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Title: Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 7 (of 13)
Author: Gibbon, Edward, 1737-1794
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 7 (of 13)" ***

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                               STORIA

                       DELLA DECADENZA E ROVINA

                          DELL'IMPERO ROMANO


                                 DI
                           EDOARDO GIBBON


                       TRADUZIONE DALL'INGLESE


                           VOLUME SETTIMO



                               MILANO
                         PER NICOLÒ BETTONI
                             M.DCCC.XXI



STORIA DELLA DECADENZA E ROVINA DELL'IMPERO ROMANO



CAPITOLO XXXVII.

      _Origine, progresso ed effetti della vita monastica. Conversione
      de' Barbari al Cristianesimo, ed all'Arrianismo. Persecuzione
      de' Vandali nell'Affrica. Estinzione dell'Arrianismo fra'
      Barbari._


L'inseparabile connessione degli affari civili ed ecclesiastici mi ha
dato motivo ed aiuto a riferire il progresso, le persecuzioni, lo
stabilimento, le divisioni, il pieno trionfo e la successiva corruzione
del Cristianesimo. Ma ho differito o bella posta l'esame di due
religiosi avvenimenti, di conseguenza nello studio della natura umana,
ed importanti nella decadenza e rovina del Romano Impero, cioè I.
l'istituzione della vita monastica[1]; e II. la conversione de' Barbari
Settentrionali.

I. La prosperità e la pace introdusse la distinzione fra' _Cristiani
volgari, e gli Ascetici_[2]. La coscienza della moltitudine si
contentava d'una larga ed imperfetta pratica di Religione. Il Principe o
il Magistrato, il Soldato o il Mercante conciliarono il fervido loro
zelo, e l'implicita fede loro coll'esercizio della propria professione,
con la cura de' loro interessi, e colla condiscendenza delle passioni:
ma gli Ascetici, che volevan osservare i rigorosi precetti
dell'Evangelo, e talvolta ne abusavano, furono eccitati da quel
selvaggio entusiasmo, che rappresenta l'uomo come un delinquente, e Dio
come un tiranno. Essi rinunziarono seriamente agli affari, ed a' piaceri
del secolo; rigettarono l'uso del vino, della carne e del matrimonio;
gastigarono il proprio corpo, mortificarono le loro passioni, ed
abbracciarono una vita di miseria come un prezzo dell'eterna felicità.
Nel tempo di Costantino gli Ascetici fuggivano da un Mondo profano e
degenerato, ad una perpetua solitudine o società religiosa. Come i primi
Cristiani di Gerusalemme[3] rinunziarono l'uso o la proprietà de' loro
beni temporali; fondarono delle comunità regolari di persone del
medesimo sesso, e d'uniforme disposizione; e presero i nomi _d'Eremiti_,
di _Monaci_ e di _Anacoreti_, esprimenti la solitaria lor vita in un
deserto naturale, o artificiale. Essi acquistaron ben presto il rispetto
del Mondo, che disprezzavano; e si fece il più alto applauso a questa
_Divina Filosofia_[4], che sorpassava, senza l'aiuto della scienza o
della ragione, le laboriose virtù delle scuole Greche. In vero i Monaci
potevan contendere con gli Stoici nel disprezzo della fortuna, del
dolore, e della morte; si rinnovò nella servile lor disciplina il
silenzio, e la sommissione de' Pittagorici; e sdegnarono con una
fermezza uguale a quella de' Cinici stessi ogni formalità, e decenza
della civil società. Ma i seguaci di tal divina filosofia aspiravano ad
imitare un modello più puro, o più perfetto. Seguitavano le vestigia de'
Profeti, che si erano ritirati nel deserto[5]; e fecero risorgere la
vita devota, e contemplativa, che si era introdotta dagli Esseni, nella
Palestina e nell'Egitto. L'occhio filosofico di Plinio aveva osservato
con sorpresa un Popolo solitario, che abitava fra le palme vicino al Mar
Morto, che sussisteva senza danaro, si propagava senza donne, e traeva
dal disgusto e dal pentimento dell'uman genere, un perpetuo rinforzo di
volontari associati[6].

[A. 305]

L'Egitto, fecondo padre di superstizione, somministrò il primo esempio
della vita monastica. Antonio[7], inculto[8] giovane delle parti più
basse della Tebaide, distribuì il suo patrimonio[9], abbandonò la
propria famiglia, e la casa nativa, e compì la sua monastica penitenza
con originale ed intrepido fanatismo. Dopo un lungo e penoso noviziato
fra' sepolcri, e in una torre rovinata, s'avanzò arditamente nel deserto
per tre giornate di cammino all'oriente del Nilo; scoprì un luogo
solitario, che aveva i vantaggi dell'ombra e dell'acqua, e fermò
l'ultima sua dimora sul monte Colzim, vicino al Mar Rosso, dove un
antico monastero tuttavia conserva il nome, e la memoria del Santo[10].
La curiosa devozione de' Cristiani lo seguitò fino al deserto; e quando
fu costretto a comparire in Alessandria in faccia al Mondo, sostenne la
sua fama con dignità, e discretezza. Ei godè l'amicizia d'Atanasio, di
cui approvò la dottrina; e l'Egizio abitator delle selve rispettosamente
evitò un rispettoso invito dell'Imperator Costantino. Il venerabile
Patriarca (poichè Antonio giunse all'età di centocinque anni) vide la
numerosa progenie, che si era formata, seguitando l'esempio e le lezioni
di esso. Le prolifiche colonie de' Monaci si moltiplicarono con rapido
progresso nelle arene della Libia, su' massi della Tebaide, e nelle
città del Nilo. Al mezzodì d'Alessandria, la montagna ed il vicino
deserto di Nitria eran popolati da cinquemila Anacoreti; ed il
viaggiatore può tuttavia investigar le rovine di cinquanta monasteri,
che furono fondati su quello sterile suolo da' discepoli d'Antonio[11].
Nella Tebaide Superiore fu occupata la vacante Isola di Tabenna[12] da
Pacomio, e da millequattrocento dei suoi confratelli. Questo Santo
Abbate fondò successivamente nove Monasteri di uomini, ed uno di donne;
e la festa di Pasqua riuniva tal volta cinquantamila religiose persone,
che seguivano l'_Angelica_ sua regola di disciplina[13]. La grande e
popolata città d'Ossirinco, la sede dell'Ortodossia cristiana, avea
destinato i tempj, i pubblici edifizi, e fino le mura a pii e
caritatevoli usi; ed il Vescovo, che poteva predicare in dodici chiese,
contò diecimila maschi, e ventimila femmine della professione
monastica[14]. Gli Egizi, che si gloriavano di tal maravigliosa
rivoluzione, eran disposti a sperare ed a credere, che il numero de'
Monaci fosse uguale al resto del Popolo[15]; e la posterità potrebbe
ripetere quel detto, che fu anticamente applicato agli animali sacri del
medesimo paese, cioè, che in Egitto era meno difficile di trovare un
Dio, che un uomo.

[A. 341]

Atanasio introdusse in Roma la cognizione, e la pratica della vita
monacale; ed i discepoli d'Antonio, che accompagnarono il loro Primate
alla sacra soglia del Vaticano, aprirono una scuola di questa nuova
filosofia. Lo strano e selvaggio aspetto di quegli Egizi a principio
eccitò dell'orrore o del disprezzo, ma in seguito dell'applauso, ed
un'ardente imitazione. I Senatori, e specialmente le matrone,
trasformarono i palazzi e le ville loro in case religiose, ed il
ristretto istituto di sei Vestali restò ecclissato da frequenti
monasteri, che si edificarono sulle rovine degli antichi Tempj, ed in
mezzo al Foro Romano[16]. Un giovane Siro, chiamato Ilarione[17],
infiammato dall'esempio d'Antonio, fissò l'orrida sua dimora in un
arenoso lido, fra il mare ed una palude, circa sette miglia distante da
Gaza. L'austera penitenza, nella quale persistè per quarantotto anni,
sparse un simil entusiasmo negli altri; ed allorchè il sant'uomo
visitava gl'innumerabili Monasteri della Palestina, aveva un seguito di
due o tremila Anacoreti. La fama di Basilio[18] è immortale nell'istoria
monastica dell'Oriente. Con uno spirito, che avea gustato la dottrina e
l'eloquenza di Atene, e con un'ambizione da potersi appena contentare
dell'Arcivescovato di Cesarea, Basilio si ritirò in una deserta
solitudine del Ponto: e si degnò, per un tempo, di prescriver le leggi
alle spirituali colonie ch'egli abbondantemente sparse lungo la costa
del Mar Nero. Nell'Occidente, Martino di Tours[19], soldato, eremita,
Vescovo e Santo, fondò i Monasteri della Gallia; duemila de suoi
discepoli l'accompagnarono al sepolcro; ed il suo eloquente Istorico
sfida i deserti della Tebaide a produrre, in un clima più favorevole, un
campione d'ugual virtù. Il progresso dei Monaci non fu meno rapido, od
universale, di quello del Cristianesimo stesso. Ogni provincia, ed in
fine ogni città dell'Impero era piena de' loro ceti che andavan sempre
crescendo: e le aspre e nude isole, che sorgono fuori del Mar Toscano,
da Lerino a Lipari, si scelsero dagli Anacoreti, per luogo del loro
volontario esilio. Un facile e continuo commercio per mare e per terra
univa fra loro le Province del Mondo Romano; e la vita d'Ilarione mostra
la facilità, con cui un indigente Eremita della Palestina potè
attraversare l'Egitto, imbarcarsi per la Sicilia, fuggire nell'Epiro, e
finalmente approdare all'Isola di Cipro[20]. I Cristiani Latini
abbracciarono gl'istituti religiosi di Roma. I pellegrini, che visitavan
Gerusalemme, difficilmente copiarono, ne' climi della terra più distanti
fra loro, il genuino modello della vita monastica. I discepoli d'Antonio
si sparsero di là dal Tropico, sotto l'Impero Cristiano
dell'Etiopia[21]. Il monastero di Banchor[22] in Flintshire, che
conteneva più di duemila Monaci, diffuse una numerosa colonia fra'
Barbari dell'Irlanda[23]; e Jona, una dell'Ebridi, che fu coltivata da'
Monaci Irlandesi, sparse nelle regioni settentrionali un dubbioso raggio
di scienza e di superstizione[24].

Quest'infelici esuli dalla vita sociale, venivano mossi dall'oscuro ed
implacabile genio della superstizione. L'esempio di milioni di persone
d'ambedue i sessi, d'ogni età, e d'ogni grado serviva di mutuo sostegno
ad altri per farli risolvere ad abbracciar quella vita, ed ogni
proselito, ch'entrava in un Monastero, era persuaso ch'ei camminava per
l'aspro e spinoso sentiero dell'eterna felicità[25]. Ma questi religiosi
motivi operavano in varie maniere, secondo il Carattere, e la situazione
delle persone. La ragione potea vincere, o la passione sospendere la
loro forza; ma essi agivano più vigorosamente su' deboli spiriti de'
fanciulli, e delle donne; si avvaloravano da segreti rimorsi, o da
accidentali disgrazie; e potevano trarre qualche vantaggio da temporali
riflessi di vanità, o d'interesse. Naturalmente si supponeva che gli
umili e pii Monaci, che avevano abbandonato il Mondo per attendere alla
lor salvazione, fossero i più adattati al governo spirituale de'
Cristiani. Si tirava l'eremita ripugnante dalla sua cella, e
collocavasi, fra le acclamazioni del popolo, sulla sede Episcopale, i
Monasteri dell'Egitto, della Gallia, e dell'Oriente somministrarono una
regolar successione di Santi e di Vescovi; e l'ambizione tosto scoprì la
segreta strada che conduceva al possesso delle ricchezze, e degli
onori[26]. I Monaci popolari, la riputazione de' quali era connessa con
la fama e la prosperità dell'Ordine, continuamente cercavano di
moltiplicare il numero degli schiavi loro compagni. Si insinuavano nelle
nobili ed opulente famiglie, ed impiegavano le speciose arti
dell'adulazione, e della seduzione per assicurarsi que' proseliti, che
potevano apportar dignità, o ricchezze alla professione monastica. Lo
sdegnato padre piangeva la perdita d'un figlio forse unico[27]; la
credula fanciulla era indotta dalla vanità a violare le leggi della
natura; e la Matrona aspirava ad un'immaginaria perfezione, rinunziando
alle virtù della vita domestica. Paola cedè alla persuasiva eloquenza di
Girolamo[28]; ed il titolo profano di _Suocera di Dio_[29] tentò
quell'illustre vedova a consacrar la verginità d'Eustochia, sua figlia.
Per consiglio ed in compagnia della spirituale sua guida, Paola
abbandonò Roma, ed il suo piccolo figlio; si ritirò al santo villaggio
di Betlemme: fondò un ospedale, e quattro Monasteri; ed acquistò,
mediante la sua penitenza ed elemosine, un eminente e cospicuo posto
nella Chiesa Cattolica. Tali rari ed illustri penitenti venivano
celebrati come la gloria, e l'esempio del loro secolo: ma i Monasteri
s'empivano d'una folla di oscuri ed abietti plebei[30], che nel chiostro
guadagnavano molto più di quel che avessero sacrificato nel Mondo. I
contadini, i servi e gli artefici potevan passare dalla povertà e dal
disprezzo ad una sicura ed onorevole professione, gli apparenti travagli
della quale venivano mitigati dall'uso, dall'applauso popolare, e dal
segreto rilassamento della disciplina[31]. I sudditi di Roma, le persone
e sostanze de' quali eran sottoposte a diseguali ed esorbitanti tributi,
si ritiravano dall'oppressione del Governo Imperiale; ed il giovane
pusillanime preferiva la penitenza d'una vita Monastica a' pericoli
della milizia. Gli atterriti Provinciali d'ogni ceto, che fuggivano da'
Barbari, vi trovavan rifugio e sussistenza; e delle intere legioni si
seppellivano in que' religiosi santuari, e la medesima causa, che
sollevava l'angustia degl'individui, diminuiva la forza, ed il vigor
dell'Impero[32].

La professione monastica degli antichi[33] era un atto di volontaria
devozione. L'incostante fanatico era minacciato bensì dell'eterna
vendetta di quel Dio, che abbandonava; ma le porte del Monastero eran
sempre aperte al suo pentimento. Que' Monaci, la coscienza de' quali era
invigorita dalla ragione, o dalla passione, erano liberi di ripigliare
il carattere di uomini e di cittadini, ed anche le spose di Cristo
potevano ricevere i legittimi abbracciamenti d'un amatore terreno[34].
Gli esempi di scandalo, ed il progresso della superstizione suggerirono
la convenienza di più forti legami. Dopo una sufficiente prova, si
assicurava la fedeltà del novizio mediante un solenne e perpetuo voto, e
veniva ratificato l'irrevocabil suo vincolo dalle Leggi della Chiesa, e
dello Stato. Un reo fuggitivo era inseguito, arrestato o ricondotto alla
perpetua sua prigione; e l'interposizione de' Magistrati opprimeva la
libertà ed il merito, che aveva, in qualche modo, alleviato l'abietta
schiavitù della disciplina monastica[35]. Eran dirette le azioni, le
parole e fino i pensieri d'un Monaco da un'inflessibile regola[36], o da
un Superiore cappriccioso: lo mancanze più tenui si correggevano con la
vergogna, con la prigionia, con digiuni straordinari, o con sanguinose
flagellazioni, e la disubbidienza, il lamento, o l'indugio si
risguardavano come i più odiosi delitti[37]. Una cieca sommissione agli
ordini dell'Abbate, per quanto potessero sembrare assurdi, o tendenti al
delitto, era il principio fondamentale e la prima virtù de' Monaci
Egiziani; e spesso esercitavasi la loro pazienza co' più stravaganti
sperimenti. Veniva ordinato loro di muovere un masso enorme,
d'annaffiare continuamente un bastone secco piantato nel suolo,
finattantochè al termine di tre anni vegetasse e germogliasse come un
albero, d'entrare in una fornace ardente, o di gettare i loro
figliuolini in un profondo stagno: e molti santi, o pazzi, hanno
acquistato nella storia monastica una fama immortale per la loro
inconsiderata e pronta ubbidienza[38]. La libertà dello spirito, ch'è la
sorgente d'ogni generoso e ragionevole sentimento, era distrutta
dall'abitudine della credulità e della sommissione; ed il Monaco,
assuefacendosi a' vizi dello schiavo, devotamente seguiva la fede e le
passioni dell'ecclesiastico suo tiranno. La pace della Chiesa orientale
fu attaccata da uno sciame di fanatici, incapaci di timore, di ragione,
o d'umanità e le truppe Imperiali confessavano senza vergogna, che
temevano meno l'incontro de' più fieri Barbari[39].

Spesso la superstizione ha formato, e consacrato i capricciosi abiti de'
Monaci[40]: ma talvolta l'apparente loro singolarità nasce anche
dall'uniforme attaccamento, che hanno ad una semplice o primitiva
maniera di vestire, che le rivoluzioni della moda hanno poi resa
ridicola agli occhi degli uomini. Il Padre de' Benedettini espressamente
disapprova qualunque idea di particolarità, o distinzione, e sobriamente
esorta i suoi discepoli ad abbracciare l'abito comune e proprio de'
luoghi dove si trovano[41]. Le vesti monastiche degli antichi variavano
col clima, e con la loro maniera di vivere; e prendevano coll'istessa
indifferenza la pelle di pecora de' contadini Egizi, o il pallio de'
Filosofi greci. Facevan uso del lino in Egitto, dove si lavorava
comunemente, ed a poco prezzo: ma in Occidente rigettavano questo capo
dispendioso di lusso forestiero[42]. I Monaci avevano il costume di
tagliarsi, o di radersi i capelli, nascondevano il capo in un cappuccio,
per evitare la vista degli oggetti profani; andavano con le gambe e co'
piedi nudi, eccettuato il tempo dell'estremo freddo dell'inverno; ed i
loro lenti e deboli passi erano sostenuti da un lungo bastone. L'aspetto
d'un vero anacoreta era orrido e disgustoso: ogni sensazione
dispiacevole all'uomo, si credeva gradita a Dio; e l'angelica regola di
Tabenna condannava il salutevol costume di bagnarsi le membra
nell'acqua, o d'ungerle con olio[43]. Gli austeri Monaci dormivano sulla
terra sopra una dura stoia, o su rozzi panni; e l'istesso fascio di
foglie di palma serviva loro per sedere il giorno, e di capezzale la
notte. Le prime lor celle erano basse ed anguste capanne formate de' più
tenui materiali che, mediante una regolar distribuzione di strade,
facevano un grosso e popolato villaggio, il quale nel comune recinto
conteneva una Chiesa, uno spedale, talvolta una libreria, alcune
manifatture necessarie, un giardino ed una fontana, o conserva d'acqua
fresca. Trenta, o quaranta fratelli componevano una famiglia, nel vitto
e nella disciplina separata dalle altre, ed i grandi Monasteri
dell'Egitto eran composti di trenta, o quaranta famiglie.

Nel linguaggio de' Monaci, piacere e delitto eran termini sinonimi, ed
essi avevan conosciuto per esperienza, che i rigorosi digiuni, e
l'astinenza nel cibo sono i più efficaci preservativi contro i desiderj
impuri della carne[44]. Le regole d'astinenza, ch'essi stabilirono o
praticarono, non erano uniformi, o perpetue; la lieta solennità della
Pentecoste veniva bilanciata dalla straordinaria mortificazione della
Quaresima; il fervore de' nuovi monasteri appoco appoco s'andò
rilassando, ed il vorace appetito de' Galli non poteva imitare la
paziente e temperata virtù degli Egizi[45]. I discepoli d'Antonio, e di
Pacomio eran contenti della lor giornaliera porzione[46] di dodici once
di pane, o piuttosto di biscotto[47], ch'essi dividevano ne' due frugali
pasti del mezzogiorno, e della sera. Stimavasi un merito, e quasi un
dovere, l'astenersi da' vegetabili cotti, che si davano al refettorio,
ma la straordinaria bontà dell'Abbate alle volte accordava loro il lusso
del formaggio, delle frutte, della insalata, e di piccoli pesci secchi
del Nilo[48]. A grado a grado s'accordò, o si prese una maggior porzione
di pesce di mare e di fiume: ma l'uso della carne fu per lungo tempo
ristretto agli ammalati, ed a' viaggiatori; e quando questo appoco
appoco prevalse nei Monasteri meno rigorosi d'Europa, vi s'introdusse
una singolar distinzione, come se gli uccelli, o salvatici o domestici,
fossero stati meno profani de' grossi animali de' campi. L'acqua era la
pura ed innocente bevanda de' primitivi Monaci; ed il fondatore de'
Benedettini disapprova la quotidiana porzione di mezza pinta di vino,
che l'intemperanza del secolo[49] l'aveva costretto a permettere. Le
vigne d'Italia potevano facilmente somministrare tal misura; ed i suoi
vittoriosi discepoli, che passarono le Alpi, il Reno, ed il Baltico,
richiesero, in luogo del vino, un'adequata compensazione di birra, o di
sidro.

Il candidato, che aspirava alla virtù della povertà Evangelica, si
spogliava, nel primo suo ingresso in una comunità regolare, dell'idea e
fino del nome di ogni esclusivo o separato possesso[50]. I fratelli si
sostentavano per mezzo del lavoro delle proprie mani, ed il dovere di
lavorare veniva caldamente raccomandato come una penitenza, come un
esercizio, e come il mezzo più lodevole di procurarsi la quotidiana lor
sussistenza[51]. Venivano diligentemente coltivati dalle lor mani i
giardini ed i campi, che l'industria loro spesse volte avea tratto dalle
foreste e dalle paludi. Essi facevano, senza ripugnanza, i più bassi
ufizi di schiavi e di domestici; e si esercitavano dentro i recinti de'
grandi Monasteri le varie arti ch'erano necessarie a provvederli di
abiti, di utensili e di abitazioni. Gli studi monastici, per la maggior
parte, son serviti ad accrescere, piuttosto che a dissipar la caligine
della superstizione. Pure la curiosità, o lo zelo di alcuni eruditi
solitari ha coltivato le scienze ecclesiastiche ed anche le profane: e
la posterità dee riconoscer con gratitudine, che le loro instancabili
penne, ci hanno conservato e moltiplicato i monumenti della Greca e
Romana Letteratura[52]. Ma la più umile industria de' Monaci,
specialmente d'Egitto, si contentava della tacita e sedentaria
occupazione di fare de' sandali di legno, o d'intrecciare foglie di
palme per farne stoie e panieri. Il lavoro superfluo, che non
s'impiegava nell'uso domestico, serviva, mediante il commercio, a
supplire a' bisogni della Comunità: i barchetti di Tabenna e degli altri
monasteri della Tebaide, discendevano pel Nilo fino ad Alessandria; ed
in un mercato cristiano, la santità degli artefici poteva dare un pregio
maggiore all'intrinseco valore dell'opere.

Ma passò appoco appoco la necessità del lavoro manuale. Il novizio
inducevasi a trasferire le sue sostanze ne' santi, in compagnia de'
quali avea risoluto di consumare il rimanente della sua vita; e la
perniciosa indulgenza delle leggi permetteva a lui di ricevere, per loro
uso in futuro, qualunque accrescimento di legati, o d'eredità[53].
Melania donò loro la sua argenteria del peso di trecento libbre: e Paola
contrasse un immenso debito, per sollievo de' favoriti suoi Monaci, che
benignamente compartivano i meriti delle orazioni e penitenze loro ad
una ricca e liberal peccatrice[54]. Il tempo accresceva di continuo, e
gli accidenti rare volte facevan diminuire i beni de' Monasteri
popolari, che si sparsero sulle addiacenti campagne e città: e, nel
primo secolo della loro istituzione, il pagano Zosimo ha maliziosamente
osservato, che, per vantaggio de' poveri, i Monaci cristiani avevan
ridotto una gran copia di persone alla mendicità[55]. Finattantochè però
mantennero il primitivo loro fervore, si fecero un dovere di esser
fedeli ed amorevoli amministratori della carità, che veniva affidata
alla loro cura. Ma la disciplina loro fu corrotta dalla prosperità: essi
appoco appoco assunsero l'orgoglio de' ricchi, ed alla fine ammisero il
lusso nel lor trattamento. Si sarebbe potuto scusare il pubblico loro
lusso con la magnificenza del Culto religioso, e col decente motivo
d'erigere durevoli abitazioni per una società immortale. Ma ogni secolo
della Chiesa ha accusato la rilassatezza de' Monaci degenerati, che non
si ricordavan più dell'oggetto del loro istituto, abbracciavano i vani e
sensuali piaceri del Mondo, che avevano abbandonato[56], e
scandalosamente abusavano delle ricchezze, che si erano acquistate dalle
austere virtù de' lor fondatori[57]. Il loro natural passaggio, da tal
penosa e pericolosa virtù, a' vizi comuni dell'umanità, non ecciterà
forse grande avversione o sdegno nella mente d'un Filosofo.

I primitivi Monaci consumavan la loro vita in penitenza e solitudine,
senza esser disturbati dalle varie occupazioni, che impiegano il tempo,
ed esercitan le facoltà degli enti ragionevoli, attivi e sociali. Quando
veniva loro permesso di andare fuori del Monastero, due gelosi compagni
erano sempre vicendevoli guardie, e spie delle azioni l'uno dell'altro;
ed al loro ritorno erano condannati a dimenticare, o almeno a sopprimere
tutto ciò, che avevan veduto, o udito nel Mondo. Si ricevevan
ospitabilmente in un quartiere separato i forestieri, che professavan la
fede ortodossa; ma non si permetteva la pericolosa loro conversazione,
che ad alcuni scelti vecchi di approvata discretezza e fedeltà. Il
Monastico schiavo non potea ricever le visite de' suoi amici, o
congiunti, che in loro presenza; e si stimava sommamente meritorio, se
affliggeva una tenera sorella, o un vecchio padre coll'ostinato rifiuto
d'una parola, o d'uno sguardo[58]. I Monaci stessi passavan la loro
vita, senz'alcun attacco personale, in mezzo ad una folla, che si era
unita insieme per accidente, e si riteneva nella stessa prigione dalla
forza e dal pregiudizio. De' solitari fanatici hanno poche idee, o
sentimenti da comunicarsi: una special licenza dell'Abbate regolava il
tempo, e la durata delle famigliari lor visite, ed alle loro tacite
mense stavano nascosti ne' propri cappucci, inaccessibili, e quasi
invisibili l'uno all'altro[59]. Lo studio è il conforto della
solitudine: ma non aveva l'educazione preparati, e resi capaci d'alcuno
studio liberale gli artigiani ed i contadini, che riempivano le comunità
monastiche. Potevano lavorare: ma la vanità della perfezione spirituale
era tentata a sdegnar l'esercizio del lavoro manuale; e dev'esser
languida e debole quell'industria, che non è eccitata dal sentimento
d'un personale interesse.

Secondo lo zelo e la fede loro, potevano impiegare il giorno, che
passavano nelle proprie celle, in orazione vocale o mentale: s'adunavano
la sera, ed erano svegliati la notte pel comune ufizio del Monastero. Se
ne determinava il preciso momento dalle stelle, che rare volte son
coperte dalle nuvole nel sereno cielo dell'Egitto; ed una trombetta, o
corno pastorale, segnale della devozione, interrompeva due volte il
vasto silenzio del deserto[60]. Anche il sonno, che è l'ultimo refugio
degl'infelici, era misurato rigorosamente; le ore vacanti del Monaco
scorrevano gravemente senz'occupazione, e senza piacere; e prima di
giungere al fine del giorno, egli accusava più volte il noioso e tardo
cammino del Sole[61]. In tal misero stato la superstizione perseguitava
sempre e tormentava i suoi meschini devoti[62]. La quiete, ch'essi
avevan cercato nel chiostro, veniva disturbata da un tardo pentimento,
da profani dubbi, e da colpevoli desiderj e risguardando essi ogni
naturale impulso come un imperdonabil peccato, tremavano continuamente
sull'orlo d'un ardente ed infinito abisso. La pazzia, o la morte
liberava talvolta quelle misere vittime da' penosi travagli
dell'inquietudine e della disperazione; e nel sesto secolo fu eretto in
Gerusalemme uno spedale per un piccolo numero di austeri penitenti, che
avevan perduto l'uso della ragione[63]. Prima che giungessero a
quest'ultimo, e indubitato termine di frenesia, le loro visioni hanno
somministrato ampi materiali d'istoria soprannaturale. Erano pienamente
persuasi, che l'aria da essi respirata, fosse popolata da nemici
invisibili, da innumerabili demonj, che spiavano qualunque occasione, e
prendevano qualunque forma per atterrire, e sopra tutto tentare, la loro
virtù non guardata. L'immaginazione, ed anche i sensi erano ingannati
dalle illusioni dello sregolato fanatismo; e l'eremita, la cui notturna
orazione veniva interrotta da un involontario assopimento, poteva
facilmente confondere i fantasmi d'orrore o di diletto, che avevano
occupato i suoi pensieri nell'atto di dormire, con quelli della
vigilia[64].

I Monaci furon divisi in due classi, in Cenobiti, che vivevano sotto una
comune e regolar disciplina, ed in Anacoreti, che seguitavano
l'insociabile, e indipendente lor fanatismo[65]. I più devoti, o i più
ambiziosi, fra gli spirituali fratelli, rinunziavano al convento in
quella guisa, che avevano rinunziato al Mondo. I ferventi Monasteri
dell'Egitto, della Palestina, e della Siria erano circondati da una
_Laura_[66], o largo cerchio di celle solitarie; e la stravagante
penitenza degli Eremiti veniva stimolata dall'applauso e
dall'emulazione[67]. Soccombevano sotto il penoso carico di croci e di
catene; e l'emaciate lor membra erano strette da collari, da anelli, da
guanti, e da calze di pesante e rigido ferro. Gettavano via con
disprezzo qualunque superfluità di abiti; e furono ammirati alcuni Santi
selvaggi di ambedue i sessi, i nudi corpi de' quali non eran coperti,
che da' lunghi loro capelli. Aspiravano a ridursi a quello stato rozzo e
meschino, in cui il bruto umano appena si distingue dagli animali suoi
congiunti: ed una numerosa setta di Anacoreti traeva il nome dall'umile
loro uso di pascere ne' campi della Mesopotamia con il gregge
ordinario[68]. Spesse volte usurpavan la tana di qualche bestia
selvaggia, a cui cercavano di assomigliarsi; si seppellivano in qualche
oscura caverna, che l'arte o la natura avea scavato nel masso, e le cave
di marmo della Tebaide portano tuttavia scritti i monumenti della lor
penitenza[69]. Si suppone, che gli Eremiti più perfetti passassero molti
giorni senza cibo, molte notti senza dormire, e molti anni senza
parlare; e glorioso era _l'uomo_ (io abuso di tal nome) che inventava
una cella, o un luogo di tale particolar costruzione, che l'esponesse
nella più incomoda positura all'intemperie delle stagioni.

Fra questi eroi della vita monastica si è reso immortale il nome ed il
genio di Simeone Stilita[70] per la singolare invenzione d'una penitenza
aerea. All'età di tredici anni il giovine Siro abbandonò la professione
di pastore, e si gettò in un rigido monastero. Dopo un lungo e penoso
noviziato, in cui Simeone fu più volte salvato da un pio suicidio,
stabilì la sua dimora sopra una montagna circa trenta o quaranta miglia
all'Oriente d'Antiochia. Chiuso dentro lo spazio d'una _Mandra_, o
cerchio di pietre, a cui si era attaccato con una pesante catena, salì
sopra una colonna, che fu successivamente alzata dall'altezza di nove
piedi fino a quella di sessanta da terra[71]. In quest'ultima ed alta
sede l'anacoreta Siriaco resistè al caldo di trenta estati, ed al freddo
di altrettanti inverni; l'abito e l'esercizio l'ammaestrarono a
mantenersi in quella pericolosa situazione senza timore, o vertigini, ed
a prendere appoco appoco le diverse positure di devozione. Alle volte
pregava ritto con le braccia stese in forma di croce; ma ciò che faceva
più comunemente era di piegare il suo magro scheletro dalla fronte fino
a' piedi: ed un curioso spettatore, dopo d'aver contato 1244 repetizioni
di tal atto, desistè finalmente da tal numerazione, che non avea
termine. Una piaga, venutagli nella coscia[72], potè abbreviare, ma non
interrompere questa vita _celeste_, ed il paziente eremita spirò, senza
scendere dalla sua colonna. Un Principe che capricciosamente condannasse
a tali tormenti, sarebbe stimato un tiranno; ma oltrepasserebbe il poter
d'un tiranno l'imporre una lunga e miserabil esistenza alle ripugnanti
vittime della sua crudeltà. Questo volontario martirio doveva
distruggere appoco appoco la sensibilità sì dello spirito, che del
corpo; nè si può supporre, che i fanatici, che tormentano se medesimi
sian suscettibili d'alcuna viva affezione per gli altri uomini. Una
crudele insensibile indole ha distinto i Monaci d'ogni tempo, e d'ogni
luogo; la dura loro indifferenza, che rare volte viene ammollita
dall'amicizia personale, è accesa dall'odio religioso, ed il loro
zelo senza pietà ha esercitato vigorosamente il sant'ufizio
dell'Inquisizione.

I Santi monastici, ch'eccitano solo il disprezzo e la compassione d'un
filosofo, erano rispettati, e quasi adorati dal Principe, e dal Popolo.
Delle truppe di pellegrini vennero successivamente dalla Gallia, e
dall'India per salutare la divina colonna di Simeone: le tribù de'
Saraceni disputarono colle armi l'onore della sua benedizione; le Regine
dell'Arabia, e della Persia confessavano con gratitudine la
soprannatural sua virtù; e l'angelico Eremita fu consultato da Teodosio
il Giovine negli affari più importanti della Chiesa, e dello Stato.
Furono traslatate le sue reliquie dalla montagna di Telenissa, con una
solenne processione del Patriarca, del Generale dell'Oriente, di sei
Vescovi, di ventuno Conti, o Tribuni, e di seimila soldati; ed Antiochia
venerò le ossa di lui, come il suo più glorioso ornamento e la sua
invincibil difesa. La fama degli Apostoli e de' Martiri, appoco appoco
restò ecclissata da questi recenti e popolari Anacoreti; il Mondo
cristiano cadeva prostrato a' loro sepolcri: ed i miracoli, attribuiti
alle loro reliquie, sorpassavano, almeno in numero e durata, le
spirituali imprese delle loro vite. Ma l'aurea leggenda di queste[73]
veniva abbellita dall'artificiosa credulità de' loro interessati
fratelli; ed una credula età era facilmente persuasa, che il minimo
capriccio d'un Monaco Egizio o Siriaco fosse stato sufficiente ad
interrompere l'eterne leggi dell'Universo. I favoriti del Cielo erano
soliti di curare le inveterate malattie col toccare le persone, con una
parola, o per mezzo d'un messaggio in distanza, e di scacciare i demonj
più ostinati dalle anime, o da' corpi che possedevano. Essi
famigliarmente accostavansi, o comandavano imperiosamente a' leoni ed a'
serpenti del deserto; infondevano la vegetazione in un tronco secco;
facevano stare a galla il ferro sulla superficie dell'acqua: passavano
il Nilo sul dorso d'un coccodrillo, e si rinfrescavano in un'ardente
fornace. Queste stravaganti novelle, che spargono la finzione senza il
genio della poesia, hanno seriamente influito sopra la ragione, la fede
e la morale de' Cristiani. La loro credulità avvilì e viziò le facoltà
della mente; corruppero essi l'autorità dell'istoria; e la superstizione
appoco appoco estinse l'inimica luce della filosofia e della scienza.
Ogni maniera di Culto religioso che si fosse praticata da' Santi, ogni
dottrina misteriosa, che essi credessero, veniva invigorita dalla
sanzione della rivelazion divina, e tutte le virili virtù giacevano
oppresse dal servile e pusillanime regno de' Monaci. Se è possibile
misurare la distanza fra gli scritti filosofici di Cicerone, e la sacra
leggenda di Teodoreto, fra il carattere di Catone e quello di Simeone,
si potrà determinare la memorabile rivoluzione che si fece nel Romano
Impero nel periodo di cinquecento anni.

È notabile il progresso del Cristianesimo per due decisive e gloriose
vittorie, sopra i culti e lussuriosi cittadini dell'Impero Romano, o
sopra i guerrieri Barbari della Scizia e della Germania, che rovesciaron
l'Impero, ed abbracciaron la religione di Roma. I Goti furono i primi
fra questi selvaggi proseliti; e la nazione fu debitrice della sua
conversione ad un nazionale, o almeno ad un suddito degno d'esser posto
fra gl'inventori delle due arti utili, che hanno meritato la memoria, e
la gratitudine della posterità. Molti Romani provinciali erano stati
condotti in ischiavitù dalle truppe gotiche, le quali saccheggiavano
l'Asia al tempo di Gallieno; e fra questi molti erano Cristiani, ed
alcuni appartenevano all'ordine Ecclesiastico. Questi Missionari
involontari, sparsi come schiavi nei villaggi della Dacia, si
applicarono con buon esito a procurar la salvezza de' loro padroni. I
semi, ch'essi gettarono della dottrina evangelica, appoco appoco si
propagarono; ed avanti la fine d'un secolo si compì quell'opera pia,
mediante i travagli d'Ulfila, i Maggiori del quale da una piccola città
della Cappadocia erano stati trasportati di là dal Danubio.

[A. 360]

Ulfila, Vescovo ed Apostolo de' Goti[74], acquistò l'affetto, e la
riverenza loro, mediante l'irreprensibil sua vita, e l'instancabile zelo
che aveva; ed essi ricevettero con piena fiducia le regole della verità
e della virtù, ch'ei predicava, ed eseguiva. Compì la difficile impresa
di tradurre la Scrittura nella nativa lor lingua, ch'era un dialetto
dell'idioma Germanico, o Teutonico; ma prudentemente soppresse i quattro
libri de' Re, che avrebbero potuto irritare il fiero e sanguinario
spirito de' Barbari. Il rozzo ed imperfetto linguaggio di soldati e di
pastori, così male atto ad esprimere le idee spirituali, fu migliorato e
modificato dal suo ingegno; ed Ulfila, prima di poter fare la sua
traduzione, fu costretto a comporre un nuovo alfabeto di ventiquattro
lettere, quattro delle quali furono da esso inventate per rappresentare
de' suoni speciali, ch'erano ignoti alla pronunzia greca e latina[75].
Ma presto fu disturbato il prospero Stato della Chiesa Gotica dalla
guerra e dall'interna discordia, ed i capitani restaron divisi fra loro
per la religione, ugualmente che per l'interesse. Fritigerno, amico de'
Romani, divenne proselito d'Ulfila; mentre il superbo animo di Atanarico
sdegnò il giogo dell'Impero e dell'Evangelio. La persecuzione, ch'egli
suscitò, servì per provare la fede de' nuovi convertiti. Si traeva con
solenne processione per le strade del campo un carro, che portava in
alto l'informe immagine, di Thor forse, o di Woden; ed i ribelli, che
ricusavano di adorare il Dio de' loro padri, erano immediatamente
abbruciati con le tende e famiglie loro. Il carattere d'Ulfila lo fece
rispettare alla Corte Orientale, dove comparve due volte come ministro
di pace; perorò esso in favore degli angustiati Goti, che imploravano la
protezion di Valente, e si applicò il nome di Mosè a questa guida
spirituale, che condusse il suo Popolo per le profonde acque del Danubio
alla Terra di Promissione[76]. I devoti pastori, ch'erano attaccati alla
sua persona, ed ubbidienti alla sua voce, si contentarono di stabilirsi
al piè delle montagne Mesie in un paese abbondante di boschi e di
pasture, che alimentava i loro greggi ed armenti, e gli poneva in istato
di comprare il grano, ed il vino delle Province più fertili.
Quest'innocenti Barbari si moltiplicarono nell'oscurità della pace, e
nella professione del Cristianesimo[77].

[A. 400]

I loro più feroci fratelli, i formidabili Visigoti, generalmente
adottarono la religione de' Romani, co' quali avevano continuamente
occasion di trattare, per motivo di guerra, di amicizia o di conquista.
Nella lunga e vittoriosa lor marcia dal Danubio all'Oceano Atlantico,
essi convertirono i loro alleati; educarono la nascente generazione;
e la devozione, che regnava nel campo d'Alarico, o alla Corte
di Tolosa, poteva edificare, o svergognare i palazzi di Roma e di
Costantinopoli[78]. Verso il medesimo tempo fu abbracciato il
Cristianesimo da quasi tutti i Barbari, che fondarono i regni loro sulle
rovine dell'Impero Occidentale: ciò fecero i Borgognoni nella Gallia,
gli Svevi nella Spagna, i Vandali nell'Affrica, gli Ostrogoti nella
Pannonia, e le varie truppe di mercenari, che innalzarono Odoacre al
trono d'Italia. I Franchi ed i Sassoni perseveravano tuttavia negli
errori del Paganesimo; ma i Franchi ottennero la monarchia della Gallia
per la loro sommissione all'esempio di Clodoveo; ed i conquistatori
Sassoni della Britannia furono liberati dalla selvaggia loro
superstizione per mezzo de' Missionari di Roma. Questi barbari proseliti
avevano un ardente ed utile zelo per la propagazione della fede. I Re
Merovingici, ed i loro successori, Carlo Magno e gli Ottoni, estesero
con le loro leggi, e vittorie l'impero della Croce. L'Inghilterra
produsse l'Apostolo della Germania, ed appoco appoco si diffuse la luce
evangelica dalle vicinanze del Reno, alle nazioni dell'Elba, della
Vistola e del Baltico[79].

Non possono facilmente determinarsi i differenti motivi che influirono
sulla ragione o sulle passioni dei Barbari convertiti. Questi furono
spesse volte capricciosi o accidentali; come un sogno, un augurio, il
racconto d'un miracolo, l'esempio di qualche sacerdote o eroe, le grazie
d'una donna fedele, e sopra tutto il buon successo d'una preghiera, o
d'un voto, che in un momento di pericolo avessero indirizzato al Dio de'
Cristiani[80]. Gli antichi pregiudizi dell'educazione venivano
insensibilmente cancellati dall'abitudine d'una frequente e famigliar
società; i precetti morali dell'Evangelio erano invigoriti dallo
stravaganti virtù dei Monaci; ed una spiritual teologia era sostenuta
dalla forza visibile delle reliquie, e dalla pompa del Culto religioso.
Ma potè alle volte impiegarsi da' Missionari, che s'occupavano in
convertir gl'infedeli, la maniera di persuadere ingegnosa e ragionevole,
che un Vescovo Sassone[81] suggerì ad un Santo popolare. «Ametti, dice
il sagace Istruttore, tuttociò, che loro piace d'asserire intorno alla
favolosa e carnale genealogia de' loro Dei o Dee, che si sono propagati
l'uno dall'altro. Da questo principio deduci l'imperfetta loro natura,
le umane infermità, la certezza ch'essi son _nati_, e la probabilità,
che son per _morire_. In qual tempo, con quali mezzi, da qual principio
furon prodotti i più antichi fra gli Dei, o fra le Dee? Continuano essi
a propagarsi, o hanno cessato? Se hanno cessato domanda a tuoi avversari
la causa di tale strana mutazione. Se tuttavia continuano, il numero
degli Dei dovrà crescere all'infinito: e non porremo noi a rischio,
mediante l'indiscreto culto di qualche impotente divinità, d'eccitare lo
sdegno dei geloso di lei superiore? I cieli e la terra, che ci son
visibili, tutto il sistema dell'Universo, che si può concepire
coll'animo, è egli creato, o eterno? Se creato, come, o dove potevano
gli Dei medesimi esistere prima della creazione? Se eterno, come
potevano essi prender l'impero d'un Mondo indipendente, e preesistente?
Insisti su questi argomenti con sobrietà e moderazione; insinua loro in
opportune occasioni la verità e la bellezza della rivelazione Cristiana,
e procura di far vergognare gl'Infedeli senza irritarli». Questo
metafisico ragionamento, forse troppo sottile per i Barbari della
Germania veniva fortificato dal peso più grossolano dell'autorità e del
consenso popolare. Il vantaggio della prosperità temporale avea
abbandonato il partito pagano, ed era passato a favorire il
Cristianesimo. I Romani stessi, la più potente ed illuminata nazione del
globo, avevano rinunziato all'antica loro superstizione; e se la rovina
del loro Impero sembrava, che accusasse l'efficacia della nuova fede, se
n'era già riparato l'onore dalla conversione de' vittoriosi Goti. I
valorosi e fortunati Barbari, che soggiogarono le Province
dell'Occidente, riceverono, e diedero successivamente l'istesso
edificante esempio. Prima del secolo di Carlo Magno, le nazioni
Cristiane d'Europa si potevano applaudire per l'esclusivo possesso di
climi temperati, di terreni fertili, che producevano grano, vino ed
olio; mentre gl'idolatri selvaggi, ed i loro miserabili idoli erano
confinati all'estremità della terra, nelle oscure e gelate regioni del
Norte[82].

Il Cristianesimo, che apri a' Barbari le porte del Cielo, introdusse un
gran cangiamento nella morale e politica lor condizione. Riceverono essi
nell'istesso tempo l'uso delle lettere, così essenziale per una
religione, le cui dottrine si contengono in un libro sacro; e mentre
studiavano la divina verità, i loro spiriti appoco appoco si estesero
nella distante veduta dell'istoria, della natura, delle arti e della
società. La traduzione della Scrittura nella nativa lor lingua, che
aveva facilitato la lor conversione, doveva eccitare nel loro Clero la
curiosità di leggere il testo originale, d'intendere la sacra liturgìa
della Chiesa, e di esaminare negli scritti de' Padri la catena della
tradizione ecclesiastica. Questi vantaggi spirituali si trovavano nelle
lingue greca e latina, che contenevano gl'inestimabili Monumenti
dell'antico sapere. Le immortali produzioni di Virgilio, di Cicerone e
di Livio, che potevan gustarsi da' Barbari cristiani mantennero un
tacito commercio fra il regno d'Augusto, ed i tempi di Clodoveo e di
Carlo Magno. L'emulazione degli uomini fu incorraggita dalla rimembranza
d'uno stato più perfetto; e si tenne segretamente viva la fiamma della
scienza per riscaldare ed illuminare l'età matura del Mondo occidentale.
Nel più corrotto stato del Cristianesimo, i Barbari potevano apprender
la giustizia dalla _Legge_, e la misericordia dall'_Evangelio_: e se la
cognizione del loro dovere non era sufficiente a guidare le azioni o a
regolar le passioni di essi, erano alle volte ritenuti dalla coscienza,
e spesso puniti dal rimorso. Ma l'autorità diretta dalla religione era
meno efficace della santa comunione, che gli univa co' Cristiani lor
confratelli in amicizia spirituale. La forza di tali sentimenti
contribuì ad assicurare la lor fedeltà nel servizio, o nell'alleanza dei
Romani, ad alleggerire gli orrori della guerra, a moderar l'insolenza
della conquista, ed a conservare nella caduta dell'Impero un costante
rispetto pel nome, e per gl'istituti di Roma. Nel tempo del Paganesimo,
i Sacerdoti della Gallia e della Germania regnavano sul Popolo, e
sindacavano la giurisdizione de' Magistrati; e gli zelanti proseliti
trasferirono un'uguale, o maggior dose di devota obbedienza ne'
Pontefici della Fede cristiana. Si sostenne il sacro carattere de'
Vescovi dalle temporali loro sostanze; essi ottennero un riguardevole
posto nelle adunanze legislative, composte di soldati e di uomini
liberi; ed era loro interesse, non meno che dovere, l'ammolire con
pacifici consigli lo spirito fiero de' Barbari. La corrispondenza
continua del Clero latino; i frequenti pellegrinaggi a Roma e in
Gerusalemme, e l'autorità crescente dei Papi assodaron l'unione della
Repubblica cristiana; ed a grado a grado produssero quegli uniformi
costumi, e quella comune Giurisprudenza, che hanno distinto le
indipendenti, ed anche ostili nazioni dell'Europa moderna dal resto
dell'uman genere.

Ma fu impedito e ritardato l'effetto di tali cause dal disgraziato
accidente, che versò un mortal veleno dalla coppa della salute. Di
qualunque sorta si fossero gli antichi sentimenti d'Ulfila, si formarono
le sue relazioni coll'Impero e con la Chiesa nel tempo che regnava
l'Arrianismo. L'Apostolo de' Goti sottoscrisse il simbolo di Rimini,
professò liberamente, e forse con sincerità, che il Figlio non era
uguale, o consustanziale al Padre[83]; comunicò questi errori al Clero
ed al Popolo; ed infettò i Barbari con un'eresia[84] che il Gran
Teodosio condannò ed estinse fra' Romani. L'indole, e l'intelligenza de'
nuovi proseliti non era capace di metafisiche sottigliezze; ma essi
vigorosamente conservarono ciò, che piamente avevano ricevuto, come pure
e genuine regole del Cristianesimo. Il vantaggio di predicare, e di
spiegar la Scrittura in lingua teutonica, promosse le apostoliche
fatiche d'Ulfila e de' suoi successori; ed essi ordinarono un competente
numero di Vescovi e di Preti, per istruire le cognate tribù. Gli
Ostrogoti, i Borgognoni, gli Svevi ed i Vandali, che avevano ascoltata
l'eloquenza del Clero latino[85], preferirono le lezioni più
intelligibili de' domestici loro predicatori; e fu adottato l'Arrianismo
come la fede nazionale de' convertiti guerrieri, che si stabilirono
sulle rovine dell'Impero occidentale. Questa irreconciliabile differenza
di religione fu una perpetua sorgente di gelosia e d'odio; e la taccia
di _Barbaro_ fu sempre più amareggiata dal più odioso epiteto
d'_eretico_. Gli Eroi del Norte, che si erano sottoposti con qualche
ripugnanza a credere, che tutti i loro maggiori fossero all'inferno[86],
restaron sorpresi, ed inaspriti al sentire, ch'essi medesimi non avevan
fatto, che mutare la maniera dell'eterna lor dannazione. Invece del
dolce applauso, che i Principi Cristiani sono avvezzi ad attendere da'
loro fedeli Prelati, i Vescovi ortodossi, ed il loro Clero erano in
opposizione con le Corti Arriane; e l'indiscreta lor opposizione spesso
diveniva rea, e poteva talvolta esser pericolosa[87] . Il pulpito, quel
sicuro e sacro istrumento di sedizione, risuonava de' nomi di Faraone, e
d'Oloferne[88]; la mal contentezza pubblica era infiammata dalla
speranza, o dalla promessa d'una gloriosa liberazione; ed i sediziosi
Santi eran tentati a promuovere il compimento delle proprie lor
predizioni. Nonostanti queste provocazioni, i Cattolici della Gallia,
della Spagna, e dell'Italia goderono sotto il regno degli Arriani,
l'esercizio libero e pacifico della lor religione. I superbi loro
Signori rispettaron lo zelo d'un numeroso Popolo, risoluto di morire a
piè de' propri altari, e fu ammirato ed imitato de' Barbari stessi
l'esempio della devota loro costanza. I conquistatori, per altro,
evitarono la vergognosa taccia o confessione di timore con attribuire la
lor tolleranza a' generosi motivi di ragionevolezza e d'umanità; e
mentre affettavano il linguaggio del Cristianesimo, ne acquistarono
senza avvedersene il vero spirito.

La pace della Chiesa fu talvolta interrotta. I Cattolici erano
indiscreti, ed i Barbari impazienti; e gli atti parziali di severità, o
d'ingiustizia, che venivano raccomandati dal Clero Arriano, furono
esagerati dagli scrittori ortodossi. Può darsi l'accusa di persecutore
ad Enrico, Re de' Visigoti, che sospese l'esercizio delle funzioni
ecclesiastiche, o almeno Episcopali, e punì i Vescovi popolari
dell'Aquitania con la carcere, coll'esilio, e con la confiscazione[89].
Ma da' soli Vandali s'intraprese la crudele ed assurda opera di
sottometter le menti d'un intero Popolo. Genserico medesimo nella sua
prima gioventù avea abbandonato la comunione ortodossa; e l'apostata non
poteva nè concedere, nè sperare un sincero perdono. Era egli esacerbato
nel vedere, che gli Affricani, i quali eran fuggiti dalle sue armi nel
campo, tuttavia pretendevano d'opporsi alla sua volontà ne' Sinodi, e
nelle Chiese; ed il feroce suo animo era incapace di timore, o di
compassione. I Cattolici suoi sudditi furon oppressi da intolleranti
leggi, e da pene arbitrarie. Il linguaggio di Genserico era furioso e
formidabile; la cognizione de' suoi disegni poteva giustificare la più
svantaggiosa interpretazione delle sue azioni; e furono rimproverate
agli Arriani le frequenti esecuzioni, che macchiarono il palazzo, e gli
Stati del tiranno. Le armi e l'ambizione però erano le passioni
dominanti del Monarca del mare. Ma Unnerico, ignobil suo figlio, che
parve ereditasse solo i suoi vizi, tormentò i Cattolici coll'istesso
instancabil furore, che fu fatale al suo fratello, a' suoi nipoti, agli
amici e favoriti di suo padre, e fino al Patriarca Arriano, che fu
crudelmente bruciato vivo nel mezzo di Cartagine. La guerra religiosa fu
preceduta, e preparata da una insidiosa tregua; la persecuzione divenne
il più serio ed importante affare nella Corte Vandala, e la disgustosa
malattia, che accelerò la morte di Unnerico, vendicò le ingiurie, senza
contribuire alla liberazione della Chiesa. Il trono dell'Affrica fu
successivamente occupato da' due nipoti d'Unnerico, da Gundamondo, che
regnò circa dodici anni, e da Trasimondo, che governò la nazione più di
ventisette anni. La loro amministrazione fu ostile, ed oppressiva pel
partito ortodosso. Sembra che Gundamondo emulasse, o anche oltrapassasse
la crudeltà del suo zio; e se finalmente l'addolcì, se richiamò i
Vescovi, e restituì la libertà del Culto Atanasiano, un'immatura morte
impedì i vantaggi della sua tarda clemenza. Trasimondo, suo fratello, fu
il più grande, ed il più culto de' Re Vandali, quali ei sorpassò in
beltà, prudenza e grandezza d'animo. Ma l'intollerante suo zelo, e la
sua ingannevol clemenza degradò questo magnanimo carattere. In vece di
minacce e di torture, adoperò il gentile, ma efficace potere della
seduzione. Le ricchezze, le dignità, ed il real favore erano i grandiosi
premj dell'apostasia; i Cattolici, che avevan trasgredito le leggi,
potevan procacciarsi il perdono con rinunziare alla loro fede; e quando
Trasimondo meditava qualche rigoroso disegno, pazientemente aspettava,
che l'indiscretezza de' suoi avversari gli somministrasse una speciosa
opportunità. Il bigottismo fu l'ultimo suo sentimento nell'ora della
morte: e costrinse il suo successore a giurare solennemente, che non
avrebbe mai tollerato i settari d'Atanasio. Ma il suo successore
Ilderico, gentil figlio del selvaggio Unnerico, preferì i doveri
dell'umanità, e della giustizia alla vana obbligazione d'un empio
giuramento; ed il suo innalzamento al trono fu gloriosamente segnalato
dalla restaurazion della pace, e della libertà universale. Il trono di
quel virtuoso, quantunque debol Monarca, fu usurpato dal suo cugino
Gelimero, zelante Arriano: ma il regno Vandalo, prima ch'ei potesse
godere, o abusare della sua potenza, fu rovesciato dalle armi di
Belisario; ed il partito ortodosso vendicò le ingiurie, che aveva
sofferte[90].

Le appassionate declamazioni de' Cattolici, che sono i soli istorici che
abbiamo di questa persecuzione, non possono somministrare alcuna serie
distinta di cause e di eventi, nè alcuna imparzial cognizione di
caratteri o di consigli; ma le più notabili circostanze, che meritan
fede o notizia, possono riferirsi a' seguenti capi: I.º Nella legge
originale, che tuttavia sussiste[91], Unnerico espressamente dichiara, e
tal dichiarazione sembra corretta, ch'egli avea fedelmente trascritto i
regolamenti e le pene degli editti Imperiali contro le congregazioni
eretiche, e contro il Clero, ed il Popolo, che si scostava dalla
religion dominante. Se si fossero intesi i diritti della coscienza, i
Cattolici o dovevan condannare la passata loro condotta, o acquietarsi
agli attuali loro patimenti. Ma essi continuavano sempre a ricusare
quell'indulgenza, che richiedevano in lor favore. Nel tempo ch'essi
tremavano sotto la sferza della persecuzione, commendarono la _lodevole_
severità di Unnerico medesimo, che fece bruciare, o bandì un gran numero
di Manichei[92]; e rigettarono con orrore, l'ignominiosa proposizione,
che i discepoli d'Arrio e d'Atanasio godessero una reciproca ed ugual
tolleranza ne' territori de' Romani, e de' Vandali[93]. II. L'uso d'una
conferenza, che i Cattolici avevano tante volte praticato per insultare
e punire gli ostinati loro antagonisti, si ritorse contro di loro
stessi[94]. Per ordine d'Unnerico s'adunarono in Cartagine
quattrocentosessantasei Vescovi ortodossi; ma quando furono ammessi
nella sala dell'udienza, ebbero la mortificazione di vedere l'Arriano
Cirila innalzato alla sede Patriarcale. I disputanti si separarono dopo
i vicendevoli e soliti rimproveri di strepito e di silenzio, di
dilazione e di precipitazione, di militar forza e di clamor popolare. Un
Martire ed un Confessore furono scelti frai Vescovi cattolici; ventotto
si salvarono con la fuga, ed ottantotto coll'uniformarsi; quarantasei
furono mandati in Corsica a tagliare il legname pei vascelli reali; e
trecentodue furono rilegati in diverse parti dell'Affrica, esposti
agl'insulti de' loro nemici, e rigorosamente spogliati d'ogni temporale
e spiritual sollievo della vita[95]. I travagli di dieci anni d'esilio
dovettero diminuire il loro numero; e se avessero osservata la legge di
Trasimondo, che proibiva loro qualunque consacrazione Episcopale, la
Chiesa ortodossa d'Affrica avrebbe dovuto finire con la vita degli
attuali suoi membri. Essi però non obbedirono; e la loro disubbidienza
fu punita con un secondo esilio di dugentoventi Vescovi nella Sardegna,
dove languirono quindici anni fino all'avvenimento al trono del grazioso
Ilderico[96]. Furono giudiziosamente scelte quelle due isole dalla
malizia degli Arriani loro tiranni. Seneca, per propria esperienza, ha
deplorato ed esagerato il miserabile stato della Corsica[97], e
l'abbondanza della Sardegna veniva contrabbilanciata dalla cattiva
qualità dell'aria[98]. III. Lo zelo di Genserico, e de' suoi successori
per la conversione de' Cattolici, gli dovè rendere sempre più gelosi a
mantenere la purità della fede Vandalica. Prima che le Chiese fossero
totalmente chiuse, era un delitto il comparire in abito di Barbaro; e
quelli, che ardivano di trasgredire il reale comando, venivano duramente
strascinati pe' lunghi loro capelli[99]. Gli Uffiziali del Palazzo, che
ricusavano di professare la religione del loro Principe, erano
ignominiosamente spogliati de' loro impieghi ed onori, banditi nella
Sardegna e nella Sicilia, o condannati a' lavori servili degli schiavi e
de' contadini nelle campagne d'Utica. Ne' distretti particolarmente
assegnati a' Vandali, era più rigorosamente proibito l'esercizio del
Culto Cattolico, ed erano stabilite severe pene contro la colpa sì del
Missionario, che del proselito. Con tali mezzi si conservò la fede de'
Barbari, e se ne accese lo zelo; essi eseguivano con devoto furore
l'uffizio di spie, di accusatori, o di esecutori: e quando la loro
cavalleria trovavasi in campagna, il divertimento favorito della marcia
era quello di profanare le Chiese, e di insultare il Clero del partito
contrario[100]. IV. I cittadini, ch'erano stati educati nel lusso d'una
Provincia Romana, venivano abbandonati con isquisita crudeltà a' Mori
del deserto. Una venerabile serie di Vescovi, di Preti, e di Diaconi,
con una fedele truppa di quattromila e novantasei persone, delle quali
non si sa bene la colpa, furono tratte per ordine d'Unnerico dalle
native lor case. Nella notte venivan chiusi, come una mandra di pecore,
fra le proprie loro immondizie: di giorno dovevan proseguire il loro
cammino sull'ardente sabbia, e se mancavano per il caldo e la fatica,
venivano stimolati o strascinati a forza, finattantochè non fossero
spirati nelle mani de' loro tormentatori[101]. Quest'infelici esuli,
giunti alle capanne de' Mori, potevano eccitare la compassione d'un
Popolo, la naturale umanità del quale non era nè migliorata dalla
ragione, nè corrotta dal fanatismo: ma se riusciva loro di scampare i
pericoli, erano condannati a partecipare delle angustie d'una vita
selvaggia. V. Conviene, che gli autori della persecuzione
preventivamente riflettano, se son determinati a sostenerla fino
all'ultimo estremo. Essi eccitano la fiamma, che vorrebbero estinguere;
e ben presto diventa una necessità il punire la contumacia, ugualmente
che il delitto del trasgressore. La multa, ch'egli non può, o non vuol
pagare, l'espone alla severità della Legge; ed il suo disprezzo delle
pene minori suggerisce l'uso e la convenienza delle capitali. Attraverso
il velo della finzione e della declamazione, possiamo chiaramente
ravvisare, che i Cattolici, specialmente sotto il regno d'Unnerico,
soffrirono il più ignominioso e crudel trattamento[102]. De'
rispettabili Cittadini, delle nobili Matrone, e delle sacre Vergini
erano spogliate nude, ed alzate in aria con un peso attaccato a' loro
piedi. In tal penosa situazione venivano lacerati i lor corpi con
verghe, o bruciati nelle più tenere parti con ferri infuocati. Gli
Arriani amputavano loro gli orecchi, il naso, la lingua e la mano
destra; e quantunque non possa precisamente determinarsene il numero, è
certo, che molte persone, fra le quali si posson contare un Vescovo[103]
ed un Proconsole[104], ricevettero la corona del martirio. Si è
attribuito l'istesso onore alla memoria del Conte Sebastiano, che
professava la Fede Nicena con intrepida costanza; e Genserico poteva
detestar com'eretico quel bravo ed ambizioso profugo, ch'esso temeva
come rivale[105] VI. I ministri Arriani adopravano una nuova maniera di
convertire, che poteva soggiogare i deboli, e porre in agitazione i
timidi. Usavano per violenza, o per frode, i riti del Battesimo sopra i
Cattolici, e ne punivano l'apostasia, qualora questi rigettavano
quell'odiosa e profana cerimonia, che scandalosamente violava la libertà
della volontà, e l'unità del sacramento[106]. Le contrarie Sette avevano
già convenuto della validità del Battesimo l'una dell'altra; e
l'innovazione, con tanto ardore sostenuta da' Vandali, non può
attribuirsi, che all'esempio, ed al consiglio de' Donatisti. VII. Il
Clero Arriano sorpassava nella religiosa crudeltà il Re ed i suoi
Vandali; ma era incapace di coltivar la vigna spirituale, che bramava di
possedere. Poteva un patriarca[107] collocarsi sulla sede di Cartagine;
potevano de' Vescovi usurpare nelle Città principali i posti dei loro
avversari; ma la scarsità del loro numero, e l'ignoranza, in cui erano
della lingua Latina[108], rendeva i Barbari inabili per l'Ecclesiastico
ministero d'una gran Chiesa: e gli Affricani, dopo aver perduto i loro
pastori ortodossi, restaron privi del pubblico esercizio del
Cristianesimo. VIII. Gl'Imperatori erano i naturali protettori della
dottrina Omousiana: ed il Popolo fedele dell'Affrica, e come Romano e
come Cattolico, preferiva la legittima loro sovranità all'usurpazione
degli eretici Barbari. In un intervallo di pace e di amicizia, Unnerico
restituì la Cattedrale di Cartagine ad intercessione di Zenone, che
regnava in Oriente, di Placidia, figlia e vedova d'Imperatori, e sorella
della Regina de' Vandali[109]. Ma questo decente riguardo fu di breve
durata; ed il superbo Tiranno mostrò il disprezzo, che aveva per la
religione dell'Impero, facendo a bella posta disporre le sanguinose
immagini della persecuzione in tutte le strade principali, per le quali
doveva passare il Romano Ambasciatore nel portarsi al palazzo[110]. Si
richiese da' Vescovi, ch'erano adunati in Cartagine, un giuramento,
ch'essi avrebbero sostenuto la successione d'Ilderico suo figlio, e che
avrebbero rinunziato a qualunque straniera o trasmarina corrispondenza.
I più sagaci membri[111] dell'Assemblea ricusarono d'obbligarsi a questo
vincolo, che sembrava compatibile co' loro morali e religiosi doveri. La
loro negativa, debolmente colorita dal pretesto, che ad un Cristiano non
era permesso il giurare, dovea provocare i sospetti d'un geloso tiranno.

I Cattolici, oppressi dalla forza reale e militare, eran molto superiori
a' loro avversari in numero, ed in sapere. Con le stesse armi, che i
Padri greci[112] e latini avevan già preparate per la controversia
Arriana, essi più volte ridussero al silenzio, e vinsero i feroci ed
ignoranti successori d'Ulfila. La coscienza della propria loro
superiorità avrebbe dovuto porli al di sopra degli artifizi, e delle
passioni del guerreggiamento religioso. Pure invece d'assumere tal
onorevole orgoglio, i teologi ortodossi furon tentati, dalla sicurezza
dell'impunità a comporre finzioni, che convien notare con gli epiteti di
frodi e di falsità. Essi attribuirono le loro opere polemiche a' nomi
più venerabili dell'antichità Cristiana; furono temerariamente
mascherati da Vigilio e da' suoi discepoli[113] i caratteri d'Atanasio e
d'Agostino; ed il famoso Credo, ch'espone sì chiaramente i misteri della
Trinità e dell'Incarnazione, si deduce con molta probabilità da questa
scuola Affricana[114]. Fino le stesse Scritture furono profanate dalle
temerarie e sacrileghe loro mani. Il memorabile Testo, che asserisce
l'unità de' _Tre_, che fanno testimonianza in Cielo[115], è condannato
dall'universal silenzio de' Padri ortodossi, delle antiche versioni, e
de' Manuscritti autentici[116]. Fu esso allegato per la prima volta da'
Vescovi cattolici, che Unnerico invitò alla conferenza di
Cartagine[117]. Una allegorica interpretazione in forma probabilmente di
nota marginale, invase il testo delle Bibbie Latine, che si
rinnuovarono, e corressero nell'oscuro periodo di dieci secoli[118].
Dopo l'invenzione della stampa[119], gli editori del Testamento Greco
cederono a' propri lor pregiudizi, o a quelli de' loro tempi[120]; e la
pia frode, che fu con uguale zelo abbracciata a Roma ed a Ginevra, si è
moltiplicata all'infinito in ogni paese ed in ogni lingua della moderna
Europa.

L'esempio della frode eccita facilmente il sospetto; e gli speciosi
miracoli, co' quali i Cattolici Affricani hanno difeso la verità e la
giustizia della lor causa, possono attribuirsi con più ragione alla lor
propria industria, che alla visibil protezione del Cielo. Pure
l'Istorico, che osserva questo religioso contrasto con occhio
imparziale, può condiscendere a far menzione d'un fatto preternaturale,
ch'edificherà il devoto, e sorprenderà l'incredulo. Tipasa[121], colonia
marittima della Mauritania distante sedici miglia all'Oriente da
Cesarea, si era distinta in ogni tempo per l'ortodosso zelo de' suoi
abitanti. Essi avean superato il furore de' Donatisti[122], e sofferta,
o elusa la tirannia degli Arriani. All'avvicinarsi ad essa d'un Vescovo
eretico, la città fu abbandonata: i più degli abitanti, che poterono
aver delle navi, passarono sulla costa di Spagna; e quegl'infelici, che
restarono, ricusando ogni comunione coll'usurpatore, ardirono di tener
tuttavia le pie loro, ma illegittime adunanze. La loro disubbidienza
inasprì la crudeltà d'Unnerico. Fu spedito da Cartagine un Conte
militare a Tipasa; ei convocò i Cattolici nel Foro, ed alla presenza di
tutta la Provincia fece tagliar loro la destra mano e la lingua. Ma i
Santi confessori continuarono a parlare senza lingua; e si attesta
questo miracolo da Vittore, Vescovo Affricano, che pubblicò un'istoria
della persecuzione dentro lo spazio di due anni dopo quel fatto[123].
«Se alcuno (dice Vittore) dubitasse della verità di questo, vada a
Costantinopoli, ed ascolti la chiara e perfetta favella di Restituto
suddiacono, uno di que' gloriosi martiri, che adesso sta nel palazzo
dell'Imperator Zenone, ed è rispettato dalla devota Imperatrice». Ci fa
maraviglia il trovare in Costantinopoli un freddo e dotto testimone
superiore ad ogni eccezione, senza interesse, e senza passione. Enea di
Gaza, Filosofo Platonico ha descritto accuratamente le proprie sue
osservazioni su questi pazienti Affricani. «Gli vidi io medesimo (dice),
gli udii parlare: diligentemente cercai per quali mezzi poteva formarsi
una voce così articolata senza verun organo del discorso: adoprai gli
occhi per esaminare ciò, che m'indicavan gli orecchi: aprii loro la
bocca, e vidi, ch'era stata loro interamente strappata la lingua dalle
radici, operazione, che i Medici generalmente risguardano come
mortale[124]». Potrebbe confermarsi la testimonianza d'Enea di Gaza con
la superflua autorità dell'Imperator Giustiniano in un Editto perpetuo;
del Conte Marcellino nella sua Cronica de' tempi; e del Pontefice
Gregorio I, che aveva riseduto in Costantinopoli come ministro del
Pontefice Romano[125]. Tutti questi vissero dentro il corso d'un secolo;
o tutti adducono la lor personal cognizione del fatto, o la pubblica
notorietà della verità d'un miracolo, che si ripetè in varie occasioni,
si espose nel più gran teatro del Mondo, e fu sottoposto per una serie
di anni al tranquillo esame dei sensi. Questo dono soprannaturale de'
Confessori Affricani, che parlavano senza lingua, otterrà l'assenso di
quelli soltanto, che già credono, che il loro linguaggio fosse puro ed
ortodosso. Ma l'ostinata mente d'un infedele si munisce d'un segreto
incurabil sospetto; e l'Arriano o il Sociniano, che ha seriamente
rigettato la dottrina della Trinità, non sarà scosso dalla più
plausibile prova d'un miracolo Atanasiano.

[A. 500-700]

I Vandali e gli Ostrogoti perseverarono nella professione
dell'Arrianismo fino alla total rovina de' Regni, ch'essi avevan fondato
nell'Affrica ed in Italia; i Barbari della Gallia si sottomisero
all'ortodosso impero de' Franchi; e la Spagna si restituì alla Chiesa
Cattolica per la volontaria conversione de' Visigoti.

[577-584]

Questa salutare rivoluzione[126] fu accelerata dall'esempio d'un Regio
martire, a cui la nostra più fredda ragione può dare il nome d'ingrato
ribelle. Leovigildo, Gotico Monarca di Spagna, meritava il rispetto de'
suoi nemici, e l'amor de' suoi sudditi: i Cattolici godevano una libera
tolleranza, e gli Arriani ne' suoi sinodi tentavano, senza gran
successo, di conciliare i loro scrupoli con abolire l'odioso rito d'un
_secondo_ Battesimo. Ermenegildo, suo figlio maggiore, ch'era stato
investito dal Padre del diadema reale, e del bel Principato della
Betica, contrasse un onorevole ed ortodosso matrimonio con una
Principessa Merovingica, figlia di Sigeberto Re d'Austrasia, e della
famosa Brunechilde. La bella Ingunde, che non aveva più di tredici anni,
fu ricevuta, amata, e perseguitata nella corte Arriana di Toledo; e la
sua religiosa costanza fu alternativamente assalita dagli allettamenti,
e dalla violenza di Goisvinta, Regina de' Goti, che abusò del doppio
diritto d'autorità materna, che aveva[127]. Goisvinta, irritata dalla
sua resistenza, prese la Principessa cattolica pei capelli, la gettò
crudelmente per terra, le diede tanti calci, che fu ricoperta di sangue,
e finalmente ordinò che fosse spogliata, e gettata in una vasca, o
conserva di pesci[128]. Poterono l'amore e l'onore muover Ermenegildo a
risentirsi di questo ingiurioso trattamento fatto alla sua sposa; ed
appoco appoco si persuase, che Ingunde soffrisse per causa della divina
verità. Le tenere di lei querele, ed i forti argomenti di Leandro,
Arcivescovo di Siviglia, compirono la conversione di esso, e fu iniziato
l'erede della Monarchia Gotica nella Fede Nicena per mezzo de' solenni
riti della Confermazione[129]. Il temerario giovine, infiammato dallo
zelo, e forse dall'ambizione, fu tentato a violare i doveri di figlio, e
di suddito; ed i Cattolici di Spagna, quantunque, non potessero dolersi
della persecuzione, applaudirono alla sua pia ribellione contro un padre
eretico. Si prolungò la guerra civile pei lunghi ed ostinati assedj di
Merida, di Cordova e di Siviglia, che avevano fortemente abbracciato il
partito d'Ermenegildo. Esso invitò i Barbari ortodossi, gli Svevi ed i
Franchi, alla distruzione del suo nativo paese; implorò il pericoloso
aiuto de' Romani, che possedevano l'Affrica, ed una parte della costa di
Spagna; e l'Arcivescovo Leandro, suo santo Ambasciatore, trattò in
persona efficacemente con la Corte Bizantina. Ma svanirono le speranze
dei Cattolici per l'attiva diligenza d'un Re, che comandava le truppe, e
maneggiava i tesori della Spagna; ed il colpevole Ermenegildo dopo i
vani suoi tentativi di resistere o di fuggire, fu costretto ad
arrendersi nelle mani d'un irritato padre. Leovigildo ebbe tuttavia
presente quel sacro carattere; ed al ribelle, spogliato degli ornamenti
reali, si lasciò professare in un decente esilio la religione cattolica.
I replicati suoi ed infelici tradimenti al fine provocarono lo sdegno
del Re Goto; e la sentenza di morte, che questo pronunziò con apparente
ripugnanza fu segretamente eseguita nella torre di Siviglia.
L'inflessibil costanza, con cui esso ricusò d'accettare la comunione
Arriana per prezzo della sua salvezza, può scusare gli onori, che si son
fatti alla memoria di S. Ermenegildo. La sua moglie, ed il suo piccolo
figlio si ritennero in una ignominiosa schiavitù da' Romani: e questa
domestica disgrazia macchiò le glorie di Leovigildo, ed amareggiò gli
ultimi momenti della sua vita.

[A. 586-589]

Recaredo, suo figlio e successore, che fu il primo Re cattolico di
Spagna, era stato imbevuto della fede del suo infelice fratello, ch'ei
però sostenne con maggior prudenza e successo. In vece di ribellarsi
contro il padre, aspettò pazientemente l'ora della sua morte. In vece di
condannarne la memoria, piamente suppose, che il Monarca morendo avesse
abiurato gli errori dell'Arrianismo, e raccomandato al figlio la
conversione della nazione Gotica. Per ottenere questo fine salutare,
convocò Recaredo un'assemblea del Clero o de' nobili Arriani, si
dichiarò Cattolico, e gli esortò ad imitar l'esempio del loro Principe.
Una laboriosa interpretazione di testi dubbiosi, o una curiosa serie di
argomenti metafisici avrebb'eccitata una controversia senza fine; ed il
Monarca prudentemente propose all'ignorante sua udienza due sostanziali
e visibili prove, cioè la testimonianza della terra, e del cielo. La
_Terra_ s'era sottomessa al Sinodo Niceno: i Romani, i Barbari e gli
abitanti della Spagna concordemente professavano la stessa fede
ortodossa; ed i Visigoti erano quasi soli a resistere al consenso del
Mondo cristiano. Un secolo superstizioso era disposto a venerare come
testimonianza del _Cielo_ le cure soprannaturali, che si facevano por
l'abilità o virtù del clero cattolico: i fonti Battesimali d'Osset nella
Betica[130], che spontaneamente ogni anno si riempivano d'acqua la
vigilia di Pasqua[131]; e le miracolose reliquie di S. Martino di Tours,
che avevano già convertito il Principe Svevo, ed i Popoli della
Gallicia[132]. Il Re cattolico incontrò alcune difficoltà su
quest'importante cangiamento della religion nazionale. Si formò contro
di lui una cospirazione, segretamente fomentata dalla Regina vedova; e
due Conti suscitarono una pericolosa ribellione nella Gallia Narbonese.
Ma Recaredo disarmò i congiurati, disfece i ribelli, ed esercitò contro
di essi una severa giustizia, che gli Arriani poterono a vicenda
infamare con la taccia di persecuzione. Otto Vescovi, i nomi dei quali
dimostrano la lor origine Barbara, abiurarono i loro errori, e si
ridussero in cenere tutti i libri della Teologia Arriana, insieme con la
casa nella quale a tal fine si erano raccolti. Tutto il Corpo de'
Visigoti, e degli Svevi fu allettato o tratto nel seno della comunione
cattolica; la fede almeno della nuova generazione fu sincera e fervente;
e la devota liberalità de' Barbari arricchì le Chiese ed i Monasteri
della Spagna. Settanta Vescovi, adunati nel Concilio di Toledo,
ricevettero la sommissione de' loro conquistatori; e lo zelo degli
Spagnuoli migliorò il simbolo Niceno, dichiarando la processione dello
Spirito Santo dal Figlio ugualmente che dal Padre; importante articolo
di dottrina, che produsse, lungo tempo dopo, lo scisma delle Chiese
Greca e Latina[133]. Il Regio proselito immediatamente salutò e consultò
il Pontefice Gregario, detto il Grande, dotto e santo Prelato, il
governo del quale si distinse per la conversione degli Eretici ed
Infedeli. Gli ambasciatori di Recaredo rispettosamente offerirono sulla
soglia del Vaticano i ricchi di lui presenti d'oro e di gemme; ed
accettarono, come un lucroso cambio, i capelli di S. Giovanni Battista,
una croce, in cui era chiuso un piccolo pezzo del vero legno, ed una
chiave che conteneva alcune particelle di ferro, ch'erano state
raschiate dalle catene di S. Pietro[134].

[A. 600]

L'istesso Gregorio, spirituale conquistatore della Gran Brettagna,
incoraggiò la pia Teodolinda, Regina de' Lombardi, a propagare la fede
Nicena fra' vittoriosi selvaggi, il fresco Cristianesimo de' quali era
macchiato dall'eresia Arriana. I devoti di lei travagli, lasciarono
tuttavia luogo all'industria, ed al successo di altri Missionari; e
molte città d'Italia sempre si disputavano da' Vescovi contrari. Ma la
causa dell'Arrianismo restò appoco appoco oppressa dal peso della
verità, dell'interesse e dell'esempio, e la controversia, che l'Egitto
avea tratto dalla scuola Platonica, si terminò dopo una guerra di
trecent'anni dalla total conversione de' Lombardi d'Italia[135].

[A. 612-712]

I primi Missionari, che predicarono il Vangelo ai Barbari, si rimessero
all'evidenza della ragione, ed implorarono il benefizio della
tolleranza[136]. Ma appena ebbero stabilito il loro spiritual dominio,
esortarono i Re Cristiani ad estirpare senza misericordia i residui
della Romana o Barbarica superstizione. I successori di Clodoveo
condannarono a cento colpi di verghe la gente di campagna, che ricusava
di distruggere i propri idoli; il delitto di sacrificare a' demoni era
punito dalle Leggi Anglo-sassone con le più gravi pene della carcere e
della confiscazione; e fino il saggio Alfredo adottò, come un
indispensabil dovere, l'estremo rigore degli istituti Mosaici[137]. Ma
la pena si abolì appoco appoco, insieme col delitto, nel Popolo
cristiano: le dispute teologiche delle scuole si sospesero dalla
favorevole ignoranza; e lo spirito intollerante, che non poteva più
trovare nè idolatri nè eretici, si ridusse a perseguitare gli Ebrei.
Quest'esule nazione aveva fondato alcune Sinagoghe nelle città della
Gallia; ma la Spagna, fin dal tempo d'Adriano, era piena di numerose
colonie[138]. Le ricchezze, che avevano accumulato per mezzo del
commercio o del maneggio delle finanze, invitarono la pietosa avarizia
de' loro Signori; ed essi potevan'opprimersi senza pericolo, giacchè
avevan perduto l'uso, e fino le memoria delle armi. Sisebuto, Re Goto,
che regnò al principio del settimo secolo, divenne in un tratto agli
ultimi estremi della persecuzione[139]. Furon costretti a ricevere il
sacramento del battesimo novantamila Ebrei; si confiscarono i beni degli
ostinati infedeli, e ne furon tormentati i corpi; e sembra dubbioso, se
fosse loro permesso d'abbandonare il nativo loro paese. L'eccessivo zelo
del Re cattolico fu moderato fino dal Clero di Spagna, che solennemente
pronunziò una sentenza contraddittoria, cioè che non dovessero darsi i
sacramenti per forza; ma che gli Ebrei, ch'erano stati battezzati,
fossero costretti, per onor della Chiesa, a perseverare nell'esterna
pratica d'una religione, ch'essi non credevano, e detestavano. Le
frequenti loro ricadute provocarono uno de' successori di Sisebuto a
bandire tutta la nazione da' suoi Stati; ed un concilio di Toledo
pubblicò un decreto, che ogni Re Goto dovesse giurare di mantenere
questo salutevol editto. Ma i tiranni non volevano abbandonar le
vittime, che si dilettavano di tormentare, o privarsi d'industriosi
schiavi, su' quali potevano esercitare una lucrosa oppressione. Gli
Ebrei tuttavia continuarono nella Spagna, sotto il peso delle Leggi
civili ed ecclesiastiche, le quali nel medesimo regno si sono fedelmente
trascritte nel Codice dell'Inquisizione. I Re Goti, ed i Vescovi
finalmente conobbero, che le ingiurie producono dell'odio, e che l'odio
trova col tempo l'occasione della vendetta. Una nazione, segreta o
palese nemica del Cristianesimo, andò sempre moltiplicandosi nella
servitù e nell'angustia; e gl'intrighi degli Ebrei promossero il rapido
successo degli Arabi conquistatori[140].

Tostochè i Barbari negarono il potente lor patrocinio all'eresia d'Arrio
aborrita dal Popolo, essa cadde nel disprezzo e nell'oblivione. Ma i
Greci ritennero sempre la lor disposizione sottile e loquace: lo
stabilimento d'una oscura dottrina suggeriva nuove questioni, e nuove
dispute; ed era sempre in facoltà di un ambizioso Prelato, o d'un
fanatico Monaco l'alterare la pace della Chiesa, e forse dell'Impero.
L'Istorico dell'Impero può trascurare quelle dispute che restarono
nell'oscurità delle scuole, e de' Sinodi. I Manichei, che cercavano di
conciliare le religioni di Cristo e di Zoroastro, si erano segretamente
introdotti nelle Province. Ma questi estranei settari furon involti
nella comune disgrazia degli Gnostici, e l'odio pubblico fece eseguir
contro di essi le leggi Imperiali. Le opinioni ragionevoli de' Pelagiani
si propagarono dalla Gran Brettagna a Roma, in Affrica, e nella
Palestina e tacitamente svanirono in un secolo superstizioso. Ma fu
diviso l'Oriente dalle controversie Nestoriana ed Eutichiana, che
tentavano di spiegare il mistero dell'Incarnazione, ed affrettarono la
rovina del Cristianesimo nella nativa sua terra. Queste controversie si
principiarono ad agitare sotto il regno di Teodosio il Giovane: ma le
importanti loro conseguenze si estendono molto al di là de' confini del
presente volume. La metafisica serie degli argomenti, le contese
dell'ambizione ecclesiastica, e la politica loro influenza sulla caduta
dell'Impero Bizantino, possono somministrare un interessante ed
istruttivo corso d'istoria, dai Concilj generali d'Efeso e di
Calcedonia, sino alla conquista dell'Oriente fatta da' successori di
Maometto.

NOTE:

[1] Si è diligentemente discussa l'origine dell'Istituto monastico dal
Tommasino (_Discipl. de l'Eglis. Tom I. p. 1419, 1426_) o dall'Helyot
(_Hist. des Ordres monastig. 94, Tom. I. p. 1-66_). Questi autori son
molto eruditi, e passabilmente onesti; e la diversità d'opinione fra
loro scuopre il soggetto in tutta la sua estensione. Pure il cauto
Protestante, che diffida di _qualunque_ guida Papale, può consultare il
settimo libro delle antichità Cristiane del Bingamo.

[2] Vedi Euseb. Demonstr. Evang. (_l. 1. p. 20. Edit Graec. Rob.
Stephani Paris 1545_). Nella sua Storia Ecclesiastica pubblicata dodici
anni dopo la dimostrazione (_l. 2. c. 17_) Eusebio asserisce, che i
Terapeuti fossero Cristiani; ma sembra, che non sapesse, che un Istituto
simile fosse attualmente risorto in Egitto.

[3] Cassiano (_Collat. XVIII. 5_) trae l'istituzione de' Cenobiti da
quest'origine, sostenendo, che appoco appoco decadesse, finattantochè
non fu restaurata da Antonio e da' suoi Discepoli.

[4] Оφελιμωτατον γαρ τι χρημα εις ανθρωπος εχθουσα παρα Фεου η’ τοιαδτη
φιλοσοφια. Queste sono l'espressive parole di Sozomeno, che
diffusamente e con piacevol maniera descrive (l. I. c. 12, 13, 14)
l'origine, ed il progresso di tal monastica filosofia (Vedi
Suicer. _Thesaur. Eccl. Tom. II. p. 1441_). Alcuni moderni Scrittori,
come Lipsio (_Tom. IV. p. 448, manuduct. ad Philos. Stoic. III. 13_) e
la Mothe-le-Vayer (_Tom. IX. De la vertu des Payens p. 228, 262_) hanno
paragonato i Carmelitani a' Pitagorei, ed i Cinici a' Cappuccini.

[5] I Carmelitani traggono la loro genealogia con regolar successione
dal Profeta Elia (Vedi le _Tesi di Beziers an. 1682 appresso Bayle,
Nouvelles de la republ. des Lettres Oeuvr. Tom. I. p. 82_, ec. e la
prolissa ironia degli ordini monastici, opera anonima _Tom. I. p. 433,
stampata in Berlino 1751_). Roma, e l'Inquisizione di Spagna imposero
silenzio alla profana critica de' Gesuiti di Fiandra (Helyot, _Hist. des
Ordres monast. Tom. I. p. 282, 300_), e si eresse nella Chiesa di S.
Pietro la statua d'Elia il Carmelitano (_Voyag. du P. Labat Tom. III. p.
87_).

[6] _Plin. Hist. Nat. V. 15 Gens sola; et in toto orbe praeter ceteras
mira, sine ulla femina, omni venere abdicata, sine pecunia, socia
palmarum. Ita per saeculorum millia (incredibile dictu) gens aeterna
est, in qua nemo nascitur. Tam faecunda illis aliorum vitae poenitentia
est_. Ei li pone appunto al di là del nocivo influsso del lago, e nomina
Engaddi, e Masada, come le città più vicine. La Laura, ed il monastero
di S. Saba non potevano esser molto distanti da questo luogo (Vedi
Reland, _Palaestin. Tom. I. p. 295, Tom. II. p. 763, 874, 880, 890_).

[7] Vedi _Athanas. Op. Tom. 2. p. 450-505 e Vit. Patrum p. 26-74_ con le
annotazioni di Rosweyde. La prima contiene l'originale Greco; l'altra è
una traduzione Latina molto antica, fatta da Evagrio amico di S.
Girolamo.

[8] Γραμματα μεν μαθειν ουκ ηνεσχετο. Athanas. _Tom. 2. in vit.
S. Anton. p. 452_, ed è stata ammessa l'asserzione della sua totale
ignoranza da molti degli antichi, e dei moderni. Ma il Tillemont (Mem.
Eccl. Tom. VII. p. 666) dimostra con alcuni probabili argomenti, che
Antonio sapeva leggere e scrivere nella Copta sua lingua nativa, ed era
solo ignorante della letteratura Greca. Il Filosofo Sinesio (_p. 51_)
confessa, che il naturale ingegno d'Antonio non aveva bisogno dell'aiuto
della scienza.

[9] _Arurae autem erant ei trecentae uberes, et valde optimae_ (_vit.
Patr. l. 1. p. 36_). Se l'arura è lo spazio di cento cubiti Egizi
quadrati (Rosweyde _onomastich. ad vit. Patr. p. 1014, 1015_), ed il
cubito Egiziano di tutti i tempi è uguale a ventidue pollici inglesi
(Graves _vol. 1. p. 233_) l'arura conterrà circa tre quarti d'un acro
inglese.

[10] Si fa la descrizione del Monastero da Girolamo (_T. 1. pag. 248,
249. in vit. Hilarion_.) e dal P. Sicard (_Missions du Levant. Tom. I.
pag. 122, 200_). Tali descrizioni però non sempre si posson conciliare
fra loro. Il S. Padre lo dipinse secondo la sua fantasia, ed il Gesuita
secondo la sua esperienza.

[11] _Girolamo Tom. I. p. 146, ad Eustoch. Hist. Lausiac. c. 7, in vit.
Patr. p. 712._ Il P. Sicard (_Mis. du Levant Tom. 2. p. 29, 79_) visitò,
e descrisse questo deserto, che adesso contiene quattro monasteri, e
venti o trenta Monaci. Vedi D'Anville _Descript. de l'Egypt. p. 74_.

[12] Tabenna è una picciola isola del Nilo, nella diocesi di Tentira o
Dendera, fra la moderna città di Girge, e le rovine dell'antica Tebe
(d'Anville _p. 194_). Il Tillemont dubita, se fosse un'isola; ma si può
dedurre da' fatti, che adduce ci medesimo, che il primitivo suo nome fu
di poi trasferito al gran Monastero di Bau, o Pabau (_Mem. Eccl. Tom.
VII. p. 678, 688_).

[13] Vedi nell'opera intitolata _Codex Regularum_ (pubblicata da Luca
Holstenio Rom. 1661) una prefazione di San Girolamo alla sua traduzione
latina della regola di Pacomio. _Tom. I. p. 61_.

[14] Rufin. c. 5, _in vit. Patrum p. 459_. Ei la chiama _Civitas ampla
valde, et populosa_, e vi conta dodici chiese, Strabone (_lib. XVII.
pag. 1166_), ed Ammiano (XXII. 16) hanno fatto onorevol menzione
d'Ossirinco, gli abitanti di cui adoravano un piccol pesce in un
magnifico Tempio.

[15] _Quanti populi habentur in urbibus, tantae pene habentur in
desertis multitudines monachorum._ Rufin. c. 7, _in vit. Patr. p. 461_.
Esso applaudisce al fortunato cambiamento.

[16] Si fa menzione accidentalmente dell'introduzione della vita
monastica in Roma, ed in Italia da Girolamo (Tom. I. p. 119, 120, 199).

[17] Vedi la vita d'Ilarione, scritta da S. Girolamo (_T. I. p. 241,
252_). Le storie di Paolo, d'Ilarione, e di Malco son raccontate
mirabilmente dal medesimo autore; e l'unico difetto di questi piacevoli
componimenti è la mancanza di verità, e di senso comune.

[18] La prima sua ritirata fu in un piccol villaggio sulle rive
dell'Iri, non molto distante da Neocesarea. I dieci o dodici anni della
sua vita monastica furono disturbati da lunghe, e frequenti distrazioni.
Alcuni critici hanno posto in dubbio l'autenticità delle sue regole
ascetiche; ma sono di gran peso le prove estrinseche, che se ne
adducono, ed essi non possono dimostrare se non che quella è opera d'un
vero o finto entusiasta. Vedi Tillemont _Mem Eccl. Tom. IX. p. 636,
644_. Helyot _His. des Ord. Mon. Tom. I. p. 175, 181._

[19] Vedasi la sua Vita, ed i tre Dialoghi di Sulpicio Severo, il quale
asserisce (_Dial. t._ 16) che i librai di Roma furono ben contenti della
pronta e facile vendita della sua opera popolare.

[20] Quando Ilarione navigò da Paretonio al Capo Pachino, offrì di
pagare il suo trasporto con un libro degli Evangeli; Postumiano, Monaco
della Gallia, che avea visitato l'Egitto, trovò una nave mercantile, che
partiva d'Alessandria per Marsiglia, e fece il suo viaggio in trenta
giorni (Sulp. Sev. _Dial._ I. 2). Atanasio, che indirizzò la vita di S.
Antonio a' Monaci stranieri, fu costretto ad affrettare la sua opera,
affinchè fosse pronta per la partenza delle flotte _Tom. 2. p. 451._

[21] Vedi Girolamo _Tom. I. p. 126_, Assemanni _Bibl. Or. Tom. IV. p.
92, 857, 919_, e Geddes _Istor. Eccles. d'Etiopia 29, 30, 31_. I Monaci
Abissini stanno molto rigorosamente attaccati al primitivo Istituto.

[22] _Britannia di_ Cambden _Vol. I. p. 666, 667_.

[23] L'Arcivescovo Usserio nelle sue _Britannicar. Eccles. antiquitat._
(_Cap. XVI. p. 425, 503_) espone copiosamente tutta quell'erudizione,
che può trarsi da' rimasugli de' secoli oscuri.

[24] Questo piccolo, quantunque non infecondo, spazio chiamato _Jona,
Hy, o Monte Colomb_, che ha solo due miglia di lunghezza ed uno di
larghezza, si è distinto, I. per il Monastero di S. Colomba, fondato
l'anno 566, l'Abbate del quale aveva una giurisdizione straordinaria
sopra i Vescovi della Caledonia; II. per una libreria classica che diede
qualche speranza di contenere un Livio intiero; e III. per i sepolcri di
sessanta Re Scoti, Irlandesi, Norvegi, che furono sepolti in quel santo
luogo. Vedi Usserio (pag. 311, 560, 370), e Bucanano (_Rer. Scot. l. II
p. 15. edit. Ruddiman_).

[25] Il Grisostomo (nel primo Tomo dell'Edizione Benedettina) ha
impiegato tre libri in lode e difesa della vita monastica: egli è
indotto dall'esempio dell'arca a presumere, che a riserva degli eletti
(cioè de' Monaci) nessuno forse potrà salvarsi (_lib. I. pag. 55, 56_).
Altrove però si dimostra più umano (_lib. 3. pag. 83, 84_) ed ammette
diversi gradi di gloria simili a quelli del Sole, della Luna, e delle
Stelle. Nella sua vivace comparazione d'un Re con un Monaco (_lib. III.
pag. 116, 121_), egli suppone, che il Re sarà più scarsamente premiato,
e più rigorosamente punito.

[26] Thomassin (_Discipl. de l'Eglis. Tom. I. p. 1426, 1469_) e Mabillon
(_Oeuvr. Posthum. Tom. 2. p. 115, 158_). I Monaci furono appoco appoco
adottati come una parte della Gerarchia Ecclesiastica.

[27] Il D. Middleton (_Vol. I. p. 110_) grandemente censura la condotta,
e gli scritti del Grisostomo, uno de' più eloquenti, ed efficaci
avvocati della vita monastica.

[28] Le devote femmine di Girolamo occupano una parte assai
considerabile de' suoi scritti: il trattato particolare, che ei chiama
Epitaffio di Paola (_Tom. 1. p. 169, 192_) è uno elaborato, e
stravagante panegirico. L'esordio di esso è di una ridicola turgidezza:
«se tutte le membra del mio corpo si mutassero in lingue, e se tutte
risuonassero di voce umana, io ciò nonostante sarei incapace ec.»

[29] _Socrus Dei esse coepisti_ (Girol. _Tom. I. p. 140, ad Eustoch._).
Ruffino (_in Hieronym. Op. Tom. IV. p. 223_), che ne fu giustamente
scandalizzato, domanda al suo avversario, da qual Pagano poeta avesse
preso un'espressione sì empia, ed assurda?

[30] _Nunc autem veniunt plerumque ad, hanc professionem servitutis Dei,
et ex conditione servili, vel etiam liberati, vel propter hoc a dominis
liberati, sive liberandi; et ex vita, rusticana, et ex opificum
exercitatione, et plebejo labore._ Augustin. _de oper. Monach. c. 22_,
ap. Thomassin. _Discipl. de l'Eglis. Tom. III. p. 1094_. Quell'Egizio,
che biasimò Arsenio, confessò che faceva una vita più comoda da Monaco,
che da pastore. Vedi Tillemont _Mem. Eccles. Tom. XIV. p. 679._

[31] Un Frate Domenicano (_Voyag. du P. Labat Tom._ 1, p. 10) che
alloggiò a Cadice in un Convento di suoi confratelli, tosto conobbe, che
le preghiere notturne non interrompevano mai il loro riposo, _quoiqu' on
ne laisse pas de sonner pour l'edification du peuple._

[32] Vedi una Prefazione molto sensata di Luca Holstenio al _Codex
Regularum_. Gl'Imperatori tentarono di sostenere l'obbligazione de'
pubblici e privati doveri: ma dal torrente della superstizione furono
portati via i deboli ripari: e Giustiniano sorpassò i più ardenti
desiderj de' Monaci (Thomassin. _Tom. I. p. 1782, 1799_, e Bingham. _L.
VIII. c. 3. p. 253_).

[33] Furon descritti, verso l'anno 400, gl'Istituti Monastici,
particolarmente quelli d'Egitto, da quattro curiosi e devoti
viaggiatori; cioè da Ruffino (_Vit. Part. 1. II. III. p. 424, 536_), da
Postumiano (Sulp. Sever. _Dialog. I_), da Palladio (_Hist. Lausiac. in
vit. Patrum p. 709, 863_) e da Cassiano (Vedi _nel tom. VII. Biblioth.
maxim. Patr._ i primi suoi quattro libri degl'Istituti, ed i
ventiquattro delle Collazioni o Conferenze).

[34] L'esempio di Malco (Girolamo Tom. I. p. 256), ed il disegno di
Cassiano, e del suo amico (_Collat._ 24, 1) sono incontrastabili prove
della lor libertà, che è descritta elegantemente da Erasmo nella vita
che ha fatto di S. Girolamo. (Vedi Chardon _Hist. des Sacremens Tom._
VI. p. 379, 300).

[35] Vedi le leggi di Giustiniano (_Novell. 123. n. 42_), e di Lodovico
Pio (_negli Storici di Francia T. VI. p. 427_), e l'attuale
giurisprudenza Francese, presso Denisart (_Devis, Tom. IV. p. 855_).

[36] L'antico _Codex Regularum_, compilato da Benedetto Aniano,
riformatore de' Monaci, nel principio del nono secolo, e pubblicato nel
decimosettimo da Luca Holstenio, contiene trenta regole diverse per gli
uomini, e per le donne. Sette di queste furon composte in Egitto, una
nell'Oriente, una in Cappadocia, una in Italia, una in Affrica, quattro
in Spagna, otto nella Gallia o Francia, ed una nell'Inghilterra.

[37] La regola di Colombano, che tanto prevalse in Occidente, assegna
cento sferzate per mancanze molto leggiere (_Cod. Reg. part. 2. pag.
174_). Prima del tempo di Carlo Magno, gli Abbati si divertivano a
mutilare i loro Monaci, o a levar loro gli occhi, pena molto meno
crudele del tremendo _vade in pace_ (prigione sotterranea, o sepolcro),
che fu inventato in seguito. Vedasi un ammirabil discorso dell'erudito
Mabillon (_Oeuvr. Posthum. Tom. II. p. 321, 336_) che in quest'occasione
sembra inspirato dal genio dell'umanità. Per tale sforzo gli si può
perdonare la sua difesa della santa lacrima di Vandomo p. 561-399.

[38] Sulp. Severo Dial, I. 12, 13. p. 532. Cassiano Inst. lib. IV. c.
26, 27. _Praecipua ibi virtus et prima est obedientia._ Tra le parole
Seniorum (_in vit. Patrum lib._ V, p. 617) il decimo quarto libello, o
discorso s'aggira sopra l'ubbidienza: ed il Gesuita Rosweyde, che
pubblicò quel grosso volume per uso de' Conventi, ha raccolto ne' due
suoi copiosi indici tutti i passi, che vi sono sparsi.

[39] Il Dottor Jortin (_Osservazioni sull'istoria Eccles. vol._ IV. p.
161) ha notato lo scandaloso valore de' Monaci Cappadoci, di cui si vide
l'esempio nell'esilio del Grisostomo.

[40] Cassiano ha descritto semplicemente, quantunque con diffusione,
l'abito monastico dell'Egitto (_Istit. l. I_) a cui Sozomeno (_l. III,
c. 14_) attribuisce qualche allegorico senso, e virtù.

[41] _Regul. Bened. n. 55, in Cod. Regularum Part. 2. p. 51._

[42] Vedi la regola di Ferreolo Vescovo d'Uzés (_m. 31. in Cod. Regul.
p. 2. p. 136_), e d'Isidoro, Vescovo di Siviglia (n. 33. _in Cod. Regul.
p. 2. p. 214_).

[43] Si dava qualche particolar permissione per le mani e per i piedi:
_Totum autem corpus nemo unguet, nisi causa infirmitatis, nec lavabitur
aqua nudo corpore nisi languor perspicuus sit_. (_Regul. Pachom. 92.
Part. 1. p. 78_).

[44] S. Girolamo esprime con forti ma indiscrete frasi l'uso più
importante del digiuno, e dell'astinenza: _Non quod Deus universitatis
creator et Dominus, intestinorum nostrorum rugitu, et inanitate ventris,
pulmonisque ardore delectetur, sed quod aliter pudicitia tuta esse non
possit_. (_Oper. Tom. I. pag. 137. ad Eustoch_.). Vedi le collezioni 12,
e 22. di Cassiano _de castitate, e de illusionibus nocturnis_.

[45] _Edacitas in Graecis gula est, in Gallis natura_. (_Dialog. I. c.
4. pag 521_). Cassiano chiaramente confessa, che non si può imitare
nella Gallia la perfetta norma dell'astinenza, per causa dell'_aerum
temperies, e qualitas nostrae fragilitatis_ (_Inst. 4. 11_). Fra le
regole occidentali, quella di Colombano è la più austera; egli era stato
educato in mezzo alla povertà dell'Irlanda, forse tanto rigida ed
inflessibile, quanto l'astinente virtù dell'Egitto. La regola d'Isidoro
di Siviglia è la più dolce: nelle feste concede l'uso della carne.

[46] «Quelli, che bevono solamente acqua, e non hanno liquore nutritivo,
dovrebbero avere almeno una libbra e mezza (_24 once_) di pane il
giorno» _Stat. delle Carceri p. 40_. di Howard.

[47] Vedi Cassiano _Collat. l. II. 19, 20, 21_. Ai piccoli pani, o
biscotti di sei once l'uno, si diede il nome di _Paximacia_ (Roswayde
_Onomastic. pag. 1045_), Pacomio però concesse a' suoi Monaci qualche
estensione nella quantità del loro cibo; ma gli faceva lavorare in
proporzione di quello che mangiavano (Pallad. _in hist. Lausiac. c. 38,
39. in vit. Patr. l. VIII. p. 736. etc._).

[48] Vedasi il banchetto, a cui fu invitato Cassiano (_Collat. VIII. 1_)
da Sereno, Abbate Egiziano.

[49] Vedi la regola di S. Benedetto n. 39, 40. (_in Cod. Regul. P. II.
pag. 41, 42_). _Licet legamus vinum omnino Monachorum non esse, sed quia
nostris temporibus id Monachis persuaderi non potest_; egli concede loro
un'hemina romana, misura che si può determinare per mezzo delle Tavole
dell'Arbuthnot.

[50] Tali espressioni, come il mio libro, la mia veste, le mie scarpe
(Cassiano _Instit. l. IV. c. 13_) erano proibite fra Monaci occidentali,
con severità non minore, che fra gli orientali; (_Cod. Regul. P. II. p.
174, 235, 288_), e la Regola di Colombano li puniva con sei colpi di
disciplina. L'ironico Autore dell'opera intitolata _Ordres Monastiques_,
che pone in ridicolo la folle scrupolosità de' conventi moderni, sembra,
che non sappia, che gli antichi erano ugualmente assurdi.

[51] Due gran Maestri della scienza ecclesiastica, il P. Tommassino
(_Discipl. de l'Eglis. Tom. III. p. 1090, 1139_) ed il P. Mabillon
(_Etudes Monastiq. Tom. I. p. 116, 155_) hanno seriamente esaminato il
lavoro manuale dei Monaci, che il primo risguarda come un merito, ed il
secondo come un _dovere_.

[52] Il Mabillon (_Erud. Monast. Tom. I. pag. 47, 55_) ha raccolto molti
curiosi fatti per provare i lavori letterari de' suoi predecessori, sì
in Oriente, che in Occidente. Si copiavano libri negli antichi Monasteri
d'Egitto (Cassiano _Instit. l. IV c. 12_), e da' Discepoli di S. Martino
(_Sulp. Sever. in vit. Martin. c. 7. p. 473_). Cassiodoro ha dato gran
materia per gli studi de' Monaci: e noi non ci scandalizzeremo, se la
loro penna talvolta da Grisostomo ed Agostino, passò ad Omero e
Virgilio.

[53] Il Tommassino (_Discipl. de l'Eglis. Tom. III. p. 118, 145, 146,
171, 179_) ha esaminato le vicende delle leggi civili, canoniche e
comuni. La moderna Francia conferma la morte, che i Monaci si son dati
da loro stessi, e giustamente li priva d'ogni diritto d'eredità.

[54] Vedi Girolamo _Tom. 1. p. 576, 183_. Il Monaco Pambo diede questa
sublime risposta a Melania, che desiderava di specificare il valore del
suo dono: «L'offri tu a me, o a Dio? Se a Dio, quello, che sospende le
montagne in una bilancia, non ha bisogno d'essere informato del peso del
tuo dono». (Pallad. _Hist. Lausiac. c. 10. in vit. Patr. l. VIII. p.
715_).

[55] Το πολυ μερος της ω̃κειωσαντο, προφασει των μεταδιδοναι παντα
πτωχοις, παντας (ωσοιπειν) πταχους καταστησαντες. Zosimo L. V. p. 325.
Pure la ricchezza de' Monaci orientali fu di gran lunga oltrepassata
dalla principesca grandezza de' Benedettini.

[56] Il sesto Concilio generale (_il Quinisesto in Trullo Can. 47. ap.
Beverid. Tom. 1. p. 213_) proibisce alle donne di passar la notte in un
Monastero di maschi, e agli uomini in uno di femmine. Il settimo
Concilio generale (_il Niceno II. Can. 20. ap. Bevereg. Tom. I. p. 325_)
vieta i Monasteri doppi, o promiscui di ambidue i sessi; ma si rileva da
Balsamone, che tal proibizione non fu efficace. Sopra i piaceri, e le
spese irregolari del Clero, e de' Monaci, vedi Tommassin. _Tom. III. p.
1334, 1368_.

[57] Io ho udito, o letto in qualche luogo questa sincera confessione
d'un Abbate Benedettino: «Il mio voto di povertà mi ha dato centomila
scudi l'anno; il mio voto di ubbidienza mi ha inalzato al grado di
Principe Sovrano.» Mi son dimenticato delle conseguenze del suo voto di
castità.

[58] Pior, Monaco Egiziano, permise alla sua sorella di vederlo; ma
durante la visita tenne sempre gli occhi chiusi. Vedi _vit. Patr. l.
III, p. 504_. Potrebbero addursi molti altri simili esempi.

[59] Gli articoli 7, 8, 29, 30, 31, 34, 57, 60, 86 e 95 della regola di
Pacomio impongono le leggi più intollerabili di silenzio e di
mortificazione.

[60] Le preghiere diurne e notturne de' Monaci vengono lungamente
discusse da Cassiano ne' libri terzo e quarto delle sue Instituzioni; ed
egli costantemente preferisce la liturgia, che un Angelo avea dettata a'
Monasteri di Tabenna.

[61] Cassiano descrive per propria esperienza l'_acedia_ o torpidezza di
spirito e di corpo, a cui trovavasi esposto un Monaco, allorchè
sospirava trovandosi solo: _Saepiusque egreditur, et ingreditur cellam,
et solem velut ad occasum tardius properantem crebrius intuetur_
(_Instit_.)

[62] Le tentazioni, ed i tormenti di Stagirio furono da quell'infelice
giovane comunicati a S. Gio. Grisostomo, suo amico. Vedi Middleton
_Oper. Vol. I, p. 107, 110_. In simile guisa presso a poco principia la
vita d'ogni Santo, ed il famoso Inigo, o Ignazio fondatore de' Gesuiti
(_Vit. di Inigo di Guiposcoa Tom. I, p. 29, 38_) può servire di
memorabil esempio.

[63] Fleury _Hist. Eccl. Tom. VII. pag. 46_. Ho letto in qualche luogo
delle _Vite de' Padri_, ma non ho potuto ritrovarlo, che vari, e credo
_molti_ de' Monaci, che non manifestavano all'Abbate le loro tentazioni,
divenivano rei di suicidio.

[64] Vedi le Collazioni 7 ed 8 di Cassiano, ch'esamina gravemente,
perchè i demonj eran divenuti meno attivi e numerosi dopo il tempo di S.
Antonio. Il copioso indice di Rosweyde alle _Vite de' Padri_ somministra
una gran varietà di scene infernali. I diavoli erano più formidabili in
forma di donne, che in qualunque altra.

[65] Quanto alla distinzione de' _Cenobiti_, e degli _Eremiti_,
specialmente in Egitto, vedi Girolamo (_Tom. 1. p. 45. ad Rustic_.), il
primo dialogo di Sulpicio Severo, Ruffino (_c. 22. in Vit. Patr. l. 11.
p. 478_), Palladio (_c. 7, 69. in vit. Patr. L. VIII. p. 712, 758_), e
soprattutto le Collazioni 18 e 19 di Cassiano. Questi Scrittori, che
paragonano la vita comune con la solitaria, scuoprono l'abuso ed il
pericolo di quest'ultima.

[66] Suicer. _Thesaur. Eccles. Tom. I. p. 205, 218_. Il Tommassino
(_Discipl. de l'Eglis. Tom. I. pag. 1501, 1502_) da una buona
descrizione di queste celle. Quando Gerasimo fondò il suo Monastero, nel
deserto del Giordano, questo fu accompagnato da una Laura di settanta
celle.

[67] Teodoreto ha raccolto in un grosso Volume (_Philotheus in Vit.
Patr. L. IX. p. 793, 863_) le vite ed i miracoli di trenta Anacoreti.
Evagrio (_l. 1. c. 12_) celebra più brevemente i Monaci ed Eremiti della
Palestina.

[68] Sozomeno L. VI. c. 33, Il celebre Sant'Efrem compose un panegirico
su questi Βοσγοι, o Monaci pascolanti (Tillemont _Mem. Eccl.
Tom. 8. p. 292_).

[69] Il P. Sicard. (_Missions du Levant Tom._ II. p. 217, 233) esaminò
le caverne della bassa Tebaide con maraviglia e devozione. Le iscrizioni
sono in carattere Siriaco antico, quale si usava da' Cristiani
nell'Abissinia.

[70] Vedi Teodoreto (_in Vit. Patr. L._ IX. p. 848,854), Antonio (_in
Vit. Patr. L._ I. p. 170, 177), Cosma (_in Assemann. Biblioth. Or. Tom._
I. p. 239,253), Evagrio (_L._ I. c. 13, 14), e Tillemont (_Mem. Eccl.
Tom._ XV. p. 347, 392).

[71] L'angusta circonferenza di due cubiti, o di tre piedi, ch'Evagrio
attribuisce alla sommità della colonna, non combina con la ragione, co'
fatti, nè con le regole d'Architettura. Il popolo, che la vedeva da
basso, poteva facilmente ingannarsi.

[72] Non debbo tacer un motivo d'antico scandalo intorno all'origine di
questa piaga. Fu detto, che 'l diavolo, prendendo la forma d'Angelo,
l'invitò a salire com'Elia sopra un carro di fuoco. Il Santo alzò il
piede con troppa fretta, e Satana profittò di quell'istante per
gastigare in tal modo la sua vanità.

[73] Io non saprei come scegliere, o specificare i miracoli contenuti
nelle _Vitae Patrum_ di Rosweyde, mentre il numero di essi avanza molto
le mille pagine di quella voluminosa opera. Se ne può trovare un
elegante saggio ne' dialoghi di Sulpicio Severo, e nella sua vita di S.
Martino. Ei venera i Monaci d'Egitto; ma gl'insulta osservando, che essi
non risuscitaron mai morti, mentre il Vescovo di Tours aveva restituita
la vita a tre persone.

[74] Rispetto ad Ulfila, ed alla conversione de' Goti, vedasi Sozomeno
_L. VI. c. 37_. Socrate _L. IV. c. 33_. Teodoreto _L. IV. c. 37_.
Filostorgio _L. II. c. 5_. Sembra che l'eresia di Filostorgio gli abbia
somministrato de' mezzi più atti ad informarsi.

[75] Si pubblicò l'anno 1665 una copia mutilata de' quattro Evangeli
della Versione Gotica, ed è stimata il monumento più antico della lingua
Teutonica, sebbene Wetstein tenti, mediante alcune frivole congetture,
di togliere ad Ulfila l'onore di quell'opera. Due delle quattro Lettere
aggiunte esprimono il _W_, e il _Th_ degli Inglesi. (Vedi Simon. _Hist.
Critiq. du nouv. Testam. Vol. II. p. 219, 223_. Mill. _Prolegomen. p.
157. Edit. Kuster_. Wetstein Prolog. _Tom I. p. 114_).

[76] Filostorgio erroneamente pone questo passaggio sotto il regno di
Costantino; ma io sono molto inclinato a credere, che questo fosse
anteriore a quella grande emigrazione.

[77] Noi dobbiamo a Giornandes (_de Reb. Get. cap. 151. p. 688_) una
breve e vivace pittura di questi Goti minori. «_Gothi minores, populus
immensus, cum suo Pontifice ipsoque Primate Wulfila_». Le ultime parole,
se non sono una pura ripetizione, indicano qualche giurisdizione
temporale.

[78] _At non ita Gothi, non ita Vandali; malis licet Doctoribus
instituti, meliores tamen etiam in hac parte quam nostri._ Salvian. (_de
Gubern. Dei L. VII. p. 243_).

[79] Il Mosemio ha leggiermente abbozzato il progresso del Cristianesimo
nel Nord dal quarto secolo fino al decimo quarto. Questo soggetto
somministrerebbe de' materiali per un'ecclesiastica, ed anche filosofica
storia.

[80] Socrate (_L. VII. c. 30_) attribuisce a tal causa la conversione
de' Borgognoni, la pietà cristiana de' quali è celebrata da Orosio (_L.
VII. c. 19_).

[81] Vedasi un originale e curiosa lettera scritta da Daniele, primo
Vescovo di Winchester (_Bede Hist. Eccl. Angloi., L. V. c. 18. p. 203.
edit. Smith_) a S. Bonifacio, che predicava il Vangelo fra' Selvaggi
dell'Asia, e della Turingia, _Epistol. Bonifacii 67 nella Maxima
Bibliotheca Patrum Tom. XIII. p. 93_.

