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Title: Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 11 (of 13)
Author: Gibbon, Edward, 1737-1794
Language: Italian
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*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 11 (of 13)" ***

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                               STORIA

                       DELLA DECADENZA E ROVINA

                          DELL'IMPERO ROMANO


                                 DI
                           EDOARDO GIBBON


                       TRADUZIONE DALL'INGLESE


                           VOLUME UNDECIMO



                               MILANO
                         PER NICOLÒ BETTONI
                            M.DCCC.XXIII



STORIA DELLA DECADENZA E ROVINA DELL'IMPERO ROMANO



CAPITOLO LIV.

      _Origine, e dottrina dei Paoliziani. Persecuzioni che soffersero
      dagli imperatori greci. Loro ribellione in Armenia ec.
      Migrazione nella Tracia. Dottrina de' medesimi propagata in
      Occidente. Germi, caratteri e conseguenza della Riforma._


Il Cristianesimo avea presa l'indole delle nazioni presso le quali a
mano a mano allignò. I nativi della Sorìa e dell'Egitto all'indolenza di
una divozione contemplativa si abbandonavano: Roma cristiana volea
tuttavia governar l'Universo; mentre, discussioni di teologia
metafisica, occupavano lo spirito e la loquacità de' popoli della
Grecia. In vece di adorar silenziosi gl'incomprensibili misteri della
Trinità, o della Incarnazione, si diedero ad agitare con calore sottili
controversie che dilatarono la loro Fede, a scapito forse della carità,
e della ragione[1]. Incominciando dai giorni del Concilio di Nicea, e
venendo sino alla fine del settimo secolo, le guerre spirituali
turbarono la pace e l'unità della Chiesa; e tanto operarono sulla
decadenza, e la rovina dell'Impero che tale circostanza mi ha anche
troppo spesso costretto a tener dietro ai Concilj, ad esaminare i
simboli, ad enumerare le Sette di questo burrascoso periodo degli
ecclesiastici Annali. Dopo lo incominciamento dell'ottavo secolo, e fino
agli ultimi giorni dell'Impero di Costantinopoli, il rumore delle
controversie si fece udir più di rado. Sazia era la curiosità, stanco lo
zelo, e i decreti di sei Concilj aveano immutabilmente determinati gli
articoli del Simbolo cattolico. Lo spirito della disputa, comunque
frivolo e pernicioso esser si possa, abbisogna almeno di una certa
energia, e tiene operose alcune facoltà intellettuali; ma i Greci
avviliti si contentavano, in que' giorni, di digiunare, di orare, e di
obbedir ciecamente al loro Patriarca, e al loro clero. La Vergine, e i
Santi, le reliquie e le immagini, i miracoli e le visioni, divennero il
solo argomento delle prediche de' frati e della divozione del popolo; e
sotto nome di popolo possiamo qui senza ingiustizia comprendere le
classi primarie della società. Gl'Imperatori della Isaurica dinastia che
si accinsero a scotere da questo letargo i loro sudditi, scelsero
cattivo istante, e temperamenti aspri anzi che no; e se anche la ragione
fece in quel tempo alcuni proseliti[2], molto maggior numero
l'interesse, o il timore ne soggiogò: ma l'Oriente difese, o sospirò le
sue Immagini un'altra volta, e la loro restaurazione, qual festa
trionfale, dell'Ortodossia fu celebrata: in tai giorni di sommessione
passiva e uniforme, i Capi della Chiesa si trovarono sciolti dalle
molestie, o vogliam dire, privi dei diletti della superstizione. Spariti
erano i Pagani; nel silenzio e nella oscurità giaceansi gli Ebrei: le
dispute coi Latini, divenute meno frequenti, si riduceano a lontane
ostilità contra un nazionale nemico, intanto che le Sette dell'Egitto, e
della Sorìa godevano i vantaggi della tolleranza all'ombra dell'arabo
califfato[3]. Verso la metà del settimo secolo, la tirannide spirituale
elesse a vittime i Paoliziani[4], la dottrina de' quali è un ramo di
Manicheismo; e ridotta a stremo la loro pazienza, e spinti alla
disperazione che li fece ribelli, si sparsero nell'Occidente, ove per
ogni banda i germi della Riforma diffusero. Siami permesso, attesa
l'importanza di tali avvenimenti, l'entrare in alcune particolarità
sulle dottrine e la storia de' Paoliziani[5]; e poichè questi non sono
in istato più di difendersi, mi sia parimente lecito, per servire alla
imparzialità, e alla buona fede, il mettere in aperto tutto il bene,
l'attenuare il male che gli avversarj loro ne dissero.

I Gnostici che turbata aveano l'infanzia del Cristianesimo, soggiacquero
finalmente al peso della potenza e della autorità della Chiesa. Lungi
dal pareggiare, o superare i cattolici in ricchezze, sapere, e numero, i
deboli partigiani che conservava ancor questa Setta, scacciati dalle
Capitali dell'Oriente, e dell'Occidente, confinati vennero ne' villaggi
e per mezzo ai monti situati presso l'Eufrate. Il quinto secolo ne offre
alcune vestigia di Marcioniti[6], ma tutti i settarj furono compresi per
ultimo sotto la sola denominazione di Manichei; eretici che essendosi
attentati a voler conciliare le dottrine di Zoroastro, e di Cristo, da
entrambe le Religioni una persecuzione del pari accanita patirono.
Durante il regno del pronipote di Eraclio, ne' dintorni di Samosato, più
celebre per essere stata patria di Luciano, che per l'onore di aver dato
il suo nome ad un regno della Sorìa, apparve un riformatore, che i suoi
discepoli, i Paoliziani, considerarono bentosto qual missionario eletto
dal cielo per annunziare la verità, e degno della confidenza degli
uomini. Cotesto riformatore, di nome Costantino, avea ricettato nella
sua modesta abitazione di Mananali un diacono che ritornava dalla Sorìa,
ov'era stato prigioniero; e ne ebbe in dono il Nuovo Testamento, dono
tanto più da apprezzarsi che riguardi prudenziali del clero greco, e
forse anche de' gnostici Sacerdoti, già nascondeano con grande cura agli
occhi de' volgari questi volumi[7]. A tale lettura si limitarono gli
studj di Costantino che ne fece regola di sua credenza; e gli stessi
Cattolici, comunque impugnino le interpretazioni da esso date alle sacre
carte, non gli negano di avere citati i testi nella loro purezza ed
autenticità. Ma le cose, alle quali in siffatto studio volse l'animo più
intensamente, furono gli scritti, e gli atti della vita di S. Paolo. I
nemici della setta de' Paoliziani fondata dal ridetto Costantino, fanno
derivare il nome della medesima, da qualcuno degli oscuri uomini che la
predicarono; ma ho per fermo che tal nome i Paoliziani assumessero, come
gloriosa testimonianza della loro divozione all'Appostolo dei Gentili.
Costantino e i suoi alunni rappresentavano, diceano essi, Tito, Timoteo,
Silvano, Tichico, primi discepoli di S. Paolo, e imposero alle
Congregazioni che nell'Armenia, e nella Cappadocia instituirono, i nomi
delle chiese edificate dagli Appostoli; innocente allusione che riaccese
la ricordanza e l'esempio delle prime età della Chiesa. Questo fedele
discepolo di S. Paolo, così nelle Epistole di esso come nell'Evangelio,
si fe' a rintracciare il Simbolo de' primi cristiani; e qualunque sia
stato il frutto di tali indagini, ogni protestante applaudirà, se non
altro, alla intenzione che le suggerì. Ma se il testo delle Scritture
seguìto dai Paoliziani avea il pregio di essere puro, altrettanto intero
non potea dirsi. I lor primi dottori non ammettevano le due Epistole di
S. Pietro, riguardandolo come l'appostolo della Circoncisione[8], e
accusandolo di avere difesa contra il loro appostolo favorito
l'osservanza della legge mosaica.[9] Pari ai Gnostici disprezzavano
tutti i libri dell'Antico Testamento, senza por mente che quelli di Mosè
e de' Profeti erano stati consacrati dai decreti della Chiesa cattolica.
Con non minore ardimento, e senza dubbio, con maggior ragione,
Costantino, il nuovo Silvano, rigettava quelle visioni cui pubblicarono
in sì pomposi, ed enormi volumi le Sette orientali; que' favolosi
componimenti[10] de' Patriarchi ebrei, e de' saggi dell'oriente, quegli
Evangelj, quelle epistole, e quegli atti supposti, sotto de' quali nel
primo secolo della chiesa, il codice ortodosso andava sepolto; nè facea
grazia alla teologia di Manete, nè alle eresie che a questa si
riferivano, nè alle trenta classi di Eoni, dalla fertile immaginazione
di Valentino creati. I Paoliziani riprovavano con tutta sincerità la
memoria, e le opinioni de' Manichei: onde doleansi della ingiustizia de'
loro avversarj, nell'attribuire una sì lodevole denominazione ai
discepoli di S. Paolo, e di Gesù Cristo.

I Capi de' Paoliziani rompendo molte anella della catena ecclesiastica,
si erano fatti più liberi col ridurre a meno il numero de' padroni che
la profana ragione alla voce de' misteri e de' miracoli sottomettevano.
La setta de' Gnostici era nata prima che si professasse pubblicamente il
culto cattolico, e, oltre al silenzio di S. Paolo, e degli Evangelisti,
la consuetudine e l'odio preservarono i Paoliziani dalle innovazioni,
che, a poco a poco, nella disciplina, e nella dottrina della Chiesa
allignarono[11]. Essi pensavano veder sotto forma verace quegli oggetti,
che, in lor sentenza, la sola superstizione aveva disfigurati. In una
immagine che diceasi scesa dal cielo, essi non iscorgeano se non se il
lavoro di un uomo, il cui solo ingegno potea dar valore al legno, o alla
tela che egli avea posta in opera; nelle reliquie miracolose, ossa e
ceneri inanimate, prive di virtù, e forse non mai appartenute alla
persona cui venivano attribuite; la vera croce, l'albero della vita, non
era, ad avviso loro, che un pezzo, o sano, o guasto, di legno; il corpo,
e il sangue di Gesù Cristo, un minuzzolo di pane, e una tazza di
vino[12], dono della natura, e simbolo della Grazia. Essi toglievano
alla madre di Dio i suoi celesti onori, la sua immacolata verginità[13],
nè davano ai Santi, o agli angeli l'incarico di farsi mediatori per essi
nel cielo, o di soccorrerli sulla Terra. Nella amministrazione de'
Sacramenti voleano aboliti gli oggetti visibili di culto, e le parole
del Vangelo, secondo essi, non additavano che il battesimo e la
comunione de' fedeli. Liberissimi nell'interpretare le scritture, ogni
qualvolta il significato letterale impacciavali, si rifuggivano ne'
labirinti delle figure e dell'allegoria. Molta cura dimostrarono di
infrangere i vincoli posti fra l'Antico, e il Nuovo Testamento[14], e
riguardando il secondo come la raccolta degli oracoli di Dio,
abborrivano il primo, divulgandolo invenzion favolosa ed assurda degli
uomini, o dei demonj. Non può recarne maraviglia che essi scorgessero
nel Vangelo, il mistero ortodosso della Trinità; ma invece di confessare
la natura umana, e i patimenti reali di Gesù Cristo, la costoro
immaginazione si dilettava creargli un corpo celeste che si fosse fatto
strada per quel della Vergine, siccome l'acqua attraversa un condotto.
Un fantoccio sostituito al Redentore sopra una croce, giusta l'opinione
di questi settarj, mandò a vuoto il furor degli Ebrei. Un simbolo di tal
natura non conveniva nè meno allo spirito ne' tempi d'allora[15], e que'
medesimi fra i Cristiani che lamentavano non essere le dottrine
religiose ristrette al mite giogo imposto da Gesù Cristo e da' suoi
Appostoli, giustamente si offesero che i Paoliziani osassero violare
l'unità di Dio, primo articolo della Religion naturale e della Religion
rivelata. Perchè comunque i Paoliziani credessero con fiducia e speranza
il Padre, il Cristo, l'anima umana e il mondo invisibile, supponeano ad
un tempo l'eternità della materia, sostanza ostinata e ribelle, origine
di un secondo Principio, di un ente operante, creatore del mondo
visibile, e che userà della sua possanza temporale, fino alla
consumazione definitiva della morte e del peccato[16]. L'esistenza del
mal morale, e del male fisico, avea introdotti questi due principj nella
filosofia, e nelle religioni antiche dell'Oriente, d'onde una tale
dottrina fra le varie Sette de' Gnostici s'era diffusa. Vennero intorno
ad Arimane ideate tante opinioni diverse, quante gradazioni è lecito il
fantasticare, fra la natura di un dio rivale dell'altro, e quella di un
demonio subordinato; fra l'indole di un ente vinto dalla passione, o
dalla fragilità, e quella di un ente per propria essenza malvagio; ma a
malgrado d'ogni umano sforzo, la bontà e la potenza di Ormuzd,
trovavansi alla contraria estremità della linea, e quanto avvicinavasi
all'uno de' due enti, dovea scostarsi dall'altro nelle proporzioni
medesime[17].

Le fatiche appostoliche[18] di Costantino Silvano gli moltiplicarono ben
tosto i discepoli, segreto compenso alla sua spirituale ambizione. Sotto
lo stendardo di lui si raccolsero gli avanzi delle Sette gnostiche, e
principalmente i Manichei dell'Armenia. Convertì, o sedusse co' suoi
argomenti molti Cattolici, e predicò con buon successo nelle contrade
del Ponto[19] e della Cappadocia, da lungo tempo imbevutesi della
religione di Zoroastro. I dottori Paoliziani, paghi di un soprannome
tratto dalle Scritture, e del titolo modesto di compagni di
pellegrinaggio, distinti per austerità di costumi, per zelo o sapere, ed
anche per la fama che godevano di avere ricevuti i doni dello Spirito
Santo, ma incapaci di desiderare e di ottenere le ricchezze e gli onori
dei prelati ortodossi, ne censuravano amaramente le anticristiane
vanità, riprovando persino la denominazione di anziani, o di sacerdoti,
come istituzione della Sinagoga. La nuova Setta si dilatò grandemente
nelle province dell'Asia Minore, situate al levante dell'Eufrate. Sei
principali Congregazioni della medesima rappresentavano le chiese alle
quali S. Paolo indiritte avea le sue epistole. Silvano pose la sua
dimora nei dintorni di Colonia[20], in quella parte del Ponto che
rendettero parimente famosa gli altari di Bellona[21] e i miracoli di S.
Gregorio[22][23]. Qui venne fuggendo il governo tollerante degli Arabi e
qui, dopo ventisette anni di predicazione, perì vittima della
persecuzione de' Romani. Que' devoti imperatori, che di rado aveano
proscritte le vite d'altri eretici meno odiosi di questi, condannarono
senza misericordia la dottrina, gli scritti e le persone dei Montanisti
e de' Manichei. Consegnati alle fiamme i lor libri, chiunque osò
conservarne o professare le opinioni che vi si racchiudevano, a
ignominiosa morte fu condannato[24]. Simeone, inviato dall'Imperator
greco a Colonia, vi si mostrò armato del poter delle leggi e della forza
militare, per atterrare il Pastore, e ricondurre, se possibile era, lo
smarrito gregge in seno della Chiesa. Con atto di raffinata crudeltà,
dopo aver fatto collocare l'infelice Silvano a capo de' suoi schierati
discepoli, comandò a questi di meritarsi il perdono, e di dar prove di
pentimento, col trucidare il loro padre spirituale. Non sapendo eglino
risolversi a tanta empietà cadeano i sassi dalle lor mani, nè in tutta
quella banda vi fu che un solo carnefice, o secondo il dire de'
fanatici, un nuovo David che rovesciò il gigante dell'eresia. Questo
apostata nomavasi Giusto, il quale ingannò una seconda volta, e tradì i
suoi malaccorti fratelli. L'inviato dell'Imperatore diè a divedere nella
propria persona una nuova conformità cogli atti di S. Paolo: simile
all'Appostolo abbracciò la dottrina della quale chiarito erasi
persecutore, e, rassegnate dignità e ricchezze, acquistò nella setta de'
Paoliziani la gloria di un missionario e di un martire. Generalmente
però, i ridetti Settarj non correvano in traccia della corona del
martirio[25]: ma durante un secolo e mezzo di patimenti, soffersero con
rassegnazione tutto quanto lo zelo de' lor persecutori seppe immaginare
contr'essi; nè gli sforzi della costanza pervennero ad estirpare i
germi, difficilissimi entrambi ad essere spenti, i germi del fanatismo,
e quelli della ragione. E predicanti, e congregazioni, uscirono per più
riprese dal sangue, e dalle ceneri delle prime vittime. Pure in mezzo
alle ostilità esterne cui soggiacevano i Paoliziani, trovarono il tempo
per abbandonarsi a querele domestiche. Predicarono, disputarono,
soffersero; e sin gli storici del Cattolicismo son costretti a far
testimonianza sulle virtù, certamente apparenti, che in un intervallo di
trentatre anni Sergio diè a divedere[26]. Un pretesto di religione
spronò la crudeltà ingenita di Giustiniano, trattosi nella vana speranza
di estinguere con una sola persecuzione il nome e la memoria dei
Paoliziani. La semplicità della Fede che professavano i principi
Iconoclasti, e la loro avversione alle superstizioni popolari, avrebbero
potuto per vero dire renderli più indulgenti sugli errori di alcune
dottrine: ma divenuti più indulgenti alle calunnie de' Monaci[27] si
fecero i tiranni de' Manichei, per tema di venire accusati lor complici.
È questa la taccia da cui fu invilita la clemenza di Niceforo nel
mitigare a favor de' suddetti eretici il rigore delle leggi penali; nè
l'indole conosciuta di questo principe, permette attribuirgli un motivo
più generoso. Ardentissimi nel perseguire i Paoliziani mostraronsi e il
debole Michele I, e il severo Leone l'Armeno; ma si meritò palma di
divozion sanguinaria l'imperatrice Teodora, quella medesima che restituì
alle Chiese d'Oriente le Immagini. I suoi messi trascorreano furibondi
le città e le montagne dell'Asia Minore, e al dir persin di coloro che
adularono questa femmina, durante un brevissimo regno, centomila
Paoliziani perirono, quali sotto la mannaia del carnefice, quali
strozzati, quali arsi vivi. Forse i delitti e i pregi di questa Sovrana,
vennero esagerati del pari; e se il calcolo fosse esatto, vi sarebbe
luogo a presumere che molti, unicamente Iconoclasti, segnalati con più
odioso nome, fossero stati avvolti nel crudele bando, o che altri de'
medesimi, scacciati dalla Chiesa, avessero contro lor voglia cercato un
asilo nel seno dell'eresia.

[A. D. 845-880]

I Settarj di una Religione perseguitata da lungo tempo, se giungono a
ribellarsi, sono i più tremendi, e i più pericolosi di tutti i ribelli.
Animati da una causa che riguardano come sacra, non danno luogo nè a
timor nè a rimorso; il sentimento di una creduta giustizia, indurisce i
lor cuori sin contro i moti dell'umanità; pronti a vendicare sui figli
de' loro tiranni le ingiurie che i loro padri soffersero. Tali abbiam
veduti gli Hussiti della Boemia, e i Calvinisti della Francia, e tali
furono nel nono secolo i Paoliziani dell'Armenia, e delle vicine
province[28]. L'uccisione di un Governatore e d'un vescovo, iti fra
quelle genti con ordine di convertire o sterminare i ribelli, fu il
primo segno della sommossa, e i più interni gioghi del monte Argeo alla
libertà e all'odio de' ribellanti offersero asilo. Incendio più vasto e
fatale accesero la persecuzione di Teodora, e la diffalta di Carbeas,
valoroso Paoliziano che comandava le guardie del general d'Oriente. Il
padre di questo Carbeas era stato impalato per ordine degl'inquisitori
cattolici: onde la religione, o almen la natura, sembravano autorizzarlo
a fuggir lunge da' suoi persecutori, e a voler farne vendetta. Per non
dissimili motivi, cinquemila confratelli di Carbeas brandirono l'armi
abbiurando ogni spezie di sommissione verso Roma, che chiamavano
l'anticristiana; un emiro saracino condusse lo stesso Carbeas dinanzi al
Califfo, e il Commendator de' credenti stese lo scettro proteggitore
all'implacabile nemico de' Greci; il quale o costrusse, o affortificò
nelle montagne situate fra Sivas e Trebisonda, la città di Tefrica[29],
abitata anche oggi giorno da un popolo feroce e sfrenato; e le colline
di que' dintorni, coperte vidersi di fuggiaschi Paoliziani, che in
allora si credettero lecito il conciliare l'uso delle armi coi precetti
dell'Evangelo. Disastrata l'Asia per ben trent'anni dai flagelli delle
guerre esterna ed interna, i discepoli di S. Paolo, si unirono nelle
loro correrie a quelli di Maometto; onde tanti pacifici Cristiani, tanti
vecchi padri che insieme alle giovinette loro figlie a crudele cattività
tratti si videro, dovettero darne fatale merito alla intolleranza de'
lor sovrani. Cresciuti a dismisura e i mali, e la vergogna de' Cristiani
greci, il figlio di Teodora, il dissoluto Michele si trovò alla
necessità di marciare in persona contra i Paoliziani, e sconfitto sotto
le mura di Samosato, accadde il vedere l'Imperator de' Romani fuggitivo
dinanzi a quegli eretici che la madre di esso al fuoco avea condannati.
Comunque i Saracini combattessero coi Paoliziani, l'onore della vittoria
fu aggiudicato a Carbeas, nelle cui mani caddero parecchi generali
nemici, e più di cento tribuni; parte de' quali fece liberi per
avarizia, e un'altra parte, secondando il suo fanatismo, a crudeli
tormenti dannò. A Crisocario, successore di Carbeas, il valore e
l'ambizione un più vasto campo di rapine e di vendette dischiusero[30].
Non mai disgiunto dai suoi fedeli confederati i Musulmani, penetrò nel
centro dell'Asia, e rotte in più occasioni le truppe poste alle
frontiere, e le guardie di palagio, rispose ai bandi di persecuzione
promulgati contro di lui, saccheggiando Nicea e Nicomedia, Ancira ed
Efeso; nè l'invocato Appostolo S. Giovanni impedì che la città e il
sepolcro del Signore[31] non fossero profanati. Convertita ad uso di
scuderia la Cattedrale di Efeso, i Paoliziani fecero a prova coi
Saracini nel mostrare avversione e dileggio alle Immagini, e alle
reliquie. Non duole il vedere la ribellione trionfante sul
dispotismo[32] che disdegnò le querele di un popolo oppresso. Basilio il
Macedone fu costretto ad implorare la pace, ad offrire riscatto pei
prigionieri, ad usare i termini della moderazione, e della carità, nel
pregar Crisocario a risparmiare i Cristiani suoi confratelli, e
contentarsi di un sontuoso donativo in oro, argento, e drappi di seta.
«Se l'Imperatore brama la pace, rispose questo audace fanatico, rinunzii
all'Oriente, e sia pago di regnare in pace sull'Occidente: se a ciò non
si presta, verrà balzato dal trono per la mano de' servi di Dio». Contro
sua voglia, Basilio sospese ogni negoziazione, e accettata la disfida,
condusse l'esercito nelle terre de' Paoliziani mettendole a fuoco e
sangue. E per vero dire, finchè si stette nelle pianure, questi eretici
soggiacquero ai medesimi mali che aveano fatto soffrire ai sudditi
dell'Impero; ma quando l'Imperatore non potè più dubitare della forza di
Tefrica, della moltitudine di que' Barbari, d'armi e d'ogni genere di
munizioni fornitissimi, rinunziò con dolore ad una parte d'Impero, che
non poteva più sostenere. Di ritorno a Costantinopoli, col fondar chiese
e conventi, cercò assicurarsi la protezione di S. Michele arcangelo, e
del Profeta Elia; nè passava giorno che ei non pregasse il cielo di
vivere assai lungamente per _trafiggere con tre freccie_ il capo d'un
empio nemico. Fu esaudito anche al di là della espettazione: perchè dopo
una correria, incominciata per vero con felici auspizj, Crisocario venne
sorpreso ed ucciso nella sua tenda, e il capo di lui fu portato in
trionfo a' piedi del trono. Ricevuto appena un sì gradito donativo,
Basilio chiese il suo arco, e contro quella testa vibrò tre frecce, in
mezzo agli applausi de' cortigiani, che la costui vittoria esaltavano.
Con Crisocario si dileguò e perì la gloria dei Paoliziani. Onde nella
seconda spedizione che Basilio mosse contra cotesti eretici,
abbandonarono l'insuperabile loro Fortezza di Tefrica[33]; alcuni di
essi implorando il perdono del vincitore, altri rifuggendosi agli
estremi confini dell'Oriente. La ridetta città non fu d'allora in poi
che un mucchio di rovine; ma lo spirito d'independenza si resse per più
d'un secolo fra quelle montagne. I Settarj difesero la loro religione e
la lor libertà, spesse volte invasero le romane frontiere, e si
mantennero in lega co' nemici dell'Impero, e dell'Evangelo.

Costantino, che i partigiani delle Immagini soprannomarono Copronimo,
condusse, verso la metà dell'ottavo secolo, le sue soldatesche in
Armenia; e nella città di Melitene e di Teodosiopoli trovò molta mano di
Paoliziani, seguaci di una dottrina poco diversa da quella ch'ei
professava. Laonde rimane indeciso, se per punirli, o per conceder loro
un distintivo d'imperiale favore, li trasportasse dalle rive
dell'Eufrate a Costantinopoli e nella Tracia, migrazione che introdusse
e diffuse la dottrina de' Paoliziani in Europa[34]. Se quelli fra essi
che si stanziarono nella Metropoli non tardarono a confondersi e
mansuefarsi col rimanente degli abitanti, gli altri si radicarono co'
loro dogmi sui territorj della nuova lor migrazione. I Paoliziani della
Tracia, fattisi forti contra le tempeste della persecuzione, apersero
segreta corrispondenza coi lor fratelli di Armenia, e largheggiarono di
soccorsi agli appostoli della Setta, i quali si condussero, e non
indarno, a tentar la fede de' Bulgari, ancora mal salda[35]. Li crebbe
di forza e di numero una poderosa colonia che Giovanni Zimiscè[36], nel
decimo secolo, dai colli Calibj alle valli del monte Emo fe'
trasmigrare; poichè il clero d'Oriente che vedeva vani i suoi voti per
una compiuta distruzione de' Manichei, supplicava almeno che costoro
venissero allontanati. Il valoroso Zimiscè tenendo in pregio questa
popolazione, le cui armi avea già sperimentate, comprese che non potea,
senza proprio danno, lasciarla confinante coi Saracini alla medesima
collegati, la che col farla cambiare in tale guisa di patria, o gli
sarebbe stata utile contro i Barbari della Scizia, o questi Barbari
finalmente l'avrebbero annichilata. Ei procurò nullameno di temperare
l'asprezza d'un esiglio in terra lontana, concedendole tolleranza di
religiose opinioni. Le ridette genti tenendo Filippopoli, la chiave
della Tracia, ridussero in lor soggezione i Cattolici di quel paese, e
coi migrati Giacobiti serbaronsi in lega. Occupata inoltre una linea di
villaggi e castella nella Macedonia e nell'Epiro, trassero nella lor
comunione, e sotto le lor bandiere arrolarono una mano di Bulgari
ragguardevole. Fin tanto che le tenne in dovere la forza, e vennero non
pertanto trattate con moderazione, le loro soldatesche negli eserciti
dell'Impero si segnalarono: onde i pussillanimi Greci parlarono con
maraviglia, e quasi in tuon di rimprovero del coraggio di questi _cani_,
sempre ardentissimi per la guerra, e avidi d'umano sangue. Tal coraggio
medesimo li rendea talvolta ostinati e arroganti, facili a lasciarsi
condurre dal capriccio, o dal risentimento, intanto che i loro privilegi
venivano di frequente infranti dalle pietose slealtà del clero e
dell'imperiale Governo. Fervendo la guerra coi Normanni, duemila e
cinquecento di questi Manichei, abbandonate le bandiere di Alessio
Comneno[37], cercarono di bel nuovo l'antica patria. Altamente
sdegnatone l'Imperatore, dissimulò finchè gli venisse il destro della
vendetta, poi chiamati ad amichevole parlamento i Capi di questa
popolazione, nè sceverando i colpevoli dagli innocenti, la punì tutta
quanta con prigionie, confiscazione di beni e battesimo. Questo
principe, chiamato dalla devota sua figlia il tredicesimo Appostolo,
concepì durante un intervallo di pace il pio divisamento di riconciliare
i Manichei colla Chiesa e collo Stato, e posti i campi del verno a
Filippopoli, trascorse giornate, e notti intere in teologiche
controversie. Per dar forza alle sue ragioni, e vincere l'ostinatezza
de' Settarj, compartì onori e ricompense ai più chiari fra suoi
proseliti, e quanto ai convertiti di minore importanza assegnò ad essi
una nuova città che circondò di giardini, e alla quale impose il proprio
nome ornandola di privilegi; e con questa leggiadria li privò della
rilevante Fortezza di Filippopoli. I recalcitranti poi vennero confinati
nelle carceri, o banditi, e se non perderono la vita, il dovettero alla
scaltrezza anzichè alla clemenza d'un Imperatore che avea fatto arder
vivo, rimpetto al tempio di S. Sofia, un misero eretico, le cui parti
nessuno assumeva[38]. Ma non andò guari che l'orgogliosa speranza di
sradicare le opinioni pregiudicate di un popolo, fu mandata a vuoto
dall'invincibile fanatismo de' Paoliziani, stanchi ben presto di
fingere, e all'obbedire restii. Poco dopo la partenza e la morte di
Alessio, abbracciarono nuovamente le antiche leggi civili, e religiose.
Nell'incominciare del secolo decimoterzo, il loro papa e primate
occupava le frontiere della Bulgaria, della Croazia e della Dalmazia,
governando per via di vicarj le Congregazioni che la Setta avea
istituite nella Francia, e nella Italia[39]. D'indi in poi non sarebbe
difficile, a chi vi ponesse attento studio, il seguire fino ai dì nostri
la catena non interrotta delle loro tradizioni. Verso il finire
dell'ultimo secolo, questa Setta o Colonia abitava tuttavia le valli
dell'Emo, vivendo quivi nella ignoranza e nella povertà, e più spesso
per parte del Clero greco che dal governo turco soffrendo tribolazioni.
I Paoliziani de' giorni nostri hanno perduta ogni ricordanza dell'antica
origine e mentre hanno introdotta nel loro culto l'adorazione della
Croce, trovasi questo contaminato da diversi sagrifizj di sangue, l'uso
de' quali fu portato ai medesimi da alcuni prigionieri venuti dai
deserti della Tartaria[40].

In Occidente le voci de' primi predicatori manichei, oltre all'essere
mal ascoltate dai popoli, vennero soffocate dai principi. Il favore e i
buoni successi che i Paoliziani ottennero nell'undicesimo, e nel
duodicesimo secolo, vogliono soltanto essere attribuiti ai motivi di
scontento segreto, ma non men vigoroso, onde anche diversi fra i
migliori Cristiani sentironsi accesi contro la Chiesa di Roma. Tirannica
erane[41] l'avarizia, odioso il dispotismo; men forse invilita dei Greci
da un superstizioso culto attribuito ai Santi e alle Immagini, più
rapide e scandalose che non fra questi scorgeansi le innovazioni da essa
introdotte. Posta in dogma la transustanziazione[42], la credenza ne
divenne una rigorosissima legge; più corrotti essendo i costumi de'
Preti latini, avrebbe potuto dirsi che i Vescovi dell'Oriente erano i
primi successori degli Appostoli a petto di questi poderosi prelati, usi
a maneggiare e pastorale e scettro e spada ad un tempo. Tre diverse vie
possono avere introdotti i Paoliziani in Europa. Avvi motivo di credere
che dopo la conversione dell'Ungheria, que' pellegrini i quali da questo
paese a Gerusalemme si conducevano, potessero seguire senza rischio il
corso del Danubio: il che essendo, e nella andata, e nel ritorno,
toccata avrebbero Filippopoli; e diveniva facile a molti Settarj,
ascondendo nome e credenza, il mescolarsi alle carovane francesi e
alemanne, e ne' paesi di questo seco loro introdursi. — Venezia
estendeva il commercio e la sua dominazione su tutta la costa
dell'Adriatico, ed è noto come questa Repubblica ospitaliera ricettasse
gli stranieri di qualsisia clima, di qualsisia religione. — I Paoliziani
che militavano sotto le bandiere di Bisanzio, ebbero sovente occasione
di accampare nelle Province che i Greci Imperatori possedevano nella
Sicilia, e poichè, così in tempo di pace come di guerra, conversavano
liberamente cogli estranei, e coi nativi del paese, le loro opinioni
ebbero campo di tacitamente diffondersi e a mano a mano di pervenire
sino a Roma, e a Milano e ne' regni posti di là dall'Alpi[43]. — Non si
tardò molto a scoprire che migliaia di Cattolici d'entrambi i sessi, e
di ogni ordine, il Manicheismo aveano abbracciato, e dodici canonici di
Orleans condannati alle fiamme, contrassegnarono il primo atto di
persecuzione. I Bulgari[44] il cui nome, così innocente in origine, è
divenuto tanto odioso nelle applicazioni che se ne sono fatte, si
dilatarono per tutta l'Europa. Congiunti per comune odio contro
l'idolatria e la Corte di Roma, obbedivano ad una specie di Governo
episcopale, o presbiteriano; la diversità delle varie Sette consisteva
in alcuni punti, più o meno discordanti, della loro scolastica Teologia;
ma tutte generalmente convenivano nello ammettere i due Principj, nel
disprezzare l'Antico Testamento, nel negare la presenza reale del corpo
di Gesù Cristo, sia sulla Croce, sia nel mistero Eucaristico. Gli stessi
nemici de' Bulgari confessavano semplice il costoro culto, nè potersi
rimproverare ad essi alcuna cosa quanto a purezza di costumi: si
proponeano un modello di perfezione tanto sublime, che le loro
Congregazioni, il cui numero aumentava ogni giorno, in due classi si
dividevano, in quelle che a tal perfezione si conformavano, e in quelle
che solamente aspiravano alla medesima. Il Paolizianismo avea poste
principalmente profonde radici nel territorio degli Albigesi[45],
situato nelle province meridionali della Francia; laonde nel secolo
XIII, si rinovarono sulle rive del Rodano quelle vicende di
persecuzioni, e vendette che dianzi le terre dell'Eufrate avevano
offerte. Fattesi rivivere da Federico II le leggi degl'Imperatori di
Oriente, i Baroni, e le città della Linguadoca raffigurarono i ribelli
di Tefrica; ma la gloria sanguinolenta di Papa Innocenzo III, superò
quella della medesima Teodora; e se vi fu perfetta eguaglianza di
crudeltà fra i soldati di questa Imperatrice, e gli eroi delle Crociate,
la barbarie de' sacerdoti greci venne superata di gran lunga dai
fondatori della Inquisizione[46], Ordine ben più atto a confermare che a
confutar la opinione dell'esistenza di un cattivo Principio.
Perseguitate dal ferro e dal fuoco le assemblee pubbliche de'
Paoliziani, e degli Albigesi, cessarono affatto, e i miseri resti di
queste fazioni si videro costretti a fuggire, a nascondersi, o a
procacciarsi una sicurezza col fingere di abbracciare la Fede cattolica.
Ma l'invincibile spirito di setta non quindi sparve dall'Occidente: ed
una segreta lega di discepoli di S. Paolo, che, protestando contro la
tirannide di Roma, prendeano la Bibbia per regola di loro credenza, e
dalle visioni della gnostica Teologia aveano liberato il loro simbolo,
si perpetuò nello Stato, nella Chiesa, e persino ne' chiostri. Gli
sforzi di Wiclef nell'Inghilterra, e di Hus nella Boemia, immaturi
furono e scevri di frutto; ma i nomi di Zuinglio, di Lutero e di Calvino
vengono pronunziati colla gratitudine dovuta ai liberatori delle
nazioni[47].

Il filosofo che ha dovere di calcolare il grado di merito di cotesti
uomini, e della riforma che le lor fatiche operarono, chiederà
saggiamente quai sieno gli articoli di Fede[48] superiori o contrarj
alla ragione dal cui giogo sciolsero i Cristiani, perchè una tale
libertà è senza dubbio un inestimabile vantaggio, ogni qualvolta colla
pietà e colla verità sia conciliabile. Chi si accinge a ventilare,
scevro d'imparzialità, un tale soggetto, dee piuttosto sorprendersi
della timidezza dei riformatori, che scandalezzarsi del lor
ardimento[49]. Non men degli Ebrei ammettevano tutti i lor libri, e
tutte le lor maraviglie, incominciando dal giardino di Eden, fino alle
visioni del profeta Daniele; si credettero obbligati insieme a'
Cattolici, a giustificare contro gli Ebrei l'abolizione d'una legge
emanata da Dio[50]. Era, oltre ogni dire, rigorosa l'ortodossia dei
riformatori, sui grandi misteri della Trinità, e della Incarnazione;
niun dubbio metteano sulla dottrina de' quattro o sei primi Concilj, e
fedeli al simbolo di S. Atanasio, bandivano dannazione eterna a tutti
coloro che al simbolo della Chiesa cattolica non si uniformavano. Il
dogma della transustanziazione, o trasformazione invisibile del pane e
del vino, in corpo e sangue di Gesù Cristo[51], mal può sostenersi
contro l'armi e dello scherzo e del raziocinio. Ma in vece di consultare
la semplice testimonianza de' loro sensi, della vista, del tatto e del
palato, i primi protestanti si avvolsero ne' proprj loro scrupoli, e
abbagliò le loro menti il prestigio delle parole che profferì Gesù
Cristo nell'atto di istituire il Sacramento Eucaristico. Lutero sostenea
la presenza corporale di Gesù Cristo nel pane consacrato; Calvino la
reale, e solo lentamente prese radice nelle Chiese riformate l'opinione
di Zuinglio, che null'altro vide nella Eucaristia, fuor d'una comunione
spirituale, d'una semplice ricordanza[52]. Ma la perdita di un mistero
fu largamente compensata da sorprendenti dottrine[53] sul Peccato
Originale, sulla Redenzione, sulla Fede, sulla Grazia, e sulla
Predestinazione che tolte vennero dalle Epistole di S. Paolo. Certamente
i Padri e gli scolastici, aveano preparate queste sottili quistioni[54];
ma il merito di averle condotte a definitiva perfezione e ad uso del
popolo, è tutto de' Capi della Riforma, che inoltre le divulgarono come
articoli di Fede indispensabile alla umana salvezza. E fin qui
veramente, e sotto l'aspetto di asserir cose difficili a credersi, lo
svantaggio rimane affatto dal lato de' Protestanti, perchè molti
Cristiani meglio si adatterebbero a sottomettere la loro ragione
all'idea d'un'ostia trasformata in Dio, che a conoscere per loro Dio un
tiranno capriccioso e crudele.

Ciò nullameno e Lutero, e i suoi rivali rendettero servigi durevoli e
rilevanti alla umanità, e la Filosofia non può negare a questi intrepidi
entusiasti,[55][56] un tributo di gratitudine.

I. Eglino tolsero al gigantesco edifizio della superstizione[57] molta
parte di assurdità, incominciando dall'abuso delle Indulgenze, e venendo
sino alla intercessione di Maria Vergine. Tante miriadi di frati e di
monaci, alla libertà ed ai lavori della vita sociale restituirono; per
opera dei riformatori, una immensa schiera di Santi, e d'Angeli, spezie
di Divinità imperfette, e subalterne, spogliate vennero del lor potere
temporale e ridotte a contentarsi dalla sola celeste beatitudine;
sbandite le immagini e le reliquie di questi dai tempj, la credulità del
popolo, più non si vide di miracoli e giornaliere apparizioni nudrita.
Ad un culto che a quello dei Pagani si avvicinava[58], sostituirono un
culto spirituale di preghiere, e rendimenti di grazie, più degno
dell'uomo, e meno sproporzionato alla Divinità. Rimane però sempre a
sapersi, se questa sublime semplicità alla popolare divozione si adatti;
e se l'uom del volgo, al quale ogni oggetto visibile di venerazione sia
tolto, sentirà più il religioso entusiasmo, o anzi non cadrà a poco a
poco nel languore, e nella indifferenza.

II. La Riforma ha rotta quella catena di autorità[59], che impediscono
al timorato divoto il pensare da sè medesimo, e allo schiavo il dir quel
che pensa: all'atto della Riforma, i Papi, i Padri della Chiesa, e i
Concilj non vennero più riguardati come giudici supremi e infallibili
della Terra; ed imparò ogni Cristiano a non avere altra legge che la
Scrittura, altro interprete che la propria coscienza[60]. Non dee
nondimeno tacersi, essere stata questa libertà piuttosto conseguenza che
scopo della Riforma. I nostri patriottici riformatori, intendevano a
succedere ai tiranni che aveano atterrati, e, non meno imperiosamente di
essi, pretendendo che ciascuno al lor Simbolo si sommettesse, sosteneano
nei Magistrati il diritto di punir di morte gli eretici. Calvino
trascinato da fanatismo, o da astio, punì in Servet[61] una ribellione
della quale era egli stesso colpevole[62]. E Cranmer aveva accese per
gli Anabattisti, in Smithfield, quelle fiamme che poscia lui medesimo
consumarono[63]. Le tigri non avean dunque cambiata natura; ma i
principj della Riforma lor limarono gradatamente le unghie e le zanne.
Il Pontefice romano possedea un regno spirituale, e temporale ad un
tempo; i dottori protestanti non erano che umili sudditi privi di
giurisdizione, e di rendite. L'antichità della Chiesa cattolica facea
sacri i decreti del Papa; i Riformatori sottomettevano al popolo le
proprie ragioni e dispute, appellazione al giudizio di ognuno, che la
curiosità e l'entusiasmo ricevettero con più ardore di quanto gli stessi
riformatori desiderassero. Dopo i giorni di Lutero, e di Calvino,
un'altra riforma si è andata operando tacitamente in seno delle Chiese
protestanti, ed ha distrutto immenso numero di errori; sicchè i
discepoli di Erasmo[64] diffusero estesamente lo spirito di independenza
e di moderazione. La libertà di coscienza[65] venne invocata siccome
patrimonio che a tutti gli uomini pertenea, siccome inalienabile
diritto[66]. I Governi liberi dell'Olanda[67] e della Inghilterra[68]
introdussero in pratica la tolleranza; e la prudenza, e l'umanità del
secolo ampliarono i troppo limitati concedimenti della legge. Lo spirito
dell'uomo ha ricuperata coll'uso la naturale estensione delle sue
facoltà, nè la sua ragione continua ad appagarsi di parole, e di chimere
fatte soltanto per intertenere i fanciulli. La polve copre le opere di
controversia, e v'è gran distanza fra la dottrina della Chiesa
riformata, e la credenza di coloro che ne son membri; sol quindi, o
sorridendo, o sospirando, il moderno clero alle forme dell'Ortodossia, e
ai simboli già abbracciati si adatta. Ciò nullameno gli amici del
Cristianesimo si spaventano[69] di tali illimitati progressi dello
spirito di ricerca e dello scetticismo, e avverate veggonsi le
predizioni de' Cattolici. Gli Arminiani, gli Ariani, i Sociniani, de'
quali non dobbiam calcolare il numero su quello delle loro
Congregazioni, hanno abbiurati apertamente tutti i misteri; e vediamo i
fondamenti della rivelazione smossi da uomini, che usano il linguaggio
della religione senza averne i sentimenti[70], e si fanno lecita una
libertà di idee filosofiche, senza avere quella moderazione che alla
filosofia va congiunta.

NOTE:

[1] _Abbiamo già detto altrove, e lo ripetiamo, che la Teologia ci dice
non essere i misterj del Cristianesimo contrarj alla ragione, ma
soltanto superiori alla ragione. Bisogna poi convenire, che la carità,
fondamento della parte morale del Cristianesimo, è stata dalle
fierissime controversie teologiche non solo violata, ma mutata in odj,
in persecuzioni crudeli, in orribili stragi che si rinovarono fra'
cristiani per una successione di secoli._ (Nota di N. N.)

[2] _La Casa imperiale d'Isauria proscrisse il culto delle Immagini; noi
abbiamo già scritto, spiegandolo, una lunga nota al T. IX._ (Nota di N.
N.)

[3] _Un teologo troverebbe più conveniente il dire, che il Cristianesimo
aveva prevalso al Politeismo, ed al Giudaismo, e che le decisioni de'
sei primi Concilj generali, sostenute dalla forza dei cattolici
imperatori greci, avevano punito severamente, e condannate al silenzio
le opinioni erronee, che, nate fra' cristiani stessi, avevano formato
moltissime Sette cristiane, e ne vennero reciproche, e crudeli
persecuzioni._ (Nota di N. N.)

[4] _Potevasi moderare questa forte espressione, e sebbene le
persecuzioni che si fecero fra loro i Cristiani ortodossi, ed
eterodossi, per le loro contrarie opinioni in Teologia dogmatica sieno
state lunghe, feroci, e sanguinose, posto che oggidì i saggi, illuminati
Governi, provvidamente più non permettono, per le passate terribili
esperienze, che avvengano simili pubblici disastri, potevansi coprire
d'un velo i moltissimi fatti storici, che provano a che grado di furiosa
crudeltà possa giungere l'entusiasmo, ed il fanatismo de' popoli rozzi,
nelle controversie di religione._ (Nota di N. N.)

[5] Il dotto Mosheim coll'imparzialità e buona fede, solite in lui,
esamina gli errori e le virtù de' Paoliziani (_Hist. eccles. seculum_
IX, p. 311, ec.) desumendo i fatti da Fozio (_contra Manichaeos_, l. I),
e da Pietro il Siciliano (_Hist. Manichaeorum_). La prima delle ridette
opere non mi è venuta fra le mani: ho letta la seconda, che d'ordinario
il Mosheim ha preferita, valendomi di una versione latina inserita nella
_Maxima Bibliotheca Patrum_ (t. XVI, p. 754-764), Edizione del Gesuita
Radero (_Ingolstadt_, 1064, in 4).

[6] Nei giorni di Teodoreto, la diocesi di Cirro nella Sorìa contenea
ottocento villaggi; due de' quali abitati dagli Ariani, e dagli Eunomj,
otto dai Marcioniti, che quell'operoso vescovo unì alla Chiesa cattolica
(Dupin, _Biblioth. eccles._ t. IV, p. 81, 82).

[7] _Nobis profanis ista (sacra Evangelia) legere non licet, sed
sacerdotibus duntaxat_; fu questo il primo scrupolo di un cattolico cui
veniva consigliato legger la Bibbia (Pietro il Siciliano, p. 761).

[8] L'opinione de' Paoliziani che ricusavano di ammettere la seconda
Epistola di S. Pietro, trova appoggio nell'autorità di alcuni
rispettabilissimi scrittori tanto antichi quanto moderni (_V._ Wetstein,
_ad loc._ Simon, _Hist. crit. du Nouveau Testament,_ c. 17). I
Paoliziani ricusavano ancora l'Apocalisse; (Pietro il Sic., p. 736). Dal
vedere che i contemporanei non ne apposero ad essi un delitto, potrebbe
quasi dedursi che i Greci del nono secolo non facessero gran caso delle
rivelazioni.

[9] Una tale contesa, che alla malignità di Porfirio non isfuggì,
suppone errore o passione nell'uno e nell'altro de' due appostoli, o
forse anche in entrambi. S. Grisostomo, S. Gerolamo ed Erasmo, la
suppongono una lite finta, un pietoso artifizio ideato per istruire i
Gentili, e per correggere gli Ebrei (_Middleton's Works_, vol. II, p.
1-20).

[10] Chiunque bramasse tutte le particolarità che riguardano i libri
eterodossi può consultare le ricerche del Beausobre (_Hist. critique du
Manichéisme_, t. I, p. 305-437). S. Agostino parlando de' libri
manichei, che si trovano nell'Affrica dice: _Tam multi, tam grandes, tam
pretiosi codices_ (contra Faust., XIII, 14); ma aggiunge poi senza
misericordia: _incendite omnes illas membranas_, e tal consiglio fu
rigorosamente seguito.

[11] _La religion cristiana è composta di tre parti: la morale, la
dogmatica, la disciplinare: la parte morale è contenuta intera
chiaramente, senza bisogno di spiegazioni, e di interpretazioni, in
queste parole, scritte nell'Evangelo, nelle quali disse Gesù Cristo
consistere tutta la legge_, Ama il signore Dio tuo sopra tutte le cose,
ed il Prossimo tuo come te stesso; in questi due precetti tutta la legge
ed i Profeti stanno. _Queste poche parole sono da annoverarsi fra quelle
delle quali scrisse, con buon senso, Agostino:_ Vi sono alcune cose
nelle Scritture, le quali richiedono più il semplice uditore che il
comentatore. _La parte morale intrinsecamente non ha cangiato mai._

_La parte dogmatica è pure negli Evangelj, ma pel modo ond'è esposta, ha
avuto bisogno di spiegazioni, di interpretazioni, ed in conseguenza di
queste (le quali furono fatte da scrittori ecclesiastici, ed anche da
Concilj generali, cominciando quanto a questi ultimi dall'anno 325, in
cui si adunò quello generale di Nicea, e venendo all'anno 381 in cui fu
convocato l'altro generale di Costantinopoli, e indi all'anno 400 in cui
si convocò quello primo di Toledo soltanto nazionale, o provinciale, e
poscia all'anno 1274 in cui si tenne quello generale di Lione) fu
scritto, e compiuto il_ Credo in unum Deum ec., _che dicesi nella Messa,
e ch'è la formula della credenza de' cattolici. Non si può sostenere,
che sieno state fatte veramente innovazioni nella parte dogmatica; era
questa già contenuta negli Evangelj, non vi fu bisogno, che
d'interpretarla, dilucidarla, e scriverla in una formula da presentarsi
a' Cristiani, perchè da essi dovesse esser creduta. Ecco ciò che fecero
molti Concilj in differenti secoli, secondo, che porgevasi l'occasione
di decidere controversie, che spesso sorgevano, e che le une dalle altre
nascevano intorno ai dogmi. Per esempio (pigliando la prima, e principal
controversia) sta scritto nell'Evangelo che Gesù Cristo disse:_ mio
Padre è in me, ed io sono in lui: _ed in un altro luogo pure
dell'Evangelo è scritto, che Gesù Cristo disse:_ il Padre, che mi mandò
è maggiore di me; _ed altrove pure nell'Evangelo;_ siccome il Padre
mandò me, così io mando voi; _disse Cristo agli Appostoli. Da questi due
ultimi passi dell'Evangelo giudicavano i Cristiani, detti Ariani dal
loro Capo il prete Ario, che Gesù Cristo non fosse della stessa sostanza
del Padre, ossia dell'esser supremo, e perciò non fosse Dio; ed il
Concilio di Nicea di 318 vescovi, l'anno 325, condannandoli giudicò, che
per il primo passo, Gesù Cristo era, per le parole di lui medesimo,
della stessa sostanza del Padre, vale a dire, ch'era Dio, e perciò si
scrisse nel Concilio il_ Credo in unum Deum ec., _in cui i Vescovi,
contro il minor numero de' Vescovi Ariani, decretarono, che si
scrivesse, come fu scritto, che Gesù Cristo era_ consustanziale _del
Padre, cioè della stessa sostanza del Padre, cioè ch'era Dio, siccome
leggesi nel_ Credo _di Nicea. Tuttavia la guerra per la parola_
consustanziale, _e per l'idea che racchiude, durò moltissimi anni nelle
province cristiane d'Asia, e d'Europa; l'_Arianismo _mutò d'aspetto
colla denominazione_ Nestorianismo _da Nestorio Patriarca di
Costantinopoli; vi venne dopo l'_Eutichianismo, _poi seguitò il_
Monotelismo, _e questa Storia empiè alcuni volumi._

_La parte disciplinare poi ha avuto tali, e tante variazioni sì
inferiormente che esteriormente, che sarebbe troppo lungo il riferirle;
converrebbe scrivere un grosso volume in-folio._ (Nota di N. N.)

[12] _Bisogna osservare, che qui l'autore, riferisce le cose dette dai
Paoliziani, che erano nell'errore, ed il Cattolico non dee punto
turbarsi nella sua credenza._ (Nota di N. N.)

[13] _Si faccia qui la medesima riflessione, da ripetersi ogni volta,
che l'autore riferisce gli errori de' Paoliziani._ (Nota di N. N.).

[14] _Il legame fra l'Antico, ed il Nuovo Testamento fu stabilito dai
Concilj, dai Padri, e dai Teologi. Agostino ci dice;_ novum in vetere
est figuratum, et vetus in novo est revelatum, _nel Testamento Nuovo
spesso si cita l'Antico: la Teologia è tutta fondata sull'autorità dei
libri del Testamento Vecchio e Nuovo, dei decreti dei Concilj, dei Papi,
e delle spiegazioni dei Padri, e dei Teologi che ottennero credito._
(Nota di N. N.)

[15] Pietro il Siciliano (p. 756) ha additati, ma con molta parzialità e
passione i sei errori capitali dei Paoliziani.

[16] _Primum illorum axioma est, duo rerum esse principia; Deum malum et
Deum bonum, aliumque hujus mundi conditorem et principem, et alium
futuri aevi._ (Pietro il Siciliano, p. 756.)

[17] Due dotti critici il Beausobre (_Hist. critique du Manichéisme_, l.
I, IV, V, VI), e il Mosheim (_Institut. histor. eccles._ et _De rebus
christianis ante Constantinum_, sec. I, II, III), sonosi studiati di
riconoscere e distinguere gli uni dagli altri i diversi sistemi de'
Gnostici intorno ai due Principj.

[18] _Appostolo vuol dire inviato in generale; ciò è vero; ma questo
vocabolo, per quanto sembra, è da usarsi soltanto parlando di quelli,
che furono inviati da Gesù Cristo a spargere la sua religione: euntes,
docete etc., e non di Silvano che andava diffondendo le sue opinioni
contrarie a quelle determinate dai Concilj generali._ (Nota di N. N.)

[19] I Medi e i Persiani possedettero più di tre secoli e mezzo le
province poste fra l'Eufrate a l'Halis (Erodoto l. I, c. 103), e i Re di
Ponto perteneano alla reale casa degli Achemenidi (Sallustio,
_Frammento_ l. III, con supplimento e note dal presidente di Brosse).

[20] Gli è verisimile che Pompeo fondasse questa città dopo la conquista
del Ponto. Trovasi la medesima in riva al Lico, al di sopra di
Neo-Cesarea: i Turchi la chiamano Culei-Hisar, ovvero Scionac; assai
popolata, e posta in un paese ben difeso dalla natura (D'Anville,
_Géographie ancienne_, t. II, p. 34; Tournefort, _Voyage du Levant_, t.
III, lettera 21, p. 293).

[21] Il tempio di Bellona a Comana, nel Ponto, ricca e possente
fondazione, ove il gran Sacerdote veniva onorato, come seconda persona
del regno. Di tale carica erano stati insigniti diversi proavi materni
di Strabone, che con particolare compiacenza si arresta a descrivere (l.
XII, p. 809-835, 836, 837) il tempio, il culto della Dea, e la festa che
ad onore di essa ogni anno si celebrava; ma la Bellona del Ponto più
alla Dea dell'amore che a quella della guerra si assomigliava.

[22] Gregorio, vescovo di Neo-Cesarea (A. D. 240-265), soprannomato
Taumaturgo, ossia facitore di maraviglie. Un secolo dopo, Gregorio di
Nissa, fratello del gran S. Basilio, pubblicò la storia o veramente il
romanzo della vita di Gregorio il Taumaturgo[*].

* _Non è da dirsi che la vita di S. Gregorio Taumaturgo sia un romanzo,
perchè fu scritta, e pubblicata un secolo dopo da un altro Santo,
Gregorio di Nissa._ (Nota di N. N.)

[23] _Non bisognava unire insieme il tempio di Bellona, ed i miracoli di
Gregorio._ (Nota di N. N.)

[24] _Hoc caeterum ad sua egregia facinora, divini atque orthodoxi
imperatores addiderunt, ut Manichaeos Montanosque capitali puniri
sententia juberent, eorumque libros quocumque in loco inventi essent
flammis tradi; quod si quis uspiam eosdem occultasse deprehenderetur,
hunc eundem mortis paenae addici, ejusque bona in fiscum inferri._
(Pietro il Siciliano p. 759). Che di più poteano augurarsi il bigottismo
e lo spirito di persecuzione?

[25] Sembrerebbe che i Paoliziani si fossero fatti leciti alcuni
equivoci o alcune restrizioni mentali, sintanto che i Cattolici
trovassero finalmente con quali interrogazioni poteano ridurli
all'alternativa della apostasia, o del martirio (Pietro il Sicil. p.
760).

[26] Pietro il Siciliano (p. 579-767) racconta questa persecuzione con
gioia e in tuono di scherzo. _Justus_ justa _persolvit._ — Simeone non
era τιτος, _Tito_, ma κητος, _Ceto_, (convien dire che la pronunzia di
questi due vocaboli fosse all'in circa la stessa), una grande balena che
sommergeva i marinai caduti nell'errore di crederla un'isola (_V._
Cedreno p. 434-435).

[27] _Se gl'Imperatori Greci iconoclasti fossero stati indulgenti verso
i Paoliziani, siccome questi avevano alcuni errori comuni co' Manichei,
i Monaci già padroni degli animi de' sudditi, gli avrebbero al solito
accusati di manicheismo; cotale accusa avrebbe prodotto il tristo
effetto di sollevazioni, e di nuovi mali, che i saggi e forti governi
d'oggidì sanno allontanare da' loro Stati contenendo il Clero nei doveri
di sudditanza._ (Nota di N. N.)

[28] Pietro il Siciliano (p. 763-764), il Continuatore di Teofane (l.
IV, c. 4, p. 103, 104), Cedreno (p. 541, 542, 545) e Zonara (t. II, l.
XVI; p. 156) narrano la ribellione e le imprese di Carbeas e de' suoi
Paoliziani.

[29] Otter (_Voyages en Turquie et en Perse_ t. II) giusta ogni
apparenza fu il solo tra i Franchi, innoltratosi fin nel territorio de'
Barbari independenti, e in Tefrica, oggidì Divrigni: ed ebbe la ventura
di fuggire dalle lor mani accompagnandosi ad un ufiziale turco.

[30] Genesio nel tessere la storia di Crisocario (_Chron._ p. 67-70,
ediz. di Venezia), ne ha dato a divedere qual fosse allora la debolezza
dell'Impero. Costantino Porfirogeneta (_in vit. Basil._, c. 37-43, p.
166-171) parla pomposamente della gloria dell'avo suo. Cedreno (p.
570-573) mostra come fosse privo delle passioni, ma anche delle
cognizioni dei precedenti.

[31] _L'Autore mostra qui la sua non curanza delle risposte che sanno
dare i teologi alle proposizioni simili a questa_ non ha potuto impedire
ec.; _le ricorderemo noi al lettore. I Santi hanno fatto, e possono fare
meravigliose cose, e miracoli; ma siccome essi gli intercedono da Dio, e
siccome vengono fatti, o non fatti, secondo che li meritiamo, o no, così
può avvenire, siccome moltissime volte avvenne, che non sieno fatti
miracoli anche allor quando sembra ragionevole, ed opportuno di vederne
operati: dei nostri meriti poi, o delle nostre colpe, noi non possiamo
esser giudici, e ne viene che quantunque si abbia una buona causa,
siccome era quella contro i Paoliziani, non si ottengano miracoli a
punizione delle colpe nostre, o degli atti nostri._ (Nota di N. N.)

[32] _Ricordiamo al lettore che la ribellione è sempre un atto che
merita punizione, e non trionfo._ (Nota di N. N.)

[33] Συναπεμαθανθη πασα η’ ανθουσα της Τεφθιπης ευανδρια, _venne meno
insieme la florida Fortezza di Tefrica._ Come è elegante la lingua greca
fra le labbra ancor di un Cedreno!

[34] Copronimo trapiantò i suoi συγγενεις, _concittadini_ eretici; e
parimente επλατυνθη η’ αιθεσις Παυλικιανων, _si dilatò l'eresia dei
Paoliziani_, dice Cedreno (p. 465), che ha copiati gli Annali di
Teofane.

[35] Pietro il Siciliano, dimorato nove mesi a Tefrica (A. D. 870) per
negoziare il riscatto de' prigionieri (p. 764), fu istrutto di questa
divisata missione; e ad impedire il trionfo dell'eresia, inviò la sua
_Historia manichaeorum_ al nuovo arcivescovo dei Bulgari (p. 754).

[36] Zonara (t. II, l. XVII, pag. 209) e Anna Comnena (_Alexiad._, l.
XIV, p. 450, ec.) parlano della colonia di Paoliziani e Giacobiti, che
Zimiscè, nell'anno 970, dall'Armenia trapiantò nella Tracia.

[37] Anna Comnena racconta nell'Alessiade (l. V, p. 31; l. VI, p.
154-155; l. XIV, p. 450-457, colle osservaz. del Ducange) la condotta
appostolica tenutasi dal padre suo rispetto ai Manichei, da essa
chiamati abbominevoli eretici, che ella aveva in animo di confutare.

[38] Fra Basilio, capo de' Bogomili, Setta di gnostici che ben tosto
disparve (Anna Comnena, _Alessiade_, l. XV, p. 486-494; Mosheim, _Hist.
eccles._, p. 420).

[39] Matt. Paris, _Hist. major._, p. 267. Il Ducange riporta questo
passo dello Storico inglese in una eccellente nota ad una pagina del
Villehardouin (n. 208), che trovò a Filippopoli i Paoliziani strettisi
in lega coi Bulgari.

[40] _V._ Marsigli, _Stato militare dell'impero Ottomano_, p. 24.

[41] _Bisogna convenire che la Corte di Roma ne' tempi andati si mostrò
avara; ma l'aggettivo tirannica, è eccessivo; quanto poi al dispotismo,
i Papi usavano dell'autorità del loro primato e per determinarlo molto
si questionò; e se alcuni ne abusarono, o ne oltrepassarono i limiti, fu
cosa cattiva. Del resto, noi ora non vogliamo entrare, perchè ne
verrebbe una lunga dissertazione, nelle controversie mosse, e sostenute
ne' famosi Concilj generali di Costanza e di Basilea, intorno l'autorità
del Papa, e dai Concilj, nell'occasione del processo, e della
deposizione del famoso Papa Giovanni XXIII, che fece la guerra non meno
al Concilio di Costanza, che ai due Papi contemporanei Gregorio XII, e
Benedetto XIII. V. Fleury, e Lenfant._ (Nota di N. N.)

[42] _Gesù Cristo, siccome è scritto nell'Evangelo, disse nella Cena,
tenendo del pane in mano, questo è il mio corpo; ma non disse: questo
pane è la figura del mio corpo, perciò il senso figurato, ossia
metaforico delle parole questo è il mio corpo ec., è da rigettarsi, e
devesi ritenere il loro senso naturale, e letterale. Il Testamento
Nuovo, in tutti i luoghi ne' quali fa menzione di questo atto di Cristo
nella Cena, parla con termini, che presi in senso naturale e letterale,
esprimono, coerentemente alle parole di Cristo, la presenza reale del
corpo, e del sangue di lui, e perciò la mutazione del pane nel corpo, e
del vino nel sangue di Cristo; non ci parla mai in modo, che il pane, ed
il vino sieno figure, o segni soltanto del corpo, e del sangue di lui,
siccome sostennero indi nell'undecimo secolo, e dopo, i moltissimi
seguaci di Berengario Arcidiacono d'Angers, e maestro di Teologia in
Tours sua patria, e poscia gli Albigesi, e finalmente i dottori
protestanti Lutero, Calvino, Zuinglio ec., in un con tutti i popoli, che
indussero co' loro ragionamenti a cotale errore. Dunque la credenza del
cangiamento, ossia della transustanziazione ebbe origine dalle parole di
Cristo, e non fu una innovazione della Chiesa romana, ossia d'Innocenzo
III nel Concilio generale di Roma l'anno 1215, cui vuol alludere
l'Autore: riferiremo poi le nuove espressioni definitive d'Innocenzo, e
del Concilio intorno l'Eucaristia._

_Per poter pigliare le parole riferite nell'Evangelo questo è il mio
corpo ec. in senso figurato, e sostenere, che il pane eucaristico (ossia
pane di rendimento di grazie pel mistero della Redenzione) sia soltanto
la figura del corpo, e del sangue di Cristo, sarebbe necessario, o che
Cristo ci avesse fatti avvertiti che prendeva in senso figurato, e
metaforico le espressioni usate (senso di cui spesso si serviva per far
intendere più facilmente dagli ascoltanti le sue lezioni di morale), e
non nel naturale, e letterale, o che queste espressioni, prese in questo
senso, avessero significato un'assurdità sì palpabile, e sì grossolana,
che l'uomo il più ignorante, avesse dovuto accorgersi, che Gesù Cristo
non potea giammai prenderle nel senso naturale, e letterale._

I. _Gesù Cristo ben lungi dal darci questo avvertimento, dispose anzi i
suoi seguaci a prendere le dette parole in senso naturale e letterale,
dicendo loro, prima d'istituire l'Eucaristia colle parole stesse_, che
la sua carne era cibo, che il suo sangue era bevanda; _aveva di più
promesso loro di dare ad essi questo pane, e gli Ebrei udendolo dir ciò,
si chiedevano l'un l'altro, come potrebbe dare a mangiar loro la sua
carne; e Gesù Cristo, avendoli uditi, non rispondendo a questa
interrogazione, ripetè, che la sua carne era cibo veramente, ed il suo
sangue bevanda veramente, e che se non mangiassero la carne del figlio
dell'uomo, e non bevessero il suo sangue, non avrebbero la Vita Eterna._

II. _Non si può dire, che il senso naturale, e letterale delle parole
questo è il mio corpo ec., onde fu istituita l'Eucaristia, contenga
un'assurdità palpabile, o una contraddizione aperta, di modo, che udendo
le parole stesse, la mente lasci il senso letterale, e s'appigli al
figurato, perchè in tal caso i Cristiani non avrebbero mai creduto alla
presenza reale del corpo e del sangue di Cristo nel pane Eucaristico;
inoltre sembra che non si avrebbe potuto stabilire giammai questa
credenza, questo dogma, o almeno si avrebbe udito fra Cristiani, ne'
primi secoli, dei reclami contro di esso, ed i più si sarebbero
appigliati al senso figurato. Al contrario, quando Berengario combattè
questa credenza, questo dogma della presenza reale, i Cristiani vi
credevano, nè pensavano, che l'Eucaristia fosse la figura, il segno
soltanto del corpo di Cristo. Non si trova che alcun scrittore
ecclesiastico, che alcun vescovo si sia giammai lamentato, che
s'introducesse al suo tempo un'idolatria condannabile, perchè si
adorasse Gesù Cristo, come realmente presente, sotto le apparenze del
pane e del vino. (Perpetuité de la foi, vol. in 12, pag. 23)._

_Rilevasi dagli scritti de' Padri dei primi secoli, ch'essi prendevano
le parole di Cristo_ questo è il mio corpo ec. _nel senso naturale, e
non nel figurato, e che quindi credevano alla presenza reale. Non
conviene in ciò appigliarsi ad un picciolo numero di passi delle loro
opere per assicurarsi della loro opinione, bisogna prendere tutto il
contesto de' luoghi dove hanno parlato di ciò. Dunque se talora si
leggerà, che i Padri abbiano dato al pane Eucaristico il nome di segno,
d'Immagine, di figura, non si conchiuderà, che non credessero alla
presenza reale (N. Ales. t. 2, l. I)._

_Per le parole della consacrazione, la sostanza del pane, e dal vino è
mutata, secondo i Padri, nella sostanza del corpo e del sangue di
Cristo; ma questo corpo, e questo sangue non si vedono: i sensi non
sentono che le specie del pane e del vino, e perciò esse, dopo la
consecrazione sono i segni del corpo di Gesù Cristo; ecco come il pane,
ed il vino sono i segni del corpo e del sangue di Cristo._

_Pascasio monaco, e poi abate di Corbia, diede origine all'errore di
Berengario verso la fine del secolo nono, avendo composto poco prima per
l'istruzione de' Sassoni (che la forza di Carlomagno costrinse a farsi
Cristiani, mettendone a morte molte migliaia, che non vollero rinunciare
alla lor religione) un trattato del corpo e del sangue di Cristo:
stabiliva la presenza reale, e sosteneva che il corpo, che noi
riceviamo, e mangiamo nel pane Eucaristico è quello stesso nato da
Maria, e ch'era stato appeso alla croce, e che noi beviamo quel sangue
uscito dal Costato di Cristo. Sebbene Pascasio seguisse la credenza de'
Cattolici, non v'era il costume di dire formalmente queste cose. Questa
maniera di esprimersi ebbe de' contraddittori; egli la sostenne; la
controversia menò rumore, e durò finchè Berengario prese ad esaminare lo
scritto di Pascasio, ed i libri de' suoi oppositori._

_Berengario, vedendo che il pane ed il vino conservavano dopo la
consecrazione le proprietà e le qualità che avevano prima, e che davano
tanto prima, che dopo i medesimi effetti, affermò che il pane, ed il
vino non erano il corpo, ed il sangue di Cristo, siccome diceva
Pascasio. Sostenne, ed insegnò, che il pane, ed il vino non si
cangiavano; ma non negò la presenza reale, secondo il senso naturale e
letterale delle parole di Cristo; sosteneva che il pane, ed il vino
contenevano il corpo ed il sangue di lui, perchè il Verbo si univa al
pane ed al vino, e che per tale unione, il pane, ed il vino divenivano
poi il corpo ed il sangue di Cristo, senza che la loro natura, e la loro
essenza fisica si mutassero._

_Berengario insegnò queste cose nella scuola di Tours, e le sostenne in
una lettera, che, letta in un Concilio di Roma fu condannata, e l'Autore
scomunicato, ed essendolo stato nuovamente, timoroso si ritrattò, visse
ritirato, e morì intorno l'anno 1088._

_Ma l'errore di Berengario fu sostenuto dal gran numero de' suoi
discepoli, che presero il nome di Berengariani. Non istettero attaccati
all'errore del maestro, andavano innanzi con arditi ragionamenti: tutti
riconoscevano col maestro, che il pane ed il vino non si cangiavano; ma
molti non potendo concepire, che il Verbo si unisse al pane ed al vino,
come aveva detto Berengario, conchiusero che in nessun modo il pane, ed
il vino non erano il corpo ed il sangue di Cristo, e che non ne erano,
che la figura, il segno; quindi negarono compiutamente il cangiamento._

_Benchè condannato, l'errore si sostenne e si divulgò moltissimo in
Francia, in Alemagna, ed in Italia. Presero i Berengariani da Alby in
Francia, loro centro, il nome di Albigesi. Essi inoltre non volevano
tollerare le grandi ricchezze, e la potenza del Clero, giunte
all'estremo, e sostenevano non doversegli pagare le decime; la qual cosa
fu sostenuta anche dal povero Arnaldo da Brescia, fatto miseramente
bruciar vivo dal Papa Adriano IV. Per verità, i vizj, e i disordini del
Clero erano al colmo: vendevasi ogni cosa nelle Chiese; gli Albigesi
generalmente erano poveri, e di poche fortune, e regolati._

_Rammentando con rammarico i moltissimi Albigesi bruciati vivi dagli
Arcivescovi di Tolosa e di Lione, e l'armata de' crocesegnati,
raccoltasi per pigliar la promessa indulgenza, comandata dall'Abate de'
Cisterciensi, Legato del Papa, e da' Vescovi, che trucidò, o bruciò
(Istoria di Linguad.) furiosamente in Bezieres, settantamila persone,
donne, vecchi, uomini, fanciulli, veri, o creduti Albigesi, lo
stabilimento del tribunale de' Padri Inquisitori, che scorsero le
province, scomunicando, e bruciando Albigesi, per molti anni, onde di
loro non rimase che il nome, e la lagrimevole istoria, e ritornando al
punto di Fede, al dogma, il Concilio generale di Roma, l'anno 1215,
presieduto dal Papa Innocenzo III, lo confermò, e stabilì contro i
Berengariani, e contro gli Albigesi, usando in modo di spiegazione la
parola transustanziazione, che cangiamento di sostanza significa, con
queste espressioni._

«In qua (ecclesia) idem ipse sacerdos, et sacrificium Jesus Christus;
cujus corpus, et sanguis in sacramento altaris sub speciebus panis, et
vini veraciter continentur: transubstantiatis pane in corpus, et vino in
sanguinem, potestate divina, ut at perficiendum mysterium unitatis
accipiamus ipsi de suo quod accepit ipse de nostro.» (Labbe Collectio
Concil.)

_E Bossuet dice a questo proposito a' Dottori protestanti._ «Puisqu'il
étoit convenable, ainsi qu'il a été dit, que les sens n'aperçussent rien
dans ce mystère de foi, il ne falloit pas qu'il y eut rien de changé à
leur égard dans le pain, et dans le vin de l'Eucharistie. C'est pourquoi
etc.» _Bossuet_: Exposition de la doctrine p. 105, _picciolo libro
scritto in vano con molta abilità ed avvedutezza per persuadere ed
attrarre i protestanti all'unione co' cattolici. Chi poi volesse vedere
distesamente come rispondano i teologi cattolici alle obbiezioni de'
teologi protestanti (raccolte specialmente nell'Opera del dottore
Eduardo Albensino) legga ne' Corsi di Teologia dogmatica i capitoli
dell'Eucaristia, o l'Opera_ Variazioni ec. _di Bossuet, giacchè i
Protestanti sostennero, e sostengono lo stesso errore de' Berengariani,
e degli Albigesi intorno il pane, ed il vino dopo le parole della
consecrazione. Gli Albigesi furono distrutti, come detto è, ma i
Protestanti per le loro vittorie contro l'Imperator Carlo V, e per
l'editto nomato_ Interim, _che fu costretto a dare, prosperarono,
estesero, e rafforzarono la Riforma in molte regioni considerevoli
dell'Europa._ (Nota di N. N.).

[43] Il Muratori (_Ant. Ital. medii aevi_, t. V, _Dissert._ 60, p.
81-152) e il Mosheim (p. 379-382, 419-422) discutono partitamente quanto
si riferisce ai Paoliziani che posero dimora nell'Italia e nella
Francia. Ma entrambi gli autori ommisero nelle precitate opere un passo
osservabilissimo di Guglielmo di Puglia, che in modo ben chiaro segnalò
i Paoliziani, descrivendo una battaglia accaduta fra i Greci e i
Normanni nell'anno 1040 (_in_ Muratori, _Script. rerum Italic._, t. V,
p. 256):

    _Cum Graecis aderant quidam, quos pessimus error_
    _Fecerat amentes, et ab ipso nomen habebant._

Ma lo stesso Muratori conosce sì poco la dottrina de' Paoliziani, che la
converte in una specie di Sabellianismo o di Patripassianismo.

[44] Il nome di _Bulgari, B-ulgres, B-ugres_, non indicava che un
popolo; i Francesi ne han fatto un termine di vilipendio, a mano a mano
applicato agli usurai, e a coloro che commettono peccati contro natura;
fu dato il nome di _Paterini_, o _Patelini_, a quegli ipocriti che hanno
un linguaggio adulatorio e melato, siccome il protagonista della
vaghissima burletta, _l'avvocato Patelin._ (Ducange, _Gloss. latin.
medii et infimi aevi_). I Manichei venivano anche nomati _Chatari_ o
_Puri_, corrottamente _Gazari_ ec.

[45] Il Mosheim (p. 477-481) offre un'idea giusta, benchè generale,
delle leggi emanate, della Crociata bandita contro gli Albigesi, e della
persecuzione che sopportarono. Se ne leggono le particolarità presso gli
Storici ecclesiastici antichi e moderni, cattolici e protestanti, fra'
quali il più imparziale e moderato di tutti è il Fleury.

[46] Gli atti (_Liber sententiarum_) della Inquisizione di Tolosa (A. di
Cristo 1307-1323) sono stati pubblicati dal Limborch (Amsterdam 1692), e
li precede una Storia generale della Inquisizione. Meritavano essi un
autore più dotto e migliore nella critica. Non essendo lecito calunniare
nè il demonio, nè il santo Ufizio, farò osservare a questo proposito
come, in una lista di rei che tiene diciannove pagine in foglio,
solamente quindici uomini e quattro donne siano stati consegnati al
braccio secolare.

[47] _I nomi di Zuinglio, di Lutero, di Calvino sono pronunciati con
lode e riverenza, da alcuni popoli della Germania, della Svizzera,
dell'Olanda, dell'Inghilterra, della Svezia ec. che pervennero a
persuadere, ma non lo sono dagli altri popoli dell'Europa, che rimasero
cattolici._ (Nota di N. N.)

[48] _Se i dottori protestanti adottarono molti errori, ritennero però
la credenza a' misterj principali dell'Unità, e Trinità di Dio,
dell'Incarnazione ec._ (Nota di N. N.)

[49] Il Mosheim, nella seconda parte della sua Storia generale, racconta
le opinioni e la condotta de' primi riformatori; ma dopo avere fin lì
tenuta la bilancia con occhio sicuro, e mano fermissima, incomincia,
d'allora in poi, a farla inclinare a favore de' Luterani, suoi
confratelli.

[50] _Gesù Cristo è venuto a riformare, a perfezionare non ad abolire la
legge di Mosè, data pure da Dio; egli disse,_ non veni solvere legem sed
adimplere. (Nota di N. N.)

[51] _La transustanziazione è un mistero, è una cosa di Fede, e perciò
deve credersi sommessamente, e non bisogna ragionarvi sopra: siccome poi
in cotale cangiamento rimangono le specie, ossia le apparenze del pane e
del vino, anche per dichiarazione del Concilio stesso di Roma dell'anno
1215, così la testimonianza de' sensi non fa ostacolo alla credenza del
cangiamento suddetto, che presso i protestanti, e gl'increduli. È
naturale poi che a' dottori protestanti facessero impressione le parole
di Gesù Cristo hoc est ec. riferite nell'Evangelo, perchè ammettevano,
del pari, che i Cattolici, le decisioni, e spiegazioni dei Concilj
generali del quarto e del quinto secolo, e quindi credevano, siccome
credono, che Gesù Cristo sia Dio: non conterranno verità le parole di
Dio? la contengono, dissero i dottori protestanti, ma nello spiegare le
parole, che la contenevano, errarono con sottili ragionamenti su i
vocaboli, sull'uso delle metafore, fatto spesso da Gesù Cristo, e con
confronti d'altri passi del Nuovo Testamento, perchè vollero, e
pretesero riformare, in iscambio di conformarsi alla tradizione, ai
Padri, ai Concilj ed ai Papi, e di credere sommessamente._ (Nota di N.
N.)

[52] In modo più spiegato e compiuto accadde sotto il regno di Eduardo
VI la Riforma della Inghilterra; ma una formale e violenta
dichiarazione, che contro la _Presenza reale_ conteneasi negli articoli
fondamentali della Chiesa Anglicana, venne cancellata dall'originale per
piacere al popolo, ai Luterani, o forse anche alla regina Elisabetta
(Burnet's _History of the Reformation_, vol. II; p. 82-128-302).

[53] _Intorno a tutte queste materie si deve ammettere, e credere ciò
che insegna la Chiesa generale, spiegando di pien diritto il Nuovo
Testamento, di cui come si sa, fanno parte le lettere di S. Paolo._
(Nota di N. N.)

[54] _È noto a' dotti, che i teologi e filosofi, detti scolastici dal
secolo duodecimo, e dopo, movevano nelle scuole sottili quistioni, che
sostenevano furiosamente con forme sillogistiche, e con vane parole da
essi adoperate invece di ragionamenti. Facevano una moltitudine di
definizioni, e distinzioni, sostenevano pertinacemente una ridicola
guerra di sillogismi, senza avere bene spesso cognizioni, e idee
positive della materia che trattavano, e dopo una lunga scena, i
questionanti stanchi dal combattere, ma nè vinti, nè vincitori, nulla
avevano imparato, e concluso. La Logica e la Filosofia d'oggidì, dopo i
Loke, i Baconi, i d'Alembert, i Condillac, sommi uomini, fondate
sull'osservazione, sull'esperienza, su i fatti, sul retto uso della
ragione, sull'analisi della cose, e delle idee, mandò in dileguo la
Scolastica. Quanto ai Padri della Chiesa, ve ne furono alcuni le cui
opinioni furono condannate, per esempio Origene e Tertuliano, dai
Concilj, e perciò se taluno di loro prepararono alcune sottili
quistioni, non è questo un appoggio a' dottori protestanti, per non
conformarsi alle spiegazioni, e decisioni de' Concilj._ (Nota di N. N.)

[55] _Il Cattolico deve dire entusiasti dell'errore._ (Nota di N. N.)

[56] «Se non vi fossimo stati Lutero ed io, diceva il fanatico Whiston
al filosofo Halley, rimarreste ancora in ginocchione dinanzi ad una
immagine di S. Vinifredo».

[57] _Il Cattolico deve ritenere tutto ciò, che gl'insegna la Chiesa
cattolica, cioè i Concilj, e se i dottori protestanti hanno levato via
molte cose da questo insegnamento, ciò non riguarda che i popoli,
ch'essi venivano a capo di persuadere, e nulla i Cattolici. Quanto poi
alle Indulgenze, ecco ciò che ci dice il Bossuet_: «Quand donc elle (la
Chiesa) impose aux pêcheurs des oeuvres pénibles, et laborieuses, et
qu'ils les subissent avec humilité, cela s'appelle satisfaction, et
lorsqu'ayant égard ou à la ferveur des pénitens, ou à d'autres bonnes
oeuvres, qu'elle leur prescrit, elle relâche quelque chose de la peine,
qui leur est due, cela s'appelle Indulgence.» _Exposition de la doctrine
de l'Eglise Catholique p. 53._ (Nota di N. N.)

[58] _L'autore qui allude al culto delle Immagini, da noi già altrove
spiegato, ed al culto esteriore prestato da' Cattolici. Il culto
interiore, ch'è quello solo, che rendono a Dio i protestanti, e ch'è
pure reso da' Cattolici, non basta; vi vuole anche il culto esteriore,
ch'è quello che prestiamo col corpo essendo pure l'uomo un composto
d'anima e di corpo: l'unione delle due parti del culto lo rendono
perfetto._ (Nota di N. N.)

[59] _La Chiesa Cattolica vuole che si sia soggetto a questa catena
d'autorità; di già la Teologia è fondata sull'autorità._ (Nota di N. N.)

[60] _La dottrina de' protestanti lascia interpretare a ciascuno la
Sacra Scrittura, ma la dottrina de' Cattolici ciò proibisce
espressamente; nessuno può, secondo la propria privata ragione,
interpretarla e intenderla; questo potere spetta soltanto a' Padri, a'
Papi, a' Concilj, ed il credente deve sommessamente ammettere soltanto
le loro spiegazioni, e rinunciare a quelle che fossero suggerite dallo
spirito privato, ch'è da riguardarsi in ciò siccome una petulanza: così
decretò due secoli e mezzo sono, il Concilio generale di Trento_:
«Praeterea ad coescenda petulantia ingenia, decernit, ut nemo suae
prudentiae innixus, in rebus fidei, et morum ad aedificationem doctrinae
Christianae pertinentium, Sacram Scripturam ad suos sensus contorquens,
contra eum sensum, quem tenuit, et tenet sancta Mater ecclesia, cujus
est judicare de vero sensu, et interpretatione Scripturarum Sanctarum,
aut etiam contra unanimem consensum patrum, ipsam scripturam sacram
interpretari audeat, etiam si ejusmodi interpretationes nullo unquam
tempore in lucem edendae forent. Qui contravenerint per ordinarios
declarentur, et poenis a jure statutis, puniantur.» Sessio 4 Conc. Trid.

_Ordina, il Concilio, che i Vescovi rispettivi debbano dichiarare, e
denunciare coloro, che interpretano la Scrittura, secondo la loro
ragione privata, quand'anche non pubblichino colle stampe le spiegazioni
date, acciò sieno puniti._ (Nota di N. N.)

[61] L'articolo Servet del Dizionario Critico del Chauffepié, è quanto
ho trovato di meglio fra gli scritti che danno conto di questa indegna
ed inumana condanna. V. anche l'abate di Artigny, _Nouveaux Mémoires
d'Histoire_, etc., t. II, p. 55-154.

[62] Move in me più ribrezzo il supplizio di Servet, che non gli
_auto-da-fè_ della Spagna, e del Portogallo. 1. Giusta ogni apparenza,
lo zelo di Calvino era invelenito dall'astio e fors'anche dalla gelosia.
Egli accusò l'avversario dinanzi ai giudici di Vienna, nemici
d'entrambi; e a fine di perderlo con maggior sicurezza, ebbe la viltà di
tradire il sacro deposito di un carteggio particolare. 2. Questo atto di
crudeltà, non fu nemmeno colorato dal pretesto di un pericolo per la
Chiesa, o per lo Stato; perchè dal momento in cui Servet a Ginevra si
trasferì, vi condusse una vita tranquilla; non predicò, non pubblicò
alcun libro, non fece proseliti. 3. Un inquisitore cattolico si
sottomette almeno al giogo ch'egli medesimo ha imposto; ma Calvino
trasgredì quella sublime massima di fare agli altri quanto vorremmo
fatto a noi stessi; massima che io trovo in un tratto morale d'Isocrate
(in Nicocle, t. I, p. 93 ediz. Battie), e che precedè di quattro secoli
la pubblicazione dell'Evangelo. Α πασχονκες υφ’ ετερων οργιζεσθε, ταυτα
τοις αλλοις μη ποιειτε _Non fate agli altri quello, per cui v'adirate,
soffrendolo dagli altri._

[63] _V. Burnet, vol. II, pag. 84-86. L'autorità del primate soggiogò il
senno e l'umanità del giovine monarca._

[64] Erasmo può venire considerato come il padre della Teologia
nazionale. Ella sonnecchiava da un secolo, allorchè la tornarono in
onore nell'Olanda gli Arminiani, il Grozio, il Limborch e il Leclerc: in
Inghilterra il Chillingworth e i Latitudinarj di Cambridge (_Hist. of
own Times_, vol. I, p. 261-268, ediz. in 8), Tillotson, Clerke, Hoadley
ec.

[65] _La libertà di coscienza veramente non si oppone allo spirito della
religione Cristiana. Quanto poi alla tolleranza, ella è o civile, o
ecclesiastica: la prima che consiste soltanto nel non perseguitare
alcuno per motivo di religione, che non fu a grande sventura ammessa ne'
secoli di fanatismo, e di barbari costumi, e quindi furono immolate a
migliaia, e migliaia le misere vittime, e ne vennero tanti, e lunghi
disastri, è oggidì pe' progressi della filosofia, della ragione e
dell'umanità, uno de' principj fondamentali di tutti i Governi, ed è un
vero benefizio: la tolleranza ecclesiastica poi, che esigerebbe una
lunga dissertazione, consiste nel non prevalersi, per contenere nella
credenza, e nel rispetto della religione i Cristiani cattolici, che dei
mezzi, e dei metodi prescritti dall'Evangelo in quel luogo_: Sit tibi
tanquam Etnicus, et publicanus si ecclesiam non audierit. (Nota di N.
N.)

[66] Duolmi osservare che i tre filosofi del secolo passato, Bayle,
Leibnitz, e Locke, segnalatisi nel difendere sì nobilmente i diritti
della tolleranza, fossero laici, e filosofi.

[67] V. l'eccellente capitolo di Sir Guglielmo Temple, intorno la
Religione delle Province Unite. Non so perdonare al Grozio (_De rebus
belgicis, Annal._, l. I, pag. 13, 34, ediz. in 12), l'avere approvate le
leggi imperiali che alla persecuzione si riferiscono, e serbati i suoi
biasimi al solo tribunal sanguinario della Inquisizione.

[68] Sir Guglielmo Blackstone (_Commentaries_, vol. IV, p. 53, 54),
dilucida la legge inglese qual fu posta all'atto della Rivoluzione.
Severa non solamente contro i Papisti e coloro che negano la Trinità,
essa lascerebbe un campo bastantemente ampio alla persecuzione in
generale, se lo spirito della nazione non fosse più forte di cento atti
del Parlamento.

[69] _Essi s'avvedono con dispiacere che l'audace spirito di ricerca
seco trae facilmente una poca credenza alla rivelazione, e può condurre
al deismo. Ognun sa che gli Arminiani, gli Ariani, i Nestoriani, i
Sociniani, hanno rotta la catena de' misterj creduta da' Cattolici, e si
andò avverando ciò che aveva preveduto S. Paolo_: in novissimis
temporibus discedent quidam a fide, attendentes spiritibus erroris etc.

[70] Denunzio alla pubblica considerazione due passi del dottore
Priestley, i quali scoprono a che intendano realmente le opinioni di
questo scrittore. L'uno di essi (_Hist. of the Corruptions of
Christianity_, vol. I, p. 275, 276) dee fare tremare il sacerdozio,
l'altro (vol. II, p. 484) la magistratura.



CAPITOLO LV.

      _I Bulgari. Origine, migrazioni, e fermate degli Ungaresi. Lor
      correrie nell'Oriente e nell'Occidente. Monarchia de' Russi.
      Particolarità sulla Geografia, e il commercio di questa nazione.
      Guerra de' Russi contro l'Impero Greco. Conversione de'
      Barbari._


Sotto il regno di Costantino, pronipote di Eraclio, un nuovo sciame di
Barbari distrusse per un continuo avvenire quel cancello antico del
Danubio che fu poi così spesso atterrato, e rifabbricato. I progressi di
questi Barbari, vennero, a caso e senza che eglino stessi se ne
avvedessero, favoreggiati dai Califfi. Le legioni romane non mancavano
di faccende nell'Asia, e, dopo avere perduto la Sorìa, l'Egitto, e
l'Affrica, i Cesari si videro per due volte ridotti al rischio, e al
disdoro di difendere contro i Saracini la lor capitale. Se nel narrare
diverse particolarità intorno a questo popolo tanto spettabile, io ho
deviato alcun poco dalla linea che prefissa erami nel divisamento della
mia Opera, l'importanza del soggetto coprirà questa colpa e servirammi
di scusa. Tanto nell'Oriente quanto nell'Occidente, così negli affari di
guerra come in quelli di religione, o considerando i progressi che
fecero nelle Scienze, o la loro prosperità, o la lor decadenza, gli
Arabi eccitano sotto ogni aspetto la nostra curiosità. Possono
attribuirsi all'armi loro i primi disastri della Chiesa greca, e del
greco Impero; e i discepoli di Maometto tengono tuttavia lo scettro
civile e religioso delle nazioni dell'Oriente. Ma avrebbe argomento poco
degno di un'eguale fatica, la storia di quegli sciami di popoli selvaggi
che, nel tempo trascorso fra il settimo, e il dodicesimo secolo, ora a
guisa di passeggieri torrenti, or per una sequela di migrazioni[71]
dalle pianure della Scizia l'Europa innondarono. Barbari sono i lor
nomi, incerta la loro origine: confuso il modo onde son pervenute a noi
le lor geste. Governati da una cieca superstizione, e da un valor
brutale condotti, costoro non offerivano nella monotonia delle lor vite
pubblica e privata, nè le soavità dell'innocenza, nè i lumi della
politica. I disordinati loro assalti furono infruttuosi contra il soglio
di Bisanzio: la maggior parte di queste bande è sparita senza lasciar
vestigio di sè, e i loro miserabili avanzi rimangono, e rimarranno forse
ancor lungo tempo, sotto dominazioni ad essi straniere. Mi limiterò a
scegliere per mezzo alle antichità, I de' _Bulgari_, II degli
_Ungaresi_, III de' _Russi_, quei tratti che meritano essere conservati.
IV la Storia delle conquiste de' _Normanni_, e V della Monarchia de'
_Turchi_ mi condurrà alle memorabili Crociate di Terra Santa e alla
doppia caduta della città, e dell'impero di Costantino.

[A. D. 680]

I. Intanto che movea verso l'Italia, Teodorico[72] Re degli Ostrogoti,
gli fu mestieri col debellarli, superare l'ostacolo che i Bulgari gli
opponevano. Dopo una tale sconfitta, il nome di _Bulgari_, e questa
popolazione medesima, sparvero per un secolo e mezzo; onde avvi luogo a
credere che sol per via di nuove colonie fattesi sulle rive del
Boristene, del Tanai, o del Volga, nuovamente si diffondesse in Europa o
la stessa denominazione, od una denominazione allo incirca non
dissimile. Un re dell'antica Bulgaria[73], giunto agli estremi del
vivere, lasciò ai cinque suoi figli un'ultima lezione di moderazione e
concordia, che i giovani Principi ricevettero, come d'ordinario
soglionsi ricevere dalla gioventù gli avvisi della vecchiezza, e della
esperienza. Seppellirono il padre loro, si scompartirono i suoi sudditi
e le sue mandrie, i consigli ne dimenticarono. Separatisi indi, o
ciascuno postosi a capo della sua truppa, cercarono fortuna, chi da una
banda, e chi dall'altra, e troviam ben tosto il più avventuroso di essi,
nel cuor dell'Italia sostenuto dalla protezione dell'Esarca di
Ravenna[74]; ma il corso della migrazione si volse, o venne trascinato
verso la capital dell'Impero. Allora la moderna Bulgaria, acquistando,
sulla riva australe del Danubio il nome e la forma che mantiene ancor
tuttavia, queste popolazioni ottennero per guerra, o per negoziati le
province romane della Dardania, della Tessaglia, e dei due Epiri[75];
tolsero la supremazia ecclesiastica alla città, che fu patria di
Giustiniano: e al momento della loro prosperità, la città oscura di
Licnido, ovvero Acrida, divenne la residenza del loro Re, e del loro
Patriarca[76]. Una prova incontrastabile, e dal loro idioma dedotta, ne
assicura che i Bulgari derivano dalla schiatta primitiva dagli
Schiavoni, o, per parlare con maggiore esattezza, dagli Slavoni;[77] e
che le popolazioni de' Serviani, de' Bosnj, de' Rasciani, de' Croatti,
de' Valacchi, venute dalla medesima origine[78] ec. seguirono gli
stendardi o l'esempio della tribù principale. Questo diverse tribù
tennero i diversi paesi che giaciono fra l'Eussino, e il mare Adriatico,
quali in istato di prigioniere o di suddite, quali di confederate o
nemiche del greco Impero; e il loro nome generico di Slave[79] che
equivaleva a gloria, corrotto dal caso o dalla malivolenza, non indica
oggi giorno che servitù[80]. Fra queste colonie i Crobaziani[81] o
Croatti, che oggidì fan parte della forza militare degli Austriaci,
discendono da un poderoso popolo, già vincitore e sovrano della
Dalmazia. Le città marittime, e fra l'altre la nascente Repubblica di
Ragusi, avendo implorato il soccorso e gli avvisi della Corte di
Bisanzio, Basilio ebbe tanta grandezza d'animo per consigliarle a non
serbare al romano Impero che una lieve testimonianza di lor fedeltà, e
di calmare, mercè un annuale tributo, il furore di quegli invincibili
Barbari. Undici _Zupani_, o proprietarj di grandi feudi, si
scompartivano il regno della Croazia: e le lor forze unite componeano un
esercito di sessantamila uomini a cavallo e di centomila fantaccini. Una
lunga costa di mare coperto da una catena di isole, frastagliato da ampj
porti, e quasi a veggente delle rive dell'Italia, allettava alla
navigazione i Latini, e gli stranieri. Le lancie, e i brigantini de'
Croatti erano foggiati a guisa delle barche de' primi Liburnj. E per
vero dire, cento ottanta navigli offrono l'idea d'una rilevante
marineria; ma gli uomini di mare de' nostri giorni non potrebbero
rattenere le risa in udendo memorare vascelli da guerra, la cui ciurma
non sommava a maggior numero di dieci, venti, o quaranta uomini al più.
S'introdusse a poco a poco l'usanza di adoperare più onorevolmente
siffatti navigli ai bisogni del commercio: nullameno i pirati schiavoni
erano sempre in grande numero e da temersi; e solamente sul finire del
decimo secolo la Repubblica di Venezia, si assicurò la libertà e la
sovranità del Golfo[82]. Gli antenati di questi re dalmati, peregrini
agli usi come agli abusi della navigazione, abitavano la Croazia
Bianca, le parti interne della Slesia, e della piccola Polonia, lontani,
giusta i calcoli de' Greci, trenta giornate dal Mar Nero.

[A. D. 640-1017]

Poco durevole e poco estesa del pari fu la gloria de' Bulgari[83]. Ne'
secoli nono e decimo, regnavano ad ostro del Danubio; ma più poderose
nazioni che migrate erano dopo di essi, gl'impedirono volgersi di nuovo
a settentrione, o di far progressi verso il ponente. Nondimeno
nell'oscuro novero delle loro imprese, una ne posson citare, di cui fino
a quel momento era stato serbato l'onore ai soli Goti, quella di avere
ucciso in battaglia uno fra i successori d'Augusto e di Costantino.
L'imperatore Niceforo dopo avere perduta la sua fama nella guerra
d'Arabia, perdè la vita nell'altra che contro gli Schiavoni sostenne.
Nel principio della stagione campale penetrato era con arditezza, e buon
successo, nel cuore della Bulgaria, giunto a metter fuoco alla _Corte
Reale_, che, giusta ogni apparenza, era, e non altro, un villaggio colle
case fabbricate di legno; ma intanto che al bottino si affaccendava,
ricusando ogni proposta di negoziazioni, i nemici ripresero coraggio, e,
riunite le loro forze, posero ostacoli insuperabili alla sua ritirata;
per lo che fu udito esclamare tremando: «Oimè! Oimè! A meno di valerci
d'ali come gli uccelli, non ci rimane alcuna via di salvezza». Due
interi giorni standosi nella inerzia della disperazione, aspettò il suo
destino; ma al giunger del terzo, e sorpreso il campo imperiale dai
Bulgari, il sovrano, e i grandi ufiziali della Corona nelle proprie
tende vennero trucidati. Almeno il corpo di Valente non avea sofferti
oltraggi; ma il capo di Niceforo fu esposto sopra una picca, e il cranio
del medesimo incastrato in oro, fu spesse volte empiuto di vino in mezzo
alle orgie della vittoria. I Greci, benchè deplorassero l'invilimento
cui disceso era il trono, dovettero ravvisare in ciò un giusto castigo
della avarizia, e della crudeltà. La coppa dianzi accennata facea palese
tutte le barbarie degli Sciti; pure innanzi la fine di questo medesimo
secolo, i lor costumi selvaggi si ingentilirono per una conseguenza del
commercio pacifico che ebbero co' Greci, del colto paese che
possedettero, e del Cristianesimo, che fra loro s'introdusse: i nobili
della Bulgaria vennero allevati nelle scuole, e alla Corte di
Costantinopoli, laonde Simeone[84], giovine principe della reale
famiglia fu istrutto nella Rettorica di Demostene, e nella Logica di
Aristotile.

[A. D. 927-932]

Questo Simeone abbandonò la vita monastica per assumere gli ufizj di re
e di guerriero; e sotto il suo regno, che oltre a quarant'anni durò, i
Bulgari fra le potenze del mondo incivilito presero sede. I Greci,
assaliti da questo Sovrano per più riprese, cercarono conforti dal non
risparmiargli rimproveri di perfido e di sacrilego. Inoltre si
procacciarono con danari i soccorsi de' Turchi. Ma Simeone, dopo avere
perduta contro di questi una battaglia, in un secondo scontro il
disastro emendò, riportando vittoria in un tempo ove riguardavasi qual
ventura l'evitare i colpi di questa nazion formidabile. Vinse, ridusse
in cattività, disperse la tribù de' Serviani; e chi trascorse il
territorio della Servia, prima che fosse popolato di nuovo, null'altro
potè scoprirvi fuor di cinquanta vagabondi, privi di mogli e di figli, e
che una sussistenza precaria traevano dalla caccia. I Greci soffersero
una sconfitta alle rive dell'Acheloo, presso gli autori classici tanto
famose[85], e il corno del Dio dal vigore dell'Ercole barbaro fu messo
in pezzi. Simeone strinse d'assedio Costantinopoli, e, in un parlamento
avuto coll'Imperatore gli dettò le condizioni della pace. Nel convenire
l'uno alla presenza dell'altro, tutte le cautele della diffidenza
adoperarono. La reale galea venne legata ad una munitissima piattaforma
che a tal fine era stata costrutta; e il Barbaro si mostrò vano di
pareggiare in pompa la maestà della porpora. «Siete voi cristiano?
Romano gli chiese umilmente: dovete astenervi dal versare il sangue de'
vostri fratelli. Fu sete di ricchezze che vi fece rinunziare ai beni
della pace? Rimettete la vostra spada nel fodero; aprite la mano, e
appagherò i vostri più avidi desiderj.» Una lega domestica fu il
suggello della riconciliazione: venne pattuita, o rimessa fra entrambi i
popoli la libertà del commercio; i primi onori della Corte retribuiti,
per espressa condizione, e a preferenza degli Ambasciatori de' nemici e
degli stranieri[86], ai confederati della Bulgaria: i principi bulgari
ottennero il glorioso titolo di _Basileus_ o Imperatore, il che fu
argomento d'odio e d'invidia. Ma durata per poco questa buona
intelligenza, le due nazioni ripresero l'armi alla morte di Simeone, i
cui deboli successori, separatisi fra loro, la propria distruzione
operarono. Nel principio dell'undicesimo secolo, Basilio II nato nella
porpora, meritò il soprannome di vincitore de' Bulgari; e un tesoro di
quattrocentomila lire sterline (del peso di diecimila libbre d'oro) che
ci trovò nella reggia di Licnido, saziò in qualche modo la sua avarizia.
Usò a mente fredda una vendetta raffinata ed atroce contro quindicimila
prigionieri, non colpevoli d'altro che di avere difesa la loro patria.
Cavati gli occhi a questi infelici, solamente per ogni centinaio
d'uomini fatti ciechi, si lasciava un occhio ad uno di essi, perchè
potesse scortare gli altri a piedi del vinto loro monarca. Vuolsi che il
re de' Bulgari morisse di terrore, e di angoscia al contemplare un sì
miserando spettacolo, per cui agghiadando parimente di spavento tutti i
suoi sudditi, scacciati vennero facilmente dal lor paese, e in angusto
territorio a vivere confinati. Quelli fra i Capi che a tanta calamità
sopravvissero, non altro raccomandarono ai loro figli che pazienza e
vendetta.

[A. D. 884]

II. Allorchè il folto sciame degli Ungaresi, si mostrò per la prima
volta in atto di piombare sull'Europa, nove secoli incirca dopo l'Era
cristiana, le nazioni sopraffatte dallo spavento e dalla superstizione,
immaginarono essere queste genti il _Gog_ e il _Magog_ della Scrittura,
i segnali e i forieri del finimondo[87]. Poichè la letteratura si è fra
essi introdotta, sonosi dati alla ricerca degli antichi monumenti della
loro storia con ardore di curiosità patriottica, veramente degna
d'encomj[88]. Rischiarati dai lumi di una sana critica, non può omai
tenergli a bada una vana genealogia che da Attila dagli Unni li fa
discendere; bensì dolgonsi dei primi loro archivj periti nella guerra
de' Tartari; in guisa che hanno dimenticato da lungo tempo il
significato o vero, o favoloso, delle rustiche loro canzoni; e si vedono
costretti a conciliar con fatica gli avanzi di una cronaca informe[89]
colle particolarità della loro storia pubblicata dall'Imperatore, che ha
scritto intorno alla amministrazione e alla geografia del greco
Impero[90]. _Magiar_ era il vero nome degli Ungaresi, perchè così
chiamavansi da sè medesimi, e sotto questo nome conosciuti erano
nell'Oriente. I Greci li distinguevano dalle altre tribù della Scizia,
col nome particolare di Turchi, siccome usciti da quella gigantesca
nazione che avea conquistata e governata tutta la estensione di paese
situata fra il Volga e la Cina. La popolazione stanziatasi nella
Pannonia avea corrispondenza di commercio, o di amicizia coi Turchi che
soggiornavano ad oriente verso i confini della Persia; erano scorsi tre
secoli e mezzo dopo la migrazione di queste genti, allorchè i missionarj
del Re di Ungheria scopersero in riva al Volga, e riconobbero la patria
de' loro antenati. Ivi accolti vennero da' selvaggi idolatri che il nome
di Ungaresi ancor mantenevano, conversarono con essi usando del loro
idioma, e rammentando una tradizione ad essi rimasta della partenza di
una mano di loro compatriotti ch'essi riguardavano da lungo tempo
perduti, udirono con sorpresa la maravigliosa storia del nuovo loro
reame, e della nuova religione che aveano abbracciata. I vincoli di
sangue aggiunsero ardore allo zelo del proselitismo. Uno fra i più
grandi principi della colonia ungarese d'Europa, meditò il disegno
generoso, ma inutile, di trapiantare ne' deserti della Pannonia quella
banda di Ungaresi Tartari[91]. Questi vennero scacciati dalla patria de'
lor maggiori, e spinti ver l'occidente dalla guerra, dal capriccio di
alcune bande, e dalla forza superiore di più lontane tribù che, uscite
dal fondo dell'Asia, si impadronivano a mano a mano de' paesi che lungo
il cammino trovavano. La ragione, o il caso condusse questi Ungaresi
verso i confini dell'Impero romano; e giusta il loro stile, si fermarono
alle rive de' grandi fiumi, per lo che sonosi scoperte ne' dintorni di
Mosca, e di Kiovia, e nel territorio della Moldavia, le vestigia del
soggiorno lor momentaneo[92]. In tai lunghe e variate peregrinazioni non
sempre veniva lor fatto il sottrarsi alla dominazione del più forte; la
mescolanza di una progenie straniera o migliorò, o viziò la purezza del
loro sangue; molte tribù di Chazari, o per forza, o volontariamente,
agli antichi loro vassalli si collegarono, introducendo fra essi l'uso
di un secondo idioma; e la fama che aveano di valore, ottenne a questi
il posto più onorevole nell'ordine della battaglia. Le truppe dei Turchi
e de' lor confederati, formavano sette divisioni militari di pari forza:
ciascuna delle quali comprendeva trentamila ottocento cinquantasette
guerrieri: talchè calcolando le donne, i fanciulli, e i servi, colla
proporzione ordinaria, il numero di questi migrati si troverà essere
asceso almeno ad un milione. Sette Vevodi o Capi ereditarj conduceano
gli affari pubblici; ma le discordie, e la debolezza della loro
amministrazione fecero comprendere la necessità del governo più semplice
e vigoroso di un solo. Lo scettro ricusato dal modesto Lebedias, ai
natali e al merito di Almo, e di Arpad figlio di Almo fu conceduto; e il
popolo giurò di obbedire al suo principe, questi di consultare la
felicità e la gloria del suo popolo; e l'autorità del supremo Kan de'
Cazari un tale patto formò.

Le accennate particolarità potrebbero bastare, se l'acume de' moderni
dotti non avesse aperto ai nostri sguardi un nuovo e più vasto campo di
cognizioni sulla storia degli antichi popoli. La lingua degli Ungaresi
che si distingue sola, e come lingua a parte fra i dialetti schiavoni,
ha un'affinità sensibile ed intrinseca cogl'idiomi della schiatta
finnica[93], popolo selvaggio che più non conosciamo oggi giorno, e che
occupava altre volte le regioni settentrionali dell'Asia, e dell'Europa.
La loro primitiva denominazione di _Ugri_, o _Igur_, trovasi sul confine
Occidentale della Cina[94]; alcuni monumenti tartari provano la
migrazione di questi popoli sulle rive dell'Irtish[95]; un nome e un
idioma somigliante rinvenivasi nelle parti australi della Siberia[96], e
gli avanzi delle finniche tribù rimangono a più distanze sparsi sopra
una grande estensione, che incominciando dalla sorgente dell'Oby, va a
terminarsi alle coste della Lapponia.[97] Gli Ungaresi, e i Lapponi
usciti d'una medesima origine, offrirebbero un segnalato esempio de'
poderosi effetti del clima, che fra i discendenti di uno stesso padre
pone tanta opposizione, qual la veggiamo tra gli avventurieri che oggidì
s'inebbriano col vino delle rive del Danubio, e i miseri fuggiaschi,
sepolti in mezzo alle nevi del Circolo polare. Le armi, e la libertà
furono mai sempre le passioni dominanti, ma troppo spesso infelici degli
Ungaresi, cui la Natura e forza di corpo, e vigor d'animo compartì[98].
L'eccessivo freddo ha impicciolita la statura de' Lapponi, e
addiacciate, per così dire, le facoltà loro intellettuali. Fra tutti i
figli degli uomini, le solo tribù artiche ignorano che sia guerra, e non
mai versarono sangue umano: fortunata ignoranza, se la loro vita
tranquilla fosse un effetto della ragione e della virtù[99]!

