; chiamò otto deputati delle due parti
per conferire legalmente, e con libertà, nei contorni della capitale,
lungi dalla popolar frenesia, ch'è sempre contagiosa. Ma ricusavano gli
Orientali d'obbedire a quest'ordine, e i Cattolici, insuperbiti pel
numero loro, e pel favor dei Latini, ributtarono ogni sorta d'unione o
di tolleranza. Posta al cimento la pazienza del mite Teodosio, s'indusse
egli a pronunciare irritato la dissoluzione di quel Sinodo tumultuoso,
che nella distanza di tredici secoli ora a noi si presenta col nome
rispettabile di terzo Concilio ecumenico[60]. «Iddio m'è testimonio,
disse quel religioso principe, che di questo disordine io non ho colpa
in veruna maniera. La Provvidenza scernerà e punirà i colpevoli; tornate
alle vostre province; possano le vostre virtù private riparare i mali e
gli scandali della vostra adunanza». Se ne tornarono difatto i Vescovi
allo loro diocesi; ma le passioni che aveano sconvolto il Concilio
d'Efeso si disseminarono pur tutto l'Oriente. Giovanni d'Antiochia, e
San Cirillo d'Alessandria, dopo tre campagne, in cui si batterono con
ostinazione, e con pari successo, vollero in fine spiegarsi e far pace;
ma si debbe attribuire la loro riconciliazione apparente alla prudenza
piuttosto che alla ragione, alla stanchezza di entrambi piuttosto che
alla carità cristiana.

[A. D. 431-435]

Il Pontefice di Bizanzio avea già informato l'Imperatore sinistramente
del carattere e del contegno del Prelato egiziano, suo rivale;
coll'ordine di ritornarsene ad Efeso, ricevè S. Cirillo una lettera
piena zeppa di minacce e d'invettive[61], nella quale era trattato da
prete imbroglione, insolente, invidioso, le cui opinioni agitavano la
Chiesa e lo Stato, e che con un procedere artificioso verso la sorella e
la moglie dell'Imperatore, alle quali s'era diretto separatamente,
palesava la temeraria intenzione di suscitare, o di trovare nella
famiglia imperiale i semi della disunione e della discordia. Adempiendo
Cirillo a quel comando imperioso, s'era trasferito ad Efeso; i
Magistrati partigiani di Nestorio e dei Vescovi di Oriente si opposero
ai suoi anatemi, e minacciarono e lo chiusero in carcere. Poscia
radunarono le soldatesche della Lidia e della Ionia per tener a freno il
seguito fanatico e turbolento di quel patriarca. Senz'attender la
risposta dell'Imperatore alle sue doglianze, fuggì Cirillo dalle mani
delle guardie, s'imbarcò in gran fretta, abbandonò il Sinodo che non era
ancora chiuso, e riparò in Alessandria, asilo tutelare della sua
independenza e sicurezza. Ai suoi scaltri emissari, sparsi nella Corte e
nella capitale, venne fatto di calmare lo sdegno dell'Imperatore, e di
rimettere in grazia Cirillo. Il debole figlio d'Arcadio era
alternativamente dominato dalla moglie, dalla sorella, dagli eunuchi,
dalle donne del palazzo; superstizione e avarizia erano le loro passioni
favorite; ed ai Capi ortodossi stava a cuore d'intimorire l'una, e di
contentare l'altra. Costantinopoli ed i sobborghi erano santificati da
numerosi monasteri, e i Santi Abati Dalmazio ed Eutiche[62] con
intrepido zelo s'erano consacrati alla causa di Cirillo, al culto della
Vergine, ed all'unità di Cristo. Dopo aver abbracciata la vita
monastica, non erano più comparsi nel Mondo, nè sul suolo profano della
capitale. Ma nel terribile momento del pericolo della Chiesa, un dover
più sublime e più indispensabile fece loro dimenticare il voto: escirono
del convento, corsero al palazzo, precedendo una lunga fila di Monaci e
d'eremiti, che tenevano in mano fiaccole ardenti, e cantavano le litanie
della Madre di Dio. Da questo straordinario spettacolo fu edificato e
riscaldato il popolo di modo che il monarca atterrito prestò orecchio
alle preci e alle suppliche di quei santi personaggi, i quali ad alta
voce gridarono; non esservi speranza di salute per coloro, che non
aderissero alla persona, ed al Simbolo del successore ortodosso di S.
Atanasio. Nel tempo medesimo si profuse l'oro per tutte le vie che
conduceano al trono. Sotto i nomi decorosi di _eulogie_ e _benedizioni_,
furon regalati i cortigiani de' due sessi, secondo la misura del potere
o della capacità di ciascheduno. Le nuove domande che faceano ogni
giorno avrebbero in poco tempo spogliati i santuari delle Chiese di
Costantinopoli e d'Alessandria; nè potè l'autorità del Patriarca imporre
silenzio alle mormorazioni del suo Clero, sdegnato pel debito che s'era
già contratto di sessantamila lire sterline per supplire alle spese di
sì scandalosa subornazione[63]. Pulcheria, che alleviava al fratello la
somma del governo, era la più salda colonna della Fede ortodossa; ed i
fulmini del Sinodo venivano secondati sì fattamente dai secreti maneggi,
che S. Cirillo fu sicuro di riuscire a bene, se potea rimovere l'Eunuco
favorito, e sostituirgli un altro. Non potè per altro vantarsi d'un
trionfo glorioso e decisivo. Palesava l'Imperatore in quell'occasione
una fermezza straordinaria; avea promesso di protegger l'innocenza dei
Vescovi d'Oriente e mantenea la parola; fu ridotto Cirillo a temperare i
suoi anatemi, e prima di godere la compiacenza di soddisfar la vendetta
contro l'infelice Nestorio, fu giuocoforza che confessasse in una
maniera equivoca, e a suo malgrado la doppia Natura di Gesù Cristo[64].

[A. D. 435]

L'imprudente e ostinato Nestorio, prima che finisse il Sinodo fu
oppresso da S. Cirillo, tradito dalla Corte, e malamente difeso da suoi
amici dell'Oriente. Fosse paura o rabbia, s'indusse, fin ch'era tempo, a
farsi merito d'un'abdicazione che parer potea volontaria[65]:
prontamente si assecondarono i suoi desiderii, o per lo meno la sua
domanda; fu guidato in una maniera decorosa da Efeso al monastero di
Antiochia, da cui l'avea tratto l'Imperatore, e poco dopo furono
riconosciuti i suoi successori, Massimiano e Proculo, per legittimi
Vescovi di Costantinopoli. Ma non potè il deposto Patriarca ritrovare
nella sua placida cella l'innocenza e la quiete d'un monaco semplice.
Pensava al passato, si dolea del presente, e dovea poi temer l'avvenire.
A poco a poco i Vescovi d'Oriente abbandonavano la causa d'un uomo dalla
pubblica opinion condannato, ed ogni giorno scemava il numero degli
scismatici, che come confessor della Fede avevano riverito Nestorio.
Stava egli da quattro anni in Antiochia, quando l'Imperatore segnò un
editto[66], che lo paragonava a Simone il Mago, che proscriveva le sue
opinioni ed i suoi settari, condannava alle fiamme i suoi scritti;
quanto a lui fu da prima confinato a Petra in Arabia, poscia all'Oasi,
una dell'isole del deserto della Libia[67]. Colà segregato dalla Chiesa
e dal Mondo ebbe ancora a soffrire le persecuzioni del fanatismo, e i
furori della guerra. Da una tribù errante di Blemii o di Nubiani fu
invasa la sua solitudine; e Nestorio rimase nel numero dei prigionieri
inutili, cui lasciarono poscia in libertà, ritirandosi. Ma trovandosi
sulle sponde del Nilo, e presso una città romana ed ortodossa, desiderò
senz'altro di essere piuttosto rimaso schiavo dei Selvaggi. Come nuovo
delitto fu punita la sua fuga; lo spirito di Cirillo animava tutte le
autorità civili ed ecclesiastiche dell'Egitto; magistrati, soldati,
monaci tormentarono il nemico di Cristo e di S. Cirillo; e l'eretico ora
fu trascinato sui confini dell'Etiopia ora richiamato da quel nuovo
esilio, sino a tanto che, sfinito già dalla vecchiezza, non potè più
resistere alle fatiche, e agli accidenti di tanti viaggi. Nondimeno il
suo spirito si serbava tuttavia fermo e independente: le sue lettere
pastorali intimorirono il presidente della Tebaide; sopravvisse al
Tiranno cattolico d'Alessandria; e già il Concilio di Calcedonia,
sentendo pietà d'un esilio di sedici anni, stava per rimetterlo negli
onori, o nella comunione almeno della Chiesa. Era chiamato colà, e con
gioia s'apparecchiava ad obbedire, quando il prevenne la morte[68].
Dalla qualità della sua malattia nacque l'odiosa ciancia, che la sua
lingua, organo delle sue bestemmie, fosse mangiata dai vermi. Fu sepolto
in una città dell'Alto Egitto, conosciuta sotto il nome di Chemnis, o
Panopoli, o Akmim[69]; ma non cessò l'accanimento dei Giacobiti
dall'insidiarne per più generazioni il sepolcro, e dal pubblicare
scioccamente che la pioggia del Cielo, che cade tanto sui fedeli come
sugli empi[70], non bagnava mai il luogo della sua sepoltura. Può
l'umanità donare una lagrima alla sorte di Nestorio; ma per esser giusti
bisogna osservare, che se fu vittima della persecuzione, ciò non
avvenne, che dopo averla esso stesso autenticata colla sua approvazione
e coll'esempio[71].

[A. D. 448]

La morte del primate d'Alessandria, dopo un pontificato di trentadue
anni, lasciò i Cattolici in balìa d'uno zelo intemperante, che abusò
della vittoria[72]. La dottrina monofisita, cioè una sola Natura
incarnata, fu rigorosamente predicata nelle chiese dell'Egitto, e ne'
monasteri dell'Oriente. Dalla santità di S. Cirillo prendea vigore il
Simbolo primitivo d'Apollinare; ed Eutiche, suo illustre amico, ha dato
il nome alla Setta la più contraria all'eresia di Nestorio. Eutiche era
abate, o archimandrita, cioè superiore di trecento monaci; ma le
opinioni d'un Solitario, poco versato nelle lettere, non avrebbero mai
varcato i confini della colletta, ove avea dormicchiato più di
settant'anni, se il risentimento o l'imprudenza di Flaviano, Pontefice
bizantino, non le avesse esposte al Mondo cristiano. Questi radunò
immediatamente un Sinodo domestico; i clamori e gli artificii
disonorarono quanto si fece, e vi fu condannato l'Eretico, già debole
per la vecchiezza, a cui carpirono per sorpresa una dichiarazione, colla
quale parea che confessasse, non avere il Cristo tolto il suo corpo
dalla sostanza della Vergine Maria. S'appellò Eutiche del decreto ad un
Concilio generale, e fu gagliardamente propugnata la sua causa da
Crisafio, l'eunuco dominante del Palazzo, il quale era stato da lui
tenuto al Sagro Fonte, e da Dioscoro suo complice, succeduto nella sede,
nel Simbolo, nei talenti, nei vizi al nipote di Teofilo. Teodosio volle
a buon dritto, e specialmente ordinò, che il secondo Sinodo d'Efeso
fosse formato da dieci Metropolitani, e da dieci Vescovi di ciascheduna
delle sei diocesi dell'Oriente; alcune eccezioni, date al favore o al
merito, portarono a cento trentacinque il numero de' Padri del Concilio,
ed il Siro Barsuma, come Capo e rappresentante de' monaci, fu invitato a
sedere e a votare coi successori degli Apostoli. Ma dalla prepotenza del
Patriarca d'Alessandria venne di bel nuovo violata la libertà delle
discussioni; di nuovo gli arsenali dell'Egitto somministrarono armi
materiali e spirituali. Una masnada d'arcieri veterani dell'Asia serviva
agli ordini di Dioscoro, e i monaci, più terribili ancora, sordi alla
ragione ed alla pietà, assediavano le porte della cattedrale. Il
Generale, e i Padri, che dovean esser liberi nelle opinioni,
sottoscrissero il Simbolo ed anche gli anatemi di San Cirillo, e
l'eresia delle due Nature fu condannata in modo formale nella persona e
negli scritti dei più dotti uomini dell'Oriente. «Possano quelli che
dividon Gesù Cristo essere divisi dalla spada; sieno messi in pezzi ed
arsi vivi!» Tal fu il voto caritatevole d'un Concilio cristiano[73]. Si
riconobbe senza esitazione l'innocenza e la santità di Eutiche; ma i
Prelati, e più d'ogni altro quei della Tracia e dell'Asia non volean
deporre il lor Patriarca pel motivo, che avrebbe usato od anche abusato
della sua giurisdizione legittima. Abbracciarono le ginocchia di
Dioscoro, nel momento che si stava con aspetto, minaccioso sui gradini
della sua cattedra, e lo scongiurarono di perdonare al suo fratello, e
di rispettarne la dignità. «Volete voi suscitar una sedizione?» rispose
l'inesorabil prelato; «dove son gli ufficiali?» A queste parole una
turba furiosa di monaci e di soldati forniti di bastoni, di spade e di
catene, piombò nella chiesa: i Vescovi spaventati si nascosero dietro
l'altare, o sotto i banchi, e non avendo troppa brama di martirio
segnarono tutti ad uno ad uno una carta bianca, dove poi fu scritta la
condanna del pontefice di Bizanzio. Nel punto stesso fu Flaviano dato in
preda alle bestie feroci di quella arena ecclesiastica.[74] Dalla voce e
dall'esempio di Barsuma furono attizzati i monaci a vendicar l'ingiuria
di Gesù Cristo. Si dice, che il Patriarca di Alessandria, oltraggiò,
schiaffeggiò, e si pose sotto i piedi il suo confratello, il Vescovo di
Costantinopoli[75]. È cosa certa che prima di giugnere al luogo del suo
esilio, la vittima spirò nel terzo giorno per le ferite e pei colpi in
Efeso ricevuti. Questo secondo Sinodo d'Efeso è stato a ragione
detestato come adunanza d'una geldra di ladri e d'assassini. Eppure han
dovuto gli accusatori di Dioscoro esagerare la sua violenza per iscusare
la viltà, o l'incostanza del loro procedere.

[A. D. 451]

La Fede dell'Egitto avea vinta la prova; ma la parte soccombente era
assistita da quel Papa medesimo, che senza timore aveva affrontato la
collera, e l'armi d'Attila e di Genserico. Il Sinodo d'Efeso non avea
posto mente alla dottrina insegnata da Leone nel suo famoso _tomo_, o
epistola intorno al Mistero dell'Incarnazione; la sua autorità e quella
della Chiesa latina erano state insultate nella persona dei suoi Legati,
che, scampati a stento dalla schiavitù e dalla morte, vennero a
raccontare la tirannia di Dioscoro e il martirio di Flaviano. Convocato
il suo Sinodo provinciale, il Papa annullò gli Atti irregolari di quello
d'Efeso; ma questo passo essendo pure irregolare domandò egli la
convocazione d'un Concilio generale nelle province libere ed ortodosse
dell'Italia. Dall'alto del suo trono, omai independente dalla Corte di
Costantinopoli, parlava ed operava il Pontefice di Roma senza pericolo,
come Capo dei cristiani. Placidia e suo figlio Valentiniano non erano
che i docili strumenti de' suoi voleri: chiesero al principe che
governava l'Oriente di ristabilire la pace e l'unità della Chiesa; ma il
fantoccio che dava legge a quella parte dell'impero era menato con pari
scaltrezza dall'Eunuco che allora dominava; rispose Teodosio, senza
esitazione, che la Chiesa era già pacifica e trionfante, e che le giuste
pene inflitte ai Nestoriani aveano spento l'incendio, di cui si temevano
i guasti. Erano forse i Greci in preda per sempre all'eresia dei
Monofisiti, se il cavallo dell'Imperatore non avesse per avventura
incespato. Morì Teodosio; Pulcheria, sua sorella, zelante della Fede
ortodossa, succedette al trono con uno sposo che tale non era se non di
nome. Grisafio fu arso vivo; Dioscoro cadde in disgrazia; furono
richiamati gli esuli, e i Vescovi d'Oriente segnarono il _tomo_ di
Leone. Al Papa tutta volta rincrebbe, che fosse ita a vuoto la sua
intenzion favorita di ragunare un Concilio di Vescovi latini. Non degnò
presedere al Sinodo greco frettolosamente raccolto in Nicea di Bitinia;
con un tuono perentorio pretesero i suoi Legati che presente assistesse
l'Imperatore, e i Padri, già stanchi, furono tratti a Calcedonia, sotto
gli occhi di Marciano e del senato di Costantinopoli. Si adunarono nella
Chiesa di Sant'Eufemia, situata a un quarto di miglio dal Bosforo di
Tracia in vetta ad una collina d'un dolce pendìo, ma elevata; vantavasi
come un prodigio dell'arte la sua architettura a tre piani, e l'immensa
veduta di cui godeva dalla parte di terra, come del mare, era atta ad
esaltare alla contemplazione del Dio dell'Universo l'anima d'un
Settario. Seicentotrenta Vescovi si posero ordinatamente nella navata; i
Patriarchi d'Oriente cedettero la mano ai Legati, il terzo dei quali non
era per altro che un semplice prete; e le sedi primarie furono riservate
a venti laici che avean la dignità di senatori o di consoli. Fu esposto
con pompa l'Evangelo in mezzo all'assemblea; ma i ministri del Papa, non
che quelli dell'Imperatore, che padroneggiarono le tredici sessioni del
Concilio di Calcedonia, statuirono la regola di fede[76]. La lor
determinazione, ben combinata a favore d'una delle parti fu almeno da
tanto che impose silenzio a schiamazzi e ad imprecazioni sconvenevoli
alla gravità episcopale; ma, in forza d'un'accusa formale de' Legati, fu
astretto Dioscoro a discendere dal suo posto, e a far la figura d'un reo
già condannato nella opinione dei suoi giudici. Gli Orientali, meno
avversi a Nestorio che a San Cirillo, accolsero i Romani come
liberatori: la Tracia, il Ponto e l'Asia fremevano contro l'uccisor di
Flaviano, e i nuovi Patriarchi di Costantinopoli e d'Antiochia si
assicurarono la propria sede sacrificando il lor benefattore. Alla
dottrina di San Cirillo aderivano i Vescovi della Palestina, della
Macedonia e della Grecia; ma in mezzo alle assemblee del Sinodo, nel
bollore della disputa passarono i Capi col lor seguito obbediente
dall'ala destra alla sinistra, e colla loro diffalta decisero la
vittoria. Di diciassette suffraganei venuti d'Alessandria, quattro
s'indussero a mancar di fede al lor patriarca; e gli altri tredici
prostratisi colla faccia a terra, implorarono la clemenza del Concilio
coi singhiozzi e coi pianti, dichiarando in tuono patetico, che se
cedevano, il popolo infuriato li truciderebbe quando fossero tornati in
Egitto. Si acconsentì ad accettare il tardo pentimento dei complici di
Dioscoro, come una riparazione degli errori o del delitto loro, e sopra
la sua testa furono accumulati tutti i torti: non chiese egli perdono,
che non ne sperava, e la moderazione di coloro che sollecitavano una
generale amnistia, dalle grida di vittoria e di vendetta fu soffocata.
Per salvare la reputazione di coloro, che abbracciata aveano la causa di
Dioscoro si rivelarono bravamente molte offese, di cui esso solo era
colpevole, la scomunica temeraria e illegale, ch'egli avea lanciata al
papa, e il suo criminoso rifiuto di comparire davanti al Sinodo, quando
era tenuto prigione. Parecchi testimoni vennero raccontando molti fatti
che provavano il suo orgoglio, l'avarizia e la crudeltà sua; ed
appresero con orrore i Prelati, che le elemosine della chiesa erano
state profuse alle ballerine, che le prostitute d'Alessandria entravano
nel suo palagio, ed anche ne' suoi bagni, e che l'infame Pansofia o
Irene era pubblicamente concubina del patriarca[77][78].

Per questi delitti scandalosi Dioscoro fu deposto dal Concilio, e
sbandito dall'Imperatore; ma fu dichiarata pura la sua fede al cospetto
dei Padri, e colla tacita loro approvazione. Supposero, piuttosto che
pronunciare, l'eresia d'Eutiche, il quale non fu mai citato al loro
tribunale, e stettero confusi e silenziosi, quando un ardito Monofisita,
gettato ai lor piedi un volume di San Cirillo, osò eccitarli a lanciar
contro di quello un anatema, che necessariamente involgerebbe la
dottrina del Santo. Leggendo imparzialmente gli Atti del Concilio di
Calcedonia, quali dalla parte ortodossa son riferiti[79], si
riscontrerà, che da una maggioranza considerabile di Vescovi fu
approvata la semplice unità di Cristo; e potea l'equivoca confessione,
esser lui stato formato, o procedere da due Nature, supporne l'esistenza
anteriore, o in susseguente mischianza, o veramente un intervallo
pericoloso ad ammettersi fra l'istante in cui era stato concepito
l'uomo, e l'altro in cui gli era stata infusa la Natura divina[80]. I
Teologi di Roma più esatti e precisi statuirono la formola che feriva di
più le orecchie dogli Egiziani; dichiararono che il Cristo esisteva in
due Nature, e questa importante particola[81], che più facilmente si
stampa nella memoria che nell'intelletto, ebbe quasi a produrre fra i
Vescovi latini uno scisma. Essi aveano sottoscritto rispettosamente, e
forse sinceramente il _tomo_ di Leone; ma in due deliberazioni
successive spiegarono, non essere nè spediente, nè legittima cosa
trapassare i santi limiti assegnati dai Concilii di Nicea, di
Costantinopoli e d'Efeso conformemente alla Scrittura ed alla
tradizione. Cessero finalmente alle importunità dei loro padroni; ma il
lor decreto infallibile, dopo essere stato in guisa solenne ratificato,
e con grandi acclamazioni accolto, fu distratto nella session seguente
per l'opposizion dei Legati e degli Orientali lor partigiani. Invano
gran numero di Vescovi esclamò: «La decision de' Padri è ortodossa e
inalterabile; ora gli eretici sono smascherati; anatema ai Nestoriani!
fuori dalle assemblee del Concilio! vadano a Roma!»[82] I Legati
minacciarono; l'Imperatore parlava con tuono assoluto, ed una
commissione di diciotto vescovi preparò un nuovo decreto, che i Padri
sottoscrissero a lor dispetto. In nome del quarto Concilio generale si
annunziò al Mondo cattolico, il Cristo in una persona, ma in due Nature.
Si tirò una linea impercettibile fra l'eresia di Apollinare e la
dottrina di San Cirillo; e col tagliente d'un rasoio ben affilato, la
sottigliezza teologica formò un ponte, che, sospeso sopra un abisso,
diveniva l'unica strada al paradiso. Per dieci secoli d'ignoranza e di
servitù, ha ricevuto l'Europa le sue opinioni religiose dall'oracolo del
Vaticano; e questa dottrina, già coperta della ruggine dell'antichità, è
stata senza contrasto ammessa nel Simbolo dei riformatori del sedicesimo
secolo, che hanno abiurato la primazia del Pontefice romano. Il Concilio
di Calcedonia trionfa sempre nelle chiese protestanti; ma non fermenta
più il lievito della controversia; e i Cristiani più religiosi dei
nostri giorni non sanno[83] quel che si credono intorno al Mistero
dell'Incarnazione, e poco si curano di saperlo.

[A. D. 451-482]

Si palesarono in modo ben differente le disposizioni dei Greci e degli
Egiziani sotto il regno ortodosso di Leone e di Marciano. Questi devoti
Imperatori, colla forza dell'armi e degli editti, sostennero il Simbolo
della lor Fede[84]; e cinquecento Vescovi dichiararono sulla lor
coscienza e sull'onor loro, ch'era permesso di difendere anche cogli
omicidii i decreti del Concilio calcedonese. Videro i Cattolici con
piacere, che lo stesso Concilio era odioso ai Nestoriani, ed ai
Monofisiti[85]; ma i Nestoriani erano meno irritati, o men potenti; e fu
lacerato l'Oriente dal pertinace e sanguinario fanatismo dei Monofisiti.
Gerusalemme fu assalita da un esercito di Monaci che la posero a sacco;
arsero, trucidarono in nome d'una Natura incarnata; fu bagnato di sangue
il sepolcro di Gesù Cristo, e pochi ribelli tumultuariamente raccolti,
chiusero le porte della città all'esercito imperiale. Dopo la condanna e
l'esilio di Dioscoro, dolenti gli Egiziani della perdita del lor Padre
spirituale, videro con ribrezzo l'usurpazione del suo successore
costituito dai Padri del Concilio di Calcedonia. Costui, di nome
Proterio, non potè sostenersi che col soccorso d'una guardia di duemila
soldati; fece guerra cinque anni al popolo d'Alessandria; e il primo
sentore della morte di Marciano divenne pei fanatici Egiziani il segnale
della vendetta. Tre giorni prima della festa di Pasqua, il Patriarca fu
assediato nella sua cattedrale, e ucciso nel battistero. Fu dato alle
fiamme l'avanzo del suo cadavere e se ne gettarono al vento le ceneri;
questo assassinio fu inspirato dall'apparizione d'un preteso Angelo,
furberia inventata da un monaco ambizioso, che, sotto il nome di
Timoteo, il Gatto[86], succedette alla dignità e alle opinioni di
Dioscoro. Colle rappresaglie delle due parti s'inciprignirono gli animi
in questa crudel superstizione; una disputa metafisica costò la vita a
migliaia di uomini[87]; e i Cristiani d'ogni classe furono privati dei
godimenti della vita sociale, e dei doni invisibili del Battesimo, e
della santa Comunione. Ci resta di quel tempo una novella stravagante,
che contiene forse una pittura allegorica dei fanatici, che si
tormentavano e straziavano a vicenda. «Sotto il consolato di Venanzio e
di Celere, dice un Vescovo autorevole, gli abitatori d'Alessandria, e di
tutto l'Egitto furono presi da una strana e diabolica frenesia; i grandi
e i piccioli, gli schiavi e gli uomini liberi, i Monaci ed il Clero,
quanti in somma si opponevano al Concilio di Calcedonia perdettero l'uso
della parola, e della ragione; abbaiavano come cani, e si laceravano le
mani e le braccia coi denti»[88].

[A. D. 482]

Trenta anni di disordini originarono alla fine il celebre
_Henoticon_[89] dell'Imperatore Zenone, formolario che, sotto il regno
di costui e di Anastasio, fu segnato da tutti i Vescovi dell'Oriente,
minacciati della degradazione e dell'esilio, se rigettavano o se
violavano questa legge fondamentale. Può il Clero sorridere o gemere
della presunzione d'un laico che osa determinare Articoli di Fede; ma se
il magistrato secolare non isdegna d'abbassarsi a questa cura umiliante
per un sovrano, il suo spirito per altro è meno traviato dal
pregiudizio, o dalle mire d'interesse; e quell'autorità ch'egli esercitò
in ordine a questo, non ha il suo appoggio che nel consenso del popolo.
Nella storia ecclesiastica appunto comparisce Zenone meno spregevole, nè
so scorgere veleno d'eresia manichea, o eutichiana nelle generose parole
d'Anastasio, il quale considerava per cosa indegna d'un Imperatore il
perseguitare gli adoratori del Cristo, e i cittadini di Roma. Ottenne
l'Ennotico l'approvazione specialmente degli Egiziani; non di meno
l'inquieto ed anche pregiudicato sguardo dei nostri teologi ortodossi
non vi scorse la più picciola macchia; quivi in una maniera esattissima
viene esposta la dottrina cattolica intorno l'Incarnazione,
senz'ammettere, o senza rifiutare i termini particolari, o le opinioni
delle Sette avversarie. V'è pronunciato un anatema solenne contro
Nestorio ed Eutiche, contro tutti gli eretici, che dividono, o
confondono il Cristo, o il riducono a un vano fantasma. Senza
determinare se la parola Natura debba usarsi in singolare o in plurale,
vi è rispettosamente confermato il sistema di S. Cirillo, la dottrina
dei Concilii di Nicea, di Costantinopoli e d'Efeso; ma in vece di
inginocchiarsi davanti i decreti del quarto Concilio generale, si sfugge
la quistione, riprovando tutte le dottrine contrarie, se ve ne ha
d'insegnate sia in Calcedonia, sia altrove. Questa frase equivoca poteva
con tacito accordo conciliare gli amici e i nemici del Sinodo di
Calcedonia. Dai Cristiani i più ragionevoli si approvò questo espediente
di tolleranza, ma debole ed incostante ne era l'intelletto, e lo zelo
veemente delle Sette diverse in questa sommessione non vide che una
servile timidità. Era ben difficile il rimanersi al tutto neutrali in un
argomento che riscaldava i pensieri e i discorsi degli uomini: un libro,
una predica, un'orazione riaccendevano il fuoco della controversia, e le
particolari animosità dei Vescovi rompevano e rannodavano
alternativamente i legami della comunione. Mille picciole varietà di
vocaboli e d'opinioni empievano lo spazio che divideva Nestorio ed
Eutiche: gli Acefali[90] d'Egitto, e i Pontefici di Roma forniti d'ugual
valore, ma di forza ineguale, stavano alle due estremità della scala
teologica. Gli Acefali senza re, e senza vescovi furono separati per più
di trecent'anni dai Patriarchi d'Alessandria che aveano aderito alla
comunion di Costantinopoli, senza esigere una condanna formale dal
Concilio calcedonese. I Papi scomunicarono i Patriarchi di
Costantinopoli per aver accettata la comunione Alessandrina, senza
approvare formalmente lo stesso Concilio: l'inflessibile loro
despotismo, inviluppò in quel contagio spirituale le Chiese greche più
ortodosse; negò, o contestò la validità dei lor Sacramenti[91]; per
trentacinque anni fomentò lo scisma dell'Oriente e dell'Occidente sino
all'epoca, in cui condannarono questi la memoria di quattro prelati di
Bizanzio, che osato aveano di opporsi alla primazia di S. Pietro[92].
Prima di quel tempo era stata dallo zelo dei Prelati rivali violata la
mal ferma tregua di Costantinopoli e dell'Egitto. Macedonie, sospetto
già d'una segreta adesione all'eresia di Nestorio, difese nella sua
disgrazia, e nell'esilio, il Sinodo di Calcedonia, mentre il successore
di S. Cirillo avrebbe desiderato di poterne comperare la condanna al
prezzo di duemila libre d'oro.

[A. D. 508-518]

In mezzo all'effervescenza di quel secolo bastava il senso, anzi il
suono d'una sillaba a turbar la quiete dell'imperio. S'opposero i Greci,
che il _Trisagion_[93] (tre volte santo) santo, santo, santo, il Dio
Signor degli eserciti fosse identicamente quell'Inno che da tutta
l'eternità ripetono gli Angeli e i Cherubini davanti il trono di Dio, e
che in maniera miracolosa fu rivelato alla Chiesa di Costantinopoli
verso la metà del quinto secolo. La divozione degli abitanti di
Antiochia poco dopo vi aggiunse: «che fu crocifisso per noi»; questo
indirizzo al solo Cristo, e alle tre Persone della Trinità può
giustificarsi secondo le regole della Teologia, e fu insensibilmente
adottato dai Cattolici dell'Oriente e dell'Occidente. Ma era stato
immaginato da un Vescovo monofisita[94]. Questo regalo d'un nemico fu da
prima, come orribile e pericolosa bestemmia, ributtato, e poco mancò,
che all'Imperatore Anastasio ne costasse la corona e la vita[95]. Non
avea il popolo di Costantinopoli alcuna ragionevole idea di libertà, ma
il color d'una livrea nelle corse, e una picciola discordanza per un
Mistero nelle scuole parevagli un motivo legittimo di ribellione. Il
Trisagion, con l'aggiunta o senza l'aggiunta da noi accennata, fu nella
cattedrale cantato da due Cori nemici, e dopo avere sfinita tutta la
forza del polmone, dieder mano ai sassi e ai randelli, argomenti più
sodi: l'Imperatore punì gli aggressori; il Patriarca li difese, e questa
gran lite portò un crollo alla corona e alla mitra. In un momento le
strade furono piene d'una moltitudine innumerevole d'uomini, di donne,
di fanciulli. Legioni di monaci schierati in ordine di battaglia li
dirigevano al combattimento gridando: «Cristiani, questo è giorno di
martirio; non si abbandoni il nostro Padre spirituale; anatema al
Tiranno manicheo! non è degno di regnare». Tali erano le grida dei
Cattolici[96]. Le galere d'Anastasio stavano sui remi davanti il
palazzo, pronto ad accorrere: finalmente il Patriarca diede il perdono
al suo penitente, e sedò i flutti d'una plebe irritata. Ma del suo
trionfo non gioì lungamente Macedonio, poichè pochi giorni dopo fu
cacciato in esilio; ben presto però si riaccese lo zelo della sua
greggia sulla medesima quistione: «Se una persona della Trinità sia
spirata in croce». Per questo rilevante affare fu sospesa la discordia
in Costantinopoli tra le fazioni degli Azzurri e dei Verdi, le quali,
unite insieme le loro forze, rendettero impotenti quelle della civile e
militare autorità. Le chiavi della capitale, e gli stendardi delle
guardie furon depositate nel Foro di Costantino, che era il posto ed il
campo principale dei Fedeli. Questi spendeano i giorni e le notti a
cantar Inni in onore del loro Dio, o a saccheggiare e ad ammazzare i
servi del loro Principe. Fu portata per le strade in punta ad un'asta la
testa d'un monaco, amato da Anastasio, e, secondo il linguaggio dei
fanatici, l'amico del nimico della Santa Trinità; e le torce ardenti
scagliate contro le case degli eretici, portarono indistintamente
l'incendio sugli edifici dei più ortodossi. Furon messe in pezzi le
statue dell'Imperatore; Anastasio corse a celarsi in un sobborgo, sino a
tanto che finalmente dopo tre giorni prese coraggio ad implorare la
clemenza dei sudditi. Comparve egli sul trono del Circo senza diadema, e
in figura di supplicante. I Cattolici recitarono alla sua presenza il
Trisagion primitivo ed originale; ed accolsero con grida di trionfo la
proposta che per la voce d'un Araldo fece ai medesimi d'abdicare la
porpora: si arresero nondimeno alla osservazione con cui furono
avvertiti, che non potendo tutti regnare, doveano prima di quella
abdicazione accordarsi per la scelta d'un sovrano; ed intanto
accettarono il sangue di due ministri abborriti dal popolo, che dal lor
padrone vennero senza esitanza condannati ai leoni. Queste furiose, ma
momentanee sedizioni prendean vigore dalle vittorie di Vitaliano, che
con un esercito di Unni e di Bulgari, per la maggior parte idolatri, si
fece campione della Fede cattolica: conseguenze di questa pia ribellione
furono lo spopolamento della Tracia, l'assedio di Costantinopoli, e la
strage di sessantacinquemila Cristiani. Continuò Vitaliano le
devastazioni sino al tempo in cui ottenne, che fossero richiamati i
Vescovi, ratificato il Concilio di Calcedonia, e data al Papa quella
soddisfazione che domandava. In punto di morte Anastasio sottoscrisse
suo malgrado questo Trattato ortodosso, e lo zio di Giustiniano ne
adempiè fedelmente le condizioni. Tale fu l'esito della prima guerra
religiosa[97] intrapresa sotto il nome del Dio di Pace dai suoi
discepoli[98].

[A. D. 514-519-565]

Abbiamo già mostrato Giustiniano come principe, conquistatore, e
legislatore: ci rimane di delinearne il ritratto come teologo[99]; e ciò
che anticipatamente ne dà un'idea sfavorevole, il suo ardore per le
materie teologiche, forma uno de' tratti più marcati del suo carattere.
Al pari de' suoi sudditi, nutriva in cuore una gran venerazione pe'
Santi viventi, e morti. Il suo Codice, e particolarmente le sue Novelle,
confermano ed estendono i privilegi del clero, ed ogni volta che nasceva
un dibattimento tra un monaco o un laico, propendeva a decidere che dal
lato della Chiesa stava mai sempre la giustizia, la verità, l'innocenza.
Nelle sue divozioni pubbliche e private assiduo ed esemplare, uguagliava
nelle orazioni, nelle vigilie, ne' digiuni le austerità monastiche: ne'
sogni della sua fantasia credeva o sperava d'essere inspirato: si tenea
sicuro della protezione della Santa Vergine, e di San Michele Arcangelo,
e attribuì all'aiuto de' SS. Martiri Cosimo e Damiano la sua guarigione
da una malattia pericolosa. Empiè di monumenti della sua religione la
capitale e le province[100]; e quantunque al suo gusto per le arti, ed
alla sua ostentazione riferire si possa la maggior parte di que'
sontuosi edificii, probabilmente il suo zelo era animato da un
sentimento naturale d'amore e di gratitudine verso i suoi invisibili
benefattori. Fra i titoli delle sue dignità, quello che più gli piaceva
era il soprannome di Pio. La cura degl'interessi temporali e spirituali
della Chiesa fu la più seria occupazione della sua vita, e spesso
sagrificò i doveri di padre del popolo a quelli di difensore della Fede.
Le controversie del suo tempo erano analoghe al suo naturale, e al suo
animo, e ben doveano i professori di teologia ridersi in lor secreto
d'un principe che faceva l'ufficio loro, e trascurava il suo. «Che
potete voi temere da un tiranno che è schiavo della sua divozione?
diceva a' suoi colleghi un ardito cospiratore; egli passa le intere
notti disarmato nel suo gabinetto a discutere con vecchioni venerandi, e
a confrontare le pagine de' volumi ecclesiastici[101].» Egli espose il
frutto delle sue vigilie in molte conferenze, ove fece gran figura
ugualmente per forza di pulmoni, per sottigliezza d'argomenti, e in
molti sermoni ancora che, sotto il nome d'editti e d'epistole,
annunciavano all'impero la dottrina teologica del Padrone. Nel mentre
che i Barbari invadevano le province, o le legioni vittoriose marciavano
sotto le insegne di Belisario e di Narsete, il successore di Traiano,
ignoto a' suoi eserciti, era contento di trionfare presedendo ad un
Sinodo. Se avesse invitato a quelle adunanze un uom ragionevole e
disinteressato, avrebbe potuto imparare «che le controversie religiose
derivano dall'arroganza e dalla stoltezza; che la vera pietà meglio si
manifesta col silenzio e colla sommessione: che l'uomo che non conosce
la natura propria, non debbe essere ardito di scandagliare la natura del
suo Dio, e che a noi basta il sapere che la bontà, e la possanza sono le
attribuzioni della Divinità[102]».

La tolleranza non era la virtù del suo secolo, nè frequente virtù de'
Principi è l'indulgenza verso i ribelli; ma quando si digrada un sovrano
ad avere le basse mire e le passioni irascibili d'un teologo polemico,
agevolmente è solleticato a supplire coll'autorità alla mancanza de'
suoi argomenti, e a punire senza pietà il perverso accecamento di coloro
che chiudono gli occhi alla luce delle sue dimostrazioni. Nel regno di
Giustiniano veggiamo una scena uniforme, benchè variata, di
persecuzione, e per questa pare che abbia superati i suoi indolenti
predecessori, sia nella invenzione delle leggi penali, sia nella
severità della esecuzione. Egli non assegnò che tre mesi per la
conversione o per l'esilio di tutti gli eretici[103], e se costantemente
dissimulò l'infrazione di questa legge, erano però sotto il suo giogo di
ferro privati non solo di tutti i vantaggi sociali, ma di tutti i
diritti di nascita che poteano pretendere come uomini e come cristiani.
Dopo quattro secoli, i Montanisti della Frigia[104] respiravano tuttavia
quel salvatico entusiasmo di perfezione, e quel foco profetico,
ond'erano stati infiammati da' loro Apostoli, maschi o femmine[105],
particolari strumenti dello Spirito Santo. Essi all'avvicinarsi de'
sacerdoti, e de' soldati cattolici coglievan con trasporto la corona del
martirio; perivano nelle fiamme il Conciliabolo, e li congregati; ma
l'anima dei primi fanatici viveva ancora la stessa trecent'anni dopo la
morte del lor tiranno. A Costantinopoli non aveva la chiesa degli Ariani
protetta dai Goti, temuto il rigor delle leggi: in ricchezza e in
magnificenza non cedevano i loro preti al senato, e poteano benissimo
l'oro e l'argento che loro tolse Giustiniano essere rivendicati come i
trofei delle province, e le prede dei Barbari. Un picciol numero di
Pagani, tuttavia nascosti tanto nelle classi più costumate, quanto nelle
più rozze della società erano odiati dai Cristiani, ai quali forse non
piaceva, che veruno straniero fosse testimonio delle lor liti intestine.
Fu nominato Inquisitor della fede un Vescovo, il quale non tardò a
svelare alla Corte, ed alla città magistrati, giureconsulti, medici,
sofisti, sempre adetti alla superstizione dei Greci. Venne loro intimato
positivamente di eleggere, senza indugio, o di spiacere a Giove od a
Giustiniano, poichè non sarebbe più permesso ai medesimi di celare
l'avversione che avevano per l'Evangelo sotto la scandalosa maschera
dell'indifferenza, o della pietà. Il patrizio Fozio fu probabilmente il
solo, che si mostrasse fermo di vivere e di morire come i suoi antenati;
con un colpo di pugnale si tolse alla servitù, e lasciò al Tiranno il
miserabile piacere di esporre ignominiosamente agli sguardi del Pubblico
il cadavere di colui, che avea saputo fuggirgli di mano. Gli altri suoi
fratelli, meno coraggiosi, si sottomisero al Monarca temporale.
Ricevettero il Battesimo, e s'ingegnarono con uno zelo straordinario di
cancellare il sospetto, o d'espiare il delitto della loro idolatria.
Nella patria d'Omero, e nel teatro della guerra troiana covavano le
ultime faville della greca mitologia: per opera del Vescovo stesso, o
sia Inquisitore, di cui ragionammo testè, si trovarono, e furono
convertiti settantamila Pagani nell'Asia, nella Frigia, nella Lidia, e
nella Caria. Si fabbricarono novantasei chiese per li Neofiti; e la pia
munificenza di Giustiniano somministrò i lini, le Bibbie, le liturgie, e
i vasi d'oro e d'argento[106]. Gli Ebrei, a poco a poco spogliati delle
loro immunità, furono obbligati da una legge tirannica a celebrare la
Pasqua nel giorno medesimo dei Cristiani[107]. Ebbero motivo di
lagnarsene con più ragione, poichè i Cattolici stessi non andavan
d'accordo sui calcoli astronomici del sovrano. Erano avvezzi gli
abitanti di Costantinopoli a cominciare la quaresima una settimana dopo
l'epoca determinata dall'Imperatore, e quindi avevano il piacere di
digiunar sette giorni, nei quali per ordine dell'Imperatore eran pieni
di carne i mercati. I Samaritani della Palestina[108] formavano una
razza bastarda, una Setta equivoca; i Pagani li trattavano da Giudei, i
Giudei da Scismatici, e i Cristiani da Idolatri. La croce che da quelli
si risguardava come una abbominazione stava già piantata sopra la santa
montagna di Garizim[109]; ma per la persecuzione di Giustiniano, non
rimase loro che l'alternativa tra il Battesimo, o la ribellione;
elessero l'ultimo partito: comparvero in armi sotto le bandiere d'un
Capo disperato, e col sangue d'un popolo senza difesa, co' suoi beni,
co' suoi templi pagarono i mali che avevano dovuto soffrire. Finalmente
furono soggiogati dalle milizie dell'Oriente: se ne contarono di
trucidati ventimila, altri ventimila furon venduti dagli Arabi
agl'Infedeli della Persia e dell'India, e gli avanzi di questa
sciagurata nazione meschiarono col peccato dell'ipocrisia il delitto
della ribellione. Si è fatto il conto, che la guerra dei Samaritani
costò la vita a centomila sudditi dell'impero[110], e coperse di ceneri
una provincia ubertosa che fu cangiata in un orrido deserto. Ma nel
Simbolo di Giustiniano si potea senza taccia scannare i miscredenti, ed
egli piamente adoperò il ferro ed il fuoco per rassodare l'unità della
Fede cristiana[111].

[A. D. 532-698]

Con tai sentimenti era almeno mestieri aver sempre ragione. Ne' primi
anni del suo regno segnalò il suo zelo, come discepolo e protettore
della Fede ortodossa. Nel riconciliarsi dei Greci e dei Latini il _tomo_
di San Leone divenne il Simbolo dell'Imperatore e dell'Impero; i
Nestoriani e gli Eutichiani erano dalle due parti investiti dalla spada
a due tagli della persecuzione, e i quattro Concilii di Nicea, di
Costantinopoli, d'Efeso e di Calcedonia furono ratificati dal codice
d'un legislatore cattolico[112]; ma nel mentre che Giustiniano non
lasciava cosa intentata per mantener l'uniformità della Fede e del
Culto, sua moglie Teodora, i cui vizi non si consideravano incompatibili
colla divozione, aveva dato orecchia alle prediche monofisite; quindi
sotto la protezione dell'Imperatrice ripreser coraggio, e si
moltiplicarono i pubblici o secreti nemici della Chiesa. Un dissidio
spirituale metteva a soqquadro la capitale, il palazzo, ed il talamo; ma
tanto era dubbia la sincerità di Giustiniano e di Teodora, che assai
persone accagionavano dell'apparente loro dissensione una clandestina
lega malefica contro la religione e la felicità del popolo[113]. La
famosa disputa dei tre Capitoli[114] che ha empiuto più volumi, quando
bastavano poche linee, dimostra assai questo spirito d'astuzia e di mala
fede. Volgevano tre secoli da che il corpo di Origene[115] era pasto dei
vermi, l'anima sua, della quale egli aveva insegnato la preesistenza,
era in mano del suo creatore; ma i monaci della Palestina avidamente ne
leggevano i libri. L'occhio acuto di Giustiniano vi scorse dentro più di
dieci errori di metafisica, e perì il dottore della prima Chiesa in
compagnia di Pittagora e di Platone, e fu dannato dal Clero all'eterno
fuoco infernale, poichè aveva osato negare l'esistenza dell'inferno.
Sotto questa condanna stava celato un perfido assalto contro il Concilio
di Calcedonia. Aveano i Padri udito senza inquietarsi l'elogio di
Teodoro di Mopsuesta;[116] e la lor giustizia o indulgenza aveva
restituito alla comunion de' Fedeli Teodoreto di Cirra e Ibasso di
Edessa; ma questi Vescovi d'Oriente erano tacciati d'eresia; maestro fu
il primo di Nestorio, amici di quell'eretico gli altri due; i passi i
più sospetti de' loro scritti furono denunciati sotto il titolo dei _tre
Capitoli_; e con questa macchia impressa sulla loro memoria era per
necessità messo a repentaglio l'onor d'un Concilio che dal Mondo
cattolico era nominato con venerazione, almeno in apparenza. Nondimeno,
se questi Vescovi o innocenti, o colpevoli erano sepolti nella notte
eterna, non poteano svegliarli i clamori che si faceano sulla lor tomba
un secolo dopo la lor morte; se in un'altra supposizione stavano già in
balìa del demonio, non potea più l'uomo nè aggravarne, nè mitigarne i
tormenti; e finalmente, se godevano in compagnia dei Santi e degli
Angeli la ricompensa dovuta alla lor pietà, dovean ridere del vano
furore degli insetti teologici, che strisciavano ancora sulla faccia
della terra. L'Imperator de' Romani, ch'era di quegli insetti il più
arrabbiato, vibrava il suo pungiglione, e scagliava il veleno senza
avvedersi probabilmente dei veri moventi di Teodora e degli
ecclesiastici che l'assecondavano. Non eran più soggette le vittime al
suo potere, e i suoi editti con tutta la lor veemenza non valevano che a
pubblicarne la dannazione, e ad invitare il clero dell'Oriente ad unirsi
con lui per caricarli d'imprecazioni e di anatemi. Stettero esitanti i
Prelati orientali nel congiungersi per questo oggetto col loro sovrano;
fu tenuto a Costantinopoli il quinto Concilio generale, ove intervennero
tre Patriarchi, e cento sessantacinque Vescovi, e gli autori, come pure
i difensori dei tre Capitoli, furono separati dalla comunione de' Santi,
e consegnati solennemente al principe dello tenebre. Le Chiese latine
aveano più zelo per l'onor di Leone e del Concilio di Calcedonia; e se,
come erano solite, avessero combattuto sotto lo stendardo di Roma,
avrebbero forse fatto sì che trionfasse la causa della ragione e della
umanità; ma il loro Capo era prigioniero, e in mano del nemico; il trono
di San Pietro deturpato dalla simonìa fu tradito dalla viltà di Vigilio,
il quale dopo una lunga e strana lotta, si sottomise al despotismo di
Giustiniano e ai sofismi dei Greci. Per la sua apostasia s'adontarono i
Latini tutti, nè vi furono che due Vescovi, che volessero conferire gli
Ordini sacri a Pelagio, suo diacono e successore. Pure la perseveranza
del Papi trasferì a poco a poca nei loro avversari il titolo di
scismatici: la potenza civile del pari che l'ecclesiastica sostenute
dalla forza militare, venivano opprimendo, benchè con fatica, le Chiese
dell'Illiria, dell'Affrica, e dell'Italia:[117] i Barbari, lontani dalla
sede dell'impero, si attenevano alla dottrina del Vaticano; e in men
d'un secolo lo scisma dei tre Capitoli morì in un cantone oscuro della
provincia veneta[118]; ma pel mal'umore degli Italiani irritati da
quella disputa religiosa s'erano agevolate le conquiste dei Lombardi, e
già gli stessi Romani erano avvezzi a sospettare della Fede, come a
detestar l'amministrazione del tiranno regnante in Bizanzio.

Non seppe Giustiniano star fermo nè consentaneo a sè nelle risoluzioni
difficili che volle usare per determinare l'incertezza delle sue
opinioni e di quelle dei sudditi: era malmenato in gioventù quando non
s'allontanava poco nè punto dalla linea ortodossa; in vecchiezza
trascorse egli stesso al di là della linea d'una moderata eresia, ed i
Giacobiti, come i Cattolici furono scandalezzati; udendolo dichiarare
che il corpo di Cristo era incorruttibile, e che la sua umanità non avea
mai provato alcun bisogno, o infermità della nostra vita mortale. Questa
fantastica opinione sta registrata ne' suoi ultimi editti: alla sua
morte, che succedette veramente a tempo; aveva il Clero ricusato di
sottoscriverla, e già il principe s'apparecchiava a cominciare una
persecuzione; e il popolo era apparecchiato a soffrirla o farle
resistenza. Un Vescovo di Treveri, che si vedeva sicuro per la sua
situazione dai colpi del monarca dell'Oriente, gli diresse alcune
osservazioni collo stile dell'affetto e dell'autorità. «Graziosissimo
Giustiniano, gli disse, sovvengati del tuo Battesimo, e del Simbolo
della tua Fede, e non disonorare i tuoi crini bianchi con una eresia.
Richiama dall'esiglio i Padri e rimovi i tuoi aderenti dalla via di
perdizione. Tu non puoi ignorare, che già l'Italia e la Gallia, la
Spagna e l'Affrica piangono la tua caduta, e vomitano anatemi sul tuo
nome. Se non ritratti immantinente quello ch'hai insegnato, se non
dichiari ad alta voce: sono caduto in errore, ho peccato; anatema a
Nestorio, anatema ad Eutiche: tu ti condanni a quelle fiamme, che ti
consumeranno in eterno[119]». Egli morì senza dar segno di
ritrattazione. Colla sua morte ritornò in qualche modo la pace alla
Chiesa; e, cosa rara e felice, i suoi quattro successori, Giustino,
Tiberio, Maurizio e Foca non figurano punto nella storia ecclesiastica
dell'Oriente[120].

[A. D. 629]

Le facoltà del senso e del raziocinio son poco capaci di operare sopra
se medesime; l'occhio nostro è il più inaccessibile di tutti gli oggetti
per la nostra vista, e nulla sfugge tanto al nostro pensiero, quanto le
operazioni dell'animo nostro; tuttavolta pensiamo, ed anche sentiamo,
che ad un ente ragionevole e consapevole della sua esistenza, compete
essenzialmente _una volontà_, vale a dire un sol principio d'azione.
Quando Eraclio tornò dalla guerra di Persia, quest'eroe ortodosso
dimandò ai Vescovi se il Cristo ch'egli adorava in una sola persona, ma
in due Nature, fosse mosso da una sola, o da una doppia volontà. Essi
risposero, che una sola volontà animava il Cristo, e l'Imperatore sperò
che questa dottrina, scevera certamente d'inconvenienti, e che sembrava
la vera, poichè veniva insegnata dagli stessi Nestoriani[121],
richiamerebbe dall'errore i Giacobiti dell'Egitto e della Siria. Ne fu
fatta la prova, ma inutilmente; e fosse zelo, fosse timore, non si
credettero lecito i Cattolici di dar indietro neppure in apparenza
davanti un nemico astuto ed audace. Allora gli Ortodossi ch'erano
dominanti, nuove formole inventarono, nuovi argomenti, e nuove
interpretazioni: supposero in ciascheduna delle due Nature di Cristo
un'energia propria e distinta: la differenza divenne impercettibile,
quando confessarono essere invariabilmente la stessa tanto la volontà
umana che la divina[122]. Si palesò la malattia coi sintomi ordinari; ma
i Sacerdoti greci, quasi fossero già sazi dell'interminabil controversia
sopra l'Incarnazione, diedero al principe ed al popolo eccellenti
consigli. Si dichiararono Monoteliti (difensori d'una sola volontà); ma
risguardarono per nuovo il vocabolo, e per superflua la quistione, e
raccomandarono un religioso silenzio, siccome la cosa più conforme alla
prudenza ed alla carità evangelica. In processo di tempo questa legge di
silenzio venne statuita dall'Ectesi, o esposizione di Eraclio, e dal
tipo o formolario della fede di Costanzo, suo nipote[123]; e i quattro
Patriarchi di Roma, di Costantinopoli, d'Alessandria, e d'Antiochia
sottoscrissero quegli editti del principe, gli uni con piacere, gli
altri a malincuore. Ma il Vescovo, e i Monaci di Gerusalemme gridarono
all'armi: le Chiese latine scorsero un errore celato nelle parole, o ben
anche nel silenzio dei Greci, e dall'ignoranza più temeraria dei
successori di Papa Onorio fu ritrattata, o censurata l'obbedienza da lui
prestata agli ordini del suo sovrano. Condannarono l'esecrabile ed
abbominevole eresia dei Monoteliti, che rinovavano gli errori di Manete,
di Apollinare, d'Eutiche etc. Sopra la tomba di S. Pietro segnarono il
decreto di scomunica; l'inchiostro fu mescolato al vino del sacramento,
cioè, al Sangue di Cristo; nè fu dimenticata veruna cerimonia, che
giovasse ad empiere d'orrore o di terrore gli spiriti superstiziosi.
Come rappresentanti della Chiesa d'Occidente, papa Martino e il Concilio
di Laterano scomunicarono il colpevole e perfido silenzio dei Greci:
centocinque Vescovi d'Italia, quasi tutti sudditi di Costanzo, non
temettero di rigettare il suo _tipo_ odioso, l'empia Ectesi del suo avo,
e di confondere gli autori, e i loro aderenti con ventuno eretici
conosciuti disertori della Chiesa, e stromenti del demonio. Sotto un
principe anche dei più sommessi alla Chiesa, non sarebbe rimasa impunita
cotanta ingiuria. Papa Martino terminò la vita sulla costa deserta del
Chersoneso Taurico, e l'Abate Massimo, ch'era il suo oracolo, fu
crudelmente punito coll'amputazion della lingua, e della mano
destra[124]. Ma trasmisero la propria ostinazione ai successori: il
trionfo dei Latini li vendicò della sconfitta che avevano sofferta, e
cancellò l'obbrobrio dei tre Capitoli. Furono raffermati i Sinodi di
Roma dal sesto Concilio generale tenuto a Costantinopoli nel palazzo, e
sotto gli occhi d'un nuovo Costantino discendente d'Eraclio. La
conversion del principe si trasse dietro quella del Pontefice di
Bizanzio e del maggior numero dei Vescovi[125]; i dissidenti, dei quali
era Capo Macario d'Antiochia furon condannati alle pene spirituali e
temporali, sancite contro l'eresia; s'acconciò l'Oriente a ricevere
lezione dall'Occidente, e fu in termini definitivi regolato il Simbolo
della Fede, che insegna ai Cattolici di tutti i tempi, che la persona di
Gesù Cristo univa in sè due volontà, o due energie, le quali operavano
di accordo fra loro. Due Sacerdoti, un Diacono, e tre Vescovi
rappresentarono la maestà del Papa, e del Sinodo romano; ma questi
oscuri teologi dell'Italia non aveano nè soldati per sostenere le loro
opinioni, nè tesori per comperare partigiani, nè eloquenza per attirare
proseliti; e non so per qual'arte indurre potessero il superbo
Imperatore dei Greci ad abiurare il cattechismo della sua infanzia ed a
perseguitare la religione degli avi suoi. Forse, che i Monaci e il
popolo di Costantinopoli[126] favoreggiavano la dottrina del Concilio di
Laterano, che in fatti è delle due la men ragionevole;[127] questo
sospetto viene avvalorato dalla considerazione che non era di naturale
troppo moderato il Clero greco, il quale parve sentire in questa lite la
sua debolezza. Mentre il Sinodo stava discutendo la questione, un
fanatico propose per più breve espediente quello di risuscitare un
morto; assistettero all'esperienza i Prelati, ma l'unanimità con cui si
decise che il miracolo era mancato potè divenire una prova, che le
passioni e i pregiudizi della moltitudine non sosteneano la parte dei
Monoteliti. Nella generazion successiva, quando il figlio di Costantino
fu deposto, e messo a morte dal discepolo di Macario, gustarono il
piacere della vendetta e della dominazione: il simulacro, o il monumento
dal sesto Concilio ecumenico fu tolto di mezzo, e gli Atti originali di
quel tribunale ecclesiastico furon dati alle fiamme. Ma nel secondo anno
di regno fu balzato dal trono il loro protettore; i Vescovi dell'Oriente
furono liberati dalla legge di conformità, cui erano stati
momentaneamente sottomessi; fu rimessa la fede della Chiesa romana sopra
basi più salde dai successori ortodossi di Bardane; e la disputa più
popolare, e più sensibile sul culto delle Immagini mandò in dimenticanza
i bei problemi sull'Incarnazione[128].

Avanti la fine del settimo secolo, il domma dell'Incarnazione fu
predicato sino nell'isola della Brettagna, e dell'Irlanda[129] tal quale
era stato determinato in Roma e in Costantinopoli. Tutti i Cristiani,
che avevano accettato per la liturgia la lingua greca o latina ammisero
le istesse idee, o piuttosto ripeterono le parole medesime. Il numero
loro e la fama che avevano a quei giorni davano ad essi una specie di
diritto al soprannome di Cattolici; ma nell'Oriente erano distinti col
nome meno onorevole di Melchisti o Realisti[130], cioè d'uomini la Fede
dei quali invece di posare sulla base della Scrittura, della ragione, o
della tradizione, era stata fondata, ed era tuttavia mantenuta dal poter
arbitrario d'un monarca temporale. Poteano i loro avversari citar le
parole de' Padri del Concilio di Costantinopoli, i quali si dichiararono
schiavi del Re, e poteano raccontare con maligna compiacenza, come
l'Imperatore Marciano e la sua casta sposa avevano sovente dettato i
decreti del Concilio di Calcedonia. Una fazion dominante ricorda
continuamente il dovere della sommissione, ed è poi naturale del pari
che i dissidenti sentano, e vogliano le massime della libertà. Sotto la
verga della persecuzione i Nestoriani ed i Monofisiti divennero ribelli
e fuggiaschi, e gli alleati di Roma, i più antichi e più utili,
impararono a considerar l'Imperatore non come il Capo, ma come il nemico
dei Cristiani. La lingua, quel gran principio d'unione e di separazione
tra le varie tribù del genere umano, ben presto distinse definitivamente
i Settari dell'Oriente con un segno particolare, che annichilò ogni
commercio ed ogni speranza di riconciliazione. Il lungo dominio dei
Greci, le colonie, e più di tutto l'eloquenza loro, aveano disseminato
un idioma indubitatamente il più perfetto di quanti furono inventati
dagli uomini; ma il grosso del popolo nella Siria e nell'Egitto usava
tuttavia la lingua nazionale, con questa differenza però, che il cofto
non si adoperava che dagli ignoranti e rozzi paesani del Nilo, mentre
dai monti dell'Assiria al mar Rosso era il siriaco[131] la lingua della
poesia e della dialettica. La favella depravata e il falso saper dei
Greci infettavano l'Armenia e l'Abissinia; e i barbari idiomi di quelle
contrade, che poi rivissero negli studii dell'Europa moderna, non erano
intelligibili per gli abitanti dell'Impero romano. Il siriaco e il
cofto, l'armeno e l'etiopico sono consecrati nelle liturgie delle Chiese
rispettive; e la lor teologia possiede versioni speciali[132], scritture
ed opere di quei Padri, la cui dottrina fece maggior fortuna colà. Dopo
uno spazio di mille trecento sessant'anni, l'incendio della controversia
suscitato da prima con una predica da Nestorio, arde tuttavia in fondo
all'Oriente, e le comunioni nemiche mantengono sempre la fede e la
disciplina dei fondatori. Nella più abbietta condizione d'ignoranza, di
povertà e di servitù, i Nestoriani, e i Monofisiti negano la primazia
spirituale di Roma, e sanno buon grado alla tolleranza de' Turchi, che
permettono ad essi di scomunicare da un lato S. Cirillo e il Concilio
d'Efeso, dall'altro Papa Leone e il Concilio di Calcedonia. L'aver essi
contribuito al tracollo dell'Impero d'Oriente vuol pure qualche
narrativa particolare. Il lettore potrà dare con piacere un'occhiata 1.
ai Nestoriani, 2. ai Giacobiti[133] 3. ai Maroniti 4. agli Armeni 5. ai
Cofti e 6. agli Abissinii. Le prime tre Sette parlano il siriaco, ma
ognuna delle tre ultime usa l'idioma della sua nazione. Gli abitanti
moderni per altro dell'Armenia e dell'Abissinia sermocinar non
potrebbero coi lor antenati, e i Cristiani dell'Egitto e della Siria,
che ricusano la religione degli Arabi ne hanno accettata la lingua. Il
tempo ha secondati gli artifizi dei preti, e tanto in Oriente che in
Occidente si parla colla Divinità una lingua morta, dal maggior numero
dei Fedeli ignorata.

I. L'eresia dello sciagurato Nestorio andò presto dimenticata nella
provincia che gli avea dato i natali, e nella sua diocesi ancora: que'
Vescovi d'Oriente che nel Concilio d'Efeso osarono attaccare apertamente
l'arroganza di S. Cirillo si ammansarono tosto che il Prelato rinunciò
di poi ad alcuna delle sue proposizioni. Questi Vescovi, o i successori
loro sottoscrissero non senza mormorare i decreti del Concilio di
Calcedonia. Potè l'autorità dei Monofisiti rappattumare i Nestoriani coi
Cattolici e congiungere le due parti negli odii stessi, negli stessi
interessi, e a poco a poco nei dommi medesimi, e la disputa dei tre
Capitoli fu un momento in cui mandarono di mala voglia l'ultimo sospiro.
Da leggi penali furono schiacciati que' lor fratelli, che men moderati,
o più leali non vollero far causa comune coi Cattolici, e sin dal tempo
di Giustiniano era difficile rinvenire nei confini dell'Impero una
chiesa di Nestoriani. Al di là di que' confini scoperto avevano un nuovo
Mondo, ove sperare libertà, e aspirare a conquiste. Con tutta la
resistenza dei Magi aveva il Cristianesimo gettate in Persia radici
profonde; e le nazioni dell'Oriente si riposavano alla sua ombra
salutare. Il _Cattolico_ o primate risedeva nella capitale; i suoi
Metropolitani, i suoi Vescovi, il suo clero avevano nei Sinodi e nelle
diocesi loro la pompa e l'ordinanza d'una gerarchia regolare; da gran
numero di proseliti fu abbandonato lo Zendavesta per l'Evangelo, la vita
secolare per la monastica; era avvivato il loro zelo dalla presenza d'un
nemico scaltro, e terribile. Fondatori della Chiesa persiana erano stati
alcuni missionari della Siria; quindi la lingua, la disciplina, la
dottrina del lor paese erano già una parte inerente della sua
costituzione. I primati erano eletti ed ordinati dai suffraganei; ma
provano i Canoni della Chiesa d'Oriente la lor filiale dependenza verso
i Patriarchi d'Antiochia[134]. Nuove generazioni di fedeli s'andavan
formando nella scuola persiana d'Edessa al loro idioma teologico[135]:
studiavan esse nella versione siriaca i diecimila volumi di Teodoro di
Mopsuste, e rispettavano la Fede apostolica, e il santo martirio del suo
discepolo Nestorio, la persona e la lingua del quale erano sconosciute
alle nazioni che abitavano al di là del Tigri. Alla prima lezione di
Ibas, vescovo d'Edessa, s'impresse nell'animo loro un ribrezzo
indelebile contro gli empi _Egiziani_, che nel lor Concilio d'Efeso
aveano confuse le due Nature di Gesù Cristo. La fuga dei maestri e degli
alunni, espulsi due volte dall'Atene della Siria, disperse una turba di
missionari, spinti ad un tempo dallo zelo di religione, e dalla
vendetta. Quella rigorosa unità sostenuta dai Monofisiti che, regnando
Zenone ed Anastasio, invasi aveano i troni dell'Oriente, provocò i loro
antagonisti a riconoscere in una terra libera piuttosto una union
morale, che una union fisica nelle due Persone del Cristo. Dopo l'epoca
in cui s'era predicato l'Evangelo alle nazioni, i Re sassaniesi vedean
con inquietudine e con diffidenza una razza di stranieri e d'apostati,
che poteano dar sospetto di favoreggiare la causa dei nemici naturali
del lor paese, come ne aveano abbracciata la religione. Soventi volte
s'era proibito per via d'editti il lor commercio col clero di Siria;
piacquero gli avanzamenti dello scisma all'orgoglio geloso di Perozes,
il quale porse orecchia ai discorsi d'uno scaltro Prelato, che
dipingendogli Nestorio come amico della Persia, l'indusse ad assicurarsi
della fedeltà dei sudditi cristiani, mostrandosi protettore delle
vittime e dei nemici del despota romano. Erano i Nestoriani la parte più
numerosa del clero e del popolo; presero coraggio dal favore del
principe, e il despotismo mise in loro mano la sua spada; ma taluni,
troppo deboli di spirito, furono sgomentati dall'idea di segregarsi
dalla comunione del Mondo cristiano. Il sangue di settemila settecento
Monofisiti o Cattolici fissò l'uniformità della fede e della disciplina
nelle Chiese di Persia[136]. Le loro instituzioni religiose si
segnalavano con una massima di ragione, o almen di politica; s'era già
rilassata l'autorità claustrale, e cadde a poco a poco; si dotarono case
di carità, le quali ebbero cura dell'educazione degli orfani e degli
esposti; il clero della Persia non volle la legge del celibato, tanto
raccomandata ai Greci ed ai Latini, e i matrimonii approvati e reiterati
dei sacerdoti, dei Vescovi, e del Patriarca medesimo crebbero
notabilmente il numero degli eletti. Giunsero fuorusciti a migliaia da
tutte le province dell'impero d'Oriente a quel paese, fatto asilo della
libertà naturale e religiosa. La scrupolosa devozione di Giustiniano fu
punita coll'emigrazione de' suoi sudditi più industriosi, i quali
trasportarono in Persia le arti guerresche e pacifiche, ed un accorto
monarca innalzò alle cariche coloro che per merito erano raccomandati al
suo favore. Quei disgraziati Settarii che stando sconosciuti aveano
continuato a vivere nelle loro città native, coi consigli, col braccio,
e cogli averi loro, diedero aiuto alle armi di Nuschirvan, e a quelle
ancor più formidabili del suo nipote, e in guiderdone di tanto zelo
ottennero le chiese dei Cattolici: ma quando ebbe Eraclio riconquistate
quelle città e quelle chiese, conosciuti ormai per ribelli, e per
eretici, non trovarono più altro rifugio, che gli Stati del loro
alleato. In quel mentre la apparente tranquillità dei Nestoriani corse
assai rischi, e fu turbata più volte; ed essi parteciparono alle
disgrazie ch'erano necessarie conseguenze del dispotismo orientale. Non
bastò sempre la nimicizia che portavano a Roma per espiare il loro
attaccamento al Vangelo; ed una colonia di trecentomila Giacobiti fatti
prigionieri in Apamea e in Antiochia ebbe la permissione d'innalzare i
suoi altari nemici a veggente del _Cattolico_, e sotto la protezione
della Corte. Nell'ultimo suo trattato inserì Giustiniano parecchi
articoli diretti ad estendere e a rafforzare la tolleranza di cui godeva
il Cristianesimo nella Persia. Mal informato l'Imperatore dei diritti di
coscienza, non sentiva nè pietà, nè stima per gli eretici che
rifiutavano l'autorità dei santi Concilii; ma davasi a credere che
potrebbero a poco a poco osservare i vantaggi temporali dell'unione
coll'impero e colla chiesa di Roma; e se non gli venia fatto d'ottenerne
gratitudine, sperava almeno di renderli al lor Sovrano sospetti. In
un'epoca più recente s'è veduta la superstizione e la politica del Re
cristianissimo condannare al fuoco i Luterani in Parigi e proteggerli in
Alemagna.

[A. D. 500-1210]

Il desiderio di guadagnare anime a Dio, e sudditi alla Chiesa, ha in
ogni tempo solleticato lo zelo dei sacerdoti cristiani. Dopo il
conquisto della Persia portarono le lor armi spirituali nell'Oriente,
nel Settentrione, nel Mezzogiorno, e la semplicità dell'Evangelo prese
le tinte della teologia siriaca. Se prestisi fede a un viaggiator
nestoriano[137], si predicò con frutto il Cristianesimo nel sesto secolo
ai Battriani, agli Unni, ai Persiani, agli Indiani, ai Persameni, ai
Medi e agli Elamiti; infinito era il numero delle chiese che si vedeano
nei paesi dei Barbari dal golfo di Persia al mar Caspio, e diveniva
notabile la nuova fede di costoro per la moltitudine e santità dei lor
monaci e dei lor martiri. Venivan moltiplicandosi di giorno in giorno i
Cristiani sulla costa del Malabar, sì fertile di pepe, e nelle isole di
Socotora e di Ceylan: i Vescovi e il clero di quelle remote contrade
ricevevano l'Ordinazione dal Cattolico di Babilonia. Un secolo dopo, lo
zelo de' Nestoriani passò i confini, ove s'erano fermati l'ambizione e
la curiosità de' Greci e de' Persiani. I Missionari di Balch e di
Samarcanda vennero animosi dietro i passi del Tartaro vagabondo, e
s'introdussero nelle vallate dell'Imaus e nelle spiagge del Selinga.
Andarono esponendo dommi metafisici a quei pastori ignoranti, e a que'
guerrieri sanguinari raccomandarono l'umanità e la quiete. Vuolsi per
altro, che un Rhan, di cui si esagerò in guisa ridicola la potenza,
ricevesse dalle mani loro il Battesimo ed anche gli Ordini sacri, e
lungamente la fama del _prete Gianni_ ha divertito la credulità
europea.[138] Fu permesso a questo augusto Neofito di valersi d'un altar
portatile; ma egli fece chiedere al Patriarca per mezzo d'ambasciatori
come potrebbe mai nella quaresima astenersi de' cibi animali, e come
celebrar l'Eucaristia in un deserto che non produceva nè grano nè vino.
I Nestoriani ne' loro viaggi per mare e per terra penetrarono nella Cina
pel porto di Canton e per la città di Sigan, più settentrionale,
residenza del sovrano. Ben diversi dai Senatori romani, che faceano
ridendo la parte di sacerdoti e di auguri, i Mandarini che affettano in
pubblico la ragione dei Filosofi, si abbandonano in secreto ad ogni
sorta di superstizion popolare. Confondevano essi nel proprio culto gli
Dei della Palestina con quei dell'India; ma la propagazion del
Cristianesimo destò inquietudine al governo, e dopo una breve vicenda di
favore e di persecuzione smarrissi la Setta straniera nell'oscurità e
nella dimenticanza[139]. Sotto il regno da' Califi la Chiesa de'
Nestoriani si dilatò dalla Cina a Gerusalemme, e a Cipro, e si calcolò,
che il numero delle Chiese nestoriane e giacobite superava quello delle
Chiese greche e latine[140]. Venticinque Metropolitani o arcivescovi ne
componevano la gerarchia, ma per cagion della distanza e dei rischi del
viaggio furono dispensati parecchi dall'obbligo di presentarsi in
persona colla condizione, facile da adempirsi, che ogni sei anni
darebbero un attestazione della lor fede ed obbedienza al _Cattolico_ o
patriarca di Babilonia, denominazione indeterminata, che successivamente
si diede alle residenze reali di Seleucia, di Ctesifone e di Bagdad.
Queste palme lontane son già disseccate da lungo tempo, e l'antico trono
patriarcale[141] oggi è diviso fra gli Elijah di Mosul, i quali quasi in
linea retta figurano la discendenza dei Patriarchi della primitiva
chiesa, fra i Gioseffi d'Amida, riconciliatisi colla Chiesa di
Roma[142], e i Simeoni di Van o di Ormia, che in numero di quarantamila
famiglie nel sedicesimo secolo si ribellarono, e favoreggiati furono dai
Sofì della Persia. Oggi si contano in tutto trecentomila Nestoriani, che
mal si confusero nella denominazione di Caldei e di Assirii colla nazion
la più istruita, e la più poderosa dell'Orientale antichità.

[A. D. 883]

Stando alla leggenda dell'antichità, S. Tommaso predicò l'Evangelo
nell'India[143]. Sulla fine del nono secolo, gli ambasciatori d'Alfredo
fecero una devota visita alla sua tomba, situata forse nei dintorni di
Madras, e il carico di perle e di spezie che ne riportarono compensò lo
zelo del Monarca inglese, che aveva in mente i più vasti disegni di
commercio e di scoperte[144]. Quando fu dai Portoghesi aperta la strada
dell'India, già da due secoli aveano stanza i Cristiani di S. Tommaso
sulla costa del Malabar; e la differenza di carattere e di colore, che
li distingueva dagli abitatori del paese, era una prova della mescolanza
d'una razza straniera. Essi superarono gli originarii dell'Indostan
nell'armi, nell'arti della pace, e per avventura anche nelle virtù.
Quelli che arricchivano coll'agricoltura coltivavano le palme, e il
traffico del pepe facea doviziosi i mercadanti; i soldati precedeano i
Nair o nobili del Malabar, e il re di Cochino, il Zamorino stesso, o per
gratitudine, o per timore ne rispettavano i privilegi ereditari;
obbedivano a un sovrano Gentù; ma il Vescovo di Angamala anche pel
temporale n'era il governatore. Egli continuava a sostenere i diritti
del suo antico titolo di metropolitano dell'Indie; ma era ristretta la
sua giurisdizione di fatto a mille e quattrocento chiese e a dugentomila
anime. Costoro per la religione che professavano, divenuti sarebbero i
più fermi e più amorevoli alleati dei Portoghesi; ma ben presto scorsero
gl'Inquisitori fra i Cristiani di S. Tommaso lo scisma e l'eresia,
delitti imperdonabili per essi. Invece di sottomettersi al Pontefice di
Roma, sovrano temporale e spirituale di tutto il Globo, i Cristiani
dell'India, come i loro antenati, aderirono alla comunione del Patriarca
nestoriano; e i Vescovi ch'egli ordinava a Mosul, si esponevano per mare
e per terra ad infiniti pericoli per giungere alle loro diocesi sulla
costa del Malabar. Nella lor liturgia in lingua siriaca eran devotamente
rammentati i nomi di Teodoro e di Nestorio; univano nell'adorazione le
due Persone del Cristo: il titolo di Madre di Dio feriva le loro
orecchie, e con una scrupolosa avarizia misuravano gli omaggi per la
Vergine Maria, dalla superstizione de' Latini elevata quasi al grado
d'una Dea.[145] Quando la prima volta fu presentata la sua immagine ai
Discepoli di S. Tommaso, sdegnosamente[146] esclamarono: «Noi siam
Cristiani e non idolatri!» e la lor divozione più semplice si tenne alla
venerazion della Croce. Segregati dall'Occidente, essi ignoravano, fra i
miglioramenti, ciò che la corruttela non avea potuto produrre per uno
spazio di mille anni; e la lor conformità colla Fede e colle pratiche
del quinto secolo debbe imbrogliare del pari i papisti ed i protestanti.
Il primo pensiero dei ministri di Roma fu la cura d'interdire ad essi
ogni commercio col Patriarca nestoriano, e parecchi di que' Vescovi
morirono nelle prigioni del S. Uffizio. La potenza dei Portoghesi, gli
artificii dei Gesuiti, e lo zelo di Alessio di Menezes, Arcivescovo di
Goa, andato a visitare la costa di Malabar, assalirono questa greggia,
privata de' suoi pastori. Dal Sinodo di Diamper, al quale Menezes
presedette, fu adempiuta la santa opera dell'unione, e fu imposta ai
Cristiani di S. Tommaso la dottrina e la disciplina della Chiesa romana,
senza dimenticare la confessione auricolare, stromento il più potente
della tirannide ecclesiastica.[147] Vi fu condannata la dottrina di
Teodoro e di Nestorio, e fu ridotto il Malabar sotto il dominio del
Papa, del Primate, e dei Gesuiti, che usurparono la cattedra vescovile
di Angamala o Cranganor. Sostennero pazientemente i Nestoriani dodici
lustri di servitù e d'ipocrisia; ma non così tosto l'industria e il
coraggio delle Province Unite ebbero dato il crollo all'impero de'
Portoghesi, difesero quelli con energia e con frutto la religion dei lor
padri. Divennero impotenti i Gesuiti a mantenere l'autorità, di che
aveano fatto abuso; quarantamila Cristiani rivolsero l'armi contro
oppressori arrivati nel punto della caduta di quelli; e l'Arcidiacono
dell'India sostenne le incombenze episcopali sino a tanto che dal
Patriarca di Babilonia venne mandata una nuova provvigione di Vescovi e
di Missionari siriaci. Da che furono espulsi i Portoghesi liberamente si
professa sulla costa di Malabar il Simbolo nestoriano. Le compagnie
mercantili dell'Olanda e dell'Inghilterra amano la tolleranza; ma se
l'oppressione non offende tanto quanto il disprezzo, han motivo i
Cristiani di S. Tommaso di lagnarsi della fredda indifferenza degli
Europei[148].

II. La storia dei Monofisiti è meno lunga, e meno importante di quella
de' Nestoriani. Sotto i regni di Zenone e d'Anastasio, i loro Capi
sorpresero la fiducia del principe, usurparono il trono ecclesiastico
dell'Oriente, atterrarono la scuola di Siria nella sua terra natale.
Severo, Patriarca d'Antiochia, colla più arguta sottigliezza determinò i
dommi dei Monofisiti; nello stile dell'Ennotico, condannò le opposte
eresie di Nestorio, e d'Eutiche; contro l'ultimo sostenne la realtà del
corpo del Cristo, e forzò i Greci a considerarlo come un bugiardo che
parlava il vero[149]. Ma l'approssimazion delle idee non valeva a
mitigar la veemenza delle passioni: ogni Setta faceva le maggiori
meraviglie del Mondo per la cecità, con che la contraria andava a
disputare su differenze di sì poco momento; il tiranno della Siria
ricorse alla forza per sostenere la sua credenza, e fu macchiato il suo
regno dal sangue di trecento cinquanta monaci svenati sotto le mura di
Apamea, i quali probabilmente aveano provocato i nemici, o per lo meno
fatta resistenza[150]. Il successor d'Anastasio piantò di nuovo in
Oriente il vessillo dell'Ortodossia; fuggì Severo in Egitto, e
l'eloquente Senaia,[151] suo amico, scampato di mano ai Nestoriani della
Persia, fu soffocato nel suo esilio dai Melchiti della Paflagonia.
Cinquantaquattro Vescovi furono rovesciati dalle loro sedi, e
imprigionati ottocento ecclesiastici[152]; e, nonostante l'equivoco
favore di Teodora, dovettero le chiese dell'Oriente orbate dei lor
pastori perire a poco a poco per difetto d'istruzione, o per
l'alterazione dei loro dommi. In mezzo a tanta angustia, ridestatasi la
fazione moribonda, si riunì, e si perpetuò per opera d'un monaco; ed il
nome di Giacomo Baradeo[153] è rimasto nella denominazione comune di
Giacobita, tanto aspra ad un orecchio inglese. Dai santi Vescovi
incarcerati in Costantinopoli, ricevette l'autorità di Vescovo d'Edessa,
e di apostolo dell'Oriente, e da quella fonte inesausta derivò
l'Ordinazione di più d'ottantamila di vescovi, preti o diaconi. I più
veloci dromedari d'un devoto Capo degli Arabi assecondavano con rapido
scorrerie l'ardore del missionario zelante. La dottrina e la disciplina
dei Giacobiti ed era un dovere d'ogni Giacobita violarne le leggi, e
detestare il Legislatore. Appiattati dentro i conventi, e ne' villaggi,
costretti per salvare le lor teste proscritte a cercar asilo nelle
caverne dei romiti, o nelle tende dei Saracini, sostenevano sempre, come
oggi tuttavia i successori di Severo, il lor dritto al titolo, alla
dignità, ed alle prerogative di Patriarca d'Antiochia. Sotto il giogo
più lieve degli Infedeli risiedono, lungi una lega da Merdino, nel
delizioso monastero di Zafaran, ch'essi hanno ornato di celle,
d'acquedotti, e di piantagioni. Il _Mafrian_ che soggiorna a Mosul, dova
insulta il _Cattolico_ o primate Nestoriano, a cui contende il primato
dell'Oriente, tiene il secondo posto considerato tuttavia come assai
decoroso. Ne' diversi tempi della Chiesa giacobita si contarono sino a
cencinquanta Arcivescovi o Vescovi sotto il Patriarca ed il Mafrian; ma
l'ordine della gerarchia s'è guasto, o rotto, e i contorni dell'Eufrate
e del Tigri forman la più gran parte delle loro diocesi. Si trovano
ricchi mercadanti e bravi operai nelle città d'Aleppo e d'Amida, spesso
visitate dal Patriarca; ma il popolo vive miserabilmente del lavoro
giornaliero, e ha potuto la povertà non meno della superstizione
contribuire alla imposizione volontaria di digiuni eccessivi; osservano
ogni anno cinque quaresime, nel qual tempo e il clero e i laici non solo
s'astengono dalla carne e dalle uova, ma ben anche dal vino, dall'olio e
dal pesce. Si calcola la lor popolazione presente da cinquanta in
ottantamila anime, misero avanzo d'una Chiesa numerosissima, scemata
gradatamente sotto una tirannia di dodici secoli. Ma in sì lungo periodo
da parecchi stranieri, uomini di merito, fu abbracciata la Setta dei
Monofisiti, e Abulfaragio[154], Primate dell'Oriente, tanto notabile per
la vita e per la morte sua, era figlio di un Giudeo. Scriveva
elegantemente il siriaco e l'arabo; fu poeta, medico, storico, filosofo
sagace, e teologo moderato. Ai suoi funerali assistè il Patriarca
nestoriano, suo rivale, con gran seguito di Greci e d'Armeni, i quali
poste in non cale le dispute, vennero a mescer le loro lagrime sulle
ceneri d'un nemico. Sembrava per altro che la Setta onorata dalle virtù
d'Abulfaragio fosse riguardata come inferiore d'un grado a quella dei
Nestoriani. È più abbietta la superstizione dei Giacobiti, più rigidi ne
sono i digiuni,[155] più molteplici le divisioni intestine, e (per
quanto si può misurare la scala dell'assurdità) più lontani dalla
ragione dei loro dottori. A questa differenza contribuisce, senza
dubbio, la severità della teologia dei Monofisiti; ma molto più
probabilmente l'autorevole direzione dei monaci. Nella Siria, in Egitto,
in Etiopia i Monaci giacobiti furono sempre singolari per austerità di
mortificazioni e per la stravaganza delle loro leggende. In vita e in
morte sono venerati come uomini favoriti della Divinità: il Pastorale di
Vescovo e di Patriarca è riservato alla lor mano reverenda, e infetti
ancora delle consuetudini e dei pregiudizi del chiostro, si prendono
l'incarico di governare gli uomini[156].