[82] La spada di Carlo Magno accrebbe forza all'argomento: ma quando
Daniele scrisse questa lettera (_an. 725_), i Maomettani, che regnavano
dall'India fino alla Spagna, potevano ritorcerlo contro i Cristiani.

[83] Le opinioni di Ulfila e de' Goti tendevano al Semiarrianismo,
poichè non volevano essi dire, che il Figlio fosse una creatura:
quantunque comunicassero con quelli, che sostenevano tal eresia. Il loro
Apostolo rappresentò tutta la disputa come una questione di piccol
momento, e che si era eccitata dalle passioni del Clero. Teodoret. _L.
IV. c. 37_.

[84] Si è imputato l'Arrianismo de' Goti all'Imperator Valente: _Itaque
justo Dei judicio ipsi eum vivum incenderunt, qui propter eum etiam
mortui, vitio erroris arsuri sunt._ Orosio _L. VII. c. 33. p. 354_.
Questa crudel sentenza vien confermata dal Tillemont (_Mem. Eccl. T. VI.
p. 604, 610_), che freddamente osserva «un seul homme entraîne dans
l'enfer un nombre infini de Septentrionaux etc.» Salviano (_de Gubernat.
Dei L. V. p. 150, 151_) compatisce, e scusa il loro involontario errore.

[85] Orosio asserisce nell'anno 416 (_L. VII. c. 21 p. 580_) che le
Chiese di Cristo (cioè de' Cattolici) eran piene di Unni, di Svevi, di
Vandali, di Borgognoni.

[86] Ratbodo, Re de' Frisoni, fu tanto scandalizzato da tal temeraria
dichiarazione d'un Missionario, che tornò indietro, dopo esser entrato
nel fonte battesimale. (Vedi Fleury _Hist. Eccl. Tom. IX. p, 167_).

[87] Le lettere di Sidonio Vescovo di Vienna sotto i Visigoti, e d'Avito
Vescovo di Vienna sotto i Borgognoni dimostrano alle volte, in oscuri
accenti, le disposizioni generali de' Cattolici. L'istoria di Clodoveo,
e di Teodorico somministrerà de' fatti particolari su questo proposito.

[88] Genserico confessò tal somiglianza, mediante la severità con cui
punì quelle indiscrete allusioni. _Victor Vitens l. 7. p. 10._

[89] Tali sono le querele contemporanee di Sidonio Vescovo di Clermont
(_L. VII. c. 6. p. 182, ec. edit. Sirmond_). Gregorio di Tours, che cita
questa lettera (_L. II. c. 25 in Tom. 2. p. 174_), ne trae
un'asserzione, che non si può verificare, cioè che di nove sedi Vacanti
nell'Aquitania, alcune eran vacate per causa di _Martiri_ episcopali.

[90] I monumenti originali della persecuzione de' Vandali si son
conservati ne' cinque libri dell'istoria di Vittore Vitense (_de
persecutione Vandalicà_), Vescovo che fu esiliato da Unnerico; nella
vita di S. Fulgenzio, che si distinse nella persecuzione di Trasimondo
(_in Biblioth. max. Patr. T. IX. p. 4, 16_) e nel primo libro della
guerra Vandalica dell'imparzial Procopio (_c. 7, 8, p. 196, 197, 198,
199_), Il Ruinart, ultimo editore di Vittore, ha illustrato tutto questo
soggetto con un copioso e dotto apparato di note, e di supplementi
(_Parigi 1694_).

[91] Victor. IV. 2. p. 65. Unnerico nega il nome di Cattolici agli
_Omousi_. Descrive come, _veri Divina Majestatis cultores_, quegli del
suo partito, che professavan la fede confermata da più di mille Vescovi
ne' Concilj di Rimini e di Seleucia.

[92] Victor. _II. 1. p. 21, 22_. _Laudabilior.... videbatur_. Ne'
Manoscritti, ne' quali si omette questa parola, il passo non è
intelligibile. Vedi Ruinart _not. p. 264_.

[93] Victor. _II. 2, p. 22, 23_. Il Clero di Cartagine chiamava queste
condizioni _periculosae_; ed infatti sembra, che fossero poste come una
rete per prendere i Vescovi Cattolici.

[94] Vedi la narrazione di questa conferenza, ed il trattamento de'
Vescovi presso Vittore _II, 13, 18, p. 35, 42_, e tutto il quarto libro
_p. 63, 171_. Il terzo libro (_p. 42, 62_) contiene la loro apologia, o
confessione di fede.

[95] Vedasi la lista de' Vescovi affricani presso Vittore _p. 117, 120
con le note del Ruinart p. 215, 397_. Spesso vi si trova il nome
scismatico di Donato, e sembra, che avessero adottato (come i nostri
fanatici dell'ultimo secolo) le pie denominazioni di _Deodatus_,
_Deogratias_, _Quidvult Deus_, _Habet Deum etc._

[96] Fulgent. _Vit. c. 16, 29_. Trasimondo affettava la lode di
moderazione e di dottrina; e Fulgenzio indirizzò tre libri di
controversia all'Arriano Tiranno, ch'ei chiama _piissime Rex._
(_Bibliot. max. Patr. Tom. IX. p. 21_). Nella vita di Fulgenzio si fa
menzione di soli sessanta Vescovi esuli; si accrescono fino a centoventi
da Vittore Tunnunense, e da Isidoro; ma si specifica il numero di
dugentoventi nell'_Historia Miscella_, ed in una breve Cronica autentica
di quei tempi. Vedi Ruinart _p. 570, 571_.

[97] Vedansi gl'insipidi e bassi epigrammi dello Stoico, il quale non
seppe soffrir l'esilio con maggior fortezza, che Ovidio. La Corsica
poteva non produrre del grano, del vino, o dell'olio; ma non poteva
mancare di erbaggi, d'acqua, e di fuoco.

[98] _Si ob gravitatem coeli interissent_, vile _damnum_. Tacit. _Annal.
II. 85_. Facendone l'applicazione, Trasimondo avrebbe adottato la
lettura di alcuni critici, _utile damnum_.

[99] Vedansi questi preludj d'una _general_ persecuzione appresso
Vittore II. 3, 4, 7, ed i due editti d'Unnerico _L. II. p. 35. L. IV. p.
64_.

[100] Vedi Procopio _de Bell. Vandal. L. I. c. 7, p. 197, 198_. Un
Principe Moro cercava di rendersi propizio il Dio de' Cristiani,
mediante la sua diligenza a cancellare i segni del sacrilegio Vandalico.

[101] Vedi questa storia presso Vittore _II. 8, 12. p. 30, 34_. Vittore
descrive le angustie di que' Confessori come testimone di veduta.

[102] Vedasi il quinto libro di Vittore. Le sue appassionate querele son
confermate dalla sobria testimonianza di Procopio, e dalla pubblica
dichiarazione dell'Imperator Giustiniano (_Cod. Lib. I. tit. 27_).

[103] Victor. II, _18. p. 71_.

[104] Victor. V. _4. p. 74, 75_. Ei chiamavasi Vittoriano, ed era un
ricco Cittadino d'Adrumeto, che godeva la confidenza del Re, per il
favore del quale aveva ottenuto il posto, o almeno il titolo, di
Proconsole dell'Affrica.

[105] Victor. I. _6. pag. 8, 9_. Dopo aver narrato la ferma resistenza,
e la destra risposta del Conte Sebastiano, soggiunge: _Quare alio
generis argumento postea bellicosum Virum occidit_.

[106] Victor. V. 12, 13. Tillemont, _Mem. Eccl. Tom. IV. p. 609_.

[107] Il titolo proprio del Vescovo di Cartagine era quello di
_Primate_: ma dalle Sette, e dalle nazioni si dava il nome di Patriarca
al loro principal Ministro Ecclesiastico. Vedi Tommassin., _Discipl. de
l'Eglis. Tom I. p. 155, 158_.

[108] Il Patriarca Civila stesso dichiarò, ch'ei non intendeva il Latino
(Victor. II. _p. 42_.) _nescio latine_; e poteva tollerabilmente
conversare, senza esser però capace, di predicare o disputare in quella
lingua. Il Vandalo suo Clero era vie più ignorante; e poco potea
contarsi sugli Affricani, che si erano uniformati al medesimo.

[109] Victor. II, _1, 3. p. 22_.

[110] Victor. V. _7. p. 72_. Ei chiama in testimone l'Ambasciatore
medesimo, che aveva per nome Uranio.

[111] _Astutiores_, Vict. IV. _4. p. 70_. Egli chiaramente afferma, che
la lor citazione del Vangelo _non jurabitis in toto_ non tendeva, che ad
eludere l'obbligazione d'un giuramento inconveniente. I quarantasei
Vescovi, che ricusarono, furono esiliati in Corsica; ed i trecentodue,
che giurarono, furono distribuiti per le Province dell'Affrica.

[112] Fulgenzio, Vescovo di Ruspa nella Provincia Bizacena, era d'una
famiglia Senatoria, ed aveva avuto una nobile educazione. Egli sapeva
tutto Omero o Menandro prima che incominciasse a studiare il Latino, sua
lingua nativa. (_Vit. Fulgent. c. 1_). Molti Vescovi Affricani
intendevano il Greco, ed erano stati tradotti in Latino molti Greci
Teologi.

[113] Si confrontino le due prefazioni a' dialoghi di Vigilio di Tapso
(_pag. 118, 129. edit. Chifl_.). Ei poteva divertire i suoi eruditi
lettori con un'innocente finzione; ma il soggetto era troppo grave, e
gli Affricani troppo ignoranti.

[114] Il P. Quesnel mosse quest'opinione, che si è ricevuta
favorevolmente. Ma le seguenti tre verità, per quanto possano parer
sorprendenti, sono _presentemente_ accordate da tutti (Gearardo Voss.
_Tom. VI. p. 516, 522_. Tillemont, _Mem. Eccl. Tom VIII. p. 667, 671_):
1. S. Atanasio non è l'autore del _Credo_, che sì frequentemente si
legge nelle nostre Chiese; 2. non sembra, che questo esistesse per lo
spazio d'un secolo dopo la sua morte; 3. fu composto originalmente in
lingua Latina, e per conseguenza nelle Province occidentali. Gennadio,
Patriarca di Costantinopoli, fu tanto sorpreso da tale straordinaria
composizione, che disse francamente, che quella era opera d'un ubbriaco.
(Petav., _Dogm. Theolog. Tom. II. L. VII. c. 8. p. 587_).

[115] I. Joan. V. 7. Vedi Simone, _Hist. Crit. du nouv. Testam. Part. I.
c. 18. p. 203, 218., e Part. II. c. 9. p. 99, 121_ e gli elaborati
Prolegomeni ed Annotazioni, del Dot. Mill e di Wetstein, alle loro
edizioni del Testamento Greco. Nel 1689 il Papista Simon cercava d'esser
libero; nel 1707 il Protestante Mill desiderava d'essere schiavo; nel
1751 l'Arminiano Wetstein si servì della libertà de' suoi tempi, e della
sua setta.

[116] Fra tutti i Manoscritti che esistono nel numero di ottanta ve ne
sono alcuni che hanno almeno 1200 anni. (Wetstein _lot. cit._). Le copie
ortodosse del Vaticano, degli Editori Complutensiani, e di Roberto
Stefano son divenute invisibili; ed i due Manoscritti di Dublino e di
Berlino non meritano di fare un'eccezione. Vedi Emlyn _Oper. Vol. II.
pag. 227, 255, 269, 299_ e le quattro ingegnose lettere del Sig. de
Missy nel Tom. 8 e 9 del Giornale Britannico.

[117] O piuttosto da' quattro Vescovi, che composero, e pubblicarono la
professione di fede in nome de' loro confratelli. Essi dicono questo
testo luce _clarius_ (Victor. Vitens. _De persecut. Vandal. L. III. c.
II. p. 54_). Poco dopo è citato da' Polemici Affricani, Vigilio e
Fulgenzio.

[118] Nell'XI, e XII secolo le Bibbie furon corrette da Lanfranco,
Arcivescovo di Canterbury, e da Nicola, cardinale e bibliotecario della
Chiesa Romana, _secundum ortodoxam fidem_ (Wetstein _Prolegom. p. 84,
85_). Nonostanti queste correzioni, quel passo tuttavia manca in
venticinque Manoscritti Latini (Wetstein _loc. cit._), che sono i più
antichi, ed i più belli: due qualità, che rare volte s'uniscono, eccetto
ne' Manoscritti.

[119] Quest'arte, che avevano inventato i Germani, fu applicata in
Italia agli scrittori profani di Roma, e della Grecia. Si pubblicò verso
il medesimo tempo l'originale Greco del Nuovo Testamento (_an. 1514,
1516, 1520_) per opera di Erasmo, e per la munificenza del Cardinal
Ximenes. La Poliglotta Complutensiana costò al Cardinale 50000 ducati.
(Vedi Mattaire _Annal. Typog. Tom II. p. 2, 8, 125, 133_ e Wetstein
_Prolegom. p. 126, 127_).

[120] Si sono stabiliti i tre testimoni nel nostro Testamento Greco per
la prudenza d'Erasmo, per l'onesto bigottismo degli Editori
Complutensiani, per l'inganno, o errore tipografico di Roberto Stefano
in porvi un segno, e per la deliberata falsità, o strano timore di
Teodoro Beza.

[121] Plin. _Hist. Nat. V. I._ Itinerar. Wesseling, _p. 15_. Cellar.
_Geogr. antiq. Tom. II. Part. II. p. 127_. Questa Tipasa (che non si dee
confondere con un'altra nella Numidia) era una città di qualche
considerazione, poichè Vespasiano la distinse col diritto del Lazio.

[122] Ottato Milevitano, _de schism. Donatist. L. II. p. 38_.

[123] Vittor. Vitens. _V. 6. p. 76_. Ruinart _p. 483, 487_.

[124] Enea Gaz. _in Theophrasto, in Biblioth. Patr. T. VIII. p. 664,
665_. Egli era Cristiano, e compose questo dialogo, intitolato il
_Teofrasto_, sull'Immortalità dell'anima, e la Risurrezione del corpo,
oltre venticinque lettere, che tuttavia esistono. (Vedi Cave, _Hist.
Letter. p. 297_, e Fabric., _Bibl. Graec. Tom. I. p. 422_).

[125] Giustiniano, _Cod. Lib. I. Tit. XXVII_. Marcellin., in Chron. p.
45. in Thesaur. Tempor. Scaliger. Procopio, de Bell. Vandal. _L. 1. c.
7. p. 196_. Gregorio M., _Dial. 3, 32_. Nessuno di questi ha specificato
il numero de' Confessori, che si determina a sessanta in un Menologio
antico (ap. Ruinart _p. 486_). Due di loro perdettero la favella per
causa di fornicazione, ma il miracolo si accresce per la singolare
circostanza d'un fanciullo, che non aveva _mai_ parlato prima che gli
fosse tagliata la lingua.

[126] Vedi i due Storici generali di Spagna, Mariana (_Hist. de Reb.
Hispan. Tom. I. L. V. c. 12, 15. p. 183, 194_), e Ferreras (_Traduzione
Francese Tom. II. p. 206, 247_). Mariana quasi si scorda d'essere un
Gesuita par prender lo stile, e lo spirito d'un classico Romano.
Ferreras, industrioso Compilatore, n'esamina i fatti, e ne rettifica la
cronologia.

[127] Goisvinta sposò successivamente due Re de' Visigoti, Atanagildo, a
cui partorì Brunechilde madre d'Ingunde: e Leovigildo, i due figli del
quale Ermenegildo e Recaredo, eran nati da un matrimonio precedente.

[128] _Iracundiae furore succensa adprehensam per comam capitis puellam
in terram conlidit, et diu calcibus verberatam ac sanguine cruentatam
jussit exspoliari, et piscinae immergi._ Greg. Turon. _L. V. c. 39. in
Tom. II. pag. 255_. Gregorio è uno de' migliori originali, che abbiamo,
per questa porzione d'Istoria.

[129] I Cattolici, che ammettevano il battesimo degli Eretici,
ripetevano il rito, o come fu chiamato dopo, il sacramento della
Confermazione, al quale attribuivano molte mistiche e maravigliose
prerogative, sì visibili, che invisibili. Vedi Chardon, _Hist. des
Sacramens Tom._ I. p. 405, 552.

[130] Osset, o Giulia Costanza, era in faccia a Siviglia nella parte
settentrionale della Betica (Plin. _Hist. nat. III_) ed il ragguaglio
autentico di Gregorio di Tours (_Hist. francor. L. VI 43. p. 288_)
merita più fede, che il nome di Lusitania (_de Glor. Martyr. c. 24_),
che ardentemente fu abbracciato dal vano e superstizioso Portoghese
(Ferreras, _Hist. d'Espagne Tom. II. p. 166_).

[131] Si fece questo miracolo con molta abilità: un Re Arriano sigillò
le porte, e scavò una profonda fossa intorno alla Chiesa, senza potere
impedire la copia dell'acqua Battesimale nella Pasqua.

[132] Ferreras (_Tom. II. pag. 168, 175 an. 550_) ha illustrato le
difficoltà, che si fanno intorno al tempo, ed alle circostanze della
conversione degli Svevi. Essi erano stati recentemente uniti da
Leovigildo alla Gotica Monarchia di Spagna.

[133] Quest'aggiunta al simbolo Niceno, o piuttosto Costantinopolitano,
fu fatta per la prima volta nell'ottavo concilio di Toledo l'anno 633.
Ma non fece che esprimere la dottrina popolare (Gerard. Vossio _Tom. VI.
p. 527 de tribus Symbolis_).

[134] Vedi Gregor. Magn. L. VII. ep. 126. ap. Baron. _Annal. Eccl. an.
599. n. 25, 26_.

[135] Paolo Varnefrido (_de Gest. Longobard. L. IV. c. 44 pag. 853 Edit.
Grot_.) confessa, che l'Arrianismo era tuttavia in vigore sotto il regno
di Rotari (_an. 636, 652_). Il pio Diacono non cerca di fissare l'epoca
precisa della nazional conversione, che per altro fu ultimata prima che
finisse il settimo secolo.

[136] _Quorum fidei et conversioni ita gratulatus esse rex perhibetur,
ut nullum tamem cogeret ad Christianisimum.... Didicerat enim a
doctoribus, auctoribusque suae salutis, servitium Christi voluntarium,
non coactitium esse debere_. Beda, _Hist. Eccl. l. 1. c. 26. p. 62.
Edit. Smith_.

[137] Vedi gl'Istorici di Francia (_Tom. IV. p. 114_) e Wilkins (_Leg.
Anglo-Saxonic. p. 11, 31_). _Si quis sacrificium immolaverit praeter Deo
soli, morte moriatur_.

[138] Gli Ebrei pretendono, ch'essi fossero introdotti nella Spagna
dalle flotte di Salomone, e dalle armi di Nabuccodonosor, che Adriano vi
trasferisse quarantamila famiglie della Tribù di Giuda, e diecimila
della Tribù di Beniamino ec. Basnag., _Hist. des Juifs. Tom. VII. c. 9.
pag. 240, 256_.

[139] Isidoro, ch'era in quel tempo Vescovo di Siviglia, fa menzione
dello zelo di Sisebuto, lo disapprova, e se ne congratula (_Chron. Goth.
pag. 728_). Il Baronio (_an. 614. n. 41_) assegna il numero de'
perseguitati sulla testimonianza d'Aimoino _L. IV, c. 22_; ma tal prova
è debole, ed io non ho potuto verificar la citazione _Istor. di Franc.
T. III p. 127_.

[140] Basnage (_Tom. VIII. c. 13. p 388, 400_) rappresenta fedelmente lo
stato degli Ebrei; ma egli avrebbe potuto aggiungervi, da' Canoni de'
Concilj di Spagna e dalle Leggi de' Visigoti, molte curiose circostanze
essenziali per il suo soggetto, quantunque siano estranee al mio.



CAPITOLO XXXVIII.

      _Regno e conversione di Clodoveo. Sue vittorie sopra gli
      Alemanni, i Borgognoni ed i Visigoti. Stabilimento della
      Monarchia francese nella Gallia. Leggi de' Barbari. Stato de'
      Romani. Visigoti della Spagna. Conquista della Gran Brettagna
      fatta da' Sassoni._


I Galli[141], che soffrivano impazientemente il giogo Romano ebbero una
memorabil lezione da uno de' Luogotenenti di Vespasiano, il grave
sentimento del quale si è raffinato ed espresso dal genio di
Tacito[142]. «La protezione della Repubblica ha liberato la Gallia
dall'interna discordia, e dalle straniere invasioni. Con la perdita
dell'indipendenza nazionale avete acquistato il nome ed i privilegi di
Cittadini Romani. Voi godete in comune con noi medesimi i costanti
vantaggi del governo civile, e la remota vostra situazione è meno
esposta a' danni accidentali della tirannide. Invece d'esercitare i
diritti della conquista, ci siamo contentati d'imporvi que' tributi che
son necessari per la propria vostra conservazione. Non si può assicurar
la pace senza le armi, queste debbono sostenersi a spese del Popolo. È
per vantaggio vostro, non per causa nostra, che noi guardiamo la
frontiera del Reno contro i feroci Germani, che hanno sì spesso tentato,
e brameranno sempre di cangiare la solitudine de' loro boschi e paludi
con la ricchezza e fertilità della Gallia. La caduta di Roma sarebbe
fatale per le Province; e voi restereste sepolti nelle rovine di quella
gran fabbrica, che si è innalzata dal valore e dalla saviezza
d'ottocento anni. L'immaginaria vostra libertà sarebbe insultata ed
oppressa da un selvaggio Signore; ed all'espulsione de' Romani
succederebbero le ostilità eterne de' Barbari conquistatori[143].» Fu
accettato questo salutevol avviso, e tale strana predizione ebbe il suo
compimento. Nello spazio di quattrocento anni, i fieri Galli, che
avevano affrontato le armi di Cesare, si confusero, senz'avvedersene,
nella massa generale de' cittadini ed de' sudditi: l'Impero Occidentale
si sciolse, ed i Germani, che avevano passato il Reno, ardentemente
combatterono per il possesso della Gallia, ed eccitarono il disprezzo o
l'aborrimento de' pacifici e culti di lei abitatori. Con quell'intimo
orgoglio, che la superiorità delle cognizioni e del lusso comunemente
suole inspirare, deridevano essi i chiomati e giganteschi selvaggi del
Nord; i rozzi loro costumi, l'incoerente letizia, il vorace appetito e
l'orrida figura loro, ugualmente disgustosa per la vista, che per
l'odorato. Si coltivavano tuttavia nelle scuole d'Autun e di Bordeaux
gli studi liberali; ed il linguaggio di Cicerone e di Virgilio era
famigliare alla Gallica Gioventù. Restaron sorprese le lor orecchie da'
duri ed incogniti suoni del dialetto germanico, ed ingegnosamente si
dolsero, che le muse tremanti fuggivano l'armonia della Lira burgundica.
I Galli eran dotati di tutti i vantaggi della natura e dell'arte; ma
siccome loro mancava il coraggio per difendersi, furono giustamente
condannati ad ubbidire, ed anche adulare i vittoriosi Barbari, dalla
clemenza de' quali essi riconoscevano le precarie sostanze e le vite
loro[144].

[A. 476-485]

Appena Odoacre ebbe estinto l'Impero Occidentale, cercò l'amicizia de'
più potenti fra' Barbari. Il nuovo Sovrano dell'Italia cedè ad Enrico,
Re de' Visigoti, tutte le conquiste Romane di là dalle Alpi fino al Reno
ed all'Oceano[145]: ed il Senato potè confermare questo liberal dono con
qualche ostentazione di potere, senza veruna real perdita di entrate, o
di dominio; le legittime pretensioni d'Enrico erano giustificate
dall'ambizione, e dal successo; e la Nazione gotica poteva, sotto il suo
comando, aspirare alla Monarchia della Spagna e della Gallia. Arles e
Marsiglia si arresero alle sue armi, egli oppresse la libertà
dell'Alvergna; ed il Vescovo d'essa condiscese a comprare il proprio
richiamo dall'esilio con un tributo di giusta ma involontaria lode.
Sidonio stava alle porte del palazzo in mezzo ad una folla di
ambasciatori e di supplichevoli; ed i vari loro negozi alla Corte di
Bordeaux dimostravano la potenza e la fama del Re de' Visigoti. Gli
Eruli del distante Oceano, che tingevano i nudi lor corpi con cerulei
colori, ne implorarono la protezione; ed i Sassoni rispettarono le
marittime Province d'un Principe, privo di forze navali. Gli alti
Borgognoni si sottoposero alla sua autorità; nè restituì gli schiavi
Franchi, finattantochè non ebbe ridotto quella fiera nazione a termini
d'una pace disuguale. I Vandali dell'Affrica coltivavano la sua
vantaggiosa amicizia; e gli Ostrogoti della Pannonia erano sostenuti dal
potente suo aiuto contro l'oppressione dei vicini Unni. Il Nord (tali
sono le superbe espressioni del Poeta) era agitato e posto in calma dal
cenno di Enrico; il gran Re della Persia consultò l'oracolo
dell'Occidente; ed il vecchio Dio del Tevere fu protetto dal crescente
Genio della Garonna[146]. La fortuna delle nazioni spesso dipende dagli
accidenti, e la Francia può attribuire la sua grandezza all'immatura
morte del Re Goto, in un tempo in cui Alarico, suo figlio, era
un'innocente fanciullo, e Clodoveo[147], suo nemico, un ambizioso e
prode garzone.

[A. 481-511]

Mentre Childerico, padre di Clodoveo, si trovava in esilio in Germania,
fu trattato amichevolmente dalla Regina, ugualmente che dal Re dei
Turingi. Dopo il suo ritorno, Basina fuggì dal letto del marito nelle
braccia dell'amante; liberamente dichiarando, che se avesse conosciuto
un uomo più savio, più forte e più bello di Childerico, questo sarebbe
stato l'oggetto della sua preferenza[148]. Clodoveo fu la prole di
questa volontaria unione; e non avea più di quindici anni, quando
successe, per la morte di suo padre, al comando della Tribù Salica. Gli
angusti confini del suo Regno[149] si limitavano all'isola de' Batavi,
con le antiche diocesi di Tournay e d'Arras[150]; ed al tempo del
battesimo di Clodoveo il numero de' suoi guerrieri non sorpassava i
cinquemila. Le ardenti tribù dei Franchi, che si erano stabilite lungo i
Belgici fiumi della Schelda, della Mosa, della Mosella e del Reno, erano
governati da' loro indipendenti Re della stirpe Merovingica, uguali,
alleati e talvolta nemici del Principe Salico. Ma i Germani che
obbedivano, in tempo di pace, all'ereditaria giurisdizione de' loro
Capi, eran liberi di seguitare in guerra la bandiera d'un popolare e
vittorioso Generale; ed il merito superiore di Clodoveo si attirò il
rispetto e l'omaggio della nazionale confederazione. Quando si pose in
campo la prima volta, non aveva nel suo erario nè oro nè argento, nè
vino nè grano ne' suoi magazzini[151]; ma esso imitò l'esempio di
Cesare, che nell'istesso luogo aveva acquistato delle ricchezze con la
spada, e comprato dei soldati co' frutti della conquista. Dopo
ciascheduna vantaggiosa battaglia e spedizione, le spoglie
s'accumulavano in una massa comune; ogni guerriero ne aveva la sua
parte, e la dignità reale si sottometteva agli uguali regolamenti della
legge militare. L'indomito spirito de' Barbari s'indusse a riconoscere i
vantaggi della regolar disciplina[152]. Nell'annua rivista del mese di
Marzo diligentemente s'esaminavano le loro armi; e quando attraversavano
un territorio amico, era loro proibito di toccare un filo d'erba. La
giustizia di Clodoveo era inesorabile, ed i suoi trascurati o
disubbidienti soldati eran puniti immediatamente di morte. Sarebbe
superfluo il lodare il valore d'un Franco: ma quello di Clodoveo era
diretto dalla fredda e consumata prudenza[153]. In tutti i suoi trattati
con gli altri, calcolava il peso dell'interesse, della passione e
dell'opinione, e le sue misure alle volte si adattavano a' sanguinari
costumi de' Germani ed alle volte venivano moderate dal genio più dolce
di Roma e del Cristianesimo. Fu interrotto nel corso della vittoria,
poichè morì nell'età di quarantacinque anni; ma egli aveva già
stabilita, in un Regno di trent'anni, la Monarchia francese nella
Gallia.

[A. 486]

La prima impresa di Clodoveo fu la disfatta di Siagrio, figlio d'Egidio,
ed in quest'occasione si accese forse la contesa pubblica dal privato
risentimento. La gloria del padre insultava sempre la stirpe
Merovingica; e la potenza del figlio potè eccitare la gelosa ambizione
del Re de' Franchi. Siagrio ereditò, come uno Stato patrimoniale, la
città, e la diocesi di Soissons: i desolati residui della seconda
Belgica, Reims e Troia, Beauvais ed Amiens si sarebbero naturalmente
sottomessi al Conte o Patrizio[154]; e dopo lo smembramento dell'Impero
Occidentale, egli avrebbe potuto regnare col titolo, o almeno
coll'autorità di Re de' Romani[155]. Come Romano, era stato educato
negli studi liberali della Rettorica e della Giurisprudenza; ma per
accidente e per politica si trovò impegnato nell'uso famigliare
dell'idioma germanico. Gl'indipendenti Barbari ricorrevano al tribunale
d'uno straniero, che aveva il singolar talento di spiegare, nella nativa
lor lingua, i dettami della ragione e dell'equità. La diligenza e
l'affabilità del loro giudice lo renderono popolare, l'imparziale
saviezza de' suoi decreti ottenne la lor volontaria ubbidienza, ed il
regno di Siagrio su' Franchi e Borgognoni pareva, che facesse risorgere
la primitiva istituzione della società civile[156]. In mezzo a queste
pacifiche occupazioni, Siagrio ricevè ed arditamente accettò l'ostile
disfida di Clodoveo che invitò il suo rivale, secondo lo spirito, e
quasi nel linguaggio cavalleresco, a stabilirne il giorno ed il
campo[157] di battaglia. Al tempo di Cesare, Soissons avrebbe dato un
corpo di cinquantamila cavalli; e tal esercito sarebbe stato
abbondantemente fornito di scudi, di corazze e di macchine militari, da
tre arsenali o manifatture della città[158]. Ma s'era da gran tempo
esaurito il coraggio ed il numero della gallica Gioventù; e le vaganti
truppe di volontari o mercenari, che marciavano sotto le bandiere di
Siagrio, erano incapaci di contendere col nazional valore dei Franchi.
Non sarebbe giusto senza qualche più esatta cognizione della forza e de'
mezzi di Siagrio, il condannarne la rapida fuga, mentre dopo la perdita
di una battaglia fuggì alla distante Corte di Tolosa. La debole minorità
d'Alarico non voleva assistere, o difendere un infelice fuggitivo. I
pusillanimi[159] Goti furono intimoriti dalle minacce di Clodoveo; ed il
Romano _Re_ dopo un breve confino fu abbandonato nelle mani del
carnefice. Le città belgiche s'arresero al Re de' Franchi; ed i suoi
Stati s'ingrandirono verso l'Oriente dall'ampia Diocesi di Tongres[160],
che Clodoveo conquistò nel decimo anno del suo Regno.

[A. 469]

Si è tratto assurdamente il nome di _Alemanni_ dall'immaginario loro
stabilimento sulle rive del lago _Leman_[161]. Quel felice distretto,
dal lago ad Avenche, ed al monte Giura, fu occupato da' Borgognoni[162].
In fatti le parti settentrionali dell'Elvezia erano state soggiogate da'
feroci Alemanni, che distrussero con le proprie lor mani i frutti della
loro conquista. Una Provincia coltivata ed ornata dalle arti di Roma, fu
di nuovo ridotta ad un selvaggio deserto; e possono tuttavia scuoprirsi
alcuni vestigi della magnifica Vindonissa nella fertile e popolata Valle
dell'Aar[163]. Dalla sorgente del Reno fino alla sua unione col Meno e
con la Mosella i formidabili sciami degli Alemanni dominavano ambe le
parti del fiume per diritto d'antico possesso, o di recente vittoria. Si
erano sparsi nella Gallia, sulle moderne Province dell'Alsazia e della
Lorena; e l'ardita loro invasione del regno di Colonia richiamò il
Principe Salico alla difesa dei Ripuarj suoi alleati. Clodoveo incontrò
gl'invasori della Gallia nella pianura di Tolbiac alla distanza di circa
ventiquattro miglia da Colonia; e le due più fiere nazioni della
Germania erano vicendevolmente animate dalla memoria delle azioni
passate, e dal prospetto della futura grandezza. I Franchi, dopo un
ostinato combattimento cederono; e gli Alemanni, alzando grida di
vittoria, impetuosamente incalzarono la lor ritirata. Ma si rimesse la
battaglia per il valore, per la condotta, e forse per la pietà di
Clodoveo; e l'evento di quella sanguinosa giornata decise per sempre
l'alternativa dell'Impero, o della servitù. L'ultimo Re degli Alemanni
restò ucciso nel campo, ed i suoi furono ammazzati ed inseguiti,
finattantochè non gettarono a terra le armi, e si diedero a discrezione
del vincitore. Senza disciplina militare era per loro impossibile di
riunirsi; essi avevano con disprezzo demolito le mura, e le
fortificazioni che avrebbero potuto difenderli nell'avversità; e furono
seguitati nel cuore delle loro foreste da un nemico non meno attivo ed
intrepido di essi. Il gran Teodorico si congratulò della vittoria con
Clodoveo, di cui aveva il Re d'Italia ultimamente sposato la sorella
Albofleda; ma dolcemente s'interpose appresso il cognato in favore de'
supplicanti e de' fuggitivi, che avevano implorato la sua protezione. I
territorj Gallici, ch'erano posseduti dagli Alemanni, divennero preda
del loro vincitore; e quella superba nazione, invincibile o ribelle alle
armi di Roma, riconobbe la sovranità de' Re Merovingici, che
graziosamente permisero loro di usare i propri particolari costumi ed
istituti, sotto il governo di Duchi temporari, ed in progresso
ereditari. Dopo la conquista delle Province occidentali, i soli Franchi
mantennero le loro antiche abitazioni di là dal Reno. Essi appoco appoco
sottomisero e ridussero a civiltà quegli esausti paesi, sino all'Elba ed
alle montagne della Boemia; e fu assicurata la pace d'Europa
dall'ubbidienza della Germania[164].

[A. 496]

Fino all'età di trent'anni, Clodoveo continuò a venerare gli Dei de'
suoi maggiori[165]. La sua incredulità, o piuttosto non curanza del
Cristianesimo poteva incoraggirlo forse a predare con minor rimorso le
chiese d'un paese nemico: ma i suoi sudditi della Gallia godevano
l'esercizio libero del Culto religioso; ed i Vescovi mettevano speranza
maggiore in un idolatra, che negli eretici. Il Principe Merovingico
aveva contratto fortunatamente matrimonio con la bella Clotilde, nipote
del Re di Borgogna, che in mezzo ad una Corte Arriana era stata educata
nella professione della Fede Cattolica. Era interesse non meno che
dovere di lei il compire la conversione[166] d'un marito Pagano, e
Clodoveo, senz'accorgersene, diede orecchio alla voce dell'amore e della
Religione. Egli acconsentì (ed era forse preventivamente stato convenuto
di ciò) al battesimo del suo maggior figlio, e quantunque la repentina
morte del fanciullo eccitasse qualche superstizioso timore, fu persuaso
per la seconda volta a ripetere quel pericoloso esperimento. Nelle
angustie della battaglia di Tolbiac, Clodoveo altamente invocò il Dio di
Clotilde e de' Cristiani; e la vittoria lo dispose ad ascoltare con
rispettosa gratitudine l'eloquente[167] Remigio[168] Vescovo di Reims,
che dimostrò con forza i temporali e spirituali vantaggi della sua
conversione. Il Re si dichiarò persuaso della verità della Fede
Cattolica; e le ragioni politiche, le quali avrebbero potuto farne
sospendere la pubblica professione, furon tolte di mezzo dalle devote o
fedeli acclamazioni de' Franchi, che si dimostrarono ugualmente disposti
a seguire l'eroico lor capitano, sì al campo di battaglia, che al fonte
battesimale. Quest'importante ceremonia fu eseguita nella Cattedrale di
Reims con ogni circostanza e solennità che poteva imprimere un
rispettoso sentimento di religione nelle menti de' suoi rozzi
proseliti[169]. Il nuovo Costantino fu immediatamente battezzato,
insieme con tremila guerrieri, suoi sudditi: e fu imitato l'esempio loro
dal resto de' _Barbari ingentiliti_, i quali in obbedienza al vittorioso
Prelato, adoraron la Croce, ch'essi avevano già bruciato, e bruciarono
gli idoli, che avevano adorato[170]. Lo spirito di Clodoveo era
suscettibile d'un passaggero fervore: ei fu commosso dal patetico
racconto della passione, e della morte di Cristo; ed invece di ponderare
i salutari effetti di quel misterioso sacrifizio, esclamò con indiscreto
furore; «Se io vi fossi stato presente alla testa de' miei valorosi
Franchi, avrei vendicato le sue ingiurie»[171]. Ma il selvaggio
conquistator della Gallia era incapace d'esaminare le prove d'una
religione, che dipendono da una laboriosa investigazione d'istorica
autorità, e di speculativa teologia. Molto più egli era incapace di
sentire la dolce influenza del Vangelo, che persuade e purifica il cuore
d'un vero convertito. L'ambizioso suo regno presenta una perpetua
violazione de' doveri morali e cristiani; le sue mani furon macchiate di
sangue, sì in pace, che in guerra, ed appena ebbe Clodoveo licenziato un
sinodo della Chiesa Gallicana, che tranquillamente assassinò tutti i
Principi della stirpe Merovingica[172]. Pure poteva il Re de' Franchi
adorare sinceramente il Dio dei Cristiani, come un Essere più eccellente
e potente delle nazionali sue divinità; e la segnalata liberazione e
vittoria di Tolbiac incoraggirono Clodoveo a confidar nella futura
protezione del Signor degli eserciti. Martino, il più popolare de'
Santi, aveva ripieno il Mondo occidentale della fama di que' miracoli,
che si facevan continuamente al santo di lui sepolcro di Tours. Il suo
visibile o invisibile aiuto favorì la causa d'un Principe liberale ed
ortodosso; e non bisogna interpretar la profana osservazione di Clodoveo
medesimo, che S. Martino era un dispendioso amico[173], come un sintomo
d'alcun permanente o ragionato scetticismo. Ma la terra non meno che il
cielo si rallegrò della conversione de' Franchi. Nel memorabile giorno,
in cui Clodoveo uscì dal fonte battesimale, egli solo nel Mondo
cristiano meritò il nome e le prerogative di Re Cattolico. L'Imperatore
Anastasio ammetteva de' pericolosi errori intorno alla natura
dell'incarnazione divina; ed i Barbari dell'Italia, dell'Affrica, della
Spagna e della Gallia erano involti nell'eresia Arriana. Il maggiore, o
piuttosto l'unico figlio, della Chiesa fu riconosciuto dal Clero per suo
legittimo sovrano, o glorioso liberatore; e le armi di Clodoveo furono
valorosamente sostenute dal zelo e dal fervore della fazione
cattolica[174].

[A. 497]

Sotto l'Impero Romano la ricchezza e la giurisdizione dei Vescovi, il
sacro carattere e perpetuo ufizio loro, i numerosi dipendenti, la
popolar eloquenza e le assemblee provinciali di essi gli avevano sempre
resi rispettabili, ed alle volte pericolosi. L'autorità loro aumentossi
col progresso della superstizione, e lo stabilimento della Monarchia
francese può in qualche modo attribuirsi alla stabile alleanza d'un
centinaio di Prelati, che dominavano nelle malcontente, o indipendenti
città della Gallia. I deboli fondamenti della Repubblica Armorica si
erano più volte scossi, o abbattuti; ma l'istesso Popolo manteneva
sempre la domestica sua libertà; sosteneva la dignità del nome Romano; e
valorosamente resisteva alle predatorie scorrerie, ed a' regolari
attacchi di Clodoveo, che cercava d'estender le sue conquiste dalla
Senna alla Loira. La felice lor opposizione introdusse un'uguale ed
onorevole società fra loro. I Franchi stimavano il valore degli
Armorici[175], e questi si erano riconciliati per mezzo della religione
co' Franchi. La forza militare destinata a difender la Gallia,
consisteva in cento diverse truppe di cavalleria, o d'infanteria; e
queste nel tempo, che prendevano il titolo ed i privilegi di soldati
Romani, erano rinnuovate da un continuo supplimento di Barbara gioventù.
Si difendevano tuttavia dal disperato lor coraggio le ultime
fortificazioni, e gli sparsi frammenti dell'Impero. Ma n'era impedita la
ritirata, ed impraticabile la comunicazione: essi erano abbandonati da'
Principi Greci di Costantinopoli, e piamente rigettavano qualunque
connessione con gli Arriani usurpatori della Gallia. Accettaron però,
senza vergogna o ripugnanza, la generosa capitolazione, che fu proposta
loro da un eroe cattolico; e questa legittima e spuria progenie di
legioni Romane fu distinta ne' successivi tempi con le proprie armi,
insegne, vesti ed istituti particolari. Ma per mezzo di questi valevoli
e volontari aumenti s'accrebbe la forza nazionale: ed i Regni vicini
temettero il numero ugualmente che il coraggio de' Franchi. La riduzione
delle Province settentrionali della Gallia, invece che si decidesse
dall'evento d'una sola battaglia, sembra, che fosse lentamente
effettuata dalle successive operazioni della guerra, e del trattato; e
Clodoveo acquistò tutto quello che formava l'oggetto della sua
ambizione, per mezzo di tali sforzi, o di tali concessioni, che potevano
combinarsi col suo real valore. Il selvaggio carattere di esso, e le
virtù d'Enrico IV suggeriscono le idee più contrarie fra loro della
natura umana: pure si può trovare qualche somiglianza nella situazione
di due Principi, che conquistaron la Francia per mezzo del loro valore,
della lor politica e del merito d'una opportuna conversione[176].

[A. 499]

Il Regno de' Borgognoni, che aveva per confini i due fiumi Gallici la
Saona ed il Rodano, s'estendeva dalla foresta de' Vosgi fino alle Alpi,
ad al Mare di Marsiglia[177]. Lo scettro di esso era in mano di
Gundobaldo. Questo valoroso ed ambizioso Principe aveva ristretto il
numero de' canditati Reali mediante la morte di due fratelli, uno de'
quali era padre di Clotilde[178], ma la sua imperfetta prudenza permise
a Godegesilo, suo minor fratello, di possedere il dipendente Principato
di Ginevra. L'Arriano Monarca fu giustamente sbigottito dalla
soddisfazione e dalle speranze, che pareva animassero il suo Clero, ed
il suo Popolo, dopo la conversione di Clodoveo; e Gondubaldo convocò a
Lione un'assemblea de' suoi Vescovi per conciliare, se era possibile, i
religiosi e politici dissapori. Si fece invano una conferenza fra le due
fazioni. Gli Arriani rinfacciarono a' Cattolici il culto di tre Dei; i
Cattolici difesero la loro causa per mezzo di teologiche distinzioni; e
si dibatterono con ostinato clamore i soliti argomenti, le obbiezioni e
le repliche, finattantochè il Re manifestò le sue segrete apprensioni
con una improvvisa, ma decisiva questione, che fece a Vescovi Ortodossi:
«Se voi professate veramente la Religion cristiana, perchè non frenate
il Re de' Franchi? Egli mi ha dichiarato la guerra, e forma alleanza co'
miei nemici per distruggermi. Uno spirito sanguinario ed avido non è
l'indizio d una conversione sincera: dimostri la sua fede per mezzo
delle sue opere». Avito Vescovo di Vienna, che parlava in nome de suoi
fratelli, rispose con la voce e col contegno d'un angelo: «Noi non
sappiamo i motivi e le intenzioni del Re de' Franchi: ma la Scrittura
c'insegna che spesso vengon rovesciati que' Regni che abbandonan la
legge Divina; e che sorgeranno da ogni parte de' nemici contro di quelli
che hanno fatto Dio lor nemico. Torna col tuo Popolo alla legge di Dio,
ed esso darà pace e sicurezza a' tuoi Stati». Il Re di Borgogna, che non
era disposto ad accettare la condizione, che i Cattolici risguardavano
come essenziale al trattato, rimesse ad altro tempo, e licenziò
l'adunanza ecclesiastica, dopo d'aver rimproverato a' suoi Vescovi, che
Clodoveo, amico e proselito loro, aveva segretamente tentato la fedeltà
del proprio di lui fratello[179].

[A. 500]

La fedeltà del fratello era stata già sedotta, e l'ubbidienza di
Godegesilo, che si unì alle bandiere reali con le sue truppe di Ginevra,
promosse più efficacemente il successo della cospirazione. Mentre i
Franchi, ed i Borgognoni combattevano con ugual valore, l'opportuna sua
diserzione decise l'evento della battaglia; e siccome Gundobaldo fu
debolmente sostenuto da' mal affezionati Galli, cedè alle armi di
Clodoveo, e si ritirò in fretta dal campo, che sembra essere stato fra
Langres e Digione. Non s'affidò egli alle fortificazioni di Digione, che
aveva una Fortezza quadrangolare circondata da due fiumi, e da una
muraglia alta trenta piedi, e grossa quindici con quattro porte, e
trentatre torri[180]: abbandonò a Clodoveo le importanti città di Lione
e di Vienna; e seguitò a fuggire precipitosamente, finattantochè non
giunsero in Avignone, alla distanza di dugentocinquanta miglia dal campo
di battaglia. Un lungo assedio, ed una artificiosa negoziazione
avvertirono il Re de' Franchi del pericolo, e della difficoltà
dell'impresa. Esso impose dunque un tributo al Principe di Borgogna, lo
costrinse a perdonare ed a premiare il tradimento del suo fratello, e se
ne tornò superbo a' suoi Stati con le spoglie, e gli schiavi delle
Province meridionali. Questo splendido trionfo ben tosto venne oscurato
dalla notizia, che Gundobaldo aveva violato le recenti sue obbligazioni,
e che l'infelice Godegesilo, ch'era restato a Vienna con una guarnigione
di cinquemila Franchi[181], era stato assediato, sorpreso ed ucciso
dall'inumano di lui fratello. Tale oltraggio avrebbe irritato la
pazienza del più pacifico Sovrano; ma il conquistator della Gallia
dissimulò l'ingiuria, rilasciò il tributo, ed accettò l'alleanza ed il
servizio militare del Re di Borgogna. Clodoveo non aveva più que'
vantaggi, che gli avevano assicurato il buon successo della precedente
guerra, ed il suo rivale, ammaestrato dall'avversità, aveva trovato
nuovi mezzi di risorgere nell'affezione del suo Popolo. I Galli Romani
applaudirono alle imparziali e miti leggi di Gundobaldo, che gli aveva
innalzati quasi all'istesso livello co' loro vincitori. I Vescovi si
riconciliarono, lusingandosi non la speranza, ch'egli artificiosamente
dava loro, della sua prossima conversione; e quantunque n'eludesse
l'effetto fino all'ultimo momento della sua vita, la moderazione di esso
assicurò la pace, e sospese la rovina del regno di Borgogna[182].

[A. 532]

Io sono impaziente di proseguire a narrar l'ultima rovina di quel Regno,
che si compì sotto il Re Sigismondo figlio di Gundobaldo. Il cattolico
Sigismondo acquistò gli onori di santo e di martire[183]; ma il santo
Reale macchiò le proprie mani nel sangue dell'innocente suo figlio,
ch'esso crudelmente sacrificò all'orgoglio ed allo sdegno d'una
matrigna. Ei tosto scuoprì l'errore, e ne pianse l'irreparabile perdita.
Mentre Sigismondo abbracciava il corpo dell'infelice giovane, ricevè
questa severa ammonizione da uno de' suoi famigliari: «Non è la sua
sorte, o Re, ma la tua, che merita pietà e lamento». I rimorsi d'una rea
coscienza, per altro, furono mitigati da' liberali suoi doni al
monastero d'Agauno o San Morizio nel Valese, ch'egli stesso aveva
fondato in onore degl'immaginari martiri della legione Tebea[184]. Fu
istituito dal pio Re un pieno coro di perpetua salmodia; egli
assiduamente praticava l'austera devozione de' Monaci, e pregava
umilmente il cielo, che gli desse in questo Mondo il castigo delle sue
colpe. Fu esaudita la sua preghiera: vennero tosto i vendicatori; e le
Province della Borgogna furono innondate da un'esercito di vittoriosi
Franchi. Dopo l'evento d'una infelice battaglia, Sigismondo, che
desiderava di prolungar la sua vita per prolungar la sua penitenza, si
nascose nel deserto sotto l'abito di religioso, finattantochè fu
scoperto e tradito da' suoi sudditi, che riunivano il favore de' loro
Signori. Il prigioniero Monarca insieme con la sua moglie e due
fanciulli, fu trasportato ad Orleans e sepolto vivo in un profondo pozzo
per inumano comando de' figli di Clodoveo, la crudeltà de' quali può
trarre qualche scusa dalle massime e dagli esempi del barbaro loro
secolo. L'ambizione loro che gli stimolava a compir la conquista della
Borgogna, era infiammata o coperta dalla filial pietà: e Clotilde, la
cui santità non consisteva nel perdonar le ingiurie, gli spinse a
vendicar la morte del proprio padre contro la famiglia del suo
assassino. I Borgognoni ribelli, giacchè tentarono di romper le loro
catene, ebbero tuttavia la permissione di servirsi delle lor leggi
nazionali sotto l'obbligo d'un tributo e del militar servizio; ed i
Principi Merovingici dominarono pacificamente sopra un regno, la gloria
e grandezza del quale era stata prima rovesciata dalle armi di
Clodoveo[185].

[A. 507]

La prima vittoria di Clodoveo aveva insultato l'onore de' Goti. Essi
videro i rapidi suoi progressi con gelosia e con terrore; e la giovanil
fama d'Alarico era oppressa dal genio più potente del suo rivale.
Nacquero inevitabilmente delle dispute intorno a' confini de' contigui
loro Stati; e dopo gl'indugi d'una infruttuosa negoziazione, si propose
ed accettò un personal congresso de' due Re. Quest'abboccamento di
Clodoveo e d'Alarico si fece in una piccola isola della Loira, vicina ad
Amboise. Si abbracciarono essi, conversarono famigliarmente, mangiarono
insieme, e si separarono con le più calde proteste di pace e d'amore
fraterno. Ma l'apparente loro amicizia nascondeva un oscuro sospetto di
perfidi ed ostili disegni; e le lor mutue querele sollecitarono, elusero
ed impedirono una finale composizione. Clodoveo in un'assemblea di
Principi e di guerrieri, tenuta a Parigi, ch'ei risguardava già come la
sua sede, dichiarò il pretesto ed il motivo di una guerra Gotica. «Mi
dispiace, disse, di vedere che gli Arriani tuttavia posseggano la più
bella parte della Gallia. Marciamo contro di loro, coll'aiuto di Dio; e
vinti gli eretici, possederemo, e ci divideremo le fertili loro
Province[186].» I Franchi, eccitati dall'ereditario valore, e dal
recente zelo, applaudirono al generoso disegno del loro Monarca;
espressero la lor risoluzione di conquistare, o di morire, poichè la
morte e la conquista sarebbero state ugualmente vantaggiose; e
solennemente protestarono, che non si sarebber rasi la barba,
finattantochè la vittoria non gli avesse assoluti da quell'inconveniente
voto. L'impresa fu promossa dalle pubbliche, o private esortazioni di
Clotilde. Rammentò essa al marito, con quanta efficacia le pie
fondazioni avrebber reso propizia la divinità, ed i servitori di essa:
ed il Cristiano eroe, scagliando la sua scure militare con abile e
robusto braccio. «Là, disse, nel luogo, dove caderà la mia
_Francesca_[187], edificherò una Chiesa in onore de' santi Apostoli».
Questa ostentata pietà confermò e giustificò l'attaccamento de'
Cattolici, co' quali aveva esso una segreta corrispondenza; e le devote
lor brame appoco appoco divennero una formidabil cospirazione. Il Popolo
d'Aquitania era eccitato dagl'indiscreti rimproveri de' tiranni Gotici,
che giustamente l'accusavano di preferire il dominio de' Franchi; e
Quinziano, Vescovo di Rodes[188], zelante loro aderente, predicava con
più forza nel suo esilio, che nella sua Diocesi. Alarico, ad oggetto di
resistere a questi nemici stranieri e domestici, ch'erano fortificati
dall'alleanza dei Borgognoni, raccolse le sue truppe molto più numerose
delle forze militari di Clodoveo. I Visigoti ripresero l'esercizio delle
armi, ch'essi avevano trascurato in una lunga lussuriosa pace[189]; uno
scelto corpo di valenti e robusti schiavi seguitarono i loro padroni nel
campo[190]; e le città della Gallia furon costrette a somministrare il
loro dubbioso e ripugnante aiuto. Teodorico, Re degli Ostrogoti, che
regnava in Italia, aveva cercato di mantener la tranquillità della
Gallia; ed assunse o affettò per tal motivo l'imparzial carattere di
mediatore. Ma l'accorto Monarca temeva il nascente Impero di Clodoveo, e
stabilmente impegnossi a sostenere la nazionale e religiosa causa de'
Goti.

[A. 507]

Gli accidentali, o artificiali prodigi, che adornarono la spedizione di
Clodoveo, furono accettati da un secolo superstizioso come una manifesta
dichiarazione del favor divino. Ei partì da Parigi; e siccome passò con
decente reverenza per tutta la sacra Diocesi di Tours, la sua ansietà lo
tentò di consultare l'urna di S. Martino, ch'era il santuario e
l'oracolo della Gallia. Fu ordinato a' suoi messaggi di notare le parole
del salmo, che si fosser cantate in quel preciso momento, nel quale essi
entravano in Chiesa. Quelle parole fortunatamente espressero il valore e
la vittoria de' campioni del Cielo, e facilmente se ne fece
l'applicazione al nuovo Giosuè, al nuovo Gedeone, che usciva a
combattere contro i nemici del Signore[191]. Orleans assicurò a' Franchi
un ponte sulla Loira; ma alla distanza di quaranta miglia da Poitiers,
fu arrestato il progresso loro da uno straordinario gonfiamento del
fiume Vigenna, o Vienna, mentre le opposte rive eran coperte
dall'accampamento de' Visigoti. La dilazione dev'esser sempre pericolosa
per i Barbari, che consumano il paese, per il quale marciano; e
quand'anche avesse Clodoveo avuto comodo e materiali, sarebbe stato
impossibile di costruire un ponte, o forzare il passaggio in faccia ad
un superiore nemico. Ma gli affezionati contadini, ch'erano impazienti
d'accogliere il loro liberatore, poteron facilmente mostrargli un passo
incognito, o non guardato; s'innalzò il merito della scoperta dall'utile
interposizione della frode, o della finzione; ed un bianco cervo di
singolar grandezza e beltà, comparve a guidare e ad animare la marcia
dell'armata cattolica. I consigli de' Visigoti furono irrisoluti e
distratti. Una folla d'impazienti guerrieri, che presumevano assai della
loro forza, e sdegnavano di fuggire avanti a' ladri della Germania,
eccitò Alarico a sostenere colle armi il nome ed il sangue del
conquistatore di Roma. Il consiglio dei Capitani più gravi lo stimolava
ad eludere il primo ardore de' Franchi; e ad aspettare, nelle Province
meridionali della Gallia, i veterani e vittoriosi Ostrogoti, che il Re
d'Italia gli aveva già mandato in soccorso. Si consumarono in oziose
deliberazioni i decisivi momenti; i Goti abbandonarono, forse con troppa
fretta, un posto vantaggioso, e perderono l'opportunità d'una sicura
ritirata per causa de' tardi e disordinati lor movimenti. Dopo che
Clodoveo ebbe passato il guado, che tuttavia si chiama del _cervo_, si
avanzò con arditi e veloci passi ad impedire la fuga del nemico. La
notturna sua marcia fu diretta da una lucida meteora, sospesa nell'aria
sopra la Cattedrale di Poitiers; e tal segnale, che poteva essersi
precedentemente concertato col successore ortodosso di S. Ilario, fu
paragonato alla colonna di fuoco, che guidò gl'Israeliti nel deserto.
Alla terza ora del giorno, circa dieci miglia di là da Poitiers,
Clodoveo sopraggiunse, ed immediatamente attaccò l'armata Gotica, la cui
disfatta era già preparata dal terrore e dalla confusione. Pure
nell'estremo loro pericolo si riunirono insieme: ed i bellicosi giovani,
che avevano altamente richiesto di combattere, non vollero sopravvivere
all'ignominia della fuga. I due Re s'incontrarono nella pugna: Alarico
cadde per mano del suo rivale; ed il vittorioso Franco fu salvato per la
buona tempra della sua corazza, e per il vigore del suo cavallo, dalle
lance di due disperati Goti, che furiosamente corsero contro di lui per
vendicare la morte del lor Sovrano. L'incerta espressione d'una montagna
di uccisi serve per indicare una crudele quantunque indefinita strage;
ma Gregorio ha diligentemente osservato, che Apollinare, figlio di
Sidonio, suo valoroso nazionale, perdè la vita alla testa de' nobili
dell'Alvergna. Forse questi sospetti Cattolici erano stati
maliziosamente esposti al cieco assalto del nemico; e forse l'influenza
della religione cedè all'attaccamento personale, od all'onor
militare[192].

[A. 507]

Tal è l'Impero della fortuna (se pure tuttavia possiam cuoprire la
nostra ignoranza con questo volgar vocabolo), che è quasi ugualmente
difficile il prevedere gli eventi della guerra, che lo spiegarne le
varie conseguenze. Una sanguinosa e compita vittoria non ha portato alle
volte, che il puro possesso del campo; ed alle volte la perdita di
diecimila uomini è stata capace, in un giorno, a distruggere l'opera di
più secoli. La decisiva battaglia di Poitiers fu seguita dalla conquista
dell'Aquitania. Alarico aveva lasciato dopo di se un figlio fanciullo,
un bastardo suo competitore, da' Nobili faziosi, ed un Popolo disleale;
e le restanti truppe de' Goti eran oppresse dalla generale
costernazione, o rivolte le une contro le altre nelle civili discordie.
Il vittorioso Re de' Franchi procedè senza dilazione all'assedio
d'Angolemme. Al suono delle sue trombe, le mura della città imitaron
l'esempio di quelle di Gerico, e ad un tratto caddero a terra: splendido
miracolo, che può ridursi alla supposizione, che qualche clerical
macchinista avesse segretamente scavato i fondamenti delle
fortificazioni[193]. A Bordò, che si era sottomessa senza resistenza,
Clodoveo stabilì i suoi quartieri d'inverno, e la prudente sua economia
trasferì da Tolosa il tesoro reale, ch'era depositato nella Capitale
della Monarchia. Il Conquistatore penetrò sino a' confini della
Spagna[194]; risarcì l'onore della Chiesa Cattolica; piantò in Aquitania
una colonia di Franchi[195]; e commesse a' suoi Luogotenenti la facile
impresa di soggiogare, o d'estirpare la Nazione de' Visigoti. Ma questi
erano protetti dal saggio e potente Monarca d'Italia. Finattantochè la
bilancia durò ad essere uguale, Teodorico aveva forse a bella posta
differito la marcia degli Ostrogoti; ma i loro valorosi sforzi
resisterono in seguito con successo all'ambizione di Clodoveo; e
l'esercito de' Franchi, e de' Borgognoni loro alleati, fu costretto a
levare l'assedio d'Arles con la perdita, per quanto fu detto, di
trentamila uomini. Queste vicende fecero inclinare il fiero spirito di
Clodoveo ad acconsentire ad un vantaggioso trattato di pace. Fu
rilasciato ai Visigoti il possesso della Settimania, piccolo tratto di
costa marittima dal Rodano ai Pirenei; ma l'ampia Provincia
dell'Aquitania, da quelle montagne fino alla Loira, fu indissolubilmente
unita al regno di Francia[196].

[A. 510]

Dopo il successo della Guerra Gotica, Clodoveo accettò gli onori del
Consolato Romano. L'Imperatore Anastasio ambì di dare al più potente
rivale di Teodorico il titolo e le insegne di quell'eminente dignità;
pure il nome di Clodoveo per qualche ignota causa non è stato inserito
ne' _Fasti_ nè dell'Oriente, nè dell'Occidente[197]. Nel giorno solenne,
il Monarca della Gallia, col diadema sul capo, fu investito nella Chiesa
di S. Martino, della tunica, e del manto di porpora. Di là si trasferì a
cavallo alla Cattedrale di Tours; e passando per le strade spargeva
profusamente con le proprie mani un donativo d'oro e d'argento alla
lieta moltitudine, che non cessava di ripeter le sue acclamazioni di
Console, e d'_Augusto_. L'autorità, che di fatto, o di diritto avea
Clodoveo, non poteva ricevere alcun nuovo aumento dalla dignità
consolare. Essa era un nome, un'ombra, una vana pompa; e se il
conquistatore avesse voluto pretendere le antiche prerogative di quel
sublime uffizio, sarebbero queste spirate dentro lo spazio dell'annua
durata di esso. Ma i Romani eran disposti a venerare nella persona del
loro Signore quell'antico titolo, che gl'Imperatori stessi
condiscendevano a prendere: il Barbaro medesimo pareva, che contraesse
una sacra obbligazione di rispettare la maestà della Repubblica; ed i
successori di Teodosio, col cercarne l'amicizia, tacitamente
dimenticavano, e quasi ratificavano l'usurpazione della Gallia.

[A. 536]

Venticinque anni dopo la morte di Clodoveo venne dichiarata finalmente
quest'importante concessione in un trattato fra' suoi figli, e
l'Imperador Giustiniano. Gli Ostrogoti d'Italia, incapaci a difendere i
loro distanti acquisti, avevan ceduto a' Franchi la città d'Arles,
tuttavia decorata della sede d'un Prefetto del Pretorio, e di Marsilia,
arricchita da' vantaggi del commercio, e della navigazione[198]. Fu
confermata questa cessione dall'autorità Imperiale; e Giustiniano,
generosamente cedendo a' Franchi la sovranità de' paesi di là dalle
Alpi, che già possedevano, assolvè i Provinciali dall'obbligo di
fedeltà; e stabilì sopra un più legittimo, sebbene non più solido,
fondamento il trono de Merovingi[199]. Da quel tempo in poi essi
goderono il diritto di celebrare in Arles i giuochi Circensi: e per un
singolar privilegio, ch'era negato fino al Monarca Persiano, la Moneta
d'oro, coniata col nome, e l'immagine loro, ebbe un libero corso
nell'Impero[200]. Un Istorico Greco di quel tempo ha lodato le private e
pubbliche virtù de' Franchi con un parziale entusiasmo, che non si può
sufficientemente giustificare coi loro annali domestici[201]. Ei celebra
la gentilezza ed urbanità, il regolare governo, e l'ortodossa religione
di essi; ed arditamente asserisce, che questi Barbari non si potevan
distinguere da' sudditi di Roma, che per l'abito ed il linguaggio loro.
Forse i Franchi spiegavano già quella socievol disposizione, e vivace
grazia, che in ogni tempo ha mascherato i loro vizi, ed alle volte
nascosto l'intrinseco loro merito. Forse Agatia ed i Greci, furono
abbagliati dal rapido progresso delle loro armi, e dallo splendore del
loro impero. Dopo la conquista della Borgogna, la Gallia, in tutta la
sua estensione, a riserva della Gotica Provincia di Settimania, era
soggetta a' figli di Clodoveo. Esse avevano estinto il regno Germanico
della Turingia, ed il vago loro dominio penetrava di là dal Reno nel
cuore delle native loro foreste. Gli Alemanni ed i Bavari, che avevan
occupato le Romane Province della Rezia e del Norico, al mezzo giorno
del Danubio, si riconoscevano umili vassalli de' Franchi; ed il debole
ritegno delle Alpi, era incapace di resistere alla loro ambizione.
Quando l'ultimo de' figli di Clodoveo, che sopravvisse agli altri, nella
sua persona riunì l'eredità e le conquiste de' Merovingi, s'estendeva il
suo regno molto al di là de' confini della moderna Francia. Pure questa,
tal è stato il progresso delle arti e della politica, di gran lunga
sorpassa in ricchezza, popolazione e potenza gli spaziosi, ma selvaggi
reami di Clotario, o di Dagoberto[202].

I Franchi o Francesi son l'unico Popolo d'Europa, che possa dimostrare
una continua successione dai conquistatori dell'Impero occidentale. Ma
la loro conquista della Gallia fu seguita da dieci secoli d'anarchia e
d'ignoranza. Quando risorsero le lettere, gli studiosi, che si eran
formati nelle scuole di Atene e di Roma, sdegnarono i Barbari loro
maggiori; e passò un lungo tratto di tempo avanti che la paziente fatica
potesse preparare i materiali necessari, per soddisfare, o piuttosto
eccitare, la curiosità de' tempi più illuminati[203]. Finalmente
l'occhio della critica e della Filosofia si rivolse alle antichità di
Francia; ma anche i Filosofi sono attaccati dal contagio del
pregiudizio, e della passione. I sistemi più disperati, ed esclusivi
della personal servitù de' Galli, o della volontaria loro ed uguale
alleanza co' Franchi, si sono audacemente immaginati, ed ostinatamente
difesi: e gl'intemperanti disputatori si sono vicendevolmente accusati
di cospirare contro le prerogative della corona, contra la dignità de'
Nobili, o la libertà del Popolo. Pure l'aspro conflitto ha esercitato
ultimamente le armi nemiche dell'erudizione e dell'ingegno, ed ogni
antagonista, ora vincitore ora vinto, ha estirpato qualche antico
errore, e stabilito qualche verità interessante. Un imparziale
straniero, istruito dalle scoperte, dalle dispute, ed anche dagli errori
loro, può descrivere, con gli stessi autentici materiali, lo stato de'
provinciali Romani, dopo che la Gallia fu sottomessa alle armi, ed alle
Leggi de' Re Merovingici[204].

La più rozza e servil condizione della società umana è sempre diretta da
regole fisse e generali. Quando Tacito osservò la primitiva semplicità
de' Germani, scuoprì alcune massime costanti, o costumanze di vita
pubblica e privata, che si conservarono da una fedel tradizione fino
all'introduzione dell'arte di scrivere, e della lingua Latina[205].
Prima dell'elezione dei Re Merovingici, la più potente tribù, o nazione
de' Franchi deputò quattro venerabili Capitani a comporre le leggi
_Saliche_[206]; ed il loro lavoro fu esaminato, ed approvato in tre
successive adunanze dal Popolo. Clodoveo dopo il suo Battesimo, ne
riformò vari articoli, che sembravano incompatibili col Cristianesimo:
il Gius Salico fu di nuovo emendato da' suoi figli; e finalmente sotto
il Regno di Dagoberto fu rivisto e promulgato il Codice medesimo
nell'attuale sua forma, cento anni dopo lo stabilimento della Monarchia
Francese. Dentro l'istesso periodo di tempo, furon trascritti e
pubblicati gli usi de' _Ripuari_; e Carlo Magno medesimo, legislatore
del suo secolo, e del suo paese, aveva diligentemente studiate i due
corpi di leggi nazionali, che tuttavia si osservavan da' Franchi[207].
La stessa cura si estese anche a' loro vassalli, e furon diligentemente
compilati e ratificati dalla suprema autorità de' Re Merovingici i rozzi
istituti degli Alemanni e de' Bavari. I Visigoti ed i Borgognoni, le
conquiste de' quali nella Gallia precederono quelle de' Franchi,
dimostrarono meno impazienza a procurarsi uno de' principali vantaggi
della società incivilita. Enrico fu il primo de' Principi Goti, che pose
in iscritto le usanze ed i costumi del suo Popolo; e la composizione
delle Leggi Borgognone fu un effetto di politica, piuttosto che di
giustizia, per sollevare il giogo e riguadagnar l'affezione de' Gallici
loro sudditi[208]. Così, per una singolare combinazione, i Germani
formarono le semplici loro istituzioni in un tempo, in cui si condusse
all'ultima sua perfezione l'elaborato sistema della Giurisprudenza
Romana. Possiamo confrontare nelle Leggi Saliche, e nelle Pandette di
Giustiniano, i primi rudimenti e la piena maturità del sapore civile; e
per quanto possiamo esser prevenuti in favore de' Barbari, le nostre più
tranquille riflessioni attribuiranno a' Romani i superiori vantaggi, non
solo della scienza e della ragione, ma anche dell'umanità e della
giustizia. Pure le leggi de' Barbari erano adattate a' bisogni e
desiderj, alle occupazioni ed alla capacità loro; e tutte contribuivano
a conservar la pace, ed a promuovere i vantaggi della società, per uso
della quale in principio erano state fatte. I Merovingi, in cambio
d'imporre una regola uniforme di condotta a' diversi lor sudditi,
permisero ad ogni Popolo, e ad ogni famiglia del loro Impero di usare
liberamente le domestiche loro costituzioni[209]; nè i Romani furono
esclusi da' comuni vantaggi di questa civil tolleranza[210]. I figli
abbracciavan la legge de' loro padri, la moglie quella del marito, il
liberto quella del padrone; ed in tutte le cause, nelle quali fossero di
varia nazione le parti, l'attore o l'accusatore era tenuto a seguitare
il foro del reo, che può sempre avere una giudicial presunzione di
diritto o d'innocenza. Si concedeva una maggior libertà, se uno alla
presenza del Giudice, dichiarava la legge, secondo la quale voleva
vivere, e la nazional società, a cui desiderava d'appartenere. Tale
indulgenza doveva abolire le parziali distinzioni della vittoria; ed i
provinciali Romani potevano pazientemente soffrire gl'incomodi della lor
condizione, giacché da loro stessi dipendeva di godere il privilegio di
liberi e bellicosi Barbari[211], se ne volevano assumere il carattere.

Quando la giustizia esige inesorabilmente la morte dell'omicida, ogni
privato cittadino viene confortato dalla sicurezza, che le Leggi, i
Magistrati, e tutta la società vegliano alla personal sua salute. Ma
nella disfrenata società de' Germani la vendetta fu sempre onorevole, e
spesso meritoria: l'indipendente guerriero puniva, o vendicava con le
proprie mani le ingiurie, ch'egli aveva fatte, o ricevute: e non dovea
temere, che il risentimento de' figli, e de' congiunti del nemico,
ch'egli aveva sacrificato alle proprie passioni. Il Magistrato,
consapevole della sua debolezza, s'interponeva non per punire, ma per
riconciliare; ed era ben soddisfatto se poteva persuadere, o
costringere, le parti contendenti a pagare, o ad accettare la moderata
tassa, ch'era stata fissata come prezzo del sangue[212]. Il feroce
spirito de' Franchi si sarebbe opposto ad una più rigorosa sentenza; la
stessa fierezza deprezzava quest'inefficaci ritegni; e quando i semplici
loro costumi furon corrotti dalla ricchezza della Gallia, era
continuamente violata la pubblica pace da atti di repentini, o
deliberati delitti. In ogni giusto Governo, s'infligge o almeno s'impone
la medesima pena per l'uccisione d'un Villano o d'un Principe. Ma la
nazional disuguaglianza, stabilita da' Franchi ne' loro processi
criminali, fu l'ultimo insulto, ed abuso della conquista[213]. Ne'
tranquilli momenti della Legislazione, solennemente pronunziarono, che
la vita d'un Romano fosse di minor valore di quella d'un Barbaro.
L'_Antrustione_[214], vocabolo ch'esprimeva la più illustre nascita o
dignità fra i Franchi, era valutato la somma di seicento monete d'oro,
mentre il nobile Provinciale, ch'era ammesso alla tavola del Re, poteva
esser ucciso legalmente con la spesa di trecento monete. Dugento si
stimarono sufficienti per un Franco di condizione ordinaria; ma i Romani
più bassi erano esposti al disonore, ed al pericolo, mediante una tenue
compensazione di cento, o anche di cinquanta monete d'oro. Se queste
leggi si fossero regolate con qualche principio d'equità o di ragione,
la pubblica difesa avrebbe dovuto supplire in giusta proporzione alla
mancanza di forza personale. Ma il Legislatore avea pesato nella
bilancia, non della giustizia, ma della politica, la perdita d'un
soldato e quella d'uno schiavo: la testa d'un insolente rapace Barbaro
era guardata da una grave tassa; e si dava il più tenue aiuto a' sudditi
più deboli. Il tempo appoco appoco abbattè l'orgoglio de' conquistatori,
e la pazienza de' vinti; ed il più audace cittadino apprese per
esperienza, ch'ei poteva soffrire più ingiurie di quelle, che potesse
farne. A misura che i costumi dei Franchi divenner meno feroci, le lor
leggi si renderono meno severe; ed i Re Merovingici tentarono di imitare
l'imparzial rigore de' Visigoti, e de' Borgognoni[215]. Sotto l'impero
di Carlo Magno, l'omicidio era generalmente punito con la morte; e l'uso
delle pene capitali si è abbondantemente moltiplicato nella
Giurisprudenza della moderna Europa[216].

Le professioni civili e militari, ch'erano state separate da Costantino,
furono di nuovo unite insieme da' Barbari. Il duro suono de' nomi
Teutonici fu addolcito riducendoli a' titoli latini di Duca, di Conte, o
di Prefetto, ed il medesimo Ufiziale prese nel suo distretto il comando
delle truppe, e l'amministrazione della giustizia[217]. Ma il fiero ed
inculto Capitano rade volte era capace di soddisfare a' doveri di
Giudice, che richiedono tutte le facoltà d'una mente filosofica,
laboriosamente coltivata dall'esperienza e dallo studio; e la sua rozza
ignoranza fu costretta ad abbracciare alcuni semplici, e visibili metodi
di assicurar la causa della giustizia. In ogni religione si è invocata
la Divinità per confermare la verità, o per punire la falsità della
testimonianza umana; ma questo potente istrumento fu male applicato
dalla semplicità de' Germani Legislatori, o se ne abusarono. La parte
accusata poteva giustificare la sua innocenza, producendo al Tribunale
un numero di amichevoli testimoni, che solennemente dichiaravano la loro
credenza o sicurezza, ch'esso non fosse colpevole. Secondo il peso
dell'accusa moltiplicavasi questo numero legale di _Compurgatori_; per
assolvere un incendiario, o un assassino, si richiedevano settantadue
persone; e quando era sospetta la castità d'una Regina di Francia,
trecento valorosi Nobili giuravano senza esitare, che il nato Principe
era stato realmente generato dal defunto di lei marito[218]. Il delitto,
e lo scandalo di manifesti e frequenti spergiuri indussero i Magistrati
a rimovere tali pericolose tentazioni; ed a supplire a' difetti della
testimonianza umana per mezzo de' famosi sperimenti del fuoco e
dell'acqua. Tali straordinarie prove furono sì capricciosamente
immaginate, che in alcuni casi il delitto, ed in altri l'innocenza, non
potea provarsi senza l'interposizione d'un miracolo. Facilmente, si
procuravan questi miracoli dalla frode, e dalla credulità; le cause più
intricate si decidevano con questo _facile ed infallibile_ metodo; ed i
turbolenti Barbari, che avrebbero sdegnato la sentenza del Magistrato,
umilmente si sottomettevano al giudizio di Dio[219].

Ma le prove per via di duello, appoco appoco, ebbero il maggior credito
ed autorità presso un Popolo guerriero, che non potea credere che un
uomo valoroso meritasse di soffrire, o un vigliacco di vivere[220]. Sì
ne' processi civili, che ne' criminali, l'attore o l'accusatore, il reo,
o anche il testimone, erano esposti alla mortal disfida per parte
dell'avversario, che mancava di prove legali; e dovevano, o abbandonar
la causa, o pubblicamente sostenere il proprio onore nel campo di
battaglia. Combattevano essi, o a piedi o a cavallo, secondo l'uso della
loro nazione[221]; e la decisione della spada, o della lancia veniva
ratificata dalla sanzione del Cielo, del Giudice, e del Popolo. Questa
legge sanguinaria fu introdotta nella Gallia dai Borgognoni; e
Gundobaldo[222] loro Legislatore condiscese a rispondere in tal modo
alle querele ed obbiezioni d'Avito, suo suddito. «Non è egli vero, disse
il Re di Borgogna al Vescovo, che l'evento delle guerre delle Nazioni o
de' combattimenti privati è diretto dal giudizio di Dio; e che la sua
Provvidenza aggiudica la vittoria a chi ha la causa più giusta?» Per
mezzo di tali argomenti, che in quel tempo prevalsero, l'assurda e
crudel pratica de' duelli giudiciali, ch'era stata propria di alcune
Tribù di Germania, fu propagata e stabilita in tutte le monarchie
dell'Europa, dalla Sicilia fino al Baltico. Al termine di dieci secoli,
il regno della violenza legale non era totalmente estinto, e sembra, che
le censure inefficaci de' Santi, de' Papi, e de' Sinodi provino solo,
che la forza della superstizione s'indebolisce quando, contro la sua
natura, fa lega colla ragione, e coll'umanità. I tribunali eran
macchiati col sangue forse di innocenti e rispettabili cittadini; la
legge, che ora favorisce il ricco, allora cedeva al forte; ed il
vecchio, il debole, l'infermo eran condannati o a rinunziare a' loro più
be' diritti e possessi, o a sostenere i pericoli d'un disuguale
combattimento[223], o ad affidarsi al dubbioso aiuto d'un campion
mercenario. Questa oppressiva Giurisprudenza regolava i Provinciali
della Gallia, che si querelavano di qualche ingiuria fatta loro nelle
persone, o ne' beni. Per quanto fosse grande la forza o il coraggio
degli individui, i vittoriosi Barbari erano al di sopra nell'amore, e
nell'esercizio delle armi; ed il vinto Romano era ingiustamente citato a
ripetere nella propria persona la sanguinosa contesa, che già era stata
decisa contra la sua patria[224].

Un esercito divoratore di centoventimila Germani anticamente aveva
passato il Reno sotto il comando d'Ariovisto. Fu appropriata loro la
terza parte delle fertili terre de' Sequani; ed il Conquistatore ben
tosto ripetè le sue oppressive domande d'un'altra terza parte per uso
d'una nuova colonia di ventimila Barbari, ch'egli aveva invitato a
partecipare della ricca messe della Gallia[225]. Alla distanza di
cinquecento anni, i Visigoti, ed i Borgognoni, che vendicarono la
disfatta d'Ariovisto, usurparono la stessa disugual proporzione _de' due
terzi_ delle terre soggette. Ma questa distribuzione, invece
d'estendersi a tutta la Provincia, può ragionevolmente limitarsi a'
particolari distretti, ne' quali si era stabilito il Popolo vittorioso
per propria elezione, o per la politica del suo Capitano. In questi
distretti ogni Barbaro era legato con qualche provinciale Romano da'
vincoli dell'ospitalità. Il proprietario era costretto di cedere a
quest'ospite non gradito due terzi del suo patrimonio. Ma il Germano
pastore, o cacciatore, si sarà talvolta contentato d'uno spazioso tratto
di selva, o di pastura, rilasciando la più piccola, quantunque più
valutabile parte, al travaglio dell'industrioso Agricoltore[226]. La
mancanza di antiche ed autentiche testimonianze ha favorito l'opinione,
che la rapina de' _Franchi_ non fosse moderata, o coperta dalle
formalità d'una legal divisione; che questi si fosser dispersi nelle
Province della Gallia senza ordine o ritegno veruno; e che ogni
vittorioso ladro, secondo i suoi bisogni, la sua avarizia, e la sua
forza, misurasse con la spada l'estensione del nuovo suo patrimonio. I
Barbari, che si trovavano in distanza dal lor Sovrano, saranno forse
stati tentati ad esercitare tali arbitrarie depredazioni; ma la stabile
ed artificiosa politica di Clodoveo doveva frenare uno spirito
licenzioso, che avrebbe aggravato la miseria del vinto, nel tempo che
corrompeva l'unione, e la disciplina de' conquistatori. Il memorabile
vaso di Soissons è un monumento, ed una prova della regolar
distribuzione delle spoglie Galliche. Era dovere, ed interesse di
Clodoveo il provvedere di premj una armata vittoriosa, e di stabilimenti
un numeroso Popolo, senza però cagionare de' dispiaceri, e delle
ingiurie superflue a' suoi leali Cattolici della Gallia. L'ampio fondo,
ch'ei poteva legittimamente acquistare dall'Imperial patrimonio, i
terreni vacanti, e le Gotiche usurpazioni, dovevan diminuire la crudele
necessità dell'invasione e della confisca; e gli umili Provinciali
dovevano più pazientemente piegarsi all'uguale e regolar distribuzione
della loro perdita[227].

La ricchezza de' Principi Merovingi consisteva nell'esteso lor
patrimonio. Dopo la conquista della Gallia, tuttavia si dilettavano
della rustica semplicità dei loro maggiori: le città furono abbandonate
alla solitudine, ed alla decadenza; e le monete, le carte, ed i sinodi
loro, portano sempre i nomi delle ville o dei palazzi rurali, ne' quali
successivamente risederono. Erano sparsi per le Province del loro regno
centosessanta di questi palazzi, titolo che non dev'eccitare alcuna
inopportuna idea d'arte, o di lusso, e se alcuni di essi potevano
pretender l'onore di Fortezze, la massima parte non debbono stimarsi,
che utili fattorie. L'abitazione de' chiomati Re era circondata da
comode corti, e da stalle pel bestiame, e pei polli; il giardino
conteneva degli utili vegetabili; si esercitavano da mani servili per
vantaggio del Sovrano le varie specie di commercio, i lavori
dell'agricoltura, ed anche le arti della caccia, e della pesca: i suoi
magazzini erano pieni di grano, e di vino o per vendersi o per il
consumo, e tutta l'amministrazione si regolava con le più strette
massime della privata economia[228]. Quest'ampio patrimonio fu destinato
a sostenere l'estesa ospitalità di Clodoveo, e de' suoi successori; ed a
premiare la fedeltà de' bravi loro compagni, che tanto in pace, che in
guerra erano addetti al loro personal servizio. In vece d'un cavallo o
di una continua armatura, ogni compagno, secondo il proprio grado,
merito o favore, era investito d'un Benefizio: nome primitivo, e più
semplice modello delle possessioni feudali. Tali doni potevan
riprendersi a piacimento del Sovrano; e la debole sua prerogativa traeva
qualche vantaggio dall'influenza della sua liberalità. Ma questo
dipendente possesso, fu appoco appoco, abolito[229] dagl'indipendenti, e
rapaci nobili della Francia, che formarono un perpetuo patrimonio, ed
un'ereditaria successione de' lor Benefizi: rivoluzione salutare per li
terreni che erano stati danneggiati, o negletti da' loro precari
signori[230]. Oltre questi beni reali e beneficiari, nella divisione
della Gallia era stata assegnata loro una gran porzione di terre
Allodiali e Saliche: queste erano esenti dal tributo, e le terre Saliche
si dividevano ugualmente fra i discendenti maschi de' Franchi[231].

Nelle sanguinose discordie, e nella tacita decadenza della stirpe
Merovingica, si formò nelle Province una nuova specie di tiranni, che
sotto la denominazione di seniori o Signori usurparono un diritto di
governare, ed una licenza d'opprimere i sudditi de' particolari lor
territori. La loro ambizione poteva tenersi a freno bensì dall'ostile
resistenza d'un uguale; ma le leggi s'estinsero; ed i sacrileghi
Barbari, che ardivano di provocar la vendetta d'un santo, o d'un
vescovo[232], rade volte rispettavano i termini d'un profano e debol
vicino. I comuni o pubblici diritti naturali, quali si erano sempre
mantenuti dalla Romana Giurisprudenza[233], furono rigorosamente
limitati da' Germani conquistatori, il divertimento, o piuttosto la
passione dei quali era l'esercizio della caccia. L'esteso dominio, che
l'Uomo ha preso su' selvaggi abitatori della terra, dell'aria e
dell'acqua, fu ristretto ad alcuni fortunati individui della specie
umana. La Gallia fu di nuovo coperta di boschi; e gli animali, riservati
all'uso o al piacere del Signore, potevan devastare impunemente le
campagne degl'industriosi vassalli. La caccia era il sacro privilegio
de' Nobili, e de' famigliari loro servi. I trasgressori plebei erano
gastigati per legge con verghe, e con la carcere[234]; ed in un secolo
che ammetteva una tenue composizione per la vita d'un cittadino, era un
delitto capitale il distruggere un cervo, o un toro salvatico dentro i
recinti delle foreste reali[235].

Secondo le massime della guerra antica, il vincitore diveniva Signore
del nemico, ch'egli avea soggiogato e conservato in vita[236]: e la
lucrosa causa della servitù personale, ch'era stata quasi soppressa
dalla pacifica sovranità di Roma, si fece di nuovo risorgere e si
moltiplicò dalle perpetue ostilità degl'indipendenti Barbari. Il Goto,
il Borgognone o il Franco, che tornava da una spedizione di buon
successo, si traeva dietro una lunga serie di pecore, di bovi e di
schiavi umani, ch'esso trattava col medesimo brutal disprezzo. I giovani
d'un'elegante figura, e di buono aspetto erano messi a parte per il
servizio domestico: situazione dubbiosa, che gli esponeva
alternativamente al favorevole o crudele impulso delle passioni. Gli
artefici e servi utili (come i fabbri, i legnaiuoli, i sarti, i
calzolai, i cuochi, i giardinieri, i tintori, gli orefici, ed argentieri
ec.) impiegavano la loro abilità per uso e vantaggio de' loro padroni.
Ma gli schiavi Romani, che eran privi d'arte e capaci di fatica, venivan
condannati, senza riguardo alla prima lor condizione, a guardare il
bestiame, ed a coltivar le terre de' Barbari. Il numero degli schiavi
ereditari ch'erano attaccati a' patrimoni Gallici, veniva continuamente
accresciuto da nuove reclute; ed il servil Popolo, secondo la situazione
ed il carattere de' padroni, talora veniva sollevato mercè di una
precaria indulgenza; e più frequentemente depresso da un capriccioso
dispotismo[237]. Si esercitava da questi padroni un assoluto potere di
vita e di morte sopra di loro; e quando maritavan le proprie figlie, si
mandava, come un dono nuziale in un lontano paese[238], una quantità di
servi utili, incatenati su' carri per impedirne la fuga. La maestà delle
Leggi Romane difendeva la libertà d'ogni cittadino contro i temerari
effetti della propria sua miseria, o disperazione. Ma i sudditi de Re
Merovingi potevano alienare la loro libertà personale; e questo atto di
legal suicidio, che frequentemente si praticava, vien espresso con
termini i più vergognosi, ed umilianti per la dignità della natura
umana[239]. L'esempio del povero che comprava la sua vita col sacrifizio
di tutto ciò, che può render la vita stessa desiderabile, fu appoco
appoco imitato dal debole, e dal devoto che, in tempi di pubbliche
turbolenze, vilmente correva in folla a ripararsi sotto il baloardo d'un
potente Capo, ed intorno alle reliquie d'un santo popolare. Si accettava
la lor sommissione da questi temporali o spirituali padroni; ed il
precipitoso atto irreparabilmente fissava la lor condizione, e quella
dell'ultima loro posterità. Dal regno di Clodoveo, per cinque secoli
successivi, le leggi, ed i costumi de' Galli furono uniformemente
diretti a promuovere l'accrescimento, ed a confermar la durata della
personal servitù. Il tempo, e la violenza quasi cancellarono i gradi
intermedi della società; e lasciarono un oscuro, ed angusto intervallo
fra il nobile e lo schiavo. Quest'arbitraria e recente divisione si è
trasformata dall'orgoglio e dal pregiudizio in una distinzion
_nazionale_, universalmente stabilita dalle armi e dalle leggi de'
Merovingi. I Nobili, che vantavano la genuina o favolosa lor discendenza
dagl'indipendenti, e vittoriosi Franchi, hanno sostenuto l'inalienabil
diritto di conquista, e ne hanno abusato sopra un'avvilita folla di
schiavi e plebei, a' quali attribuivano l'immaginaria disgrazia d'una
estrazione Gallica o Romana.

Lo stato generale e le rivoluzioni della Francia, nome imposto a quel
regno da' conquistatori, può illustrarsi coll'esempio particolare d'una
Provincia, di una diocesi e d'una Famiglia Senatoria. L'Alvergna in
antico aveva conservato una giusta superiorità fra gli Stati, e le città
indipendenti, della Gallia. I bravi e numerosi abitatori di essa
mostravano un trofeo singolare, cioè la spada che Cesare stesso avea
perduto quando fu rispinto dalle mura di Gergovia[240]. Risguardandosi
essi come discendenti comuni di Troia, vantavano una fraterna
connessione co' Romani[241]: e se ogni Provincia avesse imitato il
coraggio e la fedeltà dell'Alvergna, si sarebbe potuto impedire, o
differir la caduta dell'Occidentale Impero. Mantennero costantemente la
fedeltà, che avevano con ripugnanza giurata a' Visigoti; ma quando i
loro più valorosi nobili restarono uccisi nella battaglia di Poitiers,
accettarono senza resistenza un vittorioso e cattolico Sovrano. Si
compì, e si possedè questa facile e pregevol conquista da Teodorico,
figlio maggiore di Clodoveo: ma era separata da' suoi Stati d'Austrasia
quella distante Provincia, per l'interposizione de' regni di Soissons,
di Parigi e d'Orleans che dopo la morte del padre formarono l'eredità
de' suoi tre fratelli. Childeberto, Re di Parigi, fu tentato dalla
vicinanza e dalla beltà dell'Alvergna[242]. La campagna superiore, che
s'innalza verso il mezzodì nelle montagne di Cevennes, presentava un
ricco e vario prospetto di boschi e di pasture; i lati de' colli eran
vestiti di viti; ed ogni eminenza era coronata da una villa o da un
castello. Nell'Alvergna inferiore, il fiume Allier scorre per la bella e
spaziosa pianura di Limagna; e l'inesausta fertilità del suolo
somministrava, e tuttavia somministra, senz'alcuno intervallo di riposo,
la costante ripetizione delle stesse raccolte[243]. Sulla falsa notizia,
che il legittimo loro Sovrano fosse stato ucciso in Germania, si rese la
città e diocesi d'Alvergna dal nipote di Sidonio Apollinare. Childeberto
godè di questa clandestina vittoria; ed i sudditi liberi di Teodorico
minacciarono d'abbandonare le sue bandiere, se si lasciava trasportare
dal suo sdegno privato, mentre la nazione era impegnata nella guerra di
Borgogna. Ma i Franchi d'Austrasia tosto cederono alla persuasiva
eloquenza del loro Re. «Seguitemi,» disse Teodorico, «nell'Alvergna; io
vi condurrò in una Provincia, dove potrete acquistare dell'oro,
dell'argento, degli schiavi, del bestiame e de' mobili preziosi in
quell'abbondanza, che potete desiderare. Io vi confermo la mia promessa:
vi do in preda il Popolo e la sua ricchezza; e voi potrete a vostro
piacere trasportar tutto nel vostro paese.» Mediante l'esecuzione di
questa promessa, Teodorico perdè giustamente la fedeltà d'un Popolo
ch'ei condannò alla distruzione. Le sue truppe, rinforzate da' più
feroci Barbari della Germania[244], sparsero la desolazione sulla
fruttifera faccia dell'Alvergna; e solo due Piazze, un forte castello,
ed un santuario furon salvati o redenti dal licenzioso loro furore. La
Fortezza di Meroliac[245] era posta sopra un'alta rupe, che s'innalzava
cento piedi sulla superficie del piano; ed erano incluse dentro il
ricinto delle sue fortificazioni, una gran conserva d'acqua fresca, ed
alcune terre coltivabili. I Franchi risguardavano con invidia e
disperazione quella insuperabil Fortezza: ma sorpresero una truppa di
cinquanta soldati dispersi, e siccome erano oppressi dal numero de' loro
schiavi, fissarono l'alternativa della vita ad un piccolo prezzo, o
della morte per queste miserabili vittime, che i crudeli Barbari eran
pronti a scannare, se la guarnigione ricusava di rendersi. Un altro
distaccamento penetrò fino a Brivas o Brioude, dove gli abitanti si
erano rifuggiti co' loro mobili di più valore nel Santuario di S.
Giuliano. Le porte della Chiesa resisterono all'assalto; ma un audace
soldato v'entrò per una finestra del Coro, ed aprì il passo a' suoi
compagni. Si strapparono crudelmente dall'altare il Clero ed il Popolo,
le spoglie sacre e le profane; e si fece la sacrilega divisione ad una
piccola distanza dalla città di Brioude. Ma quest'atto d'empietà fu
severamente punito dal devoto figlio di Clodoveo. Ei gastigò con la
morte i delinquenti più atroci; rilasciò i segreti lor complici alla
vendetta di S. Giuliano; liberò gli schiavi; restituì la preda; ed
estese i diritti del santuario a cinque miglia in giro intorno al
sepolcro del santo Martire[246].

Prima che l'armata d'Austrasia si ritirasse dall'Alvergna, Teodorico
volle qualche sicurezza della futura fedeltà d'un Popolo, il giusto odio
del quale non poteva frenarsi, che dal timore. Fu data in mano del
Conquistatore una scelta truppa di nobili giovani, figli de' principali
Senatori, come ostaggi della fede di Childeberto e de' suoi Nazionali.
Al primo rumore di guerra o di cospirazione quest'innocenti giovani
furono ridotti ad uno stato di servitù; ed uno di loro, chiamato
Attalo[247], le avventure del quale sono più particolarmente riferite,
custodiva i cavalli del suo padrone nella Diocesi di Treveri. Dopo una
penosa ricerca, fu egli trovato in quell'indegna occupazione da quelli
che aveva mandato il suo avo Gregorio, Vescovo di Langres; ma le lor
offerte di riscatto vennero duramente rigettate dall'avarizia del
Barbaro, che esigeva un'esorbitante somma di dieci libbre d'oro per la
libertà del nobile suo schiavo. Si effettuò la sua liberazione, mediante
l'arrischioso stratagemma di Leone, schiavo attenente alle cucine del
Vescovo di Langres[248]. Un incognito agente facilmente l'introdusse
nell'istessa Famiglia. Il Barbaro comprò Leone per il prezzo di dodici
monete d'oro; ed ebbe piacere d'intendere, ch'egli s'era molto abilitato
nel lusso d'una tavola Episcopale: «Domenica prossima,» disse il Franco,
«inviterò i miei vicini e parenti. Impiega tutta la tua arte, e
costringili a confessare, ch'essi non hanno mai veduto, nè gustato un
pranzo simile neppure in casa del Re». Leone l'assicurò, che se egli
avesse provveduto una sufficiente quantità di polli, sarebbero stati
soddisfatti i suoi desiderj. Il padrone, che già aspirava al merito
d'una elegante ospitalità, si prese come sua la lode che i voraci
commensali concordemente diedero al suo cuoco; ed il destro Leone
insensibilmente acquistò la confidenza, ed il maneggio della famiglia.
Dopo aver pazientemente aspettato un intiero anno, ei disse cautamente
ad Attalo il suo disegno, e l'esortò a prepararsi alla fuga nella
seguente notte. Le intemperanti persone, convitate a cena, uscirono
quella sera a mezza notte da tavola; ed il genero del Franco, che Leone
servì al suo appartamento con una bevanda notturna, andava scherzando
sulla facilità, con cui poteva esso tradire la sua fede. L'intrepido
schiavo, dopo aver sostenuta questa pericolosa celia, entrò nella camera
del suo padrone; ne tolse la lancia e lo scudo; trasse tacitamente i più
veloci cavalli dalla stalla; aprì le pesanti porte, ed eccitò Attalo a
salvare con pronta diligenza la propria vita e libertà. I loro timori
gli mossero a lasciare i cavalli sulle rive della Mosa[249]; passarono
il fiume a nuoto, andaron vagando tre giorni per la vicina foresta; e
sussisterono solo per l'accidentale scoperta che fecero d'un susino
salvatico. Mentre stavan nascosti in un oscuro bosco, udiron lo strepito
de' cavalli; furono spaventati dal truce aspetto del loro padrone; e con
orrore sentirono la sua dichiarazione, che se poteva prendere i rei
fuggitivi, voleva tagliarne uno a pezzi con la sua spada, ed espor
l'altro sopra un patibolo. Finalmente Attalo, ed il fedel suo Leone
giunsero all'amica abitazione d'un Prete di Reims, che ristorò le loro
mancanti forze con pane e vino, gli celò alle ricerche del loro nemico e
gli condusse salvi, fuori de' confini dal Regno d'Austrasia, al palazzo
episcopale di Langros. Gregorio abbracciò il suo nipote con lacrime di
allegrezza; liberò con gratitudine Leone, e tutta la sua famiglia, dal
giogo della servitù, e gli concesse la proprietà d'una possessione, dove
potè finire i suoi giorni felicemente, ed in libertà. Questa singolare
avventura notata con tante circostanze di verità e di natura fu
raccontata forse da Attalo stesso al suo cugino o nipote, primo Istorico
dei Franchi. Gregorio di Tours[250] era nato circa sessant'anni dopo la
morte di Sidonio Apollinare: e la loro situazione fu quasi simile,
mentre ciascheduno di essi fu nativo dell'Alvergna, Senatore e Vescovo.
La differenza però dello stile e de' sentimenti loro può dimostrare la
decadenza della Gallia, e far chiaramente conoscere quanto la mente
umana in così breve spazio avea perduto d'energia e di acutezza[251].

Abbiamo adesso motivo di non curare le opposte fra loro, e forse
artificiose rappresentazioni, che hanno mitigato, o esagerato
l'oppressione de' Romani della Gallia sotto il regno de' Merovingi. I
conquistatori non promulgarono mai alcun editto generale di servitù, o
di confiscazione: ma un Popolo degenerato, che scusava la propria
debolezza con gli speciosi nomi di gentilezza e di pace, era esposto
alle armi ed alle leggi de' feroci Barbari, che insidiavano con
disprezzo le possessioni, la libertà e la sicurezza di esso. Le lor
personali ingiurie furon parziali ed irregolari, ma il corpo de' Romani
sopravvisse alla rivoluzione, e continuò a conservare la qualità e i
privilegi de' cittadini. Si preso una gran parte delle loro terre per
uso de' Franchi: ma essi godevano il rimanente immune da' tributi[252];
e la stessa irresistibil violenza, che tolse di mezzo le arti e le
manifatture della Gallia, distrusse l'elaborato e dispendioso sistema
dell'Imperial dispotismo. I Provinciali dovevan frequentemente deplorare
la rozza giurisprudenza delle Leggi Saliche o Ripuarie; ma la lor vita
privata, negl'importanti affari del matrimonio, de' testamenti, o
dell'eredità, era sempre regolata secondo il Codice Teodosiano: ed un
Romano malcontento poteva liberamente aspirare o discendere al titolo e
carattere di Barbaro. Gli onori dello Stato erano accessibili alla sua
ambizione; l'educazione e l'indole de' Romani li rendeva più
specialmente atti agli ufizi del Governo civile; e tostochè l'emulazione
ebbe riacceso il loro militare ardore fu permesso a' medesimi di marciar
nelle linee, o anche alla testa de' vittoriosi Germani. Io non mi
proporrò d'enumerare i Generali ed i Magistrati, i nomi de' quali[253]
attestano la generosa politica de' Merovingi. Il comando supremo della
Borgogna, col titolo di Patrizio, fu successivamente affidato a tre
Romani, e Mummolo[254], l'ultimo ed il più potente fra essi che
alternativamente salvò e disturbò la Monarchia, era succeduto a suo
padre nel posto di Conte d'Autun, e lasciò un tesoro di trenta talenti
d'oro, e di dugentocinquanta d'argento. I feroci ed ignoranti Barbari
furono esclusi per varie generazioni dalle dignità, ed anche dagli
ordini della Chiesa[255]. Il Clero della Gallia era quasi tutto composto
di nativi Provinciali; gli altieri Franchi si prostravano a' piedi de'
loro sudditi ch'erano investiti del carattere episcopale; e la potenza e
le ricchezze che si erano perdute in guerra, furono appoco appoco
ricuperate per mezzo della superstizione[256]. In tutti gli affari
temporali, il Codice Teodosiano era la Legge universale del Clero; ma la
Giurisprudenza Barbara aveva abbondantemente provvisto alla loro
personal sicurezza: un Suddiacono equivaleva a due Franchi;
l'_Antrustione_ ed il Prete si reputavano dell'istesso valore; e la vita
d'un Vescovo era valutata molto al di sopra della misura comune, al
prezzo di novecento monete d'oro[257]. I Romani comunicarono a' loro
conquistatori l'uso della Religione Cristiana, e della lingua
latina[258]: ma la lingua e la religione loro erano ugualmente
degenerate dalla semplice purità del tempo d'Augusto e degli Apostoli.
Il progresso della superstizione e del Barbarismo fu rapido ed
universale: il culto de' Santi celava agli occhi volgari il Dio de'
Cristiani; ed il rozzo dialetto de' contadini e de' soldati fu corrotto
da un idioma e pronunzia Teutonica. Puro tal uso di sacra e di social
comunione sradicò le distinzioni della nascita, e della vittoria; e le
nazioni della Gallia a grado a grado, si confusero fra loro sotto il
nome ed il governo de' Franchi.

I Franchi, di poi che si furono mescolati co' Gallici loro sudditi,
avrebbero potuto far loro il dono del più valutabile fra' beni umani,
cioè uno spirito ed un sistema di libertà costituzionale. Sotto un Re
ereditario, ma limitato, i capi o consiglieri avrebber potuto deliberare
a Parigi nel palazzo de' Cesari: il vicino campo, dove gl'Imperatori
passavano in rivista le mercenarie loro legioni, avrebbe potuto
contenere la legislativa assemblea di uomini liberi e guerrieri; e quel
rozzo modello, ch'erasi abbozzato ne' boschi della Germania[259],
avrebbe potuto ripulirsi e perfezionarsi dalla sapienza civile de'
Romani. Ma i trascurati Barbari, sicuri della lor personale
indipendenza, sdegnarono la cura del Governo; furono tacitamente abolite
le annue adunanze del mese di Marzo, e la nazione restò separata, e
quasi disciolta dalla conquista della Gallia[260]. Si lasciò la
Monarchia senz'alcuno regolare stabilimento di giustizia, di milizia, o
di rendite. A' successori di Clodoveo mancò sufficiente fermezza per
assumere, o forza per esercitare la potestà legislativa ed esecutrice,
che il Popolo avea abbandonato: la dignità reale non si distingueva, che
mediante un più ampio privilegio di rapina e d'uccisione; e l'amor della
libertà, sì spesso invigorito e disonorato dall'ambizione privata, si
ridusse fra' licenziosi Franchi al disprezzo dell'ordine, ed al
desiderio dell'impunità. Settantacinque anni dopo la morte di Clodoveo,
il suo nipote Gontranno, Re di Borgogna mandò un esercito ad invadere
gli Stati gotici della Settimania, o Linguadoca. Le truppe della
Borgogna, del Berry, della Alvergna, e de' territori addiacenti, furono
eccitate dalla speranza della preda: esse marciarono senza disciplina
sotto le bandiere de' Conti Germani, o Gallici: i loro attacchi furono
deboli, e senza successo; ma vennero desolate con indistinto furore le
Province amiche e nemiche. Si abbruciarono i campi di grano, i villaggi,
e le stesse chiese; gli abitanti furon uccisi, o fatti schiavi; e nella
disordinata ritirata, che fecero quegl'inumani selvaggi, cinquemila di
essi restaron distrutti dalla fame, o dalle intestine discordie. Quando
il pio Gontranno rimproverò a' loro condottieri tal colpa, o
trascuratezza, e minacciò di sottoporli non ad una giudicial sentenza,
ma ad una pronta ed arbitraria esecuzione, essi accusarono l'universale
ed incurabile corruzione del Popolo: «Nessuno (dissero) ormai più teme,
o rispetta il proprio Re, Duca o Conte. Ognuno ama di far male, e
liberamente seconda le ree sue inclinazioni. La più blanda correzione
eccita immediatamente un tumulto; e l'incauto Magistrato che ardisce di
censurare, o di frenare i sediziosi suoi sottoposti, rade volte può
salvar la vita dalla loro vendetta».[261] È stato riservato alla
medesima nazione di esporre, con gl'intemperanti suoi vizi, il più
odioso abuso della libertà, o di riparar le proprie mancanze con lo
spirito d'onore e d'umanità, che ora solleva e decora la loro obbedienza
ad un assoluto Sovrano.

I Visigoti avean ceduto a Clodoveo la massima parte de' loro Stati della
Gallia, ma la perdita, ch'essi fecero, fu ampiamente compensata dalla
facil conquista, e dal sicuro godimento delle Province della Spagna.
Dalla monarchia de' Goti, che tosto occupò il regno svevico della
Gallicia, i moderni Spagnuoli traggono tuttavia qualche nazional vanità:
ma un Istorico del romano Impero non è invitato, nè obbligato a
proseguire le oscure e sterili serie de' loro annali[262]. I Goti di
Spagna restarono separati dagli altri uomini per causa delle alte cime
de monti Pirenei: ed i loro costumi ed istituti, in quanto eran comuni
alle tribù Germaniche, si sono già esposti. Ho anticipato nel capitolo
procedente i più importanti degli ecclesiastici, loro eventi, cioè la
caduta dell'Arrianesmo, o la persecuzione degli Ebrei: e non rimane, che
ad osservare alcune interessanti circostanze, relative alla civile ed
ecclesiastica costituzione del Regno di Spagna.

I Franchi ed i Visigoti, dopo la lor conversione dall'idolatria, o
dall'eresia, eran disposti ad abbracciare con ugual sommissione
gl'intrinseci mali, e gli accidentali vantaggi della superstizione. Ma i
Prelati della Francia, molto tempo prima che s'estinguesse la stirpe
Merovingica, avean degenerato in Barbari combattenti o cacciatori. Essi
sdegnarono l'uso de' sinodi; obbliarono le leggi della temperanza e
della castità; e preferirono di appagare l'ambizione ed il lusso
privato, al generale interesse della professione sacerdotale[263]. I
Vescovi di Spagna rispettavan se stessi; ed erano rispettati dal
pubblico; l'indissolubile unione loro ne cuopriva i vizi, e ne
confermava l'autorità, e la regolar disciplina della Chiesa introdusse
la pace, l'ordine, e la stabilità nel governo dello Stato. Dal Regno di
Recaredo, primo Re Cattolico, fino a quello di Vitizia, immediato
predecessore dello sfortunato Rodrigo, furono successivamente convocati
sedici Concili nazionali. I sei Metropolitani di Toledo, di Siviglia, di
Merida, di Braga, di Tarragona e di Narbona presedevano secondo la
rispettiva loro anzianità; l'assemblea era composta de' Vescovi lor
suffraganei, che vi comparivano in persona, o per mezzo de' loro
procuratori, ed assegnavasi un luogo anche a più santi, o ricchi Abbati
spagnuoli. Per i primi tre giorni della adunanza, finattantochè si
agitavano le questioni ecclesiastiche di dottrina, o di disciplina, i
profani laici erano esclusi dalle lor dispute, che si dicevano per altro
con decente solennità. Ma la mattina del quarto giorno, si aprivan le
porte per far entrare, i grandi Ufiziali del Palazzo, i Duchi, e Conti
delle Province, i Giudici delle città, ed i nobili Goti: ed i decreti
del Cielo venivan ratificati dal consenso del Popolo. Le stesse regole
s'osservavano rispetto alle assemblee provinciali, o a' sinodi annuali,
che avevano la facoltà d'ascoltar le querele, e di reprimer gli abusi;
ed un legittimo Governo veniva sostenuto dalla predominante autorità del
Clero spagnuolo. I Vescovi, che in ogni rivoluzione eran disposti ad
adulare il vittorioso e ad insultare il vinto, procuravano con diligenza
e buon successo d'accender le fiamme della persecuzione, e d'esaltar la
mitra sopra la corona. Pure i Concili nazionali di Toledo, ne' quali era
temperato e guidato lo spirito libero de' Barbari dalla politica
episcopale, hanno stabilito delle prudenti leggi per vantaggio comune sì
del Re, che del Popolo. Alla vacanza del trono si provvedeva mediante
l'elezione dei Vescovi e de' Palatini; e dopo che mancò la linea di
Alarico, la dignità reale fu sempre ristretta al puro e nobil sangue de'
Goti. I Chierici che ungevano il legittimo loro Sovrano, sempre
raccomandavano, ed alle volte praticavano, il dovere della fedeltà: e si
denunziavano le spirituali censure contro quegli empi sudditi, che
avessero resistito alla sua autorità, cospirato contro la sua vita, o
violato per un'indecente unione, la castità fino della vedova di esso.
Ma il Monarca medesimo, quando saliva sul trono, si vincolava con un
reciproco giuramento che faceva a Dio ed al suo Popolo, d'eseguir
fedelmente l'importante suo ufizio. Le vere o immaginarie mancanze della
sua amministrazione eran sottoposte all'esame d'una potente
aristocrazia; ed i Vescovi e Palatini eran difesi da un fondamental
privilegio, in forza di cui non potevano esser degradati, carcerati,
torturati, nè puniti di morte, d'esilio, nè di confiscazione, che per il
libero e pubblico giudizio de' loro Pari[264].

Uno di questi Concili legislativi di Toledo esaminò e ratificò il codice
di Leggi, che si erano fatte da una serie di Re Goti, dal fiero Eurico
fino al devoto Egica. Finattantochè i Visigoti medesimi furono contenti
de' rozzi costumi de' loro maggiori, permisero ai loro sudditi
dell'Aquitania, e della Spagna l'uso delle leggi Romane. La successiva
loro coltura nelle arti, nella politica e finalmente nella religione, li
trasse ad imitare, ed a toglier di mezzo gl'instituti stranieri, ed a
comporre un Codice di Giurisprudenza civile e criminale, per uso d'un
Popolo grande ed unito insieme. Si comunicarono le stesse obbligazioni,
e gli stessi privilegi alle nazioni della Monarchia di Spagna: ed i
conquistatori, appoco appoco rinunziando all'idioma Teutonico, si
sottomisero al freno dell'equità, ed esaltarono i Romani alla
partecipazione della libertà. Si accrebbe il merito di quella imparziale
politica dalla situazion della Spagna sotto il regno de' Visigoti. V'era
una gran separazione fra' Provinciali, e gli Arriani loro Signori per
l'irreconciliabile differenza della religione: e dopo che la conversione
di Recaredo ebbe tolto i pregiudizi de' Cattolici, le coste, sì
dell'Oceano che del Mediterraneo, erano tuttavia in potere
degl'Imperatori Orientali, che segretamente incitavano un Popolo
malcontento a scuotere il giogo dei Barbari, ed a sostenere il nome e la
dignità di Cittadini Romani. La fedeltà, in vero, di sudditi dubbiosi è
molto efficacemente assicurata dalla propria persuasione d'arrischiare
nella rivolta più di quel che essi possan ottenere da una rivoluzione;
ma sembra, così naturale d'opprimere quelli che odiamo e temiamo, che un
sistema contrario merita bene la lode di saviezza e moderazione[265].

Mentre si stabilivano i Regni de' Franchi e de' Visigoti nella Gallia e
nella Spagna, i Sassoni fecero la conquista della Brettagna, che formava
la terza gran diocesi della Prefettura dell'Occidente. Poichè la
Brettagna era già separata dal Romano Impero, io potrei, senza taccia,
evitare un'istoria, famigliare a' più ignoranti, ed oscura per i più
dotti de' miei lettori. I Sassoni, ch'erano eccellenti nell'uso del remo
e delle armi, non sapevano l'arte, che sola poteva perpetuare la fama
delle loro imprese: i Provinciali, ricaduti nel Barbarismo, trascurarono
di descrivere la rovina della lor patria; e la dubbiosa tradizione di
tali fatti era quasi estinta, prima che i missionari di Roma vi facesser
risorgere la luce della scienza e del Cristianesimo. Le declamazioni di
Gilda, i frammenti o le favole di Lennio, gli oscuri cenni delle Leggi
Sassone e delle croniche, e l'ecclesiastiche Novelle del venerabile
Beda[266] sono state illustrate dalla diligenza ed alle volte abbellite
dalla fantasia de' successivi scrittori, le opere de' quali non ambisco
di censurare, nè di trascrivere[267]. Pure un Istorico dell'Impero può
esser tentato a proseguire le rivoluzioni d'una Provincia romana,
finattantochè non la perda di vista; ed un Inglese può esser curioso
d'investigare lo stabilimento de' Barbari, da' quali trae il suo nome,
le sue leggi, e forse la sua origine.

[A. 449]

Circa quarant'anni dopo lo scioglimento del governo Romano, sembra che
Vortigerno avesse ottenuto il supremo, quantunque precario, comando de'
Principi, e delle città della Brettagna. Quest'infelice Monarca è stato
quasi da tutti condannato per la debole ed erronea politica d'avere
invitato[268] un formidabile straniero a rispingere le moleste
incursioni d'un nemico domestico. Si mandano, da' più gravi Storici, i
suoi ambasciatori alla costa della Germania; indirizzano questi una
patetica orazione alla Generale Assemblea dei Sassoni, e quei bellicosi
Barbari risolvono d'assistere con una flotta ed armata i supplicanti
d'una lontana ed incognita Isola. Se la Brettagna, in vero, fosse stata
incognita a' Sassoni, la misura delle sue calamità sarebbe stata meno
ripiena. Ma la forza del Governo Romano non poteva sempre guardare la
Provincia marittima contro i pirati della Germania: gli Stati
indipendenti e divisi erano esposti a' loro attacchi; ed i Sassoni si
saranno alle volte uniti con gli Scoti ed i Pitti in una espressa o
tacita colleganza di distruzione e di rapina. Vortigerno poteva solo
bilanciare i vari pericoli, che assalivano da ogni parte il suo trono ed
il suo Popolo; e la sua politica può meritar lode o scusa, se preferì
l'alleanza di que' Barbari, la forza marittima de' quali gli rendeva i
più pericolosi nemici, ed i confederati i più vantaggiosi. Engisto ed
Orsa, trovandosi lungo la costa orientale con tre navi, furono indotti
dalla promessa d'un ampio stipendio a prender la difesa della Brettagna;
e l'intrepido loro valore tosto liberò il paese dagl'invasori Caledonj.
S'assegnò per abitazione di questi Germani ausiliari l'isola di Tanet,
sicuro e fertil distretto, e secondo il trattato furono abbondantemente
forniti di abiti e di provvisioni. Questo favorevole accoglimento
incoraggì cinquemila guerrieri ad imbarcarsi con le loro famiglie su
diciassette vascelli e la principiante potenza d'Engisto fu invigorita
da questo notabile ed opportuno rinforzo. L'astuto Barbaro suggerì a
Vortigerno lo specioso vantaggio di stabilire nelle vicinanze de' Pitti
una colonia di fedeli alleati; onde una terza flotta di quaranta navi,
sotto il comando del suo figlio o nipote, venne dalla Germania, devastò
le Orcadi e sbarcò un altro esercito sulla costa della Provincia di
Nortumberland, o di Lothian all'estremità opposta della terra loro
destinata. Erano facili a prevedersi gl'imminenti mali; ma era divenuto
impossibile d'impedirli. Le due nazioni tosto si divisero e s'irritarono
l'una contro dell'altra per le mutue gelosie. I Sassoni magnificavano
tutto ciò, che avevan fatto e sofferto per causa d'un ingrato Popolo;
mentre i Brettoni rinfacciavano loro gli abbondanti premj, che non
potevan soddisfar l'avarizia di que' superbi mercenari. Il timore e
l'odio, s'infiammarono a segno da divenire una irreconciliabil contesa.
I Sassoni presero le armi; e se a tradimento, nel tempo della sicurezza
d'una festa, fecero, come si dice, un'orribile strage, distrussero la
reciproca fiducia che sostiene il commercio nella pace, e nella
guerra[269].