L'autore della _Tattica_[100], l'Imperatore Leone, nota che tutte le
orde della Scizia si rassomigliavano nella lor vita pastorale, e
militare; che tutte usavano dei medesimi modi di sussistenza, e di
eguali strumenti di distruzione; ma aggiugne che le due nazioni de'
Bulgari e degli Ungaresi, erano superiori alle altre, e si conformavano
scambievolmente per certe miglioranze, benchè imperfette, che aveano
portate nella loro disciplina, e nel loro governo: affinità che è stata
a Leone un motivo di confondere i suoi amici, e i suoi nemici in una
medesima descrizione, cui accrescono vivacità alcuni tratti da esso
tolti agli autori contemporanei. Eccetto le prodezze, e la gloria
militare, cotesti Barbari giudicavano vile, e degno di sprezzo, tutto
quanto gli altri uomini estimano: la violenza naturale del loro animo
acquistava forza dall'orgoglio di trovarsi in molti, e da un sentimento
ingenito di libertà. Aveano tende di cuoio: coprivansi di pellicce: si
tagliavano i capelli, e si faceano ferite sul volto; lentamente
parlavano; operavano prontamente: violavano con impudenza i Trattati, e,
non meno di tutti gli altri Barbari, troppo ignoranti per sentire
l'importanza della verità, erano poi troppo orgogliosi per negare, o
palliare le trasgressioni che, contro gli obblighi più solenni, a sè
medesimi permetteano. Alcuni hanno lodata la costoro semplicità; ma in
sostanza si asteneano da un lusso che non conoscevano; ansiosi però
d'impadronirsi di tutto quanto fermava il lor guardo; insaziabili ne'
lor desiderj, e forniti della sola industria che alla rapina e al
ladroneccio appartiene. Questa dipintura di una nazione di pastori,
racchiude tutto quanto potrebbe dirsi più partitamente ed estesamente
sui costumi, il Governo, il modo di guerreggiare di tutti i popoli allo
stesso grado di civiltà pervenuti. Aggiugnerò che gli Ungaresi doveano
alla pesca e alla caccia una parte di lor sussistenza, e che, essendo
stato osservato che coltivavano _di rado_ la terra, da ciò stesso può
inferirsi che ne' loro nuovi possedimenti abbiano tentata _qualche_
lieve ed informe esperienza di coltivazione. Nelle loro migrazioni, e
forse nelle loro spedizioni guerriere, scorgeasi al retroguardo
dell'esercito un nugolo spaventoso di polvere, sollevata dalle migliaia
di pecore e di buoi, che manteneano fra essi una salubre, e costante
copia di latte, e di nudrimento animale. Le prime cure del Generale
all'abbondanza de' foraggi volgeansi, e quando le mandrie eran sicure
del loro pascolo, que' coraggiosi guerrieri non sentivano più nè
pericolo, nè fatica. La confusione de' loro campi, ove, sopra un vasto
spazio di terreno, sparsi stavano indistintamente gli uomini e il
bestiame, gli avrebbe di leggieri avventurati a notturne sorprese, se
non avesse guardati i dintorni del campo medesimo la loro cavalleria
leggiera, che sempre per esplorare e impedire l'avvicinar del nemico in
continuo moto si stava. Dopo avere fatte alcune esperienze sugli usi
militari de' Romani, ammisero fra i proprj attrezzi di guerra la spada,
e la lancia, l'elmo del soldato, e l'armadura del cavallo; ma l'arco
usato nella Tartaria fu sempre l'arma lor principale. I loro figli e
schiavi venivano addestrati fin da' primi anni al tiro delle frecce, e
al governo de' cavalli; forniti di braccio vigoroso, e d'occhio sicuro,
in mezzo a rapidissima corsa sapeano volgersi addietro, ed empir l'aere
d'un nembo di dardi. Nè meno formidabili in una battaglia ordinata, o in
un agguato, mostravansi terribili, se fuggivano dal nemico, terribili se
lo inseguivano. Le prime linee serbavano un'apparenza di ordine; ma
spinte avanti dall'impeto delle linee posteriori, scagliavansi con
impazienza sull'inimico. Dopo averlo messo in rotta, lo inseguivano a
capo chino, e a sciolte briglie, mandando orribili grida: se eglino
stessi prendevan la fuga in un istante di terrore o vero, o simulato,
l'ardor delle truppe che credeansi vincitrici, venia represso e punito
dalle subitanee fazioni che sapeano essi intraprendere, in mezzo anche
ad una corsa la più rapida e disordinata. Portarono l'abuso della
vittoria a tale eccesso, che ne rimase attonita l'Europa, ancor dolente
degli aspri colpi ricevuti dai Danesi, e dai Saracini; rare volte
chiedean quartiere, più rare volte lo concedeano: entrambi i sessi
venivano accusati di avere un animo inaccessibile alla pietà: credeasi
bevessero il sangue, e divorassero il cuore de' vinti, racconto popolare
al quale conciliava credenza la loro propensione al mangiar carni crude.
Non quindi gli Ungaresi ignoravano affatto que' principi di umanità e di
giustizia che la natura indistintamente a tutti gli uomini inspira.
Aveano leggi, e punizioni instituite contra i delitti pubblici e
privati: il furto, più seducente di tutti i delitti in un campo aperto,
ove ogni cosa sotto la tutela della confidenza pubblica posavasi, veniva
anche castigato come il più pericoloso; oltrechè trovavansi fra que'
Barbari molti individui, ne' quali le naturali virtù, più delle leggi
contribuivano a dirozzare i loro costumi, e che provandone tutte le
affezioni, i doveri della vita sociale adempievano.

[A. D. 889]

Le bande turche, dopo avere lungo tempo errato, poste ora in fuga, or
vittoriose, si avvicinarono alle frontiere comuni dell'Impero franco, e
del greco. Le prime loro conquiste, e i primi paesi ove posero stabil
dimora, si estesero lungo le rive del Danubio, al di sopra di Vienna, al
di sotto di Belgrado, e oltre ai limiti della romana Pannonia, ossia del
moderno regno dell'Ungheria[101]. Su questo vasto e fertile territorio
stanziavano i Moravi, tribù di Schiavoni che gli Ungaresi scacciarono,
confinandoli entro il ricinto di piccolo territorio. L'Impero di
Carlomagno estendeasi, almen di nome, sino ai confini della
Transilvania. Ma estinta la linea legittima di questo Monarca, i duchi
della Moravia non prestarono oltre obbedienza e tributo ai sovrani della
Francia Orientale. Il bastardo Arnolfo si lasciò guidare dal
risentimento a chiedere il soccorso de' Turchi, i quali si gettarono a
precipizio entro lo steccato che l'imprudenza loro disserrò: onde
giustamente questo sovrano della Germania ebbe rimprovero di avere
traditi gli interessi della società civile ed ecclesiastica de'
Cristiani. Finchè visse Arnolfo, la gratitudine, o il timore tennero in
freno gli Ungaresi: ma durante la fanciullezza di Lodovico, figlio e
successore di Arnolfo, scopersero ed invasero la Baviera: e tale era la
lor prestezza, affatto scitica, che in un sol giorno portavano via, e
consumavano lo spoglio di un territorio di cinquanta miglia di
circonferenza. Alla battaglia di Haubsburgo, i Cristiani conservarono la
superiorità sino all'ora settima della giornata: ma finalmente sorpresi
rimasero, e vinti da una simulata fuga della turca cavalleria.
L'incendio si dilatò sulle province della Baviera, della Svevia e della
Franconia, e gli Ungaresi[102], costringendo i più possenti fra i baroni
ad ammaestrare nella guerra i proprj vassalli, e ad affortificare le
loro castella, divennero la cagion principale dell'anarchia. A questa
epoca disastrosa viene assegnata l'origine delle città murate: non v'era
lontananza che guarentisse assai da un nemico, il quale, pressochè nel
medesimo istante, il monastero di S. Gallo nella Svizzera, e la città di
Brema, situata sulle coste dell'Oceano settentrionale, inceneriva.
L'Impero, ossia il reame dell'Alemagna, rimase per più di trent'anni
soggetto alla umiliazione del tributo, ed ogni resistenza cedè alla
minaccia fattasi dagli Ungaresi di condurre schiavi i fanciulli e le
donne, e di trucidare tutti i maschi che oltrepassassero i dieci anni.
Nè posso, nè bramo seguir queste genti al di là del Reno: accennerò
soltanto, maravigliandone, che le province meridionali della Francia
sentirono esse pur la burrasca, e che l'avvicinare di questi formidabili
stranieri spaventò la Spagna dietro a' suoi Pirenei[103]. La vicinanza
dell'Italia avea eccitate le prime correrie di costoro: nondimeno dal
lor campo della Brenta videro con una spezie di terrore la forza e la
popolazione apparenti della contrada recentemente scoperta per essi; e
la permissione di ritirarsi sollecitarono. Ma il Re d'Italia ne ributtò
con orgoglio l'inchiesta; ostinatezza e temerità che a ventimila
Cristiani costarono la vita. Di tutte le città dell'Occidente, Pavia,
residenza del Governo, era la più celebre pel suo splendore, e in questa
fama Roma stessa non la vincea che per le possedute reliquie de' Santi
Appostoli. Gli Ungaresi comparvero, e Pavia andò tutta in fiamme:
incenerirono quarantatre chiese, trucidarono gli abitanti, nè
risparmiarono che circa dugento miserabili, i quali, giusta le vaghe
esagerazioni de' contemporanei, pagarono il proprio riscatto con alcune
staia d'oro e d'argento, tratte dalle fumanti rovine della lor patria.
Intanto che gli Ungaresi partivano ogni anno dal piè dell'Alpi per far
saccheggi ne' dintorni di Roma e di Capua, le Chiese non per anco tocche
dal ferro de' Barbari, rintronavano di questa lamentevole litania.
«Salvateci, e liberateci dai dardi degli Ungaresi;» ma i Santi furono
sordi, o rimasero inesorabili, e il torrente barbarico agli estremi
confini della Calabria sol si fermò[104]. I vincitori acconsentirono a
negoziar pel riscatto di ciascun individuo italiano, e dieci staia di
argento vennero nel campo turco versate; ma la falsità è l'arma che suol
naturalmente opporsi alla violenza, e i ladri, così nel numero de'
contribuenti, come nel titolo de' metalli, si trovarono delusi. Dalla
parte d'oriente, gli Ungaresi ebbero a combattere a forze eguali, e con
dubbioso successo, i Bulgari, ai quali la loro religione non permetteva
il collegarsi co' Pagani, e che, per la lor situazione servivano di
antemurale all'Impero di Bisanzio; ma questo antemurale fu rovesciato; e
l'Imperatore di Costantinopoli vide sventolarsi dinanzi agli occhi le
bandiere de' Turchi, mentre uno de' più audaci fra lor guerrieri, ardiva
colla sua azza da guerra percotere la Porta d'Oro. L'astuzia e i tesori
de' Greci tennero lontano l'assalto; nondimeno gli Ungaresi, di avere
assoggettati a tributo il valore della Bulgaria, e la maestà de'
Cesari[105], poteron vantarsi. Le fazioni di questa stagione campale
furono tanto rapide ed estese, che fanno parere maggiori ai nostri occhi
la forza e il numero de' Turchi; ma tanto più è degno di lode il loro
coraggio, perchè un corpo di trecento o quattrocento uomini a cavallo
intraprese e sovente mandò a termine le sue corse sino alle porte di
Tessalonica, e di Costantinopoli. Epoca disastrosa dei secoli nono e
decimo, in cui l'Europa si vide assalita in una volta da Settentrione,
da Oriente, e da Mezzogiorno; molte contrade della medesima vennero a
vicenda devastate dai Normanni, dagli Ungaresi e dai Saracini, e Omero
avrebbe potuto paragonare questi selvaggi nemici a due lioni che
ruggiscono sullo sbranato corpo di un cervo[106].

[A. D. 934]

L'Alemagna e la Cristianità andarono debitrici di lor salvezza a due
Principi Sassoni, Enrico l'Uccellatore, e Ottone il Grande, che in due
memorabili battaglie, fiaccarono per sempre la possanza degli
Ungaresi[107]. Il prode Enrico che giacea infermo, allora quando intese
la notizia della invasione, dimenticando il suo debole stato, si pose a
capo delle soldatesche, perchè l'animo suo conservava intero il proprio
vigore; e il buon successo alle provvisioni che egli diè corrispose.
«Miei colleghi, egli diceva ai soldati nella mattina della pugna, ognun
di voi stia fermo sulla sua linea: i vostri scudi ricevano le prime
frecce de' Pagani, e prima che costoro vengano ad una seconda scarica,
colle lancie in resta correte rapidamente sovr'essi». I soldati
obbedirono, e furono vincitori. In un secolo d'ignoranza, Enrico ricorse
alle Belle Arti per far perpetuo il suo nome, e le dipinture istoriche
del castello di Merseburgo, ci hanno trasmesse le sue geste, o almeno
quegli atti della sua vita che meglio fanno scorgere l'indole di un
tanto monarca[108]. Venti anni dopo, i figli de' Turchi caduti sotto i
colpi di Enrico, invasero gli Stati del figlio del vincitore, e giusta i
calcoli più moderati, il costoro esercito a centomila uomini a cavallo
sommava. Sollecitati dalle fazioni dell'Impero Alemanno, e, profittando
de' passi che loro vennero aperti dai traditori, spintisi oltre il Reno
e la Mosa, penetrarono sin nel cuor della Fiandra. Ma il vigore e la
prudenza di Ottone la congiura dispersero. I Principi del Corpo
germanico avendo compreso, come, non rimanendo fedeli gli uni agli
altri, perderebbero inevitabilmente la loro religione, e la loro patria,
le forze di tutta la nazione sulla pianura di Augusta assembraronsi.
Marciò questo esercito, e combattè distribuito in otto legioni,
proporzionate al numero delle province e delle tribù. Le tre prime erano
composte di Bavaresi, di Franconj la quarta; la quinta di Sassoni
comandati dal lor monarca in persona: la sesta e la settima di Svevi;
l'ottava di mille Boemi che militavano al retroguardo. I soccorsi della
superstizione, che in siffatte congiunture possono aversi per onorevoli,
e salutari[109], a quelli della disciplina e del valore si collegarono.
Venne prescritto ai soldati purificarsi con un digiuno; il campo
ringorgava di reliquie di Santi, e di martiri: e l'eroe cristiano
cignendo la spada di Costantino, e armato dell'invincibile lancia di
Carlomagno, fece sventolare la bandiera di S. Maurizio, prefetto della
legione tebana. Ma soprattutto affidavasi alla santa lancia[110], la
punta della quale era stata fatta coi chiodi della vera Croce, lancia
che il padre di Enrico avea tolta al Re di Borgogna minacciandolo di
guerra, e presentandolo di una provincia. Credeasi che gli Ungaresi
assalirebbero di fronte; ma questi, valicato segretamente il Lech, fiume
della Baviera che mette foce al Danubio, intrapresero di fianco
l'esercito cristiano, ne devastarono le bagaglie, e portarono confusione
fra le legioni della Boemia e della Svevia. I Franconj riordinarono la
battaglia; il loro Duca, il valoroso Corrado, fu ferito da una freccia
nel momento che ritirato erasi del campo della pugna per gustar breve
riposo. I Sassoni sotto gli occhi del loro Re combatterono, e tal
vittoria ottennero, che per difficoltà superate, e per le conseguenze
che ebbe, ogni trionfo de' due trascorsi secoli oltrepassò. Gli Ungaresi
perdettero ancora più gente nella fuga che nel durare dell'azione,
perchè trovavansi rinserrati fra mezzo ai fiumi della Baviera, nè le
passate lor crudeltà lasciavano ad essi alcuna speranza di ottenere
misericordia. Tre Principi ungaresi caduti nelle mani de' vincitori
vennero appiccati a Ratisbona, gli altri prigionieri o strozzati, o
privi di qualche lor membro; que' fuggitivi che osarono tornarsene fra i
loro compatriotti, il rimanente di loro vita nella povertà, e nel
disonore[111] condussero. Però un tale disastro depresse il coraggio, e
l'orgoglio di questi Pagani, che munirono di fosse e di baluardi i passi
più accessibili dell'Ungheria. L'avversità inspirò loro sentimenti di
moderazione e di pace: i devastatori dell'Occidente si rassegnarono a
vita sedentaria, e un saggio Principe insegnò alla futura generazione
quai vantaggi ella potesse ritrarre dall'agricoltura, e dal commercio
delle produzioni di quel fertilissimo suolo. La schiatta primitiva, il
sangue turco, o finnico si mescolò con quello di nuove colonie d'origine
scitica o schiavona[112]: migliaia di prigionieri robusti, e industriosi
vennero colà trasportati da tutte le contrade europee[113]. Geisa, dopo
essersi stretto in nozze con una principessa di Baviera, concedè
dignità, e dominj ai Nobili della Alemagna[114]. Il figlio di Geisa
assunse il titolo di Re, e la dinastia di Arpad diede leggi all'Ungheria
per tre secoli. Ma non abbagliati dallo splendor del diadema que'
Barbari, nati liberi, accadde che il popolo facesse valere il suo
diritto di scegliere, di rimovere e di castigare il servo ereditario
dello Stato.

[A. D. 839]

III. Nel nono secolo, all'occasione di un'ambasceria che Teofilo,
Imperator d'Oriente inviò all'Imperator d'Occidente, Luigi, figlio di
Carlomagno, il nome di _Russi_,[115] cominciò per la prima volta ad
essere conosciuto in Europa; perchè i Greci erano accompagnati dagli
Ambasciatori del gran Duca o _Sciagan_ o _czar_ de' Russi. Questi
ambasciatori, nel trasferirsi a Costantinopoli, aveano dovuto toccare il
territorio di molte popolazioni nemiche al lor paese, e speravano
sottrarsi ai pericoli di cui li minacciava il tornare addietro,
coll'ottenere dal francese Monarca i modi a fine di restituirsi in
patria per mare. Un attento esame fece scoprire l'origine di costoro:
discendevano dalla schiatta degli Svevi, e de' Normanni, il cui nome
erasi già fatto odioso e formidabile ai Francesi; laonde, nè a torto, si
paventò, che questi ambasciatori russi fossero altrettanti esploratori,
sotto colore d'amicizia colà venuti. Gli Inviati greci partirono, ma
altrettanto non si permise ai Russi, perchè Luigi volea nuovi
schiarimenti, prima di risolversi ad attenersi per riguardo loro o alle
leggi della ospitalità, o a quelle della prudenza, giusta quanto
l'interesse di entrambi gli Imperi avrebbe indicato[116]. Gli Annali
moscoviti e la storia generale del Nort provano con molte dilucidazioni
questa origine scandinava del popolo, o almeno de' Principi, della
Russia[117]. I Normanni, per sì lungo tempo sepolti in una impenetrabile
oscurità, furono d'improvviso infiammati dallo spirito delle avventure
così marittime, come terrestri. Le vaste regioni, e, a quanto è stato
detto, popolosissime, della Danimarca, della Svezia, e della Norvegia,
abbondavano di Capi independenti, e di forsennati venturieri, che
incresciosi degli ozj della pace, fra le angosce della morte sol
sorrideano. I giovani Scandinavi altra professione non avendo che il
corseggiare, in questa unicamente ponevano la loro gloria e la loro
virtù. Stanchi di un clima addiacciato, e d'un paese fra stretti limiti
chiuso, brandivano l'armi all'uscir d'un banchetto, suonavano il corno,
salivano sui lor navigli, e trascorreano tutte le rive, che di bottino,
o di miglior soggiorno li lusingavano. Primo teatro delle loro imprese
marittime fu il mar Baltico; e col nome di _Varagi_ o _Varangi_[119], o
Corsari, approdando alla costa orientale, oscura dimora delle tribù
finniche, e schiavone, ricevettero dai Russi del lago Ladoga un tributo
di pelli di scoiattoli bianchi. Superiori ai nativi e per maestria nelle
armi, e per disciplina, e per celebrità, timore e rispetto a quelli
ispiravano: e quando portarono la guerra fra i Selvaggi dimoranti nelle
parti più interne di que' paesi, i Varangi non dissentirono dal
combattere con loro, come collegati, e ausiliari, e fosse per elezione
de' Russi, o per conquista, pervennero a poco a poco a dominar sopra un
popolo che in istato erano di proteggere. Per praticata tirannide si
fecero poi discacciare, e pel valore che li rendea necessarj, richiamati
furono di bel nuovo. Intanto che Ruric, Capo scandinavo, divenne
fondatore di una dinastia che più di settecento anni regnò, i fratelli
di Ruric ne dilatarono la possanza: solleciti di secondarlo i suoi
compagni d'armi, ne imitarono anche la usurpazione nelle province
australi della Russia; e le diverse loro conquiste, consolidate, giusta
l'uso, dalla guerra e dagli assassinj, in una possente Monarchia per
ultimo si congiunsero.

I discendenti di Ruric vennero lungo tempo riguardati come stranieri e
conquistatori. Governando eglino colle armi de' Varangi, presentavano di
dominj e di sudditi i fidi lor capitani, e nuovi venturieri venendo
dalle coste del Baltico, aumentavano ad essi il numero de'
partigiani[120]. Ma poichè la dominazione de' Capi scandinavi ebbe
acquistata stabilità, essi alle famiglie russe s'imparentavano; ne
assunsero la religione e la lingua; e Valadimiro I ebbe la gloria di
liberare da mercenarj stranieri la patria. Costoro lo avean posto sul
trono; ma le ricchezze del Principe, non bastando alle loro pretensioni,
egli giunse accortamente a persuaderli a cercarsi un padrone, non più
grato di lui, ma più dovizioso, e di veleggiare alle greche rive, ove il
loro valore troverebbe compenso, non di pelli di scoiattolo, ma d'oro e
di seta. In questo mezzo, il Principe russo avvertiva l'Imperator di
Bisanzo di disperdere qua e là, di tenere in faccende, di ricompensare,
ed anche frenare questi impetuosi figli del Settentrione. Gli Autori
greci contemporanei descrivono questo arrivo dei Varangi; da essi sotto
questo nome additati, e ne danno a conoscere l'indole. Il fatto è che
ogni giorno si acquistarono maggiore stima e confidenza, e raccolti a
Costantinopoli, ebbero ivi l'incarico della guardia del palagio;
accresciuti di poi da una banda numerosa di loro compatriotti, gli
abitanti di _Thule_; denominazione di paese generale e vaga, che in tal
circostanza alla Inghilterra si riferisce. Erano pertanto i nuovi
Varangi una colonia di Inglesi e Danesi al normanno giogo sottrattisi.
La consuetudine del migrare e del corseggiare avea riuniti i diversi
popoli della terra: questi esuli, ben ricevuti alla Corte di Bisanzo,
ivi conservarono, sino agli ultimi anni dell'Impero, una lealtà immune
da taccia, e l'uso delle lingue inglese e danese. Armato l'omero della
loro larga azza da guerra a due tagli, accompagnavano l'Imperatore al
tempio, al senato e all'Ippodromo; alla fedele loro guardia ei doveva la
tranquillità de' suoi sonni e de' suoi conviti; fra le lor mani, sicure
del pari e coraggiose, le chiavi del palagio, dell'erario e della
Capitale si stavano[121].

Nel decimo secolo le geografiche cognizioni che si aveano sulla Scizia
erano assai più estese di quelle degli Antichi; e la monarchia dei Russi
tiene una importante sede nel ragguaglio offertone da Costantino sulle
diverse nazioni del globo[122]. Il figlio di Ruric dominava la vasta
provincia di Wolodimir o Moscovia, e se i Russi da questo lato aveano
per impedimento ad estendersi di più le orde orientali, verso occidente
il loro Impero fino al mar Baltico e alla Prussia si dilatava. Verso
tramontana, oltrepassava il sessantesimo grado di latitudine di quelle
regioni iperboree che la nostra immaginazione ha empiute di mostri, o di
una notte eterna coperte. Dalla parte di ostro seguivano il corso del
Boristene fino in vicinanza all'Eussino. Le tribù dimoranti, o errabonde
in questa vasta contrada, allo stesso vincitore obbedivano, e a poco a
poco una medesima nazione formarono. La lingua russa attuale non è che
un dialetto della schiavona; ma nel decimo secolo, questi due idiomi
erano ben distinti l'uno dall'altro, e poichè lo schiavone ha prevalso
ne' climi australi, v'è luogo a credere che i Russi boreali, soggiogati
sulle prime dal General de' Varangi, alla schiatta finnica
appartenessero. Le migrazioni, le unioni, o le separazioni delle tribù
erranti, hanno cambiato continuamente il quadro mobile del deserto della
Scizia; pur trovansi nella carta più antica della Russia tai luoghi che
non hanno mai cambiato di nome. Novogorod[123], e Kiovia[124], le due
Capitali, fin dai primi tempi della Monarchia hanno esistenza. Novogorod
però non veniva ancora intitolata la Grande; non per anche erasi
confederata colla Lega anseatica, che le ricchezze e i principj della
libertà ha diffusi in Europa. Kiovia non superbiva ancora de' suoi
trecento tempj, di quella innumerevole popolazione, di quel grado di
magnificenza e splendore, onde la paragonavano a Costantinopoli coloro
che non aveano mai veduta la residenza de' Cesari. Le due città non
erano sulle prime che campi, o fiere, soli ritrovi che s'avessero i
Barbari per concertarsi sulle bisogne della guerra, o del commercio.
Pure queste assemblee annunziano alcuni progressi nella civiltà. Venne
tratta dalle province del Mezzogiorno una razza di animali, gli animali
cornuti; e lo spirito di commercio, per terra e per mare, si dilatò dal
Baltico all'Eussino, dalla foce dell'Oder al porto di Costantinopoli.
Sotto il regno del Paganesimo e della barbarie, i Normanni aveano
arricchita la città schiavona di Giulino, dalle loro cure ridotta a
ricettacolo di commercio[125]. Da questo porto situato alla foce
dell'Oder, i corsari e i mercatanti giugnevano in quarantatre giorni
alle coste orientali del Baltico. Quivi le popolazioni più rimote si
mescolavano fra loro, e i boschi sacri della Curlandia vedeansi,
narrano, ornati dell'oro della Grecia, e della Spagna[126]. Una
comunicazione facile, fra Novogorod e il mare, venne scoperta: durante
la state attraversavansi un golfo, un lago, un fiume navigabile: nel
verno la superficie solida di una immensa pianura di diaccio offeriva ai
viaggiatori il cammino. Dai dintorni di questa città, i Russi calavansi
per li fiumi che vanno a cader nel Boristene; le loro navicelle formate
di un solo albero portavano schiavi d'ogni età; pellicce d'ogni specie,
il mele delle loro api, le pelli de' loro animali, e tutte le derrate
del Settentrione, condotte venivano, e raccolte trovavansi ne' magazzini
di Kiovia. Il mese di giugno era per ordinario il tempo in cui la
navigatrice carovana partivasi. Il legno di quelle navicelle serviva
indi a fabbricar remi, e tavole per battelli più ampj, e di maggiore
durata; e questi nuovi navigli scendeano senza ostacolo giù pel
Boristene, fino a sette o tredici catene di roccie, che, opponendosi al
letto del fiume, ne mandano precipitando le acque. Se di minor conto
erano queste cateratte, bastava l'alleggerire i battelli; ma le più
rilevanti essi non potevano superare; i navicellai allora vedeansi
costretti a trasportare per terra le barche e gli schiavi, e durante
questo penoso viaggio di sei miglia, stavano in continuo pericolo di
essere assaliti dai malandrini del deserto[127]. Alla prima isola che
trovavano al di sotto delle cateratte, i Russi celebravano con una festa
la buona sorte che dal rischio gli avea campati; ad una seconda isola
più vicina alla foce del fiume, risarcivano i battelli per metterli in
istato di ricominciare più lunga e più perigliosa corsa che aspettavali
sul mar Nero. Costeggiando in appresso, raggiugneano senza fatica la
bocca del Danubio; e se il vento li favoriva in trentasei o quaranta ore
approdavano alle rive della Natolia, d'onde a Costantinopoli si
trasferivano. Di ritorno nella Russia, vi portavano un abbondante carico
di biade, vini, olj, lavori della Grecia e aromi dell'India. Alcuni de'
loro compatriotti si stanziavano nella Capitale e nelle province
dell'Impero greco, e la persona, i beni e i privilegi del mercatante
russo dai negoziati fra le due nazioni veniano guarentiti[128].

Ma non andò guari che si abusò, convertendola a danno dell'uman genere,
di una comunicazione apertasi col fine di vantaggiarlo. In un intervallo
di cento novanta anni i Russi tentarono per quattro volte di
saccheggiare i tesori di Costantinopoli: e benchè queste spedizioni
navali non ottenessero tutte un eguale successo, i motivi e i fini ne
erano sempre stati i medesimi, e i modi dell'imprenderle eguali[129]. I
maravigliosi racconti de' mercatanti russi che aveano veduta la
magnificenza e assaporato il lusso della città dei Cesari, alcuni saggi
di queste ricchezze che essi portavano in patria, destarono la cupidigia
de' lor selvaggi concittadini. Incominciarono questi ad invidiare quelle
beneficenze che la natura ricusava al lor clima, e a vagheggiare que'
lavori dell'arte che, nè attesa la lor dappocaggine poteano imitare, nè
attesa la lor povertà, procacciarsi. I Principi varangi innalzarono
bandiera di corsari, e trassero i migliori loro marinai dalle nazioni
che abitavano le isole settentrionali dell'Oceano[130]. Abbiam veduta
nel trascorso secolo una immagine di tale armamento nelle flotte de'
Cosacchi che uscirono fuori del Boristene per correre i mari colle
intenzioni medesime[131]. Il nome greco _monoxyla_, barca di un solo
pezzo, ben addiccasi alla chiglia de' lor navigli, che era un lungo
tronco di faggio o di betulla incavato; e su questa leggiera e stretta
base, continuata col mezzo di assi, lunghe fino a sessanta piedi, si
alzavano gli orli della navicella, alti in circa dodici piedi. Privi di
ponte questi navigli aveano due governali, ed un albero, e movendosi col
ministero di remi e di vele, portavano fra i quaranta e i settanta
uomini, forniti delle armi necessarie, e provveduti di acqua dolce, e di
pesce salato. Nella prima loro spedizione, i Russi non adoperarono più
di dugento di questi battelli; ma quando tutte le forze di lor nazione
spiegavano, poteano condurre e mille, e mille dugento navigli sotto le
mura di Costantinopoli. La loro flotta non era per nulla inferiore a
quella di Agamennone; i Greci spaventati la supponeano, dieci, o
quindici volte, più forte e più numerosa. Con qualche previdenza e
vigore, non sarebbe stato difficile agli Imperatori il chiudere con una
flotta la foce del Boristene. Ma, mercè alla loro indolenza, le coste
della Natolia furono in preda a' corsari, che più non s'incontravano da
sei secoli sul Ponto Eussino; e sintanto che la Capitale fu rispettata,
i disastri di una remota provincia sfuggirono all'attenzione de'
Principi e degli Storici. Finalmente poi la procella, che devastata avea
le rive del Fasi e di Trebisonda, scoppiò sul bosforo Tracio, stretto di
quindici miglia, ove un avversario più abile avrebbe potuto arrestare e
distruggere l'informe naviglio de' Russi. Nella prima loro intrapresa
condotti dai Principi di Kiovia[132], non trovarono ostacolo alla loro
navigazione, e mentre l'Imperatore Michele, figlio di Teofilo, era
lontano, occuparono il porto di Costantinopoli. Il ridetto principe,
dopo avere affrontati mille pericoli, pervenne finalmente a sbarcare
alla scala del palagio, trasferitosi tosto ad una chiesa consacrata a
Maria Vergine[133]. Per consiglio del Patriarca fu tolta da quel
Santuario una reliquia preziosa, l'abito della stessa Madonna; e
tuffatolo indi nel mare venne divotamente attribuita alla protezione
della madre di Dio una tempesta che, giunta a proposito, persuase ai
Russi la ritirata[134]. Il silenzio de' Greci fa nascere dubbj sulla
verità o certamente sull'importanza del secondo tentativo operato da
Oleg, tutore dei figli di Ruric[135]. Una sbarra ben affortificata e
guernita di soldati, a que' giorni, il Bosforo difendea: i Russi
superarono un tale ostacolo, come a ciò erano soliti, trascinando le
loro barche al di sopra dell'istmo, e le Cronache nazionali parlano di
questo semplicissimo espediente, come se la flotta russa, protetta da un
vento favorevole, avesse navigato per terra. Igor, figlio di Ruric,
comandante della terza spedizione, avea scelto un momento di debolezza e
d'impaccio pe' Greci, allorchè le armate navali stavano difendendo
l'Impero dai Saracini; ma ove non manca il coraggio, rare volte mancano
i modi della difesa. Vennero arditamente lanciate contro il nemico
quindici galee disordinate ed infrante; ed invece di una sola bocca di
fuoco greco che collocar solevasi sulla prora, furono abbondantemente
provveduti di questa fiamma e i fianchi e le poppe di tutti quindici i
navigli. Abili erano gli artefici, propizio l'aere. Migliaia di Russi
che preferirono l'annegarsi al cader vittima dell'incendio, si gettarono
in mare: tutti quelli che alle coste della Tracia si ripararono, vennero
inumanamente trucidati dai soldati e dai contadini. Nullameno, un terzo
di naviglio russo si sottrasse alla distruzione, guadagnando le basse
acque, e nel successivo anno Igor si apparecchiò a vendicare la ricevuta
sconfitta[136]. Dopo una lunga pace, Jaroslao pronipote di Igor, avendo
tentata una quarta invasione, il fuoco greco rispinse nuovamente
all'ingresso del Bosforo una flotta che il figlio di Iaroslao comandava.
Ma l'antiguardo de' Greci dato essendosi ad inseguire senza cautela i
fuggitivi, fu preso in mezzo da una moltitudine di barche russe; forse
in quel punto il fuoco greco mancò di alimento; e ventiquattro imperiali
galee, vennero quali prese, quali mandate a fondo, quali in altra guisa
distrutte[137].

Più spesso colle negoziazioni che colle armi l'Impero greco cercava
sottrarsi ai pericoli, o ai disastri del guerreggiare coi Russi. E per
vero, in queste marittime ostilità stava contro i Greci ogni svantaggio.
Doveano battersi con un popolo feroce, di cui non era stile il conceder
quartiere, povero sì che speranza di bottino non offeriva; e affidato
per le sue ritratte ad inaccessibili asili, che ogni speranza di
vendetta al vincitore toglievano. Laonde, fosse orgoglio, o debolezza,
prevalse una opinione che il continuarsi a cimentare con questi Barbari,
non potea far crescere, nè sminuire di gloria l'Impero. Costoro posero
sulle prime partiti immoderati, e non ammissibili, qual si era quello di
pretendere tre libbre d'oro per ogni soldato o marinaio della loro
flotta. La gioventù russa ostinavasi nella brama delle conquiste, mentre
i saggi vegliardi raccomandavano loro la moderazione. «Contentatevi,
essi diceano, delle grandiose offerte di Cesare. Non è egli meglio
ottenere senza combattere l'oro, l'argento, i drappi di seta e tutto
quanto è scopo dei nostri desiderj? Siam noi sicuri della vittoria?
Possiamo noi conchiudere un trattato col mare? Noi non camminiamo per
terra, ma galleggiamo sull'abisso delle acque, e la morte ai capi di
ognun di noi sovrasta egualmente[138]». La ricordanza di queste artiche
flotte che dal Cerchio polare pareano scendere, profonda impressione di
terrore lasciò nella Capitale degli Imperatori. Il volgo di tutte le
classi assicurava, e credea, che una statua equestre, posta sulla piazza
del Tauro, predicesse, con misteriosa iscrizione, dover finalmente venir
giorno, in cui i Russi diventerebbero padroni di Costantinopoli[139].
Son pochi anni che una squadra russa, in vece di uscir del Boristene, ha
fatto il giro d'Europa: abbiam veduta la Capitale degli Ottomani,
minacciata da grandi e forti vascelli di linea, de' quali un solo, e per
l'abilità de' suoi marinaj, e per la forza delle sue terribili
artiglierie, avrebbe bastato a mandare a fondo, o disperdere cento
navigli simili a quelli che gli antenati de' Russi adopravano: onde i
Turchi hanno ogni ragion di temere che la generazione presente, non veda
compirsi una tal profezia; profezia che si toglie dalle ordinarie perchè
lo stile non ne è equivoco, nè può esserne rivocata in dubbio la data.

[A. D. 555-673]

Men formidabili per terra che sul mare, erano i Russi; soliti quasi
sempre a combattere a piedi, avvi motivo per credere che le irregolari
loro legioni sieno state sovente rovesciate, e dalla cavalleria delle
orde scitiche poste in rotta; ma le nascenti loro città, comunque in uno
stato di imperfezione si ritrovassero, offerivano asilo ai sudditi,
ostacolo tremendo al nemico. La monarchia di Kiovia, sintanto che non
venne smembrata, a tutto il Settentrione diè legge; e Swatoslao[140]
figlio d'Igor, figlio di Oleck, figlio di Ruric, le nazioni poste tra il
Volga e il Danubio, ora rispinse, or debellò; perchè le fatiche di una
vita militare e selvaggia, in questo principe il vigore dello spirito e
dell'animo fortificarono. Vestito di una pelle d'orso, sul terreno
ignudo per lo più coricavasi, e guanciale ad esso era una sella; nel
nudrirsi di cibi semplici e grossolani agli eroi di Omero non la
cedea[141], e tai cibi erano per lo più carne di cavallo arrostita, o
sugli ardenti carboni abbrustolata. La consuetudine della guerra
addestrava e istruiva il suo esercito, ed è credibile che non fosse
permesso a quelle soldatesche lo sfoggiare d'un lusso ignoto al loro
generale. Un'ambasceria venutagli per parte dell'imperatore Niceforo
indusse Swatoslao ad intraprendere la conquista della Bulgaria, intanto
che un donativo di millecinquecento libbre d'oro servivagli alle spese
già fatte, o che per quella spedizione far si dovevano. Imbarcati
sessantamila de' suoi che, usciti dalla foce del Boristene a quella del
Danubio volser le vele, alle coste della Mesia approdò, ove dopo
sanguinosa battaglia le spade russe sulle frecce della cavalleria de'
Bulgari ebber trionfo. Il Re vinto scese nel sepolcro; i figli di lui
caddero in potere del vincitore; e i nortici guerrieri, sino alle falde
dell'Emo, i suoi Stati devastarono o saccheggiarono. Il principe
varangio, anzichè abbandonar la sua preda e mantenere le date promesse,
più propenso a maggiormente innoltrarsi che a retrocedere si mostrava;
onde se il buon successo avesse coronato il fine della sua impresa, già
nel decimo secolo la residenza dell'Impero russo sarebbe stata sotto un
clima più temperato e più fertile trasferita. Swatoslao divisò godere
de' moltiplici vantaggi che ben sentiva essere al suo nuovo stato
inerenti, potendo già, sia col commercio, sia colla rapina, attrarre a
sè le diverse produzioni di tutta la Terra. Una facile navigazione gli
arrecava le pellicce, la cera e l'idromele della Russia. Di cavalli e
delle spoglie d'Occidente l'Ungheria lo forniva, la Grecia abbondava
d'oro, d'argento, e di tutti quegli arredi di lusso, de' quali, in sua
povertà, disdegnoso ostentavasi il vincitore. Numerose bande di
Patzinaciti, di Cozari, e di Turchi accorreano da ogni lato sotto le
bandiere di un principe vittorioso. In questo mezzo, l'ambasciatore di
Niceforo, tradendo il suo padrone, vestì la porpora, e promise ai nuovi
confederati dell'Impero di spartirsene seco loro i tesori. Il principe
russo continuò intanto la militare sua corsa dalle rive del Danubio sino
ad Adrianopoli; e quando intimato vennegli di sgomberare la provincia
romana, diede una disdegnosa risposta aggiugnendo che la stessa
Costantinopoli dovea fra poco aspettarsi l'arrivo del suo nemico e
padrone.

[A. D. 970-973]

Niceforo non era più in istato di riparare ai danni che egli medesimo
all'Impero avea procacciati, allorchè il trono e la moglie di lui
vennero nelle mani di Giovanni Zimiscè, che sotto piccola statura il
coraggio e la mente di un eroe nascondea[142]. La prima vittoria
riportata dai Luogo-tenenti di Zimiscè, tolse ai Russi i loro
confederati stranieri, ventimila de' quali furono o uccisi, o trascinati
alla ribellione, o costretti per ultimo al partito di abbandonar le
bandiere. Già libera era la Tracia; ma settantamila Barbari rimanevano
sotto l'armi, e le legioni che erano state richiamate dalle nuove
conquiste della Sorìa, si accigneano, giunta la primavera, a correre
sotto gli stendardi di un principe guerriero, che l'amico e il
vendicatore de' Bulgari si chiariva. Avendo il nemico lasciate scoperte
le gole del monte Emo, gli Imperiali le occuparono tostamente.
L'antiguardo romano era fatto dagli _Immortali_, superbo nome assuntosi
ad imitazion de' Persiani; l'Imperatore conducea un corpo di diecimila
cinquecento fantacini; e il rimanente delle sue forze, le bagaglie e le
macchine da guerra con lentezza e cautela venivano appresso. Per sua
prima impresa, Zimiscè ridusse in due giorni Marcianopoli o
Peristlaba[143]. Scalate ne furono a suon di tromba le mura, e mentre
ottomila cinquecento Russi venivano passati a fil di spada, i figli del
principe di Bulgaria liberati da carcere ignominioso, furono insigniti
del titolo vano di Re. Dopo queste moltiplicate sconfitte, Swatoslao si
ritrasse nel ben munito campo di Dristra in riva al Danubio, fin dove
perseguillo un nemico abile nel valersi a vicenda, e secondo l'uopo,
della celerità e della lentezza. Intanto che le bizantine galee
risalivano il fiume, le truppe compieano le loro fazioni di
circonvallazione; onde il principe russo, che teneasi riparato dietro le
fortificazioni del suo campo e della città, rimase d'ogni intorno
avvolto, assalito, e condotto ad ultima stremità. Per molte azioni
valorose, per molte disperate sortite si segnalarono i Russi, e sol dopo
un assedio di sessantacinque giorni, Swatoslao cedè alla fortuna,
ottenendo tale capitolazione che valse a dimostrare la prudenza del
vincitore, e quanto questi apprezzasse la prodezza, e temesse la
disperazione di un guerriero, il cui animo domar non poteasi. Con
solenni giuramenti che sapeano d'imprecazione, il Gran Duca della Russia
obbligossi a mettere da un lato tutti i divisamenti concetti contra
l'Impero, al qual patto ottenne la permissione di rivedere i suoi Stati.
Dovette inoltre convenire, perchè la libertà al commercio e alla
navigazione venisse restituita; si concedè una misura di biada ad ognuno
de' suoi soldati, nella qual circostanza il numero di ventiduemila
misure distribuite nel campo, diè a divedere quanti soldati perduti
aveva il duce russo, e quanti ancora gliene rimanevano. Dopo un
disastroso viaggio i Russi raggiunsero la foce del Boristene; ma privi
di vettovaglie e da avversa stagione tribolati, passarono il verno sul
diaccio, e prima di potersi rimettere in cammino, Swatoslao fu sorpreso,
ed oppresso dalle confinanti tribù, colle quali i Greci avevano avuta
l'accortezza di intavolare utili corrispondenze[144]. Ben altro di
Zimiscè fu il ritorno, che venne accolto nella sua Capitale come
l'antica Roma, Camillo e Mario, suoi liberatori, accogliea; il devoto
Imperatore però dando laude della sua vittoria alla Madre di Dio,
l'Immagine della Madonna che si tenea il bambino fra le braccia, venne
collocata sul carro trionfale cui gravavano le spoglie dell'inimico, e
decoravano i reali arredi della bulgara monarchia. Mentre l'Imperatore
facea il suo ingresso a cavallo, ornato di diadema la fronte, e
portandosi fra le mani una corona d'alloro, Costantinopoli era ammirata
di dover celebrare le virtù guerriere di cotest'uomo[145].

[A. D. 864]

Fozio, patriarca dì Costantinopoli, nel quale l'ambizione pareggiava la
brama del sapere, si congratula colla Chiesa greca, e con sè medesimo,
di avere convertiti i Russi[146]. Egli avea di fatto indotti questi
uomini truci e sanguinolenti a riconoscere Gesù Cristo per loro Dio, i
missionarj Cristiani per loro maestri, e i Romani per loro amici e
fratelli. Ma fu di breve durata questo trionfo: non era difficile, che
cedendo alla varietà degli avvenimenti collegatisi alle successive loro
imprese, alcuni duci russi acconsentissero a ricevere l'acqua del
Battesimo: potea un vescovo greco sotto nome di metropolitano
amministrare, nella Cattedrale di Kiovia, i Sacramenti ad alcune
congregazioni composte di schiavi e di nativi del paese; ma la semenza
del Vangelo sopra ingrato suolo cadea: considerabile fu il numero degli
apostati, scarsissimo quello de' convertiti. Il battesimo di Olga
contrassegna la vera epoca del cristianesimo introdottosi nella
Russia[147]. Una donna, forse delle ultime classi della società, che
come Olga, avea saputo vendicare la morte di Igor suo marito, e dello
scettro del medesimo impadronirsi, non potea mancare di quell'operoso
vigore atto ad inspirar temenza ne' popoli barbari e ad indurli a
sommessione. Ella scelse un momento di pace generale interna ed esterna
de' suoi Stati per trasferirsi da Kiovia a Costantinopoli, ove la ricevè
nel suo palagio l'Imperatore Costantino Porfirogeneta, che ha descritto
egli medesimo minutamente tutto il cerimoniale di questo ricevimento:
fin quanto il rispetto dovuto alla porpora lo permettea, vennero
regolati gli ufizj dell'etichetta, i titoli, i saluti, i conviti, i
donativi in modo che potesse chiamarsene soddisfatta la vanità della
principessa straniera[148]. Al fonte battesimale ella assunse il nome
venerato fra i Greci dell'imperatrice Elena: e a quanto apparisce la
conversione di lei fu preceduta da quella di suo zio, di due interpreti,
di sedici matrone, di diciotto donne di minor conto, di ventidue servi o
ministri, e di quarantadue mercatanti, in che stavasi il suo corteggio.
Di ritorno a Kiovia e a Novogorod, rimase ferma nella nuova sua
religione; ma infruttuosi furono gli sforzi della medesima per propagare
l'Evangelo, e fosse ostinatezza, o indifferenza, la sua famiglia e il
suo popolo si mantennero fedeli alle divinità de' loro antenati.
Swatoslao, figlio di Olga, temè il disprezzo e la derisione de' suoi
coetanei, e Valadimiro pronipote della ridetta regina, diedesi con tutto
l'ardore proprio della giovinezza alla cura di moltiplicare e illustrare
i monumenti dell'antica religione de' Russi. Con umani sagrifizj
continuavano tuttavia i popoli del Nort a voler placare le feroci loro
divinità, e nella scelta della vittima, il cittadino preferivasi allo
straniero, il cristiano all'idolatra; un padre che avesse voluto
ritogliere il proprio figlio al coltello de' Sacerdoti, periva insieme
con esso, vittima del furore di quella fanatica moltitudine. Ciò
nullameno le lezioni e l'esempio della pietosa Olga, aveano fatta
impressione segreta, ma profonda sugli animi del giovine principe, e
d'una parte di popolo; i missionarj greci continuavano a predicare, a
disputare fra loro, e a battezzar convertiti, intanto che gli
ambasciatori e i negozianti russi che dimoravano a Costantinopoli,
raffrontavano la truce loro idolatria col più allettevole culto dei
Greci. Ammirata aveano la chiesa di S. Sofia, le animate tele, ove
effigiate vedeansi le vite de' Santi e de' Martiri, le ricchezze
dell'altare, la molta quantità dei preti, e i magnifici loro apparati,
la pompa e il buon ordine delle cerimonie; edificati da quegli armoniosi
cantici, dopo de' quali un silenzio religioso veniva, si lasciarono
persuadere facilmente che un coro d'Angeli scendesse ogni giorno dal
Cielo per unirsi alla divozion de' fedeli[149]; ma l'eccitamento più
forte alla conversione di Valadimiro si fu la brama di congiungersi in
nozze ad una donna romana. Il Pontefice cristiano gli amministrò il
battesimo, e il matrimonio ad un tempo, nella città di Cherson, città
che Valadimiro restituì all'imperatore Basilio, fratel di sua moglie.
Questa città avea le porte di bronzo che vennero, dicesi, trasportate a
Novogorod e poste dinanzi alla chiesa qual monumento del trionfo e della
fede di Valadimiro[150]. Ad un cenno di questo sovrano, _Perrun_, il Dio
del tuono, da lui medesimo adorato sì lungo tempo, atterrato venne e
trascinato nel fango; l'informe statua della divinità fu posta in pezzi
a colpi di mazza da dodici robusti Barbari, che la gettarono indi con
indignazione nel Boristene. Un editto di Valadimiro avendo chiariti
nemici di Dio e del principe, e minacciato di trattarli siccome tali,
tutti coloro che ricuserebbero il battesimo, i fiumi della Russia
ricevettero migliaia di sudditi che alla sacra cerimonia prestaronsi,
gareggianti in riconoscere la verità, e l'eccellenza di una dottrina dal
gran Duca, e da' suoi Boiardi abbracciata. La generazione successiva
vide sparire ogni avanzo di paganesimo; ma i due fratelli di Valadimiro
essendo morti senza avere ricevuto questo segno caratteristico del
Cristianesimo, ne vennero disotterrate le ossa e purificate con un
battesimo postumo ed irregolare.

[A. D. 800-1100]

Ne' secoli nono, decimo e undecimo dell'Era cristiana, il regno
dell'Evangelo e della Chiesa, si estese sulla Bulgaria, l'Ungheria, la
Boemia, la Sassonia, la Danimarca, la Norvegia, la Svezia, la Polonia e
la Russia[151]; e rinovatisi i trionfi dell'appostolico zelo in questa
età di ferro del Cristianesimo, le contrade settentrionali e orientali
dell'Europa, si sottomisero ad una religione, la quale più nella parte
teoretica, che nella pratica dal culto degli idoli differiva[152]. Una
lodevole ambizione conduceva i monaci dell'Alemagna e della Grecia per
mezzo alle tende e alle capanne dei Barbari. La povertà, la fatica, i
pericoli furono il retaggio di questi primi missionarj della Fede:
armati di operoso e paziente coraggio, le loro intenzioni erano pure, e
degne di stima: nè miglior ricompensa poteano aspettarsi fuor della
testimonianza della loro coscienza e della venerazione di un grato
popolo. Ma gli orgogliosi e ricchi prelati de' tempi posteriori, il
frutto di queste missioni raccolsero. Volontarie furono le prime
conversioni, nè i missionarj aveano altr'armi, che la santità de'
costumi, e l'eloquenza de' loro discorsi: per via di miracoli e di
visioni combatteano le favole domestiche dei Pagani: e a meglio sedurre
i governanti ne lusingavano la vanità, e agli interessi dei medesimi
davano opera. I Capi delle nazioni, ai quali i titoli di re e di santi
largivansi[153], credevano opera legittima e pia il sottomettere alla
Fede cattolica i loro sudditi e i lor vicini. La costa del Baltico,
dall'Holstein sino al golfo di Finlandia, a nome e sotto la bandiera
della Croce fu invasa: la conversione della Lituania operata nel secolo
decimoquarto al regno della idolatria pose termine. Un riguardo di
verità e buona fede ne costrigne a confessare che la conversione del
Nort, molti vantaggi agli antichi e ai nuovi cristiani produsse. Se i
precetti del Vangelo, che raccomandano la carità e la pace, non poterono
estinguere il furor della guerra connaturale alla specie umana, e se
l'ambizione dei principi cattolici ha nondimeno rinovate in tutti i
secoli le calamità che a questo flagello si uniscono, almeno l'avere
ammessi i Barbari nel seno della civile ed ecclesiastica società, liberò
l'Europa dai devastamenti che per mare e per terra operavansi dai
Normanni, dagli Ungaresi e dai Russi, e appresero questi a rispettare il
sangue umano, e divennero coltivatori[154]. Aggiugnendosi la prevalenza
del clero ad istituir leggi e a consolidare il buon ordine, i popoli
selvaggi conobbero gli elementi delle Arti e delle Scienze. Mossi da una
saggia pietà i Principi russi, ebbero l'intendimento di chiamare al
proprio servigio i più abili fra i Greci, affinchè abbellissero la
città, e ne ammaestrassero gli abitanti. Vidersi, benchè informemente,
imitati e copiati nelle chiese di Kiovia e di Novogorod la cupola e i
quadri di S. Sofia; gli scritti dei Padri vennero tradotti in lingua
schiavona, e trecento nobili giovani si trovarono sollecitati, o
costretti a frequentare le lezioni del collegio di Jaroslao. Parrebbe,
che quanto ai progressi nelle cognizioni, i Russi avessero dovuto
ottenere grandi vantaggi dagli speciali vincoli per cui stretti erano
alla Chiesa e allo Stato di Costantinopoli, che in que' tempi, nè a
torto, dell'ignoranza de' Latini rideansi. Ma la nazione greca vivea
nella schiavitù, isolata, e in uno stato di rapido scadimento: dopo la
caduta di Kiovia, la navigazione del Boristene fu trascurata; e intanto
che i Sovrani della città di Volodimir e di Mosca si trovavano disgiunti
dal mare e dal rimanente della Cristianità, i Tartari fecero soffrire a
quella Monarchia divisa in parti il vergognoso giogo della
barbarie[155]. I regni degli Schiavoni e degli Scandinavi, convertiti
dai missionarj latini, trovavansi per vero dire sottomessi alla
giurisdizione spirituale e alle pretensioni temporali de' Papi[156]. Ma
avendo abbracciata la stessa lingua e lo stesso culto di Roma, assunsero
lo spirito libero e generoso della Repubblica europea, e a poco a poco
dalla luce del sapere che splendè in Occidente, anch'essi furono
rischiarati.

NOTE:

[71] Il diligentissimo Giovanni Gotthelf Stritter ha compilati, raccolti
e tradotti in latino tutti i passi della Storia Bisantina che si
riferiscono ai Barbari nelle sue _Memoriae populorum, ad Danubium,
Pontum-Euxinum, Paludem Maeotidem, Caucasum, mare Caspium, et inde magis
ad septentriones incolentium_, Pietroburgo, 1771-1779, 4 tomi, o 6
volumi in 4; ma col merito del suo lavoro non ha fatto spiccare il
valore di questi indigesti materiali.

[72] _V._ il capitolo XXXIX della presente opera.

[73] Teofane, p. 296-299, Anastasio, pag. 113; Niceforo, C. P. p. 22,
23. Teofane colloca l'antica Bulgaria sulle rive dell'Atell, o del
Volga; ma asserendo egli che questo fiume mette foce nell'Eussino, un
errore si grossolano, gli toglie fede anche nel rimanente.

[74] Paolo Diacono (_De gestis Langobard._, l. V, c. 29, p. 881, 882),
Camillo Pellegrino (_De ducatu Beneventano, dissert. 7, in scriptores
rerum ital._, t. V, p. 186, 187), e il Beretti (_Chronograph. Ital.
medii aevi_, p. 273 ec.), conciliano facilmente le apparenti differenze
che si ravvisano fra lo Storico Lombardo, e i Greci mentovati nella nota
precedente. Questa colonia di Bulgari si stanziò in un cantone deserto
del Sannio, ove imparò la lingua latina senza dimenticare la nativa.

[75] Nella disputa di giurisdizione ecclesiastica fra i Patriarchi di
Roma e di Costantinopoli, queste province dell'Impero vennero,
adoperando il linguaggio del Baronio (_Annal. eccles._ A. D. 869, _n.
75_), assegnate al regno de' Bulgari.

[76] Cedreno (p. 713) indica chiaramente la situazione di Licnido, o
Acrida, e il regno di cui questa città era la Capitale. La traslazione
dell'Arcivescovato o Patriarcato di _Justinianea prima_ a Licnido e indi
a Ternovo, ha portata confusione nell'idee e nelle espressioni de'
Greci. Niceforo Gregoras (l. II, c. 2, p. 14, 15), Thomassin
(_Discipline de l'Eglise_, t. I, l. I, c. 19-23), e un Francese
(d'Anville) mostrano di avere sulla geografia del greco Impero assai più
precise nozioni (_Hist. de l'acad. des inscriptions_ t. 31).

[77] Calcocondila, atto a profferir giudizio su di tale argomento,
afferma l'identità dell'idioma de' Dalmati, de' Bosnj, de' Serviani, de'
_Bulgari_ e de' Polacchi (_De rebus turcicis_, l. X, p. 283), e altrove
de' Boemi (l. II, p. 38). Il medesimo autore ha accennato qual fosse
l'idioma particolare degli Ungaresi.

[78] _V._ l'opera di Gian Cristoforo Giordano (_De originibus
sclavicis_; Vienna 1745, in quattro parti, o due vol. in fol.). La
Raccolta, e le Ricerche di questo Autore portano schiarimenti sulle
antichità della Boemia e de' paesi circonvicini; ma troppo limitato è il
suo disegno, barbaro lo stile, ne è superficiale la critica, e si vede
che il Consigliere aulico non si è liberato affatto dalle pregiudicate
opinioni d'un Boemo.

[79] Giordano ammette la ben nota e verisimile etimologia di _Slava,
laus_, gloria, termine di uso famigliare ne' varj dialetti, e che forma
la desinenza di chiarissimi nomi (_De originibus sclavicis_, pars. I, p.
40: para. IV, 101, 102).

[80] Sembra che tal cambiamento di un nome proprio in un nome
appellativo, sia accaduto nel duodecimo secolo presso gli abitanti della
Francia orientale, ove i Principi e i Vescovi aveano molti Schiavoni, in
istato di cattività, _non della schiatta boema_, esclama Giordano, _ma
di quella de' Sorabi._ Indi il termine divenne di un uso generale,
passando nelle lingue moderne e persin nello stile degli ultimi autori
di Bisanzio (V. i Glossarj greci e latini). La confusione poi del nome
σερβλοι _Serviani_ e del latino _Servii_, anche maggiormente si propagò,
ed era più famigliare ai Greci del basso Impero (Costant. Porfir. _De
administrando imperio_, c. 32, p. 99).

[81] L'imperatore Costantino Porfirogeneta, esattissimo allorchè parla
degli avvenimenti del suo tempo, ma favoloso oltre ogni dire, quando
racconta cose accadute prima di lui, narra diverse particolarità intorno
agli Schiavoni della Dalmazia (c. 29-36).

[82] _V._ la Cronaca anonima del secolo XI, attribuita a Giovanni
Sagornin (p. 94-102) e la Cronaca composta nel secolo XIV dal Doge
Andrea Dandolo (_Script. rerum ital._, t. XII, pag. 227-230), i due più
antichi monumenti della Storia di Venezia.

[83] Gli Annali di Cedreno e di Zonara parlano, nelle note che a ciò si
riferiscono, del primo regno de' Bulgari. Lo Stritter (_Memoriae
popolorum_, t. II, part. II, p. 441-647) ha raccolti i materiali
somministrati dagli Autori bisantini, e il Ducange ha determinata e
posta in ordine la serie dei re della Bulgaria (_Fam. byzant._, p.
305-318).

[84] _Simeonem semi-Graecum esse aiebant, eo quod a pueritia Byzantii
Demosthenis rhetoricam et Aristotelis syllogismos didicerat_ (Luitprand,
l. III, c. 8). Questo autore dice in altro luogo: _Simeon, fortis
bellator, Bulgariae praeerat; christianus, sed vicinis Graecis valde
inimicus_ (l. I, c. 2).

[85]

    _ — Rigidum fera dextera cornu_
    _Dum tenet infregit, truncaque a fronte revellit._

Ovidio (_Metamorph._, IX, 1-100) ha dipinte arditamente le pugne fra i
nativi del paese, e gli stranieri, sotto figura del Dio del fiume e
dell'eroe.

[86] L'ambasciatore di Ottone sentì fin ribrezzo delle scuse che i Greci
fecero a questo re: _Cum Christophori filiam Petrus Bulgarorum VASILEUS
conjugem duceret, Symphona, id est consonantia, scripto juramento
firmata sunt ut omnium gentium apostolis, id est nunciis, penes nos
Bulgarorum apostoli praeponantur, honorentur, diligantur_ (Luitprando,
_in Legatione_, p. 482). _V._ il _Cérémonial_ di Costantino
Porfirogeneta t. I, p. 82; t. II, p. 429, 430-434, 435-443, 444-446,
447, colle Osservazioni del Reiske.

[87] Un vescovo di Virtzburgo sottomise questa opinione al giudizio di
un reverendo Abate, che gravemente decise essere _Gog_ e _Magog_ i
persecutori spirituali della Chiesa, perchè _Gog_ significa il fasto e
l'orgoglio degli eretici, e _Magog_ la conseguenza del fasto, vale a
dire la propagazione delle loro Sette. Questi erano nullameno gli uomini
che pretesero imprimere rispetto in tutto il genere umano! (Fleury,
_Hist. eccles._, l. XI, p. 594, ec.).

[88] I due Autori ungaresi de' quali più mi sono giovato, sono Giorgio
Pray (_Dissertationes ad Annales veterum Hungarorum_, etc., _Vienna_,
1775, in folio), e Stefano Katona (_Hist. critica ducum et regum
Hungariae stirpis Arpadianae_, Pest, 1778-1781, 5 vol. in 8). Il primo
comprende un grande intervallo di tempo, sul quale non può spesse volte
formare che congetture. Il secondo, per dottrina, sagacità e senno,
merita il nome di Storico critico.

[89] Vien dato all'autore di questa cronaca il titolo di notaio del re
Bela. Il Katona che lo colloca nel dodicesimo secolo, lo difende contro
le accuse del Pray. Sembra che il ridetto Autore di annali, malgrado la
sua rozzezza siasi giovato unicamente di alcuni monumenti storici,
poichè così si esprime con dignità, _Rejectis falsis fabulis rusticorum,
et garrulo cantu joculatorum._ Queste favole poi vennero raccolte nel
secolo XV dal Tutotzio, e abbellite dall'italiano Bonfini (V. il
discorso preliminare della _Historia critica, Ducum_ p. 7-133).

[90] V. Costantino (_De administrando imperio_, c. III, 4-13-38-42). Il
Katona con assai d'intelligenza ha riferita la data di quest'opera agli
anni 949, 950, 951 (p. 4-70). Lo storico critico (p. 34-107) s'ingegna
provare l'esistenza e le geste del Duca Almo, padre di Arpad, cose
tacitamente ricusate da Costantino.

[91] Il Pray (_Dissert._ p. 37-39) riporta, e chiarisce i passi
originali de' missionarj ungaresi, Bonfini ed Enea Silvio.

[92] Vedonsi ne' deserti posti a libeccio di Astrakan, le rovine di una
città detta _Madsciar_, che attesta essere soggiornate in questi luoghi
bande di Ungaresi, o _Magyar_ (_Précis de la Géogr. univ._, di
Malte-Brun, t. I, pag. 353). (Nota dell'edit.)

[93] Il Fischer (_Quaestiones petropolitanae, de origine Hungarorum_) e
il Pray (_Dissert._ 1, 2, 3, ec.), hanno pubblicate diverse tavole di
confronto fra la lingua degli Ungaresi, e i dialetti finnici. L'affinità
è grande; ma brevi sono i cataloghi, e le parole che ne' medesimi si
rinvengono, sono state scelte con troppo studio. Leggo poi nel dotto
Bayer (_Comment. acad. Petropol._, t. X, p. 374) che, comunque la lingua
degli Ungaresi abbia ammesso un grande numero di voci finniche
(_innumeras voces_), le due lingue differiscono fra loro _toto genio_ et
_natura._

[94] Nel paese di Turfan che i geografi cinesi chiaramente e
partitamente descrivono (Gaubil, _Histoire du grand Gengis-Kan_, pag.
13; de Guignes, _Histoire des Huns_, t. II, pag. 31 ec.).

[95] _Historia genealog. de' Tartari_, di Abulghazi-Bahadur-Khan (part.
II, p. 90-98).

[96] Isbrand Ives (Harris's _Collection of Voyages and Travels_, vol.
II, p. 920, 921), e Bell (_Travels_, v. I, p. 174), andando alla Cina,
trovarono i Vogulitz ne' dintorni di Tobolsk. Mettendo i vocaboli alla
tortura, come gli etimologisti hanno l'arte di fare, _Ugur_ e _Vogul_
offrono il medesimo nome. Le montagne circonvicine vengono di fatto
chiamate _Ugriane_, e fra tutti i dialetti finnici, il voguliano è
quello che si avvicina meglio all'ungarese (Fischer, _Disser._ I p.
20-30; Pray, _Dissert._ 2, p. 31-34).

[97] Le otto tribù della schiatta finnica veggonsi descritte nella opera
apprezzabilissima del signor Levesque (_Hist. des Peuples soumis à la
domination de la Russie_, t. I, p. 361-561).

[98] Questa pittura degli Ungaresi e de' Bulgari è tratta principalmente
dalla Tattica di Leone (p. 796-801), e dagli Annali latini riportati dal
Baronio, dal Pagi, e dal Muratori, A. D. 889 ec.

[99] Buffon (_Hist. nat._, t. V, p. 6, in 12). Gustavo Adolfo si
accinse, ma senza frutto, ad instituire un reggimento di Lapponi. Il
Grozio parlando di queste tribù antiche si esprime: _Arma, arcus et
pharetra, sed adversus feras_ (_Annal._ l. IV, pag. 236). Indi,
conformandosi all'esempio di Tacito, procura di colorare con una vernice
filosofica la brutale ignoranza di costoro.

[100] Dalle osservazioni di Leone apparisce che il governo dei Turchi
era monarchico; e che presso queste genti si usava di rigorose punizioni
(Tattica p. 86; απεινεις και βαρειας). Reginone (in Chron., A. D. 889)
mette il furto fra i delitti capitali, il che è confermato dal codice
originale di S. Stefano (A. D. 1016). Se uno schiavo commettea un
delitto, per la prima volta gli venia tagliato il naso obbligandolo a
pagar cinque vacche; la seconda volta perdea le orecchie ed era
costretto ad un'ammenda simile alla prima; la terza volta veniva punito
di morte; quanto all'uomo libero non soggiaceva al supplizio capitale
che dopo il quarto delitto, giacchè in pena del primo perdea soltanto la
libertà (Katona, _Hist. regum hungar._, t. I, p. 231, 232).

[101] _V._ Katena, _Hist. ducum Hungar._, p. 321-352.

[102] _Hungarorum gens, cujus omnes fere nationes expertae saevitiam_,
etc. Così comincia la prefazione di Luitprando, (l. I, c. 2 ) che assai
si diffonde sulle sciagure della sua età (V. l. I, c. 5; l. II, c. 1, 2,
4, 5, 6, 7, l. III, c. 1, ec. l. V, c. 8, 15, _in Legat._ p. 485). Le
tinte di questo Storico sono vivaci, ma fa duopo correggerne la
cronologia, seguendo le osservazioni del Pagi, e del Muratori.

[103] Il Katona (_Hist. ducum_ ec. p. 107-499) ha diffusa la luce della
critica sui tre regni sanguinosi di Arpad, di Zoltano e di Toxo. Egli ha
cercato accuratamente tutto quanto riferivasi ai nativi del paese, e
agli stranieri; nondimeno a questi annali di gloria e di devastazione ho
aggiunta la distruzione di Brema; fatto storico che l'Autore sembra
avere ignorato; così Adamo di Brema (1, 43).

[104] Il Muratori con patriottica accuratezza ha esaminati i pericoli ai
quali fu esposta Modena, e i modi che questa città avea per liberarsene.
I cittadini supplicarono S. Geminiano loro avvocato a distorre da essi,
mediante la sua intercessione, la rabies, il _flagellum_ etc.

    _Nunc te rogamus, licet servi pessimi,_
    _Ab Ungarorum nos defendas jaculis._

Il Vescovo edificò mura per la pubblica difesa, non già contra _Dominos
serenos_ (_Antiq. Italic. med. aevi_, t. I, _Dissert._ 1, p. 21, 22); e
la canzone della guardia notturna non è priva di eleganza e di utilità
(t. III, Dissert. 40, p. 709). Questo Autore degli Annali d'Italia ha
accennata con molta esattezza la sequela delle correrie degli Ungaresi
(_Annali d'Italia_, t. VII, p. 365-367-393-401-437-440; t. VIII, p.
19-41-52 ec.).

[105] Gli annali dell'Ungheria e della Russia suppongono che gli
Ungaresi assalissero, assediassero, o per lo meno insultassero
Costantinopoli (Pray, _Dissert._ 10, pag. 239; Katona, _Hist. ducum_, p.
354-360). Gli Storici di Bisanzio (Leone Grammatico, p. 506; Cedreno t.
II, p. 629) quasi concedono un tal fatto; ma il Katona, ed anche il
notaio di Bela, lo impugnano, o certamente lo mettono in dubbio, benchè
glorioso, alla loro nazione. Degno d'elogi è un tale scetticismo:
certamente non poteano nè copiare, nè ammettere le _rusticorum fabulae_;
ma il Katona avrebbe dovuto far caso della testimonianza di Luitprando:
_Bulgarorum gentem atque_ GRAECORUM _tributariam fecerant_ (_Hist._, l.
II, c. 4, p. 435).

[106]

    ─ λεονθ’ ως δηρινθητην
    Οτ’ ουρεως κορυφεσι περι κταμενης ελαφιοιο
    Αμφω πειναοντε μεγα φρονεοντε μαχεςθον

_Contendeano come due leoni i quali nelle vette di un monte combattono
affaticati e animosi per una cerva uccisa._

[107] Il Katona (_Hist. ducum_, p. 360-368-427-470) discute a lungo
tutto quanto a queste due battaglie si riferisce. Luitprando (l. II, c.
8, 9) offre sicurissime testimonianze intorno alla prima, e Witichin
(_Annal. Saxon._ l. III) sulla seconda; ma uno Storico critico non potrà
starsi dal far qualche osservazione sulla cornetta d'un guerriero
conservata, ivi dicesi, a Jaz-Berin.

[108] _Hunc vero triumphum tam laude quam memoria dignum, ad Meresburgum
rex in superiori caenaculo domus per_ ζωγραφιαν, _idest, picturam
notari, praecepit, adeo ut rem veram potius quam verisimilem videas_
(Luitprand. l. II, c. 9). Carlomagno avea fatti dipingere argomenti
sacri in un altro palagio dell'Alemagna, e il Muratori giustamente
osserva: _nulla saecula fuere in quibus pictores desiderati
fuerint_(_Antiqu. ital. med. aevi,_ t. II, _Dissert._ 24, p. 360, 361).
Le pretensioni degli Inglesi all'antichità dell'ignoranza e
dell'imperfezione originale, per valermi delle pungenti espressioni del
Signor Walpole, hanno una data assai più recente (_Anecdotes of
Painting_, vol. I, p. 2 ec.).

[109] _Non è superstizione l'invocare i Santi nelle disgrazie; il
Cattolico che gli ammette e crede alla loro intercessione sente,
chiamandoli, un conforto alla sua debolezza, e al tristo suo stato;
perchè toglierglielo?_ (Nota di N. N.)

[110] _V._ Baronio (_Annal. Eccles._ A. D. 929, n. 2, t. 5), Luitprando
(l. IV, c. 12); Sigeberto, e gli Atti di S. Gerardo, testimonj di fede
degnissimi, parlano della lancia di Gesù Cristo; ma quanto ho detto
delle altre reliquie, non è fondato che su l'opera _Gesta Anglorum post
Bedam_, (l. XI, cap. 8).

[111] Katona (_Hist. ducum Hungar._ p. 500, ec.).

[112] Fra queste colonie possono distinguersi, 1. i Chazari, o Cabari
che si unirono agli Ungaresi. (Costant. _De admin. imper._ c. 39, 40, p.
108, 109); 2. i Giazigi, i Moravi e i Siculi che gli Ungaresi trovarono
sul territorio ove posero domicilio; questi ultimi, forse gli avanzi
degli Unni di Attila, ebbero l'incarico di guardare i confini; 3. i
Russi, che, come gli Svizzeri oggidì presso i Francesi, diedero il loro
nome ai portinai de' reali palagi; 4. i Bulgari, i Capi de' quali (A. D.
956) vennero chiamati, _cum magna multitudine_ HISMA-HELITARUM. Che mai
alcuni di questi Schiavoni avessero abbracciato l'Islamismo? 5. i
Bisseni, e i Cumani, miscuglio di Patzinaciti, di Uzi e di Cazari ec.,
dilatatisi fino alla parte infima del Danubio. I Re Ungaresi (A. D.
1239) ricevettero e convertirono l'ultima colonia di quarantamila
Cumani, e da essi ottennero un nuovo titolo (Pray, _Diss._ 6, 7, p.
109-173; Katona, _Hist. ducum_, pag. 95-99, 259-264, 476-479; 483, ec.).

[113] _Christiani autem, quorum pars major populi est, qui ex omni parte
mundi illuc tracti sunt captivi_, ec. Così parlava Piligrino il primo
missionario che entrasse nell'Ungheria (A. D. 973). _Pars major_ è molto
dire (_Hist. ducum_, p. 517).

[114] Gli antichi diplomi fanno menzione de' _fideles Teutonici_ di
Geisa; e il Katona colla solita sua abilità è giunto a calcolare con
giustezza la forza di queste colonie, cotanto esagerata dall'italiano
Ranzani (_Hist. crit. ducum_, p. 567-681).

[115] Presso i Greci questo nome di nazione è espresso da Ρως, _Ros_,
parola indeclinabile, che ha dato luogo a molte immaginarie etimologie.
Ho letta con piacere e vantaggio una dissertazione _De origine Russorum_
(_Comment. acad. Petropolitanae_, t. VIII, p. 388-436) di Teofilo
Sigefredo Bayer, Alemanno pieno di dottrina, che ha consacrate le sue
fatiche e la vita al servigio della Russia. Ho profittato parimente di
un tratto di Geografia del d'Anville, intitolato; _de l'Empire de
Russie, son origine et ses accroissemens_ (Parigi, 1772, in 12).

[116] _V._ tutto il passo (_dignum_, dice il Bayer, _ut aureis in
tabulis figatur_) negli _Annales Bertiniani Francorum_ (_in Script.
ital._ Muratori, t. II, part. I, p. 525) A. D. 839, 22 anni prima
dell'era di Ruric. Luitprando che viveva nel duodecimo secolo parla
(_Hist._ l. V, cap. 6) de' Russi e dei Normanni, come di que' medesimi
_Aquilonares homines_, fattisi soprattutto discernere per la vivacità
del lor colorito.

[117] Io non conosco questi Annali che dalla storia della Russia del
signor Levesque. Nestore il primo e il migliore fra i compilatori degli
Annali russi era monaco a Kiovia, e morì nel principio del duodicesimo
secolo. Ma la Cronaca da esso composta è rimasta poco meno che
sconosciuta sino al 1767, nel qual tempo è stata pubblicata in 4.º a
Pietroburgo. (Levesque, _Hist. de Russie_, t. I, p. 16; Coxe's
_Travels_, vol. II, pag. 184)[118].

[118] _Abbiamo ora una traduzione degli Annali di Nestore eseguita
dall'erudito Schloetzer che vi ha aggiunte note, preziose massimamente
per coloro che di conoscere le antichità russa hanno vaghezza._ (Nota
dell'Editore)

[119] Theophil. sig. Bayer, _De Varagis_ (Così il Bayer li denomina) _in
Comment. Acad. Petropolitanae_, tom. IV, p. 275-311.

[120] Ciò nullameno, nell'anno 1018, Kiovia e la Russia erano tuttavia
difese, _ex fugitivorum servorum robore, confluentium et maxime
Danorum._ Il Bayer, citando (p. 292) la Cronaca di Ditmar, di
Merseburgo, fa osservare che gli Alemanni non prestavano servizio nelle
truppe straniere.

[121] Il Ducange ha raccolti i passi degli autori originali che hanno
scritto dello stato, e della storia de' Varangi a Costantinopoli
(_Gloss. med. et infim. graecitatis, sub voce_ βαραγγοι; _med. et infim.
latinitatis_, sub voce _Vagri. Not. ad Alex. Annae Comnenae_, p. 256,
257, 258; _Notes sur Villehardouin_, p. 296-299). _V._ ancora le note
del Reiske sul Ceremoniale aulae Byzant. di Costantino t. II, p. 149,
150. Sassone il Grammatico assicura che essi parlavano la lingua danese;
ma se si crede al Codino si valsero fino al decimoquinto secolo,
dell'inglese, come idioma nativo. Πολυχρονιζουσι Βαραγγοι κατα την
πατριην γλωσσαν αυτων ητοι Ιγκιληνισι. _Perseverano i Varangi nella
lingua patria come nell'inglese._

[122] Le nozioni che abbiamo sulla geografia, e sul commercio della
Russia vennero pubblicate in quel tempo dall'imperatore Costantino
Porfirogeneta (_De administrat. imperii_, c. 2, p. 55, 56, c. 9, p.
59-61, c. 13, p. 63-67; c. 37, p. 106, c. 42, p. 112, 113), e
rischiarate per le cure del Bayer (_De geographia Russiae vicinarumque
regionam circiter, A. D. 948, tra Comment. academ. Petropol._, t. IX, p.
367-422, t. X, p. 371-421) col soccorso delle Cronache e delle
tradizioni della Russia, della Scandinavia ec.

[123] Il signor Levesque (_Histoire de Russie_ t. I, p. 60), attribuisce
ai tempi che il regno di Ruric precedettero questo orgoglioso proverbio:
«Chi può resistere a Dio, e alla grande Novogorod?» Nel corso della sua
Storia egli parla frequentemente di questa Repubblica, distrutta poi
nell'anno 1475 (tom. II, p. 252-266). Un esatto viaggiatore, Adamo
Oleario, descrive (nel 1035) gli avanzi di Novogorod, e la via che
tennero per mare e per terra gli ambasciadori di Holstein (tom. I, p.
123-129).

[124] _In hac magna civitate, quae est caput regni, plus trecentae
Ecclesiae habentur et nundinae octo, populi etiam ignota manus_
(Eggehardus, ad A. D. 1018, apud Bayer, t. IX, p. 412). Egli cita
parimente (t. X, p. 397) le parole dell'Annalista sassone: _Cujus_
(Russiae) _metropolis est Chive, aemula sceptri constantinopolitani,
quae est clarissimum decus Graeciae._ Kiovia, soprattutto nell'undecimo
secolo, era conosciuta dai geografi arabi ed alemanni.

[125] _In Odorae ostio, qua scythicas alluit paludes, nobilissima
civitas, Julinum, celeberrimam Barbaris, et Graecis qui sunt in
circuitu, praestans stationem, est sane maxima omnium quas Europa
claudit vivitatum_ (Adamo di Brema, Hist. eccles., p. 19); stravagante
esagerazione anche nel labbro di uno scrittore dell'undicesimo secolo.
L'Anderson (_Hist. Deduction of Commerce_) ha trattato accuratamente
tutto quanto al commercio del Baltico e alla Lega anseatica si
appartiene: su di tale argomento non conosco, nelle lingue almeno che ci
sono famigliari, alcun'altra opera così compiuta.

[126] Stando alle nozioni somministrate da Adamo di Brema (_De situ
Daniae_, p. 58) l'antica Curlandia per un tratto di otto giornate
prolungavasi sulla costa; e Pietro il Teutoburgico (p. 68, A. D. 1326)
assegna Memel, qual frontiera comune alla Russia, alla Curlandia e alla
Prussia. _Aurum ibi plurimum_ (dice Adamo) _divinis, auguribus atque
necromanticis omnes domus sunt plenae... a toto orbe ibi responsa
petuntur, maxime ab Hispanis_ (_forsan_ ZUPANIS, _id est regulis
Lettoviae_) _et Graecis._ Davasi ai Russi il nome di Greci, anche prima
della loro conversione; conversione imperfetta assai, se conservarono
l'uso di consultare gli stregoni della Curlandia. (Bayer, t. X, p.
378-402 ec. Grotius _Prolegomen., ad Hist. goth._, p. 99).

[127] Costantino accenna solamente sette cateratte delle quali indica i
nomi in lingua russa e schiavona. Ma tredici ne addita il signor di
Beauplan, ingegnere francese, che avea esaminato il corso e la
navigazione del Dnieper e del Boristene. (_V._ la sua descrizione _De
Lucrania_, Rouen 1660, picciolo in 4). Sfortunatamente la carta che
accompagna quest'opera non trovasi unita all'esemplare che io ne
posseggo.

[128] Nestore, (presso Levesque, _Hist. de Russie_; t. I, p. 78-80). I
Russi, vi si dice, si trasferivano dal Dnieper o dal Boristene nella
Bulgaria Nera, nella Chozaria e nella Siria. Nella Siria! e come, e in
qual tempo, e in qual porto? Invece di Συρια Siria non potrebbe egli
leggersi Σκανια _Scania_ (_De administ. imper._, c. 42, p. 113)? Il
cambiamento è leggiero. La situazione della Scania, posta fra la
Chozaria e il Lazico spiegherebbe il tutto, tanto più che questo nome
adoperavasi anche nell'undicesimo secolo (Cedrenus, tom. II, pag. 770).

[129] Le guerre accadute ne' secoli nono, decimo e undecimo fra i Russi
ed i Greci, vengono raccontate negli Annali di Bisanzio, e soprattutto
dal Zonara e da Cedreno; e le diverse testimonianze di questi scrittori
trovansi unite nella Russica dello Stritter (t. II, part. II, p.
939-1044).

[130] Προσεταιρισαμενος δε και συμμαχικον ου ολιγον αρο των κατοικουντων
εν ταις προσαρκτιοις του Οκεανου νησοις εθων. _Trasferendo anche non
pochi commilitoni dalle genti che abitavano nelle isole settentrionali
dell'Oceano._ (Cedren., in Compend., p. 758).

[131] V. Beauplan (_Description de l'Ukraine_, pag. 54-61). I racconti
di questo autore sono vivaci, esatte le sue descrizioni; ed, eccetto
l'armi da fuoco, quanto egli accenna de' moderni Cosacchi può
perfettamente agli antichi Russi applicarsi.

[132] Abbiamo a dolerci che il Bayer non abbia pubblicato che una
dissertazione _De Russorum prima expeditione Constantinopolitana_
(_Comment. acad. Petrop._ t. VI, p. 365-391). Dopo avere fatto sparire
alcune cronologiche difficoltà, ei porta l'epoca di una tale spedizione
agli anni 864, o 865, la qual data avrebbe dovuto dileguare i dubbj, e
render meno ardue le difficoltà che si trovano sul principio della
storia del sig. Levesque.

[133] Nel tempo che Fozio scrivea la sua lettera circolare sulla
conversione de' Russi, il miracolo non era per anco maturo. Egli
rimprovera alla nazione, εις ωμοθητα και μιαιφονιαν παντας δευτερους
ταττομενον che _educava tutti gli ultimi alla crudeltà e alla strage._

[134] Leone il Grammatico, p. 463, 464; _Constantini, continuator, in
script, post. Theophaneum_, pag. 121, 122; Simeon Logothet., p. 445,
446; Georg. Monach., p. 535, 536; Cedrenus, t. II, p. 551; Zonara, t.
II, p. 162.

[135] _V._ Nestore e Nicone nella _Histoire de Russie_, del signor
Levesque (t. I, p. 74-80); il Katona (_Hist. Ducum_, p. 75-79) usa de'
suoi privilegi per non ammettere una tal vittoria de' Russi, che
toglierebbe splendore all'assedio di Kiovia operato dagli Ungaresi.

[136] Leone il Grammatico, pag. 506, 507: _Incert. Contin._ p. 263, 264;
Simeon Logothet, p. 490, 491; Georg. Monach, p. 588, 589; Cedrenus, t.
II, p. 629; Zonara, t. II. p. 190, 191; e Luitprando (l. V, c. 6), che
descrivendo le cose narrategli dal suocero suo, allora ambasciatore a
Costantinopoli, corresse le esagerazioni della vanità de' Greci.

[137] Non posso citare a tale proposito che Cedreno (t. II, p. 758, 759)
e Zonara (t. II, p. 253, 254); ma le testimonianze di questi Scrittori
divengono più sicure e meritevoli di fede, a proporzione del loro
avvicinarsi ai tempi ne' quali vissero.

[138] Nestore presso Levesque, _Hist. de Russie_, t. I, p. 87.

[139] Questa statua di bronzo veniva da Antiochia, e i Latini la fusero.
Supponeasi rappresentasse Giosuè o Bellorofonte. Bizzarra alternativa!
_V._ Niceta Coniate; (p. 413, 414); Codino (_De Originibus_, C. P. p.
24); e l'Autore anonimo _De Antiquitate_ C. P. (Banduri, _Imp. orient._
t. I, 17, 18) che vivea verso l'anno 1100. Essi attestano che credeasi
alla profezia; non rileva il restante.

[140] Il signor Levesque (_Hist. de Russie_, t. I, p. 94-107) ha
composto, seguendo le Cronache russe, un epilogo della vita di
Swatoslao, o Sviatosla, o finalmente Sphendosthlabus.

[141] Somiglianza che scopresi con grande chiarezza nel nono libro
dell'Iliade (205, 221), e nelle descrizioni della cucina di Achille. Un
poeta che al dì d'oggi tal dipintura offerisse in una Epopea, il suo
lavoro deturperebbe, nè si renderebbe grato ai lettori; ma i versi greci
sono armoniosi; le espressioni di una lingua morta, rare volte, ignobili
o troppo famigliari ne sembrano; oltrechè ventisette secoli trascorsi
dai giorni di Omero aggiungono ai nostri occhi vezzo alle antiche
costumanze.

[142] Il singolare epiteto di _Zimiscè_ dalla armena lingua deriva. I
Greci traducevano la parola ζιμισκες giovandosi dell'altra μουζακιζες o
μοιρακιζης. Il significato dell'una e dell'altra espressione essendomi
ignoto egualmente, mi sarà lecito il chiedere come nella commedia: _Di
grazia quale è l'interprete di voi due?_ Ma dal modo della loro
composizione sembra che corrispondano ad _adolescentulus_ (Leone
Diacono, l. IV, MS., _ap._ Ducange, _Gloss. graec._, p. 1570).

[143] In lingua Schiavona, _Peristhlaba_, equivaleva _a grande o
illustre città, μεγαλη και ουσα και λεγομενη, la quale è veramente, e
vien nomata grande_, dice Anna Comnena (_Alexiade_, l. VII, p. 194).
Della sua situazione posta fra il monte Emo e la parte inferior del
Danubio, potrebbe dirsi che essa occupasse il luogo, o almeno
all'incirca il luogo di Marcianopoli. Non troviamo difficoltà nel
determinare la giacitura di Durostolo o Dristra che agevolmente si
riconosce (_Comment. Acad. Petropol._ t. IX, p. 415, 416; d'Anville,
_Geogr. anc._ t. I, p. 307-311).

[144] Il libro _De administratione imperii_ spiega, soprattutto ne'
sette primi capitoli, la condotta politica tenutasi da' Greci verso i
Barbari e specialmente coi Patzinaciti.

[145] Nel racconto di una tale guerra, Leone il Diacono (presso il Pagi,
_Critica_, t. II, A. D. 968-973) è più autentico, e porta maggiori
particolarità di Cedreno (t. II, p. 660-683) e di Zonara (t. II, p.
205-214). Questi declamatori hanno fatto ascendere a trecento ottomila,
e trecento trentamila uomini il numero delle truppe russe, calcolato con
maggior moderazione e verisimiglianza dai contemporanei.

[146] Phot. _epist._ 2, n. 35, pag. 58 ediz. Montacut. Questo dotto
editore non avrebbe dovuto confondere il grido di guerra de' Bulgari
colle due parole το Ρως _il Ros_, le quali non vogliono dir altro che
_nazione russa_; nè Fozio, uom di senno, dovea accusare gli idolatri
schiavoni της Σλληνικης και αθειου δοξης, _di greca ed atea fede._ Essi
non erano nè Greci nè Atei.

[147] Le notizie più compiute che abbiansi su la religione degli Slavi e
la conversion della Russia, son quelle offerteci dal Signor Levesque
nella sua _Hist. de Russie_, da esso dedotta, così dalle antiche
Cronache, come dalle osservazioni che su queste i moderni hanno fatte,
(t. I, p. 35, 54, 59-92, 93, 113-121, 124-129, 148, 149 ec.).

[148] _V._ il _Cerem. aulae byzant._, t. II, c. 15, p. 343-345, ove Olga
o Elga vien nominata Αρχοντισσα Ρωσιας, _Principe della Rosia_. I Greci,
per indicare la sovrana delle Russie adopravano il titolo di un
magistrato di Atene terminato in desinenza femminina, la qual cosa
avrebbe stranamente sonato all'orecchio di Demostene.

[149] _V._ un frammento anonimo pubblicato dal Banduri (_Imper. or._ t.
II, p. 112, 113. _De conversione Russorum_).

[150] L'Erbestein (_apud_ Pagi, t. IV, pag. 56) narra, che Valadimiro fu
battezzato e maritato a Cherson o Corsun. Novogorod conserva anche ai dì
nostri tale tradizione, e le porte delle quali parlato abbiamo nel
testo. Nondimeno un viaggiatore ed osservatore esatto pretende venute da
Magdeburgo queste porte di bronzo, (Coxe's, _Travels into Russia_ ec.,
v. I, p. 452) e cita un'iscrizione che par fatta per dimostrare tale
assunto. I leggitori non debbono confondere questa Cherson, città della
Tauride, o della Crimea, con una città del medesimo nome, stata
fabbricata alla foce del Boristene, e di recente illustrata da un
parlamento che vi hanno tenuto Caterina II e l'Imperatore Giuseppe.

[151] _V._ Il testo latino o la versione inglese dell'eccellente Storia
della Chiesa del Mosheim, al primo capitolo, ossia alla prima Sezione
intorno ai secoli nono, decimo e undecimo.

[152] _Non solo la religione cristiana differiva, e differisce nella
teoria dall'antico culto degli idoli, come già abbiamo altrove mostrato,
ma anche nella pratica; in questo culto, per esempio, v'erano i
sacerdoti particolari di Giove, di Marte, di Cerere; nel culto cristiano
non ci sono che i sacerdoti, o ministri di Dio; gli altri oggetti del
culto cristiano non hanno sacerdoti proprj: quanto poi a questi oggetti,
cioè alla teoria del culto delle imagini, ripetiamo ciò che ne abbiamo
detto in una nota al vol. IX._ (Nota di N. N.)

[153] Nel 1000, gli ambasciadori di S. Stefano ricevettero da Papa
Silvestro il titolo di Re d'Ungheria, e il donativo d'un diadema che era
lavoro di artisti greci. Doveva esserne presentato il Duca di Polonia,
ma i Polacchi, per lor confessione medesima, erano troppo barbari, e
immeritevoli quindi di una corona _angelica_ ed _appostolica._ (Katona,
_Hist. crit. regum stirpis Arpadianae_, t. I, p. 1-20).

[154] Si ascoltino i cantici trionfali di Adamo di Brema (A. D. 1080)
che hanno un fondo di verità: _Ecce illa ferocissima Danorum, etc.
natio..... jamdudum novit in Dei laudibus alleluia resonare.... Ecce
populus ille piraticus... suis nunc finibus contentus est. Ecce patria,
horribilis semper, inaccessa propter cultum idolorum... praedicatores
veritatis ubique certatim admittit_, etc. (_De situ Daniae_, etc., p.
40, 41, ediz. Elzevir); opera ove scorgesi una pittura originale e
dilettevole del Nort dell'Europa, e della introduzione del Cristianesimo
in questa parte del Mondo.

[155] I _grandi principi_ abbandonarono nel 1156 la residenza di Kiovia,
smantellata indi dai Tartari nel 1240. Mosca divenne nel secolo XIV la
sede dell'Impero. V. il primo e secondo volume della _Hist. de Russie_,
del signor Levesque, e i _Viaggi di Coxe nel Nort_, t. I, p. 241.

[156] Gli ambasciatori di S. Stefano aveano adoperate le rispettose
espressioni di _regnum oblatum, debitam obedientiam_, etc. che Gregorio
VII alla lettera interpretò; onde gli Ungaresi sonosi trovati impacciati
fra la santità del Papa e l'independenza della Corona (Katona, _Hist.
critica_, tom. I, p. 20-25, t. II, p. 304, 346, 360 ec.)



CAPITOLO LVI.

      _I Saracini, i Franchi e i Greci in Italia. Prime avventure de'
      Normanni, e colonie poste da essi in questa parte dell'Europa.
      Indole e conquiste di Roberto Guiscardo duca della Puglia.
      Liberazione della Sicilia operata da Ruggero, fratello di
      Guiscardo. Vittoria sugl'imperatori dell'Oriente e
      dell'Occidente da Roberto riportata. Ruggero, re di Sicilia,
      invade l'Affrica e la Grecia. L'imperatore Manuele Comneno.
      Guerra tra i Greci e i Normanni. Estinzione de' Normanni._


[A. D. 840-1017]

Le tre grandi nazioni dei mondo, i Greci, i Saracini e i Franchi, venute
fra loro a scontro, sul teatro dell'Italia si combatterono[157]. Le
province meridionali che formano oggidì il regno di Napoli, erano quasi
per intero sottomesse ai duchi Lombardi principi di Benevento[158], sì
formidabili in guerra, che il genio di Carlomagno per un momento
arrestarono, e pel progresso delle cognizioni fervorosi tanto, che nella
loro Capitale un'accademia di trentadue filosofi o grammatici
mantenevano. Dalle rovine e dallo smembramento di questo Stato, un
giorno sì florido, sorsero i principati di Benevento, di Salerno e di
Capua, rivali fra loro; e l'ambizione o la sete della vendetta accecò
tanto le diverse fazioni, che a chiamar s'indussero i Saracini, onde
videro per lor colpa il proprio retaggio divenir preda degli stranieri.
Due secoli di calamità oppressero l'Italia, tribolata da una sequela di
crudeli disastri, che gli oppressori della medesima non valevano a
ristorare con quella unione e tranquillità, cui solamente da una
conquista ben assodata è lecito lo sperare. I vascelli de' Saracini
soventi volte, e quasi ogni anno dal porto di Palermo salpavano: con
troppa indulgenza gli accoglieano i Cristiani di Napoli. Più spaventosi
armamenti la costa d'Affrica somministrava; e non rare volte accadea che
persin gli Arabi dell'Andaluzia venissero or per soccorrere i Musulmani,
or per rispingerli, se per professata Setta da lor differivano. Nel
corso delle terrene vicissitudini, le Forche Caudine ebbero la seconda
volta il destino di nascondere un aguato. Il sangue degli Affricani una
seconda volta i campi di Canne innaffiò, e nuovamente per variate
vicende, il Sovrano di Roma, ora assalì, ora difese le mura di Capua e
di Taranto. Una colonia di Saracini stanziata erasi a Bari, che domina
l'ingresso del golfo Adriatico, e devastando costoro, senza distinguere
nè popoli, nè persona, i paesi de' Greci e de' Latini, entrambi gli
Imperatori irritati, per la vendetta comune, si collegarono. Basilio il
Macedone, primo della sua stirpe, e Luigi pronipote di Carlomagno[159],
sottoscrissero una lega offensiva, ove ciascuna delle due parti
obbligossi a fornire le cose all'altra mancanti. Ma l'Imperator greco
non potea, senza commettere un atto d'imprudenza, inviare in Italia le
sue truppe che campeggiavano nell'Asia, nè i Latini guerrieri bastavano
di per sè stessi a difendersi, a meno che il navilio bisantino
l'ingresso del golfo padroneggiasse. La fanteria dunque de' Franchi, la
cavalleria e le galee de' Greci, il Forte di Bari assediarono: e l'Emiro
arabo, dopo essersi difeso per quattro anni, alla clemenza di Luigi, che
le fazioni dell'assedio comandava in persona, si sottomise. Mercè una
tal lega, i due Imperatori questa rilevante piazza possedeano in comune;
ma non andò guari che lamentele, eccitate da scambievole orgoglio e
gelosia, il lor buon accordo turbarono. Attribuendosi i Greci il merito
della conquista, e la gloria del trionfo, e vantando la grandezza delle
proprie forze, derideano l'intemperanza, e la dappocaggine di una mano
di Barbari che militava sotto le bandiere del principe Carlovingio. La
risposta che ai costoro motteggi egli fece, spira tutta l'eloquenza
della indignazione e della verità. «Noi confessiamo la grandezza de'
vostri apparecchi, dicea il pronipote di Carlomagno; i vostri eserciti
di fatto erano numerosi, come que' nugoli di locuste che oscurano un
giorno della state, ma dopo corto battere d'ali, e poca estesa volata,
estenuate e sfiatate cadon per terra. Simili a questi insetti, dopo un
debole sforzo siete caduti; vinti per colpa di vostra infingardaggine,
avete abbandonato il campo di battaglia per affrontare e spogliare i
Cristiani della costa di Schiavonia, che son nostri sudditi. Il numero
de' nostri guerrieri, voi dite, era scarso; e perchè ciò? perchè stanco
io d'aspettarvi, avea licenziato il mio esercito, nè conservai che pochi
scelti soldati per continuare le fazioni dell'assedio di Bari. Se alla
presenza del pericolo e della morte, si sono abbandonati ai diletti de'
lor conviti ospitali, cotali feste hanno forse il vigore delle loro
imprese scemato? È forse la vostra frugalità che ha rovesciate le mura
di Bari? Non son questi i prodi Franchi, che, comunque scemati di
numero, dalle fatiche e dalle infermità, posero alle strette e
debellarono i tre più possenti emiri dei Saracini? Non è la rotta di
questi emiri che ha affrettato l'arrendersi della città? Bari è caduta.
Lo spavento si è impadronito di Taranto; la Calabria sarà liberata; e
padroni noi del mare, non sarà difficile il ritogliere la Sicilia dalle
mani degl'Infedeli. Mio fratello, aggiugneva (e nulla eravi di più atto
a trafiggere la greca vanità, quanto questa denominazione di
_fratello_), affrettate i soccorsi marittimi che mi dovete
somministrare; rispettate i vostri confederati, e degli adulatori
fidatevi meno[160]».

[A. D. 890]

Ma la morte di Luigi, e la debolezza della dinastia de' Carlovingi, le
sublimi speranze de' Franchi mandarono a vuoto; e qual che si fosse
quella delle due nazioni, cui l'onore di avere soggiogata Bari si
appartenea, certamente gl'imperatori greci, Basilio, e Leone figlio di
lui, tutto il frutto ne colsero. O per amore o per forza, la Puglia e la
Calabria li riconobbero per sovrani; una linea ideale condottasi dal
monte Gargano alla baia di Salerno, dà a divedere, come la maggior parte
del regno di Napoli fosse all'Impero d'Oriente soggetta. Oltre questa
linea stavano i duchi, o le repubbliche di Amalfi[161] e di Napoli, le
quali non avendo mai trasgrediti i doveri del vassallaggio, godeano i
felici effetti di aver vicino il lor Sovrano legittimo; e soprattutto
Amalfi arricchivasi pel commercio che delle produzioni e de' lavori
dell'Asia, aperto avea colla Europa; ma i principi lombardi di
Benevento, di Salerno e di Capua[162], fecero spesse volte a lor
malgrado causa separata dalle province greche, e violarono la promessa
di sommessione e tributo che aveano pattuita. La città di Bari, fattasi
più ricca e più grande, divenne la metropoli del nuovo _tema_, ossia
della nuova provincia della Lombardia: l'ufiziale posto a comandarla,
ottenne il titolo di Patrizio, indi la singolare denominazione di
Katapan[163]: l'amministrazione della Chiesa e dello Stato, regolate
vennero in guisa, che dal trono di Costantinopoli dovettero affatto
dipendere. Gli sforzi operati dai principi d'Italia per contendere ai
Greci questa possanza, di vigore e d'accordo mancarono; e quanto agli
sforzi delle soldatesche alemanne, che capitanate dagli Ottoni scendeano
l'Alpi, i Greci a rispingerli, o a mandarli a vuoto pervennero. Il
primo, e il più grande di cotesti imperatori sassoni, si vide costretto
ad abbandonare l'assedio di Bari; il secondo, dopo avere perduti i più
coraggiosi fra i suoi vescovi e baroni, ebbe a ventura il potere
ritirarsi con onore dopo la sanguinosa battaglia di Crotone. Trionfò de'
Franchi il valore de' Saracini, comunque le squadre di Bisanzo avessero
dianzi proibite le Fortezze e le coste dell'Italia a questi corsari; ma
l'interesse sulla superstizione o il risentimento la vinse: e il califfo
di Egitto spedì in soccorso del suo confederato cristiano quarantamila
Musulmani. I successori di Basilio II[164] si lasciarono persuadere che
la conquista e la conservazione della Lombardia doveano unicamente alla
giustizia delle proprie leggi, alla virtù de' proprj ministri, alla
gratitudine di un popolo liberato per essi dall'anarchia e
dall'oppressione. Una sequela di ribellioni non potè a meno però di
portar qualche lume sul vero stato delle cose alla Corte di
Costantinopoli, sinchè poi la rapidità de' buoni successi ottenuti dai
venturieri normanni dileguasse affatto gli abbagli che l'adulazione
aveva nudriti.

L'instabilità delle umane cose in trista guisa apparisce dall'instituire
un confronto tra lo Stato della Puglia e della Calabria nel decimo
secolo dell'Era cristiana, e tra quel che erano state queste province ai
tempi di Pitagora. Nella più remota di queste due epoche, la costa della
Magna Grecia (così nomavasi allora l'Italia) abbondava di città libere,
opulenti, e piene di soldati, di artisti e filosofi, intanto che le
forze militari di Taranto, di Sibari, di Crotone, in nulla cedeano a
quelle di un poderosissimo regno. Nel secolo di cui scriviamo la storia,
le stesse province erano in preda all'ignoranza, tribolate dalla
tirannide, spopolate dalla guerra co' Barbari; nè forse abbiam luogo di
apporre troppo severamente la taccia di avere esagerato ad un autore di
quei tempi che ne le dipinse «vaste e fertili regioni, devastate, come
la Terra dopo il diluvio universale lo fu[165].» A conoscere quali
devastazioni gli Arabi, i Franchi, e i Greci nell'Italia meridionale
operassero, sceglierò due o tre fatti opportuni parimente a dimostrare i
costumi degl'invasori.

[A. D. 875]

I. Non contenti i Saracini di spogliare i monasteri e le chiese, voleano
ancora profanarle commettendo sacrilegi. Durante l'assedio di Salerno un
Capo Musulmano avea posto nel luogo della Mensa eucaristica il proprio
letto, ove ogni notte la verginità di una monaca sacrificava. Mentre
sforzavasi a superare la resistenza che una di queste Religiose
opponevagli, una trave, o per arte altrui, o per accidente staccatasi
dal letto gli cadde sul capo, onde la morte dell'impudico Musulmano
venne attribuita alla collera di Gesù Cristo che assumea finalmente la
difesa della fedele sua sposa[166].

[A. D. 874]

II. I Saracini teneano strette d'assedio le città di Benevento e di
Capua: i Lombardi dopo avere chiesto indarno soccorso ai successori di
Carlomagno, la clemenza e l'aiuto dell'imperator greco implorarono[167].
Un intrepido cittadino che venne calato dall'alto delle mura, attraversò
le nemiche trincee, ed eseguì la propria incumbenza; ma mentre stava per
ritornare alla città, e rincorarne gli abitanti narrando loro il buon
esito delle operate cose, cadde fra le mani dei Barbari. Costoro gli
prescrissero di favorire la loro impresa ingannando i suoi concittadini.
Ricchezze e onorificenze state gli sarebbero guiderdone di frode: la
veracità all'opposto gli avrebbe fruttata una morte pronta e sicura.
Mostrò di rendersi: ma giunto in tanta vicinanza d'essere udito da que'
che stavano sui baluardi, ad alta voce gridò, «Amici miei, miei
fratelli, coraggio e pazienza! continuate a resistere: il vostro Sovrano
sa a quale stremo siete ridotti; i vostri liberatori avvicinano: mi è
noto il destin che mi aspetta; confido alla gratitudine vostra la cura
di mia moglie, e de' miei figli». Il furore degli Arabi confermò la
verità delle cose dette da questo generoso cittadino, che cadde trafitto
da mille colpi; ma egli merita di vivere mai sempre nella memoria degli
uomini virtuosi. È però da osservarsi che un'azione di tal natura viene
applicata a diverse occasioni ed epoche, così antiche, come moderne,
onde è lecito dubitare alcun poco sulla realtà della cosa[168].

[A. D. 930]

III. Il terzo fatto può in mezzo agli orrori della guerra movere al
riso. Tebaldo, marchese di Camerino e di Spoleto[169], difendendo le
parli dei ribelli di Benevento, manifestava nella sua condotta una
tranquilla crudeltà, che a que' giorni non era inconciliabile
coll'eroismo. I prigionieri, o Greci, o partigiani de' Greci, che gli
cadeano fra le mani, perdeano gli organi della virilità; e rincalzando
l'oltraggio con atroce motteggio, «io spero, aggiugnea, di poter
presentare al greco Imperatore un esercito di quegli eunuchi, che fanno
il più prezioso fra gli ornamenti della Corte bisantina». Il presidio
d'un castello essendo stato disfatto in una sortita, stava per eseguirsi
la solita fazione sui prigionieri. Ma le cose vennero interrotte da una
donna, che, lanciatasi a guisa di forsennata in mezzo ai carnefici,
colle sue grida sforzò Tebaldo a porgerle ascolto. «In questa guisa, o
magnanimo eroe, ella esclamò, tu intimi guerra alle donne, alle donne
che non ti hanno mai fatta veruna ingiuria, e che non hanno altr'armi
fuor della loro rocca e del loro fuso?» — Tebaldo negò il fatto,
asserendo che non avea mai udito favellare di guerra guerreggiata contra
le donne, dai giorni delle Amazzoni in poi. « — Come? riprese a dire
infuriata costei: potevate voi assalirne in un modo più immediato?
potevate voi trafiggerci in una parte più sensibile, quanto col privare
i nostri mariti della cosa, che in essi amiamo maggiormente, della
sorgente de' nostri diletti; e della speranza della nostra posterità? ci
avete tolte le nostre mandrie; l'ho sofferto senza lamentarmi: ma questa
fatale ingiuria, questa perdita irreparabile, ha stancata la mia
pazienza, e chiama sui vostri capi la giustizia del cielo, e quella
degli uomini». Fu applaudito all'eloquenza di questa femmina, non senza
molto scrosciar di risa: e i Franchi, comunque selvaggi, comunque poco
accessibili alla pietà, rimasero commossi da una disperazione,
ragionevole, quanto comica; per cui oltre alla liberazione de'
prigionieri, la restituzione de' proprj beni ella ottenne. Mentre
tornava trionfando al castello, un messo mandatole da Tebaldo, le
chiese, qual punizione dovrebbe pronunziarsi contra suo marito, se per
l'avvenire fosse nuovamente colto coll'armi alla mano. «Se tal fosse il
suo delitto, e la sua sfortuna, rispose l'oratrice senza titubare, egli
ha occhi, ha naso, ha mani e piedi: queste cose gli appartengono, e può
meritar di perderle co' suoi delitti; ma prego il mio Signore, e mio
degno padrone a risparmiare ciò che la sua debole serva osa richiamare,
come sua particolare e legittima proprietà»[170].

[A. D. 1016]

Le colonie di Normanni venute a stanziarsi in Napoli e nella
Sicilia[171], fin dalla loro fondazione, diedero origine a conseguenze
rilevanti per l'Italia, e per tutto l'impero dell'Oriente. Le province
dei Greci, de' Lombardi, e de' Saracini, discordi fra loro, erano in
pericolo di divenir preda del primo che avesse voluto occuparle: in
questo medesimo tempo, gli audaci pirati della Scandinavia tutte le
terre, e tutti i mari dell'Europa empievano di devastazione e spavento.
Dopo una lunga sequela di saccheggi e uccisioni, i Normanni accettarono
e tennero un vasto e fertile paese della Francia, cui diedero il proprio
lor nome, e abbandonati i loro Dei pel Dio de' Cristiani[172], i duchi
di Normandia si riconobbero vassalli de' successori di Carlomagno e di
Capeto. Quella feroce energia che aveano portata con sè dalle
addiacciate rupi della Norvegia, sotto un più mite clima si ammansò, non
si corruppe; i compagni di Rollone a poco a poco coi nativi del paese si
mescolarono; essi adottarono i costumi, la lingua[173], e l'audacia
cavalleresca de' Francesi: sicchè, in quel secolo guerriero, i Normanni
la palma del valore e delle militari imprese si meritarono. Fra le
superstizioni d'uso in allora, quelle cui più ardentemente si diedero
furono i pellegrinaggi di Roma, dell'Italia, e di Terra Santa: genere di
operosa divozione che le forze de' loro animi e de' lor corpi aumentava.
Sprone era ad essi il pericolo, il diletto di veder cose nuove, la
ricompensa; la meraviglia, la credulità, la speranza ai loro occhi la
scena del mondo abbellivano. Collegati essendosi per mutua difesa, si
scontraron sovente ne' malandrini dell'Alpi, che adescati dal vestire
de' pellegrini, sotto di essi trovavano spesse volte il braccio punitor
del guerriero. In uno di questi santi viaggi alla caverna del Gargano,
montagna della Puglia, santificata da un'apparizione dell'Arcangelo S.
Michele[174], si fece ad essi incontro uno straniero, vestito alla
greca, che non tardò a manifestarsi per un ribelle fuggitivo, e mortal
nemico dell'Impero di Bisanzo. Costui, Melo di nome, nobile di Bari,
dopo una congiura infelicemente tentata, costretto a fuggire, cercava
altri colleghi, e vendicatori della sua patria. Il contegno ardito de'
Normanni riaccese in lui la speranza, e il persuase confidarsi ad essi,
che ne ascoltarono le lamentazioni, e più ancora le promesse[175]. La
prospettiva di ricchezze che offerse loro, serviva a dimostrar giusta la
costui causa, ed un fertile territorio oppresso da effeminati tiranni,
parve ai Normanni un retaggio dovuto unicamente al valore. Di ritorno in
patria, vi eccitarono e dilatarono l'amore delle lontane spedizioni, e
una banda di venturieri, poco numerosa ma intrepida, volontariamente per
liberare la Puglia si collegò. Attraversate in separati drappelli le
Alpi, e nascosti sotto abiti di pellegrini, trovarono nelle vicinanze di
Roma Melo, che dopo avere somministrati cavalli ed armi ai più poveri,
li condusse immediatamente alla pugna. Nel primo scontro il loro valore
trionfò; ma nel secondo, costretti a cedere ai Greci, superiori di
numero, e di macchine belliche ben provveduti, si ritirarono
indispettiti, senza però voltar mai le spalle al nemico. L'infelice Melo
occupò il rimanente del viver suo sollecitando soccorsi della Corte
Alemanna; e i Normanni, postisi per lui in cimento, esclusi dal paese
che loro era stato promesso in guiderdone, errarono pei gioghi e per le
vallate d'Italia, ridotti a conquistarsi colla spada il vitto
giornaliero. Questa formidabile spada giovò a vicenda ai principi di
Capua, di Benevento, di Salerno, e di Napoli che avean contese fra loro;
e il valore, e la disciplina de' Normanni, faceano sempre piegar la
vittoria a favor della causa che eglino difendeano. E aveano pur anche
l'intendimento di mantenere l'equilibrio di potere fra questi diversi
Stati, per tema che la preponderanza di un de' medesimi non rendesse men
rilevanti e men utili i loro aiuti e i loro servigi. In un campo
affortificato, posto in mezzo alle paludi della Campania, sulle prime
poser dimora, ma non andò guari che un soggiorno più agiato e durevole
dalla liberalità del Duca di Napoli ottennero. Egli edificò per essi,
lontano otto miglia dalla sua Capitale, la città di Aversa, che fece
inoltre munire, perchè fosse contro Capua il lor baluardo. Divennero per
ducale concedimento gli usufruttuarj de' campi, de' verzieri, delle
praterie, delle foreste di quel territorio ubertoso[176]. Quivi la fama
de' buoni successi ottenutisi dai nostri venturieri conduceva ogni anno
nuove bande di pellegrini e soldati; i poveri spinti dalla necessità, i
ricchi incoraggiati dalla speranza: e quanti eranvi uomini valorosi e
intraprendenti nella Normandia, venivano a cercare ivi gloria e fortuna.
Oltrechè la città independente di Aversa offeriva asilo a quegli
abitanti de' vicini paesi che posti eransi fuor della protezione delle
leggi, e a chiunque avea potuto sottrarsi alla ingiustizia o alla
giustizia de' suoi superiori; ben tosto questi rifuggiti, i costumi, e
la lingua della gallica Colonia adottarono. Il Conte Rainolfo fu il
primo Capo de' Normanni, nè v'ha chi ignori nella origine delle società
essere il maggior grado, la ricompensa e la prova del maggior
merito[177].