III. Nello stile de' Cristiani dell'Oriente furono i Monoteliti in tutti
i sensi dal nome contraddistinti di _Maroniti_[157], nome che a poco a
poco passò da un eremita a un monastero, da un monastero ad una nazione.
La Siria fu il paese, ove Marone, santo o selvaggio del quinto secolo,
espose la religiosa stravaganza; le città di Apamea e di Emesa se ne
contesero le reliquie; su la sua tomba s'innalzò una magnifica Chiesa, e
seicento de' suoi discepoli congiunsero le loro celle sulle rive
dell'Oronte. Nelle controversie dell'Incarnazione si tennero
scrupolosamente sulla linea ortodossa tra le Sette di Nestorio e
d'Eutiche; ma i loro ozii produssero la malnata quistione d'una volontà
o d'una operazione nelle due Nature di Cristo. L'Imperatore Eraclio,
loro proselita, respinto come Maronita dalle mura della città di Emesa,
trovò un ricovero ne' monasteri dei suoi fratelli, e ne premiò le
lezioni teologiche col guiderdone di vasto e ricco demanio. Si propagò
il nome e la dottrina di questa ragguardevole scuola fra i Greci ed i
Sirii, e si può far giudizio del loro zelo dalla risoluzion di Macario,
Patriarca antiocheno, il quale davanti il Concilio di Costantinopoli
dichiarò, che si lascerebbe tagliare a pezzi, e gettare in mare,
piuttosto che riconoscere due Volontà in Cristo[158]. Persecuzione di
tal fatta, o altra più moderata, valse a convertire ben presto i sudditi
della pianura, mentre i robusti popolani del monte Libano si gloriavano
del titolo di _Mardaiti_ o di ribelli[159]. Giovan Marone, di tutti i
monaci il più dotto e il più amato dal popolo, si arrogò le facoltà del
Patriarca d'Antiochia: Abramo, suo nipote, fattosi Capo dei Maroniti, ne
difese la libertà civile e religiosa contro i tiranni dell'Oriente. Il
figlio dell'ortodosso Costantino con un santo rancore perseguitò un
popolo di soldati, che avrebbero potuto essere il baluardo del suo
impero contro i nemici di Gesù Cristo e di Roma. Fu invasa la Siria da
un esercito di Greci; consunsero le fiamme il monastero di San Marone; i
più prodi capitani della Setta furono traditi e assassinati, e
dodicimila dei loro partigiani furono tratti sulle frontiere
dell'Armenia e della Tracia. Ciò nonostante l'umile Setta dei Maroniti
ha sopravvissuto all'impero di Costantinopoli, e la loro coscienza sotto
i Turchi è libera, moderata la servitù. Fra i loro Nobili antichi sono
scelti i lor governatori particolari; dal fondo del suo monastero di
Canobin, crede tuttavia il Patriarca d'essere assiso sulla sede
d'Antiochia; nove Vescovi ne compongono il Sinodo, e centocinquanta
sacerdoti, che hanno la facoltà di maritarsi, son destinati alla cura di
centomil'anime. S'estende il lor paese dalla catena del monte Libano
sino alle coste di Tripoli; e in questa angusta striscia di territorio,
con una degradazione insensibile si offrono al guardo tutte le varietà
del suolo e del clima, dai grandi cedri che non curvano il capo sotto il
peso delle nevi[160], sino ai vigneti, ai gelsi e agli olivi della
fertile vallata. I Maroniti, dopo aver abiurato nel duodicesimo secolo
l'error de' Monoteliti si riconciliarono colle Chiese latine d'Antiochia
e di Roma[161], e soventi volte l'ambizione dei Papi, non che la miseria
dei Cristiani della Siria rinnovellarono la stessa alleanza; ma è lecito
dubitare, se questa riunione sia mai stata intera o leale, e indarno i
dotti Maroniti del Collegio di Roma fecero il potere per assolvere i
loro antenati dal delitto di scisma e di eresia[162].

IV. Dal secolo di Costantino in poi si segnalarono gli Armeni[163]
nell'affetto per la religione e l'impero dei Cristiani. Dai disordini
del lor paese, e dall'ignoranza della lingua greca fu impedito
il loro clero d'assistere al Concilio di Calcedonia, e per
ottantaquattr'anni[164] stettero fluttuanti nell'incertezza o
nell'indifferenza sino al giorno in cui la lor Fede senza guida li diede
in mano ai missionari di Giuliano d'Alicarnasso[165], il quale in
Egitto, dove era esiliato, come i Monofisiti, era stato vinto dagli
argomenti e dalla riputazione di Severo, suo rivale, Patriarca
monofisita d'Antiochia. Gli Armeni soli sono i puri discepoli d'Eutiche,
padre infelice, rinnegato dalla maggior parte de' suoi figli. Quei soli
stanno perseveranti nella opinione, che l'Umanità di Gesù Cristo fosse
creata, o formata senza creazione, d'una sostanza divina ed
incorruttibile. Sono rimproverati i loro avversari d'adorare un
fantasma, ed essi ritorcono l'accusa, mettendo in ridicolo, o caricando
di maledizioni la bestemmia dei Giacobiti, che attribuiscono a Dio le
vili infermità della carne, e fino gli effetti naturali del nutrimento e
della digestione. Non potea la religion dell'Armenia menar gran vanto
del sapere, o della potenza de' suoi abitanti. Spirò il regno fra loro
nel principio del loro scisma, e quelli dei loro Re cristiani, che nel
tredicesimo secolo sulle frontiere della Cilicia fondarono una Monarchia
momentanea, erano i protetti de' Latini, e i vassalli del Soldano turco
che dava leggi in _Iconio_. Non si permise lungamente a questa nazione
abbandonata di goder la quiete della servitù. Dai primi tempi della sua
storia sino al giorno d'oggi è stata l'Armenia il teatro d'una guerra
perpetua. La crudele politica dei Sofì ha spopolate le terre fra Tauride
ed Erivan; e famiglie cristiane a migliaia furono trapiantate nelle
province più rimote della Persia a perire o a moltiplicare colà. Sotto
la verga dell'oppressione sta imperterrito e fervido lo zelo degli
Armeni; sovente preferirono la corona del martirio al turbante di
Maometto: piamente detestano l'errore e l'idolatria de' Greci, ed è
tanto vera la loro unione effimera coi Latini, quanto il computo di
mille Vescovi dal lor Patriarca condotti al piede del Pontefice
romano[166]. Il Cattolico o Patriarca degli Armeni risede del monastero
di Ekmiasin, tre leghe lontano da Erivan. Son da lui ordinati
quarantasette Arcivescovi, ognuno de' quali ha quattro o cinque
suffraganei, ma per la maggior parte non sono che prelati titolari, che
colla presenza e col servigio danno risalto alla semplice pompa della
sua Corte. Come hanno adempiuto agli uffici ecclesiastici attendono a
coltivare il giardino, e farà meraviglia ai nostri Vescovi l'intendere,
che in proporzione della sublimità del grado cresce l'austerità della
loro vita. Nelle ottantamila città o villaggi di quel governo spirituale
riceve il Patriarca da ogni persona, che abbia compiuti i quindici anni,
una picciola tassa volontaria; ma i seicentomila scudi, che ne ricava
ogni anno, non bastano ai continui bisogni de' poveri, nè ai tributi che
si esigono dai Bascià. Dal principio dell'ultimo secolo ottennero gli
Armeni una porzion considerevole e lucrosa del traffico dell'Oriente.
Tornando d'Europa, sogliono le lor caravane arrestarsi nei dintorni
d'Erivan; tributano agli altari i frutti della loro industriosa
pazienza, e la dottrina d'Eutiche vien predicata alle congregazioni, che
hanno formato da poco in qua nella Barberia e nella Polonia[167].

V. Nelle altre parti dell'imperio poteva il principe annichilare, o
ridurre al silenzio i Settarii di una dottrina creduta pericolosa; ma i
testardi Egiziani si opposero mai sempre al Concilio di Calcedonia, e la
politica di Giustiniano degnò adattarsi ad aspettare il momento in cui
potesse giovarsi della lor discordia. La Chiesa monofisita
d'Alessandria[168] era lacerata dalla disputa dei _corruttibili_ e degli
_incorruttibili_, e nella morte del Patriarca ognuna delle due fazioni
presentò un candidato[169]. Gaiano era discepolo di Giuliano, e Teodosio
avea ricevuto lezioni da Severo: i monaci e i senatori, la capitale e la
provincia favorivano il primo; confidava il secondo nell'anteriorità
della sua Ordinazione, nella grazia dell'Imperatrice Teodora, e
nell'armi dell'eunuco Narsete, che avrebbe potuto farne miglior uso in
una guerra più gloriosa. Il candidato del popolo fu confinato in
Cartagine ed in Sardegna, e questo esilio crebbe il fermento degli
animi, e cento settant'anni dopo il cominciamento dello scisma
veneravano ancora i Gaianiti la memoria e la dottrina del lor fondatore.
In un furioso e sanguinolento conflitto si vide la forza del numero
cozzare con quella della disciplina; i cadaveri de' cittadini e de'
soldati ingombrarono le strade della metropoli; le devote salivano sul
tetto delle case, e scagliavano sul capo dal nemico tutto quello che di
pesante o di tagliente veniva loro alle mani; e in fine trionfò Narsete
perchè mise a fuoco e fiamme la terza capitale del Mondo romano. Ma non
piacque al luogotenente di Giustiniano, che cogliesse un eretico i
frutti della sua vittoria; guari non andò che Teodosio fu deposto,
sebbene con modi umani, e Paolo di Tanis, monaco ortodosso, fu innalzato
alla sede di Sant'Atanasio. Acciocchè potesse sostenersi, fu armato di
tutte le forze del governo; aveva la facoltà di nominare o rimovere i
duchi e i tribuni d'Egitto; soppresse le distribuzioni di pane, ordinate
da Diocleziano, chiuse i templi de' suoi rivali, e una nazione
scismatica rimase ad un tratto senza alimento spirituale e corporale.
Dall'altra parte il popolo sospinto da vendetta e da fanatismo scomunicò
quel tiranno; nessuno, eccettuati i servili Melchiti, non volle più
salutarlo nè per uomo, nè per cristiano, nè per Vescovo. Ma tale è la
cecità dell'ambizione; cacciato per un'accusa d'omicidio, esibì mille e
quattrocento marchi d'oro per ricuperare il suo posto, ove non raccolse
che odio ed affronti. Apollinare, suo successore, entrò in Alessandria
con un corteggio militare, parato e presto all'orazione ed alla
battaglia. Distribuì i suoi armati per tutta la strada; furon collocate
le guardie alle porte della cattedrale, e una truppa eletta venne posta
in mezzo al coro per difesa della persona del suo Capo. Stavasi
Apollinare in piedi nella sua cattedra, e, levato l'abito guerresco,
comparve di repente agli occhi della moltitudine colla veste di
Patriarca d'Alessandria. Lo stupore per un istante produsse un gran
silenzio; ma come tosto Apollinare ebbe cominciato a leggere il tomo di
San Leone, fu da imprecazioni, da invettive e da sassi assalito
quest'odioso ministro dell'Imperatore e del Sinodo. Subitamente il
successor degli Apostoli diede l'ordine di combattere; vuolsi che i
soldati marciassero dentro il sangue sino al ginocchio, e che vi
rimanessero svenati dugentomila Cristiani; calcolo incredibile,
quand'anche si facesse non per una giornata, ma per li diciott'anni del
pontificato d'Apollinare. I due Patriarchi che gli succedettero,
Eulogio[170] e Giovanni[171], s'adoperarono a convertire gli eretici con
armi ed argomenti più degni del loro evangelico ministero. Eulogio pose
in mostra il suo sapere teologico in molti volumi, che esageravano gli
errori di Eutiche e di Severo, e cercavano di conciliare le asserzioni
equivoche di San Cirillo, del Simbolo ortodosso di Papa Leone e de'
Padri del Concilio calcedonese. Mosso da superstizione, da beneficenza,
o da politica si segnalò Giovanni il Limosiniere con una munificenza
caritatevole; manteneva a sue spese settemila e cinquecento poveri;
trovò, quando fu eletto, sedicimila marchi d'oro nell'erario della
Chiesa; n'ebbe ventimila dalla generosità dei fedeli; eppure potè
vantarsi nel testamento di non lasciar più d'un terzo della più picciola
moneta d'argento. Le Chiese d'Alessandria furon consegnate ai Cattolici;
fu proscritta la religion dei Monofisiti in Egitto, e fu pubblicata una
legge, che escludeva i nativi del paese dagli onori, e dagli impieghi
lucrosi dello Stato.

Rimaneva da farsi una conquista più rilevante, quella del Patriarca,
oracolo e Capo della Chiesa egiziana. Aveva resistito Teodosio alle
minacce e alle promesse di Giustiniano col coraggio d'un Apostolo,
ovveramente d'un entusiasta. «Non furono diverse, rispose il Patriarca,
le offerte del tentatore quando mostrava i reami della terra; a me sta
più a cuore l'anima che la vita o l'autorità. Stanno le Chiese nelle
mani d'un principe, che può uccidere il corpo; ma la mia coscienza è
mia, e nell'esilio, nella povertà, nei ceppi resterò costantemente
fedele alla credenza de' miei santi predecessori Atanasio, Cirillo e
Dioscoro. Anatema al _tomo_ di Leone, e al Concilio di Calcedonia!
anatema a chi ammette la lor dottrina! e adesso e per sempre sieno
caricati d'anatemi! Io sono uscito nudo del seno di mia madre, nudo
discenderò nel sepolcro; mi seguano coloro che amano Iddio e cercano la
salute». Dopo aver consolato e rincorato i suoi fratelli, salpò alla
volta di Costantinopoli; e in sei abboccamenti successivi sostenne senza
vacillare l'assalto quasi irresistibile della presenza del sovrano. Le
sue opinioni eran favoreggiate nel palazzo e nella capitale; il credito
di Teodora lo francheggiava e gli promettea un congedo decoroso; egli
terminò la sua carriera, non già sulla cattedra episcopale, ma nel suo
paese nativo. Alla nuova della sua morte, Apollinare spinse l'indecenza
sino a farne festa in un divertimento dato alla Nobiltà ed al clero; ma
fu turbata la sua allegrezza dalle nuove che presto ricevette della
dominazione del successor di Teodosio; e mentre si godea le ricchezze
d'Alessandria, i suoi rivali davano la legge entro i monasteri della
Tebaide, ove campavano di obblazioni spontanee del Popolo. Morto
Teodosio si vide nascere dalle sue ceneri una serie non interrotta di
Patriarchi, e le Chiese monofisite di Siria e d'Egitto vennero collegate
in una stessa comunione, e nel nome di Giacobiti; ma la dottrina che
s'era concentrata in una picciola Setta dei Sirii, si propagò nella
nazione egiziana, o cofta, la quale con voto quasi unanime rigettò i
decreti del Concilio calcedonese. Volgeano dieci secoli da che l'Egitto
non era più un regno, e i vincitori dell'Asia e dell'Europa avevano
assoggettato al giogo un popolo, la sapienza e la potenza del quale sono
anteriori ai monumenti della Storia. La lotta del fanatismo e della
persecuzione vi ridestò qualche scintilla d'intrepidezza nazionale.
Nell'abiurare un'eresia straniera repudiarono gli Egiziani i costumi e
la favella dei Greci; ogni Mulchita è riguardato come un forestiero,
ogni Giacobita come un cittadino. Dichiaravano peccato mortale le
alleanze di matrimonio coi lor nemici, e l'esercizio dei doveri
dell'umanità verso i medesimi; spezzarono i vincoli della fedeltà
giurata all'Imperatore, il quale non potea, lontano da Alessandria, fare
colà eseguire i suoi ordini in altro modo che col braccio militare. Con
uno sforzo generoso si sarebbe restaurata la religione e la libertà
dell'Egitto, e i suoi seicento monasteri avrebbero mandate migliaia di
santi guerrieri che tanto meno temevano la morte, quanto che non avea la
vita per essi nè consolazioni, nè piaceri; ma l'esperienza ha provato la
distinzione che passa tra il coraggio attivo, e il coraggio passivo; il
fanatico che senza mandar un sospiro, sostiene le più crudeli torture,
sarebbe tutto tremante, o si darebbe alla fuga in faccia a un nemico
armato. Gli Egiziani pusillanimi, siccome essi erano, restrignean le
speranze a quella di cangiar padrone; l'armi di Cosroe disertarono il
paese, ma sotto il suo regno godettero i Giacobiti una tregua precaria e
che durò poco. Colla vittoria d'Eraclio si rinnovellò e crebbe la
persecuzione e il Patriarca abbandonò di bel nuovo Alessandria per
riparare nel deserto. Mentre egli se ne fuggiva credette Beniamino udir
una voce, che gli comandava d'attendere dopo dieci anni il soccorso
d'una nazion forestiera, soggetta come gli Egiziani, all'antica legge
della Circoncisione. Si vedrà in processo di tempo chi fossero questi
liberatori, e quale la liberazione, e qui trapasso l'intervallo d'undici
secoli per dare un'occhiata alla miseria presente dei Giacobiti
dell'Egitto. La popolosa città del Cairo è la sede o piuttosto l'asilo
del loro indigente Patriarca, e dei dieci Vescovi che hanno conservati:
quaranta monasteri hanno sopravvissuto alle scorribande degli Arabi; e
la sempre crescente schiavitù, non che l'apostasia ha ridotto i Cofti al
meschino numero di venticinque o trentamila famiglie[172], genìa di
paltoni ignoranti, che non hanno altra consolazione che la vista della
miseria anche maggiore del Patriarca greco, e del suo picciolo
ovile[173].

VI. Il Patriarca cofto, ribelle ai Cesari, o schiavo dei Califfi, poteva
sempre insuperbirsi dell'ubbidienza figliale dei Re della Nubia e
dell'Etiopia; ne esagerava egli la grandezza per pagarne l'omaggio;
osavano i suoi partigiani asserire che quei principi poteano mettere in
armi centomila cavalieri, e altrettanti camelli[174]; ch'eran padroni di
spandere, o di fermare le acque del Nilo[175], e che dalla mediazione
del Patriarca dependevano la pace e l'abbondanza dell'Egitto, anche
trattandosi di perorare presso un sovrano del Mondo. Mentre stava in
esilio a Costantinopoli raccomandò Teodosio alla sua protettrice, la
conversione del popolo nero della Nubia[176]. Dal tropico del Cancro
fino alle frontiere d'Abissinia, potè l'Imperatore indovinare
l'intenzion di sua moglie, e più zelante di lei per la Fede ortodossa
volle partecipare a questa gloria. Due missionari rivali, un Melchita e
un Giacobita, partirono ad un tempo; ma, fosse amore o timore, Teodora
fu meglio obbedita, e il presidente della Tebaide ritenne presso di sè
il sacerdote cattolico, mentre in gran fretta furono battezzati nella
comunion di Dioscoro il Re di Nubia, e la sua Corte. Giunto troppo tardi
l'Inviato di Giustiniano, venne accolto e rimandato onorevolmente; ma
quando denunciò l'eresia, e il tradimento degli Egiziani, il Neofito
negro era già stato ammaestrato a rispondere, che mai non abbandonerebbe
i suoi fratelli, i veri credenti, ai ministri persecutori del Concilio
di Calcedonia[177]. Pel corso di vari secoli nominò il Patriarca
d'Alessandria, ed ordinò i Vescovi della Nubia; vi dominò il
cristianesimo fino al secolo duodecimo, e si scorgono ancora cerimonie
ed avanzi di questa religione nelle borgate di Sennaar e di
Dongola[178]. Ma i Nubii alla lunga mandarono ad effetto le lor minacce
di ritornare al culto degli idoli; voleva il clima una religione che
permettesse la poligamia, e quindi preferirono il trionfo del Korano
all'umiliazion della Croce. Forse una religion metafisica supera
l'intendimento d'un Popolo nero; si può per altro avvezzare un Nero non
altrimenti che un papagallo a ripetere _le parole_ del Simbolo di
Calcedonia o di quello dei Monofisiti.

[A. D. 550 ec.]

Erasi già più profondamente radicato il cristianesimo nell'Impero
d'Abissinia, e quantunque sia stata interrotta la corrispondenza per più
di settanta o di cento anni, quella Chiesa sta sempre sotto la tutela
della metropoli d'Alessandria. Di sette vescovi era composto per
l'addietro il Sinodo etiopico; se fossero stati dieci costantemente,
avrebbero potuto eleggersi un primato independente; venne in capo ad uno
dei loro re di dare ad un suo fratello questo primato, ma si previde la
cosa, e fu ricusata la fondazione di tre nuovi vescovadi; a poco le
incumbenze episcopali si sono concentrate nell'_Abuna_[179] o Capo de'
sacerdoti dell'Abissinia ordinati da lui: vacando questo posto, il
Patriarca d'Alessandria nomina ad occuparlo un monaco egiziano,
avvegnacchè un forestiero investito di quella dignità sembra agli occhi
del volgo più rispettabile, e meno pericoloso a quei del monarca. Quando
nel sesto secolo si palesò apertamente lo scisma d'Egitto, i Capi
rivali, coll'assistenza de' lor protettori Giustiniano e Teodora, fecero
ogni potere per rapire l'uno all'altro il conquisto di quella provincia
remota ed independente. Anche questa volta la scaltrezza
dell'Imperatrice vinse la pruova, e la pia Teodora stabilì in quella
Chiesa lontana la fede e la disciplina de' Giacobiti[180]. Circondati
per ogni lato da' nemici della loro religione, sonnecchiarono gli Etiopi
quasi per dieci secoli, senza pensare al rimanente del Mondo, che non
pensava a loro. Furono svegliati da' Portoghesi, che dopo avere superato
il promontorio meridionale dell'Affrica comparvero nell'India, e sul mar
Rosso come se discesi fossero da un pianeta lontano. A prima giunta i
sudditi di Roma, e que' d'Alessandria rimasero sorpresi più dalla
conformità che dalle differenze della lor fede, e ognuna delle due
nazioni sperò grandissimi vantaggi da un'alleanza con genti cristiane.
Gli Etiopi disgiunti dagli altri popoli della terra erano quasi tornati
alla vita selvaggia. I loro navili che un tempo approdavano a Ceilan,
appena osavano tentare le riviere dell'Affrica: non più vedevansi
abitatori in Axum già rovinata, la nazione era dispersa ne' villaggi, e
il gran personaggio, pomposamente decorato del titolo d'Imperatore,
stava in pace ed in guerra contento d'un campo renduto immobile.
Sentendo la lor miseria, avevano saggiamente avvisato gli Abissinii
d'introdurre le arti, e l'industria europea[181], e ordinarono a' loro
ambasciatori in Roma e in Lisbona di spedire colà una colonia, di fabbri
ferrai, di carpentieri, di fornaciai, di muratori, di stampatori, di
chirurghi, di medici; ma dal pericolo pubblico furono sollecitati a
cercare un pronto soccorso d'armi e soldati per difesa d'un popolo
pacifico contro i Barbari che portavano il guasto nel cuor del paese, e
contro i Turchi o gli Arabi, che con formidabile apparecchio
s'avanzavano dalle rive del mare. Fu salva l'Etiopia mercè dell'aiuto di
quattrocento cinquanta Portoghesi i quali dimostrarono combattendo quel
valore che è proprio degli Europei, e la potenza dell'archibugio e del
cannone. In un accesso di spavento avea promesso l'Imperatore di
riunirsi co' sudditi alla Fede cattolica; un Patriarca latino
rappresentò il Primato del Papa[182]: credevasi che quell'Impero
supposto dieci volte più grande di quello che fosse, racchiudesse più
oro che non le miniere d'America, e la cupidigia non che lo zelo
religioso fondarono speranze stravaganti sopra la spontanea sommessione
de' Cristiani dell'Affrica.

[A. D. 1557]

Ma riavutosi dal timore, non si sovvenne più dei giuramenti fatti
coll'animo addolorato. Vietarono gli Abissinii con una costanza invitta
la dottrina de' Monofisiti: coll'esercizio della disputa si riscaldò la
lor Fede alquanto intiepidita; infamarono co' nomi d'Ariani, e di
Nestoriani i Latini; e rimproverarono come adoratori di _quattro_ Iddii
coloro, che separavano le due Nature di Gesù Cristo. Fu assegnata a
missionari gesuiti la borgata di Fremona per gli ufficii del loro culto,
o piuttosto per un luogo d'esilio, nulla giovando a farli stimabili
l'abilità che avevano nell'arti liberali e meccaniche, la loro dottrina
nelle materie teologiche, la decenza de' costumi: mancavano del dono de'
miracoli[183], e mai non venne lor fatto d'ottenere un sussidio di
soldatesche europee. Dopo quarant'anni di pazienza e di destrezza furono
da tanto che trovarono chi prestò più facile orecchia, e valsero a
persuadere a due Imperatori d'Abissinia che Roma poteva fare in questo
Mondo e nell'altro la felicità de' suoi aderenti. Il primo di que' re
neofiti perdè la corona e la vita, e fu santificato l'esercito ribelle
dall'_Abuna_, il quale fulminò d'anatemi l'apostata, e sciolse i sudditi
dal giuramento di fedeltà. Zadengher fu vendicato dal coraggio e dalla
fortuna di Susneo, che salì al trono col nome di Segued, e che proseguì
più vigorosamente la devota impresa del suo congiunto. L'Imperatore dopo
essersi divertito in una lotta d'argomentazioni fra i gesuiti e i suoi
sacerdoti inesperti, si dichiarò proselita del Concilio di Calcedonia;
credendo che il suo clero, e il suo popolo avrebbero immediatamente
abbracciata la religione del principe. Ordinò poco dopo sotto pena di
morte che si credesse alle due Nature di Cristo: ingiunse agli Abissinii
di passare la giornata del Sabato o in lavori, o in divertimenti; e
Segued, al cospetto dell'Europa e dell'Affrica, rinunciò ad ogni vincolo
che aveva colla Chiesa d'Alessandria. Un gesuita, Alfonso Mendez,
Patriarca cattolico dell'Etiopia, ricevette in nome d'Urbano VIII
l'omaggio e l'abiura del suo penitente. «Io confesso, disse l'Imperator
ginocchione, confesso che il Papa è il vicario di Gesù Cristo, il
successore di San Pietro, il sovrano del Mondo; gli giuro verace
obbedienza, e pongo a' suoi piedi la mia persona e il mio regno». Suo
figlio, suo fratello, il clero, i nobili, ed anche le donne della Corte,
ripeterono lo stesso giuramento; vennero profusi al Patriarca latino
onori e ricchezze, e i suoi missionari piantarono le loro chiese, o
piuttosto cittadelle, nelle migliori situazioni dell'Impero. Da que'
gesuiti medesimi si deplora la funesta imprudenza del loro Capo, il
quale non curando la mansuetudine Evangelica, e la politica del suo
Ordine, con troppa violenza osò introdurre colà la liturgia di Roma, e
l'inquisizione del Portogallo. Condannò egli la vecchia pratica della
Circoncisione, instituita per motivi di salute piuttosto che di
superstizione nel clima d'Etiopia[184]. Obbligò i nativi del paese ad un
nuovo Battesimo ed a una nuova Ordinazione: inorridirono questi vedendo
un prete estero che levava dalle tombe i più santi de' loro morti, e
scomunicava i più rispettabili de' lor viventi. Diedero di piglio alle
armi per difendere la propria religione e la libertà, e si segnalarono
con un valore da disperati, ma senza pro. Cinque ribellioni furono
soffocate nel sangue de' ribelli; due Abuna caddero morti in battaglia;
intere legioni furono trucidate nel campo, o sepolte nelle loro caverne,
e il merito, la dignità, il sesso non poterono sottrarre i nemici di
Roma da una morte ignominiosa; ma finalmente il monarca vincitore si
lasciò vincere dalla costanza della sua nazione, di sua madre, del
figlio, degli amici più fedeli. Ascoltò Segued la voce della pietà,
della ragione, e forse del timore, e l'editto che concedeva la libertà
di coscienza svelò la tirannide a un'ora e la debolezza de' Gesuiti.
Basilide, morto che fu suo padre, cacciò il Patriarca latino, e ridonò
al voto della nazione la Fede e la disciplina dell'Egitto. Le chiese
monofisite ripeterono trionfando, «che la greggia d'Etiopia era
finalmente ritolta alle iene dell'Occidente»; e da quel giorno le porte
di quel Regno romito furono per sempre chiuse alle arti, alle scienza, e
al fanatismo dell'Europa[185].

NOTE:

[1] _S'introdusse fra seguaci di Cristo la discordia perchè molti fra
loro, cioè i primi eretici, s'allontanarono dalla retta credenza,
contenuta nel Nuovo Testamento, onde vennero appunto le denominazioni,
Ortodossi ed Eterodossi, Cattolici ed Eretici. Le decisioni de' Concilii
generali determinanti l'Ortodossia, vale a dire il sistema dei retti
giudizii, intorno la divinità di Gesù Cristo, non discordarono fra loro,
e spiegando rettamente e di pien diritto l'Evangelo fissarono le cose
dogmatiche, che il popolo doveva credere al sorgere che facevano le
torte opinioni particolari, vale a dire, le eresie di alcuni Vescovi, e
preti, adunati anche in Concilii detti Conciliaboli per distinguerli dai
Concilii legittimi ed Ortodossi._ (Nota di N. N.)

[2] _Era naturale, che i seguaci d'una religione, fondata da Gesù
Cristo, dal Verbo incarnato, vale a dire dalla divina Intelligenza fatta
Uomo, facessero intorno la natura del loro Fondatore ricerche, e
ragionamenti, dei quali l'autorità de' Concilii generali,
definitivamente decise. Ma se i Cristiani occupavansi da una parte de'
dogmi (greco vocabolo che sebbene significhi opinationes, placita, i
teologi prendono quali cose rivelate, e dai Concilii definite)
fondamentali della religione, non trasandavano mai le leggi, ed i
precetti del Fondatore intorno la morale, poichè sappiamo dalla storia
che lo stesso Imperatore Giuliano, il quale circa la metà del quarto
secolo nel brevissimo suo regno si studiò molto di abbattere il
Cristianesimo, cui era avverso, siccome ad una innovazione religiosa,
proponeva tuttavia i Vescovi siccome modelli di buona morale a'
Sacerdoti del Politeismo._ (Nota di N. N.)

[3] D'onde comincierò io per dimostrare la giustezza e l'esattezza di
queste ricerche preliminari che mi sono ingegnato di circoscrivere ed
abbreviare per quanto si potea? Se proseguo a citare dopo ciascun fatto,
e dopo ogni riflessione, quel documento che me ne attesta la verità,
sarà d'uopo che ad ogni linea io riporti una lista di testimonianze, ed
ogni nota diventerà una dissertazione; ma Petavio, Le Clerc, Beausobre e
Mosemio compilarono, esposero, schiarirono quei passi innumerabili degli
antichi autori, che io pure ho letto in originale. Mi contenterò a
fortificare la mia narrazione col nome e col credito di scorte sì
rispettabili, e qualora si tratterà di cosa che difficilmente si possa
diciferare, o che sia troppo rimota da noi, non avrò rossore di chiamare
in aiuto altri occhi più penetranti de' miei: 1. i _Dogmata Theologica_
di Petavio stordiscono la mente nostra per l'immensità del disegno
dell'opera non che della fatica che gli costò. Solamente i volumi che
trattano dell'Incarnazione (due in foglio, il quinto ed il sesto, di 837
pagine) son divisi in sedici libri; il primo è storico, gli altri
espongono la controversia e la dottrina. Vastissima e sicura è
l'erudizione, pura la latinità, chiaro il metodo, gli argomenti trattati
con profondità e connessione di ragionamento; ma l'autore è ligio ai
Padri della Chiesa, è il persecutore degli Eretici, il nimico della
verità e del candore ogni qual volta queste qualità nuocono agli
interessi della parte cattolica. 2. L'Arminiano Le Clerc, che ha
pubblicato un volume in quarto (_Amsterdam_ 1716) sull'istoria
ecclesiastica dei due primi secoli, pel suo carattere e per la
condizione è scevero d'ogni servitù; il suo ingegno è limpido, ma poco
estese ne sono le forze; egli riduce la ragione, o la stoltezza dei
secoli ai confini del proprio giudizio; qualche volta ha potuto la sua
opposizione ai sentimenti dei Padri sostenere, ma spesso ancora traviare
la sua imparzialità. Veggasi quello che dice dei Cerintii (LXXX), degli
Ebioniti (CIII), dei Basilidiani (CXXIII), dei Marcioniti (CXLI), etc.
L'Istoria critica del Manicheismo (_Amsterdam_, 1734-1739, in due volumi
in quarto con una dissertazione postuma sopra i Nazarei; Losanna 1745)
contiene cose preziosissime intorno alla filosofia e alla teologia degli
antichi. Con un'arte mirabile viene svolgendo quel dotto Storico il filo
sistematico della opinione, e veste a quando a quando le sembianze d'un
Santo, d'un saggio o d'un eretico, ma sovente eccessive ne sono le
acutezze, e pare trascinato da un sentimento di generosità a favorire la
parte più debole: mentre si premunisce con tanta cura contro la
calunnia, non valuta abbastanza gli effetti della superstizione e del
fanatismo. Coll'indice curiosissimo di quel libro potranno i lettori
investigare quegli articoli che loro piaccia d'esaminare. 4. Lo storico
Mosemio, meno profondo di Petavio, meno independente di Le Clerc, meno
ingegnoso di Beausobre, non manca di nulla, è ragionevole, preciso e
moderato. Veggasi nella sua dotta opera (_De rebus Christianis ante
Constantinum_; Helmstadt, 1753, in quarto) come parli dei _Nazarei_, e
degli _Ebioniti_ (p. 172-179, 328-332), dei _Gnostici_ in generale (p.
179, etc.), di _Cirinto_ (p. 196-202), di _Basilide_ (p. 552-361), di
_Carpocrate_ (p. 363-367), di _Valentino_ (p. 371-389), di _Marcione_
(p. 404-410), de' _Manichei_ (pag. 829-837, etc.).

[4] _Il nome Nazareni fu dato sulle prime a' seguaci di Cristo, e
divenne poco dopo quello di una Setta particolare di Ebrei, la quale
voleva, che si osservasse la legge di Mosè, e nello stesso tempo si
onorasse Gesù Cristo come Uomo giusto, e come il maggiore di tutti i
Profeti, nato secondo alcuni di loro da una Vergine, e secondo altri da
Giuseppe nello stesso modo onde nascono gli altri uomini; erano seguaci
di Cristo in un modo ereticale, e questi conciliatori furono condannati
dai veri credenti cristiani per la loro falsa opinione, e poi anche
dagli Ebrei perchè muovevano dubbii sulla autenticità dei libri di Mosè,
di cui per altro riconoscevano la divina missione. Il nome Ebioniti in
ebraico significa poveri, e fu dato ad una specie di primitivi cristiani
eretici, che adottavano i sentimenti de' Nazareni aggiungendo alcuni
errori, ed alcune pratiche. Origene, scrittore antico ecclesiastico,
distinse due specie di Ebioniti. La pura, e vera divinità di Gesù Cristo
era stata riconosciuta da S. Pietro alla presenza dei discepoli. Gesù
Cristo li interrogò per sapere che dicessero gli uomini di lui; ed i
discepoli gli risposero, che alcuni lo stimavano Giovanni Battista,
alcuni Elia, altri Geremia, o alcun altro de' Profeti: al che soggiunse
Gesù Cristo:_ chi poi mi credete voi? _Allora Simon Pietro rispose:_ tu
sei Cristo figlio di Dio vivo: _e allora Cristo gli disse: sei fortunato
assai, o Simone, poichè il sangue e la carne non ti rivelarono ciò, ma
mio Padre ch'è ne' Cieli (S. Matteo c. 16). Questa credenza espressa da
S. Pietro, e confermata dalla sanzione dell'Uomo-Dio, rimase, e si
conservò sempre nei discepoli, che ne vedevano nuove prove ne' miracoli:
essi la sparsero, e ne venne il dogma principale de' veri credenti;
quindi tanto i Nazareni che gli Ebioniti furono condannati; ciò forma
una prova, che anche in quel tempo primitivo la vera società cristiana
credeva la Divinità del suo Fondatore, e riguardava questo dogma come un
articolo fondamentale della sua religione._ (Nota di N. N.)

[5] Και γαρ παντες ημεις τον χριστον ανθρωπον εξ ανθρωπων προσδοκωμεν
γενησεσθαι, imperocchè tutti noi speriamo che il Cristo nascerà mortale
da mortali, dice Trifone Ebreo (Giustino, _Dialog._, p. 207) in nome
de' suoi concittadini; e quegli Ebrei moderni, che rinunciano ai
pensieri di ricchezza per attendere alle cose della religione, serban
tuttavia lo stesso linguaggio, e allegano il senso letterale dei
Profeti.

[6] S. Grisostomo (Basnagio, _Hist. des Juifs_ t. V, c. 9, p. 183) e S.
Atanasio (Petavio, _Dogm. Teolog._ t. V, l. I, c. 2, p. 3) son ridotti a
confessare che Cristo esso stesso o i suoi Apostoli rare volte parlano
della sua Divinità.

[7] _La divina natura di Gesù Cristo era appunto nella persona di un
Uomo, che perciò era un Uomo-Dio: tale è il modo ammirabile che forma un
mistero venerando, onde Dio volle operare la redenzione de' credenti: ma
d'altra parte Gesù Cristo co' miracoli mostrava, lui esser Dio, e gli
Ebrei dovevano convincersene._ (Nota di N. N.)

[8] _In Socrate si vede un grande Filosofo, che, quasi quattro secoli
prima di Gesù Cristo, conosceva e mostrava alla greca gioventù gli
errori della religione del suo tempo, e del suo Paese, e ad un'ora
l'esistenza di un solo Essere Supremo colla sola ragione, senza
rivelazione, onde fu da sacerdoti politeisti accusato, e messo a morte,
malgrado la buona morale che insegnava: ma in Gesù Cristo forz'è
riconoscere a chiari caratteri un Uomo-Dio._ (Nota di N. N.)

[9] Non esistevano negli esemplari degli Ebioniti i due primi capitoli
di S. Matteo (Sant'Epifanio, _Haeres._, XXX, 13); e la concezion
miracolosa è uno degli ultimi articoli che il Dottor Priestley ha
esclusi dalla sua profession di fede già senz'altro assai breve.

[10] È molto verosimile, che fosse in ebraico e in siriaco il primo
degli Evangeli fatto per gli Ebrei che abbracciavano il cristianesimo.
Papia, Ireneo, Origene, S. Girolamo e altri Padri attestano questa cosa.
I Cattolici non osano dubitarne, e fra i Protestanti Casaubono, Grozio,
ed Isacco Vossio opinano così. Ma è certo altrettanto che questo
Evangelo ebraico di S. Matteo non sussiste più,[*] e si può darne colpa
allo zelo e alla fedeltà delle primitive Chiese, che preferirono la
versione, quantunque non autorevolmente approvata, d'un greco anonimo.
Erasmo e i suoi discepoli, che s'attengono al testo greco che ne rimane,
come ad Evangelo originale, si privano da se stessi della testimonianza
che lo dichiara opera d'un Apostolo. Vedasi Simon (_Hist. critique_, t.
III, c. 5-9, p. 47-101) e i _Prolegomeni_ di Mill e di Werstein sul
Nuovo Testamento.

* _L'autenticità dei libri che abbiamo del Nuovo Testamento,
riconosciuta dalla Chiesa, che li distinse dagli apocrifi, è sostenuta,
contro le infondate, e vane critiche degli Increduli, dei Deisti e dei
Scettici, dagli Apologisti della religione, e rimandiamo ad essi il
lettore che volesse conoscere questa materia. I Nazareni avevano il loro
Evangelo scritto in ebraico volgare, denominato ora l'Evangelo de'
dodici Apostoli, ora degli Ebrei, ed ora di S. Matteo; ciò è notissimo;
e S. Girolamo dice (catalogus script. eccl. c. 2) d'aver tradotto
quest'Evangelo in lingua greca ed in lingua latina; non è dunque anonimo
il traduttore._ (Nota di N. N.)

[11] _Certamente l'Uomo-Dio, Gesù Cristo, venuto al mondo per salvar gli
uomini, era un Essere da non potersi paragonare con nessun altro, e dava
un'idea sublime. Gli Ebrei ed i loro dottori leggevano, ed intendevano
materialmente l'Antico Testamento, stavano attaccati al senso letterale,
non si elevavano al senso figurato; ecco il loro errore, per cui non
potevano riconoscere, nelle divine antiche scritture, le predizioni
intorno il futuro divin Redentore, ed i misteri dell'Incarnazione, e
dalla Redenzione. Questa ostinazione loro impedì di ravvisare a chiari
caratteri il divin Salvatore già predetto da quei libri dei quali erano
i depositari, e da quei stessi Profeti ch'essi veneravano; non vollero
ciecamente intendere ciò che disse S. Agostino, e dichiararono i
Concilii, ed i Teologi, che_ Novum Testamentum in vetere est figuratum;
_massima ch'è il fondamento del Cristianesimo._ (Nota di N. N.)

[12] Cicerone (_Tuscul._, l. 1) e Massimo Tirio (_Dissert._ 16) hanno
distrigata la metafisica dell'anima dal guazzabuglio del dialogo
talvolta dilettevole, ma spesso imbrogliato, del _Fedro_ del _Fedone_, e
delle _leggi_ di Platone.

[13] I discepoli di Gesù credevano che un uomo avesse peccato prima che
venisse al Mondo (San Giovanni, IX, 2). Dagli Ebrei si ammetteva la
trasmigrazion dell'anime virtuose (Gioseffo _De bell. judaic._ l. II, c.
7 ): e da un Rabbino moderno si asserisce modestamente, aver Ermete,
Pitagora, Platone, ecc. ricavata la lor metafisica dagli scritti, o da'
sistemi de' suoi illustri concittadini.

[14] Si sostennero quattro diverse opinioni sull'origine delle anime; 1.
furono considerate come eterne e divine; 2. come create separatamente
prima della loro unione col corpo; 3. si pensò che traessero origine
dallo stipite primitivo d'Adamo, ove stava racchiuso il germe spirituale
e corporale della sua posterità; 4. che nel punto del concepimento Iddio
creasse l'anima d'ogn'individuo, e la destinasse al corpo di cui si era
formato l'embrione. Pare che sia prevalsa l'ultima sentenza presso i
moderni, e n'è divenuta meno sublime, ma non per questo più
intelligibile, la nostra storia spirituale.

[15] Οτι η του Σωτηροε ψυχη η του Αδαμ ην, _poichè l'anima del Salvatore
era quella d'Adamo_, è una delle quindici eresie imputate ad Origene,
e contestate dal suo Apologista (Photius, _Biblioth._ Cod. 117, p. 296).
Alcuni Rabbini assegnano la stessa anima ad Adamo, a David, e al Messia.

[16] _Apostolis adhuc in seculo superstitibus, apud Judaeam Christi
sanguina recente, phantasma Domini, corpus asserebatur_, etc. (S.
Girolamo _Advers. Lucifer._, c. 8). L'epistola di S. Ignazio agli
abitanti di Smirne ed anche l'Evangelo secondo S. Giovanni ebbero la
mira di distruggere l'errore dei Doceti, che s'andava propagando, e
s'era già troppo accreditato nel Mondo (1. Giovanni, IV, 1, 5).

[17] Verso l'anno dugento dell'Era cristiana S. Ireneo ed Ippolito
confutarono le trentadue Sette της ψενδωνομου γνοσεως _della
falsa dottrina_, già moltiplicatesi nel tempo di S. Epifanio sino al
numero di ottanta (Phot. _Bibl. Cod._ 120, 121, 122). I cinque libri
d'Ireneo non sussiston più che in latino barbaro, ma forse si troverebbe
l'originale in qualche monastero della Grecia.

[18] Il pellegrino Cassiano che girò l'Egitto al principio del quinto
secolo osserva e deplora il regno dell'antropomorfismo tra i Monaci che
non sapevano di seguire il sistema d'Epicuro (Cicerone _De nat. deorum_,
l. I, c. 18-34). _Ab universo prope modum genere monachorum, qui per
totam provinciam Aegyptum morabantur per simplicitatis errorem susceptum
est, ut a contrario memoratum pontificem_ (_Theophilum_) _velut haeresi
gravissima depravatum, pars maxima seniorum ab universo fraternitatis
corpore deceraeret detestandum._ (Cassiano, _Collation._, X, 2). Finchè
S. Agostino aderì al Manicheismo manifestò lo scandalo che gli dava
l'antropomorfismo dei Cattolici vulgari.

[19] _Ita est in oratione senex mente confusus eo quod illam_
ανθρωπομορφον _imaginem deitatis, quam proponere sibi in oratione
consuerat aboleri, de suo corde sentiret, ut in amarissimos fletus,
crebrosque singultus repente prorumpens, in terram prostratus cum
ejulatu validissimo proclamaret «heu me miserum! tulerunt a me Deum
meum, et quem nunc teneam non habeo, vel quem adorem, aut interpellem
jam nescio_». (Cassiano, _Collation._ X, 2).

[20] S. Giovanni e Cerinto (A. D. 80, Le Clerc, _Hist. eccl._ p. 493)
s'incontrarono a caso nei bagni pubblici d'Efeso; ma l'Apostolo si
scostò dall'eretico per tema che gli cadesse in capo l'edificio. Questa
goffa storiella, rigettata dal dottor Middleton (_Miscellaneous Works_,
vol. 2), è narrata per altro da S. Ireneo (III, 3) sulla testimonianza
di Policarpo, e probabilmente s'accordava colla notizia che avevasi
dell'epoca in che visse Cerinto, e del luogo da lui abitato. La versione
di S. Giovanni (IV, 3) ο λυει τον Іησουν, caduta in disuso,
benchè sembri la vera, allude alla doppia Natura insegnata dall'eretico
Cerinto.

[21] Il sistema dei Valentiniani era assai complicato e quasi
incoerente, 1. Il Cristo e Gesù erano Eoni, ma la virtù non era in essi
allo stesso grado; uno agiva come l'anima ragionevole, e l'altro come lo
spirito divino del Salvatore. 2. Nel momento della passione si
ritirarono amendue, e non lasciarono che un'anima sensitiva e un corpo
umano. 3. Questo corpo medesimo era etereo, e forse soltanto apparente.
Queste sono le conseguenze che deduce Mosemio dopo molto studio; ma
dubito assai, che il traduttore latino non abbia inteso S. Ireneo, o che
S. Ireneo e i Valentiniani non si capissero bene fra loro.

[22] Gli eretici abusarono di quella esclamazione dolorosa di Gesù
Cristo «Dio mio! Dio mio! perchè m'hai tu abbandonato?» Rousseau che ha
fatto un paragone eloquente, ma sconvenevole, tra Gesù Cristo e Socrate,
si dimentica, che il filosofo moribondo non si lascia fuggir di bocca
parola d'impazienza, e di disperazione. Questo sentimento può non essere
apparente che nel Messia; e si è detto a ragione, che queste parole mal
sonanti altro non erano che l'applicazione d'un salmo o d'una profezia.

[23] _L'Autore doveva ommettere il termine improprio inconvenienti, e
porne un altro che esprimesse la fiacchezza della mente umana, che non
può giungere a comprendere il Mistero, che ha tutti i motivi di
credibilità, presentatici dalla teologia, per essere creduto._

_L'incomprensibile Mistero dell'Incarnazione copre d'un velo i così
detti inconvenienti dell'Autore, e non presenta al vero credente che
l'opera dell'amore misericordioso di Dio per salvare gli Uomini, la
quale è sì grande, e sì maravigliosa da essere da teologi considerata
maggiore di quella della stessa Creazione. Ciò che dopo dice il dotto
Autore non è che l'esposizione esatta, e ragionata delle eresie, ossia
opinioni condannate successivamente dai quattro primi Concilii generali
di Nicea, di Costantinopoli, d'Efeso, e di Calcedonia, nel quarto e
quinto secolo, i quali interpretando rettamente le espressioni degli
Evangelici, e combinandole, (Vedi Acta Conc. Nic. I, Conc. Constan. I,
Ephes. et Chalc., I in Labbè Collectio Magna, et amplissima Conciliorum
etc.) determinarono, distendendo il Credo, o condannando le eresie,
quella credenza, che dovevasi avere contro le torte opinioni, e partiti
furiosi, che scompigliarono, e continuarono lungo tempo a trambustare,
anche dopo le decisioni, la Chiesa, e lo Stato perfino con grandi
massacri: il tempo la cui azione non cessa, mai, i decreti, e la forza
degli Imperatori cattolici vennero in soccorso della pronunciata
ortodossia, e posero fine a' mali delle controversie teologiche, che
laceravano le province del romano Impero._ (Nota di N.N.)

[24] Questa frase energica può giustificarsi con un passo di S. Paolo (I
Tim. III, 16); ma le Bibbie moderne c'ingannano[*]. La parola ὄ
(il quale) fu cangiata in Costantinopoli, sul cominciar del secolo
decimosesto, in θεος (Dio). La verace ed evidente versione
secondo i testi latino e siriaco sussiste tuttavia nei raziocini dei
Padri greci e de' Padri latini; ed Isacco Newton ha benissimo scoperto
questa frode non che quella dei _tre testimoni di S. Giovanni_ (Vedi le
sue due lettere, tradotte dal Signor di Missy, nel _Giornale Britannico_
tom. XV, p. 148-190; 35-390). Esaminai le ragioni allegate dall'una
parte e dall'altra, e mi sono sottoscritto all'autorità del primo tra i
filosofi, versatissimo nelle discussioni teologiche e critiche.

* _Se l'Autore dice d'essere persuaso di ciò che scrisse il Newton, che
non ha nelle materie ecclesiastiche autorità, ciò non prova che la frode
sia vera: è vero che non sarebbe facile il provare non esservi mai state
le così dette pie frodi in cose per altro di non grande momento, e non
intrinseche alla religione; ma bisognava in particolare provare questa._
(Nota di N. N.)

[25] _Vedi_ intorno Apolinare e la sua Setta, Socrate (l. II, c. 46: l.
III, c. 16), Sozomeno (l. V, c. 18; l. VI, c. 25-27), Teodoreto (l. V,
3, 10, 11 ), Tillemont (_Mém. eccl._ tom. VII, p. 602-638, not. p.
789-794, _in 4. Venise_ 1732). I Santi che vissero ai suoi giorni
parlavano sempre del vescovo di Laodicea come di un amico e d'un
fratello; lo stile degli storici più recenti ha l'impronta
dell'acrimonia e dell'inimicizia. Filostorgio lo paragona (l. VIII, c.
11-15) a S. Basilio e a S. Gregorio.

[26] Due prelati dell'Oriente, Gregorio Abulfaragio, primo Giacobita di
quella parte del Mondo, ed Elia, metropolitano di Damasco, addetto alla
Setta di Nestorio (Vedi Asseman, _Bibl. orient._, t. II, p. 291; t. III,
p. 514, ec.) confessano, che i Melchiti, i Giacobiti, i Nestoriani ec.
andavan d'accordo sulla _dottrina_, e non differivan che
sull'_espressione._ Basnagio, Le Clerc, Beausobre, La Croze, Mosemio e
Jablonski sono inclinati a questa caritatevole opinione, ma lo zelo di
Petavio è veemente ed adiroso, e appena Dupin lascia traspirare la sua
moderazione.

[27] La Croze (_Hist. du Christianisme des Indes_, t. I. p. 24) confessa
la poca stima che fa dell'ingegno e degli scritti di S. Cirillo. «Fra
tutte l'opere degli antichi, egli dice, poche se ne leggono di meno
profittevoli». E Dupin (_Bibl. eccl._, t. IV, p. 42-52) c'insegna a
sprezzarle, quantunque ne parli con rispetto.

[28] Chi gli fa questo rimbrotto è Isidoro di Pelusio (l. I, _epist.
25_, p. 8). Non essendo troppo autentica la lettera, Tillemont, men
sincero dei Bollandisti, affetta il dubbio, se questo Cirillo fosse il
nipote di Teofilo (_Mémoires ecclés._, t. XIV, p. 268).

[29] Socrate (lib. VII, 13) chiama un grammatico διαπυρος δε ακρατης
του επισκοπου κυριλλου καθεστως, και περι το ακροτους εν ταις
διοδασκαλιαις αυτου εγειρειν ην σπουδαιοτατος, un uditore del vescovo
Cirillo che assisteva con fervore alle sue prediche, ed era tutto
intento a suscitargli applausi.

[30] Socrate (l. VII, c. 7) e Renaudot (_Hist. patriarch. Alexand._, p.
106-108) parlano della gioventù di S. Cirillo e della sua nomina alla
sede d'Alessandria. L'abate Renaudot trasse i suoi materiali dalla
Storia araba di Severo, vescovo di Ermopoli Magna od Ashmunein, nel
secolo decimo, autore cui non si può mai prestar fede, quando non
abbiano i fatti in se stessi il carattere dell'evidenza.

[31] I _Parabolani_ d'Alessandria erano una Compagnia di carità, fondata
nel tempo della peste sotto Gallieno, per visitare i malati e sotterrare
i morti. A poco a poco si moltiplicarono; fecero abuso e traffico dei
loro privilegi. L'insolenza da essi manifestata sotto il pontificato di
S. Cirillo determinò l'imperatore a privare il patriarca del diritto di
eleggerli, e a restringerne il numero a cinque o seicento; ma sì fatte
restrizioni furono passaggere ed inefficaci (_Vedi_ il _Cod. Teodos._,
l. XVI, t. II; e Tillemont, _Mém. ecclés._, t. XIV, p. 276-278.)

[32] _S. Cirillo non può dirsi esente de' difetti come scrittore, e come
Patriarca d'Alessandria; aveva uno spirito così sottile nelle
controversie, ed era tanto facondo, che spesse volte non s'intende ciò
ch'egli scrisse. Non può negarsi essere egli stato altiero, ed impetuoso
specialmente nella sua controversia con Nestorio Patriarca eretico di
Costantinopoli, e Capo dei Vescovi, preti, e secolari detti da lui
Nestoriani, de' quali un picciolo resto trovasi ancora in qualche
provincia d'Europa, ed in qualche borgata della Persia, e dell'Armenia,
malgrado le persecuzioni de' Cattolici; ma S. Cirillo sosteneva la retta
dottrina intorno a Gesù Cristo; perciò il suo procedere per giungere al
suo fine, che il Concilio d'Efeso I condannasse Nestorio, che negava la
Divinità di Cristo colla distinzione delle persone divina ed umana,
asserendo che Maria aveva partorito Cristo Uomo, e non Cristo Dio, cioè
la persona umana, e non la persona divina, devesi chiamare non
ambizioso, ed impetuoso, ma zelante dell'Ortodossia, secondo il sano
linguaggio de' teologi; altrimenti la maggior parte dei sostenitori di
essa diventano uomini impetuosi, ed ambiziosi. Non può negarsi aver S.
Cirillo posto mano francamente nelle cose civili, e governative
d'Alessandria, onde ne vennero i forti risentimenti di Oreste
governatore per l'Imperatore romano, ed avvenne il fatto terribile dei
Monaci di Nitria; ma non consta che la morte lagrimevole, d'Ipazia,
tanto celebrata dagli storici per il suo sapere, ed accusata di avere
attraversato la riconciliazione fra Oreste, e Cirillo, possa a questo
essere attribuita: quel fatto orribile, che tolse dalla cattedra una
dottissima donna, è avvenuto per la furia dei due partiti di Oreste, e
di Cirillo, che non avrà neppur esso potuto impedire il male. Bisogna
dimenticarsi quei difetti, che poteva avere Cirillo a cagione della sua
animosa difesa della Ortodossia, e devesi considerare da ogni buon
credente, per essere stato fatto Santo dalla chiesa, pienamente da ogni
colpa giustificato._ (Nota di N. N.)

[33] _Vedi_ intorno a Teone, e sua figlia Ipazia, il Fabricio (_Bibl._,
t. VIII, p. 210, 211). Il suo articolo nel Lessico di Suida è assai
curioso e originale. Esichio (_Meursii_ opera, t. VII. p. 295, 296) nota
che quella figlia fu perseguitata δια την υπερβαλλουσαν σοφιαν, _per
l'eminente sapienza_: ed un epigramma dell'antologia greca (l. I, c.
76, p. 159, edit. Brodaei) ne vanta il sapere e l'eloquenza. Il
vescovo filosofo Sinesio, suo amico e discepolo, ne parla in modo
onorevole (_Epist._ 10, 15, 16, 33, 80, 124, 135, 153).

[34] Οςρακοις ανειλον, και μεληδον διασωπασαντες, etc. _ne
straziarono le carni con cocci d'ostriche, e scerpandone a brani le
membra_, ec. Le scaglie d'ostriche erano sparse abbondevolmente sulle
rive del mare rimpetto a Cesarea. Piacemi adunque di attenermi qui al
senso letterale, senza rifiutar la version metaforica di _tegolae_,
tegole, seguìta dal Sig. de Valois; non so, se Ipazia fosse ancor viva,
ed è probabile che gli assassini non si pigliassero pensiero di questo.

[35] Da Socrate (l. VII, c. 13, 14, 15) son raccontate sì belle geste di
S. Cirillo, ed è obbligato il fanatismo, tuttochè con ripugnanza, a
copiare le parole d'uno storico, il quale chiama freddamente i sicari
d'Ipazia ανδρες το φρονημα ενθερμοι _uomini caldi di testa._
Noto con piacere, che quel nome tanto vilipeso fa arrossire lo stesso
Baronio (A. D. 415, n. 48).

[36] _Quand'anche per supposizione avesse avuto colpa S. Cirillo della
morte orribile della povera Ipazia, non essendo la religione cristiana
per sua essenza sanguinaria, come evidentemente consta dall'Evangelo,
non le verrebbe alcuna macchia per la colpa di S. Cirillo, e se non è
provato, che questi ne abbia avuto, e quindi fu egli fatto Santo, molto
meno può dirsi, che la religione sia macchiata pel massacro d'Ipazia._
(Nota di N. N.)

[37] Non volle ascoltare le preghiere d'Attico di Costantinopoli, e
d'Isidoro di Pelusio; e se si crede a Niceforo (l. XIV c. 18) cedette
soltanto all'interposizion della Vergine. Negli ultimi anni per altro
andava pur susurrando che Gian Grisostomo era stato giustamente
condannato (Tillemont, _Mém. ecclés._ t. XIV, p. 278-282; Baronio,
_Annal. eccles._ A. D. 412, n. 46-64).

[38] _Vedi_ le particolarità intorno ai loro caratteri nella Storia di
Socrate (l. VII, c. 25-28), e intorno alla loro autorità e alle
pretensioni, nella voluminosa compilazione del Tomassino (_Discipl. de
l'Eglise_, t. I, p. 80-91)

[39] Racconta Socrate la Storia del suo avvenimento alla sede episcopale
di Costantinopoli, e ne descrive le azioni (l. VII, c. 29-31), e sembra
che Marcellino gli adatti le parole di Sallustio, _loquentiae satis,
sapientiae parum._

[40] Cod. Theod., l. XVI, tit. 5, _leg._ 65, cogli schiarimenti del
Baronio (A. D. 428, n. 25, etc.); Gotofredo (_ad locum_), e Pagi
(_Critica_, t. II, p. 208).

[41] S. Isidoro di Pelusio (l. IV, epist. 57). Le sue espressioni sono
energiche o scandalose: τι θανμαζεις ει και νυν περι πραγμα θειον και
λογου κρειττον διαφωνειν προσποιουντ αι υπο φιλαρχιας εκβαυχευομενοι,
_perchè ti maravigli se anche adesso preferiscono di disputare sulle
cose divine e sul miglior senso delle parole, accesi dalla smania di
dominare._ Isidoro è un Santo, ma non fu mai vescovo; e sono tentato
a credere che l'orgoglio di Diogene si ponesse sotto i piedi
l'orgoglio di Platone.

[42] La Croze (_Christianisme des Indes_, t. I, pag. 44-53, _Thesaur.
epist._ t. III, p. 276-480) ha scoperto l'uso delle parole ὁ δεσποτης
e ὁ κυριας Іησους, _il padrone e il Signore Gesù_, le quali nel quarto,
quinto e sesto secolo distinsero la scuola di Diodoro di Tarso da
quella dei suoi discepoli Nestoriani.

[43] Θεοτοκος, _Deipara_, come, nella zoologia si dice degli
animali ovipari o vivipari. Non è facile il decidere in quale epoca
s'inventasse quella parola che La Croze (_Christian. des Indes_, t. I,
p. 16 ) attribuisce ad Eusebio di Cesarea, ed agli Ariani. S. Cirillo e
Petavio arrecano testimonianze ortodosse (_Dogmat. theolog._ t. V, c.
15, p. 254 etc.); ma si può contrastare sulla veracità di S. Cirillo; e
l'epiteto θεοτοκος facilmente ha potuto dal margine passar nel
testo d'un manuscritto cattolico.

[44] Basnagio nella sua storia della Chiesa, opera di controversia. (t.
I, p. 505) giustifica la Madre di Dio pel sangue (Atti, XX, 28, colle
varie lezioni di Mill); ma i manoscritti greci son ben altro che
concordi; e l'espression primitiva del sangue del Cristo si è conservata
nella version siriaca, anche nelle copie di cui si valgono, i Cristiani
di S. Tommaso sulla costa del Malabar (La Croze, _Christian. des Indes_,
t. 1, p. 347). La gelosia fra i Nestoriani e Monofisiti ha mantenuta la
purezza del loro testo.

[45] _Il Credo, disteso nel Concilio generale II di Costantinopoli
l'anno 381 ha l'espressione_ natus ex Maria Virgine, _e ciò è lo stesso,
che Deipara cioè partoriente Dio, o Madre di Dio; ed avendo prima il
Concilio generale I di Nicea l'anno 325 fissato definitivamente contro
gli Ariani essere Gesù Cristo della stessa sostanza del Padre,_
consubstantialem, _cioè essere Dio, ne viene che al tempo, cioè l'anno
429-431, del Patriarca di Costantinopoli Nestorio, che negò fermamente
essere Maria Madre di Dio, ed affermò essere essa soltanto Madre di Gesù
Cristo uomo, era già stata sanzionata e autorizzata dalla Chiesa, cioè
dal Concilio ortodosso generale II di Costantinopoli, l'espressione
Madre di Dio. Nestorio poi fu condannato, deposto, ed esiliato dal
Concilio generale III, e d'Efeso I l'anno 431, la quale condanna,
deposizione, ed esilio con zelo promosse, e sollecitò l'altro Patriarca
d'Alessandria S. Cirillo mentovato di sopra._ (Nota di N. N.)

[46] _Se, come abbiamo veduto in altra nota, S. Pietro riconobbe la
divinità di Gesù Cristo affermandolo figlio di Dio, e se l'Evangelo dice
che Gesù Cristo è nato da Maria non per opera d'uomo, ma dello Spirito
Santo, ne viene la chiara conseguenza, che S. Pietro, e gli altri
Apostoli con lui, abbiano riconosciuto Maria per Madre di Dio, essendo
seguita l'incarnazione della divina Natura, sebben l'identiche parole
Madre di Dio, non sian nell'Evangelo._ (Nota di N. N.)

[47] Di già i Pagani dell'Egitto si facean beffe della nuova Cibele[*]
dei Cristiani (Isidoro, l. I, _epist._ 54). Si formò in nome d'Ipazia
una lettera che volgeva in ridicolo la teologia del suo assassino
(_Synodicon_, c. 216, nel quarto t. concil. p. 484). All'articolo
Nestorio, Bayle espone sul culto della Vergine Maria qualche massima
d'una filosofia alquanto rilassata.

* _Sarà vero che i Pagani si burlassero di Maria Vergine Madre di Dio;
erano Pagani, cioè Politeisti, e perciò non è maraviglia; ma che ha a
fare Cibele, di cui vedesi la leggenda in tutti i Dizionari di
Mitologia, Deità dei Politeisti e dei poeti, con Maria Vergine Madre di
Dio? Queste due idee sono affatto incompatibili, ed il farne
l'associazione è un assurdo del pari indegno, che insussistente._ (Nota
di N. N.)

[48] L'αντιδοσις dei Greci, vale a dire un prestito, od una
traslazione reciproca degli idiomi, o delle proprietà d'una natura
all'altra, dell'infedeltà all'uomo, della passibilità a Dio ec. Petavio
pone dodici regole su questa materia sommamente delicata (_Dogmat.
theolog._, t. V, l. IV, c. 14, 15, p. 209, etc.).

[49] _Vedi_ Ducange, C. P. _Christiana_, l. I, p. 30 etc.

[50] _Il decreto del Papa Celestino non fu illegale, perchè poteva
assumere il giudizio intorno a un domma (che se non rimanesse fermo, non
esisterebbe più rivelazione, nè religione cristiana, nella parte
dommatica), e poi giudicò unitamente al suo Concilio provinciale de'
Vescovi; e cotale giudizio non fece che combinare con quello che poco
dopo diede il Concilio generale III, e d'Efeso I; non fu neppure
precipitato, perchè Celestino esaminò la materia, e nel giudicare
concorse il suo Concilio provinciale di cui era particolarmente il
Capo._ (Nota di N. N.)

[51] _Concil._, t. III, p. 943. Mai non furono approvati direttamente
dalla Chiesa; (Tillemont, _Mém. ecclés._, XIV, 368-372) e quasi mi fan
compassione le convulsioni di rabbia e di sofisma, da cui sembra agitato
Petavio nel sesto libro dei suoi _Dogmata theologica._

[52] Posso citare il giudizioso Basnagio (_ad._ t. I, _Variar. Lection.
Canisii in praefat._, c. 2, p. 11-23) e La Croze, dotto universale
(_Christianisme des Indes_, t. I, p. 16-20, de l'_Ethiopie_, p. 26, 27;
_Thesaur. epist._ p. 176, ec., 283-285). Il suo libero parere su questo
punto è confermato da quello de' suoi amici, Iablonski (_Thesaur.
epist._ t. I, p. 193-201), Mosemio (_id._ p. 304, _Nestorium crimine
caruisse est et mea sententia_); e non sarebbe agevol cosa trovare tre
giudici più rispettabili. Assemani, pieno di sapere, ma ligio
modestamente alle autorità, a gran pena può scoprire (_Bibliot. orient._
t. IV, p. 190-224) il delitto e l'errore dei Nestoriani.

[53] Sull'origine, e sui progressi della controversia di Nestorio fino
al Concilio d'Efeso si trovano alcune particolarità in Socrate (l. VII.
c. 32), in Evagrio (l. I, c. 1, 2), in Liberato (_Brev._, c. 1-4), negli
Atti originali (_Concil._, t. III, p. 551-591, ediz. di Venezia, 1728),
negli Annali di Baronio e di Pagi, e nelle fedeli Raccolte di Tillemont
(_Mém. eccles._, t. XIV, p. 280-577).

[54] I Cristiani de' quattro primi secoli ignoravano come il luogo della
morte, così quello della Sepoltura di Maria. Il Concilio, di cui qui
favelliamo conferma la tradizione d'Efeso, che si credea posseditrice
del suo corpo. (Ενθα ὅ θεολογος Іωαννης, και η θεοτοκος παρθενος η αγια Μαρια, _quivi giace il teologo Giovanni, e la Vergine
Deipara Santa Maria._ _Concil._ t. III, p. 1102). Avendo però
Gerusalemme le stesse pretensioni, ha mandate in dimenticanza quelle di
Efeso; colà si mostrava ai pellegrini la vota sepoltura della Vergine; e
di là è venuta la storia della sua risurrezione, e della sua assunzione,
piamente credute dalle Chiese greche e latine[*]. _Vedi_ Baronio
(_Annal. ecclés._ A. D. 48, n. 6, ec.) e Tillemont (_Mém. ecclés._ t. I,
p. 467-477).

* _Non è meraviglia che l'Autore così si esprima intorno l'assunzione di
Maria: egli era cristiano-protestante. La credenza, poi de' cattolici
intorno a ciò è assai ben fondata sullo storico Eusebio, Vescovo di
Cesarea del quarto secolo:_ Maria Virgo Christi Mater ad filium in
Coelum assumitur, ita quidam fuisse sibi revelatum scribunt. _Eusebio in
Chronico. Vedi Baronio, Annali an. 48 n. 6, e Tillemont, T. I, p. 467._
(Nota di N. N.)

[55] Gli Atti del Concilio di Calcedonia (_Concil._ t. IV, pag.
1405-1408) ne mostrano abbastanza quanto cieca fosse e pertinace
l'adesione dei Vescovi d'Egitto ai lor patriarchi.

[56] Diversi affari civili od ecclesiastici ritennero i vescovi in
Antiochia fino al 18 maggio. Da Antiochia ad Efeso si calcolavano trenta
giornate; e non è troppo il supporre che per accidenti, o per riposare
dovessero perdere dieci giorni. Senofonte, che fece la stessa strada,
numera più di ducento sessanta parasanghe, o leghe; io potrei
determinare questa misura consultando gli itinerari antichi e moderni,
se conoscessi abbastanza la proporzion di velocità di un esercito, d'un
Concilio, e d'una caravana. Tillemont medesimo, con qualche ripugnanza
però, giustifica Giovanni d'Antiochia (_Mém. ecclés._ t. XIV, p.
386-389).

[57] Μεμφομενον μη κατα το δεοντα εν Εφεσω συντεθηναι υπομνηματα
πανουργια δε και τινι αθεσμω καινοτομια κυριλλιου τεχναζοντος,
_accusato mentre Cirillo inonestamente, con fraudolenza e
con certe illegali mutilazioni s'ingegnava a falsificare in Efeso gli
Atti._ (Evagrio l. I, c. 7). La medesima imputazione gli era data dal
conte Ireneo; (t. III, p. 1249), e li critici ortodossi fanno un po' di
fatica a difendere la purità delle copie greche e latine di quel
Concilio.

[58] _Fu questo un Conciliabolo, e non un Concilio che non fu approvato
dal Papa; colla distinzione di Concilio da Conciliabolo cessa ogni
scandalo, ed ogni meraviglia; bisogna usare le distinzioni, il che sanno
fare assai bene i teologi._ (Nota di N. N.)

[59] Ο δε επ’ ολεθρω των εηκλεσιων τοχθεις και τραφεις, _nato e
cresciuto per la rovina delle Chiese._ Dopo la coalizione di S.
Giovanni e di S. Cirillo, furono le invettive reciprocamente
dimenticate. Per vane declamazioni non conviene illudersi intorno
all'opinione, che da rispettabili nemici può essere inspirata per
riguardo al loro merito scambievole (_Con._ t. III, p. 1244).

[60] _Vedi_ gli Atti del Sinodo d'Efeso nell'originale greco, e in una
versione latina, che pubblicossi quasi nel medesimo tempo (Conc., t.
III, p. 991-1339) col _Synodicon adversus tragoediam Irenaei_, t. IV, p.
235-497. _Vedi_ anche l'_Ist. eccl._ di Socrate (l. VII, c. 34), Evagrio
(l. I, c. 3, 4, 5), il Breviario di Liberato (_in Concil._, t. VI, p.
419-459, c. 5, 6), e les _Mém. ecclés._ di Tillemont (t. XIV, p.
377-487).

[61] Ταραχλν (dice Teodosio in frasi interrotte) το γε επι σαυτω, και
χωρισμον ταις εκκλησιαις εμβεβληκας.... ως θρασυτερας ορμης πρέπουης
μαλλον η ακριβειας.... και ποικιλιας μαλλον τουτων ημιν αρκουσης ηπερ
απλοτητος.... παντος μαλλον η ιερεως.... τα τε των εκκλησιων, τα τε
των βασιλεων μελλειν χωριζειν βουλεσθαι, ως ουκ ουσης αφορμης ετερας
ευδοκιμησεως, _così ti sei cacciato in cuore la
discordia, e fra le chiese la dissensione.... con un impeto temerario,
piuttosto che con zelo.... e con un procedere versatile, che ci ributta
più in tali cose, in vece della schiettezza.... in modo più conveniente
a tutt'altri, che ad un vescovo.... voler mettere a soqquadro gli
affari della chiesa e dei re, quasi non ci fosse altra maniera
d'acquistar gloria._ Vorrei sapere quanto abbia pagato Nestorio
espressioni tanto pel suo rivale ingiuriose.

[62] S. Cirillo comparte ad Eutiche, a quell'eresiarca d'Eutiche, gli
onorevoli nomi d'amico, di Santo e di zelante difensor della Fede. Suo
fratello, Dalmazio, è parimenti impiegato a circonvenire l'Imperatore e
tutti coloro che servivano la sua persona, _terribili conjuratione._
Synodicon (c. 203 _in Concil._ t. IV, p. 467).

[63] _Clerici qui hic sunt contristantur, quod ecclesia Alexandrina
nudata sit hujus causa turbelae: et debet praeter illa quae hinc
transmissa sint auri libras mille quingentas. Et nunc ei scriptum est ut
proestet; sed de tua ecclesia proesta avaritiae quorum nostri etc._ Per
qual caso non si sa, questa lettera originale e curiosa dell'arcidiacono
S. Cirillo al nuovo vescovo di Costantinopoli, sua creatura, si è
conservata in un'antica version latina (_Synodicon_, c. 203 _Concil._ t.
IV, p. 465-468). Qui è quasi caduta la maschera, e i Santi parlano il
linguaggio dell'interesse e del raggiro.

[64] I noiosi negoziati che succedettero al Sinodo d'Efeso sono
raccontati alla lunga negli Atti originali (_Concil._ t. III, p.
1339-1771 _ad fin. vol._ e nel _Synodicon_, in t. IV), in Socrate (l.
VII, c. 28, 35, 40, 41), in Evagrio (l. I. c. 6, 7, 8-12), in Liberato
(c. 7-10), in Tillemont (_Mém. ecclés._ t. XIV, pag. 487-676). Il
lettore il più paziente mi saprà grado se ho ristretto in poche linee
tante cose false e poco ragionevoli.

[65] Αυτου τε αυδεηθεντος, επετραπν κατα το οικειον επαναζευσαι
μοναστηριον, _dopo ch'ebbe parlato, gli fu permesso di tornarsene al
suo monastero._ Evagrio (l. I, c. 7). Dalle lettere originali che si
scontrano nel _Synodicon_ (c. 15-24, 25, 26) si raccoglie, che la sua
abdicazione, almeno in apparenza, fu volontaria, come Ebed-Gesù,
scrittore Nestoriano, afferma che lo fosse difatto. (Ap. Assemani,
_Bibl. orient._ t. III, p. 299-302).

[66] Vedi le lettere dell'Imperatore negli Atti del Sinodo d'Efeso.
(_Concil._ t. III, p. 1730-1735). L'odioso nome di Simoniani dato ai
discepoli di questa τερατωδους διδασκαλιας, _prodigiosa scuola_
era indicato ως αν ονειδεσι προβλεθεντες σιωνιον υπομενοιεν τιμ ωριαν
αμαρτηματων, και μητε ζωντας τιμωριας μητε θανοντας ατιμιας εκτοι
υπαρχειν, _acciocchè colpiti dalle maledizioni sempre soffrano
la pena degli errori, e non possano nè vivi sfuggire il gastigo, nè
morti l'infamia._ E così si trattavano a vicenda i Cristiani, e
Cristiani che non eran differenti fra loro che per alcune parole e
picciole distinzioni.

[67] I gravi giureconsulti (_Pandette_ l. XLVIII, _tit. 22 leg. 7_),
diedero questo nome metaforico d'isole a quelle picciole porzioni dei
deserti della Libia, nelle quali si trova acqua e verdura; tre se ne
distinguono sotto la denominazione comune di _Oasi_ o d'_Alvahat._ 1. Il
tempio di Giove Ammone. 2. L'Oasi del mezzo, distante tre giornate
all'occidente da Licopoli. 3. L'Oasi meridionale, dove fu esiliato
Nestorio, tre sole giornate lontano dai confini della Nubia. _Vedi_ una
nota giudiziosa di Michaelis (_ad Descr. Aegypt._ Abulfedae, p. 21-54).

[68] L'invito che chiamava Nestorio al Sinodo di Calcedonia, è riportato
da Zaccaria, vescovo di Malta ( Evagr. l. II, c. 2. Assemani, _Bibl.
orient._ t. II, p. 55), e dal famoso Senaia o Filosseno, vescovo di
Ieropoli (Asseman,_ Bibl. orient._ t. II, p. 40 ec.), negato poi da
Evagrio ed Assemani, o fortemente sostenuto da La Croze (_Thesaur.
Epist._ tom. III, p. 181, ec.). Il fatto non è inverosimile; ma
importava ai Monofisiti a spargere questa voce ingiuriosa. Eutichio (t.
II, pag. 12) ne assicura, che Nestorio morì dopo un esilio di sett'anni,
e per conseguente dieci anni prima del Concilio di Calcedonia.

[69] Si consulti d'Anville (_Mém. sur l'Egypte_, p. 191), Pocock
(_Description de l'Orient_, vol. I, p. 76), Abulfeda (_Descriptio
Aegypt._, p. 14). Vedasi pure Michaelis, suo commentatore (_Not._ p.
78-83), e il Geografo di Nubia (p. 42), il quale cita nel dodicesimo
secolo le ruine e le canne da zucchero di Akmim.

[70] Eutichio (_Annal._ t. II. p. 12), e Gregorio Bar-Ebreo, o
Abulfaragio (Assemano t. II, p. 316), ci danno un sentore della
credulità del decimo o tredicesimo secolo.

[71] Siam debitori ad Evagrio (l. I, c. 7) di alcuni estratti di lettere
di Nestorio; ma questo fanatico duro, e stupido non fa che ingiuriare i
patimenti, di cui fanno una dipintura sì compassionevole.

[72] _Dixi Cyrillum dum viveret, auctoritate sua effecisse, ne
eutychianismus et monophysitarum error in nervum erumperet: idaque verum
puto... alique... honesto modo_ παλινωδιαν (_la ritrattazione_)
_cecinerat._ Il dotto ma circospetto Jablonski non sempre ha detta
tutta intera la verità. _Cum Cyrillo lenius omnino egi, quam si tecum
aut cum aliis rei hujus probe gnaris et aequis rerum aestimatoribus
sermones privatos conferrem._ (_Thesaurus epist._, La Croze t. I,
p. 197, 198). Da questo passo ricevono molta luce le sue dissertazioni
sopra la controversia suscitata da Nestorio.

[73] Η αγια συυοδος ειπεν, αρον, καυσον Ευσεβιον, ουτος ζων καη, ουτος
εις δυο γενηται, ω εμερισε μερισθη.... ει τις λεγει δυο, αναθεμα,
_disse il santo Sinodo: si scacci, si abbruci Eusebio, sia
arso vivo, sia fatto in due, sia diviso come egli ha diviso.... a chi
dice due Nature, anatema._ Alla domanda di Dioscoro quelli che non
poterono gridare (βοςσαι) alzaron le mani. Nel Concilio di
Calcedonia sursero gli Orientali contro queste esclamazioni, ma gli
Egiziani dichiararono in un modo più conseguente ταυτα και τοτε ειπομεν
και νον λεγομεν, _questo e allora dicemmo, ed ora ripetiamo_
(_Con._ t. IV, p. 1012).

[74] _Questo Concilio II d'Efeso fu pure un Conciliabolo, e non è da
meravigliarsi, che in cotale assemblea, e nelle simili, i Vescovi, e
specialmente Dioscoro Patriarca d'Alessandria succeduto a S. Cirillo, si
sieno dati ad eccessi, che la ragione, e l'Evangelo disapprovano
altamente. Il Papa Leone I nel suo Concilio provinciale di Roma condannò
questo_ Conciliabolo, _e disapprovò il suo procedere. I disordini ed
eccessi avvenuti ne' Conciliaboli altro non provano se non che i Vescovi
sono uomini come tutti sanno. Il Cattolico deve badare alle decisioni,
ed al procedere dei Concilii regolari, ed approvati dal Papa o
direttamente o per mezzo de' suoi Legati, o Procuratori._

[75] Ελεγε δε (Eusebio, vescovo di Dorilea) τον φλαβιανον και
αναιρεθηναι προς Διοσκορω αθουμενον τε και λακτιξομενον, _disse che
Flaviano fu maltrattato da Dioscoro, percosso e respinto a calci_,
e questa relazione d'Evagrio (l. II, c. 2) viene rafforzata dallo
storico Zonara (t. II, l. XIII, p. 44), che afferma, esser uso
Dioscoro a dar calci come un mulo. Ma il linguaggio di Liberato è
più circospetto (_Brev._ c. 12, _in Concil._ t. VI, p. 438),
e gli Atti del Concilio di Calcedonia, prodighi dei titoli d'omicida, di
Caino ec., non giustificano un'accusa tanto speciale. Il monaco Barsuma
è incolpato in particolare, εσφαξε τον μακαριον φλαυιανον αυτος εστηκε
και ελεγε σφαξον, _d'avere straziato il beato Flaviano il
quale, senza moversi, dicea, strazia pure._ (_Concil._ t. IV, p. 1413).

[76] Gli Atti del Concilio di Calcedonia (_Conc._ t. IV, p. 761-2071),
comprendono quelli d'Efeso, (pag. 890-1189), nei quali è pure inserito
il Sinodo di Costantinopoli sotto Flaviano (pag. 930-1072): fa d'uopo
qualche attenzione per discernere questo doppio inesto. Tutto ciò che si
riferisce ad Eutiche, a Flaviano, a Dioscoro vien raccontato da Evagrio
(l. I, c. 9-12, e l. II, c. 1, 2, 3, 4), e da Liberato (_Prev._ c. 11,
12, 13, 14). Io rimando ancora questa volta, e forse per l'ultima alle
esatte ricerche di Tillemont (_Mém. ecclés._ t. XV, p. 479-719). Gli
annali del Baronio e del Pagi m'accompagneranno anco più in là nel lungo
e penoso viaggio da me intrapreso.

[77] Μαλιςα η περιβοντος Πανσοφια η καλουμενη Ορεινη (forse Ειρηνη),
περι ησ και ο πολυανθροποσ τησ Αλεξανδρεων δημος αφηκε φωνην
αυτης τε και του εραςου μεμνημενος, _soprattutto la famosa Pansofia
denominata Orine_ (forse _Irene_) _per la quale anche il
numeroso popolo d'Alessandria abiurò la memoria di lei e del drudo_
(_Concil._ t. IV, p. 1276). Si trova un saggio dello spirito e della
malizia del popolo nell'antologia greca (l. II, c. 5, p. 188 ed.
Wechel); l'editor Brodeo non conobbe a chi fosse applicato. L'autor
anonimo dell'epigramma forma un giuoco di parole assai frizzante sulla
frase del saluto episcopale «_La pace sia con tutti voi_» pari al nome
vero o corrotto della concubina del vescovo, detta Irene (che in greco
vuol dir pace).

    Ειρηνη παντεσσιν επισκοπος ειπεν επελθων
    Πως δυναται πασιν ην μονοσ ενδος εχει;

_Comparando il vescovo disse: pace (Irene) a tutti; ma come a tutti, se
l'ha in casa egli solo!_

Non so, se il Patriarca, che sembra essere stato un amante geloso sia il
Cimone dell'epigramma precedente, di cui Priapo medesimo vedea con
istupore ed invidia πεος εστεκος.

[78] _Non v'era bisogno di manifestare cose così dispiacevoli a'
credenti: si sa che vi furono, e vi saranno Vescovi peccatori; il
tribunale della Penitenza è fatto anche per essi._

[79] Quelli che rispettano l'infallibilità dei Concilii dovrebbero
provarsi a determinare il senso di quella decisione. I Vescovi che colla
loro opinione dieder legge all'assemblea erano attorniati da scrivani
infedeli o negligenti, che disseminarono le copie pel Mondo. Nei nostri
MS. greci si trova quella versione falsa e proscritta di εκ τον φυσεων,
_dalle nature_ (_Concil._ t. III, p. 1460). Non pare che siasi
mai avuta una traduzione autentica dello scritto di Papa Leone; e le
antiche versioni latine sono essenzialmente differenti dalla vulgata
attuale, secondo i migliori MS. degli Ακοιμητοι, _Vigilanti_, a
Costantinopoli, (Ducange, _C. P. Cristiana_, l. IV, p. 151), che così
era chiamato un celebre monastero di Latini, di Greci e di Sirii. (Vedi
_Concil._ t. IV, p. 1959-2049, e Pagi, _Critica_, t. II, p. 326 ec.).

[80] _Non si devono trattare con figure rettoriche, che racchiudono uno
scherzo, materie per se stesse gravissime, e rispettabili; bisogna
maneggiarle colla ragione teologica._ (Nota di N. N.)

[81] Il microscopio di Petavio non rappresenta che oscuramente questa
particella (t. V, l. III, c. 5); eppure quel sottil Teologo esso stesso
n'è sbigottito, _ne quis fortasse supervacaneam, et nimis anxiam putet
hujusmodi vocularum inquisitionem, et ab instituti theologi gravitate
alienam_ (p. 124).