[A. 355-582]

Engisto, che arditamente aspirava alla conquista della Brettagna, esortò
i suoi compatriotti ad abbracciar quella gloriosa occasione; dipinse
loro con vivaci colori la fertilità del suolo, la ricchezza della città,
l'indole pusillanime de' nativi abitatori e la comoda situazione d'una
solitaria e spaziosa isola, accessibile da ogni parte alle flotte de'
Sassoni. Le successive colonie, che nel corso d'un secolo uscirono dalle
bocche dell'Elba, del Weser e del Reno, furono principalmente composte
di tre valorose tribù, o nazioni Germaniche, cioè de' _Juti_, degli
_antichi Sassoni_ e degli _Angli_. I primi, che combattevano sotto la
special bandiera d'Engisto, ebbero il merito di aprire a' loro nazionali
il sentiero della gloria, e d'erigere in Kent il primo regno
indipendente. La fama di tal impresa fu attribuita a' primitivi Sassoni,
e si descrivon le comuni leggi ed il linguaggio de' conquistatori col
nome nazionale d'un Popolo, che al termine di quattrocento anni produsse
i primi Re della Brettagna meridionale. Gli Angli si distinsero pel
numero, e per la felicità loro; e s'arrogaron l'onore di dare un
perpetuo nome a quella regione, di cui occuparon la maggior parte. I
Barbari, che seguirono le speranze della rapina, sì per terra che per
mare, si mescolarono insensibilmente con questa triplice confederazione;
i _Frisi_, ch'erano stati dalla lor vicinanza invitati a' lidi
Britannici, poterono bilanciare, per breve tempo, la forza e la
riputazione de' nativi Sassoni: i _Dani_, i _Prussi_ ed i _Rugi_ sono
appena nominati; ed alcuni avventurieri _Unni_, ch'eran andati vagando
fino al Baltico, poterono imbarcarsi a bordo di navi germaniche per
andare alla conquista d'un nuovo Mondo[270]. Ma questa difficile impresa
non fu preparata nè eseguita dall'unione di tali forze nazionali. Ogni
audace Capitano, secondo la propria fama o le sue sostanze, adunava una
quantità di seguaci; equipaggiava una flotta di tre navi, ugualmente che
di sessanta; sceglieva il luogo dell'attacco; e regolava le successive
sue operazioni, secondo gli eventi della guerra, e le circostanze del
suo privato interesse. Nell'invasione della Brettagna, molti eroi
restarono vincitori, e molti perirono; ma solo sotto vittoriosi Capitani
assunsero, o almeno conservarono il titolo di Re. I Conquistatori
fondarono sette indipendenti troni, o l'Eptarchia sassonica; e sette
famiglie, una delle quali si è continuata per successione femminile fino
al presente nostro Sovrano, trassero l'uguale, e sacra loro origine da
Woden, Dio della guerra. Si è preteso, che questa repubblica di Regi
fosse moderata da un Concilio generale, e da un Magistrato supremo. Ma
tale artificial sistema di politica ripugna col torbido e rozzo spirito
de' Sassoni: le loro leggi non ne parlano; ed i loro imperfetti annali
non somministrarono, che un oscuro e sanguinoso prospetto d'intestina
discordia[271].

Un Monaco, il quale nella profonda ignoranza della vita umana ha voluto
far l'ufizio d'Istorico, sfigura stranamente lo stato della Brettagna,
al tempo della sua separazione dall'Impero Occidentale. Gilda[272]
descrive con florido stile gli accrescimenti dell'agricoltura, il
commercio straniero, che ad ogni marea si faceva per mezzo del Tamigi o
della Saverna, la stabile e sublime costruzione de' pubblici e privati
edifizi: egli accusa il lusso colpevole del Popolo britannico; d'un
Popolo, secondo il medesimo scrittore, ignorante delle arti più
semplici, ed incapace, senza l'aiuto dei Romani, di far delle mura di
pietra, o delle armi di ferro per la difesa della propria patria[273].
Sotto il lungo dominio degl'Imperatori, la Brettagna insensibilmente
avea preso l'elegante e servile forma d'una Provincia romana, la cui
salute era affidata ad una potenza straniera. I sudditi d'Onorio
rimirarono la nuova lor libertà con sorpresa e terrore; mancavano essi
d'ogni civile, o militare costituzione; e gl'incerti loro regolatori
erano privi o d'abilità, o di coraggio o d'autorità per dirigere la
pubblica forza contra il comun nemico. L'introduzione de' Sassoni
dimostrò l'interna lor debolezza, e degradò il carattere sì del
Principe, che del Popolo. La costernazione loro magnificò il pericolo;
la mancanza d'unione diminuì i loro mezzi di difesa; ed il furore delle
fazioni civili era più sollecito d'accusare, che di rimediare a' mali,
che s'attribuivano alla cattiva condotta degli avversari. Pure i
Brettoni non erano, nè potevano essere ignoranti della manifattura, o
dell'uso delle armi: i successivi e disordinati attacchi de' Sassoni,
gli fecero tornare in se stessi dalla prima loro sorpresa, ed i prosperi
o contrari eventi della guerra aggiunsero la disciplina e l'esperienza
al nativo loro valore.

Mentre il continente dell'Europa e dell'Affrica cadeva senza resistenza
in mano de' Barbari, l'Isola britannica, sola e senz'aiuto, mantenne una
lunga e vigorosa, quantunque inutil contesa contro i formidabili Pirati,
che quasi nel medesimo istante ne assalirono le coste Settentrionali,
Orientali e Meridionali. Le città, ch'erano state abilmente fortificate,
si difendevano con fermezza; gli abitanti accrebbero diligentemente i
vantaggi del terreno, de' colli, delle foreste e delle paludi; la
conquista d'ogni distretto compravasi a prezzo di sangue; e vengono
fortemente attestate le disfatte de' Sassoni dal discreto silenzio del
loro Annalista. Engisto sperava forse di condurre a fine la conquista
della Brettagna; ma la sua ambizione, in un attivo regno di trentacinque
anni, si limitò al possesso di Kent: e la numerosa colonia, ch'ei piantò
nel Nord, fu estirpata dalla spada de' Brettoni. Si fondò la Monarchia
de' Sassoni occidentali a gran fatica da' continui sforzi di tre
marziali generazioni. La vita di Cerdic, uno de' più prodi fra' figli di
Woden, si consumò nella conquista di Hampshire, e dell'isola di Wight; e
la perdita che soffrì nella battaglia di Monte Badon lo ridusse ad uno
stato d'ignobil riposo. Kenric, suo valoroso figlio, s'avanzò nel
Wiltshire; assediò Salisbury, che in quel tempo era sopra una dominante
eminenza, e disfece un'armata, che veniva in soccorso della città. Nella
successiva battaglia di Marlborough[274], i Britanni suoi nemici
mostrarono la loro scienza militare. Le loro truppe eran disposte in tre
linee; ogni linea conteneva tre corpi distinti; e la cavalleria, gli
arcieri, e gli alabardieri eran distribuiti secondo i principj della
tattica romana. I Sassoni attaccarono una grave colonna, arditamente
affrontarono con le corte loro spade le lunghe lance de' Brettoni, e
mantennero un'ugual battaglia fino all'avvicinarsi della notte. Due
vittorie decisive, la morte di tre Re Brettoni, e la espugnazione di
Cirencester, di Bath, e di Glocester stabiliron la fama e la potenza di
Celaulino nipote di Cerdic, che portò le sue armi vittoriose fino alle
rive della Saverna.

Dopo una guerra di cento anni, gl'indipendenti Brettoni, occupavano
sempre tutta l'estensione della costa occidentale, dalla muraglia
d'Antonino fino all'ultimo promontorio di Cornovaglia; e le città
principali del paese interno tuttavia resistevano alle armi de' Barbari.
L'opposizione divenne più languida, a misura che il numero e l'ardire
degli assalitori andava continuamente crescendo. Guadagnandosi la strada
con lenti e penosi sforzi, i Sassoni, gli Angli ed i vari loro
confederati s'avanzarono dal Settentrione, dall'Oriente, e dal Mezzodì,
finattantochè le vittoriose lor bandiere non s'incontrarono nel centro
dell'isola. Di là dalla Savorna, i Brettoni tuttavia sostennero la
nazionale lor libertà, che sopravvisse all'Eptarchia, ed anche alla
Monarchia de' Sassoni. I più valenti guerrieri, che preferiron l'esilio
alla schiavitù, trovarono un rifugio sicuro nelle montagne di Galles: la
ripugnante sottomissione di Cornovaglia fu differita per qualche
secolo[275]; ed un corpo di fuggitivi si formò uno stabilimento nella
Gallia, o per il proprio valore, o per la liberalità de' Re
Merovingi[276]. L'angolo occidentale dell'Armorica prese i nuovi nomi di
_Cornovaglia_, e di _Brettagna minore_; e le terre vacanti degli
_Osismi_ furon'occupate da un Popolo straniero, che sotto la condotta
de' propri Conti e Vescovi conservò le leggi ed il linguaggio de' suoi
maggiori. I Brettoni dell'Armorica negarono, a deboli discendenti di
Clodoveo e di Carlo Magno il solito tributo, soggiogarono le vicine
diocesi di Vannes, di Rennes, e di Nantes, e formarono un potente,
quantunque soggetto, Stato, che poi si è riunito alla corona di
Francia[277].

In un secolo di perpetua, o almeno d'implacabile guerra si dovè
esercitar molto coraggio, e qualche abilità nella difesa della
Brettagna. Pure non ci dee molto dispiacere, se la memoria de' suoi
campioni è quasi sepolta nell'oblivione; poichè ogni secolo, per quanto
sia privo di scienza o di virtù, abbonda sufficientemente di azioni
sanguinose, e di gloria militare. Fu eretta sul margine del lido del
mare la tomba di Vertimero, figlio di Vertigerno, come un termine
formidabile per li Sassoni, ch'egli avea vinto tre volte ne' campi di
Kent. Ambrogio Aureliano era disceso da una famiglia nobile di
Romani[278]; la sua modestia ne uguagliava il valore, ed il suo valore,
fino all'ultima di lui fatale azione[279], fu coronato di splendidi
successi. Ma ogni altro Britannico nome vien ecclissato dall'illustre
nome d'Arturo[280], Principe ereditario de' Siluri nella parte
meridionale di Galles, e Re o Generale elettivo della nazione. Secondo
la narrazione più ragionevole, egli disfece in dodici successive
battaglie gli Angli del settentrione, ed i Sassoni dell'occidente; ma la
cadente età dell'Eroe fu amareggiata dall'ingratitudine popolare, e da
disgrazie domestiche. Gli avvenimenti della sua vita son meno importanti
che le rivoluzioni singolari della fama di esso. Per il corso di
cinquecento anni la tradizione delle sue imprese si conservò, e
s'abbellì rozzamente dagli oscuri Bardi di Galles, e dell'Armorica, i
quali eran odiosi a' Sassoni, ed ignoti al restante degli uomini.
L'orgoglio e la curiosità de' conquistatori Normanni fece investigar
loro l'istoria antica della Brettagna: ammisero con appassionata
credulità la novella d'Arturo, e caldamente applaudirono al merito d'un
Principe, che avea trionfato de' Sassoni, comuni loro nemici. Il suo
romanzo, trascritto in latino da Jeffrey di Monmouth, e quindi tradotto
nell'idioma, che s'usava in quei tempi, fu arricchito coi varj,
quantunque incoerenti, ornamenti, ch'erano famigliari all'esperienza,
alla dottrina, o alla fantasia del duodecimo secolo. Facilmente si
modellò sulla favola dell'Eneide il progresso d'una colonia Frigia dal
Tevere al Tamigi: ed i reali antenati d'Arturo trassero l'origine loro
da Troia, e pretesero d'aver parentela co' Cesari. Furon decorati i suoi
trofei con Province soggiogate, e con titoli Imperiali, e le Daniche sue
vittorie vendicarono le recenti ingiurie della sua patria. La galanteria
e superstizione dell'Eroe Britannico, le sue feste e torneamenti, e la
memorabile istituzioni de' suoi Cavalieri della _Tavola rotonda_
fedelmente si copiarono dai costumi allora dominanti della cavalleria; e
le favolose imprese del figlio d'Uter sembrano meno incredibili per le
avventure, che si fecero dall'intraprendente valor de' Normanni. I
pellegrinaggi, e le guerre sante introdussero in Europa gli speciosi
prodigi della magia Arabica. Le fate, ed i giganti, i dragoni volanti,
ed i palazzi incantati si mescolarono con le finzioni più semplici
dell'occidente: ed il destino della Brettagna si faceva dipender dalle
arti, o dalle predizioni di Merlino. Ogni nazione abbracciò, ed abbellì
il popolar romanzo d'Arturo, ed i Cavalieri della Tavola rotonda; si
celebrarono i loro nomi nella Grecia ed in Italia; e le voluminose
Novelle di Ser Lancelloto, e di Ser Tristramo furono ardentemente
studiate da' Principi e da' Nobili, che non curavano i veri eroi ed
istorici dell'antichità. Finalmente si riaccese il lume della scienza e
della ragione, si ruppe l'incantesimo, quella fabbrica immaginaria andò
in fumo; e per una naturale, quantunque ingiusta mutazione della
pubblica opinione, la severità del presente secolo è disposta a mettere
in dubbio fino _l'esistenza_ d'Arturo[281].

Allorchè la resistenza non può allontanar le miserie della conquista, le
deve accrescere: nè la conquista comparve mai più terribile e
distruttiva, che nelle mani de' Sassoni, che odiavano il valore de'
nemici, non curavano la fede de' trattati, e violavano senza rimorso gli
oggetti più sacri del Culto Cristiano. Potevano quasi in ogni distretto,
segnarsi i campi di battaglia per mezzo di monumenti di ossa; i
frammenti delle torri abbattute eran macchiati di sangue; tutti quanti i
Brettoni, senza distinzione di età o di sesso, restaron uccisi[282]
sotto le rovine d'Anderida[283]; e tali calamità frequentemente si
ripeterono al tempo dell'Eptarchia Sassone. Le arti e la religione, le
leggi, la lingua, che i Romani avevano con tanta cura piantato nella
Brettagna, s'estirparono da' Barbari loro successori. Dopo la
distruzione delle Chiese principali, i Vescovi che avevano evitato la
corona del martirio, si ritirarono con le sante reliquie nel territorio
di Galles e dell'Armorica; i residui de' loro greggi restaron privi
d'ogni cibo spirituale; si abolì la pratica, e fino la rimembranza del
Cristianesimo; ed il clero Britannico potè in qualche modo consolarsi
per la dannazione degl'idolatri stranieri. I Re di Francia mantennero i
privilegi de' Romani lor sudditi; ma i feroci Sassoni calpestarono le
leggi di Roma, e degli Imperatori. Si soppressero affatto le formalità
della civile e criminale Giurisdizione, i titoli onorifici, gli ufizi,
ed i gradi della società, e fino i domestici diritti del matrimonio, del
testamento e dell'eredità; e l'indistinta folla di schiavi, nobili e
plebei, veniva governata da' costumi tradizionali, che si erano
rozzamente formati appresso i pastori e pirati della Germania. Nella
generale desolazione si perde il linguaggio delle scienze, degli affari
e della conversazione, che vi s'era introdotto da' Romani. I Germani
presero forse un sufficiente numero di parole Latine, o Celtiche, per
esprimere i nuovi loro bisogni e pensieri[284]; ma quegl'ignoranti
Pagani conservarono, e stabilirono l'uso del loro nazionale
dialetto[285]. Quasi ogni nome, cospicuo nella Chiesa, o nello Stato,
dimostra la sua origine Teutonica[286]; e la geografia d'_Inghilterra_
fu generalmente ripiena di caratteri, e denominazioni straniere. Non si
troverà facilmente l'esempio d'una rivoluzione sì rapida e perfetta; ma
essa ecciterà un probabil sospetto, che le arti di Roma avesser gettato
radici meno profonde nella Brettagna, che nella Gallia, o nella Spagna;
e che la nativa rozzezza del paese e de' suoi abitanti fosse coperta
solo da una sottil vernice di costumi Italiani.

Tale strana alterazione ha persuaso gl'Istorici, ed anche i Filosofi,
che i Provinciali della Brettagna fossero affatto esterminati; e che la
terra vacante fosse di nuovo popolata da un perpetuo concorso, e rapido
accrescimento di Colonie germaniche. _Si dice_, che trecentomila Sassoni
obbedissero alle chiamate d'Engisto[287]: al tempo di Beda l'intiera
emigrazione degli Angli si chiariva dalla solitudine del nativo loro
paese[288]; e l'esperienza ci ha dimostrato, quanto è grande la libera
propagazione della specie umana, quando si trova in un fecondo deserto,
dove non son limitati i suoi passi, ed è abbondante la sufficienza. I
Regni Sassoni avevan l'aspetto d'una recente scoperta e cultura: le
città de' medesimi erano piccole, i villaggi distanti l'uno dall'altro,
l'agricoltura era languida ed imperfetta; quattro pecore equivalevano ad
un acro della terra migliore[289]; un ampio spazio di boschi, e di
paludi era lasciato in abbandono alla natura; ed il moderno Vescovato di
Durham, cioè tutto il territorio dal Tyne al Tees, era tornato al suo
primitivo stato di selvaggia e solitaria foresta[290]. Si sarebbe potuto
supplire ad una tanto imperfetta popolazione, dopo alcune generazioni,
dalle colonie Inglesi; ma nè la ragione, nè i fatti posson giustificare
l'improbabil supposizione, che i Sassoni della Brettagna rimanessero
soli nel deserto, ch'essi avevano soggiogato. Dopo che i sanguinari
Barbari ebbero assicurato il proprio dominio, e soddisfatta la lor
vendetta, era loro interesse di conservare gli abitanti, ugualmente che
il bestiame della non resistente campagna. In ogni successiva
rivoluzione il paziente gregge diviene patrimonio dei suoi nuovi
padroni; ed il salutevole patto del cibo e del lavoro viene tacitamente
confermato dalle loro vicendevoli necessità. Wilfrido, Apostolo di
Sussex[291], ricevè dal regio suo proselito in dono la penisola di
Selsey, vicina a Chichester, con le persone e le cose de' suoi
abitatori, che in quel tempo ascendevano ad ottantasette famiglie. Esso
gli liberò con un solo atto dalla servitù spirituale e temporale; e
dugentocinquanta schiavi di ambedue i sessi furono battezzati
dall'indulgente loro Signore. Il regno di Sussex, che s'estendeva dal
mare al Tamigi, conteneva settemila famiglie; mille dugento se ne
attribuivano all'isola di Wight; e se moltiplichiamo questo incerto
computo, sembra probabile, che l'Inghilterra fosse coltivata da un
milione di servi, o _villani_, ch'erano attaccati alle terre degli
arbitrari loro padroni. I bisognosi Barbari, spesso eran tentati di
vendere i loro figli, o se medesimi in perpetua, ed anche straniera
schiavitù[292]; pure le speciali esenzioni, che si accordavano agli
schiavi _nazionali_[293], sufficientemente dimostrano, ch'essi eran di
numero molto minore, che gli stranieri, che avevan perduto la libertà, o
mutato padroni per gli accidenti della guerra. Quando il tempo e la
religione ebbero mitigato il fiero spirito degli Anglo-Sassoni, le leggi
favorirono il frequente uso della manomissione; ed i sudditi d'origine
di Galles, o Cambria assunsero la rispettabile condizione di uomini
liberi inferiori, possederono terre, ed acquistarono i diritti della
civil società[294]. Tal cortese trattamento potè assicurare la fedeltà
d'un feroce Popolo, che era stato di fresco vinto su' confini di Galles,
e di Cornovaglia. Il saggio Ina, Legislatore di Wessex, riunì le due
nazioni co' vincoli della domestica alleanza; e nella Corte d'un Monarca
Sassone poterono distinguersi onorevolmente quattro Signori Britanni di
Somersetshire[295].

Sembra che gl'indipendenti Brettoni ricadessero nello lo stato
d'original barbarie, da cui si erano imperfettamente liberati. Separati
per la forza de' loro nemici dal resto dell'uman Genere, tosto divennero
un oggetto di scandalo, e d'aborrimento al Mondo cattolico[296]. Si
professava tuttavia il Cristianesimo nelle montagne di Galles; ma que'
rozzi Scismatici, rispetto alla _forma_ della tonsura clericale, ed al
_giorno_ della celebrazion della Pasqua, ostinatamente resistevano agli
imperiosi mandati de Pontefici Romani. Si abolì appoco appoco presso di
loro l'uso della lingua Latina, ed i Brettoni restaron privi delle arti,
e della dottrina, che l'Italia comunicava a' Sassoni suoi proseliti. Nel
paese di Galles, e nell'Armorica si mantenne, e si propagò la lingua
Celtica, primitivo idioma dell'occidente; ed i _Bardi_, ch'erano stati i
compagni de' Druidi, erano tuttavia protetti, nel secolo decimosesto,
dalle leggi di Elisabetta. Il loro Capo, ch'era un rispettabile uficiale
delle Corti di Pengwern, o Aberfraw, o Caermathaen, accompagnava i Servi
del Re alla guerra: la Monarchia de' Britanni, ch'ei celebrava col
canto, alla testa della battaglia, eccitava il loro coraggio, e
giustificava le loro prede; ed il cantore aveva per suo legittimo premio
la più bella vitella della spoglie. I ministri, subordinati al medesimo,
ch'erano i maestri, e gli scolari della musica sì vocale che
istrumentale, visitavano ne' respettivi loro distretti le case del Re,
dei Nobili e de' Plebei, e la pubblica povertà, quasi esausta dal Clero,
era oppressa dalle importune domande de' Bardi. Si fissava il grado ed
il merito loro per mezzo di solenni esperimenti, e la forte credenza
d'una ispirazione soprannaturale esaltava la fantasia del poeta, e della
sua udienza[297]. Gli ultimi nascondigli della libertà Celtica, vale a
dire i territori più remoti della Gallia e della Brettagna, eran meno
adattati alla coltivazione, che alla pastura: la ricchezza de' Brettoni
consisteva ne' loro greggi ed armenti; il latte e la carne erano
l'ordinario lor cibo; ed il pane talvolta era stimato, o rigettato, come
un lusso straniero. La libertà avea popolato le montagne di Galles e le
paludi dell'Armorica; ma la popolazione loro si è maliziosamente
attribuita alla libera pratica della poligamia; ed è stato supposto, che
le case di questi licenziosi Barbari contenessero dieci mogli, e forse
cinquanta figli[298]. Essi erano d'indole impetuosa, e collerica, audaci
nelle azioni e nelle parole[299]; e siccome ignoravano le arti della
pace, soddisfacevano a vicenda le loro passioni nelle guerre straniere e
domestiche. La cavalleria dell'Armorica, i lancieri di Gwent, e gli
arcieri di Merioneth erano ugualmente formidabili; ma la lor povertà
rade volte poteva provvedergli di scudi o di elmi: e l'incomodo peso di
questi avrebbe ritardato la velocità e l'agilità delle subitanee loro
operazioni. La curiosità d'un Imperator Greco fece delle ricerche ad uno
de' più grandi fra' Monarchi Inglesi intorno allo stato della Brettagna;
ed Enrico II potè asserire, per la propria personal esperienza, che la
provincia di Galles era abitata da una razza di guerrieri nudi, che
affrontavan senza timore le armi difensive de' loro nemici[300].

Per la rivoluzione della Brettagna si ristrinsero i limiti della
scienza, ugualmente che quelli dell'Impero. L'oscura nuvola, ch'era
stata rischiarata dalle scoperte Fenicie, ed affatto sgombrata dalle
armi di Cesare, si posò di nuovo su' lidi dell'Atlantico, ed una
provincia Romana si perdè nuovamente fra le isole favolose dell'Oceano.
Cento cinquant'anni dopo il regno d'Onorio, il più grave Istorico di
que' tempi[301] descrive le meraviglie d'un isola remota, le cui parti
Orientale ed Occidentale son divise da una antica muraglia, limite della
vita e della morte, o piuttosto della verità e della finzione.
L'Orientale contiene una bella campagna abitata da un Popolo culto;
l'aria è salubre, le acque pure ed abbondanti, e la terra dà
regolarmente i suoi frutti. Nell'Occidentale oltre la muraglia, l'aria è
infetta e mortale, la terra è coperta di serpenti; e quell'arida
solitudine è l'abitazione di ombre di morti, che vi sono trasportati
dagli opposti lidi, in solidi battelli, e per opera di rematori viventi.
Alcune famiglie di pescatori, sottoposte ai Franchi, sono esenti da'
tributi, a riguardo del misterioso ufizio, che si fa da questi Caronti
dell'Oceano. Ciascheduno di essi a vicenda è chiamato, nell'orror di
mezza notte, ad ascoltar le voci, ed anche i nomi degli spiriti: ei
sente il loro peso, e si trova spinto da un'ignota, ma irresistibil
forza. Dopo questo sogno di fantasia, leggiamo con stupore, che il nome
di quest'isola è _Brittia_, ch'essa giace nell'Oceano, in faccia
all'imboccatura del Reno, e distante meno di trenta miglia dal
continente; ch'essa è posseduta da tre nazioni, da' Frisj, dagli Angli e
da' Brettoni, e che alcuni Angli eran comparsi a Costantinopoli nel
seguito degli Ambasciatori francesi. Da questi Ambasciatori potè forse
Procopio essere informato d'una singolare, quantunque non improbabile,
avventura, che indica lo spirito piuttosto, che la delicatezza d'una
Eroina Inglese. Essa era stata promessa a Radigero, Re de' Varni, Tribù
di Germani, che confinava coll'Oceano, e col Reno; ma il perfido amante
fu indotto, da motivi di politica, preferirle la vedova di suo padre,
sorella di Teodeberto Re de' Franchi[302]. L'abbandonata Principessa
degli Angli, in vece di deplorare la sua disgrazia, pensò a vendicarla.
_Si dice_, che i bellicosi di lei sudditi non conoscessero l'uso e
neppur la forma del cavallo, ma essa, partendo audacemente dalla
Brettagna, approdò alla bocca del Reno, con una flotta di quattrocento
navi, ed un esercito di centomila uomini. Dopo la perdita d'una
battaglia Radigero, fatto prigione, implorò la pietà della vittoriosa
sua sposa, che generosamente gli perdonò l'ingiuria, lasciò in libertà
la sua rivale, e costrinse il Re de' Varni a soddisfare con onore e con
fedeltà i doveri di marito[303]. Sembra che questa galante impresa fosse
l'ultima guerra navale degli Anglo-Sassoni. L'arte della navigazione,
mediante la quale avevano essi acquistato l'Impero della Brettagna e del
mare, fu tosto negletta dagl'indolenti Barbari, che rinunziarono
scioccamente a tutti i vantaggi del commercio, che la loro isolare
situazione somministrava. I sette loro indipendenti regni erano agitati
da perpetue discordie; ed il _Mondo Britannico_ rade volte si trovava
connesso in pace o in guerra, con le nazioni del continente[304].

Ho terminato adesso la faticosa narrazione della decadenza, e caduta del
Romano Impero dalla fortunata età di Traiano e degli Antonini fino alla
sua total estinzione in Occidente, circa cinque secoli dopo l'Era
Cristiana. In quell'infelice tempo i Sassoni fieramente contrastavano
pel possesso della Brettagna co' nativi di essa: la Gallia e la Spagna
eran divise fra le potenti Monarchie de' Franchi e de' Visigoti, ed i
regni dipendenti degli Svevi e de' Borgognoni: l'Affrica era esposta
alla crudel persecuzione de' Vandali, ed a' Selvaggi insulti de' Mori:
Roma e l'Italia fino alle rive del Danubio, veniva angustiata da un
esercito di Barbari mercenari, all'arbitraria tirannia de' quali
successe il regno di Teodorico l'Ostrogoto. Tutti i sudditi dell'Impero,
che per l'uso che facevano della lingua Latina, meritavano più
specialmente il nome ed i privilegi di Romani, eran oppressi dalla
vergogna e dalle calamità d'una straniera conquista; e le vittoriose
nazioni della Germania stabilirono un nuovo sistema di costumi, e di
governo nell'Occidentali regioni d'Europa. Debolmente rappresentavasi
da' Principi di Costantinopoli, languidi ed immaginari successori
d'Augusto, la maestà di Roma. Pure continuarono a regnare sull'Oriente,
dal Danubio sino al Nilo ed al Tigri; dalle armi di Giustiniano si
rovesciarono i regni Gotico e Vandalo dell'Italia e dell'Affrica; e
l'Istoria degl'Imperatori Greci può sempre somministrare una lunga serie
di istruttive lezioni e di rivoluzioni interessanti.

NOTE:

[141] In questo Capitolo io trarrò le mie citazioni dall'Opera
intitolata _Recueil des Historiens des Gaules, et de la France. Paris
1738-1767_ in undici Tomi in foglio. Mediante la fatica di Dom Bouquet e
degli altri Benedettini, si sono disposte per ordine cronologico, ed
illustrate con erudite note tutte le memorie originali fino all'anno
1060. Tal opera nazionale, che sarà continuata fino all'anno 1500
dovrebbe provocare la nostra emulazione.

[142] Tacito _Hist. IV. 73, 74. in Tom. I. p. 445_. Sarebbe in vero una
presunzione il compendiar Tacito. Ma io posso scegliere le idee generali
che egli applica al presente stato, ed alle future rivoluzioni della
Gallia.

[143] _Eadem semper caussa Germanis transcendendi in Gallias libido
atque avaritiae et mutandae sedis amor; ut relictis paludibus et
solitudinibus suis, fecundissimum hoc solum vosque ipsos possiderint....
Nam pulsis Romanis, quid aliud quam bella omnium inter se gentium
exsistent?_

[144] Sidonio Apollinare scherza, con affettato spirito e vivacità,
sulle angustie della sua situazione (_Carm. XII. in Tom. I. p. 811_).

[145] Vedi Procopio, _de Bell. Gothico L. I. c. 12. in T. II. p. 31_. Il
carattere di Grozio mi fa inclinare a credere, che egli non abbia
sostituito il Reno al Rodano (_Hist. Gothor. p. 175_) senza l'autorità
di qualche manoscritto.

[146] Sidonio _L. VIII. Epist. 3, 9. in Tom. I. p. 800_. Giornandes (_de
Reb. Getic. c. 47. p. 680_) giustifica in qualche modo questo ritratto
dell'eroe Goto.

[147] Io fo uso del nome famigliare _di Clovis, Clodoveo_, dal latino
_Chlodovechus o Chlodovaeus_. Ma il _ch_ esprime solamente l'aspirazione
Germanica; ed il vero nome non è diverso da _Luduin_, o _Lewis_,
Lodovico o Luigi (_Mem. de l'academ. des Inscript. Tom. XX. p. 68_).

[148] Greg. Turon. _L. II. c. 12. in Tom. I. p. 168_. Basina parla il
linguaggio della natura. I Franchi, che l'avevan veduta nella lor
gioventù, poterono conversar con Gregorio nella lor vecchiezza; ed il
Vescovo di Tours non potea desiderare infamare la madre del primo Re
Cristiano.

[149] L'Abbate Dubos (_Hist. critiq. de l'etablissem. de la Monarch.
Franc. dans les Gaules, Tom. I. p. 630, 650_) ha il merito di aver
stabilito il primitivo regno di Clodoveo, e fissato il vero numero de'
suoi Sudditi.

[150] _Ecclesiam incultam ac negligentia civium paganorum praetermissam,
veprium densitate oppletam_. Vit. _S. Vedasti in Tom. III. p. 372_.
Questa descrizione suppone, che Arras fosse posseduta da' Pagani, molti
anni prima del battesimo di Clodoveo.

[151] Gregorio di Tours (_L. V. c. I. in Tom. II. p. 232_) confronta la
povertà di Clodoveo con la ricchezza de' suoi nipoti. Remigio però (_in
Tom. IV. pag. 52_) fa menzione delle sue _paterne ricchezze_, come
sufficienti a redimer gli schiavi.

[152] Vedi Gregorio _L. II. c. 27, 37. in Tom. II. p. 175, 181, 182_. La
famosa storia del vaso di Soissons spiega la potenza ed il carattere di
Clodoveo. Come soggetto di controversia si è stranamente torturato dal
Boulainvilliers, dal Dubos, e da altri antiquari politici.

[153] Il Duca di Nivernois, nobil Politico, il quale ha maneggiato
importanti e delicate negoziazioni, illustra ingegnosamente (_Mem. de
l'Acad. des Inscr. Tom. XX. p. 147, 184_) il sistema politico di
Clodoveo.

[154] Il Biet (in una Dissertazione, che meritò il premio dell'Accademia
di Soissons _p. 178, 226_) accuratamente ha determinato la natura e
l'estensione del Regno di Siagrio, e di suo Padre; ma troppo facilmente
ammette la debole testimonianza di Dubos (_Tom. II. p. 54, 57_) per
privarlo di Beauvais e d'Amiens.

[155] Si può avvertire, che Fredegario nella sua Epitome di Gregorio di
Tours (_Tom. II. p. 398_) ha prudentemente sostituito il nome di
_Patricius_ all'incredibile titolo di _Rex Romanorum_.

[156] Sidonio (_L. V. ep. 5. in Tom. 1. p. 794_), che lo chiama il
Solone, l'Amfione de' Barbari, s'indirizza a questo Re immaginario in
uno stile d'amicizia e d'uguaglianza. Per mezzo di tali uffizi di
equità, l'accorto Dejoce si era inalzato al trono de' Medi (Herodot. _l.
1. c. 96, 100_).

[157] _Campum sibi praeparari jussit_. Il Biet (226, 261) ha
diligentemente fissato questo campo di battaglia a Nogent, Abbazia
Benedettina, distante circa dieci miglia da Soissons, dalla parte
settentrionale. Quel terreno era indicato da un recinto di sepolcri
pagani; Clodoveo donò le terre addiacenti di Leuilly e Coucy alla Chiesa
di Reims.

[158] Vedi Cesare _Comment. de Bell. Gall. II, 4. in Tom. I. p. 220_, e
le notizie _Tom. I. p. 126_. Le tre _fabbriche_ di Soissons erano
_scutaria, balistaria_, e _clinabaria_. L'ultima somministrava tutta
l'armatura de' gravi corazzieri.

[159] Deve quest'epiteto limitarsi alle circostanze d'allora e non
potrebbe giustificarsi coll'Istoria il pregiudizio Francese di Gregorio
(_L. II, c. 27. in. Tom. II. p. 175_) _ut Gothorum pavere mos est_.

[160] Dubos mi ha persuaso (_Tom. 1. p. 277, 286_) che Gregorio di Tours
ed i suoi copisti o lettori hanno più volte confuso il regno Germanico
della _Turingia_ oltre il Reno, colla città Gallica di Tongria sulla
Mosa, che anticamente era il paese degli Eburoni, e modernamente la
diocesi di Liegi.

[161] _Populi habitantes iuxta,_ Lemanum _lacum_ Alemanni _dicuntur_.
Serv. _ad Virgil. Georg._ IV. 278. Dom Bouquet (_Tom. I. p. 817_) ha
solamente allegato il più recente, e corrotto testo d'Isidoro di
Siviglia.

[162] Gregorio di Tours manda S. Lupicino _inter illa Jurensis deserti
secreta, quae inter Burgundiam Alemaniamque sita Aventicae adiacent
Civitati (in Tom. I. p. 648)_ Il Watteville (_Hist. de la confederat.
Helvet. Tom. I. p. 9, 10_) ha diligentemente fissato i confini Elvetici
del Ducato dell'Alemannia, e della Borgogna Transiurana. Essi
corrispondevano alle Diocesi di Costanza, e d'Avenche o Losanna, e sono
tuttavia distinti, nella moderna Svizzera, dall'uso della lingua
Germanica e Francese.

[163] Vedi Guilliman _de Reb. Helveticis L. I. c. 3. p. 11, 12_. Dentro
le antiche mura di Vindonissa si sono successivamente fabbricate la
fortezza d'Habsburgh, l'Abbazia di Konigsfield, e la Città di Bruck. Il
filosofico viaggiatore può paragonare i monumenti della conquista
Romana, della feudale tirannia, della superstizione monastica, e
dell'industriosa libertà. Se sarà veramente Filosofo, applaudirà il
merito, e la felicità de' suoi tempi.

[164] Gregorio di Tours (_L. II. 30, 37. in Tom. II. p. 176, 177, 182_),
le _Gesta Francorum_ (_in Tom. II. p. 551_) e la lettera di Teodorico
(Cassiodoro _Var. Lib. II. cap. 41. in Tom. IV. p. 4_) descrivono la
disfatta degli Alemanni. Alcune delle loro Tribù si stabilirono nella
Rezia sotto la protezione di Teodorico, i successori del quale cederono
la Colonia ed il paese loro al nipote di Clodoveo. Può vedersi lo stato
degli Alemanni sotto i Re Merovingici presso Mascou (_Istor. degli
antichi Germani XI. 8. etc. Annotas. 362_) e Guillimain (_De Reb.
Helvetic. L. II c. 10, 12. p. 72, 80_).

[165] Clotilde, o piuttosto Gregorio, suppone, che Clodoveo adorasse gli
Dei della Grecia e di Roma. Il fatto è incredibile, e tale sbaglio non
serve che a dimostrare, come in meno d'un secolo si era pienamente
abolita ed anche dimenticata la Religion nazionale de' Franchi.

[166] Gregorio di Tours riferisce il matrimonio, e la conversione di
Clodoveo (_L. II. c. 28, 31. in Tom. II. p. 175, 178_). Anche
Fredegario, o l'Epitomatore anonimo (_in T. II. p. 399, 400_), l'Autore
delle _Gesta Francorum_ (_in Tom. II. p. 548, 552_) ed Aimoino medesimo
(_L. I. c. 13. in T. III. p. 37, 40_) non sono da disprezzarsi. La
tradizione ha potuto conservar lungamente alcune curiose circostanze di
questi importanti successi.

[167] Un Viaggiatore, che tornava da Reims nell'Alvergna aveva rubato
una copia delle sue declamazioni al segretario o libraio del modesto
Arcivescovo (Sidon. Apollinar. _L. IX. Epist. 7_). Quattro lettere di
Remigio, che tuttavia esistono (_in Tom. IV. p. 51, 52, 53_) non
corrispondono alla lode magnifica di Sidonio.

[168] Incmaro, uno de' successori di Remigio (_an. 845, 882_) ne fece la
vita (_in Tom. III. p. 373, 480_). L'autorità degli antichi Manoscritti
della Chiesa di Reims potrebbe ispirare qualche fiducia, la quale però
vien distrutta dalle temerarie ed audaci finzioni d'Incmaro. Egli è
molto notabile, che Remigio, il quale fu consacrato all'età di ventidue
anni (anno 457) occupò la cattedra Episcopale settantaquattro anni
(Pagi, _Critic. in Baron. Tom. II. p. 384, 572_).

[169] Per il battesimo di Clodoveo fu portata da una bianca colomba una
boccetta (la santa ampolla) d'olio santo, o piuttosto celeste, e ciò
tuttavia si usa, e si rinnuova nella coronazione de' Re di Francia.
Incmaro (che aspirava alla Primazia della Gallia) è il primo autore di
questa favola (_in Tom. III. p. 377_), i deboli fondamenti della quale
con profondo rispetto, e consumata destrezza si sono rovesciati
dall'Abbate Vertot (_Memoir. de l'Acad. des Inscr. Tom. II. p. 619,
633_).

[170] _Mitis depone colla Sicamber: adora quod incendisti, incende quod
adorasti_. Gregorio Turon. _L. II. cap. 31. in Tom. II. p. 177_.

[171] _Si ego ibidem cum Francis meis fuissem, injurias eius
vindicassem_. Questa temeraria espressione, che Gregorio ha
prudentemente taciuta, vien celebrata da Fredegario (_Epitom. c. 21. in
Tom. II. p. 400_), da Aimoino (_L. 1, c. 16. in Tom. III. p. 40_), e
dalla croniche di S. Dionisio (_L. 1. c. 20. in Tom. III. p. 171_), come
un'ammirabile effusione di zelo cristiano.

[172] Gregorio _L. II. c. 40, 43. in Tom. 11. p. 183, 185_. Dopo aver
freddamente riferito i replicati delitti, e gli affettati rimorsi di
Clodoveo, conclude, forse inavvertentemente, con una lezione, che
l'ambizione non vorrà mai ascoltare: _His ita transactis.... obiit_.

[173] Dopo la vittoria Gotica, Clodoveo fece delle ricche offerte a S.
Martino di Tours. Ei desiderava di riscattare il suo cavallo di
battaglia col dono di cento monete d'oro; ma l'incantato cavallo non
potè muoversi dalla stalla, finattantochè non fu raddoppiato il prezzo
del suo riscatto. Questo miracolo eccitò il Re ad esclamare: _Vere R.
Martinus est bonus in auxilio, sed carus in negotio. Gesta Francor. in
Tom. II. p. 554, 555_.

[174] Vedi la lettera scritta dal Pontefice Anastasio al convertito
Reale (_in Tom. IV. p. 50, 51_). Avito, Vescovo di Vienna, scrisse a
Clodoveo sul medesimo soggetto (p. 49); e molti Vescovi Latini lo
vollero assicurare del loro contento ed attaccamento.

[175] In vece di Αρβορρυχοι, ignoto Popolo, che si trova nel
testo di Procopio, Adriano di Valois ha restituito il nome più a
proposito di Αρμορυχοι, e questa facile correzione si è quasi
universalmente approvata. Pure uno spregiudicato lettore naturalmente
supporrebbe, che Procopio intendesse di descrivere una tribù di Germani
alleata di Roma, non già una confederazione di Città della Gallia, che
si fossero ribellate dall'Impero.

[176] Questa importante digressione di Procopio (_De Bell. Goth. L. I.
c. 12, in Tom. II. p. 29, 36_) illustra l'origine della Monarchia
francese. Pure bisogna osservare, I. che l'Istorico Greco dimostra una
ignoranza inescusabile della geografia dell'Occidente; II. che questi
trattati e privilegi, che dovevan lasciare qualche durevole traccia dopo
di loro, sono totalmente invisibili presso Gregorio di Tours, nelle
Leggi Saliche ec.

[177] _Regnum circa Rhodanum, aut Ararim cum provincia Marsiliensi
retinebat_. Gregorio Turon. _L. II. c. 32. in T. II. p. 178_. La
Provincia di Marsiglia fino alla Duranza fu in seguito ceduta agli
Ostrogoti: e si suppone, che le sottoscrizioni di venticinque Vescovi
rappresentassero il Regno di Borgogna (_an. 519. Concil. Epaon. in Tom.
IV. p. 104, 105_). Nondimeno eccettuerei Vindonissa. Il Vescovo, che
viveva sotto i Pagani alemanni, doveva naturalmente intervenire a'
sinodi del vicino Regno Cristiano. Mascou (nelle sue prime quattro
annotazioni) ha spiegato molte circostanze relative alla Monarchia di
Borgogna.

[178] Mascou (_Istor. de German. XI. 10_), che diffida con molta ragione
della testimonianza di Gregorio di Tours, ha prodotto un passo d'Avito
(_Epist. 5_) per provare, che Gundobaldo affettava di deplorare quel
tragico successo, a cui da' suoi sudditi affettavasi d'applaudire.

[179] Vedasi l'original conferenza (_in Tom. IV. p. 99, 102_). Avito,
principale attore, e probabilmente segretario del Congresso, era Vescovo
di Vienna. Un breve ragguaglio della persona e delle opere di esso può
trovarsi presso il Dupin (_Biblioth. Eccles. Tom. V. p. 5, 10_).

[180] Gregorio di Tours (_L. III. c. 19. in Tom. II. p. 199_) soddisfa
il suo genio, o piuttosto trascrive qualche più eloquente scrittore
nella descrizion di Digione, Fortezza che già meritava il titolo di
Città. Fu dipendente da' Vescovi di Langres fino al duodecimo secolo, ed
in seguito divenne la capitale de' Duchi di Borgogna. (Longuerue,
_Descript. de la France P. 1. p. 280_).

[181] L'Epitomatore di Gregorio di Tours (_in Tom. II. p. 401_) ci ha
conservato questo numero di Franchi; ma suppone arbitrariamente, ch'essi
fossero tagliati a pezzi da Gundobaldo. Il prudente Borgognone risparmiò
i soldati di Clodoveo, e gli mandò prigionieri al Re de' Visigoti, che
gli stabilì nel Territorio di Tolosa.

[182] In questa guerra di Borgogna ho seguitato Gregorio di Tours (_L.
II. c. 32, 33. in Tom. II. p. 176, 279_) la narrazione del quale
_sembra_ così contraria a quella di Procopio (_De Bell. Goth. L. I. c.
12. in Tom. II. p. 31, 32_), che alcuni critici hanno supposto _due_
guerre diverse. L'Abbate Dubos (_Hist. Crit. ec. Tom. II. p. 126, 162_)
ne ha distintamente rappresentate le cause, e gli eventi.

[183] Vedasi la sua vita, o leggenda (_in Tom. III. p. 402_). Martire!
come si è stranamente allontanata, questa parola dall'originale suo
senso di comun testimone. S. Sigismondo era famoso per la cura delle
febbri.

[184] Avanti la fine del quinto secolo, la Chiesa di S. Maurizio, e la
sua legione Tebea, aveva reso Agauno un luogo di devoto pellegrinaggio.
Una promiscua comunità di ambidue i sessi vi aveva introdotto alcuno
opere di tenebre, che furono abolite (l'anno 515) dal regolar monastero
di Sigismondo. Dentro i cinquant'anni, i suoi _Angeli di luce_ fecero
una sortita notturna, per assassinare il loro Vescovo col suo Clero.
Vedi nella Biblioteca Ragionata (_Tom. 36, p. 435, 438_) la curiosa
osservazione d'un erudito Bibliotecario di Ginevra.

[185] Mario, Vescovo d'Avenche (_Chron. in Tom. II. p. 15_), ha notato
le date autentiche, e Gregorio di Tours (_L. III. c. 5, 6. in Tom. II.
p. 188, 189_) ha espresso i fatti principali della vita di Sigismondo, e
della conquista di Borgogna. Procopio (_in Tom. II. p. 34_), ed Agatia
(_in Tom. II. p. 49_) dimostrano l'imperfetta e remota loro cognizione
di tali avvenimenti.

[186] Gregorio di Tours (_L. II. c. 37. in Tom. II. p. 181_) riporta il
breve ma persuasivo discorso di Clodoveo. _Valde moleste fero quod hi
Ariani partem teneant Galliarum_ (l'Autore delle _Gest. Francor. in Tom.
II. p. 553_. aggiunge il prezioso epiteto _d'Optimam_); _eamus cum
adiutorio Dei, et superatis eis, redigamus terram in ditionem nostram_.

[187] _Tunc Rex proiecit a se in directum Bipennem suam, quod est
Francisca etc. Gest. Francor. in Tom. II. p. 554._ La forma, e l'uso di
quest'arme si descrivono chiaramente da Procopio (_in Tom. II. pag.
37_). Posson trovarsi degli esempi del suo nome _nazionale_ in Latino ed
in Francese, nel Glossario del Ducange, e nel gran Dizionario di
Trevoux.

[188] È singolare, che si trovino alcuni importanti, ed autentici fatti
in una vita di Quinziano, composta in rima, nell'antico dialetto
(_Patois_) di Rovergue. Dubos, _Hist. Crit. ec. Tom. II. p. 179._

[189] _Quamvis fortitudini vestrae confidentiam tribuat parentum
vestrorum innumerabilis multitudo; quamvis Attilam potentem
reminiscamini Visigothorum viribus inclinatum; tamen quia populorum
ferocia corda longa pace mollescunt, cavete subito in aleam mittere,
quos constat tantis temporibus exercitia, non habere_. Tal era il
salutevole ma infruttuoso consiglio pacifico della ragione, e di
Teodorico. (Cassiodoro _L. III. ep. 2_).

[190] Montesquieu (_Espr. des Loix. L. XV. c. 14_) riferisce ed approva
la legge de' Visigoti (_L. IX. Tit. 2. in Tom. IV. p. 425_) che
obbligava tutti i Padroni ad armare e mandare o condurre nel campo la
decima parte de' loro schiavi.

[191] Questa specie di divinazione, cioè di prendere come un augurio le
prime parole sacre, che in certe particolari circostanze si
presentassero all'occhio, o all'orecchio, fu tratta da' Pagani; e si
sostituì la Bibbia, o il Salterio a' Poemi di Omero e di Virgilio. Dal
quarto secolo fino al decimoquarto, queste _sortes Sanctorum_, come si
dicono, furono più volte condannate da' decreti de' Concili, e più volte
praticate da' Re, dai Vescovi, e da' Santi. Vedasi una curiosa
Dissertazione dell'Abbate du Resnel nelle memorie dell'Accademia _Tom.
XIX. p. 287, 320_.

[192] Dopo aver corretto il testo, o scusato l'error di Procopio, che
pone la disfatta d'Alarico vicino a Carcassona, possiam concludere dalla
testimonianza di Gregorio, di Fortunato, o dell'Autore delle _Gesta
Francorum_, che la battaglia seguì _in campo Vocludensi_ sulle rive del
Clain, circa dieci miglia al mezzodì di Poitiers. Clodoveo sorprese ed
attaccò i Visigoti vicino a Vivonna, e fu decisa la vittoria in
vicinanza d'un villaggio tuttavia chiamato _Champagne S. Hilaire_. (Vedi
le dissertazioni dell'Abbate le Boeuf _Tom. 1. p. 304, 311_).

[193] Angolemme è nella strada, che da Poitiers conduce a Bordò; e
quantunque Gregorio differisca l'assedio, si può creder più facilmente,
ch'esso abbia confuso l'ordine della istoria, di quel che Clodoveo
trascurasse le regole della guerra.

[194] _Pyrenaeos montes usque Perpinianum subiecit_: Tal è,
l'espressione di Rorico, che dimostra la recente sua data, poichè
Perpignano non esistè prima del decimo secolo (_Marca Hispanica p.
458_). Questo florido e favoloso scrittore (ch'era forse un Monaco
d'Amiens, vedi l'Abbate le Boeuf, _Mem. de l'Academ. Tom. XVII. p. 228,
245_) riferisce, sotto l'allegorico carattere di Pastore, l'istoria
generale dei Franchi, suoi nazionali; ma il suo racconto finisce con la
morte di Clodoveo.

[195] L'autore delle _Gesta Francorum_ positivamente afferma che
Clodoveo stabilì un corpo di Franchi nella Santongia, e nel Bordelese:
ed è seguitato non senza ragione da Rorico: _Electos milites atque
fortissimos, cum parvulis atque mulieribus._ Pure sembra, ch'essi tosto
si mescolassero co' Romani dell'Aquitania, finattantochè Carlo Magno vi
condusse una più numerosa, e potente Colonia (Dubos, _Hist. Crit. Tom.
II. p. 215_).

[196] Nella descrizione della guerra Gotica mi son servito de' seguenti
materiali, col dovuto riguardo al disugual valore di essi; cioè, di
quattro lettere di Teodorico Re d'Italia (Cassiod. _L. III. epist. 1 in
Tom. IV. p. 3, 5_), di Procopio (_de Bell. Goth. L. I. c. 12. in Tom.
II. p. 32, 33_), di Gregorio di Tours (_L. II. c. 35, 36, 37. in Tom.
II. p. 181, 183_), di Giornandes (_de reb. Getic. c. 38. in Tom. II. p.
28_), di Fortunato (_in Vit. S. Hilar. in Tom. III. p. 380_), d'Isidoro
(_in Cron. Goth. in Tom. II. p. 702_), dell'Epitome di Gregorio
Turonense (_in Tom. II. p. 401_), dell'Autore delle _Gesta Francor._
(_in Tom. II. p. 453, 555_), de' Frammenti di Fredegario (_in Tom. II.
p. 473_), d'Aimoino (_L. I. c. 20 in Tom. III. p. 41, 42_) e di Rorico
(_L. IV. Tom. III. p. 14, 19_).

[197] I _Fasti_ d'Italia dovevan naturalmente rigettare un Console,
nemico del loro Sovrano; ma qualunque ingegnosa ipotesi, che spiegasse
il silenzio di Costantinopoli, e dell'Egitto (cioè della cronica di
Marcellino, e della Pasquale) vien distrutta da un simil silenzio di
Mario, Vescovo di Avenche, che compose i suoi Fasti nel regno di
Borgogna. Se la testimonianza di Gregorio di Tours fosse meno grave e
positiva (_L. II. c. 38. in Tom. II. p. 183_), io crederei che Clodoveo
ricevesse, come Odoacre, il titolo e gli onori durevoli di _Patrizio._
(_Pagi, Crit. Tom. II. p. 474, 492_).

[198] Sotto i Re Merovingici, Marsilia ricevea sempre dall'Oriente
Carta, Vino, Olio, Lino, Seta, Pietre preziose, Spezierie ec. I Galli, e
i Franchi negoziavano nella Siria, ed i Sirj si stabilivano nella
Gallia. (Vedi il de Guignes, _Memor. de l'Academ. Tom. XXXVII. p. 441,
475_).

[199] (_Poichè non si reputava, che i Franchi possedessero la Gallia con
sicurezza, se l'Imperatore non confermava tal fatto_) Оυ γαρ πστε ωοντο
Γαλλιας ξυντω ασφαλει κεκτησθαι φρανγοι, μη του αυτοκρατορος το εργον
επισφραγισαντος τουτο γε. Questa forte dichiarazione di Procopio
(_de Bell. Goth. L. III. c. 33. in Tom. II. p. 41_) servirebbe quasi
a giustificare l'Abbate Dubos.

[200] I Franchi, che probabilmente si servirono delle Zecche di Treveri,
di Lione e d'Arles, imitarono il conio degli Imperatori Romani di
sessantadue _soldi_, o pezzi di moneta per libbra d'oro. Ma siccome i
Franchi ammettevano una proporzione decupla fra l'oro e l'argento, dieci
scellini corrisponderanno al valore del loro soldo d'oro. Questo era la
comune misura delle multe de' Barbari, e conteneva quaranta _denarii_, o
piccole monete d'argento del valore di tre soldi. Dodici di questi
denarii formavano un solido, o uno scellino, cioè la ventesima parte
d'una _libbra_ d'argento di peso e di numero, che si è tanto stranamente
diminuita nella Francia moderna. (Vedi le Blanc, _Traitè Histor. des
Monnoyes de France p. 37, 43. ec._)

[201] Agatia _in Tom. II. p. 47_. Gregorio di Tours ne fa una pittura
molto differente. Non sarebbe forse così facile il trovare, dentro il
medesimo istorico periodo, più vizi e meno virtù. Continuamente ci si
presenta con disgusto l'unione di selvaggi e di corrotti costumi.

[202] Il de Foncemagne ha delineato in una corretta ed elegante
dissertazione (_Mem. de l'Acad. Tom. VIII, p. 505, 518_) l'estensione,
ed i limiti della Monarchia francese.

[203] L'Abbate Dubos (_Hist. Crit. Tom. I. p. 29, 36_) ha esposto con
verità, e piacevolmente, il tardo progresso di tali studj; ed osserva,
che Gregorio di Tours era stato solo stampato una volta prima dell'anno
1560. Secondo la querela dell'Heineccio (_Oper. Tom. II. Syllog. III. p.
248_ ec.) la Germania ricevè con indifferenza e disprezzo i Codici delle
Leggi barbare, che furono pubblicate dall'Heroldo, dal Lindebrogio ec.
Presentemente quelle Leggi (per quanto si riferiscono alla Gallia),
l'istoria di Gregorio Turonense, e tutti i monumenti della stirpe
Merovingica, son posti in un puro, e perfetto stato ne' primi quattro
volumi degl'Istorici di Francia.

[204] Nello spazio di trent'anni (_dal 1728 al 1765_) quest'importante
soggetto si è trattato dal libero spirito del Conte di Boulainvilliers
(_Memoir. Histor. sur l'état de la France_, specialmente _nel Tom. I. p.
15, 49_), dall'erudito ingegno dell'Abbate Dubos (_Hist. Crit. de
l'Etabliss. da la Monarch. Franc. dans les Gaules 2. vol. 4_),
dall'esteso genio del Presidente di Montesquieu (_Espr. des Loix_
particolarmente _L. XXVIII, XXX, XXXI_), e dal buon senso, e dalla
diligenza dell'Abbate di Mably (_Observations sur l'Histoir. de France 2
vol. 12_).

[205] Io ho tratto gran lume dalle due dotte opere dell'Heineccio, cioè
dall'_Istoria_, e dagli _Elementi_ del Diritto Germanico. In una
giudiziosa prefazione agli Elementi, egli esamina e procura di scusare i
difetti di quella barbara Giurisprudenza.

[206] Sembra, che la lingua originale del Gius Salico fosse latina. Esso
fu probabilmente composto al principio del quinto secolo, avanti l'era
(_an. 421_) del vero, o falso Faramondo. La prefazione di quel Gius fa
menzione de' quattro Cantoni, da' quali si presero i quattro
legislatori: e molte Province, come la Franconia, la Sassonia,
l'Annover, il Brabante ec., hanno preteso, che loro appartenessero.
(Vedasi un'eccellente dissertazione dell'Heineccio, _de lege Salica Tom.
III Syllog. p. 147, 267_).

[207] Eginard _in vita Caroli M. c. 29 in Tom. V p. 100_. Per questi due
corpi di Leggi, i Critici per la maggior parte intendono le Saliche, e
le Ripuarie. Le prime s'estendevano dalla selva Carbonaria sino alla
Loira (Tom. VI p. 151); e le altre potevano aver vigore dalla medesima
selva fino al Reno (Tom. IV p. 222).

[208] Si consultino le antiche e moderna prefazioni de' vari Codici, nel
quarto volume degl'Istorici di Francia. Il prologo originale alle Leggi
Saliche esprime (quantunque in un dialetto straniero) il vero spirito
de' Franchi, con maggior forza che i dieci libri di Gregorio di Tours.

[209] La Legge Ripuaria dichiara e stabilisce quest'indulgenza in favore
dell'attore (_Tit. XXXI in Tom. IV p. 240_); e si suppone, o s'esprime
la stessa tolleranza in tutti i codici, eccettuato quello de' Visigoti
di Spagna: _Tanta diversitas legum_ (dice Agobardo nel nono secolo)
_quanta non solum in regionibus aut civitatibus, sed etiam in multis
domibus habetur. Nam plerumque contingit ut simul eant, aut sedeant
quinque homines; et nullus eorum communem legem cum altero habeat_ (_in
Tom. VI p. 350_). Egli stoltamente propone d'introdurre una conformità
di leggi, ugualmente che di fede.

[210] _Inter Romanos negotia caussarum Romanis legibus praecipimus
terminari_. Tali sono le parole d'una costituzion generale, promulgata
da Clotario, figlio di Clodoveo, restato solo Monarca de' Franchi (_in
Tom. IV p. 116_) verso l'anno 560.

[211] Questa libertà d'elezione si è opportunamente dedotta (_Espr. des
Loix L. XXVIII. 2_) da una Costituzione di Lotario I. (_Leg. Longob. l.
II. Tit. 57 in Cod. Lindembrog. p. 664_) quantunque l'esempio sia troppo
recente e parziale. Da una diversa lezione nella Legge Salica (_Tit.
LXIV not. 45_) l'Abbate di Mably (_Tom. 1 p. 290, 293_) ha congetturato,
che a principio i _soli Barbari_, ed in seguito _chiunque_ (e
conseguentemente anche i Romani) potessero vivere secondo la legge de'
Franchi. Mi dispiace d'oppormi a questa ingegnosa congettura,
osservando, che il senso più stretto (_Barbarum_) si esprime nella copia
riformata di Carlo Magno, che si conferma da' Manoscritti, Reali e di
Wolfenbuttel. L'interpretazione più larga (_hominem_) non è autorizzata,
che dal manoscritto di Fulda, da cui Heroldo pubblicò la sua edizione.
Vedi i quattro Testi originali della Legge Salica nel _Tom. IV p. 147,
173, 196, 220_.

[212] Ne' tempi eroici della Grecia il delitto d'omicidio si espiava
mediante una pecuniaria soddisfazione alla famiglia del morto (Feichius,
_Antiquit_. Homer. _L. II c. 8_). L'Heineccio, nella sua Prefazione agli
elementi del Gius Germanico, favorevolmente suggerisce, che in Roma, ed
in Atene l'omicidio era punito solo coll'esilio. Questo è vero, ma
l'esilio era una pena _capitale_ per un cittadino Romano, o Ateniese.

[213] Questa proporzione è fissata dalle Leggi Salica (_Tit. 44 in Tom.
IV p. 147_), e Ripuaria (_Tit. 7, 11, 36 in Tom. IV p. 237, 241_); ma
l'ultima non fa alcuna distinzione de' Romani. L'ordine però del Clero è
posto sopra i Franchi medesimi, ed i Borgognoni e gli Alemanni fra i
Franchi ed i Romani.

[214] Gli Antrustiones, _qui in truste dominica sunt, leudi, fideles_,
sicuramente rappresentano il prim'ordine de' Franchi; ma è dubbioso, se
il loro grado era personale o ereditario. All'Abbate di Mably (_Tom. 1
p. 334, 347_) non è dispiaciuto di mortificare l'orgoglio della nascita
(_Espr. LXXX c. 25_) con fissare il principio della nobiltà Francese dal
regno di Clotario II (_an. 615_).

[215] Vedi le Leggi di Borgogna (_Tit. II in Tom. IV p. 157_), il Codice
de' Visigoti (_L. VI Tit. V in Tom. IV p. 384_) e la costituzione di
Childeberto, non di Parigi, ma certamente d'Austria (_in Tom. IV p.
112_). L'immatura loro severità fu alle volte temeraria ed eccessiva.
Childeberto condannò alla morte non solamente gli omicidi, ma anche i
ladri: _quamodo sine lege involavit, sine lege moriatur_; e fino il
Giudice negligente era involto nella medesima sentenza. I Visigoti
abbandonavano un chirurgo, che male fosse riuscito nelle sue operazioni,
alla famiglia del morto, _ut quod de eo facere voluerint habeant
potestatem. L. XI Tit. 1 in Tom. IV p. 435_.

[216] Vedi nel sesto Tomo delle opere dell'Heineccio (_Elementa Juris
Germanici L. II p. II n. 251, 262, 280, 283_). Pure si può trovare in
Germania qualche vestigio di queste pecuniarie composizioni fino al
secolo decimo sesto.

[217] Tutta la materia de' Giudici Germanici, e della loro
giurisdizione, è trattata copiosamente dall'Heineccio (_Elem. Jur. Germ.
l. III n. 1, 72_). Io non posso trovare alcuna prova, che sotto la
stirpe Merovingica gli _Scabini_, o assessori fossero eletti dal Popolo.

[218] Gregor. Turon. _l. VIII c. 9 in Tom. II p. 316_. Montesquieu
osserva (_Espr. des Loix L. XXVIII c. 13_), che la Legge Salica non
ammetteva queste _prove negative_, tanto generalmente stabilite ne'
Codici Barbari. Pure quell'oscura concubina (Fredegunda), che divenne
moglie del nipote di Clodoveo, doveva seguire la Legge Salica.

[219] Il Muratori nelle Antichità d'Italia ha fatto due Dissertazioni
(XXXVIII e XXXIX) sopra i _giudizj di Dio_. Si pretendeva, che il
_fuoco_ non bruciasse l'innocente, e che il puro elemento dell'_acqua_
non permettesse, che il colpevole s'immergesse nel suo seno.

[220] Montesquieu (_Espr. des Loix 1. XXVIII c. 17_) ha condisceso a
spiegare, e scusare _la maniere de penser de nos peres_ intorno a'
combattimenti giudiciali. Ei seguita questo stravagante istituto dal
tempo di Gundobaldo fino a quello di S. Luigi; ed il filosofo alle volte
si perde nel Legale antiquario.

[221] In un memorabil duello, fatto ad Aquisgrana (l'_an. 820_) in
presenza dell'Imperator Lodovico Pio, osserva il suo Biografo che
_secundum legem propriam, nipote quia uterque Gothus erat, equestri
pugna congressus est_ (_Vit. Ludovic. Pii c. 33 in Tom. VI p. 103_).
Ermoldo Nigello (_l. III 543, 628 in Tom. VI p. 48, 50_) che descrive
quel duello, ammira l'_arte nuova_ di combattere a cavallo, che era
incognita a' Franchi.

[222] Gundobaldo, nell'originale suo editto, pubblicato a Lione (l'_anno
501_) stabilisce, e giustifica l'uso del combattimento giudiciale (_Leg.
Burgund, Tit. XIV in Tom. II p. 267, 268_). Trecento anni dopo,
Agobardo, Vescovo di Lione, sollecitò Lodovico Pio ad abolire la legge
d'un Arriano tiranno (_in Tom. VI p. 356, 358_). Ei riferisce il Dialogo
di Gundobaldo, e d'Avito.

[223] _Accidit_, dice Agobardo, _ut non solum valentes viribus, sed
etiam infirmi et senes lacessantur ad pugnam etiam pro vilissimis rebus.
Quibus foralibus certaminibus contingunt homicidia iniusta, et crudeles
ac perversi eventus iudiciorum_. Come prudente rettorico; sopprime il
legale privilegio di far uso de' campioni.

[224] Montesquieu (_Espr. des Loix XXVIII c. 14_) che intende _perchè_
fu ammesso il combattimento giudiciale da' Borgognoni, da' Ripuari,
dagli Alemanni, da' Bavari, da' Lombardi, da' Turingi, da' Frisoni, e
da' Sassoni, è persuaso (ed Agobardo sembra, che sostenga tal
asserzione), che il medesimo non era permesso dalla Legge Salica. Pure
si fa menzione dell'istesso uso, almeno ne' casi di delitti di Stato, da
Ermoldo Nigello (_l. III 543 in Tom. VI p. 48_), e dall'anonimo Biografo
di Ludovico Pio (c. 46 _in Tom. VI p. 112_); come _mos antiquus
Francorum, more Francis solito ec._: espressioni troppo generali per
escludere la più nobile delle loro Tribù.

[225] Cesare _de Bell. Gallic. lib. 1 cap. 31 in Tom. 2 pag. 213._

[226] Gli oscuri segni d'una divisione di terre, accidentalmente sparsi
nelle Leggi de' Borgognoni (_Tit. 54 n. 1, 2 in Tom. IV p. 271, 272_) e
de' Visigoti (_l. X Tit. 1 n. 8, 9, 16 in Tom. IV p. 428, 429, 430_)
sono abilmente spiegati dal Presidente di Montesquieu (_Espr. des Loix
l. XXX c. 7, 8, 9_). Aggiungerò solamente, che fra' Goti sembra, che la
divisione si fissasse a giudizio de' vicini; che i Barbari spesso
usurpavano l'altro _terzo_; e che i Romani potevano ricuperare i loro
diritti, purchè non ne fossero restati privi per una prescrizione di
cinquant'anni.

[227] Egli è molto singolare, che il Presidente di Montesquieu (_Espr.
des Loix l. XXX c. 7_), e l'Abbate di Mably (_Observat. Tom. 1 p. 21,
22_) convengano in questa strana supposizione d'un arbitraria e privata
rapina. Il Conte di Boulainvilliers (_Etat de la France Tom. 1 p. 22,
23_) dimostra un forte ingegno a traverso un nuvolo d'ignoranza, e di
pregiudizio.

[228] Vedi l'Editto, o piuttosto il Codice rurale di Carlo Magno, che
contiene settanta distinti e minuti regolamenti di quel gran Monarca
(_in Tom. V p. 652, 657_). Ei chiede conto delle corna, e delle pelli
delle capre, permette che sia venduto il suo pesce, ed accuratamente
ordina, che le ville più grosse (_Capitaneae_) mantengano cento polli, e
trenta oche; e le più piccole (_mansionales_) cinquanta polli, e dodici
oche. Il Mabillon (_de re diplomatica_) ha investigato i nomi, il
numero, e la situazione delle ville Merovingiche.

[229] Da un passo delle Leggi Borgognone (_Tit. 1 n. 4 in Tom. IV p.
257_) è chiaro, che un figlio meritevole poteva sperare di ritenere le
terre che suo padre avea ricevuto dalla real bontà di Gundobaldo. I
Borgognoni avranno mantenuto con fermezza il lor privilegio, ed il lor
esempio potè incoraggire i beneficiari di Francia.

[230] Le rivoluzioni de' Benefizi, e de' Feudi sono chiaramente
determinate dall'Abbate di Mably. L'accurata sua distinzione de' tempi
gli conferisce un merito, che non ha neppur Montesquieu.

[231] Vedi la legge Salica (_Tit. 62 in Tom. IV p. 156_). L'origine, e
la natura di queste terre saliche, che ne' tempi d'ignoranza si
conoscevan perfettamente, adesso rendon perplessi i nostri più eruditi e
sagaci critici.

[232] Molti fra' dugentosei miracoli di S. Martino (Gregorio Turonense
_in Max. Biblioth. Patrum Tom. XI pag. 895, 932_) furono più volte fatti
per punire il sacrilegio: _Audite haec, omnes_ (esclama il Vescovo di
Tours) _potestatem habentes_, dopo aver riferito, come alcuni cavalli
che erano stati condotti in un prato sacro, erano divenuti furiosi.

[233] Heinecci, _Elem. Jur. German. l. II p. 1 n. 88_.

[234] Giona, Vescovo d'Orleans, (an. 821, 826. Cavo, _Hist. Litter_. p.
443) censura la _legal_ tirannia de' nobili: _Pro feris, quas cura
hominum non aluit, sed Deus in commune mortalibus ad utendum concessit,
pauperes a potentioribus spoliantur, flagellantur, ergastulis
detruduntur, et multa alia patiuntur. Hoc enim qui faciunt lege mundi se
facere juste posse contendunt. De institutione laicor. l. II c. 23 ap.
Thomassin Discipl. de l'Eglise Tom. III p. 1348_.

[235] Sopra un puro sospetto, Cundo, Ciamberlano di Gontranno, Re di
Borgogna, fu lapidato (Gregor. Turon. _l. X c. 10 in Tom. II p. 369_).
Giovanni Salisburiense (_Policrat. l. 1 c. 4_) sostiene i diritti di
natura, ed espone la crudele pratica del duodecimo secolo. (Vedi
Heinecci, _Elem. Jur. German. l. II p. 1 n. 51, 57_).

[236] L'uso di fare schiavi i prigionieri di guerra fu totalmente
estinto nel secolo decimoterzo, per l'autorità del Cristianesimo che
prevalse; ma potrebbe provarsi con più passi di Gregorio di Tours, che
si praticava senza censura veruna sotto la razza Merovingica; e fino lo
stesso Grozio (_de Jur. Bell. et Pac. l. III c. 7_), ugualmente che
Barbeyrac, suo comentatore, hanno procurato di combinarlo con le leggi
della natura, e della ragione.

[237] Si spiegano dall'Heineccio (_Elem. Jur. German. l. 1 n. 28, 47_),
dal Muratori (_Dissert. XIV, XV_), dal Ducange (_Gloss. sub. voc.
servis_) e dall'Abbate di Mably (_Observ. Tom. II p. 3 etc. p. 237
etc_.) lo stato, le professioni, ecc. degli schiavi Germani, Italiani, e
Galli del medio Evo.

[238] Gregorio di Tours (_l. VI c. 45 in Tom. II p. 289_) riporta un
memorabil esempio, in cui Childerico abusò una volta de' privati diritti
di padrone. Molte famiglie, che appartenevano alle sue _domus fiscales_
nelle vicinanze di Parigi, furon per forza mandate via nella Spagna.

[239] _Licentiam habeatis mihi qualemcumque volueritis disciplinam
ponere: vel venumdare, aut quod vobis placuerit de me facere. Marculf.,
Formul. l. II 28 in Tom. IV p. 497_. La _formula_ del Lindembrogio (_p.
559_) e quella d'Angiò (_p. 565_) portano il medesimo effetto. Gregorio
di Tours (_L. VII c. 45 in Tom. II pag. 311_) parla di molte persone,
che in una gran carestia si venderono per mangiare.

[240] Quando Cesare la vide, si mise a ridere (_Plutarco, in Caesar.
Tom. 1 p. 409_); pure riferisce l'infelice suo assedio di Gergovia con
minor franchezza di quella che avremmo potuto aspettare da un
grand'uomo, a cui la vittoria era famigliare. Ei confessa però, che in
un attacco perdè quarantasei centurioni, e settecento uomini (_de Bello
Gallic. l. VI c. 44, 53 in Tom. I p. 270, 272_).

[241] _Audebant se quondam fratres Latio dicere, et sanguine ab Iliaco
populos computare_. Sidonio Apollinare _l. VII epist. in Tom. I p. 799_.
Io non so i gradi e le circostanze di questa favolosa discendenza.

[242] O la prima, o la seconda divisione, seguìta fra' figli di
Clodoveo, aveva portato il Berry a Childeberto (Greg. Turon. _l. III c.
12. in Tom. II p. 192_). _Velim_ (dic'egli) _Arvernam_ Lemanem, _quae
tanta jucunditatis gratia, refulgere dicitur, oculis cernere_ (_l. III
c. 9 p. 191_). La campagna era coperta da una densa nebbia, quando il Re
di Parigi fece il suo ingresso in Clermont.

[243] Per la descrizione dell'Alvergna, vedi Sidonio (_L. IV Epist. 21
in Tom. I p. 793_) con le note del Savaron e del Sirmondo (_p. 279 e 51
delle respettive edizioni_), Boulainvilliers (_Etat de la Franc. Tom. II
p. 242, 268_) e l'Abbate De la Longuerue (_Descript. de la France P. 1
p. 132, 139_).

[244] _Furorem gentium, quae de ulteriore Rheni amnis parte venerant,
superare non poterat_ (Gregor. Turon. _L. IV c. 50 in Tom. II p. 229_).
Tale fu la scusa d'un altro Re d'Austrasia (_an. 475_) per le
devastazioni, che le sue truppe commisero nelle vicinanze di Parigi.

[245] Dal nome e dalla situazione, i Benedettini, editori di Gregorio di
Tours (_in Tom. II p. 192_) hanno stabilito questa Fortezza in un luogo
chiamato _Castel Merliac_, lontano da Mauriac due miglia, nell'Alvergna
superiore. In tale descrizione io traduco _infra_ come se dicesse
_intra_. Si confondono perpetuamente queste due preposizioni da
Gregorio, o da' suoi copisti; e sempre bisogna decidere a senso.

[246] Vedi queste rivoluzioni e guerre dell'Alvergna presso Gregorio di
Tours (_L. II c. 37 in Tom. II p. 183 e L. III c. 9, 12, 13 p. 192, 194
de miracul. Juliani c. 13 in T. II p. 446_). Egli frequentemente
dimostra lo straordinario suo riguardo per la propria Patria.

[247] La storia d'Attalo si racconta da Gregorio di Tours (_L. III c. 16
in Tom. II p. 193, 195_). Il P. Ruinart, editore del medesimo, confonde
quest'Attalo, che nell'anno 532 era un fanciullo (_puer_), con un amico
di Sidonio dell'istesso nome, ch'era Conte d'Autun, cinquanta o sessanta
anni prima. Tal errore, che non si può attribuire ad ignoranza, viene in
certo modo scusato dalla sua stessa grandezza.

[248] Questo Gregorio, Bisavolo di Gregorio di Tours (_in Tom. II p.
197, 490_), visse novanta due anni; avendone passati quaranta come Conte
d'Autun, e trentadue come Vescovo di Langres. Secondo il Poeta Fortunato
dimostrò un ugual merito in questi diversi posti.

    _Nobilis antiqua decurrens prole parentum,_
      _Nobilior gestis, nunc super astra manet._
    _Arbiter ante ferox, dein pius ipse sacerdos,_
      _Quos domuit judex, fovet amore patris._

[249] Poichè il Valois, ed il Ruinart han voluto cangiare la _Mosella_
del testo nella _Mosa_, a me tocca d'approvare tal cangiamento. Pure
avendo fatto qualche osservazione sulla topografia, potrei difendere la
comune lezione.

[250] I maggiori di Gregorio (Gregorio, Florenzio, Giorgio) erano di
nobile estrazione (_natalibus... illustres_), e possedevano vasti
patrimoni (_latifundia_) sì nell'Alvergna, che nella Borgogna. Egli era
nato l'anno 539, fu consacrato Vescovo di Tours nel 573, e morì nel 593
o 595 poco dopo ch'ebbe terminato la sua Storia. Vedasi la sua vita
scritta da Odone, Abbate di Clugny (_in Tom. II p. 129, 135_), ed una
nuova di lui vita nelle Memorie dell'Accademia ec. (_Tom. XXVI p. 598,
638_).

[251] _Decedente atque immo potius pereunte alt urbibus Gallicanis
liberalium cultura literarum etc._ (_in praef. Tom. II p. 137_): questo
è il lamento di Gregorio medesimo, che pienamente ei verifica con le
proprie sue opere. Il suo stile manca d'eleganza, ugualmente che di
semplicità. Trovandosi in un posto cospicuo, rimase contuttocciò
straniero rispetto al suo proprio tempo e paese; ed in una prolissa
opera (gli ultimi cinque libri contengono dieci anni) ha tralasciato
quasi tutto quello, che la posterità desidera di sapere. Io con molto
tedio ho acquistato, mediante una penosa lettura, il diritto di
pronunziare questa svantaggiosa sentenza.

[252] L'Abbate di Mably (_Tom. I p. 247, 267_) ha diligentemente
confermato quest'opinione del Presidente di Montesquieu (_Espr. des Loix
L. XXX c. 13_).

[253] Vedi Dubos (_Hist. Crit. de la Monarch. Franc. T. II L. VI c. 9,
10_). Gli Antiquari francesi stabiliscono come un principio, che i
Romani, ed i Barbari posson distinguersi da' loro nomi. Questi nomi
formano senza dubbio una ragionevole _presunzione_; eppure leggendo
Gregorio di Tours, ho notato Gondulfo, di stirpe Senatoria, o Romana
(_L. VI c. 11 in Tom. II p. 273_), e Claudio, Barbaro (_L. VII c. 29 p.
303_).

[254] Gregorio di Tours fa più volte menzione d'Ennio Mummolo dal quarto
libro (_c. 42 p. 224_) fino al settimo (_c. 40 p. 310_). La computazione
per talenti è molto singolare; ma se Gregorio annetteva qualche idea a
quest'antiquata parola, i tesori di Mummolo dovettero ascendere a più di
100,000 lire sterline.

[255] Vedi Fleury _Disc. 3. sur l'Hist. Eccles_.

[256] Il Vescovo di Tours medesimo ha rammentato il lamento di
Chilperico, nipote di Clodoveo: _Ecce pauper remansit Fiscus noster:
ecce divitiae nostrae ad Ecclesias sunt translatae; nulli penitus, nisi
soli Episcopi regnant_. (_l. VI c. 46 in Tom. II p. 291_).

[257] Vedi il Codice Ripuario _Tit. XXXVI in Tom. IV p. 241_. La legge
Salica non provvede alla sicurezza del Clero; e noi possiamo supporre
per onore della tribù più incivilita, ch'essi non avevan preveduto un
atto così empio come l'omicidio d'un prete. Pure Pretestato, Arcivescovo
di Roano fu assassinato per ordine della Regina Fredegonda avanti
all'altare (Greg. Turon. _L. VIII, c. 31 in T. II p. 326_).

[258] Il Bonamy (_Mem. de l'Academ. des Inscript. T. 24 p. 582, 670_) ha
provato l'esistenza della _Lingua Romana Rustica_, che per il mezzo del
_Romanzo_ si è appoco appoco ridotta nell'attual forma del linguaggio
Francese. Sotto la stirpe Carolingica, i Re e Nobili della Francia
tuttavia intendevano il dialetto de' Germani loro antenati.

[259] _Ce beau systeme a été trouvé dans les bois, Montesquieu Espr. des
Loix XI c. 6_.

[260] Vedi l'Abbate di Mably _Observat. Tom. I p. 34, 50_. Parrebbe, che
le assemblee nazionali le quali, quanto alla loro instituzione, sono
contemporanee al principio della Nazion francese, non fossero mai state
confacenti al suo genio.

[261] Gregorio di Tours (_l. VIII c. 50 in Tom. II p. 225, 226_)
riferisce con molta indifferenza i delitti, il rimprovero, e l'apologia.
_Nullus Regem metuit, nullus Ducem, nullus comitem reveretur: et si
fortassis alicui ista displicent, et ea, pro longaevitate vitas vestras,
emendare conatur, statim seditio in populo, statim tumultus exoritur, et
in tantum unusquisque contra seniorem saeva intentione grassatur, ut vix
se credat evadere, si tandem silere nequiverit_.

[262] La Spagna, in quegli oscuri tempi, è stata specialmente
sfortunata. I Franchi ebbero un Gregorio di Tours; i Sassoni, o Angli un
Beda; i Longobardi un Paolo Warnefrido ec. Ma l'istoria de' Visigoti si
contiene nelle brevi ed imperfette croniche d'Isidoro di Siviglia, e di
Giovanni di Bielar.

[263] Tali sono le querele di S. Bonifacio, Apostolo della Germania, e
riformator della Gallia (_in Tom. IV p. 94_). Gli ottant'anni ch'esso
deplora, di licenza e di corruzione, sembra che indichino, che i Barbari
fossero ammessi nel Clero verso l'anno 660.

[264] Gli atti de' Concili di Toledo son sempre i più autentici
monumenti della Chiesa e della Costituzione di Spagna. I seguenti passi
particolarmente sono importanti _L. III 17, 18. IV 75. V 2, 3, 4, 5, 8.
VI 11, 12, 13, 14, 17, 18. VII l. XIII 2, 3, 6_. Ho trovato Mascou
(_Istor. degli ant. Germani XV 20 ed Annotazioni XXVI, XXXIII_) e
Ferreras (_Hist. Gener. de l'Espagn. Tom. 2_) guide molto utili ed
accurate.

[265] Il Codice de' Visigoti regolarmente diviso in dodici libri, è
stato correttamente pubblicato da Domenico Bouquet (_in Tom. IV p. 273,
460_). Esso fu trattato dal presidente di Montesquieu (_Espr. des Loix
l. XXVIII c. 1_) con eccessivo rigore. Mi dispiace lo stile di esso; ne
detesto la superstizione; ma ardisco di credere, che la Giurisprudenza
civile dimostra uno stato di società più incivilito ed illuminato, che
quello de' Borgognoni e anche de' Lombardi.

[266] Vedi Gilda, _de Excidio Britanniae c. II 25 p. 4, 9 Edit. Gale_,
Nennio, _Hist. Britan c. 28, 35, 65 p. 105, 115 Edit. Gale_, Beda, Hist.
_Eccles. Gentis Anglor. L. I c. 12, 16 p. 49, 53 c. 22 p. 58 Edit.
Smith_, la Cronica Sassone _p. 22, 23 ec. Edit. Gibson_. Le leggi
Anglo-Sassone furono pubblicate da Wilkins _Lond. 1731 in fol._ e le
leggi Walliche da Wotton e Clarke _Lond. 1730 fol._

[267] Il laborioso Carte, e l'ingegnoso Whitaker sono i due moderni
scrittori, a' quali principalmente io son debitore. La istoria
particolare di Manchester abbraccia, sotto quell'oscuro titolo, un
soggetto quasi tanto esteso, quanto è l'istoria generale d'Inghilterra.

[268] Quest'invito, che può in qualche modo fondarsi sulle incerte
espressioni di Gilda e di Beda, è ridotto ad una regolare storia da
Witikindo, Monaco Sassone del decimo secolo (Ged. Consin, _Hist. de
l'Empire d'Occident Tom. II p. 366_). Rapin, ed anche Hume si sono
troppo francamente serviti di questa sospetta testimonianza senz'aver
riguardo alla precisa e probabile autorità di Nennio: «_Interea venerunt
tres Chiulae a Germania_ in exilio pulsae, _in quibus erant Hors, et
Hengist_.»

[269] Nennio attribuisce a' Sassoni l'uccisione di trecento Capi
Brettoni: delitto non incoerente a' selvaggi loro costumi. Ma non siam
obbligati a credere (Vedi Jeffrey di Monmouth _L. VIII c. 9, 12_), che
_Stonehenge_ sia un monumento di essi, che i giganti avevano anticamente
trasportato dall'Affrica nell'Irlanda, e che fu quindi recato nella
Brettagna per ordine d'Ambrogio, e per l'arte di Merlino.

[270] Tutte queste Tribù vengono espressamente enumerate da Beda (_L. I
c. 15 p. 52 L. V c. 9 p. 190_), e quantunque io abbia esaminato le
osservazioni del Whitaker (_Ist. di Manchest. vol. II p. 538, 443_) pure
non vedo quale assurdità venga da supporre, che i Frisi ec. si fossero
mescolati con gli Anglo-Sassoni.

[271] Beda ha enumerato sette Re, due Sassoni, uno Juta, e quattro
Angli, che l'uno dopo l'altro acquistarono una indefinita superiorità di
potenza e di fama nell'Eptarchia. Ma il regno loro fu l'effetto non
della legge, ma della conquista; ed egli osserva in simili termini, che
uno di essi soggiogò le isole di Man e d'Anglesey, ed un altro impose
tributo agli Scoti, ed a' Pitti (_Hist. Eccl. Lib. II cap. 5 p. 83_).

[272] Vedi Gilda, _de excid. Britann. cap. I pag. 1 Edit. Gale_.

[273] Il Whitaker (_Istor. di Manchester Vol. II p. 503, 516_) ha
sottilmente esposta questa patente assurdità, che si era passata
senz'avvertirla dagl'Istorici generali, occupati ad esaminare
avvenimenti più interessanti.

[274] A Beran-birig, o castel Barbury, vicino a Marlborough. La Cronica
Sassone determina il nome e la data; Cambden (_Britannia Vol. I p. 128_)
fissa il luogo; ed Enrico d'Huntingdon (_Scriptor. post. Bedam p. 314_)
riferisce le circostanze di questa battaglia. Esse son probabili e
caratteristiche; e gli Storici del secolo XII potevan consultare dei
materiali, che non esistono più.

[275] Cornovaglia fu soggiogata finalmente da Atelstano (_an. 927,
941_), che fissò una Colonia Inglese a Exeter, e confinò i Brettoni di
là dal fiume Tamar. Vedi Guglielmo di Malmsbury _L. II_ fra gli
Scrittori _post Bedam p. 50_. Lo spirito de' Cavalieri di Cornovaglia
restò avvilito dalla servitù, e sembra, secondo il romanzo di Tristram,
che la loro infingardaggine si fosse quasi ridotta in proverbio.

[276] Si prova lo stabilimento de' Brettoni nella Gallia, seguito nel
sesto secolo, per mezzo di Procopio, di Gregorio di Tours, del secondo
Concilio Turonense (_an._ 567), e delle loro croniche, e vite di Santi
meno sospette. La sottoscrizione d'un Vescovo de' Brettoni al primo
Concilio Turonense (_an._ 461 o piuttosto 481), l'armata di Riotamo, e
le incerte declamazioni di Gilda (_alii transmarinas petebant regiones
c. 25 p. 8_) posson dar motivo a fissare un'emigrazione verso la metà
del quinto secolo. Prima di quella epoca i Brettoni dell'Armorica non si
trovano, che ne' romanzi; e mi fa maraviglia, che il Whitaker (_Genuina
Istor. de' Brettoni p. 214, 221_) abbia si fedelmente copiato la
grossolana ignoranza di Carte, di cui ha sì rigorosamente gastigato gli
errori più leggieri.

[277] Le antichità di _Brettagna_, che sono state soggetto anche di
controversie politiche, si sono illustrate da Adriano Valesio (_Notitia
Galliar. sub voce Britannia Cismarina p. 98, 100_), dal Da Anville
(_Notice de l'ancienne Gaule, Corisopiti, Curiosolites, Osismii,
Vergavium p. 248, 258, 308, 720_ ed _Etats de l'Europ. p. 76, 80_), da
Longuerue (_Descript. de la France Tom._ I p. 84, 94), e dall'Abbate
Vertot (_Hist. crit. de l'Etablissem. des Bretons dans les Gaules 2 Vol.
in 12 Paris 1720_). Io non posso avere che il merito d'esaminare le
prove originali, ch'essi hanno prodotte.

[278] Beda, che nella sua cronica (p. 28) pone Ambrogio sotto il regno
di Zenone (_an. 474, 491_) osserva, che i suoi maggiori erano stati
_purpura induti_, lo che egli spiega nella sua storia Ecclesiastica
colle parole _regium nomen et insigne ferentibus_ (_L. I c. 16 p. 53_).
L'espressione di Nennio (_c. 44 p. 110 Edit. Gale_) è vieppiù singolare:
_Unus de_ consulibus _Gentis Romanicae est pater meus_.

[279] Per unanime, quantunque dubbiosa, congettura dei nostri Antiquari,
Ambrogio si confonde con Natanleod, che perdè la vita l'anno 508 insieme
con cinquemila de' suoi sudditi in una battaglia contro Cerdic, Sassone
occidentale (_Chron. Saxon. p. 17, 18_).

[280] Siccome non mi son noti i Bardi di Galles Myrdhiu, Llomarch, e
Taliessin, la mia fede intorno all'esistenza, ed imprese d'Arturo posa
principalmente sulla testimonianza semplice e circostanziata di Nennio
(_Hist. Brit. c. 62, 63 p. 114_). Il Whitaker (_Istor. di Manchester
Vol. 2 p. 31, 71_) ha fatto una interessante, ed anche probabile
descrizione delle guerre d'Arturo; quantunque sia impossibile
d'accordare la verità della Tavola rotonda.

[281] Il progresso de' Romanzi, e lo stato della letteratura, nel medio
Evo, sono illustrati da Tommaso Wharton col gusto di un Poeta, e con la
minuta diligenza d'un Antiquario Io ho tratto grande istruzione dalle
due dotte dissertazioni, premesse al primo volume della sua Storia della
Poesia Inglese.

[282] _Hoc anno_ (490) _Aella et Cissa obsederunt Andredes Ceaster et
interfecerunt omnes, qui id incoluerunt; adeo ut ne unus Brito ibi
superstes fuerit_ (_Chron. Saxon. pag. 15_): espressione più terribile
nella sua semplicità, che tutte le vaghe e tediose lamentazioni del
Geremia Britannico.

[283] Andredes-Ceaster, o Andrida si pone da Cambden (_Britannia Vol. I
p. 258_) a Newenden, ne' paludosi terreni di Kent, che forse anticamente
eran coperti dal mare, e sull'orlo della gran foresta (Anderida), che
occupava una porzione sì grande delle Province, di Hampshire, e di
Sussex.

[284] Il Dottor Iohnson afferma, che _poche_ parole Inglesi sono
d'origine Britannica. Il Whitaker, che intende il linguaggio Britanno,
ne ha scoperte più di _tremila_, ed attualmente ne pubblica un lungo, e
vario catalogo (_V._ II p. 235 329.) Può essere in vero, che molte di
queste parole siano passate dal Latino, o dal Sassone nell'idioma nativo
della Brettagna.

[285] Al principio del settimo secolo i Franchi e gli Anglo-Sassoni
reciprocamente intendevano il linguaggio gli uni degli altri, ch'era
derivato dalla medesima radice Teutonica (Beda _L. I c. 25 p. 60_).

[286] Dopo la prima generazione de' Missionari Italiani o Scoti, le
dignità della Chiesa furon occupate da' proseliti Sassoni.

[287] Carte _Istor. d'Inghil. Vol. I, 195_. Ei cita gl'Istorici
Brettoni; ma temo assai, che l'unico suo autore sia Jeffrey di Monmouth
(_L. VI c. 15_).

[288] Beda _Hist. Eccl. L. I c. 15 p. 52_. Il fatto è probabile, e ben
attestato: pure la mescolanza delle Tribù germaniche era talmente
libera, che noi troviamo, in un tempo successivo, la legge degli Angli e
de' Warini di Germania (Lindebrog. _Cod. p. 479, 486_).

[289] Vedasi l'utile e laboriosa Storia della Gran Brettagna del Dottore
Henry (_Vol. II p. 388_).

[290] _Quidquid_ (dice Gio. di Tinemouth) _inter Tynam et Tesam fluvios
extitit sola eremi vastitudo tunc temporis fuit, et idcirco nullius
ditioni servivit eo quod sola indomitorum, et sylvestrium animalium
spelunca, et abitatio fuit_ (ap. Carte _Vol. I p. 195_). Si sa dal
Vescovo Nicholson (_Biblioteca Istorica Inglese, p. 65, 98_) che si
conservano nelle librerie d'Oxford, di Lambeth ec. alcune belle copie
delle ampie collezioni di Gio. di Tinemouth.

[291] Vedi la missione di Wilfrido ec. appresso Beda (_Hist. Eccl L. IV
c. 13, 16 p. 155, 156-159_).

[292] Dalla concorde testimonianza di Beda (_Lib. II c. I p. 78_), e di
Guglielmo di Malmsbury (_L._ III p. 102) si rileva, che gli
Anglo-Sassoni persisterono in questa pratica, contraria alla natura da'
primi fino agli ultimi loro tempi. I loro giovani venivano pubblicamente
venduti sul mercato di Roma.

[293] Secondo le Leggi d'Ina, essi non potevano esser legittimamente
venduti di là dal mare.

[294] La vita d'un uomo _Walus_ o _Cambricus_, che possedeva una certa
misura di terra (_hyde_), è computata 120 scillini, dalle medesime leggi
(d'Ina _Tit. 32 in Leg. Anglo-Saxon. p. 10_), che accordavano 200
scillini per un Sassone libero, e 1200 per un Thane (Vedi _Leg.
Anglo-Saxon. p. 71_). Noi possiam osservare, che questi Legislatori,
cioè i Sassoni occidentali ed i Mercj, continuarono le Britanniche loro
conquiste, anche dopo d'esser divenuti Cristiani. Le Leggi de' quattro
Re di Kent, non si degnano di prender cognizione dell'esistenza d'alcun
suddito Britannico.

[295] Vedi Carte _Istor. d'Inghilt. vol. 1. p. 278_.

[296] Beda al fine della sua storia (an. 731) descrive lo stato
Ecclesiastico dell'Isola, e censura l'implacabile, quantunque impotente,
odio de' Brettoni contro la nazione Inglese, e la Chiesa Cattolica (_L.
V. c. 23 p. 219_).

[297] Il giro di Pennant in Galles (p. 426, 449) mi ha somministrato un
curioso ed interessante ragguaglio de' Bardi di Galles. Nell'anno 1568
fu tenuta una sessione a Caerwys per ispecial comando della Regina
Elisabetta, e furono conferiti regolarmente i gradi nella musica vocale
ed istrumentale a cinquantacinque suonatori. Il premio (ch'era un'arpa
d'argento) fu aggiudicato dalla famiglia Mostyn.

[298] _Regio longe lateque diffusa, milite, magis quam credibile sit,
referta. Partibus equidem in illis miles unus quinquaginta generat,
sortitus more barbaro denas, aut amplius uxores._ Questo rimprovero di
Guglielmo di Poitiers (_negli Storici di Francia Tom. XI. p. 88_) vien
contraddetto dagli Editori Benedettini.

[299] Giraldo Cambrense ristringe questo dono d'ardita e facile
eloquenza a' Romani, a' Francesi, ed a' Britanni. Il malizioso Gallese
vuol far credere, che la taciturnità Inglese potrebb'esser forse
l'effetto della lor servitù sotto i Normanni.

[300] La pittura de' costumi di Galles e dell'Armorica è tratta da
Giraldo (_Descript. Cambriae c. 6, 15 inter Scriptor. Cambden p. 886,
891_), e dagli autori, che cita l'Abbate di Vertot (_Hist. crit. Tom.
II. p. 259, 266_).

[301] Vedi Procopio _De bell. Gothic. L._ IV. c. 20, p. 620, 625.
L'Istorico Greco stesso è così confuso dalle maraviglie ch'ei riferisce,
che appena tenta di distinguer le isole di _Brittia_, e di _Brettagna_,
ch'egli ha identificato per mezzo di tante inseparabili circostanze.

[302] Teodeberto, nipote di Clodoveo, e Re d'Austrasia, era il più
potente e guerriero Principe del suo tempo; e questa notabile avventura
si può collocare fra gli anni 534 e 547 che furono gli estremi termini
del suo regno. Teudechilde, sua sorella si ritirò a Sens, dove fondò
Monasteri, e distribuì elemosine (Vedi le note degli Editori Benedettini
_in Tom. II. p. 216_). Se prestiamo fede alle lodi di Fortunato (_L. VI.
Carm. 5. in Tom. II. p. 507_) Radigero restò privo di una moglie molto
stimabile.

[303] Era forse sorella d'uno de' Principi, o Capi degli Angli, che nel
527 e ne' seguenti anni sbarcarono fra l'Umber ed il Tamigi, ed appoco
appoco fondarono i regni dell'Inghilterra Orientale e della Mercia. Agli
scrittori Inglesi è ignoto il nome e l'esistenza di essa: ma Procopio
può avere somministrato a Rowe il carattere e la situazione di Rodoguna
nella tragedia del Convertito reale.

[304] Nella copiosa storia di Gregorio di Tours non possiamo trovare
alcuna traccia d'ostile o amichevol commercio fra la Francia e
l'Inghilterra, eccettuato il matrimonio della figlia di Cariberto Re di
Parigi, _quam Regis_ cujusdam _in Cantia filius matrimonio copulavit_
(_l. IX. c. 26 in Tom. II. p. 348_). Il Vescovo di Tours finì la sua
storia, e la vita quasi immediatamente prima della conversione di Kent.



OSSERVAZIONI GENERALI

      _Sulla caduta del Romano Impero dell'Occidente._


I Greci, poscia che il loro paese fu ridotto a Provincia, attribuivano i
trionfi di Roma, non al merito, ma alla _Fortuna_ della Repubblica.
Quell'incostante Dea, che distribuisce e riprende sì ciecamente i suoi
favori, aveva _allora_ acconsentito (tal era il linguaggio
dell'invidiosa adulazione) di piegar le ali, di scendere dal suo globo,
e di collocare il fermo ed immutabil suo trono sulle rive del
Tevere[305]. Un Greco più saggio, che ha composto con filosofico spirito
la memorabile istoria de' suoi tempi, privò i suoi compatriotti di
questo vano ed ingannevol conforto, scuoprendo a' lor'occhi gli alti
fondamenti della grandezza di Roma[306]. La fedeltà de' cittadini l'uno
verso dell'altro, e verso lo Stato, era confermata dall'abitudine
dell'educazione, e da' pregiudizi della Religione. L'onore, ugualmente
che la virtù, era il principio della Repubblica: gli ambiziosi cittadini
cercavano di meritare la solenne gloria d'un trionfo; e l'ardore della
gioventù Romana s'accendeva ad un'attiva emulazione ogni volta che
vedevano le domestiche immagini de' loro maggiori[307]. Le contese
temperate dei Patrizi e de' Plebei avevan finalmente fissato la stabile,
ed ugual bilancia della costituzione, che riuniva la libertà delle
assemblee popolari, coll'autorità e saviezza d'un Senato, e
coll'esecutiva potenza d'un Magistrato Reale. Quando il Console spiegava
la bandiera della Repubblica, ogni Cittadino si legava, mediante
l'obbligazione d'un giuramento, ad impiegar la sua spada nella causa
della Patria, finattantochè non avesse soddisfatto a questo sacro dovere
con un servizio militare di dieci anni. Questo savio istituto
continuamente versava nel campo nuove generazioni di uomini liberi e di
soldati: e se ne rinforzava il numero da' guerrieri e popolati Stati
d'Italia, che dopo una forte resistenza, avevan ceduto al valore, ed
abbracciato l'alleanza de' Romani. Il savio Storico, che eccitò la virtù
di Scipione il giovane, e vide la rovina di Cartagine[308], ha descritto
accuratamente il lor sistema militare, le reclute, le armi, gli
esercizi, la subordinazione, le marce, gli accampamenti, e l'invincibile
legione loro, superiore, nell'attività della forza, alla Falange
macedonica di Filippo e d'Alessandro. Da tali istituti di pace e di
guerra, Polibio ha dedotto lo spirito, ed il successo d'un Popolo,
incapace di timore, ed impaziente di riposo. Fu intrapreso e condotto a
termine l'ambizioso disegno di conquista, che avrebbe potuto eludersi
dall'opportuna cospirazione dell'uman genere; e si mantenne la perpetua
violazione della giustizia con le politiche virtù della prudenza e del
coraggio. Le armi della Repubblica, talvolta vinte in battaglia, ma
sempre vittoriose nella guerra, si avanzarono con rapidi passi fino
all'Eufrate, al Danubio, al Reno ed all'Oceano, e le immagini d'oro,
d'argento o di rame, che potrebbero servire a rappresentar le nazioni ed
i loro Re, furono l'una dopo l'altra spezzate dalla _ferrea_ Monarchia
di Roma[309].

L'innalzamento d'una città, che crebbe tanto da formare un Impero, può
meritare, come un singolar prodigio la riflessione d'una mente
filosofica. Ma la decadenza di Roma era il naturale ed inevitabil
effetto della sua smoderata grandezza. La prosperità maturò il principio
della caduta; si moltiplicaron le cause della distruzione
coll'estensione della conquista; ed appena il tempo, o l'accidente ne
rimosse gli artificiali sostegni, che quella stupenda fabbrica cedè alla
compressione del suo proprio peso. La storia della sua rovina è semplice
ed ovvia; ed invece di cercare _perchè_ si distrusse il Romano Impero,
dovremmo piuttosto maravigliarci, che sussistesse tanto tempo. Le
vittoriose legioni, che nelle guerre distanti acquistarono i vizi degli
stranieri e de' mercenari, prima oppressero la libertà della Repubblica,
e di poi violarono la maestà della porpora. Gl'Imperatori, ansiosi della
lor personale salvezza e della pubblica pace, si ridussero al vil
espediente di corrompere la disciplina, che le rendeva ugualmente
formidabili al loro Sovrano ed al nemico; si rilassò il vigore del
governo militare, e finalmente si sciolse, per le parziali istituzioni
di Costantino; ed il Mondo romano fu inondato da un diluvio di Barbari.

Si è frequentemente attribuita la decadenza di Roma alla traslazione
della Sede dell'Impero; ma il corso di quest'Istoria ha già dimostrato,
che le forze del Governo furon _divise_, piuttosto che _rimosse_ in tal
occasione. Fu eretto nell'Oriente il trono di Costantinopoli, mentre
l'Occidente si continuò a possedere da una serie d'Imperatori, che
risedevano in Italia, ed avevano diritto alla loro ugual porzione delle
Legioni e delle Province. Questa pericolosa novità diminuì la forza, e
fomentò i vizi d'un doppio regno; si moltiplicarono gl'istrumenti di un
oppressivo ed arbitrario sistema: e s'introdusse, e si sostenne una vana
emulazione di lusso, non di merito, fra i degenerati successori di
Teodosio. L'estrema angustia, che riunisce la virtù d'un Popolo libero,
inasprisce le fazioni d'una Monarchia decadente. I contrari favoriti
d'Arcadio e d'Onorio diedero la Repubblica in mano a' comuni di lei
nemici; e la Corte Bizantina mirò con indifferenza, e forse con piacere,
il disonore di Roma, le disgrazie d'Italia, e la perdita dell'Occidente.
Sotto i Regni seguenti, si ristabilì l'alleanza de' due Imperi; ma
l'aiuto de' Romani Orientali era tardo, dubbioso ed inefficace; e si
estese lo scisma nazionale de' Greci e de' Latini per causa della
perpetua differenza di linguaggio, di costumi, d'interessi ed anche di
religione. Pure l'evento vantaggioso approvò in qualche modo il giudizio
di Costantino. In un lungo corso di decadenza l'inespugnabile sua città
rispinse le armi vittoriose de' Barbari, difese la ricchezza dell'Asia,
e dominò tanto in pace che in guerra l'importante Stretto, che fa
comunicare l'Eusino ed il Mediterraneo. La fondazione di Costantinopoli
contribuì più essenzialmente alla conservazione dell'Oriente, che alla
rovina dell'Occidente.

Siccome la felicità d'una vita _futura_ è il grande oggetto della
Religione, possiamo ascoltare senza sorpresa, o scandalo, che
l'introduzione, o almeno l'abuso del Cristianesimo ebbe qualche
influenza sulla decadenza e rovina del Romano Impero. I Chierici
predicarono con successo le dottrine della pazienza, e della
pusillanimità; le virtù attive della società si scoraggirono; e gli
ultimi avanzi dello spirito militare si andarono a seppellire ne'
chiostri: una gran parte di ricchezza pubblica e privata si consacrò
alle speciose domande di carità e di devozione, e la paga de' soldati si
dissipò nelle inutili truppe di ambedue i sessi, che non potevan vantare
che i meriti dell'astinenza e della castità. La fede, lo zelo, la
curiosità e le passioni più mondane della malizia e dell'ambizione
accesero la fiamma della discordia teologica; la Chiesa e lo Stato furon
divisi dalle religiose fazioni, i combattimenti delle quali talvolta fur
sanguinosi e sempre implacabili; l'attenzione degl'Imperatori dal campo
trasportavasi a' Sinodi; il Mondo romano era oppresso da una nuova
specie di tirannide; e le Sette perseguitate divennero segrete nemiche
della lor patria. Pure lo spirito di partito, per quanto sia pernicioso
o assurdo, è un principio d'unione, ugualmente che di dissensione. I
Vescovi da milleottocento pulpiti inculcavano il dovere d'una passiva
ubbidienza al legittimo ed ortodosso Sovrano; le frequenti adunanze e la
continua corrispondenza loro manteneva la comunicazione delle Chiese più
distanti; e l'indole benefica del Vangelo venne fortificata, benchè
ristretta, dalla spiritual confederazione de' Cattolici. Devotamente
abbracciossi la sacra indolenza de' Monaci da un secol effemminato e
servile; ma se la superstizione non avesse somministrato una decente
ritirata, gli stessi vizi avrebbero indotto gl'indegni Romani ad
abbandonare per motivi più bassi le bandiere della Repubblica.
Facilmente i devoti obbediscono a' precetti religiosi, che secondano e
santificano le naturali loro inclinazioni; ma può vedersi la pura e
genuina influenza del Cristianesimo ne' suoi benefici, quantunque
incompleti, effetti su' Barbari proseliti del Settentrione. Se la
conversione di Costantino accelerò la decadenza dell'Impero Romano; la
vittoriosa di lui Religione moderò la violenza della caduta di esso, ed
addolcì la feroce indole de' conquistatori.

Può applicarsi utilmente questa terribile rivoluzione all'istruzione del
presente secolo. Egli è dovere d'un cittadino il preferire e promuovere
l'interesse e la gloria della sua patria esclusivamente: ma si può
permettere ad un Filosofo d'estendere i suoi sguardi, e di considerar
l'Europa, come una grande Repubblica i varj abitanti della quale son
giunti quasi all'istesso livello di gentilezza e di coltura. La bilancia
del potere continuerà a variare, e la prosperità del nostro Regno o de'
vicini può alternativamente allargarsi o abbassarsi; ma questi
particolari successi non possono essenzialmente ledere il nostro
generale stato di felicità, il sistema delle arti, delle leggi e de'
costumi che distinguono sì vantaggiosamente gli Europei, e le loro
colonie, sopra il rimanente del Genere umano. I Popoli selvaggi del
globo sono i nemici comuni delle società incivilite, e possiam ricercare
con ansiosa curiosità, se l'Europa è tuttavia minacciata di esser
nuovamente soggetta a quelle calamità, che una volta oppressero le armi
e gl'istituti di Roma. Forse le medesime riflessioni, che illustrano la
caduta di quel potente Impero, serviranno a spiegar le cause probabili
della nostra attual sicurezza.

I. I Romani non sapevano l'estensione del loro pericolo, il numero de'
loro nemici. Di là dal Reno e dal Danubio le regioni settentrionali
dell'Europa e dell'Asia erano piene d'innumerabili tribù di cacciatori e
pastori poveri, voraci e turbolenti, audaci nelle armi, ed impazienti di
rapire i frutti dell'industria. Era il Mondo Barbaro agitato dal rapido
impulso di guerra; e la pace della Gallia, o dell'Italia era minacciata
dallo distanti rivoluzioni della China. Gli Unni, che fuggivano da un
vittorioso nemico, diressero il loro corso all'Occidente; ed il torrente
gonfiò sempre più per li successivi accrescimenti degli schiavi e degli
alleati. Le tribù fuggitive, che cedevano agli Unni, assunsero a vicenda
lo spirito di conquista; l'immensa colonna de' Barbari comprimeva con
accumulato peso l'Impero Romano; e se distruggevansi i più vicini,
subito si riempiva lo spazio vacante da nuovi assalitori. Non posson più
farsi dal Settentrione tali formidabili emigrazioni; ed il lungo riposo,
che si è imputato alla diminuzione del Popolo, è piuttosto una felice
conseguenza del progresso delle arti o dell'agricoltura. In vece di
qualche rozzo villaggio raramente sparso fra boschi e le paludi, la
Germania conta presentemente duemila trecento città murate: si sono
successivamente stabiliti i regni Cristiani di Danimarca, di Svezia, e
di Polonia; e le società di Mercanti[310] co' Cavalieri Teutonici hanno
esteso le loro colonie lungo le coste del Baltico fino al golfo di
Finlandia. Da questo fino all'Oceano orientale prende ora la Russia
forma d'un potente ed incivilito Impero. Si sono introdotti l'aratro, il
telajo e la fucina sulle rive del Volga, dell'Oby e del Lena; e le più
fiere orde Tartare hanno imparato a tremare e ad ubbidire. Il regno de'
Barbari indipendenti, adesso è ristretto ad un'angusta misura; ed i
residui de' Calmucchi, o degli Usbecchi, de' quali possono quasi
numerarsi le forze, non sono più in grado di eccitar seriamente
l'apprensione della gran repubblica dell'Europa[311]. Contuttocciò non
dovrebbe tale apparente sicurezza indurci a dimenticare, che _possono_
da qualche oscuro Popolo, appena visibile nella carta della terra,
nascere de' nuovi nemici, e degl'ignoti pericoli. Gli Arani o i
Saracini, ch'estesero le loro conquiste dall'India alla Spagna, avevan
languito nella povertà e nel disprezzo, finattantochè Maometto non
ispirò in que' rozzi corpi l'anima dell'entusiasmo.

II. L'Impero di Roma era sodamente stabilito dalla singolare e perfetta
unione delle sue membra. Le sottoposte Nazioni, rinunziando alla
speranza, ed anche al desiderio dell'indipendenza, abbracciarono il
carattere di cittadini Romani; e le Province dell'occidente con
ripugnanza si videro staccate per opera de' Barbari, dal seno della lor
madre patria[312]. Ma si era comprata quest'unione con la perdita della
libertà nazionale, e dello spirito militare; e le servili Province prive
di vita, e di moto, aspettavano la lor salvezza dalle truppe mercenarie
e da' Governatori, che si regolavano secondo gli ordini d'una distante
Corte. La felicità di cento milioni dipendeva dal merito personale
d'uno, o di due uomini, forse di fanciulli, gli animi de' quali eran
corrotti dall'educazione, dal lusso e dal potere dispotico. Nel tempo
delle minorità de' figli, e de' nipoti di Teodosio ricevè l'Impero le
più profonde ferite; e quando parve, che quest'inetti Principi fossero
giunti all'età virile, essi abbandonaron la Chiesa ai Vescovi, lo Stato
agli Eunuchi, e le Province a' Barbari. L'Europa ora è divisa in dodici
potenti quantunque non uguali Regni, in tre rispettabili Repubbliche, ed
in una quantità di Stati più piccioli sebbene indipendenti: si son
moltiplicate le occasioni di esercitare i talenti Reali, e ministeriali,
almeno in proporzione del numero de' loro regolatori; e possono regnare
nel Settentrione un Giuliano, o una Semiramide, nel tempo che Arcadio ed
Onorio stanno di nuovo dormendo su' troni del Mezzogiorno. Gli abusi
della tirannia son frenati dalla vicendevole influenza del timore e
della vergogna; le repubbliche hanno acquistato dell'ordine e della
stabilità; le monarchie si sono imbevute di principj di libertà, o
almeno di moderazione; e si è introdotto nelle più difettose
costituzioni qualche sentimento d'onore e di giustizia da' costumi
generali de' nostri tempi. Nella pace, viene accelerato il progresso
delle cognizioni e dell'industria dall'emulazione di tanti attivi
rivali; nella guerra, si esercitano le forze europee per mezzo di
moderate, e non decisive battaglie. Se uscisse un selvaggio
conquistatore da' deserti della Tartaria, dovrebbe replicatamente
vincere i robusti contadini della Russia, i numerosi eserciti della
Germania, i valorosi nobili della Francia, gl'intrepidi uomini liberi
dell'Inghilterra; i quali tutti potrebbero anche confederarsi fra loro
per la comune salvezza. Quand'anche i vittoriosi Barbari portassero la
schiavitù e la desolazione fino all'Oceano Atlantico, diecimila navi
trasporterebbero gli avanzi della società civilizzata fuori del loro
potere; e l'Europa risorgerebbe, e fiorirebbe nell'America, ch'è già
piena delle colonie e degl'istituti di essi[313].

III. Il freddo, la povertà ed una vita piena di pericoli e di fatiche
invigorisce la forza ed il coraggio de' Barbari. In ogni tempo essi
hanno oppresse le culte e pacifiche nazioni della China, dell'India, e
della Persia, che hanno trascurato, e tuttavia trascurano di
contrabbilanciare queste loro naturali forze mediante l'arte militare.
Gli Stati bellicosi dell'antichità come della Grecia, di Macedonia e di
Roma, educavano una progenie di soldati: n'esercitavano i corpi, ne
disciplinavano il coraggio, ne moltiplicavan le forze per mezzo di
regolari evoluzioni, e convenivano il ferro, che possedevano, in forti
ed utili armi. Ma questa superiorità insensibilmente decadde insieme con
le leggi ed i costumi loro; e la debole politica di Costantino, e de'
suoi successori, armò ed istruì, per la rovina dell'Impero, il rozzo
valore de' Barbari mercenari. L'arte militare si è cangiata per
l'invenzion della polvere che abilita l'uomo a dominare i due più forti
agenti della natura, l'aria ed il fuoco. Si sono applicate all'uso della
guerra le Matematiche, la Chimica, le Meccaniche, e l'Architettura; e le
parti contrarie si oppongono vicendevolmente le più elaborate maniere
d'attacco e di difesa. Possono gl'istorici osservare con sdegno, che i
preparativi d'un assedio servirebbero a fondare, ed a mantenere una
florida colonia[314]; pure non ci dee dispiacere, che la distruzione di
una città sia un'opera dispendiosa e difficile; o che un industrioso
Popolo sia difeso da quelle arti, che sopravvivono, e suppliscono alla
decadenza del valor militare. Presentemente, il cannone e le
fortificazioni formano un inespugnabil riparo contro la cavalleria
Tartara; e l'Europa è sicura da ogni futura invasione di Barbari;
giacchè prima di poter conquistare, bisogna che cessino d'esser Barbari.
Il graduale loro avanzamento nella scienza della guerra dev'esser sempre
accompagnato, come possiam vedere dall'esempio della Russia, con una
proporzionata cultura nelle arti della pace, e del Governo civile; ed
essi medesimi debbono meritare un posto fra le nazioni incivilite, che
vogliono soggiogare.