[A. D. 1038]

Dopo che gli Arabi conquistata aveano la Sicilia, gl'imperatori greci ad
altro non aveano pensato, che ai modi di ricuperare questa bella
provincia: ma la lontananza e il mare, ai loro sforzi i più vigorosi
opponeano insuperabili ostacoli. Le spedizioni più dispendiose, dopo
avere offerti alcuni lampi di buon successo, non giovavano per ultimo
che ad aggiugnere nuove pagine di calamità e di umiliazioni agli Annali
di Bisanzo. Basti il dire, che una sola di queste imprese costò alla
Grecia ventimila de' suoi migliori soldati; e i Musulmani vincitori si
risero di una nazione che commetteva agli eunuchi non solamente la
custodia delle sue donne, ma il comando ben anche de' proprj
eserciti[178]. Dopo avere regnato due secoli, i Saracini colle loro
discordie perdettero sè medesimi[179]. L'Emiro negò riconoscere
l'autorità del Re di Tunisi: il popolo contra l'Emiro si sollevò; i Capi
occuparono le città; l'infimo fra i ribelli, il suo villaggio, o il suo
castello a grado suo governava, e fra due fratelli che si
guerreggiavano, il più debole si volse ai Cristiani per implorarne
soccorso. Ovunque rischi offerivansi, i Normanni erano pronti ad
accorrere e a rendersi utili. Arduino, agente e interprete de' Greci,
arrolò cinquecento cavalieri o guerrieri a cavallo sotto lo stendardo di
Maniaces, governatore della Lombardia. Quando questi sbarcarono nella
Sicilia, i due fratelli erano riconciliati; rimesso fra la Sicilia e
l'Affrica il buon accordo, truppe comuni difendeano la costa. I Normanni
conduceano l'antiguardo: onde gli Arabi di Messina fecero trista
esperienza del valore di un nemico nuovo per essi. In una seconda azione
campale, l'Emiro di Siracusa venne tratto d'arcione e passato da banda a
banda da Guglielmo d'Altavilla, soprannomato _Braccio di Ferro._ In una
terza battaglia, gli intrepidi soldati di questo capitano misero in
rotta un esercito di sessantamila Saracini, non lasciando ai Greci altra
fatica, fuor quella d'inseguire le vinte truppe: luminosa vittoria,
benchè non debba tacersi che la penna dello Storico nel descriverla ha
voluto entrare a parte di merito colla lancia normanna. Nondimeno ella è
cosa certa che i Normanni in modo essenziale contribuirono al buon
successo di Maniaces, il quale con questa vittoria, tredici città, e la
più gran parte della Sicilia, al greco Imperatore sommise. Ma costui la
propria gloria militare, con atti d'ingratitudine e tirannide, deturpò;
nel divider le spoglie, non fece caso del merito dei suoi valorosi
ausiliari, i quali, per tanto ingiurioso trattamento, videro offesi e il
loro orgoglio, e la lor cupidigia. Giovandosi del loro interprete le
proprie lagnanze innoltrarono; ma queste disdegnate, l'interprete fu
frustrato. Benchè i patimenti della flagellazione riguardassero il solo
che fu sottoposto alla pena, l'oltraggio feriva tutti quelli che lo
aveano inviato: deliberarono vendicarsi; accorti però nel dissimulare
fino all'istante che, o fosse di consenso de' Greci, o fuggendo, ebbero
raggiunto il continente dell'Italia: i Normanni d'Aversa, non men si
sdegnarono per l'oltraggio ricevuto dai loro fratelli; e la provincia
della Puglia[180] fu invasa come pegno di un credito che i Normanni
aveano, sin vent'anni dopo la prima lor migrazione. Il loro esercito non
sommava allora a più di settecento cavalieri, e cinquecento fantaccini,
mentre sessantamila uomini, a quanto narrasi, erano la forza
dell'esercito di Bisanzo, poichè furono richiamate in Italia le legioni,
che nella Sicilia avevano guerreggiato[181]. Un araldo propose ai
Normanni l'alternativa della battaglia o della ritirata. «La battaglia!»
— sclamarono questi ad unanime voce, e un de' lor più robusti guerrieri
atterrò con un colpo di pugno il cavallo del greco messo, che con nuovo
cavallo fu rimandato. I Generali bisantini ebbero grande cura di
nascondere il sofferto affronto alle truppe imperiali; ma due
combattimenti che si succedettero, più segnalatamente a queste
mostrarono quai fossero la forza e il valor de' Normanni. Nelle pianure
di Canne gli Asiatici fuggirono all'aspetto degli avventurieri di
Francia, e il duca di Lombardia cadde in potere de' vincitori. Gli
abitanti della Puglia ad una nuova dominazione si assoggettarono, e
l'Imperatore greco non salvò dal disastro che le quattro piazze di Bari,
di Otranto, di Brindisi, e di Taranto. Da quest'epoca incomincia il
Governo de' Normanni in Italia, Governo che la nascente colonia di
Aversa ben tosto oscurò. Il popolo elesse dodici Conti[182], e in queste
scelte l'età, la nascita, il merito, regolarono i suffragi. Le
contribuzioni distrettuali assegnate a questi ripartimenti, servivano ad
uso particolare dei Conti, e ognun di essi innalzò nel mezzo delle sue
terre, una Fortezza, che tenea in dovere i vassalli. La città di Melfi,
residenza comune dei Conti, e situata nel mezzo della provincia, divenne
la metropoli e la Fortezza dello Stato. Ognuno di questi dodici Capi
avea per sè una casa, e un separato rione; il qual Senato militare la
cosa pubblica amministrava. Il primo di essi, presidente e Generale
della repubblica, ricevè il titolo di Conte della Puglia, dignità
conferita a Guglielmo Braccio-di-Ferro, che, nello stile di quel secolo,
veniva dipinto come un lione nella battaglia, un agnello nella società,
un angelo ne' consigli[183]. Un autore normanno vissuto a quei giorni,
descrive con tutta ingenuità i costumi e l'indole de' suoi
compatriotti[184]. «I Normanni, dice il Malaterra, sono un popolo
astuto, e vendicativo: l'eloquenza e la dissimulazione sembrano
ereditarie fra loro: sanno abbassarsi all'adulazione: ma se la legge non
li tiene in freno, a tutti gli eccessi delle lor passioni abbandonansi.
I Principi normanni son gelosi di mostrarsi verso il popolo liberali; il
popolo tiene la via di mezzo, o piuttosto unisce gli estremi
dell'avarizia e della prodigalità; avidi d'arricchire e di dominare,
disprezzano tutto quel che possedono, sperano tutto quello che bramano;
le armi, i cavalli, il lusso degli abiti, e l'esercizio della caccia e
della falconeria, formano le delizie de' Normanni[185], ma all'uopo i
rigori di qualsisia clima, le fatiche e i sagrifizj di una vita militare
con incredibile pazienza sopportano[186]».

[A. D. 1046 ec.]

I Normanni della Puglia, trovavansi dunque ai confini de' due Imperi di
Alemagna e di Costantinopoli, e seguendo la politica dell'istante,
riceveano l'investitura delle loro terre, or dall'uno, or dall'altro,
de' due Imperatori. Ma la conquista era il più saldo diritto che armar
potessero questi venturieri: nessuno amavano, di nessun si fidavano
perchè nessuno gli amava, e nessuno fidavasi di essi; al disprezzo che
verso di loro ostentavano i Principi, il timore si frammettea, e allo
spavento che ai nativi inspiravano, l'astio e il risentimento erano
uniti. Desideravan costoro un cavallo, una donna, un giardino? se ne
impadronivano tosto[187]; e i Capi aveano soltanto l'arte di colorare
cogli speciosi nomi di ambizione e di gloria la lor cupidigia. I dodici
Conti alcune volte, per commettere qualche ingiustizia, si collegavano;
se aveano contese domestiche, erano queste per disputarsi le spoglie del
popolo; le virtù di Guglielmo spariron con esso, e Drogone, fratello e
successore di lui, più atto a condurre il valore che a reprimere la
violenza de' suoi eguali si dimostrava. Sotto il regno di Costantino
Monomaco, il gabinetto di Costantinopoli, mosso meno da riguardi di
beneficenza che da politica, imprender volle a liberare l'Italia da tal
permanente calamità, più che un torrente di Barbari disastrosa[188].
Argiro, figlio di Melo, incaricato di porre in opera questo divisamento,
di splendidissimi titoli[189], e di esteso potere venne insignito. La
memoria del padre suo, dovea renderlo accetto ai Normanni: egli già,
assicurato erasi il volontario servigio loro, per ispegnere la sommossa
eccitata da Maniaces, e per vendicare ad un tempo e le ingiurie
particolari che questi lamentavano, e quelle che avea sofferte lo Stato.
Costantino avea in animo di snidiare dalle province italiane questa
colonia di guerrieri, e sul teatro della guerra persica trapiantarla;
laonde, per primo contrassegno dell'imperiale munificenza, il figlio di
Melo cercò profondere fra i Capi l'oro della Grecia, o i preziosi lavori
dell'industria di questa nazione; ma l'arte di Argiro, il senno e il
coraggio de' vincitori della Puglia sventarono. Ricusati i suoi doni, o
certamente i partiti da esso posti, protestarono con un unanime voto di
non voler cambiare i presenti possessi, e le più prossime speranze,
colla rimota fortuna che lor nell'Asia offerivasi. Andate a vuoto le vie
della persuasione, Argiro di sottometterli o distruggerli deliberò,
invocando contra il comune nemico i soccorsi delle potenze latine, e
stringendo una lega offensiva fra il Papa e gl'Imperatori di Oriente e
di Occidente. La Cattedra di S. Pietro era in quel tempo occupata da
Leone IX, un Santo[190], giusta il più semplice significato che suole a
questo vocabolo attribuirsi, uomo fatto per ingannare sè medesimo, e gli
altri[191], opportunissimo pel rispetto che erasi conciliato a
consacrare sotto il nome di pietà, le provvisioni alle vere pratiche
della religione più opposte. L'umanità di questo Pontefice erasi
lasciata commovere dalle querele, e fors'anche dalle calunnie di un
popolo oppresso; gli empj Normanni aveano interrotto il pagamento delle
decime, nè mancarono decisioni, che chiarissero atto legittimo il
brandir la spada temporale contra sacrileghi masnadieri, che le censure
della Chiesa sprezzavano. Leone, nato in Alemagna, di famiglia nobile, e
collegata colla famiglia regnante, oltre all'avere libero accesso alla
Corte, in grande confidenza coll'Imperatore Enrico III vivea; ardente di
zelo il trasse, in cerca di guerrieri e di confederati, dalla Puglia
alla Sassonia, dalle rive dell'Elba a quelle del Tevere. Nel durare di
tali apparecchi, Argiro di colpevolissime armi segretamente valeasi.
Grande copia di Normanni agl'interessi dello Stato, o a particolari
vendette venne sagrificata, e tra questi il prode Drogone trucidato
entro una chiesa. Il fratello di lui Unfredo, terzo Conte della Puglia,
ereditonne il coraggio. I traditori ebber castigo. Lo stesso Argiro
superato e ferito, corse lungi dal campo della battaglia, e nascose la
sua ignominia dietro le mura di Bari, aspettando ivi i tardi soccorsi
de' confederati.

[A. D. 1053]

Ma all'Impero di Costantino, la guerra contra i Turchi maggiori
tribolazioni arrecava: debole e perplesso mostravasi Enrico; e il
Pontefice che dovea rivalicar le Alpi, scortato da un esercito di
Alemanni, sol settecento soldati della Svevia, e alcuni volontarj della
Lorena condusse. Nel cammin tardo che ci fece da Mantova a Benevento,
ricevè sotto il santo stendardo un pugno d'Italiani, tolti dalla scoria
di tutti gli ordini[192]. Il sacerdote e lo scorridore sotto una
medesima tenda posavansi: e si vedeano nelle prime file un miscuglio di
piche e di croci, e il guerrier santo conduttore della falange nel
regolare le fazioni, gli accampamenti, le scaramuccie, andava
ricapitolando le lezioni militari che in sua giovinezza avea ricevute. I
Normanni della Puglia non poterono mettere in campo che tremila uomini a
cavallo, e un picciol numero di fantaccini. La diffalta de' nativi li
privò di viveri e di ritratta; un superstizioso rispetto[193] agghiacciò
un istante la lor prodezza, ignara per solito di timore. Al primo veder
Leone che avvicinavasi come nemico, non sentiron ribrezzo di
prosternarsi dinanzi al loro padre spirituale. Ma inesorabile il Papa si
diè a divedere: i suoi Alemanni, superbi della loro alta statura, la
piccola de' loro avversarj derisero, e fu a questi chiarito, che tra la
morte o l'esiglio doveano scegliere. Disdegnando i Normanni una fuga, e
dall'altro lato, molti di loro essendo stremi per non avere da tre
giorni preso alcun cibo, s'attennero al partito di una morte, la più
pronta e la più decorosa. Dal colle di Civitade ove erano ascesi,
calarono nella pianura, d'onde partiti in tre divisioni sulle truppe
pontifizie fecero impeto. Riccardo, Conte di Aversa, e il famoso Roberto
Guiscardo, che alla sinistra e al centro si ritrovavano, assalirono,
ruppero, sbaragliarono, inseguirono quel gregge di raunaticci Italiani,
che combatteano senza ordine, nè del fuggire arrossivano. Più ardua
bisogna toccava da sostenere al Conte Unfredo, che conducea la
cavalleria dell'ala destra. Vengono generalmente rappresentati gli
Alemanni[194], come poco abili nell'adoperar lancie e cavalli; ma scesi
a terra opposero una impenetrabile falange, cui nè uomo, nè cavallo, nè
armadura poteano resistere, a motivo della gravezza delle enormi loro
sciabole che piombar faceano a due mani sull'inimico. Così ostinatamente
si difendeano, allorchè la cavalleria che tornava addietro, dopo avere
inseguita la parte vinta da Riccardo, e da Roberto Guiscardo, gli
accerchiò, e morirono nelle loro file, stimati dagli stessi avversarj, e
col conforto di aver vendute care le proprio vite. Il Papa, datosi alla
fuga, trovò chiuse le porte di Civitade, e cadde fra le mani dei devoti
suoi vincitori, che, baciandogli i piedi, chiedeano essere benedetti ed
assoluti per la rea vittoria che aveano riportata. In questo nemico
prigioniero i soldati non vedeano che il Vicario di Gesù Cristo: e
benchè tai contrassegni di rispetto, quanto ai duci almeno, possano a
ragioni di politica attribuirsi, vi è anche luogo a credere che i
medesimi duci alle superstizioni del popolo non fossero peregrini. Nella
calma del ritiro, il Pontefice, di cui buone erano le intenzioni,
deplorò tanto sangue umano sparso per sua cagione, sentì essere egli
stato l'origine de' peccati e degli scandali commessi, e poichè mal
tornata era l'impresa, vedea scopo del biasimo universale la
sconvenevolezza del contegno che avea tenuto[195]. Tali idee tenendo
l'animo suo, non ricusò il vantaggioso negoziato che veniagli proposto,
e abbandonando una lega, da lui medesimo predicata, come divina, le
conquiste passate e future de' Normanni ratificò. Qual che si fosse il
modo, onde erano state usurpate, le province della Puglia e della
Calabria faceano sempre parte del dono di Costantino e del Patrimonio di
S. Pietro, onde il dono e l'accettazione poteano le pretensioni del
Pontefice e quelle dei Normanni conciliare nel medesimo tempo. Di fatto
si promisero scambievolmente il soccorso delle armi loro spirituali e
temporali; i Normanni in appresso si obbligarono pagare alla Corte di
Roma un tributo, ossia una onoranza di dodici danari per ogni spazio di
terreno che un aratro arava in un anno; dopo la qual memorabile
convenzione, vale a dire, dopo sette secoli all'incirca, il regno di
Napoli è rimasto feudo della Santa Sede[196].

Chi vuole Roberto Guiscardo[197] disceso da un contadino, chi da un Duca
normanno gli concede l'origine: l'orgoglio e l'ignoranza si univano in
una principessa greca[198] per invilire la nascita di Guiscardo,
l'ignoranza e l'adulazione nei suoi sudditi italiani si univano per
innalzarla[199]. Nato nella seconda classe, ossia nell'ordine medio
della Nobiltà[200] usciva di una famiglia di sotto-vassalli o
vessilliferi della diocesi di Coutances nella bassa Normandia, i quali
nel nobile castello di Altavilla abitavano. Tancredi, padre di
Guiscardo, segnalato si era alla Corte e nel ducale esercito, cui dovea
somministrare dieci soldati o cavalieri. Due maritaggi con donne, che di
nobiltà non cedeangli, fecero Tancredi padre di dodici figli, tutti
allevati nella casa paterna, e con egual tenerezza amati dalla seconda
moglie dello stesso Tancredi. Ma un mediocre patrimonio non bastava a sì
numerosa ed intraprendente figliuolanza, per lo che i dodici fratelli,
vedendosi imminenti le funeste conseguenze della povertà e della
discordia, risolvettero nelle straniere guerre cercar fortuna.
Incaricatisi due soli d'essi di mantenere la loro prosapia, e di
assistere alla vecchiezza del padre, gli altri dieci si partìan dal
castello a mano a mano che l'età virile toccavano; e attraversando le
Alpi, i Normanni della Puglia raggiunsero. I primi di questi non
secondarono che il proprio valore: i lor buoni successi divennero sprone
ai più giovani, onde Guglielmo, Drogone, e Unfredo, l'ultimo di questi
maschi, meritarono essere Capi di lor nazione, e della nuova repubblica
fondatori. Roberto, il primo dei sette figli, nati dalle seconde nozze,
possedea, nè le negavano i suoi nemici medesimi, tutte le qualità di un
capitano e di un uomo di Stato. La statura sua, quella de' più alti
uomini del suo esercito superava: tali ne erano le proporzioni del
corpo, che gli davano grazia e vigore ad un tempo; fino anche nel
declinar de' suoi anni gli rimasero, robusta salute capace di sopportare
qualunque fatica, e nobiltà di contegno fatta per comandare ad ognuno.
Vermiglio in volto, largo di spalle, fornito di lunghi capelli e lunga
barba del colore del lino, gli occhi suoi sfavillavano; e la voce,
siccome quella di Achille, potea, in mezzo al tumulto d'una battaglia,
mantenere l'obbedienza, e diffondere il terrore. Ne' secoli barbari
della cavalleria, troppo rilevanti erano siffatti vantaggi, perchè
sfuggir potessero all'attenzione dello Storico, e del poeta. È stato
osservato che Roberto usava ad un tempo, e colla stessa maestrìa, e
della spada che colla destra mano brandiva, e della lancia che la sua
sinistra tenea; che tre volte, venne tratto d'arcione nella battaglia di
Civitade, e che, riassunte per tre volte le forze, nel finire di quella
memorabil giornata, riportò il premio del valore su tutti i guerrieri di
entrambi gli eserciti[201]. Non mai sazia la sua ambizione, sulla
coscienza della propria superiorità la fondava. Nella scelta delle vie
per innalzarsi, gli scrupoli della giustizia non mai lo arrestarono,
rade volte il sentimento dell'umanità: e quantunque lo allettasse il
goder buona opinione, le sue azioni erano indifferentemente o secrete, o
palesi, secondo che o l'uno, o l'altro metodo all'interesse del momento
pareagli più adatto. Fu dato il soprannome di Guiscardo[202] a questo
grande mastro della saggezza politica, troppo spesso confusa colla
dissimulazione e colla furberia. Il poeta pugliese gli dà lode di avere
superati, Ulisse nell'astuzia, nell'eloquenza Cicerone. I suoi artifizj
nullameno sotto un'apparenza di militare franchezza si mascheravano:
nell'apice di sua fortuna fu nondimeno accessibile e affabile verso i
soldati, e benchè indulgente alle costumanze de' nuovi sudditi si
dimostrasse, le antiche consuetudini del suo paese, nell'abito e ne'
modi con ostentazione serbò. Saccheggiava avidamente per largire con
profusione. L'essere stato povero in giovinezza, alla frugalità lo
avvezzò; i profitti mercantili non credè indegni delle sue cure;
sottometteva a lunghi e crudeli tormenti i prigionieri per costringerli
a scoprire le nascoste loro ricchezze. Al dir de' Greci, abbandonò la
Normandia, da soli cinque cavalieri e trenta fantaccini seguìto, calcolo
che sembra tuttavia esagerato. Perchè questo sesto figlio di Tancredi di
Altavilla passò sotto spoglie di pellegrino le Alpi, e fra i venturieri
italiani fece i suoi primi soldati. I fratelli e i compatriotti di lui,
spartiti essendosi fra loro le fertili campagne della Puglia,
conservavano ciascuno colla gelosia dell'avarizia la propria parte.
L'ambizioso giovine occupò le montagne della Calabria, e nelle prime
imprese da esso operate contra i Greci, e contra i nativi, non è sì
agevol cosa il discernere lo scorridor dall'eroe. Sorprendere un
castello o un Convento, trarre qualche ricco cittadino in aguato, rapire
le derrate in circonvicini villaggi, tai furono le oscure fatiche in cui
da prima si adoperarono la forza e le intellettuali facoltà di
Guiscardo. I volontarj della Normandia sotto le sue bandiere si
ascrissero, e i contadini della Calabria, da lui comandati, assunsero
nome ed indole di Normanni.

[A. D. 1054-1080]

Roberto, la cui ambizione colla fortuna si dilatava, eccitò la gelosia
del suo fratel primogenito, che in una passeggiera querela minacciò i
giorni dell'altro, e alla libertà di lui pose impaccio. Alla morte di
Unfredo, i figli di questo, in tenera età, si videro esclusi dal
comando, e a vita privata ridotti per l'ambizione del loro tutore e zio.
Guiscardo sollevato sopra uno scudo, venne chiarito conte della Puglia e
generale della Repubblica. Più possente in allora, e di un'autorità più
considerabile insignito, volle terminare la conquista della Calabria, e
meritarsi un grado che lo collocò per sempre al di sopra dei suoi
eguali. Il Papa avealo scomunicato per alcuni atti, o di rapina fossero,
o di sacrilegio; ma non fu difficile il fare intendere a Nicolò II, che
non tornava a due amici il mettersi in mala intelligenza fra loro;
essere i Normanni difensori fedelissimi della Santa Sede, la lega di un
principe offrir sicurezza maggiore che non la condotta capricciosa d'un
Corpo aristocratico. Un sinodo di cento Vescovi essendosi a Melfi
assembrato, il Conte interruppe una rilevante impresa per vegliare in
persona alla sicurezza del romano Pontefice e per eseguirne i decreti.
Questi, mosso da gratitudine e da politica, concedè a Roberto, e alla
posterità di Roberto, il titolo di Duca[203], coll'investitura della
Puglia e della Calabria, e di tutte le terre dell'Italia e della
Sicilia, che dallo stesso Roberto ai Greci scismatici e agl'Infedeli
saracini verrebbero tolte[204]. Il consenso del Papa potea ben
giustificare le conquiste di Roberto, ma non compartirgli la facoltà di
ordinare le cose a suo grado e senza consultare i voleri di un popolo
libero e vincitore. Guiscardo non pubblicò la nuova sua dignità, che
dopo avere colla presa di Cosenza e di Reggio illustrate nella
successiva stagione campale le proprie armi. In mezzo all'entusiasmo che
il suo trionfo inspirava, adunò le truppe, chiedendo alle medesime
confermassero col lor suffragio un giudizio pronunciato dal Vicario di
Gesù Cristo: i soldati con acclamazioni di gioia, salutarono Duca il
valoroso lor capitano: e i Conti, statigli fino allora eguali,
pronunciarono il giuramento di fedeltà col sorriso sulle labbra, e colla
indignazione nel cuore. Da quel punto, Roberto assunse i titoli di Duca
della Puglia, della Calabria e della Sicilia, per la grazia di Dio e di
S. Pietro, ma dovette adoperarsi vent'anni per meritarli e consolidarli;
la qual tardanza di buoni successi in un paese sì poco esteso, può
sembrare inferiore all'alto ingegno del Duca e al valore delle sue
genti. Si osservi però essere stati pochi di numero i Normanni,
impacciati inoltre da parecchi ostacoli; volontarj e precarj i loro
servigi. I vasti disegni del Duca alcune volte arrenavano per le
opposizioni delle Assemblee baronali; i dodici Conti eletti dal popolo,
contro la autorità del Capo ordirono trame: e i figli di Unfredo,
denunziando la perfidia del loro zio, chiesero giustizia e vendetta.
L'abile Guiscardo le loro trame scoperse, estinse il fuoco della
sommossa, i colpevoli all'esiglio o alla morte dannò; ma spese
inutilmente gli anni, e le forze della nazione in siffatte intestine
discordie. Dopo che egli ebbe disfatti gli esterni nemici, i Greci, i
Lombardi e i Saracini, a questi le città marittime affortificate
offersero asilo. Eccellenti erano nel munire e difender le piazze;
mentre i Normanni, avvezzi a combattere solamente a cavallo e in aperta
campagna, l'arte degli assedj non conoscevano, e la sola perseveranza
potea farli padroni delle Fortezze. Salerno resistè più di otto mesi;
durò oltre quattr'anni l'assedio, o il blocco di Bari. Primo a mostrarsi
in tutti i rischi il Duca normanno, l'ultimo era a stancarsi; nè nella
pazienza del soffrire alcuno lo superava. Intantochè strignea d'assedio
la rocca di Salerno, un masso enorme lanciato dalle mura avendo fatta in
pezzi una delle sue macchine, una scheggia di legno gli ferì il petto.
Sotto le mura di Bari, ei soggiornava sotto una cattiva baracca, fatta
di rami secchi e coperta di paglia, sito pericoloso, esposto da ogni
lato alla intemperie delle stagioni, e alle frecce dell'inimico[205].

Le province conquistate in Italia da Roberto son quelle che fanno oggidì
il regno di Napoli; nè il volgere di sette secoli ha potuto disgiungere
le contrade che dall'armi di Guiscardo furon congiunte[206]. Tale
monarchia formarono le province greche della Calabria e della Puglia, il
principato di Salerno, sottomesso ai Lombardi, la Repubblica d'Amalfi e
i Cantoni interni del vasto ed antico Ducato di Benevento. Tre soli di
questi Cantoni dalla dominazione del vincitor si sottrassero, il primo
per sempre, i due altri fin verso la metà del secolo successivo.
L'Imperatore di Alemagna avea conferito al Papa, fosse a titolo di dono,
o di cambio, la città e il territorio immediato di Benevento: e benchè
questa sacra terra alcune volte sia stata invasa, il nome di S. Pietro
finalmente sulla spada de' Normanni ebbe trionfo. La lor prima colonia
di Aversa avendo soggiogato, e conservato lo Stato di Capua, i principi
di questa città si videro costretti a mendicare il vitto, nanti alla
soglia del palagio de' loro antenati. I Duchi della città di Napoli, la
libertà popolare mantennero sotto apparenza di sommessione all'Impero di
Bisanzo. Per mezzo alle conquiste di Guiscardo avvi due cose degne di
eccitare la curiosità del leggitore, le dottrine salernitane[207], il
commercio di Amalfi[208].

I. Una Scuola di giurisprudenza suppone leggi e proprietà, e una
religione chiara abbastanza, onde l'evidenza della ragione renda men
necessario il ministerio della Teologia; ma in qualunque epoca
dell'umana civiltà, i soccorsi dell'arte medica son necessarj; e se per
una parte, il lusso rende più frequenti le malattie acute, lo stato di
barbarie moltiplica il numero delle contusioni e delle ferite. I tesori
della greca medicina fra le colonie arabe dell'Affrica, della Spagna e
della Sicilia si eran diffusi: e in mezzo alle corrispondenze della pace
e della guerra, una scintilla di sapere splendè, e si mantenne a
Salerno, città commendevole per l'onestà de' suoi uomini, per
l'avvenenza delle sue donne[209]. Una Scuola, la prima che siasi veduta
sorgere in mezzo alle tenebre onde era ingombrata l'Europa, all'arte di
guarire vi si consacrava; i frati ed i vescovi, a questa salutare e
lucrosa professione si accomodarono, e innumerevoli infermi,
distintissimi per grado, e nati nelle più remote contrade, or chiamavano
a sè, or venivan cercando i medici di Salerno. Una tale scuola i
vincitori normanni protessero; e Guiscardo, benchè allevato nel mestier
dell'armi, il merito e il valore di un filosofo sapeva discernere. Dopo
trentanove anni di peregrinazione, Costantino, cristiano di Affrica,
riportò da Bagdad la conoscenza della lingua e delle arti degli Arabi; e
della pratica, delle lezioni, degli scritti di questo scolaro di
Avicenna, Salerno trasse profitto. La sua scuola di medicina, sonnecchiò
molto tempo sotto il nome di Università: i suoi precetti, nel duodecimo
secolo, vennero ridotti in una serie d'aforismi indicati in versi
leonini, o versi latini rimati[210].

II. La città di Amalfi, situata sette miglia a ponente di Salerno, e
trenta ad ostro di Napoli, un tempo oscura, pompeggiava allora di
possanza e di tutti que' vantaggi che dell'industria son conseguenza.
Ricca di fertile territorio, benchè poco estesa, i suoi abitanti
profittarono della loro situazione posta in una spiaggia di mare delle
meglio accessibili; primi ad incaricarsi di provvedere il Mondo
occidentale de' lavori e delle derrate dell'Oriente, questo utile
commercio divenne fonte della loro opulenza e della lor libertà. Godeva
Amalfi di un Governo popolare sotto l'amministrazione di un Duca, e
sotto la supremazia del greco Imperatore: cinquantamila cittadini entro
le sue mura si racchiudevano; nè alcun'altra città eravi, egualmente
copiosa di oro, di argento e di suppellettili appartenenti alla
ricercatezza del lusso. Peritissimi essendo nello dottrine teoriche e
pratiche della navigazione e dell'astronomia i marinai che nel suo porto
abbondavano, la scoperta della bussola, che ne ha offerto il modo di
trascorrere il globo con sicurezza, alle lor ricerche o alla lor buona
sorte è dovuta. Il commercio di Amalfi alle rive dell'Affrica,
dell'Arabia e dell'India estendendosi, o le produzioni di queste tre
contrade almen comprendendo, i suoi possedimenti in Costantinopoli, in
Antiochia, in Gerusalemme e in Alessandria, le aveano acquistati i
privilegi delle colonie independenti[211]. Dopo tre secoli di
prosperità, Amalfi venne soggiogata dai Normanni, e devastata per
l'opera che la gelosa repubblica di Pisa diede a tal uopo. Ella non
contiene più oggidì che un migliaio di pescatori, i quali, avvolti nella
miseria, possono unicamente inorgoglirsi degli avanzi di un arsenale, di
una Cattedrale e dei palagi degli antichi loro trafficanti[212].

[A. D. 1060-1090]

Ruggero, duodecimo ed ultimo tra i figli di Tancredi, rimase più lungo
tempo in Normandia, trattenutovi prima dalla sua giovine età, poi da
riguardo alla decrepitezza del padre. Chiamato indi in Italia
affrettossi ad approdar nella Puglia, ove meritò la stima, e ben tosto,
in appresso, la gelosia di Guiscardo eccitò. Eguali per valore e per
ambizione, Ruggero avea sovr'esso il vantaggio di giovinezza, avvenenza,
e leggiadri modi, che l'affetto de' soldati e del popolo gli
conciliarono. Era sì povero egli, e le persone del suo seguito, in tutto
quaranta, che dalla vita di guerriero passò a quella di scorridore, e da
quella di scorridore all'altra di ladro domestico. Si avevano in allora
tanto imperfette nozioni sulla proprietà, che lo storico stipendiato di
questo Ruggero, e per ordine di lui medesimo, racconta certa impresa del
suo eroe quando rubò cavalli in una scuderia di Melfi[213]. Il valore,
il coraggio gli giovarono ad uscir presto fuori della povertà e
dell'ignominia; e queste vili pratiche abbandonò per meritarsi gloria in
una guerra contra gli Infedeli; in che lo zelo e la politica del
fratello Guiscardo, promotore della Spedizione siciliana, lo
secondarono. Dopo la ritirata de' Greci, gli _idolatri_ (con questo nome
i Cattolici chiamar soleano i Saracini), ristorate le loro perdite,
rientrati erano negli antichi possedimenti. Ma una picciola banda di
venturieri operò la liberazione della Sicilia, dalle congiunte forze
dell'Impero di Oriente invano tentata[214]. Incominciò Ruggero dal
disfidare sopra uno scoperto palischermo i pericoli reali e favolosi di
Cariddi e di Scilla; e sbarcato con sessanta soldati sulla nemica costa,
e incalzati i Musulmani fino alle porte di Messina, ritornò sano e salvo
in Italia, carico del bottino fatto nei dintorni di quella città. Il suo
coraggio operoso e paziente nell'assedio della Fortezza di Trani si fa
manifesto: onde a vecchia età pervenuto, dilettavasi in narrando che nel
durar dell'assedio, egli e la Contessa sua moglie, si videro ridotti ad
un solo mantello, del quale a vicenda si ricoprivano; e narrava
parimente, come essendogli stato ucciso il cavallo, in compagnia d'esso
i Saracini lo trascinassero; come col valore della sua spada se ne
spacciasse, riportando sul dorso la sella del corridore per non lasciar
tra mani infedeli il menomo trofeo di sè stesso. Nell'assedio di Trani,
trecento Normanni arrestarono e respinsero le forze di tutta l'Isola.
Nella battaglia. di Ceramio, cinquantamila uomini, tra que' di
cavalleria e d'infanteria, vennero sconfitti da centrentasei soldati
cristiani, senza contare S. Giorgio che combattè a cavallo nelle prime
file. Al successore di S. Pietro vennero serbati i nemici stendardi e
quattro cammelli; le quali spoglie de' Barbari, se fossero state esposte
non in Vaticano ma in Campidoglio, avrebbero potuto ricordare i trionfi
riportati sul popolo di Cartagine. Questo calcolo che riduce a sì
picciol numero i Normanni dovea forse applicarsi ai cavalieri soltanto,
ossia nobili guerrieri che combattevano a cavallo, e che aveano ciascuno
un seguito di cinque o sei uomini[215]. Pure ammettendo ancora una tale
interpretazione, e concedendo ai Cristiani quanti vantaggi il valore, la
bontà dell'armi e la fama aggiunger potevano, la sconfitta di un
esercito sì numeroso, mette tuttavia un prudente leggitore nella
alternativa di credere tutto ciò o miracolo, o favola. Gli Arabi della
Sicilia riceveano possenti soccorsi dai lor compatriotti dell'Affrica;
ma le galee di Pisa veniano parimente soccorritrici alla normanna
cavalleria nell'assediare Palermo, e nel momento della pugna la gelosia
de' due fratelli di Altavilla, il nobile carattere d'una emulazione
generosa e invincibile assumea. Dopo una guerra di trent'anni[216],
Ruggero acquistò unitamente al titolo di Gran Conte, la sovranità della
più grande e della più fertile fra le isole del Mediterraneo; e
l'amministrazione di lui, dà a divederlo uom d'animo liberale e di mente
istrutta più di quanto il secolo, e l'educazione che ricevuta avea,
comportassero. La libertà della religione e il godimento delle loro
proprietà ai Musulmani lasciò[217]. Un filosofo arabo, medico di Mazara,
e discendente dalla stirpe di Maometto, che avea arringato il vincitore,
venne chiamato alla Corte: ove nel latino idioma trasportò la sua
Geografia de' Sette Climi, che Ruggero, dopo averla letta attentamente,
agli scritti del greco Tolomeo preferì[218]. Un avanzo di nativi
cristiani che ai buoni successi de' Normanni avea contribuito, n'ebbe in
compenso il vedere la Croce trionfante nell'Isola, la quale sotto la
giurisdizione del Romano Pontefice ritornò. Nove Vescovi vennero creati
nelle città principali della Sicilia, e il clero dovette esser contento
delle magnifiche doti alle chiese, o ai monasteri largite. Ciò non
pertanto l'eroe cattolico i diritti della civile magistratura con gran
fermezza sostenne. Anzichè rinunziare alla investitura de' benefizj,
ebbe l'accorgimento di volgere a suo pro le pretensioni del Papa, onde
la singolar Bolla che i principi della Sicilia chiarisce Legati
ereditarj e perpetui della santa Sede[219], consolidò ed estese il
primato della Corona.

[A. D. 1081]

La conquista della Sicilia era stata più gloriosa che utile a Roberto
Guiscardo; nè i possedimenti della Puglia e della Calabria all'ambizione
di cotest'uomo bastando, deliberò afferrare, o far nascere l'occasione
d'invadere, e soggiogar forse l'Impero dell'Oriente[220]. Un divorzio,
ottenuto sotto pretesto di consanguinità, lo avea separato dalla prima
moglie, statagli compagna nell'umil fortuna, e Boemondo nato da queste
prime nozze, si trovò alla condizione di imitar piuttosto il suo chiaro
padre che di succedergli. La seconda moglie di Roberto, essendo figlia
de' Principi di Salerno, i Lombardi acconsentirono a riconoscere per
erede di lui Ruggero, nato dalla medesima. Cinque figlie parimente dalla
Principessa di Salerno ebbe Viscardo, tutte onorevolmente accasate[221],
e una di esse fu promessa ancor fanciulla al giovine ed avvenente
Costantino, figlio ed erede dell'Imperatore Michele[222]. Ma una
rivoluzione crollò il trono di Costantinopoli: la famiglia reale di Duca
nel palagio o nel chiostro fu confinata: e Roberto, trafitto l'animo
dalla sciagura della figlia, e dall'espulsione del confederato, pensò a
vendicarsi. Un Greco che diceasi padre di Costantino, mostratosi ben
tosto a Salerno, mise insieme una novella di trono rassegnato per forza,
e di fuga. Il Duca maravigliosamente pronto a ravvisare in quest'uomo il
suo amico infelice, pomposamente lo accolse, e come verso persona della
dignità imperiale insignita addiccasi. Questo Michele[223] dunque
trascorse in trionfo la Calabria e la Puglia fra le lagrime e le
acclamazioni de' popoli: e il Papa Gregorio VII esortò i vescovi ad
adoperarsi coi lor sermoni, i Cattolici col lor braccio, a ritornare
questo principe in trono. Roberto e il Greco in famigliari e spessi
colloquj vedeansi, e noti egualmente, il valor normanno e i tesori del
greco Impero, pubblica fede alle reciproche promesse lor procacciavano.
Nondimeno, a confessione de' Greci e de' Latini, cotesto Michele non era
che un fantasma, un impostore, un frate scappato dal suo convento, o un
servo della greca Corte. Lo scaltro Guiscardo immaginò questo artifizio,
sperando che dopo aver dato un'apparenza di giustizia alle sue armi, il
falso imperatore tornerebbe nella sua oscurità ad un cenno di chi da
questa l'avea ritratto; ma sol la vittoria potea costringere la credenza
de' Greci, nè l'ardor de' Latini per tale impresa la credulità de'
medesimi pareggiava; i soldati normanni voleano godersi in pace il
frutto di lor fatiche, e gl'Italiani fremevano alla sola idea di
pericoli cogniti ed incogniti che ad una spedizione oltremare si
congiungevano. A fine di far soldati, Roberto non risparmiò donativi, o
promesse; nè minacce, così per parte dell'autorità civile, come per
parte dell'autorità ecclesiastica; che anzi alcuni atti di violenza
hanno dato origine al fattogli rimprovero di avere arrolati, senza
distinzioni nè pietà, e vecchi, e fanciulli. Dopo due anni impiegati
senza posa in tali apparecchi, l'esercito di terra e le forze navali si
adunarono ad Otranto, ultimo promontorio dell'Italia, situato
all'estremità del calcagno dello stivale. Roberto si trasferì,
accompagnato dalla moglie che ai fianchi di lui combattea, dal figlio
Boemondo, e dal greco impostore. Mille trecento cavalieri normanni[224],
o alla scuola de' Normanni educati, formavano il nerbo di questo
esercito composto di circa trentamila uomini d'ogni arma[225];
cencinquanta navi vennero caricate di truppe da sbarco, di cavalli, di
armi, di macchine da guerra, e di torri di legno coperte di cuoio non
concio; navilio che era stato allestito in Italia, e la repubblica
ragusea, divenuta confederata di Roberto, le galee aveva fornite.
All'ingresso del golfo Adriatico le coste dell'Italia e dell'Epiro si
avvicinano l'una all'altra. Lo spazio che disgiugne Brindisi da Durazzo,
conosciuto sotto il nome di _Passaggio Romano_, non è largo più di cento
miglia[226]. Rimpetto ad Otranto si restringe di cinquanta[227],
angustia che suggerì a Pirro, e a Pompeo l'idea sublime, o stravagante
di unire con un ponte entrambe le rive. Roberto, prima di imbarcare le
sue truppe e le sue munizioni, mandò innanzi quindici galee comandate da
Boemondo, affine di soggiogare o minacciare l'isola di Corfù,
riconoscere l'opposto lido, e assicurare ne' dintorni di Vallona un buon
porto alle sue truppe. Boemondo compiè la sua traversata e il suo
sbarco, senza accorgersi di nemici. Sperienza fortunata pe' Normanni, e
che diè a divedere a quale scadimento l'incuria de' Greci avesse ridotta
la loro marineria! Le isole e le città marittime dell'Epiro all'armi di
Roberto, o al terror del suo nome cedettero, e poichè ebbe toccate le
coste di Corfù (la quale isola accenno col suo nome moderno) condusse la
sua squadra e il suo esercito ad assediare Durazzo. Cotesta città, dal
lato di Occidente, chiave dell'Impero greco, dalla sua antica fama, da
recenti fortificazioni, dal patrizio Giorgio Paleologo vincitore di
diverse battaglie nell'Oriente, da un presidio tolto dalle province di
Albania e di Macedonia, in ogni età vivai di eccellenti soldati, era
difesa. Pericoli e sciagure d'ogni genere nel durar di questa impresa
provarono l'animo di Guiscardo: nella stagione la più propizia
dell'anno, la flotta di lui che stavasi lungo la costa, venne
d'improvviso assalita da una fortuna di mare; e piogge miste a neve, e
furiosi venti d'ostro ingrossarono l'Adriatico, talchè un nuovo
naufragio la sinistra fama degli scogli Acroceraunj riconfermò[228].
Andati in pezzi o portati lontano e vele, e alberi, e remi, si videro
coperti il mare, e le rive di frantumi di navigli, d'armi e cadaveri, e
la maggior parte delle munizioni le acque inghiottirono o danneggiarono.
Sottrattasi con grande stento al furore dell'onde la ducale galea,
Roberto si fermò sette giorni sul vicino promontorio per raccogliere gli
avanzi della sua flotta, e rianimare il depresso coraggio de' suoi
soldati. I Normanni non erano più quegli audaci piloti che aveano
scoperto nuove acque sull'Oceano, dalla Groelandia al monte Atlante,
que' piloti che erano stati veduti sorridere sui perigli da poco che
offre l'onda mediterranea. Piansero nel durare della procella, e
tremarono all'avvicinare de' Veneziani, che mossi dalle preghiere e
dalle promesse della Corte di Bisanzo venivano ad assalirli. Le pugne
del primo giorno mal non tornarono a Boemondo, giovine imberbe[229] che
i legni del padre suo comandava, ma le galee veneziane rimasero tutta
notte ferme sull'áncora, a guisa di mezza luna, ordinate. La maestria di
loro fazioni, il modo vantaggioso onde collocati aveano i proprj
arcieri, la forza delle lor chiaverine, il fuoco greco somministrato ad
essi dall'Imperatore, li fecero nel secondo giorno padroni della
vittoria. I legni pugliesi o ragusei alla costa si ripararono: molti
videro tagliare le gomene, e in poter cadettero del vincitore; oltrechè,
la guernigion di Durazzo, con una abile sortita, portò fin nelle tende
di Roberto la strage e il terrore: vennero introdotti soccorsi entro la
piazza, e appena gli assedianti più non padroneggiarono il mare, si
videro privi de' tributi, e delle vettovaglie, che dianzi le isole, e le
città marittime ad essi inviavano. Si arroge, che un contagioso morbo
travagliò ben tosto l'esercito dei Normanni, onde perirono privi di
gloria cinquecento cavalieri; e la perdita delle genti di Guiscardo non
ascese a meno di diecimila uomini, sol che si voglia dedurla dal
registro de' funerali, e supponendo che tutti i morti l'onor di esequie
ottenessero. Solo, imperterrito, in mezzo a tante calamità, il Duca
normanno, intantochè nuove forze dai lidi pugliesi e siculi ritraeva,
conquassava colle sue macchine d'assedio, e tribolava, ora dando scalate
alle mura, ora adoperandosi contro le fondamenta di queste, Durazzo. Ma
la solerzia e il valore di lui, in un valore eguale, e in una solerzia
superiore, scontraronsi. Avendo egli condotto a piè del baluardo una
torre mobile che racchiudea cinquecento soldati, mentre stava per
abbassarne la porta, o il ponte levatoio, una enorme trave lo arrestò
nell'impresa, e il fuoco greco in un istante la sua torre gli consumò.

Intanto che i Turchi dal lato orientale, le truppe di Guiscardo
dall'occidentale, il romano impero invadeano; il vecchio successore di
Michele rassegnava lo scettro nelle mani di Alessio, illustre Generale e
fondatore della dinastia de' Comneni. Anna, figlia di questo Alessio, e
famosa per avere scritta la Storia del padre, dal suo stile ampolloso
non rimovendosi, osserva che lo stesso Ercole alla doppia pugna non
avrebbe saputo resistere, e su tal base fondandosi, approva la
precipitosa pace che il ridetto Alessio concluse col Turco; la qual cosa
il trasferirsi in persona a soccorrer Durazzo gli agevolò. Egli avea ben
trovato vuoto di soldati il suo campo come di danari l'erario; ma tai
furono il vigore, la sollecitudine delle sue provvisioni, che in sei
mesi radunò un esercito di settantamila uomini[230], e fece compiergli
un cammino di cinquecento miglia. Ei tolse soldati dall'Europa e
dall'Asia, dal Peloponneso infino al mar Nero; ostentava la pompa del
grado imperiale nella magnificenza della guardia composta di cavalieri
ricchi d'armadure, e di arredi d'argento, e nel numeroso corteggio di
nobili e di principi che lo accompagnavano; e più d'uno di questi
principi (il che prova una mansuetudine de' costumi di Bisanzio in que'
tempi) nelle vicissitudini del palagio imperiale aveano vestita un
istante la porpora, e ciò nulla meno vivean ricchi e insigniti di
cariche ragguardevoli. Tutti i predetti Grandi, animati la più parte dal
fuoco della giovinezza, avrebbero dovuto col loro esempio farsi sprone
alla moltitudine: ma l'eccessivo amor de' piaceri, il disprezzo di ogni
subordinazione, furono origine di disordini e di mali. Voleano questi
essere condotti subito alla battaglia, e con importuni clamori misero a
cattivo partito la prudenza di Alessio, che avrebbe potuto prendere in
mezzo e tribolar colla fame l'esercito degli assedianti. L'enumerazione
delle province greche a' que' giorni, offre un triste raffronto tra quel
che furono gli antichi limiti dell'Impero, e quello che erano divenuti.
Raccolti in fretta, e in mezzo al comune terrore, i nuovi soldati, non
fu possibile il ritrarre dalla Natolia o Asia Minore le sue guernigioni,
se non se col cedere ai Turchi le città che da queste istesse
guernigioni erano custodite. Il nerbo dell'esercito greco stavasi ne'
Varangi, e nelle guardie scandinave, il cui numero avea poco prima
ricevuto rinforzo da una truppa di esuli e di volontarj venuti
dall'isola di Tule, o della Gran Brettagna. I Danesi e gl'Inglesi
parimente, sotto il giogo de' Normanni gemeano; laonde molti giovani
venturieri vennero nella risoluzione di abbandonare una terra di
schiavitù, e abbracciando lo scampo che ad essi il mare offeriva,
peregrinarono lungamente a tutte le coste, ove qualche speranza di
libertà e di vendetta allettavali. Il greco Imperatore a sè gli assoldò,
e primieramente in una nuova città della costa d'Asia stanziarono; ma
non andò guari che Alessio chiamatili al servigio immediato del suo
palagio, e della imperiale persona, nella lor fedeltà e prodezza un bel
retaggio preparò ai suoi successori[231]. Rammentando con indignazione
questi guerrieri tutto quanto eglino pure aveano sofferto dai Normanni,
marciarono contra un nemico di lor nazione, e giubilanti, e impazienti
di ricuperar nell'Epiro la gloria che alla giornata di Hastings aveano
perduta. I Varangi erano inoltre sostenuti da alcune bande di Franchi o
Latini; tutti coloro che, per sottrarsi alla tirannide di Guiscardo,
riparati eransi a Costantinopoli, agognavano l'istante di segnalare il
loro zelo, e appagare in uno la sete della vendetta. In così ardue
circostanze l'Imperatore non aveva avuti a schifo gli impuri soccorsi
de' Paoliziani, o de' Manichei della Tracia e della Bulgaria; i quali
eretici all'intrepidezza de' martiri l'operoso valore e la disciplina di
eccellenti soldati aggiugnevano[232]. Un negoziato col Sultano avendo
procurato all'Imperatore un rinforzo di mille Turchi all'incirca, si
videro insieme in contrasto le frecce della cavalleria scitica, e le
lance della normanna. Udite le prime voci del formidabile esercito che
incontro venivagli, Roberto raunò un consiglio da' suoi primarj
uffiziali composto. «Voi vedete, lor disse, in qual pericolo vi trovate:
esso è incalzante, inevitabile. Le colline sono coperte di guerrieri e
di stendardi: l'Imperator greco è accostumato alle guerre e ai trionfi.
La disciplina e l'unione solamente ci possono far salvi, e sono pronto a
cedere il comando ad un Generale più abile di me». Le acclamazioni
generali, e persino de' suoi segreti nemici, avendolo in sì periglioso
momento fatto certo della stima e della confidenza d'ognuno; «contiam
dunque, esclamò, sui frutti della vittoria, e se vi è un vile,
impediamogli ogni strada alla fuga, abbruciamo il nostro navilio e le
nostre bagaglie, e combattiamo su questo suolo, come se fosse il luogo
della nostra nascita, e del nostro sepolcro.» Approvata unanimamente
siffatta risoluzione, Guiscardo che disdegnò cautelarsi fra mezzo alle
file de' suoi soldati, si pose a capo dell'esercito ordinato in
battaglia aspettando ivi di piè fermo il nemico. Un fiume poco largo gli
guardava le spalle, l'ala destra prolungandosi sino al mare; la sinistra
terminava alle falde delle colline: e Guiscardo forse ignorava che in
questo campo medesimo Cesare e Pompeo disputati eransi l'Impero del
Mondo[233].

[A. D. 1081]

Alessio avendo risoluto, contro il parere de' più saggi suoi capitani,
di commettersi all'evento di una battaglia, insinuò alla guernigione di
Durazzo il contribuire con una sortita a tempo operata alla liberazione
della città. Con due divisioni egli marciò per sorprendere i Normanni
innanzi lo schiarire del giorno, onde da due lati vedeasi la cavalleria
leggiera dei Greci tener la pianura; la seconda linea era composta di
arcieri, i Varangi serbarono a sè medesimi l'onore di combattere
all'antiguardo. Al primo scontro, le azze da guerra degli stranieri
portarono terribili botte all'esercito di Guiscardo, a soli quindicimila
uomini allora ridotto. I Lombardi e i Calabresi, dandosi a vergognosa
fuga, corsero, chi alle rive del fiume, chi a quelle del mare; ma il
ponte era stato distrutto, per togliere un varco ai soldati della
piazza, se tentavano una sortita; la costa vedeasi cinta di galee
veneziane che fecero prova delle lor macchine da guerra in mezzo a
questa disordinata moltitudine; la quale sarebbe inevitabilmente perita
senza il valore e la condotta ammirabile de' suoi Capi. I Greci ne
descrivono Gaita, moglie di Roberto, come una amazzone e una seconda
Pallade, men abile nelle arti, ma non men della dea degli Ateniesi
terribile nella guerra[234]. Benchè ferita da una freccia, rimase sul
campo di battaglia, e colle esortazioni e coll'esempio le soldatesche
disperse riordinò[235]; la sua femminile voce venia secondata dalla voce
più forte e dal braccio più vigoroso di Guiscardo. Intrepido in mezzo
all'azione, quanto magnanimo ne' consigli: «Dove fuggite voi, esclamò?
avete che fare con un nemico implacabile, e la morte è meno crudele
della servitù». Il momento era decisivo; i Varangi, nell'avanzarsi
troppo, lasciarono scoperti i lor fianchi; gli ottocento cavalieri del
corpo di battaglia del Duca, che non erano stati intrapresi, colla
lancia in resta si precipitarono sul nemico, e gli Storici greci non
rimembrano senza dolore l'impeto della cavalleria franca, cui non val
resistenza[236]. Alessio non trascurò alcun dovere di generale e
soldato; ma allorchè vide la strage de' Varangi e la fuga de' Turchi, e
in niun conto avendo i proprj sudditi, della fortuna sua disperò. La
principessa Anna, che versa una lagrima su questo infausto avvenimento,
è ridotta a vantare la forza e l'agilità del cavallo di suo padre, e il
vigore onde questi si difese contra un cavaliere che con una percossa di
lancia aveagli fatto in pezzi il cimiero. Con disperato valore, si
aperse varco per mezzo a uno squadrone di Normanni che la fuga
impedivagli, e dopo avere errato due giorni e due notti in mezzo alle
montagne, potè godere di qualche riposo, non d'animo, ma di corpo, entro
le mura di Licnido. Si dolse Roberto delle sue truppe che, troppo
mollemente e lentamente inseguendo Alessio, una tanto luminosa preda
sfuggirsi lasciassero: ma nel confortarono i trofei e gli stendardi
tolti al nemico, la ricchezza e il lusso del campo greco, e la gloria di
aver distrutto un esercito cinque volte più numeroso del suo. Molti
Italiani rimasero vittima del proprio spavento; pur questa memoranda
giornata non costò a Guiscardo più di trenta de' suoi cavalieri.
L'esercito imperiale perdè, fra Greci, Turchi ed Inglesi, cinque o
seimila uomini all'incirca[237], fra i quali si noverano molti nobili e
guerrieri di sangue reale; l'impostore Michele trovò nello spianato di
Durazzo una morte più onorevole che nol fu la sua vita.

[A. D. 1082]

Ella è cosa molto probabile che Guiscardo non si affliggesse gran fatto
della perdita di questo fantasma d'Imperatore, costatogli molto caro, nè
con altro pro che di avventurarlo alla derisione de' Greci. Disfatti
questi, la guernigione continuò nel difendersi: l'Imperatore aveva avuta
l'imprudenza di richiamare Giorgio Paleologo, intanto che un Veneziano
comandava nella città: le tende degli assedianti vennero cambiate in
baracche, atte ad offerire riparo contra il rigore del verno; e ad una
disfida fattagli dalla Fortezza, Roberto rispose che la sua
perseveranza, l'ostinazione degli assediati almen pareggiava[238]. Già
forse ei fondavasi sopra una lega segreta da lui stretta con un nobile
Veneziano, che sedotto dalla speranza di un luminoso e ricco maritaggio,
ebbe la viltà di tradire i confederati della sua patria. Nel più cupo
della notte, furono gettate dall'alto delle muraglie le scale di corda,
per le quali saliti tacitamente gli snelli Calabresi, sol dal nome, e
dalle trombe del vincitore, i Greci furono desti. Ciò nullameno per tre
giorni difesero le strade contra un nemico già padrone de' baluardi; si
rendettero finalmente dopo un assedio di sette mesi, calcolati dal
momento che la piazza fu circondata. Penetrò indi Roberto nelle parti
interne dell'Epiro, o dell'Albania, e attraversate le prime montagne
della Tessaglia, trecento Inglesi nella città di Castoria sorprese, a
Tessalonica si avvicinò, fece tremare Costantinopoli. Ma un più
incalzante dovere, il corso dei suoi ambiziosi disegni interruppegli.
Già distrutti due terzi del suo esercito dal naufragio, dai morbi
contagiosi e dal ferro nemico, e allorchè aspettavasi dall'Italia nuove
reclute, dolorosi messaggi lo ragguagliarono delle sciagure, e de'
pericoli ai quali, per la lontananza di lui, la stessa Italia era in
preda, della ribellione delle città e de' Baroni della Puglia, dello
stremo a cui trovavasi il Papa, dell'avvicinamento, o piuttosto
dell'invasione di Enrico Re di Alemagna. Egli osò immaginarsi che la
presenza sua basterebbe a rendergli sicuri gli Stati, e sopra un sol
brigantino, rivalicò il mare, lasciando l'esercito sotto il comando di
suo figlio e dei Conti normanni; e con esortazioni a Boemondo, di
rispettare la libertà de' suoi eguali, ai Conti di obbedire l'autorità
del lor Generale. Il figlio di Guiscardo sull'orme del padre suo
camminò. I Greci paragonano questi due guerrieri al bruco e alla
locusta, l'uno de' quali divora tutto quanto non fu sterminato
dall'altro[239]. Dopo avere vinte due battaglie contra l'Imperatore,
scese nella pianura della Tessaglia e assediò Larissa, capitale del
favoloso regno di Achille[240], ove l'erario e i magazzini del greco
esercito si racchiudevano. Del rimanente debbonsi encomj alla prudenza e
alla fermezza di Alessio, che contro la infelicità de' tempi
coraggiosamente lottò. In mezzo alla penuria che disastrava lo Stato,
ardì valersi degli arredi superflui delle chiese, provvide alla diffalta
dei Manichei, col sostituir loro alcune tribù della Moldavia; settemila
Turchi assunsero il luogo degli estinti fratelli e l'incarico di
vendicarli; intanto i soldati greci, addestratisi nel cavalcare e nel
lanciar frecce, si fecero abili al giornaliero esercizio delle fazioni
militari e delle imboscate. Sapendo Alessio per esperienza che i
cavalieri franchi, tanto formidabili sui lor corridori, non poteano nè
combattere, nè quasi moversi a piedi[241], ordinò ai suoi arcieri di far
bersaglio de' loro dardi il cavallo anzichè il cavaliere, e seminava di
punte di ferro ed altri impacci il terreno d'onde potea paventare un
assalto. La guerra venne protratta ne' dintorni di Larissa ove i
successi de' due eserciti, dubbiosi rimasero. In tutte le occasioni il
coraggio di Boemondo in guisa luminosa, e sovente con fortuna, si
dimostrò; ma i Greci immaginarono uno stratagemma per cui il normanno
campo fu saccheggiato. Inespugnabile essendo la città, i Conti o
disgustati, o corrotti dall'inimico, le bandiere del loro duce
abbandonarono, e consegnati ai Greci i lor posti, le parti
dell'Imperatore seguirono. Alessio riportò a Costantinopoli il
vantaggio, anzichè l'onore della vittoria. Quanto al figlio di
Guiscardo, rinunziando ad un territorio che non potea più difendere,
veleggiò verso l'Italia ove ben accolselo il padre, che ne conoscea il
merito, e ne compiagnea l'infortunio.

[A. D. 1081]

Di tutti i principi latini confederati di Alessio, e nemici di Roberto,
il più poderoso e zelante era Enrico III, o IV Re d'Alemagna, e
d'Italia, che divenne in appresso Imperator d'Occidente. La lettera che
il Principe greco indirissegli[242], abbonda di sentimenti di verace
amicizia e del desiderio onde ardea di consolidare la scambievole lega
con vincoli di famiglia, e politici. Congratulatosi con Enrico pei buoni
successi da esso ottenuti in una giusta e santa guerra, querelasi perchè
le audaci imprese de' Normanni, la prosperità del suo impero hanno
turbata. La nota de' donativi inviatigli dalla Grecia ai costumi del
secolo corrisponde: una corona d'oro guarnita di raggi, una croce da
petto adorna di perle, una scatola di reliquie coi nomi e titoli de'
Santi cui perteneano, un vaso di cristallo, un vaso di Sardonica,
balsamo, probabilmente della Mecca, e cento pezze di porpora; inoltre
cenquarantaquattromila bisantini d'oro, con promessa di aggiugnerne
altri dugento sedicimila, allorchè Enrico fosse venuto in armi sul
territorio pugliese, e confermata, con giuramento, la loro
confederazione contro il comune inimico. Il Principe alemanno[243] che
già trovavasi in Lombardia, Capo di un esercito e di una fazione,
accettando tosto queste magnifiche offerte, al mezzogiorno immantinente
si volse; e benchè il fermasse in cammino la notizia della giornata di
Durazzo, ricompensò abbondantemente il dono avuto dall'Imperatore,
poichè lo spavento che coll'armi sue e col suo nome inspirò, costrinse
Roberto a ricercar precipitosamente la Puglia. Enrico detestava i
Normanni, come confederati e vassalli di Gregorio VII, implacabile suo
nemico, orgoglioso sacerdote, che col suo zelo ambizioso riaccese la
lunga querela tra il Sacerdozio e l'Impero[244]: il Re, il Papa, si
mandavano anatemi a vicenda, e ognun d'essi avea posto un rivale sul
trono del suo antagonista. Dopo la sconfitta e la morte del ribelle
della Svevia, Enrico si condusse in Italia per assumervi l'imperiale
corona, e scacciare il tiranno della Chiesa dal Vaticano[245][246]: ma
la causa di Gregorio i Romani sostennero, e fermi in lor coraggio
rendevangli i soccorsi d'uomini e di danaro che ad essi venian dalla
Puglia, onde per tre volte l'Imperatore alemanno tentò indarno l'assedio
di Roma. Nel quarto anno, Enrico si guadagnò, coll'oro dicesi di
Bisanzo, i Nobili romani che i lor dominj e le lor castella a tutti gli
orrori della guerra videro in preda. Gli vennero consegnate le porte, i
ponti e cinquanta ostaggi: l'antipapa Clemente fu consacrato nel palagio
di Laterano, e pieno di gratitudine incoronò in Vaticano il suo
protettore. L'Imperatore Enrico, intitolatosi successore d'Augusto e di
Carlomagno, chiarì il Campidoglio sua stabile residenza. Il nipote di
Gregorio le rovine del Septizonio tuttavia difendea: assediato entro
castel S. Angelo il Papa nel solo coraggio e nella fedeltà del suo
vassallo normanno ponea la speranza. Ben vero è che ingiurie e
reciproche lamentanze aveano interrotto il buon accordo fra questi due
personaggi; ma in sì imminente pericolo Guiscardo i suoi giuramenti, il
suo interesse più forte ancora dei giuramenti, l'amor della gloria, e
l'odio che portava ai due Imperatori, sol calcolò. Dispiegata la santa
bandiera, coll'animo deliberato di accorrere in soccorso al principe
degli Appostoli, e dopo avere raunati seimila uomini a cavallo, e
trentamila fantaccini, il più numeroso di quanti eserciti ebbe giammai,
mosse da Salerno a Roma, e durante quel cammino i pubblici applausi, e
le promesse di celeste soccorso, lui e le sue soldatesche
accompagnarono. Vincitore in sessantasei battaglie, all'avvicinar di
Guiscardo, Enrico tremò: mostrando ricordarsi d'alcuni indispensabili
affari che la sua presenza volevano in Lombardia, esortò i Romani a
conservarsi fedeli, e tre giorni prima che i Normanni giugnessero,
affrettatamente partì. In men di tre anni, il figlio di Tancredi di
Altavilla ebbe la gloria di liberare il Pontefice, e di vedere sparire
dinanzi a sè le armi vincitrici degli Imperatori d'Oriente[247], e
d'Occidente. Ma lo splendore del trionfo di Roberto le sciagure di Roma
oscurarono. Già i partigiani di Gregorio toccata aveano la meta di
rompere, di scalare le mura, già si trovavano in Roma; non quindi
inoperosa, o priva di forze era la fazione degli Imperiali: laonde il
terzo giorno si accese una terribile sedizione, e un accento
inconsiderato sfuggito al vincitore, per cui parea la difesa, o la
vendetta essere comandate, divenne segnale d'incendio e di
devastazione[248]. I Saracini della Sicilia, i sudditi di Ruggero, gli
ausiliari di Guiscardo, colsero il destro per ispogliare e profanare la
santa città de' Cristiani: migliaia di cittadini vennero oltraggiati,
trucidati o ridotti in servitù, innanzi agli occhi e per opera de'
confederati del loro padre spirituale. Un vasto rione che dal palagio di
Laterano al Colosseo si estendea, le fiamme consunsero, sicchè anche ai
dì nostri non offre più che un deserto[249]. Gregorio, abbandonata una
città, che lo detestava e più nol temea, andò a terminare nel palagio di
Salerno i suoi giorni. Senza dubbio, questo scaltro pontefice, colla
lusinga della sovranità di Roma, o della Corona imperiale, Guiscardo
adescò; ma un sì periglioso espediente, al certo, giusta ogni apparenza,
opportunissimo ad infondere nuovo ardore nell'animo ambizioso del Duca
normanno, coll'effettuarsi, avrebbe per sempre alienati dal Pontefice
gli animi de' fedeli principi dell'Alemagna.

[A. D. 1084]

Guiscardo liberatore e in un flagello di Roma, avrebbe potuto finalmente
darsi al riposo: ma nel medesimo anno che egli aveva veduto fuggire
l'Imperator d'Alemagna, il capitano instancabile agli antichi
divisamenti delle orientali conquiste fece ritorno. L'entusiastico zelo,
o la gratitudine di Gregorio, i regni della Grecia e dell'Asia al costui
valore aveva promessi[250]. Le milizie del Normanno stavano in armi,
fatte orgogliose dai buoni successi ottenuti, e preste a cercarne altri
in mezzo alle pugne. La principessa Anna, valendosi delle parole di
Omero paragona questi soldati ad uno sciame di api[251]: ma ho già fatto
conoscere innanzi che maggior numero di forze il figlio di Altavilla non
aveva mai radunate: cento venti navigli vi vollero ad imbarcarle, e
innoltrata essendo di molto la stagione, il porto di Brindisi[252], alla
rada aperta di Otranto ci preferì. Alessio intanto, timoroso di un
secondo assalto, a ristorare la marineria dell'Impero si adoperava,
oltre al considerabile soccorso di trentasei legni da sbarco, di
quattordici galee, e nove galeotte straordinariamente ampie e robuste
che dalla Repubblica veneta aveva ottenuto: soccorso abbondantemente
ricompensato col privilegio parziale di commercio conceduto alla
repubblica, col dono fattole dall'Imperatore di molte botteghe e case
nel porto di Costantinopoli, col pagamento di un tributo, tanto più
gradevole ai Veneziani, che derivava da una tassa imposta ai cittadini
di Amalfi loro rivali. La lega de' Greci coi Veneziani copriva di una
squadra nemica il mare Adriatico. Ma fosse negligenza dei confederati, o
abilità di Roberto, l'incostanza de' venti, o l'oscurità d'un nebbione,
il Duca si aperse un varco, e i Normanni sani e salvi sulla costa
d'Epiro sbarcarono. L'intrepido Capitano, comandando venti buone galee
si pose immantinente in cerca dell'inimico, e benchè più avvezzo a
guerreggiare a cavallo, commise la propria vita, e quella di suo
fratello e de' suoi due figli all'evento di una battaglia navale. In tre
successive pugne datesi a veggente dell'isola di Corfù, l'impero del
mare fu disputato; e l'abilità e il numero de' confederati prevalsero
nelle due prime: ma nella terza i Normanni riportarono una vittoria
decisiva e compiuta[253]. Con ignominiosa fuga i brigantini leggieri de'
Greci si spersero: più ostinata lotta sostennero le nove Fortezze mobili
de' Veneziani; sette mandate a fondo, e due cadute finalmente in potere
dell'inimico; duemila cinquecento prigionieri la pietà del vincitore
indarno implorarono, e la figlia di Alessio fa ascendere a tredicimila
uomini il numero de' Greci, o confederati, che in tale occasione morti
rimasero. L'altezza d'ingegno avea tenuto luogo di esperienza a
Guiscardo. In ognuna delle sere successive alle azioni, dopo avere
sonato a ritratta, esaminava tranquillamente le cagioni della sconfitta,
e immaginava nuovi stratagemmi che alla sua debolezza supplissero, e i
vantaggi del Greco rendessero vani. Le fazioni marittime il verno
sospese: col ritorno di primavera pensò nuovamente ad impadronirsi di
Costantinopoli; ma in vece di attraversare i colli dell'Epiro, si
trasferì nella Grecia, e nelle città dell'Arcipelago, le cui spoglie un
maggior premio alle sue fatiche offerivano; oltrechè, in un tal campo i
suoi eserciti di terra e di mare poterono più vigorosamente, e con
migliore speranza di buon successo, accordarsi; ma tai disegni turbò un
morbo contagioso che si diffuse per tutto il campo normanno nell'isola
di Cefalonia, e del quale lo stesso Roberto fu vittima. Egli spirò entro
la sua tenda in età di settant'anni: si sparse generalmente la voce che
ei morisse avvelenato per opera o della moglie, o del greco
Imperatore[254]. Questa inaspettata morte dà luogo alla immaginazione di
spaziare per tutto il corso d'imprese che potevano ancora essere
riserbate a Roberto, dall'esistenza del quale, ed è provato abbastanza,
la grandezza dei Normanni pendea[255]. Un esercito vittorioso che non
vedea più nemici attorno di sè, si sbandò e si ritrasse in preda al
disordine della costernazione, ed Alessio, che palpitava pel proprio
Impero credè appena a sè stesso di essere libero dal pericolo. La galea
che portava i mortali avanzi di Guiscardo, naufragò alla costa d'Italia:
pur questi, avendosi potuto ritirarli, deposti vennero nella tomba di
Venosa[256], luogo più celebre per essere stata culla di Orazio[257],
che come sepolcro del guerriero di Normandia. Ruggero, secondogenito e
successore di lui, ridotto videsi alla modesta condizione di Duca della
Puglia. Fosse stima, o spirito di parzialità, Guiscardo non avea
lasciato al prode Boemondo altro retaggio che la sua spada. Le
pretensioni di questo turbarono la pubblica tranquillità sino
all'istante che la prima Crociata contro i Saracini d'Oriente, un campo
più luminoso di gloria e di conquiste gli aperse[258].

[A. D. 1101-1154]

E le più splendide, e le più modeste speranze della vita, vanno tutte, e
prestamente, a perdersi nella tomba. La discendenza maschile di Roberto
Guiscardo, così nella Puglia, come in Antiochia, alla seconda
generazione si estinse: ma l'ultimo tra' fratelli di lui, fu il ceppo
d'una dinastia di Re, e il figlio del Gran Conte il nome, le conquiste,
e il coraggio di Ruggero I eredò[259]. Nato egli in Sicilia, avea soli
quattro anni, allor quando succedè al padre nella sovranità di questa
contrada, retaggio che la ragione potrebbe invidiargli, se le fosse
permesso un istante il desiderare i fastosi, e spesso chimerici diletti,
che dal potere derivano. Se Ruggero si fosse contentato del fertile suo
patrimonio, la gratitudine dei popoli avrebbe in lui ravvisato un
benefattore, e mercè una saggia amministrazione, riconducendo i bei
giorni delle Colonie greche[260], potea la Sicilia venire in tanta
ricchezza e possanza, quanta è lecito aspettarne dalle più vaste
conquiste; ma l'ambizione del Gran Conte così nobili disegni non
conoscea, e colle volgari vie della violenza e dell'artifizio pensò a
disbramarla. Ansioso di regnar solo in Palermo, di cui la metà al ramo
primogenito di sua famiglia aspettavasi, si sforzò di dilatare lo Stato
della Calabria oltre i confini stipulati co' primi patti, e spiò con
impazienza l'istante che declinasse la salute già debole del suo cugino
Guglielmo della Puglia, pronipote di Roberto. Alla prima notizia della
morte di esso partitosi Roberto con sette galee da Palermo, e nella baia
di Salerno ancoratosi, ricevette, dopo dieci giorni di negoziazione, il
giuramento di fedeltà della Capital de' Normanni, costrinse i Baroni a
rendergli omaggio, e a concedergli investitura, i Pontefici, male atti a
soffrire, così l'amicizia, come la nimistà di un sì poderoso vassallo.
Rispettò nondimeno, qual patrimonio di S. Pietro, il territorio di
Benevento; ma col ridursi a soggezione Napoli e Capua, mandò a termine i
disegni concetti da Guiscardo suo zio, e tutte le conquiste de' Normanni
si appropriò. Altero del sentimento della sua possanza e del suo merito,
i titoli di Duca e Conte sdegnò, perchè pareagli che la Sicilia
congiunta ad un terzo forse del continente d'Italia, potesse formar la
base d'un reame[261], alle monarchie di Francia e d'Inghilterra
solamente inferiore. Ei venne coronato a Palermo, e i Capi della nazione
che alla cerimonia assistettero, aveano senza dubbio il diritto di
decidere sotto qual nome ei regnerebbe sovr'essi; ma l'esempio d'un
tiranno greco, e d'un emiro de' Saracini non bastava a giustificare il
suo titolo di monarca al cospetto di nove Re del Mondo latino[262], che
poteano ricusare di riconoscerlo, finchè la sanzione del Pontefice
avesse ottenuta. L'orgoglio di Anacleto concedè di buon grado un titolo
che l'orgoglio di Ruggero sottomesso erasi a chiedere[263]. Ma Anacleto
medesimo trovavasi nella circostanza di veder contrastata la propria
elezione, perchè nominato erasi un altro Papa sotto nome di Innocenzo
II; e intanto che Anacleto stavasi sul Vaticano, il suo fuggitivo, ma
più felice, emulo, dalle nazioni europee veniva riconosciuto. La
monarchia di Ruggero fu crollata e quasi distratta per l'abbaglio che
egli commise nell'eleggersi il protettore ecclesiastico; la spada
dell'imperatore Lottario II, le scomuniche d'Innocenzo, le squadre di
Pisa, lo zelo di S. Bernardo, alla perdizione del _masnadiero_ della
Sicilia si collegarono; onde Ruggero, dopo vigorosa resistenza,
scacciato videsi dal continente dell'Italia; e alla cerimonia
dell'investitura d'un nuovo Duca della Puglia, il Papa e l'Imperatore,
tennero, ciascuno, una falda del gonfalone, per dare a divedere che
sosteneano i loro diritti, e i litigi lor sospendeano. Ma durò per poco
questa irrequieta amicizia, e le malattie e le diffalte non tardarono a
distruggere gli eserciti dell'Alemagna[264]. Ruggero che di rado
perdonava ai nemici, o morti, o vivi che fossero, il Duca della Puglia e
tutti i partigiani del medesimo sterminò. Innocenzo, debole quanto
vanaglorioso, divenne, al pari di Leone IX, suo predecessore, il
prigioniero e l'amico de' Normanni; e la loro riconciliazione trovò per
celebrarla l'eloquenza di S. Bernardo, fattosi allora pien di rispetto
verso il titolo e le virtù del Re siciliano.

Ad espiare la sacrilega guerra contra il successor di S. Pietro
intrapresa, Ruggero avea promesso di inalberare lo stendardo della
Croce; nè fu lento nel compiere un voto che ai suoi interessi, e alle
mire di sua vendetta si conformava. I recenti oltraggi che sofferti avea
la Sicilia, lo sollecitavano a giuste rappresaglie sui Saracini; e i
Normanni già unitisi di sangue con tante famiglie di quella antica parte
di Grecia rimembrarono, e vogliosi si fecero d'imitare, le imprese
marittime di quelli che erano divenuti i loro antenati; laonde nella
maturità di lor forze lottarono contro la potenza affricana che allor
declinava. Allorchè il Califfo Fatimita si partì per la conquista
dell'Affrica, volle ricompensare il merito reale, e la fedeltà apparente
di Giuseppe, uno de' suoi ufiziali presentandolo del proprio regio
manto, di quaranta cavalli arabi, del suo palagio colle pregiose
suppellettili che vi si trovavano, e per ultimo del governo de' regni di
Tunisi e di Algeri. I Zeiridi[265], discendenti di Giuseppe,
dimenticando la sommessione e la gratitudine che a questo lontano
benefattore dovevano, si erano impadroniti della suprema possanza, ed
abusati del frutto di loro prosperità; già volgeano allo scadimento,
dopo essersi mostrati, nè con abbagliante splendore, fra le dinastie
d'Oriente. Oppressi per terra dagli Almoadi, principi fanatici di
Marocco, vedeano le loro rive esposte alle correrie de' Greci e de'
Franchi, che prima del finire dell'undicesimo secolo li sottoposero ad
un tributo di dugentomila piastre d'oro. Le prime geste di Ruggero
unirono alla Corona di Sicilia lo scoglio di Malta, che una colonia
religiosa e militare in appresso illustrò; assalì indi Tripoli[266],
piazza forte situata sulla costa, ove trucidati i maschi, ridusse le
donne a schiavitù: ma fa d'uopo ricordarsi che spesse volte i Musulmani
egualmente della vittoria abusarono. La capitale de' Zeiridi nomavasi
Affrica, come il paese, detta però talvolta Mahadia[267], dal nome
dell'Arabo che gettate ne aveva le fondamenta: città forte e fabbricata
sull'Istmo; ma la fertilità della circostante pianura all'imperfezione
del porto è lieve compenso. Giorgio, ammiraglio di Sicilia assediò
Mahadia con una squadra di cencinquanta galee, di soldati e di strumenti
da guerra ben provvedute. Già il sovrano avea presa la fuga, e ricusato
il Governatore moro di capitolare; ma temendo avventurarsi all'ultimo
assalto, fuggì secretamente coi Musulmani abbandonando ai Franchi i
tesori e la città. Il Re di Sicilia e i suoi luogotenenti soggiogarono
in diverse spedizioni Tunisi, Saface, Capsia, Bona, e una lunga
estensione di littorale[268]; vennero posti presidj nelle Fortezze,
assoggettata a tributo la contrada, onde non mancò apparenza di verità
all'adulazione, allor quando asserì che la spada di Ruggero teneva
_Affrica_ sotto il giogo[269]. Ma lui morto, questa spada si ruppe e
sotto il tempestoso regno del suo successore, i possedimenti oltramarini
della Sicilia[270], vennero trascurati, o abbandonati, o perduti. I
trionfi di Scipione e di Belisario, hanno dimostrato non essere nè
inaccessibile nè invincibile l'Affrica; pur grandi principi della
Cristianità che possono gloriarsi della rapidità di loro conquiste, e
della loro dominazione sulla Spagna, nel volersi armar contra i Mori
incagliarono.

[A. D. 1146]

Dopo la morte di Roberto Guiscardo, i Normanni dimenticarono per
sessanta anni i lor divisamenti sull'Impero di Costantinopoli. L'accorto
Ruggero sollecitò, appo i greci principi, alleanze politiche e
domestiche, che meglio il suo titolo di Re rialzassero; e chiesta in
nozze una donzella della famiglia Comnena, le prime negoziazioni un
esito favorevole prometteano. Ma il disprezzo con cui vennero accolti
gli ambasciatori di Sicilia in Costantinopoli, irritò la vanità di
Ruggero, e, giusta le leggi delle nazioni, un popolo innocente portò la
pena dell'alterigia della Corte di Bisanzo[271]. L'ammiraglio siciliano,
Giorgio, passò dinanzi a Corfù con una squadra di settanta galere. Poco
affezionati alla Corte che governavali, e istrutti dall'esperienza che
un tributo è meno disastroso ancor d'un assedio, quegli abitanti, posero
la capitale e l'isola intera nelle mani de' conquistatori. Durante
siffatta invasione, non indifferente negli annali del commercio, i
Normanni si diffusero sul Mediterraneo e sulle province della Grecia; nè
la rispettabile vetustà di Atene, di Tebe e di Corinto, oppose argine
alla rapina, e alla crudeltà de' vincitori. Niun monumento della
devastazione che Atene sofferse, è pervenuto insino a noi. I Latini
scalarono le antiche mura, che ricigneano, senza difenderle, le
ricchezze di Tebe, e i vincitori si ricordarono sol del Vangelo, per
farlo mallevadore del giuramento a cui costrinsero i legittimi
proprietarj di non avere sottratto alcun tesoro alla rapacità
degl'invasori. All'avvicinar de' Normanni, la città bassa di Corinto
rimase vota d'abitatori; i Greci si ripararono alla rocca, situata sopra
un'eminenza, d'onde versava copiose le sue acque la fonte di Pirene,
cotanto nota agli amatori dell'antica Letteratura; rocca invincibile, se
i vantaggi dell'arte e della natura, la mancanza di valore potessero
compensare. Gli assedianti non durarono altra fatica che inerpicarsi
sulla collina: il loro generale, maravigliato egli medesimo della sua
vittoria, ne manifestò al Cielo la propria gratitudine collo strappar
dall'altare una immagine preziosa di S. Teodora, avvocata della
Fortezza. La parte più preziosa del bottino si stette in fabbricatori di
seta d'entrambi i sessi, che Ruggero nella Sicilia inviò; nella qual
circostanza, instituendo confronto tra l'abile industria di quegli
artigiani, e la dappocaggine de' suoi soldati, esclamò essere la rocca e
il telaio le sole armi cui trattar sapessero i Greci. Due segnalati
avvenimenti questa spedizione marittima contraddistinsero; la
liberazione d'un Re di Francia, e l'insulto che a Costantinopoli i
navigli Siciliani inferirono. I Greci avendo, contra tutte leggi di
religione e d'onore, ritenuto prigioniero Luigi VII di ritorno dalla sua
mal augurosa crociata, la flotta normanna lo incontrò, e toltolo di mano
a costoro, alla Corte di Sicilia onorevolmente il condusse, d'onde poi,
passando per Roma, a Parigi si trasferì[272]. Essendo altrove
l'Imperator greco, indifesi trovavansi nè si credeano in sicurezza
Costantinopoli e l'Ellesponto. Le galee siciliane venute a gittar
l'áncora dinanzi all'imperiale città, il clero e il popolo empierono di
spavento: soldati non eranvi, per aver questi seguite le bandiere di
Manuele. Certamente l'ammiraglio Siciliano non trovavasi in forze
bastanti per assediare o prender d'assalto una sì grande metropoli: ebbe
nulla meno la soddisfazione di umiliare la greca arroganza, e di
additare ai navigli di occidente il cammino della vittoria. Sbarcata una
parte di truppe che devastarono i giardini imperiali, armò di punte
d'argento, o cosa più verisimile, di sostanze ardenti le frecce che
contro il palagio de' Cesari vennero lanciate[273]. Manuele finse non
curare questo disadatto scherzo de' corsari della Sicilia, che un
istante di sorpresa e di negligenza avea favorito; ma il suo coraggio e
le sue forze, preste erano alla vendetta. Dalle squadre greche e
veneziane coperti vidersi l'Arcipelago e il mar Ionio; nondimeno non so
quanti legni da sbarco, quanti carichi di munizioni, quante lancio fosse
d'uopo supporre, per adattare la ragion nostra, o anche i calcoli della
nostra immaginazione, a quelli dello Storico di Bisanzo, che fa
ascendere a mille e cinquecento il numero de' navigli messi in mare in
tal circostanza. L'Imperatore, con molta saggezza e vigorìa, regolò
questa impressa; onde l'ammiraglio Giorgio, costretto a ritirarsi, perdè
diciannove galee, molte delle quali caddero in potere dell'inimico.
Corfù, dopo essersi ostinatamente difesa, la clemenza del suo legittimo
sovrano implorò, e d'allora in poi non vi fu tra i limiti del greco
impero un naviglio, o un soldato del Principe siciliano, che prigioniero
non divenisse. Declinavano del pari la fortuna e la salute di Ruggero,
cui pervenivano, in fondo del suo palagio, alternativi messaggi di
vittorie e sconfitte, intanto che l'invincibile Manuele, primo sempre
alla pugna, venia riguardato dai Greci e dai Latini, come l'Alessandro,
o l'Ercole del suo secolo.

[A. D. 1155]

Ad un principe di siffatta indole non potea bastare l'aver rispinto un
barbaro ardimentoso. Il suo dovere e la cura di mantenere i proprj
diritti, forse anche il suo interesse e la sua gloria, gli prescrivevano
tornar in onore l'antica maestà dell'Impero; e ricuperando le province
dell'Italia e della Sicilia, punire questo preteso Re, pronipote d'un
vassallo normanno[274]. I nativi della Calabria sempre affezionati
mostravansi alla lingua e alla religione de' Greci, che il clero latino
avea severamente abolite. Estinta la prima linea dei duchi della Puglia,
il Re di Sicilia pretendea che, qual pertenenza di sua Corona, questa
provincia si riguardasse; il fondatore della monarchia siciliana aveala
retta coll'armi, e col morire di lui sminuì la tema de' suoi sudditi; i
loro mali umori non si dileguarono. Il Governo feudale racchiudeva non
pochi germi di ribellione, e un nipote di Ruggero chiamò, egli stesso,
in Italia i nemici della sua famiglia e della sua patria. La dignità
della porpora, e una sequela di guerre contra gli Ungaresi ed i Turchi
avendo impedito a Manuele di condurre in persona la spedizione italiana,
affidò al valoroso e nobile Paleologo la flotta e l'esercito
dell'Impero. Questi fece sua prima impresa l'assedio di Bari, in ogni
occasione giovatosi, e con buon sucesso così del ferro, come dell'oro.
Salerno, e alcune città della costa occidentale, serbaronsi fedeli al Re
normanno, che nondimeno, in due azioni campali, perdè la maggior parte
delle terre possedute sul Continente; e il modesto imperatore de' Greci,
disdegnando l'adulazione e la menzogna, si appagò di udir celebrata la
riduzione di trecento città, o villaggi della Puglia o della Calabria, i
cui nomi e titoli sovra ogni parete del palazzo vennero impressi. Per
servire alle pregiudicate opinioni dei Latini, venne ad essi mostrata
una donazione, o vera, o falsa de' Cesari dell'Alemagna[275]; ma il
successore di Costantino vergognando subitamente di un tale pretesto,
fece valere i suoi diritti inalienabili sull'Italia, protestando voler
confinati i Barbari di là dall'Alpi. Le città libere, incoraggiate dai
seducenti discorsi, dalle liberalità, e dalle illimitate promesse di
Manuele loro confederato, perseverarono in un generoso resistere contra
il dispotismo di Federico Barbarossa: l'Imperatore di Bisanzo pagò le
spese delle rifabbricate mura di Milano, e versò, dice uno Storico,
fiumi d'oro nella città di Ancona confermata nel suo affetto ai Greci
dal geloso odio che i Veneziani portavanle[276]. Il commercio di Ancona,
e la giacitura posta nel cuor dell'Italia, la rendeano importante
piazza, che le truppe di Federico assediarono per due volte, sempre
respinte dal coraggio che dall'amor di libertà viene inspirato.
Oltrechè, questo amore mantengano e gli ufizj dell'ambasciatore di
Costantinopoli, e gli onori e le ricchezze di cui, come a fedelissimi
amici, largiva la Corte di Bisanzo agli Anconitani più intrepidi e più
zelanti per la lor patria[277]. Manuele nell'orgoglio suo disdegnava un
Barbaro per collega, e la sua ambizione era invigorita dalla speranza di
togliere la porpora agli usurpatori dell'Alemagna, e di assodare in
Occidente come in Oriente il suo legittimo titolo di solo imperator de'
Romani. Fermo in tale divisamento, chiamò seco in lega il popolo e il
vescovo di Roma. Molti Nobili le parti di lui abbracciarono. Le nozze di
una sua nipote con Odono Frangipani, lo fecero sicuro dei soccorsi di
questa potente famiglia[278]: l'antica metropoli dell'Impero accolse con
rispetto gli stendardi e le immagini di Manuele[279]. Durante la querela
tra Federico e Alessandro III, il Papa ricevè due volte in Vaticano gli
ambasciatori di Costantinopoli: ed or venia lusingata la pietà del
Pontefice col dimostrargli possibile l'unione delle due Chiese da così
lungo tempo promessa, or eccitata la cupidigia della venale sua Corte;
or esortavasi Alessandro III a vendicare le proprie ingiurie, e a
profittare del favorevol momento per deprimere la feroce tracotanza
degli Alemanni, e riconoscere il vero successore di Costantino e di
Augusto[280].

Ma queste conquiste in Italia, questo regno universale erano chimere che
ben tosto svanirono. Le prime inchieste di Manuele fece vane la prudenza
di Alessandro III, che calcolò le conseguenze d'un cambiamento così
importante[281]; nè una disputa, sol personale, valse per indurre il
Papa a spogliarsi del retaggio perpetuo del nome latino. Riconciliatosi
una volta con Federico, più chiaramente si espresse; confermò gli atti
de' suoi predecessori; scomunicò i partigiani dell'Imperator greco; la
separazione definitiva delle due Chiese, o almeno degli Imperatori di
Roma e di Costantinopoli, pronunziò[282]. Le città libere della
Lombardia avendo prestamente dimenticato lo straniero loro benefattore,
il monarca di Bisanzo si vide esposto all'odio de' Veneziani, nè
l'amicizia di Ancona si conservò[283]. Fosse per principio di avarizia,
o così mosso dalle rimostranze de' sudditi, fece imprigionare i
trafficanti veneziani e le cose lor confiscare; la qual violazione della
fede pubblica, un popolo libero e dedito al commercio irritò. Cento
galee allestite ed armate in tre mesi, tribolarono le coste della
Dalmazia e della Grecia: ma dopo scambievoli perdite, la guerra fu
terminata con un aggiustamento poco glorioso all'Impero, alla repubblica
di Venezia poco piacevole: ai Veneziani della successiva generazione era
serbato il vendicare compiutamente le antiche ingiurie che nuove
ingiurie ancora aggravarono. Il luogotenente di Manuele avea fatto
giungere alla sua Corte queste notizie, essere egli in forza
bastantemente per estinguere le ribellioni della Puglia e della
Calabria, ma non per resistere al Re di Sicilia, in procinto già
d'assalirlo: predizione che non tardò a verificarsi. La morte di
Paleologo fu cagione che si ripartisse il comando fra diversi Capi
eguali tutti di grado, e tutti egualmente di militar sapere sforniti;
vinti per terra e per mare i Greci, que' prigionieri che all'acciaro de'
Normanni e de' Saracini poterono sottrarsi, abbiurarono ogni specie di
ostilità contro la persona e gli Stati del lor vincitore[284]. Ciò
nullameno il Re di Sicilia apprezzava la perseveranza e il coraggio di
Manuele, giunto a sbarcare un secondo esercito ai lidi d'Italia: onde
indirigendo rispettose proposte al novello Giustiniano, sollecitò una
pace, o una tregua di trent'anni, accettando, come favore, il titolo di
Re, e vassallo militare dell'Impero Romano riconoscendosi[285]. I Cesari
di Bisanzo a questo fantasma di dominazione si accomodarono, senza
bramar forse mai l'opera de' Normanni, onde la tregua di trent'anni da
alcun atto ostile fra la Sicilia e Costantinopoli non fu turbata. E
stava per terminare la tregua, allorchè usurpò il trono di Manuele un
barbaro tiranno, orrore del suo paese e del Mondo: un principe fuggitivo
della famiglia Comnena armò in suo favore Guglielmo II, pronipote di
Ruggero; e i sudditi di Andronico non vedendo nel lor padrone che un
nemico pericolosissimo, accolsero, come amici, i Normanni. Gli Storici
latini si diffondono raccontando[286] il rapido progresso de' quattro
Conti che invasero la Romania, e molte castella e città al Re di Sicilia
sommisero; i Greci[287] narrano esagerando le crudeltà licenziose e
sacrileghe commesse nel saccheggio di Tessalonica, seconda città
dell'Impero. I primi deplorano la morte di que' guerrieri invincibili, e
pieni di buona fede che per gli artifizj di un vinto nemico perderon la
vita: celebrano con canto di trionfo i secondi le moltiplici vittorie
de' lor concittadini e sul mar di Marmora o Propontide, e sulle rive
dello Strimone, e sotto le mura di Durazzo. Un cambiamento politico che
punì le colpe d'Andronico, unì contra i Franchi lo zelo e il coraggio
dei Greci: e diecimila Normanni rimasero morti sul campo della
battaglia, e di quattromila d'essi prigionieri potè valersi a grado
della sua vanità, o della sua vendetta, Isacco l'Angelo, il nuovo
imperatore. Tal fu l'esito dell'ultima guerra fra i Greci e i Normanni:
venti anni dopo, le nazioni rivali erano sparite, o sotto straniero
giogo gemeano, e i successori di Costantino non durarono assai lungo
tempo per allegrarsi sulla caduta della monarchia siciliana.

[A. D. 1054]

Lo scettro di Ruggero passò successivamente nelle mani del figlio e del
pronipote di lui, conosciuti entrambi col nome di Guglielmo, ma
contraddistinti dai soprannomi opposti di Cattivo e di Buono; nondimeno
questi due predicati che indicar sembrano i due estremi del vizio e
della virtù, nè all'uno, nè all'altro de' due principi convenevolmente
si adattano. Allorchè il pericolo e la vergogna costrinsero il primo a
ricorrere all'armi, non tralignò dal valore de' suoi maggiori: ma debole
ne era l'indole, dissoluti i costumi, ostinate e funeste le passioni, ed
ha avuto taccia presso la posterità, non solamente delle colpe sue
personali, ma di quelle di Maio, suo Grande Ammiraglio, che abusò, prima
della confidenza del suo benefattore, poi contra i giorni del medesimo
cospirò. La Sicilia, dopo la conquista degli Arabi, molte tracce delle
costumanze orientali offeriva; vi si trovava il dispotismo, la pompa e
fino gli _harem_ convenienti ad un Sultano; onde una nazion di Cristiani
vedeasi oppressa e oltraggiata da eunuchi, che apertamente, o in
segreto, professavano la religione di Maometto. Un eloquente storico di
Sicilia[288] ha dipinti i costumi del suo paese[289], la caduta
dell'ingrato Maio, la ribellione e il gastigo de' suoi assassini, la
prigionia e la liberazione del medesimo Re, le guerre particolari che
partorirono i disordinamenti dello Stato, e le scene di calamità e di
discordie che afflissero la Capitale, sotto il regno di Guglielmo I e la
minorità di suo figlio. La giovinezza, l'innocenza e la beltà di
Guglielmo II[290] amar lo fecero dalla nazione; le fazioni si
riconciliarono, ripresero vigore le leggi, e dal punto in cui questo
soave principe pervenne a virile età sino a quello della immatura sua
morte, la Sicilia godè un breve intervallo di pace, di giustizia e di
felicità, cose che ella apprezzò tanto più per la ricordanza delle
passate calamità, e per tema delle future. Colla morte di Guglielmo II,
si spense la posterità maschile legittima di Tancredi di Altavilla; ma
la zia di Guglielmo, figlia di Ruggero, avea sposato il più possente
principe del suo secolo; onde Enrico VI, figlio di Federico Barbarossa,
scese le Alpi, pretendendo la Corona imperiale e il retaggio della
moglie sua. Respinto dal voto unanime di un popolo libero, sol colla
forza potè ottenere l'intento. Mi è aggradevole il trascrivere i
pensieri e le parole dello Storico Falcando, che sul luogo, e
nell'istante degli avvenimenti, scrivea coll'anima di un vero amico
della sua patria, e colla sagacità profetica d'un uomo di Stato.
«Costanza, sin dalle fasce, educata nella copia delle tue delizie, o
Sicilia, cresciuta colle tue istituzioni, colle tue dottrine, co' tuoi
costumi, ti abbandonò per portare fra i Barbari i tuoi tesori: ed or fa
ritorno con uno sciame di costoro per contaminare di barbarica laidezza
i fregi della sua patria nutrice. Già mi sembra vedere le turbolente
falangi de' nostri tiranni, empir di terrore, devastar colla strage,
stremar colle rapine, deturpare colle dissolutezze queste doviziose
città e questi paesi per lunga pace fiorenti. Vedo l'eccidio, o la
cattività de' nostri cittadini, le nostre vergini e le nostre matrone in
preda ai soldati[291]. In tale estremità (si fa quindi ad interrogare un
amico) che operar debbono i Siciliani? l'elezione unanime di un re
valoroso ed esperto può salvare ancora la Calabria e la Sicilia[292],
perchè la leggierezza de' Pugliesi, sempre avidi di politici
cambiamenti, nè confidenza, nè speranza m'inspira[293]. Se noi perdiamo
la Calabria, le alte torri, la numerosa gioventù e i navigli di
Messina[294] basteranno per arrestare i masnadieri: ma se i Selvaggi
della Germania si collegano coi messinesi pirati, se portano la fiamma
in questa fertile regione, già spesso assai travagliata dalle lave
dell'Etna[295], qual difesa rimane alle parti interne dell'Isola, a
quelle belle città, che il piè nemico di un Barbaro non dovrebbe mai
profanare[296]? Un tremuoto ha di bel nuovo rovesciata Catania, le
antiche virtù di Siracusa languiscono nella solitudine e nella
povertà[297]; ma Palermo ha conservato il suo ricco diadema, e le sue
triplici mura racchiudono una moltitudine, di Cristiani e di Saracini,
ardenti in difenderla. Se le due nazioni, sollecite della comune lor
sicurezza, si uniscono sotto un medesimo re, potranno far impeto sui
Barbari con forze invincibili: ma se i Musulmani, stanchi di una lunga
serie d'ingiustizie si ritirassero, e facessero sventolare lo stendardo
della ribellione, se s'impadronissero de' castelli, delle montagne e
della costa marittima, gli sciagurati Cristiani, esposti a doppio
assalto, e quasi posti fra l'incude e il martello, costretti sarebbero a
rassegnarsi ad inevitabile servitù[298].» A tale proposito non debbe
omettersi di osservare essere un prete che antepone il suo paese alla
sua religione, e che i Musulmani, co' quali cotest'uomo voleva una lega,
erano ancora numerosi e potenti nella Sicilia.

Il Falcando vide compiersi la prima parte delle sue speranze, o almen
de' suoi voti. I Siciliani con voce unanime, conferirono lo scettro a
Tancredi, pronipote del primo Re, illegittimo di nascita, ma dotato di
virtù civili e militari, che senza alcuna macchia splendeano. Egli
trascorse i quattro anni del suo regno sul confin della Puglia, ove
l'esercito de' nemici fermò; e restituì agli Alemanni una prigioniera di
sangue reale, la stessa Costanza, senza farle soffrire alcun cattivo
trattamento, e senza pretendere riscatto; generosità che oltrepassava
forse i limiti permessi dalla politica e dalla prudenza. Dopo la morte
di Tancredi, la moglie e il figlio di lui, in tenera età, senza
resistenza perdettero il trono. Enrico marciò vincitore da Capua a
Palermo, e le vittorie di lui, l'equilibrio dell'Italia annientarono;
laonde i Papi e le città libere, se avessero conosciuti i loro veri
interessi, si sarebbero adoperati con tutti i modi spirituali e
temporali, ad impedire la pericolosa unione del regno di Sicilia
all'Impero d'Alemagna; ma quella accortezza del Vaticano, sì di
frequente lodata, o accusata, in tal momento fu cieca o inoperosa; e se
fosse vero che Celestino III, con un calcio buttò via dal capo di Enrico
III, prostratosi dinanzi a lui, la Corona imperiale[299], un tale atto
di impotente orgoglio, non avrebbe avuta altra conseguenza, che
sciogliere lo stesso Imperatore da ogni riguardo di gratitudine, e farlo
nemico alla Chiesa. I Genovesi che aveano in Sicilia una fattoria, al
lor commercio vantaggiosissima, porsero orecchio alle proposte di
Enrico, convalidate dalla promessa di un limitato guiderdone, e di una
pronta partenza[300]. I vascelli genovesi che comandavano lo stretto di
Messina, apersero il porto di Palermo all'Imperatore; della cui
amministrazione fu primo atto l'abolire i privilegi, e impadronirsi
delle proprietà di questi imprudenti confederati. La discordia de'
Cristiani e de' Musulmani, deluse l'ultimo voto che il Falcando avea
concepito: perchè questi si battettero in seno della Capitale, nel qual
fatto più migliaia di Maomettani perirono; quelli che si sottrassero
alla morte, riparatisi nelle montagne, per trenta e più anni, turbarono
la pace dell'Isola. Federico II trapiantò sessantamila Saracini a
Nocera, Cantone della Puglia; e così egli, come Manfredo figlio di lui,
nelle loro guerre contra la Chiesa Romana, adoperarono il vergognoso
soccorso de' nemici di Cristo; per lo che questa colonia di Musulmani,
conservò in mezzo all'Italia, la sua religione e i suoi costumi, sino al
terminarsi del decimoterzo secolo, allorchè la vendetta e l'entusiasmo
della casa di Angiò la distrusse[301]. La crudeltà e l'avarizia
dell'Imperatore, oltrepassarono tutti i flagelli che avea predetti il
Falcando. L'avidità di questo Principe il trasse a violare le tombe dei
Re, e a cercare per ogni banda i nascosti tesori del palagio e del
regno. Oltre alle perle e ai diamanti, facili ad essere trasportati,
sopra censessanta cavalli si caricarono l'oro e l'argento della
Sicilia[302]. Il giovine Re, la madre di lui, le sorelle, i Nobili
d'entrambi i sessi vennero separatamente imprigionati nelle Fortezze
dell'Alpi, e al menomo sentore di ribellione, i prigionieri perdeano o
la vita, o gli occhi, o gli organi della virilità. A tante sventure
della sua patria fu commossa anche Costanza; e questa erede della
schiatta de' Normanni, molti sforzi operò per frenare il dispotismo del
marito, e per salvare il patrimonio del figlio suo, nato allor di
recente di quell'Imperatore, e che fu nella successiva età sì famoso,
sotto nome di Federico II. Dieci anni dopo questa politica
vicissitudine, i Re di Francia, il ducato di Normandia alla lor Corona
congiunsero; lo scettro degli antichi Duchi, per via di una pronipote di
Guglielmo il Conquistatore, alla Casa dei Plantageneti pervenne; onde
questi prodi Normanni, che tanto numerosi trofei nella Francia,
nell'Inghilterra, nella Irlanda, nella Puglia e nella Sicilia
innalzarono, per le conseguenze della vittoria, o della servitù, si
trovarono colle nazioni vinte confusi.

NOTE:

[157] In quanto spetta alla storia d'Italia dei secoli nono e decimo,
posso citare i libri quinto, sesto, e settimo del Sigonio, _De regno
Italiae_ (secondo volume delle sue opere, ediz. di Milano 1732): gli
_Annales_ del Baronio colla critica del Pagi: il settimo e ottavo libro
della _Istoria civile del regno di Napoli_, del Giannone: il settimo e
ottavo volume degli _Annali d'Italia_ del Muratori (ediz. in 8), e il
secondo volume dell'_Abrégé chronologique_ del signor di Saint-Marc,
opera che sotto un titolo superficiale molta dottrina, e indagini molte
racchiude. Accerto i miei leggitori, e conoscendo eglino adesso il mio
metodo di scrivere la Storia dovrebbero crederlo facilmente, che fin
dove ho potuto, e tutte le volte che era utile il farlo, ho portate le
mie ricerche a tutte le fonti primitive, e soprattutto ho accuratamente
consultati gli originali dei primi volumi della grande Raccolta
intitolata _Scriptores rerum ital._ del Muratori.

[158] Il dotto Camillo Pellegrino, che viveva a Capua nel secolo XVII,
ha rischiarata la storia del ducato di Benevento nella sua _Historia
principum longobardorum. V. i Scriptores_ el Muratori (t. II, part. I,
p. 221-345; e t. V, p. 159-245).

[159] V. Costantino Porfirogeneta, _De thematibus_, lib. II, c. 11, _in
vit. Basil._ c. 55, p. 181.

[160] La lettera originale dell'imperatore Luigi II all'imperatore
Basilio, curioso monumento del nono secolo, è stata per la prima volta
pubblicata dal Baronio (_Annal. eccles._, A. D. 871 n. 51-71), che ha
seguìto un manoscritto dell'Erenperto, o piuttosto dello Storico Anonimo
di Salerno, tratto dalla Biblioteca del Vaticano.

[161] _V._ l'eccellente dissertazione _De republica Amalphitana, nella
Appendix_ (p. 1-42) della _Historia Pandectarum_(_Trajecti ad Rhenum_,
1722 in 4) di Enrico Brencmann.

[162] Il vostro signore, dicea Niceforo, ha dato soccorso e protezione,
_principibus capuano et beneventano, servis meis, quos oppugnare
dispono.... Nova_ (piuttosto Nota) _res est od eorum patres et avi,
nostro imperio tributa dederunt_ (Luitprando, _in Legat._, p. 484). Non
si fa qui menzione di Salerno; pur fu in questi giorni all'incirca che
questo principe cambiò di parte, e Camillo Pellegrino (_Script. rer.
ital._, t. II, part. I, p. 285) ha osservato con molta accortezza questo
cambiamento nello stile della Cronaca Anonima. Luitprando (p. 480) fonda
su prove dedotte dalla Storia e dalla Lingua i diritti dei Latini sulla
Puglia e sulla Calabria.

[163] _V._ I _Glossarj_ greci e latini del Ducange (articoli Κατεπανο
_Catapana_) e le sue note sull'_Alexiade_ (pag. 275). Egli non ammette
l'idea de' contemporanei che derivar faceano questo vocabolo da Κατα
παν, _juxta omne_; e trova soltanto che essa è una corruzione del
vocabolo latino _capitaneus._ Il signor di Saint-Marc osserva però
giustamente (_Abrégé chronolog._, t. II, pag. 924) che in quel secolo i
_Capitanei_ non erano Capitani, ma solamente i Nobili di primo ordine, i
grandi sottovassalli dell'Italia.

[164] Ου μονον δια πολεμων ακριβως ετεταγμενον το τοιουτον υπηγαγε το
εθνος (i Lombardi) αλλα και αγχινοια χρησαμενος, και δικαισυνη και
χρηστοτητι επιεικως τε τοις προσερχομενοις προσφερομενος και την
ελευθεριαν αυτοις πασης τε δουλειας, και των αλλων φορολογικων
χαριξομενος, _non solamente con guerre saggiamente condotte assoggettò
la nazione_ (i Lombardi); _ma usando d'ingegno, e colla giustizia e
l'indulgenza egualmente proferendosi a' nuovi sudditi, e facendo lor
grazia della libertà franca, da ogni servitù e dagli altri tributi
usitati_ (Leone, _Tattica_, c. 15, pag. 741). La Cronaca di Benevento
(t. II, part. I, p. 280) offre una idea ben diversa de' Greci in que'
cinque anni (891-894) che Leone signoreggiò la città.

[165] _Calabriam adeunt, eamque inter se divisam reperientes, funditus
depopulati sunt_ (o _depopularunt_) _ita ut deserta sit velut in
diluvio._ Tale è il testo di Eremperto o Erchemperto, giusta le due
Edizioni del Caraccioli (_Rerum ital. script._ t. V, p. 23) e di Camillo
Pellegrino (t. II, part. I, p. 246) opere rarissime al tempo che il
Muratori le ha pubblicate di nuovo.

[166] Il Baronio (_Annal. eccles._ A. D. 874 n. 2) ha tratta questa
storia da un manoscritto di Eremperto, che morì a Capua, quindici anni
dopo un tale avvenimento. Ma un falso titolo ha ingannato questo
Cardinale, e noi non possiamo citare che la Cronaca Anonima di Salerno
(_Paralipomena_, c. 110), composta verso la fine del decimo secolo, e
pubblicata nel secondo volume della Raccolta del Muratori. _V._ le
Dissertazioni di Camillo Pellegrino (t. II, part. I, pag. 231-281 ec.).

[167] Costantino Porfirogeneta (_in vit. Basil._ c. 58, p. 183) è il
primo autore che racconti questo fatto. Ma lo pone accaduto sotto i
regni di Basilio e di Lodovico II, mentre la riduzione di Benevento
operata dai Greci, non avvenne che nel 891, vale a dire dopo la morte di
questi due principi.

[168] Paolo Diacono (_De gest. Longob._, l. V, c. 7, 8, p. 870, 871,
ediz. Grot.) racconta un fatto simile, accaduto nel 663 sotto le mura
della stessa città di Benevento; ma attribuisce ai Greci il delitto di
cui gli autori di Bisanzo incolpano i Saracini. Dicesi che nella guerra
del 1756 il signor di Assas, ufiziale del reggimento di Auvergne, si
consecrasse in egual modo alla morte: ed anzi con maggiore eroismo,
perchè i nemici che lo aveano fatto prigioniere, non gli chiedeano che
il silenzio. (Voltaire, _siècle de Louis XV_, c. 33, t. IX, p. 172).

[169] Tebaldo che Luitprando colloca fra gli eroi, fu, propriamente
parlando, duca di Spoleto e marchese di Camerino dall'anno 926 al 935.
Il titolo e l'impiego di marchese (comandante della Marca, o della
Frontiera) era stato introdotto in Italia dagl'imperatori francesi (_V.
Abrégé chronologique_, t. II, p. 645-732, ec.).

[170] Luitprando, _Hist._, l. IV, c. 4, _Rerum italic. scriptores_, t.
I, part. I, p. 453, 454. Se qualcuno trovasse troppo libera tal
descrizione sarei costretto ad esclamare col povero Sterne: «Duolmi di
non potere trascrivere con circospezione quelle cose che senza scrupolo
un vescovo ha scritte; sarebbe stato ben peggio se avessi tradotto alla
lettera _ut viris certetis testiculos amputare, in quibus nostri
corporis refocillatio_, etc.».

[171] I monumenti che ci restano del soggiorno de' Normanni in Italia,
sono stati raccolti nel quinto volume del Muratori; fra i quali
monumenti conviene distinguere il poema di Guglielmo Pugliese (p.
245-278) e la storia di Galfridus (Gioffredo) Malaterra (p. 537-607).
Nati entrambi in Francia, i ridetti autori scrivevano in Italia, colla
robusta franchezza di uomini liberi ai giorni de' primi conquistatori
(prima dell'anno 1100). Non fa di mestieri il ripetere i nomi de'
compilatori e critici della Storia d'Italia, Sigonio, Baronio, Pagi,
Giannone, Muratori, Saint-Marc ec. da me consultati sempre, e non
copiati giammai.

[172] Alcuni fra i primi convertiti si fecero battezzare dieci, o dodici
volte, affine di ricevere dieci o dodici volte la tonaca bianca che era
d'uso il dare in dono ai Neofiti. Ai funerali di Rollone, furono fatte
largizioni ai monasteri pel riposo dell'anima del defunto, e sagrificati
cento prigionieri; ma nello spazio di una, o due generazioni, il
cambiamento fu compiuto e generale.

[173] I Normanni di Bayeux, città situata sulla costa marittima,
parlavano tuttavia (A. D. 940) la lingua danese, mentre a Rouen la Corte
e la Capitale l'avevano dimenticata. _Quem_ (Riccardo I) _confestim
pater Baiocas mittens Botoni militiae suae principi nutriendum tradidit,
ut ibi_ LINGUA _eruditus_ DANICA _suis exterisque hominibus sciret
aperte dare responsa_ (Wilhelm Gemeticensis, _De ducibus Normannis_, l.
III, cap. 8, pag. 623, edizione di Camden). Il Selden (_Opera_, t. II,
pag. 1640, 1656) ha offerto un saggio della lingua naturale e favorita
di Guglielmo il Conquistatore (A. D. 1035), saggio troppo vieto ed
oscuro ai dì nostri anche per gli Antiquari, e pei Giureconsulti.