[82] Εβοησαν η ο ορος κρατειτω η απερχομεθα.... οι αντιλεγοντες φανεροι
γενωνται, οι αντιλεγοντες Νεςοριανοι εισιν, οι αντελεγοντες εις Ρωμην
απελτοσιν, _gridarono, o si assegni il termine, o andiamcene.... si
palesino gli avversari, gli avversari sono Nestoriani, vadano gli
avversari a Roma_ (=Concil.= t. IV, p. 1449). Evagrio e Liberato non
mostrano questo Concilio che in un aspetto pacifico, e scorrono
prudentemente su queste brage _suppositos cineri doloso._

[83] _I Cristiani de' nostri giorni prudentemente alieni da
controversie, e da turbolenze, credano ciecamente alle parole del Credo,
e della buona dottrina teologica, le quali esprimano misterii, ch'essi
riveriscono senza correre il pericolo dei ragionamenti._ (Nota di N. N.)

[84] _Vedi_ nell'Appendice agli Atti di Calcedonia, la conferma di
questo Sinodo fatta da Marciano, (_Concil._ t. IV, pag. 1781, 1783), le
sue lettere ai monaci d'Alessandria (p. 1791), a quei del monte Sinai,
(p. 1793), a quei di Gerusalemme e di Palestina (pag. 1798), le sue
leggi contro gli Eutichiani (p. 1809, 1811, 1831), il carteggio di Leone
coi Sinodi provinciali intorno la rivoluzion d'Alessandria. (p.
1835-1930).

[85] Fozio (o più veramente Eulogio d'Alessandria) in un bel passo della
sua opera confessa, che par ben fondata questa doppia accusa contro Papa
Leone e il suo Concilio di Calcedonia (_Bibl. cod._ CCXXV, p. 768).
Facea egli una doppia guerra ai nemici della Chiesa e feriva l'uno o
l'altro di costoro cogli strali del suo avversario κατ’αλληλοις βελεσι
τους αντιπαλους επετροσκε. Parea che stabilisse contro Nestorio
συγχυσις, _la confusione delle Nature_ dei Monofisiti; contro
Eutiche confermasse υποσασεων διαφορα, _la diversità di sostanze_
dei Nestoriani. Dice l'apologista, che bisogna interpretare
con carità le azioni dei Santi: se si fosse proceduto così riguardo agli
eretici le controversie si sarebbero terminate in vani schiamazzi
esalati per l'aria.

[86] Era soprannominato Αιλουρος, _il gatto_, in grazia delle
sue corse notturne. In mezzo all'oscurità, e mascherato girava attorno
alle celle del monastero, e dirigeva ai suoi confratelli addormentati
parole ch'erano credute rivelazioni (_Theo. Lector._ l. I).

[87] Φονους τε τολμηναι μυριους, αιματων πληθει μολυνθηναι μη μονον
την γην αλλακαι αυτον αερα, essersi sofferte stragi a migliaia,
dalla piena di sangue essere stata contaminata, _non la sola terra, ma
l'aria stessa._ Tal'è il linguaggio iperbolico dell'Ennotico.

[88] _Vedi_ la Cronica di Vittore Tunninense, nelle Lezioni antiche di
Canisio, ristampate da Basnagio (t. 1, p. 326.)

[89] L'Ennotico è stato trascritto da Evagrio, (l. III, c. 13) e
tradotto da Liberato (_Brev._ c. 18). Pagi (_Critica_, t. II, p. 411),
ed Assemani (_Bibl. orient._ t. I, p. 343), non ci vedeano eresia di
sorta; ma Petavio (_Dogm. Theolog._ t. V, l. I, c. 13, p. 40) si è fatta
lecita una assai strana asserzione, dicendo, _Calcedonensem ascivit._ Un
suo nemico potrebbe dargli l'accusa di non aver mai letto l'Ennotico.

[90] _Vedi_ Renaudot (_Hist. Patriarch. Alex._ p. 123, 131, 145, 195,
247). Furono riconciliati da Marco I (A. D. 799-819) il quale promosse i
Capi ai vescovadi di Atribis e di Talba, forse Tava, (_Vedi_ d'Anville
p. 87) e supplì alla mancanza dei Sacramenti che non erano stati
conferiti in una Ordinazione episcopale.

[91] _De his quos baptisavit, quos ordinavit Acacius, maiorum traditione
confectam et veram, praecipue religiosae sollicitudini congruam
praebemus sine difficultate medicinam._ (Gelasio in _epist. 1 ad
Euphemium. Conc._ t. V, p. 286). La proferta d'una medicina prova la
malattia, e molti saran periti, prima che arrivasse il medico Romano.
Tillemont medesimo (_Mém. ecclés._ t. XVI, p. 372, 642, etc.) è nauseato
dal naturale orgoglio e poco caritatevole dei Papi; presentemente son
contenti, egli dice, d'invocar S. Flaviano d'Antiochia e S. Elia di
Gerusalemme ec. a cui quando eran viventi ricusavan la comunione. Ma il
cardinal Baronio sta saldo e duro come la rupe di S. Pietro.

[92] Se ne cancellarono i nomi dal dittico della Chiesa: _ex venerabili
diptycho, in quo piae memoriae transitum ad coelum habentium episcoporum
vocabula continentur._ (_Concil._ t. IV, p. 1846). Questo registro
ecclesiastico equivaleva dunque al libro della vita.

[93] Petavio (_Dogmat. Theolog._ t. V, l. V, c. 2, 3, 4, p. 217-225), e
Tillemont (_Mém. ecclés._ t. XIV, p. 713, etc. 799), ci danno la storia
e la dottrina del Trisagion; nei dodici secoli che passarono fra Isaia e
il giovanetto S. Proculo, che fu rapito in Cielo alla presenza del
vescovo e del popolo di Costantinopoli, era stato ben perfezionato
questo Inno. Intese il giovanetto queste parole dalla bocca degli
angeli. «Santo Dio! Santo forte! Santo immortale!»

[94] Pietro Gnafeo, il Gualchieraio, (mestiere ch'egli facea nel suo
monastero) patriarca d'Antiochia. La sua noiosa storia si discute
lungamente negli annali di Pagi (A. D. 477-490), e in una dissertazione
del signor di Valois sulla fine del suo Evagrio.

[95] I cenni che si riferiscono alle turbolenze accadute sotto il regno
d'Anastasio si trovano sparsi qua e là nelle Croniche di Vittore, di
Marcellino e di Teofane. L'ultima non era pubblicata al tempo di
Baronio; il Pagi, suo censore, è più copioso e più esatto nelle
citazioni.

[96] _Tali erano i gridi di una truppa di Monaci tumultuanti, e
sediziosi, disapprovati dai veri Cristiani, che amano la pace, e che
sono obbedienti ai loro Sovrani._ (Nota di N. N.)

[97] _I veri seguaci di Cristo, Dio di Pace, disapprovano queste guerre,
queste ribellioni, e questi massacri promossi da monaci, e da preti, che
si scostarono intieramente dalle massime cristiane le quali insegnano
doversi usare la persuasione, e non la forza, ed aver sempre tolleranza
ed amore._ (Nota di N. N.)

[98] I fatti generali della storia dal Concilio di Calcedonia sino alla
morte d'Anastasio sono registrati nel Breviario di Liberato (c. 14-19),
nel secondo e terzo libro di Evagrio, nell'estratto dei due libri di
Teodoro Lettore, negli Atti dei Sinodi e nella Epistole de' Papi
(_Concil._ t. V). Le particolarità successive si trovano con qualche
confusione nei tomi decimoquinto e decimosesto delle _Mém. ecclés._ del
Tillemont. Io debbo qui prender commiato da questa guida impareggiabile,
la quale fa dimenticare la sua cieca divozione coi pregi eruditi, colla
cura che pone nelle sue ricerche, colla veracità ed esattezza scrupolosa
che osserva. Gl'impedì la morte di terminare come aveva intenzione il
sesto secolo della Chiesa e dell'Impero.

[99] Le accuse degli aneddotti di Procopio (c. 11, 13, 18, 27, 28),
colle dotte annotazioni d'Alemanno son confermate, anzi che contraddette
dagli Atti dei Concilii, dal quarto libro d'Evagrio, e dalle lagnanze
dell'Africano Facondo in un duodecimo libro _de tribus capitalis; cum
videri doctus appetit importune.... spontaneis quaestionibus ecclesiam
turbat._ (_Vedi_ Procopio _de Bell. Goth._ l. III, c. 35).

[100] Procopio, _De Aedific._ l. I, c. 6, 7, etc., _passim._

[101] ’Ος δε καθηται αφυλακτος ες επι λεσχης τινος αωρι νυκτον ομου
τοις των ιερεον γερουσιν ασχετον ανακυκλειν τα Χριστιανον λογια σπουδην
εχων. (Procopio, _De bell. goth._ l. III, c. 32). L'autore della vita
di S. Eutichio (_apud._ Alleman. _ad_ Procop., _Arcan._ c. 18) fa la
stessa pittura di Giustiniano, ma coll'intenzione di lodarlo.

[102] Procopio che espone questi sensi saggi e moderati (_De Bell.
goth._ l. I, c. 3), è trattato per ciò duramente nella Prefazione di
Alemanno, che lo mette nella lista de' _cristiani politici_; _sed longe
verius haeresium omnium sentinas, prorsusque atheos_: Atei abbominevoli,
che raccomandavano d'imitare la bontà di Dio verso gli uomini (_Ad.
Hist. Arcan._ c. 13).

[103] Quest'alternativa che merita attenzione è stata conservata da
Giovanni Malala (t. II, p. 63, edit. di Ven. 1733), il quale è sempre
più degno di fede verso la fine della sua opera: dopo aver fatto
l'enumerazione dei Nestoriani e degli Eutichiani ec., _ne expectent_,
dice Giustiniano, _ut digni venia judicentur; jubemus enim ut...
convicti et aperti haeretici justae et idoneae animadversioni
subjiciantur._ Questo editto del codice è riferito con elogio da Baronio
(A. D. 527, n. 39-40).

[104] _Vedi_ il carattere e le massime dei Montanisti in Mosemio, (_De
rebus Christ. ante Costantinum_, p. 410-424).

[105] _Sono nati i Cristiani eretici detti Montanisti da Montano loro
Capo, cui si unirono Priscilla, e Massimilla che abbandonarono i loro
mariti; i Montanisti erano visionarii, e fanatici oltre modo._ (Nota di
N. N.)

[106] Teofane (_Chronique_ p. 153). Da Giovanni il Monofisita, Vescovo
asiatico, ci è data una delle più autentiche testimonianze che aver si
possano in questo proposito, poichè impiegato all'uopo dall'Imperatore
(Assemani, _Bibl. orient._ t. II, pag. 85).

[107] Si confronti Procopio (_Hist. Arcan._ c. 28 e le _note_
d'Alemanno), con Teofane (_Chron._ p. 190). Il Concilio di Nicea aveva
commessa al Patriarca, o piuttosto agli astronomi d'Alessandria, l'annua
pubblicazione della Pasqua; ed ancora oggi noi leggiamo, o piuttosto non
leggiamo mai, le lettere Pasquali di S. Cirillo, di cui ne rimane un
buon numero. Dopo il regno del Monofisismo in Egitto, furono i Cattolici
assai impacciati da un pregiudizio tanto irragionevole, quanto quello
per cui i Protestanti non han voluto per lungo tempo accettare lo stile
Gregoriano.

[108] _Vedi_ su la Religione e la storia dei Samaritani, _l'Histoire des
Juifs_, del Basnagio, opera dotta e imparziale.

[109] Sichem, Neapoli, Naplous, ch'è la residenza antica e moderna dei
Samaritani, giace in una valle fra lo sterile Ebal, il monte delle
Maledizioni al Nort, e il fertile Garizim, o sia monte delle Maledizioni
al Sud, distante da Gerusalemme dieci od undici ore di viaggio. Vedi
Maundrel, (_Journey from Aleppo_ etc. p. 59-63).

[110] Procopio (_Anecdot._ c. II); Teofane, (_Chron._ pag. 152),
Giovanni Malala, (t. II, pag. 62). Mi ricordo d'aver letto questa
osservazione mezzo filosofica, e mezzo superstiziosa, cioè che la
provincia devastata dal fanatismo di Giustiniano fu quella stessa, per
cui i Musulmani entrarono nell'impero.

[111] Le espressioni di Procopio sono notabili: ου γαρ οι εδοκει φονος
ανθρωπον εινακ, ην γε μη τηςαυτου δοξην οι τελευτωντες τυχοιεν οντες,
_imperocchè non gli pareva che fosse un fare strage degli uomini, se
gli uccisi non erano della sua fede (Anecdot. c. 13)._

[112] _Vedi_ la Cronaca di Vittore p. 328, e la testimonianza originale
delle leggi di Giustiniano. Pei primi anni del regno di costui Baronio è
molto di buon umore con esso, poichè accarezzò i Papi sino a tanto che
li tenne soggetti alla sua volontà.

[113] Procopio _Anecdot._ c. 13. Evagrio l. IV, c. 10. Se l'Istorico
ecclesiastico non ha letto l'Istorico secreto, provano almeno i lor
sospetti comuni, che l'odio del Pubblico era generale.

[114] _Vedi_ sui tre Capitoli gli Atti originali del quinto Concilio
generale tenuto a Costantinopoli; vi si trovano molti fatti autentici,
ma inutili (_Concil._ t. VI, p. 1-419). Evagrio autor greco, è meno
minuzioso e meno esatto (l. IV, c. 38) dei tre zelanti Affricani,
Facondo (ne' suoi dodici libri _De tribus capitulis_, pubblicati da
Sirmond in modo correttissimo), Liberato (nel suo _Breviarum_, c. 22,
23, 24), e Vittorio Tunnunense (nella sua _Chron. in t. I, antiq. Lect.
Canisii_, pag. 330-334). Il _Liber pontificalis_ od Anastasio (_in
Vigilio, Pelagio_, etc.), è una prova originale, ma tutta in favore
degli Italiani. Potrà il lettor moderno ricavar qualche notizia dal
Dupin (_Bibl. ecclésiast._ t. V, p. 189-207), e dal Basnagio (_Hist. de
l'Eglise_, t. I, p. 519-541); ma il secondo disprezza troppo l'autorità
e il carattere de' Papi.

[115] Origene era di fatto assai propenso ad imitare la πλανη
_l'errore_, e la δυσσεβεια _l'empietà_ degli antichi Filosofi
(Giustiniano _ad Mennam, in Concil._ t. VI, p. 356); mal s'accordavano
collo zelo ecclesiastico le sue opinioni moderate, e fu trovato reo
dell'eresia della ragione.

[116] Basnagio (_Praefect._ p. 11-14 ad tom I; _Antiq. Lect. Canis._) ha
benissimo pesato la colpa e l'innocenza di Teodoro di Mopsuesta: se
compose diecimila volumi, vuole la carità che se gli perdonino diecimila
errori. Egli è registrato, ma senza i suoi due confratelli nei cataloghi
degli Eresiarchi, formati dopo di lui; ed Assemani (_Bibl. orient._ t.
IV p. 203-207), manca al suo impegno di giustificare quel decreto.

[117] Vedi le doglianze di Liberato e di Vittore, e le esortazioni di
Papa Pelagio al conquistatore ed all'Esarca d'Italia. _Schisma.... per
potestates pubblicas opprimatur._ etc. (_Concil._ t. VI, p. 467, etc.).
Si teneva un esercito a reprimere la sedizione in una città
dell'Illiria. Vedi Procopio (_De Bell. Goth._ l. IV, c. 25) ων περ ενεκα
σφισιν αυτοις οι Χριςιανοι διαμαχονται, _per queste cagioni i Cristiani
si facean guerra fra loro._ Par che prometta una storia della Chiesa:
sarebbe stata curiosa e imparziale.

[118] Papa Onorio riconciliò colla Chiesa, (A. D. 638), i Vescovi del
patriarcato d'Aquileia; (Muratori, _Annal. d'Ital._ t. V, p. 376); ma
ricaddero nello scisma, il quale non s'estinse al tutto che nel 698.
Quattordici anni prima tacitamente non avea voluto la chiesa di Spagna
sottomettersi al quinto Concilio generale (_XIII Concil. Toletan. in
Concil._ t. VII, p. 487-494).

[119] Nicezio, vescovo di Treveri. (_Concil._, t. IV, pag. 511-513) pel
suo rifiuto di condannare i tre Capitoli, fu separato dalla comunione
dei quattro Patriarchi, non che la maggior parte dei prelati della
Chiesa gallicana (San Gregor. _epist. l. VII; epist. 5 in Concil. t.
VI,_ p. 1007). Baronio quasi quasi pronuncia la dannazione di
Giustiniano (A. D. 565, n. 6).

[120] Dopo avere Evagrio narrata l'ultima eresia di Giustiniano (l. IV,
c. 39, 40, 41), e l'editto del suo successore, (l. V, c. 3), non mette
più nella sua storia fatti ecclesiastici, ma solamente civili.

[121] La Croze (_Christian. des Indes_, t. I, p. 19, 20) ha notato
questa straordinaria e forse inconseguente dottrina dei Nestoriani;
vien'essa esposta più minutamente da Abulfaragio (_Bibl. orient._ t. II,
292; _Hist. dynast._, pag. 91, vers. lat., Pocock), e dall'istesso
Assemani (t. IV, p. 218); pare che ignorino, ch'essi poteano allegare
l'autorità positiva dell'Ectesi. Ο μιαρος Νεςοριος καιπερδιαιρων ιην
θειαν του Κυριου ενανθρωπησιν, και δυο εισαγων υιους δυο θελεματα τουτων
ειπειν ουν ετολμησε, τουναντιον δε ταυτο βουλιαν των... δωο προσωπων
εδοξασε, _l'iniquo Nestorio, benchè col dividere la divina
Umanità del Signore e introdurre due Nature_, (rimprovero ordinario dei
Monofisiti) non _ebbe coraggio di asserire due volontà in esse, e per
l'opposito opinò esser una la volontà delle due Persone._ (_Concil._ t.
VII, p. 205).

[122] _Vedi_ la dottrina ortodossa in Petavio: (_Dogmata Theolog._ t. V,
l. IX, c. 6-10, p. 433-447). Tutte le profondità di queste controversie
si scontrano nel dialogo greco tra Massimo e Pirro (_ad calcem_, tom.
VIII _Annal._ Baron. pag. 755-794); e di fatto questo dialogo era stato
tenuto in una conferenza che originò una conversione di poca durata.

[123] _Impiissimam Ecthesim... scelerosum typum_ (Concil. t. VII, pag.
366), _diabolicae operationis genimina_ (forse _germina_, o altrimenti
secondo la greca parola γενεματα, _frutti, produzioni_,
dell'originale), _Concil._ pag. 363-364. Parole son queste del XVIII
anatema. L'epistola di Martino ad Amando, un de' Vescovi della Gallia,
maltratta con pari acerbità i Monoteliti, e la loro eresia. (p. 392).

[124] I mali di Martino e di Massimo son descritti con una semplicità
patetica nelle lor lettere, e ne' loro Atti originali. (_Concil._ t.
VII, p. 63-68. Baron. _Annal. eccles._ A. D. 656 n. 2 _et annos
subsequent._) Il gastigo per altro della lor disubbidienza, εξορια e
σωματος αικιςμος, _l'esilio_ e _i tormenti corporali_, era minacciato
nel tipo di Costanzo (_Concil._ t. VII, pag. 240).

[125] Eutichio (_Annal._ t. II, p. 368), malamente suppone, che i cento
ventiquattro Vescovi del Sinodo romano si trasportassero a
Costantinopoli; e aggiuntili ai cento sessant'otto Greci, viene così
componendo di duecentonovantadue Padri il sesto Concilio ecumenico.

[126] Costanzo, attaccato alla dottrina dei Monoteliti, era odiato da
tutti, δια τοι καυτα, (dice Teofane, _Chron._ p. 292), εμισισθη σφαδρα
παρα παντων. Quando il monaco monotelita non riuscì a fare il miracolo
che aveva promesso, il Popolo fece alto schiamazzo, ο λαος ανεβοησε
_il popolo esclamò_ (_Concil._ t. VII, p. 1022). Ma questa fu un'emozion
naturale e momentanea, e temo assai non sia stata quest'ultima
un'anticipazione d'ortodossia nel buon popolo di Costantinopoli.

[127] _È disapprovabile la franchezza dell'Autore nel dar torto (senza
presentare lo stato della questione, e senza addurre le ragioni
teologiche) ai Concilii di Roma, ed anche al Concilio generale VI tenuto
in Costantinopoli contro i Monoteliti, ossia contro i sostenitori di una
sola volontà in Gesù Cristo: questi Concilii hanno decretato, contro
molti Vescovi ed ecclesiastici, essere in Gesù Cristo due volontà,
concordanti per altro fra loro, e questo è ciò che si deve credere.
Questa fede poi ha anche il motivo di credibilità. Era stato deciso
prima dal Concilio generale III e d'Efeso I, anno 431, non essere in
Gesù Cristo che una persona contro Nestorio Patriarca di Costantinopoli,
e contra i Vescovi, e preti d'Oriente suoi compagni. Sosteneva egli
l'Eretico, essere il Verbo (che vuol dire l'Intelligenza, o parola di
Dio) e l'Uomo due persone, e quindi non poter dirsi che Maria fosse
Madre di Dio, ma bensì soltanto Madre di Cristo: asseriva, che la Natura
divina si è unita colla umana come un uomo che fa un'opera, è unito
all'istromento di cui si serve per farla; che l'uomo a cui si unì il
Verbo è un tempio nel quale abita il Verbo, il quale lo dirige, e lo
anima, e non fa che un tutto con lui, e che questa era la sola unione
possibile tra la Natura umana e la divina; non ammetteva che un'unione
morale fra il Verbo, e la natura umana; asseriva non potersi ammettere
tra la natura umana e la divina unione tale, che rendendo la Divinità
soggetta alle passioni, e alle debolezze dell'umanità formi in Gesù
Cristo una sola persona; negava in somma l'unione ipostatica del Verbo
colla umana natura ossia l'Incarnazione, e diceva essere due persone in
Gesù Cristo: soggiungeva che la frase_ Madre di Dio _era un ostacolo
alla conversione dei Gentili: imperciocchè, diceva, come si potranno
impugnare le loro Divinità quando si ammetta un Dio ch'è nato, un Dio
che ha sofferto, un Dio ch'è morto? L'errore di Nestorio, il quale non
supponeva, che un'unione morale tra la Natura divina ed umana, asserendo
essere due persone in Gesù Cristo, distruggeva tutta l'economia dalla
religione cristiana, poichè egli è evidente, che in tal caso ne
seguirebbe, che Gesù Cristo nostro Mediatore, e Redentore, non fosse
che un semplice uomo, lo che distrugge il fondamento della
religione cristiana. Il dogma dell'unione ipostatica vale a dire
dell'Incarnazione, fu spiegato, e determinato dal Concilio generale III
e d'Efeso I presieduto da S. Cirillo Patriarca d'Alessandria: cotal
dogma non è una speculazione inutile come pretendono i liberi pensatori;
serve a darci l'esempio di tutte le virtù, ad istruirci con autorità, ed
a prevenire infiniti abusi, ne' quali sarebbero caduti gli uomini,
quando non avessero avuto per modello, e per mediatore, fra Dio ed essi,
che un semplice uomo. In questa vista i S. S. Padri hanno mirato il
dogma dell'Incarnazione: ma non è questo il luogo di trattare a lungo di
ciò (Vedi S. Agostino De Doctr. Christ. S. Greg. Moral. l. 6, 7). Era
stato deciso, secondo gli scritti de' S. S. Padri, dal Concilio generale
IV di Calcedonia l'anno 451, che in Gesù Cristo figlio di Dio perfetto
nella sua Divinità, e perfetto nella sua Umanità, consustanziale al
Padre secondo la Divinità, ed a noi secondo l'umanità, vi furono due
Nature unite senza cangiamento, senza separazione, di modo, che le
proprietà delle due Nature sussistono, e convengono ad una medesima sola
persona, che non è in niun modo divisa in due, ma che è un solo Gesù
Cristo figlio di Dio come era stato espresso nel Credo scritto nel
Concilio generale I di Nicea, l'anno 325, e ciò contro il Monaco eretico
Eutiche, Capo degli Eutichiani, il quale per fuggire l'errore del
Nestorianismo delle due persone in Gesù Cristo figlio di Dio, perchè vi
sono due Nature, sosteneva che le due Nature fossero talmente unite da
non formarne che una sola, e confuse le due Nature in una sola spiegando
ciò col dire, che la Natura umana era stata assorbita dalla divina, come
una gocciola dal Mare; e così spogliava Gesù Cristo della qualità di
Mediatore, e distruggeva i patimenti, la morte e la resurrezione, mentre
tutte queste cose s'appartengono alla natura umana, ed alla esistenza di
un'anima umana, e di un corpo umano uniti alla Persona del Verbo, e non
appartengono in niun modo al solo Verbo. Se dunque era stato prima
deciso dal Concilio generale IV di Calcedonia, nell'anno 451, esservi in
Gesù Cristo due Nature unite, ma non confuse, ne veniva di conseguenza
ch'egli dovesse avere due volontà siccome appunto decise il Concilio
generale IV contro i Monoteliti, che sostenevano aver Cristo una sola
volontà. Serva questa nota d'istruzione dogmatica a' lettori per que'
luoghi tutti ove l'Autore fa parola della Natura, e della persona di
Gesù Cristo._ (Nota di N. N.)

[128] L'istoria del Monotelismo sta negli Atti dei Concilii di Roma (t.
VII, pag. 77-395, 601-608), e di Costantinopoli (p. 609-1429). Baronio
ha tratto alcuni documenti originali dalla Biblioteca vaticana, e le
accurate ricerche del Pagi hanno retificata la sua cronologia. Dupin
istesso (_Bibliot. ecclés._, t. VI, pag. 57-71), e Basnagio (_Hist. de
l'Eglise_, t. I, p. 541-555) ne danno un compendio assai pregevole.

[129] Nel Concilio Lateranense nel 679, Wilfrido vescovo Anglo-sassone
sottoscrisse _pro omni Aquilonati parte Britanniae et Hiberniae, quae ab
Anglorum et Brittonum, necnon Scotorum et Pictorum gentibus colebantur_
(Eddio, _in vita S. Wifrido_, c. 31 _apud_ Pagi, _Critica_, t. III, p.
88). Teodoro (_magnae insulae Britanniae archiepiscopus et philosophus_)
fu aspettato a Roma lungamente (_Concil._ tom. VII, p. 714); ma si
contentò di tenere (A. D. 680) il suo Sinodo provinciale in Hatfield,
ove ricevè i decreti di Papa Martino e del primo Concilio di Laterano
contro i Monoteliti (_Concil._ t. VII, pag. 597 etc.), Teodoro, monaco
di Tarso in Cilicia, era stato nominato da Papa Vitaliano primate della
Brettagna (A. D. 668); _Vedi_ Baronio e Pagi che ne lodano il suo sapere
e la pietà, ma diffidano del suo carattere nazionale; _ne quid
contrarium veritatis fidei, graecorum more in Ecclesiam cui praeesset,
introduceret._ Il monaco di Cilicia fu mandato da Roma a Cantorbery
accompagnato da una guida affricana (Beda, _Hist. eccles. Anglorum_, l.
IV, c. 1). Egli aderì alla Dottrina romana; e lo stesso domma
dell'Incarnazione si è trasmesso senza cangiamento da Teodoro ai primati
dei tempi moderni, che dottati di più sodo giudizio, s'imbarazzano,
cred'io, rare volte dei labirinti di quel astratto Mistero.

[130] Pare che questo nome ignoto, sino al decimo secolo, sia di origine
siriaca. Fu inventato dai Giacobiti, e con ardore accolto dai Nestoriani
e dai Musulmani; ma i Cattolici lo accettarono senza rossore, e sovente
si trova negli Annali di Eutichio (Assemani, _Biblioth. orient._ t. II,
p. 507, etc. t. III, pag. 355; Renaudot _Hist. patriar. Alexan._ pag.
119). Ημεις δουλοι του βασιλεως, _noi siam sudditi del re_, fu
l'acclamazion dei Padri di Costantinopoli (_Concil.___ t. VII, p. 765).

[131] Il siriaco tenuto per lingua primitiva dagli originarii della
Siria avea tre dialetti: 1. l'_arameo_, che si parlava in Edessa, e
nelle città della Mesopotamia; 2. il _palestino_, usato in Gerusalemme,
in Damasco, e nel resto della Siria; 3. il _nabateo_, idioma rustico
delle montagne dell'Assiria e de' villaggi dell'Irak (Gregor. Abulfarag.
_Hist. dynast._, pag. 11). _Vedi_ sul siriaco, Ebed-Gesù (Assemani, t.
III, pag. 326, etc.), il quale solamente per animo preoccupato ha potuto
preferirlo all'arabo.

[132] Io non velerò la mia ignoranza sotto i manti di Simone, di Walton,
di Mill, di Wetstein, d'Assemani, di Lodolfo, o di La Croze da me
diligentemente consultati. Pare 1. non esser certo, che noi ogni abbiamo
nella primiera integrità versione veruna di quelle decantate dai Padri
della Chiesa; 2. la version siriaca esser quella, che sembra aver più
titoli d'autenticità, e che per confession delle Sette d'Oriente è più
antica del loro scisma.

[133] In ciò, che riguarda i Monofisiti e i Nestoriani io debbo
moltissimo alla _Bibliotheca orientalis Clementino-Vaticana_ di Giuseppe
Simone Assemani. Questo dotto Maronita andò nel 1715, per ordine di Papa
Clemente XI, a visitare i monasteri dell'Egitto e della Siria in cerca
di MS. I quattro volumi in foglio da lui pubblicati a Roma nel 1719 non
contengono che una parte dell'esecuzione del suo vasto disegno; ma forse
è la più preziosa. Nato egli in Siria conosceva benissimo la letteratura
siriaca, e si vede, che quantunque dependesse dalla Corte romana
s'ingegna d'essere moderato e sincero.

[134] _Vedi_ i Canoni arabi del Concilio di Nicea nella traduzione
d'Abramo Ecchelense, n. 37, 38, 39, 40. _Concil._ t. II, p. 335, 336,
ediz. di Venezia. Que' titoli, conosciuti di _Canoni di Nicea_ e di
_Canoni arabi_ sono ambedue apocrifi. Il Concilio di Nicea non fece più
di venti Canoni (Theod. _Hist. eccles._ l. I, c. 8); i settanta o
ottanta che vi si aggiunsero, furono estratti dai Sinodi della Chiesa
greca. L'edizione siriaca di Maruta non sussiste più (Assemani, _Bibl.
orient._ t. I, p. 195, t. III, p. 74); e nella version araba havvi
diverse alterazioni recenti. Questo codice per altro racchiude preziosi
avanzi della disciplina ecclesiastica; ed essendo stimato da tutte le
comunioni dell'Oriente, è probabile ch'ei sia stato finito prima dello
scisma dei Nestoriani e dei Giacobiti (Fabric., _Bibliot. graec._ t. XI,
p. 363-367).

[135] Teodoro il Lettore (l. II, c. 5-49, _ad calcem. Hist.
ecclesiast._) ha fatto menzione di questa scuola persiana d'Edessa.
Assemani (_Bibliot. orient._, t. II, p. 402, t. III, p. 376-378, t. IV,
p. 70-924), discute con molta chiarezza ciò che riguarda il suo antico
splendore, e le due epoche della sua caduta.

[136] Una dissertazione sullo stato dei Nestoriani è divenuta in mano
d'Assemani un volume in foglio di 950 facciate, ove egli ha disposto in
ordine chiarissimo le sue dotte ricerche. Oltre a questo quarto volume
della _Bibliotheca orientalis_, gioverà consultare gli estratti che
stanno nei tre primi tomi (t. I. p. 203, t. II, p. 321-463, t. III, p.
64-70, 378-395, ec. 403-408, 580-589).

[137] _Vedi_ la _Topographia christiana_ di Cosma, soprannominato
Indicopleuste, ossia navigatore indiano l. III, p. 178, 179, l. XI, p.
337. L'intiera opera, della quale si trovano degli estratti curiosi in
Fozio (cod. XXXVI, p. 6, 10; ediz. Hoeschel), in Thevenot, (prima parte
delle sue _Relations des voyages_ ec.), e in Fabrizio (_Biblioth.
graec._, l. III, c. 25; t. II, p. 603-617), fu pubblicata dal padre
Montfaucon, Parigi 1707, nella _Nova collectio Patrum_, (t. II, p.
113-346). Era intenzione dell'autore di confutar l'eresia di coloro, i
quali sostengono che la Terra è un globo, e non una superficie piatta e
bislunga, come è rappresentata dalla Scrittura (l. II, p. 138). Ma
l'assurdità del monaco si trova mescolata colle cognizioni pratiche del
viaggiatore, che partì, A. D. 522, e pubblicò un libro in Alessandria A.
D. 547. (l. II, p. 140, 141; Montfaucon, _Praefat._ c. 2). Il
Nestorianismo di Cosma, di cui non s'accorse il suo dotto editore, è
stato scoperto dal La Croze (_Christianisme des Indes_, t. I, pag.
40-55), e questa cosa è confermata da Assemani (_Bibl. orient._, t. IV,
p. 605, 606).

[138] L'Istoria del prete Gianni nel suo lungo cammino per Mosul,
Gerusalemme, Roma, ec. divenne una mostruosa favola, alcuni passi della
quale son tolti dal Lama del Thibet, (_Hist. généalogique des Tartares_,
par. II, 42. _Hist. de Gengis-Khan_, p. 31 ec.), e che poi con un error
madornale fu dai Portoghesi applicata all'imperator d'Abissinia.
(Ludolfo _Hist. Aethiop. Comment._, l. II, c. 1). È per altro probabile,
che nell'undecimo e duodecimo secolo la _orda_ dei Cheraiti professasse
il Cristianesimo secondo i dommi dei Nestoriani (D'Herbelot, p. 256,
915, 959. Assemani t. IV, p. 468-504).

[139] Il Cristianesimo della Cina fra il settimo e tredicesimo secolo, è
provato in una maniera incontrastabile da documenti cinesi, arabi,
siriaci e latini (Assemani _Bibl. orient._, t. IV, p. 502-552. _Mem. da
l'Accad. des inscript._, t. XXX, p. 802-819). La Croze, Voltaire ec.,
sono stati ingannati dalla propria furberia, quando, per guardarsi da
una frode gesuitica, han voluto considerar per supposta l'iscrizione del
Sigan-Fu, la quale manifesta la gloria della Chiesa nestoriana dopo la
prima missione (A. D. 636), sino all'anno 781, che è quello
dell'iscrizione.

[140] _Jacobitae et nestorianae plures quam graeci et latini._ Giacomo
di Vitry, _Stor. Geros._ l. II, c. 76 pag. 1093, nelle _Gesta Dei per
Francos__._ Ne segna il numero il Tomassino, _Discipline de l'Eglise_,
t. I, p. 172.

[141] Si può tener dietro alla division del patriarcato nella _Bibl.
orient._, d'Assemani, t. I, p. 523-549, t. II, p. 457 ec., t. III, pag.
603, 621-623, t. IV, pag. 164-169, 423, 622, 629, ec.

[142] Fra Paolo nel settimo libro elegantemente presenta il pomposo
linguaggio, che dalla Corte di Roma si adopera, quando se le sottomette
un Patriarca nestoriano. Ebbe cura il Papa di usare le grandi parole di
Babilonia, di Ninive, d'Arbela, i trofei d'Alessandro, Tauride ed
Ecbatana, il Tigri e l'Indo.

[143] S. Tommaso, che predicò nell'India, di cui parlano alcuni come
d'un semplice missionario, altri come d'un manicheo, ed altri finalmente
come d'un mercadante armeno (La Croze, _Christian. des Indes_, t. I, p.
57-70), era per altro celebre anche ai tempi di S. Girolamo (_ad
Marcellam, epist. 148_). Marco Polo seppe colà, che S. Tommaso avea
sofferto il martirio nella città di Maabar, ovvero di Meliapour, lontana
una sola lega da Madras (D'Anville, _Eclaircissemens sur l'Inde_, p.
125), là dove i Portoghesi fondarono un vescovado sotto il nome di S.
Thomé, e dove il Santo ha fatto ogni anno un miracolo, sino a tanto che
non fu interrotto dalla profana vicinanza degl'Inglesi (La Croze, t. II,
p. 7-16).

[144] Nè l'autor della cronaca sassone (A. D. 883), nè Guglielmo di
Malmsbury (_De gestis regum Angliae_, l. II, c. 4, p. 44), non poteano
inventare nel dodicesimo secolo questo fatto straordinario. Non seppero
nemmeno spiegare i motivi e il procedere d'Alfredo, e quel che ne dicono
di fuga non serve che a stuzzicar la nostra curiosità. Guglielmo di
Malmsbury sente la difficoltà dell'impresa, _quod quivis in hoc saeculo
miretur_; e son tentato a credere, che in Egitto prendessero gli
ambasciatori inglesi quelle mercanzie e quella leggenda. Alfredo che nel
suo Orosio narra un viaggio nella Scandinavia (_Vedi_ Barrington's
Miscellanies), non fa menzione d'un altro nell'India.

[145] _Essendo stato deciso dai Concilii interpreti legittimi
dell'Antico, e del Nuovo Testamento, che (come abbiamo veduto) Gesù
Cristo Verbo umanizzato dalla stessa sostanza di Dio Padre, era nato
dalla Vergine Maria per opera non d'uomo, ma dello Spirito Santo, terza
persona della Santissima Trinità, e venendo da ciò chiaramente, che
Maria era Madre di Dio, non furono superstiziosi i Latini, ossia i
Cristiani d'Occidente, siccome non lo sono oggidì tutti i Cattolici, se
prestarono, e prestano un Culto distinto a questa Vergine maravigliosa,
che essendo stata il mezzo misterioso onde comparve in questa Terra la
seconda Persona della Santissima Trinità, il Verbo fatto uomo, il
Salvatore de' credenti, era da considerarsi, siccome esclama con santo
metaforico entusiasmo la Chiesa,_ felix Coeli porta. _Il Culto dalla
Vergine Maria non è dunque un atto superstizioso; è superstizioso
quell'atto che non è stabilito ed approvato dai Concilii, cioè dalla
Chiesa. È poi inconvenientissima, per lo meno, l'espressione
dell'Autore,_ elevata quasi al grado di una Dea: _questo nome_ Dea _è
proprio dalla religione politeistica, e non della Cristiana, e l'usarlo
può far correre nel pericolo di avvicinare le due idee disgiuntissime di
una Dea, e di_ Maria: _bisogna usare molta circospezione nell'adoperar
termini non determinati, o ricevuti dai Concilii, e da' S. S. Padri,
cioè dalla Chiesa._ (Nota di N. N.)

[146] _Non è idolatria il culto che i Cattolici prestano alle immagini
di Cristo, di Maria, e dei Santi: vedi la nostra lunga nota, di sopra._
(Nota di N. N.)

[147] _Il Sacramento della Penitenza, della remissione dei peccati, fu
stabilito da Gesù Cristo col noto fatto della Maddalena: la Chiesa andò
riducendolo a forma, a discipline prudenziali, e prescrivendolo ad un
certo tempo. L'istromento della riconciliazione degli uomini con Dio,
come può essere l'istromento della tirannia ecclesiastica? ciò non può
essere. Se poi alcuni preti ne hanno abusato, e ne abusano, ciò altro
non vuol dire se non che gli uomini abusano perfino delle cose più
reverende._ (Nota di N. N.)

[148] _Vedi_ intorno ai Cristiani di S. Tommaso, l'Assemani _Bibl.
orient._ t. IV, p. 391-407, 435-451. Geddes's _Church History of
Malabar_, e specialmente La Croze, _Histoire du Christian. des Indes_,
in due volumi _in_ 12. _La Haye_, 1758, opera dotta e piacevole. Questi
attinsero alla medesima fonte, cioè dalle relazioni dei Portoghesi e
degli Italiani; e i pregiudizi dei Gesuiti sono bastevolmente
contrappesati da quelli dei Protestanti.

[149] Οιον ειπειν ψευδαληθης, come s'esprime Teodoro nel suo
Trattato dell'Incarnazione, p. 245-247, e tale è la citazione che ne fa
La Croze (_Hist. du Christianisme d'Ethiopie et d'Arménie_, p. 35), il
quale forse un po' sconsideratamente, esclama, «Che raziocinio
miserabile!» Renaudot (_Hist. patriarch. Alexand._, pag. 127-138),
accenna le opinioni espresse da Severo nelle controversie dell'Oriente,
e si può vedere la sua vera profession di Fede nell'Epistola da Giovanni
il Giacobita, patriarca Antiochia, scriveva nel decimo secolo a Menna
d'Alessandria, suo fratello (Assemani _Bibl. orient._, t. II, p.
132-141).

[150] _Epistol. archimandritarum et monachorum Syriae secundae ad papam
Hormisdam, Concil._, t. V, p. 598-602. Il coraggio di S. Saba, _ut leo
animosus_, darebbe a credere che non fossero poi sempre spirituali o
difensive l'armi di quei monaci (Baronio A. D. 513, n. 7, ec.).

[151] Assemani (_Biblioth. orient._, t. II, p. 10-46), e La Croze
(_Christian. d'Ethiop._, p. 36-40), ci danno l'istoria di Senaia o
Filosseno, vescovo di Mabug, o Hierapoli, nella Siria. Egli possedea
perfettamente la lingua siriaca, e fu l'autore, e l'editore d'una
versione del Nuovo Testamento.

[152] Nella cronaca di Dionigi (_ap. Assem._, t. II, p. 54), si hanno i
nomi ed i titoli di cinquantaquattro Vescovi esiliati da Giustino. Fu
chiamato Severo a Costantinopoli per esservi sentenziato, dice Liberato
(_Brev._ c. 19), per aver mozza la lingua, dice Evagrio (l. IV, c. 4);
il prudente Patriarca non si fermò ad esaminare la differenza di queste
due cose. Questa rivoluzione ecclesiastica è dal Pagi assegnata al mese
di settembre 518 (_Critica_, t. II, p. 506).

[153] I particolari dell'oscura storia di Giacomo Baradeo, o Zanzalo, si
leggono qua e là in Eutichio (_Annal._, t. II, p. 144, 147), in Renaudot
(_Hist. patriarch. Alex._ p. 133), in Assemani (_Bibl. orient._, t. I,
p. 424; t. II, p. 62-66, 324-222, 414; t. III, p. 385-388). Non pare che
fosse noto ai Greci: i Giacobiti stessi volean piuttosto derivare il
nome, e la genealogia loro dall'Apostolo S. Giacomo.

[154] Le particolarità relative alla sua persona e a' suoi scritti
formano per avventura l'articolo più curioso della Biblioteca d'Assemani
(t. II, p. 244-321; ivi porta il nome di _Gregorio Bar-Ebreo_). La Croze
(_Christian. d'Ethiopie_, p. 53-63), si fa beffe dal pregiudizio che
hanno gli Spagnuoli contro il sangue giudaico, il quale secretamente
macchia la loro chiesa e la loro nazione.

[155] La Croze (p. 352), e lo stesso Sirio Assemani (t. I, p. 226, t.
II, p. 304, 305), fanno la critica di quella astinenza eccessiva.

[156] Una dissertazione di centoquarantadue pagine, che sta in principio
del secondo volume d'Assemani, spiega perfettamente le circostanze dei
Monofisiti. La Cronaca siriaca di Gregorio Bar-Ebreo o Abulfaragio
(_Bibliot._ _orient._ tom. II, p. 321-463), ci dà la lista dei
_Cattolici_ o patriarchi Nestoriani, e quella dei _Mafriani_ dei
Giacobiti.

[157] Eutichio (_Annal._, t. II, pag. 191, 267, 332), e altri passi
della Tavola metodica di Pocock provano, che fu indifferentemente usato
il nome di Monoteliti e di Maroniti. Non aveva Eutichio alcun
pregiudizio contro i Maroniti del secolo decimo; e possiam credere ad un
Melchita, la cui testimonianza è confermata dai Giacobiti e dai Latini.

[158] _Concil._, t. VII, p. 780. Costantino, prete sirio d'Apamea, con
intrepidezza e sottilmente difese la causa de' Monoteliti (1040 ec.).

[159] Teofane (_Chron._ pag. 295, 296, 300, 306), e Cedreno (p.
437-440), narrano le glorie dei Mardaiti; il nome _mard_, che in siriaco
significa _rebellavit_ è spiegato da La Roque; (_Voyage de la Syrie_, t.
II, p. 53); il Pagi ne fissa le date (A. D. 676, n. 4-14. A. D. 685 n.
3, 4), ed anche l'oscura istoria del patriarca Giovanni Marone (Assemani
_Biblioth. orient._ t. I, p. 496-520), rischiara le turbolenze del monte
Libano dall'anno 686 al 707.

[160] Nell'ultimo secolo si vedeano tuttavia sul monte Libano venti di
quei cedri cotanto vantati dalla Storia sacra (_Voyage_ de la Roque, t.
I, p. 68-76); oggi non ve ne ha più di quattro o cinque (Viaggio di
Volney t. I, pag. 264). La scomunica proteggeva quegli alberi così
celebri nella Scrittura; se ne levava, ma con circospezione, qualche
pezzo per farne crocette, ec: ogni anno sotto la lor ombra si cantava
una Messa, e i Sirii supponevano in essi la facoltà di rialzare i loro
rami contro la neve, alla quale non sembra che il Libano sia tanto
fedele quanto dice Tacito: _inter ardores opacum fidumque nivibus_:
ardita metafora (Hist. v. 6).

(Dicasi piuttosto che _fedele alle nevi_, significa fedele ossia sicuro,
difeso ec. per le nevi, nel senso anche di Plinio. V. Forcellini. _N.
del Trad._)

[161] La testimonianza di Guglielmo di Tiro (_Hist. in gestis Dei per
Francos_, l. XXII, c. 8, p. 1022), è copiata, o confermata, da Giacomo
di Vitry (_Hist. Hierosolym._, l. II, c. 77, p. 1093, 1094); ma col
potere dei Franchi mancò questa lega poco naturale, e Abulfaragio morto
nel 1286, considera i Maroniti come una Setta di Monoteliti (_Bibl.
orient._ t. II, p. 292).

[162] Trovo una descrizione e una storia de' Maroniti nel _Viaggio in
Siria e nel monte Libano_, del La Roque, due volumi in 12 _Amsterd._,
1723; particolarmente nel t. I, p. 42-47, 174-84, t. II, p. 10-120; in
ciò che si riferisce ai tempi antichi aderisce alle opinioni
pregiudicate di Nairon e d'altri Maroniti di Roma, alle quali non sa
rinunziare Assemani, ed ha poi vergogna di sostenerle. Si consulti
Jablonski (_Instit. Hist. Christ._ t. III, p. 186), Niebur (_Voyage de
l'Arabie_, etc. t. II, p. 346, 370-381), e soprattutto il giudizioso
Volney (_Voyage en Egypte et en Syrie_, t. II, p. 8-31, _Paris_, 1787).

[163] La Croze (_Hist. du Christianisme de l'Ethiopie et de l'Arménie_,
p. 269-402), descrive in pochi tratti la religion degli Armeni. Ci
rimanda alla grand'istoria d'Armenia pubblicata da Galano, (tre volumi
in foglio, Roma 1650-1661), e raccomanda l'esposizione che dello stato
dell'Armenia si fa nel terzo volume delle Nouveaux Mémoires des Missions
du Levant. Convien dire, che sia assai pregevole l'opera d'un Gesuita,
quando è lodata da La Croze.

[164] Si pone l'epoca dello scisma degli Armeni ottantaquattr'anni dopo
il Concilio di Calcedonia (Pagi, _Critica_, A. D. 535); terminò in uno
spazio di anni diciassette; e coll'anno 552 si fissa la data dell'Era
degli Armeni (_l'Art de vérifier les dates_, p. XXXV).

[165] Si ponno vedere i sentimenti e le azioni di Giuliano di
Alicarnasso in Liberato (_Brev._ c. 19), in Renaudot, (_Hist. patriarch.
Alex._ p. 132-303), e in Assemani (_Bibl. orien._ t. II, _Dissert. de
monophysitis_, P. VIII, p. 286).

[166] _Vedi_ un fatto notabile del dodicesimo secolo nell'istoria di
Niceta Coniate (p. 258). Nonostante, tre secoli prima Fozio (_epist._
II, p. 49 edit. Montacul) s'era fatto una gloria della conversion degli
Armeni λατρυει σημερον αρθοδοξως, _oggi il culto è ortodosso_.

[167] Tutti i viaggiatori s'incontrano in Armeni, che han la metropoli
sulla strada maestra fra Costantinopoli ed Ispahan; _Vedi_ sul loro
stato odierno il Fabricio (_Lux Evangelii_, etc. c. XXXVIII, p. 40-51),
l'Oleario (l. IV, c. 40), il Chardin (vol. II, p. 232), Tournefort,
(_Letter._ XX), e principalmente Tavernier (t. I, p. 28-37, 510-518),
quel gioielliere vagabondo, che non avea letto alcun libro, ma che avea
veduto tante cose, e bene.

[168] L'istoria dei Patriarchi d'Alessandria da Dioscoro fino a
Beniamino è tratta da Renaudot (p. 114-164), e dal secondo volume degli
Annali di Eutichio.

[169] Liberato (_Brev._ c. 20, 23, Victor, _Chron._ p. 329, 330).
Procopio (_Anecd._ c. 26, 27).

[170] Eulogio, ch'era stato monaco in Antiochia, valeva più nelle
sottigliezze che nell'eloquenza. Egli vuol provare, che non si dee porre
opera a riconciliare i nemici della Fede i Gaianiti e i Teodosiani; che
la stessa proposizione può essere ortodossa in bocca di S. Cirillo ed
ereticale in quella di Severo; che sono ugualmente vere le asserzioni
contraddittorie di Leone. Non sussistono più i suoi scritti, se non se
negli estratti di Fozio, che li avea letti attentamente, e con piacere.
Cod. CCVIII, CCXXV, CCXXVI, CCXXVII, CCXXX, CCLXXX.

[171] _Vedi_ la vita di Giovanni il Limosiniere scritta da Leonzio,
vescovo di Napoli in Cipro, suo contemporaneo, il testo greco del quale,
o perduto, o nascosto, si trova in parte nella version latina di Baronio
(A. D. 610 n. 9, A. D. 620 n. 8). Il Pagi (_Critica_ t. II, p. 763), e
il Fabricio (l. V, c. 11, t. VII, p. 454), han fatto varie osservazioni
critiche.

[172] Io ricavo questa notizia dalle _Recherches sur les Egyptiens et
les Chinois_ (t. II, p. 192, 193), più verisimile di quella che ne dà
Gemelli Carreri, di seicentomila Cofti antichi, e di quindicimila
moderni. Cirillo Lucar, Patriarca protestante di Costantinopoli si dolse
perchè questi eretici erano dieci volte più numerosi dei Greci
ortodossi, adattando loro ingegnosamente il verso πολλαι κεν δεκαδες
δευοιατο οινοχοιο, _a molte decine mancherebbe per avventura
il coppiere_, (_Iliade_ II, 128), parole di gran disprezzo. (Fabric.
_lux_ _Evangelii_ 740).

[173] Le cose relative all'istoria, alla religione, ai costumi ec. dei
Cofti, si raccolgono dall'opera bizzarra dell'abate Renaudot, che non è
nè traduzione, nè originale, dalla _Chronicon orientale_ di Pietro il
Giacobita dalle due versioni d'Abramo Ecchellense, Parigi 1651, e da
Gian Simone Assemani, Venezia 1729. Questi annali non giungono che al
decimoterzo secolo. Convien cercare notizie più recenti negli autori che
hanno scritto i loro viaggi in Egitto, e nelle nuove Memorie delle
missioni del Levante. Nel secolo passato (1600) Giuseppe Abudneno, nato
al Cairo, pubblicò in Oxford una breve _Historia Jacobitarum_, in trenta
pagine.

[174] Verso l'anno 737. _Vedi_ Renaudot, _Hist. patriarch. Alex._, p.
221, 222; Elmacin _Hist. Saracen._ p. 99.

[175] Ludolfo _Hist. Aetiop. et Comment._, l. I, c. 8; Renaudot, _Hist.
patriarch. Alex._, p. 480 etc. Quest'opinione introdotta in Egitto e in
Europa dall'artifizio dei Cofti, dall'orgoglio degli Abissinii, dal
timore, e dall'ignoranza dei Turchi e degli Arabi, non ha la menoma
sembianza di verità. Sicuramente le piogge dell'Etiopia non consultano
la volontà del monarca per ingrossar le acque del Nilo. Se il fiume
s'accosta a Napata, distante tre giornate dal Mar Rosso (_vedi_ le carte
di D'Danville) la bocca d'un canale, capace a svolgerne il corso,
esigerebbe tutta la potenza dei Cesari, e forse questa non sarebbe
bastevole.

[176] Gli Abissinii che conservano ancora i delineamenti e il color
olivastro degli Arabi, provano troppo che non bastan venti secoli a
cangiare le tinte della razza umana. I Nubii, che son d'origine
affricana non sono che veri Negri, e tanto neri quanto quelli del
Senegal o del Congo; hanno egualmente il naso schiacciato, labbra
grosse, e testa lanuta (Buff. _Hist. Naturelle_, t. V, p. 117, 143, 144,
166, 219, edit. in 12, _Parigi_ 1769). Guardavano gli antichi con poca
attenzione questo fenomeno straordinario, che ha tanto occupato i
filosofi e teologi moderni.

[177] Assemani, _Bibl. orient._ t. I, p. 329.

[178] Il cristianesimo dei popoli della Nubia, (A. D. 1153), è attestato
dal sceriffo Al-Edrisi, ed è stato in maniera falsa esposto sotto il
nome del geografo di Nubia (p. 18), che li rappresenta come un popolo di
Giacobiti. La luce istorica, che s'incontra nell'opera di Renaudot (p.
178, 220-224, 281-286, 405, 434, 451, 464), proviene da nozioni di fatti
anteriori a quell'epoca. _Vedi_ lo stato moderno di quel paese nelle
_Lettres Edifiantes_ (Raccolta IV), e in Busching (t. IX, p. 152-159,
del Berenger).

[179] I Latini danno impropriamente all'_Abuna_, il titolo di patriarca:
non riconoscono gli Abissinii che i quattro Patriarchi, e il lor Capo
non è che un metropolitano, o un primato nazionale (Ludolfo, _Hist.
Aeth. et Comment._ l. III, c. 7). Questo Storico non sapea nulla de'
sette vescovi di Renaudot (p. 511) esistenti A. D. 1131.

[180] Non capisco il perchè l'Assemani revochi in dubbio (_Bibl.
orient._ t. II, p. 384) queste spedizioni tanto probabili fatte da
Teodora alla Nubia e all'Etiopia. Renaudot (p. 336-341, 381, 382,
405-443, ec. 452, 456, 463, 475-480, 511-525, 559-564), attinse dagli
scrittori cofti quel poco che potè sapere su l'Abissinia sino al 1500.
Ludolfo è assolutamente ignaro di quel paese.

[181] Ludolfo, _Hist. Aetiop._, lib. IV, c. 5. Presentemente i Giudei vi
esercitano le arti di prima necessità, e gli Armeni fanno il traffico
esterno. L'industria europea (_artes et opificia_) era per Gregorio la
cosa ch'egli ammirava ed invidiava più d'ogni altra.

[182] Giovanni Bermudez; la sua relazione stampata a Lisbona nel 1569 è
stata tradotta in Inglese dal Purchas (Pilgrims, l. VII, c. 7, pag. 1149
ec.), e d'inglese in francese da La Croze (_Christian. d'Etiop._ p.
92-265); questo scritto è curioso, ma si può sospettare che l'autore
abbia abbindolate l'Abissinia, Roma, e il Portogallo. È molto oscuro ed
incerto il suo diritto al grado di patriarca (Ludolfo, _Comment._ n.
101, p. 473).

[183] _Religio Romana.... nec precibus patrum, nec miraculis ab ipsis
editis sufficiebatur_, è l'asserzione non contraddetta dal devoto
Imperatore Susneo a Mendez suo Patriarca (Ludolfo, _Comment._ n. 126; p.
529), e queste asserzioni debbono conservarsi come preziosi antidoti a
tutte le leggende maravigliose.

[184] So quanto cautela sia necessaria nel trattare l'articolo della
Circoncisione: affermerò tuttavolta, 1. che gli Etiopi aveano una
ragione fisica per circoncidere i maschi ed anche le femmine
(_Recherches philosophiques sur les Americains_, t. II); 2. che la
Circoncisione era usitata in Etiopia gran tempo prima della introduzione
del giudaismo o del cristianesimo (Erodoto; l. II, c. 104; Marsham,
_Canon. chron._, pag. 72, 73), «_Infantes circumcidunt ob consuetudinem,
non ob judaismum_,» dice Gregorio, prete abissinio (_apud_ Fabric. _lux
christiana_, p. 720). Nonostante, nel calor della disputa, si dà
talvolta a' Portoghesi il nome ingiurioso d'incirconcisi, (La Croze,
pag. 80; Ludolfo, _Hist. ad Comment._, l. III, c. 1).

[185] I tre storici protestanti, Ludolfo (_Hist. Aethiop._ Francfort,
1681; _Commentarius_, 1691; _Relatio nova_, etc. 1693 _in fol._), Geddes
(_Church History of Aetiopia_, Londra, 1698, in 8º), e la Croze (_Hist.
du Christian. d'Ethiopie et d'Arménie_, Aia, 1739, in 12), hanno
ricavato le principali notizie da' gesuiti, e specialmente dall'istoria
generale di Tellez, pubblicata in portoghese a Coimbra, 1660. Può far
maraviglia la lor franchezza, ma il peggiore de' lor vizi, lo spirito di
persecuzione, era per essi una virtù meritoria. Ludolfo ha tratto
qualche vantaggio ma scarso assai dalla lingua etiopica, ch'egli
intendeva, oppure dalle sue conversazioni con Gregorio, prete abissinio,
uomo d'animo coraggioso, ch'egli chiamò da Roma, ove si trovava, alla
Corte, di Saxe-Gotha. _Vedi_ la _Theologia Aetiopica_ di Gregorio, in
Fabricio, _lux Evangelii_, p. 716-734.



CAPITOLO XLVIII.

      _Disegno del rimanente dell'Opera. Successione e carattere
      degl'Imperatori greci di Costantinopoli, dal tempo d'Eraclio a
      quello della conquista de' Latini._


Ho già data a conoscere la successione di tutti gl'Imperatori romani da
Trajano a Costantino, da Costantino ad Eraclio, e fedelmente ho esposto
le avventure o i disastri del lor governo. Son passato a traverso i
cinque primi secoli del decadimento dell'Impero romano, ma più d'otto
secoli mi restano ancora da trascorrere prima ch'io giunga al termine
delle mie fatiche, cioè alla presa di Costantinopoli fatta dai Turchi.
S'io tenessi la stessa regola, e l'andamento medesimo, non farei che
distendere prolissamente in un gran, numero di volumi una materia di
poca importanza, la quale non darebbe ai lettori un compenso con
un'istruzione ed una ricreazione, che pareggiasse la pazienza
ch'esigerebbe da loro. Più che procedessi avanti, nel raccontare il
degradamento e il tracollo dell'Impero d'Oriente, più ingrata e noiosa
sarebbe la mia opera, in segnare gli annali di ogni regno. L'ultimo
periodo dei quali mostrerebbe per tutto la medesima debolezza, la
medesima miseria; transizioni rapide e frequenti interromperebbero il
legame naturale delle cagioni e degli avvenimenti, e una massa di minute
particolarità leverebbe la chiarezza e l'effetto a quelle grandi
dipinture che danno gloria e pregio all'istoria d'un tempo remoto. Da
Eraclio in poi la scena di Bizanzio si fa più angusta ed oscura; il
nostr'occhio da tutti i lati vede sparire i confini dell'Impero, fissati
dalle leggi di Giustiniano, e dalle armi di Belisario; il nome romano,
vero fine delle nostre ricerche, è ristretto in un picciolo cantone
dell'Europa, nei solinghi contorni di Costantinopoli. Fu paragonato
l'Impero greco al fiume del Reno, che si disperde fra le sabbie, prima
di mescere le sue acque con quelle dell'Oceano. La lontananza dei tempi
e dei luoghi scema al nostro occhio la pompa della dominazione, nè il
difetto di esterior maestà viene coperto da fregi più nobili, quelli del
senno o della virtù. Negli ultimi giorni dell'Impero senza dubbio
vantava Costantinopoli più ricchezze e più popolazione che Atene ai
tempi più floridi de' suoi annali, quando una modica somma di seimila
talenti, o sia di un milione e dugentomila lire sterline, formava la
totalità degli averi divisi fra ventunmila cittadini adulti; ma ognuno
di que' cittadini era un uom libero, e osava far uso della sua libertà
ne' suoi pensieri, nelle parole, nelle azioni; leggi imparziali
difendeano la sua persona, le sue proprietà, ed egli avea un voto
independente nell'amministrazione della Repubblica. Le varietà molte e
assai appariscenti dei naturali, parea che aumentassero il numero
degl'individui; coperti dall'egida della libertà, portati sull'ali
dell'emulazione e della vanagloria, tutti voleano elevarsi alla cima
della dignità nazionale: da quell'altezza sapeano alcuni spiriti
illustri sopra tutti gli altri slanciarsi oltre i limiti cui può
giungere l'occhio del volgo, di modo che, stando al calcolo delle sorti
d'un gran merito, quali sono indicate dall'esperienza per un vasto
popolatissimo regno, si andrebbe a credere, osservando il numero de'
suoi grand'uomini, che la Repubblica d'Atene contasse più milioni
d'abitanti. E pure il suo territorio, con quello di Sparta e dei loro
alleati, non eccede la grandezza d'una provincia di Francia o
d'Inghilterra, quantunque di mediocre estensione; ma dopo le vittorie di
Salamina e Platea quelle picciole Repubbliche prendono nella nostra
fantasia l'ampiezza gigantesca dell'Asia conculcata dai Greci con piede
vittorioso. Per converso i sudditi dell'Impero bizantino, che prendeano
e disonoravano i nomi di Greci e di Romani, offrono una tetra uniformità
di vizi abbietti, spogli della scusa che meritano le dolci passioni
dell'umanità, e senza il vigore e la pompa dei delitti memorandi.
Poteano gli uomini liberi dell'antichità ripetere con generoso
entusiasmo la sentenza d'Omero, che «uno schiavo nel primo giorno di
schiavitù perde la metà delle virtù umane». E sì che il poeta non
conosceva altra schiavitù che la civile e domestica, nè poteva
prevedere, che l'altra metà dei pregi del genere umano verrebbe un
giorno annichilita da quel despotismo spirituale che inceppa le azioni,
ed anche i pensieri del devoto prostrato nella polvere. I successori
d'Eraclio fiaccarono i Greci con questo doppio giogo; i vizi dei
sudditi, secondo una legge dell'eterna Giustizia, digradarono il
tiranno, e a gran pena colle più esatte indagini sul trono, nei campi, e
nelle scuole si giunge a dissotterrar qualche nome degno d'esser tolto
all'obblìo. Alla povertà del subbietto non ripara l'abilità o la varietà
delle tinte, impiegata dai pittori storici. I quattro primi secoli d'un
intervallo di ottocento anni sono rimasti per noi nelle tenebre di rado
interrotte da deboli barlumi di luce storica: da Maurizio ad Alessio,
Basilio il Macedone è l'unico principe che colla sua vita abbia
somministrato argomento d'un'opera separata, nè giova l'autorità mal
certa di compilatori più moderni per supplire al difetto, alla perdita,
o all'imperfezione degli autori contemporanei. Non possiamo lagnarci di
penuria nei quattro ultimi secoli; la musa dell'istoria rivisse a
Costantinopoli nella famiglia dei Comneni; ma si presenta coperta di
belletti, e cammina senza garbo e senza disinvoltura. La folla di preti
e di cortigiani ci trascinano gli uni dietro agli altri per la via
segnata dalla servitù e dalla superstizione: sono di vista corta, di
scarso o depravato giudizio, e si finisce un libro pieno d'un'abbondanza
sterile senza conoscere le cagioni dei fatti, il carattere degli attori,
o i costumi del secolo, che da loro è lodato, o accusato. Si osservò che
la penna d'un guerriero pigliava vigore dalla sua spada, e questa
riflessione può benissimo applicarsi ad un popolo, poichè, come vedremo,
il trono dell'istoria s'alza o s'abbassa a seconda del vigore del tempo
in cui è scritta.

Per queste considerazioni avrei volentieri abbandonato gli schiavi
greci, e i loro scrittori servili, se la sorte della monarchia di
Bizanzio non fosse in modo passivo legata colle rivoluzioni le più
strepitose e rilevanti, che abbiano mai cangiata la faccia del Mondo.
Mentre perdea qualche provincia vi si piantavano nuove colonie, e nuovi
reami: le nazioni vittoriose vestivano quelle virtù efficaci di guerra o
di pace, delle quali i vinti s'erano spogliati; e nell'origine appunto,
e nelle conquiste, nella religione, e nel governo di que' popoli nuovi
investigar noi dobbiamo le fonti e le conseguenze del digradamento e
della caduta dell'Impero Orientale. Nè già questo disegno diverso, nè la
ricchezza e varietà dei materiali nuocono all'unità del pensiero, e
della composizione; come il Musulmano di Fez o di Delhi nelle sue
orazioni volge sempre la mente al tempio della Mecca, così l'occhio
dello storico non perderà mai di vista Costantinopoli. La linea, ch'egli
trascorrerà, dee passar necessariamente pei deserti dell'Arabia e della
Tartaria; ma il circolo che farà da prima, sarà definitivamente
ristretto fra i confini sempre decrescenti dell'Impero romano.

Ecco dunque in qual modo ho distribuito quest'opera negli ultimi volumi.
Nel primo dei capitoli seguenti presenterò la serie regolare
degl'Imperatori che regnarono in Costantinopoli, in un periodo di sei
secoli, dai tempi d'Eraclio sino al conquisto dei Latini; breve sarà la
narrazione, ma dichiaro qui _in generale_ che non si scosterà nè
dall'ordine, nè dal testo degli storici originali. Mi contenterò in
questa introduzione a far un cenno delle rivoluzioni del trono, della
successione delle famiglie, dell'indole personale dei principi greci,
del lor modo di vivere, e della lor morto, delle massime e
dell'influenza che aveva sulli spiriti la loro amministrazione, e come e
quanto abbia contribuito il loro regno ad accelerare, o a sospendere il
tracollo dell'Impero d'Oriente. Questo quadro cronologico darà luce ai
capitoli che verranno da poi, e i particolari fatti della grande storia
dei Barbari si collocheranno da sè stessi al sito che lor compete negli
annali di Bizanzio. Materia di due capitoli separati saranno gli affari
interni dell'Impero, e la pericolosa eresia dei Pauliciani, che scosse
l'Oriente, e illuminò l'Occidente; ma differirò queste ricerche sino a
tanto che io non abbia esposto al lettore lo stato dei vari popoli del
Mondo nel nono e decimo secolo dell'Era Cristiana. Poste che avrò le
fondamenta della Storia bizantina, farò passare in rassegna parecchie
nazioni, e trattando delle cose loro, regolerò la lunghezza del mio
racconto colla loro grandezza, col loro merito, o i loro legami col
Mondo romano, e col secolo presente: questi sono i nomi di quei popoli:
1. i FRANCHI, denominazion generale che include tutti que' Barbari della
Francia, dell'Italia, e della Germania che furono uniti insieme dalla
spada e dallo scettro di Carlo Magno. La persecuzion delle Immagini e
dei loro adoratori segregò Roma e Italia dal trono di Bizanzio, e
agevolò il nuovo Impero romano in Occidente. 2. Gli ARABI o SARACENI,
argomento importante e curioso; occuperanno tre lunghi capitoli. Dopo
avere descritto l'Arabia, e i suoi abitanti verrò esaminando nel primo
capitolo l'indole, la religione, i trionfi di Maometto: verrò seguitando
nel secondo gli Arabi al conquisto dell'Assiria, dell'Egitto e
dell'Affrica, province dell'Impero romano, e li accompagnerò nella lor
corsa trionfale sino a tanto che abbiano gettato a terra il trono della
Persia e della Spagna; andrò investigando nel terzo il modo con cui
furono Costantinopoli e l'Europa salve mercè del lusso e delle arti, non
che della discordia e della debolezza dell'Impero dei Califi. Un solo
capitolo indicherà i fatti che riguardano, 3. i BULGARI 4. gli UNGARI e
5. i RUSSI, i quali per mare o per terra assaliron le province e la
capitale; ma meriteranno la nostra curiosità l'origine e l'infanzia di
quest'ultimo popolo cresciuto oggi a tanta potenza; 6. i NORMANI o più
veramente pochi avventurieri di quella gente bellicosa, i quali un gran
regno fondarono nella Gallia, e nella Sicilia, crollarono il soglio di
Costantinopoli, e tutto il valore manifestarono dei Cavalieri, i quali
avverarono le maraviglie dei Romanzi; 7. i LATINI, o le nazioni
d'Occidente, soggette al Papa, che sotto il vessillo della Croce, si
arrolarono per ricuperare o liberare il Santo Sepolcro. Sulle prime
rimasero atterriti, poscia rassodati gl'Imperatori greci sul trono da
migliaia di pellegrini, che si trasferirono a Gerusalemme con Goffredo
di Buglione e coi Paladini della Cristianità. La seconda e la terza
Crociata corsero la via dalla prima; l'Europa e l'Asia furono miste in
una guerra santa, che durò per due secoli, e Saladino e i Mamelucchi
d'Egitto, dopo avere vigorosamente resistito ai Potentati cristiani,
finirono di cacciarli del tutto. In mezzo a queste guerre memorabili,
una squadra ed un esercito di Francesi e di Veneziani deviarono dal lor
viaggio di Siria alla volta del Bosforo Tracio; presero d'assalto la
capitale dell'Imperio, capovolsero la monarchia de' Greci, e per più di
sessant'anni regnò in Costantinopoli una dinastia di Principi latini.
Per tutta quell'epoca di cattività e d'esilio fa d'uopo considerare i
Greci stessi come forestieri, come nemici, e poi sovrani di
Costantinopoli. Le loro disgrazie avevano ridestato in essi una
scintilla di valor nazionale, e dal punto che ripresero la corona sino
al conquisto de' Turchi, mostrarono gl'Imperatori qualche dignità; 9. i
MOGOLLI e i TARTARI; le armi di Gengis e i suoi discendenti diedero una
scossa al Mondo cominciando dalla Cina fino alla Polonia e alla Grecia;
furono i Soldani atterrati, i Califi caddero dal soglio, tremarono i
Cesari nel lor palazzo, e le vittorie di Timur tennero in sospeso per
più di mezzo secolo l'ultima mina dell'Impero bizantino. 10. Ho già
fatta menzione della prima comparsa de' Turchi; due dinastie successive
de' principi di quella nazione, che nell'undecimo secolo sboccò dai
deserti della Scizia son distinte dai nomi dei loro Capi Seljuk e
Othman. Fondò il primo un insigne e poderoso reame, che si allargava
dalle rive dell'Oxo ad Antiochia e Nicea: ebbe origine la prima Crociata
dalla profanazione dei luoghi santi ch'egli conquistò, e dal pericolo in
che pose Costantinopoli. Gli Ottomani, usciti da oscuro paese, divennero
lo spavento, il flagello della Cristianità. Maometto II strinse
d'assedio, e prese Costantinopoli, e col suo trionfo annientò quel vano
titolo, che rimaneva ancora nell'Impero romano in Oriente. La storia
della scisma de' Greci sarà collegata a quella dell'ultime loro
disgrazie, e del risorgimento dell'arti in Occidente. Dopo aver mostrata
schiava la nuova Roma, rifrusterò le ruine dell'antica, e con un gran
nome, con un rilevante soggetto spanderò un raggio di gloria sull'ultime
mie fatiche.

       *       *       *       *       *

L'Imperatore Eraclio avea punito un tiranno, si era impadronito del
trono, e il suo regno era divenuto memorabile pel conquisto momentaneo,
e per la perdita irreparabile delle province d'Oriente. Morta Eudossia,
sua prima moglie, non volle obbedire al Patriarca, sposando sua nipote
Martina; violò le leggi, e la superstizion dei Greci credè vedere un
giudizio del cielo nelle malattie del padre e nella deformità dei figli;
ma potendo la fama d'una nascita illegittima impedir l'elezione, o
infievolire la docilità del popolo, ne avvenne, che la materna
tenerezza, e forse anche la gelosia d'una suocera animassero vie più
l'operosa ambizion di Martina, mentre a suo marito di già innoltrato
negli anni, non bastava l'animo a resistere alle seduzioni, ed alle
carezze d'una sposa. Costantino, suo figlio maggiore, ottenne in età
matura il titolo d'Augusto; ma col suo meschino temperamento avea
mestieri d'un collega, e d'un tutore, e però acconsentì, non senza una
secreta ripugnanza, a dividere con altri l'Impero. Fu radunato in Corte
il senato per ratificare, o attestare la successione di Eracleone,
figlio di Martina: si consacrò l'imposizion del diadema con le preghiere
e la benedizione del Patriarca; i senatori e i patrizi adorarono la
maestà dell'Imperatore, e quella de' suoi colleghi, e come furono aperte
le porte, la voce tumultuosa, ma importante, de' soldati acclamò i tre
principi. Dopo uno spazio di cinque mesi si celebrarono nella
cattedrale, o nell'Ippodromo cerimonie, che sole formavano, per quanto
pareva, la costituzion dello Stato per dimostrare la buona concordia de'
due fratelli, comparve il più giovine appoggiato al braccio del
maggiore, e le grida d'una popolazione venduta, o sedotta dal timore,
congiunsero il nome di Martina a quelli di Costantino e d'Eracleone. Non
sopravvisse Eraclio più di due anni a questa associazione: col suo
testamento nominò i suoi due figli eredi dell'Impero d'Oriente con un
potere uguale, e ordinò, che onorassero Martina come la lor madre e
sovrana.

[A. D. 641]

Non così tosto si mostrò Martina per la prima volta sul trono, col
titolo e co' privilegi di regnante, che trovò una forte, benchè
rispettosa opposizione; e dai pregiudizi superstiziosi si videro
risplendere le ultime faville della libertà. «Noi veneriamo la madre de'
nostri principi, esclamò un cittadino; ma questi principi sono i soli,
cui dobbiamo obbedire, e Costantino, il primogenito de' nostri due
Imperatori è in un'età da sostenere il peso della corona. La natura ha
escluso il tuo sesso dalle cure del governo. Se i Barbari s'accostassero
alla città reale, sia in figura di nemici, sia con intenzioni pacifiche,
potresti tu combatterli, sapresti tu rispondere? I Persiani stessi, che
pur sono schiavi, non potrebbero sofferire il governo d'una donna.
Preservi il cielo per sempre la Repubblica romana da un avvenimento che
sarebbe il disdoro della nazione»! Martina, tutta sdegnata, discese dal
trono, e si ritirò nell'appartamento della Corte, abitato dalle donne.
Centotre giorni durò il regno di Costantino III. Finì nell'età di
trent'anni una vita che non era stata che una malattia continua; la sua
morte prematura fu per altro attribuita alla suocera, la quale, fu voce,
impiegasse il veleno. Di fatto ella raccolse i frutti di questa morte, e
insignorissi del governo in nome d'Eraclio; il popolo, che sospettava di
costei rivolse le sue sollecitudini alla conservazione dei due orfani,
lasciati da Costantino. Invano il figlio di Martina, nell'età di
quindici soli anni, ammaestrato dalla madre dichiarò, che sarebbe il
tutore de' suoi nipoti, uno de' quali era stato da lui tenuto al Sacro
Fonte; in vano giurò sulla vera Croce, che difesi li avrebbe da tutti i
nemici. Poche ore prima di morire avea l'ultimo Imperatore spedito un
servo fedele ad armare gli eserciti e le province dell'Oriente, in favor
degli orfani, ch'egli lasciava in mani sospette; l'eloquenza e la
liberalità di Valentino gli aveano promesso buon esito, e dal suo campo
di Calcedonia osò questi richiedere, che fossero puniti gli assassini, e
rimesso in trono l'erede legittimo. Dalla licenza dei soldati, che
saccheggiarono le viti, e ingollavano il vino dei demanii asiatici,
appartenenti agli abitatori di Costantinopoli, furono questi ultimi
mossi a vendetta contro gli autori delle lor disgrazie, e s'intese
risuonare la chiesa di Santa Sofia, non già di cantici e di orazioni, ma
delle grida e delle imprecazioni d'una plebe furiosa. Eracleone,
chiamato da voci imperiose, comparve in pulpito col primogenito dei due
orfanelli; Costanzo solo fu acclamato Imperator dei Romani, e colla
benedizione solenne del Patriarca, gli fu posta in capo una corona
d'oro, tolta dalla tomba d'Eraclio. Ma fra i tumulti della gioia e
dell'ira, la chiesa fu messa a ruba; i Giudei e i Barbari profanarono il
santuario, e Pirro settario dell'eresia dei Monoteliti, e creatura
dell'Imperatrice, per sottrarsi alla violenza de' cattolici, pigliò
saviamente il partito di fuggirsene, dopo aver lasciato la sua protesta
sull'altare. Il senato, che avea momentaneamente ricuperata qualche
autorità dall'assenso de' soldati e del popolo, doveva adempiere uffici
più seri e più sanguinari. Caldo del fuoco della libertà romana, rinnovò
l'antico grandioso spettacolo d'un tiranno giudicato dal popolo;
Martina, e suo figlio furon deposti, e condannati come autori della
morte di Costantino; ma la severa giustizia dei Padri Coscritti fu
contaminata da una crudeltà che confuse l'innocente col reo. Martina ed
Eracleone furono condannati ad avere l'una la lingua tagliata, e l'altro
il naso; e dopo questa barbara esecuzione chiusero entrambi il rimanente
de' loro giorni nell'esilio e nell'obblivione; e quei Greci, ch'erano
capaci di qualche riflessione dovettero in certo modo consolarsi della
servitù, osservando sin dove può trascorrere l'abuso del potere, posto
per un istante nelle mani dell'aristocrazia.

Quando si legge il discorso pronunciato da Costanzo II in età di dodici
anni davanti il Senato bizantino, pare che siamo tornati indietro cinque
secoli ai tempi degli Antonini. Dopo avergli renduto grazie della pena
giustamente data agli assassini, che rapite aveano alla nazione le belle
speranze del regno di suo padre, soggiunse il giovine principe: «La
divina provvidenza, e il vostro saggio decreto hanno balzata dal soglio
Martina, e la sua incestuosa progenie. La vostra maestà, la vostra
sapienza hanno impedito che l'Impero romano degeneri in una tirannide,
che non conosca più leggi. Io vi domando istantemente, e vi esorto di
consacrare al ben pubblico i consigli, e la prudenza vostra». Questo
linguaggio officioso, accompagnato da grandi liberalità soddisfece molto
i Senatori; ma non eran degni i venali Greci d'una libertà, che non
sapeano apprezzare abbastanza, e i pregiudizi del tempo, l'abitudine al
dispotismo cancellaron ben presto dalla memoria del nuovo Imperatore una
lezione, che l'aveva occupato per pochi momenti. Non gli rimase che un
timore, un'inquietudine, che mai qualche giorno il senato o il popolo
invadesse il diritto di primogenitura, e collocasse il fratello Teodosio
sul trono con autorità uguale alla sua. Il nipote d'Eraclio, promosso
agli Ordini sacri, divenne inabile per la porpora; ma questa cerimonia,
che profanava i Sacramenti della Chiesa, non bastò ad acquetare i
sospetti del tiranno; e solamente la morte del diacono Teodosio valse ad
espiare il delitto della sua regia estrazione. Dalle imprecazioni del
popolo fu vendicato questo assassinio, e l'uccisore, che pur godeva
tutta la pienezza del potere, fu obbligato a condannarsi da sè ad un
esilio perpetuo. Costanzo s'imbarcò per la Grecia; e quasi volesse
rendere alla patria quei sentimenti d'abbominazione, ch'egli meritava da
lei, è fama, che dalla sua galea imperiale sputasse contro le mura di
Costantinopoli. Dopo avere svernato in Atene, si trasferì a Taranto in
Italia, visitò Roma, ed in Siracusa, ove fermò la residenza, finì questo
vergognoso viaggio marcato in tutto il suo corso da rapine sacrileghe;
ma se potè involarsi agli sguardi del suo popolo, non poteva fuggire sè
stesso: i rimorsi della sua coscienza gli crearono un fantasma che lo
perseguitò per terra e per mare, notte e giorno. Credea sempre vedersi
in faccia la figura di Teodosio, che presentandogli una coppa piena di
sangue, e appressandogliela alle labbra, dicevagli, o parea che gli
dicesse: «Bevi fratello, bevi»; allusione alla circostanza che aggravava
il suo delitto, poichè avea ricevuto dalle mani del Diacono la coppa
misteriosa del Sangue di Cristo. In odio a sè stesso, in odio al genere
umano, morì nella capitale della Sicilia per un tradimento domestico, e
forse per una cospirazione de' Vescovi. Un servo che l'assisteva al
bagno, dopo avergli versato acqua calda sul capo, lo colpì violentemente
col vaso che teneva in mano; cadde il principe sbalordito dal colpo, e
soffocato dal calore dell'acqua; il suo corteggio non vedendolo
ricomparire, corse colà, e riconobbe, senza commoversi, ch'egli era
morto. Le soldatesche della Sicilia vestirono della porpora un
giovinetto oscuro, ma d'una bellezza inimitabile, che non poteva, come è
facile a credersi, essere ritratta dai pittori, nè dagli scultori
d'allora.

[A. D. 668]

Costanzo avea lasciato tre figli nel palazzo di Bizanzio; il primogenito
avea ricevuto la porpora sin dall'infanzia. Quando ordinò che venissero
a trovarlo in Sicilia, i Greci che voleano custodire quelli ostaggi
preziosi, risposero, che quelli erano figli dello Stato, e che non
doveano partire. Giunse la nuova della sua morte da Siracusa a
Costantinopoli con una rapidità straordinaria, e Costantino, il
primogenito de' suoi figli, fu l'erede del suo trono, senza ereditare
l'odio del Pubblico. Con grande zelo ed ardenza concorsero i sudditi a
punire quella provincia, che aveva usurpato i diritti del Senato e del
Popolo: il giovane Imperatore salpò dall'Ellesponto con una squadra
numerosa, e raccolse sotto le sue insegne, nel porto di Siracusa, le
legioni di Roma e di Cartagine. Agevole cosa era lo sconfiggere
l'Imperatore acclamato dai Siciliani, e giusta ne era la morte; la sua
bella testa fu esposta nell'Ippodromo; ma non posso applaudire alla
clemenza d'un Principe che nel gran numero delle sue vittime comprese il
figlio d'un patrizio, che non avea altra colpa che d'aver amaramente
deplorato il supplizio d'un padre virtuoso. Questo giovine, chiamato
Germano, fu condannato ad una mutilazione ignominiosa: ma sopravvisse a
questa crudele operazione, ed elevato poscia alla dignità di Patriarca e
di Santo, ha conservata la memoria dell'indecente atrocità
dell'Imperatore. Dopo avere offerti all'ombra del padre sagrifici così
sanguinosi, ritornò Costantino alla sua capitale, ed essendogli spuntata
la barba nel suo viaggio di Sicilia, questa circostanza fu divulgata
all'Universo col soprannome datogli di Pogonate. Il suo regno, come
quello del suo predecessore, fu deturpato dalla discordia fraterna.
Aveva egli conferito il titolo d'Augusto ad Eraclio e a Tiberio, suoi
fratelli; ma non era per essi che un vano titolo, avvegnacchè
continuavano a languire nella solitudine del palazzo senza poteri e
senza occupazioni. Segretamente istigate da loro le soldatesche del
_Tema_ o sia della provincia d'Anatolia, s'appressarono dalla parte
dell'Asia a Costantinopoli; chiedendo a favor dei due fratelli di
Costantino la divisione o l'esercizio della sovranità, e sostenendo con
un argomento teologico questa sediziosa domanda. Gridavano i soldati,
essere Cristiani, e Cattolici, e sinceri adoratori della santa ed
individua Trinità; e però se regnavano tre persone uguali nel Cielo, era
ben ragionevole, che tre persone uguali fossero sulla Terra.
L'Imperatore invitò quei bravi dottori ad un'amichevole conferenza, in
cui proporre potevano al Senato le loro ragioni: quelli vi andarono; e
ben presto lo spettacolo de' loro corpi impesi alle forche nel sobborgo
di Galata bastò a riconciliare i lor compagni coll'unità del Regno di
Costantino. Il quale perdonò ai fratelli, e lasciò che fossero, come
prima, onorati nelle pubbliche acclamazioni; ma divenuti nuovamente
colpevoli, o avendone dato nuovamente sospetto, perdettero il titolo
d'Augusto, e fu tagliato loro il naso al cospetto de' Vescovi cattolici,
che in Costantinopoli componevano il sesto Concilio generale. Pogonate,
sul termine della vita, si mostrò sollecito di statuire il diritto di
primogenitura. Le capellature de' suoi due figli Giustiniano ed Eraclio
furono offerte sopra il deposito di S. Pietro, come Simbolo della
spirituale adozione, che ne facea il Papa; ma solamente al primogenito
fu conferito il grado d'Augusto, e assicurata la corona.