Se queste speculazioni si trovassero dubbiose o fallaci, vi resta sempre
una sorgente più umile di conforto e di speranza. Le scoperte de'
Navigatori antichi e moderni, la domestica istoria, o la tradizione
delle più illuminate nazioni, rappresentano l'_uomo selvaggio_, nudo sì
nella mente, che nel corpo, e privo di leggi, di arti, d'idee, o quasi
di linguaggio[315]. Da questa abbietta situazione, ch'è forse lo stato
primitivo ed universale dell'uomo, egli si è appoco appoco innalzato a
comandare agli animali, a fertilizzar la terra, a traversar l'Oceano, ed
a misurare il cielo. Il suo progresso nella cultura, e nell'esercizio
delle sue facoltà mentali e corporee[316] è stato irregolare e vario,
infinitamente lento in principio, poi crescente a grado a grado con
raddoppiata velocità: a' secoli d'una laboriosa salita è succeduto un
momento di rapida caduta; ed i varj climi del globo hanno sentito le
vicende della luce e delle tenebre. Pure l'esperienza di
quattromill'anni dovrebbe estendere le nostre speranze, e diminuire i
nostri timori: noi non possiamo determinare a qual grado d'altezza la
specie umana possa aspirare nel suo avanzamento verso la perfezione; ma
può sicuramente presumersi, che nessun Popolo, a meno che non cangi la
faccia della natura, ricaderà nella sua originaria barbarie. I progressi
della società si possono risguardare sotto un triplice aspetto: 1. Il
Poeta, o il Filosofo illustra il suo secolo, e la sua patria con gli
sforzi d'una mente _singolare_; ma queste superiori forze di ragione, o
di fantasia sono rare e spontanee produzioni; ed il genio d'Omero, di
Cicerone, o di Newton ecciterebbe minore ammirazione, se potesse crearsi
dalla volontà di un Principe, o dalle lezioni d'un precettore: 2. I
vantaggi della legge e della politica, del commercio e delle
manifatture, delle arti e delle scienze sono più sodi e durevoli: e
_molti_ individui possono esser resi capaci, dall'educazione e dalla
disciplina, a promuovere, nelle respettive lor condizioni, l'interesse
della società. Ma quest'ordine generale è l'effetto della saviezza e
della fatica; e tal composta macchina può logorarsi dal tempo, o esser
offesa dalla violenza; 3. Fortunatamente per l'uman Genere le arti più
utili, o almeno più necessarie, si posson esercitare senza talenti
superiori, o nazionale subordinazione; senza le forze d'_uno_, o
l'unione di _molti_. Ogni villaggio, ogni famiglia, ogni individuo dee
sempre avere abilità ed inclinazione a perpetuare l'uso del fuoco[317],
e de' metalli, la propagazione ed il servizio degli animali domestici,
le maniere di cacciare e di pescare, i principj della navigazione,
l'imperfetta coltivazione del grano, o d'altra materia nutritiva, e la
semplice pratica del commercio meccanico. Possono estirparsi il genio
privato e la pubblica industria; ma queste tenaci piante sopravvivono
alla tempesta, e gettano una eterna radice nel più ingrato suolo. Gli
splendidi giorni d'Augusto, e di Traiano furono ecclissati da un nuvolo
d'ignoranza; ed i Barbari sovvertirono le leggi ed i palazzi di Roma. La
falce però, invenzione o emblema di Saturno[318] continuò a mietere
annualmente le raccolte d'Italia; ed i banchetti de' Lestrigoni che si
cibavano di carne umana,[319] non si son mai rinnuovati sulle coste
della Campania.

Dopo la prima scoperta delle arti, la guerra, il commercio e lo zelo
religioso hanno sparso fra' selvaggi del vecchio, e del nuovo Mondo
questi preziosissimi doni; successivamente essi si son propagati; e non
si posson più perdere. Noi dunque possiamo acquietarci in questa
soddisfacente conclusione, che ogni età del Mondo ha accresciuto, e
sempre accresce la reale ricchezza, la felicità, la cognizione, e forse
la virtù della specie umana[320].

NOTE:

[305] Tali sono le figurate espressioni di Plutarco (_Oper. Tom._ II. p.
318 _edit. Wechel_) a cui, sull'autorità di Lampria suo figlio (Fabric.,
_Biblioth Graec. Tom. III p. 341_), attribuirò francamente la maliziosa
declamazione περι τμς Ρωμαηον τυχης _sopra la fortuna de' Romani_.
Era prevalsa la medesima opinione fra' Greci dugento cinquant'anni
prima di Plutarco; e Polibio espressamente si propone di confutarla
(_Hist. L. I p. 90 Edit. Gronov. Amstel. 1670_).

[306] Vedansi i preziosi residui del santo libro di Polibio, e molte
altre parti della sua storia generale, specialmente una digressione nel
libro 170, in cui paragona la falange, e la legione.

[307] Sallust., _De Bell. Jugurtin. cap. 4_. Tali erano le generose
proteste di P. Scipione e di Q. Massimo. L'Istorico latino avea letto, e
probabilissimamente trascrisse Polibio, loro contemporaneo ed amico.

[308] Mentre Cartagine si trovava in mezzo alle fiamme, Scipione
ripeteva due versi dell'Iliade, ch'esprimono la distruzione di Troia,
confessando a Polibio, suo amico e precettore (Polyb., _in Excerpt. de
virtut. et vit. T. II p. 1455, 1465_), che riflettendo alle vicende
delle cose umane, interamente applicavali alle future calamità di Roma
(Appian., _in Libycis p. 136, edit. Toll._).

[309] Vedi Daniel II 31, 40. «_Ed il quarto regno sarà forte come_
ferro, perciocchè rompe come il ferro, e supera tutte le cose». Il resto
della profezia (cioè la mescolanza del ferro e della _creta_) s'avverò
secondo S. Girolamo, ne' suoi tempi: _Sicut enim in principio nihil
Romano Imperio fortius, et durius ita in fine rerum nihil imbecillius:
quum et in bellis civilibus, et adversus diversas nationes aliarum
gentium barbararum auxilio indigemus_. _Oper. Tom. V p. 572_.

[310] _La Lega Anseatica._

[311] Gli Editori Francesi ed Inglesi dell'Istoria genealogica de'
Tartari vi hanno aggiunto una curiosa, quantunque imperfetta,
descrizione del loro presente stato. Si può mettere in dubbio
l'indipendenza de' Calmucchi o Eluti, poichè sono stati recentemente
vinti da' Chinesi, che nell'anno 1759 soggiogarono la Bucaria minore, e
si avanzarono nel paese di Badakshan vicino alla sorgente dell'Osso
(_Mem. sur les Chinois Tom. I p. 325, 400_). Ma tali conquiste sono
precarie, nè mi arrischierò ad assicurare la salvezza dell'Impero
Chinese.

[312] Il prudente lettore determinerà, quanto sia indebolita questa
general proposizione dalla rivolta dagl'Isauri, dalla indipendenza della
Brettagna e dell'Armorica, dalle tribù de' Mori, o da' Bagaudi della
Gallia e della Spagna (_Vol. I p. 340 Vol. III p. 273, 337, 434_).

[313] L'America ora contiene circa sei milioni di persone di sangue, o
d'origine Europea; ed il loro numero almeno nel settentrione
continuamente cresce. Qualunque sia il cangiamento della politica loro
situazione, dovranno sempre conservare i costumi d'Europa; e possiam
riflettere con qualche soddisfazione, che la lingua inglese sarà
probabilmente diffusa in un immenso e popolato continente.

[314] _On avoit fait venir_ (per l'assedio di Turino) _140 pièces de
canon; et il est a remarquer que chaque gros canon monté revient à
environ 2,000 ècus: il y avoit 110,000 boulet; 106,000 cartouches d'une
façon, et 300,000 d'une autre; 21,000 bombes; 277,000 grenades; 15,000
sacs à terre; 30,000 instrumens pour le pionnage; 1,200,000 livres de
poudre. Ajoutez à ces munitions le plomb, le fer, et le fer-blanc, les
cordages, tout ce qui sert aux mineurs, le souphre, le salpêtre, les
outils, de toute espèce. Il est certain que les frais de tous ces
préparatifs de destruction suffiroient pour fonder et pour faire fleurir
la plus nombreuse colonie. Voltaire. Siecle de Louis XIV, c. 20, nelle
sue Opere Tom. XI p. 391_.

[315] Sarebbe facile, quantunque noiosa, impresa il produrre le autorità
de' Poeti, de' Filosofi, e degl'Istorici. Io mi contenterò dunque di
rimettermi alla decisiva ed autentica testimonianza di Diodoro Siculo
(_Tom. I L. I p. 11, 12 L. III p. 184. Edit. Wesseling_). Gl'Ittiofagi,
che al suo tempo andavan vagando lungo i lidi del Mar Rosso, possono
paragonarsi a' nativi della nuova Olanda (Dampier _Viag. Vol. I p. 464,
469_). La fantasia, e forse la ragione, può tuttavia supporre un estremo
ed assoluto stato di natura, molto al di sotto del livello di questi
selvaggi, che avevano acquistato qualche arte, e qualche istrumento.

[316] Vedasi la dotta e ragionata opera del presidente Goguet _de
l'Origine des Loix, des Arts, et des Sciences_. Ei rintraccia, da' fatti
e dalle congetture (_Tom. I p. 147, 337 edit. in_ 12), i primi e più
difficili passi dell'invenzione umana.

[317] Egli è certo, quantunque strano, che molte nazioni hanno ignorato
l'uso del fuoco. Anche gl'ingegnosi abitanti di Otabiti, che son privi
di metalli, non hanno inventato alcun vaso di terra, capace di sostenere
l'azione del fuoco e di comunicare il calore a' liquidi che vi si
contengono.

[318] Plutarco _Quaest. Rom. in Tom. II pag. 275_, Macrob. _Saturnal. l.
1 c. 8 p. 152 edit. Lond._ L'arrivo di Saturno (del religioso suo culto)
in una nave può indicare, che la selvaggia costa del Lazio fu scoperta
la prima volta, ed incivilita da' Fenicj.

[319] Omero, nel nono e decimo libro dell'Odissea, ha abbellito le
novelle de' timidi e creduli navigatori, che trasformano i Cannibali
dell'Italia e della Sicilia in mostruosi Giganti.

[320] Troppo frequentemente si è macchiato il merito delle scoperte
coll'avarizia, colla crudeltà, e col fanatismo; ed il commercio delle
nazioni ha prodotto la comunicazione delle malattie e de' pregiudizi. Si
dee fare però una singolare eccezione in favore della virtù de' nostri
tempi e del nostro paese. I cinque gran viaggi, l'uno dopo l'altro
intrapresi per comando di sua Maestà, presentemente regnante, furono
inspirati dal puro e generoso amor della scienza e del Genere umano.
L'istesso Principe, adattando le sue beneficenze alle varie situazioni
della società, ha fondato una scuola di Pittura nella sua capitale; ed
ha introdotto nelle isole del mare del Sud i vegetabili, e gli animali
più vantaggiosi alla vita umana.



AVVERTIMENTO

      _apposto dal Traduttore Pisano al Capitolo XXXIII del Gibbon._


Eccoci al termine della promessa traduzione di ciò, che è stato
pubblicato finora dal Sig. Eduardo Gibbon intorno alla _Storia della
decadenza dell'Impero Romano_. Il Lettore avrà certamente ammirato in
quest'opera una erudizione estesa e profonda, uno stile nervoso e
vivace, e nell'Autore di essa una mente capace di cose grandi. Auguriamo
pertanto al medesimo vita ed ozio per ultimarla; ma lo esortiamo ad
essere nel tempo stesso più rispettoso per la Religione divina di Gesù
Cristo, e per gl'illustri Campioni che la sostennero coi loro scritti
immortali, colla Santità della vita, e bene spesso col proprio sangue.
Nuocerà sempre alla fama di uno Scrittore, che parla sovente di una
Religione, la quale teme soltanto di non essere ben conosciuta, il
mostrare appunto di non conoscerla, e molto più il ravvisarla. Se ciò
debba dirsi del Sig. Gibbon si può rilevare da molte annotazioni o
staccate od in forma di lettera, che abbiamo fatte negli otto precedenti
volumi, e singolarmente dalla solida Confutazione in 2 Tomi in 4.º del
Sig. Ab. Niccola Spedalieri, a cui parimenti appartiene il _Saggio_, da
noi inserito nel Tomo terzo. In quest'ultimo Tomo l'A. Inglese sfoga
l'antico livore nazionale non tanto contro dei Monaci, quanto contro la
stessa primitiva istituzione del Monachismo: e con intollerabile ardire
ispira dei dubbi intorno al domma della Trinità Sacrosanta; quasi che
mancandoci il memorabile Testo di S. Giovanni[321] = _Tres sunt qui
testimonium dant in coelo Pater, Verbum, et Spiritus S., et hi tres unum
sunt_ = non se ne avesse altra prova. Coloro che son versati nelle
scienze sacre, ed ai quali non sono ignote le opere dei Bull, dei
Bianchini, de' Maffei, Calmet ec. non hanno bisogno dei nostri lumi per
condannare una critica sì sfrenata. Per gli altri che amano la brevità
in cotal genere di discussioni, più delle nostre, abbiamo creduto
opportune le riflessioni fatte sopra i due articoli sopraccennati da
Monsignor Claudio Fleury[322], Autore citato più volto dal Sig. Gibbon,
ed a cui non può darsi la taccia di superstizioso o di credulo senza
ingiustizia. Ecco pertanto ciò che egli dice dei Monaci primitivi[323].

Dopo i Martiri viene uno spettacolo egualmente maraviglioso, e sono i
Solitari. Comprendo sotto questo nome i Monaci, gli Anacoreti, e quelli,
che nei primi tempi si chiamavano _Asceti_. Questi si ponno dir Martiri
della penitenza, e le lor sofferenze son tanto più maravigliose, quanto
più volontarie e più lunghe; poichè in luogo di un supplizio di poche
ore, essi hanno portata fedelmente la loro Croce per lo spazio di
cinquanta, o sessant'anni. Trattando di essi, mi sono esteso forse
troppo, se considero il gusto degli Eruditi, o de' curiosi, che poco
valutano l'orazione, e le pratiche di pietà. Credo per altro, che la
vita dei Santi formi una gran parte della Storia Ecclesiastica, e
risguardo questi Santi Solitari come il modello della perfezione
Cristiana. Essi erano veri Filosofi, come sovente gli chiama
l'antichità. Si separavano dal Mondo per meditare le cose celesti; non
come quegli Egiziani descritti da Porfirio[324], che sotto un sì gran
nome non intendevano altro, che la Geometria[325], o l'Astronomia: nè
come i Filosofi Greci, che si ritiravano per ricercare i segreti della
natura, per ragionare sulla morale, o per disputare del Sommo Bene, e
della distinzione delle virtù.

I Monaci (ricordevoli dei detti della incarnata Sapienza eterna,
incontro a cui altro non sono che importuni gracidatori i Filosofanti
del secolo) rinunziavano al Matrimonio, e alla Società degli uomini, per
liberarsi dall'imbarazzo degli affari, e dalle tentazioni che sono
inevitabili nel commercio del Mondo; per pregare, cioè contemplare la
grandezza di Dio, meditare i suoi benefizi e i precetti della santa sua
Legge e purificare il lor cuore. Tutto il loro studio era la Morale,
cioè a dire la pratica delle virtù: non si disputava, non si disprezzava
alcuno, e appena si parlava. Ascoltavano con docilità le istruzioni de'
loro Anziani; parecchi non sapevano neppur leggere, e meditavano la
Scrittura sulle lezioni che avevano sentite. Si nascondevano dagli
uomini, per quanto potevano, non cercando che di piacere a Dio. La sola
fama delle loro virtù e spesso de' lor miracoli gli faceva conoscere: e
noi non sapremmo neppure per la maggior parte, che essi fossero stati al
Mondo, se Dio non avesse suscitati dei curiosi[326], come Rufino e
Cassiano, che sono andati a cercarli nel fondo delle loro solitudini, e
gli han sforzati a parlare.

Del restante non possono esser sospetti di alcuna specie d'interesse. Si
riducevano a una estrema povertà; guadagnavano col lavoro il poco, che
lor bisognava per vivere; e degli avanzi facevan limosina. Taluni
avevano delle eredità, che coltivavano colle proprie mani: ma i più
perfetti temevano, che l'amministrazione delle masserie e delle rendite
non gli facesse ricadere nell'imbarazzo degli affari che avevano
abbandonato; e preferivano i lavori semplici e sedentari per vivere alla
giornata. Talvolta ricevevano delle limosine per supplire alla tenuità
de' loro guadagni: non vedo per altro che ne dimandassero. Erano fedeli
alle osservanze e consideravano come essenziali la stabilità ed il
lavoro delle mani. Ciascun Monaco stava attaccato alla sua Comunità e
ciascun Anacoreta alla sua Cella, sempre che ragioni ben forti non gli
costringessero a uscirne: perchè nulla è tanto contrario alla orazione
perfetta ed alla purità del cuore, che si eran proposta, quanto la
leggierezza e la curiosità[327]. Nel tener lontana la moltitudine de'
pensieri, ed in rendere la loro anima stabile e tranquilla si prendevano
una tal cura, che schivavano fino i luoghi di bella vista, e le
piacevoli abitazioni; e se la passavano la maggior parte del tempo
rinserrati nelle loro cellette. Stimavano necessario il lavoro non solo
per non essere di aggravio ad alcuno, ma anco per conservare l'umiltà e
per fuggire la noia.

Le comunità erano numerose[328], e si aveva per massima di non
moltiplicarle in un medesimo luogo; sì per la difficoltà di trovar
Superiori, come anco per ischivare la gelosia e le divisioni. Ogni
Comunità era governata dal suo Abate; e talvolta vi era un Superior
Generale che aveva la soprintendenza a molti Monasteri, sotto il nome di
Esarco, di Archimandrita, o altro simile: erano però tutti sotto la
giurisdizione de' Vescovi, e in allora non si parlava di esenzione. I
Monaci non facevano un Corpo a parte distinto da quello de' Secolari e
del Clero, senza passare dall'uno all'altro. Era cosa ordinaria il
prendere i più santi tra' Monaci, per farli Sacerdoti e Chierici. I
Monasteri erano un fondo, in cui i Vescovi erano sicuri di trovar
soggetti eccellenti; e gli Abati preferivano di buon grado il vantaggio
generale della Chiesa al particolare della loro Comunità[329]. Tali
erano i Monaci tanto celebrati da S. Gio. Grisostomo, da S. Agostino e
da tutti i Padri; ed il loro istituto ha continuato, come si vedrà in
seguito, per molti secoli a cagione della sua purità. Tra essi
principalmente si conservò la pratica della pietà più sublime, e
descritta negli Autori i più antichi dopo gli Apostoli[330], come nel
libro del Pastore, e in Clemente Alessandrino, specialmente nella
descrizione, che questi fa del vero contemplativo, da esso chiamato
_Gnostico_. Questa pietà interiore, che sul principio era più comune
tra' Cristiani, coll'andar del tempo si rinserrò quasi tutta ne'
Monasteri. Un giusto numero di _tali_ Monaci, da prescriversi da coloro,
che Dio destina al governo dei Popoli, ed alla protezione e difesa di S.
Chiesa sarà sempre uno degli ornamenti della medesima non meno, che di
uno Stato cristiano.

Dopo la disciplina (prosiegue l'illustre Scrittore)[331] consideriamo
anche la dottrina degli Antichi, sì riguardo alla sua sostanza, come
alla maniera, con cui s'insegnava. La dottrina in sostanza è quella
stessa, che noi crediamo ed insegniamo al presente: avete potuto vederla
dagli estratti de' Padri, che ho riferiti, e la vedrete ancor meglio,
consultando in fonte le loro opere. Essi hanno primieramente stabilita
la Monarchia, cioè l'Unità di Principio sì contro i Pagani, avvezzi ad
immaginarsi più Deità, come ancora contro certi Eretici quali erano i
Marcioniti e i Manichei, che imbarazzati in trovar la cagione del male,
mettevano due principj indipendenti l'uno dall'altro, l'uno buono e
l'altro cattivo.

La Trinità è provata contro i Sabelliani, gli Arriani e i Macedoniani.
Non già che si sia spiegato questo Mistero, che è incomprensibile alla
nostra fiacca ragione; ma si è solo mostrata la necessità di crederlo. È
certo che Gesù Cristo è stato sempre adorato dai Cristiani come loro
Dio. Ciò si vede dalle Apologie[332], dagli Atti de' Martiri, e dalle
testimonianze de' Pagani medesimi; come dalla lettera di Plinio a
Traiano, e dalle obbiezioni di Celso e di Giuliano l'Apostata. È certo
altresì, che i Cristiani hanno sempre adorato un solo Dio: dunque Gesù
Cristo è un Dio stesso col Padre Creatore dell'Universo. È certo pure,
che Gesù Cristo è il Figlio di Dio, e che uno non può essere insieme
Padre e Figlio, riguardo a se stesso; il che viene con gran forza
dimostrato da Tertulliano contro Prassea. Se così fosse, il discorso di
Gesù Cristo sarebbe assurdo e insensato, allorchè dice, che egli procede
dal Padre; che il Padre l'ha mandato; che il Padre e lui non sono che
una sostanza. Sarebbe lo stesso che dire: Io procedo da me; io ho
mandato me stesso; io ed io siamo una sola sostanza. Non può dunque
darsi a queste parole altro senso, se non dicendo, che Gesù Cristo è una
Persona distinta dal Padre, benchè sia il medesimo Dio. La sua autorità
basta per farci credere, ch'ella è così, quantunque non possiamo
comprenderne il come.

Il Figlio, essendo Dio, deve esser perfettamente eguale, e perfettamente
simile al Padre, e ciò è stato provato contro gli Arriani: altrimenti
sarebbero due Dei: un grande e un piccolo: e questo non sarebbe in
effetto se non se una creatura, quantunque, perfetta voglia supporsi, e
sempre inferiore a quella, che ci dà la Scrittura del figlio di Dio.
Contro i Macedoniani,[333] che ammettevano la Divinità del Figlio, e
negavano quella dello Spirito Santo, è stato mostrato, che lo Spirito
Santo procede dal Padre, ed è mandato dal Padre egualmente che il
Figlio; ma che egli è persona distinta dal Figlio, poichè in nessun
luogo si dice, ch'Egli sia Figlio, o che sia generato. Egli è pur
nominato nella forma del battesimo: _andate, battezzate in nome del
Padre, e del Figlio, e dello Spirito Santo_. Dunque questo è una terza
Persona, ma il medesimo Dio.

In tal guisa i Padri hanno provato il Mistero della Trinità. Non con
ragioni filosofiche, ma coll'autorità della Scrittura, e della
Tradizione. Non con principii metafisici, da' quali si suol conchiudere,
che la cosa debba esser così; ma colle parole espresse di Gesù Cristo, e
colla pratica costante di adorar il Figlio assieme col Padre, e di
glorificare lo Spirito Santo assieme col Padre e col Figlio. È vero
tuttavolta che hanno ragionato molto sopra tal mistero; perchè a questo
venivano sforzati dagli Eretici, che impiegavano tutta la sottigliezza
dell'umano discorso per rovesciarlo. Quindi nasce, che i Padri si sono
spiegati in varie guise, giusta la diversità delle obbiezioni che
volevano sciogliere. Bisognava parlare in una maniera co' Pagani,
nell'altra cogli Eretici, ed in maniere diverse con ciascun Eretico in
particolare: e questa diversità di espressioni, di cui i Padri hanno
dovuto servirsi secondo i tempi e le congiunture, ha incitato qualche
moderno ad abbandonare con troppa leggierezza i Padri Anteniceni per ciò
che riguarda la presente materia della Trinità. Credo per altro di aver
date ne' miei dieci primi libri quelle notizie, che bastano per
giustificare a sufficienza questi Padri.

NOTE:

[321] I. Joan. Cap. 5 N. 7.

[322] Discors. 2 sopra la Stor. Eccl.

[323] §. 3 al luog. cit.

[324] Porph. de Vita Pitag.

[325] Trattato degli Studi n. 4.

[326] Hist. l. XX n. 3.

[327] Cass. Coll. 24 Ist. XX n. 6.

[328] S. Basil. reg. fus. n. 35.

[329] Ist. l. XIX n. 8 n. 17.

[330] Ist. l. 2 n. 44 l. IV. 41.

[331] §. XI.

[332] Ist. l. III n. 19. XV n. 45.

[333] Ist. l. XIV n. 31 Athan. ad Serap.



PREFAZIONE DELL'AUTORE[334].


Adempisco presentemente la mia promessa, e conduco a termine il disegno
che mi son proposto di scriver l'Istoria della Decadenza e Rovina del
Romano Impero, tanto in Occidente quanto in Oriente. S'estende tutto il
periodo di essa dal tempo di Traiano e degli Antonini, fino alla presa
di Costantinopoli fatta da Maometto secondo; e include un ragguaglio
delle Crociate, e dello Stato di Roma ne' secoli di mezzo. Son passati
dodici anni, da che fu pubblicato il primo Volume di quest'Opera: dodici
anni, secondo il mio desiderio, = di salute, di ozio, e di costante
applicazione[335] =. Ora posso meco stesso congratularmi d'essermi
liberato da un lungo e laborioso dovere, e sarà pura e perfetta la mia
soddisfazione, se fino al termine dell'Opera mi continuerà il favore del
Pubblico.

La mia prima intenzione fu di riunire sotto un sol punto di vista i
molti Autori d'ogni secolo e linguaggio, da' quali ho tratto i materiali
di questa Storia; e sono tuttavia persuaso, che quest'apparente
ostentazione si sarebbe più che compensata dall'utilità reale di essa.
Che se ho rinunziato a tale idea, se ho evitato un'impresa, che ha
incontrato l'approvazione di un Maestro dell'arte[336], io posso trovar
la mia scusa nell'estrema difficoltà di assegnare una giusta misura ad
un catalogo di questa sorta. Una semplice lista de' nomi e dell'edizione
non avrebbe soddisfatto nè me stesso, nè i miei Lettori; i caratteri de'
principali scrittori dell'Istoria Romana e Bizantina si sono annessi
opportunamente ai fatti, ch'essi descrivono; ed una ricerca più copiosa
e più critica, quale in vero meriterebbero, avrebbe richiesto un
elaborato volume, che appoco appoco sarebbe divenuto una general
biblioteca d'Istorici. Per ora dunque mi contenterò di rinnovar le mie
serie proteste, che ho procurato sempre di attignere dalle prime
sorgenti; che la mia curiosità, non meno che un sentimento di dovere, mi
ha sempre stimolato a studiare gli originali; e che se qualche volta ciò
non mi è riuscito, ho esattamente notato quella secondaria
testimonianza, dall'autorità di cui dipendeva il passo o l'avvenimento,
di che si trattava.

Io presto rivedrò le rive del lago di Losanna, paese a me noto e caro
fin dalla mia prima gioventù. Sotto un Governo dolce, in un'amena
regione, in una vita d'ozio e d'indipendenza, ed in mezzo a un Popolo di
costumi facili ed eleganti, ho goduto, e posso tuttavia sperar di
godere, i variati piaceri del ritiro e della società. Ma io mi glorierò
sempre del nome e del carattere d'Inglese: sono altero della mia nascita
in un paese libero ed illuminato, e l'approvazione di esso è il migliore
e più onorevole premio delle mie fatiche. Se ambissi altro patrocinio,
che quello del Pubblico, dedicherei quest'Opera ad un Ministro di Stato,
che in una lunga, procellosa, ed alla fine infelice amministrazione ebbe
molti politici contraddittori, senza quasi un nemico personale; che nel
cadere dalla potenza ha conservato molti amici fedeli e disinteressati;
e che oppresso da una dura infermità gode il pieno vigore della sua
mente, e la felicità dell'incomparabile suo naturale. Lord North mi
permetterà d'esprimere nel linguaggio della verità i sentimenti
dell'amicizia: ma sì la verità, che l'amicizia tacerebbero, s'ei
dispensasse ancora i favori della Corona.

In una remota solitudine può la vanità pur sussurrarmi all'orecchio, che
i miei Lettori forse dimanderanno, se giunto al fine di quest'Opera, io
do loro un perpetuo addio. Dirò tutto quello, che so io medesimo, e che
potrei confidare al più intimo de' miei amici: presentemente hanno ugual
peso i motivi tanto d'agire, quanto di restare in quiete, nè consultando
i miei più segreti pensieri, posso decidere da qual parte sia per
preponderar la bilancia. Io non posso dissimulare, che sei gran tomi in
quarto debbono aver esercitato, e possono aver esaurito l'indulgenza del
Pubblico; che nel reiterare simili prove un Autore, che ha avuto un
successo felice, corre molto più il rischio di perdere, di quel che
possa sperare di guadagnare; che io vado presentemente a declinare negli
anni; e che i più rispettabili fra' miei Nazionali, quegli che io
desidero d'imitare, giunti presso a poco al medesimo periodo della lor
vita, han tralasciato di scriver l'Istoria. Ciò non ostante io rifletto,
che gli Annali de' tempi antichi e moderni possono somministrar molti
ricchi ed interessanti soggetti; che io tuttavia ho della salute e del
comodo; che mediante l'uso di scrivere deesi acquistare qualche facilità
e perizia, e che nell'ardente investigazione della verità e delle
cognizioni, non mi sono accorto d'alcuna decadenza. Per uno spirito
attivo è più penosa l'indolenza che la fatica; le ricerche però di gusto
e di curiosità occuperanno e divertiranno i primi mesi della mia
libertà. Queste tentazioni mi hanno qualche volta deviato dal rigoroso
dovere anche d'una piacevole e volontaria impresa: ma ora il mio tempo
sarà tutto a mia disposizione, e nell'uso o abuso, che farò
dell'indipendenza, io non temerò più i rimproveri nè di me stesso, nè
de' miei amici. Io giustamente pretendo un anno di Giubbileo: presto
passeranno la prossima state, e l'inverno seguente; e la sola esperienza
potrà decidere, se io preferirò la libertà e variabilità di studiare, al
disegno ed alla composizione d'un'opera regolare, che anima la
quotidiana applicazione dell'Autore nel tempo che la ristringe a certi
confini. Possono influire sulla mia scelta il capriccio ed il caso; ma
tale è la destrezza dell'amor proprio che sempre saprà applaudire
all'attiva mia industria, od al filosofico mio riposo.

                                                    DOWNING-STREET.

                                                  _Primo Maggio 1788._

_P. S._ Prenderò qui l'occasione di far due osservazioni quanto all'uso
delle parole, che io finora non ho sufficientemente avvertito: 1. Ogni
volta che io mi servo dell'espressioni _di là_ dalle Alpi, dal Reno, dal
Danubio ec., generalmente suppongo di trovarmi a Roma, e di poi a
Costantinopoli, senza fare attenzione, se questa relativa Geografia
possa convenire o no alla locale variabile situazione del Lettore, o
dell'Istorico. 2. Ne' nomi propri d'origine straniera, specialmente
orientale, sarebbe sempre mio disegno di esprimere nella versione
Inglese una copia fedele dell'originale. Ma spesso conviene abbandonar
questa regola, che si fonda sopra un giusto riguardo per l'uniformità e
la verità; quindi se ne limiteranno, o estenderanno l'eccezioni, secondo
l'uso della lingua ed il genio dell'interpetre. Sovente i nostri
alfabeti possono esser mancanti: un suono duro, un'ingrata distribuzione
di lettere potrebbe offender l'orecchio o l'occhio de' nostri Nazionali;
ed alcune parole, manifestamente corrotte, si sono stabilite, e quasi
naturalizzate nella lingua volgare. Il Profeta _Mohammed_, per esempio,
non si può spogliar più del famoso, quantunque improprio nome di
Maometto; non si riconoscerebbero quasi più le notissimo Città d'Aleppo,
di Damasco, e del Cairo nelle strane denominazioni di _Haleb_,
_Damashk_, ed _Al Cahira_; si son formati i Titoli e gli Ufizi
dell'Impero Ottomano dalla pratica di trecento anni; ed ormai siamo
soliti d'unire i tre Monosillabi Chinesi _Con-fu-tzee_ nel rispettabile
nome di Confucio, come pure di adottare la corruzion Portughese di
_Mandarino_. Io però sono inclinato a variare l'uso di _Zoroastro_ e di
_Zerdusht_ a misura che ho tratto le mie notizie dalla Grecia o dalla
Persia; dopo il nostro commercio coll'Indie, si è restituito al trono di
Tamerlano il genuino _Timour_; i nostri più corretti Scrittori hanno
tolto dal Koran il superfluo articolo _Al_; ed adottando la voce
_Moslem_ invece di Musulmano, evitiamo nel numero plurale un'ambigua
terminazione[337]. In questi, ed in mille altri esempi son troppo minute
le cause della distinzione fra un vocabolo e l'altro; ma, se non posso
esprimerli, sento i motivi della mia scelta.

NOTE:

[334] _I tre ultimi volumi in 4.º dell'Opera di E. Gibbon uscirono in
luce nel 1788. In fronte ad essi vi sta la Prefazione che qui si legge
che della Opera intera formava sei volumi in 4.º_

[335] _Vedi la Prefazione dell'Autore al Volume I di quest'Opera in
fine._

[336] Vedi la Prefazione del Dott. Robertson alla sua Storia d'America.

[337] _Quest'osservazione ha luogo quanto alla Lingua Inglese, non già
quanto all'Italiana._



CAPITOLO XXXIX.

      _Zenone ed Anastasio, Imperatori d'Oriente. Nascita, educazione,
      e prime imprese di Teodorico Ostrogoto. Sua invasione e
      conquista d'Italia. Regno in Italia de' Goti. Stato
      dell'Occidente. Governo militare e civile. Senatore Boezio.
      Ultime azioni e morte di Teodorico._


[A. 476-527]

Dopo la caduta del Romano Impero in Occidente, gli oscuri nomi, e
gl'imperfetti Annali di Zenone, d'Anastasio e di Giustino, che l'un dopo
l'altro montarono sul trono di Costantinopoli, debolmente segnano
l'intervallo di cinquant'anni fino al memorabile Regno di Giustiniano.
Nel medesimo periodo risorse e fiorì l'Italia sotto il governo d'un Re
Goto, che avrebbe potuto meritare una statua fra' migliori e più
valorosi degli antichi Romani.

[A. 455-475]

Teodorico l'Ostrogoto, ch'era il decimoquarto nella discendenza della
stirpe reale degli Amali[338], era nato nelle vicinanze di Vienna[339]
due anni dopo la morte d'Attila. Una recente vittoria aveva restituito
l'indipendenza agli Ostrogoti; ed i tre fratelli Walamiro, Teodemiro e
Widimiro, che unitamente governavano quella guerriera Nazione, avevano
separatamente stabilito le loro sedi nella fertile, quantunque desolata
Provincia della Pannonia. Gli Unni tuttavia minacciavano i ribelli lor
sudditi; ma fu rispinto il precipitoso loro attacco dalle sole forze di
Walamiro, e giunsero le nuove di tal vittoria al campo lontano del suo
fratello in quell'istesso fausto momento, in cui la concubina favorita
di Teodemiro gli aveva partorito un figlio ed erede. Teodorico
nell'ottavo anno della sua età, fu dal padre con ripugnanza rilasciato
pel pubblico interesse come ostaggio d'un'alleanza, che Leone Imperatore
di Oriente aveva comprato per un annuo sussidio di trecento libbre
d'oro. Fu educato il Reale ostaggio a Costantinopoli con premura ed
affetto. S'assuefece il suo corpo a tutti gli esercizi della guerra, si
dilatò il suo spirito per l'uso d'una culta conversazione, frequentò le
scuole de' più abili Maestri; ma sdegnò o trascurò le arti della Grecia,
e restò sempre tanto ignorante ne' primi elementi delle lettere, che fu
inventato un rozzo istrumento per far la sottoscrizione dell'idiota Re
d'Italia[340]. Giunto all'età di diciotto anni, fu restituito a'
desiderj degli Ostrogoti, che l'Imperatore cercava di guadagnare per
mezzo della liberalità e della confidenza. Walamiro era morto in
battaglia; Widimiro, fratello minore, aveva condotto in Italia e nella
Gallia un'armata di Barbari, e tutta la Nazione riconosceva per Re il
padre di Teodorico. I feroci di lui sudditi ammirarono la forza e la
statura del giovine loro Principe[341]: ed ei tosto provò loro, che non
avea punto degenerato dal valore de' suoi Antenati. Alla testa di
seimila volontari partì segretamente dal campo, andando in cerca di
avventure, discese il Danubio fino a Singiduno o Belgrado, ed in breve
tornò da suo padre con le spoglie d'un Re Sarmata, ch'egli aveva vinto
ed ucciso. Tali trionfi però non producevano altro che gloria, e
gl'invincibili Ostrogoti eran ridotti ad un'estrema angustia per
mancanza di vesti e di cibo. Di comun consenso dunque risolvettero
d'abbandonare i loro accampamenti Pannonici, e d'avanzarsi arditamente
verso le temperate e ricche vicinanze della Corte Bizantina, che già
manteneva nell'orgoglio e nel lusso tante altre truppe di Goti ad essa
confederati. Dopo d'aver provato con alcuni atti d'ostilità ch'essi
potevano esser pericolosi nemici, o almeno molesti, gli Ostrogoti
venderono ad un alto prezzo la loro riconciliazione e fedeltà;
accettarono un donativo di terre e di denaro; e fu loro confidata la
difesa del basso Danubio sotto il comando di Teodorico, il quale dopo la
morte di suo padre successe al trono ereditario degli Amali[342].

[A. 474-518]

Un Eroe, proveniente da una stirpe di Regi, dovea disprezzare quel basso
Isauro, che fu investito della porpora Romana senz'alcuna dote di
spirito o di corpo, e senz'alcuna prerogativa di nascita Reale, o di
sublimi qualità. Mancata la linea di Teodosio, potè in qualche modo
giustificarsi la scelta di Pulcheria e del Senato da' caratteri di
Marciano e di Leone; ma quest'ultimo stabilì e disonorò il suo Regno
mediante la perfida uccisione d'Aspar e de' suoi figli, che troppo a
rigore esigevano il debito della gratitudine e dell'ubbidienza.
L'eredità di Leone e dell'Oriente passò pacificamente nel piccolo di lui
nipote, figlio d'Ariadne sua figlia; ed il fortunato Isauro Trascalisseo
di lei marito, mutò quel barbaro suono nel Greco nome di Zenone. Dopo la
morte del vecchio Leone, s'accostò egli con rispetto non naturale al
trono del proprio figlio, umilmente ricevè, come un dono il secondo
posto nell'Impero, e tosto eccitò il pubblico sospetto sopra una
subitanea ed immatura morte del giovine suo Collega, la vita del quale
non poteva più oltre portare in alto la sua ambizione. Ma l'autorità
donnesca regolava il suo Palazzo di Costantinopoli, e lo agitavano le
femminili passioni: Verina, vedova di Leone, risguardando come suo
proprio l'Impero, pronunziò una sentenza di deposizione contro l'indegno
ed ingrato servo, al quale aveva ella sola dato lo scettro
d'Oriente[343]. Appena risuonò alle orecchie di Zenone il nome di
ribellione, ei fuggì precipitosamente nelle montagne d'Isauria, ed il
servile Senato concordemente proclamò Basilisco, di lei fratello, già
infamato dalla sua spedizione affricana[344]. Il Regno però
dell'usurpatore fu breve e turbolento. Basilisco pretese d'assassinare
l'amante della sua sorella, ed ardì d'offendere l'amante della sua
moglie, il vano ed insolente Armazio, che in mezzo al lusso asiatico
affettava l'abito, il portamento, ed il soprannome d'Achille[345].
Cospirando fra loro i malcontenti, richiamarono Zenone dall'esilio;
furon tradite le armate, la Capitale, e la persona di Basilisco; e tutta
la sua famiglia fu condannata alla lunga agonia del freddo e della fame
dall'inumano conquistatore, che non aveva coraggio nè di far fronte, nè
di perdonare a' propri nemici. Il superbo spirito di Verina era tuttavia
incapace di sommissione, o di riposo. Essa provocò l'inimicizia d'un
General favorito, ne abbracciò la causa tosto ch'egli cadde in
disgrazia, creò un nuovo Imperatore in Siria ed in Egitto, levò un
esercito di settantamila uomini, e continuò sino all'ultimo istante
della sua vita in una inutile ribellione, che secondo l'uso di quel
tempo, era stata predetta dagli Eremiti Cristiani, e dai Magi del
Paganesimo. Nel tempo che le passioni di Verina affliggevan l'Oriente,
Ariadne sua figlia distinguevasi con le femminili virtù della dolcezza e
della fedeltà; seguitò questa nell'esilio il proprio marito, e dopo il
suo ritorno al trono implorò la clemenza di lui in favor della madre.
Morto Zenone, Ariadne, figlia, madre e vedova d'Imperatori, diede la
mano, ed il titolo Imperiale ad Anastasio, vecchio domestico del
Palazzo, che sopravvisse più di ventisette anni al suo innalzamento, e
di cui si dimostra il carattere da quest'acclamazione del Popolo: «Regna
come hai vissuto[346]».

[A. 475-488]

Tuttociò, che potea suggerir l'affezione o il timore, fu a larga mano da
Zenone profuso al Re degli Ostrogoti, come il posto di Patrizio e di
Console, il comando delle truppe Palatine, una statua equestre, un
tesoro di più migliaia di libbre d'oro e d'argento, il nome di figlio, e
la promessa di una ricca ed onorevole moglie. Finattantochè Teodorico si
contentò di servire, sostenne con fedeltà e coraggio la causa del suo
benefattore: la rapida marcia di esso contribuì al restauramento di
Zenone: e nella seconda ribellione i _Walamiri_, come solevan chiamarsi,
inseguirono e strinsero i ribelli Asiatici in modo, che procurarono alle
truppe Imperiali un'agevol vittoria[347]. Ma questo fedel servo ad un
tratto si mutò in un formidabil nemico, ch'estese le fiamme della guerra
da Costantinopoli fino all'Adriatico: furono ridotte in cenere molte
floride Città e fu quasi distrutta l'agricoltura della Tracia dalla
barbara crudeltà de' Goti, che tagliavano a' contadini lor prigionieri
la mano destra, con cui guidavan l'aratro[348]. In tali occasioni toccò
a Teodorico l'alto e patente rimprovero d'infedeltà, d'ingratitudine e
d'insaziabile avarizia, che non si potrebbe scusare, se non dalla dura
necessità della sua situazione. Regnava egli non come Monarca, ma come
Ministro di un feroce Popolo, di cui lo spirito non era domato dalla
schiavitù, e che non soffriva insulti nè reali, nè immaginari. N'era
incurabile povertà, la mentre venivano tosto dissipati i donativi più
generosi in un eccessivo lusso, e divenivano sterili i più fertili Stati
nelle lor mani; gli Ostrogoti disprezzavano, sebbene invidiassero, i
laboriosi Provinciali; e quando mancava loro la sussistenza, ricorrevano
ai soliti espedienti della guerra, e della rapina. Il desiderio di
Teodorico (secondo almeno la sua protesta) sarebbe stato quello di
menare una vita pacifica, oscura, e sommessa ne' confini della Scizia;
ma la Corte di Bizanzio l'indusse con splendide e fallaci promesse ad
attaccare una tribù confederata di Goti, che s'erano impegnati nel
partito di Basilisco. Marciò dunque dai suoi quartieri nella Mesia,
essendo stato solennemente assicurato, che prima di giungere ad
Adrianopoli avrebbe incontrato un abbondante convoio di provvisioni, ed
un rinforzo di ottomila cavalli, e di trentamila fanti, mentre le
Legioni dell'Asia erano accampate ad Eraclea per secondare le sue
operazioni. Furono però sconcertate queste misure dalla reciproca
gelosia. All'avanzarsi che fece il figlio di Teodemiro nella Tracia,
trovò un'inospita solitudine, ed i Goti, suoi seguaci, con un grave
bagaglio di cavalli, di muli, e di carri vennero, per inganno delle loro
guide, condotti fra le rupi ed i precipizi del Monte Sondis, dove fu
egli assalito dalle armi e dalle invettive di Teodorico, figlio di
Triario. Da una vicina eminenza il suo artificioso rivale arringava il
campo de' Walamiri, ed infamava il lor Capitano con gli obbrobriosi nomi
di fanciullo, di pazzo, di traditore spergiuro, e di nemico del proprio
sangue, e della sua nazione. «Non sapete voi (gridava il figlio di
Triario) che la costante politica de' Romani è quella di distruggere i
Goti con le lor proprie spade? Non vedete, che quegli di noi, che in
questo non natural combattimento resterà vincitore, sarà esposto, e
giustamente invero, all'implacabile loro vendetta? Dove son que'
guerrieri, miei e tuoi propri congiunti, le vedove de' quali ora si
lagnano, che sacrificarono le loro vite alla tua temeraria ambizione?
Dov'è la ricchezza, che avevano i tuoi soldati, quando, partendo dalle
native lor case, principiarono ad arruolarsi sotto le tue bandiere?
Ciascheduno di essi aveva in quel tempo tre o quattro cavalli; ora ti
seguitano a piedi come schiavi pei deserti della Tracia quegli, che
tentati furono dalla speranza di misurar l'oro a staio, quei bravi
uomini, che son liberi e nobili come tu stesso». Un linguaggio così
adattato all'indole de Goti, eccitò il clamore ed il malcontento; ed il
figlio di Teodemiro, temendo di restar solo, fu costretto ad abbracciare
i suoi fratelli, e ad imitare l'esempio della perfidia romana[349].

[A. 489]

La prudenza e fermezza di Teodorico si fece ugualmente conoscere in
qualunque stato di fortuna ei si trovasse: o minacciasse Costantinopoli
alla testa de' Goti fra loro confederati, o con un fedel drappello si
ritirasse alle montagne e coste marittime dell'Epiro. Finalmente
l'accidental morte del figlio di Triario[350] tolse la bilancia, che i
Romani erano tanto solleciti di mantenere fra' Goti: tutta la Nazione
riconobbe la suprema potestà degli Amali, e la Corte Bizantina
sottoscrisse un ignominioso ed oppressivo trattato[351]. Il Senato avea
già dichiarato, che era necessario scegliere un partito fra i Goti,
giacchè lo Stato non era capace di sostenere le forze riunite; per il
minimo de' loro eserciti si richiedeva un sussidio di duemila libbre
d'oro, con l'ampia paga di tredicimila uomini[352]; gl'Isauri, che
guardavano non già l'Impero, ma l'Imperatore, oltre il privilegio della
rapina, godevano un'annua pensione di cinquemila libbre. La sagacità di
Teodorico ben presto conobbe, ch'ei si rendeva odioso ai Romani, e
sospetto a' Barbari; gli venne all'orecchio il popolar mormorìo, che i
suoi sudditi erano esposti nelle agghiacciate loro capanne ad
intollerabili travagli, mentre il loro Re s'abbandonava al lusso della
Grecia; e prevenne la disgustosa alternativa, o di resistere ai Goti
come il campion di Zenone, o di condurli alla battaglia come nemico di
esso. Teodorico, abbracciando un'impresa degna del suo coraggio e della
sua ambizione, parlò all'Imperatore in questi termini. «Quantunque il
vostro servo sia mantenuto nell'abbondanza dalla vostra liberalità,
porgete graziosamente orecchio a' desiderj del mio cuore! L'Italia, che
avete ereditato da' vostri Predecessori, e Roma stessa, la capitale e
signora del Mondo, presentemente gemono sotto la violenza e
l'oppressione del mercenario Odoacre. Lasciatemi andare con le nazionali
mie truppe contro il Tiranno. Se io perirò, voi resterete libero da un
dispendioso e molesto amico. Se poi col divino aiuto riescirò
nell'impresa, governerò in vostro nome, ed a gloria vostra il Senato
Romano, e quella parte di Repubblica, che mediante le vittoriose mie
armi sarà liberata dalla schiavitù». Fu accettata la proposizione di
Teodorico, ed era forse stata suggerita dalla Corte di Bizanzio. Ma
sembra, che la forma della commissione, o dell'accordo s'esprimesse con
una prudente ambiguità, che potesse poi spiegarsi secondo l'evento; e
restò in dubbio, se il Conquistator dell'Italia dovesse regnare come
Luogotenente, come Vassallo o come Alleato dell'Imperatore
d'Oriente[353].

La fama tanto del condottiero, quanto della guerra eccitò un ardore
universale; s'accrebbero i _Walamiri_ da sciami di Goti, ch'erano già
impegnati al servizio dell'Impero, o stabiliti nelle Province di esso;
ed ogni audace Barbaro, che aveva sentito parlare della ricchezza e
beltà d'Italia, era impaziente di arrivare a possedere, per mezzo delle
più pericolose avventure, oggetti così lusinghieri. Si dee risguardar la
marcia di Teodorico come l'emigrazione d'un intiero Popolo; si
trasportarono tutte le mogli ed i figli de' Goti, i vecchi lor genitori
e gli effetti più preziosi che avessero; e possiam formarci qualche idea
del grave bagaglio, che allora seguitò il campo, dalla perdita di
duemila carri, che nella guerra dell'Epiro soffrirono in una sola
azione. Traevano i Goti la lor sussistenza dai magazzini di grano, che
si macinava dalle loro donne in certi mulini portatili; dal latte e
dalla carne de' loro greggi ed armenti; dal casual prodotto della
caccia; e dalle contribuzioni, che imponevano a tutti quelli che
ardivano di contendere il passo, o di negar loro un amichevole aiuto.
Nonostante queste precauzioni però si trovarono esposti al pericolo, e
quasi alle angustie della fame, in una marcia di settecento miglia,
intrapresa noi cuore d'un rigido inverno. Dopo la caduta della potenza
Romana, la Dacia e la Pannonia non presentavano più il ricco prospetto
di popolate Città, di campagne ben coltivate e di comode strade: si
rinnovò il regno della barbarie e della desolazione, e le tribù de'
Bulgari, de' Gepidi e de' Sarmati, che avevan occupato quella vacante
Provincia, furon mosse dalla nativa loro fierezza o dalle sollecitudini
d'Odoacre a resistere a' progressi del suo nemico. In molte oscure,
sebben sanguinose battaglie, Teodorico pugnò e vinse, sintantochè
superando alla fino coll'abile sua condotta e coraggiosa perseveranza
ogni ostacolo, scese dalle alpi Giulie e spiegò le invincibili suo
bandiere ne' confini d'Italia[354].

[A. 489-490]

Odoacre, non indegno rivale delle sue armi, aveva già occupato il
vantaggioso e celebre posto del fiume Sonzio presso le rovine
d'Aquileia, essendo alla testa d'un poderoso esercito, i Re[355], o Capi
del quale fra loro indipendenti sdegnavano i doveri della subordinazione
e gl'indugi della prudenza. Appena Teodorico ebbe concesso un breve
riposo e rinfresco alla stanca sua cavalleria, arditamente attaccò le
fortificazioni del nemico; e gli Ostrogoti mostrarono maggiore ardore
per acquistare le terre d'Italia, che i Mercenari per difenderle; ed il
premio della prima vittoria fu il possesso della Provincia Veneta fino
alle mura di Verona. Nelle vicinanze di quella città, sulle scoscese
rive dell'Adige, gli si oppose un'altra armata di maggior numero, ed in
coraggio non inferiore della prima; la battaglia fu più ostinata, ma
l'evento ne fu sempre più decisivo; Odoacre fuggì a Ravenna, Teodorico
avanzossi verso Milano, e le soggiogate truppe salutarono il loro
conquistatore con alte acclamazioni di rispetto e di fedeltà. Ma la lor
mancanza o di costanza o di fede tosto l'espose al più imminente
pericolo; vari Conti Goti, che con la sua vanguardia s'erano
temerariamente affidati ad un disertore furon traditi e distrutti vicino
a Faenza mediante un doppio di lui tradimento; Odoacre di nuovo comparve
come padrone della Campagna; e l'invasore, fortemente trincerato nel suo
campo di Pavia, fu ridotto a sollecitare il soccorso d'una congiunta
Nazione cioè de' Visigoti della Gallia. Nel corso di quest'Istoria potrà
saziarsi abbondantemente il più vorace appetito di guerra, nè posso io
molto dolermi, che gli oscuri ed imperfetti nostri materiali non mi
somministrino una più estesa narrazione delle angustie d'Italia, e del
fiero combattimento, che restò finalmente deciso dall'abilità,
dall'esperienza e dal valore del Re de' Goti. Quando fu per principiar
la battaglia di Verona, pertossi alla tenda di sua Madre[356] e di sua
sorella, e volle che in quel giorno, il più solenne della sua vita,
l'adornassero con le ricche vesti ch'esse avevano lavorato con le
proprie lor mani. «La nostra gloria, disse egli, è reciproca ed
inseparabile. Il Mondo sa, che voi siete la madre di Teodorico, ed a me
tocca a provare, che io sono il vero discendente di quegli Eroi dei
quali vanto l'origine». La moglie o concubina di Teodemiro veniva
inspirata da quello spirito delle matrone Germane, che stimavano l'onore
de' loro figli molto più della lor sicurezza; e si racconta che in una
disperata battaglia, mentre Teodorico medesimo era tratto via dal
torrente d'una folla di fuggitivi, andò arditamente loro incontro
all'ingresso del campo, e co' suoi generosi rimproveri gli spinse
indietro contro le spade nemiche[357].

[A. 493-526]

Teodorico per diritto di conquista regnò dalle Alpi fino all'estremità
della Calabria: gli Ambasciatori Vandali gli diedero l'isola della
Sicilia come una legittima appendice del suo Regno; e fu accolto come
liberatore di Roma dal Senato e dal Popolo, che aveva chiuso le porte in
faccia all'usurpator che fuggiva[358]. La sola Ravenna, fortificata
dall'arte e dalla natura, sostenne un assedio di quasi tre anni; e le
audaci sortite d'Odoacre portarono la strage e il disagio nel campo
Gotico. Finalmente quell'infelice Monarca, privo di provvisioni e senza
speranza d'aiuto, cedè ai lamenti de' propri sudditi, ed a' clamori de'
suoi soldati. Si maneggiò un trattato dal Vescovo di Ravenna; gli
Ostrogoti furono ammessi nella Città, e sotto la sanzione di un
giuramento, ambidue i Re acconsentirono a governare con uguale ed
indivisa autorità le Province d'Italia. Può facilmente prevedersi
l'evento di tale accordo. Concessi alcuni giorni alle apparenze della
gioia e dell'amicizia, Odoacre in mezzo ad un solenne convito fu
trucidato dalle proprie mani, o almeno per ordine del suo rivale. Si
erano precedentemente prese le opportune, segrete ed efficaci
disposizioni per uccidere nell'istesso momento e senz'alcuna resistenza
tutti quanti gl'infedeli e rapaci mercenari; e Teodorico fu proclamato
Re da' Goti, col tardo, ripugnante ed ambiguo consenso dell'Imperatore
d'Oriente. Secondo le solite formalità s'imputò al soggiogato Tiranno il
disegno d'una cospirazione; ma sufficientemente si prova la sua
innocenza e la colpa del conquistatore[359] dal vantaggioso Trattato,
che la _forza_ non avrebbe sinceramente accordato, nè la _debolezza_
temerariamente rotto. Somministrar possono un'apologia più decente la
gelosia del potere, ed i mali della discordia; e si può pronunziare una
sentenza meno rigorosa contro un delitto, ch'era necessario per
introdurre in Italia un principio di pubblica felicità. L'Autore vivente
di questa felicità fu audacemente lodato in faccia da Oratori sacri e
profani[360]; ma l'Istoria (che nel suo tempo era muta ed oscura) non ci
ha lasciato alcun giusto quadro de' fatti, che potrebbero dimostrar le
virtù di Teodorico, o de' difetti che le oscurarono[361]. Tuttavia
sussiste un monumento della sua fama, vale a dire la raccolta delle
Lettere pubbliche, composte da Cassiodoro in nome del Re, che ha
ottenuto credito maggiore di quello, che intrinsecamente sembri
meritare[362]. Esse presentano le formalità piuttosto che la sostanza
del suo governo; ed in vano si cercherebbero i puri e spontanei
sentimenti del Barbaro, in mezzo alla declamazione e dottrina di un
Sofista, a' desiderj d'un Senator Romano, alle formule d'ufizio, ed alle
dubbiose espressioni, che in ogni Corte ed in ogni occasione formano il
linguaggio d'un discreto Ministro. Con maggior fiducia può appoggiarsi
la riputazion di Teodorico sopra un Regno di trentatre anni visibilmente
pacifico e prospero, sull'unanime stima de' suoi contemporanei, e sulla
memoria della sua saviezza, giustizia ed umanità, non meno che del suo
coraggio, che restò profondamente impresso nelle menti dei Goti, e
degl'Italiani.

Il ripartimento delle terre d'Italia, delle quali Teodorico assegnò la
terza parte a' suoi soldati, si cita _onorevolmente_ come l'unica
ingiustizia della sua vita. Ed anche quest'atto si può plausibilmente
giustificare coll'esempio d'Odoacre, co' diritti di conquista, col vero
interesse degl'Italiani, e col sacro dovere di far sussistere un intiero
Popolo, che affidato alle sue promesse erasi trasferito in un lontano
Paese[363]. I Goti sotto il Regno di Teodorico, e nel felice clima
d'Italia, tosto s'aumentarono al segno di formare un formidabil esercito
di dugentomila uomini[364], e coll'aggiunta ordinaria delle donne e de'
fanciulli si può calcolare a qual numero ascendessero tutte le loro
famiglie. Si mascherò l'invasione del territorio di cui doveva già esser
vacante una parte, col generoso, ma improprio, nome d'_Ospitalità_:
questi malveduti Ospiti si dispersero irregolarmente per l'Italia e la
porzione, che toccò ad ogni Barbaro, corrispondeva alla sua nascita ed
al suo posto, al numero del suoi seguaci ed alla rustica ricchezza, che
aveva in bestiame ed in ischiavi. Fu ammessa la distinzione fra il
nobile ed il plebeo[365]; ma le terre di ogni uomo libero furono immuni
dalle tasse, ed ei godeva l'inestimabil privilegio di non esser soggetto
che alle leggi della sua Patria[366]. La moda o anche la comodità
persuase ben presto i conquistatori ad assumer l'abito più elegante de'
nativi d'Italia; ma essi persisterono tuttavia nell'uso della lor lingua
materna; e fu applaudito il disprezzo, che avevano per le scuole latine,
da Teodorico medesimo, che secondava i lor pregiudizi o piuttosto i suoi
propri col dire, che un fanciullo assuefatto a tremare alla sferza del
maestro, non avrebbe mai ardito di guardare una spada[367]. La miseria
potè qualche volta muovere l'indigente Romano a prendere i feroci
costumi che appoco appoco si lasciavano dal ricco e lussurioso
Barbaro[368]: ma tali vicendevoli trasformazioni non eran punto promosse
dalla politica d'un Monarca, che rendè perpetua la separazione fra
gl'Italiani ed i Goti, riservando i primi alle arti della pace, ed i
secondi agli esercizi della guerra. Per eseguire questo disegno ei
procurò di proteggere gl'industriosi suoi sudditi, e di moderar la
violenza senza snervare il valore dei suoi soldati, che dovevan servire
alla pubblica difesa. Essi ritenevano le loro terre, e i benefizi come
uno stipendio militare; al suono della tromba eran pronti a marciare
sotto la condotta de' loro Ufiziali provinciali; e tutta l'Italia era
distribuita in più quartieri d'un medesimo campo ben regolato. Si faceva
la guardia del Palazzo e delle Frontiere per elezione o per turno; ed
ogni straordinaria fatica veniva ricompensata da un accrescimento di
paga, o da donativi arbitrari. Teodorico aveva persuaso i suoi bravi
compagni che l'Impero si dee difendere con quelle medesime arti, con le
quali s'acquista. Dietro il suo esempio essi procuravano di esser
eccellenti nell'uso non solo della lancia e della spada, istromenti
delle loro vittorie, ma anche delle armi da scagliare, ch'essi erano
troppo inclinati a trascurare, ed i quotidiani esercizi, e le annue
riviste della Cavalleria Gotica somministravano la viva immagine della
guerra. Una ferma, quantunque blanda, disciplina li fece abituare alla
modestia, all'ubbidienza, ed alla temperanza; ed i Goti impararono a
risparmiare il Popolo, a rispettare le Leggi, a non trascurare i doveri
della società civile, ed a disapprovare la barbara licenza del
combattimento giudiciale e della vendetta privata[369].

La vittoria di Teodorico aveva eccitato un generale allarme fra' Barbari
dell'Occidente. Ma quando videro, ch'ei, soddisfatto della conquista,
desiderava la pace, il terrore si mutò in rispetto, ed essi accettarono
una potente mediazione, che fu costantemente diretta agli ottimi oggetti
di conciliare le lor dissensioni, e d'incivilirne i costumi[370]. Gli
Ambasciatori che giungevano a Ravenna dai più distanti paesi d'Europa,
ammiravano la sua saviezza, cortesia e magnificenza[371]; e se accettava
talvolta degli schiavi o delle armi, dei cavalli bianchi o de' rari
animali, il dono d'un orologio solare, di un orologio ad acqua o di un
istromento di musica dimostrava anche a' Principi della Gallia la
superiore abilità ed industria degl'Italiani suoi sudditi. I domestici
vincoli[372], che contrasse per mezzo della moglie, di due figlie, di
una sorella e di una nipote, unirono la famiglia di Teodorico con i Re
dei Franchi, de' Borgognoni, de' Visigoti, de' Vandali, e de' Turingi; e
contribuirono a mantener la buon'armonia, o almeno la bilancia della
gran Repubblica dell'Occidente[373]. Egli è difficile seguitare nelle
cupe foreste della Germania e della Polonia l'emigrazione degli Eruli,
feroce Popolo, che sdegnava l'uso dell'armatura, e condannava le vedove
ed i vecchi genitori a non sopravvivere alla perdita de' loro mariti o
alla diminuzione delle lor forze[374]. Il Re pertanto di questi selvaggi
guerrieri domandò l'amicizia di Teodorico, e secondo le barbare
cerimonie d'una militare adozione[375], fu innalzato al grado di suo
figlio. Dalle rive del Baltico gli Estoni o Livoni portarono i loro doni
d'ambra nativa[376] a' piedi d'un Principe, di cui la fama gli aveva
mossi a intraprendere un ignoto e pericoloso viaggio di mille
cinquecento miglia. Ei mantenne una frequente ed amichevol
corrispondenza col paese[377], da cui la nazione Gotica trasse
l'origine; gl'Italiani si cuoprivano co' ricchi zibellini[378] di
Svezia; ed uno de' Sovrani di essa, dopo una volontaria o forzata
rinuncia, trovò un cortese rifugio nel palazzo di Ravenna. Questi aveva
regnato sopra una delle tredici numerose Tribù, che coltivavano una
piccola parte della grande Isola o Penisola della Scandinavia, a cui si
è talvolta applicata l'incerta denominazione di Thule. Era quella
settentrional regione abitata o almeno cognita fino al 68 grado di
latitudine, dove gli abitatori del cerchio polare godono e perdono in
ogni solstizio d'estate e d'inverno la continua presenza del sole per un
ugual periodo di quaranta giorni[379]. La lunga notte dell'assenza, o
morte di esso, era la trista stagione dell'angustia e dell'inquietudine,
finattantochè i messaggieri mandati sulle cime delle montagne non
annunciavano i primi raggi della luce che tornava, e proclamavano alle
sottoposte pianure la festa della sua resurrezione[380].

[A. 509]

La vita di Teodorico presenta il raro e lodevole esempio d'un Barbaro,
che pose la sua spada nel fodero in mezzo all'orgoglio della vittoria e
nel vigor dell'età. Consacrò un regno di trentatre anni a' doveri del
Governo civile, e le guerre, nelle quali talvolta si trovò impegnato,
presto furono terminate mercè la condotta de' suoi Generali, la
disciplina delle sue truppe, le armi de' suoi alleati, ed anche il
terror del suo nome. Ridusse sotto un forte e regolar Governo le poco
profittevoli regioni della Rezia, del Norico, della Dalmazia e della
Pannonia, dalla sorgente del Danubio e dal territorio de' Bavari[381]
fino al piccolo regno formato da' Gepidi sulle rovine del Sirmio. Non
poteva la sua prudenza sicuramente affidare il baloardo d'Italia a que'
deboli e turbolenti vicini; e la sua giustizia potea pretender le terre,
ch'essi opprimevano, o come una parte del proprio regno, o come
un'eredità di suo padre. La grandezza però di un servo, a cui si dava il
nome di perfido, perchè era fortunato, risvegliò la gelosia
dell'Imperatore Anastasio e s'accese una guerra sulla frontiera della
Dacia per la protezione che il Re Goto, nelle vicende delle cose umane,
aveva accordato ad uno de' discendenti d'Attila. Sabiniano, generale
illustre pel merito proprio e paterno, s'avanzò alla testa di diecimila
Romani; e distribuì alle più feroci fra le Tribù de' Bulgari le
provvisioni e le armi, che empievano una lunga serie di carri. Ma ne'
campi di Margo l'esercito Orientale fu disfatto dalle inferiori forze
de' Goti e degli Unni; restò irreparabilmente distrutto il fiore, ed
anche la speranza delle armate romane; e tal era la temperanza, che
Teodorico aveva ispirato alle vittoriose sue truppe, che non avendo il
lor condottiere dato il segno del saccheggio, le ricche spoglie del
nemico rimasero intatte ai lor piedi[382]. Esacerbata la Corte Bizantina
da questa disgrazia, spedì dugento navi ed ottomila uomini a
saccheggiare le coste marittime della Calabria e della Puglia; questi
assalirono l'antica città di Taranto, interruppero il commercio e
l'agricoltura d'un fertil paese, e se ne tornarono all'Ellesponto
altieri della piratica loro vittoria sopra di un Popolo, ch'essi
tuttavia pretendevano di risguardar come composto di _Romani_ loro
fratelli[383]. L'attività di Teodorico ne affrettò possibilmente la
ritirata; l'Italia fu posta al coperto da una flotta di mille piccoli
vascelli[384], ch'ei fece costruire con incredibil prestezza, e la
costante sua moderazione fu tosto premiata con una solida ed onorevole
pace. Esso mantenne con forte mano la bilancia dell'Occidente,
finattantochè non fu alla fine rovesciata dall'ambizione di Clodoveo; e
quantunque non potesse assistere il suo temerario ed infelice congiunto,
il re de' Visigoti, salvò i residui della sua famiglia e del suo Popolo
e represse i Franchi in mezzo alla vittoriosa loro carriera. Io non
voglio prolungare o ripetere[385] la narrazione di questi militari
avvenimenti, che sono i meno interessanti del regno di Teodorico; e mi
contenterò d'aggiungere, ch'ei protesse gli Alemanni[386]; che
severamente gastigò un'incursione de' Borgognoni, e che la conquista
ch'ei fece d'Arles e di Marsiglia, gli aprì una libera comunicazione co'
Visigoti, che lo rispettavano tanto come loro nazional protettore,
quanto come tutore del piccolo figlio di Alarico, suo nipote. Con questo
rispettabil carattere il Re d'Italia rinnovò la Prefettura Pretoriana
delle Gallie, riformò alcuni abusi nel Governo civile della Spagna, ed
accettò l'annuo tributo, e l'apparente sommissione del militar
Governatore di quella, che saviamente ricusò d'affidare la sua persona
al palazzo di Ravenna[387]. La sovranità Gotica s'era stabilita dalla
Sicilia fino al Danubio, da Sirmio o Belgrado fino al Mare Atlantico; ed
i Greci stessi hanno confessato, che Teodorico regnò sopra la più bella
parte dell'Impero Occidentale[388].

L'unione de' Goti e de' Romani avrebbe potuto fissar per de' secoli la
passeggiera felicità dell'Italia, e la reciproca emulazione delle
rispettive loro virtù avrebbe potuto appoco appoco formare un nuovo
Popolo di sudditi liberi, e d'illuminati soldati, che avesse il primato
fra le nazioni. Ma non era serbato pel regno di Teodorico il merito
sublime di guidare o di secondare una rivoluzione di questa sorta: gli
mancò il talento, o la comodità per esser legislatore[389]; e mentre
fece godere a' Goti una rozza libertà, servilmente copiò le istruzioni,
ed anche gli abusi del sistema politico formato da Costantino e da' suoi
successori. Per un delicato riguardo agli spiranti pregiudizi di Roma,
il Barbaro evitò il nome, la porpora ed il diadema degl'Imperatori; ma
sotto il titolo ereditario di Re assunse tutta la sostanza e pienezza
dell'imperial dignità[390]. Le sue espressioni verso il trono Orientale
erano rispettose ed ambigue; celebrava in pomposo stile l'armonia delle
due Repubbliche, applaudiva il suo governo, come la perfetta immagine
d'un solo ed indiviso Impero, e pretendeva sopra i Re della Terra quella
stessa preeminenza, ch'ei modestamente accordava alla persona o al posto
d'Anastasio. Dichiaravasi ogni anno l'unione dell'Oriente
coll'Occidente, mediante l'unanime scelta de' due Consoli; ma sembra che
il Candidato italiano, ch'era nominato da Teodorico, ricevesse una
formale conferma dal Sovrano di Costantinopoli[391]. Il palazzo gotico
di Ravenna presentava l'immagine della Corte di Teodosio o di
Valentiniano. Vi continuavano sempre ad agire da Ministri di Stato il
Prefetto del Pretorio, il Prefetto di Roma, il Questore, il Maestro
degli Ufizi co' Tesorieri pubblici e patrimoniali, le funzioni de' quali
vengon dipinte con vistosi colori dalla rettorica di Cassiodoro. E la
subornata amministrazione della giustizia e delle rendite era delegata a
sette Consolari, e tre Correttori, ed a cinque Presidenti, che
governavano le quindici _Regioni_ d'Italia secondo i principj, e fino
con le formalità della Giurisprudenza Romana[392]. La violenza de'
Conquistatori veniva abbattuta o delusa dal lento artifizio de' processi
giudiciali; ristringevasi agl'Italiani l'amministrazion civile co' suoi
onori ed emolumenti; ed il Popolo conservò sempre il proprio abito e
linguaggio, le sue leggi e costumanze, la sua personal libertà, e due
terzi delle proprie terre. L'oggetto d'Augusto era stato quello di
nasconder l'introduzione della Monarchia; e la politica di Teodorico fu
di mascherare il regno d'un Barbaro[393]. Se i suoi sudditi talvolta si
risvegliaron da questa piacevol visione di un Governo romano, trassero
un conforto più sostanziale dal carattere di un Principe Goto, che aveva
penetrazione per discernere, e fermezza per procurare il proprio ed il
pubblico interesse. Teodorico amava le virtù ch'ei possedeva, ed i
talenti de' quali mancava. Liberio fu promosso all'ufizio di Prefetto
del Pretorio per l'incorrotta sua fedeltà nell'infelice causa d'Odoacre.
I Ministri di Teodorico, Cassiodoro[394] e Boezio, hanno fatto
riflettere sopra il suo regno lo splendore del loro genio, e della loro
dottrina. Cassiodoro però più prudente o più fortunato del suo collega
conservò la propria riputazione senza perder la grazia reale; e dopo
aver passato trent'anni fra gli onori del secolo, godè altrettanto tempo
di riposo nella devota e studiosa solitudine di Squillace.

Era interesse e dovere del Re' Goto di coltivare, come protettore della
Repubblica, l'affezione del Senato[395] e del Popolo. I nobili di Roma
erano lusingati dai sonori epiteti e dalle formali proteste di rispetto,
che si sarebbero più giustamente applicate al merito ed all'autorità de'
loro maggiori. Il Popolo godeva senza timore o pericolo i tre benefizi
d'una Capitale, cioè il buon ordine, l'abbondanza, ed i pubblici
divertimenti. La misura stessa del donativo[396] dimostra una visibil
diminuzione di esso: la Puglia, la Calabria e la Sicilia versavano
ancora i loro tributi ne' granai di Roma; si distribuiva una porzione di
pane e di companatico, agl'indigenti cittadini, e stimavasi onorevole
qualunque ufizio, che fosse destinato alla cura della loro salute e
felicità. I giuochi pubblici, di tal sorta che un ambasciator greco
potea decentemente applaudirvi, presentavano una languida e debole copia
della magnificenza de' Cesari: però la musica, la ginnastica e l'arte
pantomimica non eran del tutto cadute in oblìo; le fiere dell'Affrica
esercitavano tuttavia il coraggio e la destrezza de' cacciatori; e
l'indulgente Goto o tollerava pazientemente, o dolcemente frenava le
fazioni Azzurra e Verde, le contese delle quali empievano sì spesso il
Circo di grida, ed anche di sangue[397]. Nel settimo anno del pacifico
suo regno Teodorico visitò la vecchia capitale del Mondo; il Senato ed
il Popolo in una solenne processione avanzossi a salutare il secondo
Traiano, il nuovo Valentiniano, ed ei nobilmente sostenne questo
carattere, assicurandoli d'un giusto e legittimo Governo[398] in un
discorso che non ebbe timore di pronunziare in pubblico e di fare
incidere in una tavola di rame. In quest'augusta ceremonia Roma fece
risplendere un ultimo raggio della decadente sua gloria: ed un Santo,
che fu spettatore di quel pomposo spettacolo, potè solo sperare, nella
pia sua fantasia, che fosse superato dal celeste splendore della nuova
Gerusalemme[399]. Nella dimora, che vi fece di sei mesi, la fama, la
persona, ed il cortese contegno del Re Goto eccitarono l'ammirazion de'
Romani, ed ei contemplò con ugual curiosità e sorpresa i monumenti
ch'erano restati dell'antica loro grandezza. Impresse le vestigia di un
conquistatore sul colle del Campidoglio, e francamente confessò, che
ogni giorno mirava con nuova maraviglia il Foro di Traiano e l'alta di
lui colonna. Il teatro di Pompeo anche nella sua decadenza compariva
quale una gran montagna artificialmente incavata, pulita ed ornata
dall'industria umana; ed all'ingrosso calcolò, che vi volle un fiume
d'oro per innalzare il colossale anfiteatro di Tito[400]. Per mezzo di
quattordici acquedotti si spargevano acque pure e copiose in ogni parte
della città, e fra queste l'acqua Claudia, che aveva la sorgente alla
distanza di trentotto miglia nelle montagne Sabine, passava per un
dolce, quantunque costante, declivio di solidi archi fino alla sommità
del monte Aventino. Le lunghe e spaziose volte, costruite per servire
alle Cloache pubbliche, sussistevano dopo dodici secoli nel pristino
loro stato; e que' sotterranei canali si son preferiti a tutte le
visibili maraviglie di Roma[401]. I Re Goti, accusati con tanta
ingiustizia della rovina delle antichità, furon solleciti di conservare
i monumenti della nazione che essi avevano soggiogata[402]. Emanarono
degli editti reali per impedire gli abusi, la trascuratezza o le
depredazioni de' cittadini medesimi; e per le riparazioni ordinarie
delle mura e degli edifizi pubblici, si destinarono uno sperimentato
Architetto, l'annua somma di dugento libbre d'oro, venticinquemila pezzi
di materiali, ed il prodotto della dogana del Porto Lucrino. Una simil
cura s'estese alle statue di metallo o di marmo, sì degli uomini, che
degli animali. S'applaudiva da' Barbari allo spirito de' cavalli, che
hanno dato al Quirinale un nome moderno[403]; furono diligentemente
restaurati gli Elefanti di bronzo[404] della _Via sacra_; la famosa
vitella di Mirone ingannava il bestiame, quando passava pel Foro della
Pace[405]; e fu creato un ufiziale apposta per difendere quelle opere
delle arti, che Teodorico risguardava come l'ornamento più nobile del
suo Regno.

Seguitando l'esempio degli ultimi Imperatori, Teodorico scelse la
residenza di Ravenna, dove coltivava con le sue proprie mani un
giardino[406]. Ogni volta ch'era minacciata la pace del suo regno
(giacchè questo non fu mai invaso) da' Barbari, ei trasferiva la sua
Corte a Verona[407] sulla frontiera settentrionale, e la figura del suo
Palazzo, che tuttavia esiste in una medaglia, rappresenta la più antica
ed autentica forma d'architettura gotica. Queste due Capitali ugualmente
che Pavia, Spoleto, Napoli e le altre città d'Italia, sotto il suo Regno
acquistarono le utili e splendide decorazioni di chiese, di acquedotti,
di bagni, di portici e di palazzi[408]. Ma la felicità del suddito con
maggior verità si manifestava nell'attivo spettacolo del lavoro e del
lusso, nel rapido aumento e nel godimento libero della ricchezza
nazionale. Dalle ombre di Tivoli e di Preneste, i Senatori Romani
tuttavia nell'inverno si ritiravano al temperato calore ed alle salubri
fonti di Baia, e le loro ville, che s'avanzavano sopra solide moli nel
Golfo di Napoli, godevano le varie vedute del cielo, della terra e
dell'acqua. Dalla parte orientale dell'Adriatico, erasi formata una
nuova Campania nella bella e fertil provincia dell'Istria, la quale
comunicava col palazzo di Ravenna, mediante una facil navigazione di
cento miglia. Le ricche produzioni della Lucania e delle contigue
Province, si portavano alla Fonte Marcilia, dov'era una copiosa fiera
ogni anno, consacrata al commercio, all'intemperanza ed alla
superstizione. Nella solitudine di Como, che fu animata una volta dal
dolce genio di Plinio, un trasparente bacino di sopra sessanta miglia in
lunghezza tuttavia rifletteva le rurali dimore, che circondavano il
margine del lago Lario, ed una triplice coltivazione di ulivi, di viti e
di castagni cuopriva il piacevol pendìo delle colline[409]. All'ombra
della pace risorse l'agricoltura, e si moltiplicarono i coltivatori
mediante il riscatto degli schiavi[410]. Si scavavano con attenzione le
miniere di ferro della Dalmazia, ed una d'oro nell'Abruzzo, e le paludi
Pontine, come anche quelle di Spoleto, furono asciugate e coltivate da
privati speculatori, il lontano premio de' quali dee dipendere dalla
continuazione della pubblica prosperità[411]. Quando le stagioni eran
meno propizie, le dubbiose precauzioni di fare de' magazzini di grano,
di fissarne il prezzo e di proibirne l'esportazione, dimostravano almeno
la buona volontà del Governo; ma la straordinaria abbondanza, che un
industrioso Popolo ricavava da un terreno fecondo, era tale che alle
volte una pinta di vino si vendeva in Italia per meno di tre _farthings_
(tre quattrini) ed un sacco di grano per circa cinque scellini e sei
soldi (o sia sette lire)[412]. Un paese che aveva tanti valutabili
oggetti di commercio, attrasse ben tosto i mercanti da ogni parte, il
lucroso traffico de' quali veniva incoraggiato o protetto dal genio
liberale di Teodorico. Fu restaurata ed estesa la libera comunicazione
delle Province per terra e per acqua; non si chiudevano mai nè di giorno
nè di notte le porte delle Città; ed il detto comune, che una borsa
d'oro lasciata in un campo era salva, esprimeva l'interna sicurezza
degli abitanti.

La differenza di religione è sempre dannosa, e spesso fatale alla buona
armonia fra il Principe ed il Popolo. Il Conquistatore Gotico era stato
educato nella professione dell'Arrianismo, e l'Italia era devotamente
attaccata alla Fede Nicena. Ma la persuasione di Teodorico non era
infetta di zelo, ed ei piamente aderiva all'eresia de' suoi Padri, senza
stare a bilanciare i sottili argomenti della Metafisica teologica.
Soddisfatto della privata tolleranza de' suoi Arriani Settarj,
giustamente si risguardò come il protettore del Culto pubblico, e
l'esterna sua reverenza per una superstizione, che disprezzava, può aver
nutrito nella sua mente la salutare indifferenza d'un politico o d'un
Filosofo. I Cattolici de' suoi dominj confessarono, forse con
ripugnanza, la pace della Chiesa; il loro Clero veniva onorevolmente
ricevuto, secondo i gradi della dignità o del merito, nel palazzo di
Teodorico; egli stimò la santità di Cesario[413] e d'Epifanio[414],
Vescovi ortodossi d'Arles e di Pavia, quando erano tuttora in vita; e
presentò una decente offerta sulla tomba di S. Pietro, senz'alcuna
scrupolosa ricerca sopra la fede di quell'Apostolo[415]. Fu permesso a'
Goti suoi favoriti, e fino alla stessa sua madre di ritenere o
d'abbracciar la Fede Atanasiana[416], ed il lungo suo Regno non può
somministrar l'esempio neppur d'un Cattolico italiano, che o per
elezione o per forza passasse alla religione del Conquistatore[417]. Il
Popolo ed i Barbari stessi erano edificati dalla pompa e dall'ordine del
Culto religioso; a' Magistrati era ingiunto di mantenere le giuste
immunità delle persone e delle cose ecclesiastiche; i Vescovi tenevano i
loro Sinodi; i Metropolitani esercitavano la loro giurisdizione; e
venivano conservati o moderati i privilegi del Santuario secondo lo
spirito della Giurisprudenza Romana. Teodorico assunse insieme con la
protezione anche la legittima supremazia della Chiesa e la sua costante
amministrazione fece risorgere o estese alcune utili prerogative, che si
erano trascurate dai deboli Imperatori d'Occidente. Ei non ignorava la
dignità e l'importanza del Romano Pontefice, a cui erasi allora
appropriato il venerabil nome di _Papa_. La pace o la turbolenza
d'Italia potea dipendere dal carattere d'un Vescovo ricco e popolare,
che s'attribuiva un sì vasto dominio tanto in Cielo che in Terra, e che
in un numeroso Concilio era stato dichiarato puro da ogni colpa, ed
esente da ogni giudizio[418]. Allorchè dunque la Cattedra di S. Pietro
si disputava tra Simmaco e Lorenzo, essendo egli giudice, i medesimi
comparvero al Tribunale d'un Re Arriano, ed esso confermò l'elezione del
candidato più degno o più ossequioso. Verso il fine della sua vita, in
un momento di gelosia e di sdegno, prevenne la scelta de' Romani,
nominando egli un Papa nel Palazzo di Ravenna. Frenò dolcemente il
pericolo e le furiose conquiste d'uno scisma, e diede vigore all'ultimo
decreto del Senato per estinguere, s'era possibile, la scandalosa
venalità dell'Elezioni Pontificie[419].

Io mi sono esteso con piacere sopra la felice condizione dell'Italia; ma
non dobbiamo per questo addirittura immaginarci che sotto la conquista
de' Goti si realizzasse l'età dell'oro de' Poeti, o vi esistesse una
razza di uomini senza vizi o miserie. Questo bel prospetto venne
talvolta oscurato da qualche nube; potè ingannarsi la saviezza di
Teodorico, il suo potere trovar della resistenza, e fu macchiata la
cadente età del Monarca dall'odio popolare, e dal sangue Patrizio. Nella
prima insolenza della vittoria egli aveva tentato di spogliare tutto il
partito d'Odoacre de' civili e fino de' naturali diritti della
Società[420]; una tassa, inopportunamente imposta dopo le calamità della
guerra, avrebbe distrutto l'agricoltura nascente della Liguria, ed una
rigorosa preferenza nella compra del grano, ch'era destinato al pubblico
sollievo, aggravar doveva le angustie della Campania. Svanirono, è vero,
questi pericolosi progetti mediante la virtù e l'eloquenza d'Epifanio e
di Boezio, che alla presenza di Teodorico medesimo difesero con buon
esito la causa del Popolo[421]; ma sebbene l'orecchio Reale fosse aperto
alla voce della verità, non posson sempre trovarsi un Santo e un
Filosofo all'orecchio de' Re. Troppo spesso la frode Italiana, e la
violenza Gotica s'abusavano dei privilegi del grado, dell'impiego, o del
favore, e fu esposta agli occhi del pubblico l'avarizia del nipote del
Re, prima per mezzo dell'usurpazione, e poi della restituzion de'
dominj, ch'esso aveva estorto ingiustamente da' Toscani di lui vicini.
Erano stanziati nel cuor dell'Italia dugentomila Barbari, formidabili
anche allo stesso loro Signore; sdegnavano essi di soffrire i freni
della pace e della disciplina; sempre si sentivano i disordini della
loro condotta, e sol qualche volta potevano ripararsi; e quando era
pericoloso il punire gli eccessi della nativa loro fierezza, bisognava
prudentemente dissimularli. Allorchè l'indulgente Teodorico ebbe rimesso
i due terzi del tributo Ligure, s'adattò a spiegare la difficoltà della
sua situazione, ed a dolersi de' gravi, quantunque inevitabili pesi, che
imponeva a' suoi sudditi per la propria loro difesa[422]. Quest'ingrati
sudditi non poterono mai cordialmente famigliarizzarsi coll'origine, con
la religione, o anche con le virtù del Goto Conquistatore; si erano
dimenticate le passate calamità, e la felicità de' tempi presenti
rendeva sempre più forte il sentimento o il sospetto delle ingiurie.

Anche quella religiosa tolleranza, che Teodorico ebbe la gloria
d'introdurre nel Mondo cristiano, era dispiacevole ed offensiva per
l'ortodosso zelo degl'Italiani. Rispettavano essi l'eresia armata de'
Goti, ma il pio loro furore si dirigeva con sicurezza contro i ricchi e
non difesi Giudei, che si erano stabiliti a Napoli, a Roma, a Ravenna, a
Milano ed a Genova per vantaggio del commercio, e sotto la sanzione
delle Leggi[423]. N'erano insultate le persone, saccheggiati gli averi,
e bruciate le sinagoghe dalla furibonda plebaglia di Ravenna e di Roma,
infiammata, per quanto sembra, da' più frivoli o stravaganti pretesti.
Un Governo, che avesse potuto trascurar tale oltraggio, l'avrebbe
certamente meritato. Se ne formava dunque addirittura legalmente un
processo; se gli autori del tumulto si fossero confusi nella
moltitudine, tutta la Comunità veniva condannata a risarcire il danno; e
i bacchettoni ostinati, che ricusavano di contribuirvi, eran frustati
pubblicamente per mano del carnefice. Questo semplice atto di giustizia
esacerbava il disgusto de' Cattolici, che applaudivano al merito ed alla
pazienza di que' santi Confessori; trecento pulpiti deploravano la
persecuzion della Chiesa, e se per ordine di Teodorico a Verona fu
demolita la Cappella di S. Stefano, è probabile, che in quel sacro
teatro si facesse qualche miracolo contro il nome e la dignità del
medesimo. Il Re d'Italia conobbe al termine di una vita gloriosa, ch'ei
s'era concitato l'odio d'un Popolo, di cui aveva tanto assiduamente
procurato di promuovere la felicità; e fu inasprito l'animo suo dallo
sdegno, dalla gelosia e dall'amarezza d'un amore non corrisposto.
S'indusse dunque il Conquistatore gotico a disarmare gl'imbelli nativi
d'Italia con proibir loro qualunque arme offensiva, ad eccezione solo di
un piccol coltello per gli usi domestici. Il liberatore di Roma fu
accusato di cospirare co' più vili delatori contro le vite de' Senatori,
ch'ei sospettava che avessero una segreta e perfida corrispondenza con
la Corte Bizantina[424]. Dopo la morte d'Anastasio, fu posto il diadema
sul capo ad un debole vecchio; ma prese le redini del Governo
Giustiniano di lui nipote, che già meditava l'estirpazione dell'eresia,
e la conquista dell'Italia e dell'Affrica. Una rigida legge, che fu
promulgata in Costantinopoli, ad oggetto di ridurre gli Arriani, col
timor della pena, in grembo alla Chiesa, risvegliò il giusto
risentimento di Teodorico, il quale domandò per gli angustiati suoi
fratelli d'Oriente quella medesima indulgenza, ch'egli aveva da tanto
tempo concessa a' Cattolici de' suoi dominj. Un severo di lui comando
fece imbarcare il Pontefice Romano con quattro _illustri_ Senatori per
un'Ambasceria di cui doveva questi temere ugualmente il buono che il
cattivo successo. La singolar venerazione dimostrata al primo Papa che
visitò Costantinopoli, fu punita come un delitto dal geloso di lui
Monarca; l'artificioso o perentorio rifiuto della Corte Bizantina potè
scusare un ugual contegno, e provocarne uno anche più duro; e si preparò
in Italia un ordine di proibire, dopo un dato giorno l'esercizio del
Culto Cattolico. La bacchettoneria de' propri sudditi, e de' suoi nemici
trasse il più tollerante de' Principi sull'orlo della persecuzione; e la
vita di Teodorico fu troppo lunga quando arrivò a condannar la virtù di
Boezio, e di Simmaco[425].

Il Senatore Boezio[426] è l'ultimo dei Romani, che Catone o Tullio
avrebber riconosciuto per loro concittadino. Essendo un ricco orfano,
ereditò il patrimonio, e gli onori della Famiglia Anicia: nome
ambiziosamente preso da' Re e dagl'Imperatori di quel tempo, ed il nome
di Manlio mostrava la sua genuina o favolosa discendenza da una stirpe
di Consoli e Dittatori, che aveano rispinti i Galli dal Campidoglio, e
sacrificato i loro figli alla disciplina della Repubblica. Nella
gioventù di Boezio non erano del tutto abbandonati gli studj di Roma;
tuttavia esiste un Virgilio[427] corretto della mano di un Console; e la
liberalità de' Goti manteneva i Professori di Grammatica, di Rettorica,
e di Giurisprudenza ne' loro privilegi e stipendi. Ma la scienza, che
potea trarre dalla Lingua latina, non era sufficiente a saziare
l'ardente sua curiosità; e si dice, che Boezio impiegasse diciotto anni
affaticandosi nelle scuole di Atene[428], ch'erano sostenute dallo zelo,
dalla dottrina e dalla diligenza di Proclo, e dei suoi Discepoli.
Fortunatamente la ragione e la pietà del Romano loro Alunno restarono
immuni del contagio del mistero e della magia, che contaminavano i
boschetti dell'Accademia; ma egli s'imbevve dello spirito, ed imitò il
metodo dei viventi e defunti suoi maestri, che tentavano di conciliare i
forti e sottili sentimenti d'Aristotele, con la devota contemplazione e
sublime fantasia di Platone. Dopo il suo ritorno a Roma, ed il suo
matrimonio con la figlia del Patrizio Simmaco, suo amico, Boezio
continuò in un Palazzo d'avorio e di marmo a coltivare i medesimi
studj[429]. La Chiesa restò edificata dalla profonda sua difesa della
Fede ortodossa contro l'eresie Arriana, Eutichiana e Nestoriana; e fu da
lui spiegata o esposta la cattolica unità in un formal Trattato mediante
l'_indifferenza_ delle tre distinte sebbene consustanziali Persone. Per
vantaggio de' suoi lettori Latini, sottopose il suo genio ad insegnare i
primi elementi delle arti e delle scienze della Grecia. L'Instancabile
penna del Senator Romano tradusse ed illustrò la Geometria d'Euclide, la
musica di Pitagora, l'aritmetica di Nicomaco, la meccanica d'Archimede,
l'astronomia di Tolomeo, la teologia di Platone, e la logica
d'Aristotele col commentario di Porfirio, ed ei solo era stimato capace
di descriver le maraviglie dell'arte, come un orologio solare, un
orologio ad acqua, o una sfera che rappresentasse i moti dei Pianeti. Da
queste astruse speculazioni, Boezio s'abbassava, o, per meglio dire,
innalzavasi ai doveri sociali della vita pubblica e privata: la sua
liberalità sollevava l'indigente; e la sua eloquenza, che
dall'adulazione si potè paragonare alla voce di Demostene o di Cicerone,
s'esercitava ugualmente nel difender la causa dell'innocenza e
dell'umanità. Un merito sì riguardevole fu conosciuto e premiato da un
illuminato Principe; la dignità di Boezio si adornò co' titoli di
Console e di Patrizio, e ne furono utilmente impiegati i talenti
nell'importante carica di Maestro degli Ufizi. Nonostanti gli uguali
diritti dell'Oriente e dell'Occidente, furono due suoi figli, nella
tenera lor gioventù, creati Consoli del medesimo anno[430]. Nel
memorabile giorno della loro inaugurazione si portarono essi con solenne
pompa dal loro Palazzo nel Foro, in mezzo all'applauso del Senato e del
Popolo; ed il lieto lor genitore, dopo aver recitato un'Orazione in lode
del suo Real benefattore, distribuì un trionfal donativo ne' giuochi del
Circo. Boezio, prospero nella fama e negli averi, nei pubblici onori e
nelle relazioni private, nella cultura delle scienze e nella coscienza
della propria virtù, avrebbe potuto chiamarsi felice, se questo precario
epiteto si potesse applicare all'uomo con sicurezza prima ch'ei giunga
al fin della sua vita.

Un Filosofo, liberale della sua ricchezza e parco del suo tempo, doveva
essere insensibile alle comuni lusinghe dell'ambizione, alla sete
dell'oro e degl'impieghi, e può in qualche modo credersi all'asserzione
di Boezio, ch'egli aveva con ripugnanza ubbidito al divino Platone, che
ad ogni virtuoso Cittadino impone l'obbligo di liberar lo Stato
dall'usurpazione del vizio e dell'ignoranza. Quanto alla purità della
pubblica sua condotta, se ne rimette alla memoria dei suoi Concittadini.
Aveva la sua autorità frenato l'orgoglio e l'oppressione degli Ufiziali
regj, ed aveva la sua eloquenza liberato Pauliano da' cani del Palazzo.
Egli aveva sempre compassionato, e spesse volte sollevato le miserie de'
Provinciali, i beni de' quali erano esausti dalla pubblica e privata
rapacità; ed il solo Boezio ebbe il coraggio d'opporsi alla tirannia de'
Barbari, insuperbiti dalla conquista, eccitati dall'avarizia, ed
incoraggiati, com'ei si duole, dall'impunità. In queste onorevoli
battaglie il suo spirito era superiore alle considerazioni del pericolo,
e forse anche della prudenza, e possiamo apprendere dall'esempio di
Catone, che un carattere di pura ed inflessibil virtù e il più capace di
far lega col pregiudizio, di esser riscaldato dall'entusiasmo, e di
confondere le inimicizie private con la pubblica giustizia. Il discepolo
di Platone poteva esagerare le debolezze della Natura, e le imperfezioni
della Società; e la forma d'un Governo gotico anche la più dolce, e fino
lo stesso peso di fedeltà e di gratitudine, doveva essere insopportabile
allo spirito libero d'un Cittadino romano. Ma il favore e la fedeltà di
Boezio diminuirono appunto in proporzione della pubblica felicità; e fu
aggiunto un indegno collega a dividere, e contrabbilanciare il potere
del Maestro degli Ufizi. Negli ultimi oscuri tempi di Teodorico ei sentì
con isdegno, ch'era uno schiavo; ma siccome il padrone di lui non aveva
potere che sopra la sua vita, resistè senz'armi e senza timore in faccia
ad un irato Barbaro, ch'era stato indotto a credere, che la salvezza del
Senato fosse incompatibile con la propria. Il Senatore Albino era stato
accusato, e già convinto sulla presunzione di _sperare_, come si diceva,
la libertà di Roma. «Se Albino è reo, esclamò l'Oratore, il Senato, ed
io stesso siamo tutti colpevoli del medesimo delitto. Se noi siamo
innocenti, anche Albino ha diritto alla protezion delle Leggi». Queste
Leggi potevano in vero non punire il nudo e semplice desiderio di un
bene, che non potea conseguirsi; ma dovevano esser meno indulgenti per
la temeraria confession di Boezio, che s'egli avesse avuto notizia di
una cospirazione, non avrebbe mai avuta questa notizia il Tiranno[431].
L'Avvocato d'Albino fu tosto involto nel pericolo e forse nel delitto
del suo cliente; fu posta la loro sottoscrizione (ch'essi negarono come
una falsità) all'original documento, che invitava l'Imperatore a liberar
l'Italia da' Goti, e tre testimoni di onorevole condizione, ma forse
d'infame riputazione, attestarono i proditorj disegni del Patrizio
Romano[432]. Pure se ne dee presumere l'innocenza, giacchè Teodorico lo
privò de' mezzi di giustificarsi, e lo confinò rigorosamente nella torre
di Pavia, mentre il Senato, alla distanza di cinquecento miglia,
pronunziò la sentenza di confiscazione e di morte contro il più illustre
de' suoi membri. D'ordine de' Barbari, l'occulta scienza d'un Filosofo
fu infamata coi nomi di sacrilegio e di magia[433]. Un devoto e
rispettoso attacco al Senato, dalle tremanti voci de' Senatori medesimi
fu condannato come colpevole; e la loro ingratitudine meritò bene il
desiderio o la predizione di Boezio, che dopo di lui non si fosse
trovato alcun reo del medesimo delitto[434].

[A. 524]

Mentre Boezio, carico di catene, ad ogni momento aspettava la sentenza o
il colpo di morte, compose nella torre di Pavia la _Consolazione della
Filosofia_, aureo libro, non indegno della penna di Platone o di Tullio,
ma che riceve un merito incomparabile dalla barbarie de' tempi, e dalla
situazione dell'Autore. Quella guida celeste, ch'egli aveva per tanto
tempo invocato in Roma ed in Atene, discese allora ad illuminare la sua
prigione, a ravvivare il suo coraggio, ed a versare nelle sue ferite il
salutare di lei balsamo. Essa gl'insegnò a paragonare la lunga
prosperità, da lui goduta, con la sua presente miseria, ed a concepire
nuove speranze dall'incostanza della fortuna. La ragione l'avea
informato della precaria qualità dei suoi doni; l'esperienza l'avea
convinto del reale valore di essi; ei gli avea goduti senza colpa;
poteva dunque spogliarsene senza neppure un sospiro, e tranquillamente
sdegnar l'impotente malizia de' suoi nemici, che gli avevan lasciato la
felicità, mentre non avevan potuto togliergli la virtù. Dalla terra,
Boezio innalzavasi verso il Cielo in cerca del _Sommo Bene_; esplorava
il metafisico laberinto del caso e del destino, della prescienza e della
libertà, del tempo e dell'eternità; e generosamente procurava di
conciliare i perfetti attributi della Divinità, con gli apparenti
disordini del suo fisico e morale Governo. Tali motivi di consolazione,
sì ovvj, sì vaghi o sì astrusi, sono inefficaci a vincere i sentimenti
della natura umana. Non pertanto la fatica di pensare può divertire il
sentimento della disgrazia; ed il Saggio, che può artificiosamente
combinare nella medesima opera le diverse ricchezze della Filosofia,
della Poesia e dell'Eloquenza, dee già possedere quell'intrepida calma,
ch'ei dimostra di cercare. La sospensione, ch'è il peggiore de' mali,
finalmente fu tolta dai ministri di morte, ch'eseguirono e forse
eccederono l'inumano comando di Teodorico. Fu legata una forte corda
intorno al capo di Boezio, e stretta con tal forza, che quasi gli
saltaron fuori gli occhi dalle lor cavità; e può riguardarsi come una
specie di compassione il meno atroce tormento di batterlo con bastoni
finnattantochè spirasse[435]. Ma soppravvisse il suo genio per ispargere
un raggio di cognizione sopra i più tenebrosi tempi del Mondo Latino; il
più glorioso fra i Re d'Inghilterra tradusse gli scritti del
Filosofo[436], e l'Imperatore Ottone III collocò in una tomba più
onorevole le ossa d'un Santo cattolico, che dagli Arriani suoi
persecutori aveva ricevuto l'onore del martirio, e la fama de'
miracoli[437]. Boezio, nelle ultime sue ore trasse qualche conforto
dalla salvezza de' suoi due figli, della moglie, e del rispettabile
Simmaco, suo suocero. Ma fu indiscreto e forse irriverente il duolo di
Simmaco: come aveva egli voluto dolersi, così poteva tentare di vendicar
la morte d'un amico ingiuriato. Fu dunque tratto in catene da Roma al
Palazzo di Ravenna; ed i sospetti di Teodorico non poterono acquietarsi,
che col sangue d'un vecchio ed innocente Senatore[438].

[A. 526]

L'umanità sarà disposta ad avvalorare un racconto, che prova la
giurisdizione della coscienza, ed il rimorso de' Re; e la Filosofia non
ignora, che alle volte la forza di una disordinata fantasia, e la
debolezza di un corpo infermo creano i più orridi spettri. Teodorico,
dopo una vita virtuosa e gloriosa, stava per discendere nel sepolcro con
vergogna e delitto: era umiliato il suo spirito dal contrasto del
passato, e giustamente agitato dagl'invisibili terrori del futuro.
Dicesi, che una sera, mentre stava sulla regia mensa la testa d'un
grosso pesce[439], egli a un tratto esclamò che vedeva la trista faccia
di Simmaco, con gli occhi spiranti rabbia e vendetta; e con la bocca
armata di lunghi acuti denti, che minacciava di divorarlo. Il Monarca si
ritirò subito nella sua camera, e mentre stava tremando per un freddo
febbrile sotto il peso di più coperte, manifestò con interrotte voci al
suo medico Elpidio il profondo suo pentimento per le uccisioni di Boezio
e di Simmaco[440]. S'accrebbe la sua malattia, e dopo una dissenteria,
che continuò per tre giorni, spirò nel palazzo di Ravenna l'anno
trentesimo terzo, ovvero, se vogliamo contare dall'invasione d'Italia,
il trentesimo settimo del suo Regno. Vedendo che s'avvicinava il suo
fine, divise fra due suoi nipoti i tesori e le Province che possedeva, e
fissò il Rodano per comune loro confine[441]. Fu restituito ad Amalarico
il trono di Spagna, e l'Italia con tutte le conquiste degli Ostrogoti
ricadde ad Atalarico, il quale non aveva più di dieci anni, ma era amato
come l'ultima prole maschile della stirpe degli Amali, mediante il breve
matrimonio di Amalasunta, sua madre, con un profugo Reale del medesimo
sangue[442]. In presenza del moribondo Monarca, i Capitani goti, ed i
Magistrati italiani, vicendevolmente impegnarono la loro fede e lealtà a
favore del giovine Principe, e della madre di lui tutrice, e
nell'istesso terribil momento ricevettero l'ultimo suo salutare avviso
di conservare le Leggi, d'amare il Senato ed il Popolo romano, e di
coltivare con decente rispetto l'amicizia dell'Imperatore[443]. Fu
eretto un monumento a Teodorico da Amalasunta, sua figlia, in una
cospicua situazione, che dominava la Città di Ravenna, il porto ed il
vicino lido. Una cappella di forma circolare del diametro di trenta
piedi, era coperta da una cupola d'un solo pezzo di granito: dal centro
di questa s'innalzavano quattro colonne, che sostenevano un vaso di
porfido contenente il corpo del Re Goto, circondato da statue di bronzo
de' dodici Apostoli[444]. Si sarebbe potuto permettere che il suo
spirito, dopo qualche previa espiazione, si mescolasse co' Benefattori
dell'uman genere, se un Eremita italiano non fosse stato testimone in
una visione della dannazione di Teodorico[445], l'anima del quale da
Ministri della Divina vendetta fu gettata nel vulcano di Lipari, una
delle infiammate bocche del Mondo infernale[446].

NOTE:

[338] Giornandes (_de reb. Getic. c. 13, 14 pag. 629, 630 Edit. Grot._)
ha tratto l'origine di Teodorico da Gapt, uno degli Ansi o Semidei, che
visse verso il tempo di Domiziano. Cassiodoro, ch'è il primo, che
celebri la stirpe Reale degli Amali (_Var. VIII 5, IX 25, X 2, XI 1_)
conta il nipote di Teodorico per decimosettimo nella discendenza.
Peringsciold (Commentatore Svezzese di Cochloeus. _vit. Theodor. pag.
271 Stockholm 1699_) s'affatica per combinare questa genealogia con le
leggende, o tradizioni della sua patria.

[339] Più esattamente sulle rive del lago Pelso (_Nieusiedlersee_)
vicino a Carnunto, quasi nel medesimo luogo, dove Marco Antonino compose
le sue meditazioni (Giornand. c. 52 p. 659. Severin, _Pannonia
illustrata p. 22. Cellarius, Geogr. antiq. Tom. 1 p. 350_).

[340] In una lastra d'oro s'incisero le prime quattro lettere (ΘΕΟΔ)
del suo nome, e quindi postala sulla carta, il Re faceva scorrere
la sua penna per le incisioni di quella (Anonym. Valesian. _ad
calcem Ammiani Marcellin. p. 722_). Questo fatto, autenticato dalla
testimonianza di Procopio, e almeno de' Goti contemporanei (_Gothic. l.
1 c. 2 p. 311_) prevale assai alle vaghe lodi d'Ennodio (Sirmond.,
_Oper. Tom. 1 p. 1596_) e di Teofane (_Chronograp. p. 112_).

[341] _Statura est, quae resignet proceritate regnantem_ (Ennod. p.
1614). Il Vescovo di Pavia (voglio dire quell'Ecclesiastico che
desiderava d'esser Vescovo) passa in seguito a celebrar la carnagione,
gli occhi, le mani ec. del suo Sovrano.

[342] Descrivono lo Stato degli Ostrogoti, ed i primi anni di Teodorico,
Giornandes (c. 52, 56 p. 689, 696) e Malco (_Excerpt. Legat. p. 78, 80_)
che lo chiama erroneamente figlio di Walamiro.

[343] Teofane (p. 111) inserisce nella sua storia una copia delle
_Sacre_ lettere di lei alle province: ιστε οτι βασιλεον εμετερον
εστι.... και οτι προχειρησαμεθα βασιλεα τρασκαλλισαιον ec. (_sapete,
che nostro è l'Impero... e che facemmo Trascalisseo Imperatore, ec._).
Tali donnesche pretensioni avrebber fatto stupire gli schiavi de'
_primi_ Cesari.

[344] _cap. XXXVI Tom. VI p. 136_.

[345] Suidas _Tom. I p. 332, 333 Edit. Kuster._

[346] Le storie contemporanee di Malco, e di Candido si son perdute: ma
se ne conservarono alcuni estratti o frammenti presso Fozio (LXXVIII,
LXXIX p. 100, 102), presso Costantino Porfirogenito (_Excerpt. Legat. p.
78, 97_), ed in vari articoli del Lessico di Suida. Quanto a' regni di
Zenone e d'Anastasio la Cronica di Marcellino (_Imago Historiae_) è
originale: e debbo confessare, almeno rispetto agli ultimi tempi, le mie
obbligazioni alle vaste ed esatte Collezioni del Tillemont (_Hist. des
Emp. Tom. VI pag. 472, 652_).

[347] _In ipsis congressionis tuae foribus cessit invasor, cum profugo
per te sceptra redderentur de salute dubitanti._ Ennodio poi giunge fino
(p. 1596, 1597 Tom. 1 _Sirmond._) a trasportare il suo Eroe (forse sopra
un dragon volante?) nell'Etiopia, oltre il tropico di cancro. Quel che
dicono il Frammento Valesiano (pag. 717), Liberato (_Brev. Eutych. c. 25
p. 118_), e Teofane (p. 112), è più sobrio e ragionevole.

[348] Viene specialmente imputato questo crudele uso ai Goti Triarj,
meno (_forse più_) barbari, per quanto sembra, de' _Walamiri_; ma si
accusa il figlio di Teodemiro della rovina di molte Città Romane (Malco,
_Excerpt. Legat. p. 95_).

[349] Giornandes (cap. 56, 57 p. 696) espone i servigi di Teodorico, ne
confessa le ricompense, ma dissimula la sua ribellione, di cui ci sono
stati conservati questi curiosi ragguagli da Malco (_Excerpt. Legat. p.
78, 97_). Marcellino, famigliare di Giustiniano, sotto il quarto
Consolato del quale (an. 534) compose la sua Cronica (Scaligero
_Thesaur. tempor. P. II p. 34, 57_) scuopre il suo pregiudizio, e la sua
passione; _in Graeciam debacchantem.... Zenonis munificentia pene
pacatus..... beneficiis numquam satiatus, etc._

[350] Nel tempo ch'ei cavalcava nel suo campo, un cavallo indomito lo
trasse contro la punta d'una lancia, che stava fissa d'avanti a una
tenda o sopra un carro (Marcellin. _in Chron.; Evagr. l. III c. 25_).

[351] Vedasi Malco (_pag. 91_) ed Evagrio (_l. III c. 35_).

[352] Malco (_p. 85_). In una sol'azione, che fu decisa dall'abilità e
disciplina di Sabiniano, Teodorico perdè cinquemila uomini.

[353] Giornandes (_c. 57 pag. 696, 697_) ha compendiato la grande
Istoria di Cassiodoro. Si vedano, si confrontino fra loro, e si
concilino insieme Procopio (_Gothic. l. 1 c. 1_), il Frammento Valesiano
(_p. 718_), Teofane (_p. 113_) e Marcellino (_in Chron._).

[354] La marcia di Teodorico vien esposta ed illustrata da Ennodio (_p.
1598, 1602_) qualora si riduca la gonfiezza dell'orazione al linguaggio
del senso comune.

[355] _Tot Reges_ ec. (Ennod. _p. 1602_). Dobbiamo quindi arguire quanto
fosse moltiplicato e avvilito il titolo di Re, e che i mercenari
d'Italia erano i frammenti di molte nazioni e tribù.

[356] Vedi Ennod. _pag. 1603_. Poichè l'Oratore alla presenza del Re
potè mentovare e lodare sua madre, possiam dedurne, che la magnanimità
di Teodorico non si offendeva delle volgari taccie di concubina e di
bastardo.

[357] Si riporta quest'aneddoto sulla moderna, ma rispettabil autorità
del Sigonio (_Oper. Tom. I. p. 580. De Occident. Imp. l. XV_). Son
curiose le sue parole = Volete voi ritornare? = nell'atto di presentare
ad essi, e quasi scuoprire l'originale ricetto.

[358] _Hist. miscell. l._ XV. Storia Rom. da Giano fino al IX secolo,
Epitome d'Eutropio, di Paolo Diacono, e di Teofane, che ha pubblicato il
Muratori da un MSS. della Libreria Ambrogiana (_Script. Rerum Italic.
Tom. I. p. 110_).

[359] Procop. (_Gothic. L. I. c. I_). Si dimostra imparziale Scettico:
φασι.... δολερω τροπω εκτεινε (_dicono.... morì per inganno_),
Cassiodoro (_in Chronic_.) ed Ennodio (_p. 1604_) sono leali e creduli,
e la testimonianza del frammento Valesiano (_p. 718_) può giustificare
la loro credenza. Marcellino sputa il veleno d'un suddito greco,
_periuriis illectus interfectusque est (in Chron)_.

[360] La sonora e servile orazione d'Ennodio fu pronunziata a Milano o a
Ravenna l'anno 507 o 508. (Sirmondo, _Tom. I. p. 1615_). Due o tre anni
dopo l'Oratore fu premiato col Vescovato di Pavia, ch'ei tenne fino alla
sua morte seguita nel 521 (Dupin, _Bibliot. Eccl. Tom. V. p. 11-14_ Vedi
Saxii, _Onomasticon Tom. II, p. 12_.).

[361] I nostri migliori materiali sono alcuni cenni accidentali presso
Procopio, ed il Frammento Valesiano, che fu scoperto dal Sirmondo, e
pubblicato al fine d'Ammiano Marcellino. È ignoto il nome dell'Autore, e
lo stile n'è barbaro: ma ne' varj fatti che adduce, dimostra la
cognizione d'un contemporaneo senz'averne le passioni. Il Presidente di
Montesquieu aveva formato il piano d'un'Istoria di Teodorico, che veduto
in distanza può sembrare un soggetto ricco ed interessante.

[362] La miglior edizione de' XII. _libri Variar._ è quella di Gio.
Garrezio (_Rotomag. 1679 in Opp. Cassiodor. 2. Vol. in fol._) ma essi
meritavano, ed esigevano un editore come il Marchese Scipione Maffei,
che pensò di pubblicarli in Verona. La _barbara eleganza_ (come
ingegnosamente la chiama il Tiraboschi) non è mai semplice, o raramente
chiara.

[363] _Procop., Gothic. l. 1. c. 1. Variar. II._ Il Maffei (_Verona
Illustr. P. I. p. 228_) esagera l'ingiustizia de' Goti, che egli odiava
come un nobile Italiano: ed il plebeo Muratori s'umilia sotto la lor
oppressione.

[364] Procop., _Goth. l._ III. c. 4. 21. Ennodio (p. 1612, 1613)
descrive l'arte militare, e l'aumento de' Goti.

[365] Quando Teodorico diede la sua sorella per moglie al Re de'
Vandali, ella partì per l'Affrica con una guardia di mille nobili Goti,
ciascheduno de' quali era seguitato da cinque uomini armati (Procop.,
_Vandalic. l._ 1. c. 8). La nobiltà Gotica quanto era brava, doveva
essere altrettanto numerosa.

[366] Vedi la ricognizione della libertà Gotica (_Var._ V. 30).

[367] Procop., _Goth. l._ 1. c. 2. I fanciulli Romani imparavano il
linguaggio de' Goti (_Var. VIII. 21_). Non distruggono la lor generale
ignoranza l'eccezioni d'Amalasunta, che come donna poteva studiare senza
vergogna, o di Teodato, la dottrina del quale provocò lo sdegno e il
disprezzo de' suoi Nazionali.

[368] Era fondato sull'esperienza questo detto di Teodorico: _Romanus
miser imitatur Gothum; et utilis_ (dives) _Gothus imitatur Romanum_.
(Vedi il _Frammento, e le Note del Valesio, p. 719_).

[369] Dalle Lettere di Cassiodoro si rileva il prospetto dello
stabilimento militare de' Goti in Italia. (_Var. I. 24, 40 III. 3, 24,
48, IV. 13, 14, V. 26, 27, VIII. 3, 4, 25_). E queste Lettere sono
illustrate dall'erudito Mascou (_Istor. dei Germani l. XI. 40-44.
Annotaz. XIV_).

[370] Vedasi la chiarezza ed il vigore delle sue negoziazioni presso
Ennodio (p. 1607); e Cassiodoro (_Var. III. 1, 2, 3, 4, IV. 13, V. 43,
44_) espone il vario suo stile di amicizia, di consiglio, di domanda ec.

[371] Fino della tavola (_Var. VI. 9_) e del Palazzo (_VII, 5_).
L'ammirazione degli stranieri si rappresenta come il motivo più
ragionevole di giustificare queste vane spese, e di stimolar la
diligenza de' Ministri, a' quali eran affidate quelle incombenze.

[372] Vedi le pubbliche e private alleanze del Re Goto coi Borgognoni
(_Var. I 45, 46_), co' Franchi (_II 40_), co' Turingi (_IV 1_), e co'
Vandali (_V 1_). Ciascheduna di queste Lettere somministra curiose
notizie intorno alla politica, ed a' costumi de' Barbari.

[373] Si può vedere il suo sistema politico presso Cassiodoro (_Var. IV
1, IX 1_), Giornandes (_c. 58 p. 698, 699_), ed il Frammento Valesiano
(_p. 720, 721_). La pace, l'onorevole pace, era lo scopo costante di
Teodorico.

[374] Un Lettore curioso può contemplar gli Eruli di Procopio (_Goth. l.
II c. 14_) ed un lettore paziente si può immergere nell'oscure e minute
ricerche del Sig. di Buat (_Hist. des Peuples anciens Tom. IX p. 348,
396_).