[174] _V._ Leandro Alberti (_Descrizione d'Italia_, p. 250) e Baronio
(A. D. 493, n. 43). Quando anche l'Arcangelo avesse ereditato il tempio
dell'oracolo e come è presumibile la caverna di Calcante, l'astrologo
degli antichi (Strabone, _Geogr._ l. VI, pag. 435, 436), i Cattolici in
questo caso colla eleganza della loro superstizione aveano superati i
Greci.

[175] I Normanni erano pel loro valore conosciuti in Italia; alcuni anni
prima, cinquanta de' loro cavalieri trovatisi a Salerno nel tempo che
un'armatetta di Saracini veniva ad affrontar la città, chiesero armi e
cavalli a Guaimaro III, allora principe di Salerno, e chiesto si
aprissero loro le porte della città, fecero impeto ne' Saracini e li
sconfissero. Guaimaro divisava conservar questi guerrieri presso di sè.
Ma volendo essi ripartire, si fece promettere che sarebbero tornati con
altri prodi di lor nazione per combattere gl'Infedeli (_Hist. des
republ. ital._, t. I, p. 263.) (_Nota dell'Editore_).

[176] L'autore della storia delle repubbliche italiane al tomo I p. 267,
racconta in ben altro modo la cosa. Dopo la ritirata dell'imperatore
Enrico II, i Normanni, unitisi sotto gli ordini di Rainolfo, presero
Aversa, in allora piccolo castello del ducato di Napoli; ne erano
padroni da pochi anni, quando Pandolfo IV, principe di Capua s'impadronì
di Napoli all'impensata. Sergio, duce delle soldatesche, e Capo della
repubblica, uscì coi principali cittadini fuori di una città, ove non
potea veder senza orrore una straniera dominazione introdursi. Si ritirò
in Aversa, e allorchè col soccorso de' Greci, e dei cittadini rimasti
fedeli alla loro patria ebbe raccolto quanto denaro bastava a saziare la
cupidigia dei venturieri normanni, si valse de' loro soccorsi ad
assalire la guernigione del principe di Capua, che egli sconfisse
tornando indi in potere di Napoli. In questa occasione, confermò ai
Normanni il possedimento di Aversa, e de' suoi dintorni, formandone una
contea della quale conferì l'investitura a Rainolfo. (_Hist. des republ.
ital._, t. I, p. 267). (_Nota dell'Editore_).

[177] _V._ il primo libro di Guglielmo Pugliese. Le descrizioni di
questo scrittor di versi possono adattarsi a tutti gli sciami di Barbari
e di Filibustieri.

    _Si vicinorum quis_ PERNITIOSUS _ad illos_
    _Confugiebat, eum gratanter suscipiebant,_
    _Moribus et lingua, quoscunque venire videbant,_
    _Informant propria; gens efficiatur ut una._

e altrove quando parla de' venturieri Normanni, in cotal guisa si
esprime.

    _Pars parat, exiguae vel opes aderant quia nullae;_
    _Pars quia de magnis majora subire volebant._

[178] Luitprand., _in Legatione_, p. 485. Il Pagi ha schiarito questo
avvenimento seguendo il manoscritto storico del Diacono Leone (t. IV, A.
D. 965, n. 17-19).

[179] _V._ la _Cronaca araba_ della Sicilia, nel Muratori (_Script.
rerum italic._, t. I, p. 253).

[180] _V._ Gioffredo Malaterra che narra la guerra della Sicilia e la
conquista della Puglia (l. I, c. 7, 8, 9-19), Cedreno, (tom. II, p.
741-743, 755, 756) e Zonara (tom. II, p. 237, 238) descrivono gli
avvenimenti medesimi: e poichè i Greci si erano già avvezzi alle
umiliazioni, una sufficiente imparzialità scorgesi ne' loro racconti.

[181] Cedreno specifica il ταλμα _ordinanza militare_ dell'_Obsequium_
(_Phrygia_) e il μεθος _parte_, de' Tracesii (_Lydia_), _v._ Costantino
(_De Thematibus_, 1, 3, 4, con la carta del Sig. Delisle); e chiama indi
i Pisidii, e i Licaonii col predicato _foederati._

[182]

    _Omnes conveniunt et bis sex nobiliores,_
    _Quos genus et gravitas morum decorabat et aetas,_
    _Elegere duces. Provactis ad comitatum_
    _His alii parent. Comitatus nomen honoris,_
    _Quo donantur erat. Hi totas undique terras_
    _Divisere sibi, ni sors inimica repugnet,_
    _Singula proponunt loca quae contingere sorte_
    _Cuique ducis debent, et quaeque tributa locorum._

E dopo avere parlato di Melfi, Guglielmo Pugliese aggiunge:

    _Pro numero comitum bis sex statuere plateas,_
    _Atque domus comitum tolidem fabricantur in urbe._

Leone d'Ostia (l. II, c. 67) ne istruisce in qual modo vennero
distribuite le città della Puglia: ma inutile mi è sembrata una tal
descrizione.

[183] Guglielmo Pugliese (lib. II, c. 12). Mi fondo sopra una citazione
del Giannone (_Ist. civ. di Napoli_ t. II, p. 31), citazione che
nell'originale non posso verificare. Il Pugliese loda le _validas vires,
probitas animi et vivida virtus_ di Braccio-di-Ferro, aggiugnendo che,
se questo eroe fosse vissuto più lungamente, niun poeta avrebbe potuto
pareggiarne il merito co' suoi canti (l. I, p. 258, l. II, p. 259).
_Braccio di ferro_ fu pianto dai Normanni, _quippe qui tanti consilii
virum_ dice il Malaterra (l. I, c. 12, p. 552) _tam armis strenuum, tam
sibi munificum, affabilem, morigeratum ulterius se habere diffidebant._

[184] Malaterra (l. I, c. 3, pag. 550): _Gens astutissima, injuriarum
ultrix..... adulari sciens..... eloquentiis inserviens;_ espressioni che
dimostrano qual fosse l'indole, fin passata in proverbio, de' Normanni.

[185] Il genio della caccia, e l'uso di addestrare ad essa i falconi,
apparteneano specialmente ai discendenti de' marinai della Norvegia; del
rimanente è possibile che i Normanni abbiano portati dalla Norvegia e
dall'Irlanda i più belli uccelli da falconeria.

[186] Può confrontarsi questo ritratto, con quello che della stessa
popolazione ha fatto Guglielmo di Malmsbury (_De gest. Anglorum_, l.
III, p. 101, 102), il quale i vizj e le virtù de' Sassoni e de' Normanni
colla bilancia dello storico e del filosofo apprezza. Certamente
l'Inghilterra nell'ultima conquista ha vantaggiato.

[187] Il Biografo di S. Leone IX avvelena santamente la descrizione che
fa dei Normanni; _Videns indisciplinatam et alienam gentem Normanorum,
crudeli et inaudita rabie et plus quam pagana impietate adversus
ecclesias Dei insurgere, passione christianos trucidare_, etc. (Wibert,
c. 6). L'onesto Pugliese si contenta di indicare con calma l'accusatore
di questo popolo qual uomo _veris commiscens fallacia_ (l. XI, p. 259).

[188] Tutte queste particolarità che si riferiscono alla politica de'
Greci, alla ribellione di Maniaces ec., possono vedersi in Cedreno (t.
II, p. 757, 758), in Guglielmo Pugliese (l. I, p. 257, 258: l. II, p.
259), e in due Cronache di Bari lasciateci da Lupo Protospata (Muratori
_Script. rer. ital._, t. V, p. 42, 43, 44), e da autore anonimo (_Antiq.
ital. med. aevi_, t. I, p. 31-33). Quest'ultima è un frammento di
qualche pregio.

[189] Argiro ottenne, dice la Cronaca anonima di Bari, imperiali
patenti, _faederatus et patriciatus et catapani et vestatus._ Il
Muratori ne' suoi Annali (t. VIII., p. 426) fa giustamente una
correzione, ossia interpretazione, su questa ultima parola. Egli legge
_sevestatus_, vale a dire _Sebastos_, ossia di Augusto: ma nelle sue
_Antichità_, seguendo il Ducange, fa di questo _sevestatus_, un officio
di palagio, cioè quello di Gran Mastro della guardaroba.

[190] Viberto ha composta una vita di S. Leone IX, ove si ravvisano le
passioni e le massime pregiudicate del suo secolo; opera stampata a
Parigi nel 1615 in 8.º, e inserita indi nelle Raccolte de' Bollandisti
del Mabillon e del Muratori. Il signore di Saint-Marc (_Abrégé_ t. II,
p. 140-210, e p. 25-95) ha narrata con molta accuratezza la storia
pubblica e privata di questo Pontefice.

[191] _Vuol dire qui l'Autore, che Leone IX il Santo aveva l'indole sì
semplice, che poteva ingannare sè stesso, e colla sua autorità sugli
animi del popolo, siccome Papa, indurre gli altri in inganno, senza
volere, e senza avvedersi di essere ingannatore. Leone per la sua indole
poteva ingannarsi ne' negozj familiari, o politici, ed indurre in
inganno gli altri; ma nella cosa di cui trattavasi non sembra essersi
potuto ingannare, nè essersi ingannato. Trattavasi di soccorrere gli
abitanti della Puglia, e di far che i Normanni pagassero le decime
ecclesiastiche: bisogna per altro confessare, che è, in quei tempi
d'ignoranza e di barbarie, da condannarsi il costume di usare le armi,
inducendo ad impugnarle i poveri popoli, per sostenere le censure, le
scomuniche, fatte di tal maniera più spaventose._ (Nota di N. N.)

[192] V. intorno alla spedizione di Leone IX contra i Normanni,
Guglielmo il Pugliese (l. II; p. 259-261) e Gioffredo Malaterra (l. I,
c. 13, 14, 15, p. 253). Questi due autori danno a divedere imparzialità;
perchè la preoccupazione nazionale che tiene gli animi loro, è
contrabbilanciata da un'altra preoccupazione di mestiere, siccome preti.

[193] _Il Cattolico romano non chiama superstizioso il rispetto dei
Normanni verso S. Leone IX: s'egli seguì il cattivo uso del suo tempo
barbaro facendo la guerra a' Normanni pei motivi indicati, il buon
credente sentirà che doveva a' Normanni, buoni cattolici, far grande
impressione il vedere un Papa, generale d'un'armata nemica._ (Nota di N.
N.)

[194]

    _Teutonici quia Caesaries et forma decoros_
    _Fecerat egregie, proceri corporis illos,_
    _Corpora derident normannica, quae breviora_
    _Esse videbantur._

I versi del Pugliese non hanno per l'ordinario maggior pretensione: ma
egli si anima poi quando gli accade il descriver battaglie. Due delle
sue comparazioni, tratte dalla caccia del falco e della negromanzia,
servono ad indicare i costumi dei suoi tempi.

[195] Il signor di Saint-Marc (t. II, p. 200-204) cita le lamentanze, o
le censure che sulla condotta del Pontefice vennero fatte in allora da
rispettabili personaggi. Avendo Pietro Damiano, l'oracolo di quella età,
ricusato ai Papi il diritto di far la guerra, il cardinale Baronio
(_Annal. eccles._ A. D. 1053, n. 10-17) rimanda l'eremita al suo posto
(_Lugens eremi incola_) sostenendo con calore le prerogative delle due
spade di S. Pietro[*].

* _Si sa qual uso siasi sempre fatto ne' secoli passati di
quell'espressione dell'Evangelo:_ ecce duo gladii hic, _asserendo la
Corte romana, e sostenendo i Teologi di quella Chiesa, che una delle due
spade era la figura della forza delle scomuniche e dell'autorità
spirituale del Papa, e l'altra della sua autorità nelle cose temporali.
Quanto al Cardinal Baronio sanno gl'illuminati ingegni, ch'egli ne'
suoi_ Annali ecclesiastici _spesse volte eccede in favorire la Corte di
Roma, e che quell'Opera corretta dal dottissimo Pagi, e nell'istoria, e
nella cronologia, e ne' ragionamenti, acquistò maggior pregio dalla
critica di lui, che dall'autore, che ebbe il merito d'aver ordinato gli
Annali, ma non discernimento nel trattare la materia, e ne' giudizj._
(Nota di N. N.)

[196] Il Giannone (_Istor. civ. di Napoli_, t. II, p. 37-49-57-66)
discute con eguale abilità e come giureconsulto, e come antiquario,
l'origine e la natura delle investiture pontificie: ma fa vani sforzi
per conciliare insieme i doveri di patriota e di cattolico, e colla
futile distinzione, _Ecclesia romana non dedit, sed accepit_, si sottrae
alla necessità di una confessione sincera, ma pericolosa.

[197] Le particolarità che riguardano la nascita, l'indole e le prime
imprese di Guiscardo, trovansi in Gioffredo Malaterra (l. I, c. 3,
4-11-16, 17, 18-38, 39, 40), in Guglielmo Pugliese (l. II, pag.
260-262), in Guglielmo Gemeticense, o di Jumièges (l. XI, c. 30, p. 663,
664, ediz. di Camden), in Anna Comnena (_Alexiade_, l. I, p. 23, 27, l.
VI, p. 165, 166) colle note del Ducange (_Not. in Alex._ p.
230-232-320), che ha raccolte tutte le Cronache latine e francesi, e
nuovi schiarimenti ne ha tratti.

[198] Ο δε Ρομπερτος (parola corotta alla Greca) ουτος ην Νορμαννος το
γενος, την τυχην ασημος.... e altrove εξ αφανους πανυ τυχης περιφανης,
_Romperto_ (parola corrotta alla greca invece di Roberto) _era Normanno
di nazione, ignobile di nascita_.... e altrove _divenuto illustre dopo
una nascita affatto oscura_, e in un altro luogo (l. IV, p. 84) απο
εουχατης πενιας και τυχης αφανους _da una estrema miseria a da oscura
nascita._ Anna Comnena era nata per vero dir nella porpora; non così il
padre suo di privata condizione, illustre bensì, ma innalzato dal merito
solamente.

[199] Il Giannone (t. II, p. 2), dimenticando i suoi autori originali,
per far derivare Guiscardo da una schiatta principesca, si fida alla
testimonianza d'Inveges, frate agostiniano di Palermo, che vivea
nell'ultimo secolo. Questi due autori prolungano la successione dei
Duchi, fino a Guglielmo II il Bastardo o il Conquistatore, che credevasi
(_comunemente si tiene_) il padre di Tancredi di Altavilla. Questo
errore è maiuscolo, ed eccita tanta maggior maraviglia, che allor quando
il figlio di Tancredi guerreggiava nella Puglia, Guglielmo II non avea
più di tre anni (A. D. 1037).

[200] Il giudizio del Ducange è giusto e moderato: «_Certe humilis fuit
ac tenuis Roberti familia, si ducalem et regium spectemus apicem, ad
quem postea pervenit; quae honesta tamen et, prater nobilium vulgarium
statum et conditionem, illustris habita est, quae nec humi reperet, nec
altum quid tumeret_». (Guglielmo di Malmsb. _De gest. Anglorum_, l. III,
p. 107, _Not. ad Alexiad._, p. 230).

[201] Citerò alcuni de' migliori versi del Pugliese (lib. II, pag. 270),

    _Pugnat utraque manu, nec lancea cassa, nec ensis_
    _Cassus erat, quocunque manu deducere vellet._
    _Ter dejectus equo, ter viribus ipse resumptis_
    _Major in arma redit: stimulos furor ipse ministrat._
    _Ut leo cum frendens_, etc.
    · · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·
    _Nullus in hoc bello, sicuti post bella probatum est,_
    _Victor vel victus, tam magnos edidit ictus._

[202] Gli autori e gli editori normanni che meglio conoscevano la loro
lingua, traduceano la parola Guiscardo o Wiscard nell'altra Callidus,
uomo scaltrito ed astuto. La radice Wise è famigliare agli orecchi
inglesi, e l'antico vocabolo Wiseacre offre all'incirca lo stesso
significato, e la medesima desinenza. Την χυχην πανουργοτατος esprime
assai bene il soprannome e l'indole di Roberto.

[203] La storia del modo onde Roberto Guiscardo si procacciò il titolo
di Duca è un argomento assai intralciato ed oscuro. Seguendo le
giudiziose osservazioni del Giannone, del Muratori e del Saint-Marc, ho
procurato narrarla nella maniera più coerente e meno inverisimile.

[204] Il Baronio (_Annal. ecclesiast._ A. D. 1059, n. 69) ha pubblicato
l'Atto originale, ch'ei dice aver copiato dal _Liber censuum_,
manoscritto del Vaticano. Ciò nondimeno il Muratori ha pubblicato
(_Antiq. med. aevi_; t. V, p. 851-908) un _Liber censuum_, ove un tale
atto non trovasi; e i nomi di Vaticano e Cardinale destano egualmente i
sospetti d'un protestante e d'un filosofo.

[205] _V._ la vita di Guiscardo nel II e III libro del Pugliese, nel I e
II di Gioffredo Malaterra.

[206] Il Giannone (vol. II della sua _Istoria civile_ l. IX, X, XI, e l.
XVII, p. 460-470) narra con imparzialità le conquiste di Roberto
Guiscardo e di Ruggero I, l'esenzione di Benevento, e delle dodici
province del regno. Questa ripartizione però accadde soltanto sotto il
regno di Federico II.

[207] Il Giannone (t. II, p. 119-127), il Muratori (_Antiq. medii aevi_,
t. III, _Dissert._ 44, p. 935, 936), il Tiraboschi (_Istor. della
letteratura ital._) ne hanno offerto uno specchio storico de' medici
della Scuola Salernitana. Quanto al giudicare la teorica e la pratica
della lor medicina, è tal bisogna che ai nostri medici sol s'appartiene.

[208] L'instancabile Enrico Brenckmann ha aggiunte sul finire della sua
_Historia Pandectarum_ (_Trajecti ad Rhenum_, 1722, in 4.), due
dissertazioni, _De Repubblica amalphitana e Da Amalphi a Pisanis
direpta_, fondate sulla testimonianza di cenquaranta scrittori; ma poi
ha dimenticati i due importanti passi dell'ambasceria di Luitprando (A.
D. 959), ove s'instituisce un parallelo fra il commercio e la
navigazione di Amalfi e di Venezia.

[209]

    _Urbs Latii non est hac delitiosior urbe,_
    _Frugibus, arboribus vinoque redundat; et unde_
    _Non tibi poma, nuces, non pulchra palatia desunt,_
    _Non species muliebris, abest probitasque virorum._

                      Guglielmus Appulus, l. III, p. 267.

[210] Il Muratori pretende che i versi di cui parlasi, sieno stati
composti dopo l'anno 1066, epoca della morte di Odoardo il Confessore,
_rex Anglorum_, al quale sono indiritti. Le opinioni intorno a ciò, o
piuttosto gli sbagli del Pasquier (_Recherches de la France_, l. VII, c.
2), e del Ducange (_Gloss. lat._) non indeboliscono in modo alcuno le
prove del Muratori. Già nel settimo secolo, era conosciuta l'usanza de'
versi rimati; usanza tolta alle lingue nortiche ed orientali (Muratori,
_Antiquit._, t. III; _Dissertat._, n. 40, p. 686-708).

[211] Esattissima ed assai poetica è la descrizione di Amalfi fatta da
Guglielmo Pugliese (l. III, p. 267) co' seguenti versi, il terzo de'
quali sembra alla bussola riferirsi:

    _Nulla magis locuples argento, vestibus, auro,_
    _Partibus innumeris: hac pluribus urbe moratur_
    _Nauta_ MARIS COELIQUE VIAS APERIRE PERITUS.
    _Huc et Alexandri diversa feruntur ab urbe_
    _Regis, et Antiochi. Gens haec freta plurima transit._
    _His Arabes, Indi, Siculi nascuntur et Afri._
    _Haec gens est totum prope nobilitata per orbem,_
    _Et mercando ferens, et amans marcata referre._

[212] Il nostro Autore appoggia forse questo calcolo ai riferti de'
viaggiatori eruditi che nel principio del secolo decimottavo visitarono
Amalfi (Brenckm., _De rep. Amalph. Diss._ 1, c. 23); l'Autore però della
_Hist. des Rep. Ital._, nel vol. I, p. 304, ne porta la popolazione a
sei o ottomila abitanti. (_N. dell'Ed._)

[213] _Latrocinio armigerorum suorum in multis sustentabatur, quod
quidem ad ejus ignominiam non dicimus; sed, ipso ita praecipiente, adhuc
viliora et reprehensibiliora dicturi sumus, ut pluribus patescat, quam
laboriose et cum quanta angustia a profonda paupertate ad summum culmen
divitiarum vel honoris attigerit._ Così il Malaterra s'introduce a
narrare il furto de' cavalli (lib. I, c. 25). Dal momento che questo
autore fa menzione di Ruggero, suo mecenate (l. I, c. 19), Guiscardo,
qual secondo personaggio, sol comparisce. Trovasi qualche cosa di
somigliante nella condotta di Velleio Patercolo, Storico di Augusto e di
Tiberio.

[214] _Duo sibi proficua reputans, animae scilicet et corpori, si terram
idolis deditam ad cultum divinum revocaret_ (Gioffredo Malaterra, l. II,
c. 1). I tre ultimi libri di questo Storico son dedicati a narrare la
conquista della Sicilia; e lo stesso Malaterra ha composto il Sommario
esatto de' suoi Capitoli (p. 544-546).

[215] _V._ la parola _milites_ nel Glossario latino del Ducange.

[216] Fra le altre circostanze curiose, o bizzarre, il Malaterra ne
racconta che gli Arabi aveano introdotto in Sicilia l'uso de' cammelli,
(l. 1, c. 33), e de' colombi messaggeri (c. 42); che il morso della
tarantola produce una malattia _quae per anum inhoneste crepitando
emergit_; fenomeno assai ridicolo cui soggiacque tutto l'esercito de'
Normanni, accampato sotto la mura di Palermo (c. 36). Aggiugnerò una
etimologia che non è indegna dell'undicesimo secolo. _Messana_ è
derivato di _Messis_, luogo d'onde le biade venivano dalla Sicilia
inviate in tributo a Roma (l. II, c. 1).

[217] _V._ la capitolazione di Palermo nel Malaterra (lib. II, c. 45) e
nel Giannone che parla sulla tolleranza generale conceduta ai Saracini
(t. II, p. 72).

[218] Giovanni Leone Affricano (_De medicis et philosophis Arabibus_, c.
14, _presso_ Fabricio, _Bibl. graec._ t. XIII, p. 278, 279). Questo
filosofo nomavasi Esseriff, Essascialli, e morì nell'Affrica (A. E. 516,
A. D. 1112). Tal denominazione ha molta somiglianza coll'altra _Seriff
al Eldrisi._ Così chiamavasi chi offerse il suo libro (_Geogr. nubiens.;
V._ la _Prefazione_, p. 88, 90, 176) a Ruggero re di Sicilia (A. E. 548,
A. D. 1153; D'Herbelot, _Bibl. orient._ p. 786; Prideaux, _Life of
Mahomet_, pag. 188; Petis de la Croix, _Hist. de Gengis-kan_, p. 535,
536; Casiri, _Bibl. arab. hispan._ t. II, p. 9-13), onde temo sia
accaduto in ordine a ciò qualche equivoco.

[219] Il Malaterra parlando della fondazione de' Vescovadi (l. IV, c. 7)
porta la Bolla in originale (l. IV, c. 29). Il Giannone, come istorico
del paese, offre un'idea di questo privilegio e della monarchia di
Sicilia (t. II, p. 95-102), e Saint-Marc (_Abrégé_, t. III, p. 217-301)
discute una tale quistione con tutta l'abilità d'un giureconsulto
siciliano.

[220] Nelle descrizioni della prima spedizione di Roberto contra i
Greci, i miei autori sono: Anna Comnena (I, II, IV, V. libri
dell'_Alexiade_), Guglielmo Pugliese (lib. IV e V, p. 270-275), e
Gioffredo Malaterra (l. III, c. 13, 14-24, 29-39); essi erano
contemporanei, e possono riguardarsi come autentici i loro scritti,
avvertendo però, che niun d'essi fu testimonio oculare delle battaglie.

[221] Una di queste si sposò ad Ugo, figlio di Azzo, o Axo, marchese di
Lombardia (Guglielmo Pugliese, l. III, p. 267), ricco, potente e nobile
nell'undecimo secolo, e i cui maggiori il Muratori e il Leibnitz hanno
scoperto appartenere al nono e decimo secolo. Le due famose Case di
Brunswick e di Este derivano da due figli primogeniti del marchese Azzo.
_V._ Muratori, _Antichità Est._

[222] Anna Comnena loda e sospira con un po' troppo di libertà questo
bel giovinetto, che le venne promesso in isposo quando fu sciolto
l'altro contratto di nozze colla figlia di Guiscardo. Nel lib. I, pag.
23, ella dice che questo principe era αγαλμα φυσεως... Θεου χειρων
φιλοτιμημα.... χρυσου γενους απορροη _un gioiello dalla natura... una
bell'opera delle mani di Dio... una emanazione dell'età d'oro_, ec. (p.
27). Ella descrive altrove il bianco e il vermiglio della pelle, gli
occhi di falco ec. l. III, p 71.

[223] Anna Comnena (l. I, p. 28-29), Guglielmo Pugliese (l. IV, p. 271),
Gioffredo Malaterra (l. III, c. 13, p. 579, 580). Più circospetto si
mostra quest'ultimo; ma il Pugliese dice,

    _Mentitus se Michaelem_
    _Venerat a Danais quidam seductor ad illum._

Si lasciò sorprendere da questa frode Gregorio VII; e il Baronio è quasi
l'unico che la voglia sostenere qual verità (A. D. 1080, n. 44).

[224] _Ipse armatae militia non plusquam MCCC milites secum habuisse, ab
eis qui eidem negotio interfuerunt attestatur_ (Malaterra, l. III, c.
24, p. 583), e sono i medesimi che il Pugliese al l. IV, p. 273 chiama
_equestris gens ducis, equites de gente ducis._

[225] Εις τριακοντα χιλιαδας _da trentamila_, così si esprime Anna
Comnena (_Alexias_, l. I, p. 37), e un tale calcolo concorda col numero
e col carico de' navigli. _Ivit in Dyrrachium cum XV militibus hominum_,
dice il _Chronicon Breve Normannicum_ (Muratori, _Scriptores_, t. V, p.
278). Io mi sono adoperato a conciliare insieme queste diverse
testimonianze.

[226] L'Itinerario di Gerusalemme (p. 609, ediz. Wesseling) accenna un
intervallo ragionevole e vero di mille stadj, o cento miglia, che
stravagantemente hanno duplicato Strabone (l. VI, pag. 433) e Plinio
(_Hist. nat._ III, 16).

[227] Plinio (_Hist. nat._ III, 6, 16) assegna QUINQUAGINTA _miglia_ a
questo _brevissimus cursus_, e indica la vera distanza da Otranto alla
Vallona o Aulon (d'Anville, _Analyse de sa carte des côtes de la Grèce_,
etc. p. 3-6). Ermolao Barbaro che sostituisce il vocabolo _centum_
(Hardouin, not. 66, in Plin. lib. III) avrebbe potuto essere corretto da
quanti piloti veneziani erano usciti di quel golfo.

[228] _Infames scopulos Acroceraunia_, Horat., _Carmen_ 1 e 3. Vi è
qualche poco di esagerazione nel _praecipitem Africum decertantem
aquilonibus et rabiem Noti_, e nel _monstra natantia_ dell'Adriatico; ma
Orazio palpitante per la vita di Virgilio, è un esempio che ben
comparisce nella storia della poesia e dell'amicizia.

[229] Των δε εις τον πωγωνα αυτου εφυβρισαντων _insultavanlo per la
barba (che gli mancava)_ (_Alexias_, l. IV, p. 106). Ciò nondimeno i
Normanni si radeano la barba; i Veneziani la lasciavano crescere: di qui
avrà avuta origine la mancanza di barba attribuita, poco felicemente per
dir vero, a Boemondo (Ducange, _Not. ad Alex._, p. 283).

[230] Il Muratori (_Annali d'Italia_, t. IX, p. 136, 137), osserva che
alcuni autori (Pietro Diacono, _Chron. Casin._ lib. III, cap. 49) fanno
ascendere l'esercito de' Greci a censettantamila uomini, ma che si può
levare il _cento_, lo stesso Malaterra indicandone soli settantamila;
piccola svista! Il passo al quale fa allusione il Muratori trovasi nella
Cronaca di Lupo Protospata (_Script. ital._ t. V, p. 45). Il Malaterra,
(l. IV, 17) parla in termini, ampollosi, ma vaghi, di questa imperiale
spedizione: _Cum copiis innumerabilibus_, e il Poeta Pugliese (l. IV, p.
272):

    _More locustarum montes et plana teguntur._

[231] _V._ Guglielmo di Malmsbury, _De Gestis Anglor._, l. II, p. 92.
_Alexius fidem Anglorum suscipiens, praecipuis familiaritatibus his eos
applicabat, amorem eorum filio transcribens._ Orderico Vitale (_Hist.
eccles._, l. IV, pag. 508, l. VII, p. 841) racconta la partenza di
questi profughi dall'Inghilterra e il modo onde presero servigio in
Grecia.

[232] _V._ il Pugliese (l. I, p. 256). Ho già descritto nel capitolo LIV
la storia e l'indole di questi Manichei.

[233] _V._ il semplice ed ammirabile racconto di Cesare (_Comment. de
bell. civil._ III, 41-75). Gli è da deplorarsi che Quinto Icilio (il
Signor Guichard) non sia vissuto a bastanza per far le note a questa
parte di essi come le ha fatte alle azioni campali dell'Affrica e della
Spagna.

[234] Παλλας αλλη και μη Σθηνη _un'altra Pallade, ma non Minerva._ Il
presidente Cousin (_Hist. de Constantinople_, t. IV, p. 131, in 12) ha
tradotto molto aggiustatamente «che combattea come una Pallade, benchè
non dotta al pari di quella della Grecia». I Greci aveano composti gli
attributi delle loro divinità di due caratteri poco fatti per
accoppiarsi, quello di Neith, l'artigiana di Sais nell'Egitto, e quello
di una vergine amazzone del lago Tritonio nella Libia (Banier,
_Mythologie_, t. IV, p. 1-31, in 12).

[235] Anna Comnena (lib. IV, p. 116) ammira con una specie di terrore le
maschili virtù di una tal donna. Queste erano più famigliari alle
Latine, e benchè il Pugliese (lib. IV, p. 273) faccia menzione della
presenza e della ferita della moglie di Guiscardo, affievolisce l'idea
della sua intrepidezza:

    _Uxor in hoc bello Roberti forte sagitta_
    _Quadam laesa fuit: quo vulnere TERRITA nullam_
    _Dum sperabat opem, se poene SUBEGERAT hosti._

Il vocabolo _subegerat_ non è felice che trattandosi di una donna
prigioniera.

[236] Απο της του Ρομπερτου προηγησαμενης μαχης, γινοσηων την προτων
κατα των εναντιων ιππασιαν των Κελτων ανυποιστον _dalla prima battaglia
data da Romperto, conoscendo l'invincibile cavalleria de' Celti che
primi combattevano nella fronte_ (_Anna_, l. V, p. 133) ed altrove και
γαρ Κελτος ανηρ πας εποχουμενος μεν ανυπιστος την ορμην, και την θεαν
εστιν _poichè il Celta a cavallo è formidabile non che all'impeto, alla
sola vista_ (pag. 140). La pedanteria adoperata dalla Principessa nella
scelta delle denominazioni classiche ha incoraggiato il Ducange ad
attribuire ai suoi compatrioti l'indole degli antichi Galli.

[237] Lupo Protospata (t. III, p. 45) dice seimila; Guglielmo Pugliese
più di cinquemila (l. IV, p. 275): nel che è lodevole e singolare la lor
modestia; era sì facile ad essi con un tratto di penna l'uccidere venti
o trentamila scismatici, od infedeli.

[238] I Romani riguardando come nome di cattivo augurio il nome
_Epidamnus_, gli sostituirono l'altro _Dyrrachium_ (Plinio, III, 26), di
cui il popolo avea fatto _Duracium_ (_V._ il Malaterra), vocabolo che ha
qualche somiglianza coll'altro, _durezza._ _Durando_ era uno fra i nomi
di Roberto, e veramente Roberto potea chiamarsi un _Durando_; giuoco
scipitissimo di parole. (Alberic, Monach. _in Chron._, _V._ Muratori,
_Annali d'Italia_, t. IX, p. 137).

[239] βρουχους και ακριδας ειπεν αν τις αυτους πατερα και υιον _il padre
e il figlio erano appellati bruchi e locuste_ (_Anna_, lib. I, pag. 35).
Mercè tali comparazioni, tanto diverse da quelle di Omero, costei
s'immagina inspirar disprezzo ed orrore contra il _cattivo animaluzzo_
che appellasi conquistatore. Fortunatamente il comun raziocinio, ossia
la comune irragionevolezza, ai lodevoli disegni della greca Principessa
fan guerra.

[240]

    _Prodiit hac auctor Trojanae cladis Achilles._

Virgilio nel libro secondo dell'Eneide (_Larissaeus Achilles_) aggiugne
forza alla supposizione del Pugliese (l. I, p. 275), supposizione non
giustificata dalle geografiche descrizioni che si trovano in Omero.

[241] L'ignoranza ha tradotto των πεδιλων προαλματα, (_punte de'
talari_) _Speroni_; e questi impacciavano i cavalieri che combattevano a
piedi (Anna Comnena, _Alexias_, lib. V, p. 140). Il Ducange ha dedotto
il vero significato di queste parole da una usanza ridicola, ed
incomoda, durata dall'undicesimo secolo fino al decimoquinto. I ridetti
speroni, configurati a guisa di scorpione, aveano talvolta due piedi e
una catenella d'argento che gli attaccava al ginocchio.

[242] Tutta questa lettera merita di essere letta (_Alexias_, l. III, p.
93, 94, 95). Il Ducange non ha intese le seguenti parole αστροπελεκυν
δεδεμενον μετα χρυμαφις. Ho procurato di dar loro una interpretazione
possibilmente plausibile: χρυμαφιου significa _corona d'oro._ Simone
Porzio (_in Lexico graeco-barbar._) dice che ασροπελεκυς equivale a
κεραυνος, πρηστηρ, lampo.

[243] Intorno a questi principali fatti rimetto i leggitori agli storici
Sigonio, Baronio, Muratori, Mosheim, Saint-Marc etc.

[244] Le vite di Gregorio VII sono o leggende, o invettive (Saint-Marc,
_Abrégé_; t. III. p. 233; ec.), e i moderni leggitori non crederanno più
ai suoi miracoli che ai suoi sortilegi. Nel Leclerc (_Vie de Hildebrand,
Bibliothèque ancienne et moderne_, t. VIII) si trovano diverse nozioni
instruttive a tale proposito, e molte dilettevoli nel Bayle
(_Dictionaire critique, Grégoire VII_). Questo pontefice fu, non v'ha
dubbio, un uomo sommo, un secondo Atanasio, in un secolo più fortunato
per la Chiesa. Mi sarà egli lecito aggiugnere che il ritratto di
Atanasio da me offerto nel Capitolo XXI è uno de' tratti della mia
storia de' quali mi trovo meno scontento?

[245] _Ciò che qui dice l'autore di Gregorio VII forse è esagerato;
vegga il lettore ciò che abbiamo scritto di questo Papa famoso in una
Nota al vol. IX._ (Nota di N. N.)

[246] Anna, col rancore proprio ad una scismatica greca, chiama Gregorio
καταπτυσος ουτς Παπας (lib. I, pag. 32), un Papa e un prete degno che
gli sia sputato addosso; lo accusa di aver fatto frustare gli
ambasciatori di Enrico, di aver fatto ad essi rader la barba; forse
d'averli privati degli organi della virilità (p. 31-33); ma questo
crudele oltraggio è poco verisimile, nè ben provato. _V._ la sensata
prefazione del Cousin.

[247]

    _.... Sic uno tempore victi_
    _Sunt terrae Domini duo: rex Alemannicus iste,_
    _Imperii rector romani maximus ille._
    _Alter ad arma ruens armis superatur: et alter_
    _Nominis auditi sola formidine cessit._

È cosa non poco singolare che questo poeta _latino_ parli
dell'Imperatore _greco_ come se governasse l'Impero _romano_ (t. IV, p.
274).

[248] La narrazione del Malaterra (l. III, c. 37; pag. 587, 588) è
autentica, minuta, imparziale. _Dux ignem exclamans urbi incensa_, etc.
Il Pugliese attenua la disgrazia: _inde_ quibusdam _aedibus exustis_,
disgrazia che alcune Cronache parziali si studiano esagerare (Muratori,
_Annali_, t. IX, pag. 147).

[249] Il Gesuita Donato (_De Roma veteri et nova_, l. IV, c. 8, p. 489)
dopo avere parlato di una tale devastazione, aggiugne con grazia:
_Duraret hodieque in Caelio monte interque ipsum et Capitolium
miserabilis facies prostratae urbis, nisi in hortorum vinetorumque
amenitatem Roma resurrexisset, ut perpetua viriditate contegeret vulnera
et ruinas suas._

[250] Il titolo di Re promesso, o conferito a Roberto dal sommo
Pontefice (_Anna_ l. I, p. 32) è a bastanza provato dal Poeta Pugliese
(l. IV, p. 270):

    _Romani regni sibi promisisse coronam_
    _Papa ferebatur._

e non intendo il perchè questo nuovo tratto di giurisdizione apostolica
spiaceva al Gretser e ad alcuni altri difensori del Papa.

[251] _V._ Omero _Iliade_ B. (quanto detesto questo metodo pedantesco di
citare i libri dell'Iliade colle lettere dell'alfabeto greco!) 87 ec. Le
api di Omero offrono l'immagine di una turba disordinata; perchè la loro
disciplina, e i lavori repubblicani sembrano idee di un secolo
posteriore (_V. Eneide_, lib. I).

[252] Guglielmo Pugliesi (l. V, p. 276). L'ammirabile porto di Brindisi
ne formava due; il porto esterno offeriva un golfo coperto da un'isola,
il quale per gradi si restringeva, e comunicava, mediante un canale, nel
porto interno che da due bande comprendea la città. Cesare e la natura,
sonosi adoperati a rovinarlo: e a petto di siffatte potenze che valgono
i deboli sforzi del governo Napolitano? (Swinburne's _Travels in the two
Sicilies_, vol. I, p. 384-390).

[253] Guglielmo Pugliese (l. V, p. 276) descrive la vittoria de'
Normanni, e dimentica le due sconfitte anteriori, che Anna Comnena però
non dimentica (l. VI, p. 159, 160, 161); anzi a sua volta, ella inventa,
o esagera una quarta battaglia ove i Veneziani sono vendicati delle
perdite sofferte, e del loro zelo ricompensati. I Veneziani non la
pensavano così, poichè rimossero il loro Doge, _propter excidium stoli._
(Dandolo _in Chron._, Muratori, _Script. rerum italicarum_, tom. XII,
pag. 249).

[254] I più autentici fra gli storici, Guglielmo Pugliese, (l. V, p.
277), Gioffredo Malaterra (l. III, c. 41, p. 589), e Romualdo di Salerno
(_Chron. in_ Muratori, _Script. rerum ital._ t. VII) non fanno parola di
un tale misfatto, che trovano tanto evidente Guglielmo di Malmsbury (l.
III, p. 107) e Ruggero di Hoveden (pag. 710, _in Scrip. post Bedam_).
L'Hoveden anzi ne viene spiegando, come Alessio il Giusto sposasse,
incoronasse, e facesse bruciar viva la complice della sua colpa. Ma
questo Storico inglese è sì cieco che colloca Roberto Guiscardo, o
Wiscard, nel novero de' cavalieri di Enrico I, il quale ascese al trono
quindici anni dopo la morte del Duca di Puglia.

[255] Anna Comnena cosparge con gioia d'alcuni fiori la tomba del suo
nemico (_Alexiade_, l. V, p. 162-166); ma il merito di Guiscardo è ben
meglio provato dalla stima e dalla gelosia di Guglielmo il
Conquistatore, ne' cui Stati la famiglia di Guiscardo vivea. _Graecia_
(dice il Malaterra) _hostibus recedentibus libera laeta quievit: Apulia
tota, sive Calabria turbatur._

[256]

    _Urbs Venusina nitet tantis decorata sepulchris._

Uno dei migliori versi del Poema del Pugliese (l. V, p. 278). Guglielmo
di Malmsbury (l. III, p. 107) ne ha data cognizione di un epitafio di
Guiscardo, che qui non merita d'aver luogo.

[257] Ciò nullameno Orazio condotto a Roma sin dalla sua fanciullezza
(_Sermon._ 1 e 6) avea poche obbligazioni a Venosa, e le sue reiterate
allusioni agl'incerti limiti della Puglia e della Lucania (_Carm._ III,
4, _Sermon._ II, 1) mal si addicono al suo ingegno e al secolo in cui
vivea.

[258] _V._ Il Giannone (t. II, pag. 88-93) e gli Storici della prima
Crociata.

[259] I Regni di Ruggero e dei Re normanni della Sicilia, tengono
quattro libri della _Istoria civile_ del Giannone (t. II, l. XI-XIV, p.
136-140), e trovansi qua e là descritti nel nono e decimo volume degli
Annali del Muratori. La _Biblioteca Italica_ (t. I, pag. 175-222)
contiene un compendio molto utile delle opere del Capecelatro, moderno
Napoletano, che ha pubblicati due volumi sulla storia del suo paese,
incominciando da Ruggero I e venendo inclusivamente a Federico II.

[260] Giusta le testimonianze di Filisto e di Diodoro, Dionigi tiranno
di Siracusa manteneva un esercito di diecimila uomini a cavallo, di
centomila fantaccini e di quattrocento galee. Si confrontino l'Hume
(_Saggi_, v. I, p. 268-435) e il Wallace, avversario di questo istorico,
(_Numbers of Mankind_, p. 306-307). Tutti i viaggiatori, D'Orville,
Reidesel, Swinburne, ec. parlano delle rovine d'Agrigento.

[261] Un autore contemporaneo che descrive le azioni di Ruggero,
dall'anno 1127 all'anno 1135, fonda i titoli di questo principe sul
merito e sulla possanza del medesimo, sul consenso de' Baroni, e
sull'antichità della monarchia di Palermo e della Sicilia, senza far
parola della investitura di Papa Anacleto (_Alexand. caenobii Telesini
abbatis de rebus gestis regis Rogerii_, l. IV, in Muratori, _Script.
rerum ital._, t. V, p. 607-645).

[262] I Re di Francia, d'Inghilterra, di Scozia, di Castiglia, di
Aragona, di Navarra, di Svezia, di Danimarca e di Ungheria. Il trono de'
primi tre era assai più antico di quello di Carlomagno. Fra i sei
successivi, i tre primi aveano fondate colla spada, i tre ultimi col
battesimo le loro monarchie. Il Re d'Ungheria era il solo che avesse
avuto l'onore, o l'affronto di ricevere dal Papa la propria corona.

[263] Fazello, e una folla d'altri Siciliani, hanno immaginata una
incoronazione precedente di alcuni mesi, alla quale nè il Papa, nè
l'Imperatore avrebbero avuta parte (A. D. 1130, 1 maggio). Il Giannone a
proprio malgrado la nega (t. II, p. 137-144): il silenzio dei
contemporanei dismentisce una tal favola, nè vale a sostenerla un
preteso chirografo di Messina. (Muratori, _Annali d'Italia_, t. IX, p.
340; Pagi, _Critica_, t. IV, p. 467, 468).

[264] Ruggero corruppe il secondo ufiziale dell'esercito di Lottario, il
quale fece sonare a ritratta, o piuttosto gridò alle truppe di
ritirarsi: _perchè gli Alemanni_, aggiugne il Cinnamo (l. III, c. I, p.
51) _non conoscono l'uso delle trombe._ Nell'asserire la qual cosa, ci
mostra di non conoscere egli medesimo gli usi de' popoli che ha
descritti.

[265] _V._ De Guignes, _Hist. génér. des Huns_, t. I, p. 369-373, e
Cardonne, _Hist. de l'Afrique_, etc., _sous la domination des Arabes_,
t. II, p. 70-140. Sembra che questi due autori abbiamo preso Novairi per
loro guida.

[266] Tripoli (dice il Geografo di Nubia, o parlando con più esattezza
il Seriffo al Edrisi) _urbs fortis, saxeo muro vallata, sita prope
littus maris. Hanc expugnavit Rogerius, qui mulieribus captivis ductis,
viros peremit._

[267] _V._ la Geografia di Leone l'Affricano (_in Ramusio_, t. I, fol.
74, vers. fol. 75 recto) e i _Viaggi di Shaw_ (p. 110); il settimo libro
del presidente De Thou, e l'undecimo dell'Abate di Vertot. I cavalieri
di Malta ebbero la saggezza di rifiutare questa piazza, che Carlo V
offeriva loro a condizione di difenderla.

[268] Il Pagi ha indicate con esattezza le conquiste di Ruggero
nell'Affrica: e l'amico di lui, l'abate di Longuerue, ne illustrò le
osservazioni con alcune Memorie arabe (A. D. 1147, n. 26, 27; A. D.
1148, n. 16: A. D. 1153, n. 16).

[269] _Appulus et Calaber, Siculus mihi servit et Afer._ Orgogliosa
iscrizione, dalla quale apparisce che i vincitori normanni veniano
sempre contraddistinti dai lor sudditi Cristiani e Musulmani.

[270] Ugone Falcando (_Hist. Sicula, in Muratori, Script._, t. VII, p.
270, 271) attribuisce tali perdite alla negligenza, o alla perfidia
dell'ammiraglio Maio.

[271] Al silenzio degli Storici siciliani, che finiscono troppo presto,
o cominciano troppo tardi, possono supplire Ottone di Fraysingen (_De
gest. Freder._ I, l. I, c. 33, in Muratori, _Scriptor._, t. VI, pag.
668), il veneziano Andrea Dandolo (_Id._, t. XII, p. 282, 283) e gli
Autori greci, Cinnamo (l. III, c. 2-5) e Niceta (_in Manuel._ l. II, c.
1-6).

[272] Credo riferirsi alla prigionia e alla liberazione di Luigi VII il
παρ ελιγον ηλθε του αλωναι, _venne dall'essere prigioniero per poco
tempo_, di Cinnamo l. II, c. 19, p. 47. Il Muratori, fondandosi sopra
assai valevoli testimonianze (_Ann. d'Ital._ t. IX, p. 420, 421), si fa
beffe del dilicato riguardo di alcuni autori Francesi i quali
asseriscono _marisque nullo impediente periculo ad regnum proprium
reversum esse_; del rimanente il loro difensore Ducange, a quanto
osservo, si mostra meno asseverante nel comentare Cinnamo che
allorquando presenta l'edizione del Joinville.

[273] _In palatium regium sagittas igneas injecit_, dice Dandolo; ma
Niceta (l. II, c. 8, p. 66) trasforma queste frecce in Βελη αργντεους
εχοντα ατρακτους, _frecce che aveano la punta d'argento_; aggiugnendo
che Manuele qualificava un tale oltraggio co' vocaboli παιγνιον,
γελωτα... γηστευοντα, _puerili, ridicoli... da ladroni._ Un compilatore,
Vincenzo di Beauvais, dice che queste frecce erano d'oro.

[274] V. intorno all'invasione dell'Italia, argomento quasi disdegnato
da Niceta, la più accurata storia del Cinnamo (l. IV, c. 1-15, p.
78-101). Quest'ultimo si fa strada ad una diffusa narrazione con questo
pomposo proemio, περι της Σικελιας τε, και της Ιταλων εσηεπτετολης, ως
και γαυτας Ρωμαιοις ανασωσαιτο, _fu veduto intorno alla Sicilia, e
all'Italia, inteso a restituire a Roma anche quelle province._

[275] Un Autore latino, Ottone (_De gestis Friderici_ I, l. II, c. 30,
p. 734), attesta essere stato finto un tal documento. Il Greco Cinnamo
(l. I, c. 4, p. 78) fa valere una promessa di restituzione di Corrado, o
di Federico. Una frode è sempre credibile quando viene attribuita ai
Greci.

[276] _Quod Anconitani graecum imperiunt nimis diligerent.... Veneti
speciali odio Anconam oderunt._ I _beneficia_ e il _flumen aureum_
dell'Imperatore erano la cagione di questo effetto, e forse ancora di
una tal gelosia. Il Cinnamo (l. IV, c. 14) conferma la narrazione
latina.

[277] Il Muratori fa menzione di due assedj di Ancona. Il primo nel
1167, sostenuto contra Federico I, che combattè in persona (_Ann._, t.
X, p. 39 ec.), il secondo nel 1173, contra l'arcivescovo di Magonza,
luogotenente di questo principe, prelato indegno del suo titolo e delle
sue cariche (p. 76 ec.). Le Memorie pubblicate dal Muratori nelle sua
grande Raccolta (t. VI, p. 921-946) al secondo assedio si riferiscono.

[278] Questa circostanza abbiam ricavata da una Cronaca anonima del
Fossa Nova, pubblicata dal Muratori (_Script. ital._, t. VII, p. 874).

[279] Il βασιλειος σημειον, _segno regio_, del Cinnamo (l. IV, c. 14,
pag. 99) ammette due spiegazioni. Uno stendardo si conforma meglio ai
costumi de' Latini, una immagine a quelli de' Greci.

[280] _Nihilominus quoque petebat, ut quia occasio justa et tempus
opportunum et acceptabile se obtulerant, romani corona imperii a sancto
apostolo sibi redderetur; quoniam non ad Frederici Alamanni, sed ad suum
jus asseruit pertinere_ (_vit. Alexandri III a cardinal. Aragoniae, in
Script. rer. ital._, t. III, part. I, p. 458). Egli partì per la sua
seconda ambasceria, _cum immensa multitudine pecuniarum_.

[281] _Nimis alta et perplexa sunt_ (_vit. Alexandri III_, p. 460, 461),
dicea il circospetto Pontefice.

[282] Μηδεν γεσον ειναι λεγλν Ρωμη τη νεοτερα προς την πρεσβυτεραν παλαι
απορραμεισωέ, _dicendo non essere alcuna differenza dalla nuova Roma in
confronto all'antica, dopo averle divise_. (Cinnamo, l. IV, c. 14, p.
99).

[283] Il Cinnamo nel suo sesto libro descrive la guerra di Venezia, che
Niceta non ha giudicata degna della sua attenzione. Il Muratori porta
all'anno 1171 e successivi alcune particolarità che riguardano
gl'Italiani, e che non hanno un vezzo generale per noi.

[284] Romualdo di Salerno (_in_ Muratori, _Scr. Ital._, t. VII, p. 198)
fa menzione di una tale vittoria. Ella è cosa assai singolare che il
Cinnamo (l. IV, c. 13, p. 97, 98) si mostri più animato del Falcando, e
racconti particolarità omesse da questo Storico (p. 208, 270) nel far
l'encomio del Re di Sicilia. Ma l'Autore greco amava le descrizioni, e
il Latino non amava Guglielmo il Cattivo.

[285] _V._ intorno alla lettera di Guglielmo I, il Cinnamo (l. IV, c.
15, p. 101, 102) e Niceta (l. II, c. 8). Sarebbe cosa malagevole il
decidere, se i Greci s'ingannassero eglino stessi, o volessero ingannare
il Pubblico con queste adulatrici descrizioni della grandezza
dell'Impero.

[286] Non posso citare a tal luogo altre originali testimonianze fuor
delle miserabili cronache di Sicardo di Cremona (p. 603), e del Fossa
Nova (p. 875) che leggonsi nel settimo volume storico del Muratori. Il
Re di Sicilia inviò le sue truppe _contra nequitiam Andronici... ad
acquirendum imperium C. P._ I soldati del medesimo furono _capti aut
confusi... decepti, captique_ da Isacco.

[287] Ne manca qui il soccorso del Cinnamo, e ci vediamo ridotti a
Niceta (_Andronico_, l. I, c. 7, 8, 9, l. II, c. 1, _Isacco l'Angelo_,
l. I, c. 1-4) che diviene un contemporaneo di molto peso. Avendo egli
scritto dopo la caduta dell'Imperatore e dell'Impero non è trascorso in
adulazioni: ma il disastro di Costantinopoli inacerbisce la sua nimistà
contro i Latini. Noterò qui ad onore della letteratura che Eustazio,
arcivescovo di Tessalonica, il famoso comentatore di Omero, ricusò di
abbandonare il suo gregge.

[288] La _Historia Sicula_ di Ugone Falcando che, per parlare
aggiustatamente procede dall'anno 1154 all'anno 1169, trovasi nel
settimo volume della Raccolta del Muratori (p. 259-344), ed è preceduta
(p. 251-258) da una Prefazione, o eloquente lettera _de calamilatibus
Siciliae._ Il Falcando è stato soprannomato il Tacito della Sicilia, e,
salva l'immensa differenza che passa fra il primo secolo, e il
dodicesimo, tra un senatore ed un frate, non disputerò al Falcando un
simile onore. Rapida e chiara ne è la narrazione, coraggioso ed elegante
lo stile, sensatissime le osservazioni: conoscea gli uomini, e cuore
d'uomo egli avea. Spiacemi soltanto che abbia spese le sue fatiche sopra
un terreno tanto sterile, ed esteso sì poco.

[289] I laboriosi Benedettini pensano (_Art de vérifier les Dates_, p.
896) che il vero nome di Falcando sia Fulcandus, o Foucault. A loro
avviso, Ugo Foucault, francese d'origine, che divenne in appresso Abate
di S. Dionigi, avea seguìto in Sicilia il suo protettore, Stefano De La
Perche, zio della madre di Guglielmo II, arcivescovo di Palermo, e Gran
Cancelliere del regno. Ciò nullameno il Falcando ha tutti i sentimenti
di un Siciliano, e il titolo di Alumnus che egli si attribuisce da sè
medesimo, sembra indicare che egli sia nato, o almeno allevato
nell'Isola.

[290] (Falcando p. 303). Riccardo di S. Germano incomincia la sua Storia
dal narrare la morte, e dal far gli encomj di Guglielmo II. Dopo alcuni
epiteti che non significano nulla, aggiunge: _Legis et justitiae cultus
tempore suo vigebat in regno: sua erat quilibet sorte contentus_ (erano
questi uomini?), _ubique pax, ubique securitas, nec latronum metuebat
viator insidias, nec maris nauta offendicula piratarum_ (_Script. rer.
ital._ t. VII, p. 969).

[291] _Costantia, primis a cunabilis in deliciarum tuarum affluentia
diutius educata, tuisque institutis, doctrinis et moribus informata,
tandem opibus tuis Barbaros delatura discessit: et nunc cum ingentibus
copiis revertitur, ut pulcherrima nutricis ornamenta barbarica foeditate
contaminet...... Intueri mihi jam videor turbulentas Barbarorum
acies.... civitates opulentas et loca diuturna pace florentia, metu
concutere, caede vastare, rapinis atterere et foedare luxuria: hinc
cives aut gladiis intercepti, aut servitute depressi, virgines
constupratae, metronae_, etc.

[292] _Certe si regem non dubiae virtutis elegerint, nec a Saracenis
Christiani dissentiant, poterit rex creatus, rebus licet quasi
desperatis et perditis subvenire, et incursus hostium, si prudenter
egerit, propulsare._

[293] _In Appulis, qui, semper novitate gaudentes, novarum rerum studiis
aguntur, nihil arbitror spei aut fiduciae reponendum._

[294] _Si civium tuorum virtutem et audaciam attendas..... murorum etiam
ambitum densis turribus circumspectum._

[295] _Cum crudelitate piratica Theutonum confligat atrocitas, et inter
ambustos lapides, et Ethnae flagrantis incendia_, etc.

[296] _Eam partem quam nobilissimarum civitatum fulgor illustrat, quae
et toti regno singulari meruit privilegio praeminere, nefarium esset...
vel Barbarorum ingressu pollui._ Merita di essere letta la descrizione
ricercata sì, ma non priva di vezzo, con cui il Falcando dipinge il
palagio, la città, e l'ubertosa pianura di Palermo.

[297] _Vires non suppetunt, et conatus tuos tam inopia civium, quam
paucitas bellatorum elidunt._

[298] _At vero, quia difficile est Christianos in tanto rerum turbine,
sublato regis timore, Saracenos non opprimere, si Saraceni injuriis
fatigati ab eis coeperint dissidere, et castella forte marittima, vel
montanas munitiones occupaverint; ut hinc cum Theutonicis summa virtute
pugnandum, illinc Saracenis crebris insultibus occurrendum, quid putas
acturi sunt Siculi inter has depressi angustias, et velut inter malleum
et incudem multo cum discrimine constituti? Hoc utique agent quod
poterunt, ut se Barbaris miserabili conditione dedentes, in eorum se
conferant potestatem. O utinam plebis et procerum, Christianorum et
Saracenorum vota conveniant, ut, regem sibi concorditer eligentes,
Barbaros totis viribus, toto conanime, totisque desideriis proturbare
contendant_; nel qual voto i Normanni e i Siciliani vengono confusi fra
loro.

[299] La testimonianza di un Inglese, Ruggero di Hoveden (p. 689), è di
poco peso a fronte del silenzio degli Autori alemanni ed italiani
(Muratori, _Annali d'Italia_, tom. X, p. 156). Gli ecclesiastici, e i
pellegrini che tornavan da Roma, innumerevoli favole spacciarono
sull'onnipotenza del Santo Padre.

[300] _Ego enim in eo cum Theutonicis manere non debeo._ (Caffari,
_Annales genuenses_, in Muratori, _Script. rer. ital._ t. VI, p. 367,
368).

[301] _V._ intorno ai Saracini della Sicilia e di Nocera gli _Annali_
del Muratori (t. X, p. 149, ed A. D. 1223-1247), il Giannone (t. II, p.
385); e fra gli originali citati nella Raccolta del Muratori, Riccardo
di S. Germano (t. VII, p. 996), Matteo Spinelli di Giovenazzo (t. VII,
p. 1064), Nicolò di Jamsilla (t. X, p. 494) e Matteo Villani (t. XIV, l.
VII, p. 103). L'ultimo di questi Scrittori lascia luogo a pensare che
Carlo II della Casa di Angiò, adoperasse l'artifizio anzichè la violenza
per ridurre in soggezione i Saracini di Nocera.

[302] Il Muratori cita il passo di Arnaldo di Lubecca (l. IV, c. 20):
_Reparit thesauros absconditos, et omnem lapidum pretiosorum et gemmarum
gloriam, ita ut oneratis 160 sommariis, gloriose ad terram suam
redierit._ Ruggero di Hoveden, che accenna la violazione delle tombe e
de' cadaveri de' monarchi, fa ascendere il valore dello spoglio di
Salerno a dugentomila once d'oro (p. 746). Al qual proposito, sarei
propenso ad esclamare colla giovinetta stordita del La-Fontaine: «Vorrei
aver io quel che ci manca».



CAPITOLO LVII.

      _I Turchi Selgiucidi. Loro ribellione contra Mamud,
      conquistatore dell'Indostan. Togrul sottomette la Persia e
      protegge i Califfi. Romano, Imperatore debellato e fatto
      prigioniere da Alp-Arslan. Potenza e grandezza di Malek-Sà.
      Conquiste dell'Asia Minore e della Siria. Trista condizione cui
      Gerusalemme è ridotta. Pellegrinaggio al Santo Sepolcro._


Fa duopo che il leggitore, abbandonando le rive della Sicilia, si
trasporti al di là del mar Caspio, in quelle contrade d'onde uscirono i
Turchi o Turcomanni, contro de' quali la prima tra le Crociate venne
intrapresa. L'Impero che questi fondato aveano nel sesto secolo sulle
regioni della Scizia, da lungo tempo non era più; ma vivea tuttor
celebre il loro nome fra i Greci e fra gli Orientali: e gli avanzi di
cotesta nazione formavano diverse popolazioni independenti, formidabili
per le lor forze, e diffuse in tutta l'estensione del Deserto, dalla
Cina alle rive del Danubio e dell'Osso. La colonia ungarese facea parte
della Repubblica europea; sui troni d'Asia altrettanti schiavi, e
soldati di origine turca si stavano. Intanto che le lancie normanne
soggiogavano la Sicilia e la Puglia, uno sciame di questi pastori del
Settentrione, i reami della Persia inondava. I loro Principi, della
stirpe di Selgiuk, innalzarono un saldo e possente Impero, che da
Samarcanda ai confini della Grecia, e dell'Egitto estendeasi, e i Turchi
signoreggiarono l'Asia Minore assai prima che lo stendardo vincitore
della luna ottomana sventolasse sulla cupola di S. Sofia.

[A. D. 997-1028]

Mamud il Gaznevida[303], che regnava nelle province orientali della
Persia, dieci secoli dopo la nascita di Cristo, fra i maggiori principi
della nazione turca vien collocato. Sebectagi, padre di lui, era lo
schiavo dello schiavo dello schiavo del comandante de' Credenti, ma in
questa genealogia di servitù, l'infimo grado era unicamente di titolo;
poichè questo schiavo di uno schiavo di schiavo, governava con sovrana
podestà la Transossiana e il Korasan, contrade solo in apparenza
sottomesse al Califfo di Bagdad. Lo schiavo da cui dipendea Sebectagi
era un ministro di Stato, un luogotenente dei Samanidi[304] che
ribellandosi infranse i ceppi della politica schiavitù, e il ridetto
Sebectagi dopo avere effettivamente servito nella famiglia di questo
ribelle, in premio del suo valore e della sua abilità, genero e
successore del proprio padrone, Capo della città e della provincia di
Gazna, divenne[305]. Perchè la dinastia de' Samanidi, a que' giorni
affatto inclinando, fu sostenuta da prima, poi rovesciata dagli
ambiziosi suoi servi, e in mezzo ai pubblici disordinamenti, la fortuna
di Mamud si accrebbe ogni giorno. A pro di lui inventatosi il nome di
_Sultano_[306], egli estese la sua dominazione dalla Transossiana ai
dintorni d'Ispahan, e dalle rive del Caspio alla foce dell'Indo; ma la
prima origine della sua fama e delle sue ricchezze, gli derivò dalla
santa guerra ch'ei mosse ai Gentù dell'Indostan. Basterebbe appena un
volume a descrivere i combattimenti e gli assedj, che alle sue dodici
spedizioni andarono uniti, e che, estranei al mio argomento, cercherò
racchiudere in men d'una pagina. Nè inclemenza di stagioni, nè altezza
di montagne, nè larghezza di fiumi, nè sterilità di deserti, nè copia di
nemici, o formidabile apparecchio dei loro elefanti da guerra[307],
arrestarono mai il cammino del Sultano di Gazna, che i suoi trionfi
portarono oltre i limiti delle conquiste di Alessandro. Dopo una
peregrinazione di tre mesi fra le colline di Cascemira e del Tibet, ei
pervenne alla famosa città di Kinnoga[308] situata alle rive dell'alto
Gange, e in una battaglia navale accaduta sopra un ramo dell'Indo,
quattromila battelli carichi di nativi sconfisse. Dely, Lahor, e Multan
costrette vidersi ad aprirgli le porte. La conquista del regno di
Guzarate, tentata avendo l'ambizione del vincitore, la fertilità poi del
paese lo indusse a stanziarvisi, e per avarizia si lasciò adescare dal
disegno di scoprire nell'Oceano Australe le isole produttrici dell'oro e
degli aromi. I _Raia_ conservarono, pagando un tributo, i loro dominj:
il popolo ricomperò allo stesso prezzo la vita e la proprietà, ma lo
zelante Musulmano si mostrò crudele e inesorabile verso la religion dei
Gentù: si contano a centinaia i tempj e le pagode adeguate al suolo per
ordine di costui, e a migliaia i simulacri d'idoli infranti, che,
composti di materie preziose, furono eccitamento e premio ai fedeli
seguaci del Corano. La pagoda di Sumnad trovavasi sul promontorio di
Guzarate, nelle vicinanze di Diu, città compresa fra gli antichi
possedimenti de' Portoghesi, e ad essi rimasta[309]. Ricca delle rendite
di duemila villaggi questa pagoda, vi stavano duemila Bramini consacrati
al servigio della divinità del paese, e questa lavavano mattina e sera
con acqua attinta al Gange, benchè posta ad una distanza considerabile
da quel paese; cotesti Bramini aveano sotto il loro comando trecento
musici, trecento barbieri, e cinquecento danzatrici distinte per nascita
o per avvenenza. Da tre bande l'Oceano difendea il tempio; e un
precipizio o naturale, o scavato dall'opera umana, chiudea l'ingresso
della stessa lingua di terra su di cui trovavasi collocato: una nazione
di fanatici popolava la città e que' dintorni. I ministri del tempio, e
i devoti, bandirono essere state giustamente punite Kinnoga, e Dely: ma
che i fulmini del cielo avrebbero sicuramente annichilato l'empio Mamud,
se al tempio di Sumnad ardia avvicinarsi. Stimolato vie più da cotale
disfida il religioso zelo del Sultano, si trasse a far prova delle sue
forze contro quelle dell'indiana divinità. Cinquantamila adoratori di
essa caddero sotto il ferro de' Musulmani; scalate le mura, profanato il
Santuario, il vincitore percosse colla sua mazza ferrata il capo
dell'idolo. Per salvarlo, gli spaventati Bramini offersero, dicesi, un
valore equivalente a dieci milioni di lire sterline; e i più saggi fra i
cortigiani di Mamud gli dimostravano che la distruzione di una statua di
pietra non bastava a cambiare le menti dei Gentù, ma che una somma sì
rilevante poteva essere adoperata a sollievo de' buoni seguaci di
Maometto. «Le vostre ragioni, il Sultano rispondea, sono forti e
speciose, ma non sarà mai che Mamud comparisca agli sguardi della
posterità, come un uomo che ha patteggiato sugl'idoli». Addoppiò indi i
colpi, e la molta copia di perle e rubini usciti dal ventre della
statua, diede in qualche modo ragione delle prodighe offerte fatte da
sacerdoti per riscattarla. I frantumi dell'idolo vennero spediti a
Gazna, alla Mecca e a Medina. Bagdad udì con commozione l'edificante
racconto di tale impresa, e il Califfo conferì a Mamud il titolo di
_guardiano della fortuna e della fede di Maometto._

Obbligatomi a queste sanguinolente discrizioni, di cui così sovente è
composta la storia de' popoli, non posso negare a me stesso il
distormene per raccogliere alcuni fiori di scienza e di virtù che in
mezzo alle stragi ancor pullularono. Il nome di Mamud, il Gaznevida,
vien tuttavia profferito con rispetto nell'Oriente; perchè, avendo egli
in appresso fatto godere giorni di prosperità e di pace a' suoi sudditi,
quanto era di difettoso in lui il velo della religione coperse. Due
esempli daranno a divedere la giustizia e la magnanimità di un tal
principe.

I. Un giorno ch'ei presedeva al Divano, venne un infelice a' piedi del
trono lamentando la violenta audacia di un turco guerriero, che violato
avea e il talamo, e la casa del supplicante cacciandonel fuori.
«Sospendete le vostre querele, a questo disse Mamud; e unicamente
avvisatemi la prima volta che il colpevole ritorna in casa vostra,
ond'io possa trasferirmi in persona a giudicarlo, e punirlo». Così
avendo eseguito poco dopo l'offeso, il Sultano lo prese a sua guida, e
fatte schierare intorno alla casa di lui le sue guardie, e ordinato che
si spegnessero tutti i lumi, pronunziò decreto di morte contra colui che
in atto di commettere violenza e adulterio era stato sorpreso. Compiuta
la sentenza, vennero riaccese le fiaccole, e Mamud postosi in
ginocchione si diede ad orare; poi terminata la preghiera chiese in
fretta qualche alimento che, comunque grossolano, ei mangiò colla
voracità d'un affamato. In mezzo ai sensi della gratitudine quel
meschino, al quale era stata fatta giustizia, non potè celar quelli
della sorpresa e della curiosità sopra una tanto singolare condotta.
L'affabile Sultano non tardò molto a dargli spiegazione di tutto: «Io
avea pur troppo ragione di credere che, ne' miei Stati, nessun altro
fuor d'un mio figlio fosse capace di tale delitto. Ho fatto spegnere i
lumi, affinchè la mia giustizia fosse inflessibile e cieca. Indi ho
ringraziato il cielo, dopo avere scoperto chi era il colpevole: e tali
furono le mie angosce sin dall'istante in cui mi portaste querela, che
da tre giorni io non avea preso cibo».

II. Il Sultano di Gazna avea bandita la guerra alla dinastia de' Bovidi,
sovrani della Persia occidentale. Ivi allora governava, a nome d'un
fanciullo, la sultana madre che accortamente così scrisse a Mamud:
«Finchè è vissuto mio marito ho paventata la vostra ambizione; egli era
un principe e un guerriero degno del vostro valore. Or più non vive, e
lo scettro di lui è passato nelle mani di una donna e d'un fanciullo;
voi non oserete assalire l'infanzia e la debolezza. Niuna gloria
andrebbe unita alla vostra conquista, e vergognosissima sarebbe per voi
una disfatta, giacchè, per ultimo, l'Onnipossente è solo arbitro delle
vittorie.» Mamud sospese l'invasione sintanto che il giovine principe
fosse a virilità pervenuto[310].

Un sol difetto, l'avarizia, oscurava il bel carattere di Mamud: nè altri
più di lui giunse ad appagare questa passione. Gli Orientali
oltrepassano perfino i limiti della verisimiglianza nel descriverne i
tesori, facendoli ascendere a tanti milioni d'oro e d'argento quanti
l'avidità umana non ne ha accumulati giammai, e a perle, diamanti e
rubini, che di tal grossezza non ne produsse mai la natura[311].
Conviene ciò nonostante considerare che il suolo dell'Indostan è pieno
di miniere preziose; che in tutti i secoli il suo commercio vi ha
portato l'oro e l'argento del rimanente del globo; che finalmente prima
dei Maomettani, le sue ricchezze non erano state preda d'altri
conquistatori. La condotta tenutasi da Mamud all'atto del suo morire,
diè a divedere, nel modo il più segnalato, la vanità di tutti questi
possedimenti, con tante fatiche acquistati, custoditi a prezzo di tanti
pericoli, e che pur gli era inevitabile l'abbandonare. Dopo avere
considerate le vaste sale che conteneano i tesori di Gazna, pianse a
cald'occhi, e ne chiuse le porte, senza distribuire porzione alcuna di
sì copiose ricchezze che non gli era più lecito il conservare. Alla
domane passò in rassegna le sue forze militari, composte di centomila
fantaccini, di cinquancinquemila uomini a cavallo, e di mille trecento
elefanti da guerra[312]: indi versò nuove lagrime sulla instabilità
delle umane grandezze. L'acerbità del suo dolore gli si accrebbe in
udendo i progressi de' Turcomanni, per ordine da lui stesso introdotti
nel cuore del suo reame di Persia, ove in quel momento avanzavano come
nemici.

[A. D. 980-1028]

Nello stato attuale di spopolazione a cui trovasi ridotta l'Asia, sol
ne' dintorni delle città, gl'influssi regolari di un governo, e le
tracce dell'agricoltura, si possono ravvisare; il rimanente del paese è
abbandonato alle tribù pastorali degli Arabi, de' Curdi e de'
Turcomanni[313]. Due bande considerabili di questi ultimi, ad entrambe
le rive del mar Caspio hanno possedimenti; la colonia occidentale può
mettere in armi quarantamila guerrieri; quella dell'Oriente, meno
accessibile ai viaggiatori, ma più forte e più numerosa, di centomila
famiglie all'incirca è composta. Circondate da nazioni venute a civiltà,
i costumi dello scitico deserto conservano, cambiano di campi colle
stagioni, fra le rovine de' palagi e dei templi mettono a pascolare le
loro mandrie, sola ricchezza che s'abbiano. Le costoro tende, bianche o
nere, giusta il colore dello stendardo, e di forma circolare, vanno
coperte di feltro: una pelle di pecora è l'abito del verno di questi
Barbari; nella state vestono panno o tessuti di bambagia: rozza e truce
è la fisonomia degli uomini: mansueta e aggradevole quella delle donne.
Una vita errante, il coraggio e le consuetudini militari in essi
mantiene; combattono a cavallo, e moltiplicati litigi o fra loro, o co'
vicini, li mettono spesso in circostanza di dimostrare il proprio
valore. Comprano il diritto di pascolo, pagando un tenue tributo al
Sovrano del paese; ma la giurisdizione domestica ai Capi e ai vecchi
appartiene. A quanto sembra la prima migrazione de' Turcomanni
orientali[314], i più antichi di loro schiatta, accadde nel decimo
secolo dell'Era Cristiana. Quando inclinava il poter de' Califfi, e
poichè incominciarono a mostrarsi fievoli anche i loro capitani, il
confine dell'Jaxarte fu spesse volte oltrepassato: dopo la ritirata, o
la vittoria che seguiva ciascuna correria, diverse di esse tribù
abbracciando la religione maomettana, otteneano il diritto di stanziarsi
liberamente nelle spaziose pianure, e sotto il gradevole clima della
Transossiana e di Karisma. Quegli schiavi turchi che aspiravano al
trono, proteggeano tai migrazioni, che ingrossavano i loro eserciti,
intimorivano i loro sudditi e i loro rivali, e difendeano la frontiera
contra i nativi più selvaggi del Turkestan. Mamud il Gaznevida abusò di
una tale politica anche più de' suoi predecessori; e il fece accorto di
questa imprudenza un Capo della schiatta di Selgiuk che il territorio di
Bocara abitava. Perchè avendo domandato a questo il Sultano quanti
soldati avrebbe potuto somministrare: «Se voi lanciate, rispose Ismael,
una di queste frecce nel nostro campo, cinquantamila de' vostri servi si
metteranno a cavallo». — «E se un tal numero non mi bastasse?» continuò
Mamud, — «mandate questa seconda freccia alla banda di Balik, e avrete
cinquantamila guerrieri di più». — «Ma..., soggiunse il Gaznevida
dissimulando i proprj timori, se abbisognassi di tutte le forze delle
vostre tribù collegate?» — «Allora, conchiuse Ismael, potreste mandare
il mio arco; esso andrà attorno per le tribù, e dugentomila uomini a
cavallo ubbidiranno ad un tale comando». Mamud spaventato di una sì
formidabile colleganza, fece condurre le più pericolose fra coteste
tribù nelle parli interne del Korasan, ove l'Osso dai lor compatriotti
le disgiugnea; nel mettere la qual provvisione, ebbe inoltre
l'avvertenza di far sì che le ridette tribù si trovassero per ogni banda
circondate da città sottomesse. Ma l'aspetto del nuovo paese sedusse più
assai di quello che spaventasse l'instituita colonia, e la lontananza,
indi la morte di Mamud, indebolì il vigor del Governo per tenerla in
freno. I pastori divennero scorridori; e le lor bande in un esercito di
conquistatori si trasformarono; devastata la Persia fino alla città
d'Ispahan, e alle rive del Tigri, i Turcomanni non ebbero nè tema, nè
riguardi che li rattenessero dal cimentarsi co' più orgogliosi monarchi
dell'Asia. Massud, figlio e successore di Mamud, avea troppo trascurati
i consigli de' più saggi fra i suoi Omrà. «I vostri nemici, questi gli
ripeterono di frequente, erano sul principio uno sciame di formiche,
sono oggidì serpentelli: ma se non vi affrettate a schiacciarli,
acquisteranno ben tosto il veleno de' rettili più spaventosi». Dopo
diverse vicende di tregue, o di ostilità, di disastri, o buoni successi
particolari ottenuti dai capitani di Massud, marciò questi in persona
contra i Turcomanni, che, d'ogni banda, disordinatamente e mandando
terribili grida fecero impeto sopra di lui. _Massud_, narra lo Storico
persiano[315], _solo tuffossi in mezzo al torrente di quell'armi
sfavillanti, per opporglisi con imprese di una forza, di un valor
gigantesco, quali nessun monarca mai operò. Un picciol numero de' suoi
amici, animati dalle sue parole, dalle sue azioni, e da quell'onore
ingenito che inspirano i prodi, lo secondarono sì, che per ogni dove ei
portava la tremenda sua spada, i Barbari mietuti o atterriti da
quell'invincibile braccio, quai mordeano la polvere, quai si ritiravano
dinanzi a lui. Ma nel momento che l'aura della vittoria parea gonfiasse
la sua bandiera, gli soffiava il disastro alle spalle. Si guardò
attorno, e vide tutto il suo esercito, eccetto il corpo ch'ei comandava
in persona, divorare i sentieri della fuga._ Il Gaznevida si trovò
abbandonato dalla viltà o dalla perfidia di alcuni generali d'origine
turca; e fu la memorabile giornata di Zendekan[316], che la dinastia de'
Re pastori[317] nella Persia fondò.

I Turcomanni vincitori procedettero immantinente ad eleggersi un Re; e
se dobbiamo prestar fede al racconto assai verisimile d'uno storico
latino[318], la sorte sola decise della scelta del loro nuovo padrone.
Sopra un certo numero di frecce, vennero scritti i nomi delle diverse
tribù; indi dal fascio delle frecce medesime un fanciullo ne trasse una;
sopra altre frecce si scrissero indi i nomi di tutte le famiglie della
tribù favorita dalla sorte, e collo stesso metodo si sperimentò qual
fosse tra queste famiglie quella da preferirsi. Furono parimente scritti
sopra altrettante frecce i nomi degl'individui della famiglia fortunata,
e rinovando egual prova, la Corona venne a porsi sul capo di Togrul-Beg,
figliuolo di Michele, e pronipote di Selgiuk, il cui nome divenne
immortale per la grandezza a cui son saliti i suoi posteri. In altri
tempi, il Sultano Mamud, versatissimo nella genealogia delle famiglie,
erasi espresso di non conoscere quella di Selgiuk; benchè molte
apparenze diano a credere che questo Capo di tribù, godesse di molta
fama e possanza[319]. Selgiuk era stato bandito dal Turkestan per avere
osato introdursi nello _harem_ del suo Principe. Dopo avere passato il
fiume Jaxarte, condottiero di una tribù numerosa di amici e vassalli,
ne' dintorni di Samarcanda pose il suo campo; ed avendo abbracciata la
religione di Maometto, ottenne, in una guerra mossa agl'Infedeli, la
corona di martire, che giunto era al centesimosettimo anno dell'età sua.
Molto tempo prima, essendogli morto il figlio Michele, avea presa cura
de' suoi due pronipoti, Togrul e Giaafar: il primo de' quali, maggior
d'anni, avea già compiuti i quarantacinque, allorquando nella reale
città di Nisabur ricevette il titolo di Sultano. Il cieco decreto della
sorte le virtù di cotest'uomo giustificarono. Superflua cosa sarebbe
l'esaltare il valore di un Turco; ma l'ambizione di lui il suo valor
pareggiava[320]. Scacciò i Gaznevidi dall'oriente della Persia, e
andando in traccia di una più ubertosa contrada, e di un clima più mite,
li spinse a mano a mano insino alle rive dell'Indo. Impose termine alla
dinastia de' Bovidi nell'Occidente, nella quale circostanza lo scettro
d'Irak passò dalle mani dei Persiani in quelle de' Turchi. I Principi
che avean fatta prova, o temeano farla, de' dardi dei Selgiucidi, nella
polve si prosternarono. In questo mezzo, Togrul avendo conquistato
l'Aderbigian, ossia la Media, alle frontiere romane si avvicinò; e il
pastore osò chiedere, per via di un ambasciatore, o d'un araldo,
obbedienza e tributo all'Imperatore di Costantinopoli[321]. Togrul ne'
suoi Stati, il padre de' soldati e del popolo dimostravasi; mercè di una
ferma e imparziale amministrazione, ristorò in Persia i mali
dell'anarchia, e quelle sue mani che prima nel sangue s'immersero,
l'equità e la pace pubblica tutelarono. I più rozzi, forse i più savj
fra i Turcomanni[322], continuarono a vivere sotto le tende de' loro
maggiori: le quali colonie militari, protette dal principe si dilatarono
dall'Osso all'Eufrate. Ma i Turchi della Corte e della città, trattando
i negozj s'ingentilirono, e in mezzo ai piaceri, la mollezza li
soggiogò; presero le vesti, l'idioma e i costumi persiani, e i palagi di
Nisabur e di Rey, assunsero le forme e la magnificenza addicevoli ad una
grande monarchia. I più meritevoli fra gli Arabi e i Persiani agli onori
dello Stato pervennero, e l'intero corpo della nazione de' Turchi
abbracciò fervorosamente e sinceramente la religione di Maometto. Da ciò
è derivata l'eterna nimistà onde rimasero disgiunti que' Barbari del
Settentrione che innondarono l'Europa da quelli che dell'Asia
s'impadronirono. Così fra i Musulmani, come fra i Cristiani, le
tradizioni vaghe e locali cedettero alla ragione, e all'autorità di un
sistema di religione dominante, all'antica fama che questo erasi
acquistata, ad un consenso generale de' popoli; ma tanto più puro si fu
il trionfo del Corano, che il culto prescritto da esso nulla avea di
quella esterna pompa, cotanto atta a sedurre i Pagani per una specie di
somiglianza coll'idolatria[323]. Il primo fra i Sultani Selgiucidi per
sua fede e zelo si segnalò: ei facea ogni giorno le cinque preghiere
imposte ai Musulmani; consacrava i due primi giorni della settimana con
un particolare digiuno, e in ciascuna città innalzava una moschea, prima
che gli venisse l'idea di mettere le fondamenta di un palagio[324].

Nel sottomettersi alla religione del Corano, il figliuolo di Selgiuk
concepì alta venerazione verso il successor del Profeta (A. D. 1055); ma
i Califfi di Bagdad e dell'Egitto, rivali fra loro, e continui nel
disputarsi l'uno all'altro questo sublime titolo di dignità, non
ometteano cure per dimostrare, ciascuno per parte propria, la
ragionevolezza delle sue pretensioni, a questi Barbari, ignoranti al
pari che poderosi. Mamud il Gaznevida, che spiegato erasi favorevole
alla discendenza di Abbas, avea ricusata con disprezzo la veste d'onore,
presentatagli da un ambasciator fatimita. Ciò nulla meno l'ingrato
Asemita, cambiando di stile colla fortuna, fe' plauso alla vittoria di
Zendekan, acclamando suo vicario temporale nel Mondo musulmano il
Sultano Selgiucida; della quale carica Togrul adempiè e dilatò il
ministero. Chiamato alla liberazione del Califfo Cayem, obbedì
volonteroso a questi santi comandi, che un nuovo regno offerivangli da
conquistare[325]. Il Comandante de' credenti, ombra vana di quanto un dì
furono i suoi predecessori, pur tuttavia rispettato, nel suo palagio di
Bagdad sonnecchiava. Il Principe de' Bovidi, suo servo, o per dir meglio
padrone, non avendo nè manco la forza di proteggerlo, contro l'audacia
di secondarj tiranni; la ribellione degli Emiri turchi ed arabi,
desolava le rive dell'Eufrate e del Tigri. La presenza pertanto di un
conquistatore veniva invocata, siccome un dono del Cielo; e la strage, e
gli incendj, passeggieri danni, erano riguardati come rimedj amari sì,
ma necessarj, e solo capaci di ristorare la cosa pubblica. Il Sultano di
Persia partitosi quindi da Hamadan a capo di un invincibile esercito,
sterminò i superbi, fece grazia a coloro che gli si prostrarono innanzi:
il Principe de' Bovidi sparì: le teste de' più ostinati ribelli vennero
portate a' piedi di Togrul, che diede così una lezione di ubbidienza
alle popolazioni di Mosul e di Bagdad. Dopo avere puniti i colpevoli, e
ritornata la pace, questo illustre pastore ricevè il guiderdone di sue
fatiche, intanto che una pomposa commedia rappresentava il trionfo della
superstizione sulla forza de' Barbari[326]. Il Sultano turco,
imbarcatosi sul Tigri, approdò alla porta di Racca, ove fece il suo
ingresso pubblico a cavallo. Giunto alla porta del palagio, scese
rispettosamente, e camminò a piedi, preceduto dai suoi Emiri disarmati.
Il Califfo, dietro ad un velo nero, stava seduto, portando sulle spalle
il mantello nero degli Abbassidi, e reggendo colla mano la verga
dell'Appostolo di Dio. Il vincitor dell'Oriente baciò la terra, e si
tenne per qualche tempo in una modesta postura, fintanto che il Visir e
un interprete, lo condussero in vicinanza del trono. Sedè egli medesimo
sopra un trono prossimo a quel del Califfo; e allor fu letto
pubblicamente il chirografo che lo chiariva luogotenente temporale del
Vicario del Profeta. Decorato indi delle sette vesti d'onore, gli furono
presentati sette schiavi nati ne' sette climi dell'arabo Impero.
Profumatogli il velo mistico d'ambra, gli vennero, siccome emblema della
sua dominazione sopra l'Oriente e l'Occidente, collocate due corone sul
capo, e cinte al fianco due scimitarre. Dopo la quale inaugurazione, il
Sultano, cui venne impedito il prostrarsi nuovamente, baciò due volte le
mani al Califfo: indi gli Araldi, fra le acclamazioni de' Musulmani, i
titoli ne promulgarono. In un secondo viaggio che il Principe Selgiucida
imprese a Bagdad, strappò di bel nuovo dalle mani de' suoi nemici il
Califfo, e il condusse devotamente dalla prigione al palagio, camminando
a piedi e tenendo ei medesimo la briglia della mula pontificale: e tal
loro lega venne consolidata dalle nozze di una sorella di Togrul con
Kaiem. Però questo successore del Profeta, che non fu schifo di dar
luogo nel suo harem ad una vergine turca, ricusò superbamente la propria
figlia al Sultano, disdegnando mescolare il sangue degli Asemiti, col
sangue di un pastor della Scizia; ed allontanò per più mesi una tale
negoziazione, sin tanto che le sue rendite, a mano, a mano, venute a
stremo, gli fecero comprendere che sotto il dominio d'un padrone ei
viveva. L'anno in cui Togrul sposò la figlia di Kaiem, fu parimente
quello nel quale morì[327]; nè lasciando esso posterità, gli succedè ne'
titoli e nelle prerogative il nipote Alp-Arslan; onde i Musulmani nelle
pubbliche loro preghiere, dopo il nome del Califfo quello d'Arslan
pronunziarono. Ciò nullameno un tal cambiamento politico, la libertà e
la possanza degli Abbassidi aumentò. Perchè i Sovrani turchi, posti sul
trono d'Asia, men gelosi mostraronsi dell'amministrazione domestica di
Bagdad, e i Califfi si trovarono sciolti dalle vessazioni ignominiose
cui la presenza e la povertà dei Re persiani li sommettea.

I Saracini, divisi fra loro, e inviliti sotto il governo di deboli
Califfi, rispettavano le province asiatiche del Romano impero, che le
vittorie di Niceforo, di Zimiscè, di Basilio aveano estese sino ad
Antiochia e ai confini orientali dell'Armenia. Venticinque anni dopo la
morte di Basilio, l'Imperatore greco videsi assalito da una banda
sconosciuta di Barbari, che al valore scitico univano il fanatismo de'
novelli convertiti, e l'arti e le ricchezze di una possente
monarchia[328]. Miriadi di Turchi a cavallo copersero una frontiera di
seicento miglia, da Tauride ad Erzerum; e centrentamila Cristiani, ad
onore del Profeta arabo vennero trucidati; ma l'armi di Togrul non
fecero nè lunga, nè profonda impressione sul greco Impero; e il torrente
dell'invasione dal paese aperto si allontanò. Il Sultano fece le sue
prove, ma senza onore, o almeno senza buon successo, assediando una
città dell'Armenia; e le diverse vicende della fortuna, ora
interruppero, or rinovarono oscure ostilità; e solamente la prodezza
delle legioni macedoni rammentò la gloria del vincitore dell'Asia[329].
Il nome di Alp-Arslan, che equivale a generoso lione, esprime, giusta le
comuni idee, il carattere in cui stassi la perfezione dell'uomo; e
veramente il successore di Togrul diè a divedere la coraggiosa alterezza
e la nobiltà di questo sovrano degli animali. Dopo avere passato
l'Eufrate a capo della cavalleria turca, entrò in Cesarea, metropoli
della Cappadocia, ove tratto aveanlo la fama e la ricchezza del tempio
di San Basilio. Ma la saldezza di quell'edifizio a' suoi divisamenti di
distruzione si oppose; nè potè di più che trasportar seco le porte del
Santuario incrostate d'oro e di perle, e profanar le reliquie di quel
Santo, i cui trascorsi umani la veneranda polve dell'antichità aveva
coperti. Alp-Arslan mise a termine la conquista dell'Armenia e della
Georgia. Già la monarchia armena, non men del coraggio degli abitanti,
al nulla era ridotta; e truppe mercenarie venute da Costantinopoli, e
infidi stranieri, e veterani privi d'armi e di stipendj, e soldati
novizj, inesperti e indisciplinati del pari, cedettero con viltà le
piazze alla lor difesa commesse.

Non si pensò più d'un giorno alla perdita di una sì importante
frontiera, perchè i Cattolici nè sorpresi, nè afflitti furono, in
veggendo un popolo tanto infetto degli errori di Nestorio e
di Eutichio, che Cristo e la Madre sua abbandonavano nelle mani
degl'Infedeli[330][331]. Con maggior costanza i nativi della
Georgia[332], o gl'Ibernj, nelle foreste e nelle valli del monte Caucaso
si mantennero; ma Arslan, e Malek figlio di Arslan, instancabili si
mostrarono in tal guerra religiosa, ove pretendeano dai lor prigionieri
un'obbedienza spirituale e temporale; e quelli che voleano rimanere
fedeli al culto dei lor maggiori, vennero costretti a portare, invece di
collane e smaniglie, un ferro da cavallo, qual marchio della loro
ignominia. Pure non fu nè sincera, nè universale la conversione de'
vinti; e ad onta de' trascorsi secoli di servitù, i Georgiani hanno
conservata la serie dei loro Principi e de' loro Vescovi. Ma
l'ignoranza, la povertà e la corruttela giungono facilmente a pervertire
una schiatta d'uomini, che la natura delle più perfette forme dotò. Non
è che di nome la professione loro del Cristianesimo, e soprattutto la
pratica del serbato culto; e se liberati sonosi dall'eresia, lo debbono
alla somma loro ignoranza che impedisce ad essi il ricordarsi dogmi
metafisici quali che sieno[333].

[A. D. 1068-1071]

Alp-Arslan, lungi dall'imitare la grandezza d'animo reale, od ostentata
di Mamud il Gaznevida, non ebbe scrupolo di far la guerra
all'Imperatrice Eudossia e ai figli della medesima. Il terrore de' buoni
successi che egli ottenea, costrinse questa sovrana a dar la mano e lo
scettro ad un soldato; onde Romano Diogene della porpora imperiale venne
insignito. Trasportato questi da zelo di patria, e forse anche da
orgoglio, uscì fuori di Costantinopoli; due mesi dopo il suo avvenimento
al trono; e al successivo anno, nel durar delle feste di Pasqua, con
grande scandalo della popolazione, si mise in campo. Entro la reggia,
Romano si contentava di essere il marito di Eudossia; ma a capo
dell'esercito ei si mostrava l'Imperator d'Oriente, e benchè fornito di
pochi modi per far la guerra, con invincibile coraggio il suo carattere
sostenea. Cotanto valore e veri buoni successi e solerzia ne' soldati, e
speranza ne' sudditi, e spavento negli inimici destarono. Benchè i
Turchi fossero già penetrati nel cuor della Frigia, il Sultano aveva
abbandonata ai suoi Emiri la condotta della guerra; e le numerose loro
falangi dilatate eransi per l'Asia, colla fiducia che la vittoria suole
ispirare. Ma i Greci sorpresero e battettero spartatamente questi corpi
di truppa carichi di bottino, e ad ogni subordinazione stranieri. Pieno
di sollecitudine l'Imperatore, accorreva qua e là, sicchè pareva ne'
diversi luoghi moltiplicarsi, e intanto che il nemico udiva le notizie
de' proprj trionfi presso le mura di Antiochia, sconfitto venia da
Romano sulle colline di Trebisonda. I Turchi, dopo tre disastrose
stagioni campali, respinti vidersi al di là dell'Eufrate; e in una
quarta, Romano, la liberazione dell'Armenia intraprese. Ma sì devastato
erane il territorio, che fu costretto a trasportarsi con sè viveri per
due mesi, e andò a stringere d'assedio Malazkerd[334], fortezza
rilevante, situata fra le moderne città di Erzerum e di Van. A centomila
uomini già sommava il suo esercito. Le truppe di Costantinopoli erano
rinforzate dalle copiose, ma disordinate soldatesche della Frigia e
della Cappadocia; onde il vero nerbo dell'esercito de' Cristiani
formavano i sudditi e confederati dell'Europa, le legioni della
Macedonia, le bande della Bulgaria, gli Uzj, Tribù moldava di schiatta
turca[335], e soprattutto le mercenarie brigate de' Normanni e dei
Franchi. Il prode Ursel di Bailleul, confederato, indi ceppo de' re
scozzesi[336] comandava a questi ultimi, che aveano fama di essere
eccellenti nell'armi, o, giusta l'esprimersi de' Greci, nella danza
pirrica.

Al ricevere la notizia di questa ardita invasione che i dominj ereditari
suoi minacciava, Alp-Arslan, condottiero di quarantamila uomini, sul
teatro della guerra sollecitamente si trasferì[337]; ove con rapide e
perite fazioni, l'esercito greco, benchè superiore di numero, pose in
iscompiglio e atterrì. La sconfitta di Basilacio, uno fra i primarj
generali greci, si fu la prima occasione in cui Alp-Arslan diede prova
di moderazione e valore ad un tempo. Dopo la presa di Malazkerd, avendo
Romano disgiunte incautamente le proprie forze, volle indarno richiamare
i Franchi mercenarj presso di sè; costoro gli ordini di lui
trasgredirono, nè l'alterezza dell'Imperator greco permetteagli
aspettare che ritornassero. Ma la diffalta degli Uzj avendogli empiuto
l'anima d'inquietudini e di sospetti, contro l'avviso de' più saggi,
affrettossi a venire a decisiva battaglia. S'ei porgeva orecchio ai
partiti ragionevoli fattigli dal Sultano, poteva tuttavia assicurarsi
una ritirata, e fors'anco la pace. Ma Romano non vedendo in essi che il
timore, o la debolezza dell'inimico, con tuono d'insulto, e di minaccia
rispose. «Se il Barbaro brama la pace, abbandoni a noi il terreno su cui
si trova, e quale ostaggio di sua buona fede, ne consegni la città e il
palagio di Rey». Su questo eccesso di vanità sorrise Arslan, ma deplorò
ad un tempo le ulteriori stragi cui vedeva esposto un tanto numero di
fedeli suoi Musulmani, a tal che, dopo una fervorosa preghiera, notificò
all'esercito essere permesso a chiunque era stanco di combattere il
ritirarsi. Rialzò di sua mano i crini della coda del suo cavallo; cambiò
l'arco e le frecce in una mazza e in una scimitarra, vestì abito bianco,
e si profumò di muschio, pubblicando che se rimanea vinto, il luogo ove
trovavasi sarebbe stato quello del suo sepolcro[338]. Ma, a malgrado di
avere ostentato questo abbandono delle sue frecce, ei ponea la fiducia
della vittoria ne' dardi della cavalleria turca, i cui squadroni in
forma di mezza luna aveva ordinati. Romano invece di distribuire le sue
soldatesche in linee successive e corpi di riserva, giusta le leggi
dell'arte militare de' Greci, le unì in rinserrata battaglia,
precipitandosi vigorosamente sopra de' Turchi, i quali se a tale impeto
resistettero, il dovettero all'agilità del loro difendersi. La maggior
parte di una giornata estiva, in questo inutile combattimento venne
adoprata, sintanto che la prudenza e la stanchezza persuasero il Greco a
raggiungere il proprio campo. Ma pericolosa è sempre una ritirata alla
presenza d'un nemico sollecito a profittar degli istanti; oltrechè, nel
momento che indietreggiavano gli stendardi, si ruppe la falange, per
codardia, o per gelosia, più vile ancora, di Andronico, principe rivale
di Romano, e che il sangue e la porpora de' Cesari disonorava[339]. In
tal momento di confusione e d'infiacchimento de' Greci, furono questi
oppressi da un nembo di frecce lanciate dagli squadroni turchi, che
producendo le punte della lor formidabile mezza luna, la chiusero alle
spalle degl'inimici. Fatto in pezzi l'esercito di Romano, il campo di
lui fu saccheggiato. Sarebbe stata vana cura il volere indicare il
numero de' morti e de' prigionieri. Gli Storici bisantini sospirano una
perla d'inestimabile prezzo che andò perduta; e dimenticano dirne che
quella fatale giornata tolse per sempre le sue province d'Asia
all'Impero.

Fintanto che rimase qualche speranza, Romano non omise prove per
riordinare e salvare gli avanzi delle sue truppe, e comunque il centro,
ov'ei combattea fosse aperto da tutte le bande, e circondato dai Turchi
vincitori, sino al tramontar del sole pugnò col coraggio della
disperazione, a capo di quei prodi che al suo stendardo si conservarono
fedeli. Ma tutti caddero attorno di lui; il suo cavallo fu ucciso,
ferito egli stesso; pure, in tale stato e solo, intrepido si difese
finchè oppresso dal numero non fu più padrone di moversi. Uno schiavo e
un soldato si disputarono la gloria di farlo prigioniero; il primo
d'essi lo avea veduto sul trono di Costantinopoli: il soldato di
deformissima figura, era stato ammesso nell'esercito, a sola condizione
di operare atti di straordinaria valore. Romano spogliato dell'armi sue,
delle sue gemme, e della porpora, passò sul campo di battaglia la notte,
solo, esposto a gravissimi rischi, in mezzo alla ciurma degl'infimi
soldati; allo schiarire del giorno venne condotto innanzi al Sultano,
che alla propria buona sorte non volle credere, sintanto che i suoi
ambasciatori non ebbero ravvisato Romano nel prigioniero; e convenne
ancora che la testimonianza loro fosse confermata dal cordoglio di
Basilacio che baciò, versando dirotte lagrime, le piante al suo
sfortunato monarca. Il successore di Costantino, vestito come un uomo
del volgo, fu trasportato al divano, ove intimato vennegli di baciar la
terra al cospetto del dominatore dell'Asia. Avendo egli obbedito con
repugnanza, dicesi che il Sultano si lanciò dal trono, presto a porre un
piede sul collo al vinto imperatore[340]; ma dubbioso è il fatto, e
quand'anche fosse vero che nell'ebbrezza della vittoria Alp-Arslan si
fosse uniformato ad una costumanza della sua nazione, la condotta
ch'egli tenne da poi, costrinse i più fanatici tra i Greci ad
encomiarlo, e può additarsi qual modello ai secoli più ingentiliti.
Sollevò immantinente da terra il principe prigioniero, e stringendogli
per tre volte, in atto di tenerezza, la mano, gli promise di non operare
veruna cosa nè contro i giorni, nè contro la dignità del medesimo;
aggiugnendo che egli, Arslan, avea imparato a rispettare la maestà de'
suoi pari, e le vicissitudini della fortuna. Fatto indi condurre Romano
in una tenda vicina, gli ufiziali stessi del Sultano il servivano
onorevolmente, e con rispetto; alla mensa del mattino e della sera il
posto dovuto alla sua dignità gli assegnavano. Per otto giorni, seco
intertennesi in famigliari colloqui il vincitore, astenendosi dal menomo
accento, dalla menoma occhiata che l'animo di lui potesse trafiggere.
Ben censurò acerbamente la condotta degl'indegni sudditi di Romano, che,
nell'istante del pericolo, il valoroso lor principe aveano abbandonato,
e avvertì pur con dolcezza il suo antagonista di alcuni abbagli commessi
da questo nel regolare la guerra. Venutosi a ragionare sui preliminari
della negoziazione, Arslan chiese all'Imperatore a qual trattamento ei
s'aspettasse. Questi gli rispose con tale tranquilla indifferenza che
palesò, come la libertà del suo spirito conservasse. «Se siete crudele,
gli disse, mi toglierete la vita: se date retta alle suggestioni
dell'orgoglio mi trascinerete dietro al vostro carro: ma se consultate i
vostri veri interessi, accetterete un riscatto, e mi restituirete alla
mia patria. — Però, proseguì il Sultano; come mi avreste trattato, se il
destin della guerra vi fosse stato propizio»? La risposta datasi dal
Principe greco, mostrò l'impulso d'un sentimento, che per vero dire, la
prudenza ed anche la gratitudine dovean consigliargli a tenere celato.
«Se ti avessi vinto, ei ferocemente rispose, t'avrei fatto opprimere a
furia di battiture». Per tale arroganza del prigioniero, il vincitore
sorrise, pago di rimostrargli che veramente la legge dei Cristiani
raccomandava l'amore, sin verso i nemici, e il perdono delle ingiurie
sofferte. «Nondimeno, ei nobilmente soggiunse, non seguirò un esempio
che disapprovo». Arslan, dopo maturo pensamento, le condizioni della
pace e della libertà dell'Imperatore dettò; e queste furono il riscatto
di un milione di piastre d'oro; un tributo annuale di trecento
sessantamila[341]; le nozze tra i figli de' due principi; la libertà di
tutti i Musulmani caduti in potere de' Greci. Dopo che Romano ebbe
sottoscritto, non senza sospirare, un negoziato sì vergognoso per
l'Impero, venne rivestito di un caffetan d'onore: i suoi nobili e
patrizj gli furono restituiti; e Arslan dopo averlo affettuosamente
abbracciato, lo rimandò con ricchi donativi, e scortato da una guardia
militare d'onore. Ma Romano, giunto ai confini dell'Impero, intese che
la Corte imperiale e le province, credute eransi sciolte dal lor
giuramento di fedeltà verso un sovrano prigioniero; onde a stento potè
raccogliere dugentomila piastre d'oro, e spedire questa parte di suo
riscatto al vincitore, confessandogli tristemente la propria impotenza,
e il disastro che lo incalzava. Il Sultano mosso da generosità, e
probabilmente ancor da ambizione, fece causa propria quella
dell'infelice confederato: ma la sconfitta, l'imprigionamento, e la
morte di Romano Diogene impedirono che i divisamenti di Arslan fossero
mandati ad effetto[342].

[A. D. 1072]

Nel negoziato di pace che fra Romano e Alp-Arslan fu pattuito, non
sembra essere stata compresa alcuna obbligazione imposta al prigioniero
di rinunziare province, o città; le spoglie della Natolia, e i trofei
della riportata vittoria che da Antiochia al mar Nero estendevansi,
bastarono alla vendetta del vincitore. La più bella parte dell'Asia alle
sue leggi obbedendo, mille dugento principi, o figli di principi ne
circondavano il trono, e dugentomila soldati sotto lo stendardo del
fortunato Arslan militavano. Disdegnando perfino inseguire i Greci
fuggiaschi, volse immediatamente i suoi pensieri alla più gloriosa
conquista del Turkestan, culla della Casa dei Selgiucidi. Trasferitosi
da Bagdad alle rive dell'Osso, si gettò un ponte sul fiume, che a poter
valicare men di venti giornate non vollersi. Ma il governatore di
Berzem, Giuseppe il Carizmio, arrestò i progressi del vincitore, osando
difendere la sua città contra le forze dell'intero Oriente. Caduto
prigioniero, ei venne entro la regal tenda condotto, ove il Sultano,
anzichè lodare il valore del vinto, di una stolta ostinatezza lo
rampognò; e irritato dalle audaci risposte che facevagli Giuseppe,
ordinò fosse attaccato a quattro pali, e lasciato morire in questa
postura sì miserabile. Spinto allora alla disperazione il Carizmio,
trasse il pugnale, impetuosamente insino al trono lanciandosi; le
guardie sollevarono le loro azze da guerra; e si fece a moderare il loro
zelo Arslan, il migliore arciere della sua età, che tosto scoccò il
proprio arco; ma essendogli mancato un piede, la freccia scalfì soltanto
il fianco del prigioniero, che giunse ad immergere il suo pugnale in
petto al Sultano. Ben trucidato fu il feritore, ma la ferita era stata
mortale, onde il Principe turco pervenuto agli estremi di sua vita,
tramandò questa lezione all'orgoglio dei re: «Nella mia giovinezza un
saggio mi consigliò umiliarmi dinanzi a Dio, diffidare delle mie forze,
rispettar sempre, comunque spregevole appaia, un nemico. Ho trascurati
siffatti avvisi, e me ne trovo giustamente punito. Allorchè ieri,
dall'alto del mio trono, io contemplava il buon ordine, il coraggio, la
disciplina delle numerose mie squadre, sembrava che la Terra tremasse
sotto i miei piedi, ed io diceva a me stesso. — Tu sei, non v'ha dubbio,
il Re dell'Universo, il più grande, il più invincibile de' guerrieri. —
Queste falangi han finito di appartenermi, e per essermi troppo affidato
alla forza mia personale, muoio sotto i colpi di un masnadiero[343]».
Alp Arslan possedea le virtù d'un Turco e d'un Musulmano; fornito di
voce e statura che il rispetto inspiravano, lunghi mustacchi ne
ombravano una parte del volto, e il largo suo turbante a guisa di corona
se gli adattava sul capo. Le mortali spoglie di esso vennero deposte
nella tomba della dinastia de' Selgiucidi, come la seguente bella
iscrizione additavalo[344]. _O voi, stati spettatori della gloria di
Alp-Arslan sollevatasi sino ai cieli, venite a Maru, e vedrete questo
eroe nella polvere;_ e, cosa ben atta a dimostrare l'instabilità delle
umane grandezze, l'iscrizione e la tomba sono sparite.

[A. D. 1072-1092]

Durante la vita di Alp-Arslan, il figlio di lui primogenito Malek-Sà era
stato riconosciuto erede presuntivo del trono de' Turchi; ma dopo la
morte del Sultano, e lo zio, e il cugino, e il fratello di Malek,
fattisi a disputargli questa successione, presero ciascuno l'armi e le
loro truppe adunarono. Malek-Sà trionfando di tutti tre i competitori,
la propria fama e il diritto della primogenitura consolidò[345]. In
tutti i tempi la sete dell'autorità ha inspirate le passioni medesime, e
prodotti eguali disordini, singolarmente nell'Asia; ma in mezzo a tante
guerre civili, sarebbe difficile il rinvenire alcuna cosa tanto sublime,
che il sentimento espresso ne' seguenti detti del Principe turco, in
purezza e magnanimità, pareggiasse. Nel giorno che precedea la
battaglia, ei stava a Tua, orando a piè del sepolcro d'un Imano,
chiamato Riza; e poichè Nisam, visir del Sultano, parimente orando,
stava prostrato dietro di lui, allorquando entrambi si furono rialzati,
gli chiese: «Qual era lo scopo della vostra preghiera?» Il Visir,
prudentemente, e, giusta ogni apparenza, con sincerità, gli rispose: «Io
supplicava Iddio pel trionfo dell'armi vostre.» Ed io, soggiunse il
generoso Malek, lo supplicava perchè mi togliesse la corona e la vita,
se mio fratello più di me era degno di regnare su i Musulmani.» — Il
cielo giudicò in favor di Malek, e questo decreto del cielo fu
autenticato dal Califfo, il quale conferì per la prima volta ad un
Barbaro il sacro titolo di Comandante de' Credenti; ma questo Barbaro e
per merito proprio, e per vastità d'impero, era il maggior principe del
suo secolo. Regolate appena le cose pubbliche della Persia e della
Siria, a capo di un innumerabile esercito si condusse a compiere la
conquista del Turkestan che il padre suo aveva intrapresa. Al passaggio
dell'Osso, udì le querele di alcuni navicellai, ai quali incresceva, che
i loro stipendj fossero stati assegnati sulle rendite di Antiochia; la
qual provvisione parve fuor di luogo allo stesso Sultano, che ne
manifestò scontento al Visir. Ma dovette sorridere egli stesso
sull'ingegnosa scusa, che il cortigiano seppe con maestra adulazione
architettare. «Non vi avvisaste, o signore, che per differire la paga a
questi giornalieri, io l'avessi assegnata su d'un paese tanto remoto; ma
piaceami attestare alla posterità che sotto il vostro regno Antiochia e
l'Osso obbedivano ad un sovrano medesimo». Pur questa distribuzione de'
confini dell'impero di Malek, troppo limitata ancor risultò. Ei
sottomise al di là dell'Osso le città di Bocara, di Carizma, di
Samarcanda, e sconfisse tutti i ribelli, o Selvaggi independenti che
all'armi di lui osaron resistere. Varcò il Sihon, o Jaxarte, ultima
frontiera della parte di Persia venuta a civiltà: le bande del Turkestan
l'impero di Malek riconobbero; e il nome di lui scolpito sulle monete,
venne ripetuto persino nelle pubbliche preci del Casgar, Regno tartaro
situato ai confini della Cina; e da questa frontiera egli estendea, a
ponente e ad ostro, la sua giurisdizione immediata, ossia il potere di
primario Capo della sovranità, fino ai monti della Georgia, ai dintorni
di Costantinopoli, alla città santa di Gerusalemme, e agli odorati
boschi dell'Arabia Felice. Schifo d'abbandonarsi alla mollezza del suo
serraglio, il Re pastore non cessò, nè durante la pace, nè durante la
guerra, di tenersi operoso, e di condur sempre la vita nel campo,
ch'egli trasportava continuamente da un paese all'altro per fare a mano
a mano liete di sua presenza tutte le soggette province; onde narrasi
avere egli per dodici volte trascorsa l'estensione de' suoi dominj, che
in vastità oltrepassavano quelli posseduti da Ciro e dagli antichi
Califfi. Di tutte le peregrinazioni di questo Sovrano, la più religiosa
e la più rinomata ad un tempo, fu la visitazione da esso fatta alla
Mecca. In tale circostanza, l'armi di lui la libertà e la sicurezza
delle carovane protessero; mentre la generosità de' soccorsi da esso
forniti e cittadini, e viandanti arricchirono; e con provvidi asili che
freschezza e ristoro offerivano ai pellegrini, la trista uniformità del
deserto interruppe. Era suo diletto, anzi passione dominante, la caccia,
e in questo intertenimento quarantasettemila uomini a cavallo il
seguivano. Nè dee negarsi che cacce di sì fatta natura erano veri
macelli; ma dopo ciascuna di esse, distribuiva ai poveri tante piastre
d'oro, quanti animali erano stati uccisi; ad ogni modo, lieve compenso
di quanto costano ai popoli le ricreazioni dei re! Durante la pacifica
prosperità del regno di Malek, le città dell'Asia abbondarono di palagi
e d'ospitali, di moschee e di collegi: nè alcuno uscia del Divano, o
scontento, o senza avere ottenuta l'implorata giustizia. Anche la lingua
e la letteratura persiana sotto la dinastia de' Selgiucidi presero nuova
vita[346]; e se fosse solamente vero che Malek nell'onorarle gareggiò di
liberalità con un Turco men potente di lui[347], i canti di cento poeti
avrebbe la reggia sua ripetuti. Ma più gravi cure e più sensate diede il
ridetto Sultano alla riforma del Calendario, riforma operata da
un'assemblea generale degli astronomi dell'Oriente. Per legge di
Maometto, i Musulmani si adattarono all'irregolare calcolo dell'anno
lunare; benchè fin dal secolo di Zoroastro i Persiani conoscessero la
rivoluzione periodica del sole, e con una festa annuale usassero
celebrarla[348]: ma caduto l'Impero de' Magi, trascurata avevano
l'intercalazione; e l'ore e i minuti accumulatisi, divennero giorni,
talchè il principio di primavera trovavasi innoltrato dall'Ariete
all'Acquario. L'Era Gelalea illustrò pertanto il regno di Malek, e tutti
gli errori passati, o avvenire, in ordine a ciò, trovaronsi corretti da
un calcolo che l'esattezza del Calendario Giuliano oltrepassa e a quella
del Gregoriano avvicinasi.[349].