[A. D. 685]

Giustiniano II, morto il padre, eredò l'Impero, e il nome d'un
legislatore trionfante fu infamato dai vizi d'un giovinastro, che non
imitò il riformator delle leggi in altro, fuorchè nel lusso degli
edifici. Violente n'erano le passioni, ma debole l'intelletto; esaltava
coll'ebbrezza d'uno sciocco orgoglio il diritto di nascita che gli
sottometteva milioni d'uomini, quando la più picciola Comunità non
l'avrebbe eletto per suo magistrato speciale. Erano i suoi ministri
favoriti un eunuco ed un frate, cioè due Esseri, che per la loro
condizione erano i meno capaci d'umani affetti: all'uno lasciava in cura
il palazzo; all'altro l'erario; il primo castigava a frustate la madre
dell'Imperatore; il secondo faceva impendere i debitori insolvibili
colla testa abbasso sopra un fuoco lento, che esalava una nube di fumo.
Dai giorni di Commodo o di Caracalla in poi il timore era stato il
movente ordinario della crudeltà nei sovrani di Roma; ma Giustiniano,
che aveva qualche vigor di carattere si compiaceva a veder tormentati i
sudditi, e affrontò la loro vendetta per dieci anni in circa sino al
punto che fu colma la misura de' suoi delitti, e quella della loro
pazienza. Leonzio, Generale di grido, avea per più di tre anni languito
in un carcere con vari patrizi delle più nobili e degne famiglie; ad un
tratto il sovrano lo liberò per dargli il governo della Grecia: questa
grazia, conceduta ad un uomo offeso, annunziava disprezzo più che
fiducia; mentre i suoi amici l'accompagnavano al porto, ove doveva
imbarcarsi, disse loro sospirando, che si ornava la vittima pel
sagrifizio, che sarebbe presto seguito dalla morte: ebbero quelli
coraggio a rispondergli che forse la gloria e l'Impero sarebbero il
guiderdone d'un tentativo generoso; che tutte le classi dello Stato
abborrivano il regno d'un mostro, che dugentomila patriotti non
aspettavan altro che la voce d'un Capitano. Prescelsero la notte per
adempiere la loro liberazione; e ne' primi sforzi de' cospiratori, fu
svenato il prefetto della capitale, e forzate le prigioni; per tutte le
strade gridavano gli emissari di Leonzio: «Cristiani, a Santa Sofia». Il
testo eletto dal Patriarca «ecco il giorno del Signore» fu l'annunzio
d'una predica, che fini d'infiammare gli spiriti; il perchè uscendo
dalla Chiesa indicò al popolo un'altra adunanza da tenersi
nell'Ippodromo. Giustiniano, pel quale non s'era sguainata una sola
spada, fu trascinato davanti a quei Giudici furibondi, i quali
domandarono, che fosse subitamente punito di morte. Leonzio, già vestito
della porpora, vide con occhio di compassione il figlio del suo
benefattore, il rampollo di tanti Imperatori, boccone innanzi a sè.
Perdonò la vita a Giustiniano; ma gli fu tagliato, benchè
imperfettamente, il naso, e forse la lingua. La flessibilità dell'idioma
greco gli diede immediatamente il nome di Rhinotmeta: così mutilato il
tiranno fu confinato a Cherson, borgo solitario della Tartaria-Crimea,
la quale traeva da' paesi vicini vino, biade ed olio, come merci di
lusso.

[A. D. 695-705]

Esule sulla frontiera dei deserti della Scizia, chiudeva sempre in cuore
Giustiniano, coll'orgoglio dei natali, la speranza di risalire sul
trono. Dopo tre anni d'esilio, ebbe la gioia d'intendere, ch'era stato
vendicato da una seconda rivoluzione, e che Leonzio era stato deposto, e
mutilato anch'esso dal ribelle Apsimaro, che avea preso il nome più
rispettabile di Tiberio. Ma le pretensioni della linea diretta dovean
esser temute da un usurpatore, uscito della classe del volgo; e
cresceano le sue inquietudini dalle lagnanze di accuse degli abitanti di
Cherson, che trovavano i vizi del tiranno nelle azioni del principe
sbandito. Giustiniano, seguìto da una masnada di gente, a lui attaccata
per la stessa speranza, o per la stessa disperazione, abbandonò quella
terra inospitale, e si rifuggì presso i Cozari che accampavano al Tanai
e al Boristene. Il Khan, mosso a compassione, trattò con molto riguardo
un supplichevole di tal fatta: lo collocò in Fanagoria, città un tempo
opulenta, situata sulla riva della palude Meotide, dalla parte
dell'Asia. Posti allora in non cale tutti i pregiudizi romani, sposò
Giustiniano una sorella del Barbaro, la quale per altro col nome di
Teodora dà luogo a credere che fosse battezzata; ma il perfido Khan fu
subornato ben presto dall'oro di Costantinopoli, e se non era l'amor di
sua moglie, che gli svelò i disegni tramati a suo danno, Giustiniano
periva sotto il ferro degli assassini, od era dato in balìa de' suoi
nemici. Dopo avere strangolato colle sue mani i due satelliti del Khan,
rimandò Teodora a suo fratello, ed egli s'imbarcò su l'Eusino in traccia
di più fedeli alleati. Una furiosa tempesta assalì il suo vascello, ed
un uomo del suo seguito lo consigliò d'impetrare la misericordia del
cielo facendo voto di dare un perdono generale, se mai ricuperasse
l'Impero. «Perdonare? esclamò l'intrepido tiranno; piuttosto morire in
questo momento! l'Onnipotente mi faccia inghiottire dal mare, s'io
consento a risparmiare la testa d'un solo de' miei nemici!» Egli
sopravvisse a quest'empia minaccia, entrò nella foce del Danubio, osò
arrischiare i passi nel villaggio abitato dal Re de' Bulgari, Terbelis,
principe bellicoso e pagano, da cui ottenne soccorsi, promettendo di
dargli sua figlia, e di partir seco i tesori dell'Impero. Estendevasi il
regno dei Bulgari sino ai confini della Tracia, e i due principi con
quindicimila cavalieri si spinsero sotto le mura di Costantinopoli. Fu
sbigottito Apsimaro da questa improvvisa comparsa del suo rivale, quando
glien'era stata promessa la testa dal Cozaro, e ne ignorava la fuga.
Dieci anni d'assenza avean quasi abolita la ricordanza dei delitti di
Giustiniano; i suoi natali e le sue disgrazie moveano a pietà la
moltitudine sempre malcontenta dei principi che la governano, e quindi
per lo zelo, e l'attività de' suoi partigiani fu introdotto nella città
e nel palazzo di Costantinopoli.

Nel premiare i suoi alleati, nel richiamare la moglie al suo fianco,
dimostrò Giustiniano non essere al tutto scemo dei sentimenti d'onore e
di gratitudine. Terbelis si ritirò con un mucchio d'oro, che fu misurato
dalla lunghezza della sua frusta. Ma non fu mai adempiuto sì
religiosamente un voto, quanto il giuramento di vendetta, pronunciato in
mezzo alla procella dell'Eusino. I due usurpatori (così dee dirsi,
poichè il nome di tiranno va riservato al vincitore) furono condotti
nell'Ippodromo, l'uno dalla sua prigione, l'altro dal palazzo. Leonzio
ed Apsimaro, prima che fossero consegnati ai carnefici, incatenati
siccome erano, furon distesi sotto il trono dell'Imperatore, e
Giustiniano, ponendo un piede sul collo di ciascheduno, guardò per più
d'un'ora la corsa dei carri, mentre il popolo, sempre volubile, ripetea
quel versetto del Salmista: «Camminerai sull'aspide e sul basilisco, e
conculcherai il leone ed il drago.»[186] La diserzione universale da lui
già provata, potè fargli desiderare, come a Caligola, che il popolo
romano non fosse che una testa sola. Osserverò per altro, che questa
brama non si addiceva ad un tiranno sagace, imperocchè in vece de' vari
tormenti, con cui straziava le vittime della sua collera, avrebbe un
colpo solo terminati i piaceri della sua vendetta e crudeltà. E di
questi piaceri fu in fatti insaziabile; nè virtù private, nè pubblici
servigi valsero ad espiare il delitto d'una obbedienza attiva od anche
passiva ad un governo costituito; e ne' sei anni del suo novello regno,
la mannaia, la corda, la tortura gli parvero i soli istromenti propri
del regno. Ma singolarmente contro gli abitanti di Cherson che l'aveano
insultato nell'esilio, e spregiati i doveri dell'ospitalità, diresse
egli tutti gli sforzi del suo odio implacabile. Poichè per la rimota lor
situazione rimaneva loro qualche via per la difesa o per la fuga, impose
a Costantinopoli una tassa, che dovea pagar le spese d'una squadra e
d'un esercito da spedire contro essi: «Tutti sono colpevoli, e tutti han
da perire;» tale fu l'ordine di Giustiniano, e ad eseguire questo
sanguinario decreto elesse Stefano, suo favorito, che gli era caro pel
soprannome di Selvaggio. Ma il selvaggio Stefano adempiè imperfettamente
alle intenzioni del suo sovrano. La lentezza delle sue mosse diede agio
alla maggior parte degli abitanti di ritrarsi nell'interno del paese, ed
il ministro delle vendette imperiali si contentò di ridurre in servitù i
giovani dei due sessi, di ardere vivi sette dei primarii cittadini, di
gettarne venti in mare, e di serbarne quarantadue a ricever la condanna
dalla bocca di Giustiniano. Nel ritorno di Stefano la sua squadra si
arenò agli scogli delle coste dell'Anatolia; e Giustiniano applaudì alla
cortesia dell'Eusino, che aveva in un medesimo naufragio ravvolte tante
migliaia dei suoi sudditi e dei suoi nemici; ma pure, sitibondo di
sangue, comandò il tiranno una seconda spedizione, che annientasse gli
avanzi della colonia da lui proscritta. In quel breve intervallo, erano
ritornati i Chersoniti in città, e s'apparecchiavano a perire coll'armi
in mano; il Khan dei Cozari aveva abbandonata la causa del suo
detestabile cognato; i fuorusciti di tutte le province si raccolsero in
Tauride, e Bardane, sotto nome di Filippico, ebbe la porpora. Le milizie
imperiali non volendo, nè potendo mandare ad effetto i disegni
vendicativi di Giustiniano si sottrassero al suo furore, rinunciando
all'obbedienza; l'armata condotta da Filippico approdò felicemente ai
porti di Sinopo e di Costantinopoli; tutte le bocche gridarono, morte al
tiranno; e tutte le braccia si mossero per darla. Privo d'amici fu
abbandonato dai Barbari che lo guardavano, e il colpo che troncò la sua
vita, fu celebrato come un atto di patriottismo, e impresa degna di
romana virtù. Suo figlio Tiberio s'era ricoverato in una chiesa; ne
difendeva la porta sua avola, molto avanzata in età; quell'innocente
giovinetto si pose al collo le reliquie più venerate, s'appoggiò con una
mano all'altare, coll'altra sulla Croce; ma la furia popolare, quando
osa metter sotto i piedi la superstizione, è sorda alle grida
dell'umanità; e la stirpe d'Eraclio s'estinse, dopo aver portata la
corona per un secolo.

[A. D. 711]

Fra la caduta della razza degli Eraclidi e l'avvenimento della dinastia
Isaurica passa un intervallo di sei soli anni, diviso in tre regni.
Bardane o Filippico fu accolto in Costantinopoli come un eroe, che avea
liberato dal tiranno la patria, e i primi trasporti d'un giubbilo
sincero ed universale gli fecero gustare qualche ora di felicità.
Giustiniano avea lasciato un tesoro, frutto delle sue crudeltà e rapine;
ma non tardò il successore a dissiparlo in vane prodigalità. Nel giorno
anniversario della sua nascita, Filippico diede al popolo i giuochi
dell'Ippodromo; girò quindi per tutte le strade preceduto da mille
bandiere e da mille trombe. Andò a rinfrescarsi nei bagni di Zeusippo e
ritornato in palazzo trattò a sontuoso convito la Nobiltà. Nel dopo
pranzo si ritirò nel suo appartamento ebbro d'orgoglio e di vino, senza
pensare che le sue fortune aveano fatti ambiziosi tutti i suoi sudditi,
e che ogni ambizioso secretamente gli era nemico. In mezzo al rumor
della festa, alcuni arditi cospiratori penetrarono nelle sue stanze,
sorpresero nel sonno il monarca, lo legarono, gli cavarono gli occhi, e
gli tolsero la corona prima ch'egli si accorgesse della grandezza del
suo pericolo; ma i traditori non approfittarono del lor delitto; dalla
scelta del senato e del popolo fu conferita la porpora ad Artemio, che
presso l'Imperatore deposto avea l'impiego di segretario. Il quale prese
il nome d'Anastasio II, e nel breve suo regno, pieno di turbolenze,
dimostrò tanto in pace che in guerra le virtù che convengono ad un
sovrano. Ma coll'estinzione della linea imperiale s'era già rotto il
freno dell'obbedienza, ed in ogni esaltazione al trono pullulavano i
semi d'un nuovo sconvolgimento politico. In una sollevazione dell'armata
navale, un abbietto ufficiale del fisco fu vestito della porpora a suo
malgrado. Dopo alcuni mesi di guerra marittima, Anastasio abdicò la
corona, e Teodosio III, suo vincitore, si sottomise ancor esso alla
prevalenza di Leone, Generale degli eserciti d'Oriente. Fu permesso ad
Anastasio e a Teodosio l'abbracciare lo stato ecclesiastico; l'ardente
veemenza del primo lo condusse ad avventurare ed a perder la vita in una
cospirazione; onorati e tranquilli furon gli ultimi giorni del secondo.
Sulla sua tomba non fu scolpita che questa parola «Salute», iscrizione
d'una sublime semplicità, che esprime la fiducia della filosofia, o
della religione, e il popolo d'Efeso conservò lungo tempo la memoria de'
suoi miracoli. Gli esempi offerti dalla Chiesa poterono dare qualche
volta utili lezioni di clemenza ai Principi; ma non è poi certo, che
scemando i pericoli d'un'ambizione sfortunata, siasi operato per
l'interesse del pubblico.

[A. D. 718]

Dopo essermi fermato sul precipizio d'un tiranno, indicherò in poche
parole il fondatore d'una nuova dinastia, noto alla posterità per
l'invettive de' suoi avversari, e la cui vita pubblica e privata van
congiunte all'istoria degli Iconoclasti. Ad onta dei clamori della
superstizione, l'oscurità della nascita e la durata del regno di Leone
l'Isaurico inspirano una idea favorevole dell'indole di questo principe.
In un secolo maschio l'esca della dignità imperiale avrebbe potuto
avvivare tutta l'energia dello spirito umano, e suscitare una folla di
competitori tanto degni del trono, quanto animosi ad occuparlo. Anche in
mezzo della corruttela e della debolezza dei Greci in quel tempo, la
fortuna d'un plebeo, che si sollevò dall'ultimo al primo grado della
società, suppone prerogative in lui, superiori all'altezza delle
volgari. Vi è ragion di pensare, che questo plebeo non conoscesse, e non
curasse le scienze, e che nella sua carriera ambiziosa si dispensasse
dai doveri della benevolenza e della giustizia; ma si può credere, che
possedesse le virtù più utili, come la prudenza e la forza, e che avesse
la cognizione degli uomini, e dell'arte importante di cattivarsi la
fiducia, e di dirigere le passioni loro. È opinion generale che Leone
fosse nato nell'Isauria, e che portasse da prima il nome di Conone.
Certi scrittori, la cui satira inconsiderata può tenergli luogo
d'elogio, lo rappresentano come un pezzente, che corresse a piedi da una
fiera all'altra d'un paese, menandosi dietro un asino carico di qualche
merce di poco prezzo. Narrano in un modo ridicolo, che s'abbattesse per
via in alcuni Ebrei, che davano la buona ventura, i quali gli promisero
l'Impero romano, purchè abolisse il culto degl'idoli[187]. Stando ad una
versione più probabile, suo padre abbandonò l'Asia Minore per
domiciliarsi nella Tracia, ove esercitò l'utile mestiere di mercante di
bestiami, nel quale avea certamente fatto gran guadagno se è vero, che,
colla somministrazione di cinquecento agnelli, ottenesse che il figlio
entrasse al servigio dell'Imperatore. A prima giunta fu collocato Leone
nelle guardie di Giustiniano, e non andò guari, che si attirò gli
sguardi, poscia i sospetti del tiranno. Si segnalò in valore e in
destrezza nella guerra della Colchide. Anastasio gli conferì il comando
delle legioni dell'Anatolia, e quando i soldati gli posero in dosso la
porpora, fece plauso l'Impero romano a quella elezione. Leone III
portato a quella dignità pericolosa, vi si tenne fermo a dispetto
dell'invidia de' suoi uguali, del malumore di una fazion terribile, e
degli assalti dei nemici domestici e forestieri. Anche i cattolici,
benchè esclamino contro le sue novità in materia di religione, son
costretti a convenire, che le incominciò con moderazione, e le condusse
a termine con fermezza, e nel loro silenzio hanno rispettata la savia
sua amministrazione, e i suoi puri costumi. Dopo un regno di
ventiquattr'anni se ne morì tranquillo nel suo palazzo di
Costantinopoli, e i suoi discendenti redarono sino alla terza
generazione quella porpora, che egli s'era acquistata.

[A. D. 741]

Il regno di Costantino quinto per soprannome Copronimo, figlio e
successor di Leone, durò trenta quattr'anni: questi con minor
moderazione perseguitò il culto delle Immagini. L'odio religioso vomitò
tutto il suo fiele nella dipintura, che i partigiani delle Immagini ci
fecero della persona e del regno di questo principe, di questa pantera
macchiata, di questo anticristo, di questo drago volante, di questo
germe del serpente, che sedusse la prima donna. Al loro dire costui
superò nei vizi Elagabalo e Nerone; il suo regno fu un perpetuo macello
dei personaggi più nobili, più santi, o più innocenti dell'Impero;
assisteva al supplizio delle sue vittime, considerava le convulsioni
della loro agonia, ne ascoltava con piacere i gemiti, nè mai potea
saziarsi del sangue, che godea di versare: spesse volte battea colle
verghe, o mutilava i familiari della sua Casa reale: il soprannome di
Copronimo ricordava ch'egli avea lordato di escrementi il Fonte
battesimale; veramente l'età potea farne le scuse; ma i solazzi della
sua virilità lo fecero inferiore ai bruti; confuse nelle sue
dissolutezze tutti i sessi e tutte le spezie, e parve che si compiacesse
pur delle cose più ributtanti pei sensi. Quest'Iconoclasta fu eretico,
ebreo, maomettano, pagano, ateo; e solamente le sue cerimonie magiche,
le vittime umane che immolava, i sagrifizi notturni a Venere e ai
demonii dell'antichità, son le prove che abbiamo della sua credenza in
Dio. La sua vita fu lorda dei vizi i più contraddittorii, e finalmente
le ulceri che copersero il suo corpo gli anticiparono i tormenti
dell'inferno. Si confuta da sè medesima l'assurdità d'una parte di
queste accuse, che ho avuto la pazienza di copiare; e in ordine ai fatti
privati della vita de' principi è troppo facile la menzogna, troppo
difficile il ribatterla. Io non mi attengo alla perniciosa massima di
credere, che chi è incolpato di molte cose sia necessariamente colpevole
di qualcheduna; posso però travedere chiaramente, che Costantino V fosse
dissoluto e crudele. È proprietà della calunnia l'esagerare piuttosto,
che l'inventare, e il suo linguaggio temerario è in parte frenato dalla
notorietà fondata nel secolo e nel paese, da cui trae testimonianza. È
indicato il numero de' Vescovi, de' Monaci e de' Generali dalla sua
atrocità sagrificati. Erano illustri i lor nomi, pubblica ne fu
l'esecuzione, e la mutilazione fu visibile e permanente. Detestavano i
cattolici la persona e il governo di Copronimo; ma la loro stessa
avversione è un indizio dell'oppressione che soffrivano. Tacciono le
colpe cogli insulti che poterono per avventura scusarne o giustificarne
il rigore; ma per questi insulti dovette a poco a poco moversi a
collera, e indurarsi all'uso ed all'abuso del despotismo; tuttavolta non
era Costantino V spoglio di meriti, nè il suo governo fu sempre degno
dell'esecrazione o del disprezzo de' Greci. Confessano i suoi nemici,
che restaurò un vecchio acquedotto, che riscattò duemila e cinquecento
prigionieri, che godettero i popoli sotto il suo regno una insolita
abbondanza, che con nuove colonie ripopolò Costantinopoli e le città
della Tracia; e a malincuore son costretti a lodarne l'attività ed il
coraggio. In battaglia era sempre a cavallo alla fronte delle sue
legioni, e quantunque non sieno state sempre fortunate le sue armi,
trionfò per terra e per mare, su l'Eufrate e sul Danubio, nella guerra
civile come nella barbarica; conviene inoltre, per fare contrappeso alle
invettive degli ortodossi, mettere ancora nella bilancia le lodi dategli
dagli eretici. Gl'Iconoclasti onorarono le sue virtù, lo considerarono
per Santo, e quarant'anni dopo la sua morte oravano sulla sua tomba. Il
fanatismo e la soperchieria divolgarono una visione miracolosa: si disse
che l'eroe cristiano era comparso sopra un cavallo bianco, colla lancia
imbrandita, contro i Pagani della Bulgaria: «Favola assurda, dice uno
scrittore cattolico, perchè Copronimo è incatenato coi demonii negli
abissi dell'inferno».

[A. D. 775]

Leone IV, figlio di Costantino V, e padre di Costantino VI, fu debole di
corpo e di spirito; e in tutto il suo regno non ebbe altro gran pensiero
che la scelta del suo successore. Dallo zelo officioso dei suoi sudditi
fu sollecitato perchè associasse all'Impero il giovine Costantino;
l'Imperatore, che lo vedea deperire, s'arrese ai loro voti unanimi, dopo
avere esaminato quest'alto affare con tutta l'attenzione che meritava.
Costantino di soli cinque anni fu coronato insieme con sua madre Irene;
e il consentimento nazionale fu consacrato con tutte le cerimonie le più
acconce, per pompa e per apparecchio, ad abbacinare gli occhi dei Greci,
o ad incatenarne le coscienze. I vari ordini dello Stato prestarono
giuramento di fedeltà nel palazzo, nella chiesa, e nell'Ippodromo;
invocarono i santi nomi del Figlio e della Madre di Dio: «Noi chiamiamo
in testimonio Gesù Cristo, esclamarono essi, noi veglieremo alla
sicurezza di Costantino, figlio di Leone; esporremo la nostra vita in
suo servigio, e resteremo fedeli alla sua persona e alla sua posterità».
Ripeterono quel giuramento sopra il legno della vera Croce, e l'atto
della lor sommessione fu depositato sull'altare di Santa Sofia. Primi a
fare questo giuramento, e primi a violarlo, furono i cinque figli avuti
da Copronimo nel secondo matrimonio, e n'è ben singolare quanto tragica
l'istoria. Per diritto di primogenitura erano esclusi dal trono, e
dall'ingiustizia del fratello maggiore erano stati privati d'un legato
di circa due milioni sterlini; non credettero essi, che potessero vani
titoli essere un compenso di ricchezza e di potere, e quindi in diverse
riprese cospirarono contro il nipote, sia avanti, sia dopo la morte del
padre. Ebbero il perdono la prima volta; nella seconda furon condannati
allo stato ecclesiastico; al terzo tradimento, Niceforo, il più anziano
e il più colpevole, fu privato degli occhi, e con un gastigo riputato
più dolce, fu tagliata la lingua a Cristoforo, a Niceta, ad Antimio, e
ad Eudossio, suoi fratelli. Dopo cinque anni di carcere fuggirono, e si
ricoverarono nella chiesa di Santa Sofia, ove offersero al popolo uno
spettacolo commovente. «O Cristiani, miei concittadini, gridò Niceforo
in nome proprio ed in quello de' suoi fratelli che non poteano parlare,
mirate i figli del vostro Imperatore, se pur li potete riconoscere in
quest'orrido stato. La vita, e qual vita! ecco tutto ciò che ne ha
lasciato la crudeltà dei nostri nemici: oggi è minacciata questa misera
vita, e noi veniamo ad implorare la vostra compassione». Il fremito, che
già si spandeva nell'assemblea, sarebbe terminato in sollevazione, se
quella prima sommossa non fosse stata compressa dalla presenza d'un
ministro, che con promesse e carezze seppe ammansare quei principi
sventurati, e condurli dalla chiesa al palazzo. Non fu posto tempo di
mezzo ad imbarcarli per la Grecia, e fu assegnata loro per luogo
d'esilio la città d'Atene. In quel ritiro, e nonostante il loro stato,
tormentati sempre dalla sete di regno, Niceforo e i suoi fratelli si
lasciaron sedurre da un Capitano schiavone, che promise di rimetterli in
libertà, e di guidarli armati e adorni della porpora alle porte di
Costantinopoli; ma il popolo Ateniese, sempre zelante per Irene, ne
prevenne la giustizia o la crudeltà, e seppellì finalmente nell'eterno
silenzio per sino la rimembranza dei cinque figli di Copronimo.

[A. D. 780]

Quest'Imperatore si avea scelta per moglie una Barbara, figlia del Khan
dei Cozari; ma quando si trattò di maritare il suo erede, avea preferita
una orfanella Ateniese dell'età di diciassett'anni, che pare non avesse
altra fortuna che la bellezza. Le nozze di Leone e d'Irene furon
celebrate con regia pompa: non tardò la principessa a conciliarsi
l'amore e la fiducia d'uno sposo debole, il quale nel suo testamento la
dichiarò Imperatrice, e affidò al suo governo il Mondo romano e il
figlio Costantino VI, che non contava allora più di dieci anni. Durante
la minorità del giovanetto, Irene si mostrò nella sua amministrazione
pubblica donna ingegnosa ed attenta, fedele ed esatta ai doveri di
madre; e lo zelo che pose a ristabilire le Immagini le ha meritato gli
onori di Santa nei registri del calendario dei Greci; ma come fu escito
dell'adolescenza, l'Imperatore ebbe a noia il giogo materno, porse
orecchio a giovani favoriti della sua età, i quali, dividendo con lui i
piaceri, avrebbero pur voluto partecipare alla sua autorità. Vinto dai
lor discorsi, e persuaso de' suoi diritti all'Impero, e de' suoi talenti
per sostenerlo, assentì che Irene, in premio de' suoi servigi, fosse
confinata per tutta la vita nell'isola di Sicilia. La vigilanza, e
l'accortezza dell'Imperatrice scompigliarono agevolmente i mal combinati
disegni. Quei giovani, e i loro instigatori ebbero quella pena d'esilio
che avean tentato di dare a lei, o fors'anche gastighi più severi; ebbe
il principe ingrato quella punizione che ricevono per lo più i
fanciulli. Da quel punto la madre e il figlio formavano due fazioni
domestiche, ed ella invece di guidarlo colla dolcezza e di sottometterlo
all'obbedienza, senza che se n'accorgesse, tenne incatenato un
prigioniero e un nemico. Per abuso di vittoria ella si perdè; il
giuramento di fedeltà, che volle per lei sola, fu pronunziato con
ripugnanza e con bisbigli; ed avendo le guardie armene avuto il coraggio
di negarlo, mosso il popolo da quest'esempio ardito, liberamente e con
voti unanimi, dichiarò Costantino VI per legittimo Imperator dei Romani.
Con questo titolo prese egli lo scettro, e condannò sua madre alla
inazione ed alla solitudine. Allora l'alterigia d'Irene s'abbassò a
dissimulare; piaggiò i Vescovi e gli eunuchi; ridestò nel cuore del
principe la tenerezza filiale, ne ricuperò la fiducia, e ne deluse la
credulità. Non mancava a Costantino nè sentimento, nè coraggio, ma s'era
trascurata a bella posta la sua educazione, e l'ambiziosa madre
denunziava alla pubblica censura i vizi da lei fomentati, e le azioni da
lei consigliate secretamente. Col suo divorzio e con un secondo
matrimonio ferì Costantino i pregiudizi degli ecclesiastici, e con un
rigore imprudente perdè l'affezione delle guardie armene. Si formò una
possente cospirazione per rimettere in trono Irene, e questo segreto,
benchè confidato a gran numero di persone, fu per più di otto mesi
fedelmente custodito. Finalmente l'Imperatore, entrato in sospetto del
pericolo che gli sovrastava, salpò da Costantinopoli con intenzione di
domandare aiuto alle province ed agli eserciti. Questa pronta fuga pose
Irene su l'orlo del precipizio; tuttavolta prima d'implorar la clemenza
del figlio, diresse una lettera particolare agli amici, ch'ella aveva
collocati al fianco del principe, e li minacciò, se mancavano alla
parola datale, di svelare il lor tradimento all'Imperatore. La paura li
fece intrepidi; arrestarono l'Imperatore sulla costa d'Asia, e lo
condussero al palazzo nell'appartamento porfirico, ove era nato.
L'ambizione avea soffocato nel cuore d'Irene tutti i sentimenti
dell'umanità e della natura; nel suo sanguinario Consiglio si decise,
che si ridurrebbe Costantino ad uno stato da non poter più regnare: gli
emissari di lei s'avventarono sul principe mentre dormiva; gli immersero
i pugnali negli occhi, con tal violenza e precipizio, che si sarebbe
detto che volessero dargli la morte. Da un passo equivoco di Teofane
argomentò l'autore degli Annali della Chiesa, che di fatto l'Imperatore
spirasse sotto quei colpi. L'autorità di Baronio ha illuso, o vinto i
Cattolici, e in ordine a questo non ha voluto il fanatismo de'
Protestanti porre in dubbio l'asserzione d'un cardinale, propenso per la
protettrice delle Immagini; ma il figlio d'Irene visse ancora molti
anni, oppresso dalla Corte, e dimenticato dal Mondo. La dinastia
Isaurica s'estinse in silenzio, e non fu richiamata la memoria di
Costantino, che pel matrimonio di sua figlia Eufrosina coll'Imperatore
Michele II.

[A. D. 792]

I più fanatici dei cattolici han giustamente detestato una madre sì
snaturata, che nella storia dei misfatti non ha forse l'uguale. La
oscurità di diciassette giorni, durante la quale molti vascelli
smarrirono la strada nel pieno meriggio, fu considerata dalla
superstizione per un effetto del suo delitto, come se il Sole, quel
globo di fuoco, sì remoto e sì ampio, avesse ne' suoi movimenti qualche
simpatia cogli atomi d'un pianeta, che gira intorno a lui. L'atrocità
d'Irene rimase per cinque anni impunita; luminoso era il suo regno; e se
la sua coscienza tacea, poteva essa ignorare, o non curare l'opinione
degli uomini. Il Mondo romano si sottomise al governo d'una donna, e
quando ella passava per le strade di Costantinopoli, quattro patrizi a
piedi, tenean le redini di quattro cavalli bianchi, attaccati al cocchio
d'oro, su cui era portata la Regina; ma quei patrizi comunemente erano
eunuchi; e la lor negra ingratitudine giustificò, in quest'occasione,
l'odio e il disprezzo che si avea per essi. Tratti dalla polvere,
arricchiti, ed elevati alle prime dignità dello Stato cospirarono da
vili contro la propria benefattrice: il gran tesoriere per nome Niceforo
fu segretamente ornato della porpora; il successore d'Irene fu collocato
nel palazzo, e coronato in S. Sofia da un Patriarca, che avevano
subornato con doni. Nel primo abboccamento col nuovo imperatore, Irene
ricapitolò dignitosamente i vari accidenti che aveano agitata la sua
vita; rimproverò dolcemente a Niceforo la sua perfidia; lasciò
trapelare, ch'egli dovea la vita alla sua clemenza poco sospettosa; poi
in compenso del trono e dei tesori, ch'ella abbandonava, domandò un
ritiro decoroso. Niceforo gli negò questo discreto compenso, e
l'Imperatrice, confinata nell'isola di Lesbo, non ebbe per sussistere
che i guadagni della sua conocchia.

[A. D. 802-811]

Non v'ha dubbio, che vi furono tiranni più rei di Niceforo; ma niuno per
avventura fu odiato più generalmente dal suo popolo. Tre vizi
vergognosi, l'ipocrisia, l'ingratitudine e l'avarizia, lo deturparono;
non supplivano i talenti al difetto di virtù, e gli mancavano qualità
piacevoli, che coprissero il difetto di talenti. Inetto e sfortunato in
guerra, fu vinto dai Saraceni, e ucciso dai Bulgari, e la sua morte si
ebbe in conto di fortuna, la quale, nell'opinion pubblica, contrappesò
la perdita d'un esercito romano. Stauracio, suo figlio ed erede, scampò
dalla battaglia con una ferita mortale; ma sei mesi d'una vita, che fu
un'agonia continua, bastarono a smentire la promessa aggradevole al
popolo, ma indecente per sè medesima, da lui fatta, dicendo, che avrebbe
in tutto evitato l'esempio del padre. Quando si conobbe che gli restavan
pochi giorni da vivere, tutti i voti e in Corte e in città s'accordarono
in favore di Michele, gran maestro del palazzo, e marito di Procopia,
sorella del principe. Non mancò a Michele che il suffragio del suo
invidioso cognato. Il quale pertinacemente fermo a ritenere uno scettro,
che gli cadeva di mano, cospirò contro la vita del successore designato,
e si lasciò sedurre dall'idea di fare dell'Impero romano una democrazia;
ma questi inconsiderati disegni non valsero che ad attizzare il popolo,
e a dissipare gli scrupoli di Michele. Il quale accettò la porpora, e il
figlio di Niceforo, col piè sul sepolcro, implorò clemenza dal nuovo
sovrano. Se in un tempo di pace fosse asceso Michele ad un trono
ereditario, avrebbe potuto essere amato e poi pianto come padre del
popolo; ma le sue virtù pacifiche si addiceano piuttosto alla oscurità
della vita privata, ed egli non seppe mai reprimere l'ambizione degli
uguali a lui, nè resistere alle armi dei Bulgari vittoriosi. Mentre per
difetto di talenti e di trionfi era egli esposto alle beffe dei soldati,
il maschio coraggio di sua moglie Procopia si concitò la loro
indignazione. Anche i Greci del nono secolo si adontarono dell'insolenza
d'una donna, che stando davanti agli stendardi, volea dirigerne le
mosse, e animarli a combattere; le loro grida tumultuose avvertirono la
nuova Semiramide di rispettar la maestà d'un Campo romano. Dopo una
campagna infelice l'Imperatore lasciò svernare in Tracia un esercito
malcontento, e comandato dai suoi nemici, i quali con artificiosa
eloquenza persuasero ai soldati esser tempo di togliersi dal governo
degli eunuchi, di degradare il marito di Procopia, e di rinnovare il
diritto della elezion militare. Marciarono adunque verso la capitale; in
questo mezzo, il Clero, il Senato, il Popolo di Costantinopoli stavano
per Michele, e le milizie e i tesori dell'Asia potevano aiutarlo a
prolungar le calamità d'una guerra civile; ma Michele per un sentimento
d'umanità, che gli ambiziosi chiameranno debolezza, protestò, che non
lascerebbe spargere per la sua causa una sola goccia di sangue
cristiano, e i suoi deputati offersero alle soldatesche, giunte di
Tracia, le chiavi della città e del palazzo. Esse furono disarmate dalla
sua innocenza e sommessione; nulla si osò contro la sua vita; non gli
furono cavati gli occhi; Michele entrò in un monastero, dove, dopo
essere stato spogliato della porpora, e separato dalla moglie, godè per
trentadue anni e più le consolazioni della solitudine e della religione.

Abbiamo già detto, che ai tempi che regnava Niceforo, un ribelle, il
celebre e sciagurato Bardane, ebbe vaghezza di consultare un Profeta
asiatico, il quale, dopo avergli annunciata la caduta del tiranno, gli
presagi la fortuna, che avrebbero un giorno Leone l'Armeno, Michele di
Frigia e Tommaso di Cappadocia, tre suoi officiali primarii. La profezia
lo informò inoltre, per quel che si asserisce, che i due primi
regnerebbero un dopo l'altro, e che il terzo farebbe un'impresa
infruttuosa, che gli sarebbe funesta. L'avvenimento avverò, o piuttosto
originò questa predizione. Dopo dieci anni, quando le milizie della
Tracia deposero il marito di Procopia, venne offerta la corona a Leone,
primo per grado nell'esercito, e segreto autore della sommossa. Come
fingeva egli d'esitare, il suo collega Michele gli disse: «Questa spada,
che ti schiuderà le porte di Costantinopoli, e che ti sottometterà la
capitale, te la immergerò nel seno, se tu ti opponi alle giuste brame
de' tuoi commilitoni». Assentì l'Armeno ad accettare la porpora, e regnò
sette anni e mezzo col nome di Leon V. Educato nei campi, e ignaro di
leggi e di lettere, introdusse nel governo civile il rigore, ed anche la
crudezza della disciplina militare; ma se la sua severità fu talvolta
pericolosa per gl'innocenti, almeno fu sempre terribile pei colpevoli.
Colla sua incostanza in ordine alla religione, si meritò l'epiteto di
Camaleonte, ma i Cattolici, per bocca d'un santo confessore, hanno
riconosciuto, che la vita dell'Iconoclasta fu utile allo Stato. Lo zelo
di Michele ebbe in premio ricchezze, onori e comandi militari, e
l'Imperatore seppe impiegare a beneficio del Pubblico i suoi talenti
adatti soltanto ad un posto secondario; ma non fu contento il Frigio a
ricevere come un favore una scarsa porzione di quell'Impero, che egli
avea procacciato ad un uguale, e finalmente il suo malumore, dopo averlo
esalato per qualche tempo in parole imprudenti, fu da lui manifestato in
una guisa più minacciosa contro un principe ch'egli dipingeva come un
tiranno crudele. Tuttavia questo tiranno scoperse, in più volte, i
disegni dell'antico suo collega; lo ammonì, e gli perdonò sin a tanto
che in fine il timore ed il risentimento la vinsero a fronte della
gratitudine. Dopo un lungo esame delle azioni e delle intenzioni di
Michele, fu questo convinto del reato di lesa maestà, e condannato ad
essere arso vivo nella fornace dei bagni privati. La pia umanità
dell'Imperatrice Teofane divenne funesta al marito suo ed alla sua
famiglia; era fissata l'esecuzione al venticinque dicembre; ella
rappresentò, che un sì inumano spettacolo mal conveniva
nell'anniversario della nascita di Cristo, e Leone, sebbene con
ripugnanza, concedette una sospensione che pareva ragionevole; ma nella
vigilia di Natale, da un'interna inquietudine fu condotto l'Imperatore a
visitare, nel silenzio della notte, la stanza ove era detenuto Michele,
e lo trovò, che sciolto dalle catene, dormiva profondamente sul letto
del suo custode: quest'indizio di sicurezza e d'un accordo cogli uomini,
che erano mallevadori della persona del carcerato, sbigottì non poco
Leone: egli si ritirò senza fare strepito, ma uno schiavo nascosto in un
canto della prigione, lo vide entrare ed uscire. Col pretesto di
chiedere un confessore, Michele avvisò i congiurati, che i loro giorni
dipendevano omai dalla sua discrezione, e che non avean che poche ore
per salvarsi, e per liberare il loro amico e l'Impero. Nelle grandi
feste ecclesiastiche un drappello di sacerdoti e di musici andava a
palazzo, passando per una picciola porta, a cantare i mattutini nella
cappella, e Leone, che faceva osservar nel suo coro una disciplina così
esatta come nel campo, quasi sempre assisteva a questo ufficio della
mattina. I congiurati, vestiti degli abiti ecclesiastici, e armati di
spada, nascosta sotto le vesti, entrarono alla rinfusa con quelli che
doveano ufficiare; s'appiattarono negli angoli della cappella,
aspettando che l'Imperatore intuonasse il primo salmo, che appunto era
il segnale convenuto. Subito s'avventarono ad uno sciagurato, ch'essi
credeano Leone; potea l'oscurità del giorno, e l'uniformità del
vestimento favorire la fuga del principe, ma quelli ben tosto s'avvidero
dello sbaglio, e accerchiarono da tutti i lati la regia vittima.
L'Imperatore senz'armi e senza difensori, afferrata una croce pesante
contenne gli assassini per qualche istante; dimandò grazia, ma gli fu
risposto da una voce terribile «esser quello il momento non della
misericordia, ma della vendetta». Un fendente di sciabola atterrò da
prima il suo braccio destro e la croce; e poscia fu egli trucidato ai
piè dell'altare.

[A. D. 820]

Il destino di Michele secondo, cognominato il Balbo, per un difetto che
avea nell'organo della parola, diede occasione ad un cangiamento
memorabile. Campò egli dalla fornace cui era stato condannato per salire
al trono dell'Impero, e perchè in mezzo al tumulto non si potè subito
trovare un fabbro ferraio, gli restarono le catene alle gambe per molte
ore, dopo che fu asceso sul soglio dei Cesari. Senza vantaggio alcuno
del popolo fu versato il sangue reale, ch'era stato il prezzo
dell'esaltazion di Michele. Conservò egli sotto la porpora i vizi
ignobili della sua nascita, e perdè le province con grande indifferenza,
come se le avesse ricevute per eredità dai suoi avi. Gli fu conteso
l'Impero da Tommaso di Cappadocia, l'ultimo dei tre officiali
contemplati dalla predizione fatta a Bardane. Dalle rive del Tigri e
dalle sponde del mar Caspio condusse Tommaso in Europa ottantamila
Barbari ad assediare Costantinopoli; ma si impiegarono tutti i presidii
temporali e spirituali a difendere la capitale. Avendo un Re bulgaro
investito il campo degli Orientali, Tommaso o per disgrazia, o per
debolezza cadde vivo in potere del vincitore. Gli furon tagliati i piedi
e le mani; fu messo sopra un asino, e in mezzo alle villanie della
plebaglia fu condotto in giro per le vie, ch'egli irrigava col suo
sangue. L'Imperatore assistette a questo spettacolo, e da ciò si potrà
giudicare quanto feroci o depravati fossero i costumi di allora.
Michele, sordo ai lamenti del suo commilitone, si ostinava a volere
discoprire i complici della ribellione; ma un ministro o virtuoso o reo
lo trattenne, chiedendogli: «se presterebbe fede alle deposizioni d'un
nemico contro i suoi amici più fedeli». Perduta che ebbe l'Imperatore la
moglie, fu indotto dal Senato a sposare Eufrosina, figlia di Costantino
VI, che viveva in un monastero, ed egli acconsentì alla preghiera. Per
un riguardo probabilmente all'augusta nascita d'Eufrosina, si dichiarò
nel contratto nuziale, che i figli suoi dividerebbero l'Impero col loro
fratello primogenito, ma questo secondo matrimonio fu sterile, ed
Eufrosina si contentò del titolo di madre di Teofilo, figlio e successor
di Michele.

[A. D. 829]

Teofilo ci dà l'esempio ben raro d'un eretico e d'un persecutore, il cui
zelo religioso ha dimostrato, e forse esagerato le sue virtù. I suoi
nemici fecero prova sovente del suo valore, e i sudditi della sua
giustizia. Ma il valore fu temerario ed infruttuoso; la giustizia
arbitraria e crudele. Spiegò lo stendardo della Croce contro i Saracini;
ma le sue cinque imprese terminarono con una tremenda sconfitta. Amorio,
patria de' suoi antenati, fu rasa, e dalle sue fatiche militari non
ricavò altro, che il soprannome di Sfortunato. Un sovrano fa mostra
della sua sapienza nell'istituire leggi, e nell'eleggere magistrati; e
mentre sembra inerte, il governo civile fa la sua rivoluzione intorno al
suo centro col silenzio e col buon ordine del sistema planetario.
Teofilo fu giusto, come lo sono i despoti dell'Oriente, i quali,
esercitando l'autorità da sè, seguono la ragione, o la passione del
momento, senza pensare alle leggi, o senza misurare col delitto la pena.
Una povera donnicciuola venne a gettarsegli ai piedi e a dolersi del
fratello dell'Imperatrice, il quale aveva edificato il suo palazzo a
tale altezza, che privava d'aria e di Sole la sua bassa abitazione.
Provata la cosa, invece di darle, come avrebbe fatto un giudice
ordinario, quel compenso che bastava nel caso, od anche di più, le
assegnò il palazzo e il terreno; non contento di questo decreto
stravagante, trasformò un affar civile in azion criminale, e il misero
patrizio nella pubblica piazza di Costantinopoli fu battuto colle
verghe. Per falli leggieri, per un difetto d'equità o di vigilanza, i
suoi principali ministri, un prefetto, un questore, un capitan delle
guardie erano cacciati in esilio, mutilati, immersi entro la pece
bollente, o abbruciati vivi nell'Ippodromo. Naturalmente queste
terribili condanne, dettate forse dall'errore e dal capriccio alienarono
da lui l'affetto dei migliori e de' più saggi cittadini; ma l'orgoglioso
monarca si compiaceva di questi atti di potere, ch'egli considerava come
atti di virtù; tranquillo nella sua oscurità facea plauso il popolo al
pericolo ed alla umiliazione dei Grandi. A dir vero, tanto rigore fu in
qualche parte giustificato da conseguenze salutari, avvegnachè dopo
esatte ricerche per diciassette giorni non si trovò nè nella capitale,
nè in Corte un sol motivo di doglianza, nè abuso da denunziare; si dee
fors'anche concedere, che fosse mestieri reggere i Greci con uno scettro
di ferro, e che il ben pubblico è il movente e la legge del magistrato
supremo. Nel giudicare del delitto di lesa maestà questo giudice è
credulo o parziale più d'un altro. Condannò Teofilo a tarda pena gli
assassini di Leone, e i liberatori di suo padre, continuando egli a
godere il frutto del lor delitto; e la gelosa sua tirannia immolò alla
propria sua sicurezza il marito di sua sorella. Un Persiano della razza
de' Sassanidi era morto a Costantinopoli nell'esilio, e nella povertà,
lasciando un figlio unico del suo matrimonio con una plebea. Questo
fanciullo, di nome Teofobo, era nell'età di dodici anni, quando venne in
cognizione del secreto della sua nascita, e non era già indegno il suo
merito di tal origine. Fu educato nel palazzo di Bizanzio da cristiano e
da soldato, fece rapidi passi nella strada della fortuna e della gloria;
sposò la sorella dell'Imperatore, ed ebbe il comando di trentamila
Persiani, che come suo padre aveano lasciato il lor paese per iscampare
dai Musulmani. Quei trentamila guerrieri, accoppiando i vizi de'
fanatici a quelli delle milizie mercenarie, vollero rivoltarsi contro al
lor benefattore, e inalberare il vessillo del principe concittadino; ma
il fedele Teofobo ne ributtò la proferta, scompigliò le trame, e si
ricoverò nel campo, o nel palazzo del cognato. Se l'Imperatore lo
ammetteva ad una generosa confidenza avrebbe procacciato un bravo e fido
tutore a sua moglie, e al figlio ancor tenero, che Teofilo nel fior
degli anni avea lasciato erede dell'Impero. Le infermità corporali, e
l'indole invidiosa crebbero in lui le inquietudini; ebbe timore di
virtù, che poteano farsi pericolose nel debole stato suo, e nel letto di
morte domandò la testa del Principe persiano. Dimostrò un piacere
barbaro, ravvisando le sembianze del fratello: «Tu non sei più Teofobo»
egli disse, e ricadendo sull'origliere, soggiunse con voce agonizzante:
«E anch'io ben presto, troppo presto oimè, non sarò più Teofilo». I
Russi, che presero dai Greci il maggior numero delle loro leggi civili
ed ecclesiastiche, han mantenuto sino all'ultimo secolo un'usanza
singolare in occasione del matrimonio del Czar: raunavano le giovanette,
non già di tutti i gradi e di tutte le province, il che sarebbe stato
ridicolo ed impossibile, ma quelle della primaria Nobiltà, e le
obbligavano ad aspettare in palazzo l'elezion del sovrano. Vuolsi, che
si osservasse quest'uso per le nozze di Teofilo. Egli passeggiò con un
pomo d'oro in mano in mezzo a quelle Belle schierate in due file: le
grazie di Icasia fissarono i suoi sguardi, e questo principe, poco
destro ad introdurre un discorso, non trovò altro da dirle se non che le
Donne avean fatto gran male: «è vero, Sire, rispose la giovanetta
vivacemente, ma han fatto anche molto bene». Questa affettazione di
spirito fuor di tempo spiacque all'Imperatore; che le voltò le spalle.
Icasia andò a nascondere la sua vergogna in un convento, e Teodora,
ch'era stata modestamente zitta ebbe il pomo d'oro. Fu degna dell'amore
del suo padrone; ma non potè sottrarsi alla sua severità. Dal giardino
del palazzo, avendo veduto un vascello assai carico ch'entrava in porto,
e informato, ch'era pieno di merci della Siria, appartenenti a sua
moglie, condannò alle fiamme la nave, e fece amaro rimbrotto a Teodora
perchè avviliva la dignità d'Imperatrice, facendo la mercantessa:
tuttavolta in punto di morte le affidò la tutela dell'Impero, non che
del figlio Michele, che aveva allora cinque anni. Il nome di Teodora
divenne caro ai Greci pel ristabilimento delle Immagini, e per la totale
espulsione degli Iconoclasti; ma nel suo fervor religioso ella non
trascurò le premure volute dalla gratitudine per la memoria e la
salvezza di suo marito. Dopo tredici anni d'un'amministrazione saggia e
temperata, s'avvide che la reputazione di lei declinava; ma questa
seconda Irene imitò solamente le virtù della prima. Invece di tentar
nulla contro la vita e l'autorità del figlio, si consacrò senza
resistere, ma non senza dolersi, alla solitudine della vita privata,
compiangendo i vizi, l'ingratitudine e la ruina inevitabile dell'indegno
suo figlio.

[A. D. 842]

Fra quelli, che successori di Nerone e d'Elagabalo ne imitarono la
malvagità, non s'era per anche trovato un principe, che considerasse il
piacere come la cosa più importante della vita, e la virtù come nemica
del piacere. Per quanto grandi fossero le cure di Teodora per
l'educazione del figlio, la disgrazia di questo principe fu d'essere
sovrano prima d'esser uomo; ma se si adoperò questa madre ambiziosa ad
impedire che la sua ragione si sviluppasse, non potè calmarne il bollore
delle passioni, e il suo procedere, interessato per sè, fu giustamente
punito dal dispregio e dalla ingratitudine di quel giovinastro caparbio.
Di diciott'anni scosse il freno di Teodora, senz'avvedersi che non era
in caso da governar l'Impero, nè da governar sè stesso. Alla partenza di
Teodora, abbandonarono la Corte la sapienza e la gravità; non si videro
più regnare che il vizio o la follia alternativamente, e non fu
possibile acquistare, o conservare il favore del principe senza perdere
la pubblica estimazione. I milioni accumulati pei bisogni dello Stato
furono profusi ai più vili degli uomini che lo adulavano, e
partecipavano ai suoi sollazzi; e in un regno di tredici anni il più
opulento monarca si ridusse a vendere gli ornamenti preziosi del suo
palazzo e delle Chiese. Somigliante a Nerone, era pazzo pei divertimenti
teatrali, e al par di lui sentiva dispetto d'essere superato in cose,
per le quali doveva arrossire della sua abilità. Ma lo studio che aveva
fatto Nerone della musica e della poesia indicava qualche gusto per le
arti liberali; e le inclinazioni più basse del figlio di Teofilo eran
tutte pel corso di carri nell'Ippodromo. Non cessavano di ricreare gli
oziosi abitanti della capitale le quattro fazioni, ch'aveano disturbata
la pubblica quiete: l'Imperatore prese per sè la divisa degli Azzurri;
distribuì ai suoi favoriti i tre colori rivali, e nell'ardenza sua per
questi vili esercizi, dimenticò la dignità della sua persona, e la
sicurezza degli Stati. Impose silenzio a un corriere, che per informarlo
che il nimico aveva invaso una provincia dell'Impero, s'avvisò di
fermarlo nel momento più bello della corsa, e fece estinguere i fuochi
importuni, che, fatti segnali di pericolo, troppo spesso metteano lo
spavento nei paesi fra Tarso e Costantinopoli. I più bravi aurighi
avevano il primo posto nella sua confidenza, e nella sua stima;
accettava banchetti da loro, e ne teneva i figli al Sacro Fonte: allora
si facea bello della sua popolarità, e affettava di biasimare il freddo
e maestoso contegno de' suoi predecessori. Erano omai divenute ignote
all'Universo quelle dissolutezze contrarie alla natura, che disonorarono
anche l'età virile di Nerone; ma Michele logorava le forze in braccio
all'amore ed alla intemperanza. Riscaldato dal vino, nelle sue orgìe
notturne, dava gli ordini i più sanguinari, e quando col ritorno della
ragione, si facea sentire l'umanità, era poi costretto ad approvare
l'utile disobbedienza dei servi. Ma una delle prove più straordinarie
della cattiva indole di Michele è la profana licenza, con che metteva in
ridicolo la religion del paese. Sia pure, che la superstizion dei Greci
potesse movere a riso un filosofo; ma il riso del saggio sarebbe stato
ragionevole e temperato, e avrebbe disapprovata la sciocca ignoranza
d'un giovine, che insultava gli oggetti della pubblica venerazione. Un
buffone di corte si vestiva da Patriarca; i suoi dodici Metropolitani,
uno de' quali era l'Imperatore, si coprivano di abiti ecclesiastici;
maneggiavano e profanavano i vasi sacri, e a rallegrare i lor baccanali
amministravano la Santa Comunione con un ributtante miscuglio d'aceto e
di senapa. Nè già si teneano ascose queste empietà ai pubblici sguardi;
in un giorno di gran festa, l'Imperatore, i suoi vescovi e i suoi
buffoni correndo per le vie, montati sopra giumenti, incontrarono il
vero Patriarca, seguìto dal suo Clero, e con grida licenziose, e lazzi
osceni sconcertarono la gravità di quella processione cristiana. Non mai
uniformossi Michele alle pratiche della devozione, se non che per
oltraggiare la ragione e la verace pietà; raccogliea da una statua della
Vergine le corone teatrali, e violò la tomba imperiale di Costantino,
l'Iconoclasta, pel piacere di arderne le ossa. Questo contegno
stravagante lo rendette tanto spregevole, quanto era odioso. Ogni
cittadino desiderava ardentemente la liberazione della patria, e i suoi
favoriti medesimi temevano, non un suo capriccio li privasse di ciò, che
dono era d'un capriccio. Nell'età di trent'anni, e in grembo
all'ebbrezza ed al sonno, Michele III fu assassinato nel suo letto dal
fondatore d'una nuova dinastia, al quale egli aveva conferito un grado e
un potere uguale al suo proprio.

[A. D. 867]

La genealogia di Basilio il Macedone, se pure non fu inventata
dall'orgoglio e dall'adulazione, fa ben palese a quali rivoluzioni sieno
esposte le più illustri famiglie. Gli Arsacidi, rivali di Roma, avevan
data la legge in Oriente quasi per quattro secoli; continuò un ramo
cadetto di quei Re Parti a regnare in Armenia, e poi sopravvisse alla
divisione ed alla servitù di quell'antica monarchia. Due di que'
principi, Artabano e Cliene, si rifuggirono o si ritirarono alla Corte
di Leon I, che usò loro generosa accoglienza, e onorevolmente li collocò
nella provincia di Macedonia; posero poi stanza in Andrinopoli. Colà
sostennero per più generazioni la dignità dei lor natali, e zelanti per
l'Impero romano rigettarono le offerte seducenti dei Persiani e degli
Arabi, che li richiamavano in patria: ma a poco a poco il tempo e la
povertà ne oscurarono lo splendore, e il padre di Basilio si ridusse a
coltivare colle sue mani un poderetto; non di meno troppo altero per
avvilire il sangue degli Arsacidi con un matrimonio plebeo, sposò una
vedova d'Andrinopoli, che vantava Costantino fra i suoi avi, e potè il
loro figlio millantare qualche vincolo di parentela, o almen di nazione
con Alessandro il Macedone. Questo figlio, per nome Basilio, appena
aveva veduto il giorno, quando colla sua famiglia e cogli abitanti della
città ov'era nato, fu rapito dai Bulgari, che vennero a devastare
Andrinopoli: fu allevato nella servitù in un clima straniero, e quella
disciplina severa gli procacciò un vigore di corpo e una pieghevolezza
di mente che poi divennero la cagione del suo esaltamento. Sin dalla
prima gioventù, o quando appena toccava l'età virile, fu del numero di
quei prigionieri romani che spezzarono i lor ferri coraggiosamente; dopo
avere attraversata la Bulgaria, afferrate le coste dell'Eusino, e
sconfitti due eserciti di Barbari, s'imbarcarono su vascelli già
apparecchiati pel loro arrivo, e tornarono a Costantinopoli; quindi
ciascheduno si restituì alla sua famiglia. Basilio ricuperata la
libertà, era tuttavia miserabile. Dai guasti della guerra era stato
rovinato il suo podere: morto il padre, non bastava più il lavoro delle
sue mani, o quel che guadagnava servendo a mantenere una famiglia
d'orfanelli; deliberò dunque di cercare un campo più luminoso, ove le
sue virtù, e i suoi vizi potessero condurlo alla grandezza. Giunto a
Costantinopoli, senz'amici senza denari, oppresso dalla stanchezza,
passò la prima notte sui gradini della Chiesa di S. Diomede; ottenne un
po' di alimento dalla carità di un monaco; indi si pose al servigio d'un
parente dell'Imperator Teofilo, che pure avea questo nome, e quantunque
picciolissimo della persona, si conducea sempre dietro un seguito di
servi di grande statura, e di bell'aspetto. Basilio accompagnò questo
padrone, che andava a comandare nel Peloponeso; col suo merito personale
fece scomparire la nascita e la dignità di Teofilo, e strinse una
profittevole amicizia con ricca e caritativa matrona di Patrasso. Fosse
amore o affezione spirituale, questa donna, nomata Danielis, s'invaghì
delle sue belle qualità, e lo adottò per figlio; gli fece dono di trenta
schiavi, con altre liberalità, mercè delle quali potè fornire il
bisognevole ai fratelli, e comprare possedimenti nella Macedonia. La
gratitudine o l'ambizione lo riteneva ai servigi di Teofilo, e per
felice combinazione fu conosciuto dalla Corte. Avvenne che un famoso
lottatore, ch'era cogli ambasciatori della Bulgaria, aveva sfidato in
tempo del convito reale il più coraggioso e robusto che fosse tra i
Greci. Fu vantata la forza di Basilio, il quale accettò la disfida, e al
primo urto gettò il Barbaro a terra. Era stato deciso di tagliare i
garetti a un bellissimo cavallo indomabile ad ogni prova; Basilio lo
soggiogò coll'intrepidezza e destrezza solita, ed ottenne quindi un
impiego decoroso nella scuderia imperiale; ma non era possibile entrar
nelle grazie del Re, senza adattarsi ai suoi vizi. Il nuovo favorito
divenne gran ciamberlano del palazzo, e si tenne in posto con un
matrimonio vituperevole, sposando una concubina del principe, col
disonore della sorella, che succedette alla precedente. Erano state
abbandonate le cure amministrative a Cesare Barda fratello e nimico di
Teodora. Le drude di Michele gli dipinsero lo zio come uomo odioso, e da
temersi; fu scritto a Barda, che si abbisognava della sua persona per
l'impresa di Creta; questi uscì di Costantinopoli, e il ciamberlano lo
pugnalò sotto gli occhi dell'Imperatore nella tenda stessa ove gli dava
udienza. Un mese dopo quest'azione ottenne Basilio il titolo d'Augusto,
e il governo dell'Impero; egli sopportò questa associazion disuguale
sino a tanto che si credette sicuro della stima del popolo. Per un
capriccio dell'Imperatore ne fu posta a repentaglio la vita: Michele
avvilì la sua dignità, dandogli un secondo collega, che aveva servito da
remigante nelle Galee; tuttavolta non può considerarsi l'assassinio del
suo benefattore che come un atto d'ingratitudine e di tradimento; e le
chiese, ch'egli dedicò a S. Michele, furono una ben puerile e misera
espiazione dal suo misfatto.

La vita di Basilio I può nelle sue epoche diverse paragonarsi a quella
d'Augusto. Per la sua condizione non ebbe campo il Greco nella prima
gioventù d'invadere la patria con un esercito, nè di proscrivere i più
nobili de' suoi concittadini; ma la sua indole ambiziosa si piegò a
tutti gli artificii d'uno schiavo; seppe celare l'ambizione medesima ed
anche le sue virtù, e con un assassinio s'insignorì dell'Impero, cui
poscia resse con prudenza ed amore paterno. Ponno per avventura essere
in contraddizione gl'interessi d'un individuo co' suoi doveri; ma un
monarca assoluto mancherebbe di buon senso o di coraggio, separando la
sua felicità dalla gloria, o la sua gloria dalla felicità pubblica.
Sotto la lunga dominazione de' suoi discendenti fu scritta e pubblicata
la vita, o sia il panegirico di Basilio; ma la stabilità di quelli sul
trono debbe attribuirsi al sommo merito di lui. Suo nipote l'Imperator
Costantino ha voluto darci, nel descriverne il carattere, il ritratto
perfetto d'un vero monarca; e se questo debole principe non avesse
copiato un degno modello, non si sarebbe di leggieri elevato cotanto al
di sopra delle sue proprie idee e della propria condotta; ma il più
sicuro elogio di Basilio è riposto nel paragone del miserabile stato
della monarchia, quale la rapì egli a Michele, collo stato florido della
medesima, quale alla dinastia Macedone egli la trasmise. Con mano
prudente represse abusi consacrati dal tempo e dall'esempio. Se non
risvegliò il valor nazionale, restituì per lo meno all'Impero romano
qualche ordine e maestà. Era instancabile la sua applicazione, freddo il
naturale, fermo il senno, rapide le decisioni, ed osservava quella rara
e salutevole moderazione che tiene le virtù a un'uguale distanza dai
vizi contrari. Il servigio militare era tutto ristretto nell'interno del
palazzo: non ebbe nè il coraggio nè i talenti d'un guerriero; nondimeno
sotto il suo regno furono ancora formidabili ai Barbari l'armi romane.
Come tosto col rimettere la disciplina e gli esercizi militari ebbe
creato un nuovo esercito, comparve in persona sulle sponde dell'Eufrate;
atterrò l'orgoglio dei Saracini, e soffocò la pericolosa come che giusta
rivolta de' Manichei. Sdegnato contro un ribelle che gli era sfuggito
lungo tempo di mano, chiese la grazia a Dio di conficcare tre dardi nel
capo di Crisochiro; così nomavasi il suo nemico. Quel capo abbominato,
ch'egli aveva ottenuto per tradimento più che pel suo coraggio, fu
impeso ad un albero, ed esposto tre volte alla destrezza dell'arciere
imperiale; vile vendetta, più degna del secolo che dell'indole di
Basilio; ma la sua abilità principale si fece palese nell'amministrare
le pubbliche rendite, e le leggi. A riempire l'erario esausto gli fu
proposto di rivedere le donazioni malfatte del suo predecessore; fu egli
abbastanza saggio per ripigliarne la sola metà, e così si procacciò una
somma d'un milione e dugentomila lire sterline, con che provvide ai
bisogni più urgenti, e guadagnò tempo per eseguire le riforme
economiche. Tra i diversi divisamenti, diretti ad accrescere la sua
entrata, se gli propose una nuova maniera di tributo, che avrebbe messo
i contribuenti sotto il soverchio arbitrio degli esattori. Gli presentò
subito il ministro una lista di agenti onesti, e capaci per
quell'impiego. Avendoli da sè stesso esaminati, Basilio non ne trovò che
due degni d'esercitare sì pericoloso ufficio, e questi giustificarono la
stima ch'egli n'ebbe, ricusando questo contrassegno di fiducia. Ma le
assidue premure dell'Imperatore rimisero a poco a poco l'equilibrio tra
le proprietà e le contribuzioni; tra l'entrata e l'uscita fu assegnata
una somma particolare per ogni ramo di spesa, e con un metodo pubblico
furono assestati gl'interessi del principe, e quelli de' proprietari.
Dopo avere riformato il lusso della propria tavola, volle che due
demanii patrimoniali provvedessero a questa qualità di spese; le
imposizioni pagate dai sudditi servivano per la lor difesa, e il
restante ad abbellire la capitale e le province. Quantunque dispendioso
può il gusto per le fabbriche avere scusa, e meritare elogi qualche
volta, avvegnachè alimenta l'industria, promove le arti, e concorre
all'utilità o ai piaceri del Pubblico. Sensibili sono i vantaggi d'una
strada, di un acquedotto, d'uno spedale: le cento Chiese innalzate da
Basilio furono un tributo pagato alla divozione del suo tempo. Egli si
mostrò attivo ed imparziale, come giudice; bramava salvare gli accusati,
ma non temeva di condannarli, e severamente puniva gli angariatori del
popolo: quanto poi ai nemici personali, cui sarebbe stato imprudenza il
perdonare, dopo aver fatto cavar loro gli occhi, gli condannava ad una
vita di solitudine e di penitenza. I cangiamenti sopravvenuti nel
linguaggio e nei costumi volevano una revisione della giurisprudenza di
Giustiniano; quindi fu compilato in quaranta titoli e in lingua greca il
voluminoso corpo dell'Istituta, delle Pandette, del Codice e delle
Novelle; e se le Basiliche furono perfezionate e compiute dal figlio e
dal nipote, a Basilio per altro conviene originariamente attribuirne il
merito. Per un accidente di caccia ebbe fine il suo regno glorioso. Un
cervo furibondo intricò le sue corna nel cinto di Basilio, e lo levò da
cavallo. L'Imperatore fu liberato da un uomo del seguito, che tagliò il
cinto, e uccise la bestia, ma per la caduta, o per la febbre, che ne fu
conseguenza, rimase indebolito il vecchio monarca, e morì nel suo
palazzo, in mezzo ai pianti della famiglia e del popolo. Se, come è
fama, fece troncar la testa al fido servo ch'ebbe il coraggio di far uso
della spada sulla persona del suo sovrano, convien credere, che
l'orgoglio del dispotismo, sopito finchè visse, si risvegliasse ne' suoi
ultimi giorni, quando omai perduta avea la speranza di vivere.

[A. D. 886]

Dei quattro figli dell'Imperatore, uno morì prima di lui, e fu
Costantino; in quell'occasione il suo dolore e la sua credulità si
lasciarono illudere dalle adulazioni d'un impostore, e da un'apparizione
immaginaria. Stefano il più giovane, stette contento degli onori di
Patriarca e di Santo; Leone ed Alessandro ebbero entrambi la porpora; ma
il solo primogenito tenne le redini del Governo. Leone VI conseguì il
glorioso soprannome di _filosofo_; e senza dubbio l'accoppiare le
qualità di principe e di saggio, le virtù operative e le speculative,
giova molto a perfezionare l'umana natura; ma molto mancò a Leone per
pretendere questa perfezione ideale. Di fatto seppe egli per avventura
sottomettere le passioni e le brame sue all'impero della ragione? Passò
la vita in mezzo alla pompa della Corte, e nel consorzio delle sue mogli
e delle concubine; e non si può attribuire che alla dolcezza e indolenza
del suo naturale la clemenza da lui dimostrata, e la pace che s'adoperò
a mantenere. Chi oserebbe asserire ch'egli vincesse i proprii
pregiudizi, e quelli dei sudditi? Dalla più puerile superstizione era
ottenebrato il suo spirito; sanzionò colle leggi l'autorità del clero, e
gli errori del popolo; e gli oracoli, con cui rivelò in uno stile
profetico i destini dell'Impero, sono fondati su l'astrologia e la
divinazione. Chi ben guardi l'origine di quel soprannome di filosofo,
apparirà, che non fu tanto ignorante quanto la maggior parte de' suoi
contemporanei o appartenessero all'Ordine ecclesiastico, o al civile;
che dal dotto Fozio fu diretta la sua educazione, e ch'egli compose o
pubblicò assai opere sotto il suo nome in argomenti sacri e profani; ma
un suo torto domestico, la moltiplicità cioè de' suoi matrimoni,
pregiudicò la sua riputazione di filosofo, e d'uomo religioso.
Predicavansi sempre dai monaci le massime antiche sui pregi e la santità
del celibato, ed erano pur professate dalla nazione. Era permesso il
matrimonio, come un mezzo necessario alla propagazione del genere umano.
Dopo la morte d'uno de' conjugi, potea la debolezza, o il vigor della
carne, condurre il superstite a un _secondo_ matrimonio, ma un terzo era
considerato quasi una specie di fornicazione, e il celebrar le quarte
nozze era un peccato, ed uno scandolo ancora ignoto ai cristiani
dell'Oriente. L'Imperator Leone esso stesso nel principio del suo regno
aveva abolito lo stato civile delle concubine, e condannati i terzi
matrimoni, senza annullarli. Ma guari non andò, che il patriottismo e
l'amore l'indussero a violare le proprie leggi, e ad incorrere nella
pena che in simil caso aveva ai sudditi imposta. Non avendo figli dei
tre primi letti avea d'uopo l'Imperatore d'una compagna, e richiedeva
l'Impero un erede legittimo. La bella Zoe fa introdotta nella Corte per
concubina, e allorchè, partorendo, a Costantino ebbe dato prove di
fecondità, dichiarò l'Imperatore le sue intenzioni di legittimare la
madre e il figlio, e di celebrare le quarte nozze. Il Patriarca Nicola
gli ricusò la benedizione, e Leone non potè indurlo a battezzare il
principino, che a patto di congedare la sua amante; ma per l'opposito,
avendola sposata, fu escluso dalla comunione dei Fedeli. Nè le minacce
dell'esilio, nè la disfatta dei confratelli, non l'autorità della Chiesa
latina, non il pericolo d'interrompere, o di lasciare incerta la
successione al trono, valsero a piegare l'inflessibile monaco. Morto
Leone fu egli richiamato dal luogo della sua relegazione, e ricuperò le
cariche tanto ecclesiastiche che civili. Costantino, figlio di Leone,
coll'editto d'unione promulgato in suo nome, che condanna in avvenire
come scandalose le quarte nozze, impresse tacitamente una macchia sul
proprio natale.

[A. D. 911]

Nella lingua greca _porphyra_ vuol dir porpora, e invariabili essendo i
colori naturali, possiamo conchiudere, che la porpora tiria degli
antichi fosse un rosso scuro e carico. Un appartamento del palazzo di
Bizanzio era addobbato di porfira, ed era abitato dalle Imperatrici
quando erano incinte; quindi per indicare la qualità regia dei loro
nati, chiamavansi porfirogeniti, che vale nati nella porpora. Gran
numero d'Imperatori romani aveva avuto figli; ma Costantino VII prese
per la prima volta questo particolar soprannome. Durò il suo regno di
titolo quanto la sua vita; sei per altro de' suoi cinquantaquattr'anni
precedettero la morte del padre: il figlio di Leone fu sempre o di buon
grado, o per forza sottomesso a quelli che prendeano autorità sopra la
sua debolezza, o abusavano della sua fiducia. Alessandro, suo zio,
investito del titolo d'Augusto da lungo tempo, fu il primo collega, e il
primo padrone del principino; ma rapidamente correndo le vie del vizio e
delle follìe, il fratello di Leone in breve s'acquistò la riputazion
dell'Imperatore Michele per questo riguardo: e quando la morte lo colse,
covava nell'animo il pensiere di togliere al nipote la facoltà d'aver
figli, e di lasciare a un indegno favorito l'Impero. Gli altri anni
della minorità di Costantino furono soggetti alla madre Zoe, consigliata
successivamente da sette reggenti, che solo curando i propri interessi,
e sbramando ogni lor passione, lasciavan la repubblica abbandonata, si
soppiantavano a vicenda, e finalmente sparvero davanti a un guerriero,
che si fece padrone dello Stato. Romano Lecapeno, di nascita oscura, era
pervenuto al comando delle armate navali, e nell'anarchia dell'Impero
aveva saputo meritare o certamente ottenere la stima della nazione. Uscì
della foce del Danubio con una squadra vittoriosa e devota a lui; giunto
al porto di Costantinopoli fu salutato coi titoli di liberatore dei
popolo e di tutore del principe. Una nuova denominazione, cioè di padre
dell'Imperatore, spiegò il suo officio; ma presto ebbe a sdegno Romano
un'autorità inferiore e da ministro, e quindi intitolatosi Cesare, prese
tutta l'independenza di Re, e dominò quasi per venticinque anni. I suoi
tre figli Cristoforo, Stefano e Costantino ebbero l'un dopo l'altro gli
stessi onori; per il che discese dal primo al quinto grado il legittimo
Imperatore in quel collegio di principi. Dovè tuttavolta esser pago
della sua fortuna, e della bontà degli usurpatori, giacchè conservò la
vita e la corona. Gli esempi della Storia antica e della moderna
avrebbero agevolmente scusata l'ambizion di Romano, il quale avea nelle
mani i poteri e la legislazion dell'Impero; e la nascita illegittima di
Costantino ne avrebbe giustificata l'esclusione, nè costava gran fatica
l'aprire una tomba o un monastero alla figlia di Costantino; ma Lecapeno
non avea, per quanto pare, nè i vizi, nè le virtù d'un tiranno. Svani
nello splendore del trono il valore e l'attività della sua vita privata;
tuffatosi nel fango delle voluttà, pose in non cale la sicurezza della
Repubblica, non che della propria famiglia; ma religioso e mite di
naturale, rispettò la santità dei giuramenti, l'innocenza del giovine
Costantino, la memoria di Leone, e l'affetto del popolo. Il genio che
avea Costantino per gli studii e pel ritiro potè disarmare la gelosia
d'autorità; i libri e la musica, la penna e il pennello erano le sue
continue ricreazioni; e se impinguò di fatto la scarsa sua entrata colla
vendita de' suoi quadri, senza che se ne aumentasse il valore pel nome
dell'artista, ebbe bastevoli talenti coi quali pochi principi
potrebbero, come lui, formarsi un sussidio nelle avversità.

[A. D. 945]

I vizi condussero Romano e i suoi figli alla rovina. Morto Cristoforo,
il primogenito, gli altri due, discordi fra loro, cospirarono alla vita
del padre. Sull'ora del mezzodì, ch'era il momento della giornata nel
quale si congedavano dal palazzo i forestieri, entrarono quelli nel suo
appartamento, accompagnati da gente armata, e nel menarono vestito da
monaco nella isoletta della Propontide, dove stava una Comunità
religiosa. Allo strepito di questa rivoluzione domestica fu piena di
confusione la città; ma Porfirogenito, legittimo Imperatore, fu il solo
oggetto delle cure del Pubblico; e da una tarda esperienza impararono i
figli di Lecapeno, che aveano mandato ad effetto per un rivale il
colpevole e pericoloso disegno. Elena, lor sorella, e moglie di
Costantino, imputò loro l'intenzione, vera o falsa, d'assassinare suo
marito in un banchetto; ne sbigottirono i suoi partigiani: e i due
usurpatori prevenuti nelle lor mosse, vennero presi, spogliati della
porpora, e imbarcati per l'isola ed il monastero, ove poco stante aveano
confinato il padre. Il vecchio Romano li ricevette alla riva con un
sorriso di beffa, e dopo averli giustamente rimbrottati d'ingratitudine
e di follìa, offerse a ciascheduno de' suoi due colleghi all'Impero una
porzione dell'acqua e dei cibi vegetali, che formavano i suoi pasti.
Costantino VII contava i quarant'anni, quando divenne possessore
dell'Impero d'Oriente, e vi regnò, o parve che regnasse, per quindici
anni in circa. Gli mancava quell'energia che avrebbe potuto portarlo ad
una vita attiva e gloriosa; gli studii che aveano dilettato ed onorato i
suoi ozii, non erano più compatibili coi seri doveri di sovrano.
L'Imperatore invece di reggere i suoi Stati, s'intertenne ad insegnare
al figlio la teorica dell'arte di governare: dedito all'intemperanza e
alla pigrizia, lasciò cadere le redini dell'amministrazione in mano
d'Elena, sua moglie, che coi capricci del suo favore, facea sempre
desiderare il ministro ch'ella rimoveva, sostituendone un altro più
indegno. Nulla di meno per la sua nascita, e per le disgrazie,
Costantino era divenuto caro ai Greci; i quali ne scusarono i difetti,
ne rispettarono il sapere, l'innocenza, la carità, l'amore per la
giustizia, e onorarono la pompa de' suoi funerali con lagrime sincere.
Secondo l'antica usanza fu esposto il suo corpo con grande apparato nel
vestibolo del palazzo, e gli ufficiali dell'ordine civile e militare, i
patrizi, il senato ed il clero vennero ciascheduno la loro volta a
venerare e a baciare la spoglia esanime del loro sovrano. Prima che la
processione funebre partisse verso il luogo che serviva di sepoltura
agl'Imperatori, un araldo pronunciava questo spaventevole avviso:
«Alzati, o Re della Terra, e obbedisci agli ordini del Re dei Re».

[A. D. 959]

Fu voce che Costantino fosso morto avvelenato: Romano, suo figlio, che
aveva preso il nome dell'avo materno, succedette nel trono di
Costantinopoli. Un principe, che di vent'anni era sospetto d'aver
accelerato il momento in cui doveva ereditar da suo Padre, era, non v'ha
dubbio, perduto nella pubblica opinione; ma piuttosto che malvagio, era
debole, e s'imputava in gran parte questo delitto a sua moglie Teofane,
donna di bassa nascita, di spirito ardito e di depravati costumi. Era
ignoto al figlio di Costantino il sentimento della gloria personale e
della pubblica felicità, veri diletti di chi regna; e mentre i due
fratelli, Niceforo e Leone, trionfavano dei Saracini, egli logorava in
un ozio perpetuo i giorni dovuti al suo popolo. Nella mattina andava al
circo; a mezzodì riceveva al suo desco i senatori; passava quasi tutto
il dopo pranzo nello _Sferisterio_, o sia giuoco della palla, unico
teatro del suo valore. Varcando poscia sulla riva asiatica del Bosforo,
cacciava e uccideva quattro cignali de' più grandi e gagliardi; poi
tornava al palazzo, lieto e superbo delle sue fatiche del giorno. Era
notabile fra gli uomini della sua età per forza ed avvenenza; era di
statura diritta ed alta come un giovine cipresso: di carnagione bianca e
vivace; gli occhi erano parlanti, larghe le spalle; il naso lungo e
aquilino. Tanti pregi per altro non valsero a fissare l'amor di Teofane,
la quale dopo un regno di quattro anni, recò a suo marito un beveraggio
pari a quello ch'ella aveva apprestato a suo padre.

[A. D. 963]

Dal matrimonio con quest'empia femmina ebbe Romano due figli, che
ascesero il trono col nome di Basilio II e di Costantino IX, e due
figlie, chiamate Anna e Teofane. L'ultima sposò Ottone II, Imperator
d'Occidente; Anna fu maritata a Volodimiro, gran Duca e Apostolo di
Russia, ed essendosi congiunta sua nipote ad Arrigo I Re di Francia, il
sangue de' Macedoni, e quello forse degli Arsacidi, scorre tuttavia per
le vene della famiglia Borbonica. Morto il marito, volle l'Imperatrice
regnare sotto il nome de' figli, l'un de' quali aveva cinque anni, e
l'altro due. E presto s'avvide, quanto instabile fosse un trono che non
aveva altra colonna che una femmina, che non poteva essere stimata, e
due figli, che non poteano essere temuti. Allora volse gli occhi intorno
per rinvenire un protettore, e si gittò nelle braccia del guerriero più
prode: era essa facile, e poco dilicata in amore; ma tanto era deforme
il nuovo amante, che diede a credere, essere l'interesse per avventura
il motivo e la scusa di questo legame. Niceforo Foca avea in faccia al
popolo due meriti; quelli d'eroe e di santo. In quanto al primo egli
vantava belle e singolari prerogative: discendente di lignaggio
illustre, per imprese guerresche s'era segnalato in tutti i gradi e in
tutte le province col valor d'un soldato, e coll'arte d'un Generale, ed
avea pocostante aggiunto alla sua gloria la rilevante conquista
dell'isola di Creta: era un poco equivoca la sua religione, e il
cilicio, i digiuni, il palar devoto, l'intenzione che palesava di
ritirarsi dal Mondo, servivano di maschera ad una profonda e pericolosa
ambizione. Seppe per altro illudere un santo Patriarca, per
interposizione del quale ottenne dal senato un decreto, che gli dava
durante la minorità dei giovani principi l'assoluto comando degli
eserciti dell'Oriente. Non così tosto ebbe in pugno la fede dei Capi e
dei soldati, marciò arditamente a Costantinopoli; schiacciò i suoi
nemici; pubblicò la sua intelligenza coll'Imperatrice, e senza degradare
i figli di Teofane, prese col titolo d'Augusto la preminenza della
dignità, e la pienezza del potere; ma il Patriarca, che l'aveva portato
al soglio, non gli permise di sposare Teofane. Per questo secondo
matrimonio fu quindi assoggettato ad una pena canonica d'un anno: se gli
opponeva un'affinità spirituale, e fu d'uopo ricorrere a sutterfugii ed
a spergiuri, per attutire gli scrupoli del clero e del popolo. Perdè
l'Imperatore sotto la porpora l'amor della nazione, e in un regno di sei
anni si tirò addosso l'odio dei forestieri, non che dei sudditi, i quali
riscontrarono, in lui l'ipocrisia e l'avarizia del primo Niceforo. Io
non mi proverò a discolpare od a palliare l'ipocrisia, ma non mi
periterò d'osservare, che l'avarizia è quel vizio che più prestamente si
crede, e che si condanna con più severità. Se si tratta d'un cittadino,
rare volte abbiam cura d'esaminarne la fortuna e le spese: nel
depositario della sorte pubblica, l'economia è sempre una virtù, e
troppo spesso l'aumentare le imposizioni è un dovere indispensabile.
Niceforo, che aveva mostrato il suo animo generoso nell'usare del suo
patrimonio, consacrò scrupolosamente le pubbliche entrate a pro dello
Stato. Col ritorno d'ogni primavera osteggiava contro i Saracini in
persona, e poteano agevolmente i Romani calcolare le somme, che
provenienti dalle contribuzioni erano state spese per trionfi, per
conquisti, e per la sicurezza della frontiera dell'Oriente.

[A. D. 969]

Fra i guerrieri che lo avevano condotto a regnare, e che servivano sotto
le sue bandiere, Giovanni Zimiscè, prode Armeno e di nobile famiglia,
era quello che avea meritate ed ottenute le ricompense più segnalate.
Era di statura men che mediocre, ma in così picciolo corpo, ove stavano
accoppiate forza e bellezza, s'annidava l'anima d'un eroe. Il fratello
dell'Imperatore portando invidia alla sua fortuna, lo fece cadere dal
grado di General dell'Oriente in quello di direttor delle poste; e
perchè quegli osò dolersene, fu punito colla disgrazia e coll'esilio. Ma
Zimiscè era annoverato fra i moltissimi amanti dell'Imperatrice, e per
opera di lei ottenne di dimorare in Calcedonia nei contorni della
Capitale: s'ingegnò nelle sue visite amorose e clandestine di
compensarla di questa prova della sua bontà, e quindi Teofane consentì
lietamente alla morte d'un marito avaro e schifoso. Furono nascosti
nelle stanze più secrete del palazzo arditi e fedeli congiurati, e nelle
tenebre d'una notte d'inverno, Zimiscè e i Capi della trama
s'imbarcarono in una scialuppa, attraversarono il Bosforo, approdarono
nei dintorni del palazzo, e salirono cheti cheti per una scala di corda,
gettata dalle donne dell'Imperatrice. Nè la diffidenza di Niceforo, nè
gli avvisi datigli dagli amici, nè il tardo soccorso di suo fratello
Leone, nè quella specie di Fortezza, ch'egli avea formata nel suo
palazzo, valsero a difenderlo contro un nemico domestico, alla voce del
quale tutte le porte s'aprivano agli assassini. Stava egli dormendo
sopra una pelle d'orso distesa per terra; riscosso dallo strepito dei
congiurati, vide trenta pugnali alzati sul suo petto. Non è ben certo
che Zimiscè bagnasse le mani nel sangue del suo sovrano; ma per altro
ebbe il barbaro piacere di rimanersi spettatore della propria vendetta.
L'insultante atrocità dei sicarii ritardò per qualche istante la morte
dell'Imperatore: appena dalle finestre del palazzo fu mostrata alla
plebe la testa di Niceforo, cessò il tumulto, e l'Armeno fu acclamato
Imperatore d'Oriente. Nel giorno prescelto per la sua incoronazione,
l'intrepido Patriarca, fermatolo sulla porta della Chiesa di Santa
Sofia, gli dichiarò, che reo siccome egli era dei delitti d'assassinio e
di tradimento, dovea almeno in contrassegno di penitenza, separarsi da
una complice anche più colpevole di lui stesso. Forse questo trasporto
di zelo apostolico non dispiacque molto al nuovo Imperatore, che non
potea conservare amore, nè fiducia per una donna, la quale avea tante
volte violato i più sacri doveri. Così adunque invece d'essere a parte
del trono, Teofane fu ignominiosamente cacciata dal suo letto e dal suo
palazzo. Costei nel loro ultimo abboccamento si abbandonò agl'impeti
d'una rabbia forsennata ed inutile; accusò l'amante d'ingratitudine, si
sfogò in ingiurie, sino a battere il figlio Basilio, il quale stava,
silenzioso e sommesso davanti un collega, suo superiore; e confessando
le sue prostituzioni osò ella dichiarare, esser lui il frutto d'un
adulterio. Coll'esilio di questa donna sfacciata, e col gastigo di
parecchi de' suoi complici più oscuri, l'indignazione pubblica fu
soddisfatta. Si perdonò a Zimiscè la morte d'un principe detestato dal
popolo, ed egli collo splendore delle sue virtù fece sparire la memoria
del suo delitto. Forse la sua prodigalità fu meno utile allo Stato
dell'avarizia di Niceforo; ma la dolcezza e la generosità del suo animo
incantarono tutti quelli che lo corteggiavano, ed egli non calcò le
pedate del suo predecessore fuorchè nel sentiero della vittoria. Passò
nei campi la più gran parte della sua vita monarchica; segnalò il suo
valor personale, e la sua attività sul Danubio e sul Tigri, confini un
tempo dell'Impero romano, e trionfando dei Russi e dei Saracini, si
meritò il titolo di salvator dell'Impero, e di domator dell'Oriente.
Quando tornò dalla Siria per l'ultima volta osservò che gli eunuchi
erano possessori delle terre più fertili delle sue nuove province, e con
virtuoso sdegno esclamò. «Abbiam dunque dato battaglie, e fatto
conquisti per giovare a costoro? Per costoro adunque versiamo il sangue,
e spendiamo i tesori del popolo?» Questi rimbrotti sonarono sino in
fondo al palazzo, e la morte di Zimiscè diede forti indizi di veleno.