[375] _Var. IV 2._ Cassiodoro espone lo spirito, e le formalità di
questa marziale istituzione; ma sembra, che abbia trasportato solo i
sentimenti del Re Goto nel linguaggio della eloquenza Romana.

[376] Cassiodoro, che cita Tacito agli Estoni, ignoranti selvaggi del
Baltico (_Var. V. 2_), descrive l'ambra, per causa della quale i loro
lidi sono stati sempre famosi, come la gomma d'un albero indurita dal
sole, e purificata e trasportata dall'onde. Analizzata questa singolar
sostanza da' Chimici, somministra un olio vegetabile, ed un acido
minerale.

[377] Scanzia, o Thule vien descritta da Giornandes (_c. 3 p. 610,
613_), e da Procopio (_Goth. lib. 2 c. 15_). Nè il Goto, nè il Greco
Scrittore avevan veduto quel paese: ma avevano ambidue conversato co'
nativi di esso nel loro esilio a Ravenna, o a Costantinopoli.

[378] _Sapherinas Pelles._ Al tempo di Giornandes questa bella razza di
animali abitava la regione di _Suethans_, la Svezia propriamente detta;
ma appoco appoco è stata scacciata nelle parti Orientali della Siberia.
Vedi Buffon (_Hist. Nat. T. XIII p. 309, 313. Ediz. in quarto_); Pennant
(_Sistema de' quadrupedi Tom. I p. 322, 328_); Gmelin (_Hist. gener. des
Voyages Tom. XVIII p. 257, 258_) e Levesque (_Hist. de Russie Tom. V p.
135, 166, 514, 515_).

[379] Nel sistema o Romanzo del Bailly (_Lettres sur les Sciences et sur
l'Atlantide Tom. I p. 249, 256. Tom. II p. 114, 139_) la fenice
dell'Edda, e l'annua morte e risorgimento d'Adone e d'Osiride sono i
simboli allegorici della assenza e del ritorno del Sole nelle regioni
Artiche. Questo ingegnoso Scrittore è un degno scolare del gran Buffon:
nè riesce facile alla più fredda ragione l'opporsi all'incanto della
loro filosofia.

[380] ̉Αυτη τε ̉Θυλιταιςη μεγηνη των ε̉σρτων ὲστι (_E questa è la
massima festa per i Tuliti_) dice Procopio. Presentemente un rozzo
manicheismo (bastevolmente generoso) domina fra' Samoiedi in
Groenlandia, e in Lapponia (_Hist. des Voyag. Tom. XVIII p. 508, 509
Tom. XIX p. 105, 106, 527, 528_); pure secondo Grozio _Samojutae coelum
atque astra adorant, numina haud aliis iniquiora_ (_de rebus Belgicis L.
IV p. 338 Ediz. in fol._) sentenza, che non isdegnerebbe di riconoscer
per sua lo stesso Tacito.

[381] _Vedi l'Hist. des Peuples anciens ec. Tom. IX. p. 255, 273, 396,
501._ Il Conte di Buat era ministro di Francia alla Corte di Baviera,
allorchè una ingenua curiosità eccitò le sue ricerche sopra le antichità
di quel Paese, e tal curiosità fu il _germe_ di dodici rispettabili
volumi.

[382] Vedi i Fatti de' Goti sul Danubio, e nell'Illirico presso
Giornandes (_c. 58 p. 699_), Ennodio (_p. 1607, 1610_), Marcellino (_in
Chron. p. 44, 47, 48_) e Cassiodoro (_in Chron. e Var. III 23, 50. IV
13. VII 4, 24. VIII 9, 10, 11, 21. IX 8, 9_).

[383] Non posso fare a meno di trascrivere il generoso e classico stile
del Conte Marcellino: _Romanus Comes Domesticorum, et Rusticus Comes
Scholariorum cum centum armatis navibus, totidemque dromonibus, octo
millia militum armatorum secum ferentibus ad devastanda Italiae littora
processerunt, et usque ad Tarentum antiquissimam Civitatem aggressi
sunt; remensoque mari inhonestam victoriam, quam piratico ausu Romanis
rapuerunt, Anastasio Caesari reportarant._ (_in Chron. p. 48_). Vedi
_Var. I 16. II 38_.

[384] Vedi gli ordini, e le istruzioni reali (_Var. IV 15. V 16, 20_).
Questi navigli armati dovevano essere anche più piccoli de' mille
vascelli d'Agamennone nell'assedio di Troia.

[385] Vedi _Cap. XXXVIII_.

[386] Ennodio (_p. 1610_), e Cassiodoro in nome del Re (_Var. II 41_)
fanno menzione della sua salutar protezione degli Alemanni.

[387] Si espongono i fatti de' Goti nella Gallia e nella Spagna con
qualche oscurità da Cassiodoro (_Var. III 32, 38, 41, 43, 44. V 39_), da
Giornandes (_cap. 58 pag. 698, 699_) e da Procopio (_Goth. l. 1 c. 12_).
Io non voglio nè discutere, nè conciliare fra loro i lunghi e
contraddittori argomenti dell'Abbate Dubos, e del Conte di Buat sopra le
guerre della Borgogna.

[388] Teofane _p. 113_.

[389] Procopio asserisce, che Teodorico ed i successivi Re d'Italia non
promulgarono leggi alcune (_Goth. l. II c. 6_). Ei deve intender però in
lingua gotica: perchè tuttavia esiste un editto latino di Teodorico in
cento cinquantaquattro articoli.

[390] Si trova incisa l'immagine di Teodorico nelle sue monete; ma i
modesti suoi successori si contentarono d'aggiungere il lor proprio nome
alla testa dell'Imperatore regnante (Muratori, _Antiq. Ital. medii aevi
Tom. II Diss. 27 p. 577, 579_. Giannone, _Istor. Civ. di Napoli Tom. I
p. 166_).

[391] Si rappresenta, l'alleanza dell'Imperatore e del Re d'Italia da
Cassiodoro (_Var. I 1. II 12, 3. VI 1_), e da Procopio (_Goth. l. II c.
6 l. III c. 21_), che celebrano la amicizia d'Anastasio con Teodorico;
ma il figurato stile di complimento veniva interpretato in un senso
molto differente a Costantinopoli ed a Ravenna.

[392] Alle diciassette Province della _Notizia_ Paolo Warnefrido Diacono
(_De reb. Longobard. l. II c. 14, 22_) aggiunse la XVIII dell'Appennino
(Muratori, _Scriptor. Rer. Italicar. Tom. I p. 431, 433_). Ma di queste
la Sardegna e la Corsica si possedevano da' Vandali, e le due Rezie,
ugualmente che le Alpi Cozie, pare che fossero abbandonate ad un Governo
militare. Giannone ha lavorato (_Tom. I p. 172, 178_) con patriottica
diligenza sopra lo stato delle quattro Province, che ora formano il
regno di Napoli.

[393] Vedi l'Istoria Gotica di Procopio (_lib. I c. I lib. II c. 6_),
l'Epistole di Cassiodoro (_passim_, ma specialmente i libri V e VI che
contengono le _formole_ o Patenti degli Ufizi), e la Storia Civile del
Giannone (_Tom. I lib. II, III_). I Conti Gotici per altro, ch'ei pone
in ogni città d'Italia, si distruggono dal Maffei (_Verona illustrata P.
I lib. 8 p. 227_), giacchè quelli di Siracusa e di Napoli (_Var. VI 22,
23_) appartengono a commissioni speciali e temporanee.

[394] Furono l'uno dopo l'altro impiegati al servizio di Teodorico due
Italiani, che avevano il nome di Cassiodoro, il padre (_Var. I 24, 40_)
ed il figlio (IX 24, 25). Il figlio era nato l'anno 479. Le varie
Lettere, ch'egli scrisse come Questore, come Maestro degli Ufizi, e come
Prefetto del Pretorio, s'estendono dall'anno 509 al 539 e visse da
monaco circa trent'anni (Tiraboschi, _Stor. della Lett. Ital. T. III p.
7, 24. Fabricio, Bibliot. Lat. med. aev. Tom. I p. 357, 358. Edit.
Mansi_).

[395] Vedi il suo riguardo pel Senato presso Cochleo (_Vit. Theod. VIII
p. 72, 80_).

[396] Non maggiore di 120,000 modj, o quattromila sacca (Anon. Valesian.
_p. 721 e Var. I 35. VI 18. XI 5, 39_).

[397] Si veda il riguardo e l'indulgenza ch'ebbe per gli spettacoli del
Circo, del Teatro e dell'Anfiteatro, nella Cronica e nell'Epistole di
Cassiodoro (_Var. I 20, 27, 30, 31, 32. III 51. IV 51_ illustrate
dall'annotaz. 14 dell'Istoria di Mascou), che ha tentato di spargere su
questa materia una ostentata, quantunque piacevol erudizione.

[398] Anon. Vales. _p. 721_. Mario Aventicense _in Chron._ Nella
bilancia del merito pubblico e personale, il Conquistatore Gotico è per
lo meno tanto superiore a Valentiniano, quanto può sembrare inferior di
Traiano.

[399] _Vit. Fulgentii in Baron., Annal. Eccl. A. D. 500 n. 10._

[400] Cassiodoro descrive col pomposo suo stile il Foro di Traiano
(_Var. VII 6_), il Teatro il Marcello (_IV 51_) e l'Anfiteatro di Tito
(_V 42_), e le sue descrizioni non sono indegne dell'attenzion del
Lettore. L'Ab. Barthelemy computa, che, secondo i prezzi moderni,
l'opera in mattoni e la struttura del Colosseo costerebbe ora venti
milioni di lire di Francia (_Mem. de l'Academie des inscript. Tom. 28 p.
585, 586_). Che piccola parte di quella stupenda fabbrica!

[401] Intorno agli Acquedotti, ed alle Cloache vedi Strabone (_l. V p.
360_), Plinio (_Hist. Nat. XXXVI 24_), Cassiodoro (_Var. III 30, 31 VI
6_), Procopio (_Got. l. I c. 9_), e Nardini (_Roma antica p. 514, 522_).
È tuttora un problema, come tali opere si potessero eseguire da un Re di
Roma.

[402] Quanto alla cura, che si presero i Goti delle fabbriche e delle
statue, vedi Cassiodoro (_Var. I 21, 25. II 34. IV 30. VII 6, 13, 15_)
ed il Frammento Valesiano (_pag. 721_).

[403] _Var. VII 15._ Questi cavalli di _Montecavallo_ da Alessandria
erano stati trasportati a' Bagni di Costantino (Nardini _pag. 188_). Se
ne disprezza la scultura dall'Abbate Dubos (_Reflex. sur la Poesie et
sur la Peinture Tom. I sect. 39_) e s'ammira dal Winckelmann (_Hist. de
l'Art Tom. II pag. 159_).

[404] _Var. X 10._ Essi erano probabilmente un frammento di qualche
carro trionfale (Cuper, _de Elephant. II. 10_).

[405] Procopio (_Goth. l. IV c. 21_) riporta una sciocca storia della
Vacca di Mirone, che vien celebrata dal falso spirito di trentasei
epigrammi greci (_Antholog. l. IV p. 302, 306. Edit. Hen. Steph. Auson.,
Epigramm. 58, 68_).

[406] Vedi un Epigramma d'Ennodio (_II 3 p. 1893, 1894_) sopra questo
giardino ed il real giardiniere.

[407] Si prova la sua affezione per quella città dall'epiteto di _Verona
tua_, e dalla leggenda dell'Eroe. Sotto il nome barbaro di Dietrich di
Berna (Peringsciold, _ad Cochloeum p. 840_) il Maffei lo segue con
intelligenza e piacere nel suo paese nativo (_l. IX p. 230, 236_).

[408] Vedi Maffei (_Verona illustr. P. I p. 231, 232, 308 ec._). Egli
attribuisce l'architettura gotica, come la corruzione della lingua,
della scrittura ec. non a' Barbari, ma agli Italiani medesimi: si
confrontino i suoi sentimenti con quelli del Tiraboschi (_Tom. III p.
61_).

[409] Nell'Epistole di Cassiodoro vagamente si dipingono le ville, il
clima, e le vedute di Baia (_Var. IX 6._ Vedi Cluver., _Ital. antiqu. l.
IV c. 2 p. 1119 ec._) d'Istria (_Var. XII 22, 26_), e di Como (_Var. XI
14_ paragonata con le due Ville di Plinio _IX 7_).

[410] _In Liguria numerosa Agricolarum progenies_ (Ennod. 1678, 1679,
1680). S. Epifanio di Pavia redimè, per mezzo di preghiere o di
riscatto, 6,000 schiavi da' Borgognoni di Lione o di Savoia. Tali azioni
sono memorabili più dei miracoli.

[411] L'economia politica di Teodorico (Vedi l'Anon. Vales. _p. 721_ e
Cassiodoro _in Chron._) può distintamente ridursi a' seguenti capi:
miniere di ferro (_Var. III 23_) e d'oro (_IX 3_): paludi Pontine (_II
32, 33_): di Spoleto (_II 21_): grano (_I 34. X 27, 28. XI 11, 12_):
commercio (_VI 7. VII 9, 23_): fiera di Leucotoe o di S. Cipriano in
Lucania (_VIII 33_) abbondanza (_XII 4_) cursus, o la pubblica posta (_I
29. II 31. IV 47. V 5. VI 6. VII 33_): la strada Flaminia (_XII 18_).

[412] _LX. Modii tritici in solidum ipsius tempore fuerunt, et vinum XXX
amphoras in solidum_ (Fragm. Vales.). Dai granai si distribuiva il grano
a XV o XXV modj per soldo d'oro, ed il prezzo era sempre moderato.

[413] Vedi la vita di S. Cesario presso il Baronio (_A. D. 508. n. 12,
13, 14_). Il Re gli regalò 300 soldi d'oro, ed un piatto d'argento, che
pesava 60 libbre.

[414] Ennodio _in vit. S. Epiphan._ nelle opere del Sirmondo _Tom. I p.
1672, 1690_. Teodorico sparse importanti favori sopra di questo Vescovo,
ch'egli adoperava come Consigliere in tempo di pace e di guerra.

[415] _Devotissimus ac si Catholicus_ (_Anon. Vales. p. 720_); la sua
offerta però non fu maggiore di due candelieri (_cerostrata_) d'argento,
del peso di settante libbre, molto inferiore all'oro e alle gemme di
Costantinopoli o di Francia (Anastas. _in vit. Pontif. in Houmisda p. 34
Edit. Paris_).

[416] Il tollerante sistema del suo regno (Ennod. _p. 1612_; Anon.
Vales. _p. 719_. Procop., Goth. _l. I. c. 1, l. II c. 6_) può studiarsi
nell'Epistole di Cassiodoro sotto i seguenti articoli; _Vescovi_ (_Var.
I 9. VIII 15, 24. XI 23_); _Immunità_ (_I 26. II 29, 30_); _Terre della
Chiesa_ (_IV 17, 20_); _Santuari_ (_II 11. III 47_); _Argenteria della
Chiesa_ (_XII 20_), _Disciplina_ (_IV 44_): che provano, ch'esso era nel
tempo stesso Capo della Chiesa e dello Stato.

[417] Possiam rigettare una sciocca novella d'aver egli decapitato un
Diacono cattolico, che s'era fatto Arriano (Theodor. Lector. n. 17).
Perchè Teodorico è soprannominato _Afer_? da _Vafer_? (Vales. _ad loc._)
debole congettura!

[418] Ennodio _p. 1621, 1622, 1636, 1638_. Il suo _libello_ fu
(_synodaliter_) approvato, e registrato da un Concilio Romano (Baron.
an. 503 n. 6. Franc. Pagi _in Breviar. Pontif. Rom. Tom. I p. 242_).

[419] Vedi Cassiodoro (_Var. VIII 15. IX 15, 16_), Anastasio (_in
Symmacho p. 31_) e l'annotazione XVII di Mascovio. Il Baronio, il Pagi,
e la maggior parte de' Dottori Cattolici confessano con meste querele
questa Gotica usurpazione.

[420] Ei li privò = licentia testandi =, e si attristò tutta l'Italia =
lamentabili Justitio =. Io vorrei persuadermi, che queste pene si
fossero stabilite contro i ribelli, che avevano violato il loro
giuramento di fedeltà, ma la testimonianza d'Ennodio (_p. 1675, 1678_) è
sommamente grave per la circostanza ch'ei visse e morì sotto il regno di
Teodorico.

[421] Ennodio _in vit. Epiphan. p. 1689, 1690_. Boet., _De Consolat.
Philos. l. 1 pros. IV p. 45, 46, 47_. Si rispettino, ma si pesino le
passioni del Santo e del Senatore: e si confermino o si diminuiscano le
loro querele, facendo uso de' vari cenni di Cassiodoro (_Var. II 8. IV
36. VIII 5_).

[422] _Immanium expensarum pondus.... pro ipsorum salute etc._ Queste
però non sono che pure parole.

[423] Si trovavano degli Ebrei a Napoli (Procopio, _Goth. l. 1 c. 8_), a
Geneva (_Var. II 28. IV 33_), a Milano (_V 57_), a Roma (_IV 43_): vedi
anche Basnagio, _Hist. des Juifs, Tom. VIII c. 7 p. 254_.

[424] _Rex avidus communis exitii etc._ Boeth. _l. 1 p. 59. Rex dolum
Romanis tendebat_ (Anon. Vales. _p. 723_) queste son parole assai dure,
ch'esprimono le passioni degl'Italiani, e temo anche quelle di Teodorico
medesimo.

[425] Ho procurato di trarre una ragionevole narrazione dagli oscuri,
brevi ed incerti cenni dal frammento Valesiano (_p. 722, 723, 724_), di
Teofane (_p. 245_), d'Anastasio (_in Joanne p. 35_) e dell'Istoria
miscella (_p. 103 Edit. Muratori_). Una tenue compressione e parafrasi
delle loro parole non è una violenza. Vedasi anche il Muratori (_Annali
di Italia. Tom. IV p, 471, 478_) con gli Annali, ed il Compendio (_Tom.
I 259, 263_) de' due Pagi, Zio e Nipote.

[426] Le Clerc ha fatto una vita critica e filosofica di Anicio Manlio
Severino Boezio (_Bibl. Chois. Tom. XVI p. 168, 275_) e posson
consultarsi con vantaggio tanto il Tiraboschi (_Tom. III_), quanto il
Fabricio (_Bibliot. Latin._). Si può fissare la data della sua nascita
verso l'anno 470, e la sua morte nel 524 in una età non molto avanzata
(_Consol. Phil. Metrica I p. 5_).

[427] Intorno all'età ed al valore di questo manoscritto, che ora è
nella Libreria Medicea di Firenze, vedi _Cenotaphia Pisana_ (_p. 430,
447_) del Card. Noris.

[428] Gli studj di Boezio in Atene son dubbiosi (Baronio an. 510 n. 3
che cita un Trattato spurio _De Disciplina scholarum_), e senza dubbio
il termine di diciotto anni è troppo lungo: ma il puro fatto d'una
visita, ch'ei fece ad Atene, si giustifica da più prove, tratte da lui
medesimo (Bruker _Hist. Crit. Philos. Tom. III p. 524, 527_) e da
un'espressione, quantunque vaga ed ambigua, di Cassiodoro suo amico
(_Var. I 45_) _Longe positas Athenas introisti_.

[429] _Bibliothecae comptos ebore ac vitro parietes etc._ (_Consol.
Phil. l. 1 Pros. V p. 74_). L'Epistole d'Ennodio (_VI 6. VII 13. VIII 1,
31, 37, 40_) e Cassiodoro (_Var. I 39. IV 6. IX 21_) somministrano molte
prove dell'alta riputazione, ch'ei godeva a' suoi tempi. È vero, che il
Vescovo di Pavia ebbe bisogno di comprare da lui una vecchia casa in
Milano, e poterono presentarsi ed accettarsi delle lodi per parte del
pagamento di essa.

[430] Il Pagi, il Muratori ec. convengono, che Boezio medesimo fu
Console, nell'anno 510, i due suoi figli nel 522, e nel 487 forse suo
padre. Il desiderio d'attribuire al Filosofo l'ultimo di questi
Consolati ha resa dubbiosa la cronologia della sua vita. Ne' propri
onori, nelle sue Parentele, nei Figli egli celebra la sua propria
felicità la felicità passata. (_p. 109, 110_).

[431] _Si ego scissem, tu nescisses._ Boezio (_L. 1 Pros. 5 pag. 53_)
adotta questa risposta di Giulio Cano, di cui la morte filosofica è
descritta da Seneca (_De tranquillit. animi, c. 14_).

[432] S'espongono i caratteri de' due suoi delatori, Basilio ed Opilio,
non molto per essi onorevolmente nelle Lettere di Cassiodoro (_Var. II
10, 11. IV 22. V 41. VIII 16_) che fa menzione ancora di Decorato (_V
31_) indegno Collega di Boezio (_L. III Pros. 4 p. 193_).

[433] Si fece un rigoroso processo intorno al delitto di magia (_Var. IV
22, 23. IX 18_) e fu creduto, che molti negromanti fossero fuggiti
rendendo pazzi i loro custodi: in vece di _pazzi_ leggerei piuttosto
_ubbriachi_.

[434] Boezio aveva composto la propria apologia (_p. 53_), forse più
interessante della sua Consolazione. Ma bisogna, che ci contentiamo d'un
prospetto generale de' suoi onori, principj, persecuzione ec. (_L. I
Pros. IV p. 42, 62_) che si può confrontare con le brevi ed importanti
parole del Frammento Valesiano (_p. 723_). Uno scrittore anonimo (Sinner
_Catalog. M. S. Bibliot. Bern. Tom. I p. 287_) l'accusa francamente d'un
onorevole e patriottico tradimento.

[435] L'esecuzione fu fatta _in agro Calventiano_ (a Calvenzano fra
Marignano e Pavia) Anon. Vales. _p. 723_ per ordine d'Eusebio Conte di
Ticino o di Pavia. Il luogo della sua prigionia si chiama Battistero:
edifizio e nome proprio delle Chiese Cattedrali; ed una perpetua
tradizione l'attribuisce alla Chiesa di Pavia. Nell'anno 1584 tuttavia
sussisteva la torre di Boezio, e se ne conserva ancora la pianta.
(_Tiraboschi Tom. III p. 47, 48_).

[436] Vedi la _Biografia Britannica, Alfredo, Tom. I p. 80 II Ediz._
L'opera è più onorevole ancora, se fu eseguita sotto l'occhio illuminato
d'Alfredo dagli estranei e domestici suoi Dottori. Intorno alla fama di
Boezio nel medio Evo, si consulti Brucker (_Hist. Crit. Philos. Tom. III
p. 565, 566_).

[437] L'Iscrizione posta sul nuovo di lui sepolcro, fu fatta dal
precettore di Ottone III, il dotto Papa Silvestro II, il quale, come
Boezio medesimo, era chiamato mago dall'ignoranza di que' tempi. Il
Martire cattolico aveva portato per un considerabile tratto di strada la
propria testa delle sue mani (Baron. an. 526 n. 17, 18). Ad una simil
novella disse una volta una Signora (_La Signora Du Deffand, in
occasione del miracolo di S. Dionigi._) di mia conoscenza = La distance
n'y fait rien: il n'y a que le primier pas qui coute.

[438] Boezio applaudisce alle virtù del suo suocero (_L. I Pros. 4 p.
118_). Procopio (_Goth. L. I c. 1_), il Frammento Valesiano (_p. 724_),
e l'Istoria miscella (_L. XV p. 105_) son d'accordo nel lodare la
sublime innocenza, o santità di Simmaco: e, nell'opinione dell'Autore
della leggenda, il delitto della sua morte fu uguale a quello della
carcerazione d'un Papa.

[439] Nell'immaginosa eloquenza di Cassiodoro la varietà del pesce di
mare e di fiume è una prova d'esteso dominio; e sulla tavola di
Teodorico trovavansi quelli del Reno, di Sicilia, e del Danubio (_Var.
XII 14_). Il mostruoso Rombo di Domiziano (Giovenal. _Sat. III 39_) era
stato preso nei lidi dell'Adriatico.

[440] Procop. _Goth. l. 1 c. 1_. Ma ci avrebbe dovuto dire, se aveva
saputo questo curioso aneddoto dalla fama comune, oppure dalla bocca del
Medico Reale.

[441] Procop. _Goth. l. 1 c. 1, 2, 12, 13_. Questa divisione fu ordinata
da Teodorico, quantunque non s'eseguisse che dopo la sua morte: _Regni
haereditatem superstes reliquit_ (_Isidor. Chron. p. 721 Edit. Grot._).

[442] Berimondo, ch'era il terzo nella discendenza d'Ermanrico Re degli
Ostrogoti, s'era ritirato nella Spagna, dove ei visse e morì
nell'oscurità (Giornand. _c. 33 p. 202 Ediz. Murator._). Vedansi la
scoperta, le nozze, e la morte del suo nipote Eutarico (_Iv. c. 58 p.
220_). I suoi giuochi Romani poterono renderlo popolare (Cassiodor. _in
Chron._), ma Eutarico era _asper in religione_ (Anon. Vales. _p. 722,
723_).

[443] Vedi i consigli di Teodorico, e le proteste del suo successore,
presso Procopio (_Goth. l. 1 c. 1, 2_), Giornandes (_c. 59 p. 220, 221_)
e Cassiodoro (_Var. VIII 1, 7_). Queste lettere formano il trionfo della
sua eloquenza ministeriale.

[444] Anon. Vales. p. 724. Agnell. _de Vit. Pontif. Ravenn._ ap.
Muratori _Script. Rer. Italic. Tom. II P. I p. 67_. Alberti _Descriz.
d'Italia p. 311_.

[445] Si riferisce questa Leggenda da Gregorio I (_Dial. IV 30_) e
s'approva dal Baronio (_An. 526 n. 29_): e tanto il Pontefice quanto il
Cardinale sono Dottori gravi, sufficienti a stabilire un'opinione
_probabile_.



CAPITOLO XL.

      _Innalzamento di Giustino il Vecchio. Regno di Giustiniano. I.
      L'Imperatrice Teodora. II. Fazioni del Circo e sedizioni di
      Costantinopoli. III. Commercio e Manifatture di seta. IV.
      Finanze e Tributi. V. Edifizi di Giustiniano. Chiesa di S.
      Sofia. Fortificazione e Frontiere dell'Impero d'Oriente.
      Abolizione delle scuole d'Atene e del Consolato di Roma._


[A. 482-483]

L'Imperator Giustiniano era nato[447] presso le rovine di Sardica (ch'è
la moderna Sofia) d'una oscura stirpe[448] di Barbari[449], che
abitavano un inculto e desolato Paese, a cui si son dati successivamente
i nomi di Dardania, di Dacia e di Bulgaria. Ne fu preparato
l'innalzamento dal fortunato coraggio di Giustino suo zio, che insieme
con due altri contadini del medesimo villaggio abbandonò, per seguire la
professione delle armi, la più vantaggiosa occupazione degli agricoltori
o de' pastori[450]. A piedi, e con una scarsa provvision di biscotto
nelle loro sacche, i tre giovani preser la strada di Costantinopoli, e
furon tosto arruolati, per la loro forza e statura, fra le guardie
dell'Imperator Leone. Sotto i seguenti due Regni acquistò il fortunato
villano ricchezze ed onori; e l'aver esso evitato alcuni pericoli, che
minacciaron la vita, venne in seguito attribuito all'Angelo Custode, che
veglia sul destino de' Re. Il lungo e lodevole suo servizio nelle guerre
Isaurica e Persiana non avrebbe tolto all'oblivione il nome di Giustino;
ma può giustificar gli avanzamenti militari, che a grado a grado nel
corso di cinquant'anni egli ottenne, vale a dire i posti di Tribuno, di
Console e di Generale, la dignità di Senatore, ed il comando delle
guardie, che ad esso come a loro capo ubbidivano, allorchè seguì
l'importante crisi della remozione dell'Imperatore Anastasio dal Mondo.
Furono esclusi dal trono i potenti di lui congiunti, ch'egli aveva
innalzato ed arricchito; e l'Eunuco Amanzio, che regnava nel Palazzo,
aveva segretamente risoluto di porre il diadema sul capo del più
ossequioso fra le sue creature. A tale oggetto affidossi un liberal
donativo per comprare il suffragio delle guardie, in mano del loro
Comandante.

[A. 518-527]

Ma Giustino perfidamente adoprò questi gravi argomenti a favor di se
stesso; e siccome non ardì presentarsi alcun competitore, fu vestito
della porpora il contadino della Dacia, per l'unanime consenso dei
soldati, che lo riconobbero valoroso e moderato; del Clero e del Popolo,
che lo credeva ortodosso; e dei Provinciali, che cederono con una cieca
ed implicita sommissione al volere della Capitale. Giustino il Vecchio,
così nominato per distinguerlo da un altro Imperatore della medesima
Famiglia e dell'istesso nome, salì sul trono di Bisanzio all'età di
sessant'otto anni; e se si fosse lasciato operare a suo talento, ad ogni
istante d'un Regno di nove anni, avrebbe dovuto manifestare a' suoi
sudditi l'improprietà della loro elezione. La sua ignoranza era simile a
quella di Teodorico, ed è osservabile, che in un secolo non affatto
privo di cognizioni, due Monarchi contemporanei non avevano mai appreso
neppur l'alfabeto. Ma il genio di Giustino era molto inferiore a quello
del Re Goto: l'esperienza di soldato non l'aveva renduto capace del
governo d'un Impero; e quantunque fosse personalmente valoroso, la
coscienza della propria debolezza veniva naturalmente accompagnata da
dubbi, diffidenze e timori politici. Gli affari però ministeriali dello
Stato erano diligentemente e fedelmente trattati dal Questore
Proclo[451]; ed il vecchio Imperatore adottò i talenti e l'ambizione di
Giustiniano suo nipote, giovane intraprendente, che lo Zio avea tratto
dalla rustica solitudine della Dacia, ed allevato in Costantinopoli,
com'erede de' privati suoi beni, e finalmente anche dell'Impero
Orientale.

[A. 520-527]

Defraudato che fu l'Eunuco Amanzio del suo danaro, fu necessario
privarlo anche della vita. Facilmente ciò si eseguì mediante l'accusa
d'una vera o finta cospirazione, e, come per un'aggiunta di delitto, i
Giudici furono informati, ch'egli era segretamente addetto all'eresia
Manichea[452]. Amanzio fu decapitato, tre de' suoi compagni, ch'erano i
primi domestici del Palazzo, furon puniti con la morte, o coll'esilio; e
l'infelice lor candidato per la porpora, fu cacciato in una profonda
carcere, oppresso di pietre, ed ignominiosamente gettato senza sepoltura
nel mare. Di maggior difficoltà e pericolo fu la rovina di Vitaliano.
Questo Capitano Goto erasi fatto popolare mediante la guerra civile,
ch'esso arditamente sostenne contro Anastasio per la difesa della Fede
Ortodossa, e dopo aver concluso un vantaggioso trattato, ei tuttavia si
trovava nelle vicinanze di Costantinopoli alla testa d'una vittoriosa e
formidabile armata di Barbari. Sulla fragile sicurezza de' giuramenti,
si lasciò indurre ad abbandonar quella vantaggiosa situazione, ed a
fidare la sua persona alle mura d'una Città, di cui gli abitanti,
specialmente quelli della fazione Azzurra, erano stati ad arte irritati
contro di lui con la rimembranza fino delle sue pie ostilità.
L'Imperatore ed il suo nipote l'abbracciarono come un fedele e degno
campione della Chiesa e dello Stato; e graziosamente decorarono il loro
favorito co' titoli di Console e di Generale; ma nel settimo mese del
suo Consolato, Vitaliano fu trucidato con diciassette ferite alla mensa
reale[453]; e Giustiniano, che n'ereditò le spoglie, fu accusato come
l'assassino di un fratello spirituale, a cui aveva di fresco impegnato
la sua fede nella partecipazione de' Misteri Cristiani[454]. Dopo la
caduta del suo rivale fu questi promosso, senz'alcun merito di servizio
militare, alla carica di Comandante Generale degli eserciti orientali,
ch'ei doveva condurre in campo contro il pubblico nemico. Ma, cercando
la fama, Giustiniano avrebbe potuto perdere il dominio che aveva sopra
l'età e debolezza dello Zio; ed invece di procurarsi per mezzo de'
trofei, Sciti o Persiani, l'applauso dei suoi Nazionali[455], il
prudente guerriero ne sollecitava il favore nelle Chiese, nel Circo, e
nel Senato di Costantinopoli. I Cattolici erano attaccati al nipote di
Giustino, che in mezzo, all'eresie Nestoriana ed Eutichiana calcava
l'angusto sentiero dell'inflessibile ed intollerante ortodossia[456].
Ne' primi giorni del nuovo Regno ei preparò e rimunerò l'entusiasmo
popolare contro la memoria del defunto Imperatore. Dopo uno scisma di 34
anni, riconciliò l'altiero ed irritato spirito del Pontefice romano, e
fece spargere fra' Latini una favorevole voce del pio suo rispetto per
la Sede apostolica. Le Sedi Orientali riempite furono di Vescovi
cattolici, addetti al suo partito; guadagnò con la sua liberalità il
Clero ed i Monachi, e fu ammaestrato il Popolo a pregare pel futuro loro
Sovrano, speranza e colonna della vera Religione. La magnificenza di
Giustiniano si vide nella più splendida pompa de' pubblici spettacoli,
oggetto agli occhi della moltitudine non meno sacro ed importante, che
il Simbolo di Nicea o di Calcedonia: la spesa del suo Consolato fu
valutata dugento ottant'ottomila monete d'oro; comparirono
sull'anfiteatro nell'istesso tempo venti Leoni e trenta Leopardi; e fu
rilasciata come un dono straordinario ai Cocchieri vittoriosi del Circo
una serie numerosa di Cavalli co' ricchi lor fornimenti. Mentre cercava
di piacere al Popolo di Costantinopoli, e riceveva i dispacci degli
stranieri Monarchi, il nipote di Giustino con gran premura coltivava
l'amicizia del Senato. Pareva, che questo venerabile nome desse diritto
a' suoi Membri di dichiarare il sentimento della Nazione, e di regolare
la successione al trono Imperiale: il debole Anastasio aveva lasciato
degenerare il vigore del Governo nella forma o sostanza d'un
Aristocrazia; e gli Ufiziali della Milizia, che avevano ottenuto il
posto di Senatori, erano seguitati dalle domestiche loro guardie; truppa
di Veterani, le armi o le acclamazioni de' quali potevano in un momento
di tumulto disporre del diadema di Oriente. Si profusero i tesori dello
Stato per comprare i voti de' Senatori, e fu comunicato all'Imperatore
l'unanime lor desiderio, che si compiacesse d'adottar Giustiniano per
suo Collega. Ma questa domanda, che troppo chiaramente gli rammentava il
suo prossimo fine, non piacque al sospettoso carattere di un vecchio
Monarca, desideroso di ritener la potenza, ch'era incapace d'esercitare;
e Giustino tenendo con ambe le mani la porpora, avvisò di preferire,
giacchè stimavasi un'elezione sì vantaggiosa, qualche Candidato più
vecchio. Nonostante questo rimprovero, il Senato volle decorar
Giustiniano col reale epiteto di _Nobilissimo_; e ne fu ratificato il
decreto dall'affetto, o dal timore dello Zio. Dopo qualche tempo il
languore sì di mente che di corpo, a cui si ridusse per una incurabil
ferita nella coscia, gli rendè indispensabile l'aiuto d'un Custode.
Chiamò dunque il Patriarca ed i Senatori; ed alla loro presenza pose il
diadema solennemente sul capo del suo nipote, che fu condotto dal
Palazzo al Circo, e salutato con alti e lieti applausi dal Popolo. La
vita di Giustino si prolungò per circa quattro mesi, ma dal momento di
questa ceremonia, ei fu considerato come morto quanto all'Impero, che
riconobbe Giustiniano nel quarantesimo quinto anno della sua età per
legittimo Sovrano d'Oriente[457].

[A. 527-565]

Giustiniano, dal suo innalzamento al trono fino alla morte, governò
l'Impero romano per trent'otto anni, sette mesi, e tredici giorni. Gli
avvenimenti del suo Regno, che eccitano la curiosa nostr'attenzione pel
numero, e per la varietà ed importanza loro, sono diligentemente
riferiti dal Segretario di Belisario, Retore che l'eloquenza promosse al
grado di Senatore e di Prefetto di Costantinopoli. Procopio[458],
seguitando le vicende del coraggio o della servitù, del favore o della
disgrazia, successivamente compose l'_istoria_, il _panegirico_, e la
_satira_ de' suoi tempi. Gli otto libri delle guerre Persiana, Vandalica
e Gotica[459], che son continuati ne' cinque libri d'Agatia, meritano
d'essere da noi stimati, come una laboriosa e felice imitazione degli
scrittori Attici, o almeno Asiatici dell'antica Grecia. I fatti, ch'ei
narra, son tratti dalla propria personale esperienza, e dalla libera
conversazione d'un soldato, d'un ministro, e d'un viaggiatore; il suo
stile continuamente aspira, e spesse volte giunge al merito d'esser
forte ed elegante; le sue riflessioni, specialmente ne' discorsi, che
troppo frequentemente v'inserisce, contengono un ricco fondo di
cognizioni politiche; ed eccitato l'Istorico dalla generosa ambizione
d'istruire e dilettar la posterità, sembra che sdegni i pregiudizi
popolari e l'adulazione delle Corti. Gli scritti di Procopio[460] erano
letti ed applauditi da' suoi contemporanei[461]; ma sebbene ei gli
ponesse rispettosamente a' piedi del trono, l'orgoglio di Giustiniano
doveva esser punto dalle lodi d'un Eroe, che sempre ecclissa la gloria
del suo inattivo Sovrano. L'intima sublime cognizione dell'indipendenza
fu vinta dalle speranze e da' timori della schiavitù; ed il Segretario
di Belisario si procurò il perdono ed il premio ne' sei libri
degl'Imperiali _Edifizi_. Aveva egli scelto con accortezza un soggetto
di apparente splendore, in cui potesse altamente celebrare il genio, la
magnificenza e la pietà d'un Principe, che riguardato e come
Conquistatore e come Legislatore, avea sorpassato le puerili virtù di
Temistocle e di Ciro[462]. La mancanza d'incontro potè indurre
l'adulatore ad una segreta vendetta; ed il primo barlume di favore potè
di nuovo tentarlo a sospendere ed a sopprimere un libello[463], nel
quale il Ciro romano si trasforma in un odioso e dispregevol tiranno, e
tanto l'Imperatore quanto la sua consorte Teodora vengono seriamente
rappresentati come due demonj, che avevan presa la figura umana per la
distruzione dell'uman genere[464]. Tal vile incostanza dee senza dubbio
macchiar la riputazione di Procopio, e diminuirne il credito: pure dopo
aver lasciato svaporare il veleno della sua malignità, il rimanente
degli _Aneddoti_, ed anche i fatti più vergognosi, alcuni de' quali sono
leggiermente accennati nella sua pubblica Storia, si confermano
dall'intrinseca loro evidenza, o dagli autentici documenti di quel
tempo[465]. Con questi diversi materiali m'accingo adesso a descrivere
il Regno di Giustiniano, che merita ben d'occupare un vasto spazio. Il
presente Capitolo esporrà l'innalzamento ed il carattere di Teodora, le
fazioni del Circo, e la pacifica amministrazione del Sovrano d'Oriente.
Ne' tre Capitoli seguenti riferirò le guerre di Giustiniano, che
terminarono la conquista dell'Affrica e dell'Italia; e verrò seguitando
le vittorie di Belisario e di Narsete, senza dissimulare la vanità de'
loro trionfi, o l'ostil valore degli Eroi Persiani e Gotici. Ed il
seguito di questo volume (fino al cap. 47) conterrà la Giurisprudenza e
Teologia dell'Imperatore; le controversie e le Sette, che tuttora
dividono la Chiesa Orientale; e la riforma delle Leggi romane, che
tuttavia son obbedite o rispettate dalle Nazioni della moderna Europa.

I. Il primo atto di Giustiniano, nell'esercizio della suprema Potestà,
fu quello di dividerla con la donna ch'egli amava, con la famosa
Teodora[466], di cui non si può applaudire lo straordinario innalzamento
come un trionfo di femminile virtù. Nel tempo che regnava Anastasio fu
affidata la cura delle fiere, mantenute dalla fazion Verde in
Costantinopoli, ad Acacio, nativo dell'isola di Cipro, che dal suo
impiego ebbe il soprannome di Maestro degli Orsi. Quest'onorevole ufizio
dopo la sua morte fu conferito ad un altro candidato, nonostante la
diligenza della sua Vedova, che si era già provvista d'un marito, e d'un
successore all'impiego del primo. Acacio aveva lasciato tre figlie,
Comitone[467], Teodora ed Anastasia, la maggiore delle quali non aveva
allora più di sette anni. In occasione d'una solenne festa, queste
abbandonate orfane furon mandate dall'afflitta e sdegnata lor madre in
aria di supplichevoli in mezzo al teatro: la fazion Verde le ricevè con
disprezzo, l'Azzurra con compassione; e questa differenza, che restò
profondamente impressa nella mente di Teodora, influì lungo tempo dopo
nell'amministrazion dell'Impero. Le tre sorelle, a misura che crebbero
in età ed in bellezza, furono l'una dopo l'altra abbandonate a' pubblici
e privati piaceri del Popolo bizantino; e Teodora, dopo aver seguitato
Comitone sul teatro in abito di schiava con uno sgabello in capo, fu
lasciata finalmente far uso senz'alcuna dipendenza de' propri talenti.
Essa nè ballava, nè cantava, nè suonava il flauto; la sua perizia
ristringevasi all'arte pantomimica; era eccellente nei caratteri buffi,
ed ogni volta che la Comica gonfiava le guance, e con un tuono e gesto
ridicolo si doleva degli schiaffi che l'erano dati, risuonava tutto il
teatro di Costantinopoli di risa e di applausi. La beltà di Teodora[468]
fu l'oggetto de' più lusinghevoli encomi, e la sorgente del più squisito
diletto. Le fattezze di essa erano delicate e regolari; la carnagione,
quantunque un poco pallida, era d'un color naturale; la vivacità de'
suoi occhi esprimeva in un istante ogni sensazione; i facili suoi
movimenti mostravano le grazie d'una piccola ma elegante figura; e potè
o l'amore, o l'adulazione vantare, che la pittura e la poesia non eran
capaci di rappresentare l'impareggiabil'eccellenza della sua forma. Ma
questa fu degradata dalla facilità, con cui s'espose all'occhio del
pubblico, e si prostituì ai licenziosi desiderj. Le venali sue grazie
furono abbandonate ad una promiscua folla di cittadini e di stranieri
d'ogni ceto e d'ogni professione: il fortunato amante, a cui era stata
promessa una notte di godimenti, fu spesse volte cacciato fuori del suo
letto da un più forte o più ricco favorito; e quando essa passava per le
strade, se n'evitava l'incontro da tutti quelli, che bramavano di fuggir
lo scandalo, o la tentazione. Il satirico Istorico non arrossì[469] di
descrivere le nude scene, che Teodora non si vergognò di rappresentare
nel teatro[470]. Dopo aver esaurite le arti del piacer sensuale[471],
con la massima ingratitudine si doleva della parsimonia della
Natura[472]; ma bisogna velare nell'oscurità d'una lingua dotta i
lamenti, i piaceri e gli artifizi di essa. Dopo d'essere stata per
qualche tempo il principale oggetto del piacere e del disprezzo della
Capitale, condiscese ad andar via con Ecebolo, nativo di Tiro che aveva
ottenuto il Governo della Pentapoli affricana. Ma quest'unione fu
fragile e passeggiera; Ecebolo scacciò ben presto una dispendiosa ed
infedel concubina; si ridusse essa in Alessandria ad un'estrema miseria;
e nel laborioso di lei ritorno a Costantinopoli, ogni Città dell'Oriente
ammirò e godè la bella Cipriotta, il cui merito pareva che provasse la
sua discendenza dall'Isola particolare di Venere. Il moltiplice
commercio di Teodora e le sue detestabili precauzioni la preservarono
dal pericolo, ch'essa temeva; ciò non ostante una volta, ed una volta
sola, divenne madre. Il fanciullo fu trasportato ed educato in Arabia da
suo padre, che, giunto a morte, gli fece sapere, che egli era figlio di
un'Imperatrice. Pieno di ambiziose speranze, il Giovine subito corse
senz'alcun sospetto al Palazzo di Costantinopoli, e fu ammesso alla
presenza di sua madre. Siccome però ei non fu mai più veduto, neppure
dopo la morte di Teodora, le viene meritamente imputato d'aver estinto
con la vita di lui un segreto così offensivo per l'imperial sua virtù.

Nel più abbietto stato di fortuna e di riputazione, in cui si trovava
Teodora, una certa visione, mentre essa o dormiva o farneticava, le
aveva annunziata la piacevole sicurezza di esser destinata a divenire
sposa di un potente Monarca. Consapevole della sua vicina grandezza,
dalla Paflagonia tornò a Costantinopoli: assunse, da brava attrice, un
carattere più decente; supplì alla sua povertà mediante la lodevole
industria di filar la lana; ed affettò una vita casta e solitaria in una
piccola casa, ch'essa di poi convertì in magnifico Tempio[473]. La sua
bellezza, assistita dall'arte o dal caso, tosto attrasse, vinse e fissò
il Patrizio Giustiniano, che già regnava con assoluto dominio sotto il
nome del suo Zio. Essa procurò forse d'innalzare il valore d'un dono,
che aveva tante volte prodigalizzato a' più vili dell'uman genere; forse
infiammò a principio con modeste dilazioni, e finalmente con sensuali
attrattive, i desiderj d'un amante, che per natura o per devozione s'era
assuefatto a lunghe vigilie, e ad una parca dieta. Passati i suoi primi
trasporti, essa conservò l'istesso ascendente sopra il suo spirito,
mediante il merito più solido del giudizio e dell'intelligenza.
Giustiniano si compiacque di nobilitare ed arricchire l'oggetto del suo
amore: si profondevano al piè di lei i tesori dell'Oriente; ed il nipote
di Giustino si determinò, forse per scrupolo di coscienza, a dare alla
sua concubina il sacro e legittimo carattere di moglie. Ma le Leggi di
Roma espressamente proibivano il matrimonio di un Senatore con qualunque
donna, che fosse disonorata da servile origine o da professione
teatrale. L'Imperatrice Lupicina o Eufemia, donna barbara e di rozzi
costumi, ma d'irreprensibil virtù, ricusò d'accettar per nipote una
prostituta: ed anche Vigilanza, superstiziosa madre di Giustiniano,
quantunque conoscesse il talento e la beltà di Teodora, era nella più
seria apprensione, che la leggierezza e l'arroganza di quell'artificiosa
druda corrompesse la pietà e la felicità dei suo figlio. L'inflessibil
costanza di Giustiniano però tolse di mezzo tutti questi ostacoli. Egli
aspettò pazientemente la morte dell'Imperatrice; non curò le lacrime di
sua madre, che presto cadde sotto il peso della sua afflizione; e fu
promulgata in nome dell'Imperator Giustino una legge, che aboliva la
rigida Giurisprudenza dell'antichità. Si aprì (secondo quest'Editto) la
strada ad un glorioso pentimento per quelle infelici che avevan
prostituito le loro persone sul teatro, e venne loro permesso di
contrarre una legittima unione co' più illustri de' Romani[474]. A
questa indulgenza tosto succederono le nozze solenni di Giustiniano e di
Teodora; crebbe a grado a grado la dignità di questa insieme con quella
del suo amante; ed appena Giustino ebbe investito il nipote della
porpora, il Patriarca di Costantinopoli pose il diadema sul capo
dell'Imperatore e dell'Imperatrice d'Oriente. Ma i soliti onori, che la
severità de' costumi romani aveva accordato alle mogli de' Principi, non
potevano soddisfare nè l'ambizione di Teodora, nè la tenerezza di
Giustiniano. Ei la collocò sul trono, come un'eguale ed indipendente
Collega nella sovranità dell'Impero, e s'impose a' Governatori delle
Province un giuramento di fedeltà in nome di Giustiniano insieme e di
Teodora[475]. Cadeva il Mondo Orientale prostrato avanti al genio ed
alla fortuna della figlia d'Acacio. Quella prostituta, che in presenza
d'innumerabili spettatori aveva macchiato il teatro di Costantinopoli,
adoravasi come Regina nella stessa Città da' gravi Magistrati, da'
Vescovi Ortodossi, da' Generali vittoriosi, e da' soggiogati
Monarchi[476].

Quelli che credono, che la mancanza di castità faccia totalmente
depravare lo spirito delle donne, prestarono volentieri orecchio a tutte
le invettive della privata invidia, o del risentimento popolare, che ha
dissimulato le virtù di Teodora, ne ha esagerato i vizi, ed ha
rigorosamente condannato le venali o volontarie colpe della giovine
meretrice. Per causa o di vergogna o di disprezzo, ella spesso evitava
il servile omaggio della moltitudine, fuggiva l'odiosa luce della
Capitale, e passava la maggior parte dell'anno ne' Palazzi e Giardini,
piacevolmente situati sulle coste marittime della Propontide e del
Bosforo. Il privato suo tempo era consacrato alla prudente non meno che
grata cura della sua bellezza; al lusso del bagno e della tavola, ed al
lungo sonno della sera e della mattina. I segreti suoi appartamenti
erano occupati dalle donne e dagli eunuchi, che essa favoriva e
secondava nelle loro passioni e interessi, a spese della giustizia; i
più illustri personaggi poi dello Stato restavano in folla in un'oscura
e soffocante anticamera, e quando alla fine, dopo un tedioso indugio,
venivano ammessi a baciare i piedi a Teodora, trovavano in quella,
secondo che le suggeriva l'umore, o la tacita arroganza d'un'Imperatrice
o la capricciosa leggierezza d'una commediante. La sua rapace avarizia
nell'accumulare immensi tesori, potrebbe scusarsi dall'apprensione della
morte di suo marito, che poteva non lasciare alternativa fra la rovina
ed il trono; ed il timore ugualmente che l'ambizione poterono esacerbare
Teodora contro due Generali, che nel tempo d'una malattia
dell'Imperatore avevano imprudentemente dichiarato, ch'essi non eran
disposti ad acquietarsi alla scelta della Capitale. Ma la taccia di
crudeltà, così ripugnante anche ai suoi vizi più molli, ha impresso
un'indelebile macchia sulla memoria di Teodora. Le numerose, di lei spie
osservavano e riferivan con diligenza qualunque azione, parola o sguardo
ingiurioso alla reale loro poltrona. Chiunque veniva da esse accusato,
era posto nelle particolari di lei prigioni[477] inaccessibili alle
ricerche della giustizia, e correva la fama, che vi si usassero i
tormenti della fustigazione o delle verghe in presenza d'una tiranna
insensibile alle voci delle preghiere o della compassione[478]. Alcune
di queste infelici vittime perirono in profonde malsane prigioni, mentre
ad altro si permetteva, dopo la perdita delle membra, della ragione, o
delle facoltà loro, di comparire nel Mondo, come vivi monumenti della
sua vendetta, che per ordinario estendevasi a' figli di coloro, ch'essa
aveva preso in sospetto o ingiuriato. Quel Senatore o Vescovo, di cui
Teodora pronunziato aveva la morte o l'esilio, era consegnato ad un
fedel suo messaggio, di cui ravvivavasi la diligenza con la minaccia
pronunciata dalla sua bocca, che «se avesse mancato nell'esecuzione de'
suoi ordini, giurava per quello che vive in eterno, di farlo
scorticare[479].»

Se la fede di Teodora non fosse stata infetta d'eresia, l'esemplare sua
devozione l'avrebbe potuta purgare, nell'opinione dei suoi
contemporanei, dai vizi d'orgoglio, di avarizia e di crudeltà. Se però
essa influì a calmare l'intollerante furore dell'Imperatore, il presente
secolo accorderà qualche merito, alla sua religione, e molta indulgenza
agli speculativi suoi errori[480]. Fu inserito il nome di Teodora con
uguale onore in tutte le pie e caritatevoli fondazioni di Giustiniano, e
può attribuirsi la più benefica istituzione del suo Regno alla simpatia
dell'Imperatrice verso le sue meno fortunate sorelle, ch'erano state
sedotte o costrette ad abbracciar la prostituzione. Un Palazzo, che era
sulla parte Asiatica del Bosforo, fu convertito in un comodo e spazioso
Monastero, e fu assegnato un generoso mantenimento a cinquecento donne
che si erano raccolte dalle strade e da' postriboli di Costantinopoli.
In questo sicuro e santo ritiro, venivano esse condannate ad una
perpetua clausura, e la disperazione di alcune, che si gettarono in
mare, si perdeva nella gratitudine delle penitenti, ch'erano state
salvate dalla colpa e dalla miseria mediante la generosa loro
benefattrice[481]. Giustiniano medesimo celebra la prudenza di Teodora;
e le sue Leggi si attribuiscono ai savi consigli della sua
rispettabilissima moglie, ch'egli dice d'aver ricevuto come un dono
della divinità[482]. Si manifestò il suo coraggio in mezzo al tumulto
del Popolo, ed a terrori della Corte. Una prova della sua castità, dopo
che unissi a Giustiniano è il silenzio degl'implacabili di lei nemici; e
quantunque la figlia d Acacio potesse esser sazia d'amore si dee non
ostante far qualche applauso alla fermezza del suo spirito, che potè
sacrificare il piacere e l'abitudine, al più forte sentimento del dovere
o dell'interesse. I desiderj e le preghiere di Teodora non poterono mai
ottenere la grazia di un figlio legittimo, e seppellì una bambina, unica
prole del suo matrimonio[483]. Ciò non ostante il suo dominio fu
durevole ed assoluto; si conservò essa, o coll'arte o col merito,
l'affetto di Giustiniano; e le apparenti lor dissensioni riusciron
sempre fatali a' Cortigiani, che le credetter sincere. Se n'era forse
indebolita la salute per la dissolutezza della gioventù; ma essa fu
sempre delicata, e fu consigliata da' Medici a far uso de' Bagni caldi
Pitj. Fu accompagnata l'Imperatrice in questo viaggio dal Prefetto del
Pretorio, dal gran Tesoriere, da più Conti e Patrizi, e da uno splendido
seguito di quattromila serventi: risarcite furono le pubbliche strade;
si eresse un palazzo per riceverla; e nel passar che fece per la Bitinia
distribuì generose limosine alle Chiese, a' Monasteri ed agli Spedali,
affinchè implorassero dal Cielo il ristabilimento della sua salute[484].
Finalmente l'anno ventesimo quarto del suo matrimonio e ventesimo
secondo del suo Regno fu consumata da un cancro[485]; e ne fu pianta
l'irreparabile perdita dal marito, che in luogo d'una teatral prostituta
avrebbe potuto scegliere la più pura e la più nobil donzella
d'Oriente[486].

II. Possiamo osservare una differenza essenziale fra i giuochi
dell'antichità: i più nobili presso i Greci erano attori, e presso i
Romani semplici spettatori. Era lo stadio Olimpico aperto all'opulenza,
al merito, ed all'ambizione; e se i Candidati erano in grado di contare
sulla loro personal perizia ed attività, seguir potevano le traccie di
Diomede e di Menelao, guidando i propri loro cavalli nella rapida
corsa[487]. Si lasciavan partire nel medesimo istante dieci, venti,
quaranta cocchi; una corona di foglie era il premio del vincitore, e se
ne celebrava la fama, insieme con quella della sua famiglia, e della sua
Patria in canzoni liriche, più durevoli de' monumenti di bronzo e di
marmo. Ma un Senatore, o anche un puro Cittadino consapevole della sua
dignità, si sarebbe vergognato d'esporre la sua persona o i suoi cavalli
nel Circo di Roma. Si rappresentavano i giuochi a spese della
Repubblica, de' Magistrati, o degl'Imperatori, e se ne abbandonavan le
redini a mani servili; e se i profitti d'un favorito cocchiere talvolta
superavano quelli d'un Avvocato, ciò dee riguardarsi come l'effetto di
una popolare stravaganza, e come il più alto sforzo d'una ignobile
professione. Il corso, nella sua prima origine, consisteva nella
semplice contesa di due cocchi, i direttori de' quali si distinguevano
con livree _bianche e rosse;_ in seguito vi furono aggiunti due altri
colori, cioè il _verde_ e l'_azzurro_: e siccome si replicavano le corse
venticinque volte, così cento cocchi contribuivano in un giorno alla
pompa del Circo. Ben presto le quattro _fazioni_ furono stabilite
legittimamente, e si trasse una misteriosa origine dei capricciosi loro
colori dalle varie apparenze della Natura nelle quattro stagioni
dell'anno, vale a dire dall'infuocato sirio dell'estate, dalle nevi
dell'inverno, dalle cupe ombre dell'autunno, e dalla piacevol verzura
della primavera[488]. Un altra interpretazione preferiva gli elementi
alle stagioni, e supponevasi, che la contesa del Verde e dell'Azzurro
rappresentasse il conflitto della terra e del mare. Le respettive loro
vittorie annunziavano o un'abbondante raccolta o una prospera
navigazione, e la gara che quindi nasceva fra gli agricoltori ed i
marinari, era un poco meno assurda che quel cieco ardore del Popolo
Romano, che sacrificava le proprie vite e sostanze al colore, che
ciascun avea scelto. I più savi Principi sdegnarono e tollerarono tal
follìa; ma si videro scritti i nomi di Caligola, di Nerone, di Vitellio,
di Vero, di Commodo, di Caracalla, e d'Elagabalo nelle fazioni Verde o
Azzurra del Circo; essi ne frequentavano le stalle, applaudivano a
quelli, che le favorivano, ne punivano gli antagonisti, e meritavano la
stima della plebaglia, mediante la naturale o affettata imitazione de'
loro costumi. Continuarono le sanguinose e tumultuarie contese a
disturbar le pubbliche feste fino all'ultima età degli spettatori di
Roma; e Teodorico, per un motivo di giustizia o d'affezione, interpose
la sua autorità per proteggere i Verdi contro la violenza d'un Console e
Patrizio, ch'era fortemente appassionato per la fazione Azzurra del
Circo[489].

Costantinopoli adottò le follìe, non già le virtù dell'antica Roma, e le
stesse fazioni, che avevano agitato il Circo, infierirono con maggior
furore nell'Ippodromo. Sotto il Regno d'Anastasio fu infiammata questa
popolar frenesia dallo zelo religioso, ed i Verdi, che avevano
proditoriamente nascosto delle pietre e de' coltelli in alcune paniere
di frutti, uccisero in occasione d'una solenne festa tremila degli
Azzurri loro avversari[490]. Dalla Capitale si sparse questa peste nelle
Province e Città dell'Oriente, e la giocosa distinzione de' due colori
produsse due forti ed irreconciliabili partiti, che scossero i
fondamenti d'un debol governo[491]. Le dissensioni popolari fondate
sopra gl'interessi più serj ed i più santi pretesti, hanno appena potuto
uguagliare l'ostinazione di una ludicra discordia, che attaccò la pace
delle famiglie, divise fra loro gli amici e i fratelli, e tentò fino le
donne, quantunque di rado si vedessero nel Circo, ad abbracciare le
inclinazioni de' loro amanti, o a contraddire i desiderj de' loro
mariti. Si calpestava ogni legge divina ed umana, e purchè prevalesse il
partito, pareva, che i delusi di lui seguaci non curassero nè la privata
nè la pubblica calamità. Si ravvivò in Antiochia ed a Costantinopoli la
licenza senza la libertà della Democrazia, ed ogni candidato per
conseguir gli onori civili o ecclesiastici avea bisogno d'esser
sostenuto da una fazione. Ai Verdi imputossi un segreto affetto alla
famiglia, o alla setta d'Anastasio; ma gli Azzurri erano fervidamente
attaccati alla causa della Ortodossia e di Giustiniano[492], ed il grato
loro protettore sostenne per più di cinque anni i disordini di una
fazione, i periodici tumulti della quale inondarono il Palazzo, il
Senato, e le Capitali d'Oriente. Gli Azzurri, divenuti insolenti per il
Real favore, affettavano d'incuter terrore mediante un abito particolare
ed all'uso de' Barbari, con i capelli lunghi, con le maniche strette, e
con le ampie vesti degli Unni, con un passo orgoglioso, ed una voce
sonora. Il giorno celavano essi i loro pugnali a due tagli, ma la notte
arditamente si adunavano armati, e intraprendevano in numerose truppe,
qualunque atto di violenza e di rapina. I loro avversari della fazion
Verde, o anche i cittadini innocenti venivano spogliati, e spesso uccisi
da questi notturni ladroni, ed era pericoloso il portar de' bottoni o
delle fibbie d'oro, o l'andare ad un'ora tarda per le strade di una
pacifica Capitale. Eccitato quel fiero spirito dall'impunità giunse fino
a violare la sicurezza delle case private; e s'adoperava il fuoco per
facilitare l'attacco, o nascondere i delitti di questi, faziosi. Non
v'era luogo immune o salvo dalle loro depredazioni; per soddisfar la
propria avarizia o vendetta profondevano il sangue degl'innocenti, erano
contaminate le Chiese e gli altari da atroci omicidj, e solevan vantarsi
quegli assassini, che avevano la destrezza di far sempre una ferita
mortale ad ogni colpo delle loro armi. La dissoluta gioventù di
Costantinopoli adottò l'azzura insegna del disordine; tacevan le leggi,
ed erano rilassati i legami della Società: i creditori venivan costretti
a consegnar le loro obbligazioni; i giudici a rivocare le loro sentenze;
i padroni a manomettere i loro schiavi; i padri a supplire alle
stravaganze de' figli; le nobili matrone eran prostituite alla libidine
dei loro servi; i bei garzoni erano strappati dalle braccia dei lor
genitori, e le mogli, a meno che non preferissero una morte volontaria,
venivano stuprate alla presenza de' loro mariti[493]. La disperazione
de' Verdi, ch'erano perseguitati dai loro nemici, ed abbandonati da'
Magistrati, s'arrogò il diritto della difesa, e forse della
rappresaglia; ma quelli, che sopravvivevano al combattimento, eran
tratti al supplizio, e gl'infelici fuggitivi, rifuggendosi ne' boschi e
nelle caverne, infierivano senza misericordia contro la società, da cui
erano stati cacciati. Que' Ministri dei Tribunali, che avevano il
coraggio di punire i delitti, e di non curar lo sdegno degli Azzurri,
divenivano le vittime dell'indiscreto loro zelo: un Prefetto di
Costantinopoli fuggì per asilo al santo Sepolcro, un Conte dell'Oriente
fu ignominiosamente frustato, ed un Governatore di Cilicia fu per ordine
di Teodora impiccato sulla tomba di due assassini, ch'esso avea
condannati per l'omicidio del suo palafreniere, e per un temerario
attacco della propria sua vita[494]. Un candidato, che aspira a
pervenire a' posti più alti, può esser tentato a fabbricare sulla
pubblica confusione la sua grandezza; ma è interesse non meno che dovere
d'un Sovrano il mantenere l'autorità delle Leggi. Il primo Editto di
Giustiniano, che fu spesso ripetuto, e qualche volta solo eseguito,
annunziava la ferma sua risoluzione di sostener l'innocente, e di
gastigare il colpevole di qualunque denominazione e colore si fossero.
Pure la bilancia della giustizia era sempre inclinata in favore della
fazione azzurra dalla segreta affezione, dall'abitudine, e da' timori
dell'Imperatore; la sua equità, dopo un apparente contrasto,
sottomettevasi senza ripugnanza alle implacabili passioni di Teodora, e
l'Imperatrice non dimenticò mai, nè perdonò le ingiurie della
commediante. La proclamazione d'uguale e rigorosa giustizia fatta
nell'avvenimento al trono di Giustino il Giovane indirettamente condannò
la parzialità del precedente Governo: «O Azzurri, non v'è più
Giustiniano! Verdi, egli è sempre vivo[495]».

[A. 532]

L'odio, che avevan fra loro le due fazioni, e la loro momentanea
riconciliazione suscitò un tumulto, che ridusse quasi Costantinopoli in
cenere. Giustiniano celebrò nel quinto anno del suo Regno la solennità
degl'Idi di Gennaio: furono i giuochi continuamente disturbati dal
clamoroso malcontento de' Verdi; fino alla ventesima seconda corsa
l'Imperatore mantenne la tacita sua gravità; ma cedendo finalmente
all'impazienza condiscese a tenere in brusca maniera, e mediante la voce
d'un banditore il dialogo più singolare[496] che mai si facesse fra un
Principe ed i suoi sudditi. Le prime querele furono rispettose e
modeste; accusarono essi i subordinati Ministri d'oppressione, ed
espressero i lor desiderj per la lunga vita, e la vittoria
dell'Imperatore. «Abbiate pazienza, e state attenti, o insolenti
maledici, esclamò Giustiniano; tacete Giudei, Samaritani e Manichei». I
Verdi tuttavia cercavano di risvegliar la sua compassione con queste
voci: «Noi siamo poveri, siamo innocenti, siamo ingiuriati, non osiamo
di andar per le strade: si usa una general persecuzione contro il nostro
nome e colore. Moriamo, o Imperatore, ma moriamo per ordine vostro, ed
in vostro servizio». La rinnovazione però di parziali ed appassionate
invettive degradò a' loro occhi la maestà della porpora; negarono essi
l'omaggio ad un Principe, che ricusava di render giustizia al suo
Popolo; si dolsero che fosse nato il Padre di Giustiniano, e ne
infamarono il figlio coi nomi obbrobriosi di omicida, d'asino, e di
spergiuro tiranno. «Non curate le vostre vite?» gridò lo sdegnato
Monarca: gli Azzurri s'alzarono con furore dai loro posti; risuonarono
gli ostili loro clamori nell'Ippodromo: ed i loro avversari,
abbandonando l'ineguale contesa, sparsero il terrore e la disperazione
per le strade di Costantinopoli. In questo pericoloso momento eran
condotti per la Città sette notorj assassini di ambedue le fazioni,
ch'erano stati condannati dal Prefetto, e quindi trasportati al luogo
dell'esecuzione nel subborgo di Pera. Quattro di questi furono
immediatamente decapitati, e fu impiccato il quinto: ma nel tempo che
gli altri due soggiacevano alla medesima pena, si ruppe la fune, essi
caddero vivi sul suolo, il popolaccio applaudì alla loro liberazione, ed
usciti dal vicino loro convento i Monachi di S. Conone gli portarono in
una barchetta al santuario della loro Chiesa[497]. Siccome uno di questi
rei era del partito degli Azzurri, e l'altro de' Verdi, le due fazioni
furono eccitate ugualmente dalla crudeltà del loro oppressore, o
dall'ingratitudine del loro avvocato, e fu conclusa una breve tregua ad
oggetto di liberare i prigionieri, e di soddisfare la propria vendetta.
Fu ad un tratto bruciato il Palazzo del Prefetto, che si opponeva al
sedizioso torrente, ne furono trucidati gli ufiziali e le guardie, si
aprirono a forza le prigioni, e si restituì la libertà a quelli che non
potevan farne uso, che per la pubblica distruzione. Un distaccamento
militare, ch'era stato mandato in aiuto del Magistrato Civile, fu
fieramente rispinto da una moltitudine armata, di cui continuamente
cresceva il numero e l'arditezza; e gli Eruli, i più selvaggi tra'
Barbari al servizio dell'Impero, rovesciarono i sacerdoti e le loro
reliquie, che per un motivo di religione imprudentemente s'erano
interposti per separare il sanguinoso conflitto. S'accrebbe il tumulto
per tal sacrilegio: il Popolo combatteva con entusiasmo nella causa di
Dio; le donne facevan piovere da' tetti e dalle finestre le pietre sopra
i soldati, che scagliavano de' tizzoni accesi contro le case; e le varie
fiamme, che si erano accese per le mani dei Cittadini e degli stranieri,
si diffusero senza contrasto su tutta la Città. L'incendio comprese la
cattedrale di S. Sofia, i Bagni di Zeusippo, una parte del Palazzo, dal
primo ingresso fino all'altare di Marte, ed il lungo Portico, dal
Palazzo fino al Foro di Costantino; restò consumato un vasto Spedale
insieme con gli ammalati, che v'erano; si distrussero molte Chiese, e
sontuosi Edifizi, e si perdè o si fuse un'immensa quantità d'oro e
d'argento. I savi e ricchi Cittadini fuggirono da tali spettacoli
d'orrore e di miserie sul Bosforo dalla parte dell'Asia, e per cinque
giorni Costantinopoli rimase in preda delle fazioni, e la parola _Nika_,
cioè _vinci_, che usavan per distintivo, ha dato il nome a questa
memorabile sedizione[498].

Finattantochè furon divise le due fazioni, sembrava che tanto i
trionfanti Azzurri, quanto i Verdi abbattuti riguardassero con la
medesima indifferenza i disordini dello Stato. Ma in quest'occasione
s'unirono a censurare la mal amministrazione della Giustizia e delle
Finanze; i due Ministri, che n'erano responsabili, cioè l'artificioso
Triboniano, ed il rapace Giovanni di Cappadocia, furono altamente
accusati come gli autori della pubblica miseria. In tempo di pace non si
sarebber curati i bisbigli del Popolo; ma quando la Città era in mezzo
alle fiamme, si ascoltarono con rispetto, furono immediatamente deposti,
sì il Questore, che il Prefetto, e furono a quelli sostituiti due
Senatori d'irreprensibile integrità. Dopo questa popolar concessione,
Giustiniano si portò all'Ippodromo a confessare i propri errori, e ad
accettare il pentimento dei buoni suoi sudditi; ma questi non si
fidarono delle sue proteste, sebbene pronunziate solennemente sopra i
santi Vangeli; e l'Imperatore, sbigottito dalla lor diffidenza,
precipitosamente si ritirò nella Fortezza del Palazzo. Allora imputossi
l'ostinazione del tumulto ad una segreta ed ambiziosa cospirazione; e
s'ebbe sospetto, che gl'insorgenti, specialmente i Verdi, fossero
sostenuti con armi e danaro da due Patrizi Ipazio e Pompeo, i quali non
potevano dimenticarsi con onore, nè ricordarsi con sicurezza di esser
nipoti dell'Imperatore Anastasio. Capricciosamente ammessi alla
confidenza del Monarca, quindi caduti in disgrazia, e dalla gelosa sua
leggierezza ottenuto il perdono, si erano essi presentati come servi
fedeli avanti al Trono; e per i cinque giorni del tumulto, ritenuti
furono come ostaggi di grande importanza; ma finalmente prevalendo i
timori di Giustiniano alla sua prudenza, egli risguardò i due fratelli
come spie, e forse come assassini, e bruscamente comandò loro di partir
dal Palazzo. Dopo una inutile rappresentanza, che l'ubbidire avrebbe
potuto cagionare un involontario tradimento, si ritirarono alle loro
case, e la mattina del sesto giorno Ipazio fu circondato e preso dal
Popolo, che senza riguardo alla virtuosa di lui resistenza, ed alle
lacrime della sua moglie, lo trasportò al Foro di Costantino, ed invece
di diadema gli pose un ricco collare sul capo. Se l'usurpatore, che di
poi allegò a suo favore il merito della sua resistenza, avesse seguitato
il consiglio del Senato, ed eccitato il furor della moltitudine, il
primo irresistibile sforzo di essa avrebbe oppresso o scacciato il suo
tremante competitore. Il Palazzo di Costantinopoli aveva una libera
comunicazione col mare; stavan pronti i vascelli agli scali de'
giardini; e si era già presa la segreta risoluzione di condurre
l'Imperatore con la sua famiglia e tesori in un luogo sicuro a qualche
distanza dalla Capitale.

Giustiniano era perduto, se quella prostituta, che egli aveva tolto dal
Teatro, non avesse rinunziato alla timidità, non meno che alle virtù del
suo sesso. In mezzo ad un consiglio, dove trovavasi Belisario, la sola
Teodora dimostrò il coraggio di un Eroe; ed ella sola senza paventare la
futura sua odiosità, potè salvare l'Imperatore dall'imminente pericolo,
e dagl'indegni di lui timori. «Quand'anche la fuga, disse la moglie di
Giustiniano, fosse l'unico mezzo di salvarsi, pure io sdegnerei di
fuggire. La morte è la condizione apposta alla nostra nascita; ma chi ha
regnato non dovrebbe mai sopravvivere alla perdita della dignità, e del
dominio. Io prego il Cielo, di non potere essere mai veduta, neppure un
giorno, senza il diadema e la porpora; che io non possa più vedere la
luce, quando cesserò d'essere salutata col nome di Regina. Se voi
risolvete, o Cesare, di fuggire, avete de' tesori; ecco qua il mare,
avete delle navi; ma tremate, che il desiderio della vita non v'esponga
ad un miserabile esilio, e ad una ignominiosa morte. Quanto a me,
approvo quell'antica massima, che il trono è un glorioso sepolcro». La
fermezza d'una donna fece risorgere il coraggio di deliberare e d'agire,
ed il coraggio ben presto scuopre i rimedi nella situazione anche più
disperata. Quello di ravvivar l'animosità delle due fazioni fu un mezzo
facile e decisivo; gli Azzurri restaron sorpresi della propria colpa e
follìa nell'essersi lasciati indurre per un'ingiuria da nulla a
cospirare con gl'implacabili loro nemici contro un grazioso e liberale
benefattore; proclamarono essi di nuovo la maestà di Giustiniano, ed i
Verdi restarono soli col loro novello Imperatore nell'Ippodromo. Era
dubbiosa la fedeltà delle guardie; ma la militar forza di Giustiniano
sostenevasi da tremila Veterani, che s'erano formati al valore, ed alla
disciplina nelle guerre Persiane ed Illiriche. Sotto il comando di
Belisario e di Mondo, marciarono questi con silenzio in due divisioni
dal Palazzo; si fecero strada per oscuri e stretti sentieri a traverso
di fiamme spiranti, e di cadenti edifizi, e spalancarono in un istesso
tempo le due opposte porte dell'Ippodromo. In uno spazio sì angusto la
moltitudine disordinata e sorpresa non fu capace di resistere ad un
fermo e regolare attacco da due parti; gli Azzurri segnalarono il furore
del loro pentimento; e si conta, che restassero uccise trentamila
persone nella promiscua e crudele strage di quella giornata. Ipazio fu
tratto giù dal suo trono, e condotto insieme col fratello Pompeo a'
piedi dell'Imperatore: implorarono essi la sua clemenza; ma la lor colpa
ora manifesta, l'innocenza incerta; e Giustiniano s'era troppo
spaventato per dare il perdono. La mattina seguente i due Nipoti
d'Anastasio con diciotto illustri complici, di condizione Patrizia o
Consolare, furono privatamente posti a morte da' soldati; e ne furon
gettati i corpi nel mare, distrutti i Palazzi, e confiscate le facoltà.
L'Ippodromo stesso fu condannato per più anni ad un tristo silenzio: ma
colla restaurazione de' giuochi, risorsero gli stessi disordini; e le
fazioni degli Azzurri e de' Verdi continuarono ad affliggere il regno di
Giustiniano, ed a turbar la tranquillità dell'Impero d Oriente[499].

III. Quest'Impero, dopo che Roma fu divenuta barbara, conteneva tuttavia
le Nazioni ch'essa avea conquistate di là dall'Adriatico fino alle
frontiere dell'Etiopia e della Persia. Giustiniano regnava sopra
sessantaquattro Province, e novecento trentacinque Città[500]; i suoi
dominj erano favoriti dalla natura coi vantaggi del suolo, della
situazione e del clima; e si erano continuamente sparsi lungo le coste
del Mediterraneo, e le rive del Nilo i raffinamenti dell'arte umana
dall'antica Troia fino a Tebe d'Egitto. Abramo[501] aveva tratto
sollievo dall'abbondanza ben nota dell'Egitto; il medesimo piccolo e
popolato tratto di paese era tuttavia capace di somministrare ogni anno
dugento sessantamila sacca di grano per uso di Costantinopoli[502], e la
Capitale di Giustiniano riceveva le manifatture di Sidone, quindici
secoli dopo ch'eransi le medesime rese celebri per i Poemi d'Omero[503].
Le annue forze della vegetazione in vece di restar esauste da duemila
raccolte, si rinnovavano ed invigorivano per mezzo della buona cultura,
del ricco ingrasso e dell'opportuno riposo. Le razze degli animali
domestici s'erano infinitamente moltiplicate. Le piantagioni, le
fabbriche e gl'istrumenti di lavoro e di lusso, che son più durevoli che
la vita umana, s'erano accumulate per le cure di più successive
generazioni. La tradizione conservava, e l'esperienza semplicizzava
l'umile pratica delle arti; la società si arricchiva mediante la
divisione de' lavori e la facilità del commercio; ed ogni Romano
s'alloggiava, si vestiva, e sussisteva per l'industria di mille mani. Si
è religiosamente attribuita agli Dei l'invenzione del filare e del
tessere: in ogni tempo si sono abilmente lavorati molti prodotti animali
e vegetabili, come crini, pelli, lana, lino, cotone ed alfine seta, per
coprire o adornare il corpo umano; questi si tingevano con infusioni di
durevoli colori, ed impiegavasi con successo il pennello a migliorare i
lavori del tessitore. Nella scelta di que' colori[504], che imitano le
bellezze della natura, li favoriva la libertà del gusto e della moda; ma
la porpora carica[505] che i Fenicj estraevano da una conchiglia marina,
era riservata alla sacra Persona ed al Palazzo dell'Imperatore; ed erano
stabilite le pene di ribellione contro quegli ambiziosi sudditi, che
ardivano usurpare la prerogativa del trono[506].

Non v'è bisogno di spiegare, che la seta[507] in origine proviene dalle
viscere di un baco, e che forma l'aurea tomba, da cui sorge fuori un
verme in figura di farfalla. Fino al regno di Giustiniano i bachi da
seta, che si nutriscono delle foglie del gelso bianco, erano confinati
alla China; quelli del pino, della quercia e del frassino eran comuni
nelle foreste sì dell'Asia che dell'Europa; ma siccome la loro
educazione è più difficile, ed il prodotto più incerto, erano
generalmente trascurati, fuori che nella piccola Isola di Ceos presso le
coste dell'Attica. Si fece del loro tessuto un tenue velo e questa
manifattura di Ceos, che fu inventata da una donna per proprio uso, fu
ammirata per lungo tempo tanto in Oriente, quanto a Roma. Per quanto
possano trarsi delle induzioni dagli ornamenti de' Medi e degli Assiri,
Virgilio è lo scrittore più antico che faccia espressamente menzione
della soffice lana, che si traeva dagli alberi de' Seri o Chinesi[508];
e quest'errore di Storia Naturale, meno maraviglioso anche del vero, si
venne appoco appoco a correggere dalla cognizione di quel prezioso
Insetto, ch'è il primo artefice del lusso delle Nazioni. Questo raro ed
elegante lusso fu criticato al tempo di Tiberio da' più gravi fra
Romani, e Plinio con caricate, quantunque forti espressioni, ha
condannato la sete del guadagno, che faceva esplorar gli ultimi confini
della Terra per il pernicioso oggetto di esporre agli occhi di tutti le
trasparenti matrone, e le vesti che denudavan le donne[509]. Un abito,
che mostrava il contorno delle membra, ed il color della cute, potea
soddisfare la vanità, o eccitare i desiderj; i drappi di seta che si
tessevano fitti nella China, furono assai diradati dalle donne Fenicie,
e si moltiplicarono i preziosi materiali mediante una tessitura più
rara, e la mescolanza di fili di lino[510]. Dugento anni dopo il tempo
di Plinio l'uso delle vesti di seta pura o anche mescolata era limitato
al sesso femminile, finattantochè gli opulenti Cittadini di Roma e delle
Province non si furono insensibilmente famigliarizzati coll'esempio
d'Elagabalo, il primo che con quest'abito effemminato contaminasse la
dignità d'un Imperatore e d'un uomo. Aureliano si doleva che si vendesse
a Roma una libbra di seta per dodici oncie d'oro: ma ne crebbe
l'abbondanza per causa delle richieste, e coll'abbondanza scemossene il
prezzo. Se qualche volta l'accidente o il monopolio ne alzò il valore
anche sopra quello indicato da Aureliano, in virtù delle medesime cause
le manifatture di Tiro e di Berito furono altre volte costrette a
contentarsi d'un nono di quell'eccessivo prezzo[511]. Fu creduta
necessaria una Legge per distinguer l'abito de' commedianti da quello
de' Senatori, e la massima parte della seta, che veniva dal natio suo
Paese, si consumava da' sudditi di Giustiniano. Meglio però conoscevano
essi una conchiglia del Mediterraneo chiamata _il baco da seta di mare_:
quella fina lana, o pelame, con cui la madre della perla s'attacca agli
scogli, presentemente si lavora più per curiosità che per uso; ed una
veste formata di questa singolare materia era il dono che l'Imperator
Romano faceva a' Satrapi dell'Armenia[512].

Una mercanzia di valore e di piccol volume è capace di soffrir le spese
del trasporto per terra; e le Caravane traversavano tutta la larghezza
dell'Asia, dall'Oceano Chinese fino alle coste marittime della Siria, in
dugento quaranta tre giorni. La seta si consegnava immediatamente a'
Romani dai Mercanti di Persia[513], che frequentavan le fiere d'Armenia
e di Nisibi; ma questo commercio, che negl'intervalli delle tregue
veniva oppresso dalla gelosia e dall'avarizia, era totalmente interrotto
dalle lunghe guerre di quelle rivali Monarchie. Il gran Re poteva
orgogliosamente annoverar la Sogdiana, ed anche la Serica fra le
Province del suo Impero, ma il suo vero dominio era limitato dall'Osso,
e l'utile suo commercio con i Sogdoiti di là dal fiume dipendea
dall'arbitrio de' loro Conquistatori, cioè degli Unni bianchi, e de'
Turchi, che successivamente regnarono su quell'industriosa Nazione. Pure
il più barbaro dominio non estirpò i semi dell'agricoltura e del
commercio in un Paese, che si celebra come uno de' quattro giardini
dell'Asia; le Città di Samarcanda e di Bochara son situate
vantaggiosamente per il cambiamento delle varie lor produzioni; ed i
loro mercanti compravano da' Chinesi[514] la seta greggia o lavorata,
che poi trasportavano in Persia per uso dell'Impero Romano. Le Caravane
Sogdiane venivano trattenute nella vana Capitale della China come
supplichevoli Ambascerie di Regni tributari; e se tornavano salve,
l'audace lor rischio aveva in premio un esorbitante guadagno. Ma il
disastroso e pericoloso viaggio da Samarcanda fino alla prima Città di
Shensi non si potea fare in meno di sessanta, ottanta, o cento giorni:
tosto che avevan passato l'Iassarte, entravano nel deserto, e le Orde
vaganti, lungi dall'esser tenute in freno dalle milizie e dalle
guarnigioni, sempre consideravano i cittadini ed i viaggiatori come
oggetti di legittima rapina. Per evitare i rapaci Tartari, ed i Tiranni
Persiani, le Caravane della seta tentarono una strada più meridionale,
traversaron le montagne del Tibet, scesero lungo la corrente del Gange o
dell'Indo, e pazientemente aspettarono ne' porti di Guzerat e di Malabar
le annue flotte dell'Occidente[515]. Ma si trovarono meno intollerabili
i pericoli del deserto che la fatica, la fame, e la perdita di tempo;
raramente fu rinnovato quel tentativo, e l'unico Europeo, che sia
passato per quella strada non frequentata, applaudisce alla sua
diligenza per essere arrivato in nove mesi dopo la sua partenza da
Pekino all'imboccatura dell'Indo. Era però aperto l'Oceano alla libera
comunicazione del Genere Umano. Le Province della China, dal Gran Fiume
fino al Tropico di Cancro, furono soggiogate e incivilite
dagl'Imperatori settentrionali; furono riempite verso il principio
dell'Era Cristiana di città e di uomini, di gelsi e de' loro preziosi
abitatori; e se i Chinesi, con la cognizione della bussola, avessero
avuto il genio de' Greci o de' Fenicj, avrebbero potuto estendere le
loro scoperte all'Emisfero meridionale. Io non sono in grado
d'esaminare, e non son disposto a credere i distanti lor viaggi al Golfo
Persico o al Capo di Buona Speranza: ma i loro Antichi poterono bene
uguagliare i lavori, ed il successo della presente Generazione, ed
estender la sfera della loro navigazione dalle Isole del Giappone fino
allo Stretto di Malacca, le colonne, se ci è permesso d'usar questo
nome, di un Ercole orientale[516]: senza perder di vista la terra, essi
potevano navigare lungo le coste fino all'ultimo promontorio d'Achin, a
cui vanno ogni anno dieci o dodici navi cariche di produzioni, di
manifatture ed anche di artefici Chinesi; l'Isola di Sumatra e la
Penisola opposta vengono leggiermente descritte[517] come i paesi
dell'oro e dell'argento; e le Città commercianti, nominate nella
Geografia di Tolomeo, possono indicare che questa ricchezza non
provenisse solo dalle miniere. La distanza in linea retta fra Sumatra e
Ceylan è di circa trecento leghe; i navigatori Chinesi ed Indiani eran
guidati dal volo degli uccelli, e da' venti periodici, e si poteva
traversare con sicurezza l'Oceano in navi quadrate, che in luogo di
esser connesse col ferro, eran cucite insieme col forte filo dell'albero
del cocco. Ceylan, Serendib, o Taprobana era divisa fra due Principi
nemici uno de' quali possedea le montagne, gli elefanti ed il luminoso
carbonchio; e l'altro godeva le ricchezze più solide dell'industria
domestica, del commercio estero, e dall'ampio porto Trinquemale,
riceveva e rimandava le flotte dell'Oriente e dell'Occidente. In questa
ospitale Isola, che era situata ad un egual distanza (come credevasi)
dai rispettivi loro Paesi, i Mercanti di seta della China, che ne' loro
viaggi avevan caricato aloe, garofani, noci moscate e sandalo,
mantenevano un libero e vantaggioso commercio con gli abitanti del Golfo
Persico. I sudditi del gran Re esaltavano senz'alcun rivale il suo
potere e la sua magnificenza; e quel Romano, che confuse la lor vanità,
paragonando il miserabil suo conio con una medaglia d'oro
dell'Imperatore Anastasio, era passato a Ceylan in una nave d'Etiopia,
come semplice passeggiero[518].

Quando la seta divenne d'un uso indispensabile, l'Imperator Giustiniano
vide con rammarico, che i Persiani avevan occupato per terra e per mare
il monopolio di quest'importante prodotto, e che la ricchezza dei propri
sudditi esaurivasi di continuo da una Nazione di nemici e d'idolatri. Un
Governo attivo avrebbe ristabilito il commercio di Egitto, e la
navigazione del Mar Rosso, ch'era decaduta con la prosperità
dell'Impero; ed avrebber potuto le navi Romane, ad oggetto di
provvedersi di seta, approdare a' porti di Ceylan, di Malacca, o anche
della China. Giustiniano però s'apprese ad un espediente più basso, e
sollecitò l'aiuto degli Etiopi d'Abissinia, Cristiani suoi alleati, che
avevano di fresco acquistato l'arte della navigazione, lo spirito di
commercio, ed il Porto d'Aduli[519], tuttavia decorato dei trofei d'un
conquistator Greco. Lungo le coste dell'Affrica essi penetravano fino
all'Equatore in cerca dell'oro, degli smeraldi e degli aromati; ma
questi saviamente evitarono una disugual competenza, in cui dovevano
sempre esser prevenuti per la vicinanza de' Persiani a' mercati
dell'Indie; e l'Imperatore soffrì quell'incomodo, finattantochè non
furono soddisfatti i suoi desiderj da un avvenimento non aspettato.
S'era predicato il Vangelo agl'Indiani; già un Vescovo governava i
Cristiani di S. Tommaso sulla costa del pepe di Malabar; erasi piantata
una Chiesa in Ceylan; ed i Missionari seguitavano le tracce del
Commercio fino all'estremità dell'Asia[520]. Due Monaci Persiani avevan
dimorato per lungo tempo nella China, probabilmente nella Real Città di
Nankino, residenza d'un Monarca addetto alle superstizioni straniere, e
che in quel tempo ricevè un'ambasceria dall'Isola di Ceylan. In mezzo
alle pie loro occupazioni osservarono con occhio curioso l'abito commune
de' Chinesi, le manifatture di seta, ed i milioni di bachi, l'educazione
de' quali (o all'aria aperta sugli alberi o nelle case) una volta si
considerava come opera propria delle Regine[521]. Tosto essi conobbero
che non era possibile trasportare un insetto di sì corta vita, ma che
nel seme poteva conservarsene una numerosa generazione e propagarsi in
lontani Paesi. La religione o l'interesse potè più sopra i Monaci
Persiani, che l'amore della loro patria: dopo un lungo viaggio
arrivarono a Costantinopoli, comunicarono il loro progetto
all'Imperatore, e furono generosamente incoraggiati da' doni, e dalle
promesse di Giustiniano. Gl'Istorici di questo Principe han creduto che
una campagna al piè del monte Caucaso meritasse una più minuta
relazione, che il lavoro di questi Missionari di commercio, i quali
tornarono alla China, ingannarono quel Popolo geloso nascondendo il seme
de' bachi da seta in una canna vuota, e vennero di nuovo trionfanti con
le spoglie dell'Oriente. Sotto la lor direzione, alla stagione
opportuna, si fecero dal seme coll'artificial calore del letame nascere
i bachi; furon questi nutriti con foglie di gelso; essi vissero e fecero
il loro lavoro in un clima straniero; si conservò un sufficiente numero
di farfalle per propagarne la specie; e si piantaron degli alberi, atti
a somministrare il cibo alle future generazioni. L'esperienza, e la
riflessione corressero gli errori d'una nuova intrapresa, e gli
Ambasciatori Sogdoiti, nel Regno seguente, confessarono, che i Romani
nell'educazion degl'insetti, e ne' lavori di seta[522] non erano
inferiori a' nativi Chinesi; nel che sì la China che Costantinopoli
furono vinte dall'industria dell'Europa moderna. Io non nego i vantaggi
del lusso elegante; ma rifletto con qualche pena, che se i trasportatori
della seta avessero introdotto l'arte della stampa già in uso presso i
Chinesi, si sarebbero, nelle edizioni del sesto secolo perpetuate le
Commedie di Menandro e tutte le Deche di Livio. Una più estesa veduta
del Globo avrebbe almeno aumentato i progressi della scienza
speculativa; ma la Geografia Cristiana forzatamente si traeva dai testi
della Scrittura, e lo studio della natura era il più sicuro sintomo
d'uno spirito miscredente. La fede degli Ortodossi limitava il Mondo
abitabile ad una zona temperata, e rappresentava la Terra come una
superficie bislunga di quattrocento giorni di cammino in lunghezza e di
dugento in larghezza, circondata dall'Oceano, e coperta dal solido
cristallo del Firmamento[523].

IV. I sudditi di Giustiniano erano malcontenti delle circostanze de'
tempi e del Governo. L'Europa era inondata da' Barbari, e l'Asia da
Monaci; la povertà dell'Occidente scoraggiava il commercio e le
manifatture d'Oriente; si consumava il prodotto della fatica
dagl'inutili Ministri della Chiese, dello Stato e dell'armata; e si
ravvisava una rapida diminuzione in que' fissi e circolanti capitali,
che costituiscono la ricchezza delle Nazioni. Si era sollevata la
pubblica miseria dall'economia d'Anastasio, e questo prudente Imperatore
accumulò un tesoro immenso nel tempo che sgravò il suo Popolo dalle più
odiose ed oppressive tasse. Si applaudì dall'universal gratitudine
all'abolizione dell'_oro d'afflizione_, tributo personale posto
sull'industria del povero[524], ma più intollerabile, per quanto sembra,
in apparenza che nella sostanza, giacchè la florida Città d'Edessa non
pagava che cento quaranta libbre d'oro, che s'esigeva in quattro anni da
diecimila artefici[525]. Tal era però la parsimonia che sosteneva questa
liberale disposizione che in un regno di ventisette anni Anastasio
risparmiò dall'annua sua rendita l'enorme somma di tredici milioni di
lire sterline ossia di trecento ventimila libbre di oro[526]. Il nipote
di Giustino trascurò il suo esempio e mal si servì del suo tesoro. In
breve tempo s'esaurirono le ricchezze di Giustiniano dalle limosine e
dalle fabbriche, dalle ambiziose guerre e dagl'ignominiosi Trattati. Le
sue rendite non eran sufficienti a supplire alle spese. Adoperossi ogni
arte per estorcer dal Popolo l'oro e l'argento, ch'egli con prodiga mano
spargeva dalla Persia fino alla Francia[527]. Il suo Regno fu celebre
per le vicende, o piuttosto per il contrasto della rapacità e
dell'avarizia, della povertà e dello splendore; fu creduto mentre
viveva, che avesse de' tesori nascosti[528], e ordinò al suo successore
di pagare i suoi debiti[529]. Un carattere di questa sorta si è
giustamente condannato dalla voce del Popolo e della posterità: ma il
Pubblico malcontento è facilmente credulo; la malizia privata è audace;
e chi ama la verità osserverà con occhio sempre sospettoso gli
istruttivi aneddoti di Procopio. L'Istorico segreto non rappresenta che
i vizi di Giustiniano, e questi sono anche resi più neri dal malevolo
suo pennello; si attribuiscono a motivi pessimi le azioni dubbiose;
l'errore si confonde col delitto, l'accidente col disegno premeditato, e
le Leggi con gli abusi; la parziale ingiustizia d'un momento si fa
destramente passare per massima generale d'un regno di trentadue anni;
si rende responsabile il solo Imperatore delle mancanze se' suoi
Ministri, de disordini de' tempi e della corruzion de' suoi sudditi, e
fino le calamità della natura, le pestilenze, i terremoti e le
inondazioni, sono imputate al principe de' demonj, che aveva
fraudolentemente assunto la forma di Giustiniano[530].

Premesso quest'avvertimento, riferirò in breve gli Aneddoti di avarizia
e di rapina, riducendoli a' seguenti capi: I. Giustiniano era così
prodigo, che non poteva essere liberale. Gli Ufiziali civili e militari
quando s'ammettevano al servizio del Palazzo, avevano un basso grado ed
un moderato stipendio; s'avanzavano per via d'anzianità fino ad un grado
d'abbondanza e di riposo; le annue loro pensioni, la più onorevole
classe delle quali fu abolita da Giustiniano, ascendevano a
quattrocentomila lire sterline; e questa domestica economia da' venali o
indigenti Cortigiani si deplorò come il maggiore oltraggio che potesse
farsi alla maestà dell'Impero. I posti ed i salarj de' Medici e le
notturne illuminazioni eran oggetti di più generale importanza; e le
Città potevano giustamente lagnarsi, ch'ei si usurpava l'entrate
Municipali destinate a queste utili istituzioni. Si faceva torto perfino
a' soldati; e tal era la decadenza dello spirito militare, che questi
torti si commettevano impunemente. L'Imperatore negò ad ogni quinquennio
il consueto donativo di cinque monete d'oro, ridusse i suoi veterani a
mendicare il pane, e soffrì che le milizie, da lui non pagate, andassero
ad arruolarsi altrove nelle guerre d'Italia e di Persia. II. L'umanità
de' suoi Predecessori aveva sempre in qualche fausta circostanza del
loro regno condonato i pubblici Tribuni arretrati; e si erano fatti
destramente un merito di rilasciar que' diritti, ch'era impossibile
d'esigere. «Giustiniano nello spazio di trentadue anni, non usò mai
simile indulgenza, e molti de' suoi sudditi rinunziarono il possesso di
quelle terre, il valor delle quali non era sufficiente a soddisfar le
domande dell'Erario. Alle Città, che avevan sofferto per le scorrerie
de' nemici, Anastasio promise una general esenzione di sette anni: le
Province di Giustiniano furon devastate da' Persiani e dagli Arabi,
dagli Unni e dagli Schiavoni; ma la sua vana e ridicola remissione d'un
solo anno si ristrinse a' que' luoghi, ch'erano attualmente in mano de'
nemici». Questo è il linguaggio dell'Istorico segreto, che nega
espressamente che fosse accordata indulgenza _alcuna_ alla Palestina
dopo la rivolta de' Samaritani: accusa falsa ed odiosa confutata da
memorie autentiche, le quali attestano aver ottenuto quella desolata
Provincia, per intercessione di S. Saba, un sollievo di tredici
centinaia di libbre d'oro (o sia di cinquantaduemila lire
sterline)[531]. III. Procopio non ha voluto spiegare quel sistema di
contribuzioni, che cadde come una tempestosa grandine sulle terre, come
una divorante peste sugli abitanti di quelle: ma noi saremmo complici
della sua malizia, se imputassimo al solo Giustiniano l'antica, sebben
rigida massima, che tutto un distretto dovesse condannarsi a supplire
alle particolari mancanze delle persone o de' Beni degl'individui.
L'_Annona_, o la somministrazione del grano per l'uso dell'armata e
della Capitale, era una gravosa ed arbitraria esazione ch'eccedeva,
forse del decuplo, la capacità del Possessore, e se ne aggravava la
miseria dalla particolare ingiustizia de' pesi e delle misure, e dalle
spese e fatiche d'un lontano trasporto. In tempo di carestia si fece una
richiesta straordinaria alle contigue Province di Tracia, di Bitinia e
di Frigia: ma i proprietari, dopo un laborioso viaggio ed una pericolosa
navigazione, furono sì malamente ricompensati, che avrebbero piuttosto
voluto rilasciare il grano insieme col prezzo alle porte de loro granai.
Tali precauzioni potrebbero forse indicare una tenera sollecitudine per
il bene della Capitale; eppure Costantinopoli non era esente dal rapace
despotismo di Giustiniano. Fino al suo Regno gli Stretti del Bosforo e
dell'Ellesponto furono aperti alla libertà del commercio, e non era
proibito altro che l'estrazione delle armi per uso de' Barbari. A
ciascheduna di queste porte della Città fu posto un Pretore, ministro
dell'avarizia Imperiale; si imposero de' gravi dazi sulle navi e sulle
lor mercanzie; e l'oppressione andò a cadere sul misero consumatore: il
povero era afflitto dall'artificial carestia e dall'esorbitante prezzo
del mercato; ed un Popolo solito a godere della generosità del suo
Principe, fu talvolta ridotto a dolersi della mancanza del pane e
dell'acqua[532]. Il tributo _aereo_ senza un nome, una legge o un
oggetto determinato, era un annuo donativo di centoventimila libbre, che
l'Imperatore riceveva dal suo Prefetto del Pretorio; e si rilasciavano
alla discrezione di quel potente Magistrato i mezzi del pagamento di
esso. IV. Pure anche tal gravezza era meno intollerabile del privilegio
de' monopolj, che impediva la libera emulazione dell'industria, e per
causa d'un piccolo e vergognoso guadagno imponeva un peso arbitrario su'
bisogni ed il lusso de' sudditi. «Appena (io trascrivo gli Aneddoti) fu
usurpata dal Tesoro Imperiale la vendita esclusiva della seta, si
ridusse all'estrema miseria un intero Popolo di manifattori di Tiro e di
Berito, i quali o perirono per la fame o fuggirono nelle nemiche Regioni
della Persia». Poteva una Provincia soffrire per la decadenza delle sue
manifatture; ma in quest'esempio della seta Procopio ha parzialmente
trascurato l'inestimabile e durevole benefizio, che ricavò l'Impero
dalla curiosità di Giustiniano. L'aggiunta ch'ei fece d'un settimo al
prezzo ordinario della moneta di rame, si può interpretare col medesimo
candore; e quell'alterazione, che potrebbe anche essere stata saggia,
sembra che fosse innocente, giacchè egli non alterò la purità, nè
accrebbe il valore della moneta d'oro[533], ch'è la legittima misura de'
pubblici e privati pagamenti. V. La vasta giurisdizione che richiedevano
i Finanzieri per eseguire i loro impegni, si poteva porre in un aspetto
odioso, come se avessero questi comprato dall'Imperatore le vite ed i
beni de' loro concittadini; e si contrattava nel Palazzo una vendita più
diretta degli onori, e degli ufizi con la permissione, o almeno con la
connivenza di Giustiniano, e di Teodora. Si trascuravano i diritti del
merito, ed anche quelli del favore; ed era quasi ragionevole il credere
che l'audace avventuriere, che aveva intrapreso la negoziazione d'una
Magistratura, sapesse trovare una ricca compensazione per l'infamia, la
fatica, il pericolo, i debiti che avea contratto, ed il gravoso
interesse che ne pagava. Un sentimento della vergogna e del danno che
proveniva da una condotta così venale, finalmente svegliò la sonnolenta
virtù di Giustiniano; e tentò, per mezzo della sanzione de'
giuramenti[534] e delle pene, di salvare l'integrità del suo Governo; ma
in capo ad un anno di spergiuro fu sospeso il rigoroso suo Editto, e la
corruzione licenziosamente abusò del suo trionfo sull'impotenza delle
Leggi. VI. Il testamento d'Eulalio, Conte de' domestici, dichiarò
l'Imperatore unico suo erede, con la condizione però ch'ei ne pagasse i
debiti ed i legati, assegnasse alle tre sue figlie un decente
mantenimento, e maritasse ciascheduna di caso con una dote di dieci
libbre d'oro. Ma lo splendido Patrimonio d'Eulalio si consumò dal fuoco,
e la somma dei suoi Beni non eccedè la tenue quantità di cinquecento
sessantaquattro monete d'oro. Un esempio simile nella Storia Greca
ammonì l'Imperatore dell'onorevole impegno, in cui era d'imitarlo: ei
represse gl'interessati bisbigli, dell'Erario, applaudì alla fiducia del
suo amico, pagò i legati ed i debiti, educò le tre fanciulle sotto
l'occhio dell'Imperatrice Teodora, e raddoppiò la dote di cui si era
contentata la tenerezza del loro Padre[535]. L'umanità d'un Principe
(giacchè i Principi non possono esser generosi) merita qualche lode;
pure anche in quest'atto virtuoso possiamo scuoprire l'inveterato
costume di escludere gli eredi legittimi o naturali che Procopio
attribuisce al Regno di Giustiniano. Egli sostiene la sua accusa con
eminenti nomi e con esempi scandalosi; e dice, che non si risparmiavan
le vedove, nè gli orfani, e che gli agenti del Palazzo esercitavano con
profitto l'arte di sollecitare, di estorcere e di supporre i testamenti.
Questa bussa e dannosa tirannia attacca la sicurezza della vita privata;
ed il Monarca che ha secondato un desiderio di guadagno sarà ben presto
tentato ad accelerare il momento della successione, ad interpretar la
ricchezza come una prova della colpa, ed a procedere, dalla pretensione
di ereditare, alla potestà di confiscare i beni de' Cittadini. VII. Fra
le altre specie di rapina si può permettere ad un Filosofo di contare
anche il convenir le ricchezze de' Pagani o degli Eretici ad uso de'
Fedeli; ma al tempo di Giustiniano questo Santo saccheggio, veniva
condannato da' soli settarj, che divenivan le vittime della sua
ortodossa avarizia[536].

Potè in vero l'infamia di tali atti in ultimo luogo riflettersi nel
carattere di Giustiniano; ma una gran parte della colpa, e molto più il
profitto ne apparteneva ai Ministri, che raramente venivan promossi per
le loro virtù, e non sempre scelti per i loro talenti[537]. I meriti del
Questor Triboniano si esamineranno in seguito quando parleremo della
riforma della Legge Romana, ma l'economia dell'Oriente era subordinata
al Prefetto del Pretorio, e Procopio ha giustificato i suoi Aneddoti col
ritratto, che fa nella sua pubblica Storia de' notori vizi di Giovanni
di Cappadocia[538]. Ei non avea tratto le sue cognizioni dalle
scuole[539], ed il suo stile appena era leggibile, ma era eccellente per
la forza d'un genio naturale a suggerire i consiglj più saggi, ed a
trovare degli espedienti nelle più disperate situazioni. La corruzione
del cuore uguagliava in esso il vigor della mente. Quantunque fosse
sospetto di superstizione magica e pagana, sembra però che fosse affatto
insensibile al timore di Dio o a' rimproveri degli Uomini; ed innalzò la
sua ambiziosa fortuna sulla morte di migliaia di persone, sulla povertà
di milioni, e sulla rovina e desolazione d'intiere Città e Province.
Dallo spuntar del giorno fino al tempo del pranzo egli assiduamente
occupavasi nell'arricchire il suo Signore e se stesso, a spese del Mondo
romano; consumava il resto del giorno in sensuali ed osceni piaceri; e
le tacite ore della notte venivano interrotte dal perpetuo timore della
giustizia d'un assassino. La sua abilità e forse i suoi vizi gli
conciliarono la durevole amicizia di Giustiniano: l'Imperatore cedè con
ripugnanza al furore de' sudditi; ma fece pompa della sua vittoria con
rimettere immediatamente nel primiero posto il nemico di essi; ed il
Popolo provò per più di dieci anni sotto l'oppressiva di lui
amministrazione, ch'egli era più stimolato dalla vendetta, che istruito
dalla disgrazia. I popolari bisbigli non servirono che a fortificare la
fermezza di Giustiniano: ma il Prefetto, divenuto insolente per il
favore, provocò l'ira di Teodora, sdegnò una potenza, avanti la quale
piegavasi ogni ginocchio, e tentò di spargere de' semi di discordia fra
l'Imperatore e l'amata di lui consorte. Anche Teodora però fu costretta
a dissimulare, ad aspettare il momento favorevole, ed a render, mediante
un'artificiosa cospirazione, Giovanni di Cappadocia cooperatore della
propria sua distruzione. In un tempo, in cui Belisario, se non fosse
stato un eroe, avrebbe dovuto comparire come ribelle, la sua moglie
Antonina, che godeva la segreta confidenza dell'Imperatrice, partecipò
il finto suo malcontento ad Eufemia, figlia del Prefetto; la credula
fanciulla comunicò al Padre il pericoloso progetto, e Giovanni che
avrebbe dovuto conoscere il valore dei giuramenti e delle promesse, si
mosse ad accettare un notturno e quasi proditorio congresso con la
moglie di Belisario. Gli era stata fatta un'imboscata di guardie e di
eunuchi per ordine di Teodora; essi corsero fuori con le spade sfoderate
per prendere o punire il colpevol Ministro, che fu salvato in vero dalla
fedeltà de' suoi servi; ma in vece di ricorrere ad un grazioso Sovrano,
che l'avea segretamente avvertito del suo pericolo, fuggì da pusillanime
al Santuario della Chiesa. Fu sacrificato il favorito di Giustiniano
alla coniugal tenerezza, o alla domestica tranquillità; la mutazione del
Prefetto in Prete estinse le sue ambiziose speranze; ma l'amicizia
dell'Imperatore ne alleggerì la disgrazia, ed ei ritenne nel mite esilio
di Cizico una gran parte delle sue ricchezze. Tale imperfetta vendetta
non potea soddisfare l'ostinato odio di Teodora; l'uccisione del Vescovo
di Cizico, suo antico nemico, le ne somministrò un decente pretesto; e
Giovanni di Cappadocia, di cui le azioni avevan meritato mille morti,
finalmente fu condannato per un delitto, del quale era innocente. Un
gran Ministro, che avea ricevuto gli onori del Consolato e del
Patriziato, fu ignominiosamente frustato come il più vil malfattore; una
lacera veste fu ciò che gli rimase delle sue sostanze; fu trasportato in
una barca ad Antinopoli nell'Egitto superiore, luogo del suo esilio; ed
il Prefetto d'Oriente mendicava il pane per le Città, che avevan tremato
al solo suo nome. Per lo spazio di sette anni ne fu prolungata e sempre
minacciata la vita dall'ingegnosa crudeltà di Teodora; e quando la morte
di essa permise all'Imperatore di richiamare un servo, ch'egli
avev'abbandonato con rammarico, l'ambizione di Giovanni di Cappadocia si
ristrinse agli umili ufizi della professione sacerdotale. I successori
di esso convinsero i sudditi di Giustiniano che potevano sempre più
raffinarsi dall'esperienza e dall'industria le arti dell'oppressione;
s'introdussero nell'amministrazione delle Finanze le frodi d'un
banchiere della Siria; e l'esempio del Prefetto fu con esattezza imitato
dal Questore, dal Tesoriere pubblico e privato, da' Governatori delle
Province e da' principali Magistrati dell'Impero Orientale[540].

V. Gli edifizi di Giustiniano si costruirono in vero col sangue e col
denaro del suo Popolo; ma sembrava, che quelle magnifiche fabbriche
annunziassero la prosperità dell'Impero, e realmente dimostravano
l'abilità de' loro Architetti. Tanto la teoria quanto la pratica delle
Arti, che dipendono dalla Matematica, e dalla forza meccanica, si
coltivarono sotto la protezione degl'Imperatori; Proculo ed Antemio
emularono la fama d'Archimede; e se quegli spettatori, che hanno
riferito i loro _miracoli_, fossero stati intelligenti, potrebbero
adesso servire ad estendere le speculazioni, invece d'eccitare la
diffidenza de' Filosofi. Si è conservata una tradizione, che nel porto
di Siracusa la flotta Romana fosse ridotta in cenere dagli specchi
ustorj d'Archimede[541]; e si asserisce, che Proculo usò un somigliante
espediente per distrugger le navi Gotiche nel Porto di Costantinopoli, e
per difendere il suo benefattore Anastasio contro l'ardita intrapresa di
Vitaliano[542]. Fu fissata sulle mura della Città una macchina, composta
d'uno specchio esagono di rame ben pulito, con molti poligoni più
piccoli e mobili per ricevere e riflettere i raggi del sole sul
Mezzogiorno; e fu lanciata una fiamma consumatrice alla distanza forse
di dugento piedi[543]. Si rende incerta la verità di questi fatti
straordinari dal silenzio degli Istorici più autentici, e non fu mai
adottato l'uso degli specchi ustorj nell'attacco o nella difesa delle
Piazze[544]. Pure gli ammirabili sperimenti d'un Filosofo Francese[545]
han dimostrato la possibilità di tali specchi; e subito ch'è possibile,
io son più disposto ad attribuirne l'arte a' più gran Matematici
dell'antichità, che a dare il merito della finzione di essi all'oziosa
fantasia d'un Monaco o d'un Sofista. Secondo un'altra Storia, Proclo
adoperò lo zolfo per distruggere la Flotta Gotica[546]; ora in una
immaginazione moderna il nome di zolfo subito si unisce al sospetto
della polvere da schioppo, e tal sospetto s'accresce dai segreti
artifizi del suo discepolo Antemio[547]. Un Cittadino di Trallia
nell'Asia ebbe cinque figli, che nelle respettive lor Professioni furon
tutti distinti per il merito e pel successo. Olimpio fu eccellente nella
cognizione e nella pratica della Giurisprudenza romana. Dioscoro ed
Alessandro divennero dotti medici; ma il primo esercitò la sua perizia
in vantaggio dei propri concittadini, mentre il suo più ambizioso
fratello acquistò ricchezza e riputazione in Roma. La fama di Metrodoro
Gramatico, e d'Antemio Matematico ed Architetto giunse agli orecchi
dell'Imperator Giustiniano, che gl'invitò a Costantinopoli, e mentre
l'uno istruì la nascente generazione nelle scuole d'eloquenza, l'altro
empì la Capitale e le Province di più durevoli monumenti dell'arte sua.
In una disputa di poca importanza, relativa alle muraglie o finestre
delle contigue loro case, fu egli vinto dall'eloquenza di Zenone suo
vicino; ma l'Oratore a vicenda fu disfatto dal Maestro di Meccanica, i
maliziosi quantunque innocenti strattagemmi del quale oscuramente si
rappresentano dall'ignoranza d'Agatia. Antemio dispose in una stanza da
basso più vasi o caldaie di acqua, ciascheduna delle quali fu da esso
coperta col largo fondo d'un cuoio, che andava a finire in una stretta
cima, che fu artificiosamente introdotta fra le travi e tavole del
solaio della fabbrica vicina. Quindi acceso il fuoco sotto le caldaie,
il vapore dell'acqua bollente salì per mezzo de' tubi; la casa fu scossa
dallo sforzo dell'aria ivi racchiusa, ed i tremanti di lei abitatori
dovettero udire con maraviglia, che la Città non ebbe notizia veruna del
terremoto, ch'essi avevan sentito. Un'altra volta gli amici di Zenone,
mentre stavano a mensa, restarono abbagliati dall'intollerabile luce,
che gettarono loro negli occhi gli specchi di riflessione d'Antemio;
furon sorpresi dallo strepito, ch'ei produsse, mediante la collisione di
certi minuti e sonori corpuscoli; e l'oratore in tragico stile dichiarò
avanti al Senato, che un semplice mortale doveva cedere alla potenza
d'un avversario, che scuoteva col tridente di Nettuno la terra, ed
imitava il tuono ed il lampo di Giove medesimo. Il genio d'Antemio e
d'Isidoro di Mileto suo Collega fu eccitato e posto in uso da un
Principe, il gusto del quale per l'Architettura era degenerato in una
dannosa e dispendiosa passione. I favoriti Architetti di Giustiniano
sottomettevano ad esso i loro disegni, e le loro difficoltà, e
discretamente confessavano, quanto le laboriose loro meditazioni fossero
al di sotto dell'intuitiva cognizione, o dell'inspirazione celeste d'un
Imperatore, di cui le vedute eran sempre dirette all'utilità del Popolo,
alla gloria del suo Regno, ed alla salvazione dell'anima sua[548].