[A. D. 1092]

Lo splendore e i lumi del sapere che si diffusero per tutta l'Asia, in
un tempo in cui l'Europa nella più profonda barbarie giaceva, vogliono
essere attribuiti alla docilità, anzichè alle cognizioni de' Turchi
vincitori. Gran parte di lor saggezza e virtù questi dovettero ad un
Visir persiano, che sotto i regni di Alp-Arslan e di Malek ebbe
l'amministrazion dell'Impero. Nisam, uno fra i più sapienti personaggi
dell'Oriente, venia riguardato dal Califfo, quale oracolo della
religione e della scienza; e il Sultano affidavasi in lui, come nel più
fedele ministro della sovrana giustizia e possanza. Pure la cosa
pubblica sì rettamente amministrata per un volgere di trent'anni, la
fama con ciò acquistatasi dal Visir, la sua fortuna, e perfino i
servigi, a colpa vennergli ascritti. Le cabale d'un suo rivale unite a
quello di una femmina lo perdettero; e ne accelerò la caduta
l'imprudenza che egli ebbe di asserire che dal suo turbante e dal suo
calamaio, emblemi del visirato, dipendeano, per li decreti di Dio, il
trono e il diadema del Sultano. Questo rispettabile ministro si vide
all'età di novantatre anni scacciato dal suo padrone, accusato da' suoi
nemici, e morto sotto il pugnal d'un fanatico: le estreme parole di lui
ne attestarono l'innocenza; e spirato Nisam, Malek non visse che pochi
giorni privi di gloria. Abbandonata Ispahan che stata era il teatro di
questa scena d'iniquità, si trasferì a Bagdad col disegno di rimovere
dal trono il Califfo, e porre stabile dimora nella capitale de'
Musulmani. Quel debole successore di Maometto ottenne una dilazione di
dieci giorni. Ma questa non era per anco spirata, quando Malek fu
chiamato dall'Angelo della morte. In quel tempo avendo gli ambasciatori
dello stesso Malek chiesta per esso la mano di una principessa romana,
l'Imperator greco con decenti modi se ne schivò. Anna figlia di Alessio,
sopra la quale cadeano i divisamenti di nozze del Principe turco,
rammenta con orrore una sì mostruosa proposta[350]. Il Califfo Moctadi
sposò la figlia del Sultano, ma coll'inviolabile patto di rinunciar per
sempre alla vicinanza dell'altre mogli e concubine, volendosi che fosse
a bastanza pago di questo onorevole parentado.

Con Malek Sà la grandezza e l'unità dell'Impero turco si dileguarono, il
fratello e i quattro figli di lui essendosi disputato il trono. Quel
negoziato, onde si riconciliarono fra loro i competitori che alle
accadute guerre civili poterono sopravvivere, separò dal rimanente
dell'Impero la dinastia persiana, ramo primogenito, e principale della
casa de' Selgiucidi. I tre rami minori erano quelli di _Kerman_, di
_Sorìa_ e di _Rum_: il primo governava dominj estesi, ma quasi
incogniti[351] sulle rive dell'Oceano indiano[352]; il secondo scacciò i
Principi arabi di Aleppo e di Damasco, e il terzo, che in questa parte
di storia più ne rileva, invase le province romane dell'Asia Minore.
All'ingrandimento di questi rami non lievemente contribuì la generosa
politica di Malek, che avea permesso ai principi del suo sangue, fossero
anche stati vinti nelle battaglie, il cercarsi novelli reami degni della
loro ambizione: nè per vero dire incresceagli lo spacciarsi con tal
grazia d'uomini inquieti e coraggiosi che la tranquillità del suo regno
turbar poteano. Qual Capo supremo della sua dinastia e nazione, il
Sultano della Persia riceveva obbedienza e tributo da' suoi fratelli;
onde all'ombra dello scettro di lui, s'innalzarono i troni di Kerman e
di Nicea, di Aleppo e di Damasco; e gli _Atabechi_, e gli Emiri della
Sorìa, e della Mesopotamia gli stendardi lor dispiegarono[353]; e bande
di Turcomanni le pianure dell'Asia occidentale copersero. Ma i vincoli
di colleganza e di subordinazione, affievoliti per la morte di Malek, a
rompersi non tardarono: la troppa bontà de' principi della casa de'
Selgiucidi collocò altrettanti schiavi sul trono, e, se qui mi fosse
lecito adoperare lo stile orientale, un nugolo di principi dalla polve
de' loro piedi si sollevò[354].

[A. D. 1074-1084]

Un Principe appartenente alla real dinastia, di nome Cutulmis, figlio
d'Izrail, e pronipote di Selgiuk, perì in una battaglia contro Alp
Arslan, non senza destar pietà nell'animo dell'umano vincitore, che di
alcuna lagrima la tomba dell'estinto onorò. I cinque figli di Cutulmis,
forti per molto numero di partigiani, ambiziosi e avidi di vendetta,
contra il figlio di Arslan brandirono l'armi; e già i due eserciti
aspettavano il segnale della battaglia, allor quando il Califfo,
dimenticata l'etichetta che divietavagli mostrarsi agli occhi del volgo,
frappose la sua mediazione, che rispettavano entrambe le parti. «Perchè
in vece di versare il sangue de' fratelli vostri, fratelli per natura e
per comunione di credenza, non unite le vostre forze, per guerreggiare
santamente i Greci, nemici del Signore e dell'Appostolo del Signore?»
Ben accolti i consigli del successore di Maometto, il Sultano si strinse
al seno i congiunti testè ribelli; e il maggior d'essi, il prode
Solimano, accettò dalle mani di lui il regio vessillo, sotto gli auspizj
del quale, tutte le province del romano Impero, che si estendono da
Erzerum a Costantinopoli e alle incognite regioni dell'Occidente,
conquistò e retaggio fe' de' suoi posteri[355]. Ei passò co' suoi
quattro fratelli l'Eufrate, nè andò guari che le turche tende apparvero
sul territorio della Frigia, in vicinanza a Kutaia; e la cavalleria
leggiera di Solimano devastò il paese fino all'Ellesponto e al mar Nero.
Ben dopo il declinar dell'Impero, la penisola dell'Asia Minore avea
sofferte passeggiere correrie di Persiani e di Saracini. Ma i frutti di
una durevol conquista serbati erano a questo Sultano, cui dischiusero il
varco alcuni Greci, empiamente sospirosi di regnare sull'eccidio della
loro patria. Il figlio di Eudossia, Principe pusillanime, per sei anni
sotto il peso di una Corona aveva tremato, incominciando dai giorni
della cattività di Romano, sino all'istante che una duplice ribellione
gli fece perdere in uno stesso mese le orientali e le occidentali
province. I due Capi de' sollevati il nome entrambi portavano di
Niceforo; ma il pretendente d'Europa col soprannome di _Briennio_
distinguevasi da quello dell'Asia, appellato _Botoniate._ Il Divano le
ragioni de' due competitori, o più veramente le promesse de' medesimi
ventilò, e finalmente dopo qualche incertezza, Solimano chiaritosi per
Botoniate, aperse alle sue soldatesche una via da Antiochia a Nicea.
Onde i vessilli della Luna e della Croce, veduti furono sventolar
congiunti nel campo degli eserciti confederati. Pervenuto quindi al
trono di Costantinopoli Niceforo Botoniate, ricevè onorevolmente il
Sultano nel sobborgo di Crisopoli, o Scutari, e agevolato a duemila
Turchi il passaggio in Europa, dovette alla destrezza e al valore di
questi la disfatta, la cattività del suo competitore Briennio; ma i
conquisti fatti da Botoniate in Europa vennero a carissimo prezzo pagati
col sagrifizio de' possedimenti dell'Asia. Mancarono immantinente a
Costantinopoli l'omaggio e le rendite delle province situate oltre il
Bosforo e l'Ellesponto; e fu spettatrice delle mosse de' Turchi che
ordinatamente avanzavansi affortificando i passi de' fiumi e le gole de'
monti; la qual cosa toglieva del tutto la speranza o di vederli
ritirarsi, o di poterli scacciare. Entrò indi in campo un altro
pretendente, di nome Melisseno, che la protezione del Sultano implorava,
e vestendo la porpora, e calzando i rossi coturni, seguiva gli
accampamenti de' Turchi, e confortava con vane lusinghe le scoraggiate
città, che adescate dai manifesti di un Principe romano venivano in
sostanza in balìa de' Barbari abbandonate. Un negoziato di pace che
l'Imperatore Alessio di poi sottoscrisse, le ridette conquiste in man
de' Turchi consolidò; perchè questo Principe, mosso dal terrore che
Roberto inspiravagli, l'amistà di Solimano richiese; onde solamente dopo
la morte del secondo, potè allargare la frontiera orientale dell'Impero,
sino a Nicomedia, vale a dire sessanta miglia all'incirca sopra
Costantinopoli. La sola Trebisonda, difesa d'ogni lato dal mare e dalle
montagne, conservava all'estremità dell'Eussino l'antica indole di
colonia greca e le basi di un Impero cristiano.

Lo stanziarsi de' Turchi nella Natolia, o Asia Minore, fu il massimo
disastro che dopo le prime conquiste de' Califfi, sofferto avessero la
Chiesa e l'Impero. La propagazione della Fede musulmana fruttò a
Solimano il titolo di _Gazi_, ossia campione sacro, e le tavole
dell'orientale geografia, col reame dei _Romani_ o di Rum da esso
fondato, aumentaronsi. Gli autori descrivono questo novello Stato di una
vastità che tenesse i paesi posti fra l'Eufrate e Costantinopoli, fra il
mar Nero e i confini della Sorìa, ricco inoltre di miniere d'argento e
di ferro, di allume e di rame, fertile di biade e vino, abbondante di
mandrie e di eccellenti cavalli[356]. Ma le ricchezze della Lidia, le
arti della Grecia, e lo splendore del secolo d'Augusto ne' libri sol si
trovavano, o, tutto al più, se ne scorgeano le tracce per mezzo a
rovine, di cui schifi erano parimente gli Sciti che il paese occupavano.
Ciò nullameno la Natolia offre ancora ai dì nostri alcune opulenti e
popolose città, delle quali sotto l'Impero di Bisanzo erano maggiori il
numero, l'importanza e le ricchezze. Dopo avere affortificata Nicea,
capitale della Bitinia, il Sultano vi pose dimora; onde la residenza del
governo de' Selgiucidi di Rum non trovavasi più di cento miglia distante
da Costantinopoli, e la Divinità di Gesù Cristo vedeasi rinnegata e
insultata in quel medesimo tempio, ove il primo Concilio generale de'
Cattolici articolo di fede avevala promulgata[357]: l'unità di Dio e la
Missione di Maometto in tutte le Moschee venivano predicate; le scuole
insegnavano le scienze arabe; colle leggi del Corano i Cadì giudicavano:
così l'idioma come le costumanze de' Turchi prevaleano nelle città; di
campi di Turcomanni abbondavano le pianure e i gioghi della Natolia. Se
i Greci ottennero la libertà del loro culto, tal concedimento dovettero
al duro patto di pagare un tributo, e di vivere sotto il giogo dei
Turchi: ma profanati furono que' loro templi che in maggior venerazione
teneano, nè insulti ai Sacerdoti e Vescovi cristiani si
risparmiarono[358]; e al cordoglio di veder trionfanti i Pagani si
aggiunse per essi lo spettacolo dell'apostasia de' proprj fratelli;
circoncisi erano a migliaia i fanciulli; migliaia di schiavi consacrati
ai servigi, o ai diletti de' loro padroni[359]. Comunque l'Asia fosse
perduta pe' Greci, Antiochia e le sue pertenenze, rimanevano tuttavia
fedeli a Gesù Cristo ed a Cesare; ma circondata da ogni lato dalle forze
maomettane questa solitaria provincia, qual soccorso sperar potea dai
Romani? Già il governator della medesima Filarete, disperando di potersi
difendere, a tradire la sua religione e il dovere si apparecchiava; ma
in tale colpa lo prevenne suo figlio, che trasferitosi affrettatamente
alla reggia di Nicea, offerse a Solimano la propria opera per farlo
padrone di una cotanto ragguardevole città. L'ambizioso Sultano, montato
subitamente a cavallo, compiè un cammino di seicento miglia in dodici
notti, perchè di giorno si riposava. Tai furono la segretezza e la
rapidità dell'impresa, che non lasciarono ad Antiochia il tempo di
deliberare; e l'esempio della Metropoli seguirono le città che ne
dependeano sino a Laodicea e ai confini di Aleppo[360]. Da Laodicea al
Bosforo di Tracia, o braccio di S. Giorgio, le conquiste dell'Impero di
Solimano occupavano uno spazio di trenta giornate di cammino in
lunghezza, e di dieci, o quindici in larghezza fra le rupi della Licia e
il mar Nero[361]. L'imperizia de' Turchi nella navigazione concedè per
qualche tempo all'Imperatore greco una sicurezza priva di gloria; ma,
poichè i prigionieri greci ebbero fabbricata ai loro padroni una flotta
di dugento navi, entro le mura della sua capitale Alessio tremò. Ad
eccitare la compassione dei Latini, ei mandò per tutta Europa lettere di
lamentazione ove il pericolo, la debolezza, i tesori della città di
Costantino si dipingeano[362].

La più importante fra le conquiste de' Turchi Selgiucidi, fu la presa di
Gerusalemme[363], la qual città divenne bentosto il Teatro
dell'Universo. Omar concedè a quegli abitanti una capitolazione che la
libertà del loro culto e la conservazione dei loro possedimenti ai
medesimi assicurava: ma gli articoli di un tale negoziato dovevano
essere interpretati da un padrone, col quale era pericoloso il
discutere; onde ne' quattro secoli che il regno de' Califfi durò, a
frequenti vicissitudini fu soggetto lo stato politico di
Gerusalemme[364]. Primieramente i Musulmani si impadronirono di tre
quarti della città; il che forse era necessaria conseguenza
dell'aumentato numero della popolazione e de' proseliti di Maometto:
venne nondimeno assegnato un rione a parte al Patriarca, al suo clero e
al suo gregge; e il sepolcro di Gesù Cristo, e la chiesa della
Risurrezione, rimasero fra le mani de' Cristiani, che per prezzo della
protezione lor conceduta, pagavano un testatico di due piastre d'oro. Ma
la parte più numerosa e più ragguardevole di Cristiani, non ne' soli
abitanti di Gerusalemme si stava; la conquista degli Arabi, anzichè
toglier di mezzo i pellegrinaggi a Terra Santa, ne eccitò maggior
desiderio; e il dolore e l'indignazione cresceano nuova forza
all'entusiasmo che l'idea di questi rischiosi viaggi inspirò. I
pellegrini dell'Oriente e dell'Occidente giugneano a torme al Santo
Sepolcro, e alle chiese circonvicine, soprattutto nel tempo delle feste
pasquali; i Greci e i Latini, i Nestoriani e i Giacobiti, i Cofti, e gli
Abissinj, gli Armeni e i Georgiani manteneano, ciascuno per propria
parte gli oratorj, il clero, e i poveri della loro comunione. L'armonia
di tutte queste preghiere fatte in idiomi così diversi, il concorso di
tante nazioni assembrate nel tempio comune di lor religione, avrebbero
dovuto offerire uno spettacolo di edificazione e di pace; ma lo spirito
di odio e vendetta inacerbiva lo zelo delle Sette cristiane, che ne'
luoghi medesimi, ove il Messia, perdonando ai suoi carnefici, avea
perduta la vita, voleano dominare e perseguitare i proprj fratelli. Il
coraggio ed il numero assicurando ai Franchi la preminenza, Carlomagno
colla sua grandezza[365] proteggea i pellegrini della Chiesa latina, e i
Cattolici dell'Oriente. La povertà di Cartagine, di Alessandria e di
Gerusalemme trovò ristoro ne' soccorsi di questo pietoso Imperatore, che
inoltre edificò, o riparò molti monasteri della Palestina. Arun
al-Rascid, il maggiore fra gli Abbassidi, apprezzava nel principe
cristiano, da lui chiamato fratello, una grandezza d'animo e una
possanza eguale alla sua, e l'amicizia loro avendo consolidata i
donativi e le frequenti ambascerie, il Califfo, serbando a sè la vera
dominazione di Terra Santa, le chiavi del Santo Sepolcro, e forse della
città di Gerusalemme, al cristiano Imperator presentò. Declinando la
monarchia de' Carlovingi, la repubblica d'Amalfi prestò non pochi
servigi ai commercio e alla religione degli Europei nell'Oriente; perchè
le navi della medesima portavano i pellegrini sulle coste dell'Egitto e
della Palestina: e mercè le derrate che vi sbarcava, il favore e
l'amicizia de' Califfi Fatimiti si cattivò[366]. Istituitasi sul
Calvario una fiera annuale, i mercatanti Italiani fondarono il convento
e lo spedale di S. Giovanni di Gerusalemme, culla dell'Ordine monastico
e militare, che da poi diede leggi all'isola di Rodi, indi a quella di
Malta. Se i pellegrini cristiani fossero stati paghi di venerare la
tomba di un Profeta[367], i discepoli di Maometto, lungi dal querelarsi
di una simile divozione, imitata l'avrebbero: ma spiacque oltremodo a
questi rigidi _unitarj_ l'indole di un culto inteso a persuadere la
nascita, la morte e la risurrezione di un Dio; invilirono col nome
d'idoli le immagini de' Cattolici, e col sorriso dello sdegno
riguardarono[368] la fiamma miracolosa che, la vigilia di Pasqua, sul
Santo Sepolcro[369] appariva. Da questa pia frode[370] inventata nel
nono secolo[371], i Crociati latini si erano lasciati sedurre; e i preti
delle Comunioni greca, armena e cofta[372] la rinovano ciascun anno agli
occhi di una credula moltitudine che costoro ingannano per interesse
proprio, e per quello de' loro tiranni[373]; perchè in tutti i secoli
l'interesse ha fatto forte il principio della tolleranza, e le spese
fatte da un sì smisurato numero di stranieri, e il tributo che essi
pagavano, accresceano ciascun anno le rendite del principe e del suo
Emir.

[A. D. 969-1076]

Il cambiamento politico, onde lo scettro degli Abbassidi passò nelle
mani de' Fatimiti, più vantaggio che nocumento a Terra Santa arrecò. Un
sovrano la cui residenza era in Egitto, potea calcolar meglio il
profitto che dal commercio co' cristiani gli derivava, e per altra parte
gli Emiri della Palestina si trovavano men lontani dalla sede del trono,
e dell'amministrazione della giustizia; ma sventuratamente il terzo
Califfo Fatimita fu quel famoso Akem[374], giovane farnetico, empio,
dispotico, che scioltosi d'ogni timore di Dio e degli uomini, in tutta
la condotta della sua vita un bizzarro miscuglio di vizj e di stranezze
unicamente mostrò. Sprezzate le più antiche costumanze dell'Egitto,
obbligò le donne ad un'assoluta prigionia, genere di tribolazione che le
querele d'entrambi i sessi eccitò; e tali querele avendolo tratto in
maggior furore, fece commettere alle fiamme una parte dell'antico Cairo,
gli abitanti della quale città sostennero contro le guardie del Califfo
una lotta micidiale che per molti giorni durò. Costui, datosi sulle
prime a divedere zelante musulmano, avea fondato e arricchito più
collegi e moschee; a spese del medesimo erano stati trascritti in
lettere d'oro mille dugento novanta esemplari del Corano, e sterpate per
suo ordine tutte le vigne dell'alto Egitto; ma eccesso di vanità lo
condusse ben tosto nella speranza di fondare una nuova religione; nè il
credito di profeta bastandogli, volle lo riguardassero come immagine
visibile dell'Altissimo, che dopo essere nove volte sulla terra
apparito, finalmente nella persona reale di Akem agli uomini si
dimostrava. Al nome di Akem, _Sovrano de' vivi e de' morti_, ciascuno
dovea piegar le ginocchia, e adorare una montagna posta in vicinanza del
Cairo, e consacrata ai misterj del culto istituito da questo fanatico.
Già sedicimila persone aveano sottoscritta la lor professione di fede, e
anche oggi giorno una popolazione libera e guerriera, i Drusi del monte
Libano, giurano nella divinità di questo insensato tiranno, persuasi che
ancora egli viva[375]. Nella sua divina qualità, Akem abborriva gli
Ebrei, e i Cristiani, perchè soggetti ai Maomettani, divenutigli rivali,
atteso il nuovo culto che ei s'arrogò istituire; benchè un avanzo di
prime impressioni, o un riguardo fors'anche di prudenza, gli parlassero
a favore dell'Islamismo. Le crudeli persecuzioni che nell'Egitto e nella
Palestina operò, fecero alcuni martiri, e molta mano di apostati.
Sprezzatore egualmente dei diritti comuni e de' privilegi particolari
delle varie Sette, proibì agli stranieri e agli abitanti di Gerusalemme
ogni visita al sepolcro di Gesù Cristo. Il tempio del Mondo cristiano,
la chiesa della Rissurrezione, sin dalle sue fondamenta fu demolita: il
prodigio luminoso che contemplavasi nelle feste di Pasqua disparve;
molti sforzi vennero adoperati a colmare la cavità della rupe, in cui
riguardasi, aggiustatamente parlando, l'esistenza del Santo Sepolcro.
Alla notizia di un tanto sacrilegio, eguali furono la sorpresa e il
cordoglio delle nazioni europee: ma anzichè armarsi per la difesa di
Terra Santa, altro non fecero che arder vivi o bandire gli Ebrei, da
essi considerati come i segreti consiglieri dell'empio Akem[376]. Pure
un atto d'incostanza o di pentimento del tiranno, alleviò in qualche
modo i mali di Gerusalemme; e stava sottoscrivendo il decreto della
restituzione delle chiese, quando venne assassinato da alcuni sgherri
mandati a tal fine da una sorella del medesimo. I Califfi successori di
Akem riassunsero le antiche massime della religione e della politica
musulmana: regnò nuovamente la tolleranza: mercè i pietosi soccorsi
spediti dall'Imperatore di Costantinopoli, risorse di mezzo alle sue
rovine il Santo Sepolcro, e, dopo essere stati privi di tal vista per
qualche tempo, i pellegrini vi ritornarono con quel fervore che delle
privazioni suol essere conseguenza[377]. Il viaggio di Palestina per
mare offeriva non pochi pericoli, nè frequenti erano per imprenderlo le
occasioni: ma la conversione della Ungheria aperse una comunicazione
sicura fra l'Alemagna e la Grecia. Il caritatevole zelo di S. Stefano
appostolo del suo regno, soccorreva e guidava i pellegrini[378], che per
trasferirsi da Belgrado ad Antiochia, attraversavano per mezzo ad un
impero cristiano un'estensione di mille cinquecento miglia. Non mai con
più forza il fervore dei pellegrinaggi tra i Franchi erasi manifestato,
e si vedeano coperte le strade di persone di ogni sesso e d'ogni grado
che giuravano bramar solamente tanto spazio di vita per giungere a
baciar la tomba del Redentore. E principi, e prelati abbandonavano la
cura de' lor dominj; onde il numero di queste pie carovane divenne il
pronostico degli eserciti di Crociati che nel successivo secolo
approderebbero ai lidi di Palestina. Mancavano circa trent'anni
all'epoca della prima Crociata allorchè l'Arcivescovo di Magonza, i
Vescovi di Utrecht, di Bamberga e di Ratisbona, abbandonarono le rive
del Reno per trasferirsi, seguìti da settemila persone, alle sponde del
Giordano. L'Imperatore gli accolse con ogni ospitalità a Costantinopoli;
ma avendo questi pellegrini fatto imprudente sfoggio di lor ricchezze,
vennero indi assaliti dai feroci Arabi del Deserto, e parea quasi che
avessero scrupolo a valersi dell'armi loro in propria difesa. Sostennero
un assedio nel villaggio di Capernaum, e solamente alla venale
protezione dell'Emiro Fatimita la propria liberazione dovettero. Dopo
avere visitati i luoghi santi, veleggiarono verso l'Italia; ma di
settemila che erano partendo, duemila soltanto la patria rividero.
Ingolfo, segretario di Guglielmo il Conquistatore, a questa carovana
appartenea: e narra che di trenta cavalieri vigorosi e armati di tutto
punto, i quali seco lui aveano abbandonata la Normandia per trasferirsi
in Palestina, nel rivalicare le Alpi, rimaneano solamente venti
miserabili pellegrini a piedi, non d'altro forniti fuor del loro bordone
e della bisaccia che portavano sulle spalle[379].

[A. D. 1076-1096]

Dopo la sconfitta di Romano, la tranquillità dei Califfi Fatimiti dai
Turchi venne turbata[380]. Atsiz il Carizmio, uno fra i capitani di
Malek-Sà, penetrato nella Sorìa a capo di un esercito poderoso,
coll'armi e colla fame ridusse Damasco. Hems e le altre città della
provincia avendo riconosciuto il Califfo di Bagdad e il sultano di
Persia, il vittorioso Emiro s'innoltrò, senza incontrar resistenza,
insino alle rive del Nilo. E già il Fatimita a ripararsi nel cuor
dell'Affrica s'apparecchiava, quando i Negri della sua guardia, e gli
abitanti del Cairo, operando una disperata sortita, dalle frontiere
dell'Egitto i Turchi scacciarono. La strage e il saccheggio
contrassegnarono la strada tenutasi da Atsiz nel ritirarsi: per costui
ordine vennero trucidati il giudice e i notai di Gerusalemme, da lui
medesimo eccitati a venir nel suo campo; alla qual perfidia seguì
appresso l'uccisione di tremila cittadini. Egli non tardò a veder punita
la sua crudeltà, o veramente la sua sconfitta, dal sultano Tucus,
fratello di Malek-Sà, che munito di migliori titoli, e di forze più
formidabili, sostenne i suoi diritti all'impero della Sorìa e della
Palestina. La casa di Selgiuk regnò a Gerusalemme circa vent'anni[381];
poi il comando ereditario della Santa Città, e delle sue pertenenze fu
commesso all'Emiro Ortok, Capo di una tribù di Turcomanni. I figli di
questo, scacciati indi dalla Palestina, diedero origine a due dinastie
che sulle frontiere dell'Armenia, e della Sorìa ebbero regno[382]. I
Cristiani dell'Oriente, e i pellegrini della Chiesa latina, gemettero su
di una politica vicissitudine che sostituì per essi all'amministrazione
regolare, e all'antica amistà de' Califfi, il ferreo giogo degli
stranieri del Settentrione[383]. La Corte e l'esercito del Sultano sotto
alcuni aspetti, le arti e i costumi della Persia offerivano; ma la
maggior parte de' Turchi, e soprattutto le tribù pastorali, la ferocità
delle popolazioni del deserto serbavano. Da Nicea a Gerusalemme le
contrade occidentali dell'Asia, fatte eransi teatro di guerre straniere,
o intestine; nè l'indole, o lo stato de' pastori della Palestina, che
usavano un'autorità precaria sopra una malcontenta frontiera, davano
alle medesime il tempo di aspettare i tardi vantaggi della libertà del
commercio e della tolleranza religiosa. I pellegrini che, dopo superati
innumerevoli rischi, pur giungevano alle porte di Gerusalemme,
divenivano vittime del ladroneccio de' particolari, o della tirannide
amministrativa; talchè non di rado ad essi accadea di soggiacere alla
miseria, o alle infermità, prima di aver avuto il conforto di salutare
il Santo Sepolcro. Fosse naturale barbarie, o zelo di nuova religione, i
Turcomanni insultavano i sacerdoti di tutte le Sette: il patriarca venia
trascinato pe' capelli sul pavimento del tempio, e confinato indi in un
carcere; e spesse volte per costrignere il suo gregge a redimerlo, que'
selvaggi padroni turbavano senza riguardo le cerimonie della Chiesa
della Risurrezione; le quali circostanze divulgate con patetiche
narrazioni, eccitarono milioni di Cristiani a marciare sotto il vessillo
della Croce alla liberazione di Terra Santa, Pur tutti questi mali,
accumulati, erano di gran lunga inferiori all'atto sacrilego di Akem,
che i Cristiani della Chiesa latina con tanta pazienza avean sopportato!
Minori vessazioni infiammarono l'indole più irascibile de' lor
discendenti. Surto era un nuovo spirito di cavalleria religiosa, e di
sommessione all'impero universale del Papa. Una fibra delicatissima fu
toccata, e la impressione si fe' sentire nelle più interne parti
d'Europa.

NOTE:

[303] Le particolarità da me narrate sulla vita e l'indole di Mamud sono
tolte dal d'Herbelot (_Bibl. orient., Mahmud_, p. 533-537), dal De
Guignes (_Histoire des Huns_, t. III, p. 155-173) e dal nostro
concittadino il colonnello Alessandro Dow (v. I, p. 23-83), il quale ne
ha offerti i due primi volumi della sua storia dell'Indostan, come una
traduzione dell'opera del persiano Feristà. Ma in mezzo ai pomposi
ornamenti di stile adoperati da questo Scrittore, non è sì facile il
discernere, se veramente sia versione, o originale.

[304] La dinastia de' Samanidi durò cenventicinque anni (A. D. 874-999)
sotto il successivo governo di dieci principi. _V._ la genealogia de'
medesimi, e la caduta della dinastia nelle tavole del sig. De Guignes
(_Hist. des Huns_, t. I, pag. 404-406). Alla suddetta dinastia venne
dopo quella de' Gaznevidi, A. D. 999-1183 (_V._ t. I, p. 239-240). Il
metodo serbato da questo Storico nell'indicare le divisioni de' popoli
ha sparsa non poca confusione sulle epoche, e oscurità quanto ai luoghi.

[305] _Gazna hortos non habet: est emporium et domicilium mercaturae
indicae_ (Abulfeda, _Geogr._; Reiske, _Tabul_ 23, p. 349; d'Herbelot, p.
364). Niuno fra i viaggiatori moderni ha visitata questa città.

[306] Fu anzi l'ambasciatore del Califfo di Bagdad che adoperò questo
vocabolo arabo, o caldeo, ed equivalente al nostro di _Signore e
Padrone_ (d'Herbelot, p. 825). Gli Scrittori bisantini dell'undicesimo
secolo si valgono a tradurlo delle voci Αυτοκρατωρ βασιλευς βασιλεων, e
la voce Σουλτανος o _Soldanus_, dopo essere passata dai Gaznevidi ai
Selgiucidi, e agli Emiri d'Asia e d'Egitto, vedesi usata spesse volte
nel linguaggio famigliare de' Greci e de' Latini. Il Ducange (_Dissert._
16 sopra Joinville, p. 238-240; _Gloss. graec. e latin._) si sforza per
provare che il titolo di Sultano veniva adoperato nell'antico regno di
Persia; ma chimeriche sono le prove dal medesimo adotte: ei fonda tal
sua opinione sopra un nome proprio de' temi di Costantino (II, 11),
sopra un passo di Zonara, che ha confuse le epoche, e sopra una medaglia
di Kai-Kosrù, il quale non è, come pensa il Ducange, il Sassanide del
secolo XVI, ma il Selgiucida d'Iconium che viveva nel tredicesimo secolo
(De Guignes, _Hist. des Huns_, t. I, p. 246.)

[307] Feristà, giusta i racconti del Dow (_Hist. of Hindostan_, v. 1, p.
49), fa menzione di un'arma da fuoco che diceasi adoperata fra gli
eserciti degl'Indù; ma non m'indurrò sì facilmente a persuadermi di tale
uso anticipato dell'artiglieria (A. D. 1008), e piacerebbemi esaminare
prima il testo, indi l'autorità di Feristà che vivea nel secolo XVII
alla Corte Mogolla.

[308] Kinnoga o Canoga (l'antica Palimbotra), vien collocata a 27° 3ʼ
di lat. e 80° 11ʼ di long. _V._ D'Anville (_Antiq. de l'Indie_, p.
60-62), e la correzione del Maggiore Rennel che ha visitati i paesi in
persona. (_V._ la sua eccellente _Memoria_ sulla carta dell'Indostan,
p. 37-43). Molte riduzioni sono da farsi sui trecento gioiellieri, e
sulle trentamila botteghe di noci di _areca_, e sulle sessantamila
bande di musici ec. numerati da Abulfeda (_Geogr. Tab._ XV, pag. 274:
Dow, vol. I, p. 16).

[309] Feristà chiama i Portoghesi gl'idolatri europei (Dow, vol. I, p.
66). _V._ Abulfeda, p. 272, e la _Carte da l'Indostan_, del Rennel.

[310] D'Herbelot, _Biblioth. orientale_, p. 527. Del rimanente queste
lettore, questi apoftegmi ec. offrono di rado il linguaggio del cuore, e
il motivo delle pubbliche azioni.

[311] Essi citano a cagion d'esempio un rubino di quattrocentocinquanta
_miskali_ (Dow, vol. I, pag. 53) ossia di sei libbre e tre once: mentre
il più grosso fra i rubini trovato nel tesoro di Dely non pesava che
diciassette _miskali_ (_Voyages de Tavernier_, part. II, p. 280). Ben
vero è che nell'Oriente si dà il nome di rubino a tutte le pietre
colorate (p. 355), e che il Tavernier ne aveva vedute tre, più grosse e
più preziose del ridetto rubino, fra le gemme _del nostro gran re, il
più potente e il più magnifico di tutti i re della terra_ (p. 376).

[312] Dow, t. I, pag. 65. Dicesi che il sovrano di Kinnoga avea
duemilacinquecento elefanti. (Abulfeda, _Geogr. Tab._ XV, p. 274). Il
lettore può, giovandosi di queste particolarità intorno all'India,
correggere una nota del Capitolo VIII, t. I, o seguendo quella nota
correggere queste particolarità.

[313] _V._ un'esatta e verisimile descrizione di questi costumi
pastorali nella Storia di Guglielmo arcivescovo di Tiro (l. I, c. 7,
_Gesta Dei per Francos_; p. 633-634), ed altra importantissima nota che
è dovuta all'editore della _Histoire généalogique des Tatars_, p.
535-538.

[314] Possono attingersi contezze sulle prime migrazioni dei Turcomanni,
sull'incerta origine de' Selgiucidi nella storia laboriosa degli Unni
scritta dal de Guignes (t. I, _Tables chronolog._ l. V, t. III, l. VII,
IX, X), nella _Biblioth. oriental._ del d'Herbelot (pag. 799-802, 897,
901), in Elmacin (_Hist. Saracen._ pag. 331-333), e in Abulfarage
(_Dynast._, p. 221, 222).

[315] Dow, _Hist. of Indostan_, vol. I, pag. 89, 95, 98. Ho copiato
questo passo, per dare un saggio sul modo di scrivere dell'Autore
persiano: ma suppongo che per una bizzarra fatalità lo stile di Feristà
sarà stato perfezionato da quello di Ossian.

[316] Il Zendekan del d'Herbelot (p. 1028), il Dindaka del Dow (vol. I,
pag. 97), secondo tutte le apparenze sono la stessa cosa che il
Dandanekan di Abulfeda (_Geograph._ p. 345 Reiske), piccola città del
Korasan, distante due giornate da Marù, e celebre in Oriente perchè vi
nasce la bambagia, e gli abitanti suoi la lavorano.

[317] Gli Storici bisantini (Cedreno t. II, p. 766, 767, Zonara t. II,
p. 235, Niceforo Briennio, p. 21), hanno qui confuso le epoche e i
luoghi, i nomi e le persone, le cagioni e gli effetti. L'ignoranza e gli
errori di questi Greci, nè qui mi fermerò a diciferarli, possono
inspirar molti dubbj sulla storia di Ciassare e di Ciro, tal quale la
raccontano i più eloquenti fra i loro predecessori.

[318] Guglielmo di Tiro (l. I, c. VII, p. 633). Il metodo di trar gli
augurj dalle frecce è antico e celebre nell'Oriente.

[319] D'Herbelot (pag. 801). Del rimanente, quando la posterità di
Selgiuk fu pervenuta all'apice delle grandezze, non si mancò di
celebrarlo, come trentaquattresimo discendente del grande Afrasiab,
imperatore di Turan (p. 800). La genealogia tartara di Zingis ne fa
conoscere un altro modo di adulare e un'altra favola: al dir dello
storico Mirkond, i Selgiucidi di Alankavà derivano da una vergine (p.
801, col. 2); e se questi sono i _Zalzut_ di Abulgazi-Bahadur-Kan
(_Hist. généalog._ p. 148) vien citata in favor loro una testimonianza
di molto peso; quella di un principe tartaro, discendente di Zingis, di
Alankavà, o Alancù, e di Oguz-Kan.

[320] Per effetto di un lieve cambiamento, Togrul-Beg trovasi essere il
Tangroli-Pix de' Greci. Il d'Herbelot (_Bib. orient._ p. 1027, 1028) e
il De Guignes (_Hist. des Huns_, t. III, p. 189-201) raccontano con
molta esattezza le particolarità del regno e dell'indole di Togrul.

[321] Cedreno (t. II, p. 774, 775) e Zonara (t. II, p. 257) colle solite
lor cognizioni sugli affari di Oriente, ne dipingono questo ambasciatore
come uno _Sceriffo_ che simile al _Syncellus_ del Patriarca, sia stato
il vicario e il successore del Califfo.

[322] Ho tolta da Guglielmo di Tiro una tal distinzione fra i Turchi e i
Turcomanni, distinzione almeno popolare e spontanea. I nomi sono gli
stessi e la sillaba _man_ ha lo stesso valore negli idiomi persiano e
teutonico. Pochi fra i critici ammetteranno l'etimologia di Giacomo di
Vitry (_Hist. Hieros._ l. I, c. II, p. 1061), secondo il quale,
Turcomanni significa Turci, e Comani un popolo mescolato.

[323] _È vero, che la religione maomettana non ha culto d'Immagini; e se
i Cristiani lo avevano, siccome esso nè per la teoria, nè per la pratica
non era, come pure non è, un'idolatria, così non sembra aver egli potuto
indurre i popoli idolatri del Settentrione ad abbracciare a poco a poco
il Cristianesimo. Molti poi di quei popoli s'erano fatti Ariani, ma non
Cattolici._ (Nota di N. N.)

[324] _Histoire génér. des Huns_, t. III, p. 165, 166, 167. Il De
Guignes cita Abulmahasan, storico dell'Egitto.

[325] _V._ la Biblioteca orientale, agli articoli _Abbassidi_, _Caher_ o
_Cayem_, e gli Annali di Elmacin e di Abulfaragio.

[326] Ho tolte dal signor De Guignes (t. III, p. 197-198) le
particolarità che a questa stravagante cerimonia si riferiscono; e il
dotto Autore le ha tratte da Bondari, che ha composta in arabo la storia
dei Selgiucidi (t. V, p. 365). Nulla mi è noto sul carattere di questo
Bondari, nè intorno al paese, o al secolo, ne' quali ha vissuto.

[327] _Eodem anno_ (A. E. 455) _obiit princeps Togrul-Becus... Rex fuit
clemens, prudens, et peritus regnandi, cujus terror corda mortalium
invaserat, ita ut obedirent ei reges atque ad ipsum scriberent._
Elmacin, _Hist. Saracen._, p. 342, vers. Erpenii.

[328] _V._ intorno le guerre de' Turchi e de' Romani, Zonara, Cedreno,
Scilitzes, il continuator di Cedreno, e Niceforo Briennio Cesare. I due
primi erano frati, uomini di Stato i due ultimi; nondimeno tali erano i
Greci d'allora, che appena distinguesi fra gli uni e gli altri qualche
differenza di stile e di carattere. In quanto spetta agli Orientali mi
sono prevalso, giusta il solito, delle erudite ricchezze del d'Herbelot
(_V._ gli articoli de' primi Selgiucidi), e delle esatte ricerche del
signor De Guignes (_Hist. des Huns_, t. III, l. X).

[329] ’Εφερετος γαρ εν Τουρηοις λογος, ως ειη πεπρωμενον ηαταραφηναι το
Τουρηων γενος απο της τοιαυτης δυναμεως, αποιαν ο Μακεδον Αλεξανδρος
εχωι κατασρεψατο Περσος. _Corse voce fra i Turchi, essere destino che da
tanta potenza fosse rovesciata la stirpe turca, come per Alessandro
Macedone furono sconfitti i Persiani._ (Cedreno, t. II, p. 791). Nulla
v'ha di inverisimile nella credulità del volgo, e i Turchi aveano
imparata dagli Arabi la Storia, o la leggenda di Escander Dulcarnio.
(D'Herb. p. 317, ec.)

[330] _Certamente che Dio fa vedere alcune volte subito, e chiaramente
il suo castigo._ (Nota di N. N.)

[331] Οι και Ιβεριαν ηαι Μεσοποταμιαν, και Αρμενοιαν οικουσι και οι την
Ιουδαικην του Νεσορου και των Ακεφαλων θρησκεδουτιν αιρεσιν, _quelli che
abitano l'Iberia e la Mesopotamia, e l'Armenia, e quelli che seguono
l'eresia giudaica di Nestorio, e degli Acefali. V._ inoltre le
osservazioni di Scilitzes a piè della pagina di Cedreno (t. II, p. 834),
poichè le costruzioni equivoche di questo Greco non mi inducono tuttavia
a credere che egli abbia confuso il Nestorianismo e l'eresia dei
Monofisiti. Egli parla frequentemente di μενις, χολος, οργη Θεου, _ira,
bile, collera di Dio_, qualità che mi sembrano appartenere a tutt'altro
che ad un ente perfetto; ma la cieca dottrina del ridetto scrittore è
costretta a confessare che una tal collera οργε, μενις etc., non tardò a
percotere i Latini ortodossi.

[332] Se i Greci avessero conosciuto il nome di Georgiani (Stritter,
_Memoriae Byzant._, t. IV, Iberica), io ne attribuirei l'etimologia
all'agricoltura di questi popoli, come quella del Εκυθαι γεωδγοι,
_Sciti, Georgj_ (agricoltori) d'Erodoto (l. IV, c. 18, pag. 289, ediz.
di Wesseling). Ma tal voce non rinveniamo nè fra i Latini (Giacomo di
Vitry, _Hist. Hierosol._, c. 79, p. 1095), nè fra gli Orientali
(d'Herbelot, p. 407), se non se dopo le crociate, e divotamente è stata
tolta dal nome di S. Giorgio di Cappadocia.

[333] Mosheim, _Instit. Hist. eccles._, p. 632. _V._ inoltre nei
_Voyages de Chardin_ (t. I, p. 171-174) i costumi e il culto di questa
popolazione tanto avvenente e spregevole. La genealogia da' Principi
georgiani incominciando da Adamo, e venendo sino ai nostri giorni,
leggesi nelle Tavole del sig. de Guignes (t. I, p. 433-438).

[334] Costantino Porfirogeneta fa menzione di queste città. (_De
administ. imper._ l. II, c. 44, p. 119.) Gli Scrittori bizantini
dell'undicesimo secolo ne parlano parimente chiamandola Mantzichierte,
che molti confondono con Teodosiopoli; ma il Delisle, nelle sue note e
nella sua Carta, ha determinata la situazione di Malazkerd. Abulfeda
(_Geogr., Tab._ 18, p. 310) la vuole una piccola città, costrutta di
pietre nere, provveduta d'acqua, ma priva di alberi ec.

[335] Gli Uzj de' Greci (Stritter, _Memor. byzant._, t. III, p. 923-948)
sono i Gozz degli Orientali (_Hist. des Huns_, t. II, p. 122; t. III, p.
533 ec.). Se ne trovano sulle rive del Danubio e del Volga,
nell'Armenia, nella Sorìa, e nel Korasan, e sembra che il nome di Uzj
sia stato dato all'intera popolazione de' Turcomanni.

[336] Gioffredo Malaterra (l. I, c. 33) accenna con distinzione
_Urselius_ (il _Russelius_ di Zonara) fra i Normanni che sottomisero la
Sicilia, e gli attribuisce il soprannome di Baliol. Gli Storici inglesi
raccontano in qual guisa i Bailleul vennero dalla Normandia a Durham;
fabbricarono il castello di Bernard sul Tees; fecero entrare nella loro
famiglia una erede di Scozia ec. Il Ducange (_Note ad Nicephor.
Briennium_, l. II, c. 4) ha fatte diverse indagini su questo argomento
per onorare il presidente di Bailleul, il cui padre avea abbandonato la
professione dell'armi per vestire la toga.

[337] Elmacin (p. 343, 344) accenna un tal numero che il verisimile non
eccede; pure Abulfaragio (p. 227) lo riduce a quindicimila uomini a
cavallo, e il D'Herbelot (p. 102) a dodicimila. Del rimanente lo stesso
Elmacin fa ascendere a trecenmila uomini l'esercito imperiale, ed anche
Abulfaragio si esprime in tal guisa. _Cum centum hominum millibus,
multisque equis et magna pompa instructus._ I Greci si astengono
dall'indicare alcun numero determinato.

[338] Gli autori greci non asseriscono così chiaramente che il Sultano
si sia ritrovato alla battaglia: assicurano che Arslan diede il comando
delle truppe al suo eunuco, e che indi si ritirò lungi dal campo ec.
Parlano forse in tal guisa per ignoranza, o per gelosia, o il fatto
sarebbe mai vero?

[339] Questo Andronico era figliuolo di Cesare Giovanni Duca, fratello
dell'Imperator Costantino (Ducange, _Fam. byzant._ p. 165). Niceforo
Briennio, mentre loda le virtù, e attenua le colpe (l. I, p. 30-38, l.
II, p. 53) di cotest'uomo, confessa ciò nonostante l'odio del medesimo
contra Romano. ου πανυ δε φιλιως εχον προς βασιλεα _non avea dramma
d'affetto pel re_. Scilitzes narra in più chiare note il tradimento di
Andronico.

[340] Niceforo e Zonara operano saggiamente nel tacer questo fatto,
raccontato da Scilitzes e da Manasse, ma che non pare troppo credibile.

[341] Gli Orientali fanno ascendere a tali somme, assai verisimili, il
riscatto e il tributo. Ma i Greci conservano un modesto silenzio,
eccetto Niceforo Briennio, il quale osa sostenere che gli articoli erano
ουκ αναξιας Ρομαιων αρχης _non indegni dell'Impero Romano_, e che
l'Imperatore avrebbe preferita la morte ad un obbrobrioso negoziato.

[342] Le particolarità intorno alla sconfitta e alla prigionia di Romano
Diogene leggonsi in Giovanni Scylitzes (_ad calcem_Cedreni, t. II, p.
835, 843), in Zonara (t. II, pag. 281-284), in Niceforo Briennio (l. I,
p. 25-32), in Glica (p. 325-327), in Costantino Manasse (pag. 134), in
Elmacin (_Hist. Saracen._, p. 343, 344), in Abulfaragio (_Dynast._, p.
227), in d'Herbelot (pag. 102-103), De-Guignes (tom. III, p. 207-211).
Oltre ad Elmacin e Abulfaragio, co' quali ho acquistata famigliarità, lo
Storico degli Unni ha consultato Abulfeda e Bensciuma suo compilatore,
una Cronaca de' Califfi composta da Soyuri, l'egiziano Abulmahasen e
l'affricano Novairi.

[343] Il D'Herbelot (p. 103, 104) e il De Guignes (t. III, p. 212, 213),
sulle tracce degli scrittori orientali, raccontano le circostanze di
questa morte sì rilevante; ma niun d'essi nelle sue narrazioni ha
conservata la vivacità del descrivere di Elmacin (_Hist. Saracen._, p.
344, 345).

[344] Un critico celebre (il defunto dottore Johnson, che ha esaminato
con tanto rigore gli epitafj di Pope) troverebbe forse argomento a
ridire sulle parole di questa sublime iscrizione: Venite a Maru. Chi
legge l'iscrizione, vi si dée già trovare.

[345] La _Biblioteca orientale_ ne presenta il testo per la storia del
regno di Malek (p. 452, 543, 544, 654-655), e la _Histoire générale des
Huns_ (t. III, p. 214-224) ripete i fatti medesimi aggiugnendo quelle
correzioni e que' supplimenti soliti in esse a trovarsi. Confesso che,
se mi mancassero le disamine fatte da questi due dotti Francesi, in
mezzo al Mondo orientale, mi troverei affatto perduto.

[346] V. un eccellente Discorso posto in fine alla _Storia di
Nadir-Shah_, di ser William Jones, e gli articoli de' poeti Amak,
Anvari, Rascidi, ec., nella _Biblioteca orientale._

[347] Questo Principe turco nomavasi Keder-Kan. Provveduto di quattro
sacchi di monete d'oro e d'argento attorno al suo sofà, le distribuiva a
piene mani ai poeti che gli recitavano versi (d'Herbelot, p. 107). Tutte
queste cose possono essere vere; ma non comprendo egualmente la
possibilità che il ridetto principe regnasse nella Transossiana ai tempi
di Malek Sà, e anche meno che il primo oscurasse in fasto e munificenza
il secondo. Credo che Keder regnasse sull'incominciare, non verso la
fine dell'undicesimo secolo.

[348] _V._ Chardin, _Voyages en Perse_, t. II, p. 235.

[349] L'Era Gelalea (Gelaleddin, la Gloria della Fede, era uno fra i
nomi, o titoli attribuiti a Malek-Sà), veniva prefissa ai 15 marzo, A.
H. 471, A. D. 1079. Il dottore Hyde ha riportate le testimonianze
originali de' Persiani e degli Arabi. (_De Religione veterum Persarum_,
c. 16, p. 200-211).

[350] Anna Comnena parla di questo regno de' Persiani come απασης
κακοδαιμονεσερον πενιας, _la maggiore di tutte le calamità._ Ella
toccava i nove anni sul finire del regno di Malek-Sà (A. D. 1092); e
quando narra che questo monarca fu assassinato, confonde il Sultano col
suo Visir. (_Alexias_, l. VI, p. 177, 178).

[351] Sono essi conosciuti sì poco, che il De Guignes, dopo tutte le sue
indagini, si è limitato a trascrivere (t. I, p. 244; t. III, part. I, p.
269, ec.) la storia, o piuttosto il registro de' Selgiucidi di Kerman,
qual trovasi nella Biblioteca orientale. Cotesta dinastia è sparita
prima della fine del duodecimo secolo.

[352] Il Tavernier, solo forse tra i viaggiatori che sia andato sino a
Kerman, ne descrive la capitale, come un grande villaggio caduto in
rovina, situato in mezzo ad una fertile contrada distante di venticinque
giorni da Ispahan, e ventisette da Ormus. (_Voyages en Turquie et en
Perse_: p. 107-110).

[353] Stando ai racconti di Anna Comnena, i Turchi dell'Asia Minore
obbedivano ai _decreti d'arresto_, ossia _Sciaus_ del gran Sultano
(_Alexias_, l. VI, p. 470), il quale, ella dice, teneva alla sua Corte i
due figli di Solimano (p. 180).

[354] Petis de la Croix (_Vie de Gengis-khan_, p. 161), cita questa
espressione che giusta ogni apparenza ad un poeta persiano appartiene.

[355] Nel narrare la conquista dell'Asia Minore, il De-Guignes non ha
potuto giovarsi in modo alcuno degli scrittori arabi o turchi che si
contentano di offerire una sterile genealogia de' Selgiucidi di Rum; e
poichè i Greci furono ritrosi a palesare la propria ignominia, i moderni
storici son ridotti a fondarsi unicamente sopra poche parole sfuggite a
Scilitze (p. 860, 863), a Niceforo Briennio (p. 88-91, 92 ec., 103,
104), e ad Anna Comnena (_Alexias_, p. 91, 92, ec., 168, ec.).

[356] Così il paese di Rum viene descritto dall'armeno Haiton, autore di
una Storia tartara che leggesi nelle Raccolte del Ramusio e del Bergeron
(_V._ Abulfeda, _Geogr._, _Climat_ 17, p. 301-305.).

[357] _Abbiamo già mostrato in una Nota al vol. IX che la Divinità di
Gesù Cristo era già stata creduta anche prima del Concilio generale di
Nicea, adunato nell'anno 325, dove poi fu scritto il Credo ec.
coll'espressione_ Consustantialem, _che spiega, e stabilisce appunto la
Divinità di Gesù Cristo._ (Nota di N. N.)

[358] _Dicit eos quemdam abusione sodomitica intervenisse episcopum_
(Guibert. Abbat., _Hist. Hierosol._, l. I, p. 468). Ella è cosa
singolare che il medesimo popolo ne abbia offerto ai nostri giorni un
non dissimile tratto. «Non vi sono orridezze, dice il Barone di Tott
nelle sue _Memorie_ (t. II, p. 193) che cotesti Turchi non abbiano
commesse; e simili a soldati che senza sentir legge o freno nel sacco di
una città, non si appagano di manomettere tutto a lor grado, ma aspirano
anche a' successi non lusinghieri in modo veruno, alcuni Spai sfogarono
la loro libidine sulle persone del vecchio rabbino della Sinagoga, e
dell'arcivescovo greco».

[359] L'Imperatore, ossia l'Abate Giberto, descrive la scena del campo
turco come se vi fosse stato in persona. _Matres correptae in conspectu
filiarum, multipliciter repetitis diversorum coitibus vexabantur. Cum
filiae assistentes carmina praecinere saltando cogerentur. Mox eadem
passio ad filias_, ec.

[360] _V._ diverse particolarità intorno Antiochia e la morte di
Solimano in Anna Comnena (_Alexias_, l. VI, p. 168, 169), colle note del
Ducange.

[361] Guglielmo di Tiro (l. I, c. 9, 10, p. 635) offre descrizioni le
più autentiche e le più deplorabili sulle conquiste de' Turchi.

[362] Nella sua lettera al conte di Fiandra, sembra che Alessio
avvilisca il suo carattere e il decoro imperiale; pure il Ducange la
ravvisa per autentica (_Not. ad Alexiad._, p. 335, ec.), benchè sia
piuttosto una parafrasi dell'Abate Giberto storico che vivea ai giorni
di Alessio. Il testo greco è perduto e tutti i traduttori e copisti
hanno potuto dire col citato Giberto (p. 475) _verbis vestita meis_,
privilegio d'una indefinita estensione.

[363] Due passi estesissimi ed originali di Guglielmo, arcivescovo di
Tiro (l. I, c. 1-10; l. XVIII, c. 5, 6), il principale autore dell'opera
_Gesta Dei per Francos_, contengono sicurissime particolarità intorno
alla storia di Gerusalemme, cominciando da Eraclio, e venendo sino ai
tempi delle Crociate. Il De Guignes ha composta una dotta Memoria sul
commercio che, prima delle Crociate, avevano nel Levante i Francesi ec.
(_Mém. de l'Acad. des inscript._, t. XXXVII, p. 467-500).

[364] _Secundum dominorum dispositionem, plerumque lucida, plerumque
nubila recepit intervalla, et aegrotantium more, temporum praesentium
gravabatur, aut respirabat qualitate_ (l. I, c. 3, p. 630). La latinità
di Guglielmo di Tiro non è affatto sprezzabile; ma quando egli racconta
essere trascorsi quattrocentonovanta anni fra il tempo della caduta e
quello in cui fu ripresa Gerusalemme, ne mette una trentina di più.

[365] _V._ intorno alle corrispondenze di Carlo Magno con Terra Santa
Eginardo (_De vita Caroli Magni_, c. 16, p. 79-82), Costantino
Porfirogeneta (_De administr. imperii_, l. II, c. 26, p. 80), e il Pagi
(_Critica_, t. III, A. D. 800, n. 13, 14, 15).

[366] Il Califfo concedè diversi privilegi _Amalphitanis viris amicis et
utilium introductoribus_ (_Gesta Dei_, p. 934). Il commercio di Venezia
nell'Egitto e nella Palestina, non può vantare sì antica data, quando
mai non si ammettesse la burlesca traduzione di un Francese che
confondea le due fazioni del Circo (_Veneti et Prasini_) co' Veneziani e
coi Parigini.

[367] _I pellegrini cristiani, a norma della loro fede, dovevano
visitare la tomba di Gesù Cristo, come figlio di Dio, ed i pellegrini
maomettani, secondo la loro credenza, visitavano quella di Maometto come
semplice loro Profeta, ed inviato da Dio._ (Nota di N. N.)

[368] Una cronaca araba di Gerusalemme, presso l'Assemani (_Bibl.
orient._, t. I, p. 628; t. IV, p. 368), attesta l'incredulità del
Califfo e dello storico. Ciò nullameno Cantacuzeno osa appellarsi ai
Musulmani medesimi sulla realtà di questo perpetuo miracolo.

[369] L'erudito Mosheim ha discusso separatamente quanto a tal preteso
prodigio si riferisce nelle sue dissertazioni sulla Storia Ecclesiastica
(t. II, p. 214-306. _De lumine sancti sepulchri_).

[370] _Giacchè Gesù Cristo che ha fatto tanti miracoli, come sappiamo
dagli Evangelisti, poteva operare anche questo, non dovevasi usare
l'espressione_ pia frode. (Nota di N. N.)

[371] Guglielmo di Malmsbury (l. IV, c. 11, 209) cita l'Itinerario del
monaco Bernardo, testimonio oculare, che visitò Gerusalemme nell'anno
870; e la testimonianza di lui vien confermata da un altro pellegrino,
che di alcuni anni avealo preceduto; e il Mosheim asserisce che i
Franchi cotesta frode inventarono poco dopo la morte di Carlomagno.

[372] I nostri viaggiatori, Sandys (p. 134), Thevenot (p. 621-627),
Maundrell (p. 94, 95) ec., descrivono questa stravagante burletta. I
Cattolici si trovano imbarazzati nel determinare il tempo in cui finì il
miracolo, e gli fu sostituita la frode.

[373] Gli stessi Orientali confessano la frode, adducendone poi a
giustificazione la necessità e diverse mire edificanti, per cui fu
inventata (_Mémoires du chevalier d'Arvieux_, t. II, p. 140; Giuseppe
Abudacni, _Hist. Coph._, c. 20); ma io non farò prova, come il Mosheim,
di indicare il modo onde il creduto miracolo si operava; e penso che i
nostri viaggiatori sono caduti in abbaglio volendo spiegare la
liquefazione del sangue di S. Gennaro.

[374] Possono consultarsi il D'Herbelot (_Bibl. orient._, p. 411), il
Renaudot (_Hist. patriar. Alex._, p. 390-397, 400, 401), Elmacin (_Hist.
Saracen._, p. 321-323), e Marei (p. 384-386), storico dell'Egitto,
tradotto dall'arabo nell'alemanno per opera del Reiske, e ch'io mi sono
fatto interpretare verbalmente da un amico.

[375] La religione dei Drusi è nascosta sotto il velo della ignoranza e
della ipocrisia. Il segreto della loro dottrina viene comunicato ai soli
Eletti che conducono una vita contemplativa. Quanto ai Drusi delle
classi comuni, i più indifferenti di tutti gli uomini, si conformarono,
giusta le circostanze, al culto de' Maomettani, o a quello de' Cattolici
dei loro dintorni. Le poche cose che si sanno, o, a dir meglio, le poche
cose che meritano essere conosciute intorno a questa popolazione,
trovansi nel Niebur; il quale Autore ha accuratamente esaminati i paesi
da lui trascorsi (_Voyages_, t. II, p. 354-357), e nel secondo volume
del Viaggio recente ed instruttivo del Sig. Volney.

[376] _V._ Glaber, l. III, c. 7, e gli _Annali_ del Baronio e del Pagi,
A. D. 1009.

[377] _Per idem tempus ex universo orbe tam innumerabilis multitudo
coepit confluere ad sepulchrum Salvatoris Hierosolimis, quantum nullus
hominum prius sperare poterat. Ordo inferioris plebis.... mediocres....
reges et comites.... praesules.... mulieres multae nobiles cum
pauperioribus.... pluribus enim erat mentis desiderium mori priusquam ad
propria reverterentur._ (Glaber., l. IV, c. 6; Bouquet, _Historiens de
France_, t. X, p. 50).

[378] Glaber (l. III, c. 1). Katona (_Hist. crit. reg. Hungar._, t. I,
pag. 304-311) si fa ad esaminare, se S. Stefano abbia fondato un
monastero a Gerusalemme.

[379] Il Baronio (A. D. 1064, n. 43-56) ha copiata la maggior parte de'
racconti originali d'Ingolfo, di Mariano e di Lamberto.

[380] V. Elmacin (_Hist. Saracen._, p. 349, 350), e Abulfaragio
(_Dynast._, p. 237, vers. Pocock). Il De Guignes (_Histoire des Huns_,
t. III, part. I, p. 215, 216) aggiugne le testimonianze, o piuttosto i
nomi di Abulfeda e di Novairi.

[381] Dal tempo della spedizione di Isar Atsiz (A. E. 469, A. D. 1076)
fino all'espulsione degli Ortokidi (A. D. 1096). Ciò nonostante
Guglielmo di Tiro (l. I, c. 16, p. 633) assicura che Gerusalemme rimase
trentotto anni in potere dei Turchi; ed una Cronaca araba citata dal
Pagi (t. IV, p. 202), suppone che un generale Carizmio l'abbia
sottomessa al Califfo di Bagdad, nell'anno dell'E. 463, di Gesù Cristo
1070. Queste date tanto lontano mal si accordano colla storia generale
dell'Asia, e son ben certo che nell'anno di Gesù Cristo 1064 il _regnum
Babylonicum_ (del Cairo) trovavasi tuttavia nella Palestina (Baronius,
A. D. 1064, n. 56).

[382] De Guignes, _Histoire des Huns_, t. I, p. 249-252.

[383] Guglielmo di Tiro (l. I, c. 8, p. 634) si dà molta briga
nell'ingrandire i mali che i Cristiani soffrivano. I Turchi pretendeano
un _aureus_ da ciascun pellegrino. Il _caphar_ de' Franchi è oggidì di
quattordici dollari, nè di tal volontaria tassa l'Europa lamentasi.



CAPITOLO LVIII.

      _Origine della prima Crociata e numero de' Crociati. Indole de'
      Principi latini. Loro spedizione a Costantinopoli. Politica
      dell'Imperatore greco Alessio. Nicea, Antiochia e Gerusalemme
      conquistate dai Franchi. Liberazione del Santo Sepolcro.
      Goffredo di Buglione primo Re di Gerusalemme. Istituzione del
      regno franco o latino._


[A. D. 1095-1099]

Circa vent'anni dopo che i Turchi si erano impadroniti di Gerusalemme,
un Eremita per nome Piero, nativo di Amiens in Picardia,[384] visitò il
Santo Sepolcro. Quanto ei vide sofferire ai Cristiani, quanto sofferse
egli stesso, destò in lui commozione e risentimento; e mescolando le sue
lagrime a quelle del Patriarca, lo supplicò additargli se vi fosse
qualche speranza di soccorso per parte degl'Imperatori d'Oriente. Al
qual proposito il Patriarca i vizj e la fiacchezza de' successori di
Costantino gli dipingea. «Io armerò per voi, sclamò Piero, le nazioni
guerriere di tutta Europa». (Chi avrebbe in quell'istante creduto che
tutta l'Europa sarebbe stata docile alle voci dell'Eremita?) Attonito di
una tal fidanza il Patriarca, rimise a Piero, mentre partivasi, lettere
credenziali, ove i mali de' Cristiani si descrivevano. Toccato appena il
lido di Bari, l'Eremita senza perdere istanti, corse a gittarsi ai piedi
del romano Pontefice. La statura piccola di Piero, e il suo portamento
ignobile anzichè no, non pareano, per vero dire, atti a dar peso
all'impresa che ei consigliava; ma vivace era ed acuto il suo sguardo, e
possedea quella veemenza di dire, cui quasi sempre la persuasione va
unita[385]. Uscito di una famiglia di gentiluomini (perchè ne giova ora
del più moderno stile valerci), avea militato da prima sotto i Conti di
Bologna marittima, feudatarj del suo vicinato, ed eroi della prima
Crociata; ma ben tosto e l'armi, e il Mondo ebbe a schifo. E se egli è
vero quanto raccontasi che la moglie di lui, quanto nobile, altrettanto
era vecchia e difforme, non si stenta a comprendere, come senza molta
ripugnanza la abbandonasse per ripararsi in un convento, e poco dopo in
un romitaggio. L'austera penitenza, alla quale in questa solitudine si
assoggettò, ne infiacchì il corpo, ma l'immaginazione gli accese.
Avvezzatosi a credere quanto egli bramava, i suoi sogni, per lui
rivelazioni, gli confermavano la realtà di quanto ei credea. Piero
l'Eremita tornò da Gerusalemme più fanatico ancora che dianzi: ma
poichè, per un eccesso di follìa venuta in rinomanza a que' giorni,
attraea sopra di sè i pubblici sguardi, Papa Urbano II, siccome un
Profeta lo accolse, ne applaudì il glorioso divisamento, promise
sostenerlo in un generale Concilio, lo incoraggiò a divenir banditore
della liberazione di Terra Santa. Fatto forte dall'approvazione del
Pontefice, lo zelante missionario attraversò le province dell'Italia e
della Francia con tal buon successo, che alla celerità della sua corsa,
poteva soltanto paragonarsi. Rigidissimo nell'austerità de' suoi
digiuni, assorto in lunghe e frequenti preghiere, distribuiva d'una mano
le elemosine che riceveva coll'altra. Colla testa calva scoperta, e co'
piedi ignudi, avvolto in ruvida veste il magro suo corpo, tenea fra le
mani un pesante crocifisso, che non si stancava di offrire agli sguardi
de' passeggieri: le turbe affollatesi ad ascoltarlo, rispettavano
persino il giumento cavalcato dall'Eremita, riguardando in questo
animale il servo dell'uom di Dio. Non cessava Piero dall'aringare le
ciurme nelle chiese, nei trivj, e nelle strade maestre, mostrandosi con
egual successo ne' palagi de' Grandi, e nelle capanne. La veemenza della
sua voce traeva a suo grado gli animi della plebe, e tutti in quel
momento plebe divennero. Piero all'armi e a penitenza fervorosamente
eccitavali: e allorchè dipignea i patimenti degli abitanti e de'
pellegrini della Palestina, la compassione impadronivasi di tutti i
cuori, trasformandosi poscia in ira, quand'egli intimava ai guerrieri
del secolo il dovere di difendere i fratelli, e di liberare il lor
Salvatore. Compensando tutto ciò che, quanto ad arte o ad eloquenza,
mancavagli, con sospiri, lagrime e slanci di santo entusiasmo, ei
suppliva parimente alla debolezza de' suoi argomenti con enfatiche e
frequenti appellazioni a Cristo, alla Vergine madre di Cristo, ai Santi
e a tutti gli Angeli del Paradiso, co' quali erasi trovato in famigliari
colloqui. I più famosi oratori della Grecia, avrebbero potuto
invidiargli i buoni successi della sua eloquenza: onde non è maraviglia,
se il rozzo entusiasmo che lo animava, passò rapidamente in altrui, e se
gl'impazienti voti della Cristianità, non anelavano più altra cosa se
non se il Concilio, e i decreti che il sommo Pontefice stava per
promulgarvi.

Armar l'Europa contro l'Asia, era disegno già meditato dall'ardimentoso
Pontefice Gregorio VII, e le lettere di lui attestano tuttavia l'ardore
dello zelo e dell'ambizione che lo agitavano; che anzi pervenuto era ad
arrolare sotto i vessilli di S. Pietro[386], all'una e all'altra falda
dell'Alpi, cinquantamila Cattolici, ardente egli stesso della brama di
farsi lor condottiero, contra gli empj settarj di Maometto, segreto che
il successore di Gregorio svelò. Ma la gloria, o il rimprovero di
mandare a termine la santa impresa erano serbati ad Urbano II[387], il
più fedele fra i discepoli di Gregorio; benchè però la Crociata il nuovo
Pontefice non comandasse in persona. Urbano alla conquista dell'Oriente
accigneasi, intanto che Giberto di Ravenna impadronitosi della maggior
porzione di Roma, cui già stava fortificando, il titolo di Papa, e gli
onori del pontificato gli contendea. E a far più arduo lo stato di
Urbano, ei doveva riunire le Potenze occidentali in un tempo che i
Principi, dalla Chiesa, i popoli, dai lor Principi erano disgiunti, a
motivo delle scomuniche che i predecessori di lui, ed egli medesimo,
contra il Re di Francia e l'Imperatore aveano fulminate. Il primo di
questi, Filippo I, sopportava pazientemente anatemi, che collo scandalo
di sua condotta, e con adultere nozze si procacciò. Enrico IV di
Alemagna, fermo stavasi nel sostenere il diritto delle investiture, la
prerogativa di confermare col pastorale e coll'anello le elezioni de'
Vescovi. Intanto nell'Italia, la fazione imperiale opprimea l'armi de'
Normanni e della Contessa Matilde; lunga lotta, allora invelenita dalla
ribellione di Corrado, figlio di Enrico, e dalla ignominia della moglie
di questo Principe[388], la quale ne' Concilj di Costanza, e di
Piacenza, rivelò le numerose prostituzioni, cui l'avea commessa uno
sposo, poco sollecito dell'onor della moglie, come del proprio[389]. Ma
l'opinione generale tanto ad Urbano dimostravasi favorevole, e tanto si
era la prevalenza di questo Pontefice, che il Concilio da lui assembrato
in Piacenza, si vide composto di dugento Vescovi Italiani, Francesi,
Borgognoni, Svevi, Bavaresi[390]. Quattromila ecclesiastici e trentamila
laici, si trasferirono a questa importante assemblea: nè essendovi
cattedrale tanto ampia che capir la potesse, le adunanze, durate sette
giorni, in uno spianato vicino a Piacenza si tennero. Ivi gli
Ambasciatori di Alessio Comneno, Imperator greco, mostraronsi, narrando
le sciagure del loro Sovrano, e i pericoli imminenti a Costantinopoli,
non più disgiunta che per un angusto braccio di mare dai Turchi, nemici
implacabili di tutto quanto portava il nome cristiano. Destramente
adulando colla loro supplica la vanità de' Principi latini, mostravano
ad essi, come la prudenza e la Religione del pari, li consigliassero a
respingere i Barbari sui confini dell'Asia, innanzi che costoro
penetrassero nel cuor dell'Europa. Al racconto della trista e perigliosa
condizione de' Cristiani dell'Oriente, tutta l'assemblea pianse a
cald'occhi: i più zelanti della medesima si protestarono pronti a porsi
in cammino, onde gli inviati d'Alessio portaron seco in partendo, la
sicurezza di un sollecito e poderoso soccorso. Il disegno di liberare
Costantinopoli non era che una parte di altro disegno più vasto, per la
liberazione di Gerusalemme concetto; ma l'accorto Urbano protrasse le
finali deliberazioni ad un secondo Sinodo di cui propose l'adunata in
una città della Francia, durante l'autunno del medesimo anno: breve
dilazione intesa ad accrescere il pubblico entusiasmo, oltrechè il
Pontefice fondava le sue più salde speranze, sopra una nazione di
guerrieri[391], superba della preminenza del proprio nome, ed ambiziosa
d'imitare il suo eroe Carlomagno[392], al quale il romanzo popolare di
Turpino[393] attribuite avea le conquiste di Gerusalemme e di Terra
Santa. Forse anche riguardi di patrio affetto, o fors'anche di vanità
ebbero parte in questo avviso di Urbano. Anticamente monaco di Cluny,
nato a Castiglione in riva alla Marna, città della Sciampagna, primo de'
Francesi che avesse occupato il trono pontificale, orgoglioso del lustro
con ciò arrecato alla propria famiglia e alla patria, ei sentiva forse
con ardore il diletto che da pochi diletti vien superato; quello di
ricomparire in tutto lo splendore di altissima dignità, su quel teatro,
ove nella oscurità e fra ignorate fatiche, la giovinezza è stata
trascorsa.

[A. D. 1095]

Taluno potrebbe sulle prime stupire alla vista di un Pontefice Romano
che si avvisò di erigere nel cuor medesimo della Francia un tribunale,
d'onde lanciare i suoi anatemi contra il Sovrano di quella contrada: ma
la maraviglia sparisce affatto agli occhi di chi si faccia una giusta
idea di un Re di Francia dell'undicesimo secolo[394]. Filippo I,
pronipote di Ugo Capeto, e fondatore della famiglia regnante, che in
mezzo allo scadimento della posterità di Carlomagno, avea instituiti in
reame i suoi dominj ereditarj di Parigi e di Orleans, ben possedea in
proprietà la giurisdizione e la rendita di questo picciolo Stato; ma
quanto al rimanente della Francia, nè Ugo, nè i primi suoi discendenti,
altra cosa erano che gli alti feudatarj di circa sessanta Ducati, o
contee ereditarie o independenti[395], i Capi de' quali paesi, sdegnando
le legali assemblee, poco obbedivano, così alle leggi come al Monarca; e
il sol modo che questi avesse tal volta per vendicarsi della loro
tracotanza, nella indocilità de' Nobili di minor conto era posta. A
Clermont dunque, e in tutta la signoria del conte di Alvernia[396], il
Papa potea disfidare impunemente la collera di Filippo, onde il Concilio
adunatovi da Urbano, nè in numero, nè in ragguardevolezza, a quello di
Piacenza cedè[397]. Oltre alla sua Corte, e al collegio de' Cardinali
Romani, il Pontefice vedeasi ivi fiancheggiato da tredici arcivescovi,
da dugentoventicinque vescovi, e da quattrocento prelati di mitra
insigniti. Le persone più rinomate per santità e dottrina in quel secolo
vennero a rischiarare co' lumi della loro scienza, e a soccorrere co'
proprj consigli, i Padri della Chiesa: intanto che immenso stuolo di
possenti signori e di valorosi cavalieri accorrea da tutti i vicini
reami al Concilio, e ne aspettava con impazienza i decreti[398]. Tanto
era il fervore inspirato da zelo e curiosità ad un tempo, che migliaia
di stranieri, non trovando più alloggio nella città, accampavano nella
pianura, senza badare che già innoltrato era il novembre. Otto giorni di
questa adunata partorirono per vero dire alcuni canoni edificanti, o
giovevoli alla riforma de' costumi. Portate severissime censure contra
la licenza delle guerre fra particolari, venne confermata la tregua di
Dio,[399] ossia la sospensione di ogni ostilità per quattro giorni della
settimana. La Chiesa si chiarì proteggitrice de' sacerdoti e del sesso
femminile da essa presi sotto la sua salvaguardia; la qual tutela,
durante tre anni fu estesa ai coltivatori e ai mercatanti, impotenti
vittime della vessazion militare: ma comunque una legge sia
rispettabile, l'autorità dalla quale deriva non perviene in un subito a
cambiare l'indole di una generazione; e sappiamo men grado ad Urbano
degli sforzi da esso fatti per sedare i litigi de' privati, allorchè
allo scopo di queste sue provvisioni consideriamo. Ei non pensava che ad
agevolare a sè stesso le vie di dilatare l'incendio della guerra dalle
rive dall'Atlantico, alle sponde dell'Eufrate. Dopo la convocazione del
sinodo di Piacenza, la fama di un sì grande disegno sparsa erasi appo i
diversi popoli. Gli ecclesiastici che da un paese e dall'altro
tornavano, aveano già predicato in tutte le diocesi il merito e la
gloria alla liberazione di Terra Santa congiunti: pel quale motivo, il
Pontefice dall'alto della cattedra che nel mercato di Clermont gli era
stata innalzata, non durò molta fatica a persuadere uditori, così ben
preparati, e propensi avidamente a credere ad ogni suo detto. Chiari ne
sembravano gli argomenti, veementi erano le sue esortazioni, e il buon
successo non poteva mancare. Migliaia di voci, che in una sola si
confondevano, interruppero l'oratore esclamando strepitosamente nel
rozzo linguaggio di que' tempi: _Deus lo volt, Deus lo volt._[400] «Dio
vuole così certamente; il pietoso Pontefice replicò. Che questo accento
memorabile Deus vult, dettato senza dubbio dallo Spirito Santo, sia
d'ora in poi il vostro grido eccitatore della battaglia; esso animerà lo
zelo e il coraggio de' difensori di Gesù Cristo. La sua Croce è il
simbolo della vostra salute. Portatene una rossa di color di sangue sul
vostro petto, o sulle vostre spalle, e sia dessa il segno esteriore
della irrevocabile obbligazione che avete assunta». Giubilando ognuno
obbedì, e molta mano di ecclesiastici e di laici attaccarono sulle lor
vesti il segnal de' Crociati[401], supplicando Urbano a farsi lor
condottiero. Il prudente successor di Gregorio ricusò quest'onore
pericoloso, adducendo a scusa del suo rifiuto lo scisma della Chiesa e i
doveri del Pontificato. Arringati poscia que' fedeli, il cui zelo di
partecipare alla santa impresa venia ritardato o dal sesso, o dalla lor
professione, o dagli anni, o dalle infermità, raccomandò loro
secondassero colle preghiere e colle elemosine il coraggio di coloro che
aveano la bella sorte di potere militare in persona, conferì il titolo e
la podestà di Legato appostolico ad Ademaro; vescovo di Puy, nel Velay,
primo a ricever la Croce dalle mani del sommo Pontefice. Raimondo, conte
di Tolosa, il più fervente fra i condottieri laici, assente trovavasi
dal Concilio; ma gli ambasciatori di lui ne fecero la scusa, e pel loro
padrone obbligaronsi. Tutti i ridotti campioni si confessarono, e
ricevettero l'assoluzione, unitamente ad una esortazione, divenuta
superflua, di sollecitare i loro compatrioti ed amici a seguirli. La
partenza per Terra Santa venne deliberata pel giorno solenne
dell'Assunzione, ossia quindicesimo di agosto del successivo anno[402].

Gli atti violenti sono tanto famigliari agli uomini, che connaturali ai
medesimi potrebbero quasi supporsi. Il più lieve pretesto, il più
incerto fra i diritti ne sembrano bastanti motivi per armare una nazione
contro d'un'altra. Ma il nome e l'indole d'una guerra santa vogliono un
esame più rigoroso, nè dobbiamo credere sì alla presta che i servi di un
Principe di pace abbiano sguainata la spada di distruzione senza motivi
rispettabili, senza le apparenze di un diritto legittimo e di una
indispensabile necessità. Alle tarde lezioni dell'esperienza per lo più
è riserbato l'illuminare gli uomini sulla politica o buona, o cattiva di
una qualunque impresa dai medesimi sostenuta; ma prima che a questa si
accingano, gli è d'uopo almeno che la coscienza loro il motivo e lo
scopo ne approvi. Nel secolo delle Crociate, i Cristiani dell'Oriente e
dell'Occidente, erano con vero convincimento persuasi della giustizia e
del merito della loro spedizione; e comunque gli argomenti che eglino
adoperavano, si trovino il più delle volte annebbiati da un continuo
abuso della Scrittura, e delle figure rettoriche; trapela però che
particolarmente fondavansi sul diritto naturale e sacro di difendere la
propria religione, sui titoli speciali che essi reputavano avere al
possedimento di Terra Santa, sull'empietà de' loro nemici o Maomettani,
o Pagani che fossero[403].

I. Il diritto di una giusta difesa comprende, non v'ha dubbio, anche
quella de' nostri collegati o spirituali, o civili; e si appoggia
sull'esistenza reale del pericolo, più o meno incalzante a proporzione
dell'odio e del poter de' nemici. È stata imputata a dogma maomettano
una massima perniciosa, il dovere cioè di estirpare tutte le altre
religioni coll'armi: accusa portata contro essa dall'odio, o dalla
ignoranza, e confutata abbondantemente dal Corano, dalla storia de'
conquistatori Musulmani, dalla tolleranza pubblica e legale al culto de'
Cristiani conceduta dall'Islamismo. Non può per altro negarsi che i
Musulmani, sotto un ferreo giogo, assoggettano le chiese dell'Oriente;
che così in pace come in guerra si attribuiscono, come per diritto
divino e incontestabile, l'Impero dell'Universo: che le conseguenze
necessarie della loro condotta minacciano ad ogni istante le nazioni, da
essi nomate infedeli, di perdere la loro religione, o la loro libertà,
doppia perdita, che appunto nell'undicesimo secolo, le vittorie de'
Turchi faceano a ragione temere. Essi aveano sottomessi in men di
trent'anni tutti i reami dell'Asia fino a Gerusalemme e all'Ellesponto,
e l'Impero greco già inclinar sembrava alla sua totale rovina. Oltre ad
un sentimento naturale d'affetto pe' loro fratelli, i Latini avevano un
interesse proprio nel difendere Costantinopoli, il baluardo il più saldo
dell'Occidente; nè può contrastarsi che il privilegio della difesa,
tanto al prevenire quanto al respingere una invasione, legittimamente si
estende. Però al buon successo di tale impresa così numerosi soccorsi
non si voleano, nè la ragione umana potrà approvare giammai le
spaventose migrazioni che, spopolando l'Europa, apersero inutilmente
alle genti migrate una tomba nell'Asia.

II. L'acquisto della Palestina non avrebbe, in verun caso, contribuito
alla possanza, o alla maggior sicurezza de' Latini; onde il fanatismo
soltanto ha potuto accignersi a difendere questa impresa contra un
picciolo paese tanto rimoto. Ma i Cristiani armavano i loro diritti
sopra una terra, promessa ad essi in virtù d'un patto inalienabile,
suggellato col Sangue di Gesù Cristo. Il lor dovere gli obbligava,
dicevano, a scacciare dalla santa eredità che lor pertenea, una banda di
ingiusti possessori che, profanando il sepolcro dell'Uomo Dio, la
devozione de' Pellegrini insultavano. — Come rispondere ad essi che la
preminenza di Gerusalemme, e la santità della Palestina, colla legge di
Mosè erano sparite? che il Dio de' Cristiani non è una divinità locale:
che il possedimento di Betlemme o del Calvario, l'acquisto della tomba,
o della culla del Redentore non renderanno mai scusabile agli occhi di
lui l'infrazione de' precetti morali dell'Evangelio? Questi argomenti
perderanno sempre ogni forza contra le pesanti armi della superstizione,
nè è cosa sì agevole che anime timorate, spontaneamente i loro creduti
diritti sulla Terra Sacra de' misteri e de' prodigi abbandonino.

III. Ma le guerre _sante_ che hanno insanguinati tutti i climi del
globo, dall'Egitto alla Livonia, dal Perù all'Indostan, ebbero d'uopo di
cercare la loro legittimità, in massime più generali e più pieghevoli a
cotal uopo. Si è soventi volte, e per più riprese, supposto e affermato
che la differenza delle dottrine religiose, basta a giustificare
qualsivoglia ostilità; che i campioni della Croce possono soggiogar
santamente, od anche piamente immolare, tutti gl'increduli ostinati, e
che la Grazia è l'unica origine, del potere sulla terra, della felicità
nel regno de' Cieli. Più di quattro secoli innanzi la prima Crociata, i
Barbari dell'Arabia e della Germania, quasi nello stesso tempo, e nel
modo medesimo, avevano invase le province orientali e occidentali
dell'Impero romano. Il tempo, i negoziati, la conversione de' Franchi al
cristianesimo, le conquiste di questi aveano autenticate; ma i principi
maomettani comparivano tuttavia, così agli occhi de' sudditi, come a
quelli de' vicini, quai tirannici usurpatori, nè scorgeasi alcuna
ingiustizia nel privarli, o per via di guerre, o per via di sommosse, di
un illegittimo possedimento[404].

Col corrompersi de' costumi de' Cristiani, più severo divenne il loro
codice di penitenza[405], e la moltitudine de' peccati, partorì la
moltiplicità dei rimedj. Ne' tempi della Chiesa primitiva, i peccatori,
con una pubblica e volontaria confessione, all'espiazione delle colpe si
apparecchiavano. Nel medio evo, i vescovi e i preti, facendosi eglino
stessi ad interrogare il colpevole, lo costrigneano a rendere un severo
conto de' suoi pensieri, delle sue parole e delle sue azioni,
prescrivendogli indi, sotto quai patti dovea meritarsi la divina
misericordia: ma poichè la tirannide e l'indulgenza, aveano un campo per
abusare a vicenda di questo arbitrario potere, venne composta una regola
di disciplina, che d'istruzione e di guida ai giudici spirituali
servisse. Primi inventori di siffatta legislazione furono i Greci; la
Chiesa latina, i lor precetti penitenziali[406] tradusse, o imitò: e ne'
giorni di Carlomagno, il clero di ciascuna diocesi aveva un codice, che
veniva prudentemente nascosto agli occhi del volgo. In sì dilicata
valutazione delle offese e de' gastighi, l'acume e l'esperienza de'
frati, tutti i casi, e tutte le distinzioni andavano prevedendo.
Trovavansi nella lor lista peccati che parea non avesse potuto
sospettare la stessa malizia, altri cui la ragione non sapea prestar
fede. Le colpe più comuni di fornicazione, di adulterio, di spergiuro e
di sacrilegio, di rapina e omicidio, venivano espiate con una penitenza,
che, giusta le circostanze, dai quaranta giorni ai sette anni si
prolungava. Durante questo corso di salutari mortificazioni, una pratica
metodica di preghiere e digiuni ridonava la salute all'anima del
peccatore, e l'assoluzione delle sue colpe ottenevagli. Il disordine
delle sue vesti ne annunziava i rimorsi e la contrizione; astener
doveasi da ogni affare, e sociale diletto. Ma il rigoroso adempimento di
tali prescrizioni, avrebbe di leggieri convertiti in deserti i palagi, i
campi e le intere città; i Barbari dell'Occidente non mancavano, per dir
vero, di fiducia e di docilità al sacerdozio; ma la natura umana contra
le massime si ribellava, e spesse volte le magistrature indarno
adopravansi a far forte l'ecclesiastica giurisdizione; oltrechè,
diveniva cosa impossibile l'eseguire esattamente una gran parte di
penitenze. Il peccato di adulterio, per un giornaliero reiterarsi delle
fralezze degli uomini, moltiplicavasi, e quello dell'omicidio talvolta
comprendea la strage di una intera popolazione; ogni atto peccaminoso
producea un conto a parte; onde in quella età di anarchia[407] e di
corruzione, non era difficile che un peccatore, anche fra i meno
colpevoli, contraesse in penitenze un debito di trecent'anni. A questa
sua impotenza di pagamento suppliva una commutazione, o indulgenza:
ventisei solidi[408] d'argento, quattro lire sterline all'incirca,
pagavano la penitenza di un anno per l'uomo ricco, tre solidi, o nove
scellini, all'indigente egual servigio prestavano. Cotali elemosine
vennero bentosto adoperate agli usi della Chiesa, che nella remission
de' peccati una sorgente inesausta di ricchezze e di potenza
rinvenne[409]. Un debito di tre secoli (mille dugento lire sterline
all'incirca) potea arrecar sommo danno ad uno splendidissimo patrimonio:
la mancanza d'oro e d'argento fu ammendata colla alienazione delle
terre; e Pipino, e Carlomagno, formalmente protestarono che le immense
loro donazioni aveano per iscopo la guarigione delle proprie anime. Ella
è massima delle leggi civili, che chiunque non può pagare con danaro,
sconti col proprio corpo, onde i Monaci ammisero la pratica della
flagellazione, doloroso ma economico supplimento[410]. Dopo una stima
arbitraria, un anno di penitenza fu valutato tremila colpi di
disciplina[411], e tali erano la robustezza e la pazienza del famoso
eremita S. Domenico l'Incuoiato[412], che in sei giorni con una
flagellazione di trecentomila battiture, il debito di un secolo intero
pagava. Un grande numero di penitenti d'entrambi i sessi, cotesto
esempio imitò. E poichè era permesso il trasportare in un altro il
merito della sopportata flagellazione, un campion vigoroso potea sulle
proprie spalle espiare i peccati di tutti i suoi benefattori[413]. Sì
fatti compensi pecuniarj e personali introdussero, nell'undicesimo
secolo, un genere di più onorevole soddisfazione. I predecessori di
Urbano II, aveano concedute indulgenze a coloro che, contro i Saracini
dell'Affrica e della Spagna, brandivano l'armi; estendendo l'esempio
ricevuto da essi, questo Pontefice, nel Concilio di Clermont, compartì
indulgenza plenaria a tutti quelli che sotto i vessilli della Croce si
arrolerebbero: la quale indulgenza era posta nell'assoluzione di tutti i
loro peccati, e nella remission generale di tutto il debito che in
penitenze canoniche ai medesimi rimaneva[414]. La fredda filosofia del
nostro secolo, durerà forse fatica a comprendere la viva impressione,
che sopra anime colpevoli e fanatiche questa promessa operò. Alla voce
del lor Pastore, i masnadieri, gli omicidi, gli incendiarj a migliaia
accorrevano, impazienti di riscattare le proprie anime, col trasportare
in mezzo agl'Infedeli il furore onde si erano fatti esecrabili nella lor
patria. I peccatori di ogni grado e di ogni specie, questo nuovo metodo
di espiazione avidamente abbracciarono. Niuno credeasi a bastanza puro,
niuno esente da colpa e dal dovere di far penitenza; e quelli ancora che
aveano minor motivo di paventare la giustizia di Dio e della Chiesa, si
confortavano nell'idea di acquistare tanto maggiori diritti ad una
ricompensa del lor pietoso coraggio, così in questo Mondo, come
nell'altro. Il Clero latino non esitò a promettere la corona del
martirio[415] a chiunque fosse in così santa spedizione soggiaciuto; e
chi alla conquista di Terra Santa sopravvivea, poteva aspettarsi con
sicurezza un premio, che cogli anni della vita sua accumulavasi in
Cielo. Di fatto, tutti questi Crociati offerivano il proprio sangue al
figlio di Dio, che immolato erasi per la lor redenzione; prendeano la
Croce; entravano con fiducia nella via del Signore; la Providenza di lui
dovea vegliare sovr'essi, e forse anche la sua onnipotenza, con modi
visibili e miracolosi, toglier di mezzo gli ostacoli che l'impresa loro
impacciassero. La nube e la colonna di Jehova non erano marciate dinanzi
agli Israeliti guidandoli fin nella Terra Promessa? a miglior diritto i
Cristiani non poteano sperare che i fiumi si aprirebbero per dare ad
essi passaggio, che le mura delle più forti città cadrebbero al suono
delle loro trombe, che il sole arresterebbe il suo corso, per lasciare a
questi campioni il tempo necessario a distruggere gli Infedeli?

Fra i condottieri e i soldati che al Santo Sepolcro affrettavansi,
oserei assicurare non essersene trovato un solo che lo spirito di
entusiasmo, la fiducia nel merito dell'impresa, la speranza del
guiderdone e del patrocinio celeste, non animassero. Ma mi persuado
parimente che, per la maggior parte di essi, tali motivi non fossero i
soli; e che per alcuni anzi, non formassero il principal fomite di tanto
fervore. La preponderanza, o l'abuso, della religione, difficilmente
arrestano il torrente de' costumi dei popoli, bensì quando voglion
affrettarne il corso, l'impulso loro non trova più resistenza. I Papi e
i Sinodi indarno tuonavano contro le guerre de' privati, i sanguinosi
tornei, gli amori licenziosi, i duelli giudiziarj. Più agevolmente
riuscivano ad eccitare disputazioni metafisiche fra i Greci, a trar ne'
chiostri le vittime del dispotismo e dell'anarchia, a santificare la
pazienza de' vili e degli schiavi, o in appresso, a farsi merito
dell'umanità e della benevolenza che fra i moderni Cristiani ravvisansi.
Gli esercizj della persona, e la guerra, erano le passioni favorite de'
Franchi e de' Latini; veniva lor comandato di abbandonarsi alle medesime
per ispirito di penitenza, di trasportarsi in lontani paesi, e sguainare
le loro spade contra le nazioni dell'Oriente; il buon successo, o
solamente l'aver cercato di meritarlo, bastavano a fare immortali i nomi
degli eroi della Croce; anche una pietà la più pura da una sì luminosa
prospettiva di gloria militare allettata esser poteva. Nelle picciole
lor guerre europee, questi campioni versavano il sangue de' loro amici,
o compatriotti, per l'acquisto forse unicamente di un villaggio, o di un
castello: quale esser doveva la loro esultanza nel correre ad affrontare
stranieri nemici, vittime al ferro lor consacrate! già colla loro
immaginazione afferravano le corone ricche dell'Asia; e i trofei
riportati dai Normanni nella Puglia, e nella Sicilia, parean mallevadori
d'un trono al più oscuro fra i venturieri. Le contrade abitate dai
Cristiani in quel secolo di barbarie, e per clima, e per coltivazione al
suolo de' Maomettani cedevano: oltrechè, i vantaggi, di cui natura ed
arte largheggiavano all'Asia, erano stati fuor di misura esagerati dallo
zelo, o dall'entusiasmo de' pellegrini, e dalle idee che avea concepita
l'Europa in veggendo i frutti di un commercio ancor nell'infanzia; il
volgo di tutte le classi bevea con avidità i racconti delle maraviglie,
che presentava una contrada innaffiata da fonti di mele, e da ruscelli
di latte, abbondante di miniere d'oro e di diamanti, coperta di palagi
di marmo e di diaspro, adombrata da boschetti olezzanti di cinnamomo e
d'incenso. Ciascun Capo di guerrieri si ripromettea dalla sua spada un
ricco ed onorevole possedimento, cui assegnava per solo confine
l'ampiezza de' proprj desiderj in questo paradiso terrestre[416]. I
vassalli, i soldati poneano la propria fortuna nelle mani di Dio e del
loro Signore. Le spoglie di un Emiro turco, bastar doveano ad arricchire
l'infimo tra i fantaccini: la squisitezza de' vini della Grecia,
l'avvenenza delle donne di quel paese, nella immaginazione di que'
campioni della Croce, destavano commozioni più conformi alla natura
umana, che alla lor professione[417]. Nel medesimo tempo, l'amore della
libertà accendea gli animi di tutti coloro che della tirannide feudale
ed ecclesiastica erano vittime. Col divenire Crociati, i borghigiani, e
i contadini, soggetti alla servitù della gleba, sottrar si poteano al
giogo di un superbo padrone, e trapiantarsi colle loro famiglie in una
terra di libertà. Il frate vedeva un modo di sciogliersi dalla rigida
disciplina del suo convento; il debitore di sospendere gl'interessi
dell'usura e le persecuzioni de' creditori; gli assassini, e i
malfattori d'ogni genere, di sfuggire la punizione de' loro delitti, e
di disfidare impunemente le leggi[418].

Potenti e numerosi erano questi motivi; ma dopo avere calcolata la forza
de' medesimi sopra ciascun individuo particolare, gli è d'uopo
aggiugnere ancora la autorità indefinita, e sempre crescente,
dell'esempio, e di ciò che chiamasi moda. I primi proseliti, divenuti i
più zelanti e i più utili missionarj della Croce, predicavano ai loro
amici e compatriotti, l'obbligazione, il merito, la ricompensa della
santa impresa, e gli uditori, anche a ciò meno propensi, trovavansi, a
mano, a mano, trascinati dal turbine della autorità o della persuasione.
Quella gioventù guerriera al menomo rimproccio, o sospetto di viltà di
cui si credesse scopo, infiammavasi; tale occasione di poter visitare
protetti da un formidabile esercito, il Santo Sepolcro, seducea vecchi
ed infermi, donne e fanciulli, che il fervore non le forze lor
consultavano: e se taluno eravi che, il dì innanzi, avesse accusati di
poco senno i compagni, il dì appresso della follia loro ardentemente
partecipava. Quella medesima ignoranza che i vantaggi dell'impresa
ingrandiva, ne facea parer minori i pericoli. Per la conquista de'
Turchi, essendo stati una serie d'anni interrotti i pellegrinaggi, gli
stessi condottieri non aveano che nozioni imperfette su la lunghezza del
cammino e lo stato di forze degl'inimici. Tale era anzi la stupidezza
degli uomini del volgo, che alla prima città, alla prima rocca oltre i
limiti conosciuti, in cui si scontravano, stavan per chiedere se quella
fosse Gerusalemme, la meta del loro viaggio e lo scopo delle intraprese
fatiche. Ciò nulla ostante i più prudenti fra i Crociati, non a bastanza
sicuri di essere nudriti lungo la via da una pioggia di quaglie o di
manna celeste[419], pensarono a provvedersi di que' preziosi metalli
che, per consenso d'ogni paese, sono il simbolo degli agi di nostra
vita. Laonde per aver di che sostenere, giusta il loro grado, le spese
del viaggio, i Principi diedero in pegno i proprj allodj, ed anche le
loro province, i Nobili vendettero terre e castella, i contadini il
bestiame e gli strumenti d'agricoltura. Il numero e la fretta de'
venditori, inviliva il prezzo delle proprietà, intanto che i bisogni e
l'ampiezza dei compratori faceano salire ad esorbitante valore l'armi e
i cavalli. In questo mezzo, quelli che rimasero alle case loro, e
possedeano qualche danaro e l'accorgimento necessario a farlo fruttare,
nell'epidemia generale arricchirono[420]. I Sovrani acquistarono a buon
patto i dominj de' lor vassalli, e i compratori ecclesiastici, mettendo
a conto di pagamento la promessa di lor preghiere, minor danaro
sborsavano[421]. Alcuni zelanti Crociati, valendosi di un ferro caldo, o
di un liquor corrosivo che ne rendesse l'impronta indelebile, stampavano
sul proprio corpo la Croce che gli altri di portar sull'abito si
contentavano; e fuvvi uno scaltro frate, il quale, dando a credere che
un miracolo divino gli avesse impresso il santo marchio sul petto, la
venerazione dei popoli e i più ricchi benefizj della Palestina con
questa frode si procacciò[422].

[A. D. 1096]

Il Concilio di Clermont, come dicemmo, avea posto pel giorno della
partenza de' Crociati il 15 di Agosto; ma costrinse ad anticiparla il
numero e la straordinaria impazienza di pezzenti plebei a questa
spedizione raccoltisi. Racconterò brevemente e quanto costoro
soffersero, e quanto di malvagio operarono, prima d'incominciare il
racconto dell'impresa più rilevante e più felice de' lor condottieri. Al
comparire di primavera, oltre sessantamila persone di entrambi i sessi e
della feccia del popolo, dai confini della Francia e della Lorena sen
vennero, tutti accerchiando il primo missionario della Crociata, e
sollecitandolo con grida, e con ogni modo di importunità, perchè presto
al Santo Sepolcro li conducesse. Piero, trovatosi Generale, senza averne
o il sapere, o l'autorità, guidò, o piuttosto seguì i suoi ardenti
proseliti lungo le rive del Reno e del Danubio. Il numero e il bisogno
li costrinsero ben tosto a sbandarsi. Gualtieri _Senza Sostanze_,
luogotenente dell'Eremita, e soldato coraggioso, comunque oppresso
dall'indigenza, comandava l'antiguardo de' Crociati. Ci formeremo
facilmente un'idea di questo esercito di ciurmaglia osservando che per
ogni quindicimila pedoni vi si contavano appena otto uomini a cavallo.
Godescallo, altro frate fanatico, le cui prediche aveano arrolati
quindici o ventimila contadini de' villaggi dell'Alemagna, l'esempio e
le traccie di Piero eremita d'appresso seguì; e a tutti costoro ancora
si unirono dugentomila mascalzoni, la feccia più ributtante della
plebaglia di tutti i paesi, che delle pratiche di pietà, del
ladroneccio, dell'ubbriachezza, e d'ogni ribalderia, un orrendo
miscuglio faceano. Alcuni Conti o gentiluomini, condottieri di tremila
soldati a cavallo, trovarono espediente l'adattarsi alle costoro voglie
per partecipar con essi alle prede. Ma i veri comandanti, almeno da
questa bruzzaglia riconosciuti per tali (chi crederà oggimai ad un
eccesso tal di demenza?) erano un'oca e una capra, che costoro si
teneano a capo di tutte le squadre, e alle quali bestie questi
spettabili Cristiani attribuivano una ispirazione divina[423]. Contra
gli Ebrei, carnefici di Gesù Cristo, vennero adoperate le prime e men
difficili imprese di codeste bande fanatiche, e di quelli che le
secondavano. Le ricche e numerose colonie di tal nazione, stanziatesi
nelle città mercantili del Reno e della Mosella, ivi sotto la protezione
dell'Imperatore e de' Vescovi, di un libero esercizio del loro culto
godeano[424]. A Verdun, a Treveri, a Magonza, a Spira, a Worms più
migliaia di questi infelici furono spogliati e trucidati[425], nè dopo
la persecuzione di Adriano, altra più sanguinolenta ne aveano sofferta.
Ben la fermezza de' Vescovi salvò alcuni di essi che momentaneamente
finsero di abbracciare il Cristianesimo; ma gli Ebrei più ostinati,
fanatismo opposero a fanatismo, e sbarrate le proprie case, e
lanciandosi entro il fiume, o in mezzo alle fiamme, colle proprie
famiglie e co' proprj tesori la rabbia, o almen l'avarizia, de'
furibondi lor nemici delusero.

[A. D. 1096]

Tra i confini dell'Austria e la capitale dell'Impero d'Oriente i
Crociati dovettero attraversare, per un intervallo di seicento miglia, i
selvaggi deserti della Ungheria e della Bulgaria[426]. Fertile oggidì, e
frastagliato da fiumi è quel suolo; ma in quella età non vi si
incontravano che paludi, e quelle vastità di foreste, la cui estensione
non conosce più limiti, allorchè l'uomo è schifo di assoggettare alla
propria solerzia la terra. Avendo entrambe le nazioni ricevuti i
principj del Cristianesimo, gli Ungari obbedivano ad un principe nato
fra essi; un luogotenente del greco Imperatore i Bulgari governava. Ma
la feroce indole di queste genti, al più lieve pretesto di scontento,
destavasi, nè lievi pretesti i ladronecci de' Crociati ad essi
fornirono. Queste ignoranti popolazioni, presso le quali, come si è
veduto, l'agricoltura mal regolata languìa, abbandonavano nella state le
lor città, fabbricate di legno e di canne, per portarsi sotto le tende,
più consuete abitazioni di popoli pastori e cacciatori. I Pellegrini
crociati dopo aver chieste con arroganza alcune vettovaglie di cui
mancavano, se ne impadronirono colla forza, voracemente le dissiparono,
e dopo il primo contrasto che ebbero, a tutto l'impeto della vendetta e
della indignazione si diedero. Ma l'assoluta ignoranza del paese ove
trovavansi, e dell'arte della guerra e della disciplina a cadere in
tutti gli agguati gli avventurava. Il prefetto di Bulgaria avea truppe
regolari sotto i suoi ordini, e allo squillar primo della tromba
guerriera, l'ottava, o decima parte degli Ungaresi corse all'armi, e in
un corpo formidabile di cavalleria si ordinò; le quali truppe ai
_pietosi_ masnadieri tendendo insidie, sovr'essi ottennero una
sanguinosa e memorabil vendetta[427]. Un terzo all'incirca di questa
masnada, spogliata di tutto ed ignuda, ebbe a ventura il potersi riparar
nella Tracia: Piero l'Eremita fu tra quelli che si salvarono. Il Greco
imperatore che rispettava i motivi del viaggio impresosi dai Latini, e
desideroso inoltre de' loro soccorsi, fece scortar questi avanzi per una
strada sicura e facile infino alla sua Capitale, ove li consigliò
stessero ad aspettare l'arrivo de' lor compatriotti. La ricordanza delle
commesse irregolarità, e dei danni che ne erano ad essi avvenuti, li
tenne in dovere, sin tantochè incoraggiati della liberale accoglienza
che a costoro fecero i Greci, la solita cupidigia tornò a dominarli, nè
risparmiarono gli stessi benefattori; e giardini e palagi e chiese
divennero scopo alle loro devastazioni. Alessio, che per la propria
sicurezza incominciò a paventare, tanto fece che li persuase a
trasferirsi sulla sponda asiatica del Bosforo; ma spinti da cieco
impeto, abbandonarono ben tosto il campo che il Principe greco aveva ad
essi additato come il migliore, e senza pensare alle conseguenze, si
precipitarono addosso ai Turchi che la via di Gerusalemme tenevano.
L'Eremita, vergognandosi di far sì trista comparsa, dal campo de'
Crociati a Costantinopoli si trasferì, e il luogotenente del medesimo
Gualtieri, ben degno di comandare a migliori truppe, si adoperò, ma
indarno, per introdurre qualche poco di ordine e di disciplina in mezzo
a questi selvaggi. Tornati a sbandarsi per avidità di saccheggio,
caddero facilmente negli agguati che apparecchiò loro il sultano
Solimano. Questi fece spargere destramente la voce, che una parte di
Crociati marciata innanzi, della capitale de' Turchi erasi impadronita.
Tutti gli altri corsero allora sullo spianato di Nicea, impazienti di
raggiugnere i compagni, e star con essi a parte di preda; ma caduti
vittime de' turchi dardi, cumuli d'ossa annunziarono la sconfitta de'
primi a quelli che vennero dopo[428]; e già trecentomila Crociati avean
trovato il lor sepolcro nell'Asia, prima che una sola città agl'Infedeli
si fosse tolta, prima che i Capi e i Nobili della Cristianità, gli
apparecchi della santa impresa avesser compiti[429].

                   | CROCIATI |   CAPI   |VIAGGIO A | ALESSIO  | NICEA E
                   |          |          |COSTANTIN.|          |ASIA MIN.
  ------------------------------------------------------------------------
  I. _Gesta        |p. 1, 2   |p. 2      |p. 2, 3   |p. 4, 5   |p. 5-7
    Francorum_     |          |          |          |          |
                   |          |          |          |          |
  II. Roberto il   |p. 33, 34 |p. 35, 36 |p. 36, 37 |p. 37, 38 |p. 39-45
    Monaco         |          |          |          |          |
                   |          |          |          |          |
  III. _Baldricus_ |p. 89     |..........|p. 91-93  |p. 91-94  |p. 94-101
                   |          |          |          |          |
  IV. Raimondo     |..........|..........|p. 139,   |p. 140,   |p. 142
    d'Agiles       |          |          |140       |141       |
                   |          |          |          |          |
  V. Alberto d'Aix |l. j,     |..........|l. ij,    |l. ij,    |l. ij,
                   |c. 7, 31  |          |c. 1-8    |c. 9, 19  |c. 20-43;
                   |          |          |          |          |l. iij,
                   |          |          |          |          |c. 1-4
                   |          |          |          |          |
  VI. Foulcher di  |p. 384    |..........|p. 385,   |p. 386    |p. 387,
    Chartres       |          |          |396       |          |389
                   |          |          |          |          |
  VII. Giberto     |p. 482,   |..........|p. 485,   |p. 485,   |p.
                   |485       |          |489       |490       |491-493,
                   |          |          |          |          |498
                   |          |          |          |          |
  VIII. Guglielmo  |l. j,     |l. j,     |l. ij,    |l. ij,    |l. iij,
    di Tiro        |c. 18, 30 |c. 17     |c. 1, 4,  |c. 5-23   |c. 1-12;
                   |          |          |13, 17, 22|          |l. iv,
                   |          |          |          |          |c. 13-25
                   |          |          |          |          |
  IX. _Radulphus   |..........|c. 1, 3,  |c. 4-7,   |c. 8-13,  |c. 14-16,
    Cadomensis_    |          |15        |17        |18, 19    |21-47
                   |          |          |          |          |
  X. _Bernardo     |c. 7, 11  |..........|c. 11-20  |c. 11-20  |c. 21-25
    Thesaurarius_  |          |          |          |          |
  ------------------------------------------------------------------------

                   |  EDESSA  |ANTIOCHIA |BATTAGLIA |  SANTA   |CONQUISTA
                   |          |          |          | LANCIA   |DI GERUS.
  ------------------------------------------------------------------------
  I. _Gesta        |..........|p. 9-15   |p. 15-22  |p. 18-20  |p. 26-29
    Francorum_     |          |          |          |          |
                   |          |          |          |          |
  II. Roberto il   |..........|p. 45, 55 |p. 56-66  |p. 61-62  |p. 74-81
    Monaco         |          |          |          |          |
                   |          |          |          |          |
  III. _Baldricus_ |..........|p.        |p.        |p.        |p.
                   |          |101-111   |111-122   |116-119   |130, 138
                   |          |          |          |          |
  IV. Raimondo     |..........|p.        |p.        |p. 151,   |p.
    d'Agiles       |          |142-149   |149-155   |152, 156  |173-183
                   |          |          |          |          |
  V. Alberto d'Aix |l. iij,   |l. iij,   |l. iv,    |l. iv,    |l. v, c.
                   |c. 5-32;  |c. 33-66; |c. 7-56   |c. 43     |45, 46;
                   |l. iv, 9, |iv, 1-26  |          |          |l. vj, c.
                   |12; l. v, |          |          |          |1-50
                   |15-22     |          |          |          |
                   |          |          |          |          |
  VI. Foulcher di  |p.        |p.        |p.        |p. 392    |p.
    Chartres       |389-390   |390-392   |392-395   |          |396-400
                   |          |          |          |          |
  VII. Giberto     |p. 496,   |p. 498,   |p.        |p. 520,   |p.
                   |497       |506, 512  |512-523   |530, 533  |523-537
                   |          |          |          |          |
  VIII. Guglielmo  |l. iv,    |l. iv,    |l. vj,    |l. vj,    |l. vij,
    di Tiro        |c. 1-6    |9-24;     |c. 1-23   |c. 14     |c. 1-25;
                   |          |l. v, 1-23|          |          |l. viij,
                   |          |          |          |          |c. 1-24
                   |          |          |          |          |
  IX. _Radulphus   |..........|c. 48-71  |c. 72-91  |c. 100,   |c.
    Cadomensis_    |          |          |          |109       |111-138
                   |          |          |          |          |
  X. _Bernardo     |c. 26     |c. 27-38  |c. 39-52  |c. 45     |c. 54-77
    Thesaurarius_  |          |          |          |          |
  ------------------------------------------------------------------------

La prima Crociata non contò alcun monarca europeo che vi marciasse in
persona. L'imperatore Enrico IV avea tutt'altra voglia che di obbedire
alle prescrizioni del Papa. Filippo I, re di Francia, pensava a
ricrearsi, Guglielmo il Rosso, re d'Inghilterra, a conservare una
recente conquista; bastanti brighe offeriva ai re di Spagna la guerra
guerreggiata nell'interno del lor paese co' Mori; i Sovrani
settentrionali della Scozia e della Danimarca[430], della Svezia e della
Polonia, manteneansi tuttavia indifferenti agli interessi e alle
passioni de' popoli del Mezzogiorno. Il fervor religioso si fece con più
efficacia sentire ai principi di secondo ordine, che nel sistema feudale
una rilevante sede occupavano; e fu una tal circostanza che, come
naturalmente, sotto quattro principali condottieri, i Crociati raccolse.
Nel dipingere i caratteri di ognuno di questi duci molte inutili
ripetizioni potrò evitare, osservando che il coraggio e le consuetudini
dell'armi, attributi generali erano di tutti i venturieri cristiani.