[A. D. 976]

Durante quest'usurpazione, o se vuolsi reggenza di dodici anni, i due
Imperatori legittimi, Basilio e Costantino, erano arrivati senza fama
all'età virile. Per la giovinezza loro non s'era potuto lasciare ad essi
l'autorità; s'erano contenuti verso il tutore con quella rispettosa
modestia dovuta alla sua età, e al suo merito, e questi, che non avea
figli, non pensò a privarli della corona: amministrò fedelmente e
saggiamente il lor patrimonio, e però la morte prematura di Zimiscè fu
pei figli di Romano una perdita più che un vantaggio. Per difetto
d'esperienza dovettero vegetare ancora nella oscurità altri dodici anni,
sotto la tutela d'un ministro che prolungò il suo dominio col
persuaderli a darsi in braccio ai divertimenti giovanili, e
coll'ispirare in essi fastidio per le occupazioni del Governo. Il debole
Costantino si rimase per sempre allacciato nelle reti di seduzione, tese
d'intorno a lui: ma il suo fratello maggiore, che sentiva gl'impulsi
d'un animo grande, e il bisogno d'operare, aggrottò il ciglio, e il
ministro disparve. Basilio fu riconosciuto per sovrano di
Costantinopoli, e delle province d'Europa. Ma l'Asia era oppressa da
Foca e da Sclero, che ora amici ora nemici, ora sudditi ed ora ribelli,
si mantenevano independenti, e si ingegnavano di procacciarsi la fortuna
di tanti usurpatori che li aveano preceduti. Contro questi nemici
domestici primieramente balenò la spada del figlio di Romano, ed essi
tremarono davanti a un principe, armato di coraggio e della forza delle
leggi. Sul punto di combattere, Foca colto da un dardo, se pure non fu
per effetto di veleno, cadde di cavallo nella fronte del suo esercito.
Sclero, che due volte era stato carico di catene, e due volte vestito
della porpora, bramava di terminar tranquillamente i pochi giorni che
gli restavano. Quando questo vecchio, cogli occhi bagnati di lagrime,
con piè vacillanti, e appoggiato a due uomini del suo seguito,
s'appressò al trono, l'Imperatore con tutta l'insolenza della gioventù e
del potere, esclamò: «È questi dunque l'uomo, che abbiam temuto per
tanto tempo?» Basilio s'era fatto forte sul trono, ed aveva richiamata
la quiete nell'Impero; ma pensando alla gloria militare di Niceforo e di
Zimiscè, non potea dormire tranquillo nel suo palazzo. Le lunghe e
frequenti imprese da lui fatte contra i Saracini, furono più gloriose
che profittevoli allo Stato; ma distrusse il reame dei Bulgari, e pare
che questo fosse il più gran trionfo dell'armi romane, dal tempo di
Belisario in poi. Pure i suoi sudditi, invece di decantare un principe
vittorioso, ne detestarono l'avidità e l'avarizia; e nel racconto
imperfetto che ci rimase delle sue imprese, non si vede che il coraggio,
la pazienza e la ferocia d'un soldato. Il suo spirito era stato guasto
da un'educazione viziosa; ma non avea per questo perduta la sua energia;
era ignaro d'ogni maniera di scienze, e pareva, che la ricordanza del
suo avolo, così dotto e così debole a un tempo, scusasse il suo
disprezzo, o vero o finto, per le leggi e pei giureconsulti, per le arti
e per gli artisti. Con tal carattere, ed in quel secolo, dovea prendere
la superstizione un dominio saldo e sicuro: dopo le prime sregolatezze
della gioventù, Basilio II si sottomise e in Corte e in campo a tutto le
mortificazioni d'un romito; portava una cocolla sotto l'abito e sotto
l'armatura; fece voto di continenza, e l'osservò, e interdisse a sè
stesso per sempre l'uso del vino e della carne. Nell'età di
sessantott'anni, sospinto dal suo genio marziale, era in procinto
d'imbarcarsi per una santa spedizione contro i Saracini della Sicilia;
lo prevenne la morte, e Basilio soprannominato il terrore dei Bulgari,
lasciò questo Mondo in mezzo alle benedizioni del clero, e alle
imprecazioni del popolo. Dopo lui, suo fratello, Costantino, godette per
tre anni circa il potere, o piuttosto i piaceri del regno, e non si
prese per l'Impero altra cura che quella di scegliersi un successore;
aveva portato sessantasei anni il titolo di Augusto, e il regno di
questi due fratelli è il più lungo e il più oscuro della monarchia di
Bizanzio.

Per tal successione in retta linea di cinque Imperatori della stessa
famiglia, che aveano occupato il trono in un periodo di cento
sessant'anni, s'erano affezionati i Greci alla dinastia Macedone,
rispettata tre volte dagli usurpatori del potere. Morto Costantino IX,
l'ultimo maschio di quella Casa apre una nuova scena meno regolare, in
cui la durata del regno di dodici Imperatori non giunge a quella del
regno di Costantino IX. Il suo fratel maggiore avea preposto
all'interesse pubblico il merito particolare della castità, e Costantino
non avea avuto che tre figlie; Eudossia che si fece religiosa, Zoe e
Teodora: erano già venute mature d'anni nell'ignoranza e nella
verginità, quando nel Consiglio del padre moribondo si trattò di
maritarle. Teodora, troppo devota, o di troppo freddo temperamento, non
volle dare un erede all'Impero; ma Zoe consentì di presentarsi, vittima
volontaria, all'altare. Le fu destinato a marito Romano Argiro,
patrizio, leggiadro di persona, e di nome accreditato; al ricusare ch'ei
fece un tal onore, gli si dichiarò, che non obbedendo, non gli restava
che la scelta fra la morte e la perdita della vista. Era egli
ammogliato, e il motivo della sua resistenza era appunto l'amore,
ch'avea per la moglie; ma questa donna generosa sagrificò la propria
felicità alla sicurezza e grandezza del marito, e chiudendosi in un
monastero, tolse di mezzo l'unico ostacolo, che gl'impedia di unirsi
alla famiglia imperiale. Dopo la morte di Costantino, passò lo scettro
nelle mani di Romano III; ma la sua amministrazione interna, e le sue
esterne imprese furono parimenti deboli ed infruttifere; l'età di Zoe,
giunta in allora al quarantottesimo anno, la rendette poco atta a dare
grandi speranze di posterità; pure acconsentiva ancora ai piaceri
amorosi, e di fatto onorava l'Imperatrice del suo favore uno de' suoi
ciamberlani, il bel Michele di Paflagonia, il cui primo mestiere era
stato quello di cambiator di monete. Per gratitudine o per ispirito di
giustizia secondava Romano questo colpevole amore, o credeva di leggieri
alle prove della loro innocenza; ma non andò guari, che Zoe verificò
quella massima romana, che una moglie adultera è capace d'avvelenare il
marito; la morte di Romano, a grande scandolo dell'Impero, fu tosto
seguita dal matrimonio di Zoe, e dall'avvenimento del suo amante al
trono sotto il nome di Michele IV. Varie furono però le speranze di Zoe;
in vece d'un amante pieno di vigore e di gratitudine, non aveva essa
posto nel talamo che un miserabile infermiccio, la salute e la ragione
del quale erano indebolite da accessi d'epilepsia, e lacerata la
coscienza dalla disperazione e dai rimorsi. Si chiamarono in soccorso di
Michele i medici i più famosi del corpo e dell'anima; si cercava di
divertirne la inquietudine con frequenti viaggi alle acque, e sulle
tombe dei Santi i più rinomati. Applaudivano i monaci alle sue
mortificazioni, e, toltane la restituzione, (ma a chi avrebb'egli
restituito?) impiegò tutti i modi, che allora credeva più opportuni ad
espiare la colpa. Mentr'egli andava gemendo e pregando sotto il sacco e
la cenere, suo fratello, l'eunuco Giovanni, prendea diletto de' suoi
rimorsi, e raccoglieva i frutti d'un delitto, di cui era stato in
secreto il più colpevole autore. Non ebbe nella sua amministrazione
altro scopo che quello di contentare la propria avarizia; e fu Zoe
trattata da schiava nel palazzo dei suoi padri, e da' suoi servi
medesimi. Accorgendosi l'eunuco, essere la malattia di suo fratello
irremediabile, pensò a far la sorte di suo nipote, che portava anch'egli
il nome di Michele, soprannominato Calafate dal mestiere di suo padre,
che lavorava alla carena dei vascelli. Seguì Zoe le volontà dell'eunuco;
adottò per suo figlio il figlio d'un operaio, e questo erede straniero
venne, alla presenza del senato e del clero, vestito del titolo e della
porpora dei Cesari. La debole Zoe fu oppressa dalla libertà e dal potere
ch'ella ricuperò alla morte del marito; pose quattro giorni dopo la
corona sul capo di Michele V, il quale con lagrime e giuramenti le avea
promesso d'esser sempre il più pronto e il più obbediente de' suoi
sudditi. Il suo regno durò poco, ed altro non offre che un esempio
odioso d'ingratitudine verso l'eunuco e l'Imperatrice, suoi benefattori.
Si vide con gioia la disgrazia dell'eunuco; ma susurrò Costantinopoli, e
lamentossi alla fine altamente dell'esilio di Zoe, figlia di tanti e
tanti Imperatori. I vizi di lei vennero dimenticati, ed imparò Michele,
che matura un tempo, in cui la pazienza degli schiavi più vili dà luogo
al furore ed alla vendetta. I cittadini d'ogni classe tumultuarono in
folla, e quella spaventevole sedizione durò pur tre giorni; assediarono
il palazzo, sforzarono le porte, levarono di prigione la _lor madre
Zoe_, Teodora di Monastero, e dannarono il figlio di Calafate a perdere
gli occhi o la vita. Videro i Greci con maraviglia sedere per la prima
volta sul medesimo trono due donne, presiedere al Senato, e dare udienza
agli Ambasciatori delle nazioni. Un governo così singolare non durò che
due mesi. Le due Imperatrici si detestavano secretamente; avevano esse
caratteri, interessi, e partigiani opposti. Sempre contraria Teodora al
matrimonio, Zoe invece infaticabile, in età di sessant'anni, consentì
tuttavia, pel ben pubblico, a soffrire le carezze d'un terzo marito, e
ad incontrare le censure della Chiesa greca. Questo terzo marito prese
il nome di Costantino X, e il soprannome di _Monomaco, solo
combattente_, parola ch'ebbe origine certamente dal valore da lui
manifestato o dalla vittoria da lui riportata in qualche pubblica, o
privata quistione. Ma i dolori della gotta lo tormentavano spesse volte,
e un tal regno dissoluto non presentò che un'alternativa d'infermità e
di piaceri. La bella vedova Sclerena di nobile famiglia, che aveva
accompagnato Costantino al suo esilio nell'isola di Lesbo, andava
superba del nome di sua favorita. Dopo le nozze di Costantino, e
l'innalzamento di lui al soglio, fu dessa investita del titolo
d'_Augusta_; la magnificenza della sua casa fu proporzionata a quella
dignità, ed abitò nel palazzo un appartamento contiguo a quello
dell'Imperatore. Zoe (tanta fu la sua delicatezza, ovvero corruzione)
permise quello scandaloso convivere, e presentossi Costantino in
pubblico fra la moglie e la concubina. Sopravvisse all'una e all'altra;
ma la vigilanza degli amici di Teodora, giunse in tempo a sturbare i
disegni di Costantino, il quale, sul finir de' suoi giorni, volea
cangiare l'ordine della successione; dopo la sua morte, rientrò essa,
per consenso dei popoli, in possessione del suo retaggio. Quattro
eunuchi governarono in pace, sotto il nome di lei, l'Impero d'Oriente; e
volendo prolungare il loro dominio, esortarono l'Imperatrice, in età
allora molta avanzata, di nominare Michele VI, suo successore. Dal
soprannome di Stratiotico si conosce, aver esso abbracciata la
profession militare; ma quel veterano, infermo e decrepito, non poteva
vedere che cogli occhi dei suoi ministri, e operare colle lor mani.
Mentr'egli andava innalzandosi al trono, Teodora, ultimo rampollo della
dinastia macedonica o basilica, scendeva nel sepolcro. Trascorsi
velocemente, e sono giunto con piacere alla fine di questo vergognoso e
distruttivo periodo di ventott'anni, durante il quale oltrepassarono i
Greci il comun limite della servitù, e, quasi vil gregge, furono
trasportati da padrone in padrone a capriccio di due femmine vecchie.

[A. D. 1057]

Rompe la notte di quella servitù un qualche lampo di libertà, o una
scintilla almeno di coraggio. Avevano i Greci conservato o ristabilito
l'uso dei soprannomi, che perpetuano la memoria delle virtù ereditarie;
e possiamo oramai distinguere il principio, la successione e le alleanze
dell'ultime dinastie di Costantinopoli e di Trebisonda. I Comneni, che
sostennero per qualche tempo l'Impero nel suo crollare, si diceano
nativi di Roma; ma era la loro famiglia domiciliata da molto tempo in
Asia. I loro retaggi patrimoniali trovavansi nel distretto di Castamona,
nei dintorni dell'Eusino; ed uno de' loro Capi, impelagato già nel mare
dell'ambizione, rivedea con tenerezza e forse con dispiacere il misero
tugurio, ma onorevole, de' suoi padri. Il primo personaggio conosciuto
di quella stirpe, fu l'illustro Manuele, che, regnante Basilio II, colle
sue battaglie, e co' suoi negoziati giunse a calmare le turbolenze
dell'Oriente. Lasciò due figli in tenera età, Isacco e Giovanni, che
colla certezza del merito legò alla gratitudine e al favore del sovrano.
Furono que' nobili giovani diligentemente ammaestrati in tutto ciò che
insegnavano i monaci, nelle arti del palazzo, e negli esercizi della
guerra; e dopo, aver servito nelle guardie, giunsero ben tosto al
comando degli eserciti e delle province. La loro fraterna unione
raddoppiò la forza ed il credito dei Comneni. Crebbero lo splendore
della loro antica famiglia, unendosi l'uno con una principessa di
Bulgaria, ch'era cattiva, e l'altro colla figlia d'un patrizio
soprannomato Caronte, a motivo dei moltissimi nemici da lui spediti al
fiume Stige. Aveano servito le schiere, loro malgrado, ma sempre
fedelmente, una caterva di effeminati Imperatori. Era l'innalzamento di
Michele VI un oltraggio a' Generali più prodi di lui; la parsimonia di
questo principe, e l'insolenza degli eunuchi aumentavano il disgusto di
quelli. Si radunarono di nascosto nella chiesa di Santa Sofia; e si
sarebbero raccolti i suffragi di quel Sinodo militare in favore di
Catacalone, vecchio e prode guerriero, se, per un sentimento di
patriottismo o di modestia, non avesse loro quel rispettabile veterano
ricordato, che la nobiltà dei natali e il merito devono essere congiunti
in colui che si vuole incoronato. Isacco Comneno unì tutti i voti. I
congiurati si separarono senza dilazione, e si condussero nelle pianure
della Frigia, capitanando le loro schiere, e i loro rispettivi
distaccamenti. Non potè Michele sostenere che una battaglia; ei non avea
sotto le sue bandiere che i mercenarii della guardia imperiale,
stranieri all'interesse pubblico, ed animati soltanto da un principio
d'onore e di gratitudine. Dopo la loro sconfitta, pieno di spavento
chiese l'Imperatore un trattato, e tale era la moderazione d'Isacco
Comneno, che già vi acconsentiva; ma venne Michele tradito da' suoi
ambasciatori, e Comneno avvertito da' suoi amici. Il primo, abbandonato
da tutti, si sottomise al voto del popolo; il Patriarca sciolse la
nazione dal giuramento prestato di fedeltà; e nel punto ch'ei rase il
capo dell'Imperatore, che rilegavasi in un monastero, si congratulò
seco, ch'egli cangiasse una corona terrestre col regno de' cieli; cambio
però che quell'ecclesiastico non avrebbe probabilmente accettato per sè
medesimo. Lo stesso Patriarca coronò solennemente Isacco Comneno; potè
la spada, ch'ei fece incidere sulle monete, essere risguardata come un
simbolo insultante, se indicar volea il diritto di conquista, ch'avea
assicurato il trono a Comneno; ma quella spada era stata sguainata
contro i nemici dello Stato, stranieri o domestici. Lo scadimento di
salute e di forze ne scemò l'attività; scorgendosi vicino a morire,
determinossi di porre qualche intervallo fra il soglio e l'eternità. Ma
in vece di lasciare l'Impero in dote a sua figlia, cedeva egli alla
ragione ed alla inclinazione che l'eccitavano a consegnare lo scettro
nelle mani di suo fratello Giovanni, principe guerriero e patriotta, e
padre di cinque figli, che mantener doveano la corona nella famiglia.
Nei modesti rifiuti di costui si potè da principio ravvisare un naturale
effetto della considerazione e dell'attaccamento che avea pel fratello,
e per la nipote; ma, nella sua inflessibile ostinazione in ricusare
l'Impero, avvegnachè abbellita dai colori della virtù, condannar si dee
una colpevole dimenticanza del proprio dovere, e una vera ingiuria, e
non comune, verso la famiglia e la patria. La porpora, che ei non volle
mai ricevere, fu accettata da Costantino Ducas, amico della Casa dei
Comneni, e che univa a nobili natali l'abitudine delle funzioni civili,
e credito in sì fatto genere di cose. Isacco si ritirò in un convento,
dove ricuperò la salute, e sopravvisse due anni all'abdicazione,
obbediente agli ordini del suo abate. Seguì la Regola di S. Basilio, e
fece gli uffizi i più servili del chiostro; ma l'avanzo di vanità, che
sotto l'abito monastico conservava tuttavia, venne appagato dalle visite
frequenti e rispettose, ch'ei ricevè dall'Imperator regnante, dal quale
era venerato qual benefattore e qual Santo.

[1067]

Se fu in realtà Costantino XI l'uomo il più degno dello scettro
imperiale, bisogna compiangere la degenerazione del suo secolo e del suo
popolo. Datosi egli a comporre puerili declamazioni, che non gli
poterono ottenere la corona dell'eloquenza, a' suoi occhi più preziosa
di quella di Roma, tutto intento agli uffici subalterni di giudice, pose
in non cale i doveri di sovrano e di guerriero. Anzi che imitare la
patriottica indifferenza degli autori del suo innalzamento, pareva non
avere altro a cuore Ducas che il potere e la fortuna dei figli, a danno
anche della Repubblica. Michele VII, Andronico I, e Costantino XII, suoi
tre figli, ebbero in tenera età il titolo d'Augusti; la morte del padre,
avvenuta non guari dopo, lasciò loro l'Impero da dividere. Affidò,
morendo, l'amministrazione dello Stato ad Eudossia, sua moglie; ma
dall'esperienza aveva egli imparato ch'ei dovea preservare la prole dai
pericoli d'un secondo matrimonio; promise Eudossia di non rimaritarsi, e
questa solenne protesta, sottoscritta dai principali senatori, fu
depositata nelle mani del Patriarca. Non erano trascorsi per anche sette
mesi, quando le bisogne d'Eudossia, o quelle dello Stato, parlarono
altamente in favore delle maschie virtù di un soldato; aveva il cuore di
lei già prescelto Romano Diogene, che dal palco di morte aveva condotto
al soglio. La scoperta d'una rea trama l'esponeva a tutto il rigor delle
leggi; la bellezza e il valore lo giustificarono agli occhi
dell'Imperatrice; lo condannò primieramente ad un esilio poco doloroso,
e il secondo giorno lo richiamo per farlo capitano degli eserciti
dell'Oriente. Ignorava il Pubblico allora ch'essa gli destinasse la
corona, e uno de' suoi mandatarii seppe giovarsi dell'ambizione del
Patriarca Sifilino per trargli di mano lo scritto, che avrebbe svelato
ad ognuno la mala fede, e la leggierezza dell'Imperatrice. Invocò da
principio Sifilino la santità dei giuramenti, e la venerazione dovuta ai
depositi; ma gli si diede ad intendere ch'Eudossia far volea Imperatore
il fratello di lui; i scrupoli allora si dissiparono, e confessò che la
pubblica sicurezza era la legge suprema; cedè lo scritto rilevante, e
alla nomina di Romano, perdendo ogni speranza, ei non poteva nè
ricuperare la carta che lo salvava, nè disdire il detto, nè opporsi alle
seconde nozze dell'Imperatrice. Udivansi però nel palazzo alcuni
susurri; i Barbari che lo custodivano agitavano le loro accette in
favore della Casa di Ducas, nè si acquetarono mai fino a tanto che
furono i giovani principi calmati dalle lagrime d'Eudossia, e dalle
solenni proteste che ricevettero della fedeltà del loro tutore, che
sostenne con gloria e dignità il titolo d'Imperatore. Narrerò più
innanzi l'infruttuoso valore, che egli oppose ai progressi dei Turchi.
La sconfitta e prigionia di lui portarono una ferita mortale alla
monarchia di Bizanzio; e, posto dal Sultano in libertà, non trovò nè la
moglie, nè i sudditi. Era stata Eudossia chiusa in un monastero, e
aveano i sudditi di Romano abbracciata quella rigida massima di legge
civile, che un uomo in poter del nimico è privo dei diritti pubblici e
particolari di cittadino, come colpito da morte. In mezzo alla generale
costernazione, fece valere il Cesare Giovanni l'inviolabile diritto de'
suoi tre nipoti: Costantinopoli l'ascoltò, e Romano, in potere allora
dei Turchi, fu dichiarato nimico della Repubblica, e ricevuto per tale
alle frontiere. Non fu più felice contra i suoi sudditi, di quel che era
stato contro gli stranieri: la perdita di due battaglie il determinò a
cedere il trono sulla promessa d'un trattamento onorevole; ma privi di
buona fede e d'umanità, lo privarono i suoi nemici della vista, e
sdegnando perfino di stagnare il sangue che usciva dalle sue piaghe, vel
lasciarono corrompersi, di modo che fu libero ben tosto dalle miserie
della vita. Sotto il triplice regno della Casa di Ducas, furono i due
fratelli cadetti ridotti ai vani onori della porpora; era il maggiore,
il pusillanime Michele, incapace di reggere le redini del Governo; e il
soprannome datogli di _Parapinace_ annunciò il rimprovero che gli si
facea, e che divideva con uno de' suoi avidi favoriti, d'avere aumentato
il prezzo del grano, e diminuitane la misura. Fece il figlio d'Eudossia
nella scuola di Psello, e coll'esempio della madre, qualche progresso
nello studio della filosofia e della rettorica; ma il carattere di lui
fu piuttosto macchiato che nobilitato dalle virtù d'un monaco, e dal
sapere d'un sofista. Incoraggiati dal disprezzo che loro inspirava
l'Imperatore, e dalla buona opinione che aveano di sè medesimi,
capitanando le legioni dell'Europa e dell'Asia, vestirono due Generali
la porpora in Andrinopoli e in Nicea; si ribellarono lo stesso mese;
portavano l'ugual nome di Niceforo, ma veniano distinti dal soprannome
di Briennio e di Botoniate. Era il primo in allora in tutta la maturità
della saggezza e del coraggio; non era il secondo commendevole che per
imprese già fatte. Mentre avanzavasi Botoniate con circospezione e
lentezza, il suo competitore, più attivo, trovavasi in arme dinanzi le
mura di Costantinopoli. Godeva Briennio il credito e il favore del
popolo; ma non seppe impedire a' suoi eserciti di saccheggiare ed ardere
un sobborgo, e il popolo, che avrebbe accolto il ribelle, rispinse
l'incendiario della patria. Questo cangiamento nella pubblica opinione
tornò a favore di Botoniate, che s'avvicinò finalmente con un esercito
di Turchi alle spiagge di Calcedonia. Si pubblicò per ordine del
Patriarca, del Sinodo e del Senato, nelle contrade di Costantinopoli, un
invito a tutti i cittadini della capitale, di raunarsi nella chiesa di
Santa Sofia, e si deliberò, in quel Concilio generale, tranquillamente e
senza disordine, intorno alla scelta d'un Imperatore. Avrebbero potuto
le guardie di Michele disperdere quella moltitudine inerme; ma il debole
principe, compiacendosi della propria moderazione e clemenza, si spogliò
delle insegne reali, ed accettò invece l'abito di monaco, e il titolo
d'Arcivescovo d'Efeso. Nacque Costantino suo figlio, e venne allevato
nella porpora, e una figlia della Casa di Ducas illustrò il sangue, e
consolidò il trono nella famiglia dei Comneni.

[A. D. 1078]

Aveva Giovanni Comneno, fratello dell'Imperatore Isacco, dopo il suo
generoso rifiuto della corona, passato il rimanente de' suoi giorni in
un riposo onorevole. Lasciava otto figli d'Anna, sua sposa, donna d'un
coraggio e d'una abilità superiori al suo sesso, e moltiplicarono tre
figlie le alleanze dei Comneni coi più nobili tra i Greci. Una morte
immatura tolse dal Mondo il maggiore de' suoi cinque figli Manuele;
Isacco ed Alessio giunsero all'Impero, e restaurarono la grandezza
imperiale della lor Casa; Adriano e Niceforo, i più giovani, ne
godettero senza fatica e senza pericolo. Alessio, il terzo e il più
stimabile di tutti, era stato dotato dalla natura delle qualità le più
preziose del corpo e dello spirito: sviluppate queste da un'educazion
liberale, erano state in processo di tempo esercitate nella scuola
dell'obbedienza e dell'avversità. L'Imperatore romano, per affetto
paterno, non volle permettergli d'esporsi nella guerra dei Turchi; ma la
madre dei Comneni venne compresa con tutta la sua ambiziosa famiglia, in
un'accusa di delitto di lesa maestà, e sbandita dai figli di Ducas in
un'isola della Propontide. Non andò guari che i due fratelli ne uscirono
per segnalarsi, e per venire in favore. Combatterono, senza dividersi, i
ribelli e i Barbari, e rimasero affezionati all'Imperatore Michele, fino
a tanto che venne egli abbandonato da tutti e da sè medesimo. Nel primo
abboccamento ch'egli ebbe con Botoniate «Principe, gli disse Alessio con
nobile candore, m'avea reso il dovere vostro nimico, i decreti di Dio e
quelli del popolo m'han fatto vostro suddito; giudicate della mia
fedeltà futura dalla mia passata opposizione». Onorato dalla stima e
dalla confidenza del successor di Michele fe' mostra del suo valore
contro tre ribelli che turbavano la pace dell'Impero, o quella almeno
degl'Imperatori. Ursello, Briennio e Basilacio, formidabili pei loro
numerosi eserciti e per la lor fama di prodi guerrieri, furono vinti
l'un dopo l'altro, e, carichi di catene, condotti al piede del trono; e
sia qualsivoglia il modo con cui vennero trattati da una Corte timida e
crudele, magnificarono essi la clemenza e il coraggio del loro
vincitore. Ma ben tosto alla fedeltà dei Comneni s'unirono il timore e
il sospetto, nè è facil cosa il bilanciare tra un suddito e un despota
il debito di gratitudine, che il primo è pronto ad esigere con una
rivolta, e di cui è tentato il secondo di liberarsi per la mano d'un
carnefice. Avendo Alessio ricusato di marciare contra un quarto ribelle,
marito di sua sorella, cancellò un tale rifiuto il merito od anche la
memoria de' suoi servigi. Provocarono i favoriti di Botoniate colle loro
accuse l'ambizion che temevano, e la fuga dei due fratelli può avere per
iscusa la necessità di difendere la libertà e la vita. Alle donne di
quella famiglia venne assegnato un asilo, rispettato dai tiranni; gli
uomini uscirono a cavallo dalla città, e inalberarono lo stendardo della
ribellione; i soldati, che a poco a poco eransi raunati nella capitale e
nei dintorni, erano consegrati alla causa d'un Capo vittorioso e
vilipeso: interessi comuni ed alleanze congiunsero a lui la Casa di
Ducas. I due Comneni si rimandavano a vicenda il trono, e questa disputa
generosa non cessò che colla risoluzione d'Isacco, il quale rivestì suo
fratello cadetto del nome e degli emblemi reali. Ritornarono sotto le
mura di Costantinopoli piuttosto per minacciare che per assediare quella
inespugnabile città; ma corrupero essi la fedeltà delle guardie, e
sorpresero una porta, mentre stava difendendosi la flotta contro
l'attivo e coraggioso Giorgio Paleologo, che in quella circostanza
combattea suo padre, senza riflettere ch'ei sudava pe' suoi discendenti.
Alessio venne incoronato, e il vecchio competitore di lui sepolto sotto
le tacite volte d'un monastero. Un esercito composto di soldati di
diverse nazioni ottenne il saccheggio della città; ma quei disordini
pubblici furono espiati dalle lagrime e dai digiuni dei Comneni, che si
sottomisero a tutte le penitenze compatibili colla possession
dell'Impero.

[A. D. 1081]

La vita dell'Imperatore Alessio è stata scritta dalla prediletta delle
sue figlie. La principessa Anna Comnena, inspirata dalla sua tenerezza e
dal desiderio lodevole di perpetuare le virtù del padre, s'avvide
benissimo che dubiterebbero i lettori della veracità di lei. Protesta a
più riprese che oltre i fatti giunti a sua cognizione personale, andò
ricercando i discorsi e gli scritti di tutti coloro, che hanno vissuto
sotto il regno d'Alessio; che dopo uno spazio di trent'anni, dimenticata
dal Mondo, ch'essa medesima ha dimenticato, la sua trista solitudine è
inaccessibile alla speranza e al timore, e che la verità, la semplice e
rispettabile verità, l'è più sacra che la gloria del padre; ma in vece
di quella semplicità di scrivere e di narrare che persuade a credere,
uno sfoggio affettato di sapere e di falsa rettorica lascia ad ogni
pagina vedere la vanità d'un'autrice. Il vero carattere d'Alessio è
coperto sotto un bel cumulo di virtù; un tuono perpetuo di panegirico e
d'apologia ci desta sospetto, e ci fa dubitare della veracità dello
scritto, e del merito dell'eroe. Non si può nondimeno negare la verità
di quest'importante osservazione: che i disordini di quell'epoca furono
la disgrazia e la gloria d'Alessio; e che i vizi de' suoi predecessori,
e la giustizia del ciclo ammassarono sul regno di lui tutte le calamità,
che affligger possono un Impero nella sua decadenza. Avevano i Turchi
vittoriosi fondato in Oriente, dalla Persia all'Ellesponto, il regno del
Koran e della Mezza Luna: il valore cavaleresco de' popoli della
Normandia invadea l'Occidente; e negli intervalli di pace, recava il
Danubio nuovi sciami di guerrieri, che acquistato avevano nell'arte
militare quello che avevano perduto dal lato della fierezza de' costumi.
Non era il mare più tranquillo del Continente, e mentre un nimico aperto
assaliva le frontiere, agitavano l'interno del palazzo traditori e
congiurati. Spiegarono i Latini improvvisamente lo stendardo della
Croce: precipitossi l'Europa sull'Asia, e tale inondazione fu in
procinto d'inghiottire Costantinopoli. Durante la procella, governò
Alessio il naviglio dell'Impero con pari destrezza e coraggio. Guidava
gli eserciti, animoso, accorto, paziente, infaticabile approfittava de'
suoi vantaggi, e sapeva risorgere da una rotta con tanto vigore, che
niente lo poteva abbattere. Ristabilì la disciplina tra le schiere; e
coi precetti e coll'esempio creò una nuova generazione d'uomini e di
soldati. Dimostrò ne' trattati coi Latini tutta la sua pazienza e
sagacità; l'occhio suo penetrante comprese di volo il nuovo sistema di
que' popoli dell'Europa, ch'ei non conosceva; e in un altro luogo verrò
esponendo le mire superiori colle quali bilanciò gl'interessi, e le
passioni dei capitani della prima Crociata. Durante i trent'anni del suo
regno, seppe frenare e compatire l'invidia, ch'egli destava ne' suoi
uguali; rimise in vigore le leggi relative alla tranquillità tanto dello
Stato che dei particolari; si coltivarono l'arti e le scienze; i confini
dell'Impero, si estesero sì in Europa come in Asia; e la famiglia dei
Comneni conservò lo scettro fino alla terza e alla quarta generazione.
La difficoltà non di meno de' tempi, in che visse, pose in chiaro alcuni
difetti del suo carattere, e ne espose la memoria a rimproveri bene o
mal fondati. Sorride il lettore agl'infiniti elogi che Anna tributa sì
spesso all'eroe fuggiasco; si può, nella debolezza, o nella prudenza a
cui lo costrinsero le critiche circostanze, sospettare un difetto di
coraggio personale, e i Latini trattano di perfidia e di dissimulazione
l'arte ch'egli usò nei negoziati. Il numero grande degli individui
d'ambo i sessi, che in allora contava la sua famiglia, accresceva lo
splendore del trono, e ne accertava la successione; ma il loro lusso ed
orgoglio ributtarono i patrizi, esaurirono il regio erario e
oltraggiarono la miseria del popolo. Sappiamo dalla fedele testimonianza
d'Anna Comnena, che le fatiche dell'amministrazione distrussero la
felicità, e indebolirono la salute d'Alessio: la lunghezza e severità
del suo Regno stancarono Costantinopoli, e quando morì, aveva perduto
l'amore e il rispetto de' suoi sudditi. Non gli poteva il clero
perdonare d'essersi servito delle ricchezze della Chiesa in difesa dello
Stato; ma il medesimo clero ne lodò le cognizioni teologiche, e
l'ardente zelo per la Fede ortodossa, ch'egli sostenne coi discorsi,
colla penna e colla spada. Il suo carattere venne impicciolito
dall'animo superstizioso de' Greci; e uno stesso principio, irregolare
ne' suoi effetti, lo condusse a fondare uno spedale pei malati e pei
poveri, e a comandare il supplicio d'un eretico che fu arso vivo sulla
piazza di Santa Sofia. Coloro che avevano seco lui vissuto intimamente,
sospettarono perfino delle sue morali e religiose virtù. Allorchè,
giunto agli estremi, lo andava Irene, sua moglie, sollecitando a cangiar
l'ordine della successione, alzò il capo, e rispose con un sospiro
accompagnato da una pia esclamazione sulla vanità di questo Mondo.
Sdegnata l'Imperatrice, gl'indirizzò queste parole, che si sarebbero
dovuto scolpire sulla sua tomba: «Tu muori come vivesti, da IPOCRITA.»

Voleva Irene soppiantare il maggiore de' suoi figli per favorire la
principessa Anna, sua figlia, la quale malgrado della sua filosofia, non
avrebbe ricusato il diadema; ma non patirono gli amici della patria, che
uscisse la successione fuor della linea maschile; il legittimo erede
levò il suggello reale di dito al padre, che non se n'avvide, o che vi
acconsentì; e l'Impero si sottomise al signore del palazzo. L'ambizione
e la vendetta spinsero Anna Comnena a tramare la morte del fratello
regnante; ma pei timori e scrupoli di suo marito essendo andato a voto
il disegno, adirata esclamò, avere la natura confuso i sessi, e dato a
Briennio l'anima d'una donna. Giovanni ed Isacco, figli d'Alessio,
conservarono a vicenda quella fraterna amicizia, che era virtù
ereditaria nella lor famiglia, e il cadetto si contentò del titolo di
_Sebastocratore_, cioè d'una dignità per poco uguale a quella
dell'Imperatore, ma spoglia d'autorità. I diritti della primogenitura
fortunatamente erano accoppiati a quelli del merito; per la carnagione
bruna, per l'asprezza dei lineamenti e la picciola statura al nuovo
Imperatore fu dato il soprannome ironico di _Calo Giovanni_ o sia
Giovanni il Bello, che poi la gratitudine dei sudditi applicò in una
maniera più seria alla sua bell'anima. Scoperta che fu la trama, doveva
Anna perdere la sua fortuna e la vita; ma fu risparmiata dalla clemenza
dell'Imperatore. Dopo avere coi propri occhi esaminata la pompa e i
tesori del palazzo di lei, egli dispose di queste ricche spoglie in
favor del più degno amico che avesse. Era questo Axuc, schiavo turco
d'origine, il quale ebbe tanta generosità da ricusare il donativo, e da
intercedere per quella che si volea punire. Il suo magnanimo padrone
commosso dalla virtù del suo favorito, ne seguì il bell'esempio; e i
rimproveri o le doglianze d'un fratello offeso furono la sola punizione
della principessa. Da quel punto non vi fu più sotto il suo regno nè
cospirazione, nè rivolta: temuto dai Nobili, amato dal popolo, non ebbe
più Giovanni la dura necessità di punire i nemici della sua persona, o
di perdonare. Durante la sua amministrazione, che fu di venticinque
anni, rimase abolita la pena di morte nell'Impero romano; legge
misericordiosa, cara all'umanità del filosofo contemplatore, ma rade
volte, in un Corpo politico, vasto, e corrotto, consentanea alla
pubblica sicurezza. Severo per sè stesso, indulgente per gli altri, era
Giovanni casto, sobrio, frugale; nè il filosofo Marc'Aurelio avrebbe
sdegnato le semplici virtù, che questo principe attingea dal cuore,
senza averle imparate nelle scuole. Spregiò e scemò il fasto della Corte
bizantina, vizio oppressivo pel popolo, e vituperevole agli occhi della
ragione. Regnando lui, nulla ebbe l'innocenza a temere, e il merito potè
sperare tutti i vantaggi. Senza arrogarsi gli offici tirannici d'un
censore, riformò a poco a poco, ma in modo sensibile, i pubblici e
privati costumi di Costantinopoli. Quel naturale perfetto, non ebbe che
la taccia dell'anime nobili, il genio delle armi e della gloria
militare; ma dalla necessità di cacciare i Turchi dall'Ellesponto e dal
Bosforo possono venir giustificate almeno nei principii le frequenti
spedizioni di Giovanni il Bello. Il Soldano d'Iconio fu chiuso nella sua
capitale, e respinti i Barbari nelle montagne, le province marittime
dell'Asia furono liberate felicemente dai nemici, almeno per qualche
tempo. Marciò più volte da Costantinopoli verso Antiochia ed Aleppo con
un esercito vittorioso, e negli assedii e nelle battaglie di questa
guerra santa i suoi alleati, i Latini, stupirono del valore e
dell'imprese d'un Greco. Già cominciava a compiacersi dell'ambiziosa
speranza di rinovare gli antichi limiti dell'Impero; aveva calda la
mente dei pensieri dell'Eufrate e del Tigri, del conquisto della Siria e
di Gerusalemme, quando un caso singolare troncò la sua vita e con essa
la pubblica felicità. Stava egli inseguendo un cignale nella valle
d'Anazarbo; mentre lottava contro l'animale furibondo, già trafitto
dalla sua chiaverina, gli cadde dal turcasso un dardo avvelenato, che
gli ferì leggiermente la mano: sopravvenne la cancrena, la quale terminò
i giorni del migliore e del più grande dei principi Comneni.

Una morte immatura avea rapito i due figli maggiori di Giovanni il Bello
e gli restavano Isacco e Manuele; guidato da giustizia, o da
predilezione, preferì egli il più giovane, e dai soldati, che aveano
applaudito al valore di quel principino nella guerra coi Turchi, fu
ratificata la scelta. Il fedele Axuc partì frettolosamente per
Costantinopoli, si assicurò della persona d'Isacco, e lo relegò in una
prigione onorevole; poi col donativo di quattrocento marchi d'argento,
comperò il voto di quelli ecclesiastici, che reggevano il clero di Santa
Sofia, e che erano assolutamente autorevoli per la consecrazion
dell'Imperatore. Non tardò Manuele a giugnere nella capitale
coll'esercito composto di vecchi soldati fedeli; suo fratello fu pago
del titolo di Sebastocratore: i sudditi ammirarono l'alta statura, e le
maniere marziali del nuovo sovrano, e s'abbandonarono alla speranza che
all'attività e al vigore giovanile congiungesse la sapienza dell'età
matura. Ma presto videro coll'esperienza, che non aveva ereditato se non
se il coraggio e i talenti del padre, ma che le virtù sociali di questo
erano state con lui sepolte nella tomba; per tutto il tempo ch'egli
regnò, cioè por trentasett'anni, fece sempre la guerra, con vario
successo, ai Turchi, ai Cristiani e alle popolazioni del deserto situato
al di là del Danubio. Combattè sul monte Tauro, nelle pianure
dell'Ungaria, sulla costa dell'Italia e dell'Egitto, sui mari della
Sicilia e della Grecia. Le conseguenze de' suoi trattati furono sentite
da Gerusalemme sino a Roma, e nella Russia; e la monarchia di Bizanzio
divenne per qualche tempo oggetto di riverenza, o di terrore, per le
Potenze dell'Asia e dell'Europa. Educato Manuele nella porpora e nel
lusso orientale, avea pur conservato il ferreo temperamento guerresco,
di cui non si trova di leggieri esempio da paragonarsegli, fuorchè nelle
vite di Riccardo I, Re d'Inghilterra, e di Carlo XII, Re di Svezia.
Tanta era la forza e l'abilità sua nel maneggio dell'armi, che Raimondo,
nomato l'Ercole d'Antiochia, non potè brandire la lancia, nè tenere lo
scudo del greco Imperatore. In un famoso torneo fu veduto sopra un
destriero focoso correre e rovesciare al primo passo due Italiani, che
avevan fama di robustissimi fra i cavalieri più gagliardi. Primo sempre
all'assalto, ed ultimo a ritirarsi, facea tremare del pari amici e
nemici, quelli per la sua salute, gli altri per la propria. In una delle
sue guerre, dopo aver messa una imboscata in fondo a una selva, era
andato avanti per trovare un'avventura pericolosa, non avendo con sè che
suo fratello, e il fido Axuc, che non avevano voluto abbandonare il
sovrano. Dopo breve zuffa, mise in fuga diciotto cavalieri; ma cresceva
il numero de' nemici, e il rinforzo spedito in suo aiuto s'avanzava con
passo lento e dubbioso; quando Manuele, senza ricevere ferita alcuna,
s'aperse la via per mezzo a uno squadrone di cinquecento Turchi. In una
battaglia cogli Ungaresi, impaziente della lentezza de' suoi
battaglioni, strappò la bandiera dalle mani dell'alfiere, che precedea
la colonna, e fu il primo e quasi il solo a passare un ponte che lo
dividea dal nimico. Nel paese medesimo, dopo aver condotto l'esercito al
di là della Sava, rimandò i battelli con ordine al Capo del navile, pena
la vita, di lasciarlo vincere o morire su quella terra straniera.
All'assedio di Corfù, rimorchiando una galera che avea presa, e stando
sulla parte più esposta del vascello, affrontò una grandine incessante
di sassi e di dardi, senz'altra difesa che un largo scudo, ed una vela
aperta; era inevitabile la sua morte, se l'ammiraglio Siciliano non
avesse ingiunto ai suoi arcieri di avere rispetto ad un eroe. Dicesi,
che un giorno uccidesse colle sue mani più di quaranta Barbari, e
ritornasse nel campo trascinando quattro prigionieri turchi attaccati
agli anelli della sua sella; sempre il primo qualvolta si trattava di
proporre, o d'accettare un duello, trafiggea colla sua lancia, o fendea
per mezzo colla sciabla i campioni giganteschi che osavano resistere al
suo braccio. La storia delle sue geste, che può considerarsi per modello
o per copia de' romanzi di cavalleria, dà sospetto della veracità dei
Greci; nè io per comprovare la credenza che si debbe averne, rinuncierò
a quella che posso meritare; osserverò tuttavolta, che nella lunga serie
dei loro annali, Manuele è quel solo principe, che abbia data occasione
a così fatte esagerazioni. Ma al valor d'un soldato non seppe
congiungere l'abilità, o la prudenza d'un Generale; dalle sue vittorie
non risultò veruna conquista, che utile fosse o durevole, e quegli
allori, che avea mietuti, combattendo coi Turchi, s'appassirono
nell'ultima campagna, in cui perdette l'esercito sulle montagne della
Pisidia, e fu debitor della vita alla generosità del Soldano. Il
carattere per altro più singolare dell'indole di Manuele, si vede nel
contrapposto, e nell'alternativa d'una vita or laboriosa, ora indolente
nelle più dure fatiche, e nei sollazzi più effeminati. In guerra parea
che ignorasse che si può vivere in pace; e nella pace sembrava inetto a
far guerra. In campagna dormiva al sole o sulla neve; nè uomini, nè
cavalli potean resistere agli stenti ch'egli durava nelle sue lunghe
corse militari; egli dividea, ridendo, l'astinenza e il regime frugale
delle sue soldatesche; ma appena tornato a Costantinopoli si dava tutto
alle arti, ed ai piaceri d'una vita voluttuosa: negli abiti, nella
tavola e nel suo palazzo spendeva più che non aveano fatto i suoi
predecessori, e passava i lunghi giorni della state nell'isole deliziose
della Propontide ozioso, e in braccio agli amori incestuosi, di cui
godeva colla nipote Teodora. I dispendii d'un principe guerriero e
dissoluto sprecarono l'entrate pubbliche, e vennero moltiplicando le
gabelle; e nelle estremità a cui fu ridotto il campo nella sua ultima
impresa contro i Turchi, dovè sopportare in bocca d'un soldato posto
alla disperazione un amarissimo rimbrotto. Lagnossi il principe perchè
l'acqua d'una fontana, alla quale spegneva la sete, era lorda di sangue
cristiano: «Non è la prima volta, o Imperatore, gridò una voce fra la
soldatesca, che tu bevi il sangue de' tuoi sudditi cristiani». Manuele
Comneno si maritò due volte: sposò primieramente la virtuosa Berta o
Irene, principessa d'Alemagna; indi la bella Maria, principessa
d'Antiochia, francese o latina d'origine. Dalla prima moglie ebbe una
figlia, da lui destinata a Bela, principe d'Ungaria, ch'era educato a
Costantinopoli sotto il nome d'Alessio, e avrebbe potuto questo
matrimonio trasmettere lo scettro romano ad una stirpe di Barbari
guerrieri, o independenti; ma come tosto Maria d'Antiochia ebbe dato un
figlio all'Imperatore, ed un erede all'Impero, rimasero aboliti i
diritti presuntivi di Bela, e gli fu negata la moglie promessa: allora
il principe ungarese ripigliò il suo nome, rientrò nel reame de' suoi
padri, e manifestò tante virtù ch'ebbero ad eccitare la gelosia dei
Greci col rincrescimento d'averlo perduto. Il figlio di Maria fu
nominato Alessio, e in età di dieci anni, salì al trono di Bizanzio,
quando la morte del padre ebbe posto termine alla gloria della razza dei
Comneni.

[A. D. 1180]

Qualche volta gl'interessi e le passioni contrarie aveano disturbata
l'amicizia fraterna dei due figli d'Alessio il Grande. Dall'ambizione fu
tratto Isacco _Sebastocratore_ a fuggire ed a ribellarsi. La fermezza e
la clemenza di Giovanni il Bello lo ricondussero a sommessione. Leggieri
e di poca durata furono gli errori d'Isacco, padre degl'Imperatori di
Trebisonda; ma Giovanni, il maggiore de' suoi figli, abiurò la sua
religione per sempre. Irritato per un insulto ch'ei credeva avere, a
torto od a ragione, ricevuto dallo zio, abbandonò il campo de' Romani, e
rifuggissi a quello de' Turchi. Venne premiata la sua apostasia dal
matrimonio colla figlia del Soldano, dal titolo di Chelbi, o Nobile, e
dal retaggio d'una sovranità: e nel quindicesimo secolo si gloriava
Maometto II di discendere dalla famiglia de' Comneni. Andronico,
fratello cadetto di Giovanni, figlio d'Isacco, e nipote d'Alessio
Comneno è uno degli uomini più singolari del suo secolo, e le avventure
di lui formerebbero materia di stranissimo romanzo. Fu amato da tre
donne di regia stirpe, e per giustificarne l'inclinazione debbo notare,
che questo amante fortunato aveva tutte le proporzioni, in cui consiste
la forza e la bellezza; quello che gli mancava di grazia e d'amabilità
era compensato da un maschio contegno, da un'alta statura, da muscoli
atletici, dalla sembianza e dalle maniere d'un soldato. Si mantenne sano
e vigoroso sino ad un'età molto matura, in grazia della temperanza e
degli esercizi che faceva. Un tozzo di pane e un bicchiere d'acqua erano
spesso la sua cena, o se assaggiava d'un cignale o d'un capriolo
cucinato colle sue mani, era solamente quando se l'era guadagnato con
una caccia laboriosa. Abile a maneggiare le armi, non conosceva paura;
la sua persuasiva eloquenza sapeva acconciarsi a tutti gli eventi e a
tutti gli stati della vita; aveva formato il suo stile, ma non i
costumi, sul modello di S. Paolo: in ogni azion criminosa, non gli
mancava mai coraggio a risolvere, destrezza a regolarsi, forza ad
eseguire. Morto l'Imperator Giovanni, si ritirò coll'esercito romano.
Attraversando l'Asia Minore, mentre, per caso, o a bella posta, girava
per le montagne, fu accerchiato da cacciatori turchi, e dimorò per
qualche tempo, sia volontario, sia a malgrado suo, in balìa del loro
principe. Colle sue virtù, non che co' suoi vizi acquistò il favore di
suo cugino; partecipò ai pericoli, ed ai piaceri di Manuele; e mentre
l'Imperatore vivea in un commercio incestuoso con Teodora, godeva
Andronico le buone grazie d'Eudossia, sorella della mentovata
principessa, che avea ceduto alle sue seduzioni. La quale senza riguardo
al decoro del sesso, e della condizione sua, si gloriava del nome di
concubina d'Andronico, e la Corte od il campo avrebbero potuto
ugualmente testificare, ch'ella dormiva o vegliava in braccio al suo
amante. Gli fu compagna quand'egli andò nella Cilicia, che fu il primo
teatro del suo valore, come della sua imprudenza. Stringeva egli
fortemente d'assedio la piazza di Mopsuesta; passava la giornata a
dirigere i più temerari assalti, e la notte a godere della musica e del
ballo, ed una truppa di commedianti greci era la parte del suo seguito
ch'egli pregiava di più. I suoi nemici, più vigilanti di lui, lo
sorpresero con una sortita improvvisa; ma intanto che le sue milizie
fuggivano in gran disordine, Andronico trafiggea coll'invitta sua lancia
i più folti battaglioni degli Armeni. Ritornando al campo imperiale, che
stava in Macedonia, fu accolto pubblicamente da Manuele con sembiante di
benevolenza, ma con qualche rimprovero in privato. Nondimeno per
ricompensare, o consolare il Generale sventurato gli diede l'Imperatore
i Ducati di Naisso, Braniseba e Castoria. La sua amante lo accompagnava
da per tutto; un giorno, i fratelli di questa, accesi di furore, e
bramosi di lavar nel sangue di lui la lor vergogna, piombarono
improvvisi sulla sua tenda; Eudossia lo consigliò di vestirsi da donna,
e di scampare in tal modo. Il prode Andronico non volle seguirne
l'avviso, e balzato dal letto, si aperse colla spada in mano la via in
mezzo ai suoi numerosi assassini. In quell'occasione manifestò per la
prima volta e ingratitudine e perfidia. Intavolò un indegno negoziato
col Re d'Ungaria, e coll'Imperator d'Alemagna; s'accostò alla tenda
dell'Imperatore, armato di spada in un'ora sospetta; fingendosi un
soldato latino, confessò che volea vendicarsi d'un nemico mortale, e fu
sì imprudente che lodò la velocità del suo cavallo, mercè del quale,
egli dicea, sperava di escire sano e salvo di tutti i rischii della sua
vita. Manuele dissimulò i sospetti, ma terminata che fu la campagna,
fece arrestare Andronico, e lo chiuse in una torre del palazzo di
Costantinopoli.

Questa prigionia durò più di dodici anni, nel qual tempo pel bisogno
d'esercizio e per la smania di divertirsi, non fece che cercar la via di
fuggire a sì penosa cattività. Finalmente, stando così solo e
pensieroso, scoperse un giorno in un angolo della sua camera qualche
mattone rotto; a poco a poco potè aprire un passaggio, e trovò dietro
del luogo uno stanzino oscuro e dimenticato; egli vi si appiattò con
quel che gli restava di provvisioni; dopo avere accuratamente rimessi al
posto i mattoni, e tolto ogni vestigio della sua ritirata. Le guardie,
che all'ora solita vennero a far la visita, rimasero maravigliate del
silenzio e della solitudine della prigione, e sparsero voce che
Andronico era fuggito senza che se ne sapesse il come. Allora furon
chiuse le porte del palazzo e della città; andò l'ordine il più rigoroso
alle province di assicurarsi della persona del fuggiasco, e sua moglie,
pel sospetto che ne avesse favorita la fuga, e alla quale se ne fece
vilmente un delitto, fu imprigionata nella torre medesima. Venuta la
notte, le parve di vedere uno spettro; riconobbe il marito; si divisero
fra loro i viveri, e da questi segreti intertenimenti, che mitigavano le
pene della lor prigionia, ebbe origine un figlio. A poco a poco si
rilassò la vigilanza dei guardiani commessi alla custodia d'una donna, e
Andronico era in piena libertà quando fu scoperto e ricondotto a
Costantinopoli, carico di doppia catena. Trovò egli il modo e il momento
di fuggire dalla sua prigione. Un giovanetto che lo serviva seppe
ubbriacare le guardie, e prendere colla cera l'impronto della chiavi:
gli amici di Andronico gli mandarono in fondo ad un barile le chiavi
false con un mazzo di corde. Il prigioniere, con gran coraggio e
destrezza, se ne valse, aperse le porte, calò giù dalla torre, stette
una giornata intera nascosto entro una siepe, e nella notte scalò le
mura del giardino del palazzo. Quivi lo aspettava un battello; corse
egli a casa sua, abbracciò i figli, si liberò dei ferri, e montando un
agile palafreno, si diresse rapidamente verso le rive del Danubio. In
Anchiala, città della Tracia, da un amico coraggioso fu provveduto di
cavalli e di denaro. Passò il fiume, attraversò in gran fretta il
deserto della Moldavia e i monti Carpazii, ed era già presso Haliz,
città della Russia polacca, quando fu arrestato da una banda di
Valacchi, i quali decisero di condurre questo ragguardevole prigioniero
a Costantinopoli. La sua accortezza lo liberò da questo nuovo rischio;
col pretesto d'un incomodo, smontò nella notte da cavallo, e ottenne il
permesso di ritirarsi in qualche distanza dalla soldatesca. Allora
conficcato in terra il suo lungo bastone, lo coperse col suo cappello e
con parte de' suoi abiti; si cacciò nel bosco, e ingannati così con quel
fantoccio i Valacchi, ebbe agio di rifuggirsi in Haliz. Quivi fu ben
ricevuto e guidato a Chiovia, ove resedeva il Gran Duca. Il bravo Greco
non tardò a guadagnarsi la stima e la confidenza di Jeroslao; sapeva
uniformarsi alle usanze di tutti i paesi, e fece stupire i Barbari colla
forza e l'ardimento, che usava in caccia d'orsi e d'alci della foresta.
Durante il suo soggiorno in quella contrada settentrionale meritò il
perdono dell'Imperatore, che sollecitava il principe delle Russie a unir
le sue armi con quelle dell'Impero per far un'invasione nell'Ungaria. I
valevoli maneggi d'Andronico giovarono al buon esito di questo rilevante
negoziato, e l'Imperatore, a cui promettea fedeltà, s'obbligò con un
trattato particolare a porre in dimenticanza il passato. Andronico
marciò condottiero della cavalleria russa dal Boristene alle sponde del
Danubio. Nonostante il risentimento antico, Manuele avea sempre
conservato una certa inclinazione per l'indole marziale e dissoluta
d'Andronico; e l'assalto di Zemlin, ove quegli comparve in valore il
primo dopo il sovrano, divenne occasione d'un libero ed intiero perdono.

Non così tosto fu ritornato Andronico in patria, gli rinacque in petto
la focosa sua ambizione per suo gran danno, e per quello del popolo. Una
figlia di Manuele era debole ostacolo alle mire dei principi della casa
Comnena, i quali si sentiano più degni del trono; dovea quella sposarsi
al Re d'Ungheria, e questo matrimonio offendeva le speranze e i
pregiudizi dei principi e dei nobili; ma quando si chiese loro il
giuramento di fedeltà per l'erede presuntivo, il solo Andronico sostenne
l'onore del nome romano; ricusò di prestare questo giuramento
illegittimo, e protestò altamente contro l'adozione d'uno straniero. Il
suo patriottismo offese l'Imperatore, ma era d'accordo coi sentimenti
del popolo, e il monarca, allontanandolo soltanto da sè con un esilio
onorevole, gli diede per la seconda volta il comando della frontiera
della Cilicia, colla libertà di disporre delle rendite dell'isola di
Cipro. Qui esercitarono gli Armeni ancora il suo coraggio, ed ebbero
occasione di avvedersi della sua negligenza. Gittò di sella, e ferì
pericolosamente un ribelle, che gli sconcertava ogni opera; ma scorse
ben tosto una conquista più facile e più piacevole da farsi, la bella
Filippa, sorella dell'Imperatrice Maria, e figlia di Raimondo di Poitou,
Principe latino, che regnava in Antiochia. Abbandonando per essa il
posto che dovea custodire, passò la state in balli e in tornei: gli
sacrificò Filippa l'innocenza, la stima e un matrimonio vantaggioso.
Furono i piaceri d'Andronico interrotti dalla collera di Manuele,
irritato da quest'affronto domestico; lasciò Andronico l'imprudente
principessa in preda al pianto e al pentimento, e seguito da una geldra
d'avventurieri intraprese il pellegrinaggio di Gerusalemme. La sua
nascita, la sua fama di gran guerriero, lo zelo che manifestava per la
religione, tutto lo dava a credere per uno dei campioni della Croce; si
affezionò il Re, ed il clero, ed ottenne la signoria di Berito sulla
costa di Fenicia. Abitava nel suo vicinato una giovine e bella Regina
della sua nazione e famiglia, pronipote dell'Imperatore Alessio e vedova
di Baldovino III Re di Gerusalemme. Vide essa il parente, e sentì amore
per lui; il suo nome era Teodora; fu questa Regina la terza vittima
delle seduzioni d'Andronico, e il disonore di lei fu ancora più
manifesto e più scandaloso di quello delle altre due. L'Imperatore, non
respirando che vendetta, sollecitava caldamente i suoi sudditi e gli
alleati, che avea sulla frontiera di Cilicia, ad arrestare Andronico, e
a cavargli gli occhi. Non era più sicuro in Palestina; ma la tenera
Teodora lo informava dei pericoli che incorreva, e l'accompagnò nella
sua fuga. La Regina di Gerusalemme si mostrò a tutto l'Oriente per
concubina d'Andronico, e due figli illegittimi testificarono la
debolezza di lei. Si riparò primieramente in Damasco ove, in compagnia
del gran Nureddino, e del Saladino suo servo, questo principe, educato
nella superstizione dei Greci, imparò a venerare le virtù dei Musulmani.
In qualità d'amico di Nureddino, visitò probabilmente Bagdad e la Corte
di Persia; e dopo un lungo giro intorno al mar Caspio e alle montagne
della Georgia, fermò la sua sede fra i Turchi dell'Asia Minore, nimici
ereditari de' suoi concittadini. Andronico, Teodora e la masnada di
proscritti ch'era con lui, trovarono un ricovero ospitale nei
possedimenti del Sultano di Colonia; gli provò la sua gratitudine con
frequenti scorrerie nella provincia romana di Trebisonda; ritornava
sempre con una preda ragguardevole di spoglie, e con molti prigionieri
cristiani. Amava, nel racconto delle sue avventure, paragonarsi a
Davidde, che seppe mercè d'un lungo esilio evitare le insidie dei
maligni; ma il Re profeta, osava egli aggiungere, altro non fece che
vagare sulla frontiera della Giudea, uccidere un Amalecita, e minacciare
nella sua misera situazione i giorni dell'avido Nabal. Le scorrerie
d'Andronico s'estesero più oltre; aveva egli diffuso in tutto l'Oriente
la gloria del suo nome e della sua religione. Un decreto della Chiesa
greca, in pena della sua vita errante o della sua condotta licenziosa,
l'avea separato dalla Comunion de' fedeli; prova questa stessa
scomunica, ch'egli non abiurò mai il cristianesimo.

Avea deluso o respinto ogni tentativo, fosse palese o nascosto, fatto
dall'Imperatore per impadronirsi di lui. La prigionia dell'amante il
trasse finalmente nel laccio. Riuscì al governatore di Trebisonda di
sorprendere e rapire Teodora; la Regina di Gerusalemme, e i suoi due
figli, furono spediti a Gerusalemme, e d'indi in poi trovò Andronico la
sua vita errante assai penosa. Implorò perdono e l'ottenne; di più gli
si permise di gettarsi ai piedi del suo sovrano, che appagossi della
sommissione di quell'animo altero. Colla faccia a terra, deplorò le sue
ribellioni con lagrime e gemiti; dichiarò che non si alzerebbe, finchè
un suddito fedele venisse a prenderlo per la catena, ch'erasi
secretamente attaccato al collo, e a trascinarlo sui gradini del soglio.
Destò un segno così straordinario di pentimento lo stupore e la
compassione dell'assemblea; la Chiesa e l'Imperatore gli perdonarono i
suoi mancamenti; ma Manuele, che a giusto titolo diffidava sempre di
lui, l'allontanò dalla Corte e lo confinò ad Enoe, città del Ponto,
circondata di fertili vigneti, e situata sulla costa dell'Eusino. La
morte di Manuele, e i disordini della minorità apersero bentosto alla
sua ambizione la carriera la più favorevole. Era l'Imperatore un
giovinetto di dodici in quattordici anni, e per conseguente privo del
pari di vigore, di saggezza, e di esperienza. L'Imperatrice Maria, sua
madre, abbandonava sè stessa, e le cure dell'amministrazione a un
favorito nomato Comneno; e la sorella del principe, chiamata Maria,
moglie d'un Italiano onorato del titolo di Cesare, suscitò una congiura
e finalmente una sedizione contro la sua odiosa matrigna. Si
dimenticarono le province, la capitale fu in fuoco, i vizi e le
debolezze di alcuni mesi rovesciarono l'opera d'un secolo di pace e di
buon ordine. Ricominciò nelle mura di Costantinopoli la guerra civile;
vennero le due fazioni ad una battaglia sanguinosa sulla piazza del
palazzo, e i ribelli, chiusi nella Chiesa di Santa Sofia, sostennero un
assedio regolare. Ingegnavasi il Patriarca con zelo sincero a guarire i
mali dello Stato; i più rispettabili patriotti chiedevano ad alta voce
un difensore ed un vendicatore; ripeteano tutte le lingue l'elogio dei
talenti, e per fino delle virtù d'Andronico. Affettava egli nel suo
ritiro d'esaminare i doveri, che gl'imponeva il suo giuramento: «Se la
sicurezza o l'onore della famiglia imperiale è minacciata, diceva egli,
userò per lei tutti i rimedii, che posso avere.» Inseriva a tempo, nel
suo carteggio col Patriarca e coi patrizi, alcune citazioni tratte dai
Salmi di Davide e dall'Epistole di San Paolo; e aspettava con pazienza,
che la voce de' suoi concittadini lo chiamasse al soccorso della patria.
Quando si trasferì da Enoe a Costantinopoli, il suo seguito, da
principio poco numeroso, divenne ben tosto una grossa banda, e poscia un
esercito; fu creduto sincero nelle sue professioni di religione e di
fedeltà; un abito straniero, che, colla sua semplicità, dava risalto
alla sua maestosa corporatura, richiamava alla mente d'ognuno la sua
povertà e il suo esilio. Sparvero d'innanzi a lui tutti gli ostacoli;
giunse allo stretto del Bosforo dì Tracia; uscì il navile di Bizanzio
del porto a ricevere con applausi il salvator dell'Impero. Era il
torrente dell'opinione romoreggiante e irresistibile; al primo soffiare
del vento tempestoso tutti gl'insetti, avvivati prima da' raggi del
favore del principe, si dileguarono. Subita cura d'Andronico fu
d'impadronirsi del palazzo, di salutare l'Imperatore, d'imprigionare
l'Imperatrice Maria, di punirne il ministro, e di ricondurre il buon
ordine e la pubblica tranquillità. Si condusse di poi al sepolcro di
Manuele; fu ingiunto agli astanti di rimanere a qualche distanza; e
fissandolo essi nell'atteggiamento della preghiera, udirono, o
credettero udire parole di trionfo e di risentimento: «Più non ti temo,
vecchio nimico; tu m'inseguisti, qual vagabondo, in tutte le contrade
della terra. Eccoti deposto in sicurezza sotto i sette ricinti d'una
cupola, d'onde non uscirai che al suono della tromba dell'ultimo giorno.
Tocca ora a me; calpesterò fra poco le tue ceneri e la tua posterità».
La tirannia, che in processo di tempo esercitò, fa credere di fatto che
siano stati quelli i sensi che gli dovette inspirare un tal momento, ma
non è probabile che li abbia esternati. Nei primi mesi del suo
reggimento, coperse i suoi disegni con una maschera d'ipocrisia, che
poteva ingannare soltanto la moltitudine. Fecesi l'incoronazione
d'Alessio colla solita pompa, e il perfido suo tutore, tenendo in mano
il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo, dichiarò che vivrebbe, e ch'era
pronto a morire pel suo diletto pupillo. Raccomandavasi intanto ai
numerosi partigiani di sostenere, che l'Impero che ruinava non poteva
che perire sotto il regime d'un fanciullo; che soltanto un principe
esperimentato, audace in guerra, abile nella scienza del governo, e
ammaestrato dalle vicissitudini della fortuna, potea salvare lo Stato, e
che tutti i cittadini doveano costringere il modesto Andronico a
caricarsi del peso della corona. Fu tenuto anche il giovine Imperatore
d'unire la sua voce alle acclamazioni generali, e di chiedere un
collega, che non tardò a deporlo dal grado supremo, a imprigionarlo, e a
provare alla fine la veracità di quella imprudente asserzione del
Patriarca, che potevasi tenere Alessio come estinto dal momento ch'ei
verrebbe affidato al suo tutore. Con tutto ciò la sua morte fu preceduta
dalla prigionia, e dalla condanna di sua madre. Dopo avere il tiranno
macchiata la fama dell'Imperatrice Maria, ed eccitate contro lei le
passioni della moltitudine, la fece accusare e giudicare di una rea
corrispondenza col Re d'Ungaria. Lo stesso figlio d'Andronico, giovine
pieno d'onore e d'umanità, confessò l'orrore che gl'inspirava quell'atto
odioso, e tre dei giudici ebbero il merito di preferire la loro
coscienza alla propria sicurezza; ma gli altri, sottomessi alle volontà
dell'Imperatore, senza dimandare nessuna prova, e senz'ammettere alcuna
difesa, condannarono la vedova di Manuele, e lo sgraziato suo figlio ne
segnò la sentenza di morte. Maria fu strozzata; si gittò il suo corpo in
mare, e se ne bruttò la memoria nel modo che offende più d'ogni altra
cosa la vanità delle donne, disfigurandone la bellezza in una caricatura
deforme. Il supplicio di suo figlio non fu lungo tempo differito; fu
strangolato colla corda d'un arco. Sordo Andronico alla pietà e ai
rimorsi, esaminato il corpo di quell'innocente giovinetto, lo calpestò
villanamente, esclamando: «Tuo padre era un birbante, tua madre una
prostituta, e tu eri uno stolido.»

Fu lo scettro di Bizanzio la ricompensa dei delitti d'Andronico; lo
tenne tre anni e mezzo in circa, fosse in qualità di protettore, o di
sovrano dell'Impero. Fu il suo regime un miscuglio singolare di vizi e
di virtù. Quando seguiva le passioni, era il flagello del popolo, quando
consultava la ragione, n'era il padre. Mostravasi giusto e rigoroso
nell'esercizio della giustizia privata: abolì una vergognosa e funesta
venalità, e siccome aveva abbastanza discernimento per far buone scelte,
e abbastanza fermezza per punire i colpevoli, così innalzaronsi alle
dignità persone di merito; distrusse l'uso inumano di spogliare
gl'infelici naufraghi, e d'impadronirsi perfino della loro persona: le
province oppresse da tanto tempo, o neglette, si ravvivarono in seno
dell'abbondanza e della prosperità; ma mentre milioni di uomini, lontani
dalla capitale, decantavano la felicità del suo regno, i testimoni delle
sue barbarie giornaliere lo maledicevano. Mario e Tiberio hanno pur
troppo avverato quell'antico proverbio, che l'uomo il quale dall'esilio
passa all'autorità, è avido di sangue. Andronico lo avverò per la terza
volta. Esiliato dalla patria, rammentavasi egli di tutti quelli de' suoi
nimici e rivali che avean parlato male di lui, gioito delle sue miserie,
o ch'eransi opposti alla sua fortuna; unica sua consolazione era allora
la speranza della vendetta. La necessità, a cui si condusse, di
condannare il giovane Imperatore e la madre di lui, lo trasse
all'obbligo funesto di liberarsi de' loro amici, che odiar doveano
l'assassino, e lo poteano punire; l'abitudine dell'omicidio gli tolse la
volontà, o il potere di perdonare. L'orribile descrizione del numero
delle vittime, ch'egli immolò col veleno o col ferro, che fece gettare
in mare, o tra le fiamme, darebbe un'idea della sua crudeltà che farebbe
più impressione che il titolo de' giorni dell'_Alcione_ (giorni
tranquilli) applicato all'intervallo, assai raro nel suo regno, d'una
settimana in cui cessò dal versar il sangue dei popoli. Cercò di
scolpare colle leggi e pe' Giudici una parte de' suoi delitti; ma avea
lasciata cadere la maschera, e non poteano più i sudditi ingannarsi
circa l'autore delle loro calamità. I più nobili de' Greci, e quelli
precipuamente che per loro nascita od alleanza poteano aspirare alla
succession de' Comneni, si salvarono dall'antro del mostro: si
ricovrarono a Nicea od a Prusa, in Sicilia o nell'isola di Cipro; e la
loro fuga passando già per rea, aggravarono il delitto coll'inalberare
il vessillo della rivoluzione, e coll'assumersi il titolo d'Imperatori.
Con tutto ciò sfuggì Andronico al pugnale e alla spada de' suoi più
tremendi nemici; sottomise e gastigò le città di Nicea e di Prusa; bastò
il sacco di Tessalonica a ricondurre all'obbedienza i Siciliani; e se
quei ribelli che ripararono nell'isola di Cipro, si trovarono sicuri dai
colpi dell'Imperatore, giovarono non poco colla loro distanza anche ad
Andronico. Da un rivale senza merito, e da un popolo inerme fu egli
rovesciato dal trono. Avea la prudenza o la superstizione d'Andronico
pronunciata la sentenza di morte d'Isacco l'Angelo, che discendeva da
Alessio il Grande dal lato di donne; fatto forte dalla disperazione,
difese Isacco la propria libertà e la vita; dopo aver morto il
carnefice, che veniva ad eseguire l'ordine del tiranno, si ricovrò nella
chiesa di Santa Sofia. A poco a poco s'empiè il santuario d'una
moltitudine curiosa ed afflitta, che nella sorte d'Isacco prevedeva
quella della quale era essa minacciata. Ma dai gemiti passando bentosto
alle imprecazioni, e dalle imprecazioni alle minacce, osarono dimandarsi
a vicenda: «Perchè mai temiamo? perchè obbediamo? Noi siamo tanti, ed
egli è solo; la nostra pazienza è ciò che ci tiene in ischiavitù.» Allo
spuntare del dì, tutta la città era in tumulto; si forzarono le
prigioni; i meno ardenti cittadini, o i più servili, animaronsi alla
difesa della patria, e Isacco, secondo di tal nome, fu dal santuario
condotto al soglio. Andronico, ignaro del proprio pericolo, riposavasi
allora delle cure dello Stato nelle isole deliziose della Propontide.
Avea contratto un matrimonio poco decente con Alice o Agnese, figlia di
Luigi VII, Re di Francia, e vedova dell'infelice Alessio; era la sua
società, più conveniente a' suoi gusti che a' suoi anni, composta della
giovine moglie, e di quelle concubine che gli erano più care. Al primo
avviso della rivolta corse a Costantinopoli, impaziente di spargere il
sangue de' rei; ma il silenzio del palazzo, il tumulto della città,
l'abbandono generale in che vedeasi, gli recarono lo spavento all'animo.
Pubblicò un'amnistia generale; non vollero i sudditi nè ricevere
perdono, nè perdonare: propose di abbandonare la corona a suo figlio
Manuele; ma non poteano le virtù del figlio espiare le colpe del padre.
Il mare eragli ancora aperto alla fuga; ma la nuova della rivolta erasi
diffusa lunghesso la costa; cessato il timore, l'obbedienza era pure
cessata. Un brigantino armato inseguì, e prese la galea imperiale.
Andronico, carico di ferri, con una lunga catena al collo, venne
trascinato ai piedi d'Isacco l'Angelo. Vane furono la sua eloquenza e le
lagrime delle donne che l'accompagnavano; non potè sottrarsi alla morte;
ma in vece di dare a tale sentenza le forme decenti d'una punizione
legale, l'abbandonò il nuovo monarca alla folla numerosa di quelli, che
furono dalla sua crudeltà privi d'un padre, d'un marito, d'un amico. Gli
strapparono i denti e i capelli, gli cavarono un occhio, e gli
tagliarono una mano; debole riparazione delle loro perdite! per dargli
morte più dolorosa lasciarono qualche intervallo da una tortura
all'altra. Fu posto sopra un cammello, e senza temere non venisse alcuno
in sua difesa, venne condotto in trionfo per tutte le vie della
capitale, e la feccia del popolo rallegravasi di calpestare la maestà
d'un principe decaduto. Oppresso da colpi e da oltraggi, fu Andronico
finalmente impeso pei piedi fra due colonne che sosteneano una la figura
d'un lupo, l'altra quella d'una scrofa; quanti stender poterono il
braccio su quel nimico pubblico, esercitarono tutti con gioia sul corpo
di lui atti d'una crudeltà brutale o studiata, sinchè alla fine due
Italiani, mossi da pietà, o spinti da rabbia, gl'immersero le spade nel
petto, e terminarono così il suo gastigo in questo Mondo. Durante
un'agonia sì lunga e penosa, non disse che queste parole: «Signore, abbi
pietà di me; perchè vuoi tu sfracellare una canna spezzata?» In mezzo a
que' tormenti si dimentica il tiranno; l'uomo il più reo inspira allora
pietà, nè si può biasimare la sua rassegnazione pusillanime, poichè un
Greco soggetto al cristianesimo non era più il padrone della propria
esistenza.

[A. D. 1185]

Ho parlato a lungo del carattere e delle avventure straordinarie
d'Andronico; ma troncherò qui la serie de' principi, ch'ebbe l'Impero
greco dal regno di Eraclio in poi. I rami usciti dello stipite de'
Comneni a poco a poco disparvero; e la linea maschile non continuò che
nella posterità d'Andronico, la quale, in mezzo alla pubblica
confusione, usurpò la sovranità di Trebisonda, così oscura nella storia,
e tanto famosa nei romanzi. Un cittadino privato di Filadelfia,
Costantino l'Angelo, era giunto alla fortuna e agli onori coll'unirsi ad
una figlia dell'Imperatore Alessio. Andronico, suo figlio, non
segnalossi che colla viltà. Isacco, suo nipote, punì il tiranno, e gli
succedette; ma fu deposto da' suoi vizi e dall'ambizione di suo
fratello; la loro discordia agevolò ai Latini il conquisto di
Costantinopoli, la prima grand'epoca della caduta dell'Impero d'Oriente.

Se si calcola il numero e la durata dei regni, troverassi, che diede un
periodo di sei secoli sessanta Imperatori, contando insieme le donne che
possedettero il soglio, e levando dalla lista alcuni usurpatori, che non
furono mai riconosciuti nella capitale, e alcuni principi che non
vissero abbastanza a godere del loro retaggio. In tal guisa il termine
di mezzo d'ogni regno sarebbe d'un decennio, cioè molto al di sotto
della proporzione cronologica di Newton, il quale, secondo l'esempio
delle monarchie moderne più regolarmente costituite, portava a diciotto
o venti anni la durata d'un regno. Non ebbe l'Impero di Bizanzio nè
riposo, nè prosperità che quando potè seguire l'ordine della successione
ereditaria. Cinque dinastie, cioè: la razza di Eraclio, le dinastie
d'Isauro, d'Amorio, i discendenti di Basilio e i Comneni, ciascuna alla
lor volta, si perpetuarono sul trono durante cinque, quattro, tre, sei e
quattro generazioni. Molti di questi principi contarono dalla loro
infanzia gli anni del loro regno; Costantino VII, e i suoi due nipoti
occupano un secolo intiero. Ma negli intervalli delle dinastie
bizantine, la successione è rapida ed interrotta; guari non andava che
le geste e il nome d'uno dei Candidati erano offuscati dalle imprese
d'un competitore più felice. Più vie conduceano al soglio. Vedevasi
l'opera d'una ribellione rovesciata dai colpi dei cospiratori, o corrosa
dal tacito lavoro del raggiro. I favoriti dei soldati o del popolo, del
senato o del clero, delle donne o degli eunuchi, vestivano
successivamente la porpora. Vili erano i modi co' quali salivano alla
dignità suprema, spregevole e tragico era sovente il lor fine. Un Essere
della natura dell'uomo, dotato delle medesime facoltà, ma d'una vita più
lunga, darebbe un'occhiata di compassione e di disprezzo ai delitti e
alle follìe dell'ambizione umana, che, entro termini sì brevi, ambisce
tanti godimenti precari e di sì curta durata. Ond'è che l'istoria
sublima e dilata l'orizzonte delle nostre idee. L'opera di alcuni
giorni, la lettura di alcune ore ci schierarono d'innanzi sei secoli
intieri, e la durata di un regno, d'una vita non abbracciò che un
momento. Sta sempre la tomba di dietro al soglio; l'atto colpevole d'un
ambizioso non precede che d'un istante quello per cui vedesi quindi
spogliato della preda, e l'immortale ragione, superstite alla loro
esistenza, sdegna li sessanta simulacri de' Re che ci passarono davanti
lasciando appena una debole immagine nella nostra mente. Riflettendo
però che in tutti i secoli e in tutte le contrade ha l'ambizione
sottomesso del pari gli uomini alla sua irresistibile potenza, cessa il
filosofo di maravigliare; ma non si limita solo a condannare sì fatta
vanità, indaga pure il motivo d'una bramosìa tanto universale dello
scettro. In quella successione di principi, che tennero l'un dopo
l'altro il trono di Bizanzio, non puossi a ragione attribuirla all'amor
della gloria, o della umanità. La sola virtù di Giovanni Comneno si
mostrò benefica e pura. I più illustri de' sovrani, che precedono o
seguono quel rispettabile Imperatore, marciarono, con certa destrezza e
vigore, pei sentieri tortuosi e sanguinolenti d'una politica d'amor
proprio. Chi esamina attentamente i caratteri imperfetti di Leone
l'Isauro, di Basilio I, d'Alessio Comneno, di Teofilo, di Basilio II, e
di Manuele Comneno, bilanciansi la stima e la censura in modo quasi
uguale; il rimanente della folla degli Imperatori non potè fondare
speranze che sull'obblivione della posterità. È stata forse la felicità
personale il fine e l'oggetto della loro ambizione? Non rammenterò le
massime vulgari sull'infelicità dei Re; ma noterò senza timore, che la
lor condizione è di tutte la più terribile, e la meno suscettiva di
speranza. Davano le rivoluzioni dell'antichità a queste passioni opposte
molto maggior latitudine, che non ponno avere nel Mondo moderno, dove la
ferma e regolare costituzion degli Imperi non lascia punto credere che
noi possiamo veder facilmente rinovarsi lo spettacolo dei trionfi
d'Alessandro, e della caduta di Dario. Con tutto ciò, per una
particolare sciagura de' principi di Bizanzio, furono essi esposti a
pericoli domestici, senza mai sperare conquisti stranieri. Una morte più
barbara e più vergognosa di quella dell'ultimo dei colpevoli, precipitò
Andronico dall'apice delle grandezze; ma i più illustri de' suoi
predecessori aveano avuto assai più da temere dai sudditi che da sperare
dai nemici. Era l'esercito sfrenato senza coraggio, turbolenta la
nazione senza libertà. Premeano i Barbari dell'Oriente e dell'Occidente
le frontiere della monarchia, e la perdita delle province fu seguita
dalla servitù della capitale.

La succession degl'Imperatori romani, dal primo dei Cesari fino
all'ultimo dei Costantini, abbraccia più di quindici secoli; non v'ha
monarchia antica, come quelle degli Assirii e de' Medii, dei successori
di Ciro e d'Alessandro, che offra esempio d'un Impero il quale abbia sì
lungamente durato, senza soggiacere al giogo d'uno straniero conquisto.