La Chiesa principale di Costantinopoli, che dal suo Fondatore fu
dedicata a S. Sofia, o all'eterna Sapienza, era stata due volte
distrutta dal fuoco; dopo l'esilio di S. Giovanni Grisostomo, e in
occasione della _Nika_ delle fazioni Azzurra e Verde. Appena fu cessato
il tumulto, la plebe Cristiana deplorò quella sacrilega temerità; ma si
sarebbe rallegrata di tal disgrazia, se avesse preveduto la gloria del
nuovo Tempio, che in capo a quaranta giorni fu vigorosamente intrapreso
dalla pietà di Giustiniano[549]. Furono tolte di mezzo le rovine, se ne
fece una pianta più spaziosa, e siccome questa esigeva il consenso di
alcuni proprietari del terreno, che voleva occuparsi, i medesimi
ottennero le più esorbitanti condizioni dall'ardente desiderio, e dalla
timorosa coscienza del Monarca. Antemio ne fece il disegno, ed il suo
genio diresse le operazioni di diecimila artefici, a' quali non fu mai
differito oltre la sera il pagamento in monete di puro argento.
L'Imperatore medesimo, vestito di una tunica di lino, osservava ogni
giorno il rapido loro progresso, e ne animava la diligenza con la sua
famigliarità, col suo zelo, e co' premj. Fu consacrata dal Patriarca la
nuova Cattedrale di S. Sofia, cinque anni, undici mesi, e dieci giorni
dopo che si principiò a fabbricare; e nel tempo della solenne festa,
Giustiniano con devota vanità esclamò: «Sia gloria a Dio, che mi ha
creduto degno di condurre a termine sì grande opera; io ti ho superato,
o Salomone[550]». Ma prima che passasser venti anni, restò umiliato
l'orgoglio del Salomone Romano da un terremoto, che rovesciò la parte
orientale della cupola. Ne fu restaurato di nuovo lo splendore dalla
perseveranza del medesimo Principe; e Giustiniano celebrò nel trentesimo
sesto anno del suo Regno la seconda Dedicazione di un Tempio che dopo
dodici secoli è ancora un grandioso monumento della sua fama. I Sultani
Turchi hanno imitato l'architettura di S. Sofia, che ora è convertita
nella loro Moschea principale, e tuttavia continua quella venerabile
mole ad eccitare la tenera ammirazione de' Greci, e la più ragionevole
curiosità de' viaggiatori Europei. L'occhio dello Spettatore è mal
soddisfatto da un irregolar prospetto di mezze cupole, e di tetti
declivi; la facciata occidentale, dove si trova l'ingresso principale,
manca di semplicità e di magnificenza; e se ne son molto sorpassate le
misure da più Cattedrali Latine: ma l'Architetto, che fu il primo ad
innalzare una cupola _aerea_, ha diritto alla lode d'un ardito disegno,
e d'un abile esecuzione. La cupola di S. Sofia, illuminata da
ventiquattro finestre, ha una curvatura sì piccola, che la sua
profondità non è che un sesto del suo diametro, il qual'è di cento
quindici piedi, ed il sublime centro di esso, dove una mezza luna si è
sostituita alla Croce, s'innalza all'altezza perpendicolare di cento
ottanta piedi sopra del suolo. La circonferenza della cupola posa con
sveltezza su quattro forti archi, ed il loro peso viene stabilmente
sostenuto da quattro solidi pilastri, la forza de' quali dalle parti
settentrionale e meridionale viene aiutata da quattro colonne di granito
d'Egitto. L'edifizio forma una croce greca inscritta in un quadrangolo;
l'esatta sua larghezza è di dugento quarantatre piedi, e possono
assegnarsene dugento sessantanove per la massima lunghezza di esso,
dalla tribuna verso Oriente fino alle nove porte occidentali, che
introducono nel vestibolo, e di là nel _Nartece_ o Portico esteriore.
Questo era il luogo dove umilmente stavano i Penitenti; la nave poi o il
corpo della Chiesa era occupato dalla moltitudine de' Fedeli; ma
prudentemente ne stavan separati i due sessi, e le gallerie superiori ed
inferiori eran destinate alla più segreta devozion delle donne. Al di là
de' pilastri settentrionali e meridionali una Balaustrata, che da
ciaschedun lato finiva ne' Troni dell'Imperatore e del Patriarca,
divideva la nave dal coro; e lo spazio di mezzo, fino agli scalini
dell'Altare, occupavasi dal Clero e da' Cantori. L'Altare medesimo, nome
che appoco appoco divenne famigliare alle orecchie cristiane, fu posto
nel recinto orientale, essendo stato elegantemente fatto in forma di
mezzo cilindro; e questa Tribuna comunicava per mezzo di varie porte con
la sagrestia, col vestiario, col battistero, e con le altre contigue
fabbriche, le quali servivano o alla pompa del culto, o all'uso privato
de' Ministri ecclesiastici. La memoria delle passate calamità fece
prendere a Giustiniano la saggia risoluzione di non ammettere nel nuovo
Edifizio alcuna sorte di legno, a riserva delle porte; e nella scelta de
materiali s'ebbe riguardo alla stabilità, alla sveltezza, ed allo
splendore delle respettive lor parti. Que' solidi pilastri, che
sostenevan la cupola, furon composti di grossi pezzi di pietra viva,
tagliata in quadrati e triangoli, fortificati con cerchi di ferro, e
fortemente uniti insieme per mezzo del piombo e della viva calce. Ma si
procurò di scemare il peso della cupola medesima mediante la leggierezza
della materia, che fu o di pomice che galleggia sull'acqua, o di mattoni
dell'Isola di Rodi, cinque volte meno gravi degli ordinari. Tutta la
sostanza dell'Edifizio fu costruita di terra cotta, ma quelle basi
materiali eran coperte da una crosta di marmo; e l'interno di S. Sofia,
la cupola, le due maggiori e le sei minori semicupole, le muraglie, le
cento colonne, ed il pavimento dilettano anche gli occhi de' Barbari con
una ricca e variata pittura. Un Poeta[551], che vide il primitivo lustro
di S. Sofia, enumera i colori, le ombreggiature, e le macchie di dieci o
dodici marmi, diaspri e porfidi, che la natura aveva profusamente
variati, e che furon mescolati e posti fra loro in contrasto, come da un
abil Pittore. Si adornò il trionfo di Cristo con le ultime spoglie del
Paganesimo; ma la maggior parte di queste costose pietre fu estratta
dalle cave dell'Asia minore, delle Isole, e del Continente della Grecia,
dell'Egitto, dell'Affrica e della Gallia. La pietà di una Matrona romana
offerì otto colonne di porfido, che Aureliano aveva collocate nel Tempio
del Sole; otto altre di marmo verde presentate furono dall'ambizioso
zelo dei Magistrati d'Efeso: e tanto le une che le altre sono ammirabili
per la lor mole e bellezza, ma ogni ordine d'architettura rigetta i loro
fantastici capitelli. Erasi curiosamente espressa in mosaico una
quantità di vari ornamenti e figure; e le immagini di Cristo, della
Vergine, dei Santi e degli Angeli, che sono state cancellate dal
fanatismo Turco, erano pericolosamente esposte alla superstizione de'
Greci. Secondo la santità d'ogni oggetto eran distribuiti i preziosi
metalli in tenui lamine, o in solide masse. La balaustrata del Coro, i
capitelli delle colonne, e gli ornamenti delle porte e delle gallerie
eran di bronzo dorato; s'abbagliavano gli occhi dello spettatore dal
brillante aspetto della Cupola; la Tribuna conteneva quarantamila libbre
d'argento, ed i vasi ed arredi sacri dell'Altare erano d'oro purissimo,
arricchito d'inestimabili gemme. Prima che si fosse alzata la fabbrica
della Chiesa due cubiti sopra terra, si erano già consumate
quarantacinquemila dugento libbre, e tutta la spesa montò a
trecentoventimila. Ogni lettore, secondo la misura della sua credulità,
può valutare il loro valore in oro o in argento, ma il resultato del
computo più basso è la somma di un milione di lire sterline. Un
magnifico Tempio è un monumento lodevole del gusto e della Religion
Nazionale, e l'entusiasta, ch'entrava nella Chiesa di S. Sofia, poteva
esser tentato a supporre, che quella fosse la residenza, o anche la
fattura della Divinità. Pure quanto goffo n'è l'artifizio, quanto
insignificante il travaglio, se si confronti con la formazione del più
vile insetto, che serpe sulla superficie di quel Tempio!

La descrizione sì minuta d'un Edifizio che il tempo ha rispettato, può
servire a confermare la verità ed a giustificar la relazione delle
innumerabili Opere che Giustiniano costruì sì nella Capitale che nelle
Province in una minor proporzione, e sopra fondamenti meno
durevoli[552]. Nella sola Costantinopoli e ne' suoi addiacenti sobborghi
ei dedicò venticinque Chiese in onore di Cristo, della Vergine e de'
Santi; queste per la maggior parte furono decorate di marmo e d'oro; e
la varia loro situazione giudiziosamente si scelse o in una popolata
piazza, o in un piacevol boschetto, o sul lido del mare o su qualche
alta eminenza che dominava i Continenti dell'Europa e dell'Asia. La
Chiesa de' Santi Apostoli a Costantinopoli e quella di S. Giovanni in
Efeso pare che fossero formate sull'istesso modello: le loro cupole
aspiravano ad imitar quella di S. Sofia; ma l'Altare con più giudizio
era collocato sotto il centro della cupola, nella riunione de' quattro
magnifici portici, che più esattamente rappresentavano la figura della
croce Greca. La Vergine di Gerusalemme potè esultar per il Tempio
innalzatole dall'Imperial suo devoto in un luogo il più infelice, che
non somministrava all'Architetto nè suolo, nè materiali. Si formò un
piano, alzando porzione d'una profonda valle all'altezza d'una montagna.
Furon tagliate in forme regolari le pietre d'una vicina cava; ogni pezzo
fu fissato sopra una particolare specie di carro tirato da quaranta de'
più forti bovi, e furono allargate le strade per il passaggio di sì
enormi carichi. Il Libano diede i cedri più alti per le travi della
Chiesa; e l'opportuna scoperta d'un filone di marmo rosso ne somministrò
le belle colonne, due delle quali, che sostenevano il Portico esteriore,
passavano per le più grandi del Mondo. Si sparse la pia munificenza
dell'Imperatore sopra la Terra Santa; e se la ragione condannerebbe i
Monasteri di ambedue i sessi che furono fabbricati o restaurati da
Giustiniano, pure la carità deve approvare i pozzi, ch'egli scavò e gli
spedali, ch'eresse per sollievo degli stanchi pellegrini. L'indole
scismatica dell'Egitto non meritava le Reali beneficenze; ma nella Siria
e nell'Affrica si applicarono diversi rimedi a' disastri cagionati dalle
acque o da' terremoti; e tanto Cartagine quanto Antiochia, risorgendo
dalle proprie rovine, dovevan venerare il nome del grazioso loro
Benefattore[553]. Quasi ogni Santo del Calendario ebbe l'onore d'un
tempio; quasi ogni Città dell'Impero ottenne gli stabili vantaggi di
ponti, di spedali e di acquedotti; ma la rigida liberalità del Monarca
sdegnò di compiacere i suoi sudditi nelle popolari superfluità de' Bagni
e de' Teatri. Mentre Giustiniano s'affaticava pel pubblico servizio non
si dimenticò della propria dignità e del suo comodo. Il Palazzo di
Costantinopoli, ch'era stato danneggiato dall'incendio, fu risarcito con
nuova magnificenza; e può formarsi qualche idea di tutto l'Edifizio dal
vestibulo della sala che, forse per le porte o pel tetto, chiamavasi
_Chalche_, o di bronzo. La cupola d'uno spazioso quadrangolo era
sostenuta da colonne massicce; il pavimento e le mura erano incrostate
di marmi di più colori, come del Verde smeraldo di Laconia,
dell'infiammato rosso, e del bianco Frigio frammischiato di vene d'un
color verde mare; e le pitture a mosaico della cupola e delle pareti
rappresentavano le glorie de' trionfi d'Affrica e d'Italia. Sul lido
Asiatico poi della Propontide, in una piccola distanza all'Oriente di
Calcedonia, stavan preparati il sontuoso Palazzo ed i Giardini
d'Erco[554] per la dimora estiva di Giustiniano e specialmente di
Teodora. I Poeti di quel tempo hanno celebrato in essi la rara unione
della natura e dell'arte, non meno che l'armonia delle Ninfe dei boschi,
delle fontane e dei flutti marini; pure la folla de' Ministri, che
seguitavan la Corte, si doleva dell'incomoda loro abitazione[555], ed
erano le Ninfe troppo spesso impaurite dal famoso Porfirio, Balena di
dieci cubiti in larghezza e di trenta in lunghezza che fu tratta a riva
alla bocca del fiume Sangari, dopo avere infestato per più di mezzo
secolo i mari di Costantinopoli[556].

Giustiniano moltiplicò le Fortezze dell'Europa e dell'Asia; ma la
frequenza di tali timide ed infruttuose precauzioni espone ad un occhio
filosofico la debolezza dell'Impero[557]. Da Belgrado fino all'Eussino,
e dalla congiunzion della Sava col Danubio fino all'imboccatura di esso,
estendevasi lungo le rive di questo gran fiume una catena di più di
quaranta piazze fortificate. Le pure torri di guardia si mutarono in
spaziose Cittadelle, le mura delle quali, che gl'Ingegneri estendevano o
ristringevano secondo la natura del suolo, si riempivano di Colonie o di
guarnigioni; una stabil Fortezza difendeva le rovine del Ponte di
Traiano[558]; e più stazioni militari affettavano di spargere di là dal
Danubio l'orgoglio del nome Romano. Ma questo nome aveva perduto il suo
terrore; i Barbari nelle annue loro scorrerie, con disprezzo passavano e
ripassavano avanti a quegl'inutili baloardi; e gli abitanti della
frontiera, invece di riposare tranquilli sotto l'ombra della comune
difesa eran costretti a guardar di continuo le separate loro abitazioni.
Furono ripopolate le antiche Città; le nuove fondazioni di Giustiniano
acquistarono, forse troppo presto, gli epiteti d'invincibili e di piene
di gente; ed il bene augurato luogo della sua nascita tirò a se la grata
reverenza del più vano fra' Principi. Sotto il nome di _Giustiniana
prima_ l'oscuro villaggio di Tauresio divenne la sede d'un Arcivescovo e
d'un Prefetto, la giurisdizione del quale, s'estendeva sopra sette
guerriere Province dell'Illirico[559]; e la corrotta denominazione di
_Giustendil_ tuttavia indica circa venti miglia al mezzodì di Sofia la
residenza d'un Sangiacco Turco[560]. Si fabbricò speditamente una
Cattedrale, un Palazzo, ed un Acquedotto per uso de' paesani
dell'Imperatore; s'adattarono i pubblici e privati edifizi alla
grandezza d'una Città Reale; e la fortezza delle sue mura, durante la
vita di Giustiniano, resistè a mal diretti assalti degli Unni e degli
Schiavoni. Ne furon talvolta ritardati i progressi, e sconcertate le
rapaci speranze anche dagl'innumerabili castelli che nelle Province
della Dacia, dell'Epiro, della Tessaglia, della Macedonia e della Tracia
pareva, che cuoprissero tutta la superficie del Paese. E dall'Imperatore
in vero fabbricati furono o riparati seicento di questi Forti; ma sembra
ragionevole il credere che ognuno di essi per lo più consistesse solo in
una torre di pietra o di mattoni, posta nel mezzo d'una piazza quadrata
o circolare, ch'era circondata da una muraglia e da un fosso, ed in un
momento di pericolo somministrava qualche difesa ai contadini, ed al
bestiame de' vicini villaggi[561]. Ciò non ostante queste opere
militari, ch'esaurivano il pubblico erario, non servivano a dissipare le
giuste apprensioni di Giustiniano e dei suoi sudditi Europei. I Bagni
caldi d'Anchialo nella Tracia si resero altrettanto sicuri, quanto erano
salutari; ma la cavalleria scitica foraggiava nelle ricche pasture di
Tessalonica; la deliziosa valle di Tempe, trecento miglia distante dal
Danubio, era di continuo agitata dal suono di guerra[562]; e nessun
luogo non fortificato, per quanto fosse remoto o solitario, poteva con
sicurezza godere i vantaggi della pace. Lo Stretto delle Termopile che
sembrava difendere la sicurezza della Grecia, ma che l'aveva tante volte
tradita, fu diligentemente fortificato da' lavori di Giustiniano. Ei
fece continuare dall'estremità del lido del mare, per mezzo di valli e
di foreste, fino alla cima delle montagne di Tessaglia un forte muro,
che impediva qualunque praticabile ingresso. Invece d'una tumultuosa
folla di contadini pose una guarnigione di duemila soldati lungo di
esso; provvide per loro uso de' granai e delle conserve di acqua; e per
una precauzione che ispirava la poltroneria, ch'ei previde, fabbricò
delle Fortezze adattate alla loro ritirata. Le mura di Corinto,
rovesciate da un terremoto, ed i cadenti baloardi d'Atene e di Platea,
furono con attenzione restaurati; si sconfortarono i Barbari dal
prospetto di successivi e penosi assedj; e le aperte Città del
Peloponneso furon coperte dalle fortificazioni dell'Istmo di Corinto. Il
Chersoneso di Tracia, ch'è un'altra Penisola all'estremità dell'Europa,
sporge per tre giornate di cammino nel mare, e forma co' lidi addiacenti
dell'Asia lo Stretto dell'Ellesponto. Gl'intervalli, frammezzo ad undici
ben popolate Città, eran pieni di alti boschi, di be' pascoli, e di
arabili campi; e l'Istmo di trentasette stadi era stato fortificato da
un Generale Spartano, novecento anni prima del Regno di
Giustiniano[563]. In un tempo di libertà e di valore, il più leggiero
riparo può impedire una sorpresa; e sembra che Procopio non conosca la
superiorità degli antichi tempi, allorchè loda la solida costruzione ed
il doppio parapetto d'un muro, le lunghe braccia del quale s'estendevano
da ambe le parti nel mare, ma di cui la forza fu creduta insufficiente a
guardare il Chersoneso, se ogni Città e specialmente Gallipoli e Sesto,
non si fossero assicurate con le particolari loro fortificazioni. La
_lunga_ muraglia, com'enfaticamente dicevasi, era un'opera tanto
vergognosa per l'oggetto di essa, quanto rispettabile per l'esecuzione.
Le ricchezze di una Capitale si spargono nella vicina Campagna: ed il
territorio di Costantinopoli, ch'è un paradiso della Natura, era ornato
con i lussuriosi giardini, e con le ville de' Senatori e degli opulenti
Cittadini. Ma la lor opulenza non servì, che ad attirare gli arditi e
rapaci Barbari; i più nobili dei Romani, che vivevano in seno ad una
pacifica indolenza, furon condotti via schiavi dagli Sciti; ed il loro
Sovrano potè dal suo Palazzo vedere le fiamme ostili, che insolentemente
s'estesero fino alle porte della Città Imperiale. Anastasio fu costretto
a stabilire un'ultima frontiera alla distanza di sole quaranta miglia da
Costantinopoli; il lungo suo muro di sessanta miglia, dalla Propontide
all'Eussino, manifestò l'impotenza delle sue armi; e siccome il pericolo
divenne anche più imminente, dall'instancabil prudenza di Giustiniano,
vi s'aggiunsero nuove fortificazioni[564].

[A. 492-498]

L'Asia minore, dopo che si furon sottomessi gl'Isauri[565], restò senza
nemici e senza fortificazioni. Questi audaci selvaggi, che avevano
sdegnato di esser sudditi di Gallieno, continuarono per dugento trenta
anni in una vita indipendente e rapace. I più intraprendenti Principi
rispettarono la fortezza di quelle montagne, e la disperazione dei loro
abitanti; il feroce loro animo veniva ora mitigato co' doni, ora tenuto
in freno col terrore, ed un Conte militare con tre legioni fissò la sua
permanente ed ignominiosa stazione nel cuore delle Province romane[566].
Ma appena si rilassava, o si distraeva la vigilanza della forza,
scendevano gli squadroni leggiermente armati da' colli, ed invadevano la
pacifica opulenza dell'Asia. Quantunque gl'Isauri non fosser notabili
per la loro statura o valore, il bisogno gli rese arditi, e l'esperienza
gli abilitò nell'esercizio della guerra predatoria. Con silenzio e
velocità s'avanzavano ad attaccare i villaggi e castelli senza difesa;
le volanti lor truppe talvolta sono arrivate fino all'Ellesponto,
all'Eussino, ed alle porte di Tarso, d'Antiochia, o di Damasco[567]; e
se ne mettevano in sicuro le spoglie nelle inaccessibili loro montagne,
prima che le Truppe romane avesser ricevuto i lor ordini, o la distante
Provincia saccheggiata, calcolato avesse il suo danno. Il delitto di
ribellione e di latrocinio gli facea distinguere da' nemici nazionali:
ed erasi ordinato a' Magistrati, per mezzo d'un Editto, che il processo
o la punizione d'un Isauro anche nella solennità di Pasqua fosse un atto
meritorio di giustizia e di pietà[568]. Se i prigionieri di quella
Nazione si condannavano alla domestica schiavitù, con la loro spada o
pugnale sostenevano le private contese de' loro padroni; e si trovò
espediente, per la pubblica tranquillità, di proibire il servizio di
tali pericolosi domestici. Quando per altro montò sul trono Tarcalisseo
o Zenone loro compatriotto, invitò una fedele e formidabil truppa
d'Isauri, che insultaron la Corte e la Città, e furon premiati con un
annuo tributo di cinquemila libbre d'oro. Ma le speranze di fortuna
spopolarono le montagne, il lusso snervò la durezza degli animi e de'
corpi loro, ed a misura che si frammischiaron con gli uomini, divennero
meno capaci di godere la povera e solitaria lor libertà. Morto Zenone,
Anastasio suo successore soppresse le loro pensioni, gli espose alla
vendetta del Popolo, gli bandì da Costantinopoli, e si apparecchiò a
fare una guerra che lasciava loro solamente l'alternativa di vincere o
di servire. Un fratello del defunto Imperatore usurpò il titolo
d'Augusto; ne fu sostenuta efficacemente la causa dalle armi, da' tesori
e da' magazzini raccolti da Zenone; ed i nativi dell'Isauria dovevan
formare la più piccola parte de' cento cinquantamila Barbari, che
militavano sotto le sue bandiere, le quali furono per la prima volta
santificate dalla presenza d'un Vescovo combattente. Le disordinate loro
milizie furono vinte nelle pianure della Frigia dal valore e dalla
disciplina de' Goti; ma una guerra di sei anni quasi esaurì tutto il
coraggio dell'Imperatore[569]. Gl'Isauri si ritirarono alle loro
montagne; le loro Fortezze una dopo l'altra furono assediate e
distrutte; fu tagliata la comunicazione, ch'essi avevan col mare; i più
bravi de' loro Capitani morirono in battaglia; quelli che sopravvissero,
avanti la loro esecuzione furon tratti in catene per l'Ippodromo; si
trapiantò nella Tracia una colonia de' loro giovani, ed il restante del
Popolo si sottopose al Governo Romano. Passarono però alcune generazioni
prima che i loro animi si adattassero alla schiavitù. I popolati
villaggi del monte Tauro eran pieni di soldati a cavallo e di arcieri;
essi resistevano in vero all'imposizion de' tributi, ma somministravano
reclute agli eserciti di Giustiniano, ed i suoi Magistrati Civili, come
il Proconsole di Cappadocia, il Conte d'Isauria, ed i Pretori di
Licaonia e di Pisidia, eran forniti di forza militare per frenare la
licenziosa pratica delle rapine e degli assassini[570].

Se diamo un'occhiata dal Tropico fino alla bocca del Tanai, potremo da
una parte osservare le precauzioni di Giustiniano per reprimere i
selvaggi dell'Etiopia[571], e dall'altra le lunghe muraglie, ch'ei
costruì nella Crimea per difesa de' Goti suoi amici, che formavano una
colonia di tremila pastori e guerrieri[572]. Da quella Penisola fino a
Trebisonda, erasi assicurata la curva orientale dell'Eussino per mezzo
di Fortezze, di alleanze, o della Religione, ed il possesso di Lazica,
ch'è il Colco dell'antica Geografia e la Mingrelia della moderna,
divenne tosto l'oggetto d'una importante guerra. Trebisonda, in seguito
sede d'un Impero romanzesco, dovè alla liberalità di Giustiniano una
chiesa, un acquedotto, ed una Fortezza, di cui le fosse tagliate furono
nella viva pietra. Da questa Città marittima può tirarsi fino alla
Fortezza di Circesio, ultima stazione Romana sull'Eufrate[573], una
linea di confine di cinquecento miglia. Immediatamente sopra Trebisonda,
per cinque giorni di cammino verso il mezzodì, è occupato il Paese da
folti boschi e da monti scoscesi, tanto ispidi, quantunque non tanto
alti, quanto le Alpi ed i Pirenei. In questo rigido clima[574], dove
rade volte si fondon le nevi, i frutti vengono tardi e senza sapore,
fino il mele è velenoso, la più industriosa cultura si dovea limitare ad
alcune piacevoli valli; e le tribù pastorali ricavavano uno scarso
sostentamento dalla carne, e dal latte de' loro armenti. I _Calibi_[575]
traevano il nome e l'indole della ferrea qualità del suolo; e fino dal
tempo di Ciro potevan allegare, sotto le varie denominazioni di Caldei e
di Zanj, una prescrizione non interrotta di guerra e di rapina. Al tempo
di Giustiniano essi riconobbero il Dio e l'Imperatore de' Romani, e
furono fabbricate sette Fortezze ne' luoghi più accessibili per
rispingere l'ambizione del Monarca Persiano[576]. La principal sorgente
dell'Eufrate viene dalle Montagne de' Calibi, e sembra che scorra verso
l'Occidente e l'Eussino; piegando poi questo fiume al sud-ovest passa
sotto le mura di Satala o Melitene (che furono restaurate da Giustiniano
come baloardi dell'Armenia Minore), ed appoco appoco s'accosta al mare
Mediterraneo; finattantochè impedito dal Monte Tauro[577], alla fine
dirige il lungo e tortuoso suo corso al sud-est, ed al Golfo Persico.
Fra le Città Romane di là dall'Eufrate ne distinguiamo due fondate
recentemente, ch'ebbero il nome da Teodosio e dalle reliquie de'
Martiri; e due Capitali, Amida ed Edessa, che sono celebri nell'Istoria
di tutti i tempi. Alla pericolosa lor situazione Giustiniano
proporzionar ne volle la forza. Un fosso ed una palizzata potea servire
alla forza indisciplinata della cavalleria Scitica; ma richiedevansi
opere più elaborate per sostenere un regolare assedio contro le armi ed
i tesori del gran Re. Gli abili suoi Ingegneri sapevano le maniere di
fare profonde mine e d'innalzar piattaforme al livello delle mura; egli
scuoteva i più forti edifizi con le sue macchine militari; ed alle volte
avanzavasi all'assalto con una linea di mobili torri sul dorso degli
Elefanti. Nelle gran Città dell'Oriente, lo svantaggio della distanza e
forse anche della situazione, veniva compensato dallo zelo del Popolo,
che secondava la guarnigione in difesa della patria e della Religione, e
la favolosa promessa del Figlio di Dio, ch'Edessa non sarebbe mai stata
presa, empieva i Cittadini di valorosa fiducia, e scoraggiava e rendeva
dubbiosi gli assediatori[578]. Furono diligentemente fortificate le
minori Città dell'Armenia e della Mesopotamia, ed i posti che sembravano
dominare sulla terra o sull'acqua, contenevano molti Forti fabbricati
regolarmente di pietra o più in fretta con i più comuni materiali di
terra e di mattoni. L'occhio di Giustiniano investigava ogni luogo, e le
sue crudeli precauzioni tiravan la guerra anche in quelle remote valli;
i pacifici abitanti delle quali, collegati fra loro per mezzo del
commercio e del matrimonio, ignoravano le discordie delle Nazioni, e le
querele de' Principi. All'occidente dell'Eufrate un arenoso deserto
s'estende più di sei cento miglia fino al Mar Rosso. La Natura aveva
frapposto una vuota solitudine fra l'ambizione di due Imperi emuli fra
di loro; gli Arabi, fino al tempo di Maometto, non furon formidabili,
che come ladroni, e nell'alta sicurezza della pace si trascurarono le
fortificazioni della Siria nel lato più esposto.

[A. 488-505]

Ma l'inimicizia nazionale, o almeno gli effetti di tale inimicizia si
eran sospesi mediante una tregua, che continuò più di quarant'anni. Un
Ambasciatore dell'Imperator Zenone accompagnò il temerario ed infelice
Peroze nella sua spedizione contro i Neptaliti, ovvero Unni Bianchi, le
conquiste de' quali si erano estese dal Mar Caspio nel cuore dell'India,
della quale il trono rilucea di smeraldi[579], e la cavalleria
sostenevasi da una linea di duemila elefanti[580]. I Persiani furono due
volte circondati in una situazione che rendeva inutile il valore, ed
impossibil la fuga; e fu compita la doppia vittoria degli Unni per mezzo
d'uno stratagemma militare. Essi rilasciarono il regio lor prigioniero,
dopo ch'egli si fu sottomesso ad adorare la maestà d'un Barbaro; nè
servì ad evitare tal umiliazione la casuistica sottigliezza dei Magi,
che istruiron Peroze a diriger la sua intenzione al Sole nascente. Lo
sdegnato successore di Ciro dimenticò il suo pericolo e la gratitudine,
rinnovò con ostinato furore l'attacco, e vi perdè l'esercito non men che
la vita[581]. La morte di Peroze abbandonò la Persia a' suoi esterni e
domestici nemici; e passarono dodici anni di confusione, prima che il
suo figlio Cabade, o Kobad potesse formare alcun disegno d'ambizione o
di vendetta. La disobbligante parsimonia di Anastasio fu il motivo o il
pretesto d'una guerra coi Romani[582]; marciarono sotto le bandiere de'
Persiani gli Unni e gli Arabi; e le fortificazioni dell'Armenia e della
Mesopotamia erano allora in una condizione imperfetta o rovinosa.
L'Imperatore ringraziò il Governatore ed il Popolo di Martiropoli per
aver subito reso una Città, che non poteva difendersi con buon successo,
e l'incendio di Teodosiopoli potea giustificar la condotta dei prudenti
di lei vicini. Amida sostenne un lungo e rovinoso assedio: al termine di
tre mesi la perdita di cinquantamila soldati di Cabade non era
bilanciata da verun prospetto di buon successo; ed in vano i Magi
deducevano una lusinghiera predizione dall'indecenza delle donne, che
dalle mura avevano esposte le più segrete lor parti agli occhi degli
assedianti. Una notte alla fine tacitamente salirono sulla torre più
accessibile, che non era guardata che da alcuni Monaci oppressi, dopo le
funzioni d'una solennità, dal sonno e dal vino. Allo spuntar del giorno,
furono applicate le scale alle mure, la presenza di Cabade, il terribile
suo comando, e la sua spada sguainata costrinsero i Persiani a vincere,
e prima che quella fosse rimessa nel fodero, ottantamila abitanti
avevano espiato il sangue de' loro compagni. Dopo l'assedio d'Amida, la
guerra continuò per tre anni, e l'infelice frontiera provò tutto il peso
delle calamità, che essa apporta. Troppo tardi fu offerto l'oro
d'Anastasio; il numero delle sue truppe era distrutto dal numero de'
loro Generali; la Campagna restò spogliata de' suoi abitatori; e tanto i
vivi, quanto i morti abbandonati furono alle fiere del deserto. La
resistenza d'Edessa, e la mancanza di preda fece piegar l'animo di
Cabade alla pace: ei vendè le sue conquiste a un prezzo esorbitante; e
la medesima linea di confine, quantunque segnata di stragi e di
devastazioni, continuò a separare i due Imperi. Per evitare simili
danni, Anastasio risolvè di fondare una nuova Colonia sì forte, che
sfidar potesse la potenza Persiana, e sì avanzata verso l'Assiria, che
le stazionarie sue truppe fosser capaci di difendere la Provincia,
mediante la minaccia o l'esecuzione d'una guerra offensiva. A tale
oggetto fu popolata ed ornata la Città di Dara[583] distante quattordici
miglia da Nisibi, e quattro giornate di cammino dal Tigri; le
precipitose opere d'Anastasio furono migliorate dalla perseveranza di
Giustiniano; e senza fermarci su piazze meno importanti, le
fortificazioni di Dara possono rappresentarci l'Architettura militare di
quel secolo. Fu circondata la Città da due muri, e lo spazio ch'era fra
questi di cinquanta passi, serviva di ritirata al bestiame degli
assediati. La muraglia di dentro era un monumento di forza e di
bellezza: s'alzava questa sessanta piedi sopra il suolo, e l'altezza
delle torri era di cento piedi; i fori, dai quali poteva offendersi il
nemico con armi da lanciare, erano piccoli, ma numerosi; i soldati
stavano lungo il ramparo difesi da una doppia galleria, ed alzavasi una
terza piattaforma, spaziosa e sicura, sopra la sommità delle torri. Il
muro esteriore par che fosse meno alto, ma più solido; ed ogni torre era
difesa da un baloardo quadrangolare. Un terreno duro e sassoso impediva
i lavori delle mine, ed al sud-est, dove il suolo era più trattabile,
venivano ritardati da una _overa nuova_, che s'avanzava in forma di
mezza luna. I fossi duplicati, e triplicati eran pieni d'acqua corrente;
e si profittò con la massima industria della comodità del fiume per
supplire ai bisogni degli abitanti, per inquietar gli assalitori, e per
impedire i danni d'una naturale o artificiale inondazione. Dara continuò
più di sessant'anni a secondar le mire dei suoi fondatori, ed a provocar
la gelosia dei Persiani, che non lasciavano di lagnarsi, che si era
costruita quell'inespugnabil Fortezza con una manifesta violazione del
Trattato di pace fatto fra' due Imperi.

Le Province di Colco, d'Iberia, e d'Albania fra l'Eussino ed il Caspio
sono intersecate per ogni verso dalle diramazioni del monte Caucaso; e
nella geografia, tanto degli antichi quanto de' moderni, si sono spesse
volte confuse fra loro le due principali _Porte_, o passi, che vanno dal
settentrione al mezzodì. Si è dato il nome di Porte _Caspie_ o
d'_Albania_ propriamente a Derbend[584], che occupa un breve declive fra
le montagne ed il mare: questa Città, se prestiam fede alla tradizione
del luogo, fu fondata da' Greci; e questo pericoloso ingresso venne
fortificato da' Re di Persia con un molo, con doppie mura, e con porte
di ferro. Le porte _Iberie_[585] si formano da uno stretto passo di sei
miglia nel monte Caucaso, che dal lato settentrionale dell'Iberia o
della Georgia, s'apre nella pianura, che s'estende fino al Tanai ed al
Volga. Una Fortezza, destinata forse da Alessandro, o da alcuno de suoi
successori a dominare quell'importante posto, era pervenuta per diritto
di conquista o d'eredità in un Principe Unno, che l'offerì per un
moderato prezzo all'Imperatore; ma mentre Anastasio indugiava, mentre ne
calcolava timidamente il prezzo e la distanza, vi si frappose un più
vigilante rivale, e Cabade occupò per forza quel passaggio del Caucaso.
Le porte Albanesi, ed Iberie escludevano la cavalleria degli Sciti dalle
strade più brevi e più praticabili, e tutta la fronte de' monti era
coperta dal riparo di Gog e Magog, o sia dalla lunga muraglia, ch'eccitò
la curiosità d'un Califfo Arabo[586] e d'un Conquistatore Russo[587].
Secondo una descrizione recente sono artificialmente unite insieme senza
ferro o cemento alcuno molte gran pietre, grosse sette piedi, e lunghe o
alte ventuno, per formare un muro, che dura più di trecento miglia dai
lidi di Derbend sopra i monti, e per le valli del Daghestan e della
Giorgia. Un'opera tale potea intraprendersi senz'alcuna visione dalla
Politica di Cabade; e senz'alcun prodigio potè compirsi dal suo figlio,
sì formidabile, a' Romani sotto il nome di Cosroe, e così caro agli
Orientali sotto quello di Nushirwan. Il Monarca Persiano aveva in mano
le chiavi sì della pace che della guerra; ma in ogni Trattato egli
stipulava che Giustiniano contribuisse alla spesa della comune Barriera,
che difendeva ugualmente i due Imperi dalle scorrerie degli Sciti[588].

VII. Giustiniano soppresse le scuole d'Atene, ed il Consolato di Roma,
che avevano dato al Mondo tanti Saggi ed eroi. Ambedue queste
Istituzioni erano da gran tempo degenerate dalla primitiva lor gloria;
pure si può con ragione dar qualche taccia d'avarizia e di gelosia ad un
Principe, per mano del quale furon distrutti que' venerabili avanzi.

Atene, dopo i trionfi Persiani, adottò la Filosofia della Jonia, e la
Rettorica della Sicilia; e tali studj divennero il patrimonio di una
Città, gli abitanti della quale, ascendenti a circa trentamila maschi,
condensarono nel periodo d'una sola generazione il genio di molti
secoli, e di molti milioni di uomini. Il sentimento, che abbiamo della
dignità della natura umana s'esalta alla semplice riflessione, che
Isocrate[589] fu compagno di Platone e di Senofonte; ch'ei si trovò
presente, forse insieme coll'Istorico Tucidide, alle prime
rappresentazioni dell'Edipo di Sofocle, e della Ifigenia d'Euripide; ed
i suoi allievi, Eschine e Demostene, contesero per la corona del
patriottismo alla presenza d'Aristotele, Maestro di Teofrasto, che
insegnò in Atene al tempo de' Fondatori della Setta Stoica e
dell'Epicurea[590]. L'ingenua gioventù dell'Attica godeva i vantaggi
della domestica educazione, che fu comunicata senza invidia alle Città
sue rivali. Duemila scolari udirono le lezioni di Teofrasto[591]; le
scuole di Rettorica dovevano essere anche più numerose di quelle di
Filosofia; ed una rapida successione di studenti sparse la fama dei loro
Maestri fino agli ultimi confini dell'idioma e del nome Greco. Questi
confini furono estesi dalle vittorie di Alessandro; le arti d'Atene
sopravvissero alla libertà, e al dominio di essa; e le Colonie Greche,
da' Macedoni piantate nell'Egitto, e sparse per l'Asia, intrapresero de'
lunghi e frequenti pellegrinaggi per venerare le Muse del favorito lor
tempio sulle rive dell'Elisso. I conquistatori Latini rispettosamente
ascoltavano le istruzioni de' loro sudditi e prigionieri; furono
registrati nelle scuole d'Atene i nomi di Cicerone e d'Orazio; e dopo il
perfetto stabilimento del Romano Impero, gl'Italiani, gli Affricani e i
Britanni conversarono ne' boschetti dell'Accademia coi loro condiscepoli
Orientali. Gli studj della Filosofia e dell'Eloquenza s'accordano col
genio d'uno Stato popolare, che incoraggisce la libertà delle ricerche,
e non si sottomette che alla forza della persuasione. Nelle Repubbliche
di Grecia e di Roma l'arte di parlare era la potente macchina del
patriottismo o della ambizione, e le scuole di Rettorica somministrarono
una colonia di Politici e di Legislatori. Quando fu soppressa la libertà
delle pubbliche discussioni, l'Oratore potè nell'onorevole impiego
d'Avvocato difendere la causa dell'innocenza e della giustizia; potè
abusare de' suoi talenti nella più lucrosa negoziazione de' panegirici;
e gli stessi precetti continuarono a dettare le fantastiche declamazioni
del Sofista, e le più pure bellezze della composizione Istorica. I
sistemi, che si proponevano di scuoprir la natura di Dio, dell'Uomo e
dell'Universo, occupavano la curiosità dello studente filosofico; e
secondo l'indole della sua mente poteva o dubitar con gli Scettici, o
decidere con gli Stoici, o levarsi con Platone alle sublimi
speculazioni, o rigorosamente argomentare con Aristotele. L'orgoglio
delle contrarie Sette avea stabilito un termine inaccessibile della
morale felicità e perfezione: ma la strada per giungervi era gloriosa e
salutare; gli scolari di Zenone, e quelli anche d'Epicuro venivano
istruiti tanto ad agire quanto a soffrire; e la morte di Petronio fu
efficace non meno che quella di Seneca ad umiliare un tiranno,
manifestando la sua impotenza. Infatti la luce della scienza non potè
limitarsi alle mura d'Atene. Gl'incomparabili suoi Scrittori
s'indirizzarono all'uman Genere; si trasferirono de' Maestri ancor
viventi nell'Italia, e nell'Asia; Berito ne' tempi posteriori fu
consacrato allo studio della Legge; l'Astronomia e la Fisica si
coltivarono nel Museo d'Alessandria; ma le scuole Attiche di Rettorica e
di Filosofia mantennero la superiore lor fama, dalla guerra del
Peloponeso fino al Regno di Giustiniano. Atene, quantunque situata in un
suolo sterile, aveva però un'aria pura, una libera navigazione ed i
monumenti delle arti antiche; quel sacro ritiro veniva raramente
disturbato dagli affari del commercio o del Governo: e l'infimo degli
Ateniesi distinguevasi per i vivaci suoi sali, per la purità del suo
gusto e linguaggio, per le socievoli maniere, e per alcuni vestigi,
almeno nel discorso, della magnanimità de' suoi Padri. Ne' sobborghi
della Città l'_Accademia_ de' Platonici; il _Liceo_ de' Peripatetici, il
_Portico_ degli Stoici, ed il _Giardino_ degli Epicurei erano sparsi di
alberi, e decorati di statue; ed i Filosofi, invece di star rinchiusi in
un Chiostro, davano le loro lezioni in piacevoli e spaziosi viali, che
in diverse ore si destinavano agli esercizi dell'animo e del corpo. In
quelle venerabili sedi vivea tuttavia il genio de' Fondatori;
l'ambizione di succedere ai Maestri della ragione umana eccitava una
generosa emulazione: e ad ogni vacanza si determinava il merito de'
candidati da' liberi voti di un Popolo illuminato. I Professori Ateniesi
eran pagati da' loro discepoli: secondo i vicendevoli bisogni e
l'abilità loro, sembra, che il prezzo variasse da una mina fino ad un
talento; e lo stesso Isocrate, che deridea l'avarizia de' Sofisti,
esigeva nella sua scuola di Rettorica circa trenta lire sterline da
ciascheduno dei cento suoi allievi. Le rimunerazioni dell'industria son
giuste ed onorevoli; pure il medesimo Isocrate sparse lacrime al primo
ricever che fece d'uno stipendio; lo Stoico doveva arrossire, quando si
vedeva pagato per predicare il disprezzo del danaro; e mi dispiacerebbe
di scuoprire, che Aristotile o Platone fossero talmente deviati
dall'esempio di Socrate, che cambiato avesser le cognizioni per l'oro.
Ma con la permissione delle Leggi, e per i legati di vari amici defunti,
furono assegnate delle possessioni di terre e di case alle Cattedre
filosofiche d'Atene. Epicuro lasciò a' suoi scolari i Giardini che egli
aveva comprato per ottanta mine, o per dugento cinquanta lire sterline
con un fondo sufficiente per la frugale lor sussistenza e per le
solennità mensuali[592]; ed il patrimonio di Platone somministrò
un'annua rendita, che in otto secoli appoco appoco s'accrebbe da tre
fino a mille monete d'oro[593]. Le scuole d'Atene furon protette dal più
saggio e virtuoso fra' Principi Romani; la libreria che fondò Adriano,
fu collocata in un Portico adorno di pitture, di statue, e d'un tetto
d'alabastro, e sostenuto da cento colonne di marmo Frigio. L'animo
generoso degli Antonini assegnò de' pubblici stipendi; ed ogni
Professore di Politica, di Rettorica e di Filosofia Platonica,
Peripatetica, Stoica ed Epicurea ne aveva uno di diecimila dramme, o di
più di trecento lire sterline[594]. Dopo la morte di Marco, questi
liberali doni, ed i privilegi annessi alle Cattedre delle scienze,
furono aboliti e restaurati, diminuiti ed estesi; e sotto i successori
di Costantino possono anche trovarsi dei vestigi di Real bontà; ma
l'arbitraria loro scelta di qualche indegno soggetto potè indurre i
Filosofi di Atene a desiderare i tempi d'indipendenza e di libertà[595].
Egli è da osservarsi che l'imparzial favore degli Antonini fu accordato
ugualmente alle quattro fra loro contrarie Sette di Filosofi, ch'essi
risguardarono come ugualmente utili, o almeno come ugualmente innocenti.
Socrate negli antichi tempi era stato la gloria e la vergogna del suo
Paese; e le prime lezioni di Epicuro scandalizzaron talmente le pie
orecchie degli Ateniesi, che mediante l'esilio di esso e de' suoi
Antagonisti poser silenzio a tutte le vane dispute intorno alla natura
degli Dei. Ma nel seguente anno rivocarono quel precipitoso decreto,
restituirono la libertà delle scuole, e si convinsero con l'esperienza
de' secoli, che nel moral carattere dei Filosofi non influisce la
diversità delle Teologiche loro speculazioni[596].

[A. 485-529]

Alle scuole d'Atene furon meno fatali le armi dei Goti, che lo
stabilimento d'una nuova Religione, i Ministri della quale impedivano
l'esercizio della ragione, risolvevano ogni questione con un articolo di
fede, e condannavano l'infedele o lo scettico ad eterne fiamme. In molti
volumi di laboriose controversie i medesimi esposero la debolezza
dell'intelletto, e la corruzione del cuore, insultarono la natura umana
nei Savi dell'antichità, e condannarono lo spirito di ricerca Filosofica
tanto ripugnante alla dottrina, o almeno al carattere d'un umil
credente. La setta che restava dei Platonici, e che Platone si sarebbe
vergognato di riconoscer per sua, fece uno stravagante miscuglio di una
sublime teoria con la pratica della superstizione e della magia; e
siccome questi rimasero soli in mezzo ad un Mondo cristiano, fomentarono
un segreto rancore contro il governo della Chiesa e dello Stato, che
tenevano sempre sospesi i rigori sulle lor teste. Circa un secolo dopo
il Regno di Giuliano[597], fu permesso a Proclo[598] d'insegnare nella
Cattedra filosofica dell'Accademia, e tale fu la sua industria, che
spesso pronunziò nel medesimo giorno cinque lezioni, e compose
settecento versi. La sagace sua mente esplorò le più profonde questioni
della morale e della metafisica, e s'avventurò a proporre diciotto
argomenti contro la dottrina Cristiana della creazione del Mondo. Ma
negli intervalli di tempo che gli lasciava lo studio, ei diceva di
conversare _personalmente_ con Pane, con Esculapio e con Minerva, ne'
misteri de' quali era segretamente iniziato, e de' quali adorava le
abbattute statue nella devota persuasione che il Filosofo, ch'è un
cittadino dell'Universo, dovesse essere il sacerdote delle sue varie
divinità. Un ecclisse del Sole annunciò la prossima di lui morte; e la
sua vita con quella di Isidoro suo scolare[599], compilate da due de'
loro più dotti discepoli, presentano una deplorabil pittura della
seconda puerizia della ragione umana. Pure l'aurea catena, com'era
enfaticamente chiamata, della successione Platonica continuò per altri
quarantaquattro anni, dalla morte di Proclo fino all'Editto di
Giustiniano[600], che impose un perpetuo silenzio alle scuole d'Atene,
ed eccitò il dispiacere e lo sdegno de' pochi che vi rimanevano devoti
della scienza e della superstizione greca. Sette amici e filosofi,
Diogene, Ermia, Eulalio, Prisciano, Damascio, Isidoro e Simplicio, che
dissentivano dalla Religione del loro Sovrano presero la risoluzione di
cercare in un Paese straniero quella libertà, che loro negavasi nella
propria Patria. Essi avevano udito dire, ed avevan bonariamente creduto,
che si fosse realizzata la Repubblica di Platone nel dispotico Governo
di Persia, che ivi regnasse un Re patriottico sulla più felice e
virtuosa delle Nazioni. Ma restaron ben presto sorpresi quando in fatti
trovarono, che la Persia era simile agli altri paesi del globo; che
Cosroe, il quale affettava il nome di Filosofo, era vano, crudele ed
ambizioso: che fra i Magi dominava la bacchettoneria e lo spirito
d'intolleranza; che i Nobili eran superbi, i Cortigiani servili, ed i
Magistrati ingiusti; che il reo talvolta fuggiva la pena, e che
l'innocente soventi fiate era oppresso. Defraudati i Filosofi nella loro
espettativa, trascurarono le reali virtù de' Persiani, e furono
scandalizzati più di quel che forse conveniva alla lor professione,
della plurità delle mogli e concubine, de' matrimoni incestuosi, e
dell'uso di lasciar esposti i cadaveri a' cani ed agli avvoltoi, invece
di seppellirli sotto terra o di consumarli col fuoco. Un precipitoso
ritorno dimostrò il lor pentimento, e dichiararono altamente che
sarebber piuttosto morti su' confini dell'Impero, che goder la ricchezza
ed il favore del Barbaro. Da questo viaggio nonostante essi trassero un
vantaggio, che riflette il lustro più puro sul carattere di Cosroe. Ei
domandò, che i sette Savi che avevan visitato la Corte di Persia,
fossero liberi dalle leggi penali, che Giustiniano avea fatte contro i
Pagani suoi sudditi; e tal privilegio, espressamente stipulato in un
trattato di pace, fu mantenuto, attesa la vigilanza d'un potente
mediatore[601]. Simplicio ed i suoi compagni terminaron la vita in pace
e nell'oscurità; e non avendo lasciato discepoli, finisce in essi la
lunga lista de' Filosofi Greci, che nonostanti i loro difetti possono
giustamente lodarsi come i più saggi e virtuosi fra' loro contemporanei.
Gli scritti di Simplicio tuttavia esistono: i suoi Commentari fisici e
metafisici sopr'Aristotele col tempo sono andati in disuso, ma la sua
interpretazione morale d'Epitteto si conserva nelle Biblioteche delle
Nazioni come un libro classico il più acconcio a diriger la volontà, a
purificare il cuore ed a consolidar l'intelletto, mediante una giusta
fidanza nella natura tanto di Dio quanto dell'uomo.

[A. 541]

Verso quel tempo, in cui Pitagora inventò il nome di Filosofo, ebbe
origine in Roma da Bruto il vecchio la libertà ed il Consolato. Nella
presente Storia si sono a' suoi luoghi esposte le rivoluzioni
dell'ufizio Consolare che può risguardarsi ne' successivi aspetti d'un
corpo reale, d'un'ombra e d'un nome. I primi Magistrati della Repubblica
erano stati eletti dal Popolo per esercitare nel Senato e nel Campo i
diritti della pace e della guerra, che poi si trasferirono
negl'Imperatori; ma la tradizione dell'antica dignità fu per lungo tempo
rispettata da' Romani e da' Barbari. Un Istorico Goto applaudisce il
Consolato di Teodorico quasi l'apice d'ogni temporal gloria e
grandezza[602]; l'istesso Re d'Italia si congratula con quegli annui
favoriti della fortuna, che godevano lo splendore senza le cure del
Trono; ed in capo a mille anni si creavano tuttavia da' Sovrani di Roma
e di Costantinopoli due Consoli al sol oggetto di dare una data all'anno
ed una festa al Popolo. Ma le spese di questa festa, nelle quali
l'opulento e vano titolare aspirava a sorpassare i suoi predecessori,
appoco appoco s'accrebbero sino all'enorme somma di ottantamila lire
sterline; i Senatori più saggi evitavano un inutile onore che portava
seco la certa rovina delle loro Famiglie; ed a questa ripugnanza
attribuirei le frequenti lacune che si trovano negli ultimi tempi de'
Fasti consolari. I Predecessori di Giustiniano avevano sostenuto col
pubblico tesoro la dignità de' candidati meno ricchi; ma l'avarizia di
questo Principe antepose il meno dispendioso e più conveniente metodo
dell'ammonizione e della regola[603]. Al numero di sette _Processioni_ o
spettacoli il suo Editto limitava le corse di cavalli e di cocchi, i
divertimenti atletici, la musica ed i pantomimi del teatro, la caccia
delle fiere; e piccole monete d'argento furono prudentemente sostituite
alle medaglie d'oro che avevano sempr'eccitato il tumulto e l'ebrietà,
quando venivano sparse a larga mano fra la plebe. Nonostanti queste
precauzioni ed il suo proprio esempio, cessò finalmente la successione
de' Consoli nell'anno decimo terzo di Giustiniano, il carattere
dispotico del quale probabilmente gradì la tacita estinzione di un
titolo, che rammentava a' Romani la antica lor libertà[604]. Pure
tuttavia sussisteva il Consolato annuo nelle menti del Popolo; esso
ansiosamente aspettava la pronta di lui restaurazione; applaudì alla
graziosa condiscendenza de' successivi Principi, da' quali fu assunto
nel primo anno del loro Regno; e passarono dopo la morte di Giustiniano
tre secoli, prima che quell'antiquata dignità, ch'era stata già
soppressa dall'uso, potesse abolirsi per Legge[605]. All'imperfetta
maniera di distinguere ogni anno col nome d'un Magistrato, fu
vantaggiosamente supplito con la data d'un'Era permanente: i Greci
adottarono la creazione del Mondo, secondo la version de' Settanta[606],
ed i Latini, dal Secolo di Carlo Magno in poi, hanno computato il lor
tempo dalla nascita di Cristo[607].

NOTE:

[446] Teodorico medesimo, o piuttosto Cassiodoro, aveva descritto in
tragiche frasi i Vulcani di Lipari (Cluver. _Sicilia p. 406, 410_), e
del Vesuvio (IV 50).

[447] S'incontra qualche difficoltà nella data della sua nascita
(Ludewig. _in vita Justiniani p. 125_), ma non ve n'è alcuna rispetto al
luogo, che fu nel Distretto di Bederiana il villaggio Tauresio, ch'egli
di poi decorò col suo nome e splendore (Danville _Hist. de l'Acad. sc.
Tom. XXXI p. 287, 292_).

[448] I nomi di questi contadini Dardani son Gotici, e quasi Inglesi:
_Giustiniano_ è una traduzione d'_Uprauda_ (_upright, giusto_); suo
padre _Sabazio_ (che nel linguaggio Greco barbaro significa _stipes_)
nel suo villaggio si chiamava _Istock_ (_Stock, Stipite_); sua madre
Bigleniza fu convertita in _Vigilantia_.

[449] Il Ludewig (_p. 127, 135_) tenta di giustificare il nome Anicio di
Giustiniano e di Teodora, e d'unirli a quella Famiglia, da cui si è
fatta discendere anche la Casa d'Austria.

[450] Vedi gli Aneddoti di Procopio (_c. 5_) con le note di N.-Alemanno.
Il Satirico non avrebbe dovuto confondere nella generica e decente
denominazione di γεοργος (_agricoltore_) il Βουκολος e συφαρβος
(_condottiere di bovi e di porci_) di Zonara. Sebbene perchè mai
questi nomi sono disonoranti? Qual Barone Tedesco non si
glorierebbe di discendere dall'Eumeo dell'Odissea?

[451] Son lodate le sue virtù da Procopio (_Persic. L. 1, c. 11_). Il
Questor Proclo era amico di Giustiniano, e nemico di qualunque altra
adozione.

[452] _Manichea_ significa Eutichiana. Si odano le furiose acclamazioni
di Costantinopoli e di Tiro: le prime, non più di sei giorni dopo la
morte d'Anastasio, cagionarono la morte dell'Eunuco, le seconde vi
fecero applauso (Baron. _An. 518 P. II n. 15._ Fleury _Hist. Eccl. Tom.
VII pag. 200, 205_ dietro la Collezione de' Concilj _Tom. V pag. 182,
207_).

[453] Il Conte di Buat (_Tom. IX p. 54, 81_) spiega a maraviglia la
potenza, il carattere e le intenzioni di esso. Egli era pronipote
d'Aspar, Principe ereditario nella Scizia minore, e Conte de'
_Confederati_ Gotici di Tracia. I Bessi, sopra quali esso poteva
influire, sono i Goti minori di Giornandes (_c. 51_).

[454] _Justiniani Patricii factione dicitur interfectus fuisse_ (Victor.
Tununens. _Chron. in Thesaur. Temp. Scalig. P. II p. 7_). Procopio
(_Anecdot. c. 7_) lo chiama tiranno, ma riconosce l'ἀδελφοπιστια
(_Fede fraterna_), che bene si spiega dall'Alemanno.

[455] Nella sua prima Gioventù (_plane adolescens_) era stato qualche
tempo come in ostaggio presso Teodorico. Intorno a questo curioso fatto,
l'Alemanno (_ad Procop. Anecdot. c. 9 p. 34 della prima Ed._) cita
un'Istoria MS. di Giustiniano, fatta da Teofilo suo precettore. Il
Ludewig (_p. 143_) brama di farne un soldato.

[456] Si vedrà in seguito l'Istoria Ecclesiastica di Giustiniano. Vedi
Baronio _An. 518, 521_ ed il copioso articolo _Justinianus_ nell'indice
del Tomo VII de' suoi Annali.

[457] Si può trovare descritto il Regno di Giustino il Vecchio nelle tre
Croniche di Marcellino, di Vittore, e di Gio. Malala (_Tom. II p. 130,
150_) l'ultimo de' quali (malgrado l'Hody, _Prolegom. n. 14, 39 Edit.
Oxon._) visse subito dopo Giustiniano (_Osservazioni di Jortin Tom. IV
p. 383_), nella Storia Ecclesiastica d'Evagrio (_l. IV c. 1, 2, 3, 9_),
nell'Excerpta di Teodoro Lettore (_n. 37_), presso Cedreno (_p. 362,
366_) e Zonara (_l. XVI p. 58, 61_), che può passare per originale.

[458] Si vedano i caratteri di Procopio e d'Agatia presso la Mothe le
Vayer (_Tom VIII p. 144, 174_), Vossio (_De Historicis Graecis l. II c.
22_) e Fabricio (_Biblioth. Graecis l. V c. 5 Tom. VI p. 248, 278_). La
religione di essi, ch'è un onorevol problema, alle occasioni dimostra
della conformità, con un segreto attacco al Paganesimo ed alla
Filosofia.

[459] Ne' primi sette libri, destinati due alla guerra Persiana, due
alla Vandalica, e tre alla Gotica, Procopio ha preso la divisione delle
Province e delle guerre da Appiano. L'ottavo libro, quantunque porti il
nome di Gotico, non è che un miscellaneo e general supplemento fino alla
Primavera dell'anno 553, dal qual tempo fino al 559 vien continuato da
Agatia (_Pagi Critic. an. 579 n. 5_).

[460] Il destino letterario di Procopio è stato alquanto infelice.
Primieramente i suoi libri _de Bello Gothico_ furono involati da
Leonardo Aretino, e pubblicati (in Foligno 1470 ed a Venezia 1471 presso
Janson. _Mattaire Annal. Typogr. Tom. I ediz. 2 p. 240, 304, 279, 299_)
in suo proprio nome (_Vedi Voss, De Histor. latinis l. III c. 5_ e la
debole difesa del Giornale de' Letterati di Venezia Tom. XIX p. 207); 2.
ne furon mutilate le opere da' primi suoi traduttori Latini, Cristofano
Persona (Giornale _Tom. XIX p. 340, 348_), e Raffaello Volterrano (Huet
_de Clar. Interpr. p. 166_), i quali non consultaron neppure i
manoscritti della Libreria Vaticana, di cui essi eran Prefetti (Alemann.
_in Praefat. Anecdot_); 3. Il testo Greco non fu stampato che nel 1607
dall'Hoeschelio d'Augusta (_Diction. de Bayle Tom. II p. 782_); 4.
L'edizione di Parigi fu eseguita imperfettamente da Claudio Maltret,
Gesuita di Tolosa (nel 1663), molto lontano dalla stamperia del Louvre,
e da' manoscritti Vaticani, dai quali però egli ottenne alcuni
supplementi. I Commentari ec. ch'esso promise, non son mai comparsi alla
luce. L'Agatia di Leida (1594) fu saviamente ristampato dall'Editore
Parigino con la versione latina di Bonaventura Vulcanio, dotto
interprete (Huet. _p. 176_).

[461] Agat. _in Praef. p. 7, 8 l. IV p. 137_, Evagrio (_l. IV c. 12_).
Vedasi anche Fozio _Cod. LXIII p. 65_.

[462] Κυρου παιδεια l'Istituzion di Ciro (dice nella Pref. _ad
libr. de Aedificiis_ περι κτισματον) non è altro che Κυρου παιδια
(_una puerizia di Ciro_) giuoco di parole! In questi cinque libri
Procopio affetta uno stile cristiano, ugualmente che cortigiano.

[463] Procopio si scuopre nella Prefaz. _ad Anecdot. c. 1, 2, 5_, e gli
Aneddoti stessi da Suida (_Tom. III p. 186 Edit. Kuster_) si contano per
il IX libro. Il silenzio d'Evagrio è una meschina obbiezione. Il Baronio
(_An. 548 n. 24_) compiange la perdita di questa storia segreta; eppure
trovavasi allora nella libreria Vaticana, sotto la custodia di lui
medesimo, e fu per la prima volta pubblicata, sedici anni dopo la sua
morte, con le dotte, ma parziali note di Niccolò Alemanno (_Lione
1623_).

[464] Giustiniano si rappresenta come un asino.... come una perfetta
imagine di Domiziano (_Anecd. c. 8_).... gli amanti di Teodora cacciati
fuori del suo letto da' demonj loro rivali... il matrimonio di lui
predetto da un gran demonio... un monaco vide il principe de' demonj sul
trono in luogo di Giustiniano... i servi, che facevan la guardia, videro
una faccia senza fattezze umane, un corpo che camminava senza testa ec.
ec. Procopio manifesta la fede ch'egli ed i suoi amici prestavano a
queste diaboliche storie (_c. 12_).

[465] Montesquieu (_Considerat. sur la Grand. et la decad. des Romains
c. 20_) dà fede a questi Aneddoti come coerenti, 1. alla debolezza
dell'Impero, 2. all'incostanza delle Leggi di Giustiniano.

[466] Quanto alla vita ed a' costumi dell'Imperatrice Teodora, vedi gli
Aneddoti, specialmente _cap. 1, 5, 9, 10, 15, 16, 17_ con le dotte note
dell'Alemanno: citazione, che sempre si dee sottintendere.

[467] Comitone fu dipoi maritata a Sitta Duca d'Armenia, che fu
probabilmente il padre dell'Imperatrice Sofia, o almeno essa potè
esserne la madre. I due nipoti di Teodora possono esser figli
d'Anastasia (Aleman. _p. 30, 31_).

[468] Ne fu innalzata la statua in Costantinopoli sopra una colonna di
porfido. Vedi (Procop. _de aedif. l. I c. 11_), che ne fa pure il
ritratto negli Aneddoti (_c. 10_). L'Alemanno (_p. 57_) ne produce uno,
tratto da un Mosaico di Ravenna, carico di perle e di gioie, e
nonostante bello.

[469] Un frammento degli Aneddoti (_c. 19_) un poco troppo nudo fu
soppresso dall'Alemanno sebben esistesse nel manoscritto Vaticano: nè
tal difetto è stato supplito nell'edizione di Parigi e di Venezia. La
Mothe le Vayer (_Tom. VIII. p. 155_) diede il primo cenno di questo
curioso e genuino passo (Iortin _Osservaz. Tom. IV. p. 366_) ch'egli
aveva ricevuto da Roma, e dopo è stato pubblicato nelle Menagiane (_Tom.
III p. 254-259_) con una traduzione Latina.

[470] Dopo di aver ricordato ch'essa portava un picciolo cinto, poichè
nessuno potea comparire affatto nudo in teatro, Procopio soggiugne
αναπεπεσυια.

Ho udito a dire che un dotto prelato, che or più non vive, era vago di
citar questo passo nelle brigate.

[471] Teodora sorpassò la Crispa di Ausonio (Ep. 4, XXI) dalla quale
imitava il _capitalis luxus_ delle donne di Nola. Vedi Quintil.
Institut. VIII, 6 e Torrenzio _ad Hor. Germ. t. 1 Sat. 2 v. 101_. In una
memorabil cena, trenta schiavi servivano a tavola: dieci giovinetti
banchettavano con Teodora. La sua carità fu _universale_.

Et lassata viris, necdum satiata, recessit.

[472] Ηος κεκ’ τοιων.

Ella desiderava un _quarto_ altare su cui potesse offrire libazione al
Dio d'amore.

[473] Anonym. _De Antiquit. CP. L. III, 132_ ap. Banduri _Imper. Orient.
Tom. I p. 48_. Il Ludveigio (_p. 754_) arguisce con ragione, che Teodora
non avrebbe voluto rendere immortale un bordello: ma io applico questo
fatto alla seconda sua più casta dimora in Costantinopoli.

[474] Vedi l'antica legge nel Codice di Giustiniano (_Lib. V Tit. 5 leg.
7 Tit. XXVII leg. 1_) sotto gli anni 336 e 454. Il nuovo Editto (circa
l'anno 521 o 522 Aleman, _pag. 38, 96_) molto sconciatamente non
rammenta che la clausola di _Mulieres Scenicae, libertinae,
tabernaciae_. Vedi le _Novelle_ 89 e 117 ed un rescritto Greco, da
Giustiniano diretto ai Vescovi (_Aleman. p. 41_).

[475] Io giuro per il Padre ec. per la Vergine Maria, per i quattro
Evangeli _quae in manibus teneo_, o per i santi Arcangeli Michele e
Gabriele, _puram conscientiam, germanumque servitium me servaturum
Sacratissimis DD. NN. Justiniano, et Theodorae conjugi ejus_ (_Novell.
VIII Tit. 3_). Avrebb'egli obbligato questo giuramento in favor della
vedova? _Communes tituli et triumphi ec._ (Alemann. _pag. 27 ec._).

[476] «La riconosca la grandezza, ed essa non è più vile» ec.

Senza il critico telescopio di Warburton, io non avrei mai ravvisato in
questa general pittura del vizio trionfante, alcuna personale allusione
a Teodora.

[477] Le sue prigioni, caratterizzate per un laberinto, ed un Tartaro
(_Anecdot. c. 4_), erano sotto il Palazzo. L'oscurità favorisce la
crudeltà, ma è favorevole ugualmente alla calunnia ed alla finzione.

[478] A Saturnino fu data una pena più giocosa, per avere ardito dire,
che la sua moglie, favorita dell'Imperatrice, non era stata trovata
ατρητος (_Anecdot. c. 17_).

[479] _Per viventem in saecula excoriari te faciam._ Anastas. _de Vitis
Pont. Roman. in Vigilio p. 40_.

[480] Ludevig p. 161, 166. Io gli do fede per il caritatevole tentativo,
sebbene egli non abbia molta carità nel suo carattere.

[481] Si paragonino gli Aneddoti (c. 17) con gli Edifizi (_l. 1 c. 9_).
Quanto diversamente si può esporre il medesimo fatto! Gio. Malala (Tom.
II p. 174, 175) osserva, che in questa o in altra simile occasione essa
liberò e rivestì le ragazze, che aveva comprato da' lupanari a cinque
aurei l'una.

[482] _Novell._ VIII. 1. S'allude al nome di Teodora. I suoi nemici però
leggevano _Daemonodora_ (Aleman. p. 66).

[483] S. Saba ricusò di pregare affinchè Teodora avesse un figlio, per
timore che questo non divenisse un eretico peggiore d'Anastasio medesimo
(Cyrill. _in Vita. S. Sabae ap. Aleman. p. 70, 109_).

[484] Vedi Gio. Malala _Tom. II p. 174_. Teofane _p. 158_. Procopio _de
Aedific. l. V c. 3. _

[485] _Theodora Calcedonensis Synodi inimica canceris plaga toto corpore
perfusa vitam prodigiose finivit_ (Victor Tununensis in Chronic.). In
tali occasioni una mente ortodossa s'indura contro la compassione.
L'Alemanno (p. 12, 13) prende quelle parole di Teofane ὲυσεβως
ὲκοιμηβη (_piamente morì_) per un linguaggio civile, che non indica nè
pietà nè sentimento: pure due anni dopo la sua morte Paolo Silenziario
(_in Prooem. v. 58, 62_) celebra S. Teodora.

[486] Poichè essa perseguitò i Papi, e rigettò un Concilio, il Baronio
esaurisce i nomi di Eva, di Dalila, d'Erodiade ec. dopo di che ricorre
al suo dizionario infernale _civis inferni, alumna daemonum, satanico
agitata spirita, aestro percita diabolico ec._ (_An. 548 n. 24_).

[487] Si legga, e si gusti il libro XXIII dell'Iliade, viva pittura de'
costumi, delle passioni, di tutte le formalità, e dell'oggetto della
corsa de' cocchi. La dissertazione di West su' Giuochi Olimpici (_Sez.
XII, XVII_) somministra notizie molto curiose ed autentiche.

[488] I quattro colori _Albati, Russati, Prasini, e Veneti_ secondo
Cassiodoro (_Var. III, 51_) che sparge molto spirito ed eloquenza su
questo teatral mistero, rappresentano le quattro stagioni. Di questi
possono i primi tre ben tradursi _Bianco, Rosso, e Verde._ Il _Veneto_
poi si spiega con _ceruleo_, parola di vario ed equivoco significato,
che propriamente significa il cielo riflesso nel mare: ma l'uso ed il
comodo può permettere di prender _l'azzurro_ come un equivalente
(Roberto Stefano a questo vocabolo, Spence _Polymetis_ p. 228).

[489] Vedi Onofrio Panvinio _de Ludis circensibus L._ I c. 10, 11,
_l'annotaz._ 17 all'Istoria de' Germani di Mascovio, e l'Alemanno al _c.
7_.

[490] Marcellino _in Chron. p. 47_. Invece della comun voce _Veneta_ usa
i termini più ricercati di _caerulea e caerealis._ Il Baronio (_an. 501
n. 4, 5, 6_) è persuaso, che gli Azzurri fosser ortodossi, ma il
Tillemont si sdegna contro tale supposizione, e nega che vi fosse alcun
martire per causa di spettacoli (_Hist. des Emper. Tom. VI p. 554_).

[491] Vedi Procop. (_Persic. l. 1 c. 24_). Nel descrivere i vizi delle
fazioni, e del Governo il _pubblico_ Istorico non è loro più favorevole
di quel che lo sia il _privato_. L'Alemanno (p. 26) ha citato un bel
passo di Gregorio Nazianzeno, che prova, che il male era inveterato.

[492] Attestano la parzialità di Giustiniano per gli Azzurri (_Anecdot.
c. 7_), Evagrio (_Hist. Eccl. l. IV c. 32_), Giovanni Malala (_Tom. II
p. 138, 139_) specialmente per Antiochia, e Teofane (_p. 142_).

[493] Una donna (dice Procopio) ch'era stata afferrata, e quasi violata
da una truppa di Azzurri, si gettò nel Bosforo. I Vescovi della seconda
Siria (Aleman. _p. 26_) deplorano tal suicidio, la colpa o la gloria
della femminil castità, e nominano l'Eroina.

[494] Il dubbioso credito di Procopio (_Anecd_. c. 17) viene sostenuto
dalla meno parzial testimonianza d'Evagrio, che conferma il fatto, e
specifica fino i nomi. Il tragico destino del Prefetto di Costantinopoli
si riferisce da Giovanni Malala (_Tom. II p. 139_).

[495] Vedi Gio. Malala (_Tom. II p. 47_). Anch'egli confessa, che
Giustiniano era attaccato agli Azzurri. L'apparente discordia
dell'Imperatore con Teodora vien risguardata forse con troppa gelosia e
sottigliezza da Procopio (_Anecdot. c. 10_). Vedi Alemann. _Pref. p. 6_.

[496] Questo dialogo, che ci è stato conservato da Teofane, dà un saggio
del linguaggio popolare, ugualmente che dei costumi di Costantinopoli
nel VI secolo. Il Greco di quel tempo è mescolato con molte parole
forestiere e barbare, delle quali, il Du-Cange non sempre sa trovare il
significato, o l'etimologia.

[497] Vedi questa Chiesa e Monastero presso il Du-Cange CP. Christiana
_l. IV p. 182_.

[498] L'istoria della sedizione _Nika_ è tratta da Marcellino (_in
Chron_.), da Procopio (_Persic. l. 1 c. 26_), da Giovanni Malala (_T. II
p. 213, 218_), dalla Cronica Pasquale (_p. 336, 340_), da Teofane
(_Chronograph. p. 154, 158_) e da Zonara (_L. XVI p. 61, 63_).

[499] Marcellino dice in termini generali; _Innumeris populis in Circo
trucidatis._ Procopio numera trentamila vittime, ed i 35,000 di Teofane
s'accrescono fino a 40,000 dal più recente Zonara. Tale ordinariamente è
il progresso dell'esagerazione.

[500] Jerocle, contemporaneo di Giustiniano, compose il suo Συνδεχμος
(_Itinerar. p. 631_), o notizia delle Province e Città Orientali,
prima dell'anno 535 (Wesseling. _in Praefat. et not. ad p. 623_ ec.).

[501] Vedi il Libro della Genesi (XII, 10) e l'amministrazione di
Giuseppe. Gli annali de' Greci convengono con quelli degli Ebrei, quanto
all'antichità delle arti, e dell'abbondanza d'Egitto: ma quest'antichità
suppone una lunga serie di progressi: e Warburton, ch'è quasi oppresso
dalla Cronologia Ebrea, ricorre alla Samaritana (_Divin. Legat. Tom. III
p. 29_ ec.)

[502] Otto milioni di modj Romani, oltre una contribuzione di 80,000
aurei per le spese del trasporto per mare, da cui furono i sudditi
graziosamente liberati. Vedi l'Editto XIII di Giustiniano; i numeri sono
determinati e verificati dall'accordo de' Testi Greco e Latino.

[503] _Iliad_, VI, 289. Quei veli di vari colori, πεπλοι παμποικιλοι,
eran opere delle donne Sidonie. Ma questo passo fa più onore alle
manifatture che alla navigazione della Fenicia, donde s'erano
trasportate a Troia in navi Frigie.

[504] Vedi in Ovidio (_de art. amandi III 269_ ec.) una lista poetica di
dodici colori tratti da' fiori, dagli elementi ec. Ma è quasi
impossibile distinguere con parole tutte le delicate e varie specie sì
dell'arte che della natura.

[505] Mediante la scoperta della cocciniglia ec. noi di gran lunga
sorpassiamo i colori degli antichi. La loro porpora Reale aveva un forte
odore, ed un coloro scuro come il sangue di toro; _Obscuritas rubens_
(dice Cassiodoro _Var. I 2_), _nigredo sanguinea_. Il Presidente Goguet
(_Origine des Loix et des Arts P. II L. 2 c. 2 p. 184, 215_) diletta e
soddisfa il Lettore. Io dubito se il suo libro, specialmente in
Inghilterra, sia tanto noto quanto merita.

[506] Si sono in altre occasioni accennate le prove istoriche di tal
gelosia, e se ne sarebbero potute addurre molte di più, ma gli atti
arbitrari del dispotismo venivan giustificati dalle sobrie e generali
dichiarazioni della Legge (_Cod. Teodos. Lib. X Tit. 21 Leg. 3 Cod.
Giustin. Lib. XI Tit. 8 Leg. 5_). Se ne fece una necessaria restrizione,
ed una permissione umiliante rispetto alle _mime_ o alle ballerine
(_Cod. Teod. Lib. XV Tit. VII Leg. 11_).

[507] Nell'istoria degl'Insetti (molto più maravigliosa che le
metamorfosi d'Ovidio) il baco da seta tiene un posto distinto. Il
Bombice dell'Isola di Ceos, quale vien descritto da Plinio (_Hist. Nat.
XI, 26, 27_ con le note de' dotti Gesuiti Arduino, e Brotier) può
illustrarsi mediante una simile specie, che si trova nella China
(_Memoires sur les Chinois. Tom. II p. 575, 598_): ma il nostro baco da
seta, ugualmente che il gelso bianco, non eran noti a Teofrasto, nè a
Plinio.

[508] _Georgic. II, 121. Serica quando venerint in usum planissime non
scio; suspicor tamen in Julii Caesaris aevo, nam ante non invenio_, dice
Giusto Lipsio (_Excursus I ad Tacit. Annal. II, 32_). Vedi Dione Cassio
(_Lib. XLIII p. 358 Edit. Reimar._) e Pausania (_Lib. VI p. 519_), il
primo che descriva, sebbene stranamente, l'insetto Chinese.

[509] _Tam longinquo orbe petitur, ut in publico matrona transluceat....
ut denudet foeminas vestis_ (Plin. VI, 20. XI, 21). Varrone, e Publio
Siro avevano già scherzato sulla _Toga vitrea, ventus textilis, et
nebula linea_ (_Horat. ermon I, 2, 101_ con le note del Torrent e di
Dacier).

[510] Sopra la tessitura, i colori, i nomi e l'uso degli ornamenti di
seta, di mezza seta e di lino dell'antichità vedansi le diffuse,
profonde ed oscure ricerche del gran Salmasio (_in Hist. August. p.
127,309, 310, 339, 341, 342, 344, 338, 391, 395, 513_), che però non
conosceva il più comune commercio di Digione, o di Leida.

[511] Flavio Vopisco in _Aurelian. c._ 45 _in Hist, Aug. p._ 224 Vedi
Salmas. _ad Hist. Aug. p. 392_ e Plinian. Exerc. _in Solinum p. 694,
695_. Gli Aneddoti di Procopio (c. 25) fissano in modo parziale ed
imperfetto il prezzo della seta al tempo di Giustiniano.

[512] Procopio _de Aedif. l. III c. 1_. Queste _Pinne di mare_ si
trovano vicino a Smirne, in Sicilia, in Corsica, ed in Minorca: e fu
presentato al Pontefice Benedetto XIV un par di guanti di questa sorte
di seta.

[513] Procopio _Persic. Lib. I c. 20. Lib. II c. 25 Gothic. l. IV c.
17_. Menandro _in Excerpt. Legat. p. 107_. Isidoro de Charax (_in
Stathmis Parthicis p. 7, 8_ ap. Hudson _Geogr. minor. Tom. II_) ha
notato le strade, ed Ammiano Marcellino (_Lib. XXIII c. 6 p. 400_) ha
enumerato le Province dell'Impero Panico e Persiano.

[514] La cieca ammirazione de' Gesuiti confonde i differenti periodi
della Storia Chinese. Questi vengono con maggiore critica distinti dal
Guignes (_Hist. des Huns Tom._ I p. I _nelle Tavole, Part._ 2 _nella
Geografia; Mem. de l'Academ. des Inscript. Tom._ XXXII, XXXVI, XLII,
XLIII) che scuopre il successivo progresso della verità degli annali e
della estensione della Monarchia, fino all'Era Cristiana. Egli con
occhio curioso ha cercato le connessioni della nazion Chinese con le
Occidentali: ma queste son tenui, casuali, ed oscure; nè avrebbero i
Romani mai sospettato, che i Seri, o Chinesi possedessero un Impero non
inferiore al loro.

[515] Si possono investigare le strade dalla China alla Persia ed
all'Indostan nelle relazioni di Hackluyt, e Thevenot, degli ambasciatori
di Sharokh, d'Antonio Ienkinson, del P. Greuber ec. Vedi anche i viaggi
d'Hanmay Vol. I p. 345, 357. Ultimamente si è tentata una comunicazione
per mezzo del Tibet dagl'Inglesi Sovrani di Bengala.

[516] Intorno alla Navigazione Chinese fino a Malacca ed Achin, e forse
fino a Ceylan, vedi Renaudot (_sopra i due viaggiatori maomettani p. 8,
11, 13, 17, 141, 157_), Dampier (_Vol. II pag. 136_), l'Istoria
filosofica delle due Indie (_Tom. I p. 98_), e l'Istoria generale de'
viaggi (_Tom. VI p. 201_).

[517] La cognizione o piuttosto l'ignoranza di Strabone, di Plinio, di
Tolomeo, d'Arriano, di Marciano ec. rispetto alle regioni orientali del
Capo Comorin è dottamente illustrata dal Danville (Antiquité
Geographique de l'Inde, specialmente a p. 161, 198). Si è migliorata la
nostra Geografia dell'Indie per mezzo del commercio e della conquista: e
si è schiarita dall'eccellenti Carte e Memorie del Maggior Rennel.
S'egli estende la sfera delle sue ricerche con la medesima critica,
sagacità e cognizione, succederà e forse sarà preferibile al primo fra'
moderni Geografi.

[518] La Taprobana di Plinio (VI 24), di Solino (c. 53), di Salmasio
(_Plinian. Exercit. pag. 781, 782_), e della maggior parte degli
Antichi, i quali spesso confondono le Isole di Ceylan e di Sumatra,
viene più chiaramente descritta da Cosimo Indicopleuste. Pure anche il
Topografo Cristiano ne ha esagerato le dimensioni. Le notizie, che dà
sul commercio Indiano e Chinese, son rare e curiose (_l._ II p. 138 _L.
XI 337, 338. Edit. Montfaucon_).

[519] Vedi Procopio (_Persic. L. II c. 20_). Cosimo somministra
interessanti notizie intorno al porto, ed all'iscrizione d'Aduli
(_Topograph. Christ. l. II p. 138, 140, 143_) ed al commercio degli
Assumiti lungo le coste affricane della Barberia o Zingi (_p. 138, 139_)
fino a Taprobana (_Lib. XI p. 339_).

[520] Vedi le missioni Cristiane all'Indie presso Cosimo (_L. III p.
178, 179 L. XI p. 337_), e si consulti Asseman. (_Bibliothec. Orient.
Tom. IV p. 413, 548_).

[521] L'invenzione, la manifattura, e l'uso generale della seta nella
China si può vedere presso il Duhalde (_Description generale de la Chine
Tom. II p. 165, 205, 223_). La Provincia di Chekian è la più rinomata,
sì per la quantità, che per la qualità di essa.

[522] Procopio (_L. VIII Gothic. IV c. 17_), Teofane Bizantin. (ap.
_Phot. Cod. LXXXIV p. 38_), Zonara (_T. II l. XIV p. 69_). Il Pagi,
(_Tom. II p. 602_) pone all'anno 552 questo memorabil trasporto.
Menandro (_in Excerpt. Leg. p. 107_) riferisce l'ammirazione de'
Sogdoiti: e Teofilatto Simocatta (_L. VII c. 9_) oscuramente presenta i
due regni rivali nella China, Paese della seta.

[523] Cosimo, soprannominato Indicopleuste, o sia il Navigatore Indiano,
fece il suo viaggio verso l'anno 522; e fra gli anni 535 e 547 compose
in Alessandria la Topografia Cristiana (Montfaucon _Praef. c. 1_), nella
quale confuta la empia opinione, che la terra sia un globo: e Fozio
aveva letto quest'Opera (_Cod. XXXVI p. 9, 10_) che dimostra i
pregiudizi d'un Monaco, uniti alla cognizione d'un Mercante: la parte
più valutabile di essa fu pubblicata in francese ed in greco da
Melchisedec Thevenot (_Rélations curieuses P. 1_) e dipoi tutta insieme
in una splendida Edizione dal P. Montfaucon (_Nova collectio Patrum_.
_Paris, 1707 2 Vol. in fol. Tom. II p. 113, 346_). Ma l'Editore, ch'era
Teologo, arrossirebbe di non avere scoperto in Cosimo la eresia
Nestoriana, che si è svelata dal La Croze (_Christianisme des Indes Tom.
I p. 40, 56_).

[524] Evagrio (_L. III c. 39, 40_) è minuto e grato, ma si irrita contro
Zosimo, perchè calunnia il gran Costantino. L'umanità d'Anastasio fu
diligente ed artificiosa nel raccogliere tutte le circostanze e le
memorie di quella tassa: i Padri per pagarla venivano talvolta costretti
a prostituire le loro figlie (Zosimo _Histor. L. II c. 38 p. 165, 166
Lipsiae 1784_). Timoteo di Gaza prese un avvenimento di questa specie
per soggetto d'una tragedia (Suida _Tom. III p. 475_) che contribuì a
fare abolire il tributo (Cedrono _p. 35_). Felice esempio (se è vero)
dell'utilità del Teatro.

[525] Vedi Giosuè Stilite nella Biblioteca Orient. dell'Assemanno (Tom.
I p. 268). Di questa tassa di Capitazione fa leggiermente menzione la
Cronica d'Edessa.

[526] Procopio stabilisce questa somma (_Anecd. c. 19_) sulla relazione
de' Tesorieri medesimi. Tiberio aveva _vicies ter millies_: ma il suo
Impero era assai diverso da quello d'Anastasio.

[527] Evagrio (_L. IV c. 30_) nella seguente generazione era moderato e
bene istruito: e Zonara (_Lib. XIV c. 61_) nel XII secolo aveva letto
attentamente, e pensato senza prevenzione: pure i loro colori son quasi
così neri come quegli degli Aneddoti.

[528] Procopio (_Anecd. c. 30_) riferisce le oziose congetture di quel
tempo. La morte di Giustiniano, dice l'Istorico segreto, manifesterà la
sua ricchezza, o povertà.

[529] Vedi Corippo _De Laudib. Justini Aug. L. II 260 ec. 304 ec._

    _Plurima sunt vivo nimium neglecta parenti,_
    _Unde tot exhaustus contraxit debita Fiscus._

Si portarono da robuste braccia nell'Ippodromo delle centinaia di libbre
d'oro; _Debita genitoris persolvit, cauta recepit_.

[530] Gli Aneddoti (_c. 11, 14, 18, 20, 30_) somministrano molti fatti,
e più querele.

[531] Un centinaio ne fu rimesso a Scitopoli, Capitale della seconda
Palestina, e dodici al rimanente della Provincia. L'Alemanno (_p. 59_)
produce onestamente questo fatto rilevato da una vita manoscritta di S.
Saba composta da Cirillo di lui discepolo, ch'era nella Libreria
Vaticana, e poi fu pubblicata dal Cotelerio.

[532] Gio. Malala (Tom. II p. 232) parla della mancanza del pane, e
Zonara (_L. XIV pag. 63_) de' tubi di piombo, che Giustiniano, o i suoi
Ministri tolsero dagli acquedotti.

[533] Per un Aureo, ch'era la sesta parte d'un oncia di oro, invece di
210 folli, o sia once di rame, ne diede solamente 180. Una sproporzione
del valore della moneta sotto il prezzo comune, doveva tosto produrre
una scarsità nella moneta bassa. In Inghilterra dodici soldi in moneta
di rame non si venderebbero più di sette soldi (Smith _Ricerche sulla
ricchezza delle Nazioni Vol. I p. 49_). Quanto alla moneta d'oro di
Giustiniano. Vedi Evagrio _L. IV c. 30_.

[534] Il giuramento è concepito ne' termini più formidabili (_Novell.
VIII Tit. 3_). I trasgressori usano contro di se medesimi queste
imprecazioni; _quidquid habent telorum armamentaria Coeli_, a
partecipare l'infamia di Giuda, la lebbra di Giezi, il tremor di Caino
ec. oltre tutte le pene temporali.

[535] Luciano (_in Toxare c. 22, 23 Tom. II p. 530_) riferisce un simile
o anche più generoso atto d'amicizia d'Eudamida di Corinto; e tal
istoria ha prodotto un'ingegnosa, ma debole commedia di Fontanelle.

[536] Gio. Malala Tom. II p. 101, 102, 103.

[537] Anatolio, uno di questi, perì in occasione d'un terremoto... senza
dubbio per giusto giudizio di Dio! I lamenti e clamori del Popolo presso
Agatia (_L. V p. 146, 147_) fanno quasi eco agli Aneddoti. _L'aliena
pecunia reddenda_ di Corippo (_L. II, 381 ec._) non è molt'onorevole per
la memoria di Giustiniano.

[538] Vedi l'istoria ed il carattere di Giovanni di Cappadocia in
Procopio (_Persic. L. I c. 24, 25. L. II c. 30. Vandal. L. I c. 13.
Anecd. c. 2, 17, 22_). La concordanza della Istoria con gli Aneddoti è
una mortal ferita per la riputazione del Prefetto.

[539] Ου γαρ αλλα ουδεν ες γραμματιστους φοιτων εμαθεν οτι μη
γραμματιστα, και ταυτα κακα κακαως γραψαι... _Niente altro imparò
andando alla scuola che a scriver le lettere, e queste assai
malamente_; espressione molto forte.

[540] La cronologia di Procopio è incerta ed oscura; ma coll'aiuto del
Pagi ho potuto distinguere, che Giovanni fu fatto Prefetto del Pretorio
d'Oriente nell'anno 530, che fu deposto nel gennaio del 532, restituito
prima del giugno 533, bandito nel 541 e richiamato fra 'l giugno 548 ed
il primo d'aprile 549. L'Alemanno (_p. 96, 97_) dà la lista de' dieci
suoi successori: serie ben rapida in una porzione d'un solo regno.

[541] Quest'incendio s'accenna da Luciano (_in Hippia c. 2_) e da Galeno
(_L. III de Temperamentis Tom. I p. 81 Edit. Basil._) nel secondo
secolo. Mille anni dopo viene positivamente affermato da Zonara (_L. IX
p. 424_) sull'autorità di Dione Cassio, da Tzetze (_Chiliad. II, 119 ec.
_), da Eustazio (_ad Iliad. Ep. 338_) e dallo Scoliaste di Luciano. Vedi
Fabricio (_Bibl. Graec. L. III c. 22 Tom. II p. 551, 552_) a cui son più
o meno debitore di queste citazioni.

[542] Zonara (_L. XIV p. 55_) afferma il fatto senz'addurne alcuna
prova.

[543] Tzetze descrive l'artifizio di questi specchi ustorj, che egli
aveva letto, probabilmente con occhi non istruiti, in un Trattato
matematico d'Antemio. Questo Trattato, περὶ παραδοξων μηχανηματων
(_delle macchine mirabili_) si è ultimamente pubblicato, tradotto,
ed illustrato da M. Dupuys, erudito e matematico (Memoires _de
l'Academie des Inscriptions Tom._ LXII p. 392, 451).

[544] Nell'assedio di Siracusa dal silenzio di Polibio, di Plutarco e di
Livio e nell'assedio di Costantinopoli da quello di Marcellino, e di
tutti i contemporanei del VI secolo.

[545] Senz'alcuna previa cognizione di Tzetze o d'Antemio l'immortal
Buffon immaginò, ed eseguì una serie di specchi ustorj, co' quali potè
infiammar delle tavole alla distanza di 200 piedi (_Supplement a l'Hist.
nat. Tom. I p. 330, 483. Edit. 4_). Quali miracoli non avrebbe fatto il
suo genio pel pubblico servizio a spese Reali, e col forte Sole di
Costantinopoli o di Siracusa?

[546] Gio. Malala (_Tom. II p. 120, 124_) racconta il fatto: ma sembra,
che confonda i nomi o le persone di Proclo e di Marino.

[547] Agatia _Lib. V pag. 140, 152_. Il merito di Antemio come
Architetto vien sommamente innalzato da Procopio (_de Aedif. Lib. I cap.
1_), e da Paolo Silenziario (_p. 1, 134 ec._).

[548] Vedi Procopio (_De Aedif. L. I c. 1, 2 L. II c. 3_). Ei riferisce
una coincidenza di sogni, che suppone qualche frode in Giustiniano, o
nel suo Architetto: ambidue videro in una visione l'istesso piano per
fermare un'inondazione a Dara: fu rivelata all'Imperatore una cava di
pietre vicina a Gerusalemme (_L. V c. 6_); e fu destinato un angelo alla
perpetua custodia di S. Sofia (Anonym. _de antiq. C. P. L. IV p. 70_).

[549] Nella folla di Scrittori antichi e moderni, che hanno celebrato
l'edifizio di S. Sofia, io distinguerò e seguirò: 1. Quattro Spettatori
ed Istorici originali di esso, cioè Procopio (_De Aedif. l. I c. 1_),
Agatia (_L. V p. 152_), Paolo Silenziario (_in un Poema di 1026 Esametri
ad calcem Annae Comnen. Alexiad._) ed Evagrio (_L. IV c. 31_): 2. Due
leggende Greche più recenti, Giorgio Codino (_De Orig. CP. p. 64, 74_),
e lo Scrittore anonimo del Banduri (_Imp. Orient. Tom. I l. IV p. 65,
80_): 3. Il grande Antiquario Bizantino Du-Cange (_Comment. ad Paul.
Silent. p. 525, 598_ e _CP. Christi L. III pag. 4, 78_): 4. Due
Viaggiatori Francesi, cioè Pietro Gillio (_De Topograph. CP. L. II c. 3,
4_) nel secolo XVI, e Grelot (_Voyage de CP. p. 95, 164. Paris 1680 in
4_). Quest'ultimo ha pubblicato anche le piante, i prospetti e le vedute
interne di S. Sofia; ed i suoi disegni, quantunque di minor dimensione,
sembrano più corretti di quelli del Du-Cange. Io ho adottato e ridotto
le misure del Grelot; ma siccome nessun Cristiano può presentemente
salir sulla cupola, l'altezza n'è presa da Evagrio paragonato con
Gillio, con Greaves, e col Geografo Orientale.

[550] Il tempio di Salomone era circondato da Cortili, Portici ec. ma la
pura fabbrica della Casa di Dio (se calcoliamo il cubito Egiziano o
Ebreo a ragione di 22 pollici) non era più di 55 piedi alta, 36-2/3
larga, 110 lunga: Piccola Chiesa Parrochiale, dice Prideaux (_Connection
Vol. I p. 144 fol._): ma pochi Santuari potrebbero valutarsi quattro o
cinque milioni di lire sterline.

[551] Paolo Silenziario in oscuro e poetico stile descrive la varie
pietre e marmi, che s'impiegarono nell'edifizio di S. Sofia (_P. II p.
129, 133 ec._), vale a dire, 1. Il _Caristio_ pallido con vene di ferro:
2. il _Frigio_ di due sorti ambedue color di rosa, uno con ombreggiature
bianche, l'altro purpuree con fiori d'argento: 3. il _Porfido d'Egitto_
con piccole stelle: 4. _Il marmo verde di Laconia_: 5. il _Cario_ del
monte Jassi con vene obblique bianche e rosse: 6. il _Lidio_ pallido con
un fiore rosso: 7. L'_Affricano o Mauritano_ d'un color d'oro, o di
zafferano: 8. il _Celtico_ nero con vene bianche: 9. il _Bosforico_
bianco con punte nere. Oltre il _Proconnesio_, che formava il pavimento,
il _Tessalo_, il _Molossio ec._ che son coloriti meno distintamente.

[552] I sei libri degli Edifizi di Procopio son distribuiti in tal modo:
il primo si limita a Costantinopoli: il secondo include la Mesopotamia,
e la Siria: il terzo l'Armenia, ed il Ponto Eussino: il quarto l'Europa:
il quinto l'Asia minore, e la Palestina: il sesto l'Egitto e l'Affrica.
L'Italia è omessa dall'Imperatore, o dall'Istorico, che pubblicò questa
opera d'adulazione avanti l'epoca dell'intera conquista di essa (an.
555).

[553] Giustiniano diede una volta quarantacinque centinaia d'oro
(180,000 lire _Sterline_) per la riparazione d'Antiochia dopo il
terremoto (Gio. Malala _Tom. II pag. 146, 149_).

[554] Quanto all'_Ereo_, Palazzo di Teodora. Vedi Gillio (_De Bosphoro
Thrac. l. III c. 11._), l'Alemanno (_Not. ad Anecd. p. 80, 81_ che cita
vari Epigrammi dell'Antologia), ed il Du-Cange (_CP. Christ. L. IV c. 13
p. 175, 176_).

[555] Si paragonino fra loro i diversi linguaggi dell'adulazione e della
malevolenza negli Edifizi (_L. I c. 11_), e negli Aneddoti (_c. 8, 15_).
Gli oggetti spogliati del belletto, o nettati dal fango compariscono i
medesimi.

[556] Procopio _L. VIII, 29_. Era questa Balena probabilmente forestiera
o vagante, mentre il Mediterraneo non suole nutrirne. _Balenae quoque in
nostra maria penetrant_ (_Plin. Hist. Nat. IX, 2_). Fra il cerchio
polare, ed il tropico, gli animali cetacei dell'Oceano crescono fino
alla lunghezza di 50, di 80 e di 100 piedi (_Hist. des Voyages Tom. XV
p. 289; Zoologia Britannica di Pennant Vol. III p. 35_).

[557] Montesquieu (_Observat. sur la Grand. et la Decad. des Romains c.
20 Tom. III p. 503_) osserva, che l'Impero di Giustiniano, come la
Francia nel tempo delle incursioni de' Normanni, non fu mai tanto
debole, come quando si fortificò ogni villaggio.

[558] Procopio afferma (_l. IV c. 6_), che il Danubio fu arrestato dalle
rovine del Ponte. Se l'Architetto Apollodoro ci avesse lasciato una
descrizione della sua opera, si sarebbero dalla genuina di lui pittura
corrette le favolose maraviglie di Dione Cassio (_L. XVIII pag. 129_).
Il Ponte di Traiano era composto di venti o ventidue pilastri di pietra
con archi di legno: il fiume è poco profondo, la corrente non rapida, e
l'intero spazio fra le due rive non è maggiore di 443 tese (Reimar _ad
Dion._ coll'autorità del Marsigli) o di 515 (Danville _Geogr. anc. Tom.
I p. 305_).

[559] Vale a dire sopra le due Dacie _Mediterranea e Ripense_, sopra la
Dardania, la Prevalitana, la Mesia seconda, e la Macedonia seconda. Vedi
Giustiniano, che parla (_Novell. XI_) delle sue Fortezze di là del
Danubio, e degli _homines semper bellicis sudoribus inhaerentes_.

[560] Vedi Danville (_Memoires de l'Acad. ec. Tom. XXXI p. 289, 290_),
Rycaut (_Stato presente dell'Impero Turco pag. 97, 316_), Marsigli
(_Stato milit. dell'Imp. Ottomano p. 150_). Il Sangiacco di Giustendil è
uno de' venti sottoposti al Beglerbeg di Romelia; ed il suo distretto
mantiene 48 _Zaim_ e 588 _Timariotti_.

[561] Queste fortificazioni possono assomigliarsi ai castelli della
Mingrelia (Chardin _Voyag. en Perse Tom. I p. 60, 131_), pittura ben
naturale.

[562] La Valle di Tempe è situata lungo il fiume Penco, fra i colli
d'Ossa e d'Olimpo; essa è lunga soltanto cinque miglia, ed in alcuni
luoghi non e più larga di 120 piedi. Le sue verdeggianti bellezze sono
elegantemente descritte da Plinio (_Hist. Nat. l. IV, 15_), e più
diffusamente da Eliano (_Hist. var. L. III c. 1_).

[563] Zenofonte _Hellenic. lib. III c. 2_. Dopo una lunga e tediosa
conversazione co' declamatori Bizantini, quanto è piacevole la verità,
la semplicità e l'eleganza d'un Attico Scrittore!

[564] Della lunga muraglia vedasi Evagrio (_L. IV c. 38_). Tutto
quest'articolo è tratto dal quarto libro degli Edifizi, eccettuato
Anchialo (_L. III c. 7_).

[565] Vedi sopra _Vol. I_. Nel corso di quest'Istoria ho qualche volta
rammentato, e molto più spesso trascurato le precipitose incursioni
degl'Isauri, che non ebbero alcuna conseguenza.

[566] Trebellio Pollione (_in Hist. Aug. p. 107_) che visse al tempo di
Diocleziano o di Costantino. Vedi anche Pancirolo _ad Notit. Imper.
Orient. c. 115, 141; Cod. Theodos. Lib. IX Tit. 35 Leg. 37_; con una
copiosa e ben corredata annotazione del Gotofredo (_Tom. III p. 250,
257_).

[567] Vedi la piena ed ampia descrizione delle loro scorrerie presso
Filostorgio (_Hist. Eccl. L. XI c. 8_) con l'erudite dissertazioni del
Gotofredo.

[568] _Cod. Giustin. L. IX Tit. 12 Leg. 10._ Son rigorose le pene
stabilite contro di essi, cioè una multa di cento libbre d'oro, la
degradazione, e fino la morte. La pubblica sicurezza potè somministrare
un pretesto per dissiparli: ma Zenone in seguito volle piuttosto trar
profitto dal valore e dal servizio degl'Isauri.

[569] La guerra Isaurica, ed il trionfo d'Anastasio si narrano
brevemente ed oscuramente da Giovanni Malala (_T. II p. 106, 107_), da
Evagrio (_L. III c. 35_), da Teofane (_p. 118, 120_) e dalla Cronica di
Marcellino.

[570] _Fortes ea regios_ (dice Giustiniano) _viros habet, nec in ullo
differt ab Isauria_, quantunque Procopio (_Persic. l. 1 c. 18_) noti
un'essenzial differenza nel militare loro carattere: ne' più antichi
tempi però i Licaonj ed i Pisidj avevan difeso la lor libertà contro il
gran Re (Senofonte _Anabas. l. III c. 2_). Giustiniano si serve d'una
falsa e ridicola erudizione dell'antico Impero de' Pisidj e di Licaone,
il quale dopo aver visitato Roma (lungo tempo avanti Enea) diede il nome
e la popolazione alla Licaonia (_Nov. 24, 25, 27, 30_).

[571] Vedi Procopio _Persic. l. 1 c. 19_. L'Altare della concordia
nazionale, dove si facevano gli annui sacrifizi e giuramenti, che
Diocleziano aveva eretto nell'Isola d'Elefantina, fu demolito da
Giustiniano con minor politica che zelo.

[572] Procopio _de Aedif. l. III c. 7 Hist. l. VIII c. 3, 4._ Questi
Goti senz'ambizione avevan ricusato di seguitar le bandiere di
Teodorico. Fino al secolo XV e XVI se ne può rintracciare il nome e la
nazione fra Caffa, e lo Stretto di Azof (Danville _Memoir. de l'Acad.
Tom. XXX p. 240_). Essi meritarono bene la curiosità del Busbechio
(_pag. 321, 326_): ma sembra, che siano svaniti nelle relazioni più
recenti delle missioni del Levante (_Tom. I_), e presso Tott, Peyssonel
ec.

[573] Per la geografia e la struttura di questa frontiera dell'Armenia,
vedi le Guerre Persiane, e gli Edifizi di Procopio (_l. II c. 4, 7. l.
III c. 2, 7_).

[574] Questo Paese vien descritto da Tournefort (_Voyage au Levant Tom.
III Lettr. XVII, XVIII_). Quell'abile Botanico ben presto scuoprì la
pianta, che infetta il mele (Plin. XXI, 44, 45). Egli osserva, che i
soldati di Lucullo con ragione restaron sorpresi al freddo, che vi
trovarono, mentre anche nella pianura d'Erzerum alle volte cade la neve
nel mese di giugno, e di rado termina la raccolta prima del Settembre. I
Colli dell'Armenia sono sotto il grado 40 di latitudine: ma nella
montuosa regione, dove io abito (_la Svizzera_), si sa bene, che una
salita di alcune ore trasporta il viaggiatore dal clima della
Linguadocca in quello della Norvegia: e si ammette come regola generale,
che sotto la linea equinoziale un'elevazione di 2400 tese equivale al
freddo del cerchio polare (Remond _Observat. sur les Voyages de Coxe
dans la Suisse Tom. II p. 104_).

[575] Può rintracciarsi l'identità, o prossimità de' Calibi e dei Caldei
presso Strabone (_L. XII pag. 825, 826_), Cellario (_Geogr. Antiq. Tom.
II p. 202, 204_) e Freret (_Mem. de l'Acad. Tom. IV p. 594_). Senofonte,
nel suo Romanzo (_Cyropaed. l. III_), introduce quegli stessi Barbari,
contro i quali avea combattuto nella sua ritirata (_Anabas. l. IV_).

[576] Procopio _Persic. lib. I cap, 15 de Aedif. lib. III cap. 6_.

[577] _Ni Taurus obstet in nostra maria venturus_ (Pompon. Mela III, 8).
Plinio, Poeta non meno che Naturalista, personifica il fiume, ed il
monte, e ne descrive il combattimento. Vedasi nell'eccellente Trattato
del Danville il corso del Tigri, e dell'Eufrate.

[578] Procopio (_Persic. l. II c. 12_) racconta la storia col tuono
mezzo scettico e mezzo superstizioso d'Erodoto. Questa promessa non si
trova nella primitiva menzogna d'Eusebio, ma cominciò almeno dall'anno
400: ed una terza favola, cioè la _Veronica_, ben presto insorse sulle
altre due (Evagrio _lib. IV c. 27_). Siccome Edessa è stata presa, il
Tillemont dovè negar la promessa (_Mem. Eccl. Tom. I p. 362, 383, 617_).

[579] Questi si compravano da' mercanti d'Aduli, che commerciavano
nell'India (Cosma _Topogr. Christ. L. XI p. 339_). Pure nella stima
delle pietre preziose il primo era lo smeraldo Scitico, il Battriano
aveva il secondo luogo, e l'Etiopico solamente il terzo (Theophrast.
d'Hill, _p. 61 ec. 92_). La produzione, le cave ec. degli smeraldi sono
involte nella oscurità: ed è dubbioso, se noi abbiamo alcuna delle
dodici specie di essi note agli Antichi (Goguet _Orig. des Leix ec.
Part. II Lib. 2 cap. 2 art. 3_). In questa guerra gli Unni guadagnarono,
o almeno Peroze perdè la più preziosa perla del Mondo, di cui Procopio
racconta una ridicolosa favola.

[580] Gl'Indo-Sciti continuarono a regnare dal tempo d'Augusto (Dionys.
Perieget. 1088 _col commentario d'Eustazio_ presso Hudson _Geogr. minor.
Tom. IV_) fino a quello di Giustino il Vecchio (Cosma _Topograph.
Christ. Lib. XI p. 338, 339_). Nel secondo secolo essi eran padroni di
Larice, o di Guzerat.

[581] Vedi le avventure di Firuz, e Peroze, e le loro conseguenze presso
Procopio (_Persic. l. 1 c. 3, 6_) che può confrontarsi co' frammenti
dell'Istoria Orientale (d'Herbelot _Bibliot. Orient. p. 351_ e Texeira
Istoria di Persia tradotta o compendiata da Stewens _l. I c. 32 p. 132,
138_). La Cronologia è ben determinata dall'Assemanno (_Bibliot. Orient.
Tom. III p. 396, 427_).

[582] La descrizione della Guerra Persiana sotto i regni di Anastasio e
di Giustino può trarsi da Procopio (_Persic. l. I c. 7, 8, 9_), da
Teofane (_In Chronograph. pag. 124, 127_), da Evagrio (_L III c. 37_), a
Marcellino (_in Chron. p. 47_), e da Giosuè Stilita (ap. Asseman. _Tom.
I p. 272, 281_).

[583] Procopio fa un'ampia e corretta descrizione di Dara (_Persic. l. I
c. 10. l. II c. 13 de Aedif. l. II c. 1, 2, 3. l. III c. 5_). Se ne veda
la situazione presso il Danville (_l'Euphrate et le Tigre p. 53, 54,
55_) quantunque sembra, ch'egli raddoppi la distanza fra Dara e Nisibi.

[584] Per la Città, ed il passo di Derbend vedasi d'Herbelot (_Bibliot.
Orient. p. 157, 291, 807_), Petit de la Croix (_Hist. de Gengiscan. l.
IV c. 9_), Istoria Genealogica de' Tartari (_Tom. I p. 120_), Oleario
(_Voyage en Perse p. 1039, 1042_) e Cornelio le Bruyn (_Viaggi Tom. I p.
146, 147_). Può confrontarsi il prospetto di questo con la pianta
d'Oleario, il quale crede che le mura siano di crostacei e di sabbia
induriti dal tempo.

[585] Procopio con qualche confusione le chiama sempre _Caspie_
(_Persic. l. 1 c. 10_). Questo passo presentemente si appella
_Tatar-topa_, Porte Tartare (Danville _Geogr. anc. Tom. II p. 119,
120_).

[586] L'immaginario riparo di Gog e Magog, che fu seriamente investigato
e creduto da un Califfo del IX secolo, sembra che sia derivato dalle
porte del Monte Caucaso, e da un'incerta notizia della muraglia della
China (_Geogr. Nubiens. p. 267, 270: Memoires de l'Academie Tom. XXXI p.
210, 219_).

[587] Vedi un'erudita Dissertazione di _Baier de muro Caucaseo in
Comment. Acad. Petropolit. anno 1726 Tom. I p. 425, 463_: ma le manca
una carta o pianta. Quando il Czar Pietro I s'impadronì di Derbend
l'anno 1722 la misura del muro fu trovata essere di _Orgigie_ o braccia
russe 3285 ciascheduna delle quali contiene sette piedi Inglesi, e
perciò della lunghezza in tutto di poco più di quattro miglia.

[588] Vedi le Fortificazioni ed i trattati di Cosroe o Nushirwan presso
Procopio (_Persic. l. I c. 16, 22 l. II_), e di Herbelot (_p. 682_).

[589] La vita d'Isocrate s'estende dall'Olimpiade 86. 1. fino alla 110.
3. (dall'anno 436 al 338 avanti Gesù Cristo). Vedi Dionys. Halicarn.
_Tom. II p. 149, 150 Edit. Hudson_. Plutarco (o l'Anonimo) _in Vit. X
Orator. pag. 1538, 1543 Edit. II Steph._ Phot. _Cod. CCLIX p. 1453_.

[590] Sono copiosamente descritte, quantunque in concise parole, le
scuole d'Atene nella _Fortuna Attica di_ Meursio (_c. VIII p. 59, 73 nel
Tom. I Opp._). Quanto allo stato ed alle arti di quella città, vedi il
primo libro di Pausania, ed un piccolo trattato di Dicearco (nel secondo
Tomo dei Geografi di Hudson), che scrisse verso l'Olimpiade CXVII.
(_Dissert. di Dodwell. sez. 4_).

[591] Diogen. Laert. _De vit. Philosopher. L. V segm. 37 p. 389_.

[592] Vedi il testamento d'Epicuro presso Diogene Laerzio _L. X segm.
16, 20 pag. 611, 612_. Una sola Epistola (_ad Familiar. XIII, 1_)
scuopre l'ingiustizia dell'Areopago, la fedeltà degli Epicurei, la
destra urbanità di Cicerone, e la mescolanza di disprezzo e di stima,
con cui i Senatori Romani riguardavano la Filosofia ed i Filosofi della
Grecia.

[593] Damascius _in vit. Isidori ap. Photium Cod. CCXLIII. p. 1054_.

[594] Vedi Luciano (_in Eunech. Tom. II. pag. 350-359 Ediz. Reitz_),
Filostrato (_in Vit. Sophist. l. II c. 2_), e Dione Cassio, o Zifilino
(_l. LXXI p. 1195_) insieme co' loro Editori Du Soul, Oleario, e Reimar,
e soprattutto Salmasio (_ad Hist. Aug. p. 72_). Un giudizioso Filosofo
(Smith _Ricchezza delle nazioni Vol. II. p. 340-374_) preferisce le
libere contribuzioni degli studenti ad uno stipendio fisso pel
Professore.

[595] Brucker _Hist. Crit. Philos. Tom. II p. 310_ ec.

[596] Si fissa la nascita d'Epicuro all'anno 342 prima di Cristo,
(Bayle) nell'Olimpiade CIX. 3, ed egli aprì la sua scuola in Atene
nell'Olimp. CXVIII 3 cioè 306 anni avanti la medesima Era. Quella Legge
intollerante (secondo Ateneo l. XIII p. 610, Diogene Laerzio, _L. V: S.
38. p. 290_ e Giulio Polluce IX 5) fu fatta nel medesimo o nel seguente
anno (Sigon. Opp. T. V. p. 62. Menag. _ad Diogen. Laert. p. 204_.
Corsini _Fasti Attic. T. IV p. 67, 68_) e fu soggetto al medesimo esilio
anche Teofrasto Capo de' Peripatetici, e discepolo d'Aristotele.

[597] Questa non è un'Era immaginaria: i Pagani contavano le lor
calamità dal regno del loro Eroe. Proclo, di cui la nascita è segnata
dal suo Oroscopo (l'an. 412 il dì 8 di Febbrajo a Costantinopoli), morì
124 anni απο Ιουλιανου βασιλεως (dopo l'Imperator Giuliano)
l'anno 485 (Marin. _in vit. Procli c. 36_).

[598] La vita di Proclo, composta da Marino, fu pubblicata dal Fabricio
(_Hamburg, 1700, et ad calcem Bibliot. Latin. Lond. 1703_). Vedi Suida
(_Tom. III p. 185, 186_), Fabric. (_Bibliot. Graec. t. V c. 26 p. 449,
552_), e Brucker (_Hist. Crit. Philos. Tom. II. 319-326_).

[599] La vita d'Isidoro fu fatta da Damascio (ap. Photium _Cod. CCXLII
p. 1028, 1076_). Vedi l'ultimo secolo de' Filosofi Pagani presso Brucker
(_Tom. II. p. 341-351_).

[600] Fa menzione della soppressione delle scuole d'Atene Giovanni
Malala (_Tom. II p. 187_) ed una Cronica anonima nella Libreria Vaticana
(ap. Aleman. _ p. 106_).

[601] Agatia (_l. III p. 69, 70, 71_) riferisce questa curiosa storia.
Cosroe montò sul trono l'anno 531, e fece la sua prima pace co' Romani
al principio dell'anno 533 epoca ben conciliabile con la _giovin_ sua
fama, e con la _vecchia_ età d'Isidoro (Asseman. _Bibliot. Orient. Tom.
III p. 404_ Pagi _Tom. II p. 543, 550_).

[602] Cassiodoro _Var. Epist. VI, I Giornandes c. 57 p. 696. Edit. Grot.
Quod summum bonum primumque in mundo decus edicitur._

[603] Vedi i regolamenti di Giustiniano (_novell. CV_) con la data del 5
luglio a Costantinopoli, indrizzati a Strategico, Tesoriere dell'Impero.

[604] Procopio _in Anecdot. c._ 26 _Aleman. pag. 106_. Nel XVIII anno
dopo il Consolato di Basilio, secondo il computo di Marcellino, di
Vittore, di Mario ec. fu composta la Istoria segreta, ed agli occhi di
Procopio il Consolato era già totalmente abolito.

[605] Da Leone il Filosofo (_Nov. XCIV an. 886, 911_). Vedi Pagi
(_Dissert. Hypatic. p. 325, 362_) e Du-Cange (_Gloss. Graec. p. 1635,
1636_). Erasi avvilito fino il titolo: _Consulatus Codicilli...
vilescunt_, dice il medesimo Imperatore.

[606] Secondo Giulio Affricano ec. il Mondo fu creato nel primo giorno
di settembre 5508 anni, tre mesi, e venticinque giorni avanti la nascita
di Cristo (Vedi Pezron _Antiquité des tems defendue p. 20, 28_) e
quest'Era si è usata da' Greci, da' Cristiani orientali, ed anche da'
Russi fino al regno di Pietro I. Tal periodo per quanto sia arbitrario,
è però chiaro e comodo. De' 7296 anni, che si suppongono passati dopo la
creazione, ne troveremo 3000 d'ignoranza, e d'oscurità; 2000 favolosi o
dubbiosi, 1000 d'istoria antica, principiando dall'Impero Persiano, e
dalle Repubbliche di Roma e d'Atene, 1000 dalla caduta del Romano Impero
in Occidente fino alla scoperta dell'America, ed i rimanenti 296
formeranno quasi tre secoli dello stato moderno d'Europa, e del Genere
umano. Io sceglierei piuttosto questa cronologia, che stimo assai
preferibile al nostro doppio e intricato metodo di contare per
l'indietro, e per l'avanti gli anni prima e dopo l'Era Cristiana.

[607] L'Era del Mondo ha prevalso in Oriente dopo il VI Concilio
Generale (an. 681). In Occidente l'Era Cristiana fu inventata
primieramente nel VI secolo: si propagò nell'VIII per l'autorità e gli
scritti del Venerabile Beda; ma non fu che pel secolo X che l'uso di
essa divenne legale e comune. Vedi _L'Art de verifier les dates,
Dissert. Prelim. p. III, XII Dictionaire diplomat. Tom. I p. 329, 337_.
Opere d'una laboriosa società di Monaci Benedettini.



CAPITOLO XLI.

      _Conquiste di Giustiniano in Occidente. Carattere, e prime
      campagne di Belisario. Esso invade e soggioga il Regno Vandalico
      in Affrica. Suo trionfo. Guerra Gotica. Ricupera la Sicilia,
      Napoli e Roma. Assedio di Roma fatto da' Goti. Ritirata, e
      perdite de' medesimi. Resa di Ravenna. Gloria di Belisario. Sua
      vergogna, e disgrazie domestiche._


[A. 533]

Quando Giustiniano salì sul trono, circa cinquant'anni dopo la caduta
dell'Impero di Occidente, i Regni de' Goti e de' Vandali avevano
acquistato un solido e, per quanto potrebbe sembrare, legittimo
stabilimento sì in Europa, che in Affrica. I titoli che la vittoria
Romana erasi attribuita, furono con ugual giustizia cancellati dalla
spada de' Barbari; e la fortunata loro rapina trasse un più venerabil
diritto dal tempo, dai trattati e da' giuramenti di fedeltà ripetuti già
da due o tre generazioni di ubbidienti sudditi. L'esperienza ed il
Cristianesimo avevan confutato la superstiziosa speranza, che Roma fosse
fondata dagli Dei per regnare in perpetuo sulle Nazioni della Terra. Ma
la superba pretensione di perpetuo ed invulnerabil dominio che i suoi
soldati non poteron più sostenere fu costantemente difesa da' suoi
Politici e Giureconsulti, le opinioni de' quali son talvolta risorte e
si son propagate nelle moderne scuole di Giurisprudenza. Dopo che la
stessa Roma fu spogliata della Porpora Imperiale, i Principi di
Costantinopoli assunsero il solo e sacrato scettro della Monarchia;
dimandarono come legittima loro eredità le Province, che erano state
soggiogate da' Consoli o possedute da' Cesari; e debolmente aspiravano a
liberare i fedeli lor sudditi d'Occidente dall'usurpazione degli Eretici
e dei Barbari. A Giustiniano fu riservata in qualche parte l'esecuzione
di questo splendido disegno. Per i primi cinque anni del suo Regno esso
fece con ripugnanza una dispendiosa e svantaggiosa guerra contro i
Persiani, finattantochè l'orgoglio non cedè all'ambizione di esso e
comprò al prezzo di quattrocento quarantamila lire sterline una precaria
tregua, che nel linguaggio di ambedue le Nazioni fu decorata col nome
d'eterna pace. La sicurezza dell'Oriente lasciò l'Imperatore in libertà
d'impiegar le sue forze contro i Vandali; e lo stato interno
dell'Affrica somministrò un onorevol motivo, e promise un efficace aiuto
alle armi Romane[608].