I. Goffredo di Buglione, e nella guerra, e ne' consigli, meritò il primo
grado, e felici i Crociati se la condotta generale della impresa fosse
stata unicamente affidata a questo eroe, degno di rappresentar
Carlomagno, da cui per linea femminile scendea. Il padre di lui
apparteneva alla nobile schiatta de' Conti di Bologna marittima. La
madre era erede del Brabante, ossia Bassa Lorena[431], l'investitura del
qual paese, l'Imperatore conferì a Goffredo con titolo di Ducato,
applicato poi impropriamente a Buglione nelle Ardenne, patrimonio
primitivo dei Signori di Buglione[432]. Militando sotto Enrico IV e
portando egli il grande stendardo dell'Impero, il cuore di Rodolfo il
Ribelle, colla lancia sua trapassò. Stato egli il primo a scalar le mura
di Roma, una infermità sopraggiuntagli, un voto fatto nel durare della
medesima, o fors'anche il rimorso di avere portate l'armi contra il
sommo Pontefice, lo confermarono nella risoluzione, più antica in esso,
di visitare, non a guisa di pellegrino, ma di liberatore, il Santo
Sepolcro. Il valor suo temperavano la prudenza e la moderazione; e
comunque cieca la sua pietà, era però verace, e in mezzo al tumulto de'
campi, tutte le virtù reali ed immaginarie di un cenobita in lui si
scorgevano. Superiore alle fazioni che fra gli altri duci spargean la
discordia, ai soli nemici di Cristo i suoi sdegni serbava[433]; e benchè
cotale impresa gli fruttasse un regno, non evvi alcuno fra i medesimi
suoi rivali che alla purezza del suo zelo, o al suo disinteresse non
abbia fatta giustizia. Due fratelli in questa spedizione lo
accompagnarono: Eustachio il primogenito, erede della contea di Bologna,
e Baldovino il minore, le cui virtù da contrarj sospetti non andarono
immuni. Ad entrambe le rive del Reno ripettavasi il Duca di Lorena; e la
nascita e l'educazione, le lingue francese e teutonica gli rendeano
famigliari egualmente. Allor quando i Baroni di Francia, di Alemagna e
di Lorena i lor vassalli assembrarono, l'esercito confederato che militò
sotto la bandiera di Goffredo ad ottantamila fantaccini, e a diecimila
uomini a cavallo sommò.

II. Fra i principi che si chiarirono campioni della Croce al parlamento
tenutosi alla presenza del Re di Francia, circa due mesi dopo il
Concilio di Clermont, può riguardarsi come il più illustre, Ugo, conte
di Vermandois; ma più che il merito, o i possedimenti comunque sotto
entrambi questi riguardi ei meritasse venir distinto, gli ottenne il
soprannome di Grande, la sua qualità di fratello del francese
Monarca[434]. Roberto duca di Normandia, e figlio primogenito di
Guglielmo il Conquistatore, per propria indolenza, e per altrettanta
solerzia del fratello del medesimo Guglielmo il Rosso, avea perduto,
alla morte del padre, il trono dell'Inghilterra. Indole leggiera e animo
debole, molt'altre prerogative di Roberto offuscavano. Per umore
naturalmente gioviale, abbandonavasi di soverchio ai piaceri: le sue
profusioni rovinavano lui come i popoli: per una mal intesa clemenza,
incoraggiava i delitti, onde le virtù amabili di un privato, funesti
vizj divenivano in un sovrano. Risoluto di partirsi per la Palestina,
diede in pegno, per la picciola somma di diecimila marchi, il Ducato di
Normandia all'usurpatore dell'Inghilterra[435]: ma la sua spedizione a
Terra Santa, e il contegno da esso tenutosi durante la guerra,
tutt'altro uomo in lui dimostrarono, e in qualche modo l'opinione
pubblica gli rendettero. — Eravi un altro Roberto, conte di Fiandra,
regale provincia che diede in quel secolo tre regine ai troni di
Francia, d'Inghilterra, e di Danimarca. Veniva soprannomato _la Lancia o
la Spada de' Cristiani_: ma abbandonandosi all'impeto di un soldato, gli
obblighi di un generale talvolta dimenticava. — Stefano, conte di
Chartres, di Blois e Trojes, uno de' più ricchi principi del suo secolo,
talchè il numero de' suoi castelli, co' trecento sessantacinque giorni
dell'anno solea confrontarsi; avea, mediante lo studio delle Lettere, la
mente sua ingentilita, onde nel consiglio dei duci, l'eloquente Stefano
elessero a presidente[436]. Erano questi i quattro principali Capi che i
Franchi, i Normanni e i pellegrini delle isole Britanniche conducevano;
ma un registro di tutti i Baroni crociati che tre o quattro città sol
possedeano, oltrepasserebbe, dice un autore contemporaneo, il catalogo
de' comandanti della spedizione troiana[437].

III. Nel mezzodì della Francia si spartirono fra loro il comando
Ademaro, vescovo di Puy, Legato pontificio, e Raimondo conte di
San-Gille e di Tolosa, che a questi titoli i più luminosi di Duca di
Narbona, e di Marchese di Provenza aggiugnea. Il primo d'essi,
rispettabile prelato, le virtù necessarie alla felicità temporale ed
eterna in sè stesso accoglieva; il secondo, guerriero veterano, dopo
avere già combattuti i Saracini di Spagna, gli ultimi suoi giorni alla
liberazione e alla difesa del Santo Sepolcro fe' sacri. Perizia del pari
e ricchezze, gli acquistarono somma prevalenza nel campo de' Cristiani
che spesso di soccorsi da esso abbisognarono, e qualche volta gli
ottennero; ma più agevole cosa riusciva a Raimondo il costringere gli
Infedeli ad ammirarne il valore, che serbarsi l'affetto de' suoi
vassalli e de' suoi compagni d'armi: l'indole di lui arrogante,
invidiosa, ostinata oscurava l'altre prerogative dell'animo suo; onde a
malgrado di avere egli abbandonato per la causa di Dio un ricco
patrimonio, la pietà sua, nell'opinione pubblica, apparve non disgiunta
dai sentimenti dell'avarizia e dell'ambizione[438]. I Provenzali hanno
fama di essere più mercatanti assai che guerrieri, e sotto nome di
Provenzali[439], gli abitanti dell'Alvernia e della Linguadoca[440], e i
vassalli del regno di Borgogna e di Arles venivan compresi. Raimondo
trasse dalle frontiere della Spagna una banda d'intrepidi venturieri, e
passando per la Lombardia, una folla d'Italiani, che sotto le sue
bandiere arrolaronsi; onde a centomila combattenti, di fanteria e
cavalleria, le forze del medesimo in tutto sommavano. Se Raimondo, primo
ad assumere il vessillo della Croce, fu l'ultimo a mettersi in cammino,
la grandezza degli apparecchi da esso fatti, e il disegno di dire eterno
addio alla sua patria, possono riguardarsi come una scusa legittima di
tale tardanza.

IV. Una doppia vittoria, sul greco imperator riportata, avea già fatto
celebre il nome di Boemondo, figliuolo di Roberto Guiscardo; ma il
testamento paterno al principato di Taranto, e alla sola ricordanza de'
trofei orientali lo avea ridotto, allorchè la fama eccitata dalla santa
impresa, e il passaggio de' Pellegrini franchi il destarono. È
meritevole di attenzione il carattere di questo Duca normanno, in cui
più che in altri ravviseremo grande ambizione, congiunta a fredda
politica, nè però affatto scevra di religioso fanatismo. La condotta da
lui tenutasi dà luogo a credere, ch'egli avesse regolati di nascosto i
disegni del Sommo Pontefice, e finto in appresso di venirli a saper con
sorpresa, e di secondarli con zelo. Nell'assedio di Amalfi, co' discorsi
e coll'esempio, il fervore de' confederati maggiormente infiammò; si
lacerava le vesti per presentar di Croci coloro che al suo esercito si
ascrivevano, e già comandava diecimila uomini a cavallo, e ventimila
fanti, quando a visitar Costantinopoli e l'Asia s'apparecchiò. Molti
Principi normanni seguirono ansiosamente l'antico lor Generale; ma il
cugino di esso, Tancredi[441], più di suo compagno che di soggetto ai
suoi ordini in questa impresa le parti sostenne. Il carattere di
Tancredi, nobile sotto ogni aspetto alle virtù che ad eccellente
cavaliere si addicono[442], univa quel vero spirito di cavalleria, che
inspira al guerriero sentimenti di beneficenza e di generosità, ben da
preferirsi alla spregevole larva di filosofia, ed alla divozione ancor
più spregevole di que' tempi.

Nel tempo trascorso fra il secolo di Carlomagno e le Crociate, fatto
erasi presso gli Spagnuoli, i Normanni, i Franchi, un cambiamento che
per tutta l'Europa rapidamente si dilatò e fu quello di commettere ai
soli plebei il servigio dell'infanteria. Divenuta nerbo degli eserciti
la sola cavalleria, il nome onorevole di _miles_ fu riserbato ai
gentiluomini[443] che combatteano a cavallo, dopo essere stati insigniti
del carattere di cavaliere. I Duchi e i Conti, dopo essersi arrogati i
diritti della sovranità, coi fedeli loro Baroni le province si
scompartivano: e i Baroni a lor volta, distribuirono ai proprj vassalli
i feudi e i benefizi della giurisdizione da essi goduta. Di questi
vassalli militari, riguardati pari l'uno a petto dell'altro, e persino
pari al Signore, da cui la primitiva autorità derivava, era composto
l'Ordine equestre, ossia l'Ordine de' Nobili, che avrebbero arrossito di
ravvisare nel contadino o nel borghese un ente della loro spezie.
Manteneano la dignità de' natali con una scrupolosa sollecitudine di non
contrar parentadi fuori del loro ceto; e i figli de' medesimi non
poteano venire ammessi nell'Ordine de' cavalieri, se quattro quarti, o
generazioni immuni da taccia, o rimprovero non provavano. Ciò nullameno
un valoroso plebeo poteva arricchirsi, nobilitarsi nell'armi, divenire
ceppo d'una nuova prosapia. Un semplice cavaliere avea diritto di
istituirne un altro, cui di questo onore militare credesse degno; e i
bellicosi monarchi dell'Europa, più di questa distinzion personale che
dello splendor del diadema, invanirono. Una tal cerimonia, di cui
troviamo le tracce nelle opere di Tacito e nei boschi della
Germania[444], fu semplice nella sua origine, e dalle idee religiose
disgiunta. Dopo alcune prove d'uso, venivano adattati alla gamba del
candidato gli speroni, e cintagli la spada, dopo di che ricevea una
lieve percossa sulla spalla, o sulla guancia, come per avvertirlo essere
questo l'ultimo affronto che ei non potea sopportare senza volerne
vendetta; ma la superstizione, ben tosto, in tutti gli atti della vita
privata, o pubblica si frammise. Dalle guerre sante consacrata la
professione dell'armi, i diritti e i privilegi degli Ordini Sacri del
sacerdozio, all'Ordine cavalleresco divenner comuni. Il bagno, e la
tonaca bianca di cui vestito era il novizio, una sconvenevole imitazione
della rigenerazion battesimale divennero. I ministri della Chiesa
benedivano la spada, che sull'altare, il cavaliere nuovamente creato
posava. Preghiere e digiuni precedevano la cerimonia, e armato era
cavaliere a nome di Dio, di S. Giorgio e dell'Arcangelo S. Michele. Ei
profferiva il voto di adempire i doveri della sua professione; della
qual promessa l'educazione, l'esempio, l'opinion pubblica si facevano
mallevadori. Come campione di Dio e delle donne (arrossisco nel
collegare insieme queste due idee così disparate) egli obbligavasi a non
mai tradire la verità, a mantenere la giustizia, a proteggere gli
infelici, ad usare la _cortesia_, (virtù agli antichi men famigliare) a
combattere gli Infedeli, a sprezzare le lusinghe di una vita molle e
pacifica, a difendere, in tutte le occasioni pericolose, l'onore della
cavalleria, l'abuso della quale, il disprezzo dell'arti, della pace e
dell'industria ben tosto fra i cavalieri introdusse. Riguardatisi
questi, come i soli giudici, e vendicatori competenti delle proprie
ingiurie, le leggi della società civile e della militar disciplina
rifiutarono parimente; ciò non ostante sonosi provati spesse volte, e
ravvisati con molta evidenza, i felici effetti che una tale istituzione
operò, nell'ammansare l'indole feroce de' barbari, e nell'inspirare ai
medesimi i principj della buona fede, dell'umanità e della giustizia.
Dileguatesi a poco le ingiuste nimistà prodotte da differenza di patria,
la fraternità d'armi, o di religione, introdusse uniformità di massime,
e gara di virtù fra i Cristiani. I guerrieri di ogni nazione aveano ad
ogni istante motivi di assembrarsi, per pellegrinaggi al di fuori, per
imprese, o esercizj militari nelle interne parti d'Europa; e un giudice
imparziale, ai Giuochi olimpici, tanto nell'Antichità rinomati[445], i
tornei de' Goti certamente preferirà. Negli spettacoli del primo genere
che corrompeano i costumi de' Greci anzichè no, la modestia bandiva
necessariamente dallo stadio le vergini e le matrone; ne' secondi in
vece, nobili ed avvenenti donne accresceano co' vezzi di lor presenza la
pomposa decorazione della lizza, e il vincitore ricevea il premio
dell'agilità e del coraggio dalle lor mani medesime. La forza e la
destrezza che nella lotta e nel pugilato voleansi, hanno corrispondenze
sol lontane ed incerte, co' pregi ad un soldato essenziali: ma i tornei,
siccome inventati vennero in Francia, e nell'Oriente e nell'Occidente
imitati, una vera immagine delle militari fazioni presentano. I
particolari certami, le generali scaramucce, le difese di un passo o di
un castello, nel modo medesimo che alla guerra vi si eseguivano, e in
entrambe le circostanze dall'abilità del guerriero nel regolare il suo
corridore, e nell'adoperare la sua lancia, i buoni successi pendeano.
Quasi sempre della lancia il cavaliere valeasi. E nel momento del
maggior pericolo, cavalcava un grande ed impetuoso corridore, che nel
tempo rimanente della giostra veniva condotto a mano; ed intanto un
palafreno, avvezzo a più mite andatura, il suo ufizio al combattente
prestava. Superflua cosa or sarebbe il descrivere la foggia degli elmi,
delle spade, de' cosciali, degli scudi, e mi basterà a tal proposito
annotare che invece di pesanti corazze, i giacchi, o saj da guerra, il
petto de' combattenti coprirono. Dopo aver messa in resta la lunga
lancia, e spronato violentemente il suo cavallo di battaglia, il
cavaliere faceva impeto sull'avversario, impeto tanto forte ed
immediato, che rade volte la cavalleria de' Turchi e degli Arabi il
potea sostenere. Ciascun cavaliere veniva nel campo di battaglia
accompagnato dal suo fedele scudiero, giovine, per lo più, eguale di
nascita al proprio Capo, e che faceva a canto di lui il noviziato della
milizia. I suoi arcieri ed armigeri gli venivano dopo, nè men di quattro
o cinque soldati erano necessarj a formare una _lancia_ compiuta. I
patti del servigio feudale, alle spedizioni straniere, o di Terra Santa,
non obbligavano. In tali guerre, l'opera de' cavalieri e del lor seguito
ottenevasi unicamente dal loro zelo e dalla loro affezione alla causa
che doveasi difendere, ovvero per via di ricompense e promesse. Il
numero de' combattenti era proporzionato alla possanza, alle ricchezze,
alla celebrità di ciascuno de' Capi independenti, i quali gli uni degli
altri si discerneano allo stendardo, alle imprese, al grido di guerra;
onde le più antiche famiglie d'Europa, fra questi segnali, l'origine e
le prove della vetusta loro nobiltà van rintracciando. Questa
compendiosa descrizione della cavalleria mi ha fatto portare indugio
alla storia delle Crociate che di una tale istituzione furono effetti e
cagioni ad un tempo[446].

[A. D. 1097]

Tali furono le milizie, e tali i duci che assunsero l'impresa della
Croce per correre a liberare il Santo Sepolcro. Era già partita la
flotta de' vagabondi, descritti dianzi, allorchè quelli mutuamente
s'incoraggiarono, per via di lettere e parlamenti, ad adempiere i
giurati voti, e ad affrettar la partenza. Le mogli, le sorelle di questi
campioni entrar vollero a parte del merito e de' rischi del santo
pellegrinaggio. Tutte le preziose suppellettili in verghe d'oro e
d'argento vennero convertite; i principi e baroni si condussero dietro e
cani, e falchi, per non perdere lungo la strada il piacere della caccia,
e per essere certi di tener provvedute le proprie mense. La difficoltà
di procurar nudrimento a sì grande numero d'uomini e di cavalli, a
separare le loro forze costrinsegli; l'elezione loro, o le circostanze
di sito, additarono il compartimento delle strade, e rimasero d'accordo
di convenir tutti nelle vicinanze di Costantinopoli, e colà incominciar
tosto le fazioni belliche contra i Turchi. Dalle rive della Mosella,
Goffredo di Buglione attraversò in linea retta l'Alemagna, l'Ungheria, e
il paese de' Bulgari, e sintantochè egli comandò solo, il suo esercito
non fece passo, che non comprovasse la prudenza e le virtù del
condottiero. Ai confini dell'Ungheria, lo arrestò per tre settimane, una
popolazione di Cristiani, che il nome della Croce, o piuttosto, nè in
ciò avean torto, l'abuso che di cotal nome erasi fatto, abborrivano.
Recenti essendo le ingiurie che dai primi pellegrini ricevettero gli
Ungaresi, questi che a lor volta oltre ogni confine spinta avevano la
vendetta, temeano a ragione un eroe da sdegno di patria congiunto co'
loro offensori, e con essi ad un'impresa medesima accinto; ma dopo
l'esame de' motivi e degli avvenimenti, il virtuoso Goffredo,
limitandosi a deplorare i delitti e le sciagure de' suoi indegni
compatriotti, dodici deputati, quai messaggeri di pace inviò, onde a
nome di esso, domandassero libero il passaggio, e a moderato prezzo le
vettovaglie. Che anzi per togliere ogni argomento d'inquietezza, o
sospetto a queste genti, Goffredo diede in ostaggio sè, indi il proprio
fratello a Carlomanno, principe di Bulgaria, che con modi semplici, ma
amichevoli, co' medesimi usò. Sul Vangelo, in cui gli uni e gli altri
credevano, giurarono scambievolmente di mantenere i patti, intantochè un
bando, che pronunziava contra chi il violasse la morte, e la licenza e
l'audacia de' latini soldati frenò. Dall'Austria fino a Belgrado, senza
commettere, o ricevere la menoma ingiuria, attraversarono le pianure
dell'Ungheria, e la presenza di Carlomanno, che con numerosa cavalleria
a fianco di questi armati veniva, alla sicurezza loro in uno, e a quella
de' suoi Stati giovò. Così pervennero i Crociati sino alle sponde della
Sava, il qual fiume varcato, Carlomanno gli ostaggi restituì, e gli
accompagnò nel separarsi da essi con sinceri voti pel buon esito della
loro spedizione. Nel modo medesimo, e serbando egual disciplina,
Goffredo trascorse le foreste della Bulgaria, e i confini della Tracia,
potendo congratularsi con sè medesimo di essere quasi aggiunto al
termine del suo pellegrinaggio senza l'uopo di sguainare contra un
Cristiano la spada. Intanto Raimondo, co' suoi Provenzali, dopo aver
seguìte da Torino ad Aquilea le strade dilettevoli e facili della
Lombardia, camminò quaranta giorni per le inospite contrade della
Dalmazia[447] e della Schiavonia, ove ai disgusti che offeriva un paese
sterile e montagnoso, quelli di un cielo sempre annuvolato si
aggiunsero. Gli abitanti davansi alla fuga, o quai nemici si
dimostravano; poco frenati dalla lor religione, o dal lor governo,
ricusavano viveri e scorte a que' passaggieri, e se scontravansi in
soldati sbandati gli uccideano; talchè, nè giorno, nè notte, ebbe pausa
la vigilanza del Conte, il quale più profitto ritrasse dal far
giustiziare alcuni di cotesti ospiti scorridori, che da un parlamento e
da un negoziato convenuto col Principe di Scodra[448]. Innoltre nel suo
cammino fra Durazzo e Costantinopoli, lo tribolarono, senza però
arrestarne il viaggio, i soldati e i contadini del greco Imperatore; i
quali, con alcune equivoche ostilità, s'accigneano parimente a turbare
il passaggio degli altri Capi che sulla costa d'Italia per valicare
l'Adriatico mare imbarcavansi. Boemondo, ben provveduto d'armi e di
navi, era di più previdente, sollecito di mantenere la militar
disciplina, nè le province dell'Epiro e della Tessaglia doveano per
anche aver dimenticato il nome di questo guerriero; onde il suo saper
militare e il valore di Tancredi tutti gli ostacoli superavano. Benchè
il Principe normanno molto riguardo inverso i Greci ostentasse, permise
il saccheggio del castello d'un eretico a' suoi soldati[449]. I nobili
Franchi affrettarono il lor cammino con quell'ardore cieco e presuntuoso
che alla nazion loro viene sì spesso rimproverato. Dall'alpi fino alla
Puglia, la corsa di Ugo il Grande, de' due Roberti e di Stefano di
Chartres, per mezzo ad un florido paese, e fra le acclamazioni de'
Cattolici, ad una processione trionfale paragonar si potea. Baciarono i
piedi del Pontefice Romano, dalle cui mani il fratello del Re di Francia
ricevè lo stendardo dorato del Principe degli Appostoli[450]; ma per
questa visita di divozione e diporto trascurarono di calcolar le
stagioni e di procacciarsi quanto era necessario all'imbarco. Perduto
inutilmente il verno, i soldati Franchi dispersi per le città
dell'Italia corruppersi. Per più riprese si veleggiò senza avere la
debita cura alla sicurezza della flotta, e alla dignità de' condottieri.
Nove mesi dopo la festa dell'Assunzione, assegnata dal Papa qual giorno
della partenza, tutti i Principi latini ne' dintorni di Bisanzo
convennero; ma il Conte di Vermandois vi comparve in forma di
prigioniero, perchè la tempesta avendo separate le prime navi della sua
flotta, i luogotenenti di Alessio, tutte le leggi delle nazioni
infrangendo, della persona del principe francese si erano impadroniti.
Intanto ventiquattro cavalieri in armadura d'oro splendenti, aveano
annunziato l'arrivo di Ugo, e intimato all'Imperatore di rispettare il
Generale dei cristiani latini, e il fratello del Re dei Re[451].

[A. D. 1096-1097]

Ho letta in una novelletta orientale, la favola di un pastore, che per
avere appunto veduto pago un suo voto, ogni cosa perdè. Questo meschino
chiedeva acqua, e il Gange, innondandogli il podere, la mandria e la
capanna del supplicante, seco si trascinò. Una sorte non molto diversa,
sovrastò ad Alessio Comneno, che non per la prima volta in questa Storia
è nominato, e la condotta del quale viene in così diverso modo dipinta
da Anna Comnena, figlia del medesimo[452], e dagli scrittori
latini[453]. Gli Ambasciatori di questo Sovrano, nel Concilio di
Piacenza, aveano pregato per ottenere un mediocre sussidio, forse non
maggiore di diecimila uomini; ma all'arrivo di tanti poderosi Capi, e di
tante nazioni fanatiche in armi, atterrito rimase. Fra la speranza e il
timore, fra il coraggio e la pusillanimità, l'Imperatore ondeggiava;
pure non giungerò mai a persuadermi, nè veggo alcuna ragione di credere,
che nella sua tortuosa politica, da lui ravvisata siccome prudenza, egli
abbia mai cospirato contro la vita, o l'onore de' Francesi. Le bande,
condotte da Piero Eremita, un miscuglio di selvagge fiere, anzi che
d'uomini ragionevoli, presentavano, onde Alessio non potè nè prevenirne,
nè deplorarne la perdita. Le truppe comandate da Goffredo, e dai
compagni di esso, meritevoli di maggior rispetto, non di maggior
fiducia, sembrarongli. Comunque pietosi e puri riguardar si potessero i
fini che li guidavano, l'Imperator greco paventava del pari l'ambizione
conosciuta di Boemondo, e la mal cognita indole degli altri Capi. Cieco
ed impetuoso era il coraggio de' Franchi; le ricchezze della Grecia
potevan sedurli; fiancheggiati da eserciti numerosi, il convincimento
delle lor forze, trarli in maggiore orgoglio, e incoraggiarne la
cupidigia; in somma, non sarebbe stato strano che per Costantinopoli,
Gerusalemme avessero dimenticata. Dopo un lungo cammino e una penosa
astinenza, le soldatesche di Goffredo nelle pianure della Tracia
accamparono, ove intesero la cattività del Conte di Vermandois, colla
massima indignazione; indignazione cui lo stesso Generale non potè
impedire qualche sfogo di rappresaglie e rapine. Ma gli ammansò la
sommessione di Alessio, che promise vettovagliare il lor campo; e poichè
i soldati negavano tragittare il Bosforo fra i rigori del verno, vennero
assegnate stanze ai medesimi per mezzo ai giardini e ai palagi, che
questo braccio di mare coprivano. Intanto durava sempre un germe
inestinguibile di nimistà fra le due nazioni, che i predicati di schiavi
e di barbari, mutuamente si compartivano. Della ignoranza è figlio il
sospetto; dal sospetto alle provocazioni giornaliere, è breve il
tragitto; le preoccupazioni dell'animo sono cieche; la fame non ascolta
ragioni. Venne apposta ad Alessio l'accusa di aver divisato affamare i
Latini, in un posto pericoloso, cinto per ogni lato dall'acque[454].
Goffredo ordinò si sonasse a raccolta, forzò una trincea, coperse col
suo esercito la pianura, ai sobborghi di Costantinopoli fece oltraggio;
ma sì agevole cosa non era il rompere le porte della città, o dar la
scalata a baluardi, guerniti di soldatesche. Dopo una pugna d'esito
incerto, le voci della pace e della ragione, entrambe le parti
ascoltarono. I donativi e le promesse del Principe greco, a mano, a mano
i violenti animi degli Occidentali ammollirono, e, guerriero cristiano
egli pure, Alessio studiossi rianimare l'ardore per la santa impresa,
promettendo le sue milizie e i suoi tesori per secondarla. Giunta la
primavera, condiscese Goffredo ad occupare un adatto e ben provveduto
campo nell'Asia, e varcato ch'egli ebbe il Bosforo, i legni greci alla
riva opposta tornarono; greca politica che fu successivamente adoperata
cogli altri Capi venuti da poi, i quali assicurati dall'esempio de' loro
predecessori, e stremati dalle fatiche del viaggio, usarono egual
compiacenza ad Alessio, che con accorgimento e solerzia, evitò sempre
l'unione di due eserciti sotto le mura di Costantinopoli; onde dopo la
festa della Pentecoste, un sol Crociato sulla riva d'Europa non
rimaneva.

Certamente questi eserciti cotanto formidabili, avrebbero potuto liberar
l'Asia, e rispingere i Turchi dalle vicinanze del Bosforo e
dell'Ellesponto; recentissima viveva ancora la rimembranza delle fertili
province che da Nicea ad Antiochia, erano state tolte al Principe greco,
il quale in sè trasfusi sentiva gli antichi diritti, che il romano
Impero sulla Siria e sull'Egitto avea conquistati. Compreso da questo
entusiasmo Alessio si abbandonò, o finse abbandonarsi all'ambiziosa
speranza di vedere rovesciati i troni dell'Asia, dai suoi novelli
confederati; ma dopo alcune meditazioni, la ragione in parte, in parte
la sua indole al sospettare propensa, il distolsero dal confidare la
sicurezza della sua persona nelle mani di Barbari sconosciuti, o che
freno di disciplina non rispettavano. Si limitò quindi ad esigere, fosse
per prudenza o per orgoglio, dai pellegrini Franchi un vano omaggio, o
giuramento di fedeltà, e la promessa di restituirgli quanto nell'Asia
conquisterebbero, oppure di protestarsi, in ciò che a tali possedimenti
spettavasi, umili e fedeli vassalli del greco Impero. L'alterezza de'
Crociati si mostrò sulle prime irritata dalla proposta di una volontaria
servitù; ma ai seducenti artifizj dell'adulazione e della liberalità a
grado a grado cedettero, e quei primi che ad umiliazione soggiacquero ad
insinuarla ai proprj compagni cooperarono. L'orgoglio di Ugo di
Vermandois, fu men forte nell'animo suo degli onori che durante la
cattività ricevette, e l'esempio d'un fratello del re di Francia, tutti
gli altri a sommessione eccitò. Quanto a Goffredo, tutte le
considerazioni semplicemente umane, a quella che ei credeva gloria
divina, e al buon successo dell'armi sue posponeva, laonde costantemente
respinse le sollecitazioni di Raimondo e di Boemondo, che con ardore gli
consigliavano il tentare la conquista di Costantinopoli. Da siffatta
virtù il greco Imperatore commosso, nominò, e giustamente, Goffredo il
campion dell'Impero, e nobilitonne il titolo di vassallo coll'altro di
figlio adottivo, che con tutte le solenni cerimonie gli conferì[455].
Boemondo contro cui da prima tutto l'odio di Alessio si rivolgea, venne
accolto come un antico e fedele confederato da questo Principe, il
quale, se gli ricordò le antiche ostilità, il fece soltanto per
encomiare il valore e la gloria, che nelle pianure di Durazzo e di
Larissa, questo figlio di Guiscardo si procacciò. Venne quindi Boemondo
alloggiato, mantenuto e servito con reale magnificenza; ma un dì, mentre
questi attraversava una loggia del palagio, una porta, come a caso
rimastane aperta, gli lasciò vedere un cumulo d'oro e d'argento, di
suppellettili e arredi preziosi, ammucchiati con apparente disordine e
d'un'altezza, che tenea lo spazio frapposto tra il pavimento e la
soffitta. «Quai conquiste, meditò fra sè stesso l'avaro ambizioso,
potrebbero farsi col soccorso di questo tesoro! — È vostro, si affrettò
a dire un Greco che gli leggea negli occhi, i sentimenti dell'animo:»
Boemondo, dopo avere titubato un istante, si degnò accettare un così
magnifico donativo; e gli si fece inoltre sperare un principato
independente: ma Alessio senza profferire un assoluto rifiuto, evitò di
rispondere all'inchiesta audace, fattasi dal Normanno per divenire Gran
Domestico, ossia Generale dell'Oriente. Anche i due Roberti, uno figlio
del re d'Inghilterra, l'altro parente di tre Regine, inchinarono a lor
volta il trono d'Alessio[456]. Una lettera di Stefano di Chartres
attesta i sentimenti d'ammirazione, che questo Principe studiavasi di
manifestare all'Imperator greco, da lui chiamato il migliore e il più
liberale degli uomini; e si persuadeva esserne il favorito, tanto più
per la promessa ottenutane, di vedere innalzato, e presentato di
possedimenti, il più giovine de' proprj figli. Il Conte di S. Gille e di
Tolosa, che nella sua provincia meridionale, quasi straniero di lingua e
nazione al re di Francia, di questo riconosceva appena la supremazia,
annunziò superbamente alla presenza de' suoi centomila uomini, di non
voler essere che servitore e soldato di Cristo, e che il Principe greco
potea ben contentarsi d'un negoziato di amicizia e di lega, come fra
Principi eguali si usa; colla quale ostinata resistenza rendè maggiore,
agli occhi almeno de' Greci, il merito della sommessione, a cui in
appresso si uniformò. «Ei splendea fra i Barbari, dice la principessa
Comnena, come il Sole fra le stelle del Firmamento». L'Imperatore si
disacerbò col suo fedele Raimondo, narrandogli l'avversione che nel suo
animo aveano destata, la fama e l'audacia dei guerrieri francesi, e i
sospetti che sui disegni di Boemondo avea concepiti. Istrutto per lunga
esperienza ne' politici accorgimenti, il conte di Tolosa non durò fatica
ad accorgersi, che menzognera esser potea l'amicizia di Alessio, ma che
costui nell'odiare almeno era sincero[457]. Lo spirito di cavalleria
nella persona di Tancredi, fu l'ultimo a cedere, nè eravi chi potesse
arrossire nel seguir gli esempj d'un cavaliere sì valoroso. Sdegnati
parimente l'oro e gli encomj del Principe greco, castigò alla presenza
di lui la tracotanza di un patrizio; indi sotto le spoglie di semplice
soldato fuggì nell'Asia, cedendo, comunque il sagrifizio fosse penoso al
suo orgoglio, alla autorità di Boemondo e all'interesse della causa
comune. La ragion migliore e più concludente di tanta sommessione de'
Crociati, si era che non poteano attraversare lo stretto, nè compiere
quindi il lor voto senza la permissione e le navi di Alessio. Ma in
segreto speravano che giunti sul continente dell'Asia, i loro acciari
cancellerebbero tanta vergogna, e romperebbero una obbligazione, della
quale potea sperarsi che lo stesso Principe di Bisanzo, non avrebbe
troppo religiosamente serbati i patti. Intanto la formalità del prestato
omaggio fe' prestigio agli occhi di un popolo, presso il quale da lungo
tempo tenea vece di possanza l'orgoglio. Sedutosi sull'alto suo trono
l'Imperatore, rimase muto ed immobile intanto che i Principi latini lo
adoravano, e si sottomettevano a baciargli i piedi o le ginocchia. Gli
stessi storici de' Crociati, vergognando di confessare tanta viltà, non
ardiscono però di negarla[458].

L'interesse pubblico, o particolare, rattenea i Duchi e i Conti da
clamorose querele; ma fuvvi un Barone francese, Roberto di Parigi, a
quanto viene supposto[459], il quale ardì salire sul trono, e mettersi a
fianco di Alessio. Sul quale atto avendolo prudentemente rimproverato
Baldovino, costui si fece con impeto a rispondere nel suo barbaro
idioma: «chi è egli finalmente questo screanzato che si prende la
libertà di star seduto sul proprio scanno, mentre tanti valorosi
capitani rimangono in piedi dintorno a lui?» Tacque l'Imperatore, e
dissimulò la sua indignazione, chiedendo soltanto all'interprete la
spiegazione di que' detti di Roberto, benchè ai gesti e al contegno,
onde furono pronunziati, avesse potuto indovinarli egli stesso. Prima
che i Crociati partissero, Alessio mostrò curiosità di sapere chi fosse
questo ardimentoso Barone. Egli medesimo gliel rispose: «Io sono Franco,
e vanto nobiltà purissima, antichissima del mio paese. Posso dirvi che
nelle mie vicinanze è posto un oratorio[460], ove si trasferiscono
quelli che bramano provare in particolar combattimento il proprio
valore; colà volgono le lor preci a Dio e ai Santi suoi, sintanto che
vedano comparire un nemico. Ci sono stato più d'una volta, e non ho per
anche ritrovato un avversario che ardisca accettare una mia disfida».
Alessio congedò questo prode, dandogli alcuni saggi consigli sulla
condotta da tenersi nel far la guerra co' Turchi; e gli storici francesi
narrarono con compiacenza un tal singolare esempio de' costumi del loro
secolo e del lor paese.

[A. D. 1097]

Alessandro intraprese e ridusse a termine la conquista dell'Asia con
trentacinquemila Greci o Macedoni[461], fondando soprattutto la propria
fiducia sul valore e sulla disciplina della sua falange d'infanteria. Il
precipuo nerbo de' Crociati si stava nella loro cavalleria, onde allor
quando negli spianati di Bitinia, vennero passati in rassegna, i
cavalieri e i sergenti a cavallo di seguito, sommavano a centomila
combattenti compiutamente armati d'elmo e di giaco. Una tal sorte di
soldati ben meritava ne fosse fatta una enumerazione scrupolosa ed
autentica; nè per vero è cosa da maravigliarne che in un primo sforzo il
fiore della cavalleria di tutta l'Europa abbia potuto somministrare
questa formidabile unione di armati a cavallo. Avvi luogo a credere che
i fanti venissero serbati alle fazioni degli arcieri, de' guastatori,
degli esploratori. Ma il disordinamento che fra coteste turbe regnava,
non permise alcuna certa congettura sul numero di coloro che le
formavano, nè a determinarlo abbiamo altra guida che l'opinione, o la
fantasia di un cappellano del conte Baldovino[462], la cui testimonianza
nè sopra un esame oculare, nè sopra avverate nozioni si fonda: ei conta
seicentomila pellegrini atti a portar l'armi, non comprendendo fra
questi i preti, i frati, le donne, e i fanciulli che il campo de' Latini
seguivano. Senza dubbio griderà all'esagerazione il lettore; ma prima
che egli si riabbia dalla sua sorpresa, stimo opportuno l'aggiugnere,
seguendo sempre la medesima autorità, che, se tutti coloro i quali
ricevettero la divisa della Croce, il proprio voto avessero adempiuto,
più di sei milioni d'Europei per la spedizione d'Asia sarebber partiti.
Sopraffatto io medesimo da quanto il narratore dianzi citato mi vorrebbe
far credere, trovo qualche conforto dal parere profferito a tale
proposito da uno Storico più giudizioso e assennato[463], il quale
convenendo in quella parte di calcolo che si riferisce alla cavalleria,
quanto al rimanente taccia di credula dabbenaggine il prete di Chartres,
dubitando per fino se le contrade _cisalpine_ (così dee chiamarle un
Francese) possano somministrar uomini che a sì sterminate migrazioni col
loro numero corrispondano. Lo storico scettico, più tranquillo ancora
nelle sue meditazioni, rammenterà che molta mano di questi pietosi
volontarj, nè anco videro Nicea, o Costantinopoli. Capriccioso e di
breve durata è il predominio dell'entusiasmo: laonde una parte di que'
pellegrini, la ponderazione, o la paura, la debolezza o la indigenza
rattennero: altri tornarono addietro spaventati dagli ostacoli del
cammino, tanto meno superabili, che que' fanatici ignoranti non gli
aveano preveduti. Le ossa di una gran parte di costoro copersero i paesi
inospiti dell'Ungheria e della Bulgaria. Il loro antiguardo dal Sultano
de' Turchi fu fatto in pezzi; e già la perdita della prima spedizione è
stata calcolata di trecentomila uomini uccisi, o morti di stento, e per
l'influenza del clima. Ciò nullameno ne rimaneva ancora, e giugnevano di
continuo truppe sì numerose, che lo stupor de' Greci parimente
eccitarono. La faconda energia della greca lingua sembra non bastare
allo studio postosi dalla principessa Comnena nell'amplificare il numero
di queste genti[464]. «Tutti gli sciami delle locuste, tutte le foglie e
tutti i fiori della terra, le arene del mare, e le stelle del cielo» non
sono che imperfette immagini di quanto ella ha veduto o inteso dire.
Talchè finalmente esclama che «l'Europa smossa dalle sue fondamenta è
precipitata contro dell'Asia». Regna tuttavia la stessa incertezza sul
numero a cui gli antichi eserciti di Dario e di Serse sommavano;
nondimeno propendo a credere che fino allora, entro il recinto di un
solo campo, non si fossero mai trovate raccolte tante soldatesche,
quante se ne adunarono all'assedio di Nicea, prima azione campale de'
Principi latini. Sono or noti i motivi che li spinsero, l'indole loro,
il genere d'armi che da questi si adoperava. La più grossa parte di loro
truppe andava composta di Franchi: poderosi rinforzi aveano ricevuti
dalla Puglia e dalle rive del Reno: bande di venturieri dalla Spagna,
dalla Lombardia e dall'Inghilterra[465] erano accorse: oltre ad alcuni
selvaggi fanatici, pressochè ignudi, feroci nelle case loro,
nell'esterne guerre paurosi, che dalle montagne della Scozia e dalle
paludi dell'Irlanda sbucarono[466]. Se la superstizione non avesse
riguardata come sacrilega un'antiveggenza per cui sarebbero stati privi
del merito del pellegrinaggio i deboli e gl'indigenti, la folla di
coloro che consumavano le vettovaglie senza guadagnarsele col proprio
valore, avrebbe potuto fermarsi negli Stati del greco Imperatore,
sintantochè i lor compagni più atti a tale spedizione, le avessero
aperto e assicurato il cammino del Santo Sepolcro. Ma venne permesso di
affrettarsi a visitarlo, chè non era ancora liberato, a quante ciurme, o
valorose, o non valorose passarono il Bosforo. Avvezze ai climi
settentrionali, le esalazioni e i cocenti raggi del sole, ne' deserti
della Sorìa non poterono sopportare. Con insensata prodigalità
consumarono gli adunamenti d'acque e di viveri; per la copia loro le
interne parti del paese estenuavano affatto; già lontano avevano il
mare, e i Greci mal contenti de' Cristiani di tutte le Sette, dal
ladroneccio e dalla voracità de' latini confratelli lungi fuggivano.
Pervenuti a sì orribile necessità, la fame per fin li costrinse a
cibarsi delle carni de' lor prigionieri, e adulti, e fanciulli; con che
procacciatisi il nome e la riputazione di cannibali, si accrebbe ne'
Saracini l'orrore che contra gli europei idolatri nudrivano[467]. A
certi esploratori introdottisi nella cucina di Boemondo vennero mostrati
alcuni corpi umani posti allo spiedo, e i Normanni credettero atto
accorto l'accreditare una vociferazione che, se maggior terrore incutea
negli Infedeli, il loro odio parimente contra i Cristiani
aumentava[468].

[A. D. 1097]

Volentieri io mi son diffuso nel narrare i primi atti de' Crociati, che
dipingono parimente i costumi e l'indole degli Europei di que' giorni.
Ma restringerò il molesto e uniforme racconto di tante oscure imprese
che la forza eseguì, e l'ignoranza descrisse. Dal loro primo campo
situato ne' dintorni di Nicomedia, innoltratisi per più riprese, e
uscendo fuori degli angusti limiti del greco Impero, si apersero per
mezzo alle montagne una strada, e la pietosa lor guerra contra il
Sultano de' Turchi incominciarono, assediandone la capitale.
Dall'Ellesponto sino alle frontiere della Sorìa, gli Stati di Rum, reame
del ridetto Principe, si estendevano, vietando così ai pellegrini la
strada di Gerusalemme. Ivi regnava Kilidge-Arslan, o Solimano[469], come
dicemmo, uscito della schiatta di Selgiuk, e figlio del primo
conquistatore. Nel difendere un paese, che i Turchi riguardavano come
loro legittima proprietà, Solimano meritò gli encomj de' suoi nemici
medesimi, che soli ai posteri lo hanno dato a conoscere. Cedendo al
primo impeto di quel torrente, la sua famiglia, i tesori entro Nicea
pose in salvo, ritirandosi nelle montagne, ove cinquantamila uomini a
cavallo il seguirono; e due volte ne scese per affrontar gli assedianti,
il campo de' quali offeriva un cerchio imperfetto di sei miglia
all'incirca. Alte e saldissime mura, fiancheggiate da trecentosettanta
torri, e da profonda fossa difese, la città di Nicea circondavano; e le
facea presidio il fiore de' Musulmani che guardavano i confini, per cui
gli Stati turchi dalla Cristianità eran disgiunti; gente valorosa, ben
addestrata alla guerra, e del culto suo zelantissima. Innanzi alla
indicata città i Principi Franchi accamparonsi; ma le loro fazioni, nè
si comunicavano scambievolmente, nè ad una massima generale
sottomettevano. L'emulazione animava il valor de' medesimi; poi questo
valore contaminavano le crudeltà, e l'emulazione tralignava in invidia e
in discordie. I Latini adoperarono, all'assedio di Nicea, tutte le
macchine da guerra dall'Antichità conosciute. Mine, arieti, testuggini,
torri sulle ruote, (_belfredi_), baliste, fuochi artifiziali, catapulte,
fionde, e balestre che pietre e dardi lanciavano[470]. Durante cinque
settimane di fatiche e di pugne, molto sangue fu sparso; e gli
assedianti, sopra tutti il conte Raimondo, fecero alcuni progressi; ma i
Turchi durar potevano nel resistere e assicurarsi la ritirata,
fintantochè dominavano il lago Ascanio[471], che al ponente di Nicea per
parecchie miglia si estende. La prudenza e l'industria di Alessio, un
tale ostacolo superarono; sua mercè, vennero trasportati dal mare in sul
lago, molti battelli carichi di abili arcieri, che alla fuga della
Sultana si opposero. Già Nicea era stretta da tutte le bande, quando un
messo dell'Imperator greco, avvertì gli abitanti di sottrarsi, finchè ne
erano in tempo, al furore de' Selvaggi d'Europa, accettando la
protezione del suo Signore. Laonde nel momento della vittoria, o
certamente allorchè vi era ogni ragion di sperarla, i Crociati, avidi di
sangue e di strage, furono costretti fermarsi alla vista dello stendardo
imperiale, che sventolava sulle mura della rocca; ed una sì importante
conquista, Alessio con grande cura a sè medesimo riserbò. La voce
dell'onore e dell'interesse, al bisbigliar dei Capi impose silenzio.
Dopo un riposo di nove giorni, s'incamminarono verso la Frigia, condotti
da un Generale greco, che inteso però sospettavano col Sultano. La
Sultana e i primarj servi di Solimano, ottennero senza riscatto la loro
libertà: e questa generosità dall'Imperatore usata ai miscredenti[472],
per una prova di perfidia ebbesi dai Latini.

[A. D. 1097]

Più irritato che avvilito si mostrò Solimano della perdita della sua
capitale. Fatta nota con manifesti ai suoi sudditi e confederati, la
straordinaria invasione de' Barbari di Occidente, gli Emiri turchi alla
voce del Principe e della religione obbedirono. Molte bande di
Turcomanni alle bandiere del Sultano si affrettarono; onde le forze
congiunte del medesimo, con un calcolo vago, si fecero dai Cristiani
ascendere a dugento ed anche trecento sessantamila uomini di cavalleria.
Ciò nullameno Solimano aspettò con pazienza, che i Cristiani si fossero
allontanati dal mare, e dalle frontiere della Grecia, e volteggiando ai
lor fianchi, li seguitò. Pieni questi d'una imprudente fiducia,
marciarono in due corpi separati, e posti fuor d'abilità di vedersi l'un
l'altro; onde poche miglia di qua da Dorilea nella Frigia, il corpo di
sinistra, il men numeroso, fu sorpreso da Solimano che lo assalì, e
quasi sconfisse[473]. Il caldo della stagione, il nembo di frecce, le
grida degli Ottomani avendo sparso per ogni dove il terrore e la
confusione, i Crociati, perduta ogni speranza, si sbaragliarono, e se la
inegual pugna si resse, fu dovuto anzi che all'abilità, al valor
personale di Boemondo, di Tancredi e di Roberto di Normandia. La vista
delle bandiere di Goffredo, che col Conte di Vermandois e con
sessantamila uomini di cavalleria, in soccorso de' suoi accorreva,
rianimò lo stremato coraggio delle soldatesche. Raimondo di Tolosa, e il
Vescovo di Puy, ben tosto arrivarono col rimanente dell'esercito, e
senza riposarsi un istante, si schierarono in ordine di battaglia, e la
pugna rincominciò. Intrepidi la sostennero gli Ottomani, ed uno sprezzo
eguale, con cui venivano riguardati i popoli della Grecia e dell'Asia,
fece confessare ad entrambe le parti, che i soli Turchi ed i Franchi il
nome di soldati si meritavano[474]. Variati furono gli assalti, e li
contrabbilanciò la differenza delle armi e della disciplina; da una
banda si faceva impeto immediato, rapidi moti dall'altra operavansi; con
lancia inclinata i Cristiani affrontavano, opponeano i Turchi le lor
chiaverine; oltre alle differenze della pesante e larga spada de' primi,
della ricurva sciabola che gli altri portavano, delle vesti leggiere e
ondeggianti e della greve armadura, dell'arco de' Tartari e della
balestra; sino a quei giorni sconosciuta agli Orientali[475]. Sintanto
che i cavalli mantennero il loro vigore, e ne' maomettani turcassi
frecce rimasero, Solimano sempre superiore, a quattromila Cristiani fe'
morder la polvere; ma sull'imbrunir della sera all'agilità prevalse la
forza: d'ambo le parti eguale era il numero; o almeno trovavansi in ogni
luogo tante aste, quante lo spazio ne potea contenere, e i Generali far
movere; ma gli ultimi manipoli de' Provenzali di Raimondo, girando
attorno alle colline, e senza forse averlo divisato, presero alle spalle
il nemico già stanco, e così decisero d'un esito per sì lungo tempo
sospeso: oltre alla moltitudine de' morti di minor conto che niuno si
degnò numerare, tremila cavalieri pagani, quali nella battaglia, quali
inseguiti perirono. Saccheggiato il campo di Solimano, oltre al prezioso
bottino, offerse anche pascolo alla curiosità de' Latini, che
contemplarono da presso tutte quell'armi e quegli attrezzi stranieri, e
i cammelli e i dromedarj, affatto nuovi per essi. Quanto fosse
importante quella vittoria, lo provò la precipitosa fuga del Sultano; il
quale seguìto da diecimila guardie, avanzi del suo esercito, sgombrò il
territorio di Rum, correndo ad implorare i soccorsi, e a riaccendere
l'astio de' suoi compatriotti dell'Oriente. In un cammino di cinquecento
miglia, i Crociati trascorsero le devastate campagne, e le deserte città
dell'Asia Minore, senza scontrarsi nè in amici, nè in avversarj. Il
Geografo[476] può delineare i siti di Dorilea, di Antiochia, di Pisidia,
di Iconium, di Archelaide, di Germanicia, confrontando queste antiche
denominazioni, co' moderni nomi di Eskishehr (_la Vecchia Città_),
Akshehr (_la Città Bianca_), Cogni, Erekli e Marash. I pellegrini
attraversarono un deserto, ove un bicchier d'acqua a prezzo d'argento
vendeasi; e al tormento d'una intollerabile sete, ne succedè un
maggiore, allorchè il primo ruscello scopersero; tanto furono ad essi
fatali e l'impazienza di estinguer la sete, e l'intemperanza nello
sbramarla. Con paura, e a stento, superarono le discoscese e
sdrucciolevoli pendici del monte Tauro; nel qual varco un grande numero
di soldati, per minorare i pericoli della salita, si spacciò delle
proprie armi, onde se il terrore non avesse preceduto il loro
antiguardo, bastava una mano di nemici risoluti, a gettare nel profondo
di orridi precipizj, quelle torme da spavento comprese. I due più
rispettabili Capi de' Crociati, il Duca di Lorena e il Conte di Tolosa,
venivano portati entro lettighe. Raimondo era salvo, diceasi, per
miracolo, da una malattia pericolosa, che non lasciava luogo a speranza;
Goffredo aveva sofferto grave strazio da un orso, che ci stava nelle
montagne di Pisidia cacciando.

[A. D. 1097-1151]

Perchè nulla mancasse alla generale costernazione, il cugino di Boemondo
e il fratello di Goffredo, disuniti eransi dall'esercito, ciascuno co'
suoi squadroni, composti di sei o settecento uomini a cavallo. Dopo
avere attraversate rapidamente le montagne e le coste marittime della
Cilicia, da Cogni sino alle frontiere della Sorìa, il Normanno piantò
per il primo i suoi stendardi sopra le mura di Tarso e di Malmistra; ma
l'orgoglio ingiusto di Baldovino stancata avendo la pazienza del
generoso Italiano, in singolare certame la lor disputa definirono. Solo
motivo delle azioni di Tancredi era l'onore, nè ad altra ricompensa
fuorchè alla gloria aspirava; ma le imprese men generose del suo rivale
la fortuna favoreggiò. Un tiranno greco od armeno, al quale i Turchi
permetteano dominare sopra i Cristiani di Edessa[477], chiamò Baldovino
in soccorso, dandogli il titolo di suo figlio e campione, che l'altro
non ricusò: ma appena introdotto nella città, eccitò il popolo a
trucidar questo padre, s'impadronì dei tesori e del trono, ed estendendo
le sue conquiste nelle montagne dell'Armenia, e nelle pianure della
Mesopotamia, fondò al di là dell'Eufrate la prima sovranità de' Franchi,
o Latini, sovranità che cinquantaquattro anni durò[478].

[A. D. 1097-1098]

Trascorsero affatto la state e l'autunno, prima che i Franchi
penetrassero nella Sorìa. Se dovesse imprendersi tosto l'assedio di
Antiochia, o ripartire qua e là l'esercito per lasciarlo in riposo,
durante il verno fu argomento di forti discussioni ne' lor consigli.
L'ardor di combattere e la brama di liberare il Santo Sepolcro, vinsero
il partito, risoluzione forse anche consentanea alla prudenza, essendo
cosa certissima che ogni istante d'indugio scema il vigore di
un'invasione, e il terrore che ne deriva; migliora la condizione di chi
si difende. La capitale della Sorìa difendevano l'Oronte e il ponte _di
Ferro_, ponte di nove archi che questo nome traea dalle sue porte
massicce, e da due torri costrutte a ciascuna delle estremità del
medesimo. Ma queste al valore del Duca di Normandia non avendo potuto
resistere, la vittoria di lui aperse a trecentomila Crociati il cammino;
il qual calcolo, ammettendo anche molte perdite e diserzioni, dimostra
evidentemente esagerato l'altro della rassegna di Nicea. Per chi si
accigne a descrivere la città di Antiochia[479], non è sì agevole cosa
il trovare un termine medio, fra l'antica magnificenza per cui sotto i
successori di Alessandro e di Augusto splendea, e l'aspetto sotto il
quale mostrasi oggidì nello stato d'invilimento, cui l'hanno ridotta i
Turchi. La Tetrapoli o le quattro città, se pure il loro nome e sito
serbavano, doveano lasciare grandi vuoti in un circuito di dodici
miglia, la quale estensione, guernita di quattrocento torri, non collima
gran che colle cinque porte che si vedono citate sì di frequente nella
storia di quell'assedio. Ciò nullameno, ogni apparenza dimostra, che
Antiochia fosse tuttavia e vasta, e popolosa, e fiorente. Baghisiano,
vecchio generale, difendeva a capo degli Emiri la piazza, comandando un
presidio d'uomini a cavallo, fra i sei e i settemila, e di fanti fra i
quindici e i ventimila. Si pretende che vi perirono sotto i colpi delle
spade centomila Musulmani, e giusta i verisimili calcoli, il numero di
questi era inferiore a quel de' Greci, degli Armeni, di que' di Sorìa,
soggiogati, non erano più di quattordici anni, dai Selgiucidi.
Ricigneano questa città alte e salde mura che, giudicandone dai loro
avanzi, s'innalzavano sessanta piedi sopra le valli. E le parti di
questo ricinto, ove era stato adoperato men d'arte e fatica a munirle,
venian supposte difese a bastanza dalle montagne, dalla palude e dal
fiume. A malgrado però delle sue fortificazioni, la città è stata presa
successivamente dai Persiani, dagli Arabi, da' Greci e dai Turchi;
perchè era difficile che una sì vasta circonferenza, qualche punto
debole non offerisse. Nell'assedio che, a mezzo ottobre, i Cristiani ne
impresero, il solo vigore posto nell'eseguirlo, potea scusar l'ardimento
di averlo tentato. Quanti prodigi possono aspettarsi dalla forza e dal
valore, per parte dei campioni della Croce si videro. Costretti sì di
frequente a battersi, or dalle sortite degli assediati, or dalla
necessità di foraggiare, or da quella di difendere le proprie
vettovaglie, e di assalire quelle dell'inimico, ottennero spesse
vittorie, e sol dobbiamo lamentarci dall'esagerazione di chi,
raccontando le prodezze de' Franchi, ogni probabilità oltrepassò. Col
fendente della sua spada[480], Goffredo spaccò in due parti dalla spalla
all'anca un Turco, del cui cadavere cadde una metà, l'altra il corridore
del Franco fino alle porte di Antiochia si trasportò. Roberto di
Normandia, galoppando allo scontro dell'avversario, _pietosamente_
esclamò: «consacro la tua testa ai demonj dell'inferno», e col primo
colpo di sciabola gli fendè il capo insino al petto: ma la realtà o la
fama di tali gigantesche avventure[481], avrà certamente persuasi i
Musulmani, a trincerarsi entro le loro mura, e contro mura di mattoni e
di terra, sono armi impossenti la lancia e la spada. L'ignoranza e la
negligenza de' Crociati, li rendea mal atti a regolare le lunghe e
successive fazioni di un assedio; oltrechè, mancavano e d'intelligenza
per inventare le macchine che le possono agevolare, e di danaro per
provvederle, e d'industria per prevalersene. Nella conquista di Nicea,
eransi maravigliosamente giovati dell'erario e del sapere
dell'Imperatore Alessio, e di questo possente soccorso mal teneano luogo
nel secondo assedio, alcuni legni pisani e genovesi, che il commercio, o
la religione traevano sulle coste della Sorìa. Penuriavasi di
vettovaglie, incerti i modi di provvederle, difficili e pericolose le
comunicazioni. Fosse trascuratezza, o impotenza, i Cristiani non aveano
stretta per ogni lato la città, e due porte di essa, rimaste libere,
assicuravano continuamente nuovi rinforzi e viveri alla guernigione. In
sette mesi d'assedio, i Crociati videro pressochè distrutta la loro
cavalleria, oltre ad uno sterminato numero di soldati, che le fatiche,
la fame e le diffalte lor tolsero; nè intanto alcun considerabile
progresso avevano fatto. E forse più lungo tempo incerto sarebbe stato
l'esito di loro impresa, se lo scaltrito e ambizioso Boemondo, l'Ulisse
de' Latini, le armi dell'inganno e del tradimento non avesse operate.
Antiochia racchiudeva molta mano di malcontenti Cristiani: fra quali
Firuz, rinnegato della Sorìa, godendo il favor dell'Emiro aveva il
comando di tre torri. Costui col farsi merito di un nuovo pentimento,
nascose forse ai Latini, e a sè medesimo, l'obbrobrio della propria
perfidia. Ragione di mutuo interesse avendo pertanto posti in segreta
corrispondenza Firuz e il Principe di Taranto, Boemondo manifestò ai
Duci assembrati in consiglio, come dipendesse da lui il farli entrare
nella città, ma per prezzo del servigio, richiese la sovranità di
Antiochia. Erano quelli a sì dure estremità che dovettero accettare un
partito, da cui sulle prime per gelosia rifuggirono. I Principi francesi
e normanni mandarono ad effetto questa sorpresa, salendo eglino stessi
le scale di corda che venivano lor gettate fuor delle mura. Il contrito
proselito de' Cristiani, colle mani ancora grondanti del sangue d'un suo
fratello, che avea, agli occhi di lui, troppi scrupoli, abbracciò i
servi di Dio e nella città gl'introdusse. Apertesi all'esercito le
porte, i Musulmani sperimentarono che, se era inutile il sottomettersi,
il resistere diveniva impossibile; ma le Fortezze avendo ricusato di
arrendersi, i vincitori si trovarono ben tosto circondati e assediati
dall'esercito innumerevole di Kerboga, Principe di Mosul, che,
accompagnato da vent'otto Emiri, in soccorso d'Antiochia accorreva. Per
venticinque giorni, i Cristiani rimasero in tale stato che speranza di
salvamento non offeriva, e già l'orgoglioso luogotenente del Califfo,
sola alternativa per la morte o la schiavitù, ad essi lasciava[482].

[A. D. 1098]

A tale eccesso di sciagure condotti, raccolsero quante forze lor
rimanevano, e usciti della città, con una vittoria delle più memorande,
distrassero e spersero in un sol giorno tanta copia di Turchi e d'Arabi,
che i vincitori poterono, senza tema di essere contradetti, calcolare a
seicentomila uomini[483] il numero. Porterò fra poco le mie indagini su
quella parte di tal vittoria che al soccorso di confederati
soprannaturali venne attribuita; ma l'intrepida disperazione de' Franchi
fu la cagione naturale della vittoria di Antiochia, e aggiungasi ancora,
la sorpresa, la discordia, e forse gli abbagli degl'ignoranti e
presuntuosi loro avversarj. La confusione di quella giornata si è
frammessa ne' racconti di chi l'ha descritta: non passeremo nullameno
sotto silenzio quanto vi si narra intorno alla tenda di Kerboga, vasto
palagio ambulante, ricco di tutto il fasto dell'Asia, ed atto a
contenere oltre duemila persone. Dalle stesse descrizioni udiamo ancora
che le guardie di Kerboga, in numero di tremila, andavano, non meno de'
lor cavalli, tutte coperte di un'armadura di acciaio.

Finchè durarono l'assedio e la difesa di Antiochia, i Crociati, or
mostraronsi inorgogliti per la vittoria, ora oppressi dalla
disperazione, or notavano nell'abbondanza, or la fame e gli stenti
stremavanli. Un filosofo contemplativo avrebbe ragione d'immaginarsi che
la fede de' Crociati grandemente sugli atti loro operasse, e che i
soldati del vessillo della Redenzione, i liberatori del Santo Sepolcro,
con una vita sobria e virtuosa, si apparecchiassero alla palma del
martirio, ognor presente ai lor guardi. Ma la pia illusione vien
dissipata dalla esperienza: onde rade volte la storia delle guerre
profane offre scene di dissolutezza e di prostituzione da paragonarsi
con quelle che sotto le mura di Antiochia avvenivano. Il boschetto di
Dafne non era più, ma, tuttavia infetto delle antiche corruttele l'aere
della Sorìa, i Cristiani non resistettero nè alle tentazioni inspirate
dalla natura, nè a quelle che la natura respinge[484]; sprezzando essi
l'autorità de' lor Capi, e sermoni ed editti nulla poteano contra
disordini che alla disciplina militare, e alla purezza evangelica
parimente opponeansi. Così ne' primi giorni dell'assedio, come ne' primi
di Antiochia occupata, i Franchi dissiparono con tutta la prodigalità
della spensieratezza quelle vettovaglie, che una frugale economia
avrebbe fatto durare per molte settimane e per molti mesi; que'
devastati dintorni non poteano più somministrar loro alcuna cosa, nè
andò guari che l'esercito de' Turchi dal quale erano circondati, li
privò d'ogni comunicazione coll'interno del paese. Le infermità,
compagne inseparabili della fame, acquistarono maggiori gradi di
malignità dalle piogge del verno, dai calori della state, dal mal sano
nudrimento, dall'affollamento stesso della moltitudine. Le schifose
pitture della peste e della fame essendo sempre le medesime, la nostra
immaginazione può facilmente additarci, quai fossero i patimenti di
questi sciagurati, quali le misere provvisioni per cui si studiavano di
alleviarli. Quanto rimanea de' tesori e delle prede veniva da essi con
larga mano adoperato a procacciarsi i più vili alimenti. Quali saranno
state le angosce del povero, se il conte di Fiandra e Goffredo, dopo
avere pagato quindici marchi d'argento per una capra, e altri quindici
per un cammello etico,[485] si videro costretti l'uno a mendicare un
pranzo, l'altro a cercare in prestito un cavallo! Sessantamila cavalli
passati dianzi in rassegna nel campo, trovavansi prima del terminar
dell'assedio, ridotti a soli duemila. L'infiacchimento del corpo, e i
terrori dell'immaginazione, avendo ammorzato l'entusiasmo de'
pellegrini, l'amor della vita[486] divenne più forte de' sentimenti
dell'onore e della religione. Fra que' Capi nullameno possono
annoverarsi tre eroi, da tema e demerito serbatisi immuni. Goffredo di
Buglione che la sua pietà magnanima sostenea; Boemondo per impulso
d'ambizione e di personale interesse; e Tancredi, il quale, siccome
verace Cavaliere, protestò che sintantochè gli sarebbero rimasti
quaranta compagni per seguirlo, non avrebbe abbandonata la spedizione
della Palestina. Ma il conte di Tolosa e di Provenza infermò, e finta ne
fu sospettata la malattia; le censure della Chiesa richiamarono dalle
coste marittime il Duca di Normandia. Ugo il Grande, benchè comandasse
l'antiguardo dell'esercito, si valse di un pretesto equivoco per
ritornarsene in Francia: Stefano di Chartres abbandonò obbrobriosamente
lo stendardo nelle sue mani affidato e il Consiglio cui presedeva; i
soldati ogni coraggio perdettero in veggendo partire Guglielmo Visconte
di Melun, che i colpi vigorosi della sua azza da guerra avean fatto
soprannomare il _Carradore_; i devoti rimasero scandalezzati della
caduta di Piero l'Eremita, che dopo avere armata tutta l'Europa contro
dell'Asia, alle molestie d'un forzato digiuno tentò sottrarsi. I nomi di
tant'altri guerrieri che mancarono di coraggio, vennero cancellati, come
si esprime uno storico, dal libro di vita; e coll'epiteto ignominioso di
ballerini da corda furono qualificati que' tanti che, per fuggire da
Antiochia, ne scalarono di notte tempo le mura. L'Imperatore Alessio che
pareva movesse in soccorso de' Latini[487], atterrì in udendo come ad
estremo caso fosser ridotti. Tutti in preda ad una tetra disperazione,
quasi aspettavano omai con tranquillità il loro destino. Vane tornarono
le prove de' giuramenti e delle punizioni, talchè per costringerli i
soldati a difender le mura, fu di mestieri metter fuoco alle case ove
stanziavano.

Eppure quello stesso fanatismo, che a quasi inevitabile distruzione gli
aveva condotti, li fece uscire vittoriosi di un tal pericolo. In una
tale spedizione, in mezzo ad un esercito di simil natura, frequenti e
famigliari esser doveano le visioni, le profezie ed i miracoli. Questi,
nel durare de' patimenti che i Cristiani soffersero in Antiochia, si
ripeterono con maggior forza e con istraordinario buon successo. Ora
sant'Ambrogio aveva assicurato un pio Ecclesiastico che il momento della
grazia e della liberazione esser dovea preceduto da due anni di prova.
Or narravasi di alcuni disertori arrestati da Cristo comparso in persona
per rampognarli; i morti si erano obbligati ad uscire fuor dalle tombe
per combattere a fianco de' proprj fratelli. La Vergine aveva ottenuto
ai Franchi il perdono de' lor peccati, e la confidenza di ognuno fu
invigorita dalla fausta e luminosa scoperta della _Santa Lancia_[488].
In tali estremità, molto lodata venne la politica di que' duci, e
certamente almeno meritevole era di scusa. Ma di rado, una pia frode in
mezzo ad un numeroso consiglio può concertarsi; bensì un impostore
volontario avea di che fondarsi sull'appoggio degli uomini istrutti e
sulla credulità popolare. Un prete, nomato Pietro Bartolommeo, della
diocesi di Marsiglia, fornito di un ingegno rozzamente artificioso, e
de' cui costumi era sospetta la fama, si mostrò alla sala del Consiglio
per rivelare ivi, come Sant'Andrea gli fosse apparso per tre volte
durante il sonno, e dopo minacciategli terribili punizioni, se ai
comandi del Cielo osava resistere, così gli avesse parlato: «In
Antiochia, nella chiesa di mio fratello, San Pietro, vicino all'Altar
Maggiore, si troverà, scavando sotterra, il ferro che percosse il
costato del nostro Redentore. Fra tre giorni, questo strumento
dell'eterna salute verrà manifestato ai suoi discepoli, e la liberazione
de' medesimi opererà. Cercate, e troverete. Sollevate questo mistico
ferro in mezzo all'esercito, e andrà a ferire fino nell'anima i
miscredenti». Il vescovo di Puy, Legato del Papa, mostrò di ascoltare,
con indifferenza e poca fiducia, la rivelazione del prete marsigliese;
ma avidamente l'accolse il Conte Raimondo, che questo suo fedele suddito
aveva prescelto, a nome dell'appostolo, per essere guardiano della Santa
Lancia. Deliberatosi di tentare l'esperimento, nel terzo giorno indicato
dalla profezia, il messo di S. Andrea, dopo essersi, com'era
convenevole, a ciò preparato col digiuno e colla preghiera, introdusse
nel tempio dodici spettatori di sua confidenza, nel cui novero il Conte
Raimondo e il Cappellano di lui computavansi; sbarrate vennero le porte
per evitare l'affoltamento delle turbe impazienti di verificare il
prodigio. Si cominciò lo scavamento nel luogo che era stato accennato;
ma gli operai che si davano la muta, dopo essere scesi co' loro ordigni
fino alla profondità di dodici piedi, non quindi rinvenivano quanto
cercavasi. Solamente la sera, allorchè il Conte si fu ritirato alle sue
stanze, e quando gli spettatori, stanchi incominciavano a bisbigliare,
Bartolommeo in camicia, e dopo essersi levate le scarpe, si calò
coraggiosamente entro la fossa. L'oscurità dell'ora e del luogo, gli
agevolò l'artifizio di celare in quella cavità il ferro di una lancia
che a qualche Saracino avea appartenuto. Al primo suono, al primo
scricchiolar dell'acciaro, venne salutato fra acclamazioni di divozione
e di gioia. Toltala quindi dal luogo ov'era stata nascosta, la Santa
Lancia venne avvolta in un velo di seta ricamato, ed esposta alla
venerazione de' Crociati. Da quel momento le angosce loro in grida di
giubilo e di entusiasmo si convertirono, e il rinato entusiasmo restituì
alle scoraggiate truppe l'antico valore. Qualunque sia stata la parte
che a tale avvenimento ebbero i Capi, e che che si pensassero della
cosa, certamente un sì felice cambiamento, per tutte le vie suggerite
dalla disciplina e dalla Religione, protessero. Rimandati vennero ai
loro alloggiamenti i soldati, raccomandatosi ai medesimi di
affortificare il corpo e l'anima per essere in tutto apparecchiati al
prossimo combattimento; consumassero senza tema le ultime vettovaglie e
i foraggi, aspettando allo schiarire del nuovo giorno il segnale della
vittoria. Ricorrendo alla domane la festa de' SS. Pietro e Paolo, le
porte di Antiochia si apersero, ed una processione di preti e monaci
uscì cantando il salmo di guerra.

La battaglia fu ordinata in dodici corpi ad onore de' dodici Appostoli;
il cappellano di Raimondo ebbe, a nome e vece del suo Signore,
l'incarico di portare la Santa Lancia. La possa di questa reliquia, o
trofeo, si fece sentir fortemente non solo ai servi di Cristo, ma forse
anche a quelli che nemici ne erano[489]. E ad invigorirla contribuì il
caso, o uno stratagemma, o la voce sparsasi di un nuovo miracolo. Tre
cavalieri vestiti di bianco e di splendenti armadure coperti, furono
veduti uscire delle montagne. Ademaro, Legato pontifizio esclamò essere
eglino i martiri San Giorgio, San Teodoro e San Maurizio. Il tumulto
delle pugne non avendo lasciato il tempo nè di dubitare, nè di avverare
le cose, favorevole si fu la creduta apparizione ad abbagliare gli occhi
e la fantasia, di un esercito di fanatici. Così ne' momenti del
pericolo, come ne' primi della vittoria, non vi fu chi sulla veracità
della rivelazione di Bartolommeo Marsigliese mostrasse dubbio; ma in
mezzo alla calma che venne dopo, gli onori e le copiose elemosine che la
dignità di guardiano della Santa Lancia al Conte di Tolosa produsse, nel
moverli ad invidia, risvegliarono la ragione nelle menti de' suoi
rivali. Un Cherco normanno osò esaminare con occhio filosofico le
credibilità della leggenda, le circostanze della scoperta, la
riputazione del Profeta: per lo che il pio Boemondo meramente ai meriti
e all'intercessione di Gesù Cristo attribuì la liberazione dei Crociati.
I clamori e l'armi de' Provenzali, per qualche tempo, questo Palladio di
lor nazione difesero; e nuove visioni annunziavano la morte e la
dannazione degli empj che con scettica esitanza si facessero solamente
lecito di movere indagini sul merito, o sulla realtà della scoperta. Ma
l'incredulità prevalse, e costrinse Bartolommeo ad assoggettare ad un
Giudizio di Dio la verità delle cose che avea rivelate e la propria
vita. Innalzatasi in mezzo al campo una catasta di fascine secche, alta
quattro piedi e lunga quattordici, e mentre l'impeto delle fiamme a
quattordici cubiti le sollevava, il prete marsigliese venne obbligato ad
attraversare un sentiero non più largo d'un piede che in mezzo alla
fornace lasciato erasi aperto. A malgrado di sua destrezza ed agilità,
lo sciagurato ne riportò il ventre e le coscie arrostite, onde in
termine di ventiquattro ore spirò, sempre protestandosi e veritiero, e
innocente, le quali proteste saranno forse di qualche peso appo le
menti, a credere molto inclinate. Indarno i Provenzali si adoperarono a
sostituire una croce, o un anello, o un tabernacolo alla Santa Lancia,
la cui sola ricordanza fatta erasi argomento a dileggio[490]. Pur chi il
crederebbe? Gli storici de' secoli successivi hanno con gravità
attestata la rivelazione di Antiochia, e tali progressi può fare la
credulità, che miracoli de' quali fu dubitato ne' tempi, e nelle
contrade ove nacquero, dalle età più lontane, e in luoghi da queste
contrade remoti, con implicita fede vengono accolti.

La prudenza o la buona sorte de' Franchi fatto avea che differissero la
loro spedizione sino al momento che l'Impero de' Turchi declinava[491].
Sotto il vigoroso governo de' tre primi sultani la pace e la giustizia
tenea i reami dell'Asia congiunti. Gli innumerabili eserciti che quei
principi conduceano in persona, pareggiavano in valore quelli de'
Barbari dell'Occidente, in disciplina li superavano; ma ne' giorni delle
Crociate, quattro figli di Malek-Sà, se ne disputavano scambievolmente
il retaggio. Intesi affatto alle cure di personale ambizione, poco il
rischio pubblico li commovea: e la variabilità de' successi di questi
pretendenti, rendea incerti, e non curanti i principi lor vassalli sulla
parte cui serbar dovevano fedeltà. I vent'otto Emiri che sotto gli
stendardi di Kerboga pugnarono, o suoi rivali erano, o suoi nemici.
Quell'esercito vedeasi composto di soldatesche raunate affrettatamente
nelle città, e nelle tende della Sorìa e della Mesopotamia, intanto che
le vecchie bande interteneansi di là dal Tigri in civili guerre
struggendosi. Tal momento di debolezza e discordia sembrò opportuno al
Califfo d'Egitto per ricuperare gli antichi possedimenti. Il suo sultano
Afdal, dopo avere assediate Tiro e Gerusalemme, scacciati i figli di
Ortok, restaurò nella Palestina l'autorità civile ed ecclesiastica de'
Fatimiti[492]. Intesero con sorpresa come numerosi eserciti di Cristiani
fossero passati d'Europa in Asia, e si allegrarono di assedj e
combattimenti, atti a distruggere la possanza de' Turchi, persecutori
della lor setta, avversi alla lor monarchia: ma questi Cristiani
medesimi erano nemici giurati del Profeta, e dopo avere conquistata
Nicea ed Antiochia, doveano per lo scopo di loro impresa, i cui motivi
già cominciavano ad essere palesi, trasferirsi sulle rive del Giordano,
e su quelle forse del Nilo. La Corte del Gran Cairo entrò co' Latini in
corrispondenza di lettere e messaggi, il cui stile, giusta le variate
vicende della guerra mansueto, o superbo mostravasi, e lo scambievole
orgoglio di questi negoziatori, dall'ignoranza e dall'entusiasmo degli
uni e degli altri, prendeva origine. I ministri del sultano d'Egitto, or
con tuono imperioso chiarivano, or con più cortesi modi rimostravano,
che il lor monarca, vero e legittimo comandante de' Credenti, avea dalla
tirannide de' Turchi liberata Gerusalemme, e poter liberamente i
pellegrini visitare il Sepolcro di Gesù Cristo, ove con modi oltre ogni
dire amichevoli verrebbero accolti, purchè disarmati, e in successivi
drappelli, vi sì trasportassero. Vi fu un istante, che il Califfo
Mostali, credendoli inevitabilmente perduti, ne sprezzò l'armi, e fece
imprigionare i loro messaggieri; ma la conquista e la vittoria di
Antiochia la costui alterigia repressero, onde reputò espediente cosa il
procurare di affezionarsi questi formidabili campioni, presentandoli di
cavalli, di vesti di seta, di vasellami, e di borse d'oro e d'argento.
Giusta l'idea che il ridetto Califfo erasi fatta del merito e della
autorità de' medesimi, Boemondo teneva la prima sede, Goffredo la
seconda. Non cambiando cuore per varietà di vicissitudini, i Crociati
stettero fermi in rispondere, che alieni dall'esaminare i diritti
particolari di ciascun settario di Maometto, l'usurpatore di
Gerusalemme, qualunque ne fosse il nome, o il paese, aveano per nemico;
quindi lo consigliavano, che invece di additar loro i modi, o i patti
del pellegrinaggio, si attenesse al più prudente partito di consegnare,
come lor sacro e legittimo retaggio, ai Crociati la città e la
provincia: e aggiungevano non aver egli altra via per serbarseli amici,
e sottrarsi alla rovina che lo minacciava[493].

Ciò nulla meno, mentre questa meta gloriosa della loro impresa vedean sì
vicina, che toccarla quasi pareano, non assalirono la città di
Gerusalemme, che dieci mesi dopo sconfitto Kerboga. Nel momento della
vittoria si affievolirono lo zelo e l'ardor de' Crociati, i quali,
anzichè profittare, col maggiormente innoltrarsi, del terrore che aveano
per ogni dove diffuso, solleciti apparvero di sbandarsi per godere
meglio le molli delizie della Sorìa. Forse un sì inconcepibile indugio,
non meno a mancanza di subordinazione, che ad estenuata forza, vuol
essere attribuito. Nelle penose e variate fazioni dell'assedio di
Antiochia, avean perduta tutta la loro cavalleria, e migliaia di
guerrieri d'ogni grado, o disertori, o rimasti vittime della penuria e
delle infermità. L'abuso stesso che fecero dell'abbondanza, una terza
carestia generò; onde l'avvicendarsi della fame e degli effetti della
dissolutezza, portò nel campo un morbo pestilenziale, cui cinquantamila
pellegrini soggiacquero. Pochi in istato di comandare, tutti ricusavano
d'obbedire. Le private querele, in mezzo al comune rischio sopite, con
maggior impeto, o certamente colla stessa acerbità di astio,
rinnovellaronsi: i buoni successi di Baldovino e di Boemondo, la gelosia
de' lor colleghi aizzavano: i più valenti cavalieri arrolavansi per
correre in difesa de' nuovi acquisti: il conte Raimondo, inteso ad una
spedizione inutile nelle parti interne della Sorìa, le sue genti e i
suoi tesori stremava. Così il verno tra le discordie e la confusione
trascorse: alcune scintille d'onore e di religione si ridestarono in
primavera, perchè i semplici soldati meno scossi dalle passioni
dell'ambizione e della invidia, mandando grida d'indignazione, scossero
i duci dall'indolenza in cui si giacevano. Nel mese di Maggio (A. D.
1099), gli avanzi di questo esercito poderoso, ridotti a quarantamila
uomini (e fra questi, sol ventimila di fanteria, e mille cinquecento a
cavallo, in istato erano di servire) s'innoltrarono da Antiochia a
Laodicea, senza incontrare ostacoli nel cammino, che tennero tra la
costa marittima e il monte Libano. Abbondantemente li fornirono di
vettovaglie i legni di commercio genovesi e pisani che, lungo il mare,
li secondavano, oltre alle forti contribuzioni che ritrassero dagli
Emiri di Tripoli, Tiro, Sidone, Acri e Cesarea, da' quali ottennero il
passaggio e la promessa di uniformarsi al destino che avrebbe corso
Gerusalemme. Da Cesarea si portarono fino in mezzo al paese, ove i
cherci riconobbero le tracce della geografia sacra di Lidda, Ramla,
Emaus, e Betlemme; ma non sì tosto scoperta ebbero la Santa Città, i
Crociati, tutt'altra cura dimenticando, pensarono a chiedere la
ricompensa delle loro fatiche[494].

[A. D. 1099]

Dal numero e dalla difficoltà de' suoi memorabili assedj, Gerusalemme un
qualche lustro ha ottenuto. Sol dopo lunghi e sanguinosi combattimenti,
Babilonia e Roma trionfarono un giorno dell'ostinatezza del popolo, e
degli ostacoli che opponea loro un terreno sì discosceso, da rendere
inutile ogni altra fortificazione; e aggiungasi che le mura erano munite
di torri, valide a difendere la più accessibil pianura[495]. Però nel
secolo delle Crociate, una parte di questi ostacoli non incontravasi. La
rovina assoluta di quei baloardi, mal emendarono le nuove restaurazioni.
Certamente, la dominazione de' Giudei, e del loro culto, era sbandita da
Gerusalemme per sempre, ma la natura non cambia cogli uomini, e il sito
di quella città, benchè spianati alquanto ne fossero gli ingressi, potea
tuttavia dar lungo indugio agli sforzi di un assalitore. La esperienza
di un assedio recente, e tre anni di possedimento, aveano fatti accorti
i Saracini d'Egitto sui difetti di una Fortezza, che l'onore e la
religione, vietavano ad essi di abbandonare, e sui modi più giovevoli ad
assicurarsela. Aladino, o Istikar luogotenente del Califfo, comandante
di Gerusalemme, adoperavasi a tenere in freno i Cristiani, che entro
quelle mura abitavano, col minacciare distruzione ad essi e al Santo
Sepolcro; il valore de' Musulmani eccitava colla speranza della
ricompensa che in questo, e in un miglior Mondo, aspettavanli. Viene
assicurato, che la guernigione era composta di quarantamila Turchi, o
Arabi, e se fosse vero che il comandante potè armare inoltre più di
ventimila abitanti, certamente l'esercito degli assediati avrebbe
superato in numero quello degli assalitori[496]. Supposto ancora che i
Latini fossero stati tanti, da potere circondare la città, che avea
quattromila verghe (circa due miglia inglesi e mezzo) di
circonferenza[497], a qual pro sarebbero essi discesi nella valle di
Ben-Himmon, e verso il torrente di Cedron[498]? A qual pro guardare i
precipizj di ostro e di levante, d'onde non aveano cosa da temere o
sperare? Si attennero al partito di fare scopo principale d'assedio, le
parti settentrionali e occidentali della città. Goffredo collocò il suo
stendardo sulla prima eminenza del monte Calvario. Verso sinistra, e
sino alla porta di S. Stefano, la linea degli assalitori prolungavano i
due Roberti e Tancredi: nell'intervallo posto fra la rocca e il monte
Sion, non più parte interna della città, il Conte Raimondo accampò. Nel
quinto giorno i Franchi diedero assalto generale, mossi dalla fanatica
speranza di rovesciare le mura, senza il ministerio di macchine, e di
scalarle, privi di scale. L'impeto degli operati sforzi li fe' padroni
del primo steccato, ma poi respinti vennero con perdita fino al loro
campo. Il troppo frequente abuso de' pii stratagemmi avendo distrutta la
possanza delle visioni e delle profezie, ognun si persuase che il
valore, le fatiche e la perseveranza, erano le sole vie per conseguir la
vittoria. L'assedio non durò più di quaranta giorni, ma furono quaranta
giorni di stenti e di calamità. Per vero dire l'appetito vorace ed
improvvido dei Latini, avrà avuta parte nelle lamentanze di penuria,
così spesso rinnovellate; ma gli è anche certo che il suolo sassoso di
Gerusalemme non somministra acqua, pressochè di sorta alcuna, e le tenui
sorgenti e i rivi che vi sono, l'ardor della state avea disseccati: nè
poteano a questo inconveniente rimediar gli assedianti con acquidotti o
cisterne, vantaggio di cui godeano gli assediati. Que' dintorni
mancavano parimente d'alberi per ripararsi dal Sole, o fabbricare
capanne; i Crociati, nondimeno, scopersero in una caverna alcuni pezzi
di legno di una considerabile dimensione. Venne inoltre tagliato presso
a Sichem, un bosco che è la foresta incantata del Tasso[499]. Tancredi,
continuo nel dar prove di coraggio e di abilità, giunse a far
trasportare nel campo, i materiali opportuni; e artefici genovesi,
trovatisi per ventura nel porto di Giaffa, costrussero le macchine per
condurre a fine l'assedio. Il Duca di Lorena e il Conte di Tolosa,
fecero innalzare a proprie spese, e ne' loro campi, due torri sulle
ruote, che condotte furono, non ai luoghi i più accessibili delle
fortificazioni, ma verso quelli che erano i più trascurati. Il fuoco
degli assediati incenerì la torre di Raimondo; ma il collega di lui fu
ad un tempo più vigilante e felice. Giunti i suoi arcieri a fare sgombri
di nemici i baloardi, i Latini abbassarono il ponte levatoio, e in un
venerdì, a tre ore pomeridiane, giorno e tempo della morte del
Redentore, Goffredo Buglione, si mostrò vincitore sulle mura di
Gerusalemme. Da ogni banda i Crociati cui si facea sprone il valore del
duce, l'esempio di lui imitarono, e quattrocento sessant'anni dopo la
conquista di Omar, i Cristiani tolsero al maomettano giogo la Santa
Città. Patteggiato aveano gli assedianti, che nel saccheggio della città
e delle ricchezze di privati, avrebbero rispettato il diritto di
possesso del primo occupante; e le spoglie della grande Moschea,
settanta lampade, e molta copia de' vasellami d'oro e d'argento,
divenute compenso alle gloriose fatiche di Tancredi, diedero campo di
segnalarsi alla generosità dell'eroe. I servi del Dio de' Cristiani,
essendosi nel loro accecamento avvisati, che sanguinosi sagrifizj gli
sarebbero accetti, il loro furore implacabile e dalla resistenza
irritato, non perdonò a debolezza, di sesso e di età. Durata per tre
giorni la strage[500], l'infezione de' cadaveri un morbo epidemico
generò. Dopo avere passati a fil di spada settantamila Musulmani, e arsi
vivi nelle lor sinagoghe gli Ebrei, i Cristiani conservarono ancora un
grande numero di prigionieri, che l'avarizia o la stanchezza di tanto
macello, persuase loro di risparmiare. Fra questi feroci eroi della
Croce, Tancredi fu il solo che desse a divedere alcun sentimento di
compassione: benchè non possiamo negare qualche encomio alla interessata
clemenza di Raimondo, che concedè una capitolazione e un salvocondotto,
alla guernigion della rocca[501]. Così liberato finalmente il Santo
Sepolcro, i vincitori, tinti ancora di sangue, a sciogliere il voto si
prepararono. Con capo e piedi ignudi, col cuor contrito e in umil
postura, ascesero il Calvario in mezzo alle antifone, intonate ad alta
voce dal Clero; nè potendo staccare le labbra dalla pietra che avea
coperto il Salvatore del Mondo, questo monumento della lor redenzione,
di lagrime di gioia e di penitenza innondarono. Due filosofi hanno
riguardato sotto aspetti diversi, questa stravagante mescolanza di
passioni, le più feroci e le più tenere; l'un d'essi, facile e naturale
la trova[502], l'altro assurda e incredibile[503], e ciò forse dipende
dall'averla questo secondo, attribuita ai medesimi individui, nè
distinti i momenti. La pietà del virtuoso Goffredo, destò quella de'
suoi compagni, che purificando i corpi, le proprie anime ancora
purificarono; ma duro fatica a credere, che quelli fra essi più feroci
nell'ora del saccheggio e della strage, si mostrassero poi i più
esemplari nella processione al Santo Sepolcro.

[A. D. 1099]

Otto giorni dopo questo memorabile avvenimento, cui andò innanzi la
notizia della morte di Papa Urbano, i duci Latini procedettero
all'elezione di un Re, che difendesse e governasse le conquiste della
Palestina. Ugo il Grande e Stefano di Chartres, per la loro ritirata
molto scapitarono di rinomanza, e vi volle in appresso una seconda
Crociata, e la illustre morte alla quale soggiacquero, perchè la lor
gloria riguadagnassero. Baldovino avea posta in Edessa, Boemondo in
Antiochia la sua residenza; i due Roberti, il Duca di Normandia e il
Conte di Fiandra[504], ad incerte pretensioni e a troni mal saldi, i
loro Stati ereditarj dell'Occidente anteposero. Per sua ambizione e
gelosia fu biasimato dai compagni Raimondo; per lo che l'esercito, con
una scelta libera, giusta e necessaria acclamò Goffredo di Buglione, il
primo e il più degno campione della Cristianità. L'eroe accettò un
deposito, cui pericoli non minori della gloria si univano; ma in una
città, ove il Salvatore dell'uman genere, era stato coronato di spine,
ricusò il titolo e gli onori della monarchia; e fondatore di un regno,
si contentò del modesto nome di difensore e barone del Santo Sepolcro.
Il regno del medesimo che per mala ventura de' sudditi suoi, non durò
oltre un anno[505], corse gravi pericoli, quindici giorni dopo fondato,
per l'avvicinarsi del Visir o Sultano d'Egitto, che, non avendo potuto
giugnere in tempo per impedire la caduta di Gerusalemme, affrettavasi
coll'ansietà di trarne vendetta. Ma nella giornata di Ascalon (A. D.
1099), egli ebbe tal rotta, che fe' più salda la dominazione de' Latini
nella Sorìa, e apportò nuovo lustro al valore de' duci Franchi, i quali,
dopo questa azione campale, per lungo tempo dalla Palestina e dalle
sante guerre si congedarono. Nella battaglia di Ascalon, poterono i
Crociati gloriarsi parimente della sterminata sproporzione di numero,
che fra le due parti combattenti osservavasi. Nè mi arresterò a noverare
le migliaia di soldati, così di cavalleria come di fanteria, che
formavano l'esercito de' Fatimiti; perchè, eccetto tremila Etiopi, o
Negri armati di staffili di ferro, i Barbari meridionali, dopo il primo
impeto, datisi alla fuga, dimostrarono quanto immensa differenza vi
fosse, fra l'intrepido valore de' Turchi, e l'effeminata viltà de'
nativi Egiziani. Dopo avere appesa dinanzi al Santo Sepolcro, la
bandiera e la spada del Sultano, il nuovo Re (o almeno l'eroe ben
meritevole di questo titolo), abbracciò per l'ultima volta i compagni
delle sue fatiche, e il solo d'essi ch'ei potè serbarsi appresso per
difendere la Palestina, fu il prode Tancredi con trecento uomini a
cavallo, e duemila fanti. Ma si vide ben tosto assalito da quel solo
nemico, contro il quale mancasse di coraggio, Goffredo. Morto per
l'ultima peste di Antiochia Ademaro, uomo rilevantissimo nelle azioni e
nei consigli, gli altri Ecclesiastici non serbarono della propria indole
che l'avarizia e l'orgoglio, talchè per via di sediziosi clamori, avean
fatto valere le lor pretensioni, affinchè prima d'un Re un vescovo si
eleggesse. Avendo il Clero latino usurpate le rendite e la giurisdizione
del Patriarca, le accuse di eresia e di scisma mosse a danno de' Greci,
e degli abitanti della Sorìa, valsero ad escludere questi dal
concorso[506]; per lo che, oppressi dal ferreo giogo de' loro
liberatori, i Cristiani orientali la tolleranza de' Califfi arabi si
augurarono. Damberto, Arcivescovo di Pisa, da lungo tempo iniziato ne'
segreti della romana politica, avendo condotta in soccorso de' Crociati
una flotta di suoi concittadini, fu nominato, senza trovare opposizione,
Capo temporale e spirituale della Chiesa[507]. Cotesto nuovo Patriarca
non tardò ad impadronirsi dello scettro, che era prezzo del sangue e
delle fatiche de' pellegrini guerrieri; e Goffredo, e Boemondo, si
sommisero a ricevere dalle mani di costui l'investitura dei loro
possedimenti. Questo omaggio ancora sembrò poco a Damberto, che la
proprietà immediata di Giaffa e di Gerusalemme voleva per sè. Invece di
opporre all'ingiusta pretensione un franco e assoluto rifiuto, il
guerriero negoziò col Sacerdote; la Chiesa ottenne una quarta parte
delle due città, il modesto Prelato, riserbò a sè il diritto
contingibile sul rimanente, ogni qual volta o Goffredo morisse privo di
figli, o la conquista del Cairo o di Damasco un nuovo regno gli
assicurasse.

Che se il Pisano non usavagli almeno la condiscendenza di lasciargli
questo precario usufrutto, il conquistatore vedeasi spogliato quasi per
intero del nascente suo regno, che Gerusalemme e Giaffa, e una ventina
di piccole città e villaggi di que' dintorni sol racchiudea[508]. Si
arroge che, in uno spazio sì poco esteso, i Maomettani possedevano
diverse inespugnabili Fortezze; onde e agricoltori, e mercadanti, e
pellegrini vedeansi continuamente ad ostilità avventurati. Gli sforzi di
Goffredo, de' due Baldovini, che succedettero al trono, maggior
tranquillità procacciarono appresso ai Latini; gli Stati de' quali
finalmente, mercè molte fatiche e pugne, trovaronsi adeguati, in
estensione però, non nel numero degli abitanti, agli antichi regni
d'Israele e di Giuda[509]. Dopo che le città marittime di Laodicea,
Tripoli, Tiro e Ascalon[510] a suggezione furon ridotte, e molto in ciò
operarono le flotte di Venezia, di Pisa, di Genova, e pur di Fiandra e
di Norvegia[511], i pellegrini di Occidente da Scanderoon sino alle
frontiere dell'Egitto tutta quella costa marittima possedettero. Il
principe di Antiochia non volle riconoscere la supremazia del re di
Gerusalemme, ma vassalli a questo si protestarono i conti di Edessa e di
Tripoli. Così esteso avendo i Latini il loro regno oltre l'Eufrate, i
Musulmani, delle conquiste fatte in Sorìa[512], non conservarono che le
sole quattro città; Hems, Hamah, Aleppo e Damasco. Le leggi, la lingua,
i costumi e i titoli della nazione francese e della Chiesa latina
vennero in queste colonie di oltremare adottati. Giusta le norme della
giurisprudenza feudale, i principali Stati e le baronie a questi
soggette, passavano agli eredi, così in linea maschile come
femminina[513]; ma il lusso e il clima dell'Asia la discendenza
mescolata e tralignata de' primi conquistatori distrussero[514]; e
l'arrivo di nuovi Crociati dall'Europa era un avvenimento incerto, sul
quale non potea farsi conto. Il numero de' vassalli obbligati al
militare servigio a seicentosessantasei cavalieri ascendea[515], che
poteano sperare un soccorso d'altri dugento capitanati dal conte di
Tripoli. Ciascun cavaliere marciava armato alla pugna, e quattro
scudieri, o arcieri a cavallo il seguivano[516]; le chiese e le città
somministravano cinquemila settantacinque _sergenti_, probabilmente
soldati di fanteria; laonde, calcolata ogni cosa, le forze regolari di
questo reame non oltrepassavano di numero gli undicimila uomini,
meschina difesa contra le innumerevoli truppe di Turchi e di
Saracini[517]. Ma d'altra sicurezza la città di Gerusalemme godea, e
fondavasi su i Cavalieri[518] dell'Ospitale di S. Giovanni, e del Tempio
di Salomone[519]; stravagante collegamento delle vite, monastica e
militare, che, suggerito, non v'ha dubbio, dal fanatismo, la politica
dovette approvare. Il fiore della Nobiltà europea aspirava a portar la
Croce e a profferire i voti di questi ragguardevoli Ordini, che quanto a
disciplina e valore in veruna occasione non si dismentirono. La
donazione di ventottomila Signorie, di cui si videro ben tosto
arricchiti[520], diede ad essi abilità di mantenere truppe regolari di
cavalleria e fanteria che difendessero la Palestina. Ma presto fra
l'armi l'austerità monastica si dileguò; e per avarizia, orgoglio,
corruttela di costumi, questi frati guerrieri tutto il Mondo cattolico
scandalezzarono, armando pretensioni di immunità e giurisdizione:
turbato venne per essi il buon accordo della Chiesa e dello Stato, e le
loro gare mosse da scambievole gelosia, minacciavano ad ogn'istante la
pubblica tranquillità. Pure sino allorquando più forti erano le costoro
sregolatezze, i Cavalieri ospitalieri e templarj serbarono il lor
carattere di fanatismo e d'intrepidezza; trascurando di vivere sotto le
leggi di Gesù Cristo, pronti in ciascun'ora mostravansi a morire in
difesa delle sue bandiere; e fu questa Instituzione, che dal Santo
Sepolcro all'isola di Malta trasportò quello spirito di cavalleria da
cui le Crociate ebbero origine, e che le Crociate mantennero[521].

[A. D. 1369]

Lo spirito di libertà che in mezzo alle istituzioni feudali trapela,
parlava con tutta la sua forza ai campioni volontarj della Croce, che
fra tanti Capi, elessero per comandar loro il più degno: onde un modello
di politica libertà si stanziò fra gli schiavi dell'Asia, incapaci di
apprezzarlo, o di seguirne l'esempio. Le leggi di questo reame francese
dalle sorgenti le più pure della giustizia e della eguaglianza derivano.
La prima, e più indispensabile condizione delle medesime, è il consenso
di coloro dai quali obbedienza pretendono, e per la cui felicità sono
fatte. Non appena Goffredo di Buglione ebbe accettata la suprema carica
del Governo, si mostrò e pubblicamente, e privatamente sollecito di
consultare quelli fra i pellegrini, che delle leggi e delle costumanze
d'Europa meglio erano istrutti. Col soccorso di tali nozioni, e munito
de' consigli e dell'approvazione del Patriarca e de' Baroni, del Clero e
del Popolo, Goffredo compose le _Assise_ di Gerusalemme[522], prezioso
monumento di feudale giurisprudenza. Questo nuovo codice contrassegnato
dal sigillo del Re, del Patriarca, e del Visconte di Gerusalemme, venne
deposto nel Santo Sepolcro, perfezionato a mano a mano, e
rispettosamente consultato, ogni qualvolta nasceano casi dubbiosi ne'
tribunali della Palestina. Comunque i Franchi di Palestina, allorchè
perdettero la città, ed il Regno, _tutto perdessero_[523]; una gelosa
tradizione serbò i fragmenti della Legge Scritta[524], e una incerta
pratica di quegli Statuti fino alla metà del secolo decimoterzo.
Giovanni d'Ibelin, Conte di Giaffa, uno de' principali feudatarj,
scrisse di bel nuovo il Codice[525], e nell'anno 1369, ebbe terminato di
rivederlo ad uso del reame latino di Cipro[526].

Due tribunali d'impari dignità, instituiti da Goffredo di Buglione dopo
la conquista di Gerusalemme, manteneano la giustizia e la libertà della
Costituzione. Il Re presedeva in persona la Corte suprema o Consiglio
de' Baroni, i quattro primarj de' quali erano: il Principe di Galilea,
il Signore di Sidone e di Cesarea, i Conti di Giaffa e di Tripoli, e a
questi s'aggiugnea forse il Contestabile o il Maresciallo[527], tutti
pari e giudici gli uni degli altri. I Nobili che ricevevano
immediatemente l'investitura delle proprie terre dalla Corona, aveano
potere ed obbligo di sedersi alla Corte del Re, e di giurisdizione,
simile alla regia, usavano nell'assemblea dei feudatarj che ad essi
erano subordinati. La dependenza del vassallo verso il suo signore, per
volontaria ed onorevole aveasi: l'uno dovea rispetto al suo protettore:
l'altro protezione al suo inferiore, e mutuamente impegnavano la lor
fede, talchè, da entrambi i lati, l'obbligazione potea rimanere sospesa
per incuria, per oltraggio annullata. Il clero erasi arrogata la
giurisdizione su i matrimonj ed i testamenti, siccome cosa che alla
Religion pertenea; ma la Corte suprema giudicava ella sola tutti gli
affari civili e criminali de' Nobili, i diritti di successione, le
trasmissioni de' Feudi. Ciascun individuo di essa era giudice e custode
del diritto pubblico, e avea l'obbligo di servire, colla voce e colla
spada, il suo supremo signore; ma ogni qualvolta un ingiusto feudatario
attentava alla libertà, o alle proprietà del vassallo, i pari di questo
doveano sostenerne colle rimostranze e coll'armi i diritti; e divulgando
coraggiosamente l'innocenza dell'oppresso e le ingiurie che aveva
sofferte, chiedeano gli fossero restituiti i beni e la libertà; in caso
di negata giustizia, il servigio lor ricusavano, liberavano dal carcere
il proprio fratello; infine, per difenderlo, adoperavano tutte le vie di
forza, che però in diretto modo non offendessero la persona del signore
immediato, sempre sacro ai medesimi[528]. Gli avvocati della Corte
pompeggiavano di destrezza e facondia nelle aringhe, o comparissero
siccome attori, o si difendessero; ma l'uso del duello giudiziario, il
più delle volte, veniva in luogo di argomenti e di prove. In molte
occasioni le _Assise_ di Gerusalemme ammetteano questa barbara
costumanza, che sol lentamente le leggi e le nuove consuetudini
dell'Europa hanno abolita.

Al combattimento giudiziario si facea luogo in tutte quelle cause
criminali, ove della perdita della vita, di un membro, o dell'onore
decider doveasi, e in tutte quelle pretensioni civili allor quando la
cosa contrastata pareggiava, o oltrepassava il valore di un marco
d'argento. Sembra che nelle cause criminali l'inchiesta del
combattimento appartenesse all'accusatore; il quale, tranne le accuse
per delitti di Stato, vendicava egli stesso o l'ingiuria personale di
cui querelavasi, o la morte della persona da esso rappresentata. Però in
tutte quelle accuse che prova ammettevano, gli era d'uopo offerire
testimonj di fatto. Nelle cause civili non si concedea il combattimento,
come, prova che giustificasse i diritti di chi il richiedeva, ammenochè
prima non desse testimonj, i quali avessero conoscenza del fatto, o
affermassero averla. Allora il combattimento diveniva privilegio del
difensore, che accusava i testimoni di spergiuro profferito a suo danno,
e trovavasi quindi nella stessa circostanza di chi chiedea per cause
criminali la pugna. In tal circostanza, il combattimento non provava nè
per l'affermativa, nè per la negativa come il Montesquieu lo ha
supposto[529]. Ma il diritto di presentarlo fondavasi sulla facoltà di
ottenere coll'armi il risarcimento di un affronto; tal che la pugna
giudiziaria non riconosceva origine diversa da quella per cui oggidì
accadono i nostri duelli. Il campione non concedeasi che alle donne, e
agli uomini privi di qualche membro, o l'età de' quali oltrepassasse i
sessant'anni. La sconfitta decidea della morte o dell'accusato, o
dell'accusatore, ovvero del campione, o testimonio che questo erasi
assunto. Nelle cause civili però chi chiedeva il duello, rimanendo
vinto, non veniva punito che coll'infamia e colla perdita della causa;
bensì il suo campione, o testimonio, ad obbrobriosa morte andava
soggetto. In molti casi, il diritto di permettere, o proibire la pugna
riserbavasi ai giudici; ma in due circostanze diveniva conseguenza
inevitabile della disfida. Erano queste, se un fedele vassallo avesse
data mentita a un de' suoi pari sopra qualche ingiusta pretensione da
questo armatasi sopra una parte de' dominj del comune Signore; o se un
litigante, mal contento della sentenza ardiva tacciare l'onore e
l'equità de' giudici della Corte. Gli era lecito il farlo, ma sotto la
clausola severa, quanto pericolosa, di battersi nel medesimo giorno con
tutti i Membri del tribunale, e sin con quelli che trovati eransi
assenti all'atto della condanna, bastando che ei fosse vinto da un solo
per soggiacere alla morte, e alla infamia. Ella è cosa probabile assai
che niuno si avvisasse di tentare un tale esperimento, ove niuna
speranza vedeasi di vittoria. Il Conte di Giaffa merita encomj per
l'accortezza, con cui nelle _Assise_ di Gerusalemme, anzichè cercare di
agevolarli, s'adoperò a tor di mezzo i combattimenti giudiziarj. Ei li
riguardava piuttosto fondati sui principj dell'onore che su quelli della
superstizione[530].

L'instituzione de' Corpi civili e delle Comunità municipali, fu una
delle precipue cagioni per cui i plebei alla feudale tirannide si
sottrassero; e se la fondazione di tali corporazioni nella Palestina ha
per epoca la prima Crociata, possono riguardarsi come le più antiche del
Mondo latino. Grande era il numero degli uomini postisi in
pellegrinaggio a solo fine di procacciarsi sotto le bandiere della Croce
un rifugio contra gli immediati loro signori; la politica indusse i
principi Francesi, come espediente di impedire tal migrazione, ad
assicurar loro i diritti e i privilegi de' liberi cittadini. _L'Assisa_
di Gerusalemme ne dà in aperti termini a divedere, come Goffredo, dopo
avere instituita pei Cavalieri e Baroni, una Corte di Pari, alla quale
egli medesimo presedeva, creasse un secondo tribunale, ove il Visconte
dello stesso Goffredo ne teneva le veci. Su di tutta la cittadinanza del
regno la giurisdizione di cotesta Corte estendeasi: ed era composta di
un numero di cittadini, scelti fra i più ragguardevoli ed assennati, i
quali si obbligavano con giuramento a giudicare secondo le leggi tutti
gli affari che si riferivano alle azioni, o alle sostanze de' loro
eguali[531]. I re, e i loro grandi vassalli fermandosi a mano a mano di
residenza nei luoghi nuovamente conquistati seguirono l'esempio di
Gerusalemme, onde prima della perdita di Terra Santa, più di trenta
delle ridette corporazioni vi si trovarono. Le cure del Governo si
estesero sopra un'altra classe di sudditi, i Cristiani della Sorìa, o
orientali[532] che sotto la tirannide del Clero gemeano. Avendo questi
domandato di essere giudicati giusta le loro leggi nazionali, Goffredo
ben accolse l'istanza; e a favor d'essi, venne instituita una terza
Corte, la cui giurisdizione agli scambievoli affari di questi ricorrenti
si limitava. Doveano i giudici scelti a tal uopo, essere nati in Sorìa,
parlarne la lingua, e professarne la religione. Ma il Visconte della
città vi adempia talvolta gli ufizj di presidente (_Rais_ in lingua
araba). Le _Assise_ di Gerusalemme si presero ancora qualche pensiero
degli uomini posti ad una incommensurabile distanza dai Nobili, degli
stranieri, de' villici, e degli schiavi o di gleba, o fatti in guerra,
che indistintamente venivano riguardati siccome altrettante proprietà.
La cura di sollevare, o proteggere questi infelici, quasi men degna di
un legislatore venia reputata; però nel menzionato codice si tratta dei
modi di assicurare il ritorno de' fuggiaschi, senza pronunziar
contr'essi pene afflittive. Coloro che gli aveano perduti, potevano fare
istanza per riaverli, come se stati fossero cani o falconi. Di fatto il
valore d'uno schiavo e d'un falcone era il medesimo: ma si chiedeano tre
schiavi, o dodici buoi per compensare un cavallo di battaglia: e nel
suolo della cavalleria, il prezzo di questo animale, tanto agli altri
due superiore venne valutato trecento piastre d'oro[533].

NOTE:

[384] L'origine del vocabolo _Picard_, e per conseguenza di _Picardie_,
non più remota del duodicesimo secolo, è affatto singolare, e deriva da
un scherno, meramente accademico, sugli studenti dell'università di
Parigi, venuti dalle frontiere della Francia, o della Fiandra, ai quali
a motivo della indole loro litigiosa fu attribuito l'epiteto di
_Picards._ (Valois, _Notitia Galliarum_, pag. 447; Longuerue, _Descript.
de la France_, pag. 54).

[385] Guglielmo di Tiro (l. I, c. 11, p. 637, 638) descrive così
l'Eremita: _Pusillus, personna contemplibilis, vivacis ingenii, et
oculum habens perspicacem gratumque, et sponte fluens ei non deerat
eloquium._ (_V._ Alberto d'Aix, p. 185; Giberto, p. 482; Anna Comnena in
_Alex._, l. X, p. 284 ec., e le _Note_ del Ducange, p. 349).

[386] _Ultra quinquaginta millia, si me possunt in expeditione pro duce
et pontifice habere, armata manu volunt in inimicos Dei insurgere, et ad
sepulchrum Domini ipso ducente pervenire._ (Greg. VII, _epist._ 2, 31,
t. XII, p. 322, _Concil._).

[387] _V._ le vite originali di Urbano II, scritte da Pandolfo Pisano, e
da Bernardo Guido nel Muratori (_Rerum ital. script._, t. III, part. I,
352, 353).

[388] Cotesta donna è conosciuta sotto i nomi di Prasse, Euprecia,
Eufrasia e Adelaide. Ella era figlia di un principe russo, e vedova di
un Margravio di Brandeburgo (Struw, _Corp. Hist. german._ p. 340).

[389] _Henricus odio eam coepit habere: ideo incarceravit eam, et
concessit ut plerique vim ei inferrent; imo filium hortans ut eam
subagitaret_ (Dodechin, _Continuat. Marian. Scot., apud_ Baron., A. D.
1092 n. 4), e nel Concilio di Costanza, da Bertoldo, _rerum inspector_
viene indicata; _quae se tantas et tam inauditas fornicationum
spurcitias, et a tantis passam fuisse conquesta est, etc. e indi a
Piacenza: satis misericorditer suscepit, eo quod ipsam tantas spurcitias
non tam commisisse, quam invitam pertulisse, pro certo cognoverit papa
cum sancta synodo_ (Ap. Baron. A. D. 1093, n. 4, 1094, 3). Bizzarro
argomento alle infallibili decisioni di un Pontefice e di un
Concilio![*]. Cotali abbominazioni ripugnano a tutti i sentimenti della
natura umana, cui non può alterare una contesa che alla mitra e
all'anello si riferisca. Sembra ciò nullameno che questa femmina
sciagurata si lasciasse indurre dai preti a raccontare, o ad attestare
colla propria sottoscrizione alcuni fatti obbrobriosi per essa e per suo
marito ad un tempo.

* _I cattivissimi costumi di quel tempo davano tali sospetti ai Concilj,
che per mancanza di buone leggi, di saggia politica, d'illuminati
magistrati, e in somma d'incivilimento, dovevano udire tali cose, e
rimediarvi, e giudicarne: di que' secoli di mezzo, disse dottamente il
Sabellico, ed abbiam noi maggior diritto di dirlo, giacchè di molto
andarono innanzi le scienze, da Sabellico a noi_: stupor et amentia
quaedam oblivioque morum invaserant hominum animos. (Nota di N. N.)

[390] _V._ la Descrizione e gli _Atti del Sinodo di Piacenza_ (_Concil._
t. XII, p. 821 ec.).

[391] Giberto, nato in Francia tesse egli stesso l'elogio del valore e
della pietà di sua nazione, la quale co' detti e coll'esempio predicò la
Crociata: _Gens nobilis, prudens, bellicosa, dapsilis et nitida.... Quos
enim Britones, Anglos, Ligures, si bonis eos moribus videamus, non
illico Francos homines appellemus?_ (pag. 478). Egli medesimo per altro
confessa che la vivacità de' suoi compatriotti degenera in vane
millanterie (pag. 502), e in petulanza verso gli estranei (p. 483).