  _L'Autore_ (V. p. 165) _disegnando coll'espressione dicitori di
  buona ventura gli Ebrei, che si erano fatti cristiani e
  seguivano l'Evangelo (giacchè questo greco vocabolo altro non
  significa che buon'annuncio), vuol mostrare che questi
  cristiani volevano l'abolizione dell'introdottosi culto delle
  Immagini; giacchè nelle province dell'Impero romano d'Oriente
  non v'era più a quell'epoca, cioè nell'ottavo secolo il culto
  degli Idoli del Politeismo che i cristiani avevano detestato;
  ma egli dà a gran torto il nome di Idoli alle Immagini cui
  prestavano e prestano culto i cattolici; v'è qui non picciolo
  errore, e perciò ci crediamo in dovere di dar la vera idea, e
  notizia del culto delle Immagini, e dell'Iconoclastia,
  intendendo, che questa nota serva d'istruzione storica positiva
  a' lettori per tutti quei luoghi dove l'Autore scrive di questa
  materia._

  _Premettiamo, che veramente (Petavius Theolog. Dogmatum de
  Incarnatione lib. 15, e Pagi Critica T. I, p. 42) le Immagini
  non appartengono alla sostanza della religione; la Chiesa poteva
  ammetterle, e non ammetterle. Nei primi tempi del cristianesimo,
  per le persecuzioni, e perchè agli occhi ed alle menti de'
  Cristiani era presente il culto degli Idoli dal qual dovevano
  star lontani, non furono in uso Immagini, e templi, di che anzi
  erano rimproverati da Gentili, siccome quelli che non avevano nè
  luoghi di culto, nè segni di lor religione; e ce lo dice Minucio
  Felice scrittore del terzo secolo:_ cur nullas aras habent,
  templa nulla, nulla nota simulacra? _a ciò i cristiani
  rispondevano: pensate voi che noi occultiamo ciò che veneriamo,
  per non aver nè templi nè altari? a che far simulacri a Dio,
  mentre l'uom stesso n'è l'immagine? a che fabbricar templi a Dio
  mentre il Mondo tutto non può contenerlo? non è meglio far che
  sia suo tempio il nostro animo? Il Concilio Illiberitano nel
  principio del quinto secolo proibì l'uso delle Immagini col
  canone 37._ Placuit picturas in ecclesia esse non debere, ne
  quod colitur, et adoratur in parietibus depingatur. _Alcuni
  credono doversi riferire cotal proibizione alle Immagini
  soltanto della Divinità, e della Trinità; il decreto è veramente
  generale._

  _Poscia a poco a poco si fabbricarono chiese, e nel quinto e
  sesto secolo, divenuto dominante il cristianesimo, s'introdusse
  il culto delle Immagini; ma non in tutti i luoghi, e non nel
  medesimo tempo si andò introducendo perchè, per una parte non
  v'era più pericolo d'idolatria, e che fossero le Immagini, dagli
  uomini rozzi, considerate per la loro rassomiglianza come Idoli
  del politeismo, e per l'altra esse servirono a propagare la
  memoria di Cristo, di Maria, e de' Santi, e ad animare
  coll'esempio i Fedeli. Si estese molto cotal culto nelle Chiese
  Orientali, ed Occidentali, ma molti fra i Vescovi, preti e
  secolari, non n'erano persuasi, attenendosi all'antica massima,
  e consuetudine. Le cose erano in questo stato quando
  l'Imperatore Leone Isaurico l'anno 726 (imitando il suo
  predecessore Filippico, cui aveva resistito il Papa Costantino
  che lo aveva nel suo Concilio di Roma dichiarato apostata) si
  mosse con rigorosi editti, e con maggior forza contro il culto
  delle Immagini; ei lo considerava a torto come un'idolatria, e
  credeva purificare la religione. Mandò i suoi uffiziali, e
  soldati nelle Chiese di Costantinopoli, e della Grecia, e indi
  anche in Italia a toglier via le Immagini. Il Papa Gregorio II
  scrisse all'Imperatore spiegandogli il senso del culto delle
  Immagini, e giustificandolo:_ Et dicis nos parietes et lapides,
  et tabellas adorare: non ita est ut dicis Imperator; sed ut
  memoria nostra excitetur et ut stolida, imperita, crassaque mens
  nostra erigatur, et in altum provehatur per eos, quorum haec
  nomina et quorum appellationes, et quorum eae sunt imagines, et
  non tanquam Deos, ut tu dicis, absit. Gregorii II Epist. in
  Collect. magna Conc. Labbe. _Gregorio disse dunque a Leone che
  non intendeva che i credenti venerassero o adorassero quelle
  Immagini per se stesse, ma come degne di culto a cagione delle
  cose rappresentate, onde la debole mente umana sia per mezzo di
  cotali rappresentazioni aiutata ad innalzarsi all'intuizioni
  degli archetipi, che non cadevano più sotto i sensi. Nella
  stessa lettera poi gli racconta le sollevazioni ch'egli si era
  procacciate col togliere la Immagini al culto del popolo. Leone
  convocò un Concilio di Vescovi da dirsi Conciliabolo, che
  decretò contro il culto delle Immagini, e depose S. Germano
  Patriarca, che n'era sostenitore, e pose in suo luogo Anastasio.
  Gregorio III sostenne pure con zelo il culto delle Immagini:
  ovunque vi furono sollevazioni, incendi, e massacri per la
  formazione di due patiti, opposti e ferocissimi. Costantino
  Copronimo figlio di Leone Isaurico fu più fiero del padre;
  convocò un altro Concilio da dirsi pure Conciliabolo, l'anno
  754, ove fu condannato il culto delle Immagini. L'Imperatrice
  Irene vedova di Leone IV nella minorità del figlio Costantino,
  di consenso del Papa Adriano I, convocò il Concilio generale
  VII, di Nicea II l'anno 787; (Divalis sacra directa a Costantino
  et Irene augustis ad Sanctissimum Hadrianum Papam senioris Rome
  etc. Labbe T. 8. p. 645); in esso fu spiegato, e ristabilito il
  culto delle Immagini, e molti Vescovi iconoclasti, vale a dire
  avversi al culto delle. Immagini, e che lo avevano condannato
  negli anzidetti Concilii, si ritrattarono, furono ammessi alla
  loro sedi, e fu condannato tutto ciò ch'era stato decretato, e
  fatto nei due anteriori Concilii. Ma tuttavia il partito
  Iconoclasta continuò a mantenersi forte specialmente in
  Germania, in Francia, in Inghilterra; i Vescovi per altro di
  queste province sembravano tener il mezzo fra questi due
  partiti. Carlomagno che inclinava all'Iconoclastia fece comporre
  quattro libri contro il culto della Immagini, e li mandò al Papa
  Adriano, che vi rispose vigorosamente sostenendo il Concilio
  generale di Nicea II; ad onta di ciò Carlomagno convocò un
  Concilio nazionale di trecento Vescovi a Francfort l'anno 794,
  il quale sosteneva la dottrina dei quattro libri, e condannò il
  culto delle Immagini. Finalmente il greco prete Teofane ci narra
  gli Atti del Concilio di Costantinopoli nell'anno 842:_ Postquam
  defuncto Teophilo Imperium ad ejus uxorem Thedoram, et filium
  eorum Michaelem, admodum adolescentem, deletum esset, in
  pietatis studium curamque maxime incubuit foemina veri Dei
  munere (ut nomen eius indica) _data etc. (Labbe Sac. Conc. Magna
  Collect.) Adunò Teodora nel suo palazzo un numeroso Concilio di
  Vescovi, di Monaci e di Grandi; vi fu approvato il Concilio
  generale VII, di Nicea II, già convocato da Irene, che aveva
  ristabilito il culto delle Immagini; fu cacciato dalla sede
  Giovanni Patriarca di Costantinopoli Iconoclasta, ed eletto
  Metodio stato sostenitore delle Immagini: e di Giovanni
  sbalordito, segue a dirci Teofane,_ qua quidem celeri et
  imperata rerum mutatione Joannes, qui tunc impie munus
  Pontificium administrabat, stupore, ac mentis caligine captus
  parum abfuit quin ipse sibi manus inferret, mortemque
  conscisceret. _Così fu definitivamente ristabilito il culto
  delle immagini dopo 120 anni di tumulti, di ribellioni, e di
  massacri. L'autorità del Concilio Generale VII, di Nicea II, è
  superiore di gran lunga e per ragione, e per regola della Chiesa
  a quella degli altri Concilii, o Conciliaboli contrarii, e tanto
  più lo è perchè giudicò conformemente ai Papi Costantino,
  Gregorio II, Gregorio III, Adriano I, ed a tutti gli altri Papi
  contemporanei, e perchè fu per giunta confermata dal Concilio di
  Costantinopoli dell'anno 842: quindi ogni buon cattolico deve
  seguir la massima di doversi prestar culto alle Immagini,
  determinata per tal modo definitivamente dalla Chiesa nei secoli
  VIII, IX._ (Nota di N. N.)

NOTE:

[186] _L'Autore poteva ommettere di riferire una sì cattiva applicazione
del Salmo, fatta dal popolo ignorante diretto dai monaci, siccome poteva
tacere più sopra quella simile fatta dal Patriarca di Costantinopoli,
che doveva tenersi al suo ministero, e non mescolarsi nella cose civili,
e politiche._ (Nota di N. N.)

[187] _Vedi_ la Nota di N. N. alla pag. 248.



CAPITOLO XLIX.

      _Introduzione, culto e persecuzione delle Immagini. Ribellione
      dell'Italia e di Roma. Patrimonio temporale dei Papi. Conquisto
      dell'Italia fatto dai Francesi. Istituzione delle Immagini.
      Carattere e incoronazione di Carlomagno. Ristabilimento e
      decadenza dell'Impero romano in Occidente. Independenza
      dell'Italia. Costituzione del Corpo germanico._


Non considerai la Chiesa che ne' suoi legami collo Stato, e ne' vantaggi
che procura ai Corpi politici; maniera di considerare, a cui era
desiderabile che ognuno si fosse attenuto inviolabilmente nei fatti,
come nel mio racconto. Ebbi cura di lasciare alla curiosità dei teologi
speculativi[188] la filosofia orientale dei Gnostici, l'abisso tenebroso
della Predestinazione e della Grazia, e la singolare trasformazione che
si opera nell'Eucarestia, quando la rappresentazione del Corpo di Gesù
Cristo convertesi nella sua vera sostanza[189]; ma esposi con diligenza
e piacere que' fatti dell'Istoria ecclesiastica i quali hanno
contribuito al decadimento e alla ruina dell'Impero romano, come sarebbe
la propagazione del cristianesimo, la costituzione della Chiesa
cattolica, la ruina del paganesimo, e le Sette che escirono dalle
controversie misteriose e sublimi, relative alla Trinità ed alla
Incarnazione. Tra i fatti principali di questa specie devesi contare il
culto delle Immagini, che ai secoli ottavo e nono cagionò dispute
accanite, poichè questa lite d'una superstizione popolare[190] produsse
la ribellion dell'Italia, il patrimonio temporale dei Papi ed il
ristabilimento dell'Impero romano in Occidente.

Erano i primi cristiani dominati da un'invincibile ripugnanza per le
Immagini; si può attribuire quest'avversione alla loro origine giudaica
e alla loro antipatia pei Greci. Aveva la legge di Mosè vietato
severamente tutti i simulacri della Divinità; ed avea un tale precetto
messo profonde radici nella dottrina e nei costumi del popolo eletto.
Impiegavano gli Apologisti della religion cristiana tutto il loro
ingegno contro gl'Idolatri che si prostravano d'innanzi all'opera delle
lor mani, d'innanzi a quelle Immagini di rame o di marmo[191], le quali,
se fossero state dotate di moto e di vita, avrebbero piuttosto dovuto
balzare dai loro piedestalli, ed adorare la potenza creatrice
dall'artista. Alcuni Gnostici, che aveano appena abbracciata la religion
cristiana, rendettero forse alle statue di Gesù Cristo e di San Paolo,
ne' primi momenti d'una mal ferma conversione, i profani onori, che
offerti aveano a quelle d'Aristotele e di Pitagora[192]; ma la religion
pubblica dei cattolici fu sempre uniformemente semplice e spirituale, e
parlasi delle Immagini per la prima volta nella censura del Concilio
d'Illeberis, trecento unni dopo l'Era cristiana. Sotto i successori di
Costantino, nella pace e nell'abbondanza di cui godeva la Chiesa
trionfante, credettero i più saggi de' Vescovi dover autorizzare, in
favore della moltitudine, una specie di culto atto a colpire i sensi;
dalla ruina del paganesimo in poi, essi non temeano più un paralello
odioso. Cogli omaggi renduti alla Croce e alle reliquie ebbe
cominciamento quel culto simbolico. Collocavansi alla destra di Dio i
Santi, e i Martiri, de' quali s'implorava l'aiuto; e la credenza del
popolo ai favori benefici, e spesse volte miracolosi, che si spargeano
intorno alla lor tomba, era fortificata da quella folla di devoti
pellegrini, che andavano a vedere, toccare e baciare la spoglia inanime,
che ricordava il loro merito e i loro patimenti;[193] ma una copia
fedele della persona e delle fattezze del Santo, fatta col soccorso
della pittura o scultura, era una memoria più grata che non il suo
cranio o i suoi sandali. Furono tali copie, così analoghe alle affezioni
umane, carissime in ogni età alla privata tenerezza o alla pubblica
stima. Si prodigalizzavano onori civili e quasi religiosi alle immagini
degl'Imperatori romani; riceveano le statue dei sapienti e dei patriotti
omaggi meno fastosi, ma più sinceri; e queste profane virtù, questi bei
peccati scomparivano alla presenza dei santi personaggi, che avean data
la vita per la celeste ed eterna lor patria. Fecesi da principio
l'esperimento del culto delle Immagini con precauzione e scrupolo; erano
permesse per istruire gl'ignoranti, per infervorare gli animi, e per
conformarsi ai pregiudizi dei pagani che aveano abbracciato, o che
desideravano d'abbracciare il cristianesimo. Per una progressione
insensibile, ma inevitabile, gli onori conceduti all'originale, si
rendettero alla copia: pregava il devoto d'innanzi all'immagine d'un
Santo; e s'introdussero nella Chiesa cattolica i riti pagani della
genuflessione, dei cerei accesi e dell'incenso. Tacquero gli scrupoli
della ragione e della pietà davanti al possente testimonio delle visioni
e dei miracoli. Si pensò, che Immagini le quali parlavano, si moveano e
spargevano sangue, aver doveano una forza divina, e poteano esser
l'oggetto d'una adorazion religiosa. Doveva il più ardito pennello
tremare dell'audace tentativo di dar forma, con linee e colori, allo
spirito infinito, al Dio onnipossente, che penetra e regge
l'Universo;[194] ma uno spirito superstizioso si facea con minore
difficoltà a dipingere, ad adorare gli Angeli, e soprattutto il Figlio
di Dio sotto la forma umana, ch'erasi degnato prendere durante la sua
dimora in questo Mondo. Avea la seconda Persona della Trinità assunto un
corpo reale e mortale; ma era quel corpo salito al cielo, e ove non se
ne avesse presentato qualche simulacro agli occhi de' suoi discepoli,
avrebbero le reliquie o le Immagini de' Santi cancellato dalla memoria
il culto spirituale di Gesù Cristo[195]. Si dovette, per lo stesso
motivo, concedere le Immagini della Santa Vergine, ignoravasi il luogo
di sua sepoltura; e la credulità dei Greci e dei Latini fu pronta ad
approvare l'idea della sua assunzione in corpo e in anima nelle regioni
del cielo[196]. Era l'uso ed anche il culto delle Immagini avanti la
fine del secolo sesto fermamente stabilito. Talentava alla fervida
immaginazione dei Greci e degli Asiatici: ornarono nuovi emblemi il
Panteon e il Vaticano; ma i Barbari più rozzi, e i Sacerdoti ariani
dell'Occidente si diedero più freddamente a quest'apparenza d'idolatria.
Le forme ardite delle statue di rame o di marmo, ch'empievano i templi
dell'antichità, ferivano l'immaginazione o la coscienza dei cristiani
Greci; e i simulacri, che solo offerivano una superficie colorita e
senza rilievo, parvero sempre più decenti e meno pericolosi[197].

Dalla simiglianza dell'originale proviene il merito e l'effetto d'una
copia; ma i primi cristiani non conosceano le vere fattezze del Figlio
di Dio, della Madre di lui, e de' suoi Apostoli. La statua di Paneade in
Palestina,[198], ch'era tenuta per quella di Gesù Cristo, era
probabilmente quella d'un Salvatore riverito per soli servigi temporali.
Si riprovano i Gnostici e i loro profani monumenti; e non potea
l'immaginazione degli artisti cristiani essere guidata che da una
secreta imitazione di qualche modello del paganesimo. Si ebbe in tale
frangente ricorso ad un'invenzione ardita ed ingegnosa, la quale ad un
tempo stabiliva la perfetta simiglianza dell'Immagine, e l'innocenza del
culto che le si prestava. Una Leggenda siriaca sopra il carteggio di
Gesù Cristo e del Re Abgaro[199], famosa ai giorni d'Eusebio, la quale
hanno alcuni moderni scrittori a malincuore abbandonata; servì di
fondamento ad una nuova favola. Il Vescovo di Cesarea[200] registra la
lettera di Abgaro a Gesù Cristo[201]; ma fa stupore ch'egli non parli di
quella esatta impronta[202] del volto di Gesù sul panno lino, con cui
rimunerò il Salvatore del Mondo la Fede di quel Principe, che aveva
invocato il suo potere in una malattia, e gli aveva offerto la città
fortissima d'Edessa, perchè la proteggesse contro la persecuzione de'
Giudei. Si scusa la ignoranza della Chiesa primitiva col supporre, che
era stato quel panno lino racchiuso lungamente in una nicchia d'un muro,
d'onde fu tratto, dopo una obblivione di cinque secoli, da un Vescovo
prudente, e offerto a tempo debito alla divozione de' suoi
contemporanei. Il primo grandioso miracolo, che gli si attribuì, fu la
liberazione della città assalita dalle armi di Cosroè Nushirvan: si
riverì ben tosto come un pegno che, secondo la promessa di Dio,
guarentiva Edessa da qualunque nimico straniero. È bensì vero che il
testo di Procopio attribuisce la liberazione d'Edessa alla ricchezza e
al valore de' Cittadini che comperarono l'assenza del monarca persiano,
e ne respinsero gli assalti. Non sospettava quel profano istorico del
testimonio che è costretto rendere nell'opera ecclesiastica d'Evagrio,
dove Procopio assicura, che venne il Palladio esposto sulle mura della
città, e che l'acqua lanciata contro il Santo volto, invece d'estinguere
accendea maggiormente le fiamme, che andavano gli assediati gittando.
Conservossi dopo un tanto servigio l'immagine d'Edessa con rispetto e
gratitudine; e se punto non vollero gli Armeni ammettere la Leggenda, i
Greci più creduli adoravano quella copia del volto del Salvatore del
Mondo, non già come opera d'un uomo, ma produzione immediata del Divino
originale. Dimostreranno lo stile, e i pensieri d'un Inno cantato dai
sudditi di Bizanzio in che differisse il culto per loro renduto alle
Immagini dal rozzo sistema degli Idolatri. «Come potremo noi, con occhi
mortali, contemplar quest'Immagine, il cui celeste splendore non
ardiscono i Santi in Cielo di fissare? Degnasi oggi colui che abita i
Cieli onorarci d'una sua visita con un'impronta degna della nostra
venerazione; oggi, colui che siede al di sopra dei Cherubini viene a noi
in un simulacro, che fece il nostro Padre onnipossente colle sue mani
immacolate, che formò in guisa ineffabile, e che noi dobbiamo
santificare, adorandolo con timore ed amore.» Prima della fine del sesto
secolo, erano quelle Immagini fatte senza mani (usavano i Greci una sola
parola[203]) comuni negli eserciti e nelle città dell'Impero
d'Oriente[204]. Erano esse oggetto di culto, ed istrumenti di miracoli.
Nell'ora del pericolo, o in mezzo al tumulto, la loro veneranda presenza
rendea la speranza, ravvivava il coraggio, o reprimea il furore delle
legioni romane. Non essendo la maggior parte di quelle Immagini che
imitazioni fatte dalla mano dell'uomo, non poteano aspirare che ad
un'imperfetta rassomiglianza; e davasi loro a torto il medesimo titolo,
che si applicava alla prima Immagine; ma ve n'erano altre più
autorevoli, prodotte da un contatto immediato coll'originale, dotato per
ciò d'una virtù miracolosa e prolifica. Pretendeano le più ambiziose non
già di discendere dall'Immagine d'Edessa, ma di avere secolei affinità
filiali e fraterne; tal'è la _Veronica_ di Roma, di Spagna o di
Gerusalemme, fazzoletto ch'erasi Gesù Cristo nel punto di sua agonia, e
del sudore di sangue, applicato al volto, e consegnato ad una delle
sante Donne. Vi furono ben tosto _Veroniche_ della Vergine Maria, dei
Santi e dei Martiri. Mostravansi nella Chiesa di Diospoli, città della
Palestina, le fattezze della Madre di Dio[205] impresse assai
profondamente sopra una colonna di marmo. Correa voce che il pennello di
San Luca avesse ornate le Chiese d'Oriente e d'Occidente; e si suppose
avere quest'Evangelista, che sembra essere stato un medico, esercitato
l'arte del pittore, arte tanto profana ed odiosa agli occhi de' primi
cristiani. Poteva il Giove Olimpico creato dal genio di Omero, e dallo
scalpello di Fidia, inspirare ad un filosofo una divozion momentanea; ma
le Immagini cattoliche, produzioni senza forza e senza rilievo, escite
dalla mano dei monaci, attestavano l'estrema degenerazione dell'arte e
del genio[206].

Erasi a poco a poco introdotto il culto delle Immagini nella Chiesa, ed
erano tutti i progressi di questa innovazione accolti favorevolmente
dagli animi superstiziosi, come quelli che aumentavano i mezzi di
consolazione, che si poteano usare senza peccato. Ma sul principiare del
secolo ottavo, cominciarono alcuni Greci scrupolosi a temere d'avere
ristabilito, sotto l'apparenza del cristianesimo, la religione dei loro
antenati; non poteano tollerare senza dolore ed impazienza il nome
d'Idolatri, che davan loro incessantemente gli Ebrei e i Musulmani[207],
ai quali inspirava la legge di Mosè e del Korano un odio immortale
contro le Immagini incise, ed ogni specie di culto relativo ad esse.
Fiaccava la servitù degli Ebrei il loro zelo, e dava poca importanza
alle loro accuse; ma i rimproveri dei Musulmani, che regnavano a
Damasco, e minacciavano Costantinopoli, aveano tutto il peso che dar
poteano la verità e la vittoria. Erano le città della Siria, della
Palestina e dell'Egitto fornite d'Immagini di Gesù Cristo, della Vergine
Maria, e dei Santi, ed avea ciascheduna la speranza od aspettava la
promessa d'essere difesa in guisa miracolosa. Soggiogarono gli Arabi in
dieci anni quelle città e le loro Immagini; e il Dio degli eserciti,
secondo la loro opinione, pronunciò un giudizio decisivo sul disprezzo
che ispirar doveano quegl'Idoli muti e inanimati[208]. Aveva fatta
Edessa lunga resistenza agli assalti del Re di Persia; ma quella città
prediletta, la sposa di Gesù Cristo, videsi involta nella comune ruina,
e l'Immagine del Salvator del Mondo divenne un trofeo della vittoria
degli Infedeli. Dopo tre secoli di servitù, fu renduto il Palladio alla
divozione di Costantinopoli, che pagò, per averlo, dodicimila lire
d'argento, rimise in libertà duecento Musulmani, e promise di non mover
guerra giammai contra il territorio d'Edessa[209].

In que' tempi di calamità e di abbattimento usarono i monaci tutta la
forza dell'eloquenza in difesa delle Immagini; vollero provare che i
peccati e lo Scisma della maggior parte degli Orientali aveano alienato
il favore, e annichilata la virtù di que' Simboli preziosi; ma si ebbero
contro i susurri d'una folla di cristiani che invocavano i testi, i
fatti e l'esempio dei tempi primitivi, e che bramavano secretamente la
riforma della Chiesa. Siccome non era stato il culto delle Immagini
stabilito da veruna legge generale o positiva, nell'Impero d'Oriente,
furono i suoi progressi ritardati o accelerati, secondo la qualità degli
uomini e le combinazioni del tempo, secondo i vari gradi delle
cognizioni sparse nelle varie contrade, e secondo il carattere
particolare dei Vescovi. Lo spirito incostante della capitale e il genio
inventivo del clero di Bizanzio s'affezionarono appassionatamente ad un
culto tutto splendore, mentre le rimote regioni dell'Asia, di costumi
più rozzi, non amavano punto quella specie di fasto religioso.
Mantennero numerose congregazioni di Gnostici e di Ariani, dopo la loro
conversione, quel semplice culto che aveano osservato prima d'abiurare,
e non erano gli Armeni, i più bellicosi dei sudditi di Roma,
riconciliati al duodecimo secolo colla vista delle Immagini[210]. Tutti
questi nomi diversi produssero prevenzioni ed odii che furono di poco
effetto nei villaggi dell'Anatolia e della Tracia, ma che sovente
influirono sulla condotta del guerriero, del prelato o dell'eunuco,
giunto alle primarie dignità della Chiesa o dello Stato.

[A. D. 726-840]

Di tutti questi avventurieri il più fortunato fu l'Imperatore Leone
III[211], che passò dalle montagne dell'Isauria sul trono dell'Oriente.
Non sapea nè di letteratura sacra nè di profana; ma la sua educazione
zotica e guerriera, la sua ragione, e forse la comunicazione che avea
cogli Ebrei e gli Arabi, gli aveano inspirato antipatia alle Immagini, e
risguardavasi allora come dovere d'un principe la cura d'obbligare i
suoi sudditi a regolare la loro coscienza secondo la sua. Con tutto ciò,
nei primordii d'un regno vacillante, si sottomise Leone, pel corso di
dieci anni di fatiche e pericoli, alle bassezze dell'ipocrisia; si
prostrò davanti Idoli, che disprezzava nell'intimo del cuore, e
soddisfece ogni anno il Papa con una solenne dichiarazione del suo zelo
per l'Ortodossia. Quando volle riformare la religione furono i suoi
primi passi circospetti e moderati: adunò un gran Concilio di Senatori e
di Vescovi, e, col loro consenso, ordinò di togliere dal Santuario e
dall'altare tutte le Immagini, e di collocarle nelle navate a tale
altezza che si potessero scorgere, ed essere inaccessibili alla
superstizione del popolo; ma invano tentò reprimere dall'una parte e
dall'altra il rapido impulso della venerazione e dell'orrore: le sante
Immagini poste a quell'altezza edificavano di continuo i devoti ed
accusavano il tiranno. La resistenza e le invettive irritarono lo stesso
Leone. Fu accusato da' suoi medesimi partigiani di non adempiere i
propri doveri; gli proposero essi a modello il Re giudeo che aveva
infranto il serpente di rame. Comandò con un secondo editto non solo
l'abolizione, ma la distruzione dei quadri religiosi. Furono
Costantinopoli e le province purificate d'ogni sorta d'idolatria: furono
distrutte le Immagini di Gesù Cristo, della Madre di Dio e dei Santi, e
si copersero le mura degli edificii con un semplice strato di gesso.
Venne la Setta degl'Iconoclasti spalleggiata dallo zelo e dal potere
dispotico di sei Imperatori, e per cento vent'anni risuonarono l'Oriente
e l'Occidente di quella disputa strepitosa. Voleva Leone l'Isaurico fare
della proscrizion delle Immagini un articolo di Fede sancito
dall'autorità d'un Concilio generale; ma questo Concilio non fu
convocato che sotto il regno di Costantino, suo figlio, e benchè l'abbia
il fanatismo della Setta trionfante rappresentato come un'adunanza
d'imbecilli e d'atei,[212] ciò che abbiamo de' suoi Atti in vari
frammenti mutilati palesa alcuni sintomi di ragione e di pietà. Aveano
le discussioni e i decreti di più Sinodi provinciali cagionato quel
Concilio generale, tenuto ne' sobborghi di Costantinopoli, e composto di
trecento trentotto Vescovi dell'Europa e dell'Anatolia; che allora erano
i Patriarchi d'Antiochia e d'Alessandria schiavi del Califfo, e i
Pontefici di Roma aveano separato dalla comunion dei Greci le Chiese
d'Italia e d'Occidente. Arrogossi il Concilio bizantino il titolo e il
potere di settimo Concilio generale; riconosceva però in tal guisa i sei
Concilii generali anteriori, che aveano gittate con tanta fatica le
fondamenta dell'edificio della Fede cattolica. Dopo una deliberazione di
sei mesi dichiararono i trecento trentotto Vescovi, e sottoscrissero
d'unanime consenso, che tutti i Simboli visibili di Gesù Cristo, fuorchè
nell'Eucarestia, erano blasfematorii od eretici; che il culto delle
Immagini corrompea la purezza della Fede cristiana e rinnovava il
paganesimo; ch'era giuocoforza cancellare od atterrare simili monumenti;
che coloro i quali ricuserebbero di consegnare alla Chiesa gli oggetti
delle loro particolari superstizioni, si renderebbero colpevoli di
disobbedienza all'autorità della Chiesa istessa e dell'Imperatore.
Celebrarono essi con sincere e forti acclamazioni i meriti del loro
Redentore temporale, a affidarono allo zelo e alla giustizia di lui
l'esecuzione delle loro spirituali censure. Come ne' precedenti
Concilii, fu anche a Costantinopoli la volontà del principe la regola
della Fede episcopale;[213] ma io sarei quasi per credere, che un gran
numero di Prelati sagrificò in tale occasione, a idee di speranza o di
timore, le opinioni della loro coscienza. Durante questa lunga notte di
superstizione, eransi i cristiani allontanati dalla semplicità
dell'Evangelo, e non era agevole per essi il seguire il filo, e
discernere gli andirivieni del labirinto. Era il culto delle Immagini,
nella mente d'un devoto, indivisibilmente unito alla Croce, alla
Vergine, ai Santi e alle loro reliquie. I miracoli e le visioni
stendevano una caligine sopra la base di quel sacro edificio, e le
abitudini della obbedienza e della Fede aveano sopite le due potenze
dello spirito, la curiosità e lo scetticismo. Costantino istesso è
accusato di dubbio, di miscredenza od anche di alcune regie facezie
sopra i Misteri dei cattolici[214]; ma erano questi Misteri ben fondati
nel Simbolo pubblico e privato de' suoi Vescovi; e il più audace
Iconoclasta non avrà potuto, che con interno orrore, assalire i
monumenti della superstizion popolare consegrati alla gloria dei Santi,
ch'ei teneva ancora per suoi protettori presso Dio. Ai tempi della
riforma del sedicesimo secolo, aveano la libertà, e i lumi aumentate
tutte le facoltà dell'uomo; il rispetto per l'antichità fu vinto dal
bisogno delle innovazioni, e ardì l'Europa, nel suo vigore, sdegnare i
fantasmi, d'innanzi ai quali tremava la debolezza effeminata dei Greci
avviliti.

[A. D. 726-775]

Non s'avvede il popolo dello scandolo d'una eresia, sopra quistioni
astratte, che allo squillo della tromba ecclesiastica; ma i più
ignoranti possono scorgere, devono i più agghiaccati risentire la
profanazione e la caduta delle loro Divinità visibili. Si volsero le
prime ostilità di Leone contro un Crocifisso, situato nel vestibolo, e
al di sopra della porta del palazzo. Già già s'abbattea; ma la scala
innalzata a tal fine, fu rovesciata con furore da una folla di fanatici
e di donne. Vide la moltitudine con pio trasporto piombare i ministri
del sacrilegio dall'alto della scala; e giacere in terra sfracellati;
essendo stati i rei di quest'azione giustamente puniti come omicidi e
ribelli, prostituì la loro fazione in lor onore gli omaggi conceduti
agli antichi martiri[215]. L'esecuzione degli editti dell'Imperatore
cagionò frequenti tumulti in Costantinopoli e nelle province: la vita di
Leone fu in pericolo; si trucidarono sei officiali, e bisognò impiegare
tutta la forza dell'autorità civile, e della potenza militare ad
estinguere l'entusiasmo del popolo. Le numerose isole dell'Arcipelago,
detto allora il mar Santo, erano piene d'Immagini e di monaci;
abiurarono gli abitanti senza scrupolo la loro fedeltà verso un nimico
di Gesù Cristo, della Vergine e dei Santi; allestirono un'armata di
battelli e di galee, spiegarono i loro sacri vessilli, e arditamente
corsero verso il porto di Costantinopoli, per collocare sul trono un
uomo più grato a Dio e al popolo. Aveano fiducia di miracoli; ma questi
miracoli non poterono resistere al fuoco greco[216]; e dopo la rotta e
l'incendio dei loro vascelli, le loro isole senza difesa furono
abbandonate alla clemenza o alla giustizia del vincitore. Aveva il
figlio di Leone, nel primo anno del suo regno, intrapresa una spedizione
contro i Saracini; e durante la sua assenza, erasi il parente di lui,
Artavasdes, ambizioso difensore della Fede ortodossa, impadronito della
capitale, del palazzo e della porpora. Si restaurò pomposamente il culto
delle Immagini, rinunciò il Patriarca alla dissimulazione ch'erasi
imposta[217], ovvero dissimulò i sentimenti che avea adottati; e i
diritti dell'usurpatore furono riconosciuti nella nuova e nella vecchia
Roma. Riparò Costantino sulle montagne, ov'eran nati i suoi avi; ma con
que' prodi e fedeli Isauri discese da esse, e in una vittoria decisiva
trionfò delle armi e delle predizioni dei fanatici; il lungo suo regno
fu continuamente agitato da clamori, sedizioni, congiure, da un odio
vicendevole, e da vendette sanguinolenti. La persecuzion delle Immagini
fu il motivo o il pretesto de' suoi avversari, e se non ebbero un
diadema temporale, ricevettero dai Greci la corona del martirio. In
tutte le trame che gli si ordirono contro, in palese, o in secreto,
provò l'Imperatore l'implacabile inimicizia dei monaci, fedeli schiavi
della superstizione, dalla quale ripetono le ricchezze e il potere[218].
Pregavano e predicavano, assolvevano e infiammavano il popolo,
congiuravano contro il sovrano: sboccò dalla solitudine della Palestina
un torrente d'invettive: e la penna di S. Giovanni Damasceno[219],
l'ultimo dei Padri greci, proscrisse la testa dell'Imperatore in questo
Mondo e nell'altro[220]. Non ho tempo d'esaminare fino a qual segno
eransi i monaci tirato addosso i mali veri o supposti dei quali
dolevansi, nè qual sia il numero di coloro che perdettero la vita, o
qualche membro, gli occhi o la barba, per la crudeltà dell'Imperatore.
Gastigati gl'individui, passò all'abolizione dei loro Ordini; essendo
questi ricchi ed inutili, avrà potuto il risentimento di lui essere
aizzato dall'avarizia, e scusato dal patriottismo. La missione e il nome
formidabile di _Dragone_[221], suo Visitator generale, sparsero l'orrore
e lo spavento in tutta la nazione _incappucciata_. Furono disfatte le
Comunità religiose, gli edifici convertiti in magazzeni od in baracche,
confiscate le terre, le masserizie e le gregge; vari moderni esempi ci
autorizzano a pensare, che non solo le reliquie, ma le biblioteche sieno
divenute preda di quella rapina, ch'eccitò la licenza o il piacere di
nuocere. Oltre l'abito e lo stato monastico si proscrisse col medesimo
rigore anche il culto pubblico e privato delle Immagini; e parrebbe che
si esigesse dai sudditi, od almeno dal clero dell'Impero d'Oriente, una
solenne abiurazione dell'idolatria[222].

Rinunziò con ripugnanza il sottomesso Oriente alle sue sacre Immagini;
lo zelo independente degli Italiani le difese con vigore, e raddoppiò la
divozione per esse. Era il Patriarca di Costantinopoli pel grado e per
l'ampiezza della sua giurisdizione quasi uguale al Pontefice di Roma; ma
il Prelato greco era uno schiavo sotto gli occhi del padrone che ad un
cenno, ora da un convento il facea passare sul trono, ora dal trono nel
fondo d'un convento. Il Vescovo di Roma, lontano dalla Corte, e sempre
in pericolo, in mezzo ai Barbari dell'Occidente, traeva dalla sua
condizione, coraggio e libertà; scelto dal popolo, gli era caro;
bastavano le sue rendite ragguardevoli ai bisogni pubblici e a quelli
dei poveri. La debolezza o la negligenza degli Imperatori lo determinò a
consultare, in pace e in guerra, la sicurezza temporale della città.
Nella scuola dell'avversità, s'andava egli a poco a poco arricchendo
delle virtù di un principe, e ne sentia l'ambizione: l'Italiano, il
Greco o il Siro, che arrivava alla Cattedra di S. Pietro, tutti
procedeano del pari, e seguivano la medesima politica; e Roma, perdute e
legioni e province, vedea di nuovo ristabilita la sua supremazia dal
genio e dalla fortuna dei Papi. Tutti gli autori convengono, che nel
secolo ottavo essi hanno fondato il dominio sulla ribellione[223]; che
questa fu cagionata e giustificata dall'eresia degl'Iconoclasti; ma la
condotta di Gregorio II e di Gregorio III, durante quella lotta
memoranda, s'interpreta in varia guisa dai loro amici e nemici.
Dichiarano gli Scrittori bizantini unitamente, che dopo un'utile
ammonizione, pronunciarono i Papi la separazion dell'Oriente e
dell'Occidente, e privarono il sacrilego Imperatore della rendita e
della sovranità dell'Italia. I Greci, testimoni del trionfo dei Papi,
parlano di questa scomunica in modo ancora più chiaro; ed essendo
affezionati maggiormente alla loro religione che al loro paese, invece
di biasimare, lodano essi lo zelo o l'ortodossia di quegli uomini
apostolici[224]. Gli autori che ne' tempi moderni difesero la Corte di
Roma, mostrano gran premura ad avvalorare l'elogio ed il fatto; i
cardinali Baronio e Bellarmino decantano quel grand'esempio del
deponimento dei Re eretici[225]; e se loro dimandasi, perchè non si
scagliarono le medesime folgori contro i Neroni e i Giuliani
dell'antichità. rispondono, che la debolezza della Chiesa primitiva fu
la sola cagione della sua paziente fedeltà[226]. In tale occasione
l'odio e l'amore produssero i medesimi effetti, e i protestanti pieni di
zelo, che vogliono eccitare l'indignazione, e spaventare il potere dei
principi e dei magistrati, ragionano alla distesa sull'innocenza e sul
delitto dei due Gregorii verso il loro legittimo sovrano[227]. Questi
Papi non sono difesi che dai cattolici moderati, i più della Chiesa
gallicana[228], che rispettano il Santo senz'approvarne il delitto. Que'
difensori della corona e della tiara giudicano della verità dei fatti
dalla regola dell'equità, dalle opere che ci rimangono, e dalla
tradizione; ricorrono al testimonio[229] dei Latini, alle Vite[230] ed
all'Epistole dei Papi istessi.

[A. D. 727]

Abbiamo due Epistole originali di Gregorio II all'Imperatore Leone[231];
e se non si può citarle come modelli d'eloquenza e di logica, offrono il
ritratto o almeno la maschera d'un fondatore della monarchia
pontificale. «Pel corso di dieci anni di vera felicità, gli dice,
abbiamo avuto la consolazione di ricever vostri fogli regii,
sottoscritti con inchiostro di porpora, e di vostra propria mano: erano
questi fogli per noi sacri pegni del vostro attaccamento alla Fede
ortodossa dei nostri avi. Che cangiamento deplorabile! che orribile
scandolo! Voi accusate ora i cattolici d'idolatria, e con tale accusa
non fate che smascherare la vostra empietà ed ignoranza. Siamo costretti
a proporzionare a siffatta ignoranza la rozzezza del nostro stile, e la
materialità degli argomenti. Bastano a confondervi i primi elementi
delle sante lettere; e se entrando in una scuola di grammatica, vi
dichiaraste nimico del nostro culto, irritereste la semplicità e la
pietà degli scolari a tale, che vi gitterebbero in faccia il loro
alfabeto». Dopo quest'esordio decente, tenta il Papa di stabilire
l'ordinaria distinzione tra gl'Idoli dell'antichità, e le Immagini del
cristianesimo. «Sono gli Idoli, dic'egli, figure immaginarie di fantasmi
o diavoli, in un tempo che il vero Dio non avea manifestata la sua
persona sotto forma visibile; le Immagini sono le vere forme di Gesù
Cristo, di sua Madre, e dei suoi Santi, che con tanti miracoli provarono
l'innocenza e il merito di questo culto relativo». Bisogna veramente
ch'egli siasi fidato nell'ignoranza di Leone per sostenere, che dai
tempi degli Apostoli furono le Immagini sempre in onore, e che colla
loro presenza santificarono i sei Concilii della Chiesa cattolica.
Deduce dal possedimento momentaneo e dalla pratica attuale un argomento
più specioso; pretende, che l'armonia del Mondo cristiano renda inutile
un Concilio generale; ed ha la franchezza di confessare che non possono
quelle assemblee esser utili che regnante un principe ortodosso.
Volgendosi quindi all'impudente ed inumano Leone, molto più reo di un
eretico, gli raccomanda la pace, il silenzio, ed una sommissione
implicita, alle sue guide spirituali di Costantinopoli e di Roma. Fissa
i limiti della potenza civile e della potenza ecclesiastica; sottomette
il corpo alla prima, l'anima alla seconda; stabilisce, che la spada
della giustizia è nelle mani del magistrato; che una spada più
formidabile, quella della scomunica, appartiene al clero; che,
nell'esercizio di questa divina commissione, non risparmierà un figlio
zelante il padre colpevole; che il successore di San Pietro ha il
diritto di gastigare i Re del Mondo. «O tiranno, soggiunse, tu ci assali
con mano voluttuosa ed armata: noi, inermi ed ignudi, non possiamo
ricorrere che a Gesù Cristo; principe dell'esercito celeste, e
supplicarlo che ti mandi un demonio per la distruzion del tuo corpo e la
salvezza dell'anima: spedirò i miei ordini a Roma, tu osi dichiarare con
folle arroganza; farò in pezzi le Immagini di S. Pietro; e Gregorio,
come Martino suo predecessore, sarà condotto, carico di catene, al piè
del trono imperiale a ricevere la condanna dell'esilio. Ah! Dio volesse
che mi fosse lecito camminare sull'orme di San Martino! Ma serva
d'esempio il fatto di Costanzo ai persecutori della Chiesa. Condannato
questo tiranno giustamente dai Vescovi della Sicilia, tutto coperto di
peccati, morì dalla mano d'uno de' suoi servi: questo sant'uomo è ancora
adorato dai popoli della Scizia, fra i quali terminò l'esilio e la vita.
Ma noi dobbiamo vivere per l'edificazione e il sostegno dei Fedeli; nè
siamo ridotti ad avventurare la nostra sicurezza in una battaglia. Per
quanto sii incapace di difendere la tua città di Roma, la situazione di
lei sulla spiaggia del mare, può farle temere i tuoi saccheggiamenti;
noi possiamo però ritirarci alla distanza di ventiquattro _stadii_[232],
nella prima Fortezza dei Lombardi, e allora perseguiterai i venti. Non
sai tu che i Papi sono i legami dell'unione, e i mediatori della pace
fra l'Oriente e l'Occidente? Stan fissi gli sguardi delle nazioni sulla
nostra umiltà; adorano esse qua giù come un Dio l'Apostolo S. Pietro, di
cui minacci d'annichilare l'Immagine[233]. I regni più remoti
dell'Occidente offrono i loro omaggi a Gesù Cristo e al suo Vicario, e
già noi ci apparecchiamo a visitare uno de' più possenti monarchi di
quella parte del Mondo, che desidera ricevere dalle nostre mani il
Sacramento del Battesimo[234]. Si sottomisero i Barbari al giogo
dell'Evangelo, tu solo sei sordo alla voce del pastore. Questi pii
Barbari sono pieni di furore; ardono di desiderio di vendicare la
persecuzione che soffre la Chiesa in Oriente. Cessa dalla tua audace e
funesta impresa; rifletti, trema e pentiti. Se ti ostini, noi non saremo
rei del sangue che si verserà in questa disputa; possa egli cadere sul
tuo medesimo capo»!

[A. D. 728]

Le prime ostilità di Leone contro le Immagini di Costantinopoli aveano
avuto a testimonio una folla di stranieri, venuti dall'Italia e da vari
paesi dell'Occidente; vi raccontarono essi con isdegno e dolore il
sacrilegio del monarca; ma al ricevere l'editto che proscrivea quel
culto, tremarono pei loro Dei penati; si tolsero da tutte le Chiese
dell'Italia le Immagini di Gesù Cristo, della Vergine, dei Martiri e dei
Santi, e si propose al Pontefice di Roma questa scelta; il favore
imperiale per premio della sua condiscendenza, la degradazione e
l'esilio per gastigo della sua disobbedienza. Lo zelo religioso e la
politica non gli permetteano d'esitare, e l'alterigia con cui trattò
l'Imperatore, annunciava una gran fiducia nella verità della sua
dottrina, o nelle forze di resistenza. Senza far conto delle preghiere o
dei miracoli, armossi contro il nimico pubblico, e le sue lettere
pastorali avvertirono gl'Italiani dei loro pericoli, e doveri[235]. A
questo segnale, Ravenna, Venezia, e le città dell'Esarcato e della
Pentapoli, aderirono alla causa della religione; erano quasi tutti
indigeni i soldati di terra e di mare; e infusero ai mercenarii
stranieri lo spirito di patriottismo e di zelo, da cui essi stessi erano
animati. Giurarono gli Italiani di vivere o morire per la difesa del
Papa e delle sante Immagini; era il popolo romano consegrato al suo
padre spirituale, ed anche i Lombardi bramavano di dividere il merito e
i vantaggi di quella sacrosanta battaglia. La distruzione delle statue
di Leone fu l'atto di ribellione il più apparente, il più audace e
quello che veniva in capo più naturalmente: il più efficace e il più
vantaggioso fu di ritenere il tributo che pagava l'Italia a
Costantinopoli, e di spogliare in tal guisa il principe d'un potere, del
quale poco prima aveva abusato coll'esigere una nuova capitazione[236].
Si elessero magistrati e governatori, e si conservò così una forma di
governo; tant'era la pubblica indignazione, che i Romani si disponeano a
creare un Imperatore ortodosso, e a condurlo con una squadra navale ed
un esercito nel palazzo di Costantinopoli. Furono nel tempo istesso
Gregorio II e Gregorio III dichiarati dal monarca autori della
ribellione, e condannati per tali: si fece il potere per impadronirsi
della loro persona colla frode o colla violenza, o per toglier loro la
vita. S'introdussero in Roma, o vennero più volte ad assalirla,
capitani, guardie, duchi e vescovi, investiti d'una dignità pubblica, o
deputati con una secreta commissione; approdarono con bande straniere;
trovarono nel paese qualche soccorso, e dee la città superstiziosa di
Napoli arrossire, che i suoi antenati difendessero allora la causa
dell'eresia: il valore però e la vigilanza dei Romani rispinsero quegli
assalti palesi o clandestini; i Greci furono sconfitti e trucidati,
morti i Capi d'una morte ignominiosa, e per quanto fossero i Papi
inclinati alla clemenza, ricusarono d'intercedere in favore di quelle
colpevoli vittime. Risse sanguinose, prodotte da un odio ereditario,
divideano da lungo tempo i diversi rioni della città di Ravenna[237];
trovarono quelle fazioni un nuovo alimento nella controversia religiosa
che sorgeva allora; ma aveano i partigiani delle Immagini la superiorità
del numero o del valore, e l'Esarca, che volle arrestar il torrente,
perdè la vita in una sedizion popolare. Per punire quel misfatto, e
ristabilire il suo dominio in Italia, mandò l'Imperatore una squadra ed
un esercito nel golfo Adriatico. Ritardati lunga pezza dai venti e
dall'onde, che loro cagionarono gran danno, sbarcarono i Greci alla fine
nei dintorni di Ravenna; minacciarono di spopolare quella rea città, e
d'imitare, forse di superare, Giustiniano II, il quale dovendo, già un
tempo, punire una ribellione, avea consegnato al carnefice cinquanta dei
primarii abitanti. Vestiti del sacco e coperti di cenere, pregavano le
donne e il clero; gli uomini erano armati alla difesa della patria;
aveva il comun pericolo riunite le fazioni, e vollero piuttosto
avventurare una battaglia ch'esporsi alle lunghe miserie d'un assedio.
Si combattè di fatto con accanimento. I due eserciti indietreggiarono e
si avanzarono a vicenda; videsi un fantasma, s'udì una voce, e la
certezza della vittoria rendè Ravenna vittoriosa. I soldati
dell'Imperatore si ritirarono sopra i vascelli; ma la spiaggia del mare
assai popolata mandò contro il nimico una gran quantità di schifi; si
mescolò tanto sangue alle acque del Po, che per sei anni non volle il
popolo cibarsi del pesce di quel fiume; l'instituzione d'una festa
annuale consecrò il culto delle Immagini, e l'odio del tiranno greco. In
mezzo al trionfo delle armi cattoliche, volendo il Pontefice di Roma,
condannare l'eresia degl'Iconoclasti, convocò un Concilio di novantatre
Vescovi. Coll'approvazione di questi, pronunciò una scomunica generale
contro quelli che assalirebbero la tradizion de' Padri, e le Immagini
dei Santi sia con parole o con fatti; comprendeva questo decreto
tacitamente l'Imperatore[238]; con tutto ciò sembra che la risoluzione
presa di fargli per l'ultima volta un'ammonizione, senza speranza di
buon esito, provi che l'anatema non era allora che sospeso sopra il suo
reo capo. Sembra di più, che i Papi, dopo avere ben fondato le basi
della propria sicurezza, del culto delle Immagini, e della libertà di
Roma e dell'Italia, abbiano mitigato il rigore, e risparmiato il
rimanente del dominio Bizantino. Differirono con moderati consigli ed
impedirono l'elezione d'un nuovo Imperatore; esortarono gl'Italiani a
non separarsi dal corpo della Monarchia romana. Si concedette all'Esarca
di risedere nelle mura di Ravenna, dove fece la parte piuttosto di
schiavo che di padrone; e fino all'incoronazione di Carlomagno, il
governo di Roma e dell'Italia fu sempre tenuto in nome dei successori di
Costantino[239].

La libertà di Roma oppressa dalle armi e dall'arte d'Augusto, dopo
settecento cinquant'anni di servitù fu campata dalla tirannia di Leone
l'Isaurico. Aveano i Cesari annichilati i trionfi dei Consoli; nella
decadenza e ruina dell'Impero romano, erasi il Dio Termine, quel sacro
limite, ritirato a poco a poco dalle rive dell'Oceano, del Reno, del
Danubio e dell'Eufrate, e Roma era ridotta al suo antico territorio,
contando i paesi che da Viterbo si stendono a Terracina, e da Narni
all'imboccatura del Tevere[240]. Espulsi i Re, riposò la Repubblica
sopra la solida base fondata dalla loro saggezza e virtù. La loro
perpetua giurisdizione si divise a due magistrati, che si eleggeano ogni
anno; continuò il senato ad essere investito del potere amministrativo e
deliberativo; le assemblee del popolo esercitarono l'autorità
legislativa distribuita tra le classi diverse in proporzione delle
sostanze, o dei servigi di ciascun individuo. Aveano i primi Romani,
ignari delle arti del lusso, perfezionata la scienza del governo e della
guerra: erano sacri i diritti personali; il volere della Comunità era
assoluto; erano armati cento trentamila cittadini a difendere il loro
paese, o ad ampliarlo per via di conquisti; una geldra di ladri e di
proscritti era divenuta una nazione, degna di libertà e ardente di
gloria[241]. Allorchè si estinse la sovranità degl'Imperatori greci,
Roma spopolata più non era che il tristo scheletro della miseria; era la
schiavitù divenuta per lei un'abitudine, e la sua libertà fu un
accidente prodotto dalla[242] superstizione, ch'essa medesima non potè
mirare che con sorpresa e terrore. Non trovavasi nelle instituzioni o
nella memoria dei Romani il menomo vestigio della sostanza, od anche
delle forme della costituzione; nè aveano abbastanza lumi e virtù a
rifabbricare l'edificio d'una Repubblica. Il debole avanzo degli
abitanti di Roma, nati tutti da schiavi o da stranieri, era l'oggetto
dello scherno dei Barbari trionfanti. Per esprimere il maggior disprezzo
che aveano per un nimico, lo chiamavano i Franchi e Lombardi _Romano_;
«e questo nome, dice il Vescovo Luitprando, abbraccia tutto ciò che è
vile, infame e perfido; i due estremi dell'avarizia e del lusso, e tutti
i vizi infine che possono prostituire la dignità della natura
umana[243].» La situazione dei Romani li gettò necessariamente in un
governo repubblicano grossolanamente concepito. Furono obbligati a
scegliere Giudici in tempo di pace, e Capi durante la guerra; si
adunavano i Nobili per deliberare, e non poteansi eseguire le loro
risoluzioni, senza il consenso della moltitudine. Si videro rinnovarsi
le forme antiche del Senato e del Popolo romano[244]; ma non erano
animate dall'istesso spirito, e quella nuova independenza fu disonorata
dalla tempestosa lotta della licenza e dell'oppressione. La mancanza di
leggi non poteva essere supplita che dal potere della religione, e
l'autorità del Vescovo dirigeva l'amministrazione interna, e la politica
esterna. Le sue limosine, i suoi discorsi, la sua corrispondenza coi re
e prelati dell'Occidente, i servigi, che non guari prima avea renduto
alla città, i giuramenti statigli prestati, e la gratitudine che gli si
dovea, assuefarono i Romani a risguardarlo come il primo magistrato, o
il principe di Roma. Il nome di _dominus_ o di Signore non isgomentò
l'umiltà cristiana dei Papi, e se ne scorge la figura e l'iscrizione
sulle più antiche monete[245]. Il loro dominio temporale è oggigiorno
assodato da dieci secoli di rispetto, e il loro più bel titolo e la
libera scelta di un popolo, ch'essi aveano sottratto dalla schiavitù.

[A. D. 730-752]

In mezzo alle dispute dell'antica Grecia godeva il popol santo
dell'Elide una pace continua sotto la protezione di Giove, e
nell'esercizio de' Giuochi Olimpici[246]. Sarebbe stato una fortuna pei
Romani che un simile privilegio difendesse il patrimonio della Chiesa
dalle calamità della guerra, e che i cristiani, i quali andavano a
vedere la tomba di San Pietro, si credessero tenuti, alla presenza
dell'apostolo e del suo successore, di riporre le spade nel fodero; ma
questo mistico cerchio non potea essere delineato che dalla verga d'un
legislatore e d'un saggio: questo pacifico sistema non s'uniformava
collo zelo e coll'ambizione dei Papi; non erano i Romani, come gli
abitanti dell'Elide, dediti agl'innocenti e placidi lavori
dell'agricoltura, e le instituzioni pubbliche e private dei Barbari
dell'Italia, malgrado dell'effetto che aveva il clima prodotto sui loro
costumi, erano assai inferiori a quelle degli Stati della Grecia.
Luitprando, Re dei Lombardi, diede un esempio memorando di pentimento e
di divozione. Ascoltò questo vincitore, in mezzo alle armi, alla porta
del Vaticano, la voce di Gregorio II[247], ritirò le schiere, abbandonò
i conquisti, si condusse alla Chiesa di S. Pietro, e, dopo avere orato,
depose sulla tomba dell'Apostolo la spada e il pugnale, la corazza e il
mantello, la croce d'argento e la corona d'oro; ma tale fervor religioso
fu un'illusione e forse un artificio del momento; il sentimento
dell'interesse è possente e durevole. Era l'amore delle armi e della
rapina inerente al carattere dei Lombardi, e i disordini dell'Italia, la
debolezza di Roma, e la profession pacifica del suo nuovo Capo, furono
per essi e pel loro Re un oggetto di tentazione irresistibile. Alla
pubblicazione dei primi editti del monarca si dichiararono difensori
delle Immagini. Invase Luitprando la provincia di Romagna, chiamata così
fin da quei tempi; i cattolici dell'Esarcato si sottomisero senza
ripugnanza al suo potere civile e militare, e per la prima volta venne
introdotto un nimico straniero nell'inespugnabile Fortezza di Ravenna.
Furono la città e la fortezza ricuperate bentosto dall'attività dei
Veneziani valenti e poderosi in mare, e questi fedeli sudditi s'arresero
alle esortazioni di Gregorio, che li indusse a separare il fallo
personale di Leone dalla causa generale dell'Impero romano[248].
Dimenticarono i Greci un tale servigio, e i Lombardi si ricordarono di
tale ingiuria. Formarono le due nazioni, nimiche per la lor Fede,
un'alleanza pericolosa e poco naturale; marciarono il Re e l'Esarca al
conquisto di Spoleti e di Roma: si dissipò la tempesta senz'alcun
effetto; ma il politico Luitprando continuò a tenere l'Italia agitata da
perpetue alternative di tregue e d'ostilità. Astolfo, successore di lui,
si dichiarò ad un tempo nimico dell'Imperatore e del Papa. Fu soggiogata
Ravenna dalla forza o dal tradimento[249], e questa conquista troncò la
serie degli Esarchi, i quali, dall'epoca di Giustiniano e dalla ruina
del regno dei Goti in poi, aveano esercitato in quel paese una specie di
potere dependente. Fu ingiunto a Roma di riconoscere per suo legittimo
sovrano il Lombardo vittorioso; si fissò la taglia di ciascun cittadino
ad un annuo tributo d'un pezzo d'oro; la spada sospesa sul loro capo era
pronta a punire le disobbedienze. Esitarono i Romani; supplicarono, si
dolsero, e l'effetto delle minacce dei Barbari fu impedito dalle lagrime
e dai negoziati, fino a tanto che il Papa seppe procurarsi al di là
delle Alpi un alleato e un vendicatore[250].

[A. D. 754]

Aveva Gregorio I, nelle sue calamità, implorato i soccorsi dell'eroe del
suo secolo, di Carlo Martello, che governava la Francia col titolo
modesto di Prefetto del Palazzo o di Duca, e che colla sua vittoria
segnalata sopra i Saracini avea salvata la patria, e forse l'Europa, dal
giogo dei Musulmani. Ricevè Carlo col dovuto rispetto gli ambasciatori
del Papa; ma l'importanza delle sue occupazioni e la brevità della sua
vita non gli permisero d'immischiarsi negli affari dell'Italia che per
via d'una mediazione amichevole ed infruttuosa. Suo figlio Pipino, erede
del suo potere e delle sue virtù, si dichiarò difensore della Chiesa
romana, e sembra che lo zelo di questo principe fosse eccitato dall'amor
della gloria e dalla religione; ma era il pericolo sulle sponde del
Tevere, i soccorsi su quelle della Senna, e debole è la nostra
compassione per miserie lontane da noi. Mentre abbandonavasi la città di
Roma al dolore, Stefano III prese la generosa risoluzione di condursi in
persona alla Corte di Lombardia e a quella di Francia, di piegare
l'ingiustizia del suo nimico, o di destare la pietà e l'indignazione del
suo amico. Mitigata la pubblica disperazione con preghiere e litanie,
intraprese quel faticoso viaggio cogli ambasciatori del Monarca
francese, e con quelli dell'Imperator greco. Il Re dei Lombardi fu
inesorabile; ma non poterono le sue minacce frenare i lamenti, o
ritardare la diligenza del Pontefice di Roma, che traversò le Alpi
pennine, si riposò nell'abbazia di S. Maurizio, e andò poscia in tutta
fretta a stringere quella mano del suo protettore, che mai non alzavasi
in vano tra l'armi e per l'amicizia. Fu Stefano accolto come il
successore visibile dell'Apostolo. Nella prima assemblea del Campo di
Marzo o di Maggio, espose il Re di Francia a una nazione divota e
guerriera le varie doglianze del Papa, e il Pontefice ripassò le Alpi
non da supplichevole ma da conquistatore, con un esercito di Francesi
guidati dal Re medesimo. Dopo una debole resistenza ottennero i Lombardi
una pace ignominiosa; giurarono di restituire le possessioni, e di
rispettare la santità della Chiesa romana; ma non appena fu liberato
dalla presenza delle schiere francesi, dimenticò Astolfo la sua
promessa, e non sentì che l'affronto ricevuto. Videsi Roma di nuovo
investita dai soldati, e Stefano, temendo di stancare lo zelo degli
alleati che si avea procurato al di là delle Alpi, immaginò di
fortificare la sua doglianza, e la supplica, con una lettera eloquente
scritta da S. Pietro istesso[251]. L'Apostolo accerta i suoi figli
adottivi, il Re, il Clero e i Nobili di Francia, che morto corporalmente
vive tuttavia in ispirito; che la voce ch'essi ascoltano e che devono
obbedire, è quella del fondatore e del guardiano della Chiesa di Roma;
che la Vergine, gli Angeli, i Santi, i Martiri e tutto l'esercito
celeste, sollecitano la supplica del Papa, e impongon loro di marciare
immediatamente; che in ricompensa della loro pia impresa avranno la
fortuna, la vittoria e il paradiso, e che la perdizione eterna sarà la
pena della loro negligenza, se lascieranno cadere nelle mani dei perfidi
Lombardi la sua tomba, la sua Chiesa, il suo popolo. Non men rapida e
felice della prima fu la seconda spedizione di Pipino; ottenne S. Pietro
quanto bramava; Roma fu salva per la seconda volta, e sotto la sferza
d'un padrone straniero imparò finalmente Astolfo a rispettare la
giustizia e la buona fede. Dopo quel doppio gastigo, non fecero i
Lombardi che languire, e decadere per lo spazio di circa vent'anni. Non
erasi per altro il loro carattere conformato all'avvilimento della loro
condizione; e in vece d'aspirare alle pacifiche virtù dei deboli,
stancarono i Romani con una quantità di pretensioni, sutterfugii e
scorrerie, che cominciarono senza riflessione, e terminarono senza
gloria. Era la loro spirante monarchia angustiata, da un lato, dallo
zelo e dalla prudenza del Papa Adriano I, dall'altro, dal genio, dalla
fortuna e dalla grandezza di Carlomagno, figlio di Pipino: quegli eroi
della Chiesa e dello Stato si unirono con un'alleanza e coll'amicizia; e
quando calpestarono i deboli, seppero dare al loro procedere i più bei
colori dell'equità e della moderazione[252]. Unica difesa dei Lombardi
erano le gole delle Alpi e le mura di Pavia. Sorprese il figlio di
Pipino quelle gole, e investì quelle mura, e dopo un assedio di due
anni, l'ultimo dei loro principi naturali, Desiderio, consegnò al
vincitore lo scettro e la capitale. I Lombardi, sottomessi a un Re
straniero, serbando però le loro leggi nazionali, divennero piuttosto
concittadini che sudditi dei Franchi, i quali, com'essi traevano
l'origine, i costumi e la lingua dalla Germania[253].

[751, 753-768]

Le obbligazioni reciproche dei Papi e della famiglia Carlovingia,
formano l'importante anello che unisce l'istoria antica e moderna, la
civile ed ecclesiastica. Erano stati i difensori della Chiesa
incoraggiati al conquisto dell'Italia da una fausta occasione, da un
titolo specioso, dai voti del popolo, dalle preghiere e dai raggiri del
clero. La dignità di Re di Francia[254] e quella di Patrizio di Roma
furono i doni i più preziosi, che ricevè dai Papi la dinastia
Carlovingia. I. Sotto la monarchia sacerdotale di S. Pietro,
cominciarono le nazioni a ripigliare l'abitudine di cercare sulle sponde
del Tevere il loro monarca, le loro leggi e gli oracoli del loro
destino. Erano i Franchi imbarazzati tra due sovrani, l'uno di fatto,
l'altro di nome; Pipino, semplice Prefetto del Palazzo, esercitava
l'assoluto potere d'un Re; non mancava che questo titolo alla sua
ambizione. Il suo valore abbatteva gl'inimici; la sua liberalità gli
moltiplicava il numero degli amici. Era stato suo padre il salvatore del
cristianesimo, e quattro illustri generazioni assodavano, e faceano
risaltare i diritti del suo merito personale. L'ultimo discendente di
Clodoveo, il debole Childerico, conservava tuttavia il nome e le
apparenze della regia dignità, ma il suo diritto disusato non potea
servire ad altro che d'istrumento a sediziosi; desiderava la nazione di
restaurare la semplicità della sua costituzione, e Pipino, suddito e
principe, voleva assicurare il proprio grado e la fortuna della sua
famiglia. Legava un giuramento di fedeltà il Prefetto e i Nobili al
fantasma reale; era il puro sangue di Clodoveo, sempre sacro ad essi:
chiesero i loro ambasciatori al Pontefice romano di dissipare i loro
scrupoli, o di assolverli dalle loro promesse. L'interesse determinò
prontamente il Papa Zaccaria, successore dei due Gregorii, di
pronunciare in loro favore; decise che la nazione aveva il diritto di
unire sul medesimo capo il titolo e l'autorità di re; che lo sfortunato
Childerico dovea essere immolato alla pubblica sicurezza; ch'era d'uopo
deporlo dal trono, raderlo e chiuderlo in un convento pel resto de' suoi
giorni. Una risposta sì conforme al desiderio dei Franchi fu ricevuta da
essi come l'opinione d'un casuista, la sentenza d'un Giudice, o
l'oracolo d'un Profeta[255]: sparve la razza Merovingia; e fu innalzato
Pipino sopra lo scudo da un popolo libero, assuefatto ad obbedire alle
sue leggi ed a marciare sotto il suo vessillo. Fu incoronato due volte
colla confermazione della Corte di Roma; la prima dal servo fedele dei
Papi, S. Bonifazio, apostolo della Germania, e la seconda dalle mani
riconoscenti di Stefano III, che nel monastero di S. Dionigi pose il
diadema in capo al proprio benefattore. Alle altre cerimonie si aggiunse
allora destramente l'unzione dei Re d'Israele[256]: il successore di S.
Pietro assunse il carattere d'un messaggero di Dio; divenne un Capo
germanico agli occhi dei popoli, l'unto del Signore, e tanto la vanità
che la superstizione[257] contribuirono a diffondere questa cerimonia
giudaica per tutta l'Europa moderna. Si dispensarono i Franchi dal loro
primo giuramento di fedeltà, ma furono minacciati dei più tremendi
anatemi, i quali piomberebbero anche sulla loro posterità, se ardivano
in avvenire di fare un nuovo uso della libertà d'elezione, o di
scegliere un re, che non fosse della santa e degna stirpe dei principi
Carlovingi. Godettero questi principi tranquillamente la loro gloria
senz'inquietarsi dell'avvenire; afferma il secretario di Carlomagno, che
lo scettro di Francia era stato trasferito dall'autorità dei Papi[258],
e in processo di tempo, nelle loro più ardite imprese, non lasciarono
d'insistere con fiducia su quest'atto notabile, e approvato dalla loro
giurisdizion temporale.

II. Aveano i costumi e la lingua cangiato a tale, che i patrizi di
Roma[259] erano ben lontani dal rammentare il Senato di Romolo, e gli
officiali del palazzo di Costantino rassomigliavano poco ai Nobili della
repubblica, od ai patrizi distinti dal titolo fittizio di padri
dell'Imperatore. Allorchè ebbe Giuliano riconquistato l'Italia e
l'Affrica, l'importanza di quelle province rimote, e i pericoli ai quali
erano esposte, obbligarono a stabilire un magistrato supremo che
risedesse colà; chiamavasi indifferentemente Esarca o patrizio, e que'
governatori di Ravenna, che stanno registrati nella cronologia dei
principi, stendevano la loro giurisdizione sulla città di Roma. Dalla
ribellion dell'Italia e dalla perdita dell'Esarcato in poi, aveva la
miseria dei Romani, per certi riguardi, dimandato il sacrificio della
loro independenza; ma in quest'atto esercitavano ancora il diritto di
disporre d'essi medesimi, e i decreti del senato e del popolo
investirono successivamente Carlo Martello e la sua posterità degli
onori di patrizio di Roma. Avrebbero i Capi d'una potente nazione
sdegnati titoli servili, e uffici dependenti; ma il regno degli
Imperatori greci era sospeso, e durante la vacanza dell'Impero,
ottennero essi dal Papa e dalla repubblica una missione più gloriosa.
Presentarono gli ambasciatori romani a questi patrizi le chiavi della
Chiesa di S. Pietro in prova e per simbolo di sovranità; ricevettero nel
tempo stesso un santo vessillo che poteano e doveano spiegare a
difendere la Chiesa e la città[260]. Ai giorni di Carlo Martello e di
Pipino, l'interposizione del regno dei Lombardi minacciava la sicurezza
di Roma, ma ne proteggea la libertà, e la parola _patriziato_
rappresentava soltanto il titolo, i servigi e l'alleanza di que'
protettori lontani. La potenza e politica di Carlomagno annichilarono i
Lombardi, e lo fecero signore di Roma. Quando per la prima volta entrò
in quella città, vi fu ricevuto con tutti gli onori, renduti in altri
tempi all'Esarca, cioè al rappresentante dell'Imperatore; la gioja e la
gratitudine del Papa Adriano I[261] aggiunsero maggior lustro a quegli
onori. Non così tosto ei seppe l'improvviso avvicinamento del monarca,
che gli mandò incontro i magistrati e i Nobili colla bandiera, trenta
miglia in circa dalla città. Le _Scuole_ o le Comunità nazionali dei
Greci, dei Lombardi, dei Sassoni etc. si affilarono lunghesso i due lati
della via flaminia, per lo spazio d'un miglio; era la gioventù di Roma
sotto le armi, e fanciullini, con palme e rami d'olivo in mano,
cantavano le lodi dell'illustre liberatore. Allorchè vide le croci e i
vessilli, discese Carlo da cavallo; condusse al Vaticano la processione
di que' Nobili, e nel salire la scala baciò devotamente tutti i gradini,
che metteano nel santuario degli Apostoli. Lo stava Adriano aspettando
col clero sotto il portico. S'abbracciarono come amici ed uguali; ma
andando verso l'altare prese il Re, o patrizio, la diritta del Papa, nè
fu pago Carlomagno di queste vane dimostrazioni di rispetto. Durante i
ventisei anni, che passarono fra il conquisto della Lombardia e la sua
incoronazione in qualità d'Imperatore, governò da padrone la città di
Roma che avea liberata colle sue armi. Giurò il popolo fedeltà alla sua
persona e alla sua famiglia; si coniarono le monete; si amministrò la
giustizia in suo nome; egli esaminò e confermò l'elezione dei Papi.
Toltone il diritto di richiamare la sovranità del suo proprio capo, non
poteva il titolo d'Imperatore aggiungere alcuna prerogativa a quelle
delle quali era il patrizio di Roma già investito[262].

Fu la gratitudine dei Carlovingi proporzionata a queste obbligazioni, e
i loro nomi sono stati consegrati col titolo di salvatori e benefattori
della Chiesa romana. Il suo antico patrimonio consistente in case e
poderi affittati, fu trasformato dalla loro munificenza in un dominio
temporale di città e province. Primo frutto delle vittorie di Pipino fu
la concessione dell'Esarcato[263]. Abbandonò Astolfo sospirando la sua
preda. Si consegnarono le chiavi e gli ostaggi delle primarie città
all'ambasciatore di Francia, che li presentò, in nome del suo Re, sulla
tomba di S. Pietro. Abbracciava l'Esarcato, secondo il più ampio
significato di questo vocabolo[264], tutte le province dell'Italia che
aveano obbedito all'Imperatore e a' suoi ministri; ma a tutto rigore non
comprendea che i territori di Ravenna, di Bologna e di Ferrara; deesi
aggiungere la Pentapoli, che estendevasi lunghesso il mare Adriatico, da
Rimini fino ad Ancona, e che avanzavasi nell'interno del paese fino alla
giogaia dell'Apennino. Si biasimarono molto l'ambizione e l'avarizia dei
Papi in quel maneggio. Avrebbe forse dovuto l'umiltà d'un prete
cristiano ricusare un regno terrestre, che non potea di leggieri
governare senza rinunciare alle virtù del suo stato. Avrebbe forse
dovuto un suddito fedele od anche un nimico generoso mostrar meno ardore
a dividere le spoglie del principe Barbaro; e se aveva l'Imperatore
commesso a Stefano di sollecitare in suo nome la restituzione
dell'Esarcato, non assolverei il Papa dal rimprovero di perfidia o di
falsità; ma stando esattamente alle leggi, può chiunque accettare senza
offesa, ciò che senza ingiustizia gli può dare un benefattore. Aveva
l'Imperator greco abbandonato o perduto i diritti all'Esarcato, e la
spada d'Astolfo era rotta dalla spada più forte del Carlovingio. Non per
difendere la causa dell'Iconoclasta, aveva Pipino esposto la sua persona
e l'esercito ai pericoli di due spedizioni al di là della Alpi; possedea
legalmente i suoi conquisti, e li potea legalmente alienare: rispose
piamente alle importunità dei Greci, che niuna considerazione umana non
lo determinerebbe a ripigliare un dono, che avea fatto al Pontefice di
Roma per la remission de' suoi peccati e la salute dell'anima. Aveva
egli dato l'Esarcato con tutti i diritti di sovranità; e vide il Mondo
per la prima volta un Vescovo cristiano investito delle prerogative d'un
principe temporale, del diritto di nominare magistrati, di far
esercitare la giustizia, di impor tasse, e di disporre delle ricchezza
del palazzo di Ravenna. Al disciogliersi del reame Lombardo, cercarono
gli abitanti del Ducato di Spoleti[265] un rifugio dalla procella; si
tagliarono i capelli all'uso dei Romani, si dichiararono servitori e
sudditi di S. Pietro, e compierono, con questa volontaria confessione,
il circondario odierno dello Stato ecclesiastico. Divenne questo circolo
misterioso d'un'ampiezza indefinita mercè la donazione verbale o scritta
di Carlomagno[266], il quale ne' primi trasporti della sua vittoria
spogliò sè stesso e l'Imperatore greco delle città e delle isole
dipendenti altre volte dall'Esarcato. Ma riflettendo, lontano
dall'Italia, a mente più fredda a quanto avea fatto, guardò con occhio
di invidia e di diffidenza la nuova grandezza del suo alleato
ecclesiastico. Eluse in guisa rispettosa l'esecuzione nelle sue promesse
e di quelle di suo padre; sostenne il Re dei Francesi e dei Lombardi i
diritti inalienabili dell'Impero, e finch'ei visse, e nel punto di sua
morte, Ravenna[267] e Roma furono sempre contate nel numero delle sue
città metropolitane. Svanì la sovranità dell'Esarcato tra le mani dei
Papi. Trovarono questi nell'Arcivescovo di Ravenna un rivale
pericoloso[268]: sdegnarono i Nobili e il popolo il giogo d'un prete; e
in mezzo ai disordini di quei tempi non poterono i Pontefici di Roma
ritenere che la memoria d'un'antica pretensione, che in una epoca più
favorevole rinnovarono con prospero evento.

La frode è l'arme della debolezza e dell'astuzia, e Barbari possenti, ma
ignoranti, caddero ben spesso nei lacci della politica sacerdotale.
Erano il Vaticano e il palazzo[269] di Laterano un arsenale ed una
manifattura, che secondo le occasioni produceano o celavano una copiosa
raccolta d'Atti veri o falsi, corrotti o sospetti, favorevoli
agl'interessi della Chiesa romana. Prima della fine del secolo ottavo,
qualche scriba della Santa Sede, forse il famoso Isidoro, fabbricò le
Decretali e la donazione di Costantino, quelle due colonne della
monarchia spirituale e temporale dei Papi. Fu mentovata quella memoranda
donazione, per la prima volta, in una lettera d'Adriano I, il quale
esortava Carlomagno ad imitare la liberalità del Gran Costantino, ed a
farne rivivere il nome[270]. Secondo la leggenda, aveva San Silvestro,
Vescovo di Roma, guarito dalla lebbra, e purificato nell'acque
battesimali il primo degl'Imperatori cristiani, nè medico alcuno fu mai
tanto ricompensato. Erasi il neofito reale allontanato dalla residenza e
dal patrimonio di San Pietro: aveva dichiarato la sua risoluzione di
fondare una nuova capitale in Oriente, e aveva abbandonata ai Papi
l'intiera e perpetua sovranità di Roma, dell'Italia e delle province
dell'Occidente.[271] Produsse una tale finzione gli effetti i più
vantaggiosi. Furono i principi Greci convinti d'usurpazione, e la
ribellione di Gregorio[272] non fu più considerata che come l'atto,
mercè del quale rientrava ne' suoi diritti ad una eredità, che gli
apparteneva legittimamente: si sciolsero i Papi dal dovere di
gratitudine, poichè l'apparente donazione non era che la giusta
restituzione d'una picciola parte dello Stato ecclesiastico. La
sovranità di Roma non dipendeva più dalla scelta d'un popolo volubile, e
si videro i successori di San Pietro, e di Costantino investiti della
porpora e dei diritti dei Cesari. Tanta era l'ignoranza e la credulità
di quel secolo, che in Grecia e in Francia si accolse con rispetto la
più assurda delle favole, e che trovasi tuttavia fra i decreti della
legge canonica[273]. Nè gl'Imperatori, nè i Romani non furono capaci di
discernere una trufferia, che distruggea i diritti degli uni e la
libertà degli altri: il solo ostacolo venne da un monastero della
Sabinia, che sul principio del duodecimo secolo contrastò l'autenticità
e la validità della donazione di Costantino[274]. Al risorgere delle
lettere e della libertà fu quel falso atto trafitto dalla penna di
Lorenzo Valla, critico eloquente, e Romano pieno di patriottismo[275].
Stupirono i suoi contemporanei del suo audace sacrilegio; ma tal'è il
tacito ed irresistibile progresso della ragione, che avanti la fine del
secolo vegnente, era quella favola rigettata con disprezzo dagli
Storici[276], dai Poeti[277], e dalla censura tacita e moderata dei
difensori della Chiesa di Roma[278]. I Papi sorrisero anch'essi alla
pubblica credulità[279]: ma questo titolo, supposto e disusato, continuò
a santificare il loro regno; e per un accidente felice al pari di quello
che preservò le decretali e gli oracoli della Sibilla, distrutte le
fondamenta, l'edificio non ruinò.

Mentre fondavano i Papi in Italia la loro independenza e il loro
dominio, le Immagini, ch'erano state la primaria cagione della loro
rivolta, si restauravano nell'Impero d'Oriente[280]. Sotto il segno di
Costantino V aveva l'unione del poter civile e del potere
ecclesiastico[281] rovesciato l'albero della superstizione senza
sbarbicarne la radice. Quella classe di uomini e quel sesso che sono più
dediti alla divozione, amavano nel lor segreto il culto degli idoli,
così nomandosi allora le Immagini,[282] e l'alleanza dei monaci e delle
donne[283] vinse decisamente la prova contro la ragione e l'autorità.
Leone IV sostenne, ma con minor rigore la religion del padre e dell'avo
mentre sua moglie, la bella e ambiziosa Irene, era imbevuta del
fanatismo degli Ateniesi, eredi dell'idolatria assai più che della
filosofia dei loro antenati. Vivente il marito, le sue inclinazioni non
fecero che invigorirsi vie più pei rischi a cui l'esponevano, e per la
dissimulazione che ne fu la conseguenza; solamente potè ella adoperarsi
nel proteggere, e promovere alcuni monaci favoriti, che trasse dalle
loro spelonche per collocarli sulle Sedi metropolitane dell'Oriente; ma
non così tosto cominciò a regnare in nome proprio, e in quello del
figlio, ella intese più seriamente alla ruina degl'Iconoclasti, e con un
editto generale a favor della libertà di coscienza aperse la via alla
persecuzione. Richiamando i monaci, espose delle Immagini a migliaia
alla pubblica venerazione, e da quel punto s'inventarono mille leggende
di martirii e di miracoli. Ad un Vescovo morto o scacciato, erano
immantinente sostituiti uomini animati dalle sue passioni.

[A. D. 787]

Coloro che più ardentemente cercavano i favori temporali e celesti,
prevenivano l'elezione che farebbe la sovrana, e non mancavano
d'approvarla. La promozion di Tarasio, suo segretario, alla dignità di
Patriarca di Costantinopoli, la fece arbitra della Chiesa d'Oriente: ma
i decreti d'un Concilio generale non si poteano rivocare, che da
un'assemblea della stessa qualità[284]; gl'Iconoclasti da lei radunati,
fatti forti dal possesso attuale, pareano poco inclinati alle
discussioni, e la debole voce dei loro Vescovi era avvalorata dalle
grida assai più formidabili dei soldati e della plebe di Costantinopoli.
Fu differito per un anno il Concilio; e in quest'intervallo si ordirono
maneggi, si separarono le squadre mal affezionate, e finalmente, per
toglier di mezzo tutti gli ostacoli, fu deciso che si congregherebbe il
Concilio in Nicea; così secondo l'uso della Grecia fu un'altra volta la
coscienza dei Vescovi in mano dei principi. Non si assegnarono che
diciotto giorni pur l'esecuzione di sì grande affare; comparvero
gl'Iconoclasti nell'Assemblea non come giudici, ma come rei o penitenti;
la presenza dei Legati del Papa Adriano e dei Patriarchi dell'Oriente
crebbero la pompa di quella scena[285]. Tarasio, che presedeva al
Concilio, stese il decreto, che fu confermato e ratificato dalle
acclamazioni e dalla sottoscrizione di trecentocinquanta Vescovi. I
quali con voce unanime dichiararono, che il culto delle Immagini è
conforme ai dettami della Scrittura e della ragione, dei Padri e dei
Concilii; ma stettero in forse quando si volle determinare, se questo
culto sia relativo, o diretto, se la Divinità e la figura di Gesù Cristo
ponno ammettere la stessa forma d'adorazione. Abbiamo già gli Atti di
questo secondo Concilio di Nicea; monumento singolare di superstizione e
d'ignoranza, di menzogna e di follia. Solamente riferirò il giudizio
dato dai Vescovi sul merito comparativo del culto che si rende alle
Immagini, e della moralità nelle azioni della vita. Aveva convenuto un
monaco[286] una tregua col demonio della fornicazione, a patto che
cesserebbe di fare le solite orazioni quotidiane davanti un'Immagine
sospesa al muro della sua cella. Fu dagli scrupoli indotto a consultare
il suo abate. «È meglio, gli rispose il casuista, entrare in tutti i
lupanari; e visitare tutte le prostitute della città, che astenerti
dall'adorar Gesù Cristo e sua Madre nelle lor sante Immagini[287]».

[A. D. 841]

È gran disgrazia per l'onor dell'ortodossia o per lo meno di quello
della Chiesa romana, che i due principi i quali convocarono i due
Concilii di Nicea si sieno macchiati del sangue del loro figlio[288].
Irene approvò e mandò despoticamente ad effetto i decreti della seconda
di queste Assemblee, e ricusò ai suoi avversari quella tolleranza che da
prima aveva conceduta a' suoi amici. La lite fra gli Iconoclasti e i
difensori del culto delle Immagini durò trentott'anni, o sia per cinque
regni consecutivi, collo stesso furore, benchè con diversi successi; ma
non è mio intendimento di rivangare minutamente fatti simili ai già
narrati. Diede Niceforo su questa materia una libertà generale di
discorsi e di contegno; e i monaci indicarono questa sola virtù del suo
regno come origine delle sue disgrazie in questo Mondo, e della sua
dannazione eterna. Superstizione e debolezza fecero il carattere di
Michele I; ma non valsero nè i Santi nè le Immagini, a cui offeriva
omaggio continuamente, a sostenerle sul trono. Quando Leone ottenne la
porpora, col nome d'Armeno, ne prese pure la religione, e le Immagini
coi lor sediziosi aderenti furono di bel nuovo sbandite. Avrebbero i
partigiani delle Immagini santificato cogli elogi l'assassinio di un
empio tiranno; ma Michele II suo assassino, e successore, era sin dalla
nascita affetto dell'eresie frigie volle interporre la sua mediazione
fra le due Sette, e l'intrattabile contegno dei cattolici fece pendere
la bilancia a poco a poco dall'altra parte. Per timidezza si mantenne
nella moderazione; ma Teofilo, suo figlio, incapace del pari di timore e
di compassione, fu l'ultimo e il più crudele degl'Iconoclasti. Allora
erano sfavorevoli ad essi le disposizioni generali, e gl'Imperatori che
vollero fermare il torrente, non conseguirono altro che l'odio pubblico.
Morto Teofilo, una seconda moglie, Teodora sua vedova, a cui lasciò la
tutela dell'Impero, finì il trionfo compiuto delle Immagini. I suoi
provvedimenti furono arditi e decisivi. Per rimettere in onore la
riputazione e salvar l'anima di suo marito, ebbe ricorso alla
supposizione di un tardo pentimento. La punizion degl'Iconoclasti, che
li condannava a perdere gli occhi, fu commutata in una flagellazione di
duecento colpi di sferza; tremarono i Vescovi, mandarono grida di gioia
i monaci, e la Chiesa cattolica celebra annualmente la festa del trionfo
delle Immagini. Non rimaneva più da discutere che una quistione, cioè,
se abbiano esse una santità loro propria ed inerente: se ne trattò dai
Greci dell'undecimo secolo[289], e quest'opinione è tanto assurda, che
mi fa maraviglia il vedere che non sia stata ammessa in modo più
positivo. Approvò Papa Adriano e pubblicò in Occidente i decreti del
Concilio Niceno, rispettato oggi dai cattolici come il settimo dei
Concilii ecumenici. Roma e l'Italia furono docili alla voce del lor
Padre spirituale; ma la maggior parte dei cristiani della Chiesa latina
rimasero in questo proposto molto addietro nella carriera della
superstizione. Le Chiese di Francia, di Germania, d'Inghilterra, di
Spagna s'apersero una strada fra l'adorazione e la distruzione delle
Immagini, le quali da quei popoli sono ammirate ne' lor templi, non come
oggetti di culto, ma come cose atte a richiamare e conservar la memoria
di qualche fatto che concerne la Fede. Comparve sotto il nome di
Carlomagno un libro di controversia scritto collo stile della
collera[290][291]. Si adunò a Francoforte sotto l'autorità di questo
principe un Concilio di trecento Vescovi[292]. Questi biasimarono il
furore degl'Iconoclasti, ma furon più severi nel censurare la
superstizione dei Greci e i decreti del preteso loro Concilio, il quale
fu lunga pezza vilipeso dai Barbari dell'Occidente[293]. Non fece il
culto delle Immagini presso di loro che progressi taciti ed
impercettibili; ma la loro esitazione e i loro indugi furono bene
espiati dalla grossolana idolatria dei secoli che precedettero la
riforma, e da quella che regna in diverse contrade tanto dell'Europa che
dell'America, tuttavia ottenebrate dalla caligine della superstizione.