[A. 525-534]

Il Regno Affricano, secondo il testamento del suo Fondatore, era per
retta linea pervenuto in Ilderico, maggiore in età fra' Principi
Vandali. Una dolce indole fece inclinare il figlio d'un tiranno, ed il
nipote d'un conquistatore a preferire i consigli di clemenza e di pace;
ed il suo avvenimento al trono fu contrassegnato da un salutar editto,
che restituì dugento Vescovi alle lor Chiese, e permise la libera
professione del Simbolo Atanasiano[609]. Ma i Cattolici accettarono con
fredda e passeggiera gratitudine un favore tanto inferiore alle lor
pretensioni, e le virtù d'Ilderico offesero i pregiudizi de' suoi
Nazionali. Il Clero Arriano cercò d'insinuare a' Vandali ch'egli aveva
rinunziato alla fede de' suoi Maggiori, ed i soldati più altamente si
dolsero, che avea degenerato dal coraggio di essi. Si sospettò ne' suoi
Ambasciatori una segreta e vergognosa negoziazione alla Corte Bizantina:
ed il suo Generale, che si chiamava l'Achille[610] de' Vandali, perdè
una battaglia contro i nudi e indisciplinati Mori. Gelimero, a cui
l'età, l'origine e la fama militare dava un apparente diritto alla
successione, esacerbò il mal contento: ei prese col consenso della
Nazione le redini del Governo; ed il suo sfortunato Sovrano senza
neppure un combattimento, precipitò dal trono in una prigione, dove fu
rigorosamente guardato insieme con un fedel Consigliere, ed il suo
malveduto nipote, l'Achille de' Vandali. Ma l'indulgenza che Ilderico
avea dimostrato a' suoi sudditi Cattolici, lo raccomandò efficacemente
al favore di Giustiniano, che per vantaggio della propria setta, poteva
ammettere l'uso e la giustizia della tolleranza religiosa. Mentre il
nipote di Giustino era tuttavia privato, si fomentò la loro alleanza col
vicendevol commercio di doni e di lettere; e l'Imperator Giustiniano
sostenne la causa della dignità reale e dell'amicizia. Egli ammonì
l'usurpatore in due successive ambascierie a pentirsi del suo tradimento
o almeno ad astenersi da ogni ulteriore violenza che provocar potesse
l'ira di Dio, e de' Romani; a rispettare le leggi della parentela e
della successione; ed a lasciar, che un uomo vecchio ed infermo
terminasse in pace i suoi giorni, o sul trono di Cartagine, o nel
palazzo di Costantinopoli. Le passioni, ovvero la prudenza di Gelimero
lo costrinsero a rigettar queste domande, che venivan fatte con calore
nell'altiero tuono di minacce e di comandi, ed ei giustificò la sua
ambizione in un linguaggio, che di rado tenevasi alla Corte di Bizanzio,
allegando il diritto, che aveva un Popolo libero di rimuovere o di
punire il suo principal Magistrato che avea mancato nell'esecuzione
dell'ufizio Reale. Dopo questa inutile intimazione il prigioniero
Monarca fu trattato con più rigore; al suo nipote furono levati gli
occhi, ed il crudel Vandalo, confidando nella sua forza e distanza
derideva le vane minacce, ed i lenti preparativi dell'Imperatore
d'Oriente. Giustiniano dunque risolvè di liberare, o vendicare il suo
amico; Gelimero di sostener la sua usurpazione; e la guerra, secondo
l'uso delle Nazioni incivilite, fu preceduta dalle più solenni proteste,
che ciascheduna delle parti desiderava sinceramente la pace.

La notizia d'una guerra Affricana non fu grata che alla vana ed oziosa
plebaglia di Costantinopoli di cui la povertà l'esentava da' tributi, e
la poltroneria ben di rado l'esponeva al servizio militare. Ma i
Cittadini più savi, che dal passato giudicavano del futuro, riflettevano
all'immensa perdita, sì di uomini che di danaro, dall'Impero sofferta
nella spedizione di Basilisco. Le truppe che dopo cinque laboriose
Campagne si erano richiamate dalle frontiere della Persia, temevano il
mare, il clima e le armi d'un incognito nemico. I ministri delle Finanze
calcolavano, per quanto eran suscettibili di calcolo, i bisogni d'una
guerra nell'Affrica; le tasse, che bisognava trovare ed esigere per
supplire ai tali esorbitanti bisogni; ed il pericolo che le proprie lor
vite, o almeno i loro lucrosi impieghi non fossero responsabili della
mancanza di ciò ch'era necessario. Giovanni di Cappadocia, mosso da tali
cagioni del proprio interesse (giacchè non può sopra di lui cadere il
sospetto d'alcuna sorte di zelo del pubblico bene), si avventurò ad
opporsi in pieno consiglio alle inclinazioni del suo Signore. Confessò
in vero, che una vittoria di tale importanza non potea mai comprarsi a
troppo caro prezzo; ma ne rappresentò in un grave discorso le difficoltà
certe, e l'incerto evento. «Se intraprendete, disse il Prefetto,
l'assedio di Cartagine per terra, la distanza non è minore di cento
quaranta giorni di cammino, e per mare bisogna che passi un intero
anno[611], prima che voi possiate avere alcuna nuova della vostra
flotta. Soggiogando l'Affrica, essa non potrebbe conservarsi senza la
conquista anche della Sicilia, e dell'Italia. Il buon successo vi
obbligherà a nuovi travagli; ed una sola disgrazia attirerà i Barbari
nel cuore dell'esausto vostro Impero». Giustiniano sentì il peso di
questo salutevol consiglio; restò confuso dall'insolita libertà di un
ossequioso servo; e forse si sarebbe abbandonato il disegno di far
quella guerra, se non si fosse ravvivato il suo coraggio da una voce,
che fece tacere i dubbi della profana ragione: «Ho avuto una visione
(gridò un artificioso o fanatico Vescovo d'Oriente): è volere del Cielo,
o Imperatore, che non abbandoniate la vostra santa impresa di liberare
la Chiesa Affricana. Il Dio degli Eserciti precederà le vostre bandiere,
e dispergerà i vostri nemici che sono i nemici del suo Figlio».
L'Imperatore potè facilmente tentarsi, ed i suoi consiglieri furon
costretti a dar fede a questa opportuna rivelazione: ma essi trassero
una più ragionevole speranza dalla rivolta, che gli aderenti di Ilderico
o Atanasio avevano già eccitato a' confini della Monarchia Vandalica.
Pudenzio, suddito affricano, aveva segretamente manifestato le sue
fedeli intenzioni, ed un piccol soccorso militare fece tornar la
Provincia di Tripoli all'ubbidienza de' Romani. Era stato affidato il
Governo di Sardegna a Goda, valoroso Barbaro, che sospese il pagamento
del tributo, negò di prestar omaggio all'usurpatore, e diede orecchio
agli emissari di Giustiniano, che lo trovaron padrone di quella fertile
Isola, alla testa delle sue guardie, e superbamente rivestito delle
insegne Reali. Si diminuiron le forze dei Vandali dalla discordia e dal
sospetto; e gli eserciti Romani furono animati dal coraggio di
Belisario, uno di que' nomi eroici, che son cogniti ad ogni tempo e ad
ogni Nazione.

[A. 529-532]

L'Affricano della nuova Roma era nato, e forse educato fra' contadini
della Tracia[612] senz'alcuno di quei vantaggi, che avea formato le
virtù del vecchio e del giovine Scipione, quali sono un'origine nobile,
gli studj liberali, e l'emulazione d'uno stato libero. Il silenzio d'un
loquace Segretario si può ammetter come una prova, che la gioventù di
Belisario non potè somministrare alcun soggetto di lode: ei servì
sicurissimamente con valore e riputazione fra le guardie private di
Giustiniano; e quando il suo padrone divenne Imperatore, fu egli
promosso al comando militare. Dopo un'ardita incursione nella
Persarmenia, in cui divise la sua gloria con un collega, e ne fu
arrestato il progresso da un nemico, Belisario si fermò nell'importante
posto di Darà, dove preso la prima volta al suo servizio Procopio,
fedele compagno, e diligente istorico delle sue imprese[613]. Il Miranne
di Persia con quarantamila uomini delle migliori sue truppe avanzossi
per gettare a terra le fortificazioni di Dara; e indicò il giorno e
l'ora, in cui dovevano i Cittadini preparargli un bagno per rinfrescarsi
dopo le fatiche della vittoria. Incontrò egli un avversario uguale a lui
nel nuovo titolo, che aveva avuto di Generale dell'Oriente; superiore
nella perizia della guerra; ma molto inferiore nel numero, e nella
qualità delle sue truppe, che non erano più di venticinquemila fra
Romani e stranieri, rilassati nella disciplina militare, ed umiliati da
recenti disastri. Siccome la pianura di Dara non ammetteva alcuna sorte
di strattagemma, o d'imboscata, Belisario difese la sua fronte con una
forte trincera, che prolungò prima in linee perpendicolari e poi
parallele, per cuoprire le ali della cavalleria, situata
vantaggiosamente in luogo da poter dominare i fianchi e la retroguardia
del nemico. Attaccato che fu il centro de' Romani, l'opportuno loro e
rapido urto decise della battaglia: cadde la bandiera Persiana;
gl'_immortali_ fuggirono; l'infanteria gettò via gli scudi; ed ottomila
de' vinti restarono morti sul campo di battaglia. Nella seguente
campagna fu invasa la Siria dalla parte del deserto; e Belisario, con
ventimila uomini corse da Dara in soccorso di quella Provincia. Per
tutta la state le abili sue disposizioni resero vani i disegni del
nemico: lo costrinse a ritirarsi; ogni notte occupava il campo, che
quello aveva lasciato il giorno avanti; e si sarebbe assicurato una
vittoria senza spargimento di sangue, se avesse potuto resistere
all'impazienza delle proprie truppe. Queste però nell'ora della
battaglia debolmente mantennero la promessa fatta di portarsi
valorosamente; l'ala destra rimase esposta per la proditoria e codarda
diserzione degli Arabi cristiani; gli Unni, che formavano una truppa
veterana di ottocento guerrieri, furon oppressi dalla superiorità del
numero; la fuga degl'Isauri fu impedita, ma l'infanteria Romana restò
ferma nella sinistra, perchè Belisario medesimo, smontato da cavallo,
dimostrò loro che un'intrepida disperazione poteva unicamente salvarli.
Voltarono essi le spalle all'Eufrate, e la faccia al nemico; un'immensa
quantità di dardi strisciò senza effetto su' loro scudi insieme stretti,
ed ordinati a guise di tetto per ripararli; a' replicati assalti della
cavalleria Persiana fu opposta un'impenetrabile linea di picche; e dopo
una resistenza di più ore, le truppe che rimasero, col favor della notte
furono abilmente imbarcate. Il comandante Persiano si ritirò con
disordine e vergogna a rendere stretto conto delle vite di tanti
soldati, ch'egli aveva sacrificato in una steril vittoria; ma la fama di
Belisario non fu contaminata da una disfatta, nella quale aveva egli
solo salvato il suo esercito dalle conseguenze della temerità del
medesimo. L'approssimarsi della pace lo dispensò dal guardare le
frontiere Orientali, e la sua condotta nella sedizione di Costantinopoli
ampiamente soddisfece alle obbligazioni, che aveva coll'Imperatore.
Allorchè la guerra d'Affrica divenne il soggetto de' discorsi popolari,
e delle segrete deliberazioni, ciascheduno dei Generali Romani temeva,
piuttosto che ambisse, quel pericoloso onore; ma appena Giustiniano ebbe
dichiarato la preferenza, ch'ei dava al merito superiore di Belisario,
si riaccese la loro invidia dall'unanime applauso, che fu fatto a tale
scelta. L'indole della Corte Bizantina può avvalorare il sospetto, che
l'Eroe fosse segretamente assistito dagl'intrighi della bella e scaltra
Antonina sua moglie, che alternativamente godè la grazia, ed incorse
nell'odio dell'Imperatrice Teodora. Antonina era d'origine ignobile,
discendendo da una famiglia di cocchieri, e n'era stata macchiata la
riputazione con le più brutte accuse. Nonostante regnò con lungo ed
assoluto potere sull'animo dell'illustre di lei marito; e se non curò il
merito della fedeltà coniugale, dimostrò per Belisario un'amicizia
virile, avendolo accompagnato con intrepida fermezza in tutti i travagli
e pericoli d'una vita militare[614].

[A. 533]

I preparativi per la Guerra d'Affrica non furono indegni dell'ultima
contesa fra Roma e Cartagine. L'orgoglio ed il fior dell'esercito
consisteva nelle guardie di Belisario, che secondo la perniciosa
indulgenza di que' tempi si obbligavano mediante un particolar
giuramento di fedeltà al servizio del loro Capo. La loro forza e
statura, per cause delle quali erano stati con gran cura scelti, la
bontà de' loro cavalli e delle armi, e l'assidua pratica di tutti gli
esercizi militari gli rendeva capaci d'eseguire tutto ciò, che il loro
coraggio poteva proporre; e questo coraggio esaltavasi dal sociale onore
del loro grado, e dalla personale ambizione di favore e fortuna.
Quattrocento de' più bravi fra gli Eruli marciavano sotto la bandiera
del fedele ed attivo Fara; l'intrattabile valore di questi si apprezzava
assai più che la mansueta sommissione dei Greci e de' Sirj; e si crede
di tale importanza l'avere un rinforzo di seicento Massageti o Unni,
ch'essi furono con la frode e coll'inganno allettati ad impegnarsi in
una spedizione navale. S'imbarcarono a Costantinopoli cinquemila cavalli
e diecimila fanti per la conquista dell'Affrica; ma l'infanteria, per la
maggior parte reclutata nella Tracia e nell'Isauria, cedeva all'uso, che
più dominava, ed alla riputazione della cavalleria; e l'arco Scitico era
l'arme, in cui gli eserciti Romani erano in quel tempo ridotti a porre
la loro principal fiducia. Procopio, per un lodevole desiderio di
sostenere la dignità del suo tema, difende i soldati del suo tempo
contro gli austeri critici, che limitavano quel rispettabile nome a'
guerrieri di grave armatura dell'antichità, e maliziosamente
osservavano, che Omero adopera la parola _Arciero_ come un termine di
disprezzo[615]: «Tal disprezzo potè (_dic'egli_) forse meritarsi da que'
nudi giovani, che comparivano a piedi ne' campi di Troia, e
nascondendosi dietro a un sepolcro, o allo scudo d'un amico si tiravano
al petto la corda dell'arco[616], e scagliavano un debole e lento dardo.
Ma i nostri arcieri (prosegue l'Istorico) cavalcano destrieri, ch'essi
maneggiano con ammirabil perizia; hanno difeso il capo e le spalle da un
elmo, o dallo scudo; portano delle difese di ferro alle gambe, e i loro
corpi son guardati da una corazza di maglia; pende loro al fianco dalla
destra parte una faretra, una spada dalla sinistra, e la loro mano è
assuefatta nel combatter più da vicino a maneggiare una lancia, o un
pugnale. I loro archi son forti e pesanti; scagliano in ogni direzione
possibile, sì nell'avanzarsi, che nel ritirarsi, di fronte, per di
dietro, e da ciaschedun lato; e siccome sono istruiti a tirar la corda
dell'arco, non già al petto, ma all'orecchio diritto, bisogna, che sia
bene stabile quell'armatura, che può resistere alla rapida forza del
loro dardo». Si riunirono nel porto di Costantinopoli cinquecento navi
da trasporto con ventimila marinari d'Egitto, di Cilicia e di Ionia. La
più piccola di queste navi può valutarsi di trenta tonnellate, e la più
grande di cinquecento; e potrà accordarsi con una liberale sì, ma non
eccessiva condiscendenza, che la vera portata di esse ascendesse a circa
centomila tonnellate[617], ad oggetto di contenere trentacinquemila fra
soldati e marinari, cinquemila cavalli, le armi, le macchine e
provvisioni militari, ed una sufficiente quantità d'acqua, e di cibi per
un viaggio forse di tre mesi. Le alte galere, che anticamente battevano
il Mediterraneo con tante centinaia di remi, erano già da gran tempo
sparite; e la flotta di Giustiniano fu scortata solo da novantadue
piccoli brigantini, coperti da' dardi nemici, e montati da duemila bravi
e robusti giovani di Costantinopoli. Vi si trovano nominati ventidue
Generali, la maggior parte de' quali dipoi si distinse nelle guerre
d'Affrica e d'Italia; ma il comando supremo, sì per terra che per mare,
fu affidato al solo Belisario, con un'illimitata facoltà d'agire secondo
il suo giudizio, come se fosse presente l'Imperatore medesimo. La
separazione, che si è fatta della professione nautica dalla militare, è
l'effetto nel tempo stesso e la causa dei moderni avanzamenti nella
scienza della navigazione, e della guerra marittima.

[A. 535]

Nel settimo anno del Regno di Giustiniano, e verso il tempo del
solstizio estivo, fu disposta in marzial pompa tutta la flotta di
seicento navi avanti a' giardini del Palazzo. Il Patriarca la benedì,
l'Imperatore manifestò gli ultimi suoi ordini, la trombetta del Generale
diede il segno della partenza, ed ognuno, secondo i propri timori o
desiderj esplorò con ansiosa curiosità gli augurj della disgrazia, e del
buon successo. Si fece la prima fermata a Perinto o Eraclea, dove
Belisario aspettò cinque giorni per ricevere alcuni cavalli Tracj,
ch'erano un dono militare del suo Sovrano. Di là proseguì la flotta il
suo corso per mezzo della Propontide; ma mentre si affaticavano per
passar lo Stretto dell'Ellesponto, un vento contrario gli trattenne
quattro giorni in Abido, dove il Generale diede una memorabil lezione di
fermezza e di rigore. Due Unni, che in una contesa, cagionata
dall'ebrietà, avevano ucciso uno de' loro compagni, furono
immediatamente mostrati all'armata sospesi da un'alta forca. I loro
compatriotti, che non riconoscevan le Leggi servili dell'Impero, e
adducevano il libero privilegio della Scizia, dove una piccola multa
pecuniaria serviva per espiare i subitanei trasporti dell'intemperanza e
dell'ira, si risentirono dell'ingiuria fatta alla Nazione. Erano
speciose le loro querele, alti i loro clamori, ed a' Romani non
dispiaceva l'esempio del disordine e dell'impunità. Ma fu quietato il
nascente tumulto per l'autorità ed eloquenza del Generale, che
rappresentò alle truppe adunate l'obbligo della giustizia, l'importanza
della disciplina, i premj della pietà e della virtù, e l'imperdonabil
delitto dell'omicidio, che a suo giudizio veniva piuttosto aggravato che
scusato dal vizio dell'ebrietà[618]. Nella navigazione dall'Ellesponto
al Peloponneso, che i Greci dopo l'assedio di Troia avevan fatto in
quattro giorni[619], la flotta di Belisario era guidata nel suo corso
dalla principal Galera di esso, visibile di giorno per le vele rosse, e
di notte per mezzo di torcie accese sulla cima dell'albero. Era ufizio
de' Piloti, quando navigarono fra le Isole, e girarono i promontori di
Malea e di Tenaro, il mantenere un ordine giusto, e delle regolate
distanze fra tante navi; e siccome il vento fu piacevole e moderato, le
loro fatiche riuscirono bene, e furono felicemente sbarcate le truppe a
Metono sulla costa della Messenia, per farle riposare alquanto dopo i
travagli del mare. In quest'occasione esse provarono quanto può
l'avarizia, investita dell'autorità, prendersi giuoco delle vite di
migliaia di Uomini, che valorosamente s'espongono pel servizio pubblico.
Secondo l'uso militare il pane o biscotto de' Romani era cotto nel forno
due volte, e volentieri si soffriva la diminuzione d'un quarto per la
perdita del peso. Per guadagnare questo miserabil vantaggio, e
risparmiar la spesa delle legna, il Prefetto Giovanni di Cappadocia
diede ordine, che si cuocesse il pane leggermente al medesimo fuoco, che
faceva scaldare i bagni di Costantinopoli: e quando s'apriron le sacca
fu distribuita una molle e muffita pasta all'esercito. Questo cibo
insalubre, unito al caldo del clima e della stagione tosto produsse una
malattia epidemica, che portò via cinquecento soldati. La diligenza di
Belisario, che provvide dell'altro pane a Metona, e liberamente
manifestò il suo giusto ed umano risentimento, rimediò alla loro salute:
l'Imperatore ascoltò i suoi lamenti; fu lodato il Generale; ma il
Ministro non fu punito. Dal porto di Metona i Piloti fecero vela lungo
la costa occidentale del Peloponneso fino all'Isola di Zacinto o del
Zante, prima d'intraprendere il viaggio (a' loro occhi difficilissimo)
di cento leghe sul mare Ionio. Poichè la flotta fu sorpresa da una
calma, si consumarono sessanta giorni in quella lenta navigazione; ed
anche l'istesso Generale avrebbe sofferto l'intollerabile ardor della
sete, se l'ingegno d'Antonina non avesse conservato dell'acqua in boccie
di vetro, ch'essa nascose profondamente nella sabbia in una parte della
nave dove non potevano arrivare i raggi solari. Finalmente il porto di
Caucana[620] nella parte meridionale di Sicilia diede loro un sicuro ed
ospitale rifugio. Gli Ufiziali Goti, che governavano l'Isola in nome
della Figlia e del Nipote di Teodorico, ubbidirono agl'imprudenti loro
ordini di ricever le truppe di Giustiniano come amiche ed alleate:
furono loro generosamente date delle provvisioni, fu rimontata la
cavalleria[621], e Procopio presto tornò da Siracusa con un'esatta
informazione dello stato e dei disegni de' Vandali. Queste notizie
determinarono Belisario ad affrettar le sue operazioni, e la savia di
lui impazienza fu secondata da' venti. La flotta perdè di vista la
Sicilia, passò davanti all'Isola di Malta, scuoprì i promontori
dell'Affrica, scorse lungo le coste con un forte vento di nord-est, e
gettò finalmente l'ancora al Promontorio di _Caput vada_, circa cinque
giornate di cammino al mezzodì di Cartagine[622].

Se Gelimero fosse stato informato dell'avvicinarsi del nemico, egli
avrebbe sicuramente differito la conquista della Sardegna per
l'immediata difesa della propria persona e del Regno. Un distaccamento
di cinquemila soldati, ed uno di cento venti galere si sarebbero uniti
alle altre forze de' Vandali, ed il discendente di Genserico avrebbe
potuto sorprendere ed opprimere una flotta di navi da trasporto, molto
cariche, incapaci d'agire, e di piccoli Brigantini, che sembravano solo
atti alla fuga. Belisario aveva tremato internamente quando sentì, che i
suoi soldati, nel passaggio, s'animavano l'uno coll'altro a confessare
le loro apprensioni. Dicevano essi, che se potevano una volta porre il
piede sul lido, speravano di sostenere il decoro delle loro armi; ma se
fossero stati attaccati per mare, non arrossivano di confessare, che
mancava loro il coraggio per combattere nell'istesso tempo coi venti,
co' flutti, e co' Barbari[623]. La cognizione de' loro sentimenti fece
decidere Belisario a prender la prima occasione, che gli si presentò, di
sbarcarli sulla costa dell'Affrica; ed in un Consiglio di guerra
prudentemente rigettò la proposizione di entrare insieme con la flotta e
l'esercito nel porto di Cartagine. Tre mesi dopo la loro partenza da
Costantinopoli, furono felicemente sbarcati gli uomini ed i cavalli, le
armi e gli arnesi militari, e si lasciaron cinque soldati per guardia su
ciascheduna delle navi, che furon disposte in forma di semicerchio. Le
altre truppe occuparono un campo sul lido del mare, che si fortificò
secondo l'antico uso con un fosso e con un riparo; e la scoperta d'una
fonte d'acqua fresca nel tempo che servì a smorzarne la sete, eccitò la
superstiziosa fiducia de' Romani. La mattina seguente, furono
saccheggiati alcuni de' giardini più prossimi; e Belisario, dopo aver
gastigato i rei, prese quella occasione leggiera per se stessa, ma che
si presentò in un momento decisivo, per inculcar le massime di
giustizia, di moderazione, e di vera politica: «Quando accettai la
commissione di soggiogar l'Affrica, disse il Generale, io contai molto
meno sul numero, o anche sulla bravura delle mie truppe, che
sull'amichevol disposizione degli abitanti, e sull'immortale lor odio
contro de' Vandali. Voi soli potete privarmi di questa speranza, se
continuate ad estorcer con la rapina quel che potrebbe comprarsi per
poco prezzo: tali atti di violenza riconcilieranno fra loro
quest'implacabili nemici, e gli uniranno in una giusta e santa lega
contro gl'invasori del loro paese». Quest'esortazioni furono avvalorate
da una rigorosa disciplina, della quale i soldati medesimi provaron ben
tosto, e lodaron gli effetti. Gli abitanti invece di abbandonare le loro
case, o di nascondere il loro grano, aprivano a' Romani un comodo e
copioso mercato; gli Ufiziali civili della Provincia continuarono ad
esercitar le loro funzioni a nome di Giustiniano; ed il Clero, per
motivi sì di coscienza che d'interesse, continuamente si affaticava a
promuovere la causa d'un Imperatore Cattolico. La piccola Città di
Sullette[624], distante una giornata di cammino dal campo, ebbe l'onore
d'esser la prima ad aprir le porte, ed a riassumer l'antica sua fedeltà:
le altre maggiori Città di Leptis, e di Adrumeto ne imitaron l'esempio,
subito che comparve Belisario; e questi senza opposizione avanzossi fino
a Grasse, palazzo de' Re Vandali, alla distanza di cinquanta miglia da
Cartagine. Gli stanchi Romani si abbandonavano al sollievo di ombrosi
boschi, di fresche fontane e deliziosi frutti; e la preferenza, che
Procopio accorda a questi giardini sopra tutti quelli, ch'esso aveva
veduto tanto in Oriente quanto in Occidente, si può attribuire o al
particolar gusto, o alla fatica dell'istorico. In tre generazioni la
prosperità, ed un clima caldo avevan rilasciato il duro valore dei
Vandali, che a poco a poco divennero i più lussuriosi del Mondo. Nelle
loro ville e giardini, che potevano ben meritare il nome Persiano di
_Paradisi_[625], essi godevano un fresco ed elegante riposo; e dopo il
quotidiano uso del bagno, i Barbari s'assidevano ad una mensa,
profusamente imbandita con le delizie della terra e del mare. Le loro
vesti di seta liberamente ondeggianti all'uso de' Medi erano ricamate
d'oro: l'amore e la caccia erano le occupazioni della loro vita, e nelle
rimanenti ore si divertivano con pantomimi e corse di cocchi, con la
musica e le danze del Teatro.

In una marcia di dieci o dodici giorni fu costantemente attenta e in
azione la vigilanza di Belisario contro gl'incogniti suoi nemici, da'
quali poteva in ogni luogo e ad ogni ora esser improvvisamente
attaccato. Giovanni l'Armeno, Ufiziale di confidenza e di merito,
conduceva la vanguardia di trecento cavalli; seicento Massageti ad una
certa distanza coprivano il lato sinistro e tutta la flotta navigando
lungo la costa, rare volte perdeva di vista l'esercito che ogni giorno
faceva circa dodici miglia, ed alloggiava la sera in forti campi, o in
Città amiche. L'avvicinamento de' Romani a Cartagine riempì l'animo di
Gelimero d'ansietà e di terrore. Desiderava egli prudentemente di
prolungare la guerra finattantochè il suo fratello tornasse con le
veterane sue truppe dalla conquista di Sardegna; ed ebbe allora
occasione di lamentarsi dell'inconsiderata politica de' suoi Maggiori,
che distruggendo le fortificazioni dell'Affrica non gli avevan lasciato
che il pericoloso spediente di rischiare una battaglia nelle vicinanze
della sua Capitale. I Conquistatori Vandali dal primitivo lor numero di
cinquantamila, s'eran moltiplicati, senza includervi le donne e i
fanciulli, fino a cento sessantamila combattenti: e tali forze, animate
dal valore e dall'unione avrebber potuto impedire, al primo sbarco, le
deboli ed esauste truppe del Generale Romano. Ma gli amici del Re
prigioniero erano più inclinati ad accettar gl'inviti che a resister a'
progressi di Belisario; e molti altieri Barbari mascheravano la loro
avversione alla guerra sotto il più specioso nome dell'odio, che
portavano all'usurpatore. Ciò nonostante l'autorità e le promesse di
Gelimero unirono insieme un formidabile esercito, ed i suoi disegni
furono concertati con qualche sorte di perizia militare. Spedì un ordine
ad Ammata, suo fratello, di raccoglier tutte le forze di Cartagine, e di
opporsi alla Vanguardia dell'esercito Romano alla distanza di dieci
miglia dalla Città; e Gibamondo, suo nipote, con duemila cavalli fu
destinato ad attaccarne il fianco sinistro mentre il Monarca medesimo,
che tacitamente seguitava i nemici, ne avrebbe attaccata la retroguardia
in una situazione, che toglieva loro l'aiuto ed anche la vista della lor
flotta. Ma la temerità d'Ammata riuscì fatale a lui medesimo ed al suo
Paese. Egli anticipò l'ora dell'attacco, precedè i suoi lenti seguaci, e
fu trafitto da una mortal ferita, dopo d'aver ucciso con le proprie mani
dodici de' suoi più arditi nemici. I suoi Vandali fuggirono a Cartagine;
la strada maestra, per lo spazio di quasi dieci miglia fu ricoperta di
cadaveri; e sembra incredibile, che tante persone fossero trucidate
dalle spade di trecento Romani. Il nipote di Gelimero fu disfatto dopo
un breve combattimento dai seicento Massageti: questi non giungevano
neppure alla terza parte delle truppe di esso; ma ogni Scita veniva
infiammato dall'esempio del suo Capo, che gloriosamente esercitò il
diritto della propria famiglia, di correre il primo e solo a scagliare
il primo dardo contro il nemico. Frattanto Gelimero, non sapendo quel
ch'era seguito, ed ingannato dalla tortuosità de' colli oltrepassò
inavvertentemente l'esercito Romano, e giunse al luogo dov'era caduto
Ammata. Pianse il destino del fratello e di Cartagine; attaccò con
irresistibil furore gli squadroni, che s'avanzavano; ed avrebbe potuto
proseguire e forse far decidere la vittoria in suo favore, se non avesse
consumato quei preziosi momenti nell'adempire un inutile, quantunque
pietoso, dovere verso il defunto. Mentre il suo spirito era abbattuto da
questo luttuoso ufizio, udì la trombetta di Belisario, che lasciando
Antonina, e la sua infanteria nel campo s'avanzò in fretta con le sue
guardie e col resto della cavalleria per riunire le fuggitive sue truppe
e rimetter la fortuna della giornata. In questa disordinata battaglia
non potè molto aver luogo l'abilità d'un Generale; ma il Re fuggì
d'avanti all'Eroe, ed i Vandali, assuefatti a combattere solo co' Mori,
non furon capaci di resistere alle armi ed alla disciplina de' Romani.
Gelimero precipitosamente si ritirò verso il deserto di Numidia; ma
presto ebbe la consolazione di sapere, ch'erano stati fedelmente
eseguiti i segreti suoi ordini per la morte d'Ilderico e de' prigionieri
suoi amici. La vendetta però del Tiranno fu solo vantaggiosa a' nemici
di esso. La morte d'un legittimo Principe risvegliò la compassione del
suo Popolo; e mentre la sua vita avrebbe messo in perplessità i
vittoriosi Romani, il Luogotenente di Giustiniano, per mezzo d'un
delitto di cui era innocente, fu liberato dulia penosa alternativa di
mancare all'onore, o di abbandonare le sue conquiste.

[A. 533]

Tosto che fu quietato il tumulto, le varie parti dell'esercito
reciprocamente si comunicarono gli accidenti seguiti in quel giorno; e
Belisario piantò il suo campo nel luogo della vittoria, a cui la pietra,
indicante la distanza di dieci miglia da Cartagine, aveva fatto prendere
il nome latino di _Decimo_. Per un savio sospetto degli strattagemmi de'
Vandali, e de' mezzi che avean di risorgere, esso marciò il giorno
seguente in ordine di battaglia; la sera fermossi avanti le porte di
Cartagine; e prese una notte di riposo per non esporre nell'oscurità e
nel disordine la Città alla licenza de' soldati, o i soldati medesimi
alle segrete insidie della Città. Ma siccome i timori di Belisario erano
il resultato dell'intrepida e fredda ragione, ben presto conobbe che
potea confidare senza pericolo nel pacifico ed amichevole aspetto della
Capitale. Cartagine fu illuminata da innumerabili torcie, segni della
pubblica letizia; fu tolta la catena che guardava l'ingresso del porto;
furono aperte le porte; ed il Popolo, con acclamazioni di gratitudine
salutò ed invitò i Romani loro liberatori. La disfatta de' Vandali e la
libertà dell'Affrica, s'annunziarono alla Città la vigilia di S.
Cipriano, allorchè le Chiese erano già ornate ed illuminate per la Festa
del Martire, che tre secoli di superstizione aveva quasi innalzato ad
una locale divinità. Gli Arriani, vedendo ch'era finito il lor regno,
consegnarono il tempio ai Cattolici che riscattarono dalle mani profane
il lor Santo, vi celebrarono i sacri riti, ed altamente vi proclamarono
il simbolo d'Atanasio e di Giustiniano. Una terribile ora rovesciò le
fortune de' contrari partiti. I Vandali supplichevoli che si erano sì
poco tempo avanti abbandonati a' vizi de' conquistatori, cercavano un
umil rifugio nel santuario della Chiesa; mentre i Mercanti Orientali
furono liberati fuor della più profonda prigione del Palazzo dallo
spaventato loro custode che implorò la protezione de' suoi prigionieri,
e mostrò loro, per un'apertura nella muraglia, le vele della flotta
Romana. Dopo essersi separati dall'esercito, i comandanti navali s'erano
avanzati con cauta lentezza lungo la costa, finattantochè giunsero al
promontorio Ermeo, ed ivi ebbero la prima notizia della vittoria di
Belisario. In adempimento delle sue istruzioni, avrebbero essi gettato
l'ancora alla distanza di circa venti miglia da Cartagine, se i più
abili marinari non avessero rappresentato loro i pericoli del lido ed i
segni d'una imminente tempesta. Ignorando però tuttavia la rivoluzione
seguita, evitarono il temerario tentativo di forzar la catena del Porto;
ed il contiguo porto e sobborgo di Mandracio furono insultati soltanto
dalla rapacità d'un privato Ufiziale che disubbidì e disertò da' suoi
Capi. Ma la flotta Imperiale avanzandosi con un buon vento, passò per lo
Stretto della Goletta, ed occupò nel profondo e capace lago di Tunisi un
luogo sicuro distante circa cinque miglia dalla capitale[626]. Appena
Belisario fu informato del loro arrivo che spedì ordini, che
immediatamente la maggior parte de' marinari sbarcasse per unirsi al
trionfo, ed accrescere l'apparente numero de' Romani. Avanti di
permetter loro ch'entrassero nelle porte di Cartagine gli esortò in un
discorso degno di lui e della circostanza presente, a non infamare la
gloria delle loro armi, ed a ricordarsi che i Vandali erano stati i
tiranni, ma che essi erano i liberatori degli Affricani, i quali
dovevano allora esser rispettati come volontari ed affezionati sudditi
del comune loro Sovrano. I Romani marciarono per le strade della Città
in strette file, preparati sempre alla battaglia se fosse comparso
qualche nemico; l'ordine, rigorosamente mantenuto dal Generale, impresse
ne' loro animi il dovere dell'ubbidienza; ed in un secolo, nel quale
l'uso e l'impunità quasi santificava l'abuso della conquista, il genio
d'un solo uomo represse le passioni d'un esercito vittorioso. Tacque la
voce della minaccia e del lamento; il commercio di Cartagine non fu
interrotto; mentre l'Affrica mutò padrone e Governo, continuarono le
botteghe aperte e in azione; ed i soldati, dopo che furon poste
sufficienti guardie ne' luoghi opportuni, modestamente si ritirarono
alle case destinate a riceverli. Belisario fissò la sua residenza nel
Palazzo; si assise sul trono di Genserico; accettò e distribuì le
spoglie de' Barbari; concesse la vita a' Vandali supplichevoli, e
procurò di riparare il danno che nella notte precedente avea sofferto il
sobborgo di Mandracio. A cena trattò i suoi principali Ufiziali con la
magnificenza e la forma d'un Banchetto reale[627]. Il vincitore fu
rispettosamente servito da' prigionieri Ministri della Casa Reale; e in
que' momenti di solennità, nei quali gl'imparziali spettatori
applaudivano alla fortuna ed al merito di Belisario, i suoi invidiosi
adulatori segretamente spargevano il loro veleno sopra ogni parola ed
ogni gesto, che poteva eccitar i sospetti di un geloso Monarca. Fu
impiegata una giornata in questi pomposi spettacoli che non possono
disprezzarsi come inutili, allorchè s'attirano la popolare venerazione;
ma l'attività di Belisario che nell'orgoglio della vittoria potea temere
anche una disfatta, avea già risoluto, che l'Impero de' Romani
sull'Affrica non dipendesse dagli accidenti delle armi o dal favore del
Popolo. Le sole fortificazioni di Cartagine erano state immuni dalla
general proscrizione; ma in un Regno di novanta cinque anni si erano
lasciate cadere dagli spensierati e indolenti Vandali. Un più savio
conquistatore restaurò con incredibil prestezza le mura ed i fossi della
Città. La sua liberalità incoraggi gli artefici; i soldati, i marinari
ed i cittadini facevano a gara l'uno coll'altro in quella salutevole
opera; e Gelimero, che aveva temuto d'affidare la sua persona ad
un'aperta città, mirò con istupore e disperazione il nascente vigore
d'una inespugnabil Fortezza.

[A. 533]

Quest'infelice Monarca dopo la perdita della sua Capitale, s'applicò a
raccogliere i residui d'un'armata dispersa, piuttosto che distrutta
dalla precedente battaglia; e la speranza della preda tirò alcune truppe
moresche alle bandiere di Gelimero. Ei s'accampò nelle campagne di Bulla
in distanza di quattro giornate di cammino da Cartagine; insultò la
Capitale, ch'ei privò dell'uso d'un acquedotto; propose un grosso premio
per la testa d'ogni Romano; affettò di risparmiar le persone ed i beni
degli Affricani suoi sudditi, e trattò segretamente co' settari Arriani
e con gli Unni confederati. In queste circostanze la conquista della
Sardegna non servì che ad aggravar le sue angustie: rifletteva col più
profondo dolore, ch'egli avea consumato in quell'inutile intrapresa
cinquemila delle sue più brave genti; e lesse con dispiacere e vergogna
le vittoriose lettere del suo fratello Zanone ch'esprimevano un'ardente
fiducia che il Re, dietro l'esempio de' suoi Maggiori, avesse già
gastigato la temerità del Romano invasore. «Oimè, Fratello, replicò
Gelimero, il Cielo si è dichiarato contro la nostra infelice Nazione.
Nel tempo che tu hai soggiogato la Sardegna, noi abbiamo perduto
l'Affrica. Appena comparve Belisario con un pugno di soldati, che il
coraggio e la prosperità abbandonaron la causa de' Vandali. Gibamondo
tuo nipote, ed Ammata tuo fratello son morti per la codardia dei loro
seguaci. I nostri cavalli, le nostre navi, la stessa Cartagine e tutta
l'Affrica sono in poter del nemico. Pure i Vandali tuttavia preferiscono
un ignominioso riposo, a costo di perdere le loro mogli ed i figli, i
loro averi e la libertà. Ora non ci rimane altro che la campagna di
Bulla e la speranza del vostro valore. Lascia la Sardegna; vola in
nostro soccorso; restaura il nostro Impero, od al nostro fianco
perisci». Ricevuta questa lettera, Zanone comunicò il suo duolo a'
principali de' Vandali ma ne nascose prudentemente la notizia a' nativi
dell'Isola. Si imbarcaron le truppe in centoventi galere nel porto di
Cagliari, gettaron l'ancora il terzo giorno a' confini della Mauritania,
e proseguirono in fretta il loro cammino per riunirsi alle bandiere
Reali nel campo di Bulla. Tristo ne fu l'incontro: i due fratelli
s'abbracciarono; piansero in silenzio; nulla fu domandato della vittoria
di Sardegna, nessuna ricerca si fece delle disgrazie dell'Affrica.
Avevano essi d'avanti a' lor occhi tutta l'estensione delle loro
calamità; e l'assenza delle proprie mogli e de' figli somministrava una
luttuosa prova che era loro toccata o la morte o la schiavitù. Si
risvegliò finalmente il languido spirito de' Vandali, e si riunirono per
l'esortazioni del loro Re, per l'esempio di Zanone, e per l'imminente
pericolo che minacciava la loro Monarchia e Religione. La forza militare
della Nazione s'avanzò alla battaglia; e tale fu il rapido loro
accrescimento che prima che l'armata giungesse a Tricameron, circa venti
miglia lontano da Cartagine, poteron vantare, forse con qualche
esagerazione, che sorpassavano dieci volte le piccole forze de' Romani.
Queste forze però eran sotto il comando di Belisario, il quale, siccome
conosceva il superiore lor merito, permise, che i Barbari lo
sorprendessero in un'ora inopportuna. I Romani ad un tratto si posero in
armi: un piccolo rio ne copriva la fronte: la cavalleria formava la
prima linea, che aveva nel centro Belisario alla testa di cinquecento
guardie: l'infanteria fu posta a qualche distanza in una seconda linea:
e la vigilanza del Generale osservava la separata situazione e l'ambigua
fede de' Massageti che segretamente riserbavano il loro aiuto per i
vincitori. L'Istorico ha riportato, ed il Lettore può facilmente
immaginare i discorsi[628] de' Comandanti, che con argomenti i più
acconci allo stato in cui erano, inculcavano l'importanza della vittoria
e il disprezzo della vita. Zanone con le truppe che l'avevan seguitato
nella conquista della Sardegna, fu posto nel centro; e se la moltitudine
de' Vandali avesse imitato l'intrepida loro fermezza, il trono di
Genserico avrebbe potuto sostenersi. Gettate via le lancie e le armi da
scagliare sfoderarono essi le spade, ed aspettaron l'attacco: la
cavalleria Romana per tre volte passò il rio; essa fu per tre volte
respinta; e si mantenne costante la pugna, finattantochè cadde Zanone, e
si spiegò la bandiera di Belisario. Gelimero si ritirò al suo campo: gli
Unni s'unirono ad inseguirlo, ed i vincitori spogliarono i corpi de'
morti. Pure non furon trovati sul campo più di cinquanta Romani e di
ottocento Vandali: sì tenue fu la strage d'una giornata ch'estinse una
Nazione, e trasferì l'Impero dell'Affrica. La sera Belisario condusse la
sua infanteria all'attacco del campo, e la pusillanime fuga di Gelimero
manifestò la vanità delle proteste poco avanti fatte, che per un vinto
la morte era di sollievo, di peso la vita; e l'infamia si riguardava
come l'unico oggetto di terrore. Fu segreta la sua partenza; ma tosto
che i Vandali scoprirono che il loro Re gli aveva abbandonati,
precipitosamente si dispersero, solleciti solo della loro personale
salvezza, e non curando qualunque altr'oggetto ch'è caro o valutabile
per gli uomini. I Romani entrarono senza resistenza nel campo; e
nell'oscurità e confusion della notte restaron nascoste le più barbare
scene di disordine. Fu crudelmente trucidato qualunque Barbaro, cui
incontrarono le loro spade: le vedove e le figlie di quelli, abbracciate
furono come ricche eredi o belle concubine da' licenziosi soldati; e
l'avarizia medesima restò quasi sazia de' tesori d'oro e d'argento,
frutti della conquista o dell'economia, accumulati in un lungo periodo
di prosperità e di pace. In questa furiosa ricerca anche i soldati di
Belisario dimenticarono la loro riservatezza e rispetto. Acciecati dalla
cupidigia e dalla rapacità, esploravano in piccole partite o soli le
addiacenti campagne, i boschi, gli scogli, e le caverne che potesser
celare qualche cosa di prezzo; carichi di bottino abbandonarono i loro
posti e andavano senza guida vagando per le strade, che conducevano a
Cartagine; e se i fuggitivi nemici avessero ardito di tornare indietro,
ben pochi de' conquistatori sarebbero scampati. Belisario, profondamente
penetrato dalla vergogna e dal pericolo, passò con apprensione una notte
sul campo di battaglia; ed allo spuntar del giorno piantò la sua
bandiera sopra di un Colle, riunì le sue guardie ed i veterani, ed
appoco appoco restituì la moderazione e l'ubbidienza nell'esercito. Il
Generale Romano prese uguale interesse nel sottomettere i Barbari
nemici, che nel salvarli prostrati; ed i Vandali supplichevoli che si
trovavano solo nelle Chiese, furon protetti dalla sua autorità,
disarmati e situati separatamente in maniera che non potessero nè
disturbar la pubblica pace, nè divenir le vittime della vendetta
popolare. Dopo aver mandato un piccol distaccamento ad investigare le
traccie di Gelimero, s'avanzò con tutta la sua armata per circa dieci
giornate di cammino fino ad Ippone Regio che non possedeva più le
reliquie di S. Agostino[629]. La stagione avanzata e la certa notizia
che i Vandali eran fuggiti agl'inaccessibili paesi de' Mori, determinò
Belisario ad abbandonarne l'inutil ricerca, ed a stabilire in Cartagine
i suoi quartieri d'inverno. Di là mandò il principale suo Luogotenente
ad informare l'Imperatore, che nello spazio di tre mesi egli aveva
compito la conquista dell'Affrica.

[A. 534]

Belisario diceva il vero. I Vandali, che sopravvissero, cederono
senz'altra resistenza le armi e la libertà: i contorni di Cartagine si
sottomisero alla sua presenza; e le Province più lontane furono l'una
dopo l'altra soggiogate dalla fama della sua vittoria. Tripoli si
confermò nel volontario suo omaggio; la Sardegna e la Corsica s'arresero
ad un Ufiziale, che invece della spada portò la testa del bravo Zanone;
e le Isole di Maiorca, Minorca ed Ivica acconsentirono di rimanere
un'umile appendice del Regno affricano. Cesarea, Città Reale che in una
Geografia non tanto _rigorosa_ può confondersi colla moderna Algeri, era
situata trenta giornate di cammino all'occidente di Cartagine: per terra
la strada era infestata da' Mori; ma il mare era aperto, ed i Romani
erano allora padroni del mare. Un attivo e prudente Tribuno s'avanzò
fino allo Stretto dove occupò _Septem_, o Ceuta[630], che s'alza sulla
costa d'Affrica dirimpetto a Gibilterra: questa remota Piazza fu di poi
adorna e fortificata da Giustiniano; e sembra, ch'ei secondasse in
questo la vana ambizione d'estendere il suo Impero sino alle colonne
d'Ercole. Esso ricevè l'annunzio della vittoria in quel tempo, in cui
preparavasi appunto a pubblicar le Pandette della Legge Romana; ed il
devoto o geloso Imperatore celebrò la divina bontà, e confessò in
silenzio, il merito dell'abile suo Generale[631]. Impaziente d'abolire
la temporale e spiritual tirannia de' Vandali, procedè senza dilazione
al pieno ristabilimento della Chiesa Cattolica. Ne furono restaurate ed
ampliate generosamente la giurisdizione, la ricchezza e le immunità che
sono forse la parte più essenziale della Religione Episcopale; fu
soppresso il Culto Arriano; si proscrissero le adunanze de'
Donatisti[632]; ed il Sinodo di Cartagine per la voce di dugento
diciassette Vescovi[633], applaudì alla giustizia di quella pia
rappresaglia. Non è da presumersi che in tale occasione mancassero molti
de Prelati ortodossi, ma la tenuità del lor numero in paragone di quello
degli antichi Concilj, ch'era stato due o anche tre volte maggiore,
chiarissimamente indica la decadenza sì della Chiesa, che dello Stato.
Mentre Giustiniano si dichiarava difensor della Fede, nutriva
un'ambiziosa speranza, che il vittorioso suo Luogotenente fosse per
estender ben presto gli angusti limiti del suo dominio a quello spazio
che avevano, prima dell'invasione dei Mori e de' Vandali; e Belisario
ebbe ordine di stabilir cinque Duchi o Comandanti, nei posti opportuni
di Tripoli, di Leptis, di Cirta, di Cesarea e di Sardegna, e di calcolar
la quantità di _Palatini_, o di guarnigioni di frontiera che potessero
esser sufficienti alla difesa dell'Affrica. Il Regno de' Vandali meritò
la presenza d'un Prefetto del Pretorio; e furon destinati quattro
Consolari, e tre Presidenti per amministrar le sette Province, che si
trovavan sotto la sua giurisdizione. Fu minutamente fissato il numero
degli Ufiziali loro subordinati, de' ministri e de' messaggi o
assistenti; trecento novantasei ne furono assegnati al Prefetto
medesimo, cinquanta per ciascheduno de' suoi Vicari; e la rigorosa
determinazione delle loro tasse e salari fu più atta a confermare il
diritto, che ad impedir l'abuso di essi. Potevano questi Magistrati
essere oppressivi, ma non eran oziosi: e si propagarono all'infinito le
sottili questioni di Gius e di pubblica Economia sotto il nuovo Governo,
che si proponeva di far risorgere la libertà e l'equità della Repubblica
Romana. Il Conquistatore fu sollecito ad esigere un pronto e copioso
sussidio dagli Affricani suoi sudditi, ed accordò loro il diritto di
ripetere, anche nel terzo grado, e dalla linea collaterale, le case e le
terre, delle quali erano state le loro Famiglie ingiustamente spogliate
da' Vandali. Dopo la partenza di Belisario, che agiva in forza d'un'alta
e special commissione, non fu fatto alcun ordinario provvedimento per un
Capitan Generale delle Truppe: ma fu affidato l'ufizio di Prefetto del
Pretorio ad un soldato; la potestà civile e militare s'unirono, secondo
l'uso di Giustiniano, nel principal Governatore; e quello, che
rappresentava l'Imperatore in Affrica ugualmente che in Italia, fu ben
presto distinto col nome d'Esarca[634].

[A. 534]

Era per altro imperfetta la conquista dell'Affrica, finattantochè il
precedente di lei Sovrano non fosse, o vivo o morto, caduto in poter de'
Romani. Gelimero, dubbioso dell'evento, aveva segretamente ordinato che
una parte del suo tesoro fosse trasportata in Ispagna dove sperava di
trovare un sicuro asilo alla Corte del Re de' Visigoti. Ma si renderono
vani questi disegni dal caso, dal tradimento e dalle istancabili
ricerche de' suoi nemici, che impediron la fuga di esso dalla parte del
mare, e cacciarono il disgraziato Monarca, con alcuni suoi fedeli
seguaci, fino all'inaccessibil montagna di Papua[635], nell'interno
della Numidia. Ei vi fu immediatamente assediato da Fara, Ufiziale di
cui tanto più lodavasi la fede e la sobrietà, quanto erano tali qualità
più rare fra gli Eruli, tribù la più corrotta di tutte le altre fra'
Barbari. Belisario affidato aveva alla sua vigilanza quest'importante
incarico; e dopo un ardito tentativo di scalar la montagna, nel quale
perdè centodieci soldati, Fara aspettò l'effetto, che l'angustia e la
fame, durante un assedio invernale, avrebbe operato nell'animo del Re
Vandalo. Dall'uso de' più molli piaceri, e dall'illimitata dominazione
sopra l'industria e la ricchezza, fu egli ridotto a partecipare della
povertà de' Mori[636], che si rendea loro soffribile solo per
l'ignoranza, in cui erano di una condizion più felice. Nelle rozze loro
capanne di fango e di creta, che ritenevano il fumo, ed escludevan la
luce, promiscuamente dormivano sul suolo, o al più sopra pelli di
pecore, insieme con le loro mogli, co' figli e col bestiame. Le loro
vesti eran sordide e scarse; non conoscevan l'uso del pane e del vino; e
certe focacce d'avena o di orzo, che malamente si facevan cuocere nella
cenere, si divoravano quasi crude dagli affamati selvaggi. A questi
straordinari ed insoliti travagli doveva cedere la salute di Gelimero,
qualunque si fosse la causa, per cui li soffriva; ma l'attual sua
miseria veniva di più amareggiata dalla memoria della passata grandezza,
dalla continua indolenza dei suoi protettori, e dal giusto timore, che i
leggieri e venali Mori s'inducessero a tradire i diritti
dell'ospitalità. La conoscenza della situazione di esso dettò l'umana ed
amichevol lettera di Fara: «Pensate a voi medesimo (gli scrisse il Capo
degli Eruli). Io sono un ignorante Barbaro; ma parlo il linguaggio del
buon senso e dell'onestà. Volete voi persistere ad un'ostinazione senza
speranza? Perchè volete voi rovinar voi medesimo, la vostra Famiglia e
la vostra Nazione? Per amor della libertà e per abborrimento alla
schiavitù? Oimè, carissimo Gelimero, non siete voi ora il peggior degli
schiavi, lo schiavo della più vile Nazione de' Mori? Non sarebbe da
scegliersi piuttosto di menare a Costantinopoli una vita di povertà e
servitù, che di regnare da Monarca assoluto della montagna di Papua?
Stimate voi una vergogna l'esser suddito di Giustiniano? Lo è Belisario,
e noi medesimi, la nascita de' quali non è inferiore alla vostra, non ci
vergogniamo di ubbidire all'Imperator Romano. Questo generoso Principe
vi darà il possesso di ricche terre, un posto nel Senato, e la dignità
di Patrizio: queste sono le sue graziose intenzioni, e voi potete con
piena sicurezza contare sulla parola di Belisario. Finattantochè il
Cielo ci condanna a soffrire, la pazienza è una virtù; ma se rigettiamo
la liberazione, che ci offre, degenera in una cieca e stupida
disperazione.» «Io conosco (replicò il Re de' Vandali) quanto è
ragionevole e da amico il vostro consiglio. Ma non posso persuadermi a
divenir lo schiavo d'un ingiusto nemico che ha meritato l'implacabile
mio odio. Io non lo ho mai offeso nè in parole nè in fatti: pure ha
mandato contro di me, non so da qual parte, un certo Belisario, che mi
ha precipitato dal trono in questo abisso di miseria. Giustiniano è un
uomo, ed è un Principe; non teme ancor egli un simil rovescio della
fortuna? Io non posso scriver di più: il mio dolore mi opprime. Vi
prego, mio caro Fara, di mandarmi una Lira[637], una spugna ed un pane.»
Dal messaggio Vandalo seppe Fara i motivi di questa singolar domanda.
Era gran tempo che il Re dell'Affrica non aveva gustato pane; aveva una
flussione agli occhi, effetto della fatica e del continuo suo pianto; e
desiderava di sollevar la malinconia cantando sulla Lira la trista
istoria delle sue disgrazie. Fara si mosse a compassione, e gli mandò
quegli straordinari tre doni; ma la stessa sua umanità l'indusse a
raddoppiare la vigilanza delle guardie per poter più presto costringere
il suo prigioniero ad abbracciare una risoluzione vantaggiosa in vero a'
Romani, ma salutare anche a lui stesso. L'ostinazione di Gelimero cedè
finalmente alla necessità ed alla ragione; furono ratificate in nome
dell'Imperatore le solenni promesse di sicurezza e d'onorevole
trattamento dall'ambasciatore di Belisario; ed il Re dei Vandali scese
dalla montagna. Il primo pubblico incontro seguì in uno de' sobborghi di
Cartagine; e quando il Reale schiavo si accostò al suo vincitore,
proruppe in uno scroscio di risa. Il volgo potè naturalmente credere che
l'estremo dolore avesse privato Gelimero di senno; ma in quel tristo
stato l'inopportuna letizia insinuò a' più intelligenti osservatori, che
le vane e transitorie scene dell'umana grandezza sono indegne d'una
seria attenzione[638].

[A. 534]

Il disprezzo di esse fu tosto giustificato da un altro esempio d'una
volgar verità, che l'adulazione seguita la potenza, e l'invidia il
merito superiore. I Capi dell'esercito Romano ardirono di reputarsi
rivali di un Eroe. Le lettere private maliziosamente riferivano che il
Conquistatore dell'Affrica, sostenuto dalla propria sua fama e
dall'amore del pubblico, aspirava a sedere sul trono de' Vandali.
Giustiniano vi diede troppo facile orecchio, ed il suo silenzio fu
effetto della gelosia, piuttosto che della confidenza. Fu in vero
lasciata all'arbitrio di Belisario l'onorevole alternativa, o di restare
nella Provincia o di tornare alla Capitale; ma egli saviamente dedusse
dalle lettere intercettate, e dalla cognizione che aveva del carattere
del suo Sovrano che bisognava ch'esso o rinunziasse la vita, o
innalzasse la bandiera di ribellione, o confondesse con la sua presenza
e sommissione i propri nemici. L'innocenza ed il coraggio gli dettaron
la scelta; furon prestamente imbarcate le sue guardie, gli schiavi, e i
tesori; e fu così prospera la navigazione, che il suo arrivo a
Costantinopoli precedè qualunque certa notizia della sua partenza da
Cartagine. Una lealtà così schietta allontanò le apprensioni di
Giustiniano; l'invidia fu fatta tacere, e sempre più venne infiammata
dalla pubblica gratitudine; ed il terzo Affricano ottenne gli onori del
Trionfo, cerimonia, che la Città di Costantino non avea mai veduta, e
che l'antica Roma, fin dal Regno di Tiberio, avea riservata per le armi
felici de' Cesari[639]. La processione, partendo dal Palazzo di
Belisario, si condusse per le principali strade fino all'Ippodromo; e
questa memorabil giornata parve che vendicasse le ingiurie di Genserico;
ed espiasse la vergogna de' Romani. Si posero in mostra la ricchezza
delle Nazioni ed i trofei del lusso marziale o effemminato, vale a dire
ricche armature, troni d'oro, ed i cocchj di parata, ch'erano stati
d'uso della Regina de' Vandali; i massicci serviti del banchetto Reale,
lo splendore delle pietre preziose, l'eleganti figure delle statue e dei
vasi, il tesoro più effettivo dell'oro, ed i sacri arnesi del Tempio
Giudaico che, dopo la lunga lor pellegrinazione, furono rispettosamente
depositati nella Chiesa Cristiana di Gerusalemme. In una lunga serie i
più nobili dei Vandali posero con ripugnanza in mostra l'alta loro
statura, ed il viril portamento. Gelimero si avanzava con lentezza
vestito di porpora, e tuttavia conservava la maestà di un Re. Non gli
scappò dagli occhi una lacrima, non ne fu sentito un singhiozzo; ma
l'orgoglio o la pietà del medesimo traeva una segreta consolazione da
quelle parole di Salomone[640], ch'ei più volte pronunciò: _Vanità,
vanità, tutto è vanità_! Invece di salir sopra un carro trionfale tirato
da quattro cavalli o elefanti, il modesto Conquistatore andò a piedi
alla testa dei suoi bravi commilitoni. Forse la sua prudenza evitar
volle un onore troppo cospicuo per un suddito; e la sua magnanimità
sdegnò forse giustamente quel che era stato sì spesso macchiato da' più
vili tiranni. Entrò quella gloriosa processione nell'Ippodromo; fu
salutata dalle acclamazioni del Senato e del Popolo, e fermossi avanti
al Trono, su cui sedevano Giustiniano e Teodora per ricever gli omaggi
del Monarca prigioniero e dell'Eroe vittorioso. Ambedue fecero la solita
adorazione e prostrandosi al suolo rispettosamente toccaron il piano,
dove posavano i piedi d'un Principe che non avea mai sguainata la spada,
e d'una prostituta che ballato avea sul teatro: dovè usarsi qualche
piacevol violenza per piegare il duro spirito del nipote di Genserico; e
per quanto assuefatto fosse alla servitù, il genio di Belisario
segretamente dovè ripugnare a tal atto. Esso fu immediatamente
dichiarato Console per l'anno seguente, ed il giorno della sua
inaugurazione fu simile ad un secondo trionfo; la sua sella curule fu
portata sulle spalle da' Vandali schiavi, e furono profusamente sparse
fra la plebe le spoglie della guerra, come coppe d'oro e ricche fibbie.

[A. 535]

Ma il premio più puro di Belisario consistè nella fedel esecuzione d'un
trattato, per cui s'era impegnato il suo onore col Re de' Vandali. Gli
scrupoli religiosi di Gelimero, ch'era attaccato all'eresìa Arriana, non
erano conciliabili con la dignità di Senatore o di Patrizio; ma ei
ricevè dall'Imperatore un ampio territorio nella Provincia di Galazia,
dove il deposto Monarca si ritirò con la sua famiglia e con gli amici a
vivere in pace abbondantemente, e forse anche contento[641]. Le figlie
d'Ilderico furon trattate con quella rispettosa tenerezza, ch'era dovuta
alla età, ed alla disgrazia di esse; e Giustiniano e Teodora accettaron
l'onore di educare, e d'arricchire le discendenti del Gran Teodosio. I
più prodi fra' giovani Vandali furon distribuiti in cinque Squadroni di
cavalleria che adottarono il nome del loro benefattore, e nelle guerre
Persiane sostennero la gloria de' loro antenati. Ma queste rare
eccezioni, che furon il premio della nascita o del valore, sono
insufficienti a spiegare il destino d'una Nazione il numero della quale,
avanti una breve non sanguinosa guerra, montava a più di seicentomila
persone. Dopo l'esilio del proprio Re e de' Nobili, la vile plebaglia
avrà comprato la sua sicurezza con abiurare la sua religione ed il
proprio carattere e linguaggio, e la degenerata di lei posterità si sarà
appoco appoco mescolata con la comune turba de' sudditi Affricani. Pure,
anche nel nostro secolo, e nel cuore delle tribù moresche, un curioso
viaggiatore ha scoperto la carnagione bianca, ed i lunghi capelli biondi
d'una razza settentrionale[642], ed anticamente fu creduto che i più
arditi fra' Vandali fuggissero dal potere o anche dalla cognizione de'
Romani per godere la solitaria lor libertà su' lidi dell'Oceano
Atlantico[643]. L'Affrica che ne aveva formato l'Impero, divenne la loro
prigione, non potendo essi avere speranza, e neppure alcun desiderio di
tornare alle rive dell'Elba, dove i loro fratelli, d'un genio meno
arrischioso, andavano sempre vagando per le native loro foreste. Per i
codardi era impossibile di sormontare gli ostacoli d'incogniti mari, e
di ostili Barbari; e per i valorosi era impossibile d'esporre la loro
nudità e disfatta agli occhi de' loro Nazionali, di descrivere i regni
che avevan perduti, e di chiedere una parte di quel tenue patrimonio,
che, in un tempo più felice, avevano quasi di comune accordo
rinunziato[644]. Nella Regione ch'è fra l'Elba, e l'Oder, vari popolati
villaggi della Lusazia sono abitati da' Vandali: essi conservano ancora
il proprio linguaggio, i loro costumi e la purità del lor sangue;
soffrono con qualche impazienza il giogo Sassone o Prussiano, e servono
con segreto volontario omaggio il discendente degli antichi lor Re, che
nell'abito e nel presente suo stato si confonde col minimo de' suoi
Vassalli[645]. Il nome e la situazione di questo infelice Popolo
potrebbe indicare la loro discendenza da un comune stipite con i
conquistatori dell'Affrica: ma l'uso di un dialetto Slavo più
chiaramente gli rappresenta come l'ultimo residuo delle nuove colonie,
che successero ai veri Vandali, già dispersi o distrutti al tempo di
Procopio[646].

Se Belisario si fosse lasciato tentare ad esitare nella sua fedeltà,
avrebbe potuto insistere, anche in faccia dell'Imperatore medesimo,
sull'indispensabil dovere di liberar l'Affrica da un nemico più barbaro
de' Vandali. L'origine de' Mori si perde nell'oscurità, giacchè da essi
non conoscevasi l'uso delle lettere[647]. Non se ne possono precisamente
determinare neppure i confini: aprivasi a' pastori della Libia un
immenso Continente; la mutazione delle stagioni e de' pascoli regolava i
lor movimenti; e le rozze baracche co' pochi utensili si trasportavano
con la medesima facilità che le lor armi, famiglie e bestiami composti
di pecore, di bovi e di camelli[648]. Finattantochè fu in vigore la
Potenza Romana, si tennero in una rispettosa distanza da Cartagine e dal
lido del mare; sotto il debole Regno de' Vandali invasero le Città di
Numidia, occuparono la costa marittima da Tangeri a Cesærea, e
piantarono impunemente il loro campo nella fertile Provincia di Bizacio.
La formidabile forza e l'artificiosa condotta di Belisario s'assicurò
della neutralità de' Principi Mori, la vanità de' quali aspirava a
ricevere in nome dell'Imperatore le insegne della Real dignità[649].
Essi restaron sorpresi al rapido successo, e tremarono alla presenza del
loro Conquistatore. Ma la prossima sua partenza tosto diminuì le
apprensioni d'un Popolo selvaggio e superstizioso; il numero delle mogli
che avevano, permetteva loro di non curar la salvezza de' propri figli
dati in ostaggio; e quando il General Romano sciolse le vele dal porto
di Cartagine, udì le grida, e quasi vide le fiamme della desolata
Provincia. Persistè nonostante nella sua risoluzione, e lasciando solo
una parte delle sue guardie per rinforzar le guarnigioni più deboli,
affidò il comando dell'Affrica all'Eunuco Salomone[650], che si dimostrò
non indegno di succedere a Belisario. Nella prima invasione de' Mori
furon sorpresi ed intercettati alcuni distaccamenti con due iniziali di
merito; ma Salomone prestamente adunò le suo' truppe, marciò da
Cartagine nell'interno del loro paese, ed in due gran battaglie
distrusse sessantamila Barbari. I Mori contavano sulla lor moltitudine e
velocità, e sulle inaccessibili loro montagne; e si dice, che l'aspetto
e l'odore de' loro cammelli producessero qualche confusione nella
Cavalleria Romana[651]. Ma tosto che fu comandato loro di smontare, si
risero di questo debole ostacolo: appena le colonne montarono i colli,
quella nuda e disordinata ciurma restò abbagliata dallo splendore dello
armi, e dalle regolari evoluzioni; e replicatamente adempissi la
minaccia delle lor Profetesse, che i Mori dovevano essere sconfitti da
un nemico _senza barba_. Il vittorioso Eunuco avanzossi alla distanza di
tredici giornate da Cartagine ad assediare il Monte Aurasio[652], ch'era
la cittadella, e nell'istesso tempo il giardino della Numidia. Quella
catena di colline, ch'è un ramo del grande Atlante, nella circonferenza
di cento miglia contiene una rara varietà di suolo e di clima; le valli
che sono fra mezzo di esse, e l'elevate pianure abbondano di ricchi
pascoli, di perenni rivi, e di frutti d'un gusto delicato e di
straordinaria grandezza. Questa bella solitudine è decorata dalle rovine
di Lambesa città Romana, una volta sede di una Legione e capace di
quarantamila abitanti. Il tempio Ionico d'Esculapio è circondato di
capanne Moresche; ed il bestiame ora si pascola in mezzo ad un
anfiteatro sotto l'ombra di colonne Corintie. S'alza perpendicolarmente
un aspro scoglio sopra il livello della montagna, dove i Principi
Affricani depositavano le mogli ed il tesoro; ed è un proverbio
famigliare fra gli Arabi, che può mangiare il fuoco quell'uomo che
ardisce d'attaccare le dirupate balze, ed i selvaggi abitanti del monte
Aurasio. Fu due volte tentata questa difficile impresa dall'Eunuco
Salomone: la prima si ritirò con qualche vergogna; e la seconda tanto la
sua pazienza quanto le provvisioni erano già quasi esauste, e bisognava
ch'ei di nuovo si ritirasse se non avesse ceduto all'impetuoso coraggio
delle sue truppe, che audacemente scalarono, con sorpresa de' Mori, la
montagna, il campo nemico e la cima della rocca Geminia. Vi fu eretta
una cittadella per assicurare quest'importante acquisto, e per
rammentare ai Barbari la loro disfatta: e siccome Salomone proseguì la
sua marcia all'occidente, la provincia della Mauritania Sitifi, da gran
tempo perduta, fu di nuovo annessa all'Impero Romano. La guerra co' Mori
continuò per più anni dopo la partenza di Belisario; ma gli allori,
ch'ei lasciò ad un fedel Luogotenente, si possono attribuir giustamente
al proprio di lui trionfo.

[A. 550-620]

L'esperienza de' passati errori, che può talvolta correggere l'età
matura d'un individuo, rare volte riesce di vantaggio alle successive
generazioni della stirpe umana. Le Nazioni dell'antichità, non curando
la reciproca salvezza l'una dell'altra, furono separatamente vinte e
fatte schiave da' Romani; questa formidabil lezione avrebbe dovuto
istruire i Barbari dell'Occidente ad opporsi con opportuni consigli, e
con armi confederate all'ambizione illimitata di Giustiniano. Eppure fu
ripetuto l'istesso sbaglio, se ne provarono le medesime conseguenze, ed
i Goti tanto d'Italia quanto di Spagna, insensibili al loro imminente
pericolo, mirarono con indifferenza, ed anche con allegrezza, la rapida
caduta dei Vandali. Mancata la stirpe Reale, Teude, valoroso Capitano,
montò sul trono di Spagna, ch'egli avea precedentemente amministrato in
nome di Teodorico e dell'infame di lui nipote. Sotto il suo comando i
Visigoti assediarono la Fortezza di Ceuta sulla costa Affricana: ma
mentre passavano il giorno festivo in pace e devozione, una sortita
della Città invase la pia sicurezza del loro campo, e l'istesso Re
scampò, con qualche difficoltà e pericolo, dalle mani d'un sacrilego
nemico[653]. Non passò gran tempo, che fu soddisfatto il suo orgoglio e
risentimento, mediante una supplichevole ambasciata dell'infelice
Gelimero che nelle sue angustie implorò l'aiuto del Monarca Spagnuolo.
Ma invece di sacrificare queste indegne passioni ai dettami della
generosità e della prudenza, Teude lusingò gli ambasciatori,
finattantochè non fu segretamente informato della caduta di Cartagine;
ed allora gli licenziò, con l'oscuro e sprezzante avviso di cercare nel
nativo loro paese una vera notizia dello stato de' Vandali[654]. La
lunghezza della guerra Italica differì la punizione de' Visigoti, e
Teude chiuse gli occhi prima ch'essi gustassero i frutti di
quest'erronea politica. Dopo la sua morte si disputò lo scettro di
Spagna con una guerra civile. Il Candidato più debole ricorse alla
protezione di Giustiniano, ed ambiziosamente sottoscrisse un trattato
d'alleanza, che profondamente ferì l'indipendenza e la felicità della
sua Patria. Varie città sull'oceano e sul mediterraneo furon cedute alle
truppe Romane, che in seguito ricusarono di rilasciar questi pegni per
quanto sembra o di sicurezza o di pagamento; e siccome venivano
rinforzate con continui sussidj dall'Affrica, mantennero le
inespugnabili loro stazioni per il malizios'oggetto d'accendere le
civili e religiose fazioni de' Barbari. Passarono settant'anni prima che
si potesse trarre questa penosa spina dal seno della Monarchia; e
finattantochè gl'Imperatori ritennero una parte di que' remoti ed
inutili possessi, la loro vanità enumerò la Spagna nella lista delle
loro Province, ed i successori d'Alarico fra' loro Vassalli[655].

[534]

L'errore de' Goti, che regnavano in Italia, fu meno scusabile di quello
de' loro fratelli di Spagna, e la pena, che ne soffrirono, fu anche più
immediata e terribile. Per causa d'una vendetta privata lasciarono che
il più pericoloso loro nemico distruggesse il più pregevole alleato che
avessero. Si era maritata una sorella del gran Teodorico a Trasimondo Re
dell'Affrica[656]: in quest'occasione s'era consegnata a' Vandali la
Fortezza di Lilibeo in Sicilia[657], e la Principessa Amalafrida fu
accompagnata da una scorta militare di mille Nobili, e di cinquemila
soldati Goti, che segnalarono il loro valore nelle guerre contro i Mori.
Fu esaltato in quell'occasione il proprio merito da loro medesimi e
forse disprezzato da' Vandali: i Goti guardarono il Paese con invidia,
ed i conquistatori con isdegno; ma la reale o fittizia loro cospirazione
fu prevenuta da un macello. I Goti restaron oppressi; e la prigionia
d'Amalafrida fu tosto seguita dalla segreta e sospetta sua morte.
S'impiegò l'eloquente penna di Cassiodoro a rimproverare alla Corte
Vandalica la crudel violazione d'ogni pubblico e social dovere; ma
poteva essa ridersi impunemente della vendetta, ch'ei minacciò in nome
del suo Sovrano, finattantochè l'Affrica era difesa dal mare, ed i Goti
mancavano d'una flotta. Nella cieca impotenza del dolore e dell'ira,
essi lietamente applaudirono all'arrivo de' Romani, accolsero la flotta
di Belisario nei porti della Sicilia, e furono ben presto rallegrati o
commossi dalla sorprendente notizia, che s'era eseguita la lor vendetta
oltre la misura delle speranze, o forse anche delle brame, che avevano.
L'Imperatore doveva alla loro amicizia il Regno dell'Affrica, ed i Goti
potevano con ragione pensare, ch'essi avevano diritto di pigliare il
possesso d'un nudo scoglio sì di fresco separato, come un dono nuziale,
dall'Isola di Sicilia. Presto però furon disingannati dall'altiero
comando di Belisario, ch'eccitò il tardo loro ed inutile pentimento: «La
Città ed il Promontorio di Lilibeo (disse il Generale Romano)
apparteneva a' Vandali, ed io gli pretendo per diritto di conquista. La
vostra sommissione può meritare il favor dell'Imperatore; ma
l'ostinazione provocherà il suo sdegno ed accenderà una guerra, che non
può terminare che coll'ultima vostra rovina. Se voi ci costringerete a
prender le armi, noi combatteremo non già per riprendere una sola Città,
ma per ispogliarvi di tutte le Province che voi avete ingiustamente
sottratte al legittimo loro Sovrano». Una Nazione di dugentomila soldati
avrebbe potuto ridersi della vana minaccia di Giustiniano, e del suo
Luogotenente; ma dominava in Italia lo spirito di discordia e di
malcontento, ed i Goti soffrivano, con ripugnanza, la indegnità d'un
Regno donnesco[658].

La nascita di Amalasunta, Reggente e Regina d'Italia[659] riunì le due
più illustri Famiglie dei Barbari. Sua madre, sorella di Clodoveo,
discendeva da' capelluti Re della stirpe Merovingica[660]; la Real
successione degli Amali fu illustrata nell'undecima generazione dal gran
Teodorico suo Padre, il merito del quale, avrebbe potuto nobilitare
anche un'origin plebea. Il sesso della sua figlia l'escludeva dal Trono
de' Goti; ma la vigilante affezione, ch'egli aveva per la propria
Famiglia, e per il suo Popolo, gli fece scuoprir l'ultimo erede della
schiatta Reale, i cui Antenati si erano rifuggiti in Ispagna; ed il
fortunato Eutarico fu tosto esaltato al grado di Console e di Principe.
Ma egli non godè che per breve tempo il possesso d'Amalasunta, e la
speranza della successione; ed essa, dopo la morte del marito e del
Padre, fu lasciata custode del proprio figlio Atalarico e del Regno
d'Italia. All'età di circa ventotto anni, le qualità della mente e della
persona di lei erano giunte alla perfetta loro maturità. La sua
bellezza, che secondo l'apprensione di Teodora medesima, le avrebbe
potuto disputar la conquista d'un Imperatore, era animata da sentimento,
attività e fermezza virile. L'educazione e l'esperienza ne avevan
coltivato i talenti; i suoi studj filosofici erano immuni dalla vanità;
e quantunque si esprimesse con ugual eleganza e facilità nella lingua
Greca, nella Latina e nella Gotica, la figlia di Teodorico mantenne
sempre ne' suoi consigli un discreto ed impenetrabil silenzio. Mediante
la fedele imitazione delle virtù del Padre, fece risorgere la prosperità
del suo Regno; mentre con pia sollecitudine procurò d'espiarne gli
errori e di cancellare l'oscura memoria della decadente sua età. Ai
figli di Boezio, e di Simmaco fu restituita la paterna loro eredità;
l'estrema sua piacevolezza non acconsentì mai ad infliggere ai Romani
suoi sudditi alcuna pena corporale o pecuniaria; e generosamente sprezzò
i clamori de' Goti, che in capo a quarant'anni risguardavano sempre i
Popoli d'Italia come loro schiavi o nemici. Le salutari sue
determinazioni eran dirette dalla saviezza, e celebrate dall'eloquenza
di Cassiodoro; essa richiese, e meritò l'amicizia dell'Imperatore; ed i
Regni d'Europa, sì in pace che in guerra, rispettarono la maestà del
Trono Gotico. Ma la futura felicità della Regina e dell'Italia,
dipendeva dall'educazione del suo figlio, ch'era destinato fin dalla
nascita a sostenere i differenti e quasi non conciliabili caratteri di
Capo d'un esercito Barbaro, e di primo Magistrato d'una incivilita
Nazione. Si principiò all'età di dieci anni[661] ad istruire Atalarico
diligentemente nelle arti e nelle scienze utili o d'ornamento per un
Principe Romano; e si scelsero tre venerabili Goti per istillare
principj di virtù e d'onore nell'animo del giovine loro Re. Ma il
fanciullo, che non sente i vantaggi dell'educazione, ne aborrisce il
rigore; e la sollecitudine della Regina, che dall'affetto rendevasi
ansiosa e severa, offese l'intrattabil natura del figlio e de' sudditi.
In occasione d'una solenne festa, mentre i Goti erano adunati nel
Palazzo di Ravenna, il fanciullo Reale scappò dall'appartamento di sua
madre, e con lacrime d'orgoglio e di sdegno si dolse d'uno schiaffo, che
l'ostinata sua disubbidienza l'aveva provocata a dargli. I Barbari
s'irritarono per l'indegnità, con cui trattavasi il loro Re; accusarono
la Reggente di cospirare contro la vita e la corona di esso; ed
imperiosamente domandarono, che il nipote di Teodorico fosse liberato
dalla vile disciplina delle donne e dei pedanti, ed educato come un
valoroso Goto in compagnia de' suoi uguali e nella gloriosa ignoranza
dei suoi Maggiori. A queste rozze grida importunamente ripetute come la
voce della Nazione, Amalasunta fu costretta a cedere, contro la propria
ragione e contro i più cari desiderj del suo cuore. Il Re d'Italia
s'abbandonò al vino, alle donne ed a' grossolani sollazzi; e
l'imprudente disprezzo dell'ingrato giovine scuoprì i maliziosi disegni
de' suoi favoriti e de' nemici di essa. Circondata da' nemici domestici,
essa entrò in una segreta negoziazione coll'Imperator Giustiniano; ebbe
la sicurezza d'essere amichevolmente ricevuta; ed aveva già depositato a
Dirrachio nell'Epiro un tesoro di quarantamila libbre d'oro. Sarebbe
stato bene per la sua fama e sicurezza, se si fosse quietamente ritirata
dalle fazioni barbare a goder la pace e lo splendore di Costantinopoli:
ma l'animo di Amalasunta era infiammato dall'ambizione e dalla vendetta;
e mentre le sue navi stavano all'ancora nel porto, essa aspettava il
successo d'un delitto, che le sue passioni scusavano o applaudivano come
un atto di giustizia. Erano stati separatamente mandati alle frontiere
dell'Italia tre de' più pericolosi malcontenti sotto il pretesto di
fedeltà e di comando: furono questi assassinati da' segreti di lei
emissari; ed il sangue di que' nobili Goti rese la Regina madre,
assoluta nella Corte di Ravenna, e giustamente odiosa ad un Popolo
libero. Ma se erasi essa lagnata de' disordini del figlio, ben presto ne
pianse l'irreparabile perdita; e la morte di Atalarico, che all'età di
sedici anni si consumò da una prematura intemperanza, la lasciò priva di
ogni stabil sostegno o legittima autorità. In vece di sottomettersi alle
Leggi della sua Patria, che avevano per massima fondamentale, che la
successione non potesse mai passar dalla lancia alla conocchia, la
figlia di Teodorico immaginò l'impraticabil disegno di dividere con uno
de' suoi cugini il titolo Reale, e conservar per sè la sostanza della
suprema Potestà. Ei ricevè la proposizione con profondo rispetto e con
affettata gratitudine; e l'eloquente Cassiodoro annunziò al Senato ed
all'Imperatore, che Amalasunta e Teodato eran saliti sul trono d'Italia.
La nascita di esso poteva considerarsi come un titolo imperfetto,
giacchè era figlio d'una sorella di Teodorico, e la scelta d'Amalasunta
fu con maggior forza diretta dal disprezzo ch'ella aveva per la sua
avarizia e pusillanimità, che l'avevan privato dell'amore degl'Italiani,
e della stima de' Barbari. Ma Teodato fu inasprito dal disprezzo, ch'ei
meritava: la giustizia della Regina aveva represso, e gli aveva
rimproverata l'oppressione ch'egli esercitava contro i Toscani suoi
vicini; ed i principali fra' Goti, riuniti dalla colpa e dallo sdegno
comune, cospirarono ad instigare la lenta e timida sua disposizione.
Appena si eran mandate le lettere di congratulazione, che la Regina
d'Italia fu imprigionata in una piccola Isola del lago di Bolsena[662],
dove la medesima, dopo un breve confino, fu strangolata nel bagno per
ordine, o con la connivenza del nuovo Re, che in tal modo istruì i
turbolenti suoi sudditi a spargere il sangue de' loro Sovrani.

[A. 535]

Giustiniano vedeva con piacere le dissensioni dei Goti, e la mediazione
dell'alleato celava, e favoriva le ambiziose mire del conquistatore. I
suoi Ambasciatori, nella pubblica loro udienza richiesero la Fortezza di
Lilibeo, dieci Barbari fuggitivi, ed una giusta compensazione per il
saccheggio d'una piccola Città sui confini dell'Illirico; ma
segretamente trattarono con Teodato la resa della provincia di Toscana,
e tentarono Amalasunta di trarsi fuori dal pericolo e dalla perplessità,
mediante una libera restituzione del Regno d'Italia. La Regina
prigioniera sottoscrisse con ripugnanza una lettera falsa e servile, ma
i Senatori Romani, mandati a Costantinopoli, manifestarono la vera di
lei situazione, e Giustiniano per mezzo d'un nuovo Ambasciatore,
intercesse più efficacemente per la libertà, e per la vita di essa. Le
segrete istruzioni però dell'istesso Ministro eran dirette a servire la
crudel gelosia di Teodora, che temeva la presenza e le superiori
attrattive d'una rivale: egli insinuò, con artificiosi ed ambigui cenni,
l'esecuzione d'un delitto così vantaggioso a' Romani[663]; ricevè la
notizia della morte della Regina con dispiacere e con isdegno; ed in
nome del suo Padrone dichiarò immortal guerra contro il perfido di lei
assassino. In Italia, ugualmente che in Affrica il delitto d'un
usurpatore parve, che giustificasse le armi di Giustiniano; ma le forze
ch'egli apparecchiò, non eran sufficienti per rovesciare un potente
Regno, se il piccolo numero di esse non si fosse aumentato dal nome,
dallo spirito e dalla condotta d'un Eroe. Una scelta truppa di guardie a
cavallo armate con lancie e scudi, accompagnavano la persona di
Belisario; la sua cavalleria era composta di dugento Unni, di trecento
Mori, e di quattromila _Confederati_; e l'infanteria consisteva in soli
tremila Isauri. Il Console Romano dirigendo il suo corso come nella
prima spedizione, gettò l'ancora avanti a Catania in Sicilia per
osservare la forza dell'Isola, e per determinare, se dovea tentarne la
conquista o pacificamente proseguire il suo viaggio per la costa di
Affrica. Ei vi trovò un fertil terreno, ed un Popolo amichevole.
Nonostante la decadenza dell'agricoltura, la Sicilia sosteneva sempre i
granai di Roma; gli affittaiuoli di essa erano graziosamente esentati
dall'oppressione de' quartieri militari; ed i Goti, che affidavano la
difesa dell'Isola a' suoi abitanti, ebber ragione di dolersi, che la lor
fiducia fu ingratamente tradita. Invece di chiedere ed aspettare l'aiuto
del Re d'Italia, essi alle prime intimazioni prestarono volentieri
ubbidienza; e questa Provincia, ch'era stata il primo frutto delle
guerre Puniche, dopo una lunga separazione fu nuovamente unita
all'Imperio Romano[664]. La guarnigione Gotica di Palermo, che sola
tentò di resistere, dopo un breve assedio fu ridotta ad arrendersi,
mediante un singolare strattagemma. Belisario introdusse le sue navi
nell'intimo recinto del porto; i loro battelli furono a forza di cavi e
di carucole alzati fino alla cima de' loro alberi, e furono empiti di
arcieri, che da quel luogo dominavano le mura della Città. Dopo questa
facile e fortunata campagna il Conquistatore entrò in Siracusa
trionfante, alla testa delle vittoriose sue truppe, gettando al Popolo
delle medaglie d'oro, nel giorno in cui gloriosamente finiva l'anno del
suo Consolato. Ei passò la stagione invernale nel palazzo degli antichi
Re in mezzo alle rovine d'una colonia Greca, che una volta estendevasi
ad una circonferenza di ventidue miglia[665]; ma nella primavera, dopo
la festa di Pasqua, fu interrotto il proseguimento de' suoi disegni da
una pericolosa sommossa delle truppe Affricane. Si salvò Cartagine per
la presenza di Belisario, che immediatamente sbarcovvi con mille
guardie; duemila soldati di dubbiosa fede tornarono alle bandiere
dell'antico lor Comandante; ed ei fece senza esitare più di cinquanta
miglia per cercare un nemico, che affettava di compassionare, e di
sprezzare. Ottomila ribelli tremarono all'avvicinarsi di esso; furono
messi in rotta al primo incontro dalla destrezza del loro Signore; e
questa ignobil vittoria restituito avrebbe la pace all'Affrica, se il
Conquistatore non fosse stato richiamato in fretta nella Sicilia per
quietare una sedizione, che si era accesa durante e la sua assenza nel
proprio Campo[666]. Il disordine e la disubbidienza erano le malattie
comuni di que' tempi. Non risedevano che nell'animo di Belisario il
talento per comandare, e la virtù di obbedire.

[A. 534-536]

Quantunque Teodato discendesse da una stirpe di Eroi, non sapeva l'arte
della guerra, e ne abborriva i pericoli; e quantunque avesse studiato
gli scritti di Platone e di Tullio, la Filosofia non fu capace di
purgare il suo spirito dalle più basse passioni dell'avarizia e del
timore. Egli aveva comprato uno scettro per mezzo dell'ingratitudine e
dell'uccisione: e alla prima minaccia d'un nemico, avvilì la propria
maestà, e quella di una Nazione, che già sprezzava il suo indegno
Sovrano. Sorpreso dal fresco esempio di Gelimero, si vedeva tratto in
catene per le strade di Costantinopoli; l'eloquenza di Pietro,
Ambasciator Bizantino accrebbe i terrori, che ispirava Belisario; e
quell'audace e sottile Avvocato lo persuase a sottoscrivere un trattato,
troppo ignominioso per servir di fondamento ad una pace durevole. Fu
stipulato, che nelle acclamazioni del Popolo Romano sempre si
proclamasse il nome dell'Imperatore avanti a quello del Re Goto, e che
ogni volta che s'innalzava in bronzo o in marmo la statua di Teodato,
gli fosse posta alla destra la divina immagine di Giustiniano: invece di
conferire gli onori del Senato, il Re d'Italia era ridotto a
sollecitarli; ed era indispensabile il consenso dell'Imperatore, prima
ch'ei potesse eseguir la sentenza di morte, o di confiscazione contro
d'un Prete, o d'un Senatore. Il debol Monarca rinunziò al possesso della
Sicilia; offerì, come un annuo segno della sua dipendenza, una corona
d'oro del peso di trecento libbre; e promise di somministrare, alla
richiesta del suo Sovrano, tremila Goti ausiliari per servizio
dell'Impero. Soddisfatto di queste straordinarie concessioni, l'abile
agente di Giustiniano affrettò il suo ritorno a Costantinopoli; ma
appena era giunto alla villa Albana[667], che fu richiamato dall'ansietà
di Teodato; e merita d'esser riportato nell'originale sua semplicità
questo dialogo fatto fra il Re e l'Ambasciatore: «Siete voi di
sentimento, che l'Imperatore ratificherà questo Trattato? Forse. Qualora
ei ricusi, qual conseguenza ne verrà? _La guerra._ Tal guerra sarà ella
giusta o ragionevole? _Sicurissimamente: ognuno agirebbe secondo il suo
carattere._ Che intendete di dire? _Voi siete un filosofo; Giustiniano è
Imperator de' Romani: mal converrebbe al discepolo di Platone spargere
il sangue di più migliaia di uomini per una sua privata contesa; ma il
successore d'Augusto dovrebbe rivendicare i suoi diritti, e ricuperare
con le armi le antiche Province del suo Impero_». Questo ragionamento
non è per avventura molto convincente, ma servì per mettere in
agitazione e per vincer la debolezza di Teodato, che tosto discese
all'ultima sua offerta di rinunziare per il meschino prezzo d'una
pensione di quarantottomila lire sterline il Regno de' Goti e
degl'Italiani, e d'impiegare il resto de' suoi giorni negl'innocenti
piaceri della filosofia e dell'agricoltura. Affidò ambedue i trattati
all'Ambasciatore, sulla fragile sicurezza d'un giuramento di non
manifestare il secondo, finattantochè non si fosse positivamente
rigettato il primo. Se ne può facilmente prevedere l'evento. Giustiniano
richiese ed accettò l'abdicazione del Re Goto. L'instancabile suo agente
da Costantinopoli tornò a Ravenna con ampie istruzioni, e con una bella
lettera, che lodava la saviezza e generosità del Reale Filosofo, gli
accordava la pensione, con assicurarlo di quegli onori, dei quali poteva
esser capace un suddito Cattolico, e prudentemente fu commessa la finale
esecuzion del Trattato alla presenza ed autorità di Belisario. Ma nel
tempo che restò sospeso, due Generali Romani, che erano entrati nella
Provincia di Dalmazia, furon disfatti ed uccisi dalle truppe Gotiche.
Teodato, da una cieca ed abbietta disperazione, capricciosamente passò
ad una presunzione senza fondamento e fatale[668], ed osò di ricevere
con minacce e disprezzo l'ambasciatore di Giustiniano, che insistè nella
sua promessa, sollecitò la fedeltà de' suoi sudditi, ed arditamente
sostenne l'inviolabile privilegio del proprio carattere. La marcia di
Belisario dissipò quest'orgoglio immaginario; e siccome fu consumata la
prima campagna[669] nel soggiogar la Sicilia, Procopio assegna
l'invasione d'Italia al secondo anno della Guerra Gotica[670].

[A. 537]

Dopo aver Belisario lasciato sufficienti guarnigioni in Palermo e in
Siracusa, imbarcò le sue truppe a Messina, e le sbarcò senza resistenza
sui lidi opposti di Reggio. Un Principe Goto, che avea sposato la figlia
di Teodato, stava con un esercito a guardar l'ingresso d'Italia; ma esso
imitò senza scrupolo l'esempio d'un Sovrano, che mancava a' suoi
pubblici e privati doveri. Il perfido Ebermore disertò con i suoi
seguaci al campo Romano, e fu mandato a godere i servili onori della
Corte Bizantina[671]. La flotta e l'esercito di Belisario s'avanzarono
quasi sempre in vista l'una dell'altro da Reggio a Napoli, per quasi
trecento miglia lungo la costa del mare. Il Popolo dell'Abruzzo, della
Lucania e della Campania, che abborriva il nome e la religione de' Goti,
profittò dello specioso pretesto che le rovinate lor mura erano incapaci
di difesa; i soldati pagavano un giusto prezzo di ciò che compravano
sugli abbondanti mercati; e la sola curiosità interrompeva le pacifiche
occupazioni degli agricoltori o degli artefici. Napoli, ch'è divenuta
una grande e popolata Capitale, conservò lungamente il linguaggio ed i
costumi di colonia Greca[672]: e la scelta, che ne fece Virgilio, aveva
nobilitato quest'elegante ritiro, che attraeva gli amatori del riposo e
dello studio, allontanandogli dallo strepito, dal fumo e dalla laboriosa
opulenza di Roma[673]. Appena fu investita per mare e per terra la
piazza, Belisario diede udienza ai deputati del Popolo, che l'esortavano
a non curare una conquista indegna delle sue armi, a cercare in un campo
di battaglia il Re dei Goti, e dopo d'averlo vinto, a ricevere come
Sovrano di Roma l'omaggio delle Città dipendenti. «Quando io tratto co'
miei nemici, replicò il Capitano Romano con un altiero sorriso, io son
più assuefatto a dare, che a ricever consiglio: ma tengo in una mano
l'inevitabil rovina, e nell'altra la pace e la libertà, come ora gode la
Sicilia». L'impazienza della dilazione lo mosse ad accordar le più
liberali condizioni, ed il suo onore ne assicurava l'effettuazione: ma
Napoli era divisa in due fazioni, e la democrazia Greca era infiammata
da' suoi Oratori, i quali con molto spirito e con qualche verità
rappresentarono alla moltitudine, che i Goti avrebber punito la lor
mancanza di fede, e che Belisario medesimo dovea stimare la loro lealtà
e valore. Le deliberazioni però che facevansi, non erano perfettamente
libere; la Città era dominata da ottocento Barbari, le mogli ed i figli
de' quali si ritenevano a Ravenna come pegni della lor fedeltà; e fino
gli Ebrei, ch'erano ricchi e numerosi, opponevansi con disperato
entusiasmo alle intolleranti leggi di Giustiniano. In un tempo assai
posteriore, la circonferenza di Napoli[674] non era più di duemila
trecento sessantatre passi[675]: le fortificazioni eran difese da
precipizi o dal mare; se si tagliavano gli acquedotti, poteva supplirsi
con l'acqua de' pozzi e de' fonti; e la quantità delle provvisioni era
sufficiente a stancar la pazienza degli assedianti. Al termine di venti
giorni era quasi esausta quella di Belisario, ed erasi accomodato alla
vergogna d'abbandonar l'assedio per poter marciare, avanti l'inverno,
contro Roma, ed il Re de' Goti. Ma fu la sua ansietà soddisfatta
dall'ardita curiosità d'un Isauro, ch'esplorò il canale asciutto d'un
acquedotto, e segretamente riferì, che potevasi aprire un passaggio per
introdurre una fila di soldati armati nel cuore della Città. Quando
l'opera fu tacitamente eseguita, l'umano Generale rischiò la scoperta
del suo segreto con un ultimo ed infruttuoso avviso dell'imminente
pericolo. Nell'oscurità della notte, quattrocento Romani entrarono
nell'acquedotto, s'introdussero per mezzo d'una fune, che legarono ad un
ulivo, nella casa o nel giardino d'una solitaria matrona, suonarono le
loro trombette, sorpreser le sentinelle, ed ammessero i loro compagni,
che da ogni parte scalaron le mura, ed aprirono le porte della Città. Fu
commesso, come per diritto di guerra, ogni delitto che si punisce dalla
giustizia sociale; gli Unni si distinsero per la crudeltà ed il
sacrilegio, ed il solo Belisario comparve per le strade, e nelle Chiese
di Napoli a moderar la calamità, ch'egli aveva predetto. «L'oro e
l'argento, esclamò più volte, sono i giusti premj del vostro valore; ma
risparmiate gli abitanti: essi son Cristiani, son supplichevoli, e son
ora vostri concittadini. Restituite i figli a' loro Genitori; le mogli
a' loro mariti; e dimostrate loro, mediante la vostra generosità di
quali amici hann'ostinatamente privato se stessi». La Città fu salvata
per la virtù, e per l'autorità del suo Conquistatore[676]; e quando i
Napoletani tornarono alle loro case, trovarono qualche sollievo nel
segreto godimento de' nascosti loro tesori. La guarnigione Barbara
s'arruolò al servizio dell'Imperatore; la Puglia e la Calabria, liberate
dall'odiosa presenza de' Goti, riconobbero il suo dominio; e L'Istorico
di Belisario curiosamente descrive le zanne del Cignale Calidonio, che
tuttavia si mostravano a Benevento[677].

[A. 536-540]

I Soldati e Cittadini fedeli di Napoli avevano indarno aspettato d'esser
liberati da un Principe, che restò inoperoso, e quasi indifferente
spettatore della loro rovina. Teodato si assicurò dentro le mura di
Roma, mentre la sua cavalleria si avanzò quaranta miglia sulla via
Appia, e si accampò nelle paludi Pontine, le quali, mediante un canale
lungo diciannove miglia erano state recentemente seccate, e convertite
in eccellenti pasture[678]. Ma le Fortezze principali dei Goti eran
disperse nella Dalmazia, nella Venezia, e nella Gallia, ed il debole
spirito del loro Re era confuso dall'infelice evento d'una divinazione,
che sembrava presagir la caduta del suo Impero[679]. I più abbietti
schiavi hanno (talvolta) processato il delitto, o la debolezza d'uno
sfortunato padrone; ma il carattere di Teodato fu rigorosamente
esaminato da un libero, e quieto campo di Barbari, consapevoli del lor
diritto e potere; fu esso dichiarato indegno della sua razza, della
Nazione e del trono, ed il loro Generale Vitige, che avea segnalato il
proprio valore nella guerra Illirica, fu innalzato con unanime applauso
sopra gli scudi de' suoi compagni. Al primo romore di ciò, il deposto
Monarca fuggì dalla giustizia de' propri Nazionali; ma fu inseguito
dalla vendetta privata. Un Goto, ch'egli aveva offeso nel suo amore,
sorprese Teodato sulla via Flaminia, e senza riguardo alle non virili
sue strida, lo scannò, mentre stava prostrato sul suolo, come una
vittima (dice l'Istorico) a piè dell'Altare. L'elezione del Popolo è il
titolo migliore e più puro per regnare sopra di esso; pure tal è il
pregiudizio d'ogni tempo, che Vitige impazientemente desiderò di tornare
a Ravenna per poter ivi prendere, con la ripugnante mano della figlia di
Amalasunta, una debole ombra di ereditario diritto. Si tenne
immediatamente un Concilio Nazionale, ed il nuovo Monarca dispose
l'impaziente spirito dei Barbari ad un passo vergognoso, che la cattiva
condotta del suo predecessore avea reso indispensabile e savio. I Goti
acconsentirono a ritirarsi in faccia d'un vittorioso nemico; a differire
fino alla primavera seguente le operazioni d'una guerra offensiva: a
richiamare le sparse loro truppe; ad abbandonare i lontani loro
stabilimenti, e ad affidare anche la stessa Roma alla fede de' suoi
abitanti. Lauderi attempato guerriero, fu lasciato nella Capitale con
quattromila soldati: debole guarnigione, che avrebbe potuto secondare lo
zelo de' Romani, quantunque fosse incapace d'opporsi ai desiderj di
essi. Ma si accese ne' loro animi un momentaneo entusiasmo di religione
e di patriottismo: essi furiosamente esclamarono che la Sede Apostolica
non dovea più lungamente profanarsi dal trionfo, o dalla tolleranza
dell'Arrianismo, che non si dovevan più calpestare le tombe de' Cesari
da' selvaggi del Settentrione; e senza riflettere, che l'Italia dovea
divenire una Provincia di Costantinopoli, con trasporto applaudirono
alla restaurazione d'un Imperator Romano, come, ad una nuova epoca di
libertà e di prosperità. I Deputati del Papa e del Clero, del Senato e
del Popolo invitarono il Luogotenente di Giustiniano ad accettare il
loro volontario omaggio, e ad entrare nella Città, di cui si sarebbero
aperte le porte per riceverlo. Tosto che Belisario ebbe fortificato le
sue nuove conquiste di Napoli e di Cuma, si avanzò per circa venti
miglia fino alle rive del Vulturno, contemplò la decaduta grandezza di
Capua, e si fermò dove la via Latina si separa dall'Appia. L'opera del
Censore, dopo l'uso continuo di nove secoli, tuttavia conservava la sua
primitiva bellezza, e neppure, una fessura potea scuoprirsi nelle grandi
e levigate pietre, delle quali era quella solida, sebbene stretta via,
si stabilmente composta[680]. Belisario però preferì la via Latina, che
lontana dal mare e dalle paludi continuava per lo spazio di centoventi
miglia lungo il piede delle montagne. I suoi nemici erano spariti.
Quando egli fece il suo ingresso per la porta Asinaria, la guarnigione
partì senz'alcuna molestia per la via Flaminia; e la Città, dopo
sessant'anni di servitù, fu liberata dal giogo de' Barbari. Il solo
Leuderi, per un motivo d'orgoglio o di mal contento, non volle
accompagnare i fuggitivi; ed il Capitano de' Goti, ch'era egli medesimo
un trofeo della vittoria, fu mandato con le chiavi di Roma al Trono
dell'Imperator Giustiniano[681].

[A. 537]

I primi giorni, che corrispondevano agli antichi Saturnali, consacrati
furono alla vicendevol congratulazione, ed alla pubblica gioia; ed i
Cattolici si preparavano a celebrare, senza rivali, la prossima festa
della Natività di Cristo. Nella famigliar conversazione d'un Eroe,
acquistarono i Romani qualche cognizione delle virtù, che l'Istoria
attribuiva a' loro Maggiori, furono edificati dell'apparente rispetto di
Belisario per il successor di S. Pietro; e la rigida sua disciplina
assicurò loro, in mezzo alla guerra, i vantaggi della tranquillità e
della giustizia. Essi applaudirono al rapido successo delle sue armi,
che invasero l'addiacente campagna, fino a Narni, Perugia e Spoleto; ma
tremò il Senato, il Clero ed il Popolo imbelle all'udire, ch'egli aveva
risoluto, e presto sarebbe stato nel caso di sostenere un assedio contro
le forze della Monarchia Gotica. Furono eseguiti nella stagione
invernale i disegni di Vitige con diligenza ed effetto. I Goti dalle
rustiche loro abitazioni e dalle lor guarnigioni più distanti,
adunaronsi a Ravenna per difesa del loro Paese; e tale ne fu il numero,
che dopo averne distaccata un'armata in aiuto della Dalmazia, marciarono
sotto le bandiere Reali ben cento cinquantamila combattenti. Secondo i
vari gradi del posto o del merito, il Re Goto distribuì armi e cavalli,
ricchi doni e liberali promesse: ei si mosse lungo la via Flaminia,
evitò gl'inutili assedj di Perugia e di Spoleto, rispettò
l'inespugnabile Rocca di Narni, ed arrivò lontano due miglia di Roma, a
piè del Ponte Milvio. Quello stretto passo era fortificato con una
torre, e Belisario avea contato l'importanza di venti giorni, che
bisognava consumare nel costruire un altro ponte. Ma la costernazion de'
soldati della torre, che o fuggirono o disertarono, sconcertò le sue
speranze, ed espose la sua persona al più imminente pericolo. Il
Generale Romano, alla testa di mille cavalli, uscì dalla porta Flamminia
per notare il luogo d'una vantaggiosa posizione, e per osservare il
campo de' Barbari; ma mentre li credeva sempre dall'altra parte del
Tevere, fu ad un tratto circondato ed assalito dagl'innumerabili loro
squadroni. Il destino d'Italia dipendeva dalla sua vita; ed i disertori
si dirigevano all'appariscente cavallo baio[682] con la faccia bianca,
ch'ei cavalcava in quella memorabil giornata: «Mira al cavallo baio» era
il grido universale. Ogni arco era teso, ed ogni dardo appuntato contro
quel fatale oggetto, e veniva ripetuto ed eseguito quest'ordine da
migliaia di persone, che ne ignoravano il vero motivo. I più arditi
Barbari si avanzarono al più onorevol combattimento delle spade e delle
lance, e la lode d'un nemico ha onorato la caduta di Visando, che
portando la bandiera[683] mantenne il suo posto avanti degli altri,
finattantochè non rimase trafitto da tredici ferite, per mano forse di
Belisario medesimo. Il Generale Romano era forte, attivo e destro; da
ogni parte scagliava i pesanti e mortali suoi colpi; le fedeli sue
guardie ne imitarono il valore, e ne difesero la persona; ed i Goti,
dopo una perdita di mille uomini, fuggirono innanzi alle armi d'un Eroe.
Furono temerariamente inseguiti fino al lor campo, ed i Romani, oppressi
dalla moltitudine, fecero una lenta ed alla fine precipitosa ritirata
verso le porte della Città, le quali si chiusero in faccia de'
fuggitivi; ed il pubblico terrore s'accrebbe dalla notizia, che
Belisario era stato ucciso. Era in vero sfigurato il suo aspetto dal
sudore, dalla polvere, e dal sangue; rauca n'era la voce, e quasi
esausta la forza; ma tuttavia gli restava l'invincibile suo coraggio: ei
lo partecipò agli abbattuti compagni; ed il disperato loro ultimo sforzo
si sentì da' Barbari, posti nuovamente in fuga come se fosse uscito
dalla Città un altro vigoroso ed intero esercito. Fu aperta la porta
Flamminia ad un _vero_ trionfo; ma non potè Belisario esser persuaso
dalla moglie e dagli amici a prendere il necessario ristoro di cibo e di
sonno, prima d'aver visitato ogni posto, e provveduto alla pubblica
sicurezza. Nello stato più perfetto dell'arte della guerra, è raro che
un Generale abbia bisogno, o che anche gli sia permesso di mostrare la
personal sua prodezza di soldato; e può aggiungersi quello di Belisario
a' rari esempi di Enrico IV, di Pirro e d'Alessandro.

Dopo questo primo ed infelice sperimento de' nemici, tutto l'esercito
dei Goti passò il Tevere e formò l'assedio della Città, che continuò più
d'un anno, fino all'ultima loro partenza. Per quanto possa spaziar
l'immaginazione, l'esatto compasso del Geografo determina il circuito di
Roma ad una linea di dodici miglia e di trecento quarantacinque passi; e
questo circuito, eccettuata la parte ch'è nel Vaticano, è stato
invariabilmente il medesimo dal trionfo di Aureliano, fino al pacifico,
ma oscuro Regno de' moderni Papi[684]. Ma nel tempo della sua grandezza,
lo spazio compreso dentro le mura era pieno di abitazioni e di abitanti;
ed i popolati sobborghi, che s'estendevano lungo le pubbliche strade,
partivano come tanti raggi da un centro comune. Le avversità le tolsero
questi estranei ornamenti, e lasciarono desolata e nuda anche una parte
considerabile de' sette Colli. Nondimeno, Roma, nel presente suo stato,
potrebbe mettere in campo sopra trentamila uomini atti a militare[685];
e nonostante la mancanza di disciplina e d'esercizio, la massima parte
di essi, assuefatta a' travagli della povertà, sarebbe capace di portar
le armi per la difesa della patria e della religione. La prudenza di
Belisario non trascurò questo importante ripiego. Furono alquanto
sollevati i suoi soldati dallo zelo e dalla diligenza del Popolo, che
vegliava mentr'essi dormivano, e lavorava mentr'essi riposavano; egli
accettò il volontario servizio della più brava e indigente gioventù
Romana; e le compagnie di cittadini talvolta rappresentavano, in un
posto vacante, le truppe, che si eran mandate a fare operazioni di
maggiore importanza. Ma la giusta sua fiducia era posta ne' veterani,
che avevan combattuto sotto le sue bandiere nelle guerre di Persia o
dell'Affrica; e sebbene quella valorosa truppa fosse ridotta a
cinquemila uomini, con sì tenue numero intraprese a difendere un recinto
di dodici miglia contro un esercito di cento cinquantamila Barbari.
Nelle mura di Roma, che Belisario costruì o restaurò, si possono ancora
discernere i materiali dell'antica architettura[686]; e fu compita
l'intera fortificazione, a riserva d'un apertura, che sempre esiste fra
le porte Pincia e Flamminia, e che i pregiudizi de' Goti e de' Romani
lasciavano sotto l'efficace custodia di S. Pietro Apostolo[687]. I
bastioni erano fatti ad angoli acuti; un fosso largo e profondo
difendeva il piede della muraglia; e gli arcieri sopra di essa erano
aiutati dalle macchine militari, come dalla _Balista_, forte arco in
forma di croce, che scagliava corti, ma grossi dardi, e dagli _Onagri_,
o asini selvaggi che a guisa di fionde gettavano pietre e palle di
enorme grandezza[688]. Sì tirò una catena a traverso il Tevere; si
resero impervj gli archi degli acquedotti; e la mole o il sepolcro
d'Adriano[689] fu per la prima volta convertito in una Cittadella.
Questa venerabile Fabbrica, la quale conteneva le ceneri degli Antonini,
era una Torre circolare, che s'alzava sopra una base quadrangolare; era
coperta di marmo bianco di Paros e decorata da statue di Numi e di Eroi;
e l'amatore delle arti dee leggere sospirando, che le opere di
Prassitele o di Lisippo fossero staccate dagli alti lor piedestalli, e
gettate nel fosso sulle teste degli assedianti[690]. A ciascuno de' suoi
Luogotenenti Belisario assegnò la difesa d'una porta, con la savia e
perentoria istruzione, che qualunque muovimento potesse farsi, essi
restassero costantemente a' rispettivi lor posti, e lasciassero al
Generale il pensiero della salvezza di Roma. Il formidabil'esercito de'
Goti non fu sufficiente ad abbracciar l'ampio circuito della Città; di
quattordici porte non ne furono investite che sette dalla via Prenestina
fino alla Flamminia; e Vitige divise le sue truppe in sei campi,
ciascheduno dei quali era fortificato con un fosso ed un muro. Dalla
parte del fiume verso la Toscana, formossi un settimo accampamento nel
campo o circo del Vaticano, per l'importante oggetto di dominare il
ponte Milvio, ed il corso del Tevere; ma s'accostavano con devozione
alla vicina Chiesa di S. Pietro, e durante l'assedio, la soglia de'
Santi Apostoli fu rispettata da un nemico Cristiano. Ne' secoli delle
vittorie, ogni volta che il Senato decretava qualche distante conquista,
il Console dichiarava la guerra con aprire in solenne pompa le porte del
Tempio di Giano[691]. La guerra domestica rese in quest'occasione
superfluo l'avviso, e la ceremonia erasi abolita dallo stabilimento
d'una nuova Religione: ma rimaneva tuttora in piedi nel Foro il tempio
di bronzo di Giano, ch'era di una grandezza capace di contener solamente
la statua di quel nume alta cinque cubiti, di figura umana, ma con due
faccie, dirette all'Oriente ed all'Occidente. Le doppie porte erano
parimente di bronzo; ed un inutile sforzo per girarle su' rugginosi lor
cardini, manifestò lo scandaloso segreto, che v'erano de' Romani
tuttavia attaccati alla superstizione de' loro Maggiori.

Gli assedianti consumaron diciotto giorni a provveder tutti
gl'istrumenti d'attacco, che aveva inventato l'antichità. Si prepararon
delle fascine per empiere i fossi, e delle scale per salir sulle mura; i
più grossi alberi della foresta somministraron le travi di quattro
arieti, che avevano le teste armate di ferro; essi eran sospesi per
mezzo di cavi, e maneggiati da cinquant'uomini per ciascheduno. Le alte
torri di legno si muovevano sopra delle ruote o de' rulli e formavano
una spaziosa piattaforma al livello della muraglia. La mattina del
decimonono giorno, fu fatto un generale attacco dalla Porta Prenestina
fino alla Vaticana: s'avanzarono all'assalto sette colonne Gotiche con
le loro macchine militari; ed i Romani che stavano in fila sulle mura,
prestavano con dubbiezza ed ansietà orecchio alle vive assicurazioni de'
lor Comandanti. Appena il nemico s'accostò al fosso, Belisario medesimo
scagliò il primo dardo; e tale fu la sua forza e destrezza, che trafisse
il primo de' condottieri barbari. Un rimbombo d'applauso e di vittoria
andò eccheggiando lungo le mura. Tirò egli un secondo dardo, ed il colpo
ebbe il medesimo successo e la medesima acclamazione. Allora il Generale
Romano diede ordine, che gli arcieri mirassero a' luoghi dov'erano
attaccati i bovi, e questi furono immediatamente coperti di mortali
ferite; le torri, ch'essi tiravano, restarono inutili ed immobili; ed un
solo momento sconcertò i laboriosi progetti del Re dei Goti. Malgrado di
questo smacco, Vitige continuò tuttavia, o finse di continuare l'assalto
della porta Salaria per divertir l'attenzione del suo avversario, mentre
le principali sue forze più fortemente attaccavano la porta Prenestina,
ed il sepolcro d'Adriano alla distanza di tre miglia da quella. Vicino
alla prima, le doppie mura del _Vivarium_[692] erano basse o rotte: le
fortificazioni dell'altro erano guardate debolmente: si eccitava il
vigore de' Goti dalla speranza della vittoria e della preda; e se avesse
ceduto un sol posto, i Romani e Roma stessa erano irreparabilmente
perduti. Questa pericolosa giornata fu la più gloriosa nella vita di
Belisario: in mezzo al tumulto ed allo spavento era distintamente
presente al suo spirito tutto il piano dell'attacco e della difesa;
osservava le mutazioni d'ogni istante; pesava ogni possibil vantaggio;
accorreva ne' luoghi di pericolo; e comunicava il suo coraggio con
tranquilli e decisivi ordini. Il combattimento mantennesi fieramente
dalla mattina fino alla sera; i Goti furon rispinti da tutte le parti ed
ogni Romano potè vantarsi d'aver vinto trenta Barbari, se pur la strana
sproporzione del numero non fu contrabbilanciata dal merito d'un sol
uomo. Trentamila Goti, secondo la confessione de' propri lor Capitani
perirono in questa sanguinos'azione, e la quantità de' feriti fu uguale,
a quella de' morti. Allorchè si avanzarono all'assalto, lo stretto loro
disordine non permise che un sol giavelotto andasse a vuoto; e quando si
ritirarono, s'unì la plebaglia della Città ad inseguirli, e trafisse
impunemente le schiene dei fuggitivi loro nemici. Belisario
immediatamente sortì dalle porte, e mentre i soldati celebravano il nome
e le vittorie di lui, furono ridotte in cenere le macchine di guerra
ostili. Tale fu la perdita e la costernazione de' Goti, che dopo quel
giorno l'assedio di Roma degenerò in un tedioso e indolente blocco; e
furono essi continuamente inquietati dal Generale Romano, che in
frequenti scaramucce distrusse più di cinquemila uomini delle loro più
valorose truppe. La cavalleria de' Goti non era pratica nell'uso
dell'arco; i loro arcieri militavano a piedi; e questa forza così divisa
non fu capace di contendere co' loro avversari, le lancie ed i dardi de'
quali erano ugualmente formidabili sì da lontano che da vicino. La
consumata perizia di Belisario gli faceva abbracciar tutte le occasioni
favorevoli; e siccome sceglieva il luogo ed il momento, insisteva
nell'attacco o suonava la ritirata a proposito[693], così rare volte gli
squadroni, ch'ei distaccava, ebber cattivo successo. Questi particolari
vantaggi sparsero un impaziente ardore fra i soldati, ed il Popolo che
principiava a sentir gl'incomodi dell'assedio, ed a non curare i
pericoli d'una mischia generale. Ogni plebeo s'immaginò d'essere un
eroe, e l'infanteria, che dopo la decadenza della disciplina erasi
rigettata dalla linea di battaglia, aspirava agli antichi onori della
legione Romana. Belisario lodò il coraggio delle sue truppe, condannò la
lor presunzione, cedè a' loro clamori e preparò i rimedi d'una disfatta,
la possibilità della quale egli solo ebbe il coraggio di sospettare. Nel
quartiere del Vaticano, i Romani prevalsero; e se nel saccheggio del
campo non avessero consumato degli irreparabili momenti, avrebber potuto
occupare il ponte Milvio, ed attaccar l'esercito Gotico nella
retroguardia. Dall'altra parte del Tevere s'avanzò Belisario dalle porte
Pincia e Salaria; ma la sua armata, forse di quattromila soldati, si
perdè in una spaziosa pianura e fu circondata ed oppressa da fresche
truppe, che continuamente supplivano le rotte file de' Barbari. I
valorosi condottieri dell'infanteria, non sapendo vincere, morirono; una
precipitosa ritirata fu coperta dalla prudenza del Generale; ed i
vincitori si sottrassero con spavento dal formidabile aspetto d'una
muraglia armata. La riputazione di Belisario non fu macchiata da una
disfatta; e la vana confidenza de' Goti non fu meno vantaggiosa pe' suoi
disegni, che il pentimento e la modestia delle truppe Romane.