[392] _Per viam quam jamdudum Carolus magnus, mirificus rex Francorum,
aptari fecit usque C. P._ (_Gesta Franc._, p. 1, Roberto Monaco, _Hist.
Hieros._, l. I, p. 33 ec.).

[393] Giovanni Tilpino, o Turpino fu arcivescovo di Reims nell'anno di
Cristo 773. Dopo il 1000, un frate delle frontiere della Spagna compose
il romanzo che porta in fronte il nome di questo prelato, e ove questo
Monsignore vien tratto a dipingersi da sè medesimo, com'uomo al vino e
alle risse propenso. Ciò nullameno, tanta era in que' tempi l'opinione
del merito degli ecclesiastici, il pontefice Calisto II, A. D. 1122,
riconobbe un tale apocrifo libro, siccome autentico, e l'Abate Sugger lo
ha citato rispettosamente nelle grandi Cronache di S. Dionigi (Fabric.
_Biblioth. latin. medii aevi_, ediz. Mansi, t. IV, pag. 161).

[394] _V. Etat de la France_, del Conte di Boulainvilliers, t. I, p.
180, 182, e il secondo volume delle _Observations sur l'Histoire de
France_ dell'abate Mably.

[395] Nelle province australi della Loira, i primi Capeti godeano appena
della supremazia feudale; d'ogni lato la Normandia, la Brettagna,
l'Aquitania, la Borgogna, la Lorena e la Fiandra, restrigneano i limiti
della Francia, così propriamente detta. _V._ Adr. Valois, _Notitia
Galliarum._

[396] Questi Conti, usciti d'un ramo secondogenito de' duchi di
Aquitania, vennero finalmente da Filippo Augusto spogliati della massima
parte de' loro dominj; e i vescovi di Clermont insensibilmente
diventarono i sovrani della città (_Mélanges tirés d'une grande
Biblioth._, t. XXXVI, p. 288 ec.).

[397] _V._ gli Atti del Concilio di Clermont (_Concil._, t. XII, p. 829,
ec.).

[398] _Confluxerunt ad concilium e multis regionibus, viri potentes et
honorati innumeri, quamvis cingulo laicalis militiae superbi_ (Baldric,
testimonio occulare, p. 86-88; Roberto monaco, p. 31-32; Gugl. di Tiro,
1, 14-15, p. 639-641; Giberto, p. 478-480; Foulcher di Chartres, p.
382.)

[399] La tregua di Dio (_Treva_ o _treuga Dei_) ebbe la sua prima
origine in Aquitania, nel 1032; biasimata da alcuni vescovi, come
occasione prossima di spergiuro, rifiutata dai Normanni che in
contraddizione co' lor privilegi la riguardarono (_V._ Ducange, _Gloss.
lat._ t. VI, 682-685).

[400] _Deus vult! Deus vult!_ era il grido del Clero che intendeva il
latino (Robert. Monach, l. I, p. 32). I Laici che parlavano il dialetto
provenzale, o di Limoges lo corrompevano esclamando: _Deus lo volt_ o
_Die el volt!_ V. _Chron. Cassinense_, l. IV, c. II, p. 497, nel
Muratori, _Script. rerum ital._, t. IV, e Ducange, _Diss._ XI, p. 207,
sopra Joinville, e _Gloss. lat._, t. II, p. 690. Quest'ultimo autore
offre nella sua Prefazione un saggio difficile anzichè no del dialetto
di Rouergue nel 1100; e le circostanze di luogo e di tempo, si
avvicinano assai a quelle in cui il Concilio di Clermont fu tenuto (p.
15, 16).

[401] Essi la portavano per lo più sull'omero, ricamata in oro o in
seta, ovvero fatta di due pezzi di drappo cuciti sull'abito. Nella prima
spedizione di tal genere tutte queste Croci erano rosse; nella terza i
soli Francesi aveano serbato questo colore. I Fiamminghi preferirono
croci verdi, bianche gl'Inglesi (Ducange, t. II, p. 651). Pure il rosso
sembra il color favorito del popolo inglese, e in tal qual modo
nazionale, se abbiasi riguardo ai loro stendardi e alle loro vesti
militari.

[402] Il Bongars che ha pubblicate le relazioni originali delle
Crociate, adotta con compiacenza il titolo fanatico prescelto da
Giberto, _Gesta Dei per Francos._ Alcuni critici proposero l'ammenda
_Gesta_ diaboli _per Francos_ (Hannau 1611, 2 vol. in-fol.). Offrirò qui
brevemente la nota degli autori da me consultati per la storia della
prima Crociata collocandoli nell'ordine in cui si trovano nella
raccolta, 1. _Gesta Francorum_; 2. Roberto il monaco; 3. Balderico; 4.
Raimondo d'Agiles; 5. Alberto d'Aix; 6. Foulcher di Chartres; 7.
Giberto; 8. Guglielmo di Tiro; 9. Radolfo Cadomense _de gestis
Tancredi_(_Script. rer. ital._ t. V, p. 285-333), e 10. Bernardo
Tesoriere, _De acquisitione Terrae Sanctae_ (tom. VII, pag. 664-848).
Quest'ultimo fu ignoto ad un autore francese moderno che ha composto un
lungo registro critico degli storici delle Crociate (_Esprit des
Croisades_, tom. I, p. 13-141), e i cui giudizj credo nella massima
parte poter confermare. Non mi è riuscito il procacciarmi che tardi la
raccolta degli Storici francesi del Duchesne. 1. _Petri Tudebodi
sacerdotis Sivracensis Historia de Hierosolymitano Itinere_ (t. IV, p.
773-815), è stata rifusa nelle opere del primo scrittore anonimo, del
Bongars. 2. La storia in versi della prima Crociata, in sette libri
divisa (p. 890-912), oltre all'essere assai sospetta, è ben poco
istruttiva.

[403] Se il lettore si farà ad esaminare la prima scena della prima
parte dell'Enrico IV, troverà nel testo del Shakespeare gli slanci
naturali dell'entusiasmo, e nelle note del dottore Johnson gli sforzi di
uno spirito vigoroso, ma ad un tempo pregiudicato, che avidamente
afferra tutti i pretesti per odiare e perseguitare chiunque nelle
opinioni religiose da lui differisca.

[404] Il sesto discorso del Fleury intorno alla Hist. ecclesiast. (p.
223-261) contiene un esame filosofico sulla cagione e su gli effetti
delle Crociate.

[405] Muratori (_Antiq. ital. medii aevi_, t. V, _Dissert._ 68, p.
709-768) e il sig. Chais (_Lettres sur les jubilées et sur les
indulgences_, t. II, Lettres 21 e 22, p. 478-556) discutono ampiamente
il soggetto della penitenza e delle indulgenze del Medio evo. Avvi però
fra essi questa diversità che il dotto Italiano dipinge con moderazione,
e forse con troppo deboli tinte, gli abusi della superstizione, mentre
il ministro olandese gli esagera con eccesso di acerbità.

[406] Lo Schmidt (_Ist. degli Alemanni_, t. II, p. 211-220, 452-462)
offre uno scritto del Codice penitenziale di Regino nel nono secolo e di
Burcardo nel decimo. A Worms in uno stesso anno furono commessi
cinquantacinque assassinj.

[407] _Il male di que' tempi, nel quale erano involti i laici del pari,
che gli ecclesiastici, ed i difetti delle discipline stesse colle quali
pretendevasi porvi rimedio, sono già descritti lungamente dagli Storici.
I progressi della civiltà, l'ordinamento delle leggi, la cognizione del
vero ben pubblico, la buona filosofia, nata, a cresciuta lentamente, ma
sodamente, dopo il coltivamento della lettere, e delle arti che a lei
disposa, ed elevò gli animi, ci condussero ad uno stato oltremodo
migliore, onde noi riguardiamo con compassione quei passati secoli, ne'
quali si aveva una falsa idea dell'indulgenze._ (Nota di N. N.)

[408] Si può provare all'evidenza che fino al dodicesimo secolo il
_solidus_ d'argento, o lo scellino, valea dodici danari o soldi, e che
venti _solidi_ equivaleano al peso di una libbra d'argento, una lira
sterlina in circa. La moneta inglese si trova ridotta ad un terzo del
suo valore primitivo, e la francese ad un quinto.

[409] _Una qualche parte di queste grandi somme era impiegata a
benefizio de' poveri; ma questa disposizione, per sè stessa pia, non
faceva, non altrimenti, che quella simile de' ricchissimi monasteri, che
alimentare l'infingardaggine, ed impedire il movimento dell'industria,
una delle vere sorgenti della prosperità di un popolo._ (Nota di N. N.)

[410] _È noto che v'erano cattive costumanze intorno la remissione de'
peccati, e intorno al genere di penitenza, onde cancellarli._ (Nota di
N. N.)

[411] Ad ogni centinaio di battiture, il penitente si purificava
recitando un salmo; e tutto il Salterio accompagnato da quindicimila
staffilate scontava cinque anni di penitenza canonica.

[412] La vita e le imprese di san Domenico l'Incuoiato si trovano
riferite da Pier Damiano, ammiratore ed amico di questo Santo. _V._
Fleury (_Hist. ecclés._, t. XIII, p. 96-104). Il Baronio (A. D. 1056, n.
7) osserva, sulle tracce di Damiano, quanto fosse venuto in usanza un
tal modo di espiazione (_Purgatorii genus_), ed anche fra le più
ragguardevoli matrone (_sublimis generis_).

[413] A un quarto di reale, o anche ad un mezzo reale per battitura.
Sancio Pansa non mettea tanto cara l'opera sua; nè forse era più
mariuolo.... Mi ricordo aver veduto ne' _Voyages d'Italie_ del padre
Labat (t. VII, p. 16-29) una pittura ammirabile della destrezza d'uno di
cotesti giornalieri.

[414] _Quicumque pro sola devotione, non pro honoris vel pecuniae
adeptione, ad liberandam ecclesiam Dei Jerusalem profectus fuerit, iter
illud pro omni paenitentia reputetur._ (_Canon., Concilio di Clermont_,
II, p. 829). Giberto chiama _novum salutis genus_ questo pellegrinaggio
(p. 471), e tratta, quasi da filosofo, un tale argomento.

[415] Tali erano almeno la fiducia de' Crociati, e l'opinione unanime
degli Storici d'allora (_Esprit des Croisades_, t. III, p. 477); giusta
la teologia ortodossa però, le preghiere pel riposo dell'anime
dovrebbero essere incompatibili coi meriti del martirio.

[416] I venturieri scriveano lettere intese a confermare tutte queste
belle speranze, _ad animandos qui in Francia residerant._ Ugo di
Reiteste vantavasi di avere in sua porzione una abbazia e dieci
castella, pretendendo che la conquista di Aleppo altre cento glie ne
frutterebbe. (Guibert, p. 554, 555).

[417] Nella sua lettera, o vera, o falsa, al conte di Fiandra, Alessio
fa un miscuglio de' rischi della Chiesa, delle reliquie de' Santi e
dello _amor auri et argenti et pulcherrimarum faeminarum voluptas_ (p.
476): come se, montando in collera, osserva Giberto, le donne greche
fossero più belle delle francesi.

[418] V. i privilegi de' _Crucesignati_, immunità da' debiti, usure,
ingiurie, braccio secolare ec. Essi erano sotto la perpetua salvaguardia
del Papa (Ducange, t. II, p. 651, 652).

[419] _Facevano bene a procacciarsi denari, perchè non dobbiam sempre
attendere miracoli._ (Nota di N. N.)

[420] Giberto (p. 481) offre una pittura vivacissima di questa frenesia
generale. Egli era nel picciol numero di que' suoi contemporanei, capaci
di esaminare e apprezzare con freddezza di mente la scena straordinaria
che innanzi agli occhi accadeagli: _Erat itaque videre miraculum caro
omnes emere, atque vili vendere_, ec.

[421] _Per quanto grande fosse il fanatismo, e la cecità degli uomini in
quel tempo, bisognava che l'Autore non solamente citasse cotesta specie
di pagamento, ma lo provasse con qualche esempio particolare._ (Nota di
N. N.)

[422] Trovansi nell'opera (_Esprit des Croisades_, t. III, p. 169, ec.)
intorno a questi stigmi alcune particolarità tolte da autori ch'io non
ho confrontati.

[423] _Fuit et aliud scelus detestabile in hac congregatione pedestris
populi, stulti et vesanae levitatis, anserem quemdam divino spiritu
asserebant afflatum, et capellam non minus eodem repletam; et hos sibi
duces secundae viae fecerant_, ec. (Alberto d'Aix, l. I, c. 31, p. 169).
Se cotesti contadini fossero stati fondatori di un impero, vi avrebbero
potuto introdurre, come in Egitto, il culto degli animali che la
filosofia de' lor discendenti avrebbe giustificato sotto il velo di
qualche sottile e speciosa allegoria.

[424] Beniamino di Tudela descrive lo stato de' suoi confratelli ebrei,
dimoranti sulle rive del Reno, partendosi da Colonia; questi erano
ricchi, generosi, istrutti, benefici, e l'arrivo del Messia con
impazienza aspettavano (_Viaggi_ t. I, p. 243-245, di Baratier). Ebbero
d'uopo di un periodo di settanta anni (egli scrivea verso l'anno 1170)
per rilevarsi dopo le perdite e le stragi sofferte.

[425] Lo spogliamento e le strage degli Ebrei che per ogni Crociata
rinnovellavansi, vengono dipinti come cose indifferenti dagli storici di
quella età. Vero è che S. Bernardo (_epist._ 363, t. I, p. 329) avverte
i Francesi orientali che _non sunt Judaei persequendi, non sunt
trucidandi._ Ma un frate, rivale di S. Bernardo, predicava un'affatto
opposta dottrina.

[426] _V._ la _Descrizione contemporanea dell'Ungheria_ in Ottone di
Freysingen (l. II, c. 31) e nel Muratori (_Script. rerum ital._, t. VI,
p. 665, 666.).

[427] Gli antichi Ungaresi, senza eccettuarne Turotzio, sono male
istrutti della prima Crociata, che, secondo essi, si ridusse a passar
tutta per un sol luogo. Il Katona, costretto, come noi, a citare gli
scrittori francesi confronta però con cognizione de' luoghi l'antica e
la moderna geografia. _Ante portam Cyperon_ est Sopron o Poson,
_Mallevilla_, Zemlim, _Fluvius Maroe_, Sava; _Lintax_, Leith;
_Mesebroche vel Merseburg_, Onar, o Moson; _Tollemburg_, Praga (_De
regibus Hungar._, t. III, p. 19-93).

[428] Anna Comnena (_Alexias_, l. X, p. 287) descrive questo οσων
κολωνος, _monte d'ossa_, υψηλον και βαθος και πλατος και πλατος
αξιολογωτατον, _alto e scosceso e largo, degnissimo di memoria_; i
Franchi medesimi, all'assedio di Nicea, se ne prevalsero per fabbricare
un muro.

[429] Trovansi alla successiva p. 301 in un picciolo specchio i rimandi
particolari agli Storici che scrissero i grandi avvenimenti della prima
Crociata.

[430] L'autore dello _Esprit des Croisades_ ha poste in dubbio, e
avrebbe anche potuto negare a suo grado, la crociata e la tragica morte
del Principe Svenone, e de' suoi mille cinquecento, o quindicimila
Danesi trucidati in Cappadocia dal sultan Solimano; ne ha conservata a
bastanza la memoria il Tasso nell'ottavo suo canto.

[431] Gli avanzi del regno di _Lotharingia_, o Lorena, vennero divisi in
due Ducati, della Mosella, e della Mosa; il primo ha conservato il suo
nome; l'altro ha acquistato quello di Ducato del Brabante. (Valois,
_Notit. Gall._, p. 283-288).

[432] _V._ nella _Descrizione della Francia_, dell'abate di Longuerue
gli articoli intorno a Bologna (part. I, p. 47, 48, _Bouillon_; p. 134).
Nell'atto di sua partenza Goffredo diede in pegno alla Chiesa il Ducato
di Buglione, ottenendone tredicimila marchi.

[433] _V._ in Guglielmo di Tiro (l. IX, c. 5-8), il carattere di
Buglione; il suo antico divisamento, in Giberto (p. 485); l'infermità, e
il voto ch'ei fece, in Bernardo il Tesoriere (c. 78).

[434] Anna Comnena suppone che Ugo ostentasse nascita, potenza e
ricchezze (l. X, p. 288); i due ultimi articoli potevano forse a qualche
contestazione esser soggetti, ma una ευγενεια, _nobiltà_ celebre, più di
settecent'anni addietro nella reggia di Costantinopoli, attestava come
antica fosse in Francia la dignità de' Capeti.

[435] _V._ Guglielmo Gometicense (l. VII, c. 7, p. 672,673, _in Camdem
Normannicis_). Roberto impegnò il Ducato di Normandia per un centesimo
di quanto ne è rendita annuale a' dì nostri. Diecimila marchi possono
valutarsi un mezzo milione di lire, e la Normandia oggigiorno paga
ogn'anno al Re cinquantasette milioni (Necker, _Administ. des finances_,
t. I, p. 287).

[436] La lettera che Stefano scrisse a sua moglie trovasi, inserita
nello _Spicilegium_ di Dom Luc d'Acheri (t. IV), e citata nello _Esprit
des Croisades_ (t. I, p. 65).

[437] _Unius enim, duum, trium seu quatuor oppidorum dominos quis
numeret? Quorum tanta fuit copia, ut non vix totidem Trojana obsidio
coegisse putetur._ Così esprimesi Giberto colla sua sempre dilettevole
vivacità. (p. 486).

[438] È cosa straordinaria che Raimondo di San Gille, personaggio
secondario nella Storia delle Crociate, sia dagli scrittori greci ed
arabi collocato a capo degli eroi di questa spedizione (Anna Comnena,
_Alex._ l. X, XI, e Longuerue, p. 129).

[439] _Omnes de Burgundia et Alvernia, et Vescovania et Gothi_ (di
Linguadoca) _provinciales appellabantur, coeteri vero Francigenae et hoc
in exercitu; inter hostes autem Franci dicebantur._ (Raimondo d'Agiles,
p. 144.)

[440] La città natalizia, ossia il primo appannaggio di questo Raimondo,
era dedicata a sant'Egidio, il nome del qual Santo, ai giorni della
prima Crociata, i Francesi convertirono nell'altro di _Saint-Gilles_ o
_Saint-Giles_ (san Gille). Situata nella Bassa Linguadoca, fra Nimes e
il Rodano, questa città, vanta una Collegiata di cui lo stesso Raimondo
è stato il fondatore (_Mélanges tirés d'une grande Bibliothèque_, t.
XXXVII, p. 51).

[441] Erano genitori di Tancredi il marchese Odone il Buono, ed Emma,
sorella del gran Roberto Guiscardo. Fa maraviglia che la patria di un
tanto illustre personaggio sia sconosciuta. Il Muratori, con molta
probabilità, lo presume italiano, e forse della stirpe de' marchesi di
Monferrato nel Piemonte (_Script._, t. V, p. 281, 282).

[442] Per compiacere la puerile vanità della Casa d'Este[*] il Tasso ha
inserito nel suo poema, e nella prima Crociata un eroe favoloso, il
valente e innamorato Rinaldo. Forse ei prese ad imprestito questo nome
da un Rinaldo decorato dell'_Aquila bianca estense_, che vinse
l'Imperatore Federico I (_Storia imperiale di Ricobaldo_, nel Muratori,
_Script. Ital._, t. X, p. 360; Ariosto, _Orlando furioso_); ma
primieramente la distanza di sessant'anni fra la gioventù de' due
Rinaldi, distrugge la loro identità; in secondo luogo, la Storia
imperiale è una invenzione del Conte Boiardo, architettata sul finire
del secolo XV (Muratori, p. 281-289). Per ultimo questo secondo Rinaldo
e le sue imprese, non sono men favolose di quelle dell'altro Rinaldo
cantato dal Tasso (Muratori, _Antichità estensi_, t. I, p. 350).

* _Più antica di Virgilio, il quale assegna per antenati ad Augusto i
pronipoti di Venere, figlia di Giove, è la compiacenza dei potenti nel
veder immortalate le loro prosapie dal canto de' sommi poeti; e meglio
che_ puerile _potremmo chiamarla, una vanità ingenita nella natura
umana. Nel caso particolare poi, chi conosce la vita e le sfortune del
Tasso, potrà facilmente persuadersi che la finzione da esso inventata ad
onore di una famiglia, la quale non manca d'uomini illustri, anche senza
ricorrere a finzioni, gli fu suggerita da desiderio di rendersi accetto
ai suoi padroni, anzichè da una brama da essi spiegata di voler essere
onorati in tal guisa._ (Nota dell'Editore)

[443] Due etimologie vengono assegnate alla parola _gentilis_,
_gentiluomo_. L'una deriva dai Barbari del quinto secolo prima
arrolatisi come soldati, divenuti indi conquistatori dell'Impero Romano,
i quali dalla loro straniera origine traevano vanità. L'altra
dall'opinione de' giureconsulti che hanno per sinonimi i vocaboli
_gentilis_ _ingenuus._ Alla prima etimologia inclina il Selden; la
seconda più spontanea, è anche la più probabile.

[444] _Framea scutoque juvenem ornant._ Tacito, _Germania_, c. 13.

[445] Gli esercizj degli atleti, soprattutto il cesto e il pancrazio,
vennero biasimati da Licurgo, da Filoppemene e da Galeno, vale a dire da
un legislatore, da un Generale e da un medico. Contro la censura di
questi il lettore può leggere la difesa che ne ha fatto Luciano
nell'elogio di Solone (_V._ West, sui Giuochi olimpici nel suo Pindaro,
v. II, p. 86-96, 245-248).

[446] Nelle opere del Selden (t. III, part. I. _I Titoli di onore_:
part. II, c. 1-3, 5-8) trovansi molto estese descrizioni intorno la
cavalleria, il servigio dei cavalieri, la nobiltà, il grido di guerra,
gli stendardi e i tornei. _V._ anche il Ducange (_Gloss. lat._ t. IV, p.
398-412 ec., _Diss._ intorno al Joinville, l. VI, al XII, pag. 127-142,
165-222), e _Mémoires de M. de Sainte-Palaye sur la Chevalerie._

[447] L'opera _Familiae dalmaticae_ del Ducange è arida ed imperfetta;
gli storici nazionali troppo moderni e favolosi: troppo lontani e
trascurati gli storici greci. Nell'anno 1004, Colomano diede per confini
al paese marittimo Salona e Trau (Katona, _Hist. crit._ t. III, p.
195-207).

[448] Scodra, presso Tito Livio, sembra essere stata la capitale o la
Fortezza di Genzio, re degl'Illirici, _arx munitissima_, indi non
colonia romana (Cellarius, t. I, p. 393-394), che ha preso poi il nome
di Iscodar, o Scutari (D'Auville, _Géogr. ancien._, t. I, p. 164). Il
Sangiacco, oggidì Pascià di Scutari, o Sceindeire, era l'ottavo sotto il
Beglierbeg di Romania, e somministrava seicento soldati sopra una
rendita di settantottomila settecento ottantasette risdaleri. (Marsigli,
_Stato militare dell'Impero Ottomano_ p. 128.)

[449] _In Pelagonia castrum haereticum... spoliatum cum suis
habitatoribus igne combussere._ Nec id eis injuria contigit: _quia
illorum detestabilis sermo et cancer serpebat, jamque circumjacentes
regiones suo pravo dogmate faedaverat_ (Roberto Mon., p. 36, 37). Dopo
avere freddamente raccontato il fatto, l'arcivescovo Baldricco aggiugne
come un elogio: _Omnes, siquidem illi viatores, Judaeos, haereticos,
Saracenos aequaliter habent exosos; quos omnes appellant inimicos Dei_
(p. 92).

[450] Αναλαβομενος απο Ρωμης την χρυσην του’ Αγιου Πετρου σημαιαν,
_levando da Roma tutto l'oro monetato di S. Pietro_ (_Alexiad._, l. X,
p. 288).

[451] Ο Βασιλευς των Βασιλεων, και αρχηγος του Φραγγικου στρατεματος
απαντος, _Re dei Re, e generalissimo di tutto l'esercito Franco_: pompa
orientale, che è ridicola in un conte di Normandia; ma il Ducange,
compreso da patrio zelo (_Not. ad Alexiad._, p. 352, 353; _Dissert.
sopra_ Joinville p. 315) ripete con compiacenza i passi di Mattia Paris
(A. D. 1254), e di Froiss (vol. IV, pag. 201) che attribuiscono al re di
Francia i titoli di _rex regum_, o di _chef de tous les rois chrétiens._

[452] Anna Comnena, nata nel dì 1 dicembre, A. D. 1083, ind. VIII
(_Alexiad._, l. VI, p. 166. 167) avea tredici anni all'epoca della prima
Crociata. Già atta alle nozze, o forse sposatasi al giovine Niceforo,
ella lo chiama con tenerezza τον εμαν Καισαρα, _il mio Cesare_ (l. X,
pag. 295, 296). Alcuni moderni hanno attribuita a dispetto amoroso
l'avversione in cui ebbe Boemondo. Quanto alle cose accadute a
Costantinopoli e a Nicza (_Alex._, l. X, XI, p. 283-517) la parzialità
de' suoi racconti può contrabbilanciare quella degli storici latini; ma
si ferma poco sugli avvenimenti che dalle stesse cose seguirono, ed è
inoltre a tal proposito male istrutta.

[453] Nel modo di dipingere il carattere e la politica di Alessio, il
Maimbourg ha favoriti i Franchi cattolici, il Voltaire si è mostrato di
soverchio parziale ai Greci scismatici. I pregiudizj di un filosofo sono
meno scusabili che quelli di un Gesuita.

[454] Fra il mar Nero ed il Bosforo sta il fiume Barbyses, profondissimo
nella state, e che scorre per uno spazio di quindici miglia in mezzo ad
una prateria uniforme e scoperta. La sua comunicazione con
Costantinopoli e coll'Europa, è assicurata dal ponte di pietra di
_Blachernae_ che fu rifabbricato da Giustiniano e da Basilio (Gillio _De
Bosphoro Thracio_, lib. II, c. 3, Ducange _C. P. Christiana_, lib. IV,
cap. 2, pag. 179).

[455] Due sorta v'erano di adozioni; quella dell'armi, e l'altra, la
cerimonia della quale si stava nel far passare il figlio adottivo tra la
pelle e la camicia del padre. Il Ducange, _Dissert._ XXII p. 270,
suppone che Goffredo sia stato adottato nel secondo di tali modi.

[456] Dopo il suo ritorno dalle Crociate, Roberto si fece affatto ligio
al re d'Inghilterra. _V._ il primo atto dei _Foedera_ del Rymer.

[457] _Sensit vetus regnandi, falsos in amore, odia non fingere_; Tacito
VI, 44.

[458] La vanità degli storici delle Crociate accenna leggiermente e con
imbarazzo questa circostanza umiliante; nondimeno è cosa molto naturale,
che se questi eroi s'inginocchiarono per salutar l'Imperatore, che
rimaneva immobile sul proprio trono, gli baciarono i piedi o le
ginocchia. Solamente fa maraviglia che Anna non abbia ampiamente
supplito al silenzio e all'oscurità dei Latini; l'umiliazione dei loro
principi avrebbe aggiunto un capitolo, rilevante per questa donna, al
_Coeremoniale aulae Byzantinae._

[459] Questo Crociato si diede il nome di φραγγος καθαρος ευγενων,
_Franco puro fra i Nobili_ (_Alexiad._, l. X, p. 301). Bel titolo di
nobiltà, ascendente all'undicesimo secolo per chi potesse ai dì nostri
provarsi derivato da questo Roberto! Anna racconta, con segnalata
compiacenza, che questo arrogante Barbaro Λακινος τετυφωμενος, _Latino
pien di fumo_, fu in appresso ucciso e sconfitto, combattendo alla prima
linea dell'esercito nella battaglia di Dorilea, l. XI, p. 317;
circostanza che può giustificare quanto il Ducange ha supposto intorno
all'audace Barone; cioè essere questi Roberto di Parigi, del distretto
chiamato il ducato o l'Isola di Francia.

[460] Con eguale accorgimento il Ducange scopre che la chiesa di cui
favellava il Barone, è S. Drauso o Drosino di Soissons. _Quem duello
dimicaturi solent invocare: pugiles qui ad memoriam ejus_ (alla tomba),
_pernoctant invictos reddit, ut de Italia et Burgundia tali necessitate
confugiatur ad eum._ Joan. Sariberiensis _epist._ 139.

[461] Varie sono le opinioni sul numero d'uomini che questo esercito
componeano; ma non avvi autorità paragonabile a quella di Tolomeo che lo
determina di cinquemila uomini a cavallo, e trentamila fanti (_V._ gli
_Annales_ di Usher, p. 152).

[462] _V._ Foulcher di Chartres p. 587. Egli annovera diciannove nazioni
di nome e lingue diverse (p. 389). Io però non comprendo con molta
chiarezza qual differenza ei ponga tra _Franci_ e _Galli_, fra _Itali_ e
_Apuli._ Altrove (p. 385) parla col massimo disprezzo dei disertori.

[463] _V._ Giberto, pag. 556. Però la modesta opposizione di questo
istorico lascia tuttavia luogo ad ammettere un numero d'uomini
considerabilissimo. Urbano II, nel fervor del suo zelo, conta sino a
trecentomila i pellegrini (_Epist._ 16, _Concil._ t. XII, p. 731).

[464] _V. Alexias_, l. X, p. 283-505. La ridicola schifiltà di questa
principessa, la trae a lamentarsi della bizzarria di certi nomi alla
pronunzia difficilissimi; e di fatto son pochi i nomi latini che ella
non siasi studiata di sformare con quella orgogliosa ignoranza sì comune
e tanto prediletta ai popoli ingentiliti. Ne citerò un solo esempio;
ella trasforma il nome di S. Gille in _Sangeles._

[465] Guglielmo di Malmsbury che scrisse verso l'anno 1130, ha inserito
nella sua Storia (l. IV, p. 130-154) il racconto della prima Crociata;
ma avrei bramato che invece di prestare orecchio a voci di lieve conto,
raccolte attraversando l'Oceano (p. 143), si fosse limitato a narrare
quanto riferivasi al numero, alle famiglie, e alle avventure de' suoi
compatriotti. Trovo in Dugdale che un Normanno inglese, Stefano conte di
Albermarle e di Holdernesse, comandava alla battaglia d'Antiochia
l'antiguardo in compagnia del Duca Roberto (_Baronage_, part. I, p. 61).

[466] _Videres Scotorum apud se ferocium, alias imbellium cuneos_
(Guibert, p. 471). Il _crus intectum_, e la _hispida chlamys_, possono
riferirsi ai montanari scozzesi: ma il _finibus uliginosis_ è
applicabile con più naturalezza alle paludi della Irlanda. Il Malmsbury
parlando degli abitanti di Galles e degli Scozzesi (l. IV, p. 133), dice
che i primi abbandonarono _venationem saltuum_, i secondi
_familiaritatem pulicum._

[467] _Qui l'Autore a torto allude di nuovo al culto renduto da'
Cattolici alle immagini._ (Nota di N. N.)

[468] Questa fame da cannibali, talvolta reale, e più sovente menzognera
e artifiziosa, viene affermata da Anna Comnena (Alex., l. X, p. 288), da
Giberto (p. 546), da Radolfo Cadom. (capo 97). L'autore dell'opera
_Gesta Francorum_, il monaco Roberto, Baldricco e Raimondo di Agyle,
riferiscono questo stratagemma all'assedio e alla carestia di Antiochia.

[469] I Latini lo additano col nome di Solimano, nome che pur gli davano
i Musulmani il carattere e l'indole di questo Sultano è stata di molto
sublimata dal Tasso. I Turchi il nomavano Kilidge-Arslan (A. E. 485-500,
A. D. 1092-1107. V. le Tavole del De Guignes, t. I, p. 245). Gli
Orientali si valeano di questo nome; parimente l'adoperavano, benchè
corrotto alcun poco, i Greci, ma non trovasi che un nome solo nelle
storie de' Maomettani, i cui scrittori si dimostrano molto aridi e
laconici in tutto quanto si aspetta alla prima Crociata (De Guignes t.
III, part. II, p. 10-30).

[470] Su tutto ciò che riguarda fortificazioni, macchine e assedj del
Medio Evo, si consulti il Muratori (_Antiq. Ital._, t. II, _Dissert._
26, p. 452-524). Il _belfredus_, d'onde è venuta la più moderna voce
_beffroi_, era la torre sulle ruote degli Antichi (_Ducange_ t. I, p.
608).

[471] Non posso starmi dall'osservare la somiglianza tra le fazioni
operate dai Crociati nell'assedio di Nicea dal suo lago protetta, e
quelle di Fernando Cortez dinanzi alla capitale del Messico. (_V._
Robertson, Storia dell'America t. I, p. 608.)

[472] _Miscredenti_, voce inventata dai Crociati francesi, e adoperata
oggidì solamente nel significato ch'essa offre. Sembra però che i nostri
antichi, nell'ardore della lor divozione, riguardassero come sinonimi i
vocaboli _miscredente_, e uomo _spregevole_; questa pregiudicata
opinione cova tuttavia nelle anime di alcuni che si pretendono essere
veri cristiani.

[473] Il Baronio ha tratta in campo una lettera molto apocrifa, e
scritta _al mio fratello Ruggero_ (A. D. 1098 n. 15). Giusta la medesima
l'esercito nemico era composto di Medi, di Persiani e di Caldei: sia! il
primo assalto fu a danno dei nostri; è vero anche questo: ma per qual
motivo Goffredo di Buglione e Ugo si danno il titolo di fratelli?
osservo inoltre che vien dato a Tancredi il nome di _filius._ Figlio di
chi? Non certamente di Ruggero o di Boemondo.

[474] _Verum tamen dicunt se esse de Francorum generatione; et quia
nullus homo naturaliter debet esse miles nisi Turci et Franci_ (_Gesta
Francorum_, p. 7). Tal comune origine ed eguaglianza di valore nelle due
genti viene parimente riconosciuta e attestata dall'Arcivescovo
Baldricco, (p. 99).

[475] _Balista_, _balestra_, _arbalete_, _V._ Muratori, _Antiquit._, t.
II, p. 517-524: Ducange, _Gloss. lat._, t. I, p. 531, 532. Ai giorni di
Anna Comnena, una tal arme, descritta dalla medesima sotto il nome di
_tzangra_, era sconosciuta nell'Oriente. (l. X, pag. 291). Per un
sentimento d'umanità che mal coll'altre cose accordavasi, il Papa si
adoperò ad impedire nelle guerre de' Cristiani l'uso delle balestre.

[476] Il leggitore curioso può far confronto tra la erudizione classica
del Cellario, e la scienza geografica del d'Anville. Guglielmo di Tiro è
il solo storico delle Crociate che conosca alcun poco l'antichità. Il
Sig. Otter ha presso che passo a passo seguìti i Franchi da
Costantinopoli fino ad Antiochia (_Voyage en Turquie et en Perse_, t. I,
p. 35-88.)

[477] Quanto avvi di meglio intorno a questa particolare conquista di
Edessa, è il racconto fattone da Foulcher di Chartres, il valoroso
Cappellano del Conte Baldovino, racconto che trovasi nelle compilazioni
di Bongars, Duchesne e Martenne (_Esprit des Croisades_, t. I, p. 13,
14). E in ciò che spetta alle risse accadute fra questo Principe e
Tancredi, la parzialità del ridetto Foulcher può contrapporsi a quella
dimostrata da Randolfo Cadomense, soldato e storico del prode Marchese
di Puglia.

[478] _V._ de Guignes, _Hist. des Huns_, t. I, p. 456.

[479] Quanto ad Antiochia, _V._ la Descrizione del Levante composta dal
Pocock, vol. 2, part. 1, p. 188-193; _Voyage d'Otter en Turquie_, ec. t.
I, p. 81, ec.; il Geografo turco nelle _Note_ fatte al predetto viaggio;
_l'Indice geografico_ di Schultens (_ad calcem_ Bohadin., _vit.
Saladini_), ed Abulfeda (_Tabula Syriae_, p. 115, 116, vers. Reiske).

[480] _Ensem elevat, eumque a sinistra parte scapularum, tanta virtute
intorsit ut quod pectus medium disjunxit, spinam et vitalia interrupit,
et sic lubricus ensis super crus dextrum integer exivit, sicque caput
integrum cum dextera parte corporis immersit gurgite, partemque quae
equo praesidebat remisit civitati_ (Robert. Mon. p. 50). _Cujus ense
trajectus Turcus duo factus est Turci; ut inferior alter in urbem
equitaret, alter arcitenens in flumine nataret_ (Radulph. Cadom., c. 53,
p. 54). Questo autore ciò null'ostante si sforza a giustificare il
fatto, deducendolo dalle _stupendis viribus_, o più che naturali di
Goffredo. Guglielmo di Tiro cerca salvare la verisimiglianza colla
seguente espressione _obstupuit populus facti novitate_: però un tal
fatto ai cavalieri di quel secolo non dovea sembrare incredibile.

[481] _V._ le geste di Roberto, di Raimondo, e del modesto Tancredi che
imponea silenzio al proprio scudiere (Radulp., _Cadom._, c. 53).

[482] Dopo avere raccontato a qual cattivo partito ridotti fossero i
Franchi, e l'umile proposta che fecero al nemico, Abulfaragio aggiugne
la superba risposta di Codbuka o Kerboga: _Non evasuri estis nisi per
gladium_ (Dynast., p. 242).

[483] La maggior parte degli Storici latini (l'Autore delle _Gesta_, p.
17; il monaco Roberto, p. 56; Baldric, p. 111; Foulcher di Chartres, p.
392; Giberto, p. 512; Guglielmo di Tiro, l. VI, c. 3, pag. 714; Bernardo
il Tesoriere, c. 39, p. 695) nel descrivere l'esercito di Kerboga si
limitano alle espressioni vaghe di _infinita multitudo_, _immensum
agmen_, _innumerae copiae_ o _gentes_, che combinano coll'altre μετα
ανοριθμητων χιλιαδων, _innumerabili migliaia di migliaia_, di Anna
Comnena (_Alexias_, l. XI, p. 318-320). Alberto d'Aix fa sommare il
numero de' Turchi a dugentomila uomini di cavalleria (l. IV, c. 10, p.
242), e Radolfo a quattrocentomila (c. 72, p. 309).

[484] _V._ la fine tragica e scandalosa di un arcidiacono di stirpe
reale, ucciso dai Turchi, mentre stavasi in un verziere giocando ai dadi
con una concubina della Sorìa.

[485] Il prezzo di un bue da cinque _solidi_ (quindici scellini) salì a
due marchi (quattro lire sterline), indi anche di più; un capretto, o un
agnello da uno scellino a quindici o diciotto lire tornesi all'incirca.
Nella seconda carestia, una pagnotta, o una testa d'animale, vendeansi
una piastra d'oro. Molti altri esempj si potrebbero citare; ma sono i
prezzi ordinarj non gli straordinarj che meritano l'attenzione del
filosofo.

[486] _Alii multi, quorum omnia non tenemus, quia deleta de libro vitae,
praesenti operi non sunt inserenda_ (Guglielmo di Tiro, l. VI, c. 5, p.
715). Giberto, pag. 518-523, cerca di scusare Ugo il Grande ed anche
Stefano di Chartres.

[487] _V._ il seguito della Crociata, la ritirata di Alessio, la
vittoria di Antiochia, e la conquista di Gerusalemme nell'Alessiade, l.
II, pag. 317-327. La Principessa greca era tanto propensa alla
esagerazione, che neppure narrando le geste dei Latini, ha potuto farne
di meno.

[488] _Non è da maravigliarsi, che in quei tempi, ed in quelle
circostanze sia ciò avvenuto: ciò nulla ha relazione colla sostanza
della religione cristiana._ (Nota di N. N.)

[489] Nel raccontare le cose che alla Santa Lancia si riferiscono, il
maomettano Abulmahasen (_V._ de Guignes, t. II, parte 2, p. 95) è più
esatto de' due storici Cristiani, Anna Comnena e Abulfaragio. La
Principessa greca confonde la Lancia con un Chiodo della Croce, (l. XI,
p. 366); e un primate giacobita col pastoral di S. Pietro (p. 242).

[490] I due antagonisti che si mostrano meglio istrutti, e più
fortemente convinti, l'un del _miracolo_ l'altro della _frode_, sono
Raimondo d'Agiles e Randolfo di Caen, il primo appartenente al seguito
del Conte di Tolosa, il secondo al Principe normanno. Foulcher di
Chartres osa dire: _Audite fraudem et non fraudem!_ indi _invenit
lanceam_, _fallaciter occultatam forsitan:_ il rimanente della turba
sostenea con fermezza e forza la veracità del miracolo.

[491] _V._ De Guignes (t. II, part. 2, p. 223 ec.) e gli articoli di
_Barkiarok, Mohammed, Sangiar_, nel d'Herbelot.

[492] L'Emiro, o sultano Afdal ricuperò Gerusalemme e Tiro nell'anno
dell'Egira 489 (_V._ Renaudot, _Hist. patriarch. Alexand._, p. 478, de
Guignes, t. I, p. 249, indi Abulfeda e Ben-Schounah). _Jerusalem ante
adventum vestrum recuperavimus, Turcos ejecimus_, diceano gli
ambasciatori dei Fatimiti.

[493] _V._ le transazioni tra il califfo d'Egitto e i Crociati in
Guglielmo di Tiro (l. IV, c. 24; l. VI, c. 19) e in Alberto d'Aix (l.
III, c. 39), i quali scrittori, a quanto apparisce, meglio de'
contemporanei, valutavano l'importanza delle medesime.

[494] La maggior parte del cammino trascorso dai Franchi trovasi con
esattezza descritta nel _Viaggio di Maundrell da Aleppo a Gerusalemme_
(p. 11-67), _uno, senza dubbio, dei migliori documenti che abbiasi su
tale soggetto_ (D'Anville, _Mémoire sur Jerusaleme_, p. 27).

[495] _V._ l'ammirabile descrizione di Tacito (_Hist._ V, 11, 12, 13),
il quale pretende che i legislatori degli Ebrei si fossero prefissi di
mettere il loro popolo in istato di ostilità perpetua col rimanente del
genere umano.

[496] Il senno e l'erudizione dell'autore francese dell'opera _Esprit
des Croisades_, contrabbilanciano fortemente l'ingegnoso scetticismo del
Voltaire. Il predetto scrittore osserva (t. IV, p. 386-388) che, giusta
i calcoli degli Arabi, gli abitanti di Gerusalemme oltrepassavano i
dugentomila; che nel tempo di Gerusalemme assediata da Tito, Giuseppe li
faceva ascendere ad un milione trecentomila; che Tacito stesso tenea per
fermo sommassero a seicentomila, onde fatta anche la massima
sottrazione, atta a giustificare l'_accepimus_ di questo Storico, ad
ogni modo superavano in numero l'esercito dei Romani.

[497] Maudrell, che fece esattamente il giro delle mura, calcolò una
circonferenza di seicentotrenta passi, o quattromila cento sessantasette
verghe inglesi (pag. 109-110). Fondatosi sopra una pianta autentica, il
d'Anville, nel suo breve e prezioso Trattato, ammette un'estensione di
circa mille novecento sessanta tese francesi (p. 23-29). Quanto alla
topografia di Gerusalemme, _V._ Reland (_Palestina_, t. II, p. 832-860).

[498] Gerusalemme non trae le sue acque che dal torrente di Cedron,
asciutto durante la state, e dal picciolo ruscello di Siloè (Reland, t.
I, p. 294-300). E nativi e stranieri, parimente lagnavansi dalla
scarsezza di acque, incomodo che in tempo di guerra, i nemici si
studiavano accrescere. Secondo Tacito, erano entro la città una fontana,
che non inaridiva in veruna stagione, un acquidotto, e cisterne per
raccogliere le acque che venivan dal cielo; l'acquidotto le ricevea dal
ruscello Tekoe, o Etham, di cui parla anche Boadino nella vita di
Saladino (p. 238).

[499] _Gerusalemme liberata_, Cant. XIII e XVIII. Non possiamo qui
dispensarci dall'osservare con quanta cura il Tasso abbia conservate ed
abbellite le più piccole particolarità di questo assedio.

[500] Oltre agli storici Latini che di narrare questo macello non si
vergognano. _V._ Elmacin (_Hist. Saracen._, pag. 363), Abulfaragio
(_Dynast._, pag. 243), e il de Guignes (t. II, part. II, p. 9) fondato
sulle testimonianze di Abul-Mahasen.

[501] L'antica torre di Psefina, detta _Neblosa_ nel Medio Evo,
incominciò a chiamarsi _Castellum Pisanum_ dopo che Damberto fu nominato
patriarca. Essa è tuttavia residenza e rocca di un Agà turco. Da questa
torre si scoprono il mar Morto, una parte della Giudea e dell'Arabia
(d'Anville, p. 19-23). Venne chiamata parimente πυργος παμμεγεθεςατος,
_torre di David_.

[502] Hume, _Storia dell'Inghilterra_, vol. I, p. 311, 312, ediz. in 8.

[503] Voltaire, _Essai sur l'Histoire générale_; t. II, c. 54, p. 345,
346.

[504] Gl'Inglesi attribuiscono a Roberto di Normandia, i Provenzali a
Raimondo di Tolosa, la gloria di avere ricusata la corona di
Gerusalemme; ma la voce sincera della tradizione ha conservata la
ricordanza dell'ambizione e della vendetta del Conte di San-Gille
(Villehardouin, n. 136). Morì all'assedio di Tripoli, città posseduta
dai successori di questo Conte.

[505] _V._ l'elezione di Goffredo e la battaglia di Ascalon in Guglielmo
di Tiro, l. IX, c. 1-12, e nella conclusione delle Storie Latine della
prima Crociata.

[506] Renaudot, _Hist. patr. Alexand._, p. 479.

[507] _V._ le rimostranze del patriarca Damberto in Guglielmo di Tiro
(l. IX, c. 15-18, l. X, c. 4, 7, 9), il quale scrittore con maravigliosa
buona fede sostiene l'independenza dei conquistatori e de' re di
Gerusalemme.

[508] Guglielmo di Tiro (l. X, p. 19), la _Historia Hierosolymitana_ di
Giacomo di Vitry (l. I; c. 21, 50), e l'Opera _Secreta fidelium Crucis_,
di Marino Sanuto (l. III, p. 1) offrono le opportune nozioni sullo Stato
e sulle conquiste del regno latino di Gerusalemme.

[509] Nell'instituire il censo de' sudditi, David si accorse di aver
sotto i proprj ordini, non comprendendo le tribù di Levi e di Beniamino,
un milione trecentomila di soli combattenti, o un milione cinquecento
settantaquattromila; dal quale calcolo, aggiugnendo i vecchi, le donne,
i fanciulli e gli schiavi, sarebbe risultato che un paese lungo sessanta
leghe, largo trenta, contenesse una popolazione di circa tredici
milioni. Il Le Clerc (_Comment._ XXIV, _Chron._, XXI), _aestuat angusto
in limite_, e dà a divedere qualche sospetto di un error di copista;
pericoloso sospetto!

[510] Il racconto di tali assedj collocato ciascun d'essi al luogo che
gli appartiene, trovasi nella grande storia di Guglielmo di Tiro,
incominciando dal libro nono, e venendo fino al decimo ottavo. Leggonsi
pure più in epilogo nell'opere di Bernardo il Tesoriere _De acquisitione
Terrae Sanctae_ (c. 89, 98, p. 732-740). Le Cronache di Pisa, Genova e
Venezia, narrano alcuni fatti particolari che a queste repubbliche si
riferiscono, ed altre particolarità pur si raccolgono dai tomi sesto,
nono e duodecimo del Muratori.

[511] _Quidam populus de insulis Occidentis egressus et maxime de ea
parte quae Norvegia dicitur._ Guglielmo di Tiro (l. XI, c. 14, p. 804)
descrive la loro corsa per _Britannicum mare et Calpen_, all'assedio di
Sidone.

[512] Benelathir parla certamente dell'interno del paese. _V._ de
Guignes (_Histoire des Huns_ p. 150, 151, A. D. 1127).

[513] Il Sanato biasima, nè a torto, il diritto della succession
femminile usato in una terra, _hostibus circumdata, ubi cuncta virilia
et virtuosa esse deberent._ È però da osservarsi che ogni donna, erede
di nobil feudo, veniva obbligata, per ordine e con approvazione del
signore da cui le veniva l'investitura, a scegliersi un marito, o un
campione (_Assises de Jerusalem_, c. 242 ec.) V. De Guignes (t. I, p.
441-471). Le tavole di questa dinastia esatte, e che possono essere
utili, son tolte dall'opera _Lignages d'outre-mer._

[514] I figli nati da tali mescolanze chiamavansi per derisione
_pullani_, e il loro nome non pronunziavasi che con disprezzo (Ducange,
_Gloss. lat._ t. V, p. 535, _Observations_ sur Joinville, p. 84, 85;
Giacomo di Vitry, _Hist. Hierosol._, l. I, c. 67, 72) _Illustrium
virorum qui ad Terrae Sanctae.... liberationem, in ipsa manserunt,
degeneres filli.... in deliciis enutriti, molles et effeminati_ (_V._
Sanuto, l. III, part. VIII, c. 2, p. 182).

[515] Questo autentico ragguaglio è tolto dalle _Assise di
Gerusalemme_ (c. 324-326-331). Sanuto (l. III, c. I, p. 174) non
conta che cinquecento diciotto uomini a cavallo, e cinquemila
settecentosettantacinque armigeri.

[516] Le prescrizioni che determinavano il contingente di tre grandi
baronie, metteano l'obbligo di soli cento cavalieri. Forse i _quattro
uomini a cavallo che seguivano il Cavaliere_ possono dar ragione del
testo delle _Assise_ che porta a cinquecento il numero degli uomini a
cavallo.

[517] Nondimeno ne' grandi pericoli dello Stato, dice il Sanuto, i
Cavalieri conduceano spontaneamente un seguito più numeroso, _decentem
comitivam militum juxta statum suum._

[518] Guglielmo di Tiro (l. XVIII, c. 3, 4, 5) narra l'origine ignobile
e la precoce tracotanza degli Ospitalieri, che abbandonarono ben presto
il lor più modesto avvocato s. Giovanni l'Elemosiniere, per ostentarne
uno più augusto in san Giovanni Battista. Vedansi a tal proposito
gl'inutili sforzi del Pagi (Critica, A. D. 1099, n. 14-18).
Abbracciarono la professione dell'armi verso l'anno 1120. L'Ospitale era
_mater_; il Tempio _filia_; la fondazione dell'Ordine Teutonico si
riporta all'anno di Cristo 1190, epoca dell'assedio di Acri (Mosh.
Instit. p. 389, 390).

[519] _V._ S. Bernardo, _De laude novae militiae Templi_, Opera composta
A. D. 1132-1136 _in Opp._ t. I, parte 2, p. 547-563; ediz. Mabillon,
_Venezia_ 1730. Un tale elogio degli antichi Templarj sarebbe
grandemente apprezzato dagli storici di Malta.

[520] _V._ Mattia Paris, (_Hist. Major._, p. 544). Egli assegna agli
Ospitalieri diciannovemila, ai Templarj novemila _maneriu_, vocabolo il
cui significato, come il Ducange ha giudiziosamente osservato, è più
esteso nella lingua inglese che nella francese. Il _manor_ degl'Inglesi
equivale a signoria, il francese _manoir_ non è che una abitazione.

[521] Ne' primi libri della Storia de' cavalieri di Malta, composta
dall'abate di Vertot, i nostri leggitori potranno trovare una
descrizione luminosa, e talvolta adulatrice, dell'Ordine dei Templarj,
sintanto che rimasero a difendere la Palestina. I successivi libri
trattano della lor migrazione alle isole di Rodi e di Malta.

[522] _Le Assise_ di Gerusalemme, scritte in antico francese, vennero,
insieme alle Costumanze del Beauvoisis, impresse da Beaumanoir (Bourges
et Paris, 1690 in folio), e commentate da Gasp.-Th. de La Thaumassière.
Se ne pubblicò una traduzione italiana a Venezia, ad uso del regno di
Cipro.

[523] _A la terre perdue, tout fut perdu_; tale è l'espressione energica
delle _Assise_ (c. 281); ciò nonostante Gerusalemme capitolò con
Saladino; la regina e i principali Cristiani ebbero la libertà di
ritirarsi, nè questo codice prezioso e portatile adescar potea
l'avarizia de' conquistatori. Più di una volta mi son condotto a
dubitare sulla esistenza di questo Originale deposto nel Santo Sepolcro,
e che ben potrebbe essere stato inventato per santificare quanto sulle
costumanze dei Francesi nella Palestina fosse venuto meramente per
tradizione.

[524] Un nobile giureconsulto, Raoul di Tabarie, A. D. 1195-1205,
richiesto dal re Amauri di pubblicare per iscritto le nozioni che aveva
acquistate a tale proposito, rifiutò di prestarsi a ciò, protestando in
chiari termini _que de ce qu'il savait, ne ferait-il ja nul borjois son
pareil, ne nul sage homme lettré_ (c. 281).

[525] Il compilatore di quest'Opera, Giovanni d'Ibelin, era Conte di
Giaffa e di Ascalon, signore di Barut (Berite) e di Rames; morì
nell'anno di Cristo 1266 (Sanuto, l. III, part. 2, c. 5-8). La famiglia
d'Ibelin che derivava da un ramo cadetto de' Conti di Chartres in
Francia, occupò per lungo tempo un grado distinto nella Palestina e nel
regno di Cipro. _V._ l'opera _Lignages de decà mer o d'outre-mer_ (c.
6), alla fine delle _Assise_ di Gerusalemme. Questo libro originale
contiene tutta la genealogia de' venturieri francesi.

[526] Sedici commissarj scelti negli Stati dell'isola, terminarono
l'opera nel giorno 3 di novembre 1369; e questo codice suggellato con
quattro sigilli venne deposto nella Cattedrale di Nicosia. _V._ la
Prefazione delle _Assise._

[527] Il circospetto Giovanni d'Ibelin conchiude, anzichè affermare
essere Tripoli la quarta Baronia, e manifesta alcuni dubbj su i diritti
o le pretensioni del Contestabile o maresciallo (c. 323).

[528] _Entre seignor et homme ne n'a que la foi.... mais tant que
l'homme doit à son seignor révérence en toutes choses_ (c. 206), _tous
les hommes du dit royaume sont, par ladite Assise, tenus les uns aux
autres....: et en celle manière que le seignor mette main, ou fasse
mettre au corps ou au fié d'aucun d'yaux sans esgard et sans
connoissance de court, que tous les autres doivent venir devant le
seignor, etc._ (cap. 212). Le lor rimostranze scritte in uno stile
nobile e semplice, offrono le forme caratteristiche della libertà.

[529] _V. Esprit des Lois_, lib. XXVIII. Per un corso di quarant'anni
dopo la pubblicazione della citata Opera, niun'altra fu maggiormente
letta, e a maggiori critiche assoggettata; l'ardore delle ricerche per
essa destatosi, non è la minore delle obbligazioni che all'autor della
medesima protestiamo.

[530] A meglio intendere quest'antica ed oscura giurisprudenza mi è
stata d'un possente soccorso l'amicizia di un dotto Lord, che ha
esaminata con pari accuratezza e sapere la storia filosofica delle
leggi. I lavori di cotest'uomo potranno un giorno arricchire la
posterità; ma i meriti del Giudice e dell'Oratore non possono essere
apprezzati siccome si dee che dai soli contemporanei.

[531] Il regno di Luigi il Grosso, riguardato come autore di tale
instituzione negli Stati di Francia, non incominciò che nove anni dopo
il regno di Goffredo (A. D. 1108), _Assises_ (c. 2-324). _V._ intorno
all'origine e agli effetti della instituzione medesima le osservazioni
giudiziose del Robertson (_St. di Carlo V_, vol. 1).

[532] Tutti i lettori che hanno famigliarità colla storia, intenderanno
per popolo di Sorìa i Cristiani orientali, Melchiti, Giacobiti e
Nestoriani, i quali tutti avean adottato l'uso della lingua araba.

[533] _V._ le _Assise_ di Gerusalemme (310, 311, 312). Queste leggi
furono in vigore fino al 1350 nel regno di Cipro. Nello stesso secolo,
sotto il regno di Odoardo I (e lo scorgo dal suo libro de' conti di
recente pubblicato), il prezzo di un cavallo non era meno esorbitante
nell'Inghilterra.



CAPITOLO LIX.

      _Impero greco salvato. Numero, passaggio de' Crociati, e
      avvenimenti della seconda e della terza Crociata. S. Bernardo.
      Regno di Saladino nell'Egitto e nella Sorìa. Conquista
      Gerusalemme. Crociata marittima. Riccardo I, re d'Inghilterra.
      Papa Innocenzo III. Quarta e quinta Crociata. Federico II
      Imperatore. Luigi IX di Francia, e due ultime Crociate. I
      Franchi o Latini scacciati dai Mamalucchi._


[A. D. 1097-1118]

Se fosse lecito per un istante dimenticare la gravità della Storia,
l'Imperatore Alessio[534] potrebbe essere paragonato a quella fiera
chiamata _Jackal_, che per nudrirsi di quanto avanza al pasto del leone,
accompagna questo animale alla caccia. Sieno pure stati rilevanti i
timori concetti dal ridetto principe, grande l'impaccio in cui trovossi
al passaggio delle prime Crociate, i vantaggi venutigli in appresso
dalle imprese de' Franchi largamente nel compensarono. Già assicurato,
per accortezza e vigilanza, il possedimento di Nicea, prima conquista
de' Crociati, dalla qual Fortezza a proprio talento minacciava i Turchi,
li costrinse così a sgomberare i dintorni di Costantinopoli. Intanto che
i pellegrini guerrieri, trascinati da cieco valore, penetravano nel cuor
dell'Asia, l'astuto Imperator de' Greci colse maestrevolmente l'istante
in cui gli Emiri della costa marittima erano stati richiamati sotto lo
stendardo del Sultano, per discacciare i Turchi dalle Isole di Rodi e di
Chio, e restituire le città di Efeso, Smirne, Sardi, Filadelfia e
Laodicea al Governo dell'Impero esteso per opera di lui dall'Ellesponto
alle rive del Meandro e alle dirupate coste della Panfilia. Tornate le
chiese all'antico loro splendore, rifabbricate e affortificate le città,
questo deserto paese videsi di bel nuovo popolato da colonie di
Cristiani, che di buon grado s'indussero ad abbandonare il soggiorno di
una frontiera, che a costo di tanti pericoli custodivano. Tutte queste
paterne sollecitudini alle quali avea volto l'animo Alessio, possono in
qualche modo scusarlo ai nostri occhi, se la cura della liberazione del
Santo Sepolcro pose da un lato; ma i Latini lo accusarono di diffalta e
perfidia. Se per una parte, questi gli aveano fatto giuramento di
obbedienza e fedeltà, egli erasi per l'altra obbligato a secondare la
loro impresa o colla persona, o almeno co' suoi denari e colle sue
truppe. Col ritirarsi vergognosamente ogni vincolo de' Crociati
disciolse, e le loro spade, fin lì state ad essi strumento di vittorie,
titolo e mallevadori della giusta loro independenza divennero. A quanto
apparisce, non rinnovellò Alessio le sue antiche pretensioni sul regno
di Gerusalemme[535]; ma le frontiere della Cilicia e della Sorìa erano
più recenti acquisti e meglio alle truppe greche accessibili.
Annichilato, o disperso trovavasi il grande esercito de' Crociati.
Boemondo sorpreso e fatto prigioniero avea lasciati gli Stati di
Antiochia privi di un Capo che li governasse; costretto questo Principe
a contrarre un rilevante debito per liberarsi di schiavitù; i Normanni
non assai numerosi per rispingere i continui assalti de' Greci e de'
Turchi. Pervenuto a tale estremità, Boemondo si appigliò al coraggioso
partito di confidare la difesa di Antiochia al proprio congiunto, il
fedele Tancredi, di armare contra l'Impero di Bisanzo tutte le forze
dell'Occidente, in somma di mandar a termine quel disegno che additato
aveangli le lezioni, e l'esempio del genitore Guiscardo. Imbarcatosi
segretamente, attraversò il mare da' suoi nemici occupato, e se vogliam
credere alla novelletta della principessa Anna, una bara entro cui si
collocò, agli occhi di tutti lo nascondeva[536]. Accolto in Francia fra
le acclamazioni e i pubblici applausi, lo stesso Re diedegli la propria
figlia in isposa. Glorioso funne il ritorno nell'Asia, perchè i
guerrieri i più rinomati del secolo condiscesero a far parte della
spedizione sotto di lui. Ripassò il mare Adriatico, condottiero di
cinquemila uomini a cavallo e di quarantamila fanti d'ogni banda
dell'Europa raccolti[537]. Ma la salda resistenza che la Fortezza di
Durazzo opponea, la prudenza di Alessio, la carestia che già faceva
sentirsi, e la vicinanza del verno, deluse avendo le speranze ambiziose
del Capitano, i confederati ne abbandonarono vituperosamente gli
stendardi. Un Trattato di pace[538], diè tregua al terrore de' Greci,
che ben presto la morte dello stesso Boemondo liberò per sempre da un
avversario, cui non opponea freno alcun giuramento, niun pericolo
atterriva, niun prospero successo saziava. I figli di questo nel
principato d'Antiochia gli succedettero; ma, determinati con ogni
circospezione i confini, stipulata con tutta chiarezza la natura del
vassallaggio da prestarsi da essi, le città di Tarso e di Malmistra
tornarono in potere dell'Imperator di Bisanzo, divenuto padrone di tutta
la circonferenza della costa di Natolia, da Trebisonda sino ai confini
della Sorìa. La discendenza di Selgiuk stanziatasi nel regno di
Rum[539], d'ogni lato dal mare e dagli altri Musulmani rimase disgiunta.
Le vittorie de' Franchi, e persino le loro sconfitte crollato aveano il
poter de' Sultani, ritiratisi dopo la perdita di Nicea in Cogni, o
Iconium, picciola città situata nell'intorno del paese e distante più di
trecento miglia da Costantinopoli[540]. Invece di tremare per la propria
capitale, i Principi Comneni faceano guerra offensiva ai Turchi, e
dovettero soltanto alla prima Crociata, se la caduta del vacillante loro
Impero fu differita.

[A. D. 1101]

Nel dodicesimo secolo, tre grandi migrazioni accaddero nell'Occidente,
intese a trasferirsi per terra alla liberazione della Palestina, perchè
l'esempio e i buoni successi della prima Crociata, eccitarono l'ardore
dei Pellegrini e de' soldati lombardi, franchi e alemanni[541].
Quarant'otto anni dopo la liberazione del Santo Sepolcro (A. D. 1147),
l'Imperatore Corrado III, e Luigi VII Re di Francia, impresero la
seconda Crociata, a fine di soccorrere il vacillante Impero (A. D. 1189)
de' Latini della Palestina[542]. Una gran parte dei guerrieri della
terza Crociata, era condotta dall'Imperatore Federico Barbarossa[543],
che non meno dei Re di Francia e d'Inghilterra, scosso erasi alla
notizia della perdita di Gerusalemme, perdita che tutti i Cristiani
feriva. Le tre spedizioni, e nel numero de' Crociati, e nelle lor
traversate per mezzo al greco Impero, e nelle circostanze e negli
avvenimenti de' loro scontri co' Turchi, si rassomigliano. Un
compendioso paralello eviterà le repliche di un monotono e molesto
racconto. Comunque l'immaginazione possa trovarsi allettata dall'idea di
una Storia seguìta delle Crociate, questa però non offre continuamente,
se non se le stesse cagioni e gli stessi effetti; e i moltiplici sforzi
adoperati, ora a difendere, ora a conquistar Terra Santa, ad altrettante
copie imperfette di un medesimo originale, molto avvicinansi.

I. Le numerose bande che seguirono sì da vicino le orme de' Pellegrini
erano condotte da Capi eguali per grado a Goffredo e ai compagni del
medesimo, benchè ad essi inferiori di fama e di merito. A capo delle lor
bandiere vedevansi i Duchi di Borgogna, di Baviera e d'Aquitania; il
primo, discendente da Ugo Capeto; ceppo della casa di Brunswik, il
secondo. L'Arcivescovo di Milano, Principe temporale, si trasportò seco
le ricchezze del suo palagio e della sua Chiesa, delle quali infine
profittarono i Turchi; gli antichi Crociati, Ugo il Grande e Stefano di
Chartres, tornarono in Asia per compire il voto che non aveano per anco
soddisfatto. L'immensa moltitudine che disordinatamente seguivali, si
avanzava in due bande, la prima composta di dugento sessantamila
Pellegrini, la seconda di circa sessantamila uomini a cavallo e
centomila fanti[544]. Gli eserciti della seconda Crociata, avrebbero
potuto aspirare alla intiera conquista dell'Asia; poichè e la Nobiltà
della Francia e dell'Alemagna, vedeasi animata dalla presenza dei suoi
Sovrani, e il merito di Corrado e di Luigi contribuiva, non meno del
loro grado, a rendere luminosa una tale spedizione, e ad infondere nelle
soldatesche, una disciplina che da' Duci subordinati avrebbe potuto
difficilmente aspettarsi. L'Imperatore e il Re di Francia, conduceano
ciascuno, un corpo di cavalleria formidabile, composto di settantamila
uomini, oltre all'ordinario corteggio di questi Sovrani[545]; laonde
senza tener conto delle truppe leggiere, de' contadini, delle donne, de'
fanciulli, de' preti e de' monaci, la totale somma de' Pellegrini a
quattrocentomila persone ascendea. Un movimento universale vedeasi
nell'Occidente, dagli Stati di Roma alla Brettagna. I Re di Boemia e di
Polonia agli ordini di Corrado ubbidirono; dalla testimonianza unanime
de' Greci e de' Latini, veniamo assicurati che i messi dell'Imperatore
di Bisanzo, dopo aver numerati al passaggio di un fiume, o di una gola,
novecentomila uomini, si trovarono inabili a proseguir questo
calcolo[546]. Nella terza Crociata, l'esercito di Federico Barbarossa
apparve men numeroso, perchè gl'Inglesi, e i Francesi preferirono la
navigazione del Mediterraneo. Di quindicimila cavalieri e d'altrettanti
scudieri, andava composto il fiore dell'alemanna cavalleria; onde
l'Imperatore, sulle ungaresi pianure, passò in rassegna sessantamila
uomini a cavallo e centomila fanti, nè noi dopo quanto abbiamo udito
raccontarci nelle prime Crociate, ci stupiremo che la credulità abbia
fatto ascendere a seicentomila Pellegrini, il numero dei partecipanti a
tale ultima migrazione[547]. Questi stravaganti calcoli non mostrano che
la maraviglia de' contemporanei: ma la loro maraviglia medesima fa prova
evidente d'immenso numero, comunque a definirlo non basti. Poteano i
Greci millantare la loro superiorità nell'arte e negli stratagemmi della
guerra; ma non però si stavano dal celebrare il poderoso valore della
cavalleria francese, e della infanteria degli Alemanni[548]; stranieri
che troviamo dipinti come uomini di ferro, di gigantesca statura, che
lanciavano fiamme dagli occhi e versavano sangue a maniera d'acqua.
Corrado avea inoltre al suo seguito, una truppa di donne armate ad
usanza di cavalieri. Gli stivali e gli speroni dorati, della condottiera
di queste amazzoni, le meritarono il soprannome della _Donna dai piedi
d'oro_.

II. Il numero e l'indole de' Crociati erano agli ammolliti Greci un
soggetto di terrore; e quanto è soggetto di terrore agli uomini, della
loro avversione il divien facilmente. Ma lo spavento inspirato dalla
potenza dei Turchi per qualche tempo questo mal umore assopì: e ad onta
delle invettive dai Latini scagliate contro di Alessio, crediamo potere
accertare che questo Imperatore ne dissimulò gli insulti, finse non
accorgersi delle ostilità, regolò l'imprudente loro imperizia, aperse al
coraggio de' medesimi la strada del pellegrinaggio e della conquista. Ma
appena scacciati da Nicea e dalle marittime coste i sultani, allorchè la
vicinanza di questi, ritiratisi in Cogni, non atterriva omai i principi
di Bisanzo, i Greci si abbandonarono con minore riguardo
all'indignazione prodotta in essi dal frequente e libero passaggio de'
Barbari occidentali, che minacciavano la sicurezza dell'Impero e ne
insultavano la maestà. Regnarono Manuele Comneno e Isacco l'Angelo ai
tempi della seconda e terza Crociata. Il primo di questi sovrani a
passioni, sempre impetuose, i sentimenti d'un cuor malevolo, spesse
volte congiunse. Il secondo, esempio di codardia e di perfidia, avea
così immeritamente come spietatamente punito il tiranno, in luogo del
quale erasi posto. Eravi forse un segreto e tacito patto, fra i
dominatori di Costantinopoli e il popolo, di distruggere o certamente
sconfortare i pellegrini con ogni genere d'ingiurie ed angherie; e
questi, per vero, col mancar di prudenza e di disciplina tutti i
momenti, ne somministravano pretesti e occasioni. I Monarchi
dell'Occidente aveano stipulato, che le loro soldatesche avrebbero
trovato negli Stati del greco Imperator e libero passaggio, e
vettovaglie, convenevolmente pagandoli; giuramenti e ostaggi aveano da
entrambe le parti guarentiti simili patti, e il più povero tra i soldati
di Federico, portava con seco tre marchi d'argento statigli per le spese
del cammino assegnati. Ma la ingiustizia e la perfidia violarono ogni
convenzione, e i ripetuti torti di cui ebbero a querelarsi i Latini,
vengono attestati da uno storico greco che all'onore de' suoi
compatrioti antepose la verità[549]. Anzichè ricevere amichevolmente i
Crociati, le città greche dell'Europa e dell'Asia chiudevano ad essi le
porte, e sol dall'alto delle mura calavano ai medesimi canestri di
vettovaglie, sempre al bisogno inferiori. Quand'anche l'esperienza del
passato e il timore dell'avvenire, avessero potuto scusare questa timida
ritrosia per parte dei Greci, come difendeano l'inumanità di mescolare
nel pane somministrato ai Latini e calcina, e droghe mortifere? E se pur
fosse lecito assolvere Manuele dal sospetto di aver partecipato colla
sua tolleranza a pratiche sì abbominevoli, come lavarlo dalla taccia di
aver fatta battere moneta di falsa lega per valersene a trafficare coi
Pellegrini? Questi ad ogni passo venivano arrestati o indiritti sulla
cattiva strada. Mandavansi segreti ordini a' governatori perchè
affortificassero i passi, i ponti atterrassero. I soldati latini che
restavano addietro, venivano spogliati o trucidati barbaramente. Se si
addentravano nelle boscaglie, dardi, da invisibili mani lanciati,
trapassavano i cavalli ed i cavalieri; trovavansi abbruciati ne' loro
letti gli infermi, e lungo le strade, i Greci appiccavano i cadaveri
degli uomini scannati da essi. Tal genere d'ingiurie accese lo sdegno
de' campioni della Croce, che di pazienza evangelica non eran forniti;
laonde i Principi greci per evitare le conseguenze di una nimistà che
eglino stessi avevano provocata, senza trovarsi in forze per poterla
rintuzzare, la partenza e l'imbarco di questi ospiti formidabili
sollecitarono. Giunto presso alla frontiera de' Turchi, Barbarossa
perdonò alla colpevole Filadelfia[550], e largo di compensi ai servigi
che la città di Laodicea gli aveva prestati, deplorò la fatale necessità
che lo costrinse a versare il sangue di alcuni Cristiani. Ne' parlamenti
avutisi dai Principi greci co' sovrani della Francia e dell'Allemagna,
quelli si trovarono esposti a frequenti mortificazioni, e benchè, la
prima volta che Luigi comparve dinanzi a Manuele, non gli fosse stato
assegnato che un basso sgabello in vicinanza del trono[551]; appena il
re francese ebbe condotto il suo esercito di là dal Bosforo, ricusò
venire ad un secondo colloquio a meno che il suo fratello, l'Imperatore,
non acconsentisse ad usar seco lui come con un sovrano eguale ad esso, e
per mare, e sul continente. Maggiori difficoltà ancor si trovarono nel
regolare il cerimoniale tra i Greci principi e gl'Imperatori Corrado e
Federico. Pretendeano questi esser eglino, come Imperatori di Roma, i
veri successori di Costantino[552], e la purezza de' lor diritti e della
lor dignità sostenevano alteramente. Il primo di questi rappresentanti
di Carlomagno, non volle starsi a petto di Manuele che a cavallo, in
mezzo ad una pianura; il secondo, coll'attraversare l'Ellesponto anzi
che il Bosforo, si sottrasse dal passare per Costantinopoli, e dal
vederne il Sovrano. Ad uno di questi Monarchi alemanni, pur coronati
imperatori a Roma, il Principe greco nelle lettere che scrivea, non si
degnava dare altro titolo fuor quello di _Rex_, o principe degli
Alemanni; e il debole, quanto vanaglorioso, Isacco l'Angelo ostentava
d'ignorare il nome del più grand'uomo e del maggiore sovrano del suo
secolo. Intantochè gl'Imperatori greci riguardavano con abborrimento i
Crociati, e siccome ministri ad essi di angosce, manteneano co' Saracini
e co' Turchi segreta corrispondenza. Di fatto, Isacco l'Angelo che aveva
in Costantinopoli fondata una moschea, ove potesse pubblicamente
praticarsi il culto musulmano, doleasi perchè l'amicizia da lui
dimostrata al gran Saladino, coi Franchi in mal accordo il poneva[553].

III. Le numerose catene di Pellegrini che passarono il Reno dopo la
prima Crociata, rimasero distrutte sulle piazze della Natolia dalla
peste, dalla fame e dall'armi de' Turchi; i soli Capi, accompagnati da
poco seguito di cavalleria si sottrassero, e la miseranda loro
peregrinazione compirono. Può giudicarsi del senno di costoro, dal
divisamento che di sottomettere strada facendo la Persia e il Khorasan
avevano concepito, e della loro umanità, dalle carnificine degli
abitanti di una città cristiana, che colle palme e colle croci in mano
venivano ad incontrarli. La spedizione di Corrado e di Luigi fu meno
imprudente e crudele, ma più della precedente Crociata partorì disastro
e rovina alla Cristianità; e Manuele viene accusato fino da' proprj
sudditi di avere traditi i Principi latini, e col far consapevole di
tutti gli atti loro il Sultano, e col munirli di scorte infedeli. Mentre
i Crociati avrebbero dovuto in uno stesso tempo assalire da due diverse
bande il Sultano, l'emulazione affrettò la partenza degli Alemanni, il
sospetto quella de' Francesi tardò. Per lo che, Luigi avea terminato di
passare il Bosforo colle sue truppe, allor quando si scontrò in Corrado
che riconducea gli avanzi di un esercito, del quale avea perduta la
maggior parte sulle rive del Meandro, dopo un'azione gloriosa sì, ma
sfortunata. Allora, tanto più sollecito fu a ritirarsi l'alemanno
Imperatore, che pugnealo il confronto tra il proprio sfregio e la pompa
presente del suo rivale. Ridotto, per la diffalta de' suoi vassalli
independenti, alle truppe de' suoi Stati ereditarj, dovette chiedere ad
imprestito alcuni vascelli dai Greci onde compiere per mare il voto
fatto di peregrinare alla Palestina. Nè alle lezioni dell'esperienza, nè
alla natura di una simile guerra, ponendo mente il re di Francia,
s'innoltrò nel paese stesso, ove Corrado ebbe disastro; nè di questo
ebbe miglior fortuna. L'antiguardo che portava la regal bandiera e
l'oriflamma di S. Dionigi[554] raddoppiò imprudentemente il cammino;
onde il retroguardo, in mezzo al quale il sovrano trovavasi, fu
costretto ad accampare di notte tempo, senza avere potuto raggiugnere la
parte di esercito marciata avanti. Venne circondato e forzato il campo
da una moltitudine di Turchi, i quali nell'arte della guerra più abili
che non fossero i Cristiani del dodicesimo secolo, col favor delle
tenebre, e della confusione degli accampati, questi fugarono o uccisero,
del campo s'impadronirono. In mezzo a quel soqquadro de' suoi, Luigi
salì sopra un albero; e fatto salvo dal proprio valore e
dall'accecamento de' nemici, potè, allo schiarire del giorno, sottrarsi
ai medesimi, e pressochè solo il suo antiguardo raggiugnere. Non osando
più allora continuare la sua peregrinazione per terra, si trovò felice a
bastanza nel poter raccogliere in sicuro gli avanzi dell'esercito entro
l'amico porto di Satalia, d'onde veleggiò ad Antiochia. Ma sì pochi
legni i Greci gli somministrarono, che non gli fu dato il condurre seco
se non se i nobili e i cavalieri. La infanteria perì, miseramente
abbandonata alle falde de' monti della Panfilia. L'imperatore ed il re
si abbracciarono a Gerusalemme, e piansero congiuntamente; poi unite le
forze che lor rimaneano a quelle de' Cristiani della Sorìa, gli ultimi
tentativi della seconda Crociata ebbero sotto le mura di Damasco
infausto successo. Corrado e Luigi s'imbarcarono per l'Europa, dopo
essersi acquistata grande fama di coraggio e pietà. Ma intanto gli
Orientali aveano imparato a disfidare la possanza di due monarchi, il
cui nome e le forze militari da lungo tempo li minacciavano[555]. Forse
avrebbero dovuto paventare assai più Federico I, e l'esperienza che
sotto il suo zio Corrado questo principe aveva acquistata nell'Asia.
Oltrechè, quaranta stagioni campali nell'Alemagna e nell'Italia, lo
aveano istruito nell'arte di comandare; e veramente sotto il regno di
lui, i suoi sudditi, e persino i principi dell'Impero, avvezzati eransi
ad obbedire. Perdute di vista Filadelfia e Laodicea, ultime città
dell'Impero greco, Federico Barbarossa s'innoltrò per mezzo ad un paese
deserto, sterile, impregnato di sali, terra dice lo Storico[556] di
tribolazione e d'orrore. Per venti giorni di penoso e sconfortante
cammino, dovette ad ogni istante difendersi dagli assalti d'innumerabili
bande di Turcomanni[557] che parea continuamente risorgessero, e più
furibondi, dalle sofferte sconfitte. Ma non si stancò di combattere e di
sofferir l'Alemanno; e tanto era ridotto, quando pervenne sotto le mura
d'Iconium, che appena mille de' suoi cavalieri aveano quanta forza
bastasse loro a tenersi in arcione. Pure, mercè un impeto violento, e al
quale i Musulmani mai non aspettavansi, li sconfisse, prese la città
d'assalto, costrinse il Sultano ad implorare pace e clemenza dal
vincitore[558], e fatto per tal guisa libero il cammino, Federico portò
l'armi sue trionfanti nella Cilicia, fatal limite delle sue vittorie,
perchè ivi travolto da un torrente annegò[559]. Le infermità e le
diserzioni, il rimanente degli Alemanni distrussero, o spersero, e lo
stesso figlio dell'Imperatore morì all'assedio di Acri, avendo egual
sorte la maggior parte degli Svevi suoi vassalli che colà il
seguitarono. Fra tutti gli eroi latini, Goffredo di Buglione e Federico
Barbarossa sono i soli che pervennero ad attraversare l'Asia Minore. Ma
il loro ardimento, e per fino i buoni successi ottenuti dai medesimi,
servirono di lezione e cautela, a quelli che vennero dopo; onde ne'
secoli più illuminati dalle successive Crociate, tutte le nazioni alle
molestie e ai pericoli della via di terra quelli del mare
anteposero[560].

L'entusiasmo che animò la prima Crociata, è avvenimento semplice e
naturale. Recentissima la speranza concetta, ignoti i rischi, conformità
dell'impresa col genio dominante del secolo; ma ben sono giusto
argomento di sorpresa e di commiserazione ad un tempo, e la ostinata
perseveranza dell'Europa, a vincere la quale fu senza frutto
l'esperienza delle sciagure de' predecessori; e il reiterarsi di queste
sciagure, fattosi quasi fomite alla fiducia di chi le affrontava di
nuovo; e sei successive generazioni che a capo chino si precipitavano
nell'abisso innanzi ad esse dischiuso; e gli uomini d'ogni stato e
condizione, che rischiavano esistenza e averi, coll'unico fine di
acquistare o conservare un sepolcro di pietra[561], posto duemila miglia
lontano dalla lor patria. Per un volgere di due secoli, dopo il Concilio
di Clermont, ciascuna primavera, ciascuna state partoriva una nuova
migrazione di Pellegrini, armati per la difesa di Terra Santa; ma i
sette grandi armamenti, ossia le sette Crociate, ebbero per motivo o una
recente calamità, o un incalzante pericolo; e a queste spedizioni
trascinati vennero i popoli e dall'autorità de' Pontefici, e
dall'esempio dei Re. Alla voce dei Santi Oratori, il comune zelo
infiammavasi, la nazione ammutiva, e fra questi Oratori la prima sede
vuol essere assegnata al monaco Bernardo (A. D. 1091-1153), collocato
indi fra i Santi della Chiesa romana[562]. Nato di una famiglia nobile
della Borgogna, otto anni all'incirca dopo la prima conquista di
Gerusalemme, avea ventitre anni, quando andò a segregarsi dai profani,
nel monastero di Citaux di recente instituito, e che col vigore delle
nuove fondazioni fioriva. Dopo due anni, come Capo della terza colonia
del ridetto Ordine, si trasferì a Chiaravalle nella Sciampagna[563],
contentatosi poi, finchè visse, dell'umile titolo di Abate di questa
Comunità. I filosofi del nostro secolo; senza curarsi assai di
distinguere, hanno versato su tali eroi spirituali, la derisione e il
disprezzo. Diversi anche de' men rinomati fra essi, per una certa forza
d'animo si segnalarono; e maggiori almeno de' lor seguaci e discepoli,
in quella età di superstizione, ad una meta aggiugneano che molta mano
di emoli lor contendea. La solerzia, l'eloquenza, l'ingegno di scrivere,
grande preminenza sopra i rivali, e sopra i contemporanei, a S. Bernardo
acquistarono; e veramente le Opere di lui nè di arguzia, nè di calore
vanno sfornite; e mostrano aver egli prese a norma la ragione e
l'umanità fin quanto il suo carattere di Santo gliel permetteva[564]. Se
fosse rimasto al secolo, avrebbe posseduta la settima parte di un
mediocre retaggio; coi pronunziati voti di penitenza e di povertà[565],
col rifiuto di ogni dignità ecclesiastica, coll'assoluta non curanza
delle vanità mondane, l'Abate di Chiaravalle divenne l'oracolo
dell'Europa e il fondatore di centosessanta monasterj. La libertà delle
appostoliche censure ch'ei profferiva, facea tremare i Papi e i Sovrani.
In uno scisma della Chiesa, la Francia, l'Inghilterra, Milano lo
consultarono, e stettero al giudizio ch'ei pronunciò, Innocenzo II, non
dimenticò di aver dovuta all'Abate di Chiaravalle la tiara; e di questo
Abate era stato amico e discepolo Eugenio III, successor d'Innocenzo. Ma
la pubblicazione della seconda Crociata, fu per S. Bernardo l'istante di
splendere qual missionario profeta, chiamando le nazioni alla difesa del
Santo Sepolcro[566]. Nel parlamento di Vezelai aringò il Re; e Luigi
VII, e i vassalli di questo Sovrano ricevettero dalle mani di S.
Bernardo la Croce. L'Abate di Chiaravalle si prese indi il meno facile
assunto di trarre al proprio partito l'Imperatore Corrado, e colla forza
de' gesti, della voce della sua patetica veemenza, giunse ad infiammare
gli animi di un popolo melenso e ignorante, e che inoltre la lingua
dell'Oratore non intendea. Tutta la strada che ei trascorse da Costanza
a Colonia, il trionfo del suo zelo e della sua eloquenza contrassegnò.
S. Bernardo si congratula con sè medesimo di essere pervenuto a
spopolare l'Europa, affermando che le città e le castella, prive
trovavansi d'abitanti, e facendo il conto che vi rimaneva appena un
uomo, per consolar sette vedove[567]. Gli accecati fanatici, vinti dalla
possanza del suo dire voleano sceglierlo per generale; ma S. Bernardo,
che avea dinanzi agli occhi l'esempio di Piero l'Eremita, si contentò di
assicurare il celeste favore ai Crociati, ed ebbe l'accorgimento di
ricusare il comando di una militare impresa, della quale e i disastri, e
i buoni successi del pari la rinomanza delle virtù evangeliche del Santo
poteano offuscare[568]. Non quindi evitò dopo il cattivo esito della
Crociata le imputazioni di falso Profeta e di autore delle pubbliche
calamità. I nemici di lui trionfarono, confusi rimasero i suoi
partigiani, e tardi solamente, offerse al Pubblico una apologia della
propria condotta, apologia a dir vero, poco soddisfacente. Cita in essa
l'obbedienza che ai comandi del Papa ei doveva, si diffonde sulle vie
misteriose della Providenza accagiona de' mali dei Cristiani le colpe
degli stessi Cristiani, e lascia modestamente trapelare che la sua
missione era stata da visioni e miracoli confermata[569]; argomento cui
non v'era replica, se fosse stata certa la cosa. Ma di venti, o trenta
prodigi che i discepoli di S. Bernardo affermano operati da lui, in un
sol giorno, nel mezzo delle pubbliche assemblee della Francia e
dell'Inghilterra, ch'essi chiamano in testimonianza[570], non ve n'è
forse un solo, il quale fuor del ricinto di Chiaravalle, ai nostri dì
sia creduto; oltre di che, in tutto quanto riguarda le guarigioni
soprannaturali di infermi, di storpj, di ciechi che vennero condotti al
cospetto dell'uomo di Dio, non è più possibile in oggi il discernere
qual parte debba attribuirsi al caso, quale alla immaginazione degli
uomini, quale alla impostura e alle finzioni dell'operator del
miracolo[571][572].

La stessa divina onnipotenza diviene scopo alle querele de' mortali, fra
loro opposti ne' desiderj. La liberazione di Gerusalemme, considerata in
Europa come una beneficenza del cielo, fu deplorata, e forse anche, qual
calamità pubblica, riguardata nell'Asia. Dopo la presa di questa città,
i fuggiaschi della Sorìa portarono fino ai remoti paesi la costernazione
che gl'invase. I cittadini di Bagdad piansero prostrati nella polvere;
Zeineddino, cadì di Damasco, si strappò alla presenza del Califfo la
barba; tutto il Divano versò calde lagrime su la dolente avventura[573].
Ma non altro che lagrime potevano offerire i Comandanti de' Credenti,
schiavi eglino stessi fra le mani de' Turchi; e benchè, nell'ultimo
secolo degli Abbassidi, la possanza temporale de' Califfi si fosse alcun
poco rimessa, questa però alla città di Bagdad e alle province de'
dintorni si limitava. I tiranni de' Califfi, i discendenti di Selgiuk,
al pari dell'altre asiatiche dinastie, le vicissitudini del valore,
della possanza, della discordia, dell'invilimento, della caduta aveano
sopportate; nè le forze loro, o il loro coraggio bastavano alla difesa
della religione. Sangiar, ultimo eroe di loro stirpe, ritirato agli
estremi confini della Persia non era conosciuto, nemmen di nome, ai
Cristiani dell'Oriente[574]. Intanto che i deboli Sultani languivano nei
lor serragli, da catene seriche avvinti[575] il pio assunto di salvare
l'Islamismo si presero i loro schiavi, gli Atabek[576], il nome turco
de' quali come quello dei patrizj di Bisanzo ammette essere tradotto
colla espressione _padri del principe._ Il valoroso Turco, Ascanzar, già
favorito di Malek-Sà, dal quale aveva ottenuto il privilegio di starsi
alla destra del trono, nelle guerre civili che alla morte dello stesso
principe succedettero, perdè il suo governo di Aleppo e la vita. I
fedeli Emiri che gli erano stati soggetti, persistettero nel portare
amore al figlio di Ascanzar, Zenghi, segnalatosi guerreggiando i
Franchi, nella giornata di Antiochia funesta ai Musulmani. Trenta
stagioni campali che, servendo il Califfo e i Sultani, contava Zenghi,
la fama militare di cui godeva, gli assicuravano, e ottenne il comando
di Mosul, siccome il solo campione che potesse vendicare e difendere la
causa del Profeta. Nè Zenghi la speranza di sua nazione deluse; perchè,
dopo un assedio di venticinque giorni, e prese Edessa d'assalto, e i
Franchi da tutte le terre vinte oltre l'Eufrate scacciò[577]. Questo
independente sovrano di Mosul e di Aleppo, le guerriere tribù del
Curdistan sottomise, e i soldati di lui s'avvezzarono a riguardare il
campo come lor patria, lasciando alla liberalità del principe il
pensiere di compensare le fatiche de' suoi difensori, e di proteggerne
le famiglie ch'eglino abbandonavan per lui. Condottiero di tai veterani,
Noraddino, figliuolo di Zenghi, riunì a poco a poco sotto di sè i
possedimenti maomettani (A. D. 1145-1174); il regno di Damasco a quel di
Aleppo congiunse; e fece con buon successo una lunga guerra ai Cristiani
della Sorìa. Dilatato il suo vasto Impero dalle sponde del Tigri a
quelle del Nilo, gli Abbassidi ogni titolo e prerogativa regale al loro
servo fedel concedettero. I Latini medesimi si videro costretti ad
ammirare la saggezza, il valore, e persino la giustizia e la pietà di
questo implacabile loro nemico[578]. Negli atti e della vita privata, e
del suo governo, il pio guerriero rianimò lo zelo, e ricondusse la
semplicità de' primi Califfi; sbanditi l'oro e la seta dal suo palagio,
proibito negli Stati di lui l'uso del vino, scrupolosamente le rendite
pubbliche al servigio dei popoli adoperò, nè mai alle frugali spese
della sua casa si prevalse d'altre ricchezze fuor delle rendite de'
fondi da lui comprati, colla parte legittima che gli spettava sulle
prede fatte ai nemici (A. D. 1163-1169). La sultana favorita avendogli
mostrato ardente desiderio di possedere certa ricca suppellettile di
femminile lusso, ei le rispose. «Come volete ch'io faccia! Temo Dio, e
non sono che il cassiere de' Musulmani: le loro ricchezze non mi
appartengono. Però possedo tuttavia tre botteghe nella città di Hems,
servitevene, ma non ho altra cosa da poter dare». La Corte di giustizia
di Noraddino era il terror de' Grandi, l'asilo de' poveri. Alcuni anni
dopo la morte di questo sultano un cittadino che lagnavasi di
oppressione per parte del successore corse per la strada esclamando, «o
Noraddino! Noraddino! che cosa sei tu divenuto? abbi pietà del tuo
popolo e vieni a soccorrerlo.» Si paventò di un tumulto, e il tiranno
seduto sul proprio trono, arrossì e tremò, al nome di un monarca che più
non era.

Per l'armi de' Franchi e de' Turchi, i Fatimiti aveano perduto l'intera
Sorìa, e benchè si mantenessero nell'Egitto, l'invilimento cui declinò
la loro possanza, portò conseguenze ancor più disastrose a questi
discendenti o successori di Maometto. Nondimeno, rispettati fino allora,
siccome tali, viveano rinchiusi nel proprio palagio del Cairo, e sacre
le lor persone, di rado al profano sguardo o de' sudditi, o degli
stranieri si offersero. Gli ambasciatori latini[579] hanno descritto il
cerimoniale della loro ammissione dinanzi al Califfo, e come introdotti
venissero attraversando una sequela di anditi oscuri e di portici
illuminati. Ravvivavano una tale scena il mormorare degli augelli e il
susurrare delle fontane: non vedeano d'ogni banda che animali di specie
rara, e preziose suppellettili. Fu anche mostrata ad essi una porzione
del tesoro: la rimanente parte supposero. Dopo avere oltrepassato un
gran numero di porte custodite da Negri e da eunuchi, pervennero al
Santuario, ossia alla stanza entro cui stavasi il Sovrano dietro una
cortina velato. Il Visir che conduceva gli ambasciatori, deposta la
scimitarra, per tre volte sul pavimento prostrossi. Sollevata venne
alfin la cortina, e poterono contemplare il Comandante de' credenti, che
dava ordini al suo primo schiavo, in sostanza padrone: i Visir, o i
Sultani usurpata aveano la suprema amministrazion dell'Egitto; e
decidendosi coll'armi le gare degli aspiranti a tal carica, il nome del
più meritevole, ossia del più forte nella patente reale del comando
veniva registrato. Le fazioni di Dargam e di Saver si scacciavano a
vicenda dalla capitale e dal regno, e quella di esse che soggiaceva,
implorava la pericolosa protezione del Sultano di Damasco, o del re di
Gerusalemme, mortali nemici della setta, e della Monarchia de' Fatimiti.
Più formidabili, per potere e professata religione, erano i Turchi: ma i
Franchi aveano sopra Noraddino il vantaggio di non trovare ostacoli nel
trasferirsi per linea retta da Gaza al fiume Nilo. Per la situazione
degli Stati di Noraddino, le truppe di lui vedeansi costrette ad un giro
molesto e pien di pericoli intorno all'Arabia, onde si trovavano esposte
alla sete, ai disagi e al malefico influsso de' venti infocati del
Deserto. Zelo unito ad ambizione, facea bramoso il Principe turco di
regnare sotto il nome degli Abbassidi in Egitto: l'impresa di restituire
la perduta dignità a Saver che aveva implorata la protezione di
Noraddino, gli offerse un motivo specioso alla prima spedizione, che
egli confidò all'Emiro Siracù, generale rinomato per sua esperienza e
valore. Dargam perdè la battaglia e la vita; ma il felice rivale di
questo Visir, parte per ingratitudine, parte per timori e sospetti non
privi di fondamento, sollecitò i soccorsi di Gerusalemme onde liberare
l'Egitto dalla prevalenza de' suoi superbi benefattori. Trovatosi il
generale di Noraddino nell'impossibilità di resistere alle forze
congiunte de' due nemici, abbandonò le recenti conquiste, e fe' sgombra
Belbeis, o Peluso, a patto di ottenere una libera ritirata; nel tempo
della quale, mentre i Turchi marciavano alla sfilata dinanzi al nemico,
e chiudea l'ordine della battaglia il lor generale armato della sua azza
da guerra, attento a tutto ciò che accadea, un Franco osò domandargli,
se non temeva di essere assalito. «Certamente non appartiene che a voi,
rispose l'intrepido Emiro, il cominciare l'assalto, ma abbiatevi per
sicurissima cosa, che un solo de' miei soldati non andrà in paradiso,
senza avere mandato prima un infedele all'inferno.» Ricomparso il
generale alla presenza del suo Sovrano, le ricchezze del paese, la
mollezza degli abitanti, le discordie lor gli narrò, le quali cose la
speranza riaccesero in Noraddino. Ai pietosi divisamenti di questo, il
Califfo di Bagdad fece plauso, e Siracù condottiero di dodicimila Turchi
e di undicimila Arabi, si mostrò per la seconda volta in Egitto.
Nondimeno, queste forze erano ben inferiori alle forze degli eserciti
confederati de' Franchi e de' Saracini; onde a me sembra che il
passaggio del Nilo operato dal generale di Noraddino, la ritirata nella
Tebaide, le fazioni della giornata di Babain, la sorpresa di
Alessandria, le spedizioni e le controspedizioni, nelle pianure e nelle
valli di Egitto, dal Tropico al mare, palesino, nell'uomo che divisò
tali imprese, un nuovo e straordinario grado d'intelligenza militare.
L'abilità di lui secondarono le valorose sue soldatesche, e un
Mammalucco, il giorno prima di un'azione campale esclamava:[580] «Se non
possiamo liberare l'Egitto da questi cani di Cristiani, perchè non
rinunciamo agli onori e ai premj che ne ha promessi il Sultano? Perchè
non andiamo coi villani a coltivare la terra? o colle donne a filare
entro un _harem_? Cionnullameno, a malgrado di tanti sforzi[581], e
comunque l'eloquenza di Saladino sì nobilmente si adoperasse in
Alessandria[582] per difendere la condotta militare tenuta dal suo zio
Siracù, questi terminò la seconda sua spedizione con una ritirata
preceduta da un'onorevole capitolazione; e Noraddino aspettò con
impazienza l'occasione di tentare con miglior successo una terza
impresa; occasione ben tosto offertagli da Amalrico, o Amauri, Re di
Gerusalemme, imbevutosi della perniciosa massima, che non dee serbarsi
fede agl'inimici di Dio. Un guerriero religioso, il gran Mastro
dell'Ordine degli Ospitalieri, lo incoraggiò ne' disegni concetti;
l'Imperatore di Costantinopoli diede, o promise una flotta per secondare
gli eserciti della Sorìa; e il perfido Cristiano, non sazio del fatto
bottino, e de' sussidj che gli venivano dall'Egitto, a conquistare
questo paese si accinse. In tale estremità, i Musulmani al Sultano di
Damasco volser gli sguardi; e il Visir Saver, che d'ogni banda
attorniavan pericoli, cedè ai desiderj unanimi della nazione. Noraddino
parve contento di un'offertagli terza parte sulle rendite dell'Egitto.
Già i Franchi erano alle porte del Cairo; ma al loro avvicinarsi, fu
appiccato il fuoco ai sobborghi della vecchia città; un negoziato
insidioso li trasse in inganno; i lor vascelli non poterono entrare nel
Nilo. Schivata prudentemente una battaglia co' Turchi, in mezzo ad un
paese nemico, Amauri tornò nella Palestina, carico della vergogna e del
rimprovero, compagni sempre dell'ingiustizia dal buon successo non
coronata. Partiti i Franchi, Siracù, qual liberatore dell'Egitto, di una
veste d'onore fu ornato; ma la contaminò ben tosto coll'ordinare la
morte dell'infelice Saver. La carica di Visir per qualche tempo gli
Emiri turchi si degnarono assumere: ma la conquista degli stranieri,
affrettò la caduta de' Fatimiti; grande cambiamento politico, eseguitosi
tranquillamente e per l'effetto d'un ordine e d'una parola. Già i
Califfi, e per la propria debolezza, e per la tirannide de' Visiri, si
erano nell'opinione pubblica disonorati. Fremuto aveano i loro sudditi
in veggendo il discendente e il successore del Profeta, porgere la sua
mano ignuda ad essere toccata dalla callosa mano di un ambasciatore
latino; e piansero allora quando il Califfo d'Egitto, i capelli delle
proprie donne, come segnale di ultimo stremo e cordoglio, al Sultano di
Damasco inviò (A. D. 1171). Per ordine di Noraddino, e per sentenza de'
Dottori, vennero solennemente ribenedetti i nomi sacri di Abubeker, di
Omar e di Otmano; Mostadi, Califfo di Bagdad, nelle pubbliche preghiere
venne solennemente riconosciuto siccome il vero Comandante de' Credenti;
alla divisa nera degli Abbassidi fece luogo la verde de' figli di Alì;
l'ultimo di questa schiatta, il Califfo Aded, dieci giorni dopo, morì,
nella felice ignoranza del proprio destino. Le ricchezze di lui
assicurarono l'obbedienza de' soldati, e il tumultuar de' Settarj
sedarono; nè accadde in appresso, per qualsivoglia cambiamento
politico[583], che dalla tradizione ortodossa de' Musulmani i popoli
dell'Egitto si allontanassero.

[A. D. 1171-1195]

Le colline di là dal Tigri abitate sono dai Curdi, tribù di ardimentosi
pastori[584], vigorosi, selvaggi, indocili, dediti al ladroneccio, e
ostinatamente affezionati al governo di Capi che hanno comune con essi
la patria e l'origine. La somiglianza di nome, di situazione e di
costumanze, ne danno fondamenti a crederli i Carduchiani de' Greci[585];
e difendono tuttavia contro i tentativi della Porta ottomana
quell'antica libertà che, a malgrado de' successori di Ciro, mantennero.
L'indigenza e l'ambizione li trassero ad abbracciare il mestiere di
soldati mercenarj. Fecero strada al regno del gran Saladino i servigi
del padre di lui, e dello zio[586]; e il figlio di Giob, o Aìub,
semplice Curdo, era a bastanza grande di per sè stesso per ridersi
dell'adulazione di chi ne volea derivata sin dai Califfi arabi la
genealogia[587]. Noraddino prevedea sì poco la rovina prossima ed
imminente alla propria famiglia, che costrinse Saladino a seguire in
Egitto il suo zio Siracù. Questo giovine assicurò la sua rinomanza
militare nella difesa di Alessandria, e se potessimo prestar fede ai
Latini, sollecitò ed ottenne dal generale cristiano gli onori _profani_
della cavalleria[588]. Morto Siracù, Saladino, il più giovine e il meno
possente fra gli Emiri, per questa considerazione appunto ottenne la
carica, divenuta, come dicemmo, men rilevante di gran Visir; ma
giovatosi de' consigli del padre, la cui venuta al Cairo egli aveva
affrettata, bentosto per suo ingegno acquistò preminenza sopra gli
eguali, e seppe rendere affezionato a sè e ai proprj interessi
l'esercito. Sin tanto che Noraddino visse, questi ambiziosi Curdi, i più
sommessi fra gli schiavi del medesimo si dimostrarono; e il sagace Aiub
impose silenzio alle querele dell'irrequieto Divano, protestando che, se
tal fosse la volontà del padrone, egli medesimo avrebbe condotto a piè
del trono il figlio carico di catene. «Mi è convenuto, ei dicea, in
particolare a Saladino usare siffatto linguaggio in una assemblea
composta di vostri rivali: ma sappiatelo; oggidì ci troviamo in tale
stato da non dovere nè paventare, nè obbedire; e tutte le minacce di
Noraddino non otteranno da noi il tributo di una canna di zucchero». La
morte del Sultano giunse in tempo di salvar padre e figlio dai pericoli,
e dai rimproveri che a tal pensamento andavan congiunti. Il figlio del
morto Sultano d'anni undici, rimase per qualche tempo fra le mani degli
Emiri di Damasco, intanto che il nuovo Signore dell'Egitto veniva
insignito dal Califfo di tutti que' titoli[589], che giustificar ne
poteano agli occhi del popolo la usurpazione; ma non andò guari che
sembrando a Saladino non bastante possedimento l'Egitto, da Gerusalemme
i Cristiani, da Damasco, da Aleppo, dal Diarbekir gli Atahek discacciò.
Avendolo riconosciuto per protettor temporale la Mecca e Medina, il
fratello di lui conquistò l'Yemen ossia l'Arabia Felice; e crebbe tanto
in dominazione che questa, negli ultimi giorni di Saladino, da Tripoli
d'Affrica sino al Tigri, dall'Oceano Indiano fino alle montagne
dell'Armenia estendevasi. Giusta le massime di buon ordine e di fedeltà
di suddito diffuse fra noi, difficilmente può sembrarne immune da
rimprovero di ingratitudine e di perfidia, il contegno tenutosi da
Saladino; ma l'ambizione di lui può trovar qualche scusa nelle
rivoluzioni dell'Asia[590], ove persin l'idea di successione legittima
era perduta, nel recente esempio che gli stessi Atabek aveano dato, ne'
riguardi che Saladino usò mai sempre al figlio del suo benefattore,
nella condotta generosa ed umana che verso i rami collaterali della
caduta dinastia conservò, nel proprio merito e nella loro inettezza,
nell'approvazione del Califfo, fonte unica della legitima autorità, per
ultimo nel voto e negl'interessi de' popoli, alla felicità de' quali
sono per prima cosa instituiti i governi. Fu ammirato in Saladino, come
nel suo predecessore, il felice, quanto raro, accoppiamento delle virtù
di un santo e delle virtù di un eroe; poichè Saladino e Noraddino nel
novero de' Santi Maomettani l'uno e l'altro son collocati. Costantemente
avvezzatisi a meditar guerre sante, parve, che insieme a tal
consuetudine, acquistassero quell'indole prudente e moderata, della
quale in tutti gli atti di loro vita scorgiamo le tracce. Saladino, in
sua gioventù, era stato dedito al vino e alle donne[591]; ma l'ambizione
fece ben presto, che rinunziando ai diletti de' sensi, le più dignitose
follìe del potere, e dell'amore della rinomanza, a questi sostituisse.
Vestiva un rozzo abito di lana; bevea solamente acqua; mostratosi non
men sobrio, e di gran lunga più casto del Profeta degli Arabi, e nella
sua fede e in tutte le sue azioni diede continuamente a divedere il
rigido Musulmano. Finchè visse, manifestò il suo rincrescimento che le
cure necessarie alla difesa della religione, non gli permettessero
adempire il dovere del pellegrinaggio alla Mecca; ma alle ore prefisse,
e cinque volte al giorno, orava in compagnia de' fratelli; e
accadendogli di avere involontariamente tralasciato alcuno de' digiuni
dal Profeta prescritti, col massimo scrupolo l'omissione sua riparava.
Può essere citata siccome prova (che per vero dire di ostentazione
sentiva) del coraggio e della divozione di Saladino, il costume che egli
avea, di leggere prima di dar battaglia il Corano standosi a cavallo,
camminando a capo delle sue soldatesche, e posto in mezzo ai due
eserciti che in procinto erano di assalirsi[592]. Schifo d'ogni studio
che alla dottrina superstiziosa della Setta di Safei non si riferisse,
tutti gli altri depresse: ebbe a vile i poeti, e questa circostanza fece
la lor sicurezza; perchè tanto abborriva tutte le scienze profane, che
un filosofo, il quale avea diffuse alcune sue scoperte speculative,
venne preso, e, per ordine del pietoso Sultano, strozzato. Il più oscuro
fra' sudditi poteva implorare la giustizia del Divano contra il
Principe, o contra il ministro del Principe; e solamente, allor che un
regno era prezzo dell'ingiustizia, Saladino non sentiva ritrosìa nel
commetterla. Mentre i discendenti di Selgiuk e di Zenghi gli teneano la
staffa, e davano ordine ai suoi vestimenti, gl'infimi servi della sua
casa riceveano prove della dolcezza e dell'affabilità del loro Signore;
si contraddistinse per eccesso di liberalità all'assedio di Acri colla
distribuzione gratuita di dodicimila cavalli, e quando morì non furono
trovate nel suo erario che quarantasette dramme d'argento, e una sola
piastra d'oro. Durante un regno, quasi tutto speso nelle guerre, i
tributi diminuì, e i cittadini godettero pacificamente de' frutti di
loro industria. Nell'Egitto, nella Sorìa e nell'Arabia, moschee,
collegi, ospitali e una ben munita Fortezza nel Cairo edificò: ma tutte
le fondazioni di Saladino avendo per mira il ben pubblico[593], fra
queste non ebbevi un palagio, un giardino al lusso personale del Sultano
serbati. In un secolo di fanatismo le naturali virtù di un fanatico eroe
gli stessi Cristiani a stima e ad ammirazione costrinsero: dell'amicizia
di Saladino l'Imperatore di Alemagna gloriavasi[594]; quel di Bisanzo,
suo confederato, il chiedeva[595]. La conquista di Gerusalemme per tutto
Oriente ed Occidente diffuse, e, fors'anche oltre al vero, ampliò la
rinomanza di questo Sultano.

Il regno di Gerusalemme fu di breve durata, e se più presto anche non
cadde[596], alle discordie de' Turchi e de' Saracini il dovette. I
Califfi Fatimiti, e i Sultani di Damasco, abbagliati da alcuni vantaggi
presenti e personali, sagrificarono la causa generale della loro
religione. Ma poichè le forze dell'Egitto, della Sorìa, e dell'Arabia,
riunite furono sotto l'Impero di un eroe, che natura e fortuna
sembravano avere armato contra i Cristiani, tutte le cose all'interno di
Gerusalemme presero minaccevole aspetto, e tutt'altro che apparenze
lusinghiere, lo stato interno di esse offeriva. Dopo la morte de' due
Baldovini, uno fratello, l'altro cugino di Goffredo di Buglione, lo
scettro passò nelle mani di Melisinda, figlia del secondo Baldovino, e
nel marito della medesima, Folco, Conte di Angiò, stato per un
precedente maritaggio il ceppo de' nostri Plantageneti dell'Inghilterra.
I due figli di Melisinda e di Folco, Baldovino III ed Amauri sostennero
con qualche buon successo una guerra vivissima contro gl'Infedeli. Ma la
lebbra, frutto delle Crociate, privò Baldovino IV, figlio di Amauri,
delle facoltà del corpo e della mente. E ne era la naturale erede
Sibilla sorella del defunto e madre di Baldovino V, la quale, dopo la
morte, non assai provata naturale, del proprio figlio, coronò un secondo
marito, Guido di Lusignano, principe di bell'aspetto, ma sì poco
meritevole di rinomanza che lo stesso Goffredo, fratello del medesimo,
fu udito esclamare: «Se hanno fatto di lui un Re perchè non far di me un
Dio?» in somma una tale scelta il biasimo generale incontrò. Raimondo,
Conte di Tripoli, il più potente fra i vassalli che dalla successione e
dalla reggenza trovavansi esclusi, concepì odio sì invelenito contra il
nuovo Sovrano, che per disbramarlo vendè il proprio onore e la propria
coscienza al Sultano. Tali furono, a mano, a mano, i guardiani della
Santa Città, un lebbroso, un fanciullo, una donna, un codardo e un
traditore. Pur ne fu tardata, per altri dodici anni, la caduta mercè
alcuni soccorsi giunti d'Europa, e pel valore de' monaci guerrieri, e
per le brighe che al potentissimo avversario de' Cristiani occorsero, or
nelle parti interne del suo vasto impero, or a' confini remotissimi da
Gerusalemme. Finalmente, questo Stato, giunto al pendìo di sua rovina,
vedeasi circondato e stretto da nemici per ogni banda, allorchè i
Franchi sconsigliatamente violarono la tregua che la precaria esistenza
loro protraeva. Rinaldo di Castiglione, soldato di ventura, avendo
sorpreso una Fortezza in vicinanza del Deserto, da questo campo
spogliava le carovane, insultava la religion del Profeta, alle città di
Medina e della Mecca le sue minacce estendea. Saladino si degnò
querelarsene, e chiedere una soddisfazione cui desiderava di non
ottenere; negatagli questa, immediatamente, condottiero di un esercito
di ottantamila uomini, la Terra Santa assalì: e fu prima impresa di lui
l'assedio di Tiberiade, suggeritogli dal Conte di Tripoli al quale la
stessa città appartenea. Il Re di Gerusalemme cadde nella rete di
estenuare le guernigioni delle proprie Fortezze, e di mettere in armi il
suo popolo per munire di soccorsi un Forte rilevante qual Tiberiade si
era[597]. Il traditor Raimondo, dopo avere additato ai nemici il modo di
sorprendere i Cristiani in un campo mancante d'acqua, all'istante della
battaglia, si diede alla fuga, da suoi e dai nemici egualmente
esecrato[598]. Sconfitto e preso Lusignano in un combattimento, che gli
costò la perdita di trentamila uomini, la vera Croce, il che fu massimo
avvilimento per li Cristiani, cadde nelle mani degl'Infedeli. Venne
condotto nella tenda di Saladino il Re prigioniero, quasi moriente di
sete e paura. Il vincitor generoso lo presentò di una tazza di sorbetto;
ma non permise a Rinaldo di Castiglione il partecipare di tale atto di
clemenza e di ospitalità. «La persona e la dignità di un Re, dicea
Saladino a Lusignano, son sacre; ma quest'empio masnadiero renderà tosto
omaggio al Profeta ch'egli ha bestemmiato, o perirà della morte che per
tante riprese ha meritata». Fosse orgoglio, o comando della sua
coscienza, il guerriero cristiano ricusò il primo patto, e, percosso sul
capo dalla scimitarra del Sultano, le guardie del medesimo terminarono
di dargli morte[599]. Venne condotto a Damasco, e rinchiuso entro
onorevole prigione il tremante Sultano di Gerusalemme, al quale un
pronto riscatto dovea fra breve restituire la libertà. Ma la vittoria di
Saladino fu macchiata dalla sentenza di morte eseguita sopra
dugentotrenta Ospitalieri, intrepidi campioni e martiri della lor fede.
Il Regno rimase privo di Capo, e de' gran mastri de' due Ordini
militari, un di loro ucciso, l'altro condotto prigioniere. Convenute
erano a questa fatale battaglia le guernigioni della capitale e di tutte
le città della costa marittima, e dell'interno del paese. Tiro e Tripoli
le sole furono che alla rapida invasione di Saladino resistessero, onde,
tre mesi dopo la giornata di Tiberiade, il Sultano con numerosa oste si
mostrò alle porte di Gerusalemme[600].