Dopo il secondo Concilio di Nicea, e nel regno della pia Irene, avvenne
che i Papi dando l'Impero a Carlomagno, assai meno ortodosso di lei,
distaccarono dall'Impero d'Oriente Roma e l'Italia. Era mestieri
scegliere fra due nazioni rivali; non fu la religione il solo motivo che
prevalse: dissimulando i falli dei loro amici, vedeano con inquietudine
e con ripugnanza le virtù cattoliche dei nimici; di già per la
differenza di lingua e di costumi s'era perpetuata la nimistà delle due
capitali, e settant'anni di scisma le avevano totalmente alienate una
dall'altra. In questo spazio aveano i Romani assaporata la libertà, e i
Papi la signorìa; se si fossero sottomessi si sarebbero esposti alla
vendetta d'un despota geloso, e la rivoluzion dell'Italia avea già
svelata l'impotenza ad un tempo e la tirannide della Corte bizantina.
Aveano gl'Imperatori greci rimesse le Immagini, ma non restituiti i
demanii della Calabria[294], nè le diocesi dell'Illiria[295], usurpati
dagl'Iconoclasti ai successori di San Pietro; e Papa Adriano li minacciò
di scomunica se non abiuravano questa eresia pratica[296]. I Greci
allora erano ortodossi, ma potea il monarca regnante infettar col suo
soffio la lor religione; i Franchi comparivano restii; ma da un occhio
acuto si potea facilmente scorgere che presto passerebbero dall'uso al
culto delle Immagini. Il nome di Carlomagno avea la taccia del fiele
polemico versato da' suoi scrittori: ma quanto alle opinioni sue proprie
s'uniformava il vincitore, con la pieghevolezza d'un uomo accorto, alle
varie idee della Francia e dall'Italia. Nei quattro pellegrinaggi, o
visite ch'egli fece al Vaticano, era sembrato e per affetto e per
credenza unito coi Papi; s'era inginocchiato davanti alla tomba, e per
conseguente davanti l'immagine di S. Pietro, e senza scrupolo avea
partecipato alle orazioni e alle processioni della liturgia romana. Ma
la prudenza e la gratitudine doveano forse impedire ai Pontefici di Roma
lo scostarsi dal lor benefattore? Avean essi il diritto di vendere
l'Esarcato ricevuto da lui? avean essi l'autorità d'abolirne a Roma il
governo? Troppo inferiore al merito e alla grandezza di Carlomagno era
il titolo di patrizio, e non avean essi altro modo di sdebitarsi con
lui, o di raffermare il proprio Stato, fuor quello di rinnovare l'Impero
d'Occidente. Quest'atto decisivo avrebbe per sempre annichilite le
pretensioni dei Greci, e Roma si sarebbe sollevata dall'umiliante
condizione di città provinciale per riprendere l'antica sua maestà; i
cristiani della Chiesa latina sarebbero stati riuniti sotto un Capo
supremo nella prisca metropoli, e avrebbero i vincitori dell'Occidente
ricevuta la corona dalle mani dei successori di S. Pietro. Si
procacciava la Chiesa romana un difensore zelante e formidabile, e sotto
la protezione potente dei Carlovingi avrebbe da indi in poi potuto il
Vescovo di Roma governare quella capitale con onore e con
sicurezza[297].

[A. D. 800]

Prima della caduta del paganesimo, dalla concorrenza pel Vescovado di
Roma, erano sovente nate turbolenze ed uccisioni. Nel tempo di cui
parliamo era meno numerosa la popolazione, ma erano più rozzi i costumi,
più rilevante il conquisto, e però dagli ecclesiastici ambiziosi, che
aspiravano al grado di sovrani, era con furore disputata la Cattedra di
S. Pietro. Il lungo regno d'Adriano I[298] fu anche più lungo di quello
de' suoi predecessori, e dei Papi che vennero di poi[299]; trofei della
sua gloria furono l'erezione delle mura della città di Roma, il
Patrimonio della Chiesa, la distruzion dei Lombardi, l'amicizia di
Carlomagno; innalzò segretamente il trono dei suoi successori, e in un
picciolo teatro spiegò le virtù d'un gran principe. Fu rispettata la sua
memoria; ma quando fu d'uopo sostituirgli un altro, fu preferito un
sacerdote della Chiesa di Laterano, Leone III, al suo nipote ed al suo
favorito, da lui investiti delle prime dignità ecclesiastiche. Costoro,
sotto la maschera della sommessione o della penitenza, dissimularono per
quattr'anni gli orrendi loro disegni di vendetta; finalmente in una
processione, un drappello di cospiratori furibondi, dopo aver dispersa
una moltitudine inerme, si avventò alla sacra persona del Papa; che fu
oppresso da colpi e da ferite. Voleano torgli la vita o la libertà; ma,
fosse confusione o rimorso, non conseguirono l'intento. Leone, lasciato
come morto sulla piazza, riavutosi dallo svenimento sofferto nel perdere
il sangue, ricuperò la parola e la vista: e su questo accidente naturale
fu poi fabbricata la storia miracolosa aver lui ricuperati gli occhi e
la lingua, di cui l'avea privato due volte il ferro degli
assassini[300]. Scampò dalla prigione, e si riparò nel Vaticano; volò il
duca di Spoleto in suo soccorso; Carlomagno fu irritato da tanto
misfatto, e il Pontefice di Roma, invitato da lui, o spontaneamente,
andò a visitarlo nel campo di Paderborna in Vestfalia. Ripassò Leone le
alpi, scortato da conti e da vescovi, che dovean difendere la sua
persona, e sentenziare ch'egli era innocente; e non senza rincrescimento
indugiò il vincitor dei Sassoni fino all'anno seguente d'andare esso
stesso a compiere questo pio dovere in Roma. Vi si trasferì di fatto
Carlomagno per la quarta ed ultima volta, e fu accolto cogli onori
dovuti al re de' Franchi, e al patrizio di quella capitale. Fu permesso
a Leone di scolparsi col giuramento dai delitti imputatigli; i suoi
nimici furon ridotti al silenzio, e troppo umanamente puniti furono
coll'esilio i sacrileghi assassini che aveano cospirato contro la sua
vita. Nel giorno di Natale dell'ultimo anno del secolo ottavo, si
trasferì Carlomagno alla Basilica di S. Pietro: per satisfare alla
vanità dei Romani avea cangiato l'abito semplice della sua nazione, in
quello di patrizio di Roma[301]. Dopo la celebrazione dei Santi Misteri
improvvisamente Leone pose sul capo del principe una corona
preziosa[302], e risonò la Chiesa di questa acclamazione «Lunga vita e
vittoria a Carlo, piissimo Augusto, coronato dalla mano di Dio, grande e
pacifico Imperator dei Romani». Gli fu versato l'olio reale sulla testa
e sul corpo. Secondo l'esempio de' Cesari fu salutato e adorato dal
Pontefice; nel giuramento della sua incoronazione era inchiusa la
promessa di mantener la Fede e i privilegi della Chiesa, e ne furono il
primo frutto le ricche offerte che depose sulla tomba del Sant'Apostolo.
Protestò per altro l'Imperatore, ne' suoi colloqui famigliari, di avere
ignorata l'intenzione del Papa; che se ne fosse stato consapevole,
l'avrebbe delusa colla sua assenza; ma per altro gli apparecchi della
cerimonia doveano averne palesato il secreto, e prova il viaggio di
Carlomagno ch'egli s'aspettava questa incoronazione; egli avea
confessato d'ambire il titolo d'Imperatore, e da un Sinodo tenuto in
Roma era stato detto quello essere il solo guiderdone proporzionato al
suo merito e a' suoi servigi[303].

[A. D. 768-814]

Soventi volte fu dato il soprannome di _Grande_, e talora giustamente;
ma non v'ha che Carlomagno per cui questo nobile epiteto sia stato
indissolubilmente accoppiato al nome proprio. Questo nome è stato
collocato nel calendario di Roma fra quello dei Santi; e, per una sorte
ben rara, questo Santo ottenne gli elogi degli storici e dei filosofi
d'un secolo illuminato[304]. È fuor di dubbio per altro, che il suo
merito reale risalta di più per la barbarie del secolo e della nazione
sulla quale egli si sollevò; ma gli oggetti acquistano pure una
grandezza apparente dal confronto della picciolezza di quelli che stan
loro d'intorno, e alla nudità del deserto son debitrici le rovine di
Palmira di gran parte della loro maestà. Io posso senz'ingiustizia
notare alcune macchie sulla santità e la grandezza del restauratore
dell'Impero occidentale. La continenza non è tra le sue virtù morali
quella che risplenda di più[305]: per altro nove mogli o concubine,
altri amorazzi meno osservati e meno durevoli, i tanti bastardi, che
tutti furon da lui collocati nell'Ordine ecclesiastico, il lungo
celibato e i licenziosi costumi delle sue figlie[306], le quali, per
quanto sembra, erano da lui amate più del dovere, non avranno forse
avuto conseguenze realmente funeste alla pubblica felicità. Appena si
vorrà permettermi d'accusare l'ambizione d'un conquistatore; ma in un
giorno di ricompense, i figli di Carlomano suo fratello, i principi
Merovingi d'Aquitania, e i quattromila cinquecento Sassoni decapitati
nel luogo medesimo, avrebbero qualche rimprovero da fare alla giustizia
e all'umanità di Carlomagno. Il trattamento che soffersero i
Sassoni[307] fu un abuso del dritto della vittoria. Le sue leggi non
furono men sanguinarie delle sue armi, e nell'esame de' suoi motivi
tutto quello che non si attribuisce alla superstizione debbe essere
imputato al suo naturale. Il lettor sedentario stupisce
dell'instancabile attività dello spirito e del corpo di quel gran
principe; e i suoi sudditi erano sorpresi del pari che i suoi nemici
delle subitanee comparse, con cui veniva lor sopra, quando lo credeano
nelle contrade più lontane dell'Impero. Non riposava nè in tempo di
pace, nè in tempo di guerra; non nel verno, non nella state; e la nostra
immaginazione non sa facilmente conciliare gli annali del suo regno
colle particolarità geografiche delle sue spedizioni. Ma quella
prontezza era una virtù nazionale piuttosto che personale: a que' giorni
il Francese passava la sua vita vagabonda alla caccia, in pellegrinaggi,
o in avventura militari; nè differivano i viaggi di Carlomagno se non
per una serie più numerosa di corse, e per un oggetto più rilevante. A
ben giudicare della fama, che ottenne nel mestiere dell'armi, è d'uopo
considerare quali fossero le sue soldatesche, i suoi nemici e le azioni
sue. Alessandro fece i suoi conquisti coi soldati di Filippo; ma i due
eroi, che avean preceduto Carlomagno, gli lasciarono in eredità col nome
gli esempli loro, ed i compagni delle lor vittorie. Con queste vecchie
milizie, di gran lunga più numerose, sconfisse egli nazioni selvagge o
tralignate, inette a riunirsi per la sicurezza comune; e giammai non
ebbe a combattere un esercito ugualmente copioso, o paragonabile al suo
per armi o per disciplina. La scienza della guerra s'è perduta e
ravvivata colle arti della pace; ma le campagne non sono state
illustrate da verun assedio o da veruna battaglia molto difficile, o di
successo molto strepitoso; e dovette con occhio d'invidia vedere i
trionfi del suo avo sui Saracini. Dopo la sua corsa di Spagna, il suo
retroguardo fu sbaragliato nei Pirenei; e i suoi soldati, che vedeansi
in un cimento irreparabile e dove il valore era inutile, poterono
morendo accusare il lor Generale di poca abilità o circospezione[308].
Con tutto il rispetto farò un cenno delle leggi di Carlomagno, tanto
lodate da un giudice sì rispettabile. Le quali non formano già un
sistema, ma una serie d'editti minuziosi pubblicati secondo i bisogni
del momento per la correzion degli abusi, la riforma dei costumi,
l'economia dei suoi possedimenti, la cura del suo pollame, ed anche la
vendita delle sue uova. Volea migliorare la legislazione, e l'indole dei
Francesi, e meritano elogio i suoi tentativi comecchè deboli ed
imperfetti: sospese o alleviò colla sua amministrazione i mali
inveterati che gravitavano sul suo secolo[309]; ma nelle sue
instituzioni non so scorgere che di rado le mire generali e lo spirito
immortale d'un legislatore, che sopravvive a sè stesso pel bene della
posterità. L'unione e la fermezza del suo Impero dipendevano dalla sua
vita unicamente: egli seguì l'usanza pericolosa di dividere il regno tra
i figli, e dopo le tante Diete che tenne lasciò tutti i punti della
Costituzione incerti, fra i disordini dell'anarchia e quei del
dispotismo. Fu sedotto da' suoi riguardi per la pietà e pei lumi del
clero a porre fra le mani di questo Ordine ambizioso i demanii
temporali, e una giurisdizione civile; e quando Luigi suo figlio fu
accusato e deposto dal trono per opera de' Vescovi, potea aver qualche
dritto di accagionarne l'imprudenza del padre. Ingiunse colle sue leggi
il pagamento della decima perchè i demonii avevano gridato per aria, che
una penuria di grani era succeduta per motivo che non s'era pagata la
decima[310]. Il suo gusto per le lettere è provato dalle scuole che
fondò, dalle arti che introdusse ne' suoi Stati, dalle Opere pubblicate
col suo nome, e dal suo commercio familiare con quei sudditi e
forestieri che chiamò alla sua Corte, affinchè attendessero alla sua
educazione e a quella del suo popolo. Tardivi furono i suoi studii,
laboriosi ed imperfetti: se parlava il latino, e se intendeva il greco,
aveva apparato più nel conversare che sui libri ciò che ne sapea di
queste due lingue; e solo in età matura s'ingegnò il sovrano dell'Impero
Occidentale di familiarizzarsi coll'arte dello scrivere, che oggi sin
dall'infanzia è conosciuta da tutti i paesani[311]. Allora non si
studiava la grammatica, la logica, l'astronomia, la musica che per farne
uso in servigio della superstizione; ma la curiosità dello spirito umano
debbe finalmente perfezionarlo, e gl'incoraggiamenti dati alle scienze
sono i più puri e i più bei raggi della gloria di cui si cinse il
carattere di Carlomagno[312]. La sua figura maestosa[313], il lungo suo
regno, la prosperità delle sue armi, la forza della sua amministrazione,
gli omaggi che gli tributarono le nazioni lontane lo sollevano sopra la
turba dei Re; e la rinnovazione dell'Impero d'Occidente, ristabilito da
lui, incominciò una nuova epoca per l'Europa.

Ben era degno quest'Impero del suo titolo[314]; ed il principe che per
diritto d'eredità o di conquista regnava ad un'ora sulla Francia, sulla
Spagna, sull'Italia, sulla Germania, sull'Ungheria, potea considerarsi
come possessore della maggior parte de' più bei reami d'Europa[315]. I.
La provincia romana della Gallia era divenuta la monarchia di Francia;
ma nel decadere della linea dei Merovingi ne furono ristretti i limiti
dall'independenza de' Bretoni e dalla rivolta dell'Aquitania. Carlomagno
incalzò i Bretoni sino alle rive dell'Oceano, confinò sulle coste quella
feroce tribù, per l'origine e pel dialetto tanto rimota dai Francesi, e
per gastigo le impose tributi, ne trasse ostaggi, e obbligolla alla
pace. Dopo lungo contrasto, la provincia d'Aquitania fu confiscata, e i
suoi Duchi perdettero libertà e vita. Sarebbe stata questa una punizione
troppo rigorosa per governatori ambiziosi, rei soltanto d'aver voluto
troppo imitare i Prefetti del Palazzo; ma una carta non guari
scoperta[316] prova che quelli erano gli ultimi discendenti di Clodoveo,
e i legittimi eredi della sua corona per parte d'un ramo cadetto
proveniente da un fratello di Dagoberto. Era ridotto l'antico loro regno
al Ducato di Guascogna, colle contee di Fesenzac e d'Armagnac, situate
alle falde de' Pirenei; se ne propagò la razza fino al cominciamento del
sesto secolo; e sopravvissero ai Carlovingi, loro oppressori, per
provare l'ingiustizia o il favore d'una terza dinastia. Unendo a sè
l'Aquitania acquistò la Francia quell'estensione, che oggi conserva,
aggiugnendovi i Paesi Bassi sino al Reno; II. I Saracini erano stati
cacciati di Francia dal padre e dall'avo di Carlomagno; ma rimanevano
padroni della maggior parte della Spagna, dalla rupe di Gibilterra fino
ai Pirenei. Nel tempo delle lor dissensioni civiche, un Arabo, l'Emir di
Saragossa, andò alla Dieta di Paderborna a implorar la protezione
dell'Imperatore. Carlomagno si trasferì in Ispagna, ripose in carica
l'Emir, e senza far distinzione, tra le varie credenze, oppresse i
cristiani che vollero resistere, e premiò l'obbedienza e i servigi de'
Musulmani. Indi partendo, statuì la Marca spagnuola[317] che si
prolungava dai Pirenei sino alla riviera dell'Ebro: il governator
francese presedeva in Barcellona e reggeva le contee di _Rossiglione_ e
di _Catalogna_, e i piccioli regni d'_Aragona_ e di _Navarra_
soggiacevano alla sua giurisdizione; III. come Re dei Lombardi, e
patrizio di Roma, Carlomagno governava la maggior parte
dell'Italia[318], la quale dalle Alpi fino alle frontiere della Calabria
aveva un'estensione di mille miglia. Il Ducato di Benevento, feudo
lombardo, erasi a spese dei Greci allargato su tutto il paese che forma
oggi il regno di Napoli. Ma il Duca allora regnante, Arrechis, non volle
partecipare alla servitù del suo paese; si dichiarò principe
independente, e oppose la sua spada alla monarchia Carlovingia. Si
difese egli con fermezza, nè fu senza gloria la sua sommessione;
l'Imperatore si contentò ad esigerne un tributo modico, la demolizion
delle Fortezze, e l'obbligo di riconoscere nelle sue monete la
superiorità d'un Signore. Grimoaldo, figlio d'Arrechis, lusingando
Carlomagno, e scaltramente onorandolo col nome di padre, sostenne del
pari la propria dignità con prudenza, e a poco a poco Benevento si
sottrasse al giogo francese[319]. IV. Carlomagno è il primo che sotto lo
stesso scettro tenesse la Germania. Il nome di _Francia orientale_
sussiste nel Circolo di _Franconia_; e per la conformità di religione e
di governo s'erano recentemente incorporati gli abitanti dell'_Assia_ e
della _Turingia_ alla nazion dei vincitori. Gli _Alemanni_, sì
formidabili a Roma, eran divenuti i fidi vassalli e gli alleati dei
Franchi, e il lor paese abbracciava il territorio dell'_Alsazia_, della
_Svevia_ e della _Svizzera._ I _Bavaresi_, a cui pure si lasciavano le
leggi e i costumi patrii, erano più intolleranti di dominio estero; le
continue tradigioni del lor Duca Tasillo giustificarono l'abolizione
della sovranità ereditaria, e fu divisa l'autorità dei Duchi fra i conti
che doveano custodire ad un tempo quella rilevante frontiera francese,
ed esercitarvi l'officio di giudici. Ma la parte settentrionale
dell'Alemagna, che dal Reno s'estende oltre l'Elba, era sempre nemica e
pagana, e solo dopo una guerra di trentatre anni abbracciarono i Sassoni
il cristianesimo, e furono soggetti a Carlomagno. Si discussero gl'idoli
e i loro adoratori: la fondazione dei vescovadi di Munster, di
Osnabruck, di Paderborna, di Minden, di Brema, di Verden, d'Hildesheim e
d'Halberstadt, segnò dalle due rive del Veser i confini della Sassonia
antica: formarono quei vescovadi le prime scuole e le prime città di
quella terra selvaggia, e così la religione e l'umanità instillate ai
fanciulli espiarono in qualche modo la strage dei padri. Al di là
dell'Elba, gli Slavi, o Schiavoni, popoli di conforme costume, benchè
diversi di nome, occupavano il territorio, che oggi forma la Prussia, la
Polonia, la Boemia; e da qualche indizio di temporaria obbedienza furon
condotti gli Storici francesi a prolungare l'Impero di Carlomagno fino
al Baltico ed alla Vistola. È più recente il conquisto o la conversion
di quel paese; ma si può riferire alle armi di quel principe la prima
congiunzione della Boemia al Corpo Germanico. V. Agli Avari o Unni della
Pannonia rendette le calamità, onde avean essi aggravate le nazioni, e
dal triplice sforzo d'un esercito francese, che penetrò nella loro
contrada per terra e pei fiumi, attraversando i monti Carpazii che
ingombrano per lo lungo la pianura del Danubio, furono atterrate le
fortificazioni dei boschi che ne cingeano i distretti e i villaggi. Dopo
una lotta sanguinosa di otto anni, fu colla strage dei loro Nobili
primarii vendicato l'eccidio d'alcuni Generali francesi: il resto della
nazione si sottomise. Fu devastata e al tutto distrutta la reggia dal
Chagan, e i tesori accumulati in due secoli a mezzo di rapine
arricchirono le milizie vittoriose, o andarono ad ornare le Chiese
dell'Italia e della Gallia[320]. Dopo l'assoggettamento della Pannonia,
non ebbe l'Impero di Carlomagno altri confini che il confluente del
Danubio, della Teyss e della Sava: acquistò senza fatica, ma con poco
profitto, le province d'Istria, di Liburnia e di Dalmazia; e per un
effetto della sua moderazione soltanto, rimasero i Greci possessori,
veri o titolari, delle città marittime; ma l'acquisto di que' paesi
rimoti giovò più alla sua fama che alla sua potenza, e non ebbe il
coraggio di avventurare qualche fondazione ecclesiastica per togliere i
Barbari alla lor vita vagabonda, ed all'idolatria. Non fece che pochi
tentativi per aprire qualche canale di comunicazione tra la Saona e la
Mosa, il Reno e il Danubio[321]. Questo divisamento se fosse stato
compiuto avrebbe dato vita all'Impero; e in vece Carlomagno sprecò
spesse volte, nel costruire una cattedrale, più denari e lavori di
quelli che avrebbe costato sì fatta impresa.

Raffrontando i grandi tratti di questa dipintura geografica si vedrà,
che l'Impero dei Francesi si estendeva fra l'Oriente e l'Occidente
dall'Ebro all'Elba, o alla Vistola; fra il Settentrione e il Mezzodì,
dal Ducato di Benevento alla riviera d'Eyder, che ha sempre separata la
Germania e la Danimarca. Lo stato di miseria e la divisione del
rimanente dell'Europa davan maggiore risalto personale e politico a
Carlomagno. Gran numero di principi, d'origine Sassone o Scozzese, si
contendeano fra loro le isole della Gran Brettagna e dell'Irlanda; e
dopo la perdita della Spagna il regno dei Goti cristiani, governati da
Alfonso il Casto, fu limitato da un'angusta catena dei monti delle
Asturie. Riverivano quei regoli la potenza o la virtù del monarca
Carlovingio; imploravano l'onore e la protezione della sua alleanza, lo
nomavano padre comune, sommo e supremo Imperatore dell'Occidente[322].
Trattò più da pari a pari col Califfo Harun al Rascid[323], i cui Stati
andavano dall'Affrica fino all'India, e dagli ambasciatori di questo
principe ricevette una tenda, un orologio da acqua, un elefante e le
chiavi del Santo Sepolcro. Non è agevol cosa a comprendere la personale
amicizia d'un Francese e d'un Arabo che non si eran veduti giammai, e
che aveano sì diverso il linguaggio e la religione; ma quanto al loro
carteggio pubblico era fondato sulla vanità; e la lontananza dell'uno
dall'altro non permetteva che i loro interessi potessero trovarsi in
concorrenza. Furono soggetti a Carlomagno i due terzi dell'Impero
posseduto da Roma nell'Occidente, ed egli era ben compensato della parte
che gliene mancava col dominio di nazioni inaccessibili e indomabili
della Germania; ma nello scegliere i suoi amici fa maraviglia ch'egli
preferisse sì spesso la povertà del Settentrione alle ricchezze del
Mezzodì. Le trentatre campagne che fece con tante fatiche nelle foreste
e nei paduli della Germania, avrebbero bastato a cacciare d'Italia i
Greci, di Spagna i Saracini, e a procacciargli così tutto l'Impero di
Roma. La debolezza dei Greci gli prometteva sicura e facile vittoria; la
gloria e la vendetta avrebbero mosso i sudditi ad una Crociata contro i
Saracini, la quale avrebbe avuto i suffragi della religione e della
politica. È probabile che nelle sue imprese al di là del Reno e
dell'Elba avesse in mira di sottrarre la sua monarchia al destino
dell'Impero romano, di disarmare i nemici delle culte nazioni, e di
sterpare i germi delle trasmigrazioni future. Ma fu saggiamente
osservato dover le conquiste di precauzione essere universali per
conseguire l'intento, avvegnachè allargando la sfera delle conquiste,
non si fa che ingrandire il circolo de' nemici intorno alle proprie
frontiere[324]. Coll'assoggettar la Germania s'aperse il velo che sì
lungamente aveva celato all'Europa il Continente o sia le isole della
Scandinavia; si risvegliò allora in que' barbari abitanti il sopito
valore. Gl'idolatri della Sassonia che aveano più energia, scamparono
dalle mani dell'oppressore cristiano, e cercarono un asilo nel
Settentrione; ingombrarono di corsari l'Oceano e il Mediterraneo, ed
ebbe Carlomagno il dolore di scorgere i funesti progressi dei Normanni,
che in meno di settant'anni di poi accelerarono la ruina della sua
razza, non che della sua monarchia.

[A. D. 814-887]

Se il Papa e i Romani avessero rinnovata la primitiva costituzione, non
avrebbe Carlomagno goduto che in vita i titoli d'Imperatore e d'Augusto,
e sarebbe stato necessario, ad ogni vacanza, che con una elezione
formale o tacita fosse collocato sul trono ogni successore; ma
nell'associare all'Impero suo figlio, Luigi il Buono, statuì i suoi
diritti d'independenza, come monarca e come conquistatore; e pare che in
quella occasione scorgesse e prevenisse le occulte pretensioni del
clero. Ordinò al giovine principe di pigliar la corona sull'altare, e di
porsela in capo da sè, come un dono che gli veniva da Dio, da suo padre
e dalla nazione[325]. Di poi, quando furono associati all'Imperio
Lotario e Luigi II, si ripetè la stessa cerimonia, ma con minore
pubblicità; passò lo scettro de' Carlovingi di padre in figlio per
quattro generazioni, e l'ambizione dei Papi fu ridotta alla sterile
onorificenza di dar la corona e l'unzione reale a quei principi
ereditari di già investiti del potere, e possessori dei loro Stati.
Luigi il Buono sopravvisse ai fratelli, e unì sotto il suo scettro tutto
l'Impero di Carlomagno; ma presto i popoli e i Nobili, i Vescovi e i
suoi figli s'avvidero, che quel gran Corpo non era avvivato dalla stessa
anima di prima, e che i fondamenti erano scassinati nel centro, mentre
la esterna superficie sembrava tuttavia bella e intatta. Dopo una guerra
o una battaglia in cui perirono centomila Francesi, fu da un trattato di
divisione partito l'Impero fra i suoi tre figli, che aveano mancato a
tutti i doveri figliali e fraterni. I reami della Germania e della
Francia furono per sempre separati; Lotario, a cui fu dato il titolo
d'Imperatore, s'ebbe le province della Gallia fra il Rodano, le Alpi, la
Mosa e il Reno. Quando poscia fu divisa la sua porzione tra i suoi
figli, la Lorena e Arles, due piccioli regni fondati poco prima, e che
poco durarono, furono il retaggio de' suoi due figli più giovani. Luigi
II il maggiore fu contento del regno d'Italia, patrimonio naturale e
bastante ad un Imperatore di Roma. Morì senza figli maschi, ed allora i
suoi zii e i cugini si contesero il trono: i Papi afferrarono
destramente questa occasione per farsi giudici delle pretensioni o del
merito de' candidati, e per dare al più docile o al più liberale
l'imperial dignità di avvocato della Chiesa romana. Non s'incontra più
nei miserabili avanzi della grande stirpe Carlovingia la menoma
apparenza di virtù o di potere, e solo dai ridicoli soprannomi di Calvo,
di Balbo, di Grosso, di Semplice sono caratterizzati i tratti nobili ed
uniformi di questa folla di Re, tutti ugualmente degni dell'obblivione.
L'estinzione dei rami materni trasmise l'intera eredità a Carlo il
Grosso, ultimo Imperatore della sua famiglia: dalla debolezza del suo
ingegno derivò la diffalta della Germania, dell'Italia e della Francia:
fu deposto in una Dieta e ridotto a mendicare il pane giornaliero da'
ribelli, il disprezzo de' quali gli avea lasciata la libertà e la vita.
I Governatori, i Vescovi ed i Signori, ciascheduno secondo le sue forze,
usurparono qualche frammento dell'Impero che andava in ruina; si usò
qualche preferenza a coloro, che per parte di donne o di bastardi
discendeano da Carlomagno. Erano ugualmente incerti il titolo e il
possesso della maggior parte di questi competitori, e il loro merito
pareva adeguato alla poca estensione de' loro dominii. Quelli che
poterono comparire con un esercito davanti alle porte di Roma furono
coronati Imperatori nel Vaticano; ma fu paga il più delle volte la loro
modestia del solo titolo di Re d'Italia; e si può considerare come un
interregno lo spazio di settantaquattr'anni trascorsi dall'abdicazione
di Carlo il Grosso, sino all'esaltamento di Ottone I.

[896]

Ottone[326] apparteneva al nobile lignaggio dei Duchi di Sassonia, e se
è vero che discendesse da Vitichindo, già nemico e poi proselito di
Carlomagno, la posterità del popolo vinto giunse in fine a regnare sui
vincitori. Enrico l'Uccellatore, suo padre, eletto dal suffragio della
sua nazione avea salvato, e su salde basi fondato il regno della
Germania. Il figlio d'Enrico, il primo e il più grande degli Ottoni,
allargò d'ogni lato i confini di quel reame[327]. Fu aggiunta alla
Germania quella porzion della Gallia che all'Occidente del Reno
costeggia le sponde della Mosa e della Mosella, i cui popoli, fin dai
tempi di Cesare e di Tacito, avean co' Germani molta somiglianza di
linguaggio e di temperamento. I successori d'Ottone acquistarono tra il
Reno, il Rodano e le Alpi una vana supremità sopra i regni di Parigi, di
Borgogna e d'Arles. Dalla parte del Settentrione, il cristianesimo fu
propagato dalle armi d'Ottone, vincitore ed apostolo delle nazioni
Schiavone dell'Elba e dell'Oder; con varie colonie d'Alemanni fortificò
le Marche di Brandeburgo e di Schleswik; il Re di Danimarca, ed i duchi
di Polonia e di Boemia si dichiararono suoi vassalli e tributari. Valicò
egli le Alpi con un esercito vittorioso, soggiogò il regno d'Italia,
liberò il Papa e congiunse per sempre la corona imperiale al nome ed
alla nazione dei Germani. Da quell'epoca memoranda s'introdussero due
massime di giurisprudenza pubblica fondate dalla forza, e ratificate dal
tempo; I che il principe eletto in una Dieta di Alemagna acquistava ad
un tempo i regni subordinati dell'Italia e di Roma; II ma che non poteva
legalmente qualificarsi per Imperatore ed Augusto prima di ricevere la
corona dalle mani del romano Pontefice[328].

Il nuovo titolo di Carlomagno fu annunziato in Oriente dal cangiamento
di stile nello scrivere; fu sostituito il titolo di padre che gli davano
gl'Imperatori greci a quello di fratello, simbolo d'uguaglianza e di
famigliarità[329]. Forse ne' suoi carteggi con Irene aspirava al titolo
di sposo: i suoi ambasciatori a Costantinopoli parlarono il linguaggio
della pace e dell'amicizia; e il fine segreto della lor missione fu
quello per avventura di trattar un matrimonio con quell'ambiziosa
principessa, che aveva abiurato tutti i doveri di madre. Non è possibile
il congetturare quale sarebbe stata la qualità, la durata e le
conseguenze di tal unione fra due Imperi così lontani ed estranei l'uno
all'altro; ma dal silenzio concorde dei Latini si debbe argomentare che
la nuova di questo trattato di matrimonio fosse inventata dai nimici
d'Irene, per porle addosso il delitto d'aver voluto dar la Chiesa e lo
Stato in balìa dei popoli dell'Occidente[330]. Gli ambasciatori di
Francia furon testimoni della cospirazion di Niceforo e dell'odio
nazionale, e per poco ebbero a divenirne le vittime. Fu irritata
Costantinopoli dal tradimento e sacrilegio dell'antica Roma; e ogni
bocca ripetea quel proverbio «che i Francesi eran buoni amici, e cattivi
vicini»; ma doveasi temere di provocar un vicino che poteva esser
tentato a rinnovare nella Chiesa di Santa Sofia la cerimonia della sua
incoronazione. Dopo un viaggio disastroso, lunghi andirivieni, e molti
indugi gli ambasciatori di Niceforo trovarono Carlomagno nel suo campo
sulle sponde della Saal; il quale per confondere la lor vanità dispiegò
in un villaggio di Franconia tutta la pompa, o per lo meno tutto il
fasto della reggia Bizantina[331]. Passarono i Greci per quattro sale
d'udienza; nella prima stavan già per prostrarsi davanti un personaggio
magnificamente vestito, seduto sopra un alto seggio, quando egli
avvisolli, esser lui soltanto il Contestabile o maestro de' cavalli,
cioè un servo del principe. Fecero uno sbaglio simile, ed ebbero la
stessa risposta, nelle tre stanze successive ove stavano il Conte del
palazzo, l'Intendente e il gran Ciamberlano. Essendosi così raddoppiata
in essi la impazienza, finalmente fu aperta la porta della camera ove
era Carlomagno, e videro il monarca attorniato da tutto lo sfarzo di
quel lusso straniero ch'egli spregiava, e dall'amore, e dal rispetto de'
suoi capitani vittoriosi. Conchiusero i due Imperi un trattato di pace e
d'alleanza, e fu deciso che ciascuno serberebbe i dominii che possedeva;
ma i Greci[332] dimenticaron ben presto quest'umiliante uguaglianza, o
non se ne ricordarono che per detestare i Barbari che li aveano
obbligati a riconoscerla. Fino a tanto che furono congiunti in un uomo
il potere e le virtù, salutarono ossequiosamente l'augusto Carlomagno,
dandogli i titoli di Basileus, e d'Imperatore de' Romani. Come tosto
coll'esaltamento di Luigi il Pio, queste due qualità furono disgiunte,
si videro nella soprascritta delle lettere della Corte di Bizanzio
queste parole «Al Re, o come egli stesso si qualifica, all'Imperatore
dei Francesi e dei Lombardi». Quando più non videro nè potere, nè virtù,
tolsero a Luigi II il suo titolo ereditario, e dandogli la barbara
denominazione di rex o rega, lo relegarono nella turba dei Principi
latini. La sua risposta[333] ne dimostra la debolezza; provando con
molta erudizione, che nella storia sagra e profana il nome di Re è
sinonimo della parola greca Basileus; e soggiungendo, che se a
Costantinopoli viene preso in un significato più esclusivo e più
augusto, egli ricevè da' suoi antenati e dal Papa il giusto diritto di
partecipare agli onori della porpora romana. Ricominciò la stessa
disputa nel regno degli Ottoni, l'ambasciatore dei quali dipinge con
vivi colori l'insolenza della Corte di Costantinopoli[334]. Affettavano
i Greci molto disprezzo per la povertà e l'ignoranza de' Francesi e de'
Sassoni; e, ridotti all'estremo avvilimento, ricusavano ancora di
prostituire il titolo d'Imperatori romani ai Re della Germania.

Gl'Imperatori d'Occidente continuavano ad ingerirsi nell'elezione dei
Papi, come già facevano prima arbitrariamente i principi Goti e
gl'Imperatori greci; e il valore di questa prerogativa crebbe coi
dominii temporali, e colla giurisdizione spirituale della Chiesa romana.
Secondo la costituzione aristocratica del clero, i suoi membri primari
formavano un Senato che cooperava all'amministrazione de' suoi Consigli
e nominava al vescovado, quand'era vacante. Ventotto erano le parrocchie
in Roma, ed ognuna era governata da un Cardinale prete o presbitero,
titolo modesto nella sua origine, ma che poi volle uguagliarsi alla
porpora dei Re. Il numero dei membri di questo Consiglio venne crescendo
coll'associazione dei sette Diaconi degli spedali più considerevoli, dei
sette giudici del palazzo di Laterano, e di alcuni dignitari della
Chiesa. Questo Senato era diretto da sette Cardinali vescovi della
Provincia romana, i quali non attendeano tanto alle lor diocesi d'Ostia,
di Porto, di Velletri, di Tuscolo, di Preneste, di Tivoli, e del paese
de' Sabini, situati, può dirsi, ne' sobborghi di Roma, quanto al
servigio settimanale nella Corte del Papa, e alla premura d'ottenere una
maggior parte degli onori e dell'autorità della Sede apostolica. Morto
il Papa, questi Vescovi indicavano al Collegio de' Cardinali quello che
doveano eleggere per successore[335]; e dagli applausi o dagli
schiamazzi del popolo romano era approvata o rigettata la scelta. Ma
dopo il suffragio del popolo era ancor imperfetta l'elezione; e per
consecrar legalmente il Pontefice era d'uopo che l'Imperatore, come
avvocato della Chiesa, avesse data l'approvazione e l'assenso. Il
Commissario imperiale esaminava sul luogo la forma e la libertà
dell'elezione, e solamente dopo aver ben disaminate le qualificazioni
degli Elettori, ricevea il giuramento di fedeltà, e confermava le
donazioni che aveano successivamente arricchito il Patrimonio di San
Pietro. Se sopravveniva uno Scisma, e di frequente ne accadevano, si
sottometteva il tutto al giudizio dell'Imperatore, il quale in mezzo a
un Sinodo di Vescovi osò giudicare, condannare e punire un Pontefice
delinquente. Si obbligarono il senato ed il popolo, in un trattato con
Ottone I, di eleggere quel candidato che più a sua maestà fosse
aggradevole[336]: i suoi successori anticiparono o prevennero i loro
suffragi: diedero al proprio Cancelliere il Vescovado di Roma, non che
quelli di Colonia e di Bamberga; e qualunque pur fosse il merito d'un
Francese o d'un Sassone, prova il suo nome abbastanza l'intromissione
d'una Potenza straniera. I disordini d'un'elezion popolare erano per
questi atti autorevoli una scusa assai speciosa. Il competitore, escluso
dai Cardinali, si appellava alle passioni o alle venalità della plebe:
il Vaticano e il Palazzo di Laterano furono imbrattati d'assassinii, e i
senatori più potenti, i Marchesi di Toscana e i conti di Tuscolo tennero
in lungo servaggio la Sede apostolica. I Papi del nono e decimo secolo,
furono insultati, incarcerati, assassinati dai lor tiranni; e quando
erano spogliati dei demanii dipendenti dalla loro Chiesa, tant'era la
lor indigenza, che non potevano sostenere la condizione d'un principe
non solo, ma neppure esercitare la carità d'un sacerdote[337]. La
riputazione ch'ebbero allora due sorelle prostitute, Marozia e Teodora,
era fondata su le ricchezze e l'avvenenza loro, sui loro raggiri amorosi
o politici; la mitra romana era il guiderdone dei più instancabili dei
loro amanti, e il loro regno[338] ha potuto[339] nei secoli d'ignoranza
dar origine alla favola[340] d'una Papessa[341]. Un bastardo di Marozia,
un suo nipote e un pronipote, discendenti dal bastardo (genealogia
veramente singolare!) salirono la Cattedra di San Pietro, ed aveva l'età
di diciannov'anni il secondo degli anzidetti, quando divenne Capo della
Chiesa latina. Giunto alla maturità degli anni corrispose
all'aspettazione che avea dovuto dare di sè in gioventù; e la folla de'
pellegrini che concorrevano a Roma poteva attestar la verità delle
accuse fattegli in un Sinodo romano, e alla presenza d'Ottone il Grande.
Dopo avere rinunciato all'abito e al decoro della sua dignità, potea
Papa Giovanni XI, nella sua qualità di soldato, non avere taccia per gli
eccessi nel bere, per gli omicidii, per gl'incendii, per la smodata
passione del giuoco e della caccia: poteano i suoi Atti pubblici di
simonìa essere una conseguenza della sua ristrettezza; e supposto che
abbia invocato, come è fama, Giove e Venere, potea essere questa una
facezia; ma noi veggiamo con istupore questo degno nipote di Marozia
vivere pubblicamente in adulterio colle Matrone romane; il palazzo
Lateranense trasformato in un postribolo, e lo svergognato Papa, tiranno
del pudore delle vergini e delle vedove, il quale impediva così alle
donne di andare in pellegrinaggio al sepolcro di San Pietro, ov'elle
avrebbero corso rischio, in quell'atto di divozione, d'essere
violate[342] da quel successor dell'apostolo[343]. Hanno insistito con
maligno diletto i protestanti su questi segni di somiglianza
coll'anticristo; ma agli occhi d'un filosofo son men pericolosi i vizi
del clero che le virtù del medesimo. Dopo lunghi scandoli fu purificata
e rialzata la Sede apostolica dall'austerità e dallo zelo di Gregorio
VII. Questo frate ambizioso[344] passò tutta la sua vita meditando, e
regolando l'esecuzione de' suoi gran disegni, il primo de' quali era
fissare nel Collegio de' Cardinali la libertà e l'independenza della
elezione del Papa, e per sempre togliervi l'intervento, o legittimo o
usurpato, degl'Imperatori, e del popolo romano; il secondo di dare e
riprendere l'Impero d'Occidente come un feudo, o benefizio[345] della
Chiesa, e a stendere il suo dominio temporale sopra i re, e sopra i
reami della terra. Dopo cinquant'anni di combattimenti, la prima di
queste operazioni fu condotta ad effetto mercè dell'Ordine
ecclesiastico, la libertà del quale andava congiunta a quella del Capo;
ma la seconda, non ostante qualche buon esito apparente o parziale,
trovò nella potestà civile una gran resistenza, e fu impedita da'
progressi dell'umana ragione.

Quando risorse l'Impero di Roma, nè il suo Vescovo nè il popolo poteano
dare a Carlomagno o ad Ottone le province, perdute per la sorte
dell'armi come erano state acquistate; ma i Romani aveano la facoltà
d'eleggersi un padrone, e l'autorità delegata al patrizio fu
irrevocabilmente conferita agl'Imperatori francesi e sassoni. Gli annali
imperfetti di que' tempi[346] ci serbarono qualche memoria del palazzo,
della moneta, del tribunale, degli editti di que' principi, e della
giustizia esecutiva, che sin al decimo-terzo secolo era dal Prefetto di
Roma esercitata in virtù de' poteri conferitigli da' Cesari[347]; ma
infine per gli artificii de' Papi e per la violenza del popolo, questa
sovranità degl'Imperatori fu soppressa. I successori di Carlomagno,
paghi de' titoli d'Imperatore e d'Augusto, non posero cura nel mantenere
quella giurisdizione locale; ne' tempi prosperi, era l'ambizione loro
pasciuta d'idee più lusinghiere, e nella decadenza e division
dell'Impero i lor pensieri furono del tutto assorti da quello di
difendere le province ereditarie. In mezzo a' disordini dell'Italia, la
famosa Marozia indusse uno degli usurpatori a sposarla, e la sua fazione
guidò Ugo, re di Borgogna, entro la Mole d'Adriano, ossia Castello
Sant'Angelo, che domina il ponte principale, ed uno degli ingressi di
Roma. Suo figlio Alberico, ch'ella ebbe da uno de' suoi primi mariti, fu
astretto a servire al banchetto nuziale; il suo suocero sdegnato della
ripugnanza manifesta con cui quegli adempieva tale ufficio gli diede una
percossa. Questa originò una rivoluzione. «Romani, gridò il giovanetto,
voi eravate un tempo i signori del Mondo, e questi Borgognoni erano
allora i più abietti fra i vostri schiavi. Ed oggi regnano, que'
selvaggi voraci e brutali, e l'oltraggio ch'io ricevetti è il principio
della vostra servitù[348]». Sonarono le campane a stormo; corse il
popolo all'armi da tutti i quartieri della città, e i Borgognoni
fuggirono a precipizio svergognati e atterriti. Il vincitore Alberico
cacciò in un carcere sua madre Marozia, e ridusse suo fratello, Papa
Giovanni XI, all'esercizio del suo ministero spirituale. Governò Roma
per più di vent'anni col titolo di principe, e dicesi che per
assecondare i pregiudizi del popolo, rinnovò l'officio, o almeno il nome
de' Consoli, e de' Tribuni. Ottaviano, suo figlio ed erede, prese col
Pontificato il nome di Giovanni XII: tribolato come il suo predecessore
da' principi Lombardi cercò un difensore che potesse liberare la Chiesa
e la Repubblica, e quindi la dignità imperiale divenne il guiderdone de'
servigi d'Ottone; ma il Sassone era prepotente, e intolleranti i Romani.
La festa dell'incoronazione fu turbata dalle secrete dispute suscitate
per una parte dalla gelosia del potere, per l'altra dal desiderio di
libertà. Temendo Ottone d'essere assalito, e assassinato al piè
dell'altare, ordinò al suo Porta-spada di non iscostarsi dalla sua
persona[349]. Prima di ripassare le Alpi, l'Imperatore punì la rivolta
del popolo, e l'ingratitudine di Giovanni XII. Il Papa fu deposto dalla
Sede in un Sinodo; il Prefetto a cavallo d'un asino fu frustato per
tutti i quartieri della città, poi cacciato nel fondo d'un carcere;
tredici cittadini de' più colpevoli spirarono su le forche, altri furono
mutilati e sbanditi, e servirono le antiche leggi di Teodosio e di
Giustiniano a giustificare tanta severità di gastighi. Ottone II dalla
voce pubblica fu accusato d'avere con una atrocità pari alla perfidia
fatto trucidare alcuni Senatori, da lui invitati a pranzo, sotto le
sembianze d'ospitalità e d'amicizia[350]. Durante la minorità di Ottone
III, suo figlio, Roma tentò con vigoroso sforzo di scuotere il giogo de'
Sassoni, e il console Crescenzio fu il Bruto della repubblica. Dalla
condizione di suddito e d'esule giunse due volte al comando della città;
perseguitò, cacciò, creò i Papi, e tramò una cospirazione per
ristabilire l'autorità degl'Imperatori greci. Sostenne un assedio
ostinato in castel Sant'Angelo; ma sedotto da una promessa d'impunità,
fu appiccato, e s'espose il suo capo su i merli della Fortezza. Per un
rovescio di sorte avvenne poi che Ottone, avendo diviso qua e là il suo
esercito, fu assediato per tre giorni nel suo palazzo, ove difettava di
vittovaglie; e solamente con una vergognosa fuga potè sottrarsi alla
giustizia o al furor de' Romani. Il senatore Tolomeo guidava il popolo,
e la vedova del console Crescenzio ebbe la consolazione di vendicare il
marito dando il veleno all'Imperatore divenuto suo amante: almeno se ne
dà il vanto a lei. Era intendimento di Ottone III abbandonare le aspre
contrade del Settentrione per collocare il suo trono in Italia, e far
rivivere le instituzioni della monarchia romana; ma i successori di lui
non comparvero che una volta in tutta la lor vita sulle sponde del
Tevere per ricevere la corona nel Vaticano[351]. La loro assenza li
esponea al disprezzo, e la loro presenza era odiosa e formidabile.
Discendeano dalle Alpi co' loro Barbari, stranieri all'Italia, ove
giungevano coll'armi in mano, e le loro passaggere comparse non
offerivano che scene di tumulto e di strage[352]. I Romani, sempre
tormentati da una debole memoria dei loro antenati, vedeano con pio
sdegno quella serie di Sassoni, di Francesi, di principi di Svevia e di
Boemia usurpare la porpora e le prerogative de' Cesari.

[A. D. 774-1250]

Non v'ha forse nulla di più contrario alla natura e alla ragione, che il
tenere sotto il giogo paesi lontani e straniere nazioni contro lor
voglia, e contro il loro interesse. Può un torrente di Barbari passare
sopra la terra; ma per mantenere un vasto Impero, si richiede un sistema
profondo di politica e d'oppressione. Vi dev'essere al centro un potere
assoluto pronto all'atto e ricco di espedienti; è necessario poter
comunicare facilmente e rapidamente dall'una estremità all'altra; fan
d'uopo Fortezze per reprimere i primi assalti dei ribelli;
un'amministrazione regolare atta a proteggere e a punire, e un esercito
ben disciplinato che possa infondere timore senz'eccitare l'odio e la
disperazione. Ben diversa era la situazione de' Cesari della Germania,
allorchè divisarono d'assoggettare a sè il regno d'Italia. Le loro terre
patrimoniali s'estendevano lunghesso il Reno, od erano sparse qua e là
nelle loro varie province; ma l'imprudenza o la miseria di molti
principi aveva alienato questo ricco retaggio, e la rendita, che
traevano da un esercizio minuto e gravoso delle loro prerogative,
bastava appena alle spese della lor casa. Erano i loro eserciti fondati
soltanto sopra il servizio, legale o volontario, dei loro diversi
feudatarii che valicavano le Alpi con ripugnanza, si permetteano ogni
sorta di rapine e di eccessi, e sovente disertavano avanti la fine della
campagna. Il clima dell'Italia ne distruggeva eserciti intieri; quelli
che sfuggivano alla sua mortifera influenza riportavano in patria le
ossa dei principi e Nobili loro[353]; imputavano talvolta l'effetto
della loro intemperanza alla perfidia e malizia degl'Italiani, che
rallegravansi almeno dei mali dei Barbari. Questa tirannia irregolare
combattea con armi uguali contro la potenza de' piccioli tiranni del
paese: l'esito della disputa non interessava molto il popolo, e dee oggi
interessar poco il lettore. Ma ne' secoli undecimo e duodecimo
riaccesero i Lombardi la fiaccola dell'industria e della libertà, e le
repubbliche della Toscana imitarono finalmente quel generoso esempio.
Avevano le città d'Italia conservata mai sempre una specie di governo
municipale; e i loro primi privilegi furono un dono della politica
degl'Imperatori, che voleano fare servire i plebei a raffrenare
l'independenza della Nobiltà. Ma i rapidi progressi di queste Comunità,
e l'estensione ch'esse davano ogni giorno al loro potere, non ebbero
altra cagione che il numero e l'energia dei loro Membri[354]. La
giurisdizione di ciascuna città abbracciava tutta l'ampiezza d'una
diocesi o d'un distretto; quella de' Vescovi, de' marchesi e dei conti
fu annichilata, e i più orgogliosi de' Nobili si lasciarono persuadere,
o furono costretti, d'abbandonare i loro castelli solitari e d'assumere
la qualità più onorevole di cittadini e di magistrati. L'autorità
legislativa apparteneva all'Assemblea generale; ma il potere esecutivo
era nelle mani de' tre consoli che s'estraevano annualmente dar tre
Ordini de' quali componevasi la repubblica, cioè: i _capitani_, i
_valvassori_[355] e i _comuni_ sotto la protezione d'una legislazion
uguale per tutti. L'agricoltura e il commercio si ravvivarono a poco a
poco; la presenza del pericolo sosteneva il carattere guerriero de'
Lombardi, ed al suono della campana, o al ventilare del vessillo[356],
sboccava dalle porte della città una schiera numerosa ed intrepida, il
cui zelo patriottico si lasciò ben tosto guidare dalla scienza della
guerra, e dalle regole della disciplina. L'orgoglio de' Cesari ruppe
contro questi baluardi popolari, e l'invincibile Genio della libertà
trionfò dei due Federici, i due più gran principi del medio evo: il
primo forse più grande per le geste militari, ma il secondo dotato senza
dubbio di maggiori lumi e di virtù più grandi che convengono alla pace.

Vago di ravvivare tutto lo sfarzo della porpora, invase Federico I le
repubbliche della Lombardia coll'arte d'un politico, col valore d'un
soldato, e colla crudeltà d'un tiranno. Aveva la recente scoperta delle
Pandette rinnovata una scienza molto favorevole al dispotismo; e alcuni
giureconsulti venali dichiararono che l'Imperatore era assoluto padrone
della vita e delle proprietà dei sudditi. La Dieta di Roncaglia
riconobbe la regia prerogativa in un senso meno odioso; a sessantamila
marchi d'argento[357] fu portata la rendita dell'Italia, ma ad infinita
ampiezza la estesero colle estorsioni gli officiali del fisco. Col
terrore e colla forza dell'armi furono ridotte al dovere le città più
pertinaci; i prigioni furono consegnati al carnefice, o fatti perire
sotto i dardi scagliati dalle macchine guerresche: dopo l'assedio e la
resa di Milano, Federico fece radere gli edifici di quella magnifica
capitale; ne levò trecento statici cui spedì in Alemagna, e disperse in
quattro villaggi gli abitanti messi sotto il giogo dall'inflessibile
vincitore[358]. Non tardò Milano a risorgere dalle sue ceneri: la
sventura formò la lega di Lombardia; Venezia, il Papa, Alessandro III, e
l'Imperator greco ne difesero gl'interessi; l'edificio del dispotismo fu
atterrato in un giorno, e nel trattato di Costanza Federico
sottoscrisse, con qualche riserva, la libertà di ventiquattro città.
Aveano queste acquistato tutto il vigore e la maturità, quando entrarono
in lotta contro il suo nipote; ma questi, Federico II, era dotato di
qualità personali, e singolari che lo segnalavano[359]. Per la nascita e
per la educazione era raccomandato agli Italiani, e durante l'implacabil
discordia della fazione de' Ghibellini e de' Guelfi, aderirono i primi
all'Imperatore, mentre i secondi inalberarono il vessillo della libertà
e della Chiesa. La Corte romana, in un momento di sonno, avea permesso
ad Enrico VI di congiungere all'Impero i regni di Napoli e di Sicilia; e
Federico II, suo figlio, ricavò da quegli Stati ereditarii grandi
sussidii in soldati e in denari. Fu non di meno oppresso in fine dalle
armi lombarde e dai fulmini del Vaticano; ne fu dato il reame ad uno
straniero, e l'ultimo della sua razza fu pubblicamente decapitato sul
palco nella città di Napoli. Per uno spazio di sessant'anni non si vide
più un Imperator in Italia, e appena fu ricordato questo nome per la
vendita ignominiosa degli ultimi rimasugli della sovranità.

[814-1250 ec.]

Piaceva ai Barbari, vincitori dell'Occidente, il dare al lor Capo il
titolo d'Imperatore, senz'aver però l'intenzione di conferirgli il
dispotismo di Costantino e di Giustiniano. La persona dei Germani era
libera, come loro proprii i conquisti, e l'energia del loro carattere
nazionale aveva a schifo la servil giurisprudenza dell'antica e della
nuova Roma. Sarebbe stata impresa di gran rischio ed inutile il voler
imporre il giogo monarchico a cittadini armati, che mal poteano
sopportare in pace un magistrato, ad uomini ardimentosi che non voleano
obbedire, e ad uomini potenti che voleano comandare. I duchi delle
nazioni o delle province, i conti dei piccioli distretti, i margravii
delle Marche, o frontiere, si partirono fra loro l'Impero di Carlomagno
e d'Ottone, e riunirono l'autorità civile e militare tal quale era stata
delegata ai luogotenenti dei primi Cesari. I governatori romani, per lo
più soldati di ventura, sedussero le loro legioni mercenarie, e preser
la porpora imperiale, con buono o cattivo successo, nella lor rivolta
senza nuocere al potere e all'unità del governo. Se meno audaci furono
nelle pretensioni i duchi, i margravii e i conti dell'Alemagna, più
durevoli furono, e più funesti allo Stato gli effetti dei loro vantaggi.
Invece d'aspirare alla dignità suprema, attesero in segreto a fermare
l'independenza sul territorio che occupavano. I lor disegni ambiziosi
furon favoreggiati dal numero dei dominii loro e dei vassalli,
dall'esempio e dal soccorso che si prestavano vicendevolmente;
dall'interesse comune dei Nobili subordinati, dal cangiamento dei
principi e delle famiglie, dalla minorità d'Ottone III e da quella
d'Enrico IV, dall'ambizione dei Papi, e dalla vana perseveranza con cui
gl'Imperatori correan dietro alle fuggiasche corone dell'Italia e di
Roma. A poco a poco i comandanti delle province usurparono tutti gli
attributi della giurisdizione regia e territoriale; i dritti di pace e
di guerra, di vita e di morte, quello di batter moneta, di mettere
imposizioni, di contrar alleanze coll'estero, e d'amministrare
l'interno. Tutte le usurpazioni della violenza furono dall'Imperatore
ratificate sia che il facesse di buona voglia, sia per forza di
necessità, e questa conferma divenne il prezzo d'un suffragio dubbio, o
d'un servigio volontario; quel che avea conceduto all'uno non potea da
lui ricusarsi senz'ingiustizia al successore o all'eguale di quello;
così da questi differenti atti di dominio passaggero o locale s'è
formato a grado a grado la costituzione del Corpo germanico. Il duca o
conte d'ogni provincia era il Capo visibile collocato fra il trono e la
Nobiltà; i sudditi della legge diveniano i vassalli d'un Capo
particolare, che spesso levava contro il sovrano lo stendardo che ne
avea ricevuto. La potenza temporale del clero fu secondata ed
accresciuta dalla superstizione, o dai fini politici delle dinastie
Carlovingia e Sassone, le quali ciecamente confidavano nella sua
moderazione e fedeltà: i vescovadi d'Alemagna acquistarono l'estensione
e i privilegi dei più vasti demanii dell'Ordine militare, e in ricchezze
e in popolazione li superarono. Per quanto tempo poterono gl'Imperatori
conservare la prerogativa di nominare i benefici ecclesiastici e laici,
la gratitudine o l'ambizione dei loro amici e favoriti seguì le parti
della Corte; ma nata la disputa delle investiture, perdettero ogni
ingerenza sui Capitoli episcopali; le elezioni tornarono libere, e per
una specie di beffa solenne, fu ridotto il sovrano alle sue prime
preghiere, cioè al diritto di raccomandare una volta sola, durante il
suo regno, un soggetto per una prebenda di ogni Chiesa. Anzi che
obbedire ad un superiore, non poterono i governatori secolari essere
dimessi dalla carica che per sentenza dei lor pari. Nella prima età
della monarchia, la nomina d'un figlio al ducato o alla contea del padre
era domandata come un favore; a poco a poco divenne un'usanza, e in fine
fu pretesa come un diritto. Sovente la successione in retta linea si
estese ai rami collaterali o femminili; gli Stati dell'Impero,
denominazione popolare da principio, poi divenuta legale, furono divisi
e alienati con testamenti e con trattati di vendita; ed ogn'idea d'un
deposito pubblico si confuse in quella d'una eredità particolare e
trasmissibile in perpetuo. Non potea nemmeno l'Imperatore arricchirsi
colle confische e colla estinzione di qualche linea; non avea che un
anno per disporre del feudo vacante, e nell'eleggere il candidato dovea
consultare la Dieta generale o quella della provincia.

[A. D. 1250]

Morto Federico II parea l'Alemagna un mostro di cento teste. Una
moltitudine di principi e di prelati si contendeano i frantumi
dell'Impero: innumerabili castella aveano padroni più inclinati ad
imitare i lor superiori che ad obbedirli, e, secondo la misura delle
forze di ciascheduno, alle continue loro ostilità si dava il nome di
conquisto o di ladroneccio. Cotale anarchia era conseguenza inevitabile
delle leggi e de' costumi europei, e lo stesso turbine aveva messo in
brani i regni della Francia e dell'Italia; ma le città italiche e i
vassalli francesi, discordi fra loro, si lasciarono distruggere, mentre
l'unione degli Alemanni ha prodotto sotto nome d'Impero un gran sistema
di confederazione. Le Diete, da prima frequenti e poi perpetue, hanno
serbato vivo lo spirito nazionale, e la legislazione generale dello
Stato è rimasa nei tre rami, o Collegi, degli Elettori, de' principi e
delle città libere ed imperiali. I. A sette dei più potenti feudatarii
fu permesso d'esercitare con un nome e un grado speciale il privilegio
esclusivo di eleggere un Imperatore romano, e questi elettori furono il
re di Boemia, il duca di Sassonia, il margravio di Brandeburgo, il conte
palatino del Reno e i tre arcivescovi di Magonza, di Treveri e di
Colonia. II. Il Collegio dei principi e de' prelati si liberò da una
moltitudine accozzata confusamente; ridussero a quattro voti
rappresentativi la lunga lista dei Nobili independenti, ed esclusero i
Nobili, o membri dell'ordine equestre, che nel campo dell'elezione, del
pari che in Polonia, s'erano veduti in numero di sessantamila a cavallo.
III. Non ostante l'orgoglio della nascita o del potere, non ostante
quello che inspirano la spada o la mitra, si ebbe la prudenza di porre
nei Comuni il terzo ramo del poter legislativo, e i progressi della
civiltà, quasi nell'istess'epoca, fecero altrettanto nelle assemblee
nazionali della Francia, d'Inghilterra e dell'Alemagna. La lega
anseatica padroneggiava il commercio e la navigazione del Settentrione;
i confederati del Reno manteneano la pace e la comunicazione interna
nell'Alemagna: le città han conservato una certa influenza proporzionata
alle ricchezze e alla politica loro, e la lor negativa annulla ancora le
risoluzioni dei due Collegi superiori, cioè di quello degli Elettori e
dell'altro dei principi[360].

[A. D. 1347-1378]

Nel quattordicesimo secolo precipuamente fa stupore la contraddizione
che si trova fra il nome e lo Stato dell'Impero romano di Alemagna, il
quale, eccetto sulle rive del Reno e del Danubio, non possedeva una sola
provincia di quelle di Traiano e di Costantino. Questi principi aveano
per indegni successori[361] i conti d'Absburgo, di Nassau, di
Lussemburgo e di Schwartzenburgo: l'Imperator Enrico VII ottenne pel
figlio la corona di Boemia, e suo nipote, Carlo IV, ebbe la culla presso
un popolo che gli stessi Alemanni trattavano da forestiero, da
Barbaro[362]. Dopo avere scomunicato Luigi di Baviera, i Papi che,
quantunque esuli o prigionieri nella contea di Avignone, affettavano di
disporre dei reami della Terra, gli diedero o gli promisero l'Impero
allora vacante. La morte dei competitori gli procurò i voti del Collegio
elettorale, e fu dagli unanimi suffragi riconosciuto Re de' romani e
futuro Imperatore, titolo che veniva prostituito ai Cesari della
Germania e a quei della Grecia. Altro non era l'Imperator d'Alemagna che
il magistrato elettivo, e senza autorità, d'un'aristocrazia di principi
che non gli aveano lasciato un solo villaggio di cui potesse dirsi
padrone. La sua più bella prerogativa era il diritto di presedere il
senato della nazione, convocato per le sue lettere, e di proporvi le
cose su cui deliberare; e il suo regno di Boemia, meno opulento della
città di Norimberga posta in quel dintorno, era il fondamento più saldo
del suo potere e la fonte più ricca delle sue rendite. Non più di
trecento guerrieri componeano l'esercito con cui varcò le Alpi. Fu
coronato nella cattedrale di S. Ambrogio colla corona di ferro
attribuita dalla tradizione alla monarchia Lombarda; ma non se gli
permise che un picciol seguito; gli furon chiuse alle spalle le porte
della città, e le armi de' Visconti tennero prigioniero il re d'Italia,
che fu obbligato di confermarli nel possesso di Milano. Una seconda
volta, fu coronato nel Vaticano colla corona d'oro dell'Impero; ma per
adattarsi ad un articolo d'un trattato segreto, l'Imperatore romano si
ritirò senza passare neppure una notte nel ricinto di Roma. L'eloquente
Petrarca[363], il quale trasportato dalla sua immaginazione vedea di già
risorgere la gloria del Campidoglio, deplora ed accusa la fuga
ignominiosa del principe Boemo; e gli autori contemporanei osservano,
che la vendita lucrosa de' privilegi e de' titoli fu il solo atto
d'autorità che esercitò l'Imperatore nel suo passaggio. L'oro
dell'Italia assicurò l'elezion di suo figlio; ma tanta era la vergognosa
povertà di questo Imperator romano, che fu fermato sulla strada di Worms
da un beccaio, e ritenuto in un'osteria per cauzione, o per ostaggio
delle spese che avea fatto.

[A. D. 1356]

Da questo spettacolo d'avvilimento volgiamo lo sguardo all'apparente
maestà che Carlo IV portò nelle Diete dell'Impero. La Bolla d'oro che
fissò la costituzione germanica è scritta in tuono di sovrano e di
legislatore. Cento principi s'incurvavano ai piedi del suo soglio, e
sublimavano la propria dignità cogli omaggi volontarii, che concedeano
al lor Capo o al lor ministro. I sette Elettori suoi grandi officiali
ereditari, che per grado e per titoli pareggiavano i re, servivano alla
tavola imperiale. Gli Arcivescovi di Magonza, di Treveri e di Colonia,
arcicancellieri perpetui dell'Alemagna, dell'Italia e della provincia di
Arles portavano in gran pompa i suggelli del triplice reame. Il gran
Maresciallo, montato sur un palafreno, per segno di sue incombenze,
tenea in mano un moggio d'argento pieno d'avena, ch'egli spandea per
terra, indi scendea da cavallo per regolare l'ordinanza de' convitati.
Il gran Siniscalco, il conte palatino del Reno, recava i piatti in
tavola. Dopo il banchetto il margravio di Brandeburgo, gran Ciamberlano,
si presentava colla brocca e il bacino d'oro, e gli dava da lavar le
mani; il re di Boemia era raffigurato, come gran Coppiere dal fratello
dell'Imperatore duca di Lussemburgo e del Brabante; e la cerimonia era
terminata dai grandi officiali della caccia, i quali con un frastuono di
corni e di cani introduceano un cervo ed un cignale[364]. Nè alla sola
Alemagna era ristretta la supremazia dell'Imperatore; i monarchi
ereditari dell'altre contrade dell'Europa confessavano la preeminenza
sua di grado e di dignità: era egli il primo dei principi cristiani, e
il Capo temporale della gran repubblica d'Occidente[365]: già da gran
tempo assumeva il titolo di maestà, e contrastava al Papa l'eminente
diritto di creare i re, e di convocare i Concilii. L'oracolo delle leggi
civili, il dotto Bartolo, riceveva una pensione da Carlo IV, e la sua
scuola risonava di questa sentenza, che il romano Imperatore era il
sovrano legittimo della Terra, cominciando dai luoghi ove si leva il
Sole sino a quelli dove tramonta. La contraria opinione fu condannata
non come un errore, ma come eresia, in vigor di quelle parole
dell'Evangelo: «E un decreto di Cesare Augusto dichiarò che tutto il
Mondo dovesse pagare l'imposizione»[366].

Se attraverso lo spazio dei tempi o de' luoghi, noi raffrontiamo Augusto
con Carlo, i due Cesari ci presenteranno un contrapposto ben forte.
Carlo nascondea la sua debolezza sotto la maschera dell'ostentazione, e
il primo velava la sua forza coi colori della modestia. Augusto,
capitanando le sue vittoriose legioni, dando leggi alla terra e al mare,
dal Nilo e dall'Eufrate sino all'Oceano Atlantico, si dicea servitor
dello Stato e l'uguale a' suoi concittadini. Il trionfator di Roma e
delle province si sottomettea alle formalità volute dagli offici legali
e popolari di censore, di console e di tribuno. La sua volontà era la
legge del Mondo; ma per pubblicar questa legge prendeva in prestito la
voce del senato e del popolo; da essi il padrone riceveva le nomine
rinnovate delle cariche temporanee già conferitegli per amministrar la
repubblica. Negli abiti, nell'interno della casa[367], nei titoli, in
tutte le azioni della vita sociale serbò Augusto le maniere d'un
semplice privato, e da' suoi scaltri adulatori fu rispettato il segreto
della sua assoluta e perpetua monarchia.

NOTE:

[188] _In vece di curiosità dovevasi dire (trattandosi della
Transustanziazione) seria considerazione de' teologi rivolta sempre a
spiegare i passi misteriosi dell'Evangelo, a togliere gli apparenti
obbietti, che potrebbero per avventura presentarsi, ed a mostrare a
credenti i motivi di credibilità, onde tener ferma la fede._ (Nota di N.
N.)

[189] Il dotto Selden ci dà, in una parola molto energica, e d'un
significato estesissimo, tutta l'istoria della Transustanziazione:
«Quest'opinione è una figura di retore[*], della quale si fece una
proposizione di logica». _Vedi_ le sue opere, vol. III, p. 2073, nel suo
_Seldeniana_ o i suoi _Propos de table._

* _Non è maraviglia che Selden, protestante, abbia ciò asserito; e non
ha alcuna autorità per un cattolico il detto di un protestante in questo
proposito, siccome in tutti gli altri intorno le cose di religione._
(Nota di N. N.)

[190] _Il culto delle Immagini non può chiamarsi superstizione popolare,
perchè fu spiegato, sanzionato, e stabilito dai Concilii generali, e dai
Papi, che condannarono l'opinione eretica degli Iconoclasti, che invano
vi si opposero per tanti anni per abolirlo. Vedi la nostra Nota a p.
248._ (Nota di N. N.)

[191] _Nec intelligunt homines ineptissimi, quod si sentire simulacra et
moveri possent, adoratura hominem fuissent a quo sunt expolita._ (_Div.
Instit._, lib. 11, c. 2). Lattanzio è l'ultimo e il più eloquente degli
apologisti del cristianesimo; i loro motteggi sugli idoli intaccano non
solo l'oggetto, ma anche la forma e la materia.

[192] _Vedi_ Sant'Ireneo, Sant'Epifanio e S. Agostino (Basnagio _Hist.
des Eglises réformées_, t. II, p. 1313). Questa pratica dei Gnostici ha
una singolare relazione col culto secreto usato da Alessandro Severo
(Lampridio, cap. 29; Lardner _Heathen Testimonies_, vol. III, p. 34).

[193] _Vedi_ i capitoli XXIII e XXVIII di quest'opera.

[194] Ου γαρ το Θειον απλουν υπαρχον και αληπτον μορφαις τισι και
σχημασιν απεικαζομεν. Ουτε κηρω και ξυλοις την υπερουσιον και
προαναρχον ουσιαν τιμαν ημεισ διεγνωκαμεν. _Imperciocchè noi non
rappresentiamo con figure od immagini la Divinità, sostanza semplice ed
incomprensibile: nè in cera o in legno intendiamo d'onorare una Essenza
suprema ed eterna._ (_Concilium Nicenum_, II, in _Collect._ Labbe, t.
VIII, p. 1025, edizione di Venezia). «_Il serait peut-être à propos,
dice il signor Dupin, de ne point souffrir d'images de la Trinité ou de
la Divinité; les défenseurs les plus zélés des images ayant condamné
celles-ci, et le Concile de Trente ne parlant que des images de
Jésus-Christ et des Saints_». (_Bibliot. ecclés._ t. VI, p. 154).

[195] _Il culto del divin Fondatore della religione, Gesù Cristo, era sì
spiritualmente impresso ne' Cristiani che non ne avrebbero giammai
perduta l'idea, quand'anche non avessero avuto il soccorso de' sensi per
mezzo dell'immagine di lui; e ciò sarebbe anche avvenuto, perchè la fede
in lui non poteva mancare._ (Nota di N. N.)

[196] _I Greci, ed i Latini adottarono l'idea della assunzione per un
motivo già di sopra esposto, nella nostra Nota a pag. 44._ (Nota di N.
N.)

[197] Questo compendio della Storia delle Immagini è tratto dal
ventesimosecondo libro dell'_Histoire des Eglises reformées_ di
Basnagio, t. II, p. 1310-1337. Era protestante, ma d'uno spirito
maschio; e non temono i riformati la taccia di imparziali in una cosa
intorno alla quale hanno così evidentemente ragione. _Vedi_ la
perplessità del povero monaco Pagi, _Critica_, t. I, p. 42.

[198] Quando si studiano gli annalisti, messi da un lato i miracoli e le
contraddizioni, si giudica che dall'anno 300 avea la città di Paneade,
in Palestina, un gruppo di bronzo, rappresentante un gran personaggio,
avviluppato in un mantello, ed una donna a' suoi piedi che gli attestava
la propria gratitudine, o gl'indirizzava suppliche; e leggevasi per
avventura sul piedestallo τω Σωτηρι, τω ευεργετη, _al salvatore, al
benefattore._ Supponevano i cristiani pazzamente, che un tal gruppo
rappresentasse Gesù Cristo, e la _povera_ donna ch'egli avesse guarito
d'un flusso di sangue. (Eusebio, VII, 18; Filostorgio VII, 3, ec.).
Il Signor di Beausobre con più ragione congettura, che quella statua
rappresentava il filosofo Apollonio o l'Imperatore Vespasiano: in
quest'ultima supposizione la donna è una città, una provincia, o forse
la regina Berenice. _Biblioth. germ._ XIII, p. 192.

[199] _Gli storici, e gli eruditi ecclesiastici del pari che i Teologi
hanno rifiutato con tutte le ragioni la corrispondenza fra il re Abgaro,
e Gesù Cristo, e qualificata falsa ed inventata la lettera di quel re a
Cristo, sebbene sia questa riferita dal Vescovo Eusebio nella sua storia
ecclesiastica. La di lui autorità unita a quella di S. Efrem, e di
Giacomo Vescovo di Sarug accreditò cotal favola: non si sa precisamente
quando, e da chi sia stata inventata. La mancanza di buone istorie ed
ancor più quella di buona critica, ne' primi secoli del cristianesimo,
cagionarono tale ignoranza. Il cattolico saggio, ed istruito, deve tener
certe e ferme le cose narrate ne' libri rivelati del Nuovo Testamento e
quelle definite dalla Chiesa, e lasciare le altre alla critica
giudiziosa de' dotti._ (Nota di N. N.)

[200] Eusebio, _Hist. ecclesiast._, l. I, c. 13. Il dotto Assemani vi
aggiugne il testimonio di tre Sirii, di S. Efremo, di Giosuè Stilite, e
di Giacomo, vescovo di Sarug; ma non so che s'abbia prodotto l'originale
di quella lettera, o indicati gli archivi d'Edessa. (_Bibl. orient._ t.
I, p. 318, 420, 554). Si fatta tradizione così incerta venia loro
probabilmente dai Greci.

[201] Lardner discute e rigetta colla sua solita ingenuità i testimonii
citati in favore di quel carteggio (_Heathen Testimonies_, vol. I, p.
297-309). Arrossisco di vedere tra la folla degli scrittori
superstiziosi, ch'egli scaccia da questo posto ragguardevole insieme ai
Grabe, Cave e Tillemont, anche il signor Addison (_Vedi_ le sue opere,
vol. I, p. 528 ediz. di Baskerville); ma il trattato superficiale da lui
composto sulla religion cristiana ha acquistato credito dal nome
dell'autore, dal suo stile, e dagli elogi troppo sospetti del clero.

[202] Dal silenzio di Giacomo di Sarug (Assemani _Bibliot. orient._ p.
289-318), e dalla testimonianza d'Evagrio (_Hist. eccl._ l. IV, c. 27)
giudicai, essere stata quella favola inventata tra gli anni 521 e 594,
probabilmente dopo l'assedio di Edessa, nel 540 (Assemani t. I, p. 4167.
Procopio _De bello persico_, l. II). È la spada e lo scudo di Gregorio
II (_in epist. 1, ad Leon. Isaur. Concil._; t. VIII, p. 656, 657), di S.
Giovanni Damasceno (_Opera_, t. I, p. 281, ediz. di Lequien), e del
secondo Concilio di Nicea (_Actio_ V, p. 1030). La più perfetta edizione
si trova in Cedreno (_Compend._ p. 175-178).

[203] Αχειροποιητος, _senza mani._ Vedi Ducange, in _Gloss.
graec. et latin._ Questo soggetto è trattato con erudizione non meno che
con pregiudizii dal Gesuita Gretser (_Syntagma de imaginibus non manu
factis, ad calcem codicis de officiis_, p. 289-330), l'asino o piuttosto
la volpe d'Ingolstadt (_Vedi_ la _Scaligeriana_); con pari senno e
ragione dal protestante Beausobre nella controversia ironica da lui
inserita in differenti volumi della _Bibliothèque germanique_ (t. XVIII,
pag. 1-50; t. XX, p. 27-68; t. XXV, p. 1-36; t. XXVII, pag. 85-118; t.
XXVIII, pag. 1-33; t. XXXI, p. 111-148; l. XXXII, p. 75-107; t. XXXIV,
p. 67-96).

[204] Teofilato Simocatta (l. II, c. 3, p. 34; l. III, cap. I, p. 63),
celebra θεανδρικον εικασμα, _l'immagine dell'Uomo Dio_, ch'egli chiama
αχειροποιητον, _senza mano_; ma non era che una copia, poichè soggiugne
αρχετυπον οι Ρωμαιοι (d'Edessa) θρεσκευουσι τι αρρητον, _che i Romani_
di Edessa) _venerano quell'originale con un culto singolare._ (_Vedi_
Pagi, t. II, A. D. 596, n. II).

[205] _Vedi_ nelle opere autentiche o supposte di S. Giovanni Damasceno,
due passi sulla Vergine Maria e sopra S. Luca, dimenticati da Gretser, e
per conseguente non rammentati da Beausobre (_Opera Johan. Damascen._ t.
I, p. 618-631).

[206] «Escono le vostre scandalose figure fuor della tela; sono esse
cattive come le statue in grupo». Lodavano in tal guisa l'ignoranza e il
fanatismo d'un prete greco alcuni quadri di Tiziano, ch'egli avea
comandati, e che non volea più ricevere.

[207] Secondo Cedreno, Zonara, Glycas e Manasse, gli autori della Setta
degli Iconoclasti furono il Califfo Iezid e due Ebrei che aveano
promesso l'Impero a Leone. I rimproveri che l'odio suggerisce a que'
Settarii vengono interpretati come un'assurda cospirazione pel
ristabilimento della purità del culto cristiano. (_Vedi_ Spanheim,
_Hist. Imag._, c. 2).

[208] Jezid, nono Califfo della razza degli Omniadi, distrusse tutte le
Immagini della Siria verso l'anno 719: onde gli ortodossi rimproverarono
ai Settarii di seguire l'esempio dei Saracini e degli Ebrei (_Fragm.
mon. Johan. Jerosolymit. script. Byz._, t. XVI, p. 235. _Hist. des
Répub. ital._, par Sismondi t. I, p. 126). (Nota dell'Editore francese).

[209] _Vedi_ Elmacin (_Hist. Saracen._, pag. 267), Abulfaragio
(_Dynast._, p. 201), Abulfeda (_Annal. Moslem._, p. 264), e le
_Critiche_ del Pagi (t. III, A. D. 944). Non ardisce questo prudente
Francescano di determinare, se a Roma o a Genova riposi l'immagine
d'Edessa; ma essa riposa senza gloria; non è più alla moda, ed ha
perduta la sua antica celebrità.

[210] Αρμενιοις και Αλαμανοις επισης η αγιων εικονων προσκυνησις
απηγορευται, _agli Armeni del pari che agli Alemanni è proibita
l'adorazione delle sante Immagini._ (Niceta, lib. II, p. 258). Le Chiese
d'Armenia non fan ancor uso che della Croce (_Missions du Levant_, t.
III, p. 148); ma il Greco superstizioso è senza dubbio ingiusto verso la
superstizione degli Alemanni del duodecimo secolo.

[211] Negli Atti dei Concilii (tom. VIII e IX Collect. de Labbe ediz. di
Venezia), e negli scritti istorici di Teofane, di Niceforo, di Manasse,
di Cedreno, di Zonara ec. si devono cercare i monumenti originali di
tutto ciò che è relativo agl'Iconoclasti; non si troveranno però affatto
imparziali. Fra i moderni cattolici, Baronio, Pagi, Natalis Alessandro
(_Hist. eccl., secul._, 8 e 9) e Maimbourg (_Hist. des Iconoclastes_)
mostrarono a questo riguardo pari erudizione, passione e credulità. Le
indagini del protestante Federico Spanheim (_Hist. imaginum restituta_),
e di Giacomo Basnagio (_Hist. des Eglises réformées_, t. II, 1. XXIII,
p. 1339-1385), inclinano dal lato degli Iconoclasti. Pei soccorsi che ci
offrono le due parti, e per la loro opposta disposizione, ci è facile il
giudicare questa lite con una imparzialità filosofica.

[212] Come si raccoglie da questi fiori di rettorica Συνοδον παραμον
και αθεον _Sinodo empio ed ateo_, si trattarono i Vescovi da
τοις ματαιοφροσιν. Damasceno chiama questo Concilio ακυρος και αδεκτος,
_non autorevole e non ammesso_. (_Opera_, t. I, p. 623) Fece Spanheim
con pari ingegno e sincerità l'apologia del Concilio di Costantinopoli
(p. 171, ee.); ne trasse i materiali dagli Atti del Concilio di Nicea
(p. 1046, etc.) L'arguto Giovanni di Damasco, dice επισκωτους
_tenebrosi_ in vece di επισκοπους _Vescovi_, e dà ai Vescovi il nome
di κοιλιοδουλους schiavi del loro ventre, ec. (_Opera_, t. 1, p. 306.).

[213] _Tutto al più poteva dirsi, che la credenza, e la protezione de'
sovrani hanno influito a dar coraggio ai Vescovi ortodossi nel sostenere
e fissare le buone dottrine contro le false opinioni dei Vescovi
eretici, e dei Conciliaboli; ma i Vescovi nei Concilii ortodossi, e
generali, che appunto spiegavano, e fissavano i dogmi, furono liberi
nelle loro decisioni. Se, per esempio nei quattro primi Concilii
generali, che spiegarono, e fissarono i fondamenti dogmatici, vi
assistettero gli Imperatori, o i loro ministri, e consiglieri, se vi
furono ufficiali di Polizia e soldatesche, ciò fu solamente per tener il
buon'ordine ed impedire i disordini delle contese._ (Nota di N. N.)

[214] Si accusa Costantino d'avere proscritto il titolo di Santo, d'aver
chiamata la Vergine Maria madre di Gesù Cristo, d'averla paragonata,
dopo il parto, ad una borsa vuota; si accusa di più d'arianismo, di
nestorianismo, ec. Spanheim, che lo difende (c. 4, p. 207), è alquanto
imbrogliato tra gl'interessi d'un protestante, e i doveri d'un teologo
ortodosso.

[215] Il santo confessore Teofane approva il principio della loro
ribellione θειω κινουμενοι ξηλο, _mossi da zelo divino_. (p.
339). Gregorio II (_in epist. 1, ad imp. Leon_, _Concil._, t. VIII, p.
661-664) applaudisce allo zelo delle donne di Bizanzio, che uccisero gli
officiali dell'Imperatore.

[216] _I Greci ortodossi, cultori delle Immagini, avranno sperato
d'ottenere qualche miracolo a loro favore nella battaglia contro
l'armata dell'Imperatore Leone Iconoclasta; ma, i miracoli stanno nella
mano di Dio, e se i Greci sostenitori delle Immagini non ne ottennero,
il fuoco greco doveva avere il suo effetto di distruggere la loro
flotta; e questo effetto non avrebbe avuto luogo se avessero ottenuto un
miracolo._ (Nota di N. N.)

[217] _La violenza di Costantino Copronimo ha indotto la prudenza del
Patriarca a preferire per il momento la dissimulazione ad uno zelo
pericoloso, sperando di poter in circostanze più favorevoli spiegare il
vero suo sentimento; e questo accorgimento politico non è da
biasimarsi._ (Nota di N. N.)

[218] _Dovevasi dire fedeli al culto delle Immagini il quale, per la
nota nostra alla pag. 248, nel vero senso non è superstizione; se poi i
monaci ammassarono ricchezze, abusarono della loro influenza sugli
animi, delle circostanze, e dell'ignoranza de' tempi, ciò è da
disapprovarsi._ (Nota di N. N.)

[219] Giovanni o Mansur era nobile cristiano di Damasco, che avea una
carica ragguardevole al servizio del Califfo. Il suo zelo nella causa
delle Immagini l'espose al risentimento e alla perfidia dell'Imperatore
greco; pel sospetto d'una rea corrispondenza, gli fu tagliata la mano
destra restituitagli miracolosamente dalla Vergine. Cedette quindi la
carica, distribuì le sue ricchezze, e andò a nascondersi nel monastero
di San Saba, tra Gerusalemme e il mar Morto. Famosa è la Leggenda; ma il
padre Lequien, dotto editore di lei, sgraziatamente provò, che S.
Giovanni Damasceno era già monaco prima della controversia
iconoclastica. (_Opera_, t. I, _vita S. Johannis Damascen._, p. 10-13.
et _Notas ad loc._)

[220] Dopo aver mandato al diavolo Leone, fa parlare il suo erede
το μιαρον αυτου γεννημα, και της κακιας αυτου κληρονος εν διπλω
γενομενος, _scellerato germe di lui, divenuto erede doppiamente
della sua malvagità._ (_Opera Damascen._ t. I, p. 625.) Se l'autenticità
di questo pezzo è sospetta, siamo certi, che in altre opere, che non
esistono più, Giovanni dà a Costantino i titoli di νεον Μωαμεθ,
Χριστμαχον, μιςαγιον, _nuovo Maometto, avversario di Cristo, nimico
dei Santi._ (t. I. p. 306).