Fin dal momento in cui Belisario erasi determinato a sostenere un
assedio, l'assidua sua cura fu di metter Roma al coperto dal pericolo
della fame, più terribile che le armi de' Goti. Vi s'era introdotta
dalla Sicilia una straordinaria quantità di grano; le raccolte della
Campania e della Toscana furono a forza destinate per l'uso della Città;
e si violarono i diritti della proprietà privata per la forte ragione
della salvezza pubblica. Era ben facile a prevedersi che il nemico
tagliato avrebbe gli acquedotti e la mancanza de' mulini a acqua fu il
primo incomodo che prestamente si rimosse, legando insieme delle gran
barche, e fissandovi delle macine lungo la corrente del fiume. Questo
però fu tosto imbarazzato di tronchi di alberi e contaminato di
cadaveri; ma le precauzioni del General Romano tornarono sì efficaci,
che le acque del Tevere continuarono sempre a dare il moto a' mulini e
la bevanda agli abitanti; a quartieri più lontani supplivano i pozzi
domestici, ed una Città assediata poteva senza impazienza soffrire la
privazione de' suoi pubblici Bagni. Una gran parte di Roma, dalla porta
Prenestina fino alla Chiesa di S. Paolo, non fu mai investita da' Goti;
si frenavano le loro scorrerie dall'attività delle truppe Moresche; e la
navigazione del Tevere, e le strade Latina, Appia ed Ostia erano libere
e senza molestia per l'introduzione del grano e del bestiame, o per la
ritirata degli abitanti, che cercavan rifugio nella Campania o in
Sicilia. Belisario, desideroso di sgravarsi d'una inutile divorante
moltitudine, diede i suoi perentorj ordini per la subita partenza delle
donne, de' fanciulli e degli schiavi. Volle che i suoi soldati
licenziassero i loro serventi, sì maschi che femmine, e regolò in modo
il loro stipendio, che ne ricevessero una metà in provvisioni, e l'altra
in danaro. La sua previdenza fu giustificata dall'aumento della pubblica
strettezza, tosto che i Goti ebber occupato due posti importanti nelle
vicinanze di Roma. Mediante la perdita del porto, o come si dice adesso,
della città di Porto, restò chiuso il paese alla destra del Tevere, e
tolta la miglior comunicazione col mare; ed il Generale rifletteva con
dispiacere o con isdegno, che con trecent'uomini, se avesse potuto
risparmiare sì tenue quantità di truppa, avrebbe potuto difenderne le
inespugnabili fortificazioni. Alla distanza di sette miglia dalla
Capitale, fra la via Appia e la Latina, due principali acquedotti,
replicatamente incrociandosi fra loro, chiudevano dentro i solidi ed
alti loro archi un luogo fortificato[694], dove pose Vitige un campo di
settemila Goti per intercettare i convogli della Sicilia e della
Campania. Si esaurirono appoco appoco i granai di Roma; l'addiacente
campagna era stata devastata dal ferro e dal fuoco; e quegli scarsi
sussidi, che si potevan ottenere per mezzo di frettolose scorrerie,
servivan di premio al valore, ed erano il prezzo della ricchezza: non
mancò mai veramente il foraggio per i cavalli, ed il pane per gli
uomini: ma negli ultimi mesi dell'assedio il Popolo trovossi esposto
alle miserie della carestia, ad un cibo malsano[695], ed al disordine
del contagio. Belisario scorgeva e compassionava i lor patimenti; ma
egli avea preveduto, e stava osservando in essi la diminuzione della
fedeltà ed il progresso del malcontento. L'avversità avea risvegliato i
Romani da' sogni di grandezza e di libertà, ed aveva insegnato loro
l'umiliante lezione, che poco importava per la reale felicità loro, che
il nome del padrone a cui dovevano ubbidire, derivato fosse dalla lingua
Gotica o dalla Latina. Il Luogotenente di Giustiniano ascoltò le giuste
loro querele, ma rigettò con isdegno l'idea della fuga, o della
capitolazione; represse la clamorosa loro impazienza di combattere; gli
lusingò col prospetto d'un sicuro e pronto soccorso; ed assicurò se
medesimo e la Città dagli effetti della disperazione o del tradimento di
essi. Due volte il mese mutava il posto degli Ufiziali, a' quali era
commessa la custodia delle porte; impiegò più volte le varie precauzioni
di pattuglie, della parola, de' fanali e della musica per scoprire tutto
ciò, che seguiva sulle mura; furon poste delle guardie avanzate di là
dal fosso; e la fedel vigilanza de' cani suppliva alla più dubbiosa
fedeltà degli uomini. Fu intercettata una lettera, che assicurava il Re
de' Goti, che la porta Asinaria, annessa alla Chiesa Lateranense si
sarebbe segretamente aperta alle sue truppe. Sulla prova dunque o sul
sospetto di tradimento furon banditi più Senatori, e fu citato il
Pontefice Silverio a portarsi dal Rappresentante del suo Sovrano, al
principal quartiere di esso nel Palazzo Pinciano[696]. Gli
Ecclesiastici, che seguitavano il loro Vescovo, furono ritenuti nel
primo e nel secondo appartamento[697], ed egli solo fu ammesso alla
presenza di Belisario. Il Conquistatore di Roma e di Cartagine sedeva
modestamente a piè d'Antonina che riposava sopra un magnifico letto: il
Generale tacque ma uscì la voce del rimprovero e della minaccia dalla
bocca dell'imperiosa sua moglie. Accusato da testimoni degni di fede e
della prova della propria sua sottoscrizione[698] il successor di S.
Pietro fu spogliato dei suoi ornamenti Pontificali, vestito da semplice
monaco; e senza dilazione imbarcato per un lontano esilio in Oriente.
Per ordine poi dell'Imperatore, il Clero di Roma procedè alla scelta
d'un nuovo Vescovo, e dopo una solenne invocazione dello Spirito Santo,
elesse il diacono Vigilio, che avea comprato la sede Papale con un
donativo di dugento libbre d'oro. S'imputò a Belisario il profitto, e
per conseguenza la colpa di questa simonìa: ma l'Eroe ubbidiva agli
ordini della sua moglie; Antonina serviva alle passioni
dell'Imperatrice; e Teodora prodigamente spargeva i suoi tesori con la
vana speranza d'ottenere un Pontefice contrario, o almeno indifferente
per il Concilio di Calcedonia[699].

La lettera di Belisario all'Imperatore annunciava la vittoria, il
pericolo e la fermezza di esso. «Secondo i vostri ordini sono entrato
(dic'egli) ne' dominj de' Goti, ed ho ridotto alla vostra ubbidienza la
Sicilia, la Campania e la Città di Roma: la perdita però di tali
conquiste sarà più vergognosa di quel che ne fosse glorioso l'acquisto.
Fin qui abbiamo felicemente combattuto contro sciami di Barbari, ma la
lor moltitudine può alla fin prevalere. La vittoria è dono della
provvidenza; ma la reputazione de' Re e de' Generali dipende dal buono o
cattivo successo de' loro disegni. Permettetemi di parlare con libertà:
se volete che viviamo, mandateci viveri; se desiderate che facciamo
conquiste, mandateci armi, cavalli, e uomini. I Romani ci hanno ricevuto
come amici e liberatori; ma nella nostra presente angustia, o saranno
essi traditi per la loro fiducia, o noi resterem oppressi dal tradimento
e dall'odio di essi. Quanto a me, la mia vita è consacrata al vostro
servizio: a voi tocca a riflettere, se in questa situazione la mia morte
contribuirà alla gloria, ed alla prosperità del vostro Regno». Forse
quel Regno sarebbe stato ugualmente prospero, se il pacifico Signor
dell'Oriente si fosse astenuto dalla conquista dell'Affrica e
dell'Italia: ma siccome Giustiniano era ambizioso di fama, egli fece
alcuni sforzi, sebbene deboli e languidi, per sostenere e liberare il
vittorioso suo Generale. Martino e Valeriano condussero un rinforzo di
mille seicento Schiavoni ed Unni; e siccome si erano riposati nella
stagione invernale ne' porti della Grecia, non s'era la forza degli
uomini e de' cavalli diminuita dalle fatiche d'un viaggio per mare, ed
essi distinsero il lor valore nella prima sortita contro gli assedianti.
Verso il tempo del solstizio estivo sbarcò a Terracina Eutalio con
grosse somme di danaro per il pagamento delle truppe: proseguì
cautamente il suo cammino lungo la via Appia, ed entrò in Roma questo
convoglio per la porta Capena[700], mentre Belisario, da un'altra parte,
divertiva l'attenzione de' Goti mediante una vigorosa e felice
scaramuccia. Questi opportuni aiuti, l'uso e la riputazione de' quali
destramente si maneggiarono dal Generale Romano, ravvivarono il
coraggio, o almen le speranze de' soldati e del Popolo. Fu mandato
l'Istorico Procopio con una importante commissione a raccoglier le
truppe e le provvisioni, che potea somministrar la Campania, o si eran
mandate da Costantinopoli; ed il segretario di Belisario fu tosto
seguito da Antonina medesima[701], che arditamente traversò i posti del
nemico, e tornò coi soccorsi Orientali in aiuto del suo marito e
dell'assediata Città. Una flotta di tremila Isauri gettò l'ancora nella
baia di Napoli, ed in seguito ad Ostia; più di duemila cavalli, una
parte de' quali erano Traci, sbarcarono a Taranto; e dopo la riunione di
cinquecento soldati della Campania, e d'una quantità di carri carichi di
vino e di farina, essi presero il loro cammino per la via Appia, da
Capua verso Roma. Le forze, che arrivarono per terra e per mare, erano
tutte unite all'imboccatura del Tevere. Antonina dunque adunò un
consiglio di guerra, dove fu risoluto di vincere a forza di vele e di
remi la contraria corrente del fiume; ed i Goti non ardirono disturbare
con alcuna temeraria ostilità la negoziazione, a cui Belisario
accortamente avea dat'orecchio. Credettero essi troppo facilmente di non
vedere che la vanguardia d'una flotta e di un'esercito che già copriva
il mare Ionio e le pianure della Campania; e fu sostenuta
quest'illusione dal superbo linguaggio, che tenne il Generale Romano,
allorchè diede udienza agli Ambasciatori di Vitige. Dopo uno specioso
discorso per dimostrar la giustizia della lor causa essi dichiararono,
che per amor della pace eran disposti a rinunziare il possesso della
Sicilia. «L'Imperatore non è meno generoso,» rispose con un sorriso di
sdegno il suo Luogotenente, «in contraccambio d'un dono, che voi più non
possedete, vi regala un'antica provincia dell'Impero; rinunzia egli a'
Goti la sovranità dell'Isola Britannica». Belisario con ugual fermezza e
disprezzo rigettò l'offerta d'un tributo; ma concesse agli Ambasciatori
Goti di sentire il loro destino dalla bocca di Giustiniano medesimo; ed
acconsentì con apparente ripugnanza ad una tregua di tre mesi, dal
solstizio d'inverno fino all'equinozio di primavera. Potea la prudenza
certamente diffidare sì de' giuramenti, che degli ostaggi dei Barbari;
ma la nota superiorità del Capitano Romano si manifestò nella
distribuzione delle sue truppe: ogni volta che il timore o la fame
costrinse i Goti a lasciare Alba, Porto, e Civitavecchia, fu
immediatamente occupato il lor posto; si rinforzarono le guarnigioni di
Narni, di Spoleto e di Perugia; ed i sette campi degli assedianti furono
appoco appoco circondati dalle calamità d'un assedio. Le preghiere ed il
pellegrinaggio di Dazio, Vescovo di Milano, non furono senza effetto; ed
egli ottenne mille Traci ed Isauri per sostenere la rivolta della
Liguria contro l'Arriano di lei tiranno. Nell'istesso tempo Giovanni il
_Sanguinario_[702], nipote di Vitaliano, fu distaccato con duemila
cavalli scelti, prima per Alba sul lago Fucino, e poi per le frontiere
del Piceno sul mare Adriatico: «In quella provincia, disse Belisario, i
Goti hanno depositato le lor famiglie ed i loro tesori, senz'alcuna
guardia o sospetto di pericolo. Senza dubbio essi violeranno la tregua;
vi trovino dunque presenti prima che abbiano notizia de' vostri
movimenti. Risparmiate gl'Italiani; non vi lasciate dietro le spalle
alcuna piazza ostile fortificata; e conservate fedelmente la preda per
farne un uguale e comune riparto. Non sarebbe ragionevole, soggiunse con
un sorriso, che mentre noi travagliamo per distruggere i calabroni, i
nostri più fortunati fratelli portassero via e godessero il miele».

S'era unita tutta la Nazione degli Ostrogoti per l'attacco di Roma, e
restò quasi tutta consumata nell'assedio di questa Città. Se qualche
fede si dee prestare ad un intelligente spettatore, fu distrutto almeno
un terzo dell'enorme loro esercito ne' frequenti e sanguinosi
combattimenti seguiti sotto le mura di essa. Alla decadenza
dell'agricoltura e della popolazione potevano già imputarsi la cattiva
fama, e le perniciose qualità dell'aria della state; ed i mali della
carestia e della pestilenza furono aggravati dalla propria loro licenza,
e dalla non amichevol disposizione del Paese. Mentre Vitige combatteva
con la sua fortuna, mentre stava dubbioso fra la vergogna e la rovina,
le domestiche vicende ne accelerarono la ritirata. Il Re de' Goti fu
informato da tremanti messaggi, che Giovanni il sanguinario estendeva la
devastazione di guerra dall'Appennino fino all'Adriatico; che le ricche
spoglie e gl'innumerabili schiavi del Piceno erano dentro le
fortificazioni di Rimini; e che quel formidabile Capitano avea disfatto
il suo zio, insultato la sua Capitale e sedotto, per mezzo di una
segreta corrispondenza, la fedeltà dell'imperiosa figlia d'Amalasunta,
sua moglie. Pure avanti di ritirarsi, Vitige fece un ultimo sforzo
d'assaltare o di sorprendere la Città: fu scoperto un segreto passaggio
in uno degli acquedotti; s'indussero due cittadini del Vaticano per
mezzo di doni ad inebriare le guardie della porta Aurelia; fu meditato
un attacco sulle mura di là dal Tevere in un luogo che non era
fortificato con torri; ed i Barbari s'avanzarono con torce, e con scale
a dar l'assalto alla porta Pincia. Ma fu reso vano qualunque tentativo
dall'intrepida vigilanza di Belisario, e della sua truppa di Veterani,
che ne' più pericolosi momenti non si sgomentarono per l'assenza de'
loro compagni; ed i Goti, privi di speranza, non meno che di
sussistenza, insisteron clamorosamente sulla ritirata, prima che
spirasse la tregua, e di nuovo s'unisse la Romana cavalleria. Un anno e
nove giorni dopo il principio dell'assedio, un esercito poco prima sì
forte e trionfante bruciò le sue tende, e tumultuariamente ripassò il
ponte Milvio. Non lo ripassò per altro impunemente. L'affollata
moltitudine, oppressa in un luogo angusto, fu rovesciata nel Tevere da'
propri timori, e dal nemico, che l'inseguiva; ed il Generale Romano,
fatta una sortita dalla porta Pincia, fece un forte e vergognoso sfregio
alla ritirata dei Goti. Un esercito infermo ed abbattuto, che dovea
marciar lentamente, fu a stento condotto lungo la strada Flamminia,
dalla quale i Barbari furon talvolta costretti a deviare per paura di
non incontrare le guarnigioni nemiche, le quali guardavano la strada
maestra verso Rimini e Ravenna. Ciò nonostante questa armata fuggitiva
era sì forte, che Vitige destinò diecimila uomini per difender quelle
Città, che più gli premeva di conservare, e distaccò Uraia suo nipote
con una sufficiente forza per gastigare la ribelle Milano. Alla testa
poi della sua principale armata egli assediò Rimini, ch'era solo
trentatre miglia distante dalla Capitale de' Goti. Una debol muraglia ed
un tenue fosso si sostennero per la perizia e il valore di Giovanni il
Sanguinario, che partecipava il pericolo e la fatica del minimo soldato,
ed emulava, in un teatro meno illustre, le virtù militari del suo gran
Comandante. Le torri e le macchine de' Barbari si resero inutili, se ne
rispinser gli attacchi; ed il tedioso blocco, che ridusse la guarnigione
all'ultima estremità della fame, diede tempo all'unione ed alla marcia
delle forze Romane. Una flotta, che aveva sorpreso Ancona, navigò lungo
la costa dell'Adriatico in soccorso dell'assediata città; l'eunuco
Narsete sbarcò nel Piceno con duemila Eruli, e cinquemila delle più
brave truppe d'Oriente. Fu forzata la rocca dell'Apennino; diecimila
veterani girarono il piè delle montagne sotto il comando di Belisario
medesimo: e _comparve_ una nuova armata che s'avanzava lungo la via
Flamminia, gli accampamenti della quale risplendevano d'innumerabili
lumi. I Goti oppressi dallo stupore e dalla disperazione, abbandonaron
l'assedio di Rimini, le loro tende, le lor bandiere ed i lor
condottieri; e Vitige, che diede o seguitò l'esempio della fuga, non si
fermò finattantochè non trovò un ricovero nelle mura e nelle paludi di
Ravenna.

[A. 538]

A queste mura e ad alcune Fortezze prive d'ogni comunicazione fra loro
era in quel tempo ridotta la Monarchia Gotica. Le Province d'Italia
avevano abbracciato il partito dell'Imperatore; ed il suo esercito,
reclutato di mano in mano fino al numero di ventimila uomini, avrebbe
dovuto compire una rapida e facil conquista, se le invincibili sue forze
non si fossero indebolite dalla discordia de' Generali Romani. Avanti
che terminasse l'assedio, un atto sanguinoso, ambiguo ed indiscreto
macchiò la bella fama di Belisario. Presidio, fedele Italiano, mentre
fuggiva da Ravenna a Roma, fu duramente arrestato da Costantino,
Governator militare di Spoleto e spogliato anche in una Chiesa di due
pugnali riccamente intarsiati d'oro e di pietre preziose. Passato che fu
il pubblico pericolo, Presidio si lagnò della perdita e dell'ingiuria
ricevuta: fu ascoltata la sua querela; ma fu disubbidito all'ordine di
restituire dall'orgoglio, e dall'avarizia dell'offensore. Inasprito
dalla dilazione Presidio fermò arditamente il cavallo del Generale,
mentre passava pel Foro; e col coraggio d'un Cittadino richiese il comun
benefizio delle Leggi Romane. Fu impegnato in quest'affare l'onore di
Belisario: ei convocò un consiglio; ricercò l'ubbidienza de' suoi
subordinati Ufiziali; e fu provocato da un'insolente risposta a chiamare
in fretta l'assistenza delle sue guardie. Costantino, riguardando la
loro entrata come un segnale di morte, sfoderò la sua spada, e corse
contro il Generale che destramente evitò il colpo, e fu difeso da' suoi
amici; mentre il disperato assassino fu disarmato, tratto in un'altra
camera e decapitato, o piuttosto trucidato dalle guardie all'arbitrario
comando di Belisario[703]. In questo precipitoso atto di violenza non fu
più rammentato il delitto di Costantino; la disperazione e la morte di
quel valoroso Ufiziale segretamente imputaronsi alla vendetta
d'Antonina; e ciascheduno de' suoi colleghi, rimproverandosi la medesima
rapina, temeva il medesimo evento. Il timore d'un nemico comune sospese
gli effetti della loro invidia e malcontentezza, ma nella speranza della
vicina vittoria, intrigarono un potente rivale ad opporsi al
Conquistatore di Roma e dell'Affrica. Dal servizio domestico del
Palazzo, e dell'amministrazion delle rendite private, l'eunuco Narsete
fu innalzato ad un tratto alla testa d'un esercito; e lo spirito d'un
Eroe, che in seguito uguagliò il merito e la gloria di Belisario, servì
solo ad imbarazzare le operazioni della guerra Gotica. Il soccorso di
Rimini fu attribuito ai suoi prudenti consigli da' Capi della
malcontenta fazione, ch'esortaron Narsete ad assumere un indipendente e
separato comando. La lettera di Giustiniano in vero gli aveva ingiunto
l'ubbidienza al Generale, ma quella pericolosa eccezione «finattantochè
possa esser di vantaggio al pubblico servigio» riservava qualche libertà
di giudizio al discreto favorito, che sì di fresco era venuto dalla
_sacra_, e famigliar conversazione del suo Sovrano. Nell'esercizio di
questo dubbioso diritto, l'eunuco sempre dissentì dalle opinioni di
Belisario; e dopo aver ceduto con ripugnanza all'assedio d'Urbino,
abbandonò di notte il suo Collega e marciò alla conquista della
provincia Emilia. Le feroci e formidabili truppe degli Eruli erano
attaccate alla persona di Narsete[704]; diecimila Romani e confederati
si lasciaron persuadere a marciare sotto le sue bandiere; ogni
malcontento abbracciò questa bella occasione di vendicare i privati o
immaginari suoi torti; e le rimanenti truppe di Belisario eran divise e
disperse dalle guarnigioni di Sicilia fino a' lidi dell'Adriatico. La
sua perizia e perseveranza peraltro superò qualunque ostacolo: fu preso
Urbino; s'intrapresero e vigorosamente si proseguirono gli assedj di
Fiesole, d'Orvieto e d'Osimo, e finalmente l'eunuco Narsete fu
richiamato alle cure domestiche del Palazzo. Tutte le dissensioni furon
quietate, e fu vinta ogni opposizione dalla temperata autorità del
Generale Romano, a cui non potevano i suoi stessi nemici ricusare la
loro stima; e Belisario inculcò sempre quella salutar lezione, che le
forze d'uno Stato dovrebber comporre un solo corpo ed essere animate da
un solo spirito. Ma nel tempo della discordia fu permesso a' Goti di
respirare; si perdè un'importante stagione; fu distrutto Milano; e le
Province settentrionali d'Italia furono afflitte da un'inondazione di
Franchi.

Allorchè Giustiniano principiò a meditar la conquista d'Italia, egli
mandò ambasciatori a' Re de' Franchi, e gli scongiurò per i comuni
vincoli dell'alleanza e della Religione ad unirsi nella santa sua
impresa contro gli Arriani. I Goti, essendo pressati da più urgenti
bisogni, usarono una maniera di persuadere più efficace, e vanamente
cercarono con doni di terre e di denaro, di comprar l'amicizia, o almeno
la neutralità d'una leggiera e perfida Nazione[705]. Ma le armi di
Belisario, e la rivolta degl'Italiani ebbero appena scosso la Monarchia
Gotica, che Teodeberto d'Austrasia, il più potente e guerriero de' Re
Merovingici, fu persuaso a soccorrer le loro angustie, mediante un
indiretto ed opportuno aiuto. Diecimila Borgognoni, recenti suoi
sudditi, senz'aspettare il consenso del loro Sovrano, discesero dalle
Alpi, e s'unirono alle truppe, che Vitige avea mandato a gastigar la
rivolta di Milano. Dopo un ostinato assedio, la Capitale della Liguria
fu costretta ad arrendersi per la fame; ma non potè ottenersi altra
capitolazione, che per la salva ritirata della guarnigione Romana.
Dazio, Vescovo Ortodosso, che aveva indotto i suoi compatriotti alla
ribellione[706], ed alla rovina, fuggì a godere il lusso e gli onori
della Corte Bizantina[707]; ma il Clero, forse il Clero Arriano, fu
trucidato a piè degli Altari dai difensori della Fede Cattolica. Si
disse, che vi fossero uccisi trecentomila maschi[708]; le femmine e la
preda più preziosa furon lasciate a' Borgognoni; e le case, o almeno le
mura di Milano furono livellate al suolo. I Goti negli ultimi loro
momenti, si vendicarono con la distruzione d'una Città, che non cedeva
che a Roma nella grandezza ed opulenza, nello splendore delle sue
fabbriche, o nel numero degli abitanti: ed il solo Belisario compatì il
destino degli abbandonati e devoti suoi amici. Teodeberto medesimo,
incoraggito da questa fortunata scorreria, nella seguente primavera
invase le pianure d'Italia con un'armata di centomila Barbari[709]. Il
Re, ed alcuni suoi scelti seguaci erano a cavallo, ed armati di lance:
l'infanteria, senz'archi nè picche, si contentava d'uno scudo, d'una
spada, e d'una scure da guerra a due tagli, che nelle lor mani era
un'arme mortale, che non cadeva mai in fallo. L'Italia tremò al
muovimento de' Franchi; e tanto il Principe Goto, quanto il General
Romano, ignorando del pari i loro disegni, sollecitarono con speranza e
terrore l'amicizia di questi pericolosi alleati. Fino a tanto che non si
fu assicurato del passaggio del Po sul ponte di Pavia, il nipote di
Clodoveo nascose le sue intenzioni, che alla fine dichiarò, assaltando,
quasi nel medesimo istante, i campi ostili de' Romani e de' Goti. Invece
d'unire insieme le loro armi, essi fuggirono con ugual precipitazione, e
le fertili quantunque desolate Province della Liguria e dell'Emilia
restarono abbandonate ad un licenzioso esercito di Barbari, il furore
dei quali non veniva mitigato da pensiero alcuno di stabilimento o di
conquista. Fra le Città, ch'essi rovinarono, si conta particolarmente
Genova, non ancora fabbricata di marmi: e sembra che la morte di più
migliaia di persone, secondo l'ordinario uso della guerra, eccitasse
minore orrore, che alcuni idolatrici sacrifizi di donne e di fanciulli,
che furono impunemente fatti nel campo del Re Cristianissimo. Se non
fosse una trista verità, che i primi e più crudeli patimenti debbon
toccare agl'innocenti ed a' deboli, potrebbe rallegrarsi alquanto
l'Istoria nella miseria de' conquistatori, che in mezzo alle ricchezze
restaron privi di pane e di vino, essendosi ridotti a ber le acque del
Po, ed a cibarsi della carne di bestie inferme. La dissenteria distrusse
un terzo del loro esercito; e le grida de' suoi sudditi, ch'erano
impazienti di ripassar le Alpi, disposero Teodeberto ad ascoltar con
rispetto le blande esortazioni di Belisario. Si perpetuò nelle medaglie
della Gallia la memoria di questa non gloriosa e distruttiva guerra; e
Giustiniano, senza sfoderar la spada, prese il titolo di conquistatore
de' Franchi. Il Principe Merovingico s'offese della vanità
dell'Imperatore; affettò di compassionare le cadute fortune dei Goti; e
l'insidiosa sua offerta d'una confederazione fu corroborata dalla
promessa, o dalla minaccia di scender dalle Alpi alla testa di
cinquecentomila uomini. I suoi disegni di conquista erano illimitati, e
forse chimerici. Il Re d'Austrasia minacciò di gastigar Giustiniano e di
marciare alle porte di Costantinopoli[710]: ma egli fu gettato a terra
ed ucciso[711] da un toro salvatico[712], mentre andava a caccia nelle
foreste Belgiche o Germaniche.

Tostochè Belisario trovossi libero da' suoi esterni ed interni nemici,
seriamente impiegò le proprie forze nel sottomettere intieramente
l'Italia. Nell'assedio d'Osimo, il Generale mancò poco che non fosse
trafitto da un dardo, se non si fosse riparato il mortal colpo da una
delle sue guardie, che in questo pietoso ufizio perdè l'uso d'una mano.
I Goti d'Osimo, in numero di quattromila guerrieri, con quelli di
Fiesole e delle Alpi Cozie, furon fra gli ultimi che sostennero la loro
indipendenza; e la valorosa resistenza che fecero, e che quasi stancò la
pazienza del Conquistatore, meritò la stima di esso. La sua prudenza
negò di conceder loro il salvo condotto, che dimandavano per unirsi a'
loro confratelli di Ravenna; ma per mezzo d'un'onorevol capitolazione
salvarono almeno la metà de' propri averi con la libera alternativa, o
di ritirarsi pacificamente alle lor terre, o d'arruolarsi nella milizia
dell'Imperatore per servir nelle sue guerre Persiane. Le truppe, che
tuttavia militavano sotto le bandiere di Vitige, erano molto più
numerose delle Romane; pure nè le preghiere, nè la diffidenza, nè
l'estremo pericolo de' suoi più fedeli sudditi poteron trarre il Re Goto
dalle fortificazioni di Ravenna. Queste in fatti non potevano espugnarsi
nè per mezzo dell'arte nè della violenza; ed allorchè Belisario investì
la Capitale, fu tosto convinto, che la sola fame avrebbe potuto
ammansire l'ostinato spirito de' Barbari. Dalla vigilanza del Generale
Romano si guardavano il mare, la terra ed i canali del Po, e la sua
morale estendeva i diritti della Guerra all'uso di avvelenar le
acque[713], e di bruciare segretamente i granai[714] d'una Città
assediata[715]. Mentre stringeva li blocco di Ravenna restò sorpreso
all'arrivo di due Ambasciatori, che vennero da Costantinopoli con un
trattato di pace, che Giustiniano imprudentemente avea sottoscritto
senza degnarsi di consultare l'autore della sua vittoria. Mediante
questo vergognoso e precario accordo si divideva l'Italia ed il tesoro
Gotico, e si rilasciavano le Province di là dal Po col titolo Reale al
successore di Teodorico. Gli Ambasciatori s'affrettarono ad eseguire la
salutare lor commissione; il prigioniero Vitige accettò con trasporto
l'inaspettata offerta d'una corona; presso i Goti prevalse all'onore la
mancanza e il desiderio del cibo; ed i Capitani Romani, che mormoravano
per la continuazion della guerra, professarono una cieca sommissione a'
comandi dell'Imperatore. Se Belisario non avesse avuto che il coraggio
d'un soldato, gli sarebbe stato strappato di mano l'alloro da' timidi ed
invidiosi consigli; ma in quel decisivo momento risolvè, con la
magnanimità d'un uomo di Stato, di solo sostenere il pericolo e il
merito d'una generosa disubbidienza. Ciascheduno de' suoi Ufiziali diede
in iscritto il suo sentimento, che l'assedio di Ravenna era
impraticabile, e senza speranza: allora il Generale rigettò il trattato
di divisione, e dichiarò la sua risoluzione di condur Vitige in catene
a' piedi di Giustiniano. I Goti si ritirarono con dubbiezza e spavento;
questa perentoria negativa gli privò dell'unica sottoscrizione, a cui
potevano affidarsi; e riempiè le loro menti d'un giusto timore, che un
sagace nemico avesse conosciuto in tutta la sua estensione il
deplorabile loro stato. Essi paragonarono la fama e la fortuna di
Belisario con la debolezza del disgraziato lor Re; e tal confronto
suggerì uno straordinario progetto, a cui Vitige con apparente
rassegnazione fu costretto ad acconsentire. La divisione avrebbe
rovinato la forza della Nazione, l'esilio l'avrebbe disonorata; essi
dunque offerivan le loro armi, i tesori, e le fortificazioni di Ravenna,
se Belisario avesse voluto non più riconoscer l'autorità d'un padrone,
ma accettar la scelta dei Goti, e prender, come meritava, il Regno
d'Italia. Quand'anche il falso splendor d'un diadema avesse potuto
tentar la lealtà d'un suddito fedele, la sua prudenza avrebbe dovuto
preveder l'incostanza de' Barbari, e la ragionevole sua ambizione dovea
preferire il sicuro ed onorevole posto di Generale Romano. La pazienza
medesima, e l'apparente soddisfazione, con cui esso trattò un progetto
di tradimento, sarebbe stata capace d'una maligna interpretazione. Ma il
Luogotenente di Giustiniano sapeva la propria rettitudine; egli entrò in
un oscuro e tortuoso sentiero, quale avrebbe potuto condurre alla
volontaria sommissione de' Goti; e la sua destra politica li persuase,
ch'egli era disposto a compiacere i lor desiderj, senza però impegnarsi
ad alcun giuramento o promessa per la conclusione d'un trattato, ch'ei
segretamente abborriva. Dagli Ambasciatori Gotici fu determinato il
giorno della resa di Ravenna; una flotta, carica di provvisioni, quasi
un graditissimo ospite, fu introdotta nel più interno recinto del porto;
furono aperte le porte all'immaginario Re d'Italia; e Belisario, senza
incontrare neppure un nemico, passeggiò in trionfo per le strade
d'un'inespugnabil Città[716]. I Romani furon sorpresi del loro successo;
le truppe degli alti e robusti Barbari restaron confuse all'aspetto
della propria loro pazienza; e le donne d'animo più virile, sputando in
faccia de' propri figli e mariti, facevan loro i più amari rimproveri
per aver abbandonato il dominio e la libertà loro a que' pimmei del
mezzogiorno, spregevoli pel numero, e di statura sì piccola. Avanti che
i Goti potessero rientrare in se stessi dalla prima sorpresa, e chieder
l'adempimento delle incerte loro speranze, il vincitore assicurò il suo
potere in Ravenna dal pericolo del pentimento e della rivolta. Vitige,
che forse avea tentato di fuggire, fu onorevolmente guardato nel suo
palazzo[717]; fu scelto il fiore della gioventù Gotica per il servizio
dell'Imperatore; il resto del Popolo fu rimandato alle pacifiche sue
abitazioni nelle Province meridionali: e fu invitata una colonia
d'Italiani a riempire la spopolata Città. S'imitò la sottomissione della
Capitale nelle Città e villaggi d'Italia, che non furono soggiogati, e
neppur veduti da' Romani; e gl'indipendenti Goti, che rimasero in armi a
Pavia ed in Verona furono solo ambiziosi di sottomettersi a Belisario.
Ma l'inflessibile di lui fedeltà rigettò di accettare, in altra qualità
che di delegato di Giustiniano, i loro giuramenti d'omaggio; e non si
offese del rimprovero dei loro deputati, ch'ei volesse piuttosto essere
schiavo che Re.

Dopo la seconda vittoria di Belisario, di nuovo sussurrò l'invidia, a
cui Giustiniano diè orecchio, e l'Eroe fu richiamato. «Quel che restava
della guerra Gotica (si disse) non era più degno della sua presenza; il
grazioso Sovrano era impaziente di premiare i suoi servigi, e di
consultarne la saviezza, ed ei solo era capace di difender l'Oriente
contro le innumerabili armate della Persia». Belisario conobbe il
sospetto, accettò la scusa, imbarcò a Ravenna le sue spoglie e trofei, e
con la sua pronta ubbidienza provò, che tale improvvisa remozione dal
governo d'Italia non era meno ingiusta di quel che avrebbe potuto essere
imprudente. L'Imperatore ricevè con onorevole cortesia tanto Vitige,
quanto la sua più nobil consorte; e siccome il Re de' Goti uniformossi
alla fede Atanasiana, ottenne insieme con un ricco appanaggio di terre
nell'Asia il grado di Senatore e di Patrizio[718]. Ogni spettatore
ammirava senza pericolo la forza e la statura de' giovani Barbari: essi
adoraron la maestà del Trono, e promisero di spargere il sangue in
servizio del loro Benefattore. Giustiniano depositò nel Palazzo
Bizantino i tesori della Monarchia Gotica: un Senato adulatore fu
ammesso qualche volta ad osservare quel magnifico spettacolo; ma il
medesimo fu invidiosamente tolto alla pubblica vista; ed il
Conquistatore dell'Italia rinunziò, senza mormorare, e forse anche senza
un sospiro, ai ben meritati onori d'un secondo trionfo. La sua gloria
infatti s'era innalzata sopra ogni pompa esterna; ed alle tenui ed
incerte lodi della Corte, anche in un secolo servile, il rispetto e
l'ammirazione della sua Patria. Ovunque compariva Belisario nelle
strade, e nelle pubbliche piazze di Costantinopoli, attraeva e
soddisfaceva gli occhi del Popolo. L'alta statura, ed il maestoso
portamento di lui corrispondevano all'espettazione, che avevano d'un
Eroe; le sue gentili e graziose maniere incoraggivano i minimi suoi
concittadini; ed il marzial treno, che seguitava i suoi passi, lasciava
la sua persona più accessibile, che in una giornata di battaglia. Si
mantenevano al servizio, ed a proprie spese del Generale settemila
uomini a cavallo, che non avevan gli uguali per la bellezza, e pel
valore[719]; la loro prodezza era sempre visibile ne' combattimenti a
corpo a corpo, o nelle prime file; ed ambedue le parti confessavano, che
nell'assedio di Roma le sole guardie di Belisario avevan vinto
l'esercito Barbaro. Il loro numero veniva continuamente accresciuto da'
più bravi e fedeli fra' nemici, ed i fortunati suoi schiavi, i Vandali,
i Mori ed i Goti emulavano l'attaccamento de' domestici di lui seguaci.
Congiungendo insieme la liberalità e la giustizia, egli acquistò l'amor
de' soldati senz'alienarsi l'affetto del Popolo. Gli ammalati e feriti
venivan soccorsi con medicine e danaro, e più efficacemente ancora, con
le visite ed accoglienze salutari del loro Comandante. La perdita d'un
arme, o d'un cavallo era subito risarcita, ed ogni atto di valore
premiavasi coi ricchi ed onorevoli doni d'un'armilla o d'una collana,
che il giudizio di Belisario rendea più preziosi. Egli era caro agli
agricoltori per la pace ed abbondanza, che essi godevano, all'ombra
delle sue bandiere. In vece d'esser maltrattata la campagna,
arricchivasi dalla marcia degli eserciti Romani; e tanto era esatta la
disciplina del loro campo, che non coglievano neppure un frutto dagli
alberi, nè si sarebbe potuta trovare un'orma di essi nei campi di grano.
Belisario era casto e sobrio. Nella licenza d'una vita militare, nessuno
potè vantarsi d'averlo mai veduto inebriato dal vino: s'offerirono a'
suoi abbracciamenti le più belle schiave delle razze Gotiche o Vandale;
ma esso girava altrove lo sguardo, allontanandolo dalle lor grazie, e
non cadde mai sul marito d'Antonina il sospetto d'aver violato le leggi
della coniugal fedeltà. Lo spettatore ed istorico delle sue geste ha
osservato, che in mezzo a' pericoli della guerra egli era intraprendente
senza temerità, prudente senza timore, tardo o rapido secondo le
occorrenze del momento; che nelle massime angustie era animato da reale
o apparente speranza; ma era modesto ed umile nella più prospera
fortuna. Per mezzo di queste virtù egli uguagliò, o anche superò gli
antichi maestri dell'arte militare. La vittoria per mare e per terra
seguitò le sue armi. Egli soggiogò l'Affrica, l'Italia e le Isole a
quelle addiacenti; condusse via schiavi i successori di Genserico e di
Teodorico; empiè Costantinopoli delle spoglie de' loro Palazzi; e nello
spazio di sei anni ricuperò la metà delle Province dell'Impero
Occidentale. Nella fama e nel merito, nella ricchezza e nel potere fu
senza rivale il primo de' sudditi Romani: la voce dell'invidia non potè
che amplificare la pericolosa importanza di tal uomo; e l'Imperatore
dovette applaudire al proprio discernimento nell'avere scoperto ed
innalzato il genio di Belisario.

L'uso de' trionfi Romani era, che si collocasse uno schiavo dietro al
cocchio per rammentare al Conquistatore l'instabilità della fortuna, e
le debolezze della natura umana. Procopio ne' suoi Aneddoti, si è
addossato, rispetto a Belisario, questo servile ed odioso ufizio. Può il
generoso lettore toglier di mezzo la satira; ma resterà l'evidenza de'
fatti attaccata alla sua memoria; e dovrà, sebbene con ripugnanza,
confessare, che la fama, ed anche la virtù di Belisario furon macchiate
dalla lascivia e crudeltà della sua moglie, e che quest'Eroe meritò un
nome, che non dee cader dalla penna d'un decente Istorico. La madre
d'Antonina[720] era una prostituta di teatro, e tanto il padre che l'avo
di essa esercitarono in Tessalonica e Costantinopoli la vile, quantunque
lucrosa professione di cocchieri. Nelle varie situazioni della lor
fortuna, essa divenne la compagna, la nemica, la serva, e la favorita
dell'Imperatrice Teodora: queste due dissolute ed ambiziose donne si
eran collegate insieme per la somiglianza de' piaceri, furon separate
dalla gelosia del vizio, e finalmente riconciliate fra loro dalla
partecipazione della colpa. Prima che si maritasse con Belisario,
Antonina ebbe un marito, e parecchi amanti; Fozio, figlio dello prime
sue nozze, era in età da distinguersi all'assedio di Napoli; e non fu
che nell'autunno della sua età e bellezza[721], ch'ella s'abbandonò ad
una scandalosa passione per un giovine Trace. Teodosio era stato educato
nell'eresia Eunomiana; il viaggio Affricano fu santificato dal
battesimo, e dall'avventuroso nome del primo soldato, che s'imbarcò, ed
il proselito fu adottato nella famiglia di Belisario ed Antonina, suoi
spirituali parenti[722]. Avanti che si toccassero i lidi dell'Affrica,
questa santa parentela degenerò in amor sensuale; e siccome Antonina
presto passò i confini della modestia e della cautela, il Generale
Romano era il solo, che non sapesse il proprio disonore. Nel tempo che
stavano in Cartagine, ei sorprese una volta i due amanti soli,
riscaldati, e quasi nudi in una camera sotterranea. Balenò l'ira da'
suoi occhi; ma «coll'aiuto di questo giovino (disse Antonina
senz'arrossire) io nascondeva i nostri più preziosi effetti agli occhi
di Giustiniano». Il giovine riprese le sue vesti, ed il pio marito
acconsentì a non prestar fede alla testimonianza de' suoi propri sensi.
Di tal piacevole, e forse volontaria illusione Belisario fu risvegliato
a Siracusa dall'officiosa informazione di Macedonia; e questa servente,
dopo aver richiesto un giuramento per la sua sicurezza, produsse due
camerieri, che avevan più volte veduto, come ella medesima, gli adulterj
di Antonina. Una precipitosa fuga nell'Asia salvò Teodosio dalla
giustizia d'un ingiuriato marito, che aveva dato ad una delle sue
guardie l'ordine della morte di esso; ma le lacrime d'Antonina, e le
artificiose di lei seduzioni assicurarono il credulo Eroe della sua
innocenza; ed ei si piegò, contro la data fede ed il proprio giudizio,
ad abbandonare quegl'imprudenti amici, che avevano ardito d'accusare, o
di porre in dubbio la castità della sua moglie. La vendetta d'una donna
colpevole è implacabile e sanguinosa: la disgraziata Macedonia con i due
testimonj furono segretamente arrestati da' ministri della sua crudeltà;
fu tagliata loro la lingua, ne furono ridotti i corpi in piccoli pezzi,
e gettati nel mare di Siracusa. Restò profondamente impresso nell'animo
d'Antonina un detto ardito, quantunque giudizioso, di Costantino che
«egli avrebbe piuttosto punito l'adultera, che il giovine» e due anni
dopo, quando la disperazione ebbe armato quell'Ufiziale contro il suo
Generale, il sanguinario di lei consiglio fece decidere, ed affrettò la
sua esecuzione. Neppure allo sdegno di Fozio si perdonò da sua madre;
l'esilio del proprio figlio preparò il richiamo dell'amante; e Teodosio
condiscese ad accettare il pressante ed umile invito del Conquistatore
d'Italia. Il favorito giovine, nell'assoluta direzione della sua casa,
ed in varie importanti commissioni di pace e di guerra[723], prestissimo
acquistò uno stato di quattrocentomila lire sterline; e dopo che furon
tornati a Costantinopoli, la passione, almeno d'Antonina, continuava
sempre ardente e vigorosa. Ma il timore, la devozione, e forse la
stanchezza inspirarono a Teodosio pensieri più serj. Gli fece spavento
l'affaccendato scandalo della Capitale, e la indiscreta tenerezza della
moglie di Belisario; fuggì da' suoi abbracciamenti; e ritiratosi ad
Efeso, si rase il capo, e si riparò nel santuario d'una vita Monastica.
La disperazione della nuova Arianna si sarebbe appena scusata dalla
morte del proprio marito: essa pianse, si strappò i capelli, empiè il
palazzo delle sue grida: «aveva perduto il più caro degli amici, un
tenero, un fedele, un laborioso amico!» Ma le sue calde premure,
fortificate dalle preghiere di Belisario, non furon sufficienti a trarre
il santo monaco dalla solitudine d'Efeso. Finattantochè il Generale non
si mosse per la guerra Persiana, Teodosio non potè indursi a tornare a
Costantinopoli; ed il breve intervallo, che passò fra la partenza di
Belisario e quella d'Antonina medesima, fu arditamente consacrato
all'amore ed al piacere.

Un Filosofo può compatire e perdonar le debolezze del sesso femminile,
da cui egli non riceva alcuna reale ingiuria; ma è spregevole il marito,
che sente e soffre la sua propria infamia in quella della sua moglie.
Antonina perseguitò il proprio figlio con implacabile odio, ed il
valoroso Fozio[724] fu esposto alle segrete persecuzioni di essa nel
campo di là dal Tigri. Irritato dalle proprie ingiurie, e dal disonor
del suo sangue, si spogliò ancor esso de' sentimenti naturali, e
manifestò a Belisario la turpitudine d'una donna, che aveva violato
tutti i doveri di madre e di moglie. Dalla sorpresa e dall'ira del
General Romano apparisce, che la precedente sua credulità fosse sincera:
egli abbracciò le ginocchia del figlio d'Antonina, lo scongiurò a
rammentarsi le sue obbligazioni piuttosto che la sua nascita, ed essi
confermarono avanti l'altare i loro santi voti di vendetta e di
reciproca difesa. S'era diminuito il dominio d'Antonina dall'assenza; e
quando essa incontrò il marito nel ritorno di lui da' confini della
Persia, Belisario nei primi e transitorj suoi moti confinò la persona, e
minacciò la vita della medesima. Fozio fu più risoluto a punire, e meno
pronto a perdonare. Volò ad Efeso, trasse a forza di bocca da un
confidente eunuco di sua madre la piena confessione della colpa di essa;
arrestò Teodosio, ed i suoi tesori nella Chiesa di S. Giovanni Apostolo,
e nascose i prigionieri, de' quali fu solamente differita l'esecuzione,
in una sicura e remota Fortezza di Cilicia. Un oltraggio sì fiero contro
la pubblica giustizia non potea passare impunito; e la causa d'Antonina
fu sostenuta dall'Imperatrice, di cui avea essa meritato il favore,
mediante i recenti servigi dell'infamia d'un Prefetto, e dell'esilio ed
uccisione d'un Papa. Al termine della campagna Belisario fu richiamato,
ed egli ubbidì secondo il solito, al comando Imperiale. Il suo animo non
era disposto alla ribellione; la sua ubbidienza, per quanto contraria
fosse a' dettami dell'onore, era coerente ai desiderj del suo cuore; e
quando per ordine, e forse in presenza dell'Imperatrice, abbracciò la
sua moglie, l'amoroso marito era ben disposto a perdonare o ad esser
perdonato. La bontà di Teodora riservava per la sua compagna un favor
più prezioso: «Ho trovato, disse ella, mia carissima Patrizia, una gemma
d'inestimabil valore; non è stata per anche veduta da alcun occhio
mortale; ma la vista ed il possesso di questa gioia è destinata per la
mia amica». Accesa che fu la curiosità e l'impazienza d'Antonina, s'aprì
la porta d'un Gabinetto, ed essa vide il suo amante, che la diligenza
degli eunuchi avea ritrovato nella segreta di lui prigione. La tacita di
lei meraviglia scoppiò in tenere esclamazioni di gratitudine e di
letizia; e chiamò Teodora sua Regina, sua benefattrice e sua salvatrice.
Il monaco d'Efeso fu nutrito nel Palazzo con lusso ed ambizione; ma
invece d'assumere, come gli era stato promesso, il comando degli
eserciti Romani, Teodosio spirò nelle prime fatiche d'un amoroso
congresso. Il cordoglio d'Antonina non potè alleggerirsi, che mediante i
patimenti del proprio figlio. Un giovine di condizione Consolare, e
d'una debole costituzione, fu punito senza processo come un malfattore
ed uno schiavo; pure tale fu la costanza dell'animo suo, che Fozio
sostenne i tormenti più forti senza violare la fede, che aveva giurato a
Belisario. Dopo questa inutile crudeltà, il figlio d'Antonina, mentre
sua madre si divertiva coll'Imperatrice, fu sepolto nelle sotterranee
prigioni di questa, che non ammettevano distinzione alcuna fra la notte
ed il giorno. Egli scappò due volte a' più venerabili santuari di
Costantinopoli, alle Chiese di S. Sofia, e della Vergine: ma le sue
tiranne non eran sensibili nè alla religione nè alla pietà; ed il misero
giovine, fra i clamori del Clero e del Popolo, fu per due volte
dall'Altare tratto alla prigione. Il terzo di lui tentativo fu più
fortunato. In capo a tre anni, il Profeta Zaccaria, o qualche mortale
suo amico, gl'indicò la maniera di fuggire; deluse le spie e le guardie
dell'Imperatrice; giunse al santo sepolcro di Gerusalemme, abbracciò la
professione di Monaco; e l'Abate Fozio, dopo la morte di Giustiniano, fu
impiegato a riconciliare fra loro, e regolare le Chiese dell'Egitto. Il
figlio d'Antonina soffrì tutto quello, che un nemico può infliggere: ma
il paziente di lei marito si sottopose alla più vergognosa miseria di
violare la sua promessa, e d'abbandonare l'amico.

Nella seguente campagna, Belisario fu di nuovo mandato contro i
Persiani: ei salvò l'Oriente; ma offese Teodora, e forse l'Imperatore
medesimo. Una malattia di Giustiniano avea colorito il rumore della sua
morte; ed il Generale Romano, sulla supposizione di questo probabile
avvenimento, parlò col libero linguaggio proprio d'un Cittadino, e d'un
soldato. Buze, suo Collega, che concorse ne' medesimi sentimenti, perdè
il suo grado, la libertà, e la salute per la persecuzione
dell'Imperatrice: ma la disgrazia di Belisario fu alleggerita dalla
dignità del proprio di lui carattere, e dall'influenza della sua moglie,
che desiderava per avventura d'umiliare, ma non poteva bramar di
rovinare il compagno delle sue fortune. La stessa sua remozione si
colorì dalla protesta, che il cadente stato d'Italia non potrebbe
sostenersi, che dalla presenza del Conquistatore di quella. Ma appena fu
egli tornato solo e senza difesa, fu mandata una ostil commissione in
Oriente di prender possesso dei suoi tesori, e di processarne le azioni;
le guardie ed i veterani, che seguitavano la privata di lui bandiera, si
distribuiron fra i Capitani dell'esercito; e fino gli eunuchi presunsero
di partecipare nella divisione dei suoi marziali domestici. Quando egli
passò con un piccolo e sordido seguito per le strade di Costantinopoli,
la sua negletta comparsa eccitò la sorpresa e la compassione del Popolo.
Giustiniano e Teodora lo riceverono con fredda ingratitudine; la servile
turba con insolenza e disprezzo; e la sera si ritirò con passi tremanti
al suo abbandonato palazzo. Una finta o reale indisposizione avea
confinato Antonina nel suo appartamento: ed essa passeggiava
sdegnosamente tacendo nel vicino portico, mentre Belisario si gettò sul
letto, ed in un'agonia di cordoglio e di terrore aspettava la morte, che
aveva tante volte sfidata sotto le mura di Roma. Lungo tempo dopo il
tramontar del sole, fu annunziato al medesimo un messaggio mandato
dall'Imperatrice; ed egli aprì con ansiosa curiosità la lettera, che
conteneva la sentenza del suo destino: «Voi non potete ignorare (diceva)
quanto avete meritato il mio dispiacere. Io però non sono insensibile a'
servigi d'Antonina. Ai meriti, ed all'intercessione di essa io vi ho
accordato la vita, e vi permetto di ritenere una parte delle vostre
ricchezze, che giustamente si potrebbero confiscare. Si manifesti la
vostra gratitudine a chi è dovuta, non già in parole, ma col vostro
contegno per l'avvenire». Io non so come fare a credere, o a riferire i
trasporti, co' quali si dice, che l'Eroe ricevesse quest'ignominioso
perdono. Ei cadde prostrato avanti la sua moglie, baciò i piedi della
sua salvatrice, devotamente promise di vivere come un grato e sommesso
schiavo d'Antonina. Fu imposta una multa di cento ventimila lire
sterline su beni di Belisario, e coll'ufizio di Conte, o di
Soprintendente delle stalle Reali egli accettò la condotta della guerra
d'Italia. Alla partenza di esso da Costantinopoli, i suoi amici, ed
anche il Pubblico eran persuasi, che tostochè avesse ricuperato la
libertà, rinunziato avrebbe alla dissimulazione, e che la sua moglie,
Teodora, e forse l'Imperatore medesimo, sarebbero stati sacrificati alla
giusta vendetta d'un virtuoso ribelle. Restaron deluse però le loro
speranze; e l'invincibil pazienza e lealtà di Belisario sembra, che
fosse o _sotto_ o _sopra_ il carattere d'un _Uomo_[725].

NOTE:

[608] Procopio riferisce tutta la serie della guerra Vandalica in
un'elegante e regolar descrizione (_L. I c. 1, 25. L. II c. 1, 13_): ed
io sarei ben felice, se potessi seguitar sempre le tracce d'una tal
guida. Per l'intera e diligente lettura, che ho fatto del Testo Greco,
ho diritto di pronunciare, che uno non può ciecamente fidarsi delle
Traduzioni Latina e Francese di Grozio, e di Cousin. Eppure il
Presidente Cousin spesso è stato lodato, ed Ugone Grozio fu il primo
letterato d'un secolo erudito.

[609] Vedi Ruinart _Hist. Persecut. Vandal. c. XII p. 589_. La sua
miglior prova è tratta dalla vita di S. Fulgenzio composta da uno de'
suoi discepoli, trascritta in gran parte negli Annali del Baronio, e
stampata in varie gran collezioni (_Catalog. Bibliot. Bunaviaenae Tom.
I Vol. II p. 1258_).

[610] Per qual proprietà dello spirito o del corpo? Per la velocità, per
la bellezza, o per il valore? In qual idioma i Vandali leggevan Omero?
Parlava egli lingua Germanica? I Latini ne avevan quattro traduzioni
(Fabricio Tom. I _L. II c. 3 p. 297_): pure malgrado le lodi di Seneca
(_Consol. c. 26_) sembra, che fossero più felici nell'imitare, che nel
tradurre i Poeti Greci. Ma il nome d'Achille poteva essere famoso e
comune anche fra gl'ignoranti Barbari.

[611] _Un anno?_ che assurda esagerazione! La conquista dell'Affrica può
dirsi, che principiasse il dì 14 settembre dell'anno 533 ed è celebrata
da Giustiniano nella Prefazione delle sue Istituzioni, che furon
pubblicate il dì 21 di novembre del medesimo anno. Tal computo,
compresovi il viaggio ed il ritorno, potrebbe veramente applicarsi al
_nostro_ Impero dell'Indie.

[612] Ωρμητο δε ο βελισαριος εκ Γερμανιας, Θρακωντε και Ιελλυριων
μεταξυ κειται (_Belisario veniva di Germania, che giace fra'
Traci, e gl'Illirici_) Procopio _Vandalic. L. I. c. 11_. L'Alemanno,
ch'era un Italiano, potè facilmente confutare (_not. ad Anecdot. p. 5_)
la Germanica vanità del Gifanio, e del Velserio, che bramavano
d'attribuire alla loro Patria quest'eroe: ma la sua _Germania_,
Metropoli della Tracia, io non l'ho potuta trovare in alcun catalogo
Civile o Ecclesiastico delle Province e città.

[613] Le prime due Campagne Persiane di Belisario sono bene e
copiosamente descritte dal suo Segretario (_Persic. L. I c. 12, 18_).

[614] Vedi la nascita, ed il carattere d'Antonina negli _Aneddoti c. 1
ed ivi le note dell'Alemanno p. 3._

[615] Vedi la Prefazione di Procopio. I nemici degli arcieri potevan
citare le accuse di Diomede (_Iliad. V, 385 etc._) e quel _permittere
vulnera ventis_, di Lucano (_VIII, 384_); ma i Romani non potevano
sprezzar le frecce de' Parti; e nell'assedio di Troia, Tindaro, Paride,
e Teucro ferirono que' superbi guerrieri, che gl'insultavano come
femminelle o fanciulli.

[616] Νευρην μεν μαζώ πελασεν, τοξω δε σιδηρον (_Iliad._ Δ 123)
«_Accostò il nervo al petto, e il ferro all'arco_». Quanto è precisa,
quanto è bella l'intiera pittura! Io vedo le attitudini dell'arciero;
sento lo scocco dell'arco: Λινξε βιος, νευρη δε μεγ’ ιαχεν, αλτο δ’ οιστος. «_Stridè l'arco, il nervo fece
grande strepito, e volò via la saetta_».

[617] Sembra, che il testo assegni alle navi maggiori 50,000 medimni, o
3,000 tonnellate (giacchè il medimno pesava 160 libbre Romane, o 120 di
sedici once l'una). Io gli ho dato un'interpretazione più ragionevole,
supponendo, che lo stile Attico di Procopio indichi il modio legittimo e
popolare, ch'era una sesta parte del medesimo (Hooper _Misure antiche p.
152 ec._). Un errore contrario, e ben più strano si è insinuato in
un'Orazione di Dinarco (_contra Demosthenem_ ap. Reiske _Orat. Graec.
Tom. IV p. II p. 34_). Riducendo il numero delle navi da 500 a 50, e
traducendo μεδιμνοι per _mine_, o libbre, il Cousin ha generosamente
accordato 500 tonnellate a tutta la flotta Imperiale! doveva mai neppur
cadergli ciò nella mente?

[618] Ho letto, che un Legislatore Greco stabilì una pena doppia per i
delitti commessi nello stato d'ubbriachezza; ma sembra che si convenga,
che questa fu piuttosto una pena politica che morale.

[619] O anche in tre, poichè la prima sera si fermarono alla vicina
Isola di Tenedo: il secondo giorno navigarono fino a Lesbo; il terzo
fino al Promontorio d'Eubea, e nel quarto giunsero ad Argo (_Odiss. L.
130, 133_. Wood _Saggio sopra Omero p. 40, 46_). Un pirata navigò
dall'Ellesponto sino al porto di Sparta in tre giorni (Senofonte
_Hellenic. l. II c. 1_).

[620] Caucana, vicino a Camarina, è distante almeno 50 miglia (350 o 400
Stadi) da Siracusa (Claver. _Sicil. antiq. p. 191_).

[621] Procopio Gothic. l. I c. 3. _Tibi tollit hinnitum apta quadrigis
equa,_ ne' pascoli Siciliani di Grosfo (Horat. _Carm. II, 16_)
_Acragas.... magnanimum quondam generator equorum_ (Virgil. _Aeneid.
III, 704_). I Cavalli di Ierone, di cui Pindaro fece le vittorie
immortali, furon nutriti in questo Paese.

[622] Il _Caput vada_ di Procopio (dove Giustiniano in seguito fondò una
Città, _De Aedif. L._ VI c. 6) è il Promontorio d'_Ammone_ presso
Strabone, _il Brachodes_ di Tolomeo, ed il _Capaudia_ de' moderni, vale
a dire una lunga e stretta lingua di terra, che sporge in mare (Shaw
_Viag. p. 111_).

[623] Un Centurione di Marc'Antonio espresse, quantunque in un modo più
virile, il medesimo contraggenio al mare, ed alle battaglie navali
(Plutarc. _in Antonio p. 1730 Edit. Henr. Steph._).

[624] Sullette è forse la _Turris Annibalis_, antica fabbrica,
presentemente grande quanto la Torre di Londra. La marcia di Belisario a
Leptis, Adrumeto ec. viene illustrata dalla campagna di Cesare (Hirtius
_de Bello Afric. con l'analisi di Guichardt_) e da' viaggi di Shaw (_p.
105-113_) nel medesimo Paese.

[625] Παραδεισος καλλισος απαντων ων ημεις ισμεν. (_Paradiso
più bello di tutti quelli che conosciamo_). I Paradisi, nome ed usanza
presa dalla Persia, posson rappresentarsi per mezzo de' Giardini Reali
d'Ispahan (_Viag. d'Olear. p. 774_.) Vedasi ne' romanzi Greci il più
perfetto modello di essi (Longus _Pastoral. l. IV p. 99-101_; Achilles
Tatius _l. I p. 22 ec. _)

[626] Nelle vicinanze di Cartagine il mare, la terra, ed i fiumi son
quasi tanto mutati quanto le opere umane. L'istmo, o collo della Città
ora è confuso col continente: il porto è una secca pianura: ed il lago o
stagno non è più che un pantano con sei o sette piedi d'acqua nel canale
di mezzo: Vedi Danville (_Geograph. anc. Tom. III pag. 82_.), Shaw
(_viagg. p. 77, 84_), Marmol. (_Description de l'Afrique T. II. p. 465_)
e Tuano (LVIII 12 _Tom. III p. 334_).

[627] Da Delfi ricevè il nome di _Delphicum_ tanto in Greco quanto in
Latino un tripode: e per una facile analogia fu estesa in Roma, in
Costantinopoli, ed in Cartagine la stessa denominazione al luogo, dove
si facevano i Banchetti reali (Procop. _Vandal. lib. I. c. 21_: Du-Cange
_Gloss. Graec. p. 277 v. Δελφικον, ad Alexiad. p. 412_).

[628] Queste orazioni esprimono sempre i sentimenti di quei tempi, ne'
quali son fatte, ed alle volte quelli degli attori. Io ho estratto
questi sentimenti, ed ho tralasciata la declamazione.

[629] Le reliquie di S. Agostino da' Vescovi Affricani furon trasportate
al loro esilio di Sardegna (an. 500), e nell'VIII secolo fu creduto che
Liutprando Re de' Longobardi le trasferisse (an. 721) da Sardegna a
Pavia. Nell'anno 1695 i Frati Agostiniani di quella Città trovarono una
volta di mattoni, un'urna di marmo, una cassa d'argento, delle involture
di seta, delle ossa, del sangue ec., e forse un'Iscrizione d'Agostino in
caratteri Gotici. Ma quest'utile scoperta è stata contrastata dalla
ragione, e dalla gelosia (_Baronio Annal. an._ 725 n. 2, 9. Tillemont
_Mem. Eccles. Tom. XIII p. 944_. Montfaucon _Diar. Ital. p. 26, 30_,
Muratori _Antiq. Ital. med. aevi Tom. V Dissert. LVIII p. 9_, che ne
aveva composto un Trattato a parte, prima che si facesse il Decreto del
Vescovo di Pavia, e del Pontefice Benedetto XIII).

[630] Τα της πολιτειας προσιμια (_le prime terre dell'Impero_)
dice Procopio _de Aedif. L. VI c. 7_ Ceuta, che è stata poi disfigurata
da' Portoghesi, fiorì, sotto il regno più prospera degli Arabi,
nell'agricoltura, e nelle manifatture, decorata di nobili edifizi e di
Palazzi (_V. L'Afrique de Marmol T. II p. 236_).

[631] Vedi il secondo e il terzo preambolo a' Digesti, o alle Pandette,
promulgate il 16 decembre dell'anno 533. Giustiniano, o piuttosto
Belisario, avevan acquistato un giusto diritto a' titoli di _Vandalico_,
ed _Affricano_; quello di _Gotico_ era prematuro; ed il _Francico_ falso
ed offensivo d'una gran Nazione.

[632] Vedi gli atti originali presso il Baronio (_Aq. 535 n. 21, 54_).
L'Imperatore applaudisce alla sua clemenza verso gli Eretici _cum
sufficiat eis vivere_.

[633] Dupin (_Geograph. Sacra Africana p. LIX ad Optat. Milev._) nota e
compiange l'Episcopal decadenza. Nel tempo più prospero della Chiesa
egli vi aveva contato 690 Vescovati: ma per quanto piccole fossero le
Diocesi, non è probabile, che vi esistessero tutti nel medesimo tempo.

[634] Le leggi Affricane di Giustiniano sono illustrate dal suo Germano
Biografo (_Cod. Lib. I Tit. 27 Novell. 36, 37, 131 Vit. Justinian. p.
349-377_).

[635] Il monte Papua si pone dal Danville (_Tom. III p. 92 e Tabul. Imp.
Rom. Occident._) presso Ippone Regio, ed il mare: tal situazione però
mal s'accorda con le lunghe ricerche fattene al di là d'Ippone, e con le
parole di Procopio (_L. II c. 4_). Εν τοις Νουμιδιαρς εσχατοις
(_negli estremi della Numidia_).

[636] Shaw (_Viagg. p. 220_) descrive con somma accuratezza i costumi
de' Bedwini, e de' Kabili, gli ultimi de' quali secondo il loro
linguaggio, sono i residui de' Mori: pure quanto son mutati questi
moderni selvaggi, quanto si sono inciviliti! Fra loro sono abbondanti le
provvisioni, ed il pane è comune.

[637] Da Procopio si chiama _Lira: l'Arpa_ sarebbe forse stata più
nazionale. Gl'istromenti di musica si distinguono da Venanzio Fortunato
in tal modo: _Romanusque Lyra tibi plaudat, Barbarus harpa._

[638] Erodoto elegantemente descrive gli strani effetti della afflizione
in un altro schiavo Reale, cioè in Psammetico Re d'Egitto, che pianse
alle minori, e tacque alle maggiori sue calamità (_L._ III c. 14).
Belisario potea studiar la sua parte nell'incontro di Paolo Emilio e di
Perseo: ma è probabile, che non avesse mai letto nè Livio nè Plutarco:
ed è certo, che la sua generosità non avea bisogno d'alcun modello.

[639] Dopo che il titolo d'Imperatore ebbe perduto l'antico suo senso
militare, e gli auspizj Romani furono aboliti dal Cristianesimo (Vedi la
Bleterie, _Mem. de l'Acad. Tom. XXI p. 302, 332_) poteva con minore
incoerenza accordarsi un Trionfo ad un Generale privato.

[640] Se pure l'Ecclesiaste è veramente un'opera di Salomone, non già,
come il Poema di Prior, una pia e morale composizione fatta ne' tempi
più moderni in suo nome, ed in occasione del suo pentimento.
Quest'ultima è l'opinione dell'erudito, e franco Grozio (_Opp. Theolog.
T._ I _p._ 258): ed in vero l'Ecclesiaste, ed i Proverbi dimostrano
un'estensione di pensare, e d'esperienza, maggiore di quella che sembri
poter esser propria d'un Giudeo o d'un Re.

[641] Nel Belisario di Marmontel s'incontrano, cenano, e conversano
insieme il Re col Conquistatore dell'Affrica, senza rammentarsi l'uno
dell'altro. Egli è senza dubbio un difetto di quel romanzo il supporre,
che avesser perduto gli occhi o la memoria non solamente l'Eroe, ma
anche tutti quelli, che l'avevano sì ben conosciuto.

[642] Shaw p. 59. Siccome però Procopio (_L._ II c. 13) parla d'un
Popolo del monte Atlante come già distinto per la bianchezza del corpo,
ed il giallo color de' capelli, questo fenomeno (che si vede similmente
nelle Andi del Perù, Buffon Tom. III p. 504) può naturalmente
attribuirsi alla elevazione del suolo, ed alla temperatura dell'aria.

[643] Il Geografo di Ravenna (_L. III c. XI p. 129, 130, 131. Paris
1688_) descrive la Mauritania _Gaditana_ (opposta a Cadice) _ubi Gens
Vandalorum, a Belisario devicta in Africa, fugit, et numquam comparuit._

[644] Un solo avea protestato, e Genserico rimandò, senza una risposta
formale, i Vandali di Germania: ma quelli di Affrica derisero la sua
prudenza, ed affettarono di sprezzare la povertà delle loro foreste
(Procopio _Vandal. lib. I c. 22_).

[645] Tollio descrive per bocca del grand'Elettore (nel 1687) il segreto
regno, e lo spirito ribelle de' Vandali del Brandemburgo, che potevan
contare cinque o seimila soldati, che, si erano procurati de' cannoni
ec. (_Itinerar. Hungar. p. 42_ ap. Dubos _Hist. de la Monarchie
Francoise Tom. I p. 182, 183_). Si può con ragione dubitare della
veracità non già dell'Elettore, ma di Tollio medesimo.

[646] Procopio (_lib._ I c. 22) n'era totalmente all'oscuro: ουδε μνημη
τιστουδε ονομα ες εμε σωξεται (_Non se ne conserva presso di
me nè alcuna memoria nè il nome_). Sotto il regno di Dagoberto (an. 630)
le Tribù Slave de' Sorbi, e de' Venedi già confinavano con la Turingia
(Mascou _Istor. de' Germani XV, 3, 4, 5_).

[647] Sallustio rappresenta i Mori come un residuo dell'armata d'Èrcole
(_de Bello Iugurt. c. 21_) e Procopio (Vandal. _l. II c. 10_) come la
posterità de Cananei, che fuggirono dal ladro λησης Giosuè. Ei
cita due colonne con un'Iscrizione Fenicia. Io ammetto le colonne,
dubito dell'Iscrizione, e rigetto la discendenza.

[648] Virgilio (_Georgic. III, 339_), e Pomponio Mela (_I, 8_)
descrivono la vita errante de' Pastori Affricani simile a quella degli
Arabi, e de' Tartari: e Shaw (_p. 222_) è il migliore commentatore sì
del Poeta che del Geografo.

[649] I doni consueti, che loro si facevano, erano uno scettro, una
corona o berretta, una veste bianca, una tunica e delle scarpe con
figure, il tutto adornato d'oro, e d'argento: nè questi preziosi metalli
erano lor meno accolti in forma di moneta (_Procop. Vandal. L. I c.
25_).

[650] Vedi il Governo d'Affrica, ed i fatti militari di Salomone presso
Procopio (_Vandal. L. II c. 10, 11, 12, 13, 19, 20_). Ei fu richiamato,
e mandatovi di nuovo: e l'ultima sua vittoria porta la data dell'anno
XIII di Giustiniano (an. 539). Un accidente l'aveva reso eunuco nella
sua puerizia (_L. I c. 11_), ma gli altri Generali Romani erano
ampiamente _forniti di barbe_, πωγονος επιπλαμενοι (_Lib. II cap. 8_).

[651] Questa naturale antipatia de' cavalli contro i cammelli si
asserisce dagli Antichi (_Xenoph. Cyropaed. l. VI p. 438 l. VIII p. 483,
492 Edit. Hutchinson: Polyaen. Stratagem. VII, 6 Plin. Hist. Nat. VIII,
26 Aelian. de Nat. animal. I. III c. 7_): ma vien contraddetta dalla
quotidiana esperienza, e derisa dagli Orientali, che ne sono i migliori
giudici (_Voyage d'Olearius p. 553_).

[652] Procopio è il primo, che descriva il monte Aurasio (_Vandal. l. II
c. 13 de Aedif. l. VI c. 7_). Ei si può confrontare con Leone Affricano
(_Dell'Affrica P V presso Ramusio Tom. I fol. 77 rect._), con Marmol
(_Tom. II p. 430_) e con Shaw (_p. 56, 59_).

[653] Isidoro _Chron. p. 722 Edit. Grot. Mariana Hist. Hispan. l. V c. 8
p. 173_. Secondo Isidoro però l'assedio di Ceuta, e la morte di Teude
seguì l'anno dell'Era Ispanica 586, di Cristo 548, e la piazza non fu
difesa da' Vandali, ma da' Romani.

[654] Procopio _Vandal. l. I c. 24_.

[655] Vedi la Cronica originale d'Isidoro, ed i libri V e VI
dell'Istoria di Spagna del Mariana. I Romani furono finalmente cacciati
da Suintila Re de' Visigoti (l'anno 621, 626) dopo che si furon questi
riuniti alla Chiesa Cattolica.

[656] Vedi il matrimonio, e il destino d'Amalafrida in Procopio
(_Vandal. l. I c. 8, 9_); ed in Cassiodoro (_Var. IX, 1_) la richiesta
del reale di lei fratello. Si confronti parimente la Cronica di Vittore
Tunnunense.

[657] Lilibeo fu fabbricato da' Cartaginesi nell'Olimpiade XCV. 4 e
nella prima guerra Punica la forte situazione e l'eccellente suo porto
rese quel luogo un oggetto importante per ambedue le nazioni.

[658] Si paragonino fra loro i differenti passi di Procopio (_Vandal L.
II c. 5 e Gothic. l. 1 c. 3_).

[659] Intorno al regno e carattere d'Amalasunta vedi Procopio (_Gothic.
l. I c. 2, 3, 4: ed Anecdot. c. 16_ con le note dell'Alemanno):
Cassiodoro (_Var. VIII, IX, X et XI, 1_): e Giornandes (_de Reb. Getic.
c. 56 et de successione Regnor_ presso il Muratori _Tom. I p. 241_).

[660] Il matrimonio di Teodorico con Audefleda, sorella di Clodoveo, si
può collocare nell'anno 495 subito dopo la conquista d'Italia (Buat
_Hist. des Peuples Tom. IX p. 213_). Le nozze d'Eutarico e d'Amalasunta
si celebrarono l'anno 515 (Cassiodoro _in Chron. p. 453_).

[661] Alla morte di Teodorico si descrive da Procopio Atalarico, suo
nipote, come un fanciullo di circa otto anni οκτω γεγονως ετη.
Cassiodoro coll'autorità e con la ragione ve ne aggiunge due;
_Infantulum adhuc vix decennem_.

[662] Questo lago dalle vicine Città d'Etruria chiamavasi o
_Vulsiniensis_ (ora di Bolsena) o _Tarquiniensis_. Esso è circondato da
bianchi scogli, ed abbondante di pesce, e di salvaggiume. Plinio il
Giovane (_Epist. II, 96_) celebra due selvose isole, che galleggiavano
sulle acque. Se questa è una favola, quanto eran creduli gli Antichi! Se
poi è un fatto vero, quanto son trascurati i Moderni! Pure dal tempo di
Plinio in qua le isole possono essersi fissate per mezzo di nuove e
successive aggregazioni.

[663] Procopio però (_Anecdot. c. 16_) abbatte la sua propria
testimonianza, confessando che nella sua Storia pubblica non avea detto
la verità. Vedi le lettere scritte dalla Regina Gundelina
all'Imperatrice Teodora (_Var. X, 20, 21, 23_ e si osservi una parola
sospetta, _de illa persona ec._) con l'elaborato Commercio di Buat
(_Tom. X p. 177, 185_).

[664] Intorno alla conquista di Sicilia si confronti la narrazione di
Procopio con le doglianze di Totila (_ Gothic. l. I c. 5. l. III c.
16_). La Regina de' Goti aveva ultimamente sollevato quell'ingrata isola
(_Var. IX, 10, 11_).

[665] Descrivesi l'antica grandezza e splendore de' cinque quartieri di
Siracusa da Cicerone (_Act. II in verrem L. IV c. 52, 53_), da Strabone
(_L. VI p. 415_), e dal Dorville (_Sicula Tom. II p. 174, 202_). La
nuova città, restaurata da Augusto, si ristrinse verso l'isola.

[666] Procopio (_Vandalic. l. II c. 14, 15_) riferisce così chiaramente
il ritorno di Belisario in Sicilia (_p. 146 Edit. Hoeschelii_), che
restò attonito allo strano sbaglio, ed a' rimproveri d'un erudito
Critico (_Oeuvres de la Mothe le Vayer Tom. VIII p. 162, 163_).

[667] L'antica Alba fu distrutta nella prima età di Roma. Nel medesimo
luogo, o almeno nelle vicinanze di quella, successivamente s'alzarono,
1. la villa di Pompeo ec. 2. un campo delle Coorti Pretoriane: 3. la
moderna città Episcopale d'Albano (Procopio _Goth. l. II c. 4_. Cluver.
_Ital. ant. Tom. II. p. 914_).

[668] Si produceva un oracolo sibillino, che diceva _Africa capta,
mundus cum nato peribit_; sentenza di portentosa ambiguità (_Gothic. l.
I c. 7_), che fu pubblicata in caratteri ignoti da Opsopeo, editore di
Oracoli. Il P. Maltret ha promesso di farvi un commentario: ma tutte le
sue promesse sono state vane ed infruttuose.

[669] Procopio nella sua Cronologia, imitando in qualche modo Tucidide,
comincia dalla primavera gli anni di Giustiniano, e della guerra Gotica:
e la prima sua epoca corrisponde al primo d'aprile 535 non 536 secondo
gli Annali del Baronio (Pagi _Crit. Tom. II p. 555_ seguitato dal
Muratori, e dagli Editori del Sigonio). Pure in alcuni passi non
sappiamo conciliare le date di Procopio con lui medesimo, e con la
Cronica di Marcellino.

[670] Da Procopio (_L. I c. 5, 29. L. II c. 1, 30. L. III c. 1_) si
riferiscono gli avvenimenti della prima guerra Gotica fino alla
schiavitù di Vitige. Coll'aiuto del Sigonio (_Opp. Tom. I. De Imp.
Occid. L. XVII, XVIII_), e del Muratori (_Annali d'Italia Tom. V_) vi ho
aggiunto alcuni pochi fatti di più.

[671] Giornandes _de reb. Gotic. c. 60 p. 702 Edit. Grot. e Tom. I p.
221_: Muratori _de success. regn. p. 241_.

[672] _Nero_ (dice Tacito _Annal. XV, 35_) _Neapolim quasi Graecam urbem
delegit_. Cento cinquant'anni dopo, al tempo di Settimo Severo,
Filostrato loda l'Ellenismo de' Napolitani: γενος Ελληνες και αστυκοι,
οθεν και τας σπουμδας των λογον Ελληνικοι εισι _d'origine son
Greci ed urbani, onde anche nell'uso delle parole grecizzano_ (_Icon. L.
I pag. 763 Edit. Olear._).

[673] Si celebra l'_otium_ di Napoli da' Poeti Romani, come da Virgilio,
da Orazio, da Silio Italico, e da Stazio (Cluver. _Ital. Ant. l. IV p.
1149, 1150_). Quest'ultimo in una elegante lettera (_Sylv. l. III, 5 p.
94, 98 Edit. Markland._) tenta la difficile impresa di trar la sua
moglie da' piaceri di Roma a quel tranquillo ritiro.

[674] Questa misura fu presa da Ruggiero I dopo la conquista di Napoli
(An. 1139), ch'ei fece la Capitale del suo nuovo Regno (Giannone _Istor.
Civ. Tom. II p. 169_). Questa città, ch'è la terza nell'Europa
Cristiana, ha presentemente almeno dodici miglia di circuito (Jul. Caes.
Capaccii _Hist. Neapol. L. I p. 47_), e contiene in questo spazio più
abitanti (vale a dire 350,000) che qualunque altro luogo nel Mondo
conosciuto.

[675] Non geometrici ma comuni, cioè passi di 22 pollici Francesi l'uno
(Danville _Mesures itinerair. p. 7, 8_): 2363 di essi non fanno un
miglio Inglese.

[676] Belisario fu condannato dal Papa Silverio per la strage; egli per
altro ripopolò Napoli, ed introdusse colonie di prigionieri Affricani
nella Sicilia, nella Calabria, e nella Puglia (_Hist. Miscell. L. XVI
presso il Muratori Tom. I p. 106, 107_).

[677] Benevento fu fabbricato da Diomede, Nipote di Meleagro (Cluver.
Tom. _II p. 1195, 1196_). La caccia Calidonia è una pittura della vita
selvaggia (Ovid. _Metamorph. L. VIII_). Trenta o quaranta eroi si
collegarono contro un cignale: i bruti (non il cignale) contendevano con
una donna per la testa.

[678] Il _Decennovium_ è stranamente confuso dal Cluverio (_Tom. II p.
1007_) col fiume Ufente. Esso era veramente un canale di diciannove
miglia, dal Foro d'Appio fino a Terracina, sul quale Orazio imbarcossi
di notte. Il Decennovium, di cui fan menzione Lucano, Dione Cassio, e
Cassiodoro, è stato in vari tempi successivamente rovinato, restaurato,
e cancellato (Danville, _Analyse de l'Italie p. 185_ ec.).

[679] Un Ebreo volle soddisfare il disprezzo e l'odio che avea per tutti
i Cristiani, rinchiudendo tre mandre, ciascheduna delle quali conteneva
dieci porci, ed eran distinte coi nomi di Goti, di Greci e di Romani. I
primi furon trovati quasi tutti morti; quasi tutti i secondi eran vivi:
e de' terzi la metà eran morti, ed il rimanente avevan perduto le loro
setole. Emblema non incoerente all'evento.

[680] Bergier (_Hist. des grands chemins des Romains T. I p. 221, 228,
440, 444_) n'esamina la struttura ed i materiali, mentre Danville
(_Analyse de l'Italie p. 200, 213_) ne determina la situazione
geografica.

[681] _L'anno_ 536 della prima ricuperazione di Roma è certo, piuttosto
per la serie de' fatti, che poi testo corrotto o interpolato di
Procopio: il _mese_ (di Dicembre) viene assicurato da Evagrio (_L. IV c.
19_): ed il _giorno_ (10) può ammettersi sulla debole testimonianza di
Niceforo Callisto (_L. XVII c. 13_). Di questa esatta Cronologia siam
debitori alla diligenza, ed al criterio del Pagi (_Tom. II pag. 559,
560_).

[682] Un Cavallo di color baio o rosso chiamavasi φαλιος da'
Greci, _Balan_ da' Barbari, e _Spadix_ da' Romani. _Honesti Spadices_,
dice Virgilio (_Georg. L. III, 72_ con le osservazioni di Martin, e di
Heyne). Σπαδιξ o Βαιον significa un ramo di palma, il cui nome Φοινιξ
della quale è sinonimo di _rosso_ (Aul. Gellius II, 26).

[683] Interpetro la voce βανδαλαριος non come un nome proprio,
ma d'ufizio, quasi portatore della bandiera, da _Bandum_ (vexillum)
parola barbara adottata da' Greci e da' Romani (Paol. Diacon _L. I c. 20
p. 760_. Grot. _Nomina Gothica p. 575_. Du-Cange _Glossar. Latin. Tom. I
pag. 539, 540_).

[684] Il Danville nelle Memorie dell'Accademia per l'anno 1756 (_Tom.
XXX p. 198, 236_) ha dato un Piano di Roma di minor proporzione, ma
molto più accurato di quello, che aveva delineato nel 1738, per
l'Istoria del Rollin. L'esperienza ha perfezionato la sua cognizione, ed
invece della Topografia del Rossi, ha usato la nuova ed eccellente carta
del Nolli. La vecchia misura di 13 miglia di Plinio si dee ridurre a 8.
Egli è più facile alterare un testo, che muovere i colli o le fabbriche.

[685] Nell'anno 1709, Labat (_Voyages en Italie Tom. III p. 218_) contò
138,568 anime di Cristiani oltre, 8, a 10,000 Ebrei forse senz'anima?
Nell'anno 1763 la popolazione passava i 160,000.

[686] L'occhio diligentissimo del Nardini (Roma antica L. I. c. 8. p.
31) potè distinguere le _tumultarie opere di Belisario_.

[687] La fessura, e la pendenza nella parte superiore del muro, che
osservò Procopio (_Goth. L. I c. 23_), è visibile anche adesso (Donati
_Roma vet. L. I. c. 17 p. 53, 54_).

[688] Lipsio (_Opp. Tom. III Poliorcet. L. III_) non conosceva questo
chiaro e cospicuo passo di Procopio (_Goth. L. I c. 21_). La macchina si
diceva οναγρος (asino selvaggio) _a calcitrando_ (Heur. Steph.
_Thesaur. Linguae Graec. Tom. II p. 877_). Io ho veduto un ingegnoso
modello, immaginato ed eseguito dal General Melville, che imita o
sorpassa l'arte dell'antichità.

[689] La descrizione, che fa Procopio (_L. I c. 25_) di questo Mausoleo,
è la prima e la migliore. S'alza sopra le mura σχεδον ες λιθου βολην
(quasi un tiro di pietra). Nel gran disegno del Nolli i lati di
quello sono 260 piedi Inglesi.

[690] Prassitele era eccellente ne' Fauni, e quello d'Atene era il suo
capo d'opera. Roma ora ne contiene più di trenta del medesimo carattere.
Quando fu purgato il fosso di Castel S. Angelo sotto Urbano VIII, gli
artefici trovarono il Fauno, che dorme, del Palazzo Barberini, ma si era
rotta una gamba, una coscia, ed il braccio destro di quella bella Statua
(Winckelman _Istor. dell'art. ec. Tom. II pag. 52 Tom. III p. 265_).

[691] Procopio ha dato la miglior descrizione del Tempio di Giano,
Divinità nazionale del Lazio (Heyne _Excurs. V ad L. VII Aeneid._). Esso
formava anticamente una porta nella primitiva città di Romolo e di Numa
(Nardini _Pag. 13, 256, 329_). Virgilio ha descritto quest'antico rito
da Poeta e da Antiquario.

[692] Il _Vivarium_ era un angolo nella nuova muraglia chiuso per le
fiere (Procopio _Goth. L. I c. 23_). Il luogo è sempre visibile presso
il Nardini (_L. IV c. 2 p. 159, 160_), e nella gran pianta di Roma del
Nolli.

[693] Per la trombetta Romana, ed i suoi vari segnali si consulti Lipsio
_De militia Romana_ (_Opp. Tom. III L. IV Dial. X p. 125, 129_). Una
maniera di distinguer l'attacco per mezzo d'una trombetta a cavallo di
solido bronzo, e _la ritirata_ per mezzo d'una trombetta a piedi di
cuoio e di legno leggiero, fa commendata da Procopio, e adottata da
Belisario.

[694] Procopio (_Goth. L. II c. 3_) si è dimenticato di nominar questi
acquedotti; nè tal doppia intersezione a quella distanza di Roma si può
chiaramente fissare dagli scritti di Frontino, del Fabretti, e
dell'Eschinard _de aquis, et de agro Romano_, o dalle carte locali del
Lameti e del Ciugolani. Sette o otto miglia (50 Stadi) lontano dalla
Città, sulla via d'Albano, fra le strade Latina ed Appia, io discerno i
residui d'un acquedotto (probabilmente di quello di Settimio), ed una
serie di archi (per 630 passi) alti venticinque piedi (υψηλω εσαναν) _d'un'eccessiva altezza_.

[695] Fecero delle salsiccie αλλατας di carne di mulo; malsane
senza dubbio, se gli animali eran morti di peste; fuori di questo caso
per altro le famose salsiccie di Bologna si dice, che son fatte di carne
d'asino (_Voyages de Labat, Tom. II p. 218_).

[696] Il nome del palazzo, del colle, e dell'annessa porta tutti eran
derivati dal Senator Pincio. Alcuni recenti vestigi di tempj, e di
chiese si sono adesso livellati al suolo nel giardino de' Minimi della
Trinità del Monte (Nardini _L. IV c. 7 p. 196_. Eschinard _p. 209, 210_
la vecchia pianta del Bufalini, e la gran pianta del Nolli). Belisario
avea stabilito il suo quartiere fra le porte Pincia e Salaria (Procop.
_Goth. L. I c. 15_).

[697] Dal farsi qui menzione del primo e del secondo _velum_ parrebbe,
che Belisario, quantunque assediato, rappresentasse l'Imperatore, o
conservasse l'altiero ceremoniale del Palazzo Bizantino.

[698] _Dove ha egli trovato il Sig. Gibbon, che Silverio fosse accusato_
da testimoni degni di fede, e _convinto dalla_ prova della sua
sottoscrizione? _Gli Autori che cita nella nota_ (_1 p. 444_) _non
dicono questo. Procopio, ch'era presente al fatto, così lo riferisce_
«_Essendo nato sospetto_ (υποψιας), _che Silverio Vescovo di
Roma tramasse un tradimento co' Goti, subito lo relegò in Grecia ec._»
_ma questo pare al N. A. un testimone troppo secco e ripugnante a tal
atto, quasi che Procopio fosse un uomo devoto e scrupoloso, o che nelle
sue opere si dimostrasse addetto a' Romani Pontefici, più che a
Belisario: non sarebbe anzi più ragionevole il supporre, che il
Segretario ed encomiatore del Generale avesse usato quella maniera di
dire secca e concisa per cuoprirne quanto potea l'ingiustizia, e che in
verità vi fosse anche meno che un sospetto contro la fedeltà di
Silverio? Ma udiamo gli altri scrittori citati dal Sig. Gibbon_: Augusta
(_dice Anastasio in_ vit. Silverii) misit jussiones ad Vilisarium
Patricium per Virgilium Diaconum ita continentes: vide aliquas
occasiones in Silverium Papam, et depone illum ab Episcopatu, aut certe
festinus trasmitte eum ad nos.... Et tunc suscepit jussionem Vilisarius
Patricius dicens; Ego quidem jussionem facio, sed ille, qui interest in
nece Silverii Papae, ipse rationem reddet de factis suis Domino Nostro
Jesu Christo. Et urgente jussione exierunt quidam _falsi testes_: qui et
dixerunt: quia nos multis vicibus invenimus Silverium Papam scripta
mittentem ad Regem Gothorum:.................... Asinaria, juxta
Lateranas, et Civitatem tibi trado, et Vilisarium Patricium. Quod autem
Vilisarius _non credebat_: Sciebat enim, quod _per invidiam haec de eo
dicebantur_. Sed dum multi in eadem accusatione persisterent, pertimuit
etc. _Son questi i testimoni_ degni di fede? _questa è la_ propria
sottoscrizion _di Silverio? Gibbon dirà, che questa descrizione è_
appassionata. _Vediamo dunque Liberato_: Belisarius vero (_dic'egli_)
Romam reversus, evocans Silverium ad Palatium, intentabat ei
_calumniam_, quasi Gothis scripsisset, ut Romam introirent. Fertur enim
Marcum quemdam Scholasticum, et Julianum quemdam Praetorianum _fictas_
de nomine Silverii composuisse litteras Regi Gothorum scriptas, ex
quibus convinceretur Silverius Romanam velle prodere Civitatem. Secreto
autem Belisarius et ejus conjux persuadebant Silverio implere praeceptum
Augustae, ut tolleretur Chalcedonensis synodus, et per epistolam suam
haereticorum firmaret fidem ec. _Se anche questa è una testimonianza
appassionata, noi domanderemo al Sig. Gibbon, quali son dunque le
narrazioni vere ed imparziali, dalle quali esso ha tratto la notizia
de'_ credibili testimoni, _che accusaron Silverio, e della_ propria di
lui sottoscrizione? _E frattanto ch'ei trova altre autorità opportune
per il suo intento, avremo tutta la ragione d'approvar come giuste_
l'esecrazioni _del Card. Baronio contro la patente e sacrilega
ingiustizia di Belisario._

                                        _Nota dell'Editore Pisano._

[699] Procopio (_Goth. L. I c. 25_) è un testimone secco e ripugnante a
quest'atto di sacrilegio. Le narrazioni di Liberato (_Breviar. c. 22_) e
d'Anastasio (_de. vit. Pont. p. 39_) sono caratteristiche, ma
appassionate. S'odano l'esecrazioni del Cardinal Baronio (_An. 536 n.
123. An. 538 n. 4, 20_) _portentum, facinus omni execratione dignum_.

[700] La vecchia porta Capena fu trasportata da Aureliano alla moderna
porta di S. Sebastiano, o lì vicino (Vedi la pianta del Nolli). Quel
memorabile luogo è stato decorato dal bosco Egerio, dalla memoria di
Numa, da archi trionfali, da' sepolcri degli Scipioni, e de' Metelli ec.

[701] L'espression di Procopio contiene un tratto invidioso: Τυην εκ
του ασφαλους την σφισι συμβησομενην καραδοκειν (_Goth. l. II.
c. 4_) _per osservare da un luogo sicuro il destino che loro accadesse_.
Egli parla però d'una donna.

[702] Anastasio (p. 40) gli ha conservato questo titolo di _Sanguinario_
che potrebbe far onore ad una tigre.

[703] Questo fatto vien riferito nella pubblica Storia (_Goth. l. II. c.
8_) con candore o cautela: negli Aneddoti (c. 7) con malevolenza o
libertà: Marcellino però, o piuttosto il suo Continuatore (_in Chron._),
getta un'ombra di premeditato assassinio sulla morte di Costantino. Egli
aveva fatto buon servizio in Roma, ed in Spoleto (Procop. _Goth. L. I c.
7 14_). Ma l'Alemanno lo confonde con un Costanziano _Comes stabuli_.

[704] Dopo la partenza di lui non vollero più militare: venderono a'
Goti i loro schiavi e bestiami: e giurarono di non più combattere contro
di loro. Procopio fa una curiosa digressione sopra le maniere e le
avventure di questa vagante Nazione, una parte di cui finalmente passò a
Tule, o nella Scandinavia (_Goth. l. II c. 14, 15_).

[705] Questo nazional rimprovero di perfidia (Procop. _Goth. Lib. II
cap. 25_) offende l'orecchio di la Mothe le Vayer (_Tom. VIII p. 163,
165_) che critica l'Istorico Greco, come se non l'avesse mai letto.

[706] Il Baronio applaudisce al suo tradimento, e giustifica i Vescovi
Cattolici, _qui ne sub haeretico Principe degant, omnem lapidem movent_:
Cautela veramente utile! Il Muratori, più ragionevole (_Annali d'Ital.
Tom. V p. 54_), accenna il delitto di spergiuro, e biasima almeno
_l'imprudenza_ di Dazio.

[707] S. Dazio fu più felice contro i diavoli, che contro i Barbari. Ei
viaggiò con un numeroso seguito, ed occupò un'ampia casa in Corinto
(Baronio _An. 538 n. 89. An. 539 n. 20_).

[708] Μοριαδες τριακοντα (trenta miriadi) Vedi Procopio (_Goth.
L. II c. 7, 21_). Tal popolazione però è incredibile: e la seconda o
terza Città d'Italia non dee lagnarsi, se noi solamente decimiamo il
numero di questo testo. Tanto Milano quanto Genova risorsero in meno di
trent'anni (Paolo Diacono _De Gestis Longobard. L. II c. 38_).

[709] Oltre Procopio, forse troppo Romano, vedansi le Croniche di Mario,
e di Marcellino, Giornandes (_in success. regn._ presso il Muratori
_Tom. I pag. 241_), e Gregorio di Tours (_L. III c. 32 nel Tom. II
degl'Istorici di Francia_). Gregorio suppone una disfatta di Belisario,
che presso Aimoino (_De Gestis Franc. L. II c. 23 nel Tom. III p. 59_) è
ucciso da' Franchi.

[710] Agatia _L. I p. 14, 15_. Quand'egli avesse potuto sedurre o
soggiogare i Gepidi, o i Lombardi della Pannonia, il Greco Istorico
crede, che sarebbe stato necessariamente distrutto nella Tracia.

[711] Il Re diresse la sua lancia, il toro gli rovesciò un albero sul
capo, ed ei spirò nel medesimo giorno. Tal'è il racconto d'Agatia: ma
gl'Istorici originali di Francia (_T. II p. 202, 403, 558, 667_)
attribuiscono la sua morte ad una febbre.

[712] Senza perdermi in un laberinto di specie e di nomi, come di
aurochi, di uri, di bisoni, di bubali, di bonasi, di bufali ec. (Buffon
_Hist. nat. Tom. XI e Supplem. Tom. III VI_); egli è certo, che nel
sesto secolo si cacciava una grossa specie di bestiame a corna salvatico
nelle gran foreste dei Vosgi in Lorena, e nelle Ardenne (Greg. Turon.
_Tom. II L. X c. 10 p. 369_).

[713] Nell'assedio d'Osimo a principio cercò di demolire un vecchio
acquedotto, e quindi gettò nell'acqua, 1. de' cadaveri: 2. dell'erbe
nocive: e 3. della calce viva, che si chiama (dice Procopio _L. II c.
29_) τιτανος dagli antichi, e dai moderni ασβεσος. Pure ambedue
queste voci si usano come sinonime da Galeno, da Dioscoride, e da
Luciano (Henr. Steph. _Thes. Ling. Graec. Tom. III p. 748_).

[714] I Goti sospettarono, che Matasuiuta fosse complice del fatto, che
forse fu cagionato da un incendio accidentale.

[715] A rigor filosofico sembra, che una limitazione de' diritti di
guerra nel nuocere al nemico implichi non senso e contraddizione. Grozio
medesimo si perde in una distinzione fra il Gius _di natura_ e quello
_delle Genti_, fra il veleno e l'infezione. Ei pondera da una parte
della bilancia i passi d'Omero (_Odyss. A. 259 ec._) e di Floro (_L. II
c. 10 n. 7 ult._), e dall'altra gli esempi di Solone (Pausan. _L. X c.
37_) e di Belisario. Vedi la sua grand'Opera _de Jure Belli et Pacis L.
III c. 4 §. 15, 16, 17_, e nella Traduzione di Barbeyrac _Tom. II p. 257
ec._ Io capisco però il vantaggio e la validità d'una convenzione,
tacita o espressa, di vicendevolmente astenersi da certe specie di
ostilità: Vedi il giuramento Anfizionico presso Eschine, _da falsa
Legatione_.

[716] Ravenna fu presa non già nell'anno 540 ma nel fine del 539, ed il
Pagi (_Tom. II p. 169_) è corretto dal Muratori (_Annali d'Ital. Tom. V
p. 62_) che prova con un documento originale in papiro (_Antiq. Ital.
med. aevi Tom. II Diss. 32 p. 999, 1007_, Maffei _Istor. Diplom. p. 155,
160_), che prima del 3 gennaio 540 era ristabilita la pace e la
corrispondenza libera fra Ravenna e Faenza.

[717] Ei fu preso da Giovanni il Sanguinario, ma fu prestato un
giuramento per la sua sicurezza nella Basilica di Giulio (_Hist.
Miscell. L. XVII_ presso il Muratori _Tom. I p. 107_.): Anastasio (_in
Vit. Pontif. p. 40_) ne dà un'oscura, ma probabile relazione. Mascou
(_Istor. de' Germani XII, 21_) cita il Montfaucon per uno scudo votivo
rappresentante la schiavitù di Vitige, che ora è nella Collezione del
Sig. Landi a Roma.

[718] Vitige visse due anni a Costantinopoli ed _Imperatoris in affectu_
convictus (_ovvero coniunctus_) _rebus excessit humanis_. Matasuenta,
sua Consorte, che fu moglie e madre de' Patrizi, Germano il Vecchio, ed
il Giovane, unì il sangue Anicio con quello degli Amali. (Jornand. _c.
60 p. 221_ presso il Muratori _Tom. I_).

[719] Procopio _Goth. L. III c. 1_. Aimoino, Monaco Francese del secolo
XI, che avea acquistato e sfigurato alcune autentiche notizie di
Belisario fa menzione in suo nome di 12,000 _pueri_ o schiavi, _quos
propriis alimus stipendiis_, oltre 18,000 Soldati (_Istorici di Franc.
Tom. III. De Gestis Franc. L. II c. 6 p. 48_).

[720] La diligenza dell'Alemanno non potè aggiunger che poco a' quattro
primi e più curiosi capitoli degli Aneddoti. Di questi straordinari
aneddoti una parte può esser vera perchè probabile; e l'altra perchè
improbabile. Procopio deve aver _saputo_ la prima, e difficilmente potè
_inventar_ la seconda.

[721] Procopio ci fa sapere (_Anecd. c. 4_), che quando Belisario tornò
in Italia (an. 543) Antonina avea l'età di sessant'anni. Una costruzione
forzata, ma più gentile, che riferisce quella data al momento, in cui
egli scriveva (anno 559), sarebbe compatibile con la virilità di Fozio
(_Goth. L. I c. 10_) nel 536.

[722] Si confronti la guerra Vandalica (_L. I c. 12_) con gli Aneddoti
(_cap. 1_), e l'Alemanno (_pag. 2, 3_). Questa specie di battesimale
adozione fu rimessa in uso da Leone il Sapiente.

[723] Nel novembre del 537 Fozio arrestò il Papa (Liberat. _Breviar. c.
22 Pagi Tom. II p. 562_). Verso il fine del 539 Belisario mandò Teodosio
τον τη οικια τη αυτου εφεσωτα (_che presedeva alla sua casa_)
per una importante e lucrativa commissione a Ravenna (_Goth. L. II c.
18_).

[724] Teofane (_Chronogr. p. 204_) lo chiama _Fotino_, e genero di
Belisario: ed è copiato dall'istoria Miscella, e da Anastasio.

[725] Il Continuator della Cronica di Marcellino esprime in poche
decenti parole la sostanza degli Aneddoti. _Belisarius de Oriente
evocatus in offensam periculumque incurrens grave, et invidiae
subiacens, rursus remittitur in Italiam_ (_p. 54_).


FINE DEL VOLUME SETTIMO.



INDICE DEI CAPITOLI E DELLE MATERIE CHE SI CONTENGONO NEL SETTIMO VOLUME


  CAPITOLO XXXVII. _Origine, progresso ed effetto
  della vita monastica. Conversione de' Barbari al
  Cristianesimo ed all'Arrianismo.
  Persecuzione de' Vandali nell'Affrica. Estinzione
  dell'Arrianismo fra' Barbari._

  A.D.

          I. La vita monastica. Origine de' Monaci       _pag._ 6
      305 Antonio ed i Monaci d'Egitto                          8
  351-356                                                       9
      341 Propagazione della vita monastica in Roma            11
      328 Ilarione nella Palestina                             11
      360 Basilio nel Ponto                                    12
      370 Martino nella Gallia                                 12
          Cause del rapido loro progresso                      14
          Ubbidienza de' Monaci                                18
          Loro vesti ed abitazioni                             20
          Loro vitto                                           22
          Loro lavoro manuale                                  24
          Loro ricchezze                                       26
          Loro solitudine                                      28
          Loro devozione e visioni                             29
          Cenobiti ed Anacoreti                                31
          Miracoli e culto de' Monaci                          35
          Superstizione di quel tempo                          36
          II. Conversione de' Barbari                          37
      360 Ulfila Apostolo de' Goti                             37
      400 I Goti, i Vandali, i Borgognoni ec. abbracciano
            il Cristianesimo                                   39
          Motivi della lor fede                                40
          Effetto della lor conversione                        43
          Restano involti nell'eresia Arriana                  44
          Arriana persecuzione de' Vandali                     47
  429-477 Genserico                                            47
      430 Unnerico                                             48
      484 Gundamondo                                           48
      496 Trasimondo                                           48
      523 Ilderico                                             49
      530 Gelimero                                             49
          Esposizione generale della persecuzione in Affrica   50
          Frode de' Cattolici                                  57
          E miracoli                                           60
  590-700 Rovina dell'Arrianismo fra' Barbari                  63
  577-584 Rivolta e martirio d'Ermenegildo nella Spagna        63
  586-589 Conversione di Recaredo e de' Visigoti di Spagna     65
      600 Conversione de' Lombardi d'Italia                    68
  612-712 Persecuzione degli ebrei nella Spagna                69
          Conclusione                                          71

  CAPITOLO XXXVIII. _Regno e conversione di Clodoveo.
  Sue vittorie sopra gli Alemanni, i Borgognoni ed
  i Visigoti. Stabilimento della Monarchia francese
  nella Gallia. Leggi de' Barbari. Stato de' Romani.
  Visigoti della Spagna. Conquista della Gran Brettagna
  fatta da' Sassoni._

          Rivoluzione della Gallia                             73
  476-485 Enrico Re de' Visigoti                               75
  481-511 Clodoveo Re de' Franchi                              77
      486 Sua vittoria sopra Siagro                            79
      469 Disfatta e sommissione degli Alemanni                81
      496 Conversione di Clodoveo                              84
      497 Sottomissione degli Armorici e delle truppe Romane   88
      499 Guerra co' Borgognoni                                90
      500 Vittoria di Clodoveo                                 92
      532 Total conquista della Borgogna fatta da' Franchi     94
      507 Guerra Gotica                                        96
          Vittoria di Clodoveo                                 99
          Conquista dell'Aquitania fatta da' Franchi          102
      510 Consolato di Clodoveo                               104
      536 Finale stabilimento della monarchia Francese
            nella Gallia                                      105
          Controversia politica                               108
          Leggi de' Barbari                                   109
          Pene pecuniarie per l'omicidio                      113
          Giudizi di Dio                                      116
          Combattimenti giudiciali                            118
          Divisione delle terre fatta da' Barbari             120
          Patrimonio e Benefizi de' Merovingi                 122
          Usurpazioni private                                 124
          Servitù personale                                   126
          Esempio dell'Alvergna                               128
          Storia d'Attalo                                     132
          Privilegi de' Romani nella Gallia                   136
          Anarchia de' Franchi                                139
          Visigoti della Spagna                               141
          Assemblee legislative della Spagna                  142
          Codice de' Visigoti                                 144
          Rivoluzioni della Brettagna                         145
      449 Discesa de' Sassoni                                 147
  355-582 Stabilimento dell'Enarchia Sassonica                149
          Stato de' Brettoni                                  151
          Loro resistenza                                     152
          E fuga                                              154
          Fama d'Arturo                                       155
          Loro resistenza                                     158
          Servitù                                             160
          Costumi de' Britanni                                164
          Oscuro e favoloso stato della Brettagna             166
          Caduta del Romano Impero nell'Occidente             169

  OSSERVAZIONI GENERALI Sulla caduta del Romano Impero
  dell'Occidente                                              171

  Avvertimento opposto dal Traduttore Pisano
  al Capitolo XXXIII del Gibbon                               187

  Prefazione dell'Autore                                      195

  CAPITOLO XXXIX. _Zenone ed Anastasio, Imperatori
  d'Oriente. Nascita, educazione, e prime imprese
  di Teodorico Ostrogoto. Sua invasione e conquista
  d'Italia. Regno in Italia de' Goti. Stato
  dell'Occidente. Governo militare e civile.
  Senatore Boezio. Ultime azioni e morte di
  Teodorico._

  476-527                                                     201
  455-475 Nascita ed educazione di Teodorico                  201
  474-491 Regno di Zenone                                     204
  491-518 D'Anastasio                                         206
  475-488 Servizio militare e rivolta di Teodorico            206
      489 Intraprende la conquista d'Italia                   209
          Sua marcia                                          211
  489-490 Tre disfatte d'Odoacre                              212
      493 Sua capitolazione e morte                           214
  493-526 Regno di Teodorico Re d'Italia                      216
          Divisione delle Terre                               217
          Distinzione fra i Goti e gl'Italiani                219
          Politica di Teodorico verso gli stranieri           220
          Sue guerre difensive                                223
      509 Suo armamento navale                                225
          Governo Civile d'Italia secondo le Leggi romane     227
          Prosperità di Roma                                  230
      500 Visita di Teodorico                                 231
          Stato florido d'Italia                              233
          Arrianismo di Teodorico                             236
          Vizi del suo Governo                                239
          Egli è provocato a perseguitare i Cattolici         241
          Carattere, studj ed onori di Boezio                 244
          Suo Patriottismo                                    247
          Egli è accusato di tradimento                       248
      524 Sua carcerazione e morte                            249
      526 Rimorso e morte di Teodorico                        252

  CAPITOLO XL. _Innalzamento di Giustino il Vecchio.
  Regno di Giustiniano. I. L'imperatrice Teodora.
  II. Fazioni del Circo e sedizioni di Costantinopoli.
  III. Commercio e manifatture di seta. IV. finanze
  e Tributi. V. Edifizi di Giustiniano. Chiesa di
  S. Sofia. Fortificazione e frontiere dell'Impero
  d'Oriente. Abolizione delle scuole d'Atene e del
  Consolato di Roma._

  482-483 Nascita dell'Imperatore Giustiniano                 255
  518-527 Innalzamento e Regno di Giustino suo Zio            257
  520-527 Adozione e successione di Giustiniano               258
  527-565 Regno di Giustiniano                                262
          Nascita e vizi dell'Imperatrice Teodora             266
          Suo matrimonio con Giustiniano                      270
          Sua tirannia                                        273
          Sue virtù                                           274
      548 E morte                                             277
          Fazioni del Circo                                   277
          A Roma                                              279
          Esse dividono Costantinopoli e l'Oriente            279
          Giustiniano favorisce gli Azzurri                   281
      532 Sedizione di Costantinopoli chiamata Nika           284
          Angustie di Giustiniano                             287
          Fermezza di Teodora                                 288
          La sedizione è soppressa                            289
          Agricoltura e manifatture dell'Impero Orientale     290
          Uso della seta presso i Romani                      293
          Trasporto della seta dalla China per terra
            e per mare                                        295
          Introduzione de' bachi da seta nella Grecia         300
          Stato delle rendite                                 303
          Avarizia e profusione di Giustiniano                305
          Perniciosi risparmi                                 306
          Remissioni                                          307
          Gravezze                                            308
          Monopoli                                            309
          Venalità                                            310
          Testamenti                                          311
          Ministri di Giustiniano                             312
          Giovanni di Cappadocia                              312
          Suoi edifizi ed Architetti                          315
          Fabbrica della Chiesa di S. Sofia                   319
          Sua descrizione                                     321
          Marmi                                               323
          Ricchezza                                           325
          Chiese e Palazzi                                    325
          Fortificazioni d'Europa                             328
          Sicurezza dell'Asia dopo la conquista dell'Isauria  333
  492-498                                                     335
          Fortificazione dell'Impero dall'Eussino fino
            alle frontiere della Persia                       336
      488 Morte di Peroze Re di Persia                        340
  502-505 Guerra Persiana                                     342
          Fortificazioni di Dara                              343
          Porte Caspie ed Iberie                              344
          Scuole d'Atene                                      347
          Esse vengon soppresse da Giustiniano                352
          Proclo                                              353
  485-520 Suoi successori                                     354
          Ultimo de' Filosofi                                 355
      541 Il Consolato Romano estinto da Giustiniano          356

  CAPITOLO XLI. _Conquiste di Giustiniano in
  Occidente. Carattere e prime campagne di Belisario.
  Esso invade e soggioga il Regno Vandalico in Affrica.
  Suo trionfo. Guerra Gotica. Ricupera la Sicilia,
  Napoli e Roma. Assedio di Roma fatto da' Goti.
  Ritirata e perdite dei medesimi. Resa di Ravenna.
  Gloria di Belisario. Sua vergogna, e disgrazie
  domestiche._

      533 Giustiniano risolve d'invader l'Affrica             359
  525-530 Stato de' Vandali, Ilderico                         360
  530-534 Gelimero                                            361
          Contese intorno alla guerra d'Affrica               363
          Carattere e scelta di Belisario                     365
  529-532 Suoi servigi nella guerra Persiana                  366
      533 Preparativi per la guerra Affricana                 368
          Partenza della flotta                               371
          Belisario sbarca sulla costa dell'Affrica
            settentrionale                                    375
          Disfatta de' Vandali nella prima battaglia          378
          Presa di Cartagine                                  381
          Ultima disfatta di Gelimero e de' Vandali           384
      534 Conquista dell'Affrica fatta da Belisario           389
          Angustie e schiavitù di Gelimero                    392
          Ritorno e trionfo di Belisario                      396
      535 Suo Consolato                                       399
          Fine di Gelimero e de' Vandali                      399
          Costumi e disfatta de' Mori                         402
          Neutralità de' Visigoti                             405
  550-620 Conquista de' Romani nella Spagna                   407
      534 Belisario minaccia gli Ostrogoti d'Italia           407
          Governo e morte di Amalasunta Regina d'Italia       409
      535 Esilio e morte di essa                              413
          Belisario invade e sottomette la Sicilia            414
  534-536 Regno e debolezza di Teodato Re Goto d'Italia       417
      537 Belisario invade l'Italia e sottomette Napoli       420
  536-540 Vitige Re d'Italia                                  424
      536 Belisario entra in Roma                             427
      537 Assedio di Roma fatto da' Goti                      428
          Valore di Belisario                                 430
          Sua difesa di Roma                                  430
          Rispinge un generale assalto de' Goti               435
          Sue sortite                                         436
          Angustie della Città                                438
          Esilio di Silverio Papa                             441
          Liberazione della Città                             444
          Belisario ricupera molte Città d'Italia             447
      538 I Goti levano l'assedio di Roma                     448
          Perdono Rimini                                      450
          Si ritirano a Ravenna                               450
          Gelosia de' Generali Romani                         450
          Morte di Costantino                                 451
          L'Eunuco Narsete                                    452
          Fermezza ed autorità di Belisario                   453
  538-539 Invasione dell'Italia fatta da' Franchi             453
          Distruzione di Milano                               455
          Belisario assedia Ravenna                           457
      539 Sottomette il Regno Gotico d'Italia                 460
          Prigionia di Vitige                                 461
          Ritorno e gloria di Belisario                       462
          Storia segreta di Antonina sua moglie               465
          Teodosio di lei amante                              466
          Risentimento di Belisario, e di Fozio
            figlio di Antonina                                469
          Persecuzione del suo figlio                         470
          Disgrazie e sommissione di Belisario                471


FINE DELL'INDICE.



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le
grafie alternative (liturgia/liturgìa e simili), correggendo senza
annotazione minimi errori tipografici. Le citazioni in greco sono state
trascritte integralmente, senza apportare alcuna correzione per
eventuali inesattezze ortografiche o grammaticali.





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