[A. D. 1187]

Potea Saladino temere che l'assedio di una città, il cui destino tenea
l'Europa e l'Asia perplesse, ridestasse le ultime scintille
dell'entusiasmo ne' Cristiani, e che fra i sessantamila di essi, i quali
tuttavia rimanevano in Gerusalemme, ciascuno sarebbe stato soldato, e
ciascun soldato un eroe avido del martirio. Ma la regina Sibilla per sè
medesima e pel marito prigioniero tremava; quelli fra i baroni e
cavalieri che aveano potuto sottrarsi alla morte e alle catene,
conservavano, in quegli estremi, lo stesso spirito di fazione, le
medesime passioni di personale interesse. Composta di Cristiani
orientali la massima parte degli abitanti di Gerusalemme, gli avea
l'esperienza ammaestrati a preferire al governo de' Latini il giogo
maomettano[601]; nè il Santo Sepolcro conducea a quelle regioni se non
se ciurme di miserabili prive d'armi, come di valore, che colle carità
de' pellegrini guerrieri vivevano. Ciò nullameno vennero affrettatamente
fatti alcuni apparecchi di difesa; ma l'esercito vittorioso rispinse le
sortite degli assediati, e collocate le sue macchine con buon successo,
e aperta una larga breccia, nel giorno decimoquarto, dodici stendardi di
Maometto e del Sultano sulle mura di Gerusalemme fè sventolare. Invano
la Regina, le donne[602] e i frati co' piè scalzi e processionalmente,
si portarono a supplicare il figliuol di Dio, perchè volesse salvar la
sua tomba dalle mani sacrileghe degl'Infedeli. Fece mestieri il
ricorrere alla clemenza del vincitore, che la prima deputazione
severamente ricusò, facendo noto il suo giuramento di vendicare le
lunghe angosce con tanta pazienza sofferte dai Musulmani; essere
trascorsa l'ora del perdono, giunto il momento di espiare il sangue
innocente versato per opera di Goffredo e de' Crociati. Ma spinti a tal
disperazione i Cristiani, con un coraggioso sforzo fecero comprendere al
Sultano, ch'ei non era per anche sicuro affatto della vittoria, e la
loro appellazione al padrone comune di tutti gli uomini, fu ascoltata
con rispetto dall'Aiubita. Un sentimento di umanità ammollì il rigore
del fanatismo e della conquista; accettata la sommessione della città,
condiscese Saladino a risparmiare il sangue degli abitanti; i Cristiani
greci e orientali ottennero permissione di vivere sotto il governo del
vincitore; non così i Franchi e Latini, pei quali fu decretato, che
entro quaranta giorni sgombrassero Gerusalemme, con promessa di essere
condotti sani e salvi ne' porti dell'Egitto e della Sorìa. I riscatti
vennero poi così regolati; dieci piastre d'oro per ogni uomo, cinque per
ogni donna, una per ciascun fanciullo; chi non aveva modo di pagare un
tale riscatto in perpetua cattività rimanea. Alcuni Storici, con
malignità, anzichè no, sonosi compiaciuti nel raffrontare la clemenza di
Saladino e la strage della prima Crociata: differenza che sarebbe da
attribuirsi unicamente al carattere personale del conquistatore: nè per
altra parte dobbiamo dimenticarci l'offerta di capitolare fatta dai
Cristiani, l'ostinatezza de' Maomettani nel sostenere l'assedio insino
all'ultimo, la presa della città seguìta per assalto. Fa d'uopo, per
vero dire, dar merito all'esattezza onde il Sultano le condizioni del
Trattato adempì, e al guardo di compassione ch'ei volse sulla sventura
de' vinti. In vece di pretendere a tutto rigore il pagamento del
riscatto, liberò settemila indigenti, contentandosi della somma di
trentamila bisantini, e altri due o tremila, immuni da qualunque sborso.
Il numero degli schiavi rimasti, si ridusse ad undici o al più
quattordicimila persone. Nell'abboccamento che ebbe colla Regina,
Saladino cercò raddolcirne l'afflizione co' discorsi e persin colle
lagrime. Distribuì con larga mano elemosine alle vedove e agli orfani
che a tale stato avea ridotti la guerra, e mentre gli Ospitalieri
combatteano tuttavia contro di lui, l'umano vincitore permetteva ad
alcuni loro fratelli, che mossi da più vorace pietà al servigio
degl'infermi adoperavano le proprie cure, il continuare un intero anno
in sì caritatevole ufizio. Cotali atti di clemenza e di virtù, l'amore e
l'ammirazione degli uomini gli han meritati. Nè vi era cosa che
costringesse a fingere Saladino; poichè anzi, il fanatismo in lui
eccessivo, dovea indurlo piuttosto a dissimulare che ostentare verso i
nemici del Corano una colpevole compassione. Quando Gerusalemme fu
libera dalla presenza degli stranieri, il Sultano al suono di una musica
guerriera, e cogli stendardi spiegati dinanzi a sè, vi fece il suo
ingresso trionfale. La grande moschea di Omar, che in una chiesa aveano
convertita i Cristiani, fu di nuovo consacrata a un solo Dio, e al
Profeta di lui Maometto. Con acqua di rosa ne vennero purificati i
pavimenti e le mura, e collocata nel Santuario una cattedra fatta dalle
stesse mani di Noraddino. Ma allorchè fu veduta atterrata e trascinata
per le strade la Croce d'oro che splendea sulla cupola, i Cristiani di
tutte Sette misero un lamentevole gemito, cui risposero le acclamazioni
di giubilo de' Musulmani. Il Patriarca aveva in quattro cofani d'avorio
raccolto le Croci; le immagini, i vasellami, e le reliquie della Santa
Città. Di questi s'impadronì il Sultano che avea divisato, siccome
trofei della cristiana idolatria[603], portarli in dono al Califfo. Ma
poi si piegò a confidarli nelle mani del Patriarca e del Principe
d'Antiochia, sacrati pegni, che di poi a prezzo di cinquantaduemila
bisantini d'oro Riccardo d'Inghilterra ricuperò[604].

[A. D. 1188]

Eravi luogo a temere, o sperare, giusta gl'interessi diversi delle
nazioni che, fra brevissimo tempo, i Cristiani da tutta quanta la Sorìa
verrebber cacciati. La cosa nondimeno non si avverò, che un secolo dopo
la morte di Saladino[605]; la resistenza opposta dalla città di Tiro, in
mezzo al corso delle vittorie, il fermò. Erano state imprudentemente
condotte in questo porto tutte le truppe delle guernigioni che aveano
capitolato, le quali trovandosi in numero forte a bastanza per difendere
quella piazza, riacquistarono fiducia e coraggio per l'arrivo di Corrado
di Monferrato, che fra quelle mal disciplinate torme l'ordine restituì.
Il padre del ridetto Corrado, venerabile pellegrino, era caduto, nella
battaglia di Tiberiade, prigioniero: ma il disastro di tale giornata
tuttavia in Grecia e in Italia ignoravasi, allorchè l'ambizione e la
pietà condussero questo nuovo Crociato a visitare gli Stati del proprio
nipote, il giovine Baldovino. La vista degli stendardi di Maometto
avendolo avvertito di evitare le coste di Giaffa, venne unanimamente
accolto, qual Principe e difensore di Tiro che già Saladino assediava.
Fermezza di zelo, e forse fiducia nella generosità del nemico,
gl'inspiravano l'ardimento di affrontarne le minacce, e di protestare
che, quand'anche avesse veduto il vecchio padre suo in pericolo sulla
breccia, avrebbe egli lanciato il primo dardo, e procacciata a sè
medesimo la gloria d'essere figlio di un martire[606]. Apertosi il porto
di Tiro alla flotta degli Egiziani, fu d'improvviso tesa di nuovo la
catena che lo chiudeva, onde cinque galee maomettane rimasero prese, o
mandate a fondo; in una sortita di Cristiani perirono mille Turchi; e
tal si fu la difesa, che Saladino, dopo avere arse le sue macchine,
tornò a Damasco, compiendo con una vergognosa ritirata una serie di
azioni campali che gli partorirono tanta gloria. Nè andò guari ch'ei
dovette sostenere una più formidabil procella. Narrazioni patetiche, ed
anche tele effigiate, che in commovente modo offrivano allo sguardo la
schiavitù di Gerusalemme e la profanazione del tempio, ridestarono lo
assopito zelo dell'Europa; l'Imperatore Federico Barbarossa e i Re di
Francia e d'Inghilterra preser la Croce; ma la lentezza degl'immensi
apparecchi di queste grandi Potenze i deboli Stati marittimi e
dell'Oceano e del Mediterraneo provennero. Gl'Italiani più abili ed
antiveggenti, sopra legni pisani, genovesi, veneti, primi di tutti
veleggiarono a Tiro: li seguirono indi i pellegrini più zelanti della
Francia, della Normandia e delle isole dell'Occidente. Un navilio circa
di cento legni portò a quelle spiagge i poderosi soccorsi mandati dalla
Fiandra, dalla Frisia e dalla Danimarca; e i nortici guerrieri si
faceano in mezzo agli spianati discernere, per l'alta statura, e per le
pesanti loro azze da guerra[607]; nè la voce stessa di Corrado tener
lontana, nè poterono le mura di Tiro capire più a lungo tanta
moltitudine di guerrieri ogni giorno crescente. Deploravano la sventura,
e riverivano le dignità di Lusignano che i Turchi aveano lasciato in
libertà, forse mossi dalla speranza di mettere fra gli eserciti latini
discordia. Avendo questi proposto l'assedio di Tolomaide, ossia Acri,
che situata ad ostro di Tiro, trenta miglia ne era distante, videsi
immantinente circondata la piazza da trentamila fanti, e da duemila
uomini a cavallo, de' quali venne a quanto sembra, affidato allo stesso
Lusignano il comando. Non mi diffonderò intorno alla storia di questo
memorabile assedio (A. D. 1189-1191) che, durato circa due anni, entro
angusto spazio di terreno, tante forze di Europa e di Asia stremò. Non
mai il fuoco dell'entusiasmo erasi manifestato con impeto più violento e
struggitore; e i Fedeli (entrambe le parti di questo nome gloriavansi)
nell'onorare i lor martiri, non poteano negare un tributo di lodi allo
sfrenato zelo e al valore de' loro avversarj. Al primo squillare della
sacra tromba, i Musulmani dell'Egitto, dell'Arabia, della Sorìa, e di
tutte le province dell'Oriente sotto le bandiere del servo di Maometto
si raunarono[608]. Il campo di lui, o avanzasse, o indietreggiasse,
poche miglia sempre si discostava da Acri, tanto il pungea notte e
giorno la brama di liberare i proprj fratelli, e di portare ultimo
sterminio ai Cristiani. Nove battaglie, che ben tutte di battaglie
meritavano il nome, si diedero nelle vicinanze del monte Carmelo; e tai
furono le vicissitudini della fortuna, che il Sultano si aperse una
volta la via persino alla città; altra volta i Cristiani si spinsero
entro la tenda di Saladino. Col ministero di palombai e di colombi, il
Sultano teneasi in continua corrispondenza cogli assediati, e profittava
d'ogni istante in cui fosse libero il mare, per dar rinforzo di nuovi
soldati a quell'estenuato presidio. Intanto la fame, le pugne, i mali
influssi di un clima straniero, ogni dì il latino esercito diminuivano;
ma ogni dì le tende de' morti bastavano appena agli uomini sopraggiunti,
che esageravano il numero e la sollecitudine degli ausiliari postisi
sulle lor tracce. Il volgo stupefatto giunse perfino a credere che il
Pontefice, Capo di un esercito numeroso, fosse nelle vicinanze di
Costantinopoli pervenuto. Più giusti soggetti di ansietà all'Oriente la
venuta dell'alemanno Imperatore somministrava; e la politica di Saladino
nel moltiplicargli ostacoli nell'Asia, e probabilmente ancor nella
Grecia, soprattutto si contraddistinguea; laonde la gioia inspiratagli
dalla notizia della morte di Barbarossa, pareggiò la stima che il
Musulmano avea concepita di un tanto guerriero. Più sconforto che
fiducia trassero i Cristiani dall'arrivo del Duca di Svevia, e di
cinquemila Alemanni, avanzo dell'esercito imperiale, ridotto a stremo
dal lungo cammino. Finalmente nella primavera del successivo anno, le
flotte di Francia e d'Inghilterra gettarono l'ancora nella baia di
Tolomaide; e l'emulazione de' due giovani re Filippo Augusto e Riccardo
Plantageneto, le fazioni dell'assedio rinvigorì. Dopo avere tentata
indarno ogni via di salvezza, e privi già d'ogni speranza, i difensori
di Acri, sottomettendosi per ultimo al proprio destino, una
capitolazione, ma a patti durissimi, ottennero[609]. Dugentomila piastre
d'oro furono il prezzo posto alla loro vita e alla lor libertà; e
dovettero promettere di far liberi cento prigionieri della classe nobile
e millecinquecento d'ordine inferiore, e di restituire il legno della
vera Croce. Alcuni dubbj in ordine alla convenzione, alcuni indugi
nell'adempirla, avendo ridestata la furibonda rabbia de' Franchi, il
truce Riccardo fe' decollare quasi a veggente del Sultano tremila
Musulmani. Certamente la conquista di Acri mise in poter de' Latini una
ragguardevole Fortezza e un ottimo porto; ma a caro prezzo un tal
vantaggio scontarono. Lo Storico, ministro di Saladino, fondandosi sulle
asserzioni stesse degli avversarj, calcola a cinque, o seicentomila
uomini il numero de' Cristiani successivamente approdati, e a centomila
quello de' morti coll'armi alla mano. Molto maggior numero ne tolser di
vita i naufragi e le infermità; e d'un esercito sì sterminato, una
piccolissima parte potè, immune da disastri, rivedere la patria[610].

[A. D. 1191-1192]

Filippo Augusto e Riccardo I, sono i due soli Re di Francia e
d'Inghilterra, che abbiano sotto le stesse bandiere militato; ma
scambievole gelosia di nazione pregiudicava alla santa guerra che
avevano intrapresa; e le due fazioni, ciascuna delle quali riconosceva
per suo proteggitore nella Palestina uno di questi Principi, più
accanite al reciproco danno, che a quello del comune inimico,
mostravansi. Gli Orientali riguardavano il Re di Francia come superiore
in dignità e possanza all'Inglese, e in mancanza dell'Imperatore, i
Latini, siccome lor Capo lo riverivano[611]. Molto minori della sua fama
le imprese ne furono; perchè comunque di valor non mancasse, le qualità
d'uom di Stato nell'indole del medesimo prevalevano. Stancatosi
tostamente di sagrificare la salute e i proprj interessi sopra una
sterile spiaggia, la presa d'Acri fu per lui segnale di ritirata. Ben
lasciò per la difesa di Terra Santa, diecimila fanti e cinquecento
uomini a cavallo, sotto il comando del Duca di Borgogna: ma non quindi
il disonore di tal partenza perdonato gli venne. Il Re d'Inghilterra,
benchè inferiore per dignità, superava in ricchezze e militar rinomanza
il rivale[612]; e se un brutale e feroce valore bastasse all'essenza
dell'eroismo, Riccardo Plantageneto avrebbe diritto a comparire fra i
primarj eroi del suo secolo. Per lungo tempo, cara e gloriosa
agl'Inglesi fu la ricordanza di Cuor-di-Leone; e sessant'anni dopo la
sua morte, i pronipoti de' Turchi e de' Saracini da lui soggiogati, fin
ne' proverbj loro lo rammentarono con onore. Le madri della Sorìa si
giovavano di un tal nome per fare star zitti i loro fanciulli; se un
cavallo aombravasi, il cavaliere soleva, rampognando l'animale
esclamare: «Credi forse che il re Riccardo[613] si aggiri per queste
boscaglie?» La crudeltà ch'ei verso i Musulmani adoprò, era effetto di
zelo e di violenza della sua indole; ma penoso mi è il persuadermi che
un guerriero sì abile e prode nel giovarsi della sua lancia, siasi
avvilito a ricorrere al ministero del pugnale contra il proprio collega,
il valoroso Corrado di Monferrato, morto ad Acri per tradimento d'ignota
mano[614]. Dopo la presa d'Acri e la partenza di Filippo, Riccardo,
fattosi condottiero de' Crociati alla conquista della costa marittima,
le città di Giaffa e di Cesarea aggiunse agli avanzi del regno di
Lusignano; e un cammino di cento miglia che Ascalon da Acri divide, fu
per undici giorni l'aringo di un grande e continuo combattimento; e
fuvvi un punto che scoraggiate le truppe turche, Saladino si trovò sul
campo di battaglia da sole diciassette delle sue guardie accompagnato;
pur vi rimase senza calar le bandiere, nè permettere che sol per poco
cessasse lo squillo delle sue trombe. Ben pervenne a riordinare i
soldati, e a ricondurli contro il nemico: ben i suoi predicanti e i suoi
araldi esortarono con incalzante tuono gli unitarj a oppor fermo petto
agl'idolatri cristiani; ma all'impeto di questi _idolatri_ non poteva
allora resistere, e sol collo spianare le mura e le fortificazioni di
Ascalon, giunse ad impedire ai Cristiani l'occupazione di così munita
Fortezza, situata ai confini dell'Egitto. Durante un rigido verno,
inoperose stettero l'armi; ma al ricomparire della primavera, i Franchi,
sempre guidati dal medesimo condottiero, s'innoltrarono tanto che d'una
sola giornata da Gerusalemme distavano. Ivi il solerte re Riccardo
impadronitosi d'una carovana di settemila cammelli, costrinse
Saladino[615] a rinchiudersi nella Città Santa, divenuta per maggior
disastro del Principe musulmano, soggiorno di costernazione e discordie.
Questi orò, fece digiuni e prediche, offerse di partecipare egli
medesimo ai pericoli dell'assedio; ma fosse principio d'affetto, e di
animo alle sedizioni propenso, i suoi Mammalucchi, ingombra ancora la
fantasia del disastro sofferto in Acri dai lor compagni, con preghiere
che di clamori sentivano, supplicarono il Sultano volesse conservare la
propria persona e il valore de' suoi soldati a miglior uopo, per la
difesa del culto del Profeta e dell'Impero[616]. La ritirata de'
Cristiani tanto improvvisa, che miracolo la credettero gli assediati, a
tali angustie sottrasseli[617]. Riccardo vide i proprj allori appassire
o per la prudenza, o per l'invidia de' suoi compagni. Sopra un monte,
d'onde Gerusalemme scoprivasi, l'eroe il volto velossi con voce
d'indignazione esclamando. «Coloro che rifiutano liberare il Santo
Sepolcro di Gesù Cristo, sono immeritevoli di contemplarlo». Appena
giunto ad Acri gli fu nunziato che il Sultano avea stretta d'assedio la
città di Giaffa. Pronto Riccardo nell'imbarcare sè e le sue truppe sopra
alcuni legni mercantili in quel porto ancorati, e primo a lanciarsi
sulla riva, rianimò lo spento coraggio de' difensori della rocca; onde
sessantamila Turchi, o Saracini, al solo avviso dell'arrivo di
Cuor-di-Leone si diedero a fuga. Saputa indi la debolezza del drappello
che l'Inglese avea guidato con sè, ricomparvero alla domane, e il
trovarono, come se non vi fosse stato alcun pericolo da temere,
accampato dinanzi alla porta di Giaffa colla sola scorta di diciassette
uomini a cavallo e di trecento arcieri. Non prendendosi pensiero del
numero degli assalitori, la presenza loro sostenne con tanta
intrepidezza, che, a confessione degli stessi nemici, colla lancia in
resta trascorse galoppando da destra a sinistra, dinanzi a tutto il
fronte de' Saracini, nè vi fu fra questi un solo che ardisse
fermarlo[618]. Si narrano forse in questo luogo le storie di Amadigi o
di Orlando?

Nel durare delle ostilità i Franchi e i Musulmani incominciarono,
interruppero, riassunsero per più riprese, lente e languide
negoziazioni[619]. Alcuni atti di scambievole cortesia fra i due Re,
qualche donativo di frutta e di neve, diversi cambj di falchi di
Norvegia con cavalli arabi, l'acerbità di una guerra di religione
addolcirono. Forse le alternative de' successi indussero i due monarchi
a sospettare che il cielo non si prendesse poi tanto pensiero dei loro
litigi, e troppo ben si conosceano l'un l'altro gagliardi, perchè niun
d'essi una concludente vittoria sperasse[620]. Intanto declinavano la
salute di Riccardo e di Saladino: pativano entrambi tutti i mali alle
discordie civili e alle lontane guerre congiunti. Plantageneto ardea
della brama di punire un perfido rivale che profittando della lontananza
di lui aveva invasa la Normandia, intanto che l'instancabile Sultano
resisteva a fatica ai clamori de' soldati, strumenti del suo zelo
guerriero, e a quelli del popolo che ne era la vittima. Il Re
d'Inghilterra chiese primieramente la restituzione di Gerusalemme, della
Palestina, e della vera Croce, protestando con fermezza che egli e i
pellegrini tutta la loro vita alla santa impresa sagrificherebbero,
anzichè rivedere, carichi di rimorsi e di ignominia, l'Europa; ma
rifuggiva la coscienza di Saladino ad acconsentire, senza un condegno
compenso, che i Cristiani riavessero i loro idoli, o a favoreggiare in
alcun modo la loro idolatria[621]. Con uguale fermezza i suoi diritti
temporali e religiosi sulle sovranità della Palestina difese, e
riguardando egli pure, siccome santa, Gerusalemme, e il possedimento di
essa rilevante cosa pei Maomettani, ricusò calare ad alcun patto di
parteggiamento colle nazioni latine. Fra i patti proposti da Riccardo
fuvvi pur quello di concedere la propria sorella in moglie al fratello
di Saladino; ma la disparità di religione non permise che un tal
parentado si conchiudesse: nè l'inglese Principessa potea concepir senza
orrore la sola idea di vedersi fra le braccia di un Turco, nè sì di
leggeri Adel, o Safadino (nomi di questo fratello) avrebbe rinunziato
alla pluralità delle mogli. Negò il Sultano di venire a parlamento con
Riccardo, adducendone a motivo la disparità del linguaggio che avrebbe
loro impedito a vicenda l'intendersi. Artifiziosamente tirata in lungo
per via di messi e d'interpreti una tale negoziazione, il Trattato
definitivo offese lo zelo di entrambe le parti, e il Pontefice di Roma e
il Califfo di Bagdad parimente sen dolsero. Venne stipulato col medesimo
che Gerusalemme e il Santo Sepolcro rimarrebbero aperti alla divozione
de' Cristiani e de' pellegrini d'Europa, senza che questi fossero
costretti a tributo, o soffrissero vessazioni; che rimanendo nello stato
suo di assoluta rovina Ascalon, i Cristiani conserverebbero tutta la
costa marittima da Giaffa a Tiro, comprendendo queste due città ne' loro
possedimenti; che al Conte di Tripoli e al Principe di Antiochia si
estenderebbe la tregua; che per tre anni e tre mesi, niuna ostilità, nè
da una parte, nè dall'altra, sarebbe lecita. I principali Capi de' due
eserciti giurarono di mantenere la convenzione; ma i due Monarchi ebbero
per bastanti mallevadori la propria parola e l'atto di porgersi la
destra; e la regal maestà venne dispensata dal giuramento, come se
questo includesse implicitamente il sospetto della perfidia. Riccardo
corse a cercare in Europa lunga cattività, e morte immatura; trascorsi
pochi mesi la gloria e la vita di Saladino videro il termine (A. D.
1193). Vien celebrato dagli Orientali il modo edificante cui questo
guerriero finì i suoi giorni in Damasco; nè a quanto sembra pervennero
ad essi le bizzarre notizie delle elemosine egualmente distribuite ai
settarj di tre religioni diverse, nè del panno funebre sostituito allo
stendardo di Maometto, per avvertire l'Oriente della instabilità delle
umane grandezze[622]. Colla morte di Saladino l'unità dell'Impero fu
sciolta; oppressi i figli di lui dal poderoso braccio del loro zio
Safadino, le dissensioni fra i Sultani d'Egitto, di Damasco e di Aleppo
si rinovarono[623]; circostanze tutte per le quali i Franchi poterono
respirare in pace nelle Fortezze lor rimaste sulle coste della Sorìa, e
alle speranze tuttavia abbandonarsi.

[A. D. 1198-1216]

La decima, conosciuta sotto il nome di _decima di Saladino_, tributo a
cui il popolo e il Clero della Chiesa latina si erano assoggettati per
le spese necessarie a guerreggiar Saladino, è il più splendido monumento
della rinomanza di questo guerriero, e del terrore che aveva inspirato.
Una tal costumanza portava troppo vantaggio ad alcune persone, perchè
cessar dovesse col cessar de' motivi dai quali ebbe origine. Da questo
tributo derivano le ricognizioni e le decime su i beni della Chiesa,
ricognizioni e decime che il Pontefice talora concedeva ai Sovrani,
talora per gli usi particolari della Santa Sede si riserbava[624]; e
certamente questo tributo pecuniario[625] dovette aumentare il fervore
che per la liberazione di Terra Santa dimostravano i Papi. Dopo la morte
di Saladino, continuarono essi, e per lettere, e col ministerio di
missionari e Legati a predicar le Crociate; e lo zelo e l'ingegno
d'Innocenzo III al buon esito della pietosa impresa erano favorevoli
augurj[626]. Per opera di questo giovine ed ambizioso Pontefice, i
successori di S. Pietro al massimo grado di lor grandezza pervennero; e
durante il suo regno di diciotto anni, dominò con dispotica autorità
sugli Imperatori e sui Re, che egli creava, a talento suo rimovea, e
sulle nazioni che per le colpe dei loro governanti puniva, privandole,
interi mesi ed anni, d'ogni esercizio del religioso lor culto. Fu
soprattutto nel Concilio di Laterano che Innocenzo si comportò qual
sovrano spirituale, e quasi padrone temporale dell'Oriente e
dell'Occidente. Ai piedi del Legato d'Innocenzo, Giovanni d'Inghilterra
rassegnò la propria corona; e questo Pontefice potè vantarsi de' due più
segnalati trionfi che sul buon senso e sull'umanità sieno stati
riportati giammai, la Transustanziazione posta in dogma[627], e le prime
fondamenta della Inquisizione da esso gettate. Alla voce di lui (A. D.
1203), due Crociate vennero intraprese, la quarta e la quinta; ma
eccetto il re d'Ungheria, queste non ebbero che Principi di secondo
ordine per comandanti, e trovatesi le forze inferiori all'ampiezza della
impresa, i successi alle speranze del Papa e de' popoli non
corrisposero. I pellegrini della quarta Crociata (A. D. 1218)
dimenticarono la Sorìa per Costantinopoli, la conquista della qual
capitale operata per l'armi Latine, ne somministrerà l'argomento del
seguente Capitolo. Nella quinta Crociata[628], dugentomila Franchi
sbarcarono alla foce orientale del Nilo: persuasi con assai di ragione
che il miglior modo per liberare la Palestina, fosse vincere il Sultano
in Egitto, luogo di sua residenza ed emporio di quella dominazione. E
veramente, dopo un assedio di sedici mesi, i Musulmani dovettero
deplorare la perdita di Damieta. Ma l'esercito cristiano andò perduto
per l'orgoglio e la tracotanza del Legato Pelagio, che a nome del
Pontefice, impadronito erasi del comando. I Franchi, estenuati dai morbi
epidemici, rinserrati fra l'acque del Nilo e tutte le forze d'Oriente
armatesi contro di loro, abbandonarono Damieta, per ottenere la
franchigia della ritirata, alcuni concedimenti a favore de' pellegrini,
e la tarda restituzione del legno della vera Croce, monumento, che molta
parte di sua autenticità avea perduta. L'infausto esito delle Crociate
vuole in parte essere attribuito alla moltiplicità e all'abuso di queste
pie spedizioni, che nel tempo medesimo e contra i Pagani della Livonia,
e contra i Mori di Spagna e gli Albigesi di Francia, e contra i Re
siciliani della famiglia imperiale venivan bandite[629]. Nelle imprese
meritorie del secondo genere poteano gli avventurieri senza uscir
dell'Europa ottenere le stesse indulgenze, oltre a ricompense temporali
più certe e più ragguardevoli. Laonde i Papi, dal santo loro zelo contro
i nemici domestici si lasciarono trasportar sì, che le sciagure de'
Cristiani della Sorìa ponevano in dimenticanza. L'ultimo secolo delle
Crociate, mise per un certo tempo all'arbitrio de' Papi un esercito e
una rendita considerabile, onde diversi profondi ragionatori si
portarono a sospettare che sin dal tempo del primo Sinodo di Piacenza,
tutte le ridette spedizioni la politica di Roma avesse condotte. Ma nè
sulla realtà, nè sulla verisimiglianza, un tal sospetto è fondato. Le
apparenze dimostrarono che i successori di S. Pietro secondarono,
anzichè regolare l'impulso de' costumi e delle pregiudicate opinioni di
quelle età. Senza aver preveduta la stagione delle messi, senza essersi
prese le cure del coltivare, colsero a lor tempo i frutti naturali della
superstizione, ricolta che di pericoli e di fatiche per loro fu scevra.
Nel Concilio di Laterano, Innocenzo annunziò in termini ambigui il
disegno di animare col proprio esempio i Crociati; ma il nocchiero della
Santa nave non potea abbandonarne il governale, nè alcun Pontefice
romano consacrò colla sua santa presenza le spedizioni della
Palestina[630].

[A. D. 1228]

Assuntisi i Papi la protezione immediata delle persone, delle famiglie,
delle sostanze de' pellegrini, quegli spirituali tutori si arrogarono
ben tosto il diritto di regolarne le azioni, e di costringerli a
mantenere i carichi che si erano addossati. Federico II[631], pronipote
di Barbarossa, fu successivamente il pupillo[632], il nemico e la
vittima della Chiesa. In età di ventun anni, prese la Croce per non
contravvenire ai voleri del suo tutore, Innocenzo III, che alle singole
coronazioni, come Re e come Imperatore, lo costrinse a rinovare questa
obbligazione; oltrechè il maritaggio da lui contratto colla erede del Re
di Gerusalemme, gli imponea per sempre il dovere di assicurar questo
regno al proprio figlio Corrado; ma avanzando Federico negli anni, e più
ferma vedendo la sua autorità, degli obblighi contratti imprudentemente
in giovinezza gli increbbe; e le acquistate cognizioni e l'esperienza
instruito aveanlo a disprezzare le illusioni del fanatismo, e le corone
dell'Asia. Fattosi minore il rispetto di lui verso i successori
d'Innocenzo, il solo disegno di restaurare la Monarchia italiana, dalla
Sicilia all'Alpi, l'animo suo ambizioso occupava. Ma il buon successo di
tale impresa, ricondotti avrebbe alla semplicità primitiva i Pontefici;
i quali tenuti a bada con indugi e scuse per dodici anni, non
risparmiarono sollecitazioni e minacce; tanto che indussero il Monarca
dell'Alemagna a prefiggere il giorno della sua partenza ai lidi della
Palestina. Egli fece allestire ne' porti della Sicilia e della Puglia
una flotta di cento galee e di cento vascelli, costrutti in modo che
potessero trasportare e sbarcare facilmente duemila cinquecento
cavalieri coi loro cavalli e il loro seguito. Dai vassalli imperiali di
Napoli e di Alemagna, levò un poderoso esercito, e la fama portò sino a
sessantamila il numero de' pellegrini dell'Inghilterra: ma gl'indugi
volontarj, o inevitabilmente congiunti a sì immensi apparecchi,
estenuarono le vettovaglie e le forze dei più poveri fra i pellegrini;
le infermità e le diserzioni l'esercito diradarono, e la state ardente
della Calabria anticipò i disastri che a quelle truppe si preparavano
nei campi della Sorìa. Finalmente l'Imperatore salpò da Brindisi con una
flotta e un esercito di quarantamila uomini. Ma non tenne il mare più di
tre giorni, e una precipitosa ritirata, che gli amici di lui a grave
infermità attribuirono, venne dai suoi avversarj riguardata, come una
volontaria e ostinata inobbedienza ai voleri del Sommo Pontefice. Per
avere infranto il suo voto, Federico videsi scomunicato da Gregorio IX,
che lo scomunicò una seconda volta nel successivo anno per avere ardito
adempire lo stesso voto[633]; e intanto ch'egli conduceva la Crociata in
Palestina, una Crociata bandivasi in Italia contro di lui, e ritornando
venne costretto a chieder perdono di ingiurie che unicamente avea
ricevute. Gli Ordini militari e il Clero di Palestina, erano stati
anticipatamente avvertiti di disobbedirgli, e non farsi lecito il menomo
consorzio con un uomo scomunicato. Per ultimo aggravio, l'Imperatore si
trovò in mezzo al suo campo, e, ne' proprj Stati di Palestina, costretto
a tollerare che i comandi venissero dati in nome di Dio e della
Repubblica cristiana, che del suo nome non fosse fatta menzione.
Trionfale fu l'ingresso di Federico in Gerusalemme; e colle proprie
mani, perchè niun ecclesiastico a tale ufizio volle prestarsi, prese la
corona posta sull'altare del Santo Sepolcro. Ma il Patriarca lanciò
anatema sulla Chiesa, che la presenza di questo Principe avea profanata;
e i Templarj e gli Ospitalieri, eglino stessi fecero avvertire il
Sultano del momento opportuno a sorprendere ed uccidere Federico in riva
al Giordano, ove questi con debole scorta si trasferiva. Circondato in
tal guisa da fanatici e da faziosi, non che impossibile cosa l'aspirare
a vittorie, gli era persin difficile il provvedere alla propria
sicurezza. Ma le discordie de' Maomettani, e la stima che Federico aveva
a questi inspirata, gli fruttarono un Trattato vantaggioso di pace con
essi. L'uom percosso dagli anatemi della Chiesa, venne tosto accusato di
avere mantenuto coi miscredenti pratiche disdicevoli ad un Cristiano,
sprezzata la sterilità del suolo di Palestina, d'essersi lasciati
sfuggir dal labbro questi empj detti: «che se Jeova avesse conosciuto il
regno di Napoli, non avrebbe scelta la Palestina a retaggio del suo
popolo eletto». Pur questo Federico aveva ottenuta dal Sultano la
restituzione di Gerusalemme, di Betlemme, di Nazaret, di Tiro e di
Sidone; per esso i Latini divenuti liberi di abitare e fortificare la
Città Santa. Fra gli accordi patuiti dal Principe alemanno, eravi una
mutua libertà civile e religiosa così pei discepoli di Gesù, come per
quelli di Maometto, in conseguenza di che i primi avrebbero ufiziato
nella chiesa del Santo Sepolcro; poteano i secondi orare e predicare
nella moschea del tempio[634], d'onde credevano che il loro Profeta
fosse partito di notte tempo pel viaggio suo verso il Cielo. Contro
d'una sì scandalosa tolleranza il Clero si scatenò; i Musulmani,
trovandosi ivi i più deboli, vennero in modo quasi insensibile
discacciati; e quanto uom ragionevole potea prefiggersi a scopo nelle
spedizioni delle Crociate, tutto erasi, senza l'uopo di sparger sangue,
ottenuto. Le chiese restaurate, riempiuti di Monaci i conventi; in meno
di quindici anni Gerusalemme noverava seimila Latini fra i suoi
abitanti. L'invasione de' selvaggi Carizmj pose fine a questo pacifico e
prospero stato[635], di cui i Latini non avean saputo nè grado, nè
grazia a chi lo avea lor procurato. Abbandonate le rive del mar Caspio,
d'onde i Mongui li scacciarono, i pastori Carizmj innondarono la Sorìa,
nè la lega de' Franchi coi Sultani di Aleppo, di Hems e Damasco a
rintuzzare l'impeto di costoro bastò. Divenne inutile ogni resistenza, e
la morte, o la cattività unicamente ne erano prezzo. Una sola battaglia,
pressochè affatto, i militari ordini esterminò. Saccheggiata la città,
profanato il Santo Sepolcro, i Franchi dovettero, e confessarlo di
propria bocca, augurarsi la disciplina e l'umanità de' Turchi e dei
Saracini.

La sesta o settima Crociata imprese vennero da Luigi IX, Re di Francia,
che la libertà in Egitto, in Affrica perdè la vita. Ventott'anni dopo la
sua morte, Roma lo collocò fra i proprj Santi, e nel medesimo tempo
comparvero sessantacinque miracoli, che solennemente attestati,
sembrarono valevole giustificazione agli onori tributati alla memoria di
questo Monarca[636]. Più onorevole testimonianza alle virtù di lui rende
lo Storico, presentandoci, in Luigi IX, congiunti i pregi dell'uomo, del
Re e dell'eroe; amor di giustizia in esso l'impeto del valor
temperò, e mostrossi padre de' sudditi, amico de' vicini, terrore
degl'Infedeli[637]. Solo il funesto influsso della superstizione[638],
talvolta le belle prerogative del suo ingegno e del suo cuore oscurò.
Divoto ammiratore de' frati mendicanti di S. Francesco e di S. Domenico,
imitarli non disdegnava; e fattosi con cieco zelo e crudele, persecutore
de' nemici della Fede, il migliore fra i Re, per sostenere la parte di
Cavaliere errante, due volte dal proprio trono discese. Se un frate ne
avesse scritta la storia, certamente gli avrebbe largheggiato d'encomj
per quella parte della sua vita che piuttosto rimproveri meritò; ma il
prode e leale Joinville[639], che possedè l'amicizia del suo Monarca, e
gli fu nella cattività confratello, ne ha offerta con ingenua
imparzialità la pittura così delle virtù, come de' difetti di questo
Principe. Tale storia scritta da un cortigiano, che le segrete mire del
proprio Re ben conoscea, ne trae a sospettare che i disegni politici di
Luigi IX intendessero ad indebolire la potestà de' grandi vassalli,
disegni politici di cui frequentemente è stata apposta la taccia a tutti
i Sovrani, che le Crociate hanno promosse. Luigi IX fu uno tra i
Principi del medio evo che con miglior successo si adoperarono a
richiamare tutte le sue prerogative alla Corona: ma nel proprio regno, e
non nell'Oriente, a sè medesimo e alla sua discendenza siffatti vantaggi
cercò. Il voto che lo trasse in pellegrinaggio ebbe origine da una
infermità e dal suo entusiasmo. Autore di questa pietosa follìa[640] ne
fu pur anche la vittima; per correre ad invader l'Egitto, delle sue
truppe e dei suoi tesori la Francia stremò; coperse di mille e ottocento
vele il mar di Cipro; e i calcoli più moderati fanno ascendere a
cinquantamila uomini il suo esercito. Se noi vogliamo aver fede alla
testimonianza medesima di questo Re, testimonianza che la vanità
orientale si fece sollecita di divulgare, egli sbarcò novemila
cinquecento uomini a cavallo, e centotrentamila fantaccini, che sotto la
protezione di esso peregrinarono[641].

[A. D. 1249]

Luigi, armato di tutto punto e preceduto dall'oriflamma, fu primo a
lanciarsi sulla riva, e corso a Damieta, gli atterriti Musulmani, al
primo assalto dei Franchi abbandonarono quella città che avea sostenuto
un assedio di dodici mesi contra i predecessori di Luigi. Ma fu Damieta
la prima, e l'ultima conquista del regal pellegrino; e nella sesta
Crociata, cagioni eguali, e pressochè sul campo medesimo, rinnovellarono
le calamità che aveano mandato a vuoto la prima[642]. Dopo un indugio
funesto che introdusse nel campo i germi di un morbo epidemico, i
Franchi dalla costa marittima ver la Capitale dell'Egitto innoltratisi,
s'accinsero a superare lo straripamento del Nilo che opponevasi ai loro
progressi. Innanzi agli occhi dell'intrepido Monarca, que' baroni e
cavalieri diedero alte prove dell'invitto valore che li
contraddistingueva, e ad un tempo di quell'indomabile avversione, ad
ogni sorta di disciplina, per cui parimente erano noti. Il conte
d'Artois, per un tratto di mal avvisata prodezza, prese d'assalto la
città di Massura, e nell'istante medesimo i colombi addestrati
all'ufizio di messaggieri, portarono agli abitanti del Cairo l'annunzio
che tutto era perduto. Un soldato, fattosi indi usurpatore del trono
d'Egitto, i fuggiaschi affrettatamente raccolse e riordinò. Intanto il
conte d'Artois, essendosi troppo scostato dal corpo dell'esercito, le
sue truppe rimasero sconfitte, privo egli di vita. Mentre i Musulmani
non cessavano di rinversare pioggia di fuoco greco sui Franchi, le galee
egiziane difendevano il Nilo, gli Arabi tenean la pianura e impedivano
ogni arrivo di vettovaglie al nemico: ogni giorno i mali della fame e
delle contagioni si rendeano più gravi: finalmente quando inevitabile
parve la ritirata, non era più possibile l'eseguirla. Gli Scrittori
orientali affermano che S. Luigi avrebbe potuto fuggire, purchè non gli
fosse incresciuto di abbandonare i proprj sudditi. Fatto prigioniero,
egli e la maggior parte de' suoi Nobili, tutte le persone inabili a
servire, o a procurarsi riscatto, vennero senza pietà trucidate, nel
qual momento una fila di teste cristiane (A. D. 1250) il ricinto delle
mura del Gran Cairo adornò[643]. Lo stesso Re Luigi venne caricato di
catene: ma il generoso vincitore, pronipote del fratello di Saladino,
inviò all'augusto prigioniero una veste d'onore. Quattrocentomila
piastre d'oro e la restituzione di Damieta ottennero la libertà del Re
di Francia e de' soldati che gli rimanevano[644]. Gli effeminati
discendenti de' compagni d'armi di Saladino; ammolliti dal lusso e dal
clima, non sarebbero già stati di per sè stessi abili a resistere al
fiore della cavalleria dell'Europa; e dovettero la vittoria al valore
dei loro schiavi o Mammalucchi, robusti figli del Deserto, compri al
mercato della Sorìa, e sin dai primi anni allevati in mezzo ai campi e
nel palagio del Sultano. Ma non andò guari che l'Egitto offerse un nuovo
esempio dei pericoli da temersi da pretoriane coorti, e che la rabbia di
queste feroci belve, lanciate dianzi contra i Franchi, si volse allo
strazio del proprio loro benefattore. Inorgogliti della vittoria, i
Mammalucchi trucidarono Turan-Saw, ultimo rampollo della sua dinastia;
indi i più audaci di questi assassini, brandendo la scimitarra, tuttavia
grondante del sangue del lor Sultano, nella stanza penetrarono del
franco re prigioniero. La fermezza opposta da Luigi costrinse al
rispetto costoro[645], e l'avarizia al fanatismo e alla crudeltà impose
silenzio. I patti del Trattato vennero adempiuti, e il re di Francia
cogli avanzi del proprio esercito, ottenne la libertà di veleggiare ai
lidi di Palestina. Quattro anni nella città di Acri ei trascorse, ma
senza mai potersi aprire strada per arrivare a Gerusalemme, e sempre
ricusando di ritornare privo di gloria alla patria.

[A. D. 1270]

Dopo sedici anni di un regno saggio e pacifico, la ricordanza
dell'antica sconfitta, eccitò S. Luigi ad imprendere la settima ed
ultima Crociata. Tornate in istato fiorente erano le sue rendite; gli
Stati suoi aumentati, e risorta in questo intervallo una nuova
generazione di guerrieri. Rinnovellatasi parimente in lui la fiducia di
migliori successi, posesi in mare, condottiero di seimila uomini a
cavallo, e di trentamila fanti. La perdita di Antiochia che fatta aveano
i Cristiani, davasi per motivo di una tale spedizione; la bizzarra
speranza di amministrare il sacramento del Battesimo al re di Tunisi,
indusse il Monarca francese a veleggiare primieramente verso le coste
dell'Affrica. La fama sparsa degli immensi tesori che colà
racchiudevansi, confortò i Crociati sul ritardo che alla lor
peregrinazione opponeasi. Ma in vece di un proselito, il santo esercito
trovò in quelle rive un assedio da imprendere. I Francesi nella loro
espettazione delusi, in mezzo a quelle arse arene perivano; la morte
colpì S. Luigi entro la sua tenda e immediatamente l'erede del trono
diede il segno della ritirata[646]. In cotal guisa, così un ingegnoso
scrittore si esprime, un Re cristiano presso le rovine di Cartagine
incontrò la morte facendo guerra ai Musulmani in un paese, ove Didone
avea introdotte le divinità della Sorìa[647].

[A. D. 1250-1517]

Non è lecito l'immaginarsi una costituzione più assurda e tirannica di
quella che condanna in perpetuo una nazione a vivere schiava sotto il
governo arbitrario di schiavi stranieri. Tale, nondimeno, è stata da
oltre cinque secoli la condizione dell'Egitto; in guisa che i più
illustri Sultani della dinastia Baarite e Borgite[648], derivavano
eglino stessi da tartare o circasse tribù, e i ventiquattro Beì, o Capi
militari dell'Egitto, hanno sempre avuti per successori, non già i
proprj figli, ma i loro servi. Fondano costoro i proprj diritti sul
Trattato che Selim I conchiuse con questa repubblica militare, Trattato
che riguardano come la _Grande Carta_ di lor libertà[649]: laonde
gl'Imperatori ottomani continuarono d'allora in poi a riscotere
unicamente dall'Egitto un lieve tributo, siccome pegno del vassallaggio
di questa contrada. La storia delle accennate due dinastie, eccetto
brevi intervalli d'ordine e di tranquillità, non presenta che una
continua serie di assassinj e misfatti[650]; ma il trono delle medesime,
comunque crollante per sì forti scotimenti, sulla salda base della
disciplina e del valor si reggea; laonde governavano e l'Egitto, e
l'Arabia, e la Nubia, e la Sorìa; e i Mammalucchi, composti in origine
di ottocento uomini di cavalleria moltiplicaronsi fino al numero di
venticinquemila: obbedivano in oltre a questi Capi dell'Egitto
centosettemila uomini di milizia provinciale, e all'uopo poteano sul
soccorso di sessantaseimila Arabi calcolare[651]. Cosa naturale ella
era, che Principi così coraggiosi e di sì considerabili forze invigoriti
non avrebbero lungo tempo tollerata tanta prossimità di una nazione
independente e nemica, e se l'espulsione assoluta de' Franchi, di
quaranta anni in circa, venne tardata, di questo mezzo secolo
d'esistenza ebbero l'obbligazione agl'impacci in cui trovossi la nuova
dominazione egiziana ancora mal salda, all'invasione de' Mongu, ai
soccorsi che da alcuni pellegrini guerrieri agli stessi Crociati venner
condotti. Nel novero di tali soccorritori, il leggitore inglese fermerà
il guardo sul nome di Eduardo I, che durante la vita del padre suo
Enrico, prese la Croce. Capitano di mille soldati, il futuro
conquistatore del paese di Galles e della Scozia, costrinse gl'Infedeli
a levare l'assedio di Acri, e innoltratosi fino a Nazaret con novemila
uomini, emulò la gloria del suo zio Cuor-Di-Leone; con ardite imprese ad
una tregua di dieci anni il nemico forzò; e ricco di questi allori,
rivide l'Europa a malgrado di un fanatico traditore che pericolosamente
il ferì[652]. Bondocdar, o Bibars, Sultano dell'Egitto e della Sorìa,
sorprese e quasi per intero distrusse la città di Antiochia[653],
trovatasi fino allora, per sua giacitura, meno esposta alle calamità
della Santa Guerra. Tal si fu il termine di questo principato; e la
prima città conquistata dai Cristiani, videsi spopolata dalla strage di
settemila, e dalla cattività di centomila de' suoi abitanti. Le città
marittime di Laodicea, Gabala, Tripoli, Berite, Sidone, Tiro, Giaffa, e
le Fortezze degli Ospitalieri e de' Templarj, si arrendettero
successivamente. Il solo possedimento che i Franchi serbassero, si
stette nella città e colonia di S. Giovanni d'Acri, da alcuni scrittori
indicata sotto il nome più classico di Tolomaide.

Dopo la perdita di Gerusalemme, Acri[654], lontana circa settanta miglia
dalla prima città, divenne la metropoli de' Latini orientali: di vasti e
saldi edifizj la ornarono, di doppio muro la cinsero, un porto
artifiziale ivi costrussero. E fuggiaschi, e nuovi pellegrini ne
aumentarono la popolazione, mentre il favor della tregua e il sito suo
vantaggioso, tutto il commercio dell'Oriente e dell'Occidente vi
conduceano. Trovavansi ne' mercati di Acri le produzioni di ogni clima;
gl'interpreti d'ogni lingua vi convenivano; ma un tal miscuglio di tutte
le nazioni, tutti i vizj ancora addusse colà, e propagò. Fra quanti
eranvi discepoli di Cristo e di Maometto, gli abitatori di Acri
d'entrambi i sessi, tutti gli altri in fama di corruttela e dissolutezza
passavano, nè le leggi erano a bastanza forti per frenar quivi gli abusi
della religione. Parecchi sovrani contava questa città, governo nessuno.
I Re di Gerusalemme e di Cipro appartenenti alla Casa di Lusignano, i
principi di Antiochia, i conti di Tripoli e di Sidone, i Gran Mastri
degli Ordini, ospitaliero, templario e teutonico, le repubbliche di
Venezia, di Genova, di Pisa, il Legato del Papa, i Re di Francia e
d'Inghilterra, tutti con autorità independente volean dominarvi.
Diciassette tribunali giudicavano con diritto di assolvere e sentenziare
a morte; laonde i colpevoli d'un rione si rifuggivano ad un altro, ove
non accadea mai che protezione non ottenessero. La gelosia delle diverse
nazioni, e violenze, e sanguinosi casi partoria di frequente. Alcuni
venturieri disonorando la Croce che difendeano, si trassero per
correggere il ritardo de' loro stipendj a saccheggiare diversi villaggi
maomettani. Diciannove mercatanti della Sorìa, che riposandosi nella
fede pubblica, faceano tranquillamente il loro traffico, vennero
spogliati ed appiccati per opera de' Cristiani; il Governo de' quali,
negando la giusta soddisfazione chiesta per tale misfatto dal Sultano
Kalil, le ostilità di questo principe giustificò. Ei mosse ver la città
con sessantamila uomini di cavalleria, e cenquarantamila d'infanteria.
Il suo traino di artiglieria, se mi è lecito valermi di questa
espressione, era formidabile e numeroso. Vi vollero cento carri per
trasportare i pezzi di legno, de' quali una sola macchina andava
composta. Lo storico Abulfeda, che militava nelle truppe di Hamà, fu
egli medesimo spettatore di questa santa guerra. Comunque grandi fossero
le sregolatezze de' Franchi, l'entusiasmo e la disperazione animaronli
di novello coraggio; ma dilacerati per le discordie de' diciassette lor
Capi, si trovarono da tre bande oppressi dal peso delle forze che
conduceva il Sultano. Dopo un assedio di trentatre giorni (A. D. 1291),
i Musulmani forzarono il doppio muro. Le macchine distrussero la
primaria fra le torri d'Acri; e datosi assalto generale dai Mammalucchi,
la città venne presa, e sessantamila Cristiani perirono, o divennero
schiavi. Il Convento, o a meglio dire la Fortezza dei Templarj, per tre
giorni ancor resistè; ma trapassato da una freccia il Gran Mastro perì,
e di cinquecento cavalieri che difendevano quelle mura, soli dieci
rimasero in vita; più sfortunati però di coloro che caddero vittime
della pugna, poichè il destino più tardi serbavali a patire su feral
talamo le conseguenze dell'ingiusto e crudel bando che tutto il loro
Ordine fulminava. Il re di Gerusalemme, il Patriarca, e il Gran Mastro
dell'Ordine degli Ospitalieri, operarono la loro ritirata verso la riva;
ma tempestosa era l'onda, nè il numero delle navi bastante ad
accoglierli. Molta mano di fuggitivi annegò prima di aggiugnere l'isola
di Cipro, ove Lusignano della perduta Palestina potea consolarsi.
Vennero per ordine del Sultano spianate le chiese e le fortificazioni
delle latine città; un motivo di timore o di avarizia persuase lasciar
libero alla pietà cristiana l'accesso del Santo Sepolcro, libertà di cui
alcuni devoti pellegrini d'indi in poi profittarono. Su quel lido, che
sì lungo tempo avea rintronato delle querele del Mondo, un lugubre e
solitario silenzio regnò[655].

NOTE:

[534] Anna Comnena racconta le conquiste fatte dal padre suo nell'Asia
Minore (_Alexiad._, l. XI, p. 321-325, l. XIV, pag. 419); la guerra di
Cilicia contra Tancredi e Boemondo (p. 228-342); la guerra di Epiro con
insopportabile ampollosità (l. XII, XIII, pag. 345-406); la morte di
Boemondo (l. XIV, p. 419).

[535] Cionnullameno i Re di Gerusalemme ad alcune forme di dependenza si
sottomisero; e nelle date delle loro iscrizioni, una delle quali è
tuttavia leggibile nella chiesa di Betlem, al proprio nome, quello del
regnante Imperatore rispettosamente anteponevano (_Dissertat. sur
Joinville_, XXVII, pag. 319).

[536] Anna Comnena, a compimento della sua favola, aggiunge che venne
rinchiuso entro la bara in compagnia del cadavere d'un cuoco, e si degna
fare le maraviglie che questo Barbaro abbia potuto sopportare tale
imprigionamento e l'odore d'un morto. La ridicola novelletta dai Latini
non è conosciuta.

[537] Απο Θυλης, nella geografia bisantina dovrebbe significare
Inghilterra. Pure sappiamo, in modo da non dubitarne, che Enrico I non
permise a Boemondo il levar truppe dall'Inghilterra (Ducange, _Not. ad
Alexiad_, p. 41).

[538] La copia del Trattato (_Alexiad_, l. XIII, p. 406-416), è un
documento meritevole di curiosità, che per essere inteso bene avrebbe
d'uopo della carta del Principato di Alessandria: ma potrebbe anche
fornire i dati per disegnarla.

[539] _V._ nella dotta opera del de Guignes (t. II, part. II) quanto
sulla storia de' Selgiucidi d'Iconium, di Aleppo e di Damasco si è
potuto raccogliere dagli autori Greci, Latini, ed Arabi; ma questi
ultimi poco istruiti degli affari di Rum si dimostrano.

[540] Iconium viene citato da Senofonte, come posto fortificato; lo
stesso Strabone lo accenna col nome equivoco di Κωμοπολις, _Comopoli_
(Cellarius, t. II, p. 121): nondimeno S. Paolo trova questo sito abitato
da una _moltitudine_ πληθος di Ebrei, o Gentili. Abulfeda lo descrive,
sotto la corrotta denominazione di Kunigià, come città grande, bagnata
da un fiume, ricca di sontuosi giardini, distante tre leghe dalle
montagne, e ornata, non so il perchè, dal mausoleo di Platone (Abulfeda,
_Tabul._ XVII, p. 304, vers. Reiske, e l'_Index geographicus_ di
Schultens, tolto da Ibn Said).

[541] Come supplimento alla storia della prima Crociata, _V._ Anna
Comnena (_Alexiad_, l. XI, p. 331 ec.) e il libro ottavo di Alberto
d'Aix.

[542] Intorno la seconda Crociata di Corrado III e di Luigi VII, _v._
Guglielmo di Tiro (l. XVI, c. 18-29), Ottone di Freysingen (l. I, cap.
34-45, 59, 60), Mattia Paris (_Hist. Mayor._, p 68), Struve (_Corpus
Hist. Germanicae_, p. 372, 373), _Scriptores rerum Franc._, del
Duchesne, t. IV; Niceta, _in Vit._ Manuel, l. I, c. 4, 5, 6, pag. 41-48;
Cinnamo (l. II, p. 41-49).

[543] Intorno alla terza Crociata di Federico Barbarossa _V._ Niceta in
Isacco l'Angelo (l. II, cap. 3-8, pag. 257-266), Struvio (_Corpus Hist.
Ger._ p. 414), e due istorici che probabilmente furono spettatori:
Taginone (_in Script. Freher._, t. I, p, 406-416, ediz. Struvio) e
l'Anonimo _de Expeditione Asiatica, Fred. 1_ (_in Canisii antiquit.
Lection._, t. III, part. II, p. 498-526, ediz. Basnage).

[544] Anna Comnena che pone di quarantamila uomini a cavallo e di
centomila fanti il numero di questi migrati, li chiama Normanni, e
assegna loro per condottieri i due fratelli di Fiandra. I Greci erano in
singolarissima guisa ignoranti sui nomi delle famiglie e de'
possedimenti de' Principi latini.

[545] Guglielmo di Tiro e Mattia Paris contano in ciascun esercito
settantamila _loricati._

[546] Il Cinnamo cita questo conto imperfetto (εννενηκοντα μυριαδες,
novecentomila), che Odone di Diogile presso il Ducange (_ad Cinnamum_)
riduce alla esattezza col profferire un numero di novecentomila
cinquecentocinquantasei individui. Perchè dunque la traduzione e il
comentario si stanno al calcolo non compiuto di novecentomila? Goffredo
di Viterbo esclama (_Pantheon_, p. 19 Muratori, t. VII, p. 462).

    _— Numerum si poscere quaeras,_
    _Millia millena milites agmen erat?_

[547] Questo stravagante calcolo è di Alberto di Stade (_V._ Struvio, p.
414). Il mio è tolto da Goffredo di Viterbo, da Arnoldo di Lubecca,
citato dallo stesso Goffredo, e da Bernardo il Tesoriere (c. 169, p.
804). Gli autori originali tacciono a tal proposito. I Maomettani
faceano ascendere il loro esercito a dugento, o dugentosessantamila
uomini (Bohadin, _in vit. Saladin_, p. 110).

[548] Mi è d'uopo notare che nella seconda e nella terza Crociata, i
Greci e gli Orientali chiamano i sudditi di Corrado e di Federico
_Alamanni._ I _Lechi_ o _Tzechi_ del Cinnamo sono i Polacchi e i Boemi;
questo autore conserva ai Francesi l'antica denominazione di Germani.
Cita ancora i Βριταονοο _Britanni_ o Βριττο, _Britti_.

[549] Niceta, tuttavia fanciullo ne' giorni della seconda Crociata,
durante la terza, difese contro i Franchi la rilevante piazza di
Filippopoli. Cinnamo non respira che orgoglio e parzialità di nazione.

[550] Niceta biasima la condotta tenutasi dagli abitanti di Filadelfia,
intanto che l'anonimo Alemanno accusa i proprj compatriotti (_culpa
nostra_). Sarebbe da augurarsi che solamente contraddizioni di questo
genere la Storia offerisse. Gli è ancora da Niceta che sappiamo il pio
dolore, e gli umani sentimenti dimostrati da Federico.

[551] Χθαμαλη εδρα, _bassa sedia_, vocabolo che il Cinnamo traduce in
latino come se fosse un sinonimo di Σεδδιον, _sella_. Il Ducange si
adopera a tutt'uomo per coonestare questa circostanza umiliante pel suo
Sovrano e per la sua patria (_sur Joinville, Dissert. 27_; pag.
317-320). In appresso Luigi insistè per un parlamento, _in mari ex
aequo_, e non _ex equo_, come fu scioccamente in alcuni manoscritti
copiato.

[552] _Ego Romanorum imperator sum, ille Romaniorum_ (Anonimo Canis.
pag. 512). Lo stile pubblico e storico dei Greci era Ρεξ _Rex o
princeps_; però il Cinnamo riguarda come sinonimi Ιμπερατορ,
_Imperatore_ e _Re_ Βασιλευς.

[553] _V._ nell'_Epistole_ di Innocenzo III (13, p. 184), e nella
_Storia di Boadino_ (pag. 129, 130) quali fossero su di un tal genere di
tolleranza le opinioni di un Papa e quelle di un Cadì.

[554] Come conti di Vexin, i re di Francia prestavano omaggio di
vassalli al monastero di S. Dionigi, e riceveano dall'Abate la bandiera
del Santo, che era di forma quadrata, e di colore rosso fiammeggiante
(_flamboyant_); e dal duodecimo fino al quindicesimo secolo l'oriflamma
sempre innanzi ai francesi eserciti sventolò (Ducange _sur_ Joinville,
_Dissert._ 18, p. 244-253).

[555] I materiali delle storie francesi della seconda Crociata si
trovano nell'Opera _Gesta Ludovici VII_, pubblicata nel decimoquarto
volume dalla Raccolta del Duchesne. Questo volume medesimo contiene
molte lettere originali del Re, del ministro Suger ec., documenti i più
autentici fra quanti la Storia ne somministri.

[556] _Terram horroris et salsuginis, terram siccam, sterilem,
inamaenam_ (Anonim. Canis., p. 517). Modo di esprimersi enfatico e
confacevole all'uom che soffriva.

[557] _Gens innumera, sylvestris, indomita, praedones sine ductore_; in
somma tal genia d'uomini che lo stesso Sultano di Cogni potea
sinceramente allegrarsi della lor distruzione (Anon. Canis., p. 517,
518).

[558] _V._ nello Scrittore anonimo della Raccolta di Canisio, in
Taginone e Boadino (_vit. Saladin._ p. 119 e 120) la condotta ambigua
tenutasi da Kilidge Arslan, sultano di Cogni, che detestava e temeva nel
modo medesimo Saladino e Barbarossa.

[559] Il vezzo di mettere in paralello due grandi uomini, ha tratti
molti scrittori a credere, o almeno a voler sostenere, che Federico
annegò nel Cidno, famoso per la morte di Alessandro che imprudentemente
vi prese un bagno (Q. Curt., l. III, c. 4, 5). Ma la strada tenuta
dall'imperatore Barbarossa, m'induce piuttosto a pensare che il Saleph
sia tutto un fiume col Calicadno, riviera men rinomata del Cidno, ma nel
suo corso più lunga.

[560] Marino Sanuto mette per principio (A. D. 1321) _quod stolus
Ecclesiae per terram nullatenus est ducenda_; e coll'attribuire a
straordinario soccorso celeste il buon esito della prima Crociata,
distrugge l'obbiezione, che questa alla massima da esso annunziata
opporrebbe (_Secreta fidelium crucis_, l. II, pars II, c. 11, p. 37).

[561] _Ma questo sepolcro era quello di Gesù Cristo, riguardato da'
Crociati, come una cosa preziosissima[*]._ (N. di N. N.)

* Alla pia osservazione dell'Autore di queste note un'altra ne
aggiugneremo, filosofica semplicemente. I Crociati, e massimamente i
loro condottieri, non erano dalla sola pietà guidati a queste imprese,
ma dal desiderio di conquistare ricchezze e novelli regni, come lo
stesso sig. Gibbon ha osservato nel precedente capitolo. L'esperienza
poi delle sciagure de' predecessori non poteva essere di tanto peso,
massimamente ne' secoli della cavalleria, per uomini ardentissimi di
gloria militare, avvezzi a non calcolare, può dirsi, nulla la vita sol
che vedessero una lontana speranza di superare ostacoli da niuno ancor
superati. Forse minori pericoli non disprezzavano, e non disprezzano
tuttavia, dopo la scoperta del Nuovo Mondo, quegli arditi naviganti,
che, avidi di trovare nuove terre, nuovi animali, nuove meteore,
affrontano incogniti fondi, furor di selvaggi, e mostri, e fame, e mari
di diaccio. (_Nota dell'Editore_)

[562] I più autentici schiarimenti intorno a S. Bernardo si trovano ne'
suoi scritti medesimi pubblicati nella edizione corretta del padre
Mabillon, e ristampati a Venezia nell'anno 1750 in sei volumi
_in-folio._ Tutto quanto l'affezione personale ha potuto raccogliere,
tutto quanto la superstizione è stata capace di aggiungere, trovasi
nelle due vite di questo Santo, composte da' suoi discepoli, nel sesto
volume. Tutto ciò che l'erudizione e la sana critica possono ammettere,
leggesi nelle Prefazioni degli Editori benedettini.

[563] Chiaravalle, detta _la valle di Assinto_, è situata nelle foreste
vicino a Bar di Aube, nella Sciampagna. S. Bernardo arrossirebbe oggidì
al vedere il lusso della sua Chiesa; cercherebbe la biblioteca, nè
rimarrebbe molto edificato trovando un tino di capacità eguale ad
ottocento botti, quasi somigliante a quello di Eidelberga. (_Mélanges
d'une grande Bibliothèque_, t. XLVI, p. 15-20).

[564] _Secondo l'Autore il carattere di Santo non è interamente
combinabile colla ragione e coll'umanità. Ma il vocabolo_ Santo, _altro
non vuol dire, che buono, nel suo senso generale, applicabile a
qualunque uomo, di qualunque nazione, e religione; e l'uomo buono pensa,
ed opera secondo la ragione, e l'umanità; dunque non è vero essere il
carattere di_ Santo _in generale, e nel suo vero significato non
combinabile colla ragione, e coll'umanità. Riferendo poi l'Autore il
vocabolo Santo ai Cristiani, fra' quali era S. Bernardo, avverta il
lettore, che vie più, quando veramente lo meritino, il vocabolo_ Santo
_è, loro bene applicato nel suo vero senso, inseparabile dall'uso della
ragione, e dai sentimenti di umanità: nè varrebbe l'opporre alcuni fatti
di zelo eccessivo e condannevole._ (N. di N. N.)

[565] I discepoli del Santo (_vit. prima_, l. III, c. 2, p. 1232; _vit.
secunda_, c. 16, n. 45, p. 1383) raccontano un esempio sorprendente
della pietosa apatia del loro maestro. _Juxta lacum etiam Lausannensem
totius diei itinere pergens, penitus non attendit, aut se videre non
vidit. Cum enim vespere facto, de eodem lacu socii collequerentur,
interrogabat eos ubi lacus ille esset; et mirati sunt universi._ Per
farsi idea del senso che una tal distrazione di S. Bernardo dovea
eccitare, vorrei che il leggitore avesse, come io in questo momento,
dinanzi alle finestre della sua Biblioteca, la deliziosa prospettiva di
un sì ammirabil paese.

[566] Ottone di Freysingen, l. I, c. 4; S. Bernardo, _epist._ 363, _ad
Francos orientales_, _Opp._, t. I, pag. 328; _vit. prima_, l. III, c. 4,
t. VI, p. 1235.

[567] _Mandastis et obedivi.... multiplicati sunt super numerum;
vacuantur urbes et castella; et pene jam non inveniunt quem apprehendant
septem mulieres unum virum; adeo ubique viduae vivis remanent viris_ (S.
Bern. _epist._ pag. 247).

[568] _Quis ego sum ut disponam acies; ut egrediar ante facies
armatorum, aut quid tam remotum a professione mea, si vires, si peritia,
ec._ (_Epist._ 256, t. I, pag. 259). Parla con disprezzo di Piero
l'Eremita, _vir quidam_ (_ep._ 363).

[569] _Sic dicunt forsitan isti, unde scimus quod a Domino sermo
egressus sit? Quae signa tu facis ut credamus tibi? non est quod ad ista
ipse respondeam; parcendum verecundiae meae, responde tu pro me, et pro
te ipso, secundum quae vidisti et audisti, et secundum quod te
inspiraverit Deus._ (_Consolat._, lib. II, cap. 1, _Opp._, tom. II, p.
421-423).

[570] _V._ le testimonianze, _in vit. prima_, l. IV, c. 5, 6, _Opp._, l.
VI, p. 1258-1261, l. VI, c. 1-17, p. 1286-1314.

[571] Filippo, arcidiacono di Liegi, che accompagnava S. Bernardo ha
composta una narrazione de' miracoli che attribuivansi a questo Santo, e
che, stando al detto del narratore, non erano meno di trentasei al
giorno (Fleury, _Hist. eccles._ l. LXIX, n. 16). (_Nota dell'Editore_)

[572] _I Miracoli di S. Bernardo, senza entrare nell'esame delle
particolarità del loro numero, della loro qualità, e delle loro
circostanze, furono creduti; ma oggidì pei progressi delle cognizioni si
distinguono gli effetti delle cause naturali, da quelli di una
soprannaturale; e la filosofia mostra come sieno da separarsi le
illusioni della calda immaginazione e della prevenzione, dalla realità,
o l'imposture dalle verità. Molti luoghi poi di S. Bernardo, e
specialmente quello_ sic dicunt farsitanae _mostrano la sua abilità
nell'arte rettorica. La grandissima prevenzione del popolo a di lui
favore, doveva rendere sempre vittoriosa la di lui facondia, che tutti i
popoli spingeva alla crociata in Palestina, onde ne venivano disertate
le province. Oggidì la facondia di S. Bernardo non produrrebbe alcun
effetto._ (Nota di N. N.)

[573] Abul-Mahazen, presso il De Guignes, _Histoire des Huns_, t. II,
part. II, p. 99.

[574] _V._ l'articolo _Sangiar_ nella Biblioteca orientale del
d'Herbelot, e il de-Guignes (t. II, part. 1, pag. 230-261). Per suo
splendente valore, fu soprannomato dagli Orientali il secondo
Alessandro, e tanto fu l'eccesso dell'affetto de' sudditi verso di lui,
che per un anno intiero dopo la sua morte, continuarono pel Sultano le
lor preghiere. Però Sangiar potrebbe essere caduto prigioniero così de'
Cristiani, come degli Uzj. Regnò cinquant'anni all'incirca (A. D.
1103-1152), e si mostrò proteggitor generoso ai poeti della Persia.

[575] L'Autore della Zaira avea del certo presente all'animo questo
stato politico dell'Oriente in que' giorni, quando facea dire ad
Orosmano:

    «Mais la mollesse est douce, et sa suite est cruelle.
    Je vois autour de moi cent rois vaincus par elle,
    Je vois de Mahomet ces lâches successeurs,
    Ces califes tremblans dans leur triste grandeur,
    Couchés sur les debris de l'autel et du trone,
    Sous un nom sans pouvoir languir dans Babylone;
    Eux qui seraient encore, ainsi que leurs ayeux,
    Maîtres du monde entier, s'ils l'avoient été d'eux.
    Bouillon leur arracha Solyme et la Syrie;
    Mais bientôt, pour punir une secte ennemie,
    Dieu suscita le bras du puissant Saladin ec.»
                                   (_Nota dell'Editore_).

[576] _V._ la Cronologia degli Atabek di Yrak e della Sorìa nel De
Guignes, t. I, p. 254, e nello stesso autore (t. II, part. 2, p.
147-221) i regni di Zenghi e di Noraddino, da esso descritti valendosi
del testo arabo di Benelatir, Ben-Sciunà e Abulfeda; la _Biblioteca
orientale_, agli articoli, _Atabek e Noradinno_; e le dinastie di
Abulfaragio (p. 250-267, _vers._ Pocock).

[577] Guglielmo di Tiro (l. XVI, capo 4, 5-7) racconta la presa di
Edessa, e la morte di Zenghi. Il nome di Zenghi corrotto e trasformato
in _Sanguino_ somministra ai Latini materia di una goffa allusione e
all'indole del medesimo, che essi fanno _sanguinaria_, e al suo misero
fine: _Fuit sanguine sanguinolentus._

[578] _Noradinus_ (dice Guglielmo di Tiro, lib. XX, 33) _maximus nominis
et fidei christianae persecutor; princeps tamen justus, vafer, providus,
et secundum gentis suae traditiones religiosus._ Possiamo aggiungere a
questa autorità di un Cattolico, quella d'un primate de' Giacobiti
(Abulfaragio, p. 267). _Quo non alter erat inter reges vitae ratione
magis laudabili: aut quae pluribus justitiae experimentis abundaret._
Fra gli elogi fatti ai Re, i più meritevoli di fede sono quelli che
questi ottengono dopo morte, e dal labbro stesso dei loro nemici.

[579] Fondato su i racconti dell'Ambasciatore, Guglielmo di Tiro (l.
XIX, cap. 17, 18) descrive il palazzo del Cairo. Vennero trovati nel
tesoro del Califfo una perla grossa quanto un uovo di colombo, un rubino
che diecisette dramme d'Egitto pesava, uno smeraldo lungo un palmo e
mezzo, e grande numero di cristalli e di porcellane della Cina
(Renaudot, p. 536).

[580] _Mamluc_, al plurale _Mamalic._ Pocock (_Proleg. ad_ Abulfaragio,
pag. 7), e d'Herbelot, pag. 545, definiscono il _Mamluc, servum
emptitium, seu qui pretio numerato in domini possessionem cedit._
Vediamo di frequente i Mammalucchi nelle guerre di Saladino (Bohadin,
pag. 236). I primi Mammalucchi introdotti dai discendenti di Saladino
nell'Egitto, furono i Mammalucchi _Bahartie._

[581] Giacomo di Vitry pretende che il re di Gerusalemme non avesse
condotto con sè più di trecentosettantaquattro cavalieri. Tanto i
Franchi, quanto i Musulmani, attribuiscono la superiorità di numero al
nemico: i quali due calcoli si possono conciliare sottraendo in un
d'essi i timidi Egiziani, nell'altro sommandoli.

[582] Si parla qui di Alessandria degli Arabi, che, quanto ad estensione
e ricchezze, può riguardarsi termine medio fra l'Alessandria de' Greci e
de' Romani, e l'Alessandria de' Turchi (Savary, _Lettres sur l'Egypte_,
t. I, p. 25, 26).

[583] Intorno a questa grande rivoluzione dell'Egitto, _V._ Guglielmo di
Tiro (l. XIX, 5, 6, 7-12-31, XX, 5-12), Boadino (_in vit. Saladin._ pag.
30-39), Abulfeda (_in excerpt._, Schultens, p. 1-12), d'Herbelot (_Bibl.
orient. Adhed_, _Fathema_, ma vi è poca esattezza), Renaudot (_Hist.
patr. Alex._, pag. 522-525, 532-537), Vertot (_Hist. des chevaliers de
Malte_, t. I, p. 141-163, in 4) e de Guignes (t. II, part. II, p.
185-215).

[584] Quanto ai Curdi, _V._ de Guignes (t. I, p. 416, 417), l'_Indice
geografico_ di Schultens, e Tavernier (_Voyages_, part. I, p. 308-309).
Gli Aiubiti discendeano dalla tribù dei Ravadici, una fra le più nobili;
ma essendo infetti della eresia delle Metempsicosi, i Sultani ortodossi
procuravano farli credere non derivati dai Curdi, se non se per parte
della madre che avesse sposato uno straniero stanziatosi fra queste
genti.

[585] _V._ il quarto libro dell'_Anabasis_ di Senofonte. I diecimila
ebbero più a dolersi delle frecce de' Carduchiani che di tutto il
rimanente dell'esercito del gran Re.

[586] Dobbiamo al professore Schultens i materiali i più autentici e
preziosi intorno alla vita di Saladino; e sono: la vita di questo
principe, composta dal suo ministro ed amico, il Cadì Boadino; numerose
compilazioni della storia composta dal parente di Saladino, principe
Abulfeda di Hamà. Aggiugneremo a questi l'articolo _Salahaddin_ della
_Biblioteca orientale_, e quanto è possibile il raccogliere dalle
_Dinastie_ di Abulfaragio.

[587] Poichè il medesimo Abulfeda era un Aiubita, gli si dee merito,
d'avere, almeno col suo silenzio, professata la modestia del fondatore.

[588] _Hist. Hieros._, nell'Opera _Gesta Dei per Francos_, (pag. 1152).
Trovasi un esempio di simil fatta nel Joinville (pag. 42, ediz. del
Louvre); ma il pietoso S. Luigi ricusò agl'Infedeli l'onore di
ammetterli a far parte di un Ordine cristiano (Ducange, _Observ._ p.
70).

[589] A tutti i titoli degli Arabi fa d'uopo sottintendere sempre
l'aggiunto _religionis._ Noraddino _lumen r._; Ezodino, _decus r._;
Amaduddino, _columen r._; il nome proprio del nostro eroe era Giuseppe,
e venne soprannomato Salahaddin, _Salus r._; Al Malicus, Al-Nasirus,
_rex defensor r._; Abu-Modafir, _pater victoriae r._; (Schultens,
_prefazion._).

[590] Abulfeda, nipote _ex-fratre_ di Saladino, osserva, citandone molti
esempj, che i fondatori delle dinastie assumono sopra sè medesimi il
delitto, o il biasimo, e ne lasciano il frutto ai loro innocenti
collaterali (_Excerpt._ p. 10).

[591] _V._ la vita e il carattere di Saladino nel Renaudot (p. 537-548).

[592] Boadino, testimonio oculare, e divoto di buona fede, esalta nel
suo primo capitolo le virtù civili e religiose di Saladino.

[593] L'ignoranza e de' nativi dell'Egitto, e de' viaggiatori, al
proposito di molte di queste fondazioni, e particolarmente del Castello
del Cairo e del pozzo di S. Giuseppe, ha confuse insieme le opere del
Sultano e del Patriarca.

[594] Anon. Caris. t. III, parte 2, p. 504.

[595] Boadino, p. 129-130.

[596] Intorno al regno latino di Gerusalemme _V._ Guglielmo di Tiro, (l.
IX-XXII), Giacomo di Vitry (_Hist. Hieros._, l. I) e Sanuto (_Secreta
fidelium crucis_, lib. III, part. VI, VII, VIII, IX).

[597] _Templarii ut apes bombabant, et Hospitalarii ut venti stridebant,
et barones se exitio offerebant et Turcopoli_ (le truppe leggiere de'
Cristiani) _semetipsi in ignem injiciebant_ (_Ispahani de expugnatione
Kudsitica_, p. 18, presso Schultens). Questo saggio di araba eloquenza è
diverso alquanto dallo stile di Senofonte.

[598] I Latini affermano che Raimondo avea tradito i Cristiani; gli
Arabi lo danno a credere; ma se di questi, egli avesse abbracciata la
religione, sarebbe stato posto dai Maomettani nel novero de' loro Santi
ed eroi.

[599] Rinaldo, Reginaldo, o Arnoldo di Castiglione, è celebre fra i
Latini così per la sua vita, come la sua morte, le cui circostanze
vengono chiaramente raccontate da Boadino e da Abulfeda. Joinville nella
storia di san Luigi (p. 70) racconta un'usanza di Saladino, cioè di non
commettere mai a morte un prigioniero, al quale avesse offerto pane e
sale. Alcuni fra i compagni di Arnoldo caddero trucidati, e può dirsi
sagrificati nella valle della Mecca, _ubi sacrificia mactantur_
(Abulfeda pag. 32).

[600] Vertot che ne ha offerto un racconto ben fatto della caduta del
regno e della città di Gerusalemme (_Histoire des chevaliers de Malte_,
t. I, l. II, p. 226-278) a tal proposito ha aggiunte due lettere
originali di un Templario.

[601] Renaudot, _Hist. patr. Alex._ p. 345.

[602] _Il teologo risponde, che i peccati dei Crociati, già descritti
dall'Autore, tolsero loro l'aiuto di Gesù Cristo, e cagionarono la loro
intera rovina, estesa sopra alcuni milioni d'uomini, malgrado i meriti
dell'impresa._ (Nota di N. N.).

[603] _Il culto delle Immagini bene considerato non è idolatria._ (Nota
di N. N.)

[604] In quanto riguarda la conquista di Gerusalemme, Boadino (p. 67-76)
e Abulfeda (p. 40-43) sono le nostre autorità maomettane. Fra gli
storici Cristiani, Bernardo il Tesoriere (c. 151-157) è il più
abbondante di particolarità, ed il più autentico. _V._ anche Mattia
Paris (p. 120-124).

[605] Intorno agli assedj di Acri e di Tiro ampie nozioni possono
ottenersi da Bernardo il Tesoriere (_De acquisit. Terrae Sanctae_, c.
167-179), dall'Autore della _Hist. Hieros._ (p. 1150-1172), dal Bongars
e d'Abulfeda (pag. 43-60), e da Boadino (p. 75-179).

[606] Mi sono tenuto al racconto più saggio e più verisimile di un tal
fatto. Il Vertot ammette senza esitare una novella romanzesca, giusta la
quale il vecchio Marchese trovasi di fatto esposto ai dardi degli
assediati.

[607] _Northmanni et Gothi, et coeteri populi insularum, quae inter
Occidentem et Septentrionem positae sunt, gentes bellicosae, corporis
proceri, mortis intrepidae, bipennibus armatae navibus rotundis quae
Ysnachiae dicuntur advectae._

[608] Lo Storico di Gerusalemme (p. 1108) aggiugne le nazioni
dell'Oriente dal Tigri all'Indo, e le tribù de' Mauri e dei Getuli; di
modo che l'Asia e l'Affrica combatteano contra l'Europa.

[609] Boadino (pag. 180) e gli storici Cristiani non negano, nè
disapprovano questa carnificina. _Alacriter jussa complentes_ (i soldati
inglesi), dice Goffredo di Vinisauf (lib. IV, c. 4, p. 346), e calcola
di duemilasettecento il numero delle vittime. Roberto Hoveden pretende
sieno state cinquemila (p. 697, 698). Fosse umanità, o avarizia, Filippo
Augusto si piegò a restituire ai suoi prigionieri la libertà, mediante
un riscatto (Giacomo di Vitry, l. I, c. 98, p. 1122).

[610] Boadino, p. 14. Egli cita la sentenza di Baliano e del principe di
Sidon, aggiugnendo: _ex illo mundo quasi hominum paucissimi redierunt._
Fra i nomi de' Cristiani periti sotto le mura di Acri, trovo quelli
degl'Inglesi, Ferrers, conte di Derby (Dugdale, _Baronnage_, part. I, p.
260), Mowbray (_idem._, p. 124); Mandevil, Fiennes, S. John, Scrope,
Pigot, Talbot ec.

[611] _Magnus hic apud eos, interque reges eorum tum virtute, tum
majestate eminens.... summus rerum arbiter_ (Bohadin, p. 159). Non
sembra che questo Storico abbia conosciuti i nomi di Filippo o di
Riccardo.

[612] _Rex Angliae praestrenuus....... rege Gallorum minor apud eos
censebatur, ratione regni atque dignitatis; sed tum divitiis florentior,
tum bellica virtute multo erat celebrior_ (Bohadin, p. 161). È lecito ad
uno straniero l'ammirare queste ricchezze; ma i nostri Storici avrebbero
potuto raccontare a Boadino quali angherie, quali funeste depredazioni
erano state usate per ammassarle.

[613] Joinville (p. 17). «_Guides-tu que ce soit le roi Richard?_»

[614] Egli era nondimeno colpevole di un tal delitto agli occhi de'
Musulmani, i quali attestano che gli assassini confessarono essere stati
inviati dal Re d'Inghilterra (Bohadin p. 225); mentre la difesa del re è
tutta fondata sopra una supposizione evidentemente assurda (_Hist. de
l'Acad. des inscript._, t. XVI, p. 155-163), sopra una pretesa lettera
del Capo degli assassini, lo Sceik, o Vecchio della Montagna, che
giustificava Riccardo, assumendo sopra di sè il biasimo, o il merito di
un tale assassino.

[615] _V._ gli estremi a cui Saladino era ridotto, e la pia fermezza
dell'animo suo nella descrizione fattane da Boadino (p. 7-9, 235-236),
che aringò egli stesso i difensori di Gerusalemme; l'atterrimento loro
non era pei nemici un mistero (Giacomo di Vitry, l. I, c. 100, p. 1123,
Vinisauf, l. V, c. 50, p. 399).

[616] Pure a meno che il Sultano o un principe Aiubita non fosse rimasto
entro Gerusalemme, _nec Curdi Turcis, nec Turci Curdis essent
obtemperaturi_ (Boadino p. 237). Qui lo Storico solleva una falda del
velo politico.

[617] Boadino (pag. 237) e lo stesso Goffredo di Vinisauf (l. VI, c.
1-8, pag. 403-409) attribuiscono allo stesso Riccardo la ritirata, e
Giacomo di Vitry nota che per l'impazienza di partire _in alterum virum
mutatus est_ (pag. 1123). Nondimeno Joinville, cavalier francese, ne dà
colpa alla gelosia d'Ugo, Duca di Borgogna (p. 116), senza supporre,
come Mattia Paris, che questi si fosse lasciato corrompere dall'oro di
Saladino.

[618] Boadino (p. 184-249) e Abulfeda (p. 51, 52) raccontano le
spedizioni di Giaffa e di Gerusalemme. L'autore dell'Itinerario, ossia
il monaco di S. Albano, non può, in ordine alle prodezze di Riccardo,
aggiungere alcuna cosa al racconto che di queste ha fatto il Cadì
(Vinisauf, l. VI, c. 14-24, p. 412-421); _Hist. major._, p. 137-143. In
tutta questa guerra è singolare un accordo che regna fra i Cristiani ed
i Maomettani, quello cioè di esaltarsi per valore scambievolmente.

[619] _V._ il progresso delle negoziazioni e delle ostilità in Boadino
(p. 207, 260), che ebbe parte egli stesso nella conclusione del
Trattato. Riccardo manifestò l'animo suo di ritornare con nuovi eserciti
a compire la conquista di Terra Santa, alla quale minaccia Saladino con
un cortese complimento rispose (Vinisauf, l. VI, c. 28, p. 423).

[620] Fra i racconti che abbiamo di cotesta guerra, il meglio spiegato
trovasi nell'Opera originale di Goffredo di Vinisauf, _Itinerarium regis
Anglorum Richardi et aliorum in terram Hierosolimarum_, diviso in sei
volumi. Lo stesso racconto trovasi per esteso nel secondo volume di Gale
(_Scriptores Hist. Anglicanae_, p. 247-429). Anche Ruggero Hoveden e
Mattia Paris somministrano utili materiali a tale storia: il primo di
essi ne dà a conoscere con molta esattezza lo stato di navigazione e la
disciplina della flotta inglese in que' tempi.

[621] _Così Saladino denominava il culto de' Cristiani; nè un Maomettano
era obbligato a distinguere dall'Idolatria la venerazione che i
Cattolici romani prestano alle Immagini de' Santi. Non mi fermo su
questo argomento per averne già parlato a lungo nelle note precedenti._
(Nota di N. N.)

[622] Anche il Vertot (t. I, p. 251) ammette in questa ridicola favola
della indifferenza religiosa di Saladino; di quel Saladino che fino
all'ultimo respiro rigidamente professò l'Islamismo.

[623] _V._ la genealogia degli Aiubiti in Abulfaragio (_Dynast._, p. 277
ec.), le _Tavole_ del de Guignes, la _Art de vérifier les dates_, e la
_Bibl. orient._

[624] Il Thomassin (_Discipline de l'Eglise_, t. III, p. 311-374) ha
esaminato partitamente l'origine, gli abusi e le restrizioni di queste
decime. Venne sostenuta per qualche tempo una opinione che facea le
decime di legittimo diritto del Papa, come la decima del decimo de'
Leviti dovuta al gran Sacerdote, o Pontefice (Selden, sulle Decime: _V._
le sue Opere, vol. III, parte II, p. 1083).

[625] _Il principale scopo de' Papi, come risulta dalle loro lettere, fu
il togliere a' Maomettani Gerusalemme, ed il sepolcro di Gesù Cristo._
(Nota di N. N.)

[626] V. _Gesta Innocentii III_, nel Muratori, _Script. rerum ital._, t.
III, part. I, p. 486-568.

[627] _Le massime affatto erronee dell'Autore protestante in ordine a
questa materia, sono già state confutate nelle precedenti note._ (Nota
di N. N.)

[628] _V._ la quinta Crociata e l'assedio di Damieta in Giacomo di Vitry
(l. III, p. 1125-1149), in Bongars, testimonio oculare (_Gesta Dei_), in
Bernardo il Tesoriere, contemporaneo (_Script._ Muratori, t. VII, p.
825-846, c. 190-207), in Sanuto, laborioso compilatore (_Secreta fidel.
crucis_, l. II, parte XI, cap. 4-9); e fra gli Arabi in Abulfaragio
(_Dinast._, p. 294) e nella fine dell'Opera del Joinville, pag 533-537,
540-547, ec.

[629] A coloro che presero la Croce contro Manfredi, il Papa (A. D.
1255) concedè _plenissimam peccatorum remissionem. Fideles mirabantur
quod tantum eis promitteret pro sanguine Christianorum effundendo,
quantum pro cruore infidelium aliquando._ (Mattia Paris, pag. 785). Era
già un ragionar molto nel secolo decimoterzo.

[630] Questa semplice idea è conforme al retto sentire del Mosheim
(_Inst. Hist. eccl._, p. 332), e alla illuminata filosofia dell'Hume
(_Storia d'Inghilterra_, v. I, p. 330).

[631] Per rinvenire i materiali di cui la storia della Crociata di
Federico II è composta, vogliono essere consultati Riccardo di S.
Germano nel Muratori (_Script. rer. ital._ t. VII, p. 1002-1013) e
Mattia Paris (p. 286-291, 300-302, 304). I più ragionevoli fra i moderni
sono Fleury (_Hist. eccles._, t. XVI), Vertot (_Chev. de Malte_, t. I,
l. III), Giannone (_Ist. Civ. di Napoli_, t. II, l. XVI) e Muratori
(_Annali d'Italia_, t. X).

[632] _Non della Chiesa, ma della Corte di Roma._ (Nota di N. N.).

[633] Il buon Muratori sa ben che pensare, ma non che dire a tale
proposito; _Chino qui il capo ec._ (p. 322).

[634] Il clero confuse ad arte la moschea ossia la chiesa del Tempio col
Santo Sepolcro, errore volontario, che ha tratti in inganno il Vertot e
il Muratori.

[635] L'Invasione de' Carizmj, o Corasmini viene narrata da Mattia Paris
p. 546, 547, dal Joinville, da Nangis e dagli storici Arabi.

[636] Leggete, se ne avete il coraggio, la vita e i miracoli di S.
Luigi, scritti dal confessore della regina Margherita (Joinville, p.
291-523, ediz. del Louvre).

[637] Egli credea tutto quello che la Santa Madre Chiesa insegnava
(Joinville p. 10); ma dava per avvertimento a Joinville di non entrare
in dispute di religione cogl'Infedeli: «_L'homme lay_ (diceva egli nel
suo vecchio linguaggio), _quand il ot médire de la loi chrestienne, ne
doit pas deffendre la loi chrestienne, ne mais que de l'espée, de quoi
il doit donner parmi le ventre dedens, tant camme elle y peut entrer_»
(p. 12).

[638] _Non è da dirsi superstizione la premura ch'ebbe S. Luigi IX di
togliere a' Maomettani Gerusalemme._ (Nota di N. N.)

[639] Possedo due edizioni di Joinville, l'una di Parigi dell'anno 1668,
utilissima per le unitevi osservazioni del Ducange, l'altra di Parigi,
del Louvre, 1761, preziosa per la purezza e autenticità del testo, il
cui manoscritto è stato recentemente scoperto. L'ultimo editore afferma
che la storia di S. Luigi fu terminata nell'anno 1309; senza però
offerire su di ciò schiarimenti, nè tampoco mostra sorpresa sull'età
dell'autore che, in tale supposizione, dovrebbe avere oltrepassati i 90
anni (_Pref._, p. XI, _Obs._ Ducange, p. 17).

[640] _Bastava dire, che oggidì per prudenza, per amore dell'umanità,
per riguardo alla Sovranità del Gran Signore non s'intraprenderebbe la
guerra di Palestina; l'entusiasmo non è sì caldo oggidì, e si ragiona
alcun poco._ (Nota di N. N.)

[641] Joinville, p. 32; _Extraits arabes_, p. 549.

[642] Gli ultimi editori di Joinville hanno arricchito il loro testo di
molte cose meritevoli di erudita curiosità, e tolte dagli Arabi Macrizi;
Abulfeda ec. _V._ anche Abulfaragio (_Dyn._ p. 322-325) che per
barbarismo chiama il Re de' Francesi _Redefrans_; Mattia Paris (p. 683,
684) ne ha dipinte le folli gare de' Francesi e degl'Inglesi che a
Massura combattettero e vi trovarono la morte.

[643] Il Savary nelle sue dilettevoli lettere intorno all'Egitto ne ha
presentata una descrizione di Damieta (t. I, lettera XXIII p. 274-290),
e un racconto della Spedizione di Luigi (XXV, p. 306-350).

[644] Fu chiesto e conceduto pel riscatto di S. Luigi, un milione di
bisantini; ma il Sultano lo ridusse a soli ottocentomila, la qual somma
Joinville calcola equivalente a quattrocentomila lire francesi de' suoi
tempi, e Mattia Paris a centomila marchi d'argento (Ducange, _Dissert._
20 sopra Joinville).

[645] Joinville assicura, con tutta la serietà, il desiderio manifestato
dagli Emiri per eleggersi S. Luigi in loro Sultano, la quale idea non
trovo tanto assurda quanto al Signor di Voltaire, lo è sembrata
(_Histoire générale_, t. II, p. 386, 387); i Mammalucchi erano eglino
stessi stranieri, ribelli, eguali fra loro, conoscevano il valore del re
di Francia, speravano forse di convertirlo, e in una tumultuosa
assemblea, un tale partito, che non fu poi accettato, poteva anche
essere stato proposto da qualcuno di quegli Emiri, segretamente propensi
al Cristianesimo.

[646] _V._ la Storia di questa spedizione negli annali di S. Luigi,
scritti da Guglielmo di Nangis (p. 270-287), e nell'Opera _Extraits
arabes_ (p. 545-555, ediz. di Joinville, del Louvre).

[647] Voltaire, _Hist. génér._ t. II, p. 391.

[648] La Cronologia delle due dinastie de' Mammalucchi, i Baariti Turchi
o Tartari di Kipsak, e i Borgiti Circassi, trovasi nel Pocock (_Proleg.
ad_ Abulfarage, p. 6-31), e nel De Guignes (t. I, p. 264, 270). Anche la
loro Storia si legge nel De Guignes, che, fino col principio del secolo
XV, ha seguìti Abulfeda, Macrisi, ec. t. IX, p. 110-328.

[649] Savary, _Lettres sur l'Egypte_, t. II. lett. XV. p, 189-208.
Dubito grandemente sull'autenticità di una tale copia; però è vero che
il sultano Selim conchiuse un Trattato coi Circassi o Mammalucchi
d'Egitto, lasciando ai medesimi e armi, e ricchezze, e potere, _V.
Nouvel Abrégé de l'Histoire ottomane_, composto in Egitto e tradotto dal
Signor Digeon (t. I, p. 55-58, Parigi 1781); monumento di storia
nazionale autentico e di vaghezza non privo.

[650] _Si totum quo regnum occuparunt tempus respicias, praesertim quod
fini propius, reperies illud bellis, pugnis, injuriis ac rapinis
refertum_ (Al-Jannabi, _ap._ Pocock, p. 31). Il Regno di Moammed (A. D.
1311-1341) offre una felice eccezione alle cose di sopra affermate (De
Guignes, tom. IV, p. 208-210).

[651] Or sono ridotti ad ottomila cinquecento; ma il mantenimento di
ciascun Mammalucco porta una spesa di circa cento luigi, e l'Egitto geme
per l'avarizia e la tracotanza di cotesti stranieri (_Voyages de
Volney_, t. I, p. 89-187).

[652] _V._ la storia dell'Inghilterra di Carte (v. II, p. 165-175), e
gli originali dai quali è desunta, Tommaso Wikes, e Walter Hemingfort,
(l. III, c. 34-35), _Collezione di Gale_ (t. II, p. 97, 589-592).
Nessuno di questi autori ha inteso far menzione del pio coraggio
dimostrato dalla principessa Eleonora, nel succhiare la piaga avvelenata
del marito e salvargli la vita, a rischio della propria.

[653] Sanuto (_Secret. fidel. crucis_, l. III, part. 12, c. 9), e de
Guignes (_Hist. des Huns_, t. IV, p. 143; desunta dagli autori Arabi).

[654] Tutte le Cronache di que' tempi ne fanno conoscere lo splendore
della città di Acri (l. VII, c. 144). La più copiosa e precisa è quella
del Villani (l. VII, c. 144). _V._ anche Muratori (_Script. rer.
italiae_, t. XIII, p. 337, 338).

[655] _V._ l'espulsione definitiva de' Franchi in Sanuto (l. III, part.
XII, c. 11-22), Abulfeda, Macrizis, De Guignes (t. IV, p. 162-164) e
Vertot (t. I, l. III, p. 407-428).


FINE DELL'UNDECIMO VOLUME.



INDICE DEI CAPITOLI E DELLE MATERIE CHE SI CONTENGONO NELL'UNDECIMO
VOLUME


  CAPITOLO LIV. _Origine, e dottrina dei Paoliziani.
  Persecuzioni che soffersero dagl'Imperatori greci.
  Loro ribellione in Armenia ec. Migrazione nella
  Tracia. Dottrina de' medesimi propagata in Occidente.
  Germi, caratteri e conseguenza della Riforma._

  A. D.
            Indolente superstizione della Chiesa
              greca                                      _pag._ 5
        660 Origine de' Paoliziani, o discepoli
              di San Paolo                                      8
            Bibbia de' Paoliziani                              10
            Semplicità della dottrina e del culto
              de' medesimi                                     12
            Ammetteano i due principj de' Magi e dei Manichei  15
            Pongono dimora nell'Armenia, nel Ponto ec.         17
            Perseguitati dagl'Imperatori greci                 19
    845-880 Ribellione de' Paoliziani                          22
            Affortificano Tefrica                              23
            Saccheggiano l'Asia Minore                         24
            Venuti a scadimento                                26
            Trapiantati dall'Armenia nella Tracia              26
            Mettono soggiorno in Italia e in Francia           30
   1200 ec. Persecuzione degli Albigesi                        38
            Indole e conseguenze della Riforma                 40

  CAPITOLO LV. _I Bulgari. Origine, migrazioni,
  e fermate degli Ungaresi. Lor correrie nell'Oriente
  e nell'Occidente. Monarchia de' Russi.
  Particolarità sulla Geografia e il commercio di
  questa nazione. Guerra de' Russi contro l'Impero
  greco. Conversione de' Barbari._

   680-1017 ec. Migrazione de' Bulgari                         53
        900 Croatti, o Schiavoni della Dalmazia                55
   640-1017 Primo regno de' Bulgari                            57
        884 Migrazione de' Turchi e degli Ungaresi             61
            Origine finnica di questi popoli                   65
        900 Cognizioni militari e costumanza degli Ungaresi
              e de' Bulgari                                    67
        889 Correria degli Ungaresi; paesi ove si fermano      70
        934 Vittorie di Enrico l'Uccellatore                   75
        955 Di Ottone il Grande                                76
        839 Origine della monarchia Russa                      80
            I Varangi di Costantinopoli                        83
        950 Geografia e commercio della Russia                 85
            Spedizioni navali de' Russi contra
              Costantinopoli                                   89
        865 I.                                                 91
        904 II.                                                92
        941 III.                                               93
       1043 IV.                                                94
            Negoziazioni e profezie                            94
    955-973 Regno di Svatoslao                                 96
    970-973 Sconfitta di Svatoslao per l'armi di
              Giovanni Zimiscè                                 98
        864 Conversione della Russia                          101
        955 Battesimo di Olga                                 102
        988 Di Volodimiro                                     104
   800-1100 Cristianesimo del Nort                            105

  CAPITOLO LVI. _I Saracini, i Franchi e i Greci
  in Italia. Prime avventure de' Normanni, e
  colonie poste da essi in questa parte dell'Europa.
  Indole e conquiste di Roberto Guiscardo duca
  della Puglia. Liberazione della Sicilia operata
  da Ruggero, fratello di Guiscardo. Vittoria
  sugl'imperatori dell'Oriente e dell'Occidente da
  Roberto riportata. Ruggero, re di Sicilia, invade
  l'Affrica e la Grecia. L'imperatore Manuele
  Comneno. Guerra tra i Greci e i Normanni.
  Estinzione de' Normanni._

   840-1017 Guerre de' Saracini, de' Latini e dei
              Greci in Italia                                 109
        871 Conquista di Bari                                 111
        890 Nuova provincia de' Greci in Italia               113
            Fatti particolari                                 116
       1016 Comparsa de' Normanni in Italia                   120
       1029 Fondazione di Aversa                              124
       1038 Milizie de' Normanni nella Sicilia                125
  1040-1043 Conquistano la Puglia                             127
            Indole de' Normanni                               130
       1046 Oppressione della Puglia                          131
  1049-1054 Lega fra il Papa e i due Imperi                   133
       1053 Spedizione di Papa Leone IV contra i
              Normanni                                        135
            Disfatta e prigionia di questo Pontefice          136
            Origine dell'investitura del regno di Napoli
              conferita dai Pontefici                         138
  1020-1085 Nascita e indole di Roberto Guiscardo             139
  1054-1080 Ambizione del medesimo e buoni
              successi ottenuti                               143
       1060 Duca della Puglia                                 145
            Conquiste di esso in Italia                       146
            Scuola di Salerno                                 148
            Commercio di Amalfi                               149
  1060-1090 La Sicilia conquistata dal Conte
              Ruggero                                         150
       1081 Impero d'Oriente invaso da Roberto                155
       1081 Assedio di Durazzo                                158
            Esercito e azioni campali dell'Imperatore
              Alessio                                         161
       1081 Battaglia di Durazzo                              165
       1082 Presa di Durazzo                                  168
            Ritorno di Roberto e condotta di Boemondo         170
       1081 Enrico III imperatore, chiamato in soccorso
              dai Greci                                       172
  1081-1084 Assedia Roma                                      174
            Fugge all'avvicinar di Roberto                    175
       1084 Roberto riporta l'armi sue nella Grecia           177
       1085 Morte di Roberto                                  180
  1101-1154 Regno di Ruggero, gran Conte della
              Sicilia, ambizione del medesimo                 181
       1127 Duca della Puglia                                 182
  1130-1139 Primo Re di Sicilia                               183
  1122-1152 Fa conquiste nell'Affrica                         185
       1146 Invade la Grecia                                  188
            Luigi VII Re di Francia, liberato per opera
              dell'ammiraglio di Ruggero                      189
            Insulti portati sotto le mura di Costantinopoli   190
  1148-1149 Normanni scacciati dall'Imperatore
              Manuele                                         191
       1155 Riduzione della Puglia e della Calabria           191
  1155-1174 ec. Disegni di conquista sull'Italia
              e sull'Impero d'Occidente                       193
            Andati a vuoto                                    195
       1156 Pace coi Normanni                                 197
       1154 Ultima guerra fra i Greci e Normanni              197
       1154 Guglielmo I, soprannomato il Cattivo, Re
              di Sicilia                                      198
  1166-1189 Guglielmo II, soprannomato il Buono               200
            Lamentazioni dello Storico Falcando               201
       1194 Regno di Sicilia conquistato dall'Imperatore
              Enrico VI                                       203
       1204 Fine del regno de' Normanni                       206

  CAPITOLO LVII. _I Turchi Selgiucidi. Loro
  ribellione contra Mammud, conquistatore
  dell'Indostan. Togrul sottomette la Persia, e
  protegge i Califfi. Romano, Imperatore
  debellato e fatto prigioniero da Alp-Arslan. Potenza
  e grandezza di Malek-Sà. Conquiste dell'Asia
  Minore e della Sorìa. Trista condizione
  cui Gerusalemme è ridotta. Pellegrinaggio al Santo
  Sepolcro._

            I Turchi                                          208
   997-1028 Mammud il Gaznevida                               209
            Le dodici spedizioni di Mammud nell'Indostan      211
            Indole di Mammud                                  213
   980-1028 Costumi e migrazioni de' Turchi o
              Turcomanni                                      217
       1038 Mettono in rotta i Gaznevidi, e riducono
              la Persia                                       220
  1038-1063 Regno e indole di Togrul-Beg                      222
       1055 Libera il Califfo di Bagdad                       224
            Ne riceve investitura                             226
       1063 Morte di Togrul-Beg                               227
            I Turchi invadono l'Impero romano                 228
  1063-1072 Regno di Alp-Arslan                               229
  1065-1068 Conquista dell'Armenia e della Georgia            229
  1068-1071 Romano Diogene Imperatore                         231
       1071 Sconfitto                                         233
            Fatto prigioniero e liberato                      236
       1072 Morte di Alp-Arslan                               240
  1072-1092 Regno e prosperità di Malek-Sà                    242
       1092 Morte                                             246
            Parteggiamento dell'Impero de' Selgiucidi         248
  1074-1084 Asia Minore conquistata dai Turchi                249
            Regno di Rum fondato dai Selgiucidi               252
   638-1099 Stato di Gerusalemme, e particolarità
              sulle peregrinazioni al Santo Sepolcro          255
   969-1076 Condizione di Gerusalemme sotto i
              Califfi Fatimiti                                260
       1009 Sacrilegio di Akem                                261
       1024 ec. Numero de' pellegrini aumentato               263
  1076-1096 Conquista di Gerusalemme dall'armi
              turche operata                                  265

  CAPITOLO LVIII. _Origine della prima Crociata
  e numero de' Crociati. Indole de' Principi latini.
  Loro spedizione a Costantinopoli. Politica
  dell'Imperatore greco Alessio. Nicea, Antiochia
  e Gerusalemme conquistate dai Franchi. Liberazione
  del Santo Sepolcro. Goffredo di Buglione, primo
  Re di Gerusalemme. Istituzione del regno franco
  o latino._

  1095-1099 Prima Crociata                                    268
            Piero l'Eremita                                   268
       1095 Urbano II al Concilio di Piacenza                 271
       1095 Concilio di Clermont                              275
            Le Crociate considerate sotto l'aspetto
              dell'equità                                     280
            Motivi spirituali e indulgenze                    284
            Motivi temporali e mondani                        290
            Forza dell'esempio                                293
            Partenza de' primi pellegrini condotti da
              Piero l'Eremita                                 295
       1096 Distrutti nell'Ungheria e nell'Asia               297
            Partenza dell'esercito de' Crociati               300
            Goffredo di Buglione                              302
            Ugo di Vermandois, Roberto di Fiandra,
              Stefano di Chartres ec.                         303
            Raimondo di Tolosa                                305
            Boemondo e Tancredi                               307
            Cavalleria                                        309
  1096-1097 Principi latini, convenuti a Costantinopoli       313
  1096-1097 Politica dell'Imperatore Alessio Comneno          318
            Ottiene omaggio dai Crociati                      321
            Tracotanza de' Franchi                            325
       1097 Rassegna e novero de' Crociati                    327
       1097 Assedio di Nicea                                  332
       1097 Battaglia di Dorilea                              335
            I Crociati si volgono all'Asia Minore             337
  1097-1151 Principato di Edessa, fondato da Baldovino        338
  1097-1098 Assedio di Antiochia                              340
       1098 Vittorie riportate dai Crociati                   344
            Fame e stremi cui si trovano ridotti in
              Antiochia                                       345
            Leggenda della Santa Lancia                       349
            Guerrieri celesti                                 352
            Stato politico de' Turchi e de' Califfi
              d'Egitto                                        353
  1098-1099 Indugio de' Franchi                               356
       1099 Marciano a Gerusalemme                            357
            Assedio e conquista di Gerusalemme nel
              medesimo anno                                   358
  1099-1100 Elezione e regno di Goffredo di Buglione          364
       1099 Giornata di Ascalon                               365
  1099-1187 Reame di Gerusalemme                              367
  1099-1369 Assise di Gerusalemme                             371
            Corte de' Pari                                    373
            Legge de' combattimenti giudiziarj                375
            Corte de' borghesi                                377

  CAPITOLO LIX. _Impero greco salvato. Numero,
  passaggio de' Crociati, e avvenimenti della
  seconda e della terza Crociata. S. Bernardo.
  Regno di Saladino nell'Egitto e nella Sorìa.
  Conquista Gerusalemme. Crociata marittima.
  Riccardo I, re d'Inghilterra. Papa Innocenzo
  III. Quarta e quinta Crociata. Federico II
  Imperatore. Luigi IX di Francia, e due ultime
  Crociate. I Franchi o Latini scacciati dai Mammalucchi._

  1090-1118 Buoni successi riportati da Alessio               381
       1101 Spedizioni per terra incominciando dalla
              prima Crociata                                  385
       1147 Seconda Crociata condotta da Corrado III
              e da Luigi VII                                  385
       1189 Terza da Federico                                 386
            Passaggio de' Crociati pe' dominj dell'Imperator
              greco                                           389
            Guerra de' Turchi                                 390
            Considerazioni sulla durata dell'entusiasmo
              delle Crociate                                  398
  1091-1153 Indole e missione di S. Bernardo                  399
            Progressi dei Maomettani                          404
            Gli Atabek della Sorìa                            405
  1127-1175 Zenghi                                            406
  1145-1174 Noraddino                                         407
  1163-1169 L'Egitto conquistato dai Turchi                   408
       1171 Caduta de' Califfi Fatimiti                       413
  1171-1193 Regno e indole di Saladino                        414
       1187 Conquista il regno di Gerusalemme                 420
            Prende la città nel medesimo anno                 423
       1188 Terza Crociata per mare                           427
  1189-1191 Assedio di Acri                                   429
  1191-1192 Riccardo d'Inghilterra nella Palestina            432
       1192 Trattato conchiuso dal medesimo, e sua
              partenza                                        437
       1193 Morte di Saladino                                 440
  1198-1216 Innocenzo III                                     440
       1203 Quarta Crociata                                   442
       1218 Quinta                                            442
       1228 L'Imperatore Federico II nella Palestina          444
       1243 Invasione de' Carizmj                             448
  1248-1254 S. Luigi, e sesta Crociata                        448
       1249 Presa di Damieta                                  451
       1250 Cattività di S. Luigi in Egitto                   452
       1270 Muore sotto le mura di Tunisi nella settima
              Crociata                                        454
  1250-1517 I Mammalucchi d'Egitto                            455
            Acri, e tutta la Terra Santa, perdute pei
              Latini                                          459


FINE DELL'INDICE.



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le
grafie alternative (Aiub/Aìub, follia/follìa e simili), correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici. Le citazioni in greco sono
state trascritte integralmente, senza apportare alcuna correzione per
eventuali inesattezze ortografiche o grammaticali.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 11 (of 13)" ***

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