[221] Spanheim (p. 235-238), che narra questa persecuzione secondo
Teofane e Cedreno, dilettasi a paragonare il _draco_ di Leone coi
_dragoni_ (_dracones_) di Luigi XIV, e si ricrea grandemente con questo
scherzo di parole.

[222] Προγραμμα γαρ εξεπεμψε κατα πασαν εξαρχιαν ιων υπο της χειρος
αυτος; παντας υπογραψαι και ομνυναι του αθετησαι την προσκουησιν των
σεπτων εικονων. _Imperocchè mandò un avviso per tutto l'Esarcato che
da lui dipendeva di dover tutti sottoscrivere e giurare che abiuravano
l'adorazione delle occidentali Immagini._ (_Damascen., Op._, t. I,
p. 625.) Non mi ricordo d'aver letto questo giuramento nè questa
sottoscrizione in niuna raccolta moderna.

[223] _Se la sollevazione d'Italia contro il suo legittimo sovrano,
cagionata dall'Iconoclastia, diede occasione, agli abitanti di Roma e
delle vicine terre di darsi volontariamente a Gregorio II, e di
considerarlo suo principe, onde quest'atto può riguardarsi il primo dei
molti avvenimenti che determinarono ne' Papi potestà, e indi sovranità
temporale, bisogna per altro aggiungere, e confessare, che lo stesso
Gregorio II s'adoperò scrivendo ad Orso, Doge di Venezia, acciocchè
l'Esarcato di Ravenna invaso dai Longobardi nel tempo della ribellione
pel decreto dell'Imperatore Leone contro il culto delle Immagini
rimanesse sotto il dominio dell'Imperatore stesso;_ Quia peccato
faciente Ravennatum civitas quae caput est omnium a nec dicenda gente
longobardorum capta est, et filius noster eximius D. Exarchus apud
Venetias moratur (ut cognovimus) debeat Nobilitas tua ei adhaerere, et
cum eo nostra vice pariter decertare, ut ad pristinum statum sanctae
reipubblicae in Imperiali servitio ipsa revocetur Ravennatum civitas
etc. Epistola Gregorj II. Labbe T. 8. p. 177 ad Ursum Ducem Venetiarum.
_E la Repubblica di Venezia obbedendo al papa, potente in que' giorni
anche nelle cose politiche, e civili, rimise con un'armata Paolo Esarca,
per l'Imperatore, nel governo di Ravenna siccome ci documenta il
Sigonio,_ Lectis litteris Veneti autoritatem Pontificis secuti Paulum
summa ope adjuvandum decreverunt Sigonius de Regno Italiae, l. 3.

_Ed è vero ancora, che lo stesso Gregorio indi impedì, che gli Italiani
eleggessero un nuovo Imperatore;_ omnis Italia consilium iniit ut
eligeret Imperatorem, sed compescuit tale judicium Pontifex sperans
conversionem Principis. Anes. Bibl. Vita Gregorii II. (Nota di N. N.)

[224] Και την Γωμην σ υν Ιταλια της βασιλειας αυτου απεστησε, _e
separò dal suo regno con tutta l'Italia_, dice Teofane (_Chronograph._
p. 343). Gregorio è chiamato perciò da Cedreno ανηρ αποςολικος,
_uomo apostolico_, (p. 550). Zonara specifica questo fulgore di
αναθηματι συνοδικω, _scomunica Sinodico_ (t. II. l. XV, p. 104, 105).
È da notare essere i Greci disposti a confondere i regni e le azioni dei
due Gregorii.

[225] _Vedi_ Baronio (_Annal. ecclés._, A. D. 730, num. 4, 5): _dignum
exemplum!_ (Bellarmin., _De rom. Pontifice_, l. V, c. 8.): _mulctavit
eum parte imperii._ (Sigonius, _De regno Italiae_, l. III, _opera_, t.
II, pag. 169.) Ma le opinioni in Italia sono cangiate a tale, che
l'editore di Milano, Filippo Argelati, Bolognese e suddito del Papa,
corregge Sigonio.

[226] _Quod si Christiani olim non deposuerunt Neronem aut Julianum; id
fuit quia deerant vires temporales Christianis_ (così parla il virtuoso
Bellarmino, _De rom. Pont._, l. V, c. 7.) Il Cardinale du Perron fa una
distinzione che è più onorevole ai primi cristiani, ma che non dee
piacere di più ai principi moderni. Distingue il _tradimento_ degli
eretici e degli apostati, che mancano ai loro giuramenti, falsificano il
marchio ricevuto, e rinunciano alla fedeltà che devono a Gesù Cristo e
al suo Vicario (_Perroniana_, p. 89).

[227] Si può citare per esempio il circospetto Basnagio (_Hist. de
l'Eglise_, p. 1350, 1351), e il veemente Spanheim (_Hist. imaginum_),
che calcano con cent'altri le vestigia dei centuriatori di Magdeburgo.

[228] _Vedi_ Launoy (_Op._, t. V, part. II, _ep._ VII, 7, p. 456-474),
Natalis Alexander (_Hist. novi Testam._, _secul._ 8, _Dissert._ 1, p.
92, 96), Pagi (_Critica_, t. III, p. 215, 216), e Giannone (_Istoria
civ. di Napoli_, t. I, p. 317-320), discepolo della Chiesa gallicana.
Nel campo delle controversie io compiango sempre la fazion moderata, che
sta in mezzo ai combattenti, esposta al fuoco d'ambe le parti.

[229] Ricorrono a Paolo Warnefrido, o il Diacono (_De gestis
Langobard._, l. VI, c. 49, p. 506, 507) _in script. Ital._, (Muratori,
t. 1, part. 1), e all'Anastasio supposto (_De vit. pont._, in Muratori,
t. III, part. I), a Gregorio II (p. 154), a Gregorio III (p. 158), a
Zaccaria (p. 161), a Stefano II (p. 165), a Paolo (p. 172), a Stefano IV
(p. 174), ad Adriano (p. 179), a Leone III (p. 175). Ma io noterò che il
vero Anastasio (_Hist. eccles._, p. 134 edit. Reg.) e l'autore
dell'_Historia miscella_ (l. XXI, p. 151, _in_ t. I. _script. Ital._),
amendue scrittori del quinto secolo, traducono e approvano il testo
greco di Teofane.

[230] Con qualche picciola differenza, i critici i più dotti, Luca
Olstenio, Schelestrate, Ciampini, Bianchini, Muratori (_Prolegomena_,
_ad_ t. III, parte I.), convengono, essere stato il _Liber pontificalis_
principiato e quindi continuato dai bibliotecarii e notai apostolici dei
secoli ottavo e nono, e non essere che l'ultima parte (la meno
ragguardevole) opera di Anastasio, il cui nome sta in fronte al libro.
N'è barbaro lo stile, piena di parzialità la narrativa; son minutissimi
i ragguagli; si dee però leggerla come un monumento curioso ed autentico
del secolo di cui parliamo in questo luogo. L'Epistole dei Papi si
trovano sparse nei volumi dei Concilii.

[231] Le due Epistole di Gregorio II furono conservate negli Atti del
Concilio di Nicea (t. VIII, p. 651-674); van senza data: Baronio dà loro
quella del 726; Muratori (_Annali d'Italia_, t. VI, p. 120) dice che
furono scritte nel 729, e Pagi nel 730. Tal'è la forza delle prevenzioni
che alcuni Papi scrittori lodarono il buon senso e la moderazione di
queste lettere.

[232] Εικοσι τεσσαρα σταδια υποχωρησει ο Αρχιερευς Ρομης εις την χωραν
της καμπανιας, και υπαγε διωξων. _Il Pontefice di Roma si ritrarrà per
ventiquattro stadii nella provincia della Campania, e tu perseguiterai
i venti._ (_Epist._ I, p. 664). Questa vicinanza dei Lombardi è molto
indigesta. Camillo Pellegrini (_Dissert._ 4,_ De ducatu Beneventi_,
nelle _Script. Ital._ t. V, p. 172, 173) conta con qualche apparenza
di ragione i ventiquattro stadii, non da Roma, ma dai confini del ducato
Romano, fino alla prima Fortezza dei Lombardi, ch'era forse Sora. Credo
piuttosto, che Gregorio, secondo la pedanteria del suo secolo, impiegò
il termine di _stadio_ in vece di quello di miglio, senza badare al vero
valore della parola che usa.

[233] Ον αι πασαι βαριλειαι της δυρεως ως Θεον επιγειον εχουσι. _Cui
tutti i regni d'Occidente risguardano come un Dio terreno._

[234] Απο ιης εσωτερου δυσεως του λεγομενου Σεπτετου. _Dall'Occidente
estremo, denominato Septeto._ Sembra che il Papa facesse impressione
sull'animo de' Greci ignoranti: visse, e morì nel palazzo di
Laterano, e all'epoca del suo regno tutto l'Occidente aveva abbracciato
il cristianesimo. Questo Septeto ignoto non potrebbe per avventura avere
qualche conformità col Capo dell'Eptarchia sassone, come quell'Inn, re
di Wessex, che nel pontificato di Gregorio II andò a Roma non per
ricevere il Battesimo, ma come pellegrino? (Pagi, A. D. 689, num. 2; A.
D. 726, num. 15).

[235] Trascriverò qui il passaggio ragguardevole e decisivo del _Liber
pontificalis. Respiciens ergo pius vir profanam principis jussionem, jam
contra imperatorem quasi contra_ HOSTEM _se armavit, renuens haeresim
ejus, scribens ubique se cavere christianos eo quod orta fuisset,
impietas talis._ IGITUR _permoti omnes Pentapolenses, atque Venetiarum
exercitus contra imperatoris jussionem restituerunt: dicentes se nunquam
in ejusdem pontificis condescendere necem, sed pro ejus magis defensione
viriliter decertare_ (p. 156).

[236] Un _census_ o capitazione, dice Anastasio (p. 156), tassa crudele
e ignota agli stessi Saracini, esclama lo zelante Maimbourg (_Histoire
des Iconoclastes_, l. I), e Teofane (p. 344), che ricorda l'enumerazione
dei maschi d'Israele, ordinata da Faraone. Questa forma di gabella era
famigliare ai Saracini, e sgraziatamente per Maimbourg, Luigi XIV suo
protettore la introdusse in Francia pochi anni dopo.

[237] V. il _Liber pontificalis_ d'Agnellus (nei _Scriptores rerum
italicarum_ di Muratori, t. II part. I). Scorgesi in questo scrittore un
color più carico di barbarismo, d'onde risulta, ch'erano i costumi di
Ravenna un pò differenti da quelli di Roma. Gli siamo però debitori di
alcuni fatti curiosi e particolari di quella città. Egli ci dà a
conoscere i quartieri e le fazioni di Ravenna (p. 154), la vendetta di
Giustiniano II (p. 160, 161) e la sconfitta dei Greci (p. 170, 171),
etc.

[238] È chiaro, che i termini del decreto comprendeano Leone _si
quis.... imaginum sacrarum.... destructor.... extiterit, sit extorris a
corpore D. N. Jesu-Christi, vel totius Ecclesiae unitate._ Tocca ai
Canonisti a decidere se basti il delitto per avere la scomunica, o se
bisogna essere nominato nel decreto. E questa decisione interessa
estremamente la sicurezza degli scomunicati, poichè l'oracolo (Gratien,
_Caus._, 23, q. 5, c. 47, _apud_ Spanheim, _Hist. immag._ p. 112) dice:
_homicidas non esse qui excommunicatos trucidant._

[239] _Compescuit tale consilium pontifex, sperans conversionem
principis_ (Anastasio, p. 156). _Sed ne desisterent ab amore et fide R.
J. admonebat._ (p. 157) Danno i Papi a Leone e a Costantino Copronimo i
titoli d'_imperatores_ e di _domini_, accompagnati dallo strano epiteto
di _piissimi._ Un celebre mosaico del palazzo di Laterano (A. D. 798)
rappresenta Gesù Cristo che consegna le chiavi di San Pietro e lo
stendardo a Costantino V. (Muratori, _Annali d'Italia_, t. VI; p. 337.)

[240] Indicai l'estensione del Ducato di Roma secondo le carte
geografiche, e mi servii di queste carte secondo l'eccellente
dissertazione del padre Beretti (_Chorographia Italiae medii aevi_,
sect. 20, p. 216-232). Devo per altro notare, essere stato Viterbo
fondato dai Lombardi (p. 211), e Terracina presa dai Greci.

[241] Si leggeranno con piacere nel Discorso preliminare della
_République romaine_, opera del Signor di Beaufort, (t. I.) le
particolarità concernenti all'estensione, alla popolazione etc. del
Regno romano: non si accuserà quest'autore di troppa credenza pei primi
secoli di Roma.

[242] _Non è superstizione, come dice sempre l'Autore, il culto delle
Immagini bene inteso, e prestato secondo il sentimento della Chiesa. È
poi vero che le controversie, le sollevazioni per cotal contrattato
culto, produssero un nuovo governo in Roma, e diedero occasione alla
sovranità dei Papi._ (N. di N. N.)

[243] _Quos (ROMANOS) non Langobardi scilicet, Saxones, Franci,
Lotharingi, Bajoarii, Suevii, Burgundiones, tanto dedignamur ut inimicos
nostros commoti, nihil aliud contumeliarum nisi Romani, dicamus: hoc
solo, id est Romanorum nomine, quicquid ignobilitatis, quicquid
timiditatis, quicquid avaritiae, quicquid luxuriae, quicquid mendacii,
immo quicquid vitiorum est comprehendentes. (Luitprando, in legat.
script. Ital._, t. II, p. 481). Minosse avrebbe potuto imporre a Catone
o a Cicerone, in penitenza dei loro peccati, l'obbligo di leggere ogni
giorno questo passaggio d'un Barbaro.

[244] _Pipino, Regi Francorum, omni senatus, atque universa populi
generalitas a Deo servatae romanae urbis._ (_Codex Carolin._ _epist._
36, _in script. Ital._, t. III, part. II, p. 160). I nomi di _senatus_ e
di _senator_ non furono mai al tutto annichilati (_Dissert.
chorograph._, p. 216, 217). Ma nell'età media essi non significarono
nient'altro che _nobiles_, _optimates_, ec. (Ducange, _Gloss. latin._)

[245] _Vedi_ Muratori, _Antiq. Ital. medii aevi_, t. II. _Dissert._ 27,
p. 548. Sopra una di quelle monete leggesi Hadrianus Papa (A. D. 772),
sul rovescio, Vict. DDNN, colla parola CONOB, che il padre Ioubert
(_Science des médailles_, t. II, p. 42) spiega per CONstantinopoli
Officina B, (_secunda_).

[246] _Vedi_ la dissertazione di West sui Giuochi Olimpici (Pindaro,
vol. 2, p. 32-36: ediz. in 12), e le giudiziose riflessioni di Polibio
(t. I., l. IV, p. 466, ediz. di Gronov.)

[247] Sigonio (_De regno Ital._ l. III, _opera_, t. II, p. 173) mette in
bocca a Gregorio un discorso al Re dei Lombardi, in cui v'ha l'audacia e
il coraggio di quelli di Salustio e di Tito Livio.

[248] Due storici veneziani, Giovanni Sagorino (_Chron. Venet._ p. 13) e
il doge Andrea Dandolo (_Script. rer. Ital._, t. XII, p. 135)
conservarono quest'Epistola di Gregorio. Paolo Diacono (_De gest.
Langobard._, l. VI, c. 49-54, _in script. Ital._ t. I, part. I, p.
506-508) fa menzione della perdita e della ripresa di Ravenna; ma non
possono i nostri cronologisti Pagi e Muratori ec., accertare nè l'epoca
di questo avvenimento, nè le circostanze che l'accompagnarono.

[249] Quest'incertezza è fondata sulle varie lezioni del manoscritto
d'Anastasio: leggesi nell'una _deceperat_ e nell'altra _decerpserat_
(_Scriptor. Ital._, tom. III, part. I, p. 167).

[250] Il _Codex Carolinus_ è una raccolta di lettere dei Papi a Carlo
Martello (ch'essi chiamarono _Subregulus_), a Pipino e a Carlomagno;
giungono fino all'anno 791, epoca in cui l'ultimo di que' principi le
unì insieme. Il manoscritto originale e autentico (_Bibliothecae
Cubicularis_) è oggigiorno nella Biblioteca imperiale di Vienna, e fu
pubblicato da Lambecio e da Muratori (_Script. rer. Ital._, t. III,
part. II, 75. ec.)

[251] _Vedi_ questa lettera straordinaria nel _Codex Carolinus_,
_epist._ 3, p. 92. I nemici dei Papi accusarono Stefano di superchieria
e di bestemmia; era però intenzione di quel Pontefice più di persuadere
che d'ingannare. Era questo metodo di far parlare i morti o gl'immortali
familiare agli antichi oratori; ma bisogna confessare ch'esso fu
impiegato in tale occasione colla rozzezza dell'epoca di cui parliamo.

[252] Trascurarono per altro questa precauzione quando si trattò del
divorzio della figlia di Desiderio, ripudiata da Carlomagno, _sine
aliquo crimine._ Il Papa Stefano IV erasi opposto con furore al
matrimonio d'un nobile Franco, _cum perfida, horrida, nec dicenda,
faetentissima natione Langobardorum_, alla quale attribuisce l'origine
della lebbra (_Cod. Carol. epist._ 45, p. 178, 179). Un'altra ragione
contro quel matrimonio era l'esistenza d'una prima moglie. (Muratori,
_Ann. d'Ital._, t. VI, p. 232, 233-236, 237.) Ma Carlomagno si facea
lecito la poligamia o il concubinato.

[253] _Vedi_ gli _Annali d'Italia_ del Muratori, t. VI, e le tre prime
Dissertazioni delle sue _Antiquitat. Italiae medii aevi_, t. I.

[254] Oltre gli storici ordinarii, tre critici francesi, Launoy
(_Opera_, t. V. part. II, l. VII, _epist._ 9. p. 477-487), Pagi
(_Critica_, A. D. 751; num. 1-6; A. D. 752, num. 1-10) e Natalis
Alexander (_Hist. Novi Testamenti, Dissertat._ 2; p. 96-107) trattarono
dottamente, e con accuratezza questo soggetto del discacciamento di
Childerico, ma dando un contorno ai fatti per salvare l'independenza
della corona. Si trovarono però terribilmente angustiati dai passaggi
che traggono da Eginardo, da Teofane e dagli antichi Annali
_Laureshamenses, Fuldenses, Loisielani._

[255] _Non è maraviglia che in quei tempi d'ignoranza di tutte le cose,
e di confusione di tutte le idee, un vasto campo si sia presentato ad
alcuni Papi per estendere grandemente con molti disordini ed abusi il
loro potere, e per trasformarlo a danno dei diritti dei re e dei
governi, e tacendo le affievolite leggi, e le volontà, sieno in Europa,
divenuti gli oracoli in ogni argomento civile, e politico; ma gli abusi
non somministrano ragioni di offendere la religione._ (Nota di N. N.)

[256] Non fu assolutamente allora la prima volta che si usò l'unzione
dei re d'Israele; se ne fece uso sopra un teatro meno cospicuo nel sesto
e settimo secolo dai Vescovi della Brettagna e della Spagna. L'unzione
reale di Costantinopoli fu presa ad imprestito dai Latini nell'ultima
epoca dell'Impero. Costantino Manasse parla di quella di Carlomagno come
d'una cerimonia straniera, giudaica e incomprensibile. _Vedi_ i _Titoli
d'onore_ di Selden nelle sue opere, vol. 3, part. 1. p. 234-249.

[257] _Quantunque, a dir vero, gli Imperatori romani cristiani e
cattolici del quarto, e quinto secolo, non sieno stati unti, non può
chiamarsi superstiziosa la cerimonia dell'unzione, che, sebbene in
origine ebraica, non fu o condannata, o tolta via dal cristianesimo, che
riformando il giudaismo su d'esso essenzialmente si fondò; e poi cotal
cerimonia serviva e serve a rendere specialmente per il volgo più
rispettabili i sovrani, i quali lo sono grandemente per gli uomini
ragionevoli, e fedeli, anche senza la cerimonia anzidetta._ (Nota di N.
N.)

[258] _Vedi_ Eginardo, _in vita Caroli Magni_, c. 1, p. 9, ec. c. 3,
p. 24. Childerico fu deposto, _jussu_, e la razza Carlovingia
ristabilita sul trono, _auctoritate pontificis romani._ Launoy ed
altri scrittori pretendono che quest'energiche parole sono suscettive
d'un'interpretazione assai mite; sia pure; ma Eginardo conosceva bene il
Mondo, la Corte e la lingua latina.

[259] _Vedi_ sul titolo e sui poteri di patrizio di Roma, Ducange
(_Gloss. lat._, t. V, p. 148-151), Pagi (_Crit._, A. D. 740; num. 6-11),
Muratori (_Annali d'Italia_, tom. VI, 308-329) e Saint-Marc (_Abrégé
chronologique de l'Italie_, t. I, p. 379-382). Di tutti questi scrittori
il Francescano Pagi è più disposto a ravvisare nel patrizio un
luogotenente della Chiesa, anzi che dell'Impero.

[260] Possono i difensori del Papa rattemperare il significato simbolico
della bandiera e delle chiavi; ma sembra che le parole _ad regnum
dimisimus o direximus_ (_Codex Carol._ _epist._ I, t. III, part. II, p.
76) non ammettino nè palliativi nè sutterfugii. Nel manoscritto della
Biblioteca di Vienna leggesi _rogum_, preghiera o supplica, in vece di
_regnum_ (_Vedi_ Ducange), e questa rilevante correzione distrugge il
titolo regio di Carlo Martello. (Catalani, nelle sue Prefazioni critiche
degli _Annali d'Italia_, t. XVII, p. 95-99.)

[261] Leggesi nel _Liber pontificalis_, che contiene relazioni
autentiche intorno a quel ricevimento: _Obviam illi ejus sanctitas
dirigens venerabiles cruces, id est signa; sicut mos est ad exarchum aut
patricium suscipiendum, eum cum ingenti honore suscipi fecit_ (t. III,
part. I., p. 185).

[262] Paolo Diacono, che scrisse prima dell'epoca in cui assunse
Carlomagno il titolo d'Imperatore, parla di Roma come d'una città
suddita di questo principe. _Vestrae civitates_ (ad Pompeium Festum)
_suis addidit sceptris (De Metensis Ecclesiae episcopis)._ Alcune
medaglie carlovingie coniate a Roma, guidarono Le Blanc in una
dissertazione elaborata, ma molto parziale, risguardante l'autorità che
aveano i Re di Francia su Roma, in qualità di patrizii e d'Imperatori.
(Amsterdam, 1692, in 4.)

[263] Mosheim (_Instit. Hist. eccl._, p. 263) esamina questa donazione
con pari saggezza e buona fede. L'Atto originale non è mai stato
prodotto; ma il _Liber pontificalis_ descrive questo bel presente (p.
171), e il _Codex Carolinus_ lo suppone. Sono queste due Opere monumenti
contemporanei, ed è l'ultimo ancor più autentico, perchè fu conservato
nella Biblioteca dell'Imperatore, e non in quella del Papa.

[264] Tra le pretensioni esorbitanti e le concessioni assai limitate
dell'interesse e del pregiudizio, di cui non è esente lo stesso Muratori
(_Antiquitat._, t. I, p. 65-68), nel determinare i confini dell'Esarcato
e della Pentapoli presi a guida la _Dissert. chorograph. Italiae medii
aevi_, t. X, p. 160-180.

[265] _Spoletini deprecati sunt, ut eos in servitio B. Petri reciperet
et more Romanorum tonsurari faceret_ (Anastasio p. 185); ma si può
domandare, se essi diedero sè stessi o il loro paese.

[266] Saint-Marc (_Abrégé_, t. 1, p. 390-408) che ha bene studiato il
_Codex Carolinus_, esamina accuratamente qual fu la politica e quale la
donazione di Carlomagno. Credo con lui che quella donazione non fu che
verbale. L'Atto il più antico di donazione che si produce è quello
dell'Imperatore Luigi il Pio (Sigonio, _De regno Italiae_, l. IV,
_Opera_, t. II, p. 267-270). Si dubita assai della sua autenticità, o
almeno della sua integrità (Pagi, A. D. 817, num. 7, ec; Muratori,
_Annali_, t. VI, p. 432, ec; _Dissertat. chorographica_, p. 33, 34); ma
non trovo negli autori alcuna ragionevole obiezione fondata sul modo con
cui disponeano que' principi liberamente di ciò che loro non
apparteneva.

[267] Domandò Carlomagno i mosaici del palazzo di Ravenna ad Adriano I,
cui apparteneano; li ottenne; voleva abbellire con essi Aquisgrana
(_Codex Carol., epist._ 67, p. 223).

[268] I Papi si lamentavano spesso delle usurpazioni di Leone di Ravenna
(_Codex Carol., epist._ 51, 52, 53, p. 200-205). _Si corpus S. Andreae,
fratris Germani S. Petri, hic humasset, nequequam nos romani pontifices
sic subjugassent_ (Agnellus, _Liber pontificalis, in Script. rerum
ital.___, t. II, part. I, p. 107).

[269] _La occultazione, o fabbricazione di documenti si fece per altro
per promuovere ed aggrandire la signoria temporale de' Papi, e non nelle
cose intrinseche alla religione; e poi anche non consta ch'essi
espressamente abbiano dato cotal ordine; ciò avvenne per opera dei loro
ministri, zelanti di promuoverne la potestà temporale, e la sovranità.
Non può negarsi la falsità della donazione di Costantino: se ne ignora
l'autore: tutti gli eruditi anche cattolici lo confessano;_ (_Vedi anche
Petrus de Marca Archiep. Paris_, De ficta donatione Constantini.) _La
falsità delle lettere decretali de' primi Papi fino a Siricio comparve
verso la metà del secolo nono, fu riconosciuta per ragioni evidenti da
tutti i critici ed eruditi non molto dopo il Concilio di Trento: lo
stesso Cardinal Baronio (annali an. 865) e lo stesso Cardinal Bellarmino
(de Rom. Pontifice l. 2.) non la negano. Quello che la distese fu un
certo Vescovo Isidoro Mercatore (Hincmaro Opuu) aiutato da un monaco:
vennero di Spagna, e per opera di Riculfo, Vescovo di Magonza,
divotissimo de' Papi, furono divulgate ed acquistarono credito. Nicolò
I, ed i suoi successori, nel secolo nono e decimo, vennero a capo di
farle ricevere da' Vescovi, e da tutti furono presentate a' Sovrani di
que' dì, ed inserite nelle Collezioni di Diritto canonico; finalmente
anche il monaco Graziano le pose nella sua autorevole, ed amplissima
Collezione, e divennero testo in tutte le scuole degli ecclesiastici, ed
in tutte le Università nelle cattedre di Diritto. Furono citate in
alcuni Concilii, e riputate autentiche. I Vescovi di Francia per altro
furono gli ultimi ad accettarle:_ tandem eo adventum est ut tantis
nominibus veterum Pontificum cesserint una cum reliquis episcopis etiam
Gallicanae ecclesiae rectores. _(De Marca l. 3. c. 5) Accrebbero
grandemente l'autorità dei Papi nelle cose ecclesiastiche, civili, e
politiche. Di esse dice il dotto Benedettino Padre Coustan nella sua
prefazione:_ Porro hac fraude quam sit perniciose de ecclesia meritus
(Isidorus) vix dici potest: hinc debilitati penitus fraetique
disciplinae nervi, perturbata episcoporum jura, sublatae judiciorum
leges ex probrata catholicis nimia credulitas, fuco fasi ec. _Diedero
grande motivo a' protestanti di far accuse a' cattolici._ (Nota di N.
N.)

[270] _Piissimo Constantino magno, per ejus largitatem S. R. Ecclesia
elevata et exaltata est, et potestatem in his Hesperiae partibus largiri
dignatus est.... Quia ecce novus Constantinus his temporibus ec. _
(_Cod. Carol. epist. 49, in_ t. III, part. II, p. 195). Pagi (_Critica_,
A. D. 324, num. 16) li attribuisce ad un impostore dell'ottavo secolo,
che prese il nome di Sant'Isidoro. Il suo umile titolo di _peccator_ fu
cangiato per ignoranza, ma acconciamente, in quello di _mercator._
Ebbero in fatti quegli scritti supposti uno spaccio felice, e pochi
fogli di carta furono pagati con tante ricchezze e tanto potere.

[271] Fabricio (_Bibl. graec._, t. VI, p. 4-7) ha accennato le varie
edizioni di quest'Atto in greco e in latino. Sembra che la copia
riferita da Lorenzo Valla, e da lui medesimo rigettata, sia stata fatta
sugli Atti supposti di San Silvestro, o sul decreto di Graziano, al
quale, secondo lui ed altri scrittori, fu aggiunta di soppiatto.

[272] _Non può chiamarsi ribellione la forte opposizione di Gregorio II
in Italia all'Iconoclastia dell'Imperatore Leone; se poi per questa i
popoli d'Italia, avvertiti da Gregorio dell'errore, si sollevarono, si
ribellarono, ciò fu un effetto di quella, giacchè quei popoli volevano
le Immagini, e non una ribellione di Gregorio, che fu invano anche
accusato da' malevoli d'aver impedito l'esazione di una gravezza.
Gregorio, ch'era allora suddito dell'Imperatore, conosceva i doveri
della suddittanza._ (Nota di N. N.)

[273] Nel 1059, secondo l'opinione del Papa Leone IX e del cardinale
Pietro Damiano, (veramente loro opinione?) colloca Muratori (_Annali
d'Italia_, tom. IX, pag. 23, 24) le pretese donazioni di Luigi il Pio,
d'Ottone, ec. (_De Donatione Constantini. Vedi_ una Dissertazione di
Natalis Alexander, _seculum 4, Dissert. 25_, p. 335-350).

[274] Vedi un racconto circostanziato di questa controversia (A. D.
1105) che si levò in occasione d'un processo nel Chronicon Farsense
(_Script. rer. ital._, t. II, part. II, p. 637, ec.), e un copioso
estratto degli archivi di quell'abbazia di Benedettini. Erano altre
volte quegli archivi accessibili alla curiosità degli stranieri (Le
Blanc e Mabillon), e quello ch'essi contengono avrebbero arricchito il
primo volume dell'_Historia monastica Italiae_ di Quirini; ma la timida
politica della Corte di Roma li tiene oggigiorno chiusi (Muratori,
_Script. rerum ital._, t. II, part. II, p. 269); e Quirini, che pensava
al cappello di Cardinale, cedette alla voce dell'autorità, ed alle
insinuazioni dell'ambizione. (Quirini, _Comment._, part. II, p.
123-136.)

[275] Lessi nella raccolta di Scardio (_De potestate imperiali
ecclesiastica_, p. 734-780) questo discorso animato, composto da Valla
(A. D. 1440) sei anni dopo la fuga del Papa Eugenio IV. È un'operetta
assai veemente, e dettata dallo spirito di parte. L'autore giustifica ed
eccita la ribellione dei Romani, e vedesi ch'egli avrebbe approvato
l'uso del pugnale contro il loro tiranno sacerdotale. Sì fatta critica
dovea aspettarsi la persecuzione del clero; pure Valla si riconciliò e
fu sepolto nel Laterano (Bayle, _Diction. critique_, art. VALLA; Vossio,
_De Histor. latin._ p. 580.)

[276] _Vedi_ Guicciardini, servo dei Papi, in quella lunga e preziosa
digressione, che ripigliò il suo luogo nell'ultima edizione
correttissima, fatta sul manoscritto dell'autore, e stampata in quattro
volumi in 4, sotto il nome di Friburgo 1775 (_Istoria d'Italia_, t. I,
p. 385-395).

[277] Il Paladino Astolfo trovò quell'Atto nella luna fra le cose
perdute nel nostro Mondo (_Orlando Furioso_ XXXIV, 80).

    _Di varii fiori ad un gran monte passa,_
    _Ch'ebbe già buono odore, or putia forte._
    _Questo era il dono (se però dir lece)_
    _Che Constantino al buon Silvestro fece._

E pure questo poema incomparabile fu approvato da una Bolla del Papa
Leone X.

[278] _Vedi_ Baronio, A. D. 324 num. 117-123; A. D. 1191, num. 51 etc.
Vorrebbe supporre, che Costantino offerì Roma a Silvestro, e che questo
Papa la _ricusò._ Ha un'idea stravagantissima dell'Atto di donazione; la
crede opera dei Greci.

[279] «Baronius n'en dit guère contre; encore en a t-il trop dit, et
l'on voulait sans moi (cardinal du Perron) qui l'empêchai, censurer
cette partie de son histoire. J'en devisai un jour avec le pape, et il
ne me répondit autre chose: _Che volete? i canonici la leggono_; il le
disait en _riant._» (Perroniana p. 77.)

[280] Il rimanente dell'istoria delle Immagini de Irene fino a Teodora,
è stata fatta, per parte dei cattolici, da Baronio e Pagi (A. D.
780-840), da Natalis Alexander (_Hist. N. T. seculum 8, Panoplia
adversus haereticos_, p. 118-178), e da Dupin ( _Bibl. ecclés._, t. VI.
p. 136-154); per parte de' protestanti da Spanheim (_Hist. Imag._ p.
305-639), da Basnagio (_Hist de l'Eglise,_ t. I. p. 566-572, t. II. p.
1362-1385), e da Mosheim (_Institut. Hist. eccles. secul._ VIII. IX). I
protestanti, trattone Mosheim, sono inaspriti dalla controversia, ma i
cattolici, eccetto Dupin, si danno a divedere ardenti di tutto il furore
e di tutta la superstizione monastica; nè da questo odioso contagio sa
preservarsi lo stesso Le Beau (_Hist. du Bas-Empire_) il quale era pure
un uom di mondo e un letterato.

[281] _Non è maraviglia, che Costantino V Copronimo iconoclasta, ed
anche generalmente incredulo, abbia unito inconvenientemente in lui il
potere civile all'ecclesiastico. Gli illuminati governi conoscono i
limiti d'ambedue._ (Nota di N. N.)

[282] _Le Immagini non erano considerate idoli dai cattolici istruiti
come non lo sono neppure oggidì, e come abbiamo già mostrato; gli
Iconoclasti poi le consideravano tali, e perciò per uno zelo che
diveniva male inteso le proscrivevano._ (Nota di N. N.)

[283] _Rimandiamo il lettore alla nostra nota in proposito._ Vedi a pag.
248. (Nota di N. N.)

[284] _Vedi_ gli Atti in greco e in latino del secondo Concilio Niceno,
coi documenti relativi, nel volume ottavo dei Concilii (p. 645-1600 ).
Una version fedele, corredata d'annotazioni critiche, moverebbe i
lettori, secondo che fossero disposti nell'animo, o al riso o al pianto.

[285] I Legati del Papa che intervennero al Concilio erano messaggeri
inviati a caso, sacerdoti senza missione speciale, che furon
disapprovati nel lor ritorno. I cattolici persuasero alcuni monaci
vagabondi a rappresentare i Patriarchi d'Oriente. Questo curioso
aneddoto ci vien rivelato da Teodoro Studita, uno dei più Iconoclasti
del suo secolo (_Epist. 1, 38 in Sirmond, Opp. t. V, p. 1319._)

[286] _Che ha a fare una estrinseca particolarità degli Atti del
cattolico, e generale Concilio di Nicea II, la quale partecipava delle
idee di que' tempi, colla decisione di lui che ristabilì il culto delle
Immagini? quella particolarità nulla toglie all'autorità del Concilio._
(Nota di N. N.)

[287] Συμφερει δε σοι μη καταλιπειν εν τη πολει ταυτη πορνειον εις ο μη
εισελθης, η ινα αρνηση το προσκυνειν τον κυριον ημον και θεον Ιησουν
Χριςον μετα της ιδιας αυτου μητρος εν εικονι. Queste visite non
poteano essere innocenti poichè il Δαιμων πορνειας (il demonio
della fornicazione) επολεμει δε αυτον.... εν μια ουνως επεκειτο αυτω
σφοδρα, Actio IV, pag. 109; Actio V, p. 1031.

[288] _Se Costantino che convocò il primo Concilio generale di Nicea,
presieduto dai Legati di Silvestro Papa, l'anno 325, che vi fu presente
con gran pompa imperiale, e con soldatesche, e dove contro i Vescovi, e
contro tutti gli altri numerosissimi seguaci d'Ario, per cui furon detti
Ariani, fu determinato secondo l'Evangelo, che Gesù Cristo era
consustanziale al Padre, espressione che fu posta nel Credo, si lasciò
trasportare da furiosa gelosia, e fece uccidere Crispo suo figlio, e
indi conosciuta la calunnia della moglia Fausta, matrigna di Crispo,
perchè questi non aveva voluto condiscendere alla sua brama, mise a
morte anch'essa, ciò nulla pregiudica l'ortodossia, cioè la retta
opinione dei cattolici, a' quali Costantino non solo diede pace ma
protezione validissima, e pubblica, mettendo la religione cattolica in
trono, perseguitando da una parte la religione politeistica nella quale
era nato, e cresciuto, e dall'altra, gli Ariani, e colmando di ricchezze
e d'autorità il Papa, i Vescovi cattolici, e tutto il Clero cattolico,
onde venne accrescimento e splendore a tutto il Corpo ecclesiastico, ed
alla religione. Se l'Imperatrice Irene fece cavar gli occhi a suo
figlio, Costantino VI, per feroce avidità di regnare, ciò neppure
pregiudica l'autorità, ed il retto giudizio del Concilio generale VI, di
Nicea II, da lei convocato per far decretare il culto delle Immagini, e
la cui decisione osservano i cattolici anche oggidì._ (Nota di N. N.)

[289] Vedi alcune particolarità su questa controversia nell'Alessio
d'Anna Comnena (lib. V. p. 129), e in Mosheim (_Instit. Hist. ecclés._
p. 371, 372.)

[290] Noi intendiamo di parlare del Libri Carolini (Spanheim, p.
443-529) composti nella Reggia o nei quartieri d'inverno di Carlomagno a
Worms, (A. D. 790), e mandati da Engeberto al Papa Adriano I, che
ricevutili, scrisse una _grandis et verbosa epistola._ (_Concil._, t.
VIII, p. 1553.) Quei Carolini propongono cento venti obiezioni contro il
Concilio Niceno; ecco qualche saggio dei fiori rettorici che vi si
incontrano: _Dementiam priscae gentilitatis... obsoletum errorem...
argumenta insanissima et absurdissima.... derisione dignas naenias_,
etc.

[291] _Crediamo che il lettore sia già munito abbastanza, dalle cose
dette, contro questi scherzi inconvenienti, e queste ironie. Quanto poi
ai libri detti Carolini, mandati dall'Imperatore Carlomagno al Papa
Adriano I, contro il generale Concilio VI, di Nicea II, furono essi
condannati da questo Pontefice colla sua lettera; e quanto al Concilio
di Francoforte di 360 Vescovi, che decretò contro il culto dalle
Immagini e condannò il Concilio generale VI suddetto, essendo
provinciale, o nazionale, come si voglia, non ha alcuna autorità contro
il Concilio generale di Nicea convocato da Irene, avvalorato, e
legittimato dalla presenza dei Legati, o procuratori del Papa._ (Nota di
N. N.)

[292] Le assemblee convocate da Carlomagno concernevano
l'amministrazione ad un tempo e la Chiesa; e i trecento Membri (Nat.
Alexander, _sec._ VIII. p. 53.) che sedettero e diedero voto
nell'Adunanza di Francoforte, dovean comprendere non solo i Vescovi, ma
gli abati e i laici ragguardevoli.

[293] _Qui supra sanctissima patres nostri (episcopi et sacerdotes)
omnimodis servitium et adorationem imaginum renuentes, contempserunt,
atque consentientes condemnaverunt._ (_Concil._ t. IX p. 101. _canon._
2. Francoforte.) Sarebbe necessario un cuor ben duro per non sentir
compassione delle fatiche del Baronio, del Pagi, d'Alexander e di
Maimburgo ec. impiegate ad eludere questa sciagurata sentenza.

[294] Teofane (p. 343) indica i demanii della Sicilia e della Calabria
che davano una rendita annua di tre talenti e mezzo d'oro, forse
settemila lire sterline. Luitprando fa una numerazione più pomposa dei
patrimonii della Chiesa romana, nella Grecia, nella Giudea, nella
Persia, nella Mesopotamia, in Babilonia, nella Libia, ingiustamente
ritenuti dall'Imperator greco (_Legat. ad Nicephorum, in Script. rerum
Ital._, t. II. part. I. p. 481.)

[295] Qui si parla della gran diocesi dell'Illiria orientale con
l'Apulia, la Calabria e la Sicilia: Thomassin (_Discip. de l'Eg._, t. 1.
p. 145). Per confessione dei Greci, aveva il Patriarca di Costantinopoli
distaccati da Roma i Metropolitani di Tessalonica, d'Atene, di Corinto,
di Nicopoli e di Patrasso (Luc. Holsten. _Geograph. sacra_, p. 22) e i
suoi conquisti spirituali andavano fino a Napoli ed Amalfi, (Giannone,
_Istoria civile di Napoli._, t. I, p. 517-524. Pagi A. D. 730 num. 11.)

[296] _In hoc ostenditur, quia ex uno capitulo ab arrota reversis, in
aliis duobus, in_ EODEM (era forse lo stesso?) _permaneant errore.... de
diocesi S. R. E. seu de patrimoniis iterum increpantes commonemus, ut si
ea restituere noluerit, haereticum eum pro hujusmodi errore
perserverantia decernemus._ (_Epist. Adriani papae ad Carolum Magnum, in
Concil._ t. VIII, p. 1598.) Aggiunge una ragione che direttamente si
opponeva al suo procedere, dicendo, di preferire ai beni di questo Mondo
corruttibile la salute dell'anime e la regola della Fede.

[297] Fontanini non vede negl'Imperatori se non se gli avvocati della
Chiesa _advocatus, et defensor_ S. R. E (_Vedi_ Ducange, _Gloss. lat._
t. I, p. 97). Muratori, suo avversario, considera il Papa come l'Esarca
dell'Imperatore. Giusta l'opinione più imparziale di Mosheim (_Instit.
Hist. ecclés._, p. 264, 265), i Papi reggeano Roma come vassalli
dell'Impero, e come possessori della più onorevole specie di feudo o di
beneficio: queste particolarità, per altro _premuntur nocte caliginosa_!

[298] Un epitafio di trentotto versi, di cui si dichiara autore
Carlomagno (_Concil._ t. VIII, p. 520), ne ragguaglia del suo merito e
delle sue speranze.

    _Post patrem lacrymans Carolus haec carmina scripsi._
    _Tu mihi dulcis amor, te modo plango pater...._
    _Nomina jungo simul titulis, clarissima, nostra_
    _Adrianus, Carolus, rex ego, tuque pater._

Può credersi che Alcuino facesse questi versi, ma che poi questo
glorioso tributo di lagrime venisse da Carlomagno.

[299] Ad ogni nuovo Papa si fa quest'annuncio «_Sancte pater, non
videbis annos Petri_», i venticinque anni. Esaminando la lista dei Papi
si osserva che il termine medio del loro regno è di ott'anni circa;
termine assai breve per un Cardinale ambizioso.

[300] Anastasio (t. III, part. 1. p. 197, 198) lo afferma positivamente,
e lo credono pure alcuni Annalisti francesi; ma sono più ragionevoli o
più sinceri Eginardo ed altri scrittori dello stesso secolo. «_Unus ei
oculus paululum est laesus_», dice Giovanni, Diacono di Napoli (_Vit.
episcop. Napol., in Scriptores_, Muratori, t. 1, part. 11. p. 312). Un
contemporaneo, cioè Teodolfo, vescovo d'Orleans, osserva prudentemente
(l. 11. carm. 3 ):

    _Reddito sunt? mirum est: mirum est auferre nequisse._
    _Est tamen in dubio, hinc mirer an inde magis._

[301] Si fece veder due volte in Roma ad istanza d'Adriano e di Leone,
_longa tunica et chlamide amictus, et calceamentis quoque romano more
formatis._ Eginardo (c. 23, p. 109-113) descrive, alla maniera di
Svetonio, la semplicità del suo abito, talmente usitato in Francia, che
quando Carlo il Calvo ritornò colà con un vestito forestiero, i cani
patriotti gli abbaiavano dietro (Gaillard, _Vie de Charlemagne_, t. IV,
p. 109).

[302] V. Anastasio (p. 199) ed Eginardo (c. 28; p. 124-128). L'unzione è
riferita da Teofane (p. 399); il giuramento da Sigonio, (giusta l'_Ordo
romanus_); e dagli Annali Bertiniani (Script. Muratori t. 11, part. II,
p. 505) l'adorazione del Papa, _more antiquorum principum._

[303] Questo gran fatto della traslazione o restaurazione dell'Impero
Occidentale è narrato e discusso da Natalis Alexander (_seculum, 9,
Dissert._ 1 p. 390-397), dal Pagi (t. III, p. 418), dal Muratori
(_Annali d'Italia_, t. VI. p. 339-352), dal Sigonio (_De regno Italiae_,
l. IV, Opp. t. 2. p. 247-251), dallo Spanheim (_De ficta translatione
imperii_), dal Giannone (t. 1. p. 395-405), da Saint Marc (_Abrégé
chronologique_, t. 1. p. 438-450), dal Gaillard (_Hist. de Charlemagne._
t. II, p. 386-446). Questi moderni quasi tutti van soggetti a qualche
pregiudizio religioso o nazionale.

[304] Mably (_Observ. sur l'Hist. de Franc._), Voltaire (_Hist.
générale_), Robertson (_Hist. de Charles V._) e Montesquieu (_Esprit.
des Lois,_ l. XXXI. c. 28) hanno profuso a Carlomagno gli elogi. Il
Signor Gaillard pubblicò nel 1782 la storia di questo monarca (4. Vol.
in 12), la quale mi fu assai profittevole, e ne ho usato liberamente.
L'autore è giudizioso ed umano; la sua opera elegante ed accurata. Ho
per altro esaminato anche i monumenti originali dei regni di Pipino e di
Carlomagno nel quinto volume degli Storici di Francia.

[305] La visione di Veltin, composta da un monaco, undici anni dopo la
morte di Carlomagno, lo mostra in purgatorio, ove un avvoltoio gli sta
lacerando l'organo de' suoi peccaminosi piaceri, senza toccare le altre
parti del suo corpo, emblemi delle sue virtù (V. Gaillard, t. II, p.
317-360.)

[306] Il matrimonio d'Eginardo con Emma, figlia di Carlomagno, è
abbastanza confutato, per mio avviso, dal _probrum_ e dalla _suspicio_
rovesciate da lui su queste belle fanciulle, senza eccettuarne quella
che se gli assegna per moglie (c. XIX, p. 98-100 _cum notis_ Schmincke);
un marito avrebbe avuto un animo troppo forte se avesse adempiuto così
esattamente i doveri d'uno storico.

[307] Oltre le strage e le trasmigrazioni, a cui furono assoggettati i
popoli della Sassonia, decretò Carlomagno la pena di morte ai delitti
seguenti: 1. Per chi ricusava il Battesimo; 2. per chi si dicesse
battezzato col fine d'evitare il Battesimo; 3. per chi ricadeva
nell'idolatria; 4. per chi uccideva un sacerdote o un vescovo; 5. per
chi sagrificasse vittime umane; 6. per chi mangiasse carne in quaresima;
ma tutti i delitti si espiavano col Battesimo o con una penitenza
(Gaillard t. II, p. 241-247); e i Cristiani sassoni diveniano gli eguali
e gli amici dei Francesi. (Struv., _Corpus Hist. germanicae_, p. 133).

[308] Il famoso Rutlando, Rolando, Orlando fu ucciso in quel fatto _cum
compluribus aliis._ La verità s'incontra in Eginardo (c. 9. _Hist. de
Charlemagne_ p. 51-56), e la favola in un supplimento ingegnoso del
Signor Gaillard (t. III, p. 474). Van troppo superbi gli Spagnuoli d'una
vittoria attribuita dai Monumenti storici ai Guasconi, e dai Romani ai
Saracini.

[309] Schmidt, seguendo le migliori autorità, accenna i disordini
interni e la tirannia del suo regno (_Hist. des Allemands._ t. II, p.
45-49).

[310] _Omnis homo ex sua proprietate legitimam decimam ad Ecclesiam
conferat. Experimento enim didicimus, in anno, quo valida illa fames
irrepsit, ebullire vacuas annonas a daemonibus devoratas, in voces
exprobationis auditas._ Tal'è il decreto e l'asserzione del gran
Concilio di Francoforte. (Canon. XXV. t. IX, p. 105) Selden (_Hist. of
Tythes; Works_, vol. III, part. 2. p. 1146) e Montesquieu (_Esprit des
Lois_, l. XXXI, c. 12) risguardano Carlomagno come il primo autore
legale della decima. Da vero i proprietarii gliene hanno grandi
obbligazioni!...

[311] Eginardo (c. 25, p. 119) asserisce a chiare note: _tentabat et
scribere.... sed parum prospere successit labor praeposterus et sero
inchoatus._ I moderni hanno pervertito e corretto il senso naturale di
queste parole, e dal titolo solo della dissertazione del Signor Gaillard
(t. III, p. 247-260) trapela la sua parzialità.

[312] V. Gaillard, t. III, p. 138-176, e Schmidt, t. II, p. 121-129.

[313] Il Signor Gaillard (t. III, p. 572) determina la statura di
Carlomagno (V. la Dissertazione di Marquard Freher, _ad calcem_
Eginhard. p. 220 etc.) a cinque piedi, nove pollici di Francia, cioè a
circa sei piedi, un pollice e un quarto, misura d'Inghilterra. I
Romanzieri gli danno otto piedi, e a questo gigante attribuiscono un
vigore e un appetito straordinario: con un sol colpo la sua buona spada,
la _Giojosa_, divideva per mezzo un cavaliere col cavallo; mangiava in
un sol pasto un'oca, due polli, un quarto d'agnello etc.

[314] V. un'opera concisa ma esatta ed originale del Signor d'Anville
(_Etats formés en Europe après la chute de l'Empire rom. en Occident,
Paris_, 1771, in-4.), con una carta che contiene tutto l'Impero di
Carlomagno. Le varie parti sono illustrate, per la Francia dal Valois
(_Notitia Galliarum_), per l'Italia dal Beretti (_Dissertatio
chorographica_), e per la Spagna dal Marca (_Marca Hispanica_). Confesso
di avere pochi materiali per la geografia del medio evo della Germania.

[315] Eginardo, dopo avere rapidamente narrato le guerre e i conquisti
di Carlomagno (_Vit. Carol._ c. 5-14) ricapitola in poche parole (c. 15)
le varie contrade sottomesse al suo Imperio. Struvio (_Corpus Hist.
german._ p. 118-149), ha inserito nelle sue note i testi delle cronache
antiche.

[316] Un diploma conceduto al monastero di Alaon (A. D. 845) da Carlo il
Calvo ne dà questa genealogia. Non so se in quella catena tutti gli
anelli del nono e decimo secolo sian tanto saldi quanto gli altri. Nulla
di meno la genealogia è approvata e difesa tutta intera dal Signor
Gaillard, (t. II. p. 60-81. 203-206), il quale afferma, che la famiglia
di Montesquieu (non già quella del presidente di Montesquieu), discende,
per donne, da Clotario e da Clodoveo. Pretensione innocente.

[317] I governatori o Conti della Marca spagnuola, verso l'anno
novecento, alzarono lo stendardo della rivolta contro Carlo il Semplice;
e i Re di Francia non ne han ricuperata che una picciola parte (il
Rossiglione) nel 1642 (Longuerne _Description de la France_; t. I. p.
220-222). Il Rossiglione per altro contiene 188,900 abitanti, e paga
2,600,000 lire d'imposizione (Necker, _Administration des Finances_, t.
I. p. 278, 279); vale a dire che forse contiene più abitanti, e
sicuramente paga più che tutta la Marca di Carlomagno.

[318] Schmidt. _Hist. des Allemands_, t. II. pag. 200 etc.

[319] _Vedi_ Giannone, t. I. p. 374, 375, e gli Annali del Muratori.

[320] _Quot praelia in eo gesta! quantum sanguinis effusum sit! testatur
vacua omni habitatione Pannonia, et locus in quo regia Cagani fuit ita
desertus, ut ne vestigium quidem humanae habitationis appareat. Tota in
hoc bello Hunnorum nobilitas periit, tota gloria decidit, omnis pecunia
et congesti ex longo tempore thesauri direpti sunt._

[321] Non intraprese la congiunzione del Reno e del Danubio che per
agevolare le operazioni della guerra di Pannonia (Gaillard, _Vie de
Charlemagne_, t. II, p. 312-315). Pioggie esorbitanti, fatiche militari
e terrori superstiziosi interruppero questo canale, che sarebbe stato
lungo soltanto due leghe; se ne vedono ancora alcune vestigia nella
Svevia (Schaepflin, _Hist. de l'Accad. des inscript._ t. XVIII. p. 256.
_Molimina fluviorum_, etc. _jungendorum_, p. 59-62).

[322] _Vedi_ Eginardo (c. 16), e il Signor Gaillard (t. II, p. 361-385),
che riportano, senza spiegarsi troppo sull'autorità a cui s'appoggiano,
il carteggio di Carlomagno e di Egiberto, il dono della sua spada fatto
dall'Imperatore al principe Sassone, e la modesta risposta di questo. Se
tale anneddoto è vero, sarebbe stato un ornamento di più per le nostre
storie d'Inghilterra.

[323] Solamente gli Annali francesi parlano di questa corrispondenza di
Carlomagno con Harun al Raschid; e gli Orientali hanno ignorato
l'amicizia del Califfo per un _cane di Cristiano_; gentile espressione
usata da Harun parlando dell'Imperatore dei Greci.

[324] Gaillard, t. II, p. 331-365, 471-476, 492. Io ho preso da lui le
sue giudiziose osservazioni sul disegno di conquiste di Carlomagno, e la
distinzione non men giudiziosa ch'egli fa de' suoi nemici del primo e
del secondo circondario (t. II. p. 184-509 ec.).

[325] Thegan, il biografo di Luigi, ci narra quest'incoronazione; e
Baronio da buon uomo la trascrisse (A. D. 1813, num. 13, ec. _Vedi_
Gaillard, t. II. p. 506, 507, 508) sebbene sia tanto contrario alle
pretensioni dei Papi. Vedi sulla successione dei principi Carlovingi,
gl'istorici di Francia, d'Italia e d'Alemagna, Pfeffel, Schmidt, Velly,
Muratori, ed anche Voltaire, il quale dipinge sovente con esattezza e
sempre con eloquenza le cose che narra.

[326] Era figlio d'Ottone, figlio di Lodolfo, a favore del quale era
stato istituito il Ducato di Sassonia. A. D. 858. Ruotgero il biografo
di S. Brunone, (_Bibl. Bunavianae Catalog._, t. III. vol. II. p. 679)
dipinge nella più bella sembianza la famiglia di questo principe.
_Atavorum atavi usque ad hominum memoriam omnes nobilissimi; nullus in
eorum stirpe ignotus, nullus degener facile reperitur._ (_Apud_
Struvium, _Corp. Hist. german._ p. 216). Per altro Gundling (in Henrico
Aucupe) non crede che discendesse da Vitichindo.

[327] _Vedi_ il trattato di Conringio (_De finibus imperii germanici_,
Francfort, 1680, in 4.). Confuta le idee stravaganti che alcuni han
voluto darci dell'estensione dell'Impero di Roma e dei Carlovingi;
discute con moderazione i diritti della Germania, quelli de' suoi
vassalli e dei vicini.

[328] La forza dell'uso mi costringe a porre Corrado I ed Enrico I
l'Uccellatore nel novero degl'Imperatori, titoli che quei Re della
Germania non presero mai. Gl'Italiani, per esempio Muratori, sono più
scrupolosi e più esatti, e non contano che i principi coronati a Roma.

[329] _Invidiam tamen suscepti nominis C. P. imperatoribus super hoc
indignantibus magna tulit patientia, vicitque eorum contumaciam....
Mittendo ad eos crebras legationes, et in epistolis fratres eos
appellando._ (Eginardo c. 28. p. 128). E forse per cagion loro affettò
egli qualche ripugnanza coll'esempio d'Augusto a ricevere l'Impero.

[330] Teofane parla dell'incoronazione e dell'unzione di Carlo Καρουλλος
(_Chronograph._ p. 399), e del suo trattato di matrimonio con
Irene (p. 102) ignoto ai Latini. Il Signor Gaillard riporta i negoziati
di questo principe coll'Impero greco (t. II, p. 446-468).

[331] Osserva benissimo il Signor Gaillard, che quest'apparato non era
che una specie di farsa da fanciulli, ma che per altro era fatta al
cospetto e in grazia di fanciulli grandi.

[332] Si raffronti nei testi originali raccolti dal Pagi (t. III. A. D.
812. num. 7. A. D. 824, num. 10 ec.) la figura che fa Carlomagno e
quella del figlio. Quando gli ambasciatori di Michele, i quali per altro
furono riprovati, si volsero al primo, _more suo, id est lingua graeca
laudes dixerunt, imperatorem eum et βασιλεα appellantes_, e
all'ultimo applicarono quest'espressione: _vocato Imperatori Francorum_,
etc.

[333] _Vedi_ questa lettera nei _Paralipomena_ dell'anonimo autore
Salernitano (_Script. Ital._ t. II par. II. p. 243 254 c. 93-107) che fu
scambiato da Baronio (A. D. 871. num. 51-71) per Erchemperto, quando lo
copiò negli Annali.

[334] _Ipse enim vos, non_ IMPERATOREM id est βασιλεα SUA LINGUA, SED
OB INDIGNATIONEM Ρηγα, _id est regem nostra vocabat._ (Luitprando,
_in Legat. in script. Ital._, t. II. part. I p. 479). Il Papa esortò
Niceforo, Imperator dei Greci, a pacificarsi con Ottone, Augusto
Imperator de' _Romani._ QUAE INSCRIPTIO _secundum Graecos peccatoria
et temeraria.... Imperatorem inquiunt_, UNIVERSALEM, ROMANORUM,
AUGUSTUM, MAGNUM, SOLUM, NICEPHORUM, (p. 486).

[335] Si trova l'origine e i progressi del titolo di Cardinale nel
Tomassino (_Discipline de l'Eglise_, t. I. p. 1261-1298), nel Muratori
(_Antiquitat. Italiae medii aevi_, t. VI, Dissert. 61, p. 159-182) e nel
Mosheim (_Instit. Hist. eccles._, p. 345-347), il quale indica
esattamente le forme della elezione e i cangiamenti successivi. I
Cardinali vescovi, tanto rispettati da Pier Damiano, sono caduti a
livello degli altri Membri del Sagro Collegio.

[336] _Firmiter jurantes, numquam se papam electuros aut ordinaturos,
praeter consensum et electionem Othonis et filii sui._ (Luitprando, l.
VI, c. 6. p. 472). Questa rilevante concessione può valere per
supplimento o per conferma al decreto del clero e del popolo romano con
tanta alterezza rigettato dal Baronio, dal Pagi e dal Muratori (A. D.
964), e sì bene propugnato e spiegato dal Saint Marc (_Abrégé_, t. II.
p. 808-816, t. IV, p. 1167-1185). Convien consultare questo storico
critico e gli Annali del Muratori sulla elezione o conferma d'ogni Papa.

[337] La storia e la legazion di Luitprando (_Vedi_ p. 440, 450,
471-476, 479, ec.) dipingono con forza l'oppressione ed i vizi del clero
di Roma nel decimo secolo; è cosa assai strana vedere il Muratori inteso
a mitigare le invettive del Baronio contro i Papi; ma giova osservare
che quei Papi non erano stati eletti da Cardinali, ma da Laici.

[338] L'epoca a cui si riporta la papessa Giovanna (_papissa Johanna_) è
un po' anteriore a quella di Teodora e di Marozia; e i due anni del suo
papato immaginario sono notati fra Leon IV e Benedetto III; ma Anastasio
loro contemporaneo pone come indubitata cosa che l'elezion di Benedetto
succedesse immediatamente alla morte di Leone (_illico_, _mox._, p.
247). Dall'esatta cronologia del Pagi, del Muratori e del Leibnitz son
collocati questi due avvenimenti nell'anno 857.

[339] Gli autori che sostengono esservi stata una papessa Giovanna
citano centocinquanta testimoni, o piuttosto centocinquanta eco del
quattordicesimo, del quindicesimo e del sedicesimo secolo. Moltiplicando
così le testimonianze somministrano una prova contro di sè e contro la
Leggenda; imperocchè ci dimostrano quanto sarebbe stato impossibile che
una storia sì stravagante non fosse ripetuta dagli scrittori d'ogni
fatta, dai quali doveva essere pienamente conosciuta. Un caso tanto
recente avrebbe fatto doppia impressione sull'animo di quelli del nono e
decimo secolo. Avrebbe mai Fozio trascurata una tale accusa? e
Luitprando avrebbe mai dimenticato uno scandolo simile? È inutile
discutere le varie lezioni di Martin Polonus, di Sigisberto di Gemblours
ed anche di Mariano Scotto; ma il passo della papessa Giovanna inserito
per sorpresa in qualche manoscritto od edizione del romano Anastasio è
d'una falsità palpabile.

[340] Questa storia debbe aversi per falsa, ma non però incredibile.
Supponiamo che il famoso cavalier Francese (La D'Eon), che ai nostri
giorni fece tanto rumore, fosse nata in Italia e fosse stata allevata
per la professione ecclesiastica; avrebbe potuto il merito e la fortuna
portarla sul trono di S. Pietro, ed ella avrebbe potuto darsi all'amore,
e sarebbe stata una disgrazia, ma non una cosa impossibile, che avesse
partorito in mezzo alla strada.

[341] Sino alla riforma fu ripetuta e creduta questa novella senza che
facesse ribrezzo a veruno; e la statua della papessa Giovanna stette
lungo tempo fra quelle dei Papi nella cattedrale di Siena (Pagi,
_Critica_ t. III. p. 624-626). Bensì questo romanzo è stato distrutto da
due dottissimi protestanti Blondel e Bayle (_Dictionnaire critique_ Art.
PAPESSE, POLONUS, BLONDEL); ma la lor Setta rimase scandalezzata di
questa giusta e ragionevole critica. Spanheim e Lenfant si studiano di
mantenere questo miserabile soggetto di controversia, e lo stesso
Mosheim vuol pure conservarne qualche dubbio (p. 289).

[342] _Si poteva, omettere questo sarcasmo intorno per altro a' fatti
veri, e riferire in vece semplicemente le parole dell'ingenuo storico
Cardinal Baronio, che senza negare i fatti, il che non poteva farsi,
toglie e leva ogni macchia, che per essi apparentemente sembra venire
alla Santa Sede romana._ Quam foedissima ecclesiae romanae facies, cum
Romae dominarentur potentissimae aeque ac sordidissime meretrices, cujus
arbitrio mutarentur sedes, darentur Episcopi, e intruderentur in sedem
Petri earum, amatores Pseudo-Pontifices, qui non sunt nisi ad
conservanda tantum tempora in Cathalogo Romanorum Pontificum scripti.
Baronio Annali anno 962. (Nota di N. N.)

[343] _Lateranense palatium.... prostibulum meretricum.... Testis omnium
gentium, præter quam Romanorum, absentia mulierum, quæ sanctorum
apostolorum limina orandi gratia timent visere, cum nonnullas ante dies
paucos, hunc audierint conjugatas viduas, virgines vi oppressisse._
(Luitprando, _Hist._, l. VI. c. 6. p. 471. Vedi pure per ciò che
riguarda al libertinaggio di Giovanni XII. p. 471-476.)

[344] _Bisognava dire questo monaco zelante. È necessario per altro
convenire, in mezzo al conflitto di tanti scrittori partigiani, o
avversarii, del troppo famoso Papa Gregorio VII, che il primo de' suoi
due progetti, rettamente definito dall'autore dottissimo, è
giustificabile pienamente se si riguardi in ispeciale modo a tumulti, a
mali, a guerre che dall'influenza, e potere dagli Imperatori Germanici,
e dai partiti de' preti, e del popolo venivano quasi ad ogni elezione
all'eccelsa Sede papale; e che il secondo, il quale pur troppo le molte
volte ebbe luogo ne' tempi posteriori a Gregorio, secondo l'ardimento,
l'indole dei Papi, le circostanze, la timidità, le prevenzioni di
principi, e l'ignoranza in genere, e sempre recando terribili turbolenze
sanguinose, e disastri, e lunghe guerre in tutta Europa, a danno dei
diritti dei re, delle nazioni, e delle leggi degli Stati, è da
condannarsi grandemente, siccome hanno pensato e pensano oggidì tutti i
saggi illuminati monarchi, ed i prudenti governi, principiando da S.
Luigi IX re di Francia, che ricusò l'Impero d'Alemagna offertogli dal
Papa Gregorio IX che ne aveva spogliato Federico II._ (Nota di N. N.)

[345] Si può citare per un nuovo esempio de' mali originati
dall'equivoco, il _beneficium_ (Ducange, t. 1, p. 617, etc.) che il Papa
concedette all'Imperatore Federico I, poichè il vocabolo latino potea
significare tanto un feudo legale quanto un favore o beneficio. V.
Schmidt, _Hist. des Allemands_ t. III, p. 393-408; Pfeffel, _Abrégé
chronologique_, t. I, p. 229, 296, 317, 324, 420, 430, 500, 506, 509,
etc.

[346] _Vedi_ su la Storia degl'Imperatori, in ciò che concerne Roma e
l'Italia, il Sigonio (_de Regno Italiae Opp._ t. II, colle note del
Saxius) e gli Annali del Muratori, il quale per altro poteva con più
precisione citare gli Autori nella sua gran Raccolta.

[347] _Vedi_ la dissertazione del Le Blanc in fine del suo trattato
delle _Monete di Francia_, ove dà contezza di alcune monete romane
d'Imperatori francesi.

[348] _Romanorum aliquando servi, scilicet Burgundiones, Romanis
imperent?..... Romanæ urbis dignitas ad tantam est stultitiam ducta, ut
meretricum etiam imperio pareat?_ (Luitprand. l. III, c. 12, p. 450.)
Sigonio (l. VI, p. 400) afferma positivamente che fu rimesso il
consolato; ma dai vecchi autori, Alberico è chiamato più spesso
_princeps Romanorum._

[349] _Vedi_ Ditmar, pag. 354; _apud_ Schmidt, t. III, p. 439.

[350] Questo sanguinario banchetto è descritto in versi leonini nel
Panteon di Goffredo da Viterbo (_Scriptor. Ital._, t. VII, p. 436, 437)
che visse su la fine del secolo dodicesimo (Fabricio, _Bibl. lat. Med.
et infimi aevi_, t. III. p. 69, edit. Mausi); ma il Muratori (Annali, t.
VIII, p. 177) diffida a ragione di tal testimonianza, che illuse il
Sigonio.

[351] Si trovano alcune particolarità dell'incoronazione
dell'Imperatore, e di qualche cerimonia del decimo secolo nel Panegirico
di Berenger (_Script. Ital._ t. II, part. 1, p. 405-414), illustrato
dalle note d'Adriano di Valois e di Leibnitz. Sigonio narrò in buon
latino, ma con alcuni sbagli di data e di fatto, (l. VII, p. 441-446)
tutto ciò che risguarda i viaggi di quegli Imperatori a Roma.

[352] In occasione d'una controversia sorta quando fu incoronato Corrado
II, Muratori prende la libertà di notare che: _Dovevano ben essere
allora indisciplinati Barbari, e_ bestiali _i Tedeschi._ (_Annal._, t.
VIII, p. 368.)

[353] Dopo averli fatti bollire. I vasi destinati a tal effetto erano
compresi nel numero degli utensili indispensabili al viaggio; e un
Germano che facea bollire le ossa di suo fratello in uno di questi vasi,
lo promettea al suo amico, dopo che se ne fosse servito (Schmidt, t.
III, p. 423, 424). Il medesimo autore osserva che tutto il lignaggio
sassone s'estinse in Italia (t. II, p. 440).

[354] Ottone, vescovo di Freysingen, ci lasciò un passo rilevante sopra
le città d'Italia (l. 1, c. 13, in _Script. Ital._, t. VI, p. 707-710),
e Muratori (_Antiquit. Ital. medii aevi_, t. IV, _Dissert._ 45-52, p.
1-675; _Annal._, t. VIII, IX, X) spiega perfettamente la nascita, il
progresso e il governo di queste repubbliche.

[355] _Vedi_ sopra questi titoli, Selden (_Titles of Honour_, vol. III,
part. I, p. 488), Ducange (_Glossar. latin._, t. II, p. 140; t. VI, p.
776) e Saint-Marc (_Abrégé chronologique_, t. II, p. 179).

[356] I Lombardi inventarono il _carocium_, stendardo sopra un carro
tirato da buoi. (Ducange, t. II, p. 194, 195; Muratori, _Antiquit._, t.
II, _Dissertat._ 26, p. 489-493.)

[357] Guntero Ligurino, l. VIII, p. 584 e segu; _apud_ Schmidt, t. III,
p. 399.

[358] _Solus imperator faciem suam firmavit ut petram._ (Burcard., _De
excidio Mediolani_, _Script. Ital._, t. VI, p. 917). Questo tomo di
Muratori contiene i monumenti originali dell'istoria di Federico I, da
confrontarsi fra loro, senza dimenticare la condizione e i pregiudizii
di quegli scrittori, sieno essi Germani o Lombardi.

[359] _Vedi_, sull'istoria di Federico II e sulla Casa di Svevia a
Napoli, Giannone, _Istoria civile_, t. II, l. XIV-XIX.

[360] Nell'immenso labirinto del Diritto pubblico d'Alemagna, debbo
citare un autor solo, o citarne mille; ed io amo piuttosto attenermi a
una sola scorta fedele, che trascrivere sulla parola una farragine di
nomi e di passi. Questa guida è il Signor Pfeffel, autore del _nouvel
Abrégé chronologique de l'Histoire et du Droit public d'Allemagne_,
Paris, 1776, 2 vol. in 4. Questa, a parer mio, è la migliore istoria
legale e costituzionale, che in alcun luogo siasi mai pubblicata. Egli
ha afferrate le cose più importanti con molta esattezza e sapere;
semplice e conciso, egli le ristringe in piccolo spazio; coll'ordine
cronologico che ha seguìto, ciascun fatto è posto sotto la sua vera
data, e un indice accurato li raccoglie sotto aspetti generali.
Quest'opera, sebbene forse meno perfetta quando venne alla luce la prima
volta, giovò molto al Dottore Robertson per formar quell'abbozzo di man
maestra, ove segna anche i cangiamenti che nei tempi moderni accaddero
nel Corpo germanico. Ho pur consultato il _Corpus Historiae germanicae_
dello Struvio con tanto maggior profitto, poichè questa voluminosa
compilazione riporta ad ogni pagina i testi originali.

[361] _Qui poi l'Autore è in errore preciso quanto alla Casa de' Conti
d'Absbourg autori della regnante eccelsa Casa d'Austria; poichè Rodolfo
I d'Absbourg Capo-stipite della Casa d'Absburgo-Austria, eletto
Imperatore Romano Germanico, specialmente per la sua pietà l'anno 1273,
si segnalò col terminar vittoriosamente la guerra da lui giustamente
incontrata contro Ottocaro Re di Boemia; fu notato dagli storici per le
azioni, per le sue gesta qual principe valoroso, prudente, politico,
conoscitore delle cose governative, e premuroso che fosse resa
giustizia. Non volle andare a Roma per farsi coronare Imperatore dicendo
che nessuno de' suoi predecessori vi era andato senza aver perduto de'
suoi diritti, e della sua autorità; prese tutte le città che attaccò, e
guadagnò quattordici battaglie ordinate. Alberto I suo figlio simile a
lui pel vigore e per la mente, per l'intrepidezza e pel coraggio fu
eletto pure Imperatore, e seppe uscir vincitore da ogni contesa
venutagli dagli inquieti abitanti di Vienna, di Salisburgo, dagli
Ungari, e dai Boemi. Sarebbe assai lungo il noverare i meriti de'
sovrani dell'eccelsa Casa d'Absbourg-Austria. Sono piene le Storie
dell'Imperatore Carlo V, e Ferdinando II, e di Ferdinando III,
specialmente nella guerra de' trent'anni: vegga il lettore il Plutarco
Austriaco._ (Nota di N. N.)

[362] Carlo IV per altro non dee, per la sua persona, essere considerato
come un Barbaro. Dopo aver avuto l'educazione in Parigi, ripigliò l'uso
della lingua boema, ch'era la sua naturale, e parlava e scriveva con
pari facilità il francese, il latino, l'italiano e il tedesco (Struvio
p. 615, 616). Petrarca ne parla sempre come d'un principe pulito e
dotto.

[363] Oltre le particolarità che sulla spedizion di Carlo IV si trovano
negli storici d'Alemagna e d'Italia, vien essa dipinta in una foggia
vivace ed esatta nelle memorie sulla vita del Petrarca (t. V. p.
376-430) dell'Abate de Sade, opera curiosa, la cui prolissità non sarà
di leggieri biasimata da chi accoppii il gusto e l'amore
dell'erudizione.

[364] _Vedi_ la descrizione di questa cerimonia nello Struvio p. 629.

[365] La repubblica dell'Europa col Papa e coll'Imperatore per Capi non
fu mai rappresentata con più dignità, quanto nel Concilio di Costanza.
_Vedi_ l'Istoria di quest'assemblea scritta dal Lenfant.

[366] Gravina, _Origines Juris Civilis_ p. 108.

[367] Furon trovate seimila urne che servivano per gli schiavi e pei
liberti d'Augusto e di Livia. Tanta era la moltiplicità degl'impieghi,
che uno schiavo per esempio non aveva altra incumbenza che di pesare la
lana filata dalle fantesche di Livia, un altro d'aver cura del cane ec.
(_Camere sepolcrali ec._ del Bianchini. _Vedi_ pure l'estratto della sua
opera nella Biblioteca Italica, t. IV, p. 175, e l'elogio fattone da
Fontanelle, t. VI. p. 356). Ma quei servi avean tutti lo stesso grado, e
forse non erano più numerosi di quelli di Pollione o di Lentulo. Provano
solamente quanta fosse in generale la ricchezza della città di Roma.


FINE DEL VOLUME NONO.



INDICE DEI CAPITOLI E DELLE MATERIE CHE SI CONTENGONO NEL NONO VOLUME


  CAPITOLO XLVII. _Storia Teologica della dottrina
  dell'Incarnazione. Natura umana e divina di Gesù
  Cristo. Inimicizia dei Patriarchi d'Alessandria
  e di Costantinopoli, S. Cirillo e Nestorio. Terzo
  Concilio generale tenuto in Efeso. Eresia d'Eutiche.
  Quarto Concilio generale tenuto in Calcedonia.
  Discordia civile ed ecclesiastica. Intolleranza di
  Giustiniano. I tre Capitoli. Controversia dei
  Monoteliti. Sette dell'Oriente: prima i Nestoriani,
  seconda i Giacobiti, terza i Maroniti, quarta gli
  Arminiani, quinta i Cofti e gli Abissinii._

  A. D.

            Incarnazione di G. C.                        _pag._ 5
            Gesù Cristo nato solamente uomo secondo
              gli Ebioniti                                      8
            Sua nascita e suoi effetti                         11
            Gesù Cristo un Dio in tutta la sua purità
              secondo i Doceti                                 15
            Il suo corpo incorruttibile                        17
            La doppia Natura di Cerinto                        20
            La divina Incarnazione d'Apollinare                22
            Assenso degli ortodossi al decreto della
              Chiesa cattolica, e disputa sulle parole
              con cui si esprimerebbe questo domma             26
    412-444 San Cirillo, Patriarca d'Alessandria               28
    413-415 Suo dispotismo tirannico                           30
        428 Nestorio, Patriarca di Costantinopoli              35
    429-431 Sua eresia                                         37
        431 Primo Concilio d'Efeso                             43
            Condanna di Nestorio                               46
            Opposizione dei Vescovi d'Oriente                  47
    431-435 Vittoria di San Cirillo                            49
        435 Esilio di Nestorio                                 53
        448 Eresia d'Eutiche                                   56
        449 Secondo Concilio d'Efeso                           57
        451 Concilio di Calcedonia                             60
            Decreti del Concilio di Calcedonia                 64
    451-482 Discordia dell'Oriente                             67
        482 L'Ennotico di Zenone                               69
    508-518 Il Trisagion, e la guerra di religione fino
              alla morte d'Anastasio                           73
        514 Prima guerra religiosa                             77
    519-565 Carattere teologico di Giustiniano:
              particolarità sulla sua amministrazione
              nelle materie della Chiesa                       77
            Sue persecuzioni                                   79
            Contro gli Eretici                                 80
            I Pagani                                           81
            Gli Ebrei                                          82
            Sua ortodossia                                     84
    532-698 I tre Capitoli                                     85
        553 Quinto Concilio generale                           87
        564 Eresia di Giustiniano                              88
        629 La controversia monotelita                         90
        639 L'Ectesi d'Eraclio                                 91
        648 Il Tipo di Costanzo                                91
    680-681 Sesto Concilio generale, il secondo di
              Costantinopoli                                   93
            Unione delle Chiese greca e latina                 97
            Separazione perpetua delle Sette dell'Oriente      99
            I Nestoriani                                      101
   500, ec. Soli padroni della Persia                         104
   500-1200 Loro missioni in Tartaria, nell'India e
              nella China                                     106
        883 I Cristiani di S. Tommaso nell'India              110
        518 I Giacobiti                                       114
            I Maroniti                                        119
            Gli Armeni                                        122
            I Cofti o gli Egiziani                            125
    537-568 Il Patriarca Teodosio                             126
        538 Paolo                                             126
            Separazione e decadenza degli Egiziani            129
    625-661 Beniamino, Patriarca giacobita                    131
            Gli Abissinii e i Nubii                           132
    530 ec. Chiesa d'Abissinia                                134
  1525-1550 I Portoghesi in Abissinia                         135
       1557 Missione dei Gesuiti                              137
       1626 Conversione dell'Imperatore                       138
       1632 Espulsione finale de' Gesuiti                     140

  CAPITOLO XLVIII. _Disegno del rimanente dell'Opera.
  Successione e carattere degl'Imperatori greci di
  Costantinopoli dal tempo d'Eraclio a quello
  della conquista dei Latini._

            Difetti della Storia bizantina                    141
            Sua unione colle rivoluzioni del Mondo politico   143
            Disegno del rimanente dell'Opera                  144
    638-641 Secondo matrimonio e morte d'Eraclio              148
        641 Costantino III                                    150
        641 Eracleone                                         150
        641 Punizione di Martina e d'Eracleone                152
        641 Costanzo II                                       152
        668 Costanzo IV, soprannominato Pogonate              154
        685 Giustiniano II                                    156
    695-705 Suo esilio                                        158
    705-711 Suo ritorno al trono e sua morte                  159
        711 Filippico                                         162
        713 Anastasio II                                      163
        716 Teodosio III                                      163
        718 Leone III, l'Isaurico                             164
        741 Costantino V, Copronimo                           165
        775 Leone IV                                          168
        780 Costantino VI ed Irene                            170
        792 Irene                                             172
        802 Niceforo I                                        174
        811 Stauracio                                         174
        811 Michele II, Rangabo                               174
        813 Leone V, l'Armeno                                 176
        820 Michele II, soprannominato il Balbo               178
        829 Teofilo                                           180
        842 Michele III                                       183
        867 Basilio I, o il Macedone                          186
        886 Leone VI, il Filosofo                             193
        911 Alessandro, Costantino VII, Porfirogenito         195
        919 Romano I, Lecapeno                                196
            Cristoforo, Stefano, Costantino VIII              196
        945 Costantino VII                                    197
        959 Romano VI, il Giovane                             199
        963 Niceforo II, Foca                                 200
            Giovanni Zimiscé, Basilio II e Costantino IX      202
        976 Basilio II e Costantino IX                        204
       1025 Costantino IX                                     206
       1028 Romano III, Argiro                                207
       1034 Michele IV, il Paflagonio                         208
       1041 Michele V, o Calafate                             209
       1042 Zoe e Teodora                                     209
       1042 Costantino X, o Monomaco                          210
       1054 Teodora                                           210
       1056 Michele VI, o Stratiotico                         211
       1057 Isacco I, Comneno                                 211
       1059 Costantino XI, Ducas                              214
       1067 Eudossia                                          214
       1067 Romano III, Diogene                               215
       1071 Michele VII, Parapinace, Andronico I,
              Costantino XII                                  216
       1078 Niceforo III, Botoniate                           218
       1081 Alessio I, Comneno                                220
       1118 Giovanni, o Calo Giovanni                         223
       1143 Manuele                                           225
       1180 Alessio II                                        230
            Carattere, e prime avventure d'Andronico          230
       1183 Andronico I, Comneno II                           241
       1185 Isacco II, soprannominato l'Angelo                245

  CAPITOLO XLIX. _Introduzione, culto e persecuzione
  delle Immagini. Ribellione dell'Italia e di Roma.
  Patrimonio temporale dei Papi. Conquisto dell'Italia
  fatto dai Francesi. Istituzione delle Immagini.
  Carattere e incoronazione di Carlomagno.
  Ristabilimento e decadenza dell'Impero romano in
  Occidente. Independenza dell'Italia. Costituzione
  del Corpo germanico._

            Introduzione delle Immagini nella Chiesa
              cristiana                                       253
            Loro Culto                                        256
            L'Immagine d'Edessa                               258
            Copie dell'Immagine d'Edessa                      262
            Opposizione al culto delle Immagini               264
    726-840 Leone l'Iconoclasta e suoi successori             266
        754 Il Concilio di Costantinopoli                     268
            Loro professione di Fede                          270
    726-775 Persecuzione delle Immagini e dei monaci          271
            Stato dell'Italia                                 275
        727 Epistole di Gregorio II all'Imperatore            279
   728, ec. Rivoluzione dell'Italia                           283
            Repubblica di Roma                                288
    730-752 Roma assalita dai Lombardi                        291
        754 Sua liberazione per opera di Pipino               294
        774 Conquisto della Lombardia fatto da Carlomagno     297
    751-768 Pipino e Carlomagno re di Francia                 297
            Patrizi di Roma                                   300
            Donazioni di Pipino e di Carlomagno ai Papi       303
            Donazione di Costantino inventata                 307
    780 ec. Immagini in Oriente rimesse in onore
              dall'Imperatrice Irene                          312
        787 Settimo Concilio generale o sia secondo Niceno    314
        841 Definitivo stabilimento delle Immagini sotto
              l'Imperatrice Teodora                           316
        794 Ripugnanza de' Franchi e di Carlomagno            318
    774-800 I Papi si separano dall'Impero d'Oriente          320
        800 Incoronazione di Carlomagno come Imperatore
              di Roma e dell'Occidente                        323
    768-814 Regno e carattere di Carlomagno                   326
            Ampiezza del suo Impero in Francia                332
            Spagna                                            334
            Italia                                            334
            Alemagna                                          335
            Ungheria                                          336
            Suoi vicini e suoi nemici                         338
            Suoi successori                                   340
    814-840 Luigi il Pio                                      341
    840-856 Lotario I                                         341
        888 Divisione dell'Impero                             342
        962 Ottone Re di Germania rinnova e s'appropria
              l'Impero d'Occidente                            342
            Transazione dell'Impero d'Oriente e di
              quello d'Occidente                              344
   800-1060 Autorità degl'Imperatori nell'elezione dei Papi   347
            Disordini                                         350
   1073 ec. Riforma e pretensioni della Chiesa                353
            Autorità che godeano gl'Imperatori in Roma        354
        992 Ribellione d'Alberico                             355
        967 Del Papa Giovanni XII                             356
        998 Del console Crescenzio                            357
   774-1250 Il regno d'Italia                                 359
  1152-1190 Federico I                                        361
  1198-1250 Federico II                                       362
   814-1250 Independenza dei principi d'Alemagna              363
       1250 Costituzione germanica                            366
  1347-1378 Debolezza e povertà dell'Imperator Carlo IV       367
       1356 Sua pompa                                         370
            Potere e modestia d'Augusto in contrapposto
              a lui                                           372


FINE DELL'INDICE.



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le
grafie alternative (agonia/agonìa e simili), correggendo senza
annotazione minimi errori tipografici. Le citazioni in greco sono state
trascritte integralmente, senza apportare alcuna correzione per
eventuali inesattezze ortografiche o grammaticali. Nell'elenco di popoli
a pag. 147 (Capitolo XLVIII) manca il numero 8 nell'originale.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 9 (of 13)" ***

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